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        <title>Zibaldone di pensieri</title>
        <author>Giacomo Leopardi</author>
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      <extent>11298170 Kb in UTF-8</extent>
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        <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>2008</date>
        <idno>bibit001705</idno>
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          <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso personale o scientifico. Ogni
            uso commerciale è vietato</p>
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        <title>Collezione BibIt</title>
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          <title>Zibaldone di pensieri</title>
          <author>Leopardi, Giacomo</author>
          <editor id="ed">Pacella, Giuseppe</editor>
          <publisher>Garzanti</publisher>
          <pubPlace>Milano</pubPlace>
          <date>1991</date>
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        <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla responsabilità
          dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione digitale</p>
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          <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di riferimento</p>
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          <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea sono stati
            rappresentati sulla versione digitale</p>
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          <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole ricomposte</p>
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          <bibl>Classificazione generi BibIt</bibl>
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        <date>800</date>
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          <term>Memorialistica</term>
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          <name>Marta Zanazzi</name>
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      <div1 n="1 - 207">
        <p>
          <pb ed="aut" n="1"/> Palazzo bello. Cane di notte dal casolare, al passar del viandante.</p>
        <lg type="non-definito">
          <l>Era la luna nel cortile, un lato</l>
          <l>Tutto ne illuminava, e discendea</l>
          <l>Sopra il contiguo lato obliquo un raggio...</l>
          <l>Nella (dalla) maestra via s’udiva il carro</l>
          <l>Del passegger, che stritolando i sassi,</l>
          <l>Mandava un suon, cui precedea da lungi</l>
          <l>Il tintinnìo de’ mobili sonagli.</l>
        </lg>
        <p>Onde Aviano raccontando una favoletta dice che una donna di contado piangendo un suo
          bambolo, minacciogli se non taceva che l’avrebbe dato mangiare a un lupo. E che un lupo
          che a caso di là passava, udendo dir questo alla donna credettele che dicesse vero, e
          messosi innanzi all’uscio di casa così stette quivi tutto quel giorno ad aspettare che la
          donna gli portasse quella vivanda. Come poi vi stesse tutto quel tempo e la donna non se
          n’accorgesse e non n’avesse paura e non gli facesse motto con sasso o altro, Aviano lo
          saprà che lo dice. E aggiugne che il lupo non ebbe niente perchè il fanciullo
          s’addormentò, e quando bene non l’avesse fatto non ci sarìa stato pericolo. E fatto tardi,
          tornato alla moglie senza preda perchè s’era baloccato ad aspettare fino a sera, disse
          quello che nell’autore puoi vedere.(Luglio o Agosto 1817.).</p>
        <p>Una Dama vecchia avendo chiesto a un giovane di leggere alcuni suoi versi pieni di parole
          antiche, e avutili, poco dopo rendendoglieli disse che non gl’intendeva perchè quelle
          parole non s’usavano al tempo suo. Rispose il giovane: Anzi credea che s’usassero perchè
          sono molto antiche.</p>
        <quote rend="block">
          <lg type="non-definito">
            <l>Tutta la notte piove</l>
            <l>E ritornan le feste a la dimane:</l>
            <l>Fan del regno a metà Cesare e Giove.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p>Dal niente in letteratura si passa al mezzo e al vero, quindi al raffinamento: da questo
          non c’è esempio che si sia tornato al vero. Greci e latini italiani. Lo squisito gusto del
          volgo de’ letterati non può essere se non quando ei non è ancora corrotto. P. E. i
          cinquecentisti volgari non peccavano d’altro che di poco, non di troppo, e però erano
          attissimi a giudicar bene del molto, o sia del vero bello, come faceano.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il trecento fu il principio della nostra letteratura, non già il colmo, imperocchè non
          ebbe se non tre scrittori grandi: il quattrocento non fu corruzione nè <pb ed="aut" n="2"
          /> raffinamento del trecento, ma un sonno della letteratura (che avea dato luogo
          all’erudizione) la quale restava ancora incorrotta e peccava ancora più tosto di poco.
          Poliziano, Pulci. Il cinquecento fu vera continuazione del trecento e il colmo della
          nostra letteratura. Di poi venne il raffinamento del seicento, che nel settecento s’è
          solamente mutato in corruzione d’altra specie, ma il buon gusto nel volgo dei letterati
          non è tornato più, nè tornerà secondo me, perchè dal niente si può passare al buono, ma
          dal troppo buono o sia dal corrotto stimo che non si possa.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non il Bello ma il Vero o sia l’imitazione della Natura qualunque, si è l’oggetto delle
          Belle arti. Se fosse il Bello, piacerebbe più quello che fosse più bello e così si
          andrebbe alla perfezion metafisica, la quale in vece di piacere fa stomaco nelle arti. Non
          vale il dire che è il solo bello dentro i limiti della natura, perchè questo stesso mostra
          che è l’imitazione della natura dunque che fa il diletto delle belle arti, imperocchè se
          fosse il bello per se, vedesi che dovrebbe come ho detto più piacere il maggior bello, e
          così più piacere la descrizione di un bel mondo ideale che del nostro. E che non sia il
          solo bello naturale lo scopo delle Belle Arti vedesi in tutti i poeti specialmente in
          Omero, perchè se questo fosse, avrebbe dovuto ogni gran poeta cercare il più gran bello
          naturale che si potesse, dove Omero ha fatto Achille infinitamente men bello di quello che
          potea farlo, e così gli Dei ec. e sarebbe maggior poeta Anacreonte che Omero ec. e noi
          proviamo che ci piace più Achille che Enea ec. onde è falso anche che quello di Virgilio
          sia maggior poema ec. Passioni morti tempeste ec. piacciono egregiamente benchè sian
          brutte per questo solo che son bene imitate, e se è vero quel che dice il Parini nella
          Oraz. della poesia, perchè l’uomo niente tanto odia quanto la noia, e però gli piace di
          veder qualche novità ancorchè brutta. Tragedia. Commedia. Satira han per oggetto il brutto
          ed è una mera quistion di nome il contrastar se questa sia poesia. Basta che tutti la
          intendono per poesia Aristotele e Orazio singolarmente e che io dicendo poesia intendo
          anche questi generi. <bibl>V. <author>Dati</author>
            <title>Pittori</title> ed. Siena 1795. p. 57.66.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il brutto come tutto il resto deve star nel suo luogo: e nell’Epica e lirica avrà luogo
          più di raro ma spessissimo nella Commedia Tragedia Satira ed è quistion di parole ec. come
          sopra. Il vile di raro si dee descrivere perchè di raro può star nel suo luogo nella
          poesia (eccetto nelle Satire Commedie e poesia bernesca) non perchè non possa essere
          oggetto della poesia. Ancora potendo esser molti generi di una cosa e questi qual più qual
          meno degno, <pb ed="aut" n="3"/> niente vieta che dei diversi generi di poesia altro abbia
          per oggetto più particolarmente il bello altro il doloroso altro anche il brutto e il
          vile, e però qual sia più nobile e degno qual meno e non per tanto tutti sieno generi di
          poesia, nè ci sia oggetto di veruno di essi che non possa essere oggetto della poesia e
          delle arti imitative ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La perfezione di un’opera di Belle Arti non si misura dal più Bello ma dalla più perfetta
          imitazione della natura. Ora se è vero che la perfezione delle cose in sostanza consiste
          nel perfetto conseguimento del loro oggetto, quale sarà l’oggetto delle Belle Arti?</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’utile non è il fine della poesia benchè questa possa giovare. E può anche il poeta
          mirare espressamente all’utile o ottenerlo (come forse avrà fatto Omero) senza che però
          l’utile sia il fine della poesia, come può l’agricoltore servirsi della scure a segar
          biade o altro senza che il segare sia il fine della scure. La poesia può esser utile
          indirettamente, come la scure può segare, ma l’utile non è il suo fine naturale, senza il
          quale essa non possa stare, come non può senza il dilettevole, imperocchè il dilettare è
          l’ufficio naturale della poesia.</p>
        <lg type="non-definito">
          <l>Sentìa del canto risuonar le valli</l>
          <l>D’agricoltori ec.</l>
        </lg>
        <p>Più ci diletterebbe una pianta o un animale veduto nel vero che dipinto o in altro modo
          imitato, perchè non è possibile che nella imitazione non resti niente a desiderare. Ma il
          contrario manifestamente avviene: da che apparisce che il fonte del diletto nelle arti non
          è il bello, ma l’imitazione.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il quattrocento restò dal fare, ma conservava l’idea del bello incorrotta; però benchè
          non facesse, pure apprezzava il fatto anzi lo cercava: quindi l’infinito studio de’
          Classici e l’erudizione dominante nel secolo. Il cinquecento col capitale acquistato nel
          400 e coll’istradamento del 300 tornò a fare. Ma il seicento perchè era non debole ma
          corrotto, non solamente non sapea far bene, ma disprezzava il ben fatto anzi gli
          dispiacea. Quindi la dimenticanza di Dante del Petrarca ec. che non si stampavano più. Nel
          principio del settecento ripigliammo non le forze, ma solo il buon gusto e l’amore degli
          studi classici, e la prima metà di questo secolo somiglia però al quattrocento, nè si fa
          molto conto di quest’epoca di risorgimento perchè non produsse (come il 400) nessun lavoro
          d’arte fuorchè la Merope, e durò tanto poco che un uomo stesso potè aver veduto il tempo
          di corruzione il risorgimento e il ricadimento. Ricadute le nostre lettere (nella
          imitazione e studio degli stranieri) son comparsi nella seconda metà del 700 e principio
          dell’800 i nostri <pb ed="aut" n="4"/> ultimi lavori d’arte. Questi sono di quegli
          scrittori che nella corruzione si conservano illesi, non possono essere stimati da molti
          ec. Ma adesso l’arte è venuta in un incredibile accrescimento, tutto è arte e poi arte,
          non c’è più quasi niente di spontaneo, la stessa spontaneità si cerca a tutto potere ma
          con uno studio infinito senza il quale non si può avere, e senza il quale a gran pezza
          l’aveano (spezialmente nella lingua) Dante il Petrarca l’Ariosto ec. e tutti i bravi
          trecentisti e cinquecentisti. Questo avviene perchè ora si viene da un tempo corrotto
          (oltrechè si sta pure tra’ corrotti) e bisogna porre il più grande studio per evitare la
          corruzione, principalmente quella del tempo la quale prima che abbiamo pensato a
          guardarcene s’è impadronita di noi, e poi quella dei tempi passati, perchè adesso
          conosciamo tutti i vizi delle arti e ce ne vogliamo guardare, e non siamo più semplici
          come erano i greci e i latini e i 300<hi rend="apice">ti</hi> e i 500<hi rend="apice"
          >ti</hi> perchè siamo passati pel tempo di corruzione e siamo divenuti astuti nell’arte, e
          schiviamo i vizi con questa astuzia e coll’arte non colla natura come faceano gli antichi
          i quali senza saperne più che tanto pure perchè l’arte era in sul principio e non ancora
          corrotta non gli schivavano ma non ci cadevano. Erano come fanciulli che non conoscono i
          vizi, noi siamo come vecchi che li conosciamo ma pel senno e l’esperienza gli schiviamo. E
          però abbiamo moltissimo più senno e arte che gli antichi, i quali per questo cadevano in
          infiniti difetti (non conoscendoli) in cui adesso non cadrebbe uno scolaro. Vizi d’Omero
          concetti del Petrarca, grossezze di Dante, seicentisterie dell’Ariosto del Tasso del Caro
          traduzioni dell’Eneide ec. E però adesso le nostre opere grandi (pochissime perchè ancora
          siamo nella corruzione onde pochissimi emergono) saranno tutte senza difetti,
          perfettissime, ma in somma non più originali, non avremo più Omero Dante l’Ariosto.
          Esempio manifesto del Parini Alfieri Monti ec. Onde apparisce quel che io disopra ho detto
          che dopo che le arti di fanciulle e incorrotte si son fatte mature e corrotte, (come gli
          uomini di mezza età viziosi) invecchiando e ravvedendosi, non potranno più ripigliare il
          vigore della fanciullezza e giovinezza. Le arti presso i Greci e i latini corrotte una
          volta non risorsero più presso noi van risorgendo: primo esempio finora al mondo, dal
          quale solo si possono cavare le prove pratiche della mia sentenza. Se non che i poeti e
          altri scrittori grandi d’oggi stanno in certo modo agli antichi del 300 e 500 come i greci
          dei secoli d’Augusto e degli imperatori, p. e. Dionigi Alicarnasseo, Dione, Arriano ad
          Erodoto Tucidide Senofonte: ma questi eran passati per un’età e si trovavano ancora in
          un’età più tosto di debolezza che di corruzione.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="5"/> Come i fanciulli e i giovinetti benchè di buona indole pure per la
          malizia naturale, di quando in quando scappano in qualche difetto e non per tanto sono
          differentissimi dagli uomini grandi e cattivi, così gli antichi senza conoscere nè amare i
          vizi delle arti, per la naturale tendenza dell’ingegno alla ricercatezza e cose tali di
          quando in quando vi cadeano non riflettendo che fossero vizi, e non per tanto
          infinitamente differivano dagli adulti artefici del 600 e 700 radicati nella corruzione. E
          adesso chiunque, per pochissimo che abbia studiato a prima giunta vede che quelli sono
          errori e che gli antichi hanno errato. P. E. chi non vede adesso che è cosa ridicola e
          affettatissima il lamento d’Olimpia ec. nell’Ariosto, quello d’Erminia ec. nel Tasso? E
          pure questi grandissimi poeti perchè l’arte era giovane e senza esperienza in buona fede
          cascavano in questi errori, e noi perchè siamo vecchi nell’arte col nostro senno e
          coll’esperienza de’ tempi corrotti, ce ne ridiamo e li fuggiamo. Ma questo senno e questa
          esperienza sono la morte della poesia ec. Come però si dovrà dire che l’Ariosto per
          esempio avesse somma arte se cadeva spessissimo in difetti che il più meschino artefice
          d’oggidì conosce a prima vista? Non avea somma arte ma sommo ingegno, pulitissimo, ma non
          corrotto, e meno poi ripulito.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Per guardarci dai vizi e dalla corruzione dello scrivere adesso è necessario un infinito
          studio e una grandissima imitazione dei Classici, molto molto maggiore di quella che agli
          antichi non bisognava, senza le quali cose non si può essere insigne scrittore, e colle
          quali non si può diventar grande come i grandi imitati. Come il cocchiere fa guidando i
          cavalli per la china, che poco concede loro perchè troppo non gli rapiscano.</p>
        <quote rend="block">
          <lg type="non-definito">
            <l>Padron, se con lamenti e con rammarichi</l>
            <l>Si rimediasse a le nostre miserie,</l>
            <l>Bisognerebbe comperar le lagrime</l>
            <l>A peso d’or: ma queste tanto possono</l>
            <l>Le disgrazie scemar, quanto le prefiche</l>
            <l>Svegliare i morti con le loro istorie:</l>
            <l>Ne’ guai non ci vuol pianto ma consiglio.</l>
          </lg>
        </quote>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="6"/> Messer tale domandato da alcuni che disputavano sopra una statua
          antica di Giove in terra cotta che ne sentisse, rispose: Maravigliomi come non vi siate
          accorti che questo è un Giove in Creta: volendo dire in terra cotta, ma in sembianza,
          nell’isola di Creta, dove Giove fu allevato.</p>
        <p>Sistema di Belle Arti.</p>
        <p>Fine — il diletto; secondario alle volte, l’utile. — Oggetto o mezzo di ottenere il fine
          — l’imitazione della natura, non del bello necessariamente. — Cagione primaria del fine
          prodotto da questo oggetto o sia con questo mezzo — la maraviglia: forza del mirabile e
          desiderio di esso innato nell’uomo: tendenza a credere il mirabile: la maraviglia così è
          prodotta dalla imitazione del bello come da quella di qualunque altra cosa reale o
          verisimile: quindi il diletto delle tragedie ec. prodotto non dalla cosa imitata ma
          dall’imitazione che fa maraviglia — Cagioni secondarie e relative ai diversi oggetti
          imitati — la bellezza, la rimembranza, l’attenzione che si pone a cose che tuttogiorno si
          vedono senza badarci ec. — Cagione primitiva del diletto destato dalla maraviglia ec. e
          però conseguentemente del diletto destato dalle belle arti — l’orrore della noia naturale
          all’uomo, ricerche sopra le cagioni di quest’orrore ec. — Cagioni dei difetti nelle belle
          arti — Sproporzione, sconvenevolezza, cose poste fuor di luogo, al che solo (contro
          l’opinione di chi pensa che provenga dall’avere le arti per oggetto il bello) si riducono
          i difetti della bassezza della bruttezza deformità crudeltà sporchezza tristizia tutte
          cose che rappresentate o impiegate nei loro luoghi non sono difetti giacchè piacciono e
          per mezzo dell’imitazione producono la maraviglia, ma sono difetti fuor di luogo p. e. in
          un’anacreontica l’imagine di un ciclopo, (per lo più) in un’epopea per lo più la figura di
          un deforme ec. Altri difetti e vizi; affettazione ec. quasi tutti si riducono alla
          sconvenevolezza e inverisimiglianza che proviene dallo sconvenirsi tra loro in natura
          quegli attributi della cosa inverisimile, onde la mente che comprende la <pb ed="aut"
            n="7"/> sconvenienza degli attributi concepisce l’inverisimiglianza — Diversi rami della
          imitazione che formano i diversi oggetti delle belle arti e i diversi generi p. e. di
          poesia, i quali tanto più son degni e nobili quanto più degni ec. sono gli oggetti, onde
          un genere che abbia per oggetto il deforme, sarà un genere poco stimabile e da non
          mettersi p. e. coll’epopea, benchè anch’esso sia un genere di poesia destando la
          maraviglia e quindi il diletto col mezzo dell’imitazione —</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <table>
          <row>
            <cell>Del Bello</cell>
            <cell>Del Sublime</cell>
            <cell>Del terribile</cell>
            <cell>Del ridicolo e vizioso ec.</cell>
          </row>
          <row>
            <cell>Epopea</cell>
            <cell>Lirica</cell>
            <cell>Tragica ec.</cell>
            <cell>Commedia Satira poesia</cell>
          </row>
          <row>
            <cell>Lirica ec.</cell>
            <cell>Epopea ec.</cell>
            <cell/>
            <cell>Bernesca ec.</cell>
          </row>
        </table>
        <table>
          <row>
            <cell>Vari rami del bello.</cell>
          </row>
          <row>
            <cell>Bello delicato — grazioso — ameno — elegante. <bibl>V. <author>Martignoni</author>
                ec. <title>Annali di scienze e lettere</title> n. 8. p. 252 54</bibl>. Ci può essere
              il bello delicato e il non delicato. Ercole Apollo. Bello sublime. Giove.</cell>
          </row>
        </table>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="8"/> Provatevi a respirare artificialmente, e a fare pensatamente qualcuno
          di quei moltissimi atti che si fanno per natura; non potrete, se non a grande stento e men
          bene. Così la tropp’arte nuoce a noi: e quello che Omero diceva ottimamente per natura,
          noi pensatamente e con infinito artifizio non possiamo dirlo se non mediocremente, e in
          modo che lo stento più o meno quasi sempre si scopra. V. p. 461.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Difficoltà d’imitare: più facile il far più che quel medesimo: quanto sia difficile
          l’essere uguale: quanto rara in natura l’uguaglianza perfetta: quindi la maraviglia nata
          dall’imitazione e il diletto nato dalla maraviglia. <bibl>V. <author>Quintiliano</author>
            l. <hi rend="sc">io</hi>. c. <hi rend="sc">ii</hi>.</bibl> quindi la maggior facilità di
          esprimere un bello ideale che il proprio bello naturale anche minore dell’ideale.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Due gran dubbi mi stanno in mente circa le belle arti. Uno se il popolo sia giudice ai
          tempi nostri dei lavori di belle arti. L’altro se il prototipo del bello sia veramente in
          natura, e non dipenda dalle opinioni e dall’abito che è una seconda natura. Della prima
          quistione se mi verrà in mente qualche pensiero lo scriverò poi: della seconda, osservo
          che a noi par conveniente a un soggetto (e la bellezza sta tutta si può dire nella
          convenienza) quello che siamo assueffatti a vederci, e viceversa sconveniente ec. e però
          ci par bello quello che ha queste tali cose e brutto o difettoso quello che non le ha:
          benchè in natura non debba averle o viceversa. P. e. ci par deforme una certa razza di
          cani quando ha l’orecchie non tagliate ec. potenza della moda specialmente intorno alla
          bellezza delle donne ec. Mi pare che in natura non ci siano quasi altro che i lineamenti
          del bello, come sono l’armonia la proporzione e cose tali che secondo il solo lume
          naturale debbono trovarsi in ogni cosa bella: e che l’ombreggiare gli oggetti belli
          dipenda tutto dalle nostre opinioni. Per questo si possono addurre infiniti esempi. E li
          distinguo in due classi: l’una di quelli che provano la diversità di opinioni intorno agli
          oggetti in natura; l’altra ec. intorno agli oggetti nell’imitazione ossia nelle belle
          arti.</p>
        <p>I francesi hanno certe esagerazioni familiari così usitate che sono vere frasi proprie
          della lingua e non di questo o di quello scrittore o parlatore; le quali danno un’idea
          della sempiterna affettazione e del tuono esaltato quando in uno quando in altro modo, con
          cui sono scritti si può dir tutti i loro libri. Giammai persona non fu più fedele al suo
          re. Nessun altro fu sì ricordevole del benefizio. (<foreign lang="fre" rend="italic">Aucun
            ne fut</foreign> ec.) Non si vide mai tanto amore nè tanta costanza. E nota che questo
          medesimo lo diranno a un bisogno di due o tre persone o più in uno stesso libro. Troverai
          spessissimo che parlando di qualche scrittore dozzinale ti diranno per esempio: egli ha
          tutta la tenerezza di Racine e tutto lo spirito di Voltaire, egli è sublime come Corneille
          e semplice come la Fontaine, egli stringe come Bourdaloue, commuove come Massillon,
          trasporta come Bossuet: e ti maraviglierai come uno scrittore in cui si trovano unite le
          qualità principali di più altri (secondo loro) grandi, che ne hanno ciascheduno, una sola,
          non sia più grande di questi, nè celebre presso tutta la nazione, e forse tu ne legga il
          nome per la prima volta.</p>
        <table>
          <row>
            <cell>Natura</cell>
            <cell>Belle arti</cell>
          </row>
          <row>
            <cell>Occhi azzurri belli tra’ greci: neri tra noi. Capelli biondi belli in Italia nel
              500. neri al presente. Diversissime opinioni de’ barbari intorno alla bellezza che pur
              mostrano che in natura non ce n’è idea fissa. <bibl>V. <author>Camper</author>
                <title lang="fre">Diss. sur le beau physique</title>
              </bibl>. Cavalli scodati. Cani colle orecchie tagliate. Opinione e senso de’ nostri
              contadini circa la bellezza, e v. quelle descritte nella Beca e nella Nencia non già
              da scherzo, ma perchè di quella sorta piacciono ai villani. Bello ideale
              ch’esprimerebbe p. e. un pittore moro di qualunque genio ed entusiasmo si fosse. Il
              bello ideale non è <pb ed="aut" n="9"/> altro che l’idea della convenienza che un
              artista si forma secondo le opinioni e gli usi del suo tempo, e della sua nazione.
              Barba, e capelli tagliati o no.</cell>
            <cell>Pittura ec. de’ cinesi. Musica de’ turchi. <bibl>V. <author>Martignoni</author>
                <title>Annal. di Scienze e lett.</title> n. 8. p. 245.</bibl> nota ove anche della
              musica francese e italiana. Presso noi non disdicono le fabbriche a mattoni nudi, anzi
              son ridicole imbiancate e colorite. Il contrario de’ Cinesi ai quali le nostre
              facciate parrebbero cosa affatto greggia e rozza.</cell>
          </row>
        </table>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In molte opere di mano dove c’è qualche pericolo (o di fallare o di rompere ec.) una
          delle cose più necessarie perchè riescano bene è non pensare al pericolo e portarsi con
          franchezza. Così i poeti antichi non solamente non pensavano al pericolo in cui erano di
            <pb ed="aut" n="10"/> errare, ma (specialmente Omero) appena sapevano che ci fosse, e
          però franchissimamente si diportavano, con quella bellissima negligenza che accusa l’opera
          della natura e non della fatica. Ma noi timidissimi, non solamente sapendo che si può
          errare, ma avendo sempre avanti gli occhi l’esempio di chi ha errato e di chi erra, e però
          pensando sempre al pericolo (e con ragione perchè 1. vediamo il gusto corrotto del secolo
          che facilissimamente ci trasporterebbe in sommi errori, 2. osserviamo le cadute di molti
          che per certa libertà di pensare e di comporre partoriscono mostri, come sono al presente
          p. e. i romantici) non ci arrischiamo di scostarci non dirò dall’esempio degli antichi e
          dei Classici, che molti pur sapranno abbandonare, ma da quelle regole (ottime e Classiche
          ma sempre regole) che ci siamo formate in mente, e diamo in voli bassi, nè mai osiamo di
          alzarci con quella negligente e sicura e non curante e dirò pure ignorante franchezza, che
          è necessaria nelle somme opere dell’arte, onde pel timore di non fare cose pessime, non ci
          attentiamo di farne delle ottime, e ne facciamo delle mediocri, non dico già mediocri di
          quella mediocrità che riprende Orazio, e che in poesia è insopportabile, ma mediocri nel
          genere delle buone cioè lavorate, studiate, pulitissime, armonia espressiva, bel verso,
          bella lingua, Classici ottimamente imitati, belle imagini, belle similitudini, somma
          proprietà di parole, (la quale soprattutto tradisce l’arte) insomma tutto, ma che non son
          quelle, non sono quelle cose secolari e mondiali, insomma non c’è più Omero Dante
          l’Ariosto, insomma il Parini il Monti sono bellissimi ma non hanno nessun difetto. V. p.
          461.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In Plauto il sommo pregio è quello della forza comica che non è altro se non quella certa
          vivacità dei personaggi ottenuta col mezzo del ridicolo, che nel mentre che vivifica
          l’azione (a differenza delle Commedie di Terenzio dove c’è gran serietà e però dice Cesare
          ch’egli manca di forza Comica, a ragione, perchè l’azione importando poco per se e non
          avendo la importanza della tragedia, se non è continuamente rallegrata e rinforzata dal
          ridicolo, resta debole, e come morta) ottiene il fine della Commedia che è di distogliere
            <pb ed="aut" n="11"/> dal vizio il che principalmente è operato dal ridicolo. Ma i
          costumi <foreign lang="grc">ἤθη</foreign> presso Plauto sono poco insigni. Ciascuno opera
          è vero come dee (almeno per l’ordinario) ma 1. tutte le fisonomie si rassomigliano: sempre
          appresso a poco è lo stesso parassito, lo stesso padre, lo stesso servo traditore, lo
          stesso figlio scapestrato, la stessa meretrice, ec. 2. i tratti che qualche volta
          distinguono un volto dall’altro sono grossolani: per esempio questa innamorata sarà leale,
          quest’altra perfida; questo padre pieghevole, questo duro; questo figlio temperante
          quest’altro lussurioso, ed ecco tutto; ec. 3. c’è qualche volta molta naturalezza ora in
          qualche scena bellissima che innamora, ora in qualche Commedia intera, ma quivi le persone
          dicono quello che ogni uomo in quella situazione direbbe, e benchè le parlate siano
          naturalissime, cavate dal vero, e ritratte con grandissima finezza dalla natura, pure non
          sono modificate secondo il carattere e il costume particolare della persona: insomma non
          si vede in Plauto una figura tutta perfettamente delineata e ombreggiata, e i costumi che
          egli dipinge sono del genere, p. e. del padre, o della specie, p. e. del padre buono o del
          padre iracondo, e non dell’individuo, la qual cosa osservo anche in Terenzio, il quale per
          altro è molto superiore a Plauto per li costumi e la naturalezza, essendo penetrato più
          addentro nel cuore umano ec. Qualche volta anche non è conservata in Plauto la naturalezza
          e la verisimiglianza specialmente nel fine delle Commedie dove talvolta i personaggi si
          risolvono troppo d’improvviso e a grado del poeta, essendo stati fin allora di animo
          diversissimo e anche contrarissimo a quella tale risoluzione. Ma egli pare che Plauto
          talora non volendo altro che far ridere e satireggiare, della verisimiglianza non si
          curasse, anzi a bello studio cercasse l’inaspettato, non già l’inaspettato verisimile che
          si raccomanda in poesia, ma l’inaspettato inverisimile e grossolano che però appunto è più
          ridicolo, come nel fine delle Bacchidi dove fa innamorare all’improvviso per istrazio quei
          due vecchi venuti all’opposto per bravare quelle meretrici, e in quella scena del Canapo
          dove mette una tenzone di <foreign lang="lat" rend="italic">licet licet</foreign> e di
          altre tali risposte sempre ripetute, in un momento caldo e importante, dov’è impossibile
          che i personaggi badassero a questi giuochi.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="12"/> L’arte di Ovidio di metter le cose sotto gli occhi, non si chiama
          efficacia, ma pertinacia. ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>I francesi colla loro pronunzia tolgono a infinite parole che han prese dai latini
          italiani ec. quel suono espressivo che aveano in origine, e che è uno dei più grandi pregi
          nelle lingue ec. ec. Per esempio nausea in latino e in italiano con quell’au e con quel’ea
          imita a maraviglia quel gesto che l’uomo fa e quella voce che manda scontorcendo la bocca
          e il naso quando è stomacato. Ma <foreign lang="fre" rend="italic">nosé</foreign> non
          imita niente, ed è come quelle cose che spogliate degli spiriti e dei sali, umori, grasso
          ec. restano tanti capomorti. (capogatti ec. non capigatti) V. questi pensieri p. 95.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Un’osservazione importantissima intorno alle traduzioni, e che non so se altri abbia
          fatta, e di cui non ho in mente alcuno che abbia profittato, è questa. Molte volte noi
          troviamo nell’autore che traduciamo p. e. greco, un composto una parola che ci pare
          ardita, e nel renderla ci studiamo di trovargliene una che equivalga, e fatto questo siamo
          contenti. Ma spessissimo quel tal composto o parola comechè sia, non solamente era ardita,
          ma l’autore la formava allora a bella posta, e però nei lettori greci faceva
          quell’impressione e risaltava nello scritto come fanno le parole nuove di zecca, e come in
          noi italiani fanno quelle tante parole dell’Alfieri p. e. <emph>spiemontizzare</emph> ec.
          ec. Onde tu che traduci, posto ancora che abbi trovato una parola corrispondentissima
          proprissima equivalentissima, tuttavia non hai fatto niente se questa parola non è nuova e
          non fa in noi quell’impressione che facea ne’ greci. E qui è così comune l’inavvertenza
          che nulla più. Perchè se traducendo trovi quella parola e non l’intendi, tu cerchi ne’
          Dizionari, e per esser quella, parola di un classico, tu ce la trovi colla spiegazione in
          parole ordinarie, e con parole ordinarie la rendi e non guardi, prima se quell’autore che
          traduci è il solo che l’abbia usata; secondo se è il primo; perchè potrebbe anche dopo lui
          esser passata in uso e nondimeno non essere stato meno ardito nè nuovo nè esprimente il
          suo primo usarla. Ecco un esempio. Luciano ne’ Dial. de’ morti; Ercole e Diogene; usa la
          parola <foreign lang="grc">ἄντανδρον</foreign>. Cerca ne’ Lessici: spiegano: succedaneus
          ec. ma se tu volti: sostituto, o che so io, non arrivi per niente all’efficacia burlesca e
          satirica di quella nuova parola di Luciano che vuol dire: contrappersona, e colla sua
          novità ha una vaghezza e una forza particolare specialmente di deridere. (N.B. io non so
          se questa voce di Luciano sia di lui solo: la trovo ne’ Dizionari senza esempio, onde
          potrebbe anche esser propria della lingua: e bisogna cercare migliori dizionari che io per
          ora non ho; perchè cadrebbe a terra quest’esempio, per altro sufficiente a dare ad
          intendere, vero o no che sia, la mia proposizione e osservazione.) Quello che io ho detto
          delle parole va inteso anche dei modi frasi, ec. ec. ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="13"/> Non credo che siano molto da ascoltare quelli che credono che certi
          passi sublimi della Bibbia avanzino ogni altro passo sublime di qualsivoglia autore; e lo
          provano colla grandezza materiale dell’imagine; p. e. dicono, il misurare le acque colla
          mano e pesare i cieli colla palma, (<bibl>
            <title>Is.</title> 40. 12.</bibl>) è ben più che scagliar la folgore dall’alto di Ato e
          di Rodope e riempier di spavento i cuori de’ mortali, crollar l’Olimpo coll’accennar del
          Capo, ec. ec. Senza dubbio non si può dir niente di Dio che non sia infinitamente al di
          sotto del vero, e però la Bibbia (e la Bibbia molto meno che qualunque altro) non dice mai
          cosa che appetto al vero non sia strapiccolissima, e pure io ardirò di affermare che
          quelle tali espressioni della Bibbia, nella poesia umana sono esagerazioni, e che in essa
          poesia vale assolutamente più in rigore di pregio poetico, quel Giove accennante col capo
          e scuotente l’Olimpo; quel Nettuno che in quattro passi traversa provincie; quel grido di
          Marte ferito che pareggia il grido di diecimila combattenti e d’improvviso atterrisce
          ambedue gli eserciti, Greco e troiano; (<bibl>
            <title>Il.</title> 5</bibl>) quella caduta dello stesso Dio che disteso occupa sette
          iugeri di terreno; (<bibl>
            <title>Il.</title> 21. 407.</bibl>) di quelle tante imagini sublimissime della Bibbia,
          perchè nella poesia umana ci vuole il mezzo dappertutto, il mezzo, che è il gran luogo di
          verità e di natura, e che nè anche col vero si dee oltrepassare: e il sublime dee scuotere
          fortemente il lettore, ma non subbissarlo con cose che oltrepassino la capacità nostra. E
          questo della poesia umana. Ma la poesia divina come la Scrittura, dee veramente subbissare
          e oltrepassare la capacità umana, e però quelle imagini (essendo poi per se stesse
          lontanissime dall’essere esagerate) convengono ottimamente a questa sorta di poesia tutta
          essenzialissimamente diversa dalla nostra; e però da noi non imitanda senza colpa poetica.
          Del resto, io dico bene che quelle imagini convengono a quella poesia, ma non già credo
          come dicono alcuni, che esse più tosto che al gusto orientale, si debbano al più vivamente
          sentire la maestà divina che faceano i lirici Ebrei: (<bibl>
            <author>Borgno</author>
            <title>Diss. sopra i Sepolcri del Foscolo</title> Milano 1813. p. 86. nota <hi rend="sc"
              >i</hi>.</bibl>) che per esser subito persuasi del contrario basta osservare i luoghi
          della Bibbia dove non si parla di Dio nè di cose affatto sublimi, come p. e. tutta la
          Cantica dove anzi si parla di amore e cose delicate, e pure vi si vedono le stesse
          metaforone e traslatoni e cose eccessive: però veramente e assolutamente derivate dal
          gusto orientale, a cui tuttavia non negherò che l’ispirazione così poetica come divina non
          accrescesse forza quanto alle imagini e frasi dette di sopra ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’efficacia dell’espressioni bene spesso è il medesimo che la novità. Accadrà molte volte
          che l’espressione usitata sia più robusta più vera più energica, e nondimeno l’esser ella
          usitata le tolga la forza e la snervi; e il poeta sostituendo in suo luogo un’altra
          espressione men robusta, forse anche men propria ma nuova, otterrà un buon effetto sulla
          fantasia del lettore, ci sveglierà quell’immagine che l’altra espressione non avrebbe
          potuto eccitare; e la sua frase sarà veramente più efficace, non per se stessa, ma per la
          circostanza dell’esser nuova.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nelle poesie del Monti (specialmente nelle Cantiche) sono osservabili la <pb ed="aut"
            n="14"/> bellezza novità efficacia delle imagini, particolarmente sublimi, ma anche di
          ogni altro genere, la mollezza e dirò così sveltezza, agilità, disinvoltura
          dell’espressione; la gran felicità nell’esprimere cose e imagini difficilissime, la
          disinvolta e spedita nobiltà dello stile, e quella data colla scelta e collocamento delle
          parole (o coll’uno o l’altra separatamente) a cose e imagini per se stesse ignobili o
          quasi; la sublimità e grandezza delle imaginazioni fantastiche, la grazia e forza del
          dipingere, la facilità e felicità di certe rime disparatissime, come di qualche nome
          proprio, lontanissimo dell’argomento, condottovi con mirabile franchezza e disinvoltura,
          (nella qual facilità ebbe il Monti gran precursore, oltre a Dante il Menzini nelle Satire)
          l’efficacia di molte espressioni acquistata colla novità ec. ec. le quali cose tutte fanno
          uno stile suo proprio, elegante, (la quale eleganza, la qual nobiltà ec. è anche molto
          spesso acquistata con acconce parole latine destrissimamente, disinvoltamente, e
          morbidamente insinuate nella composizione) efficace, nobile, proprio, e un genere di
          poesia che si può dire originale, avendo molte tinte che non si vedono in quello di Dante
          sempre più feroce, e quanto allo stile, di raro così molle e pieghevole e armonioso e
          disinvolto e grazioso e anche delicato ec. ec. la sicurezza e franchezza del tocco sia
          quanto all’espressione sia quanto al concetto alle immagini ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gran verità, ma bisogna ponderarle bene. La ragione è nemica d’ogni grandezza: la ragione
          è nemica della natura: la natura è grande, la ragione è piccola. Voglio dire che un uomo
          tanto meno o tanto più difficilmente sarà grande quanto più sarà dominato dalla ragione:
          che pochi possono esser grandi (e nelle arti e nella poesia forse nessuno) se non sono
          dominati dalle illusioni. Questo viene che quelle cose che noi chiamiamo grandi per es.
          un’impresa, d’ordinario sono fuori dell’ordine, e consistono in un certo disordine: ora
          questo disordine è condannato dalla ragione. Esempio: l’impresa d’Alessandro: tutta
          illusione. Lo straordinario ci par grande: se sia poi più grande dell’ordinario
          astrattamente parlando, non lo so: forse anche qualche volta sarà più piccolo assai in
          riga astratta, e quest’uomo strano e celebre messo a tutto rigore a confronto con un altro
          ordinario ed oscuro si troverà minore: nondimeno perchè è straordinario si chiama grande:
          anche la piccolezza quando è straordinaria si crede e si chiama grandezza. Tutto questo la
          ragione non lo comporta: e noi siamo nel secolo della ragione: (non per altro se non
          perchè il mondo più vecchio ha più sperienza e freddezza) e pochi ora possono essere e
          sono gli uomini grandi, segnatamente nelle arti. Anche chi è veramente grande, sa pesare
          adesso e conoscere la sua grandezza, sa sviscerare a sangue freddo il suo carattere,
          esaminare il merito delle sue azioni, pronosticare sopra di se, scrivere minutamente colle
          più argute e profonde riflessioni la sua vita: nemici grandissimi, ostacoli terribili alla
          grandezza: che anche l’illusioni ora si conoscono chiarissimamente esser tali, e si
          fomentano con una certa <pb ed="aut" n="15"/> compiacenza di se stesse, sapendo però
          benissimo quello che sono. Ora come è possibile che sieno <emph>durevoli</emph> e
            <emph>forti</emph> quanto basta, essendo così scoperte? e che muovano a grandi cose? e
          senza le illusioni qual grandezza ci può essere o sperarsi? (Un esempio di quando la
          ragione è in contrasto colla natura. Questo malato è assolutamente sfidato e morrà di
          certo fra pochi giorni. I suoi parenti per alimentarlo come richiede la malattia in questi
          giorni, si scomoderanno realmente nelle sostanze: essi ne soffriranno danno vero anche
          dopo morto il malato: e il malato non ne avrà nessun vantaggio e forse anche danno perchè
          soffrirà più tempo. Che cosa dice la nuda e secca ragione? Sei un pazzo se l’alimenti. Che
          cosa dice la natura? Sei un barbaro e uno scellerato se per alimentarlo non fai e non
          soffri il possibile. È da notare che la religione si mette dalla parte della natura.) La
          natura dunque è quella che spinge i grandi uomini alle grandi azioni. Ma la ragione li
          ritira: e però la ragione è nemica della natura; e la natura è grande, e la ragione è
          piccola. Altra prova che la ragione è spesso nemica della natura, si cava dall’utilità
          (così per la salute come per tutto il resto) della fatica a cui la natura ripugna e così
          dalla ripugnanza della natura a cento altre cose o necessarie o utilissime e però
          consigliate dalla ragione, e per lo contrario dall’inclinazione della natura a moltissime
          altre o dannose o inutili o proibite, illecite, e condannate dalla ragione: e la natura
          spesso tende con questi appetiti a danneggiare e a distrugger se stessa.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Finisco in questo punto di leggere nello Spettatore n. 91. le Osservaz. di Lod. di Breme
          sopra la poesia moderna o romantica che la vogliamo chiamare, e perchè ci ho veduto una
          serie di ragionamenti che può imbrogliare e inquietare, e io per mia natura non sono
          lontano dal dubbio anche sopra le cose credute indubitabili, però avendo nella mente le
          risposte che a quei ragionamenti si possono e debbono fare, per mia quiete le scrivo.
          Vuole lo scrittore (come tutti i romantici) che la poesia moderna sia fondata sull’ideale
          che egli chiama patetico e più comunemente si dice sentimentale, e distingue con ragione
          il patetico dal malinconico, essendo il patetico, com’egli dice, quella profondità di
          sentimento che si prova dai cuori sensitivi, col mezzo dell’impressione che fa sui sensi
          qualche cosa della natura, p. e. la campana del luogo natio, (così dic’egli) e io aggiungo
          la vista di una campagna, di una torre diroccata ec. ec. Questa è insomma la differenza
          che egli vuol che sia tra la poesia moderna e l’antica, chè gli antichi non provavano
          questi sentimenti, o molto meno di noi; onde noi secondo lui siamo <emph>in questo</emph>
          superiori agli antichi, e siccome <emph>in questo</emph>, secondo lui consiste veramente
          la poesia, però noi siamo più poeti infinitamente che gli antichi. (E questa è la poesia
          dello Chateaubriand del Delille del Saint-Pierre ec. ec. per non parlare dei romantici,
          che forse anche in qualche cosa differiscono ec. E questo patetico è quello che i francesi
          chiamano sensibilité e noi potremmo chiamare sensitività.) Or dunque bisogna eccitare
          questo patetico, questa profondità di sentimento nei cuori: e qui, com’è naturale,
          consisterà la somma arte del poeta. E qui è dove il Breme e tutti quanti i romantici e i
          Chateaubriandisti ec. ec. scappano di strada. Che cosa è che eccita questi sentimenti
          negli uomini? La natura, purissima, tal qual’è, tal quale la vedevano gli antichi: le
          circostanze, naturali, non proccurate mica a bella posta, ma venute spontaneamente:
          quell’albero, quell’uccello, quel canto, quell’edifizio, quella selva, quel monte, <pb
            ed="aut" n="16"/> tutto da per se, senz’artifizio, e senza che questo monte sappia in
          nessunissimo modo di dover eccitare questi sentimenti, nè ch’altri ci aggiunga perchè li
          possa eccitare, nessun’arte ec. ec. In somma questi oggetti, insomma la natura da per se e
          per propria forza insita in lei, e non tolta in prestito da nessuna cosa, sveglia questi
          sentimenti. Ora che faceano gli antichi? dipingevano così semplicissimamente la natura, e
          quegli oggetti e quelle circostanze che svegliano per propria forza questi sentimenti, e
          li sapevano dipingere e imitare in maniera che noi li vediamo questi stessi oggetti nei
          versi loro, cioè ci pare di vederli, per quanto è possibile, quali sono in natura, e
          perchè in natura ci destano quei sentimenti, anche dipinti e imitati con tanta perfezione
          ce li destano egualmente, tanto più che il poeta ha scelti gli oggetti, gli ha posti nel
          loro vero lume, e coll’arte sua ci ha preparati a riceverne quell’impressione, dovechè in
          natura, e gli oggetti di qualunque specie sono confusi insieme, e in vederli spessissimo
          non ci si bada, (qui cade la gran facoltà delle arti imitative di fare per lo
          straordinario modo in cui presentano gli oggetti comuni, vale a dire così imitati, che si
          considerino nella poesia, dovechè nella realtà non si consideravano, e se ne traggano
          quelle riflessioni ec. ec. che nella realtà per esser comuni non somministravano ec. ec.
          come il Gravina nella Ragion poet.) e bisogna poi perchè producano quei tali sentimenti
          andarli a prendere pel loro verso: ed ecco ottenuto dagli antichi il grand’effetto, che
          domandano i romantici, ed ottenuto in modo che ci rapiscono e ci sublimano e c’immergono
          in un mare di dolcezza, e tutte le età e tutti i secoli, e tutti i grandi uomini e poeti
          che son venuti dopo di loro, ne sono testimoni. Ma che? quando questi poeti, imitavano
          così la natura, e preparavano questa piena di sentimenti ai lettori, essi stessi o non la
          provavano, o non dicevano di provarla; semplicissimamente, come pastorelli, descrivevano
          quel che vedevano, e non ci aggiugnevano niente del loro; ecco il gran peccato della
          poesia antica, per cui, non è più poesia, e i moderni vincono a cento doppi gli antichi
          ec. ec. E non si avvedono i romantici, che se questi sentimenti son prodotti dalla
            <emph>nuda</emph> natura, per destarli bisogna imitare la <emph>nuda</emph> natura, e
          quei semplici e innocenti oggetti, che <emph>per loro propria forza, inconsapevoli</emph>
          producono nel nostro animo quegli effetti, bisogna trasportarli come sono nè più nè meno
          nella poesia, e che così bene e divinamente imitati, aggiuntaci la maraviglia e
          l’attenzione alle minute parti loro che nella realtà non si notavano, e nella imitazione
          si notano, è forza che destino in noi questi stessissimi sentimenti che costoro vanno
          cercando, questi sentimenti che costoro non ci sanno di grandissima lunga destare; e che
          il poeta quanto più parla in persona propria e quanto più aggiunge di suo, tanto meno
          imita, (cosa già notata da Aristotele, al quale volendo o non volendo senz’avvedersene si
          ritorna) e che il sentimentale non è prodotto dal sentimentale, ma dalla natura,
            <emph>qual ella è</emph>, e la natura <emph>qual ella è</emph> bisogna imitare, ed hanno
          imitata gli antichi, onde una similitudine d’Omero semplicissima senza spasimi e senza
          svenimenti, e un’ode d’Anacreonte, vi destano una folla di fantasie, e vi riempiono la
          mente e il cuore senza paragone più che cento mila versi sentimentali; perchè quivi parla
          la natura, e qui parla il poeta: e non si <pb ed="aut" n="17"/> avvedono che appunto
          questo grand’ideale dei tempi nostri, questo conoscere così intimamente il cuor nostro,
          questo analizzarne, prevederne, distinguerne ad uno ad uno tutti i più minuti affetti,
          quest’arte insomma psicologica, distrugge l’illusione senza cui non ci sarà poesia in
          sempiterno, distrugge la grandezza dell’animo e delle azioni; (v. quel che ho detto in
          altro pensiero) e che mentre l’uomo (preso in grande) si allontana da quella puerizia, in
          cui tutto è singolare e maraviglioso, in cui l’immaginazione par che non abbia confini, da
          quella puerizia che così era propria del mondo a tempo degli antichi, come è propria di
          ciascun uomo al suo tempo, perde la capacità di esser sedotto, diventa artificioso e
          malizioso, non sa più palpitare per una cosa che conosce vana, cade tra le branche della
          ragione, e se anche palpita (<emph>perchè il cuor nostro non è cangiato ma la mente
          sola</emph>), questa benedetta mente gli va a ricercare tutti i secreti di questo palpito,
          e svanisce ogn’ispirazione, svanisce ogni poesia; e non si avvedono che s’è perduto il
          linguaggio della natura, e che questo sentimentale non è altro che l’invecchiamento
          dell’animo nostro, e non ci permette più di parlare se non con arte, e che quella santa
          semplicità, che dalla natura non può sparire perchè la natura coll’uomo non invecchia, e
          la qual sola ci può destare quei veri e dolci sentimenti che andiamo cercando, non è più
          propria di noi come era propria degli antichi, e che però per parlare come questa
          semplicità parla, e come insegna la natura, e destare quei sentimenti che la sola natura
          può destare, è forza in questo tristissimo secolo di ragione e di lume, che fuggiamo da
          noi stessi, e vediamo come parlavano gli antichi che erano ancora fanciulli, e con occhi
          non maliziosi nè curiosacci ma ingenui e purissimi vedevano la santa natura e la
          dipingevano: e insomma non si avvedono che essi amici della natura sola, vengono in
          effetto a predicar l’arte, e noi amici dell’arte veniamo verissimamente a predicar la
          natura. Qui cadrebbe in acconcio il discorrere dell’affettazione che è il vizio generale
          nelle arti belle e abbraccia quasi tutti i vizi, e come il sentimentale sia
          facilissimamente pura affettazione, e come spessissimo invece di destare quei sentimenti
          che vorrebbe, gli spenga, quando forse quel tale oggetto naturale o veduto o descritto li
          veniva destando, e come questi sentimenti sieno d’infinita verecondia ec. ec. Ma quel
          ridurre che fa il Breme la poesia moderna al solo patetico (distinguetelo pur quanto
          volete dal malinconico come di sopra ho detto), quasi che il sublime, l’impetuoso,
          l’esultante, il giubilante (so bene che anche la gioja può esser patetica, ma non nei casi
          ch’io dico) il grazioso disinvolto e insomma quasi tutta la poesia degli antichi,
          l’epopea, la lirica quando non è sentimentale, i cantici di trionfo, le descrizioni delle
          battaglie, i salmi di Davidde le odi di Anacreonte ec. ec. ec. non fosse poesia, o almeno
          ai moderni non paresse più tale, o almeno (non si sa poi perchè, quando non si ammettano
          le due cose precedenti) dai moderni non dovesse più esser coltivata; come non deve parere
          una pazzia difficile a credere che sia caduta in testa d’un uomo savio? Dunque Virgilio
          non è poeta altro che nel quarto dell’Eneide, e nell’episodio di Niso ed Eurialo, e che so
          io? dunque <pb ed="aut" n="18"/> non ci sarà più altro che un solo genere di poesia? e in
          uno stesso componimento non si dovrà più tenere altro che un tuono solo? (E dopo tutto
          questo ci rinfacciano la monotonia delle favole antiche.) Ma che? abbiamo mutato natura
          affatto? non c’è più gioia se non mezzo malinconica, non c’è più ira, non c’è più
          grandezza e altezza di pensieri, senza quel condimento di patetico ec. ec.? (E se la
          poesia è arte imitativa e il suo fine è il dilettare, nè deve imitare una cosa sola, nè
          una sola cosa diletta ec. E in genere non pare che il Breme faccia gran caso della natura
          e del fine della poesia che consiste in dilettare col mezzo della maraviglia prodotta
          dall’imitazione ec.) Ma queste son follie, di cui è soverchio parlare. A tener dietro con
          diligenza ai ragionamenti del Breme ci si scopre una contraddizione nascosta, ma
          realissima e fondamentale così del suo sistema come del romantico. Da principio dice che
          gli antichi credevano tutto e si persuadevano di mille pazzie, che l’ignoranza il timore i
          pregiudizi e somministravano allora gran materia alla loro poesia, e non possono più
          somministrarne ai tempi nostri; insomma evidentemente par che venga a conchiudere, che la
          poesia nostra bisogna che sia ragionevole, e in proporzione coi lumi dell’età nostra, e in
          fatti dice che ce la debbono somministrare la religione, la filosofia, le leggi di società
          ec. ec. E così dicono i romantici. Ma se così è, ecco l’illusione sparita, e se il poeta
          non può illudere non è più poeta, e una poesia ragionevole, è lo stesso che dire una
          bestia ragionevole ec. ec. E i romantici, non che facciano la poesia ragionevole, vanno in
          cerca di mille superstizioni e delle più pazze cose che si possano mai pensare: il Breme
          poi dice che l’immaginazione anche al presente ha la sua piena forza, e desidera di essere
          invasa rapita ec. e <hi rend="sc">anche</hi>
          <emph>sedotta</emph> (qui vi voleva) purchè non da cose <hi rend="sc">al tutto</hi>
          <emph>arbitrarie nè lontane da quel Vero</emph> ec. In queste parole e specialmente in
            quell’<emph>anche</emph> e in quell’<emph>al tutto</emph>, mi par di scorgere
          chiarissimamente l’angustia del metafisico, che vedendo la linea del suo ragionamento
          torcersi e piegare, cerca di rimediarci colle parole. Ma poichè finalmente affermate che
          la nostra immaginazione ha bisogno d’esser sedotta, (e in seguito poi lo conferma il Breme
          senza nessuna dubitazione in parecchi altri luoghi) il vostro ragionamento va tutto a
          terra: chè quando uno di noi si mette a leggere una poesia sapendo di dover esser sedotto
          e desiderando di esserlo, tanto crede al più falso quanto al meno falso, tanto crede al
          Milton quanto a Omero, tanto agli spettri del Bürger quanto all’inferno dell’Odissea e
          dell’Eneide; e quel dire che le finzioni non debbono essere <emph>al tutto
          arbitrarie</emph> è una miseria, quasi che la immaginativa dei moderni potesse essere
          ingannata di tanto solo, e non più, e l’intelletto nostro nel mezzo della lettura e
          dell’inganno della fantasia non comprendesse egualmente la falsità delle invenzioni del
          Klopstock e di quelle di Omero e di Virgilio. Il tutto sta se l’immaginazione nostra possa
          e debba esser sedotta dalla poesia o no, se sì tutti i vostri ragionamenti seguenti sono
          attaccati collo sputo, e il poeta deve pensare a sedurre come crede meglio, e s’egli non
          sa sedurre, la colpa è sua, e non del genere che ha scelto. Un’altra svista del Breme (e
          probabilmente di tutti i suoi settari) è dove parlando della mitologia greca, dice che la
          natura è vita, che la fantasia umana e la poesia si compiace in immaginare che tutto viva,
          cioè <emph>conosca di essere</emph>, e qui si diffonde in magnificare <pb ed="aut" n="19"
          /> questa sorgente della poesia moderna che consiste in non guardare nessuna cosa con
          noncuranza, in <emph>attribuir senso a ogni cosa e riconoscer vita sotto tutte le
            possibili forme</emph>, in avvivare insomma la natura col mezzo d’<emph>idee
            poeticamente analoghe</emph> ecc. ecc. Dunque non solo concede che la natura si avvivi,
          ma essenzialmente lo vuole, e dice di contrapporre questo <emph>sistema vitale</emph> al
          mitologico ec. e per esempio di questo avvivamento diverso da quello che faceano i
          mitologi, si serve di un passo di lord Byron dove attribuisce <emph>sospiri
          fragranti</emph> alla rosa innamorata. Ma che? non vuole che si avvivi la natura così
          individualmente, diremo, e mediatamente, come i mitologi faceano, personificando affetti e
          numi e piante ec. ma la natura immediatamente, senza <emph>convertirla in individui, e
            riconoscendo vita sotto tutte le forme e non esclusivamente sotto l’umana</emph>, in
          somma che <emph>tutto</emph> sia animato e sensitivo, non che siano uomini dappertutto. Ma
          non si avvede il Breme, non si avvedono i romantici che questi che debbono avvivare la
          natura, questi poeti, son uomini, e non possono naturalmente e per intimo impulso concepir
          vita nelle cose, se non umana, e che questo dare agli oggetti inanimati, agli Dei, e fino
          ai propri affetti, pensieri e forme e affetti umani, è così naturale all’uomo che per
          levargli questo vizio bisognerebbe rifarlo; non si avvede che il suppor vita nelle cose p.
          e. inanimate diversa dalla nostra, ripugna di maniera al nostro istinto e alla nostra
          natura, che appartiene appuntino a quello che si chiama cattivo gusto, al gusto che si
          chiama gotico, che si chiama cinese; che il poeta non deve seguir nè la ragione nè la
          metafisica (posto pur che la ragione ami meglio nelle cose <emph>che non vivono</emph>,
          una vita diversa dalla nostra che uguale, e così discorrete degli Dei ec.), ma la natura e
          l’istinto, e che per quanto si può argomentare da questo istinto, il cavallo p. e. se
          avesse ragione e immaginativa, attribuirebbe a Dio, (il cavallo sarebbe allora
          ragionevole, onde nessuno si scandalizzi di quel che dirò) e alle cose inanimate ec. ec.
          la figura e gli affetti e i pensieri del cavallo, e così gli altri animali; (e questo
          pensiero non è mio ma dell’antico Senofane, perchè molte cose son vecchie che si credono
          nuove, e molta sapienza è antica alla quale si crede che quei cervelli non arrivassero)
          non si avvede che se la rosa sospira ed è innamorata, la rosa nella mente del poeta non è
          mica altro che una donna; e che voler supporre che questa rosa viva, e non viva come noi,
          se è possibile al metafisico, è impossibilissimo al poeta e agli uditori del poeta, che
          non sono mica i metafisici ma il volgo; e non si avvede che lo stesso lord Byron non ha
          saputo alla sua rosa e tutti i romantici non sapranno in eterno a nessunissima cosa dare
          altri affetti o sensi che umani, perchè diversi affetti o sensi appena ci sappiamo
          persuadere che ci possano essere, non che possiamo immaginarci quali siano. ec. ec. Quanto
          all’arte di poetare e di scrivere che il Breme pare che disprezzi per la maggior parte, mi
          sbrigo in due parole. Questo imitar la natura questo destare i sentimenti che voi altri
          volete, è facile o difficile? ognuno che li sente è sicuro purchè si metta a scrivere di
          comunicarli subito agli altri, o no? Se sì, me ne rallegro, e avrò piacere di vederne
          l’esperimento; se no, se questa cosa è tra le difficili difficilissima, <pb ed="aut"
            n="20"/> se quand’uno ha concepito, non ha fatto appena metà del cammino, se mille e
          centomila che provando affetti e sentendo vivamente, hanno scritto, non sono riusciti a
          muovere negli altri gli stessi affetti, e non si leggono da nessuno, se infiniti esempi e
          ragioni provano quanta sia la forza dello stile, e come una stessa immagine esposta da un
          poeta di vaglia faccia grand’effetto, e da un inferiore nessuno, se Virgilio senz’arte non
          sarebbe stato Virgilio, se in poesia un bel corpo con vesti di cencio, dico, bei sensi
          senza bello stile ordine scelta ec. non si soffrono e non si leggono e sono condannati non
          mica dai pregiudizi ma dal tempo giudice incorrotto e inappellabile, se colla proprietà
          eleganza nobiltà ec. ec. ec. delle parole e della lingua e delle <emph>idee</emph>, colla
          scelta coll’ordine colla collocazione ec. ec. infinite necessarissime doti si procacciano
          alla poesia; c’è bisogno dell’arte, e di grandissimo studio dell’arte, in questo nostro
          tempo massimamente, per le ragioni che più volte in questi pensieri ho scritto. E noi
          vediamo che i grandi scrittori quelli che tutto il mondo venera, quelli così infinitamente
          superiori ai pregiudizi, quelli finalmente i quali se non sono veramente ed eternamente
          grandi, non c’è più cosa grande nè speranza di diventar grande, noi vediamo che Cicerone
          (e l’eloquenza è cosa molto simile alla poesia) studiò profondissimamente l’arte sua e la
          sua lingua e la gramatica e gli esemplari greci quanto mai si può pensare, ec. e con tutto
          questo studio non diventò già un uomo da nulla nè un pedante nè un imitatore e che so io,
          ma diventò un Cicerone: e se Cicerone come scrittore e oratore, o signor Breme, non vi
          quadra, come nè anche Pindaro nè Orazio, vi do subito la buona notte, e mi dispiace di non
          averlo saputo prima. (E già di sopra s’è osservato che il primitivo bisogna impararlo
          dagli antichi.) Non si ricorda il Breme di quella osservazione filosofica che è pur
          vecchia, dico, che i mezzi più semplici e veri e sicuri sono gli ultimi che gli uomini
          trovano, così nelle arti e nei mestieri come nelle cose usuali della vita, e così in
          tutto. E così chi sente e vuol esprimere i moti del suo cuore ec. l’ultima cosa a cui
          arriva è la semplicità, e la naturalezza, e la prima cosa è l’artifizio e l’affettazione,
          e chi non ha studiato e non ha letto, e insomma come costoro dicono è immune dai
          pregiudizi dell’arte, è innocente ec. non iscrive mica con semplicità, ma tutto
          all’opposto: e lo vediamo nei fanciulli che per le prime volte si mettono a comporre: non
          iscrivono mica con semplicità e naturalezza, che se questo fosse, i migliori scritti
          sarebbero quelli dei fanciulli: ma per contrario non ci si vede altro che esagerazioni e
          affettazioni e ricercatezze benchè grossolane, e quella semplicità che v’è, non è
          semplicità ma fanciullaggine: così dite di certe canzoni volgari ec. ec. che per un certo
          verso son semplici, ma mettete un poco quella semplicità con quella di Anacreonte che pare
          il non plus ultra, e vedete se vi pare che si possa pur chiamare semplicità. Onde il fine
          dell’arte che costoro riprovano, non è mica l’arte, ma la natura, e il sommo dell’arte è
          la naturalezza e il nasconder l’arte, che i principianti, o gl’ignoranti non sanno
          nascondere, benchè n’hanno pochissima, ma quella pochissima trasparisce, e tanto fa più
          stomaco quanto è più rozza: e i nove anni d’Orazio dei quali il Breme si fa beffe, non
          sono mica per accrescer gli artifizi del componimento, ma per diminuirli, o meglio, per
          celarli accrescendoli, e insomma per avvicinarsi sempre più alla natura, che è il fine di
          tutti quegli studi e di quelle emendazioni ec. di cui il Breme si burla, di cui si burlano
          i romantici, contraddicendo a se stessi; che mentre <pb ed="aut" n="21"/> bestemmiano
          l’arte e predicano la natura, non s’accorgono che la minor arte è minor natura.</p>
        <p>Non solamente bisogna che il poeta imiti e dipinga a perfezione la natura, ma anche che
          la imiti e dipinga con naturalezza, anzi non imita la natura chi non la imita con
          naturalezza. Però Ovidio che senza naturalezza la dipinge, cioè va tanto dietro a quegli
          oggetti, che finalmente ce li presenta, e ce li fa anche vedere e toccare e sentire, ma
          dopo infinito stento suo, (così che a lui bisogna una pagina per farci veder quello che
          Dante ci fa vedere in una terzina) e con una più tosto pertinacia ch’efficacia; presto
          sazia, e inoltre non è molto piacevole, perchè non sa nasconder l’arte, e con quel tanto
          aggirarsi intorno agli oggetti (non solo per una pericolosa intemperanza e
          incontentabilità, ma anche perchè egli senza molti tratti non ci sa subito disegnar la
          figura, e se non fosse lungo non sarebbe evidente) fa manifesta la diligenza, e la
          diligenza nei poeti è contraria alla naturalezza. Quello che nei poeti dee parer di
          vedere, oltre gli oggetti imitati, è una bella negligenza, e questa è quella che vediamo
          negli antichi, maestri di questa necessarissima e sostanziale arte, questa è quella che
          vediamo nell’Ariosto, Petrarca ec. questa è quella che pur troppo manca anche ai migliori
          e classici tra i moderni, questa è quella che col sentimentale e col sistema del Breme, e
          nelle poesie moderne de’ francesi, non si ottiene, e poi non si ottiene; chè questo stesso
          sentimentale scopre una certa diligenza ec. scopre insomma il poeta che parla ec.</p>
        <p>In Ovidio si vede in somma che vuol dipingere, e far quello che colle parole è così
          difficile, mostrar la figura ec. e si vede che ci si mette; in Dante nò: pare che voglia
          raccontare e far quello che colle parole è facile ed è l’uso ordinario delle parole, e
          dipinge squisitamente, e tuttavia non si vede che ci si metta, non indica questa
          circostanziola e quell’altra, e <emph>alzava la mano e la stringeva e si voltava un
            tantino</emph> e che so io, (come fanno i romantici descrittori, e in genere questi
          poeti descrittivi francesi o inglesi, così anche prose ec. tanto in voga ultimamente)
          insomma in lui c’è la negligenza, in Ovidio no.</p>
        <quote rend="block">
          <lg type="terzina">
            <l>Sì come dopo la procella oscura</l>
            <l>Canticchiando gli augelli escon del loco</l>
            <l>Dove cacciogli il vento (nembo) e la paura;</l>
          </lg>
        </quote>
        <quote rend="block">
          <lg type="terzina">
            <l>E il villanel che presso al patrio foco</l>
            <l>Sta sospirando il sol, si riconforta (si rasserena)</l>
            <l>Sentendo il dolce canto e il dolce gioco;</l>
          </lg>
        </quote>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Grandissima parte dell’opere utili proccurano il piacere mediatamente, cioè mostrando
          come ce lo possiamo proccurare: la poesia immediatamente, cioè somministrandocelo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Cercava Longino (nel fine del trattato del Sublime) perchè al suo tempo ci fosse tanta
          scarsezza di anime grandi e portava per ragione parte la fine delle repubbliche e della
          libertà, parte l’avarizia, la lussuria e l’ignavia. Ora queste non sono madri ma sorelle
          di quell’effetto di cui parliamo. E questo e quelle derivano dai progressi della ragione e
          della civiltà, e dalla mancanza o indebolimento delle illusioni, senza le quali non ci
          sarà quasi mai grandezza di pensieri nè forza e impeto e ardore d’animo, nè grandi azioni
          che per lo più sono pazzie. Quando ognuno è bene illuminato in vece dei diletti e dei beni
          vani come sono la gloria l’amor della patria la libertà ec. ec. cerca i solidi cioè i
          piaceri carnali osceni <pb ed="aut" n="22"/> ec. in somma terrestri, cerca l’utile suo
          proprio sia consistente nel danaro o altro, diventa egoista necessariamente, nè si vuol
          sacrificare per sostanze immaginarie nè comprometter se per gli altri nè mettere a
          ripentaglio un bene maggiore come la vita le sostanze ec. per un minore, come la lode ec.
          (lasciamo stare che la civiltà fa gli uomini tutti simili gli uni agli altri, togliendo e
          perseguitando la singolarità, e distribuendo i lumi e le qualità buone non accresce la
          massa, ma la sparte, sì che ridotta in piccole porzioni fa piccoli effetti.) Quindi
          l’avarizia, la lussuria e l’ignavia, e da queste la barbarie che vien dopo l’eccesso
          dell’incivilimento. E però non c’è dubbio che i progressi della ragione e lo spegnimento
          delle illusioni producono la barbarie, e un popolo oltremodo illuminato non diventa mica
          civilissimo, come sognano i filosofi del nostro tempo, la Stael ec. ma barbaro: al che noi
          c’incamminiamo a gran passi e quasi siamo arrivati. La più gran nemica della barbarie non
          è la ragione ma la natura: (seguìta però a dovere) essa ci somministra le illusioni che
          quando sono nel loro punto fanno un popolo veramente civile, e certo nessuno chiamerà
          barbari i Romani combattenti i Cartaginesi, nè i Greci alle Termopile, quantunque quel
          tempo fosse pieno di ardentissime illusioni, e pochissimo filosofico presso ambedue i
          popoli. Le illusioni sono in natura, inerenti al sistema del mondo, tolte via affatto o
          quasi affatto, l’uomo è snaturato; ogni popolo snaturato è barbaro, non potendo più
          correre le cose come vuole il sistema del mondo. La ragione è un lume; La natura vuol
          essere illuminata dalla ragione non incendiata. Come io dico accadde appresso i Greci e i
          Romani: al tempo di Longino già erano quasi barbari, eppure non c’era stata nessuna
          irruzione straniera; dalla terra stessa loro nacque la barbarie, da quelle civilissime
          terre, perchè la civiltà era eccessiva. Cicerone era il predicatore delle illusioni.
          Vedete le Filippiche principalmente, ma poi tutte le altre Orazioni sue politiche; sempre
          sta in persuadere i Romani a operare illusamente, sempre l’esempio de’ maggiori, la
          gloria, la libertà, la patria, meglio la morte che il servizio; che vergogna è questa:
          Antonio un tiranno di questa razza ancora vive ec. E intanto Antonio che sarebbe stato
          pugnalato nel foro o nella curia in altri tempi, tiranno vergognosissimo, non si poteva
          ottenere in Roma, essendoci tante armate contro di lui, tanto motivo di sperare che
          sarebbe vinto, che fosse dichiarato nemico della patria: calcolavano cercavano ec. quello
          che in altri tempi senza un istante di deliberazione sarebbe stato deciso a pieni voti:
          Cicerone predicava indarno, non c’erano più le illusioni d’una volta, era venuta la
          ragione, non importava un fico la patria la gloria il vantaggio degli altri dei posteri
          ec. eran fatti egoisti, pesavano il proprio utile, consideravano quello che in un caso
          poteva succedere, non più ardore non impeto, non grandezza d’animo, l’esempio de’ maggiori
          era una frivolezza <pb ed="aut" n="23"/> in quei tempi tanto diversi: così perderono la
          libertà, non si arrivò a conservare e difendere quello che pur Bruto per un avanzo
          d’illusioni aveva fatto, vennero gl’imperatori, crebbe la lussuria e l’ignavia, e poco
          dopo con tanto più filosofia, libri scienza esperienza storia, erano barbari.</p>
        <p>E la ragione facendo naturalmente amici dell’utile proprio, e togliendo le illusioni che
          ci legano gli uni agli altri, scioglie assolutamente la società, e inferocisce le persone.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Anche l’amore della maraviglia par che si debba ridurre all’amore dello straordinario e
          all’odio della noia ch’è prodotta dall’uniformità.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Vedendo meco viaggiar la luna.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non è favoloso ma ragionevole e vero il porre i tempi Eroici tra gli antichissimi.
          L’eroismo e il sagrifizio di se stesso e la gloriosa morte ec. di cui parla il Breme
          Spettatore p. 47. finiscono colle illusioni, e non è un minchione che le voglia in se, in
          tempi di ragione e di filosofia, come sono questi, ch’essendo tali, sono anche quello
          ch’io dico cioè privi affatto di eroismo. ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quell’affetto nella lirica che cagiona l’eloquenza, e abbagliando meno persuade e muove
          più, e più dolcemente massime nel tenero, non si trova in nessun lirico, nè antico nè
          moderno se non nel Petrarca, almeno almeno in quel grado: e Orazio quantunque forse sia
          superiore nelle immagini e nelle sentenze, in questo affetto ed eloquenza e copia non può
          pur venire al paragone col Petrarca: il cui stile ha in oltre (io non parlo qui solo delle
          canzoni amorose ma anche singolarmente e nominatamente delle tre liriche: <title>O
            aspettata in ciel beata e bella</title>, <title>Spirto gentil che quelle membra
          reggi</title>, <title>Italia mia</title> ec.) ha una semplicità e candidezza sua propria,
          che però si piega e si accomoda mirabilmente alla nobiltà e magnificenza del dire, (come
          in quel: <quote>Pon mente al temerario ardir di Serse</quote> ec.) così in tutto il corpo
          e continuatamente, come nelle varie parti e in quelle dove egli si alza a maggior
          sublimità e nobiltà che per l’ordinario: si piega alle sentenze (come in quel: <quote>Rade
            volte addivien che a l’alte imprese</quote> ec.) quantunque di quelle spiccate non
          n’abbia gran fatto in quelle tre canzoni: si piega ottimamente alle immagini delle quali
          le tre canzoni abbondano e sono innestate nello stile e formanti il sangue di esso ec.
          (come: Al qual come si legge, Mario aperse sì ’l fianco ec. Di lor vene ove il nostro
          ferro mise ec. Le man le avess’io avvolte entro i capegli ec.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il Testi ha dicitura competentemente poetica ed elegante, non manca d’immagini, ha anche
          qualche immaginetta graziosa (come dove dice di Davidde: <quote>E allor che in Oriente il
            dì nascea Usciva a pascer l’agne Su la costa del monte o lungo il rio, nella Canzone
            Nelle squallide spiagge ove Acheronte</quote>) ha sufficiente grandiosità ed anche
          qualche eloquenza, le sentenze non sono mal collocate nè esposte, quantunque non nuove,
          riesce anche benino assai nelle Canzone filosofiche all’Oraziana, imita spesso e qualche
          volta quasi traduce Orazio, ma non ha l’animatezza la scolpitezza, e la concisa nervosità
          e muscolosità ed energia e lo spirito del suo stile, nè molta originalità e novità, nè
          proprio proprio sublimità di concetti e d’invenzioni. Ma tutti i pregi che ho detto, salvo
          solamente la grandiosità e l’eloquenza risplendono massimamente nelle Canzoni della prima
          parte che sono per la più parte filosofiche e Oraziane, dove lo stile è castigato e non
          manca leggiadria di maniere e di concetti, perchè nelle altre parti, quantunque s’innalzi
          maggiormente, e metta fuori più forza, e facondia, e più energiche immagini e in somma sia
          più pindarico, è difficile trovar canzone che non sia malamente e sporcamente e
          visibilmente e tenacemente imbrattata della pece del suo secolo, che nella prima parte
          appena appena si scorge qua e là come macchiuzze, e forse qualche canzona n’è libera
          affatto e può parere d’un altro secolo. In oltre la dicitura <pb ed="aut" n="24"/> diventa
          meno elegante e pulita e spesso le voci e le locuzioni le metafore i traslati sono
          prosaici. In somma si vede molto il febbricitante e il mal lavorato e mal limato del
          seicento.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Son propri esclusivamente del Petrarca in quanto all’affetto, non solo la copia, ma anche
          quei movimenti pieni <foreign lang="grc">τοῦ πάθους</foreign> e quelle immagini affettuose
          (come: <quote>E la povera gente sbigottita</quote> ec.) e tutto quello che forma la vera e
          animata e calda eloquenza. E dall’influsso che ha il cuore nella poesia del Petrarca viene
          la mollezza e quasi untuosità come d’olio soavissimo delle sue Canzoni, (anche
          nominatamente quelle sull’Italia) e che le odi degli altri appetto alle sue paiano
          asciutte e dure e aride, non mancando a lui la sublimità degli altri e di più avendo
          quella morbidezza e pastosità che è cagionata dal cuore.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il Filicaia va dietro al sublime e anche l’arriva, ma parlando sempre di cose della
          nostra Religione ha tolto a imitare quel <emph>sommo</emph> sublime della scrittura, e per
          questo sommo sublime si fa pregiare, che del resto, quando o non lo cerca o non lo arriva,
          non ha quasi cosa ch’esca gran fatto dall’ordinario, non ha punto di leggiadria mai, non
          ha in nessun modo la varietà del Testi ec. ma anche dove ha quel sommo sublime di stile
          simile allo scritturale e profetico, non è molto piacevole per cagione della monotonia
          delle sue Canzoni e perchè le impressioni di quel sommo sublime essendo troppo veementi
          non possono durar gran tempo e si spengono, e il lettore ci si assuefa, sì che con quella
          monotonia, viene a rendersi il sublime inefficace, e le odi stucchevolucce. Le migliori
          sono quelle per l’assedio e la liberazione di Vienna, e tra queste a mio giudizio quella
          che incomincia Le corde d’oro elette. Sono anche queste macchiate qua e là del
          seicentismo. Le parole, locuzioni, metafore prosaiche non mancano, come quello: A tua
          Pietà m’appello della I. Canzone, e nella seconda: E al tuo soldo arrolata è la vittoria.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nuova strada per gl’italiani s’aperse il Chiabrera, solo veramente Pindarico, non escluso
          punto Orazio, sublime alla greca Omerica e Pindarica, cioè dentro grandi ma giusti limiti,
          e non all’orientale come il Filicaja, sublime, colla conveniente e greca semplicità, per
          mezzo dell’accozzamento <foreign lang="grc">τῶν λημμάτων</foreign>, come dice Longino,
          cioè di certe parti della cosa che unite tutte insieme formano rapidamente il sublime, e
          un sublime come dico, rapido inaffettato e in somma pindarico; robusto nelle immagini,
          sufficientemente fecondo nell’invenzione e nelle novità, facile appunto come Pindaro a
          riscaldarsi infiammarsi, sublimarsi anche per le cose tenui, e dar loro al primo tocco
          un’aria grande ed eccelsa. Fu ardito caldo veemente urtantesi nelle cose, ardito nelle
          voci (come <emph>instellarsi inarenare</emph>) nelle locuzioni nelle costruzioni, nel
          trarre dal greco e latino le forme così de’ sentimenti, (come: Canz. 70. Eroica: Meco non
          vo’ che vaglia sì sconsigliata voce, e altrove: A me non scenda in cor sì ria parola: e
          nota ch’io dico le forme de’ sentimenti e non i sentimenti) come delle parole, nel che
          alle volte fu felice, come: Canz. Eroica 23: Qual non fe scempio sanguinoso acerbo L’aspro
            <emph>cor</emph> dell’Eacide superbo? Canz. Eroica 71: Sol fe contrasto il gran sangue
          di Guisa ec. Imitò anche bene i greci e Pindaro e Orazio nell’economia del comportamento.
          E certo alle volte è nobilissimo tanto pel sentimento quanto per le parole: ma pochissimi
          pezzi finiscono di piacere; non arriva quasi mai non ostante quello che s’è detto del suo
          stile estrinseco alla felicità d’espressione, e alla bellezza della composizione delle
          parole d’Orazio, è oscuro assai spesso per le costruzioni gli equivoci (non già voluti,
          come i seicentisti, ma non avvertiti o trascurati) la soppressione delle idee intermedie
          ne’ passaggi (se ben questa è naturale, perchè <pb ed="aut" n="25"/> il poeta fervido
          quantunque non passi mai da un pensiero all’altro senza una qualche cagione e occasione
          che è come il legame delle diverse idee, nondimeno questo legame essendo sottilissimo lo
          salta facilmente, o anche non saltandolo affatto, il lettore non lo arriva a vedere) e
          anche nel passare per es. dalle premesse alla conseguenza ec. insomma è sovente sconnesso,
          (ma questa potrebbe anche essere una lode per la verità dell’imitazione dell’affetto e
          dell’estro, e tutto questo difetto dell’oscurità lo ha comune con Pindaro) ha qualche
          macchia di seicentisteria, che però è rara e non farebbe gran caso; ha qualche metafora
          non seicentesca affatto, ma troppo ardita, alla pindarica sì, ma soverchiamente ardita,
          come Canz. Eroica 14. dice dell’armi di Toscana: Elle non tra i confin del patrio lito,
          Quasi belve in covili, Ma fero udir gentili Per le strane foreste aspro
          <emph>ruggito</emph>: Canz. Eroica 41. chiama le vele: <emph>le tessute penne</emph>; (se
          ben quella del ruggito si potrebbe difendere colla similitudine che precede, delle belve,
          onde si riferisse a quella, cioè la metafora non fosse più semplicemente delle armi
          ruggenti, ma cambiate in fiere o assomigliate alle fiere e così ruggenti, per una enallage
          pindarica) fa forza alla lingua nelle voci (come le composte alla greca:
          <emph>ondisonante</emph> ec. che la nostra lingua non ama) nelle forme trasportate dal
          greco e latino infelicemente, (giacchè non sempre anzi non sovente è felice come ho detto
          di qualche volta) nelle locuzioni nelle costruzioni; e quel ch’è più e che l’uccide, è
          disugualissimo ridondante di pezzi deboli pel sentimento anzi anche di Canzoni o intere o
          quasi; di stile per l’ordinario infelice lingua incolta (<quote>
            <foreign lang="lat">neglexit linguae cultum</foreign>
          </quote>, dice il Gravina nella lettera latina al Maffei, e così è) sì che non sono se non
          rarissimi quei pezzi dei quali si possa dire tutto il bene, e in cui, quando anche
          l’immagini e i sentimenti sieno perfetti il che non è tanto raro, l’esteriore dello stile
          non abbia difetti che saltano grandissimamente all’occhio e disgustano. Che s’egli avesse
          avuto scelta (<quote>
            <foreign lang="lat">delectum rerum et limam amisit</foreign>
          </quote>, dice verissimamente il <bibl>
            <author>Gravina</author> l. c.</bibl>) e lima (delle quali forse e massime della seconda
          non era capace) sarebbe il più gran lirico pindarico che abbia qualunque nazione antica e
          moderna, da non potersegli paragonare nè Orazio nè verun altro eccetto lo stesso Pindaro.
          Questi difetti principalmente (di scelta e di lima tanto per le cose che per le parole,
          giacchè gli altri accennati di sopra non son tanto gravi, e già si sa che un gran poeta
          deve aver grandi difetti, sì che se non fossero altro che quelli, io non dubiterei di
          tenerlo tuttavia per un gran lirico) fecero che siccome era nato effettivamente il suo
          lirico all’Italia, così anche le venne meno, giacchè non si può dire che sieno buone
          poesie liriche i versi del Chiabrera, ma solamente che questi fu vero poeta lirico.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una considerazion fina intorno all’arte dello scrivere è questa che alle volte, la
          collocazione, diremo, fortuita delle parole, quantunque il senso dell’autore <pb ed="aut"
            n="26"/> sia chiaro tuttavia a prima vista produca ne’ lettori un’altra idea, il che,
          quando massime quest’idea non sia conveniente bisogna schivarlo, massime in poesia dove il
          lettore è più sull’immaginare e più facile a creder di vedere e che il poeta voglia fargli
          vedere quello ancora che il poeta non pensa o anche non vorrebbe. Ecco un es. Chiabrera
          Canz. lugubre 15. <title>In morte di Orazio Zanchini</title> che comincia: Benchè di Dirce
          al fonte, strofe 3. verso della Canz. 38. della strofa duodecimo e penultimo: Ora il bel
          crin si frange, E sul tuo sasso piange. <emph>Si frange</emph> qui vuol dire si percuote,
          e intende il poeta, colle mani ec. Il senso è chiaro, e quel <emph>si frange</emph> non ha
          che far niente con <emph>sul tuo sasso</emph>, e n’è distinto quanto meglio si può dire.
          Ma la collocazione casuale delle parole è tale, ch’io metto pegno che quanti leggono la
          Canz. del Chiabrera colla mente così sull’aspettare immagini, a prima giunta si figurano
          Firenze personificata (che di Firenze personificata parla il Chiabrera) che percuota la
          testa e si franga il crine sul sasso del Zanchini, quantunque immediatamente poi venga a
          ravvedersi e a comprendere senza fatica l’intenzione del poeta ch’è manifesta. Ora,
          lasciando se l’immagine ch’io dico sia conveniente o no, certo è che non è voluta dal
          poeta, e ch’egli perciò deve schivare questa illusione quantunque momentanea (bastando che
          queste parole del Chiabrera servano d’esempio senza bisogno che l’immagine sia
          sconveniente) eccetto s’ella non gli piacesse come forse si potrebbe dare il caso, ma
          questo non dev’essere se non quando l’immagine illusoria non nocia alla vera e non ci sia
          bisogno di ravvedimento per veder questa seconda, giacchè due immagini in una volta non si
          possono vedere, ma bensì una dopo l’altra il che quando fosse, potrebbe anche il poeta
          lasciare e anche proccurare questa illusione, dove pure non noccia al restante del
          contesto, perch’ella non fa danno, e d’altra parte è bene che il lettore stia sempre tra
          le immagini. Quello che dico del poeta s’intenda proporzionatamente anche degli altri
          scrittori. Anzi questa sarebbe la sorgente di una grand’arte e di un grandissimo effetto
          proccurando quel vago e quell’incerto ch’è tanto propriamente e sommamente poetico, e
          destando immagini delle quali non sia evidente la ragione, ma quasi nascosta, e tale
          ch’elle paiano accidentali, e non proccurate dal poeta in nessun modo, ma quasi ispirate
          da cosa invisibile e incomprensibile e da quell’ineffabile ondeggiamento del poeta che
          quando è veramente inspirato dalla natura dalla campagna e da checchessia, non sa
          veramente com’esprimere quello che sente, se non in modo vago e incerto, ed è perciò
          naturalissimo che le immagini che destano le sue parole appariscano accidentali.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le più belle canzoni del Chiabrera non sono per la maggior parte altro che bellissimi
          abbozzi.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Che il Filicaja seguisse lo stile <emph>profetico</emph> (così appunto dicevano quei due
          che ora citerò) lo scrive anche il Redi nelle sue lettere, e similmente del Guidi dice il
          Crescimbeni nella sua Vita che quantunque paia come il Chiabrera, aver bevuto ai fonti
          greci, <quote>
            <emph>nondimeno molto sembra aver preso dall’Ebraico; talchè la sua apparenza ha assai
              più del Profetico che del Pindarico</emph>
          </quote>, <pb ed="aut" n="27"/> e soggiunge che in un certo libro si dice di lui che <quote>
            <emph>da alcune forme di Dante, e del Chiabrera accoppiate con certi modi delle
              Orientali favelle ha preso il suo stile</emph>
          </quote>. E aggiunge egli subito: <quote>
            <emph>E questa senza fallo è la cagione, per la quale vien dato al carattere del Guidi
              il pregio di nuovo nel nostro Idioma</emph>
          </quote>. E finalmente riferisce l’intenzione dello stesso Guidi, intesa dalla di lui
          stessa bocca da esso Crescimbeni, e massime rispetto alla traduzione delle sei Omelie che
          il Guidi fece per lasciare <quote>
            <emph>a’ posteri almeno in ombra l’</emph>
            <hi rend="sc">imitazione</hi>
            <emph>totale</emph>
          </quote> del carattere profetico <quote>
            <emph>anche rispetto agli argomenti; cioè un genere di Poesia sacra, che si vedesse
              trattata col gusto Davidico, e con l’entusiasmo de’ Profeti</emph>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Emulo impotente di Pindaro il Guidi cercò la grandezza e per trovarla si raccomandò anche
          agli Orientali e tolse più forme e immagini dalla scrittura, ma gli mancò la forza
          sufficiente di fantasia, nè in lui trovo nessuna novità se non per rispetto al suo secolo,
          avendo sfuggito benchè non affatto le seicentisterie. Nudo intierissimamente d’affetto, in
          verità non si può dire che abbia disuguaglianze perchè tutte quante le sue canzoni sono
          coperte si può dire ugualmente di uno strato di perfetta e formale mediocrità, e
          freddezza. Io non so come si possa dire che abbia trasportato ne’ suoi versi il fuoco e
          l’entusiasmo di Pindaro, (così la <bibl>
            <title>Bibl. Ital.</title> num. 8. Bibliografia</bibl>) quando io, lette
          <emph>tutte</emph> le sue canzoni mi trovo come un marmo: e si vede bene ch’egli cerca di
          grandeggiare e d’innalzarsi, ma la sua grandezza nè si communica col lettore innalzandolo,
          nè lo percuote e stordisce, restando non dico gonfia (perchè in verità il suo difetto non
          è la turgidezza) ma vota e senza effetto e questo per due cagioni. L’una la debolezza
          della sua fantasia, che non gli suggeriva spontaneamente e copiosamente cose grandi,
          l’altra (che in parte o tutta si riferisce alla prima e solamente è più speciale) che i
          suoi sublimi che sono sparsi a larghissima mano per tutte le sue Canzoni non sono formati
          rapidamente dalla scelta <foreign lang="grc">τῶν ἄκρων λημμάτων</foreign>, come dice
          Longino, come fa Pindaro e Omero e il Chiabrera, con che vengono ad <foreign lang="grc"
            >ἐπιπλήττειν</foreign> il Lettore e te lo strascinano e sbalzano qua e là stordito e
          confuso a voglia loro, ma è composto placidissimamente di lunghe enumerazioni di cose di
          parti d’immagini accozzate e messe una dopo l’altra ordinatamente e in simmetria senza
          rapidità di stile e freddamente sì che quantunque le immagini metafore ec. stieno in
          regola e però non ci sia turgidezza, contuttociò non fanno altro che un gran fresco perchè
          il sublime non si può formare in quel modo. In somma ha bisogno di una pagina per formare
          un quadro o pezzo qualunque sublime, dove Pindaro e il Chiabrera di pochi versi, questi
          come Dante è nel dipingere, quello com’è Ovidio. La dicitura non ha altro pregio che una
          purgatezza competente, senz’ombra di proprietà nè d’efficacia; <pb ed="aut" n="28"/> nè
          anche ha quegli ardiri spessissimo infelici, ma pure alle volte felici del Chiabrera, nè
          l’oscurità nè veruno di quei difetti, che comunque tali pur paiono aver che fare colla
          lirica ed esser quasi naturali a un vero lirico, sì come a Pindaro. Lo stesso dico
          dell’intrinseco dello stile, tanto rispetto all’oscurità quanto all’ardire che nel Guidi
          non si trova si può dire altro ardire se non qualche cosa presa dalla Scrittura, come di
          sopra ho detto, e quanto a queste cose prese dalla Scrittura io parlo delle canzoni, non
          della traduzione delle sei Omelie, dove prese un po’ più, tenendo dietro al testo di esse,
          anzi le scelse apposta per tener dietro allo stile Davidico, (quantunque l’abbia fatto
          senz’ombra di forza annacquatissimamente) che questa traduzione è un vero mostro (per
          motivo dei pensieri del modo ec. mentre sono Omelie in versi, con citazioni di Padri
          debolissime stiracchiate schifose) e non merita che se ne dica altro: e pure son l’ultima
          e più studiata cosa ch’egli facesse. Del resto il verso è sonante, e dico sonante perchè
          non posso dire armonioso se per armonia vogliamo intendere la finezza dell’arte di
          verseggiare trovata dagl’italiani dopo, il ritmo analogo ai sentimenti, la varietà ec. ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Io solea dire ch’era una follia il credere e scrivere che ci fosse o in Italia o altrove
          qualche poeta che somigliasse ad Anacreonte. Ma leggendo il Zappi trovo in lui veramente i
          semi di un Anacreonte, e al tutto Anacreontica l’invenzione e in parte anche lo stile dei
          Sonetti 24. 34. 41. e dello scherzo: il Museo d’Amore. Anche le altre sue poesie sono
          lodevoli non poco per novità de’ pensieri (giacchè non c’è quasi componimento suo dove non
          si veda qualche lampo di bella novità) con dignitoso garbo e composta vivacità e certa
          leggiadria propria di lui (così anche il Rubbi) per la quale si può chiamare originale,
          benchè di piccola originalità. I Sonetti Amorosi ed hanno le doti sopraddette, e qual più
          qual meno s’accostano all’Anacreontico.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il Manfredi non ha altro che chiarezza e facilità e gentilezza ed eleganza, senz’ombra
          ombra di forza in nessun luogo, sì che quando il soggetto la richiede resta veramente
          compassionevole e misero e impotente come nelle Quartine per Luigi XIV. Del resto la
          gentilezza sua ch’io dico è diversa dalla grazia e leggiadria e venustà, ch’è cosa più
          interiore intima nel componimento e indefinibile. Nè ha il Manfredi punto che fare
          coll’Anacreontico e la gentilezza sopraddetta l’ha in ogni sorta di soggetti, gravi dolci
          leggiadri sublimi ec. Nei Canti del Paradiso c’è mirabile chiarezza e facilità di
          esprimere e di spiegare e dare ad intendere in versi lucidissimamente e senza dare nel
          prosaico o nel basso, cose intralciate e difficili. Nelle Canzoni massimamente ha imitato
          il Petrarca e anche affettatamente e servilmente come dove dice: Canz. <quote>O tra quante
            il sol mira altera e bella</quote> Pel giorno natalizio di Ferdinando di Toscana:
            <quote>Rade volte addivien, ch’altrui sublimi Fortuna ad alto onor senza
          contrasti</quote>, (<quote>Rade volte addivien ch’all’alte imprese Fortuna ingiuriosa non
            contrasti</quote>: Petrarca Spirto gentil ec.) e altrove.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dei quattro lirici ch’io ho mentovati di sopra oltre il Manfredi e il Zappi che sono di
          un’altra classe, mentre questi appartengono a quella de’ Pindarici e Alcaici e Simonidei
          ed Oraziani, ossia Eroici e Morali principalmente, io do il primo luogo al Chiabrera, il
          secondo al Testi de’ quali se avessero avuto più studio e più fino gusto, e giudizio più
          squisito quegli avrebbe potuto essere effettivamente il Pindaro, e questi effettivamente
          l’Orazio italiano. Tra il Filicaia e il Guidi non so a chi dare la preferenza; mi basta
          che tutti e due sieno gli ultimi e a gran distanza degli altri due, mentre, secondo me,
          quando anche fossero stati in tempi migliori, non aveano elementi di lirici più che
          mediocri anzi forse non si sarebbero levati a quella fama ch’ebbero e in parte hanno.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="29"/> Tutto è o può esser contento di se stesso, eccetto l’uomo, il che
          mostra che la sua esistenza non si limita a questo mondo, come quella dell’altre cose.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Canzonette popolari che si cantavano al mio tempo a Recanati. (Decembre 1818.)</p>
        <quote rend="block">
          <lg type="non-definito">
            <lg>
              <l>Fácciate alla finestra, Luciola,</l>
              <l>Decco che passa lo ragazzo tua,</l>
              <l>E porta un canestrello pieno d’ova</l>
              <l>Mantato colle pampane dell’uva.</l>
              <l>I contadì fatica e mai non lenta</l>
              <l>E ’l miglior pasto sua è la polenta.</l>
              <l>È già venuta l’ora di partire</l>
              <l>In santa pace vi voglio lasciare.</l>
            </lg>
            <lg>
              <l>Nina, una goccia d’acqua se ce l’hai:</l>
              <l>Se non me la vôi dà padrona sei.</l>
            </lg>
          </lg>
        </quote>
        <p>(Apr. 1819.)</p>
        <quote rend="block">
          <lg type="non-definito">
            <l>Io benedico chi t’ha fatto l’occhi</l>
            <l>Che te l’ha fatti tanto ’nnamorati.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p>(Maggio 1819.)</p>
        <quote rend="block">
          <lg type="non-definito">
            <l>Una volta mi voglio arrisicare</l>
            <l>Nella camera tua voglio venire.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p>(Maggio 1820.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ottimamente il Paciaudi come riferisce e loda l’Alfieri nella sua propria Vita, chiamava
          la prosa la <emph>nutrice del verso</emph>, giacchè uno che per far versi si nutrisse
          solamente di versi sarebbe come chi si cibasse di solo grasso per ingrassare, quando il
          grasso degli animali è la cosa meno atta a formare il nostro, e le cose più atte sono
          appunto le carni succose ma magre, e la sostanza cavata dalle parti più secche, quale si
          può considerare la prosa rispetto al verso.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una giovane nubile educata parte in monastero parte in casa con massime da monastero,
          esortava la sorella di un giovane parimente libero, a volergli bene, e le ripeteva questo
          più volte, e con premura, cosa di ch’io informato credetti che questo potesse essere un
          artifizio dell’amore che non potendo a cagione della di lei educazione monastica operare
          direttamente, operava indirettamente facendole consigliare altrui un amor lecito, verso
          quell’oggetto, ch’ella forse si sentiva portata ad amare con amore ch’ella avrà stimato
          illecito.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Un villano del territorio di Recanati avendo portato un suo bue, già venduto, al
          macellaio compratore per essere ammazzato, e questo sul punto dell’operazione, da
          principio dimorò sospeso e incerto di partire o di restare, di guardare o di torcere il
          viso, e finalmente avendo vinto la curiosità, e veduto stramazzare il bue, si mise a
          piangere dirottamente. L’ho udito da un testimonio di vista.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Chi mi chiedesse qual sia secondo me il più eloquente pezzo italiano, direi le due
          canzoni del Petrarca Spirto gentil ec. e Italia mia ec. se concedessi qualche cosa al
          Tasso ch’era in verità eloquente, e principalmente parlando di se stesso, ed eccetto il
          Petrarca, è il solo italiano veramente eloquente. La sventura in gran parte lo fece tale,
          e l’occorrergli spessissimo di difendersi ec. e in qualunque modo parlar di se, perch’io
          sosterrò sempre che gli uomini grandi quando parlano di se diventano maggiori di se
          stessi, e i piccoli diventano qualche cosa, essendo questo un campo dove le passioni e
          l’interesse e la profonda cognizione ec. non lasciano campo all’affettazione e alla
          sofisticheria cioè alla massima corrompitrice dell’eloquenza e della poesia, non potendosi
          cercare i luoghi comuni quando si parla di cosa propria, dove necessariamente detta la
          natura e il cuore, e si parla di vena, e di pienezza di cuore. Onde quello che si dice
          della utilità derivante agli scrittori dal trattare materie presenti, a miglior dritto si
          dee dire del parlare di se stesso comunque paia a prima vista che il parlar di se non
          debba interessar gran fatto gli uditori, <pb ed="aut" n="30"/> cosa falsissima: e si veda
          nel migliore e più celebre pezzo del Bossuet, quello in fine all’Oraz. di Condé che
          effetto fa l’introduzione di se stesso, al qual pezzo io paragono quello di Cicerone nella
          Miloniana (ch’è forse la sua migliore Orazione come questo è forse il più gran pezzo di
          essa) il quale si combina parimente ch’è nel fine, dove per intenerire i giudici introduce
          menzione di se stesso, e mi par che faccia un effetto incredibile, come e più di quello
          che fa il Bossuet, tanto può l’introdurre se stesso nei discorsi eloquenti, al contrario
          di quello che si crede.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La duttilità della lingua francese si riduce a potersi fare intendere, la facilità di
          esprimersi nella lingua italiana ha di più il vantaggio di scolpir le cose coll’efficacia
          dell’espressione, di maniera ch’il francese può dir quello che vuole, e l’italiano può
          metterlo sotto gli occhi, quegli ha gran facilità di farsi intendere, questi di far
          vedere. Però quella lingua che purchè faccia intendere non cerca altro nè cura la
          debolezza dell’espressione, la miseria di certi <foreign lang="fre" rend="italic"
          >tours</foreign> (per li quali la lodano di duttilità) che esprimono la cosa ma
          freddissimamente e slavatissimamente e annacquatamente è buona pel matematico e per le
          scienze; nulla per l’immaginazione la quale è la vera provincia della lingua italiana:
          dove però è chiaro che l’efficacia non toglie la precisione anzi l’accresce,
            <emph>mettendo quasi sotto i sensi quello che i francesi mettono solo sotto
          l’intelletto</emph>, ond’ella non è men buona per le scienze che per l’eloquenza e la
          poesia, come si vede nella precisa efficacia e scolpitezza <emph>evidente</emph> del Redi
          del Galilei ec.</p>
        <p>Nella quistione se <add resp="ed">si</add> debba dire <emph>be ce de</emph> ec. o
            <emph>bi</emph> ec. e però <emph>abbiccì</emph> o <emph>abbeccè</emph> della quale
            <bibl>v. il <author>Manni</author>
            <title>Lez. di lingua toscana</title>
          </bibl>, io senza cercare l’uso di qual città debba far legge ma quale sia più ragionevole
          preferisco l’<emph>abbeccè</emph> ch’è anche nostro marchegiano, per ragioni cavate dalla
          natura la quale pare che quel riposo vocale per la cui necessità soltanto si dà il nome
          alle consonanti, lasciando le vocali sole come sono, (quantunque gli antichi greci ebrei
          ec. nominassero anche le vocali) l’abbia ristretto all’<emph>e</emph> onde provatevi a
          pronunziar sola una consonante p. e. l’f o l’n: (metto queste sulle quali non cade la
          quistione nè l’uso di pronunziare piuttosto in un modo che in un altro) vedrete che la
          pronunzia non potendo star sospesa e finita nella pura consonante, e dovendo cascare in
          vocale vi casca nell’<emph>e</emph>: così vediamo che i fanciulli nel leggere e chiunque
          strascina la pronunzia delle parole, a quelle lettere che non hanno vocale dopo aggiunge
          un mezzo <emph>e</emph>, come in <emph>ar<hi rend="sub">e</hi>den<hi rend="sub"
              >e</hi>temen<hi rend="sub">e</hi>te</emph>
          <emph>in<hi rend="sub">e</hi>
          </emph>
          <emph>pace</emph> ec. Però gli ebrei (e credo che così sia in tutte le lingue orientali)
          ponendo sempre un riposo dopo ogni consonante o espresso o sottinteso, quando manca la
          vocale, ci mettono o ci suppongono lo sceva tanto in mezzo che in fine delle parole, il
          quale talora si pronunzia talora no, e in genere si può molto propriamente rassomigliare
          all’e muta dei francesi, i quali non hanno altra vocale muta che l’<emph>e</emph>, nuova
          prova di quel ch’io dico.</p>
        <p>Io<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Vedi a questo proposito la pag. 3441.</p>
          </note> per esprimere l’effetto indefinibile che fanno in noi le odi di Anacreonte non so
          trovare similitudine ed esempio più adattato di un <pb ed="aut" n="31"/> alito passeggero
          di venticello fresco nell’estate odorifero e ricreante, che tutto in un momento vi ristora
          in certo modo e v’apre come il respiro e il cuore con una certa allegria, ma prima che voi
          possiate appagarvi pienamente di quel piacere, ovvero analizzarne la qualità, e
          distinguere perchè vi sentiate così refrigerato già quello spiro è passato, conforme
          appunto avviene in Anacreonte, che e quella sensazione indefinibile è quasi istantanea, e
          se volete analizzarla vi sfugge, non la sentite più, tornate a leggere, vi restano in mano
          le parole sole e secche, quell’arietta per così dire, è fuggita, e appena vi potete
          ricordare in confuso la sensazione che v’hanno prodotta un momento fa quelle stesse parole
          che avete sotto gli occhi. Questa sensazione mi è parso di sentirla, leggendo (oltre
          Anacreonte) il solo Zappi.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il gusto presente per la filosofia non si dee stimare passeggero nè casuale, come fu
          varie volte anticamente p. e. appresso i Greci al tempo di Platone dopo Socrate, e
          appresso i Romani in altri tempi ancora, ma fra i nobili e gli scioli come presentemente
          al tempo di Luciano, quando mantenevano il filosofo come ingrediente di corte e di
          famiglia illustre, e si trattenevano benchè scioccamente con lui ec. <bibl>V.
              <author>Luciano</author> fra le altre opere nel trattato <title lang="lat">De mercede
              conductis</title>
          </bibl>. In questi tali tempi era effetto di moda, e non avendo il suo principio radicale
          nello stato dei popoli poteva passare e passava come ogni altra moda, sicch’era cosa
          accidentale che sopravvenisse questo gusto piuttosto che un altro. Ma presentemente il
          commercio scambievole dei popoli, la stampa ec. e tutto quello che ha tanto avanzato
          l’incivilimento cagiona questo amore dei lumi e per conseguenza della filosofia, e questo
          gusto filosofico che si manifesta nelle opere più alla moda e quello spirito senza il
          quale si può dire che nessun’opera moderna incontra: onde questo gusto avendo la sua ferma
          radice nella condizione presente dei popoli si dee stimare durevole e non casuale nè
          passeggero e molto differente da una moda.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La prosa per esser veramente bella (conforme era quella degli antichi) e conservare
          quella morbidezza e pastosità composta anche fra le altre cose di nobiltà e dignità, che
          comparisce in tutte le prose antiche e in quasi nessuna moderna, bisogna che abbia sempre
          qualche cosa del poetico, non già qualche cosa particolare, ma una mezza tinta generale,
          onde ci sono certe espressioni tecniche p. e. che essendo bassissime nella poesia sono
          basse nella prosa; (giacchè qui non parlo di quelle che son basse e plebee assolutamente
          le quali anche talvolta sconverranno meno alla buona prosa di quelle ch’io dico qui) come
          altre che sono basse nella poesia, alla prosa non disconvengono affatto: p. e. quei versi
          del Voltaire: <quote>
            <foreign lang="fre">Je chante le héros qui régna sur la France Et par droit de conquête,
              et par droit de naissance</foreign>
          </quote>. Quel tecnicismo pessimo in questi versi, non disdice in prosa. Da questo ch’io
          ho detto si vede quanto debba diventare come infatti diventa geometrica arida sparuta
          dura, asciutta ossuta, e dirò così, somigliante a una persona magra che abbia le punte
          dell’ossa tutte in fuori, quella prosa tutta sparsa d’espressioni metafore frasi locuzioni
          modi tecnici che usa presentemente massime in Francia, e quanto lontana da quella
          freschezza e carnosità morbida sana vermiglia vegeta florida, e da quella pieghevolezza e
          da quella dignità che s’ammira in tutte quelle prose che sanno d’antico.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="32"/> La tartaruga lunghissima nelle sue operazioni ha lunghissima vita.
          Così tutto è proporzionato nella natura, e la pigrizia della tartaruga di cui si potrebbe
          accusar la natura non è veramente pigrizia assoluta cioè considerata nella tartaruga ma
          rispettiva. Da ciò si possono cavare molte considerazioni.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Che il popolo latino non chiamasse testam il capo, come il nostro lo chiama burlescamente
            <emph>la Coccia</emph>, e da questo non sia venuta la voce italiana <emph>testa</emph> e
          la francese <foreign lang="fre" rend="italic">tête</foreign>?</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che dice il Metastasio negli Estratti della poet. d’Aristot. il Gravina nel
          Trattato della tragedia dove parla del numero cap. 26. e ho detto io nel Discorso sul
          Breme intorno alla materia dell’imitazione la quale può esser ad arbitrio, come imitare in
          marmo in bronzo in verso in prosa ec. è vero: e quello che ho detto io specialmente mi par
          che sia vero senza eccezione: ma quanto al Metastasio poich’egli lo dice per difender
          l’Opera, bisogna notare che gli elementi della materia non debbon esser discordanti, che
          allora la imitazione è barbara: come forse si può dir dell’Opera dove da una parte è
          l’uomo vero e reale per imitar l’uomo, cioè la persona rappresentata, dall’altra è il
          canto in bocca dell’uomo, per imitare non il canto ma il discorso della stessa persona.
          Questa osservazione (considerazione) si può estendere a molte altre materie d’imitazione
          mal composte. Quanto al canto però si osservi che anche gli antichi cantavano le tragedie
          come dice il loro nome, se ben questo fu forse ne’ primi tempi quando la tragedia era
          veramente in mano di gentaglia sua sciocca inventrice e il costume o non durò, o se durò,
          fu perchè avea cominciato così e non si ardì o non si volle mutare, e questa forse fu la
          cagione ancora che fece fare la tragedia e la commedia in verso, di maniera che da questa
          pratica venuta da vile origine non si dee stimare il giudizio de’ greci e degli antichi su
          questo particolare: i quali forse avrebbero fatto ambedue in prosa se l’una o l’altra
          fosse stata invenzione del gusto, e non parto stentato di diversissime circostanze e
          usanze vecchie ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È osservabile che <add resp="ed">in</add> Celso nel quale è singolarmente notata (e
          lodata) la semplicità e facilità dello stile per le quali si sarà discostato meno degli
          altri dal latino volgare, sono frequentissime e moltissime frasi <emph>costruzioni</emph>,
          usi di parole, locuzioni ec. ed anche parole assolutamente o prette italiane o che si
          accostano alle italiane io dico di quelle che comunemente non s’hanno per derivate dal
          latino nè per comuni alle due lingue ma proprie della nostra, e che trovandole non presso
          Celso ma presso qualche scrittore latino moderno, le stimeressimo poco meno che
          barbarismi, anche presentemente, cioè non ostante che in effetto si trovino appresso Celso
          eccetto se non ci ricordassimo espressamente, o ci fosse citata l’autorità di lui. Per es.
          dice nel <bibl>libro <hi rend="sc">i</hi>. capo 3. dopo il mezzo</bibl>: <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">interdum valetudinis causa recte fieri, experimentis credo</hi>; <hi
                rend="sc">cum eo tamen ne</hi>
              <hi rend="italic">quis qui valere et senescere volet, hoc quotidianum habeat</hi>
            </foreign>
          </quote>. (<emph>Con questo però che</emph> ec. cioè, <emph>purchè</emph> locuzione pretta
          italiana.) E nel <bibl>lib. 2. c. 8. circa il fine</bibl>: <quote>
            <foreign lang="lat">quos lienis male habet, si tormina <hi rend="italic"
              >prehenderunt</hi>, deinde versa sunt vel in aquam inter cutem, vel in intestinorum
              laevitatem, vix ulla medicina periculo subtrahit</foreign>
          </quote>. Si trova però frase simile cioè <foreign lang="lat" rend="italic"
          >prehendo</foreign> in significato di <emph>cogliere</emph>, ma presso i Comici latini. E
          parimente <bibl>l. 2. c. <hi rend="sc">ii</hi>. nel fine</bibl>: <quote>
            <foreign lang="lat">huc potius confugiendum est, <hi rend="italic">cum eo tamen ut</hi>
              sciamus, hic ut nullum periculum, ita levius auxilium esse</foreign>
          </quote>. E <bibl>c. 17. alquanto sopra il mezzo</bibl>: <quote>
            <foreign lang="lat">recte medicina ista tentatur, <hi rend="italic">cum eo tamen ne</hi>
              praecordia dura sint, neve</foreign>
          </quote> etc. e <bibl>lib. 3. c. 5. sul fine</bibl>: <quote>
            <foreign lang="lat">scire licet. .. satius esse consistente jam incremento febris
              aliquid offerre, quam increscente... <hi rend="italic">cum eo tamen ut</hi> nullo
              tempore is qui deficit non sit sustinendus</foreign>
          </quote>. Così <bibl>c. 22. mezzo e c. 24. fine e l. 4. c. 6. E c. 6. dopo il
          mezzo</bibl>: <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">in vicem ejus</hi> dari potest vel intrita ex aqua</foreign>
          </quote> ec. (in vece di questa), e così altrove usa questa stessa frase; nota che qui non
          vuol dire alternativamente, ma <pb ed="aut" n="33"/> assolutamente in vece, cioè escluso
          l’altro cibo ec. L’altro luogo dove l’usa è <bibl>lib. 4. c. 6.</bibl> nello stesso modo
          assoluto. E <bibl>lib. 4. c. 2. fine</bibl>: <quote>
            <foreign lang="lat">post quae vix fieri potest ut idem <hi rend="italic">incommodum</hi>
              maneat</foreign>
          </quote>. (semplicemente come noi diciamo incomodo per piccola malattia.) E <bibl>c. 22.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">quod fere post longos morbos vis pestifera huc se inclinat, quae ut
              alias partes liberat, sic hanc ipsam (nimirum coxas) quoque affectam <hi rend="italic"
                >prehendit</hi>
            </foreign>
          </quote>. E <bibl>c. 28. del lib. 5. sect. 17.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">nam et rubet (impetiginis genus primum) et durior est, et exulcerata
              est, et <hi rend="italic">rodit</hi>
            </foreign>
          </quote>. (come diciamo noi volgarmente talvolta neutro e spesso anche impersonale, per
          prurire). E così ivi poco dopo: <quote>
            <foreign lang="lat">squamulae ex summa cute discedunt, <hi rend="italic">rosio</hi>
              major est</foreign>
          </quote>. E poco dopo di un altro genere d’impetigine dice: <quote>
            <foreign lang="lat">in summa cute finditur, et vehementius <hi rend="italic">rodit</hi>
            </foreign>
          </quote>. Dove s’ingannerebbe chi credesse che Celso volesse per <foreign lang="lat"
            rend="italic">rodere</foreign> intendere lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >erodere</foreign>, poichè 1. egli usa sempre questo secondo quando si tratta di
          significare corrosione, 2. negli esempi che addurrò dove si vede il passivo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">rodere</foreign>, l’accompagnamento delle altre parole, mostra
          che non si tratta di corrosione ma di prurito; e dice dunque ib. sect. seguente di un
          altro male simigliante: <quote>
            <foreign lang="lat">in quo per minimas pustulas cutis exasperatur et rubet leviterque
                <hi rend="italic">roditur</hi>
            </foreign>
          </quote>: e poco sotto di un altro genere del sopraddetto male: <quote>
            <foreign lang="lat">in qua similiter quidem, sed magis cutis exasperaturque
              exulceraturque ac vehementius et <hi rend="italic">roditur</hi> et rubet et interdum
              etiam pilos remittit</foreign>
          </quote>, 3. nella sez. precedente la 17. dice della scabbia o rogna per tutta definizione
          queste parole: <quote>
            <foreign lang="lat">Scabies vero est <hi rend="italic">durior</hi> cutis, <hi
                rend="italic">rubiconda</hi>; ex qua pustulae oriuntur, quaedam humidiores, quaedam
              sicciores. Exit ex quibusdam sanies, fitque ex his continuata <hi rend="italic"
                >exulceratio</hi>
              <hi rend="sc">pruriens</hi>, serpitque in quibusdam cito. Atque in aliis quidem ex
              toto desinit, in aliis vero certo tempore anni revertitur. Quo asperior est, quoque
                <hi rend="sc">prurit</hi> magis, eo difficilius tollitur. Itaque eam quae talis
            est</foreign>, <foreign lang="grc">ἀγρίαν</foreign>
            <foreign lang="lat">id est feram Graeci appellant</foreign>
          </quote>. Poi passa ai rimedi che sbriga in poche righe senza far altro motto della natura
          del male. Ora nella sez. seguente dice del primo genere d’impetigine, che similitudine <quote>
            <foreign lang="lat">scabiem repraesentat, <hi rend="italic">nam</hi> et rubet</foreign>
          </quote> etc. come sopra; dove egli ha la mira a quello che ha detto di sopra della
          scabbia com’è evidente: ma ch’ella sia rossa, dura, esulcerata l’ha detto come io ho
          notato con lineette, che corroda non l’ha detto punto: ora come sarà simile alla scabbia
          la impetigine <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">nam</hi> rodit</foreign>
          </quote>, perchè rode? Bensì ha detto che la scabbia prurit, e questo segno sostanziale
          mancherebbe alla impetigine se il rodit non si prendesse in questo senso, che d’altronde
          non si può prendere per corrodere. Vedi se il Forcellini o l’Appendice ha nulla di
            <foreign lang="lat" rend="italic">rodere</foreign> in significato di prurire.<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Non ha niente, e però questo significato è nuovo e da aggiungersi ai vocabolari
              latini, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">rodere</foreign> per prurire. (non è
              neutro però giacchè n’abbiamo veduto il passivo) quantunque si potrebbe disputare pro
              e contra. Nota ancora che rodere per erodere è bensì raro, <bibl>appo
                <author>Celso</author>, pur si trova l. 7. c. 2. verso il fine</bibl>. Nel
                <bibl>lib. 7. c. 23</bibl>. c’è il vocabolo <quote>rosio</quote> che non ha
              significato chiaro e si può spiegare in un modo e nell’altro, sebbene appena si può
              prendere anzi non si può per l’azione del corrodere, ma per il senso di ciò, vale a
              dire di un prurito veemente: <quote>
                <foreign lang="lat">fereque a die tertio spumans bilis alvo cum rosione
                redditur</foreign>
              </quote>. E questo mi pare anzi il significato suo certo in questo luogo, come
              apparisce dal contesto dove nè prima nè dopo non si parla punto nè d’effetti nè di
              rimedi o altro analogo a corrosione. <foreign lang="lat" rend="italic"
              >Rodere</foreign> si trova anche in significato dubbio 3. volte nel <bibl>l. 7. c. 26.
                sect. 4. circa il fine e c. 27. dopo il mezzo</bibl>.</p>
          </note> E <bibl>lib. 6. c. 2. fine</bibl>: <quote>
            <foreign lang="lat">Si parum per haec proficitur, vehementioribus uti licet, <hi
                rend="italic">cum eo ut</hi> sciamus</foreign>
          </quote>, (senza il <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">tamen</hi>
          </foreign>) <quote>
            <foreign lang="lat">utique in recenti vitio id inutile esse</foreign>
          </quote>. E <bibl>ib. c. 18. sect. 7.</bibl>
          <pb ed="aut" n="34"/>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Si quidquid laesum est, extra est, neque intus reconditum, eodem
              medicamento tinctum linamentum superdandum est, et quidquid ante adhibuimus cerato
              contegendum. <hi rend="italic">In hoc</hi> autem <hi rend="italic">casu</hi> neque
              acribus cibis utendum neque asperis nec alvum comprimentibus</foreign>
          </quote>. Così altrove spesso, <quote>
            <foreign lang="lat">in primo casu, in eo casu</foreign>
          </quote> ec. come noi diciamo: in questo caso, nel primo caso ec. E <bibl>lib. 7. c. 2.
            dopo il mezzo</bibl>: <quote>
            <foreign lang="lat">Semper autem ubi scalpellus admovetur, id agendum est ut et quam
              minimae et quam paucissimae plagae sint, <hi rend="italic">cum eo tamen ut</hi>
              necessitati succurramus et in modo et in numero</foreign>
          </quote>. E <bibl>c. 7. sect. 7.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">At quibus id in angulo est, potest adhiberi curatio, <hi
                rend="italic">cum eo ne</hi>
            </foreign>
          </quote> (senza il <foreign lang="lat">tamen) ignotum sit esse difficilem</foreign>. E
            <bibl>c. 16.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">quia et rumpi facilius motu ventris potest, et non aeque <hi
                rend="italic">magnis inflammationibus</hi> pars ea (venter), <hi rend="italic"
                >exposita est</hi>
            </foreign>
          </quote>. E <bibl>c. 22.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">adurendus est tenuibus et acutis ferramentis quae ipsis venis
              infigantur, <hi rend="italic">cum eo ne</hi> amplius quam has urant</foreign>
          </quote> (senza il <foreign lang="lat" rend="italic">tamen</foreign>) E <bibl>c. 27. circa
            il mezzo</bibl>: <quote>
            <foreign lang="lat">Sub quibus perveniri ad sanitatem potest, <hi rend="italic">cum eo
                tamen quod non</hi>
            </foreign>
          </quote> (nota il <foreign lang="lat" rend="italic">quod non</foreign> in vece del
            <foreign lang="lat" rend="italic">ne</foreign> ch’è anche più conforme alla frase
          italiana) <quote>
            <foreign lang="lat">ignoremus, orto cancro saepe affici stomachum</foreign>
          </quote> (l’ediz. di cui mi servo non ha la virgola dopo orto cancro quantunque
          abbondantissima nell’interpunzione). E <bibl>lib. 8. c. 10. sect. 7.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">ab init. Quibus periculis etiam magis id <foreign lang="lat"
                rend="italic">expositum</foreign> quod juxta ipsos articulos ictum est</foreign>
          </quote>. In somma tutta la struttura della prosa di Celso è tale che accostandosi
          infinitamente per la maniera il giro la costruzione la frase i modi e le parole alla
          italiana, dà a conoscere più che forse qualunque altra prosa latina dei buoni secoli,
          anche a chi non lo sapesse per altra parte, che la lingua italiana deriva dalla latina.
          Onde non dubito che questa prosa non si accostasse ancora e non fosse presa in grandissima
          parte quanto al modo, e anche in qualche parte rispetto alle parole, dal volgare di Roma,
          o latino.</p>
        <p>Il <title>Libellus de Arte dicendi</title> pubblicato sotto il nome di Celso da Sisto a
          Popma in Colonia nel 1569 e ristampato come rarissimo dal Fabricio in fondo alla Bibl.
          Lat. lo giudico un compendio o uno spoglio o un pezzo compendiato dell’opera di Celso
          sull’Eloquenza ch’era parte della grand’opera sulle arti di cui c’è rimasta la medicina. E
          raccolgo che sia di Celso dalla facile eleganza o piuttosto facilità elegante tutta
          propria di Celso che si trova in vari luoghetti sparsi per tutto il brevissimo
          libricciuolo misti a un rimanente confuso, o inelegante, e anche barbaro e
          inintelligibile, il che dimostra l’altra parte del mio giudizio, cioè che questa non sia
          l’opera intera di Celso, come pare ch’abbia creduto il <bibl>
            <author>Fabricio</author> l. 4. c. 8. fine p. 506. fine</bibl>, oltrechè come vedo nel
          Tiraboschi qui non si trova <pb ed="aut" n="35"/> tutto quello che Quintiliano cita
          dell’opera di Celso. Anche <bibl>
            <author>Curio Fortunaziano Retore</author> nei <title>Rettorici latini</title> del
            Pithou, p. 69.</bibl> cita Celso. Trovo poi anche parecchi modi e parole che mi
          persuadono che il libretto sia cavato veramente da Celso, perchè sono frequenti e
          familiari sue nei libri della Medicina, p. e. par. 3. <quote>
            <foreign lang="lat">Oratoris artibus nemo instrui potest, nisi cui ingenium et frequens
              studium est. Primum animi <emph>sit</emph>
            </foreign> (assoluto) <foreign lang="lat">oportet quaedam naturalis ad videndas
              ediscendasque res <emph>potentia</emph>. Tum vox</foreign>
          </quote>, (nota l’omissione del <foreign lang="lat" rend="italic">sit oportet</foreign>, e
          la dipendenza di questo periodo dal precedente familiarissimo a Celso) <quote>
            <foreign lang="lat">latus, decor, valetudo, frugalitas, laboris patientia</foreign>
          </quote>. E tutto il par. è di maniera affatto Celsiana. E par. 4. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Super hoc</foreign>, per <emph>oltre a ciò</emph>, usitato da Celso, e la
          particella <foreign lang="lat" rend="italic">ubi</foreign> per <emph>quando, allorchè,
          se</emph>, familiarissimo a Celso, e usata spesso qui pure, cioè par. 9. e 10. tre volte,
          11. due volte, e 17. due volte. E par. 10. <foreign lang="lat">Neque <emph>alienum</emph>
            est, ubi longior fuerit expositio vel narratio, extrema ita <emph>finire</emph>, ut
            admoneas quaecumque dixeris</foreign>. E ivi poco dopo: <quote>
            <foreign lang="lat">Nec semper debet orator veterum se praeceptis addicere, sed
                <emph>scire debet incidere</emph> novam materiam quae novi aliquid
            postulet</foreign>
          </quote>. E quanto all’<foreign lang="lat" rend="italic">incidere</foreign>, si trova
          anche in simile maniera par. 11. <quote>
            <foreign lang="lat">Evenit ut ante sit respondendum quam sit ponenda narratio, ut pro
              Milone: Incidit caussae genus quod summam habet quaestionis</foreign>
          </quote>. E ib. più sopra: <foreign lang="lat">Alterum genus est in quo
            <emph>utique</emph>
          </foreign> (modo familiarissimo a Celso) <quote>
            <foreign lang="lat">aeque supervacua narratio est</foreign>
          </quote> e così par. 12. <quote>
            <foreign lang="lat">haec enim verisimilia sunt, non <emph>utique</emph> vera</foreign>
          </quote>. E par. 13. <quote>
            <foreign lang="lat">Cum autem diu dicere volet, omne argumentum ornatius
              <emph>exequetur</emph>
            </foreign>
          </quote>. E ivi: <quote>
            <foreign lang="lat">Si <emph>unum</emph> argumentum validum est et <emph>unum</emph>
              frivolum, a valido incipies, frivolum persequeris, rursum validum repetes</foreign>
          </quote>. E ivi: <quote>
            <foreign lang="lat">Cum aliquibus partibus causa laborat, utilius ordinem quaestionum
              confundimus, quas <emph>ex toto</emph> tractare non expedit</foreign>
          </quote>. Modo totalmente celsiano, al quale è familiarissimo quando appo gli altri è se
          non altro, raro, a mio parere, e che quasi solo basterebbe appresso me per farmi credere
          che il libretto sia cavato veramente da Celso. Modo del resto levato di peso dal greco
            <foreign lang="grc">ἐξ ἅπαντος</foreign>, alla qual lingua s’accosta anche moltissimo e
          la maniera di Celso in generale, e molti modi frasi locuzioni ec. in particolare (e la
          semplicità e la forma della costruzione tanto del tutto, quanto dei periodi, del
          collegamento loro ec.), come a lingua madre, nel modo che alla italiana s’accosta come a
          lingua figlia. Si trova anche nel par. 3. l’avverbio <foreign lang="lat" rend="italic">in
            totum</foreign> per <emph>totalmente</emph>, che se ben mi ricorda, <pb ed="aut" n="36"
          /> si trova anche frequentemente appresso Celso.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Sento dal mio letto suonare (battere) l’orologio della torre. Rimembranze di quelle notti
          estive nelle quali essendo fanciullo e lasciato in letto in camera oscura, chiuse le sole
          persiane, tra la paura e il coraggio sentiva battere un tale orologio. Oppure situazione
          trasportata alla profondità della notte, o al mattino: ancora silenzioso, e all’età
          consistente.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nel Monti è pregiabilissima e si può dire originale e sua propria la volubilità armonia
          mollezza cedevolezza eleganza dignità graziosa, o dignitosa grazia del verso, e tutte
          queste proprietà parimente nelle immagini, alle quali aggiungete scelta felice, evidenza,
          scolpitezza ec. E dico tutte giacchè anche le sue immagini hanno un certo che di volubile
          molle pieghevole facile ec. Ma tutto quello che spetta all’anima al fuoco all’affetto
          all’impeto vero e profondo sia sublime, sia massimamente tenero gli manca affatto. Egli è
          un poeta veramente dell’orecchio e dell’immaginazione, del cuore in nessun modo, e ogni
          volta che o per iscelta come nel Bardo, o per necessità ed incidenza come nella
          Basvilliana è portato ad esprimer cose affettuose, è così manifesta la freddezza del suo
          cuore che non vale punto a celarla l’elaboratezza del suo stile e della sua composizione
          anche nei luoghi ch’io dico, nei quali pure egli va bene spesso anzi per l’ordinario con
          ributtante freddezza e aridità in traccia di luoghi di classici greci e latini, di
          espressioni di concetti di movimenti classici per esprimerli elegantemente lasciando con
          ciò freddissimo l’uditore, che non trova ancor quivi se non quella coltura (la quale in
          questi casi più quasi nuoce di quello giovi) che trova per tutto il resto della
          composizione sparso anch’esso di traduzioni di pezzi de’ Classici. Giacchè questo è il
          costume del Monti e nella Basvilliana e per tutto di tradurre (ottimamente bensì, ma quasi
          formalmente tradurre) frequenti luoghi, modi frasi pensieri immagini similitudini metafore
            <pb ed="aut" n="37"/> ec. ec. d’autori classici: e la Musogonia segnatamente si può dire
          che sia un vero centone di pezzi (nota bene) di <name>Omero Esiodo Callimaco Virgilio
            Orazio Ovidio</name>, i cui nomi (con forse quello di qualcun altro antico o italiano
          classico) se ve li scrivessero in margine a modo delle <foreign lang="lat">Catenae
          patrum</foreign>, non credo che ci sarebbe non dico pag. ma appena stanza che non fosse
          compresa sotto quei nomi, di maniera ch’io non mi fiderei di trovare in tutto il canto una
          diecina di ottave intieramente originali. Lascio poi che il poemetto non ha nessun fine
          soddisfacente, non è se non stiracchiatamente adattato alle circostanze d’allora, e un
          centone di pezzi antichi per cantare quello che cantarono quegli stessi antichi è una cosa
          ben miserabile.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La natura, come ho detto è grande, la ragione è piccola e nemica di quelle grandi azioni
          che la natura ispira. Questa nimicizia di queste due gran madri delle cose non è stata
          accordata se non dalla Religione la qual sola proponendo l’amore delle cose invisibili di
          Dio ec. e la speranza di premio nella vita futura ha conciliato con mirabile armonia la
          grandezza generosità sublimità, apparente pazzia delle azioni (come son quelle dei
          martiri, il distacco dai beni terreni da’ parenti dalla patria ec. il disprezzo della
          morte, il sacrifizio de’ piaceri e di tutto all’amor di Dio al dovere ec.) colla ragione:
          armonia che fuor della religione non si può trovare se non a parole, perchè tolta la
          speranza della vita futura, l’immortalità dell’anima, l’esistenza della virtù della
          sapienza della verità della beltà personificata in Dio, la cura di questo essere intorno
          ai portamenti nostri ec. l’amor di lui ec. non ci sarà mai si può dire, azione eroica e
          generosa e sublime, e concetti e sentimenti alti, che non sieno vere e prette illusioni e
          che non debbano scadere di prezzo quanto più cresce l’impero della ragione, come già
          vediamo e che sono illusioni quelle grandezze anche presenti nelle quali la religione non
          ha parte, e che collo indebolirsi la forza della fede negli animi, scemano presentemente
          quelle azioni sublimi delle quali erano molto più fecondi i secoli passati ignoranti che
          il nostro illuminato. Similmente si può dire della dolcezza e amabilità di tante idee ed
          opinioni che senza la religione sono chimere, e colla religione sono verità, e alle quali
          la ragione per se ripugnerebbe, la quale com’è nemica della grandezza così è nemica della
          profonda e vera bellezza, e con lei, come tutto è piccolo così tutto è brutto e arido in
          questo mondo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Uno dei casi nei quali il seguir la ragione è barbaro, e il seguir la natura è
          irragionevole, ma religioso però, è di un padre p. e. che veda il figlio così affetto da
          dover essere assolutamente infelice vivendo, da dover penare sempre e senza riparo, tra
          dolori acuti, tra la mancanza di tutti i piaceri, tra una noia perenne, tra una vergogna
          cocente per le imperfezioni fisiche ec. Desiderar la morte a questo figlio, poniamo caso
          anche malato, anche disperato da’ medici, anche moribondo, o vero non solo desiderarla ma
          non dolersene consolarsene non piangerne amaramente, è ragionevole e barbaro, e come
          barbaro e snaturato, così anche contrario ai principi della religione.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="38"/> Non so se si possa far cosa più dispiacevole altrui quanto ad uno
          che v’abbia fatto un dono splendido, offrirne goffamente un altro molto inferiore, col che
          si viene a mostrare di stimar poco quel dono comparandolo con quello che si presenta quasi
          fosse atto a compensarlo, e di credere che il dono ricevuto si sia già compensato
          sgravandosi dell’obbligo della gratitudine, e il donatore che nel donarvi si compiaceva in
          se stesso aspettandosi da voi e la cognizione del benefizio, e la gratitudine (quantunque
          dovesse essere anche necessariamente e prevedutamente infruttuosa) si vede nell’atto della
          sua maggior compiacenza privo del premio del suo sacrifizio, e di più senza potersene
          lagnare se non altro fra se così altamente e generosamente come possono quelli che trovano
          ingratitudine. La qual frustrazione di speranza dopo un sacrifizio e forse anche uno
          sforzo fatto per conseguirla effettivamente, produce nell’uomo un senso disgustosissimo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Uomini singolari che si siano distinti o data opera, o per sola natura, o, com’è infatti,
          se non altro, più comune, per l’una e per l’altra maniera, dall’universale dei loro
          contemporanei nelle operazioni, vita, istituto ec. metodo ec. ci furono anticamente e ci
          sono stati ultimamente, e ci saranno stati in tutte le età, ma è una cosa curiosa
          l’osservare la differenza dei tempi nella misura della differenza tra i costumi di questi
          uomini singolari e quelli de’ contemporanei. Giacchè Rousseau p. e. e l’Alfieri sono
          passati in questi ultimi tempi per uomini singolari quanto passarono un tempo in Grecia,
          Democrito Diogene ec. e gli altri tanti filosofi che durarono anche in Roma sino a M.
          Aurelio e dopo. E questa uguaglianza d’effetto è assoluta. Ma se misureremo la cagion sua,
          cioè la differenza tra i costumi dell’Alfieri e i presenti, messa in paragone con quella
          tra i costumi di Diogene e de’ greci suoi contemporanei troveremo una disparità infinita
          tra la misura dell’una differenza e dell’altra essendo senza paragone maggiore quella di
          Diogene, dal che avviene che queste due differenze assolutamente parlando siano
          diversissime di peso quantunque rispettivamente considerate abbiano un’intensità e misura
          e valore uguale. Il che mostra che i costumi presenti non solo variano dagli antichi nella
          qualità in maniera che i costumi formali di Diogene passerebbero oggi per pazzie, ma
          ancora in questo che a segnalarsi fra essi ci bisogna una molto minore quantità di
          stravaganza (prendendo questo termine in buona parte e per singolarità, stranezza ec.) che
          non bisognava una volta, sicchè se qualcuno differisse ne’ suoi costumi dai presenti
          tanto, assolutamente parlando, quanto Diogene differiva dai greci, passerebbe anche così,
          non per singolare, come passava Diogene, ma per matto, quantunque relativamente alla
          qualità, la differenza fosse consentanea e proporzionale ai costumi presenti. Bisognava
          più dose anticamente per fare un effetto che ora si ottiene con molto meno, e la
          successiva e proporzionale diminuzione o accrescimento di questa dose si può calcolare
          anche nei tempi che sono di mezzo fra questi due estremi gli antichi e i moderni, che sono
          veramente estremi, non solo cronologicamente ma anche filosoficamente parlando, e questa
          dose calcolata può servire di termometro ai costumi <pb ed="aut" n="39"/> anche
          trasportandolo dai tempi alle nazioni, giacchè non è dubbio che la dose non sia
          presentemente molto minore in Francia che in qualunque altro paese ec. e così anticamente
          e in ciascuna età differente presso questo o quel popolo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dice Bacone da Verulamio che <quote>
            <emph>tutte le facoltà ridotte ad arte isteriliscono</emph>
          </quote>. Della quale verissima sentenza farò un breve commento applicandolo in
          particolare alla poesia. Steriliscono le facoltà ridotte ad arte, vale a dire gli uomini
          non trovano altro che le amplifichi, come trovavano quando ell’erano ancora informi e
          senza nome e senza leggi proprie ec. e di ciò <emph>mi sovvengono</emph> (verbo usato in
          questo significato dal Tasso) 4. ragioni. La 1. che quasi nessuno pensa più ad accrescere
          una facoltà già stabilita ordinata composta e che si ha per perfetta, perchè ognuno si
          contenta e si acquieta stimando la cosa già compita il che non accadeva prima della sua
          riduzione ad arte, ma ciascuno che capitava a coltivare questa facoltà, si lambiccava il
          cervello per ampliarla perchè non avea nome d’esser arte; quando l’ha avuto quando anche
          in fatti non sia più ricca di prima, par ch’ell’abbia già il tutto. La 2. (e questa è
          relativa particolarmente alla poesia) perchè moltissimi anzi quasi tutto il volgo di
          quelli che si applicano alla poesia (dite lo stesso proporzionatamente delle altre
          facoltà) non ardiscono di violare nessuna delle regole stabilite di mettere il piede un
          dito fuori della traccia segnata dai predecessori, credendo pedantescamente che il poetare
          non si possa eseguire senza stare a quelle leggi, insomma la seconda ragione è la
          pedanteria. La 3. più comune alle persone di senno e giudiziose e capaci, e anche esimie,
          è il costume e l’abitudine dal quale non si sanno staccare parte relativamente a se, parte
          agli altri. A se, perchè coll’abito preso di leggere di sentire di scrivere quella tal
          sorta di poemi di tragedie ec. non sanno fare altrimenti quantunque non siano ritenuti da
          nessuna superstizione. Agli altri, perchè non ardiscono di abbandonare la consuetudine
          corrente, e quantunque non sieno schiavi dei pregiudizi tuttavia dovendo comporre qualche
          poesia non si risolvono a parere stravaganti ideando cose non più sentite, dovendo
          pubblicare un’azione drammatica ed esporla agli occhi del popolo, se la facessero di
          capriccio e senz’adattarsi alla forma usata crederebbero meritarsi le risa o il biasimo
          universale, se componessero un poema epico di forma differente da quella che si costuma da
          tutto il mondo stimano e in certo modo con ragione che dovrebbero essere ripresi d’aver
          barattati i nomi, non ricevendosi per poema epico se non quello che è in questa forma
          consueta. E così è in fatti che se uno intitola la sua opera tragedia, il pubblico si
          aspetta quello che si suole intendere per tragedia, e trovando cosa tutta differente se ne
          ride. Nè senza ragione perchè il danno dell’età nostra è che la poesia si sia già ridotta
          ad arte, in maniera che per essere veramente originale bisogna rompere violare disprezzare
          lasciare da parte intieramente i costumi e le abitudini e le nozioni di nomi di generi ec.
          ricevute da tutti, cosa difficile a fare, e dalla quale si astiene ragionevolmente anche
          il savio, perchè le consuetudini vanno rispettate massimamente nelle cose fatte pel popolo
          come sono le poesie, nè va ingannato il pubblico con nomi falsi. <pb ed="aut" n="40"/> E
          dare una nuova poesia senza nome affatto e che non possa averne dai generi conosciuti è
          ragionevole bensì, ma di un ardire difficile a trovarsi, e che anche ha infiniti ostacoli
          reali, e non solamente immaginari nè pedanteschi. La 4. e la più forte, e la più
          considerabile, che quando anche un bravo poeta voglia effettivamente astrarre da ogni idea
          ricevuta da ogni forma da ogni consuetudine, e si metta a immaginare una poesia tutta sua
          propria, senza nessun rispetto, difficilissimamente riesce ad essere veramente originale,
          o almeno ad esserlo come gli antichi, perchè a ogni momento anche senz’avvedersene, senza
          volerlo, sdegnandosene ancora, ricadrebbe in quelle forme, in quegli usi, in quelle parti,
          in quei mezzi, in quegli artifizi, in quelle immagini, in quei generi ec. ec. come un
          riozzolo d’acqua che corra per un luogo dov’è passata altr’acqua: avete bel distornarlo,
          sempre tenderà e ricadrà nella strada ch’è restata bagnata dall’acqua precedente. Giacchè
          la natura somministra ben da se idee sempre differenti e sempre nuove, e se un poeta non
          fosse stato conosciuto dall’altro appena si sarebbero trovati due poeti che avessero fatti
          poemi somiglianti perchè questo non sarebbe stato se non opera del caso, il quale
          difficilmente produce simili combinazioni che ognuno vede quanto sian rare in ogni genere.
          Perciò quando gli esempi erano o scarsi o nulli, Eschilo per es. inventando ora una ora
          un’altra tragedia senza forme senza usi stabiliti, e seguendo la sua natura, variava
          naturalmente a ogni composizione. Così Omero scrivendo i suoi poemi, vagava liberamente
          per li campi immaginabili, e sceglieva quello che gli pareva giacchè tutto gli era
          presente effettivamente, non avendoci esempi anteriori che glieli circoscrivessero e
          gliene chiudessero la vista. In questo modo i poeti antichi difficilmente
            <emph>s’imbattevano a non essere originali</emph>, o piuttosto erano sempre originali, e
          s’erano simili era caso. Ma ora con tanti usi con tanti esempi, con tante nozioni,
          definizioni, regole, forme, con tante letture ec. per quanto un poeta si voglia
          allontanare dalla strada segnata a ogni poco ci ritorna, mentre la natura non opera più da
          se, sempre naturalmente e necessariamente influiscono sulla mente del poeta le idee
          acquistate che circoscrivono l’efficacia della natura e scemano la facoltà inventiva, la
          quale se ciò non fosse, malgrado i tanti poeti che ci sono stati, saprebbe ben da se
          ritrovar naturalmente e senza sforzo (parlo della facoltà inventiva di un vero poeta) cose
          sempre nuove, e non tocche da altri, almeno non in quella maniera ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una delle grandi prove dell’immortalità dell’anima è la infelicità dell’uomo paragonato
          alle bestie che sono felici o quasi felici, quando la previdenza de’ mali (che nelle
          bestie non è) le passioni, la scontentezza del presente, l’impossibilità di appagare i
          propri desideri e tutte le altre sorgenti d’infelicità ci fanno miseri inevitabilmente ed
          essenzialmente per natura nostra che lo porta, nè si può mutare. Cosa la quale dimostra
          che la nostra esistenza non è finita dentro questo spazio temporale come quella dei bruti,
          perchè ripugna alle leggi che si osservano seguite costantemente in tutte le opere della
          natura, che vi sia un animale, e questo il più perfetto di tutti, anzi il padrone di tutti
          gli altri e di questo intiero globo, il quale racchiuda in se una sostanziale infelicità,
          e una specie di contraddizione colla sua esistenza al compimento della quale non è dubbio
          che si richieda la felicità proporzionata all’essere di quella tale sostanza (che per
          l’uomo è impossibile di conseguire) e una contraddizione formale col desiderio di esistere
          ingenito in lui come in tutti gli animali, anzi proporzionatamente in tutte le cose;
          giacchè un uomo disperato della vita futura ragionevolissimamente detesta la presente, se
          n’annoia, ne patisce (cosa snaturata) e s’uccide come vediamo che fa (impossibile ne’
          bruti). L’uccidersi dell’uomo è una gran prova della sua immortalità. <bibl>
            <author>Verri</author>
            <title>Notte Romana</title>5. colloquio 6</bibl>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="41"/> La prima donna (del teatro, attempata) non vuol recedere dagli
            <emph>antichi</emph> suoi diritti.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che ho detto qui sopra della difficoltà d’astenersi dall’imitare è confermato e
          dall’esempio del Metastasio che se è vero quello che dice il Calsabigi nella lettera
          all’Alfieri non volle mai leggere tragedie francesi, e da quello che scrive l’Alfieri di
          se nella sua Vita, e tra l’altro del Caluso che gli negò una tragedia del Voltaire ch’egli
          volea leggere mentre stava per comporne un’altra sullo stesso argomento.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>C’è una differenza grandissima tra il ridicolo degli antichi comici greci e latini di
          Luciano ec. e quello de’ moderni massimamente francesi. La differenza si conosce benissimo
          e dà negli occhi immediatamente. Ma quanto all’analizzarla e diffinire in che consista, a
          me pare che sia questo, che quello degli antichi consistea principalmente nelle cose, e il
          moderno nelle parole (e quando dico moderno intendo principalmente le più moderne commedie
          satire e altri scritti ridicoli giacchè il Goldoni p. e. ne aveva di quel ridicolo antico
          e attico e così le più antiche nostre commedie e il Berni ec. a differenza credo dei
          francesi anche antichi come il Boileau ec.). Quello degli antichi era veramente
          sostanzioso, esprimeva sempre e mettea sotto gli occhi per dir così un corpo di ridicolo,
          e i moderni mettono un’ombra uno spirito un vento un soffio un fumo. Quello empieva di
          riso, questo appena lo fa gustare e sorridere, quello era solido, questo fugace, quello
          durevole materia di riso inestinguibile, questo al contrario. Quello consisteva in
          immagini, similitudini paragoni, racconti insomma cose ridicole, questo in parole,
          generalmente e sommariamente parlando, e nasce da quella tal composizione di voci da
          quell’equivoco, da quella tale allusione di parole, da quel giucolino di parole, da quella
          tal parola appunto, di maniera che togliete quella allusione, scomponete e ordinate
          diversamente quelle parole, levate quell’equivoco, sostituite una parola in cambio
          d’un’altra, svanisce il ridicolo. Ma quel de’ greci e latini è solido, stabile, sodo,
          consiste in cose meno sfuggevoli, vane, aeriformi, come quando Luciano nel <foreign
            lang="grc">Ζεὺς ἐλεγχόμενος</foreign> paragona gli Dei sospesi al fuso della Parca ai
          pesciolini sospesi alla canna del pescatore. Ed erano i greci e latini inventori acerrimi
          e solertissimi di queste immagini, di queste fonti di ridicolo e ne trovavano delle così
          recondite, e nel tempo stesso così feconde di riso ch’è incredibile come in quel frammento
          di Filemone Comico appo il <bibl>
            <author>Vettori</author>
            <title>Var. Lect.</title> l. 18. c. 17</bibl>. E la novità era cosa ordinarissima nel
          ridicolo degli antichi comici secondo la forza comica di ciascheduno. E quando anche non
          ci fossero <emph>immagini</emph> similitudini ec. sempre quel motteggiare era più
          consistente più corputo, e con più cose che non il moderno. Ma forse e senza forse
          presentemente, e massime ai francesi par grossolano quel che una volta si chiamava sale
          attico, e piacque ai greci, popolo il più civile dell’antichità, e a’ latini. E può essere
          che anche Orazio avesse una simile opinione quando disse male de’ sali di Plauto
          (esemplare di quel ridicolo ch’io dico tra’ latini) e <pb ed="aut" n="42"/> infatti le
          Satire e l’Epistole d’Orazio non sono di così solido ridicolo come l’antico comico greco e
          latino, ma nè anche di gran lunga, così sottile come il moderno. Ora a forza di motti s’è
          renduto spirituale anche il ridicolo, assottigliato tanto che omai non è più nè pur
          liquore ma un etere un vapore, e questo solo si stima ridicolo degno delle persone di buon
          gusto e di spirito e di vero buon tuono, e degno del bel mondo e della civile
          conversazione. Il ridicolo nelle antiche commedie nasceva anche molto dalle operazioni
          stesse ch’erano introdotti a fare i personaggi sulla scena, e quivi ancora era non piccola
          sorgente di sale, nella pura azione, come nelle <title>Cerimonie</title> del Maffei
          commedia piena di vero e antico ridicolo, quel salire di Orazio per la finestra a fine
          d’evitare i complimenti alle porte. Un’altra gran differenza tra il ridicolo antico e il
          moderno è che quello era preso da cose popolari o domestiche o almeno non della più fina
          conversazione, la quale poi non esisteva allora per lo meno così raffinata; ma il moderno
          massime il francese versa principalmente intorno al più squisito mondo, alle cose dei
          nobili più raffinati alle vicende domestiche delle famiglie più mondane ec. ec. (come
          anche proporzionatamente era il ridicolo d’Orazio) sicchè quello era un ridicolo che avea
          corpo, e come il filo d’un’arma che non sia troppo aguzzo, dura lungo tempo, dove quello
          come ha una punta sottilissima, (più o meno, secondo i tempi e le nazioni) così anche in
          un batter d’occhio si logora e si consuma, e dal volgo poi non si sente, come il taglio
          del rasoio a prima giunta.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Un’altra prova dell’esser la nostra lingua italiana derivata dal volgare di Roma del buon
          tempo si trae dalle parole antichissime Latine poi andate in disuso presso gli scrittori,
          che ora si trovano nell’italiano, le quali è manifesto che con una successione continuata
          sono passate da quegli antichissimi tempi sino a noi, perchè nessuno certo l’è andato a
          pescare negli scrittori antichissimi latini perduti poi ancora prima del nascere della
          nostra lingua, come Lucilio Ennio Nevio ec. Di maniera che tra questi antichi che le
          usavano e noi che le usiamo non bisogna lasciare nessun intervallo voto, perchè non
          sarebbero più rinate, se non vogliamo dire che sia un caso, il che non si lascerà credere
          appena agli Epicurei. Dunque non essendoci altra catena tra quegli scrittori e noi che il
          volgare Latino, giacchè gli scrittori le aveano dismesse, resta che questo si riconosca
          per conservatore e propagatore all’italiano di quelle voci. Come <emph>pausa</emph> usata
          dagli antichi scrittori latini, poi disusata, poi tornata in uso a’ tempi bassi e quindi
          nell’italiano, (v. il Du Cange) certo non saltò da quei secoli antichi ai bassi così per
          miracolo, (giacchè certo quei miserabili scrittori Latino barbari non la trassero dagli
          antichissimi autori forse già perduti e certo a loro o ignoti, o tutt’altro che letti e
          studiati) ma discese per una via continuata la quale non può esser altro che il popolare
          latino. E questo credo che si possa parimente dire di moltissime altre voci.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="43"/> Diceva un marito geloso alla moglie: Non t’accorgi,
          <emph>Diavolo</emph> che sei, che tu sei bella come un <emph>Angelo</emph>?</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto più del tempo si tiene a conto, tanto più si dispera d’averne che basti, quanto
          più se ne gitta, tanto par che n’avanzi.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non vorrei parer di detrarre al valore delle lodi colle quali V. S. s’è compiaciuta
          d’ornarmi pubblicamente, se dirò che più dell’onore che me ne viene, mi rallegra la
          benevolenza di V.S. che mi dimostrano, e questa tanto maggiore quanto essendo più scarso
          il merito mio, conviene che abbondi quello che ha supplito al suo difetto.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Proprietà, efficacia, ricchezza, varietà, disinvoltura, eleganza ancora e morbidezza e
          facilità, e soavità e mollezza e fluidità ec. sono cose diverse e possono stare senza la
            <foreign lang="grc">χάρις Ἀττικὴ</foreign>, <foreign lang="lat">lepos atticum</foreign>,
          quella grazia che non si potrà mai trarre se non da un dialetto popolare (capace di
          somministrarla) che gli antichi greci traevano dall’Attico i latini massimamente antichi
          come Plauto Terenzio ec. dal puro e volgare e nativo Romano, e noi possiamo e dobbiamo
          derivare dal Toscano usato giudiziosamente.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non si trova in verun Dizionario italiano ch’io abbia potuto consultare ma è comune fra
          noi la parola <emph>blitri</emph> o <emph>blittri</emph> o <emph>blitteri</emph> che
          significa, <emph>un niente, cosa da nulla</emph> ec. Questa casa è un <emph>blitri</emph>;
          questa città è un <emph>blitri</emph> a misurarla con Roma ec. ec. Ora questa parola è
          totalmente e interamente greca: <foreign lang="grc">βλίτρι</foreign>, che anche si diceva
            <foreign lang="grc">βλίτυρι</foreign> e <foreign lang="grc">βλήτυρι</foreign> e <foreign
            lang="grc">βλίτηρι</foreign> (come anche noi) e forse anche <foreign lang="grc"
          >βρίτυρι</foreign>, e non significava nulla. <bibl>V. <author>Laerz.</author> l. 7. segm.
            57. e quivi le note del Casaub. e del Menag.</bibl> e il <bibl>
            <author>Du Fresne</author>
            <title>Glossar. Graec.</title> in <foreign lang="grc">βλίτηρι</foreign>, e
            nell’appendice 1. in <foreign lang="grc">βλίτηρι</foreign> parimente</bibl>. Tutti gli
          altri libri immaginabili che poteano fare al caso sono stati da me consultati
          scrupolosamente, senza trovarci ombra di questa voce, e nominatamente i Dizionari Greci
          tutti quanti n’ho, dove manca affatto, in tutte le sue maniere.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il cantare che facciamo quando abbiamo paura non è per farci compagnia da noi stessi come
          comunemente si dice, nè per distrarci puramente, ma (come trovo incidentemente e
          finissimamente notato anche nella seconda lettera del Magalotti contro gli Atei) per
          mostrare e dare ad intendere a noi stessi di non temere. La quale osservazione potrebbe
          forse applicarsi a molte cose, e dare origine a parecchi pensieri. E già è manifesto che
          all’aspetto del male noi cerchiamo d’ingannarci e di credere che non sia tale, o minore
          che non è, e però cerchiamo chi se ne mostri o ne sia persuaso, e per ultimo grado, per
          persuaderlo a noi stessi, fingiamo d’esserne già persuasi, operando e discorrendo tra noi
          come tali. E questo è quello che accade nel caso detto di sopra. E già è costume di
          moltissimi il detrarre quanto più possono colle parole e colla fantasia a’ mali che loro
          sovrastanno, e con ciò si consolano e fortificano, mendicando il coraggio non dal
          disprezzo del male, ma dalla sua immaginata falsità o piccolezza, onde son molti che non
          si sgomentano se non di rarissimo perchè quando vien loro annunziato o prevedono qualche
          male, prima non lo credono affatto, (cioè si nascondono o impiccoliscono tutti i motivi di
          credere) e così se il male non ha luogo effettivamente essi non han temuto, e gli altri
          sì, e con ragione; poi lo scemano immaginando quanto possono, e così non temono se non in
          quei rari casi nei quali sopraggiunge un male così evidente e reale e che li tocchi in
          modo che non possano ingannarsi, giacchè anche sopraggiunto che sia, molte volte non lo
          credono affatto male, cioè non lo voglion credere. E questi che <pb ed="aut" n="44"/>
          forse spesso passano per coraggiosi, sono i più vigliacchi che mai, giacchè non sanno
          sostenere non solo la realtà ma neppur l’idea dell’avversità, e quando hanno sentore di
          qualche disgrazia che loro sovrasti o sia accaduta, subito corrono col pensiero, ad
          arroccarsi e trincerarsi e chiudersi e incatenacciarsi poltronescamente in dire fra se che
          non sarà nulla. Onde si vede alla prova delle evidenti disgrazie, come sieno codardi e si
          disperino, e dieno in frenesie e smanie da femminucce con urli pianti preghiere, tutte
          cose vedute e notate effettivamente da me in uno di cui ho e naturalmente doveva avere una
          gran pratica, del quale per l’altra parte è un perfettissimo e appropriatissimo ritratto
          quello che ho detto di sopra. Del resto è cosa pur troppo evidente che l’uomo inclina a
          dissimularsi il male, e a nasconderlo a se stesso come può meglio, onde è nota l’<foreign
            lang="grc">εὐφημία</foreign> degli antichi greci che nominavano le cose dispiacevoli
            <foreign lang="grc">τὰ δεινὰ</foreign> con nomi atti a nascondere o dissimulare questo
          dispiacevole, (del che v. Elladio appo il Meursio) la qual cosa certo non faceano
          solamente per cagione del mal augurio. E anche in italiano si dice, <emph>se Dio facesse
            altro di me</emph>, per dire, <emph>s’io morissi</emph>, (<bibl>v. la
            <title>Crusca</title> in <emph>Altro</emph>
          </bibl>) e in latino in questo istesso caso, <foreign lang="lat">si quid humanum paterer,
            mihi accideret</foreign> etc. e così in cento altri casi.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Un argomento chiaro di quanto poco i greci studiassero il latino così assolutamente, come
          in particolare rispetto a quello che i latini studiavano il greco, è quello che dicono
          Plutarco nel principio del Demostene, e Longino dove parla di Cicerone quando i latini
          scrittori senza nessunissima esitazione nata dall’esser di diversa lingua, parlavano e
          giudicavano degli scrittori greci.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Anche in nostra lingua le mutazioni della pronunzia latina ec. hanno guasto parecchie
          parole, come da <foreign lang="lat" rend="italic">raucus</foreign> espressivissima del
          suono che significa, <foreign lang="lat" rend="italic">roco</foreign> che perde quasi
          tutta l’espressione.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’infelicità nostra è una prova della nostra immortalità, considerandola per questo verso
          che i bruti e in certo modo tutti gli esseri della natura possono esser felici e sono, noi
          soli non siamo nè possiamo. Ora è cosa evidente che in tutto il nostro globo la cosa più
          nobile, e che è padrona del resto, anzi quello a cui servizio pare a mille segni
          incontrastabili che sia fatto non dico il mondo ma certo la terra è l’uomo. E quindi è
          contro le leggi costanti che possiamo notare osservate dalla natura che l’essere
          principale non possa godere la perfezione del suo essere ch’è la felicità, senza la quale
          anzi è grave l’istesso essere cioè esistere, mentre i subalterni e senza paragone di minor
          pregio possono tutto ciò, e lo conseguono, il che è chiaro a mille segni e per le ragioni
          ancora indicate in un altro pensiero.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La costanza dei 300. alle Termopile e in particolare di quei due che Leonida voleva
          salvare, e non consentirono ma vollero evidentemente morire, come anche la solita gioia
          delle madri o padri Spartani (ma è più notabile delle madri) in sentire i loro figliuoli
          morti per la patria, è similissima anzi egualissima a quella dei martiri e in particolare
          di quelli che potendo fuggire il martirio non vollero assolutamente desiderandolo come gli
          spartani desideravan di cuore di morire per la patria. E un esempio recente di un martire
          che potendo fuggir la morte, non volle, si può vedere nel Bartoli, <title>Missione al gran
            Mogol</title>. E la stessa applicazione <pb ed="aut" n="45"/> fo pure di quelle madri e
          padri cristiani che godevano sentendo de’ loro figli martiri, e ancora esortandoli
          vedendoli portandoli accompagnandoli offrendoli al martirio e nel supplizio confortandoli
          a non cedere, come le spartane che esortavano ec. e quella che disse presentando lo scudo
          al figlio, <quote>
            <emph>o con questo o su questo</emph>
          </quote>, e quelle che abbominavano i figli macchiati di qualche viltà come parimente le
          cristiane ec. Da questo confronto risulta una conformità non solita a considerarsi fra
          questi due generi di eroismi, ed apparisce quello che ho detto altrove in questi pensieri
          che la religione è la sola che abbia riunito l’eroismo e la grandezza delle azioni e il
          valore e il coraggio e la forza d’animo ec. colla ragione ec. e che abbia anzi risuscitato
          l’eroismo già quasi svanito allo scemare delle illusioni: e quanto sia simile alle cose
          nostre quello che non si crede che abbia esempio fuor delle circostanze della libertà,
          amor patrio ec. de’ greci de’ Romani, in somma degli antichi e principalmente degli
          antichissimi, quando come ho detto noi ne abbiamo anche esempi recenti ne’ nostri ultimi
          martiri, non solo ne’ primi e antichi.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Soleva considerar come una pazzia quello che dicono i Cappuccini per iscusarsi del
          trattar male i loro novizzi, il che fanno con gran soddisfazione, e con intimo sentimento
          di piacere, cioè che anch’essi sono stati trattati così. Ora l’esperienza mi ha mostrato
          che questo è un sentimento naturale, giacch’io giunto appena per l’età a svilupparmi dai
          legami di una penosa e strettissima educazione e tuttavia convivendo ancora nella casa
          paterna con un fratello minore di parecchi anni, ma non tanti ch’egli non fosse nel
          pienissimo uso di tutte le sue facoltà vizi ec. siccome non per altro (giacchè non era
          punto per predilezione de’ genitori) se non perch’era mutato il genere della vita nostra
          che convivevamo con lui, anch’egli partecipava non poco alla nostra larghezza, ed avea
          molto più comodi e piaceruzzi che non avevamo noi in quella età, e molto meno incomodi e
          noie e lacci e strettezze e gastighi, ed era perciò molto più petulante ed ardito di noi
          in quell’età, perciò io ne risentiva naturalmente una verissima invidia, cioè non di quei
          beni giacch’io gli avea allora, e pel tempo passato non li potea più avere, ma mero e solo
          dispiacere ch’ei gli avesse, e desiderio che fosse incomodato e tormentato come noi, ch’è
          la pura e legittima invidia del pessimo genere, e io la sentiva naturalmente e senza
          volerla sentire, ma in somma compresi allora (e allora appunto scrissi queste parole) che
          tale è la natura umana, onde mi erano men cari quei beni ch’io aveva qualunque fossero,
          perch’io li comunicava con lui, forse parendomi che non fossero più degno termine di tanti
          stenti dopo che non costavano niente a un altro che si trovava nelle mie circostanze, e
          con meno merito di me, ec. Quindi applico ai Cappuccini, i quali trovando la sorte dei
          fratelli minori che sono i novizzi dipendente da loro, seguono gl’impulsi di questa
          inclinazione che ho detto, e non soffrono che si possano dire a se stessi essere scarso
          quel bene a cui son giunti poichè altri gli acquista con assai meno travaglio di loro, nè
          che abbiano a provare il dispiacere che questi tali non soffrano quegl’incomodi ch’essi in
          quelle circostanze hanno sofferti.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="46"/> Quando colla lettura col tratto col discorso coi trattenimenti o
          letterari o di qualunque genere (ma massime coi libri in quanto al gusto dello scrivere, e
          colla conversazione degli uomini in quanto al costume) ci siamo formati un abito cattivo,
          crediamo che quello sia natura, giacchè non c’è cosa tanto simile e facile ad esser
          confuso colla natura anche da’ più oculati e da’ filosofi, quanto l’abito; e pretendiamo
          di dover seguire quell’abito p. e. nello scrivere, (giacchè di questo io voglio qui
          parlare specialmente come quelli a cui pare che lo scrivere in un italiano francese sia
          natura, e così la corruzione del gusto in ogni genere e parte di scrittura e di stile)
          dicendo ch’è natura, e che così vi viene spontaneamente e che la poesia deve fluire dalla
          natura e cose tali. Ma non è natura, è abito, e abitaccio pessimo, e volete vederlo? se
          siete veramente di buona indole per le Belle Arti leggete i veri poeti e scrittori,
          particolarmente i greci, e vedrete subito che quella è natura, e vi maraviglierete (come
          infatti succede, che quasi paiano due naturalezze e non si sappia capir come, e dall’altra
          parte questa duplicità ci faccia stupire) come sia tanto differente da quella che voi
          credete che sia natura, eppur non potete negare che questa non sia perch’è troppo
          evidente. Ed ecco se volete esser poeta e servirvi di quello che vi somministra la natura,
          naturalmente, e rettamente, cominciate, se siete uomo di giudizio, a conoscer la necessità
          assolutissima dello studio, (oh bestemmia! necessario lo studio per iscrivere e poetar
          bene) e della lezione dei classici e delle arti poetiche e dei trattati ec. ec. e vedete
          appoco appoco la somma difficoltà d’imitare e seguir quella natura che prima confondendola
          coll’abito giudicavate così facile a esprimere, perchè infatti non c’è cosa più facile a
          seguire che l’abito, nè più difficile a contrariare, il che appunto fa la somma difficoltà
          del seguir la natura vera, e ciò non si ottiene senza un contrabito tanto più difficile
          del primo quanto bisogna erigerlo dai fondamenti, (del che in quell’altro essendo venuto
          su appoco appoco, nell’età fresca, e da se, senza nostra fatica, non ci eravamo accorti)
          erigerlo sbarbando prima l’altro, e questa è la gran fatica che in quell’altro non ci fu
          punto, e finalmente erigerlo continuarlo e finito conservarlo in mezzo a infinite cose
          (come letture necessarie, discorsi, commercio usuale per negozi ec. trattenimenti
          conversazioni corrotte secondo il solito, corrispondenze ascoltazione di discorsi altrui
          ec. ec.) che lo contrastano, tanto più pericolose quanto vi richiamano a quell’altro abito
          prima già fatto, onde il luogo resta sempre lubrico, ed è facile lo scivolare nel cattivo.
          E così è necessarissimo lo studio per ben servirsi di quella natura, senza la quale bensì
          non si fa niente, ma colla quale sola avreste ben forse potuto quasi tutto, ma non potete
          più nulla, anzi meno del nulla, giacchè non potete non far male, a cagione dell’abito
          inevitabile fatto contro di lei.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La grazia non può venire altro che dalla natura, e la natura non istà mai secondo il
          compasso della gramatica della geometria dell’analisi della matematica ec. Quindi la
          scarsezza di grazia nella lingua francese tutta analitica e tecnica e regolare, e diremo
          angolare, massima scarsezza nell’esteriore dello stile, e poi anche nell’interiore ec. se
          bene se ne compensano col nominar la grazia 20. volte per pagina, e <pb ed="aut" n="47"/>
          non c’è un libro francese dove non troviate a ogni occhiata <foreign lang="fre">grace,
            grace</foreign> massime parlando dei libri della loro nazione, encomiandoli ec. <foreign
            lang="fre">Grace grace</foreign>, mi viene allora in bocca, <foreign lang="lat"
            rend="italic">et non erat grace</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">pax pax et
            non erat pax</foreign>, ma non so se così veramente dica S. Paolo, o qual altro Scrittor
          sacro). V. questi pensieri p. 92-94.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Stridore notturno delle banderuole traendo il vento.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si suol dire che la resistenza stimola e dà forze di compire, e condurre a fine quello
          che si è tentato. Ora io soggiungo che spessissimo se io senza resistenza avrei fatto
          dieci, sopraggiunta la resistenza farò quindici e venti. E questo spesso di assoluta e
          determinata volontà, non già per soprabbondanza meccanica degli effetti della forza
          impiegata maggiore del bisognevole per la resistenza incontrata, e non contrappesata
          diligentemente alla resistenza, come se io voglio spingere una cosa da un luogo all’altro,
          provo che non cede alla prima spinta, accresco la forza, e questa me la caccia più lontano
          ch’io non voleva. Ma dico per deliberata volontà: p. e. do una spinta e non giova,
          un’altra e non fa, la terza parimente, alla fine mi piglia la rabbia, acchiappo la cosa
          colle mani, e la strascino molto più in là ch’io non voleva prima ch’ella andasse, e
          volendo ch’ella stia dove dee, bisogna che la riporti indietro al luogo conveniente, e
          così fo. E la distanza alla quale l’ho portata è spesso più che doppia ed anche tripla di
          quella a cui la voleva spingere. Questo accade perch’io allora non considero più e non ho
          per fine della mia azione, di farla andare in quel tal luogo, ma propriamente di vincere e
          vendicare quella resistenza, e mostrare la superiorità del mio volere e della mia forza
          sopra il suo volere e la sua forza, la quale tanto più si dimostra, e la vendetta e la
          vittoria è tanto maggiore quanto io la porto più lontano, e insomma volti allora a quel
          fine miriamo alla perfezione di esso che così si conseguisce, e perciò non c’importa che
          veniamo a nuocere a quel primo fine del quale effettivamente in quel punto siamo
          dimenticati. Applico ora questo caso fisico ai morali.</p>
        <p>Perciò si vuole che le parole che si hanno da aggiungere alla nostra lingua o per
          arricchirla, o per necessità ec. si prendano dal latino e non dal francese nè dal tedesco
          ec. chiamando quelle buone e approvandole, e queste barbare, perchè quelle ordinariamente
          o almeno assai più spesso e facilmente consentono coll’indole della lingua nostra, e le
          lasciano la sua forma e sembianza nativa e la sua grazia ec. ma queste dissuonano
          manifestissimamente e sconvengono, e sconvenendo fanno la barbarie, e se son molte
          guastano le forme native, e la venustà e grazia propria e primitiva della lingua. E questa
          sconvenienza si scorge anche nelle semplici parole, com’è chiaro, vedendosi subito che
          vengono da un’altra fonte, laddove le latine non possono venire da un’altra fonte, essendo
          da quella stessa fonte venuta si può dir tutta intera la lingua italiana, e benchè da essa
          sia venuta anche la francese, non però la italiana è venuta dalla francese, e quindi per
          quanto la sorgente sia la stessa, nel corso si può bene il rivo essere, anzi s’è mutato, e
          alterato, ed ha acquistato proprietà tali, che non ha più nessun diritto di dare ad un
          altro rivo nato dalla stessa sorgente, le sue acque, come <pb ed="aut" n="48"/> a lui
          convenienti. Laddove la fonte non essendo alterata, restiamo sempre in diritto
          d’attingerne, e anche quivi con giudizio, e quanto è permesso dalle alterazioni che ha
          sofferte il nostro proprio rivo, per cagione delle quali alcune acque della stessa
          sorgente non ci si potrebbero mescolare senza sconvenienza. Ed ecco la cagione del diverso
          diritto, e delle diverse conseguenze che si devono dedurre dalla fratellanza delle lingue
          e dalla figliolanza. Quello poi che ho detto delle parole va inteso e molto più
          intensamente delle frasi che corrompono più e sconvengono più, avendo faccia più
          manifestamente straniera e dissimile. E che questa non sia pedanteria e cieca venerazione
          dell’antichità si vede chiaro da questo che non solo non amiamo ma detestiamo le parole
          greche, quantunque la lingua latina ne prendesse in tanta copia, e appunto per uso
          d’arricchirsi, e per le diverse necessità d’esprimer questa o quella cosa mancante di
          parola latina dove senza crearla di nuovo la levavano di peso dal greco ed è costume
          usitatissimo dei latini come di Cicerone di Celso ec. quantunque principalmente di chi
          scriveva di scienze come Plinio ec. ma anche Orazio com’è notissimo ec. Ora perchè queste
          hanno viso per noi straniero le fuggiamo di cuore, ed anche gran parte delle frasi
          strettamente prese, giacchè dei modi più largamente, infiniti ne convengono a maraviglia
          alla nostra lingua. Al contrario però di noi la lingua francese non fa una difficoltà al
          mondo di spogliare la lingua greca secondo i suoi bisogni e in questi ultimi tempi se n’è
          empiuta e satollata strabocchevolmente, onde già fanno dizionari delle parole francesi
          derivate dal greco cosa per altro scellerata che guasta quella lingua orrendamente (come
          guasta indegnamente la nostra la barbarie comunissima di usar queste stesse parole greche
          massime le moderne pigliandole non dal greco ma dal francese colla stessa barbarie però,
          quantunque i più neppur sappiano che siano interamente greche ma le abbiano per pure
          francesi, come despota, demagogo, anarchia, aristocrazia, democrazia, colle terminazioni
          greche sole p. e. civismo, filosofismo ec. ec. che in gran parte son politiche messe fuori
          dalla repubblica francese ma ce ne ha di tutti i generi) e in principal modo perch’essendo
          adottata da tutti gli scrittori di scienze la nomenclatura tratta dal greco onde non c’è
          scienza, anzi neppure arte, mestiere, rettorica gramatica ec. che non sia piena di greco,
          e perfino nel suo nome e in quello delle sue parti non sia intieramente greca, le parole
          greche essendo necessariamente di quel sembiante che tutti siamo soliti di vedere nelle
          usate dagli scienziati, danno alla lingua francese (e darebbero a qualunque lingua e
          daranno all’italiana se dalla francese saranno trasportate stabilmente nella nostra)
          un’aria indegna di <emph>tecnicismo</emph> (per usare una di queste belle parole) e di
          geometrico e di matematico e di scientifico che ischeletrisce la lingua, riducendola in
          certo modo ad angoli e perchè non c’è cosa più nemica della natura che l’arida geometria,
          le toglie tutta la naturalezza e la <foreign lang="fre">naïveté</foreign>, e la popolarità
          (onde nasce la bellezza) e la grazia e la venustà, e proprietà, ed anche la forza e
          robustezza ed efficacia mancando anche questa assolutamente al linguaggio tecnico che non
          fa forza col linguaggio, ma con quello che risulta dalle parole cioè col significato loro
          e coll’argomento e ragione, o col concetto spiegato freddamente con esse.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="49"/> La favola del pavone vergognoso delle sue zampe pecca d’inverisimile
          anzi d’impossibile, giacchè non ci può esser parte naturale e comune in verun genere
          d’animale, che a quello stesso genere non paia conveniente, e quando sia nel suo genere
          ben conformata non paia bella: giacchè la bellezza è convenienza, e questa è idea ingenita
          nella natura; quali cose però si convengano, questo è quello che varia nelle idee non solo
          dei diversi generi di animali, ma eziandio degl’individui di uno stesso genere, come negli
          uomini, agli Etiopi (per non uscire dalla bellezza del corpo) par bello il color nero, il
          naso camoscio, le labbra tumide, e brutti i contrari che a noi paion belli, e tra i
          bianchi questa e quella nazione si diversifica assaissimo nel valutar come bella questa o
          quella forma che all’altra nazione dispiacerà. Ma che la natura abbia fatto parte stabile
          ed essenziale di verun genere animalesco che a quello stesso genere paia brutta è
          impossibile, giacchè non è possibile che un genere non abbia nessuno cui stimi bello, e
          questo vediamo parimente nella specie, e le stesse differenze ch’io ho notate nei giudizi
          degli uomini provengono dalla differente forma loro come negli Etiopi, Lapponi, Selvaggi,
          isolani di cento figure ec. E le altre differenze, come nello stimar più l’occhio ceruleo
          che il nero, ec. versano non intorno a cose stabili e immutabili, ma, com’è chiaro da
          questo esempio, mutabili, e differenti in una stessa specie secondo gl’individui, giacchè
          altrimenti la natura avrebbe fatto una specie di bruttezza assoluta, se parendo bruttezza
          a noi, paresse anche a quel tal genere o specie. Ma la bruttezza assoluta ben noi ce la
          figuriamo che vedendo le zampacce del pavone, e parendoci sconvenienti al resto del suo
          corpo, non crediamo che possano parer belle a nessuno animale, ma il fatto non istà così,
          anzi al pavone parebbono brutte nel proprio genere quelle zampe più grosse carnose morbide
          ornate vestite ec. che a noi parrebbono più belle, e giudica brutto quello del suo genere
          (o specie che la vogliamo dire) che non ha le zampe perfettamente secche asciutte ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che ho detto nel principio di questo pensiero me ne porge un altro, cioè che
          infatti quella favola non pecca d’inverisimile non essendo scritta per li pavoni ma per
          noi, i quali naturalmente siamo portati a credere che quelle zampe bruttissime agli occhi
          nostri sieno tali anche agli occhi dei pavoni. E quantunque il filosofo facilmente conosca
          il contrario, tuttavia scrive il poeta pel volgo, al quale non è inverisimile il dir p. e.
          che le stelle cadano, anzi lo dice Virgilio e si dice da’ villani e da’ poeti tuttogiorno,
          benchè a qualunque non ignorante sia cosa impossibile.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="50"/> A quello che ho detto nel 3. pensiero avanti al presente si aggiunga
          che le parole nuove si devono anche cavare dalle radici che sono nella propria lingua, e
          questa è una fonte principalissima e dalla quale Dante che passa pel creatore della lingua
          derivò una grandissima, e forse la massima parte delle voci ch’egli introdusse. E i
          derivati da questa fonte serbando com’è naturale il colore nativo della lingua più che
          qualunque altro, se son fatti con giudizio, vengono a formare il miglior genere di voci
          nuove che si possano creare ec. ec. Ma questa fonte è tanto più scarsa quanto meno sono le
          radici cioè quanto la lingua è meno ricca, onde la lingua francese cedendo in questo senza
          paragone all’italiana non è dubbio che di voci nuove secondo il bisogno, che non alterino
          la fisonomia della lingua ma consuonino ec. dev’essere molto più atta a produrne la lingua
          italiana che la francese. E infatti questa che passa per ricchissima in vocaboli delle
          arti e scienze ec. è infatti poverissima, giacchè questi vocaboli non li piglia dal suo
          fondo, ma di peso dalle altre lingue come dalla greca onde disdicono e stuonano
          manifestamente col resto della lingua e l’alterano e imbastardiscono, e ciò perchè non
          sono lingue di uno stesso genere ma diversissime, il cui genio anche nelle pure voci non
          ha che fare con quello della francese, all’opposto della latina rispetto all’italiana
          principalmente. Ora questa ricchezza tanto è loro quanto nostra, perchè è chiaro che non
          trattandosi di ricchezza <foreign lang="grc">αὐτόχθων</foreign> ma di roba presa altrove,
          tutti possono prenderla egualmente e colla stessa spesa, massime noi italiani, ai quali
          non è niente più difficile da <foreign lang="grc">στερεοτυπία</foreign> di fare
          stereotipia, di quello che ai francesi <foreign lang="fre">stéréotypie</foreign> ec. ec. e
          di formar nuovi composti greci com’è questo ec. sì che è ricchezza fittizia, non propria,
          ascita, misera, comune a tutti, e dannosa. Oltracciò i derivati dalle proprie radici sono
          subito di noto significato, e intesi da tutti, così in massima parte dalla lingua latina
          (dalla quale già non si dee prendere quello che non sarebbe comunemente inteso) ma questi
          altri non si capiscono da nessuno se non ci mettete la spiegazione etimologica ec. ovvero
          se non li mettete nel vocabolario col loro significato, quando non sieno appoco appoco
          passati in uso, ma ciò non può esser successo senza il detto massimo inconveniente nel
          principio.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Anche la stessa negligenza e noncuranza e sprezzatura e la stessa inaffettazione può
          essere affettata, risaltare ec. Anche la semplicità la naturalezza la spontaneità. V. p.
          160.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dolor mio nel sentire a tarda notte seguente al giorno di qualche festa il canto notturno
          de’ villani passeggeri. Infinità del passato che mi veniva in mente, ripensando ai Romani
          così caduti dopo tanto romore e ai tanti avvenimenti ora passati ch’io paragonava
          dolorosamente con quella profonda quiete e silenzio della notte, a <pb ed="aut" n="51"/>
          farmi avvedere del quale giovava il risalto di quella voce o canto villanesco.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni. Io considero le
          illusioni come cosa in certo modo reale stante ch’elle sono ingredienti essenziali del
          sistema della natura umana, e date dalla natura a tutti quanti gli uomini, in maniera che
          non è lecito spregiarle come sogni di un solo, ma propri veramente dell’uomo e voluti
          dalla natura, e senza cui la vita nostra sarebbe la più misera e barbara cosa ec. Onde
          sono necessari ed entrano sostanzialmente nel composto ed ordine delle cose.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La varietà è tanto nemica della noia che anche la stessa varietà della noia è un rimedio
          o un alleviamento di essa, come vediamo tutto giorno nelle persone di mondo. All’opposto
          la continuità è così amica della noia che anche la continuità della stessa varietà annoia
          sommamente, come nelle dette persone, e in chicchessia, e, per portare un esempio, ne’
          viaggiatori avvezzi a mutar sempre luogo e oggetti e compagni e alla continua novità, i
          quali non è dubbio che dopo un certo non lungo tempo, non desiderino una vita uniforme,
          appunto per variare, colla uniformità dopo la continua varietà. <bibl>V. <title lang="fre"
              >Montesquieu Essai sur le Goût. De la variété</title>. Amsterd. 1781. p. 378. lin.
            ult. et <title lang="fre">des Contrastes</title>, p. 384-385</bibl>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Intendo per innocente non uno incapace di peccare, ma di peccare senza rimorso. V. p.
          276.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Può mai stare che il non esistere sia assolutamente meglio ad un essere che l’esistere?
          Ora così accadrebbe appunto all’uomo senza una vita futura.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non mi maraviglio nè che gli antichi Ebrei e, credo, gran parte o tutti gli orientali
            (<bibl>v. le lettere premesse <title lang="fre">aux principes discutés de la société
              Hébreo-Capucine</title> etc.</bibl>) e così i greci mancassero p. e. del
          <emph>v</emph>. nè che avessero alcune lettere che noi non abbiamo, come gli Ebrei p. e.
          il <foreign lang="heb">***</foreign> i greci il <foreign lang="grc">θ</foreign>. il
            <foreign lang="grc">χ</foreign>. ec. Le lettere che noi crediamo comunemente essere
          proprio tante e non più quanto le nostre, o almeno in genere, sono in effetto moltissime
          giacchè non vengono dalla natura ma dall’assuefazione io dico in particolare, cioè la
          facoltà del parlare e articolare e formare diversi suoni viene dalla natura, ma la qualità
          e differenza di questi suoni ossia delle lettere viene dall’assuefazione. E infatti sono
          infiniti i modi <pb ed="aut" n="52"/> di collocare ec. la lingua i denti le labbra ec.
          quelle parti che formano i detti suoni, e noi vediamo come piccole differenze di
          collocazione formino suoni diversissimi come il <emph>p</emph>. e il <emph>b</emph>. per
          esempio. Ora perchè noi da fanciulli non abbiamo sentito altro che i suoni del nostro
          alfabeto abbiamo solo imparato quelle tali collocazioni, e a quelle assuefatti e incapaci
          d’ogni altra crediamo 1. che altre non ve ne siano in natura, 2. che tutte sieno appresso
          a poco comuni per natura a tutti. Ma la prima cosa è mostrata falsa dalle tante lettere
          degli alfabeti antichi o stranieri che noi non sappiamo pronunziare o ignorandone il
          suono, come spesso negli antichi (quantunque più spesso crediamo di saperlo), o il mezzo,
          come negli stranieri; e da molte altre prove. L’altra cosa da quello che ho detto di sopra
          e dall’esperienza continua di tanti che per minime circostanze piuttosto accidentali ed
          estrinseche che organiche restan privi di certe lettere. Ora non è dunque maraviglia che
          gli alfabeti dei popoli siano differenti secondo la differente assuefazione tradizionale,
          da cui si dee rimontare alla origine d’essi alfabeti. E se ne deduce che in natura o non
          c’è alfabeto, o molto più ricco che non si crede volgarmente.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Un esempio di quanto fosse naturale e piena di amabili e naturali illusioni la mitologia
          greca, è la personificazione dell’eco.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non ogni proposito deve nascondere il poeta, come p. e. non dee nascondere il proposito
          d’istruire nel poema didascalico ec. in somma i propositi manifesti e che si espongono p.
          e. nello stesso principio del poema. Canto l’armi pietose ec. Ma sì bene quelli che non
          vanno naturalmente col proposito manifesto, come col narrare il dipingere, coll’istruire
          il dilettare, cose che il poeta si propone, ma non dee mostrare di proporselo quantunque
          debba mostrare quegli altri propositi manifesti, i quali servono più che altro di pretesto
          e manto ai propositi occulti. E questo perchè questi ultimi non sono naturali come è
          naturale che uno narri ec. ma deve parer che quel diletto, quella viva rappresentazione
          ec. venga spontanea e senza ch’il poeta l’abbia cercata, il che mostrerebbe l’arte e lo
          studio e la diligenza, e in somma non sarebbe naturale, giacchè figurandoci il poeta nello
          stato naturale è un uomo che preso il suo tema, e questo è il proposito manifesto, venga
          giù dicendo quello che gli si somministra spontaneamente come fanno tutti quelli che
          parlano, e quantunque egli qui metta un’immagine, qui un affetto, qui un suono espressivo,
          qui ec. e tutto a bella posta e pensatamente, non deve parer ch’egli lo faccia così, ma
          solo naturalmente, e così portando il filo del suo discorso, e l’accaloramento <pb
            ed="aut" n="53"/> della sua fantasia e il suo cuore ec. Altrimenti la natura non è
          imitata naturalmente e questi sono i propositi diremo così secondari, quantunque
          spessissimo in realtà sieno primari, (come ne’ poemi didascalici dove il fine primario par
          l’istruire, e deve parere, quando in verità è solo un mezzo essendo il vero fine il
          dilettare) i quali bisogna nascondere. E oltre il poeta s’intenda l’oratore lo storico, ed
          ogni qualunque scrittore. Affettazione in latino viene a dir lo stesso che proposito, e
          presso noi lo stesso che proposito manifesto, anzi questa può esserne la definizione</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Spesso ho notato negli scritti de’ moderni psicologi che in molti effetti e fenomeni del
          cuore ec. umano, nell’analizzarli che fanno e mostrarne le cagioni, si fermano molto più
          presto del fine a cui potrebbero arrivare, assegnandone certe ragioni particolari
          solamente, e questo perchè vogliono farli parere maravigliosi, come il Saint-Pierre negli
          studi della natura lo Chateaubriand ec. , e non vanno alla prima o quasi prima cagione che
          troverebbero semplice e in piena corrispondenza col resto del sistema di nostra natura.
          Questo ridurre i diversi fenomeni dell’animo umano a principii semplici scema la
          maraviglia, e anche la varietà perchè moltissimi si vedrebbero derivati da un solo
          principio modificato leggermente. Costoro parlano sempre enfaticamente, notano con molta
          acutezza il fenomeno, ma datane (se la danno, perchè spesso credono e fanno credere ch’il
          fenomeno sia inesplicabile, vale a dire senza rapporto conosciuto al resto del sistema
          giacchè da ciò solo nasce la maraviglia in qualunque cosa del mondo) una ragione immediata
          e secondaria ed egualmente maravigliosa, non rimontano come sarebbe pur facile alla
          sorgente che ridurrebbe il fenomeno e le sue ragioni secondarie alle classi consuete. Io
          credo che chi istituisse quest’analisi ultima farebbe cosa nuova (sia per la mala fede, o
          la minore acutezza degli antecessori) e semplificherebbe d’assai la scienza dell’animo
          umano, rapportando gl’infiniti fenomeni che sembrano anomalie (perchè infatti la scienza
          non è ancora stabile nè ordinata e ridotta in corpo) a principii universali o poco lontani
          da essi. Opera principale e formatrice di tutte le scienze e scopo ordinario di chi
          ricerca le cagioni delle cose. P. e. il desiderio naturale degli uomini di supporre
          animate le cose inanimate tanto manifesto ne’ fanciulli deriva dal desiderio e propensione
          nostra verso i nostri simili, principio capitale, e primitivo, e fecondissimo. V. il mio
          discorso sui romantici.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="54"/> Quando la poesia per tanto tempo sconosciuta entrò nel Lazio e in
          Roma, che magnifico e immenso campo di soggetti se le aperse avanti gli occhi! Essa stessa
          già padrona del mondo, le sue infinite vicende passate, le speranze, ec. ec. ec. Argomenti
          d’infinito entusiasmo e da accendere la fantasia e ’l cuore di qualunque poeta anche
          straniero e postero, quanto più romano o latino, e contemporaneo o vicino
          proporzionatamente ai tempi di quelle gesta? Eppure non ci fu epopea latina che avesse per
          soggetto le cose latine così eccessivamente grandi e poetiche, eccetto quella d’Ennio che
          dovette essere una misera cosa. La prima voce della tromba epica che fu di Lucrezio,
          trattò di filosofia. In somma l’imitazione dei greci fu per questa parte mortifera alla
          poesia latina, come poi alla letteratura e poesia italiana nel suo vero principio, cioè
          nel 500. l’imitazione servile de’ greci e latini. Onde con tanto immensa copia di fatti
          nazionali, cantavano, lasciati questi, i fatti greci, nè io credo che si trovi indicata
          tragedia d’Ennio o d’Accio ec. d’argomento latino e non greco. Cosa tanto dannosa, massime
          in quella somma abbondanza di gran cose nazionali, quanto ognuno può vedere. E lo vide ben
          Virgilio col suo gran giudizio, non però la schivò affatto anzi l’argomento suo fu pure in
          certo modo greco, (così le <title>Buccoliche</title> e le <title>Georgiche</title> di
          titolo e derivazione greca) oltre le tante imitazioni d’Omero ec. ma proccurò quanto più
          potè di tirarlo al nazionale, e spesso prese occasione di cantare ex professo i fatti di
          Roma. Similmente Orazio uomo però di poco valore in quanto poeta, fra tanti argomenti
          delle sue odi derivate dal greco, prese parecchie volte a celebrare le gesta romane.
          Ovidio nel suo gran poema cioè le <title>Metamorfosi</title> prese argomento tutto greco.
          Scrisse però i fasti di Roma ma era opera piuttosto da versificatore che da poeta,
          trattandosi di narrare le origini, s’io non erro, di quelle cerimonie feste ec. in somma
          non prese quei fatti a cantare, ma così, come a trastullarcisi. Del resto la letteratura
          latina si risentì bene dello stato di Roma colla magniloquenza che, si può dire, aggiunse
          alle altre proprietà dell’orazione ricevute da’ greci, e a qualcune sostituì, qualità
          tutta propria de’ latini, come nota l’Algarotti, colla nobiltà e la coltura dell’orazione
          del periodo ec. molto maggiore che non appresso gli antichi greci classici, eccetto, e
          forse neppure, Isocrate.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una prova di quello che ho detto di sopra intorno alle lettere, o piuttosto un esempio, è
          l’u gallico (fino una vocale) sconosciuto a noi italiani <pb ed="aut" n="55"/>
          settentrionali, e non so se ai latini, e a quali altri stranieri presentemente. Il quale
          fu proprio interamente dell’alfabeto greco (e non so se dicano lo stesso del vau ebreo)
          come ora è proprio del francese, e come l’u nostro appresso questi è formato dall’ou, così
          appuntino fra i greci (eccetto che questi l’hanno anche ne’ dittonghi <foreign lang="grc"
            >αυ ευ ηυ ωυ</foreign> dove i francesi in nessun altro). Il che, se non c’è altra
          ragione in contrario credo che i francesi (dico tanto quest’u detto gallico quanto esso
          dittongo ou) l’abbiano avuto dalla Grecia nelle spedizioni che fecero colà quando
          fondarono la gallogrecia ec. (e credo da S. Ireneo gallo che scrisse in greco, e Favorino
          parimente ec. che la lingua greca fosse veramente comune nella Gallia, v. gli Storici)
          onde reso <foreign lang="grc">ἐπιχώριον</foreign>, sia poi rimasto in Francia e anche
          nella Gallia transalpina cioè in Lombardia, malgrado delle mutazioni d’abitatori di queste
          provincie ec. E il c e il g schiacciato non sono evidentemente due lettere diverse dagli
          aperti <emph>ch</emph> e <emph>gh</emph>? e non mancarono e mancano ai greci? (ai latini
          non so che dicano gli eruditi) ed ora ai francesi, e credo agli spagnuoli agl’inglesi ec.?</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Se tu domanderai piacere ad uno che non possa fartisi senza ch’egli s’acquisti l’odio
          d’un altro, difficilissimamente (in parità di condizione) l’otterrai non ostante che ti
          sia amicissimo. E pure per quell’odio si guadagnerebbe o si crescerebbe il vostro amore e
          forse grandissimo, sì che le partite par che sarebbero uguali. Ma infatti pesa molto più
          l’odio che l’amore degli uomini, essendo quello molto più operoso. Qui si fermerebbero gli
          psicologi moderni lasciando di cercare il principio di questa differenza, ch’è
          manifestissimo, cioè l’amor proprio. Giacchè chi segue il suo odio fa per se, chi l’amore
          per altrui, chi si vendica giova a se, chi benefica, giova altrui, nè alcuno è mai tanto
          infiammato per giovare altrui quanto a se.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Vita tranquilla delle bestie nelle foreste, paesi deserti e sconosciuti ec. dove il corso
          della loro vita non si compie meno interamente colle sue vicende, operazioni, morte,
          successione di generazioni ec. perchè nessun uomo ne sia spettatore o disturbatore nè
          sanno nulla de’ casi del mondo perchè quello che noi crediamo del mondo è solamente degli
          uomini.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A. S’io fossi ricco ti vorrei donar tesori. B. Oibò, non vorrei ch’ella se ne privasse
          per me. Prego Dio che non la faccia mai ricca.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Linguaggio mutuo delle bestie descritto secondo le qualità manifeste di ciascuna potrebbe
          essere una cosa originale e poetica introdotta così in qualche poesia, come, ma poi
          scioccamente se ne serve, il Sanazzaro nell’ <title>Arcadia</title> prosa 9. ad imitazione
          di quella favola, s’io non erro, circa Esiodo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Voce e canto dell’erbe rugiadose in sul mattino ringrazianti e lodanti Iddio, e così
          delle piante ec. Sanazzaro ib. e mi pare immagine notabile e simile a quella dei rabbini
          dell’inno mattutino del sole ec. come anche l’altra immagine del Sanazzaro ivi, di un <pb
            ed="aut" n="56"/> paese <quote>
            <emph>molto strano, dove nascon le genti tutte nere, come matura oliva, e correvi sì
              basso il Sole, che si potrebbe di leggiero, se non cuocesse, con la mano
            toccare</emph>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Com’è costantissimo e indivisibile istinto di tutti gli esseri la cura di conservare la
          propria esistenza, così non è dubbio che quasi il compimento di questa non sia l’esserne
          contento, e l’odiarla o non soddisfarsene non sia un principio contraddittorio il quale
          non può stare in natura e molto meno in quell’essere il quale senza entrare nella
          teologia, è chiaro ch’essendo l’ordine animale il primo in questo globo e probabilmente in
          tutta la natura cioè in tutti i globi, ed egli essendo evidentemente il sommo grado di
          quest’ordine, viene a essere il primo di tutti gli esseri nel nostro globo. Ora vediamo
          che in questo è tanta la scontentezza dell’esistenza, che non solo si oppone all’istinto
          della conservazione di lei, ma giunge a troncarla volontariamente, cosa diametralmente
          contraria al costume di tutti gli altri esseri, e che non può stare in natura se non
          corrotta totalmente. Ma pur vediamo che chiunque in questa nostra età sia di qualche
          ingegno deve necessariamente dopo poco tempo cadere in preda a questa scontentezza. Io
          credo che nell’ordine naturale l’uomo possa anche in questo mondo esser felice, vivendo
          naturalmente, e come le bestie, cioè senza grandi nè singolari e vivi piaceri, ma con una
          felicità e contentezza sempre, più o meno, uguale e temperata (eccetto gl’infortuni che
          possono essere nella sua vita, come gli aborti le tempeste e tanti altri disordini
          (accidentali, ma non sostanziali) in natura) insomma come sono felici le bestie quando non
          hanno sventure accidentali ec. Ma non già credo che noi siamo più capaci di questa
          felicità da che abbiamo conosciuto il voto delle cose e le illusioni e il niente di questi
          stessi piaceri naturali del che non dovevamo neppur sospettare: <quote>
            <foreign lang="fre">tout homme qui pense est un être corrompu</foreign>
          </quote>, dice il Rousseau, e noi siamo già tali. E pure vediamo che questi piccoli
          diletti non ostante che noi siamo già guasti pur ci appagano meglio che qualunque altro
          come dice Verter ec. e vediamo il minore scontento dei contadini, ignoranti ec.
          (quantunque essi pure assai lontani dallo stato naturale), che dei culti, e dei fanciulli
          massimamente, che dei grandi. E l’esser l’uomo buono per natura, e guastarsi
          necessariamente nella società, può servir di prova a questo sistema, e il veder che le
          bestie non hanno tra loro altra società che per certi bisogni, del resto vivono insieme
          senza pensar l’una all’altra, e che l’istinto si vien perdendo a proporzione che la natura
          è alterata dall’arte onde è grande nelle bestie e nei fanciulli, piccolo negli uomini
          fatti, ma ciò non prova che l’uomo sia fatto per l’arte ec. giacchè la natura gli aveva
          dato quegl’istinti ch’egli perde poi ec. Sì che si potrebbe pensare che la differenza di
          vita fra le bestie e l’uomo sia nata da circostanze accidentali e dalla diversa
          conformazione del corpo umano più atta alla società ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="57"/> S’è osservato che è proprietà degli antichi poeti ed artisti il
          lasciar molto alla fantasia ed al cuore del lettore o spettatore. Questo però non si deve
          prendere per una proprietà isolata ma per un effetto semplicissimo e naturale e necessario
          della naturalezza con cui nel descrivere imitare ec. lasciano le minuzie e l’enumerazione
          delle parti tanto familiare ai moderni descrivendo solo il tutto con disinvoltura, e come
          chi narra non come chi vuole manifestamente dipingere muovere ec. Nella stessa maniera
          Ovidio il cui modo di dipingere è l’enumerare (come i moderni descrittivi sentimentali
          ec.) non lascia quasi niente a fare al lettore, laddove Dante che con due parole desta
          un’immagine lascia molto a fare alla fantasia, ma dico fare non già faticare, giacchè ella
          spontaneamente concepisce quell’immagine e aggiunge quello che manca ai tratti del poeta
          che son tali da richiamar quasi necessariamente l’idea del tutto. E così presso gli
          antichi in ogni genere d’imitazione della natura.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>I nostri veri idilli teocritei non sono nè le egloghe del Sanazzaro nè ec. ec. ma le
          poesie rusticali come la Nencia, Cecco da Varlungo ec. bellissimi e similissimi a quelli
          di Teocrito nella bella rozzezza e mirabile verità, se non in quanto sono più burleschi di
          quelli che pur di burlesco hanno molto spesso una tinta.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Circa le immaginazioni de’ fanciulli comparate alla poesia degli antichi vedi la
          verissima osservazione di Verter sul fine della lettera 50. Una terza sorgente degli
          stessi diletti e delle stesse romanzesche idee sono i sogni.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il principio universale dei vizi umani è l’amor proprio in quanto si rivolge sopra lo
          stesso essere, delle virtù, lo stesso amore in quanto si ripiega sopra altrui, sia sopra
          gli altrui, sia sopra la virtù, sia sopra Dio. ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Di alcuni principi che si sieno uccisi per evitare qualche grande sventura o per non
          saperne sopportare qualcuna già sopraggiunta loro, si legge, come di Cleopatra Mitridate
          ec. e più, anzi forse solamente fra gli antichi. Ma di quelli che si sieno uccisi per le
          altre cagioni che producono ora il suicidio, come la malinconia l’amore ec. non si legge
          ch’io sappia in nessuna storia. Eppure lo scontento della vita e la noia e la disperazione
          dovrebb’essere tanto maggiore in loro <pb ed="aut" n="58"/> che negli altri, in quanto
          questi possono supporre se non colla ragione (la quale è ben persuasa del contrario)
          almeno coll’immaginazione (che non si persuade mai) che ci sia uno stato miglior del loro,
          ma quelli già nell’apice dell’umana felicità, trovandola vana anzi miserabilissima, non
          possono più ricorrere neppur col pensiero in nessun luogo, arrivati per così dire al
          confine e al muro, e quindi dovrebbono guardar questa vita come abitazione veramente
          orribile per ogni parte e disperata, se già i loro desideri non si volgono ai gradi e
          condizioni inferiori, ovvero a quei miserabili accrescimenti di felicità che un principe
          si può sognare, come conquiste ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Disse la Dama: Voi mi avete rappacificata colla poesia: Godo assai, rispose quegli,
          d’avere riconciliate insieme due belle cose.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non ci sarebbe tanto bisogno della viva voce del maestro nelle scienze se i trattatisti
          avessero la mente più poetica. Pare ridicolo il desiderare il poetico p. e. in un
          matematico; ma tant’è: senza una viva e forte immaginazione non è possibile di mettersi
          nei piedi dello studente e preveder tutte le difficoltà ch’egli avrà e i dubbi e le
          ignoranze ec. che pure è necessarissimo e da nessuno si fa nè anche da’ più chiari, che
          però non s’impara mai pienamente una scienza difficile p. e. le matematiche dai soli
          libri.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutto si è perfezionato da Omero in poi, ma non la poesia.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Per un’Ode lamentevole sull’Italia può servire quel pensiero di <bibl>
            <author>Foscolo</author> nell’ <title>Ortis</title> lett. 19 e 20 Febbraio 1799. p. 200.
            ediz. di Napoli 1811</bibl>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una facezia del genere ch’io ho detto in un altro pensiero essere stato proprio degli
          antichi è quella degli Antiocheni che dicevano dell’imperatore Giuliano che aveva una
          barba da farne corde, (<bibl>
            <author>Iulian.</author> in <title>Misopogone</title>
          </bibl>) la qual facezia allora applaudita e sparsa per tutta la città e capace di muover
          Giuliano a scrivere un libro ironico e giocoso (certo elegante e negli scherzi si può dir
          Attico e Lucianesco e infinite volte superiore ai suoi Caesares, senza sofistumi nello
          stile nè in altro, e senza affettazioni nè pur nella lingua per altro elegante e ricca e
          ciò perchè questo è un libro scritto per circostanza e non <foreign lang="grc"
            >ἐπιδεικτικὸς</foreign> come i Caesares) contro gli Antiocheni, ora ai nostri delicati,
          francesi ec. parrebbe grossolana, e di pessimo gusto. V. p. 312.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>E tanto è miser l’uom quant’ei si reputa</quote> disse eccellentemente il Sanazzaro
          egloga ottava. Ora in quello stato ch’io diceva in un pensiero poco sopra, egli non
          riputandosi misero nè anche sarebbe stato, come ora tanti in condizione alquanto <pb
            ed="aut" n="59"/> simile a quella che i’ho detto, poco riputandosi miseri, lo sono meno
          degli altri, e così tutti secondo che si stimano infelici.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quando l’uomo concepisce amore tutto il mondo si dilegua dagli occhi suoi, non si vede
          più se non l’oggetto amato, si sta in mezzo alla moltitudine alle conversazioni ec. come
          si stasse in solitudine, astratti e facendo quei gesti che v’ispira il vostro pensiero
          sempre immobile e potentissimo senza curarsi della maraviglia nè del disprezzo altrui,
          tutto si dimentica e riesce noioso ec. fuorchè quel solo pensiero e quella vista. Non ho
          mai provato pensiero che astragga l’animo così potentemente da tutte le cose circostanti,
          come l’amore, e dico in assenza dell’oggetto amato, nella cui presenza non accade dire che
          cosa avvenga, fuor solamente alcuna volta il gran timore che forse forse gli potrà essere
          paragonato.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Io soglio sempre stomacare delle sciocchezze degli uomini e di tante piccolezze e viltà e
          ridicolezze ch’io vedo fare e sento dire massime a questi coi quali vivo che ne abbondano.
          Ma io non ho mai provato un tal senso di schifo orribile e propriamente tormentoso (come
          chi è mosso al vomito) per queste cose, quanto allora ch’io mi sentiva o amore o qualche
          aura di amore, dove mi bisognava rannicchiarmi ogni momento in me stesso, fatto
          sensibilissimo oltre ogni mio costume, a qualunque piccolezza e bassezza e rozzezza sia di
          fatti sia di parole, sia morale sia fisica, sia anche solamente filologica, come motti
          insulsi, ciarle insipide, scherzi grossolani, maniere ruvide e cento cose tali.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Io non ho mai sentito tanto di vivere quanto amando, benchè tutto il resto del mondo
          fosse per me come morto. L’amore è la vita e il principio vivificante della natura, come
          l’odio il principio distruggente e mortale. Le cose son fatte per amarsi scambievolmente,
          e la vita nasce da questo. Odiandosi, benchè molti odi sono anche naturali, ne nasce
          l’effetto contrario, cioè distruzioni scambievoli, e anche rodimento e consumazione
          interna dell’odiatore.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quella miserabile lussuria di epiteti, sinonimi, riempiture, <foreign lang="fre"
            >chevilles</foreign>, ec. che forma il comunissimo orpello de’ nostri classici
          cinquecentisti (e credo anche del Poliziano) però non paragonabili ai latini ma più ai
          greci quanto allo stile, non si trova o più rara assai in Dante e nel Petrarca dove anzi
          trovi una misuratezza infinita di parole e castigatezza di ornati e significazione
          conveniente e opportunità di tutte le voci ec. come <pb ed="aut" n="60"/> in quello del
          Petrarca messo dall’Alfieri avanti alla sua Virginia: <quote>Virginia appresso al fero
            padre armato Di disdegno di ferro e di pietate</quote>. Trionfo Castità. Così anche le
          rime del Petrarca sono molto più spontanee, e con ciò tutto quello che dipende nel verso
          dalla necessità della rima che alle volte fa aggiungere intieri versi che si potrebbono
          torre di netto ec. come nei cinquecentisti.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una bella e notabile similitudine è quella dell’Alamanni nel Girone Canto 17. di un
          mastino e un lupo che si scontrino <emph>a caso</emph> (così dice) per una selva, o ec. e
          la loro sorpresa scambievole e timore e rabbia subita e azzuffamento: come pur quella del
          Martelli (non mi ricordo quale) di una villanella cercante funghi e corrente dove vede
          biancheggiare una foglia secca ec. prendendola per un fungo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È pure una bella illusione quella degli anniversari per cui quantunque quel giorno non
          abbia niente più che fare col passato che qualunque altro, noi diciamo, come oggi accadde
          il tal fatto, come oggi ebbi la tal contentezza, fui tanto sconsolato ec. e ci par
          veramente che quelle tali cose che son morte per sempre nè possono più tornare, tuttavia
          rivivano e sieno presenti come in ombra, cosa che ci consola infinitamente allontanandoci
          l’idea della distruzione e annullamento che tanto ci ripugna e illudendoci sulla presenza
          di quelle cose che vorremmo presenti effettivamente o di cui pur ci piace di ricordarci
          con qualche speciale circostanza, come <add resp="ed">chi</add> va sul luogo ove sia
          accaduto qualche fatto memorabile, e dice qui è successo, gli pare in certo modo di
          vederne qualche cosa di più che altrove non ostante che il luogo sia p. e. mutato affatto
          da quel ch’era allora ec. Così negli anniversari. Ed io mi ricordo di aver con indicibile
          affetto aspettato e notato e scorso come sacro il giorno della settimana e poi del mese e
          poi dell’anno rispondente a quello dov’io provai per la prima volta un tocco di una
          carissima passione. Ragionevolezza benchè illusoria ma dolce delle istituzioni feste ec.
          civili ed ecclesiastiche in questo riguardo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A ciò che ho detto in altro pensiero intorno all’eloquenza di chi parla di se stesso si
          può aggiungere e l’esempio continuo di Cicerone che piglia nuove forze ogni volta che
          parla di se come fa tuttora, e quello di Lorenzino de’ Medici nella sua Apologia che
          Giordani crede il più gran pezzo d’eloquenza italiana e non vinto da nessuno <pb ed="aut"
            n="61"/> straniero. Ora questo è un’Apologia di se stesso. Ed è mirabile com’egli che
          scriveva per se e non poteva andar dietro alle sofisticherie, abbia trasportata come un
          Atlante l’eloquenza greca e latina tutta nel suo scritto dove la vedete viva e tal quale,
          e tuttavia vi par nativa e non punto traslatizia con una disinvoltura negli artifizi più
          fini dell’eloquenza insegnati e praticati ugualmente dagli antichi, una padronanza
          negligenza ec. così nello stile e condotta ordine ec. interno, come nell’esterno, cioè la
          lingua ec. inaffettatissima e tutta italiana nella costruzione ec. quando lo stile e la
          composizione e i modi anche particolari e tutto è latino e greco. E ciò mentre gli altri
          miserabili cinquecentisti volendo seguire la stessa eloquenza e maestri ec. come il Casa,
          facevano quelle miserie di composizione di stile di lingua affettatissima e più latina che
          italiana. Onde i due soli eloquenti del cinquecento sono Lorenzino qui e il Tasso qua e là
          per tutte le sue opere che ambedue parlano sempre di se e il Tasso più dov’è più eloquente
          e bello e nobile ec. cioè nelle lettere che sono il suo meglio. La migliore orazione di
          Demostene è quella per la corona.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gli ardiri rispetto a certi modi epiteti frasi metafore, tanto commendati in poesia e
          anche nel resto della letteratura e tanto usati da Orazio non sono bene spesso altro che
          un bell’uso di quel vago e in certo modo quanto alla costruzione, irragionevole, che tanto
          è necessario al poeta. Come in Orazio dove chiama mano di bronzo quella della necessità
          (ode alla fortuna) ch’è un’idea chiara, ma espressa vagamente (errantemente) così tirando
          l’epiteto come a caso a quello di cui gli avvien di parlare senza badare se gli convenga
          bene cioè se le due idee che gli si affacciano l’una sostantiva e l’altra di qualità ossia
          aggettiva si possano così subito mettere insieme, come chi chiama <emph>duro</emph> il
          vento perchè difficilmente si rompe la sua piena quando se gli va incontro ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="62"/> Quel tanto trasportar parole greche di netto in latino che fu di
          moda ai buoni secoli del Lazio (anche appresso i più antichi latini scrittori, come dal
          francese parimente assai i nostri antichi italiani) dovea pur produrre l’istesso senso che
          produce ora in noi la moda di usar parole francesi in lingua italiana moda tanto antica
          fra noi quanto appresso i latini cioè cominciata coi primi nostri scrittori, ma ora
          tornata in voga come ai tempi d’Orazio e massimamente di Seneca Plinio ec. dove pare (e v.
          quello che dice Seneca della voce, analogia) che fosse considerata come una barbarie
          siccome presentemente, quantunque avesse per se tanti esempi antichi, come fra noi anche
          di parole ora risibili p. e. frappare per battere, vengianza nell’Alamanni Girone più
          volte e senza necessità di rima, e parecchie altre di questo andare nello stesso poema ec.
          Se non che forse allora come adesso sarà cresciuto quel gusto e divenuto senza giudizio e
          diffusosi alle forme ec. e divenuto nocevole al genio nativo della lingua. V. p. 312.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si suol dire che leggendo certi autori semplici piani spontanei fluidi facili disinvolti
          naturali ec. pare a tutti di saper far così che poi alla prova si vede come sia falso. Ma
          leggendo Senofonte par proprio che tutti scrivano così e che non si possa nè sappia
          scrivere altrimenti, se non quando si passa da lui a un altro scrittore o da un altro
          scrittore alla lettura di esso. Perchè gli altri scrittori si capisce che son semplici, in
          Senofonte non si scorge neppur ciò.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nella gran battaglia dell’Isso, Dario collocò i soldati greci mercenari nella fronte
          della battaglia, (<bibl>
            <author>Arriano</author> l. 2. c. 8. sez. 9.</bibl>
          <bibl>
            <author>Curzio</author> l. 3. c. 9. sez. 2.</bibl>) Alessandro i suoi mercenari greci
          proprio nella coda, (<bibl>
            <author>Arriano</author> c. 9. sez. 5.</bibl>) Curiosa e notabilissima differenza e da
          pronosticare da questo solo l’esito della battaglia. Perchè era chiaro che tutta la
          confidenza dei Persiani stava in quei 30<hi rend="apice">m.</hi> greci, e pure eran greci
          anche i mercenari d’Alessandro (<bibl>
            <author>Arriano</author> c. 9. sez. 7.</bibl>) ed egli li poneva alla coda. Quindi è
          chiaro ch’egli confidava più nel resto che in questi, e quello che era il più forte
          dell’esercito Persiano era il più debole del Macedone. E Dario si fidava più del valore
          dei mercenari che di coloro che combattevano per la loro patria e avea ragione: Alessandro
          avendo gli stessi mercenari <pb ed="aut" n="63"/> sapeva che sarebbero stati più valorosi
          gli altri che combattevano per l’onor loro e di lui e la vendetta della patria ed avea
          somma ragione. E infatti la propria falange Macedone venuta alle mani essa coi 30<hi
            rend="apice">m.</hi> mercenari, combatterono ma furon vinti. E però da questa sola
          diversità delle due ordinanze da cui si poteva arguire l’infinita differenza fra gli animi
          de’ due eserciti, era da congetturare quello che avvenne.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Della distinzione del ridicolo in quello che consiste in cose e quello che in parole,
          data da me in altro pensiero <bibl>vedi il <author>Costa</author>
            <title>della elocuzione</title> p. 70. e segg.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una similitudine nuova può esser quella dell’agricoltore che nel mentre che miete ed ha i
          fasci sparsi pel campo, vede oscurarsi il tempo ed una grandine terribile rapirgli
          irreparabilmente il grano di sotto la falce: ed egli quivi tutto accinto a raccoglierlo,
          se lo vede come strappar di mano senza poter contrastare.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La Commedia allora principalmente è utile quando fa conoscere il mondo, i suoi pericoli,
          vizi, vanità, seduzioni, tradimenti, illusioni, ec. ai giovani alle giovanette ec. giacchè
          ai vecchi che già lo conoscono non serve gran cosa, e quanto alle massime di morale e gli
          esempi dei tristi puniti, delle virtù, dei buoni premiati ec. sono miserabili cose e della
          cui utilità, se non alquanto nel basso volgo, non si può disputare in buona fede, che
          certo nessun giovane o persona qualunque di un certo mondo e in somma civile, è tornata
          dalla commedia più virtuosa per le prediche o gli esempi morali che ci ha sentite e
          vedute, bensì è facile che sia (almeno in parte) disingannata dallo svelamento di tante
          trame che si tendono alla povera gioventù, e dalla semplice imitazione e rappresentazione
          di quello che succede nel mondo e che la gioventù ignora e crede molto diverso, come
          appunto servono le storie più che tanti altri libri, colla differenza che la commedia
          mostra la cosa più al vivo e al naturale e la mette sotto gli occhi in luogo di narrarla,
          ond’è più persuasiva. Diciamo in proporzione lo stesso degli altri generi di dramma.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Che bel tempo era quello nel quale ogni cosa era viva secondo l’immaginazione umana e
          viva umanamente cioè abitata o formata di esseri <pb ed="aut" n="64"/> uguali a noi,
          quando nei boschi desertissimi si giudicava per certo che abitassero le belle Amadriadi e
          i fauni e i silvani e Pane ec. ed entrandoci e vedendoci tutto solitudine pur credevi
          tutto abitato e così de’ fonti abitati dalle Naiadi ec. e stringendoti un albero al seno
          te lo sentivi quasi palpitare fra le mani credendolo un uomo o donna come Ciparisso ec. e
          così de’ fiori ec. come appunto i fanciulli.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che ho detto p. 32. di questi pensieri della tartaruga si potrà forse dire anche
          del Pigro della cui vita bisogna vedere presso i naturalisti se sia lunga.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Molti sono che dalla lettura de’ romanzi libri sentimentali ec. o acquistano una falsa
          sensibilità non avendone, o corrompono quella vera che avevano. Io sempre nemico
          mortalissimo dell’affettazione massimamente in tutto quello che spetta agli effetti
          dell’animo e del cuore mi sono ben guardato dal contrarre questa sorta d’infermità, e ho
          sempre cercato di lasciar la natura al tutto libera e spontanea operatrice ec. A ogni modo
          mi sono avveduto che la lettura de’ libri non ha veramente prodotto in me nè affetti o
          sentimenti che non avessi, nè anche verun effetto di questi, che senza esse letture non
          avesse dovuto nascer da se: ma pure gli ha accelerati, e fatti sviluppare più presto, in
          somma sapendo io dove quel tale affetto moto sentimento ch’io provava, doveva andare a
          finire, quantunque lasciassi intieramente fare alla natura, nondimeno trovando la strada
          come aperta, correvo per quella più speditamente.</p>
        <p>Per esempio nell’amore la disperazione mi portava più volte a desiderar vivamente di
          uccidermi: mi ci avrebbe portato senza dubbio da se, ed io sentivo che quel desiderio
          veniva dal cuore ed era nativo e mio proprio non tolto in prestito, ma egualmente mi parea
          di sentire che quello mi sorgea così tosto perchè dalla lettura recente del Verter, sapevo
          che quel genere di amore ec. finiva così, in somma la disperazione mi portava là, ma s’io
          fossi stato nuovo in queste cose, non mi sarebbe venuto in mente quel desiderio così
          presto, dovendolo io come inventare, laddove (non ostante ch’io fuggissi quanto mai si può
          dire ogni imitazione ec.) me lo trovava già inventato.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quel pensiero dell’ <bibl>
            <author>Algarotti</author> che è nel t. 8. delle sue op. Cremona Manini 1778-1784. p.
            96.</bibl> si può aggiungere il <foreign lang="grc">καλοκᾴγαθος</foreign> dei greci ch’è
          la <pb ed="aut" n="65"/> parola corrispondente dov’è notabile l’indole di quella
          gentilissima e amabilissima nazione che un uomo onesto e probo (quantunque non fosse
          bello, giacchè questo nome come il suo astratto <foreign lang="grc">καλοκᾄγαθία</foreign>
          si usurpava per significare la sola perfetta probità e integrità in qualunque si trovasse)
          lo chiamava buono e bello; tanto facea conto della bellezza, che non volea scompagnar
          l’elogio e l’indicazione della virtù da quella della beltà e ciò costantemente e per
          proprietà di lingua in maniera che si dava questo titolo anche a chi fosse tutt’altro che
          bello. Popolo amante del bello e dilicato e sensibile, conoscitore di quanto possa
          l’esterno e quello che cade sotto i sensi per ornare l’interno, e quanto sia sublime
          l’idea della bellezza che non dovrebbe mai essere scompagnata dalla virtù. Parimente si
          può aggiungere la parola corrispondente latina <foreign lang="lat" rend="italic"
          >frugi</foreign>, che viene a dire, <emph>utile</emph> dimostrante la qualità dell’antico
          popolo romano dove un uomo tanto si stimava quanto giovava al comune, ed era obbligo e
          costume dei buoni il non vivere per se ma per la repubblica, onde per indicare un uomo di
          garbo, un uomo buono, si considerava la sua qualità relativa al ben pubblico, cioè in
          genere la sua utilità e quello che si poteva far di lui, onde lo chiamavano, <foreign
            lang="lat" rend="italic">frugi</foreign>, uomo da profitto, da cavarne costrutto.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Diceva una volta mia madre a Pietrino che piangeva per una cannuccia gittatagli per la
          finestra da Luigi: non piangere non piangere che a ogni modo ce l’avrei gittata io. E
          quegli si consolava perchè anche in altro caso l’avrebbe perduta. Osservazioni intorno a
          questo effetto comunissimo negli uomini, e a quell’altro suo affine, cioè che noi ci
          consoliamo e ci diamo pace quando ci persuadiamo che quel bene non era in nostra balìa
          d’ottenerlo, nè quel male di schivarlo, e però cerchiamo di persuadercene, e non potendo,
          siamo disperati, quantunque il male in tutti i modi si rimanga lo stesso. V. p. 188.
            <bibl>V. a questo proposito il <title>Manuale di Epitteto</title>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="66"/> Io mi trovava orribilmente annoiato della vita e in grandissimo
          desiderio di uccidermi, e sentii non so quale indizio di male che mi fece temere in quel
          momento in cui io desiderava di morire: e immediatamente mi posi in apprensione e ansietà
          per quel timore. Non ho mai con più forza sentita la discordanza assoluta degli elementi
          de’ quali è formata la presente condizione umana forzata a temere per la sua vita e a
          proccurare in tutti i modi di conservarla, proprio allora che l’è più grave, e che
          facilmente si risolverebbe a privarsene di sua volontà (ma non per forza d’altre cagioni).
          E vidi come sia vero ed evidente che (se non vogliamo supporre la natura tanto savia e
          coerente in tutto il resto, che l’analogia è uno de’ fondamenti della filosofia moderna e
          anche della stessa nostra cognizione e discorso, affatto pazza e contraddittoria nella sua
          principale opera) l’uomo non doveva per nessun conto accorgersi della sua assoluta e
          necessaria infelicità in questa vita, ma solamente delle accidentali (come i fanciulli e
          le bestie): e l’essersene accorto è contro natura, ripugna ai suoi principii costituenti
          comuni anche a tutti gli altri esseri (come dire l’amor della vita), e turba l’ordine
          delle cose (poichè spinge infatti al suicidio la cosa più contro natura che si possa
          immaginare).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Se tu hai un nemico mortale nella tal città e vedi che v’è sopra un temporale, ti passa
          pur per la mente la speranza ch’egli ne possa restare ucciso? Or come dunque ti spaventi
          se quel temporale viene sopra di te, quando la probabilità ch’egli uccida è tanto piccola
          che tu non ci sai neppur fondare quella cosa che ha pur bisogno di sì poco fondamento per
          sorgere in noi, dico la speranza? Lo stesso intendo dire di cento altri pericoli, i quali
          se in vece fossero probabilità di bene, ci parrebbe ridicolo il porci per esse in nessuna
          speranza, e pure ci poniamo per quei pericoli in timore. Tant’è: bisogna bene che per
          quanto la speranza sia facile a nascere, e insussistente, il timore lo sia di più. Ma
          questa riflessione mi pare molto atta a temperarlo. Il timore è dunque più fecondo
          d’illusioni che la speranza.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Di un calcolatore che ad ogni cosa che udiva si metteva a computare, disse un tale: Gli
          altri fanno le cose, ed egli le conta.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="67"/> Qualunque domestico entra nella mia famiglia non n’esce mai finchè
          non muore, come potete sentire da quelli che <emph>ci sono stati</emph>, diceva un padrone
          di casa al nuovo suo cuoco, dopo che due altri se n’erano licenziati spontaneamente.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nelle favole del Pignotti (e forse in altre ancora) per la più parte, è svanito il fine
          della favola, ch’è l’istruire i fanciulli ec. col mezzo del dolce, della similitudine ec.
          e non si conserva nemmeno in apparenza (come ne’ poemi didascalici), giacchè sono dirette
          a significar certi vizi del gran mondo, certe massime di politica, certe fine qualità del
          carattere umano, che non giova punto nè è possibile ai fanciulli di conoscere e
          comprendere: come p. e. quella dell’asino del cavallo e del bue. Piuttosto quelle favole
          dalla loro prima istituzione Esopiana si son ridotte a satirette non inurbane, o a meri
          giuochi d’ingegno, cioè similitudini o novellette piacevoli, e alquanto istruttive per gli
          uomini maturi, come i <foreign lang="fre">contes moraux</foreign> di Marmontel, e le altre
          opere di questo genere, eccetto che qui si parla di animali, piante ec. ec.</p>
        <p>Notano (<bibl>v. <author>Roberti</author>
            <title>favola</title> 62. nota</bibl>) che le femmine degli uccelli generalmente son
          meno belle dei maschi e se ne fanno maraviglia: e ciò perchè nell’uomo pare il contrario.
          Poca riflessione. Noi siamo uomini e la femmina ci par più bella del maschio, alle donne
          pare il contrario, agli uccelli maschi certo par più bella la femmina, e alle femmine
          l’opposto. Che se ci fosse un altro animale ragionevole che come noi giudichiamo degli
          uccelli, così potesse giudicare della specie umana, non è dubbio che per perfezione
          vistosità ec. rispettiva di forme ec. ec. darebbe la preferenza al maschio, e chiamerebbe
            <emph>più bello</emph> l’uomo che la donna, che da noi tuttavia si chiama <emph>il bel
            sesso</emph>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Moltissime volte anzi la più parte si prende l’amor della gloria per l’amor della patria.
          P. e. si attribuisce a questo la costanza dei greci alle termopile, il fatto d’Attilio
          Regolo (se è vero) ec. ec. le quali cose furono puri effetti dell’amor della gloria, cioè
          dell’amor proprio immediato ed evidente, non trasformato ec. Il gran mobile degli antichi
          popoli era la gloria che si prometteva a chi si sacrificava per la patria, e la vergogna a
          chi ricusava questo sacrifizio, e però come i maomettani si espongono alla morte, anzi la
            <pb ed="aut" n="68"/> cercano per la speranza del paradiso che gliene viene secondo la
          loro opinione, così gli antichi per la speranza, anzi certezza della gloria cercavano la
          morte i patimenti ec. ed è evidente che così facendo erano spinti da amor di se stessi e
          non della patria, dal vedere che alle volte cercavano di morire anche senza necessità nè
          utile, (come puoi vedere nei dettagli che dà il Barthélemy sulle Termopile) e da quegli
          Spartani accusati dall’opinione pubblica d’aver fuggito la morte alle Termopile che si
          uccisero da se, non per la patria ma per la vergogna. Ed esaminando bene si vedrà che
          l’amor puramente della patria, anche presso gli antichi era un mobile molto più raro che
          non si crede. Piuttosto quello della libertà, l’odio di quelle tali nazioni nemiche ec.
          affetti che poi si comprendono generalmente sotto il nome di amor di patria, nome che
          bisogna ben intendere, perchè il sacrifizio precisamente per altrui non è possibile
          all’uomo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Guardate di dietro due, tre, o più persone delle quali una parli. Voi discernete subito
          qual è quella che parla, ma se non le vedrete, con tutto che siate alla stessa distanza,
          non la discernerete punto, quando non la conosciate alla voce o per altra circostanza ec.
          E questo è accaduto a me di non discernerla non vedendola, e discernerla poi al primo
          sguardo veduta di dietro. Tanto è vero che il parlare anche delle persone più modeste
          (com’era questa) è sempre accompagnato dai moti del corpo. V. p. 206.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il gran giudizio e gusto e bella immaginazione dei greci si dimostra fra mille altre cose
          anche nell’aver fatto vecchio il barcaiuolo dell’inferno (<quote>
            <foreign lang="lat">cruda deo viridisque senectus</foreign>
          </quote>, dice Virgilio divinamente) cosa che conviene sommamente alla ruvidezza e
          squallore di quel luogo. E nota che tutti gli altri uffizi attribuiti dalla mitologia alle
          divinità, sono attribuiti a Dei giovani. Qui solamente, perchè si trattava dell’inferno,
          l’uffizio è dato ad un vecchio.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il nascere istesso dell’uomo cioè il cominciamento della sua vita, è un pericolo della
          vita, come apparisce dal gran numero di coloro per cui la nascita è cagione di morte, non
          reggendo al travaglio e ai disagi che il bambino prova nel nascere. E nota <pb ed="aut"
            n="69"/> ch’io credo che esaminando si troverà che fra le bestie un molto minor numero
          proporzionatamente perisce in questo pericolo, colpa probabilmente della natura umana
          guasta e indebolita dall’incivilimento.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Invenies allum si te hic fastidit Alexis</foreign>
          </quote>. Quest’è uno sbaglio formale. Nessun vero amante crede di poter trovare un altro
          oggetto d’amore che lo compensi.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Oh infinita vanità del vero!</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto è più dolce l’odio che la indifferenza verso alcuno! Perciò la natura intenta a
          proccurare la nostra felicità individuale nello stato primitivo, ci avea lasciata
          l’indifferenza verso pochissime cose, come vediamo nei fanciulli sempre proclivi a odiare
          o ad amare, temere ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quello che ho detto in altro pensiero si può aggiungere che gli stessi fiorentini
          pronunziano effe elle emme esse ec. e non effi elli ec. tanto è chiaro che la lingua umana
          dove manca l’appoggio della vocale, cade naturalmente in un’e.</p>
        <lg type="non-definito">
          <l>Beati voi se le miserie vostre</l>
          <l>Non sapete.</l>
        </lg>
        <p rend="noindent">Detto p. e. a qualche animale, alle api ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dev’esser cosa già notata che come l’allegrezza ci porta a communicarci cogli altri (onde
          un uomo allegro diventa loquace quantunque per ordinario sia taciturno, e s’accosta
          facilmente a persone che in altro tempo avrebbe o schivate, o non facilmente trattate ec.)
          così la tristezza a fuggire il consorzio altrui e rannicchiarci in noi stessi co’ nostri
          pensieri e col nostro dolore. Ma io osservo che questa tendenza al dilatamento
          nell’allegrezza, e al ristringimento nella tristezza, si trova anche negli atti dell’uomo
          occupato dall’<pb ed="aut" n="70"/> uno di questi affetti, e come nell’allegrezza egli
          passeggia muove e allarga le braccia le gambe, dimena la vita, e in certo modo si dilata
          col trasportarsi velocemente qua e là, come cercando una certa ampiezza; così nella
          tristezza si rannicchia, piega la testa, serra le braccia incrociate contro il petto,
          cammina lento, e schiva ogni moto vivace e per così dire, largo. Ed io mi ricordo, (e
          l’osservai in quell’istesso momento) che stando in alcuni pensieri o lieti o indifferenti,
          mentre sedeva, al sopravvenirmi di un pensier tristo, immediatamente strinsi l’una contro
          l’altra le ginocchia che erano abbandonate e in distanza, e piegai sul petto il mento
          ch’era elevato.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La semplicità del Petrarca benchè naturalissima come quella dei greci, tuttavia
          differisce da quella in un modo che si sente ma non si può spiegare. E forse ciò consiste
          in una maggior familiarità, e più vicina alla prosa, di cui il Petrarca veste mirabilmente
          i suoi versi così nobilissimi come sono. I greci poeti forse sono un poco più eleganti,
          come Omero che cercava in ogni modo un linguaggio diverso dal familiare come apparisce da’
          suoi continui epiteti ec. quantunque sia rimasto semplicissimo. Forse anche la lingua
          italiana, essendo la nostra fa che noi sentiamo questa familiarità dello stile più che ne’
          greci, ma parmi pure che vi sia una qualche differenza reale.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non v’ha forse cosa tanto conducente al suicidio quanto il disprezzo di se medesimo.
          Esempio di quel mio amico <pb ed="aut" n="71"/> che andò a Roma deliberato di gittarsi nel
          Tevere perchè sentiva dirsi ch’era un da nulla. Esempio mio stimolatissimo ad espormi a
          quanti pericoli potessi e anche uccidermi, la prima volta che mi venni in disprezzo.
          Effetto dell’amor proprio che preferisce la morte alla cognizione del proprio niente, ec.
          onde quanto più uno sarà egoista tanto più fortemente e costantemente sarà spinto in
          questo caso ad uccidersi. E infatti l’amor della vita è l’amore del proprio bene; ora essa
          non parendo più un bene, ec. ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A un cavallo turco. Oh quanto tu sei meglio degli uomini del tuo paese.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Colle persone colle quali penso di poter convenire, non amo di parlare in compagnia,
          parte perchè i circostanti non conoscendomi bene (giacchè io non soglio farmi conoscer da
          tutti) darebbero di me a queste persone sia direttamente sia indirettamente una idea
          falsa; parte perchè io stesso per non entrare in dispute ch’io sfuggo a più potere con
          quelli che hanno diversi principii, e per non obbligare quella stessa tal persona ch’io
          stimassi, ad entrarvi, dissimulerei necessariamente, e così cercando d’ingannar gli altri,
          ingannerei anche colui, il quale mi crederebbe uno di quei tanti coi quali egli non può
          convenire.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Io credo che la moltitudine assoluta di ciascuna specie di animali sia in ragion diretta
          della loro piccolezza. Senza dubbio una sola pianticella in una campagna contiene bene
          spesso più formiche assai che non v’ha uomini in tutto quel campo. Così discorriamola.
          Vedi i naturalisti, e se questa osservazione sia stata fatta da nessuno di loro. Osservo
          anche la moltitudine degli uccelli i cui stormi sono innumerabili, e nondimeno son vinti
          dalla folla degli animali più <pb ed="aut" n="72"/> piccoli che si ritrova in questo o in
          quel luogo secondo le circostanze rispettive.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Anche il delitto bene spesso è un eroismo, cioè p. e. quando il farlo torna in danno o
          pericolo, e nondimeno si vuol fare per soddisfare quella tal passione ec. tanto più
          eroismo quanto che bisogna superare tutta la forza della natura reclamante, e
          dell’abitudine (se si tratta p. e. di un giovane, di un innocente ec.) ec. E però è un
          eroismo anche senza il danno o il pericolo tutte le volte che è commesso da persona non
          solita a commetterlo, costando sempre uno sforzo e una vittoria di se stesso, nel che
          consiste l’eroismo. Quindi da un delitto di questa sorta si può sempre argomentar bene o
          almeno alquanto straordinariamente di una persona. In somma ogni sacrifizio di cosa cara
          ogni sacrifizio difficile è un eroismo, anche quello della virtù, e dei sentimenti più
          sacri, quando questo sacrifizio ancora costa.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Anche il dolore che nasce dalla noia e dal sentimento della vanità delle cose è più
          tollerabile assai che la stessa noia.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il sentimento della vendetta è così grato che spesso si desidera d’essere ingiuriato per
          potersi vendicare, e non dico già solamente da un nemico abituale, ma da un indifferente,
          o anche (massime in certi momenti d’umor nero) da un amico.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione, della quale ogni uomo anche savio, ma
          più tranquillo, ed io stesso certamente in un’ora più quieta conoscerò, la vanità e
          l’irragionevolezza e l’immaginario. Misero me, è vano, è un nulla anche questo mio dolore,
          che in un certo tempo passerà e s’annullerà, lasciandomi in un vôto universale, e in
          un’indolenza terribile che mi farà incapace anche di dolermi.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="73"/> Io non ho mai provato invidia nelle cose in cui mi son creduto
          abile, come nella letteratura, dove anzi sono stato proclivissimo a lodare. L’ho provata
          posso dire per la prima volta (e verso una persona a me prossimissima) quando ho
          desiderato di valer qualche cosa in un genere in cui capiva d’esser debolissimo. Ma
          bisogna che mi renda giustizia confessando che questa invidia era molto indistinta e non
          al tutto e per tutto vile, e contraria al mio carattere. Tuttavia mi dispiaceva
          assolutamente di sentire le fortune di quella tal persona in quel tal genere, e
          raccontandomele essa, la trattava da illusa, ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La cagione per cui il bene inaspettato e casuale, c’è più grato dello sperato, è che
          questo patisce un confronto cioè quello del bene immaginato prima, e perchè il bene
          immaginato è maggiore a cento doppi del reale, perciò è necessario che sfiguri e paia
          quasi un nulla. Al contrario dell’inaspettato che non perde nulla del suo qualunque valore
          reale per la forza del confronto troppo disuguale.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">L’ame est si mal à l’aise dans ce lieu</foreign>
          </quote>, (dice la <bibl>
            <author>Staël</author> delle catacombe liv. 5 ch. 2. de la <title>Corinne</title>
          </bibl>) <quote>
            <foreign lang="fre">qu’il n’en peut résulter aucun bien pour elle. L’homme est une
              partie de la création, il faut qu’il trouve son harmonie morale dans l’ensemble de
              l’univers, dans l’ordre habituel <pb ed="aut" n="74"/> de la destinée; et de certaines
              exceptions violentes et redoutables peuvent étonner la pensée, mais effraient
              tellement l’imagination, que la disposition habituelle de l’ame ne saurait y
            gagner</foreign>
          </quote>. Queste parole sono una solennissima condanna degli orrori e dell’eccessivo
          terribile tanto caro ai romantici, dal quale l’immaginazione e il sentimento in vece
          d’essere scosso è oppresso e schiacciato, e non trova altro partito a prendere che la
          fuga, cioè chiuder gli occhi della fantasia e schivar quell’immagine che tu gli presenti.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nell’autunno par che il sole e gli oggetti sieno d’un altro colore, le nubi d’un’altra
          forma, l’aria d’un altro sapore. Sembra assolutamente che tutta la natura abbia un tuono
          un sembiante tutto proprio di questa stagione più distinto e spiccato che nelle altre
          anche negli oggetti che non cangiano gran cosa nella sostanza, e parlo ora riguardo a un
          certo aspetto superficiale e in parità di oggetti, circostanze ec. e per rispetto a certe
          minuzie e non alle cose più essenziali giacchè in queste è manifesto che la faccia
          dell’inverno è più marcata e distinta dalle altre che quella dell’autunno ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una delle cagioni del gran contrasto delle qualità degli abitanti del mezzogiorno notata
          dalla Staël, <bibl>
            <title>Corinne</title> liv.6. ch.2. p. 246. troisieme édition 1812.</bibl>, (oltre
          quella, <quote>
            <foreign lang="fre">qu’ils ne perdent aucune force de l’ame dans la société</foreign>
          </quote>, com’ella dice ivi, onde la natura anche per questo capo resta più varia, e non
          così obbligata e avvezzata alla continua uniformità, come succede per lo spirito di
          società e d’eccessivo incivilimento in Francia) è che il clima meridionale essendo <pb
            ed="aut" n="75"/> il più temperato, e la natura quivi (come dice la stessa più volte) in
          grande armonia, essa si trova più spedita, più dégagée, più sviluppata, onde siccome le
          circostanze della vita son diversissime, così trovandosi i caratteri meridionali per la
          detta cagione pieghevolissimi, e suscettibili d’ogni impressione, ne segue il contrasto
          delle qualità che si dimostrano nelle contrarie circostanze, e il rapido passaggio ec.
          Laddove negli altri climi la natura trovandosi meno mobile più inceppata e dura, il
          violento difficilmente mostra pacatezza, e l’indolente non divien quasi mai attivo,
          insomma la qualità dominante, domina più assolutamente e tirannicamente di quello che
          faccia nel mezzogiorno, dove non perciò si dee credere che manchino le qualità dominanti
          nel tale e tale individuo, ma che in proporzione lascino più luogo alle altre qualità,
          alla varietà loro ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il sentimento che si prova alla vista di una campagna o di qualunque altra cosa v’ispiri
          idee e pensieri vaghi e indefiniti quantunque dilettosissimo, è pur come un diletto che
          non si può afferrare, e può paragonarsi a quello di chi corra dietro a una farfalla bella
          e dipinta senza poterla cogliere: e perciò lascia sempre nell’anima un gran desiderio: pur
          questo è il sommo de’ nostri diletti, e tutto quello ch’è determinato e certo è molto più
          lungi dall’appagarci, di questo che per la sua incertezza non ci può mai appagare.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="76"/> La somma felicità possibile dell’uomo in questo mondo, è quando egli
          vive quietamente nel suo stato con una speranza riposata e certa di un avvenire molto
          migliore, che per esser certa, e lo stato in cui vive, buono, non lo inquieti e non lo
          turbi coll’impazienza di goder di questo immaginato bellissimo futuro. Questo divino stato
          l’ho provato io di 16 e 17 anni per alcuni mesi ad intervalli, trovandomi quietamente
            <emph>occupato</emph> negli studi senz’altri disturbi, e colla certa e tranquilla
          speranza di un lietissimo avvenire. E non lo proverò mai più, perchè questa tale speranza
          che <emph>sola può render l’uomo contento del presente</emph>, non può cadere se non in un
          giovane di quella tale età, o almeno, esperienza.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’incivilimento ha posto in uso le fatiche fine ec. che consumano e logorano ed
          estinguono le facoltà umane, come la memoria, la vista, le forze in genere ec. le quali
          non erano richieste dalla natura, e tolte quelle che le conservano e le accrescono, come
          quelle dell’agricoltore del cacciatore ec. e della vita primitiva, le quali erano volute
          dalla natura e rese necessarie alla detta vita.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Un corollario del pensiero posto qui sopra possono essere delle osservazioni sulla vita
          degli anacoreti senza disturbi e colla speranza quieta e non impaziente del paradiso.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’espressione del dolore antico, p. e. nel Laocoonte, nel gruppo di Niobe, nelle
          descrizioni di Omero ec. doveva essere per necessità differente da quella del dolor
          moderno. Quello era un dolore senza medicina come ne ha il nostro, non sopravvenivano le
          sventure agli antichi come necessariamente dovute alla nostra natura, ed anche come un
          nulla in questa misera vita, ma <pb ed="aut" n="77"/> come impedimenti e contrasti a
          quella felicità che agli antichi non pareva un sogno, come a noi pare, (ed effettivamente
          non era tale per essi, certamente speravano, mentre noi disperiamo, di poterla conseguire)
          come mali evitabili e non evitati. Perciò la vendetta del cielo, le ingiustizie degli
          uomini, i danni, le calamità, le malattie, le ingiurie della fortuna, pareano mali tutti
          propri di quello a cui sopravvenivano. (infatti il disgraziato al contrario di adesso
          solea per la superstizione che si mescolava ai sentimenti e alle opinioni naturali, esser
          creduto uno scellerato e in odio agli Dei, e destar più l’odio che la compassione) Quindi
          il dolor loro era disperato, come suol essere in natura, e come ora nei barbari e nelle
          genti di campagna, senza il conforto della sensibilità, senza la rassegnazion dolce alle
          sventure da noi, non da loro, conosciute inevitabili, non poteano conoscere il piacer del
          dolore, nè l’affanno di una madre, perduti i suoi figli, come Niobe, era mescolato di
          nessuna amara e dolce tenerezza di se stesso ec. ma intieramente disperato. Somma
          differenza tra il dolore antico e il moderno per cui con ragione si raccomanda al poeta
          artista ec. moderno di trattar soggetti moderni, non potendo a meno trattando soggetti
          antichi di cadere in una di queste due, o violare il vero, dipingendo i fatti antichi con
          prestare ai suoi personaggi sentimenti e affetti moderni, o non interessare nè farsi <pb
            ed="aut" n="78"/> intendere dai moderni col far sentire e parlare quei personaggi
          all’antica. Se non che l’offendere il vero, nel primo caso non mi par così da schivare,
          purchè si salvi il verosimile, divenendo cosa da puro erudito, quando l’effetto di quella
          mescolanza è buono, il rilevare che gli antichi non avrebbero potuto provare quei
          sentimenti, come io soglio anche dire dei vestimenti e delle attitudini nella pittura, ec.
          dove purchè l’offesa del vero non salti agli occhi, vale a dire si salvi il verisimile,
          sarà sempre meglio farsi intendere e colpire i moderni, che assoggettarsi ad una
          miserabile esattezza erudita che non farebbe nessuno effetto. Quindi non condanno punto
          anzi lodo p. e. Racine che avendo scelto soggetti antichi (che colla loro natura non erano
          incompatibili coi sentimenti moderni, e d’altronde erano per la loro bellezza, tragicità,
          forza ec. preferibili ad altri soggetti de’ giorni più bassi) gli ha trattati alla
          moderna. La sensibilità era negli antichi in potenza, ma non in atto come in noi, e però
          una facoltà naturalissima (v. il mio discorso sui romantici), ma è cosa provata che le
          diverse circostanze sviluppano le diverse facoltà naturali dell’anima, che restano nascose
          e inoperose mancando quelle tali circostanze, fisiche, politiche, morali, e soprattutto,
          nel nostro caso, intellettuali, giacchè lo sviluppo del sentimento e della melanconia, è
          venuto soprattutto dal progresso della filosofia, e della cognizione dell’uomo, e del
          mondo, e della vanità delle cose, e della infelicità umana, <pb ed="aut" n="79"/>
          cognizione che produce appunto questa infelicità, che in natura non dovevamo mai
          conoscere. Gli antichi in cambio di quel sentimento che ora è tutt’uno col malinconico,
          avevano altri sentimenti entusiasmi ec. più lieti e felici, ed è una pazzia l’accusare i
          loro poeti di non esser sentimentali, e anche il preferire a quei sentimenti e piaceri
          loro che erano spiritualissimi anch’essi, e destinati dalla natura all’uomo non fatto per
          essere infelice, i sentimenti e le dolcezze nostre, benchè naturali anch’esse, cioè
          l’ultima risorsa della natura per contrastare (com’è suo continuo scopo) alla infelicità
          prodotta dalla innaturale cognizione della nostra miseria. La consolazione degli antichi
          non era nella sventura, per es. un morto si consolava cogli emblemi della vita, coi
          giuochi i più energici, colla lode di avere incontrata una sventura minore o nulla morendo
          per la patria, per la gloria, per passioni vive, morendo dirò quasi per la vita. La
          consolazione loro anche della morte non era nella morte ma nella vita. V. p. 105. di
          questi pensieri.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le altre arti imitano ed esprimono la natura da cui si trae il sentimento, ma la musica
          non imita e non esprime che lo stesso sentimento in persona, ch’ella trae da se stessa e
          non dalla natura, e così l’uditore. Ecco perchè la Staël (Corinne liv. 9. ch.2.) dice:
            <foreign lang="fre">De tous les beaux-arts c’est (la musique) celui qui agit le plus
            immédiatement sur l’ame. Les autres la dirigent vers telle ou telle idée, celui-là seul
            s’adresse à la source intime de l’existence, et change en entier la disposition
            intérieure</foreign>. La <pb ed="aut" n="80"/> parola nella poesia ec. non ha tanta
          forza d’esprimere il vago e l’infinito del sentimento se non applicandosi a degli oggetti,
          e perciò producendo un’impressione sempre secondaria e meno immediata, perchè la parola
          come i segni e le immagini della pittura e scultura hanno una significazione determinata e
          finita. L’architettura per questo lato si accosta un poco più alla musica, ma non può aver
          tanta subitaneità, ed immediatezza.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <lg type="terzina">
          <l>La speme che rinasce in un col giorno.</l>
          <l>Dolor mi preme del passato, e noia</l>
          <l>Del presente, e terror de l’avvenire.</l>
        </lg>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si può osservare che il Cristianesimo, senza perciò fargli nessun torto ha per un verso
          effettivamente peggiorato gli uomini. Basta considerare l’effetto che produce sopra i
          lettori della storia il carattere dei principi cristiani scellerati in comparazione degli
          scellerati pagani, e così dei privati, dei Patriarchi, Vescovi, e monaci greci (<bibl>v.
              <author>Montesquieu</author>
            <title>Grandeur</title> ec. Amsterd. 1781. ch. 22.</bibl>) o latini. Le scelleratezze
          dei secondi non erano per nessun modo in tanta opposizione coi loro principii. Morto il
          fanatismo della pietà, e il primo fervore di una religione che si considera come
          un’opinione propria, e una setta e cosa propria, e di cui perciò si è più gelosi (anche
          per li sacrifizi che costava il professarla) l’uomo in società ritorna naturalmente
          malvagio, colla differenza che quando gli antichi scellerati operavano o secondo i loro
          principii, o in opposizione di massime confuse poco note e controverse, i cristiani
          operavano contro massime certe stabilite definite, e di cui erano intimamente persuasi, e
          l’uomo è sempre tanto più <pb ed="aut" n="81"/> scellerato quanto più sforzo costa
          l’esserlo, massimamente contro se stesso, come per contrario accade della pietà. E infatti
          da quando il cristianesimo fu corrotto nei cuori, cioè presso a poco da quando divenne
          religione imperiale e riconosciuta per nazionale, e passò in uomini posti in circostanze
          da esser malvagi, è incontrastabile che le scelleratezze mutaron faccia e il carattere di
          Costantino e degli altri scellerati imperatori cristiani, vescovi ec. è evidentemente più
          odioso di quello dei Tiberi dei Caligola ec. e dei Marii e dei Cinna ec. e di una tempra
          di scelleraggine tutta nuova e più terribile. E secondo me a questo cioè al cristianesimo
          si deve in gran parte attribuire (giacchè il guasto cristianesimo era una parte di guasto
          incivilimento) la nuova idea della scelleratezza dell’età media molto differente e più
          orribile di quella dell’età antiche anche più barbare: e questa nuova idea si è mantenuta
          più o meno sino a questi ultimi tempi nei quali l’incredulità avendo fatti tanti
          progressi, il carattere delle malvagità si è un poco ravvicinato all’antico, se non quanto
          i gran progressi e il gran divulgamento dei lumi chiari e determinati della morale
          universale molto più tenebrosa presso gli antichi anche più civili, non lascia tanto campo
          alla scelleraggine di seguire più placidamente il suo corso. V. p. 710. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="82"/> Citerò un luogo delle Notti romane, non perch’io creda che quel
          libro si possa prendere per modello di stile, ma per addurre un esempio che mi cade in
          acconcio. Ed è quello dove la Vestale dice che diede disperatamente del capo in una
          parete, e giacque. La soppressione del verbo intermedio tra il battere il capo e il
          giacere, che è il cadere, produce un effetto sensibilissimo, facendo sentire al lettore
          tutta la violenza e come la scossa di quella caduta, per la mancanza di quel verbo, che
          par che ti manchi sotto ai piedi, e che tu cada di piombo dalla prima idea nella seconda
          che non può esser collegata colla prima se non per quella di mezzo che ti manca. E queste
          sono le vere arti di dar virtù ed efficacia allo stile, e di far quasi provare quello che
          tu racconti.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Io era oltremodo annoiato della vita, sull’orlo della vasca del mio giardino, e guardando
          l’acqua e curvandomici sopra con un certo fremito, pensava: s’io mi gittassi qui dentro,
          immediatamente venuto a galla, mi arrampicherei sopra quest’orlo, e sforzandomi di uscir
          fuori dopo aver temuto assai di perdere questa vita, ritornato illeso, proverei qualche
          istante di contento per essermi salvato, e di affetto a questa vita che ora tanto
          disprezzo, e che allora mi parrebbe più pregevole. La tradizione intorno al salto di
          Leucade poteva avere per fondamento un’osservazione simile a questa.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="83"/> La cagione per cui trovo nelle osservazioni di <bibl>
            <author>Mad. di Staël</author> del libro 14. della <title>Corinna</title>
          </bibl> anche più intima e singolare e tutta nuova naturalezza e verità, è (oltre al
          trovarmi io presentemente nello stessissimo stato ch’ella descrive) il rappresentare ella
          quivi il genio considerante se stesso e non le cose estrinseche nè sublimi, ma le
          piccolezze stesse e le qualità che il genio poche volte ravvisa in se, e forse anche se ne
          vergogna e non se le confessa (o le crede aliene da se e provenienti da altre qualità più
          basse, e perciò se n’affligge) onde con minore sublime ed astratto, ha maggior verità e
          profondità familiare in tutto quello che dice Corinna di se giovanetta.</p>
        <p>Quantunque io mi trovi appunto nella condizione che ho detta qui sopra pur leggendo il
          detto libro, ogni volta che madame parla dell’invidia di quegli uomini volgari, e del
          desiderio di abbassar gli uomini superiori, e presso loro e presso gli altri e presso se
          stessi, non ci trovava la solita certissima e precisa applicabilità alle mie circostanze.
          E rifletto che infatti questa invidia, e questo desiderio non può trovarsi in quei tali
          piccoli spiriti ch’ella descrive, perchè non hanno mai considerato il genio e l’entusiasmo
          come una superiorità, anzi come una pazzia, come fuoco giovanile, difetto di prudenza, di
          esperienza di senno, ec. e si stimano molto più essi, onde non possono provare invidia,
          perchè nessuno invidia la follia degli altri, bensì compassione, o disprezzo, e anche
          malvolenza, come a persone che non vogliono pensare come voi, e come credete che si debba
          pensare. Del resto credono che ancor esse fatte più mature si ravvedranno, tanto sono
          lontane dall’invidiarle. E così precisamente <pb ed="aut" n="84"/> porta l’esperienza che
          ho fatta e fo. Ben è vero che se mai si affacciasse loro il dubbio che questi uomini di
          genio fossero spiriti superiori, ovvero se sapranno che son tenuti per tali, come anime
          basse che sono e amanti della loro quiete ec. faranno ogni sforzo per deprimerli, e
          potranno concepirne invidia, ma come di persone di un merito falso e considerate contro al
          giusto, e invidia non del loro genio, ma della stima che ne ottengono, giacchè non
          solamente non li credono superiori a se, ma molto al di sotto.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una prova in mille di quanto influiscano i sistemi puramente fisici sugl’intellettuali e
          metafisici, è quello di Copernico che al pensatore rinnuova interamente l’idea della
          natura e dell’uomo concepita e naturale per l’antico sistema detto tolemaico, rivela una
          pluralità di mondi mostra l’uomo un essere non unico, come non è unica la collocazione il
          moto e il destino della terra, ed apre un immenso campo di riflessioni, sopra l’infinità
          delle creature che secondo tutte le leggi d’analogia debbono abitare gli altri globi in
          tutto analoghi al nostro, e quelli anche che saranno benchè non ci appariscano intorno
          agli altri soli cioè le stelle, abbassa l’idea dell’uomo, e la sublima, scuopre nuovi
          misteri della creazione, del destino della natura, della essenza delle cose, dell’esser
          nostro, dell’onnipotenza del creatore, dei fini del creato ec. ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nella mia somma noia e scoraggimento intiero della vita talvolta riconfortato alquanto e
          alleggerito io mi metteva a piangere la sorte umana e la miseria del mondo. Io rifletteva
          allora: io piango perchè sono più lieto, e così è che allora il nulla delle cose pure mi
          lasciava forza d’addolorarmi, e quando io lo sentiva maggiormente e ne era pieno, non mi
          lasciava il vigore di dolermene.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <quote rend="block">
          <lg type="non-definito" lang="lat">
            <pb ed="aut" n="85"/>
            <l>Cum pietatem funditus amiserint</l>
            <l>Pi tamen dici nunc maxime reges volunt.</l>
            <l>Quo res magis labuntur, haerent nomina.</l>
          </lg>
        </quote>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Io era spaventato nel trovarmi in mezzo al nulla, un nulla io medesimo. Io mi sentiva
          come soffocare considerando e sentendo che tutto è nulla, solido nulla.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Prima di provare la felicità, o vogliamo dire un’apparenza di felicità viva e presente,
          noi possiamo alimentarci delle speranze, e se queste son forti e costanti, il tempo loro è
          veramente il tempo felice dell’uomo, come nella età fra la fanciullezza e la giovanezza.
          Ma provata quella felicità che ho detto, e perduta, le speranze non bastano più a
          contentarci, e la infelicità dell’uomo è stabilita. Oltre che le speranze dopo la trista
          esperienza fatta sono assai più difficili, ma in ogni modo la vivezza della felicità
          provata, non può esser compensata dalle lusinghe e dai diletti limitati della speranza, e
          l’uomo in comparazione di questa piange sempre quello che ha perduto e che ben
          difficilmente può tornare, perchè il tempo delle grandi illusioni è finito.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Uomo colto in piena campagna da una grandine micidiale e da essa ucciso o malmenato
          rifugiantesi sotto gli alberi, difendentesi il capo colle mani ec. soggetto di una
          similitudine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quando le sensazioni d’entusiasmo ec. che noi proviamo non sono molto profonde, allora
          cerchiamo di avere un compagno con cui comunicarle, e ci piace il poterne discorrere in
          quel momento, (secondo quella osservazione di Marmontel che vedendo una bella campagna non
          siamo contenti se non abbiamo con chi dire: la belle campagne!) perchè in certo modo
          speriamo di accrescere <pb ed="aut" n="86"/> il diletto di quel sentimento e il sentimento
          medesimo con quello degli altri. Ma quando l’impressione è profonda accade tutto l’opposto
          perchè temiamo, e così è, di scemarla e svaporarla partecipandola, e cavandola dal chiuso
          delle nostre anime, per esporla all’aria della conversazione. Oltre ch’ella ci riempie in
          modo, che occupando tutta la nostra attenzione, non ci lascia campo di pensare ad altri,
          nè modo di esprimerla, volendosi a ciò una certa attenzione che ci distrarrebbe, quando la
          distrazione ci è non solamente importuna, ma impossibile.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dice la Staël, (<bibl>
            <title>Corinne</title> liv.18. ch. 4.</bibl>) parlando <quote>
            <foreign lang="fre">de la statue de Niobé: sans doute dans une semblable situation la
              figure d’une véritable mère serait entièrement bouleversée; mais l’idéal des arts
              conserve la beauté dans le désespoir; et ce qui touche profondément dans les ouvrages
              du génie, ce n’est pas le malheur même, c’est la puissance que l’ame conserve sur ce
              malheur</foreign>
          </quote>. Bellissima condanna del sistema romantico che per conservare la semplicità e la
          naturalezza e fuggire l’affettazione che dai moderni è stata pur troppo sostituita alla
          dignità, (facile agli antichi ad unire colla semplicità che ad essi era sì presente e nota
          e propria e viva) rinunzia ad ogni nobiltà, così che le loro opere di genio non hanno
          punto questa gran nota della loro origine, ed essendo una pura imitazione del vero, come
          una statua di cenci con parrucca e viso di cera ec. colpisce molto meno di quella che
          insieme colla semplicità e naturalezza conserva l’ideale del bello, e rende straordinario
          quello ch’è comune, cioè mostra ne’ suoi eroi un’anima grande e un’attitudine dignitosa,
          il che muove la maraviglia e <pb ed="aut" n="87"/> il sentimento profondo colla forza del
          contrasto, mentre nel romantico non potete esser commosso se non come dagli avvenimenti
          ordinari della vita, che i romantici esprimono fedelmente, ma senza dargli nulla di quello
          straordinario e sublime, che innalza l’immaginazione, e ispira la meditazione profonda e
          la intimità e durevolezza del sentimento. E così ancora si verifica che gli antichi
          lasciavano a pensare più di quello ch’esprimessero, e l’impressione delle loro opere era
          più durevole.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quando l’uomo veramente sventurato si accorge e sente profondamente l’impossibilità
          d’esser felice, e la somma e certa infelicità dell’uomo, comincia dal divenire
          indifferente intorno a se stesso, come persona che non può sperar nulla, nè perdere e
          soffrire più di quello ch’ella già preveda e sappia. Ma se la sventura arriva al colmo
          l’indifferenza non basta, egli perde quasi affatto l’amor di se, (ch’era già da questa
          indifferenza così violato) o piuttosto lo rivolge in un modo tutto contrario al consueto
          degli uomini, egli passa ad odiare la vita l’esistenza e se stesso, egli si abborre come
          un nemico, e allora è quando l’aspetto di nuove sventure, o l’idea e l’atto del suicidio
          gli danno una terribile e quasi barbara allegrezza, massimamente se egli pervenga ad
          uccidersi essendone impedito da altrui; allora è il tempo di quel <emph>maligno</emph>
          amaro e ironico sorriso simile a quello della vendetta eseguita da un uomo crudele dopo
          forte lungo e irritato desiderio, il qual sorriso è l’ultima espressione della estrema
          disperazione e della somma infelicità. <bibl>V. <author>Staël</author>
            <title>Corinne</title> l. 17. c. 4. 5<hi rend="apice">me</hi> édition Paris, 1812. p.
            184.185. t. 3.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="88"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Je vous l’ai dit souvent, la douleur me tuerait; il y a trop de
              lutte en moi contre elle; il faut lui céder pour n’en pas mourir</foreign>
          </quote>, dice Corinna presso la <bibl>
            <author>Staël</author> liv. 14. ch. 3. t. 2. p. 361.</bibl> dell’edizione citata qui
          dietro. E da questo venia che gli antichi al carattere dei quali l’autrice ha voluto
          ravvicinare quello di Corinna quanto era compatibile coi costumi e la filosofia moderna di
          cui l’arricchisce a piena mano, erano vinti dall’infelicità in modo che esprimevano la
          loro disperazione cogli atti e le azioni più terribili, e la sventura li mandava fuori di
          se stessi, e gli uccideva. <quote>
            <foreign lang="fre">Quel se réposer sur sa douleur</foreign>
          </quote>, quel piacere perfino provato dai moderni per la stessa sventura e per la
          considerazione di essere sventurato, era cosa ignota a quelli che secondo l’istinto della
          natura non ancora del tutto alterata, correvano sempre dritto alla felicità, non come a un
          fantasma, ma cosa reale, e trovavano il loro diletto dove la natura primitivamente l’ha
          posto, cioè nella buona e non nella cattiva fortuna, la quale quando loro sopravvenniva,
          la riguardavano come propria, non come universale e inevitabile. Nè il desiderio della
          felicità era in essi temperato e rintuzzato e illanguidito da nessuna considerazione e da
          nessuna filosofia. Perciò tanto più formidabile era l’effetto di quanto impediva loro
          l’adempimento di questo desiderio.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les habitans du Midi craignant beaucoup la mort, l’on s’étonne d’y
              trouver des institutions qui la rappellent à ce point; mais il est dans la nature
              d’aimer à se livrer à l’idée même de ce que l’on redoute. Il y a comme un enivrement
              de tristesse qui fait à l’ame le bien de la remplir tout entière</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Corinne</title> l. 10. ch. 1 t. 2. p. 115. edizione citata qui dietro</bibl>
          <pb ed="aut" n="89"/>. A questo proposito si può notare quella indistinta e pur vera
          voglia che noi proviamo avendo p. e. in mano una cosa fetente di sentirne fuggitivamente
          l’odore. Così se ti abbatti a passare, poniamo, per un luogo dove si faccia giustizia, tu
          senti ribrezzo di quella esecuzione, e pure io metto pegno che non ti puoi tenere che non
          alzi gli occhi per vederla così di sfuggita, e poi rivolgerli immediatamente altrove.
            <bibl>V. a tal proposito un luogo notabile di <author>Platone</author>,
            <title>Opp.</title> ed. Astii, t. 4. p. 236. lin. 8-16</bibl>. E così di ogni cosa che
          ci faccia ribrezzo, così se tu hai corso un pericolo che ti spaventi, ti si stringe il
          cuore in pensarci, non hai forza di fermarti in quel pensiero di quel momento di quel caso
          di quella vicinanza della morte ec. ma neanche hai forza di cacciarlo, anzi bisogna pur
          che tra il volere e il non volere ci lasci andare un’occhiata. Similmente se ti si
          affaccia qualche pensiero che ti addolori, la ricordanza di qualche cosa che ti faccia
          vergognare teco stesso ec. La ragione di questo effetto non è certo quell’inebbriamento
          che dice la Staël, e nemmeno la curiosità come può vedere chiunque ci faccia un poco di
          considerazione. Piuttosto direi che quell’ignoto ci fa più pena che il noto, e siccome
          quell’oggetto ci spaventa o ci abbrividisce o ci attrista, non sappiamo lasciarlo stare
          così intatto, e anche con ribrezzo, abbiamo pure una certa voglia di dargli una tal quale
          squadrata che ce lo faccia conoscere alquanto. Forse anche, e così credo, proviene
          dall’amore dello straordinario, e odio naturale della monotonia e della noia ch’è ingenito
          in tutti gli uomini, e offrendosi un oggetto che rompe questa monotonia, ed esce
          dell’ordine comune, quantunque ci paia <pb ed="aut" n="90"/> più grave assai della noia,
          di cui forse anche, in quel punto non ci accorgiamo e non abbiamo nessun pensiero, pur
          troviamo un certo piacere in quella scossa in quell’agitazione, che ci produce la vista
          fuggitiva di esso oggetto. La quale spiegazione si ravvicina a quella della Staël, giacchè
          la noia non è altro che il vuoto dell’anima, ch’è riempito, come ella dice da quel
          pensiero, e occupato intieramente per quel punto. E in fine può anche derivare, e penso
          che almeno in parte derivi dallo stesso timore che abbiamo di quel pensiero, per la
          ragione che in tutte le cose fisiche e morali, il voler troppo intensamente e il timore di
          non conseguire, distorna le nostre azioni dal loro fine, e il mettersi ad un’operazione di
          mano p. e. chirurgica con troppa intenzion d’animo e timore di non riuscire, la manda a
          male, e nelle lettere, o belle arti, il cercar la semplicità con troppa cura, e paura di
          non trovarla, la fa perdere ec.</p>
        <p>L’orrore e il timore della fatalità e del destino si prova più (anche oggidì che la
          superstizione è quasi bandita dal mondo) nelle anime forti e grandi, che nelle mediocri
          per cagione che i desideri e i fini di quelle sono fissi, e ch’elle li seguono con ardore,
          con costanza, e risoluzione invariabile. Così era più ordinariamente presso gli antichi,
          appo i quali la fermezza e la costanza e la forza e la magnanimità erano virtù molto più
          ordinarie che fra i moderni. E vedendo essi che spesse volte anzi frequentissimamente i
          casi della vita si oppongono ai desideri dell’uomo, erano compresi da terrore per la
          ragione della loro immobilità nel desiderare o nel diriggere le loro azioni a quel tale
          scopo che forse e probabilmente non avrebbero <pb ed="aut" n="91"/> potuto conseguire.
          Infatti nella infinita varietà dei casi è molto più improbabile che segua precisamente
          quello a cui tu miri invariabilmente, che gl’infiniti altri possibili. Ora accadendone
          piuttosto un altro non è effetto di destino fisso che ti perseguiti, ma di cieco
          accidente. Essi tuttavia com’è naturale come per un’illusione ottica o meccanica
          confondevano (e gli animi forti ed ardenti tuttora confondono) l’immobilità loro propria
          con quella degli avvenimenti, e perchè non erano spiriti da secondarli e adattarvisi,
          immaginavano che l’immobilità stesse non in se ma nei medesimi avvenimenti già stabiliti
          dal destino. Laddove gli spiriti mediocri, senza fermezza nè certezza di mire, nella
          moltiplicità dei loro fini, e si abbattono più facilmente a uno o più di quelli che
          desiderano, e anche nel caso opposto cedono senza difficoltà all’andamento delle cose, e
          da questo si lasciano trasportare, piegare, regolare, andando a seconda degli avvenimenti.
          Così essi non avendo immobilità in loro, nè vedendo la somma difficoltà di concordare i
          loro disegni cogli avvenimenti hanno l’intelletto più libero, e non pensano che la fortuna
          opponga loro un’opposizione forte e stabile, (la qual forza e stabilità non è veramente se
          non nella resistenza che le anime grandi oppongono agl’instabilissimi e casuali
          avvenimenti) ma considerano tutto come effetto del caso, e delle combinazioni, siccom’è
          infatti. Aggiungi l’invariabilità non solo dei fini, ma anche dei mezzi nei primi, (cioè
          ne’ magnanimi) che non permette loro di cambiar principii, nè di regolare le loro azioni a
          norma degli avvenimenti, ma li conserva sempre costanti nel loro proposito e nel modo di
          seguitarlo, mentre il contrario accade nei secondi. E anche senza nessun proposito nè
          scopo, si vedrà che la sola fermezza e immutabilità del carattere, fa illusione sulla
          forza del destino ch’essendo <pb ed="aut" n="92"/> così vario pare immutabile a quelli che
          non vedono se non una sola via, una sola maniera di contenersi di pensare e operare, una
          sola sorta di avvenimenti, e come questi dovrebbero o pare a loro che dovrebbero accadere.
          E questo timore del destino si trova in conseguenza più o meno anche negli spiriti
          mediocri, o puramente ragionevoli e filosofici ec. quando provano qualche desiderio o
          mirano a qualche fine in modo che divengano immobili intorno a quel punto. <bibl>V.
              <author>Staël</author>
            <title>Corinne</title> l. 13. c. 4. p. 306. t. 2. edizione citata poco sopra</bibl>.
          L’illusione che ho detto si può in qualche modo paragonare a quella che noi proviamo
          credendo la terra immobile perchè noi siam fermi su di lei, quantunque ella giri e voli
          rapidissimamente. E già si sa che anche nei magnanimi ella è più viva e presente secondo
          che essi si trovano in circostanze di desideri e mire più vive, determinate e focose forti
          ferme ec. nelle grandi passioni ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La società francese la quale fa che <quote>
            <foreign lang="fre">l’esprit naturel se tourne en épigrammes plutôt qu’en
            poésie</foreign>
          </quote>, dice la Staël, (vedila, <bibl>
            <title>Corinne</title>, liv. 15. chap. 9. p. 80. t. 3. edizione citata da me alla p.
          87.</bibl>) rende ancora epigrammatica tutta la loro scrittura, ed abituati come sono a
          dare a tutti i loro detti nella conversazione, une tournure che li renda gradevoli,
          un’aria di novità, una grazia ascitizia, un garbo proccurato ec. ponendosi a scrivere, e
          stimando naturalmente che la scrittura non li disobblighi da quello a cui gli obbliga la
          raffinatezza della conversazione, (naturale nel paese dove lo spirito di società è così
          grande, anzi è l’anima e lo scopo e il tutto della vita) e per lo contrario credendo che
          quest’obbligo sia maggiore nello scrivere che nel parlare (e con ragione avuto riguardo al
          gusto de’ lettori nazionali che altrimenti li disprezzerebbero) si abbandonano a quello
          stesso studio che adoprano nella conversazione per renderla aggradevole e piccante ec. e
          però il loro stile è così diverso da <pb ed="aut" n="93"/> quello de’ greci e de’ latini e
          degl’italiani, non essendo possibile ch’essi accettino quella prima frase che si presenta
          naturalmente e da se a chi vuole esprimere un sentimento. E però le grazie naturali sono
          affatto sbandite dal loro stile, anzi è curioso il vedere quello ch’essi chiamino
          naturalezza e semplicità, come p. e. in La Fontaine tanto decantato per queste doti. In
          luogo delle grazie naturali il loro stile è tutto composto delle grazie di società e di
          conversazione, e quando queste sono conseguite essi chiamano il loro stile, semplice, come
          fanno sempre anche in astratto quando paragonano lo stil francese all’italiano p. e. o al
          latino ec. parte avuto riguardo alla collocazione materiale delle parole e alla
          costruzione del periodo, e divisione del discorso ec. paragonata con quella delle altre
          lingue, parte alla mancanza delle ampollosità delle gonfiezze, delle figure troppo
          evidenti, dei giri e rigiri per dire una stessa cosa ec. ec. che si trovano nei cattivi
          stili delle altre lingue, e che nel francese sono affatto straordinari e sarebbero
          fischiati. E questa chiamano purezza di gusto, ed hanno ragione da un lato, ma dall’altro
          non conoscono quella semplicità così intrinseca come estrinseca dello stile che non ha
          niente di comune coll’eleganza la politezza la tournure la raffinatezza il limato il
          ricercato della conversazione, ma sta tutta nella natura, nella pura espressione de’
          sentimenti che è presentata dalla cosa stessa, e che riceve novità e grazia
            <emph>piuttosto dalla cosa</emph>, se ne ha, che <emph>da se medesima e dal lavoro dello
            scrittore</emph>, quella schiettezza di frase le cui grazie sono ingenite e non
          ascitizie, quel modo di parlare che non viene dall’abitudine della conversazione e che par
          naturale solamente a chi vi è accostumato (cioè ai francesi e agli altri nutriti sempre di
          cose francesi) ma dalla natura universale, e dalla stessa materia, quello insomma ch’era
            <pb ed="aut" n="94"/> proprio dei greci, e con una certa proporzione, de’ latini, e
          degl’italiani, di Senofonte di Erodoto de’ trecentisti ec. i quali sono intraducibili
          nella lingua francese. Cosa strana che una lingua di cui essi sempre vantano la semplicità
          non abbia mezzi per tradurre autori semplicissimi, e di uno stile il più naturale, libero,
          inaffettato, disinvolto, piano, facile che si possa immaginare. E pur la cosa è
          rigorosamente vera, e basta osservar le traduzioni francesi da classici antichi per veder
          come stentino a ridurre nel loro stile di società e di conversazione ch’essi chiamano
          semplice (e ch’è divenuto inseparabile dalla loro lingua anzi si è quasi confuso con lei)
          quei prototipi di manifesta e incontrastabile semplicità; e come esse sieno lontane dal
          conservare in nessun modo il carattere dello stile originale. Qui comprendo anche le
            <title>Georgiche</title> di Delille intese da orecchie non francesi, e quella generale
          osservazione fatta anche dalla Staël nella <title>Biblioteca Italiana</title> che le
          traduzioni francesi da qualunque lingua hanno sempre un carattere nazionale e diverso
          dallo stile originale e anche dalle parti più essenziali di esso, e anche da’ sentimenti.
          E basta anche notare come le traduzioni e lo stile d’Amyot veramente semplicissimo (e non
          però suo proprio ma similissimo a quello de’ suoi originali, e tra le lingue moderne,
          all’italiano) si allontanino dall’indole della presente lingua francese, non solo quanto
          alle parole e ai modi antiquati, ma principalmente nelle forme sostanziali, e nell’insieme
          dello stile, che ora di francese non può avere altro che il nome, e che sarebbe chiamato
          barbaro in un moderno, levato anche ogni vestigio d’arcaismo. E scommetto ch’egli riesce
          più facile a intendere agl’italiani, che ai francesi non dotti, massime nelle lingue
          classiche.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il posseder più lingue dona una certa maggior facilità e chiarezza di pensare seco
          stesso, perchè noi <pb ed="aut" n="95"/> pensiamo parlando. Ora nessuna lingua ha forse
          tante parole e modi da corrispondere ed esprimere tutti gl’infiniti particolari del
          pensiero. Il posseder più lingue e il potere perciò esprimere in una quello che non si può
          in un’altra, o almeno così acconciamente, o brevemente, o che non ci viene così tosto
          trovato da esprimere in un’altra lingua, ci dà una maggior facilità di spiegarci seco noi
          e d’intenderci noi medesimi, applicando la parola all’idea che senza questa applicazione
          rimarrebbe molto confusa nella nostra mente. Trovata la parola in qualunque lingua,
          siccome ne sappiamo il significato chiaro e già noto per l’uso altrui, così la nostra idea
          ne prende chiarezza e stabilità e consistenza e ci rimane ben definita e fissa nella
          mente, e ben determinata e circoscritta. Cosa ch’io ho provato molte volte, e si vede in
          questi stessi pensieri scritti a penna corrente, dove ho <emph>fissato</emph> le mie idee
          con parole greche francesi latine, secondo che mi rispondevano più precisamente alla cosa,
          e mi venivano più presto trovate. Perchè un’idea senza parola o modo di esprimerla, ci
          sfugge, o ci erra nel pensiero come indefinita e mal nota a noi medesimi che l’abbiamo
          concepita. Colla parola prende corpo, e quasi forma visibile, e sensibile, e circoscritta.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Spesse volte il caso ha renduto espressivissima una parola che parrebbe perciò originale
          e derivata dalla cosa, mentre non è che una pura figlia d’etimologia. P. e.
          <emph>nausea</emph> quella parola sì espressiva presso i latini e gl’italiani (v. questi
          pensieri p. 12.) deriva dal greco <foreign lang="grc">ναῦς</foreign> nave, onde <foreign
            lang="grc">ναυτία</foreign>, ionicamente <foreign lang="grc">ναυσία</foreign>, e in
          latino <emph>nausea</emph> perch’ella suole accadere ai naviganti.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Bisognerebbe vedere se quell’oracolo della porca bianca da trovarsi da Enea
          all’imboccatura del Tevere per buono ed ultimo augurio secondo Virgilio, avesse qualche
          altro significato ed origine nota e verisimile, non fattizia e arbitraria, perchè non
          avendone, io suppongo che derivi dal nome di troia che noi diamo alle <pb ed="aut" n="96"
          /> porche, e che a cagione di questo oracolo mi par ben da sospettare che fosse anche voce
          antica e popolare latina nello stesso significato, e così la porca venisse popolarmente
          considerata come un emblema di Troia, nella stessa guisa che presentemente parecchie città
          e famiglie hanno per insegna quell’animale o quell’oggetto materiale ch’è chiamato con un
          nome simile al loro. <bibl>V. la <title>Cron. d’Euseb.</title> l. <hi rend="sc">i</hi>. c.
            46.</bibl> e nota che quel racconto benchè da scrittor greco è preso anche quivi e
          attribuito intieramente a un latino. V. p. 511. capoverso <hi rend="sc">i</hi>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In proposito di quello che ho detto p. 76. e segg. in questi pensieri si può osservare
          che quando noi per qualche circostanza ci troviamo in istato di straordinario e passeggero
          vigore, come avendo fatto uso di liquori che esaltino le forze del corpo senza però turbar
          la ragione, ci sentiamo proclivissimi all’entusiasmo, nè però questo entusiasmo ha nulla
          di malinconico, ma è tutto sublime nel lieto, anzi le idee dolorose, ed una soave mestizia
          e la pietà non trova luogo allora nel cuor nostro o almeno non son questi i sentimenti
          ch’ei preferisce, ma il vigore che proviamo dà un risalto straordinario alle nostre idee,
          ed abbellisce e sublima ogni oggetto agli occhi nostri, e quello è il tempo di sentir gli
          stimoli della gloria, dell’amor patrio, dei sacrifizi generosi (ma considerati come bene
          non come sventura) e delle altre passioni antiche. Quindi possiamo congetturare quale
          dovesse essere ordinariamente l’entusiasmo degli antichi che si trovavano
          incontrastabilmente in uno stato di vigor fisico abituale, superiore al nostro ordinario;
          il quale quanto noceva e nuoce alla ragione, tanto favorisce l’immaginazione, e i
          sentimenti focosi gagliardi ed alti. Colla differenza che noi avvezzi nel corso della
          nostra vita a compiacerci, al contrario degli antichi, nelle idee dolorose, anche in quel
          vigore, sentendoci delle spinte al sentimento, ci potremo compiacere molto più facilmente
          che non faceano gli antichi di qualcuna di queste tali idee, quantunque non cercata allora
          di preferenza. Ma osservo che in quei momenti anche le idee malinconiche ci si presentano
          come un aria di festa che la felicità non ci pare un’illusione, <pb ed="aut" n="97"/> anzi
          ancora le dette idee ci si offrono come conducenti alla felicità, e la sventura come un
          bene sublime che ci fa palpitar e d’entusiasmo e di speranza, e sentiamo una gran
          confidenza in noi stessi e nella fortuna e nella natura, quando anche ella non sia nel
          nostro carattere, o nell’abitudine contratta colla sperienza della vita.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una delle cose più dispiacevoli, è il sentir parlare di un soggetto che c’interessi,
          senza potervi interloquire. E molto più se ne parlano a sproposito, o ignorando una
          circostanza un fatto ec. che noi potremmo narrar loro, o in contraddizione coi nostri
          sentimenti, in maniera che vengano a concludere il contrario di quello che noi stimiamo o
          sappiamo. Il che è penoso anche quando la cosa non ci riguardi in nessun modo
          personalmente, nè anche c’interessi. Ma soprattutto s’ella ci riguarda o interessa, è
          veramente opera da uomo riflessivo lo schivare questi tali discorsi in presenza p. e. di
          domestici che non vi potrebbero metter bocca, o di altri inferiori, i quali sentendo
          toccare il tasto che è loro a cuore, senza potervi avere nessuna parte attiva, ne
          proverebbero molta pena, attaccandosi come farebbero intieramente e con grande studio alla
          passiva di ascoltare, non ostante l’inquietudine che sfuggirebbero rinunziando anche a
          questa parte, il che però non ci è possibile.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si suol dire che per ottenere qualche grazia è opportuno il tempo dell’allegrezza di
          colui che si prega. E quando questa grazia si possa far sul momento, o non costi impegno
          ed opera al supplicato, convengo anch’io in questa opinione. Ma per interessar chicchessia
          in vostro favore, ed impegnarlo a prendersi qualche benchè piccola premura di un vostro
          affare, non c’è tempo più assolutamente inopportuno di quello della gioia viva. Ogni volta
          che l’uomo è occupato da qualche passion forte, è incapace di pensare ad altro, ogni volta
          che o la sua propria infelicità o la sua propria fortuna l’interessano vivamente, e lo
          riempiono, è incapace di pigliar premura de’ negozi delle infelicità dei desiderii altrui.
          Nei <pb ed="aut" n="98"/> momenti di gioia viva o di dolor vivo l’uomo non è suscettibile
          nè di compassione, nè d’interesse per gli altri, nel dolore perchè il suo male l’occupa
          più dell’altrui, nella gioia perchè il suo bene l’inebbria, e gli leva il gusto e la forza
          di occuparsi in verun altro pensiero. E massimamente la compassione è incompatibile col
          suo stato quando egli o è tutto pieno della pietà di se stesso, o prova un’esaltazione di
          contento che gli dipinge a festa tutti gli oggetti e gli fa considerar la sventura come
          un’illusione, per lo meno odiarla come cosa alienissima da quello che lo anima e lo
          riempie tutto in quel punto. Solamente gli stati di mezzo, sono opportuni all’interesse
          per le cose altrui, o anche un certo stato di entusiasmo senza origine e senza scopo
          reale, che gli faccia abbracciar con piacere l’occasione di operare dirittamente, di
          beneficare, di sostituir l’azione all’inazione, di dare un corpo ai suoi sentimenti, e di
          rivolgere alla realtà quell’impeto di entusiasmo virtuoso, magnanimo generoso ec. che si
          aggirava intorno all’astratto e all’indefinito. Ma quando il nostro animo è già occupato
          dalla realtà, ossia da quell’apparenza che noi riguardiamo come realtà, il rivolgerlo ad
          un altro scopo, è impresa difficilissima e quello è il tempo più inopportuno di sollecitar
          l’interesse altrui per la vostra causa, quand’esso è già tutto per la propria, e lo
          staccarnelo riuscirebbe penosissimo al supplicato. Molto più se la gioia sia di quelle
          rare che occorrono nella vita pochissime volte, e che ci pongono quasi in uno stato di
          pazzia, sarebbe da stolto il farsi allora avanti a quel tale, ed esponendogli con
          qualsivoglia eloquenza i propri bisogni e le proprie miserie, sperare di distorlo dal
          pensiero ch’è padrone dell’animo suo, e che gli è sì caro, e quel ch’è più, condurlo ad
          operare o a risolvere efficacemente d’operare per un fine alieno da quel pensiero, al
          quale egli è così intento anche in udirvi, che appena vi ascolta, e se vi ascolta, cerca
          di abbreviare il discorso, di ridur tutto in compendio, (per poi dimenticarlo affatto) ed
          ogni suo desiderio è rivolto al momento in cui avrete finito, e lo lascerete pascere di
          quel pensiero che lo signoreggia, ed anche parlarvene, e rivolgere immediatamente la <pb
            ed="aut" n="99"/> conversazione sopra quel soggetto.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Udrai dire sovente che per esser compatito o per interessare, giova indirizzarsi a chi
          abbia provato le stesse sventure, o sia stato nella stessa tua condizione. Se intendono
          del passato, andrà bene. Ma non c’è uomo da cui tu possa sperar meno che da chi si ritrova
          presentemente nella stessa calamità o nelle stesse circostanze tue. L’interesse ch’egli
          prova per se, soffoca tutto quello che potrebbe ispirargli il caso tuo. Ad ogni
          circostanza, ad ogni minuzia del tuo racconto, egli si rivolge sopra di se, e le considera
          applicandole alla sua persona. Lo vedrai commosso, crederai che senta pietà di te, ma la
          sente di se stesso unicamente. T’interromperà ad ogni tratto con dirti: appunto ancor io:
          oh per l’appunto se sapessi quello ch’io provo: questo è propriamente il caso mio. Fa al
          proposito l’esempio d’Achille piangente i suoi mali mentre ha Priamo a’ suoi ginocchi. Si
          proverà anche d’estenuare la tua miseria, il tuo bisogno, la ragionevolezza de’ tuoi
          desideri, per ingrandire quello che lo riguarda: Va bene, ma abbi pazienza, tu hai pure
          questo tal conforto: io all’opposto, e così discorrendo. In somma sarà sempre impossibile
          di rivolger l’interesse vivo e presente che uno ha per se, sopra i negozi altrui, (parlo
          anche, serbata una certa proporzione, degli uomini di cuore e d’entusiasmo) e quando
          l’uomo è occupato intieramente del suo dolore, (o anche della sua gioia e di qualunque
          passion viva) indurlo ad interessarsi per quello d’un altro, <emph>massimamente</emph> se
          sia della stessa specie. Sarà sempre impossibile attaccar l’egoismo così di fronte, quando
          anche da lato è così difficile a spetrare. E soprattutto trattandosi di azione non isperar
          mai nulla da un giovane che come te si trovi disgustato della vita domestica, e come te
          senta il bisogno di proccurarsi i mezzi di troncarla, da un militare disgraziato come te,
          o che corra collo stesso impegno e colla stessa vivezza di desiderio agli onori, da un
          malato che sia tutto occupato ed afflitto da una malattia simile alla tua ec. ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Pare un assurdo, e pure è esattamente vero che tutto il reale essendo un nulla, non v’è
          altro di reale nè altro di sostanza al mondo che le illusioni.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="100"/> È cosa osservata degli antichi poeti ed artefici, massimamente
          greci, che solevano lasciar da pensare allo spettatore o uditore più di quello
          ch’esprimessero. (V. p. 86-87. di questi pensieri) E quanto alla cagione di ciò, non è
          altra che la loro semplicità e naturalezza, per cui non andavano come i moderni dietro
          alle minuzie della cosa, dimostrando evidentemente lo studio dello scrittore, che non
          parla o descrive la cosa come la natura stessa la presenta, ma va sottilizzando, notando
          le circostanze, sminuzzando e allungando la descrizione per desiderio di fare effetto,
          cosa che scuopre il proposito, distrugge la naturale disinvoltura e negligenza, manifesta
          l’arte e l’affettazione, ed introduce nella poesia a parlare più il poeta che la cosa. Del
          che v. il mio discorso sopra i romantici, e vari di questi pensieri. Ma tra gli effetti di
          questo costume, dico effetti e non cagioni, giacchè gli antichi non pensavano certamente a
          questo effetto, e non erano portati se non dalla causa che ho detto, è notabilissimo
          quello del rendere l’impressione della poesia o dell’arte bella, infinita, laddove quella
          de’ moderni è finita. Perchè descrivendo con pochi colpi, e mostrando poche parti
          dell’oggetto, lasciavano l’immaginazione errare nel vago e indeterminato di quelle idee
          fanciullesche, che nascono dall’ignoranza dell’intiero. Ed una scena campestre p. e.
          dipinta dal poeta antico in pochi tratti, e senza dirò così, il suo orizzonte, destava
          nella fantasia quel divino ondeggiamento d’idee confuse, e brillanti di un indefinibile
          romanzesco, e di quella eccessivamente cara e soave stravaganza e maraviglia, che ci solea
          rendere estatici nella nostra fanciullezza. Dove che i moderni, determinando ogni oggetto,
          e mostrandone tutti i confini, son privi quasi affatto di questa emozione infinita, e
          invece non destano se non quella finita e circoscritta, che nasce dalla cognizione
          dell’oggetto intiero, e non ha nulla di stravagante, ma è propria dell’età matura, che è
          priva di quegl’inesprimibili diletti della vaga immaginazione provati nella fanciullezza.
          (8. Gen. 1820.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="101"/> La cagione per cui gli uomini di gusto e di sentimento provano una
          sensazione dolorosa nel leggere p. e. le continuazioni o le imitazioni dove si
          contraffanno le bellezze gli stili ec. delle opere classiche, (v. quello che dice il
          Foscolo della continuazione del Viaggio di Sterne) è che queste in certo modo avviliscono
          presso noi stessi l’idea di quelle opere, per cui ci eravamo sentiti così affettuosi, e
          verso cui proviamo una specie di tenerezza. Il vederle così imitate e spesso con poca
          diversità, e tuttavia in modo ridicolo, ci fa quasi dubitare della ragionevolezza della
          nostra ammirazione per quei grandi originali, ce la fa quasi parere un’illusione, ci
          dipinge come facili triviali e comuni quelle doti che ci aveano destato tanto entusiasmo,
          cosa acerbissima di vedersi quasi in procinto di dover rinunziare all’idolo della nostra
          fantasia, e rapire in certo modo, e denudare, e avvilire agli occhi nostri l’oggetto del
          nostro amore e della nostra venerazione ed ammirazione. Perchè in ogni sentimento dolce e
          sublime entra sempre l’illusione, ch’è il più acerbo dolore il vedersi togliere e svelare.
          Perciò quelle tali imitazioni ci sarebbero gravi quando anche gareggiassero cogli
          originali, togliendoci l’inganno di quell’unico e impareggiabile che forma il caro
          prestigio dell’amore e della maraviglia. Nella stessa guisa che ci riesce dolorosissimo il
          vedere o porre in ridicolo, o travisare, o imitare gli oggetti de’ nostri sentimenti del
          cuore; (<bibl>v. <author>Staël</author>
            <title>Corinne</title> liv. penult. ch. <add resp="ed">6.</add> p. <add resp="ed"
            >328.</add> ediz. quinta di Parigi</bibl>) cosa che ci fa o dubitare o certificare della
          loro vanità reale, e della nostra illusione, e ci strappa a quei soavi inganni che
          costituiscono la nostra vita: nè c’è cosa che abbia questa forza più della precisa
          imitazione o somiglianza di un altro oggetto che non possiamo pregiare nè amare (sia per
          qualche grado di inferiorità reale, di ridicolo, di travisamento ec. sia anche quando la
          somiglianza non abbia niente <pb ed="aut" n="102"/> o poco d’inferiore) con quello che
          pregiamo ed amiamo, e che occupa il cuore e l’immaginazione nostra in modo che ne siamo
          gelosissimi e paurosi, e cerchiamo in tutti i modi di custodirlo. (8. Gen. 1820.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È pure un tristo frutto della società e dell’incivilimento umano anche quell’essere
          precisamente informato dell’età propria e de’ nostri cari, e quel sapere con precisione
          che di qui a tanti anni finirà necessariamente la mia o la loro giovinezza ec. ec.
          invecchierò necessariamente o invecchieranno, morrò senza fallo o morranno, perchè la vita
          umana non potendosi estendere più di tanto, e sapendo formalmente la loro età o la mia io
          veggo chiaro che dentro un definito tempo essi o io non potremo più viver goder della
          giovinezza ec. ec. Facciamoci un’idea dell’ignoranza della propria età precisa ch’è
          naturale, e si trova ancora comunemente nelle genti di campagna, e vedremo quanto ella
          tolga a tutti i mali ordinari e certi che il tempo reca alla nostra vita, mancando la
          previdenza sicura che determina il male e lo anticipa smisuratamente, rendendoci avvisati
          del quando dovranno finire indubitatamente questi e quei vantaggi della tale e tale età di
          cui godo ec. Tolta la quale l’idea confusa del nostro inevitabile decadimento e fine, non
          ha tanta forza di attristarci, nè di dileguare le illusioni che d’età in età ci consolano.
          Ed osserviamo quanto sia terribile in un vecchio p. e. d’80. anni, quel sapere
          determinatamente che dentro 10. anni al più egli sarà sicuramente estinto, cosa che
          ravvicina la sua condizione a quella di un condannato, e toglie infinitamente a quel gran
          benefizio della natura d’averci nascosto l’ora precisa della nostra morte che veduta con
          precisione basterebbe per istupidire di spavento, e scoraggiare tutta la nostra vita.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ci sono tre maniere di vedere le cose. L’una e la più beata, di quelli per li quali esse
          hanno anche più spirito che corpo, e voglio dire degli <pb ed="aut" n="103"/> uomini di
          genio e sensibili, ai quali non c’è cosa che non parli all’immaginazione o al cuore, e che
          trovano da per tutto materia di sublimarsi e di sentire e di vivere, e un rapporto
          continuo delle cose coll’infinito e coll’uomo, e una vita indefinibile e vaga, in somma di
          quelli che considerano il tutto sotto un aspetto infinito e in relazione cogli slanci
          dell’animo loro. L’altra e la più comune di quelli per cui le cose hanno corpo senza aver
          molto spirito, e voglio dire degli uomini volgari (volgari sotto il rapporto
          dell’immaginazione e del sentimento, e non riguardo a tutto il resto, p. e. alla scienza,
          alla politica ec. ec.) che senza essere sublimati da nessuna cosa, trovano però in tutte
          una realtà, e le considerano quali elle appariscono, e sono stimate comunemente e in
          natura, e secondo questo si regolano. Questa è la maniera naturale, e la più durevolmente
          felice, che senza condurre a nessuna grandezza, e senza dar gran risalto al sentimento
          dell’esistenza, riempie però la vita, di una pienezza non sentita, ma sempre uguale e
          uniforme, e conduce per una strada piana e in relazione colle circostanze dalla nascita al
          sepolcro. La terza e la sola funesta e miserabile, e tuttavia la sola vera, di quelli per
          cui le cose non hanno nè spirito nè corpo, ma son tutte vane e senza sostanza, e voglio
          dire dei filosofi e degli uomini per lo più di sentimento che dopo l’esperienza e la
          lugubre cognizione delle cose, dalla prima maniera passano di salto a quest’ultima senza
          toccare la seconda, e trovano e sentono da per tutto il nulla e il vuoto, e la vanità
          delle cure umane e dei desideri e delle speranze e di tutte le illusioni inerenti alla
          vita per modo che senza esse non è vita. E qui voglio notare come la ragione umana di cui
          facciamo tanta pompa sopra gli altri animali, e nel di cui perfezionamento facciamo
          consistere quello dell’uomo, sia miserabile e incapace di farci non dico felici ma meno
          infelici, anzi di condurci alla stessa saviezza, che par tutta consistere nell’uso intero
          della ragione. Perchè chi si fissasse nella considerazione e nel sentimento continuo del
          nulla verissimo e certissimo delle cose, in maniera <pb ed="aut" n="104"/> che la
          successone e varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo
          pensiero, sarebbe pazzo assolutamente e per ciò solo, giacchè volendosi governare secondo
          questo incontrastabile principio ognuno ede quali sarebbero le sue operazioni. E pure è
          certissimo che tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di
          una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione. E tuttavia quella
          sarebbe una verissima pazzia, ma la pazzia la più ragionevole della terra, anzi la sola
          cosa ragionevole, e la sola intera e <emph>continua</emph> saviezza, dove le altre non
          sono se non per intervalli. Da ciò si vede come la saviezza comunemente intesa, e che
          possa giovare in questa vita, sia più vicina alla natura che alla ragione, stando fra
          ambedue e non mai come si dice volgarmente con questa sola, e come essa ragione pura e
          senza mescolanza, sia fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dopo che l’eroismo è sparito dal mondo, e in vece v’è entrato l’universale egoismo,
          amicizia vera e capace di far sacrificare l’uno amico all’altro, in persone che ancora
          abbiano interessi e desideri, è ben difficilissimo. E perciò quantunque si sia sempre
          detto che l’uguaglianza è l’una delle più certe fautrici dell’amicizia, io trovo oggidì
          meno verisimile l’amicizia fra due giovani che fra un giovane, e un uomo di sentimento già
          disingannato del mondo, e disperato della sua propria felicità. Questo non avendo più
          desideri forti è capace assai più di un giovane d’unirsi ad uno che ancora ne abbia, e
          concepire vivo ed efficace interesse per lui, formando così un’amicizia reale e solida
          quando l’altro abbia anima da corrispondergli. E questa circostanza mi pare anche più
          favorevole all’amicizia, che quella di due persone egualmente disingannate, perchè non
          restando desideri nè interessi in veruno, non resterebbe materia all’amicizia e questa
          rimarrebbe limitata alle parole e ai sentimenti, ed esclusa dall’azione. Applicate questa
          osservazione al caso mio col mio degno e singolare amico, e al non averne trovato altro
          tale, quantunque conoscessi ed amassi e fossi amato da uomini d’ingegno e di ottimo cuore.
          (20. Gen. 1820.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="105"/> E una delle gran cagioni del cangiamento nella natura del dolore
          antico messo col moderno, è il Cristianesimo, che ha solennemente dichiarata e stabilita e
          per così dire attivata la massima della certa infelicità e nullità della vita umana,
          laddove gli antichi come non doveano considerarla come cosa degna delle loro cure, se gli
          stessi Dei secondo la loro mitologia s’interessavano sì grandemente alle cose umane per se
          stesse (e non in relazione a un avvenire), erano animati dalle stesse passioni nostre,
          esercitavano particolarmente le nostre stesse arti (la musica, la poesia ec.), e in somma
          si occupavano intieramente delle stesse cose di cui noi ci occupiamo? Non è però ch’io
          consideri intieramente il cristianesimo come cagion prima di questo cangiamento, potendo
          anzi esserne stato in parte prodotto esso stesso (come opina Beniamino Constant in un
          articolo sui PP. della Chiesa riferito nello Spettatore) ma solamente come propagatore
          principale di tale rivoluzione del cuore.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non per questo che il piacere del dolore è conforto all’infelicità moderna, l’ignoranza
          di esso piacere era difetto alla felicità antica.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come nella speranza o in qualunque altra disposizione dell’animo nostro, il bene lontano
          è sempre maggiore del presente, così per l’ordinario nel timore è più terribile il male.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Per le grandi azioni che la maggior parte non possono provenire se non da illusione, non
          basta ordinariamente l’inganno della fantasia come sarebbe quello di un filosofo, e come
          sono le illusioni de’ nostri giorni tanto scarsi di grandi fatti, ma si richiede l’inganno
          della ragione, come presso gli antichi. E un grande esempio di questo è ciò che accade ora
          in Germania dove se qualcuno si sacrifica per la libertà (come quel Sand uccisore di
          Cotzebue) non accade come potrebbe parere, per effetto della semplice antica illusione di
          libertà, e d’amor patrio e grandezza di azioni, ma per le fanfaluche mistiche di cui
          quegli <pb ed="aut" n="106"/> studenti tedeschi hanno piena la testa, e ingombra la
          ragione come apparisce dalle gazzette di questi giorni dove anche si recano le loro
          lettere piene di opinioni stravaganti e ridicole, che fanno dell’amor della libertà una
          nuova religione, tutta nuovi misteri. (26. Marzo 1820. e v. le Gaz. di Mil. del principio
          di questo mese.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quando io era fanciullo, diceva talvolta a qualcuno de’ miei fratellini, tu mi farai da
          cavallo. E legatolo a una cordicella, lo venia conducendo come per la briglia e toccandolo
          con una frusta. E quelli mi lasciavano fare con diletto, e non per questo erano altro che
          miei fratelli. Io mi ricordo spesso di questo fatto, quando io vedo un uomo (sovente di
          nessun pregio) servito riverentemente da questo e da quello in cento minuzie, ch’egli
          potrebbe farsi da se, o fare ugualmente a quelli che lo servono, e forse n’hanno più
          bisogno di lui, che alle volte sarà più sano e gagliardo di quanti ha dintorno. E dico fra
          me, nè i miei fratelli erano cavalli, ma uomini quanto me, e questi servitori sono uomini
          quanto il padrone e simili a lui in ogni cosa; e tuttavia quelli si lasciavano guidare
          benchè fossero tanto cavalli quant’era io, e questi si lasciano comandare; e tra questi e
          quelli non vedo nessun divario. (26. Marzo 1820.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le genti per la città dai loro letti nelle lor case in mezzo al silenzio della notte si
          risvegliavano e udivano con ispavento per le strade il suo orribil pianto ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Stile francese. Stile di conversazione.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Stile ordinario de’ nostri pittori. Stile arcadico, o frugoniano.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come potrà essere che la materia senta e si dolga e si disperi della sua propria nullità?
          E questo certo e profondo sentimento (massime nelle anime grandi) della vanità e
          insufficienza di tutte le cose che si misurano coi sensi, sentimento non di solo
          raziocinio, ma vero e per modo di dire sensibilissimo sentimento e dolorosissimo, come non
          dovrà <pb ed="aut" n="107"/> essere una prova materiale, che quella sostanza che lo
          concepisce e lo sperimenta, è di un’altra natura? Perchè il sentire la nullità di tutte le
          cose sensibili e materiali suppone essenzialmente una facoltà di sentire e comprendere
          oggetti di natura diversa e contraria, ora questa facoltà come potrà essere nella materia?
          E si noti ch’io qui non parlo di cosa che si concepisca colla ragione, perchè infatti
            <emph>la ragione è la facoltà più materiale che sussista in noi</emph>, e le sue
          operazioni materialissime e matematiche si potrebbero attribuire in qualche modo anche
          alla materia, ma parlo di un sentimento ingenito e proprio dell’animo nostro che ci fa
          sentire la nullità delle cose indipendentemente dalla ragione, e perciò presumo che questa
          prova faccia più forza, manifestando in parte la natura di esso animo. <emph>La natura non
            è materiale come la ragione</emph>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il riso dell’uomo sensitivo e oppresso da fiera calamità è segno di disperazione già
          matura. V. p. 188.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Mi diedi tutto alla gioia barbara e fremebonda della disperazione.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Se noi diciamo <emph>tomba</emph> e i greci dicevano <foreign lang="grc">τύμβος</foreign>
          nello stesso significato chi non vorrà credere che gli antichi latini abbian detto
            <foreign lang="lat" rend="italic">tumbus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >tumba</foreign> dal greco, onde noi <emph>tomba</emph> mutato l’u in o secondo il
          solito? Perchè dal greco immediatamente non è possibile che il volgare l’abbia preso, (e
          notate che in greco moderno si pronunzia timbos, sicchè se questa derivazione non fosse
          antichissima noi non diremmo tomba, ma timba) e d’altronde le due parole sono troppo
          somiglianti, e nello stesso valore, perchè l’una non derivi evidentemente dall’altra. V.
          il Du Fresne e il Forcellini sì per questa come per tutte le altre parole ch’io credo
          antiche e latine in questi pensieri. (15. Apr. 1820.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Καμάρα</foreign>
          </quote> espressamente per <foreign lang="lat" rend="italic">cubiculum</foreign> si trova
          in <bibl>
            <author>Arriano</author>
            <title>Stor. di Alessandro</title> l. 7. verso il fine</bibl>. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Transversare</foreign> per <emph>attraversare</emph> è voce non solamente
          de’ bassi tempi ma antica, e sta nel Moretum. <emph>Camminare la bugia su pel naso</emph>,
          si diceva anche ai tempi di Teocrito. Della voce <foreign lang="grc">Καμάρα</foreign>
          <bibl>v. <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> in nota <title>ad Phot.</title> Cod. 213. ed. vet. t. 9. p.
          449</bibl>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="108"/> Vedi come la debolezza sia cosa amabilissima a questo mondo. Se tu
          vedi un fanciullo che ti viene incontro con un passo traballante e con una cert’aria
          d’impotenza, tu ti senti intenerire da questa vista, e innamorare di quel fanciullo. Se tu
          vedi una bella donna inferma e fievole, o se ti abbatti ad esser testimonio a qualche
          sforzo inutile di qualunque donna, per la debolezza fisica del suo sesso, tu ti sentirai
          commuovere, e sarai capace di prostrarti innanzi a quella debolezza e riconoscerla per
          signora di te e della tua forza, e sottomettere e sacrificare tutto te stesso all’amore e
          alla difesa sua. Cagione di questo effetto è la compassione, la quale io dico che è
          l’unica qualità e passione umana che non abbia nessunissima mescolanza di amor proprio.
          L’unica, perchè lo stesso sacrifizio di se all’eroismo alla patria alla virtù alla persona
          amata, e così qualunque altra azione la più eroica e più disinteressata (e qualunque altro
          affetto il più puro) si fa sempre perchè la mente nostra trova più soddisfacente quel
          sacrifizio che qualunque guadagno in quella occasione. Ed ogni qualunque operazione
          dell’animo nostro ha sempre la sua certa e inevitabile origine nell’egoismo, per quanto
          questo sia purificato, e quella ne sembri lontana. Ma la compassione che nasce nell’animo
          nostro alla vista di uno che soffre è un miracolo della natura che in quel punto ci fa
          provare un sentimento affatto indipendente dal nostro vantaggio o piacere, e tutto
          relativo agli altri, senza nessuna mescolanza di noi medesimi. E perciò appunto gli uomini
          compassionevoli sono sì rari, e la pietà è posta, massimamente in questi tempi, fra le
          qualità le più riguardevoli e distintive dell’uomo sensibile e virtuoso. <pb ed="aut"
            n="109"/> Se già la compassione non avesse qualche fondamento nel timore di provar noi
          medesimi un male simile a quello che vediamo. (Perchè l’amor proprio è sottilissimo, e
          s’insinua da per tutto, e si trova nascosto ne’ luoghi i più reconditi del nostro cuore, e
          che paiono più impenetrabili a questa passione). Ma tu vedrai, considerando bene, che c’è
          una compassione spontanea, del tutto indipendente da questo timore, e intieramente rivolta
          al misero.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Baggeo</emph> deriva altresì dal latino. <bibl>V. il mio <title>discorso sulla fama
              di Orazio</title>
          </bibl>. E il francese <foreign lang="lat" rend="italic">planer</foreign> dal greco
            <foreign lang="grc">πλάνομαι</foreign> onde anche in latino le stelle erranti si
          chiamano <foreign lang="lat" rend="italic">planetae</foreign> cioè <emph>errabondi</emph>,
          ed è ben verisimile che la parola francese sia derivata (non essendo probabile dal greco)
          da <foreign lang="lat" rend="italic">planari</foreign> detto forse volgarmente in latino
          nello stesso senso. E nota in questo proposito i due participi <foreign lang="lat"
            rend="italic">palans, tis</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">palatus, a, um
            errante</foreign>, segno certo di un antico verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >palari</foreign>, fatto da <foreign lang="grc">πλάνομαι</foreign> colla metatesi della
            <foreign lang="grc">λ</foreign> (come da <foreign lang="grc">ἅρπω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">rapio</foreign> da <foreign lang="grc">μορφὴ</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">forma</foreign>) e colla conseguente elisione della
            <foreign lang="grc">ν</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Buonus</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">bonus</foreign> è in Frontone, e v. le ortografie del
          Cellario e del Manuzio.</p>
        <p>Da <foreign lang="grc">ἕρπω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">serpo</foreign>, da <foreign lang="grc">ἅλς</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">sal</foreign>, da <foreign lang="grc">ἅλλω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">salio</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >salto</foreign> (ora non si trova altro che <foreign lang="grc">ἅλλομαι</foreign>), da
            <foreign lang="grc">ἡμι</foreign> – <foreign lang="lat" rend="italic">semi</foreign> –
          (onde forse i francesi <foreign lang="lat" rend="italic">demi</foreign>), da <foreign
            lang="grc">ὕδωρ</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">sudor</foreign> benchè con
          altro significato.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’ubbriachezza è madre dell’allegrezza, così il vigore. Che segno è questo? Perchè
          l’ubbriachezza non cagiona la malinconia? Prima perchè questa deriva dal vero e non dal
          falso, e l’ubbriachezza cagiona la dimenticanza del vero, <foreign lang="lat"
            rend="italic">dalla quale sola può nascere l’allegrezza</foreign>. Secondo, che gli
          uomini nello stato di natura, cioè di vigore molto maggiore del presente, eran fatti per
          esser felici, e abbandonarsi alle illusioni, e vederle e sentirle come cose vive e
          corporee e presenti.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le parole come osserva il Beccaria (<bibl>
            <title>trattato dello stile</title>
          </bibl>) non presentano la sola idea dell’oggetto significato, ma quando più quando meno
            <pb ed="aut" n="110"/> immagini accessorie. Ed è pregio sommo della lingua l’aver di
          queste parole. Le voci scientifiche presentano la nuda e circoscritta idea di quel tale
          oggetto, e perciò si chiamano termini perchè determinano e definiscono la cosa da tutte le
          parti. Quanto più una lingua abbonda di parole, tanto più è adattata alla letteratura e
          alla bellezza ec. ec. e per lo contrario quanto più abbonda di termini, dico quando questa
          abbondanza noccia a quella delle parole, perchè l’abbondanza di tutte due le cose non fa
          pregiudizio. Giacchè sono cose ben diverse la proprietà delle parole e la nudità o
          secchezza, e se quella dà efficacia ed evidenza al discorso, questa non gli dà altro che
          aridità. Il pericolo grande che corre ora la lingua francese è di diventar lingua al tutto
          matematica e scientifica, per troppa abbondanza di termini <emph>in ogni sorta di
          cose</emph>, e dimenticanza delle antiche <emph>parole</emph>. Benchè questo la rende
          facile e comune, perch’è la lingua più <emph>artificiale</emph> e geometricamente nuda
          ch’esista oramai. Perciò ha bisogno di grandi scrittori che appoco appoco la tornino ad
          assuefare allo stile e alle voci del Bossuet del Fenelon e degli altri sommi prosatori del
          loro buon secolo, e così nella poesia. Mad. di Staël mostra col fatto di averlo
          conosciuto, e il suo stile ha molto della pastosità dell’antico a confronto dell’aridità
          moderna e di quegli scheletri (regolari ma puri scheletri) di stile d’oggidì. Ed anche non
          farebbe male ad attingere alle antiche sue fonti d’Amyot e degli altri tali che usati con
          discrezione ridarebbero alla lingua quel sugo ch’ella oramai ha perduto anche per la
          monotona e soverchia regolarità della sua costruzione (che anch’essa contribuisce
          massimamente a renderla comune in Europa) di cui tanto si lagnava il Fenelon ed altri
          insigni. (<bibl>V. l’ <author>Algarotti</author>
            <title>Saggio sulla lingua francese</title>.</bibl>) Adattiamo questa osservazione a
          cose meno materiali. <pb ed="aut" n="111"/> V. p. 100. di questi pensieri. E riducendo
          l’osservazione al generale troveremo il suo fondamento nella natura delle cose, vedendo
          come la filosofia e l’uso della pura ragione che si può paragonare ai termini e alla
          costruzione regolare, abbia istecchito e isterilito questa povera vita, e come tutto il
          bello di questo mondo consista nella immaginazione che si può paragonare alle parole e
          alla costruzione libera varia ardita e figurata. Le voci greche (le voci non i modi) di
          cui s’è tanto ingombrata la lingua francese in questi tempi, non possono nelle nostre
          lingue esser altro che termini, con significazione nuda e circoscritta, e aria tecnica e
          geometrica senza grazia e senza eleganza. E quanto più ne abbonderemo con pregiudizio
          delle nostre parole, tanto più toglieremo alla grazia e alla forza nativa della nostra
          lingua. Perchè la forza e l’evidenza consiste nel destar l’immagine dell’oggetto, e non
          mica nel definirlo dialetticamente, come fanno quelle parole trasportate nella nostra
          lingua. Le metafore d’ogni sorta sono adattatissime per questa cagione alla bellezza
            <emph>naturale</emph> e al colorito del discorso. E la lingua italiana studiata di tanti
          scrittorelli d’oggidì che ancorchè sia piena di modi e parole native, riesce sì misera e
          dissonante, vien tale (oltre all’affettazione che si manifesta per troppo superficiale
          perizia del vero linguaggio italiano, e stentata ricerca di parole e frasi antiche,
          piuttosto che gusto e stile modellato giudiziosamente sull’antico, e ridotti in succo e
          sangue proprio gli antichi scrittori) perchè fa bruttissimo vedere l’aridità moderna che
          questi non sanno schivare, colla freschezza il colorito la morbidezza la vistosità
          l’embonpoint la floridezza il vigore ec. antico.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Gridare a testa o quanto se n’ha in testa</emph> è frase antichissima e greca. Manca
          ne’ Lessici gr. e lat. ma si trova in Arriano (<bibl>
            <title>ind.</title> c. 30.</bibl>): <quote>
            <foreign lang="grc">ὅσον αἱ κεφαλαὶ αὐτοῖσιν ἐχώρεον ἀλαλάξαι</foreign>
          </quote>
          <foreign lang="lat">quantum capita ferre poterant acclamasse</foreign> interpreta il
          traduttore (30. Aprile 1820.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="112"/> Quanto i greci facessero caso della bellezza, oltre alla parola
            <foreign lang="grc">καλοκᾄγαθὸς</foreign> notata già in questi pensieri, vedi un luogo
          singolare di un antico in <bibl>
            <author>Clem. Aless.</author>
            <title>Cohort. ad gentes</title> c. 4. dopo il mezzo ediz. di Venez. t. <hi rend="sc"
            >i</hi>. p. 49. lin. ult. p. 17. nel marg. lat. e p. 37. nel marg. gr.</bibl> Qual è ora
          quel genitore che domandi a Dio quella grazia come un bene principale e suo proprio e dei
          figli? Intorno ai quali domanderanno piuttosto tutt’altro, sanità, ingegno, docilità,
          virtù, abilità nei negozi, favore dei grandi, ricchezza ec. ec. ma bellezza quando mai?
          Vedo che m’ha ingannato quella bestia del traduttore, il quale dice <foreign lang="lat"
            rend="italic">formosos liberos</foreign>, e il greco <foreign lang="grc">τὴν
          εὐτεκνίαν</foreign>. Vi so dir io che la differenza è piccola da vero.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gesù Cristo fu il primo che personificasse e col nome di <emph>mondo</emph>
          circoscrivesse e definisse e stabilisse l’idea del perpetuo nemico della virtù
          dell’innocenza dell’eroismo della sensibilità vera, d’ogni singolarità dell’animo della
          vita e delle azioni, della natura in somma, che è quanto dire la società, e così mettesse
          la moltitudine degli uomini fra i principali nemici dell’uomo, essendo pur troppo vero che
          come l’individuo per natura è buono e felice, così la moltitudine (e l’individuo in essa)
          è malvagia e infelice. (V. p. 611. capoverso <hi rend="sc">i</hi>.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La pazienza è la più eroica delle virtù giusto perchè non ha nessuna apparenza d’eroico.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Impertinente</emph> è una parola tutta latina, derivata da un verbo latino ec. però
          è naturale che gli antichi o volgari latini dicessero <foreign lang="lat" rend="italic"
            >impertinens</foreign>. (31. Maggio 1820.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La gran diversità fra il Petrarca e gli altri poeti d’amore, specialmente stranieri, per
          cui tu senti in lui solo quella unzione e spontaneità e unisono al tuo cuore che ti fa
          piangere, laddove forse niun altro in pari circostanze del Petrarca ti farà lo stesso
          effetto, è ch’egli versa il suo cuore, e gli altri l’anatomizzano (anche i più <pb
            ed="aut" n="113"/> eccellenti) ed egli lo fa parlare, e gli altri ne parlano.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La cagione di quello che dice Montesquieu (<bibl>
            <title>Grandeur</title> ec. c. 4. Amsterdam 1781. p. 31. fine</bibl>) è non solamente
          che nessun privato perde quanto il principe nella rovina di uno stato, ma eziandio che
          nessuno crede di poter cagionare quella rovina che non può impedire.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Agevole</emph> viene da <foreign lang="lat" rend="italic">agere</foreign> come
            <emph>facile</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">facere</foreign>, e questo
            <foreign lang="lat" rend="italic">agere</foreign> essendo ignoto alla nostra lingua, non
          è verisimile che il suo derivato <emph>agevole</emph> non ci sia venuto già bello e
          formato dagli antichi latini che avranno detto <foreign lang="lat" rend="italic"
          >agibilis</foreign>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A colui che occupa una nuova provincia o per armi o per trattato è molto più vantaggioso
          il suscitarci e il mantenerci due fazioni, l’una favorevole e l’altra contraria al nuovo
          governo, di quello che averla tutta ubbidiente e sottomessa e indifferente dell’animo.
          Perchè la prima fazione essendo ordinariamente più forte della seconda, e perciò questa
          non potendo nuocere, si cavano da ciò due vantaggi. L’uno d’indebolire i paesani e
          renderli molto più incapaci di riunirsi insieme per intraprender nulla, di quello che se
          tutti fossero indifferenti, il che poi viene a dire tacitamente malcontenti. L’altro di
          avere un partito per se molto più energico e infervorato di quello che se non esistesse un
          partito contrario, perchè i principi non dovendo aspettarsi di essere amati nè favoriti
          dai sudditi per se stessi nè per ragione, debbono cercare di esserlo per odio degli altri,
          e per passione. Giacchè il contrasto eccita anche quei sentimenti che in altro caso appena
          si proverebbero, e quello che non si farebbe mai per affetto proprio, si fa per
          l’opposizione <pb ed="aut" n="114"/> altrui, come i migliori cattolici sono quelli che
          vivono in paese eretico, e così l’opposto, nè ci ebbe mai tanto ostinati e infocati
          partigiani del papa come a tempo dei Ghibellini. <bibl>V. <author>Montesquieu</author> l.
            c. ch.6. p. 68</bibl>. (5 Giugno 1820.) E neanche dai benefizi i principi possono
          aspettar tanto quanto dallo spirito di parte e dal contrasto che rende l’affare come
          proprio di colui che lo sostiene, laddove la gratitudine è un debito verso altrui. E
          l’esperienza di tutti i secoli dimostra quanta gratitudine ispirino i benefizi de’
          regnanti e dei grandi. E se bene gli uomini hanno imparato a regolare i capricci e le
          passioni loro, queste però naturalmente possono in loro molto più dell’interesse. (5.
          Giugno 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tanto è vero che l’anarchia conduce dirittamente al dispotismo, e che la libertà dipende
          da un’armonia delle parti, e da una forza costante delle leggi e delle istituzioni della
          repubblica, che Roma non fu mai tanto libera nel senso comune di questa parola, quanto nei
          tempi immediatamente precedenti la tirannia. Vedete gli affari di Clodio, e <bibl>
            <author>Montesquieu</author> l. c. p. 115. lin. ult. e 116. lin.1. e 5. chapit.
          2</bibl>. (6. Giugno 1820.). E lo stesso si può dir della Francia passata di salto da una
          libertà furiosa al dispotismo di Buonaparte.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La civiltà delle nazioni consiste in un temperamento della natura colla ragione, dove
          quella cioè la natura abbia la maggior parte. Consideriamo tutte le nazioni antiche, la
          persiana a tempo di Ciro, la greca, la romana. I romani non furono mai così filosofi come
          quando inclinarono alla barbarie, cioè a tempo della tirannia. E <pb ed="aut" n="115"/>
          parimente negli anni che la precedettero, i romani aveano fatti infiniti progressi nella
          filosofia e nella cognizione delle cose, ch’era nuova per loro. Dal che si deduce un altro
          corollario, che la salvaguardia della libertà delle nazioni non è la filosofia nè la
          ragione, come ora si pretende che queste debbano rigenerare le cose pubbliche, ma le
          virtù, le illusioni, l’entusiasmo, in somma la natura, dalla quale siamo lontanissimi. E
          un popolo di filosofi sarebbe il più piccolo e codardo del mondo. Perciò la nostra
          rigenerazione dipende da una, per così dire, ultrafilosofia, che conoscendo l’intiero e
          l’intimo delle cose, ci ravvicini alla natura. E questo dovrebb’essere il frutto dei lumi
          straordinari di questo secolo. (7. Giugno 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La barbarie non consiste principalmente nel difetto della ragione ma della natura. (7.
          Giugno 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gli esercizi con cui gli antichi si procacciavano il vigore del corpo non erano solamente
          utili alla guerra, o ad eccitare l’amor della gloria ec. ma contribuivano, anzi erano
          necessari a mantenere il vigor dell’animo, il coraggio, le illusioni, l’entusiasmo che non
          saranno mai in un corpo debole (vedete gli altri miei pensieri) in somma quelle cose che
          cagionano la grandezza e l’eroismo delle nazioni. Ed è cosa già osservata che il vigor del
          corpo nuoce alle facoltà intellettuali, e favorisce le immaginative, e per lo contrario
          l’imbecillità del corpo è favorevolissima al riflettere, (7. Giugno 1820.) e chi riflette
          non opera, e poco immagina, e le grandi illusioni non son fatte per lui.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="116"/> La superiorità della natura sulla ragione si dimostra anche in
          questo che non si fa mai cosa con calore che si faccia per ragione e non per passione, e
          la stessa religion cristiana che pare ed è alienissima dalla passione, tuttavia perchè
          l’umano si mescola in tutto, non è stata mai seguita e difesa con vero interesse se non
          quando ci erano portati da spirito di parte, da entusiasmo ec. Ed anche ora i divoti fanno
          come un corpo, e una classe la quale s’interessa per la religione solamente per ispirito
          di partito, e quindi le loro malignità verso i non divoti o gl’irreligiosi, e l’astio ec.
          e le derisioni, tutte cose umane e passionate, e non divine nè ragionate nè fatte con
          posatezza e freddezza d’animo. (7. Giugno 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gli antichi supponevano che i morti non avessero altri pensieri che de’ negozi di questa
          vita, e la rimembranza de’ loro fatti gli occupasse continuamente, e s’attristassero o
          rallegrassero secondo che aveano goduto o patito quassù, in maniera che secondo essi,
          questo mondo era la patria degli uomini, e l’altra vita un esilio, al contrario de’
          cristiani. (8. Giugno 1820.) V. p. 253.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dovunque si formano le scienze o le arti o qualunque disciplina, quivi se ne creano i
          vocaboli. Se noi italiani non volevamo usar parole straniere nella filosofia moderna,
          dovevamo formarla noi. Quelle discipline che noi abbiamo formate (p. e. l’architettura)
          hanno i nostri vocaboli anche presso le altre nazioni.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La cagione di quello che dice <bibl>
            <author>Montesquieu</author>, l. c. ch. <hi rend="sc">ii</hi>. p. 124. fine</bibl> è che
          l’uomo s’offende più del disprezzo che del danno. E la cagione di questo è l’amor proprio
          il quale considera più noi stessi che i nostri comodi. Vero è che certe anime basse non si
          curano del disprezzo, e non si dolgono che <pb ed="aut" n="117"/> dei danni. La cagione è
          che in questi l’amor proprio essendo più basso, ha per oggetto prima i beni materiali che
          la stima l’onore la dignità della persona, i quali diremmo in certo modo beni spirituali.
          Per lo contrario ci sono ancora degli uomini superiori i quali disprezzando il disprezzo,
          si guardano però dai danni, perchè questi son cose reali, e il disprezzo appresso a poco
          ci nuoce tanto quanto noi lo stimiamo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In quello che dice <bibl>
            <author>Montesquieu</author>, l. c. ch. 13. p. 138. e nella nota</bibl>, osservate la
          differenza de’ tempi e vedete l’esito de’ regicidi francesi a’ tempi nostri. La cagione è
          che lo spirito del tempo è, come si dice, di moderazione, vale a dire d’indolenza e
          noncuranza, che ora si allega come per tutta difesa la differenza delle opinioni, quando
          una volta due persone differenti d’opinioni in certi punti, erano lo stesso che due nemici
          mortali, e che ancora considerando un uomo come reo e scellerato, la virtù ora non
          interessa tanto come una volta, da volerlo punito a tutti i patti. Questa vendetta della
          virtù si voleva e si cercava una volta in contemplazione di essa virtù. Ora che questa si
          è conosciuta per un fantasma, nessuno si cura di far male agli altri, e procacciarsi odii
          e nimicizie che son cose reali, per la causa di un ente illusorio.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In proposito di quello che dice Montesquieu della codardia fortunata e propizia di
          Ottaviano (<bibl>l. c. ch. 3. p. 139. fine</bibl>) considerate che se il Senato l’avesse
          veduto <pb ed="aut" n="118"/> coraggioso l’avrebbe creduto intraprendente. Ora chi
          intraprende, intraprende per se, e l’intraprendere per se in Ottaviano ch’era l’erede e il
          figlio adottivo di Cesare, non poteva esser altro che il cercare la monarchia. Il vederlo
          debole fece credere che avrebbe preso il partito dei buoni ch’è il meno pericoloso, perchè
          ha per se l’opinione pubblica, ed è la strada retta e ordinaria. Gli arditi per lo più son
          cattivi, e il partito buono è quello dei più deboli, perchè non ci vuole ardire per
          abbracciare il partito ovvio e inculcato dalle leggi dalla natura e dall’opinione sociale,
          cioè quello della virtù, ma bensì per entrare nel partito odioso del vizio. Il fatto però
          sta che era già venuto anche per Roma il tempo che la politica dovea prevalere al coraggio
          come ora, e in tutti i tempi corrotti. (9. Giugno 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Altro è primitivo altro è barbaro. Il barbaro è già guasto, il primitivo ancora non è
          maturo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non bisogna credere che un popolo non sia barbaro perchè non somiglia ad altri barbari
          (come se i maomettani non fossero barbari perchè non sono antropofagi). Vedete quante
          sorte di barbarie si trovano al mondo, laddove la natura è una sola. Perchè questa ha
          leggi immutabili e fisse, ma la corruttela varia infinitamente secondo le cagioni, e le
          circostanze vale a dire i costumi le opinioni i climi i caratteri nazionali ec. ec. (9.
          Giugno 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una gran differenza tra la legge di natura e le leggi civili, è questa che la legge
          civile o umana si può dimenticare o per <pb ed="aut" n="119"/> distrazione o per altro, e
          infrangerla senza leder la coscienza, (come s’io mangio carne non ricordandomi che sia
          giorno di magro, o anche ricordandomene, ma per distrazione) laddove la legge naturale non
          ammette distrazione, e non può accadere che uno la infranga non credendo, perch’ella ci
          sta sempre nel cuore come un istinto che ci avverte continuamente, e il quale non è
          soggetto a dimenticanze.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La naturalezza dello scrivere è così comandata che posto il caso che per conservarla
          bisognasse mancare alla chiarezza, io considero che questa è come di legge civile, e
          quella come di legge naturale, la qual legge non esclude caso nessuno, e va osservata
          quando anche ne debba soffrire la società o l’individuo, come non è straordinario che
          accada.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È osservabile come i francesi mentre sono la nazione più moderna del mondo per costumi
          ec. abbiano tuttavia quella disposizione antica che ora tutte le nazioni civili hanno
          abbandonata, voglio dire il disprezzo e quasi odio degli stranieri. Il quale non può
          tornar loro a nessuna lode, perchè contrasta assurdamente coll’eccessivo moderno di tutte
          le altre loro opinioni costumi ec. Ed è tanto più ridicola, quanto nei greci finalmente
          era ragionevole, perchè non avendo conosciuto i romani se non tardissimo, (<bibl>v.
              <author>Montesquieu</author>
            <title>Grandeur</title> ec. ch. 5. p. 48. e la nota</bibl>) non c’era effettivamente
          altra nazione che gli uguagliasse di grandissima lunga. E quanto ai Romani è noto che non
          ostante il loro sommo amor patrio, furono sempre imparzialissimi <pb ed="aut" n="120"/>
          nel giudicare degli stranieri, anzi ebbero per istituto di adottar sempre tutte quelle
          novità forestiere che giudicavano utili, quando anche per adottar queste bisognasse
          lasciare o correggere le loro proprie usanze.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nelle repubbliche le cagioni degli avvenimenti appresso a poco erano manifeste, si
          pubblicavano le orazioni che aveano indotto il popolo o il consiglio a venire in quella
          tal deliberazione, le ambascerie si eseguivano in pubblico, ec. e poi dovendosi tutto fare
          colla moltitudine le parole e le azioni erano palesi, ed essendoci molti di egual potere,
          ciascuno era intento a scoprire i motivi e i fini dell’altro e tutto si divulgava. Vedete
          p. e. le lettere di Cicerone che contengono quasi tutta la storia di quei tempi. Ma ora
          che il potere è ridotto in pochissimi, si vedono gli avvenimenti e non si sanno i motivi,
          e il mondo è come quelle macchine che si muovono per molle occulte, o quelle statue fatte
          camminare da persone nascostevi dentro. E il mondo umano è divenuto come il naturale,
          bisogna studiare gli avvenimenti come si studiano i fenomeni, e immaginare le forze
          motrici andando tastoni come i fisici. Dal che si può vedere quanto sia scemata l’utilità
          della storia. V. Montesquieu l. c. ch.13. fine. V. p. 709. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La cagione principale di ciò che dice Montesquieu ch.14. p. 155. è che il popolo
          quantunque sia composto d’individui tutti animati da passioni basse, contuttociò queste
          essendo particolari e infinite, non si può cattivare se non per le passioni generali, cioè
          con quelle cose che la <pb ed="aut" n="121"/> natura ha fatte piacevoli generalmente,
          amabilità, virtù, coraggio, servigi prestati, abilità negli affari, integrità, onestà,
          onoratezza ec. Sicchè le elezioni del popolo non possono costringere il candidato ad
          abbassarsi se non in piccole cose, anzi per lo contrario, ad ingrandirsi. Ma le passioni
          dell’individuo sono piccole e basse, e quando l’elezione dipende da lui, per cattivarselo
          è necessario coll’abbiezione dell’animo farsi indegno di qualunque onore o vantaggio, e
          così le dignità è naturale che tocchino per lo più agl’indegni. Oltre la grande spinta che
          dà all’ingegno all’eloquenza e a tutte le nobili facoltà il desiderio di cattivarsi la
          moltitudine, che ordinariamente non può giudicare se non colle regole vere, perchè queste
          sole sono comuni. (10. Giugno 1820.). Perciò i giudizi ec. del tempo, e del pubblico sono
          sempre giusti riguardo a qualunque oggetto.</p>
        <p>La cagion vera secondo me di quello che dice <bibl>
            <author>Montesquieu</author> loc. cit. ch.14. p. 157.</bibl> di uno fatto accusare da
          Tiberio per aver venduta colla sua casa la statua dell’imperatore, e di un altro che ec. è
          che il materiale e il sensibile, avea molto più forza sugli antichi, ed era molto più
          considerato in quei tempi d’immaginazione, che in questi nostri tutti intellettuali.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le cagioni di quello che nota <bibl>
            <author>Montesquieu</author> ch.14. fine</bibl>, e se ne maraviglia, sono 1. che
          ciascuno è tanto infelice quanto esso crede, e i poveri e ignoranti si credono assai meno
          infelici di quello che fanno i ricchi e istruiti, non già che quelli non si credano molto
          più sventurati di questi, ma misurando e ragguagliando l’opinione <pb ed="aut" n="122"/>
          della propria infelicità quale ambedue la concepiscono si trova molto maggiore in questi
          che in quelli. 2. che di un popolo mezzo barbaro è tutto proprio il timore. 3. che per
          disprezzar la vita e le sventure non basta essere infelici, ma si richiede magnanimità e
          profondità di sentimenti, e forza d’animo, cose ignote alla plebe, altrimenti prevale il
          desiderio naturale e cieco della propria conservazione. 4. che la prosperità dà
          confidenza, ma le continue sventure primieramente in luogo di far l’uomo generoso,
          l’avviliscono col sentimento della propria debolezza, e gli levano il coraggio, massime se
          egli non è magnanimo per natura o per coltura; poi la trista esperienza rende l’uomo
          tremebondo a causa del nessuno sperare, e dell’aspettar sempre male. 5. finalmente che chi
          ha pochissimo, teme più per quel poco, perchè non è avvezzo a confidare, nè a immaginar
          nessuna risorsa, avendone sempre mancato, quando sia un popolo vissuto sempre nella
          inazione come i moderni, e non avvezzo a continue imprese e vicissitudini di fortuna, come
          gli antichi romani ancorchè poveri.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La cagione che adduce Montesquieu dell’esser sovente il principio de’ cattivi regni, come
          il fine dei buoni, (<bibl>ch.15. p. 160.</bibl>) non è buona, perchè va a terra quando un
          cattivo principe succede a un buono. Io credo che la vera sia, prima, che il suo fine
          essendo di regnar male, egli fa bene nel principio per inesperienza, e male nell’ultimo,
          al contrario dei buoni, poi, che una certa generosità naturale <pb ed="aut" n="123"/> nei
          primi momenti della prosperità e del potere è verisimile anche nei cattivi, anzi sarebbe
          inverisimile il contrario. Poi coll’assuefazione a quello stato si torna a riprendere il
          proprio carattere, interrotto da quella novità straordinaria, come avviene spessissimo
          nella vita. (11. Giugno 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’efficacia del materiale e dello straordinario anche a questi tempi si può arguire fra
          le mille altre cose dal fatto ultimamente accaduto di quei giovani alunni di S. Michele di
          Roma usciti tutti in folla e andati al palazzo papale a reclamare sotto le finestre del
          Ministro contro gli abusi dell’amministrazione dell’ospizio. Un memoriale presentato in
          nome di tutti loro, sarebbe stato indizio dello stessissimo malcontento, ma non avrebbe
          fatto lo stesso effetto. Da questo caso si può anche argomentare quanto il complotto sia
          più facile nei convitti e nella milizia, dove ciascuno considerando gli altri come
          compagni e camerate, ci pone più confidenza.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Lo spatrio cioè il trapiantarsi d’un paese in un altro era possiamo dire ignoto agli
          antichi popoli civili, finchè durò la loro civiltà, segno di quanto fosse il loro amor
          patrio, e l’odio o disprezzo degli stranieri. Al contrario quando declinarono alla
          barbarie. (<bibl>V. <author>Montesquieu</author>
            <title>Grandeur</title> ec. ch.2. p. 20. fine e ch.16. p. 179. e la nota 6.</bibl>) Le
          colonie non erano altro che ampliazioni della patria, dove ciascuno restava fra’ suoi
          compatriotti, colle stesse leggi, costumi ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="124"/> La cagione di quella contentezza di noi stessi che proviamo nel
          leggere le vite o le gesta dei grandi e virtuosi (<bibl>v. <author>Montesquieu</author> l.
            c. ch. 16. p. 176.</bibl>) è che (eccetto i malvagi di professione e di coscienza, i
          quali certo non provano questo effetto) l’uomo o è buono, o mezzo buono mezzo cattivo,
          come la maggior parte, nel qual caso ciascuno sente che l’istinto suo naturale e la sua
          destinazione è la virtù, e si considera appresso a poco come virtuoso. Ora quello che gli
          dà una grande idea della virtù e gli mostra coll’esempio a che cosa porti, e come si
          faccia ammirare, accresce l’idea di se stesso, ancorchè uno non vi rifletta, cioè
          ingrandisce l’opinione e la stima di quella qualità, che ciascuno, anche senza avvedersene
          distintamente, sente esser naturale in lui, e propria del suo essere. Così dico del
          coraggio, e dell’eroismo ec. Oltre che quell’esempio e la lode e la fama risultatane a
          quei grandi uomini, servendo come di sprone ad imitarli, ciascuno in quel momento perchè
          prova un certo desiderio benchè ordinariamente inefficace di fare altrettanto, si crede
          capace confusamente di farlo se si presentasse l’occasione, la quale è lontana, e in
          lontananza si vedono molte belle cose, e si fanno molti bei propositi. Omero farà sempre
          in tutti questo effetto, e un francese diceva che gli uomini gli parevano un palmo più
          alti quando leggeva Omero. Per questo lato anche i cattivi sono suscettibili del detto
          effetto. (12. Giugno 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="125"/> Per li fatti magnanimi è necessaria una persuasione che abbia la
          natura di passione, e una passione che abbia l’aspetto di persuasione appresso quello che
          la prova.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In proposito di quello ch’io dico nei miei pensieri p. 112. e nel luogo quivi citato,
          osservate che ora in uno stile sostenuto sarebbe vergogna il dare all’uditore un epiteto
          che ricordasse un pregio del corpo. Non così presso i greci, sia in ordine alla bellezza,
          sia alla robustezza ec. Il corpo non era in così basso luogo presso gli antichi come
          presso noi. Par che questo sia un vantaggio nostro, ma pur troppo le cose spirituali non
          hanno su di noi quella forza che hanno le materiali, ed osservatelo nella poesia ch’è la
          imitatrice della natura, e vedete ch’effetto facciano i poeti metafisici, rispetto agli
          altri poeti.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La filosofia indipendente dalla religione, in sostanza non è altro che la dottrina della
          scelleraggine ragionata; e dico questo non parlando cristianamente, e come l’hanno detto
          tutti gli apologisti della religione, ma moralmente. Perchè tutto il bello e il buono di
          questo mondo essendo pure illusioni, e la virtù, la giustizia, la magnanimità ec. essendo
          puri fantasmi e sostanze immaginarie, quella scienza che viene a scoprire tutte queste
          verità che la natura aveva nascoste sotto un profondissimo arcano, se non sostituisce in
          loro luogo le rivelate, per necessità viene a concludere che il vero partito in questo
          mondo, è l’essere un perfetto egoista, e il far sempre quello che ci torna in maggior
          comodo o piacere. (16. Giugno 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="126"/> Arriano ancorchè detto il secondo Senofonte, e vicinissimo
          certamente a lui nella semplicità e purità dello stile, e nella negligente varietà e
          irregolarità della costruzione ec. tuttavia si distingue da lui in questo ch’egli (forse
          come uomo vissuto lungo tempo fra i romani, forse per istudio di Tucidide, forse che la
          qualità ch’io dirò di Senofonte non era propria di quel tempo tanto alieno dall’antica
          candidezza) è più grave di Senofonte, e non ha quell’amabile familiarità e quasi
          affabilità di Senofonte che tratta il lettore come suo amico, e gli racconta o gli parla
          come se fosse presente. Così nelle orazioni storiche, Arriano va sempre un mezzo tuono più
          alto di Senofonte, il quale nelle stesse orazioni è piuttosto espositore della cosa che
          oratore.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’impressione che produce l’annunzio improvviso di una grave sventura, non si accresce in
          proporzione della maggiore o minor gravità di essa. L’uomo in quel punto la considera
          quasi come somma, e tutto l’impeto del dolore si scarica sopra di essa, in maniera che non
          avrebbe potuto raddoppiarsi, se la sventura annunziatagli fosse stata del doppio maggiore,
          voglio dire però, se sin da principio gli fosse stata annunziata così, perchè
          sopravvenendo un altro annunzio, la successione della cosa lascia luogo all’accrescimento
          del dolore, sebbene neanche allora l’accrescimento sarebbe in proporzione del
          raddoppiamento della sventura, perchè l’anima è già esaurita e come intorpidita dal <pb
            ed="aut" n="127"/> dolore passato. Ieri in mezzo a una festa, due fanciulli restano
          oppressi da una pietra caduta da un tetto. Si sparge voce che tutti due sieno figliuoli di
          una stessa madre. Poi la gente si consola perchè viene in chiaro che sono di due donne.
          Che altro è questo se non rallegrarsi perchè il dolore si raddoppia veramente, essendo
          ugualmente grave in ambedue? quando in una sola appresso a poco sarebbe stato lo stesso in
          tutti due i casi. E quella che tramortì all’annunzio, non avrebbe potuto soffrir di più se
          la sventura per se stessa fosse stata doppia. Prescindendo dal caso che la morte di due
          figli la privasse di tutta la figliuolanza, il che muterebbe la specie della disgrazia, ed
          è fuor del caso. E potrebbe anche darsi che quel solo figlio ch’ella perdè, fosse unico,
          laonde questa considerazione qui non ha luogo. (16. Giugno 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La gloria non è una passione dell’uomo primitivo affatto e solitario, ma la prima volta
          che una truppa d’uomini s’unì per uccidere qualche fiera, o per qualche altro fatto
          dov’ebbero mestieri dell’aiuto scambievole, quegli che mostrò più valore, sentì dirsi
          bravo schiettamente e senza adulazione da quella gente che ancora non conoscea questo
          vizio. La qual parola gli piacque forte, e così egli come qualche altro spirito magnanimo
          che sarà stato presente, sentirono per la prima volta il desiderio della lode. E così <pb
            ed="aut" n="128"/> nacque l’amor della gloria. (18. Giugno 1820.).</p>
        <p>La qual passione è così propria dell’uomo in società, e così naturale, che anche ora in
          tanta morte del mondo, e mancanza di ogni sorta di eccitamenti, nondimeno i giovani
          sentono il bisogno di distinguersi, e non trovando altra strada aperta come una volta,
          consumano le forze della loro giovanezza, e studiano tutte le arti, e gettano la salute
          del corpo, e si abbreviano la vita, non tanto per l’amor del piacere, quanto per esser
          notati e invidiati, e vantarsi di vittorie vergognose, che tuttavia il mondo ora applaude,
          non restando a un giovane altra maniera di far valere il suo corpo, e procacciarsene lode,
          che questa. Giacchè ora pochissimo anche all’animo, ma tuttavia all’animo resta qualche
          via di gloria, ma al corpo ch’è quella parte che fa il più, e nella quale consiste per
          natura delle cose, il valore della massima parte degli uomini, non resta altra strada.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La varietà che la natura ha posta nelle cose e negl’ingegni, è tanta, che fino gli stessi
          filosofi, quantunque tutti cerchino la stessa verità, nondimeno a cagione dei diversissimi
          aspetti nei quali una stessa proposizione si presenta ai diversi ingegni, sarebbero tutti
          originali, se non leggessero gli altri filosofi, e non <pb ed="aut" n="129"/> osservassero
          le cose cogli occhi altrui. Ed è facile a scoprire che una grandissima parte delle verità
          dette ai nostri tempi da quegli scrittori che s’hanno per originali, ancorchè queste
          verità passino per nuove, non hanno altro di nuovo che l’aspetto, e sono già state esposte
          in altro modo. (18. Giugno 1820.). E vedete come tutti gli scrittori non europei, come gli
          orientali, Confucio ec. quantunque dicano appresso a poco le stesse cose che i nostri, a
          ogni modo paiono originali, perchè non avendo letto i nostri filosofi europei, non hanno
          potuto imitarli, o seguirli e conformarcisi non volendo, come accade a tutti noi.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dei nostri poeti d’oggidì altri non sentono e non pensano, e così scrivono, altri sentono
          e pensano ma non sanno dire quello che vorrebbero, e mettendosi a scrivere, per mancanza
          di arte, si trovano subito voti, e di tutto quello che avevano in mente, non trovano più
          nulla, e volendo pure scrivere si danno al fraseggiare, e all’epitetare e se la passano in
          luoghi comuni e così chiudono la poesia, perchè una cosa nuova da dire gli spaventa, non
          sapendo trovare l’espressione che le corrisponda; altri finalmente sentendo e pensando e
          non sapendo dir quello che vogliono, tuttavia lo vogliono dire, e questi sono ridicoli per
          lo stento l’affettazione la durezza l’oscurità, e la fanciullaggine della maniera, quando
          anche <pb ed="aut" n="130"/> i sentimenti non fossero dispregevoli. (21. Giugno 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In proposito di quello che ho detto p. 96. osservate come ragionevolmente gli antichi
          usassero la musica e la danza nei conviti, e segnatamente dopo il pranzo, come dice Omero
          nel primo dell’ <title>Odissea</title>, e forse anche dove parla di Demodoco. L’uomo non è
          mai più disposto che in quel punto ad essere infiammato dalla musica e dalla bellezza, e
          da tutte le illusioni della vita.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quello che ho detto p. 128. aggiungi. Il giovane che entra nel mondo vuol diventarci
          qualche cosa. Questo è un desiderio comune e certo di tutti. Ma oggidì il giovane privato
          non ha altra strada a conseguirlo fuorchè quella che ho detto, o l’altra della letteratura
          che rovina parimente il corpo. Così la gloria d’oggidì è posta negli esercizi che
          nuocciono alla salute, in luogo che una volta era posta nei contrarii. E così per
          conseguenza s’infiacchiscono sempre più le generazioni degli uomini, e questo effetto
          della mancanza d’illusioni <emph>esistenti</emph> nel mondo come una volta, divien cagione
          di questa stessa mancanza, a motivo del poco vigore secondo quello che ho detto negli
          altri pensieri, della necessità del vigor del corpo alle grandi illusioni dell’animo. Sono
          poi troppo noti gli spaventosi effetti della ordinaria vita giovanile d’oggidì, che a poco
          a poco ridurranno il mondo a uno spedale. Ma che rimedio ci trovereste? Che altra
          occupazione resta oggi a un giovane privato, o che altra speranza? E credete che un
          giovane si possa contentare di una vita inattiva, <pb ed="aut" n="131"/> senza nessuna
          vista, e nessuna aspettativa fuorchè di un’eterna monotonia, e di una noia immutabile?
          Anticamente la vanità era considerata come propria delle donne, perchè anche nelle donne
          c’è lo stesso desiderio di distinguersi, e ordinariamente non ne hanno avuto altro mezzo
          che quello della bellezza. Quindi il loro <foreign lang="lat" rend="italic">cultus
          sui</foreign>, il quale diceva Celso che <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">adimi feminis non potest</foreign>
          </quote>. Ora resta intorno alla vanità la stessa opinione, che sia propria delle donne,
          ma a torto, perchè è propria degli uomini quasi egualmente, essendo anche gli uomini
          ridotti alla condizione appresso a poco delle femmine, rispetto alla maniera di figurare
          nel mondo, e l’uomo vecchio per la massima parte, è divenuto inutile e spregevole, e senza
          vita nè piaceri nè speranze, come la donna comunemente soleva e suol divenire, che dopo
          aver fatto molto parlar di se, sopravvive alla sua fama invecchiando. (22. Giugno 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Bisogna escludere dai sopraddetti, i negozianti gli agricoltori, gli artigiani, e in
          breve gli operai, perchè in fatti la strage del mal costume non si manifesta altro che
          nelle classi disoccupate.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una conseguenza del materiale delle religioni antiche e dell’importanza che davano a
          questa vita, era che il sacerdozio presso i romani fosse come un grado secolare, e presso
          le altre nazioni, i sacerdoti, come i Druidi presso i Galli, si mescolassero moltissimo
          negli affari civili, e nelle guerre e nelle paci, e combattessero ancora negli eserciti
            <pb ed="aut" n="132"/> per la loro patria, l’amor della quale tanto è lungi che fosse
          sbandito dalla religion loro, che anzi n’era uno de’ fondamenti. E così a un di presso fra
          gli antichi Ebrei, dove anzi il governo civile e militare era tutto fondato sopra la
          religione. E così dirò degli oracoli consultati per le cose pubbliche, e di tutto
          l’apparato delle religioni antiche, sempre ordinato ai negozi di questo mondo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Relativamente a quello che ho detto p. 80. si può considerare che la barbarie cupa ed
          oscura, e vilmente e stranamente crudele de’ bassi tempi, non proveniva solamente
          dall’ignoranza, ma da questa mescolata alla religion cristiana. Se fosse stata una
          barbarie pagana, quella religione aperta, chiara, materiale, senza misteri, avrebbe dato a
          quella ignoranza un colore più allegro, e a quei costumi un carattere meno profondo. Male
          menti erano tutte piene di quel <foreign lang="fre" rend="italic">sombre</foreign>, di
          quel misterioso, di quel lugubre, di quello spaventoso della religion cristiana
          massimamente guasta dalla superstizione; lo spirito del tempo era modellato sopra queste
          forme metafisiche e astratte; l’uomo era malvagio per natura della società, come sempre;
          aggiunta alla malvagità l’ignoranza la superstizione, e lo spirito cupo del tempo, il
          vizio prese il carattere di metafisica, cosa notabile, e ben diversa dagli antichi vizi
          che generalmente erano più naturali, e quantunque gravi e dannosi, tuttavia si
          soddisfacevano apertamente, o al più sotto un velo di politica superficialissima. E quindi
            <pb ed="aut" n="133"/> la barbarie prese quel carattere tenebroso, e la malvagità
          divenne scelleraggine profondissima (23. Giugno 1820.). Aggiungete che la religion pagana
          come più naturale che ragionevole, avrebbe servito a conservar qualche poco di natura in
          quella barbarie. E la natura è un gran contravveleno e medicamento in ogni corruzione
          umana, e un gran faro in mezzo alle tenebre dell’ignoranza, quando non sia spento da una
          ragione corrotta, come allora.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dice Luciano nelle <title>Lodi della patria</title> (<bibl>t. 2. p. 479.</bibl>), <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ τοὺς κατὰ τὸν τῆς ἀποδημίας χρόνον λαμπροὺς γενομένους ἢ διὰ
              χρημάτων κτῆσιν, ἢ διὰ τιμῆς δόξαν</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat">vel ob honoris gloriam</foreign>), <quote>
            <foreign lang="grc">ἢ διὰ παιδείας μαρτυρίαν, ἢ δι' ἀνδρίας ἔπαινον, ἔστιν ἰδεῖν ἐς τὴν
              πατρίδα πάντας ἐπειγομένους</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat">properantes</foreign>), <quote>
            <foreign lang="grc">ὡς οὐκ ἂν ἐν ἄλλοις βελτίοσιν ἐπιδειξομένους τὰ αὐτῶν καλὰ. καὶ
              τοσούτῳ γε μᾶλλον ἕκαστος σπεύδει λαβέσθαι τῆς πατρίδος, ὅσῳπερ ἂν φαίνηται μειζόνων
              παρ' ἄλλοις ἠξιωμένος</foreign>
          </quote>. Questo è vero, e quando anche tu viva in una città molto maggiore della tua
          patria, non ostante il gran cambiamento delle opinioni antiche a questo riguardo,
          desidererai anche adesso, se non altro che la gloria o qualunque altro bene che tu hai
          acquistato sia ben noto, e faccia romore particolare nella tua patria. Ma la cagione non è
          mica l’amor della patria, come stima Luciano, e come pare a prima vista. E infatti stando
          nella tua stessa patria, tu provi lo stesso effetto <pb ed="aut" n="134"/> riguardo alla
          tua famiglia, e a’ tuoi più intimi conoscenti. La ragione è che noi desideriamo che i
          nostri onori o pregi siano massimamente noti a coloro che ci conoscono più intieramente, e
          che ne sieno testimoni quelli che sanno più per minuto le nostre qualità, i nostri mezzi,
          la nostra natura, i nostri costumi ec. E come non ti contenteresti di una fama anonima,
          cioè di esser celebrato senza che si sapesse il tuo nome, perchè quella fama, ti parrebbe
          piuttosto generica che tua propria, così proporzionatamente desideri ch’ella sia sulle
          bocche di quelli presso i quali, conoscendoti più intimamente e particolarmente, la tua
          stima viene ad essere più individuale e propria tua, perchè si applica a tutto te, che sei
          loro noto minutamente. E viene anche ciò dalla inclinazione che tutti abbiamo per li
          nostri simili, onde non saremmo soddisfatti di una fama acquistata appresso una specie di
          animali diversa dall’umana, e così venendo per gradi, poco ci cureremmo di esser famosi
          fra i Lapponi o gl’irocchesi, essendo ignoti ai popoli colti, e non saremmo contenti di
          una celebrità francese o inglese, essendo sconosciuti ai nostri italiani, e così
          finalmente arriveremo ai nostri propri cittadini, e anche alla nostra famiglia. Aggiungete
          le tante relazioni che si hanno o si sono avute colle persone più attenenti alla nostra,
          le emulazioni, le gare, le invidie, le contrarietà avute, le amicizie fatte ec. ec. alle
          quali cose tutte applichiamo il sentimento che ci cagiona la nostra gloria, o qualunque
          vantaggio acquistato. In somma <pb ed="aut" n="135"/> la cagione è l’amore immediato di
          noi stessi, e non della nostra patria. V. p. 536. capoverso 2.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Io non credo molto a quello che dice Montesquieu Dialogue de Sylla et d’Eucrate,
          particolarmente p. 293-295. per ispiegare il carattere e le azioni di Silla. Questo è il
          solito errore di creder che gli uomini si formino da principio un piano seguito di
          condotta, e seguano sempre un filo di azioni, quando la nostra natura composta di cento
          passioni, è sempre piena d’incongruenze, secondo che questa passione o quell’altra piglia
          il di sopra. E anche i ragionamenti dell’uomo sono pieni di variazioni, per cui ora ci par
          conveniente uno scopo, ed ora un altro, o volendo arrivare allo stesso scopo, cambiamo
          strada del continuo. Solamente serve a mostrar l’ingegno dello scrittore il condurre tutte
          le azioni disparatissime di un personaggio famoso, come tante linee a uno stesso punto, e
          per questo capo è stimabile e ingegnoso il celebre Manuscrit venu de Sainte-Helène,
          attribuito alla Staël. Io credo che Silla avesse veramente una grandissima ambizione, e
          questa di comandare, come tutti gli altri, poi, siccome il fantasma della gloria era ancor
          grande e potente nelle menti romane, stimò più ambizioso il rinunziare al comando che il
          ritenerlo, e così volle andare allo stesso fine per un’altra strada. Forse ancora il
          pensiero di farsi tiranno della patria, non era per anche maturo negli animi romani,
          nutriti in così smisurato amore e pregio della libertà: ma la passione di Silla, fu l’odio
          civile, e la ferocia <pb ed="aut" n="136"/> verso i suoi competitori, e per isfogarla,
          volle il supremo comando, non ostante che per se stesso non lo bramasse, e che dopo
          sfogata lo deponesse. Perchè il piacere della vendetta, e del calpestare i suoi nemici, e
          vederli intieramente oppressi domati e annientati, è un piacere anzi un’ambizione che in
          molti può più che quella del comando in genere. E così Silla contraddisse ai suoi
          principii romani e liberali, e diede un esempio fatale alla libertà, per soddisfare a una
          passione particolare. (24. Giugno 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La poesia malinconica e sentimentale è un respiro dell’anima. L’oppressione del cuore, o
          venga da qualunque passione, o dallo scoraggiamento della vita, e dal sentimento profondo
          della nullità delle cose, chiudendolo affatto, non lascia luogo a questo respiro. Gli
          altri generi di poesia molto meno sono compatibili con questo stato. Ed io credo che le
          continue sventure del Tasso sieno il motivo per cui egli in merito di originalità e
          d’invenzione restò inferiore agli altri tre sommi poeti italiani, quando il suo animo per
          sentimenti, affetti, grandezza, tenerezza ec. certamente gli uguagliava se non li
          superava, come apparisce dalle sue lettere e da altre prose. Ma quantunque chi non ha
          provato la sventura non sappia nulla, è certo che l’immaginazione e anche la sensibilità
          malinconica non ha forza senza un’aura di prosperità, e senza un vigor d’animo che non può
          stare senza un crepuscolo un raggio un barlume di allegrezza. (24. Giugno 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Oggidì le menti superiori hanno questa proprietà che sono facilissime a concepire
          illusioni, e facilissime e prontissime a perderle, (parlo anche delle piccole illusioni
          della <pb ed="aut" n="137"/> giornata) a concepirle, per la molta forza dell’immaginazione
          a perderle, per la molta forza della ragione.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Mentre io stava disgustatissimo della vita, e privo affatto di speranza, e così
          desideroso della morte, che mi disperava per non poter morire, mi giunge una lettera di
          quel mio amico, che m’avea sempre confortato a sperare, e pregato a vivere, assicurandomi
          come uomo di somma intelligenza e gran fama, ch’io diverrei grande, e glorioso all’Italia,
          nella qual lettera mi diceva di concepir troppo bene le mie sventure, (Piacenza 18.
          Giugno) che se Dio mi mandava la morte l’accettassi come un bene, e ch’egli l’augurava
          pronta a se ed a me per l’amore che mi portava. Credereste che questa lettera invece di
          staccarmi maggiormente dalla vita, mi riaffezionò a quello ch’io aveva già abbandonato? E
          ch’io pensando alle speranze passate, e ai conforti e presagi fattimi già dal mio amico,
          che ora pareva non si curasse più di vederli verificati, nè di quella grandezza che mi
          aveva promessa, e rivedendo a caso le mie carte e i miei studi, e ricordandomi la mia
          fanciullezza e i pensieri e i desideri e le belle viste e le occupazioni dell’adolescenza,
          mi si serrava il cuore in maniera ch’io non sapea più rinunziare alla speranza, e la morte
          mi spaventava? non già come morte, ma come annullatrice di tutta la bella aspettativa
          passata. E pure quella lettera non mi avea detto nulla ch’io non <pb ed="aut" n="138"/> mi
          dicessi già tuttogiorno, e conveniva nè più nè meno colla mia opinione. Io trovo le
          seguenti ragioni di questo effetto. 1. Che le cose che da lontano paiono tollerabili, da
          vicino mutano aspetto. Quella lettera e quell’augurio mi metteva come in una specie di
          superstizione, come se le cose si stringessero, e la morte veramente si avvicinasse, e
          quella che da lontano m’era parsa facilissima a sopportare, anzi la sola cosa
          desiderabile, da vicino mi pareva dolorosissima e formidabile. 2. Io considerava quel
          desiderio della morte come eroico. Sapeva bene che in fatti non mi restava altro, ma pure
          mi compiaceva nel pensiero della morte come in un’immaginazione. Credeva certo che i miei
          pochissimi amici, ma pur questi pochi, e nominatamente quel tale mi volessero pure in
          vita, e non consentissero alla mia disperazione e s’io morissi, ne sarebbero rimasti
          sorpresi e abbattuti, e avrebbero detto. Dunque tutto è finito? Oh Dio, tante speranze,
          tanta grandezza d’animo, tanto ingegno senza frutto nessuno. Non gloria, non piaceri,
          tutto è passato, come non fosse mai stato. Ma il pensar che dovessero dire, Lode a Dio, ha
          finito di penare, ne godo per lui, che non gli restava altro bene: riposi in pace; questo
          chiudersi come spontaneo della tomba sopra di me, questa subita e intiera consolazione
          della mia morte ne’ miei cari, quantunque ragionevole, mi affogava, col sentimento di un
          mio intiero annullarmi. La previdenza della tua morte ne’ tuoi amici, che li consola
          anticipatamente, è la cosa più spaventosa che tu possa immaginare. <pb ed="aut" n="139"/>
          3. Lo stato non della mia ragione la quale vedeva il vero, ma della mia immaginazione era
          questo. La necessità e il vantaggio della morte ch’era reale faceva in me l’effetto di
          un’illusione, a cui l’immaginazione si affeziona, e il vantaggio e le speranze della vita
          ch’erano illusorie, stavano nel fondo del cuor mio come la realtà. Quella lettera di un
          tale amico, mise queste cose viceversa. Insomma questa vita è una carnificina senza
          l’immaginazione, e la sventura più estrema diventa anche peggiore e somiglia a un vero
          inferno quando sei spogliato di quell’ombra d’illusione, che la natura ci suol sempre
          lasciare. Se ti sopravviene una calamità senza rimedio, e in qualunque affar doloroso, il
          communicarti con un amico, e il sentir che questo ti conferma intieramente quello che già
          la tua ragione vedeva troppo chiaro, ti toglie ogni residuo di speranza, e parendoti di
          accertarti allora della totalità e irreparabilità del tuo male, cadi nella piena
          disperazione.</p>
        <p>Da queste considerazioni impara come tu debba regolarti nel consolare una persona
          afflitta. Non ti mostrare incredulo al suo male, se è vero. Non la persuaderesti, e
          l’abbatteresti davantaggio, privandola della compassione. Ella conosce bene il suo male, e
          tu confessandolo converrai con lei. Ma nel fondo ultimo del suo cuore le resta una goccia
          d’illusione. I più disperati credi certo che la conservano, per benefizio costante della
          natura. Guarda di non seccargliela, e vogli piuttosto peccare nell’attenuare il suo male e
          mostrarti poco compassionevole, che nell’accertarlo di quello <pb ed="aut" n="140"/> in
          cui la sua immaginazione contraddice ancora alla sua ragione. Se anche egli ti esagera la
          sua calamità, sii certo che nell’intimo del suo cuore fa tutto l’opposto, dico
          nell’intimo, cioè in un fondo nascosto anche a lui. Tu devi convenire non colle sue parole
          ma col suo cuore, e come secondando il suo cuore tu darai una certa realtà a quell’ombra
          d’illusione che gli resta, così nel caso contrario tu gli porterai un colpo estremo e
          mortale. La solitudine e il deserto l’avrebbero consolato meglio di te, perchè avrebbe
          avuto con se la natura sempre intenta a felicitare o a consolare. Parlo delle calamità
          gravissime e reali che riducono alla disperazione della vita, e non delle leggere, nelle
          quali anzi si desidera di esser creduto esagerando, nè di quelle provenienti da grandi
          illusioni e passioni, dove l’uomo forse cerca e vuole la disperazione e fugge il conforto.
          (26. Giugno 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il dolore o la disperazione che nasce dalle grandi passioni e illusioni o da qualunque
          sventura della vita, non è paragonabile all’affogamento che nasce dalla certezza e dal
          sentimento vivo della nullità di tutte le cose, e della impossibilità di esser felice a
          questo mondo, e dalla immensità del vuoto che si sente nell’anima. Le sventure o
          d’immaginazione o reali, potranno anche indurre il desiderio della morte, o anche far
          morire, ma quel dolore ha più della vita, anzi, massimamente se proviene da immaginazione
          e passione, è pieno di vita, e quest’altro dolore ch’io dico è tutto morte; e quella <pb
            ed="aut" n="141"/> medesima morte prodotta <emph>immediatamente</emph> dalle sventure è
          cosa più viva, laddove quest’altra è più sepolcrale, senz’azione senza movimento senza
          calore, e quasi senza dolore, ma piuttosto con un’oppressione smisurata e un accoramento
          simile a quello che deriva dalla paura degli spettri nella fanciullezza o dal pensiero
          dell’inferno. Questa condizione dell’anima è l’effetto di somme sventure reali, e di una
          grand’anima piena una volta d’immaginazione e poi spogliatane affatto, e anche di una vita
          così evidentemente nulla e monotona, che renda sensibile e palpabile la vanità delle cose,
          perchè senza ciò la gran varietà delle illusioni che la misericordiosa natura ci mette
          innanzi tuttogiorno, impedisce questa fatale e sensibile evidenza. E perciò non ostante
          che questa condizione dell’anima sia ragionevolissima anzi la sola ragionevole, con tutto
          ciò essendo contrarissima anzi la più dirittamente contraria alla natura, non si sa se non
          di pochi che l’abbiano provata, come del Tasso.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La parola è un’arte imparata dagli uomini. Lo prova la varietà delle lingue. Il gesto è
          cosa naturale e insegnata dalla natura. Un’arte 1. non può mai uguagliar la natura, 2. per
          quanto sia familiare agli uomini, si danno certi momenti in cui questi non la sanno
          adoperare. Perciò negli accessi delle grandi passioni, 1. come la forza della natura è
          straordinaria, quella della parola non arriva ad esprimerla, 2. l’uomo è così occupato,
          che l’uso di un’arte per quanto familiarissima, <pb ed="aut" n="142"/> gli è impossibile.
          Ma il gesto essendo naturale, lo vedrete facilmente dar segno di quello che prova con
          gesti e moti spesso vivissimi, o con grida inarticolate, fremiti, muggiti ec. che non
          hanno che fare colla parola, e si possono considerare come gesti. Eccetto se quella
          passione non produrrà in lui l’immobilità che suol essere effetto delle grandi passioni
          ne’ primi momenti in cui egli non è buono a nessun’azione. Nei momenti successivi non
          essendo buono all’uso della parola cioè dell’arte, pur è capace degli atti e del
          movimento. Del resto lo vedrete sempre in silenzio. Il silenzio è il linguaggio di tutte
          le forti passioni, dell’amore (anche nei momenti dolci) dell’ira, della maraviglia, del
          timore ec. (27. Giugno 1820.). V. al fine della pagina.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nei trasporti d’amore, nella conversazione coll’amata, nei favori che ne ricevi, anche
          negli ultimi, tu vai piuttosto in cerca della felicità di quello che provarla, il tuo
          cuore agitato, sente sempre una gran mancanza, un non so che di meno di quello che
          sperava, un desiderio di qualche cosa anzi di molto di più. I migliori momenti dell’amore
          sono quelli di una quieta e dolce malinconia dove tu piangi e non sai di che, e quasi ti
          rassegni riposatamente a una sventura e non sai quale. In quel riposo la tua anima meno
          agitata, è quasi piena, e quasi gusta la felicità. (<bibl>V. <author>Montesquieu</author>
            <title>Temple de Gnide</title> canto 5. dopo il mezzo. p. 342.</bibl>). Così anche
          nell’amore, ch’è lo stato dell’anima il più ricco di piaceri e d’illusioni, la miglior
          parte, la più dritta strada al piacere, e a un’ombra di felicità, è il dolore. (27. Giugno
          1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Curae leves loquuntur, ingentes stupent</foreign>
          </quote> sta per epigrafe del n. 95. dello Spectator inglese, senza nome d’autore.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="143"/> Che vuol dire che fra tanti imitatori che si sono trovati di opere
          e di scrittori classici, nessuno è pervenuto ad occupare un grado di fama non dico uguale,
          ma neppur vicino a quello dell’imitato? Non è già verisimile che essendo più facile
          l’inventis addere, e il perfezionare una cosa inventata, che l’inventarla già perfetta, ed
          essendoci stati molti imitatori di sommo ingegno, massimamente in Italia in un tempo dove
          l’imitare era cosa di moda, e perciò diveniva occupazione anche dei migliori (come
          Sanazzaro imitator di Virgilio, il Tasso del Petrarca ec.), non si sia mai data
          nessun’imitazione che almeno agguagli l’opera imitata, e per conseguenza meritasse un
          posto compagno a quello dell’originale. Ma il fatto sta che in materia di letteratura o di
          arti, basta accorgersi dell’imitazione, per metter quell’opera infinitamente al di sotto
          del modello, e che in questo caso, come in molti altri, la fama non ha tanto riguardo al
          merito assoluto ed intrinseco dell’opera, quanto alla circostanza dello scrittore o
          dell’artefice. Laonde, o imitatori qualunque vi siate, disperate affatto di arrivare
          all’immortalità, quando bene le vostre copie valessero effettivamente molto più
          dell’originale.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nella carriera poetica il mio spirito ha percorso lo stesso stadio che lo spirito umano
          in generale. Da principio il mio forte era la fantasia, e i miei versi erano pieni
          d’immagini, e delle mie letture poetiche io cercava sempre di profittare riguardo alla
          immaginazione. Io era bensì sensibilissimo anche agli affetti, ma esprimerli in poesia non
          sapeva. Non aveva ancora meditato intorno alle cose, e della filosofia non avea che un
          barlume, e questo in grande, e con quella solita illusione che noi ci facciamo, cioè che
          nel mondo e nella vita ci debba esser sempre un’eccezione a favor nostro. Sono stato
          sempre sventurato, ma le mie sventure d’allora erano piene di vita, e mi disperavano
          perchè mi pareva (non veramente alla ragione, ma ad una saldissima immaginazione) che
          m’impedissero la felicità, della quale gli altri credea che godessero. In somma il mio
          stato era allora in tutto e per tutto come quello degli antichi. <pb ed="aut" n="144"/>
          Ben è vero che anche allora, quando le sventure mi stringevano e mi travagliavano assai,
          io diveniva capace anche di certi affetti in poesia, come nell’ultimo canto della Cantica.
          La mutazione totale in me, e il passaggio dallo stato antico al moderno, seguì si può dire
          dentro un anno, cioè nel 1819. dove privato dell’uso della vista, e della continua
          distrazione della lettura, cominciai a sentire la mia infelicità in un modo assai più
          tenebroso, cominciai ad abbandonar la speranza, a riflettere profondamente sopra le cose
          (in questi pensieri ho scritto in un anno il doppio quasi di quello che avea scritto in un
          anno e mezzo, e sopra materie appartenenti sopra tutto alla nostra natura, a differenza
          dei pensieri passati, quasi tutti di letteratura), a divenir filosofo di professione (di
          poeta ch’io era), a sentire l’infelicità certa del mondo, in luogo di conoscerla, e questo
          anche per uno stato di languore corporale, che tanto più mi allontanava dagli antichi e mi
          avvicinava ai moderni. Allora l’immaginazione in me fu sommamente infiacchita, e
          quantunque la facoltà dell’invenzione allora appunto crescesse in me grandemente, anzi
          quasi cominciasse, verteva però principalmente, o sopra affari di prosa, o sopra poesie
          sentimentali. E s’io mi metteva a far versi, le immagini mi venivano a sommo stento, anzi
          la fantasia era quasi disseccata (anche astraendo dalla poesia, cioè nella contemplazione
          delle belle scene naturali ec. come ora ch’io ci resto duro come una pietra); bensì quei
          versi traboccavano di sentimento. (1. Luglio 1820.). Così si può ben dire che in rigor di
          termini, poeti non erano se non gli antichi, e non sono ora se non i fanciulli o
          giovanetti, e i moderni che hanno questo nome, non sono altro che filosofi. Ed io infatti
          non divenni sentimentale, se non quando perduta la fantasia divenni insensibile alla
          natura, e tutto dedito alla ragione e al vero, in somma filosofo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È cosa già molte volte osservata che come le Accademie scientifiche forse hanno giovato
          alle scienze, promosse e facilitate le <pb ed="aut" n="145"/> scoperte ec. così le
          letterarie hanno piuttosto pregiudicato alla letteratura. Infatti le Accademie
          scientifiche non hanno quasi mai seguito un sistema di filosofia, ma lasciato il campo
          libero al ritrovamento della verità, qualunque sistema ne dovesse esser favorito, e
          massimamente nelle cose naturali era difficile seguire un sistema, dovendo promuovere le
          scoperte che non possono derivare se non dal vero, e non si può prevedere che cosa
          riveleranno, e a che sistema si adatteranno. Se avessero seguito un sistema, avrebbero
          pregiudicato alle scienze, come le Accademie letterarie alla letteratura. Il fatto sta che
          questa benchè abbia le sue regole, tuttavia il porre in chiaro queste regole, e il
          decretarle e il farne un codice, non le ha mai giovato. Tutti i grandi poeti greci sono
          stati prima di Aristotele, e tutti i latini prima o contemporaneamente ad Orazio. Ma
          dunque non giova che il buon gusto sia promosso e promulgato, e costituito per norma delle
          opere letterarie? Certamente ci vuole il buon gusto in una nazione ma questo dev’essere
          negl’individui e nella nazione intiera, e non in un’adunanza cattedratica, e legislatrice,
          e in una dittatura. Primieramente non è facile il promuovere le opere di genio. Gli onori
          la gloria gli applausi i vantaggi sono mezzi efficacissimi per promuoverle, ma non quegli
          onori e quella gloria che derivano dagli applausi di un’Accademia. Gli antichi greci e
          anche i romani avevano le loro gare pubbliche letterarie, ed Erodoto scrisse la sua storia
          per leggerla al popolo. Questo era ben altro stimolo che quello di una piccola società
          tutta di persone coltissime e istruitissime dove l’effetto non può esser mai quello che si
          fa nel popolo, e per piacere ai critici si scrive 1. con timore, cosa mortifera, 2. si
          cercano cose straordinarie, finezze, spirito, mille bagattelle. Il solo popolo ascoltatore
          può far nascere l’originalità la grandezza e la <pb ed="aut" n="146"/> naturalezza della
          composizione. In secondo luogo se il promuovere il genio non giova, se gli sproni non
          l’aiutano, il freno l’ammazza, intendo un freno messogli dagli altri e non dal proprio
          giudizio. Se questo manca, non ci è rimedio, ma la magistratura letteraria non fa nascere
          le virtù letterarie, se non ci sono i buoni costumi, intendo il retto giudizio e il buon
          gusto. Ma se il gusto è corrotto non gioverà il promulgarlo, il ristabilirlo ec.? Gioverà,
          voglio dire che le Accademie riusciranno a fare che non si scriva più male, ma non che si
          scriva bene. L’Arcadia fu stabilita per isbandire il seicentismo. Fu sbandito, ma lo stile
          Arcadico è un nome derisorio che si dà in Italia a quelle poesie che non sanno di carne nè
          pesce. Ora che rimedio trovereste al cattivo gusto? Ripeto quello che ho detto nel
          principio dei miei pensieri. Quasi tutte le nazioni colte dopo il loro secol d’oro, hanno
          avuto quello della corruzione, e ne sono risorte. Ma dopo questo, un numero di scrittori
          veramente grandi e paragonabili ai primi (dico in letteratura, non in fatto di pensieri,
          filosofia ec.), insomma un altro secol d’oro è un esempio che ancora mi resta da vedere.
          Negli ottimi secoli i grandi scrittori avevano modelli del buono da seguire, ma non del
          cattivo da fuggire. Quelli possono giovare, questi nocciono. Dico che i cattivi scrittori
          che si avevano, sì come non formavano classe, perchè il gusto universale era buono, si
          dimenticavano affatto, e si sapeva a un di presso in generale che non piacevano, piuttosto
          che perchè non piacevano. Certamente l’idea de’ loro vizi non era specificata, nè i
          difetti notati per minuto, e si vede infatti che anche sommi scrittori cadevano in difetti
          puerili. In somma la scienza del buono e del cattivo non era organizzata, nè sminuzzata.
          Il gusto naturale tenea luogo di tutto. Dopo la corruzione i letterati si rialzano tutti
          sbigottiti. Entrano gli scrupoli, le paure, le sottigliezze. Si pesa <pb ed="aut" n="147"
          /> ogni cosa, si aguzzano gli occhi, si va col piede di piombo, ogni legge ogni regola
          ogni idea è ben definita e circoscritta, si prevedono tutti i casi, il gusto non è più
          naturale ma artefatto, o lo diviene, perchè nessuno crede di potersi contentare del gusto
          naturale, l’arte e la critica vanno al sommo, la natura si perde (forse ella può più nel
          secolo guasto che nel seguente), nascono opere perfette ma non belle. (2. Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutto quello, si può dire, che i moderni viaggiatori osservano e raccontano di curioso e
          singolare nei costumi e nelle usanze delle nazioni incivilite, non è altro che un avanzo
          di antiche istituzioni, massimamente se quelle particolarità spettano alle classi colte.
          Perchè la natura quando è più libera, come anticamente, e ora in gran parte appresso il
          popolo, è sempre varia. Ma certamente nel moderno non troveranno niente di singolare nè di
          curioso, e tutto quello che c’è da vedere negli altri paesi possono far conto di averlo
          veduto nel proprio senza viaggiare. Eccetto le piccole differenze provenienti dal clima e
          dal carattere di ciaschedun popolo, i quali però vanno sempre cedendo all’impulso moderno
          di uguagliare ogni cosa, e certamente da per tutto, massime nelle classi colte, si ha cura
          di allontanare tutto quello che c’è di singolare e di proprio nei costumi della nazione, e
          di non distinguersi dagli altri se non per una maggior somiglianza col resto degli uomini.
          E in genere si può dire che la tendenza dello spirito moderno è di ridurre tutto il mondo
          una nazione, e tutte le nazioni una sola persona. Non c’è più vestito proprio di nessun
          popolo, e le mode in vece d’esser nazionali, sono europee ec. : anche la lingua oramai
          divien tutt’una per la gran propagazione del francese, la quale io non riprendo in quanto
          all’utile, ma bene in quanto al bello.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="148"/> Ora quell’<foreign lang="grc">ἔρις</foreign> che Esiodo dice essere
          un dono degli Dei per promuovere il bene e l’accrescimento degli uomini, si può dire che
          sia tolta di mezzo fra le nazioni, e quasi anche fra gl’individui. Una volta le nazioni
          cercavano di superar le altre, ora cercano di somigliarle, e non sono mai così superbe
          come quando credono di esserci riuscite. Così gl’individui. A che scopo, a che grandezza a
          che incremento può portare questa bella gara? Anche l’imitare è una tendenza naturale, ma
          ella giova, quando ci porta a cercar la somiglianza coi grandi e cogli ottimi. Ma chi
          cerca di somigliare a tutti? anzi perciò appunto sfugge di somigliare ai grandi e agli
          ottimi, perchè questi si distinguono dagli altri? Quando saremo tutti uguali, lascio stare
          che bellezza che varietà troveremo nel mondo, ma domando io che utile ce ne verrà?
          Massimamente alle nazioni (perchè il male è naturalmente più grande nei rapporti di
          nazione a nazione, che d’individuo a individuo) che stimolo resterà alle grandi cose, e
          che speranza di grandezza, quando il suo scopo non sia altro che l’uguagliarsi a tutte le
          altre? Non era questo lo scopo delle nazioni antiche. E non si creda che l’uguagliarsi nei
          costumi e nelle usanze, senza però volersi uguagliare nel potere nella ricchezza
          nell’industria nel commercio ec. non debba influire sommamente anche sopra queste altre
          cose, influendo sullo spirito generale della nazione. Poco dopo che Roma fu divenuta una
          specie di colonia greca in fatto di costumi e letteratura, divenne serva come greci.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ma questa è una bella curiosità, che mentre le nazioni per l’esteriore vanno a divenire
          tutta una persona, e oramai non si distingue più uomo da uomo, ciascun uomo poi
          nell’interiore è divenuto una nazione, vale a dire che non hanno più interesse comune con
          chicchessia, non formano più corpo, non hanno più patria, e l’egoismo gli ristringe dentro
          il solo circolo de’ propri interessi, senza amore nè cura <pb ed="aut" n="149"/> degli
          altri, nè legame nè rapporto nessuno interiore col resto degli uomini. Al contrario degli
          antichi, che mentre le nazioni per l’esteriore erano composte di diversissimi individui,
          nella sostanza poi, e nell’importante, o in quel punto in cui giova l’unità della nazione,
          erano in fatti tutta una persona, per l’amor patrio, le virtù, le illusioni ec. che
          riunivano tutti gl’individui a far causa comune, e ad essere i membri di un sol corpo. E
          per questo capo si può dire che ora ci son tante nazioni quanti individui, bensì tutti
          uguali anche in questo che non hanno altro amore nè idolo che se stessi.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ed ecco un’altra bella curiosità della filosofia moderna. Questa signora ha trattato
          l’amor patrio d’illusione. Ha voluto che il mondo fosse tutta una patria, e l’amore fosse
          universale di tutti gli uomini: (contro natura, e non ne può derivare nessun buono
          effetto, nessuna grandezza ec. L’amor di corpo, e non l’amor degli uomini ha sempre
          cagionato le grandi azioni, anzi spessissimo a molti spiriti ristretti, la patria come
          corpo troppo grande non ha fatto effetto, e perciò si sono scelti altri corpi, come sette,
          ordini, città, provincie ec.). L’effetto è stato che in fatti l’amor di patria non c’è
          più, ma in vece che tutti gl’individui del mondo riconoscessero una patria, tutte le
          patrie si son divise in tante patrie quanti sono gl’individui, e la riunione universale
          promossa dalla egregia filosofia s’è convertita in una separazione individuale. (3. Luglio
          1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che ho detto qui sopra dell’amore o spirito di corpo, deriva da questo. Tutti gli
          affetti umani derivano dall’amor proprio conformato in diversissime guise. L’efficacia
          loro è tanto maggiore, quanto derivano da un amor proprio più sensibile, <pb ed="aut"
            n="150"/> e gli recano maggiore soddisfazione. Ora nello spirito di corpo la
          soddisfazione dell’amor proprio è in ragione inversa della grandezza del circolo. Gli
          spiriti elevati sono suscettibili di un circolo più grande, ma se questo è smisurato, la
          detta soddisfazione svanisce prima di arrivare alla periferia ch’è in tanta distanza dal
          centro, cioè l’individuo, come il suono, gli odori, i raggi luminosi si estinguono a una
          certa distanza dal centro della sfera. (3. Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Quantum ad</foreign> in vece di <foreign lang="lat"
            rend="italic">quod attinet ad</foreign>, come noi diciamo <emph>quanto a</emph>, e i
          francesi <foreign lang="fre" rend="italic">quant à</foreign>, è usato da <bibl>
            <author>Tacito</author>, <title>Agricol.</title> cap. 44.</bibl>
          <foreign lang="lat">
            <emph>Et ipse quidem, quamquam medio in spatio integrae aetatis ereptus</emph>, <emph
              rend="sc">quantum ad gloriam</emph>, <emph>longissimum aevum peregit</emph>
          </foreign>. Esempio e significato omesso nel Forcellini e nell’Appendice. (3. Luglio
          1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quel che ho detto qui sopra non è l’ultima delle cagioni per cui il fervore del
          Cristianesimo s’indebolì colla dilatazione di essa religione, di quella religione istessa,
          che (senza però condannare l’amor della patria, dimostrato dallo stesso Cristo piangente
          sopra Gerusalemme) tuttavia ha per uno de’ fondamenti l’amore universale verso tutti gli
          uomini. E contuttociò fintanto ch’ella fu come una setta, il zelo e l’ardore per
          sostenerla fu infinito ne’ suoi seguaci. Quando divenne cosa comune, <emph>non fu più
            riguardato come proprio quello ch’era di tutti</emph>, e lo spirito di corpo essendosi
          dileguato per la sua grandezza, l’individuo non ci trovò più la soddisfazione sua
          particolare, e il Cristianesimo illanguidì.</p>
        <p>Aggiungete che lo spirito di corpo ci porta a proccurare i vantaggi di esso corpo, e a
          compiacerci di quelli che ha, perchè l’individuo che gli appartiene resta con ciò distinto
          e superiore agli altri che non gli appartengono. L’amor di patria, l’amor di setta, di
          fazione ec. vedete che è tutto fondato sopra l’ambizione, più o meno nascosta. Per gli
          spiriti piccoli non <pb ed="aut" n="151"/> è fatto l’amore della nazione, perchè non
          arrivano a desiderare nè a compiacersi di sovrastare a persone così lontane e fuori della
          loro portata come sono i forestieri. L’amor poi universale, manca affatto di questo
          fondamento dell’ambizione, che è la gran molla che renda operoso l’amor di corpo, e perciò
          resta naturalmente inefficace in quasi tutti, non essendoci speranza di distinguersi dagli
          altri col mezzo dei vantaggi del suo corpo. E così spento quell’amore ch’è utile per le
          ragioni sopraddette, quest’altro non gli subentra, e se anche gli subentra resta inutile,
          non movendo efficacemente l’uomo a nessuna intrapresa. (4. Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Anche nell’interiore quasi tutti gli uomini oggidì sono uguali nei principii nei costumi
          nel vizio nell’egoismo ec. Sono tutti uguali e tutti separati, laddove anticamente erano
          tutti diversi e tutti uniti, e perciò atti alle grandi cose, alle quali noi siamo
          inettissimi trovandoci tutti soli. E la stessa nostra uguaglianza è (cosa curiosa) il
          motivo della nostra disunione, che nasce dall’universale egoismo. (4. Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’amore universale toglie l’emulazione e la gara del suo corpo coll’altrui, la qual gara
          è la cagione dell’accrescimento e dei vantaggi e pregi che gl’individui cercano di
          proccurare alla patria, al partito ec. Gli uomini grandi sono suscettibili di una
          emulazione grande, come con quelli delle altre nazioni. Gli uomini piccoli al contrario
          non sentono emulazione se non coi cittadini de’ paesi d’intorno, con quelli delle altre
          famiglie, coi suoi propri cittadini ec. ec. ec. (4. Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Al levarsi da letto, parte pel vigore riacquistato col riposo, parte per la dimenticanza
          dei mali avuta nel sonno, parte per una certa rinnuovazione della vita, cagionata da
          quella specie d’interrompimento datole, tu ti senti ordinariamente o più lieto o meno
          tristo, di quando ti coricasti. Nella mia vita infelicissima l’ora meno trista è quella
            <pb ed="aut" n="152"/> del levarmi. Le speranze e le illusioni ripigliano per pochi
          momenti un certo corpo, ed io chiamo quell’ora la gioventù della giornata per questa
          similitudine che ha colla gioventù della vita. E anche riguardo alla stessa giornata, si
          suol sempre sperare di passarla meglio della precedente. E la sera che ti trovi fallito di
          questa speranza e disingannato, si può chiamare la vecchiezza della giornata. (4. Luglio
          1820.). V. p. 193. capoverso <hi rend="sc">i</hi>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’ubbriachezza mette in fervore tutte le passioni, e rende l’uomo facile a tutte,
          all’ira, alla sensualità ec. massime alle dominanti in ciascheduno. Così
          proporzionatamente il vigore del corpo. È famoso quello di S. Paolo, <foreign lang="lat"
            rend="italic">castigo corpus meum et in servitutem redigo</foreign>. In fatti in un
          corpo debole non ha forza nessuna passione.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Altro è la forza altro la fecondità dell’immaginazione e l’una può stare senza l’altra.
          Forte era l’immaginazione di Omero e di Dante, feconda quella di Ovidio e dell’Ariosto.
          Cosa che bisogna ben distinguere quando si sente lodare un poeta o chicchessia per
          l’immaginazione. Quella facilmente rende l’uomo infelice per la profondità delle
          sensazioni, questa al contrario lo rallegra colla varietà e colla facilità di fermarsi
          sopra tutti gli oggetti e di abbandonarli, e conseguentemente colla copia delle
          distrazioni. E ne seguono diversissimi caratteri. Il primo grave, passionato,
          ordinariamente (ai nostri tempi) malinconico, profondo nel sentimento e nelle passioni, e
          tutto proprio a soffrir grandemente della vita. L’altro scherzevole, leggiero, vagabondo,
          incostante nell’amore, bello spirito, incapace di forti e durevoli passioni e dolori
          d’animo, facile a consolarsi anche nelle più grandi sventure ec. Riconoscete in questi due
          caratteri i verissimi ritratti di Dante e di Ovidio, e vedete come la differenza della
          loro poesia <pb ed="aut" n="153"/> corrisponda appuntino alla differenza della vita.
          Osservate ancora in che diverso modo Dante ed Ovidio sentissero e portassero il loro
          esilio. Così una stessa facoltà dell’animo umano è madre di effetti contrarii, secondo le
          sue qualità che quasi la distinguono in due facoltà diverse. L’immaginazione profonda non
          credo che sia molto adattata al coraggio, rappresentando al vivo il pericolo, il dolore,
          ec. e tanto più al vivo della riflessione, quanto questa racconta e quella dipinge. E io
          credo che l’immaginazione degli uomini valorosi (che non debbono esserne privi, perchè
          l’entusiasmo è sempre compagno dell’immaginazione e deriva da lei) appartenga più
          all’altro genere. (5. Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutti più o meno parlano e gestiscono da se soli, ma principalmente gli uomini di grande
          immaginazione, sempre facili a considerar l’immaginato come presente. Così l’Alfieri nei
          pareri sulle sue tragedie, racconta di questo suo costume, massime nei punti di passione o
          di calore. Il qual costume è proprio più che mai de’ fanciulli, dove l’immaginazione può
          molto più che negli uomini. (5. Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Io stimo che molte parole antiche che si credono di diversissima origine, non sieno
          derivate da altro che da antichissimo errore di scrittura, che le ha diversificate, mentre
          erano una sola. Mi porta a crederlo la somiglianza materiale delle lettere o sia dei
          caratteri, e l’uniformità del significato. P. e. <foreign lang="grc">δασὺ</foreign> vuol
          dire lo stesso che <foreign lang="grc">λάσιον</foreign>, e il <foreign lang="grc">λάμβδα
          Λ</foreign> e il <foreign lang="grc">δέλτα Δ</foreign> Ä sono due caratteri
          somigliantissimi, e facilissimi a esser confusi nelle scritture. Io non posso pensare che
          queste due parole di uno stessissimo significato, e uguali eccetto nella terminazione che
          non fa caso, e nella prima lettera di cui si disputa, non abbiano che far niente fra loro.
          E credo che si potrebbero addurre molti altri esempi simili sì greci come latini, dove la
          mutazione di una lettera o due, <pb ed="aut" n="154"/> con altre compagne nella figura, ha
          tolto ai grammatici il sospetto della loro unicità nell’origine. (5. Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Da quello che dice <bibl>
            <author>Montesquieu</author>
            <title lang="fre">Essai sur le Goût. Des plaisirs de l’ame</title>. p. 369-370.</bibl>
          deducete che le regole della letteratura e belle arti non possono affatto essere
          universali, e adattate a ciascheduno. Bensì è vero che la maniera di essere di un uomo
          nelle cose principali e sostanziali è comune a tutti, e perciò le regole capitali delle
          lettere e arti belle, sono universali. Ma alcune piccole o mediocri differenze sussistono
          tra popolo e popolo tra individuo e individuo, e massimamente fra secolo e secolo. Se
          tutti gli uomini fossero di vista corta, come sono molti l’architettura in molte sue parti
          sarebbe difettosa, e converrebbe riformarla. Così al contrario. Intanto ella è difettosa
          veramente rispetto a quei tali. Gli orientali aveano ed hanno più rapidità, vivacità,
          fecondia ec. di spirito che gli europei. Perciò quella soprabbondanza che notiamo nelle
          loro poesie ec. se sarebbe difetto tra noi, poteva non esserlo, o esser minore appresso un
          popolo più capace per sua natura di seguire e di comprendere coll’animo suo quella maniera
          del poeta. Lo stesso dite dell’oscurità, del metaforico eccessivo per noi, delle
          sottigliezze, delle troppe minuzie, dell’ampolloso ec. ec. E questa distinzione fatela
          anche tra i popoli europei, e non condannate una letteratura perchè è diversa da un’altra
          stimata classica. Il tipo o la forma del bello non esiste, e non è altro che l’idea della
          convenienza. Era un sogno di Platone che le idee delle cose esistessero innanzi a queste,
          in maniera che queste non potessero esistere altrimenti (<bibl>v.
            <author>Montesq.</author> ivi. capo 1. p. 366.</bibl>) quando la loro maniera di
          esistere è affatto arbitraria e dipendente dal creatore, come dice Montesquieu e non ha
          nessuna ragione per esser piuttosto così che in un altro modo, se non la volontà di chi le
          ha fatte. E chi sa che non esista un altro, o più, o infiniti altri sistemi di cose così
          diversi dal nostro che noi non li possiamo neppur concepire? <pb ed="aut" n="155"/> Ma noi
          che abbiamo rigettato il sogno di Platone conserviamo quello di un tipo immaginario del
          bello. (<bibl>V. il discorso di <author>G. Bossi</author> nella <title>B. Italiana</title>
          </bibl>). Ora l’idea della convenienza essendo universale, ma dipendendo dalle opinioni
          caratteri costumi ec. il giudizio e il discernimento di quali cose convengano insieme, ne
          deriva che la letteratura e le arti, quantunque pel motivo sopraddetto siano soggette a
          regole universali nella sostanza principale, tuttavia in molti particolari debbano
          cangiare infinitamente secondo non solamente le diverse nature, ma anche le diverse
          qualità mutabili, vale a dire opinioni, gusti, costumi ec. degli uomini, che danno loro
          diverse idee della convenienza relativa.</p>
        <p>E similmente osservate quanto sia vano il pensare così assolutamente che la musica perchè
          diletta sommamente l’uomo debba fare effetto sulle bestie. Distinguete suono (sotto questo
          nome intendo ora anche il canto) e armonia. Il suono è la materia della musica, come i
          colori della pittura, i marmi della scoltura ec. L’effetto naturale e generico della
          musica in noi, non deriva dall’armonia ma dal suono, il quale ci elettrizza e scuote al
          primo tocco quando anche sia monotono. Questo è quello che la musica ha di speciale sopra
          le altre arti, sebbene anche un color bello e vivo ci fa effetto, ma molto minore. Questi
          sono effetti e influssi naturali, e non bellezza. L’armonia modifica l’effetto del suono,
          e in questo (che solo appartiene all’arte) la musica non si distingue dalle altre arti,
          giacchè i pregi dell’armonia consistono nella imitazione della natura quando esprimono
          qualche cosa, e in seguire quell’idea della convenienza dei suoni ch’è arbitraria e
          diversa in diverse nazioni. Ora il suono non è difficile che faccia effetto anche nelle
          bestie, ma non è necessario, e massimamente quegli stessi suoni che fanno effetto
          nell’uomo (quando vediamo anche tra gli uomini che certe nazioni si dilettano di suoni
          tutti diversi da’ nostri, e per noi insopportabili). <pb ed="aut" n="156"/> I loro organi,
          e indipendentemente da questi, la loro maniera d’essere è differente dalla nostra, e non
          possiamo sapere qual sia l’effetto di questa differenza. Tuttavia se questa non sarà molto
          grande, o almeno avrà qualche rapporto con noi in questo punto, il suono farà colpo in
          quei tali animali, come leggiamo dei delfini e dei serpenti (V. Chateaubriand). Ma
          l’armonia è bellezza. La bellezza non è assoluta, dipendendo dalle idee che ciascuno si
          forma della convenienza di una cosa con un’altra, laonde se l’astratto dell’armonia può
          esser concepito dalle bestie, non perciò per loro sarà armonia e bellezza quello ch’è per
          noi. E così non è la musica come arte ma la sua materia cioè il suono che farà effetto in
          certe bestie. E infatti come vogliamo pretendere che le bestie gustino la nostra armonia,
          se tanti uomini si trovano che non la gustano? Parlo di molti individui che sono tra noi,
          e parlo di nazioni, come dei turchi che hanno una musica che a noi par dissonantissima e
          disarmonica. Eccetto il caso che qualche animale si trovasse in disposizione così
          somigliante alla nostra, che nella musica potesse sentire se non tutta almeno in parte
          l’armonia che noi ci sentiamo, vale a dire giudicare armonico quello che noi giudichiamo.
          Il quale effetto è più difficile assai dell’altro sopraddetto del suono, tuttavia non è
          affatto inverisimile. (6. Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Con questa distinzione di suono e armonia, l’uno cagione di effetto naturale e
          indipendente dall’arte e generale nell’uomo, (effetto arbitrario della natura, e non già
          necessario astrattamente) l’altra di effetto naturale in astratto, ma dipendente dall’arte
          in concreto, comprenderete perchè le bestie essendo talvolta influite dalla musica, non lo
          sieno dalle altre arti. Ed è perchè la materia della musica, è così efficace nell’uomo e
          così generalmente e per natura, che non è maraviglia se la sua forza si estende anche ad
          altri animali forse più analoghi degli altri all’uomo per questa parte della loro natura.
          Ma non così la materia delle altre arti, eccetto i colori, i quali <pb ed="aut" n="157"/>
          come fanno effetto naturale nell’uomo, così per legge di analogia (che va ammessa non
          perchè fosse necessario alla natura di osservarla, ma perchè la vediamo osservata)
          congetturo che possano dar qualche diletto anche alle bestie, e forse se ne avrebbero
          delle prove. Del resto nelle altre arti le bestie non essendo influite dalla materia che
          nella musica ha influsso naturale e indipendente dall’arte, non possono essere influite
          dall’arte stessa, non avendo la stessa idea della bellezza che abbiamo noi, e che è tanto
          diversa anche tra noi. E quanto all’imitazione del vero che in noi cagiona una maraviglia
          naturale, potrebb’essere che la producesse anche in loro senza che noi ce ne accorgessimo,
          e potrebb’essere che non la capissero, ma prendessero gli oggetti imitati per veri, o
          finalmente (che dev’essere il più ordinario) si formassero di quegli oggetti d’arte
          un’idea confusa tra l’oggetto vero, e un altro che lo somigli, non potendo sapere quelle
          cose che sappiamo noi intorno all’artefice, e alla maniera e alla difficoltà d’imitare in
          quel modo ec. ec. cose tutte che producono la maraviglia. E infatti vedrete in molti
          barbari che le belle imitazioni delle nostre arti in vece di destare maggior maraviglia,
          appena li commuovono.</p>
        <p>Del rimanente anche intorno alla bellezza e a qualunque altra cosa appartenente alle
          arti, bisogna sempre ricordarsi della differente maniera di esistere, differente capacità
          di comprendere, di rapportare, di esser commossi ec. e così regolarsi nell’istituire il
          paragone tra l’uomo e gli altri animali, e anche tra un uomo e un altr’uomo, non riputando
          necessario e assoluto e perciò universale quello ch’è arbitrario e relativo o nell’uomo o
          in qualunque animale, e perciò può non trovarsi o trovarsi differentemente negli altri.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il piacere che ci dà il suono non va sotto la categoria del bello, ma è come quello del
          gusto dell’odorato ec. La natura ha dato i suoi piaceri a tutti i sensi. Ma la
          particolarità del suono è di produrre per se stesso un effetto più spirituale <pb ed="aut"
            n="158"/> dei cibi dei colori degli oggetti tastabili ec. E tuttavia osservate che gli
          odori, in grado bensì molto più piccolo, ma pure hanno una simile proprietà, risvegliando
          l’immaginazione ec. Laonde quello stesso spirituale del suono è un effetto fisico di
          quella sensazione de’ nostri organi, e infatti non ha bisogno dell’attenzione dell’anima,
          perchè il suono immediatamente la tira a se, e la commozione vien tutta da lui, quando
          anche l’anima appena ci avverta. Laddove la bellezza o naturale o artifiziale non fa
          effetto se l’anima non si mette in una certa disposizione da riceverlo, e perciò il
          piacere che dà, si riconosce per intellettuale. Ed ecco la principal cagione dell’essere
          l’effetto della musica immediato, a differenza delle altre arti, e v. questi pens. p. 79.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Osservate come non si legga ch’io sappia di nessun effetto prodotto nelle bestie dal
          canto. (In verità anticamente si diceva, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >excantare</foreign>, ora <emph>incantare</emph> i serpenti, e <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Frigidus in pratis</hi>
              <hi rend="sc">cantando</hi>
              <hi rend="italic">rumpitur anguis</hi>
            </foreign>
          </quote> dice Virgilio, ma son favole che non hanno esperienze moderne a favore. D’Arione
          si legge che innamorò i delfini col suono. Chateaubriand racconta di quel serpente
          ammansato dal suono ec. ec. Del resto i poeti dicevano favolosamente che le bestie si
          fermassero a udire il canto di questo o di quello). La ragione è perchè questo è cosa più
          umana del suono, e perciò di un effetto più relativo, come anche la differenza dei suoni
          cagiona diversi effetti secondo la natura degli organi dove opera. Così nè più nè meno i
          diversi odori, i diversi sapori, i diversi colori de’ quali l’uno diletterà principalmente
          questa persona, e l’altro quest’altra. Il canto umano fa effetto grande nell’uomo. Al
          contrario quello degli uccelli non molto. Grandissimo però dev’essere il diletto che
          cagiona negli uccelli, giacchè si vede che questi cantano per diletto, <pb ed="aut"
            n="159"/> e che la loro voce non è diretta ad altro fine come quella degli altri
          animali. (eccetto le cicale i grilli e altri tali che nel continuo uso della loro voce non
          par che possano avere altro fine che il diletto) Ed io sono persuaso che il canto degli
          uccelli li diletti non solo come canto, ma come contenente bellezza, cioè armonia, che noi
          non possiamo sentire non avendo la stessa idea della convenienza de’ tuoni. (7. Luglio
          1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Osservate ancora un finissimo magistero della natura. Gli uccelli ha voluto che fossero
          per natura loro i cantori della terra e come ha posto i fiori per diletto dell’odorato,
          così gli uccelli per diletto dell’udito. Ora perchè la loro voce fosse bene intesa, che
          cosa ha fatto? Gli ha resi volatili, acciocchè il loro canto venendo dall’alto, si
          spargesse molto in largo. Questa combinazione del volo e del canto non è certamente
          accidentale. E perciò la voce degli uccelli reca a noi più diletto che quella degli altri
          animali (fuorchè l’uomo) perchè era espressamente ordinata al diletto dell’udito. E credo
          che ne rechi anche più agli altri animali che sono in uno stato naturale, e forse perciò
          più capaci di trovarci o tutta o in parte quell’armonia che ci trovano gli stessi uccelli,
          e che noi non ci troviamo, perchè allontanandoci dalla natura, abbiamo perduto certe idee
          primitive intorno alla convenienza, non assolute e necessarie, ma tuttavia dateci forse
          arbitrariamente dalla natura. Io credo che i selvaggi trovino il canto degli uccelli molto
          più dolce, e mi pare che si potrebbe provar lo stesso degli antichi, i quali è noto che
          sentivano maggior diletto di noi nel canto delle cicale ec. delle quali pure e simili si
          può notare che cantano sopra gli alberi.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Da tutte le cose dette nei pensieri qui sopra, inferite che le nostre cognizioni intorno
          alla natura o dell’uomo o delle cose, e le nostre deduzioni, raziocini, e conclusioni, per
          la maggior parte non sono assolute ma relative, <pb ed="aut" n="160"/> cioè sono vere in
          quanto alla maniera di essere delle cose esistenti, e da noi conosciute per tali, ma era
          in arbitrio della natura che fossero altrimenti. E intendo anche della maggior parte degli
          assiomi astratti, pochi de’ quali sono veramente assoluti e necessari in qualunque sistema
          di cose possibili (benchè paiano), eccetto forse in matematica. E apprendiamo a formarci
          della <emph>possibilità</emph> un’idea più estesa della comune, e della <emph>necessità e
            verità</emph> un’idea più limitata assai. Vedete in questo proposito il <bibl>fine del
            primo Libro del <author>Zanotti</author>
            <title>sopra le forze che chiamano vive</title>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Applicate le cose dette nel pensiero che incomincia <quote>
            <emph>Anche la stessa negligenza</emph>
          </quote> ec. (p. 50.) alle produzioni francesi riputate da quella nazione, modelli di
          semplicità <foreign lang="fre" rend="italic">naïveté</foreign> ec. p. e. al <title>Tempio
            di Gnido</title> di Montesquieu, sebbene in questo il male deriva piuttosto dal
          contrasto della semplicità delle cose col ricercato e manierato dello stile.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La rivoluzione Francese posto che fosse preparata dalla filosofia, non fu eseguita da
          lei, perchè la filosofia specialmente moderna, non è capace per se medesima di operar
          nulla. E quando anche la filosofia fosse buona ad eseguire essa stessa una rivoluzione,
          non potrebbe mantenerla. È veramente compassionevole il vedere come quei legislatori
          francesi repubblicani, credevano di conservare, e assicurar la durata, e seguir
          l’andamento la natura e lo scopo della rivoluzione, col ridur tutto alla pura ragione, e
          pretendere per la prima volta <foreign lang="lat" rend="italic">ab orbe condito</foreign>
          di geometrizzare tutta la vita. Cosa non solamente lagrimevole in tutti i casi se
          riuscisse, e perciò stolta a desiderare, ma impossibile a riuscire anche in questi tempi
          matematici, perchè dirittamente contraria alla natura dell’uomo e del mondo. <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Le Comité d’instruction publique réçut ordre de
              présenter un projet tendant à substituer un culte raisonnable au culte
            catholique</foreign>!</quote> (<bibl>
            <author>Lady Morgan</author>, <title>France</title>
            <pb ed="aut" n="161"/> l. 8. 3<hi rend="apice">me</hi> édit. <foreign lang="fre"
              >française, Paris</foreign> 1818. t. 2. p. 284. <foreign lang="fre">note de
            l’auteur</foreign>
          </bibl>) E non vedevano che l’imperio della pura ragione è quello del dispotismo per mille
          capi, ma eccone sommariamente uno. La pura ragione dissipa le illusioni e conduce per mano
          l’egoismo. L’egoismo spoglio d’illusioni, estingue lo spirito nazionale, la virtù ec. e
          divide le nazioni per teste, vale a dire in tante parti quanti sono gl’individui. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Divide et impera</foreign>. Questa divisione della moltitudine,
          massimamente di questa natura, e prodotta da questa cagione, è piuttosto gemella che madre
          della servitù. Qual altra è la cagione sostanziale della universale e durevole servitù
          presente a differenza de’ tempi antichi? Vedete che cosa avvenne ai Romani quando
          s’introdusse fra loro la filosofia e l’egoismo, in luogo del patriotismo. Il qual egoismo
          è così forte che dopo la morte di Cesare, quando parea naturalissimo, che le antiche idee
          si risvegliassero ne’ romani, fa pietà il vederli così torpidi, così indifferenti, così
          tartarughe, così marmorei verso le cose pubbliche. E Cicerone nelle filippiche il cui
          grande scopo era di render utile la morte di Cesare, vedete se predica la ragione, e la
          filosofia, o non piuttosto le pure illusioni, e quelle gran vanità che aveano creata e
          conservata la grandezza romana. (8. Luglio 1820.). V. p. 357. capoverso <hi rend="sc"
          >i</hi>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In proposito di quello che ho detto p. 145. osservate come infatti l’eloquenza vera non
          abbia fiorito mai se non quando ha avuto il popolo per uditore. Intendo un popolo padrone
          di se, e non servo, un popolo vivo e non un popolo morto, sia per la sua condizione in
          genere, sia in quella tal congiuntura, come alle nostre prediche il popolo non è vivo, non
          ha azione ec. ec. Oltre che il soggetto delle prediche non ha il movimento, l’azione, la
          vita necessarie alla grande eloquenza, e perciò quella del pergamo, quando anche sia somma
          e perfetta, è tutt’altra eloquenza che l’antica, e forma <pb ed="aut" n="162"/> un genere
          a parte. Del resto appena le repubbliche e la libertà si sono spente, le assemblee, le
          società, i tribunali, le corti, non hanno mai sentito la vera eloquenza, non essendo
          uditorii capaci di suscitarla. E questo probabilmente è uno de’ motivi per cui la
          repubblica di Venezia non ha avuto mai eloquenza, perch’era una repubblica aristocratica e
          non democratica. Vedete quello che dice Cicerone nell’oraz. pro Deiotaro capo 2.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Racconta Diogene Laerzio di Chilone Lacedemonio il quale interrogato in che differissero
          i dotti dagl’indotti, rispose, nelle buone speranze. (<foreign lang="grc">ἐλπίσιν
          ἀγαθαῖς</foreign>). Io non so dire se avesse riguardo alle cose di questo mondo o di una
          vita avvenire. Certamente rispetto a quelle, oggidì avviene appunto il contrario. In che
          differisce l’ignorante dal savio? Nella speranza.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Lo scopo dell’incivilimento moderno doveva essere di ricondurci appresso a poco alla
          civiltà antica offuscata ed estinta dalla barbarie dei tempi di mezzo. Ma quanto più
          considereremo l’antica civiltà, e la paragoneremo alla presente, tanto più dovremo
          convenire ch’ella era quasi nel giusto punto, e in quel mezzo tra i due eccessi, il quale
          solo poteva proccurare all’uomo in società una certa felicità. La barbarie de’ tempi bassi
          non era una rozzezza primitiva, ma una corruzione del buono, perciò dannosissima e
          funestissima. Lo scopo dell’incivilimento dovea esser di togliere la ruggine alla spada
          già bella, o accrescergli solamente un poco di lustro. Ma siamo andati tanto oltre
          volendola raffinare e aguzzare che siamo presso a romperla. E osservate che
          l’incivilimento ha conservato in grandissima parte il cattivo dei tempi bassi, ch’essendo
          proprio loro, era più moderno, e tolto tutto quello che restava <pb ed="aut" n="163"/>
          loro di buono dall’antico per la maggior vicinanza (del quale antico in tutto e per tutto
          abbiam fatto strage), come l’esistenza e un certo vigore del popolo, e dell’individuo, uno
          spirito nazionale, gli esercizi del corpo, un’originalità e varietà di caratteri costumi
          usanze ec. L’incivilimento ha mitigato la tirannide de’ bassi tempi, ma l’ha resa eterna,
          laddove allora non durava, tanto a cagione dell’eccesso, quanto per li motivi detti qui
          sopra. Spegnendo le commozioni e le turbolenze civili, in luogo di frenarle com’era scopo
          degli antichi (Montesquieu ripete sempre che le divisioni sono necessarie alla
          conservazione delle repubbliche, e ad impedire lo squilibrio dei poteri, ec. e nelle
          repubbliche ben ordinate non sono contrarie all’ordine, perchè questo risulta dall’armonia
          e non dalla quiete e immobilità delle parti, nè dalla gravitazione smoderata e oppressiva
          delle une sulle altre, e che per regola generale, dove tutto è tranquillo non c’è
          libertà), non ha assicurato l’ordine ma la perpetuità tranquillità e immutabilità del
          disordine, e la nullità della vita umana. In somma la civiltà moderna ci ha portati al
          lato opposto dell’antica, e non si può comprendere come due cose opposte debbano esser
          tutt’uno, vale a dire civiltà tutt’e due. Non si tratta di piccole differenze, si tratta
          di contrarietà sostanziali: o gli antichi non erano civili, o noi non lo siamo. (10.
          Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Io riguardo l’indebolimento corporale delle generazioni umane, come l’una delle
          principali cause del gran cangiamento del mondo e dell’animo e cuore umano dall’antico al
          moderno. Così anche della barbarie de’ secoli di mezzo, stante la depravazione de’ costumi
          sotto i primi imperatori e in seguito, la quale è certa cagione d’infiacchimento
          corporale, come <pb ed="aut" n="164"/> appresso i Persiani divenuti fiacchissimi (e perciò
          barbari e privi di libertà) per la depravazione degli antichi costumi e istituti che li
          rendevano vigorosissimi. <bibl>V. la <title>Ciroped.</title> cap. ult. art. 5. e segg.
            sino al fine.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In proposito di quello che ho detto p. 108. notate come ci muova a compassione e
          c’intenerisca il veder qualunque persona che nell’atto di provare un dispiacere, una
          sventura, un dolore ec. dà segno della propria debolezza, e impotenza di liberarsene. Come
          anche il veder maltrattare anche leggermente una persona che non possa resistere. (11.
          Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il racconto è uffizio della parola, la descrizione del disegno (eseguito in qualunque
          modo). Quindi non è maraviglia che quello sia più facile di questa al parlatore. E questa
          è una delle primarie cagioni per cui era falso ed assurdo quel genere di poesia poco fa
          tanto in pregio e in uso appresso gli stranieri massimamente, che chiamavano descrittiva.
          Perchè quantunque il poeta o lo scrittore possa bene assumere anche l’uffizio di
          descrivere, è da stolto il farne professione, non essendo uffizio proprio della poesia, e
          quindi non è possibile che non ne risulti affettazione e ricercatezza, e stento, volendolo
          fare per istituto e per argomento, lasciando stare la noia che deve nascere dalla lettura
          di una poesia tutta diretta a un uffizio proprio di un’altra arte, e perciò e inferiore a
          questa, malgrado qualunque studio, e stentata, e tediosa per la continuazione di una cosa
          che non appartenendole non può esser troppo lunga, al contrario di quelle che le
          appartengono, nelle quali nessuno biasima che <add resp="ed">la</add> poesia si ravvolga
          tutta intera. (12. Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="165"/> Il sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di
          tutti i piaceri a riempierci l’animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non
          comprendiamo, forse proviene da una cagione semplicissima, e più materiale che spirituale.
          L’anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente, e mira
          unicamente, benchè sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che
          considerandola bene, è tutt’uno col piacere. Questo desiderio e questa tendenza non ha
          limiti, perch’è ingenita o congenita coll’esistenza, e perciò non può aver fine in questo
          o quel piacere che non può essere infinito, ma solamente termina colla vita. E non ha
          limiti 1. nè per durata, 2. nè per estensione. Quindi non ci può essere nessun piacere che
          uguagli 1. nè la sua durata, perchè nessun piacere è eterno, 2. nè la sua estensione,
          perchè nessun piacere è immenso, ma la natura delle cose porta che tutto esista
          limitatamente e tutto abbia confini, e sia circoscritto. Il detto desiderio del piacere
          non ha limiti per durata, perchè, come ho detto non finisce se non coll’esistenza, e
          quindi l’uomo non esisterebbe se non provasse questo desiderio. Non ha limiti per
          estensione perch’è sostanziale in noi, non come desiderio di uno o più piaceri, ma come
          desiderio <emph>del</emph> piacere. Ora una tal natura porta con se materialmente
          l’infinità, perchè ogni piacere è circoscritto, ma non il piacere la cui estensione è
          indeterminata, e l’anima amando sostanzialmente <emph>il</emph> piacere, abbraccia tutta
          l’estensione immaginabile di questo sentimento, senza poterla neppur concepire, perchè non
          si può formare idea chiara di una cosa ch’ella desidera illimitata. Veniamo alle
          conseguenze. Se tu desideri un cavallo, ti pare di desiderarlo come cavallo, e come
            <emph>un tal</emph> piacere, ma in fatti lo desideri come piacere astratto e illimitato.
          Quando giungi a possedere il cavallo, <pb ed="aut" n="166"/> trovi un piacere
          necessariamente circoscritto, e senti un vuoto nell’anima, perchè quel desiderio che tu
          avevi effettivamente, non resta pago. Se anche fosse possibile che restasse pago per
          estensione, non potrebbe per durata, perchè la natura delle cose porta ancora che niente
          sia eterno. E posto che quella material cagione che ti ha dato un <emph>tal</emph> piacere
          una volta, ti resti sempre (p. e. tu hai desiderato la ricchezza, l’hai ottenuta, e per
          sempre), resterebbe materialmente, ma non più come cagione neppure di un tal piacere,
          perchè questa è un’altra proprietà delle cose, che tutto si logori, e tutte le impressioni
          appoco a poco svaniscano, e che l’assuefazione, come toglie il dolore, così spenga il
          piacere. Aggiungete che quando anche un piacere provato una volta ti durasse tutta la
          vita, non perciò l’animo sarebbe pago, perchè il suo desiderio è anche infinito per
          estensione, così che quel tal piacere quando uguagliasse la durata di questo desiderio,
          non potendo uguagliarne l’estensione, il desiderio resterebbe sempre, o di piaceri sempre
          nuovi, come accade in fatti, o di un piacere che riempiesse tutta l’anima. Quindi potrete
          facilmente concepire come il piacere sia cosa vanissima sempre, del che ci facciamo tanta
          maraviglia, come se ciò venisse da una sua natura particolare, quando il dolore la noia
          ec. non hanno questa qualità. Il fatto è che quando l’anima desidera una cosa piacevole,
          desidera la soddisfazione di un suo desiderio infinito, desidera veramente <emph>il</emph>
          piacere, e non un tal piacere; ora nel fatto trovando un piacere particolare, e non
          astratto, e che comprenda tutta l’estensione del piacere, ne segue che il suo desiderio
          non essendo soddisfatto di gran lunga, il piacere appena è piacere, perchè non si tratta
          di una piccola ma di una somma <pb ed="aut" n="167"/> inferiorità al desiderio e oltracciò
          alla speranza. E perciò tutti i piaceri debbono esser misti di dispiacere, come proviamo,
          perchè l’anima nell’ottenerli cerca avidamente quello che non può trovare, cioè una
          infinità di piacere, ossia la soddisfazione di un desiderio illimitato.</p>
        <p>Veniamo alla inclinazione dell’uomo all’infinito. Indipendentemente dal desiderio del
          piacere, esiste nell’uomo una facoltà immaginativa, la quale può concepire le cose che non
          sono, e in un modo in cui le cose reali non sono. Considerando la tendenza innata
          dell’uomo al piacere, è naturale che la facoltà immaginativa faccia una delle sue
          principali occupazioni della immaginazione del piacere. E stante la detta proprietà di
          questa forza immaginativa, ella può figurarsi dei piaceri che non esistano, e figurarseli
          infiniti 1. in numero, 2. in durata, 3. e in estensione. Il piacere infinito che non si
          può trovare nella realtà, si trova così nella immaginazione, dalla quale derivano la
          speranza, le illusioni ec. Perciò non è maraviglia 1. che la speranza sia sempre maggior
          del bene, 2. che la felicità umana non possa consistere se non se nella immaginazione e
          nelle illusioni. Quindi bisogna considerare la gran misericordia e il gran magistero della
          natura, che da una parte non potendo spogliar l’uomo e nessun essere vivente, dell’amor
          del piacere che è una conseguenza immediata e quasi tutt’uno coll’amor proprio e della
          propria conservazione necessario alla sussistenza delle cose, dall’altra parte non potendo
          fornirli di piaceri reali infiniti, ha voluto supplire 1. colle illusioni, e di queste è
          stata loro liberalissima, e bisogna considerarle come cose arbitrarie in natura, la quale
          poteva ben farcene senza, 2. coll’immensa varietà <pb ed="aut" n="168"/> acciocchè l’uomo
          stanco o disingannato di un piacere ricorresse all’altro, o anche disingannato di tutti i
          piaceri fosse distratto e confuso dalla gran varietà delle cose, ed anche non potesse così
          facilmente stancarsi di un piacere, non avendo troppo tempo di fermarcisi, e di lasciarlo
          logorare, e dall’altro canto non avesse troppo campo di riflettere sulla incapacità di
          tutti i piaceri a soddisfarlo. Quindi deducete le solite conseguenze della superiorità
          degli antichi sopra i moderni in ordine alla felicità. 1. L’immaginazione come ho detto è
          il primo fonte della felicità umana. Quanto più questa regnerà nell’uomo, tanto più l’uomo
          sarà felice. Lo vediamo nei fanciulli. Ma questa non può regnare senza l’ignoranza, almeno
          una certa ignoranza come quella degli antichi. La cognizione del vero cioè dei limiti e
          definizioni delle cose, circoscrive l’immaginazione. E osservate che la facoltà
          immaginativa essendo spesse volte più grande negl’istruiti che negl’ignoranti, non lo è in
          atto come in potenza, e perciò operando molto più negl’ignoranti, li fa più felici di
          quelli che da natura avrebbero sortito una fonte più copiosa di piaceri. E notate in
          secondo luogo che la natura ha voluto che l’immaginazione non fosse considerata dall’uomo
          come tale, cioè non ha voluto che l’uomo la considerasse come facoltà ingannatrice, ma la
          confondesse colla facoltà conoscitrice, e perciò avesse i sogni dell’immaginazione per
          cose reali e quindi fosse animato dall’immaginario come dal vero (anzi più, perchè
          l’immaginario ha forze più naturali, e la natura è sempre superiore alla ragione). Ma ora
          le persone istruite, quando anche sieno fecondissime d’illusioni le hanno per tali, e le
          seguono più per volontà che per persuasione, al contrario degli antichi <pb ed="aut"
            n="169"/> degl’ignoranti de’ fanciulli e dell’ordine della natura. 2. Tutti i piaceri,
          come tutti i dolori ec. essendo tanto grandi quanto si reputano, ne segue che in
          proporzione della grandezza e copia delle illusioni va la grandezza e copia de’ piaceri, i
          quali sebbene neanche gli antichi li trovassero infiniti, tuttavia li trovavano
          grandissimi, e capaci se non di riempierli, almeno di trattenerli a bada. La natura non
          volea che sapessimo, e l’uomo primitivo non sa che nessun piacere lo può soddisfare.
          Quindi e trovando ciascun piacere molto più grande che noi non facciamo, e dandogli
          coll’immaginazione un’estensione quasi illimitata, e passando di desiderio in desiderio,
          colla speranza di piaceri maggiori e di un’intera soddisfazione, conseguivano il fine
          voluto dalla natura, che è di vivere se non paghi intieramente di quella tal vita, almeno
          contenti della vita in genere. Oltre la detta varietà che li distraeva infinitamente, e li
          faceva passare rapidamente da una cosa all’altra senz’aver tempo di conoscerla a fondo, nè
          di logorare il piacere coll’assuefazione. 3. La speranza è infinita come il desiderio del
          piacere, ed ha di più la forza se non di soddisfar l’uomo, almeno di riempierlo di
          consolazione, e di mantenerlo in piena vita. La speranza propria dell’uomo, degli antichi,
          fanciulli, ignoranti, è quasi annullata per il moderno sapiente. V. il pensiero che
          incomincia <emph>Racconta</emph>, p. 162.</p>
        <p>Del resto il desiderio del piacere essendo materialmente infinito in estensione (non
          solamente nell’uomo ma in ogni vivente), la pena dell’uomo nel provare un piacere è di
          veder subito i limiti della sua estensione, i quali l’uomo non molto profondo gli scorge
          solamente da presso. Quindi è manifesto 1. perchè tutti <pb ed="aut" n="170"/> i beni
          paiano bellissimi e sommi da lontano, e l’ignoto sia più bello del noto; effetto della
          immaginazione determinato dalla inclinazione della natura al piacere, effetto delle
          illusioni voluto dalla natura. 2. perchè l’anima preferisca in poesia e da per tutto, il
          bello aereo, le idee infinite. Stante la considerazione qui sopra detta, l’anima deve
          naturalmente preferire agli altri quel piacere ch’ella non può abbracciare. Di questo
          bello aereo, di queste idee abbondavano gli antichi, abbondano i loro poeti, massime il
          più antico cioè Omero, abbondano i fanciulli veramente Omerici in questo, (v. il pensiero
            <emph>Circa l’immaginazione</emph>, p. 57. e l’altro p. 100.) gl’ignoranti ec. in somma
          la natura. La cognizione e il sapere ne fa strage, e a noi riesce difficilissimo il
          provarne. La malinconia, il sentimentale moderno ec. perciò appunto sono così dolci,
          perchè immergono l’anima in un abbisso di pensieri indeterminati de’ quali non sa vedere
          il fondo nè i contorni. E questa pure è la cagione perchè nell’amore ec. come ho detto p.
          142. Perchè in quel tempo l’anima si spazia in un vago e indefinito. Il tipo di questo
          bello e di queste idee non esiste nel reale, ma solo nella immaginazione, e le illusioni
          sole ce le possono rappresentare, nè la ragione ha verun potere di farlo. Ma la natura
          nostra n’era fecondissima, e voleva che componessero la nostra vita. 3. perchè l’anima
          nostra odi tutto quello che confina le sue sensazioni. L’anima cercando il piacere in
          tutto, dove non lo trova, già non può esser soddisfatta. Dove lo trova, abborre i confini
          per le sopraddette ragioni. Quindi vedendo la bella natura, ama che l’occhio si spazi
          quanto è possibile. La qual cosa il Montesquieu (<bibl>
            <title>Essai sur le goût, De la curiosité</title>. p. 374.375.</bibl>) attribuisce alla
          curiosità. Male. La curiosità non è altro che una determinazione <pb ed="aut" n="171"/>
          dell’anima a desiderare quel tal piacere, secondo quello che dirò poi. Perciò ella potrà
          esser la cagione immediata di questo effetto, (vale a dire che se l’anima non provasse
          piacere nella vista della campagna ec. non desidererebbe l’estensione di questa vista), ma
          non la primaria, nè questo effetto è speciale e proprio solamente delle cose che
          appartengono alla curiosità, ma di tutte le cose piacevoli, e perciò si può ben dire che
          la curiosità è cagione immediata del piacere che si prova vedendo una campagna, ma non di
          quel desiderio che questo piacere sia senza limiti. Eccetto in quanto ciascun desiderio di
          ciascun piacere può essere illimitato e perpetuo nell’anima, come il desiderio generale
          del piacere. Del rimanente alle volte l’anima desidererà ed effettivamente desidera una
          veduta ristretta e confinata in certi modi, come nelle situazioni romantiche. La cagione è
          la stessa, cioè il desiderio dell’infinito, perchè allora in luogo della vista, lavora
          l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima s’immagina quello che non
          vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno
          spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe se la sua vista si estendesse da per
          tutto, perchè il reale escluderebbe l’immaginario. Quindi il piacere ch’io provava sempre
          da fanciullo, e anche ora nel vedere il cielo ec. attraverso una finestra, una porta, una
          casa passatoia, come chiamano. Al contrario la vastità e moltiplicità delle sensazioni
          diletta moltissimo l’anima. Ne deducono ch’ella è nata per il grande ec. Non è questa la
          ragione. Ma proviene da ciò, che la moltiplicità delle sensazioni, confonde l’anima, <pb
            ed="aut" n="172"/> gl’impedisce di vedere i confini di ciascheduna, toglie l’esaurimento
          subitaneo del piacere, la fa errare d’un piacere in un altro senza poterne approfondare
          nessuno, e quindi si rassomiglia in certo modo a un piacere infinito. Parimente la vastità
          quando anche non sia moltiplice, occupa nell’anima un più grande spazio, ed è più
          difficilmente esauribile. La maraviglia similmente, rende l’anima attonita, l’occupa tutta
          e la rende incapace in quel momento di desiderare. Oltre che la novità (inerente alla
          maraviglia) è sempre grata all’anima, la cui maggior pena è la stanchezza dei piaceri
          particolari.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Da questa teoria del piacere deducete che la grandezza anche delle cose non piacevoli per
          se stesse, diviene un piacere per questo solo ch’è grandezza. E non attribuite questa cosa
          alla grandezza immaginaria della nostra natura. Posta la detta teoria, si viene a
          conoscere (quello ch’è veramente) che il desiderio del piacere diviene una pena, e una
          specie di travaglio abituale dell’anima. Quindi 1. un assopimento dell’anima è piacevole.
          I turchi se lo proccurano coll’oppio, ed è grato all’anima perchè in quei momenti non è
          affannata dal desiderio, perchè è come un riposo dal desiderio tormentoso, e impossibile a
          soddisfar pienamente; un intervallo come il sonno nel quale se ben l’anima forse non
          lascia di pensare, tuttavia non se n’avvede. 2. la vita continuamente occupata è la più
          felice, quando anche non sieno occupazioni e sensazioni vive, e varie. L’animo occupato è
          distratto da quel desiderio innato che non lo lascerebbe in pace, o lo rivolge a quei
          piccoli fini della giornata (il terminare un lavoro il provvedere ai suoi bisogni ordinari
          ec. ec. ec.) giacchè li considera allora come piaceri (essendo piacere tutto quello che
          l’anima desidera), e conseguitone uno, passa a un altro, così che è distratto da desideri
          maggiori, e non ha campo di affliggersi della vanità e del vuoto delle cose, e la speranza
          di quei <pb ed="aut" n="173"/> piccoli fini, e i piccoli disegni sulle occupazioni
          avvenire o sulle speranze di un esito generale lontano e desiderato, bastano a riempierlo,
          e a trattenerlo nel tempo del suo riposo, il quale non è troppo lungo perchè sottentri la
          noia; oltre che il riposo dalla fatica è un piacere per se. Questa dovea esser la vita
          dell’uomo, ed era quella dei primitivi, ed è quella dei selvaggi, degli agricoltori ec. e
          gli animali non per altra cagione se non per questa principalmente, vivono felici. Ed
          osservate come lo spettacolo della vita occupata laboriosa e domestica, sembri anche
          oggidì, a chi vive nel mondo, lo spettacolo della felicità, anche per la mancanza dei
          dolori, e delle cure e afflizioni reali. 3. il maraviglioso, lo straordinario è piacevole,
          quantunque la sua qualità particolare non appartenga a nessuna classe delle cose
          piacevoli. L’anima prova sempre piacere quando è piena (purchè non sia di dolore), e la
          distrazione viva ed intera è un piacere rispetto a lei assolutamente, come il riposo dalla
          fatica è piacere, perchè una tal distrazione è riposo dal desiderio. E come è piacevole lo
          stupore cagionato dall’oppio (anche relativamente alla dimenticanza dei mali positivi),
          così quello cagionato dalla maraviglia, dalla novità, e dalla singolarità. Quando anche la
          maraviglia non sia tanta che riempia l’anima, se non altro l’occupa sempre fortemente, ed
          è piacevole per questa parte. Notate che la natura aveva voluto che la maraviglia 1. fosse
          cosa ordinarissima all’uomo, 2. fosse spessissimo intera, cioè capace di riempier tutta
          l’anima. Così accade ne’ fanciulli, e accadeva ne’ primitivi, e ora negl’ignoranti, ma non
          può accadere senza l’ignoranza, e l’ignoranza d’oggi non può mai esser come quella
          dell’uomo che non vive in società, perchè vivendo in società, <pb ed="aut" n="174"/>
          l’esperienza de’ passati e de’ presenti l’istruisce, più o meno, ma sempre l’istruisce, e
          la novità diventa rara. 4. anche l’immagine del dolore e delle cose terribili ec. è
          piacevole, come ne’ drammi e poesie d’ogni sorta, spettacoli ec. Purchè l’uomo non tema o
          non si dolga per se, la forza della distrazione gli è sempre piacevole. Non è bisogno che
          quelle immagini siano di cose straordinarie: in questo caso cadrebbero sotto la categoria
          precedente. Ma la semplice immagine del dolore ec. è sufficiente a riempier l’animo e
          distrarlo. 5. la grandezza di ogni qualsivoglia genere (eccetto del proprio male) è
          piacevole. Naturalmente il grande occupa più spazio del piccolo, salvo se la piccolezza è
          straordinaria, nel qual caso occupa più della grandezza ordinaria. Questo ch’io dico della
          grandezza è un effetto materiale derivante dalla inclinazione dell’uomo al piacere, e non
          dalla inclinazione alla grandezza. Si potrebbe forse dir lo stesso del sublime, il quale è
          cosa diversa dal bello ch’è piacevole all’uomo per se stesso. In somma la noia non è altro
          che una mancanza del piacere che è l’elemento della nostra esistenza, e di cosa che ci
          distragga dal desiderarlo. Se non fosse la tendenza imperiosa dell’uomo al piacere sotto
          qualunque forma, la noia, quest’affezione tanto comune, tanto frequente, e tanto abborrita
          non esisterebbe. E infatti per che motivo l’uomo dovrebbe sentirsi male, quando non ha
          male nessuno? Poniamo un uomo isolato senza nessuna occupazione spirituale o corporale, e
          senza nessuna cura o afflizione o dolor positivo, o annoiato <pb ed="aut" n="175"/> dalla
          uniformità di una cosa non penosa nè dispiacevole per sua natura, e ditemi per che motivo
          quest’uomo deve soffrire. E pur vediamo che soffre, e si dispera, e preferirebbe qualunque
          travaglio a quello stato. (Anzi è famosa la risposta affermativa data dai medici
          consultati dal duca di Brancas, se la noia potesse uccidere. <bibl>
            <author>Lady Morgan</author>
            <title>France</title> l. 8. notes</bibl>). Non per altro se non per un desiderio
          ingenito e compagno inseparabile dell’esistenza, che in quel tempo non è soddisfatto, non
          ingannato, non mitigato, non addormentato. E la natura è certo che ha provveduto in tutti
          i modi contro questo male, all’orrore e ripugnanza del quale nell’uomo, si può paragonare
          quell’orrore del vuoto che gli antichi fisici supponevano nella natura, per ispiegare
          alcuni effetti naturali. Ha provveduto col dare all’uomo molti bisogni, e nella
          soddisfazione del bisogno (come della fame e della sete, freddo, caldo ec.) porre il
          piacere, quindi col volerlo occupato; colla gran varietà, colla immaginazione che l’occupa
          anche del nulla, ed anche col timore (il quale sebbene è un effetto naturale e spontaneo
          anch’esso dell’amor proprio, tuttavia bisogna considerare il sistema della natura in
          genere, e la mirabile armonia e corrispondenza di diversi effetti a questo o quello
          scopo), coi pericoli i quali affezionano maggiormente alla vita, e sciolgono la noia,
          colle turbazioni degli elementi, coi dolori e coi mali istessi, perchè è più dolce il
          guarir dai mali, che il vivere senza mali; e con tali altri disastri, che si considerano
          come mali, e quasi difetti della natura, scusandola col definirli per accidenti fuori
          dell’ordine; ma che forse essendo tali ciascuno, non lo sono tutti insieme; ed
          appartengono anch’essi al gran sistema universale. In somma il sistema della natura
          rispetto all’uomo è sempre diretto ad allontanar da lui questo male formidabile della
          noia, che a detta di tutti i filosofi essendo così frequente all’uomo moderno, è quasi
          sconosciuto al primitivo (e così agli animali). E osservate come i fanciulli anche in una
          quasi perfetta inazione, pur di rado o non mai sentano <pb ed="aut" n="176"/> il vero
          tormento della noia, perchè ogni minima bagattella basta ad occuparli tutti interi, e la
          forza della loro immaginazione dà corpo e vita e azione ad ogni fantasia che si affacci
          loro alla mente ec. e trovano in somma in se stessi una sorgente inesauribile di
          occupazioni e sempre varie. Questo senza cognizioni, senza esperienze, senza viaggi,
          senz’aver veduto udito ec. in un mondo ristrettissimo e uniforme. E laddove parrebbe che
          quanto più questo mondo e questo campo si accresce e diversifica, tanto più ampio e vario
          per l’uomo dovesse essere il fondo delle occupazioni interne come son quelle dei
          fanciulli, e la noia tanto più rara, nondimeno vediamo accadere tutto il contrario. Gran
          lezione per chi non vuol riconoscere la natura come sorgente quasi unica di felicità, e
          l’alterazione di lei, come certa cagione d’infelicità. Del resto che la forza e fecondità
          dell’immaginazione 1. come rende facilissima l’azione, così spessissimo renda facile
          l’inazione, 2. sia cosa ben diversa dalla profondità della mente, la quale per lo
          contrario conduce all’infelicità, è manifesto per l’esempio de’ popoli meridionali,
          segnatamente degl’italiani, rispetto ai settentrionali. Giacchè gl’italiani 1. come una
          volta per il loro entusiasmo figlio di un’immaginazione viva e più ricca che profonda,
          erano attivissimi, così ora una delle cagioni per cui non si accorgono o almeno non si
          disperano affatto di una vita sempre uniforme, e di una perfetta inazione, è la stessa
          immaginazione ugualmente ricca e varia, e la soprabbondanza delle sensazioni che ne
          deriva, la quale gl’immerge senza che se n’avvedano in una specie di <foreign lang="fre"
            rend="italic">rêve</foreign>, come i fanciulli quando son soli ec. cosa continuamente
          inculcata dalla Staël, laddove i settentrionali non avendo tal sorgente di occupazione
          interna atta a consolarli, per necessità ricorrono all’esterna, e divengono attivissimi.
          2. la profondità della mente, <pb ed="aut" n="177"/> e la facoltà di penetrare nei più
          intimi recessi del vero dell’astratto ec. quantunque non sia loro ignota a cagione della
          loro sottigliezza, prontezza e penetrazione, (che rende loro più facile il concepimento e
          la scoperta del vero, laddove agli altri bisogna più fatica, e perciò spesso sbagliano con
          tutta la profondità) contuttociò non è il loro forte, e per lo contrario forma tutta
          l’occupazione e quindi l’infelicità dei settentrionali colti (osservate perciò la
          frequenza de’ suicidi in Inghilterra) i quali non hanno cosa che li distragga dalla
          considerazione del vero. E quantunque paia che l’immaginazione anche appresso loro sia
          caldissima originalissima ec. tuttavia quella è piuttosto filosofia e profondità, che
          immaginazione, e la loro poesia piuttosto metafisica che poesia, venendo più dal pensiero
          che dalle illusioni. E il loro sentimentale è piuttosto disperazione che consolazione. E
          la poesia antica perciò appunto non è stata mai fatta per loro; perciò appunto hanno gusti
          tutti differenti, e si compiacciono degli enti allegorici, delle astrazioni ec. (v. p.
          154.) perciò appunto sarà sempre vero che la nostra è propriamente la patria della poesia,
          e la loro quella del pensiero. (V. p. 143-144.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dopo che la natura ha posto nell’uomo una inclinazione illimitata al piacere, è rimasta
          libera di fare che questa o quella cosa fosse considerata come piacere. Perciò le cagioni
          per cui una cosa è piacevole, sono indipendenti dalla sovresposta teoria, dipendendo
          dall’arbitrio della natura il determinare in qual cosa dovessero consistere i piaceri, e
          conseguentemente quali particolari dovessero esser l’oggetto della sopraddetta
          inclinazione dell’uomo. Esclusi quei piaceri che ho annoverati poco sopra (p. 172. segg.),
          i quali sono piaceri, non perch’è piaciuto alla natura di volerli tali indipendentemente
          dalla inclinazione dell’uomo al piacere, ma solamente o principalmente per questo, che
          l’uomo desidera <pb ed="aut" n="178"/> illimitatamente il piacere. Del resto la virtù, i
          piaceri corporali, quelli della curiosità (v. se vuoi Montesquieu nel luogo citato p. 170.
          qui sopra) (giacchè, come ho detto, per piacere intendo e vanno intese tutte le cose che
          l’uomo desidera) ec. ec. sono piaceri perchè la natura ha voluto, e potevano non essere
          con tutta la inclinazione dell’uomo al piacere, come l’idea assoluta che l’uomo ha della
          convenienza non è ragione perchè queste o quelle cose gli paiano convenienti, e belle. E
          dei piaceri altri sono comuni, altri particolari di questa o quella nazione, altri di
          questa o quella classe d’uomini, come i piaceri appartenenti all’avarizia all’ambizione
          ec. , altri anche individuali, secondo le assuefazioni, le opinioni, le costituzioni
          corporali, i climi ec. come l’idea rispettiva della bellezza dipende dalle assuefazioni
          costumi opinioni ec. (V. Montesquieu l. c. De la sensibilité. p. 392.) E la natura ha
          posto nell’uomo diverse qualità delle quali altre si sviluppano necessariamente, altre o
          si sviluppano o restano chiuse e inattive secondo le circostanze. E di queste seconde
          altre la natura voleva, o non proibiva che si sviluppassero, altre non voleva, e
          sviluppandosi, rendono l’uomo infelice. E la cagione per cui le ha poste nell’uomo non
          volendo che sviluppassero, starà nel sistema profondo della natura, e probabilmente si
          potrebbe scoprire, se non ci fermassimo adesso sul generale. Secondo queste diverse
          qualità, l’uomo trova piacevoli diverse cose, e l’uomo incivilito prova diversi piaceri
          dal primitivo, e sentirà dei piaceri che il primitivo non provava, e non proverà molti di
          quelli che il primitivo provava. E perciò dall’esserci ora piacevole una cosa il cui
          piacere dipenda dal nostro eccessivo incivilimento, non deduciamo che questo era voluto
          dalla natura. E se ora <pb ed="aut" n="179"/> p. e. l’eccessiva curiosità del vero ci
          proccura molti piaceri quando arriviamo a conoscerlo, non perciò dobbiamo stimare che la
          natura ci volesse così curiosi, nè che questi piaceri sieno naturali, nè che l’uomo
          naturale ne avesse gran vaghezza, o non sapesse benissimo contenersi in questo desiderio,
          nè per conseguenza che l’infelicità dell’uomo fosse necessaria, e provenga dalla natura
          assoluta dell’uomo, quando proviene dalla nostra rispettiva e corrotta. Perchè molte
          circostanze che hanno sviluppato in noi questa o quella qualità non erano volute dalla
          natura, e provengono dall’uomo e non da lei. Del resto atteso la detta teoria de’
            <emph>piaceri particolari</emph>, potrebbe anche essere che l’idea dell’infinito, la
          maraviglia e qualcuna delle cose piacevoli che ho annoverate come tali a cagione solamente
          dell’inclinazione nostra al piacere, fossero piacevoli anche indipendentemente da questa;
          e la ragione fosse l’arbitrio della natura, come negli altri piaceri. Mi sembra però che
          la ragione della loro piacevolezza sia bastantemente spiegata nel modo che ho fatto, e che
          tutti i loro accidenti possano cadere sotto quelle considerazioni.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’infinità della inclinazione dell’uomo al piacere è un’infinità materiale, e non se ne
          può dedur nulla di grande o d’infinito in favore dell’anima umana, più di quello che si
          possa in favore dei bruti nei quali è naturale ch’esista lo stesso amore e nello stesso
          grado, essendo conseguenza immediata e necessaria dell’amor proprio, come spiegherò poco
          sotto. Quindi nulla si può dedurre in questo particolare dalla inclinazione dell’uomo
          all’infinito, e dal sentimento della nullità delle cose (sentimento non naturale
          nell’uomo, e che perciò non si trova nelle bestie, come neanche nell’uomo <pb ed="aut"
            n="180"/> primitivo, ed è nato da circostanze accidentali che la natura non voleva). E
          il desiderio del piacere essendo una conseguenza della nostra esistenza per se, e per ciò
          solo infinito, e compagno inseparabile dell’esistenza come il pensiero, tanto può servire
          a dimostrare la spiritualità dell’anima umana, quanto la facoltà di pensare. Anzi è
          notabile come quel sentimento che pare a prima giunta la cosa più spirituale dell’animo
          nostro (v. p. 106-107.), sia una conseguenza immediata e necessaria (nella nostra
          condizione presente) della cosa più materiale che sia negli esseri viventi cioè dell’amor
          proprio e della propria conservazione, di quella cosa che abbiamo affatto comune coi
          bruti, e che per quanto possiamo comprendere può parer propria in certo modo di tutte le
          cose esistenti. Certamente non c’è vita senza amor di se stesso, e amor della vita. Quanto
          poi alla facoltà che ha l’immaginazione nostra di concepire un certo infinito, un piacere
          che l’anima non possa abbracciare, cagione vera per cui l’infinito le piace, quanto dico a
          questa facoltà, la quale è indipendente dalla inclinazione al piacere, e stava in arbitrio
          della natura di darcela o non darcela, giudichi ciascuno quanto possa provare in favore
          della nostra grandezza. Io per me credo 1. che la natura l’abbia posta in noi solamente
          per la nostra felicità temporale, che non poteva stare senza queste illusioni. 2. osservo
          che questa facoltà è grandissima nei fanciulli, primitivi, ignoranti, barbari ec. Quindi
          congetturo e mi par ben verisimile che esista anche nelle bestie in un certo grado, e
          relativamente a certe idee, come son quelle dei fanciulli ec. 3. considero che la ragione,
          la quale si vuole avere per fonte della nostra grandezza, e cagione della nostra
          superiorità sopra gli altri animali, qui non ha che far niente, se non per <pb ed="aut"
            n="181"/> distruggere; per distruggere quello che v’ha di più spirituale nell’uomo,
          perchè non c’è cosa più spirituale del sentimento nè più materiale della ragione, giacchè
          il raziocinio è un’operazione matematica dell’intelletto, e materializza e geometrizza
          anche le nozioni più astratte. 4. che le illusioni sono anzi affatto naturali, animali,
          atti dell’uomo e non umani secondo il linguaggio scolastico, ed appartenenti all’istinto,
          il quale abbiamo comune cogli altri animali, se non fosse affogato dalla ragione.
          Applicate queste considerazioni a quello che soglion dire gli scrittori religiosi, che il
          non poter noi trovarci mai soddisfatti in questo mondo, i nostri slanci verso un infinito
          che non comprendiamo, i sentimenti del nostro cuore, e cose tali che appartengono
          veramente alle illusioni, formino una delle principali prove di una vita futura.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutto il sopraddetto intorno alla teoria del piacere è un nuovo argomento del quanto si
          potrebbe semplificare la teoria dell’uomo e delle cose, (v. p. 53.) e del come il sistema
          intero della natura si aggiri sopra pochissimi principii i quali producono gl’infiniti e
          variatissimi effetti che vediamo, e stabiliti i quali, si direbbe che la natura ha avuto
          poco da faticare, perchè le conseguenze ne son derivate necessariamente e come
          spontaneamente. I fenomeni dell’animo umano notati dai moderni psicologi perderebbero
          tutta la maraviglia, la quale deriva ordinariamente dall’ignoranza della relazione e
          dipendenza che hanno gli effetti particolari colle cause generali. P. e. quei fenomeni che
          ho analizzati e spiegati di sopra, derivano immediatamente da un principio notissimo, che
          è l’amor del piacere. E questo amor del piacere è <pb ed="aut" n="182"/> una conseguenza
          spontanea dell’amor di se e della propria conservazione. Questo è un principio anche più
          noto e universale, e quasi finale. Tuttavia quantunque la natura potesse separar queste
          due cose, esistenza e amor di lei, e perciò l’amor proprio sia una qualità posta da lei
          arbitrariamente nell’essere vivente, a ogni modo la nostra maniera di concepir le cose
          appena ci permette d’intendere come una cosa che è, non ami di essere, parendo che il
          contrario di questo amore, sarebbe come una contraddizione coll’esistenza — Perciò l’amor
          proprio si può considerare ancor esso (nella natura quale la vediamo) come una conseguenza
          dell’esistere, e questo in certo modo anche negli esseri inanimati. Ora discendiamo.
          Esistenza. amore dell’esistenza (quindi della conservazione di lei, e di se stesso) — amor
          del piacere (è una conseguenza immediata dell’amor proprio, perchè chi si ama,
          naturalmente è determinato a desiderarsi il bene che è tutt’uno col piacere, a volersi
          piuttosto in uno stato di godimento che in uno stato indifferente o penoso, a volere il
          meglio dell’esistenza ch’è l’esistenza piacevole, invece del peggio, o del mediocre ec.) —
          amore dell’infinito ec. colle altre qualità considerate di sopra. Così queste qualità che
          paiono disparatissime e particolarissime vengono dirittamente dal principio generale
          dell’amor proprio, e tanto necessariamente e materialmente, che si può dire che la natura,
          dato che ebbe all’uomo l’amor proprio, e secondo la nostra maniera di concepire, data che
          gli ebbe l’esistenza, non ebbe da far altro, e le dette qualità (delle quali ci facciamo
          tanta maraviglia), senza opera sua, vennero da loro.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="183"/> Conseguito un piacere, l’anima non cessa di desiderare il piacere,
          come non cessa mai di pensare, perchè il pensiero e il desiderio del piacere sono due
          operazioni egualmente continue e inseparabili dalla sua esistenza. (12-23. Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Noi supponiamo sempre negli altri una grande e straordinaria penetrazione per rilevare i
          nostri pregi veri o immaginari che sieno, e profondità di riflessione per considerarli,
          quando anche ricusiamo di riconoscere in loro queste qualità rispetto a qualunque altra
          cosa. (23. Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La speranza non abbandona mai l’uomo in quanto alla natura. Bensì in quanto alla ragione.
          Perciò parlano stoltamente quelli che dicono (<bibl>gli autori della <title lang="fre"
              >Morale universelle</title> t. 3.</bibl>) che il suicidio non possa seguire senza una
          specie di pazzia, essendo impossibile senza questa il rinunziare alla speranza ec. Anzi
          tolti i sentimenti religiosi, è una felice e naturale, ma vera e continua pazzia, il
          seguitar sempre a sperare, e a vivere, ed è contrarissimo alla ragione, la quale ci mostra
          troppo chiaro che non v’è speranza nessuna per noi. (23. Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Se nella giornata tu hai veduto o fatto qualche cosa non ordinaria per te, la sera
          nell’addormentarti o per qualunque altra cagione, e in qualunque stato, chiudendo gli
          occhi, ti vedi subito innanzi, non dico al pensiero, ma alla vista, le immagini sensibili
          di quello che hai veduto. E ciò quando anche tu pensi a tutt’altro, e neanche ti ricordi
          più di quello che avevi veduto forse molte ore addietro, nel quale intervallo ti sarai
          dato a tutte altre occupazioni. In maniera <pb ed="aut" n="184"/> che questa vista,
          quantunque appartenga intieramente alle facoltà dell’anima, e in nessun modo ai sensi,
          tuttavia non dipende affatto dalla volontà, e se pure appartiene alla memoria, le
          appartiene, possiamo dire esternamente, perchè tu in quel punto neanche ti ricordavi delle
          cose vedute, ed è piuttosto quella vista che te le richiama alla memoria, di quello che la
          stessa memoria te le richiami al pensiero. Effettivamente molte volte neanche pensandoci
          apposta, ci ricorderemmo di alcune cose, che all’improvviso ci vengono in immagine viva e
          vera dinanzi agli occhi. E notate che ciò accade senza nessun motivo e nessuna occasione
          presente, che tocchi nella memoria quel tasto, perchè del rimanente molte volte accade che
          una leggerissima circostanza, quasi movendo una molla della nostra memoria, ci richiami
          idee e ricordanze anche lontanissime, senza nessuno intervento della volontà, e senza che
          i nostri pensieri d’allora ci abbiano alcuna parte.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Più volte m’è accaduto di addormentarmi con alcuni versi o parole in bocca, ch’io avrò
          ripetute spesso dentro la giornata, o dentro qualche ora prima del sonno, o vero coll’aria
          di qualche cantilena in mente; dormire pensando o sognando tutt’altro, e risvegliarmi
          ripetendo fra me gli stessi versi o parole, o colla stess’aria nella fantasia. Pare che
          l’anima nell’addormentarsi deponga i suoi pensieri e immagini d’allora, come deponiamo i
          vestimenti, in un luogo alla mano e vicinissimo, affine di ripigliarli, subito svegliata.
          E questo pure senza operazione della volontà. Parimente s’io dentro la giornata aveva
          letto per un certo tempo del greco o latino o francese o italiano elegante ec. quando la
          mia memoria era più pronta, (perchè ora <pb ed="aut" n="185"/> che nello svegliarmi la
          trovo ottusissima, non mi accade così facilmente) mi risvegliava con varie frasi di quelle
          lingue in mente, e quasi parlando quelle lingue fra me, non ostante che nel sonno, nessuna
          idea me le avesse richiamate. Questo pure involontariamente. E così si può dire di cento
          altre idee d’ogni sorta, che al risvegliarti si presentano spontaneamente affatto. (24.
          Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Qualunque cosa ci richiama l’idea dell’infinito è piacevole per questo, quando anche non
          per altro. Così un filareo un viale d’alberi di cui non arriviamo a scoprire il fine.
          Questo effetto è come quello della grandezza, ma tanto maggiore quanto questa è
          determinata, e quella si può considerare come una grandezza incircoscritta. Ci piacerà
          anche più quel viale quanto sarà più spazioso, più se sarà scoperto, arieggiato e
          illuminato, che se sarà chiuso al di sopra, o poco arieggiato, ed oscuro, almeno quando
          l’idea di una grandezza infinita che ci deve presentare deriva da quella grandezza che
          cade sotto i sensi, e non è opera totalmente dell’immaginazione, la quale come ho detto,
          si compiace alcune volte del circoscritto, e di non vedere più che tanto per potere
          immaginare ec. (25. Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In ordine alle donne, diceva taluno, ho già perdute due virtù teologali, la fede e la
          speranza. Resta l’amore, cioè la terza virtù, della quale per anche non mi posso
          spogliare, con tutto che non creda nè speri più niente. Ma presto mi verrà fatto, e allora
          finalmente mi appiglierò alla contrizione. (25. Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="186"/> La ragione che reca Montesquieu (<bibl>
            <title lang="fre">Essai sur le goût. Des plaisirs de la symétrie</title>
          </bibl>) perchè l’anima amando la varietà, tuttavia <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">dans la plupart des choses elle aime à voir une espèce
              de symétrie</foreign>
          </quote>, il che sembra che <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">renferme quelque contradiction</foreign>
          </quote>, non mi capacita. <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Une des principales causes des plaisirs de notre ame,
              lorsqu’elle voit des objets, c’est la facilité qu’elle a à les appercevoir; et la
              raison qui fait que la symétrie plaît à l’ame, c’est qu’elle lui épargne de la peine,
              qu’elle la soulage, et qu’elle coupe, pour ainsi dire, l’ouvrage par la moitié. De-là
              suit une règle générale: par-tout où la symétrie est utile à l’ame et peut aider ses
              fonctions, elle lui est agréable; mais, par-tout où elle est inutile, elle est fade,
              parce qu’elle ôte la variété. Or les choses que nous voyons successivement doivent
              avoir de la variété; car notre ame n’a aucune difficulté à les voir: celles, au
              contraire, que nous appercevons d’un coup d’oeil doivent avoir de la symétrie. Ainsi,
              comme nous appercevons d’un coup d’oeil la façade d’un bâtiment, un parterre, un
              temple, on y met de la symétrie, qui plaît à l’ame par la facilité qu’elle lui donne
              d’embrasser d’abord tout l’objet</foreign>
          </quote>. Ora io domando perchè noi vedendo una campagna, un paesaggio dipinto o reale ec.
          d’un colpo d’occhio come un <emph>parterre</emph>, e gli oggetti di quella e di questa
          vista, essendo i medesimi, noi vogliamo in quella la varietà, e in questa la simmetria. E
          perchè ne’ giardini inglesi parimente la varietà ci piaccia <pb ed="aut" n="187"/> in
          luogo della simmetria. La ragion vera è questa. I detti piaceri, e gran parte di quelli
          che derivano dalla vista, e tutti quelli che derivano dalla simmetria, appartengono al
          bello. Il bello dipende dalla convenienza. La simmetria non è tutt’uno colla convenienza
          ma solamente una parte o specie di essa, dipendente essa pure dalle opinioni gusti ec. che
          determinano l’idea delle proporzioni, corrispondenze, ec. La convenienza relativa dipende
          dalle stesse opinioni gusti, ec. Così che dove il nostro gusto indipendentemente da
          nessuna cagione innata e generale, giudica conveniente la simmetria, quivi la richiede,
          dove no non la richiede, e se giudica conveniente la varietà, richiede la varietà. E
          questo è tanto vero, che quantunque si dica comunemente che la varietà è il primo pregio
          di una prospettiva campestre, contuttociò essendo relativo anche questo gusto, si
          troveranno di quelli che anche nella prospettiva campestre amino una certa simmetria, come
          i toscani che sono avvezzi a veder nella campagna tanti giardini. E così noi per
          l’assuefazione amiamo la regolarità dei vigneti, filari d’alberi, piantagioni solchi ec.
          ec. e ci dorremmo della regolarità di una catena di montagne ec. Che ha che far qui
          l’utile o l’inutile? perchè quando sì, quando no negli oggetti della stessa natura? perchè
          in queste persone sì, in quelle no? Di più quegli stessi alberi che ci piacciono collocati
          regolarmente in una piantagione, ci piaceranno ancora collocati senz’ordine in una selva,
          boschetto ec. La simmetria e la varietà, gli effetti dell’arte e quelli della natura, sono
          due generi di bellezze. Tutti <pb ed="aut" n="188"/> due ci piacciono, ma purchè non sieno
          fuor di luogo. Perciò l’irregolarità in un’opera dell’arte ci <foreign lang="fre"
            rend="italic">choque</foreign> ordinariamente (eccetto quando sia pura imitazione della
          natura, come ne’ giardini inglesi) perchè quivi si aspetta il contrario; e la regolarità
          ci dispiace in quelle cose che si vorrebbero naturali, non parendo ch’ella convenga alla
          natura, quando però non ci siamo assuefatti come i toscani.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Notate che ne’ pazzi i più malinconici e disperati, è naturalissimo e frequente un riso
          stupido e vuoto, che non viene da più lontano che dalle labbra. Vi prenderanno per la mano
          con guardatura profondissima, e nel lasciarvi vi diranno <emph>addio</emph> con un sorriso
          che parrà più disperato e più pazzo della stessa disperazione e pazzia. Cosa però
          notabilissima anche nei savi ridotti alla intiera disperazione della vita, e massimamente
          dopo concepita una risoluzione estrema, che li fa riposare appunto in questa estremità
          d’orrore, e li placa, come già sicuri della vendetta sopra la fortuna e se stessi. (26.
          Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nessun dolore cagionato da nessuna sventura, è paragonabile a quello che cagiona una
          disgrazia grave e irrimediabile, la quale sentiamo ch’è venuta da noi, e che potevamo
          schivarla, in somma al pentimento vivo e vero.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Così il bene come il male aspettato sono ordinariamente più grandi che il bene o il male
          presente. La cagione di tutte due le cose è la stessa, cioè l’immaginazione determinata
          dall’amor proprio occupato nel primo caso dalla speranza, nel secondo dal timore.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Perchè una cosa non piacevole per se stessa, tuttavia <pb ed="aut" n="189"/> piaccia
          quando riesce inaspettata, in somma da che derivi il piacere della sorpresa considerata
          puramente come sorpresa, si spiega colla teoria della noia esposta di sopra in questi
          pensieri. Perchè l’uomo prova piacere ogni volta ch’è mosso potentemente, purchè non dal
          timore o dal male. Perchè poi il piacere inaspettato riesca ordinariamente maggiore
          dell’aspettato, si spiega parte colla detta ragione, parte con quella che ho notata, p.
          73. E <bibl>v. se vuoi <author>Montesquieu</author>
            <title lang="fre">Essai sur le goût. Des plaisirs de la surprise</title>. Amsterdam
            1781. p. 386. <foreign lang="fre">Du je ne sais quoi. p. 394. progression de la
            surprise</foreign> p. 398.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’affettazione ordinariamente è madre dell’uniformità. Da ciò viene che sazia ben presto.
          In tutti gli scritti di un gusto falso e affettato, come in tante poesie straniere, come
          nelle poesie orientali, osservate che voi sentirete sempre un senso di monotonia, come
          guardando quelle figure gotiche che dice <bibl>
            <author>Montesquieu</author>, l. c. <foreign lang="fre">des Contrastes</foreign> p.
          383</bibl>. E questo quando anche il poeta o lo scrittore abbia cercato la varietà a più
          potere. Ragioni. 1. L’arte non può mai uguagliare la ricchezza della natura, anzi vediamo
          quante varietà svaniscano quando l’arte se ne impaccia, come nei caratteri e costumi e
          opinioni dell’uomo e in tutto il gran sistema della natura umana già pieno di varietà, sia
          nelle idee e nell’immaginazione sia nel materiale, ed ora dall’arte reso tanto uniforme.
          Così dunque l’affettazione. 2. L’affettazione continua è una uniformità da se sola, cioè
          in quanto è una qualità continua dell’opera d’arte. Non dite che in questo caso anche la
          naturalezza continua dovrebbe riuscire uniforme. 1. la naturalezza non risalta nè stanca
            <pb ed="aut" n="190"/> nè dà negli occhi come l’affettazione (ch’è una qualità estranea
          alla cosa), eccetto s’ella pure fosse ricercata e affettata, nel qual caso non è più
          naturalezza ma affettazione, come spessissimo nelle dette poesie. 2. la naturalezza appena
          si può chiamar qualità o maniera, non essendo qualità o maniera estranea alle cose, ma la
          maniera di trattar le cose naturalmente, e com’elle sono, vale a dire in mille
          diversissime maniere, laonde le cose sono varie nella poesia, nello scrivere, in qualunque
          imitazion vera, come nella realtà. Applicate queste osservazioni anche alle arti, p. e. ai
          paesaggi fiamminghi paragonati a quelli del Canaletto veneziano (v. la Dionigi Pittura de’
          paesi), alle stampe di Alberto Duro, dove lo stento e l’accuratezza manifesta del taglio
          dà un colore uguale e monotono alla più gran varietà di oggetti imitati nel resto
          eccellentemente e variatissimamente. Così accade che la negligenza apparente, e
          l’abbandono, lasciando cader tutte le cose nella scrittura come cadono naturalmente (o in
          pittura ec.) sia certa origine di varietà, e quindi non istanchi come le altre qualità
          della scrittura ec. p. e. anche l’eleganza: giacchè nessuna stancherà meno della
          disinvoltura.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dalle due sopraddette ragioni intendete perchè la massima parte delle scritture e
          specialmente poesie francesi stanchino sopra modo. Il loro eterno stile di conversazione
          1. dev’essere infinitamente meno vario del naturale, come l’arte della natura. 2. dà un
          colore uniforme alle cose più varie, ed un colore ch’essendo estraneo alla cosa, risalta,
          e stanca a brevissimo andare. In fatti osservate che le poesie francesi paiono tutte d’un
          pezzo, per la grande monotonia, e il senso che producono è questo, d’una cosa dura dura e
          non pieghevole, nè adattabile <pb ed="aut" n="191"/> a niente.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il suono dello <emph>j</emph>, e <emph>ge</emph> e <emph>gi</emph> francese è un suono
          distintissimo che manca alla nostra lingua, e forma effettivamente un’altra lettera
          dell’alfabeto. Nè si può chiamare un composto di g, ed <emph>s</emph>. 1. perchè è
          distintissimo dal suono di ciascuna di queste due lettere, 2. perchè si pronunzia tutto in
          un solo istante, e non successivamente come noi italiani pronunzieremmo sgi o sghi o gsi,
          ma sibbene come il z il quale è una lettera bella e buona distintissima dalle altre, e non
          un composto di t ed s. Osservate anche le due diverse pronunzie del z l’una o l’altra
          delle quali manca io credo a parecchie nazioni, e la s schiacciata dei francesi che manca
          parimente a noi. (28. Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il primo autore delle città vale a dire della società, secondo la Scrittura, fu il primo
          riprovato, cioè Caino, e questo dopo la colpa la disperazione e la riprovazione. Ed è
          bello il credere che la corruttrice della natura umana e la sorgente della massima parte
          de’ nostri vizi e scelleraggini sia stata in certo modo effetto e figlia e consolazione
          della colpa. E come il primo riprovato fu il primo fondatore della società, così il primo
          che definitamente la combattè e maledisse, fu il redentore della colpa, cioè Gesù Cristo,
          secondo quello che ho detto p. 112.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Con quello che dice <bibl>
            <author>Montesquieu</author>, <title lang="fre">Essai sur le Goût. Des diverses causes
              qui peuvent produire un sentiment. De la sensibilité. De la délicatesse</title> p.
            389-393.</bibl> spiegate la cagione per cui c’interessino tanto le Storie romana e
          greca, i fatti cantati da Omero e da Virgilio ec. le tragedie ec. composte <pb ed="aut"
            n="192"/> sopra quegli argomenti ec. ec. E come quell’interesse non ci possa esser
          suscitato da nessun’altra storia, o poema sopra altri fatti ancorchè benissimo cantati,
          come dall’Ossian, o tragedia d’altri argomenti, quando anche appartengano alla nostra
          storia patria più immediata, come agli avvenimenti de’ bassi tempi ec. e molto meno dalle
          poesie orientali, e da cento altre belle cose volute e messe in voga dai nostri romantici,
          che di vera psicologia non s’intendono un fico. Tutto proviene dalla moltiplicità delle
          cause che producono in noi un sentimento, e sono, rispetto alle dette cose, ricordanze
          della fanciullezza, abitudine presa, fama universale di quelle nazioni e di quei poeti,
          affezionamento ancorchè involontario, continuo uso di sentirne parlare, rispetto
          venerazione ammirazione amore per quelli che ne hanno parlato, tutte ragioni la mancanza
          delle quali rende difficilissimo, e forse impossibile il fare ugualmente interessante un
          soggetto nuovo, massime in poesia, dove tutto il diletto proviene dall’interesse, e non
          può stare colla sola curiosità, o desiderio d’istruirsi ec. come nelle storie e simili. E
          v. il mio discorso sui romantici. <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Souvent notre ame se compose elle-même des raisons de
              plaisir, et elle y réussit surtout par les liaisons qu’elle met aux choses</foreign>
          </quote>. Questo e tutto l’altro che dice Montesquieu è notabilissimo, e applicabile a
          diversissimi casi e condizioni nelle quali ci riesce piacevole quello che ad altri non
          riesce, e a noi <pb ed="aut" n="193"/> stessi non riusciva in altre circostanze. P. e. fu
          un tempo non breve in cui la poesia classica non mi dava nessun piacere, e io non ci
          trovava nessuna bellezza. Fu un tempo in cui io non trovava altro studio piacevole che la
          pura e secca filologia, che ad altri par noiosissima. Fu un tempo in cui le scienze mi
          parevano studi intollerabili. E quanti nelle loro professioni trovano piaceri, che agli
          altri parranno maravigliosi, non potendo comprendere che diletto si trovi in quelle
          occupazioni! E nominatamente in quello che appartiene alle lettere e belle arti, chi non
          sa e non vede tuttogiorno che il letterato e l’artista trova piaceri incredibili e sempre
          nuovi nella lettura o nella contemplazione di questa o di quell’opera, che letta o
          contemplata dai volgari, non sanno comprendere che diascolo di gusto ci si trovi? E
          piuttosto lo troveranno in cento altre operacce di pessima lega. Con questo spiegate
          ancora la diversità de’ gusti ne’ diversi tempi, classi, nazioni, climi ec. (29. Luglio
          1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gran magistero della natura fu quello d’interrompere, per modo di dire, la vita col
          sonno. Questa interruzione è quasi una rinnovazione, e il risvegliarsi come un
          rinascimento. Infatti anche la giornata ha la sua gioventù ec. v. p. 151. Oltre alla gran
          varietà che nasce da questi continui interrompimenti, che fanno di una vita sola come
          tante vite. E lo staccare una giornata dall’altra è un sommo rimedio contro la monotonia
          dell’esistenza. Nè questa si poteva diversificare e variare maggiormente, che componendola
          in <pb ed="aut" n="194"/> gran parte quasi del suo contrario, cioè di una specie di morte.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il ritrovare e procacciare la felicità destinata dalla natura all’uomo, non è più opera
          del privato neanche per se solo. Non in società, perchè ognuno vede come ci si vive, e il
          privato non può migliorare le nostre istituzioni. Non nella vita domestica solitaria e
          primitiva, perchè i piaceri suoi non possono più cadere in persone disingannate ed
          esaurite nella immaginazione. Il dare al mondo distrazioni vive, occupazioni grandi,
          movimento, vita; il rinnuovare le illusioni perdute ec. ec. e opera solo de’ potenti.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La politica non deve considerar solamente la ragione, ma la natura, dico la natura vera e
          non artefatta nè alterata. Il codice de’ Cristiani in quante cose si scosta dalla fredda
          ragione per accostarsi alla natura! Esempio poco o nulla imitato dai legislatori moderni.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Oltre che il virtuoso è per l’ordinario sconosciuto e non voluto conoscere e confessare
          dalla moltitudine che è formata dai tristi, tale è la misera condizione dell’uomo in
          società, e dell’intrigo delle circostanze, ch’egli è sovente sconosciuto e pigliato per
          tutt’altro, anche dagli altri pochissimi virtuosi. Io mi sono abbattuto a dovere stimare
          ed amare due persone di rettissimo cuore, che per alcuni incontri datisi tra loro, si
          stimavano scambievolmente con intima persuasione, pessimi di carattere e di cuore. Tant’è,
          noi giudichiamo del carattere degli uomini dal modo nel quale si sono portati verso noi o
          perchè credessero di dovere, e anche dovessero portarsi così, o arbitrariamente, o per
          forza di congiunture, o anche per colpa. E il <pb ed="aut" n="195"/> più scellerato del
          mondo, se non ci avrà nociuto, e per qualunque motivo, avrà avuto occasione di
          beneficarci, anche semplicemente di trattarci bene, di mostrarcisi affabile manieroso
          rispettoso ec. basterà questo perch’egli nell’animo nostro abbia un posto non cattivo, ed
          anche di uomo onesto. E quando anche l’intelletto ripugni, il cuore e la fantasia ne
          terranno sempre questo concetto. Questa dovrebb’essere regola generale per qualunque senta
          dir bene o male di chicchessia. Se quegli che parla, parla per altrui relazione, o se
          parla di mala fede può avere altri motivi. Ma tolti questi due casi, ordinariamente nella
          vita privata, tu devi supporre che quegli che ti parla ha ricevuto bene o male da quella
          tal persona, e da tutto il suo discorso non credere di restare informato se non di questo.
          (31. Luglio 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gli uomini sono come i cavalli. Per tenergli in dovere e farsi stimare bisogna sparlare
          bravare minacciare e far chiasso. Bisogna adoperar l’espediente di quelle monache del
          Tristram Shandy. (1 Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Sebbene è spento nel mondo il grande e il bello e il vivo, non ne è spenta in noi
          l’inclinazione. Se è tolto l’ottenere, non è tolto nè possibile a togliere il desiderare.
          Non è spento nei giovani l’ardore che li porta a procacciarsi una vita, e a sdegnare la
          nullità e la monotonia. Ma tolti gli oggetti ai quali anticamente si era rivolto questo
          ardore, vedete a che cosa li debba portare e li porti effettivamente. L’ardor giovanile,
          cosa naturalissima, universale, importantissima, una volta entrava grandemente nella
          considerazione <pb ed="aut" n="196"/> degli uomini di stato. Questa materia vivissima e di
          sommo peso, ora non entra più nella bilancia dei politici e dei reggitori, ma è
          considerata appunto come non esistente. Frattanto ella esiste ed opera senza direzione
          nessuna, senza provvidenza, senza esser posta a frutto (opera perchè quantunque tutte le
          istituzioni tendano a distruggerla, la natura non si distrugge, e la natura in un vigor
          primo freschissimo e sommo com’è in quell’età) e laddove anticamente era una materia
          impiegata e ordinata alle grandi utilità pubbliche, ora questa materia così naturale, e
          inestinguibile, divenuta estranea alla macchina e nociva, circola e serpeggia e divora
          sordamente come un fuoco elettrico, che non si può sopire nè impiegare in bene nè impedire
          che non iscoppi in temporali in tremuoti ec. (1. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 164. pensiero primo, aggiungi. Se tu vedi un fanciullo, una donna, un vecchio
          affaticarsi impotentemente per qualche operazione in cui la loro debolezza impedisca loro
          di riuscire, è impossibile che tu non ti muova a compassione, e non proccuri, potendo,
          d’aiutarli. E se tu vedi che tu dai incomodo o dispiacere ec. ad uno il quale soffre senza
          poterlo impedire, sei di marmo, o di una irriflessione bestiale, se ti dà il cuore di
          continuare.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Anche gli uomini già sazi della lode, e persuasi della loro fama che non guadagna per le
          espressioni particolari di questo o di quello, sono sensibili alla lode che riguarda
          qualche pregio diverso da quelli per cui sono famosi. E però, eccetto le persone avvezze a
          essere adulate in ogni cosa, nessuno diviene indifferente alla lode in <pb ed="aut"
            n="197"/> genere, ma alla lode di quelle tali sue qualità. Di più la lode più cara è
          spesso quella che cade sopra una cosa nella quale tu desideri, ma dubiti o stimi di non
          esser lodevole, o che altri non ti abbia per tale.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dice Diogene Laerzio di Chilone che <foreign lang="grc">προσέταττε.... 'ισχυρὸν ὄντα
            πρᾷον εἶναι, ὅπως οἱ πλησίον αἰδῶνται μᾶλλον ἢ φοβῶνται</foreign>. E questo precetto si
          deve estendere, massimamente oggidì in tanta propagazione dell’egoismo, a tutti i vantaggi
          particolari di cui l’individuo può godere. Perchè se tu sei bello non ti resta altro mezzo
          per non essere odiosissimo agli uomini che un’affabilità particolare, e come una certa
          noncuranza di te stesso, che plachi l’amor proprio altrui offeso dall’avvantaggio che tu
          hai sopra di loro, o anche dall’uguaglianza. Così se tu sei ricco, dotto, potente ec.
          Quanto maggiore è l’avvantaggio che tu hai sopra gli altri, tanto più per fuggir l’odio,
          t’è necessaria una maggiore amabilità, e quasi dimenticanza e disprezzo di te stesso in
          faccia agli altri, perchè tu devi medicare una cagione d’odio che tu hai in te stesso e
          che gli altri non hanno: una cagione assoluta, che ti fa odioso per se sola, senza che tu
          sia nè ingiusto nè superbo nè ec. Ed era questa una cosa notissima agli antichi, tanto
          persuasi della odiosità dei vantaggi individuali, che ne credevano invidiosi gli stessi
          dei, e nella prosperità avevano cura dell’<foreign lang="lat" rend="italic">invidiam
            deprecari</foreign> tanto divina che umana, e quindi un <pb ed="aut" n="198"/> seguito
          non interrotto di felicità li rendeva paurosi di gravi sciagure. <bibl>V. <author>Frontone</author>
            <title>de Bello Parthico</title>.</bibl> (4. Agosto 1820.). V. p. 453. capoverso ult.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Montesquieu (<bibl>
            <title lang="fre">Essai sur le Goût. Du je ne sais quoi</title>
          </bibl>) fa consistere la grazia e il non so che, principalmente nella sorpresa, nel dar
          più di quello che si prometta ec. In questa materia della grazia così astrusa nella teoria
          delle arti, come quella della grazia divina nella teologia, noterò 1. L’effetto della
          grazia non è di sublimar l’anima, o di riempierla, o di renderla attonita come fa la
          bellezza, ma di scuoterla, come il solletico scuote il corpo, e non già fortemente come la
          scintilla elettrica. Bensì appoco appoco può produrre nell’anima una commozione e un
          incendio vastissimo, ma non tutto a un colpo. Questo è piuttosto effetto della bellezza
          che si mostra tutta a un tratto, e non ha successione di parti. E forse anche per questo
          motivo accade quello che dice Montesquieu, che le grandi passioni di rado sono destate
          dalle grandi bellezze, ma ordinariamente dalla grazia, perchè l’effetto della bellezza si
          compie tutto in un attimo, e all’anima dopo che s’è appagata di quella vista non rimane
          altro da desiderare nè da sperare, se però la bellezza non è accompagnata da spirito,
          virtù ec. Al contrario la grazia ha successione di parti, anzi non si dà grazia senza
          successione. Quindi veduta una parte, resta desiderio e speranza delle altre. 2. Perciò la
          grazia ordinariamente consiste nel movimento: e diremo così, la bellezza è nell’istante, e
          la grazia nel tempo. Per movimento intendo anche tutto quello che spetta alla parola. 3.
          Veramente non è grazia <pb ed="aut" n="199"/> tutto quello ch’è sorpresa. Già si sa quante
          sorprese non abbiano che far colla grazia, ma anche in punto di donne, e di bello, la
          sorpresa non è sempre grazia. Ponete una bellissima donna mascherata, o col viso coperto,
          e supponete di non conoscerla, e ch’ella improvvisamente vi scopra il viso, e che quella
          bellezza vi giunga affatto inaspettata. Quest’è una bella e piacevole sorpresa, ma non è
          grazia. E per tener dietro precisamente a quello che dice Montesquieu, che la grazia
          deriva principalmente da questo che <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">nous sommes touchés de ce qu’une personne nous plaît
              plus qu’elle ne nous a paru d’abord devoir nous plaire; et nous sommes agréablement
              surpris de ce qu’elle a su vaincre des défauts, que nos yeux nous montrent et que le
              coeur ne croit plus</foreign>
          </quote>, supponete di vedere una donna o un giovane di persona disavvenente, e
          all’improvviso mirandolo in volto, trovarlo bellissimo; questa pure è sorpresa, ma non
          grazia. 4. Pare che la grazia consista in certo modo nella naturalezza, e non possa star
          senza questa. Tuttavia primieramente, siccome la natura, secondo che osserva anche
          Montesquieu, è ora più difficile a seguire, e più rara assai che l’arte, così notate che
          quelle grazie che consistono in pura naturalezza, non si danno ordinariamente senza
          sorpresa. Se tu senti o vedi un fanciullo che parla o vero opera, le sue parole e le sue
          azioni e movimenti, ti riescono sempre come straordinari, hanno un non so che di nuovo e
          d’inaspettato che ti punge, e fa una certa maraviglia, e tocca la curiosità. Così in
          qualunque altro soggetto di <foreign lang="fre" rend="italic">naïveté</foreign>. In
          secondo luogo ci sono anche delle cose non naturali, che pur sono graziose; o vero
          naturali, ma graziose non per questo che sono naturali. P. e. <pb ed="aut" n="200"/>
          alcuni difettuzzi in un viso, piacciono assai, e paiono grazie a molti. Chi s’innamora di
          un naso rincagnato (come quel Sultano di Marmontel), chi di un occhio un po’ falso ec. Un
          parlar bleso ec. a molti par grazia. E si vedono tuttogiorno, amori nati appunto da
          stranezze o difetti della persona amata. Così nello spirito e nel morale. Il primo amore
          dell’Alfieri fu per una giovane di una certa <emph>protervia che mi faceva</emph>,
          dic’egli, <emph>moltissima forza</emph>. E di questo genere si potrebbero annoverare
          infinite cose che paiono graziosissime e destano fiamma in questo o in quello, e ad altri
          parranno tutto il contrario. Così un viso di quel genere che chiamano
          <emph>piccante</emph>, vale a dire imperfetto, e irregolare, fa ordinariamente più fortuna
          di un viso regolare e perfetto. Par cosa riconosciuta che la grazia appartenga piuttosto
          al piccolo che al grande, e che se al grande conviene la maestà, la bellezza, la forza ec.
          la grazia e la vivacità non gli possa convenire. Questo in qualsivoglia cosa, e
          astrattamente parlando, uomini, statue, manifatture, poesie ec. ec. ec. <quote>
            <emph>Un piccolin si mette Di buona grazia in tutto</emph>
          </quote> dice il Frugoni. Ed è cosa ordinaria di chiamar graziosa una persona piccola, e
          spesso in maniera come se piccolezza fosse sinonimo di grazia. 5. Da queste cose deducete
          che in somma la definizione della grazia non si può dare, e Montesquieu non l’ha data,
          benchè paia crederlo, e bisogna sempre ricorrere al non so che. Perchè 1. se la sorpresa è
          spesso compagna della grazia, è certo che questa è ben diversa dalla sorpresa, cioè perchè
          una cosa sia graziosa, non basta che sorprenda, bisogna che sia di quel tal genere, <pb
            ed="aut" n="201"/> e questo genere che cos’è? 2. non la sola naturalezza, come abbiamo
          veduto; non il perfetto, anzi spesso il difettoso, l’irregolare, e lo straordinario; non
          tutto l’imperfetto, l’irregolare, e lo straordinario, com’è manifesto: che cosa dunque? 3.
          Concedo che spesso il sentimento della grazia contenga sorpresa, ma non è grazioso per
          questo che sorprende, altrimenti tutto il sorprendente sarebbe grazioso, ma perch’è un
          certo non so che. 4. Quel modo in cui Montesquieu spiega questo non so che nelle parole
          riportate di sopra, non sussiste se non in alcuni casi. Un viso piccante ed irregolare
            <foreign lang="fre" rend="italic">nous plaît</foreign> veramente <foreign lang="fre"
            rend="italic">d’abord</foreign> e senz’altro, e qui non c’entra l’aver saputo vincere il
          difetto ec. Si vede ch’esso stesso contiene propriamente in se una qualità piacevole
          distinta da tutto il resto. È vero che un viso irregolare piace con una certa sorpresa, ma
          quel che piace non è solamente nè principalmente la sorpresa, altrimenti un viso mostruoso
          piacerebbe di più. Applicate queste considerazioni agli altri esempi riportati di sopra,
          in tutti i quali non ha che far niente il dare più di quello che si prometta, o non è la
          cagion principale ed intima di quel tal piacere, ma piuttosto estrinseca e accidentale. 5.
          Il grazioso è relativo come il bello, cioè ad uno sì, a un altro no ec. L’esperienza lo
          mostra, che come non c’è tipo della bellezza, così neanche della grazia. E quantunque paia
          che l’idea della naturalezza debba essere universale, tuttavia non è, e presso noi passano
          per naturali infinite cose che sono tutt’altro, e ai villani parranno naturali e graziose
          cento maniere che a noi parranno grossolane ec. Così secondo le diverse nazioni costumi
          abitudini opinioni ec. Non che la natura non abbia le sue maniere <pb ed="aut" n="202"/>
          proprie, certe e determinate, ma succede qui come nel bello. Un cavallo scodato, un cane
          colle orecchie tagliate, è contro natura, una donna coi pendenti infilzati nelle orecchie,
          un uomo colla barba tagliata ec. eppur piacciono. Molto più discordano i gusti intorno
          alla grazia indipendente dalla naturalezza. 6. Quantunque questo non so che, non si possa
          definire, se ne possono notare alcune qualità 1.<hi rend="apice">mo</hi> Spessissimo la
          semplicità è fonte, o proprietà della grazia. 2.<hi rend="apice">do</hi>. Quantunque la
          grazia ordinarissimamente consista nell’azione, tuttavia può stare qualche volta anche
          senza questa, come appunto molte grazie derivanti dalla semplicità, p. e. nelle opere di
          belle arti, nell’abito di una pastorella, citato anche da Montesquieu come grazioso,
          insieme colle pitture di Raffaello e Correggio. Anche un viso piccante ma non bello, si
          può dire che contenga questo non so che, e punga, senza bisogno di azione, come p. e.
          veduto in un ritratto, quantunque d’ordinario prenda risalto dal movimento. 3. <hi
            rend="apice">zo</hi>. La naturalezza non è la sola fonte della grazia, e pure non c’è
          grazia, dove c’è affettazione. Il fatto è che quantunque una cosa non sia graziosa per
          questo ch’è naturale, tuttavia non può esser graziosa se non è, o non par naturale, e il
          minimo segno di stento, o di volontà, ec. ec. basta per ispegnere ogni grazia. Dico, se
          non pare, perchè le grazie della poesia, del discorso, delle arti ec. per lo più paiono
          naturali e non sono. 4. <hi rend="apice">to</hi> La piccolezza abbiamo veduto come abbia
          che far colla grazia. 5. <hi rend="apice">to</hi> Lo svelto, il leggero, parimente ha che
          far colla grazia. E notate che i movimenti molli e leggeri di una persona di taglio
          svelto, sono graziosi senza sorpresa, giacchè non è strano che i moti di una tal persona
          sieno facili e leggeri. Bensì muovono una certa maraviglia o ammirazione <pb ed="aut"
            n="203"/> diversa dalla sorpresa, la quale nasce dall’inaspettato, o dall’aspettazione
          del contrario. Così la maraviglia prodotta dalle belle arti, con tutto che appartenga al
          bello, non ha che far colla grazia. 6. <hi rend="apice">to</hi> L’effetto della grazia
          ordinariamente è quello che ho detto, di scuotere e solleticare e pungere, puntura che
          spesso arriva dirittamente al cuore, come se tu vedi due occhi furbi di una donna rivolti
          sopra di te, nel qual caso la scossa si può paragonare anche all’elettrica. Ma in quella
          grazia che spetta p. e. alla semplicità pare che se l’effetto è di solleticare, non sia di
          pungere, e forse si può fare su questa considerazione una distinzione di due grazie, l’una
          piccante, l’altra molle, insinuante, <emph>glissante</emph> dolcemente nell’anima. E forse
          la prima si chiama più propriamente il non so che. 7. <hi rend="apice">mo</hi> La vivacità
          ha che far colla prima specie di grazia. Ma con tutto ciò la vivacità non è grazia. 8. <hi
            rend="apice">vo</hi> Nei cibi parimente si dà una certa grazia, ora della prima, ora
          anche della seconda specie. Quelli che chiamano <foreign lang="fre" rend="italic"
          >ragoûts</foreign> appartengono alla prima. E qui pure discordano i gusti infinitamente.</p>
        <p>In somma non saprei che dire. Si potrebbe conchiudere che la grazia consiste in un certo
          irritamento nelle cose che appartengono al bello e al piacere. Così si verrebbe ad
          escludere un viso mostruoso ec. e dall’altra parte, il piacere troppo spiccato e
          sfacciato, come quello della bellezza, dei godimenti corporali, del desiderio soddisfatto;
          potendo la grazia chiamarsi piuttosto uno stuzzica-appetito, che una soddisfazione di
          esso. (4-9. Agosto 1820.).</p>
      </div1>
      <div1 n="204 – 420">
        <p>L’affettazione nuoce anche alla maraviglia, capital cagione del diletto nelle arti.
          Primieramente il conoscere il proposito toglie <pb ed="aut" n="204"/> la sorpresa. Poi, e
          questo è il principale, non vedi somma difficoltà in una figura somigliantissima al vero,
          ma stentata. Oltre che lo stento detrae al vero, perchè non appartiene al vero se non la
          naturalezza, non è maraviglia, che con fatica ti sia riuscito, quello che volevi. E non è
          maraviglia che tu facci una cosa volendo, come che tu la facci, senza che gli altri si
          accorgono che tu l’abbi voluto. E non è difficile il fare una cosa difficile,
          difficilmente, ma in modo che paia facile. Così c’è il contrasto fra la nota difficoltà
          della cosa, e l’apparente difficoltà del modo. L’affettazione toglie il contrasto ec. ec.
            <bibl>V. se vuoi <author>Montesquieu</author>, <title lang="fre">Essai sur le
            goût</title>. Amsterdam 1781. <title>du je ne sais quoi</title>. p. 396 397.</bibl> (9.
          Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In proposito di quello che ho detto p. 197. io so di una donna desiderosa di concepire
          che bastonava fieramente una cavalla pregna, dicendo, tu gravida e io no. L’invidia e
          l’odio altrui per le felicità che hanno, cade ordinariamente sopra quei beni che noi
          desideriamo di avere e non abbiamo, o de’ quali vorremmo esser gli unici o i principali
          possessori ed esempi. Sopra gli altri beni non è cosa ordinaria l’invidia, ancorchè sieno
          beni grandissimi. Del resto quantunque l’invidia riguardi per lo più i nostri simili, coi
          quali solamente sogliamo entrare in competenza, nondimeno si vede che il furore di questa
          passione può condurre all’invidia e all’odio anche delle altre cose. (10. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutti i caratteri principali dello spirito antico, che si trovano in Omero, e negli altri
          greci e latini, si trovano anche <pb ed="aut" n="205"/> in Ossian, e nella sua nazione. Lo
          stesso pregio del vigor del corpo, della giovanezza, del coraggio, di tutte le doti
          corporali. La stessa divinizzazione della bellezza. Lo stesso entusiasmo per la gloria e
          per la patria. In somma tutti i beati distintivi di una civilizzazione che sta nel suo
          vero punto fra la natura e la ragione. Del resto, pietà filiale, e paterna, e tutti gli
          altri sentimenti doverosi e naturali, hanno fra i caledoni tutta la loro forza. Il divario
          tra i greci ed Ossian consiste principalmente in una malinconia generata dalle disgrazie
          particolari, e non dalla disperante filosofia, ma più propriamente e generalmente dal
          clima. Questa cagione non solo si conosce ma si sente nell’Ossian, e perciò rende la sua
          malinconia molto inferiore a quella dei meridionali, Petrarca, Virgilio, ec. nei quali si
          conosce e sente anche una potenza di allegria, come pure in Omero ec. cosa necessaria alla
          varietà, all’ampiezza della poesia composta di diversissimi generi, e quasi anche al
          sentimento.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ossian prevedeva il deterioramento degli uomini e della sua nazione. V. Cesarotti
          osservazione ultima al poemetto della guerra di Caroso. Ma certo quando egli diceva ec.
          (v. gli ultimi versi d’esso poemetto) non prevedeva che la generazione degl’imbelli si
          dovesse chiamar civile, e barbara la sua, e le altre che la somigliarono.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Oste</emph> albergatore, ed anche ospite, ossia albergato, appresso gli antichi
          italiani. V. la Crusca. <foreign lang="lat" rend="italic">Hostis</foreign> aveva appunto
          questa seconda significazione appresso gli antichi latini. V. il Forcellini. <pb ed="aut"
            n="206"/> Ed ecco una parola latina disusata ai tempi di Cicerone, ricomparisce nei
          principii della nostra lingua. E forse <foreign lang="lat" rend="italic">hostis</foreign>
          avrà avuto anche il significato di albergatore, come oste oggidì, e come <foreign
            lang="lat" rend="italic">hospes</foreign> ed <emph>ospite</emph> in latino ed in
          italiano hanno lo stesso doppio senso di albergatore e albergato. (10. Agosto 1820.).
            <emph>Straniero</emph> ossia <emph>ospite</emph> si prendeva per <emph>nemico</emph>
          anche nell’antica lingua celtica. <bibl>V. <author>Cesarotti</author> note al
              <title>Fingal</title>, Canto primo. Bassano 1789. t. <hi rend="sc">i</hi>. p.
          17</bibl>. E così appoco appoco si sarà cambiato il significato di <foreign lang="lat"
            rend="italic">hostis</foreign>, cioè considerando lo straniero come nemico.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Cleobulo dice Diog. Laerz. <quote>
            <foreign lang="grc">συνεβούλευε.... γυναικὶ</foreign> (<foreign lang="lat"
            >uxori</foreign>) <foreign lang="grc">μὴ φιλοφρονεῖσθαι μηδὲ μάχεσθαι ἀλλοτρίων παρόντων
              τὸ μὲν γὰρ ἄνοιαν, τὸ δὲ μανίαν σημαίνει</foreign>
          </quote>. V. p. 233.</p>
        <p>Il medesimo, <quote>
            <foreign lang="grc">μὴ ἐπιγελᾷν τοῖς σκωπτομένοις ἀπεχθήσεσθαι γὰρ τούτοις</foreign>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In proposito di quello che ho detto p. 68. nel pensiero, <emph>Guardate</emph>, Chilone,
          dice il Laerz. <quote>
            <foreign lang="grc">προσέταττε.... λέγοντα μὴ κινεῖν τὴν χεῖρα · μανικὸν γὰρ</foreign>
          </quote>. <bibl>V. la nota d’ <author>Is. Casaubono</author> al Laerz. <title>Vit.
              Polemon.</title> l. 4. segm.16.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La grazia propriamente non ha luogo se non nei piaceri che appartengono al bello. Una
          novità, un racconto curioso, una nuova piccante, tutto quello che punge o muove o
          solletica la curiosità, sono irritamenti piacevoli ma non hanno che far colla grazia. E
          quelli che appartengono ai cibi, o a qualunque altro piacere parimente, somigliano alla
          grazia, e possono esserne esempi, ma non confondersi con lei. Perciò la grazia va definita
          semplicemente, un irritamento nelle cose che appartengono al bello, tanto sensibile,
          quanto intellettuale, come il bello poetico ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="207"/> Le grazie della lingua sono più che mai relative a quelle persone
          che la intendono perfettamente ec. e non mai assolute. Così le grazie attiche, toscane ec.
          forse più graziose per gli altri italiani che per gli stessi toscani, a cagione di una
          certa sorpresa ec. ma poco o nulla agli stranieri.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Oggidì è cosa molto ordinaria che un uomo veramente singolare e grande si distingua al di
          fuori per un volto o un occhio assai vivo, ma del resto per un corpo esilissimo e
          sparutissimo e anche difettoso. Pope, Canova, Voltaire, Descartes, Pascal. Tant’è: la
          grandezza appartenente all’ingegno non si può ottenere oggidì senza una continua azione
          logoratrice dell’anima sopra il corpo, della lama sopra il fodero. Non così anticamente,
          dove il genio e la grandezza era più naturale e spontanea, e con meno ostacoli a
          svilupparsi, oltre la minor forza della distruttrice cognizione del vero inseparabile
          oggidì dai grandi talenti, e il maggior esercizio del corpo riputato cosa nobile e
          necessaria, e come tale usato anche dalle persone di gran genio, come Socrate ec. E
          Chilone uno de’ sette savi non credeva alieno dalla sapienza il consigliare come faceva,
            <foreign lang="grc">εὖ τὸ σῶμα ἀσκεῖν</foreign> (Laerz.), e questo consiglio si trova
          registrato fra i documenti della sua sapienza. In particolare poi quanto alla politica,
          oggidì l’uomo di stato si può dir che sia come l’uomo di lettere, sempre occupato alle
          insaluberrime fatiche del gabinetto. Ma nelle antiche repubbliche chi aspirava agli affari
          civili, e nella sua giovanezza fortificava necessariamente il corpo cogli esercizi la
          milizia ec. senza i quali sarebbe stato quasi infame; e lo stesso esercizio della politica
          era pieno di azione corporale, trattandosi di agire col popolo, clienti, impegni ec. ec.
          Così anche la vita di qualunque altro uomo di genio era sempre piena di azione
          nell’esercizio stesso delle sue facoltà. <pb ed="aut" n="208"/> Esempio ne può essere
          Omero, secondo quello che si racconta della sua vita, viaggi ec. Di Cicerone che tanto
          incredibilmente affaticò la mente e la penna, e che nacque di quell’ingegno e natura unica
          che ognun sa, niun dice che fosse di corpo, non che infermiccio, ma gracile, le quali
          qualità oggi s’hanno per segni caratteristici, e condizioni indispensabili de’ talenti non
          pur sommi ma notabili, e massime di chi avesse coltivato e occupato tanto la mente negli
          studi letterari e nello scrivere, come Cicerone anzi per una metà. Quel che dico di
          Cicerone può dirsi di Platone, e di quasi tutti i grandissimi ingegni e laboriosissimi
          letterati e scrittori antichi. <bibl>V. però <author>Plutarco</author>
            <title>Vita di Cic.</title> (11. Agosto 1820.). V. p. 233. capoverso 3.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La grazia appena io credo che possa esser concepita dai francesi con idea vera. Certo i
          loro scrittori non la conoscono. Lo confessa pienamente <bibl>
            <author>Thomas</author>
            <title>Essai sur les Éloges</title> ch. 9.</bibl> Infatti manca loro <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">cette sensibilité tendre et pure</foreign>
          </quote>, cioè inaffettata e naturale (l’avrebbero per natura, ma la società non vuole che
          la conservino: l’avevano i loro antichi scrittori) e <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">cet instrument facile et souple</foreign>
          </quote> vale a dire una lingua come la greca e l’italiana. Vedi senza fallo quel passo di
          Thomas. (13. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non solamente il bello ma forse la massima parte delle cose e delle verità che noi
          crediamo assolute e generali, sono relative e particolari. L’assuefazione è una seconda
          natura, e s’introduce quasi insensibilmente, e porta o distrugge delle qualità
          innumerabili, che acquistate o perdute, ci persuadiamo ben presto di non potere avere, o
          di non poter non avere, e ascriviamo a leggi eterne e immutabili, a sistema naturale, a
          Provvidenza ec. l’opera del caso e delle circostanze accidentali e arbitrarie. Aggiungete
          all’assuefazione, le opinioni i climi i temperamenti corporali o spirituali, e
          persuadetevi che molto ma molto poche verità sono assolute e inerenti al sistema delle
          cose. Oltre all’indipendenza da queste verità che può trovarsi in altri sistemi di cose.
          (13. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In somma dal detto qui sopra e da mille altre <pb ed="aut" n="209"/> cose che si
          potrebbero dire, si deduce quanto giustamente i moderni ideologisti abbiano abolite le
          idee innate. Archelao diceva secondo Diogene Laerzio che <foreign lang="grc">τὸ δίκαιον
            καὶ τὸ αἰσχρὸν</foreign> non è determinato dalla natura ma dalla legge. E così la legge
          naturale ancora potrà esser considerata come un sogno. Abbiamo si può dire innata l’idea
            <emph>astratta</emph> della convenienza, ma quali cose si convengano in morale,
          appartiene alle idee relative. Considerate la morale dei diversi popoli, massimamente
          barbari. E mettetevi nello stato primitivo dell’uomo. Vedrete che il far male agli altri
          per vostro bene non vi ripugna. Il vostro simile in natura non è una cosa così
          inviolabile, come credete. L’uomo solitario e selvaggio fa mondo da se, e il suo simile è
          come un’altra fiera del bosco. Bensì l’uomo è naturalmente più inclinato al suo simile,
          come rispettivamente le altre bestie. Ma anche il leone combatte col leone, e il toro col
          toro per li suoi diletti e vantaggi. Ho detto p. 178. che la natura ha poste negli esseri
          diverse qualità che si sviluppano o no, secondo le circostanze. P. e. la facoltà di
          compatire. In natura è molto meno operosa. Ma non è già propria del solo uomo. In casa mia
          v’era un cane che da un balcone gittava del pane a un altro cane sulla strada. V. quello
          che racconta il Magalotti di una cagna nelle Lettere sull’Ateismo. In natura si ristringe
          a quegli esseri che ci toccano più da vicino. Così gli uccelli coi loro figliuolini,
          vedendoseli rapire ec. Se vedranno un <pb ed="aut" n="210"/> altro uccello della specie
          loro, travagliato o moribondo, non se ne daranno pensiero. Secondo lo sviluppo delle
          diverse qualità per le diverse circostanze, è nata la legge detta naturale. Il rubare
          l’altrui non ripugna assolutamente alla natura. Costume degli Spartani. Differenze dalle
          leggi antiche alle moderne. La società non è già propria del solo uomo. Le formiche la
          fanno per trasportar pesi. Le api hanno anche un governo. In somma considerando la natura
          dell’uomo e delle cose, si vedrà che tolte alcune idee astratte e indeterminate, ossia non
          applicate, ma da applicarsi, tutto il resto è relativo, e dipende dalle circostanze, e che
          negli altri esseri come nell’uomo ci sono diverse qualità ingenite che sviluppandosi o no,
          ci fanno poi giudicare vanamente della somiglianza assoluta della nostra razza colle
          altre. (14. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Diciamo male che il tal desiderio è stato soddisfatto. Non si soddisfanno i desideri,
          conseguito che abbiamo l’oggetto, ma si spengono, cioè si perdono ed abbandonano per la
          certezza acquistata di non poterli mai soddisfare. E tutto quello che si guadagna
          conseguito l’oggetto desiderato, è di conoscerlo intieramente. (14. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come l’amore così l’odio si rivolge principalmente sopra i nostri simili, nè si desidera
          mai così intensamente la vendetta di una bestia come di un nemico. E notate: quando altri
          ci abbia fatto del male non volendo, tuttavia il risentimento che <pb ed="aut" n="211"/>
          ne proviamo è maggiore che per una bestia la quale volendo ci abbia fatto un maggior male.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 196. capoverso primo, aggiungi. Ci commuove molto più una rondinella che vede
          strapparsi i suoi figli, e si travaglia impotentemente a difenderli, di quello che una
          tigre, o altra tal fiera nello stesso caso. <bibl>V. <author>Virg.</author>
            <title>Georg.</title> 4.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Qualis populea moerens philomela sub umbra</foreign>
          </quote> ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È curioso che si riprenda (dagli stranieri particolarmente) Michelangelo per aver troppo
          voluto dimostrare la sua scienza anatomica nelle scolture, e si dia per regola di
          nasconder sempre questa scienza nell’arte dello scolpire o del dipingere, ed esser meglio
          ignorarla affatto che ostentarla (come si dice, mi pare, di Raffaello, che non si curò di
          studiarla); e che frattanto gli stranieri massimamente non sieno mai così contenti come
          quando hanno inzeppato le loro poesie di tecnicismi, di formole, di nozioni astratte e
          metafisiche, di psicologia, d’ideologia, di storia naturale, di scienza, di viaggi, di
          geografia, di politica, e d’erudizione, scienza, arte, mestiero d’ogni sorta. E mentre non
          vogliono l’erudizione antica, lodano e abusano vituperosamente della moderna. (15. Agosto
          1820.). Vedi la p. 238. capoverso 8.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A proposito di quello che ho detto p. 152. pens. ult. notate che l’immaginazione dei
          fanciulli ha ordinariamente tutte due queste qualità, ma l’una, cioè la fecondità, in
          maggior grado. E perciò come sono facili a fissarsi in un’idea, così anche a distrarsi,
          nel mezzo di un discorso, dello studio, di qualsivoglia occupazione onde si suol dire che
          i fanciulli non sono buoni allo studio non solo pel poco intelletto, ma perchè son pieni
          di distrazioni. <pb ed="aut" n="212"/> Giacchè la loro fantasia ha gran facilità di
          staccarsi subito da un oggetto per attaccarsi a un altro. Eccetto alcuni fanciulli
          d’immaginazione destinata a grandi cose, e a fargli infelici quando saranno maturi, la
          profondità della quale li fissa fortemente in questa o in quella idea, ordinariamente
          paurosa o dolorosa, e li tormenta nella stessa fanciullezza, com’è accaduto a me. Ed è
          notabile come questa profondità della immaginazione li renda gelosissimi del metodo e del
          consueto, fuor del quale non trovano pace, spaventandosi dello straordinario, e contando
          per disgrazia insopportabile l’aver tralasciato di fare una cosa loro solita ec. Es. di
          Pietrino, e mio. Del resto l’effetto della immaginazione dei fanciulli qual sia, v. p.
          172. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Domandava una donna (un cortigiano) a un viaggiatore, avendogli a dire una cosa poco
          piacevole; volete ch’io vi parli sinceramente? Rispose il viaggiatore, anzi ve ne prego.
          Noi altri viaggiatori cerchiamo le rarità. (16. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La soprabbondanza della immaginazione è quella che tormenta i fanciulli detti qui sopra,
          e perciò in luogo di cercarla nello straordinario, cercano di spegnerla o addormentarla
          col metodo. Cosa che accade anche agli uomini. V. il carattere di Lord Nelvil nella
            <title>Corinna</title>. (16. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’irritamento della grazia è piacevole come un irritamento corporale nel gusto nel tatto,
          ec. E come una maggiore irritabilità e dilicatezza del palato, fibre <pb ed="aut" n="213"
          /> ec. rende più suscettibili e di più fino discernimento rispetto a questi irritamenti
          corporali, così nella grazia riguardo allo spirito. <bibl>V. se vuoi
            <author>Montesquieu</author> l. più volte cit. <title lang="fre">De la
            délicatesse</title>
          </bibl>. Che se l’effetto rispettivo della grazia de’ due sessi è molto maggiore di un
          irritamento, la cagione non è la sola grazia, come non la sola bellezza negli stessi casi.
          Ma la grazia irrita allora una parte sensibilissima dell’uomo, che è l’inclinazione
          scambievole all’uno de’ due sessi, la quale svegliata e infiammata produce effetti che la
          grazia per se, ed in qualunque altro caso non produrrebbe, quando anche fosse in molto
          maggior grado. Così nella pittura farà molto più effetto la grazia di una donna ec. che di
          un uomo, la grazia anche di un uomo, che quella di un bel cavallo, perchè sempre la
          inclinazione che abbiamo ai nostri simili viene ad essere stuzzicata naturalmente più da
          quello che da questo oggetto. Lo stesso dite di una pianta rispetto a un cavallo dipinto o
          scolpito, o di un edifizio dipinto, sebbene in questo caso agisce molto la considerazione
          in cui noi prendiamo quell’oggetto, cioè di opera umana, e perciò forse più efficace in
          noi. Del resto tutto il medesimo accade in materia del bello. (17. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le illusioni per quanto sieno illanguidite e smascherate dalla ragione, tuttavia restano
          ancora nel mondo, e compongono la massima parte della nostra vita. E non basta conoscer
          tutto per perderle, ancorchè sapute vane. E perdute una volta, nè si perdono in modo che
          non ne resti <pb ed="aut" n="214"/> una radice vigorosissima, e continuando a vivere,
          tornano a rifiorire in dispetto di tutta l’esperienza, e certezza acquistata. Io ho veduto
          persone savissime, espertissime, piene di cognizioni di sapere e di filosofia,
          infelicissime, perdere tutte le illusioni, e desiderar la morte come unico bene, e
          augurarla ancora come tale, agli amici loro: poco dopo, bensì svogliatamente, ma tuttavia
          riconciliarsi colla vita, formare progetti sul futuro, impegnarsi per alcuni vantaggi
          temporali di quegli stessi loro amici ec. Nè poteva più essere per ignoranza o non
          persuasione certa e sperimentale della nullità delle cose. Ed a me pure è avvenuto lo
          stesso cento volte, di disperarmi propriamente per non poter morire, e poi riprendere i
          soliti disegni e castelli in aria intorno alla vita futura, e anche un poco di allegria
          passeggera. E quella disperazione e quel ritorno, non avevano cagion sufficiente di
          alternarsi, giacchè la disperazione era prodotta da cause che duravano quasi intieramente
          nel tempo ch’io riprendeva le mie illusioni. Tuttavia qualche piccolo motivo di
          consolarmi, bastava all’effetto, ed è cosa indubitata <emph>che le illusioni svaniscono
            nel tempo della sventura</emph>, (e perciò è verissimo, e l’ho provato anch’io, che chi
          non è stato mai sventurato, non sa nulla. Io sapeva, perchè oggidì non si può non sapere,
          ma quasi come non sapessi, e così mi sarei regolato nella vita.) e ritornano dopo che
          questa è passata, o mitigata dal tempo e dall’assuefazione. Ritornano con più o meno forza
          secondo le circostanze, il carattere, il temperamento corporale, e le qualità spirituali
          tanto ingenite come acquisite. Quasi tutti gli scrittori di vero e squisito sentimentale,
          dipingendo la disperazione e lo scoraggiamento totale della vita, hanno cavato i colori
          dal proprio cuore, e dipinto uno stato nel quale <pb ed="aut" n="215"/> essi stessi
          appresso a poco si sono trovati. Ebbene? con tutta la loro disperazione passata, con tutto
          che scrivendo sentissero vivamente la natura e la forza di quelle acerbe verità e passioni
          che esprimevano, anzi dovessero proccurarsene attualmente una intiera persuasione ec. per
          potere rappresentare efficacemente quello stato dell’uomo, e per conseguenza sentissero ed
          avessero quasi per le mani il nulla delle cose, tuttavia si prevalevano del sentimento
          stesso di questo nulla per mendicar gloria, e quanto più era vivo in loro il sentimento
          della vanità delle illusioni, tanto più si prefiggevano e speravano di conseguire un fine
          illusorio, e col desiderio della morte vivamente sentito, e vivamente espresso, non
          cercavano altro che di proccurarsi alcuni piaceri della vita. E così tutti i filosofi che
          scrivono e trattano le miserabili verità della nostra natura e ch’essendo privi
          d’illusioni in fondo, non cercano poi altro veramente col loro libro che di crearsi, e
          godersi alcuni illusorii vantaggi della vita (<bibl>v. <author>Cic.</author>
            <title>pro Archia</title> c. 11.</bibl>) Tant’è: la natura è così smisuratamente più
          forte della ragione, che ancorchè depressa e indebolita oltre a ogni credere, pure gli
          resta abbastanza per vincere quella sua nemica, e questo negli stessi seguaci suoi, e in
          quello stesso momento in cui la predicano e la divulgano; anzi con questo stesso predicare
          e divulgar la ragione contro la natura, la danno vinta alla natura sopra la ragione. <pb
            ed="aut" n="216"/> L’uomo non vive d’altro che di religione o d’illusioni. Questa è
          proposizione esatta e incontrastabile: Tolta la religione e le illusioni radicalmente,
          ogni uomo, anzi ogni fanciullo alla prima facoltà di ragionare (giacchè i fanciulli
          massimamente non vivono d’altro che d’illusioni) si ucciderebbe infallibilmente di propria
          mano, e la razza nostra sarebbe rimasta spenta nel suo nascere per necessità ingenita, e
          sostanziale. Ma le illusioni, come ho detto, durano ancora a dispetto della ragione e del
          sapere. È da sperare che durino anche in progresso: ma certo non c’è più dritta strada a
          quello che ho detto, di questa presente condizione degli uomini, dell’incremento e
          divulgamento della filosofia da una parte, la quale ci va assottigliando e disperdendo
          tutto quel poco che ci rimane; e dall’altra parte della mancanza positiva di quasi tutti
          gli oggetti d’illusione, e della mortificazione reale, uniformità, inattività, nullità ec.
          di tutta la vita. Le quali cose se ridurranno finalmente gli uomini a perder tutte le
          illusioni, e le dimenticanze, a perderle per sempre, ed avere avanti gli occhi
          continuamente e senza intervallo la pura e nuda verità, di questa razza umana non
          resteranno altro che le ossa, come di altri animali di cui si parlò nel secolo addietro.
          Tanto è possibile che l’uomo viva staccato affatto dalla natura, dalla quale sempre più ci
          andiamo allontanando, quanto che un albero tagliato dalla radice fiorisca e fruttifichi.
          Sogni <pb ed="aut" n="217"/> e visioni. A riparlarci di qui a cent’anni. Non abbiamo
          ancora esempio nelle passate età, dei progressi di un incivilimento smisurato, e di un
          snaturamento senza limiti. Ma se non torneremo indietro, i nostri discendenti lasceranno
          questo esempio ai loro posteri, se avranno posteri. (18-20. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ripetono tutto giorno i francesi che Bossuet ha soggiogato la sua lingua al suo genio. Io
          dico che il suo genio è stato soggiogato dalla lingua costumi gusti del suo paese. I
          francesi che scrivono sempre come conversano, timidissimi per conseguenza, o piuttosto
          codardi, come dev’esser quella nazione presso cui un tratto di ridicolo scancella
          qualunque più grave e seria impressione, e fa più romore degli affari e pericoli di Stato,
          si maravigliano d’ogni minimo ardire, e stimano sforzi da Ercole quelli che in Italia e
          nel resto d’Europa sono soltanto deboli argomenti d’ingegno robusto, libero, inventore e
          originale. E per una parte hanno ragione, perchè l’osar poco in Francia, dove la regola è
          di <foreign lang="fre" rend="italic">vivre et faire comme tout monde</foreign>, costa
          assai più che l’osar molto altrove. Ma in fatti poi cercando in Bossuet questo grande
          ardire, e questa robustissima eloquenza, trovate piuttosto impotenza che forza, e vedrete
          che appena alzato si abbassa. Questo senza fallo è il <pb ed="aut" n="218"/> sentimento
          ch’io provo sempre leggendolo; appena mi ha dato indizio di un movimento forte, sublime, e
          straordinario, ed io son tutto sulle mosse per seguitarlo, trovo che non c’è da far altro,
          e ch’egli è già tornato a <foreign lang="fre" rend="italic">parler comme tout le
          monde</foreign>. Cosa che produce una grande pena e disgusto e secchezza nella lettura.
          Questo non ha che fare colle inuguaglianze proprie dei grandi geni. Nessun genio si ferma
          così presto come Bossuet. Si vede propriamente ch’egli è come incatenato, e fa sforzi più
          penosi che grandiosi per liberarsi. E il lettore prova appunto questo medesimo stato. E
          perciò volendo convenire che Bossuet sia stato veramente un genio, bisogna confessare che
          tentando di domar la sua lingua e la sua nazione, n’è stato domato. Me ne appello a tutti
          gli stranieri e italiani. Se non che la voce di tutta la Francia ha tanta forza, che forma
          il giudizio d’Europa. E il ridirsi è quasi impossibile. Sicchè queste parole intorno a
          Bossuet sieno dette inutilmente. (20. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non è cosa così dispiacevole come il vedere uno scrittore dopo intrapreso un gran
          movimento, immagine, sublimità ec. mancar come di fiato. È cosa che in certo modo
          rassomiglia agli sforzi impotenti di chi si vede che vorrebbe esser grande, bello ec.
          nello scrivere, e non può. Ma questa è più ridicola, quella più penosa. In Bossuet
          l’incontri a ogni momento. Una grande spinta; credi che seguiterà l’impulso, ma è già
          finito. Quando anche <pb ed="aut" n="219"/> il seguito del suo parlare sia forte magnifico
          ec. non è più fuoco naturale, ma artifiziale, e preso dai soliti luoghi. Lascio quando
          Bossuet non ha niente di vita neppur momentanea, e queste lagune sono immense e
          frequentissime. Perchè se la morale ch’egli sempre predica è sublime, sono sublimità
          ordinarie, e appartengono al consueto stile degli oratori, non hanno che fare
          coll’entusiasmo proprio e presente. Ma tu vorresti ch’egli esaurisse l’affetto ec. Non mi
          state a insegnare quello che tutti sanno. Dall’eccesso al difetto ci corre un gran
          divario. Ed è contro natura che un uomo quando si è abbandonato all’entusiasmo, ritorni in
          calma, appena incominciata l’agitazione. E non c’è cosa più dispettosa che l’essere
          arrestato in un movimento vivo e intrapreso con tutte le forze dell’animo o del corpo.
          Leggendo i passi più vivi di Bossuet il passaggio istantaneo e l’alternativa continua e
          brusca del moto brevissimo, e della quiete perfetta, vi fa sudare, e travagliare. Si
          accerti lo scrittore o l’oratore, che finattanto che non si stancano le sue forze naturali
          (non dico artifiziali ma naturali) nemmeno il lettore o uditore si stanca. E fino a quel
          punto non tema di peccare in eccesso. Il quale anzi è forse meno penoso del difetto, in
          quanto il lettore sentendosi stanco, lascia di seguir lo scrittore, e anche leggendo,
          riposa. Ma obbligato <pb ed="aut" n="220"/> a fermarsi prima del tempo, non può, come
          nell’altro caso, disubbidire allo scrittore, il quale per forza gli taglia le ali. In
          somma se l’eloquenza è composta di movimenti ed affetti della specie descritta, e di
          freddezze e trivialità mortali nel resto, allora Bossuet sarà veramente eloquente in mezzo
          agli eleganti del suo secolo, come dice Voltaire. (21. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si dice con ragione che al mondo si rappresenta una Commedia dove tutti gli uomini fanno
          la loro parte. Ma non era così dell’uomo in natura, perchè le sue operazioni non avevano
          in vista gli spettatori e i circostanti, ma erano reali e vere.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Della natura abbiamo tutto perduto fuorchè i vizi. Veramente molti di questi non sono
          naturali, molti sono peggiorati e accresciuti, ma molti saranno ancora primitivi, e in
          ogni modo non c’è vizio primitivo che non ci rimanga. E tanto più malvagi quanto non sono
          contemperati colle virtù e con altre qualità che la natura avea poste in noi.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La compassione spesso è fonte di amore, ma quando cade sopra oggetti amabili o per se
          stessi, o in modo che aggiunta la compassione lo possano divenire. E questa è la
          compassione che interessa e dura e si riaffaccia più volte all’anima. Maggiori calamità in
          un oggetto anche innocentissimo ma non amabile, come in persona vecchia e brutta, non
          destano che una compassione passeggera, la quale <pb ed="aut" n="221"/> finisce
          ordinariamente colla presenza dell’oggetto, o dell’immagine che ce ne fanno i racconti ec.
          (E l’anima non se ne compiace, e non la richiama.) I quali ancora bisogna che sieno ben
          vivi ed efficaci per commuoverci momentaneamente, laddove poche parole bastano per farci
          compatire una giovane e bella, ancorchè non conosciuta, al semplice racconto della sua
          disgrazia. Perciò Socrate sarà sempre più ammirato che compianto, ed è un pessimo soggetto
          per tragedia. E peccherebbe grandemente quel romanziere che fingesse dei brutti
          sventurati. Così il poeta ec. Il quale ancora in qualsivoglia caso o genere di poesia, si
          deve ben guardare dal dar sospetto ch’egli sia brutto, perchè nel leggere una bella poesia
          noi subito ci figuriamo un bel poeta. E quel contrasto ci sarebbe disgustosissimo. Molto
          più s’egli parla di se, delle sue sventure, de’ suoi amori sfortunati, come il Petrarca
          ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La vispezza e tutti i movimenti, e la struttura di quasi tutti gli uccelli, sono cose
          graziose. (21. Agosto 1820.). E però gli uccelli ordinariamente sono amabili.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quella tal compassione che ho detto per oggetti non amabili, si rassomiglia molto e
          partecipa del ribrezzo, come se noi vediamo tormentare una bestia ec. E perciò a destarla
          ci vogliono grandi calamità, altrimenti la compassione per li piccoli mali di quei tali
          oggetti, appena, o forse neppur si desta negli stessi animi ben fatti. (21. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="222"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="italic">Ses héros aiment mieux être écrasés par la foudre que de faire une
                bassesse</hi>, <hi rend="sc">et leur courage est plus inflexible que la loi fatale
                de la nécessité</hi>
            </foreign>
          </quote>. Barthélemy dove discorre di Eschilo. (22. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La lettura per l’arte dello scrivere è come l’esperienza per l’arte di viver nel mondo, e
          di conoscer gli uomini e le cose. Distendete e applicate questa osservazione, specialmente
          a quello che è avvenuto a voi stesso nello studio della lingua e dello stile, e vedrete
          che la lettura ha prodotto in voi lo stesso effetto dell’esperienza rispetto al mondo.
          (22. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dice Macchiavelli che a voler conservare un regno una repubblica o una setta, è
          necessario ritirarli spesso verso i loro principii. Così tutti i politici. <bibl>V.
              <author>Montesquieu</author>, <title>Grandeur</title> etc. ch. 8. dalla metà in
          poi</bibl>, dove parla dei Censori. <bibl>
            <author>Giordani</author>
            <title>sulle poesie di M. di Montrone</title>
          </bibl> applica questo detto alle <emph>arti imitatrici</emph>. Ai principii s’intende,
          non quando erano bambine, ma a quel primo tempo in cui ebbero consistenza. (Così anche si
          potrebbe applicare alle lingue.) Ed io dico nello stesso senso; a voler conservare gli
          uomini, cioè farli felici, bisogna richiamarli ai loro principii, vale a dire alla natura.
          — Oh pazzia. Tu non sai che la perfettibilità dell’uomo è dimostrata. — Io vedo che di
          tutte le altre opere della natura è dimostrato tutto l’opposto, cioè che non si possono
          perfezionare, ma alterandole, si può solamente corromperle, e questo principalmente per
          nostra mano. Ma l’uomo si considera quasi come fuori della natura, e non sottomesso alle
          leggi naturali che governano tutti gli esseri, e appena si riguarda come <pb ed="aut"
            n="223"/> opera della natura. — Frattanto l’uomo è più perfetto di prima. — Tanto
          perfetto che, tolta la religione, gli è più spediente il morire di propria mano che il
          vivere. Se la perfezione degli esseri viventi si misura dall’infelicità, va bene. Ma che
          altro indica il grado della loro perfezione se non la felicità? E qual altro è il fine,
          anzi la perfezione dell’esistenza? in fatto sta che oggidì pare assurdo il richiamare gli
          uomini alla natura, e lo scopo vero e costante anche dei più savi e profondi filosofi, è
          di allontanarneli sempre più, quantunque alle volte credano il contrario, confondendo la
          natura colla ragione. Ma anche non confondendola, credono che l’uomo sarà felice quando si
          regolerà intieramente secondo la pura ragione. Ed allora si ammazzerà da se stesso. (23.
          Agosto 1820.). V. p. 358.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τὴν σωματικὴν ἄσκησιν συμβάλλεσθαι πρὸς ἀρετῆς ἀνάληψιν</foreign>
          </quote>, <foreign lang="lat" rend="italic">conferre ad virtutem capessendam</foreign>,
          era insegnamento della setta Cirenaica, o sia de’ seguaci puri di Aristippo. <bibl>
            <author>Laerz.</author> in <title>Aristippo</title> l. 2. segm. 91.</bibl> (23. Agosto
          1820.).</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Μηδέν τε εἶναι φύσει δίκαιον ἢ καλὸν ἢ αἰσχρὸν, ἀλλὰ νόμῳ καὶ
            ἔθει</foreign>
          </quote>. Insegnamento della stessa setta. Ivi segm.93.(24. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Lord Byron nelle annotazioni al Corsaro (forse anche ad altre sue opere) cita esempi
          storici, di quegli effetti delle <pb ed="aut" n="224"/> passioni, e di quei caratteri
          ch’egli descrive. Male. Il lettore deve sentire e non imparare la conformità che ha la tua
          descrizione ec. colla verità e colla natura, e che quei tali caratteri e passioni in
          quelle tali circostanze producono quel tale effetto; altrimenti il diletto poetico è
          svanito, e la imitazione cadendo sopra cose ignote, non produce maraviglia, ancorchè
          esattissima. Lo vediamo anche nelle commedie e tragedie, dove certi caratteri straordinari
          affatto, benchè veri, non fanno nessun colpo. V. il discorso sui romantici, intorno agli
          altri oggetti d’imitazione. E come non produce maraviglia, così neanche affetti e
          sentimenti, e corrispondenza del cuore a ciò che si legge o si vede rappresentare. E la
          poesia si trasforma in un trattato, e l’azione sua dall’immaginazione e dal cuore passa
          all’intelletto. Effettivamente la poesia di Lord Byron sebbene caldissima, tuttavia per la
          detta ragione, la quale fa che quel calore non sia communicabile, è nella massima parte un
          trattato oscurissimo di psicologia, ed anche non molto utile, perchè i caratteri e
          passioni ch’egli descrive sono così strani che non combaciano in verun modo col cuore di
          chi legge, ma ci cascano sopra disadattamente, come per angoli e spicoli, e l’impressione
          che ci fanno è molto più esterna che interna. E noi non c’interessiamo vivamente se non
          per li nostri simili, e come gli enti allegorici, o le piante o le bestie ec. così gli
          uomini <pb ed="aut" n="225"/> di carattere affatto straordinario non sono personaggi
          adattati alla poesia. Già diceva Aristotele che il protagonista della tragedia non doveva
          essere nè affatto scellerato nè affatto virtuoso. Schernite pure Aristotele quanto volete,
          anche per questo insegnamento (come credo che abbian fatto); alla fine la vostra
          psicologia, s’è vera, vi deve ricondurre allo stesso luogo, e a ritrovare il già trovato.
          (24. Agosto 1820.). V. p. 238. pensiero 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La sola cosa che deve mostrare il poeta è di non capire l’effetto che dovranno produrre
          in chi legge, le sue immagini, descrizioni, affetti ec. Così l’oratore, e ogni scrittore
          di bella letteratura, e si può dir quasi in genere, ogni scrittore. <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Il ne paraît point chercher à vous attendrir</foreign>
          </quote>: dice di Demostene il Card. Maury <title lang="fre">Discours sur
          l’Éloquence</title>, <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">écoutez-le cependant, et il vous fera pleurer par
              réflexion</foreign>
          </quote>. E quantunque anche la disinvoltura possa essere affettata, e da ciò guasta,
          tuttavia possiamo dire iperbolicamente, che se veruna affettazione è permessa allo
          scrittore, non è altra che questa di non accorgersi nè prevedere i begli effetti che le
          sue parole faranno in chi leggerà, o ascolterà, e di non aver volontà nè scopo nessuno,
          eccetto quello ch’è manifesto e naturale, di narrare, di celebrare, compiangere ec. Laonde
          è veramente miserabile e barbaro quell’uso moderno di tramezzare tutta la scrittura o
          poesia di segnetti e <pb ed="aut" n="226"/> lineette, e punti ammirativi doppi, tripli,
          ec. Tutto il Corsaro di Lord Byron (parlo della traduzione non so del testo nè delle altre
          sue opere) è tramezzato di lineette, non solo tra periodo e periodo, ma tra frase e frase,
          anzi spessissimo la stessa frase è spezzata, e il sostantivo è diviso dall’aggettivo con
          queste lineette (poco manca che le stesse parole non siano così divise), le quali ci
          dicono a ogni tratto come il ciarlatano che fa veder qualche bella cosa; <emph>fate
            attenzione, avvertite che questo che viene è un bel pezzo, osservate questo epiteto ch’è
            notabile, fermatevi sopra questa espressione, ponete mente a questa immagine</emph> ec.
          ec. cosa che fa dispetto al lettore, il quale quanto più si vede obbligato a fare
          avvertenza, tanto più vorrebbe trascurare, e quanto più quella cosa gli si dà per bella,
          tanto più desidera di trovarla brutta, e finalmente non fa nessun caso di quella
          segnatura, e legge alla distesa, come non ci fosse. Lascio l’incredibile, continuo e
          manifestissimo stento con cui il povero Lord suda e si affatica perchè ogni minima frase,
          ogni minimo aggiunto sia originale e nuovo, e non ci sia cosa tanti milioni di volte
          detta, ch’egli non la ridica in un altro modo, affettazione più chiara del sole, che
          disgusta eccessivamente, e oltracciò stanca per l’uniformità, e per la continua fatica
          dell’intelletto necessaria a capire quella studiatissima oscurissima e perenne
          originalità. (25. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="227"/> Come le persone di poca immaginazione e sentimento non sono atte a
          giudicare di poesia, o scritture di tal genere, e leggendole, e sapendo che sono famose,
          non capiscono il perchè, a motivo che non si sentono trasportare, e non s’immedesimano in
          verun modo collo scrittore, e questo, quando anche siano di buon gusto e giudizio, così vi
          sono molte ore, giorni, mesi, stagioni, anni, in cui le stesse persone di entusiasmo ec.
          non sono atte a sentire, e ad essere trasportate, e però a giudicare rettamente di tali
          scritture. Ed avverrà spesso per questa ragione, che un uomo per altro, capacissimo
          giudice di bella letteratura, e d’arti liberali, concepisca diversissimo giudizio di due
          opere egualmente pregevoli. Io l’ho provato spesse volte. Mettendomi a leggere coll’animo
          disposto, trovava tutto gustoso, ogni bellezza mi risaltava all’occhio, tutto mi
          riscaldava, e mi riempieva d’entusiasmo, e lo scrittore da quel momento mi diventava
          ammirabile, ed io continuava sempre ad averlo in gran concetto. In questa tal
          disposizione, forse il giudizio può anche peccare attribuendo al libro ec. quel merito che
          in gran parte spetta al lettore. Altre volte mi poneva a leggere coll’animo freddissimo, e
          le più belle, più tenere, più profonde cose non erano capaci di commuovermi: per giudicare
          non mi restava altro <pb ed="aut" n="228"/> che il gusto e il tatto già formato. Ma il mio
          giudizio si ristringeva così alle cose esterne, e nelle interne a una congettura
          dell’effetto che l’opera potesse produrre in altrui. E l’opera non mi restava per
          conseguenza in grande ammirazione. E noterò ancora che alle volte un’altra persona che si
          trovava in circostanza da esser commosso, mi diceva mari e monti di quel libro, ch’egli
          leggeva nel medesimo tempo. Questa considerazione deve servire 1. a spiegare la diversità
          dei giudizi in persone ugualmente capaci, diversità che s’attribuisce sempre a tutt’altro.
          2. a non fidarsi troppo dei giudizi anche dei più competenti e di se stesso, ed introdurre
          un pirronismo necessario anche in questa parte. Il pubblico, e il tempo non vanno soggetti
          nei loro giudizi a questo inconveniente. (25. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Torno, tornio, tornire, torno torno, intorno, attorno</emph> derivano dal greco
            <foreign lang="grc">τορνόω, τορνεύω, τόρνος</foreign> ec. da <foreign lang="grc"
          >τερέω</foreign> onde anche in latino, <foreign lang="lat" rend="italic">tornus,
          tornare</foreign> ec. (26. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Uomo o uccello o quadrupede ucciso in campagna dalla grandine. V. p. 85.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il volume delle frutta de’ nostri paesi va, non esattamente, ma in genere, appresso a
          poco in ragione inversa della grandezza delle piante fruttifere. Piccoli arboscelli
          producono la zucca, il cocomero (uno in quest’anno se n’è veduto <pb ed="aut" n="229"/>
          fra noi del peso di 28 libbre), il mellone ec. : un arboscello un poco più grande produce
          il pesco, più grande la ciriegia, la mandorla, la noce, l’avellana, ec. : e finalmente la
          quercia produce la ghianda. (30. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’abuso e la disubbidienza alla legge, non può essere impedita da nessuna legge.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il sistema di Napoleone metteva in somma le sostanze dei privati inabili e inerti fra le
          mani degli abili e attivi, e il suo governo, contuttochè dispotico, perciò appunto
          conservava una vita interna, che non si trova mai ne’ governi dispotici, e non sempre
          nelle repubbliche, perchè l’uomo di talento e volontà di operare, era quasi sicuro di
          trovare il suo posto di onore e di guadagno. Al che contribuiva la moltiplicità infinita
          degl’impieghi la quale faceva che ogni uomo abile ed operoso potesse essere mantenuto e
          arricchito a spese dei privati inabili e pigri. (Oltre una certa sagacità ed equità nella
          scelta dei talenti e delle persone). E per una parte non aveva il torto, perchè il privato
          incapace e indolente, nè beneficato giova, nè maltrattato nuoce alle cose pubbliche. E ne
          seguiva che tutto il corpo che sotto qualunque governo sarebbe stato morto, si lagnasse di
          lui, e tutto quello che parte sarebbe stato vivo in qualunque circostanza, parte lo era
          per la natura e l’efficacia del suo governo, se ne lodasse. (31. Agosto 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="230"/> Dice il Casa (<bibl>
            <title>Galateo</title> c. 3.</bibl>) che <quote>
            <emph>non è dicevol costume, quando ad alcuno vien veduto per via, come occorse alle
              volte, cosa stomachevole, il rivolgersi a’ compagni, e mostrarla loro. E molto meno il
              porgere altrui a fiutare alcuna cosa puzzolente, come alcuni soglion fare, con
              grandissima istanza pure accostandocela al naso, e dicendo: Deh sentite di grazia come
              questo pute</emph>
          </quote>. Non solo dunque il piacere che si prova, ma anche alcuni incomodi (oltre i
          dolori delle sventure ec.) si vogliono quasi per naturale inclinazione partecipare agli
          altri, e questa partecipazione ci diletta, e ci dà pena il non conseguirla. Ne inferirai
          che dunque l’uomo è fatto per vivere in società. Ma io dico anzi che questa inclinazione o
          desiderio, benchè paia naturale, è un effetto della società, bensì effetto prontissimo e
          facile, perchè si dimostra anche ne’ fanciulli, e forse più spesso che negli adulti. Vedi
          p. 208. e 85. fine. (4. Settembre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Intertenere</emph> è composto di una preposizione totalmente latina <foreign
            lang="lat" rend="italic">inter</foreign>, che gl’italiani dicono <emph>tra</emph>, onde
            <emph>trattenere</emph> ch’è quasi una traduzione d’<emph>intertenere</emph>. E come
            <emph>trattenere</emph> manifesta origine italiana, così l’altro verbo si dimostra
          palesemente per derivato dal latino a noi, non essendo verisimile che gli antichi italiani
          inventassero una parola di questa forma. <emph>Interporre, intercedere, interregno</emph>,
          sono parimente derivate dall’antico latino.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="231"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἔλεγε δὲ</foreign>
          </quote> (Socrate) <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ ἓν μόνον ἀγαθὸν εἶναι, τὴν ἐπιστήμην· καὶ ἓν μόνον κακὸν, τὴν
              ἀμαθίαν</foreign>
          </quote> dice il <bibl>
            <author>Laer.</author> in <title>Socr.</title> l. 2. segm. 31</bibl>. Oggidì possiamo
          dire tutto l’opposto, e questa considerazione può servire a definire la differenza che
          passa tra l’antica e la moderna sapienza.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Omero e Dante per l’età loro seppero moltissime cose, e più di quelle che sappiano la
          massima parte degli uomini colti d’oggidì, non solo in proporzione dei tempi, ma anche
          assolutamente. Bisogna distinguere la cognizione materiale dalla filosofica, la cognizione
          fisica dalla matematica, la cognizione degli effetti dalla cognizione delle cause. Quella
          è necessaria alla fecondità e varietà dell’immaginativa, alla proprietà verità evidenza ed
          efficacia dell’imitazione. Questa non può fare che non pregiudichi al poeta. Allora giova
          sommamente al poeta l’erudizione, quando l’ignoranza delle cause, concede al poeta, non
          solamente rispetto agli altri ma anche a se stesso, l’attribuire gli effetti che vede o
          conosce, alle cagioni che si figura la sua fantasia. (5. Settembre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="italic">C’est que cela me donnera un battement de coeur, répondit-elle</hi>
              <hi rend="sc">naïvement</hi>; <hi rend="italic">et je suis si heureuse quand le coeur
                me bat!</hi>
            </foreign>
          </quote> dice Lady Morgan (<bibl>
            <title>France</title>. l. 3. 1818. t. 1 p. 218.</bibl>) di una Dama francese <pb
            ed="aut" n="232"/> e civetta. Queste <foreign lang="fre" rend="italic"
          >naïvetés</foreign> negli scrittori francesi, come p. e. nel Tempio di Gnido, contrastano
          in maniera col carattere del loro stile, della loro lingua quale è ridotta presentemente,
          (giacchè nel francese antico avrebbero fatto diversissima figura) e anche col carattere
          nazionale, che sono piuttosto affettazioni che naturalezze, e non fanno verun buono
          effetto, ma semplicemente risaltano, come una singolarità ricercata, nello stesso modo che
          p. e. nello stile greco risalterebbero le eleganze e il manierato del francese, e
          contrasterebbero col rimanente.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’origine del sentimento profondo dell’infelicità, ossia lo sviluppo di quella che si
          chiama sensibilità, ordinariamente procede dalla mancanza o perdita delle grandi e vive
          illusioni; e infatti l’espressione di questo sentimento, comparve nel Lazio col mezzo di
          Virgilio, appunto nel tempo che le grandi e vive illusioni erano svanite pel privato
          romano che n’era vissuto sì lungo tempo, e la vita e le cose pubbliche aveano preso
          l’andamento dell’ordine e della monotonia. La sensibilità che si trova nei giovani ancora
          inesperti del mondo e dei mali, sebbene tinto di malinconia, è diverso da questo
          sentimento, e promette e dà a chi lo prova, non dolore ma piacere e felicità. (6.
          settembre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="233"/> A un gran fautore della monarchia assoluta che diceva, <quote>
            <emph>La costituzione d’Inghilterra è cosa vecchia e adattata ad altri tempi, e
              bisognerebbe rimodernarla</emph>
          </quote>, rispose uno degli astanti, <quote>
            <emph>È più vecchia la tirannia</emph>
          </quote>. (7. Settembre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Al capoverso primo della p. 206. aggiungi: <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Et si elles (les Françoises) ont un amant, elles ont
              autant de soin de ne pas donner à l’heureux mortel des marques de prédilection en
              public, qu’un Anglois du bon ton de ne pas paroître amoureux de sa femme en
            compagnie</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Morgan</author>, <title>France</title>. t. 1. 1818. p. 253. liv.3.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quello che ho detto p. 207. si può aggiungere quello che dice Algarotti dell’immenso
          studio che bisogna oggidì per divenir letterato di qualche pregio nel mondo, dove non
          passa più per vero letterato chi non è enciclopedico, studio al quale solo basta appena la
          vita dell’uomo innanzi di poterlo mettere a frutto coi parti del proprio ingegno, a
          differenza del poco studio che bisognava agli antichi. (8. settembre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La compassione come è determinata in gran parte dalla bellezza rispetto ai nostri simili,
          così anche rispetto agli altri animali, quando noi li vediamo soffrire. Che poi oltre la
          bellezza, una grande e somma origine di compassione sia la differenza <pb ed="aut" n="234"
          /> del sesso, è cosa troppo evidente, quando anche l’amore non ci prenda nessuna parte. P.
          e. ci sono molte sventure reali e tuttavia ridicole, delle quali vedrete sempre ridere
          molto più quella parte degli spettatori che è dello stesso sesso col paziente, di quello
          che faccia o sia disposta o inclinata a fare l’altra parte, massimamente se questa è
          composta di donne, perchè l’uomo com’è più profondo nei suoi sentimenti, così è molto più
          duro e brutale nelle sue insensibilità e irriflessioni. E questo, tanto nel caso della
          bellezza, quanto della bruttezza o mediocrità del paziente. Del resto è così vero che le
          piccole sventure dei non belli non ci commuovono quasi affatto, che bene spesso siamo
          inclinati a riderne.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come la debolezza è un grande eccitamento alla compassione, anche rispetto ai non belli,
          così non è forse cosa tanto contraria alla compassione, quanto il veder l’impazienza del
          male, la malignità dello spirito, pronto a schernire lo stesso o altro male o difetto in
          altrui, il cattivo umore, la collera di chi soffre. E pochissima o nessuna compassione può
          sperare chi non ha sortito dalla <pb ed="aut" n="235"/> natura o acquistato dalla
          disgrazia una dolcezza e mansuetudine di carattere, almeno apparente. E questo deve servir
          di regola ai poeti ed artisti nel formare i personaggi che si vogliono compassionevoli.
          Sebbene l’eroismo, e il disprezzo del male che si soffre possa ancora produrre un buon
          effetto, contuttociò relativamente al muover la compassione non c’è miglior qualità della
          sopraddetta, qualità la quale io so per esperienza che si acquista quasi per forza
          coll’uso delle sventure, non ostante che naturalmente fossimo dominati dalla qualità
          contraria.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non è cosa tanto nemica della compassione quanto il vedere uno sventurato che non è stato
          in niente migliorato, nè ha punto appreso dalle lezioni della sventura, maestra somma
          della vita. Perchè la prosperità abbagliando e distraendo l’intelletto, è madre e
          conservatrice d’illusioni, e la sventura dissipatrice degl’inganni, e introduttrice della
          ragione e della certezza del nulla delle cose. E uno sventurato che non ha goccia di
          sentimento, che non arriva a sublimare un istante l’anima sua colla considerazione dei
          mali, che non ha acquistato nelle sue parole, almeno quando parla di se, niente di
          eloquenza e di affetto, che non mostra una certa grandezza d’animo, non per disprezzare,
          ma per nobilitare la sua sventura <pb ed="aut" n="236"/> quasi col sentimento di esserne
          indegno, e di non lasciarsene abbattere senza una magnanima compassione di se; uno
          sventurato che vi parla delle sue sventure, coll’amor proprio il più basso, col dolore il
          più egoista, e vi fa capire che egli è tanto afflitto del male che soffre, che voi non
          potreste mai arrivare (notate) ad uguagliare l’afflizion sua colla vostra compassione
          (l’uomo veramente penetrato di compassione si persuade che il paziente non sia più
          addolorato di lui, in somma non fa differenza fra il paziente e se stesso, essendo pronto
          a tutto per aiutarlo, e perciò non mette divario tra il dolore del paziente e il suo
          proprio); questo sventurato non otterrà forse un’ombra di compassione, e il suo male sarà
          dimenticato, appena saremo lontani da lui.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutto quello che ho detto in parecchi luoghi dell’affettazione dei francesi, della loro
          impossibilità di esser graziosi ec. bisogna intenderlo relativamente alle idee che le
          altre nazioni o tutte o in parte, o riguardo al genere, o solamente ad alcune
          particolarità, hanno dell’affettazione grazia ec. perchè riflette molto bene <bibl>
            <author>Morgan</author>
            <title>France</title> l. 3. t. 1 p. 257.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Il faut pourtant accorder beaucoup à la différence des
              manières nationales; et celles de la femme françoise la plus amie du naturel doivent
              porter avec elle ce qu’un Anglois, dans le premier moment, jugera une teinte
              d’affectation, jusqu’à ce que l’expérience en fasse mieux juger</foreign>
          </quote>. (9. settembre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="237"/> Anche l’affettazione è relativa, e la tal cosa parrà affettazione
          in un paese e in un altro no, in una lingua e in un’altra no, o maggiore in questa e
          minore in quella, dipendendo dalle abitudini, opinioni ec. L’espressione del sentimentale
          conveniente in Francia sarà affettata per noi, quella conveniente per noi, sarebbe parsa
          affettazione agli antichi. La grazia francese affettata per noi, non lo sarà per loro.
          Tuttavia è certo che la naturalezza ha un non so che di determinato e di comune, e che si
          fa conoscere e gustare da chicchessia, ma com’ella si conosce quando si trova, così le
          assuefazioni ec. impediscono spessissimo di essere <foreign lang="fre" rend="italic"
            >choqués</foreign> della sua mancanza, e di avvedercene. V. p. 201. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La semplicità dev’esser tale che lo scrittore, o chiunque l’adopra in qualsivoglia caso,
          non si accorga, o mostri di non accorgersi di esser semplice, e molto meno di esser
          pregevole per questo capo. Egli dev’esser come inconsapevole non solo di tutte le altre
          bellezze dello scrivere, ma della stessa semplicità. <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Homme d’une simplicité rare</foreign>
          </quote>, dice La Harpe di La Fontaine (<bibl>
            <title lang="fre">Éloge de La Fontaine</title>
          </bibl>),<quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">qui sans doute ne pouvait pas ignorer son genie, mais
              ne l’appréciait pas, et qui même, s’il pouvait être témoin des honneurs qu’on lui rend
              aujourd’hui, serait étonné de sa gloire, et aurait besoin qu’on lui révélât le secret
              de son mérite</foreign>
          </quote>. La stessa cosa <pb ed="aut" n="238"/> in molto maggior grado si può dire degli
            <emph>scritti</emph> di Senofonte, e caratterizzarne la semplicità. (10. settembre
          1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Sono state sempre derise quelle poesie che aveano bisogno di note per farsi intendere. E
          tuttavia queste note riguardavano cose accessorie o secondarie, nomi, allusioni, fatti
          poco noti e male espressi ec. Che si dirà di quei poemi che hanno bisogno di note
          dichiarative delle cose sostanziali e principali, vale a dire dei caratteri, e delle
          proprietà ed operazioni del cuore umano che descrivono, come sono i poemi di Lord Byron?
          Questi sono i riformatori della poesia? Questi sono i grandi psicologi? Ma senza
          psicologia sapevamo già da gran tempo che in questo modo non si fa effetto in chi legge.
          V. le p. 223-225.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La negligenza e l’irriflessione spessissimo ha l’apparenza e produce gli effetti della
          malvagità e brutalità. E merita di esser considerata come una delle principali e più
          frequenti cagioni della tristizia degli uomini e delle azioni. Passeggiando con un amico
          assai filosofo e sensibile, vedemmo un giovanastro che con un grosso bastone, passando
          sbadatamente e come per giuoco, menò un buon colpo a un povero cane che se ne stava pe’
          fatti suoi senza infastidir nessuno. E parve segno all’amico di pessimo carattere in quel
          giovane. A me parve segno di brutale irriflessione. <pb ed="aut" n="239"/> Questa molte
          volte c’induce a far cose dannosissime o penosissime altrui, senza che ce ne accorgiamo
          (parlo anche della vita più ordinaria e giornaliera, come di un padrone che per
          trascuraggine lasci penare il suo servitore alla pioggia ec.) e avvedutici, ce ne duole;
          molte altre volte, come nel caso detto di sopra, sappiamo bene quello che facciamo, ma non
          ci curiamo di considerarlo, e lo facciamo così alla buona, e considerandolo bene non lo
          faremmo. Così la trascuranza prende tutto l’aspetto, e produce lo stessissimo effetto
          della malvagità e crudeltà, non ostante che ogni volta che tu riflettessi, fossi molto
          alieno dalla volontà di produrre quel tale effetto, e che la malvagità e crudeltà non
          abbia che fare col tuo carattere. (11 settembre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non per altro che per odio della noia vediamo oggidì concorrere avidamente il popolo agli
          spettacoli sanguinosi delle esecuzioni pubbliche, e a tali altri, che non hanno niente di
          piacevole in se (come potevano averne quelli de’ gladiatori e delle bestie nel circo, per
          la gara, l’apparato ec.) ma solamente in quanto fanno un vivo contrasto colla monotonia
          della vita. Così tutte le altre cose straordinarie, e perciò gradite, benchè non solo non
          piacevoli, ma dispiacevolissime in se.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dall’orazione di M. Tullio <title lang="lat">pro Archia</title> si vede che la lingua
          greca era considerata allora come <pb ed="aut" n="240"/> universale, nello stesso modo che
          la francese oggidì, e l’uso e intelligenza della lingua latina era ristretta a pochi. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Latina suis finibus, exiguis sane,
            continentur</foreign>
          </quote>. <emph>Perciocchè le scritture greche si leggono in quasi tutte le genti, le
            latine restano dentro a’ loro confini così stretti come sono</emph>. <bibl>
            <author>Cic.</author> l. c.</bibl> E nondimeno l’impero romano fu forse il maggiore di
          quanti mai si viddero, e i romani al tempo di Cicerone, erano già padroni del mare, ed
          esercitavano gran commercio. Così ora si vede che gl’inglesi sono padroni del mare e del
          commercio, e sebbene la loro lingua, è perciò più diffusa di molte altre, nondimeno non è
          nè conosciuta nè usata universalmente, ma da pochi in ciascun paese, e cede di gran lunga
          alla francese, che non s’è mai trovata favorita da un commercio così vasto. Onde si può
          ben dedurre, che la diffusione di una lingua, se ha bisogno di una certa grandezza e
          influenza della nazione che la parla (perchè la lingua francese, per quanto adattata alla
          universalità, non sarebbe divenuta universale, se avesse appartenuto a una piccola, e
          impotente nazione p. e. alla Svizzera), contuttociò dipende principalmente dalla natura di
          essa lingua. Non vale il dire che i greci erano diffusissimi per le colonie. Molto più lo
          erano i romani in quel tempo, e non solo per le colonie, ma per le armate, governi,
          tribunali ec. ec. Ma quando una lingua si diffonde per mezzo delle colonie, si può dire
          che si diffonda piuttosto la nazione che la lingua, essendo <pb ed="aut" n="241"/> ben
          naturale che una città di romani in qualunque luogo del mondo, parli la lingua romana, e
          così un’armata ec. Ma questo non ha che fare coll’adottarsi generalmente una lingua dagli
          stranieri, coll’essere tutti gli uomini colti di qualunque nazione, quasi <foreign
            lang="grc">δίγλωττοι</foreign>, (v. p. 684.) e col potere un viaggiatore farsi intendere
          con quella lingua in qualunque luogo. Ora in questo consiste l’universalità di una lingua,
          e non 1. nell’esser parlata da’ nazionali suoi, in molte parti del mondo, 2. nell’essere
          anche introdotta presso molte nazioni col mezzo di quelli che la parlano naturalmente, sia
          coll’abolire la lingua dei vari paesi (quando anzi la <foreign lang="grc"
          >διγλωττία</foreign> suppone che questa si conservi), sia coll’alterarla o corromperla più
          o meno per mezzo della mescolanza. Cosa che vediamo accaduta nel latino, del quale si
          trovano vestigi notabilissimi in molte parti d’Europa (forse anche di fuori) (come se non
          erro in Transilvania, in Polonia, in Russia ec.) e si vede ch’ella si era stabilita nella
          Spagna e la Francia dove poi ne derivarono, corrompendosi la latina, le lingue spagnuola e
          francese; e nell’Affrica Cartaginese e Numidica ec.;quando della greca forse non si
          troveranno, o meno; e contuttociò la lingua latina non è stata mai universale nel senso
          spiegato di sopra, come non è universale oggi la lingua inglese perciò ch’ella è stabilita
          e si parla come lingua materna in tutte quattro le parti del mondo. (in ciascuna delle
          quattro parti). È noto poi come i greci l’ignorassero sempre, il che forse contribuì a
          conservar più a lungo la purità della loro lingua, la sola che conoscessero. E quanto <pb
            ed="aut" n="242"/> alle colonie la Francia ha sempre o quasi sempre ceduto
          all’Inghilterra, alla Spagna, e fino al Portogallo, come nel commercio. Neanche la
          letteratura è cagione principale della universalità di una lingua. La letteratura italiana
          primeggiò lungo tempo in Europa, ed era conosciuta e studiata per tutto, anche dalle dame,
          come in Francia da Mad. di Sévigné ec. senza che perciò la lingua italiana fosse mai
          universale. E se gl’italianismi guastavano la lingua francese al tempo delle Medici, come
          ora i francesismi guastano l’italiano, questo va messo nella stessa categoria della
          corruzione che producono le colonie, le armate ec. (corruzione facilissima e
          sensibilissima. Pochi soldati napoletani stanziati nella mia patria al mio tempo per uno o
          due anni, aveano introdotto nel volgo parecchie parole ed espressioni del loro dialetto.
          Perchè il volgo 1. era colpito da quella novità. 2 si faceva un pregio o un capriccio
          d’imitare quei forestieri ec.). La letteratura, lingua e costumi spagnuoli si divulgarono
          molto, quando la Spagna acquistò una certa preponderanza in Europa, e massime in Italia
          (dove restano ancora alcune parole derivate credo allora dallo spagnuolo), ma l’influenza
          loro finì con quella della nazione. Laonde sebbene la letteratura greca, massime al tempo
          di Cicerone cioè <pb ed="aut" n="243"/> prima del secolo di Augusto, era infinitamente
          superiore alla latina, e più divulgata e famosa, questa ragione non basta. L’universalità
          di una lingua deriva principalmente, dalla regolarità geometrica e facilità della sua
          struttura, dall’esattezza, chiarezza materiale, precisione, certezza de’ suoi significati
          ec. cose che si fanno apprezzare da tutti, essendo fondate nella secca ragione, e nel puro
          senso comune, ma non hanno che far niente colla bellezza, ricchezza (anzi la ricchezza
          confonde, difficulta, e pregiudica), dignità, varietà, armonia, grazia, forza, evidenza,
          le quali tanto meno conferiscono o importano alla universalità di una lingua, quanto 1.
          non possono esser sentite intimamente, e pregiate se non dai nazionali, 2. ricercano
          abbondanza d’idiotismi, figure, insomma irregolarità, che quanto sono necessarie alla
          bellezza e al piacere, il quale non può mai stare colla monotonia, e collo scheletro
          dell’ordine matematico, tanto nocciono alla mera utilità, alla facilità ec. La lingua
          greca sebbene ricchissima ec. ec. ec. tuttavia era semplicissima nella sua nativa
          costruzione (dico nativa, perchè poi fu alterata dagli scrittori più bassi che
          pretendevano all’eleganza), laddove la latina era estremamente figurata, e la proprietà
          de’ suoi composti le dava una facilità e precisione materialissima di significati, sebbene
          nuocesse non poco alla varietà la quale non può risultare <pb ed="aut" n="244"/> dalla
          copia de’ composti ma delle radici, come nel latino e italiano. E di queste pure la lingua
          greca abbonda sommamente, ma può anche fare a meno della massima parte, e con poche
          radici, e infiniti composti formare tutto il discorso. Tale infatti era il costume degli
          antichi scrittori greci (Luciano e gli altri più bassi, sono molto più vari e ricchi di
          radici). Perchè il vocabolario di ciascheduno, osservandolo bene, si compone di molto
          poche parole, che ritornano a ogni tratto, essendo raro che quegli antichi varino la
          parola o la frase per esprimere una stessa cosa. Onde segue che siccome la lingua greca
          per se stessa è immensa, così passando da uno scrittore all’altro, ritrovate un altro
          piccolo vocabolario suo proprio, del quale parimente si contenta, e le espressioni
          familiari di ciascuno autor greco sono moltissime e continue, ma diverse quelle dell’uno
          da quelle dell’altro, quasi fossero più lingue. Dal che si può dedurre che la lingua greca
          benchè ricchissima nondimeno con un piccolo vocabolario può comporre tutto il discorso, e
          questi vocabolari possono esser molti e diversi, cosa dimostrata dal fatto, e dal vedersi
          negli scrittori greci più che in quelli d’altra lingua, che la facilità acquistata nel
          leggere e intendere uno scrittore, non vi giova interamente nel passare a un altro,
          dovendovi quasi familiarizzare con un altro linguaggio. Questo appartiene esclusivamente
          alla lingua, ma anche bisogna <pb ed="aut" n="245"/> notare che la lingua greca come
          l’italiana, si presta a ogni sorta di stili, e non ha carattere determinato, ma lo riceve
          dal soggetto e dallo scrittore, laonde il suo carattere varia, anche in questo senso, e
          per questo motivo, secondo le diverse opere, come la lingua di Dante o dell’Alfieri
          paragonata con quella del Petrarca ec. (12-13-14. settembre 1820.). V. p. 1029. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’irresoluzione è peggio della disperazione. Questa massima mi venne profferita
          nettamente e letteralmente in sogno l’altro ieri a notte, in occasione che mio fratello mi
          pareva deliberato per disperazione di farsi Cappuccino, e io ricusava di allegargli quelle
          ragioni che gli avrebbero sospeso l’animo, adducendo la detta massima. (14. Settembre
          1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La lirica si può chiamare la cima il colmo la sommità della poesia, la quale è la sommità
          del discorso umano. Però i francesi che sono rimasti molte miglia indietro del sublime
          nell’epica, molto meno possono mai sperare una vera lirica, alla quale si richiede un
          sublime d’un genere tanto più alto. Il Say nei Cenni sugli uomini e la società, chiama
          l’ode, la sonata della letteratura. È un pazzo se stima che l’ode non possa esser altro,
          ma ha gran ragione e intende parlare delle odi che esistono, massime delle francesi.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="246"/> I francesi non solamente non sono atti al sublime, nè avvezzi a
          sentirlo dai loro nazionali, o a produrlo in qualunque forma (applicate questa
          osservazione ch’è anche letteralmente di Lady Morgan, e universale, ai miei pensieri sopra
          Bossuet), ma disublimano ancora le cose veramente sublimi, come nelle traduzioni ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dalla teoria del piacere esposta in questi pensieri si comprende facilmente quanto e
          perchè la matematica sia contraria al piacere, e siccome la matematica, così tutte le cose
          che le rassomigliano o appartengono, esattezza, secchezza, precisione, definizione,
          circoscrizione, sia che appartengano al carattere e allo spirito dell’individuo, sia a
          qualunque cosa corporale o spirituale.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tant’è. Le cose per se stesse non sono piccole. Il mondo non è una piccola cosa, anzi
          vastissima e massimamente rispetto all’uomo. Anche l’organizzazione de’ più minuti e
          invisibili animaluzzi è una gran cosa. La varietà della natura solamente in questa terra è
          infinita; che diremo poi degli altri infiniti mondi? Sicchè per una parte si può dire che
          non la grandezza delle cose, ma anzi la loro nullità così evidente e sensibile all’uomo, è
          una pura illusione. Ma basta che l’uomo abbia veduto la misura di una cosa ancorchè
          smisurata, basta che sia giunto a conoscerne <pb ed="aut" n="247"/> le parti, o a
          congetturarle secondo le regole della ragione; quella cosa immediatamente gli par
          piccolissima, gli diviene insufficiente, ed egli ne rimane scontentissimo. Quando il
          Petrarca poteva dire degli antipodi, <quote>
            <emph>e che ’l dì nostro vola A gente che di là</emph>
            <emph rend="sc">forse</emph>
            <emph>l’aspetta</emph>
          </quote>, quel <emph>forse</emph> bastava per lasciarci concepir quella gente e quei paesi
          come cosa immensa, e dilettosissima all’immaginazione. Trovati che si sono, certamente non
          sono impiccoliti, nè quei paesi son piccola cosa, ma appena gli antipodi si son veduti sul
          mappamondo, è sparita ogni grandezza ogni bellezza ogni prestigio dell’idea che se ne
          aveva. Perciò la matematica la quale misura quando il piacer nostro non vuol misura,
          definisce e circoscrive quando il piacer nostro non vuol confini (sieno pure vastissimi,
          anzi <quote>
            <emph>sia pur vinta l’immaginazione dalla verità</emph>
          </quote>), analizza, quando il piacer nostro non vuole analisi nè cognizione intima ed
          esatta della cosa piacevole (<quote>
            <emph>quando anche questa cognizione non riveli nessun difetto nella cosa, anzi ce la
              faccia giudicare più perfetta di quello che credevamo, come accade nell’esame delle
              opere di genio, che scoprendo <pb ed="aut" n="248"/>tutte le bellezze, le fa
            sparire</emph>
          </quote>), la matematica, dico, dev’esser necessariamente l’opposto del piacere. (18.
          settembre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’occupazione della società, come quella che offre la società francese, riempie veramente
          la vita, la riempie dico materialmente, ma non lascia così poco vuoto nell’animo come la
          occupazione destinata a provvedere ai propri bisogni, ch’era quella dell’uomo primitivo. E
          la sera, l’uomo che ha passata la giornata tutta intera nel mondo il più vivo, vario, e
          pieno, e ne’ divertimenti anche meno noiosi, e che si trova anche senza cure e dispiaceri,
          ripensando alla giornata passata, e considerando la futura, non si trova di gran lunga
          così contento e pieno, come colui che considera i bisogni ai quali ha provveduto, e fa i
          suoi disegni sopra quelli a’ quali provvederà l’indomani. Qualche cosa di serio è
          necessario che formi la base della nostra occupazione per condurci ad una certa felicità
          (più o meno serio, secondo gl’individui), e se bene tutte le cose sono ugualmente
          importanti per se stesse, e il nostro fine sia sempre il piacere, nondimeno il puro spasso
          non è mai capace di soddisfarci. La cagione è che ci bisogna un fine dell’occupazione, uno
          scopo al quale mirare, acciocchè al piacere dell’occupazione si aggiunga quello della
          speranza, che bene spesso forma essa sola il piacere dell’occupazione V. gli altri miei
          pensieri in questo proposito.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="249"/> Gli Egesiaci (ramo della setta Cirenaica) dicevano secondo il
          Laerzio (<bibl>in <title>Aristippo</title> l. 2. segm. 95.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="grc">τόν τε σοφὸν ἑαυτοῦ ἕνεκα πάντα πράξειν</foreign>
          </quote>. Questa potrebb’esser la divisa di tutti i sapienti moderni, in quanto sapienti.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La natura in quanto natura assoluta e primitiva non ci ha dato idea di altri doveri che
          verso noi stessi, ed ha limitato le norme del giusto ai rapporti che l’animale ha con se
          stesso. Già verso gli animali d’altra specie non è dubbio che la natura non ha dettato
          nessuna regola di onestà e di rettitudine, perchè l’uomo non prova nessuna ripugnanza nel
          far male agli altri animali anche senza suo vantaggio e per mero diletto, come a uccidere
          una formica ec. E gli altri animali si pascono bene spesso di animali di altra specie. Ma
          eziandio nella propria specie, l’uomo assolutamente primitivo, non sente ingenitamente
          nessuna colpa a far male a’ suoi simili per suo vantaggio, come non la sentono gli altri
          animali, che maltrattano, combattono, e alle volte anche si cibano dei loro simili, ed
          anche (sento dire) dei propri figli. In quanto però alla figliuolanza è certo che la
          natura ha dettato alcune leggi, o siano di semplice amore e inclinazione libera, o sieno
          anche sentimenti di dovere; ma non perpetui; solo fino a un certo tempo, come vediamo
          negli animali, <pb ed="aut" n="250"/> che dopo alcun tempo è verisimile che non
          riconoscano affatto i propri figli, massime quegli animali che ogni anno ne producono più
          d’uno. E così avverrebbe all’uomo se il figlio arrivato all’età di provvedersi da se, si
          separasse dai genitori, e questi l’uno dall’altro, come fanno gli animali. Giacchè la
          necessità del <foreign lang="lat" rend="italic">concubitu prohihere vago</foreign>, non
          prova nulla in favore della società, perchè anche gli uccelli si fabbricano il talamo
          espressamente e convivono con legge di matrimonio finchè bisogna all’educazione
          sufficiente dei prodotti di quel tal matrimonio, e nulla più; e non per questo hanno
          società. Nè la detta necessità, riguardo all’uomo, si estende più oltre di questo
          naturalmente, ma artifizialmente, e <emph>a posteriori</emph>, cioè posta la società, la
          quale necessita la perpetuità de’ matrimoni, e la distinzione delle famiglie e delle
          possidenze. (19. settembre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una prova evidente e popolare, frequente nella vita, e giornaliera, che il
          <emph>piccolo</emph> è considerato come <emph>grazioso</emph>, si è il vezzo dei
          diminutivi che si sogliono applicare alle persone o cose che si amano, o si vogliono
          vezzeggiare, pregare, addolcire, descrivere come graziose ec. E così al contrario volendo
          mettere in ridicolo qualche persona o cosa tutt’altro che graziosa, se le applica il
          diminutivo perchè la renda ridicola colla forza del contrasto. Quest’uso è così antico <pb
            ed="aut" n="251"/> (nel latino, greco ec.) e così universale oggidì che si può
          considerare come originato dalla natura, e non dal costume o dalla proprietà di questa o
          quella lingua. E i francesi che non hanno se non pochissimi diminutivi, nei casi detti di
          sopra, fanno grand’uso di questi pochissimi, o suppliscono col <foreign lang="fre"
            rend="italic">petit</foreign>, dimostrando che l’inclinazione ad attribuire ed esprimer
          piccolezza in quelle tali circostanze, non è capriccio o assuefazione, ma natura, ed
          effetto di un’opinione innata che la piccolezza sia quasi compagna della grazia e
          piacevolezza, cose ben distinte dalla bellezza colla quale non ha che fare questo
          attributo. E nello stesso modo, volendo ingiuriare, dipingere come sgraziato, discacciare,
          ec. ec. qualunque persona o cosa, si adopera l’accrescitivo; e in genere l’accrescitivo
          par che sempre tolga grazia al soggetto, anzi sia l’opposto della grazia, e piacevolezza.
          (22. settembre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Bonaparte per isnidare i malandrini da una contrada di Parigi v’introdusse i giullari e i
          giocolieri per richiamarvi il popolo, e frequentarla. (V. Lady Morgan, France liv.5.
          principio). Il Papa alcuni mesi addietro per isnidare i malviventi da Sonnino luogo di
          loro rifugio nei confini del suo stato verso Napoli, decretò la distruzione di quel paese.
          Bonaparte popolò il nido dei ladroni per cacciarneli, e ottenne <pb ed="aut" n="252"/>
          l’intento; il Papa giudicò di non potere ottenerlo fuorchè colla distruzione di quel
          luogo. Dice Cicerone che si devastano e distruggono le città nemiche, ma che se
          distruggiamo le nostre proprie, ci caviamo gli occhi di nostra mano.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla tirannia fondata sopra l’assoluta barbarie, superstizione, e intera bestialità de’
          sudditi, giova l’ignoranza, e nuoce definitivamente e mortalmente l’introduzione dei lumi.
          Perciò Maometto, con buona ragione proibì gli studi. Alle tirannie esercitate sopra popoli
          inciviliti fino a un certo punto, fino a quel mezzo, nel quale consiste la vera perfezione
          dell’incivilimento e della natura, l’incremento e propagazione dei lumi, delle arti,
          mestieri, lusso ec. non solamente non pregiudica, ma giova sommamente, anzi assicura e
          consolida la tirannia, perchè i sudditi da quello stato di mediocre incivilimento che
          lascia la natura ancor libera, e le illusioni, e il coraggio, e l’amor di gloria e di
          patria, e gli altri eccitamenti alle grandi azioni, passa all’egoismo, all’oziosità
          riguardo all’operare, all’inattività, alla corruttela, alla freddezza, alla mollezza ec.
          La sola natura è madre della grandezza e del disordine. La ragione tutto all’opposto. La
          tirannia non è mai sicura se non quando il popolo non è capace di grandi azioni. Di queste
          non può esser capace per ragione, ma per natura. Augusto, Luigi 14. ed altri tali mostrano
          di aver bene inteso queste verità. (28. settembre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="253"/> Dal 2. pensiero della p. 116. inferite come, anche secondo questa
          sola considerazione, il Cristianesimo debba aver reso l’uomo inattivo e ridottolo invece
          ad esser contemplativo, e per conseguenza com’egli sia favorevole al dispotismo, non per
          principio (perchè il cristianesimo nè loda la tirannia, nè vieta di combatterla, o di
          fuggirla, o d’impedirla), ma per conseguenza materiale, perchè se l’uomo considera questa
          terra come un esilio, e non ha cura se non di una patria situata nell’altro mondo, che
          gl’importa della tirannia? Ed i popoli abituati (massime il volgo) alla speranza di beni
          d’un’altra vita, divengono inetti per questa, o se non altro, incapaci di quei grandi
          stimoli che producono le grandi azioni. Laonde si può dire generalmente anche astraendo
          dal dispotismo, che il cristianesimo ha contribuito non poco a distruggere il bello il
          grande il vivo il vario di questo mondo, riducendo gli uomini dall’operare al pensare e al
          pregare, o vero all’operar solamente cose dirette alla propria santificazione ec. sopra la
          quale specie di uomini è impossibile che non sorga immediatamente un padrone. Non è
          veramente che la religion cristiana condanni o non lodi l’attività. Esempio un San Carlo
          Borromeo, un San Vincenzo de Paolis. Ma in primo luogo l’attività di questi santi <pb
            ed="aut" n="254"/> se bene li portava ad azioni eroiche (e per questa parte grandi) ed
          utili, non dava gran vita al mondo, perchè la grandezza delle loro azioni era piuttosto
          relativa ad essi stessi che assoluta, e piuttosto intima e metafisica, che materiale. In
          secondo luogo, parendo che il cristianesimo faccia consistere la perfezione piuttosto
          nell’oscurità nel silenzio, e in somma nella totale dimenticanza di quanto appartiene a
          questo esilio, egli ha prodotto e dovuto produrre cento Pacomi e Macari per un San Carlo
          Borromeo, ed è certo che lo spirito del Cristianesimo in genere portando gli uomini, come
          ho detto, alla noncuranza di questa terra, se essi sono conseguenti, debbono tendere
          necessariamente ad essere inattivi in tutto ciò che spetta a questa vita, e così il mondo
          divenir monotono e morto. Paragonate ora queste conseguenze, a quelle della religione
          antica, secondo cui questa era la patria, e l’altro mondo l’esilio. (29. settembre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il costume e la massima di macerare la carne, e indebolire il corpo per ridurlo, come
          dice S. Paolo, in servitù, dovea necessariamente illanguidire le passioni e l’entusiasmo,
          e render soggetti anche gli animi di chi cercava di soggiogare il corpo, e così per una
          parte contribuire infinitamente a spegner la vita del mondo, per l’altra ad appianar la
          strada al dispotismo, perchè non ci son forse uomini così atti ad esser tiranneggiati <pb
            ed="aut" n="255"/> come i deboli di corpo, da qualunque cagione provenga questa
          debolezza, o da lascivia e mollezza, come presso i Persiani, che dopo il tempo di Ciro
          divennero l’esempio dell’avvilimento e della servitù; o da macerazione ec. Nel corpo
          debole non alberga coraggio, non fervore, non altezza di sentimenti, non forza d’illusioni
          ec. (30. settembre 1820.). Nel corpo servo anche l’anima è serva.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’allegria bene spesso è madre di benignità e d’indulgenza, al contrario delle cure e dei
          mali umori. Questa è cosa nota e osservata, sicchè non mi fermerò a cercarne la ragione,
          ch’è facile a trovare. Ma solamente considererò l’armonia della natura, la quale mirando
          sempre alla felicità degli esseri, e per conseguenza l’allegria nel sistema naturale
          dovendo essere la condizione più frequente della vita, ha voluto che fosse compagna della
          piacevolezza verso i suoi simili, virtù somma nella società, e per conseguenza che
          l’allegria fosse utile non solo all’individuo, ma anche agli altri, e servisse alla
          società, e rendesse l’uomo verso altrui, tale quale dev’essere.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’uomo superiore, oggidì colla cognizione e sperienza del mondo, si può dire, benchè
          sembri un paradosso, che si avvezzi a pregiare piuttosto che a dispregiare. Dico riguardo
          alle cose reali. Perchè <pb ed="aut" n="256"/> mentre egli è inesperto del mondo, i
          piccoli pregi, i principii di virtù, le piccole bellezze o bontà o grandezze in
          qualsivoglia genere di cose, gli paiono dispregevoli, paragonando sempre gli altri a se
          stesso, com’è costume degli uomini, o paragonando le cose alla sua immaginativa. Ma colla
          sperienza, trovandosi sempre in mezzo ad eccessive piccolezze, malvagità, sciocchezze,
          bruttezze ec. appoco appoco si avvezza a stimare quei piccoli pregi che prima spregiava, a
          contentarsi del poco, a rinunziare alla speranza dell’ottimo o del buono, e a lasciar
          l’abitudine di misurar gli uomini e le cose con se stesso, e colla immaginazion sua.
          Laonde siccome prima egli non istimava se non le cose lontane, le quali, in quel modo in
          cui egli le concepiva, non erano reali, si può dire che il numero delle cose reali ch’egli
          stima vada sempre crescendo, se bene diminuisca la misura della stima assoluta, e il
          numero assoluto delle cose ch’egli stimava, perchè sono molte più quelle cose ch’egli
          pregiava lontane, e disprezza vicine, di quelle che da principio non curava, ed ora è
          necessitato a pregiare. (30. settembre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si mise un paio di occhiali fatti della metà del meridiano co’ due cerchi polari.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una casa pensile in aria sospesa con funi a una stella. (1 Ottobre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="257"/> Alle volte la vivacità (sia del viso, o dei movimenti, o delle
          azioni ec.), alle volte la languidezza e flemma è madre di grazia. E chi è preso più da
          quella, chi più da questa.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Bisogna distinguere in fatto di belle arti, entusiasmo, immaginazione, calore ec. da
          invenzione massimamente di soggetti. La vista della bella natura desta entusiasmo. Se
          questo entusiasmo sopraggiunge ad uno che abbia già per le mani un soggetto, gli gioverà
          per la forza della esecuzione, ed anche per la invenzione ed originalità secondaria, cioè
          delle parti, dello stile, delle immagini, insomma di tutto ciò che spetta all’esecuzione.
          Ma difficilmente, o non mai, giova all’invenzione del soggetto. Perchè l’entusiasmo giovi
          a questo, bisogna che si aggiri appunto e sia cagionato dallo stesso soggetto, come
          l’entusiasmo di una passione. Ma l’entusiasmo astratto, vago, indefinito, che provano
          spesse volte gli uomini di genio, all’udire una musica, allo spettacolo della natura ec.
          non è favorevole in nessun modo all’invenzione del soggetto, anzi appena delle parti,
          perchè in quei momenti l’uomo è quasi fuor di se, si abbandona come ad una forza estranea
          che lo trasporta, non è capace di raccogliere nè di fissare le sue idee, tutto quello che
          vede, è infinito, indeterminato, sfuggevole, e così vario e copioso, che non ammette nè
          ordine, nè regola, nè <pb ed="aut" n="258"/> facoltà di annoverare, o disporre, o
          scegliere, o solamente di concepire in modo chiaro e completo, e molto meno di <foreign
            lang="fre" rend="italic">saisir</foreign> un punto (vale a dire un soggetto) intorno al
          quale possa ridurre tutte le sensazioni e immaginazioni che prova, le quali non hanno
          nessun centro. Anzi provando pure, come ho detto, l’entusiasmo di una passione, e volendo
          scegliere per soggetto la stessa passione, se l’entusiasmo è veramente vivo e vero, non
          saprete determinarvi a veruna forma trattabile di questo soggetto. In sostanza per
          l’invenzione dei soggetti formali e circoscritti, ed anche primitivi (voglio dire per la
          prima loro concezione) ed originali, non ci vuole, anzi nuoce, il tempo dell’entusiasmo,
          del calore e dell’immaginazione agitata. Ci vuole un tempo di forza, ma tranquilla; un
          tempo di genio attuale piuttosto che di entusiasmo attuale (o sia, piuttosto un atto di
          genio che di entusiasmo); un influsso dell’entusiasmo passato o futuro o abituale,
          piuttosto che la sua presenza, e possiamo dire il suo crepuscolo, piuttosto che il
          mezzogiorno. Spesso è adattatissimo un momento in cui dopo un entusiasmo, o un sentimento
          provato, l’anima sebbene in calma, pure ritorna come a mareggiare dopo la tempesta, e
          richiama con piacere la sensazione passata. Quello forse è il tempo più atto, e il più
          frequente della concezione di un soggetto originale, o delle parti originali di esso. E
          generalmente <pb ed="aut" n="259"/> si può dire che nelle belle arti e poesia, le
          dimostrazioni di entusiasmo d’immaginazione e di sensibilità, sono il frutto immediato
          piuttosto della memoria dell’entusiasmo, che dello stesso entusiasmo, riguardo all’autore.
          (2. Ottobre 1820.). Laddove insomma l’opinione comune che par vera a prima vista,
          considera l’entusiasmo come padre dell’invenzione e concezione, e la calma come necessaria
          alla buona esecuzione; io dico che l’entusiasmo nuoce o piuttosto impedisce affatto
          l’invenzione (la quale dev’essere determinata, e l’entusiasmo è lontanissimo da qualunque
          sorta di determinazione), e piuttosto giova all’esecuzione, riscaldando il poeta o
          l’artefice, avvivando il suo stile, e aiutandolo sommamente nella formazione,
          disposizione, ec. delle parti, le quali cose tutte facilmente riescon fredde e monotone
          quando l’autore ha perduto i primi sproni dell’originalità. (3. ottobre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Hanno questo di proprio le opere di genio, che quando anche rappresentino al vivo la
          nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile
          infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad
          un’anima grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno,
          nullità, noia e scoraggimento della vita, o nelle più acerbe e <emph>mortifere</emph>
          disgrazie (sia che appartengano alle alte e forti passioni, sia a qualunque altra cosa);
          servono sempre di consolazione, <pb ed="aut" n="260"/> raccendono l’entusiasmo, e non
          trattando nè rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella
          vita che aveva perduta. E così quello che veduto nella realtà delle cose, accora e uccide
          l’anima, veduto nell’imitazione o in qualunque altro modo nelle opere di genio (come p. e.
          nella lirica che non è propriamente imitazione), apre il cuore e ravviva. Tant’è, siccome
          l’autore che descriveva e sentiva così fortemente il vano delle illusioni, pur conservava
          un gran fondo d’illusione, e ne dava una gran prova, col descrivere così studiosamente la
          loro vanità (v. p. 214 215.), nello stesso modo il lettore quantunque disingannato, e per
          se stesso e per la lettura, pur è tratto dall’autore, in quello stesso inganno e illusione
          nascosta ne’ più intimi recessi dell’animo, ch’egli provava. E lo stesso conoscere
          l’irreparabile vanità e falsità di ogni bello e di ogni grande è una certa bellezza e
          grandezza che riempie l’anima, quando questa conoscenza si trova nelle opere di genio. E
          lo stesso spettacolo della nullità, è una cosa in queste opere, che par che ingrandisca
          l’anima del lettore, la innalzi, e la soddisfaccia di se stessa e della propria
          disperazione. (Gran cosa, e certa madre di piacere e di entusiasmo, e magistrale effetto
          della poesia, quando giunge a fare che il lettore acquisti maggior concetto di se, e delle
          sue disgrazie, e del suo stesso abbattimento e annichilamento di spirito). Oltracciò <pb
            ed="aut" n="261"/> il sentimento del nulla, è il sentimento di una cosa morta e
          mortifera. Ma se questo sentimento è vivo, come nel caso ch’io dico, la sua vivacità
          prevale nell’animo del lettore alla nullità della cosa che fa sentire, e l’anima riceve
          vita (se non altro passeggiera) dalla stessa forza con cui sente la morte perpetua delle
          cose, e sua propria. Giacchè non è piccolo effetto della cognizione del gran nulla, nè
          poco penoso, l’indifferenza e insensibilità che inspira ordinarissimamente e deve
          naturalmente ispirare, sopra lo stesso nulla. Questa indifferenza e insensibilità è
          rimossa dalla detta lettura o contemplazione di una tal opera di genio: ella ci rende
          sensibili alla nullità delle cose, e questa è la principal cagione del fenomeno che ho
          detto.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Osserverò che il detto fenomeno occorre molto più difficilmente nelle poesie tetre e nere
          del Settentrione, massimamente moderne, come in quelle di Lord Byron, che nelle
          meridionali, le quali conservano una certa luce negli argomenti più bui, dolorosi e
          disperanti; e la lettura del Petrarca, p. e. de’ Trionfi e della conferenza di Achille e
          di Priamo, dirò ancora di Verter, produce questo effetto molto più che il Giaurro, o il
          Corsaro ec. non ostante che trattino e dimostrino la stessa infelicità degli uomini, e
          vanità delle cose. (4. ottobre 1820.). Io so che letto Verter mi sono trovato caldissimo
          nella mia disperazione letto Lord Byron, freddissimo, e senza entusiasmo nessuno; molto
          meno consolazione. <pb ed="aut" n="262"/> E certo Lord Byron non mi rese niente più
          sensibile alla mia disperazione: piuttosto mi avrebbe fatto più insensibile e marmoreo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’uomo si disannoia per lo stesso sentimento vivo della noia universale e necessaria.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Bisogna ricordarsi che l’invenzione della polvere contribuì non poco all’indebolimento
          delle generazioni 1. disavvezzando dal portare armatura, (v. Montesquieu ch. 2. in
          proposito del gran vigore de’ soldati romani) 2. rendendo l’atto della guerra non più
          opera della forza individuale o generale, ma quasi intieramente dell’arte; certamente
          rendendo l’arte molto più arbitra della guerra che non era stata per l’addietro ec. 3.
          sopprimendo o togliendo per conseguenza la necessità di quegli esercizi che o direttamente
          o indirettamente come i giuochi atletici, servivano a render gli uomini vigorosi ed atti
          alla guerra.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Lo spavento e il terrore sebbene di un grado maggior del timore, contuttociò bene spesso
          sono molto meno vili, anzi talvolta non contengono nessuna viltà: e possono cadere anche
          negli uomini perfettamente coraggiosi, al contrario del timore. P. e. lo spavento che
          cagiona l’aspetto di una vita infelicissima o noiosissima e lunga, che ci aspetti ec. Lo
          spavento degli spiriti, così puerile esso, e fondato in opinione così puerile, è stato (ed
          ancora è) comune ad uomini coraggiosissimi. V. la p. 531, e 535.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="263"/> L’intrigo può star molte volte colla chiarezza, come anche si può
          essere strigato ed oscuro. L’intrigo può venire o dallo scrittore, o dalla necessità della
          materia, ed allora la chiarezza è difficilissima allo scrittore, e il luogo può riuscir
          difficile al lettore, sebbene sia chiaro. Ma spessissimo si confonde l’intrigo
          coll’oscurità, e si chiama oscuro quello ch’è solamente intrigato, e intrigato quello ch’è
          solamente oscuro. Applicate quest’osservazione ai cinquecentisti che bene spesso sono
          intrigati e contuttociò chiari, ai trecentisti che per lo più sono strigatissimi e sovente
          oscurissimi, agli scrittori scientifici, tecnici, gramatici ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una cosa stimabile non può essere apprezzata degnamente se non da quelli che ne conoscono
          il valore. Perciò la rarità non porta sempre con se la stima della cosa, anzi spessissimo
          l’impedisce. Un uomo di grande ingegno fra gl’ignoranti o è disprezzato, o apprezzato
          senz’ammirazione senza entusiasmo senza nessuno di quegli affetti che paiono conseguenze
          infallibili dello straordinario, e che debbano crescere tanto più quanto la cosa è più
          straordinaria relativamente. Il conto che se ne fa, è come di uno che abbia un utensile
          migliore degli altri, i quali talvolta lo chiedono in prestito o se ne servono presso chi
          lo possiede, e non perciò stimano che quell’uomo <pb ed="aut" n="264"/> sia una gran cosa,
          o superiore agli altri a cagione di quel piccolo vantaggio compensabile e paragonabile con
          tanti altri. Così le scritture di buon gusto in un secolo o paese corrotto o ignorante,
          così la sensibilità massimamente e l’entusiasmo, il quale anzi dalle persone ordinarie
          sarà stimato piuttosto un <foreign lang="grc">μειονέκτημα</foreign>, che un <foreign
            lang="grc">πλεονέκτημα</foreign>, e deriso come pazzia. Così si è veduto che eccetto i
          pregi sensibili, o de’ quali tutti sanno giudicare naturalmente, tutti gli altri sono
          stati assai meno stimati nei secoli e nei luoghi dove sono stati più rari. Ed è cosa certa
          che un grande ingegno non può essere intimamente conosciuto, e però degnamente apprezzato
          e ammirato se non da un altro grande ingegno; e così le sue opere; così tutto quello che
          spetta a discipline, arti, abilità particolari, onde p. e. un grand’uomo di guerra non
          riscuoterà degna ammirazione che da un altro grand’uomo dello stesso mestiere. (5. ottobre
          1820.). V. p. 273.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Anticamente il cercare e istruirsi in diverse scuole non serviva come ora ad imparar
          sempre più, giacchè tutte le scuole seguono gli stessi principii, e non si diversificano
          se non per la diversa disciplina che professano. Ma allora per imparare le dottrine di una
          scuola, bisognava disimparare quelle <pb ed="aut" n="265"/> dell’altra, e scegliere quale
          si voleva seguire, giacchè ciascuna contraddiceva alle altre. E perciò gli uomini di un
          certo ingegno mediocre si attaccavano ad una setta, imparavano i dogmi di una sola scuola,
          di quelli erano contenti, e si chiamavano col nome della loro setta. Altri un poco
          maggiori d’ingegno o di presunzione introducevano qualche cangiamento nelle dottrine de’
          loro maestri, o vi aggiungevano qualche cosa, e si facevano capi di un nuovo ramo della
          setta stessa. Gl’ingegni superiori, non si servivano della istruzione che prendevano in
          diverse scuole se non per isceglierne il meglio, o quello che credessero tale, e fondere
          insieme i dogmi scelti da varie sette, per formare o di essi soli, o di altri che
          v’aggiungessero del proprio, o di un nuovo sistema cavato dalle varie e discordanti idee
          acquistate, una nuova scuola e setta, come fece Platone che amò d’istruirsi in varie
          scuole, e ascoltò Socrate, (altri due subito dopo la sua morte, nominati dal Laerzio nel
          principio della vita di Platone), i Pitagorici, gli Egiziani, e voleva anche ascoltare i
          maghi di Persia, ma non potè a cagione delle guerre d’Asia. E <pb ed="aut" n="266"/> delle
          varie dottrine imparate e scelte da queste sette compose il suo nuovo sistema. (6. Ottobre
          1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le passioni e i sentimenti dell’uomo si può dire che da principio stessero nella
          superficie, poi si rannicchiassero nel fondo più cupo dell’anima, e finalmente siano
          venuti e rimasti nel mezzo. Perchè l’uomo naturale, sebbene sensibilissimo, tuttavia si
          può dire che abbia le sue passioni nella superficie, sfogandole con ogni sorta di azioni
          esterne, suggerite e volute dalla natura per aprire una strada alla soverchia fuga ed
          impeto del sentimento, il quale appunto perchè violentissimo nel dimostrarsi, e perchè
          richiamato subito al di fuori, dopo un grand’empito esterno, presto veniva meno, se bene
          fosse molto più frequente. L’uomo non più naturale, ma che tuttavia conserva un poco di
          natura, risentendo tutta o quasi tutta la forza della passione, come l’uomo primitivo, la
          contiene tutta al di dentro, non ne dà segni se non leggeri ed equivoci, e però il
          sentimento si rannicchia tutto nel profondo, ed acquista maggior forza e durevolezza, e se
          il sentimento è doloroso, non avendo lo sfogo voluto dalla natura, diventa capace anche di
          uccidere o di tormentare più o meno, secondo la qualità sua e dell’individuo. Di queste
          persone si trovano anche oggidì, <pb ed="aut" n="267"/> perchè, tolto qualche parte del
          volgo, nessuno conserva tanta natura da lasciar tutta la passione lanciarsi alla
          superficie (eccetto in alcuni casi eccessivi, dove la natura trionfa); ma molti ne hanno
          quanto basta per sentirla vivamente, e poterla provare contenuta e chiusa nel fondo
          dell’animo. Tuttavia è certo che questi tali appartengono ad un’epoca di mezza natura, a
          quel tempo in cui la vera sensibilità non era nè così ordinaria nelle parole, nè così
          straordinaria nel fatto, come presentemente. L’uomo perfettamente moderno, non prova quasi
          mai passione o sentimento che si lanci all’esterno o si rannicchi nell’interno, ma quasi
          tutte le sue passioni si contengono per così dire nel mezzo del suo animo, vale a dire che
          non lo commuovono se non mediocremente, gli lasciano il libero esercizio di tutte le sue
          facoltà naturali, abitudini ec. In maniera che la massima parte della sua vita si passa
          nell’indifferenza e conseguentemente nella noia, mancando d’impressioni forti e
          straordinarie. Esempio. Un amico o persona desiderata che ritorni dopo lungo tempo, o che
          vediate per la prima volta. Il fanciullo e l’uomo selvaggio l’abbraccerà, lo carezzerà,
          salterà, darà mille segni esterni di quella gioia che l’anima veramente e vivamente; segni
          non fallaci, ma verissimi <pb ed="aut" n="268"/> e naturalissimi. L’uomo di sentimento,
          senza gesti nè moti forti, lo prenderà per la mano, o al più l’abbraccerà lentamente, e
          resterà qualche tempo in questo abbracciamento, o in altra positura, non dando segno della
          gioia che prova se non colla immobilità della persona e dello sguardo, e forse con qualche
          lacrima, e mentre il di dentro è diversissimo, il di fuori sarà quasi quello di prima.
          L’uomo ordinario, o l’uomo di sentimento affievolito e intorpidito dall’esperienza del
          mondo, e dalla misera cognizione delle cose, insomma l’uomo moderno, conserverà di dentro
          e di fuori il suo stato giornaliero, non proverà emozione se non piccola, minore ancora di
          quello che forse si aspettava, ed o che lo prevedesse o no, quello sarà per lui un
          avvenimento ordinario della vita, uno di quei piaceri che si gustano con indifferenza, e
          che appena arrivati, quando anche voi lo desideraste ansiosamente, vi par freddo e
          ordinario e incapace di riempiervi o di scuotervi. V. p. 270. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Chi non ha uno scopo non prova quasi mai diletto in nessuna operazione. Eccetto quelle
          che sono piacevoli per se stesse, e nell’atto, (e sono ben poche, e il piacere che danno è
          sommamente inferiore all’aspettazione) tutte le altre non sono dilettevoli se non fatte
          con uno scopo e una speranza, e un’aspettativa <pb ed="aut" n="269"/> di cosa non presente
          e che debba seguirne. Se bene molte di queste, o perchè lo scopo si venga conseguendo a
          ogni tratto, come nello studio, o perchè lo scopo sia tanto inerente e immedesimato con
          lei, che appena si lasci distinguere, sogliono esser confuse colle azioni dilettevoli per
          se stesse, quando non dilettano se non in quanto sono indirizzate a quel fine, e a quella
          speranza, tolte le quali cose restano indifferenti o noiose, come si può vedere
          considerando la stessa azione in due diversi individui.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La pura bellezza risultante da un’esatta e regolare convenienza, desta di rado le grandi
          passioni (come dice Montesquieu), per lo stesso motivo per cui la ragione è infinitamente
          meno forte ed efficace della natura. Quella bellezza è come una ragione, perciò non
          suppone vita nè calore, sia in se medesima, sia in chi la riguarda. Al contrario un volto
          o una persona difettosa ma viva, graziosa ec. o fornita di un animo capriccioso, sensibile
          ec. sorprende, riscalda, affetta e tocca il capriccio di chi la riguarda, senza regola,
          senza esattezza, senza ragione ec. ec. e così le grandi passioni nascono per lo più dal
          capriccio, dallo straordinario ec. e non si ponno giustificare colla ragione. (10. ottobre
          1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="270"/> Quello che ho detto p. 266.-268. deve servir di regola agli
          scrittori drammatici nell’esprimere e modellare i caratteri dei diversi tempi. (10.
          ottobre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La semplice bellezza rispetto alla grazia ec. è nella categoria del bello, quello ch’è la
          ragione rispetto alla natura nel sistema delle cose umane. Questa considerazione può
          applicarsi a spiegare l’arcana natura e gli effetti della grazia.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La ragione è debolissima e inattiva al contrario della natura. Laonde quei popoli e quei
          tempi nei quali prevale più o meno la ragione saranno stati e saranno sempre inattivi in
          proporzione della influenza di essa ragione. Al contrario dico della natura. Ed un popolo
          tutto ragionevole o filosofo non potrebbe sussistere per mancanza di movimento e di chi si
          prestasse agli uffizi scambievoli e necessari alla vita. ec. ec. E infatti osservate
          quegli uomini (che non sono rari oggidì) stanchi del mondo e disingannati per lunga
          esperienza, e possiamo dire, renduti perfettamente ragionevoli. Non sono capaci
          d’impegnarsi in nessun’azione, e neanche desiderio. Simili al march. D’Argens, di cui dice
          Federico nelle Lettere, che per pigrizia, non avrebbe voluto pur respirare, se avesse
          potuto. La conseguenza della loro stanchezza, esperienza, e cognizione delle cose è una
          perfetta indifferenza che li fa seguire il moto altrui senza muoversi da se stessi, anche
          nelle cose che li riguardano. Laonde se questa indifferenza potesse divenire universale
            <pb ed="aut" n="271"/> in un popolo, non esistendovi moto altrui, non vi sarebbe
          movimento di nessuna sorta.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La gloria per lo più, massimamente la letteraria, allora è dolce quando l’uomo se ne
          pasce nel silenzio del suo gabinetto, e se ne serve di sprone a nuove imprese gloriose, e
          di fondamento a nuove speranze. Perchè allora ella conserva la forza dell’illusione, sola
          forza ch’essa abbia. Ma goduta nel mondo e nella società, ordinariamente si trova esser
          cosa o nulla, o piccolissima, o insomma incapace di riempier l’animo e soddisfarlo. Come
          tutti i piaceri da lontano sono grandi, e da vicino minimi, aridi, voti, e nulli.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Coloro che dicono per consolare una persona priva di qualche considerabile vantaggio
          della vita: non ti affliggere; assicurati che sono pure illusioni: parlano scioccamente.
          Perchè quegli potrà e dovrà rispondere: ma tutti i piaceri sono illusioni o consistono
          nell’illusione, e di queste illusioni si forma e si compone la nostra vita. Ora se io non
          posso averne, che piacere mi resta? e perchè vivo? Nella stessa maniera dico io delle
          antiche istituzioni ec. tendenti a fomentare l’entusiasmo, le illusioni, il coraggio,
          l’attività, il movimento, la vita. Erano illusioni, ma toglietele, <pb ed="aut" n="272"/>
          come son tolte. Che piacere rimane? e la vita che cosa diventa? Nella stessa maniera dico:
          la virtù, la generosità, la sensibilità, la corrispondenza vera in amore, la fedeltà, la
          costanza, la giustizia, la magnanimità ec. umanamente parlando sono enti immaginari. E
          tuttavia l’uomo sensibile se ne trovasse frequentemente nel mondo, sarebbe meno infelice,
          e se il mondo andasse più dietro a questi enti immaginari (astraendo ancora da una vita
          futura), sarebbe molto meno infelice. Seguirebbe delle illusioni, perchè nessuna cosa è
          capace di riempier l’animo umano, ma non è meglio una vita con molti piaceri illusorii,
          che senza nessun piacere? non si vivrebbe meglio se nel mondo si trovassero queste
          illusioni più realizzate, e se l’uomo di cuore non si dovesse persuadere non solo che sono
          enti immaginari, ma che nel mondo non si trovano più neanche così immaginari come sono? in
          maniera che manchi affatto il pascolo e il sostegno all’illusione. E dall’altro lato, non
          c’è maggiore illusione ovvero apparenza di piacere che quello che deriva dal bello dal
          tenero dal grande dal sublime dall’onesto. Laonde quanto più queste cose abbondassero,
          sebbene illusorie, tanto meno l’uomo sarebbe infelice. (11. ottobre 1820.). V. p. 338.
          capoverso 2.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="273"/> Di un ricco avaro al quale era stata rubata una piccolissima somma
          in un suo stanzino pieno di danaio, disse taluno, S’è mostrato avaro (È stato avaro) anche
          nel lasciarsi rubare. (13. ottobre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La maggior parte degli uomini vive per abito, senza piaceri, nè speranze formali, senza
          ragion sufficiente di conservarsi in vita, e di fare il necessario per sostenerla. Che se
          riflettessero, astraendo dalla religione, non troverebbero motivo di vivere, e contro
          natura, ma secondo ragione, conchiuderebbero che la vita loro è un assurdo, perchè l’aver
          cominciato a vivere, secondo natura sibbene, ma secondo ragione non è motivo giusto di
          continuare.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 263. pensiero 2. aggiungi. Spessissimo quelli che sono incapaci di giudicare di
          un pregio, se ne formeranno un concetto molto più grande che non dovrebbero, lo crederanno
          maggiore assolutamente, e contuttociò la stima che ne faranno sarà infinitamente minor del
          giusto, sicchè relativamente considereranno quel tal pregio come molto minore. Nella mia
          patria dove sapevano ch’io era dedito agli studi, credevano ch’io possedessi tutte le
          lingue, e m’interrogavano indifferentemente sopra qualunque di esse. Mi stimavano poeta,
          rettorico, fisico, matematico, politico, medico, teologo ec. insomma enciclopedicissimo. E
          non perciò mi credevano una gran cosa, e per l’ignoranza, non sapendo che cosa sia un
          letterato, non mi credevano paragonabile ai letterati forestieri, malgrado la detta
          opinione che <pb ed="aut" n="274"/> avevano di me. Anzi uno di coloro, volendo lodarmi, un
          giorno mi disse, A voi non disconverrebbe di vivere qualche tempo in una buona città,
          perchè quasi quasi possiamo dire che siate un letterato. Ma s’io mostrava che le mie
          cognizioni fossero un poco minori ch’essi non credevano, la loro stima scemava ancora, e
          non poco, e finalmente io passava per uno del loro grado. È vero però che talvolta può
          succedere il contrario, e per un’opinione simile, in tempi o luoghi ignoranti, un uomo o
          un pregio piccolo conseguire una somma stima.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 252. capoverso 1. Vedi in questo proposito la p. 114. pensiero ultimo, e
          considera la gran contrarietà di Catone ai progressi dello studio presso i Romani, i quali
          sono un vivissimo esempio di quello ch’io dico, cioè dell’esser gli studi, tanto ameni
          quanto seri e filosofici, favorevolissimi alla tirannia. <bibl>V. anche
              <author>Montesquieu</author>
            <title>Grandeur</title> etc. ch.10. principio</bibl>. Certo la profonda filosofia di
          Seneca, di Lucano, di Trasea Peto, di Erennio Senecione, di Elvidio Prisco, di Aruleno
          Rustico, di Tacito ec. non impedì la tirannia, anzi laddove i Romani erano stati liberi
          senza filosofi, quando n’ebbero in buon numero, e così profondi come questi, e come non ne
          avevano avuti mai, furono schiavi. E come giovano tali studi alla tirannia, sebbene paiano
          suoi nemici, così scambievolmente la <pb ed="aut" n="275"/> tirannia giova loro, 1. perchè
          il tiranno ama e proccura che il popolo si diverta, o pensi (quando non si possa impedire)
          in vece che operi, 2. perchè l’inoperosità del suddito lo conduce naturalmente alla vita
          del pensiero, mancando quella dell’azione, 3. perchè l’uomo snervato e ammollito è più
          capace e più voglioso o di pensare, o di spassarsi coll’amenità ec. degli studi eleganti,
          che di operare, 4. perchè il peso, la infelicità, la monotonia, il <foreign lang="fre"
            rend="italic">sombre</foreign> della tirannia fomenta e introduce la riflessione, la
          profondità del pensare, la sensibilità, lo scriver malinconico; l’eloquenza non più viva
          ed energica, ma lugubre, profonda, filosofica ec. 5. perchè la mancanza delle vive e
          grandi illusioni spegnendo l’immaginazione lieta aerea brillante e insomma naturale come
          l’antica, introduce la considerazione del vero, la cognizione della realtà delle cose, la
          meditazione ec. e dà anche luogo all’immaginazione tetra astratta metafisica, e derivante
          più dalle verità, dalla filosofia, dalla ragione, che dalla natura, e dalle vaghe idee
          proprie naturalmente della immaginazione primitiva. Come è quella de’ settentrionali,
          massime oggidì, fra’ quali la poca vita della natura, dà luogo all’immaginativa fondata
          sul pensiero, <pb ed="aut" n="276"/> sulla metafisica, sulle astrazioni, sulla filosofia,
          sulle scienze, sulla cognizione delle cose, sui dati esatti ec. Immaginativa che ha
          piuttosto che fare colla matematica sublime che colla poesia. (14. ottobre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>P. 51 capoverso 4. aggiungi. Nello stesso modo io non chiamo malvagio propriamente colui
          che pecca (molti non peccano per viltà, per ignoranza del male, per imperizia e mancanza
          d’arte nell’eseguirlo, per impotenza fisica o morale o di circostanza, per torpidezza, per
          abitudine, per vergogna, per interesse, per politica, per cento tali ragioni), ma colui
          che pecca o peccherebbe senza rimorso. (14. ottobre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La convenienza che cagiona la bellezza non è solamente nelle parti della cosa. Molte cose
          possono esser così semplici che quasi non abbiano parti. E il bello morale, e tutto quel
          bello che non appartiene ai sensi, non ha parti. Ma la convenienza della cosa si considera
          anche rispetto alle relazioni del tutto, o delle parti coll’estrinseco. P. e. coll’uso,
          col fine, coll’utilità, col luogo, col tempo, con ogni sorta di circostanza, coll’effetto
          che produce o deve produrre ec. Una spada con una gemma sulla <pb ed="aut" n="277"/>
          punta, la qual gemma corrispondesse perfettamente all’ornato, alle proporzioni, alla
          configurazione, alla materia del resto, a ogni modo sarebbe brutta. Questa bruttezza non è
          sconvenienza di parti, non di una parte coll’altre, ma di una parte col suo uso o fine. Di
          questo genere sono infinite bruttezze o bellezze tanto sensibili, che intelligibili,
          morali, letterarie ec. (14. ottobre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quel vecchio che non ha presente nè futuro, non è privo perciò di vita. Se non è stato
          mai uomo, non ha bisogno se non di quel nonnulla che gli somministra la sua situazione, e
          tutto gli basta per vivere. Se è stato uomo, ha un passato, e vive in quello. La mancanza
          del presente, non è la cosa più grave per gli uomini, anzi atteso la nullità di tutto
          quello che si vede nella realtà e da vicino, si può dire che il presente sia nullo per
          tutti, <emph>e che ogni uomo manchi del presente</emph>. Il vuoto del futuro non è gran
          cosa per lui, 1. perch’è già sazio della vita, che ha già provata, gustata, adoperata ec.
          2. perchè i suoi desideri, passioni, affetti, sentimenti, sono rintuzzati e <pb ed="aut"
            n="278"/> intorpiditi, e <emph>ristretti</emph>, e non esigono più grandi beni, piaceri,
          movimenti, azioni presenti, nè grandi speranze, gran vita attuale o avvenire: 3. perchè
          l’estensione materiale del suo futuro è piccola, e non lo può spaventare gran fatto il
          vuoto di un piccolo spazio. Ma il giovane senza presente nè futuro, cioè senza nè beni,
          attività, piaceri, vita ec. nè speranze e prospettiva dell’avvenire, dev’essere
          infelicissimo e disperato, mancare affatto di vita, e spaventarsi e inorridire della sua
          sorte e del futuro. 1. Il giovane non ha passato. Tutto quello che ne ha, non serve altro
          che ad attristarlo e stringergli il cuore. Le rimembranze della fanciullezza e della prima
          adolescenza, dei godimenti di quell’età perduti irreparabilmente, delle speranze fiorite,
          delle immaginazioni ridenti, dei disegni aerei di prosperità futura, di azioni, di vita,
          di gloria, di piacere, tutto svanito. 2. I desideri e le passioni sue, sono ardentissime
          ed esigentissime. Non basta il poco; hanno bisogno di moltissimo. Quanto è maggiore la sua
          vita interna, tanto maggiore è il bisogno e l’estensione e intensità ec. della vita
          esterna che si desidera. E mancando questa, quanto maggiore è la vita interna, tanto
          maggiore è il senso di <pb ed="aut" n="279"/> morte, di nullità, di noia ch’egli prova:
          insomma tanto meno egli vive in tali circostanze, quanto la sua vita interiore è più
          energica. 3. Il giovane non ha provato nè veduto. Non può esser sazio. I suoi desideri e
          passioni sono più ardenti e bisognosi, come ho detto, non solo assolutamente per l’età, ma
          anche materialmente, per non avere avuto ancora di che cibarsi e riempiersi. Non può esser
          disingannato nell’intimo fondo e nella natura, quando anche lo sia in tutta l’estensione
          della sua ragione. 4. Il suo futuro è materialmente lunghissimo, e l’immensità dello
          spazio vuoto che resta a percorrere, fa orrore, massime paragonandolo con quel poco che ha
          avuto tanta pena a passare. Il giovane a questa considerazione si spaventa e dispera
          eccessivamente, sembrandogli quel futuro più lungo e terribile di un’eternità. Di più
          tutta la sua vita consiste nel futuro. L’età passata non è stata altro che un’introduzione
          alla vita. Dunque egli è nato senza dover vivere. Il giovane prova disperazioni mortali,
          considerando che una sola volta deve passare per questo mondo, e che questa volta non
          godrà della vita, non vivrà, avrà perduto e gli sarà inutile la sua unica esistenza.
          Ogn’istante che passa della sua gioventù in questa guisa, gli sembra <pb ed="aut" n="280"
          /> una perdita irreparabile fatta sopra un’età che per lui non può più tornare. (16.
          ottobre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il suo divertimento era di passeggiare contando le stelle (e simili). (16. ottobre
          1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Anche la mancanza sola del presente è più dolorosa al giovine che a qualunque altro. Le
          illusioni in lui sono più vive, e perciò le speranze più capaci di pascerlo. Ma l’ardor
          giovanile non sopporta la mancanza intera di una vita presente, non è soddisfatto del solo
          vivere nel futuro, ma ha bisogno di un’energia attuale, e la monotonia e l’inattività
          presente gli è di una pena di un peso di una noia maggiore che in qualunque altra età,
          perchè l’assuefazione alleggerisce qualunque male, e l’uomo col lungo uso si può assuefare
          anche all’intera e perfetta noia, e trovarla molto meno insoffribile che da principio.
          L’ho provato io, che della noia da principio mi disperava, poi questa crescendo in luogo
          di scemare, tuttavia l’assuefazione me la rendeva appoco appoco meno spaventosa, e più
          suscettibile di pazienza. La qual pazienza della noia in me divenne finalmente affatto
          eroica. Esempio de’ carcerati, i quali talvolta si sono anche affezionati a quella vita.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’abito dell’eroismo può essere in un corpo debole, ma l’atto difficilmente, e non senza
          un grande <pb ed="aut" n="281"/> sforzo, nè senza ripugnanza, e quasi contro natura. E
          perciò vediamo moltissimi che per abito sono tutt’altro che eroi, far non di rado azioni
          eroiche; e viceversa. Anzi si può dire che gli uomini d’abito di principii e d’animo
          eroico, lo sono di rado nel fatto; e gli uomini eroici nel fatto, lo sono di rado
          nell’abito nei sentimenti e nell’animo. Estendete queste osservazioni all’entusiasmo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quell’usignuolo di cui dice Virgilio nell’episodio d’Orfeo, che accovacciato su d’un
          ramo, va piangendo tutta notte i suoi figli rapiti, e colla <emph>miserabile</emph> sua
            <emph>canzone</emph>, esprime un dolor profondo, continuo, ed acerbissimo, senza moti di
          vendetta, senza cercare riparo al suo male, senza proccurar di ritrovare il perduto ec. è
          compassionevolissimo, a cagione di quell’impotenza ch’esprime, secondo quello che ho detto
          in altri pensieri.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il <bibl>
            <author>Buffon</author>
            <title lang="fre">Hist. nat. de l’homme</title>
          </bibl>, combatte coloro i quali credono che la separazione dell’anima dal corpo debba
          essere dolorosissima per se stessa. A’ suoi argomenti aggiungi questo, che forse è il più
          concludente. Se volessimo considerar l’anima come materiale, già non si tratterebbe più di
          separazione, e la morte non sarebbe altro che un’<pb ed="aut" n="282"/> estinzione della
          forza vitale, in qualunque cosa consista, certo facilissima a spegnersi. Ma considerandola
          come spirituale, è ella forse un membro del corpo, che s’abbia a staccare, e perciò con
          gran dolore? O non piuttosto i legami tra lo spirito e la materia, qualunque sieno, certo
          non sono materiali, e l’anima non si svelle come un membro, ma parte naturalmente quando
          non può più rimanere, nello stesso modo che una fiamma si estingue e parte da quel corpo
          dove non trova più alimento, nel che, per dire un’immagine, noi non vediamo nè ci
          figuriamo neanche astrattamente nessuna violenza e nessun dolore sia nel combustibile sia
          nella fiamma. La morte nell’ipotesi della spiritualità dell’anima, non è una cosa positiva
          ma negativa, non una forza che la stacchi dal corpo, ma un impedimento che le vieta di più
          rimanervi, posto il quale impedimento, l’anima parte da se, perchè manca il come abitare
          nel corpo, non perchè una forza violenta ne la sradichi e rapisca. Giacchè se l’anima è
          spirito, non bisogna considerarla come parte del corpo, ma come ospite di esso corpo, e
          tale che l’entrata e l’uscita sua sia facilissima leggerissima e dolcissima, non essendoci
          mica nervi nè membrane nè ec. che ve la tengano attaccata, o <pb ed="aut" n="283"/> catene
          che ve la tirino quando deve entrarvi. E quando v’entra, la cosa è insensibile, e l’uomo
          certamente non se ne avvede; così la sua uscita dev’essere insensibile, e tutta diversa
          dalla nostra maniera di concepire. Come l’uomo non s’accorge nè sente il principio della
          sua esistenza, così non sente nè s’accorge del fine, nè v’è istante determinato per la
          prima conoscenza e sentimento di quello nè di questo. V. p. 290.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Qualunque uomo nuovo tu veda, purch’egli viva nel mondo, tu sei certo di non errare,
          tenendolo subito per un malvagio, qualunque sia la sua fisonomia, le maniere, il
          portamento, le parole, le azioni ec. E chi vuol mettersi al sicuro deve subito giudicarlo
          per tale, e appresso a poco non troverà mai di avere sbagliato veramente, non ostante che
          tutte le apparenze gli possano dimostrare il contrario per lunghissimo tempo. Nello stesso
          modo, e per la stessa ragione è pur troppo acerbissima oggidì la condizione dell’uomo da
          bene che si unisce in matrimonio. Perchè s’egli non intende di portare e far sempre vivere
          i suoi figli nelle selve, deve tenere per indubitatissimo <pb ed="aut" n="284"/> fino da
          quel primo punto, che il suo matrimonio non frutterà al mondo altro che qualche malvagio
          di più. E questo non ostante qualunque indole, qualunque cura o arte di educazione ec.
          Perchè da che un uomo qualunque dovrà entrare nella società, è quasi matematicamente certo
          che dovrà divenire un malvagio, se non tutto a un tratto, certo a poco a poco; se non del
          tutto, certo in gran parte, a proporzione degli ostacoli ch’esso gli opporrà, ma che in
          tutti i modi certamente saranno vinti. E parimente dovrebb’esser dolorosissimo per l’uomo
          da bene il considerare nel mentre che alleva i suoi figli, che qualunque sua cura,
          qualunque immaginabile speranza di virtù, ch’egli ne possa concepire, è certissimo per
          infallibile e continua esperienza, che saranno, almeno in gran parte, inutili e vane.
          Sicchè tutto quello che può ragionevolmente sperare e cercare il buon educatore, è
          d’istillare ne’ suoi figli tanta dose di virtù, che venendo senza fallo a scemare, pur ne
          resti qualche poco, a proporzione della prima quantità. Questa sarebbe ben altra risposta
          da darsi a chi vi consigliasse d’ammogliarvi, o v’interrogasse perchè non l’abbiate fatto.
          Al che Talete interrogato <pb ed="aut" n="285"/> da Solone, dicono che rispondesse col
          mostrargli le inquietudini e i dolori del padre per li pericoli o le sventure della sua
          prole. Ma ora si potrebbe rispondere: per non procreare dei malvagi: per non dare al mondo
          altri malvagi. (17. ottobre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La speranza, cioè una scintilla, una goccia di lei, non abbandona l’uomo, neppur dopo
          accadutagli la disgrazia la più diametralmente contraria ad essa speranza, e la più
          decisiva. (18. ottobre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si può applicare alla poesia (come anche alle cose che hanno relazione o affinità con
          lei) quello che ho detto altrove: che alle grandi azioni è necessario un misto di
          persuasione e di passione o illusione. Così la poesia tanto riguardo al maraviglioso,
          quanto alla commozione o impulso di qualunque genere, ha bisogno di un falso che pur possa
          persuadere, non solo secondo le regole ordinarie della verisimiglianza, ma anche rispetto
          ad un certo tal quale convincimento che la cosa stia o possa stare effettivamente così.
          Perciò l’antica mitologia, o <pb ed="aut" n="286"/> qualunque altra invenzione poetica che
          la somigli, ha tutto il necessario dalla parte dell’illusione, passione ec. ma mancando
          affatto dalla parte della persuasione, non può più produrre gli effetti di una volta, e
          massime negli argomenti moderni, perchè negli antichi, l’abitudine ci proccura una tal
          quale persuasione, principalmente quando anche il poeta sia antico, perchè immedesimatasi
          in noi l’idea di quei fatti, di quei tempi, di quelle poesie ec. con quelle finzioni,
          queste ci paiono naturali e quasi ci persuadono, perchè l’assuefazione c’impedisce quasi
          di distinguerle da quei poeti, tempi, avvenimenti ec. e così machinalmente ci lasciamo
          persuadere quanto basta all’effetto, che la cosa potesse star così. Ma applicate
          nuovamente le stesse o altre tali finzioni, sia ad altri argomenti antichi, sia
          massimamente a soggetti moderni o de’ bassi tempi ec. ci troviamo sempre un non so che di
          arido e di falso, perchè manca la tal quale persuasione, quando anche la parte del bello
          immaginario, maraviglioso ec. sia perfetta. Ed anche per questa parte il Tasso non
          produrrà mai l’effetto dei poeti antichi, <pb ed="aut" n="287"/> sebbene il suo favoloso e
          maraviglioso è tratto idalla religion Cristiana. Ma oggidì in tanta propagazione e
          incremento di lumi, nessuna finzione o nuova <add resp="ed">o</add> nuovamente applicata,
          trova il menomo luogo nell’intelletto, mancando la detta assuefazione, la quale supplisce
          al resto ne’ poeti antichi. E questa è una gran ragione per cui la poesia oggidì non può
          più produrre quei grandi effetti nè riguardo alla maraviglia e al diletto, nè riguardo
          all’eccitamento degli animi, delle passioni ec. all’impulso a grandi azioni ec. Tanto più
          che la religion cristiana non si presta alla finzione persuadibile, come la pagana. A ogni
          modo è certo appunto per le sopraddette osservazioni, che la pagana oggidì non potendo
          aver più effetto, il poeta deve appigliarsi alla cristiana; e che questa maneggiata con
          vero giudizio, scelta, e abilità, può tanto per la maraviglia che per gli affetti ec.
          produrre impressioni sufficienti e notabili. (19. ottobre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Anche gli animali si associano in molti casi, e sempre per lo vantaggio comune. Oltre le
          formiche e le api che ho notate altrove, si può osservare <pb ed="aut" n="288"/> la così
          detta <emph>ruota</emph> che fanno i cavalli e altri animali per difendersi da comuni
          aggressori. Dalla quale s’inferisce ancora che gli animali hanno idee sufficienti di
          ordinanza o tattica, cioè del modo di accrescere e rendere più profittevoli le forze
          individuali 1. coll’unione di molti individui, 2. colla disposizione e figura di tutta la
          torma, 3. colla conveniente collocazione degl’individui. Di tali società guerriere
          offensive e difensive, credo che la storia naturale fornisca moltissimi esempi. Come anche
          in altri casi; per es. se è vero quello che si racconta dell’ordinanza delle grù nei
          viaggi che fanno, della sentinella o svegliatrice che tengono. Così la catena delle
          scimmie per passare i fiumi, così cento altri esempi dell’aiuto scambievole che le bestie
          si prestano per vantaggio comune, e forse anche talvolta per vantaggio del solo bisognoso
          e aiutato.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutte le cose si desiderano perfette relativamente al loro genere. Tuttavia perchè il
          perfetto è rarissimo in tutte le specie di cose, coloro che imitano o contraffanno,
          sogliono mescolare alla imitazione qualche difetto, cioè imitare piuttosto <pb ed="aut"
            n="289"/> e figurare e scegliere l’individuo difettoso che il perfetto, per render la
          imitazione più verisimile e credibile, e fare inganno, e persuadere che il finto sia vero.
          E laddove il difetto scema pregio all’imitato e vi si biasima, accresce pregio
          all’imitazione e vi si loda. Così se tu vuoi contraffare un filo di perle, non le fai
          tutte tonde perfettamente, sebbene in un filo vero le vorresti tutte così. Ed imiti
          piuttosto una gemma di un prezzo mediocre, di quello che contraffarne una inestimabile.
          Così dunque loderemo sempre più l’Achille difettoso di Omero, che l’Enea, il perfetto eroe
          di Virgilio, a cagione della credibilità, del vantaggio che ne cava l’illusione e la
          persuasione. Ed estenderemo questa osservazione a regolamento di tutti i poeti, quando
          scelgono qualche oggetto da imitare, acciocchè rifiutino gli eccessi tanto di perfezione
          quanto d’imperfezione, intorno alla quale siamo pure nello stesso caso. Applicate
          quest’ultima riflessione ai protagonisti di Lord Byron. (20. ottobre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="290"/> Alla p. 283. aggiungi. L’uomo non si avvede mai precisamente del
          punto in cui egli si addormenta, per quanto voglia proccurarlo. Ora il sonno non è il fine
          della vita, ma certo un interrompimento, e quasi un’immagine di esso fine; e se l’uomo non
          può sentire il punto in cui le sue facoltà vitali restano come sospese, molto meno quando
          sono distrutte. Forse anche si potrà dire che l’addormentarsi non è un punto, ma uno
          spazio progressivo più o meno breve, un appoco appoco più o meno rapido; e lo stesso si
          dovrà dir della morte. Di più è certo che i momenti i quali precedono immediatamente il
          sonno, e il punto o lo spazio dell’addormentarsi definitivamente (sebbene impercettibile),
          è dilettevole. Questo quando anche la cagione del sonno, come il languore, il travaglio,
          la malattia, la semplice debolezza, non siano dilettevoli, anzi l’opposto; e però i
          momenti più lontani dal sonno siano penosi. Anzi anche il letargo proveniente da
          infermità, anche mortale, è dilettevole. Che il torpore sia dilettevole l’ho notato già in
          questi pensieri nella teoria del piacere, e assegnatane la ragione. Credo che su questo
          fondamento il Napoletano <pb ed="aut" n="291"/> Cirillo abbia opinato che la morte abbia
          un non so che di dilettevole. Nel che sono interamente con lui, e non dubito che l’uomo (e
          qualunque animale) non provi un certo conforto, e un tal qual piacere nella morte. Non già
          che le cagioni di lei, e perciò i momenti più lontani da lei, siano dilettevoli; ma
          sibbene i momenti che la precedono immediatamente, e quello stesso punto o spazio
          impercettibile, e insensibile, in cui ella consiste. E ciò in qualunque malattia, anche
          nelle acutissime, nelle quali il Buffon pare che convenga che la morte possa esser
          dolorosa. Anzi il torpore della morte dev’esser tanto più dilettevole, quanto maggiori
          sono le pene che lo precedono, e da cui esso per conseguenza ci libera. E però
          generalmente e sempre, il torpore della morte dev’essere più grato di quello del sonno,
          perchè succede a molto maggior travaglio. Il qual sonno come ho detto non è mai penoso,
          quando anche sia cagionato da pene, anche da angoscie vive, come da febbre ardente ec.
          Quanto alle malattie dove l’uomo si estingue appoco appoco, e con piena conoscenza fino
          all’ultimo, è certo che non v’è momento così immediatamente vicino alla morte, dove l’uomo
          anche il meno illuso non si prometta un’ora almeno di vita, come si dice de’ vecchi ec. E
          così la morte non è mai troppo vicina al pensiero del moribondo, per la solita
          misericordia della natura. Vedi p. 599. capoverso 2. Io bene spesso trovandomi in gravi
          travagli o corporali o morali, ho desiderato non solamente il riposo, ma la mia anima
          senza sforzo, e senza eroismo, si compiaceva <pb ed="aut" n="292"/> naturalmente nell’idea
          di un’insensibilità illimitata e perpetua, di un riposo, di una continua inazione
          dell’anima e del corpo, la qual cosa desiderata in quei momenti dalla mia natura, mi era
          nominata dalla ragione col nome espresso di morte, nè mi spaventava punto. E moltissimi
          malati non eroi, nè coraggiosi anzi timidissimi, hanno desiderato e desiderano la morte in
          mezzo ai grandi dolori, e sentono un riposo in quell’idea, il quale sarebbe molto
          maggiore, se l’idea della morte non fosse accompagnata dai timori del futuro, e da cento
          altre cose estranee, e d’altro genere. Del resto il riposo ch’io desiderava allora mi
          piaceva più che dovesse esser perpetuo, acciò non avessi dovuto ripigliare svegliandomi
          gli stessi travagli de’ quali era così stanco.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Se la morte e il sonno siano un punto o uno spazio, non si ricerca riguardo a quei
          momenti nei quali l’uomo conserva ancora una cognizione di se, che va scemando a poco a
          poco, giacchè questo non si dubita che non sia uno spazio progressivo, ma riguardo al
          tempo non sensibile, nè conoscibile, nè ricordabile. Il quale pare che debba essere
          istantaneo, giacchè il passaggio dal conoscere al non conoscere, <pb ed="aut" n="293"/>
          dall’essere al non essere, dalla cosa quantunque menoma al nulla, non ammette gradazione,
          ma si fa necessariamente per salto, e istantaneamente. (21. ottobre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove; (p. 55.) domandate piacere ad uno, che non vi si possa fare senza
          incorrere nell’odio di un altro ec. La cagione di questo è che l’odio è passione, la
          gratitudine ragione e dovere, eccetto il caso che il benefizio produca l’amore passione,
          giacchè questa non si può dubitare che spesso non sia più efficace ed attiva dell’odio e
          di tutte le altre. Ma la semplice gratitudine è tutta relativa ad altrui, laddove l’amore
          passione, benchè sembri, non è tale, ma è fondata sommamente nell’amor proprio, giacchè si
          ama quell’oggetto come cosa che c’interessa, ci piace, e la nostra persona entra in questo
          affetto per grandissima parte. Ma la ragione non è mai efficace come la passione. Sentite
          i filosofi. Bisogna fare che l’uomo si muova per la ragione come, anzi più assai che per
          la passione, anzi si muova per la sola ragione e dovere. Bubbole. La natura degli uomini e
          delle cose, può ben <pb ed="aut" n="294"/> esser corrotta, ma non corretta. E se
          lasciassimo fare alla natura, le cose andrebbero benissimo, non ostante la detta
          superiorità della passione sulla ragione. Non bisogna estinguer la passione colla ragione,
          ma convertir la ragione in passione; fare che il dovere la virtù l’eroismo ec. diventino
          passioni. Tali sono per natura. Tali erano presso gli antichi, e le cose andavano molto
          meglio. Ma quando la sola passione del mondo è l’egoismo, allora si ha ben ragione di
          gridar contro la passione. Ma come spegner l’egoismo colla ragione che n’è la nutrice,
          dissipando le illusioni? E senza ciò, l’uomo privo di passioni, non si muoverebbe per
          loro, ma neanche per la ragione, perchè le cose son fatte così, e non si possono cambiare,
          chè la ragione non è forza viva nè motrice, e l’uomo non farà altro che divenirne
          indolente, inattivo, immobile, indifferente, infingardo, com’è divenuto in grandissima
          parte. (22. ottobre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le cagioni dell’amore dei vecchi alla vita e del timor della morte, i quali par che
          crescano in proporzione che la vita è meno amabile, e che la morte può <pb ed="aut"
            n="295"/> privarci di minore spazio di tempo, e di minori godimenti, anzi di maggiori
          mali (fenomeno discusso ultimamente dai filosofi tedeschi che ne hanno recato mille
          ragioni fuorchè le vere: v. lo Spettatore di Milano), sono, oltre quella che ho recata, mi
          pare, negli abbozzi della Vita di Lorenzo Sarno, queste altre. 1. Che coll’ardore e la
          forza della vitalità e dell’esistenza, si estingue o scema il coraggio, e quindi a
          proporzione che l’esistenza è meno gagliarda, l’uomo è meno forte per poterla disprezzare,
          e incontrarne o considerarne la perdita. Anche i giovani più facili a disprezzar la vita,
          coraggiosissimi nelle battaglie e in ogni rischio, sono bene spesso paurosissimi nelle
          malattie, tanto per la detta cagione della minor forza del corpo, e quindi dell’animo,
          quanto perchè non possono opporre alla morte quell’irriflessione, quel movimento,
          quell’energia, che gl’impedisce di fissarla nel viso, in mezzo ai rischi attivi. 2. Che
          molte cose vedute da lungi paiono facilissime ad incontrare, e niente spaventose, e in
          vicinanza riescono terribili, e poi ci si trovano mille difficoltà, mille crepacuori;
          affezioni, progetti ec. che da lontano pareano facili ad abbandonare <pb ed="aut" n="296"
          /> per forza di ardore di entusiasmo, o di passione, disperazione ec. e da vicino
          rincrescono infinitamente quando la passione è sparita, e le cose si considerano
          quietamente. 3. Che la natura ha posto negli esseri viventi sommo amor della vita, e
          quindi odio della morte, e queste passioni ha voluto e fatto che fossero cieche, e non
          dipendessero dal calcolo delle utilità, della maggiore o minor perdita ec. Quindi è
          naturale che gli effetti di questo amore e di quest’odio crescano in proporzione che la
          cosa amata è più in pericolo, e più bisognosa di cure per conservarla, e la cosa odiata
          più vicina. 4. Che i beni si disprezzano quando si possiedono sicuramente, e si apprezzano
          quando sono perduti, o si corre pericolo o si è in procinto di perderli. E come quel
          disprezzo era maggiore del giusto, così anche questa stima suol eccedere i limiti in
          qualsivoglia cosa. Ora il giovane, per quanto è concesso all’uomo, è il vero possessor
          della vita; il vecchio la possiede come precariamente. 5. Che la felicità o infelicità non
          si misura dall’esterno ma dall’interno. Il vecchio per l’assuefazione è meno suscettibile
            <pb ed="aut" n="297"/> di mali, e meno sensibile a quelli che gli avvengono; per
          l’estinzione dell’impeto e dell’inquietudine giovanile, meno bisognoso dei beni che gli
          mancano, meno vivo nei desideri, più facile a soffrir la privazione di ciò che desidera, e
          a desiderar cose dove possa agevolmente esser soddisfatto. Laonde la vita del vecchio non
          è più infelice di quella del giovane, anzi forse più felice secondo la sesta
          considerazione. 6. Che la vita metodica, tranquilla e inattiva non è penosa ma piacevole,
          quando s’accordi col metodo, calma, e inattività dell’individuo. Certo il giovane muore in
          una tal condizione, ma la condizione ch’egli desidera, specialmente nello stato presente
          del mondo, è difficilissima o impossibile a conseguire. Egli non trova altro che il nulla
          da cui fugge; il vecchio lo desidera, lo cerca, lo trova come tutti gli altri di qualunque
          età, e a differenza delle altre età, se ne compiace, o almeno non se ne duole, o certo lo
          soffre con pazienza, e quando l’uomo è perfettamente paziente, allora non può non amar la
          vita, perchè questa è amabile per natura. Aggiungete la tempesta delle passioni, dalla <pb
            ed="aut" n="298"/> quale il vecchio è libero, la tempesta del mondo, della società,
          degli affari, delle azioni, degli stessi diletti, quella tempesta nella quale il giovane,
          anche dopo averla sospirata in mezzo alla noia, sospira il riposo e la calma. <emph>Anzi è
            certo che lo stato naturale è il riposo e la quiete, e che l’uomo anche più ardente, più
            bisognoso di energia, tende alla calma e all’</emph>
          <hi rend="sc">inazione</hi>
          <emph>continuamente in quasi tutte le sue operazioni</emph>. Osservate ancora che la vita
          metodica era quella dell’uomo primitivo, e la più felice vita, non sociale, ma naturale.
          Osservate anche oggidì l’impressione che fa l’aspetto di essa vita rurale o domestica,
          nelle persone più dissipate, o più occupate, e com’ella par loro la più felice che si
          possa menare. È vero che ella ordinariamente è tale quando consiste in un metodo di
          occupazioni, e tale era nei primitivi, e nei selvaggi sempre occupati ai loro bisogni, o
          ad un riposo figlio e padre della fatica e dell’azione. Ma in ogni modo l’uomo
          avvezzandosi anche alla pura inazione, ci si affeziona talmente che l’attività gli
          riuscirebbe <pb ed="aut" n="299"/> penosissima. Si vedono bene spesso de’ carcerati
          ingrassare e prosperare, ed esser pieni di allegria, nella stessa aspettazione di una
          sentenza che decida della loro vita. Dove anzi l’imminenza del male, accresce il piacere
          del presente, cosa già osservata dagli antichi (come da Orazio), anzi famosa tra loro, e
          provata da me, che non ho mai sperimentato tal piacere della vita, e tali furori di gioia
          maniaca ma schiettissima, come in alcuni tempi ch’io aspettava un male imminente, e diceva
          a me stesso; <emph>ti resta tanto a godere e non più</emph>, e mi rannicchiava in me
          stesso, cacciando tutti gli altri pensieri, e soprattutto di quel male, per pensare
          solamente a godere, non ostante la mia indole malinconica in tutti gli altri tempi, e
          riflessivissima. Anzi forse questa accresceva allora l’intensità del godimento, o della
          risoluzione di godere. Applicate anche questa settima considerazione ai vecchi. V. p. 121.
          pensiero 3. e confrontalo, rettificalo, ed accrescilo con questo, e questo con quello.
          (23. ottobre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>I principi non possono essere amati per altra passione che per quella che consiste
          nell’amor di parte. <pb ed="aut" n="300"/> L’ambizione, l’avarizia ec. cadono sotto la
          categoria dell’interesse, consistono nel freddo calcolo dell’egoismo, e perciò spettano
          alla ragione, tutto l’opposto del fervido, irriflessivo e cieco impeto della passione. E
          chi sacrifica se stesso al principe per ambizione, avarizia, o altre mire di propria
          utilità, non si sacrifica veramente al principe ma a se stesso, e tanto quanto lo crede
          utile a se stesso, e in caso diverso, abbandona la sua causa. Ma l’amor di parte conduce a
          sacrificarsi furiosamente, e senza riserva nè condizione nè ritegno nè calcolo veruno,
          all’oggetto di questo amore, e così la passione primieramente è più forte della ragione e
          dell’interesse, e conduce ad affrontare molto maggiori ostacoli e pericoli; in secondo
          luogo non è soggetta a cambiar di strada secondo le circostanze, come l’interesse che da
          una causa porta a difenderne un’altra, secondo che meglio torna. I principi dunque non
          potendo esser favoriti dai sudditi per altra passione che per la sopraddetta, e
          l’interesse non essendo nè così forte, nè molto meno così costante, la ragione poi essendo
          inoperosissima (giacchè vediamo tutto giorno che quella parte <pb ed="aut" n="301"/> dei
          sudditi la quale ama o favorisce il suo governo per mera persuasione, come anche quella
          che lo odia nello stesso modo, è la parte più immobile e più passiva del popolo), debbono
          fomentare l’amor di parte. E siccome questo non è attivo anzi non esiste, se non v’è parte
          contraria, perciò, quantunque sembri un paradosso, si può affermare che giova al principe
          il dar luogo a una fazione contraria alla sua, quando esista la favorevole, e sia più
          forte com’è il più naturale e ordinario. Questa fu la pratica dei romani la quale riuscì
          loro così bene come nessuno ignora. E i realisti di Francia, e le provincie o città
          realiste non sarebbero così ardenti sostenitori del re, se non avessero lo spirito di
          parte, e se non esistesse un partito contrario considerabile, il quale non è più forte, ma
          se fosse, l’affare sarebbe fuor del caso. E cento altri esempi e prove simili può fornire
          la storia antica e moderna e presente. Quello dunque che ho detto p. 113. de’
          conquistatori, si può estendere a tutti i principi e governi (27. ottobre 1820.). massime
          monarchici, oligarchici, aristocratici ec. perchè nelle repubbliche <pb ed="aut" n="302"/>
          il caso è alquanto diverso, e le fazioni sono utili per altre ragioni, ma non però che
          anche questa non si possa applicare ad esse pure. V. p. 1242.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nelle estreme sventure tutte le altre età ammettono la consolazione o filosofica, o
          qualunque. Solamente la giovanezza non ammette e non vede altra consolazione che della
          morte. Il libro di Crantore <title>
            <foreign lang="grc">περὶ πένθους</foreign>
          </title> lodatissimo dagli antichi, il libro di Cicerone <title lang="lat">de
          Consolatione</title> dove espresse in gran parte quello di Crantore, saranno stati utili
          alle altre età. Pel giovane estremamente sventurato, o che si creda tale, non si può
          scriver libro consolatorio.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La corruttela de’ costumi è mortale alle repubbliche, e utile alle tirannie, e monarchie
          assolute. Questo solo basta a giudicare della natura e differenza di queste due sorte di
          governi. (3. novembre 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">La plus grande marque qu’on est né avec de grandes qualités, c’est
              d’être sans envie</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Madame la Marquise de Lambert</author>, <title lang="fre">Avis d’une mère à son
              fils</title>. À Paris et à Lyon 1808. p. 67</bibl>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Une résistance inutile (aux malheurs) retarde l’habitude qu’elle
              (l’ame) contracteroit avec son état. Il faut céder aux malheurs. Renvoyez-les à la
              patience: c’est à elle seule à les adoucir</foreign>
          </quote>
          <pb ed="aut" n="303"/> . <bibl lang="fre">La même, ibid. p. 88.</bibl> (5 Nov. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Bione Boristenite <quote>
            <foreign lang="grc">ἐρωτη&gt;είς ποτε τίς μᾶλλον ἀγωνιᾷ</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat" rend="italic">anxietate maiore detineatur</foreign>), <quote>
            <foreign lang="grc">ἔφη, ὁ τὰ μέγιστα βουλόμενος εὐημερεῖν</foreign>
          </quote>
          <emph>colui che cerca le supreme felicità</emph> (<bibl>
            <author>Laerz.</author> in <title>Bione</title>, l. 4 segm.48.</bibl>) Chi sa pascersi
          delle piccole felicità, raccogliere nell’animo suo i piccoli piaceri che ha provato nella
          giornata, dar peso presso se medesimo alle piccole fortune, facilmente passa la vita, e se
          non è felice, può crederlo, e non accorgersi del contrario. Ma chi non dà mente se non
          alle grandi felicità, non considera come guadagno, e non proccura di pascersi e ruminare
          seco stesso i piccoli accidenti piacevoli, le piccole riuscite, soddisfazioni,
          conseguimenti ec. e tiene tutto per nulla, se non ottiene quel grande e difficile scopo
          che si propone; vivrà sempre cruccioso, ansioso, senza godimenti, e in vece della gran
          felicità, ritroverà una continua infelicità. Massimamente che, conseguito ancora quel
          grande scopo, lo troverà molto inferiore alla speranza, come sempre accade nelle cose
          lungamente desiderate e cercate. (6. Nov. 1820.). V. poco sotto.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Osservano i giuristi che nel Cod. Giustin. non si trova legge contro i duelli (perlochè
          moltissimi si sforzano di tirarci scioccamente quella di Costantino M. <pb ed="aut"
            n="304"/> contro i Gladiatori). Così accade a chi fa il ritratto o la copia avanti che
          abbia veduto l’originale, o ad un fanciullo che si faccia le vesti per quando sarà
          cresciuto.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il faut s’arrêter et séjourner sur les goûts et sur les plaisirs,
              pour en jouir: il faut de repos pour le bonheur. Il n’y a point de présent pour une
              ame agitée: la soif des richesses ne laisse jamais assez de calme pour sentir ce que
              l’on possède</foreign>
          </quote> (lo stesso dite di qualunque altro desiderio difficile a conseguire, e vivissimo
          tuttavia)... <quote>
            <foreign lang="fre">Ils passent leur vie en désirs et en espérances: ainsi, ils ne
              vivent pas, mais ils espérent de vivre</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Madame de Lambert</author>, <title lang="fre">Réflexions sur les
            richesses</title>. Paris 1808. à la suite des <title lang="fre">Avis d’une mère à son
              fils</title>. p. 153. 154.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quel detto scherzevole di un francese <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Glissez, mortels, n’appuyez pas</foreign>
          </quote> a me pare che contenga tutta la sapienza umana, tutta la sostanza e il frutto e
          il risultato della più sublime e profonda e sottile e matura filosofia. Ma questo
          insegnamento ci era già stato dato dalla natura, e non al nostro intelletto nè alla
          ragione, ma all’istinto ingenito ed intimo, e tutti noi l’avevamo messo in pratica da <pb
            ed="aut" n="305"/> fanciulli. Che cosa adunque abbiamo imparato con tanti studi, tante
          fatiche, esperienza, sudori, dolori? e la filosofia che cosa ci ha insegnato? Quello che
          da fanciulli ci era connaturale, e che poi avevamo dimenticato e perduto a forza di
          sapienza; quello che i nostri incolti e selvaggi bisavoli, sapevano ed eseguivano senza
          sognarsi d’esser filosofi, e senza stenti nè fatiche nè ricerche nè osservazioni nè
          profondità ec. Sicchè la natura ci aveva già fatto saggi quanto qualunque massimo saggio
          del nostro o di qualsivoglia tempo; anzi tanto più, quanto il saggio opera per massima,
          che è cosa quasi fuori di se; noi operavamo per istinto e disposizione ch’era dentro di
          noi, ed immedesimata colla nostra natura, e però più certamente e immancabilmente e
          continuamente efficace. Così l’apice del sapere umano e della filosofia consiste a
          conoscere la di lei propria inutilità se l’uomo fosse ancora qual era da principio,
          consiste a correggere i danni ch’essa medesima ha fatti, a rimetter l’uomo in quella
          condizione in cui sarebbe sempre stato, s’ella non fosse mai nata. E perciò solo è utile
          la sommità della filosofia, perchè ci libera e disinganna dalla filosofia. (7. Nov.
          1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="306"/> Aristotele, o secondo altri, Diogene, <quote>
            <foreign lang="grc">τὸ κάλλος παντὸς ἔλεγεν ἐπιστολίου συστατικώτερον·</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Laerz.</author> in <title>Aristot.</title> l. 5. seg. 18.</bibl>) Teofrasto
          definiva la bellezza <quote>
            <foreign lang="grc">σιωπῶσαν ἀπάτην</foreign>
          </quote> (<bibl>ib. 19.</bibl>) Pur troppo bene: perchè tutto quello che la bellezza
          promette, e par che dimostri, virtù, candore di costumi, sensibilità, grandezza d’animo, è
          tutto falso. E così la bellezza è una tacita menzogna. Avverti però che il detto di
          Teofrasto è più ordinario, perchè <foreign lang="grc">ἀπάτη</foreign> non è propriamente
          menzogna, ma inganno, frode, seduzione, ed è relativo all’effetto che la bellezza fa sopra
          altrui, non al mentire assolutamente.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Appelliamo tutto giorno ai posteri. Nelle cose dove alla giustizia, al retto giudizio,
          alle retribuzioni dovute ec. nuocono i difetti o vizi de’ contemporanei in quanto
          contemporanei, va bene. Ma in tutto il resto, in tutto quello che spetta ai vizi degli
          uomini come uomini, o come animali depravati, non so quanto ci gioverà quest’appellazione.
          Se potessimo appellare ai passati, saremmo più fortunati, ma il costume del mondo è stato
          sempre di peggiorare, e che il futuro fosse peggiore del presente e del passato. Le
          generazioni migliori non sono quelle davanti, ma quelle di dietro; e non c’è speranza che
            <pb ed="aut" n="307"/> il mondo cambi costume, e rinculi in vece di avanzare; e
          avanzando già non può far altro che peggiorare. Massime a questi tempi e costumi presenti,
          non par che possa succedere nè derivare altro che tempi e costumi peggiori. Vediamo dunque
          che cosa ci resti a sperare dalla posterità. V. p. 593. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È un curioso andamento degli studi umani, che i geni più sublimi liberi e irregolari,
          quando hanno acquistato fama stabile e universale, diventino <emph>classici</emph>, cioè i
          loro scritti entrino nel numero dei libri elementari, e si mettano in mano de’ fanciulli,
          come i trattati più secchi e regolari delle cognizioni <emph>esatte</emph>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Omero che scriveva innanzi ad ogni regola, non si sognava certo d’esser gravido delle
          regole come Giove di Minerva o di Bacco, nè che la sua irregolarità sarebbe stata
          misurata, analizzata, definita, e ridotta in capi ordinati per servir di regola agli
          altri, e impedirli di esser liberi, irregolari, grandi, e originali come lui. E si può ben
          dire che l’originalità di un grande scrittore, producendo la sua fama, (giacchè senza
          quella, sarebbe rimato oscuro, e non avrebbe servito di norma <pb ed="aut" n="308"/> e di
          modello) impedisce l’originalità de’ successori. Io compatisco tutti, ma in ispecie i
          poveri gramatici, i quali dovendo formare la prosodia greca sopra Omero, hanno dovuto
          popolare il Parnaso greco di eccezioni, di sillabe comuni ec. o almeno avvertire che molti
          esempi di Omero ripugnavano ai loro insegnamenti, perchè Omero innocentemente, non sapendo
          il gran feto delle regole del quale erano pregni i suoi poemi, adoperava le sillabe a suo
          talento, e fino nello stesso piede, adoperava la stessa sillaba una volta lunga, e
          un’altra breve.</p>
        <quote rend="block">
          <lg type="non-definito">
            <l>
              <foreign lang="grc">Ἄρες, Ἄρες, βροτολοιγὲ, μιαιφόνε, τειχεσιβλῆτα</foreign>
            </l>
          </lg>
        </quote>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il Parnaso latino creato dopo che gli studi aveano preso forma regolare, se non
          intieramente presso i latini (quantunque la vera creazione del Parnaso latino si possa
          porre nel secolo di Augusto, perchè i poeti antecedenti erano di pochissimo conto), certo
          però presso i greci, dai quali tutta la letteratura latina derivò immediatamente; non fu
          soggetto a questa difficoltà. (8. Nov. 1820.). Ma la poesia greca ebbe la disgrazia di
          trovarsi tutta bella e formata prima della nascita delle regole. Dal che non solo intorno
          alla prosodia, ma a tutto il rimanente, si possono <pb ed="aut" n="309"/> osservare quelle
          conseguenze che sono naturali, e quelle differenze che ne dovevano nascere, rispetto alla
          poesia latina.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il faut être bien grand pour avoir la force de ne l’être qu’à ses
              propres yeux</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Madame de Lambert</author>, <title lang="fre">Portrait de M. de S. Paris</title>
            1808. à la suite des <title lang="fre">Avis d’une mère à son fils</title>. p.
          226.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il est dans l’âge où les sentimens deviennent plus délicats, parce
              qu’on échappe à l’empire des sens: dans cet âge où l’on vit encore pour ce qui plaît,
              et où l’on se retire pour ce qui incommode, il jouit des plaisirs purs</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. p. 227.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Di uno sciocco che sempre vien fuori colla logica, dove ha gran presunzione, e la caccia
          in tutti i discorsi. <emph>Egli è propriamente l’uomo definito alla greca; un</emph>
          <emph rend="sc">animale</emph>
          <emph>logico.</emph>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il gusto decisamente di preferenza che ha questo secolo per le materie politiche, è una
          conseguenza immediata e naturale, della semplice diffusione dei lumi, ed estinzione dei
          pregiudizi. Perchè quando per una parte non si pensa più colla mente altrui, e le opinioni
          non dipendono più dalla tradizione, <pb ed="aut" n="310"/> per l’altra il sapere non è più
          proprio solamente di pochi, i quali non potrebbero formare il gusto comune; allora le
          considerazioni cadono necessariamente sopra le cose che c’interessano più da vicino, più
          fortemente, più universalmente. L’uomo pregiudicato o irriflessivo, segue l’abitudine,
          lascia andar le cose come vanno, e perchè vanno e sono andate così, non pensa che possano
          andar meglio. Ma l’uomo spregiudicato e avvezzo a riflettere, com’è possibile che essendo
          la politica in relazione continua colla sua vita, non la renda l’oggetto principale delle
          sue riflessioni, e per conseguenza del suo gusto? Nei secoli passati, come in quello di
          Luigi 14. anche gli uomini abili, non essendo nè spregiudicati, nè principalmente
          riflessivi, della politica conservavano l’antica idea, cioè che stesse bene come stava, e
          toccasse a pensarvi solamente a chi aveva in mano gli affari. Più tardi, gli uomini
          spregiudicati non mancavano, ma eran pochi: pensavano e parlavano di politica, ma il gusto
          non poteva essere universale. Aggiungete che i letterati e i sapienti per lo più vivono in
          una certa lontananza dal mondo; perciò la politica non toccava il sapiente così dappresso,
          non gli stava tanto avanti gli occhi, non era in tanta relazione <pb ed="aut" n="311"/>
          colla sua vita, come ora che tutto il mondo è sapiente, e le cognizioni son proprie di
          tutte le classi. Del resto, sebbene la morale per se stessa è più importante, e più
          strettamente in relazione con tutti, di quello che sia la politica, contuttociò a
          considerarla bene, la morale è una scienza puramente speculativa, in quanto è separata
          dalla politica: la vita, l’azione, la pratica della morale, dipende dalla natura delle
          istituzioni sociali, e del reggimento della nazione: ella è una scienza morta, se la
          politica non cospira con lei, e non la fa regnare nella nazione. Parlate di morale quanto
          volete a un popolo mal governato; la morale è un detto, e la politica un fatto: la vita
          domestica, la società privata, qualunque cosa umana prende la sua forma dalla natura
          generale dello stato pubblico di un popolo. Osservatelo nella differenza tra la morale
          pratica degli antichi e de’ moderni sì differentemente governati. (9 Nov. 1820.).
          Oltracciò il comune è bensì illuminato e riflessivo al dì d’oggi, ma non profondo, e
          sebbene la politica domanda forse maggior profondità di lumi e di riflessioni che la
          morale, contuttociò il suo aspetto e superficie offre un campo più facile agl’intelletti
          volgari, e generalmente la politica si presta <pb ed="aut" n="312"/> davantaggio ai sogni
          alle chimere alle fanciullaggini. Finalmente il volgo preferisce il brillante e il vasto
          al solido ed utile, ma in certo modo più ristretto e meno nobile, perchè la morale spetta
          all’individuo, e la politica alla nazione e al mondo. E la superbia degli uomini è
          lusingata dal parlare e discutere i pubblici interessi, dall’esaminare e criticare quelli
          che gli amministrano ec. e il volgare si crede capace e degno del comando, allorchè parla
          della maniera di comandare.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 62. pensiero 1. Osservate però che c’è una differenza in questo fra la
          letteratura latina e l’italiana, in quanto non le sole cognizioni filosofiche o
          filologiche, le quali esigevano l’uso delle parole greche, ma tutta la letteratura latina
          era derivata dalla greca. Non così l’italiana dalla francese, eccetto nella filosofia ec.
          anzi per lo contrario. Sicchè l’introdur parole greche in latino doveva essere un poco più
          facile e naturale. Del resto la stessa cognazione e fratellanza ch’era tra la greca e la
          latina esiste tra la lingua italiana e la francese, e se la greca si vuol considerare per
          anteriore, se non altro nella formazione e sistemazione, anche la lingua provenzale ci ha
          preceduto quasi nello stesso modo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 58. pensiero penultimo. Aggiungete che il <pb ed="aut" n="313"/> tempo di
          Giuliano era tutto sofistico, e tale egli è in tutte le altre sue opere, tali sono
          Libanio, Temistio ec. suoi più famosi scrittori contemporanei. Ma nessuno è sofista quando
          parla di se stesso e per se stesso, e in un’occasione che mette in vero movimento l’animo
          suo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come la forza della natura giovanile, forza che non può esser vinta <emph>in fatto</emph>
          da nessuna ragionevolezza, studio, filosofia, precoce maturità di pensare ec. fa che il
          giovane s’inebbri facilmente della felicità, così anche dell’infelicità, quando questa è
          tanto grave che superi la naturale inclinazione del giovane all’allegrezza, al divagarsi,
          a sperare, a noncurare il male. E perciò il giovane è incapace d’altra consolazione che
          della morte, come ho detto p. 302. Nè religione, nè ragione, nè altro che sia, non è
          sufficiente a consolare il giovane sommamente sventurato, s’egli ha una certa forza
          d’animo, la quale tutta s’impiega in consolidare, e fargli sentire profondamente e
          ostinatamente il suo male.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La letteratura francese si può chiamare originale per la sua somma e singolare
          inoriginalità.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="314"/> Alla p. 252. La Spagna è una prova e un esempio vivo e presente di
          quello ch’io dico. Nella Spagna barbara di barbarie non primitiva ma corrotta per la
          superstizione, la decadenza da uno stato molto più florido, civile, colto e potente, gli
          avanzi de’ costumi moreschi ec. nella Spagna, dico, l’ignoranza sosteneva la tirannia.
          Questa dunque doveva cadere ai primi lampi di una certa filosofia, derivati dall’invasione
          e dimora de’ francesi, e dalla rivoluzione del mondo. L’ignoranza è come il gelo che
          assopisce i semi e gl’impedisce di germogliare, ma non gli uccide, come l’incivilimento, e
          passato l’inverno, quei semi germogliano alla primavera. Così è accaduto nella Spagna,
          dove quel popolo, tornato quasi vergine ha sentito le scosse dell’entusiasmo, e l’avea già
          dimostrato nell’ultima guerra. E perciò s’è veduto quivi il contrario delle altre nazioni,
          come osserva l’autore del <title lang="lat">Manuscrit venu de Sainte Hélène</title>, cioè
          che lo spirito rivoluzionario esisteva solamente in quelli che pel loro stato erano più
          colti, preti, frati, nobili, tutti quelli che nella rivoluzione non aveano che a perdere:
            <pb ed="aut" n="315"/> perchè il torpore della nazione non derivava da eccesso
          d’incivilimento, ma da difetto; e i pochi colti, probabilmente non lo erano all’eccesso,
          come altrove, ma quanto basta e conviene, e non più. Quando la Spagna sarà bene incivilita
          ricadrà sotto la tirannia, sostenuta non più dall’ignoranza, ma per lo contrario
          dall’eccesso del sapere, dalla freddezza della ragione, dall’egoismo filosofico, dalla
          mollezza, dal genio per le arti e gli studi pacifici. E questa tirannia sarà tanto più
          durevole quanto più moderata della precedente. E se il re di Spagna avrà vera politica
          dovrà promuovere a tutto potere l’incivilimento del suo popolo (e in questi tempi vi potrà
          riuscire più facilmente e più presto). E con ciò non consoliderà la loro indipendenza,
          come si crede comunemente, ma gli assoggetterà di nuovo, e ricupererà quello che ha
          perduto. Non c’è altro stato intollerante di tirannia, o capace di esserne esente, fuorchè
          lo stato naturale e primitivo, o una civilizzazione media, com’è ora quella della Spagna,
          com’era quella de’ Romani ec. Atene e la Grecia quando furono sommamente civili, non
          furono mai libere veramente. (10 Nov. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="316"/> Teofrasto notato dagli antichi per uomo laboriosissimo e
          infaticabile negli studi, venuto a morte nell’estrema vecchiezza per l’assiduità dello
          scrivere, secondo ch’è riferito da Suida, e interrogato dagli scolari se lasciasse loro
          nessun precetto o ricordo, rispose, Nient’altro se non che l’uomo disprezza molti piaceri
          a causa della gloria. Ma non così tosto incomincia a vivere che la morte gli sopravviene.
          Però l’amor della gloria è così svantaggioso come checchessia. Vivete felici, e lasciate
          gli studi che vogliono gran fatica, o coltivategli a dovere, che portano gran fama. Se non
          che la vanità della vita è maggiore dell’utilità. Per me non è più tempo a deliberare: voi
          altri considerate quello che vada fatto. E così dicendo spirò. (Queste sono le sue proprie
          parole come le riporta il Laerzio, in Theophrasto l. 5 segm.41.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Del rimanente mi pare che Teofrasto forse solo fra gli antichi o più di qualunque altro,
          amando la gloria e gli studi, sentisse peraltro l’infelicità inevitabile della natura
          umana, l’inutilità de’ travagli, e soprattutto l’impero della fortuna, e la sua
          preponderanza sopra la virtù relativamente alla felicità dell’uomo e anche del saggio, al
          contrario degli altri filosofi tanto <pb ed="aut" n="317"/> meno profondi, quanto più
          superbi, i quali ordinariamente si compiacevano di credere il filosofo felice per se, e la
          virtù sola o la sapienza, bastanti per se medesime alla felicità. Laonde Teofrasto non
          ebbe giustizia dagli antichi incapaci di conoscere quella profondità di tristo e doloroso
          sentimento che lo faceva parlare. <foreign lang="lat">Vexatur Theophrastus et libris et
            scholis omnium philosophorum, quod in Callisthene suo laudarit illam sententiam: Vitam
            regit fortuna non sapientia</foreign>. <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Tuscul.</title> 3. et 5.</bibl> (vedilo perchè contiene qualche altra cosa). <quote>
            <foreign lang="lat">Quod maxime efficit Theophrasti de beata vita liber, in quo multum
              admodum fortunae datur</foreign>
          </quote>. <bibl>Id. <title lang="lat">de Finibus</title> l. 4</bibl>. Neanche ha ottenuto
          dai moderni quella stima che meritava, essendo smarrite quasi tutte le sue moltissime
          opere, nè restando altro che alcune fisiche, eccetto i Caratteri; e io credo di essere il
          primo a notare che Teofrasto essendo filosofo e maestro di scuola (e scuola eccessivamente
          numerosa), anteriore oltracciò ad Epicuro, e certamente non Epicureo nè per vita nè per
          massime, si accostò forse più di qualunque altro alla cognizione di quelle triste verità
          che solamente gli ultimi secoli hanno veramente distinte e poste in chiaro, e della
          falsità di quelle illusioni che solamente a’ dì nostri hanno perduto il loro splendore e
          vigor naturale. Ma così anche si vede che Teofrasto conoscendo le illusioni, non però <pb
            ed="aut" n="318"/> le fuggiva o le proscriveva come i nostri pazzi filosofi, ma le
          cercava e le amava, anzi si faceva biasimare dagli altri antichi filosofi, appunto perchè
          onorava le illusioni molto più di loro. <quote>
            <foreign lang="lat">Itaque miror quid in mentem <add resp="ed">venerit</add> Theophrasto
              in eo libro quem De divitiis scripsit: in quo multa praeclare, illud absurde. Est enim
              multus in laudanda magnificentia et apparatione popularium munerum, taliumque sumtuum
              facultatem, fructum divitiarum putat</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title lang="lat">de offic.</title>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Così si vede che appunto chi conosce e sente più profondamente e dolorosamente la vanità
          delle illusioni, le onora e desidera e predica più di tutti gli altri, come Rousseau, la
          Staël ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Che se Teofrasto vicino a morte le abbandonò e quasi le rinegò come Bruto, questo stesso
          è una prova di quanto le avesse amate perchè non si ripudia quello che non s’è mai amato,
          nè si abbandona quello che non s’è mai seguito. Nè si mente senza vantaggio in punto di
          morte ec. (11. Nov. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="319"/> Sovente ho desiderato con impazienza di possedere e gustare un bene
          già sicuro, non per avidità di esso bene, ma per solo timore di concepirne troppa
          speranza, e guastarlo coll’aspettativa. E questa tale impazienza, ho osservato che non
          veniva da riflessione, ma naturalmente, nel tempo ch’io andava fantasticando e
          congetturando sopra quel bene o diletto. E così anche naturalmente proccurava di distrarmi
          da quel pensiero. Se però l’abito generale di riflettere, o vero l’esperienza e la
          riflessione che mi aveano già precedentemente resa naturale la cognizione della vanità dei
          piaceri, e la diffidenza dell’aspettativa, non operavano allora in me senz’avvedermene, e
          non mi parvero natura. (11 Nov. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dice <bibl>
            <author>Quintiliano</author> l. 10. c. 1.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Quid ego commemorem Xenophontis iucunditatem illam inaffectatam, sed
              quam nulla possit affectatio consequi?</foreign>
          </quote> E certo ogni bellezza principale nelle arti e nello scrivere deriva dalla natura
          e non dall’affettazione o ricerca. Ora il traduttore necessariamente affetta, cioè si
          sforza di esprimere il carattere e lo stile altrui, e ripetere il detto di un altro alla
          maniera e gusto del medesimo. Quindi osservate quanto sia difficile una buona traduzione
          in genere di bella letteratura, <pb ed="aut" n="320"/> opera che dev’esser composta di
          proprietà che paiono discordanti e incompatibili e contraddittorie. E similmente l’anima e
          lo spirito e l’ingegno del traduttore. Massime quando il principale o uno de’ principali
          pregi dell’originale consiste appunto nell’inaffettato, naturale e spontaneo, laddove il
          traduttore per natura sua non può essere spontaneo. Ma d’altra parte quest’affettazione
          che ho detto è così necessaria al traduttore, che quando i pregi dello stile non sieno il
          forte dell’originale, la traduzione inaffettata in quello che ho detto, si può chiamare un
          dimezzamento del testo, e quando essi pregi formino il principale interesse dell’opera,
          (come in buona parte degli antichi classici) la traduzione non è traduzione, ma come
          un’imitazione sofistica, una compilazione, un capo morto, o se non altro un’opera nuova. I
          francesi si sbrigano facilmente della detta difficoltà, perchè nelle traduzioni non
          affettano mai. Così non hanno traduzione veruna (e lasciateli pur vantare il Delille, e
          credere che possa mai essere un Virgilio), ma quasi relazioni del contenuto nelle opere
          straniere; ovvero opere originali composte de’ pensieri altrui.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="321"/> Una delle prime cagioni della universalità della lingua francese, è
          la sua unicità. Perchè la lingua italiana (così sento anche la tedesca, e forse più) è
          piuttosto un complesso di lingue che una lingua sola, potendo tanto variare secondo i vari
          soggetti, e stili, e caratteri degli scrittori ec. che quei diversi stili paiono quasi
          diverse lingue, non avendo presso che alcuna relazione scambievole. Dante — Petrarca e
          Parini ec. Davanzati — Boccaccio, Casa ec. V. p. 244. Dal che come seguono infiniti e
          principalissimi vantaggi, così anche parecchi svantaggi. 1. che lo straniero trova la
          nostra lingua difficilissima, e intendendo un autore, e passando a un altro, non
          l’intende. (Così nei greci) 2. che potendosi scrivere o parlare italiano senza essere
          elegante ec. ec. ec. lo scrittore italiano volgare scrive ordinariamente malissimo; così
          il parlatore ec. Al contrario del francese, dove la strada essendo una, e chiusa da parte
          e parte, non parla francese chi non parla bene; e perciò quasi tutti i francesi scrivono e
          parlano elegantemente, ma sempre di una stessa eleganza, e quanto al più e il meno, le
          differenze sono così piccole, <pb ed="aut" n="322"/> che se i francesi le sentono nei loro
          diversi scrittori, agli esteri son quasi impercettibili. Laddove le differenze de’ buoni
          stili italiani, saltano agli occhi di chicchessia. Così anche dei greci.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>E notate di passaggio che la lingua latina ha una strada molto più segnata e definita, e
          rassomiglia in questo alla francese. La cagione è che la lingua latina scritta, fu opera
          dell’arte (onde il volgar latino differiva sommamente dal letterale) come è noto, e come
          dimostra a prima vista la sua artificiosissima e figuratissima costruzione. Laddove la
          forma della lingua greca e italiana fu opera della natura, vale a dire che ambedue queste
          lingue si formarono prima della nascita, o almeno della formazione e definizione delle
          regole, e prima che gli scrittori fossero legati da’ precetti dell’arte. Così la natura è
          sempre varia, e l’arte sempre uniforme, o se non altro sommamente inferiore alla natura in
          varietà.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In somma lo straniero e il francese parla facilmente bene la sua lingua, dove la varietà
          non genera confusione o difficoltà all’imperito.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="323"/> E l’unicità della lingua francese, e la moltiplicità dell’italiana
          apparisce più chiaro che mai dalla facoltà rispettiva nelle traduzioni. La lingua tedesca
          ancora, passa per sommamente suscettibile di prendere il carattere e la forma di qualunque
          lingua, scrittore, e stile, e quindi per ricchissima in traduzioni vivamente simili agli
          originali. Non so peraltro se questa facoltà consista veramente nello spirito dello stile,
          o solamente nel materiale, come par che dubiti la Staël nell’articolo sulle traduzioni.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il fatto sta che i francesi vantandosi dell’universalità della loro lingua si vantano
          della sua poca bellezza, della sua povertà, uniformità, ed aridità, perchè s’ella avesse
          quanto si richiede per esser bella, e se fosse ricca e varia, e se non fosse piuttosto
          geometria che lingua, non sarebbe universale. Ma il mondo se ne serve come delle formole o
          dei termini di una scienza, noti e facili a tutti, perchè formati sullo sterile modello
          della ragione, o come di un’arte o scienza pratica, di una geometria, di un’aritmetica,
          ec. comuni a tutti i popoli, perchè tutti dalle stesse maggiori deducono le stesse
          conseguenze. (13. Nov. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="324"/> Dalle sopraddette considerazioni osserverai quanto sia giusta la
          maraviglia e degna la lode di quelli che dicono che in Francia da Luigi 14. in poi non si
          disputa più della lingua, e si scrive bene, laddove in Italia si disputa sempre della
          lingua e si scrive male. Prima di Luigi 14. quando la lingua francese non era ancora
          geometrizzata, e ridotta a una processione di collegiali, come dice Fénélon, siccome si
          poteva scriver meglio di adesso, così anche si potea scriver male.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Demetrio Falereo <quote>
            <foreign lang="grc">τῶν τετυφωμένων ἀνδρῶν ἔφη τὸ μὲν ὕψος δεῖν περιαιρεῖν, τὸ δὲ
              φρόνημα καταλιπεῖν</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Laerz.</author> in <title>Demetr.</title> l. 5. seg. 82.</bibl>). Cioè, hominum
          fastu turgidorum aiebat circumcidi oportere altitudinem, opinionem autem de se relinquere.
          Così l’interprete benissimo. Scioccamente Merico Casaubono nella nota ad alcune parole
          dello stesso segm. poco addietro.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τοὺς φίλους ἐπὶ μὲν τὰ ἀγαθὰ παρακαλουμένους ἀπιέναι, ἐπὶ δὲ τὰς
              συμφορὰς, αὐτομάτους</foreign>
          </quote>. (subint. <foreign lang="grc">δεῖν</foreign>, <foreign lang="lat">quod est in
            superioribus</foreign>) Detto dello stesso, appo il <bibl>
            <author>Laerz.</author> l. c. segm. 83.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il vino è il più certo, e (senza paragone) il più efficace consolatore. Dunque il vigore;
          dunque la natura.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quello che ho detto poco sopra di Teofrasto, <pb ed="aut" n="325"/> aggiungi i suoi
          Caratteri, dove com’è noto, e forse superiormente a qualunque scrittore antico,
          massimamente greco e prosatore, si dimostra molto avanzato nella scienza del cuore umano.
          Ora chi conosce intimamente il cuore umano e il mondo, conosce la vanità delle illusioni,
          e inclina alla malinconia, tanto più che la base di questa scienza è la sensibilità e
          suscettibilità del proprio cuore, nel quale principalmente si esamina la natura dell’uomo
          e delle cose. (V. quello ch’io dirò in questi pensieri intorno al Massillon). Del
          rimanente Teofrasto liberò due volte la sua patria dalla tirannide. Plutarco, adversus
          Colot. in fine. p. 1126. f. Non se n’ha altra testimonianza che questa, come apparisce dal
          Fabricio.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come i più ardenti zelatori delle illusioni sono forse quelli che ne conoscono e sentono
          più vivamente e universalmente la vanità, così i loro più ardenti impugnatori son quelli
          che non la conoscono bene, o se la conoscono bene, non la sentono intimamente e in tutta
          l’estensione della vita; cioè la conoscono in teoria, ma non in pratica. Tali sono gli
          spregiudicati e gl’intolleranti filosofici de’ nostri giorni. <pb ed="aut" n="326"/>
          Perchè se la conoscessero e sentissero, e ne comprendessero tutta l’immensa estensione, se
          ne spaventerebbero, la mancanza di esse illusioni torrebbe loro quasi il respiro,
          cercherebbero di rifugiarsi un’altra volta nel seno dell’ignoranza o dimenticanza del
          vero, e del crudelissimo dubbio (dimenticanza che non gli alienerebbe, anzi li
          ricondurrebbe alla religione), di richiamar l’attività ec. Se non altro non sarebbero così
          ardenti nel combattere le illusioni, non cercherebbero gloria nel dimostrar la vanità di
          tutte le glorie, non porrebbero molta importanza nel dimostrare e persuadere che nulla
          importa, e per conseguenza neanche questa dimostrazione.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dicono che la felicità dell’uomo non può consistere fuorchè nella verità. Così parrebbe,
          perchè qual felicità in una cosa che sia falsa? E come, se il mondo è diretto alla
          felicità, il vero non deve render felice? Eppure io dico che la felicità consiste
          nell’ignoranza del vero. E questo, appunto perchè il mondo è diretto alla felicità, e
          perchè la natura ha fatto l’uomo felice. Ora essa l’ha fatto anche ignorante, come gli
          altri animali. Dunque l’avrebbe fatto <pb ed="aut" n="327"/> infelice esso, e le altre
          creature; dunque l’uomo per se stesso sarebbe infelice (eppure le altre creature sono
          felici per se stesse); dunque sarebbero stati necessari moltissimi secoli perchè l’uomo
          acquistasse il complemento, anzi il principale dell’esistenza, ch’è la felicità (giacchè
          nemmeno ora siam giunti all’intiera cognizione nel vero); dunque gli antichi sarebbero
          stati necessariamente infelici; dunque tutti i popoli non colti, parimente lo saranno
          anche oggidì; dunque noi pure necessariamente per quella parte che ci manca della
          cognizione del vero. Laddove tutti gli esseri (parlo dei generi e non degl’individui) sono
          usciti perfetti nel loro genere dalle mani della natura.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>E la perfezione consiste nella felicità quanto all’individuo, e nella retta
          corrispondenza all’ordine delle cose, quanto al rimanente. Ma noi consideriamo
          quest’ordine in un modo, e la natura in un altro. Noi in un modo con cui l’ignoranza è
          incompatibile: la natura in un modo col quale è incompatibile la scienza. E se la natura
          ha voluto incontrastabilmente la felicità degli esseri, perchè, supponendo che l’abbia
          posta riguardo all’uomo nella cognizione del vero, ha nascosto questo vero così
          gelosamente che secoli e secoli non bastano a discoprirlo? <pb ed="aut" n="328"/> Non
          sarebbe questo un vizio organico, fondamentale, radicale, e una contraddizione nel suo
          sistema? Come ha reso così difficile il solo mezzo di ottener quello ch’ella voleva
          soprattutto, e si prefiggeva per fine, cioè la felicità? e la felicità dell’uomo, il quale
          tiene evidentemente il primo rango nell’ordine delle cose di quaggiù? Come ha ripugnato
          con ogni sorta di ostacoli a quello ch’ella cercava? Ma l’uomo dovea ben tenere il primo
          rango, e lo terrebbe anche in quello stato naturale che noi consideriamo come brutale; non
          però dovea mettersi in un altr’ordine di cose, e considerarsi come appartenente ad
          un’altra categoria, e porre la sua dignità, non nel primeggiare tra gli esseri, come
          avrebbe sempre fatto, ma nel collocarsi assolutamente fuori della loro sfera, e regolarsi
          con leggi apparte, e indipendenti dalle leggi universali della natura. (14. Nov. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È osservabile nella differenza tra i giuochi greci e i romani, la naturalezza dei primi
          che combattevano nella lotta nel corso ec. appresso a poco coi soli istrumenti datici
          dalla natura, laddove i romani colle spade e altri istrumenti artifiziali. E quindi la
          diversa destinazione di quei giuochi, <pb ed="aut" n="329"/> diretti presso gli uni ad
          ingrandir quasi la natura ed eccitare le grandi immagini, sentimenti ec. : presso gli
          altri o al semplice sollazzo, o all’addestramento militare. Così che quelli andavano alla
          sorgente universale delle grandi imprese, questi si fermavano ad un mezzo particolare. E
          questa differenza è anche più notabile in ciò che gli spettacoli greci erano eseguiti da
          uomini liberi per amor di gloria. Quindi l’effetto favorevole all’entusiasmo,
          l’eccitamento, l’emulazione, gli esercizi preparatorii ec. Gli spettacoli romani erano
          eseguiti da’ servi. Quindi non altro effetto utile che l’avvezzar gli occhi e l’animo agli
          spettacoli e pericoli della guerra: utilità parziale e secondaria, non generale e
          primitiva come l’altra. Nel che forse si potrà anche notare la differenza tra un popolo
          libero e padrone, e un popolo libero bensì, ma non padrone, se non di se stesso, com’era
          il greco. V. p. 360. capoverso 2.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che ho detto altrove della necessità di una persuasione per le grandi imprese, è
          applicabile soprattutto alla massa del popolo, e combina con quello che dice Pascal che
          l’opinione è la regina <pb ed="aut" n="330"/> del mondo, e gli stati dei popoli e i loro
          cangiamenti, fasi, rovesciamenti provengono da lei. 1. Le passioni son varie, l’opinione è
          una, e il popolo non può esser mosso in uno stesso senso, se non da una cagione comune e
          conforme. 2. L’individuo potrà essere strascinato dalle sue illusioni, o conoscendole per
          tali, e nondimeno seguendole (cosa impossibile al popolo, giacchè il capriccio, o un
          entusiasmo non fondato sopra basi vere o false, ma stabili, non può essere universale);
          ovvero non conoscendole; e questo è più difficile al popolo, perchè la cosa più varia è
          l’illusione, la più uniforme e costante è la ragione, e perciò il popolo ha bisogno di
          un’opinione decisa, non dico vera, ma pur logica, e apparentemente vera, in somma
          conseguente e <emph>ragionata</emph>, perchè tutto il resto non può essere un movente
          universale. Così Maometto produsse i cangiamenti, e spinse gli Arabi alle imprese, che
          tutti sanno. Così Lutero cagionò le guerre della riforma; così gli Albigesi ec. così i
          Martiri sparsero il sangue pel Cristianesimo, così gli antichi morivano per la patria e la
          gloria. V. in questo proposito il principio del Capo 1. dell’Essai sur l’indifférence en
          matière de Religion. (15 Nov. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="331"/> Quello ch’io dico della filosofia de’ romani, e in genere di ogni
          filosofia, si conferma dall’esser cosa già osservata che <quote>
            <emph>la religione si ritrova presso la culla di tutti i popoli, in quella guisa che la
              filosofia si è trovata sempre vicina alla lor tomba</emph>
          </quote>. (<bibl>
            <title lang="fre">Essai sur l’indifférence en matière de Religion.</title> nelle prime
            linee del Capo 2.</bibl>) E poco dopo il principio del C. 1. dopo aver detto che la
          filosofia greca, tanto temuta da Catone, e nondimeno insinuatasi fra i romani, fu la
          cagione della rovina di Roma vincitrice del mondo, soggiunge ch’ <quote>
            <emph>è un fatto degno della più seria considerazione che tutti gl’imperi, la cui storia
              è da noi conosciuta, e che erano stati consolidati dal tempo e dalla prudenza, si
              videro rovesciati dai Sofisti</emph>
          </quote>. Nel capo secondo si estende maggiormente in provare che la filosofia fu la
          distruttrice di Roma, e conviene con Montesquieu il quale <quote>
            <emph>non teme di attribuire la caduta di quest’impero alla filosofia di Epicuro</emph>
          </quote>, aggiungendo in nota che <quote>
            <emph>Bolinghbroke pensa in questo punto assolutamente come Montesquieu: «L’obblio ed il
              disprezzo della Religione furono la cagione principale dei mali che <pb ed="aut"
                n="332"/> provò Roma in seguito: la Religione e lo Stato decaddero nella medesima
              proporzione.»</emph>
          </quote>. <bibl>T. 4 p. 428.</bibl>). Colla differenza che laddove gli apologisti della
          religione ne deducono che gli stati sono stabiliti e conservati dalla verità, e distrutti
          dall’errore, io dico che sono stabiliti e conservati dall’errore, e distrutti dalla
          verità. La verità non si è mai trovata nel principio, ma nel fine di tutte le cose umane;
          e il tempo e l’esperienza non sono mai stati distruttori del vero, e introduttori del
          falso, ma distruttori del falso e insegnatori del vero. E chi considera le cose al
          rovescio, va contro la conosciuta natura delle cose umane. Questo è il controsenso
          fondamentale in cui è caduto l’autore sopracitato. Egli avrebbe difesa molto meglio la
          Religione se l’avesse difesa non come dettame dell’intelligenza, ma come dettame del
          cuore. E quando egli dice che dunque l’esistenza e la felicità, la perfezione e la vita
          dell’uomo sarebbero contro natura, perchè la natura è il complesso delle perpetue verità,
          s’inganna, perchè la natura è il complesso delle verità in tal modo che tutto quello
          ch’esiste sia vero, ma non tutto quello ch’è vero sia conosciuto da ciascuna delle di lei
          parti. Ed una di queste verità che son comprese <pb ed="aut" n="333"/> nel sistema della
          natura, è che l’errore e l’ignoranza è necessaria alla felicità delle cose, perchè
          l’ignoranza e l’errore è voluto, dettato, e stabilito fortemente da lei, e perch’ella in
          somma ha voluto che l’uomo vivesse in quel tal modo in cui ella l’ha fatto. E non perchè
          l’uomo ha voluto speculare il fondo delle cose, contro quello che doveva anzi poteva fare
          naturalmente, perciò è meno vero ch’egli doveva ignorare quello che ha scoperto, e che la
          sua felicità sarebbe stata <emph>vera</emph>, se egli avesse errato, e ignorato quelle
          verità che così considerate riescono indifferenti all’uomo, e che la natura ha seguite (ma
          segretamente) nel suo sistema, perchè gli erano necessarie, (16. Nov. 1820.) o perchè così
          gli è piaciuto.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La natura può supplire e supplisce alla ragione infinite volte, ma la ragione alla natura
          non mai, neanche quando sembra produrre delle grandi azioni: cosa assai rara: ma anche
          allora la forza impellente e movente, non è della ragione ma della natura. Al contrario
          togliete le forze somministrate dalla natura, e la ragione sarà sempre inoperosa e
          impotente.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="334"/> Non c’è uomo costituito in carica o dignità, il quale confessi di
          averla cercata, e non dica o voglia fare intendere d’esserne stato rivestito
          spontaneamente, anzi contro sua voglia ec. Gl’incarichi, le dignità, gli onori, ciascuno
          li cerca, e nessuno gli ha cercati.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Laerzio</author>
            <title>Vit. Speusippi</title> l. 4 seg. 2.</bibl> dice di Speusippo: <quote>
            <foreign lang="grc">Οὗτος πρῶτος, καθά φησι Διόδωρος ἐν ἀπομνημονευμάτων πρώτῳ, ἐν τοῖς
              μαθήμασιν ἐθεάσατο τὸ κοινόν, καὶ συνῳκείωσε καθ' ὅσον ἧν δυνατὸν ἀλλήλοις</foreign>
          </quote>. Questo è notabile nei progressi dello spirito umano. Ma non so quanto sia vero
          perchè Platone aveva già riunite e legate nel suo sistema filosofico la fisica (compresa
          l’astronomia), la metafisica, la morale, la politica e le matematiche. È noto fra le altre
          cose il motto della sua scuola: non entri nessuno se non è geometra. V. la nota d’Is.
          Casaubono al detto passo. (17. Nov. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ripetono spesso gli apologisti della Religione che il mondo era in uno stato di morte
          all’epoca della prima comparsa del Cristianesimo; che questo lo ravvivò, cosa, dicon essi
          che pareva impossibile. Quindi <pb ed="aut" n="335"/> conchiudono che questo non poteva
          essere effetto se non dell’onnipotenza divina, che prova chiaramente la sua verità, che
          l’errore perdeva il mondo, la verità lo salvò. Solito controsenso. Quello che uccideva il
          mondo, era la mancanza delle illusioni; il Cristianesimo lo salvò non come verità, ma come
          una nuova illusione. E gli effetti ch’egli produsse, entusiasmo, fanatismo, sagrifizi
          magnanimi, eroismo, sono i soliti effetti di una grande illusione. Non consideriamo adesso
          s’egli sia vero o falso, ma solamente che questo non prova nulla in suo favore. Ma come si
          stabilì con tanti ostacoli, ripugnando a tutte le passioni, contraddicendo ai governi ec.?
          Quasi che quella fosse la prima volta che il fanatismo di una grande illusione trionfa di
          tutto. Non ha considerato menomamente il cuore umano, chi non sa di quante illusioni egli
          sia capace, quando anche contrastino ai suoi interessi, e come egli ami spessissimo quello
          stesso che gli pregiudica visibilmente. Quante pene corporali non soffrono per false
          opinioni i sacerdoti dell’India ec. ec. ! E la setta dei flagellanti nata sui principii
          del Cristianesimo, che illusione era? E i sacrifizi infiniti che facevano gli antichi
          filosofi p. e. i Cinici alla professione della loro setta, spogliandosi di tutto il loro
          nella ricchezza ec.? E il sacrifizio de’ 300. alle Termopili? Ma come <pb ed="aut" n="336"
          /> trionfò il Cristianesimo della filosofia, dell’apatia che aveva spento tutti gli errori
          passati? I lumi di quel tempo non erano 1. nè stabili, definiti e fissi, 2. nè estesi e
          divulgati, 3. nè profondi come ora; conseguenza naturale della maggiore esperienza, della
          stampa, del commercio universale, delle scoperte geografiche, che non lasciano più luogo a
          nessun errore d’immaginazione, dei progressi delle scienze i quali si danno la mano in
          modo, che si può dire che ogni nuova verità scoperta in qualunque genere influisca sopra
          lo spirito umano. Quei lumi erano bastati a spegnere l’error grossolano delle antiche
          religioni, ma non solamente permettevano, anzi si prestavano ad un error sottile. E quel
          tempo appunto per li suoi lumi inclinava al metafisico, all’astratto, al mistico, e quindi
          Platone trionfava in quei tempi. V. Plotino, Porfirio, Giamblico, e i seguaci di Pitagora,
          anch’esso astratto e metafisico. L’Oriente poi, non solo allora, ma antichissimamente,
          aveva inclinato alla sottigliezza, ed anche alla profondità e verità, nella morale e nel
          resto. Egiziani, Cinesi, Vecchio Testamento ec. ec. A distrugger l’error più <pb ed="aut"
            n="337"/> sottile vi volevano lumi molto più profondi, sottili e universali di quelli
          d’allora. Tali sono quelli d’oggidì, così perfetti che sono interamente sterili d’errore,
          e da essi non può derivare error più sottile, come dai lumi antichi, il quale pur dia
          qualche vita al mondo. Ai mali della filosofia presente, non c’è altro rimedio che la
          dimenticanza, e un pascolo materiale alle illusioni.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Del resto è vero che il Cristianesimo ravvivò il mondo illanguidito dal sapere, ma
          siccome, anche considerandolo com’errore, era appunto un errore nato dai lumi, e non
          dall’ignoranza e dalla natura, perciò la vita e la forza ch’ei diede al mondo, fu come la
          forza che un corpo debole e malato riceve da’ liquori spiritosi, forza non solamente
          effimera, ma nociva, e produttrice di maggior debolezza. Applicate quest’osservazione 1.
          alla poca durata della vera e primitiva forza del Cristianesmo sotto ogni rapporto, in
          paragone dell’infinita durata della forza degl’istituti e religioni antiche, p. e. presso
          i romani. 2. alla qualità di questa forza, tutta tetra, malinconica ec. in paragone della
          freschezza, della bellezza, allegria, varietà ec. della vita antica: conseguenza naturale
          della <pb ed="aut" n="338"/> differenza dei dogmi. 3. all’aspetto lugubre che presero
          tanto i vizi quanto le virtù dopo la propagazione intera del Cristianesimo, cioè dopo
          estinto quel primo fuoco febbrile della nuova dottrina (cosa da me osservata altrove): in
          maniera che si può dire che il mondo (quanto alla vita, e al bello) deteriorasse
          infinitamente se non a cagione del Cristianesimo, almeno a cagione della tendenza che lo
          produsse e doveva produrlo, e dopo la sua introduzione: giacchè prima restavano ancora
          molti errori più naturali, e quindi più vitali e nutritivi, non ostante la filosofia. (17.
          Nov. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Un pensiero degno di essere sviluppato intorno alla perpetua superiorità degli antichi
          sopra i moderni a causa della maggior forza della natura, per anche non corrotta, o meno
          corrotta, sta nelle <title lang="fre">notes historiques de l’Éloge historique de l’Abbé de
            Mably, par l’abbé Brizard</title>, avanti le <bibl>
            <title lang="fre">Observations sur l’hist. de France</title>. Kehll. 1789. t. 1. p. 114.
            Note II.</bibl> (17. Nov. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 271. pensiero ult. Tale era l’idea che gli antichi si formavano della felicità ed
          infelicità. Cioè l’uomo privo di quei tali vantaggi della vita <pb ed="aut" n="339"/>
          benchè illusorii, lo consideravano come infelice realmente, e così viceversa. E non si
          consolavano mai col pensiero che queste fossero illusioni, conoscendo che in esse consiste
          la vita, o considerandole come tali, o come realtà. E non tenevano la felicità e
          l’infelicità, per cose immaginare e chimeriche, ma solide, e solidamente opposte fra loro.
          (18. Nov. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il <bibl>
            <author>Laerzio</author>
            <title>Vit. Platon.</title> l. 3. seg. 79-80.</bibl> dice di Platone. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐν δὲ τοῖς διαλόγοις καὶ τὴν δικαιοσύνην θεοῦ νόμον
            ὑπελάμβανεν</foreign>
          </quote>, (<foreign lang="lat">arbitratus est. Interpr.</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">ὡς ἰσχυροτέραν προτρέψαι τὰ δίκαια πράττειν, ἵνα μὴ καὶ μετὰ θάνατον
              δίκας ὑπόσχοιεν οἱ κακοῦργοι. ὅθεν καὶ μυθικώτερος ἐνίοις ὑπελήφθη, τοῖς συγγράμμασιν
              ἐγκαταμίξας τὰς τοιαύτας διηγήσεις</foreign>
          </quote>, (<foreign lang="lat">narrationes, Interpr.</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">ὅπως διὰ τοῦ ἀδήλου τρόπου τοῦ ἔχειν τὰ μετὰ τὸν θάνατον</foreign>
          </quote>, (<foreign lang="lat">ut, quod incertum sit ista post mortem sic se habere, ad
            moniti mortales</foreign> etc. Interpr. ma non bene) <quote>
            <foreign lang="grc">οὕτως ἀπέχωνται τῶν ἀδικημάτων</foreign>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla inclinazione degli uomini di partecipare altrui il piacere e il dolore, notata in
          altri pensieri, si dee riferire in gran parte la smania (attribuita principalmente alle
          donne, e propria soprattutto de’ fanciulli, insomma degli uomini più leggeri e naturali)
          di rivelare il segreto <pb ed="aut" n="340"/> o la cosa che si dovrebbe, e spesso anche
          d’altronde si vorrebbe tener nascosta, di raccontar subito una nuova, una cosa scoperta,
          un piacere un timore un dolore una noia provata ec. e tutta la loquacità che appartiene al
          riferire, (20. Nov. 1820.) o al dir quello che si pensa nel momento, o si è pensato ec.
          come i fanciulli non si possono tenere di ciarlare su qualunque soggetto.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In somma considerate gli antichi e i moderni: vedrete evidentemente una gradazione
          incontrastabile e notabilissima di grandezza, sempre in ragion diretta dell’antichità.
          Cominciando dagli uomini di Omero, un palmo più alti dei moderni, come dicea quel
          francese, e dalle piramidi di Egitto ec. discendete alle imprese nobilissime e
          grandiosissime, ai lavori immensi, alle fabbriche, alla solidità delle loro costruzioni
          fatte per l’eternità (cosa propria anche de’ tempi bassi, e fino al cinque o secento),
          alla profondissima impronta delle monete, all’eroismo, e a tutti gli altri generi di
          grandezza che distinguono i greci, i romani ec. E poi venendo ai tempi bassi e
          gradatamente ai moderni, vedete come l’uomo si vada sensibilmente impiccolendo, finchè
          giunge a quest’ultimo grado di piccolezza generale e individuale, e d’impotenza in cui lo
          vediamo oggidì. In maniera che l’eterna fonte del grande (come del bello) sono gli
          scrittori, le opere d’ogni sorta, gli esempi, i costumi, i sentimenti degli antichi; e
          degli antichi si pasce ogni anima straordinaria de’ nostri tempi. (V. p. 338. capoverso
          1.) Che segno è questo? La ragione ingrandisce o <pb ed="aut" n="341"/> impiccolisce? La
          natura era grande o piccola? (20 Nov. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una grandissima e universalissima fonte di errori, controsensi, oscurità, sviste,
          contraddizioni, dubbi, confusioni ec. negli scrittori e filosofi tanto antichi che
          modernissimi, è il non aver considerata, e definita, e posta nelle basi del sistema
          dell’uomo, la nemicizia scambievole della ragione e della natura. Posta la quale, che è
          tanto evidente, e universale, si rischiarano, e determinano, e risolvono infiniti misteri
          e problemi nell’ordine e composto delle cose umane. Ma confondendo la ragione colla
          natura, il vero col bello, i progressi dell’intelligenza coi progressi della felicità e
          col perfezionamento dell’uomo, le nozioni e la natura dell’utile, il fine o scopo
          dell’intelligenza (ch’è la verità) col fine e scopo vero dell’uomo e della natura sua ec.
          non si viene mai a capo di diciferare il mistero dell’uomo, e di accordare le infinite
          contraddizioni che par che s’incontrino in questa principalissima parte del sistema
          universale, cioè in quella che riguarda la nostra specie. Il combattimento della carne e
          dello spirito, dei sensi e della mente, notato già dagli scrittori, massimamente
          religiosi, o non è sufficiente, o non e stato bene inteso ed applicato, <pb ed="aut"
            n="342"/> ed esteso quanto doveva; o è stato torto in senso contrario al giusto, e
          dedottene conseguenze della stessa specie. ec. ec. ec. (20. Nov. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il lavoro della terra era la principal fatica e occupazione destinata all’uomo. Ora è
          curioso l’osservare che la parte più oziosa della società è appunto quella la cui sostanza
          consiste in terre.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto sia vero che i doveri e la morale determinata, non provengano da legge naturale nè
          sieno fondate sopra idee innate e comuni a tutti gli uomini, si può anche vedere per
          questo esempio. Il rispetto e l’immunità degli araldi, considerati antichissimamente come
          persone sacre e inviolabili, e da Omero chiamati cari a Giove, entra nel diritto così
          detto universale delle genti, e l’abitudine ce la fa riguardare come un dover naturale.
          Ora mettiamoci coll’immaginazione nello stato di natura, e vedremo che l’uomo non ha
          nessuna ripugnanza di far male al suo nemico, sotto qualunque aspetto se gli presenti,
          come non l’hanno gli altri animali, perchè il nemico è sempre nemico, e l’uomo inclina a
          nuocergli quanto e come e quando e dove mai possa. Così che l’inviolabilità degli araldi
          non è fondata sull’istinto, non è insegnata dalla natura, ma è legge <pb ed="aut" n="343"
          /> di pura convenzione, cagionata dall’utilità e necessità sua, utilità e necessità
          riconosciuta dalla ragione e per via d’argomento, non istillata e ingenita negli animi
          dalla natura senza bisogno di riflessione. E così il diritto delle genti, che si crede
          naturale, vediamo per questo esempio, che contiene una legge di pura convenzione, la quale
          prima ch’esistesse, non era colpa il contravvenirle, come si sarà mille volte fatto. In
          questo proposito ecco alcune parole dell’Essai sur l’indifférence en matière de religion,
          alquanto dopo la metà del Capo 4. <quote>
            <emph>Diciamolo pure, giacchè non v’ha verità più sconosciuta e più importante: la
              Religione dei popoli è tutta la loro morale</emph>
          </quote>. Questo (per notarlo di passaggio) dopo aver nei capi precedenti voluto provar la
          religione colla morale, come fondamento di essa morale, e deriso Hobbes che toglie la
          coscienza, e dice che in natura non ci sono doveri. E qui viene a dire che la morale non
          si può provare se non colla religione. In ogni modo puoi veder gli esempi ch’egli adduce
          prima e dopo il detto luogo, per dimostrare la varietà delle coscienze, secondo la varietà
          delle religioni. (21 Nov. 1820.). V. p. 356. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La lingua italiana non si è mai tolto il potere di adoperar quelle parole, frasi, modi,
          che sebbene antichi e non usati, sieno però intesi da tutti senza difficoltà, e possano
            <pb ed="aut" n="344"/> cadere nel discorso senza affettazione: i quali sono infiniti per
          chi conosce la lingua, ma bene a fondo; e questi sono pochissimi o nessuno. La lingua
          francese si è spogliata affatto di questa facoltà, e ammettendo facilmente vocaboli e modi
          nuovi (intorno ai quali si sgridano gl’italiani perchè non gli ammettono) non si è legate
          le mani se non per gli antichi, cioè per quelli ch’ella già possedeva, e ha creduto di far
          progressi quando ha perduto l’infinito che aveva (giacchè veramente era ricca), e
          guadagnato il poco che non aveva. Nel che 1. io non vedo come una lingua si possa
          accrescere, perchè anche in parità di partite, se quanto si guadagna, tanto si perde, la
          lingua sarà sempre stazionaria in fatto di ricchezza e varietà. 2. se, com’è certissimo,
          infinite cose che non si sono potute esprimere se non con parole nuove, forestiere ec. si
          potevano esprimere colle antiche, io non vedo perchè queste dovessero esser posposte. Il
          caso è lo stesso in Italia, chi ben considera la ricchezza immensa de’ nostri antichi
          scrittori. 3. Le parole e modi che maggiormente conferiscono alla evidenza, efficacia,
          forza, grazia ec. delle lingue sono sempre, e incontrastabilmente le antiche, siccome
          quelle che erano cavate più da presso dalla natura, e dall’oggetto significato (come deve
          necessariamente accadere nella formazione delle lingue), e però lo rappresentavano al <pb
            ed="aut" n="345"/> vivo, e ne destavano più fortemente, sensibilmente, facilmente e
          prontamente l’idea, secondo però 1.<hi rend="apice">o</hi> i diversi aspetti o parti più o
          meno vivi, principali, caratteristici, esprimibili; il diverso numero di aspetti, parti, o
          relazioni della cosa, considerato dagl’inventori della parola: 2.<hi rend="apice">o</hi>
          la diversa forza d’immaginazione, sentimento, delicatezza ec. nei detti inventori: 3.<hi
            rend="apice">o</hi> la diversa loro facoltà di applicare il suono alia cosa: 4.<hi
            rend="apice">o</hi> il diverso carattere della nazione, clima, circostanze naturali,
          morali, politiche, geografiche intellettuali ec. : la dolcezza, o l’asprezza, la ruvidezza
          o gentilezza ec. 5.<hi rend="apice">o</hi> la diversa impressione prodotta dagli stessi
          oggetti ne’ diversi popoli o individui. Solamente quella grazia che non deriva dalla
          naturalezza, semplicità ec. l’eleganza ec. può guadagnare; ma quella che deriva dai detti
          fonti, (massime nelle frasi e modi) ed è la principale, e più solida e durevole; la forza
          poi assolutamente, l’evidenza e l’efficacia, non possono altro che perdere infinitamente
          coll’abolizione delle parole antiche, e peggio colla sostituzione delle nuove. Qui ancora
          ha luogo la grande inferiorità dell’arte e della ragione alla natura, in tutto il bello,
          il grande, il forte, il grazioso ec. (21. Nov. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutte le cose vengono a noia colla durata, anche i diletti più grandi: lo dice Omero, lo
          vediamo tuttogiorno. La monotonia è insoffribile. Ma un grande e forse sommo rimedio di
          questo male, è lo scopo. Quando l’uomo si <pb ed="aut" n="346"/> propone uno scopo o
          dell’azione, o anche dell’inazione, trova diletto anche nelle cose non dilettevoli, anche
          nelle spiacevoli, quasi anche nella stessa monotonia; e quanto alle cose dilettevoli,
          l’uniformità e durata loro non nuoce al piacere di chi le dirigge a un fine. Io non credo
          che per altra più capitale, universale ed intima ragione, gli studi sieno agli studiosi
          come un’eccezione dalla regola generale, cioè la continuazione di essi non pregiudichi
          quasi mai al piacere. Vedete tutto giorno delle persone che non leggono per altro fine che
          di passare il tempo, trovar gran diletto nelle prime pagine di un libro, e non poterne
          arrivare al fine senza noia, quando anche quel libro abbia per se stesso tutti i mezzi per
          dilettare in seguito come nel principio. Ma l’uniformità del diletto, senza uno scopo,
          produce inevitabilmente la noia, e perciò queste tali persone che leggono per solo
          divertimento, si stancano così presto, che non sanno concepire come nella lettura si trovi
          tanto divertimento, e cercano del continuo di variare e passare nauseosamente da un libro
          a un altro, senza trovar mai diletto in veruno, se non lieve e passeggero. Al contrario lo
          studioso che della lettura si prefigge sempre uno scopo, quando anche leggesse per ozio e
          passatempo. E così tutte le altre occupazioni <pb ed="aut" n="347"/> a cui l’uomo si
          affeziona, applicandoci un interesse, e uno scopo più o meno determinato, e più o meno
          grave e importante; dove la continuazione, la lunghezza e la monotonia non arrivano mai ad
          annoiare. (22. Nov. 1820.). V. p. 359. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le buone poesie sono ugualmente intelligibili agli uomini d’immaginazione e di
          sentimento, e a quelli che ne son privi. E contuttociò quelli le gustano, e questi no,
          anzi non comprendono come si possano gustare, primieramente perchè non sono capaci nè
          disposti ad esser commossi, sublimati ec. dal poeta; e oltracciò perchè sebbene intendano
          le parole, non intendono la verità, l’evidenza di quei sentimenti: il cuore non dimostra
          loro che quelle passioni, quegli effetti, quei fenomeni morali ec. che il poeta descrive,
          vanno veramente così: e per tal modo le parole del poeta, benchè chiare, e da loro bene
          intese non rappresentano loro quelle cose e quelle verità che rappresentano altrui, ed
          intendendo le parole, non intendono il poeta. Bisogna bene osservare che questo accade
          anche negli scritti filosofici, profondi, metafisici, psicologici ec. affine di non
          maravigliarsi dei diversissimi, e spesso contrarissimi effetti che producono in diversi
          individui, e classi, e quindi del diverso concetto in cui son tenuti. Perchè, ponete uno
          scritto di questo genere, pienissimo di verità, e composto con <pb ed="aut" n="348"/>
          tutta quella chiarezza d’espressioni, della quale possa mai esser suscettibile. Le parole
          dicono lo stesso all’uomo profondo, e al superficiale: tutti comprendono ugualmente il
          senso materiale dello scritto, e in somma tutti intendono perfettamente quello che
          l’autore vuol dire. E non perciò quello scritto è compreso da tutti, come si crede
          comunemente. Perchè l’uomo superficiale; l’uomo che non sa mettere la sua mente nello
          stato in cui era quella dell’autore; insomma l’uomo che appresso a poco non è capace di
          pensare colla stessa profondità dell’autore, intende materialmente quello che legge, ma
          non vede i rapporti che hanno quei detti col vero, non sente che la cosa sta così, non
          iscuoprendo il campo che l’autore scopriva, non conosce i rapporti e legami delle cose
          ch’egli vedeva, e dai quali deduceva quelle conseguenze ec. che per lui, e per chiunque
          gli somigli sono incontrastabili, per questi altri non sono neppur verità: vedranno le
          stesse cose, ma non conosceranno nè sentiranno che abbiano relazione insieme, e con quelle
          conseguenze che l’autore ne cava; non vedranno la relazione scambievole delle parti del
          sillogismo (giacchè ogni umana cognizione è un sillogismo): brevemente, intenderanno
          appuntino lo scritto, e non capiranno la verità di quello che dice, verità che esisterà
          realmente, e sarà compresa da altri. Così pure non avranno tanta forza di mente da poter
          dubitare, e sentire la ragionevolezza e la <emph>verità</emph> del dubbio intorno alle
          cose che la natura o l’abito danno per certe. Non basta intendere una proposizion vera,
          bisogna sentirne la verità. C’è un senso della verità, come delle passioni, de’
          sentimenti, bellezze, ec. : del vero, come del bello. Chi la intende, ma non la sente,
          intende ciò che significa quella verità, ma non intende che sia verità, perchè non ne
          prova il senso, cioè la persuasione. In questo numero di persone va posta la maggior parte
          dei moderni apologisti della religione, uomini senza cuore, senza sentimento, senza tatto
          fino e profondo nelle cose della natura, insomma senza esperienza della verità, come quei
          lettori de’ poeti che sono senza esperienza di passioni, entusiasmo, sentimenti ec.;i
          quali, <pb ed="aut" n="349"/> posto che intendano anche perfettamente il senso dei
          filosofi profondissimi che combattono, non intendono la verità che quivi si contiene, e vi
          danno nettamente, precisamente e consideratamente per falso, quello che voi saprete e
          sentirete ch’è vero, o viceversa. Del resto per intendere i filosofi, e quasi ogni
          scrittore, è necessario, come per intendere i poeti, aver tanta forza d’immaginazione, e
          di sentimento, e tanta capacità di riflettere, da potersi porre nei panni dello scrittore,
          e in quel punto preciso di vista e di situazione, in cui egli si trovava nel considerare
          le cose di cui scrive; altrimenti non troverete mai ch’egli sia chiaro abbastanza, per
          quanto lo sia in effetto. E ciò, tanto quando in voi ne debba risultare la persuasione e
          l’assenso allo scrittore, quanto nel caso contrario. Io so che con questo metodo non ho
          trovato mai oscuri, o almeno inintelligibili, gli scritti della Staël, che tutti danno per
          oscurissimi. (22 Nov. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’<title lang="fre">Essai sur l’indifférence en matière de religion</title>, alquanto
          dopo il principio del capo V. nel luogo dove tratta delle origini storiche del Deismo,
          dimostra i neri presentimenti che agitavano i Capi della Riforma intorno al futuro stato
          delle opinioni, della religione, e dei popoli. <quote>
            <emph>Buon Dio, qual tragedia</emph>
          </quote>, esclamava uno di essi, <quote>
            <emph>vedrà mai la posterità!</emph>
          </quote> Pur troppo bene. Essi cominciavano <pb ed="aut" n="350"/> a sentire e prevedere
          la febbre divorante e consuntiva della ragione, e della filosofia; la distruzione di tutto
          il bello il buono il grande, e di tutta la vita; l’opera micidiale e le stragi di quella
          ragione e filosofia che aveva avuto il primo impulso, e cominciò la sua trista
          devastazione in Germania, patria del pensiero, (come la chiama la Staël) non inducendo gli
          uomini da principio se non ad esaminar la religione, e negarne alcuni punti, per poi
          condurli alla scoperta di tutte le verità più dannose, e all’abbandono di tutti gli errori
          più vitali e necessari. I lumi cagionati dal risorgimento delle lettere, erano appunto
          allora giunti a quel grado che bastava per cominciare l’infelicità e il tormento di un
          popolo, al quale la natura era stata meno larga dei mezzi di felicità, che sono
          l’immaginazione ricca e varia, e le illusioni. Ne avevano naturalmente quanto bastava (e
          così gl’inglesi ai tempi di Ossian, come gli stessi germani ai tempi de’ Bardi e di
          Tacito), ma non tanti, nè tanto forti da resistere ai lumi così lungamente, come i paesi
          meridionali, e soprattutto (la Spagna e) l’Italia, dove anche oggidì si vive poco, è vero,
          perchè manca il corpo e il pascolo materiale e sociale delle illusioni, ma si pensa anche
          ben poco. (23. Nov. 1820.). La Spagna s’è trovata finora nello stesso caso. Il suo clima,
          e la situazione geografica, e il governo ec. <pb ed="aut" n="351"/> proteggevano le
          illusioni come in Italia, senza però lasciarnela profittare, nè proccurarsene punto di
          vita, massime esterna e sociale.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A tutto quello che ho detto di Teofrasto, si può aggiungere come altra cagione della
          qualità che ho notato in lui, il suo sapere enciclopedico, che apparisce dal catalogo
          delle sue opere, la massima parte perdute. Il qual sapere, e la quale speculazione intorno
          ad ogni genere di scibile, egli non lo faceva servire, come Platone, all’immaginativa, per
          fabbricarne un sistema fondato sul brillante e sul fantastico, ma, come Aristotele, alla
          ragione, per discorrere delle cose sul fondamento del vero e dell’esperienza. Nel qual
          caso l’estensione, e varietà del sapere, influisce necessariamente sulla profondità
          dell’intelletto, e il disinganno del cuore.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In somma conviene che il filosofo si ponga bene in mente, che la vita per se stessa non
          importa nulla, ma il passarla bene e felicemente, o se non altro, anzi soprattutto, il non
          passarla male e infelicemente. E perciò non riponga l’utilità in quelle cose che
          semplicemente aiutano, conservano ec. la vita, considerata quasi fosse un bene per se
          stessa, ma in quelle che la rendono <pb ed="aut" n="352"/> un bene, cioè felice da vero.
          Ma felice da vero non la rende altro che il falso, ed ogni felicità fondata sul vero, è
          falsissima, o vogliamo dire, ogni felicità si trova falsa e vana, quando l’oggetto suo
          giunge ad esser conosciuto nella sua realtà e verità.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho veduto le lezioni di un tedesco, il sig. Hufeland, dell’arte di prolungare la vita,
          lezioni dettate da lui per una cattedra ch’egli occupava, dedicata espressamente a
          quest’arte. Prima bisognava insegnare a render la vita felice, e quindi a prolungarla.
          Infelicissima com’è, stimerei molto più chi m’insegnasse ad abbreviarla, perchè non ho mai
          saputo che sia degno di lode, e giovi al pubblico colui che insegna a prolungare
          l’infelicità. In vece di fondare queste cattedre che sono al tutto straniere anzi
          contrarie alla natura dei tempi, i principi dovrebbero proccurare che la vita dell’uomo
          fosse più felice, ed allora saremmo grati a chi c’insegnasse a prolungarla. Se la durata
          fosse un bene per se stessa, allora sarebbe ragionevole il desiderio di viver lungamente
          in qualunque caso.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nominando i nostri antenati, sogliamo dire, i buoni antichi, i nostri buoni antichi.
          Tutto il mondo ha opinione che gli antichi fossero migliori di noi, tanto i vecchi che
          perciò gli lodano, quanto i giovani che perciò li disprezzano. Il certo <pb ed="aut"
            n="353"/> è che il mondo in questo non s’inganna: il certo è che, senza però pensarvi,
          egli riconosce e confessa tutto giorno il suo deterioramento. E ciò non solamente con
          questa frase, ma in cento altri modi; e tuttavia neppur gli viene in pensiero di tornare
          indietro, anzi non crede onorevole se non l’andare sempre più avanti, e per una delle
          solite contraddizioni, si persuade e tiene per indubitato, che avanzando migliorerà, e non
          potrà migliorare se non avanzando; e stimerebbe di esser perduto retrocedendo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto anche la religion cristiana sia contraria alla natura, quando non influisce se non
          sul semplice e rigido raziocinio, e quando questo solo serve di norma, si può vedere per
          questo esempio. Io ho conosciuto intimamente una madre di famiglia che non era punto
          superstiziosa, ma saldissima ed esattissima nella credenza cristiana, e negli esercizi
          della religione. Questa non solamente non compiangeva quei genitori che perdevano i loro
          figli bambini, ma gl’invidiava intimamente e sinceramente, perchè questi eran volati al
          paradiso senza pericoli, e avean liberato i genitori dall’incomodo di mantenerli.
          Trovandosi più volte in pericolo di perdere i suoi figli nella stessa <pb ed="aut" n="354"
          /> età, non pregava Dio che li facesse morire, perchè la religione non lo permette, ma
          gioiva cordialmente; e vedendo piangere o affliggersi il marito, si rannicchiava in se
          stessa, e provava un vero e sensibile dispetto. Era esattissima negli uffizi che rendeva a
          quei poveri malati, ma nel fondo dell’anima desiderava che fossero inutili, ed arrivò a
          confessare che il solo timore che provava nell’interrogare o consultare i medici, era di
          sentirne opinioni o ragguagli di miglioramento. Vedendo ne’ malati qualche segno di morte
          vicina, sentiva una gioia profonda (che si sforzava di dissimulare solamente con quelli
          che la condannavano); e il giorno della loro morte, se accadeva, era per lei un giorno
          allegro ed ameno, nè sapeva comprendere come il marito fosse sì poco savio da
          attristarsene. Considerava la bellezza come una vera disgrazia, e vedendo i suoi figli
          brutti o deformi, ne ringraziava Dio, non per eroismo, ma di tutta voglia. Non proccurava
          in nessun modo di aiutarli a nascondere i loro difetti, anzi pretendeva che in vista di
          essi, rinunziassero intieramente alla vita nella loro prima gioventù: se resistevano, se
          cercavano il contrario, se vi riuscivano in qualche minima parte, n’era indispettita,
          scemava quanto poteva colle parole e coll’opinion sua i loro successi (tanto de’ brutti
          quanto de’ belli, perchè n’ebbe molti), e non lasciava <pb ed="aut" n="355"/> passare anzi
          cercava studiosamente l’occasione di rinfacciar loro, e far loro ben conoscere i loro
          difetti, e le conseguenze che ne dovevano aspettare, e persuaderli della loro inevitabile
          miseria, con una veracità spietata e feroce. Sentiva i cattivi successi de’ suoi figli in
          questo o simili particolari, con vera consolazione, e si tratteneva di preferenza con loro
          sopra ciò che aveva sentito in loro disfavore. Tutto questo per liberarli dai pericoli
          dell’anima, e nello stesso modo si regolava in tutto quello che spetta all’educazione dei
          figli, al produrli nel mondo, al collocarli, ai mezzi tutti di felicità temporale. Sentiva
          infinita compassione per li peccatori, ma pochissima per le sventure corporali o
          temporali, eccetto se la natura talvolta la vinceva. Le malattie, le morti le più
          compassionevoli de’ giovanetti estinti nel fior dell’età, fra le più belle speranze, col
          maggior danno delle famiglie o del pubblico ec. non la toccavano in verun modo. Perchè
          diceva che non importa l’età della morte, ma il modo: e perciò soleva sempre informarsi
          curiosamente se erano morti bene secondo la religione, o quando erano malati, se
          mostravano rassegnazione ec. E parlava di queste disgrazie con una freddezza marmorea.
          Questa donna aveva sortito dalla natura un carattere sensibilissimo, ed era stata così
          ridotta dalla sola religione. Ora questo che altro è se non barbarie? E tuttavia non è
          altro che un calcolo matematico, e una conseguenza immediata e necessaria dei <pb ed="aut"
            n="356"/> principii di religione esattamente considerati; di quella religione che a buon
          diritto si vanta per la più misericordiosa ec. Ma la ragione è così barbara che dovunque
          ella occupa il primo posto, e diventa regola assoluta, da qualunque principio ella parta,
          e sopra qualunque base ella sia fondata, tutto diventa barbaro. Così vediamo le tante
          barbarie delle religioni antiche, se ben queste fossero figlie dell’immaginazione. E anche
          senza i principii religiosi, è pur troppo evidente che la sola stretta ragione, ci porta
          alle conseguenze specificate di sopra. Non c’è che la pura natura la quale ci scampi dalla
          barbarie, con quegli errori ch’ella ispira, e dove la ragione non entra. S’ella ci fa
          piangere la morte dei figli, non è che per un’illusione, perchè perdendo la vita non hanno
          perduto nulla, anzi hanno guadagnato. Ma il non piangerne è barbaro, e molto più il
          rallegrarsene, benchè sia conforme all’esatta ragione. Tutto ciò conferma quello ch’io
          voglio dire che la ragione spesso è fonte di barbarie (anzi barbarie da se stessa),
          l’eccesso della ragione sempre; la natura non mai, perchè finalmente non è barbaro se non
          ciò che è contro natura, (25. Nov. 1820.) sicchè natura e barbarie son cose
          contraddittorie, e la natura non può esser barbara per essenza.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 343. Vedilo ancora sulla fine del Capo 5. da quel passo abbastanza lungo di
          Rousseau, <quote>
            <emph>Tutto ciò che sento esser bene, <pb ed="aut" n="357"/>è bene</emph>
          </quote>, in poi. Dove l’autore insomma viene a concludere che non esiste legge naturale,
          o secondo i Deisti che combatte, o anche, come pare, secondo la propria persuasione,
          giacch’egli ne vuol dedurre che non esiste regola di condotta, esclusa la religione, solo
          canone dei doveri morali. E nel principio propriamente del Capo 6. dice, <quote>
            <emph>l’uomo ha riconosciuto dovunque ed in qualunque tempo la distinzione essenziale
              del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto; e malgrado i vari errori nella
              estimazione degli atti liberi considerati come virtuosi o viziosi, non v’ebbe mai
              alcun popolo che confondesse le nozioni opposte del delitto e della virtù</emph>
          </quote>. Siamo d’accordo. Così nel bello, tutti hanno la nozione della convenienza, e
          nessuno ne ha il tipo. Ma stando così la cosa, le diverse opinioni non si possono chiamare
          errori, come voi fate; perchè non esiste il tipo del buono morale; e perchè non erra
          quell’etiope che crede la figura della sua nazione, la più perfetta e la sola bella nel
          genere umano.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 161. I fasti della rivoluzione abbondano di altre prove di quello ch’io dico, e
          dimostrano qual fosse l’assunto dei riformatori. Si eressero altari alla Dea ragione:
          Condorcet nel piano di educazione presentato all’Assemblea legislativa ai 21 e 22 Aprile
          1792 proponeva l’abolizione e proscrizione anche della religion naturale, come
          irragionevole e contraria alla filosofia, e così di tutte le altre religioni. (Essai sur
          l’indifférence en matière de religion Ch.5. presso alla fine, nota) Non parlo del <pb
            ed="aut" n="358"/> nuovo Calendario, della festa all’Essere Supremo di Robespierre ec.
          In somma lo scopo non solo dei fanatici, ma dei sommi filosofi francesi o precursori, o
          attori, o in qualunque modo complici della rivoluzione, era precisamente di fare un popolo
          esattamente filosofo e ragionevole. Dove io non mi maraviglio e non li compiango
          principalmente per aver creduto alla chimera del potersi realizzare un sogno e un utopia,
          ma per non aver veduto che ragione e vita sono due cose incompatibili, anzi avere stimato
          che l’uso intiero, esatto, e universale della ragione e della filosofia, dovesse essere il
          fondamento e la cagione e la fonte della vita e della forza e della felicità di un popolo.
          (27. Nov. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il vigore e il ben essere del corpo conferisce alla serenità dell’animo, e la serenità
          dell’animo al vigore e al ben essere del corpo. Come per lo contrario la debolezza o mal
          essere del corpo, e la tristezza dell’animo. Così la natura aveva congegnata e ordinata
          ogni cosa alla più felice condizione dell’uomo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 223. <quote>
            <emph>Le dottrine non rimontano mai verso la loro sorgente, e la Riforma invano si
              sforzava d’arrestare il corso del fiume che la trascinava</emph>
          </quote>, dice l’<title lang="fre">Essai sur l’indifférence en matière de
          religion</title>, a poco più di un terzo del Capo 6. Così tutte le sette, istituzioni,
          corporazioni, ogni cosa umana si guasta e perde quando s’allontana da’ suoi principii, e
          non c’è altro rimedio che richiamarvela, cosa ben difficile, perchè l’uomo non torna
          indietro senza qualche ragione universale, necessaria ec. come sovversioni del globo, o di
            <pb ed="aut" n="359"/> nazioni, barbarie simile a quella che rinculò il mondo ne’ tempi
          bassi, ec. : ma di spontanea volontà, e ad occhi aperti, e per sola ragione e riflessione,
          non mai; non essendo possibile che la causa del male, cioè la corruzione, la ragione, i
          lumi eccessivi ec. siano anche la causa del rimedio. Del resto la religion Cattolica non
          si mantiene meglio delle altre, dopo tanti secoli, se non per la somma cura
          dell’antichità, e del conservare lo stato primitivo, e bandire la novità, nello stesso
          modo che dice Montesquieu (l. cit. nel pensiero, a cui questo si riferisce) della
          costituzione d’Inghilterra custodita e osservata e protetta e richiamata sempre
          gelosamente dalla camera.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 347. Questa pure è una cagione della gran differenza che passa fra i letterati e
          gl’illetterati, e anche fra i letterati di professione, e i letterati di semplice genio,
          ornamento, divertimento ec. nel gustare gli scritti anche i più popolari, e adattati
          all’intelligenza e al diletto di chicchessia.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’eloquenza massimamente giudiziaria, ma anche d’ogni altro genere, consiste in gran
          parte nell’appianare le scabrosità, riempiere i voti e le valli, agguagliare la
          superficie, e raddrizzare le storture delle cose. E però succede bene spesso che
          ascoltando o leggendo un pezzo eloquente tu sei persuaso di una cosa, della quale da te
          stesso non ti saresti mai persuaso, e della quale dubiterai forse nel seguito, o la
          condannerai; credi fattibile, e facile una cosa, che ti pareva e tornerà a parerti
          impossibile <pb ed="aut" n="360"/> o difficile; ti svaniscono quelle incertezze, quelle
          difficoltà ec. e tu sei costretto a non vedere e dimenticare quello che vedevi, a
          contraddire e condannare te stesso, anzi sovente a vedere e non vedere, ricordarti e
          dimenticare nello stesso tempo. Tale è la proprietà non solo dell’eloquenza che strascina,
          ma anche di quella secca eloquenza, fondata sopra uno stretto ragionamento, e una
          dialettica per lo più ingannatrice (se non quanto al tutto, almeno quanto alle parti):
          eloquenza della quale fra gli antichi sono modelli i così detti Oratori attici, fra i
          moderni (parlo almeno degli oratori di professione) forse il solo Bourdaloue, oratore
          veramente e propriamente attico, il quale convince l’uomo di cose non sempre vere, se non
          altro, non interamente vere. (27. Nov. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Non eadem omnibus esse honesta atque turpia, sed omnia maiorum
              institutis iudicari</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Corn. Nep.</author>
            <title>praef.</title>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 329. fine. <quote>
            <foreign lang="lat">Nulla Lacedaemoni tam est nobilis vidua quae non ad scenam eat
              mercede conducta. Magnis in laudibus totâ fuit Graeciâ, victorem Olympiae citari. In
              scenam vero prodire, et populo esse spectaculo, nemini in eisdem gentibus fuit
              turpitudini. Quae omnia apud nos partim infamia, partim humilia, atque ab honestate
              remota ponuntur</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Corn. Nep.</author>
            <title>praef.</title>
          </bibl> (27. Nov. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’uomo senza la cognizione di una favella, non può concepire l’idea di un numero
          determinato. Immaginatevi di contare trenta o quaranta pietre, senz’avere una
          denominazione da dare a ciascheduna, vale a dire, una, due, tre, <pb ed="aut" n="361"/>
          fino all’ultima denominazione, cioè trenta o quaranta, la quale contiene la somma di tutte
          le pietre, e desta un’idea che può essere abbracciata tutta in uno stesso tempo
          dall’intelletto e dalla memoria, essendo complessiva ma definita ed intera. Voi nel detto
          caso, non mi saprete dire, nè concepirete in nessun modo fra voi stesso la quantità
          precisa delle dette pietre; perchè quando siete arrivato all’ultima, per sapere e
          concepire detta quantità, bisogna che l’intelletto concepisca, e la memoria abbia presenti
          in uno stesso momento tutti gl’individui di essa quantità, la qual cosa è impossibile
          all’uomo. Neanche giova l’aiuto dell’occhio, perchè volendo sapere il numero di alcuni
          oggetti presenti, e non sapendo contarli, è necessaria la stessa operazione simultanea e
          individuale della memoria. E così se tu non sapessi fuorchè una sola denominazione
          numerica, e contando non potessi dir altro che uno, uno, uno; per quanta attenzione vi
          ponessi, affine di raccogliere progressivamente coll’animo e la memoria, la somma precisa
          di queste unità, fino all’ultimo; tu saresti sempre nello stesso caso. Così se non sapessi
          altro che due denominazioni ec. Eccetto una piccolissima quantità, come cinque o sei, che
          la memoria e l’intelletto può concepire senza favella, perchè arriva ad aver presenti
          simultaneamente tutti i pochi individui di essa quantità. Nello stesso modo e per la
          stessa ragione <pb ed="aut" n="362"/> i numeri che rappresentano una quantità troppo
          grande, come centomila, un milione e simili, e più, un bilione, non ci destano se non
          un’idea confusa, quantunque noi sappiamo benissimo il loro significato, e l’estensione o
          quantità precisa e misurata, che comprendono: ma in questo caso non basta sapere
          interamente il significato della parola, per concepire l’idea significata (cosa che forse
          non accade in altro caso, se non in parole indefinite, o che esprimono idee indefinite): e
          ciò perchè l’operazione della mente non si può estendere in un medesimo tempo sopra tutte
          le parti di questa quantità, ed abbracciarle e concepirle chiaramente tutte in una volta,
          malgrado il soccorso della favella, il quale non basta quando le parti son troppe. Per
          parti intendo p. es. le diecine, o anche le centinaia la somma delle quali, quando può
          esser concepita chiaramente ci desta un’idea abbastanza chiara della data quantità, a
          cagione dell’abitudine contratta coll’esercizio del discorso, la quale abitudine ci fa
          concepir facilmente e prontamente gl’individui compresi in ciascuna diecina. In genere
          l’idea precisa del numero, o coll’aiuto della favella o senza, non è mai istantanea, ma
          composta di successione, più o meno lunga, più o meno difficile, secondo la misura della
          quantità. (28. Nov. 1820.). V. p. 1072. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’<title lang="fre">Essai sur l’indifférence en matière de Religion</title>, Capo 7.
          verso la fine, dice, <quote>
            <emph>Da una dottrina indigente nasce un culto indigente al par di essa. Quindi quant’è
              maggiore il numero dei dogmi che una setta ha conservato, tanto maggior vita e pompa e
              grandezza ha il suo culto</emph>
          </quote>. E vedilo in quello che segue perchè fa al mio proposito. Questa osservazione di
          fatto si può addurre fra le tante altre in conferma di quello ch’io dico, che senza
          illusioni di cui l’uomo sia persuaso, non c’è vita ne azione, giacchè l’uomo <pb ed="aut"
            n="363"/> non opera senza persuasione, e se la persuasone non è illusoria, ma viene
          dalla ragione, l’uomo non opera, perchè la ragione non lo persuade ad operare, anzi ne lo
          distoglie, e lo getta nell’indifferenza. La pompa e la vita del culto senza una
          persuasione della sua necessità, doverosità, importanza, non ha potuto durare. Limitate le
          credenze, allargato il dubbio, allargata la ragione e l’indifferenza, e la secca
          speculazione delle cose, il culto è svanito, laddove si mantiene presso i cattolici, i
          quali ne conservano tutte le basi, cioè tutti i dogmi, le credenze ec. tanto relative ad
          esso culto, quanto generalmente alla Religione. Se non ch’egli va languendo anche tra noi,
          sia nel fatto, sia nell’impressione e l’effetto che produce, e il modo e l’animo con cui è
          considerato, e veduto o eseguito: e ciò in proporzione dei progressi dell’incredulità, o
          diminuzione della fede, perchè non si può dar gran cura, nè coltivare, nè promuovere, nè
          esser molto affetti e toccati, da quello che si considera come poco importante, e che non
          è in relazione colla nostra opinione. (29. Nov. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>I doveri dipendono dalle credenze; quanti saranno dunque i simboli, tante saranno le
          morali... Chi non comprende che dal momento che si rigetta ogni autorità vivente (dunque
          la morale determinata deriva dall’autorità <pb ed="aut" n="364"/> non dalla natura), la
          regola de’ costumi addiviene tanto variabile e tanto incerta quanto la regola della fede?
            <foreign lang="fre" rend="italic">Essai</foreign> ec. poco sotto al luogo citato nel
          pensiero precedente.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ogni uomo ha diritto di giudicare di per se stesso, e la diversità delle opinioni è tanto
          naturale quanto la diversità de’ gusti. <bibl>
            <author>Dott. Midleton</author> (Middleton) <title>Introductory Discourse to a free
              Enquiry into the miraculous powers</title>. (Discorso preliminare alla libera
            Disquisizione sopra i poteri miracolosi) p. 38.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quegli stessi che credono grave, o maggiore che non è, ogni leggera malattia che loro
          sopravviene, caduti in qualche malattia grave o mortale, la credono leggera, o minore che
          non è. E la cagione d’ambedue le cose è la codardia che gli sforza a temere dove non è
          timore, e a sperare dove non è speranza.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La filosofia e la natura de’ tempi e della vita presente s’ha per capital nemica della
          Religione, ed è vero. Contuttociò se l’uomo doveva esser filosofo, far della ragione
          quell’uso che ora ne fa, conoscere tutto quello che ora conosce, e generalmente s’egli
          doveva vivere come ora vive, e se i tempi dovevano essere quali ora sono, o il sistema
          della natura e delle cose è totalmente assurdo e contraddittorio, o bisogna
          necessariamente ammettere una Religione. Perchè se l’uomo doveva essere inevitabilmente
          infelice, come ora accade, ne <pb ed="aut" n="365"/> segue che al primo nell’ordine degli
          enti, è meglio il non essere che l’essere, ne segue che l’uomo non solo non deve amare nè
          conservare la sua esistenza, ma distruggerla; in maniera che la sua stessa esistenza
          rinchiuda non dirò un germe nè un principio di distruzione, ma quasi una distruzione
          formale e completa; ne segue che la vita ripugna alla vita, l’esistenza all’esistenza,
          giacchè l’uomo non verrebbe ad esistere se non per cercare di non esistere, quando
          conoscesse il suo vero destino. La qual cosa è un’assurdità e una contraddizione
          sostanziale e capitale nel sistema della natura. Per lo contrario se l’uomo non doveva
          essere quale ora è, se la natura l’aveva fatto diversamente, se gli aveva opposto ogni
          possibile ostacolo al conoscere quello che ha conosciuto e al divenire quello ch’è
          divenuto, allora dallo stato presente dell’uomo, e dalle assurdità che ne risultano, non
          si può dedur nulla intorno al vero, naturale, primitivo ed immutabile ordine delle cose;
          come se un animale si rompe una gamba, non se ne può dedur nulla intorno all’ordine
          generale, perchè questo è un inconveniente particolare. Così lo stato presente dell’uomo,
          e le assurdità sue, dovranno esser considerate come una particolarità indipendente
          dall’ordine e dal sistema generale e <pb ed="aut" n="366"/> destinato, e costante, e
          primordiale. Che se anche non c’è più rimedio per l’uomo, nemmeno per chi si tagli una
          gamba, o sia schiacciato da una pietra, c’è più rimedio. Basta che il male non sia colpa
          della natura, non derivi necessariamente dall’ordine delle cose, non sia inerente al
          sistema universale; ma sia come un’eccezione, un inconveniente, un errore accidentale nel
          corso e nell’uso del detto sistema. V. p. 370. e 1079. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Hanter</emph> frequentare, visitare spesso, aver familiarità ec. verbo che Girard
          nei Sinonimi fa derivare da <emph>hant</emph> (se ben mi ricordo) che nelle lingue del
          nord significa <emph>congiungere</emph> o <emph>darsi le mani</emph>, non potrebbe
          piuttosto derivare da <foreign lang="grc">ἀντάω</foreign>? Ma bisognerebbe anche vedere se
          quella parola settentrionale abbia nessuna relazione con questo verbo greco.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’idea di una grave sventura (come anche di qualunque grande e strana mutazione di cose
          in bene come in male) che ci sopraggiunga, massimamente improvvisa, non si può concepire
          intera, se non altro ne’ primi momenti; anzi è sempre confusissima, debolissima,
          oscurissima, e difettosa. Non considero adesso l’impressione e la sorpresa e il dolore ec.
          che deve naturalmente oscurar l’anima, e intorpidirla. Ma ponete che vi si annunzi la
          morte di uno de’ vostri cari e familiari, anche preveduta. Il dispiacere, <pb ed="aut"
            n="367"/> la rimembranza delle relazioni avute con lui, la novità che introduce nella
          vostra vita, vale a dire il troncamento di tutte quelle relazioni, e il dover considerare
          quella persona in un modo tutto diverso dal passato, cioè come morta, come incapace di
          essere amata o beneficata, di amare e beneficare ec. ec. tutte queste cose che si
          presentano in folla alla vostra mente, vi cagionano una confusione un imbarazzo uno
          stupore tale, che voi in luogo di considerare ciascuna parte della cosa, non ne
          considerate nessuna, non siete capace di valutare nè l’estensione nè la profondità nè la
          natura della cosa, nè di formarvene un concetto preciso, e restandovi solamente l’idea in
          genere e confusamente, non siete capace di pensarvi, nè vi pensate formalmente, non dirò
          perchè non vogliate pensarvi, ma perchè non sapete pensarvi. E quindi accade quella cosa
          osservatissima che le grandi mutazioni, sieno disgrazie, sieno fortune, al primo momento
          istupidiscono, e non è se non col tempo, che voi considerandone ciascuna parte, ne
          cominciate a piangere o rallegrarvene separatamente. Giacchè questo pure è notabile, che
          l’atto del piangere o rallegrarsi ec. insomma l’espressione <foreign lang="grc">τοῦ
          πάθους</foreign> cade sempre sopra una parte della cosa, non già sul tutto, perchè l’anima
          non è capace di abbracciar questo tutto, in uno stesso tempo. P. e. nel <pb ed="aut"
            n="368"/> caso detto di sopra, voi comincerete a piangere per una determinata
          rimembranza, per una tal riflessione sopra il futuro o il presente, e per simili cose, che
          non potete ravvisare, e separare, e concepire nel primo momento, nè durante la prima
          impressione. Ma finattanto che l’idea o la cosa vi si presenterà tutta intera, e voi non
          potrete distinguerne, e noverarne le parti, voi non piangerete mai, nè sarete commosso
          determinatamente, ma solo confusamente. E neanche dopo lungo tempo, voi non piangerete mai
          per la considerazione totale e generale della disgrazia intera. (1. Dec. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si suol dire che la monotonia fa parere i giorni più lunghi. Così è quanto alle parti del
          tempo considerate separatamente. Ma quanto al complesso è tutto l’opposto, perchè un
          giorno pieno di varietà, terminato che sia ti parrà lunghissimo, anzi spesso ti avverrà di
          credere a prima giunta che una cosa fatta, accaduta, veduta, ec. oggi, appartenga al
          giorno di ier o ier l’altro, perchè la moltiplicità delle cose allunga nella tua memora lo
          spazio, e il maggior numero degli accidenti, accresce l’apparenza del tempo. All’opposto
          in una vita tutta uniforme, spesso ti avverrà (e m’è avvenuto) di credere che l’accaduto
          ieri o ier l’altro appartenga al giorno d’oggi, o quello di più giorni fa, al giorno di
          ieri. E ciò per la ragione contraria, e perchè l’uniformità impiccolisce l’immagine delle
          distanze. Così la monotonia <pb ed="aut" n="369"/> prolunga la vita in quanto la lunghezza
          è penosa, e l’abbrevia in quanto la lunghezza è piacevole e desiderata; e la tua vita
          passata nell’uniformità ti par brevissima e momentanea, quando ne sei giunto al fine. (1.
          Dec. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non è forse cosa che tanto promuova l’attività e l’impazienza di ottenere il fine che si
          desidera, quanto l’incertezza di ottenerlo, quando però questo vi prema, e l’idea di non
          ottenerlo vi attristi. Non già solamente perchè l’incertezza, obbliga all’azione (laddove
          la certezza può dar luogo alla pigrizia) in quanto un fine incerto domanda maggior cura
          per ottenerlo. Ma quando anche non domandi maggior cura, il che può ben accadere (perchè
          un fine può esser certo, posta però una grande attività per conseguirlo) e
          indipendentemente affatto dall’utilità e dal bisogno delle cure, tu sarai attivissimo e
          impazientissimo di ottenerlo, per questo solo che tu non puoi sopportare quell’incertezza,
          e che tu spasimi di liberarti dall’angustia che ti deriva dal dubbio di non riuscire ad un
          fine che tu desideri grandemente. Angustia alla quale forse preferirai la certezza di non
          poterlo conseguire. Anche materialmente m’è accaduto più volte di dubitare se alcuni miei
          sforzi corporali avrebbero potuto ottenere un fine che <pb ed="aut" n="370"/> mi premeva,
          e perciò raddoppiarli impazientemente, sebbene altri mi consigliava di riposare perchè la
          dilazione non faceva alcun danno. Ma io non poteva sostenere l’incertezza di una cosa che
          m’importava, laddove se non avessi dubitato non avrei avuto difficoltà di aspettare. E
          così la stessa mia impazienza poteva pregiudicare al fine, togliendomi il riposo
          necessario ec. Così nel comporre ec. Parimenti se tu devi compire una tale operazione in
          un dato spazio, e temi di non riuscirvi, l’impazienza e la sollecitudine tua non cresce in
          ragione del bisogno, ma ben da vantaggio, e, s’è possibile, tu vieni a capo dell’opera
          prima del termine prefisso. (1. Dec. 1820.). V. p. 712. capoverso 2.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 366. pensiero 1. Perciò coloro che deducono la necessità assoluta della Religione
          dallo stato presente dell’uomo, e dalla sua miseria, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nihil agunt</foreign>, se non provano ancora che questo stato gli era destinato, e
          ch’egli vivendo così, segue i suoi destini, e l’ordine assoluto delle cose, non
          arbitrario. Perchè anche gli animali, p. e. le formiche, le api, i castori, hanno fra loro
          tanta società quanto basta ai loro bisogni o comodi, e non per questo hanno Religione, o
          legge di sorta alcuna. Anche gli animali hanno un uso sufficientissimo di ragione, hanno
          il principio <foreign lang="grc">τοῦ λογισμοῦ</foreign>, il principio di conoscenza innato
          in tutti gli esseri viventi, non già nel solo uomo; e non per questo se ne servono come
          l’uomo, nè sono infelici. E non è provato che la società, quale ora è, sia lo stato
          naturale dell’uomo, <pb ed="aut" n="371"/> come per lo contrario è provato che l’uomo
          senza società, non ha per natura o istinto, nessuna idea di Religione, e non ne ha verun
          bisogno, tutti i suoi doveri non riguardando che se stesso, ed avendo il loro immobile
          fondamento nell’istinto che lo porta ad amarsi e conservarsi. (2. Dec. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Sostengono come indubitato che l’uomo è perfettibile. Vale a dire ch’egli può
          perfezionare se stesso, perfezionar l’opera della natura. Considerate il sistema materiale
          del mondo, tanto nelle minime che nelle massime cose, tanto nell’organizzazione di un
          animale appena visibile, quanto nell’ordine degli astri, e voi troverete da per tutto un
          artifizio, una sapienza, una maestria tale, che non solamente non si può perfezionar nulla
          di quanto la natura ha fatto, non solamente non vi si può nè aggiungere nè levarne cosa
          alcuna, nè alterare in nessun modo senza guastare, ma quando anche noi avessimo quella
          stessa potenza di fare che ha avuto la natura, non c’è uomo d’ingegno così sottile e
          profondo e sublime, che fosse capace non dico di condurre a termine, ma di concepir
          solamente un piano così magistrale, così minuto, così strettamente legato insieme e
          corrispondente, così perfetto in ogni menomissima parte, come quello che vediamo eseguito
          dalla natura. Io dunque dico all’uomo <pb ed="aut" n="372"/> il quale asserisce d’essere
          perfettibile, e di potersi, anzi doversi perfezionare da se: perfeziona il tuo corpo, la
          tua notomia, la tua costruzione organica, o almeno qualche parte di lei: se non puoi
          questo, almeno immagina un disegno più perfetto, più completo, più giusto, più
          conveniente, più esatto, più squisito di quello della natura, relativamente alla
          organizzazione ec. del tuo corpo. L’uomo si mette a ridere, e confessa che non solo non
          c’è cosa più perfetta, ma ch’egli con lunghissimo studio, dal principio del mondo in poi,
          ancora non è arrivato a comprenderne interamente tutta la perfezione, e ogni giorno rivela
          qualche altra cosa da ammirare, ed accresce la sua maraviglia. Or come dunque non potendo
          perfezionare il tuo corpo, anzi non potendo neppur comprendere tutta la misura della sua
          perfezione naturale, presumi di perfezionare una parte tanto più nobile, astrusa, e
          difficile, qual’è lo spirito? Come dunque la natura tanto perfetta maestra, tanto accurata
          e puntuale e finita e intera in tutto il resto, e nominatamente nel tuo corpo, è stata
          così stupida e manchevole e difettosa nella parte più rilevante di te, in quella parte da
          cui dipendeva l’uso di quel tuo corpo così perfetto, e che anche doveva molto influire
          sugli altri ordini di enti? Come ti ha lasciato da far tanto in quella parte che più le
          doveva premere, non avendoti lasciato nulla da fare in quella che importava meno, e ch’era
          subordinata alla prima? Come soprattutto presumi di perfezionare, non solo il tuo spirito,
            <pb ed="aut" n="373"/> ma anche l’ordine vastissimo delle altre cose terrestri, in
          quanto ha stretta relazione e connessione e dipendenza cogli andamenti e lo stato della
          tua specie? (2. Dec. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La poesia e la prosa francese si confondono insieme, e la Francia non ha vera distinzione
          di prosa e di poesia, non solamente perchè il suo stile poetico non è distinto dal
          prosaico, e perch’ella non ha vera lingua poetica, e perchè anche relativamente alle cose,
          i suoi poeti (massime moderni) sono più scrittori, e pensatori e filosofi che poeti, e
          perchè Voltaire p. e. nell’Enriade, scrive con quello stesso <foreign lang="fre"
            rend="italic">enjouement</foreign>, con quello stesso <foreign lang="fre" rend="italic"
            >esprit</foreign>, con quella stess’aria di conversazione, con quello stesso <foreign
            lang="fre" rend="italic">tour</foreign> e giuoco di parole di frasi di maniere e di
          sentimenti e sentenze, che adopra nelle sue prose: non solamente, dico, per tutto questo,
          ma anche perchè la prosa francese, oramai è una specie di poesia. Filosofi, oratori,
          scienziati, scrittori d’ogni sorta, non sanno essere e non si chiamano eleganti, se non
          per uno stile enfatico, similitudini, metafore, insomma stile continuamente poetico, e
          montato principalmente sul tuono lirico. E ciò massimamente è accaduto dopo l’introduzione
          de’ poemi in prosa, siano poemi propriamente detti, siano romanzi, opere descrittive,
          sentimentali ec. Ma <pb ed="aut" n="374"/> i francesi che si credono i soli maestri e
          modelli e conservatori, e zelatori dello scriver classico a’ tempi moderni, non so in qual
          classico antico abbiano trovato questo costume, per cui non si sa essere elegante nè
          eloquente, senza andare a quella perpetua, dirò così, <emph>traslazione</emph> e <foreign
            lang="grc">μετεωρία</foreign> e concitazione di stile, ch’è propria della poesia.
          (L’eloquenza di Bossuet, è appunto di questo tenore; tutta Biblica, tutta in un gergo di
          convenzione; e lo stile biblico, e questo gergo forma l’eloquenza e l’eleganza ordinaria
          d’ogni sorta di scrittori francesi oggidì.) Non mai sedatezza, non mai posatezza, non
          semplicità, non familiarità. Non dico semplicità nè familiarità distintiva di uno stile o
          di uno scrittore particolare, ma dico quella ch’è propria universalmente e naturalmente
          della prosa, che non è uno scrivere <emph>ispirato</emph>. Osservino Cicerone, osservino
          gli scrittori più energici dell’antichità, e mi dicano se c’è uomo così cieco che non
          distingua subito come quella è prosa non poesia; se ridotta questa prosa in misura,
          avrebbe mai niente di comune colla poesia (come accadrebbe nelle loro prose); se la prosa
          antica la più elegante, eloquente, energica, consiste, o no, in uno stile separatissimo
          dal poetico. Anche i loro scrittori de’ buoni secoli, sebbene la lingua francese ha sempre
          inclinato a questo difetto, <pb ed="aut" n="375"/> nondimeno hanno un gusto e un sapore di
          prosa molto maggiore e più distinto (eccetto pochi), hanno non dico austerità, neanche
          gravità nè verecondia (pregi ignoti ai francesi) ma pur tanta posatezza e castigatezza di
          stile quanta è indispensabile alla prosa: come la Sévigné, Mme Lambert, Racine e Boileau
          nelle prose, Pascal ec. Anzi letto Pascal, e passando ai filosofi e pensatori moderni, si
          nota e sente il passaggio e la differenza in questo punto. (2. Dic. 1820.). V. p. 477.
          capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La ragione è nemica della natura, non già quella ragione primitiva di cui si serve l’uomo
          nello stato naturale, e di cui partecipano gli altri animali, parimente liberi, e perciò
          necessariamente capaci di conoscere. Questa l’ha posta nell’uomo la stessa natura, e nella
          natura non si trovano contraddizioni. Nemico della natura è quell’uso della ragione che
          non è naturale, quell’uso eccessivo ch’è proprio solamente dell’uomo, e dell’uomo
          corrotto: nemico della natura, perciò appunto che non è naturale, nè proprio dell’uomo
          primitivo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Spesso gli uomini irresoluti, preso che hanno un partito, sono costantissimi nel
          mantenerlo, a fronte delle maggiori difficoltà, appunto per irresoluzione, e perchè non si
          sanno risolvere a lasciar quello, e prenderne un altro; perchè ciò par loro più
          difficoltoso; perchè si spaventano di tornare un’altra volta a risolvere. Forse questo
          effetto accade principalmente in quelli che sono irresoluti per infingardaggine, e che
          trovano più infingardo <pb ed="aut" n="376"/> e facile il proseguire che il tornare
          indietro. Ma è comune, s’io non erro, a tutti gl’irresoluti. (3. Dic. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’<title lang="fre">Essai sur l’indifférence en matière de religion</title>, prima o
          seconda pagina del Capo 9. <quote>
            <emph>Ed è rimarcabile che tutti gli uomini... uniscono costantemente all’idea della
              felicità, l’idea del riposo, che non è altro fuorchè quella pace profonda,
              inalterabile, di cui gode necessariamente un essere pervenuto alla sua perfezione, e
              che S. Agostino chiama per eccellenza, la tranquillità dell’ordine... In una parola
              non si trova felicità fuorchè nel seno dell’ordine; e l’ordine è la sorgente del bene,
              come il disordine è la sorgente del male, tanto nel mondo morale, quanto nel mondo
              fisico; tanto pei popoli, quanto per gl’Individui.</emph>
          </quote> L’amore dell’ordine, o l’idea della necessità dell’ordine, che è quanto dire
          dell’armonia e convenienza, è innata, assoluta, universale, giacchè è il fondamento del
          raziocinio, e il principio della cognizione o del giudizio falso o vero. Ma l’idea di un
          tal ordine, è variabile, dipendente dall’abitudine, opinione, ec. è relativa, e
          particolare. Il desiderio del riposo, non è in quanto riposo, o quiete, ma 1. in quanto
          convenienza, armonia ec. colle qualità e la natura della specie o dell’individuo. 2. in
          quanto stabilità, o capacità di durare. L’uomo e nessun altro essere, non può trovar bene
          se non se in <pb ed="aut" n="377"/> uno stato che armonizzi colle sue qualità e natura.
          Senza questo stato, egli è in una condizione di contrasto, di sconvenienza, e perciò
          travaglioso, non per l’assenza della quiete assolutamente, ma dell’armonia relativa. Se
          alla sua natura convenisse la guerra, il moto perpetuo, l’azione continua, egli sarebbe in
          istato di pena, e violento, quando fosse costretto al riposo propriamente detto, e non
          riposerebbe, vale a dire, non troverebbe felicità, se non che nella guerra o fatica. Il
          riposo e la pace per lui sarebbe disordine, e la fatica e la guerra ordine. Sicchè il
          riposo che noi desideriamo, non è riposo o quiete assolutamente, ma armonia colla nostra
          natura tanto specifica, quanto individuale. Così diremo della stabilità, perchè quello che
          contrasta colla nostra natura, se anche ha l’atto della durata, non ha la potenza o il
          diritto, cosicchè l’uomo non ci può trovar quiete. Al contrario nel caso opposto. Ma
          questa quiete non è quiete assoluta, quasi che la quiete fosse essenzialmente e
          primordialmente buona; bensì è quiete relativa, o vogliamo dire armonia. Non bisogna
          dunque usare le proposizioni astratte nelle cose relative, nè pretendere di aver
          dimostrato che noi amiamo naturalmente un tal ordine, perciò che amiamo l’ordine. Amiamo
          l’ordine, l’amano tutti gli esseri; ma qual ordine? Odiamo il disordine, ma qual è questo
          disordine? Ciò bisogna <pb ed="aut" n="378"/> cercare, qui di nuovo i filosofi si
          dividono, e dal principio antecedente, incontrastabile e confessato, invano si presume di
          ricavar nulla di definito e concreto, circa la questione, dello stato e perfezione
          destinata particolarmente all’uomo, e desiderata da lui ardentemente. Io dico dunque: lo
          stato di perfezione, quello stato di ordine, fuori del quale non c’è riposo, fuor del
          quale non c’è la tranquillità dell’ordine, nè la felicità, è per l’uomo, come per tutte le
          altre cose esistenti, quello stato in cui la natura l’ha posto di sua propria mano, e non
          quello in cui egli o si sia posto, o si debba porre da se.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il Capo 9. dell’<title lang="fre">Essai</title> ec. qui sopra citato è il più forte
          profondo e concludente forse di tutta l’opera, perchè le prove della Religione non sono
          dedotte dalla considerazione dell’uomo qual egli è, dalle opinioni ec. ma dalla natura
          dell’uomo. Farai bene a rileggerlo. Ma ecco il suo raziocinio. La felicità non si trova se
          non nella perfezione di cui l’essere è capace. Un essere non è perfetto se le sue facoltà
          non sono perfettamente d’accordo fra loro, perfettamente sviluppate secondo la loro
          natura, e se non godono ciascuna del suo proprio oggetto secondo tutta l’estensione della
          sua capacità. Non è perfetto s’egli non è in conformità colle leggi che risultano dalla
          sua natura. Ma per conformarcisi <pb ed="aut" n="379"/> bisogna conoscerle. Dunque l’uomo
          non sarà felice se non quando conosca se stesso, e i rapporti necessari che ha con altri
          esseri. E deve poterli conoscere, <quote>
            <emph>altrimenti sarebbe un essere contraddittorio, perchè avendo un fine, cioè la
              perfezione o la felicità, non avrebbe alcun mezzo di pervenirvi</emph>
          </quote>. L’uomo dunque inclinando alla perfezione o felicità, inclina sommamente alla
          cognizione del vero. Dalla cognizione deriva l’amore o l’odio, ossia il giudizio relativo
          alla qualità buona o cattiva. Dall’amore o l’odio deriva l’azione, perchè l’uomo non si
          può determinare se non a quello che crede bene. L’ignoranza assoluta è uno stato di morte,
          perchè, supponendo che l’uomo non abbia un motivo per creder le cose buone o cattive, la
          sua indifferenza è totale, e non potendo amare nè odiare, non può scegliere, dunque non
          può agire, dunque non può vivere. Sicchè conoscere, amare, operare; ecco tutto l’uomo.
          L’oggetto della facoltà di conoscere, è la verità. L’estensione di questa facoltà si
          misura dal desiderio. L’uomo sente un desiderio infinito di conoscere e così di amare.
          Dunque la sua facoltà conoscitiva, o l’intelligenza è capace di conoscere la verità
          infinita; la sua facoltà di amare, è capace di amare il Bene infinito. Laddove la sua
          facoltà di agire essendo limitata, egli non sente un desiderio infinito di agire, come
          essere fisico. Dunque la felicità dell’uomo <pb ed="aut" n="380"/> consiste nella
          perfezione della conoscenza; dell’amore, o sia disposizione dell’anima verso gli oggetti;
          e dell’azione che deriva da questi due principii. Dunque consiste nel vero: perchè 1.
          l’ignoranza assoluta è lo stesso che mancanza intera di cognizione, amore, e azione. 2.
          l’errore ingannandolo sui suoi rapporti, e sull’accordo e sviluppo delle sue facoltà,
          contraddice alla perfezione, ossia distrugge l’armonia dell’uomo e delle sue facoltà colle
          leggi che risultano dalla sua natura, e quindi distrugge la sua felicità. Ecco
          l’argomentazione. Ecco le risposte.</p>
        <p>Primieramente quanto alla verità, che cosa si debba intendere per verità, rispetto alla
          felicità dell’uomo, e per conseguenza qual sia il fine e lo scopo e l’oggetto vero della
          sua facoltà di conoscere, vedilo chiaramente esposto p. 326. di questi pensieri, capoverso
          1. Quello solo basterebbe a rispondere a tutto questo raziocinio.</p>
        <p>Secondariamente, qual sia l’ordine, la perfezione l’accordo delle facoltà dell’uomo, la
          sua corrispondenza co’ suoi rapporti, e colle leggi che risultano dalla sua natura, vedilo
          p. 376-378. donde rileverai che questo principio astratto, benchè vero, e confessato, non
          ha forza di provar nulla nella questione delle vere leggi, dei veri rapporti, e della vera
          natura <emph>particolare</emph> dell’uomo.</p>
        <p>Veniamo al desiderio di conoscere. Certamente bisogna che l’uomo conosca, cioè si possa
          determinare, perch’egli è libero. Così accade anche al bruto. <pb ed="aut" n="381"/>
          Bisogna che conosca bene per determinarsi bene. <quote>
            <emph>Dunque bisogna che conosca il vero, e l’errore toglie la sua felicità</emph>
          </quote>. Falsa conseguenza. Bisogna che conosca quello che fa per lui. La verità
          assoluta, e per così dire il tipo della verità, è indifferente per l’uomo. La sua felicità
          può consistere nella cognizione e giudizio vero o falso. Il necessario è che questo
            <emph>giudizio</emph>, convenga <emph>veramente</emph> alla sua natura.</p>
        <p>La facoltà di formare questo giudizio non manca all’uomo ignorante, perchè tutto quello
          ch’egli deve sapere gli è insegnato dalla natura. Bisogna esser bene stupido per ammetter
          l’ipotesi di un’ignoranza che lasci l’uomo nell’intera indifferenza, come quell’asino
          delle scuole, posto <emph>tra due cibi distanti e moventi d’un modo</emph>, il quale
            <emph>si morria di fame</emph>. L’ignorante ignora il vero, ma non i motivi di
          determinarsi. Anzi l’ignorante naturale, come il fanciullo, si determina molto più presto,
          facilmente e vivamente, risolutamente e certamente dell’uomo istruito o saggio. Di più le
          stesse cose per natura loro indifferenti all’uomo, per poco che abbia perduto della
          natura, quelle cose che non possono essere oggetti di azione, come piante, sassi, e che so
          io, non sono indifferenti all’uomo primitivo nè al fanciullo, il quale da piccolissime
          minuzie, cava argomento di amarle o di odiarle, e trova notabili benchè immaginarie
            <emph>differenze</emph>, nelle cose più <pb ed="aut" n="382"/> indifferenti, ed esagera
          e ingrandisce le piccole differenze reali: sicchè non gli manca ma motivo di
          determinazione. Anzi la ragione e la scienza è indifferentissima, e la natura e
          l’ignoranza è tutto l’opposto dell’indifferenza. (V. il mio discorso sui romantici, e la
          p. 69. di questi pensieri, capoverso 3.) Perchè l’immaginazione e l’errore dà molto più
          peso alle minuzie, che la ragione, e non ammette nè dubbi, nè freddezze nella stessa
          certezza, come la ragione che conosce la poca importanza di tutto, e perciò la poca
          differenza dell’utilità o bontà rispettiva. Oltracciò la ragione e la scienza, tende
          evidentemente ad agguagliare il mondo sotto ogni rispetto, ed estinguere o scemare la
          varietà, perchè non c’è cosa più uniforme della ragione, nè più varia della natura; e così
          la scienza promuove sommamente l’indifferenza, perchè toglie o scema anche le differenze
          reali, e quindi i motivi di determinazione.</p>
        <p>E quanto al dubbio, cagione principalissima d’indifferenza, lo stesso libro ch’io discuto
          reca un passo di Pascal, dove fra le altre cose (degne d’esser lette) si dice: conviene
          che ciascuno prenda il suo partito, e si collochi necessariamente o al dogmatismo, o al
          pirronismo... Sostengo che non ha mai esistito un pirronista effettivo e perfetto. La
            <emph>natura</emph> sostiene la <emph>ragione impotente</emph>, e l’impedisce di
          delirare fino a questo punto... <pb ed="aut" n="383"/>
          <quote>
            <emph>La natura confonde i pirronisti, e la ragione confonde i dogmatizzanti</emph>
          </quote> (vale a dire quelli che ammettono e sostengono delle opinioni come certe). (<bibl>
            <title lang="fre">Pensées</title> de <author>Pascal</author>, Ch.21</bibl>) Infatti il
          dubbio non ha quasi esistito se non dopo la ragione e la scienza, e non c’è cosa così
          sicura in quello che crede come l’ignoranza; e l’uomo naturale, tutto quello che sa o
          crede sapere (e ciò per dettato della natura), lo tiene per certissimo e non ci prova
          ombra di dubbio. Tanto è vero che l’ignoranza conduce alla totale indifferenza, e quindi
          all’inazione e alla morte: o piuttosto tanto è vero che si dia un’ignoranza assoluta,
          ossia uno stato dell’anima privo affatto di credenza, e di giudizi: tanto è stolto il
          confondere la mancanza della verità, colla mancanza dei giudizi, quasi non si dassero
          giudizi se non veri, o quasi dal detto principio risultasse la necessità di un giudizio
          vero assolutamente, e non piuttosto di un giudizio <emph>veramente</emph> utile e adattato
          alla natura dell’uomo.</p>
        <p>Quanto al desiderio che ha l’uomo di conoscere, desiderio che si pretende infinito, come
          quello di amare, e a differenza di quello di operare</p>
        <p>1.<hi rend="apice">o</hi> Non è vero ch’egli sia infinito per se, ma solo materialmente,
          e come desiderio del piacere, ch’è tutt’uno coll’amor proprio. E non è vero che l’uomo <pb
            ed="aut" n="384"/> naturale sia tormentato da un desiderio infinito precisamente di
          conoscere. Neanche l’uomo corrotto e moderno si trova in questo caso. Egli è tormentato da
          un desiderio infinito del piacere. Il piacere non consiste se non che nelle sensazioni,
          perchè quando non si sente, non si prova nè piacere nè dispiacere. Le sensazioni non le
          prova il corpo, ma l’anima, qualunque cosa s’intenda per anima. La sensazione
          dell’intelligenza, è il concepire. Dunque l’oggetto della facoltà intellettiva, è il
          concepire. (non il vero, come dirò poi.) L’uomo desidera un piacere infinito in tutte le
          cose, ma non può provare una certa infinità, se non se nella concezione, perchè tutto il
          materiale è limitato. V. la pag.388. di questi pensieri, fine. L’uomo dunque prova piacere
          nella maggior estensione possibile della concezione, ossia dell’atto della facoltà
          intellettiva. V. questi pensieri p. 170. fine, e p. 178. fine — 179. principio. Questo è
          indipendente dal vero. L’uomo non desidera di conoscere, ma di sentire infinitamente.
          Sentire infinitamente non può, se non colle facoltà mentali in qualche modo, ma
          principalmente coll’immaginazione, non colla scienza o cognizione, la quale anzi
          circoscrive gli oggetti, e quindi esclude l’infinito. E da queste cose si potrà dedurre
          che anche la curiosità, o desiderio di conoscere, o piuttosto di concepire, <pb ed="aut"
            n="385"/> derivi <add resp="ed">non</add> da una determinazione arbitraria della natura,
          a fare che il conoscere o concepire sia piacere, ma da questo stesso, che l’uomo desidera
          illimitatamente il piacere, contro quello che ho inclinato a credere nella teoria del
          piacere. Del resto questo desiderio infinito di concepire, dev’essere essenzialmente
          comune anche ai bruti. V. p. 180. fine.</p>
        <p>2.<hi rend="apice">o</hi>
          <emph>E tanto è miser l’uomo quant’ei si reputa</emph>, e tanto è beato quant’ei si
          reputa. Così tanto è soddisfatto il desiderio di conoscere o concepire, dalla credenza di
          conoscere, quanto dalla vera conoscenza, e la verità assoluta è totalmente indifferente
          all’uomo anche per questo capo. Anzi il desiderio infinito di concepire può ben essere in
          qualche modo e spesso appagato dalla natura col mezzo della immaginazione e delle
          persuasioni false ossiano errori; ma non mai dalla ragione col mezzo della scienza, nè dai
          sensi col mezzo degli oggetti reali. Che se l’uomo avesse questa tendenza infinita non al
          concepire, ma precisamente al conoscere, cioè al vero, perchè la natura avrebbe posto
          tanti ostacoli a questa cognizione necessaria alla sua felicità? Perchè avrebbe radicate
          nella sua mente tante illusioni che appena il sommo incivilimento, e abito di ragionare,
          può estirpare, e non del tutto? Perchè la verità sarebbe così difficile a scoprire? Da che
          l’uomo tende infinitamente alla precisa cognizione, nessuna verità è indifferente per lui.
            <pb ed="aut" n="386"/> Non solo la cognizione delle verità religiose, morali ec. ma di
          qualunque verità fisica ec. ec. diviene necessaria alla sua felicità. Ora quando anche si
          voglia supporre che l’uomo primitivo avesse mezzi sufficienti per conoscere le verità
          religiose e morali, (come par che supponga il nostro libro) è certo che non gli ebbe per
          infinite altre, è certo che infinite se ne ignorano ancora, che infinite se ne ignoreranno
          sempre, che la massima parte degli uomini è (tolto nella religione rivelata) ignorante
          quanto i primitivi, che i fanciulli lo sono parimente, anche quanto alla religione. È
          certo che quantunque l’uomo conosca Dio ch’è infinito, non lo conosce nè lo può conoscere
          infinitamente (come neanche amare, quantunque l’autore presuma che la nostra facoltà di
          amare sia infinita, essendo infinito il desiderio); anzi limitatissimamente. Dunque la sua
          cognizione non è infinita; dunque se la sua facoltà di conoscere è infinita, manca del suo
          oggetto, e perciò della sua felicità. Dunque l’uomo non può esser felice: dunque ripeterò
          coll’autore <quote>
            <emph>egli è un essere contraddittorio, perchè avendo un fine, cioè la perfezione o la
              felicità, non ha alcun mezzo di pervenirvi</emph>
          </quote>. E le illusioni che la natura ha poste saldissimamente in <emph>tutti</emph> noi,
          perchè ce le ha poste? Per contendergli espressamente la sua felicità? E se l’ignoranza è
          infelicità, perchè l’uomo esce dalle mani della natura, così strettamente infelice? In
          somma <pb ed="aut" n="387"/> le assurdità sono infinite quando non si vuol riconoscere che
          l’uomo esce perfetto dalle mani della natura, come tutte le altre cose; che la verità
          assoluta è indifferente all’uomo (quanto al bene, ma non sempre, anzi di rado, quanto al
          nuocergli); che lo scopo della sua facoltà intellettiva, non è la cognizione, in quanto
          cognizione derivata dalla realtà, ma la concezione, o l’opinione di conoscere, sia vera,
          sia falsa. Che vuol dire che gl’ignoranti in luogo di esser più infelici, sono
          evidentemente i più felici?</p>
        <p>
          <quote>
            <emph>Posti questi principii</emph>
          </quote>, dice l’autore, (cioè i sovresposti p. 378-380.) <quote>
            <emph>consideriamo la filosofia e la Religione ne’ loro rapporti colla felicità</emph>
          </quote>. E segue mostrando che la filosofia non rivela nè prescrive nulla fuorchè il
          dubbio, tanto ne’ principii o nelle verità, quanto ne’ doveri: e la Religione tutto
          l’opposto. Siamo d’accordo, ma la natura? l’avete dimenticata? Non c’è altra maestra che
          la filosofia o la religione? tutte due ascitizie e non inerenti alla natura dell’uomo.
          Laddove tutti gli altri esser viventi, che hanno lo stesso desiderio infinito della
          felicità, ne hanno la maestra, gl’insegnamenti, e i mezzi in se stessi. La natura non
          insegna nulla? non prescrive nulla? Concedo la vostra definizione della felicità, ammetto
          le facoltà dell’uomo che voi ammettere, dico che debbono esser d’accordo <pb ed="aut"
            n="388"/> fra loro, d’accordo colle leggi che risultano dalla loro natura, perfettamente
          sviluppate secondo la loro natura, godere del loro oggetto secondo la loro natura. I
          principii son veri, l’applicazione è falsa. Voi continuate a stare sull’assoluto invece di
          passare al relativo. Cioè, la natura dell’uomo non è quella che voi dite. Del resto so
          anch’io che la filosofia è più contraria alla natura che la religione, ma non ne segue che
          non ci siano altri insegnamenti se non della Religione o della filosofia, che non ci siano
          altre cognizioni, altri amori, altre azioni, cioè quelli che la natura ci ha ispirati e
          dettati; nè molto meno che questi non sieno analoghi alle nostre facoltà, ed alle leggi
          della nostra natura; nè che l’uomo naturale sia infelice ec. ec. ec. e che le leggi della
          nostra natura non sieno quelle della nostra natura. Convien conoscerle, dic’egli, per
          conformarcisi. E io dico che l’uomo le conosce dal suo nascere, e dovea necessariamente
          conoscerle per non essere un ente contraddittorio, e bisognoso per esser felice, di cose
          che non possiede essenzialmente e primordialmente, al contrario di tutti gli altri enti.
          (7. Dic. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 384. Così il desiderio che ha l’uomo di amare, è infinito non per altro se non
          perchè l’uomo si ama di un amore senza limiti. E conseguentemente desidera di trovare <pb
            ed="aut" n="389"/> oggetti che gli piacciano, di trovare il buono (intendendo per buono
          anche il bello, e tutto ciò che affetta gradevolmente qualunque delle nostre facoltà);
          desidera dunque di amare, ossia di determinarsi piacevolmente verso gli oggetti. E lo
          desidera senza confini, tanto rispetto al numero di questi oggetti, quanto rispetto alla
          misura della loro bontà, amabilità, piacevolezza. Questo è desiderio innato, inerente,
          indivisibile dalla natura non solo dell’uomo, ma di ogni altro vivente, perchè è
          necessaria conseguenza dell’amor proprio, il quale è necessaria conseguenza della vita. Ma
          non prova che la facoltà di amare sia infinita nell’uomo: e così il desiderio infinito di
          conoscere non prova che la sua facoltà di conoscere sia infinita: prova solamente che il
          suo amor proprio è illimitato o infinito. E infatti come si potrà dire che la facoltà
          nostra di conoscere o di amare sia infinita? — Ma noi possiamo conoscere un Bene infinito
          ed amarlo. Bisognerebbe che lo potessimo conoscere infinitamente ed amare infinitamente.
          Allora la conseguenza sarebbe in regola. Ma non lo possiamo nè conoscere nè amare, se non
          imperfettissimamente. Dunque la nostra cognizione e il nostro amore, benchè cadano sopra
          un Essere infinito, non sono infinite, nè possono mai <pb ed="aut" n="390"/> essere.
          Dunque le nostre facoltà di conoscere e di amare sono essenzialmente ed effettivamente
          limitate come la facoltà di agire fisicamente, perchè non sono capaci nè di cognizione nè
          di amore infinito, nè in numero nè in misura, come non siamo capaci di azione infinita
          fisica. (E se noi avessimo delle facoltà precisamente infinite, la nostra essenza si
          confonderebbe con quella di Dio). Dunque il nostro desiderio infinito di conoscere (cioè
          concepire), e di amare, non può esser mai soddisfatto dalla realtà, ossia da questo, che
          la nostra facoltà di conoscere e di amare possieda realmente un oggetto infinito in quanto
          è infinito, e in quanto si possa mai possedere (altrimenti la possessione non sarebbe
          infinita): ma solamente può esser soddisfatto dalle illusioni (o false concezioni, o false
          persuasioni di conoscenza e di amore, e di possesso e godimento) e dalle distrazioni
          ovvero occupazioni (v. p. 168. 172-173.175. ivi, fine-176. principio): due grandi
          istrumenti adoperati dalla natura per la nostra felicità. (8. Dicembre. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’immaginarsi di essere il primo ente della natura e che il mondo sia fatto per noi, è
          una conseguenza naturale dell’amor proprio necessariamente coesistente con noi, e
          necessariamente illimitato. Onde è naturale che ciascuna specie d’animali s’immagini, se
          non chiaramente, certo confusamente e fondamentalmente la stessa cosa. Questo accade nelle
          specie o generi rispetto agli altri generi o specie. Ma proporzionatamente lo vediamo
          accadere anche negl’individui, riguardo, non solo alle altre specie o generi, ma agli
          altri individui della medesima specie.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="391"/> Il bene non è assoluto ma relativo. Non è assoluto nè primariamente
          o assolutamente nè secondariamente o relativamente. Non assolutamente perchè la natura
          delle cose poteva esser tutt’altra da quella che è; non relativamente, perchè in questa
          medesima natura tal qual esiste, quello ch’è bene per questa cosa non è bene per quella,
          quello che è male per questa è bene per quell’altra, cioè gli conviene. La convenienza è
          quella che costituisce il bene. L’idea astratta della convenienza si può credere la sola
          idea assoluta, e la sola base delle cose in qualunque ordine e natura. Ma l’idea concreta
          di essa convenienza è relativa. Non si può dunque dire che un essere sia più buono di un
          altro, cioè abbia o contenga maggior quantità o somma di bene, perchè <emph>il bene non è
            bene se non in quanto conviene alla natura degli esseri rispettivi</emph>. Solamente,
          questo si può dire degl’individui rispetto agli altri individui della stessa specie. Ogni
          specie dunque, ed ogni individuo in quanto è conforme alla natura della sua specie, è
          perfetto, e possiede la perfezione: (perfezione relativa, ma non essendoci perfezione
          assoluta, cioè tipo di perfezione, nessun essere o specie è più perfetta di un’altra)
          possiede tutto il bene che è bene per <pb ed="aut" n="392"/> lui, perchè il resto non
          sarebbe bene: è tanto buono quanto può essere, perchè per lui non c’è buono fuori della
          sua natura; anzi fuori di questa, tutto è per lui cattivo, perchè non c’è bene assoluto.
          Tutto ciò tanto nel fisico che nel morale. (8. Dicembre. 1820.). Questo io credo che sia
          il sistema (Leibniziano se non erro) dell’Ottimismo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Oltre il progresso dei lumi esatti; dello studio e imitazione degli esemplari tanto
          nazionali che antichi; della regolarità della lingua, dello scrivere e della poesia
          ridotti ad arte ec. un’altra gran cagione dell’estinguersi che fece subitamente
          l’originalità vera e la facoltà creatrice nella letteratura italiana, originalità finita
          con Dante e il Petrarca, cioè subito dopo la nascita di essa letteratura, può essere
          l’estinzione della libertà, e il passaggio dalla forma repubblicana, alla monarchica, la
          quale costringe lo spirito impedito, e scacciato o limitato nelle idee e nelle cose, a
          rivolgersi alle parole. Il cinquecento fu, si può dir, tutto monarchico in Italia e fuori,
          quanto al governo. E le lettere italiane risorsero dal sonno del quattrocento, sotto
          Cosimo e Lorenzo de’ Medici fondatori della monarchia toscana e distruttori di quella
          repubblica. E in questo risorgimento (come poi sotto Leon X.) le lettere presero una forma
          regolare, una forma tutta diversa da quella del trecento, e (quel che è più) da quella che
          sogliono sempre prendere nel loro risorgimento <pb ed="aut" n="393"/> o nascere. La
          letteratura italiana non è stata più propriamente originale e inventiva. L’Alfieri è
          un’eccezione, dovuta al suo spirito libero, e contrario a quello del tempo, e alla natura
          de’ governi sotto cui visse. (8. Dicembre. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quello che ho detto p. 175. fine-176. principio, riferisci quello che ho detto p. 153.
          capoverso primo. I fanciulli parlano ad alta voce da se delle cose che faranno, delle
          speranze che hanno, si raccontano le cose che hanno fatte, vedute ec. o che loro sono
          accadute, si lodano, si compiacciono, predicano ed ammirano ad alta voce le cose che
          fanno, e non v’è per loro tanta solitudine ed inazione materiale, che non sia piena
          società conversazione, ed azione spirituale; società ed azione non languida nè passeggera,
          ma energica, presente, simile al vero, accompagnata anche da gesti e movimenti fisici
          d’ogni sorta, durevole ed inesauribile. (9. Dic. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il mio sistema intorno alle cose ed agli uomini, e l’attribuir ch’io fo tutto o quasi
          tutto alla natura, e pochissimo o nulla alla ragione, ossia all’opera dell’uomo o della
          creatura, non si oppone al Cristianesimo.</p>
        <p>1.<hi rend="apice">o</hi>. La natura è lo stesso che Dio. Quanto più attribuisco alla
          natura, tanto più a Dio: quanto più tolgo alla ragione, tanto più alla creatura. Quanto
          più <pb ed="aut" n="394"/> esalto e predico la natura, tanto più Dio. Stimando perfetta
          l’opera della natura, stimo perfetta quella di Dio; condanno la presunzione dell’uomo di
          perfezionar egli l’opera del creatore; asserisco che qualunque alterazione fatta all’opera
          tal qual è uscita dalle mani di Dio non può esser altro che corruzione. Laddove coloro che
          si credono più amici della religione; attribuendo tutto o quasi tutto alla ragione, fanno
          dipendere la massima e principal parte dell’ordine umano ed universale, dalle facoltà
          della creatura. Sostenendo la perfettibilità dell’uomo, sostengono che l’opera della
          natura, cioè di Dio, era imperfetta; che l’uomo può essere perfezionato non già da Dio, ma
          da se stesso; che per conseguenza la perfezione o felicità della prima delle creature
          terrestri derivi e debba derivare da essa e non da Dio.</p>
        <p>2.<hi rend="apice">o</hi>. Io ammetto anzi sostengo la corruzione dell’uomo, e il suo
          decadimento dallo stato primitivo, stato di felicità; come appunto fa il Cristianesimo.
          S’io dico che l’uomo fu corrotto dall’abuso della ragione, dal sapere, e dalla società,
          questi sono i mezzi, o le cagioni secondarie della corruzione, e non tolgono che la causa
          originale non sia stata il peccato. Io non credo che nessuna vera e soda ragion di fede
          provi la scienza infusa in Adamo. S’egli ebbe subito un linguaggio, si può stimare, ed è
          ben verosimile che n’abbiano anche le bestie per servire a <pb ed="aut" n="395"/> quella
          tal società di cui abbisognano; a quella che sarebbe convenuta anche all’uomo nello stato
          primitivo, come conviene alle bestie che sono ancora in esso stato; a quella che Dio volle
          indicare (e non altro) quando disse: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Non est bonum esse hominem solum: faciamus ei
              adiutorium simile sibi</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <title>Gen.</title> 2. 18.</bibl>); a quella della quale ho detto bastantemente altrove.
          E contuttociò le bestie non hanno scienza infusa, e dalla Genesi non risulta niente di
          questo, riguardo ad Adamo, anzi il contrario. Giacchè qualunque cosa si voglia intendere
          per l’albero della scienza del bene e del male, è certo che il solo comando che Dio diede
          all’uomo dopo averlo posto <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">in paradiso voluptatis</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <title>Gen.</title> c. 2. v. 8. 15. 23. 24.</bibl>) (s’intende voluttà e felicità
          terrena, contro quello che si vuol sostenere, che all’uomo non sia destinata naturalmente
          se non se una felicità spirituale e d’un’altra vita), fu <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">De ligno autem scientiae honi et mali ne comedas, in
              quocumque enim die comederis ex eo, morte morieris</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <title>Gen.</title> 2. 17.</bibl>). Non è questo un interdir chiaramente all’uomo il
          sapere? un voler porre soprattutte le altre cose (giacchè questo fu il solo comando o
          divieto) un ostacolo agl’incrementi della ragione, come quella che Dio conosceva essere
          per sua natura e dover essere la distruttrice della felicità, e vera perfezione <pb
            ed="aut" n="396"/> di quella tal creatura, tal quale egli l’aveva fatta, e in quanto era
          così fatta? Il serpente disse alla donna <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Scit enim Deus quod in quocumque die comederitis ex
              eo, aperientur oculi vestri, et eritis sicut dii, scientes bonum et malum</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <title>Gen.</title> 3. 5.</bibl>) In maniera che la sola prova a cui Dio volle esporre
          la prima delle sue creature terrestri, per donargli quella felicità che gli era destinata,
          fu appunto ed evidentemente il vedere s’egli avrebbe saputo contenere la sua ragione, ed
          astenersi da quella scienza, da quella cognizione, in cui pretendono che consista, e da
          cui vogliono che dipenda la felicità umana: fu appunto il vedere s’egli avrebbe saputo
          conservarsi quella felicità che gli era destinata, e vincere il solo ostacolo o pericolo
          che allora se le opponesse, cioè quello della ragione e del sapere. Questa fu la prova a
          cui Dio volle assoggettar l’uomo, se bene lo fece in un modo o materiale, o misterioso. Di
          che cosa poi si trattava <add resp="ed">?</add> È egli assurdo o cattivo per sua natura il
          desiderio di conoscere e discernere il bene ed il male? (che in somma è quanto dire la
          cognizione) Secondo voi altri apologisti della Religione, non è. Ma all’autor della
          Religione parve che fosse, perchè l’uomo già sapeva abbastanza per natura, cioè per opera
          propria, immediata e primitiva di Dio, tutto ciò che gli conveniva sapere. La colpa
          dell’uomo fu volerlo sapere per opera sua, cioè non <pb ed="aut" n="397"/> più per natura,
          ma per ragione, e conseguentemente saper più di quello che gli conveniva, cioè entrare
          colle sue proprie facoltà nei campi dello scibile, e quindi non dipendendo più dalle leggi
          della sua natura nella cognizione, scoprir quello, che alle leggi della sua natura, era
          contrario che si scoprisse. Questo e non altro fu il peccato di superbia che gli scrittori
          sacri rimproverano ai nostri primi padri; peccato di superbia nell’aver voluto sapere
          quello che non dovevano, e impiegare alla cognizione, un mezzo e un’opera propria, cioè la
          ragione, in luogo dell’istinto, ch’era un mezzo e un’azione immediata di Dio: peccato di
          superbia che a me pare che sia rinnuovato precisamente da chi sostiene la perfettibilità
          dell’uomo. I primi padri finalmente peccarono appunto per aver sognata questa
          perfettibilità, e cercata questa perfezione fattizia, ossia derivata da essi. Il loro
          peccato, la loro superbia, non consiste in altro che nella ragione: ragione assoluta:
          ragione, parlando assolutamente, non male adoperata, giacchè non cercava se non la scienza
          del bene e del male. Or questo appunto fu peccato e superbia. Condannato ch’ebbe la donna
          e l’uomo, disse Iddio: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Ecce Adam quasi unus ex nobis factus <pb ed="aut"
                n="398"/>est, sciens bonum et malum</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <title>Gen.</title> 3. 22.</bibl>) E non aggiunse altro in questo proposito. Dunque egli
          non tolse alla ragione umana quell’incremento che l’uomo indebitamente gli aveva
          proccurato. Dunque l’uomo restò veramente simile a Dio per la ragione, restò più sapiente
          assai di quando era stato creato. Dunque il decadimento dell’uomo, non consistè nel
          decadimento della ragione, anzi nell’incremento. V. p. 433. capoverso 1. E sebben l’uomo
          ottenne precisamente quello che il serpente aveva promesso ad Eva, cioè la scienza del
          bene e del male, non però questa accrebbe la sua felicità, anzi la distrusse. Questi mi
          paiono discorsi concludenti, e raziocini non istiracchiati ma solidi, e dedotti
          naturalmente e da dedursi dalle parole e dallo spirito bene inteso della narrazione
          Mosaica, e se ne può efficacemente concludere che lo spirito di questa narrazione, è di
          attribuire formalmente la corruzione e decadenza dell’uomo all’aumento della sua ragione,
          e all’acquisto della sapienza; considerar come corruttrice dell’uomo la ragione e il
          sapere: cioè come mezzi espressi di corruzione, perchè la causa primaria fu la
          disubbidienza, ma la disubbidienza a un divieto che proibiva appunto all’uomo di
          proccurarsi e di rendere efficaci questi mezzi di corruzione e d’infelicità.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="399"/> 3.<hi rend="apice">o</hi> Avanti il peccato, ossia avanti il
          sapere, <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">erat autem uterque nudus, Adam scilicet et uxor eius,
              et non erubescebant</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <title>Gen.</title> 2. 25.</bibl>) Ma come prima Adamo ebbe mangiato del frutto, <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="sc">et aperti sunt oculi amborum</hi>: <hi rend="italic">cumque</hi>
              <hi rend="sc">cognovissent</hi>
              <hi rend="italic">se esse nudos, consuerunt folia ficus et fecerunt sibi
              perizomata</hi>
            </foreign>
          </quote>. (3.7.) E Dio disse loro: <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="sc">quis</hi>
              <hi rend="italic">enim</hi>
              <hi rend="sc">indicavit tibi</hi>
              <hi rend="italic">quod nudus esses, nisi quod ex ligno de quo praeceperam tibi ne
                comederes, comedisti?</hi>
            </foreign>
          </quote> (3. 11.) Questi luoghi suggerirebbero vaste osservazioni sulla legge naturale,
          pretesa innata. In sostanza è chiaro 1. che la decadenza dell’uomo consistè nella
          decadenza dallo stato naturale o primitivo, giacchè subito dopo il peccato l’uomo provò
          una contraddizione colla sua natura, vergognandosi della nudità, ossia del modo nel quale
          era stato fatto: vergogna, e per conseguente dovere, che non esisteva innanzi alla
          corruzone. 2. Che questa decadenza o corruzione in luogo di consistere in quella della
          ragione, fu anzi cagionata dal sapere, giacchè l’uomo allora <emph>seppe</emph> quello che
          prima non sapeva, e non avrebbe saputo nè dovuto sapere, cioè di esser nudo. Quando
            <emph>aprirono gli occhi</emph>, come dice la Genesi, allora <emph>conobbero</emph> di
          esser nudi, e si vergognarono della loro natura (contro quello che prima era <pb ed="aut"
            n="400"/> avvenuto); e decaddero dallo stato naturale, o si corruppero. Dunque
            l’<emph>aprir gli occhi</emph>, dunque il <emph>conoscere</emph> fu lo stesso che
          decadere o corrompersi; dunque questa decadenza fu decadenza di natura, non di ragione o
          di cognizione. 3. Che l’uomo naturale sarebbe vissuto come gli altri animali senza
          vestimenti. Questo è un gran colpo, tanto alla pretesa legge di natura, ingenita ed
          essenziale: quanto alla pretesa necessità, o naturale o primordiale e sostanziale
          disposizione dell’uomo alla società. Una gran parte del bisogno che l’uomo ha dell’aiuto
          scambievole, che il bambino ha per lungo tempo de’ genitori, consiste ne’ vestimenti. Di
          più, una gran parte del bisogno che l’uomo ha di una certa arte, di un certo uso della sua
          ragione, consiste nel bisogno de’ vestimenti.</p>
        <p>4.<hi rend="apice">o</hi> Quanto alla società, non quella primitiva, e tenue e comune
          anche agli animali, che ho definita di sopra, ma quella intera, e bisognosa di leggi, di
          costumi, di riti, di potere e sudditi, di comando e ubbidienza ec. ec. vedi quello che ne
          pensi la religion Cristiana p. 112. capoverso 1.191. capoverso 2.</p>
        <p>5.<hi rend="apice">o</hi> La descrizione che fa Mosè del paradiso terrestre, prova che i
          piaceri destinati all’uomo naturale in questa vita, erano piaceri di questa vita,
          materiali, sensibili, <pb ed="aut" n="401"/> e corporali, e così per tanto la felicità.
          Oltracciò Dio pose Adamo <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">in paradiso voluptatis ut</hi>
              <hi rend="sc">operaretur</hi>
              <hi rend="italic">et custodiret illum</hi>
            </foreign>
          </quote>. (2.15.) Dunque sebben l’uomo fu condannato dopo il peccato a lavorar la terra <quote>
            <emph>maledetta nell’opera di esso</emph>
          </quote>, (3.17.) <quote>
            <emph>e scacciato dal paradiso di voluttà</emph>
          </quote> (3.23.) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">ut operaretur terram de qua sumptus est</foreign>
          </quote> (ib.), si deve intendere a lavorarla con sudore, e con ingratitudine d’essa
          terra, secondo il contesto della Genesi, e non che la sua vita avanti il peccato, e la sua
          felicità dovesse consistere nella contemplazione, ed essere inattiva, ossia senza opere e
          occupazioni corporali ed esterne, e piacere di queste opere. Infatti chi non vede che
          l’uomo corrotto, ossia l’uomo tal qual è oggi ha molto più bisogni degli altri viventi,
          molto più ostacoli a proccurarsi il necessario, e quindi ha mestieri di molto più fatica
          per la sua conservazione? Fatica di stento, comandata dalla ragione e dalla necessità, ma
          ripugnante alla natura: fatica non piacevole ec. Laddove gli altri animali con poca
          fatica, e quasi nessuno stento si procacciano il bisognevole; non lavorano la terra, nè
          questa produce loro <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">spinas et tribulos</foreign>
          </quote>, (3.18.) cioè non contrasta ai loro desideri, ma somministra loro il necessario
          spontaneamente; ed essi raccolgono e non <pb ed="aut" n="402"/> seminano. Intendo parlare
          di qualunque cibo del quale si pascano. Del vestire, l’uomo abbisogna nello stato
          presente, essi no, ma nascono vestiti dalla natura. La società primitiva qual è usata
          anche dagli animali; il raziocinio primitivo, ossia il principio di cognizione comune a
          tutti gli esseri capaci di scelta, erano destinati a supplire ai bisogni dell’uomo. La
          società qual è, la ragione qual è ridotta, accresce smisuratamente questi bisogni: il
          mezzo di servire ai bisogni e di estinguerli, è divenuto padre, e cagione, e fonte perenne
          e abbondantissima di bisogni. I bisogni naturali dell’uomo sarebbero pochissimi, come
          quelli degli altri anmali; ma la società e la ragione aumentano il numero e la misura de’
          suoi bisogni eccessivamente. Questa distinzione fra’ bisogni naturali, e sociali o
          fattizi, e nonpertanto inevitabili nel nostro stato, formava il fondamento della setta
          Cinica, la quale si prefiggeva di mostrare col fatto, di quanto poco abbisogni l’uomo
          naturalmente. V. l’epitaffio di Diogene nel Laerzio. L’uomo fu dunque veramente condannato
          alla fatica, e fatica di stento; vi fu condannato a differenza degli altri animali; ed
          essendovi stato condannato sotto l’aspetto che ho esposto, non ne segue che la sua vita
          innanzi la corruzione dovesse essere inattiva, cioè dovesse <pb ed="aut" n="403"/>
          contenere meno attività ed occupazione fisica, di quello che ne contenga la vita degli
          altri animali.</p>
        <p>6.<hi rend="apice">o</hi> Se la Religione ha poi divinizzato la ragione e il sapere; dato
          la preferenza allo spirito sopra i sensi; fatto consistere la perfezione dell’uomo nella
          ragione a differenza dei bruti; e in somma dato alla ragione il primato nell’uomo sopra la
          natura: tutto ciò non si oppone al mio sistema. L’uomo era corrotto, cioè, come ho
          dimostrato, la ragione aveva preso il disopra sulla natura: e quindi l’uomo era divenuto
          sociale: quindi l’uomo era divenuto infelice, perchè prevalendo la ragione, la sua natura
          primitiva era alterata e guasta, ed egli era, decaduto dalla sua perfezione primigenia, la
          quale non consisteva in altro che nella sua essenza o condizione propria e primordiale. Da
          questo stato di corruzione, l’esperienza prova che l’uomo non può tornare indietro senza
          un miracolo: lo prova anche la ragione, perchè quello che si è imparato non si dimentica.
          In fatti la storia dell’uomo non presenta altro che un passaggio continuo da un grado di
          civiltà ad un altro, poi all’eccesso di civiltà, e finalmente alla barbarie, e poi da
          capo. Barbarie, s’intende, di corruzione, non già stato primitivo <pb ed="aut" n="404"/>
          assolutamente e naturale, giacchè questo non sarebbe barbarie. Ma la storia non ci
          presenta mai l’uomo in questo stato preciso. Bensì ci dimostra che l’uomo tal quale è
          ridotto, non può godere maggior felicità che in uno stato di civiltà media, dove prevalga
          la natura, quanto è compatibile colla sua ragione già radicata in un posto più alto del
          primitivo. Questo stato non è il naturale assoluto, ma è quello stabilito appresso a poco
          dalla religione, come dirò poi. Lo stato naturale assoluto non poteva dunque tornare senza
          un miracolo. Il discorso de’ miracoli, è sopraumano, e non entra in filosofia. Perchè
          dunque l’uomo corrotto com’è, non abbia mai ricuperato nè sia per ricuperare lo stato
          puramente naturale, e la felicità di cui godono tutti gli altri esseri, rimane, colla
          detta ragione, spiegato in filosofia. In religione anche meglio; perchè Dio in pena del
          peccato, avendo condannato l’uomo all’infelicità della corruzione derivata da esso
          peccato, non voleva nè doveva fare questo miracolo. Volendo mostrargli la sua
          misericordia, e dare al suo stato una perfezione compatibile colla sua condanna, cioè
          colla sua infelicità, non restava altro che perfezionare la sua ragione, cioè quella parte
          che aveva prevaluto immutabilmente nell’uomo <pb ed="aut" n="405"/> per la sua
          disubbidienza, e con ciò causata la sua corruzione. La perfezion della ragione non è la
          perfezione dell’uomo assolutamente, ma bensì dell’uomo tal qual è dopo la corruzione.
          Perchè la perfezione di un essere non è altro che l’intiera conformità colla sua essenza
          primigenia. Ora l’essenza primigenia dell’uomo supponeva e conteneva l’ubbidienza della
          ragione, in somma tutto l’opposto della perfezion della ragione. Questa perfezione dunque
          non poteva essere la sua felicità in questa vita, non essendo la perfezione dell’ente. Non
          poteva dunque se non formare la sua felicità in un’altra vita, dove la natura dell’ente in
          certo modo si cambiasse. La ragione (massime relativamente all’altra vita) non può essere
          perfezionata se non dalla rivelazione. Fu dunque necessario che Dio rivelasse all’uomo la
          sua origine, e i suoi destini; quei destini che avrebbe conseguiti rimanendo nello stato
          naturale, e gli avrebbe conseguiti insieme colla felicità terrena. Laddove il
          Cristianesimo chiama beato chi piange, predica i patimenti, li rende utili e necessari; in
          una parola suppone essenzialmente l’infelicità di questa vita, per conseguenza <pb
            ed="aut" n="406"/> naturale degli addotti principj. Ma da questi segue ancora che la
          maggior felicità possibile dell’uomo in questa vita, ossia il maggior conforto possibile,
          e il più vero ed intero, all’infelicità naturale, è la religione. Perchè (riassumendo il
          discorso) la perfezione primitiva o umana assolutamente, e quindi la felicità naturale, e
          quindi la felicità temporale, è impossibile all’uomo dopo la corruzione. La ragione
          autrice di essa corruzione, avendo prevaluto per sempre, il miglior grado dell’uomo
          corrotto è la perfezione di essa ragione, che forma oggi la sua parte principale. La
          perfezion della ragione non può condurre se non alla felicità di un’altra vita. Quindi, e
          anche senza ciò, la perfezion della ragione e della cognizione, non può stare senza la
          rivelazione. Dunque il migliore stato dell’uomo <emph>corrotto</emph>, è la Religione, e
          siccome è il migliore, cioè quello che più gli conviene, perciò, sebben suppone
          l’infelicità di questa vita, contiene però il maggior conforto, e quindi la maggior
          felicità, e quindi la maggior perfezione possibile dell’uomo in questa vita. Ecco come la
          Religione si accorda mirabilmente col mio sistema, e quasi ne riceve una nuova prova.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="407"/> 7.<hi rend="apice">o</hi> La perfezion della ragione consiste in
          conoscere la sua propria insufficienza a felicitarci, anzi l’opposizione intrinseca
          ch’ella ha colla nostra felicità. V. p. 304. capoverso 2. Questa è tutta la perfettibilità
          dell’uomo, conoscersi incapace affatto a perfezionarsi, anzi ch’essendo egli uscito
          perfetto sostanzialmente dalle mani della natura, alterandosi non può altro che guastarsi.
          Ora la Religione confonde appunto la nostra ragione, gli mostra la sua insufficienza, la
          corruttela che ha introdotto nell’uomo, e l’impossibilità ch’ell’ha di felicitarci: ed
          ecco la perfezion della ragione. Perchè queste cose l’uomo non le avrebbe conosciute nel
          suo stato primitivo, ma prevaluta la ragione, egli non può giungere a maggior perfezione
          che di conoscere l’impotenza e il danno della ragione. La perfezion della ragione consiste
          a richiamar l’uomo quanto è possibile al suo stato naturale; ritorno ch’essendo fatto
          mediante quella ragione stessa che ha corrotto l’uomo, ed avendo il suo fondamento in
          questa medesima corruttrice, non può più equivalere allo stato naturale, nè per
          conseguenza alla nostra perfezion primitiva, nè quindi proccurarci quella felicità che ci
          era destinata. Ma contuttociò, riguardo a questa vita, è la miglior condizione che l’uomo
          possa sperare. Ed ecco che la Religione favorisce infinitamente <pb ed="aut" n="408"/> la
          natura, come ho detto in parecchi altri luoghi, stabilisce moltissime di quelle qualità
          ch’eran proprie degli uomini antichi o più vicini alla natura, appaga la nostra
          immaginazione coll’idea dell’infinito, predica l’eroismo, dà vita, corpo, ragione e
          fondamento a mille di quelle illusioni che costituiscono lo stato di civiltà media, il più
          felice stato dell’uomo sociale e corrotto insanabilmente, stato dove si concede tanto alla
          natura, quanto è compatibile colla società. Osservate infatti che lo stato di un popolo
          Cristiano, è precisamente lo stato di un popolo mezzanamente civile. Vita, attività,
          piaceri della vita domestica, eroismo, sacrifizi, amor pubblico, fedeltà privata e
          pubblica degl’individui e delle nazioni, virtù pubbliche e private, importanza data alle
          cose, compassione e carità ec. ec. Tutte le illusioni che sublimavano gli antichi popoli,
          e sublimano il fanciullo e il giovane, acquistano vita e forza nel Cristianesimo. Esempio
          della Spagna fino al 1820. del suo eroismo contro i francesi ec. Le sue stesse
          superstizioni non erano altro che illusioni, e però vita. Osservate ancora che tutto
          quello che v’è di meno della civiltà media nello stato di un popolo, è contrario al
          Cristianesimo, o deriva da corruzione di esso, come nello stato de’ bassi tempi, della
          Spagna ec. Perchè il Cristianesimo puro, conduce, anzi equivale a una sufficiente e giusta
          civiltà, quanta nè più nè meno conviene all’uomo <emph>sociale</emph>. D’altra parte
          osservate che nessun popolo al di qua della civiltà media, nessun popolo al di là, è stato
          mai cristiano, e viceversa nessun popolo cristiano veramente, è stato mai al <pb ed="aut"
            n="409"/> di qua nè al di là della civiltà media. Le <emph>società</emph> o barbare
          assolutamente, o corrotte e barbare per corruzione, sono incivilite dal Cristianesimo, e
          portate al detto stato di civiltà media. Esempio de’ popoli barbari convertiti dalla
          predicazione del Vangelo. All’opposto le società eccessivamente incivilite, e strettamente
          ragionevoli, (come anche gl’individui) non sono state mai cristiane. Esempio de’ nostri
          tempi. In luogo delle qualità dette di sopra, i distintivi di queste società, sono
          l’egoismo, la morte, il tedio, l’indifferenza, l’inazione, la mala fede pubblica e
          privata, l’assenza di ogni eroismo, sacrifizio, virtù, di ogni illusione ispirata dalla
          natura nello stato primitivo, o sviluppatasi naturalmente nello stato sociale; di ogni
          illusione che forma la sostanza e la ragione della vita, e ch’essendo ispirata dalla
          natura è confermata dal Cristianesimo.</p>
        <p>8.<hi rend="apice">o</hi> La detta perfezion della ragione è relativa a questa vita. Ma
          la <emph>ragione</emph> non può esser perfetta se non è relativa all’altra vita. Perchè
          quel richiamarci ch’ella deve fare alla natura, e alle illusioni naturali, essendo un
          richiamo fatto dalla ragione, non può esser altro che persuasione di esse illusioni. Dopo
          ch’esse son conosciute, come ci torneremmo, se non <pb ed="aut" n="410"/> ci persuadessimo
          di nuovo che fossero vere? Un ritorno della ragione, non ragionato, ma solamente
          volontario, non può esser che vano, istabile e passeggero, come quello de’ moderni
          filosofi sensibili, che cercando a più potere di riprendere le illusioni perdute, ci
          riescono, al più, momentaneamente, e del resto passano la vita nella freddezza,
          indifferenza e morte. Dopo la cognizione pertanto, non possiamo tornare alle illusioni,
          cioè ripersuadercene, se non conoscendo che son vere. Ma non son vere se non rispetto a
          Dio e ad un’altra vita. Rispetto a Dio ch’è la virtù, la bellezza ec. personificata; la
          virtù sostanza, e non fantasma, come nell’ordine delle cose create. Rispetto a un’altra
          vita, dove la speranza sarà realizzata, la virtù e l’eroismo premiato ec. dove insomma le
          illusioni non saranno più illusioni ma realtà. Dunque la perfezion della ragione (tanto
          rispetto a questa come all’altra vita, perchè ho mostrato che la perfezione rispetto a
          questa vita dipende dalla perfezione rispetto all’altra) consiste formalmente nella
          cognizione di un altro mondo. In questa cognizione dunque consiste la perfezione, e quindi
          la felicità dell’uomo <emph>corrotto</emph>. Dunque l’uomo corrotto non poteva esser
          perfezionato nè felicitato se non dalla rivelazione, ossia dalla Religione. Ed ecco
          strettamente <pb ed="aut" n="411"/> dimostrato e dichiarato come all’uomo corrotto sia
          necessaria quella cognizione, ch’era contraria alla natura dell’uomo primitivo; e come il
          Cristianesimo divinizzando la ragione e il sapere, non si opponga al mio sistema che
          divinizza la natura nemica della ragione e del sapere.</p>
        <p>9.<hi rend="apice">o</hi> L’esperienza conferma che l’uomo qual è ridotto, non può esser
          felice sodamente e durevolmente (quanto può esserlo quaggiù) se non in uno stato (ma
          veramente) religioso, cioè che dia un corpo e una verità alle illusioni, senza le quali
          non c’è felicità, ma ch’essendo conosciute dalla ragione, non possono più parer vere
          all’uomo, come paiono agli altri viventi, se non per la relazione e il fondamento e la
          realtà che si suppongano avere in un’altra vita. A questo effetto contribuirono anche le
          Religioni antiche, il Maomettismo, le sette d’ogni genere, e tutte quelle opinioni che
          hanno dato vita a un popolo o ad una società, e indottala ad <emph>operare</emph>.
          Riferite a questo tutto quello che ho detto altrove della necessità di una persuasone per
          condurre alle azioni, e di una persuasione che abbia l’aspetto d’illusione e di passione,
          ec. Giacchè la persuasione che tutto sia nullo, non conduce all’azione. E la persuasione
          che le cose sieno cose, non può <pb ed="aut" n="412"/> aver fondamento nè ragione, se non
          se nell’idea e persuasione di un’altra vita. Ma questa ci deve persuadere: dunque bisogna
          che la religione ci persuada, e non si può essere indifferenti circa la sua qualità e
          verità. Altrimenti se la Religione si considera e si segue come una delle altre illusioni,
          questa non sarà più persuasione, e tanto le altre illusioni, quanto questa, mancheranno di
          nuovo del loro fondamento, e non ci potranno quindi condurre all’azione durevole, alla
          perfezione, alla felicità. Ecco perchè la Religione si trova presso la culla di tutti i
          popoli; ecco perchè gl’imperi o stati fondati o conservati dalle opinioni religiose, sono
          distrutti dalla filosofia; ecco perchè la decadenza di Roma fu compagna della decadenza
          della sua Religione ec. ec. V. gli altri pensieri. Perchè indebolendo mancando le credenze
          Religiose, indebolisce, o manca il principio di azione, cioè la credenza alle illusioni, o
          sia la persuasione della realtà delle cose, le quali non possono essere reali ed
          importanti se non rispetto ad un’altra vita. E nello stesso modo, mancando quella tal
          Religione che realizza quelle tali illusioni, manca quel tale stato di un popolo, e la
          sostituzione di un’altra Religione, non riconduce quello stesso stato, anzi lo cambia. E
          così avvenne del Cristianesimo rispetto al paganesimo in Roma. Perchè l’uomo credendo <pb
            ed="aut" n="413"/> (non dico conoscendo ma credendo) diversamente, opera diversamente.
          Quindi resta giustificata anzi lodata la gelosia che gli antichi politici greci e Romani
          manifestarono sempre per le loro antiche credenze, colle quali doveva mancare e mancò il
          loro stato.</p>
        <p>10.<hi rend="apice">o</hi>. Dal sopraddetto segue che il Cristianesimo non prova che la
          verità assoluta non sia indifferente per l’uomo, non prova che la felicità dell’uomo
          consista nel conoscere. Col prevaler della ragione e del sapere, l’uomo non potendo più
          credere quello che credeva naturalmente, bisognava ch’egli tornasse a crederlo mediante
          questa medesima ragione e questo sapere che non si poteva più estinguere. La cognizione
          del vero gli era dunque necessaria, non come indirizzata al vero, ma come solo fonte di
          quella credenza che gli bisognava per riacquistare quella felicità che la stessa
          cognizione gli avea tolta. Verità o errore, bastava ed importava solamente che l’uomo
          credesse quelle cose, senza le quali non poteva esser felice. Ma l’errore l’avrebbe potuto
          credere stabilmente nello stato naturale, nello stato di ragione, non poteva credere
          stabilmente altro che il vero. Bisognava dunque ch’egli trovasse verità <emph>reali</emph>
          in quelle opinioni e in <pb ed="aut" n="414"/> quei giudizi che formano e servono di base
          alla vita umana. Ma queste opinioni e giudizi, non poteva trovarli <emph>realmente</emph>
          veri, se non supposta una Religione, e una Religion vera, cioè <emph>universalmente e
            stabilmente credibile</emph>. Ecco dunque come la ragione non poteva condurre alla
          felicità senza la rivelazione. La verità non era necessaria all’uomo in quanto verità, ma
          in quanto stabile credibilità. Ora la verità sola è stabilmente credibile nello stato di
          ragione e di sapere. E l’uomo senza credenza stabile, non ha stabile motivo di
          determinarsi, quindi di agire, quindi di vivere.</p>
        <p>Ma siccome la verità era necessaria all’uomo, soltanto come unico fondamento di quelle
          credenze che sono necessarie alla sua vita, perciò tutta quella parte di verità che non
          serve di fondamento a queste credenze, è indifferente all’uomo, anzi nociva, anche nello
          stato presente di corruzione. Al contrario di quello che accadrebbe se la felicità
          dell’uomo o naturale o corrotto dovesse necessariamente consistere nella cognizione
          assoluta; il cui oggetto essendo la verità assolutamente, nessuna minima verità sarebbe
          indifferente all’uomo, e l’uomo sarebbe infelice finchè non avesse conosciuta tutta la
          generale e particolare estensione della verità, perch’egli prima di questo punto, non
          sarebbe arrivato alla <pb ed="aut" n="415"/> sua perfezione. Al qual punto però gli è
          formalmente impossibile di arrivare, come ho detto altrove. V. p. 385-386. e p. 389 390.
          Dove che la Religione, avendo insegnato all’uomo quelle verità che realizzano le credenze
          necessarie alla sua felicità, non solo non insegna, o suppone le altre verità, ma anzi,
          come ho detto di sopra, e come prova l’esperienza, non c’è maggior nemico della Religione
          che un secolo pieno di cognizioni. E la Religion Cristiana si adatta e si deve adattare
          alla capacità dell’ignorante, e conviene, anzi trova il suo miglior posto nell’ignoranza
          delle altre verità. Le quali anche astraendo dalla religione, pregiudicano alla felicità
          dell’uomo, quantunque già ragionevole, perchè non sono altro che un’estensione di questa
          ragione e sapere che distruggono la umana felicità, e un più vasto eccidio di quelle
          opinioni e illusioni parziali, che anche dopo prevaluta la ragione, possono esser credute
            <emph>stabilmente</emph>, se il sapere, l’esperienza ec. non si applicano parzialmente a
          sradicarle, cioè finchè dura l’ignoranza parziale. La quale può occupare maggiore o minore
          spazio, e quanto più ne occupa tanto più l’uomo è felice. P. e. le scoperte geografiche
          sono indifferenti alla religione. Ma geometrizzando l’idea del mondo, distruggono quelle
          belle illusioni che ancora restavano a causa dell’ignoranza parziale intorno a questo
          capo. <pb ed="aut" n="416"/> E la perfezione della ragione non consiste nella cognizione
          di queste verità, perchè non consiste nella cognizione della verità in quanto verità, ma
          in quanto stabile fondamento delle credenze necessarie o utili alla vita. E ci deve
          richiamare alla natura o alla felicità naturale per una strada diversa dalla primitiva, la
          quale è irrevocabilmente perduta. Ora se alcune delle dette credenze hanno già un
          fondamento stabile nell’ignoranza parziale, la ragione e il sapere, distruggendole nuocono
          alla nostra felicità, e non corrispondono alla loro perfezione la quale consiste in
          richiamarci alla natura. Laddove scoprendo queste verità parziali ch’erano stabilmente
          nascoste, ci allontanano maggiormente dalla natura, e quindi dalla felicità. V. p. 420.
          capoverso 1.</p>
        <p>11.<hi rend="apice">o</hi> Il mio sistema non si fonda sul Cristianesimo, ma si accorda
          con lui, sicchè tutto il fin qui detto suppone essenzialmente la verità <emph>reale</emph>
          del Cristianesimo: ma tolta questa supposizione il mio sistema resta intatto. Frattanto
          osserverò che il Cristianesimo legandosi col mio sistema può supplire a spiegare quella
          parte della natura delle cose che nel mio sistema resta intatta, ovvero oscura e
          difficile. 1. L’origine del mondo e dell’uomo, che <pb ed="aut" n="417"/> mediante il
          Cristianesimo resta spiegata colla creazione. 2. Col Cristianesimo resta spiegato perchè
          l’uomo sia così facile a perdere il suo stato primitivo, e non si trovi, si può dir,
          popolo nè individuo che perfettamente conservi questo stato, ch’io predico pel solo
          perfetto, felice, destinatogli, e proprio suo: laddove tutti gli altri viventi appresso a
          poco (escluse alcune cause accidentali, e provenienti per lo più dall’uomo) conservano il
          loro primo stato. (Sebbene si potrebbero forse addurre parecchi esempi di nazioni che
          conservano quasi interamente lo stato naturale, e ne sono felici e contente: nè hanno se
          non quanta società conviene ai loro bisogni, come ne hanno gli animali; peraltro con quel
          di più che conviene alla nostra specie, a causa dell’organizzazione, specialmente riguardo
          agli organi della favella. Anche gli animali hanno più o meno società, proporzionatamente
          alla natura rispettiva, e le scimie più degli altri, perchè più si accostano alla nostra
          organizzazione). Questo fenomeno si può naturalmente spiegare colla diversità
          dell’organizzazione, la quale in noi è tale che ci dà somma facilità di sperimentare, e
          quindi conoscere, e quindi alterare il nostro primo stato: giacchè l’esperienza è la sola
          madre della cognizione <pb ed="aut" n="418"/> e del sapere, come anche delle immaginazioni
          determinate (non della facoltà immaginativa): e questo in tutti i viventi: essendo
          riconosciute per favola le idee assolutamente innate. Così forse anche la nostra diversa
          organizzazione interna, come del cervello ec. Ma da questa spiegazione si potrebbe
          conchiudere che l’uomo dunque, in vece d’essere il primo degli enti nell’ordine delle cose
          terrestri, è anzi l’infimo, perch’è il più facile a perdere la sua felicità, ossia la
          perfezione; e quasi impossibilitato a conservarla. (Questa conseguenza già non sarebbe
          assurda se non per chi si forma della perfezione un’idea assoluta, ossia considera la
          perfezione assolutamente secondo le nostre idee nello stato presente. Chi considera la
          perfezione e ogni altra cosa come relativa, non avrebbe difficoltà di creder l’uomo
          l’infimo degli enti terrestri). Il Cristianesimo spiega chiaramente perchè la ragione e il
          sapere corruttori dell’uomo, siano in lui così facili a prevalere, giacchè attribuisce la
          cagione originale e radicale della sua corruzione, al peccato, il quale introdusse lo
          squilibrio fra la ragione e la natura sua, ragione e natura ottimamente equilibrate o
          subordinate l’una all’altra, insomma combinate negli altri esseri viventi. Ed è ben
          conforme alla ragione, e ben verisimile il supporre che Dio volendo manifestare la sua
          misericordia e tutta la sua gloria alla terra, e avendo scelto <pb ed="aut" n="419"/> di
          farlo, com’era naturale, nella più nobile delle creature terrestri, abbia voluto
          assoggettarla ad una prova, e permettere la sua corruzione e infelicità temporale, la
          quale ha dato luogo a tutta quella manifestazion di Dio, ch’è seguita dall’incremento
          della ragione umana, alla Redenzione ec. Manifestazione che non avrebbe avuto luogo se
          l’uomo avesse conservato il suo grado e felicità naturale, ancorchè più perfetto,
          relativamente alla sua natura. Questa supposizione è conforme non solo alla ragione, ma
          espressamente al Cristianesimo, il quale insegna (e non può altrimenti) che Dio permise il
          peccato dell’uomo per sua maggior gloria. Ora, secondo lo stesso Cristianesimo, era
          certamente meglio che l’uomo non peccasse: ed egli sarebbe rimasto più perfetto e più
          buono non peccando, e non corrompendosi, e questo gli era destinato primordialmente.
          Eppure Iddio permise che peccasse. Dunque secondo lo stesso Cristianesimo, Dio permise un
          effettivo male, per un bene: permise una cosa contraria alla destinazione dell’uomo.
          Dunque questa destinazione era meno atta alla gloria di Dio, secondo i suoi misteriosi
          giudizi. <pb ed="aut" n="420"/> Altrimenti Dio avrebbe permesso un male (e sommo male qual
          è il peccato) senza motivo: avrebbe lasciato violare e guastare l’ordine da lui stabilito
          senza motivo; e non avrebbe fatto il meglio ma il peggio.</p>
        <p>Così il Cristianesimo aiuta il mio sistema riempiendone le necessarie lagune nelle cose
          dove non arriva il nostro ragionamento: e di più l’appoggia precisamente; come apparisce
          dal sopraddetto, massime dalla esposizione di quei luoghi della Genesi, i quali
          somministrano una formale e stretta dimostrazion religiosa del punto principale del mio
          sistema, cioè che la corruzione e l’infelicità conseguente dell’uomo, è stata
            <emph>operata</emph> dalla ragione e dalla cognizione, (9-15. Dic. 1820.) e consiste
          immediatamente nell’esso incremento loro.</p>
      </div1>
      <div1 n="421 - 601">
        <p>Alla p. 416. L’ignoranza parziale può sussistere, come ho detto, anche nell’uomo alterato
          dalla ragione, anche nell’uomo ridotto in società. Può dunque servire di
          <emph>stabile</emph> fondamento a un maggiore o minor numero di credenze naturali; dunque
          tener l’uomo più o meno vicino allo stato primitivo, dunque conservarlo più o meno felice.
          Per <pb ed="aut" n="421"/> conseguenza quanto maggiore per estensione, e per profondità
          sarà questa ignoranza parziale, tanto più l’uomo sarà felice. Questo è chiarissimo in
          fatto, per l’esperienza de’ fanciulli, de’ giovani, degl’ignoranti, de’ selvaggi.
          S’intende però un’ignoranza la quale serva di fondamento alle credenze, giudizi, errori,
          illusioni naturali, non a quegli errori che non sono primitivi e derivano da corruzione
          dell’uomo, o delle nazioni. Altro è ignoranza naturale, altro ignoranza fattizia. Altro
          gli errori ispirati dalla natura, e perciò convenienti all’uomo, e conducenti alla
          felicità; altro quelli fabbricati dall’uomo. Questi non conducono alla felicità, anzi
          all’opposto, com’essendo un’alterazione del suo stato naturale, e come tutto quello che si
          oppone a esso stato. Perciò le superstizioni, le barbarie ec. non conducono alla felicità,
          ma all’infelicità. V. p. 314. Quindi è che dopo lo stato precisamente naturale, il più
          felice possibile in questa vita, è quello di una civiltà media, dove un certo equilibrio
          fra la ragione e la natura, una certa mezzana ignoranza, <pb ed="aut" n="422"/> mantengano
          quanto è possibile delle credenze ed errori naturali (e quindi costumi consuetudini ed
          azioni che ne derivano); ed escludano e scaccino gli errori artifiziali, almeno i più
          gravi, importanti, e barbarizzanti. Tale appunto era lo stato degli antichi popoli colti,
          pieni perciò di vita, perchè tanto più vicini alla natura, e alla felicità naturale. Le
          Religioni antiche pertanto (eccetto negli errori non naturali e perciò dannosi e barbari,
          i quali non erano in gran numero, nè gravissimi) conferivano senza dubbio alla felicità
          temporale molto più di quello che possa fare il Cristianesimo; perchè contenendo un
          maggior numero e più importante di credenze naturali, fondate sopra una più estesa e più
          profonda ignoranza, tenevano l’uomo più vicino allo stato naturale: erano insomma più
          conformi alia natura, e minor parte davano alla ragione. (All’opposto la barbarie de’
          tempi bassi derivata da ignoranza non naturale ma di corruzione, non da ignoranza
            <emph>negativa</emph> ma <emph>positiva</emph>. Questa non poteva conferire alla
          felicità, ma all’infelicità, allontanando maggiormente l’uomo dalla natura: se non in <pb
            ed="aut" n="423"/> quanto quell’ignoranza qualunque richiamava parte delle credenze e
          abitudini naturali, perchè la natura trionfa ordinariamente, facilmente, e naturalmente
          quando manca il suo maggiore ostacolo ch’è la scienza. E però quella barbarie produceva
          una vita meno lontana dalla natura, e meno infelice, più attiva ec. di quella che produce
          l’incivilimento <emph>non medio</emph> ma eccessivo del nostro secolo. Del resto v. in
          questo proposito p. 162. capoverso 1. Tra la barbarie e la civiltà eccessiva non è dubbio
          che quella non sia più conforme alla natura, e meno infelice, quando non per altro, per la
          minor conoscenza della sua infelicità. Del rimanente per lo stesso motivo della barbarie
          de’ bassi tempi, è opposta alla felicità e natura, la barbarie e ignoranza degli Asiatici
          generalmente, barbareschi Affricani, Maomettani, persiani antichi dopo Ciro, sibariti, ec.
          ec. Così proporzionatamente quella della Spagna e simili più moderne ed europee.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ma il detto effetto delle antiche religioni non poteva durare, se non quanto durasse la
          credenza della verità reale di esse religioni: vale a dire, quanto durasse quella tal
          misura e profondità d’ignoranza che permettesse di credere veramente <pb ed="aut" n="424"
          /> e stabilmente dette religioni, e gli errori e illusioni naturali che vi erano fondate.
          Prevalendo sempre più la ragione e il sapere, e scemando l’ignoranza parziale, quelle
          religioni più naturali e felici, ma perciò appunto più rozze, non potevano più esser
          credute, nè servire di fondamento a illusioni reali e stabili, alle azioni che ne
          derivano, e quindi alla felicità. Le nazioni pertanto disingannandosi appoco appoco,
          perdevano colle illusioni ogni vita. Bisognava richiamare quelle illusioni. Ma come, se
          restavano e non potevano più allontanarsi la ragione e il sapere che le avevano distrutte,
          e la ragione e il sapere erano padroni dell’uomo? (qui osservate gl’inutili sforzi di
          Cicerone nelle Filippiche, dove si studiava di richiamare le illusioni come illusioni, non
          più come verità, perchè tali non erano più credute; e com’egli non avendo altro fondamento
          di esse illusioni, cercava di persuadersi dell’immortalità dell’anima, e del premio delle
          buone azioni nell’altra vita; insomma proccurava di farsi nuovamente una ragione delle
          illusioni col mezzo di una tal qual religione, e v. gli altri pensieri). Bisognava dunque
          richiamare quelle illusioni col consentimento, anzi col mezzo della <pb ed="aut" n="425"/>
          stessa ragione e sapere. Dico col mezzo, perchè non c’era altro modo di richiamarle, se
          non tornare a giudicarle vere, e questo giudizio non poteva farlo se non la ragione e il
          sapere già stabilito. Ma come quella stessa ragione e sapere che le avevano distrutte,
          potevano permettere che risorgessero, anzi introdurle di nuovo nell’anima? Sarebbe
          convenuto che la ragione rinegasse se stessa. (come conviene ora a qualunque filosofo vuol
          vivere). Non c’era altro mezzo se non che una nuova religione, ammessa e creduta per vera
          dalla ragione, e conforme ai lumi di quel tempo: la qual religione tornasse a far la base
          delle illusioni perdute: (altrimenti a che valeva nel nostro caso?) in maniera che queste
          ripigliassero l’aspetto <emph>stabile</emph> di verità agli occhi degli uomini. In somma
          bisognava che questa religione, nuova base delle illusioni naturali e necessarie, fosse il
          parto della ragione e del sapere. O parlando cristianamente, bisognava che una espressa
          rivelazione assicurasse la ragione, che quelle credenze ch’ella aveva ripudiate, erano
          vere. Ecco dunque arrivata la necessità di una religione perfettamente ragionevole <pb
            ed="aut" n="426"/> (cioè rivelata, perchè senza il fondamento della rivelazione, come
          può una perfetta ragione credere o tornare a credere quello che, umanamente parlando, è
          veramente falso?) o almeno perfettamente conforme a quella tal misura della ragione e
          sapere di quei tali tempi. Ed ecco il punto in cui comparve il Cristianesimo, cioè quel
          momento in cui l’eccessivo progresso della ragione e del sapere, negando tutto o dubitando
          di tutto (perchè tutto è veramente falso o dubbio senza la rivelazione), spegnendo tutte
          le illusioni o credenze primitive, gettava l’uomo nell’inazione, nell’indifferenza,
          nell’egoismo (e quindi nella malvagità); riduceva la vita affatto morta, e barbara di
          quella orrenda barbarie nella quale, in maggior grado però, siamo caduti in questi ultimi
          secoli: quel momento in cui la virtù, l’eroismo, l’amor patrio, l’amore scambievole ec.
          erano considerati per quei fantasmi che sono (umanamente parlando): quel momento in cui
          per conseguenza erano rotti tutti i legami sociali, e anche individuali, cioè dell’uomo
          con se stesso e con la vita: quel momento in cui non solo le illusioni primitive, ma anche
          quelle che si sviluppano <emph>naturalmente</emph> nell’uomo ridotto in società, (quali
          sono quasi tutte le illusioni sopraddette), erano pure estinte: <pb ed="aut" n="427"/>
          quel momento a cui forse si dee riferire il maggior progresso della setta scettica o
          Pirroniana. (<bibl>V. <author>Diog. Laerz.</author> l. 9.</bibl>
          <bibl>
            <author>Luciano</author> passim</bibl>, e <bibl>
            <author>Sesto Empirico</author>
          </bibl>, i quali furono bensì sotto Aurelio, e Comodo, cioè dopo nato il Cristianesimo, ma
          non però divulgato, anzi bambino).</p>
        <p>Con ciò si potrà spiegare perchè il Cristianesimo fosse rivelato in quel tempo, e non
          prima nè dopo: e per la <emph>pienezza de’ tempi</emph> famosa nel Vecchio Testamento si
          potrà ingegnosamente e sodamente intendere quel punto in cui la ragione e il sapere
          divenuti affatto soverchianti e preponderanti, aveano incominciato una devastazione, e una
          rivoluzione micidiale nell’uomo, e una mortificazione generale dei popoli colti e
          degl’individui. In maniera che quello era il punto in cui (se esiste un Dio che curi le
          cose umane) una grande rivelazione del vero relativo all’uomo diveniva precisamente, e per
          la prima volta necessaria.</p>
        <p>E il Cristianesimo fece certo un gran bene, e sostenne il mondo crollante, sovvenendo con
          una medicina composta della ragione, alla malattia mortale cagionata da essa ragione. Ma
          appunto perchè la medicina era composta di ragione, e perchè le origini del Cristianesimo
          furono quelle che ho spiegate, cioè il guasto fatto dalla ragione e la necessità di un
          rimedio ragionevole, perciò <pb ed="aut" n="428"/> quel rimedio era bensì l’unico
          applicabile a quei tempi, e giovò, ma relativamente al peggiore stato in cui si era, non a
          quello anteriore al male. Giacchè questo era necessariamente più naturale, e quindi più
          conducente alla felicità di quaggiù. E infatti la vita, sebben tornò ad esser vita, fu
          però molto minore, meno attiva, meno bella, meno varia, e precisamente più infelice,
          giacchè il Cristianesimo non aveva insegnato all’uomo che la vita è ragionevole, e ch’egli
          deve vivere, se non insegnandogli che deve indirizzar questa ad un’altra vita, rispetto
          alla quale solamente, è ragionevole questa vita: e che questa sarebbe necessariamente
          infelice.</p>
        <p>Ma il detto effetto non fu colpa del Cristianesimo, ma delle cause che aveano, come si è
          detto, prodotta la necessità di questo rimedio; cause che presto o tardi doveano
          necessariamente emergere dall’andamento che avea preso la ragione (ossia dalla superiorità
          che aveva acquistata, e che dovea naturalmente crescere e portar gli uomini a quel punto)
          e dallo stato di società, a cui l’uomo era irrevocabilmente ridotto. Sicchè presto o tardi
          era indispensabile e certa la nascita del Cristianesimo, o di una <pb ed="aut" n="429"/>
          Religione ammissibile dalla ragione, anzi prodotta in certo modo da essa, e molto più
          ragionevole delle antiche le quali non erano conformi nè adattabili se non ad un grado di
          ragione e di sapere molto minore. Quindi, posta la corruzione dell’uomo operata dalla
          ragione e dal sapere, l’uomo doveva necessariamente arrivare una volta, a quella poca
          felicità di vita, che il Cristianesimo stabilisce dogmaticamente, e anche produce
          attivamente, ma come seconda e necessaria, non come prima e libera cagione. Era dico
          indispensabile presto o tardi il Cristianesimo, posta la corruzione operata dalla ragione,
          e lo era 1. umanamente: perchè la ragione prima di arrivare a quell’estremo al quale è
          giunta oggidì, doveva naturalmente spaventarsi di se stessa; e vedendosi sparir dagli
          occhi la realtà delle cose, e quindi venirsi a distruggere la vita e il mondo, doveva
          considerar se stessa come assurda, e concludere che ci doveva esser qualche verità ignota
          la quale dasse alle cose quella realtà ch’essa non poteva più scoprire nè ammettere.
          Quindi anche da se stessa <pb ed="aut" n="430"/> dovea rifugiarsi nel seno di una
          religione astratta e metafisica, adattata alla sua natura speculativa; di una religione
          misteriosa, e perciò appunto ragionevole, perchè la realtà delle cose di cui la ragione
          non poteva persuadersi chiaramente nè particolarmente colle sue forze, veniva stabilita
          dall’opinione verisimile, e creduta vera, di un Dio infallibile, e rivelatore di arcani,
          conducenti a stabilire in genere la detta realtà. Così che la ragione sopra un fondamento
          oscuro, ma creduto vero, veniva a creder quelle cose, che dall’una parte non poteva
          credere sopra un fondamento chiaro e dettagliato; dall’altra parte le sembrava ancora
          assurdo il negare, a dispetto della natura e del sentimento intimo che le asseriva. Sicchè
          la ragione anche da se, nel suo corso naturale, prima di distrugger tutto, doveva
          necessariamente immaginare, e persuadersi di una religion rivelata. 2. molto più
          divinamente. Perchè supposto un Dio, e che questi abbia cura delle sue creature, quando
          per non veder perire <pb ed="aut" n="431"/> il primo degli enti terrestri, e distruggersi
          immancabilmente la sua vita quaggiù, o ridursi all’ultima infelicità, non rimase altro
          mezzo che la credenza di una rivelazione, era troppo conveniente alla sua misericordia
          l’adoperarlo, e perchè questa credenza fosse stabile e certa, fare che fosse vera, cioè
          rivelar da vero.</p>
        <p>Del resto sebbene io dico che la civiltà media è il migliore stato dell’uomo corrotto e
          sociale, e che il Cristianesimo lo mette nè più nè meno in questo stato, ciò non
          contraddice a quello ch’io soggiungo, che l’uomo era più felice prima che dopo il
          Cristianesimo. Perchè questo stato di civiltà media può avere diversi gradi, cioè contener
          più o meno di natura, o di ragione; di credenze naturali o non naturali; e quindi essere
          più o meno felice. Ma oggidì non essendo più possibile tornare allo stato di civiltà
          antica, pel maggiore incremento della ragione, sostengo che il più felice possibile in
          questa vita, è lo stato di vero e puro Cristianesimo. V. poi gli altri miei pensieri circa
          gli effetti del Cristianesimo (o delle cause che lo produssero) <pb ed="aut" n="432"/>
          sulla società, sulla qualità e sulla felicità di questa vita.</p>
        <p>Del resto osservate che il Cristianesimo limita estremamente l’esercizio della ragione,
          di quella facoltà distruttrice della vita; di quella facoltà che l’aveva reso necessario;
          di quella al cui guasto egli è venuto a riparare; di quella che in certo modo l’invocò e
          lo produsse. Perchè, tranne alcune proposizioni generali fondamentali, che hanno bisogno
          della ragione per esser giudicate e credute, vale a dire, l’esistenza, la provvidenza, la
          manifestazione, e l’infallibilità di un Dio, tutte le altre proposizioni particolari che
          la religione insegna, sono indipendenti dall’esame e dall’intervento della ragione. E
          sebben questa, credendole, e regolando con esse le azioni e la vita, opera ragionevolmente
          e conseguentemente, in vista di quelle proposizioni generali, contuttociò, l’uso e
          l’esercizio suo resta scarsissimo nella vita cristiana, limitandosi al solo fondamento, e
          al solo generale, il quale esclude essenzialmente ogni operazion della ragione in tutti i
          particolari, che sono il <pb ed="aut" n="433"/> più, e che formano e regolano la vita.
          Anche per questo capo il Cristianesimo conduce l’uomo alla civiltà media, ingiungendo
          l’inazione e l’acciecamento della ragione nella vita, sebbene essa ragione sia la fonte di
          questa inazione ec. dipendente dalla persuasione <emph>attiva</emph> ch’ella ha, delle
          proposizioni fondamentali. (18. Dic. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 398. Di più, soggiunse Iddio: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">nunc ergo ne forte mittat manum suam, et sumat etiam
              de ligno vitae, et comedat, et vivat in aeternum</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <title>Gen.</title> 3. 22.</bibl>) Dunque il ragionamento è chiaro. S’egli mangerà del
          frutto dell’albero di vita, vivrà realmente in eterno: dunque avendo colto e mangiato
          dell’albero della scienza, aveva realmente acquistato essa scienza. E Dio non gliel’aveva
          tolta, perchè nello stesso modo gli poteva togliere l’immortalità, se avesse mangiato
          dell’albero della vita. Ora egli tanto non giudicava di togliergli quest’immortalità, nel
          caso che ne avesse mangiato, che anzi perchè non ne mangiasse (non per il peccato, ma per
          questo espresso motivo, secondo la chiarissima narrazione della Genesi) lo cacciò dal
          paradiso, dov’era quell’albero di vita. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Et emisit eum</foreign>
          </quote> (segue immediatamente <pb ed="aut" n="434"/> la Gen.) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Dominus Deus de paradiso voluptatis... et collocavit
              ante paradisum voluptatis Cherubim, et flammeum gladium atque versatilem</foreign>
          </quote>, <quote>
            <foreign lang="lat" rend="sc">ad custodiendam viam ligni vitae</foreign>
          </quote>. (23.24.) Vengano adesso i teologi, e mi dicano che la corruzione dell’uomo
          consistè nella ribellione della carne allo spirito, e nella superiorità acquistata da
          quella, ossia nell’assoggettamento della parte ragionevole e intellettiva. Ovvero che
          questo fu il proprio effetto della corruzione e del peccato. È vero, e dico anch’io, che
          allora incominciò quella nemicizia della ragione e della natura ch’io sempre predico,
          nemicizia che non ha luogo negli altri viventi, provveduti per altro di raziocinio, e del
          principio di cognizione. Ma questa nemicizia, questo squilibrio, questo contrasto di due
          qualità divenute allora incompatibili, provenne e consistè nell’incremento e preponderanza
          acquistata dalla ragione; e la degradazione dell’uomo non fu quella della ragione nè della
          cognizione, nè l’offuscazione dell’intelletto. Anzi dopo il peccato, e
          <emph>mediante</emph> il peccato l’uomo ebbe l’intelletto rischiaratissimo, acquistò la
          scienza del bene e del male, e divenne effettivamente per questa, <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quasi unus ex nobis</foreign>
          </quote>, disse Iddio. <pb ed="aut" n="435"/> Tutto ciò lo dice la Scrittura a lettere
          cubitali. Allora insomma la ragione dell’uomo cominciò a contraddire alle sue 1.
          inclinazioni, 2. credenze primitive, cosa che per l’avanti non aveva fatto; e questa fu
          una ribellione della ragione alla natura, o dello spirito al corpo, non della natura alla
          ragione nè del corpo allo spirito.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Osservate che il mio sistema è l’unico che possa dare alla narrazion della Genesi, una
          spiegazione quanto nuova, tanto letterale, facile, spontanea, anzi tale che non può esser
          diversa, senza o far forza al testo, o considerarlo come assurdo. E infatti secondo i
          teologi i quali considerano l’incremento della ragione e sapere come un bene assoluto per
          l’uomo, e la parte ragionevole come primaria in lui assolutamente ed essenzialmente (non
          accidentalmente, cioè posta la corruzione); secondo i teologi dico, il senso chiarissimo
          della Genesi, resta assurdissimo, giacchè pone l’incremento della ragione e l’acquisto
          della scienza come effetto preciso e diretto del peccato. Laddove il mio sistema che pone
          la perfezion vera ed essenziale dell’uomo, nel suo stato primitivo, cioè in <pb ed="aut"
            n="436"/> quello stato in cui fu creato, ed uscì immediatamente dalle mani di Dio, e la
          sua corruzione nella preponderanza della ragione e del sapere, trova il senso letterale e
          incontrovertibile della Genesi, profondissimo, e conforme alla più sublime ed ultima
          filosofia. (19. Dic. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nella Genesi non si trova nulla in favore della pretesa scienza infusa in Adamo, eccetto
          quello che appartiene ad un certo linguaggio, come ho detto p. 394. fine. Dio, dice la
          Genesi, <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">adduxit ea</foreign>
          </quote> (gli animali) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">ad Adam, ut videret quid vocaret ea: omne enim quod
              vocavit Adam animae viventis</foreign>
          </quote>, (che forse è quanto dire: <foreign lang="lat" rend="italic">omnis enim anima
            vivens, quam vocavit Adam, cioè omne animal vivens</foreign>) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">ipsum est nomen eius. Appellavitque Adam nominibus
              suis cuncta animantia, et universa volatilia caeli, et omnes bestias terrae</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <title>Gen.</title> 2. 19. et 20.</bibl>) Questo non suppone mica una storia naturale
          infusa in Adamo, nè la scienza di quelle qualità degli animali che non si conoscono senza
          studio, ma solamente di quelle che appariscono a prima giunta agli occhi, all’orecchio ec.
          : qualità dalle quali ordinariamente son derivati i nomi di tutti gli oggetti sensibili
            <pb ed="aut" n="437"/> nei primordi di qualunque lingua; quei nomi dico e quelle parole
          che formano le radici degl’idiomi.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Del resto sostengo anch’io, anzi fa parte essenziale del mio sistema la proposizione che
          Adamo ebbe una scienza infusa: ma in questo modo. Ogni essere capace di scelta, anzi tale
          che non si può determinare all’azione (neppure a quella necessaria per conservarsi,
          eccetto le azioni che chiamano <foreign lang="lat" rend="italic">hominis</foreign>, se ce
          ne ha veramente) e per conseguenza non può vivere, senza un atto elettivo e definito della
          sua volontà, ha bisogno di credenze, cioè deve credere che le cose siano buone o cattive,
          e che quella tal cosa sia buona o cattiva, altrimenti la sua volontà non avrà motivo per
          determinarsi ad abbracciarla o fuggirla, per decidersi a fare o non fare, all’affermativo
          o al negativo. E l’uomo e l’animale in questa indifferenza diverrebbe necessariamente come
          quell’asino delle scuole, di cui vedi p. 381. Le piante e i sassi che non si muovono da
          se, nè dipendono da se nell’azione e nella vita, non hanno bisogno di credenze, ma
          l’animale che dipende da se nell’azione e nella vita, ha bisogno di credere, giacchè non
          c’è altro motivo <pb ed="aut" n="438"/> nè mobile, nè altra forza, (eccetto l’estrinseche)
          che lo possa determinare, e definirne la scelta. Qualunque essere non è macchina, ha
          bisogno di credenze per vivere. Dunque anche gli animali, se non sono purissime macchine:
          dunque hanno anch’essi il principio di ragionamento, senza cui non v’è credenza, perchè il
          credere non è altro che tirare una conseguenza.</p>
        <p>Ma io dico credenze, non cognizioni. L’oggetto della cognizione è la verità; l’oggetto
          della credenza è una proposizione credibile, e dico credibile relativamente in tutto e per
          tutto alle qualità generali o individuali, essenziali o accidentali dell’essere che crede,
          perchè una cosa può esser credibile a una specie o genere, e non ad un’altra; a un
          individuo di quella specie o genere, e non ad un altro; a questo medesimo individuo oggi,
          e non domani.</p>
        <p>La verità dunque non entra in questo discorso, ma solo bisogna sapere quali
          determinazioni a credere siano atte a produrre una determinazione ad operare, vantaggiosa
          (e questo <emph>veramente</emph>) all’essere pensante e vivente; e perciò quali
          determinazioni a credere, o sia quali credenze, sieno atte a produrre la sua felicità.</p>
        <p>Io dunque dico che queste credenze determinanti l’uomo bene (cioè non altro che
          convenientemente alla sua propria e particolare essenza), e perciò conducenti <pb ed="aut"
            n="439"/> alla felicità, sono (come negli altri animali) le credenze ingenite,
          primitive, e naturali.</p>
        <p>In questo modo io sostengo che Adamo ebbe non una scienza propriamente, ma delle credenze
          infuse: non la cognizione del vero, indifferente per lui, ma delle opinioni credute
          veramente vere da lui, opinioni di credere il vero (senza di che non v’è credenza), e
          opinioni veramente convenienti alla sua natura, e alla sua felicità, e quindi conducenti
          alla perfezione. E Adamo ne dovette avere necessariamente, come gli altri animali, perchè
          senza credenze non c’è vita per quegli esseri che dipendono nell’operare dalla
          determinazione della propria volontà, come ho dimostrato.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Queste credenze ingenite, primitive e naturali, non sono altro se non quello che si
          chiama istinto, idee innate ec. Gli animali ne hanno: non si contrasta: ma non perciò non
          son liberi: se non fossero liberi sarebbono macchine pure: l’istinto non è altro che
          quello che ho detto, cioè credenze ingenite. Queste non tolgono la libertà, perchè non
          fanno altro che determinare la <emph>volontà</emph>, e non già forzare macchinalmente gli
          organi: nello stesso modo <pb ed="aut" n="440"/> che una credenza qualunque, o ingenita o
          acquistata, non toglie la libertà o la scelta all’uomo. Che il ragionamento necessario per
          iscegliere sia determinato da principii naturali ed innati, o da principii acquistati
          colla cognizione, da principii veri, o da principii falsi ma creduti naturalmente veri;
          questo è indifferente alla libertà, com’è indifferente alla felicità relativa che ne
          dipende, il vero o il falso assoluto. E il ragionamento della scelta, è ragionamento nello
          stessissimo modo, da qualunque principio parta. Sicchè i bruti hanno istinto e insieme
          libertà piena. L’uomo dunque che aveva libertà piena, aveva ancora ed ha tuttavia istinto.
          Considerate l’uomo naturale, il fanciullo ec. e vedrete quante sieno le sue azioni
          determinate da principii ingeniti, sieno principii di sola credenza, sieno anche di vera
          cognizione delle cose come sono. P. e. il bambino, applicategli le labbra alla mammella,
          ne succhia il latte senza maestro. Ma è cosa già osservata, e quanto naturale ad accadere,
          tanto perciò appunto difficile ad esser notata dai più, e tuttavia degnissima d’esser
          sempre meglio osservata, che la forza dell’istinto, scema in proporzione che crescono le
          altre forze determinatrici dell’uomo, cioè la ragione e la cognizione; e così <pb ed="aut"
            n="441"/> in proporzione che l’uomo si allontana dalla natura, per la società,
          l’alterazione o sostituzione di altri mezzi a quelli che la natura ci aveva dato per gli
          stessi fini ec. ec. E come l’uomo perde la felicità naturale, così pure, anzi
          precedentemente, perde la forza <emph>attuale</emph> dell’istinto, e dei mezzi ingeniti di
          ottener questa felicità. Perciò è un vero acciecamento il dire che il bruto ha dalla
          natura tutta quella istruzione che gli bisogna per esistere: l’uomo no: e dedurne ch’egli
          dunque ha bisogno di ammaestramento, di società ec. insomma ch’egli esce imperfetto dalle
          mani della natura, e conviene che si perfezioni da se. Anche l’uomo aveva naturalmente
          tutto il necessario; se ora non sente più d’averlo, viene che l’ha perduto; ha perduto la
          perfezione volendosi perfezionare, e quindi alterandosi e guastandosi. Osserviamo l’uomo
          primitivo, il bambino, e proporzionatamente l’ignorante, e vedremo quanto essi o
            <emph>sappiano</emph> di quello che noi abbiamo <emph>scoperto</emph>; o
          <emph>credano</emph> di quello che noi non crediamo più, ma dovevamo credere, e avrebbe
          servito ai nostri bisogni <emph>veramente</emph>, ed era l’istrumento che ci conveniva, e
          che <pb ed="aut" n="442"/> la natura ci avea posto in mano; e sebben falso in assoluto,
          era vero in relativo, e pienamente sufficiente al suo fine, cioè insomma, alla nostra
          esistenza perfetta secondo la nostra particolare essenza, e quindi alla nostra felicità.</p>
        <p>Ma bisogna ben intendere che cosa siano queste credenze ingenite, o vero istinto, e idee
          innate. Idee precisamente innate non esistono in alcun vivente, e sono un sogno delle
          antiche scuole. La natura influisce sulle idee o credenze di qualunque animale, non
          ponendoci identicamente e immediatamente quelle tali idee e credenze, ma mediatamente,
          cioè disponendo l’animale, e l’ordine delle cose relativo a lui, in tal maniera, che
          l’animale si determini naturalmente a credere questo e non quello. Così che la credenza
          non è neppur essa determinata primitivamente, non più della volontà, ma deve anch’essa
          determinarsi prima di determinare la volontà. Ma come le azioni o determinazioni della
          volontà sono naturali quando vengono da credenze naturali, così le credenze o
          determinazioni dell’intelletto sono naturali, quando sono conformi al modo in cui la
          natura avea disposto e provveduto che l’intelletto si determinasse; cioè ai mezzi di
          credenza che <pb ed="aut" n="443"/> la natura ci ha dati, come nelle credenze ci ha dato i
          mezzi di azione.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutti i moderni ideologi hanno stabilito che le idee o credenze, le più primitive, le più
          necessarie all’azione la più vitale, e quindi tutte le idee o credenze moventi del bambino
          appena nato, (e così d’ogni altro animale): tutte le idee o credenze determinanti o non
          determinanti, cioè relative o no all’azione, non vengono altro che dall’esperienza, e
          quindi non sono se non tante conseguenze tirate col mezzo di un raziocinio e di
          un’operazione sillogistica, da una maggiore ec. (E qui osservate la necessità del
          raziocinio ne’ bruti.)</p>
        <p>Questa esperienza che deve necessariamente formare la base o come chiamano, le
          antecedenti del sillogismo, senza il qual sillogismo non v’è idea nè credenza, può esser
          di due sorte. L’una è quella che deriva dalle inclinazioni naturali, passioni affetti ec.
          tutte cose veramente ingenite, e assolutamente primitive, sebbene molte di esse possano
          svilupparsi più o meno, o nulla; possono alterarsi, corrompersi ec. L’uomo che sente fame
          (quest’è un’esperienza) e si sente portato dalla natura al cibo (questa non è idea, ma
          inclinazione), ne deduce che bisogna cibarsi, che il cibo è cosa buona. Ecco la
          conseguenza, cioè la <pb ed="aut" n="444"/> credenza. Dunque si determina e risolve a
          cibarsi. Ecco la determinazione della volontà prodotta dalla previa determinazione
          dell’intelletto, ossia dalla credenza. Segue il cibarsi, cioè l’azione, che deriva dalla
          volontà determinata in quel modo.</p>
        <p>L’altro genere di esperienza, è quello che appartiene ai sensi esterni. E l’uno e l’altro
          genere di esperienza sono i soli fonti della cognizione in atto (non in potenza); i soli
          fonti o del credere o del sapere. Qual conseguenza poi si debba tirare da una
          <emph>data</emph> esperienza, questo è ciò ch’è relativo, perchè l’uomo naturale, ne tira
          una; l’uomo sociale, istruito ec. un’altra; quell’animale di diversa specie, un’altra: e
          via discorrendo. E così son relative e si diversificano le credenze.</p>
        <p>Sicchè la credenza è naturale, quando l’animale tira da quella esperienza, quella
          conseguenza che la natura ha provveduto che ne tirasse, e viceversa. E quindi l’azione che
          ne deriva è naturale, quando proviene da una credenza naturale, ossia da una conseguenza
          tirata <emph>naturalmente</emph>, e viceversa. E quindi la vita è naturale quando le
          azioni derivano da credenze naturali, e viceversa. E quindi finalmente l’uomo è perfetto e
          felice come ogni altro vivente, quando la sua vita si compone di azioni naturali, e
          viceversa.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="445"/> Non sono dunque precisamente innate nè le idee nè le credenze, ma è
          innata nell’uomo la disposizione a determinarsi dietro quella tale esperienza,
          inclinazione ec. a quella tal credenza o giudizio. E in questo senso io nomino le idee
          innate e l’istinto. E così appunto avviene nei bruti, i quali non hanno altre idee innate
          che in questo senso, e tuttavia generalmente parlando, tutti gli animali della stessa
          specie, hanno le stesse credenze cioè <emph>si determinano</emph> a credere nello stesso
          modo; e operando giusta tali credenze, sono tutti perfetti e felici relativamente alla
          loro essenza. Tali credenze pertanto sono effettivamente naturali, e figlie legittime
          della natura, sebbene non partono immediatamente dalla sua mano. Ma <foreign lang="lat"
            rend="italic">quod est caussa caussae, est etiam caussa caussati</foreign>. Nello stesso
          modo che le azioni conformi a dette credenze, sono naturali, sebbene eseguite
          immediatamente dall’individuo, e non dalla natura: sebben libere, e non forzate; come non
          sono forzate le azioni che derivano da credenze religiose, filosofiche ec. le quali
          tuttavia, senza esser forzate, si chiamano e sono azioni religiose, filosofiche ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="446"/> L’uomo si allontana dalla natura, e quindi dalla felicità, quando a
          forza di esperienze di ogni genere, ch’egli non doveva fare, e che la natura aveva
          provveduto che non facesse (perchè s’è mille volte osservato ch’ella si nasconde al
          possibile, e oppone milioni di ostacoli alla cognizione della realtà); a forza di
          combinazioni, di tradizioni, di conversazione scambievole ec. la sua ragione comincia ad
          acquistare altri dati, comincia a confrontare, e finalmente a dedurre altre conseguenze
          sia dai dati naturali, sia da quelli che non doveva avere. E così alterandosi le credenze,
          o ch’elle arrivino al vero, o che diano in errori non più naturali, si altera lo stato
          naturale dell’uomo; le sue azioni non venendo più da credenze naturali non sono più
          naturali; egli non ubbidisce più alle sue primitive inclinazioni, perchè non giudica più
          di doverlo fare, nè più ne cava la conseguenza naturale ec. E per tal modo l’uomo
          alterato, cioè divenuto imperfetto relativamente alla sua propria natura, diviene
          infelice. (L’uomo può essere anche infelice <emph>accidentalmente</emph> per forze
          esterne, che gl’impediscano di conformar le azioni alle credenze, cioè di far quello
          ch’egli giudica buono per lui, o non far quello ch’egli giudica e crede <pb ed="aut"
            n="447"/> cattivo. Tali forze sono le malattie, le violenze fattegli da altri individui,
          o da altre specie, o dagli elementi ec. ec. ec. Quest’infelicità non entra nel nostro
          discorso. Essa è appresso a poco l’infelicità antica.)</p>
        <p>Da queste osservazioni deducete che propriamente la nemica della natura non è la ragione,
          ma la scienza e cognizione, ossia l’esperienza che n’è la madre. Perchè anche le
          operazioni e tutta la vita dell’uomo naturale, e degli altri viventi, è perfettamente
            <emph>ragionevole</emph>, giacchè deriva da credenze tirate in forma di conseguenza, per
          via di sillogismo, da quei tali dati. L’esperienza, crescendo oltre il dovere, cambia,
          altera, moltiplica soverchiamente le basi di questi sillogismi produttori delle credenze,
          e quindi alterando dette conseguenze o credenze, fa che non sia più
          <emph>ragionevole</emph> il determinarsi a credere quelle tali cose naturalmente
          credibili, e quindi a fare o fuggire quelle tali cose naturalmente da farsi o da fuggirsi.
          Ma la ragione assolutamente in se stessa, è innocente; ed ha la sua intera azione anche
            <pb ed="aut" n="448"/> nello stato naturale; vale a dire, anche nello stato naturale
          l’uomo (e così nè più nè meno il bruto) è conseguente, e si determina a credere quello che
          gli par vero, per via di perfetto raziocinio; e si determina ad abbracciare o fuggire
          quello che crede veramente buono o cattivo per lui, rispetto alla sua natura generale e
          individuale, e alle sue circostanze di quel tal momento in cui si determina.</p>
        <p>Del resto, come l’indifferenza assoluta, ossia la mancanza di ogni determinazione
          dell’intelletto, cioè di ogni credenza, sarebbe mortifera per l’animale libero, e
          dipendente dalla sua propria determinazione; così anche appresso a poco il dubbio, ch’è
          quasi tutt’uno col detto stato. Così anche sarà cattiva e dannosa la difficoltà o lentezza
          al determinarsi (riferite a questo capo l’angoscia e il tormento dell’irresoluzione): e
          quindi lo stato dell’uomo sarà tanto più felice, quanto egli avrà maggior facilità e
          prontezza a determinarsi a credere (dal che poi segue l’operare); cioè a tirare una
          conseguenza da un tal dato; e con quanto maggior forza, ossia certezza, egli si
          determinerà al credere. (s’intende già che la credenza sia buona per lui, perchè la
          supposizione contraria <pb ed="aut" n="449"/> è fuor del caso). Ora è cosa dimostrata
          dalla continua esperienza, che l’uomo si determina al credere, tanto più facilmente,
          prontamente, e certamente, quanto più è vicino allo stato naturale, come appunto accade
          negli animali, che non hanno nè difficoltà nè lentezza nè dubbio intorno alle loro idee o
          credenze, innate nel senso detto di sopra. E così il fanciullo, l’ignorante, ec. E per lo
          contrario, quanto più si è lontani dallo stato naturale, cioè quanto più si sa, tanto
          maggior difficoltà e lentezza si prova alla determinazione dell’intelletto, e tanto minor
          forza, ossia certezza, ha questa determinazione o credenza. Così che la certezza degli
          uomini nel credere (e quindi la determinazione e forza nell’operare, ch’è in ragion
          diretta colla certezza del credere) è in ragione inversa del loro sapere. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Hoc unum scio, me nihil scire</foreign>
          </quote>: famoso detto di quell’antico sapiente. E questa è la conclusione, la sostanza,
          il ristretto, la sommità, la meta, la perfezione della sapienza. Laddove il fanciullo e
          l’ignorante, si può dire che crede di non ignorar nulla: e se non altro, crede di saper di
          certo tutto quello che crede. E questa è la sommità dell’ignoranza. (Onde credendo quello
          ch’è conforme alla natura, e credendolo in questo modo, ne viene a esser felice e <pb
            ed="aut" n="450"/> perfetto.) In maniera che, dove alla determinazione dell’uomo, non è
          necessario, anzi non può servir altro che la credenza; la cognizione la quale si vuol che
          sola sia capace a determinarlo, viene a esser nemica della credenza, e però della
          determinazione. E in vece che l’ignoranza, tal qual è in natura, (non l’assoluta, cioè la
          negazione di ogni credenza, o determinazione dell’intelletto, che in natura non si dà)
          conduca l’uomo o l’animale all’indifferenza, come pretendono; ve lo conduce anzi il sapere
          (e l’eterna esperienza lo prova). E l’uomo tanto meno, tanto più difficilmente,
          lentamente, e dubbiamente si determina, quanto più sa. Tanto minore è la determinazione,
          quanto maggiore è il sapere. E tanto è lungi che la credenza sia incompatibile
          coll’ignoranza, che per lo contrario è molto più compatibile coll’ignoranza che col
          sapere.</p>
        <p>Se poi ancora dubitaste di quello ch’io dico, cioè che in Adamo fu primitivamente infusa
          la <emph>credenza</emph> come negli altri animali, e non la <emph>scienza</emph> propria;
          basta che osserviate quello che dice la Scrittura, che dopo il peccato egli acquistò la
            <emph>scienza</emph> del bene e del male. La scienza del bene e del male, non è altro
          che la cognizione assoluta, <pb ed="aut" n="451"/> la credenza vera non più relativamente
          ma assolutamente, la cognizione delle cose come sono, cioè buone o cattive, non
          relativamente all’uomo, ma indipendentemente e assolutamente; la cognizione della realtà,
          della verità assoluta che per se stessa è indifferente all’uomo, e nociva quando il
          conoscerla è contrario alla natura del conoscente. Se dunque Adamo l’acquistò dopo il
          peccato, non l’aveva per l’avanti. In fatti la Scrittura dice espressamente che non
          l’aveva, e il serpente persuase alla donna di peccare per acquistarla. Questo è un
          argomento vittorioso, ultimo, e decisivo. Come poteva essere infusa primitivamente la
            <emph>scienza</emph> in Adamo, se dopo e mediante il peccato egli acquistò la scienza
          del bene e del male? E qual fosse l’effetto di questa precisa scienza, vedilo p. 446-447.
          (22. Dic. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È cosa mille volte osservata che gl’individui naturalmente son portati a misurar gli
          altri individui da se stessi, cioè a creder vero assolutamente quello ch’è vero soltanto
          relativamente a loro. Anzi naturalmente, l’individuo appena può concepire formalmente un
          altro individuo di diverso carattere, indole, pensare, fare ec. Al più concepirà che
          questo sia, perchè lo vede, ma non il come sia, non la espressa e definita costituzione di
          quell’individuo, diversa dalla sua. Neanche nelle menome e accidentali differenze, e
          quotidiane e usuali. Se dunque gl’individui, quanto più naturalmente le specie e i generi,
          rispetto alle altre specie e generi! se dunque le specie e i generi di uno stess’ordine di
          cose, quanto più tutto quest’ordine di cose complessivamente, rispetto a un altr’ordine, o
          esistente o possibile! <pb ed="aut" n="452"/> Ella è cosa certa e incontrastabile. La
          verità, che una cosa sia buona, che un’altra sia cattiva, vale a dire il bene e il male,
          si credono <emph>naturalmente</emph> assoluti, e non sono altro che relativi. Quest’è una
          fonte immensa di errori e volgari e filosofici. Quest’è un’osservazione vastissima che
          distrugge infiniti sistemi filosofici ec.;e appiana e toglie infinite contraddizioni e
          difficoltà nella gran considerazione delle cose, massimamente generale, e appartenente ai
          loro rapporti. Non v’è quasi altra verità assoluta se non che <emph>Tutto è
          relativo</emph>. Questa dev’esser la base di tutta la metafisica. (22. Dic. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In proposito della pretesa legge naturale, come in natura non esista idea nè legge di
          contratto, e come non ci possa assolutamente esser contratto obbligatorio in natura,
          ancorchè fatto realmente, e con tutta la possibile perfezione, vedilo nell’<bibl>
            <title lang="fre">Essai sur l’indifférence en matière de Religion</title>, una ventina
            di pagg. dopo il principio del Capo X.</bibl> (22. Dic. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tanto è vero che lo straordinario è fonte di <pb ed="aut" n="453"/> grazia, che gli
          uomini malvagi, purchè la loro malvagità abbia un carattere deciso, aperto, franco,
          coraggioso, sia una malvagità schietta forte e costante, non timida, indecisa, nascosta,
          variabile ec. come quella di tutti: questi tali fanno per lo più fortuna colle donne a
          preferenza dei buoni. Non già solamente perchè i malvagi sono più furbi dei buoni, ma
          propriamente per questo che sono malvagi, e perchè quel non so che di coraggioso, di fiero
          ec. insomma di straordinario che ha quella tale malvagità, picca e piace, e rende amabile.
          Così che lo stesso odioso diventa amabile, perciò appunto ch’essendo decisamente odioso,
          viene a essere straordinario. (22. Dic. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Clarissimum deinde omnium ludicrum certamen, et ad excitandam (alii
              legunt <hi rend="italic">exercitandum</hi>, sed non probatur) corporis <hi
                rend="italic">animique</hi> virtutem efficacissimum, Olympiorum, initium
            habuit</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Velleius</author>
            <title>hist. rom.</title> l. 1. c. 8.</bibl> (22 Dic. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quale idea avessero gli antichi della felicità (e quindi dell’infelicità) dell’uomo in
          questa vita, della sua gloria, delle sue imprese; e come tutto ciò paresse loro solido e
          reale, <pb ed="aut" n="454"/> si può arguire anche da questo, che delle grandi felicità ed
          imprese umane, ne credevano invidiosi gli stessi Dei, e temevano perciò l’invidia loro, ed
          era lor cura in tali casi <foreign lang="lat" rend="italic">deprecari</foreign> la divina
          invidia, in maniera che stimavano anche fortuna, e (se ben mi ricordo) si proccuravano
          espressamente qualche leggero male, per dare soddisfazione agli Dei, e mitigare l’invidia
          loro. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Deos immortales precatus est, ut, si quis eorum
              invideret</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="sc">operibus</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">ac fortunae suae, in ipsum potius saevirent, quam in
              remp.</foreign>
          </quote>
          <bibl>
            <author>Velleio</author> l. 1. c. 10.</bibl> di Paolo Emilio. E così avvenne essendogli
          morti due figli, l’uno 4 giorni avanti il suo trionfo, e l’altro 3 giorni dopo esso
          trionfo. E v. quivi le note <foreign lang="lat" rend="italic">Variorum.</foreign>
          <bibl>V. pure <author>Dionigi Alicarnasseo</author> l. 12 c. 20. e 23. ediz. di Milano, e
            la nota del Mai al c. 20.</bibl> V. ancora questi pensieri p. 197. fine. Così importanti
          stimavano gli antichi le cose nostre, che non davano ai desideri divini, o alle divine
          operazioni altri fini che i nostri, mettevano i Dei in comunione della nostra vita e de’
          nostri beni, e quindi gli stimavano gelosi delle nostre felicità ed imprese, come i nostri
          simili, <pb ed="aut" n="455"/> non dubitando ch’elle non fossero degne della invidia
          degl’immortali. (23. Dic. 1820.). V. p. 494. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come in quei popoli che non conoscono o non pregiano oro nè argento, il più ricco de’
          nostri, profondendo danaio, non sarebbe in onore, anzi se non avesse altro mezzo per esser
          pregiato, sarebbe posposto all’infimo di quella gente, e per danari non otterrebbe neanche
          il necessario; così dove l’ingegno o lo spirito non è in pregio, o non si sa valutare,
          l’uomo il più ingegnoso, il più spiritoso, il più grande, se non avrà altre doti, sarà
          dispregiato, e posposto agli ultimi. Così s’egli avrà un certo ingegno o un certo spirito,
          che in quel paese non si pregi. Così relativamente ai tempi. In ciascun luogo e in ciascun
          tempo, bisogna spendere la moneta corrente. Chi non è provveduto di questa, è povero, per
          molto ch’egli sia ricco d’altra moneta. (23. Dic. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <quote rend="block">
          <lg type="non-definito" lang="lat">
            <l>Tityrus et segetes, Aeneiaque arma legentur</l>
            <l>Roma triumphati dum caput orbis erit.</l>
          </lg>
          <bibl>
            <author>Ovid.</author>
            <title>Amorum</title> l. 1.</bibl>
        </quote>
        <quote rend="block">
          <lg type="non-definito" lang="lat">
            <l>Fortunati ambo! si quid mea carmina possunt,</l>
            <l>Nulla dies umquam memori vos eximet aevo:</l>
            <pb ed="aut" n="456"/>
            <l>Dum domus Aeneae Capitoli immobile saxum</l>
            <l>Adcolet, imperiumque pater Romanus habebit.</l>
          </lg>
          <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Aen.</title> IX. 446.</bibl>
        </quote>
        <quote rend="block">
          <lg type="non-definito" lang="lat">
            <l>Usque ego postera</l>
            <l>Crescam laude recens, dum Capitolium</l>
            <l>Scandet cum tacita virgine pontifex.</l>
          </lg>
          <bibl>
            <author>Hor.</author>
            <title>Carm.</title> III. od. 30. v. 7.</bibl>
        </quote>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Roma non è più la Regina del mondo, nè il padre Romano tiene le redini dell’imperio, nè
          il pontefice ascende più al Campidoglio colla Vestale, e questo da lunghissimo tempo; e
          tuttavia si leggono ancora i versi di Virgilio, e Niso ed Eurialo non son caduti dalla
          memoria degli uomini, e dura la fama di Orazio. La fortuna giuoca nel mondo, e certo
          questi poeti non s’immaginavano che il tempo dovesse penar più a distruggere i versi loro,
          che l’immenso e saldissimo imperio Romano, opera di tanti secoli. Ma quelle carte sono
          sopravvissute a quella gran mole, per mero giuoco della fortuna la quale ha distrutte
          infinite altre opere degli antichi ingegni, e conservate queste oltre allo spazio segnato
          dalla stessa speranza, dallo stesso amor proprio, dalla stessa forza immaginativa de’ loro
          autori. (23. Dic. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="457"/> Quanto sia vero che l’amore universale distruggendo l’amor patrio
          non gli sostituisce verun’altra passione attiva, e che quanto più l’amor di corpo guadagna
          in estensione, tanto perde in intensità ed efficacia, si può considerare anche da questo,
          che i primi sintomi della malattia mortale che distrusse la libertà e quindi la grandezza
          di Roma, furono contemporanei alla cittadinanza data all’Italia dopo la guerra sociale, e
          alla gran diffusione delle colonie spedite per la prima volta fuori d’Italia per legge di
          Gracco o di Druso, 30 anni circa dopo l’affare di C. Gracco, e 40 circa dopo quello di
          Tiberio Gracco, del quale dice Velleio, (II. 3.) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Hoc initium in urbe Roma civilis sanguinis,
              gladiorumque impunitatis fuit</foreign>
          </quote>. col resto, dove viene a considerarlo come il principio del guasto e della
          decadenza di Roma. <bibl>Vedilo l. 2. c. 2. c. 6. c. 8. init. et c. 15. et l. 1. c. 15.
            fine. colle note <foreign lang="lat" rend="italic">Varior</foreign>
          </bibl>. Le quali colonie portando con se la cittadinanza Romana, diffondevano Roma per
          tutta l’Italia, e poi per tutto l’impero. <bibl>V. in particolare
            <author>Montesquieu</author>, <title lang="fre">Grandeur</title> etc. ch. 9. p. 99-101.
            e quivi le note</bibl>. <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Ainsi Rome n’étoit pas proprement une Monarchie <pb
                ed="aut" n="458"/> ou une République, mais la tête d’un corps formé par tous les
              peuples du monde... Les peuples... ne faisoient un corps que par une obéissance
              commune; et sans être compatriotes, ils étoient tous Romains</foreign>
          </quote>. (<bibl>ch. 6. fin. p. 80.</bibl> dove però egli parla sotto un altro rapporto.)
          Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino
          Romano fu lo stesso che Cosmopolita, non si amò nè Roma nè il mondo: l’amor patrio di Roma
          divenuto cosmopolita, divenne indifferente, inattivo e nullo: e quando Roma fu lo stesso
          che il mondo, non fu più patria di nessuno, e i cittadini Romani, avendo per patria il
          mondo, non ebbero nessuna patria, e lo mostrarono col fatto. (24. Dic. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanta parte abbia nell’uomo il timore più della speranza si deduce anche da questo, che
          la stessa speranza è madre di timore, tanto che gli animi meno inclinati a temere, e più
          forti, sono resi timidi dalla speranza, massime s’ella è notabile. E l’uomo non può quasi
          sperare senza temere, e tanto più quanto la speranza è maggiore. Chi spera teme, e il
          disperato non teme nulla. Ma viceversa la speranza non <pb ed="aut" n="459"/> deriva dal
          timore, benchè chi teme speri sempre che il soggetto del suo timore non si verifichi. (26.
          Dic. 1820.). Osservate che la passione direttamente opposta al timore, è la speranza. E
          nondimeno ella non può sussistere senza produrre il suo contrario.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le Filippiche di Cicerone, contengono l’ultima voce romana, sono l’ultimo monumento della
          libertà antica, le ultime carte dov’ella sia difesa e predicata apertamente e senza
          sospetto ai contemporanei. D’allora in poi la libertà non fu più l’oggetto di culto
          pubblico, nè delle lodi, e insinuazioni degli scrittori (non solo romani, ma quasi
          possiamo dire di qualunque nazione, se non de’ francesi ultimamente. E infatti colla
          libertà romana spirò per sempre la libertà delle nazioni civilizzate.) Quelli che vennero
          dopo, la celebrarono nel passato come un bene, la biasimarono e detestarono nel presente
          come un male. I suoi fautori antichi furono esaltati nelle storie, nelle orazioni, nei
          versi, come Eroi: i moderni biasimati ed esecrati come traditori. Si alzarono statue e
          monumenti agli antichi liberali, si citarono, condannarono e proscrissero i moderni.
          L’elogio della libertà, per una strana contraddizione, fu permesso ne’ discorsi negli
          scritti e nelle azioni, fino ad un certo tempo. Passato quel termine, gli scrittori mutano
          linguaggio, e maledicono nei contemporanei, quello che hanno divinizzato, <pb ed="aut"
            n="460"/> e divinizzano allo stesso tempo, negli antenati. Tale è fra gli altri Velleio,
          grandissimo lodatore degli antichi fatti, libertà ec. esecratore degli antichi nemici
          della libertà, e de’ moderni amici; lodatore di Nasica ed Opimio uccisori di Tiberio e
          Caio Gracchi, (uomini per altro, secondo lui, egregi anzi sommi, se non in quanto
          attentarono alla libertà) ed esecratore della congiura contro Cesare ec. Perchè appena
          egli arriva a costui, si cambia scena manifestamente e tutto a un tratto, e il suo
          linguaggio liberalissimo fino a quel punto, diviene abbiettissimo e servilissimo nel
          seguito. Ed è tanto improvvisa e sensibile questa mutazione, ch’egli è anche gran
          panegirista di Pompeo l’immediato antagonista di Cesare: e di Pompeo repubblicano, perchè
          lo biasima dovunque egli manca ai doveri verso una patria libera. (27. Dic. 1820.). V. p.
          463. capov.1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quelle rare volte ch’io ho incontrato qualche piccola fortuna, o motivo di allegrezza, in
          luogo di mostrarla al di fuori, io mi dava naturalmente alla malinconia, quanto
          all’esterno, sebbene l’interno fosse contento. Ma quel contento placido e riposto, io
          temeva di turbarlo, alterarlo, guastarlo, e perderlo <pb ed="aut" n="461"/> col dargli
          vento. E dava il mio contento in custodia alla malinconia. (27. Dic. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 8. capoverso 1 e p. 10. fine. Non solamente nelle azioni naturali, o manuali,
          insomma materiali, ma in tutte quante le cose umane, è necessario l’abbandono o la
          confidenza: e per lo contrario la diffidenza, o il troppo desiderio, premura, attenzione e
          studio di riuscire è cagione che non si riesca. Se tu non hai nulla da perdere ti
          diporterai franchissimamente nel mondo. E acquisterai facilmente il buon tratto e la
          stima, quando non avrai più stima da conservare: o in proporzione. E viceversa. Che se ti
          troverai in un luogo, occasione ec. dove ti prema assai di figurare, probabilmente
          sfigurerai. E se parlando con una persona, ne avrai guadagnata la stima ti costerà
          moltissimo il non perderla, quando ti sarai accorto di possederla, e ti premerà di
          conservarla. La qual cosa succede massimamente nell’amore, o anche nella galanteria, che
          cercando di conservare, si perde quella stima e quell’amore di una persona che si è
          guadagnato senza cercarlo. Così discorrete di cento altri generi di cose. La natura
          insomma è la sola potente, e l’arte non solo non l’aiuta, ma spesso la lega; e lasciando
            <pb ed="aut" n="462"/> fare si ottiene quello che non si può ottenere volendo fare. La
          noncuranza dell’esito, e la sicurezza di riuscire è il più sicuro mezzo di ottenerlo, come
          la troppa cura, e il troppo timore di non riuscire, è cagione del contrario. Nè si può
          nelle cose umane acquistar facilmente questa sicurezza, e schivar questo timore, senza una
          certa noncuranza, o senza esser preparato <foreign lang="lat" rend="italic">in alterutram
            partem</foreign>. E perciò i disperati, o quelli che hanno tutto perduto, e niente da
          perdere nè da conservare, riescono meglio degli altri nella vita. Nè c’è un disperato così
          povero e impotente che non sia buono a qualche cosa nel mondo, da che è disperato. E
          questo è il motivo per cui naturalmente, e non a caso, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >audaces fortuna iuvat</foreign>. (28. Dic. 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Chiunque conosce intimamente il Tasso, se non riporrà lo scrittore o il poeta fra i
          sommi, porrà certo l’uomo fra i primi, e forse nel primo luogo del suo tempo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Quanto a</emph>, preposizione italiana, usata anche in latino da Tacito, come ho
          detto in altro pensiero, deriva intieramente dal greco: <foreign lang="grc">ὅσον πρὸς,
            ὅσον μὲν πρὸς</foreign> ec. si dice nello stesso significato, e negli stessi casi.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="463"/> Alla p. 460. Se non altro non si potè più nè lodare nè insinuare e
          inculcare la libertà ai contemporanei espressamente, e la libertà non fu più un nome
          pronunziabile con lode, riguardo al presente o al moderno. Quando anche non tutti si
          macchiassero della vile adulazione di Velleio, e Livio fosse considerato come Pompeiano
          nella sua storia, e sieno celeberrimi i sensi generosi di Tacito, ec. Ma neppur egli
          troverete che, sebbene condanna la tirannia, lodi mai la libertà in persona propria. Dei
          poeti, come Virgilio, Orazio, Ovidio non discorro. Adulatori per lo più de’ tiranni
          presenti, sebben lodatori degli antichi repubblicani. Il più libero è Lucano. (28. Dic.
          1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’egoismo comune cagiona e necessita l’egoismo di ciascuno. Perchè quando nessuno fa per
          te, tu non puoi vivere se non t’adopri tutto per te solo. E quando gli altri ti tolgono
          quanto possono, e per li loro vantaggi non badano al danno tuo, se vuoi vivere, conviene
          che tu combatta per te, e contrasti agli altri tutto quello che puoi. Perchè di qualunque
          cosa tu voglia cedere, non devi aspettare nè gratitudine nè compenso, essendo abolito il
          commercio de’ sacrifizi e liberalità e benefizi scambievoli: anzi se tu cedi un passo gli
          altri ti cacciano indietro venti passi, adoperandosi ciascuno per se con tutte le sue
          forze; onde bisogna che ciascuno <pb ed="aut" n="464"/> contrasti agli altri quanto può, e
          combatta per se fino all’ultimo, e con tutto il potere: essendo necessario che la reazione
          sia proporzionata all’azione, se ne deve seguire l’effetto, cioè se vuoi vivere. E
          l’azione essendo eccessiva, dev’esserlo anche la reazione. E quanto l’una è maggiore,
          tanto l’altra dee crescere necessariamente. Come in una truppa di fiere affollate intorno
          a una preda, dove ciascuna è risoluta di non lasciare alle altre se non quanto sarà
          costretta; quella fiera che o restasse inattiva, o cedesse alle altre, o aspettasse che
          queste pensassero a lei, o finalmente non adoperasse tutte le sue forze; o resterebbe a
          digiuno, o perderebbe tanto, quanto meno forza avesse adoperata, o potuto adoperare. Tutto
          quello che si cede è perduto, posto il sistema dell’egoismo universale. Anche per altra
          parte, questo egoismo cagiona l’egoismo individuale, cioè non solo per l’esempio, ma pel
          disinganno che cagiona in un uomo virtuoso, la trista esperienza della inutilità, anzi
          nocevolezza della virtù e de’ sacrifizi magnanimi: e per la misantropia che ispira il
          veder tutti occupati per se stessi, e non curanti del vostro vantaggio, non grati ai
          vostri benefizi, e pronti a danneggiarvi o beneficati o no. <pb ed="aut" n="465"/> La qual
          cosa cambia il carattere delle persone, e introduce non solo materialmente, ma
          radicalmente l’egoismo, anche negli animi più ben fatti. Anzi principalmente in questi,
          perchè l’egoismo non vi entra come passione bassa e vile, ma come alta e magnanima, cioè
          come passione di vendetta, e odio de’ malvagi e degl’ingrati. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Si nocentem innocentemque idem exitus maneat, acrioris
              viri esse, merito perire</foreign>
          </quote>: diceva Ottone Imp. appresso <bibl>
            <author>Tacito</author>
            <title>Hist.</title> l. 1. c. 21.</bibl> (2. Gen. 1821.). V. p. 607. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Velleio</author> II. 76. sect. 3.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Adventus deinde in Italiam Antonii,
            praeparatusque</foreign>
          </quote> (cioè <foreign lang="lat" rend="italic">apparatusque</foreign> substantive) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Caesaris contra eum, habuit belli metum: sed pax
              contra Brundisium composita</foreign>
          </quote>. Che vuol dire <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">contra Brundisium</foreign>
          </quote>? Gl’interpreti si storcono, e chi legge <emph>circa</emph>, chi difende la
          volgata. Leggete: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">sed pax contra Brundisii composita. Contra</foreign>
          </quote> è avverbio. <emph>Si temeva la guerra, ma all’incontro fu fatta la pace a
            Brindisi</emph>. V. però gl’istorici, e le edizioni di Velleio, posteriori a quella del
          Burmanno seconda e postuma, <bibl>
            <title lang="ger">Lugd. Bat.</title> 1744. ap. <title>Sam. Luchtmans</title>.</bibl> (2.
          Gen. 1821.). <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Post Brundisinam pacem</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Vel.</author> II. 86. sect. 3.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="466"/> Sopra ogni dolore d’ogni sventura si può riposare, fuorchè sopra il
          pentimento. Nel pentimento non c’è riposo nè pace, e perciò è la maggiore o la più acerba
          di tutte le disgrazie, come ho detto in altri pensieri. (2. Gen. 1821.). V. p. 476.
          capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È cosa notata e famosa presso gli antichi (non credo però gli antichissimi, ma più secoli
          dopo Senofonte) che Senofonte non premise nessun preambolo alla <title>
            <foreign lang="grc">Κύρου ἀναβάσει</foreign>
          </title>, sebbene dal secondo libro in poi, premetta libro per libro, il Laerzio dice un
          proemio, ma veramente un epilogo o riassunto brevissimo delle cose dette prima. <bibl>Vedi
            il <author>Laerz.</author> in <title>Xenoph.</title>
          </bibl>
          <bibl>
            <author>Luciano</author>, <title lang="lat">de scribenda histor.</title>
          </bibl> ec. E Luciano dice che molti per imitarlo non ponevano alcun proemio alle loro
          istorie. Ed aggiunge, <quote>
            <foreign lang="grc">οὐκ εἰδότες ὡς δυνάμει</foreign>
          </quote> (potentiâ) <quote>
            <foreign lang="grc">τινὰ προοίμιά ἐστι λεληθότα τοὺς πολλοὺς</foreign>
          </quote>. Io qui non vedo maraviglia nessuna. Esaminate bene quell’opera: non è una
          storia, ma un Diario o Giornale (si può dire, e per la massima parte militare) di quella
          Spedizione. Infatti procede giorno per giorno, segnando le marce, contando le parasanghe
          ec. ec. infatti l’opera si chiude con una lista effettiva o somma dei giorni, spazi
          percorsi, nazioni ec. lista indipendente dal resto, per la sintassi. E di queste
          enumerazioni ne <pb ed="aut" n="467"/> sono sparse per tutta l’opera. Non doveva dunque
          avere un proemio, non essendo propriamente in forma d’opera, ma di Commentario o
          Memoriale, ossiano ricordi, e materiali. Chi si vuol far maraviglia di Senofonte, perchè
          non se la fa di Cesare? Il quale comincia i suoi Commentari <title lang="lat"
            rend="italic">de bello G. e C.</title> ex abrupto, appunto come Senofonte. E questo
          perchè non erano Storia ma commentari. Nè pone alcun preambolo a nessuno de’ libri in cui
          sono divisi. Così Irzio. Eccetto una specie di avvertimento indirizzato a Balbo e premesso
          al lib.8. <title>de b. G.</title> (il quale era necessario non per l’opera in se, ma per
          la circostanza, ch’egli n’era il continuatore) nè quel libro, nè quello <title lang="lat"
            >de b. Alexandrino</title>, nè quello <title lang="lat">de b. Africano</title>, nè
          quello d’autore incerto <title lang="lat">de b. Hispaniensi</title> non hanno alcun
          preambolo, ed entrano subito in materia.</p>
        <p>Da queste osservazioni deducete 1. un’altra prova che Senofonte è il vero autore della K.
          A. non Temistogene ec. trattandosi di un giornale, che non poteva essere scritto o almeno
          abbozzato se non <foreign lang="lat" rend="italic">in praesentia</foreign>, e dallo stesso
          Generale (come i commentarii di Cesare), o almeno da qualche suo intimo confidente. Questa
          proprietà, di essere cioè scritta da un testimonio di <pb ed="aut" n="468"/> vista, anzi
          dal principale attore e centro degli avvenimenti non è comune a nessun’altra opera storica
          greca, che ci rimanga, anzi a nessun’antica, fuorchè ai commentarii di Cesare. Perciò ella
          è singolarmente preziosa anche per questo capo, e propria più delle altre a darci la vera
          idea de’ costumi, pensieri, natura degli antichi, e de’ loro fatti; come le lettere di
          Cicerone in altro genere di scrittura, sono la più recondita e intima sorgente della
          storia di quei tempi. V. p. 519. capoverso 2.</p>
        <p>2. Che poco saggiamente Arriano volle scrivere l’<foreign lang="grc">Ἀλεξάνδρου
          ἀνάβασιν</foreign> (in 7. libri perchè 7. son quelli di Senofonte) a imitazione della
          detta opera. Perch’egli non poteva scrivere, nè scrisse, nè intese o pensò di scrivere un
          giornale. Quindi le due opere sono essenzialmente di diverso genere, cioè l’una un diario,
          l’altra una storia. Meno male Onesicrito, in quello che scrisse d’Alessandro a imitazione
          pure di Senofonte. Perch’egli fu compagno di Alessandro nella sua spedizione, come
          Senofonte di Ciro. <bibl>V. il <author>Laerz.</author> l. 6. in <title>Onesicrito</title>
          </bibl>.</p>
        <p>Del resto, se la storia <title>
            <foreign lang="grc">Ἑλληνικῶν</foreign>
          </title> di Senofonte non ha proemio, ciò viene perch’era destinata a continuare e far
          tutto un corpo con quella di Tucidide. Infatti gli antichi notando la mancanza del proemio
          nella K. A. non parlano di quest’altra. <pb ed="aut" n="469"/> E <bibl>v. le ultime parole <title>
              <foreign lang="grc">τῶν Ἑλληνικῶν</foreign>
            </title> e <author>Dionigi Alicarnasseo</author> nelle testimonianze <title lang="lat"
              >de Xenophonte</title>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È osservabile che Senofonte in quest’altra opera riesce minor di se stesso, perchè si
          sforza d’imitar Tucidide, e ciò servilmente, volendo che il suo stile non si distinguesse
          da quello di Tucidide, e le due opere sembrassero tutt’una. E tanto peggio, quanto lo
          stile di Tucidide è quasi l’opposto di quello ch’era proprio di Senofonte. Infatti chi ha
          un poco di criterio, può facilmente notare nei libri <title>
            <foreign lang="grc">τῶν Ἑλληνικῶν</foreign>
          </title>. una brevità forzata, una differenza sensibile dallo stile delle altre opere
          Senofontee, uno studio impotente di esser efficace, rapido, forte ec. Cosa contraria
          all’indole di Senofonte: e v. Cicerone nei testimoni <title lang="lat">de
          Xenophonte</title> ec. e Dionigi Alicarnasseo parimente nelle testimonianze <title
            lang="lat">de Xenophonte</title>. Anzi nelle stesse frasi, parole, modi, insomma
          nell’esterno e materiale dello stile, Senofonte abbandona spesso il suo costume per seguir
          quello di Tucidide, così che anche l’esteriore dello stile riesce alquanto nuovo a chi ha
          l’orecchio assuefatto alle altre opere di Senofonte. Fino nell’ortografia, Senofonte
          volendo assomigliarsi a Tucidide, scrive (contro quello che suole nelle altre <pb ed="aut"
            n="470"/> opere) <foreign lang="grc">ξὺν</foreign> per <foreign lang="grc"
          >σὺν</foreign>, e così nei composti dov’entra questa preposizione: consuetudine ch’io
          credo familiare a Tucidide. (2. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che si è detto di sopra intorno ai proemi particolari di ciascun libro K. A.
          eccetto il primo, non è vero nel 6.<hi rend="apice">to</hi>... il quale non ha proemio
          nessuno. Se non che il capo 3. cominciando con un breve epilogo, ho creduto lungo tempo
          che i due capi precedenti appartenessero al 5 libro, e il sesto cominciasse col 3.<hi
            rend="apice">zo</hi> capo. E però vero che il detto epilogo non rinchiude se non le cose
          dette ne’ due capi antecedenti, e non tutto il detto nella parte superiore dell’opera,
          come ciascun altro proemio premesso ai diversi libri. (3. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La natura non è perfetta assolutamente parlando, ma la sola natura è grande, e fonte di
          grandezza. Perciò tutto quello che è, o si accosta al perfetto, secondo la nostra maniera
          astratta di considerare, non è grande. Osservatelo in tutte le cose: nelle opere di genio,
          poesia, belle arti ec. nelle azioni, nei caratteri, nei costumi, nei popoli, nei governi
          ec. Un uomo perfetto, non è mai grande. Un uomo grande, non è mai perfetto. <pb ed="aut"
            n="471"/> L’eroismo e la perfezione sono cose contraddittorie. Ogni eroe è imperfetto.
          Tali erano gli eroi antichi (i moderni non ne hanno); tali ce li dipingono gli antichi
          poeti ec. tale era l’idea ch’essi avevano del carattere eroico; al contrario di Virgilio,
          del Tasso ec. tanto meno perfetti, quanto più perfetti sono i loro eroi, ed anche i loro
          poemi. (3. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Venga un filosofo, e mi dica. Se ora si trovassero le ossa o le ceneri di Omero o di
          Virgilio ec. il sepolcro ec. quelle ceneri che merito avrebbero realmente, e secondo la
          secca ragione? Che cosa parteciperebbero dei pregi, delle virtù, della gloria ec. di Omero
          ec.? Tolte le illusioni, e gl’inganni, a che servirebbero? Che utile reale se ne
          trarrebbe? Se dunque, trovatele, qualcuno, le dispergesse e perdesse, o profanasse
          disprezzasse ec. che torto avrebbe in realtà? anzi non oprerebbe secondo la vera ed esatta
          ragione? Come dunque meriterebbe il biasimo, l’esecrazione degli uomini civili? E pur
          quella si chiamerebbe barbarie. Dunque la ragione non è barbara? Dunque la civiltà
          dell’uomo sociale e delle nazioni, non si fonda, non si compone, non consiste
          essenzialmente negli errori e nelle illusioni? Lo stesso <pb ed="aut" n="472"/> dite
          generalmente della cura de’ cadaveri, dell’onore de’ sepolcri ec. (3. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Velleio</author> II. 98. sect. 2.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Quippe legatus Caesaris triennio cum his bellavit;
              gentesque ferocissimas, plurimo cum earum excidio, nunc acie, nunc expugnationibus, in
              pristinum pacis redegit modum; ejusque patratione, Asiae securitatem, Macedoniae pacem
              reddidit. Eiusque patratione a che si riporta? Spiegano eiusque pacis
            Patratione</foreign>
          </quote> (così l’indice Velleiano). Ottimamente: <emph>fatta la pace</emph>, o <emph>con
            quella</emph>
          <hi rend="sc">pace</hi>, <emph>rendè</emph>
          <hi rend="sc">la pace</hi> alla <emph>Macedonia</emph>. Leggo: <foreign lang="lat"
            rend="italic">eiusque belli patratione</foreign>, (4. Gen. 1821.), ovvero <foreign
            lang="lat" rend="italic">eiusque patratione belli</foreign>. V. p. 477. capoverso 2.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non solo la facoltà conoscitiva, o quella di amare, ma neanche l’immaginativa è capace
          dell’infinito, o di concepire infinitamente, ma solo dell’indefinito, e di concepire
          indefinitamente. La qual cosa ci diletta perchè l’anima non vedendo i confini, riceve
          l’impressione di una specie d’infinità, e confonde l’indefinito coll’infinito; non però
          comprende nè concepisce effettivamente nessuna infinità. Anzi nelle immaginazioni le più
          vaghe e indefinite, e quindi le più sublimi e dilettevoli, l’anima sente espressamente una
          certa angustia, una certa difficoltà, un certo desiderio insufficiente, un’impotenza
          decisa di abbracciar tutta la misura di quella sua <pb ed="aut" n="473"/> immaginazione, o
          concezione o idea. La quale perciò, sebbene la riempia e diletti e soddisfaccia più di
          qualunque altra cosa possibile in questa terra, non però la riempie effettivamente, nè la
          soddisfa, e nel partire non la lascia mai contenta, perchè l’anima sente e conosce o le
          pare, di non averla concepita e veduta tutta intiera, o che creda di non aver potuto, o di
          non aver saputo, e si persuada che sarebbe stato in suo potere di farlo, e quindi provi un
          certo pentimento, nel che ha torto in realtà, non essendo colpevole. (4. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Velleio</author> II. 90. sect. 4.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">ut quae maximis bellis numquam vacaverant, eae sub C.
              Antistio, ac deinde P. Silio legato, ceterisque, postea etiam latrociniis
            vacarent</foreign>
          </quote>. Leggo, <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">ceterisque postea, etiam</foreign>
          </quote> etc. Parla delle Spagne.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Velleio</author> II. 102. sect. 2.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Mox in conloquium (cui se temere crediderat) circa
              Artageram graviter a quodam, nomine Adduo vulneratus</foreign>
          </quote>. Come non si ha da correggere: <foreign lang="lat" rend="italic">in
          conloquio</foreign>?</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Del vigore del corpo, quanto influisca sopra l’animo, e in genere come lo stato
          dell’animo corrisponda a quello del corpo, v. alcune sentenze degli antichi nella nota del
          Grutero a Velleio II. 102. sect. 2.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="474"/> Di un francese di nazione o di costume, ch’a ogni tratto si buttava
          in ginocchio avanti alle donne. Se raccontava loro, poniamo caso, una storietta galante, o
          una nuova di gazzetta, e quelle non ci credevano, per dimostrazione, per supplicarle a
          credere, come per impetrar fede o credenza, si buttava in ginocchio. (5. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dai tempi di Giulio Cesare in poi, Velleio nel tracciare, come suole, i caratteri delle
          persone illustri che descrive, trovate spessissimo che dopo aver detto come quel tale era
          pazientissimo de’ travagli e de’ pericoli, attivo nei negozi, vigilante al bisogno, atto
          alla guerra, o ai maneggi politici, soggiunge poi, che nell’ozio era molle ed effeminato,
          o almeno si compiaceva anche dell’ozio, e dei diletti pacifici, e insomma delle
          frivolezze, e che tanto era pigro e voluttuoso nell’ozio, quanto laborioso diligente e
          tollerante nel negozio. <bibl>V. il libro <hi rend="sc">ii</hi>. c. 88. sect. 2. c. 98.
            sect. 3. c. 102. sect. 3. c. 105. sect. 3.</bibl> Dappertutto fa menzione dell’ozio, e
          sempre li trova inclinati anche a questo e non poco, sebbene sieno gli uomini più attivi
          di quel secolo. Cosa ignota agli antichi Eroi romani, i quali nell’ozio non trovavano nè
          potevano trovare nessun piacere. E infatti questo lineamento <pb ed="aut" n="475"/> nei
          ritratti sbozzati da Velleio non si trova prima del detto tempo che fu l’epoca della
          decisa e sviluppata corruzione de’ Romani. Di Lucullo e di Antonio è cosa ben nota in
          questo proposito. (Di Scipione Emiliano parla bensì Velleio riguardo all’ozio, 1.13. sect.
          3. ma molto diversamente.) Notate dunque gli effetti dell’incivilimento e della
          corruzione. Notate quanto ella porti per sua natura all’inazione, all’ozio, e alla
          pigrizia: che anche gli uomini più splendidi e attivi, in questa condizione della società,
          inclinano naturalmente all’inazione. La causa è il piacere che nell’antico stato di Roma
          non si poteva trovar nell’ozio, e perciò l’uomo desiderando il piacere e la vita si dava
          necessariamente all’azione: e così accade in tutte le nazioni non ancora o mediocremente
          incivilite. La causa è pure l’egoismo, per cui l’uomo non si vuole scomodare a profitto
          altrui, se non quanto è necessario, o quanto giova a se stesso. La causa è la mancanza
          delle illusioni, delle idee di gloria, di grandezza di virtù di eroismo, ec. tolte le
          quali idee, deve sottentrar quella di non far nulla, lasciar correre le cose, e godere del
          presente. La causa <pb ed="aut" n="476"/> per ultimo nelle monarchie (come sotto Augusto)
          è la mancanza non solo delle illusioni, ma del principio di esse, non solo della vita
          dell’animo, ma della vita delle cose, cioè la mancanza di cose che realizzino e fomentino
          queste illusioni; la difficoltà o impossibilità di far cose grandi o importanti, e di
          essere o considerarsi come importante; la nullità, o piccolezza, e ristretta esistenza del
          suddito ancorchè innalzato a posti sublimi. Del resto paragonate questo tratto del
          carattere Romano a quei tempi, col carattere francese oggidì, nazione snervata
          dall’eccessiva civiltà, col carattere de’ loro uomini più insigni per l’azione; e ci
          troverete un’evidente conformità. (5. Gen. 1821). V. p. 620. fine. e 629. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 466. pensiero 1. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Quippe ita se res habet, ut plerumque, qui fortunam
              mutaturus Deus</foreign>
          </quote>, (Voss. leg. <foreign lang="lat" rend="italic">cui fortunam</foreign>. al. delent
            <foreign lang="grc">τὸ</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">qui</foreign>, <foreign lang="lat">et melius</foreign>) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">consilia corrumpat, efficiatq.</foreign>, <foreign
              lang="lat" rend="sc">quod miserrimum est</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic"
              >ut quod accidit, etiam merito accidisse videatur, et casus in culpam
            transeat</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Velleio</author>
            <hi rend="sc">ii</hi>. 118. sect. 4.</bibl> (6. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non punir mai l’ingiuria che non hai meritata, nè lasciare impunita quella che hai
          meritata. <pb ed="aut" n="477"/> Perdona al tuo calunniatore, punisci il tuo detrattore.
          Non far caso di chi ti <emph>schernisce</emph> a torto, ma piglia vendetta di chi ti
            <emph>motteggia</emph> a ragione. (7. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 375. principio. In questo proposito, la differenza o dell’ingegno o del giudizio,
          si può vedere in Livio, il quale è il poeta della storia, poeta vero e grande, e degno di
          servir di studio e di maestro ai poeti; e nondimeno è il modello splendidissimo della più
          perfetta prosa. Laddove costoro, e pessimi prosatori, (7. Gen. 1821.) e non perciò
          migliori poeti ordinariamente. V. p. 526. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 472. Tanto più che quella guerra, come consistente in domar popoli affatto
          barbari, non pare che fosse finita con trattato, nè con altri mezzi artifiziali, ma
          solamente con quel semplice fine che deriva dalla forza. <bibl>V. <author>Floro</author>
            IV. 12. sect. 17.</bibl> e <bibl>
            <author>Dione</author> LIV. 34. p. 764. 765. dove nella nota 316.</bibl> citandosi
          questo passo di Velleio, pare che si sia letto appunto nel modo ch’io suggerisco. (8. Gen.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Velleio</author> I. 2. sect. 2.</bibl> di Codro: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Immixtusque castris hostium, de industria,
              imprudenter, rixam ciens</foreign>
          </quote>, <pb ed="aut" n="478"/>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">interemptus est</foreign>
          </quote>. È vero che, secondo la storia o la favola, Codro fu ucciso <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">imprudenter</foreign>
          </quote>, cioè senza sapere ch’egli fosse il Re degli Ateniesi e v. il passo di Val. Mas.
          citato nelle note a questo luogo. Ma che razza di costruzione è questa? <foreign
            lang="lat" rend="italic">De industria</foreign> si riferisce al <foreign lang="lat"
            rend="italic">rixam ciens</foreign> che vien dopo l’<foreign lang="lat" rend="italic"
            >imprudenter</foreign>; l’<foreign lang="lat" rend="italic">imprudenter</foreign>
            all’<foreign lang="lat" rend="italic">interemptus est</foreign> che vien dopo il
            <foreign lang="lat" rend="italic">rixam ciens</foreign>. Chi traspone e legge, <foreign
            lang="lat" rend="italic">de ind. rix. ciens, impr. inter. est</foreign>. Chi emenda
          oltracciò, <foreign lang="lat" rend="italic">de ind., ab imprudente, rix. ciens, inter.
            est</foreign>. A me pare che il luogo sia chiarissimo, la costruzione piana e facile,
          togliendo la virgola dopo <foreign lang="lat" rend="italic">de industria</foreign> e dopo
            <foreign lang="lat" rend="italic">imprudenter</foreign>, e trasportandola dopo <foreign
            lang="lat" rend="italic">hostium</foreign>. Giacchè il <foreign lang="lat" rend="italic"
            >de industria</foreign>, non ha nè deve aver niente che fare coll’<foreign lang="lat"
            rend="italic">immixtusq. castris host</foreign>. il che già s’intende ch’era fatto
            <foreign lang="lat" rend="italic">de industria</foreign>; ma solo col <foreign
            lang="lat" rend="italic">rixam ciens</foreign>. Ma <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ille imprudenter</foreign>? grida il Lipsio. Signor sì, <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">de industria imprudenter</foreign>
          </quote>, <emph>con istudiata imprudenza, pensatamente incauto</emph>. Ed è una delle
          solite antitesi e giuocherelli Velleiani. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Imprudenter</foreign> per <emph>imprudentemente</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >incaute, improvide</foreign> si usa benissimo da ottimi scrittori. (come <foreign
            lang="lat" rend="italic">imprudens, imprudentia</foreign>, e così <foreign lang="lat"
            rend="italic">prudenter</foreign> ec.) Il Forcellini cita Terenzio, <pb ed="aut" n="479"
          /> Nepote, Cesare. (8. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il veder morire una persona amata, è molto meno lacerante che il vederla deperire e
          trasformarsi nel corpo e nell’animo da malattia (o anche da altra cagione). Perchè? Perchè
          nel primo caso le illusioni restano, nel secondo svaniscono, e vi sono intieramente
          annullate e strappate a viva forza. La persona amata, dopo la sua morte, sussiste ancora
          tal qual’era e così amabile come prima, nella nostra immaginazione. Ma nell’altro caso, la
          persona amata si perde affatto, sottentra un’altra persona, e quella di prima, quella
          persona amabile e cara, non può più sussistere neanche per nessuna forza d’illusione,
          perchè la presenza della realtà, e di quella stessa persona trasformata per malattia
          cronica, pazzia, corruttela di costumi ec. ec. ci disinganna violentemente, e crudelmente:
          e la perdita dell’oggetto amato non è risarcita neppur dall’immaginazione. Anzi neanche
          dalla disperazione, o dal riposo sopra lo stesso eccesso del dolore, come nel caso di
          morte. Ma questa perdita è tale, che il pensiero e il sentimento non vi si può adagiar
          sopra in nessuna maniera. <pb ed="aut" n="480"/> Da ogni lato ella presenta acerbissime
          punte. (8. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Che il nostro <emph>pensare</emph> non sia altro che il <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pensare</foreign> latino, perduto il significato proprio, e conservato il metaforico di
            <emph>ponderare col pensiero</emph>, come appunto il <emph>ponderare</emph> latino e
          italiano oggidì non ritiene se non la significazione traslata di <emph>considerare o
            meditare</emph>; e come gli antichi latini adoperassero veramente il loro pensare in
          maniera similissima alla presente italiana, vedilo in una nota dell’Heinsio a Velleio II.
          129. sect. 2. Consulta ancora il Forcellini, e l’Appendice.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Naturale</emph> nella maniera che noi ed i francesi lo sogliamo adoperare
          frequentemente: <emph>è naturale che questo succeda</emph>; <foreign lang="fre"
            rend="italic">il est bien naturel</foreign> ec. si adoperava anche in latino, sebbene i
          Lessicografi non l’abbiano osservato (nè il Forcellini, nè l’Appendice). Asconio <title
            lang="lat">in Orat. contra L. Pison. Argomento</title>: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Sed ut ego ab eo dissentiam, facit primum, quod Piso
              etc. deinde, quod magis</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="sc">naturale</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">est, ut in ipso recenti reditu invectus sit in
              Ciceronem</foreign>
          </quote> (Piso), <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">responderitque insectationi eius, qua revocatus erat
              ex provincia, quam</foreign>
          </quote>
          <pb ed="aut" n="481"/> (in altra edizione trovo <foreign lang="lat" rend="italic">prius
            quam</foreign>, e vorrebbe dire <foreign lang="lat" rend="italic">potius quam</foreign>,
          o <foreign lang="lat" rend="italic">magis quam</foreign>, nel qual significato <foreign
            lang="lat" rend="italic">prius quam</foreign> si trova in ottimi esempi appresso il
          Forcellini: e notate anche qui la somiglianza coll’italiano <emph>prima che, avanti
            innanzi anzi che</emph>, per <emph>piuttosto che</emph>; e similmente <emph>più presto
            che</emph> ec.) <foreign lang="lat" rend="italic">post anni intervallum</foreign>.
          Questo esempio è veramente notabile e forse unico ne’ buoni scrittori. V. però la nota del
          Burmanno alle prime parole della sezione 4. del capo 128. lib. II. di Velleio, dove
          peraltro <foreign lang="grc">τὰ πολλὰ ἀπροσδιόνυσα</foreign> (9. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanta sia la forza d’immaginazione nei fanciulli, e com’ella sia tale che le concezioni
          derivatene nella prima età, influiscono grandemente anche nel resto della vita, si può
          vedere ancora in questa osservazione minuziosa. Noi da fanciulli per lo più concepiamo una
          certa idea, un certo tipo di ciascun nome di uomo: e la natura di questo tipo deriva dalle
          qualità delle prime o a noi più cognite e familiari persone che hanno portato quei tali
          nomi. Formatoci nella fantasia questo tipo (il quale ancora corrisponde alle circostanze
          particolari di quelle persone relativamente <pb ed="aut" n="482"/> a noi, alle nostre
          simpatie, antipatie ec.) sentendo dare lo stesso nome ad un’altra persona diversa da
          quella su cui ci siamo formati il detto tipo, noi concepiamo subito di quella persona
          un’idea conforme al detto tipo. E il nome può essere elegantissimo, e quella tal persona
          bellissima: se quel tipo è stato da noi immaginato e formato sopra una persona odiosa o
          brutta; anche quell’altra bellissima, ci pare che di necessità debba esser tale: almeno
          troviamo una contraddizione tra il nome e il soggetto; o proviamo una ripugnanza a credere
          quel soggetto diverso da quel tipo e da quell’idea ec. Così viceversa e relativamente alle
          varie qualità dei nomi e delle persone. Ed anche da grandi, e dopo che l’immaginazione ha
          perduto il suo dominio, dura per lungo tempo e forse sempre questo tale effetto, almeno
          riguardo ai primi momenti, e proporzionatamente alla forza dell’impressione ricevuta da
          fanciulli, e dell’immagine concepita. Io da fanciullo ho conosciuto familiarmente una
          Teresa vecchia, e secondo che mi pareva, odiosa. Ed allora e oggi che son grande provo una
          certa ripugnanza a persuadermi che il nome di Teresa possa appartenere <pb ed="aut"
            n="483"/> ad una giovane, o bella, o amabile: o che quella che porta questo nome, possa
          aver questa qualità: e insomma sentendo questo nome, provo sempre un impressione e
          prevenzione sfavorevole alla persona che lo porta. E ordinariamente l’idea che noi abbiamo
          dell’eleganza, grazia, dolcezza, amabilità di un nome, non deriva dal suono materiale di
          esso nome, nè dalle sue qualità proprie e assolute, ma da quelle delle prime persone
          chiamate con quel nome, conosciute o trattate da noi nella prima età. Anche però viceversa
          potrà accadere che noi da fanciulli concepiamo idea della persona, dal nome che porta,
          massime se si tratta di persone lontane, o da noi conosciute solamente per nome: e
          giudichiamo della persona, secondo l’effetto che ci produce il nome, col suono materiale,
          o col significato che può avere, o con certe relazioni con altre idee. E questo ci avviene
          ancora da grandi, sia per conseguenza dell’idea concepita nella fanciullezza, sia anche
          assolutamente: perchè è certo che noi non ascoltiamo il nome, ovvero <emph>il
          cognome</emph> di persona a noi tanto ignota, che sopra quella denominazione non ci <pb
            ed="aut" n="484"/> formiamo una tal quale idea sì dell’esterno che dell’interno di
          quella persona. Idea più o meno confusa, più o meno viva, secondo le circostanze; ma
          ordinariamente chiarissima e vivissima ne’ fanciulli, sebbene per lo più falsissima. E
          massimamente i fanciulli (sempre lontani dall’indifferenza), secondo questa idea, si
          determinano all’odio o all’amore, a un certo genio o contraggenio verso quelle tali
          persone, non conosciute se non per nome. (10. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non si è mai letto di nessun antico che si sia ucciso per noia della vita, laddove si
          legge di molti moderni, e v. il Suicidio ragionato di Buonafede. Nè perchè questo accade
          oggidì massimamente in Inghilterra, si creda che questo fosse comune in quel paese anche
          anticamente, senza che ne rimanga memoria. Dai poemi di Ossian si vede quanto gli antichi
          abitatori di quel paese fossero lontani dal concepire la nullità e noia necessaria della
          vita assolutamente; e molto più dal disperarsi e uccidersi per questo. Gli antichi Celti e
          gli altri antichi si uccidevano per disperazioni <pb ed="aut" n="485"/> nate da passioni e
          sventure, non mai considerate come inevitabili e necessarie assolutamente all’uomo, ma
          come proprie dell’individuo, perciò disgraziato e infelice, e disperantesi. La
          disperazione e scoraggimento della vita in genere, l’odio della vita come vita umana (non
          come individualmente e accidentalmente infelice), la miseria destinata e inevitabile alla
          nostra specie, la nullità e noia inerente ed essenziale alla nostra vita, in somma l’idea
          che la vita nostra per se stessa non sia un bene, ma un peso e un male, non è mai entrata
          in intelletto antico, nè in intelletto umano avanti questi ultimi secoli. Anzi gli antichi
          si uccidevano o disperavano appunto per l’opinione e la persuasione di non potere, a causa
          di sventure individuali, conseguire e godere quei beni ch’essi stimavano ch’esistessero.
          (10. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="486"/> Il desiderio di mettere gli altri a parte delle proprie sensazioni
          (o piacevoli o dispiacevoli come ho detto in altri pensieri) si può notare massimamente,
          ed ha tanto maggior forza quanto ciascun individuo è più vicino alla natura. I fanciulli
          non lo possono frenare in nessun modo, tanto che per amore, per preghiere, o per forza
          d’importunità, <pb ed="aut" n="487"/> non communichino ai circostanti, o a quelli ch’essi
          vanno a cercare a posta, quei piaceri, quei dispiaceri, in somma quelle sensazioni
          notabili, e per loro alquanto straordinarie, che hanno sperimentato o sperimentano; come
          udendo una buona o cattiva musica, o suono o canto di qualunque sorta, che li colpisca:
          vedendo qualunque oggetto che faccia loro impressione ec. e tanto in bene quanto in male.
          Gli uomini poi più rozzi e ignoranti e incolti, e generalmente il volgo, non si può tenere
          che in simili circostanze, non gridi al vicino, <emph>vedi vedi, senti senti</emph>. E
          questa esclamazione è così naturale che anche in una gran moltitudine presente allo stesso
          spettacolo ec. tutti o moltissimi esclameranno lo stesso, senza o essere ascoltati da
          nessuno in particolare, o anche curarsi precisamente di farsi udire da questo o da quello.
          Ma nessuno si può tenere dall’esclamare in quel modo, dando evidente indizio della
          inclinazione naturale che li porta al desiderio e voglia di partecipare. E osservate che
          questa esclamazione si pronunzia bene spesso anche <pb ed="aut" n="488"/> nella solitudine
          e senza nessuno uditore, quando l’uomo provi simili sensazioni in tal circostanza: e noi
          diciamo <emph>vedi</emph> e <emph>senti</emph> quando anche non c’è chi possa vedere o
          sentire, e cerchiamo così in tutti i modi di soddisfare illusoriamente una voglia che non
          può essere soddisfatta realmente. E sebben questo accade tanto più, quanto l’individuo
          tiene del primitivo, e tanto più frequentemente, quanto più spesso egli è suscettibile di
          maravigliarsi, o di provar sensazioni <emph>forti</emph> e <emph>vive</emph>; contuttociò
          è frequentissimo anche negli uomini più colti ec. e basterebbe fare attenzione per vedere
          quanto spesso ci avvenga nella giornata senza che noi ce ne accorgiamo. Ci avvenga, dico,
          o in solitudine e fra noi stessi, o in compagnia. Ed io non credo che vi sia uomo sì
          taciturno, e nemico del parlare, del conversare, e del <emph>communicarsi altrui</emph>,
          che provando una sensazione straordinariamente forte e viva, non sia costretto quasi suo
          malgrado, o senza riflessione, e senza avvedersene, a prorompere in simili esclamazioni,
          dinotanti il desiderio e l’intenzione di communicare e far parte altrui di ciò ch’egli
          prova. (10 Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="489"/>
          <bibl>
            <author>Floro</author> I. 8.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Haec est prima aetas populi Romani et quasi infantia,
              quam habuit sub regibus septem, quadam fatorum industria. Tam variis ingenio, ut
              Reipublicae ratio et utilitas postulabat</foreign>
          </quote>. Quel <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quadam fatorum industria</foreign>
          </quote> a che ha relazione? All’avere avuto il popolo Romano una prima età ovvero
          un’infanzia? Cosa veramente straordinaria e bisognosa di molto ingegno dei destini. Leggi
          continuamente, <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quadam fatorum industria tam variis ingenio</foreign>
          </quote> ec. perchè le dette parole non si possono riportare se non a queste che seguono;
          e queste dipendono intieramente da quelle. V. però le ultime ediz. di Floro. (11. Gen.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Floro</author>
            <hi rend="sc">i</hi>. 12.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Veientium quanta res fuerit, indicat decennis obsidio.
              Tunc primum hiematum sub pellibus: taxata stipendio hiberna: adactus miles sua sponte
              iureiurando, "nisi capta urbe remeare." Spolia de Larte Tolumnio rege ad Feretrium
              reportata. Denique non scalis, nec irruptione, sed cuniculo, et subterraneis dolis
              peractum urbis excidium</foreign>
          </quote>. <pb ed="aut" n="490"/> Tutto questo fa un periodo solo, e non va distinto se non
          colle minori interpunzioni. L’<foreign lang="lat" rend="italic">hiematum sub
          pellibus</foreign>, il <foreign lang="lat" rend="italic">taxata hiberna</foreign>,
            l’<foreign lang="lat" rend="italic">adactus miles</foreign>, lo <foreign lang="lat"
            rend="italic">spolia reportata</foreign>, il <foreign lang="lat" rend="italic">peractum
            excidium</foreign>, non istanno da se, ma dipendono dal <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Veientium quanta res fuerit, indicat</foreign>
          </quote>; come apparisce sì dalle cose stesse, come quello che Floro soggiunge
          immediatamente: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Ea denique visa est praedae magnitudo, cuius decimae
              Apollini Pythio mitterentur: universusque populus Romanus ad direptionem urbis
              vocaretur</foreign>
          </quote>. <foreign lang="lat" rend="sc">hoc tunc veii fuere</foreign>. Le quali parole
          chiudono la dimostrazione dell’antica grandezza e forza di Veio. V. però le ult. edizioni
          di Floro. (11 Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Σὺ γὰρ, ὦ Θαλῆ, τὰ ἐν ποσὶν οὐ δυνάμενος ἰδεῖν, τὰ ἐπὶ τοῦ οὐρανοῦ
              οἴει γνώσεσθαι</foreign>
          </quote>; disse quella vecchia fantesca a Talete caduto in una fossa mentre andava
          contemplando le stelle. (<bibl>
            <author>Laerz.</author>
            <hi rend="sc">i</hi>. 34. in <title>Thalete</title>.</bibl>) <pb ed="aut" n="491"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ὥσπερ καὶ Θαλῆν ἀστρονομοῦντα, ὦ Θεόδωρε</foreign>
          </quote>, (<foreign lang="lat">dum coelum suspiceret</foreign>. Ficin.) <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ ἄνω βλέποντα, πεσόντα εἰς φρέαρ</foreign>
          </quote>, (<foreign lang="lat">in foveam</foreign>. id.) <quote>
            <foreign lang="grc">Θρᾷττά τις ἐμμελὴς καὶ χαρίεσσα θεραπαινίς</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat">Thracia quaedam eius ancilla concinna et lepida</foreign>.
          id.) <quote>
            <foreign lang="grc">ἀποσκῶψαι λέγεται, ὡς τὰ μὲν ἐν οὐρανῷ προθυμοῖτο εἰδέναι</foreign>
          </quote>, (<foreign lang="lat">pervidere contenderet</foreign>. id.) <quote>
            <foreign lang="grc">τὰ δ'ἔμπροσθεν αὐτοῦ καὶ παρὰ πόδας, λανθάνοι αὐτόν. Ταὐτὸν δὲ
            ἀρκεῖ</foreign>
          </quote>, (<foreign lang="lat">obiici potest. id. aptius, cadit, convenit</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">σκῶμμα ἐπὶ πάντας ὅσοι ἐν φιλοσοφίᾳ διάγουσι·</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat">in philosophia versantur</foreign>. id.) Platone nel
          Teeteto, <foreign lang="grc">ἢ περὶ ἐπιστήμης</foreign>, alquanto prima della metà. (p.
          127. f. Lugduni 1590.) E <bibl>v. il <author>Menag.</author>
            <title>ad Laert.</title>
            <hi rend="sc">i</hi>. 34</bibl>. E Diogene Cinico si maravigliava <quote>
            <foreign lang="grc">ἐθαύμαζε... τοὺς μαθηματικοὺς</foreign>
          </quote> (cioè gli astronomi) <quote>
            <foreign lang="grc">ἀποβλέπειν μὲν πρὸς τὸν ἥλιον καὶ τὴν σελήνην, τὰ δ' ἐν ποσὶ
              πράγματα παρορᾷν·</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Laerz.</author>
            <hi rend="sc">vi</hi>. 28. in <title>Diogene Cynico</title>.</bibl>).</p>
        <p>Tutto questo si può dire non solo dei sapienti ma degli uomini in generale, e compiangere
          non solo l’impotenza del sapere umano, non solo il cattivo giudizio nello scegliere, cioè
          il <pb ed="aut" n="492"/> curarsi delle cose poste fuori della nostra sfera, e a noi
          straniere, e lasciar le vicine, e importanti per noi; ma anche la cecità, la miseria,
          l’inutilità, la dannosità del sapere umano: quando tutte le cose che noi dovevamo sapere,
          ed ancora che possiamo sapere, sono veramente <foreign lang="grc">ἔμπροσθεν ἡμῶν καὶ παρὰ
            πόδας</foreign>, e finalmente la sommità, l’ultimo grado del sapere, consiste in
          conoscere che tutto quello che noi cercavamo era davanti a noi, ci stava tra’ piedi,
          l’avressimo saputo, e lo sapevamo già, senza studio: anzi lo studio solo e il voler
          sapere, ci ha impedito di saperlo e di vederlo; il cercarlo ci ha impedito di trovarlo. E
          guardando in alto per informarci delle cose nostre, che ci stavano tra’ piedi
          visibilissime, chiarissime, e ordinatissime, non le abbiamo vedute, e non le vediamo; e
          siamo per conseguenza caduti e cadiamo in tante fosse, primieramente di errori,
          secondariamente, che peggio è, di mali e infelicità. Quanto non si è studiato, che cosa
          non si è consultata, quali confronti non si son fatti, quali rapporti non osservati, quali
          secreti, quali misteri <pb ed="aut" n="493"/> scoperti o cercati di scoprire, quante
          scienze, quante arti, quante discipline inventate, quante istituzioni fatte, o politiche o
          morali o religiose ec. per iscoprire la nostra origine, i nostri destini, la natura delle
          cose, l’ordine universale, la nostra felicità! Ma noi eravamo felici naturalmente, e tali
          quali eravamo nati, l’ordine delle cose era quello nè più nè meno che ci stava innanzi
          agli occhi, quello ch’esisteva prima dei nostri studi i quali non hanno fatto altro che
          turbarlo; la natura era quella che noi sentivamo senza studiarla, trovavamo senza
          cercarla, seguivamo senza osservarla, ci parlava senza interrogarla: il bene e il male era
          veramente quello che noi credevamo naturalmente tale: i nostri destini erano quelli ai
          quali correvamo naturalmente, come il fiume al mare: la verità reale era quella che
          sapevamo senz’avvedercene, e senza pensare o credere di sapere. Tutto era relativo, e noi
          abbiamo creduto tutto assoluto: noi stavamo bene come stavamo, e perciò appunto ch’eravamo
          fatti così; ma noi abbiamo cercato il bene, come diviso dalla nostra essenza, <pb ed="aut"
            n="494"/> separato dalla nostra facoltà intellettiva naturale e primigenia, riposto
          nelle astrazioni, e nelle forme universali. Si è ricorso al cielo e alla terra, ai sistemi
          i più difficili (siano chimerici o sodi), in milioni di guise, per trovare quella
          felicità, quella condizione conveniente a noi, nella quale eravamo già stati posti
          nascendo: e non s’è trovata, se non quanto si è potuto conoscere ch’ella era appunto
          quella che avevamo prima di pensare a cercarla. (12. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Hic <hi rend="italic">sive invidia deum</hi>, sive fato,
              rapidissimus procurrentis imperii cursus parumper Gallorum Senonum incursione
              subprimitur</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Floro</author> I. 13.</bibl> principio, entrando a raccontare la prima guerra
          gallica.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Floro</author> 1. 13. ed. Manhem.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Adeo tum quoque in ultimis religio publica privatis
              adfectibus antecellebat</foreign>
          </quote>. Perchè <foreign lang="lat" rend="italic">tum quoque</foreign>? Forse ne’ tempi
          seguenti, e massime in quelli di Floro, cioè di Traiano, la religione pubblica fu più a
          cuor de’ Romani, che ne’ primi tempi di Roma? O non più tosto ella venne indebolendo a
          proporzione del tempo, e all’età di Floro, era, si può dire, estinta nel fatto? <pb
            ed="aut" n="495"/> E non solo ai Romani, ma a tutti i popoli è sempre avvenuto e avviene
          lo stesso. Questa era cosa confessata da tutti anche allora, e la somma religiosità
          dell’antica Roma era notissima e famosissima. Leggi: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Adeo tum in ultimis quoque: allora anche nell’infima
              plebe la religione pubblica prevaleva alle affezioni private</foreign>
          </quote>, laddove in seguito fu tutto l’opposto. Io credo però che <foreign lang="lat"
            rend="italic">in ultimis</foreign> l’abbiano inteso per <foreign lang="lat"
            rend="italic">in ultimis rebus o casibus</foreign>, <emph>negli estremi
          frangenti</emph>, e così abbiano spiegato: <emph>Tanto anche in quel tempo, cioè
            nell’ultima calamità</emph>. Male. <foreign lang="lat" rend="italic">In
          ultimis</foreign> vuol dire <emph>negl’infimi</emph>, come apparisce dalle parole di Floro
          che precedono. V. il Forcellini, e le ult. ediz. di Floro. V. p. 510. capoverso 2.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Floro</author> 1. 13.</bibl> avendo detto che i Romani distrussero la gente dei
          Galli Senoni in maniera che <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">hodie nulla Senonum vestigia supersint</foreign>
          </quote>, soggiunge con breve intervallo: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">ne quis exstaret in ea gente, quae incensam a se Romam
              urbem gloriaretur</foreign>
          </quote>. Che vada letto <foreign lang="lat" rend="italic">qui</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">quae</foreign> non par da dubitare, e sarà già osservato. Ma e
          così, <pb ed="aut" n="496"/> e in ogni modo, come avea da restare alcuno <emph>in</emph>
          quella gente, se questa era tutta distrutta? Leggo: <foreign lang="lat" rend="italic">ex
            ea gente</foreign>: <emph>acciò non restasse nessuno</emph>
          <hi rend="sc">di</hi>
          <emph>quella gente</emph>. Chiunque ha senso o di latinità o solamente di ragione,
          conoscerà che la preposizione <emph>in</emph> qui non ha luogo. (12. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Chiunque è sommo in qualsivoglia professione per triviale o leggera o poco rilevante
          ch’ella sia, certo è che poteva esser grande in altra professione di più alto affare.
          Perchè non si arriva alla perfezione in veruna cosa per piccola ch’ella sia, senza molta e
          singolare virtù, forza, capacità, facilità, e idoneità d’indole e d’ingegno. (13. Gen.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dicono e suggeriscono che volendo ottener dalle donne quei favori che si desiderano,
          giova prima il ber vino, ad oggetto di rendersi coraggioso, non curante, pensar poco alle
          conseguenze, e se non altro brillare nella compagnia coi vantaggi della disinvoltura.
          Voltaire consiglia scherzosamente di bere, per dimenticare o liberarsi dall’amore. <pb
            ed="aut" n="497"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Ou bien buvez: c’est un parti fort sage</foreign>
          </quote>. Non so quanto bene. Il vino, ossia la forza del corpo, come ho detto altrove, ed
          è vero, sebbene inclini all’allegrezza, e sopisca i dolori dell’animo, contuttociò dà
          risalto alle passioni dominanti o abituali di ciascheduno. Bensì le rallegrerà, e darà
          speranza anche allo sventurato o disperato in amore. V. p. 501 capoverso <hi rend="sc"
          >i</hi>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Favella</emph> e <emph>favellare</emph> derivano evidentemente da <foreign
            lang="lat" rend="italic">fabula</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fabulari</foreign> mutato al solito il <emph>b</emph> in <emph>v</emph>, come da <foreign
            lang="lat" rend="italic">fabula</foreign> diciamo pure favola; onde è come se dicessimo
            <emph>fabella</emph> e <emph>fabellare</emph>. Qui non c’è niente di notabile o strano:
          la cosa va da se, e sarà stata notata da tutti gli Etimologi. Ma che ha da far la favella
          e il favellare col favoleggiare e colle favole? Qui appunto consiste il singolare e
          l’osservabile in questa derivazione. Perocchè l’antico e primitivo significato di <foreign
            lang="lat" rend="italic">fabula</foreign>, non era <emph>favola</emph>, ma
            <emph>discorso</emph>, da <foreign lang="lat" rend="italic">for faris</foreign>, quasi
          piccolo discorso, onde poi si trasferì al significato di <emph>ciancia <pb ed="aut"
              n="498"/> nugae</emph>, e finalmente di <emph>finzione e racconto falso</emph>.
          Appunto come il greco <foreign lang="grc">μῦθος</foreign> nel suo significato proprio,
          valeva lo stesso che <foreign lang="grc">λόγος</foreign>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">verbum dictum oratio sermo colloquium</foreign>, e da Omero non si trova,
          cred’io, adoperato se non in questa o simili significazioni, così esso come i suoi
          derivati. Poi fu trasferito alla significazione di <emph>favola</emph>. Il detto senso di
            <foreign lang="lat" rend="italic">fabula, fabulator, fabulo, fabulor,
          confabulor</foreign> etc. è evidente negli scrittori latini di tutti i buoni secoli,
          massime però ne’ più antichi e più puri. V. il Forcellini in tutte queste voci. Ma dopo, e
          massimamente ne’ bassi tempi il significato usuale e comune di <foreign lang="lat"
            rend="italic">fabula</foreign> nelle scritture non era altro che <emph>favola</emph>. E
          tuttavia la nostra lingua ha ritenuto espressamente questa parola (la quale, come ho
          detto, è la stessa nostra di <emph>favella</emph>) nel suo antichissimo, primitivo e
          proprio valore. Certo non è andata a pescare questo significato nelle antichissime
          memorie, e nei primi scrittori. Bisogna dunque che la detta significazione tal qual era da
          principio sia pervenuta di mano in mano, e conservata e continuata senza <pb ed="aut"
            n="499"/> interruzione fino alla nascita e alle origini della nostra lingua. Ora ciò non
          può essere stato se non per mezzo del volgo latino; tanto più che gli scrittori, quando
          anche avessero conservata in uso la detta significazione sino all’ultimo, non avrebbero
          mai potuto essi soli comunicarla al volgo, e renderla volgare, usuale, comune, propria e
          primitiva in una lingua nascente, quando il significato più comune di quella parola fose
          stato un altro. E tale era infatti appresso gli scrittori. Del resto come <foreign
            lang="grc">μῦθος</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">fabula</foreign> vuol
          dire al tempo stesso <emph>discorso</emph> e <emph>favola</emph>, e da quel primo
          significato fu trasferito al secondo così viceversa nella nostra lingua
          <emph>novella</emph> e <emph>novellare</emph>, dal significato di <emph>favola</emph> o
            <emph>racconto</emph>, trasferiti a quello di <emph>cianc</emph>e o di
          <emph>favella</emph>, hanno parimente nel tempo stesso il valore di <emph>favola</emph> e
          di <emph>discorso</emph>. V. la Crusca. (13. Gen. 1821.). V. p. 871. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La fecondità e istabilità e velocità della immaginazione e concezione (vera o falsa, che
            <pb ed="aut" n="500"/> ciò non monta) ne’ fanciulli, apparisce ancora da una
          osservazione che ho fatta in quelli che trovandosi in età di mezzana fanciullezza (6. 7.
          8. anni, o cosa simile), e sapendo già tanto e più di lingua da potere infilare un
          discorso, nondimeno sebbene sieno loquaci, anzi quanto più sono loquaci, (il che è segno
          di fecondità) tanto più esitano e stentano, nel fare un discorso continuato, un racconto
          ec. Ho dunque notato che ciò non deriva principalmente dalla difficoltà di trovare o
          combinar le parole (anzi come ho detto, i più loquaci sono più soggetti a questo: i meno
          loquaci riescono molto meglio in un discorso abbastanza lungo e seguìto); ma dalla
          moltiplicità delle idee che si affollano loro in mente. Onde non sanno scegliere, si
          confondono, saltano di palo in frasca, mutano anche totalmente e improvvisamente soggetto;
          i loro discorsi non hanno nè capo nè coda, e avendo incominciato colla testa dell’uomo,
          finiscono colla coda del pesce. Quanta dunque non dev’essere l’attività interna, la
          moltiplicità delle occupazioni ancorchè disoccupatissimi, la facilità di distrarsi, e
          alleggerire o spegnere <pb ed="aut" n="501"/> i pensieri o le sensazioni dolorose, la
          varietà, e nel tempo stesso la vivacità delle immagini e concezioni (giacchè ciascuna è
          capace di strapparli intieramente da quella che presentemente gli occupa); in somma la
          vita dell’animo, e per conseguenza la felicità de’ fanciulli anche i meno felici rispetto
          alle circostanze esteriori!</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 497. <quote rend="block">
            <lg type="non-definito">
              <l>
                <foreign lang="grc">Ἔρωτα παύει λιμὸς· εἰ δὲ μὴ, χρόνος·</foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="grc">Ἐὰν δὲ τούτοις μὴ δύνῃ χρῆσθαι, βρόχος.</foreign>.</l>
            </lg>
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat" rend="italic">Amorem sedat fames; sin minus, tempus</foreign>:</l>
              <l>
                <foreign lang="lat" rend="italic">Eis vero si uti non vales, laqueus.</foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote> Detto di Crate Cinico presso il Laerzio (<bibl>
            <hi rend="sc">vi</hi>. 86. in <title>Cratete Thebano</title>
          </bibl>) mentovato anche da altri scrittori, e riferito con qualche diversità da Stobeo, e
          da Suida. V. il Menagio e l’Aldobrandini. (13. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come gl’italiani per proprietà di lingua dicono muovere in maniera neutra per
            <emph>muoversi, andare, camminare</emph> ec. così fra’ latini, oltre i citati dal
          Forcellini, <bibl>
            <author>Floro</author> 1. 13.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Sed quod ius apud barbaros? ferocius agunt. Movent, et
              inde certamen</foreign>
          </quote>. Parla dei Galli Senoni <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">conversis a Clusio, Romamque venientibus</foreign>
          </quote>, come <pb ed="aut" n="502"/> soggiunge immediatamente. E II. 8. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quum ingenti strepitu ac tumultu movisset ex
            Asia</foreign>
          </quote> (Antiochus). (14. Gen. 1821.). <bibl>Vedi <author>Sveton.</author> in <title
              lang="lat">D. Julio</title> c. 60. <hi rend="sc">i</hi>.</bibl> e quivi le note degli
          eruditi.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come dice Dante <quote>
            <emph>Quinci si va</emph>, <hi rend="sc">chi</hi>
            <emph>vuole andar per pace</emph>
          </quote>, idiotismo assai comune e usitato nella nostra lingua, così anche i latini. <bibl>
            <author>Floro</author>
            <hi rend="sc">ii</hi>. 15. sul principio</bibl>: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Atque</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="sc">si quis</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">trium temporum momenta consideret, primo commissum
              bellum, profligatum secundo, tertio vero confectum est</foreign>
          </quote>. Parla delle 3. guerre Puniche. (14. Gen. 1821.). Più manifesto, e conforme
          all’uso italiano è questo idiotismo (vero idiotismo, perchè non è locuzione regolare, anzi
          falsa secondo la dialettica e la costruzione) in <bibl>
            <author>Orazio</author>
            <title lang="lat">Od.</title> 16. l. .2. v. 13.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="sc">vivitur</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">parvo bene</foreign>, <foreign lang="lat" rend="sc"
              >cui</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">paternum</foreign>
          </quote> ec. cioè <foreign lang="lat" rend="italic">si cui</foreign> (che neppur essa
          sarebbe locuzione regolarissima) ma è omesso il <foreign lang="lat" rend="italic"
          >si</foreign>, come appunto in italiano.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Floro</author>
            <hi rend="sc">ii</hi>. 15.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Sed huius caussa belli</foreign>
          </quote> (tertii Punici) (scil. fuit), <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quod contra foederis legem</foreign>
          </quote> (Carthago) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">adversus Numidas quidem semel parasset classem et
              exercitum, frequens autem Masinissae fines territabat. Sed huic bono socioque regi
              favebatur</foreign>
          </quote>. Questa enallage o transizione da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >parasset</foreign> a <foreign lang="lat" rend="italic">territabat</foreign> qui non
          conviene. Trovo però in altre edizioni <foreign lang="lat" rend="italic"
          >territaret</foreign>. Ma di più quel <foreign lang="lat" rend="italic">quidem</foreign> e
            quell’<foreign lang="lat" rend="italic">autem</foreign> sono particelle avversative, o
          disgiuntive. Ma come ora si legge, queste particelle non possono servire, ed
          effettivamente non servono ad altro, che a distinguere i Numidi da Massinissa. <pb
            ed="aut" n="503"/> Laddove erano la stessa cosa, e contro Massinissa era stato quel
          preparativo di Cartagine che Floro dice contro i Numidi. V. gli storici. Leggo: <foreign
            lang="lat" rend="italic">Masinissa</foreign> (v. però gli Storici, se ciò è vero di lui)
          e volentieri ancora trasferirei il <foreign lang="lat" rend="italic">quidem</foreign> dopo
            <foreign lang="lat" rend="italic">semel</foreign>. <emph>La cagione di questa guerra fu
            che contro i patti Cartagine aveva una volta preparato esercito e flotta contro i
            Numidi. Massinissa però frequentemente</emph> (vedete il <foreign lang="lat"
            rend="italic">frequens autem</foreign> opposto al <foreign lang="lat" rend="italic"
            >semel quidem</foreign>, e così mi pare che debba essere in qualunque modo si voglia
          intendere questo luogo, perchè l’<foreign lang="lat" rend="italic">adversus Numidas
          quidem</foreign> che <emph>opposizione</emph> o forza disgiuntiva ha con <foreign
            lang="lat" rend="italic">frequens autem</foreign>?) <emph>infestava i di lei
          confini</emph>. Ma (notate quel <emph>ma</emph>, che intendendo il luogo in altro senso,
          non istà convenientemente) <emph>i Romani favorivano questo buono e alleato
          principe</emph>. (14. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In luogo che un’anima grande ceda alla necessità, non è forse cosa che tanto la conduca
          all’odio atroce, dichiarato, e selvaggio contro se stessa, e la vita, quanto la
          considerazione della necessità e irreparabilità de’ suoi mali, infelicità, disgrazie <pb
            ed="aut" n="504"/> ec. Soltanto l’uomo vile, o debole, o non costante, o senza forza di
          passioni, sia per natura, sia per abito, sia per lungo uso ed esercizio di sventure e
          patimenti, ed esperienza delle cose e della natura del mondo, che l’abbia domato e
          mansuefatto; soltanto costoro cedono alla necessità, e se ne fanno anzi un conforto nelle
          sventure, dicendo che sarebbe da pazzo il ripugnare e combatterla ec. Ma gli antichi,
          sempre più grandi, magnanimi, e forti di noi, nell’eccesso delle sventure, e nella
          considerazione della necessità di esse, e della forza invincibile che li rendeva infelici
          e gli stringeva e legava alla loro miseria senza che potessero rimediarvi e sottrarsene,
          concepivano odio e furore contro il fato, e bestemmiavano gli Dei, dichiarandosi in certo
          modo nemici del cielo, impotenti bensì, e incapaci di vittoria o di vendetta, ma non
          perciò domati, nè ammansati, nè meno, anzi tanto più desiderosi di vendicarsi, quanto la
          miseria e la necessità era maggiore. Di ciò si hanno molti esempi nelle storie. Il fatto
          di Giuliano moribondo, non so se sia storia o favola. Di Niobe, dopo la sua sventura, <pb
            ed="aut" n="505"/> si racconta, se non fallo, come bestemmiava gli Dei, e si professava
          vinta, ma non cedente. Noi che non riconosciamo nè fortuna nè destino, nè forza alcuna di
          necessità personificata che ci costringa, non abbiamo altra persona da rivolger l’odio e
          il furore (se siamo magnanimi, e costanti, e incapaci di cedere) fuori di noi stessi; e
          quindi concepiamo contro la nostra persona un odio veramente micidiale, come del più
          feroce e capitale nemico, e ci compiaciamo nell’idea della morte volontaria, dello strazio
          di noi stessi, della medesima infelicità che ci opprime, e che arriviamo a desiderarci
          anche maggiore, come nell’idea della vendetta, contro un oggetto di odio e di rabbia
          somma. Io ogni volta che mi persuadeva della necessità e perpetuità del mio stato
          infelice, e che volgendomi disperatamente e freneticamente per ogni dove, non trovava
          rimedio possibile, nè speranza nessuna; in luogo di cedere, o di consolarmi colla
          considerazione dell’impossibile, e della necessità indipendente da me, <pb ed="aut"
            n="506"/> concepiva un odio furioso di me stesso, giacchè l’infelicità ch’io odiava non
          risiedeva se non in me stesso; io dunque era il solo soggetto possibile dell’odio, non
          avendo nè riconoscendo esternamente altra persona colla quale potessi irritarmi de’ miei
          mali, e quindi altro soggetto capace di essere odiato per questo motivo. Concepiva un
          desiderio ardente di vendicarmi sopra me stesso e colla mia vita della mia necessaria
          infelicità inseparabile dall’esistenza mia, e provava una gioia feroce ma somma nell’idea
          del suicidio. L’immobilità delle cose contrastando colla immobilità mia; nell’urto, non
          essendo io capace di cedere, ammollirmi e piegare; molto meno le cose; la vittima di
          questa battaglia non poteva essere se non io. Oggidì (eccetto nei mali derivati dagli
          uomini) non si riconosce persona colpevole delle nostre miserie, o tale che la Religione
          c’impedisce in tutti i modi di creder colpevole, e quindi degna di odio. Tuttavia anche
          nella Religione di oggidì, l’eccesso dell’infelicità indipendente <pb ed="aut" n="507"/>
          dagli uomini e dalle persone visibili, spinge talvolta all’odio e alle bestemmie degli
          enti invisibili e superiori: e questo, tanto più quanto più l’uomo (per altra parte
          costante e magnanimo) è credente e religioso. Giobbe si rivolse a lagnarsi e quasi
          bestemmiare tanto Dio, quanto se stesso, la sua vita, la sua nascita ec. (15. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gli adulatori e gli amici dei tiranni non guadagnano altro se non di essere esclusi dalla
          misericordia che le generazioni future porteranno all’età e generazioni loro. E di
          partecipare all’odio senza essere stati esenti dai pericoli e dai mali, anzi tutto
          l’opposto, e spesso più degli altri. (15. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Qual è la più grata compagnia? Quella che rileva l’idea che abbiamo di noi medesimi;
          quella che ci fa compiacere di noi stessi, che ci persuade di valer più che non credevamo,
          che ci mostra come lodevoli alcune qualità, dove non credevamo di meritar lode, o non
          tanta; <pb ed="aut" n="508"/> quella da cui partiamo con maggiore stima di noi, che ci
          lascia più soddisfatti di noi stessi. Tutto è amor proprio nell’uomo e in qualunque
          vivente. Amabile non pare e non è, se non quegli che lusinga, giova ec. l’amor proprio
          degli altri. Questa è una delle principali osservazioni ed artifizi per farsi stimare di
          buona compagnia, rendersi piacevole e amabile, farsi desiderare e far fortuna:
          nominatamente nella galanteria. Cosa ben conosciuta dai professori di quest’ultima arte.
          V. quello che Lord Nelvil <add resp="ed">dice</add> di Mad. d’Arbigny presso la Staël
          nella Corinna. Si desidera bene spesso la compagnia di qualcuno, ci si trova un pascolo un
          piacere nuovo e straordinario: nè si vede bene perchè, ma si attribuisce all’amabilità
          delle sue maniere e del suo carattere. La ragion vera <add resp="ed">è</add> ch’egli sa
          fare che noi ci stimiamo da più di quello che facessimo, o confermarci nella buona
          opinione che avevamo di noi. (15. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come noi diciamo <emph>in paragone, in comparazione per rispetto, appetto, verso,
            appresso</emph>, così <bibl>
            <author>Floro</author>
            <hi rend="sc">ii</hi>. 15.</bibl> della terza Punica: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">et in comparatione priorum</foreign>
          </quote>, <pb ed="aut" n="509"/>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">minimum labore</foreign>
          </quote>. Il Forcellini non ha esempio di questa locuzione, eccetto uno di Curzio che la
          contiene materialmente, ma non equivale nel senso; <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quas in comparatione meliorum, avaritia
            contempserat</foreign>
          </quote>. L’Appendice nulla. (15 Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il Petrarca nella canzone <title>Italia mia</title>. <quote rend="block">
            <lg type="non-definito">
              <l>Ed è questo del seme,</l>
              <l>Per più dolor, del popol senza legge</l>
              <l>Al qual, come si legge,</l>
              <l>Mario aperse sì ’l fianco,</l>
              <l>Che memoria de l’opra anco non langue,</l>
              <l>Quando assetato e stanco,</l>
              <l>Non più bevve del fiume acqua che sangue.</l>
            </lg>
          </quote> Non è stato osservato, ch’io sappia, che quest’ultima iperbole è levata di peso
          da <bibl>
            <author>Floro</author>
            <hi rend="sc">iii</hi>. 3.</bibl> nel racconto che fa di quella medesima battaglia
          contro i Teutoni, della quale il Petrarca. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Ut victor Romanus de cruento flumine non plus aquae
              biberit quam sanguinis Barbarorum</foreign>
          </quote>. Giacchè l’armata Romana era assetata, e combattè quasi per l’acqua. E forse
          Floro ha preso questa immagine da quel luogo di Tucidide nell’assedio di Siracusa,
          riferito ed esaminato da Longino. (15. Gen. 1821.). V. p. 724. principio.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="510"/>
          <bibl>
            <author>Floro</author> III. 3.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Iam diem pugnae a nostro Imperatore petierunt, et sic
              proximum dedit. In patentissimo, quem Raudium vocant, campo concurrere</foreign>
          </quote>. Leggerei: <foreign lang="lat" rend="italic">et hic p. d.</foreign> (15. Gen.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 495. Così <bibl>
            <hi rend="sc">ii</hi>. 14.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">vir</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="sc">ultimae</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">sortis Andriscus</foreign>
          </quote>. Così <bibl>
            <author>Velleio</author> I. <hi rend="sc">ii</hi>. sect. 1</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">qui se Philippum, regiaeque stirpis ferebat, cum esset</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="sc">ultimae</foreign>
          </quote>. Del resto o sia sbaglio dei Codd. o proprietà di Floro, e figura grammaticale a
          lui familiare, io trovo anche altre volte il <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quoque</foreign> messo da lui piuttosto prima che dopo quello a cui pare che si dovrebbe
          effettivamente riferire, considerando il sentimento. Così <hi rend="sc">ii</hi>. 14. fine.
          Sebbene quivi si potrà forse spiegare e tollerare. Ma <hi rend="sc">iii</hi>. 6. dove dice
          di Pompeo destinato alla guerra Piratica, <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Sic ille quoque ante felix, dignus nunc victoria
              Pompeius visus est</foreign>
          </quote>. Il <foreign lang="lat" rend="italic">quoque</foreign> non par che si possa
          riportare se non all’<foreign lang="lat" rend="italic">ante</foreign> e non all’<foreign
            lang="lat" rend="italic">ille</foreign> (quantunque i pirati fossero stati già
          combattuti e vinti da P. Servilio l’Isaurico) perchè la forza di questo luogo par che
          consista nella contrapposizione dell’<foreign lang="lat" rend="italic">ante
          felix</foreign>, col <foreign lang="lat" rend="italic">dignus nunc victoria</foreign>.
          Onde pare che il luogo vada corretto. V. il Forcellini dove parla del <foreign lang="lat"
            rend="italic">quoque</foreign> congiunto coll’<foreign lang="lat" rend="italic">et</foreign>
          <pb ed="aut" n="511"/> o <foreign lang="lat" rend="italic">etiam</foreign>. V. pure le
          ult. ediz. di Floro.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 96. Dalla bianchezza di quella porca si crede che derivasse il nome di
          <emph>Alba</emph> dato alla città fondata da Ascanio, e questo pure può confermare il mio
          sospetto, avendola fondata Ascanio quasi nuova <emph>troia</emph>. (15 Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In questi luoghi di Floro: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Postquam rogationis dies aderat, ingenti stipatus
              agmine</foreign>
          </quote> (Tib. Gracchus) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">rostra conscendit: nec deerat obvia manu tota</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="sc">inde</foreign>
          </quote> (e non ha detto, nè anche accennato da che luogo) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">nobilitas, et tribuni in partibus</foreign>
          </quote> (III. 14.): e: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Quum se in Aventinum recepisset</foreign>
          </quote> (C. Gracchus), <quote>
            <foreign lang="lat" rend="sc">inde</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quoque obvia Senatus manu, ab Opimio consule oppressus
              est</foreign>
          </quote> (III. 15.) l’<foreign lang="lat" rend="italic">inde</foreign> non par che si
          possa intendere se non per <foreign lang="lat" rend="italic">ibi</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">illuc</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >eo</foreign>, ec. E in questo senso si può paragonare l’uso di questa particella fatto da
          Floro, a quello che i nostri antichi fecero dell’<emph>onde, quinci, quindi</emph>. V. la
          Crusca. e allo Spagnuolo <emph>donde</emph> che val sempre <emph>dove</emph>. E bisogna
          notare che in questo senso Floro congiunge la particella <foreign lang="lat" rend="italic"
            >inde</foreign> col nome <foreign lang="lat" rend="italic">obvius</foreign>. E non
          perciò pare che significhi, o possa significare moto da luogo, ma stato, o moto a luogo.
          (come gli antichi italiani, <emph>onde vai</emph>, per <emph>dove vai</emph>) <foreign
            lang="lat" rend="sc">quo loco</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">inter</foreign>
          <pb ed="aut" n="512"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">se</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="sc">obvii</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">fuissent</foreign>. Sallust. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Cui mater</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="sc">mediâ</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">se se tulit</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="sc">obvia silvâ</foreign>
          </quote>. Virgil. Questi esempi recati dal Forcellini fanno per l’uso di <foreign
            lang="lat" rend="italic">obvius</foreign> in luogo. Esempi di <foreign lang="lat"
            rend="italic">obvius</foreign> unito a particelle o casi che indichino moto da luogo,
          non ne ha nè il Forcellini, nè l’Appendice, e in ogni modo qui non par che farebbero al
          caso. Neanche ne hanno di <foreign lang="lat" rend="italic">obvius</foreign> con
          particelle o casi indicanti moto a luogo, come <foreign lang="lat" rend="italic">illuc
            obvius</foreign>, ovvero <foreign lang="lat" rend="italic">eo obvius</foreign>, ovvero
            <foreign lang="lat" rend="italic">ad eum obvius</foreign> o simili. Solamente questo di
          Virgilio: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Audeo</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="sc">tyrrhenos equites</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">ire obvia</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="sc">contra</foreign>
          </quote>. Del resto <foreign lang="lat" rend="italic">obvius</foreign> negli esempi del
          Forcellini è assoluto, o unito al solito col dativo: <foreign lang="lat" rend="italic"
            >obvius illi, mihi</foreign>, ec. Nè alla voce <foreign lang="lat" rend="italic"
          >inde</foreign> nè alla voce <foreign lang="lat" rend="italic">unde</foreign>, il
          Forcellini o l’Appendice non hanno questi luoghi di Floro, nè altro esempio o cenno veruno
          nè pur lontano di questo significato. (16. Gen. 1821). V. pur nella Crusca
          <emph>altronde</emph> per <emph>altrove</emph>, ed aggiungi questo esempio di Bernardino
          Baldi, egloga 10. <emph>Melibea</emph>, verso il fine, (<bibl>Versi e prose di
              <author>Mons. Bern. Baldi.</author> Venetia 1590. p. 204.</bibl>) <quote>
            <emph>Fuggiam fuggiamo altronde, Ch’a noi sen vien a volo Di vespe horrido stuolo, E
              sotto aurato manto il ferro asconde</emph>
          </quote>. V. nel Forc. <foreign lang="lat" rend="italic">aliunde</foreign> in un esempio
          per <foreign lang="lat" rend="italic">alibi</foreign>. V. pure il Dufresne in <foreign
            lang="lat" rend="italic">inde, unde, aliunde, alicunde</foreign> ec. se ha nulla al
          caso. V. p. 1421.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Difficilmente il dolor solo dell’animo, ha forza di uccidere, o cagionare un’estrema
          malattia, ed è più facile il fingere questi casi nei romanzi, che trovarne esempi reali
          nella vita: sebbene <pb ed="aut" n="513"/> molte volte si attribuiscono a dolor d’animo
          quelle infermità che vengono da tutt’altro, o almeno, anche da altre cause. E massimamente
          è difficile e strano che il dolor d’animo, una sventura non corporale ec. cagionino morte
          o malattia lungo tempo dopo nato, o avvenuta la detta sventura ec. e che in somma la vita
          dell’uomo si vada consumando e si spenga a poco a poco per le sole malattie particolari
          dell’animo. (non dico le generali, perchè certamente il cattivo stato del nostro animo
          influisce in genere moltissimo sulla durata della vita, la salute il vigore ec.) Qual è la
          cagione? Che il tempo medica tutte le piaghe dell’animo. Ma come? Coll’assuefazione, lo
          so, e grandemente, ma non già con questa sola. Una gran cagione del detto effetto, è
          ancora che le illusioni poco stanno a riprender possesso e riconquistare l’animo nostro,
          anche malgrado noi; e l’uomo (purchè viva) torna infallibilmente a sperare quella felicità
          che avea disperata; prova quella consolazione <pb ed="aut" n="514"/> che avea creduta e
          giudicata impossibile; dimentica e discrede quell’acerba verità, che avea poste nella sua
          mente altissime radici; e il disinganno più fermo, totale, e ripetuto, e anche
          giornaliero, non resiste alle forze della natura che richiama gli errori e le speranze.
          (16. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Da fanciulli, se una veduta, una campagna, una pittura, un suono ec. un racconto, una
          descrizione, una favola, un’immagine poetica, un sogno, ci piace e diletta, quel piacere e
          quel diletto è sempre vago e indefinito: l’idea che ci si desta è sempre indeterminata e
          senza limiti: ogni consolazione, ogni piacere, ogni aspettativa, ogni disegno, illusione
          ec. (quasi anche ogni concezione) di quell’età tien sempre all’infinito: e ci pasce e ci
          riempie l’anima indicibilmente, anche mediante i minimi oggetti. Da grandi, o siano
          piaceri e oggetti maggiori, o quei medesimi che ci allettavano da fanciulli, come una
          bella prospettiva, campagna, pittura ec. proveremo un piacere, ma non sarà più simile in
          nessun modo all’infinito, o certo non sarà così intensamente, sensibilmente, durevolmente
          ed essenzialmente vago e indeterminato. Il piacere di quella sensazione si determina
          subito e si circoscrive: appena comprendiamo <pb ed="aut" n="515"/> qual fosse la strada
          che prendeva l’immaginazione nostra da fanciulli, per arrivare con quegli stessi mezzi, e
          in quelle stesse circostanze, o anche in proporzione, all’idea ed al piacere indefinito, e
          dimorarvi. Anzi osservate che forse la massima parte delle immagini e sensazioni
          indefinite che noi proviamo pure dopo la fanciullezza e nel resto della vita, non sono
          altro che una rimembranza della fanciullezza, si riferiscono a lei, dipendono e derivano
          da lei, sono come un influsso e una conseguenza di lei; o in genere, o anche in ispecie;
          vale a dire, proviamo quella tal sensazione, idea, piacere, ec. perchè ci ricordiamo e ci
          si rappresenta alla fantasia quella stessa sensazione immagine ec. provata da fanciulli, e
          come la provammo in quelle stesse circostanze. Così che la sensazione presente non deriva
          immediatamente dalle cose, non è un’immagine degli oggetti, ma della immagine
          fanciullesca; una ricordanza, una ripetizione, una ripercussione o riflesso della immagine
          antica. E ciò accade frequentissimamente. (Così io, nel rivedere quelle stampe piaciutemi
          vagamente da fanciullo, <pb ed="aut" n="516"/> quei luoghi, spettacoli, incontri, ec. nel
          ripensare a quei racconti, favole, letture, sogni ec. nel risentire quelle cantilene udite
          nella fanciullezza o nella prima gioventù ec.) In maniera che, se non fossimo stati
          fanciulli, tali quali siamo ora, saremmo privi della massima parte di quelle poche
          sensazioni indefinite che ci restano, giacchè la proviamo se non rispetto e in virtù della
          fanciullezza.</p>
        <p>E osservate che anche i sogni piacevoli nell’età nostra, sebbene ci dilettano assai più
          del reale, tuttavia non ci rappresentano più quel bello e quel piacevole indefinito come
          nell’età prima spessissimo. (16. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Oltre la compassione, si può notare come indipendente affatto dall’amor proprio, un altro
          moto naturale, che sebbene somiglia alla compassione, non per ciò è la stessa cosa. Ed è
          quella certa sensibilissima pena che noi proviamo nel vedere p. e. un fanciullo fare una
          cosa la quale noi sappiamo che gli farà male: un uomo che si esponga a un manifesto
          pericolo; una persona vicina a cadere in qualche precipizio, senz’avvedersene. <pb
            ed="aut" n="517"/> E simili. Questo dei mali non ancora accaduti. Allora proviamo ancora
          un’assoluta necessità d’impedirlo, se possiamo, e se no una pena assai maggiore. Certo è
          che il veder uno che si fa male o sta per soffrire, o volontariamente, o non sapendo ec.
          il vederlo, e non impedirlo, o non sentirsi accorare non potendo, è contro natura.
          Nell’atto dei mali parimente, vedendo qualcuno cadere ec. ancorchè quel male non sia degli
          orribili e stomachevoli all’apparenza, contuttociò ne proviamo naturalmente e
            <emph>indeliberatamente</emph> gran pena. E chi osserverà bene, questi moti sono
          distinti dalla compassione, la quale vien dietro al male, e non lo precede, o accompagna.
          Anche nelle cose inanimate, o negli esseri d’altra specie dalla nostra, vedendo a perire,
          o in pericolo di perire o guastarsi, un oggetto bello, prezioso, raro, utile, e che so io,
          un animale ec. proviamo lo stesso sentimento doloroso, la stessa necessità <emph>di
            esclamare</emph>, d’impedirlo potendo. ec. E ciò, quantunque quella cosa <pb ed="aut"
            n="518"/> non appartenga a veruno in particolare, e la sua perdita o guasto non danneggi
          nessuno in particolare. Così che quel sentimento dispiacevole che noi proviamo allora, si
          riferisce immediatamente all’oggetto paziente, forse ancora quand’esso abbia un
          possessore, e che questo c’interessi. Dicono che la donna è ben forte, quando può vedere a
          rompere la sua porcellana senza turbarsi. Ma non solamente le donne; anche gli uomini; e
          non solamente nelle cose proprie, anche nelle altrui, o comuni, o di nessuno, purch’elle
          sieno di un certo conto, provano nei detti casi la detta sensazione, indipendentemente
          dalla volontà. La radice di questo sentimento non par che si possa trovare nell’amor
          proprio. Par che la natura nostra abbia una certa cura di ciò ch’è degno di
          considerazione, e una certa ripugnanza a vederlo perire, sebbene affatto alieno da noi. V.
          la pagina seguente. L’orrore della distruzione (il quale si potrebbe in ultima analisi
          riportare all’amor proprio) non par che <pb ed="aut" n="519"/> abbia parte in questo,
          almeno principalmente. Noi vediamo perire tuttogiorno senza ripugnanza, o cura
          d’impedirlo, mille cose di cui non facciamo conto. (17. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla pagina superiore. Par ch’ella ci abbia tutti incaricati in solido, di provvedere per
          parte nostra alla conservazione di <emph>tutto il buono</emph>, (osservate queste parole,
          le quali potrebbero estender di molto questo pensiero, p. e. al morale, al bello di ogni
          genere e immateriale ec.), e impedirne la distruzione, e che questa danneggi positivamente
          ciascuno per la sua parte. In questo aspetto forse si potrebbe riferire alla lunga
          all’amor proprio, e forse no.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 468. Oltre che nella <title>Salita di Ciro</title> l’autore parla di Senofonte
          con un tale temperamento di modestia, e di amore, col quale chiunque conosca il cuore
          umano, leggendo la detta opera, riconosce a prima vista che l’uomo non parla nè può
          parlare se non di se stesso. (17. Gen. 1821).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="520"/> L’intiera filosofia è del tutto inattiva, e un popolo di filosofi
          perfetti non sarebbe capace di azione. In questo senso io sostengo che la filosofia non ha
          mai cagionato nè potuto cagionare alcuna rivoluzione, o movimento, o impresa ec. pubblica
          o privata; anzi ha dovuto per natura sua piuttosto sopprimerli, come fra i Romani, i greci
          ec. Ma la mezza filosofia è compatibile coll’azione, anzi può cagionarla. Così la
          filosofia avrà potuto cagionare o immediatamente o mediatamente la rivoluzione di Francia,
          di Spagna ec. perchè la moltitudine, e il comune degli uomini anche istruiti, non è stato
          nè in Francia nè altrove mai perfettamente filosofo, ma solo a mezzo. Ora la mezza
          filosofia è madre di errori, ed errore essa stessa; non è pura verità nè ragione, la quale
          non potrebbe cagionar movimento. E questi errori semifilosofici, possono esser vitali,
          massime sostituiti ad altri errori per loro particolar natura mortificanti, come quelli
          derivati da un’ignoranza barbarica e diversa dalla naturale; anzi contrari ai dettami ed
          alle <pb ed="aut" n="521"/> credenze della natura, o primitiva, o ridotta a stato sociale
          ec. Così gli errori della mezza filosofia, possono servire di medicina ad errori più
          anti-vitali, sebben derivati anche questi in ultima analisi dalla filosofia, cioè dalla
          corruzione prodotta dall’eccesso dell’incivilimento, il quale non è mai separato
          dall’eccesso relativo dei lumi, dal quale anzi in gran parte deriva. E infatti la mezza
          filosofia è la molla di quella poca vita e movimento popolare d’oggidì. Trista molla,
          perchè, sebbene errore, e non perfettamente ragionevole, non ha la sua base nella natura,
          come gli errori e le molle dell’antica vita, o della fanciullesca, o selvaggia ec. : ma
          anzi finalmente nella ragione, nel sapere, in credenze o cognizioni non naturali e
          contrarie alla natura: ed è piuttosto imperfettamente ragionevole e vera, che
          irragionevole e falsa. E la sua tendenza è parimente alla ragione, e quindi alla morte,
          alla distruzione, e all’inazione. E presto o tardi, ci <pb ed="aut" n="522"/> deve
          arrivare, perchè tale è l’essenza sua, al contrario degli errori naturali. E l’azione
          presente non può essere se non effimera, e finirà nell’inazione come per sua natura è
          sempre finito ogni impulso, ogni cangiamento operato nelle nazioni da principio e sorgente
          filosofica, cioè da principio di ragione e non di natura inerente sostanzialmente e
          primordialmente all’uomo. Del resto la mezza filosofia, non già la perfetta filosofia,
          cagionava o lasciava sussistere l’amor patrio e le azioni che ne derivano, in Catone, in
          Cicerone in Tacito, Lucano, Trasea Peto, Elvidio Prisco, e negli altri antichi filosofi e
          patrioti allo stesso tempo. Quali poi fossero gli effetti de’ progressi e perfezionamento
          della filosofia presso i Romani è ben noto.</p>
        <p>Osservate ancora che il movimento e il fervore cagionato oggidì dalla mezza filosofia, va
          perdendo di giorno in giorno necessariamente tanti fautori e promotori ec. quanti si vanno
          di mano in mano perfezionando nella filosofia coll’esperienza ec. e quanti di
          semifilosofi, divengono o diverranno appoco appoco filosofi. (17. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Nisi quod magnae indolis signum est, sperare <pb ed="aut" n="523"
              />semper</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Floro</author>
            <hi rend="sc">iv</hi>. 8.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Sed quanto efficacior est fortuna quam virtus! et quam verum est
              quod moriens (Brutus) efflavit, «non in re, sed in verbo tantum esse
            virtutem</foreign>.»</quote>
          <bibl>
            <author>Floro</author>
            <hi rend="sc">iv</hi>. 7.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Floro</author>
            <hi rend="sc">iv</hi>. 6.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Quid contra duos exercitus necesse fuit venire in
              cruentissimi foederis societatem</foreign>?</quote> Trasponete l’interrogativo dopo
            <foreign lang="lat" rend="italic">exercitus</foreign>. Così vuole il contesto, e anche
          la semplice osservazione di questo passo, perch’io non so come il <foreign lang="lat"
            rend="italic">venire in foederis societatem</foreign> con due eserciti (di Antonio e di
          Lepido), s’abbia da poter dire <foreign lang="lat" rend="italic">contra duos
          exercitus</foreign>. V. le ult. ediz. di Floro. (18. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Molto acutamente Floro dice di Antonio il triumviro: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Desciscit in regem: nam aliter salvus esse non potuit,
              nisi confugisset ad servitutem</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <hi rend="sc">iv</hi>. 3.</bibl>) Ottimamente di un uomo corrotto e depravato come
          Antonio: non poteva essere se non signore o servo: libero e uguale agli <pb ed="aut"
            n="524"/> altri, non poteva. E così quasi tutti i Romani di quello e de’ seguenti tempi:
          così la massima parte degli uomini d’oggidì. Non c’è altro stato che non convenga loro,
          fuorchè l’uguaglianza e la libertà. Non saprebbero se non regnare, o come fanno, servire.
          Ma servendo, sarebbero più adattati al regno che alla libertà. E tale è la natura degli
          uomini servi per carattere, e corrotti dall’incivilimento, spogli di virtù, di
          magnanimità, di entusiasmo, di sentimenti e passioni grandi forti e nobili, d’integrità,
          di coraggio, d’ingegno, di eroismo, capacità di sacrifizi, ec. ec. Tutte cose necessarie a
          mantenersi individualmente, e a mantenere relativamente e generalmente lo stato uguale e
          libero di un popolo. In chi domina l’egoismo, non può che servire o regnare. Così i nostri
          principi. Regnano, e saprebbero servire. (Così i nostri magistrati, ministri, grandi.
          Regnano e servono. Sanno riunir l’una cosa all’altra. Le mettono effettivamente in opera
          ambedue.) Ma come sarebbero capacissimi di servitù (e perciò appunto che regnano come
          fanno, e che son tali signori), così sarebbero incapaci di libertà e di uguaglianza.
          Questa non può nè convenire particolarmente, nè conservarsi in una nazione, senza le
          qualità e le forze della natura. Un uomo o una nazione snaturata, non può esser libera, nè
            <pb ed="aut" n="525"/> molto meno uguale: non può se non regnare o servire. La libertà
          richiede <foreign lang="lat" rend="italic">homines non mancipia</foreign>, <foreign
            lang="grc">ἄνδρας καὶ οὐκ ἀνδράποδα</foreign>, e chi è schiavo o dei padroni servendo, o
          di se stesso, dell’egoismo, e delle basse inclinazioni regnando, non può comportare lo
          stato libero, nè uguale. L’amor di se stesso è inseparabile dall’uomo. Questo lo porta ad
          innalzarsi. Dove l’innalzamento ec. in somma la soddisfazione dell’amor proprio è
          impossibile, quivi l’uomo non può vivere. Ora nello stato di perfetta libertà ed
          uguaglianza, l’individuo non fa progressi senza virtù e pregi veri, perchè la sua fortuna,
          gli onori, le ricchezze, i vantaggi ec. dipendono dalla moltitudine, la quale non potendo
          giudicare secondo gli affetti e inclinazioni particolari, perchè queste son varie e
          infinite, e non si accordano insieme, bisogna che giudichi secondo le regole e le opinioni
          universali, cioè le vere. Chi dunque manca di virtù e pregi veri (e tali sono gli uomini
          corrotti), non può sopportare la libertà e l’uguaglianza, nè trovar vita in questo stato.
          (18. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Sane quod Poematis delectari se ait, id <pb ed="aut"
                n="526"/> non abhorret ab huius compendii scriptore, quando stylus eius est in
              historia declamatorius, ac Poetico propior, adeo ut etiam hemistichia Virgilii
              profundat</foreign>
          </quote>: dice G. G. Vossio di Floro. (<bibl>
            <title>de Historic. latt.</title> l. 1.</bibl>) Nel lib. IV. c. 11. dove Floro dice di
          Antonio il triumviro: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">patriae, nominis, togae, fascium oblitus</foreign>
          </quote>, pare che questa sia un’imitazione di Orazio: (<bibl>
            <title>Od.</title> 5. l. 3. <hi rend="sc">v</hi>. 10.</bibl>) <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>
                <hi rend="italic">Anciliorum</hi>, <hi rend="sc">nominis</hi>
                <hi rend="italic">et</hi>
                <hi rend="sc">togae</hi>
              </l>
              <l>
                <hi rend="sc">oblitus</hi>
                <hi rend="italic">aeternaeque Vestae</hi>.</l>
            </lg>
          </quote> (18. Gen. 1821.). V. p. 723. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 477. Floro è noto per il molto che ha di poetico, non solo nell’invenzione,
          nell’immaginazione, evidenza, fecondità, come Livio, ma nella sentenza e nella frase, anzi
          non tanto nella facoltà, quanto nella maniera, nello stile, e nella volontà. E in ogni
          modo Floro ha tanto di gravità, nobiltà, posatezza, ed ancora castigatezza, in somma tanto
          sapor di prosa, quanto non si troverà facilmente in nessun moderno, se non forse, ma dico
          forse, in qualcuno de’ nostri cinquecentisti. E quella stessa dose di pregi (senza <pb
            ed="aut" n="527"/> i quali però non ci può esser buona nè vera prosa) basterebbe per
          fare ammirare uno scrittore de’ nostri tempi, e farlo giudicare sommo ed unico.
          (Aggiungete tutto quello che spetta alla lingua: eleganza, purità sufficientissima,
          armonia, varietà ec. forma de’ periodi, e loro disposizione e connessione ec.) Ora i
          migliori e sommi prosatori francesi, in ordine a questi pregi, non sono degni di venir
          nemmeno in confronto con uno de’ peggiori ed infimi classici latini. (19. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τέταρτος &gt;Ξενοκράτης&gt;, φιλόσοφος, Ἐλεγείαν γεγραφὼς
              οὐκ ἐπιτυχῶς</foreign>
          </quote>. (<foreign lang="lat">Elegiae scriptor non satis probatus</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">Ἴδιον</foreign>
            <note resp="aut" n="a" place="foot">
              <p>
                <foreign lang="grc">Ἴδιον</foreign>, strano. V. le mie osserv. sui Taumasiografi
                greci. <foreign lang="lat" rend="italic">Mirum hoc videri potest, quod</foreign>
                etc.</p>
            </note>
            <foreign lang="grc">δὲ</foreign>
          </quote>. (<foreign lang="lat">Ita enim se habet res</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">Ποιηταὶ μὲν γὰρ ἐπιβαλλόμενοι πεζογραφεῖν, ἐπιτυγχάνουσι</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat">si quid prosa oratione scribere velint, praestant</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">πεζογράφοι δὲ ἐπιτιθέμενοι ποιητικῇ, πταίουσι</foreign>
          </quote>. (<foreign lang="lat">si poeticae sibi partes vindicare velint, non
          assequuntur</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">εἶναι</foreign>
          </quote>, (scil. <foreign lang="grc">τὸ τῆς ποιητικῆς</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">τὸ δὲ τέχνης ἔργον</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Laerz.</author> in <title>Xenocrate</title>, l. 4. segm. <pb ed="aut" n="528"/>
            15.</bibl> E v. se ha nulla in questo proposito il Menagio. (19. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come i piaceri così anche i dolori sono molto più grandi nello stato primitivo e nella
          fanciullezza, che nella nostra età e condizione. E ciò per le stesse ragioni per le quali
          è maggiore il diletto. Primieramente (massime ne’ fanciulli) manca l’assuefazione al bene
          e al male. Il bene dunque e il male dev’essere molto più sensibile ed energico
          relativamente all’animo loro, che al nostro. Poi (e questo è il punto principale, e comune
          a tutti gli uomini naturali) il dolore, la disgrazia ec. nel fanciullo, e nel primitivo,
          sopravviene all’opinione della felicità possibile, o anche presente; contrasta
          vivissimamente coll’aspetto del bene, creduto e reale e grande, del bene o già provato, o
          sperato con ferma speranza, o veduto attualmente negli altri; è l’opposto e la privazione
          di quella felicità che si crede vera, importante, possibilissima, anzi destinata all’uomo,
          posseduta dagli altri, <pb ed="aut" n="529"/> e che sarebbe posseduta da noi, se
          quell’ostacolo non ce l’impedisse, o per ora, o per sempre. Ed anche l’idea del male
          assoluto, cioè indipendentemente dalla comparazione del bene, è forse maggiore in natura,
          che nello stato di civiltà e di sapere.</p>
        <p>Osservate ancora che dolor cupo e vivo sperimentavamo noi da fanciulli, terminato un
          divertimento, passata una giornata di festa ec. Ed è ben naturale che il dolore seguente
          dovesse corrispondere all’aspettativa, al giubilo precedente. E che il dolore della
          speranza delusa sia proporzionato alla misura di detta speranza. Non dico alla misura del
          piacere provato, realmente, perchè infatti neanche i fanciulli provano mai
            <emph>soddisfazione</emph> nell’atto del piacere, non potendo nessun vivente esser
          soddisfatto se non da un piacere infinito, come ho detto altrove. Anzi il nostro dolore,
          dopo tali circostanze, era inconsolabile, non tanto perchè il piacere fosse passato,
          quanto perchè non avea corrisposto alla speranza. Dal che seguiva talvolta una specie di
          rimorso o pentimento, come se non avessimo goduto <pb ed="aut" n="530"/> per nostra colpa.
          Giacchè l’esperienza non ci aveva ancora istruiti a sperar poco, preparati a veder la
          speranza delusa, assuefatti a consolarci facilmente di tali e maggiori perdite ec.</p>
        <p>Insomma considerando in quella età le cose come importanti, o più importanti di quello
          che le consideriamo in altra età, (così relativamente e in particolare, come in generale e
          assolutamente) è naturale che come i piaceri, così i dolori di quell’età sieno maggiori in
          proporzione dell’importanza che gli oggetti del dolore o del piacere hanno nella nostra
          opinione.</p>
        <p>Così nella speranza di qualche bene, quale non era la nostra inquietudine, i nostri
          timori, i nostri palpiti, le nostre angosce ad ogni piccolo ostacolo, o apparenza di
          difficoltà, che si opponesse al conseguimento della detta speranza!</p>
        <p>E se poi l’oggetto stesso della speranza (ancorchè minimo, rispetto alle nostre opinioni
          presenti) non si conseguiva, quale non era la nostra disperazione! In maniera che forse in
          seguito, nelle più grandi sventure della vita, non abbiamo provato, nè proveremo mai tanto
          dolore e accoramento, come per quelle minime sventure fanciullesche.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="531"/> Lascio stare il timore e lo spavento proprio di quell’età (per
          mancanza di esperienza e sapere, e per forza d’immaginazione ancor vergine e fresca):
          timor di pericoli di ogni sorta, timore di vanità e chimere proprio solamente di
          quell’età, e di nessun’altra; timor delle larve, sogni, cadaveri, strepiti notturni,
          immagini reali, spaventose per quell’età e indifferenti poi, come maschere ec. ec.
            (<bibl>V. il <title>Saggio sugli Errori popolari degli antichi</title>.</bibl>)
          Quest’ultimo timore era così terribile in quell’età, che nessuna sventura, nessuno
          spavento, nessun pericolo per formidabile che sia, ha forza in altra età, di produrre in
          noi angosce, smanie, orrori, spasimi, travaglio insomma paragonabile a quello dei detti
          timori fanciulleschi. L’idea degli spettri, quel timore spirituale, soprannaturale, sacro,
          e di un altro mondo, che ci agitava frequentemente in quell’età, aveva un non so che di sì
          formidabile e smanioso, che non può esser paragonato con verun altro sentimento
          dispiacevole dell’uomo. Nemmeno il timor dell’inferno in un moribondo, credo che possa
          essere così intimamente terribile. Perchè la ragione e l’esperienza rendono inaccessibili
          a qualunque sorta di sentimento, quell’ultima e profondissima <pb ed="aut" n="532"/> parte
          e radice dell’animo e del cuor nostro, alla quale penetrano e arrivano, e la quale
          scuotono e invadono le sensazioni fanciullesche o primitive, e in ispecie il detto timore.
          (20. Gen. 1821.). V. p. 535 capoverso <hi rend="sc">i</hi>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Quid dulcius, quam habere, quicum omnia audeas sic loqui, ut tecum?
              Quis esset tantus fructus in prosperis rebus, nisi haberes, qui illis aeque, ac tu
              ipse, gauderet</foreign>?</quote>
          <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Lael. sive de Amicitia</title>. Cap. 6.</bibl> (20. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il piacere umano (così probabilmente quello di ogni essere vivente, in quell’ordine di
          cose che noi conosciamo) si può dire ch’è sempre futuro, non è se non futuro, consiste
          solamente nel futuro. L’atto proprio del piacere non si dà. Io spero un piacere; e questa
          speranza in moltissimi casi si chiama piacere. Io ho provato un piacere, ho avuto una
          buona ventura: questo non è piacevole se non perchè ci dà una buona idea del futuro; ci fa
          sperare qualche godimento più o meno grande; ci apre un nuovo campo di speranze; ci
          persuade di poter godere; ci fa conoscere la possibilità di arrivare a certi desideri; ci
          mette <pb ed="aut" n="533"/> in migliori circostanze <emph>pel futuro</emph>, sia riguardo
          al fatto e alla realtà, sia riguardo all’opinione e persuasone nostra, ai successi, alle
          prosperità che ci promettiamo dietro quella prova, quel saggio fattone. ec. Io provo un
          piacere: come? ciascuno individuale istante dell’atto del piacere, è relativo agl’istanti
          successivi; e non è piacevole se non relativamente agl’istanti che seguono, vale a dire al
          futuro. In questo istante il piacere ch’io provo, non mi soddisfa, e siccome non appaga il
          mio desiderio, così non è ancora piacere, ma ecco che senza fallo io lo proverò
          immediatamente; ecco che il piacere crescerà, ed io sarò intieramente soddisfatto. Andiamo
          più avanti: ancora non provo vero piacere, ma ora (chi ne dubita?) sono per provarlo.
          Questo è il discorso, il cammino, l’occupazione, l’operazione, e la sensazione dell’animo
          nell’atto di qualunque siasi piacere. Giunto l’ultimo istante, e terminato l’atto del
          piacere, l’uomo non ha provato ancora il piacere: resta dunque o scontento: o soddisfatto
          comunque per una opinione debole, falsa, e poco, anzi niente persuasiva, <pb ed="aut"
            n="534"/> di averlo provato; e va ruminando, e compiacendosi di quello che ha sentito, e
          provando così un altro piacere, il di cui oggetto è bensì passato, ma non il piacere
          (perchè come può esser passato quello che non è mai stato, e che è sempre futuro?) e
          l’atto di questo nuovo piacere è composto di una successione d’istanti della stessa natura
          che l’altro atto; e quindi parimente futuro: o finalmente resta con una certa letizia e si
          rallegra, perchè quantunque non possa il suo piacere riferirsi più agl’istanti successivi
          di quell’atto, ch’è già finito, si riferisce ad altri atti; l’idea del così detto piacere
          provato, gli dà un’idea di quelli ch’egli crede di poter provare; concepisce una migliore
          idea del futuro, una speranza, un disegno, una risoluzione o di proccurarsi altri piaceri,
          o qualunque ella sia. Così prova un piacere, ma sempre ed ugualmente futuro. Così p. e. se
          tu sei stato lodato, o ti sei trovato in una occasione di brillare, di gloria, ec. L’atto
          di quel piacere è stato quale l’ho descritto: ma finito l’atto, lo vai ruminando a parte a
          parte, e torna un altro atto di piacere composto alla stessa guisa, e fondato o sul
          semplice gusto della <pb ed="aut" n="535"/> ricordanza, o sulla relazione che quel preteso
          piacere ha col futuro, con quei piaceri o beni che tu (come credi) puoi dunque o devi
          provare, coll’idea che ti dà della futura vita, coi disegni, coll’idea di te stesso, delle
          tue forze ec. colle speranze o reali, o rispetto all’opinione e immaginazione tua; insomma
          tutto futuro, tanto riguardo all’atto del nuovo piacere presente, quanto agli oggetti di
          esso piacere. Così il piacere non è mai nè passato nè presente, ma sempre e solamente
          futuro. E la ragione è, che non può esserci piacer vero per un essere vivente, se non è
          infinito; (e infinito in ciascuno istante, cioè attualmente) e infinito non può mai
          essere, benchè confusamente ciascuno creda che può essere, e sarà, o che anche non essendo
          infinito, sarà piacere: e questa credenza (naturalissima, essenziale ai viventi, e voluta
          dalla natura) è quello che si chiama piacere; è tutto il piacer possibile. Quindi il
          piacer possibile non è altro che futuro, o relativo al futuro, e non consiste che nel
          futuro. (20. Gen. 1821.). V. p. 612. capoverso <hi rend="sc">i</hi>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 532. Questo si può osservare <pb ed="aut" n="536"/> anche negli effetti fisici o
          esterni delle dette sensazioni interne, sieno relativi alla salute, sieno ai moti, ai
          gesti, sieno alle risoluzioni e azioni alle quali strascinano i fanciulli e i primitivi, e
          ciò con tale irresistibilità, e violenza infallibile, quale non ha verun’altra sensazione
          interna nelle altre età e condizioni, ma solamente alcune delle esterne e fisiche. Tant’è,
          l’immaginazione, o le sensazioni interne, hanno, si può dire nella fanciullezza, e nello
          stato naturale, la stessa o simile forza e certezza, delle sensazioni e forze esterne e
          meccaniche in quella e nelle altre età o condizioni. (20. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Nihil est enim appetentius similium sui, nihil
              rapacius, quam natura</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Lael. sive de Amicit</title>. c. 14.</bibl> (21 Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 135. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Fructus enim ingenii et virtutis, omnisque
              praestantiae, tum maximus capitur, cum in proximum quemque confertur</foreign>.</quote>
          <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Lael. sive de Amicit</title>. c. 19. fine</bibl>. E v. il capoverso superiore.
          (21. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È degna di esser veduta, consultata, e anche <pb ed="aut" n="537"/> tradotta e riportata
          all’occasione, la bella disputazione di Tullio (<bibl>
            <title>Lael. sive de Amicitia</title> c. 13.</bibl>
          <foreign lang="lat">Nam quibusdam</foreign> etc. sino alla fine) contro quei filosofi
          greci i quali dicevano <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">caput esse ad beate vivendum, securitatem; qua frui
              non possit animus, si tamquam parturiat unus pro pluribus: e quindi venivano a
              prescrivere il curam fugere, e l’honestam rem actionemve</foreign>, <foreign
              lang="lat" rend="sc">ne sollicitus sis</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic"
              >aut non suscipere, aut susceptam deponere</foreign>
          </quote>. La qual filosofia, è presso a poco la filosofia dell’inazione e del nulla, la
          filosofia perfettamente ragionevole, la filosofia de’ nostri giorni. E quella disputazione
          di Tullio si può avere per una disputazione contro l’egoismo, sebbene, a quei tempi,
          ancora ignoto di nome. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Quae est enim ista securitas</foreign>
          </quote>? dice Cicerone; e segue facendo vedere a che cosa porti. Ma il principale è, che
          non solamente porta a mille assurdità e scelleraggini (secondo natura, non secondo
          ragione, ma Cicerone chiama la natura, <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">optimam bene vivendi ducem</foreign>
          </quote>. c. 5.): ma non ottiene neanche il suo fine, ch’è la felicità dell’individuo <pb
            ed="aut" n="538"/> in qualunque modo ottenuta. Anzi al contrario, l’impedisce, e la
          toglie di natura sua, ed è contraddittoria e incompatibile colla felicità dell’individuo
          nello stato sociale. Eccoci tutti seguaci di quella setta o dogma che Cicerone impugna.
          Eccoci tutti filosofi a quella maniera. Eccoci tutti egoisti. Ebbene? siamo noi felici?
          che cosa godiamo noi? Tolto il bello, il grande, il nobile, la virtù dal mondo, che
          piacere, che vantaggio, che vita rimane? Non dico in genere, e nella società, ma in
          particolare, e in ciascuno. Chi è o fu più felice? Gli antichi coi loro sacrifizi, le loro
          cure, le loro inquietudini, negozi, attività, imprese, pericoli: o noi colla nostra
          sicurezza, tranquillità, non curanza, ordine, pace, nazione, amore del nostro bene, e non
          curanza di quello degli altri, o del pubblico ec.? Gli antichi col loro eroismo, o noi col
          nostro egoismo? (21. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È cosa evidente e osservata tuttogiorno, che gli uomini di maggior talento, sono i più
          difficili a risolversi tanto al credere, quanto all’operare; i più incerti, i più
          barcollanti, e temporeggianti, i più tormentati da quell’eccessiva pena
          dell’irresoluzione: i più inclinati e soliti a lasciar le cose <pb ed="aut" n="539"/> come
          stanno; i più tardi, restii, difficili a mutar nulla del presente, malgrado l’utilità o
          necessità conosciuta. E quanto è maggiore l’abito di riflettere, e la profondità
          dell’indole, tanto è maggiore la difficoltà e l’angustia di risolvere. (21. Gen. 1821.).</p>
        <p>Ma non perciò è segno di molto talento il soler sempre e subito determinarsi a non
          credere (come anche a non fare). Anzi perciò appunto è indizio di piccolo spirito. Il non
          credere, è una determinazione: e gli uomini veramente sapienti, e profondi, ed esperti,
          sanno quante cose possano essere, quanto sia difficile il negare, quanto sia vero che
          dall’incertezza e oscurità delle cose, dalla difficoltà di affermare, deriva
          necessariamente anche quella di negare, cioè affermare che una cosa non è, genere
          anch’esso di affermazione. E però se una cosa non manca affatto di prova, o di prova
          sufficiente a muover dubbio, o s’ella non è del tutto assurda, o riconosciuta
          evidentemente da lui stesso per falsa o col fatto, o colla ragione; eccetto in questi
          casi, <pb ed="aut" n="540"/> il vero saggio e filosofo e conoscitore delle cose in quanto
          (sono conoscibili), <foreign lang="grc">ἐπέχει καὶ διασκέπτεται</foreign>, e ritiene come
          l’assenso così anche il dissenso. Ma uomini di non molto ingegno, bensì di molta
          apparenza, o desiderio di essa apparenza, credono mostrar talento quando al primo aspetto
          di una proposizione o cosa non ordinaria, o difficile a credere (o non concorde colle loro
          opinioni e principii, o non ben dimostrata o fondata), si determinano subito a non
          credere. E se ne compiacciono seco stessi, e si credono forti di spirito, perchè sanno
          determinatamente e prontamente non credere, quando è tutto l’opposto. E se bene in questo
          si mescola spesse volte l’ostentazione, non è però che non lo facciano ordinariamente di
          buona fede, e con verità, e che l’interno non corrisponda alle parole. Giacchè hanno
          veramente questa <emph>facilità di risolversi a non credere</emph>. Perchè appunto sono
          lontani dalla vera e perfetta sapienza, e cognizione delle cose. (22. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Sic enim mihi perspicere videor, ita natos esse nos, <pb ed="aut"
                n="541"/> ut inter omnes esset societas quaedam</foreign>
          </quote>; (ecco l’amore universale, notato anche da Cicerone, e naturale, perchè la
          natura, e tutti gli animali tendono più che ad altro al loro simile; preferiscono nella
          inclinazione, nell’amore, nella società, il loro simile, allo straniero e diverso. Questo
          è il vero confine dell’amore universale secondo natura, non quelli che gli assegnano i
          nostri filosofi. Ma seguitiamo) <foreign lang="lat">maior autem, ut quisque proxime
            accederet. Itaque cives, potiores, quam peregrini; et propinqui quam alieni</foreign>.
          (Così che nel conflitto degl’interessi di coloro che <foreign lang="lat">nobis</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">proxime accedunt</foreign>, cogl’interessi degli
          stranieri, alieni, lontani, quelli vincono nell’animo, nella inclinazione, e nella natura
          nostra: e non già nella sola parità di circostanze, ma quando anche o il bene, o la salute
          e incolumità de’ vicini, porti agli strani un danno sproporzionato; quando anche si tratti
          di un solo o pochi vicini, e di molti lontani; quando si tratti della sola sua patria in
          comparazione di tutto il mondo. E tali sono realmente gli effetti e la misura dell’amore
          dei bruti verso i loro <pb ed="aut" n="542"/> figli ec. rispetto agli altri loro simili:
          delle api di un alveare, rispetto alle altre ec. E v. il pensiero seguente.) <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Cum his enim amicitiam</hi>
              <hi rend="sc">natura ipsa</hi>
              <hi rend="italic">peperit</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Lael. sive de Amicitia</title> c. 5. sulla fine.</bibl> (22. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Quapropter a natura mihi videtur potius, quam ab indigentia, orta
              amicitia, et applicatione magis animi cum quodam sensu amandi, quam cogitatione,
              quantum illa res utilitatis esset habitura. Quod quidem quale sit, etiam in bestiis
              quibusdam animadverti potest; quae ex se natos ita amant ad quoddam tempus, et ab eis
              ita amantur, ut facile earum sensus appareat. Quod in homine multo est
            evidentius</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Lael. sive de Amicitia</title> c. 8.</bibl> (22. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Della superiorità delle forze della natura, della fortuna, dello spontaneo, dell’amor
          naturale e fortuito (materia del pensiero precedente), sopra quelle della ragione, della
          provvidenza (umana), dell’arte, dell’amore ragionato e proccurato, cose sempre deboli, e
          più eleganti (a tutto dire) che forti e potenti; è degno di esser veduto un luogo insigne
          ed elegante di <pb ed="aut" n="543"/> Frontone (<bibl>
            <title>Ad M. Caes.</title> l. <hi rend="sc">i</hi>. epist. 8. ediz. principe. pag.
            58-61.</bibl>) simile in parte ad un altro nelle Lodi della Negligenza. (p. 371.). (22.
          Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La superiorità della natura su la ragione e l’arte, l’assoluta incapacità di queste a
          poter mai supplire a quella, la necessità della natura alla felicità dell’uomo anche
          sociale, e l’impossibilità precisa di rimediare alla mancanza o depravazione di lei, si
          può vedere anche nella considerazione dei governi. Più si considera ed esamina a fondo la
          natura, le qualità, gli effetti di qualsivoglia immaginabile governo; più l’uomo è saggio,
          profondo, riflessivo, osservatore, istruito, esperto; più conchiude e risolve con piena
          certezza, che nello stato in cui l’uomo è ridotto, non già da poco, ma da lunghissimo
          tempo, e dall’alterazione, depravazione, e perdita della <emph>società</emph> (non dico
          natura) primitiva in poi, non c’è governo possibile, che non sia imperfettissimo, che non
          racchiuda essenzialmente i germi del male e della infelicità maggiore o minore de’ popoli
          e degli individui: non c’è nè c’è stato <pb ed="aut" n="544"/> nè sarà mai popolo, nè
          forse individuo, a cui non derivino inconvenienti, incomodi, infelicità (e non poche nè
          leggere) dalla natura e dai difetti intrinseci e ingeniti del suo governo, qualunque sia
          stato, o sia, o possa essere. Insomma la perfezione di un governo umano è cosa totalmente
          impossibile e disperata, e in un grado maggiore di quello che sia disperata la perfezione
          di ogni altra cosa umana. Eppure è certo che, se non tutti, certo molti governi sarebbono
          per se stessi buoni, e possiamo dire perfetti, e l’imperfezione loro sebbene oggidì è
          innata ed essenziale per le qualità irrimediabili e immutabili degli uomini nelle cui mani
          necessariamente è riposto (giacchè il governo non può camminar da se, nè per molle e
          macchine, nè per ministerio d’Angeli, o per altre forze naturali o soprannaturali, ma per
          ministerio d’uomini); tuttavia non è imperfezione primitiva, e inerente all’idea del
          governo stesso, indipendentemente dalla considerazione de’ suoi ministri, nè inerente alla
          natura dell’uomo, ancorchè ridotto in società. Consideriamo.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="545"/> Il governo monarchico assoluto e dispotico, ossia giustamente e con
          verità, ossia che l’uomo odia naturalmente la servitù, e soffre di miglior animo i mali
          della cattiva e sregolata libertà; o che questo è il peccato, il flagello, il difetto, la
          sventura dominante del nostro secolo, e de’ passati, dall’estinzione, possiamo dire, della
          libertà Romana, in poi: per qualunque ragione, è considerato come il più imperfetto e
          barbaro e contrario al buon senso, alla retta ragione, alla natura, in somma per il
          peggiore di tutti i governi. Tale sarà oggidì; non mica in principio: anzi in principio,
          lo giudico e credo il più perfetto, e posso dire il solo perfetto, e ragionevole e
          naturale. Cioè, posto che v’abbia ad essere un governo, io dico che questo, nello stato
          primitivo della società, non doveva nè poteva esser altro che il monarchico assoluto; e
          non volendo questo, non c’era ragione di volere un governo.</p>
        <p>L’uomo per natura è libero, e uguale a qualunque altro della sua specie. Ma nello <pb
            ed="aut" n="546"/> stato di società, non è così. La ragione, il principio, lo scopo
          della società, non è altro che il ben comune di coloro che la compongono e si uniscono in
          un corpo più o meno esteso. Senza questo fine, la società manca della sua ragione. E
          siccome ella è non solamente irragionevole se non ha questo fine, ma è ancora non pure
          inutile ma dannosa all’uomo, se sussiste senza conseguirlo; perciò se il detto fine non si
          realizza, conviene sciorre la società, perchè questa per se stessa, e indipendentemente
          dal detto fine, porta all’uomo più nocumento che vantaggio, anzi solo nocumento.</p>
        <p>Ora il ben commune di un corpo o società, non si può ottenere, se non per la cospirazione
          di tutti i membri di lei a questo fine. Così accade in tutte le cose: che un effetto, il
          quale deve risultare da molte cagioni, e da molte forze, operanti ciascuna per la sua
          parte; non può realizzarsi senza l’accordo e cospirazione congiunta e convenevole di tutte
          queste forze, verso il detto effetto. Ecco il principio d’unità: principio che risulta
          necessariamente dallo scopo della società, ch’è il ben comune. E perciò, come nel ben <pb
            ed="aut" n="547"/> comune, e non in altro, consiste la ragione della società; così
          questa rinchiude essenzialmente il principio di unità. A segno che <emph>società</emph>,
          considerandola bene, importa per sua natura, <emph>unità</emph>, vale a dire unione di
          molti: la quale unione è imperfetta, se non è perfettamente una, in quello che concerne la
          sua ragione e il suo scopo: giacchè nel rimanente, dove la società non ha bisogno di
          unità, l’uomo sebbene associato, è come fuori della società, e conserva le sue qualità
          naturali, vale a dire la sua libertà, la cura di se stesso, e de’ suoi negozi ec. In somma
          nelle altre parti indipendenti dal ben comune, la società non sussiste, e non è società,
          sebbene ella sussista nel medesimo tempo, in quello che spetta alla sua ragione e
          destinazione e scopo.</p>
        <p>Ma le volontà degl’individui riuniti in corpo, gl’interessi, o le opinioni che ciascuno
          ha sopra i suoi vantaggi, e così sopra qualunque altra cosa, sono infinite, e
          diversissime. Quindi le forze di ciascuno, non possono cospirare ad un solo fine, tra
          perchè non tutti si curano di proccurarlo; e perchè le opinioni, le volontà ec. quando <pb
            ed="aut" n="548"/> anche si accordino nel cercarlo assolutamente, non si accordano
          relativamente nel determinarlo, sia in genere e totalmente; sia in parte, e in
          particolare; sia riguardo ai tempi, alle opportunità di cercarlo e proccurarlo ec. E l’uno
          crede o vuole che questo sia o debba essere il fine; l’altro che sia o debba esser quello:
          l’uno che questo giovi al fine convenuto e stabilito; l’altro che noccia o non giovi:
          l’uno che bisogni cercare il detto fine, oggi, o in questa maniera; l’altro che bisogni
          aspettare fino a domani, o cercarlo in quest’altro modo. E così, chi non si cura del ben
          comune, non corrisponde al fine della società, è inutile e dannoso alla società. Chi se ne
          cura, non cospira, nè può cospirar cogli altri, sia positivamente, sia negativamente, cioè
          col fare, o coll’astenersi dal fare, secondo i bisogni, e i fini ec. Dunque neppur egli
          corrisponde al fine della società, il quale non può risultare se non dall’accordo dei
          membri verso il ben comune: altrimenti ciascuno poteva senza società, proccurarlo da se; e
          la società era inutile.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="549"/> In un corpo dunque perfettamente libero e uguale, manca affatto
          l’unità, solo mezzo di ottenere il solo scopo della società; anzi solo costituente della
          società: e però in un corpo libero ed uguale, non esiste se non il nome e la sembianza
          della società; vale a dire che più persone si trovano insieme di luogo, ma non in società.</p>
        <p>Come dunque lo scopo della società è il ben comune; e il mezzo di ottenerlo, è la
          cospirazione degl’individui al detto bene, ossia l’unità; così l’ordine, lo stato vero, la
          perfezione della società, non può essere se non quello che produce e cagiona perfettamente
          questa cospirazione e unità. Giacchè la perfezione di qualunque cosa, non è altro che la
          sua intera corrispondenza al suo fine.</p>
        <p>Come dunque riunire ad un sol centro le opinioni, gl’interessi, le volontà di molti? Non
          c’è altro mezzo che subordinarle, e farle dipendere e regolare da una sola opinione,
          volontà, interesse; vale a dire dalle opinioni, volontà, interessi di un solo. L’unità è
          ottenuta; ma perch’ella sia vera unità, bisogna che questo solo, sia veramente solo; cioè
          possa <emph>pienamente</emph>
          <pb ed="aut" n="550"/> diriggere e regolare e determinare le opinioni interessi volontà di
          ciascuno; e disporre per conseguenza delle forze di ciascuno: in somma che tutti i membri
          di quella tal società, dipendano <emph>intieramente</emph> da lui <emph>solo</emph>, in
          tutto quello che concerne lo scopo di detta società, cioè il di lei bene comune. Ecco
          dunque la monarchia assoluta e dispotica. Eccola dimostrata, non solamente buona per se
          stessa, ma inerente all’essenza, alla ragione della società umana, cioè composta
          d’individui per se stessi discordanti.</p>
        <p>Colla monarchia assoluta e dispotica, l’unità è, come dissi, ottenuta. Questo è il mezzo
          per conseguire il bene comune. Ma esso bene, cioè il fine, sarà ottenuto? Tanto sarà
          ottenuto, quanto le opinioni, le volontà di quel solo corrisponderanno e tenderanno
          effettivamente al detto fine; e quanto i suoi interessi saranno tutta una cosa
          cogl’interessi comuni.</p>
        <p>Ecco la necessità di un principe quasi perfetto: irreprensibile nei giudizi e opinioni
            <pb ed="aut" n="551"/> prudenza ec. per discernere e determinare il vero bene universale
          e i veri mezzi di ottenerlo; irreprensibile nelle volontà, e quindi nei costumi, nella
          coscienza, nelle inclinazioni, nelle opere, nella vita (in quanto concerne il detto fine),
          per diriggere effettivamente le sue forze e quelle de’ sudditi a quel fine, nel quale egli
          giudica riposto il comun bene.</p>
        <p>Se il principe non è tale, siamo da capo. Siccome egli è divenuto l’anima e la testa, e
          in somma la forza movente della società, anzi si può dire che la forza attiva e negativa
          della società sia tutta riposta e rinchiusa in lui; così quanto egli non mira al ben
          comune (o per difetto di giudizio, o di volontà), tanto la società manca di nuovo della
          sua ragione, si allontana dal suo fine, e diventa di nuovo inutile e dannosa. E tanto più
          dannosa, quanto maggiori sono i mali che derivano dalla servitù, dall’esser tutti
          destinati al bene di un solo, dall’impiegare le loro forze non più pel loro bene, nè
          pubblico, nè pure individuale, ma per li capricci, e le soddisfazioni di un solo, il quale
          può anche volere, e spesso vuole il danno comune, e così tutti sono obbligati non solo a
          non proccurare il loro bene, ma il loro <pb ed="aut" n="552"/> male. In somma tutte le
          calamità che derivano dalla tirannia, stato direttamente contrario alla
          <emph>natura</emph> di tutti i viventi d’ogni specie, e quindi certa sorgente
          d’infelicità. Così la società diviene un male infinito, diviene formalmente l’infelicità
          degli uomini che la compongono: infelicità maggiore o minore, in proporzione che il
          principe, il quale viene a racchiudere in se stesso la società, si allontana per qualunque
          motivo dal di lei fine, ch’è divenuto in diritto e in dovere il suo proprio fine.</p>
        <p>Se dunque la società non può stare, anzi non esiste senza unità; e la perfetta unità non
          può stare senza un principe assoluto; nè questo principe corrisponde al fine di essa
          unità, e società, e di se stesso, se non è perfetto; perchè il governo monarchico e la
          società sia perfetta, è necessario che il principe sia perfetto. Perfezione ancorchè
          relativa, non si dà fra gli uomini, nè fra gli animali, nè fra le cose. Ed ecco lo stato
          di società necessariamente imperfetto. Ma parlando di quella perfezione che è nell’uso e
          nella vita comune (Cic. de Amicit. c. 5.); un principe <pb ed="aut" n="553"/> perfetto in
          questo senso si poteva trovare nei principii della società. 1. Perchè la virtù, le
          illusioni che la producono e conservano, esistevano allora: oggi non più. 2. Perchè la
          scelta può cadere sopra il più degno e il più capace, tanto per ingegno e giudizio, quanto
          per buona e retta volontà, di corrispondere al fine del principato e della società, ossia
            1<hi rend="apice">o</hi> di conoscere, 2.<hi rend="apice">o</hi> di proccurare il ben
          comune di quel corpo che lo sceglieva.</p>
        <p>Se dunque i primi popoli, le prime società, scelsero al principato quell’uomo che
            <foreign lang="lat" rend="italic">eminebat</foreign> per doti dell’animo e del corpo,
          vere e convenienti alla detta dignità, o piuttosto uffizio e incarico; certo i primi
          popoli provviddero quanto può l’uomo, al fine della società, vale a dire al bene comune; e
          quindi alla perfezione della società.</p>
        <p>Se questa scelta, questo patto sociale, di ubbidire pel comune vantaggio ad un solo che
          fosse degno e capace di conoscerlo e proccurarlo, abbia mai avuto luogo effettivamente;
          non <pb ed="aut" n="554"/> appartiene al mio proposito. Questo discorso non considera nè
          deve considerare altro che la ragione delle cose, e quindi come avrebbero dovuto andare, e
          avrebbero potuto andare da principio, e secondo natura; non come sono andate, o vanno. Del
          resto negli scarsi vestigi storici che rimangono delle antichissime monarchie (e questo
          discorso non appartiene se non alle antichissime e primitive), non mancherebbero esempi e
          argomenti di effettiva e realizzata corrispondenza del primitivo governo monarchico, col
          pubblico bene delle rispettive società. Così nei popoli Americani, così nei selvaggi (dove
          la tirannia par che s’ignori, sebbene si conosca la monarchia, o militare, o civile), così
          negli antichi Germani, de’ quali Tacito ed altri; così fra i Celti, de’ quali Ossian; così
          fra i greci Omerici, sebben questi appartengono precisamente a un grado di monarchia
          posteriore al primitivo. Insomma considerando le storie de’ primi tempi, si può vedere che
          l’idea della tirannia, sebbene antica, non è però antichissima: <pb ed="aut" n="555"/>
          bensì antichissima e primordiale nella società è l’idea della monarchia assoluta. V.
          Goguet, Origine delle scienze e delle arti. Assoluta s’intende, non mica in modo che
          questa parola fosse pronunziata, e stabilita, e riconosciuta per costituente la natura di
          quel tale governo. Ma senza tante definizioni, e sanzioni, e formole, e spirito
          geometrico, gli antichi popoli si sottomettevano <emph>col fatto</emph> al reggimento di
          un solo assolutamente; senza però neppur pensare ch’egli dovesse esser padrone della vita,
          dell’opera, e delle sostanze loro a capriccio, ma in vantaggio di tutti; giacchè le
          esattezze, le definizioni, le circoscrizioni, le formole chiare e precise, non sono in
          natura, ma inventate e rese necessarie dalla corruzione degli uomini, i quali oggidì hanno
          bisogno di stringere ed essere stretti con leggi, patti, obbligazioni (o morali o
          materiali) distintissime, minutissime, specificatissime, numerosissime, matematiche ec.
          perchè si tolga alla malizia ogni sutterfugio, ogni scanso, ogni equivoco, ogni libertà,
          ogni campo aperto e indeterminato. E già vengo a quesa corruzione.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="556"/> Essendo gli uomini quali ho detto di sopra, si poteva trovare un
          principe e capace e buono. Essendo la società nello stato primitivo e naturale, senza
          troppe regole, senza troppa ambizione, senza impegni, senz’altre corruzioni e impedimenti;
          si poteva e scegliere il detto uomo, e morto, sceglierne altro similmente degno.</p>
        <p>Ridotti gli uomini allo stato di depravazione (e il nostro discorso comprende tanto
          l’antica, quanto la moderna depravazione, perchè anche l’antica bastava all’effetto che
          dirò), non fu più possibile trovare un principe perfetto. Quando anche si fosse trovato,
          non fu più possibile, ch’egli divenuto principe, si conservasse tale: sì per la corruzione
          individuale degli uomini; sì per la generale della società; i costumi mutati, le illusioni
          cominciate a scoprire, la virtù cominciata a conoscere inutile o meno utile di certi vizi,
          gli esempi che hanno forza di guastare qualunque divina indole. In somma non fu più
          possibile che l’uomo anche più perfetto, avuto in mano il potere, non se ne abusasse.
          Quando anche <pb ed="aut" n="557"/> fosse stato possibile questo ancora, la depravazione
          della società, la malizia nata e cresciuta, l’ambizione ec. e quindi la necessità di
          regole fisse, strette, e indipendenti dall’arbitrio, rendevano impossibile la scelta del
          successore. Bisognò dunque, perch’ella fosse <emph>certa</emph> e <emph>invariabile</emph>
          commetterla al <emph>caso</emph>, e stabilire il regno ereditario. E dove questo non fu
          stabilito, non si guadagnò altro che un aumento di mali nelle turbolenze della scelta,
          perchè la società ridotta com’era, non poteva più scegliere nè senza turbolenza, nè un
          principe degno.</p>
        <p>Dacchè il monarca non fu più o eleggibile, o bene scelto, la monarchia divenne il
          peggiore di tutti gli stati. Perchè un uomo veramente perfetto per quell’incarico, essendo
          raro da principio, rarissimo in seguito, com’era possibile, che senza una scelta accurata,
          si potesse trovare quest’uomo rarissimo, capace del principato? Com’era possibile che <pb
            ed="aut" n="558"/> l’azzardo della nascita, o di una scelta parimente, si può dir
          casuale, perchè diretta da tutt’altro che dal vero, si combinasse a cadere appunto in
          quest’uomo sommo e quasi unico, difficilissimo a trovare anche mediante la più matura
          considerazione e cura? Tanto più che la corruzione della società, esigeva allora in un
          perfetto principe, maggiori e più difficili qualità che per l’addietro: così che non solo
          il buono era più straordinario di prima, ma inoltre un principe che sarebbe stato perfetto
          una volta, non era più sufficientemente perfetto per allora.</p>
        <p>La perfezione dunque del principe cosa essenziale alla monarchia, non fu più nè
          considerata, nè possibile, nè effettiva, e non entrò più nell’ordine della società. E
          siccome, oltre che la perfezione era rarissima, il principe era tale in forza non della
          perfezione, ma del caso, perciò, egli poteva non solo non essere il migliore, ma anche il
          peggiore degl’individui: e ciò non solo per accidente, ma anche perchè la natura della sua
          condizione, il potere, l’adulazione ec. contribuivano <pb ed="aut" n="559"/>
          positivamente, definitamente, e necessariamente a farlo tale.</p>
        <p>Da che dunque il principe fu cattivo, o non perfetto, la monarchia perdè la sua ragione,
          perchè non poteva più corrispondere al suo scopo, cioè al ben comune. L’unità restava, ma
          non il di lei fine: anzi l’unità in vece di condurre al detto fine, era un mezzo di
          allontanarlo, e renderlo impossibile. Così anche la società, perduta la sua ragione e il
          suo scopo, cioè il comun bene, tornava ad essere inutile e dannosa, con quel di più che
          risultava dall’assurdità, barbarie, e pregiudizio sommo, dell’esser tutti nelle mani di un
          solo, inteso a danneggiarli.</p>
        <p>In questo stato tornava meglio, o sciorre affatto la società, o diminuire, <foreign
            lang="lat" rend="italic">laxare</foreign>, quell’unità, ch’essendo da principio e in
          natura il massimo e più necessario de’ beni sociali, così dopo la corruzione, è il sommo
          de’ mali, e l’istrumento e sorgente delle più terribili infelicità.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="560"/> Allora fu che i popoli abbandonando, e distruggendo il loro primo,
          vero, e naturale governo, inerente alla vera natura della società, si rivolsero ad altri
          governi, alle repubbliche ec. divisero i poteri, divisero in certo modo l’unità;
          ripigliando quella parte di libertà e di uguaglianza, che restava loro sotto la primitiva
          monarchia, andarono anche più oltre, e ne ripigliarono tanta, quanta non era compatibile
          colla natura e ragione della società. Ed era ben naturale, perchè quel monarca assoluto
          che doveva disporre di quest’altra porzione di libertà ec. non esistendo più pel comun
          bene, non doveva più sussistere, nè sussisteva.</p>
        <p>Così le repubbliche d’ogni qualsivoglia sorta, e in ragione e in fatto sono posteriori
          alla monarchia assoluta, e l’idea e l’esistenza della tirannia non è antichissima, ma
          nella teoria, ed effettivamente nella storia, precede immediatamente l’idea e l’esistenza
          degli stati liberi. Giacchè l’antichissima e primitiva forma e idea di governo, non è
          altra che quella dell’assoluta monarchia. Osservate la storia greca, osservate la romana.
          V. Goguet loc. cit. Dovunque e sempre la monarchia <pb ed="aut" n="561"/> precede la
          libertà, e la libertà nasce dalla corrotta monarchia, come dalla libertà anche più
          corrotta successivamente, e più cattiva di quello che fosse nel suo primo rinascimento,
          nasce una nuova monarchia: libertà e nuova monarchia tutte due cattive, perchè tutte due
          derivate da cattivo principio. Eccetto che la libertà ed uguaglianza naturale precede la
          monarchia primitiva, o nello stato dell’uomo insociale e solitario, o in quella prima
          infanzia della società, dov’ella è piuttosto un’adunanza materiale d’uomini che una
          società.</p>
        <p>Riprendendo il filo del discorso: coll’influenza, la forza, la viridità, l’osservanza
          della natura, era finita la perfezione e l’utilità dell’assoluta monarchia: coll’assoluta
          monarchia era finito lo stato vero ed essenziale della società. Lungi dunque dalla natura,
          e lungi dall’essenza di se stessa, la società non poteva esser più felice. Nè vi poteva
          più esser governo perfetto, non solo perchè l’uomo era allontanato dalla natura, fuor
          della <pb ed="aut" n="562"/> quale non v’è perfezione in qualunque stato; ma anche e
          principalmente perchè quel solo governo che potesse da principio esser perfetto, perchè il
          solo conveniente all’essenza della società, era da circostanze irrimediabili e perpetue
          escluso per sempre dalla perfezione; ed anche (presso questo o quel popolo) escluso
          effettivamente ed intieramente dalla società.</p>
        <p>La natura, sola fonte possibile di felicità anche all’uomo sociale, è sparita. Ecco
          l’arte, la ragione, la meditazione, il sapere, la filosofia si fanno avanti per supplire
          all’assenza o corruzone della natura, rimediarci, sostituire i loro (pretesi) mezzi di
          felicità, ai mezzi della natura; occupare in somma il luogo da cui la natura era cacciata,
          e far le di lei veci; condurre l’uomo cioè a quella felicità, a cui la natura lo
          conduceva. Quante forme di governo non sono state ideate! quante messe in pratica! quanti
          sogni, quante chimere, quante utopie ne’ pensieri de’ filosofi! certo essi erravano ne’
          principii, giacchè pretendevano d’immaginare un governo perfetto, e <pb ed="aut" n="563"/>
          (lasciando tutto il resto, lasciando le assurdità e impossibilità nell’applicazione delle
          loro teoriche al fatto) la perfezione possibile del governo non è altra che quella che ho
          detta; perfezione semplicissima, e che non ha bisogno di studi, meditazioni, esperienze,
          complicazioni per esser trovata e conseguita; anzi non è perfezione se è complicata, ma
          non può esser altro che semplicissima.</p>
        <p>Fra tante miserie di governi che quasi facevano a gara, qual fosse il più imperfetto e
          cattivo, e il meglio adattato a proccurare l’infelicità degli uomini; egli è certo ed
          evidente, che lo stato libero e democratico, fino a tanto che il popolo conservò tanto di
          natura da esser suscettibile in potenza ed in atto, di virtù di eroismo, di grandi
          illusioni, di forza d’animo, di buoni costumi; fu certamente il migliore di tutti. L’uomo
          non era più tanto naturale, da potersi trovar uno che reggesse al dominio senza
          corrompersi, e senza abusarne: e dopo inventata la malizia, il potere senza limiti, non
          poteva più sussistere, nè per parte del principe che ne <pb ed="aut" n="564"/> abusava
          inevitabilmente, nè per parte del popolo. Perchè se questo non era costretto e
          circoscritto da freni, da leggi, da forze, in somma da catene, non era più capace di
          ubbidire spontaneamente, di badare tranquillamente alla sua parte, di non usurpare, non
          sacrificare il vicino, o il pubblico a se stesso, non aspirare all’occasione anche al
          principato, in somma non era capace di non tendere alla <foreign lang="grc"
          >πλεονεξία</foreign> in ogni cosa. L’ubbidienza e sommissione totale al principe, e
          l’esser pronto a servirlo, non è insomma altro che un sacrifizio al ben comune, un esser
          pronto a sacrificarsi per gli altri, un contribuire <foreign lang="lat" rend="italic">pro
            virili parte</foreign> al pubblico bene. Dico quando la detta sommissione è spontanea.
          Ma l’egoismo non è capace di sacrifizi. Dunque la detta sommissione spontanea non era più
          da sperare; la comunione degl’interessi d’ogni individuo coll’interesse pubblico era
          impossibile. Nato dunque l’egoismo, nè il popolo poteva ubbidir più se non era servo, nè
          il principe comandare senza esser tiranno. (V. p. 523. capoverso ult.) Le cose non
          andavano più alla buona, nè secondo natura, e questo o quello non andava in questo o quel
          modo, se non per una necessità certa e definita: ed era divenuta indispensabile, quella
          che ora lo è molto più, in proporzione della maggior corruttela, cioè la matematica delle
          cose, delle regole, delle forze.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="565"/> Ma restava ancora nel mondo tanta natura, tanta forza di credenze
          naturali o illusioni, da poter sostenere lo stato democratico, e conseguirne una certa
          felicità e perfezione di governo. Uno stato favorevolissimo alle illusioni, all’entusiasmo
          ec. uno stato che esigge grand’azione e movimento: uno stato dove ogni azione pubblica
          degl’individui è sottoposta al giudizio, e fatta sotto gli occhi della moltitudine,
          giudice, come ho detto altrove, per lo più necessariamente giusto; uno stato dove per
          conseguenza la virtù e il merito non poteva mancar di premio; uno stato dove anzi era
          d’interesse del popolo il premiare i meritevoli, giacchè questi non erano altro che
          servitori suoi, ed i meriti loro, non altro che benefizi fatti al popolo, il quale
          conveniva che incoraggisse gli altri ad imitarli; uno stato dove, se non altro, e malgrado
          le ultime sventure individuali, non può quasi mancare al merito, ed alle grandi azioni il
          premio della gloria, quel fantasma immenso, quella molla onnipotente nella società; uno
          stato, del <pb ed="aut" n="566"/> quale ciascuno sente di far parte, e al quale però
          ciascuno è affezionato, e interessato dal proprio egoismo, e come a se stesso; uno stato
          dove non c’è molto da invidiare, perchè tutti sono appresso a poco uguali, i vantaggi sono
          distribuiti equabilmente, le preminenze non sono che di merito e di gloria, cose poco
          soggette all’invidia, e perchè la strada per ottenerle è aperta a ciascheduno, e perchè
          non si ottengono se non per mezzo e volontà di ciascheduno, e perchè ridondano in
          vantaggio della moltitudine; in somma uno stato che sebbene non è il primitivo della
          società, è però il primitivo dell’uomo, naturalmente libero, e padrone di se stesso, e
          uguale agli altri (come ogni altro animale), e quindi moltissimo della natura sola
          sorgente di perfezione e felicità: un simile stato finchè restava tanta natura da
          sostenerlo, e quanta bastava perch’egli fosse ancora compatibile colla società; era
          certamente dopo la monarchia primitiva, il più conveniente all’uomo, il più fruttuoso alla
            <emph>vita</emph>, il più felice. <pb ed="aut" n="567"/> Tale fu appresso a poco lo
          stato delle repubbliche greche fino alle guerre persiane, della romana fino alle puniche.</p>
        <p>Ma come l’uguaglianza è incompatibile con uno stato il cui principio è l’unità, dal quale
          vengono necessariamente le gerarchie; così la disuguaglianza è incompatibile con quello
          stato, il cui principio è l’opposto dell’unità, cioè il potere diviso fra ciascheduno,
          ossia la libertà e democrazia. La perfetta uguaglianza è la base necessaria della libertà.
          Vale a dire, è necessario che fra quelli fra’ quali il potere è diviso, non vi sia
          squilibrio di potere; e nessuno ne abbia più nè meno di un altro. Perchè in questo e non
          in altro è riposta l’idea, l’essenza e il fondamento della libertà. Ed oltre che senza
          questo, la libertà non è più vera, nè intera; non può neanche durare in questa
          imperfezione. Perchè, come l’unità del potere porta il monarca ad abusarsene, e passare i
          limiti; così la maggioranza del potere, porta il maggiore ad abusarsene, e cercare di
          accrescerlo; e così le <pb ed="aut" n="568"/> democrazie vengono a ricadere nella
          monarchia. Nè solamente la <foreign lang="grc">πλεονεξία</foreign> del potere, ma ogni
          sorta di <foreign lang="grc">πλεονεξία</foreign>, è incompatibile e mortifera alla
          libertà. Nella libertà non bisogna che l’uno abbia sopra l’altro nessun avvantaggio se non
          di merito o di stima, in somma di cose che non possano essere nè invidiate per parte degli
          altri, nè abusate, e portate oltre i limiti da chi le possiede. Altrimenti nascono le
          invidie negli uni, il desiderio di maggior superiorità negli altri. Questi cercano
          d’innalzarsi, quelli di non restare al di sotto, o di conseguire gli stessi vantaggi.
          Quindi fazioni, discordie, partiti, clientele, risse, guerre, e alla fine vittoria e
          preponderanza di un solo, e monarchia. Perciò gli antichi legislatori, come Licurgo, o i
          savi repubblicani, come Fabrizio, Catone ec. proibivano le ricchezze, gastigavano chi
          possedeva troppo più degli altri (come fece Fabrizio nella censura), proscrivevano il
          sapere, le scienze, le arti, la coltura dello spirito, insomma ogni sorta di <foreign
            lang="grc">πλεονεξία</foreign>. Perciò tutte le repubbliche e democrazie vere, sono
          state povere e ignoranti <pb ed="aut" n="569"/> finchè ha durato il loro ben essere.
          Perciò gli Ateniesi arrivavano ad esser gelosissimi anche del troppo merito, della virtù
          segnalata, della mera gloria, ancorchè spoglia di onori esterni; ed è osservabile che la
          superiorità del merito anche fra i Romani fu tanto più sfortunata, quanto la democrazia
          era più perfetta, cioè ne’ primi tempi, come in Coriolano, in Camillo ec. Colle ricchezze,
          il lusso, le aderenze, la coltura degl’ingegni, la troppa disuguaglianza delle dignità, ed
          onori esteriori, del potere ec. ed anche la sola eccessiva sproporzione del merito e della
          pura gloria, perirono, e sempre periranno tutte le democrazie.</p>
        <p>Ma siccome è impossibile la durevole conservazione della perfetta uguaglianza, e la
          perfetta uguaglianza è il fondamento essenziale, e la conservatrice sola e indispensabile
          della democrazia, così questo stato non può durar lungo tempo, e si risolve naturalmente
          nella monarchia, se non è abbastanza fortunato per cader piuttosto nell’oligarchia, o nel
          governo degli ottimati, cioè nell’aristocrazia, le quali <pb ed="aut" n="570"/> però non
          sono ordinariamente, anzi si può dir sempre, fuori che un altro gradino alla monarchia. V.
          p. 608. capoverso 1.</p>
        <p>Il solo preservativo contro la troppa e nocevole disuguaglianza nello stato libero, è la
          natura, cioè le illusioni naturali, le quali diriggono l’egoismo e l’amor proprio, appunto
          a non voler nulla più degli altri, a sacrificarsi al comune, a mantenersi
          nell’uguaglianza, a difendere il presente stato di cose, e rifiutare ogni singolarità e
          maggioranza, eccetto quella dei sacrifizi, dei pericoli, e delle virtù conducenti alla
          conservazione della libertà ed uguaglianza di tutti. Il solo rimedio contro le
          disuguaglianze che pur nascono, è la natura, cioè parimente le illusioni naturali, le
          quali fanno e che queste disuguaglianze non derivino se non dalla virtù e dal merito, e
          che la virtù e l’eroismo comune della nazione, le tolleri, anzi le veda di buon occhio, e
          senza invidia, e con piacere, come effetto del merito, e non si sforzi di arrivare a
          quella superiorità, se non per lo stesso mezzo della virtù e del merito. E che quelli che
          hanno conseguita la detta superiorità, sia di gloria, sia di uffizi e dignità (giacchè
          quella di ricchezze, e altri tali vantaggi, non ha luogo finchè dura nella <pb ed="aut"
            n="571"/> repubblica l’influenza della natura), non se ne abusino, non cerchino di
          passar oltre, sieno contenti, anzi impieghino il poter loro a mantener l’uguaglianza e
          libertà, si comunichino agli altri, diminuiscano l’invidia de’ loro vantaggi col fuggire
          l’orgoglio, la cupidigia, il disprezzo o l’oppressione degli inferiori ec. ec. ec. E tutto
          questo accadeva effettivamente nei primi e migliori tempi delle antiche democrazie, cioè
          ne’ più vicini alla natura, e per gli effetti e le opere e i costumi, e materialmente per
          l’età. Ma spente le illusioni, scemata o tolta la natura, tornato in campo il basso
          egoismo fomentato dai vantaggi e dai mezzi d’ingrandimento nei superiori, irritato
          negl’inferiori dalla stessa inferiorità, aggiunte le ricchezze, il lusso, le clientele,
          gl’impegni, le <foreign lang="lat" rend="italic">ambitiones</foreign>, la filosofia,
          l’eloquenza, le arti, e le altre infinite corruzioni e <foreign lang="grc"
          >πλεονεξίαι</foreign> della società, le democrazie s’indebolirono, crollarono e finalmente
          caddero. E qui torniamo al principio del nostro discorso, <pb ed="aut" n="572"/> cioè come
          i governi che paiono e si trovano oggi imperfettissimi, e talora insostenibili, fossero o
          perfetti, o buoni, ed anche utilissimi da principio, e durante i costumi naturali. E come
          non vi sia peste, nè maggiore nè più certa a qualsivoglia stato pubblico, che la
          corruzione, e l’estinzione della natura. E come quei governi che durando la natura erano
          buoni, cessata la natura divengono senz’altro pessimi. E come alla natura non si può
          supplire, e la mancanza di lei non ha rimedio nessuno; nè senza lei si può mai sperare
          perfezione o felicità di governo fino alla fine dei secoli; ma tutto (e sia pure il
          governo il più profondamente studiato, combinato, e perfettamente filosofico) sarà sempre
          imperfettissimo, pieno di elementi discordanti, mal adattato all’uomo (al quale nulla si
          può più adattare, quand’egli non è più quello che dovrebb’essere), inetto alla vera
          felicità; e quindi o in fatto, o certo nella vera teorica, precario, istabile, mal
          situato, mal piantato, barcollante, incongruente, incoerente, <pb ed="aut" n="573"/> falso
          ec. Il che si potrà anche vedere da quello che segue.</p>
        <p>Tutti i vari governi per li quali andò successivamente o simultaneamente errando o lo
          spirito umano, o il caso, o la forza delle circostanze particolari, non servirono ad altro
          che a disperare i veri filosofi (certamente pochi), convinti dall’esperienza della
          necessaria imperfezione, infelicità, contraddizione e sconvenienza di tutto quello che 1.o
          mancava di natura sola norma vera e invariabile d’ogni istituzione mondana; 2.o non
          corrispondeva all’essenza e alla ragione della società, la quale richiede la monarchia
          assoluta.</p>
        <p>Quasi tutte però le diverse aberrazioni della società in ordine ai governi, vennero a
          ricadere in questa monarchia, stato naturale della società, e il mondo, massime in questi
          ultimi secoli, era divenuto, si può dir, tutto monarchico assoluto. Specialmente poi
          dall’abuso e corruzione della libertà e democrazia, nata immediatamente dall’abuso e
          corruzione della <pb ed="aut" n="574"/> monarchia assoluta, era nata pure immediatamente
          una nuova monarchia assoluta. Ma non già quella primitiva, quella ch’era buona ed utile e
          conveniente alla società durante l’influenza della natura, e mediante questa sola: ma
          quella che può essere nell’assenza della natura; cioè quella tanto essenzialmente pessima,
          quanto la primitiva è sostanzialmente e solamente ottima: Insomma la tirannia, perchè la
          monarchia assoluta senza natura, non può esser altro che tirannia, più o meno grave, e
          quindi forse il pessimo di tutti i governi. E la ragione è, che tolte le credenze e
          illusioni naturali, non c’è ragione, non è possibile nè umano, che altri sacrifichi un suo
          minimo vantaggio al bene altrui, cosa essenzialmente contraria all’amor proprio,
          essenziale a tutti gli animali. Sicchè gli interessi di tutti e di ciascuno, sono sempre
          infallibilmente posposti a quelli di un solo, quando questi ha il pieno potere di servirsi
          degli altri, e delle cose loro, per li vantaggi e piaceri suoi, sieno anche capricci,
          insomma per qualunque soddisfazione sua.</p>
        <p>Il mondo ha marcito appresso a poco in questo stato dal principio dell’impero romano,
          fino al nostro secolo. Nell’ultimo secolo, la filosofia, la cognizione delle cose,
          l’esperienza, lo studio, l’esame delle storie, degli uomini, i confronti, i paralelli, il
          commercio scambievole d’ogni sorta d’uomini, di nazioni, di costumi, le scienze d’ogni
          qualità, le arti ec. ec. hanno fatto progressi tali, che tutto il mondo rischiarato e
          istruito, si è rivolto a considerar se stesso, e lo stato suo, e quindi principalmente <pb
            ed="aut" n="575"/> alla politica ch’è la parte più interessante, più valevole, di
          maggiore e più generale influenza nelle cose umane. Ecco finalmente che la filosofia, cioè
          la ragione umana, viene in campo con tutte le sue forze, con tutto il suo possibile
          potere, i suoi possibili mezzi, lumi, armi, e si pone alla grande impresa di supplire alla
          natura perduta, rimediare ai mali che ne son derivati, e ricondurre quella felicità ch’è
          sparita da secoli immemorabili insieme colla natura. Giacchè insomma la felicità e non
          altro, è o dev’esser lo scopo di questa nostra oramai perfetta ragione, in qualunque sua
          opera: come questo è lo scopo di tutte le facoltà ed azioni umane.</p>
        <p>Che saprà fare questa ragione umana venuta finalmente tutta intiera al paragone della
          natura, intorno al punto principale della società? Lascio gli esperimenti fatti in Francia
          negli ultimi del passato, e nei primi anni di questo secolo. Riconosciuta per
          indispensabile la monarchia, e d’altronde la monarchia <pb ed="aut" n="576"/> assoluta per
          tutt’uno colla tirannia, la filosofia moderna s’è appigliata (e che altro poteva?) al
          partito di puntellare. Non idee di perfetto governo, non ritrovati, scoperte, forme di
          essenziale e necessaria perfezione. Modificazioni, aggiunte, distinzioni, accrescere da
          una parte, scemare dall’altra, dividere, e poi lambiccarsi il cervello per equilibrare le
          parti di questa divisione, toglier di qua, aggiunger di là: insomma miserabili
          risarcimenti, e sostegni, e rattoppature e chiavi, e ingegni d’ogni sorta, per mantenere
          un edifizio, che perduto il suo ben essere, e il suo stato primitivo, non si può più
          reggere senza artifizi che non entrano affatto nell’idea primaria della sua costruzione.
          La monarchia assoluta s’è cangiata in molti paesi (ora mentre io scrivo s’aspetta che lo
          stesso accada in tutta Europa) in costitutiva. Non nego che nello stato presente del mondo
          civile, questo non sia forse il miglior partito. Ma insomma questa non è un’istituzione
          che abbia il suo fondamento e la sua ragione nell’idea e nell’essenza o della società in
          generale e assolutamente, o <pb ed="aut" n="577"/> del governo monarchico in particolare.
          È un’istituzione arbitraria, ascitizia, derivante dagli uomini e non dalle cose: e quindi
          necessariamente dev’essere istabile, mutabile, incerta e nella sua forma, e nella durata,
          e negli effetti che ne dovrebbero emergere perch’ella corrispondesse al suo scopo, cioè
          alla felicità della nazione.</p>
        <p>1.<hi rend="apice">o</hi> Tutto quello che non ha il suo fondamento nella natura della
          cosa, ha un’esistenza sostanzialmente precaria. La cosa può restare, e la modificazione
          perire, alterarsi, dimenticarsi abbandonarsi, diversificarsi in mille guise, non ottenere
          il suo scopo, restare quanto al nome e all’apparenza, non quanto al fatto. Insomma le
          convengono tutte quelle proprietà, che nelle scuole si attribuiscono
          all’<emph>accidente</emph>, e che lo definiscono. Di più, ancorchè resti, e resti in tutta
          la sua relativa perfezione o integrità, difficilmente può giovare, e valere, e tornare in
          bene, non avendo la sua propria ragione nell’essenza e natura della cosa.</p>
        <p>2.<hi rend="apice">o</hi> La ragione e l’essenza della monarchia consiste in questo, che
          alla società è necessaria <pb ed="aut" n="578"/> l’unità. L’unità non è vera se il capo o
          principe non è propriamente e interamente uno. Questo non vuol dir altro se non che essere
          assoluto, cioè padrone egli solo di tutto quello che concerne il suo fine, cioè il bene
          comune. Quanto più si divide il potere, tanto più si pregiudica all’unità, dunque tanto
          più si viola, si allontana e si esclude la ragione e la perfezione e della monarchia e
          della società.</p>
        <p>Così che lo stato costituzionale non corrisponde alla natura e ragione nè della società
          in genere, nè della monarchia in specie. Ed è manifesto che la costituzione non è altro
          che una medicina a un corpo malato. La qual medicina sarebbe aliena da quel corpo, ma
          questo non potrebbe vivere senza lei. Dunque bisogna compensare l’imperfezione della
          malattia, con un’altra imperfezione. E così appunto la costituzione non è altro che una
          necessaria imperfezione del governo. Un male indispensabile per rimediare o impedire un
          maggior male. Come un cauterio in un individuo affetto da reumi ec. Che sebbene
          quell’individuo vive <pb ed="aut" n="579"/> mediante quel cauterio, altrimenti non
          vivrebbe; e sebbene è libero da quel male, contro il quale è diretto quel rimedio:
          contuttociò quello stesso rimedio è un male, un vizio, un’imperfezione: e sebbene non
          nuoce più il primo male, nuoce il rimedio: e quell’individuo non è mica perfetto nè sano.
          Così una gamba di legno a chi ha perduto la naturale. Il quale cammina bensì con quella
          gamba, che altrimenti non potrebbe sostenersi: ma non perciò resta ch’egli non sia
          imperfetto.</p>
        <p>Ed ecco (per conclusione del mio discorso) come quei governi e quelle cose d’ogni genere,
          che da principio e secondo natura, sarebbero ed erano perfette, tolta la natura, non
          possono più esserlo malgrado qualunque sforzo della ragione, del sapere, dell’arte: e
          queste non possono mai riempiere il luogo della natura, e fare perfettamente le di lei
          veci: anzi rimediando a un male, ne introducono necessariamente un altro: perchè esse
          stesse introdotte che sono in qualunque genere di cose, ne formano un’imperfezione, e
          rendono quella tal cosa imperfetta per ciò solo che le contiene. (22-29. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Da tutto il sopraddetto deducete questo corollario. L’uomo è naturalmente,
          primitivamente, <pb ed="aut" n="580"/> ed essenzialmente libero, indipendente, uguale agli
          altri, e queste qualità appartengono inseparabilmente all’idea della natura e dell’essenza
          costitutiva dell’uomo, come degli altri animali. La società è nello stesso modo
          primitivamente ed essenzialmente dipendente e disuguale, e senza queste qualità la società
          non è perfetta, anzi non è vera società. Pertanto l’uomo in società bisogna che
          necessariamente si spogli e perda delle qualità essenziali, naturali, ingenite,
          costitutive, e inseparabili da se stesso. Le quali egli può ben perdere in fatto, ma non
          in ragione, perchè come si può considerare un essere spoglio di una sua qualità
          intrinseca, costitutiva, e indipendente affatto dalle circostanze e dalle forze, o esterne
          o accidentali, perch’essendo primitiva e naturale, è necessaria, e durevole in ragione,
          quanto dura quell’essere che la contiene, e ne è composto? Sarebbe lo stesso che voler
          considerare un uomo senza la facoltà del pensiero, la quale è parimente indipendente dagli
          accidenti. In questa ipotesi, sarà un altro <pb ed="aut" n="581"/> essere, ma non un uomo.
          Dunque un uomo privo della libertà e della uguaglianza in ragione, sarebbe privo
          dell’essenza umana, e non sarebbe un uomo, ch’è impossibile. Nè egli si può condannare a
          perdere realmente e radicalmente questa qualità, neppure spontaneamente: e nessuna
          promessa, contratto, volontà propria e libera, lo può mai spogliare in minima parte del
          diritto di seguire in tutto e per tutto la sua volontà, oggi in un modo, domani in un
          altro: e come egli ha potuto adesso volontariamente ubbidire, e promettere di ubbidire per
          sempre; così l’istante appresso egli può disubbidire in diritto, e non può non poterlo
          fare. V. p. 452. capoverso 1. Dunque la società, spogliando l’uomo in fatto, di alcune sue
          qualità essenziali e naturali, è uno stato che non conviene all’uomo, non corrisponde alla
          sua natura; quindi essenzialmente e primitivamente imperfetto, ed alieno per conseguenza
          dalla sua felicità: e contraddittorio nell’ordine delle cose.</p>
        <p>Del resto tutto quello ch’io dico della necessità dell’unità, e quindi dipendenza <pb
            ed="aut" n="582"/> soggezione e disuguaglianza nella società, non appartiene e non ha
          forza in quanto a quella società veramente primordiale, che entra nell’essenza, ordine e
          natura della specie umana e degli animali: società imperfetta in quanto società; perfetta
          in quanto all’essenza vera e primitiva dell’uomo e degli animali, e all’ordine delle cose,
          dove nulla è perfetto assolutamente, ma relativamente. Volendo appurare l’idea della
          società, ne risulta direttamente la conseguenza che ho detto, cioè la necessità
          dell’unità, e quindi della monarchia ec. Ma questi appuramenti, queste circoscrizioni,
          queste esattezze, queste strettezze, queste sottigliezze, queste dialettiche queste
          matematiche non sono in natura, e non devono entrare nella considerazione dell’ordine
          naturale, perchè la natura effettivamente non le ha seguite. E non solo non è imperfetto
          quello che non corrisponde geometricamente alle dette idee, purchè però sia naturale; ma
          anzi non può esser perfetto tutto quello che vien ridotto e conformato alle dette idee,
          perchè non è più conforme al suo <pb ed="aut" n="583"/> stato essenziale e primitivo. E
          dovunque ha luogo la perfezione matematica, ha luogo una vera imperfezione (quando anche
          questa rimedii ad altri più gravi inconvenienti e corruzioni), cioè discordanza dalla
          natura, e dall’ordine primitivo delle cose, il quale era combinato in altro modo, e fuor
          del quale non v’è perfezione, benchè questa non sia mai assoluta, ma relativa. La stretta
          precisione entra nella ragione e deriva da lei, non entrava nel piano della natura, e non
          si trovava nell’effetto. È necessaria ai nostri tempi, dove l’ordine delle cose è
          corrotto, ed è come degnissimo d’osservazione altrettanto evidente e osservato, che la
          stretta precisione delle leggi, istituzioni, statuti governi ec. insomma delle cose, è
          sempre cresciuta in proporzione che gli uomini e i secoli sono stati più guasti: ed ora è
          venuta al colmo, perchè anche la corruzione è eccessiva, e ha passato tutti i limiti.
            L’<emph>appresso a poco</emph>, il <emph>facilmente</emph> e simili altre idee, non
          convengono ai sistemi presenti, dove nulla è, se può non essere: convengono ottimamente
            <pb ed="aut" n="584"/> alla natura, dove infinite cose erano, e potevano non essere, ma
          la natura aveva provveduto bastantemente, quando avea provveduto che non fossero, e non
          erano in fatto. Altrimenti come si sarebbe potuta corromper la natura, e l’ordine delle
          cose, in quel modo in cui vediamo che ha fatto? Della qual corruzione, tutti, più o meno,
          bisogna che convengano. Ma ciò non avrebbe potuto accadere se tutto quello che era, non
          avesse potuto non essere, nè essere nè andare altrimenti. Il qual effetto è lo scopo della
          ragione e de’ presenti sistemi, sempre diretti a rendere impossibile il contrario, se il
          sistema appartiene alla pratica, e a dimostrare impossibile il contrario, se il sistema
          appartiene alla speculativa.</p>
        <p>Questa pure è una gran fonte di errori ne’ filosofi, massime moderni, i quali assuefatti
          all’esattezza e precisione matematica, tanto usuale e di moda oggidì, considerano e
          misurano la natura con queste norme, credono che il sistema della natura debba
          corrispondere a questi principii; e non credono naturale quello che non è preciso e
          matematicamente esatto: quando anzi per lo contrario, <pb ed="aut" n="585"/> si può dir
          tutto il preciso non è naturale: certo è un gran carattere del naturale il non esser
          preciso. Ma il detto errore è fratello di quello che suppone nelle cose il vero, il bello,
          il buono, la perfezione assoluta.</p>
        <p>Nella natura e nell’ordine delle cose bisogna considerare la disposizion primitiva,
          l’intenzione, il come le cose andassero da principio, il come piaccia alla natura che
          vadano, il come dovrebbero andare; non la necessità, nè il come non possano non andare. Ed
          egli è certissimo che, sebben l’ordine delle cose andava naturalmente nell’ottimo modo
          possibile, e regolarissimamente, contuttociò andava <emph>alla buona</emph>; e la massima
          parte delle cagioni corrispondeva agli effetti sufficientemente (che questo si richiede
          alla provvidenza dell’effetto voluto: la sufficienza della causa), non necessariamente. E
          ciò non solo negli uomini, ma negli animali, e in tutti gli altri ordini di cose. E perciò
          appunto si trovano e accadono tuttogiorno nel mondo tanti inconvenienti, aberrazioni,
          accidenti particolari contrari all’ordine generale: e non parlo già di quelli soli che
          derivano da noi, ma di quelli indipendenti <pb ed="aut" n="586"/> affatto dall’azione e
          dall’ordine nostro. I quali accidenti che si chiamano mali, disastri, ec. danno tanto che
          fare ai filosofi, i quali non vedono come possano aver luogo nell’opera della natura: ed
          alcuni sono stati così temerari, che siccome la ragione nelle sue piccole opere si sforza
          di escludere la possibilità d’ogni accidente particolare contrario a quel tal ordine
          generale; così hanno creduto che se la ragione umana avesse presieduto all’opera della
          natura, questi accidenti non avrebbero avuto luogo. Ma le dette imperfezioni accidentali
          non entrano nel piano della natura, (sebbene neppur questo possiamo dire non conoscendo
          l’intero ordine ed armonia delle cose): non ne sono però matematicamente e necessariamente
          esclusi; e sono da lei quasi permessi, in quel modo come dicono i Teologi che Dio permette
          il peccato, ch’è sommo male e imperfezione, ma accidentale: e in ogni modo il piano, il
          sistema, la macchina della natura, è composta e organizzata in altra maniera da quella
          della ragione, e non risponde all’esattezza matematica.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="587"/> Così dunque la società veramente primordiale, e naturale alla
          specie umana, come a quelle dei bruti, senza principato, senza soggezione, senza
          disuguaglianza, senza gradi, senza regole, poteva benissimo corrispondere al fine, cioè al
          comun bene, come vi corrisponde quella delle formiche: al qual fine non può mai
          corrispondere una società più stretta e formata, se manca di unità. Ma quella primissima
          società camminava alla buona, e così alla buona conseguiva l’intento della natura, e la
          sua destinazione. Nè per questo era necessario opporsi alla natura, e introdurre una
          contraddizione tra il fatto e il diritto, una contraddizione nell’ordine delle cose umane,
          introducendo qualità contrarie alle qualità ingenite ed essenziali dell’uomo; vale a dire
          la soggezione e disuguaglianza contrarie alla libertà ed uguaglianza naturale.</p>
        <p>Che se le api hanno un capo, e quindi soggezione e disparità, questo non fa obbiezione
          veruna. Tutto essendo relativo, la natura che ha fatto gli uomini liberi e uguali, e così
          infinite altre specie di animali; poteva far le api (e altre tali specie, <pb ed="aut"
            n="588"/> se ve ne ha) disuguali e soggette. E siccome ella lo ha fatto, dando una
          superiorità <emph>ingenita e naturale</emph> a certi individui di quella specie, sopra gli
          altri individui; perciò, come lo stato dell’uomo e degli altri animali non può esser
          perfetto senza libertà ed uguaglianza, perchè queste sono naturali in loro; così per lo
          contrario lo stato delle api non è perfetto senza soggezione e disuguaglianza, perchè la
          loro specie è così fatta e ordinata da natura, e la perfezione consiste nello stato
          naturale.</p>
        <p>Negli uomini dunque non c’è nulla di simile, nè si può dedur nulla in proposito loro,
          dall’esempio delle api. Perchè le piccole (certo piccole in proporzione della disparità
          delle api), dico le piccole disparità o superiorità di forze, di statura, d’ingegno ec.
          che s’incontrano negli uomini, sono disparità o superiorità accidentali, e provenienti da
          cause subalterne; come sono inferiorità accidentali quelle che vengono da malattie, da
          cadute, disgrazie d’ogni genere ec. Sono dico accidentali queste o superiorità, o
          inferiorità, cioè non sono regolari, e non appartengono all’ordine primitivo, costante,
          invariabile, <pb ed="aut" n="589"/> essenzale della specie, come la disparità delle api.
          Che se queste tali superiorità dessero a chi le possiede, un <emph>diritto</emph> di
          comandare e di essere ubbidito, 1. dove molti le possedessero in ugual grado, o non si
          saprebbe a chi ubbidire, o tutti quei tali dovrebbero comandare, ed ecco svanita l’idea
          dell’unità: 2. dove non ci fosse disparità nessuna, il principato non sarebbe naturale,
          dove ci fosse, sarebbe naturale: 3. e di più siccome le disparità possono nascere
          accidentalmente in diversi tempi, perciò in una stessa società anzi generazione di uomini,
          oggi non sarebbe naturale il principato, domani sì: 4. il fanciullo futuro superiore di
          forze ec. siccome ancora non è tale, e forse non diverrà tale, se non per cause
          accidentalissime, e imprevedibili; così non avrebbe ancora nessun’ombra di quel diritto al
          comando, che avrà poi <emph>per natura</emph>: 5. questo diritto supposto naturale, non
          dovrebbe tuttavia durare se non quanto durasse la superiorità in quello o in quei tali;
          sicchè questi perdendo il vigore del corpo, o dell’ingegno, o dell’animo, la virtù, il
          coraggio ec. per malattie, per disgrazie, per circostanze, per cangiamento e corruzione di
            <pb ed="aut" n="590"/> opinioni, di costumi ec. per abuso fatto del corpo, o in ogni
          modo invecchiando, il che è inevitabile; perderebbero essenzialmente non solo in fatto ma
          in diritto quel comando, che si suppone avessero naturalmente e per se. V. p. 609.
          capoverso 1. Insomma gli accidenti sono del tutto fuori d’ogni considerazione, intorno
          all’ordine primitivo e stabile, e alla natura di qualunque cosa. (29-31 Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Del resto quanto sia facile, ovvia, e primitiva l’idea che a qualunque società, per poco
          ch’ella sia formata, e che declini dalla primissima forma di società, comune si può dire a
          tutte le specie di viventi, è necessaria l’unità, cioè un capo, e questo veramente uno,
          cioè assoluto, si può vedere e nelle storie d’ogni nazione, e in ogni genere di società,
          pubblica, privata ec. nelle milizie, nelle compagnie di cacciatori, o in qualunque
          compagnia, che abbia uno scopo comune, e sia destinata tutta insieme a un oggetto
          qualunque. Io mi sono abbattuto a sentire un uomo di nessuna o coltura, o acutezza
          naturale d’ingegno, il quale a una compagnia di negoziatori, che si mettevano a girare il
          mondo, per far guadagno <pb ed="aut" n="591"/> mediante un capitale comune e indivisibile
          (cioè un panorama), dava questo consiglio: Sceglietevi e riconoscete un capo, e ubbiditelo
            <emph>in tutto</emph>. (che altro è questo se non l’idea precisa della necessità della
          monarchia assoluta?) Altrimenti ciascuno cercando il suo interesse più dell’altrui, cosa
          contrarissima all’interesse e allo scopo comune, l’uno farà pregiudizio all’altro, e al
          tutto; e così ciascuno sarà pregiudicato, e la discordia (cioè il contrario dell’unità)
          v’impedirà di conseguire quello che cercate. (31. Gen. 1821.). V. p. 598. capoverso 1. 2.
          3.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Quod si hoc apparet in bestiis, volucribus, nantibus, agrestibus,
              cicuribus, feris, primum ut se ipsae diligant; (id enim pariter cum omni animante
              nascitur) (dunque Cicerone riconosceva le bestie per dotate di libertà) deinde, ut
              requirant, atque appetant, ad quas se applicent, eiusdem generis animantes; idque
              faciunt cum desiderio, et cum quadam similitudine amoris humani: quanto id magis in
              homine fit natura, qui et se ipse diligit, et alterum anquirit, cuius animum <pb
                ed="aut" n="592"/> ita cum suo misceat, ut efficiat paene unum ex duobus?</foreign>
          </quote>
          <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Lael. sive de Amicit.</title> c. 21. fine</bibl>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Della nostra naturale inclinazione di partecipare agli altri le nostre alquanto
          straordinarie sensazioni o piacevoli o dispiacevoli, v. un luogo insigne di Cic. (Lael.
          sive de Amicit. tutto il c. 23.) il qual passo, io credo che sia stata la prima fonte di
          questa osservazione, tanto familiare e nota ai moderni. (31. Gen. 1821.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Lael. sive de Amicit.</title> c. <hi rend="sc">ii</hi>.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Quod si rectum statuerimus, vel concedere amicis,
              quidquid velint, vel impetrare ab iis, quidquid velimus</foreign>, <foreign lang="lat"
              rend="sc">perfecta quidem sapientia simus, si nihil habeat res vitii</foreign>;
              <foreign lang="lat" rend="italic">sed loquimur de iis amicis, qui ante oculos sunt,
              quos videmus, aut de quibus memoriam accepimus, aut quos novit vita communis</foreign>
          </quote>. Leggi <foreign lang="lat" rend="italic">si perfecta q. s. simus, nihil h. r.
          v</foreign>. come richiede evidentemente il senso, che altrimenti zoppica, e <foreign
            lang="lat" rend="italic">sibi non constat</foreign>. (31. Gen. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Communicare</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">particeps fieri, essere, o venire a parte</foreign>, del qual significato
          il Forcellini <pb ed="aut" n="593"/> non reca esempi, se non tre di cattiva lega, e di
          bassa latinità ed autorità (l’Appendice nulla) si trova presso Cicerone: (Lael. sive de
          Amicit. c. 7.) <foreign lang="lat" rend="italic">Itaque, si quando aliquod officium
            exstitit amici in periculis aut adeundis, aut communicandis</foreign>, (cioè nel prender
          parte ai pericoli dell’amico) <foreign lang="lat" rend="italic">quis est, qui id non
            maximis efferat laudibus</foreign>? V. un non so che di simile nella Crusca.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 307. <quote>
            <foreign lang="lat">Quid autem interest, ab iis, qui postea nascentur sermonem fore de
              te, cum ab iis nullus fuerit, qui ante nati sint, qui nec pauciores, <hi rend="italic"
                >et certe meliores</hi> fuerunt viri</foreign>?</quote> L’Affricano maggiore al
          minore, presso <bibl>
            <author>Cicerone</author>, <title>Somn. Scipion.</title> c. 7. V. p. 643. capoverso
          3</bibl>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Quid autem est horum in voluptate? melioremne efficit, aut <hi
                rend="italic">laudabiliorem</hi> virum? an quisquam in potiundis voluptatibus
              gloriando sese, et praedicatione effert</foreign>?</quote> (<bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Paradox.</title> I. c. 3. fine</bibl>) Oggi sibbene, o M. Tullio, nè c’è maggior
          gloria per la gioventù, nè scopo alla carriera loro più brillantemente, manifestamente e
          concordemente proposto, nè mezzo di ottener lode e stima più sicuro e comune, che quello
            <pb ed="aut" n="594"/> di seguire e conseguire le voluttà, ed abbondarne, e ciò più
          degli altri. L’oggetto delle gare ed emulazioni della più florida parte della gioventù,
          non è altro che la voluttà, e il trionfo e la gloria è di colui che ne conseguisce maggior
          porzione, e che sa e può godere e immergersi nei vili piaceri più degli altri. Le voluttà
          sono lo stadio della gioventù presente: tanto che già non si cercano principalmente per se
          stesse, ma per la gloria che ridonda dall’averle cercate e conseguite. E se non di tutte
          le voluttà si può gloriare colui che le ottiene, in quel momento medesimo, in cui le gode,
          (sebbene di moltissimi generi di voluttà accade tuttogiorno ancor questo) certo
          desidererebbe di poterlo fare, di aver testimoni del suo godimento: anzi questo godimento
          consiste per la massima parte nella considerazione e aspettativa del vanto che gliene
          risulterà: e subito dopo, non ha maggior cura, che di divulgare e vantarsi della voluttà
          provata; e questo anche a rischio di chiudersi l’adito a nuove voluttà; e colla certezza
          di nuocere, tradire, essere <pb ed="aut" n="595"/> ingiusto e ingrato verso coloro onde ha
          ottenuta la voluttà che cercava. E sebbene certamente neanche oggi la voluttà rende l’uomo
          migliore, lo rende però più lodevole agli occhi della presente generazone, il che tu o
          Marco Tullio, stimavi che non potesse avvenire. (1 Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quella frase o metafora nostra volgarissima e familiare di <emph>cuocere</emph> per
            <emph>molestare, travagliare, tormentare, e affligger l’animo</emph> (così la Crusca v.
            <emph>Cuocere</emph> par. 3.), fu parimente presso i latini nel verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">coquere</foreign>, e ciò anche ne’ più antichi.</p>
        <quote rend="block">
          <lg lang="lat">
            <l>
              <hi rend="italic">O Tite, si quid ego adiuvero</hi>, <hi rend="sc">curamque</hi>
              <hi rend="italic">levasso</hi>,</l>
            <l>
              <hi rend="sc">Quae</hi>
              <hi rend="italic">nunc</hi>
              <hi rend="sc">te coquit</hi>, <hi rend="italic">et versat in pectore fixa</hi>,</l>
            <l rend="italic">Ecquid erit pretii?</l>
          </lg>
        </quote>
        <p>Ennio presso Cicerone (<bibl>
            <title lang="lat">Cato maior seu de Senect</title>. c. 1.</bibl>) Il Forcellini ne porta
          anche altri due esempi, l’uno di Virgilio, l’altro di Stazio. L’Appendice nulla.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀμαθία μὲν θράσος, λογισμός δ' ὄκνον φέρει</foreign>
          </quote>. <emph>L’ignoranza fa l’uomo pronto, <pb ed="aut" n="596"/> la considerazione
            ritenuto; L’ignoranza fa che l’uomo si risolva facilmente, la ragione
          difficilmente</emph>. In latino traducono così: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Inscitia quidem audaciam, consideratio autem
              tarditatem fert</foreign>
          </quote>. Sentenza di Tucidide, lib. 2. nell’orazione funebre detta da Pericle, che
          incomincia, <quote>
            <foreign lang="grc">οἱ μὲν πολλοὶ τῶν ἐνθάδε ἤδη εἰρηκότων</foreign>
          </quote>. Sentenza celebre presso gli antichi. Luciano: (<bibl>in <title lang="lat">Epist.
              ad Nigrinum, quae praemittitur Nigrino, seu de Philosophi moribus</title>
          </bibl>) <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀποφεύγοιμ' ἂν</foreign>
          </quote> (scamperò) <quote>
            <foreign lang="grc">εἰκότως καὶ τὸ τοῦ Θουκυδίδου λέγοντος, ὅτι ἡ ἀμαθία μὲν, θρασεῖς,
              ὀκνηρούς δὲ τὸ λελογισμένον ἀπεργάζεται</foreign>
          </quote>. <foreign lang="lat" rend="italic">Imperitia audaces, res autem considerata
            timidos efficit</foreign>. Plinio (<bibl>
            <title>Epist.</title> IV. 7.</bibl>): <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Hanc ille vim, (seu quo alio nomine vocanda est
              intentio quicquid velis obtinendi) si ad potiora vertisset, quantum boni efficere
              potuisset? quamquam minor vis bonis, quam malis inest, ac sicut</foreign>
            <foreign lang="grc">ἀμαθία μὲν θράσος, λογισμὸς δὲ ὄκνον φέρει</foreign>, <foreign
              lang="lat" rend="italic">ita recta ingenia debilitat verecundia, perversa <pb ed="aut"
                n="597"/> confirmat audacia</foreign>
          </quote>. S. Girolamo: (<bibl>
            <title>Epist.</title> 126. ad Evagr.</bibl>) (così è numerata nella mia ediz. t. 3. p.
          31. a.) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Tuum certe spiritualem illum interpretem non recipies;
              qui imperitus sermone et scientia, tanto supercilio et auctoritate Melchisedek
              Spiritum Sanctum pronunciavit, ut illud verissimum comprobarit, quod apud Graecos
              canitur: imperitia confidentiam, eruditio timorem creat</foreign>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Stupeo</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >stupesco, stupefacio, stupefio, stupidus</foreign>, ec. coi composti, non solo si sono
          conservati materialmente nel verbo <emph>stupire, stupefare, stupidire</emph> ec. ec. ma
          se ben questi sono restati nella nostra lingua seccamente e nudamente, e senza il
          significato etimologico (che vuol dire, diventar di stoppa), come infinite altre parole
          delle quali resta quasi il corpo e non l’anima, tuttavia la nostra lingua conserva ancora
          per altra parte quella prima metafora, <emph>diventar di stoppa</emph>, e l’usa
          familiarmente per <emph>istupire</emph> ec. sebbene non sia registrata nella Crusca. (1.
          Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="598"/> Alla p. 591 <quote>
            <foreign lang="lat">Igitur initio reges</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat" rend="italic">nam in terris nomen imperii id primum
          fuit</foreign>) (cioè, il primo governo, <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">le premier pouvoir</foreign>
          </quote>, come traduce Dureau-Delamalle, <emph>la più antica signoria</emph>, come traduce
          Alfieri, fu regia, vale a dire assoluta) <quote>
            <foreign lang="lat">diversi, pars ingenium, alii corpus exercebant: <hi rend="italic"
                >etiam tum vita hominum sine cupiditate agitabatur, sua cuique satis placebant</hi>
            </foreign>
          </quote>. (Cioè, l’egoismo non turbava l’ordine pubblico). <bibl>
            <author>Sallustio</author>, Bell. Catilinar. c. 2.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Ius bonumque apud eos</foreign>
          </quote>, (i romani de’ primi tempi della repubblica) <quote>
            <foreign lang="lat">non legibus magis quam <hi rend="italic">naturâ</hi>
            valebat</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Sallustio</author>, Bell. Catilinar. c. 9.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Regium imperium, quod initio conservandae libertatis atque augendae
              reipublicae fuerat</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Sallustio</author>, Bell. Catilinar. c. 6. fine.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">At populo romano nunquam ea copia fuit, (praeclari ingenii
              scriptorum) quia prudentissimus quisque</foreign>
          </quote> (cioè, <foreign lang="fre" rend="italic">ceux qui avaient le plus de
          lumières</foreign>, Dureau-Delamalle, <emph>qual più saggio vi era</emph>, Alfieri) <quote>
            <foreign lang="lat">negotiosus maxume erat: <hi rend="italic">ingenium nemo sine corpore
                exercebat</hi>
            </foreign>
          </quote>: (luogo degno di essere riportato qualunque volta io discorrerò di questa
          materia) <quote>
            <foreign lang="lat">optimus quisque facere quam dicere</foreign>
          </quote>, <pb ed="aut" n="599"/>
          <quote>
            <foreign lang="lat">sua ab aliis benefacta laudari, quam ipse aliorum narrare,
            malebat</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Sallustio</author>, Bell. Catilinar. c. 8. fine.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">In hoc sumus sapientes, quod naturam optimam ducem, tanquam deum,
              sequimur, eique paremus... Quid enim est aliud, gigantum modo bellare cum diis, nisi
              naturae repugnare</foreign>?</quote>
          <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Cato mai. seu de Senect.</title> c. 2.</bibl> Sentenze attissime o congiunte o
          separate, a servire di epigrafe o motto a qualche mio libro. V. p. 601 capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 291. margine. <quote>
            <foreign lang="lat">Nemo enim est tam senex, qui se annum non putet posse
            vivere</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Cato mai. seu de Senect.</title> c. 7. fine</bibl>. E lo dice in proposito dei
          contadini che seminano ancorchè vecchissimi per l’anno futuro.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Qual cosa è più lontana dal noto e comune significato del verbo latino <foreign
            lang="lat" rend="italic">defendere</foreign>, quanto il significato di
          <emph>proibire</emph> nel francese <foreign lang="fre" rend="italic">défendre</foreign>,
          nello spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">defender</foreign> e nel
          <emph>difendere</emph> italiano presso gli antichi? E pure il significato proprio e
          primitivo del latino <foreign lang="lat" rend="italic">defendere (admodum propria et
            Latina huius verbi significatio</foreign>, <pb ed="aut" n="600"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">ut ait Gell</foreign>. l. 9. c. 1. dice il Forcellini) è
          molto simile, e si accosta moltissimo alla detta significazione francese, e antica
          italiana: ed è questa, <foreign lang="lat" rend="italic">arceo, prohibeo, depello,
            propulso</foreign>, come dice il Forcellini, il quale ne porta molti esempi di diverse
          età di scrittori. Ora, come il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">prohibeo</foreign>,
          che ha questa medesima significazione, aveva ancora presso i latini espressamente quella
          di <emph>proibire</emph> o <foreign lang="fre" rend="italic">défendre</foreign> (v. il
          Forcellini) così è ben verisimile che il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >defendere</foreign> unisse (se non presso i noti scrittori, presso gli antichissimi, e
          presso il volgo) questo significato al sopraddetto. In ogni modo è chiaro <add resp="ed"
            >che</add> l’uso del <foreign lang="lat" rend="italic">defendere</foreign> in francese e
          nel vecchio italiano, per <emph>proibire</emph>, deriva dall’antichissimo, primo, e
          proprio significato di quel verbo latino; il quale, se anche è stato ridotto al
          significato di <emph>proibire</emph>, solamente nelle origini della nostra lingua, lo è
          stato però certo in forza della conservazione costante di quell’antichissimo significato,
          non più noto agli scrittori di quei tempi, e quindi necessariamente al solo volgo, e che
          si crederebbe perduto da lunghissimo tempo, se non <pb ed="aut" n="601"/> avessimo questa
          prova della sua costante conservazione fino all’ultima età della lingua latina. (2 Feb.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 599 <foreign lang="lat" rend="italic">Omnia vero, quae secundum naturam fiunt,
            sunt habenda in bonis. Cic. Cato mai. seu de Senect</foreign>. c. 19. in proposito della
          morte dei vecchi. (3. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Cato mai. seu de Senect.</title> c. 23.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Et ex vita ita discedo, tamquam ex hospitio, non
              tamquam ex domo</foreign>
          </quote>. Il contesto vuol che si legga: <foreign lang="lat" rend="italic">At ex
          vita</foreign>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Quid enim habet vita commodi? quid non potius laboris? Sed habeat
              sane: habet certe tamen, aut satietatem, aut modum. Non lubet enim mihi deplorare
              vitam, <hi rend="italic">quod multi, et ii docti, saepe fecerunt</hi>; neque me
              vixisse poenitet; quoniam ita vixi, ut non frustra me natum existimem</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Cato mai. seu de Senect.</title> c. 23.</bibl> in persona di Catone.</p>
      </div1>
      <div1 n="602 - 800">
        <p>La mente nostra non può non solamente conoscere, ma neppur concepire alcuna cosa oltre i
          limiti della materia. Al di là, non possiamo con qualunque possibile sforzo, immaginarci
          una <pb ed="aut" n="602"/> maniera di essere, una cosa diversa dal nulla. Diciamo che
          l’anima nostra è spirito. La lingua pronunzia il nome di questa sostanza, ma la mente non
          ne concepisce altra idea, se non questa, ch’ella ignora che cosa e quale e come sia.
          Immagineremo un vento, un etere, un soffio (e questa fu la prima idea che gli antichi si
          formarono dello spirito, quando lo chiamarono in greco <foreign lang="grc"
          >πνεῦμα</foreign> da <foreign lang="grc">πνέω</foreign>, e in latino <foreign lang="lat"
            rend="italic">spiritus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">spiro</foreign>:
          ed anche <emph>anima</emph> presso i latini si prende per vento, come presso i greci
            <foreign lang="grc">ψυχὴ</foreign> derivante da <foreign lang="grc">ψύχω</foreign>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">flo spiro</foreign>, ovvero <emph>refrigero</emph>);
          immagineremo una fiamma; assottiglieremo l’idea della materia quanto potremo, per formarci
          un’immagine e una similitudine di una sostanza immateriale; ma una similitudine sola: alla
          sostanza medesima non arriva nè l’immaginazione, nè la concezione dei viventi, di quella
          medesima sostanza, che noi diciamo immateriale, giacchè finalmente è l’anima appunto e lo
          spirito che non può concepir se stesso. In così perfetta oscurità pertanto ed ignoranza su
          tutto quello che è, o si suppone fuor della materia, con che <pb ed="aut" n="603"/>
          fronte, o con qual menomo fondamento ci assicuriamo noi di dire che l’anima nostra è
          perfettamente semplice, e indivisibile, e perciò non può perire? Chi ce l’ha detto? Noi
          vogliamo l’anima immateriale, perchè la materia non ci par capace di quegli effetti che
          notiamo e vediamo operati dall’anima. Sia. Ma qui finisce ogni nostro raziocinio; qui si
          spengono tutti i lumi. Che vogliamo noi andar oltre, e analizzar la sostanza immateriale,
          che non possiamo concepir quale nè come sia, e quasi che l’avessimo sottoposta ad
          esperimenti chimici, pronunziare ch’ella è del tutto semplice e indivisibile e senza
          parti? Le parti non possono essere immateriali? Le sostanze immateriali non possono essere
          di diversissimi generi? E quindi esservi gli elementi immateriali de’ quali sieno
            <emph>composte</emph> le dette sostanze, come la materia è composta di elementi
          materiali. Fuor della materia non possiamo concepir nulla, la negazione e l’affermazione
          sono egualmente assurde: ma domando io: come dunque sappiamo che l’immateriale è
          indivisibile? Forse l’immateriale, e l’indivisibile nella nostra mente sono tutt’uno? sono
          gli attributi di una stessa idea? <pb ed="aut" n="604"/> Primieramente ho già dimostrato
          come l’idea delle parti non ripugni in nessun modo all’idea dell’immateriale.
          Secondariamente, se l’immateriale è indivisibile e uno per essenza, non è egli diviso, non
          ha egli parti, quando le sostanze immateriali, ancorchè tutte uguali, sono pur molte e
          distinte? Dunque non vi sarà pluralità di spiriti, e tutte le anime saranno una sola.</p>
        <p>Dopo tutto ciò, come possiamo noi dire che l’anima, posto che sia immateriale, non può
          perire per essenza sua propria? Se lo spirito non può perire per ciò che non si può
          sciogliere, così anche perchè non si può comporre, non potrà cominciare. Meglio quei
          filosofi antichi i quali negando che le anime fossero composte, e potessero mai perire,
          negavano parimente che avessero potuto nascere, e volevano che sempre fossero state. Il
          fatto sta che l’anima incomincia, e nasce evidentemente, e nasce appoco appoco, come tutte
          le cose composte di parti.</p>
        <p>Oltracciò non osserviamo noi nell’anima <pb ed="aut" n="605"/> diversissime facoltà? la
          memoria, l’intelletto, la volontà, l’immaginazione? Delle quali l’una può scemare, o
          perire anche del tutto, restando le altre, restando la vita, e quindi l’anima. Delle quali
          altri son più, altri meno forniti: come dunque la sostanza dell’anima è per natura, uguale
          tutta quanta?</p>
        <p>Ma queste sono facoltà, non parti dell’anima. Primo, l’anima stessa non ci è nota, se non
          come una facoltà. Secondo, se l’anima è perfettamente semplice, e, per maniera di dire, in
          ciascheduna parte uguale alle altre parti, e a tutta se stessa, come può perdere una
          facoltà, una proprietà, conservando un’altra, e continuando ad essere? Come può accader
          questo, se noi pretendiamo <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">cum simplex animi natura esset, neque haberet in se
              quidquam admistum dispar sui, atque dissimile, non posse eum dividi: quod si non
              possit, non posse interire</foreign>?</quote> (<bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Cato mai. seu de Senect.</title> c. 21. fine</bibl>, ex Platone.) V. p. 629.
          capoverso 2.</p>
        <p>In somma fuori della espressa volontà e <pb ed="aut" n="606"/> forza di un Padrone
          dell’esistenza, non c’è ragione veruna perchè l’anima, o qualunque altra cosa, supposta
          anche e non ostante l’immaterialità debba essere immortale; non potendo noi discorrere in
          nessun modo della natura di quegli esseri che non possiamo concepire; e non avendo nessun
          possibile fondamento per attribuire ad un essere posto fuori della materia, una proprietà
          piuttosto che un’altra, una maniera di esistere, la semplicità o la composizione,
          l’incorruttibilità o la corruttibilità. (4. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Cum proelium inibitis, (moneo vos ut) memineritis vos
              divitias, decus, gloriam, praeterea libertatem atque patriam in dextris vestris
              portare</foreign>
          </quote>. Parole che Sallustio (<bibl>
            <title>B. Catilinar.</title> c. 61 al. 58.</bibl>) mette in bocca a Catilina
          nell’esortazione ai soldati prima della battaglia. Osservate la differenza dei tempi.
          Questa è quella figura rettorica che chiamano <emph>Gradazione</emph>. Volendo andar
          sempre crescendo, Sallustio mette prima le ricchezze, poi l’onore, poi la gloria, poi la
          libertà, <pb ed="aut" n="607"/> e finalmente la patria, come la somma e la più cara di
          tutte le cose. Oggidì, volendo esortare un’armata in simili circostanze, ed usare quella
          figura si disporrebbero le parole al rovescio: prima la patria, che nessuno ha, ed è un
          puro nome; poi la libertà che il più delle persone amerebbe, anzi ama per natura, ma non è
          avvezzo neanche a sognarla, molto meno a darsene cura; poi la gloria, che piace all’amor
          proprio, ma finalmente è un vano bene; poi l’onore, del quale si suole aver molta cura, ma
          si sacrifica volentieri per qualche altro bene; finalmente le ricchezze, per le quali
          onore, gloria, libertà, patria e Dio, tutto si sacrifica e s’ha per nulla: le ricchezze,
          il solo bene veramente solido secondo i nostri valorosi contemporanei: il più capace anzi
          di tutti questi beni il solo capace di stuzzicar l’appetito, e di spinger davvero a
          qualche impresa anche i vili. (4. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 465. Bisogna combattere ad armi uguali, chi non vuol restare sicuramente
          inferiore. Dunque <pb ed="aut" n="608"/> tutto il mondo oggidì essendo armato di egoismo,
          bisogna che ciascuno si provveda della medesima arma, anche i più virtuosi e magnanimi, se
          voglion far qualche cosa.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 570. principio. Perchè come gli oligarchi e gli ottimati a forza di fazioni, di
          clientele, di largizioni, di artifizi di ogni sorta, hanno vinto la plebe in cui risiedeva
          il potere, e l’hanno vinta colle forze comuni: così questi pochi nei quali risiede ora il
          potere; mediante l’egoismo e la <foreign lang="grc">πλεονεξία</foreign>, inevitabile
          quando la virtù e la natura è sparita dal mondo, non si accordano neppure intorno
          agl’interessi comuni di questa piccola società, il cui solo bene era divenuto loro scopo:
          e ciascuno cercando il ben proprio, si dividono di nuovo in partiti; il partito vincitore,
          si suddivide di nuovo per gli stessi motivi; finattanto che più presto o più tardi, la
          vittoria e il potere resta in mano di un solo, il quale essendo indivisibile, finalmente
          il governo divenuto monarchia, piglia <pb ed="aut" n="609"/> una forma stabile. Così
          accadde in Roma. Gli uomini chiari per gloria militare o domestica, per ricchezze, potere,
          eloquenza ec. esercitavano già una specie di oligarchia, quando questa, abbassati tutti
          gli altri, si venne a ristringere nei primi Triumviri, finattanto che Cesare tolti di
          mezzo gli altri triumviri, ristrinse tutto in lui solo. Così nel secondo triumvirato. (4.
          Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 590./6. Anche durando in quel tale che si suppone monarca per diritto di natura,
          tutte le qualità che gli davano questo diritto; posto il caso che un altro membro di
          quella medesima società, arrivasse o coll’età, o coll’esercizio del corpo o dello spirito
          ec. ec. a possedere quelle stesse qualità in maggior grado, o anche maggiori, o più
          numerose qualità; il primo monarca perderebbe il suo diritto che si suppone naturale, alla
          monarchia, e non solo ancora vivendo, ma essendo ancor tale, quale incominciò a regnare, e
          per se medesimo in tutto e per tutto lo stesso, a ogni modo non dovrebbe più <pb ed="aut"
            n="610"/> regnare. (4. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Neanche l’amor proprio è infinito, ma solamente indefinito. Non è infinito, dico io non
          già secondo l’origine e il significato proprio di questa voce, ma secondo la forza che le
          sogliamo attribuire: come diciamo che Dio è infinito, perchè contiene perfettamente e
          realmente in se stesso tutta l’infinità. Laddove sebbene l’uomo, e qualunque vivente, si
          ama senza confine veruno, e l’amor proprio non ha limiti nè misura, nè per durata nè per
          estensione, contuttociò l’animo umano o di qualunque vivente non è capace di un sentimento
          il quale contenga la totalità dell’infinito, e in questo senso dico io che l’amor proprio
          non è infinito: e che quantunque non abbia limiti, non deriva da questo che l’animo nostro
          abbia niente d’infinito, non più che quello di qualsivoglia animale. E così non si può
          dedur nulla in questo proposito, dalla infinità dei nostri desideri, conseguenza della
          sopraddetta e spiegata <pb ed="aut" n="611"/> infinità dell’amor proprio. Nè dalla nostra
          infinita, o vogliamo dire indefinita capacità di amare, cioè di essere piacevolmente
          affetti e inclinati verso gli oggetti; conseguenza dell’infinito amor del piacere, il
          quale deriva immediatamente e necessariamente dall’amor proprio infinito, o senza limiti
          nè misura. (4. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 112. Prima di Gesù Cristo, o fino a quel tempo, e ancor dopo, da’ pagani, non si
          era mai considerata la società come espressamente, e per sua natura, nemica della virtù, e
          tale che qualunque individuo il più buono ed onesto, trovi in lei senza fallo e
          inevitabilmente, o la corruzione, o il sommo pericolo di corrompersi. E infatti sino a
          quell’ora, la natura della società, non era stata espressamente e perfettamente tale.
          Osservate gli scrittori antichi, e non ci troverete mai quest’idea del <emph>mondo nemico
            del bene</emph>, che si trova a ogni passo nel Vangelo, e negli scrittori moderni
          ancorchè profani. Anzi (ed avevano <pb ed="aut" n="612"/> ragione in quei tempi)
          consideravano la società e l’esempio come naturalmente capace di stimolare alla virtù, e
          di rendere virtuoso anche chi non lo fosse: e in somma il buono e la società, non solo non
          parevano incompatibili, ma cose naturalmente amiche e compagne. (4. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 535. fine. Così anche il piacere della speranza, non è mai piacere presente,
          nemmeno in quanto speranza; cioè l’atto del piacere della speranza, cammina in quel
          medesimo modo che ho notato nell’atto del piacere presente, o della rimembranza o
          considerazione del piacere passato. (5. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non è veramente furbo chi non teme, o presume e confida con certezza, di non poter essere
          ingannato, trappolato ec. : perchè non conosce dunque e non apprezza a dovere le forze
          della sua stessa furberia.</p>
        <p>E per la stessa ragione non è sommo in veruna professione chi non è modesto; e la
          modestia, e lo stimarsi da non molto, e il credere intimamente e sinceramente di non aver
          conseguito tutto quel merito che si potrebbe e dovrebbe conseguire, questi dico sono segni
          e <pb ed="aut" n="613"/> distintivi dell’uomo grande, o certo sono qualità inseparabili da
          lui. Perchè quanto più si possiede e si conosce a fondo una qualunque (ancorchè piccola)
          professione, tanto più se ne sentono e valutano le difficoltà; si conosce quanto la
          perfezione e la sommità sia difficile in essa: perchè le difficoltà della perfezione si
          sanno e si conoscono generalmente in ogni cosa, ma non si sentono così vivamente e
          precisamente, come in una professione intimamente posseduta: tanto più si comprende e vede
          e tocca con mano, quanto sia facile l’andar sempre più oltre, e il perfezionare anche ciò
          che si crede perfetto. In somma quanto più l’uomo apprezza e stima una buona professione:
          e l’apprezza e stima quanto meglio la conosce; tanto meno apprezza se stesso. Perchè
          mettendosi in confronto non già cogli altri cultori di quella professione (i quali forse
          gli cederanno), ma colla professione stessa; resta sempre malcontento del paragone, si
          trova lontano dall’uguaglianza, e riabbassa sempre più l’idea di se stesso. (5. Feb.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="614"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἃ τοῖς παισὶ τοῖς ἑαυτοῦ ἂν συμβουλεύσειας, τούτοις αὐτὸς ἐμμένειν
              ἀξίου</foreign>
          </quote>. Isocrate <quote>
            <foreign lang="grc">πρὸς Νικόκλεα περὶ Βασιλείας λόγος</foreign>
          </quote>. Detto convenientissimo a quasi tutti i padri, le madri, e gli educatori de’
          nostri tempi. (5. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È cosa notabile come l’uomo sommamente sventurato, o scoraggito della vita, e deposta già
          e <emph>complorata</emph> la speranza della propria felicità, ma non perciò ridotto a
          quella disperazione che non si acquieta se non colla morte; naturalmente, e senza veruno
          sforzo sia portato a servire e beneficar gli altri, anche quelli che o gli sono del tutto
          indifferenti, o anche odiosi. E non già per vigore di eroismo, chè l’uomo in tale stato
          non è capace di nessun vigore d’animo; ma in certo modo, come non avendo più interesse nè
          speranza per te, trasporti l’interesse e la speranza agli affari altrui, e così cerchi di
          riempiere l’animo tuo, di occuparlo, e di rendergli i due sopraddetti sentimenti, cioè
          cura di qualche cosa, ossia scopo, e speranza, senza <pb ed="aut" n="615"/> i quali la
          vita non è vita, non si conosce, manca del senso di se stessa. Il fatto sta che quando
          l’uomo si trova in tali circostanze, cioè disperato in maniera, non da odiarsi, (ch’è la
          ferocia della disperazione) ma da noncurarsi, e metter se stesso fuori della sfera de’
          suoi pensieri; non solo prova compiacenza nel servir gli altri, ma prende anche per gli
          affari loro (ancorchè, come ho detto di persone indifferenti) una certa affezione, un
          certo impegno, un desiderio ec. tutto languido bensì, perchè l’animo suo non è più capace
          di sentimento vivo e forte, ma pur tale, ch’egli non è stato mai animato verso il bene
          altrui così sensibilmente. E ciò accade anche appena l’uomo si riduce alla detta
          condizione, così che avviene in lui come un cangiamento improvviso: ed accade anche negli
          uomini stati infetti di egoismo. In somma la persona degli altri sottentra nell’animo suo,
          quasi intieramente, alla persona propria, ch’è sparita, e messa in non cale e per perduta,
          come quella che non può più sperare, e non è più capace della felicità, senza cui la vita
          manca del suo fine, e scopo. E il desiderio e la cura <pb ed="aut" n="616"/> e la speranza
          della felicità, che non possono più diriggersi alla felicità propria, riconosciuta
          impossibile, e nel cercar la quale sarebbero vane, e quindi non più sufficienti all’animo
          umano; si rivolgono alla felicità altrui: e ciò spontaneamente, e senz’ombra di eroismo. E
          l’animo dell’uomo che mancatogli lo scopo della felicità, è moralmente morto, risorge a
          una languida vita, ma tuttavia risorge e vive in altrui, cioè nello scopo dell’altrui
          felicità, divenuto lo scopo suo. Come quei corpi di sangue corrotto e malsano, e quindi
          incapaci di vita, che alcuni medici spogliavano (o proponevano di spogliare) del sangue
          proprio, e restituivano ad una certa salute, colla introduzione del sangue altrui, o di
          qualche animale; quasi cangiando la persona, e trasformando quella che non poteva più
          vivere, in un’altra capace di vita: e così conservando la vita di una persona, per se
          stessa inetta a vivere.</p>
        <p>Ed è anche una cagione del detto effetto, quella ch’io son per dire. L’uomo che sebbene
          disperato, non perciò si odia (cosa che avviene per <pb ed="aut" n="617"/> lo più, non
          mica, come parrebbe, prima che l’uomo cominci ad odiarsi, ma dopo che si è sommamente, ed
          inutilmente odiato, e così l’amor proprio, tentato ogni mezzo di soddisfarsi, resta del
          tutto mortificato, e l’animo esaurito d’ogni forza, si riduce alla calma, e alla quiete
          dello spossamento, e perde affatto la capacità di ogni sentimento vivo) l’uomo dico il
          quale senza odiarsi, solamente considera se stesso, e la vita sua come inutile, prova una
          compiacenza e soddisfazione, una (ma leggerissima) consolazione, nel trovar dove adoprare
          se stesso e la vita, che altrimenti non servirebbe più a nulla; e l’uso qualunque di se
          stesso e della vita, gittata già come cosa inutilissima, sebbene a lui non giovi nulla,
          sebbene egli non sia più capace d’illusioni, nè di credersi buono a gran cose; tuttavia lo
          conforta, rappresentandolo a se stesso, come alquanto meno inutile; o se non altro (e
          piuttosto) col pensiero di avere almeno adoprato, e non gittato affatto, quell’avanzo di
          esistenza, e di forza viva e materiale. (5. Feb. 1821.).</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="618"/> Vedendosi esclusi essi dalla vita, cercano di vivere in certo modo
          in altrui, non per amor loro, e quasi neanche per amor proprio, ma perchè, sebben tolta la
          vita, resta però loro l’esistenza da occupare e da sentire in qualche maniera. (6. Feb.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La disperazione della natura è sempre feroce, frenetica, sanguinaria, non cede alla
          necessità, alla fortuna, ma la vuol vincere in se stesso, cioè coi propri danni, colla
          propria morte ec. Quella disperazione placida, tranquilla, rassegnata, colla quale l’uomo,
          perduta ogni speranza di felicità, o in genere per la condizione umana, o in particolare
          per le circostanze sue; tuttavolta si piega, e si adatta a vivere e a tollerare il tempo e
          gli anni; cedendo alla necessità riconosciuta; questa disperazione, sebbene deriva dalla
          prima, in quel modo che ho spiegato di sopra p. 616. fine, 617. principio, tuttavia non è
          quasi propria se non della ragione e della filosofia, e quindi specialmente e
          singolarmente propria de’ tempi moderni. Ed ora infatti, si può dir che qualunque ha <pb
            ed="aut" n="619"/> un certo grado d’ingegno e di sentimento, fatta che ha l’esperienza
          del mondo, e in particolare poi tutti quelli ch’essendo tali, e giunti a un’età matura,
          sono sventurati; cadono e rimangono sino alla morte in questo stato di tranquilla
          disperazione. Stato quasi del tutto sconosciuto agli antichi, ed anche oggi alla gioventù
          sensibile, magnanima, e sventurata. Conseguenza della prima disperazione è l’odio di se
          stesso, (perchè resta ancora all’uomo tanta forza di amor proprio, da potersi odiare) ma
          cura e stima delle cose. Della seconda, la noncuranza e il disprezzo e l’indifferenza
          verso le cose; verso se stesso un certo languido amore (perchè l’uomo non ha più tanto
          amor proprio da aver forza di odiarsi) che somiglia alla noncuranza, ma pure amore, tale
          però che non porta l’uomo ad angustiarsi, addolorarsi, sentir compassione delle proprie
          sventure, e molto meno a sforzarsi, ed intraprender nulla per se, considerando le cose
          come indifferenti, ed avendo quasi perduto il tatto e il senso dell’animo, e coperta di un
          callo tutta la facoltà sensitiva, desiderativa ec. insomma le passioni e gli affetti
          d’ogni sorta; e quasi perduta per lungo uso, e forte e lunga pressione, quasi tutta
          l’elasticità delle <pb ed="aut" n="620"/> molle e forze dell’anima. Ordinariamente la
          maggior cura di questi tali è di conservare lo stato presente, di tenere una vita
          metodica, e di nulla mutare o innovare, non già per indole pusillanime o inerte, che anzi
          ella sarà stata tutto l’opposto, ma per una timidità derivata dall’esperienza delle
          sciagure, la quale porta l’uomo a temere di perdere a causa delle novità, quel tal quale
          riposo o quiete o sonno, in cui dopo lunghi combattimenti e resistenze, l’animo suo
          finalmente s’è addormentato e raccolto, e quasi accovacciato. Il mondo è pieno oggidì di
          disperati di questa seconda sorta (come fra gli antichi erano frequentissimi quelli della
          prima specie). Quindi si può facilmente vedere quanto debba guadagnare l’attività, la
          varietà, la mobilità, la vita di questo mondo; quando tutti, si può dire, i migliori
          animi, giunti a una certa maturità, divengono incapaci di azione, ed inutili a se
          medesimi, e agli altri. (6. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Floro</author> IV. 12.</bibl> verso la fine: <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Hic finis <pb ed="aut" n="621"/>Augusto bellicorum certaminum fuit:
                idem rebellandi finis Hispaniae. Certa mox fides et aeterna</hi>; <hi rend="sc">cum
                ipsorum ingenio in pacis partes promtiore</hi>: <hi rend="italic">tum consilio
                Caesaris</hi>
            </foreign>
          </quote>. Dopo aver letto tutto ciò che Floro dice delle virtù guerriere degli Spagnuoli
          II. 17. 18. III. 22. e in quel medesimo capo che ho citato, nelle cose che precedono
          immediatamente il riferito passo; (notate che Floro, si crede per congettura dai critici,
          oriundo Spagnuolo) considerando l’assedio famosissimo di Sagunto; ricordandosi di quel
          luogo di Velleio dove fra le altre molte cose del valore Spagnuolo, arriva a dire che la
          Spagna <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">in tantum Sertorium armis extulit, ut per quinquennium
              dijudicari non potuerit, Hispanis Romanisne in armis plus esset roboris, et uter
              populus alteri pariturus foret</foreign>
          </quote>; (II.90 sect. 3.) dopo, dico, tutto questo e le altre infinite prove che si hanno
          del singolar valore Spagnuolo antico e moderno, fa maraviglia che Floro chiami l’indole
            <pb ed="aut" n="622"/> e l’ingegno degli Spagnuoli, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >promtius in pacis partes</foreign>. Ma questa è appunto la proprietà dei popoli
          meridionali, famosa presso gli scrittori filosofici moderni, massime stranieri. Somma
          disposizione all’attività, ed al riposo: egualmente atti a guerreggiare valorosamente e
          disperatamente, ed a trovar piacevole e cara la pace, ed anche abusarne, ed esserne
          ridotti alla mollezza, e all’inerzia. Tante risorse trovano questi popoli nella loro
          immaginazione, nel loro clima, nella loro natura, che la loro vita è occupata
          internamente, ancorchè neghittosa e nulla all’esterno. <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Leur vie n’est qu’un rêve</foreign>
          </quote>, dice la Staël. Tanta è l’attività della loro anima, che questa come è
          capacissima di condurli ad una somma attività nel corpo (anzi alla sola vera attività
          esterna, perchè la sola che abbia il suo principio nell’attività interiore, come si vede
          nel paragone fra i soldati meridionali, e i settentrionali, che sono operosi piuttosto
          come macchine ubbidienti ad ogni impulso, che come viventi) così anche li dispensa
          dall’attività del corpo, e ne li compensa, ogni volta che questa manca: trovando essi
          bastante vita nel <pb ed="aut" n="623"/> loro interno, nel loro individuo. Anzi questa
          proprietà, pregiudica bene spesso all’attività esterna, e per una soprabbondanza di vita
          interiore rende il mezzogiorno <foreign lang="fre" rend="italic">rêveur</foreign>,
          indolente, <foreign lang="lat" rend="italic">insouciant</foreign> (quantunque, offerta
          l’occasione, l’attività del corpo, ch’è l’effetto dell’entusiasmo e dell’immaginazione, o
          che allora è forte e viva, quando proviene da questi principii, prorompe vivamente;
          eccetto se l’assuefazione non ha di troppo intorpiditi certi popoli, come l’italiano). <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Ailleurs, c’est la vie qui, telle quelle est, ne
              suffit pas aux facultés de l’ame; ici</foreign>
          </quote>, (parla dei contorni di Napoli) <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">ce sont les facultés de l’ame qui ne suffisent pas à
              la vie, et la surabondance des sensations inspire une rêveuse indolence dont on se
              rend à peine compte en l’éprouvant</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Staël</author>, <title>Corinne</title> l. II. ch.1. Paris 1812. 5.<hi
              rend="apice">me</hi> édit. t. 2. p. 176.</bibl>) Così infatti vediamo accaduto
          negl’italiani terribili anticamente, ed anche modernamente nella guerra, e oziosissimi e
          negligentissimi, e nulla curanti di novità e di movimento nella pace. Così negli <pb
            ed="aut" n="624"/> Spagnuoli, popolo intieramente pacifico nell’ultimo secolo, e
          fortissimo guerriero e belligero nei due precedenti; e così anticamente bellicosissimo, o
          certo valorosissimo in difendersi fino ad Augusto; e da indi in poi, eternamente pacifico
          e fedele, come dice Floro: e similmente nel principio di questo secolo, passato in un
          attimo da un lunghissimo e profondissimo riposo, a una guerra possiamo dire spontanea,
          certo nazionale, e vivissima, e generale, ed atrocissima. Così nei francesi valorosi in
          guerra, ed effeminati e molli nella pace.</p>
        <p>Come appunto i fanciulli, giacchè anche questo effetto deriva dalle stesse cagioni, i
          quali sebbene attivissimi naturalmente, con tutto ciò obbligati dalle circostanze,
          all’inazione esterna, la suppliscono e compensano ed occupano intieramente, con una
          vivissima azione interna. E per azione interna, intendo sì nei fanciulli, come nei detti
          popoli, anche quella che si dimostra al di fuori, ma che si occupa di bagattelle, e di
          nullità, ed in queste ritrova bastante pascolo e vita all’anima: e per conseguenza non
          deriva, <pb ed="aut" n="625"/> non si fonda, non è sufficiente all’uomo, se non in forza
          dell’energia, dell’immaginazione, delle facoltà insomma e della vita interna.</p>
        <p>Tutto l’opposto accade nei Settentrionali, bisognosi di attività e di movimento e di
          novità e varietà esterna, se vogliono vivere, giacchè non hanno altra vita, mancando
          dell’interna. E perciò in apparenza molto più attivi degli altri popoli, ma in realtà, e
          se vince la naturale tendenza ed indole, torpidissimi.</p>
        <p>Gli orientali si possono, cred’io, mettere insieme coi meridionali in questo punto. (7.
          Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Lo scopo dei governi (siccome quello dell’uomo) è la felicità dei governati. Forse che la
          felicità e la diuturnità della vita, sono la stessa cosa? Hanno sempre che dire delle
          turbolenze e pericoli degli antichi stati, e pretendono che costassero all’umanità molto
          più sangue e molte più vite, che non costano i governi ordinati e regolari e monarchici,
          ancorchè guerrieri, ancorchè tirannici. Sia pure: che ora non voglio contrastarlo. <pb
            ed="aut" n="626"/> Orsù, ragguagliamo le partite, dirò così, delle vite. Poniamo che
          negli stati presenti, che si chiamano ordinati e quieti, la gente viva, un uomo per
          l’altro, 70 anni l’uno: negli antichi che si chiamano disordinati e turbolenti, vivessero
          50 soli anni, a distribuir tutta la somma delle vite, ugualmente fra ciascheduno. E che
          quei 70 anni sieno tutti pieni di noia e di miseria in qualsivoglia condizione
          individuale, che così pur troppo accade oggidì; quei cinquanta pieni di attività e varietà
          ch’è il solo mezzo di felicità per l’uomo sociale. Domando io, quale dei due stati è il
          migliore? quale dei due corrisponde meglio allo scopo, che è la felicità pubblica e
          privata, in somma la felicità possibile degli uomini come uomini? cioè felicità relativa e
          reale, e adattata e realizzabile in natura, tal qual ella è, non riposta nelle chimeriche
          e assolute idee, di ordine, e perfezione matematica. Oltracciò domando: la somma vera
          della vita, dov’è maggiore? in quello stato dove ancorchè gli uomini vivessero cent’anni
          l’uno, quella vita monotona e inattiva, sarebbe (com’è realmente) esistenza, ma non vita,
            <pb ed="aut" n="627"/> anzi nel fatto, un sinonimo di morte? ovvero in quello stato,
          dove l’esistenza ancorchè più breve, tutta però sarebbe vera vita? Anche ponendo dall’una
          parte 100 anni di esistenza, e dall’altra non più che 40, o 30 di vita, la somma della
          vita, non sarebbe maggiore in quest’ultima? 30 anni di vita non contengono maggior vita
          che 100 di morta esistenza? Questi sono i veri calcoli convenienti al filosofo, che non si
          contenti di misurar le cose, ma le pesi, e ne stimi il valore. E non faccia come il secco
          matematico che calcola le quantità in genere e in astratto, ma relativamente alla loro
          sostanza, e qualità, e natura, e peso, e forza specifica e reale.</p>
        <p>Aggiungo poi questo ancora. Nego che la mortalità negli stati antichi fosse maggiore
          altro che in apparenza. Lascio i tiranni, lascio i capricci, le passioni, le voglie de’
          principi, e non cerco se queste costino alla umanità più sangue, che non i disordini e le
          turbolenze di un popolo libero. Dico che la vitalità negli stati antichi era tanto
          maggiore che nei presenti, non solo da compensare abbondantemente ogni cagione o principio
          di mortalità, ma da preponderare, <pb ed="aut" n="628"/> e far pendere la bilancia dalla
          parte della vita: brevemente, dico che la somma della vita negli stati antichi era
          maggiore che nei presenti; e questo non già per cause accidentali, o in maniera che
          potesse non essere: ma per cause essenziali, e inerenti alla natura di quegli stati; anzi
          tali, che tolti quegli stati, o simili a quelli, la somma della vita non può essere se non
          molto minore; la vitalità fuori di quelli o simili stati, non può esser tanta. Gli
          esercizi e l’attività continua del corpo primieramente, e poi (che non poco, anzi
          sommamente contribuisce al ben essere fisico, e alla durata della vita) gli esercizi ed
          attività dell’anima, la varietà, il movimento, la forza delle azioni ed occupazioni, la
          rarità della noia, dell’inerzia ec. conseguenze necessarie degli stati antichi, erano
          cause così grandi e certe di vitalità, come sono grandissime e certissime cause di
          mortalità (e mortalità ben più vasta, insita, e necessaria che non quella che deriva dalle
          turbolenze) i contrari delle predette cose, e nominatamente la mollezza, il lusso, i vizi
          corporali e spirituali ec. ec. conseguenze tutte necessarie degli stati presenti: insomma
          la corruzione fisica e morale, la continua noia, o mal essere <pb ed="aut" n="629"/>
          dell’animo ec. Così che non è vero che le cagioni di morte (e così dico, le cagioni di
          miserie, di sventure, dolori ec.) fossero maggiori anticamente, anzi all’opposto sono
          maggiori oggidì. Ed intendendo anche per vita, l’esistenza strettamente, si viene a
          conchiudere che la somma di questa, era maggiore negli antichi governi, e a causa degli
          antichi governi, che ne’ presenti, e a causa de’ presenti. (8. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 476. Vedi il ritratto di Silla in Sallustio Bell. Iugurthin. c. 99.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 605. fine. Ma quando anche si supponga lo spirito, assolutamente semplice e senza
          parti, non segue ch’egli non possa perire. Conosciamo noi la natura di un tal essere
          cosiffatto, per poter pronunziare s’egli è immortale o mortale? Non c’è che una maniera di
          perire, cioè il disciogliersi? Nella materia non ce n’è altra, e però noi non conosciamo
          se non questa maniera; ma parimente non conosciamo altra maniera d’essere che quella della
          materia. Se una cosa può essere in maniera a noi del tutto <pb ed="aut" n="630"/> ignota e
          inconcepibile, anche può perire in maniera del tutto ignota e inconcepibile all’uomo. Dico
          può perire, non dico perisce, perchè non posso, come non si può dire umanamente il
          contrario, non perisce, ovvero, non può perire perchè la materia perisce in altro modo, ed
          ella non può perire come la materia. Dico può perire, perchè non è più difficile nè
          inverisimile una tal maniera di perire, che una tal maniera di essere; (una maniera, dico,
          inconcepibile all’uomo) una tal morte, che una tale esistenza. Tutte due sono ugualmente
          fuori della nostra portata, la quale non si estende una mezza linea al di là della
          materia.</p>
        <p>Vo anche più avanti, e dico, che se la semplicità è principio necessario d’immortalità,
          neanche la materia può perire. Se la materia è composta, sarà composta di elementi che non
          sieno composti. Non cerco ora se questi elementi sieno quelli de’ chimici, o altri più
          remoti e primitivi; ma andiamo pur oltre quanto vogliamo, dovremo sempre arrivare e
          fermarci in alcune sostanze veramente semplici, e che non abbiano <foreign lang="lat"
            rend="italic">in se quidquam admistum dispar</foreign>
          <pb ed="aut" n="631"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">sui, atque dissimile</foreign>. Queste sostanze dunque,
          se non c’è altra maniera di perire, fuorchè il risolversi, in che si risolveranno, o si
          possono risolvere? Dunque non potranno perire. Direte, che anche queste, essendo pur
          sempre materia, hanno parti, e quindi sono divisibili e risolvibili, e possono perire,
          ancorchè tutte le parti sieno tra loro uguali, e di una stessa sostanza. Bene; ma queste
          parti come possono perire? — Anch’esse avranno parti, finattanto che sono materia — Or
          via, suddividiamo queste parti, quanto mai si voglia; se non si arriverà mai a fare
          ch’elle non abbiano altre parti, e non sieno materia (come certo non si arriverà); neanche
          si arriverà a fare che la materia perisca. Perchè questa ancorchè ridotta a menomissime
          parti, una di queste minime particelle, è si può dir tanto lontana dal nulla, quanto tutta
          la materia o qualunque altra cosa esistente, cioè tra essa e il nulla, ci corre un
          divario, e uno spazio infinito: chè dall’esistenza nel nulla, come dal nulla
          nell’esistenza, non si può andar mica per gradi, ma solamente per salto, e salto infinito.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="632"/> Dunque in un essere semplicissimo e senza parti, non c’è maggior
          principio nè ragione d’immortalità, di quello che sia nella materia, e nell’essere il più
          composto possibile.</p>
        <p>Ma se per principio d’immortalità in un ente semplice e senza parti, intendono
          l’impossibilità di cangiar natura, e per perire non intendono l’annullarsi, giacchè
          neanche la materia si può naturalmente annullare, e tanta materia esiste oggi <emph>nè più
            nè meno</emph>, quanta è mai esistita; ma intendono il risolversi nei suoi elementi;
          dico io che quelle semplicissime sostanze delle quali la materia e qualunque cosa
          composta, deve necessariamente costare, non possono neppur esse risolversi, nè cangiar
          natura, ancorchè divise in quante parti, e quanto menome si voglia. E la quantità di
          queste parti sarà sempre la stessa, e però di quelle primitive sostanze, ancorchè
          materiali ancorchè divise quanto si voglia, esisterà sempre la stessissima quantità, o
          divisa o congiunta che sia; e tutta questa quantità, e perciò tutta quella sostanza sarà
          sempre della stessissima natura. In maniera che anche per questa parte, una sostanza
          supposta semplicissima e immateriale, non può contenere <pb ed="aut" n="633"/> maggiore
          immortalità, cioè immutabilità e incorruttibilità che i principii della materia, i quali
          non sono una supposizione, ma debbono necessariamente e realmente esistere. (9. Feb.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Quand on est jeune, on ne songe qu’à vivre dans l’idée
              d’autrui: il faut établir sa réputation, et se donner une place honorable dans
              l’imagination des autres, et être heureux même dans leur idée: notre bonheur n’est
              point réel; ce n’est pas nous que nous consultons, ce sont les autres. Dans un autre
              âge, nous revenons a nous; et ce retour a ses douceurs, nous commençons à nous
              consulter et à nous croire</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Mme. la Marquise de Lambert</author>, <title lang="fre">Traité de la
            Vieillesse</title>, verso la fine: dans ses <title>Oeuvres complètes</title>, Paris
            1808. 1.<hi rend="apice">re</hi> édit. complète. p. 150</bibl>. <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Il vient un temps dans la vie qui est consacré à la
              vérite, qui est destiné à connoître les choses selon leur juste valeur. La jeunesse et
              les passions fardent tout. Alors nous revenons aux plaisirs simples; nous commençons à
              nous consulter <pb ed="aut" n="634"/>et à nous croire sur notre bonheur</foreign>
          </quote>. Ib. p. 153. Queste riflessioni sono osservabili. Non solo nella vecchiezza, ma
          nelle sventure, ogni volta che l’uomo si trova senza speranza, o almeno disgraziato nelle
          cose che dipendono dagli uomini, comincia a contentarsi di se stesso, e la sua felicità, e
          soddisfazione, o almeno consolazione a dipender da lui. Questo ci accade anche in mezzo
          alla società, o agli affari del mondo. Quando l’uomo vi si trova male accolto, o annoiato,
          o disgraziato, o in somma trova quello che non vorrebbe, ricorre a se stesso, e cerca il
          bene e il piacere nell’anima sua. L’uomo sociale, finch’egli può, cerca la sua felicità e
          la ripone nelle cose al di fuori e appartenenti alla società, e però dipendenti dagli
          altri. Questo è inevitabile. Solamente o principalmente l’uomo sventurato, e massime
          quegli che lo è senza speranza, si compiace della sua compagnia, e di riporre la sua
          felicità nelle cose sue proprie, e indipendenti dagli altri; e insomma segregare la sua
          felicità, dall’opinione e dai vantaggi che ci risultano dalla società, e ch’egli non può
          conseguire, o sperare. Forse per questo, o anche <pb ed="aut" n="635"/> per questo, si è
          detto che l’uomo che non è stato mai sventurato non sa nulla. L’anima, i desideri, i
          pensieri, i trattenimenti dell’uomo felice, sono tutti al di fuori, e la solitudine non è
          fatta per lui: dico la solitudine o fisica, o morale e del pensiero. Vale a dire che se
          anche egli si compiace nella solitudine, questo piacere, e i suoi pensieri e trattenimenti
          in quello stato, sono tutti in relazioni colle cose esteriori, e dipendenti dagli altri,
          non mai con quelle riposte in lui solo. Non è però che la felicità o consolazione
          dell’uomo sventurato o vecchio, sieno riposte nella verità, e nella meditazione e
          cognizione di lei. Che piacere o felicità o conforto ci può somministrare il vero, cioè il
          nulla? (se escludiamo la sola Religione). Ma altre illusioni, forse più savie perchè meno
          dipendenti, e perciò anche più durevoli, sottentrano a quelle relative alla società. E
          questo è in somma quello che si chiama contentarsi di se stesso, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">omnia tua in te posita ducere</foreign>, con che Cicerone (<bibl>
            <title>Lael. sive de Amicit.</title> c. 2.</bibl>) definisce la sapienza. Un sistema,
            <pb ed="aut" n="636"/> un complesso, un ordine, una vita d’illusioni indipendenti, e
          perciò stabili: non altro. (9. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">«La solitude» dit un grand homme, «est l’infirmerie
              des ames.»</foreign>
          </quote>
          <bibl lang="fre">
            <author>Mme. Lambert</author>, lieu cité ci-dessus, p. 153. fine</bibl>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Nous ne vivons que pour perdre et pour nous
            détacher</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <author>Mme Lambert</author>, lieu cité ci-dessus, p. 145.</bibl> alla metà del <title
            lang="fre">Traité de la Vieillesse</title>. Così è. Ciascun giorno perdiamo qualche
          cosa, cioè perisce, o scema qualche illusione, che sono l’unico nostro avere. L’esperienza
          e la verità ci spogliano alla giornata di qualche parte dei nostri possedimenti. Non si
          vive se non perdendo. L’uomo nasce ricco di tutto, crescendo impoverisce, e giunto alla
          vecchiezza si trova quasi senza nulla. Il fanciullo è più ricco del giovane, anzi ha
          tutto; ancorchè poverissimo e nudo e sventuratissimo, ha più del giovane più fortunato; il
          giovane è più ricco dell’uomo maturo, la maturità più ricca della vecchiezza. Ma Mad.
          Lambert dice questo in altro senso, cioè rispetto alle perdite così dette reali, che si
          fanno coll’avanzar dell’età. (9. Feb. 1821.) Ma siccome nessuna cosa si possiede
          realmente, così nulla si può perdere. Bensì quel detto è vero per quest’altra parte,
          relativamente alla condizione presente degli uomini, e <pb ed="aut" n="637"/> dello
          spirito umano, e della società. (10. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Io non soglio credere alle allegorie, nè cercarle nella mitologia, o nelle invenzioni dei
          poeti, o credenze del volgo. Tuttavia la favola di Psiche, cioè dell’Anima, che era
          felicissima senza conoscere, e contentandosi di godere, e la cui infelicità provenne dal
          voler conoscere, mi pare un emblema così conveniente e preciso, e nel tempo stesso così
          profondo, della natura dell’uomo e delle cose, della nostra destinazion vera su questa
          terra, del danno del sapere, della felicità che ci conveniva, che unendo questa
          considerazione, al manifesto significato del nome di Psiche, appena posso discredere che
          quella favola non sia un parto della più profonda sapienza, e cognizione della natura
          dell’uomo e di questo mondo. V. quest’allegoria notata, e sebbene non profondamente,
          tuttavia bastantemente spiegata nel morceau détaché di Mad. Lambert intitolato <title
            lang="fre">Psyché en grec. Ame.</title> (così) <foreign lang="fre">dans ses oeuvres
            complètes citées ci-dessus</foreign> p. 284-285. E forse l’allegoria sopraddetta sarà
          stata osservata anche dagli altri, e così credo. Certo è che, o la non la significa nulla,
          o significa quel ch’io dico, e mostra che il mio sistema piacque agli antichissimi: con
          altro sistema la non si spiega. Del resto combinando quest’osservazione, col racconto
          della Genesi, <pb ed="aut" n="638"/> dove l’origine immediata della infelicità e
          decadimento dell’uomo, si attribuisce manifestamente al sapere, come ho dimostrato
          altrove; mi si fa verisimile che in somma queste gran massime: <emph>l’uomo non è fatto
            per sapere, la cognizione del vero è nemica della felicità, la ragione è nemica della
            natura</emph>, ultimo frutto ed apice della più moderna e profonda, e della più perfetta
          o perfettibile filosofia che possa mai essere; fossero non solamente note, ma proprie, e
          quasi fondamentali dell’antichissima sapienza, se non altro di quella arcana e misteriosa,
          come l’orientale, e come l’egiziana dalla quale è chi pretende derivata, almeno in parte,
          la mitologia e la sapienza greca. (10. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Vorranno i puristi che quando manca alla lingua nostra il vocabolo di una tal cosa,
          piuttosto che formarne uno nuovo, o adottarne uno straniero, o derivarne uno da lingue
          antiche, si usino circollocuzioni. Lascio quanto le circollocuzioni troppo frequenti (e
          converrebbe che fossero frequentissime) tolgano di grazia, di forza, di proprietà, di
          rapidità al discorso, ed inceppino, ritardino, <pb ed="aut" n="639"/> impaccino,
          infastidiscano lo scrittore e il lettore, in qualunque caso. Ma dico primieramente che si
          daranno infinite occorrenze, dove una di quelle cose che non hanno vocabolo italiano,
          accada di esprimerla frequentissimamente, tratto tratto, più volte nello stesso periodo.
          Ora quando a grande stento si sarà trovata una circollocuzione che equivalga veramente, al
          che sarà spesso necessario ch’ella sia lunghissima, come ripeterla a ogni tratto, e in un
          periodo stesso più volte? come variarla, se appena se n’è trovata una che equivalga? come
          abbreviarla, se tolta qualche parola, ella non ha più la stessa forza, e non dice tutto,
          non esprime più quella tale idea, se non è tutta distesa ed intera? Una parola si adatta a
          prendere tutte le positure, s’introduce da per tutto, si maneggia facilmente,
          speditamente, e a beneplacito. Ma una circollocuzione, un corpo grosso e disadatto, che se
          non ha tanto di luogo, non può entrare o giacere, come troverà sito, dirò così, in quelle
          pieghe, in quei cantoni, in quegli spicoli, in quegli spazietti, <pb ed="aut" n="640"/> in
          quei passaggetti, in quelle rivolte (rivolture, rivoltatine, che in tutti questi modi si
          può dire, come dice il Firenzuola, le <emph>rivolture degli orecchi</emph>) in quelle
          giratine, in quelle tortuosità, in quelle angustie e stretture del discorso o del periodo,
          così frequenti, dove spessissimo vorrà e dovrà entrare quella tale idea, ed entrerebbe la
          parola, la circollocuzione non già?</p>
        <p>Dico in secondo luogo che infinite cose vi sono, le quali non si possono esprimere
          mediante veruna circollocuzione. Verbigrazia quello che i francesi intendono così spesso
          per la parola <foreign lang="fre" rend="italic">génie</foreign> (usata nello stesso senso
          dal Magalotti, come dice il Monti nella Biblioteca Italiana). Come esprimere per
          circollocuzione quello che non si può definire? Dove manca la facoltà della definizione,
          manca parimente della circollocuzione. E queste tali cose che s’intendono chiaramente,
          facilmente, e pienamente, per via di una parola convenuta, ma non si potrebbero nè
          definire adequatamente, nè dare ad intendere per nessuna circollocuzione, sono infinite in
          ogni genere, massimamente poi nelle materie filosofiche della natura ch’elle sono oggidì,
          nelle materie astratte ec. Ed è ben naturale, <pb ed="aut" n="641"/> perchè le parole son
          fatte per le cose: a quella tal cosa, corrisponde quella tal parola; altre parole,
          ancorchè molte non corrispondono. Sussiste la cosa, sussiste l’idea, sussiste la maniera
          di significarla e definirla, ma quella maniera, quel mezzo, e non altro.</p>
        <p>Ogni volta che qualunque disciplina o cognizione, o speculazione umana, ma specialmente
          la filosofia, e la metafisica che considera i principii e gli elementi delle cose, i quali
          poco o nulla cadono nel sermone e nell’uso comune, le intimità, i secreti, le parti delle
          cose rimote e segregate dai sensi e dal pensiero dei più; ogni volta, dico, che questa ha
          ricevuto qualche incremento, o preso qualche nuovo sentiero, o cercata o trovata qualche
          novità, è stata necessaria, ed effettivamente adoperata la novità delle parole in
          qualunque lingua. Lascio la latina che prima di Lucrezio e Cicerone era affatto impotente
          nelle materie filosofiche, e che tuttavolta aveva, come abbiamo noi nella francese, il
          sussidio e la miniera di una lingua sorella, ricchissima in questo genere, come negli
          altri. La novità della filosofia di Platone, domandava la novità delle parole in quella
          medesima <pb ed="aut" n="642"/> lingua greca, sì ricca per ogni capo, e segnatamente nelle
          materie filosofiche tanto familiari alla Grecia da lunghissimo tempo. E Platone inventava
          nuove parole, e tali, che in quella stessa lingua, così pieghevole, e trattabile; così non
          solamente ricca, ma feconda; così avvezza alle novità delle parole; così facile così
          suscettibile così spontaneamente adattabile alla formazione di nuove voci, riuscivano
          strane, assurde e ridicole ai volgari, al comune, alla gente che considera l’effetto, cioè
          la novità della voce, e non pesa la cagione, cioè la novità delle cose, e delle
          speculazioni. Come <foreign lang="grc">τραπεζότης</foreign> che noi possiamo dire
            <emph>mensalità</emph>, e <foreign lang="grc">κυαθότης</foreign>
          <emph>calicità</emph>. (non c’è di meglio per esprimere in italiano questa parola: così mi
          sono accertato.) V. Laerz. (in <bibl>
            <title>Diog. Cyn.</title> l. 6. segm. 53.</bibl>) e il Menag. se ha nulla, e potrai
          anche riportare quel fatto che il Laerz. riferisce in proposito. Tanto le astrazioni ec.
          sono lontane dall’uso comune. E queste e altre tali parole le formava Platone, certo non
          più lodato per la sapienza di quello che fosse per la purità ed eleganza della favella
          Attica, e dello stile, e per tutti i pregi della eloquenza, <pb ed="aut" n="643"/> della
          elocuzione, e del bello scrivere e dire. (10. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non è bisogno che una lingua sia definitamente poetica, ma certo è bruttissima e
            <emph>inanimata</emph> quella lingua che è definitamente matematica. La migliore di
          tutte le lingue è quella che può esser l’uno e l’altro, e racchiudere eziandio tutti i
          gradi che corrono fra questi due estremi. (11. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les enfans aiment à être traités en personnes raisonnables</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Mme. de Lambert</author>, <title>Lettre à madame la supérieure de la Madeleine
              de Tresnel, sur l’éducation d’une jeune demoiselle</title>; ou Lettre III. dans ses
            oeuvres complètes citées ci-dessus, (p. 633.) p. 356</bibl>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Che rileva dunque che tu sia famoso tra coloro che nasceranno, se fosti ignoto a
              coloro che nacquero prima</emph>?</quote> (tra coloro, o quei che verranno, se fosti
          ignoto a coloro, o quelli che furono?) <quote>
            <emph>I quali non cedono alla posterità rispetto al numero, e indubitatamente la vincono
              rispetto alla virtù</emph>
          </quote>. <pb ed="aut" n="644"/> (Il numero dei quali non cede a quello de’ posteri, e la
          virtù indubitatamente prevale, o senza fallo prevale.) (11. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non c’è forse persona tanto indifferente per te, la quale salutandoti nel partire per
          qualunque luogo, o lasciarti in qualsivoglia maniera, e dicendoti, <emph>non ci rivedremo
            mai più</emph>, per poco d’anima che tu abbia, non ti commuova, non ti produca una
          sensazione più o meno trista. L’orrore e il timore che l’uomo ha, per una parte, del
          nulla, per l’altra, <emph>dell’eterno</emph>, si manifesta da per tutto, e quel <emph>mai
            più</emph> non si può udire senza un certo senso. Gli effetti naturali bisogna
          ricercarli nelle persone naturali, e non ancora, o poco, o quanto meno si possa, alterate.
          Tali sono i fanciulli: quasi l’unico soggetto dove si possano esplorare, notare, e
          notomizzare oggidì, le qualità, le inclinazioni, gli affetti veramente naturali. Io dunque
          da fanciullo aveva questo costume. Vedendo partire una persona, quantunque a me
          indifferentissima, considerava <pb ed="aut" n="645"/> se era possibile o probabile ch’io
          la rivedessi mai. Se io giudicava di no, me le poneva intorno a riguardarla, ascoltarla, e
          simili cose, e la seguiva o cogli occhi o cogli orecchi quanto più poteva, rivolgendo
          sempre fra me stesso, e addentrandomi nell’animo, e sviluppandomi alla mente questo
          pensiero: <emph>ecco l’ultima volta, non lo vedrò mai più, o, forse mai più</emph>. E così
          la morte di qualcuno ch’io conoscessi, e non mi avesse mai interessato in vita, mi dava
          una certa pena, non tanto per lui, o perch’egli mi interessasse allora dopo morte, ma per
          questa considerazione ch’io ruminava profondamente: <quote>
            <emph>è partito per sempre</emph> — <emph>per sempre? sì: tutto è finito rispetto a lui:
              non lo vedrò mai più: e nessuna cosa sua avrà più niente di comune colla mia
            vita</emph>
          </quote>. E mi poneva a riandare, s’io poteva, l’ultima volta ch’io l’aveva o veduto, o
          ascoltato ec. e mi doleva di non avere allora saputo che fosse l’ultima volta, e di non
            <pb ed="aut" n="646"/> essermi regolato secondo questo pensiero. (11. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nessun secolo de’ più barbari si è creduto mai barbaro, anzi nessun secolo è stato mai,
          che non credesse di essere il fiore dei secoli, e l’epoca più perfetta dello spirito umano
          e della società. Non ci fidiamo dunque di noi stessi nel giudicare del tempo nostro, e non
          consideriamo l’opinione presente, ma le cose, e quindi congetturiamo il giudizio della
          posterità, se questa sarà tale da poter giudicarci rettamente. (12. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La somma della teoria del piacere, e si può dir anche, della natura dell’animo nostro e
          di qualunque vivente, è questa. Il vivente si ama senza limite nessuno, e non cessa mai di
          amarsi. Dunque non cessa mai di desiderarsi il bene, e si desidera il bene senza limiti.
          Questo bene in sostanza non è altro che il piacere. Qualunque piacere ancorchè grande,
          ancorchè reale, ha limiti. Dunque nessun piacere possibile è proporzionato ed uguale alla
            <pb ed="aut" n="647"/> misura dell’amore che il vivente porta a se stesso. Quindi nessun
          piacere può soddisfare il vivente. Se non lo può soddisfare, nessun piacere, ancorchè
          reale astrattamente e assolutamente, è reale relativamente a chi lo prova. Perchè questi
          desidera sempre di più, giacchè per essenza si ama, e quindi senza limiti. Ottenuto anche
          di più, quel di più similmente non gli basta. Dunque nell’atto del piacere, o nella
          felicità, non sentendosi soddisfatto, non sentendo pago il desiderio, il vivente non può
          provar pieno piacere; dunque non vero piacere, perchè inferiore al desiderio, e perchè il
          desiderio soprabbonda. Ed eccoti la tendenza naturale e necessaria dell’animale
          all’indefinito, a un piacere senza limiti. Quindi il piacere che deriva dall’indefinito,
          piacere sommo possibile, ma non pieno, perchè l’indefinito non si possiede, anzi non è. E
          bisognerebbe possederlo <emph>pienamente</emph>, e al tempo stesso
          <emph>indefinitamente</emph>, perchè l’animale fosse pago, cioè felice, cioè l’amor
          proprio suo che non ha limiti, fosse <emph>definitamente</emph> soddisfatto: cosa <pb
            ed="aut" n="648"/> contraddittoria e impossibile. Dunque la felicità è impossibile a chi
          la desidera, perchè il desiderio, sì come è desiderio assoluto di felicità, e non di una
          tal felicità, è senza limiti necessariamente, perchè la felicità assoluta è indefinita, e
          non ha limiti. Dunque questo desiderio stesso è cagione a se medesimo di non poter essere
          soddisfatto. Ora questo desiderio è conseguenza necessaria, anzi si può dir tutt’uno
          coll’amor proprio. E questo amore è conseguenza necessaria della vita, in quell’ordine di
          cose che esiste, e che noi concepiamo, e altro non possiamo concepire, ancorchè possa
          essere, ancorchè fosse realmente. Dunque ogni vivente, per ciò stesso che vive (e quindi
          si ama, e quindi desidera assolutamente la felicità, vale a dire una felicità senza
          limiti, e questa è impossibile, e quindi il desiderio suo non può esser soddisfatto)
          perciò stesso, dico, che vive, non può essere attualmente felice. E la felicità ed il
          piacere è sempre futuro, cioè non esistendo, nè potendo esistere realmente, esiste solo
          nel desiderio del vivente, e nella speranza, o aspettativa che ne segue. <foreign
            lang="fre" rend="italic">Le</foreign>
          <pb ed="aut" n="649"/>
          <foreign lang="fre" rend="italic">présent n’est jamais notre but; le passé et le présent
            sont nos moyens; le seul avenir est notre objet: ainsi nous ne vivons pas, mais nous
            espérons de vivre</foreign>, dice Pascal. Quindi segue che il più felice possibile, è il
          più distratto dalla intenzione della mente alla felicità assoluta. Tali sono gli animali,
          tale era l’uomo in natura. Nei quali il desiderio della felicità cangiato nei desiderii di
          questa o di quella felicità, o fine, e soprattutto mortificato e dissipato dall’azione
          continua, da’ presenti bisogni ec. non aveva e non ha tanta forza di rendere il vivente
          infelice. Quindi l’attività massimamente, è il maggior mezzo di felicità possibile. Oltre
          l’attività, altri mezzi meno universali o durevoli o valevoli, ma pur mezzi, sono gli
          altri da me notati nella teoria del piacere, p. e. (ed è uno de’ principali) lo stupore 1.
          di carattere e d’indole: gli uomini così fatti sono i più felici: gli uomini incapaci di
          questa qualità, sono i più infelici: <emph>sii grande e infelice</emph>, detto di
          D’Alembert, <foreign lang="fre" rend="italic">Éloges de l’Académie Françoise</foreign>
          (così, Françoise) dice la natura agli uomini grandi, agli uomini sensibili, passionati ec.
          : il senso vivo del desiderio di felicità li tormenta: questo desiderio <pb ed="aut"
            n="650"/> bisogna sentirlo il meno possibile, quantunque innato, e <emph>continuo</emph>
          necessariamente. 2. derivato da languore o torpore ec. artefatto, come per via dell’oppio,
          o proveniente da lassezza ec. ec. 3. derivato da impressioni straordinarie, dalla
          maraviglia di qualunque sorta, da avvenimenti, da cose vedute, udite ec. insomma da
          sensazioni straordinarie di qualsivoglia genere: 4. dalla immaginazione, dall’estasi che
          deriva dalla fantasia, da un sentimento indefinito, dalla bella natura ec. e v. la teoria
          del piacere. Notate che l’immaginazione la vivacità, la sensibilità, le quali nocciono
          alla felicità per la parte dello stupore, giovano per la parte dell’attività. E perciò
          sono piuttosto un dono della natura (ancorchè spesso doloroso), di quello che un danno;
          perchè effettivamente l’attività è il mezzo di distrazione il più facile, più sicuro e
          forte, più durevole, più frequente e generale e realizzabile nella vita. (12. Feb. 1828.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les passions même les plus vives ont besoin de la pudeur <hi
                rend="italic">pour se montrer dans une forme séduisante</hi>: elle doit se répandre
              sur toutes vos actions; elle doit parer et embellir <pb ed="aut" n="651"/> toute votre
              personne. On dit que Jupiter, en formant les passions, leur donna à chacune sa
              demeure; la pudeur fut oubliée, et quand elle se présenta, on ne savoit plus où la
              placer; on lui permit de se mêler avec toutes les autres. Depuis ce temps-là, elle en
              est inséparable</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <author>Mme de Lambert</author>, <title>Avis d’une mère à sa fille</title>, dans ses
            oeuvres complètes citées ci-dessus, (p. 633.), p. 60-61</bibl>. Che vuol dir questo, se
          non che niente è buono senza la naturalezza? Applicate questi detti della Marchesa anche
          alla letteratura, inseparabile parimente dal pudore, e a quello ch’io dico del sentimento,
          e del genere sentimentale nel Discorso sui romantici. (13. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">La curiosité est une connoissance commencée, qui vous fait aller
              plus loin et plus vite dans le chemin de la vérité</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <author>Mme de Lambert</author>, lieu cité ci-dessus, p. 72</bibl>. Non intendo
          pienamente il sentimento della marchesa, ma il fatto è questo. La curiosità o il desiderio
          di conoscere, non è per la massima parte, se non l’effetto della conoscenza. Esaminate la
          natura, e <pb ed="aut" n="652"/> vedrete quanto la curiosità sia piccola, leggera e debole
          nell’uomo primitivo; come non gli cada mai nella testa il desiderio di saper quelle cose
          che non gli appartengono, o che sono state nascoste dalla natura (p. e. le cose fisiche,
          astronomiche ec. le origini i destini dell’uomo, degli animali, delle piante, del mondo);
          com’egli sia incapace d’intraprendere qualche seria operazione per informarsi di cosa
          veruna, e molto meno di cosa difficile a conoscersi (e queste sono appunto quelle che non
          si dovevano conoscere, e l’ignoranza delle quali, basta alla felicità dell’uomo, ancorchè
          informato di altre cose facili ed ovvie). Piuttosto l’immaginazione sua supplisce, e gli
          fa credere di sapere una causa, che realmente non è quella ec. In somma non è niente vero,
          che l’uomo sia portato irresistibilmente verso la verità e la cognizione. La curiosità,
          qual è oggidì, e da gran tempo, è una di quelle qualità corrotte, con uno sviluppo e un
          andamento non dovuto, come tante altre qualità, passioni ec. buone ed utili, anzi
          necessarie in <pb ed="aut" n="653"/> quel grado che la natura aveva dato loro, ma pessime
          e mortifere, quando sono passate ad altri gradi, e sviluppatesi più del dovere, e
          modificatesi diversamente. Così che sebbene queste qualità e passioni sieno naturali in
          radice, ed umane, non perciò sono naturali, quali si trovano oggidì, nè dal loro stato
          presente si deve giudicare della natura e costituzione dell’uomo, nè dedurne intorno ai
          nostri destini quelle conseguenze che se ne deducono. (13. Feb. 1821.). V. p. 657.
          capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="italic">Les femmes apprennent volontiers l’Italien</hi>, qui me paroît
              dangereux, c’est la langue de l’Amour. Les Auteurs Italiens sont peu châtiés; il règne
              dans leurs ouvrages un jeu de mots, une imagination sans règle, qui s’oppose à la
              justesse de l’esprit</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <author>Mme Lambert</author>, lieu cité ci-dessus, p. 73-74.</bibl> (13. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Plus il y a de monde</foreign>
          </quote>, (cioè, più gente ci sta d’intorno, più ci troviamo in mezzo al mondo
          attualmente) <quote>
            <foreign lang="fre">et plus les passions acquièrent d’autorité</foreign>
          </quote>. Ib. p. 81. <quote>
            <foreign lang="fre">Un philosophe <pb ed="aut" n="654"/> assuroit: «... que plus il
              avoit vu de monde, plus les passions acquéroient d’autorité...»</foreign>
          </quote>
          <bibl>
            <author>Mme Lambert</author>, <title>Lettre</title> à citées ci-dessus, p. 395</bibl>.
          Così è generalmente: ma all’uomo veramente sventurato accade tutto il contrario. Ogni
          volta ch’egli si presenta nel mondo, vedendosi respinto, il suo amor proprio mortificato,
          i suoi desideri frustrati, o contrariati, le sue speranze deluse, non solamente non
          concepisce veruna passione fuorchè quella della disperazione, ma per lo contrario, le sue
          passioni si spengono. E nella solitudine, essendo lontane le cose e la realtà, le
          passioni, i desiderii, le speranze se gli ridestano. (13. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Modérez votre goût pour les sciences extraordinaires, elles sont
              dangereuses, et elles ne donnent ordinairement que beaucoup d’orgueil; elles démontent
              les ressorts de l’ame... Notre ame a bien plus de quoi jouir, qu’elle n’a de quoi
              connoître</foreign>
          </quote>: (i mezzi di godere che quelli di conoscere: questo è il senso, <pb ed="aut"
            n="655"/> come apparisce dal contesto, e da altri luoghi delle sue opere paralleli a
          questo) <quote>
            <foreign lang="fre">nous avons les lumières propres et nécessaires à notre bien être;
              mais nous ne voulons pas nous en tenir là; nous courons après des vérités qui ne sont
              pas faites pour nous... Ces réflexions dégoûtent des sciences abstraites</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Mme de Lambert</author>, <title>Avis d’une mère à sa fille</title>, dans ses
            oeuvres complètes citées ci-dessus, p. 74-75-76.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Nous avons en nous de quoi jouir, mais nous n’avons pas de quoi
              connoître. Nous avons les lumières propres et nécessaires à notre bien être; mais nous
              courons après des vérités qui ne sont pas faites pour nous... Ces réflexions dégoûtent
              des vérités abstraites</foreign>
          </quote>. <bibl>La même, <title>Traité de la Vieillesse</title>, l. c. p. 146-147</bibl>.
          (13. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Examinez votre caractère, et mettez à profit vos défauts; il n’y en
              a point qui ne tienne à quelques vertus, et qui ne les favorise. La Morale n’a pas
              pour objet de détruire la nature, mais de la perfectionner</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <author>Mme Lambert</author>, <title>Avis d’une Mère a sa fille</title>, lieu cité
            ci-dessus, p. 84</bibl>. E segue mostrando con parecchi esempi, come ciascuna <pb
            ed="aut" n="656"/> imperfezione conduca, serva, e quasi racchiuda qualche virtù,
          conchiudendo: <quote>
            <foreign lang="fre">Il n’y a pas une foiblesse, dont, si vous voulez, la vertu ne puisse
              faire quelque usage. ib. p. citée</foreign>
          </quote>. Da queste osservazioni fatte anche da molti altri, si può dedurre una verità
          molto generale ed importante, cioè con quanto leggere modificazioni quelle qualità umane
          che si chiamano viziose, e si presumono vizi naturali e inerenti, si riducano e si
          trovino, non esser altro che buone e giovevoli qualità, e come in origine e nella prima
          costituzione dell’uomo fosse buono ancor quello che ora pare essenzialmente e
          primitivamente cattivo, perciocchè essendosi facilmente corrotte quelle prime qualità
          naturali, e distoltesi dal loro fine, e non conoscendosi più a qual buon fine potessero
          esser destinate; la depravazione nostra ch’è opera dell’uomo, si prende per vizio naturale
          ed innato; e si confonde il mal uso delle qualità che si chiamano naturali, col buon uso a
          cui la natura le aveva destinate, e che ora non si scuopre più facilmente. <pb ed="aut"
            n="657"/> In somma da tutto ciò si conferma la dottrina della perfezione naturale, e
          primitiva dell’uomo, considerando come sieno originalmente buone anche quelle qualità, che
          per una parte si hanno per naturali ed innate, e sono; per l’altra, si hanno per
          naturalmente cattive, e non sono: ma questo errore fa che la natura si creda viziosa, e
          bisognosa della ragione. La qual ragione, anch’essa, abbiamo spessissimo dimostrato ch’è
          un sommo vizio, e contuttociò ell’è innata. Ma tal quale era innata, non era vizio; bensì
          è vizio tal quale ella si trova, ed è adoperata oggidì. (14. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 653. Effettivamente la curiosità naturale, porta l’uomo, il fanciullo ec. a voler
          vedere, sentire ec. una cosa o bella, o straordinaria, o notabile relativamente
          all’individuo. Ma non lo stimola mica e non lo tormenta, per saper la cagione di quel tale
          effetto che gli è piaciuto di vedere, udire ec. Anzi l’uomo naturale ordinariamente, si
          contiene nella maraviglia, <pb ed="aut" n="658"/> gode del piacere che deriva da lei, e se
          ne contenta. Così che la curiosità primitiva non porta l’uomo naturalmente, se non a
          desiderare e proccurarsi la cognizione di quelle cose, ch’essendo facili a conoscere (e
          l’uomo naturale desidera di conoscerle fino a quel punto fino al quale son facili), e
          quindi non essendo state nascoste dalla natura; la cognizione loro non nuoce all’ordine
          primitivo, non altera l’uomo, non isconviene alla sua natura, non pregiudica alla sua
          felicità e perfezione: non entrando quei tali oggetti nell’ordine delle cose che la natura
          ha voluto fossero sconosciute e ignorate. Così si vede anche negli altri animali. (14.
          Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La ragione di quanto ho più volte osservato circa la difficoltà anzi impossibilità di
          riuscire in quelle cose che si fanno con troppo impegno, e tanto più quanto queste cose
          sono naturali, e quanto la perfezione loro consiste nella naturalezza, è questa. Non
          riesce bene e secondo natura, se non quello che si fa naturalmente. <pb ed="aut" n="659"/>
          Ma i detti mezzi non sono naturali, e il servirsi di essi non è secondo natura. Dunque ec.
          Non basta che un’operazione sia naturale: ma quanto più è o dev’esser naturale, tanto più
          bisogna farla naturalmente. Anzi non è naturale, se non è fatta naturalmente. (14. Feb.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’invenzione e l’uso delle armi da fuoco, ha combinato perfettamente colla tendenza presa
          dal mondo in ordine a qualunque cosa, e derivata naturalmente dalla preponderanza della
          ragione e dell’arte, colla tendenza, dico, di uguagliar tutto. Così le armi da fuoco,
          hanno uguagliato il forte al debole, il grande al piccolo, il valoroso al vile,
          l’esercitato all’inesperto, i modi di combattere delle varie nazioni: e la guerra ancor
          essa ha preso un equilibrio, un’uguaglianza che sembrava contraria direttamente alla sua
          natura. E l’artifizio, sottentrando alla virtù, <pb ed="aut" n="660"/> ed agguagliandola,
          e anche superandola, e rendendola inutile, ha pareggiato gl’individui, tolta la varietà,
          spento quindi anche nella guerra, l’entusiasmo quasi del tutto, spenta l’emulazione, e
          toltale la materia, spento l’eroismo, giacchè tanto vale un soldato eroe, quanto un
          Martano, o se anche non l’ha spento, l’ha confuso colla viltà, e reso indistinguibile, e
          quindi senza eccitamento e senza premio: in fine ha contribuito sommamente anche per
          questa parte a <emph>mortificare il mondo e la vita</emph>. Tanto è vero che il bello, il
          grande, il vario, non si trova se non che nella natura, e si perde subito appena si esce
          da lei, appena sottentrano l’arte e la ragione, in qualunque cosa. (14 Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Diogene <quote>
            <foreign lang="grc">ἐρωτηθεὶς εἰ κακὸς ὁ θάνατος, πῶς, εἶπε, κακὸς, οὗ παρόντος οὐκ
              αἰσθανόμεθα</foreign>
          </quote>; <bibl>
            <author>Laerz.</author> in <title>Diog. Cyn.</title> 6. 68.</bibl> Dalla nota del Menag.
          si rileva ch’egli l’ha inteso della insensibilità dell’atto della morte.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="661"/> Delle diverse opinioni intorno alla pretesa legge naturale, v.
          alcuni sentimenti e dommi di Diogene, ap. <bibl>
            <author>Laert.</author> in <title>Diog. Cyn.</title> VI. 72-73.</bibl> e quivi il
          Menagio, il quale riporta in proposito alcune parole di Sesto Empirico, la cui opera
            <title lang="lat" rend="italic">Pyrronianarum Hypotyposeon</title>, e l’altra <title
            lang="lat" rend="italic">Adversus Mathematicos</title>, ossia <foreign lang="lat"
            rend="italic">adversus cuiusvis generis dogmaticos</foreign>, è tutta relativa a questo
          argomento, ed a quello ch’io sostengo, che non c’è verità nessuna assoluta. (14. Feb.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dell’influenza del corpo sull’animo, e dell’esercizio sulla virtù, v. le sentenze di
          Diogene, ap. <bibl>
            <author>Laert.</author> in <title>Diog. Cyn.</title> VI. 70.</bibl> e quivi il Menag. se
          ha nulla. (14. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">On aime à savoir les foiblesses des personnes
              estimables</foreign>
          </quote>, non già solamente di quelle che si odiano o invidiano, ma di quelle che si
          amano, si ammirano, si trattano, ci obbligano e ci giovano coi loro benefizi, consigli ec.
          e in questo senso lo dice <bibl>
            <author>Mad. Lambert</author>, <title lang="fre" rend="italic">La Femme Hermite.
              Nouvelle Nouvelle</title>
          </bibl>. <pb ed="aut" n="662"/>
          <bibl>dans ses oeuvres complètes citées ci-dessus (p. 633.), p. 229</bibl>. Tu puoi però
          applicarti questo pensiero, e rendertelo proprio, giacchè Mad. lo stende, lo spiega, e
          l’applica in maniera ordinaria, così che il pensiero sembra comune, non fa gran colpo e
          non se ne osserva l’originalità. Essa lo applica principalmente alla confidenza che ne
          deriva verso quelle tali persone: <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">et j’étois trop heureuse de trouver en elle,
              non-seulement des conseils, mais de ces foiblesses aimables qui nous rendent plus
              indulgens pour celles d’autrui</foreign>
          </quote>. Ma si può considerare questa verità molto più in grande, dilatarla, osservarne i
          rapporti, applicarla anche al teatro, alla poesia, a’ romanzi ec. ed alle arti imitatrici,
          e confermarne quella regola di Aristotele, che il protagonista non sia perfetto. (15. Feb.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Je crois que son estime</foreign>
          </quote> (si parla di una persona amata, ma da cui non si spera nulla, e alla quale non si
          è mai dichiarato il proprio amore) <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">doit être le prix de tout ce que je fais de bien; et
              je fais encore plus <pb ed="aut" n="663"/> grand cas d’elle</foreign>
          </quote> (<foreign lang="fre">de son estime</foreign>) <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">que de tous les sentimens les plus tendres que je
              pourrois lui supposer</foreign>
          </quote>. (Quella che parla è una donna, e l’amato è un uomo). <bibl lang="fre">
            <author>Mme. Lambert</author>, Lieu cité ci-dessus, p. 234</bibl>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Messer tale sentendo dire che la vita è una commedia, disse che oggidì è piuttosto una
          prova di commedia, ovvero una di quelle rappresentazioni, che talvolta i collegiali, o
          simili fanno per loro soli. Perchè non ci sono più spettatori, tutti recitano, e la virtù
          e le buone qualità che si fingono, nessuno le ha, e <emph>nessuno le crede negli
          altri</emph>.</p>
        <p>Anzi proponeva questo mezzo di fare che il mondo cessasse finalmente di essere un teatro,
          e la vita diventasse per la prima volta, almeno dopo lunghissimo tempo, un azion vera.
          S’ella fu mai tale, fu perchè gli uomini, se non altro la maggior parte, erano veramente
          buoni, o tendevano alla virtù. Questo ora è impossibile, e non è <pb ed="aut" n="664"/>
          più da sperare. Dunque si cercasse il detto fine per un altro verso, quasi opposto. Si
          riformassero il Galateo, le leggi, gl’insegnamenti pubblici e privati, l’educazione de’
          fanciulli, i libri di Morale, i vocabolari ec. In maniera che quello che non è più
          necessario, anzi è disutile e dannoso in sostanza, non fosse più necessario neanche in
          apparenza. Così si toglierebbe agli uomini la necessità di mentir sempre, e inutilmente,
          perchè non ingannano più nessuno; l’imbarazzo in cui questa li pone tante volte; la
          contraddizione fra l’esteriore, e l’interiore; la falsità ec. si ricondurrebbe la verità
          nel mondo; la vita resterebbe nè più nè meno la stessa qual è oggidì, ma solamente tolto
          questo linguaggio e queste maniere di convenzione, e questo genere aereo ed inutile di
          bienséances, e di onore, e di riguardi a un pubblico che pensa ed opera come te, si
          toglierebbero agli uomini molti incomodi, e fatiche, e attenzioni, e sollecitudini <pb
            ed="aut" n="665"/> vane; e la vita sarebbe un fatto e non una rappresentazione:
          finalmente si concorderebbero una volta insieme quelle due cose discordi ab eterno, i
          detti e i fatti degli uomini.</p>
        <p>Sperava e prognosticava che il mondo si sarebbe stancato di tante apparenze divenute
          inutili da che non servono più ad ingannare, e da che la commedia non è più spettacolo, e
          tutti sono attori. Che avrebbe messo d’accordo la sostanza coll’apparenza, non già
          cambiando la sostanza, che Dio ce ne scampi, ma lasciandola intatta, e cambiando
          l’apparenza, <foreign lang="fre" rend="italic">les bienséances</foreign>, il linguaggio
          ec. cioè facendo che apparisca e si dica quello ch’è vero. E notava che il mondo sembra
          che già inclini a questo, e non i fatti coi detti, ma i detti si comincino ad accomodare,
          ad accordare, a pacificare coi fatti; ed oramai vengano a trattato con questi loro nemici,
          e domandino essi le condizioni di pace. E che forse <pb ed="aut" n="666"/> anche oggidì
          l’esteriore coll’interiore, i detti coi fatti sono più d’accordo che non furono da
          grantempo. (16. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Je sentis que c’étoit quelque chose de bien
              douloureux, que de savoir ce que l’on aime attaché à quelque chose de
            parfait</foreign>
          </quote>: (cioè la persona amata, a qualche altra persona perfetta, e degna dell’amor suo:
          e in questo senso lo dice Mad. Lambert) <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">mais loin que mon intérêt ait pris sur la justice que
              je devois à mon amie</foreign>
          </quote>, (amata da colui ch’era amato dalla persona che parla, ed è una donna) <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">ma délicatesse et la crainte de lui manquer ont
              augmenté son mérite à mes yeux</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <author>Mme. de Lambert</author> lieu cité ci-dessus, (p. 661. fine), p. 265.
          fine</bibl>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Elle</foreign>
          </quote> (<foreign lang="fre">l’imagination</foreign>) <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">nous donne de ces joies sérieuses qui ne font rire que
              l’esprit</foreign>
          </quote>. (cioè, il bello spirito, il bell’umore). <bibl>
            <author>Mme de Lambert</author>, <title lang="fre">Réflexions nouvelles sur les <pb
                ed="aut" n="667"/>femmes</title>, dans ses Oeuvres complètes citées ci-dessus, (p.
            633.), p. 166.</bibl> (16. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che ho detto in altro pensiero intorno all’idea che i fanciulli si formano dei
          nomi, si deve estendere assai, perchè ordinariamente e generalmente, il fanciullo dal
          primo individuo che vede, si forma l’idea di tutta la specie o genere, in ogni sorta di
          cose; dal primo soldato, l’idea di tutti i soldati, dal primo tempio, l’idea di tutti i
          tempii ec. E se la forma vivamente e durevolmente, se però altri individui della stessa
          specie, non vengono frequentemente o nella stessa fanciullezza, o poi, a scancellare
          l’idea concepita sul primo individuo. Senza ciò, e massimamente se le idee di altri
          individui non sottentrano a quella del primo durante la fanciullezza, l’idea del primo si
          conserva per lunghissimo tempo anche nelle altre età, e serve nella nostra mente di tipo,
          a tutti gli altri individui della stessa specie di cui ci dobbiamo formare un’idea per
          relazione o cosa tale, e che non ci cadono sotto i sensi. P. e. avendo io di due anni
          veduto un colonnello, l’idea <pb ed="aut" n="668"/> ch’io mi formo naturalmente della
          persona di questo o di quel colonnello, ch’io non conosco di veduta, e in astratto, del
          colonnello, è ancora modellata su quella figura, quelle maniere ec. Anche da ciò si deve
          inferire quanto sieno importanti le benchè minime impressioni della fanciullezza, e quanto
          gran parte della vita dipenda da quell’età; e quanto sia probabile che i caratteri degli
          uomini, le loro inclinazioni, questa o quell’altra azione ec. derivino bene spesso da
          minutissime circostanze della loro fanciullezza, e come i caratteri ec. e le opinioni
          massimamente (dalle quali poi dipendono le azioni, e quasi tutta la vita) si
          diversifichino bene spesso per quelle minime circostanze, e accidenti, e differenze
          appartenenti alla fanciullezza, mentre se ne cercherà la cagione e l’origine in
          tutt’altro, anche dai maggiori conoscitori dell’uomo. (16. Feb. 1821.). V. p. 675.
          principio.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quella maravigliosa facilità che hanno <pb ed="aut" n="669"/> i fanciulli di passare
          immediatamente dal più profondo dolore alla gioia, dal pianto al riso ec. e viceversa, e
          ciò per minime cagioni; questa somma volubilità e versatilità d’indole e d’immaginazione,
          non dev’ella esser causa di una molto maggiore felicità, o molto minore miseria che nelle
          altre età? (16. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">L’orgueil nous sépare de la société: notre
              amour-propre nous donne un rang à part qui nous est toujours disputé: l’estime de
              soi-même qui se fait trop sentir est presque toujours punie par le mépris
            universel</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Mme de Lambert</author>, <title lang="fre">Avis d’une mère à sa fille</title>,
            dans ses oeuvres complètes citées ci-dessus, (p. 633.), p. 99. fine</bibl>. Così è
          naturalmente nella società, così porta la natura di questa istituzione umana, la quale
          essendo diretta al comun bene e piacere, non sussiste veramente, se l’individuo non
          accomuna <pb ed="aut" n="670"/> più o meno cogli altri la sua stima, i suoi interessi, i
          suoi fini, pensieri, opinioni, sentimenti ed affetti, inclinazioni, ed azioni; e se tutto
          questo non è diretto se non a se stesso. Quanto più si trova nell’individuo il <emph>se
            stesso</emph>, tanto meno esiste veramente la società. Così se l’egoismo è intero, la
          società non esiste se non di nome. Perchè ciascun individuo non avendo per fine se non se
          medesimo, non curando affatto il ben comune, e nessun pensiero o azione sua essendo
          diretta al bene o piacere altrui, ciascuno individuo forma da se solo una società a parte,
          ed intera, e perfettamente distinta, giacchè è perfettamente distinto il suo fine; e così
          il mondo torna qual era da principio, e innanzi all’origine della società, la quale resta
          sciolta quanto al fatto e alla sostanza, e quanto alla ragione ed essenza sua. Perciò
          l’egoismo è sempre stata la peste della società, e quanto è stato maggiore, tanto peggiore
          è stata <pb ed="aut" n="671"/> la condizione della società; e quindi tanto peggiori
          essenzialmente quelle istituzioni che maggiormente lo favoriscono o direttamente o
          indirettamente, come fa soprattutto il dispotismo. (Sotto il quale stato la Francia era
          divenuta la patria del più pestifero egoismo, mitigato assai dalla rivoluzione, non
          ostante gl’immensi suoi danni, come è stato osservato da tutti i filosofi.) L’egoismo è
          inseparabile dall’uomo, cioè l’amor proprio, ma per egoismo, s’intende più propriamente un
          amor proprio mal diretto, male impiegato, rivolto ai propri vantaggi reali, e non a quelli
          che derivano dall’eroismo, dai sacrifizi, dalle virtù, dall’onore, dall’amicizia ec.
          Quando dunque questo egoismo è giunto al colmo, per intensità, e per universalità; e
          quando a motivo e dell’intensità, e massime dell’universalità si è levata la maschera (la
          quale non serve più a nasconderlo, perchè troppo vivo, e perchè tutti sono animati dallo
          stesso sentimento), allora la natura del commercio sociale (sia relativo alla
          conversazione, <pb ed="aut" n="672"/> sia generalmente alla vita) cangia quasi
          intieramente. Perchè ciascuno pensando per se (tanto per sua propria inclinazione, quanto
          perchè nessun altro vi pensa più, e perchè il bene di ciascheduno è confidato a lui solo),
          si superano tutti i riguardi, l’uno toglie la preda dalla bocca e dalle unghie dell’altro;
          gl’individui di quella che si chiama società, sono ciascuno in guerra più o meno aperta,
          con ciascun altro, e con tutti insieme; il più forte sotto qualunque riguardo, la vince;
          il cedere agli altri qualsivoglia cosa, o per creanza, o per virtù, onore ec. è inutile,
          dannoso e pazzo, perchè gli altri non ti son grati, non ti rendono nulla, e di quanto tu
          cedi loro, o di quella minore resistenza che opponi loro, profittano in loro vantaggio
          solamente, e quindi in danno tuo. E così, per togliere un esempio dal passo cit. di Mad.
          di Lambert, si vede nel fatto che oggidì, il disprezzo degli altri, e la stima aperta e
          ostentata di se stesso, non solamente non è più così dannosa come <pb ed="aut" n="673"/>
          una volta, ma bene spesso è necessaria, e chi non sa farne uso non guadagna nulla in
          questo mondo presente. Perchè gli altri non sono disposti ad accordarti spontaneamente, e
          in forza del vero, e del merito nulla, come di nessuna altra cosa, così neanche di stima,
          e bisogna quindi che tu la conquisti come per forza, e con guerra aperta e ostilmente,
          mostrandoti persuasissimo del tuo merito, ad onta di chicchessia, disprezzando e
          calpestando gli altri, deridendoli, profittando d’ogni menomo loro difetto, rinfacciandolo
          loro, non perdonando nulla agli altri, cercando in somma di abbassarli e di renderteli
          inferiori, o nella conversazione o dovunque con tutti i mezzi più forti. Che se oggidì ti
          vuoi procacciare la stima degli altri, col rispetto, buona maniera verso loro, col
          lusingare il loro amor proprio, dissimulare i loro difetti ec. e quanto a te, colla
          modestia, col silenzio ec. ti succede tutto l’opposto. Essi profittano di te e de’ tuoi
          riguardi verso loro, per innalzarsi, e della tua poca resistenza quanto a te, per
          deprimerti. Quello che concedi <pb ed="aut" n="674"/> loro, l’adoprano in loro mero
          vantaggio, e danno tuo; quello che non ti arroghi o non pretendi, o quel merito che tu
          dissimuli, te lo negano e tolgono, per vederti inferiore ec. Così, nel modo che ho detto
          ritornano effettivamente nel mondo i costumi selvaggi, e di quella prima età, quando la
          società non esistendo, ciascuno era amico di se solo, e nemico di tutti gli altri esseri o
          dissimili o simili suoi, in quanto si opponevano a qualunque suo menomo interesse o
          desiderio, o in quanto egli poteva godere a spese loro. Costumi che nello stato di società
          son barbari, perchè distruttivi della società, e contrari direttamente all’essenza
          ragione, e scopo suo. Quindi si veda quanto sia vero, che lo stato presente del mondo, è
          propriamente barbarie, o vicino alla barbarie quanto mai fosse. Ogni così detta società
          dominata dall’egoismo individuale, è barbara, e barbara della maggior barbarie. (17.Feb.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="675"/> Alla pag. 668. fine. E questa non è forse una delle minime cagioni
          di quella verità <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Quot homines, tot sententiae</foreign>
          </quote>, detto di Terenzio, (<bibl>
            <title>Phorm.</title> Act. 2. sc. 4. ver.14.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Quot homines, tot sententiae: suus cuique
            mos</foreign>
          </quote>. (Negli adagi del Manuzio questo proverbio è riportato così, <foreign lang="lat"
            rend="italic">quot homines, non capita</foreign>.) E similmente Oraz. (<bibl>
            <title>Sat.</title> l. 2. sat. 1. v. 27-28.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Quot capitum vivunt, totidem studiorum
            Millia</foreign>
          </quote>. Ed Euripide (in Phoenissis): <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="grc">Εἰ πᾶσι ταὐτὸ καλὸν ἔφυ, σοφόν θ' ἅμα,</foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="grc">Οὐκ ἦν ἂν ἀμφίλεκτος ἀνθρώποις ἔρις</foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="grc">Νῦν δ' οὔθ' ὅμοιον οὐδὲν οὔτ' ἴσον βροτοῖς</foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="grc">Πλὴν ὀνομάσαι τὸ δ' ἔργον οὐκ ἔστι τόδε.</foreign>
              </l>
            </lg>
            <lg rend="italic">
              <l>
                <foreign lang="lat">Cunctis idem si pulchrum, et egregium foret</foreign>,</l>
              <l>
                <foreign lang="lat">Nulla esset anceps hominibus contentio</foreign>.</l>
              <l>
                <foreign lang="lat">At nunc simile nil, nil idem mortalibus</foreign>:</l>
              <l>
                <foreign lang="lat">Nisi verba forsan inter istos concinunt</foreign>,</l>
              <l>
                <foreign lang="lat">At re tamen, factisque convenit nihil</foreign>.</l>
            </lg>
          </quote>
          <pb ed="aut" n="676"/> E Cicerone (<bibl>
            <title>de Fin. bon. et mal.</title> c. 5. verso il fine</bibl>):<quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">sed quot homines, tot sententiae: falli igitur
              possumus</foreign>
          </quote>. Luogo omesso dal Manuzio.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Riferite le dette sentenze alla opinione comune, che si dia verità assoluta, anche tra
          gli uomini. (17. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non siamo dunque nati fuorchè per sentire, qual felicità sarebbe stata se non fossimo
          nati? (18. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="sc">enfin elles aiment l’amour, et non pas l’amant</hi>. <hi rend="italic"
                >Ces personnes se livrent à toutes les passions les plus ardentes. Vous les voyez
                occupées du jeu, de la table: tout ce qui porte la livrée du plaisir est bien
              reçu</hi>
            </foreign>
          </quote>. Parla di quelle donne galanti <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">qui ne cherchent et ne veulent que les plaisirs de
              l’amour</foreign>
          </quote>, di quelle che <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">ne cherchent dans l’amour que les plaisirs des
            sens</foreign>
          </quote>, (o della galanteria dell’ambizione ec.) <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">que celui d’être fortement occupées et entraînées, et
              que celui d’être aimées</foreign>
          </quote>; di quelle che <pb ed="aut" n="677"/> possono <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">associer d’autres passions à l’amour</foreign>
          </quote>, e lasciare <foreign lang="fre" rend="italic">du vide dans</foreign> (<foreign
            lang="fre">leur</foreign>) <foreign lang="fre" rend="italic">son coeur</foreign>, e che
            <foreign lang="fre" rend="italic">après avoir tout donné</foreign>, possono non essere <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">uniquement</foreign>
          </quote> (<foreign lang="fre">occupées</foreign>) <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">occupé de ce qu’on aime</foreign>
          </quote>; di quelle che <quote>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="italic">se font une habitude de galanterie, et</hi>
              <hi rend="sc">ne savent point joindre la qualité d’amie a celle d’amant</hi>
            </foreign>
          </quote>; di quelle che <quote>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="sc">ne cherchent que les plaisirs, et non pas l’union des coeurs</hi>
            </foreign>
          </quote>, e conseguentemente <quote>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="sc">échappent</hi> a tous les devoirs de l’amitié</foreign>
          </quote>: in somma delle donne d’oggidì tutte quante, e in fatti ancor ella sebbene
          distingue le donne amanti in tre specie, conchiude il discorso di questa specie, così: <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Voilà l’amour d’usage et d’à-présent, et où les
              conduit une vie frivole et dissipée</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Mme. de Lambert</author>, <title lang="fre">Réflexions nouvelles sur les
            femmes</title>, dans ses oeuvres complètes, citées ci-dessus (p. 633.) p. 179.</bibl>
          (18. Febbraio 1821.).</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="678"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il faut convenir que les femmes sont plus délicates que les hommes
              en fait d’attachement. <hi rend="italic">Il n’appartient qu’à elles de faire sentir
                par un seul mot, par un seul regard, tout un sentiment</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <author>Mme. de Lambert</author>, lieu cité ci-dessus, p. 187</bibl>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gli esercizi della persona che egli faceva in compagnia di cotali gentili uomini, non
          solamente per allora li furon cagione della fermezza e gagliardìa del corpo, ma eziandio
          dell’animo. — Lo dice di Antonio Giacomini Tebalducci Malespini, famoso militare
          fiorentino, ancor giovane, <bibl>
            <author>Jacopo Nardi</author>, <title>Vita d’Antonio Giacomini Tebalducci
            Malespini</title>, ediz. di Lucca, Francesco Bertini, 1818. <add resp="ed">in</add> 8.
            p. 19.</bibl> (18 Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Nous n’avons qu’une portion d’attention et de
              sentiment; dès que nous nous livrons aux objets extérieurs, le sentiment dominant
              s’affoiblit: nos desirs ne sont-ils pas plus vifs et plus forts dans la
            retraite</foreign>?</quote>
          <bibl>
            <author>Mme. de Lambert</author>, lieu cité ci-derrière (p. 677. fine) p. 188</bibl>.
            <pb ed="aut" n="679"/> La solitudine è lo stato naturale di gran parte, o piuttosto del
          più degli animali, e probabilmente dell’uomo ancora. Quindi non è maraviglia se nello
          stato naturale, egli ritrovava la sua maggior felicità nella solitudine, e neanche se ora
          ci trova un conforto, giacchè il maggior bene degli uomini deriva dall’ubbidire alla
          natura, e secondare quanto oggi si possa, il nostro primo destino. Ma anche per altra
          cagione la solitudine è oggi un conforto all’uomo nello stato sociale al quale è ridotto.
          Non mai per la cognizione del vero in quanto vero. Questa non sarà mai sorgente di
          felicità, nè oggi; nè era allora quando l’uomo primitivo se la passava in solitudine, ben
          lontano certamente dalle meditazioni filosofiche; nè agli animali la felicità della
          solitudine deriva dalla cognizione del vero. Ma anzi per lo contrario questa consolazione
          della solitudine deriva all’uomo oggidì, e derivava primitivamente dalle illusioni. Come
          ciò fosse primitivamente, in quella vita occupata o da continua <pb ed="aut" n="680"/>
          sebben solitaria azione, o da continua attività interna e successione d’immagini disegni
          ec. ec. e come questo accada parimente ne’ fanciulli, l’ho già spiegato più volte. Come
          poi accada negli uomini oggidì, eccolo. La società manca affatto di cose che realizzino le
          illusioni per quanto sono realizzabili. Non così anticamente, e anticamente la vita
          solitaria fra le nazioni civili, o non esisteva, o era ben rara. Ed osservate che quanto
          si racconta de’ famosi solitari cristiani, cade appunto in quell’epoca, dove la vita,
          l’energia, la forza, la varietà originata dalle antiche forme di reggimento e di stato
          pubblico, e in somma di società, erano svanite o sommamente illanguidite, col cadere del
          mondo sotto il despotismo. Così dunque torna per altra cagione ad esser proprio degli
          stati e popoli corrotti, quello ch’era proprio dell’uomo primitivo, dico la tendenza
          dell’uomo alla solitudine: tendenza stata interrotta dalla prima energia della vita
          sociale. Perchè oggidì è così la cosa. La presenza e l’atto della società spegne le
          illusioni, <pb ed="aut" n="681"/> laddove anticamente le fomentava e accendeva, e la
          solitudine le fomenta o le risveglia, laddove non primitivamente, ma anticamente le
          sopiva. Il giovanetto ancora chiuso fra le mura domestiche, o in casa di educazione, o
          soggetto all’altrui comando, è felice nella solitudine per le illusioni, i disegni, le
          speranze di quelle cose che poi troverà vane o acerbe: e questo ancorchè egli sia
          d’ingegno penetrante, e istruito, ed anche, quanto alla ragione, persuaso della nullità
          del mondo. L’uomo disingannato, stanco, esperto, esaurito di tutti i desideri, nella
          solitudine appoco appoco si rifà, ricupera se stesso, ripiglia quasi carne e lena, e più o
          meno vivamente, a ogni modo risorge, ancorchè penetrantissimo d’ingegno, e
          sventuratissimo. Come questo? forse per la cognizione del vero? Anzi per la dimenticanza
          del vero, pel diverso e più vago aspetto che prendono per lui, quelle cose già
          sperimentate e vedute, ma che ora essendo lontane dai sensi e dall’intelletto, tornano a
          passare per la immaginazione sua, e quindi abbellirsi. Ed egli torna a sperare <pb
            ed="aut" n="682"/> e desiderare, e vivere, per poi tutto riperdere, e morire di nuovo,
          ma più presto assai di prima, se rientra nel mondo.</p>
        <p>Dalle dette considerazioni segue che oggi l’uomo quanto è più savio e sapiente, cioè
          quanto più conosce, e sente l’infelicità del vero, tanto più ama la solitudine che glielo
          fa dimenticare, o glielo toglie dagli occhi, laddove nello stato primitivo l’uomo amava
          tanto più la solitudine, quanto maggiormente era ignorante ed incolto. E così l’ama
          oggidì, quanto più è sventurato, laddove anticamente, e primitivamente la sventura
          spingeva a cercare la conversazione degli uomini, per fuggire se stesso. La qual fuga di
          se stesso oggi è impossibile nella società all’uomo profondamente sventurato, e
          profondamente sensibile, e conoscente; perchè la presenza della società, non è altro che
          la presenza della miseria, e del vuoto. Perchè il vuoto non potendo essere riempiuto mai
          se non dalle illusioni, e queste non trovandosi nella società quale è oggi, resta che sia
          meglio riempiuto dalla solitudine, dove le illusioni <pb ed="aut" n="683"/> sono oggi più
          facili per la lontananza delle cose, divenute loro contrarie e mortifere, all’opposto di
          quello ch’erano anticamente. (20. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La sua compagnia (di Antonio Giacomini) ne’ collegi de’ magistrati fu qualche volta ad
          alcuni non molto gioconda. Nondimeno il suo parere le più volte prevaleva agli altri, e
          specialmente nel consiglio degli ottanta e de’ richiesti e pratiche, <quote>
            <emph>nelle quali</emph>
            <emph rend="sc">più larghe</emph>
            <emph>consultazioni l’autorità de’</emph>
            <emph rend="sc">particolari</emph>
            <emph>cittadini cede e dà luogo alle vere e ferme ragioni molto più facilmente, che non
              fa ne’ magistrati</emph>
            <emph rend="sc">di minor numero d’uomini</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Jacopo Nardi</author>, <title>Vita d’Antonio Giacomini</title>. Lucca per
            Francesco Bertini 1818. p. 85-86.</bibl> (22. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Nardi</author> ec. l. cit. qui sopra p. 83</bibl>. <quote>
            <emph>Di quelle doti e di quelle virtù che o per natura o per instituto e lezione tutte
              furono sue</emph>
          </quote>. Che ha da far qui la lezione? oltre che lo stesso Nardi p. 102. dice ch’egli non
          aveva dato opera alle scienze. Leggi <emph>ed elezione</emph>, opposto a natura. Ma v.
          l’altra ediz. del 1597. Firenze, Sermartelli, in 4.o. (23. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="684"/> Lorenzo de’ Medici, Apologia ec. nel fine: <quote>
            <emph>Non mi sarebbe</emph>
            <emph rend="sc">tanta</emph>
            <emph>fatica</emph>
          </quote>. Leggi <hi rend="sc">stata</hi>. L’errore è nell’ediz. di Lucca per Francesco
          Bertini dietro il Nardi, Vita del Giacomini, p. ult. 136. Non so delle altre stampe.</p>
        <quote rend="block">
          <sp>
            <speaker>
              <foreign lang="grc">Δι.<note resp="aut" n="a" place="foot">
                  <p>
                    <foreign lang="grc">Δίκαιος</foreign>. Dabbene, uomo probo.</p>
                </note>.</foreign>
            </speaker>
            <p>
              <foreign lang="grc">Ἐκεῖνο δ' οὐ βούλοι' ἂν, ἡσυχίαν ἔχων Ζῇν ἀργὸς;;</foreign>
            </p>
          </sp>
          <sp>
            <speaker>
              <foreign lang="grc">Συ.<note resp="aut" n="b" place="foot">
                  <p>
                    <foreign lang="grc">Συκοφάντης</foreign>. Calunniatore, delatore, spione. Non
                    sono nomi propri.</p>
                </note>.</foreign>
            </speaker>
            <p>
              <foreign lang="grc">Ἀλλὰ προβατίου βίον λέγεις,</foreign>
            </p>
            <p>
              <foreign lang="grc">Εἰ μὴ φανεῖται διατριβή τις τῷ βίῳ.</foreign>.</p>
          </sp>
        </quote>
        <p>
          <bibl>
            <author>Aristofane</author>, <title>Pluto, o la Ricchezza</title>, Atto 4. Scena
          3.</bibl> (23. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 241 ...che il mondo, o qualche buona parte del mondo sia quello che in greco si
          dice <emph>diglottos</emph>, e noi possiamo dire bilingue. Come veramente oggidì quasi
          tutto il mondo civile è bilingue, cioè parla tanto le sue lingue particolari, quanto, al
          bisogno, la francese. Eccettuato la stessa Francia, la quale non è bilingue, non solamente
          rispetto al grosso della nazione, ma anche de’ letterati e dotti, pochi sono <pb ed="aut"
            n="685"/> quelli che intendono bene, o sanno veramente parlare altra lingua fuori della
          propria loro. Il che se derivi da superbia nazionale, o da questo che usandosi la loro
          favella per tutto il mondo, non hanno bisogno d’altra per ispiegarsi con chicchessia, o
          vero, quanto alla intelligenza ed uso de’ libri forestieri, dalla facilità e copia delle
          traduzioni che hanno, questo non è luogo da ricercarlo. (23. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La lingua italiana porta pericolo, non solo quanto alle voci o locuzioni o modi
          forestieri, e a tutto quello ch’è barbaro, ma anche, (e questo è il principale) di cadere
          in quella timidità povertà, impotenza, secchezza, geometricità, regolarità eccessiva che
          abbiamo considerata più volte nella lingua francese. In fatti da un secolo e più, ella ha
          perduto, non solamente l’uso, ma quasi anche la memoria di quei tanti e tanti idiotismi, e
          irregolarità felicissime della lingua nostra, nelle quali principalmente consisteva la
          facilità, l’onnipotenza, la varietà, <pb ed="aut" n="686"/> la volubilità, la forza, la
          naturalezza, la bellezza, il genio, il gusto la proprietà (<foreign lang="grc"
          >ἰδιώτης</foreign>), la pieghevolezza sua. Non parlo mica di quelle inversioni e
          trasposizioni di parole, e intralciamenti di periodi alla latina, sconvenientissimi alla
          lingua nostra, e che dal Boccaccio e dal Bembo in fuori, e più moderatamente dal Casa, non
          trovo che sieno stati adoperati e riconosciuti da nessun buono scrittore italiano. Ma
          parlo di quella libertà, di quelle tante e diversissime figure della dizione, per le quali
          la lingua nostra si diversificava dalla francese dell’Accademia, era suscettibile di tutti
          gli stili, era così lontana dal pericolo di cadere nell’arido, nel monotono, nel
          matematico, e in somma di quelle che la rendevano similissima nel genio, nell’indole,
          nella facoltà, nel pregio alle lingue antiche, e specificatamente alla greca, alla quale
          si accostava da vicino anche nelle forme particolari e speciali, cioè non solamente nel
          genere, ma anche nella specie: siccome alla latina si accosta sommamente per la qualità
          individuale de’ vocaboli e delle frasi. Ma oggidì ella va a perdere, anzi ha già perduto
          presso <pb ed="aut" n="687"/> il più degli scrittori, le dette qualità che sono sue vere,
          proprie, intime, e native; e dico anche presso quegli scrittori che a gran fatica arrivano
          pure a preservarsi dai barbarismi. (e qui riferite quello che ho detto altrove, come in
          detti scrittori facciano pessima comparsa le parole e modi italiani, in una tessitura di
          lingua che per quanto non sia barbara, non è l’italiana: e gli antichi accidenti in una
          sostanza tutta moderna e diversa.) E così anche la lingua nostra si riduceva ad essere una
          processione di collegiali, come diceva, se non erro, il Fénélon, della francese. Del che
          mi pare che bisogni stare in somma guardia, tanto più, quanto la inclinazione, lo spirito,
          l’andamento dei tempi, essendo tutto geometrico, la lingua nostra corre presentissimo
          rischio di geometrizzarsi stabilmente e per sempre, di inaridirsi, di perdere ogni grazia
          nativa (ancorchè conservi le parole e i modi, e scacci i barbarismi), di diventare unica
          come la francese, laddove ora ella si può chiamare un aggregato di più lingue, ciascuna
          adattata al suo soggetto, o anche a questo <pb ed="aut" n="688"/> e a quello scrittore; e
          così divenuta impotente, in luogo di contenere virtualmente tutti gli stili (secondo la
          sua natura, e quella di tutte le belle e naturali lingue, come le antiche, non puramente
          ragionevoli), ne contenga uno solo, cioè il linguaggio magrissimo ed asciuttissimo della
          ragione, e delle scienze che si chiamano esatte, e non sia veramente adattata se non a
          queste, che tale infatti ella va ad essere, e lo possiamo vedere in ogni sorta di
          soggetti, e fino nella poesia italiana moderna de’ volgari poeti. Come appunto è accaduto
          alla lingua francese, perchè ancor ella da principio, ed innanzi all’Accademia, e massime
          al secolo di Luigi 14. non era punto unica, ma l’indole sua primitiva e propria somigliava
          moltissimo all’indole della vera lingua italiana, e delle antiche; era piena d’idiotismi,
          e di belle e naturalissime irregolarità; piena di varietà; <emph>subordinatissima allo
            scrittore</emph> (notate questo, che forma la difficoltà dello scrivere, come pure
          dell’intendere la nostra lingua a differenza della francese) e suscettibile di prendere
          quella forma e quell’abito che il soggetto richiedesse, o il carattere dello scrittore, o
          che questi volesse darle; adattata <pb ed="aut" n="689"/> a diversissimi stili; piena di
          nerbo, o di grazia, di verità, di proprietà, di evidenza, di espressione; coraggiosa;
          niente schiva degli <emph>ardiri</emph> com’è poi divenuta; parlante ai sensi ed alla
          immaginativa, e non solamente, come oggi, all’intelletto; (sebbene anche al solo
          intelletto può parlare la lingua italiana, se vuole) pieghevole, robusta, o delicata
          secondo l’occorrenza; piena di <foreign lang="fre" rend="italic">sève</foreign>, di sangue
          e di colorito ec. ec. Delle quali proprietà qualche avanzo se ne può notare nella Sévigné,
          e nel Bossuet e in altri scrittori di quel tempo. Talmente che s’ella fosse rimasta quale
          ho detto, non sarebbe mai stata universale, con che vengo a dir tutto. E s’ella prima
          della sua mortifera riforma, avesse avuto tanto numero di cultori quanto n’ebbe
          l’italiana, che l’avessero condotta secondo il suo carattere primitivo, e d’allora, alla
          perfezione, come fu condotta la nostra, sarebbe anche più evidente questo ch’io dico <pb
            ed="aut" n="690"/> della prima e originale natura della lingua francese, la quale ben si
          congettura efficacemente dalla considerazione de’ loro antichi scrittori, ma non si può
          pienamente sentire perch’ella non ebbe scrittore perfetto in quel primo genere, o non ne
          ebbe quanto basta. Nè quel primo genere prese mai stabilità, ma quando le fu data forma
          stabile e universale nella nazione, fu ridotta, quale oggi si trova, ad essere in ogni
          possibile genere di scrittura, piuttosto una serie di sentenze e di pensieri
          esattissimamente esposti e ordinati, che un discorso. Dove l’intelletto e l’utilità non
          desidera nulla, ma l’immaginazione il bello, il dilettevole la natura, i sensi ec.
          desiderano tutto. (24. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il secolo del cinquecento è il vero e solo secolo aureo e della nostra lingua e della
          nostra letteratura.</p>
        <p>Quanto alla lingua moltissimi disconvengono da questo ch’io dico, volendo che il suo vero
          secol d’oro, fosse il trecento. Ma osservino. Quasi tutti gli scrittori del cinquecento,
          toscani o non toscani, hanno bene e convenientemente <pb ed="aut" n="691"/> adoperata la
          nostra lingua, e tutti più o meno possono servire di norma al bello scrivere, e sarebbe
          ammirato e studiato uno scrittore d’oggidì che avesse tanti pregi di lingua quanto
          l’infimo de’ mediocri scrittori di quel tempo. Questo è ben altro che ammirare la felicità
          della Francia dove tutti appresso a poco scrivono bene quanto alla lingua. Considerate
          quello che ho detto altrove del sommo divario fra la nostra lingua e la francese, e non vi
          parrà poca meraviglia che una lingua così difficile, varia, ricca, immensa, pieghevole e
          subordinata allo scrittore, come l’italiana, trovasse un secolo, dove tutti o la massima
          parte la scrivessero bene, e questo in ogni sorta di soggetti e di stili, in ogni qualità
          di scrittori, e anche in quelle cose che si scrivevano e si scrivono correntemente e senza
          studio, come lettere e cose tali, dove il cinquecento è sempre quasi <pb ed="aut" n="692"
          /> perfetto modello della buona lingua italiana a tutti i secoli. Diranno che anche nel
          trecento accadeva lo stesso. Voglio lasciar passare questa proposizione, che ben
          considerata parrà forse falsissima. Ma supponendo che sia verissima, che maraviglia che
          scriva bene, chi in questo medesimo, che egli scrive, porta inseparabilmente la ragione
          dello scriver bene? Giacchè noi diciamo che i trecentisti scrivevano bene, perciò appunto
          ch’erano trecentisti; e indistintamente tutto quello ch’è del trecento, o imita e somiglia
          la scrittura di quel secolo, si approva e si dice bene scritto, perchè appartiene al
          trecento. E si dà a quel secolo autorità di regolare il nostro giudizio intorno alla bella
          lingua italiana, non a noi di giudicare se quel secolo usasse una bella lingua. Io so e
          dico che la usava bellissima, e do ragione e lodo quelli che colle debite restrizioni e
          condizioni fanno degli scrittori del trecento i modelli <pb ed="aut" n="693"/> o il
          fondamento e la sorgente della buona lingua italiana di tutti i secoli. Quest’autorità
          l’hanno avuta tutti i padri di tutte le buone e belle lingue (come della latina ec.): e
          l’hanno avuta non già per capriccio o pregiudicata opinione de’ successori, ma per la
          forza della natura che operava in quei padri effettivamente, e perchè la natura è la
          massima fonte del bello. Ma non perciò le dette qualità derivavano in quei padri da merito
          loro, nè essi ponevano (eccetto pochissimi) veruno studio alla bellezza e all’ordine della
          lingua. Nel modo che Omero certamente non sudava per seguire e praticare le regole del
          poema epico, le quali non esistevano, anzi sono derivate dal suo poema, e quella maniera
          ch’egli ha tenuto è poi divenuta regola. Ma Omero come ingegno sovrano ch’egli era,
          studiava la natura e gli uomini e il bello per creare le regole che ancora non esistevano:
          laddove i trecentisti erano quasi tutti uomini da poco e ignorantissimi, e scrivevano
          quello che veniva loro nella <pb ed="aut" n="694"/> penna. E quanto è venuto loro nella
          penna, tanto si è giudicato che fosse il più bel fiore della nostra lingua, non dico
          ingiustamente, ma certo senza merito loro. V. p. 705. Aggiungete che fuori de’ Toscani,
          pochissimi in quel secolo scrivevano la lingua nostra in modo che si potesse sopportare,
          all’opposto del cinquecento dove tutta l’Italia scriveva correttamente e leggiadramente,
          così che il trecento, quando anche non valessero le suddette ragioni, non si potrebbe
          riputare il migliore della nostra lingua, nè paragonare al cinquecento se non quanto alla
          Toscana.</p>
        <p>Quanto alla letteratura nessuno disconviene da quello ch’io dico, perchè il trecento ebbe
          tre o quattro letterati famosi, ma nel resto ebbe non letteratura ma ignoranza. Quello
          però ch’io dico, sarebbe molto più riconosciuto in Italia e fuori, e si giudicherebbe
          meglio, e con maggiore convincimento, quanto sia vero che il cinquecento <pb ed="aut"
            n="695"/> sia l’ottimo ed aureo secolo della letteratura italiana, anzi in questo pregio
          superi non solo tutti gli altri secoli italiani, ma anche tutti i migliori secoli delle
          letterature straniere; se si ponesse mente a questo ch’io son per dire.</p>
        <p>Primieramente la stessa universalità che ho notata in quel secolo rispetto alla buona
          lingua, si deve anche notare rispetto al buono stile: e ciò in tutti i generi e di
          soggetti, e di scrittori nelle scritture più familiari e usuali ec. insomma con tutte
          quelle particolarità che ho notate quanto alla lingua p. 691. Collo studio, e la giusta
          applicazione delle norme greche e latine, lo stile del cinquecento generalmente aveva
          acquistato tal nobiltà e dignità, e tant’altra copia di pregi, che quasi era venuto alla
          perfezione, eccetto principalmente una certa oscurità ed intralciamento, derivante in gran
          parte dalla troppa lunghezza de’ periodi, e dalla troppa copia <pb ed="aut" n="696"/>
          delle figure di dizione, e dall’eccessivo ed eccessivamente continuato concatenamento
          delle sentenze; vizio tutto proprio di quel secolo, il quale voleva forse con ciò dare al
          discorso quella gravità che ammirava ne’ latini, ma che si doveva conseguire con altri
          mezzi (quali sono quegli altri molti che lo stesso secolo ha ottimamente adoperati): vizio
          ignoto si può dire al trecento, e a tutti gli altri secoli ancorchè viziosissimi: vizio
          provenuto anche dal soverchio studio dei latini, la cui imitazione è pericolosa per questa
          parte ancora, come per le trasposizioni; vizio che avrebbe potuto molto correggersi con un
          maggiore studio de’ greci, ma principalmente degli ottimi e primi, perchè i più moderni
          declinarono anch’essi (sebbene valenti) a questo difetto, e ad un’indole di scrittura più
          latina che greca: vizio che non saprei se appartenga più allo stile ovvero alla lingua:
          vizio finalmente che se non togliere, certo si può moltissimo <pb ed="aut" n="697"/>
          alleggerire con una diversa punteggiatura, come si è fatto da molti presso i latini, i
          quali pure ne avevano gran bisogno, tanto per la lunghezza de’ periodi talvolta, i quali
          si sono divisi col mezzo de’ punti, quanto massimamente e sempre per la qualità della loro
          costruzione. La detta perfezione prima o dopo quel secolo non si è mai veduta in
          nessunissimo stile nè italiano nè forestiero, dai latini in poi (dico quanto allo stile
          non ai pensieri): nessun’altra nazione ci è pervenuta in veruno de’ suoi migliori secoli;
          e forse quello stesso maggior grado di perfezione che lo stile forestiero ha conseguito
          ne’ suoi secoli d’oro, non si troverà che fosse così universale negli scrittori nazionali
          di quel tempo, com’era la detta perfezione in Italia nel cinquecento.</p>
        <p>Secondariamente il pregio letterario del cinquecento è meno <pb ed="aut" n="698"/>
          conosciuto, e stimato assai meno del vero, perchè non si conosce la somma e singolare
          ricchezza di quel secolo. Eccetto gli scrittori toscani registrati in buona parte dalla
          Crusca fra’ testi di lingua, e perciò ricercati per farne serie, e per lusso, e simili
          motivi, e ristampati per uso di lingua, gli altri toscani, non adoperati dall’antica
          Crusca, e la massima parte de’ cinquecentisti non toscani, non sono letti quasi da
          nessuno, conosciuti di pregio da pochissimi dotti, di nome solo da pochissimi altri, e
          ignorati di nome e di tutto dalla moltitudine dei letterati, da tutto il resto degli
          odierni italiani, e da tutti quanti gli stranieri. E tuttavia è somma la copia di quegli
          scrittori che essendo così ignorati, sono tuttavia o più degli altri, o quanto gli altri
          che si conoscono, pregevolissimi e degnissimi di considerazione, di studio, e
          d’immortalità. E giacciono in quelle vecchie stampe, in preda ai tarli, e alla polvere <pb
            ed="aut" n="699"/> (se però sono stati mai stampati, come p. e. la storia del Baldi, di
          cui parla il Perticari, è ms.), in fondo alle librerie, scorrettissimamente, e
          sordidamente stampati, senza veruno che si curi di guardarli. Da quelle poche operette
          insigni del cinquecento ristampate in questi ultimi anni, e da quelle che si è proposto di
          ristampare, e che si è veduto come non cedano forse a veruna delle già note e famose, si
          può conoscere quanta ricchezza di quel secolo, quanta gloria nostra, sia oscurata e
          sepolta dalla dimenticanza, dall’ignoranza, dalla pigrizia, dalla noncuranza di questo
          secolo. Che se porrete mente quanto minore sia il numero de’ buoni cinquecentisti noti
          alla universalità degl’italiani, rispetto a quelli conosciuti dai letterati, i quali pur
          tanti ne ignorano; e quanto pochi fra quei medesimi conosciuti universalmente fra noi, si
          conoscano fuori d’Italia; non vi farete più maraviglia se la fama del <pb ed="aut" n="700"
          /> cinquecento letterato è oramai nell’Europa, piuttosto nome che fatto; piuttosto un
          avanzo di antica tradizione, che opinione presente; potendosi contar sulle dita i
          cinquecentisti noti fuori d’Italia. E così dico proporzionatamente di tutta l’altra nostra
          letteratura. Ma gli stranieri hanno ben ragione, se non ne sanno più, di quello che ne
          sappiamo noi stessi, i quali generalmente ci troviamo appresso a poco nel medesimo caso.</p>
        <p>Del resto quello ch’io dico della perfezione di stile nei cinquecentisti si deve
          intendere dei prosatori, non dei poeti. Anzi io mi maraviglio come quella tanta gravità e
          dignità che risplende ne’ prosatori, si cerchi invano in quasi tutti i poeti di quel
          secolo, e bene spesso anche negli ottimi. I difetti dello stile poetico di quel secolo,
          anche negli ottimi, sono infiniti, massime la ridondanza, gli epiteti, i sinonimi
          accumulati (al contrario delle prose) ec. lasciando i più essenziali difetti di arguzie,
          insipidezze ec. anche nell’Ariosto e nel Tasso. E non è dubbio che Dante e Petrarca
          (sebbene non senza gran difetti di stile) furono nello stile più vicini alla <pb ed="aut"
            n="701"/> perfezione che i cinquecentisti, e così lo stile poetico del trecento
          (riguardo a questi due poeti) è superiore al cinquecento: (tanto è vero che la poesia
          migliore è la più antica, all’opposto della prosa, dove l’arte può aver più luogo). E dal
          trecento in poi lo stil poetico italiano non è stato richiamato agli antichi esemplari,
          massime latini, nè ridotto a una forma perfetta e finita, prima del Parini e del Monti. V.
          gli altri miei pensieri in questo proposito. Parlo però del stile poetico, perchè nel
          resto se si eccettuano quanto agli affetti il Metastasio e l’Alfieri (il quale però fu
          piuttosto filosofo che poeta), quanto ad alcune (e di rado nuove) immagini il Parini e il
          Monti (i quali sono piuttosto letterati di finissimo giudizio, che poeti); l’Italia dal
          cinquecento in poi non solo non ha guadagnato in poesia, ma ha avuto solamente <pb
            ed="aut" n="702"/> versi senza poesia. Anzi la vera poetica facoltà creatrice, sia
          quella del cuore o quella della immaginativa, si può dire che dal cinquecento in qua non
          si sia più veduta in Italia; e che un uomo degno del nome di poeta (se non forse il
          Metastasio) non sia nato in Italia dopo il Tasso. (27. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Camillo Porzio</author>, <title>La congiura de’ Baroni del Regno di Napoli
              contra il Re Ferdinando I</title>. ediz. terza, cioè Lucca 1816. per Franc. Bertini,
            p. 23</bibl>. <quote>
            <emph>E vedeva ciascuno che indugiava più l’occasione che il lor animo, ad offendersi, e
              che con ogni picciola scintilla di fuoco infra di loro si poteva eccitare grandissimo
              incendio</emph>
          </quote>. Che vuol dire, <emph>l’occasione indugiava ad offenderti</emph>? oltre che
            <emph>il lor animo</emph> era già offeso, e gravissimamente, come viene dal dire. Leggi
            <emph>ad accendersi</emph>, lezione confermata ancora dal seguito del surriferito passo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ivi, p. 24. <quote>
            <emph>Affermando il Re essergli stato rimesso da’ suoi predecessori</emph>
          </quote> (il tributo alla Chiesa) <pb ed="aut" n="703"/>
          <quote>
            <emph>e che si doveva per il regno di Napoli e di Sicilia; ma che egli allora solo
              quello di Napoli possedeva. Rimesso</emph>
          </quote> potrebbe valer <quote>
            <emph>condonato, e predecessori</emph>
          </quote> riferirsi al Papa: potrebbe valer <emph>mandato, e predecessori</emph> riferirsi
          al Re. Senso sempre oscurissimo. Io leggerei: <emph>predecessori che e’ o ch’e’</emph>. V.
          p. 708. capoverso 2.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ivi, p. 37. <quote>
            <emph>Suavissima riputo e verissima la sentenza che c’insegna li costumi de’ soggetti
              andar sempre dietro all’usanze de’ dominatori</emph>
          </quote>. Leggi <emph>savissima</emph>. (27. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non possiamo nè contare tutti gli sventurati, nè piangerne uno solo degnamente.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Allo sviluppo ed esercizio della immaginazione è necessaria la felicità o abituale o
          presente e momentanea; del sentimento, la sventura. Esempio me stesso: e il mio passaggio
          dalla facoltà immaginativa, alla sensitiva, essendo quella in me presso ch’estinta. (28.
          Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="704"/> L’uomo dev’esser libero e franco nel maneggiare la sua lingua, non
          come i plebei si contengono liberalmente e disinvoltamente nelle piazze, per non sapere
          stare decentemente e con garbo, ma come quegli ch’essendo esperto ed avvezzo al commercio
          civile, si diporta francamente e scioltamente nelle compagnie, per cagione di questa
          medesima esperienza e cognizione. Laonde la libertà nella lingua dee venire dalla perfetta
          scienza e non dall’ignoranza. La quale debita e conveniente libertà manca oggigiorno in
          quasi tutti gli scrittori. Perchè quelli che vogliono seguire la purità e l’indole e le
          leggi della lingua, non si portano liberamente, anzi da schiavi. Perchè non possedendola
          intieramente e fortemente, e sempre sospettosi di offendere, vanno così legati che pare
          che camminino fra le uova. E quelli che si portano liberamente, hanno quella libertà de’
          plebei, che deriva dall’ignoranza della lingua, dal non saperla maneggiare, e dal non
          curarsene. E questi in comparazione <pb ed="aut" n="705"/> degli altri sopraddetti, si
          lodano bene spesso come scrittori senza presunzione. Quasi che da un lato fosse
          presunzione lo scriver bene (e quindi anche l’operar bene, e tutto quello che si vuol fare
          convenientemente, fosse presunzione); dall’altro lato scrivesse bene chi ne dimostra
          presunzione. Quando anzi il dimostrarla, non solamente in ordine alla buona lingua, ma a
          qualunque altra dote della scrittura, è il massimo vizio nel quale scrivendo si possa
          incorrere. Perchè in somma è la stessa cosa che l’affettazione; e l’affettazione è la
          peste d’ogni bellezza e d’ogni bontà, perciò appunto che la prima e più necessaria dote sì
          dello scrivere, come di tutti gli atti della vita umana, è la naturalezza. (28. Feb.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 694. Perchè la lingua non era ancora formata nè stabilita, nè il suo corpo
          ordinato, e neppure la sua gramatica. Essi la formavano, ma per forza del tempo, e <pb
            ed="aut" n="706"/> di circostanze accidentali ed estrinseche, non come Omero per forza
          del suo proprio ingegno formava l’Epopea. (Eccettuo però Dante Petrarca e il Boccaccio: e
          nel secondo massimamente ritrovo una forma ammirabilmente stabile, completa, ordinata,
          adulta, uguale, e quasi perfetta di lingua, degnissima di servire di modello a tutti i
          secoli quasi in ogni parte.) Quindi non è maraviglia se quel trecentista andava per una
          strada, quest’altro per un’altra; se non ci è maggiore difficoltà che mettergli d’accordo
          tra loro, e coll’ordine della lingua, anche in cose essenziali, e ordinare la forma e i
          precetti della lingua sopra i trecentisti; se formicano d’imperfezioni e di scorrezioni;
          se non sono uguali neppure, nè in verun modo a se stessi ec. ec. ec. Formata che fu la
          lingua, allora divenne <emph>possibile, necessaria e difficilissima</emph> la perfezion
          sua: la qual perfezione da nessun secolo è stata portata nè in così alto grado, nè in
          tanta universalità come nel cinquecento. <pb ed="aut" n="707"/> Ed ecco in qual senso e
          per quali ragioni io dico che il cinquecento fu il vero ed unico secol d’oro della nostra
          lingua; cioè rispetto all’adoprarla, dove che il trecento l’avea preparata; rispetto allo
          spendere quel tesoro che il trecento avea magnificamente e larghissimamente accumulato; e
          in tal maniera che della lingua sarà sempre poverissimo chi non si provvederà
          immediatamente a quel tesoro: essendo veramente il trecento la sorgente ricchissima
          inesausta e perenne della nostra lingua; sorgente aperta e necessaria a tutti i secoli.
          (28. Feb. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Perchè in fatti il secol d’oro di una lingua o di qualunque altra disciplina, non è
          quello che la prepara, ma quello che l’adopra, la compone de’ materiali già pronti, e la
          forma; giacchè realmente quel secolo che formò e determinò la lingua italiana fu più
          veramente il cinquecento che il trecento, lasciando stare che i primi precetti della
          lingua nostra furono dati, s’io non erro, in quel secolo, dal Bembo. Ma il cinquecento <pb
            ed="aut" n="708"/> formò e determinò la lingua italiana in maniera ch’ella guadagnando
          nella coltura e nell’ordine, non perdè nulla affatto nella naturalezza, nella copia, nella
          varietà, nella forza, e neanche nella libertà, (quanta è compatibile colla chiarezza e
          bellezza, e colla necessità di essere intesi, e quindi convenientemente ordinati nel
          favellare): in somma e soprattutto, non mutò in verun conto l’indole e natura sua
          primitiva, come la cambiò interamente la francese, nella formazione e determinazione
          fattane dall’Accademia e dal secolo di Luigi 14. (1. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Camillo Porzio</author> l. cit. (p. 702.) p. 80.</bibl>
          <emph>In un tratto di ciascuno il sacco, il fuoco e la morte si temeva</emph>. Leggi da
          ciascuno. (1 Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 703. Che se <emph>rimesso</emph> in questo senso (di <foreign lang="lat"
            rend="italic">traditum</foreign> che in latino viene e metaforicamente, e quasi anche
          propriamente a dire la stessa cosa) paresse strano, questo non avverrà se non a coloro che
          non conosceranno l’usanza <pb ed="aut" n="709"/> e lo stile di questo scrittore. (2. Marzo
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 120. Aggiungete che nelle monarchie, o reggimenti di un solo o di pochi (che
          reggimento di pochi si può veramente chiamare ogni monarchia, dove non è possibile che
          tutto effettivamente dipenda, derivi, e si regoli secondo la volontà di uno solo, massime
          quanto più ella è grande) le cagioni degli avvenimenti sono molto più menome e moltiplici
          che negli stati liberi e popolari, ancorchè paia l’opposto. Perchè le cagioni che operano
          in tutto un popolo, o nella massima, o in buona parte di quello, o in somma in molti, non
          sono nè così piccole, nè tante, nè così varie, nè così difficili a congetturare, quando
          anche fossero nascoste, come quelle che operano in uno o in diversi individui
          particolarmente. E si vede in fatti, chi conosce un tantino la storia de’ regni, come i
          massimi avvenimenti sieno spesso derivati da piccolissimi affettacci di quel re, di quel
          ministro ec. da menome circostanze, da una passioncella, da una parola, da una ricordanza,
          da un’assuefazione individuale, <pb ed="aut" n="710"/> da un carattere particolare, da
          inclinazioni; da qualità, accidenti della vita, amicizie o nimicizie ec. contratte dal
          principe o dal ministro ec. nello stato privato. Quindi si può vedere, quanto la storia
          oggidì sia oscura e difficile allo scrittore, e come spesso debba riuscire in gran parte
          falsa, e quindi inutile ai lettori; consistendo la chiave di sommi avvenimenti, la
          spiegazione di somme maraviglie, nella cognizione di aneddoti sempre difficili, spesso
          impossibili a sapere. E così oggi gli scrittori di aneddoti e bazzecole di corte, sono più
          benemeriti forse della storia, che i sommi storici, e scrittori delle massime cose. (2.
          Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 81. fine. L’uomo in tanto è malvagio nè più nè meno, in quanto le azioni sue
          contrastano co’ suoi principii. Quanto più dunque da un lato i principii 1. sono meglio
          stabiliti, definiti, divulgati, chiariti, specificati, e formati; 2. l’uomo n’è imbevuto
          profondamente, e radicatamente persuaso: dall’altro lato quanto più le opere contrastano a
          questi principii; <pb ed="aut" n="711"/> tanto più l’uomo è malvagio. E tanto peggiori
          realmente sono i popoli e i secoli, quanto più le dette circostanze e de’ principii, e
          delle azioni sono universali, come per mezzo del Cristianesimo, e ne’ suoi primi secoli
          massimamente. Questa è la misura con cui bisogna definire la malvagità degl’individui, e
          delle nazioni e de’ tempi; e considerare l’odio che meritano e che realmente ispirano. E
          per questa parte il nostro secolo si può giudicare meno malvagio. (2. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Lettere diverse da quelle del nostro alfabeto sono pure il <foreign lang="grc"
          >θῆτα</foreign> greco, e la zediglia spagnuola, analoghe fra loro, ma che non si possono
          confondere col nostro z, o t, o s, e si pronunziano con una conformazione di organi
          appropriata loro. E si troverà più differenza tra questa conformazione di organi, e quella
          che si richiede per la pronunzia del nostro z, o t, o s, di quella che si possa trovare
          fra la conformazione di organi nella pronunzia del d, e l’altra nella pronunzia del t: le
          quali però nessuno dubita <pb ed="aut" n="712"/> che non sieno lettere diverse, benchè la
          lingua e i denti le producano ambedue, con leggerissimo e quasi insensibile divario di
          collocazione. Così che dalla piccola differenza di collocazione non si può dedurre che due
          o più lettere sieno le stesse, perchè basta un nulla a diversificarle, come se ne
          potrebbero addurre altri esempi. Del resto dico lo stesso del <emph>thau</emph> ebraico, e
          del <emph>th</emph> inglese. (3. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non vale il dire che i piaceri, i beni, le felicità di questo mondo, sono tutti inganni.
          Che resta levati via questi inganni? E chi per le sue sventure manca di questi benchè
          ingannosi piaceri e beni, che altro gode o spera quaggiù? In somma l’infelice è veramente
          e positivamente infelice; quando anche il suo male non consista che in assenza di beni;
          laddove è pur troppo vero che non si dà vera nè soda felicità, e che l’uomo felice, non è
          veramente tale. (3. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 370. Ma osservate che spessissime volte questa impazienza pregiudica al fine.
          Perchè tu, volendo veder l’esito in qualunque <pb ed="aut" n="713"/> modo, per liberarti
          dal timore di non ottenere il tuo fine, perdi quello che avresti conseguito se non avessi
          temuto, e se quindi ti fossi diportato più quietamente, con meno confusione ec. Insomma
          avessi sostenuto di aspettare che la cosa andasse come doveva, e nel tempo conveniente ec.
          Insomma spessissimo nei negozi dubbi, ancorchè non di somma importanza, affrettando
          l’esito, non tanto per ismania di conseguire, quanto per impazienza di dubitare, perdiamo
          il nostro intento: e questo ci accade anche nelle menome e giornaliere e materiali
          operazioni della vita. Notate quelle parole <emph>non tanto per ismania</emph> ec. nelle
          quali consiste la novità e proprietà di questo pensiero, perchè il detto effetto
          dell’impazienza è comunemente notato, ma si attribuisce all’impazienza di conseguire. (3
          Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="714"/> Spesse volte il troppo o l’eccesso è padre del nulla. Avvertono
          anche i dialettici che quello che prova troppo non prova niente. Ma questa proprietà
          dell’eccesso si può notare ordinariamente nella vita. L’eccesso delle sensazioni o la
          soprabbondanza loro, si converte in insensibilità. Ella produce l’indolenza e l’inazione,
          anzi l’abito ancora dell’inattività negl’individui e ne’ popoli; e vedi in questo
          proposito quello che ho notato con Mad. di Staël, Floro ec. p. 620 fine — 625 principio.
          Il poeta nel colmo dell’entusiasmo della passione ec. non è poeta, cioè non è in grado di
          poetare. All’aspetto della natura, mentre tutta l’anima sua è occupata dall’immagine
          dell’infinito, mentre le idee segli affollano al pensiero, egli non è capace di
          distinguere, di scegliere, di afferrarne veruna: in somma non è capace di nulla, nè di
          cavare nessun frutto dalle sue sensazioni: dico nessun frutto o di considerazione e di
          massima, ovvero di uso e di scrittura; di teoria nè di pratica. L’infinito non si <pb
            ed="aut" n="715"/> può esprimere se non quando non si sente: bensì dopo sentito: e
          quando i sommi poeti scrivevano quelle cose che ci destano le ammirabili sensazioni
          dell’infinito, l’animo loro non era occupato da veruna sensazione infinita; e dipingendo
          l’infinito non lo sentiva. I sommi dolori corporali non si sentono, perchè o fanno
          svenire, o uccidono. Il sommo dolore non si sente, cioè finattanto ch’egli è sommo; ma la
          sua proprietà, è di render l’uomo attonito, confondergli, sommergergli, oscurargli l’animo
          in guisa, ch’egli non conosce nè se stesso, nè la passione che prova, nè l’oggetto di
          essa; rimane immobile, e senza azione esteriore, nè si può dire, interiore. E perciò i
          sommi dolori non si sentono nei primi momenti, nè tutti interi, ma nel successo dello
          spazio e de’ momenti, e per parti, come ho detto p. 366-368. Anzi non solo il sommo
          dolore, ma ogni somma passione, ed anche ogni sensazione, ancorchè non somma, tuttavia
          tanto straordinaria, e, per qualunque verso, grande, che l’animo nostro non sia capace di
          contenerla <pb ed="aut" n="716"/> tutta intera simultaneamente. Così sarebbe anche la
          somma gioia.</p>
        <p>Ma bisogna osservare che di rado avviene che la gioia ancorchè grande e straordinaria, ci
          renda attoniti, e quasi senza senso, e che la sua grandezza ne renda impossibile il pieno
          e distinto sentimento. Questo ci accadeva forse e senza forse da fanciulli, e sarà pure
          senza fallo avvenuto negli uomini primitivi; ma oggidì per poco che l’uomo abbia di
          esperienza e di cognizione, è ben difficile che sia suscettibile di una gioia, la quale
          sia tanta da non poter essere contenuta pienamente nell’animo suo, e da ridondare. Bensì
          egli è suscettibilissimo (almeno il più degli uomini) di un tal dolore. Ma la somma gioia
          dell’uomo di oggidì, è sempre o certo ordinariamente tale che l’animo n’è capacissimo; e
          questo, non ostante ch’egli vi debba necessariamente esser poco assuefatto, laddove quanto
          al dolore o a qualunque passione dispiacevole, non è così. Ma il fatto <pb ed="aut"
            n="717"/> sta che il male, soggetto del dolore e delle passioni dispiacevoli, è reale;
          il bene, soggetto della gioia, non è altro che immaginario: e perchè la gioia fosse tale
          da superare la capacità dell’animo nostro, si richiederebbe, come ne’ fanciulli e ne’
          primitivi, una forza e freschezza d’immaginazione persuasiva, e d’illusione, che non è più
          compatibile colla vita di oggidì. (4. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Porzio</author> l. cit. (p. 702.) p. 126.</bibl>
          <quote>
            <emph>E se egli ec. a cui fa dubbio che ec. non l’abbia ad osservare</emph>
          </quote>? Leggi <emph>a cui fia</emph>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>Ivi, p. 134.</bibl>
          <quote>
            <emph>ed i Principi allora affermano di aver perdonato i falli quando han potere di
              castigargli; ma se sopraffatti da’ pericoli maggiori differiscono la vendetta, non
              perciò la cancellano</emph>. Non c’è senso. Leggi <emph>quando non han potere</emph>
          </quote>. (4. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Nunquam minus solus quam cum solus</foreign>
          </quote>. Ottimamente vero: ma (contro quello che si usa <pb ed="aut" n="718"/> credere e
          dire) perchè oggidì colui che si trova in compagnia degli uomini, si trova in compagnia
          del vero (cioè del nulla, e quindi non c’è maggior solitudine); chi lontano dagli uomini,
          in compagnia del falso. Laonde questo detto sebbene antico e riferito al sapiente,
          conviene molto più a’ nostri secoli, e non al sapiente solo, ma alla universalità degli
          uomini, e massime agli sventurati. (4. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’uomo d’immaginazione di sentimento e di entusiasmo, privo della bellezza del corpo, è
          verso la natura appresso a poco quello ch’è verso l’amata un amante ardentissimo e
          sincerissimo, non corrisposto nell’amore. Egli si slancia fervidamente verso la natura, ne
          sente profondissimamente tutta la forza, tutto l’incanto, tutte le attrattive, tutta la
          bellezza, l’ama con ogni trasporto, ma quasi che egli non fosse punto corrisposto, sente
          ch’egli non è partecipe di questo bello che ama ed ammira, si vede fuor della sfera della
          bellezza, come l’amante <pb ed="aut" n="719"/> escluso dal cuore, dalle tenerezze, dalle
          compagnie dell’amata. Nella considerazione e nel sentimento della natura e del bello, il
          ritorno sopra se stesso gli è sempre penoso. Egli sente subito e continuamente che quel
          bello, quella cosa ch’egli ammira ed ama e sente, non gli appartiene. Egli prova quello
          stesso dolore che si prova nel considerare o nel vedere l’amata nelle braccia di un altro,
          o innamorata di un altro, e del tutto noncurante di voi. Egli sente quasi che il bello e
          la natura non è fatta per lui, ma per altri (e questi, cosa molto più acerba a
          considerare, meno degni di lui, anzi indegnissimi del godimento del bello e della natura,
          incapaci di sentirla e di conoscerla ec.): e prova quello stesso disgusto e finissimo
          dolore di un povero affamato, che vede altri cibarsi dilicatamente, largamente, e
          saporitamente, senza speranza nessuna di poter mai gustare altrettanto. Egli insomma <pb
            ed="aut" n="720"/> si vede e conosce escluso senza speranza, e non partecipe dei favori
          di quella divinità che non solamente, ma gli è anzi così presente così vicina, ch’egli la
          sente come dentro se stesso, e vi s’immedesima, dico la bellezza astratta, e la natura.
          (5. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Oggidì i viaggi più curiosi e più interessanti che si possono fare in Europa cioè nel
          paese incivilito, sono quelli de’ paesi meno inciviliti, cioè la Svizzera, la Spagna e
          simili, che tuttavia conservano qualche natura e proprietà. Le descrizioni de’ costumi,
          de’ caratteri, delle opinioni, delle usanze di questi paesi hanno sempre della varietà,
          della singolarità, della importanza, della curiosità. Quelle degli altri paesi Europei
          (salvo nelle usanze, costumi, opinioni popolari, come ho detto in altro pensiero p. 147.
          perchè il popolo è sempre più tenace della natura) i quali non hanno oramai proprietà,
          cioè carattere proprio, si rassomigliano tutte fra loro, e col carattere de’ costumi, <pb
            ed="aut" n="721"/> opinioni ec. di quella tal nazione, alla quale quelle altre si
          descrivono, così che pochissimo possono aver di curioso, eccetto nelle minute
          particolarità di usanze sociali, ec. nelle quali l’incivilimento e il commercio
          universale, non è per anche arrivato ad agguagliare interamente il mondo. Ma in grosso, e
          nella sostanza, e nelle cose principali, e per natura loro, non per capriccio, importanti,
          possiamo oramai dire, che di queste tali nazioni, conosciuta una, son conosciute tutte.
          (5. Marzo 1820.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dovunque l’arte tiene la principal parte in luogo della natura, manca la varietà, sebbene
          sottentri una sterile curiosità. P. e. gli Stati uniti si diversificano molto dal governo,
          costumi ec. degli altri paesi civili, ma quella è una differenza d’arte, non di natura, è
          parto della ragione, della filosofia del sapere, è cosa artifiziale, non naturale. <pb
            ed="aut" n="722"/> Quindi la curiosità che ne deriva, è una curiosità secca, e quella
          varietà, è quasi falsa, ascitizia, non propria delle cose, non sostanziale, non inerente
          alla nazione, e alla natura di lei, e per così dire, una varietà monotona. Al contrario di
          quella curiosità e varietà che deriva dalla considerazione della Svizzera, della Spagna
          ec. curiosità e varietà, naturale, propria, innata. V. il pensiero precedente. (5. Marzo
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Lo sventurato non bello, e maggiormente se vecchio, potrà esser compatito, ma
          difficilmente pianto. Così nelle tragedie, ne’ poemi, ne’ romanzi ec. come nella vita. (6.
          Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Porzio</author> l. cit. (p. 702.) p. 145. principio.</bibl>
          <quote>
            <emph>ciascun vedeva che quella prima dell’altre gli anderebbe ad oppugnare</emph>
          </quote>. Leggi <emph>egli</emph> anderebbe, altrimenti non regge il senso.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>Ivi p. 155.</bibl>
          <quote>
            <emph>Che se nell’altre rocche <pb ed="aut" n="723"/> de’ Baroni fusse stata la metà di
              provvisione</emph>
          </quote> ec. Manca una qualche parola, come <emph>di detta, di questa, di tale
          provvisione</emph>, conforme apparisce dagli antecedenti, dove riferisce le provvisioni
          che si trovarono nel castello di Sarno, quando fu avuto dal Re. (6. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <quote rend="block">
          <lg type="non-definito" lang="lat">
            <lg>
              <l>Post ignem aetheria domo</l>
              <l>Subductum, macies, et nova febrium</l>
            </lg>
            <lg>
              <l>Terris incubuit cohors,</l>
              <l>Semotique prius tarda necessitas</l>
            </lg>
            <lg>
              <l>Leti corripuit gradum.</l>
            </lg>
          </lg>
        </quote>
        <p rend="noindent">
          <bibl>
            <author>Orazio</author>, od. 3. v. 29-33. l. <hi rend="sc">i</hi>.</bibl> Questo
          effetto, attribuendolo Orazio favolosamente alla violazione delle leggi degli Dei, ed alla
          temerità degli uomini verso il cielo, viene ad attribuirlo nel vero significato, alla
          violazione e corruzione delle leggi naturali e della natura; verissima cagione
          dell’incremento che l’imperio della morte ha guadagnato sopra gli uomini. (7. Marzo
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 526. <quote>
            <foreign lang="lat">Florum, perpetuum Horatii imitatorem observat Rosellus
            Baumon</foreign>
          </quote> in <bibl>
            <author>Massoni</author>
            <title>Hist. Critica Rei literar.</title> Tom. 14. p. 222.</bibl>
          <bibl>
            <author>Fabricio</author>, <title>B. Lat.</title> l. 2. c. 23. par. 2. t. 1. p.
          626.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="724"/> Alla p. 509. Da questa osservazione deducete che Floro, stampato la
          prima volta in 4. a Parigi in Sorbonae domo, senza nota di anno o di luogo, ma circa il
          1470. (Fabric.) era uno de’ non molti classici conosciuti e letti al tempo del Petrarca.
          (7. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’uomo è così inclinato alla lode, che anche in quelle cose dov’egli non ha mai nè
          cercato nè curato di esser lodevole, e ch’egli stima di nessun pregio, ancora in queste
          l’esser lodato lo compiace. Anzi spesso lo indurrà a cercar di rialzare presso se stesso
          il pregio e l’opinione di quella tal cosa minima nella quale è stato lodato; e a
          persuadersi che essa, o l’essere lodevole in essa, non sia del tutto minimo nell’opinione
          altrui. (7. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>I poeti, oratori, storici, scrittori in somma di bella letteratura, oggidì in Italia, non
          manifestano mai, si può dire, la menoma forza d’animo (<foreign lang="lat" rend="italic"
            >vires animi</foreign>, e non intendo dire la magnanimità), ancorchè il soggetto, o
          l’occasione ec. contenga <pb ed="aut" n="725"/> grandissima forza, sia per <add resp="ed"
            >se</add> stesso fortissimo, abbia gran vita, grande sprone. Ma tutte le opere
          letterarie italiane d’oggidì sono inanimate, esangui, senza moto, senza calore, senza vita
          (se non altrui). Il più che si possa trovar di vita in qualcuno, come in qualche poeta, è
          un poco d’immaginazione. Tale è il pregio del Monti, e dopo il Monti, ma in assai minor
          grado, dell’Arici. Ma oltre che questo pregio è rarissimo nei nostri odierni o poeti o
          scrittori, oltre che in questi rarissimi è anche scarso (perchè il più de’ loro pregi
          appartengono allo stile), osservo inoltre che non è veramente spontaneo nè di vena, e
          soggiungo che non solamente non è, ma non può essere, se non in qualche singolarissima
          indole.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La forza creatrice dell’animo appartenente alla immaginazione, è esclusivamente propria
          degli antichi. Dopo che l’uomo è divenuto stabilmente infelice, e, che peggio è, l’ha
          conosciuto, <pb ed="aut" n="726"/> e così ha realizzata e confermata la sua infelicità;
          inoltre dopo ch’egli ha conosciuto se stesso e le cose, tanto più addentro che non doveva,
          e dopo che il mondo è divenuto filosofo, l’immaginazione veramente forte, verde, feconda,
          creatrice, fruttuosa, non è più propria se non de’ fanciulli, o al più de’ poco esperti e
          poco istruiti, che son fuori del nostro caso. L’animo del poeta o scrittore ancorchè nato
          pieno di entusiasmo di genio e di fantasia, non si piega più alla creazaone delle
          immagini, se non di mala voglia, e contro la sottentrata o vogliamo dire la rinnuovata
          natura sua. Quando vi si pieghi, vi si piega <foreign lang="lat" rend="italic">ex
            instituto</foreign>, <foreign lang="grc">ἐπιτηδὲς</foreign>, per forza di volontà, non
          d’inclinazione, per forza estrinseca alla facoltà immaginativa, e non intima sua. La forza
          di un tal animo ogni volta che si abbandona all’entusiasmo (il che non è più così
          frequente) si rivolge all’affetto, <pb ed="aut" n="727"/> al sentimento, alla malinconia,
          al dolore. Un Omero, un Ariosto non sono per li nostri tempi, nè, credo, per gli avvenire.
          Quindi molto e giudiziosamente e naturalmente le altre nazioni hanno rivolto il nervo e il
          forte e il principale della poesia dalla immaginazione all’affetto, cangiamento
          necessario, e derivante per se stesso dal cangiamento dell’uomo. Così accadde
          proporzionatamente anche ai latini, eccetto Ovidio. E anche l’Italia ne’ principii della
          sua poesia, cioè quando ebbe veri poeti, Dante, il Petrarca, il Tasso, (eccetto l’Ariosto)
          sentì e seguì questo cangiamento, anzi ne diede l’esempio alle altre nazioni. Perchè
          dunque ora torna indietro? Vorrei che anche i tempi ritornassero indietro. Ma la nostra
          infelicità, e la cognizione che abbiamo, e non dovremmo aver, delle cose, in vece di
          scemare, si accresce. Che smania è questa dunque di voler fare quello stesso che facevano
          i nostri avoli, quando noi siamo così mutati? di ripugnare alla natura delle cose? di
          voler fingere una <pb ed="aut" n="728"/> facoltà che non abbiamo, o abbiamo perduta, cioè
          l’andamento delle cose ce l’ha renduta infruttuosa e sterile, e inabile a creare? di voler
          essere Omeri, in tanta diversità di tempi? Facciamo dunque quello che si faceva ai tempi
          di Omero, viviamo in quello stesso modo, ignoriamo quello che allora s’ignorava,
          proviamoci a quelle fatiche a quegli esercizi corporali che si usavano in quei tempi. E se
          tutto questo ci è impossibile, impariamo che insieme colla vita e col corpo, è cambiato
          anche l’animo, e che la mutazione di questo è un effetto necessario, perpetuo, e
          immancabile della mutazione di quelli. Diranno che gl’italiani sono per clima e natura più
          immaginosi delle altre nazioni, e che perciò la facoltà creatrice della immaginativa,
          ancorchè quasi spenta negli altri, vive in loro. Vorrei che così fosse, come sento in me
          dalla fanciullezza e dalla prima giovanezza in poi, e vedo negli <pb ed="aut" n="729"/>
          altri, anche ne’ poeti più riputati, che questo non è vero. Se anche gli stranieri
          l’affermano, o s’ingannano, come in cose lontane, e come il lontano suol parere bellissimo
          o notabilissimo; ovvero intendono solamente di parlare in proporzione degli altri popoli,
          non mai nè assolutamente, nè in comparazione degli antichi, perchè anche l’immaginativa
          italiana, in vigore dell’andamento universale delle cose umane, è illanguidita e spossata
          in maniera, che per quel che spetta al creare, non ha quasi più se non quella disposizione
          che gli deriva dalla volontà e dal comando dell’uomo, non da sua propria ed intrinseca
          virtù, ed inclinazione.</p>
        <p>Ma la vera causa per cui gl’italiani, a differenza di tutti gli altri, non conoscono
          oggidì altra poesia che la immaginativa, e della sentimentale sono affatto digiuni, ve la
          dirò io. In quest’ozio, in <pb ed="aut" n="730"/> questa noia, in questa frivolezza di
          occupazioni, o piuttosto dissipazioni, senza scopo, senza vita, in somma senza nè patria
          nè guerre nè carriere civili o letterarie nè altro oggetto di azioni o di pensieri
          costanti, l’italiano non è capace di sentir nulla profondamente, nè difatto egli sente
          nulla. Tutto il mondo essendo filosofo, anche l’italiano ha tanto di filosofia che basta e
          per farlo sempre più infelice, e per ispegnergli o vero intorpidirgli l’immaginazione, di
          cui la natura l’avrebbe dotato; ma non quanta si richiede a conoscere intimamente le
          passioni, gli affetti, il cuore umano, e dipingerlo al vivo; oltre che quando anche
          potesse conoscergli, non saprebbe dipingergli, giacchè bisogna convenire che all’italiano
          d’oggidì manca la massima parte di quello studio ch’è duopo per iscriver cose, come son
          queste, difficilissime. Sicchè l’italiano, ancorchè si metta a scrivere col cuore
          profondamente commosso, o sullo stesso incominciare non trova più nulla, e non sapendo che
          si dire, ricorre ai generali; <pb ed="aut" n="731"/> ovvero volendo esprimere proprio
          quello ch’ei sente, non sa farlo, e scrive come un fanciullo.</p>
        <p>Per tutte queste ragioni dunque l’italiano non essendo oggidì capace di poesia
          affettuosa, ricorre e si dedica interamente alla immaginosa, non per natura o per
          vocazione, ma per volontà ed elezione. E appunto perciò o non vi riesce punto, o solamente
          coll’imitare, e tener dietro agli antichi, come un fanciullo alla mamma; nel modo che (sia
          detto fra noi) ha fatto il Monti: il quale non è poeta, ma uno squisitissimo traduttore,
          se ruba ai latini o greci; se agl’italiani, come a Dante, uno avvedutissimo e finissimo
          rimodernatore del vecchio stile e della vecchia lingua.</p>
        <p>Ma gl’italiani contuttociò, e contro la natura de’ tempi e della poesia, si gittano ad un
          genere che oggi non può essere se non o forzato o imitativo, e lo fanno perchè questo
          riesce loro molto più facile del sentimentale. <pb ed="aut" n="732"/> 1. nessuno dubita
          che l’imitare a certi ingegni massimamente, che hanno pochissima o forza, o abitudine ed
          esercizio di forza, e d’impazienza e di calore ec. non sia molto più facile che il creare.
          E gl’italiani d’oggidì, poetando, appresso a poco, sempre imitano, anche quando non
          trascrivono, come spesso fanno, e come fa l’Arici, che quello si chiama copiare. 2. Come è
          più facile un racconto che un dramma, perchè nel dramma ogni errore d’imitazione è palese,
          e si richiede una molto più esatta corrispondenza alla natura ed al vero; così
          agl’italiani d’oggidì, persone, come ho detto, che non sentono, e non hanno bastante
          cognizione del cuore umano, è molto più facile il genere immaginativo, che alla fine è
          cosa arbitraria, e dove si può anche abbagliare, come ha fatto l’Ariosto, di quello che il
          sentimentale dove bisogna seguire esattamente e passo passo la natura ed il vero, e dove
          il cuor di ciascuno, è prontissimo <pb ed="aut" n="733"/> e acutissimo e rigoroso giudice
          della verità o falsità, della proprietà o improprietà, della naturalezza, o forzatura,
          della efficacia o languidezza ec. delle invenzioni, delle situazioni de’ sentimenti, delle
          sentenze, delle espressioni ec. E la facoltà immaginativa si può in qualche modo fingere,
          o forzare, o almeno comandare: la sensitiva non mai. E perciò non è maraviglia se quei
          moderni italiani i quali, nelle circostanze che ho esposte di sopra, hanno pur voluto
          pubblicare opere sentimentali, sono stati fischiati, o degni di esserlo. Tanto più che la
          imitazione, (e questi tali si son dati tutti e totalmente alla imitazione degli stranieri)
          se disdice all’immaginativo, molto più al sentimentale, per la stessa ragione per cui il
          sentimento non si può nè fingere nè proccurare, almeno forzatamente. E così tutti i
          sensati italiani e forestieri, si accordano in dire che l’Italia manca del genere
          sentimentale. <pb ed="aut" n="734"/> Ma non osservano che con ciò vengono a dire e
          confessare che l’odierna Italia manca di letteratura, certo di poesia. Quasi che il detto
          genere fosse proprio di questa o quella nazione, e non del tempo. Quasi che oggidì la
          condizione generale degli uomini ammettesse altro genere di poesia, e che il mancare di
          questo genere non fosse lo stesso che mancar di poesia.</p>
        <p>La poesia sentimentale è unicamente ed esclusivamente propria di questo secolo, come la
          vera e semplice (voglio dire non mista) poesia immaginativa fu unicamente ed
          esclusivamente propria de’ secoli Omerici, o simili a quelli in altre nazioni. Dal che si
          può ben concludere che la poesia non è quasi propria de’ nostri tempi, e non farsi
          maraviglia, s’ella ora langue come vediamo, e se è così raro non dico un vero poeta, ma
          una vera poesia. Giacchè il sentimentale è fondato e sgorga dalla filosofia,
          dall’esperienza, dalla cognizione <pb ed="aut" n="735"/> dell’uomo e delle cose, in somma
          dal vero, laddove era della primitiva essenza della poesia l’essere ispirata dal falso. E
          considerando la poesia in quel senso nel quale da prima si usurpava, appena si può dire
          che la sentimentale sia poesia, ma piuttosto una filosofia, un’eloquenza, se non quanto è
          più splendida, più ornata della filosofia ed eloquenza della prosa. Può anche esser più
          sublime e più bella, ma non per altro mezzo che d’illusioni, alle quali non è dubbio che
          anche in questo genere di poesia si potrebbe molto concedere, e più di quello che facciano
          gli stranieri. (8. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La lingua greca da’ suoi principii fino alla fine, non lasciò mai di arricchirsi, e
          acquistar sempre, massimamente nuovi vocaboli. Non è quasi scrittor greco di qualsivoglia
          secolo, che venga nuovamente in luce, il quale non possa servire ad impinguare il
          vocabolario greco di qualche novità. <pb ed="aut" n="736"/> Non è secolo della buona
          lingua greca (la quale si stende molto innanzi, cioè almeno a Costantino, giacchè credo
          che S. Basilio e S. Crisostomo si citino nel Glossario sebbene anche nel Vocabolario) ne’
          cui scrittori la lingua non si trovi arricchita di nuove voci e anche modi, che non si
          osservano ne’ più antichi. E questi incrementi erano tutti della propria sostanza e del
          proprio fondo, giacchè la lingua greca fu oltremodo schiva d’ogni cosa forestiera, ma
          trovava nelle sue radici e nella immensa facilità e copia de’ suoi composti, la facoltà di
          dir tutto quello che bisognava, e di conformare la novità delle parole alla novità delle
          cose, senza ricorrere ad aiuti stranieri. Insomma il tesoro e la natura, e non solamente
          ricchezza, ma fertilità naturale e propria della lingua greca, era tale da bastare da per
          se sola, a tutte le novità che occorresse di esprimere, come un paese così fertile che
          fosse sufficiente ad alimentare <pb ed="aut" n="737"/> qualunque numero di nuovi abitatori
          o di forestieri. E questo si può vedere manifestamente anche per quello che interviene
          oggidì. Giacchè in tanta diversità di tempi e di costumi e di opinioni, in tanta novità di
          conoscenze e di ritrovati, e fino d’intere scienze e dottrine, qualunque novità
          massimamente scientifica occorra di significare e denominare, si ha ricorso alla lingua
          greca. Nessuna lingua viva, ancorchè pure le lingue vive sieno contemporanee alle nostre
          cognizioni e scoperte, si stima in grado di bastare a questo effetto, e s’invoca una
          lingua morta e antichissima per servire alla significazione ed enunziazione di quelle cose
          a cui le lingue viventi e fiorenti non arrivano. La rivoluzione francese, richiedendosi
          alla novità delle cose, la novità delle parole, ha popolato il vocabolario francese ed
          anche europeo di nuove voci greche. La fisica, la Chimica, la storia naturale, le
          matematiche, <pb ed="aut" n="738"/> l’arte militare, la nautica, la medicina, la
          metafisica, la politica, ogni sorta di scienze o discipline, ancorchè rinnovellate e
          diversissime da quelle che si usavano o conoscevano dagli antichi greci, ancorchè nuove di
          pianta, hanno trovato in quella lingua il capitale sufficiente ai bisogni delle loro
          nomenclature. Ogni scienza o disciplina nuova, comincia subito dal trarre il suo nome dal
          greco. E questa lingua ancorchè da tanti secoli spenta, resta sempre inesauribile, e
          provvede a tutto, e si può dire che prima mancherà all’uomo la facoltà di sapere di
          conoscere e di scoprire, prima saranno esaurite tutte le fonti dello scibile, di quello
          che manchi alla lingua greca la facoltà di esprimerlo, e sia inaridita la fonte delle sue
          denominazioni e parole. Il qual uso, ancorchè io lo biasimi e condanni per le ragioni che
          ho dette altrove, non è però che non renda evidente e palpabile l’onnipotenza immortale di
          quella lingua.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="739"/> Così la lingua greca che non avea nè Accademie nè Vocabolari, senza
          perder mai la facoltà di arricchirsi, e di far fruttare il suo terreno ubertosissimo,
          costantemente però e tenacemente nemica delle merci straniere (o per carattere nazionale,
          o per la stessa ricchezza sua che bastava a tutto) si mantenne sempre come fertile e
          prolifica e viva e vegeta e copiosa, così pura e sincera, fino ai tempi che Costantino
          trasportando quasi l’Italia nella Grecia, e l’occidente in oriente, con quella infinita e
          subitanea novità di costumi, di abitatori, di corte, ec. introducendo e stabilendo, ed
          erigendo per così dire la lingua latina nel bel mezzo delle provincie greche e della
          lingua greca, forzò quell’idioma per sì lungo spazio indomito e vittorioso di tutti gli
          assalti forestieri, e illeso fra tutti i pericoli di barbarie che aveva incontrati, a
          ricevere voci straniere, e mescolarle colle proprie (non per bisogno, ma per uso e <pb
            ed="aut" n="740"/> commercio quotidiano, e presenza di gente straniera, e questa
          numerosa, e padrona) e finalmente imbarbarire suo malgrado e a viva forza. V. p. 981.
          capoverso 1. La qual mescolanza e quasi fusione di usi costumi opinioni linguaggi
          occidentali e orientali, sebbene il mondo inclinava già fortemente alla barbarie, anzi vi
          aveva già messo il piede, tuttavia credo che contribuisse ancor ella ad imbarbarire
          scambievolmente, le une colle altre nazioni, inducendole e forzandole a guastare, o
          dismettere i loro primitivi istituti e costumi, assai più di quello che avessero fatto per
          l’addietro, il quale allontanamento e declinazione dal primitivo, è l’ordinaria e certa
          sorgente di barbarie e di corruzione fra gli uomini.</p>
        <p>Della lingua latina non si può dire la stessa cosa che ho detto della greca. E tuttavia
          mi par di vedere che la primitiva proprietà, natura, essenza ed organizzazione della
          lingua latina, fosse ottimamente ordinata e disposta a produrre lo stesso effetto. Ma
          questo <pb ed="aut" n="741"/> non seguì per le ragioni che son per dire. Non andrò ora
          cercando se le radici latine (dico primitive e pure latine) sieno così copiose come le
          greche. Il commercio e la diffusione dei greci, il molto maggior tempo ch’essi durarono e
          con essi i loro studi, e la loro lingua, li pose in grado di accrescer le loro cognizioni,
          e quindi le loro radici, molto più che i latini, popolo ristretto in brevi limiti
          finattanto che col resto del mondo non conquistò anche la Grecia: ma allora i progressi
          delle sue cognizioni, del suo dominio, del suo commercio, non giovarono a quello delle sue
          radici; certamente questo non corrispose a quell’altro, per la ragione che dirò poi.
            <bibl>V. in questo proposito <author>Senofonte</author>
            <title>
              <foreign lang="grc">Ἀθηναί. πολιτείας κεφ. β'.</foreign>.</title> par. <foreign
              lang="grc">η'</foreign>.</bibl>
        </p>
        <p>Lasciando le radici, osserverò che la stessa immensa facoltà dei composti che si ammira,
          e rende più che altra cosa inesauribile la lingua greca, l’aveva ancora ne’ suoi principii
          la lingua latina, e l’ebbe per lungo tempo, cioè per lo meno sino a Cicerone il quale
          principalmente <pb ed="aut" n="742"/> fissò, ordinò, stabilì, compose, formò e determinò
          la lingua latina. Ponete mente a ciascuna delle antiche e primitive radici latine, e
          vedrete in quante maniere, con quanto piccole giunte e variazioni, sieno ridotte a
          significare diversissime cose per mezzo di composti, sopraccomposti, ossia decomposti, e
          derivati, o di metafore, nello stesso modo appunto che la lingua greca per gli stessi
          mezzi si rende atta a dir tutto e chiaramente e propriamente e puramente e
          facilissimamente. Osservate per esempio il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >duco</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">facio</foreign> e consideratelo in
          tutti i suoi derivati o composti, e sopraccomposti, e in tutti i loro e suoi significati
          ed usi o propri o metaforici, ma però sempre così usitati, che benchè metaforici, son come
          propri. Con ogni esame mi sono accertato che il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >duco</foreign> e il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">facio</foreign> per la
          copia de’ composti, sopraccomposti, con preposizione e senza, derivati e loro composti,
          significati ed usi propri e traslati, tanto di questi che suoi, è adattattissimo a servire
          di esempio. (<foreign lang="lat" rend="italic">Ludifico, carnifex, sacrificium,
          labefacto</foreign> ed altri infiniti sono i composti del verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">facere</foreign> senza preposizione nè particelle ec. ma con altri nomi,
          alla greca.) E con queste considerazioni vedrete quanto la primitiva natura della lingua
          latina fosse disposta, a somiglianza della greca, alla onnipotenza di esprimer tutto
          facilmente, e tutto del suo ed a sue spese; alla pieghevolezza, trattabilità, duttilità
          ec. Come questa facoltà di servirsi così bene delle sue radici, di estendersi, dilatarsi
          guadagnare conquistare con sì <pb ed="aut" n="743"/> poca fatica, metter così bene e a sì
          gran frutto il suo proprio capitale, coltivare con sì gran profitto il proprio terreno;
          questa facoltà dico, che nella lingua greca durò sino alla fine, come venisse così presto
          a mancare nella lingua latina, alla quale abbiamo veduto ch’era non meno naturale e
          caratteristica che alla greca, a cui poi si attribuì e si attribuisce come esclusivamente
          sua, verrò esponendolo e assegnandone le ragioni che mi parranno verisimili.</p>
        <p>La lingua greca nel tempo in cui ella pigliava forma, consistenza, ordine, e stabilità
          (giacchè prima o dopo questo tempo la cosa non avrebbe avuto lo stesso effetto) non ebbe
          uno scrittore nel quale per la copia, varietà, importanza, pregio e fama singolarissima
          degli scritti, si riputasse che la lingua tutta fosse contenuta. L’ebbe la lingua latina,
          l’ebbe appunto nel tempo che ho detto, e l’ebbe in Cicerone. Questi per tutte le dette
          condizioni, per l’eminenza del suo ingegno, e lo splendore <pb ed="aut" n="744"/> delle
          sue gesta, del suo grado, della sua vita, e di tutta la sua fama, per aver non solo
          introdotta ma formata e perfezionata non solo la lingua, ma la letteratura, l’eloquenza,
          la filosofia latina, trasportando il tutto dalla Grecia, per essere in somma senza
          contrasto il primo il sommo letterato e scrittore latino in quasi tutti i generi,
          soprastava tanto agli altri, che la lingua latina scritta, si riputò tutta chiusa nelle
          sue opere, queste tennero luogo di Accademia e di Vocabolario, l’autorità e l’esempio suo
          presso i successori, non si limitò ad insegnare, e servir di norma e di modello, ma, come
          accade, a circoscrivere; la lingua si riputò giunta al suo termine; gl’incrementi di essa
          si stimarono già finiti; si credè giunto il colmo del suo accrescimento; si temè la
          novità; si ebbe dubbio e scrupolo di guastare e far degenerare in luogo di arricchire; le
          fonti della ricchezza della lingua si stimarono chiuse. ec. E così Cicerone fra
          gl’infiniti benefizi fatti alla sua <pb ed="aut" n="745"/> lingua, gli fece anche
          indirettamente per la troppa superiorità e misura della sua fama e merito, troppo
          soverchiante e primeggiante, questo danno di arrestarla, come arrivata già alla
          perfezione, e come in pericolo di degenerare se fosse passata oltre: e quindi togliergli
          l’ardire, la forza generativa, e produttrice, la fertilità, e inaridirla. Nello stesso
          modo che avvenne alla eloquenza e letteratura latina, per lo stesso motivo, e per la
          stessa persona (v. Velleio nel fine del 1.mo libro). Che siccome per la letteratura si
          stimò quasi giunta l’ora del riposo, tanto egli l’aveva perfezionata (v. p. 801. fine)
          (cosa che non accadde mai nella Grecia, giacchè a nessuno scrittore in particolare
          competeva questa qualità, e la perfezione di un secolo il quale s’intreccia e addentella
          col seguente, non ispaventa tanto quanto quella di un solo, che in se stesso racchiude e
          definisce e circoscrive la perfezione) così appunto intervenne anche alla lingua, la quale
          similmente, <pb ed="aut" n="746"/> come già matura e perfetta, cessò di crescere e
          isterilì. Questa può essere una ragione. Quest’altra mi sembra la principale.</p>
        <p>Da qualunque origine derivasse la lingua e la letteratura e filosofia e sapienza greca,
          certo è che la Grecia, se non fu l’inventrice delle sue lettere, scienze, ed arti, le
          ricevè informi, ed instabili, e imperfette, e indeterminate, e così ricevute, le formò,
          stabilì, perfezionò, determinò essa medesima, e nel suo proprio seno, e di sua propria
          mano ed ingegno, così che vennero la sua letteratura ed il suo sapere ad essere sue
          proprie, ed opera si può dir sua: quindi non ebbe bisogno di ricorrere ad altre lingue per
          esprimere le sue cognizioni (se non se, come tutte le lingue, nei primordi, e nelle
          primissime derivazioni delle sue radici, giacchè nessuna lingua è nata coll’uomo, ma
          derivata l’una dall’altra più o meno anticamente, finchè si arriva ad una lingua
          assolutamente madre e primitiva, che nessuno conosce): non ebbe dico bisogno di queste, ma
          formando le sue cognizioni, formò insieme la lingua; e <pb ed="aut" n="747"/> quindi pose
          sempre a frutto, e coltivò il suo proprio fondo, e trasse da se stessa tutto il tesoro
          della favella. Ma ai latini non accadde lo stesso. La loro letteratura, le loro arti, le
          loro scienze vennero dalla Grecia, e tutto in un tratto, e belle e formate. Essi le
          ricevettero già ordinate, composte, determinate, provvedute intieramente del loro
          linguaggio, trattate da scrittori famosissimi: in somma i latini non ebbero e non fecero
          altra opera che traspiantare di netto le scienze, arti, lettere greche nel loro terreno.
          Quindi era ben naturale che quelle discipline ch’essi non avevano formate, portassero seco
          anche un linguaggio non latino, perchè dovunque le discipline si formano, e ricevono
          ordine e corpo stabile e determinato, quivi se ne forma il linguaggio, e questo passa
          naturalmente alle altre nazioni insieme con esse discipline. Non avendole dunque i latini
          nè create nè formate, ma ricevute quasi <foreign lang="lat" rend="italic">per
          manus</foreign> belle e fatte, neanche ne crearono nè formarono, <pb ed="aut" n="748"/> ma
          riceverono parimente il linguaggio. Lucrezio volendo trattar materie filosofiche s’era
          lagnato della novità delle cose e della povertà della lingua, come potremmo far noi
          oggidì, volendo trattare la moderna filosofia. Cicerone, da grande e avveduto uomo, il
          quale benchè gelosissimo della purità della favella, conosceva che alla novità delle cose
          era necessaria la novità delle parole, <emph>e che queste non sarebbero 1. intese e
            chiare, 2. inaffettate e naturali, se non fossero appresso a poco quelle medesime che
            erano in comune e confermato uso in quelle tali discipline</emph>; fu ardito, e
          trattando materie si può dir greche popolò il latino di parole greche, certo di essere
          inteso, e di non riuscire affettato, perchè la lingua greca era divulgatissima e familiare
          fra’ suoi, come appunto oggi la francese, e quelle parole notissime, e usitatissime anzi
          proprie di quelle discipline, come oggi le francesi nelle moderne materie filosofiche e
          simili. E di più erano necessarie. Così dunque la lingua latina si pose in grado di
          discorrer delle <pb ed="aut" n="749"/> cose, e di essere scritta, ma vi si pose per mezzi
          alieni e non propri. Bisogna anche osservare che non questa o quella disciplina, ma si può
          dir tutte le discipline, e cognizioni umane, tutto quello che scrivendo si può trattare,
          anzi anche conversando urbanamente, cioè tutta la coltura tutti i soggetti regolati e
          ordinati, erano venuti dalla Grecia in Roma, immediatamente e interamente. Quindi successe
          quel che doveva, che la lingua latina, affogata ed oppressa tutto in un tratto dalla copia
          delle cose nuove, disperata di poterla subito (come sarebbe bisognato) pareggiare colla
          novità delle parole tirate dal proprio fondo, abbandonò il suo terreno, abbracciò la
          suppellettile straniera di linguaggio, che trovava già pronta, e da tutti intesa ed usata:
          e così la facoltà generativa della lingua latina, rimase o estinta o indebolita, e si
          trasformò nella facoltà adottiva. Cicerone ne aveva usato <pb ed="aut" n="750"/> da suo
          pari con discrezione e finissimo giudizio e gusto, non lasciando in nessun modo di
          coltivare il fondo della sua lingua, di accrescerla, e di cavarne quanto era possibile in
          quella strettezza, in quella tanta copia di nuove cose, accompagnate da parole straniere
          già divulgate ed usitate. Ma dopo Cicerone si passarono i limiti: parte perch’essendo
          (com’è oggi relativamente al francese) molto più facile il tirar dalla lingua greca già
          ben provveduta di tutto, e a tutti nota, le parole e modi occorrenti, di quello che dalla
          latina che non le dava senza studio, e profonda cognizione di tutte le sue risorse; quelli
          che non erano così periti della loro lingua (perizia ben rara e difficile trattandosi di
          una tal lingua, come della nostra oggidì: e pochi o nessuno la possedè così a fondo come
          Cicerone) senza troppo curare di accertarsi s’ella avesse o non avesse come esprimere
          convenientemente e pianamente il bisognevole, <pb ed="aut" n="751"/> davan sacco alla
          lingua greca che l’aveva tutto alla mano. Parte perchè non la sola necessità, o la
          difficoltà dell’uso del latino in quei casi, o finalmente l’ignoranza della propria
          lingua, ma anche il vezzo spingeva i romani (come oggi ec.) ad usare le parole e modi
          greci in iscambio delle parole e modi latini, e mescolarli insieme, come che quelli
          dessero grazia e spirito alla favella gentile, e in somma ci entrò di mezzo oltre la
          letteratura e la filosofia, anche la moda. Orazio già avea dato poco buon esempio. Uomo in
          ogni cosa libertino e damerino e cortigiano, in somma tutto l’opposto del carattere
          Romano, e nelle opere tanto seguace della sapienza fra’ cortigiani, quanto Federigo II tra
          i re. Non è maraviglia se la lingua romana gli parve inferiore alla sua propria eleganza e
          galanteria. Sono noti e famosi quei versi della poetica, dov’egli difende e ragiona su
          questo suo costume. Egli però come uomo di basso ma sottile ingegno, se nocque
          coll’esempio, non pregiudicò grandemente colla pratica; anzi io non voglio contendere
          s’egli, quanto a se, giovasse piuttosto o pregiudicasse alla sua lingua, perchè i suoi
          ardimenti paiono a tutti, e li credo anch’io, se non altro, in massima parte, felicissimi;
          ma poco <pb ed="aut" n="752"/> tempo dopo la sua morte, cioè al tempo di Seneca ec. per
          ambedue le dette ragioni la cosa era ita tant’oltre che la lingua latina impoveriva
          dall’un canto e dall’altro imbarbariva effettivamente per grecismo come oggi l’italiana
          per francesismo. Ed è curioso come tristo l’osservare che siccome la lingua latina rendè
          poi con usura il contraccambio di questo danno e di questa barbarie alla greca, quando già
          mezzo barbara le si riversò tutta, per così dire, nel seno, sotto Costantino e successori,
          così oggidì la lingua francese rende con eccessiva usura alla nostra quella corruttela che
          ne ricevè al tempo dei Medici in Francia ec. La lingua latina fu (per poco spazio)
          restituita, se non all’antica indole, certo a uno splendore somigliante all’antico
          (insieme colla letteratura parimente corrotta) da parecchi scrittori del secolo tra Nerva
          e Marcaurelio, fra’ quali Tacito ec. del che non è ora luogo a parlare. Solamente noterò
          per incidenza, e perchè fa a questo discorso delle lingue, un parallelo curiosissimo che
          si può fare tra Frontone e i presenti ristoratori della lingua italiana. <pb ed="aut"
            n="753"/> Il qual Frontone, come apparisce ora dalle reliquie de’ suoi scritti
          ultimamente scoperte, merita un posto distinto, fra i ristauratori e zelatori della purità
          come della letteratura così della lingua latina. Nel qual pregio egli forse e senza forse,
          cred’io, è l’ultimo di tempo, che si conosca, o abbia almeno qualche distinta rinomanza.
          Ma egli (colpa della nostra natura) volendo riformare il troppo libertinaggio, e castigare
          la viziosa novità della lingua, cadde, come appunto gran parte de’ nostri, nell’eccesso
          contrario. Giacchè una riforma di questa natura, deve consistere nel mondar la lingua
          dalle brutture, distoglierla dal cattivo cammino, e rimetterla sul buono. Non già
          ricondurla a’ suoi principii, e molto meno voler che di quivi non si muova. Perchè la
          lingua e naturalmente e ragionevolmente cammina sempre finch’è viva, e come è assurdissimo
          il voler ch’ella stia ferma, contra la natura delle cose, così è pregiudizievole e porta
          discapito il volerla riporre più indietro che non bisogna, e obbligarla a rifare quel
          cammino <pb ed="aut" n="754"/> che avea già fatto dirittamente e debitamente. Laddove
          bisogna riporla nè più nè meno in quel luogo che conviene al tempo e alle circostanze,
          osservando solamente che questo luogo sia proprio suo e conveniente alla sua natura. Ma
          Frontone in luogo di purificare la lingua, la volle antiquare, richiamando in uso parole e
          modi, per necessaria vicenda delle cose umane, dimenticati, ignorati e stantii, e fino
          come pare, l’antica ortografia, volendo quasi immedesimare, in dispetto della natura e del
          vero, il suo tempo coll’antico. Come che quei secoli che son passati, e quelle mutazioni
          che sono accadute e nella lingua, e in tutto quello che la modifica, dipendesse dalla
          volontà dell’uomo il fare che non fossero passati e non fossero accadute, e il cancellare
          tutto l’intervallo di tempo ed altro che sta fra il presente e l’antico. Nè osservò che
          siccome la lingua cammina sempre, perch’ella segue le cose le quali sono istabilissime e
          variabilissime, così ogni secolo anche il più buono e casto ha la sua lingua modificata in
          una maniera propria, la quale allora solo è cattiva, <pb ed="aut" n="755"/> quando è
          contraria all’indole della lingua, scema o distrugge 1. la sua potenza e facoltà, 2. la
          sua bellezza e bontà naturale e propria, altera perde guasta la sua proprietà, la sua
          natura, il suo carattere, la sua essenziale struttura e forma ec. Fuori di questo, com’è
          altrettanto vano, che dannoso e micidiale l’assunto d’impedire ch’ella si arricchisca,
          così è impossibile e dannoso l’impedire che si modifichi secondo i tempi e gli uomini e le
          cose, dalle quali la lingua dipende e per le quali è fatta, non per qualche ente
          immaginario, come la virtù o la giustizia ch’è immutabile o si suppone. E perchè Cicerone
          non iscrisse come il vecchio Catone ec. non perciò resta ch’egli non sia, come in ordine a
          tutto il rimanente, così pure alla lingua, il sommo scrittor latino: nè che Virgilio non
          sia il primo poeta latino, e limpidissimo specchio di latinità (riconosciuto dallo stesso
          Frontone negli <title lang="lat">Exempla elocutionum</title>), perciò che la sua lingua è
          ben diversa <pb ed="aut" n="756"/> da quella di Ennio di Livio Andronico, ec. e anche di
          Lucrezio. Bisogna però ch’io renda giustizia a Frontone, perchè se egli cadde in quel
          difetto che ho notato, vi cadde con molto più discrezione giudizio e discernimento sì
          nelle massime o nella ragione, che nella pratica, di quello che facciano molti degli
          odierni italiani, avendo anche molto riguardo a fuggir l’affettazione, per la quale
          massimamente e per la oscurità si rende assurdo e barbaro l’uso di molte parole antiquate;
          e possedendo la sua lingua veramente, e quindi, sebben peccasse nella troppa imitazione
          degli antichi, non però cercando, come fanno i nostri, di dar colore di antichità a’ suoi
          scritti, col solo materiale e parziale uso delle parole e modi vecchi, senza osservare se
          la scrittura sapesse poi veramente di antico, e se quelle parole e modi vi cadessero
          acconciamente e naturalmente, o forzatamente, e dissonando dal corpo della composizione.
          Frontone non sognò neppure la massima di vietare la conveniente e giudiziosa novità e
          formazione delle parole o modi, anzi egli stesso ne dà esempio di tratto in tratto. Il che
            <pb ed="aut" n="757"/> fanno i nostri per impotenza, ignoranza, povertà, e niun possesso
          di lingua; credendo di esser buoni scrittori italiani quando hanno imparato e usato a
          sproposito e come capita, un certo numero di parole e modi antichi, non curandosi poi, o
          non sapendo vedere se corrispondano al resto e all’insieme del colorito e dell’andamento,
          e testura del discorso, ovvero sieno come un ritaglio di porpora cucito sopra un panno
          vile, o certo d’altro colore ed opera. Ma conviene ch’io dica quello ch’è vero, che non mi
          è riuscito mai di trovare negli antichi scrittori latini o greci, per difettosi che sieno,
          tanta goffaggine, e incapacità, e piccolezza di giudizio, e debolezza e scarsezza di
          mezzi, e decisa insufficienza alle imprese, agli assunti ec. quanto negli odierni
          italiani: e Frontone del resto non fu niente povero d’ingegno. Il suo peccato si può
          ridurre all’aver considerato come modelli di buona lingua, piuttosto Ennio che Virgilio e
          che lo stesso Lucrezio (che tanto l’arricchì nella parte filosofica) piuttosto Catone che
          Tullio; all’aver creduto che in quelli e non in questi fosse la perfezione della lingua
          latina, all’avere attinto più da quelli che da questi, e consideratili come fonti più
          ricchi o più sicuri ec.;o certo aver loro attribuita senza veruna ragione (conforme però
          all’ordinario rispetto per l’antico) maggiore autorità in fatto di lingua. ec. ec. Questo
          sia detto in trascorso e per digressione.</p>
        <p>Tornando al proposito, cioè all’arricchire <pb ed="aut" n="758"/> la lingua del prodotto
          delle sue proprie sostanze, e dalla greca e latina, passando alle vive, questa è sempre
          stata e sarà sempre facoltà inseparabile dalla vita delle lingue, e da non finire se non
          colla loro morte. Tutte le lingue vive la conservano, eccetto quelli che vorrebbero che la
          italiana la deponesse. La francese, la quale a differenza dell’italiana, si è spogliata
          della facoltà di usare quelle delle sue parole e modi antichi e primitivi, che le
          potessero tornare in acconcio (come ho detto altrove); parimente a differenza di ciò che
          si esigerebbe dalla italiana, ha conservato sempre ed usato la facoltà di mettere a frutto
          e moltiplico il suo presente tesoro. E la stessa lingua latina, la quale per le ragioni
          che ho detto, perdè in parte questa facoltà dopo Cicerone, non la perdè, se non in quanto
          a quella felicissima ed immensa facoltà di composti e sopraccomposti o con preposizione o
          particella, ovvero di più parole insieme; facoltà che la metteva quasi <pb ed="aut"
            n="759"/> (cioè in proporzione della quantità delle radici e de’ semplici) al paro della
          greca; facoltà che si può vedere e nelle primitive parole latine composte nei detti modi,
          o con avverbi (come <foreign lang="lat" rend="italic">propemodum</foreign> e mille altre),
          in somma come le greche, e che sono durate nell’uso della latinità sino alla fine, ma non
          però imitate nè accresciute; e in quelle che poi caddero dall’uso, e si possono veder ne’
          più antichi latini (come in Plauto <foreign lang="lat" rend="italic">lectisterniator,
            legirupus, lucrifugae</foreign> e mille altre, e prendo le primissime che ho incontrate
          subito), e servono a far conoscere la primitiva costituzione, forma, usanza, e potenza di
          quella lingua: facoltà in fine, ch’è la massima e più ricca sorgente della copia delle
          parole, e della onnipotenza di tutto esprimere, ancorchè nuovissimo; il che si ammira nel
          greco, e si potè una volta notare anche nel latino. I primi scrittori latini, il loro
          linguaggio sacro o governativo ec. antico (come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >lectisternium</foreign> antica festa romana) abbondano siffattamente di parole composte
          alla greca di due o più voci, che non si può forse leggere un passo di detti autori ec.
          senza trovarne, ma la più parte andate in disuso. Spesso eran proprie di quel solo che le
          inventava. Talvolta anche di eccessiva lunghezza, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >clamydeclupetrabracchium</foreign> parola di antico poeta riferita da Varrone (<bibl>
            <title>De L. L.</title> lib. 4.</bibl>) (p. 3. della mia ediz. del 400.) Quest’uso
          ottimo e felicissimo, e questa facoltà, fu o trascurata, o comunque <pb ed="aut" n="760"/>
          lasciata trasandare, abbandonare, dismettere, dimenticare alla lingua latina, che era per
          forza d’essa facoltà così bene istradata alla onnipotenza, ne’ suoi principii. Ma la
          facoltà di arricchire la propria lingua col prodotto delle sue proprie radici in ogni
          altro genere, coi derivati ec. non fu mai abbandonata finch’ella visse, e non poteva
          esserlo, stante ch’ella vivesse. Non solamente i cattivi o mediocri, ma anche i buoni ed
          ottimi scrittori dopo Cicerone, se ne prevalsero tutti, e tutti scrivendo aumentarono il
          tesoro della lingua, e questa non lasciò mai di far buoni e dovuti progressi, finchè fu
          adoperata da buoni e degni scrittori.</p>
        <p>Così deve tenersi per fermissimo, ch’è indispensabile di fare a tutte le lingue
          finch’elle vivono. La facoltà de’ composti pur troppo non è propria delle nostre lingue.
          Colpa non già di esse lingue, ma principalmente dell’uso che non li sopporta, non
          riconosce nelle nostre lingue meridionali <pb ed="aut" n="761"/> (delle settentrionali non
          so) questa facoltà, delle orecchie o non mai assuefatteci, o dissuefattene da lungo tempo.
          Perchè del resto 1. le nostre preposizioni, massimamente nella lingua italiana, sarebbero
          per la più parte, appresso a poco non meno atte alla composizione di quello che fossero le
          greche e latine, e noi non manchiamo di particelle attissime allo stesso uso, anzi molte
          ritrovate espressamente per esso (come <emph>ri</emph>, o <emph>re</emph>,
          <emph>tra</emph> o <emph>stra</emph>, <emph>arci</emph>, <emph>dis</emph>, o
          <emph>s</emph>, <emph>in</emph> negativo o privativo, e affermativo, <emph>mis</emph>,
            <emph>di</emph>, <emph>de</emph> ec. E di queste abbondiamo anzi più de’ latini, e forse
          anche dei greci stessi, e credo certo anche de’ francesi e degli spagnuoli.) V. il Monti,
          Proposta alla voce <emph>Nonuso</emph>, e se vuoi p. 2078. 2. anche ai composti di più
          parole la lingua massimamente italiana, sarebbe dispostissima, come già si può vedere in
          alcuni ch’ella usa comunemente (<emph>valentuomo, passatempo, tuttavolta, capomorto,
            capogatto, tagliaborse, beccafico, falegname, granciporro</emph>, e molti e molti
          altri); v. p. 1076. e <bibl>
            <author>Monti</author>, <title>Proposta</title> ec.</bibl> v. <emph>guardamacchie</emph>
          ed anche la lingua francese (<foreign lang="fre" rend="italic">emportepièce, gobemouche,
            fainéant</foreign> coi derivati ec.) 3. non manchiamo neppure di avverbi atti a servire
          alla composizione. 4. la nostra lingua benchè non si pieghi e non ami in questo genere la
          novità, ha però non poco in questo genere, come i composti colla preposizione <emph>in,
            tra, fra, oltra, <pb ed="aut" n="762"/> sopra, su, sotto, contra, anzi</emph> ec. ec. e
          Dante fra gli altri antichi aveva introdotto subito nel quasi creare la nostra lingua, la
          facoltà, il coraggio, ed anche l’ardire de’ composti, de’ quali egli abbonda (come
            <emph>indiare, intuare, immiare, disguardare</emph> ec. ec.) massime con preposizioni
          avverbi, e particelle. E così gli altri antichi nostri. Ma a noi pure è avvenuto, come ai
          latini, che questa onnipotente facoltà, propria della primitiva natura della nostra
          lingua, (sebbene allora pure in minor grado che, non solo della greca, ma anche della
          latina) s’è lasciata malamente e sfortunatamente perdere quasi del tutto, ancorchè si
          conservino buona parte di quelli che si sono trovati in uso, e si adoprino come
          recentissimi, attestando continuamente la primiera facoltà e natura della nostra lingua;
          ma de’ veramente nuovi e recenti non si gradiscono. E tutto questo appresso a poco è
          avvenuto anche alla lingua francese. V. p. 805. Dei composti dunque, gli scrittori di
          oggidì non hanno gran facoltà, ma non però nessuna (tanto in italiano che in francese):
          anzi ce ne resta ancor tanta da potere, senza <pb ed="aut" n="763"/> la menoma
          affettazione formare e introdurre molti nuovi composti chiarissimi, facilissimi,
          naturalissimi, mollissimi per l’una parte; e per l’altra utilissimi; specialmente con
          preposizioni e particelle ec. Quanto poi ai derivati d’ogni specie (purchè sieno secondo
          l’indole e le regole della lingua, e non riescano nè oscuri nè affettati) e a qualunque
          parola nuova che si possa cavare dalle esistenti nella nostra lingua, che stoltezza è
          questa di presumere che una parola di origine e d’indole italianissima, di significazione
          chiarissima, di uso non affettata nè strana ma naturalissima, di suono finalmente non
          disgrata all’orecchio, non sia italiana ma barbara, e non si possa nè pronunziare nè
          scrivere, per questo solo, che non è registrata nel Vocabolario? (E quello che dico delle
          parole dico anche delle locuzioni e modi, e dei nuovi usi qualunque delle parole o frasi
          ec. già correnti, purchè questi abbiano le dette condizioni.) Quasi che la lingua italiana
          sola, a differenza di tutte le altre esistenti, e di qualunque ha mai esistito, si debba,
          mentre ancor vive nell’uso quotidiano della nazione, considerar come morta e morire
          vivendo, ed essere a un tempo viva e morta. Converrebbe che anche questa nazione vivesse
          come morta, cioè che nella sua esistenza non <pb ed="aut" n="764"/> accadesse mai novità,
          divario, mutazione veruna, nè di opinioni, nè di usi, nè di cognizioni (come, e più di
          quello che si dice della China, la cui lingua in tal caso potrà essere immobile): e di più
          che sia in tutto e per tutto conforme alla vita e alle condizioni de’ nostri antichi, e di
          que’ secoli dopo i quali non vogliono che sia più lecita la novità delle parole.</p>
        <p>E infatti che differenza troveremo fra la lingua italiana viva, e le morte, ammesso
          questo pazzo principio? Che libertà che facoltà avremo noi nello scrivere la lingua nostra
          presente, più di quello che nell’adoprare la greca e latina che sono antiche ed altrui? e
          le cui fonti sono disseccate e chiuse da gran tempo, restando solo quel tanto ch’elle
          versarono mentre furono aperte, e quelle lingue vissero. Anzi io tengo per fermo che
          quegli scrittori italiani i quali nel cinquecento maneggiarono la lingua latina in maniera
          da far quasi dubbio se ella fosse loro artifiziale o naturale, furono assai meno
          superstiziosi di quello che molti vorrebbero che fossimo noi trattando la lingua nostra. E
          noi medesimi oggidì (parlo degli scienziati o letterati di tutta Europa) derivando, come
          facciamo spessissimo, <pb ed="aut" n="765"/> dal greco le parole che ci occorrono per li
          nostri usi presenti, e per novità di cose ignotissime ai parlatori di quella lingua, non
          formiamo voci parimente ignote all’antica lingua greca? Ci facciamo scrupolo se non sono
          registrate nel Lessico, o se non hanno per se l’autorità degli antichi scrittori? Non
          innuoviamo noi in una lingua morta, stranierissima, e al tutto fuori d’ogni nostro
          diritto? Il che, sebbene si facesse con buon giudizio, e coi dovuti rispetti all’indole di
          quella lingua (al che per verità pochi hanno l’occhio nella formazione di tali voci), a
          ogni modo vi si potrebbe sofisticar sopra, e dire che la eredità che ci è pervenuta delle
          antiche lingue, è come di beni infruttiferi, dai quali non si può nè ricavare nè
          pretendere altro servigio che dell’usarli identicamente. Ma la nostra lingua propria è
          un’eredità, un capitale fruttifero, che abbiamo ricevuto da’ nostri maggiori, i quali come
          l’hanno fatto fruttare, così ce l’hanno <pb ed="aut" n="766"/> trasmesso perchè facessimo
          altrettanto, e non mica perchè lo seppellissimo come il talento del Vangelo, ne
          abbandonassimo affatto la coltivazione, credessimo di custodirlo, e difenderlo, quando gli
          avessimo impedito ogni prodotto, la vegetazione, il prolificare; lo considerassimo e ce ne
          servissimo come di un capitale morto ec.</p>
        <p>Osservo anche questo. Noi ci vantiamo con ragione della somma ricchezza, copia, varietà,
          potenza della nostra lingua, della sua pieghevolezza, trattabilità, attitudine a
          rivestirsi di tutte le forme, prender abito diversissimo secondo qualunque soggetto che in
          essa si voglia trattare, adattarsi a tutti gli stili; insomma della quasi moltiplicità di
          lingue contenute o possibili a contenersi nella nostra favella. Ma da che cosa stimiamo
          noi che sieno derivate in lei queste qualità? Forse dalla sua primitiva ed ingenita natura
          ed essenza? Così ordinariamente si dice, ma c’inganniamo di gran lunga. Le dette qualità,
          le lingue non <pb ed="aut" n="767"/> le hanno mai per origine nè per natura. Tutte a
          presso a poco sono disposte ad acquistarle, e possono non acquistarle mai, e restarsene
          poverissime e debolissime, e impotentissime, e uniformi, cioè senza nè ricchezza, nè
          copia, nè varietà. Tale sarebbe restata la lingua nostra, senza quello ch’io dirò. Tutte
          lo sono nei loro principii, e non intendo mica nei loro primissimi nascimenti, ma
          finattanto che non sono coltivate, e con molto studio ed impegno, e da molti, e
          assiduamente, e per molto tempo. Quello che proccura alle lingue le dette facoltà e buone
          qualità, è principalmente (lasciando l’estensione, il commercio, la mobilità, l’energia,
          la vivacità, gli avvenimenti, le vicende, la civiltà, le cognizioni, le circostanze
          politiche, morali, fisiche delle nazioni che le parlano) è, dico, principalmente e più
          stabilmente e durevolmente che qualunque altra cosa, la copia e la varietà degli scrittori
          che l’adoprano e coltivano. (V. p. 1202.) Questa siccome, per ragione della maggior
          durata, e di altre molte circostanze, fu maggiore nella Grecia che nel Lazio, perciò la
          lingua greca possedè le dette <pb ed="aut" n="768"/> qualità, in maggior grado che la
          latina; ma non prima le possedè che fosse coltivata e adoperata da buon numero di
          scrittori, e sempre (come accade universalmente) in proporzione che il detto numero e la
          varietà o de’ soggetti o degli stili o degl’ingegni degli scrittori, fu maggiore, e
          s’accrebbe. La lingua latina similmente non le possedè (sebben meno della greca, pure in
          alto grado) se non quando ebbe copia e varietà di scrittori. Tutte le lingue antiche e
          moderne che hanno mancato di questo mezzo, hanno anche mancato di queste qualità. Per
          portare un esempio (oltre le lingue Europee meno colte) la lingua Spagnuola, nobilissima,
          e di genio al tutto classico, e somigliantissima poi alla nostra particolarmente, sì per
          lo genio, come per molti altri capi, e sorella nostra non meno di ragione che di fatto, e
          di nascita che di sembianza, costume, indole, non è inferiore alla nostra nelle dette
          qualità, se non perchè l’è inferiore principalmente nella copia e varietà degli scrittori.
          Se la lingua francese, non ostante la gran quantità degli scrittori, e degli <pb ed="aut"
            n="769"/> ottimi scrittori, si giudica ed è tuttavolta inferiore alla nostra ed alle
          antiche per questo verso, ciò è avvenuto per le ragioni particolari che ho più volte
          accennate. La riforma di essa lingua, la regolarità prescrittale, la figura datale, avendo
          uniformato tutti gli stili, la poesia alla prosa; impedita la varietà e moltiplicità della
          lingua, secondo i vari soggetti e i vari ingegni; tolta la libertà, e la facoltà inventiva
          agli scrittori, in questo particolare; tolto loro l’ardire, anzi rendutinegli affatto
          schivi e timidi ec. ec. la Francia è venuta a mancare della varietà degli scrittori, non
          ostante che n’abbia la copia, ed abbia la varietà de’ soggetti, perchè tutti i soggetti da
          tutti gl’ingegni si trattano, possiamo dire, in un solo modo. E ciò deriva anche dalla
          natura e forza della eccessiva civiltà di quella nazione, e della influenza della società:
          così stretta e legata, che tutti gl’individui francesi fanno quasi un solo individuo. E
          laddove <pb ed="aut" n="770"/> nelle altre nazioni, si cerca ed è pregio il distinguersi,
          in quello è pregio e necessità il rassomigliarsi anzi l’uguagliarsi agli altri, e ciascuno
          a tutti e tutti a ciascuno. Queste ragioni rendendogli timidi dell’opinione del ridicolo
          ec. e scrupolosi osservatori delle norme prescritte e comuni nella vita, li rende anche
          superstiziosi, timidi, schivi affatto di novità nella lingua. Ma tutto ciò quanto alle
          sole forme e modi, perchè questi soli, sono stati fra loro determinati, e prescritti i
          termini (assai ristretti) dentro i quali convenga contenersi, e fuor de’ quali sia
          interdetto ogni menomo passo. E così quanto allo stile uniforme si può dire in tutti, e in
          tutti i generi di scrittura, anche nelle traduzioni ec. tirate per forza allo stile comune
          francese, ancorchè dallo stile il più renitente e disperato; e quanto in somma all’unità
          del loro stile, e del loro linguaggio che ho notata altrove. Ma non quanto alle parole,
          nelle quali, restata libera in Francia la facoltà inventiva, e il derivare novellamente
          dalle proprie fonti, sempre aperte sinchè la lingua vive; la lingua francese cresce di
          parole ogni giorno e crescerà. Che se le cavassero sempre dalle proprie fonti, o con quei
          rispetti che si dovrebbe, non avrei luogo a riprenderli, come ho fatto altrove, e della
          corruzione e dell’aridità a cui vanno portando la loro lingua. <pb ed="aut" n="771"/> La
          quale inoltre, da principio, era, come la nostra, attissima alla novità ed al bell’ardire,
          anche nei modi, secondo che ho detto altrove. La lingua tedesca, rimasa per tanti secoli
          impotente ed umile, ancorchè parlata da tanta e sì estesa moltitudine di popoli, non per
          altro che per avere avuto nell’ultimo secolo e ne’ pochi anni di questo, immensa copia e
          varietà di scrittori, è sorta a sì alto grado di facoltà e di ricchezza e potenza.</p>
        <p>La lingua italiana dunque, scritta per sei secoli fino al 18.<hi rend="apice">vo</hi>
          inclusivamente, e scritta da una infinità di autori d’ogni soggetto, d’ogni stile, d’ogni
          carattere, d’ogni ingegno, oltracciò abbondantissima, quanto e più, certo prima di
          qualunque altra lingua viva, non solo di scrittori comunque, ma scrittori peritissimi nel
          linguaggio, coltivatori assidui, ed espressamente dedicati allo studio della lingua,
          maestri e modelli del bel parlare, studiosissimi delle lingue antiche per derivarne nella
          nostra tutto il buono e l’adattato, liberi, coraggiosi, e felicemente arditi nell’uso
          della lingua; questa lingua <pb ed="aut" n="772"/> dico, da piccoli anzi vili e rozzi e
          informi principii, come tutte le altre, e da barbare origini; di più, cresciuta e fatta se
          non matura certo adulta e vigorosissima fra le tenebre dell’ignoranza, della
          superstizione, degli errori della barbarie; non per altro che per li detti motivi, e prima
          e sola fra le viventi, è venuta in tal fiore di bellezza, di forza, di copia, di varietà,
          ec. che giunge quasi a pareggiare le due grandi antiche (chi bene ed intimamente e in
          tutta la sua estensione la conosce), non avendo rivale fra le moderne. Se dunque abbiamo
          veduto come le doti delle lingue, e in ispecie la copia e la varietà, non derivano
          principalmente se non dalla copia e varietà degli scrittori, e non da natura di essa; ne
          segue che quando gli scrittori lasceranno per trascuraggine o ignoranza, di arricchirla, e
          peggio se saranno impediti di farlo, la lingua non arricchirà, non crescerà, non monterà
          più, e siccome le cose umane, non si fermano mai in un punto, ma vanno sempre innanzi o
          retrocedono, così la lingua non avanzando più, retrocederà, <pb ed="aut" n="773"/> e dopo
          essere isterilita, impoverirà ancora, perderà quello che avea guadagnato, e finalmente si
          ridurrà a tal grado di miseria e d’impotenza, che non sarà più sufficiente all’uso e al
          bisogno, e allora sì che le converrà domandare soccorso alle lingue straniere e
          imbarbarire del tutto, per quel motivo appunto il quale si credeva doverla preservare
          dalla corruzione, e mantenerla pura e sana. Forse che non vediamo già accadere tutto
          questo? Quante ricchezze delle già guadagnate, e per così dire, incamerate, ha ella
          perduto quasi e senza quasi del tutto! Ma di questo dirò poi.</p>
        <p>Vogliamo noi dunque ridurre la lingua italiana e nelle parole e nei modi, a quella stessa
          paura, scrupolosità, superstizione, schiavitù, grettezza, uniformità della lingua francese
          nei soli modi? Almeno i francesi hanno una scusa nella natura della loro nazione, a cui la
          società è vita, alimento, diletto, e spavento, sanguisuga, tormento, morte. <pb ed="aut"
            n="774"/> A noi manca questa scusa, se già non vogliamo infrancesire interamente anche
          nei costumi, usi, vita, gusti, idee, inclinazioni ec. e perdere fino alla sembianza,
          aspetto, forma d’italiani, come abbiamo più che incominciato.</p>
        <p>Diranno che la lingua, benchè per lo mezzo, e l’ardire e libertà degli scrittori, è
          giunta però a quella perfezione, la quale non possa oltrepassare senza guastarsi. Vi
          giunse, cred’io, nè più nè meno in quel punto in cui finì di pubblicarsi l’ultimo
          Vocabolario della Crusca, giacchè in questo o certo nei precedenti, sono riportate
          moltissime parole coll’autorità di scrittori ancora viventi e scriventi. Anzi il
          Buonarroti scrisse la Fiera appostatamente per somministrar parole al Vocabolario.
          L’ultimo tomo dunque di questo, e quell’anno, quel mese, quel giorno in cui fu pubblicato
          chiuse per sempre le fonti della lingua italiana, state aperte da cinque secoli. Ma
          lasciando le burle, do e non concedo che la lingua italiana, sia stata già <pb ed="aut"
            n="775"/> portata dagli scrittori a quella somma perfezione a cui possa pervenire in
          ordine a tutte le altre qualità, (errore manifestissimo, ma lasciamolo passare). Nella
          ricchezza, copia, e varietà nego che veruna lingua del mondo, o attuale o possibile, possa
          mai essere perfetta finchè non muore. E ciò nasce che le cose ancora vivono sempre, e si
          modificano sempre novellamente, e si moltiplicano le conosciute: ora una lingua non è mai
          perfettamente ricca, anzi perfettamente fornita del necessario, finch’ella non può
          esprimere perfettamente, e convenientemente tutte le cose, e tutte le possibili
          modificazioni delle cose di questo mondo. Sicchè una lingua non avrà più mestieri di
          accrescimento, allora solo quando o essa o il mondo sarà finito.</p>
        <p>Quali effetti produca poi, e quanto sia pericoloso il volere arrestare una lingua, come
          già perfetta, e lo scoraggirsi di accrescerla, per la persuasione <pb ed="aut" n="776"/>
          che ciò non sia più necessario, nè lecito e giovevole, nè possibile, si può vedere in
          quello che ho detto della lingua latina.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>E prima di partire da questo soggetto della ricchezza e copia e bontà generale e potenza
          delle lingue proccurata principalmente dalla copia e varietà ed ingegno degli scrittori,
          osserverò che quella medesima superiorità di circostanza ch’ebbe la lingua greca sulla
          latina, e che fu seguita dall’effetto di restarle realmente e sempre superiore nella
          sostanza, l’abbiamo noi pure sopra tutte le altre lingue viventi, e colte. Perchè siccome
          la coltura della lingua greca, e gli scrittori suoi, incominciati assai per tempo,
          abbracciarono lunghissimo spazio, e il loro numero fu grande in ciascun tempo; e siccome
          in proporzione di questo spazio e di questo numero, la ricchezza e varietà e potenza della
          lingua greca, crebbe in modo che non potè mai essere agguagliata dalla latina: così la
          lingua italiana <pb ed="aut" n="777"/> scritta già come ho detto da sei secoli in qua, e,
          si può dire, in ciascun secolo, abbondantissima di diversissimi scrittori e cultori, ha su
          tutte le altre lingue moderne e colte quello stesso vantaggio di circostanza ch’ebbe la
          greca sulla latina. Vantaggio che per nessuno ingegno e nessuno sforzo e studio di nessuna
          nazione ci potrà mai esser levato, se noi non vorremo. Ma ecco che noi siamo fermati, e la
          lingua nostra non fa più progressi. La lingua francese infaticabilmente si accresce di
          tutte le parole che le occorrono. La lingua tedesca avanza e precipita come un torrente, e
          guadagna tuttogiorno vastissimi spazi, in ogni genere di accrescimento. Noi da qualche
          tempo arrestati, neghittosi, ed immobili, manchiamo del bisognevole per esprimere e per
          trattare la massima parte delle cognizioni e delle discipline e dottrine moderne, ed usi e
          opinioni ec. ec. oggi più rapide nel crescere e propagarsi, e variare ec. di quello che
          mai <pb ed="aut" n="778"/> fossero, e in proporzione che la nostra indolenza e
          infingardaggine presente, è opposta alla energia ed attività passata. Così la lingua
          italiana perde il vantaggio dello spazio che avea guadagnato per valore de’ suoi antichi e
          primi padri, sopra le altre lingue, e queste correndo più velocemente che mai, fra tanto
          che la nostra siede e dorme, riguadagneranno tutto lo spazio perduto per la inerzia de’
          loro antichi, arriveranno ben presto la nostra e la passeranno. E la nostra non solo non
          sarà più nè superiore nè uguale alle altre colte moderne, ma tanto inferiore, che divenuta
          impotente, e buona solo a parlare o scrivere ai bisavoli; o non saprà esprimer niente del
          bisognevole, nè parlare e scrivere in nessun modo ai contemporanei; o lo farà (come già lo
          fa per quel poco che parla e scrive delle cose e cognizioni moderne, o per quello che ne
          dice non del suo, ma copiando o seguendo gli stranieri) invocando l’altrui soccorso,
          servendosi degl’istrumenti e mezzi altrui, e quasi trasformandosi <pb ed="aut" n="779"/>
          in un’altra, o vogliamo dire, facendosi provincia e suddita di un regno straniero (come i
          piccoli e deboli confederati de’ grandi e potenti) essa ch’era capo di tutte le lingue
          viventi. Laddove siccome le altre lingue (come anche le altre letterature, e repubbliche
          scientifiche) raddoppiano l’energia e la veemenza e gagliardia del loro corso, così che in
          breve riguadagneranno lo spazio perduto da’ loro maggiori in confronto nostro, e, se noi
          non ci moviamo, ci pareggeranno finalmente ben presto, e poi ci passeranno (che in quanto
          a moltissimi rami del sapere è già accaduto): così conviene che ancor noi pareggiamo i
          nostri ai loro sforzi, e così non perdendo il vantaggio acquistato, restiamo perpetuamente
          superiori a tutti, se non nel presente valore, certo pel detto vantaggio acquistato dagli
          avi, e mantenuto da noi.</p>
        <p>Conchiuderò con una osservazione che benchè fatta, io credo, da altri, tuttavia merita di
          essere ripetuta, perchè sia sempre più <pb ed="aut" n="780"/> considerata e sempre meglio
          svolta. Non solamente i bisogni della lingua aumentano e si rinnuovano tuttogiorno, ma i
          mezzi della lingua, senza la novità delle parole, tuttogiorno diminuiscono. Quante voci e
          modi e frasi che una volta erano e usitatissime, e naturalissime, e chiarissime, e
          comunissime, ed utilissime efficacissime espressivissime frequentissime nel discorso, ora
          per essere antiquate, o non son chiare, o anche potendosi intendere, anche essendo
          chiarissime, non si debbono nè possono usare perchè non riescono e non cadono
          naturalmente, e manifestano e sentono quello che sopra ogni cosa si deve occultare, lo
          studio e la fatica dello scrittore. Questo accade in ogni lingua; tutte si vanno
          rinnovando, cioè dismettendo delle vecchie, e adottando delle nuove voci e locuzioni. Se
          questa seconda parte viene a mancare, la lingua non solamente col tempo non crescerà nè
          acquisterà, come hanno sempre fatto tutte le lingue colte o non colte, e come si è sempre
          inculcato a tutte le lingue <pb ed="aut" n="781"/> colte, ma per lo contrario perderà
          continuamente, e scemerà, e finalmente si ridurrà così piccola e povera e debole, che o
          non saprà più parlare nè bastare ai bisogni, o ricorrerà alle straniere; ed eccoti per un
          altro verso che quello stesso preteso preservativo contro la barbarie, cioè la
          intolleranza della giudiziosa novità, la condurrebbe alla barbarie a dirittura. E per
          parlare particolarmente della lingua italiana non vediamo noi negli effetti 1. quanto le
          lingue sieno soggette a perdere delle ricchezze loro: 2. come perdendo da una parte e non
          guadagnando dall’altra, la lingua non più per vezzo (che oramai il vezzo del francesismo è
          fuggito, anzi temutone da tutti gli scrittori italiani il biasimo e il ridicolo) ma per
          decisa povertà e necessità imbarbarisca? Prendiamoci il piacere di leggere a caso un
          foglio qualunque del Vocabolario e notiamo tutte quelle parole e frasi ec. che sono uscite
          fuor d’uso, e che non si potrebbero usare, o non senza difficoltà. Io credo che nè meno
          due terzi del vocabolario <pb ed="aut" n="782"/> sieno più adoperabili effettivamente nè
          servibili in nessuna occasione, nè merce mai più realizzabile. Queste perdute, infinite
          altre che sebbene dimenticate e fuor d’uso, sono però ricchezza viva e realissima (come
          spesso necessarissima) perchè chiare a chiunque, e ricevute facilmente e naturalmente dal
          discorso e dagli orecchi di chi si voglia, ma tuttavia sono abbandonate e dismesse per
          ignoranza della lingua (la quale in chi maggiore in chi minore, in quasi tutti si trova,
          perchè il pieno possesso dell’immenso tesoro della lingua non appartiene oggi a nessuno
          neanche de’ più stimati per questo); finalmente la mancanza delle voci nuove adatte e
          necessarie alla novità delle cose, costringono gli scrittori d’oggidì a ricorrere alla
          barbarie, trovando la lingua loro del tutto insufficiente ai loro concetti, benchè sempre
          poverissimi, triti, ordinari, triviali, ristrettissimi, scarsissimi; e benchè spesso anzi
          per lo più vecchissimi e canuti.</p>
        <p>Conchiudo che la giudiziosa novità, (e massime tutta quella che si può derivare dalle
          nostre stesse fonti) l’arruolare al nostro esercito <pb ed="aut" n="783"/> nuove truppe,
          l’accrescere la nostra città di nuove cittadinanze, in luogo che pregiudichi per natura
          sua, e quando si faccia nei debiti modi, alla purità della lingua, è anzi l’unico mezzo
          sufficiente di difesa, di far testa, di resistere alla irruzione della barbarie, la quale
          sovrasta inevitabilmente a tutte le lingue che mentre il mondo, e le cose, e gli uomini, e
          i suoi stessi parlatori camminano, e avanzano, o certo si muovono; non vogliono più, o
          sono impedite di più camminare nè progredire, nè muoversi in verun lato o modo: e
          vogliono, o son forzate a volere (inutilmente) quella stabilità, che non ebbero mai nè
          avranno gli uomini e le cose umane, al cui servigio elle son destinate, e al cui seguito
          le costringe in ogni modo la natura. Conchiudo che impedire alle lingue la giudiziosa e
          conveniente novità, non è preservarle, ma tutt’uno col guidarle per mano, e condannarle, e
          strascinarle forzatamente alla barbarie. (8-14. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="784"/> Da <emph>torvo</emph> parola italianissima e di Crusca, il Caro
          nell’Eneide (l. 2. dove parla del simulacro di Pallade) fece <emph>torvamente</emph>,
          parola che non si trova nel Vocabolario. Ci può esser voce più chiara, più naturale, e ad
          un tempo più italiana di questa? Ma perchè non istà scritta nella Crusca, e perchè a
          quegli Accademici non piacque di porre la famosissima Eneide del Caro fra i testi,
          avendoci messo tanti libracci, però quella voce non si potrà usare? Questo lo dico per un
          esempio, <foreign lang="grc">ὡς ἐν τύπῳ</foreign>. Del resto questo è un derivato senza
          ardire nessuno, e sebbene anche di questa specie se ne danno infiniti, e così anche
          giovano moltissimo alla lingua, sì per la moltitudine, sì anche individualmente; nondimeno
          sono forse di maggior utile i derivati, o usi nuovi di parole o modi già correnti, fatti
          con un certo ardire. Ma ho portato questo esempio per dimostrare come si possano far nuovi
          derivati dalle nostre proprie radici, che sebbene nuovi, abbiano lo stessissimo aspetto
          delle parole vecchie e usitate, sì per la chiarezza che per la naturalezza, per la forma,
          suono ec. e quindi sieno tanto italiane quanto la stessa Italia. Del qual genere se ne
          danno, come ho detto, infiniti a ogni passo. (15. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="785"/> Tutto quello che ho detto della derivazione di nuove parole o modi
          ec. dalle proprie radici, o dei nuovi usi delle parole o modi già correnti, lo voglio
          estendere anche alle nuove radici, non già straniere, non già prese dalle lingue madri, ma
          italiane, e non già d’invenzione dello scrittore, ma venute in uso nel linguaggio della
          nazione, o anche nelle scritture anche più rozze ed impure, purchè quelle tali radici
          abbiano le condizioni dette di sopra in ordine ai nuovi derivati ec. E queste nuove radici
          possono esser nuove in due sensi, o nuove nella scrittura, ma antiche nell’uso quotidiano;
          o nuove ancora in questo. V. p. 800. fine. Qui non voglio entrare nelle antichissime
          quistioni, qual popolo d’Italia, qual classe ec. abbia diritto di somministrar nuovi
          incrementi alla lingua degli scrittori. Osserverò solamente 1. quel luogo di Senofonte
          circa la lingua attica che ho citato p. 741. in marg. notando che la Grecia si trovava
          appunto nella circostanza dell’Italia per la varietà dei dialetti, e che quello che
          prevalse <pb ed="aut" n="786"/> fu quello che tutti gli abbracciò (come dice quivi
          Senofonte) cioè l’attico, come quello che fra noi si chiama propriamente italiano. Giacchè
          c’è gran differenza tra quell’attico usitato da’ buoni scrittori greci, divulgato per
          tutto, quello di cui parla Senofonte ec. ec. e l’attico proprio. Nello stesso modo fra il
          toscano proprio, e il toscano sinonimo d’italiano. V. p. 961. capoverso 1. 2. Che senza
          entrare in discussioni è ben facile il distinguere (almeno agli uomini giudiziosi, perchè
          già senza buon giudizio non si scriverà mai bene per nessun verso) se una parola usitata
          in questa o quella parte d’Italia, non però ammessa ancora o nelle scritture o nel
          vocabolario, ec. abbia le dette condizioni, cioè sia chiara, facile, inaffettata, di
          sapore di suono di forma italiana. (Giacchè di origine italiana, è sempre ch’ella è usata
          in Italia da molti, purchè non sia manifestamente straniera, e questo di recente venuta;
          mentre infinite sono le antiche parole straniere domiciliate, e fatte cittadine della
          nostra lingua.) In questo caso qualunque sia la parte d’Italia che la usa, una voce, una
          frase qualsivoglia sarà sempre <pb ed="aut" n="787"/> italiana, e salva quanto alla
          purità, restando che per usarla nelle scritture si considerino le altre qualità necessarie
          oltre la purità ad una voce o frase per essere ammessa nelle scritture, e in questo o quel
          genere di scrittura, in questa o quella occasione ec. 3. Che tutte le lingue crescono in
          questo modo, cioè coll’accogliere, e porre nel loro tesoro le nuove voci create dall’uso
          della nazione; e che come quest’uso è sempre fecondo, così le porte della scrittura e
          della cittadinanza, sono sempre aperte, per diritto naturale, a’ suoi novelli parti, in
          tutte le lingue, fuorchè nella nostra, secondo i pedanti. E questa è una delle massime, e
          più naturali e legittime e ragionevoli fonti, della novità, e degl’incrementi necessari
          della favella. Perchè cogl’incrementi delle cognizioni, e col successivo variar degli usi,
          opinioni, idee, circostanze intrinseche o estrinseche ec. ec. crescono le parole e il
          tesoro della lingua nell’uso quotidiano, e da quest’uso debbono passare nella scrittura,
          se questa ha da parlare ai contemporanei, e da contemporanea, e delle cose del tempo ec.
          Così cresce ogni momento di parole proprissime e francesissime <pb ed="aut" n="788"/> la
          lingua francese, mediante quel fervore e quella continua vita di società e di
          conversazione, che non lascia esser cosa bisognosa di nome, senza nominarla; massime se
          appartiene all’uso del viver civile, o alle comuni cognizioni della parte colta della
          nazione: e per l’altra parte mediante quella debita e necessaria libertà, che non fa loro
          riguardare come illecita una parola in ogni altro riguardo buona, e francese, ed utile, e
          necessaria, per questo solo che non è registrata nel vocabolario, o non anche adoperata
          sia nelle scritture in genere, sia nelle riputate e classiche. 4. Ripeterò quello che ho
          detto della necessità di ammettere la giudiziosa novità a fine appunto di impedire che la
          lingua non diventi barbara. Perchè la novità delle cose necessitando la novità delle
          parole, quegli che non avrà parole proprie e riconosciute dalla sua lingua, per
          esprimerle; forzato dall’imperioso bisogno ricorrerà alle straniere, e appoco appoco si
          romperà ogni riguardo, e trascurata la purità della lingua, si cadrà del tutto nella
          barbarie. <pb ed="aut" n="789"/> Il che si può vedere, oltre l’esempio nostro, per quello
          della lingua latina, perchè questa parimente, dopo Cicerone, mancata, o per trascuraggine
          e ignoranza, come ho detto altrove, e per non trovarsi nè così perfetti possessori, e
          assoluti padroni della lingua, nè così industriosi, oculati, giudiziosi, solerti,
          artifiziosi coltivatori del di lei fondo, e negoziatori della sua merce e capitali, come
          Cicerone; o per timidità, scoraggimento, falsa e dannosa opinione che la ricchezza della
          lingua fosse già perfetta, o ch’ella in quanto a se non fosse più da crescere nè da
          muovere, nè da toccare; o per superstizione di pedanti che sbandissero le nuove voci
          tratte dall’uso, o dalle radici della lingua, come mancanti di autorità competente di
          scrittori (il che veramente accadeva, come si vede in Gellio); o anche per falsa opinione
          che le radici o l’uso, o insomma il capitale proprio della lingua non avessero
          effettivamente più nulla da dare, che facesse al caso, o convenisse alle scritture ec. ec.
          : mancata dico per tutte queste ragioni alla lingua latina la debita libertà, e la <pb
            ed="aut" n="790"/> giudiziosa novità, ebbe ricorso, per bisogno, allo straniero, e
          degenerò in barbaro grecismo. E come, per fuggir questo male, è necessario dar giusta e
          ragionata (non precipitata, e illegittima, e ingiudicata e anarchica) cittadinanza anche
          alle parole straniere, se sono necessarie, molto più bisogna e ricercare con ogni
          diligenza, e trovate accogliere con buon viso, e ricevere nel tesoro della buona e
          scrivibile e legittima favella, sì i derivati delle buone e già riconosciute radici, sì le
          radici che non essendo ancora riconosciute, vanno così vagando per l’uso della nazione,
          senza studio nè osservazione, di chi le fermi, le cerchi, le chiami, le inviti, e le
          introduca a far parte delle voci o modi riconosciuti, e a partecipare degli onori dovuti
          ai cittadini della buona lingua. 5. In ultimo osserverò che non si hanno da avere per
          forestiere quelle voci o frasi, che benchè tali di origine hanno acquistato già stabile e
          comune domicilio nell’uso quotidiano, e molto più se nelle scritture di vaglia. Queste
          voci o frasi sono <pb ed="aut" n="791"/> come naturalizzate, e debbono partecipare ai
          diritti e alle considerazioni delle sopraddette. Altrimenti siamo da capo, perchè una
          grandissima parte delle nuove voci e frasi di cui s’accresce l’uso quotidiano, vengono
          dallo straniero. E tutte le lingue ancorchè ottime, ancorchè conservate nella loro purità,
          ancorchè ricchissime, si accrescono col commercio degli stranieri, e per conseguenza con
          una moderata partecipazione delle loro lingue. Le cognizioni, le cose di qualunque genere
          che ci vengono dall’estero, e accrescono il numero degli oggetti che cadono nel discorso,
          o scritto o no, e quindi i bisogni della denominazione e della favella, portano
          naturalmente con se, i nomi che hanno presso quella nazione da cui vengono, e da cui le
          riceviamo. Come elle son nuove, così nella lingua nostra, non si trova bene spesso come
          esprimerle appositamente e adequatamente in nessun modo. L’inventar di pianta nuove radici
          nella nostra lingua, è impossibile all’individuo, e difficilissimamente e rarissimamente
          accade nella nazione, come si può facilmente osservare: <pb ed="aut" n="792"/> e questo in
          tutte le lingue, perchè ogni nuova parola deve aver qualche immediata e precisa ragione
          per venire in uso, e per esser tale e non altra, e per esser subito e generalmente e
          facilmente intesa e applicata a quel tale oggetto, e ricevuta in quella tal
          significazione; il che non può avvenire mediante il capriccio di un’invenzione arbitraria.
          Di più, c’è forse lingua che ne’ suoi principii e di mano in mano non sia stata composta
          di voci straniere e d’altre lingue? Quante ne ha la lingua nostra prese dal francese,
          dallo spagnuolo, dalle lingue settentrionali, e tuttavia riconosciute, e necessariamente,
          e legittimamente divenute da gran tempo italiane? Come in fatti si formerebbe una lingua
          senza ciò? colla sola invenzione a capriccio, o mediante un trattato, un accordo fatto
          espressamente, e individuo per individuo, da tutta la nazione? Perchè dunque quello ch’era
          lecito anzi necessario ne’ principii e dopo, non sarà lecito ora nel caso della stessa
          necessità relativamente a questa o quella parola? Così fa tuttogiorno la lingua francese,
          così <pb ed="aut" n="793"/> hanno fatto e fanno necessariamente e per natura tutte le
          lingue antiche e moderne. E sebbene la lingua greca fosse così schiva d’ogni foresteria,
          anche per carattere nazionale, come si è veduto dall’aver essa mantenuta la sua purità
          forse più lungo tempo di tutte le altre, e anche in mezzo alla corruzione totale della sua
          letteratura, ec. e alla schiavitù straniera della nazione, al commercio ai viaggi antichi
          e moderni, alla dimora di tanti suoi nazionali in Roma ec. ec. (come Plutarco) nondimeno
          la lingua attica, riconosciuta più universalmente di qualunque altra dagli scrittori per
          lingua propriamente greca, e fra le greche elegantissima, bellissima e purissima, attesta
          Senofonte nel luogo citato da me p. 741. ch’era un misto non solo di ogni sorta di voci
          greche, ma anche prese da ogni sorta di barbari, mediante il commercio marittimo degli
          Ateniesi, e la cognizione ed uso di oggetti stranieri, che questo commercio proccurava
          loro, come dice pure Senofonte. Che se la necessità, naturale come ho <pb ed="aut" n="794"
          /> detto, e comune a tutte le lingue, porta a ricevere per buone anche le voci straniere,
          entrate recentemente nell’uso quotidiano, o non ancora entratevi nemmeno (purchè siano
          intelligibili), tanto più quelle che colla molta dimora fra noi, si sono familiarizzate e
          domesticate co’ nostri orecchi, ed hanno quasi perduto l’abito, e il portamento, e la
          sembianza, e il costume straniero, o certo l’opinione di straniere. Anzi queste pure vanno
          cercate sollecitamente, ed accolte, e preferite, per sostituirle, quanto sia possibile
          alle intieramente estranee. Giacchè ripeto che con ogni cura bisogna arricchir la lingua
          del bisognevole, e farlo con buon giudizio, ed esplorate le circostanze e la necessità ec.
          ec. acciocchè non sia fatto senza giudizio, e senza previo esame, ma alla ventura e
          illegittimamente; perocchè <emph>quella lingua che non si accresce, mentre i soggetti
            della lingua moltiplicano, cade inevitabilmente, e a corto andare nella barbarie</emph>.</p>
        <p>Per aver poco bisogno <pb ed="aut" n="795"/> di voci straniere, è necessario che una
          nazione, non solo abbia coltivatori di ogni sorta di cognizioni e nel tempo stesso
          diligenti, studiosi e coltivatori della lingua, ed in se stessa una vita piena di varietà,
          di azione, di movimento ec. ec. ma ancora ch’ella sia l’inventrice o di tutte o di quasi
          tutte le cognizioni, e di tutti gli oggetti della vita che cadono nella lingua, e non solo
          pura inventrice, ma anche perfezionatrice, perchè dove le discipline, e le cose
          s’inventano, si formano, si perfezionano, quivi se ne creano i vocaboli, e questi con
          quelle discipline e con quegli oggetti, passano agli stranieri. Così appunto è avvenuto
          alla Grecia, e però appunto la sua lingua si fe’ così ricca, e potè mantenersi così pura,
          a differenza della latina. Perchè la greca abbisognava di poco dagli stranieri, da’ quali
          poche notizie e nessuna disciplina (si può dire) ricevea (eccetto negli antichissimi
          tempi, cioè intanto che la lingua diveniva tale): la latina viceversa. All’Italia da
          principio veniva ad accader quasi lo stesso, essendo ella inventrice di tutte quasi le
          discipline che si conobbero in quei tempi, <pb ed="aut" n="796"/> abbondandone nel suo
          seno i coltivatori, e questi diligenti, studiosi e padroni della lingua; ed avendo anche
          molta vita e varietà e riputazione al di fuori, e spirito patriotico, sebben disunito,
          pure e forse anche più valevole, a fornirla di molti oggetti di lingua. Ma essendosi
          fermata nel momento che le discipline e sono cresciute di numero, e tutte portate a un
          perfezionamento rapidissimo, e vastissimo; non essendo intervenuta per nessuna parte ai
          travagli immensi di questi ultimi secoli, tanto nel perfezionamento delle cognizioni,
          quanto nel resto; di più avendo nello stesso tempo per diverse cagioni, trascurata affatto
          la sua lingua, in maniera che anche quegli italiani scrittori che hanno cooperato alquanto
          (e ben poco, e pochi) col resto dell’Europa, al progresso ultimo delle cognizioni, non
          hanno niente accresciuta la lingua del suo, avendo scritto non italiano, ma barbaro, ed
          avendo adottate di pianta le rispettive nomenclature o linguaggi che aveano trovate presso
          gli stranieri nello stesso genere, o in generi simili al loro (se per avventura essi ne
          fossero stati gl’inventori): è doloroso, ma necessario il dire, che s’ella d’ora innanzi
          non vuol esser la sola parte d’Europa meramente ascoltatrice, o ignorare affatto le nuove
          universalissime cognizioni, s’ella vuol parlare a’ contemporanei, e di cose adattate al
          tempo, come tutti i buoni scrittori han fatto, e come bisogna pur fare in ogni modo; le
          conviene ricevere <pb ed="aut" n="797"/> nella cittadinanza della lingua (bisogna pur
          dirlo) non poche, anzi buona quantità di parole affatto straniere. Si consoli però che
          tutte le nazioni, quando più quando meno hanno avuto il medesimo bisogno, quale in un
          tempo, quale in un altro; l’ha avuto anche la sua antica lingua, cioè la latina; l’abbiamo
          avuto noi stessi nei principii della nostra lingua (e se ora ci bisogna ritornare a quella
          necessità che si prova nei principii, nostra colpa): e non creda di diventar barbara, se
          saprà far quello ch’io dico con retto e maturo e accurato e posato giudizio. Anzi si dia
          fretta a introdurre e scegliere queste medesime voci straniere se non vuole che la lingua
          imbarbarisca del tutto, e senza rimedio. Perchè l’unica via di arrestare i progressi della
          corruttela è questa. Proclamare lo studio profondo e vasto della lingua, e nel tempo
          stesso la libertà che ciascun scrittore impadronitosi bene della lingua e conosciutone a
          fondo l’indole e le risorse, usi il suo giudizio nell’introdurre, e impiegare e spendere
          la novità necessaria, anche straniera. Finchè uno scrittore qualunque (che non sia da
          bisavoli) <pb ed="aut" n="798"/> sarà privo di questa libertà, sarà stimato impuro se
          vorrà usare la necessaria novità si vedrà costretto a scegliere fra quella che si chiama e
          se le presenta e prescrive come purità di lingua, e tra la facoltà di trattare il suo
          soggetto e di esprimere i suoi pensieri (originali e propri, o no, ma solamente moderni):
          disperando di una purità nella quale sia non solamente difficile, (come sempre sarà ed in
          ogni caso) ma del tutto impossibile di esprimere i suoi pensieri, la trascurerà affatto, e
          diverrà (malgrado ancora la buona intenzione) colpevole per la forza del bisogno,
          ricorrendo a quella barbarie la quale sola gli fornirà il modo di farsi intendere e di
          scrivere. Ovvero al più seguirà quella miserabile separazione fra gli scrittori vuotissimi
          e nulli ma puri, e fra gli scrittori di cose ma barbari; quando nessun de’ due può mai
          sperare l’immortalità, ma molto meno i primi, senza riunire le due qualità e i due pregi
          che consistono nelle parole e nelle cose. Disordini però tutti già tanto inoltrati in
          Italia, e bisognosi di sì lunga opera, e di tanto ingegno e <pb ed="aut" n="799"/>
          giudizio, e di tanta difficoltà a ripararli, che io con dolore predico che non se ne verrà
          certo a capo in questa generazione, e chi sa quando. (Giacchè per rimetter davvero in
          piedi la lingua italiana, bisognerebbe prima in somma rimettere in piedi l’Italia, e
          gl’italiani, e rifare le teste e gl’ingegni loro, come lo stesso bisognerebbe per la
          letteratura, e per tutti gli altri pregi e parti di una buona e brava e valorosa nazione;
          che con questi ingegni, con queste razze di giudizi e di critica, faremo altro che
          ristaurare la lingua.) Perchè se si presume di averlo conseguito collo sbandire e
          interdire e precludere affatto la novità delle cose e del pensiero, lasciando stare che in
          fatti non si è conseguito un fico, perchè eccetto pochissimi i più puri e vuoti scrivono
          barbarissimamente, dico, non ostante l’amore ch’io porto a questa purità, e lo stimarla
          necessarissima, che il rimedio è peggio del male. Vero è che da gran tempo gli scrittori
          italiani puri ed impuri si sono egualmente dispensati dal pensare, e anche dal <pb
            ed="aut" n="800"/> dire, talmente che se alcuno de’ nostri scritti ci fosse pericolo che
          potesse passare di là da’ monti o dal mare, gli stranieri si maraviglierebbero sodamente
          come, in questo secolo, in una nazione posta nel mezzo d’Europa si possa scrivere in modo,
          che l’aver letto, si può dire, qualunque de’ libri italiani che ora vengono in luce, sia
          lo stesso nè più nè meno che non aver letto nulla. Del resto il punto sta che la novità
          ch’io dico (e parlo in particolare della straniera) si sappia convenevolmente introdurre.
          Perchè tutte le lingue antiche e moderne sono composte di elementi stranieri, e pur tutte
          hanno avuto il tempo della loro purità e naturalezza; e potrà riaverlo anche l’italiana,
          non ostante l’aggiunta de’ molti nuovi e necessari elementi stranieri, purchè si sappia
          fare, e non si trascuri, anzi si coltivi profondamente, e sempre più il proprio terreno.
          (16. Marzo 1820.).</p>
      </div1>
      <div1 n="801 - 1001">
        <p>Alla p. 785. Oltre di queste due sorte di novità ce ne sono altre simili delle quali
          intendo pur di parlare. Cioè una voce italianissima e di buona lega può esser nuova per
          questo <pb ed="aut" n="801"/> solo, che non si trova nel vocabolario trovandosi ne’ testi;
          o non trovarsi nè in questi nè in quello, ma bensì ne’ buoni libri di lingua non citati
          (che sono infiniti, massime de’ buoni tempi ed hanno in diritto la stessissima autorità
          che i citati) o finalmente trovarsi solo nelle scritture mediocri o pessime in lingua, ma
          pure aver tutte le condizioni richieste per esser legittima. E di queste parole o frasi ce
          ne ha moltissime. Massimamente poi se si trovino nelle scritture non buone de’ buoni
          tempi, dove a ogni modo la natura e l’indole vera e prima della lingua italiana la
          conosceva e la sentiva ciascun italiano molto meglio che oggidì, e l’Italia aveva la mente
          e le orecchie molto meno inclinate e meno avvezze alle parole ai modi al genio straniero
          delle lingue. (16. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 745. Difficilmente si vedrà che una qualunque nazione una qualunque letteratura
          abbia avuto in due diversi tempi (eccetto se il tempo e la nazione è del tutto rinnuovata,
          come l’italiana rispetto alla latina) due scrittori eccellenti e sommi in <pb ed="aut"
            n="802"/> uno stesso genere. Da che quel genere ne ha avuto uno perfetto, e riguardato
          come perpetuo modello, sebbene quel genere possa avere diverse specie, gl’ingegni grandi e
          superiori, o sdegnando di non poter essere se non uguali a quello, e di dovere avere un
          compagno, o per la naturale modestia e diffidenza di chi conosce bene e sente la
          difficoltà delle imprese, temendo di restare inferiori in un assunto, di cui già è
          manifesta, sperimentata, conseguita, la perfezione, e posta negli occhi di tutti e nei
          propri loro; si sono sempre rivolti ad altro, e solamente i piccoli ingegni de’ quali è
          propria la confidenza e temerità sono entrati nell’arringo, spronati dalle lodi di
          quell’eccellente, e dalla gola di quella celebrità, quasi fosse facile a conseguire, e
          misurando l’impresa non da se stessa e dalla sua difficoltà, ma dal loro desiderio di
          riuscirci, e dal premio che era proposto al buon successo. Un’altra ragione, e fortissima
          è, che quando il genere ha già avuto uno sommo, il genere non è più nuovo; non vi si può
          più essere originale, senza che, è impossibile esser sommo. O se vi si potrebbe pur essere
          originale, v’è quella eterna difficoltà, che anche gl’ingegni sommi, vedendo una strada
          già fatta, in un modo o in un altro s’imbattono in quella; o confondono il genere con
          quella tale strada, quasi fosse l’unica a convenirgli, benchè mille ve ne siano da poter
          fare, e forse migliori assai. La stessa Grecia in tanta copia di scrittori e poeti d’ogni
          genere, <pb ed="aut" n="803"/> e di buoni secoli letterati dopo Omero, e, quel ch’è forse
          più, in tanta distanza da lui, non ebbe mai più nessun epico, se non dappoco, come
          Apollonio Rodio. E lo stesso Omero (se è vero che l’Odissea è posteriore all’Iliade, come
          dice Longino) non aggiunse niente alla sua fama pubblicando l’Odissea. Sebbene, chiunque
          si fosse quest’Omero, io congetturo e credo che l’Iliade e l’Odissea non sieno di uno
          stesso autore, ma questa imitata dallo stile, dalla lingua, dal fare, e dall’Argomento di
          quella, con quel languore, e sovente noia che ognuno può vedere. La qual congettura io
          rimetto a quei critici che sono profondamente versati nelle antichità omeriche, e di quei
          tempi antichissimi, e conoscono intimamente i due poemi: purchè oltre a questo, siano
          anche persone di buon gusto e giudizio. Taccio de’ latini e degl’infelici loro tentativi
          di Epopea dopo Virgilio, così prestante ed eminente in essa fra loro, come Cicerone
          nell’eloquenza. Sebbene il Tasso non si può veramente nel <pb ed="aut" n="804"/> suo
          genere dire perfetto, neppur sommo come Omero (che sommo fu egli, ma non il suo poema, nè
          egli quivi), contuttociò l’Italia dopo lui non ebbe poema epico degno di memoria, sebbene
          molti o piccoli o mediocri ingegni, tentassero la stessa carriera. Anzi quantunque vi sia
          tanta differenza fra il genere del poema dell’Ariosto e quello del Tasso, pure sembrò
          strano ch’egli si accingesse a quel travaglio dopo l’Ariosto, e pubblicata la Gerusalemme,
          i suoi nemici non mancarono di paragonarla all’Orlando, di posporla, di accusare il Tasso
          di temerità ec. Dopo Molière la Francia non ha avuto grandi comici, nè l’Italia dopo
          Goldoni. Tutto questo, sebbene apparisca forse principalmente nella letteratura, tuttavia
          si può applicare a molti altri rami del sapere, o di altri pregi umani. Si possono però
          citare in contrario il Racine dopo il Corneille, e il Voltaire dopo lui, e qualche tragico
          inglese dopo Shakespeare, ma nessuno però di quella eccellenza e fama. La quale per cadere
          nel mio discorso, dev’essere assolutamente prestante, sorpassante e somma sì nel modello,
          come nel successore o successori. (17. Marzo 1821.). V. p. 810. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="805"/> Alla p. 762. Per poco che si osservi facilmente si scuopre che
          tutte le lingue colte, da principio hanno avuto e adoperato estesamente la facoltà dei
          composti, come poi tutte, cred’io, (eccetto la greca che la conservò fino alla fine)
          l’hanno quale in maggiore quale in minor parte perduta. Tutte però hanno conservato o
          tutti, o maggiore o minor parte dei loro primi composti, divenuti bene spesso così
          familiari, che han preso come apparenza e opinione di radici, e forse così hanno servito
          di materia essi stessi a nuove composizioni. La lingua Spagnuola ha composti, e derivati
          da’ composti (come pure le altre lingue, chè anche questi derivati sono un bellissimo e
          fecondissimo genere di parole): ed alcuni bellissimi e utilissimi e felicissimi
          altrettanto che arditi, come <foreign lang="spa" rend="italic">tamaño, demàs</foreign>, e
          da questo <foreign lang="spa" rend="italic">ademàs, demasìa, demasiado, demasiadamente,
            sinrazon, sinjusticia, sinsabor, pordiosear</foreign> cioè limosinare, e <foreign
            lang="spa" rend="italic">pordioseria</foreign> mendicità, ec. che sono di grande uso e
          servigio. Tutte le lingue colte hanno ancora avuto delle particelle destinate
          espressamente alla composizione e che non si trovano fuor de’ composti. Così la greca,
          così la latina, così la francese, la spagnuola (<foreign lang="spa" rend="italic"
          >des</foreign> ec. ec.), l’inglese <pb ed="aut" n="806"/> (<foreign lang="eng"
            rend="italic">mis</foreign> ec. ec.) ec. Ed è tanta la necessità de’ composti che senza
          questi nessuna lingua sarebbe mai pervenuta a quello che si chiama o ricchezza, o coltura,
          o anche semplice potenza di discorrere di molte cose, o di alcune cose particolarmente e
          specificatamente. Perchè le radici converrebbe che fossero infinite per esprimere e tutte
          le cose occorrenti, e tutte le piccole gradazioni, e differenze e <foreign lang="fre"
            rend="italic">nuances</foreign> e accidenti di una cosa, per ciascuna delle quali
          gradazioncelle si richiederebbe una diversa radice, altrimenti il discorso non sarà mai nè
          espressivo nè proprio, e neanche chiaro, anzi per lo più equivoco, improprio, dubbio,
          oscuro, generico, indeterminato. Così appunto avviene alla lingua ebraica (la quale non
          par che si possa mettere fra le colte) perchè con bastanti radici e derivati, è priva di
          composti: o quasi priva: non avendo che fare i suoi suffissi ed affissi colla
          composizione, ma essendo come casi o inflessioni o accidenti o affezioni (<foreign
            lang="grc">πάθη</foreign>) de’ nomi e de’ verbi, o segnacasi ec. e non variando punto il
          significato essenziale, nè la sostanza della parola; come presso noi <emph>batterlo,
            uccidermi, dargli, andarvi, uscirne</emph> ec. che non si chiamano, nè sono composti nel
          nostro senso. Dal che segue ch’ella ed è soggetta alle dette difficoltà, e disordini; e
          resta poverissima; ed io dico che tale ci parrebbe eziandio quando anche in quella lingua
          esistessero altri libri, oltre la Bibbia, se però questi libri mancassero parimente de’
          composti. Ci vorrebbero, ho detto, infinite radici. Ora <pb ed="aut" n="807"/> una più che
          tanta moltitudine di radici, è difficilissima per natura, giacchè un composto, subito
          s’intende, ma perchè una radice, sia subito e comunissimamente intesa (com’è necessario),
          e passi nell’uso universale, ci vuol ben altro. Perciò la invenzione delle radici in
          qualunque società d’uomini parlanti, o primitiva o no, è sempre naturalmente scarsa, e
          povera quella lingua che non può esprimersi senza radici, perch’ella non si esprimerà mai
          se non indefinitamente, ed ogni parola (come accade nell’Ebraico) avrà una quantità di
          significati. <bibl>V. se vuoi, <author>Soave</author>, append. al Capo 1. Lib. 3. del
              <title>Compendio</title> di Locke, Venezia 37<hi rend="apice">a</hi> ediz. 1794. t. 2.
            p. 12. fine-13.</bibl> e <bibl>
            <title>Scelta di opusc. interess.</title> Milano 1775. volume 4. p. 54.</bibl> e questi
          pensieri p. 1070. capoverso ult. E se, volete vedere facilmente, perchè una lingua appena
          è cominciata a divenire un poco colta, e ad aver bisogno di esprimere molte cose, e queste
          specificatamente e chiaramente e distintamente e le loro differenze ec. perchè, dico,
          abbia subito avuto ricorso e trovati i composti, osservate. Che sarebbe l’aritmetica se
          ogni numero si dovesse significare con cifra diversa, e non colla diversa composizione di
          pochi elementi? Che sarebbe la scrittura se ogni parola dovesse esprimersi colla sua cifra
          o figura particolare, come dicono della scrittura Cinese? La stessa <pb ed="aut" n="808"/>
          facilità e semplicità di metodo, e nel tempo stesso fecondità anzi infinità di risultati e
          combinazioni, che deriva dall’uso degli elementi nella scrittura e nell’aritmetica, anzi
          in tutte le operazioni della vita umana, anzi pure della natura (giacchè, secondo i
          chimici tutto il mondo e tutti i diversissimi corpi si compongono di un certo tal numero
          di elementi diversamente combinati, e noi medesimi siamo così composti e fatti anche
          nell’ordine morale come ho dimostrato in molti pensieri sulla semplicità del sistema
          dell’uomo); deriva anche dall’uso degli elementi nella lingua. Al che si ponga mente per
          giudicarne quanto sia necessario anche oggidì ritenere più che si possa, e nella nostra e
          in qualunque lingua, la facoltà de’ nuovi composti, atteso l’immenso numero delle nuove
          cose bisognose di denominazione (massime nella lingua nostra); numero che ogni giorno
          necessariamente e naturalmente si accresce: e d’altra parte l’impossibilità della troppa
          moltiplicità delle radici, sì al fatto, o all’invenzione, sì all’uso, intelligenza, e
          diffusione, sì anche alle facoltà della memoria e dell’intelletto umano, ed alla chiarezza
          delle idee che debbono risultare dalla parola, chiarezza quasi incompatibile colle nuove
          radici (v. p. 951.), e compatibilissima coi nuovi composti; oltre alla mancanza di gusto
          che deriva dalle nuove radici, le quali sono sempre <emph>termini</emph>, come ho spiegato
          altrove: non così i composti derivati dalla propria lingua. Lo dico senza dubitare. La
          lingua più ricca sarà sempre quella che avrà conservata <pb ed="aut" n="809"/> più
          lungamente, e più largamente adoperata la facoltà dei composti, e oggidì quella che la
          conserverà maggiore, e maggiormente l’adoprerà. L’esempio della lingua greca, ricchissima
          fra quante furono sono e saranno, anzi sempre e anche oggi inesauribile, conferma
          abbondantemente col fatto questa mia sentenza, già sì evidente in ragione. E d’altra parte
          la mia teoria serve a spiegare il secreto e il fenomeno di una tal lingua sempre uguale
          alla copia qualunque delle cose. Se dunque vogliamo che una lingua sia veramente
          onnipotente quanto alle parole, conserviamole o rendiamole, e se è possibile,
          accresciamole la facoltà de’ nuovi composti e derivati, cioè l’uso degli elementi ch’essa
          ha, e il modo, la facoltà di combinarli quanto più diversamente, e moltiplicemente si
          possa. Questo, e non la moltiplicità degli elementi forma la vera e sostanziale ricchezza
          copia e onnipotenza delle lingue (quanto alle parole) come la forma di tutte le altre cose
          umane e naturali. Generalizziamo un <pb ed="aut" n="810"/> poco le nostre idee, e
          facilmente ci persuaderemo di questo ch’io dico, e come, per natura universale delle cose
          umane, la detta facoltà sia non solo la principale e fondamentale, ma necessaria e
          indispensabile sorgente della ricchezza copia e potenza di qualunque lingua, e della
          proprietà, definitezza, e chiarezza dell’espressione: dico quanto alle parole. (18. Marzo
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 804. Bisogna osservare che quanto agli autori drammatici la cosa va diversamente,
          sì perchè infinite e diversissime sono le circostanze che decidono de’ successi del
          teatro, massime in certe nazioni, e secondo la differenza di queste; sì massimamente
          perchè il teatro di qualunque nazione benchè abbia già il suo sommo drammatico, vuol
          sempre novità, anzi non domanda tanto la perfezione quanto la novità degli scritti; questa
          richiede sopra ogni altra cosa, a questa fa bene spesso più plauso che ai capi d’opera dei
          sommi autori già conosciuti. Così che ad un drammatico resta sempre <pb ed="aut" n="811"/>
          il suo posto da guadagnarsi, la sua parte di lode da proccurarsi, il suo eccitamento
          all’impresa, e il suo premio proposto al buon successo, e tutte queste cose son tali, che
          anche un autore di grande ingegno ne può essere soddisfatto e stimolato: oltre ai piccoli
          incidenti di società che eccitano a composizioni teatrali, oltre coloro che per mestiere
          ed interesse ricercano e stimolano scrittori di tal genere, oltre gl’interessi o i bisogni
          degli autori, gl’impegni, il desiderio di certe lodi di certi successi diremo così
          cittadineschi, o di partito, o di conversazione, e di amici ec. oltre massimamente la
          varietà successiva de’ costumi e delle usanze non meno teatrali e appartenenti alle
          rappresentazione quanto di quelle che occorrono nella vita e nelle cose da rappresentarsi.
          Così che allo scrittore drammatico, resta sempre un campo sufficiente. E la gran fama di
          Sofocle non impedì che gli succedesse un Euripide. La differenza tra questo e gli altri
          generi di componimento, consiste che gli effetti, l’uso, la destinazione di questo è come
          viva, <pb ed="aut" n="812"/> e sempre viva, e cammina, laddove degli altri è come morta ed
          immobile. Non sarebbe così se esistessero come anticamente quelle radunanze del popolo,
          dove Erodoto leggeva la sua storia, e se le poesie fossero scritte come i poemi d’Omero
          per esser cantati alla nazione, e se i tempi de’ Tirtei e de’ Bardi non fossero svaniti.
          Perchè tali componimenti non essendo più di uso, ci contentiamo di quello che in quel tal
          genere è già perfetto, e appena desideriamo altro nuovo modello di perfezione. Altrimenti
          accade di quello che è sempre di uso vivo, e se tale avesse continuato ad essere
          l’eloquenza latina dopo Cicerone ella avrebbe forse avuto nuovi sommi oratori. (18. Marzo
          1821).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In quelle parole che incominciano per <emph>s</emph> impura, la lingua par che abbia
          bisogno di un appoggio avanti la <emph>s</emph>, ossia avanti la parola. La lingua
          francese e la spagnuola amano questo appoggio nelle così fatte parole che hanno ricevute
          da’ latini o da chicchessia, ovvero formate da loro. E la spagnuola principalmente che non
          ha se non pochissime parole cominciate da <emph>s</emph> impura. <pb ed="aut" n="813"/>
          (Il Franciosini ne riporta solo 16, e tutte cominciate da <emph>sc</emph> con dietro varie
          vocali). Ora dovendo dare alla lingua questo appoggio di una vocale non si è scelta altra
          che la <emph>e</emph>. Così da <foreign lang="lat" rend="italic">sperare</foreign> gli
          spagnuoli hanno fatto <foreign lang="spa" rend="italic">esperar</foreign>, i francesi
            <foreign lang="fre" rend="italic">espérer</foreign>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">species</foreign> gli spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic"
          >especie</foreign>, i francesi <foreign lang="fre" rend="italic">espèce</foreign>, da
            <foreign lang="lat" rend="italic">spiritus</foreign> gli spagnuoli <foreign lang="spa"
            rend="italic">espiritu</foreign> i francesi <foreign lang="fre" rend="italic"
          >esprit</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic">studium</foreign> gli spagnuoli
            <foreign lang="spa" rend="italic">estudio</foreign> i francesi <foreign lang="fre"
            rend="italic">estude</foreign> che poi tolta via la <emph>s</emph> hanno fatto <foreign
            lang="fre" rend="italic">étude</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >scribere</foreign> gli spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic">escrivir</foreign>,
          gli antichi francesi <foreign lang="fre" rend="italic">escrire</foreign>, da <foreign
            lang="lat" rend="italic">stomachus</foreign>
          <foreign lang="spa" rend="italic">estomago</foreign>
          <foreign lang="fre" rend="italic">estomac</foreign> ec. ec. Tanto è vero che dove la
          lingua ha bisogno di un appoggio o gradisce un appoggio per pronunziare una consonante, e
          riposarla nella vocale, senza che questa sia determinata, la lingua sceglie naturalmente e
          cade e si riposa nella e. E così anche, come si vede per la detta osservazione, quando
          questa vocale le ha da servire come di gradino alla pronunzia di consonanti. L’Italia
          quanto alla s impura non è stata più delicata dei latini e de’ latini. <pb ed="aut"
            n="814"/> Vero è però che quando la s impura, sarebbe preceduta da consonante, l’Italia
          per usanza non naturale, ma gramaticale, artifiziale, acquisita, e particolare sua,
          v’interpone la <emph>i</emph> non la <emph>e</emph> (<emph>in ispirito</emph> ec.). Credo
          però che il contrario facessero scrivendo i primi italiani. Del resto riferite alla
          suddetta osservazione il nostro dire <emph>ef el</emph> ec. e non <emph>if il</emph>. (18.
          Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La nostra condizione oggidì è peggiore di quella de’ bruti anche per questa parte. Nessun
          bruto desidera certamente la fine della sua vita, nessuno per infelice che possa essere, o
          pensa a torsi dalla infelicità colla morte, o avrebbe il coraggio di proccurarsela. La
          natura che in loro conserva tutta la sua primitiva forza, li tiene ben lontani da tutto
          ciò. Ma se qualcuno di essi potesse desiderar mai di morire, nessuna cosa gl’impedirebbe
          questo desiderio. Noi siamo del tutto alienati dalla natura, e quindi infelicissimi. Noi
          desideriamo bene spesso la morte, e ardentemente, e come unico evidente e calcolato
          rimedio delle nostre infelicità, in maniera che noi la desideriamo spesso, e con piena
          ragione, e siamo costretti a desiderarla <pb ed="aut" n="815"/> e considerarla come il
          sommo nostro bene. Ora stando così la cosa ed essendo noi ridotti a questo punto, e non
          per errore, ma per forza di verità, qual maggior miseria che il trovarsi impediti di
          morire, e di conseguire quel bene che siccome è sommo, così d’altra parte sarebbe
          intieramente in nostra mano; impediti, dico, o dalla Religione, o dall’inespugnabile,
          invincibile, inesorabile, inevitabile incertezza della nostra origine, destino, ultimo
          fine, e di quello che ci possa attendere dopo la morte? Io so bene che la natura ripugna
          con tutte le sue forze al suicidio, so che questo rompe tutte le di lei leggi più
          gravemente che qualunque altra colpa umana; ma da che la natura è del tutto alterata, da
          che la nostra vita ha cessato di esser naturale, da che la felicità che la natura ci avea
          destinata è fuggita per sempre, e noi siam fatti incurabilmente infelici, da che quel
          desiderio della morte, che non dovevamo mai, secondo natura, neppur concepire, in dispetto
          della natura, e per forza di ragione, s’è anzi impossessato di noi; <pb ed="aut" n="816"/>
          perchè questa stessa ragione c’impedisce di soddisfarlo, e di riparare nell’unico modo
          possibile ai danni ch’ella stessa e sola ci ha fatti? Se il nostro stato è cambiato, se le
          leggi stabilite dalla natura non hanno più forza su di noi, perchè non seguendole in
          nessuna di quelle cose dov’elle ci avrebbero giovato e felicitato, dobbiamo seguirle in
          quella dove oggidì ci nocciono, e sommamente? Perchè dopo che la ragione ha combattuta e
          sconfitta la natura per farci infelici, stringe poi seco alleanza, per porre il colmo
          all’infelicità nostra, coll’impedirci di condurla a quel fine che sarebbe in nostra mano?
          Perchè la ragione va d’accordo colla natura in questo solo, che forma l’estremo delle
          nostre disgrazie? La ripugnanza naturale alla morte è distrutta negli estremamente
          infelici, quasi del tutto. Perchè dunque debbono astenersi dal morire per ubbidienza alla
          natura? Il fatto è questo. Se la Religione non è vera, s’ella non è se non un’idea
          concepita dalla <pb ed="aut" n="817"/> nostra misera ragione, quest’idea è la più barbara
          cosa che possa esser nata nella mente dell’uomo: è il parto mostruoso della ragione il più
          spietato; è il massimo dei danni di questa nostra capitale nemica, dico la ragione, la
          quale avendo scancellato dalla mente dall’immaginativa e dal cuor nostro tutte le
          illusioni che ci avrebbero fatti e ci faceano beati; questa sola ne conserva, questa sola
          non potrà mai cancellare se non con un intiero dubbio (che è tutt’uno, e ragionevolmente
          deve produrre in tutta la vita umana gli stessi effetti nè più nè meno che la certezza),
          questa sola che mette il colmo alla disperata disperazione dell’infelice. La nostra
          sventura il nostro fato ci fa miseri, ma non ci toglie, anzi ci lascia nelle mani il finir
          la miseria nostra quando ci piaccia. L’idea della religione ce lo vieta, e ce lo vieta
          inesorabilmente, e irrimediabilmente, perchè nata una volta quest’idea nella mente nostra,
          come <pb ed="aut" n="818"/> accertarsi che sia falsa? e anche nel menomo dubbio come
          arrischiare l’infinito contro il finito? Non è mai paragonabile la sproporzione che è tra
          il dubbio e il certo con quella che è tra l’infinito e il finito, ancorchè questo certo, e
          quello quanto si voglia dubbio. Così che siccome l’infelicità per quanto sia grave,
          nondimeno si misura principalmente dalla durata, essendo sempre piccola cosa quella che
          può durare, volendo, un momento solo, e di più servendo infinitamente ad alleggerire
          qualunque male il saper di certo ch’è in nostra mano il sottrarcene ogni volta che ci
          piaccia; così possiamo dire che oggi in ultima analisi la cagione della infelicità
          dell’uomo misero, ma non istupido nè codardo, è l’idea della Religione, e che questa, se
          non è vera, è finalmente il più gran male dell’uomo, e il sommo danno che gli abbiano
          fatto le sue disgraziate ricerche e ragionamenti e meditazione; o i suoi pregiudizi. (19.
          Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="819"/> Che cosa è barbarie in una lingua? Forse quello che si oppone
          all’uso corrente di essa? Dunque una lingua non imbarbarisce mai, perchè ogni volta
          ch’ella imbarbarisse, quella barbarie non potendo essere in altro che nell’uso corrente
          (altrimenti sarà barbarie parziale di questo o di quello, e non della lingua), non sarebbe
          barbarie essendo conforme all’uso. Barbaro nella lingua non è dunque altro se non quello
          che si oppone all’indole sua primitiva: e chiunque ponga mente, converrà in questo:
          giacchè in fatti una parola, uno scrittore barbaro ordinarissimamente sono conformi
          all’uso di quel tempo, lo seguono, ne derivano, e così accade oggidì nella lingua
          italiana. Di più, nessun secolo sarebbe mai, o sarebbe <pb ed="aut" n="820"/> mai stato
          barbaro per nessuna lingua. Al più si potrebbe dire se quella lingua di quel tal secolo
          fosse più o meno bella, ricca, buona, ec. confrontando fra loro i secoli di una stessa
          lingua, come si confrontano le diverse lingue fra loro, delle quali se questa o quella si
          giudica men pregevole, non perciò si giudica barbara. Anzi si chiamerebbe barbara se
          contro l’indole sua, volesse adottare e accomodarsi all’andamento di una lingua migliore
          più bella ec. come se la lingua inglese volesse adottare le forme della greca ec. Insomma
          barbarie in qualunque lingua non è nè la mancanza di qualsivoglia pregio, nè quello che
          contraddice all’uso corrente, ma quello solo che contraddice all’indole sua primitiva, per
          conservar la quale ella deve conservarsi anche meno pregevole, se tale è la sua natura,
          perchè i pregi essendo relativi, sarebbe vizio e bruttezza in lei, quello ch’è virtù e
          bellezza in un’altra, se si oppone alla sua natura in cui consiste la perfezion vera <pb
            ed="aut" n="821"/> (benchè relativa) non solo di una lingua, ma di ciascuna cosa che
          sia.</p>
        <p>Da queste osservazioni particolari; facili, chiare, e di cui tutti convengono, salite
          dunque ad una più generale, ma tanto vera quanto le precedenti, e che non si può negare se
          queste si riconoscono, e concedono. Che cosa è barbarie nell’uomo? Quello che si oppone
          all’uso corrente? Dunque nessun popolo, nessun secolo barbaro. Barbarie è quel solo che si
          oppone alla natura primitiva dell’uomo. Ora domando io se i nostri costumi, istituti,
          opinioni ec. presenti sarebbero stati compatibili colla nostra prima natura. Come potevano
          esserlo, quando anzi la natura ci ha posti evidentemente i possibili ostacoli? Che non
          siano compatibili colla nostra primitiva natura, è così manifesto, anche per la
          osservazione sì di ciascuno di noi, sì de’ fanciulli, selvaggi, ignoranti ec. ec. che non
          ha bisogno di dimostrazione. Dunque se non sono compatibili, è quanto dire che le
          ripugnano e contrastano. Dunque? dunque son barbari. <pb ed="aut" n="822"/> Che sieno
          conformi all’uso e all’abitudine, non val più di quello che vaglia la stessa circostanza a
          scusare un secolo depravato nella lingua. Che si stimino buoni assolutamente, e più buoni
          de’ naturali e primitivi, primieramente non val più di quello che vaglia nella lingua,
          come ho detto; poi, siccome nella lingua, questa opinione è erronea, e deriva dall’inganno
          parte dell’abitudine, parte della immaginaria perfezione assoluta, là dove è
          sostanzialmente imperfezione e vizio tutto ciò che si oppone all’indole e natura
          particolare e primitiva di una specie, quando anche questo medesimo sia virtù e perfezione
          in altra specie. (20. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non solamente ciascuna specie di bruti stima o esplicitamente e distintamente, o certo
          implicitamente e confusamente, di esser la prima e più perfetta nella natura, e
          nell’ordine delle cose, e che tutto sia fatto per lei, ma anche nello stesso modo ciascun
          individuo. E così accade tra gli uomini, che implicitamente <pb ed="aut" n="823"/> e
          naturalmente ciascuno si persuade la stessa cosa.</p>
        <p>Parimente non v’è popolo sì barbaro che non si creda implicitamente migliore, più
          perfetto, superiore a qualunque altro, e non si stimi il modello delle nazioni.</p>
        <p>Parimente non v’è stato secolo sì guasto e depravato, che non si sia creduto nel colmo
          della civiltà, della perfezione sociale, l’esemplare degli altri secoli, e massimamente
          superiore per ogni verso a tutti i secoli passati, e nell’ultimo punto dello spazio
          percorso fino allora dallo spirito umano.</p>
        <p>Con questa differenza però, che sebbene tutto è relativo in natura, è relativo peraltro
          alle specie, così che le idee che una specie ha della perfezione ec. appresso a poco sono
          comuni agl’individui tutti di essa (massime se sono le idee naturali alla specie). Quindi
          è naturale e conseguente che un individuo, sebben portato naturalmente a credersi
          superiore al resto della sua specie, e tutto il mondo destinato all’uso <pb ed="aut"
            n="824"/> e vantaggio suo, contuttociò con poco di raziocinio facilmente possa
          riconoscere la superiorità di altri individui della stessa specie, e credere il mondo
          avere per fine la sua specie intera, e questa essere tutta la più perfetta delle cose
          esistenti, e l’apice della natura. Quindi parimente un popolo, un secolo (ho parlato e
          parlo degli uomini, e si può applicare proporzionatamente agli altri viventi) o qualche
          individuo in essi, possono ben riconoscere la superiorità di altri popoli e secoli, perchè
          le idee relative del bello e del buono sono però, almeno in gran parte, generali in
          ciascuna specie, quando non derivino da pregiudizi, da circostanze particolari, o da
          alterazione qualunque di questa o di quella parte della specie, com’è avvenuto fra gli
          uomini, essendo alterata la loro natura, e diversamente alterata, e quindi anche alterate
          le idee naturali, e diversificate le opinioni ec.</p>
        <p>Questo, dico, accade facilmente all’individuo umano, rispettivamente alla sua propria
          specie. Ma rispetto ad un’altra specie non <pb ed="aut" n="825"/> così. 1. Perchè le idee
          che son vere relativamente alla specie nostra, noi (e così ciascuna specie di viventi) le
          crediamo (e ciò per natura) vere assolutamente: quello ch’è buono e perfetto per noi, lo
          crediamo buono e perfetto assolutamente; e quindi misurando le altre specie sulla nostra
          misura, le stimiamo tutte inferiori d’assai; nè possiamo mai credere che in una specie
          diversa dalla nostra ci sia tanta bontà e perfezione quanta in essa nostra, perchè la
          perfezione essendo relativa e particolare, noi la crediamo assoluta, e norma universale.
          2. Perchè non ci possiamo mai porre nei piedi e nella mente di un’altra specie (come
          nessun bruto), per concepire le idee ch’essa ha del buono, del bello, del perfetto, e
          misurare quella specie secondo queste idee, le quali sono diversissime dalle nostre, e non
          entrano nella capacità della nostra natura, e nel genere della nostra facoltà nè
          intellettiva, nè immaginativa, nè ragionatrice, nè concettiva <pb ed="aut" n="826"/> ec.
          ec. (20. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">An censes (ut de me ipso aliquid more senum glorier) me tantos
                labores diurnos nocturnosque domi militiaeque suscepturum fuisse, si iisdem finibus
                gloriam meam, quibus vitam, essem terminaturus? nonne melius multo fuisset, otiosam
                aetatem, et quietam, sine ullo labore et contentione traducere</hi>? <hi rend="sc"
                >sed, nescio quomodo, animus erigens se, posteritatem semper ita prospiciebat,
                quasi, cum excessisset e vita, tum denique victurus esset</hi>; <hi rend="italic"
                >quod quidem ni ita se haberet, ut animi immortales essent, haud optimi cuiusque
                animus maxime ad immortalitatem gloriae niteretar</hi>
            </foreign>
          </quote>. Catone maggiore appresso <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title lang="lat">Cato maior seu de Senect.</title> c. ult. 23.</bibl> Tanto è vero che
          il piacere è sempre futuro, e non mai presente, come ho detto in altri pensieri. Con la
          quale osservazione io spiego questo che Cicerone dice, e quello che vediamo negli uomini
          di certa fruttuosa ambizione; dico quella speranza riposta <pb ed="aut" n="827"/> nella
          posterità, quel riguardare, quel proporsi per fine delle azioni dei desideri delle
          speranze nostre la lode ec. di coloro che verranno dopo di noi. L’uomo da principio
          desidera il piacer della gloria nella sua vita, cioè presso a’ contemporanei. Ottenutala,
          anche interissima e somma, sperimentato che questo che si credeva piacere, non solo è
          inferiore alla speranza (quando anche la gloria in effetto fosse stata maggiore della
          speranza), ma non piacere, e trovatosi non solo non soddisfatto, ma come non avendo
          ottenuto nulla, e come se il suo fine restasse ancora da conseguire (cioè il piacere,
          infatti non ottenuto, perchè non è mai se non futuro, non mai presente); allora l’animo
          suo <foreign lang="lat" rend="italic">erigens se</foreign> quasi fuori di questa vita,
            <foreign lang="lat" rend="italic">posteritatem respicit</foreign>, come che dopo morte
            <foreign lang="lat" rend="italic">tum denique victurus sit</foreign>, cioè debba
          conseguire il fine, il complemento essenziale della vita, che è la felicità, vale a dire
          il piacere, non conseguito ancora, e già troppo evidentemente non conseguibile da lui in
          questa vita; allora la speranza del piacere, non avendo <pb ed="aut" n="828"/> più luogo
          dove posarsi, nè oggetto al quale indirizzarsi dentro a’ confini di questa vita, passa
          finalmente al di là, e si ferma ne’ posteri, sperando l’uomo da loro e dopo morte quel
          piacere, che vede sempre fuggire, sempre ritrarsi, sempre impossibile e disperato di
          conseguire, di afferrare in questa vita. E si riduce l’uomo a questo estremo, perchè come
          il fine della vita è la felicità, e questa qui non si può conseguire, ma d’altra parte una
          cosa non può mancare di tendere al suo fine necessario, e mancherebbe se mancasse del
          tutto la speranza, così questa non trovando più dimora in questa vita arriva finalmente a
          collocarsi al di là di lei, colla illusione della posterità. Illusione appunto più comune
          negli uomini grandi, perchè laddove gli altri, conoscendo meno le cose, o ragionando meno,
          ed essendo meno conseguenti, dopo infiniti parziali disinganni e delusioni, continuano
          pure a sperare dentro i limiti della lor vita; essi al contrario ben persuasi, e ben
          presto, cioè con poche esperienze, disperati dell’attuale e vero piacere in questa vita, e
          d’altronde <pb ed="aut" n="829"/> bisognosi di scopo, e quindi della speranza di
          conseguirlo, e spronati pure dall’animo alle grandi azioni, ripongono il loro scopo, e
          speranza, al di là dell’esistenza, e si sostentano con questa ultima illusione. Quantunque
          non solo dopo morte o non saremo capaci di felicità nessuna, o di tutt’altra da quella che
          possa derivare dai posteri; ma quando anche fossimo allora tanto capaci di godere della
          fama nostra appo i futuri, quanto siamo ora di quella appo i contemporanei, quella fama
          (durando le stesse condizioni dell’animo nostro e del piacere) ci riuscirebbe, siccome
          questa presente, del tutto insipida, e vuota, e incapace di soddisfare, e proccurare un
          piacere altro che futuro, dico un piacere attuale e presente. (20. Marzo 1821.). Applicate
          questi pensieri alla speranza di felicità futura in un altro mondo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La ingiuria eccita in tutti gli animi il desiderio di vederla punita, ma negli alti il
          desiderio di punirla. (20. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Desiderar la vita, in qualunque caso, e in tutta l’estensione di questo desiderio, <pb
            ed="aut" n="830"/> non è insomma altro che desiderare l’infelicità; desiderar di vivere
          è quanto desiderare di essere infelice. (20. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non solamente è ridicolo che si pretenda la perfettibilità dell’uomo, in quanto alla
          mente, o a quello che vi ha riguardo, come ho detto in altro pensiero, ma anche in quanto
          ai comodi corporali<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Osservate in questo proposito che essendo certo non potersi perfezionare il corpo
              dell’uomo, anzi deperire nella civiltà, e quindi non darsi perfettibilità dell’uomo in
              quanto al corpo, (la quale infatti niuno asserì nè asserirebbe), tuttavia si sostiene
              la sua perfettibilità infinita in quanto all’animo (quando intorno al corpo, volendo
              anche prendere per perfezioni quelle che oggi si credono tali, e in natura sono la
              maggior parte il contrario, certo però la perfettibilità sarebbe finitissima).</p>
          </note>. Paiono oggi così necessari quelli che sono in uso, che si crede quasi impossibile
          la vita umana, senza di questi, o certo molto più misera, e si stimano i ritrovamenti di
          tali comodità, tanti passi verso la perfezione e la felicità della nostra specie, massime
          di certe comodità che sebbene lontanissime dalla natura, contuttociò si stimano essenziali
          e indispensabili all’uomo. Ora io non domanderò a costoro come abbian fatto gli uomini a
          viver tanto tempo privi di cose indispensabili; come facciano oggi tanti popoli di
          selvaggi; parecchi ancora de’ nostrali e sotto a’ nostri occhi, tuttogiorno. (anzi ancora
          quegli stessi più che mai assuefatti a tali cose pretese indispensabili, quando per mille
          diversità di accidenti, si trovano in circostanza di mancarne, alle volte anche
          volontariamente.) I quali tutti, in luogo di accorgersi della loro infelicità, hanno anzi
          creduto <pb ed="aut" n="831"/> e credono e si accorgono molto meno di essere infelici, di
          quello che noi facciamo a riguardo nostro: e molto meno lo erano e lo sono, sì per questa
          credenza, come anche indipendentemente. Non chiamerò in mio favore la setta cinica, e
          l’esempio e l’istituto loro, diretto a mostrare col fatto, di quanto poco, e di quante
          poche invenzioni e sottigliezze abbisogni la vita naturale dell’uomo. Non ripeterò che,
          siccome l’abitudine è una seconda natura, così noi crediamo primitivo quel bisogno che
          deriva dalla nostra corruzione. E che molti anzi infiniti bisogni nostri sono oggi reali,
          non solamente per l’assuefazione, la quale, com’è noto, dà o toglie la capacità di questo
          o di quello, e di astenersi da questo o da quello; ma anche senza essa per lo
          indebolimento ed alterazione formale delle generazioni umane, divenute oggidì bisognose di
          certi aiuti, soggette a certi inconvenienti, e quindi necessitose di certi rimedi, che non
          avevano alcun luogo nella umanità primitiva. Così la medicina, così l’uso di certi cibi,
          di vesti diversificate secondo le stagioni, di <pb ed="aut" n="832"/> preservativi contra
          il caldo, il freddo ec. di chirurgia ec. ec. Lascerò tutte queste cose e perchè sono state
          dette da altri, e perchè potrebbero deridermi come partigiano dell’uomo a quattro gambe.
          Solamente ripeterò quel ragionamento che ho usato nella materia della perfettibilità
          mentale. Dunque se tutto questo era necessario o conveniente alla perfezione e felicità
          dell’uomo, come mai la natura tanto accurata e finita maestra in tutto, glielo ha non solo
          lasciato ignorare, ma nascosto, quanto era in lei? Diranno che la natura avendo dato a un
          vivente le facoltà necessarie, ha lasciato a lui che con queste facoltà ritrovasse e si
          procacciasse il bisognevole, e che all’uomo ha lasciato più che al bruto, perchè a lui
          diede maggiori facoltà, e così proporzionatamente ha fatto secondo le maggiori o minori
          facoltà negli altri bruti. Altro è questo, altro è mettere una specie di viventi in una
          infinita distanza da quello che si suppone necessario al suo ben essere, e alla perfezione
          della sua esistenza. Altro è permettere anzi volere e disporre che infinito <pb ed="aut"
            n="833"/> numero, che moltissime generazioni di questi viventi restassero prive o
          affatto o in massima parte di cose necessarie alla loro perfezione. Altro è mettere nel
          mondo il detto vivente tutto nudo, tutto povero, tutto infelice e misero, col solo
          compenso di certe facoltà, per le quali, solamente dopo un gran numero di secoli, sarebbe
          arrivato a conseguire qualche parte del bisognevole a minorare l’infelicità di una vita il
          cui scopo non è assolutamente altro che la felicità. Altro è ordinare le cose in modo che
          gran parte di questa specie (come tanti selvaggi poco fa scoperti, o da scoprirsi) dovesse
          restare fino al tempo nostro, e chi sa fino a quando, appresso a poco nella stessa
          imperfezione e infelicità primitiva (il che si può applicare anche alla pretesa
          perfettibilità della mente e delle varie facoltà dell’uomo). E tutto ciò in una specie
          privilegiata, e che si suppone la prima nell’ordine di tutti gli esseri. Bel privilegio
          davvero, ch’è quello di veder tutti gli altri viventi conseguire immediatamente la loro
          relativa perfezione <pb ed="aut" n="834"/> e felicità, senza stenti, nè sbagli, ed essa
          intanto per conseguire la propria, stentare, tentare mille strade, sbagliare mille volte,
          e tornare indietro, e finalmente dovere aspettare lunghissimo ordine di secoli, per
          conseguire in parte il detto fine. Osserviamo quanti studi, quante invenzioni, quante
          ricerche, quanti viaggi per terra e per mare a remotissime parti, e combattendo infiniti
          ostacoli, sì della fortuna, sì (ch’è più notabile) e massimamente della natura, per
          ridurci, quanto al corpo, nello stato presente, e proccurarci di quelle stesse cose che
          ora si stimano essenziali alla nostra vita. Osserviamo quante di queste, ancorchè già
          ritrovate, abbiano bisogno ancora dei medesimi travagli infiniti per esserci procacciate.
          Osserviamo quanto ancora ci manchi, quanto sia di scoperta recentissima o assolutamente o
          in comparazione dell’antichità della specie umana; quanto ogni giorno si ritrovi, e quanto
          si accrescano le cognizioni pretese utili alla vita, anche delle più essenziali (come in
          chirurgia, medicina ec.); quante cose si ritroveranno e verranno poi in uso, che a noi
          avranno mancato, e che i nostri <pb ed="aut" n="835"/> posteri giudicheranno tanto
          indispensabili, quanto noi giudichiamo quelle che abbiamo. Domando se tutta questa serie
          di difficilissimi mezzi conducenti al fine primario della natura ch’è la felicità e
          perfezione delle cose esistenti e il loro <emph>ben</emph> essere, e massime de’ viventi,
          e de’ primi tra’ viventi, entravano nel sistema, nel disegno, nel piano della natura,
          nell’ordine delle cose, nella primordiale disposizione e calcolo relativamente alla specie
          umana. Domando se nel piano nell’ordine nel calcolo de’ mezzi conducenti al fine
          essenziale e primario, ch’è la felicità e perfezione, mezzi per conseguenza necessari
          ancor essi, v’entrava anche il caso. Ora è noto quante scoperte delle più sostanziali in
          questo genere, e dell’uso il più quotidiano, e di effetti e applicazioni rilevantissime,
          non le debba l’uomo se non al puro e semplice caso. Dunque il puro e semplice caso entrava
          nel sistema primordiale della natura; dunque ella lo ha calcolato come mezzo necessario;
          dunque <pb ed="aut" n="836"/> ella ne ha fatto dipendere il fine essenziale e primario;
          dunque si è contentata che non accadendo il tale e tale altro caso, o non accadendo in
          quel tal modo ec. ec. o accadendo bensì quello ma non questo ec. la specie umana, la
          maggiore delle sue opere, restasse imperfetta e infelice, e priva del fine della sua
          esistenza, e similmente tutte quelle parti dell’ordine delle cose che dipendono o hanno
          stretta connessione colla specie umana.</p>
        <p>Bisogna osservare che la sfera del caso si stende molto più che non si crede.
          Un’invenzione venuta dall’ingegno e meditazione di un uomo profondo, non si considera come
          accidentale. Ma quante circostanze accidentalissime sono bisognate perchè quell’uomo
          arrivasse a quella capacità. Circostanze relative alla coltura dell’ingegno suo; relative
          alla nascita, agli studi, ai mezzi estrinseci d’infiniti generi, che colla loro
          combinazione l’han fatto tale, e mancando lo avrebbero reso diversissimo (onde è stato
          detto che l’uomo è opera del caso); relative alle scoperte e cognizioni acquistate da
          altri prima <pb ed="aut" n="837"/> di lui, acquistate colle medesime accidentalità, ma
          senza le quali egli non sarebbe giunto a quel fine; relative all’applicazione determinata
          della sua mente a quel tale individuato oggetto ec. ec. ec. Nello stessissimo modo
          discorrete di una scoperta fatta p. e. mediante un viaggio, mediante un’Accademia, una
          intrapresa pubblica, o regia ec. la quale scoperta si suol mettere del tutto fuori della
          sfera degli accidenti. E vedrete che siccome da una parte la sfera del caso, in tutte le
          cose, massime umane, si stende assai più che non si crede, così d’altra parte, o tutte o
          il più di quelle invenzioni ec. che ora sono d’uso creduto di prima necessità, ed
          essenziale alla vita umana, sono effettivamente dovute al caso. Paragonate ora questa
          incredibile negligenza della natura, nell’abbandonare a un mezzo sì incerto lo scopo
          primario della primaria specie di viventi, cioè la felicità dell’uomo; con quella certezza
          e immancabilità di mezzi che la natura ha adoperata per tutti gli altri suoi fini,
          ancorchè di minore importanza: e giudicate se si possa mai supporre <pb ed="aut" n="838"/>
          per vera. (21. Marzo 1821.). V. p. 870. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto più l’indole, la struttura, l’andamento di una lingua, è conforme alle regole
          naturali, semplice, diritto ec. tanto più quella lingua è adattata alla universalità. E
          per lo contrario tanto meno, quanto più ella è figurata, composta, contorta, quanto più
          v’ha nella sua forma di arbitrario, di particolare e proprio suo, o de’ suoi scrittori ec.
          non della natura comune delle cose. Le prime qualità spettano per eccellenza alla lingua
          francese, quantunque la lingua italiana le possieda molto più della latina, anzi senza
          confronto; tuttavia in esse (e felicemente) cede alla francese, come tutte le lingue
          moderne Europee, quantunque nessuna di queste ceda in esse qualità alla latina, anzi la
          vinca di gran lunga, e neppure alla greca.</p>
        <p>Come queste qualità giovino alla universalità di una lingua, è manifesto già per se
          stesso, ma lo sarà anche più per le segg. considerazioni. Un effetto naturale di dette
          qualità, è che il linguaggio degli scrittori, o nulla <pb ed="aut" n="839"/>
          <add resp="ed">o</add> poco differisca dal familiare, e comune alla nazione. Così accade
          alla Francia, il contrario in Italia, il contrarissimo nel latino. Questo effetto cagiona
          che, quella stessa lingua che si parla trovandosi scritta, 1. se ne dimezzi per così dire
          la difficoltà: 2. le persone volgari, o la conversazione qualunque alta o bassa dei
          parlatori di quella lingua, sia tanto buona maestra e propagatrice di essa presso gli
          stranieri, fuori o dentro il paese, come lo possano essere gli scrittori: 3. e per lo
          contrario gli scrittori lo siano tanto, quanto i negozianti, i viaggiatori, e chiunque
          parla quella lingua cogli stranieri, sì nel suo proprio paese come fuori: 4. quindi e i
          parlatori e gli scrittori propaghino tutti unitamente una sola e stessa lingua ovvero
          linguaggio; o vogliamo dire due linguaggi così poco differenti, che inteso qualsivoglia
          de’ due, senza nessuna fatica s’intenda e si parli anche l’altro. Effetto notabilissimo:
          perchè l’influenza degli scrittori è somma nel propagare una lingua; ma d’altra parte per
          mezzo degli scrittori, non può mai divenire <pb ed="aut" n="840"/> universale, se da essi
          non s’impara a parlarla cioè usarla; ed allora potrà esser divulgata per solo studio e
          ornamento, com’era una volta l’italiana: l’influenza de’ parlatori è somma, ma minore
          assai, se non cospira con quella degli scrittori, se per mezzo di essa non si viene a capo
          di mettersi in relazione col resto della nazione, colla totalità per così dire di essa, il
          che non si può fare se non per mezzo degli scrittori, e tanto più, quanto più questi sono
          divulgati intesi e letti dalla totalità della nazione, e non dalla sola classe letterata.
          La unione di queste due influenze, partorisce dunque un effetto massimo. Lo straniero di
          qualunque condizione, per qualunque circostanza, per qualunque inclinazione, per qualunque
          professione, per qualunque mezzo, per qualunque fine, abbia dovuto, abbia voluto, si sia
          abbattuto ad apprendere quella lingua, è padrone di tutta quanta ella è, di parlarla e
          intender chi la parla, di leggerla, di scriverla, di usarla comunque le aggrada, nella
          conversazione, nel commercio, e al tavolino; di mettersi in communicazione con tutta <pb
            ed="aut" n="841"/> quella nazione che la parla o scrive, e con tutti quegli stranieri
          che l’adoprano in qualunque modo e per qualunque motivo. Il letterato che l’ha appresa per
          istruirsi, e per conoscere quella letteratura; il negoziante che l’ha appresa per usi di
          mercatura; quegli che l’ha appresa senza studio, e per sola pratica o de’ nazionali, o de’
          forestieri ec. ec. tutti sono appresso a poco nello stesso grado, ed hanno gli stessi
          vantaggi.</p>
        <p>Questi effetti risultano dalla parità di linguaggio fra gli scrittori e la nazione, e
          risultano in maggiore o minor grado, in proporzione che la causa è maggiore o minore. In
          Francia è grandissima, e non solo la detta parità di linguaggio, ma anche la effettiva
          popolarità e nazionalità degli scrittori e della letteratura. In Italia oggidì (che nel
          trecento era tutto l’opposto) la lingua scritta degli scrittori, sebbene differisca dalla
          parlata molto meno che fra’ latini, tuttavia differisce, credo, più che in qualunque altro
          paese culto, certamente Europeo. <pb ed="aut" n="842"/> E questo forse in parte cagiona la
          nessuna popolarità della nostra letteratura, e l’essere gli ottimi libri nelle mani di una
          sola classe, e destinati a lei sola, ancorchè pel soggetto non abbiano a far niente con
          lei. Il che però deriva ancora dalla nessuna coltura, e letteratura, e dalla intera
          noncuranza degli studi anche piacevoli, che regna nelle altre classi d’Italia; noncuranza
          che deriva finalmente dal mancare in Italia ogni vita, ogni spirito di nazione, ogni
          attività, ed anche dalla nessuna libertà, e quindi nessuna originalità degli scrittori ec.
          Queste cagioni influiscono parimente l’una sull’altra, e nominatamente sulla disparità
          della lingua scritta e parlata, e tutte con iscambievoli effetti contribuiscono sì a tener
          lontano dall’Italia ogni spirito di patria, ogni vita, ogni azione; sì ad impedire ogni
          originalità degli scrittori; sì finalmente a mantenere la intera divisione che sussiste
          fra la classe letterata e le altre, fra la letteratura e la nazione italiana. Nel
          cinquecento, e anche durante il seicento, sebbene la lingua scritta italiana, si <pb
            ed="aut" n="843"/> fosse allontanata dalla parlata, molto più che nel trecento (non però
          quanto oggidì), tuttavia la letteratura continuava ancora in grandissima relazione colle
          classi, se non volgari, certo non di professione letterata, e quindi anche passava agli
          stranieri. E ciò, parte perchè la nazione conservava ancora un sentimento, uno spirito
          patrio, un’azione, una vita, e gli scrittori bastante libertà ed originalità; parte perchè
          l’italiano che si parlava, era italiano ancora, più o meno, e non barbaro, come oggidì,
          che volendo scrivere come si parla, non si scriverebbe italiano, anzi appena si
          riuscirebbe a farsi intendere alla stessa nazione. Ed allora lo studio della lingua era
          più diffuso, e la letteratura parimente, e più viva e in movimento, e maggiore il numero
          dei letterati di professione, e degli scrittori buoni, e di quelli che senza esser
          letterati, aveano tanta letteratura quanto basta per essere buon lettore, e per curarsi di
          leggere. E gli argomenti che si trattavano erano più nazionali, più importanti, più nuovi,
            <pb ed="aut" n="844"/> più propri dello scrittore ec. brevemente c’era un altro spirito
          letterario e negli scrittori e nella nazione.</p>
        <p>Dall’applicazione di questi principii alle lingue moderne, passiamo alle lingue antiche.
          Che la forma e struttura di una lingua fosse così ragionevole, così conforme alla stretta
          verità ed ordine delle cose, come lo può essere in qualche lingua moderna, non era
          possibile fra gli antichi, dove regnava molto più l’immaginazione, che la secca e infelice
          ragione. Non bisogna dunque nelle ragioni della universalità di una lingua antica,
          ricercar troppa conformità, con quelle che richiedonsi allo stesso effetto in una lingua
          moderna. Una lingua antica poteva essere adattata alla universalità fino a un certo segno,
          e conseguirla, ma non mai quanto una moderna. La lingua greca sebbene più figurata non
          solo della francese, ma della italiana (dico della italiana che non pecchi di troppa, e a
          lei non naturale conformità col latino andamento, come peccò alle volte nel 500. al
          contrario <pb ed="aut" n="845"/> del 300, e della sua vera indole) contuttociò era nella
          sua primitiva qualità, di una forma, se non ragionevole, naturalissima però, e
          semplicissima, e facilissima. Sino a tanto ch’ella mantenne il suo vero genio, mantenne
          anche queste proprietà. Le mantenne in Erodoto, in Senofonte, negli Oratori Attici, e
          generalmente più o meno in tutti gli scrittori degli ottimi suoi secoli sempre appresso a
          poco, in proporzione dell’antichità rispettiva. Gli scrittori che successero a questi,
          benchè buoni ancor essi, benchè lontani dalla turgidezza, dall’arguzia, dalla decisa
          oscurità, dalla soverchia intralciatura, dalla immodestia dello stile e della lingua,
          allontanarono però moltissimo la lingua greca, da quella nativa, nuda, schietta,
          spontanea, facile bellezza e grazia de’ suoi ottimi e primi scrittori, e sforzarono la sua
          primitiva natura ed indole, accostandola piuttosto alla struttura latina, che alla propria
          sua. Questo si nota in Polibio, in Dionigi d’Alicarnasso, ma molto più ne’ susseguenti,
          come in Luciano, molto più e soprattutto in Longino. Scrittori elegantissimi, <pb ed="aut"
            n="846"/> di eleganza non affettata, non impura, non corrotta, non malsana, ma diversa
          da quella semplicissima eleganza dell’antica lingua greca, e se non contraria e
          ripugnante, certo rimota dall’indole e dal costume suo primitivo: nello stesso modo che si
          può dire di alcuni cinquecentisti modellatisi forse troppo sui latini, e non perciò
          corrotti, nè affettati, nè ripugnanti all’indole della lingua italiana, ma diversi dal di
          lei primitivo costume manifestato nei trecentisti; appresso i quali la lingua italiana,
          come somiglia moltissimo nell’andamento alla greca, così ebbe poi a patire quella stessa,
          benchè per se medesima non cattiva, diversificazione che patì, come ho detto, la lingua
          greca; e come questa, cessare appoco appoco da quella parità di linguaggio ch’era tra gli
          scrittori e la nazione, nell’una e nell’altra lingua, come della greca lo dirò poi. Di
          facilissima ch’era l’antica scrittura greca, divenne appoco a poco, se non oscura, certo
          difficile, essendo declinata in quell’idioma lavorato ed ornato, che o nello stesso <pb
            ed="aut" n="847"/> tempo, o poco prima o dopo, divenne proprio de’ latini, da’ quali io
          non discrederei che fosse passato quel costume e quel gusto ai greci (ma bisognerebbe
          esaminare gli scrittori greci intermedii fra Demostene, e quelli che furono ai tempi
          Romani); sebben potesse molto naturalmente nascere dallo studio, dagli Atticisti che
          uscivan fuori, dal ridursi la cosa a regola, e la eleganza a misura e meditazione, e
          ricerca ec. Longino, sebbene fioritissimo delle possibili eleganze e gentilezze della
          lingua greca, le ricerca tanto, e le accumola (senza però affettazione), che si trovano
          più frasi e modi figurati in lui che in dieci antichi greci tutti insieme; e sì per questo
          sì per la struttura intrecciata, composta, manipolata dell’orazione; la lunghezza, e
          strettissima e fortissima legatura de’ periodi, le ambagi ec. riesce tanto difficile
          quanto i più difficili e lavorati scrittori latini. Ai quali egli somiglia tanto, che,
          massime vedendolo studioso di Cicerone, non dubito, quanto a lui, che quello scrivere non
          gli sia derivato dai latini, e ch’egli non abbia o voluto trasportare, <pb ed="aut"
            n="848"/> o (come si fosse) trasportato l’indole e gli spiriti latini nella lingua
          greca, quanto però questa lo comportava; perchè a ogni modo, come faranno sempre tutte le
          lingue, ella conserva anche presso lui, il suo sembiante diverso dall’altrui. Non dirò
          niente de’ Sofisti, e degli altri scrittori dell’infima letteratura greca, anche di quella
          letteratura già moriente e disperata (come ai tempi di Teofilatto Arcivescovo di
          Bulgaria). I quali quando volevano stare davvero sull’attillato, scrivevano in modo che
          unita alla viziosa e corrotta ricercatezza, arguzia, e oscurità dello stile, la
          ricercatezza, e attortigliamento, e tortuosità della lingua, sono di tanta difficoltà ad
          intenderli, di quanto poco uso ad averli intesi.</p>
        <p>Questa declinazione della lingua greca dal suo primo sentiero, e costume ed indole, si
          può far manifesto ancora considerando la lingua d’Isocrate. Il quale è tanto famoso per la
          delicatissima cura che poneva nella scelta e collocazione delle parole, nella struttura ed
          armonia de’ periodi, che si potrebbe credere ch’egli, quantunque pel tempo appartenga a
          quegli <pb ed="aut" n="849"/> antichi scrittori ch’io ho distinto da’ più moderni, pel
          carattere però della sua lingua appartenesse piuttosto a quegli ultimi. E pure la sua
          cura, qualunque fosse, è così nascosta, la sua lingua, la collocazione e l’ordine delle
          sue parole, la struttura de’ periodi, e dell’orazione, così facile, piana, semplice,
          naturale, spontanea, che non solo non si allontana dalla primitiva indole della sua
          lingua, ma riesce anche più chiaro e facile e stralciato di parecchi altri degli ottimi; e
          certo non meno di veruno di essi. Tanto che a paragonare Isocrate stimato l’elegantissimo
          e l’accuratissimo degli ottimi scrittori greci, col meno elegante e lavorato de’ buoni, si
          troverà questo, molto più difficile, e men piano e svolto di lui. Sicchè, come da
          Senofonte ed Erodoto conosciamo qual fosse la semplicità e la soavità, da Tucidide e
          Demostene la forza e il nervo di quella antica lingua greca, così da Isocrate conosciamo
          qual ne fosse la eleganza, e la galanteria; e quanto diversa da quella che sotto questo
          nome fu introdotta <pb ed="aut" n="850"/> ne’ secoli e dagli scrittori ancor buoni e
          notabilissimi, ma non ottimi, della greca letteratura.</p>
        <p>Finchè questa dunque durò nel suo primo ed ottimo stato, la diversità fra la lingua
          parlata e scritta, fu piccola, e, credo io, non molto maggiore di quella che ora sia in
          Francia. Prova ne può essere fra le altre molte l’aver letto Erodoto la sua storia al
          popolo, e averne riscosso quegli applausi nazionali che tutti sanno. Cosa che non sarebbe
          avvenuta, se (posta nel rimanente la parità delle circostanze) il Guicciardini avesse
          letta la sua storia alla moltitudine. E se T. Livio o Tacito avessero fatto lo stesso, non
          al cospetto di giudici scelti e intelligenti, ma avendo per giudice, o anche avendo ad
          esser giudicati da alcuni pochi, ma applauditi però con entusiasmo dalla moltitudine,
          crediamo noi che vi sarebbero riusciti? Quanto alle Orazioni de’ famosi oratori latini,
          dette nella concione, ognuno sa, che le scritte erano diverse dalle recitate, e però da
          quelle che abbiamo di Cicerone non possiamo argomentare che <pb ed="aut" n="851"/> quello
          stesso linguaggio egli usasse col popolo.</p>
        <p>Sì dunque la naturalezza, semplicità e facilità di forma della lingua greca, tanto negli
          antichi scrittori, quanto nella nazione; sì la quasi uniformità di linguaggio che ne
          seguiva fra i detti scrittori, e il popolo, come questa era effetto di quella, così
          ambedue unitamente contribuivano a rendere la lingua greca adattata alla universalità;
          adattata dico in proporzione dei tempi, non quanto bisognerebbe esserlo oggidì, nè quanto
          lo è la francese, chè oggidì una lingua per essere universale, ha bisogno di essere arida
          e geometrica, e la greca era floridissima e naturalissima; di essere ristretta, e la greca
          era larghissima e ricchissima; di essere non bella, e la greca era bellissima. Perciò la
          greca non era, e nessuna bella e naturale lingua lo potrà esser mai, pienamente nè
          stabilmente universale; ma, sì per le dette ragioni, sì per le recate in altro pensiero,
          serviva a quella universalità lassamente <pb ed="aut" n="852"/> considerata, e non
          assolutamente, che poteva convenire ad un tempo, dove nè la ragione, nè le cognizioni
          esatte, nè la filosofia, nè l’esattezza assolutamente, nè il commercio scambievole delle
          nazioni, e de’ loro individui fra essi, avevano fatto progressi paragonabili in grandezza
          nè in estensione agli odierni. E si può anche notare, che siccome erano ancora i tempi
          della immaginazione e non della ragione, così (sebben quella è varia, e questa monotona, e
          uniforme dappertutto) contuttociò quella stessa immaginazione che regolava quella lingua
          fra i greci, poneva anche gli altri popoli, ancora governati dalla immaginazione, in grado
          di adattarsi senza troppa difficoltà a quella lingua, come conforme al carattere di que’
          secoli, e di trovare corrispondente alla propria inclinazione, la naturalezza di quella
          lingua (parola che io intendo qui di opporre alla ragionevolezza e geometria, e di
          adoperarla in questo senso).</p>
        <p>Egli è evidente che quanto più l’andamento di una lingua è naturale semplice facile, e
          non capriccioso presso gli scrittori, <pb ed="aut" n="853"/> tanto più si conforma al
          carattere della favella usuale e popolare. E che siccome queste qualità di una lingua, la
          rendono più o meno atta alla universalità, così anche alla detta conformità fra il parlato
          e lo scritto, conformità dalla quale di nuovo nasce una grande attitudine alla
          universalità. Perchè la favella del popolo, sebbene immaginosa ordinariamente e in
          qualunque nazione, è però sempre semplice, piana, facile, o inclina sempre a queste
          qualità, ed alla naturalezza dell’ordine, e si allontana dal lavorato, dall’arbitrario, da
          tutto quello che deriva puramente dall’individuo o da una data classe d’individui, e non
          dalla natura e delle cose e del popolo: natura che sebben diversa dalla ragione, e molto
          più varia e copiosa e rigogliosa della ragione; tuttavia presso a poco si rassomiglia da
          per tutto e in tutti i popoli. Onde il linguaggio comune di qualunque popolo, massime
          relativamente a quelle nazioni che appartengono ad una stessa classe (come le nazioni
          colte di Europa) e formano quasi una famiglia; un tal linguaggio <pb ed="aut" n="854"/>,
          dich’io, per lo meno dentro i limiti di quella tal famiglia di nazioni, è sempre per se
          medesimo, e astraendo dalle circostanze particolari, adattato più o meno alla
          universalità. Non così quello degli scrittori, i quali bene spesso allontanandosi appoco
          appoco dall’andamento popolare della loro lingua, si allontanano altresì dal carattere
          universale. E così la lingua scritta di questa o quella nazione, prendendo appoco appoco
          un andamento proprio, e qualità proprie e speciali, per questa proprietà e specialità, si
          viene allontanando più o meno dalla linea universalmente riconosciuta, ed allontana dalla
          universalità la loro lingua che vi era naturalmente adattata. Giacchè siccome la lingua
          della nazione influisce su quella dello scrittore, così anche la scritta sulla parlata.
          Talmente che anche la lingua popolare di una nazione, sebbene senza fallo adattata
            <emph>da principio</emph> alla universalità, può e viene effettivamente perdendo più o
          meno, o scemando la sua disposizione a questa qualità. <pb ed="aut" n="855"/>
        </p>
        <p>Il detto effetto degli scrittori, e diversificazione della lingua scritta, dall’andamento
          naturale della lingua, accadde in Grecia, ma tardi, e dopo i loro sommi scrittori. Non è
          accaduto in Francia. È seguito in Italia dal cinquecento in poi. Seguì in Roma, nella
          prima stabile formazione della lingua latina scritta, e per opera de’ primi veramente
          classici di quella nazione. Del che resta a parlare.</p>
        <p>I primi scrittori latini, ancorchè perduti, pur si conosce dai loro frammenti, o da quel
          poco che ne resta comunque, che, al pari di tutti i primi scrittori di qualunque lingua,
          avevano un andamento naturale e semplice, che si accosta al vero e antico genio della
          lingua greca, a quello dell’antica lingua italiana, ossia del trecento; e per conseguenza
          anche al loro linguaggio nazionale e parlato. Il che si dimostra anche per altre ragioni,
          quando non bastasse la semplice e facile loro andatura per convincere che non si
          scostavano molto dal latino volgare. <pb ed="aut" n="856"/> Una delle quali ragioni, o
          argomenti e conghietture (giacchè del latino non ci resta il parlato, ma il solo scritto),
          si è il trovare in essi buon numero di parole, modi, forme, che non si trovano negli
          autori dell’aurea latinità, e che pure son passate, o somigliano alle passate nella nostra
          lingua, derivata in gran parte (come con grandi ragioni si prova) dal volgare latino. E in
          genere si trova ne’ detti antichi latini gran conformità (anche in piccole minuzie e
          materialità, fino di ortografia) coll’italiano, e molto maggiore, che ne’ seguenti latini
          scrittori.</p>
        <p>Ma o provenisse dalla differenza dei tempi fra l’ottima letteratura greca e la latina
          (che certo la greca venne a tempi di maggior naturalezza, anzi gli ottimi suoi secoli
          furono compagni degli ottimi tempi della greca repubblica, laddove quelli della latina
          furono contemporanei precisamente della declinazione e corruzione morale e politica del
          popolo romano, avvenuta per l’eccesso di civiltà, e questo per l’eccesso di potere); o
          provenisse da <pb ed="aut" n="857"/> questo che i greci formarono da se la loro
          letteratura e il loro gusto, e quindi più naturalmente, laddove i latini la formarono
          sopra quella dei greci (onde ella fu tutto parto di studio, trovò al suo stesso nascere
          l’arte già formata e insignorita dello scrivere, e fece per l’aiuto l’esempio, e
          l’insegnamento di una nazione straniera, così rapidi progressi, che la natura appena ebbe
          scarsissimo tempo di precedere l’arte, e la letteratura latina fu subito e intieramente in
          balia delle regole, e dichiaratamente artifiziale, e polita: oltre che la stessa arte
          anche in Grecia, piuttosto declinava già all’eccessivo, di quello che lasciasse più niente
          alla natura: onde la letteratura latina superò immantinente a gran distanza, quella della
          Grecia contemporanea, com’è naturale che in un paese dove la letteratura è recente, ella
          non declini prima di essere stata ottima, e l’eccesso dell’arte non abbia luogo, prima <pb
            ed="aut" n="858"/> che lo abbia avuto il di lei giusto grado: nel quale però durò poco
          appo i latini, e la loro letteratura come fu rapida in salire, così nello scendere: e ciò
          per la condizione de’ tempi già precipitanti lungi dalla natura, il torrente della civiltà
          che ingrossava e tagliava i nervi alla grandezza e alla forza della specie umana; il
          contagio dell’arte già passata nella Grecia al di là della maturità, sì nel resto, come
          nello scrivere; e la circostanza che la letteratura latina tardò tanto da cominciare
          quando restava poco tempo a poter durare in buon essere, poco tempo alla forza alla
          grandezza, alla vera vita degli uomini, poco tempo all’imperio della natura, e delle
          facoltà vitali dell’uomo, quando era imminente la corruzione e il precipizio della
          società, di Roma, delle nazioni civili, della libertà, del mondo) da quale di queste
          cagioni provenisse, o da ambedue insieme, il fatto sta che appena la lingua latina scritta
          prese forma stabile, e acquistò <pb ed="aut" n="859"/> perfezione, si allontanò dalla
          parlata più di quello che mai facesse lingua colta del mondo; pose e creò una somma
          distinzione fra la lingua degli scrittori, e quella del popolo; si allontanò quanto mai si
          possa dire dall’andamento e struttura naturale e comune e universale del discorso (senza
          però opporsi alla natura): e per tutte queste ragioni la lingua latina, non ostante
          l’estesissima diffusion della nazione, divenne la meno adattata alla universalità che mai
          si vedesse: e non ottenne, seppur vogliamo credere o dire che mai l’ottenesse, questa
          universalità, se non quando fu imbarbarita; e perduta la sua proprietà, la lingua scritta
          si confuse un’altra volta colla parlata, prese tante forme e caratteri, quanti popoli e
          scrittori l’adoperarono, e divenne piuttosto una famiglia di lingue tutte barbare, che una
          lingua universale nè colta. Il che presto accadde, e durò fino al nascere <pb ed="aut"
            n="860"/> delle sue figlie, o piuttosto fino al crescere che queste fecero, e al
          separarsi da lei, perchè per lungo tempo (siccome accade in tutte le lingue figlie) non si
          poterono considerare se non come parte di quella famiglia di lingue barbare contenute
          nella latina, smembrandosi questa e facendosi in brani, come il grande imperio della sua
          nazione, e contemporaneamente al di lui misero <emph>diflusso</emph>.</p>
        <p>Del resto la lingua latina scritta ne’ primi veri e formati classici di essa, fu ridotta
          a tale artifizio, squisitezza, tortuosità, intrecciatura, composizione, lavoro, circuito,
          tessitura di periodi, obliquità di costruzione ec.;acquistò subito così stretta proprietà
          di modi, di frasi, di voci, proprietà inviolabile senza offesa formale della lingua; tanto
          precisa distinzione nell’uso de’ suoi sinonimi, ossia delle innumerabili voci destinate
          alla significazione delle <foreign lang="fre" rend="italic">nuances</foreign> di uno
          stesso oggetto; che quella lingua contenne il più di eleganza arbitraria che mai si
          vedesse, fu opera espressa dello scrittore più che qualunque altra; abbisognò di sì <pb
            ed="aut" n="861"/> profonda, sottile, minuta, esatta, e determinata cognizione non solo
          della sua indole, ma di ciascun modo, frase, parola, a volerla trattare senza offendere la
          sua sì propria e individuale e arbitraria altrettanto che definita proprietà; che
          allontanandosi estremamente dal volgare, e formando subito due lingue separate, cioè la
          scritta e la parlata, s’impossibilitò ancora, sì per questa, sì per quelle ragioni, alla
          universalità. Alcuni scrittori latini, che anche nel tempo della perfezionata loro lingua
          letterata, si accostarono un poco più degli altri ai loro antichi scrittori, o al popolo,
          e conservarono maggiormente l’antico carattere della lingua; si accostarono altresì più
          degli altri agli ottimi greci, furono più semplici, più facili e piani, meno contorti e
          lavorati ec. e si avvicinarono ancora al genio futuro della lingua italiana. Tali furono
          Cesare, Cornelio Nipote, e sopra tutti Celso, del quale vedi quello che ho notato altrove,
            <pb ed="aut" n="862"/> della gran somiglianza che ha, sì col greco, sì massimamente
          coll’italiano, tanto nell’andamento, come nelle minute forme, frasi, voci. E dovunque si
          trova nei latini scrittori, un tantino di quel candore e di quella grazia nativa, che non
          fu mai proprio della loro letteratura (eccetto i primi e non perfetti scrittori); si trova
          altresì maggiore e notabile somiglianza col carattere della lingua greca, e della nostra,
          e quindi anche del volgare latino, da cui la nostra è derivata, e a cui non dubito che
          Celso non si accostasse notabilmente, e più che ogni altro Classico conosciuto del secolo
          d’oro o d’argento. Tuttavia anche in questi scrittori medesimi, si trova sempre un’aria di
          maggior coltura, una lingua più lavorata, più nitida, meno semplice, meno piana e naturale
          che quella degli ottimi greci, anzi in tal grado che non è possibile mai di confonderli
          con questi. E certo quel candore, quella nuda venustà de’ greci, e anche <pb ed="aut"
            n="863"/> (ma quanto alla sola lingua) de’ nostri trecentisti, non fu mai propria della
          scrittura e letteratura latina, se non forse della primitiva. E verisimilmente non la
          comportava il carattere della nazione romana, assai più grave che graziosa, e quantunque
          naturale e semplice anch’essa (come tutte le antiche, non ancora, o non del tutto
          corrotte, e massime come tutte le nazioni libere e forti e grandi) tuttavia, padrona
          piuttosto della natura, di quello che amante e vagheggiatrice, come la nazione greca.
          (21-24. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come la proprietà delle parole è ben altro che la secchezza e nudità di ciascuna, così
          anche la semplicità e naturalezza e facilità della struttura di una lingua e di un
          discorso, è ben altro che l’aridità e geometrica esattezza di esso. Così distinguete il
          carattere dell’ottima e antica scrittura greca da quello della moderna e riformata
          francese. Così quello dell’ottima e antica e propria lingua e scrittura italiana, sì da
          quello della <pb ed="aut" n="864"/> francese, sì da quello dell’odierna italiana. La quale
          quando anche non fosse barbara per le parole, modi ec. è barbara pel geometrico, sterile,
          secco, esatto dell’andamento e del carattere. Barbara per questo, tanto assolutamente,
          quanto relativamente all’essere del tutto straniera e francese, e diversa dall’indole
          della nostra lingua; ben altra cosa che lo straniero de’ vocaboli o frasi, le quali
          ancorchè straniere non sono essenzialmente inammissibili, nè cagione assoluta di barbarie;
          bensì l’indole straniera in qualunque lingua è sostanzialmente barbara, e la vera cagione
          della barbarie di una lingua, che non può non esser barbara, quando si allontana, non
          dalle frasi o parole, ma dal carattere e dall’indole sua. E tanto più barbaro è l’odierno
          italiano scritto, quanto il sapore italiano di certi vocaboli e modi per lo più ricercati
          ed antichi, e la cui italianità risalta e dà negli occhi; contrasta colla innazionalità ed
          anche coll’assoluta differenza del carattere totale della scrittura. (24. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="865"/> Lodo che si distornino gl’italiani dal cieco amore e imitazione
          delle cose straniere, e molto più che si richiamino e invitino a servirsi e a considerare
          le proprie; lodo che si proccuri ridestare in loro quello spirito nazionale, senza cui non
          v’è stata mai grandezza a questo mondo, non solo grandezza nazionale, ma appena grandezza
          individuale; ma non posso lodare che le nostre cose presenti, e parlando di studi, la
          nostra presente letteratura, la massima parte de’ nostri scrittori, ec. ec. si celebrino,
          si esaltino tutto giorno quasi superiori a tutti i sommi stranieri, quando sono inferiori
          agli ultimi: che ci si propongano per modelli; e che alla fine quasi ci s’inculchi di
          seguire quella strada in cui ci troviamo. Se noi dobbiamo risvegliarci una volta, e
          riprendere lo spirito di nazione, il primo nostro moto dev’essere, non la superbia nè la
          stima delle nostre cose presenti, ma la vergogna. E questa ci deve spronare a cangiare
          strada del tutto, e rinnovellare ogni cosa. Senza ciò non faremo <pb ed="aut" n="866"/>
          mai nulla. Commemorare le nostre glorie passate, è stimolo alla virtù, ma mentire e
          fingere le presenti è conforto all’ignavia, e argomento di rimanersi contenti in questa
          vilissima condizione. Oltre che questo serve ancora ad alimentare e confermare e mantenere
          quella miseria di giudizio, o piuttosto quella incapacità d’ogni retto giudizio, e
          mancanza d’ogni arte critica, di cui lagnavasi l’Alfieri (nella sua vita) rispetto
          all’Italia, e che oggidì è così evidente per la continua esperienza sì delle grandi
          scempiaggini lodate, sì dei pregi (se qualcuno per miracolo ne occorre) o sconosciuti, o
          trascurati, o negati, o biasimati. (24. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Che vuol dire che i così detti barbari, o popoli non ancora arrivati se non ad una mezza
          o anche inferiore civiltà, hanno sempre trionfato de’ popoli civili, e del mondo? I
          Persiani degli Assiri inciviliti, i greci de’ Persiani già corrotti, i Romani de’ greci
          giunti al colmo della civiltà, i settentrionali de’ Romani nello <pb ed="aut" n="867"/>
          stesso caso? Anzi che vuol dire che i Romani non furono grandi se non fino a tanto che
          furono quasi barbari? Vuol dire che tutte le forze dell’uomo sono nella natura e
          illusioni; che la civiltà, la scienza ec. e l’impotenza sono compagne inseparabili; vuol
          dire che il fare non è proprio nè facoltà che della natura, e non della ragione; e siccome
          quegli che fa è sempre signore di chi solamente pensa, così i popoli o naturali o barbari
          che si vogliano chiamare, saranno sempre signori dei civili, per qualunque motivo e scopo
          agiscano. Non dubito di pronosticarlo. L’Europa, tutta civilizzata, sarà preda di quei
          mezzi barbari che la minacciano dai fondi del Settentrione; e quando questi di
          conquistatori diverranno inciviliti, il mondo si tornerà ad equilibrare. Ma finattanto
          però che resteranno barbari al mondo, o nazioni nutrite di forti e piene e persuasive, e
          costanti, e non ragionate, e grandi illusioni, i popoli civili saranno lor preda. Dopo
          quel tempo, quando <foreign lang="fre" rend="italic">à son tour</foreign> la civiltà
          divenuta oggi sì rapida vasta e potente conquistatrice, non avrà più nulla da conquistare,
          allora o si tornerà alla barbarie, e se sarà possibile, alla natura per una nuova strada,
          e tutta opposta al naturale, cioè la strada dell’universale corruzione come ne’ bassi
          tempi; o io non so pronosticare più oltre quello che si dovrà aspettare. Il mondo allora
          comincerà un altro andamento, e quasi un’altra essenza ed esistenza. (24. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="868"/> Quella sentenza che gli uomini sono sempre i medesimi in tutti i
          tempi e paesi, non è vera se non in questo senso. I periodi che l’uomo percorre, e quelli
          di ciascuna nazione paragonati insieme, come i periodi de’ tempi fra loro, sono sempre
          appresso a poco uguali o somigliantissimi; ma le diverse epoche che compongono questi
          periodi, sono fra loro diversissime, e quindi anche gli uomini di quest’epoca, rispetto a
          quelli di quell’altra, e questa nazione oggi trovandosi in un’epoca, rispetto a
          quell’altra nazione che si trova in altra epoca. Come chi dicesse che l’orbita de’ pianeti
          è sempre la stessa, non però verrebbe a dire che il punto, l’apparenza in cui essi si
          trovano, fosse sempre una. I periodi della società si rassomigliano in tutti i tempi.
          Questo è un vero assioma. E l’eccessiva civiltà avendo sempre condotto i popoli alla
          barbarie, anzi precedutala immediatamente, anzi partecipato di essa; così accadrà anche
          ora, o il detto assioma riuscirà falso per la prima volta. Del resto che gli uomini sieno
          gli stessi in tutti i tempi, a non volerlo intendere, o emendare come io dico, è
          proposizione o falsa o ridicola. Falsa se si vuole estendere agli effetti delle facoltà
          umane, che ora sviluppate, ora <pb ed="aut" n="869"/> no, ora più, ora meno, ora
          attivissime, ora così sepolte nel fondo dell’animo da non lasciarsi scoprire nemmeno ai
          filosofi (come p. e. la sensibilità odierna negli antichi, e peggio ne’ primitivi, la
          ragione ec. ec.), hanno diversificato la faccia del mondo in maniera infinita, e in
          moltissime guise. Domando io se questi italiani d’oggi sono o paiono i medesimi che gli
          antichi; se il secolo presente si rassomiglia a quello delle guerre Persiane, o peggio,
          della Troiana. Domando se i selvaggi si rassomigliano ai francesi, se Adamo ci
          riconoscerebbe per uomini, e suoi discendenti ec. Ridicola se non vuole significare
          fuorchè questo, che l’uomo fu sempre composto degli stessi elementi e fisici e morali in
          tutti i tempi. (ma elementi diversamente sviluppati e combinati, come i fisici, così i
          morali). Cosa che tutti sanno. Le qualità essenziali non sono mutate, nè mutabili, dal
          principio della natura in poi, in nessuna creatura, bensì le accidentali, e queste per la
          diversa disposizione delle essenziali, che partorisce una diversità <pb ed="aut" n="870"/>
          rilevantissima, e quanto possa esser, notabile, in quelle cose, che sole naturalmente,
          possono variare. Questa proposizione dunque in quest’ultimo senso, sarebbe tanto
          importante quanto il dire che il mare, il sole, la luna sono le stesse in tutti i tempi
          ec. (lasciando ora una fisica trascendente che potrebbe negarlo, e ponendolo per vero,
          com’è conforme all’opinione universale). (25. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Intorno alla ragione proclamata, e alla tentata geometrizzazione del mondo, nella
          rivoluzione francese v. anche parecchie cose notabili, e qualche notizia e fatto
            nell’<title lang="fre">Essai sur l’indifférence en matière de Religion</title>
          nell’ultima parte del capo 10. (che abbraccierà una 20.na di pagg.) dove riduce le
          dottrine che ha esposte, all’esempio formale della rivoluzione francese, da quel periodo
          che incomincia <quote>
            <emph>Esisteva, sono già trent’anni, una nazione governata da una stirpe antica di
            re</emph>
          </quote> ec. sino alla fine del capo. (26. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 838. principio. Osservate ancora <pb ed="aut" n="871"/> quanti di quei mestieri
          che servono alla preparazione di cose anche usualissime, e stimate necessarie alla vita
          oggidì, sieno per natura loro nocivi alla salute e alla vita di coloro che gli esercitano.
          Che ve ne pare? Che la natura abbia molte volte disposto alla sussistenza o al comodo di
          una specie, la distruzione o il danno di un’altra specie, o parte di lei, questo è vero,
          ed evidente nella storia naturale. Ma che abbia disposta ed ordinata precisamente la
          distruzione di una parte della stessa specie, al comodo, anzi alla perfezione essenziale
          dell’altra parte (certo niente più nobile per natura, ma uguale in tutto e per tutto alla
          parte sopraddetta), questo chi si potrà indurre a crederlo? E questi tali mestieri,
          ancorchè usualissimi, e comunissimi, e riputati necessari alla vita, non saranno barbari,
          essendo manifestamente contro natura? E quella vita che li richiede e li suppone, ancorchè
          comoda, e stimata civilissima, non verrà dunque ella pure ad essere evidentemente contro
          natura? Non sarà dunque barbara? (30. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 499. fine. A quello che ho detto della derivazione di <emph>favellare</emph> ec.
          da <foreign lang="lat" rend="italic">fabulari</foreign> ec. aggiungete lo spagnuolo
            <foreign lang="spa" rend="italic">hablar, habla</foreign> ec. cioè <foreign lang="spa"
            rend="italic">fablar</foreign>, <pb ed="aut" n="872"/>
          <foreign lang="spa" rend="italic">fabla</foreign> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fabula</foreign> ec. secondo il costume spagnuolo di scambiare la <emph>f</emph>
            nell’<emph>h</emph>, come in <foreign lang="spa" rend="italic">herir</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">ferir</foreign>, in <foreign lang="spa" rend="italic"
            >hembra</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">fembra</foreign>, in <foreign
            lang="spa" rend="italic">hazer</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic"
          >hacer</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">facer</foreign>, e mille altre
          parole. (30. Marzo 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’amor proprio dell’uomo, e di qualunque individuo di qualunque specie, è un amore di
          preferenza. Cioè l’individuo amandosi naturalmente quanto può amarsi, si preferisce dunque
          agli altri, dunque cerca di soverchiarli in quanto può, dunque effettivamente l’individuo
          odia l’altro individuo, e l’odio degli altri è una conseguenza necessaria ed immediata
          dell’amore di se stesso, il quale essendo innato, anche l’odio degli altri viene ad essere
          innato in ogni vivente. V. p. 926. capoverso 1.</p>
        <p>Dal che segue per primo corollario, che dunque nessun vivente, è destinato precisamente
          alla società, il cui scopo non può essere se non il ben comune degl’individui che la
          compongono: cosa opposta all’amore esclusivo e di preferenza, che ciascuno
          inseparabilmente <pb ed="aut" n="873"/> ed essenzialmente porta a se stesso, ed all’odio
          degli altri, che ne deriva immediatamente, e che distrugge per essenza la società. Così
          che la natura non può nel suo primitivo disegno aver considerata, nè ordinata altra
          società nella specie umana, se non simile più o meno a quella che ha posta in altre
          specie, vale a dire una società accidentale, e nata e formata dalla passeggera identità
          d’interessi, e sciolta col mancare di questa; ovvero durevole, ma lassa o vogliamo dir
          larga e poco ristretta, cioè di tal natura che giovando agli interessi di ciascuno
          individuo in quello che hanno tutti di comune, non pregiudichi agl’interessi o
          inclinazioni particolari in quello che si oppongono ai generali. Cosa che accade nelle
          società de’ bruti, e non può mai accadere in una società, così unita, ristretta, precisa,
          e determinata da tutte le parti, come è quella degli uomini.</p>
        <p>È cosa notabilissima che la società tanto più per una parte si è allargata, quanto più si
          è ristretta, dico fra gli uomini. E quanto più si è ristretta, tanto più è mancato <pb
            ed="aut" n="874"/> il suo scopo, cioè il ben comune, e il suo mezzo, cioè la
          cospirazione di ciascuno individuo al detto fine. Conseguenza naturale, ma niente
          osservata, del corollario precedente, e della proposizione da cui questo deriva.
          Osservate.</p>
        <p>Ridotto l’uomo dallo stato solitario a quello di società, le prime società furono
          larghissime. Poco ristrette fra gl’individui di ciascuna società, e scarse nella
          rispettiva estensione e numero; niente o pochissimo ristrette fra le diverse società. Ma
          in questo modo il ben comune di ciascuna società era effettivamente cercato
          dagl’individui, perchè da un lato non pregiudicava, dall’altro favoriva, anzi spesso
          costituiva il ben proprio. E il ben comune risultava effettivamente da dette società,
          simili più o meno alle naturali, e conforme alle considerazioni fatte nel precedente
          corollario. Le società si sono ristrette di mano in mano che veniamo giù discendendo dai
          tempi naturali; e ristrette per due capi: 1. tra gl’individui di una stessa società: 2.
          tra le diverse società. Oggi questa ristrettezza è al colmo in tutti due questi capi.
          Ciascuna società è così vincolata 1. dall’obbedienza che deve per tutti i versi, in tutte
          le minuzie, con ogni matematica esattezza al suo capo, o governo, 2. dall’esattissimo <pb
            ed="aut" n="875"/> regolamento, determinazione, precisazione di tutti i doveri e
          osservanze, morali, politiche, religiose, civili, pubbliche, private, domestiche ec. che
          legano l’individuo agli altri individui; è, dico, tanto vincolata, e stretta e
          circoscritta, che maggior precisione e strettezza non si potrebbe forse immaginare per
          questa parte. Le diverse società poi, sono così strette fra loro (dico le civili
          massimamente, ma non solamente), che l’Europa forma una sola famiglia, tanto nel fatto,
          quanto rispetto all’opinione, e ai portamenti rispettivi de’ governi, delle nazioni, e
          degl’individui delle diverse nazioni. In questo momento poi, l’Europa è piuttosto una
          nazione governata da una dieta assoluta; o vogliamo dire sottoposta ad una quasi perfetta
          oligarchia; o vogliamo dire comandati da diversi governatori, la cui potestà e facoltà
          deriva e risiede nel corpo intero di essi ec. di quello che si possa chiamare composta di
          diverse nazioni.</p>
        <p>Che è derivato e deriva da tutto ciò? <pb ed="aut" n="876"/> 1. L’incamminamento espresso
          della società ad un senso tutto e diametralmente opposto al sopraddetto, cioè ad
          allargarsi tanto anzi sciogliersi per una parte, ch’è la più importante, quanto per
          l’altra si stringe. Cosa ch’è sempre accaduta dal principio della società in poi, in
          proporzione del maggiore stringimento di essa. Considerate le antiche lassissime società,
          e vedrete che amor di patria, ossia di essa società, si trovava in ciascun individuo, che
          calore in difenderla, in proccurare il suo bene, in sacrificarsi per gli altri ec. Venite
          giù di mano in mano, e troverete le società sempre più ristrette e legate in proporzione
          dell’incivilimento. Ma che? Osservate i nostri tempi. Non solo non c’è più amor patrio, ma
          neanche patria. Anzi neppur famiglia. L’uomo, in quanto allo scopo, è tornato alla
          solitudine primitiva. L’individuo solo, forma tutta la sua società. Perchè trovandosi in
          gravissimo conflitto gl’interessi e le passioni, a causa della strettezza e vicinanza,
          svanisce l’utile della società in massima parte; resta il danno, cioè il detto conflitto,
          nel quale l’uno individuo, e gl’interessi <pb ed="aut" n="877"/> suoi, nocciono a quelli
          dell’altro, e non essendo possibile che l’uomo sacrifichi intieramente e perpetuamente se
          stesso ad altrui, (cosa che ora si richiederebbe per conservare la società) e prevalendo
          naturalmente l’amor proprio, questo si converte in egoismo, e l’odio verso gli altri,
          figlio naturale dell’amor proprio, diventa nella gran copia di occasioni che ha, più
          intenso, e più attivo. 2. Si è perduto in gran parte e si va sempre perdendo lo scopo
          della società, ch’è il bene comune, e ciò per la stessa ragione per cui se n’è perduto il
          mezzo, cioè la cospirazione degl’individui al detto fine.</p>
        <p>Dilatiamo ora queste considerazioni, e seguendo ad applicarle ai fatti, ed alla storia
          dell’uomo, paragoniamo principalmente gli antichi coi moderni, cioè la società poco
          stretta e legata, e poco grande, cioè di pochi, con la società strettissima, e
          grandissima, cioè di moltissimi.</p>
        <p>Ho detto che l’amor proprio è inseparabile <pb ed="aut" n="878"/> dall’uomo, e così
          l’odio verso gli altri ch’è inseparabile da esso, e che per conseguenza esclude
          primitivamente ed essenzialmente la stretta comunione e società sì degli uomini, che degli
          altri viventi. Ma siccome l’amor proprio può prendere diversissimi aspetti, in maniera,
          ch’essendo egli l’unico motore delle azioni animali, esso stesso che è ora egoismo, un
          tempo fu eroismo, e da lui derivano tutte le virtù non meno che tutti i vizi; così nelle
          antiche e poche ristrette società (come pure accade anche oggi in parecchie delle
          popolazioni selvagge che si scoprono, o quando furono scoperte, come alcune Americane)
          l’amor proprio fu ridotto ad amore di quella società dove l’individuo si trovava, ch’è
          quanto dire amor di corpo o di patria. Cosa ben naturale, perchè quella società giovava
          effettivamente all’individuo, e tendeva formalmente al suo scopo vero e dovuto, così che
          l’individuo se le affezionava, e trasformando se stesso in lei, trasformava l’amor di se
          stesso nell’amore di lei. Come appunto accade nei partiti, nelle congregazioni, negli
          ordini ec. massime quando sono nel primitivo <pb ed="aut" n="879"/> vigore, e conservano
          la prima lor forma. Nel qual tempo gl’individui che compongono quel tal corpo, fanno causa
          comune con lui, e considerano i suoi vantaggi, gloria, progressi, interessi ec. come
          propri: e quindi amandolo, amano se stessi, e lo favoriscono come se stessi. Che questo in
          ultima analisi è l’unico principio dell’amor di corpo, di patria, di Religione, universale
          o dell’umanità, e di qualunque possibile amore in qualunque animale.</p>
        <p>Dunque l’amor proprio si trasformava in amor di patria. E l’odio verso gli altri
          individui? Non già spariva, ch’è sempre ed eternamente inseparabile dall’amor proprio, e
          quindi dal vivente: ma si trasformava in odio verso le altre società o nazioni. Cosa
          naturale e conseguente, se quella tal società o patria, era per ciascuno individuo come un
          altro se stesso. Quindi desiderio di soverchiarle, invidia de’ loro beni, passione di
          render la propria patria signora delle altre nazioni, ingordigia altresì de’ loro beni e
          robe, e finalmente odio ed astio dichiarato; tutte cose che nell’individuo trovandosi
          verso gli altri individui, lo rendono per natura, <pb ed="aut" n="880"/> incompatibile
          colla società.</p>
        <p>Dovunque si è trovato amor vero di patria, si è trovato odio dello straniero: dovunque lo
          straniero non si odia come straniero, la patria non si ama. Lo vediamo anche presentemente
          in quelle nazioni, dove resta un avanzo dell’antico patriotismo.</p>
        <p>Ma quest’odio accadeva massimamente nelle nazioni libere. Una nazione serva al di dentro,
          non ha vero amor di patria, o solamente inattivo e debole, perchè l’individuo non fa parte
          della nazione se non materialmente. L’opposto succede nelle nazioni libere, dove ciascuno
          considerandosi come immedesimato e quasi tutt’uno colla patria, odiava personalmente gli
          stranieri sì in massa, come uno per uno.</p>
        <p>Con queste osservazioni spiegate la gran differenza che si scorge nella maniera antica di
          considerare gli stranieri, e di operare verso le altre nazioni, paragonata colla maniera
          moderna. Lo straniero non aveva nessun diritto sopra l’opinione, l’amore, il favore degli
          antichi. E parlo degli antichi nelle nazioni più colte e civili, e in queste, degli uomini
          più grandi, colti, ed anche illuminati e filosofi. Anzi la filosofia di allora (che dava
          molto più nel segno della presente) insegnava e inculcava l’odio nazionale e individuale
          dello straniero, come di prima necessità alla conservazione <pb ed="aut" n="881"/> dello
          stato, della indipendenza, e della grandezza della patria. Lo straniero non era
          considerato come proprio simile. La sfera dei <emph>prossimi</emph>, la sfera dei doveri,
          della giustizia, dell’onesto, delle virtù, dell’onore, della gloria stessa, e
          dell’ambizione; delle leggi ec. tutto era rinchiuso dentro i limiti della propria patria,
          e questa sovente non si estendeva più che una città. Il diritto delle genti non esisteva,
          o in piccolissima parte, e per certi rapporti necessari, e dove il danno sarebbe stato
          comune se non avesse esistito.</p>
        <p>La nazione Ebrea così giusta, anzi scrupolosa nell’interno, e rispetto a’ suoi, vediamo
          nella scrittura come si portasse verso gli stranieri. Verso questi ella non avea legge; i
          precetti del Decalogo non la obbligavano se non verso gli Ebrei: ingannare, conquistare,
          opprimere, uccidere, sterminare, derubare lo straniero, erano oggetti di valore e di
          gloria in quella nazione, come in tutte le altre; anzi era oggetto anche di legge, giacchè
          si sa che la conquista di Canaan fu fatta per ordine Divino, e così cento altre guerre,
          spesso nell’apparenza ingiuste, co’ forestieri. Ed anche oggidì gli Ebrei conservano, e
          con ragione e congruenza, questa opinione, che non sia peccato l’ingannare, o far male
          comunque all’esterno, che chiamano (e specialmente il Cristiano) <emph>Goi</emph>
          <foreign lang="heb">***</foreign>
          <pb ed="aut" n="882"/> ossia <emph>gentile</emph>, e che presso loro suona lo stesso che
          ai greci <emph>barbaro</emph>: (<bibl>v. il <author>Zanolini</author>
          </bibl>, il quale dice che, nel plurale però si deve intendere, chiamano oggi i Cristiani
            <foreign lang="heb">***</foreign>
          <emph>goiìm</emph>) riputando peccato, solamente il far male a’ loro nazionali.</p>
        <p>E con queste osservazioni si deve spiegare una cosa che può far maraviglia nella
          Ciropedia. Dove Senofonte vuol dare certamente il modello del buon re, piuttosto che
          un’esatta istoria di Ciro. E nondimeno questo buon re, dopo conquistato l’impero Assirio,
          diventa modello e maestro della più fina, fredda, e cupa tirannide. Ma bisogna notare che
          questo è verso gli Assiri, laddove verso i suoi Persiani, Senofonte lo fa sempre
          umanissimo e liberalissimo. Ma egli stima che sia tanto da buon re l’opprimere lo
          straniero, e l’assicurarsi in tutti i modi della sua soggezione, come il conservare una
          giusta libertà a’ nazionali. Senza la qual distinzione e osservazione, si potrebbe quasi
          confondere Senofonte con Machiavello, e prendere un grosso abbaglio intorno alla sua vera
          intenzione, e all’idea ch’egli ebbe del buon Principe. Nel qual proposito osserverò che la
          regola e il metodo di Ciro (o di Senofonte) di preferire in tutto e per tutto i Persiani
          ai nuovi sudditi, e dichiarare per tutti i versi, quella, <pb ed="aut" n="883"/> nazion
          dominante, e queste, soggette e dipendenti, non fu seguito da Alessandro, il quale anzi a
          costo d’inimicarsi i Macedoni, pare che tra’ suoi sudditi di qualunque nazione volesse
          stabilire una perfetta uguaglianza, e quasi preferir fino i conquistati adottando le vesti
          e le usanze loro. Il suo scopo fu certo quello di conservarli piuttosto coll’amore che col
          timore, e colla forza: e non li stimò schiavi (secondo il costume di quei tempi), ma
          sudditi. E quanto ai Romani, <bibl>vedi in questo particolare la fine del Capo 6. di
              <author>Montesquieu</author>, <title lang="fre" rend="italic">Grandeur</title>
          etc.</bibl> Oltre che i Romani accordando la cittadinanza a ogni sorta di stranieri
          conquistati, gli agguagliavano più che mai potessero ai cittadini e compatrioti: ma questa
          cosa non riuscì loro niente bene, com’è noto, e come ho detto in altro pensiero p. 457.</p>
        <p>Tornando al proposito, Platone nella <title>Repubblica</title> l. 5. (vedilo) dice: <quote>
            <emph>i Greci non distruggeranno certo i greci, non li faranno schiavi, non desoleranno
              le campagne, nè bruceranno le case loro; ma in quella vece faranno tutto questo ai
              Barbari</emph>
          </quote>. E le Orazioni d’Isocrate tutte piene di misericordia verso i mali de’ Greci,
          sono spietate verso i barbari, o Persiani, ed esortano continuamente la nazione e Filippo,
          a sterminarli. Sono notabilissime in questo proposito le sue due Orazioni <title>
            <foreign lang="grc">Πανηγυρικὸς</foreign>
          </title>, e <title>
            <foreign lang="grc">πρὸς Φίλιππον</foreign>
          </title>, dove inculca di proposito l’odio de’ Barbari nello stesso tempo e per le stesse
          ragioni che l’amore dei greci, e come conseguenza di questo. V. specialmente quel luogo
          del panegirico, che comincia <quote>
            <foreign lang="grc">Εὐμολπίδαι δὲ καὶ Κήρυκες</foreign>
          </quote>, e finisce <quote>
            <foreign lang="grc">τῶν αὐτῶν ἔργων ἐκείνοις ἐπιθυμῶμεν</foreign>
          </quote>, dove parla di Omero e de’ Troiani, p. 175-176. della ediz. del Battie, Cambridge
          1729. molto dopo la metà dell’orazione ma ancor lungi dal fine. E questa opposizione di
          misericordia e giustizia verso i propri, e fierezza e ingiustizia verso gli stranieri, è
          il <pb ed="aut" n="884"/> carattere costante di tutti gli antichi greci e romani, e
          massime de’ più cittadini, e assolutamente de’ più grandi e famosi: nominatamente poi
          degli scrittori, anche i più misericordiosi, umani e civili.</p>
        <p>È insigne a questo proposito un luogo di Temistio nell’Orazione scoperta dal Mai <quote>
            <foreign lang="grc">πρὸς τοὺς αἰτιασαμένους ἐπὶ τῷ δέξασθαι τὴν ἀρχὴν</foreign>
          </quote>
          <foreign lang="lat" rend="italic">In eos a quibus ob praefecturam susceptam fuerat
            vituperatus</foreign> cap. 25. Eccolo <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ τοῦτον ἄν τις ἐν δίκῃ προσείποι τὸν φιλάνθρωπον ἀληθῶς. Τῶν δὲ
              ἄλλων Κῦρον μὲν φιλοπέρσην καλοῖ, ἀλλ' οὐ φιλάνθρωπον. Ἀλέξανδρον δὲ φιλομακεδόνα,
              ἀλλ' οὐ φιλάνθρωπον· Ἀγησίλαον δὲ φιλέλληνα, καὶ τὸν Σεβαστὸν φιλορώμαιον, ἄλλον δὲ
              ἄλλου γένους ἢ ἔθνους ἐραστὴν οὗ καὶ βασιλεὺς ἐνομίσθη</foreign>
          </quote>. (<foreign lang="lat">regium dominatum exercuit. Maius.</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">Φιλάνθρωπος δὲ ἁπλῶς καὶ βασιλεὺς ἁπλῶς, ὁ τοῦτο ζητῶν μόνον εἰ
              ἄνθρωπος ὁ χρήζων ἐπιεικείας·</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat">qui clementia indiget. Maius</foreign>.) <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ μὴ εἰ Σκύθης ἢ Μασαγέτης, ἢ τὰ καὶ τὰ προηδίκησε</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat">Mediol. regiis typis</foreign>. 1816. inventore et
          interprete Angelo Maio p. 66. V. tutto quel capo, e parte del resto, che tutto fa a questo
          proposito, ma, il luogo riferito principalmente, e dà gran luce e tutta appropriata, al
          mio discorso. V. anche l’oraz.10. di Temistio dell’ediz. Harduin. p. 132. B-C. e l’Oraz.
          1. p. <pb ed="aut" n="885"/> 6. B. citt. qui in margine dal Mai, come contenenti luoghi
          paralleli al riportato.) Così egli lodando Teodosio magno. E infatti la filantropia, o
          amore universale e della umanità, non fu proprio mai nè dell’uomo nè de’ grandi uomini, e
          non si nominò se non dopo che parte a causa del Cristianesimo, parte del naturale
          andamento dei tempi, sparito affatto l’amor di patria, e sottentrato il sogno dell’amore
          universale, (ch’è la teoria del non far bene a nessuno) l’uomo non amò veruno fuorchè se
          stesso, ed odiò meno le nazioni straniere, per odiar molto più i vicini e compagni, in
          confronto dei quali lo straniero gli dovea naturalmente essere (com’è oggi) meno odioso,
          perchè si oppone meno a’ suoi interessi, e perch’egli non ha interesse di soverchiare,
          invidiare ec. i lontani, quanto i vicini.</p>
        <p>Da tutte queste osservazioni e fatti, risulta un’altra osservazione e un altro fatto
          conosciutissimo, e caratteristico dell’antichità; o piuttosto risulta la spiegazione di
          questo fatto. Perchè amando l’individuo la patria sua, e conseguentemente odiando gli
          stranieri, ne seguiva che le guerre fossero sempre nazionali. E tanto più accanite, quanto
          l’individuo era da ambe le parti più infiammato della sua causa, cioè dell’amor patrio.
          Massimamente dunque lo erano quelle de’ popoli liberi, o fatte a un popolo libero, <pb
            ed="aut" n="886"/> per la stessa ragione, per cui, come ho detto, un popolo libero ama
          maggiormente la patria, e maggiormente odia lo straniero. Così che sì la nazione e
          l’armata straniera, sì l’individuo straniero, era come nemico privato dell’individuo che
          combatteva pel suo popolo libero, e per la sua patria. E questa è una delle principali e
          più manifeste ragioni per cui i popoli più amanti della patria loro, e fra questi i
          liberi, sono stati sempre i più forti, i più formidabili al di fuori, i più bellicosi, i
          più intrepidi, i più atti alle conquiste, ed effettivamente, per così dire, i più
          conquistatori.</p>
        <p>Dall’esser le guerre, nazionali, dovea risultare quest’altro effetto, che avea luogo
          realmente fra gli antichi, ed ha luogo in tutte le nazioni selvagge, e proporzionatamente
          in quelle che conservano maggiore spirito di nazione, e maggior primitivo, come gli
          Spagnuoli. Cioè le guerre dovevano essere, a morte, e senza perdono (giacchè tutti e
          ciascuno erano nimici fra loro), senza distinzione ec. E l’effetto della vittoria doveva
          essere il cattivare intieramente non solo il governo, ma la nazione intiera; (come si vide
          principalmente in Asia a tempo de’ monarchi Assiri nelle lor guerre co’ Giudei ec. e al
          tempo di Tito Vespasiano) <pb ed="aut" n="887"/> o certo spogliarla de’ costumi, leggi,
          governatori propri, dei tempii, de’ sepolcri, della roba, del danaio, delle proprietà,
          delle mogli, dei figli ec. e ridurla se non in ischiavitù, come si costumò
          antichissimamente, spogliando il vinto anche del suo paese; certo però in servitù: e
          considerarla come nazione dipendente, soggiogata, non partecipe di nessun vantaggio della
          nazion dominante, e non appartenente a lei, se non come suddita, nè avente con lei altro
          di comune, nè diritti, nè ec. come se fosse di altra razza d’uomini. E conseguentemente e
          congruentemente: perchè insomma tutta quanta la nazione essendo stata ed essendo nemica
          del vincitore, tutta si trattava come nemica vinta e domata, e tutta era preda del nemico
          trionfante. Quindi la disperazione delle guerre l’ostinazione delle resistenze le più
          inutili, lo scannarsi scambievolmente le popolazioni intiere, piuttosto che aprir le porte
          al nemico, perchè in fatti il vinto andava nelle mani e nell’assoluta balìa di un nemico
          mortale, com’egli lo era del vincitore. Quindi anche il combattere le nazioni intere, e
          l’essere tutti soldati, quanti potevano portar armi, e ciò sempre: cioè tanto in guerra
          quanto (se non in atto certo in potenza e disposizione) nel tempo di pace. Perchè le
          nazioni, massime vicine, erano sempre in istato di guerra, odiandosi tutte
          scambievolmente, e cercando l’una di sorpassar l’altra in <pb ed="aut" n="888"/> qualunque
          modo per conseguenza necessaria del vero amor patrio. (<bibl>V. in questo proposito, se
            però vuoi, l’<title lang="fre">Essai sur l’indifférence en matière de Religion</title>
            ch.10.</bibl> dove discorre di proposito in questa materia, sebbene in senso opposto al
          mio, durante 9. pagg. della traduz. di Bigoni cioè dalla p. 160. alla 169. ossia dal
          periodo che comincia: <quote>
            <emph>Ma questo non è tutto ancora. Quando i rapporti sociali</emph>
          </quote> ec. sino a quello che incomincia: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="sc">incedo per ignes</foreign>
          </quote>. Egli trova anche una conformità di quest’ultimo costume nella moltitudine delle
          armate odierne, che fa derivare dalla nazionalità delle guerre di questi ultimi anni.
          Osservo però che questo derivò in principio dalla sola ambizione e dispotismo di Luigi
          14.)</p>
        <p>Conchiudo che l’indipendenza, la libertà, l’uguaglianza di un popolo antico, non solo non
          importava l’indipendenza, la libertà, l’uguaglianza degli altri popoli, rispetto a lui, e
          per quanto era in lui; ma per lo contrario importava la soggezione e servitù degli altri
          popoli, massime vicini, e l’obbedienza de’ più deboli. E un popolo libero al di dentro era
          sempre tiranno al di fuori, se aveva forze per esserlo, e questa forza nasceva sovente
          dalla sua libertà. Nel modo stesso che un principe, per esser egli indipendente e libero,
          e non aver legami nè ostacoli alla sua volontà, non perciò lascia di tiranneggiare il suo
          popolo. Anzi quanto più è geloso della sua libertà, tanto più ne toglie a’ sudditi, o a’
          più deboli di lui. Così quanto <pb ed="aut" n="889"/> più una nazione sentiva ed amava se
          stessa, che avviene massimamente ai popoli liberi, tanto più era nemica delle straniere, e
          desiderosa di elevarsi sopra loro, di farsene ubbidire, e conquistate, opprimerle; tanto
          più invidiosa de’ loro beni, ingorda del loro ec. effetto naturale dell’amor nazionale,
          come lo è dell’amor proprio rispetto agl’individui: essendo insomma l’amor patrio, non
          altro che egoismo nazionale, e rispetto alla nazione intera, egoismo della nazione. E così
          dite di qualunque amore o spirito di corpo, di parte ec. Quella nazione dove regna
          fortemente e vivacemente ed efficacemente l’amor nazionale, è come un grande individuo: e
          alla maniera dell’individuo, amando se stessa, si ama di preferenza, e desidera, e cerca
          di superare le altre in qualunque modo. E quanto all’essere un popolo tanto più tiranno di
          fuori, quanto più geloso della libertà propria, e nemico della tirannia di dentro, v.
          l’esempio moderno, che pare all’autore dell’<title lang="fre">Essai</title> ec. di vedere
          nell’Inghilterra rispetto a’ suoi stabilimenti fuor d’Europa. Vedilo, dico, al luogo
          citato nella pagina precedente.</p>
        <p>Questi quadri paiono non solamente disgustosi, anzi terribili, ma tali che nessun male,
          nessun cattivo stato si possa paragonare col detto stato delle nazioni antiche. E ciò
          avverrà massimamente a quelli che considerano la vita come un bene per se stessa,
          qualunque ella sia. Ma passiamo ora ai moderni, e consideriamo il rovescio della medaglia.</p>
        <p>1. L’uomo non si potrà mai (come nessun vivente) spogliare dell’amor di se stesso, nè
          questo dell’odio verso <pb ed="aut" n="890"/> altrui. Riconcentrato il potere, tolto
          agl’individui quasi del tutto il far parte della nazione, di più, spente le illusioni,
          l’individuo ha trovato e veduto il ben comune come diviso e differente dal ben proprio.
          Dovendo scegliere, non ha esitato a lasciar quello per questo. E non poteva altrimenti,
          essendo uomo, e vivendo. Sparite effettivamente le nazioni, e l’amor nazionale, s’è spento
          anche l’odio nazionale, e l’essere straniero non è più colpa agli occhi dell’uomo. S’è
          perciò spento l’odio verso altrui, l’amor proprio? allora si spegnerà quando la natura
          farà un altro ordine di cose e di viventi. La fola dell’amore universale, del bene
          universale, col qual bene ed interesse, non può mai congiungersi il bene e l’interesse
          dell’individuo, che travagliando per tutti non travaglierebbe per se, <emph>nè per superar
            nessuno</emph>, come la natura vuol ch’ei travagli; ha prodotto l’egoismo universale.
          Non si odia più lo straniero? ma si odia il compagno, il concittadino, l’amico, il padre,
          il figlio; ma l’amore è sparito affatto dal mondo, sparita la fede, la giustizia,
          l’amicizia, l’eroismo, ogni virtù, fuorchè l’amor di se stesso. Non si hanno più nemici
          nazionali? ma si hanno nemici privati, e tanti quanti son gli uomini; ma non si hanno più
          amici di sorta alcuna, nè doveri se non verso se stesso. Le nazioni sono in pace al di
          fuori? <pb ed="aut" n="891"/> ma in guerra al di dentro, e in guerra senza tregua, e in
          guerra d’ogni giorno, ora, momento, e in guerra di ciascuno contro ciascuno, e senza
          neppur l’apparenza della giustizia, e senz’ombra di magnanimità, o almeno di valore,
          insomma senz’una goccia di virtù qualunque, e senz’altro che vizio e viltà; in guerra
          senza quartiere; in guerra tanto più atroce e terribile, quanto è più sorda, muta,
          nascosta; in guerra perpetua e senza speranza di pace. Non si odiano, non si opprimono i
          lontani e gli alieni? ma si odiano, si perseguitano, si sterminano a tutto potere i
          vicini, gli amici, i parenti; si calpestano i vincoli più sacri; e la guerra essendo fra
          persone che convivono, non c’è un istante di calma, nè di sicurezza per nessuno. Qual
          nemicizia dunque è più terribile? Quella che si ha co’ lontani, e che si esercita solo
          nelle occasioni, certo non giornaliere; o quella ch’essendo co’ vicini si esercita sempre
          e del continuo, perchè continue sono le occasioni? Quale è più contraria alla natura, alla
          morale, alla società? Gl’interessi de’ lontani non sono in tanta opposizione coi nostri (e
          per quanto lo sono, si odia adesso il lontano, come e più che anticamente, bensì meno
          apertamente e più vilmente). Ma gl’interessi de’ vicini essendo co’ nostri in continuo
          urto, la guerra più terribile è quella che deriva dall’egoismo, e dall’odio naturale verso
          altrui, rivolto non più verso lo straniero, <pb ed="aut" n="892"/> ma verso il
          concittadino, il compagno ec.</p>
        <p>2. Per qual cagione l’amore universale sia un sogno, non mai realizzabile, risulta dalle
          cose dette in questo discorso, e l’ho esposto già in altri pensieri. Ora non potendo il
          vivente senza cessar di vivere, spogliarsi nè dell’amor proprio, nè dell’odio verso
          altrui, resta che queste passioni prendano un aspetto, quanto si può migliore; resta che
          l’amor proprio dilati quanto più può il suo oggetto (ma non può troppo dilatarlo senza
          perdersi il <emph>se stesso</emph> ch’è indivisibile dall’uomo, e quindi ricadere
          inevitabilmente nell’amor di se solo); e che l’odio verso altrui si allontani quanto più
          si può, cioè scelga uno scopo lontano. Questo avviene per la prima parte, quando
          l’individuo trova una comunione e medesimezza d’interesse con quelli che lo circondano; e
          per la seconda, quando egli non trova la principale opposizione a questo interesse se non
          ne’ lontani. Ecco dunque l’amor patrio, e l’odio degli stranieri. E per tutte queste
          ragioni, io dico, che stante l’amor proprio, e l’odio naturale dell’uomo verso altrui,
          passioni che lo rendono per natura indisposto alla società, una società non può sussistere
          veramente, cioè essere effettivamente ordinata al suo scopo ch’è il ben comune di tutta
          lei, se le dette passioni non prendono il detto aspetto; cioè: <emph>la società non può
            sussistere senz’amor patrio, ed odio degli stranieri</emph>. Ed essendo l’uomo
          essenzialmente ed <pb ed="aut" n="893"/> eternamente egoista, la società per conseguenza,
          non può essere ordinata al ben comune, cioè sussistere con verità, se l’uomo non diventa
          egoista di essa società, cioè della sua nazione o patria, e quindi naturalmente nemico
          delle altre. E per tutte queste ragioni, ed altre che ho spiegato altrove, dico, e segue
          evidentemente, che la società ed esisteva fra gli antichi, ed oggi non esiste.</p>
        <p>3. Come senz’amor patrio non c’è società, dico ancora che <emph>senz’amor patrio non c’è
            virtù, se non altro, grande, e di grande utilità</emph>. La virtù non è altro in somma,
          che l’applicazione e ordinazione dell’amor proprio (solo mobile possibile delle azioni e
          desiderii dell’uomo e del vivente) al bene altrui, considerato quanto più si possa come
          altrui, perchè in ultima analisi, l’uomo non lo cerca o desidera, nè lo può cercare o
          desiderare se non come bene proprio. Ora se questo bene altrui, è il bene assolutamente di
          tutti, non confondendosi questo mai col ben proprio, l’uomo non lo può cercare. Se è il
          bene di pochi, l’uomo può cercarlo, ma allora la virtù ha poca estensione, poca influenza,
          poca utilità, poco splendore, poca grandezza. Di più, e per queste stesse ragioni, poco
          eccitamento e premio, così che è rara e difficile; giacchè siamo da capo, mancando allora
          o essendo poco efficace lo sprone che muove l’uomo ad abbracciar la virtù, cioè il ben
          proprio. Talchè anche per questo capo <pb ed="aut" n="894"/> è dannosa la soverchia
          ristrettezza e piccolezza, o poca importanza e pregio delle società, dei corpi, dei
          partiti ec. E riguardo all’altro capo, cioè la poca utilità delle virtù che si rapportano
          al bene o agl’interessi qualunque di pochi, o poco importanti ec. questa è la ragione per
          cui non sono lodevoli, anzi spesso dannosi i piccoli corpi, società, ordini, partiti,
          corporazioni, e l’amore e spirito di questi negl’individui. Giacchè le virtù e i sacrifizi
          a cui questi amori conducono l’individuo, sono piccoli, ristretti, bassi, umili, e di poca
          importanza, vantaggio, ed entità. In oltre nuocono alla società maggiore, perchè siccome
          l’amor di patria produce il desiderio e la cura di soverchiare lo straniero, così l’amore
          de’ piccoli corpi, essendo parimente di preferenza, produce la cattiva disposizione
          degl’individui verso quelli che non appartengono a quella tal corporazione, e il desiderio
          di superarli in qualunque modo. Così che nasce la solita disunione d’interessi, e quindi
          di scopo, e così queste piccole società, distruggono le grandi, e dividono i cittadini dai
          cittadini, e i nazionali dai nazionali, restando tra loro la società sola di nome. Dal che
          potete intendere il danno delle sette, sì di qualunque genere, come particolarmente di
          queste famose moderne e presenti, le quali ancorchè studiose o in apparenza, o, poniamo
          anche, in sostanza del bene di tutta la patria, si vede per esperienza, che non hanno mai
          fatto alcun bene, e sempre gran male, e maggiore ne farebbero, se arrivassero a prevalere,
          e conseguire i loro intenti; e ciò per le dette ragioni, e perchè l’amor della setta
          (fosse pur questa purissima) nuoce all’amore della nazione ec. V. p. 1092. principio.
          Resta dunque che l’<emph>egoismo sociale</emph>, abbia per oggetto una società di tal
          grandezza ed estensione, che senza cadere negl’inconvenienti delle piccole, non sia tanto
          grande, che l’uomo per cercare il di lei bene, sia costretto a perdere di vista se stesso;
            <pb ed="aut" n="895"/> il che egli non potendo fare mentre vive, ricadrebbe
            nell’<emph>egoismo individuale</emph>. <emph>L’egoismo universale</emph> (giacchè anche
          questo non potrebb’essere altro che egoismo, come tutte le passioni e tutti gli amori dei
          viventi) è contraddittorio nella sua stessa nozione, giacchè l’<emph>egoismo</emph> è un
          amore di preferenza, che si applica a se stesso, o a chi si considera come se stesso: e
            l’<emph>universale</emph> esclude l’idea della preferenza. Molto più poi è stravagante
          l’amore sognato da molti filosofi, non solo di tutti gli uomini, ma di tutti i viventi, e
          quanto si possa, di tutto l’esistente: cosa contraddittoria alla natura, che ha congiunto
          indissolubilmente all’amor proprio una qualità esclusiva, per cui l’individuo si antepone
          agli altri, e desidera esser più felice degli altri, e da cui nasce l’odio, passione così
          naturale e indistruggibile in tutti i viventi, come l’amor proprio. Ma tornando al
          proposito, la detta società di mezzana grandezza, non è altro che una nazione. Perchè
          l’amore delle particolari città native è dannoso oggi, come l’amore de’ piccoli corpi, non
          producendo niente di grande, come non dà eccitamento nè premio a virtù grandi; e d’altra
          parte, staccando l’individuo dalla società nazionale, e dividendo le nazioni in tante
          parti, tutte intente a superarsi l’una coll’altra, e quindi nemiche scambievoli. Del che
          non si può dare maggior pregiudizio. Le città antiche, se anche erano piccole come le
          moderne, e tuttavia servivano <pb ed="aut" n="896"/> di <emph>patria</emph>, erano però
          più importanti assai, per la somma forza d’illusioni che vi regnava, e che somministrando
          grandi eccitamenti, e premi grandi ancorchè illusorii, bastava alle grandi virtù. Ma
          questa forza d’illusioni non è propria se non degli antichi, che come il fanciullo,
          sapevano trar vita vera da tutto, ancorchè menomo. La patria moderna dev’essere abbastanza
          grande, ma non tanto che la comunione d’interessi non vi si possa trovare, come chi ci
          volesse dare per patria l’Europa. La propria nazione, coi suoi confini segnati dalla
          natura, è la società che ci conviene. E conchiudo che <emph>senza amor nazionale non si dà
            virtù grande</emph>. Da tutto ciò deducete il gran vantaggio del moderno stato, che ha
          tolto assolutamente il fondamento, anzi la possibilità della virtù, certo della virtù
          grande, e grandemente utile; della virtù stabile e solida, e che abbia una base e una
          fonte durevole e ricca.</p>
        <p>4. Lascio la gran vita che nasce dall’amor patrio, e in proporzione della sua forza, ch’è
          massima ne’ popoli liberi, e che gli antichi godevano mediante questo; e la morte del
          mondo, sparito che sia l’amor patrio, morte che noi sperimentiamo da gran tempo.</p>
        <p>5. Le guerre moderne sono certo meno accanite delle antiche, e la vittoria meno terribile
          e dannosa al vinto. Questo è naturalissimo. Non esistendo più nazioni, <pb ed="aut"
            n="897"/> e quindi nemicizie nazionali, nessun popolo è vinto, nessuno vincitore. Chi
          vince non vince quel tal popolo, ma quel tal governo. I soli governi sono nemici fra loro.
          Dunque la vittoria non si esercita sopra la nazione (la quale come l’asino di Fedro cambia
          solamente la soma, o l’asinaio); ma sopra il solo governo. Una nazione conquistata perde
          il suo governo, e ne riceve un altro che presso a poco è il medesimo. Non essendo nemica
          della conquistatrice, non avendo avuto guerra con essa, nè questa con lei, partecipa ai di
          lei vantaggi, alle cariche pubbliche ec. Non perde le proprietà, nè la libertà civile, nè
          i costumi ec. (Alle volte non perderà neppure le sue leggi). Ma come tutto il suo, non era
          suo, ma del suo padrone, così tutto questo, senza nuovo danno de’ suoi individui, come
          presso gli antichi, passa di peso e senza scomporsi ad essere di un altro padrone.</p>
        <p>Anticamente il privato perdeva individualmente le sue proprietà perchè individualmente ne
          aveva. Ora non egli che non le ha individualmente, e non le può perdere, ma il suo
          principe vinto perde tutte insieme le proprietà de’ suoi sudditi, ch’erano generalmente ed
          unitamente sue; e questo per conseguenza accade senza cangiamenti nello stato de’
          particolari, e senza nuove violazioni de’ diritti privati e individuali. S’ella diviene
          dipendente al di fuori, lo era già al di dentro. La sua dipendenza non è nuova se non di
          nome, perchè la sua indipendenza era pur tale. E se ora dipende dallo straniero, lo
          straniero è per lei tutt’uno che il nazionale; perchè la nazione non esisteva neppur prima
          della conquista; ed ella non amando se stessa, non avendo amor patrio, non odia dunque lo
          straniero, se non come il nazionale, e come l’uomo odia l’altro uomo. <emph>Il diritto
            delle nazioni <pb ed="aut" n="898"/> è nato dopo che non vi sono state più
          nazioni</emph>. Ella dunque gode gli stessi diritti, che godeva prima della conquista, e
          gli gode ora come la conquistatrice. Quanto alle guerre, elle non sono già nè meno
          frequenti, nè meno ingiuste delle antiche. Perchè la sorgente delle guerre, che una volta
          era l’<emph>egoismo nazionale</emph>, ora è l’<emph>egoismo individuale</emph> di chi
          comanda alle nazioni, anzi costituisce le nazioni. E questo egoismo, non è nè meno cupido,
          nè meno ingiusto di quello. Dunque, come quello, misura i suoi desiderii dalle sue forze;
          (spesso anche oltre le forze) e la forza è l’arbitra del mondo oggidì, come anticamente,
          non già la giustizia, perchè la natura degli uomini non si cambia, ma solo gli accidenti.
          Questi che esagerano l’ingiustizia e frequenza delle guerre antiche prima del
          Cristianesimo, del diritto delle genti, e del preteso amore universale; mostra che abbiano
          bensì letto la storia antica, ma non quella de’ secoli Cristiani fino a noi. Quella storia
          e questa presentano appuntino le stesse ingiustizie, le stesse guerre, lo stesso trionfo
          della forza ec. nè il Cristianesimo ha migliorato in ciò il mondo di un punto; colla
          differenza che allora le esercitavano, allora combattevano le nazioni, ora gl’individui, o
          vogliamo dire i governi; allora per conseguenza i combattenti o gl’ingiusti, erano giusti
          e virtuosi verso qualcuno, cioè verso i proprii, adesso verso nessuno; allora le nimicizie
            <pb ed="aut" n="899"/> partorivano le grandi virtù, e l’eroismo in ciascuna nazione,
          adesso i grandi vizi e la viltà; allora una nazione opprimeva l’altra, adesso tutte sono
          oppresse, la vinta come la vincitrice; allora serviva il vinto, adesso la servitù è comune
          a lui col vincitore; allora i vinti erano miseri e schiavi, cosa naturalissima in tutte le
          specie di viventi, oggi lo sono nè più nè meno anche i vincitori e fortunati, cosa barbara
          e assurda; allora chi moveva la guerra, era spesso ingiusto colla nazione a cui la moveva,
          adesso chi la muove è ingiusto, appresso a poco, tanto con quella a cui la move, quanto
          con quella per cui mezzo e forza la muove: e ciò tanto nel muoverla, quanto in tutto il
          resto delle sue azioni pubbliche. E i governi oggi tra loro, sono in istato di guerra (o
          aperta o no) tanto continua, quanto le nazioni anticamente.</p>
        <p>Lascio le atrocità commesse anche ne’ primi e più fervorosi tempi Cristiani sopra i Capi
          delle nazioni vinte: cosa conseguente, perch’essi erano i vinti, e non le nazioni. E così
          costumavasi, per naturale effetto, anche anticamente, nella vittoria di nazioni serve al
          di dentro e monarchiche. Nè mancano esempi più recenti nelle storie, di questa naturale
          conseguenza dello stato presente dei popoli, cioè dell’odio privato o pubblico fra’ loro
          capi, e delle sevizie usate sopra i principi vinti o prigioni ec.</p>
        <p>Vengo all’atto della guerra. Anticamente, dicono, combattevano le nazioni intere: le
          guerre de’ <pb ed="aut" n="900"/> tempi Cristiani fatte con piccoli eserciti, hanno meno
          sangue, e meno danni. Ma anticamente combatteva il nemico contro il nemico, oggi
          l’indifferente coll’indifferente, forse anche coll’amico, il compagno, il parente;
          anticamente nessuno era che non combattesse per la causa propria, oggi nessuno che non
          combatta per causa altrui; anticamente il vantaggio della vittoria era di chi avea
          combattuto, oggi di chi ha ordinato che si combatta. È in natura che il nemico combatta il
          suo nemico, e per li suoi vantaggi; e ciò si vede anche nei bruti, certo non corrotti,
          anche dentro la loro propria specie, e co’ loro simili. Ma non è cosa tanto opposta alla
          natura, quanto che un individuo senza nè odio abituale, nè ira attuale, con nessuno o
          quasi nessuno vantaggio ed interesse suo, per comando di persona che certo non ama gran
          fatto, e probabilmente non conosce, uccide un suo simile che non l’ha offeso in nessuna
          maniera, e che, per dir poco, non conosce neppure e non è conosciuto dall’uccisore. Anzi
          di più, un individuo ch’egli odia per lo più molto meno di quello che gli comanda di
          ucciderlo, e certo molto meno di gran parte fra’ suoi stessi compagni d’arme, e fra’ suoi
          concittadini. Perchè oggi gli odi, le invidie, le nimicizie, si esercitano coi vicini, e
          nulla ordinariamente coi lontani: l’egoismo individuale ci <pb ed="aut" n="901"/> fa
          nemici di quelli che ci circondano, o che noi conosciamo, ed hanno attenenza con noi; e
          massime di quelli che battono la nostra stessa carriera, e aspirano allo stesso scopo che
          noi cerchiamo, e dove vorremmo esser preferiti; di quelli che essendo più elevati di noi,
          destano per conseguenza l’invidia nostra, e pungono il nostro amor proprio. Lo straniero
          al contrario ci è per lo meno indifferente, e spesso più stimato dei conoscenti, perchè la
          stima ec. è fomentata dalla lontananza, e dalla ignoranza della realtà, e dallo
          immaginario che ne deriva: ed infatti in un paese dove non regni amor patrio, il
          forestiero è sempre gradito, e i costumi, i modi ec. ec. tanto suoi, come di qualunque
          nazione straniera, sono sempre preferiti ai nazionali, ed egli lo è parimente. Così che il
          soldato oggidì è molto più nemico sì di quelli in cui compagnia combatte, sì di quelli in
          cui vantaggio, per cui volere, sotto di cui combatte, che di coloro ch’egli combatte ed
          uccide. E tutto ciò per natura delle cose, e non per capriccio. Talchè, se vorremo una
          volta considerar bene le cose, non le apparenze, troveremo molta più barbarie oggidì nella
          uccisione di un nemico solo, che anticamente nel guasto di un popolo: perchè questo era
          del tutto secondo natura; quello è per tutti i versi contrario alla natura.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="902"/> Voglio andare anche più avanti, e mostrare che questo preteso
          vantaggio del poco numero de’ combattenti, ha sussistito finora non per altro se non
          perchè le nazioni hanno conservato qualche cosa di antico, e continuato ad essere in
          qualche modo nazioni; e che ora che hanno cessato affatto di esserlo, il detto vantaggio
          non può più sussistere.</p>
        <p>Certo che le nazioni non essendo più nemiche l’una dell’altra, e gli eserciti essendo
          come truppe di operai pagati perchè lavorino il campo del padrone, e il numero di un
          esercito non richiedendosi che sia se non quanto è quello dell’altro, le guerre si
          potrebbero sbrigare con pochissimo numero di combattenti, e anche con un compromesso, dove
          due sole persone pagate combattessero insieme per decider la causa. Ma l’egoismo dell’uomo
          porta ch’egli impieghi ad ottenere il suo fine tutte quante le forze ch’egli può impiegare
          a tale effetto.</p>
        <p>Un grand’esercito, sì per se stesso, sì per le imposte che bisognano a mantenerlo, non si
          mantiene senza incomodo e danno e spesa dei sudditi. Finchè i sudditi non sono stati
          affatto servi, finchè la moltitudine è stata qualche cosa, finchè la voce della nazione si
          è fatta sentire, finchè la carne umana, eccetto quella di un solo per nazione, non è stata
          ad intierissima disposizione di questo solo che comanda, e come la carne, così tutto il
          resto, e la nazione per tutti i versi; fino, dico, <pb ed="aut" n="903"/> ad un tal punto,
          il principe non potendo adoperare la nazione a’ suoi propri fini, se non sino ad un certo
          segno, le armate non furono più che tanto numerose. La nazione, che era ancora in qualche
          modo nazione, non tollerava facilmente 1. di guerreggiare pel puro capriccio del suo capo,
          e in bene di lui solo, 2. le leve forzate, o almeno eccessive, 3. l’eccesso delle imposte
          per far la guerra. Non tollerava, dico, tutto questo, o poneva il principe in gravissimi
          pericoli e disturbi al di dentro. Così che era dell’interesse del principe di risparmiare
          la nazione, che ancora tanto o quanto esisteva, e risparmiarla, sì nelle altre cose, sì
          massimamente dove si trattava del suo sangue, e delle sue proprietà più care, che sono i
          figli, i congiunti ec. Dal tempo della distruzione della libertà, fino ai principii o alla
          metà del seicento, i sovrani se anche erano più tiranni d’oggidì, cioè più violenti e
          sanguinarii, appunto per l’urto in cui erano colla nazione, non sono stati però mai
          padroni così assoluti de’ popoli, come in appresso. Basta legger le storie e vedere come
          fossero frequenti e facili e pericolose in quei tempi le sedizioni, i tumulti popolari ec.
          che per qualunque cagione nascessero, mostravano pur certo che la nazione era ancor viva,
          ed esisteva. E non era strano in quei tempi, come dopo, <pb ed="aut" n="904"/> il vedere
          scorrere il sangue de’ principi per mano de’ suoi soggetti. Di più il potere era assai più
          diviso, tanto colle baronie, signorie, feudi, ch’era il sistema monarchico d’allora,
          quanto colle particolari legislazioni, privilegii, governi in parte indipendenti delle
          città o provincie componenti le monarchie. Così che il re, non trovando tutto a sua sola
          disposizione, e non potendo servirsi della nazione per le sue voglie, se non con molti
          ostacoli, le armate venivano ad esser necessariamente piccole: ed è cosa manifesta che
          quando la signoria di una nazione è divisa in molte signorie, il signore di tutte, non può
          prendere da ciascuna se non poco, e infinitamente meno di quello che prenderebbe s’egli
          fosse il signore immediato, e se tutto dipendesse intieramente dall’arbitrio suo. Cosa
          dimostrata dalla storia, ed osservata dai politici. Ed anche per questo si stima nella
          guerra come principalissimo vantaggio, l’assoluta padronanza di un solo, e la intera
          monarchia, come quella di Macedonia in mezzo alla Grecia divisa ne’ suoi poteri. (Il che
          però ne’ miei principii si deve intendere solamente nel caso che quelle nazioni combattute
          da una potenza dispotica non siano dominate da vero amor di patria, o meno, se è
          possibile, di quella nazione soggetta al dispotismo. E tale era la Grecia ai tempi
          Macedonici, laddove la sola Atene aveva una volta resistito alla potenza dispotica della
          Persia, e vintala. Perchè del resto è certo che un solo vero soldato della patria, val più
          di dieci soldati di un despota, se in quella nazione monarchica non esiste altrettanto o
          simile patriotismo. E appunto nella battaglia di Maratona, uno si trovò contro dieci, cioè
          10.m contro 100.m e vinsero.) Sono anche note le costituzioni di quei tempi, le carte
          nazionali, l’uso degli stati generali, corti ec. come in Francia, in Ispagna ec. con che o
          la moltitudine faceva ancora sentir la sua voce, o certo il potere restava meno
          indipendente ed uno, e il monarca più legato.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="905"/> Ma da che il progresso dell’incivilimento o sia corruzione, e le
          altre cause che ho tante volte esposte, hanno estinto affatto il popolo e la moltitudine,
          fatto sparire le nazioni, tolta loro ogni voce, ogni forza, ogni senso di se stesse, e per
          conseguenza concentrato il potere intierissimamente nel monarca, e messo tutti i sudditi e
          ciascuno di essi, e tutto quello che loro in qualunque modo appartiene, in piena
          disposizione del principe; allora e le guerre son divenute più arbitrarie, e le armate
          immediatamente cresciute. Ed è cosa ben naturale, e non già casuale, ma conseguenza
          immancabile e diretta della natura delle cose e dell’uomo. Perchè quanto un uomo può
          adoperare in vantaggio suo, tanto adopera; ed ora che il principe può adoperare al suo
          qualunque scopo o desiderio, tutta quanta è, e tutto quanto può la nazione, segue ch’egli
          l’adopri effettivamente senz’altri limiti che quelli di lei stessa, e delle sue possibili
          forze. Il fatto lo prova. Luigi 14. o primo, o uno de’ primi di quei regnanti che
          appartengono all’epoca della perfezione del dispotismo, diede subito l’esempio al mondo,
          della moltitudine delle armate. Dato che sia questo esempio il seguirlo è necessario.
          Perchè siccome oggi la grandezza di un’armata è arbitraria bensì, ma dipende, e deve
          corrispondere quanto si possa a quella del nemico, <pb ed="aut" n="906"/> così se quella
          del nemico è grande, bisogna che ancor voi, se potete, ancorchè non voleste, facciate che
          la vostra sia grande, e superi, potendo, in grandezza la nemica; nello stesso modo che la
          potreste far piccola, anzi menomissima per le stesse ragioni, nel caso opposto, come ho
          detto p. 902. Infatti l’esempio di Luigi 14. fu seguito sì da’ principi suoi nemici, sì da
          Federico secondo, il filosofo despota, e l’autore di molti nuovi progressi del despotismo,
          da lui felicemente coltivato e promosso. Ed egli parimente obbligò alla stessa cosa i suoi
          nemici. Finalmente la cosa è stata portata all’eccesso da Napoleone, per ciò appunto
          ch’egli è stato l’esemplare della forse ultima perfezione del despotismo. Non però
          quest’eccesso è l’ultimo a cui vedremo naturalmente e inevitabilmente arrivare la cosa.</p>
        <p>Dico inevitabilmente, supposti i progressi o la durata del dispotismo, e del presente
          stato delle nazioni, le quali due cose, secondo l’andamento dei tempi, il sapere che regna
          ec. non pare che per ora, possano far altro che nuovi progressi, o pigliar nuove radici. E
          in questo caso, dico inevitabilmente, sì per l’egoismo naturale dell’uomo, e
          conseguentemente del principe, egoismo il cui effetto è sempre necessariamente
          proporzionato al potere dell’egoista; sì ancora perchè dato che sia l’esempio, e preso il
          costume questo andamento, la cosa si rende necessaria anche a chi non la volesse. E <pb
            ed="aut" n="907"/> che ciò sia vero, osservate. Come si potrebbe rimediare a questo
          costume, ancorchè egli sia in ultima analisi arbitrario e dipendente dalla volontà? Con un
          accordo generale dei principi, di tutti coloro che possono mai guerreggiare? Non ignoro
          che questo accordo si tentò, o si suppose che si tentasse o proponesse al Congresso di
          Vienna. E certo l’occasione era l’ottima che potesse mai darsi, ed altra migliore non si
          darà mai. So però che nulla se n’è fatto. Forse avranno conosciuta l’impossibilità, che
          realmente vi si oppone. Primo, qual è oggi la guarentia de’ trattati, se non la forza o
          l’interesse? Qual forza dunque o quale interesse vi può costringere a non cercare il
          vostro interesse con tutte le forze che potete? Secondo, (e questo prova più
          immediatamente che, anche volendo, non si può rimediare) chi si fida di un trattato
          precedente, in tempo di guerra? Chi non conosce quello che ho detto qui sopra nel primo
          luogo? e generalmente, chi non conosce la natura universale e immutabile dell’uomo? Se
          dunque il principe conosce tutto ciò, dunque sospetta del suo nemico; dunque anche non
          volendo, è obbligato a tenersi e provvedersi in modo ch’egli sappia resistere quanto più
          si può, a qualunque forza che il nemico voglia impiegare per attaccarlo. Chi è colui che
          possa levar mille uomini, e ne levi cento, non sapendo se il nemico l’assalterà <pb
            ed="aut" n="908"/> con cento o con mille, anzi avendo più da creder questo che quello? E
          quando si fosse fatto l’accordo generale, e osservatolo per lungo tempo, tanto maggiore
          sarebbe il vantaggio proposto a chi improvvisamente rompesse il patto: e quindi presto o
          tardi questo tale non mancherebbe. Ciò lo metterebbe in pieno possesso del suo nemico, e
          dopo un esempio solo di questa sorta, ognuno diffiderebbe, nessuno vorrebbe
          sull’incertezza arrischiare il tutto, e tutti ritornerebbero al primo costume. E ciò si
          deve intendere non meno in tempo di guerra che di pace, essendo sempre continuo il
          pericolo che i governi portano l’uno dall’altro. E ciò ancora è manifesto dal fatto, e
          dalle grandi forze che si tengono ora in tempo di pace, così che non c’è ora un tempo dove
          un paese resti disarmato, anzi non bene armato, a differenza sì de’ tempi antichi, sì de’
          secoli cristiani anteriori a questi ultimi.</p>
        <p>Da tutto ciò segue che le armate non solo non iscemeranno più, ma cresceranno sempre,
          cercando naturalmente ciascuno di superare l’altro con tutte le sue forze, e le sue forze
          stendendosi quanto quelle della nazione: che quindi le nazioni intiere, come fra gli
          antichi, si scanneranno scambievolmente, ma non, come fra gli antichi, spontaneamente, e
          di piena volonterosità, anzi vi saranno cacciate per marcia forza; non odiandosi
          scambievolmente, anzi essendo in piena indifferenza, e forse anche bramando di esser vinte
          (perchè, ed anche questo è notabile, perduto l’amor di patria, e l’indipendenza interna,
          la novità del padrone, e delle leggi, governo ec. non solo non è odiata nè temuta, ma
          spesso desiderata e preferita) non per il proprio bene, ma per l’altrui; non per il ben
          comune, ma di uno solo; anzi di quei soli che abborriranno più di qualunque altro, <pb
            ed="aut" n="909"/> e più assai di chi combatteranno; insomma non secondo natura, nè per
          effetto naturale, ma contro natura assolutamente. E lo stesso dite di tutte le altre
          conseguenze del dispotismo, sì rispetto alla guerra, come indipendentemente da essa. Cioè
          i popoli, sì per causa delle proprie e delle altrui armate, sì astraendo da ciò, saranno
          smunti, impoveriti, disanguati, privati delle loro comodità, impedita o illanguidita
          l’agricoltura, collo strapparle i coltivatori, e collo spogliarla del prodotto delle sue
          fatiche; inceppato e scoraggiato il commercio e l’industria, collo impadronirsi che farà
          del loro frutto, il sempre crescente dispotismo ec. ec. ec. In somma le nazioni, senza
          odiarsi come anticamente, saranno però come anticamente desolate, benchè senza tumulto, e
          senza violenza straordinaria; lo saranno dall’interno più che dall’estero, e da questo
          ancora, secondo le circostanze ec. ec. E tutto ciò non già verisimilmente, o senza una
          stabile e necessaria cagione, ma per conseguenza immancabile della natura umana, la quale
          non perchè sia diversa e peggiore ne’ principi, ma semplicemente come natura umana, li
          porterà inevitabilmente a tutto questo; e il fatto già lo dimostra in moltissime e
          grandissime parti. E tutto ciò senza ricavarne quell’entusiasmo, quel movimento, quelle
          virtù, quel valore, quel coraggio, quella tolleranza dei mali e delle fatiche, quella
          costanza, quella forza, quella vita pubblica e individuale, che derivava agli antichi
          anche dalle stesse grandi calamità: anzi per lo contrario, crescendo in proporzione delle
          moderne calamità, <pb ed="aut" n="910"/> il torpore, la freddezza, l’inazione, la viltà, i
          vizi, la monotonia, il tedio, lo stato di morte individuale, e generale delle nazioni.
          Ecco i vantaggi dell’incivilimento, dello spirito filosofico e di umanità, del diritto
          delle genti creato, dell’amore universale immaginato, dell’odio scambievole delle nazioni
          distrutto, dell’antica barbarie abolita.</p>
        <p>Queste mie osservazioni sono in senso tutto contrario a quello dell’<title lang="fre"
            >Essai</title> ec. loc. cit. da me p. 888. il quale fa derivare la moltitudine delle
          armate moderne dallo spirito ed odio nazionale, ed egoismo delle nazioni, ed io (credo
          molto più giustamente) dalla totale ed ultima estinzione di questo spirito, e quindi di
          quest’odio, e di questo egoismo.</p>
        <p>6. Non solamente le virtù pubbliche, come ho dimostrato, ma anche le private, e la morale
          e i costumi delle nazioni, sono distrutti dal loro stato presente. Dovunque ha esistito
          vero e caldo amor di patria, e massime dove più, cioè ne’ popoli liberi, i costumi sono
          stati sempre quanto fieri, altrettanto gravi, fermi, nobili, virtuosi, onesti, e pieni
          d’integrità. Quest’è una conseguenza naturale dell’amor patrio, del sentimento che le
          nazioni, e quindi gl’individui hanno di se stessi, della libertà, del valore, della forza
          delle nazioni, della rivalità che hanno colle straniere, e di quelle illusioni grandi e
          costanti e persuasive che nascono da tutto ciò, e che vicendevolmente lo producono: ed
          ella è cosa evidente che la virtù non ha fondamento se non se nelle illusioni, e che dove
          mancano le illusioni, manca la virtù, e regna il vizio, nello stesso modo che la
          dappocaggine e la viltà. Queste son cose evidenti nelle storie, ed osservate da tutti i
          filosofi, e politici. Ed è tanto vero; che le virtù private si trovano sempre in
          proporzione coll’amor patrio, e colla forza e magnanimità di una nazione; e
          l’indebolimento di queste <pb ed="aut" n="911"/> cose, colla corruttela dei costumi; e la
          perdita della morale si trova nella storia sempre compagna della perdita dell’amor patrio,
          della indipendenza, delle nazioni, della libertà interna, e di tutte le antiche e moderne
          repubbliche: influendo sommamente e con perfetta scambievolezza, la morale e le illusioni
          che la producono, sull’amor patrio, e l’amor patrio sulle illusioni e sulla morale. È cosa
          troppo nota qual fosse la depravazione interna de’ costumi in Francia da Luigi 14. il cui
          secolo, come ho detto, fu la prima epoca vera della perfezione del dispotismo, ed
          estinzione e nullità delle nazioni e della moltitudine, sino alla rivoluzione. La quale
          tutti notano che ha molto giovato alla perduta morale francese, quanto era possibile 1. in
          questo secolo così illuminato, e munito contro le illusioni, e quindi contro le virtù: 2.
          in tanta, e tanto radicata e vecchia depravazione, a cui la Francia era assuefatta: 3. in
          una nazione particolarmente ch’è centro dell’incivilimento, e quindi del vizio: 4. col
          mezzo di una rivoluzione operata in gran parte dalla filosofia, che volere o non volere,
          in ultima analisi è nemica mortale della virtù, perch’è amica anzi quasi la stessa cosa
          colla ragione, ch’è nemica della natura, sola sorgente della virtù. (30. Marzo-4. Aprile
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Analogo al pensiero precedente è questo che segue. <pb ed="aut" n="912"/> È cosa
          osservata dai filosofi e da’ pubblicisti che la libertà vera e perfetta di un popolo non
          si può mantenere, anzi non può sussistere senza l’uso della schiavitù interna. (Così il
          Linguet, credo anche il <bibl>
            <author>Rousseau</author>, <title lang="fre">Contrat social</title> l. 3. ch. 15.</bibl>
          ed altri. Puoi vedere anche l’ <bibl>
            <title lang="fre">Essai sur l’indifférence en matière de Religion</title>, ch.10.</bibl>
          nel passo dove cita in nota il detto luogo di Rousseau insieme con due righe di questo
          autore.) Dal che deducono che l’abolizione della libertà è derivata dall’abolizione della
          schiavitù, e che se non vi sono popoli liberi, questo accade perchè non vi sono più
          schiavi. Cosa, che strettamente presa, è falsa, perchè la libertà s’è perduta per ben
          altre ragioni, che tutti sanno, e che ha toccate in cento luoghi. Con molto maggior verità
          si potrebbe dire che l’abolizione della schiavitù è provenuta dall’abolizione della
          libertà; o vogliamo, che tutte due son provenute dalle stesse cause, ma però in maniera
          che questa ha preceduto quella e per ragione e per fatto.</p>
        <p>La conseguenza, dico, è falsa: ma il principio della necessità della schiavitù ne’ popoli
          precisamente liberi, è verissimo. Ecco in ristretto il fondamento e la sostanza di questa
          proposizione.</p>
        <p>L’uomo nasce libero ed uguale agli altri, e tale egli è per natura, e nella stato
          primitivo. Non così nello <pb ed="aut" n="913"/> stato di società. Perchè in quello di
          natura, ciascuno provvede a ciascuno de’ suoi bisogni e presta a se medesimo quegli
          ufficii che gli occorrono, ma nella società ch’è fatta pel ben comune, o ella non sussiste
          se non di nome, ed è al tutto inutile che gli uomini si trovano insieme, ovvero conviene
          ch’essi si prestino uffizi scambievoli, e provvedano mutuamente a’ loro bisogni. Ma
          ciascuno a ciascun bisogno degli altri non può provvedere: ovvero sarebbe cosa ridicola, e
          inutile, che io p. e. pensassi intieramente a te, tu intieramente a me, potendo nello
          stesso modo viver separati, e far ciascuno per noi. Dunque segue la necessità delle
          diverse professioni e mestieri, alcuni necessari alla vita assolutamente, ovvero tali
          quali li avrebbe esercitati l’individuo anche nella condizione naturale; altri non
          necessari, ma derivati appoco appoco dalla società e conducenti ai comodi e vantaggi che
          si godono (o si pretende godere) nella vita sociale, e intendo anche quei comodi primi
          primi, che ora passano per necessità; altri finalmente resi effettivamente necessari dalla
          stessa società come sono i mestieri che provvedono a cose divenuteci indispensabili per
          l’assuefazione, quello di chi insegna, quello massimamente di chi provvede alle cose
          pubbliche e veglia al bene e all’esistenza precisa di essa società; quello delle persone
          che difendono il buono dal cattivo (giacchè nata <pb ed="aut" n="914"/> la società nasce
          il pericolo del debole rispetto al forte) e la società istessa dalle altre società ec. ec.
          ec. In somma, o la società non esiste assolutamente, o in essa esiste necessariamente la
          differenza dei mestieri e dei gradi.</p>
        <p>Questo porterebbe le nazioni alle gerarchie, e così accadde infatti da principio, e
          accade ne’ popoli ancora non inciviliti, siccome ne’ civili. Ma corrotta appoco appoco la
          società, e introdotto l’abuso del potere; e quindi i popoli avendo scosso il giogo e
          ripigliata la libertà naturale, ripigliarono con ciò anche l’uguaglianza. Ed oltre che
          questa naturalmente vien dietro alla libertà, ho dimostrato altrove che la vera e precisa
          libertà non può mantenersi in una repubblica, senza tutta quella uguaglianza di cui mai
          possa esser capace la società.</p>
        <p>Ma la libertà ed uguaglianza dell’uomo gli è bensì naturale nello stato primitivo; ma non
          conviene nè si compatisce, massime nella sua stretta nazione, collo stato di società, per
          le ragioni sopraddette. Restava dunque, che richiedendosi nella società che l’uomo serva
          all’uomo, e questo opponendosi alla uguaglianza, l’uomo di una tal società fosse servito
          da uomini di un’altra, o di più altre società o nazioni, ovvero da una parte di quella
          medesima società, posta fuori de’ diritti, de’ vantaggi, delle proprietà, della
          uguaglianza, della libertà di questa, insomma considerata come estranea alla <pb ed="aut"
            n="915"/> nazione, e quasi come un’altra razza e natura di uomini dipendente,
          subalterna, e subordinata alla razza libera e uguale. Ecco l’uso della schiavitù interna
          ne’ popoli liberi e uguali; uso tanto più inerente alla costituzione di un popolo, quanto
          egli è più intollerante della propria servitù, come si è veduto negli antichi. In questo
          modo la disuguaglianza in quel tal popolo libero veniva ad esser minore che fosse
          possibile, essendo le fatiche giornaliere, i servigi bassi, che avrebbero degradata
          l’uguaglianza dell’uomo libero, la coltura della terra ec. destinata agli schiavi: e
          l’uomo libero, chiunque si fosse, e per povero che fosse, restando padrone di se, per non
          essere obbligato ai quotidiani servigi mercenarii, che vengono necessariamente a togliere
          in sostanza la sua indipendenza e libertà; e non partecipando quasi, in benefizio comune
          della società, se non della cura delle cose pubbliche, e del suo proprio governo, della
          conservazione o accrescimento della patria col mezzo della guerra ec. colle sole
          differenze che nascevano dal merito individuale ec.</p>
        <p>Tale infatti era la schiavitù nelle antiche repubbliche. Tale in Grecia, tale quella
          degl’Iloti, stirpe tutta schiava presso i Lacedemoni, oriunda di Elos (<foreign lang="grc"
            >Ἕλος</foreign>) terra (<foreign lang="lat">oppidum</foreign>) o città (così Strabone
          presso il <bibl>
            <author>Cellar.</author>
            <hi rend="sc">i</hi>. 967.</bibl>) del Peloponneso, presa a forza da’ Lacedemoni nelle
          guerre, credo, Messeniache, e ridottane tutta la popolazione in ischiavitù, sì essa come i
          suoi discendenti in perpetuo. <bibl>V. l’ <title lang="fre">Encyclopéd.
            Antiquités</title>, art. <title lang="fre">Ilotes</title>
          </bibl>, e il Cellario 1.973. Tale la schiavitù presso i Romani, della quale <bibl>v. fra
            gli altri il <author>Montesquieu</author>, <pb ed="aut" n="916"/>
            <title lang="fre" rend="italic">Grandeur</title> etc. ch. 17. innanzi alla metà.</bibl>
          <bibl>
            <author>Floro</author> 3. 19.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Terra frugum ferax</foreign>
          </quote>, (Sicilia) <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">et quodammodo suburbana provincia, latifundiis civium Romanorum
                tenebatur. Hic</hi>
              <hi rend="sc">ad cultum agri</hi>
              <hi rend="italic">frequentia ergastula</hi>, <hi rend="sc">catenatique cultores</hi>,
                <hi rend="italic">materiam bello praebuere</hi>
            </foreign>
          </quote>. E quanta fosse la moltitudine degli schiavi presso ai Romani si può congetturare
          dalla guerra servile, e dal pericolo che ne risultò. Ne avevano i Romani, cred’io, d’ogni
          genere di nazioni; e <bibl>
            <author>Floro</author> l. c.</bibl> nomina un servo Siro cagione e capo della guerra
          servile; Frontone nell’ultima epist. greca, una serva Sira ec. ec. cose che si possono
          vedere in tutti gli scrittori delle antichità Romane. <bibl>V. il <author>Pignorio</author>
            <title lang="lat">De Servis</title>
          </bibl>, e, se vuoi, <bibl>l’articolo originale del <author>Cav. Hager</author> nello
              <title>Spettatore di Milano</title> 1. Aprile 1818. Quaderno 97. p. 244.
          fine-245.</bibl> principio, dove si tocca questo argomento della gran moltitudine de’
          servi romani, e se ne adducono alcuni esempi e prove, e si cita il detto Pignorio che
          dovrebbe trovarsi nel Grevio ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Cibale</foreign>
          schiava <foreign lang="lat" rend="italic">Affricana</foreign> è nominata nel <title
            lang="lat">Moretum</title>.</p>
        <p>E qual fosse l’idea morale che gli antichi avevano degli schiavi, si può dedurre da cento
          altri scrittori e luoghi, e fatti, e costumi degli antichi, ma segnatamente da questo
          luogo di <bibl>
            <author>Floro</author> 3. 20.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Enimvero servilium armorum dedecus feras. Nam et ipsi per fortunam</hi>
              <hi rend="sc">in omnia obnoxii</hi>
            </foreign>
          </quote> (scil. nobis) <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">tamen</hi>
              <hi rend="sc">quasi secundum hominum genus sunt</hi>, <hi rend="italic">et in bona
                libertatis nostrae adoptantur</hi>
            </foreign>
          </quote>.</p>
        <p>Questa <quote>
            <emph>seconda razza di uomini</emph>
          </quote> serviva dunque alla uguaglianza e libertà de’ popoli antichi, in proporzione di
          essa libertà ed uguaglianza, e delle forze rispettive di questo o quel popolo, guerriere o
          pecunarie ec. per <pb ed="aut" n="917"/> fare o comperare degli schiavi. E l’antica
          uguaglianza e libertà, si manteneva effettivamente coll’aiuto e l’appoggio della
          schiavitù, ma della schiavitù di persone, che non avevano nulla di comune col corpo e la
          repubblica e la società di quelli che formavano la nazione libera ed uguale. Così che la
          libertà ed uguaglianza di una nazione, aveva bisogno, e supponeva la disuguaglianza delle
          nazioni, e l’una non era indipendente neppure al di dentro, se non per la soggezione di
          altre, o parti di altre ec.</p>
        <p>E la verità di tutte queste cose, e come l’uso o la necessità della schiavitù in un
          popolo libero abbia la sua ragione immediata non nella libertà, ma precisamente nella
          uguaglianza interna di esso popolo, si può vedere manifestamente per questa osservazione,
          la quale dà molta luce a questo discorso. Arriano (<bibl>
            <title>Histor. Indica</title>, cap. 10. sect. 8-9. edit. Wetsten. cum <title>Expedit.
              Alexand.</title> Amstelaed. 1757. cura Georg. Raphelii, p. 571.</bibl>) dice fra le
          cose che si raccontavano degl’Indiani: <quote>
            <foreign lang="grc">Εἶναι δὲ &gt;λέγεται&gt; καὶ τόδε μέγα ἐν τῇ Ἰνδῶν γῇ,
              πάντας Ἰνδοὺς εἶναι ἐλευθέρους, οὐδέ τινα δοῦλον εἶναι Ἰνδον· τοῦτο μὲν
              Λακεδαιμονίοισιν ἐἲ ταυτὸ συμβαίνει καὶ Ἰνδοῖσιν·</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat">qua quidem in re Indis cum Lacedaemoniis convenit.
          Interpres</foreign>.) <quote>
            <foreign lang="grc">Λακεδαιμονίοις μέν γε οἱ εἵλωτες δοῦλοί εἰσιν, καὶ τὰ δούλων
              ἐργάζονται· Ἰνδοῖσι δὲ, οὐδὲ ἄλλος δοῦλός ἐστι, μήτοιγε Ἰνδῶν τις.</foreign>
          </quote>. (<foreign lang="grc">μήτοιγε</foreign>. <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">nedum</hi>. Index vocum</foreign>.) <pb ed="aut" n="918"/> Osservate
          subito che questa cosa pare ad Arriano maravigliosa e singolare. Poi osservate, che
          gl’indiani erano liberi, cioè parte avevano monarchie, ma somiglianti a quella primitiva
          di Roma ch’era una specie di Repubblica e alle antichissime monarchie greche; parte erano <quote>
            <foreign lang="grc">πόλιες αὐτόνομοι</foreign>
          </quote> città libere e indipendenti assolutamente. (<bibl>Id. ibid. c. 12. sect. 6. et 5.
            p. 574.</bibl>) Qual era dunque la cagione di questa singolarità? Sebbene Arriano non
          l’osserva, ella si trova però in quello ch’egli soggiunge immediatamente. Ed è questo: <quote>
            <foreign lang="grc">Νενέμηνται δὲ οἱ πάντες Ἰνδοὶ ἐς ἑπτὰ μάλιστα γενεὰς</foreign>
          </quote>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Distinguuntur autem Indi omnes in septem potissimum
            genera hominum</foreign> (interpres.), ossia, caste. (<bibl>Id. ib. c. 11. sect. 1. p.
            571.</bibl>) La prima de’ sofisti (<quote>
            <foreign lang="grc">σοφισταὶ</foreign>
          </quote>), la seconda degli agricoltori (<quote>
            <foreign lang="grc">γεωργοὶ</foreign>
          </quote>), la terza de’ pastori e bifolchi (<quote>
            <foreign lang="grc">νομέες, οἱ ποιμένες τε καὶ βουκόλοι</foreign>
          </quote>), la 4.ta <foreign lang="lat" rend="italic">opificum et negotiatorum</foreign> (<quote>
            <foreign lang="grc">δημιουργικόν τε καὶ καπηλικὸν γένος</foreign>
          </quote>), la quinta dei militari (<quote>
            <foreign lang="grc">οἱ πολεμισταὶ</foreign>
          </quote>) i quali non avevano che a far la guerra quando bisognava, pensando gli altri a
          fornirli di armi, mantenerli, pagarli (tanto in tempo di guerra che di pace) e prestar
          loro tutti quanti gli uffizi castrensi, come custodire i cavalli, condurre gli elefanti,
          nettare le armi, fornire e guidare i cocchi, sicchè non restava loro che le pure funzioni
          guerriere; la sesta <foreign lang="lat" rend="italic">episcoporum sive
          inquisitorum</foreign> (<quote>
            <foreign lang="grc">οἱ ἐπίσκοποι καλεόμενοι</foreign>
          </quote>), specie d’ispettori di polizia, i quali non potevano <pb ed="aut" n="919"/>
          riferir niente di falso, <emph>e nessun indiano fu incolpato mai di menzogna</emph>
          <quote>
            <foreign lang="grc">οὐδέ τις Ἰνδῶν αἰτίην ἔσχε ψεύσασθαι</foreign>
          </quote> (<bibl>c. 12. sect. 5. p. 574. fine</bibl>); la settima finalmente <quote>
            <foreign lang="grc">οἱ ὑπὲρ τῶν κοινῶν βουλευόμενοι ὁμοῦ τῷ βασιλεῖ, ἢ κατὰ πόλιας ὅσαι
              αὐτόνομοι</foreign>
          </quote>, (<foreign lang="lat">liberae. Interpres</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">σὺν τῇσιν ἀρχῇσιν</foreign>
          </quote>: casta per sapienza e giustizia (<quote>
            <foreign lang="grc">σοφίῃ καὶ δικαιότητι</foreign>
          </quote>) sopra tutti prestante, dalla quale si sceglievano i magistrati, i <foreign
            lang="lat" rend="italic">regionum praesides</foreign> (<quote>
            <foreign lang="grc">νομάρχαι</foreign>
          </quote>), i prefetti (<quote>
            <foreign lang="grc">ὕπαρχοι</foreign>
          </quote>), i <foreign lang="lat" rend="italic">quaestores</foreign> (<quote>
            <foreign lang="grc">θησαυροφύλακες</foreign>
          </quote>), i <quote>
            <foreign lang="grc">στρατοφύλακες</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat" rend="italic">copiarum duces</foreign>), <quote>
            <foreign lang="grc">ναύαρχοί τε, καὶ ταμίαι, καὶ τῶν κατὰ γεωργίην ἔργων
            ἐπιστάται</foreign>
          </quote>. (<bibl>ib. c. 12. sect. 6-7.</bibl>) Ecco dunque la ragione perchè gl’indiani
          non usavano schiavitù. Perchè sebben liberi, non avevano l’uguaglianza.</p>
        <p>Ma come dunque senza l’uguaglianza conservavano la libertà? Neppur questo l’osserva
          Arriano, ma la cagione si deduce da quello ch’egli immediatamente soggiunge: (<bibl>ib.
            sect. 8-9</bibl>) <quote>
            <foreign lang="grc">Γαμέειν δὲ ἐξ ἑτέρου γένεος, οὐ θέμις· οἷον τοῖσι γεωργοῖσιν ἐκ τοῦ
              δημιουργικοῦ, ἢ ἔμπαλιν· οὐδὲ δύο τέχνας ἐπιτηδεύειν τὸν αὐτὸν, οὐδὲ τοῦτο θέμις· οὐδὲ
              ἀμείβειν ἐξ ἑτέρου γένεος εἰς ἕτερον· οἷον γεωργικὸν ἐκ νομέως γενέσθαι, ἢ νομέα ἐκ
              δημιοργικοῦ. Μοῦνον σφίσιν ἀνεῖται, σοφιστὴν ἐκ παντὸς γένεος γενέσθαι· ὅτι οὐ μαλθακὰ
              τοῖσι σοφιστῇσιν εἰσὶ τὰ πρήγματα, ἀλλὰ πάντων ταλαιπωρότατα</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat">non mollis vita sed omnium laboriosissima.
          Interpres</foreign>.)</p>
        <p>Questa costituzione, che si vede ancora sussistere fra <pb ed="aut" n="920"/> gl’indiani
          quanto alla distinzione in caste, e al divieto di passare dall’una all’altra o per
          matrimonii, o comunque<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <bibl>V. <title lang="eng">The Monthly Repertory of english literature</title>, Paris,
                June 1811. no. 51. vol. 13. p. 317. 325. 326.</bibl>
            </p>
          </note>; a questa costituzione che sussiste, credo, in parte anche nella Cina, dove il
          figlio è obbligato ad esercitare la professione del padre, e dove i ranghi sono con molta
          precisione distinti; questa costituzione, di cui, se ben ricordo, si trova qualche traccia
          fra gli antichi Persiani nel primo o ne’ primi libri della Ciropedia; questa costituzione,
          di cui si trova pure qualche indizio nel popolo Ebreo, dove una sola tribù era destinata
          esclusivamente al Sacerdozio; questa costituzione che pare che in tutto o in parte, fosse
          comune, fino dagli antichissimi tempi, ai popoli dell’Asia, e si vede, se non erro, anche
          oggidì, in alcune nazioni delle coste dell’Affrica; questa costituzione di cui forse si
          potrebbero trovare molte somiglianze anche nelle altre conosciute, e massime nelle più
          antiche, come nell’antica costituzione di Roma ec.;questa costituzione, dico, è forse la
          migliore, forse l’unica capace di conservare, quanto è possibile, la libertà senza
          l’uguaglianza.</p>
        <p>Perocchè, ponendo un freno e un limite all’ambizione, e alla cupidigia degl’individui, e
          togliendo <pb ed="aut" n="921"/> loro la facoltà di cangiare, e di avanzare più che tanto
          la loro condizione, viene a togliere in gran parte la collisione dei poteri, e le
          discordie interne; viene a conservare l’equilibrio, a mantenere lo stato primitivo della
          repubblica (che dev’essere il principale scopo degl’istituti politici), a perpetuare
          l’ordine stabilito ec. ec.</p>
        <p>Vero è però, anzi troppo vero, che in questa costituzione io dubito che si possano
          trovare i grandi vantaggi della libertà. Si troverà la quiete, e la detta costituzione
          sarà adattata ad un popolo, che per qualunque cagione, sia capace di contentarsi di questo
          vantaggio, e contenere i suoi desideri dentro i limiti del tranquillo e libero ben essere,
          e ben vivere, senza curarsi del meglio che in verità è sempre nemico del bene. Ma
          l’entusiasmo, la vita, le virtù splendide dei popoli liberi, non pare che si possano
          compatire con questa costituzione. Tolte le due molle dell’ambizione e della cupidigia,
          vale a dire dell’interesse proprio; tolta quasi la molla della speranza, almeno della
          grande speranza; deve seguirne l’inattività, e il poco valore in tutto il significato di
          questa parola, la poca forza nazionale ec. L’interesse proprio non essendo legato con
          quello della patria, o per lo meno, con quello del di lei avanzamento, giacchè questo
          avanzamento non sarebbe <pb ed="aut" n="922"/> legato, o certo poco legato,
          coll’avanzamento individuale, e di quello stesso che avesse procurato l’avanzamento della
          patria; di più non partecipando, se non pochissimi al governo, e quindi la moltitudine,
          non sentendo intimamente di far parte della patria, e d’esser compatriota de’ suoi capi;
          l’amor patrio in questo tal popolo, o non deve formalmente e sensibilmente esistere, o
          certo non dev’esser molto forte, nè cagione di grandi effetti, nè capace di spingere
          l’individuo a grandi sacrifizi.</p>
        <p>Il fatto dimostra queste mie osservazioni. Perchè una conseguenza immancabile di questa
          costituzione, dev’essere, secondo il mio discorso, che un tal popolo, ancorchè libero, e
          quanto all’interno, durevole nella sua libertà, e nel suo stato pubblico, tuttavia non
          possa essere conquistatore. Ora ecco appunto che Arriano ci dice, come gl’indiani non solo
          non furono mai conquistatori, ma per una parte, da Bacco e da Ercole in poi era opinione <quote>
            <foreign lang="grc">οὐδένα ἐμβαλεῖν ἐς γῆν τῶν Ἰνδῶν ἐπὶ πολέμῳ</foreign>
          </quote> fino ad Alessandro (<bibl>l. c. c. 9. sect. 10. p. 569</bibl>); ed ecco la
          cagione per cui anche senza troppa forza nazionale, ed interna, il loro stato potè durare
          lungamente: per l’altra parte era pure opinione (<bibl>sect. 12. p. cit.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="grc">οὐ μὲν δὴ οὐδὲ Ἰνδῶν τινα ἔξω τῆς οἰκείης σταλῆναι ἐπὶ πολέμῳ, διὰ
              δικαιότητα</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat">ad bellum missum <pb ed="aut" n="923"/> esse.
          interpres</foreign>). E altrove più brevemente: (<bibl>c. 5. sect. 4. p. 558.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="grc">Οὗτος ὦν ὁ Μεγασθένης λέγει, οὔτε Ἰνδοὺς ἐπιστρατεῦσαι οὐδαμοῖσιν
              ἀνθρώποισιν, οὔτε Ἰνδοῖσιν ἄλλους ἀνθρώπους</foreign>
          </quote>. Cioè fino ad Alessandro. Conseguenza naturale della detta costituzione, sebbene
          Arriano lo riferisce staccatamente, e come indipendente, e non vede la relazione che hanno
          queste cose tra loro. V. p. 943. capoverso 2.</p>
        <p>Il fatto sta che siccome nessuna nazione è così atta alla qualità di conquistatrice, come
          una nazione libera, il che apparisce dal fatto, e da quello che ho ragionato nel pensiero
          antecedente ec.;così anche è pur troppo vero che il maggior pericolo della libertà di un
          popolo nasce dalle sue conquiste e da’ suoi qualunque ingrandimenti, che distruggono
          appoco <add resp="ed">appoco</add> l’uguaglianza, senza cui non c’è vera libertà, e
          cangiano i costumi, lo stato primitivo, l’ordine della repubblica; sicchè finalmente la
          precipitano nella obbedienza. Cosa anche questa dimostrata dal fatto. (4-6. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Siccome l’amor patrio o nazionale non è altro che una illusione, ma facilmente derivante
          dalla natura, posta la società, com’è naturale l’amor proprio nell’individuo, e posta la
          famiglia, l’amor di famiglia, che si vede anche ne’ bruti; così esso non si mantiene, e
          non produce buon frutto senza le illusioni e i pregiudizi che naturalmente ne derivano, o
          che anche ne sono il fondamento. L’uomo non è sempre ragionevole, ma sempre conseguente in
          un modo o nell’altro. Come dunque amerà <pb ed="aut" n="924"/> la sua patria sopra tutte,
          e come sarà disposto nei fatti, a tutte le conseguenze che derivano da questo amore di
          preferenza, se effettivamente egli non la crederà degna di essere amata sopra tutte, e
          perciò la migliore di tutte; e molto più s’egli crederà le altre, o qualcun’altra,
          migliore di lei? Come sarà intollerante del giogo straniero, e geloso della nazionalità
          per tutti i versi, e disposto a dar la vita e la roba per sottrarsi al dominio forestiero,
          se egli crederà lo straniero uguale al compatriota, e peggio, se lo crederà migliore? Cosa
          indubitata: da che il nazionale ha potuto o voluto ragionare sulle nazioni, e giudicarle;
          da che tutti gli uomini sono stati uguali nella sua mente; da che il merito presso lui non
          ha dipenduto dalla comunanza della patria ec. ec.;da che egli ha cessato di persuadersi
          che la sua nazione fosse il fiore delle nazioni, la sua razza, la cima delle razze umane;
          dopo, dico, che questo ha avuto luogo, le nazioni sono finite, e come nella opinione, così
          nel fatto, si sono confuse insieme; passando inevitabilmente la indifferenza dello spirito
          e del giudizio e del concetto, alla indifferenza del sentimento, della inclinazione, e
          dell’azione. E questi pregiudizi che si rimproverano alla Francia, perchè offendono l’amor
          proprio degli stranieri, sono la somma salvaguardia della sua nazionale indipendenza, come
          lo furono presso gli antichi; <pb ed="aut" n="925"/> la causa di quello spirito nazionale
          che in lei sussiste, di quei sacrifizi che i francesi son pronti a fare ed hanno sempre
          fatto, per conservarsi nazione, e per non dipendere dallo straniero; e il motivo per cui
          quella nazione, sebbene così colta ed istruita (cose contrarissime all’amor patrio),
          tuttavia serba ancora, forse più che qualunque altra, la sembianza di nazione. E non è
          dubbio che dalla forza di questi pregiudizi, come presso gli antichi, così nella Francia,
          doveva seguire quella preponderanza sulle altre nazioni d’Europa, ch’ella ebbe finora, e
          che riacquisterà verisimilmente. (6. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si considera come sola cosa necessaria la vita, la quale anzi è la cosa meno necessaria
          di tutte le altre. Perchè tutte le necessità o desiderabilità hanno la loro ragione nella
          vita, la quale, massime priva delle cose o necessarie o desiderabili, non ha la ragione
          della sua necessità o desiderabilità in nessuna cosa. (6. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La superiorità della natura sopra tutte le opere umane, o gli effetti delle azioni
          dell’uomo, si può vedere anche da questo, che tutti i filosofi del secolo passato, e tutti
          coloro che oggi portano questo nome, e in genere tutte le persone istruite di questo
          secolo, che è indubitatamente <pb ed="aut" n="926"/> il più istruito che mai fosse, non
          hanno altro scopo rispetto alla politica (parte principale del sapere umano), e non sanno
          trovar di meglio che quello che la natura aveva già trovato da se nella società primitiva,
          cioè rendere all’uomo sociale quella giusta libertà ch’era il cardine di tutte le antiche
          politiche presso tutte le nazioni non corrotte, e così oggi presso tutte le popolazioni
          non incivilite, e allo stesso tempo non barbarizzate, cioè tutte quelle che si chiamano
          barbare, di quella barbarie primitiva, e non di corruzione. (6. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 872. E non per altra cagione sono odiose e riputate contrarie alla buona creanza
          le lodi di se medesimo, se non perchè offendono l’amor proprio di chi le ascolta. E perciò
          la superbia è vizio nella società, e perciò l’umiltà è cara, e stimata virtù. (7 Aprile
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In qualunque nazione o antica o moderna s’incontrano grandi errori contrari alla natura,
          come dovunque grandi cognizioni contrarie alla natura; quivi non s’incontra niente o ben
          poco di grande di bello di buono. E questo è l’uno de’ principali motivi per cui le
          nazioni orientali, ancorchè grandi, ancorchè la loro storia rimonti a tempi antichissimi,
          tempi ordinariamente compagni del grande e del bello; ancorchè ignorantissime in ultima
          analisi, e quindi prive dei grandi ostacoli della ragione e del vero, e questo anche
          oggidì; tuttavia non offrano quasi niente di vero grande nè di vero bello, e ciò tanto <pb
            ed="aut" n="927"/> riguardo alle azioni, ai costumi, all’entusiasmo e virtù della vita,
          quanto alle produzioni dell’ingegno e della immaginazione. E la causa per la quale i Greci
          e i Romani soprastanno a tutti i popoli antichi, è in gran parte questa, che i loro errori
          e illusioni furono nella massima parte conformissime alla natura, sicchè si trovarono
          egualmente lontani dalla corruzione dell’ignoranza, e dal difetto di questa. Al contrario
          de’ popoli orientali le cui superstizioni ed errori, che sebbene moderni e presenti, si
          trovano per lo più di antichissima data, furono e sono in gran parte contrarie alla
          natura, e quindi con verità si possono chiamar barbare. E si può dire che nessun popolo
          antico, nell’ordine del grande e del bello, può venire in paragone de’ greci e de’ Romani.
          Il che può derivare anche da questo, che forse i secoli d’oro degli altri popoli, come
          degli Egiziani, degl’Indiani, de’ Cinesi, de’ Persiani ec. ec. essendo venuti più per
          tempo, giacchè questi popoli sono molto più antichi, la memoria loro non è passata fino a
          noi, ma rimasta nel buio dell’antichità, col quale viene a coincidere la epoca dei detti
          secoli; e per lo contrario ci è pervenuta la memoria sola della loro corruzione e
          barbarie, succeduta naturalmente alla civiltà, e abbattutasi ad esser contemporanea della
          grandezza e del fiore dei popoli greco e Romano, la qual grandezza occupa <pb ed="aut"
            n="928"/> e signoreggia le storie nostre, alle quali per la maggior vicinanza de’ tempi
          ha potuto pervenire, e perch’ella signoreggiò effettivamente in tempi più vicini a noi.
          Anzi si può dire che quanto ci ha di grande e di bello rispetto all’antichità nelle
          storie, e generalmente in qualunque memoria nostra, tutto appartiene all’ultima epoca
          dell’antichità, della quale i greci e i Romani furono effettivamente gli ultimi popoli. <quote>
            <foreign lang="grc">Ὦ Ἕλληνες ἀεὶ παῖδες ἐστὲ</foreign>
          </quote> ec. Platone in persona di quel sacerdote Egiziano. (10. Aprile 1821.). V. p.
          2331.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Spegnere</emph> parola tutta propria oggi degl’italiani, non pare che possa derivare
          da altro che da <foreign lang="grc">σβεννύειν</foreign> mutato, oltre la desinenza, il
            <foreign lang="grc">β</foreign> in <emph>p</emph>, mutazione ordinaria per esser due
          lettere dello stesso organo, cioè labiali, e il doppio <foreign lang="grc">ν</foreign> in
            <emph>gn</emph>, questo pure ordinario, e ordinarissimo presso gli spagnuoli che da
            <foreign lang="lat" rend="italic">annus</foreign> fanno <foreign lang="spa"
            rend="italic">año</foreign> ec. ec. Se dunque <emph>spegnere</emph> deriva dalla detta
          parola greca, è necessario supporre ch’ella fosse usitata nell’antico latino, (sia che le
          dette mutazioni, o vogliamo, diversità di lettere esistessero già nello stesso latino, sia
          che vi fossero introdotte, nel passare questa parola dal latino in italiano) tanto più che
          l’uso del detto verbo <emph>spegnere</emph> è limitato, (cred’io) alla sola Italia. Il
          Forcellini non ha niente di simile nelle parole comincianti per <emph>exb, exp, exsb,
            exsp, sb, sp</emph>. Parimente il Ducange, che ho ricercato accuratamente. (10. Aprile
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La lingua Sascrita, quell’antichissima lingua indiana, che quantunque diversamente
          alterata e corrotta, e distinta in moltissimi dialetti, vive ancora e si parla in tutto
          l’Indostan, <pb ed="aut" n="929"/> (<bibl>
            <title>Annali di Scienze e Lettere</title> Milano. 1811. Gennaio. vol. 5. n. 13.</bibl>
          <bibl>
            <author>Vilkins</author>, <title>Gramatica della lingua Sanskrita</title>: articolo
            tradotto da quello di un cospicuo letterato nell’ <title lang="eng">Edinburgh
            Review</title>. p. 28-29-31. fine-32. principio. e 32. mezzo. 35. fine-36.
          principio</bibl>) e altre parti dell’India, (<bibl>ivi 28. fine</bibl>) e segnatamente
          sotto nome di lingua Pali <emph>in tutte le nazioni</emph> poste all’oriente della
          medesima India (<bibl>ivi 36.</bibl>); quella lingua che Sir William (Guglielmo) Jones
          famosissimo per la cognizione sì delle cose orientali, sì delle lingue orientali e
          occidentali (<bibl>ivi 37. princip. e fine</bibl>), <quote>
            <emph>non dubitò di dichiarare essere più perfetta della greca, più copiosa della
              Latina, e dell’una e dell’altra più sapientemente raffinata</emph>
          </quote> (<bibl>ivi 52.</bibl>); quella lingua dalla quale è opinione di alcuni dotti
          inglesi del nostro secolo, non senza appoggio di notabili argomenti e confronti, che sieno
          derivate, o abbiano avuto origine comune con lei, le lingue Greca, Latina, Gotica, e
          l’antica Egiziana o Etiopica (come pure i culti popolari primitivi di tutte queste
          nazioni) (<bibl>ivi. 37.38. princip. e fine</bibl>); questa lingua, dico, antichissima,
          ricchissima, perfettissima, avendo otto casi, non si serve delle preposizioni coi nomi (<quote>
            <emph>i suoi otto casi rendono superfluo l’uso delle preposizioni</emph>
          </quote>. <bibl>ivi 52. fine</bibl>), ma <quote>
            <emph>le adopera esclusivamente da prefiggersi ai verbi</emph>
          </quote>, come si fa in greco, <quote>
            <emph>laddove, sole, rimangonsi prive affatto d’ogni significato</emph>
          </quote>. (ivi.) Così che tutte le sue preposizioni sono destinate espressamente ed
          unicamente alla composizione, e a variare e moltiplicare col mezzo di questa, i
          significati <pb ed="aut" n="930"/> dei verbi. (Altre particolarità di quella lingua,
          analoghe affatto alle particolarità e pregi delle nostre lingue antiche, come formalmente
          l’osserva l’Estensore dell’articolo, puoi vederle, se ti piacesse, nel fine d’esso
          articolo, cioè dalla metà della p. 52. a tutta la p. 53.) (11. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Oggi l’uomo è nella società quello ch’è una colonna d’aria rispetto a tutte le altre e a
          ciascuna di loro. S’ella cede, o per rarefazione, o per qualunque conto, le colonne
          lontane premendo le vicine, e queste premendo nè più nè meno in tutti i lati, tutte
          accorrono ad occupare e riempiere il suo posto. Così l’uomo nella società egoista. L’uno
          premendo l’altro, quell’individuo che cede in qualunque maniera, o per mancanza di
          abilità, o di forza, o per virtù, e perchè lasci un <emph>vuoto di egoismo</emph>,
          dev’esser sicuro di esser subito calpestato dall’<emph>egoismo</emph> che ha dintorno per
          tutti i lati: e di essere stritolato come una macchina pneumatica dalla quale, senza le
          debite precauzioni, si fosse sottratta l’aria. (11. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quello che ho detto delle guerre antiche paragonate colle moderne, aggiungete che una
          nazione intera potrà muover guerra per qualche causa ingiusta, (e ciò ancora più
          difficilmente che il principe), ma non mai per un assoluto capriccio. Al contrario il
          principe. Perchè molti non possono avere uno stesso capriccio, essendo il capriccio una
          cosa relativa, e variabile, secondo le <pb ed="aut" n="931"/> teste, e senza una causa
          uniforme di esistere. Così che la nazione non si può accordare tutta intiera in un
          capriccio. Ma s’ella non ha bisogno di convenirci, dipendendo già tutta intera da un solo,
          e questo solo avendo capricci come gli altri perchè uomo, e più degli altri perchè
          padrone, e potendo il suo capriccio disporre della guerra e della pace, e di tutto quello
          che spetta a’ suoi sudditi; vedete quali sono le conseguenze; osservate se combinino coi
          fatti, e poi anche ditemi se dalla possibilità del capriccio nel mover guerra, segua che
          queste debbano esser più rare o più frequenti delle antiche. (11. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non è cosa più dispiacevole e dispettosa all’uomo afflitto, e oppresso dalla malinconia,
          dalla sventura presente, o dal presente sentimento di lei, quanto il tuono della
          frivolezza e della dissipazione in coloro che lo circondano, e l’aspetto comunque della
          gioia insulsa. Molto più se questo è usato con lui, e soprattutto s’egli è obbligato per
          creanza, o per qualunque ragione a prendervi parte. (12. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La stessa proporzionata disparità ch’è fra gli antichi e i moderni, in ordine al bello,
          alla immaginazione, alla letizia, alla felicità per l’una parte, e al vero, alla ragione,
          alla malinconia, alla infelicità per l’altra parte; la stessa, dico, si trova
          proporzionatamente in ciascheduna età antica o moderna, fra i popoli meridionali e i
          settentrionali. Sebbene l’antichità era il <emph>tempo</emph> del bello, <pb ed="aut"
            n="932"/> e della immaginazione, tuttavia anche allora la Grecia e l’Italia ne erano
            <emph>la patria, e il luogo</emph>. E quantunque non fossero quei tempi adattati alla
          profondità dell’intelletto, al vero, alla malinconia, contuttociò ne’ Settentrionali si
          vede l’inclinazione loro naturale a queste qualità, e negl’inni, nei canti, nelle sentenze
          staccate dei Bardi, si nota, oltre alla famosa malinconia, una certa profondità di
          pensiero, e la osservazione di certe verità che anche oggi in tanto progresso della
          filosofia, non sono le più triviali. Insomma vi si nota un carattere di pensiero
          diversissimo nella profondità, da quello de’ meridionali degli stessi tempi. (<bibl>V. se
            vuoi, gli <title>Annali di Scienze e Lettere</title>, Milano. vol. 6. n. 18. Giugno
            1811.</bibl>
          <bibl>
            <title>Memoria intorno ai Druidi e ai Bardi Britanni</title>, p. 376-378. e 383 fine —
            385.</bibl> dove si riportano parecchi aforismi e documenti de’ Bardi.) Così per lo
          contrario, sebbene l’età moderna è <emph>il tempo</emph> del pensiero, nondimeno il
          settentrione ne è la <emph>patria</emph>, e l’Italia conserva tuttavia qualche poco della
          sua naturale immaginazione, del suo bello, della sua naturale disposizione alla letizia ed
          alla felicità. In quello dunque che ho detto de’ miei diversi stati, rispetto alla
          immaginazione e alla filosofia, paragonandomi col successo de’ tempi moderni agli antichi,
          si può anche aggiungere il paragone coi popoli meridionali e settentrionali. (12. Aprile
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’estensione reale e strettamente considerata, della quale è capace una lingua, in quanto
          lingua <pb ed="aut" n="933"/> usuale, quotidiana, propria, e materna, è piccolissima; e
          molto minore che non si crede. Una stretta conformità di linguaggio, e per conseguenza una
          medesima lingua strettamente considerata, non è comune se non ad un numero ben piccolo di
          persone, e non occupa se non un piccolo tratto geografico.</p>
        <p>1. Ognuno sa e vede in quante lingue riconosciute, e scritte, e distinte con precisione,
          sia divisa l’Europa, e il mondo, e come ciascuna nazione usi una lingua differente
          precisamente dalle altre, e propria sua, sebbene possa aver qualche maggiore o minore
          affinità colle forestiere.</p>
        <p>2. Diffondendosi una nazione, ed occupando un troppo largo tratto di paese, e crescendo a
          un soverchio numero d’individui, l’esperienza continua dei secoli, e la fede di tutte le
          storie, dimostra che la lingua di quella nazione si divide, la conformità del linguaggio
          si perde, e per quanto quella nazione sia veramente ed originariamente la stessissima, la
          sua lingua non è più una. Così è accaduto alla lingua de’ Celti, diffusi per la Gallia, la
          Spagna, la Bretagna, e l’Italia ec. con che la lingua celtica s’è divisa in tante lingue,
          quanti paesi ha occupato la nazione. Così alla teutonica, alla slava ec. e fra le
          orientali all’arabica, colla diffusione de’ maomettani.</p>
        <p>3. Sebbene un popolo conquistatore trasporti e pianti la sua lingua nel paese
          conquistato, e <emph>distrugga anche del tutto la lingua paesana</emph>, la sua lingua in
          quel tal paese appoco appoco si altera, finattanto che torna a diventare una lingua
          diversa dalla introdottaci. Testimoni i Romani, <pb ed="aut" n="934"/> la cui lingua
          piantata colla conquista nella Francia e nella Spagna, (per non estenderci ora ad altro) e
          distrutta intieramente la lingua indigena (giacchè quei minimi avanzi che ne potessero
          ancora restare, non fanno caso), non fece altro che alterandosi a poco a poco, finalmente
          emettere dal suo seno due lingue da lei formalmente diverse, la francese, e la spagnuola.
          Lo stesso si potrebbe dire d’infinite altre famiglie di lingue Europee, e non Europee, che
          uscite ciascuna da una lingua sola, colla diffusione dei loro parlatori, si sono
          moltiplicate e divise in tante lingue quante compongono quella tal famiglia.</p>
        <p>4. Anche dalle osservazioni precedenti si può dedurre, che questa impossibilità naturale
          e positiva dello estendersi una lingua più che tanto, in paese, e in numero di parlatori
          (o provenga dal clima che diversifichi naturalmente le lingue, o da qualunque cagione),
          non è solamente dipendente dalla mescolanza di altre lingue che guastino quella tal lingua
          che si estende, a misura che trova occupato il posto da altre, e ne le caccia: ma che è
          un’impossibilità materiale, innata, assoluta, per cui, quando anche tutto il resto del
          mondo fosse vuoto, o muto, quella tal lingua, dilatandosi più che tanto, si dividerebbe
          appoco appoco in più lingue. E ciò intendo di confermare anche colle osservazioni
          seguenti.</p>
        <p>5. Le colonie che trasportano di pianta una lingua in diversi luoghi, portandovi i di lei
          stessi parlatori <pb ed="aut" n="935"/> naturali, sono soggette alla stessa condizione.
          Testimoni i tre famosi e principali dialetti delle colonie greche, Jonico, Dorico, Eolico,
          per tacere d’infiniti altri esempi.</p>
        <p>6. Ciò non basta. Solamente che una nazione, senza occupare paesi discosti, e forestieri,
          senza trasportarsi in altri luoghi, si dilati, e formi un corpo più che tanto grande, la
          sua lingua, dentro la stessa nazione, e nelle sue proprie viscere, si divide, e si
          diversifica più o meno dalla sua primitiva, in proporzione della distanza dal primo e
          limitato seggio della nazione, dalla prima fonte della nazione e della lingua, la quale
          non si conserva pura se non in quel preciso e ristretto luogo dov’ella fu primieramente
          parlata. Testimoni i moltissimi dialetti minori ne’ quali era divisa la lingua greca
          dentro la stessa Grecia, paese di sì poca estensione geografica, il Beotico, il Laconico,
          il Macedonico, lo Spartano, il Tessalico: e parimente suddivisi i di lei dialetti
          principali negli altri minori, Cretese, Sciotto, Cipriotto, Cirenese, Delfico, Efesio,
          Lidio, Licio, Megarese, Panfilio, Fenicio, Regino, Siciliano, Siracusano, Tarentino ec.
          (V. Sisti, Introduz. alla lingua greca par. 211.) Testimoni i dialetti della lingua
          italiana, della francese, della spagnuola, della tedesca, e di tutte le lingue antiche o
          moderne, purchè i loro parlatori siano più che tanto estesi di numero e di paese. Che la
          lingua Ebraica fosse distinta in dialetti nelle stesse tribù Ebraiche, dentro la stessa
          Cananea. <bibl>v. <author>Iudic.</author> c. 12. vers. 5-6.</bibl> e quivi i comentatori.
          La lingua Caldaica ec. non è che un Dialetto dell’Ebraica. La samaritana parimente; o
          l’ebraica è un dial. della Samarit. o figlia o corruzione di essa. ec. De’ tre dialetti
          egiziani-coptici tutti tre scritti, v. il Giorgi.</p>
        <p>7. Neppur questo è tutto. Ma dentro i confini di un medesimo ed unico dialetto, non v’è
          città, il cui linguaggio non differisca più o meno, da quello medesimo della città più
          immediatamente vicina. Non differisca dico, nel tuono e inflessione e modulazione della
          pronunzia, nella inflessione e modificazione diversa delle <pb ed="aut" n="936"/> parole,
          e in alcune parole, frasi, maniere, intieramente sue proprie e particolari. Questo si vede
          nelle città di Toscana (tanto che il Varchi vuole perciò che la lingua scritta italiana,
          non solo non si chiami italiana, ma neppur toscana, bensì fiorentina), si vede nelle altre
          città di qualunque provincia italiana, e dappertutto. Di più in ciascuna città, il
          linguaggio cittadinesco è diverso dal campestre. Di più senza uscire dalla città medesima,
          è noto che nella stessa Firenze si parla più di un dialetto, secondo la diversità delle
          contrade: (e di ciò pure il Varchi). Così che una lingua non arriva ad essere strettamente
          conforme e comune, neppure ad una stessa città, s’ella è più che tanto estesa, e popolata.
          E così credo che avverrà pure in Parigi ec. V. p. 1301. fine.</p>
        <p>Da questi dati caviamo alcune conseguenze più alte ed importanti. 1. Che la diversità de’
          linguaggi è naturale e inevitabile fra gli uomini, e che la propagazione del genere umano
          portò con se la moltiplicità delle lingue, e la divisione e suddivisione dell’idioma
          primitivo, e finalmente il non potersi intendere, nè per conseguenza comunicare
          scambievolmente più che tanto numero di uomini. La confusione de’ linguaggi che dice la
          Scrittura essere stato un gastigo dato da Dio agli uomini, è dunque effettivamente
          radicata nella natura, e inevitabile nella generazione umana, e fatta proprietà essenziale
          delle nazioni ec.</p>
        <p>2. Che il progetto di una lingua universale, (seppure per questa s’è mai voluta intendere
          una lingua propria e nativa e materna e quotidiana di tutte le nazioni) è una chimera non
          solo materialmente, e relativamente, e per le circostanze e le difficoltà che risultano
          dalle cose quali ora sono, <pb ed="aut" n="937"/> ossia dalla loro condizione attuale, ma
          anche in ordine all’assoluta natura degli uomini; vale a dire non solamente in pratica, ma
          anche in ragione.</p>
        <p>3. Considerando per l’una parte la naturale e inevitabile ristrettezza, che ho detto, de’
          confini di una lingua assolutamente uniforme; per l’altra parte, che la lingua è il
          principalissimo istrumento della società, e che per distintivo principale delle nazioni si
          suole assegnare la uniformità della lingua; ne inferiremo</p>
        <p>I. Una prova di quello che ho detto p. 873. fine-877. intorno alla ristrettezza delle
          società primitive quanto all’estensione; cioè si conoscerà come la natura avesse
          effettivamente provveduto anche per questa parte alla detta ristrettezza.</p>
        <p>II. Una nuova considerazione intorno agli ostacoli che la natura avea posto
          all’incivilimento. Giacchè l’incivilimento essendo opera della società, e andando i suoi
          progressi in proporzione della estensione di essa società e del commercio scambievole
          ec.;e per l’altra parte, l’istrumento principale della società essendo la lingua, e questa
          avendo fatto la natura che non potesse essere uniforme se non fra pochissimi; si viene a
          conoscere come anche per questa parte la natura si sia opposta alla soverchia dilatazione
          e progresso della società, ed all’alterazione <pb ed="aut" n="938"/> degli uomini che ne
          aveva a seguire. Opposizione che non si è vinta, se non con infinite difficoltà, con gli
          studi, e con cento mezzi niente naturali, facendo forza alla natura, come si sono superate
          tutte le altre barriere che la natura avea poste all’incivilimento e alla scienza.</p>
        <p>III. Come la società, così anche la lingua fa progressi coll’estensione: e la lingua di
          un piccolo popolo, è sempre rozza, povera, e bambina balbettante, se non in quanto ella
          può essere influita dal commercio coi forestieri, che è fuori anzi contro il caso. Si vede
          dunque che la natura coll’impedire l’estensione di una lingua uniforme, ne ha voluto anche
          impedire il perfezionamento, anzi anche la semplice maturità o giovanezza. Da ciò segue
          che la lingua destinata dalla natura primitivamente e sostanzialmente agli uomini, era una
          lingua di ristrettissime facoltà, e quindi di ristrettissima influenza. Dunque segue che
          essendo la lingua l’istrumento principale della società, la società destinata agli uomini
          dalla natura, era una società di pochissima influenza, una società lassa, e non capace di
          corromperli, una società poco maggiore di quella ch’esiste fra i bruti, come ho detto in
          altri pensieri.</p>
        <p>IV. Colla debolezza della lingua destinataci, la natura avea provveduto alla
          conservazione del nostro stato primitivo, non solo in ordine alla generazione
          contemporanea, <pb ed="aut" n="939"/> ma anche alle passate e future. Mediante una lingua
          impotente, è impotente la tradizione; e le esperienze, cognizioni ec. degli antenati
          arrivano ai successori, oscurissime incertissime debolissime e più ristrette assai di
          quelle ristrettissime che con una tal lingua e una tal società avrebbero potuto acquistare
          i loro antenati; cioè quasi nulle. Perchè i bruti non avendo lingua, non hanno tradizione,
          cioè comunicazione di generazioni, perciò il bruto d’oggidì è freschissimo e naturalissimo
          come il primo della sua specie uscito dalle mani del Creatore. Tali dunque saremmo noi
          appresso a poco, con una lingua limitatissima nelle sue facoltà. Il fatto lo conferma.
          Tutti i popoli che non hanno una lingua perfetta, sono proporzionatamente lontani
          dall’incivilimento. V. p. 942. capoverso 1. E finchè il mondo non l’ebbe, conservò
          proporzionatamente lo stato primitivo. Così pure in proporzione, dopo l’uso della
          scrittura dipinta, e della geroglifica. L’incivilimento, ossia l’alterazione dell’uomo,
          fece grandi progressi dopo l’invenzione della scrittura per cifre, ma però sino a un certo
          segno, fino all’invenzione della stampa, ch’essendo la <emph>perfezione della
          tradizione</emph>, ha portato al colmo l’incivilimento. Invenzioni tutte difficilissime, e
          soprattutto la scrittura per cifre; onde si vede quanto la natura fosse lontana dal
          supporle, e quindi dal volere e ordinare i loro effetti.</p>
        <p>E questo si può riferire a quello che ho detto <pb ed="aut" n="940"/> in altri pensieri
          contro coloro che considerano l’incivilimento come perfezionamento, e quindi sostengono la
          perfettibilità dell’uomo. Il quale incivilimento apparisce e dalla ragione e dal fatto che
          non si poteva conseguire, e molto meno perfezionare senza l’invenzione della scrittura per
          cifre; invenzione astrusissima, e mirabile a chi un momento la consideri, e della quale
          gli uomini hanno dovuto mancare, non già casualmente, ma necessariamente per lunghissima
          serie di secoli, com’è accaduto. Torno dunque a domandare se è verisimile che la natura
          alla perfezione di un essere privilegiato fra tutti, abbia supposto e ordinato un tal
          mezzo ec. ec. Lo stesso dico del perfezionamento di una lingua, cosa anch’essa
          difficilissima e tardissima a conseguirsi, e intendo ora, non quello che riguarda la
          bellezza, ma la semplice utilità di una lingua. Lo stesso altresì della stampa inventata 4
          soli secoli fa, non intieri. ec. ec. V. p. 955. capoverso 1. e il mio pensiero circa la
          diversità degli alfabeti naturali.</p>
        <p>Altro è la perfettibilità della società, altro quella dell’uomo ec. ec. ec. (12-13.
          Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che ho detto in parecchi pensieri della compassione che eccita la debolezza, si
          deve considerare massimamente in quelli che sono forti, e che sentono in quel momento la
          loro forza, e ne’ quali questo sentimento contrasta coll’aspetto della debolezza o
          impotenza di quel tale oggetto amabile o compassionevole: amabilità che in <pb ed="aut"
            n="941"/> questo caso deriva dalla sorgente della compassione, quantunque quel tale
          oggetto in quel punto non soffra, o non abbia mai sofferto, nè provato il danno della sua
          debolezza. Al qual proposito si ha una sentenza o documento de’ Bardi Britanni rinchiusa
          in certi versi che suonano così: <quote>
            <emph>Il soffrire con pazienza e magnanimità, è indizio sicuro di coraggio e d’anima
              sublime; e l’abusare della propria forza è segno di codarda ferocia</emph>
          </quote>. (<bibl>
            <title>Annali di Scienze e Lettere</title> l. cit. di sopra (p. 932.) p. 378.</bibl>)
          L’uomo forte ma nel tempo stesso magnanimo, deriva senza sforzo e naturalmente dal
          sentimento della sua forza un sentimento di compassione per l’altrui debolezza, e quindi
          anche <quote>
            <emph>una certa inclinazione ad amare, e una certa facoltà di sentire l’amabilità,
              trovare amabile un oggetto, maggiore che gli altri</emph>
          </quote>. Ed egli suol sempre soffrire con pazienza dai deboli, piuttosto che
          soverchiarli, ancorchè giustamente. (13. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quello che ho detto altrove della derivazione del verbo <emph>tornare</emph>, si
          aggiunga, che questo verbo è lo stesso che il <foreign lang="fre" rend="italic"
          >tourner</foreign> dei francesi, il quale significa la stessa cosa che in latino <foreign
            lang="lat" rend="italic">volvere</foreign>. Giacchè appunto nello stesso modo, da
            <foreign lang="lat" rend="italic">volvere</foreign>, gli spagnuoli hanno fatto <foreign
            lang="spa" rend="italic">bolver</foreign> che significa <emph>tornare</emph>. (13.
          Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="942"/> Alla p. 939. La maravigliosa e strana immobilità ed
            <emph>immutabilità</emph> (così la chiama l’ <bibl>
            <title lang="eng">Edinburgh Review</title> negli <title>Annali di Scien. e
            Lettere</title> vol. 8. Dicembre 1811. n. 24 <author>Staunton</author>, <title>Traduz.
              del Ta-Tsing-Leu-Lee</title>. p. 300.</bibl>) della nazione Chinese, dev’esser
          derivata certo in grandissima parte, e derivare dal non aver essi alfabeto nè lettere,
            (<bibl>l. cit. <author>Rémusat</author>, <title>Saggio sulla lingua e letteratura
              Chinese</title>, dal <title lang="fre">Magasin Encyclopédique</title>, p. 324.
          fine</bibl>) ma caratteri esprimenti le cose e le idee cioè un dato numero di caratteri
          elementari e principali rappresentanti le principali idee, i quali si chiamano chiavi, e
          sono nel sistema di alcuni dotti Chinesi 214, (<bibl>ivi p. 313. 319</bibl>) in altri
          sistemi molto più, in altri molto meno, (<bibl>ivi p. 319.</bibl>) ma il sistema delle 214
          è il più comune e il più seguito da’ letterati chinesi nella compilazione de’ loro
          dizionarii. I quali caratteri elementari o chiavi diversamente combinati fra loro (come
          ponendo <emph>sopra</emph> la chiave che rappresenta i <emph>campi</emph>, l’abbreviatura
          di quella che rappresenta le <emph>piante</emph>, si fa il segno o carattere che significa
          o rappresenta <emph>primizia dell’erbe e delle messi</emph>; e ponendo questo medesimo
          carattere <emph>sotto</emph> la chiave che rappresenta gli <emph>edifizi</emph>, si fa il
          carattere che significa <emph>tempio</emph>, cioè luogo dove si offrono le primizie (l.
          cit. p. 314.)) servono ad esprimere o rappresentare le altre idee: essendo però le dette
          combinazioni convenute, e gramaticali, come lo sono le chiavi elementari; altrimenti non
          s’intenderebbero. (p. 319. fine.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nel qual modo e senso un buon dizionario chinese, secondo Abel-Rémusat (<bibl>
            <title lang="fre">Essai sur la langue et la littérature chinoise</title>. Paris 1811. l.
            cit. p. 320.</bibl>) dovrebbe contenere 35,000 <pb ed="aut" n="943"/>
          <emph>caratteri</emph> come ne contiene il Tching-tseu-toung, uno de’ migliori Dizionari
          che hanno i chinesi; secondo il Dott. Hager, (<bibl>
            <title lang="fre">Panthéon Chinois</title>. Paris 1806. in-fol. <title lang="fre"
              >Préface</title>.</bibl>) basterebbero 10,000 (<bibl>ivi, e p. 311. nota.</bibl>) La
          quale scrittura in somma appresso a poco è la stessa che la ieroglifica. Paragonate gli
          Annali ec. sopracitati, vol. 5. num.14. <bibl>
            <author>Hammer</author>, <title>Alfabeti antichi e caratteri ieroglifici
            spiegati</title>, artic. del <title>Crit. Rew.</title> p. 144.-147. col vol. 8. n.24. p.
            297.-298. e p. 313. 320</bibl>. Questo paragone l’ho già fatto, e trovatolo giusto. (14.
          Aprile 1821.). V. p. 944. capoverso 2.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La lingua chinese è tutta architettata e fabbricata sopra un sistema di composti, non
          solo quanto ai caratteri, de’ quali v. il pensiero precedente ma parimente alla pronunzia,
          ossia a’ vocaboli. Giacchè i loro vocaboli radicali esprimenti i caratteri non sono più di
          352. secondo il Bayer, e 383. secondo il Fourmont. Ed eccetto che il valore di alcuni di
          questi vocaboli si diversifica talvolta per via di quattro toni, dell’uno dei quali si
          appone loro il segno (<bibl>
            <title>Annali</title> ec. p. 317.-318. e 320. lin. 7.</bibl>), tutti gli altri vocaboli
          Chinesi sono composti; come si vede anche nella maniera in cui si scrivono quando si
          trasportano originalmente nelle nostre lingue. Annali ec. l. cit. nel pensiero anteced.
          Rémusat p. 319. mezzo-320. mezzo. (14. Aprile 1821.). V. p. 944. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 923. marg. Un tal popolo dev’essere insomma necessariamente stazionario. E qual
          popolo infatti è più maravigliosamente stazionario del Chinese, (v. qui dietro p. 942.
          princip.) nel quale abbiamo osservato una somigliante costituzione? Sir George (Giorgio)
          Staunton, Segretario d’Ambasciata nella missione di Lord Macartney presso l’Imperatore
          della China, nella introduzione alla sua versione inglese del Codice penale dei Chinesi,
          nota in questa nazione, come <pb ed="aut" n="944"/> fra le cause di <quote>
            <emph>certi ragguardevoli vantaggi morali e politici</emph>
          </quote> posseduti, secondo lui, da essa nazione, <quote>
            <emph>vantaggi che non possono</emph>
          </quote>, secondo lui, <quote>
            <emph>essere agguagliati con esattezza in alcuna società Europea</emph>
          </quote>, nota, dico, <quote>
            <emph>la quasi totale mancanza di dritti e privilegi feudali; la equabile distribuzione
              della proprietà fondiaria</emph>; <emph rend="sc">e la naturale incapacità ed
              avversione e del popolo e del governo ad essere sedotti da mire d’ambizione, e da
              desio d’estere conquiste</emph>
          </quote>. Edinburgh Review loco citato qui dietro (p. 942. principio.) p. 295. Lo stesso
          Edinburgh Review nella continuazione dello stesso articolo (<bibl>
            <title>Annali di Sc. e Lettere</title>. Milano. Gennaio 1812. vol. IX. n. 25. p. 42.
            mezzo</bibl>) nomina (ad altro proposito) la <quote>
            <emph>istituzione delle caste dell’India</emph>
          </quote>, dove io l’ho già notata nel pensiero a cui questo si riferisce, e di più <quote>
            <emph>nell’antico Egitto</emph>
          </quote>. Questo lo fa incidentemente, sicchè non ha verun’altra parola su questo punto.
          (14. Aprile 1821.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 943. Così che la lingua Chinese quanto supera le altre lingue nella moltiplicità,
          complicazione, e confusione degli elementi e della costruttura della scrittura, tanto le
          avanza nella semplicità e piccolo numero degli elementi dell’idioma. (14. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 943. In somma la scrittura Chinese non rappresenta veramente le parole (che le
          nostre son quelle che le rappresentano, e ciò per via delle lettere, che sono ordinate e
          dipendenti in tutto dalla parola) ma le cose; e perciò tutti osservano <pb ed="aut"
            n="945"/> che <quote>
            <emph>il loro sistema di scrittura è quasi indipendente dalla parola</emph>
          </quote>: (<bibl>
            <title>Annali</title> ec. p. 316. p. 297.</bibl>) così che si potrebbe trovare qualcuno
          che intendesse pienamente il senso della scrittura chinese, senza sapere una sillaba della
          lingua, e leggendo i libri chinesi nella lingua propria, o in qual più gli piacesse, cioè
          applicando ai caratteri cinesi quei vocaboli che volesse, senza detrimento nessuno della
          perfetta intelligenza della scrittura, e neanche del suo <emph>gusto</emph>, giacchè le
          opere chinesi non hanno nè possono avere nè versificazione, nè ritmo, nè stile, e <quote>
            <emph>conviene prescindere affatto dalle parole</emph>
          </quote> nel giudicarle; <quote>
            <emph>le loro poesie non sono composte di versi, nè le prose oratorie di periodi</emph>
          </quote>; (<bibl>p. 297.</bibl>) <quote>
            <emph>il genio della lingua non ammette il soccorso delle comuni particelle di
              connessione, e presenta meramente una fila d’immagini sconnesse, i cui rapporti
              debbono essere indovinati dal lettore, secondo le intrinseche loro qualità</emph>
          </quote>. (<bibl>
            <add resp="ed">p.</add> 298.</bibl>) E così viceversa <quote>
            <emph>bene spesso taluni, dopo avere soggiornato venti anni alla China, non sono tampoco
              in grado di leggere il libro più facile, benchè sappiano essi parlar bene il chinese,
              e farsi comprendere</emph>
          </quote>. (<bibl>p. 316.</bibl>) (14. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si condanna, e con gran ragione, l’amor de’ sistemi, siccome dannosissimo al vero, e
          questo danno tanto più si conosce, e più intimamente se ne resta convinti, quanto più si
          conoscono e si esaminano le opere dei pensatori. Frattanto però io dico che qualunque uomo
          ha forza di pensare da se, qualunque s’interna colle sue proprie facoltà e, dirò così, co’
          suoi propri passi, nella considerazione delle cose, in somma qualunque vero pensatore, non
          può assolutamente a meno di non formarsi, o di non seguire, o generalmente di non avere un
          sistema.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="946"/> 1. Questo è chiaro dal fatto. Qualunque pensatore, e i più grandi
          massimamente, hanno avuto ciascuno il loro sistema, e sono stati o formatori o sostenitori
          di qualche sistema, più o meno ardenti e impegnati. Lasciando gli antichi filosofi,
          considerate i moderni più grandi. Cartesio, Malebranche, Newton, Leibnizio, Locke,
          Rousseau, Cabanis, Tracy, De Vico, Kant, in somma tutti quanti. Non v’è un solo gran
          pensatore che non entri in questa lista. E intendo pensatori di tutti i generi: quelli che
          sono stati pensatori nella morale, nella politica, nella scienza dell’uomo, e in qualunque
          delle sue parti, nella fisica, nella filosofia d’ogni genere, nella filologia,
          nell’antiquaria, nell’erudizione critica e filosofica, nella storia filosoficamente
          considerata ec. ec.</p>
        <p>2. Come dal fatto così è chiaro anche dalla ragione. Chi non pensa da se, chi non cerca
          il vero co’ suoi propri lumi, potrà forse credere in una cosa a questo, in un’altra a
          quello, e non curandosi di rapportare le cose insieme, e di considerare come possano esser
          vere relativamente fra loro, restare affatto senza sistema, e contentarsi delle verità
          particolari, e staccate, e indipendenti l’una dall’altra. E questo ancora è
          difficilissimo, perchè il fatto e la ragione dimostra, che anche questi tali si formano
          sempre un sistema comunque, sebbene possano forse talvolta esser pronti a cangiarlo,
          secondo le nuove cognizioni, o nuove opinioni che loro sopraggiungano. Ma il pensatore non
          è così. Egli cerca naturalmente e necessariamente un filo nella considerazione delle cose.
          È impossibile <pb ed="aut" n="947"/> ch’egli si contenti delle nozioni e delle verità del
          tutto isolate. E se se ne contentasse, la sua filosofia sarebbe trivialissima, e
          meschinissima, e non otterrebbe nessun risultato. Lo scopo della <emph>filosofia</emph>
          (in tutta l’estensione di questa parola) è il trovar le ragioni delle verità. Queste
          ragioni non si trovano se non se nelle relazioni di esse verità, e col mezzo del
          generalizzare. Non è ella, cosa notissima che la facoltà di generalizzare costituisce il
          pensatore? Non è confessato che la filosofia consiste nella speculazione de’ rapporti? Ora
          chiunque dai particolari cerca di passare ai generali, chiunque cerca il legame delle
          verità (cosa inseparabile dalla facoltà del pensiero) e i rapporti delle cose; cerca un
          sistema; e chiunque è passato ai generali, ed ha trovato o creduto di trovare i detti
          rapporti, ha trovato o creduto di trovare un sistema, o la conferma e la prova, o la
          persuasione di un sistema già prima trovato o proposto: un sistema più o meno esteso, più
          o meno completo, più o meno legato, armonico, e consentaneo nelle sue parti.</p>
        <p>3. Il male è quando dai generali si passa ai particolari, cioè dal sistema alla
          considerazione delle verità che lo debbono formare. Ovvero quando da pochi ed incerti, e
          mal connessi, ed infermi particolari, da pochi ed oscuri rapporti, si passa al sistema, ed
          ai generali. Questi sono i vizi de’ piccoli spiriti, parte per la loro stessa piccolezza,
          e la facilità che hanno di persuadersi; parte per la pestifera smania di formare sistemi,
          inventar paradossi, creare ipotesi in qualunque maniera, affine <pb ed="aut" n="948"/>
          d’imporre alla moltitudine, e parer d’assai. Allora l’amor di sistema, o finto, o vero e
          derivante da persuasione, è dannosissimo al vero; perchè i particolari si tirano per forza
          ad accomodarsi al sistema formato prima della considerazione di essi particolari, dalla
          quale il sistema dovea derivare, ed a cui doveva esso accomodarsi. Allora le cose si
          travisano, i rapporti si sognano, si considerano i particolari in quell’aspetto solo che
          favorisce il sistema, in somma le cose servono al sistema, e non il sistema alle cose,
          come dovrebb’essere. Ma che le cose servano ad un sistema, e che la considerazione di esse
          conduca il filosofo e il pensatore ad un sistema (sia proprio, sia d’altri), è non
          solamente ragionevole e comune, ma indispensabile, naturale all’uomo, necessario; è
          inseparabile dalla filosofia; costituisce la sua natura ed il suo scopo: e concludo che
          non solamente non ci fu, ma non ci può esser filosofo nè pensatore per grande, e
          spregiudicato, ed amico del puro vero, ch’ei possa essere, il quale non si formi o non
          segua un sistema (più o meno vasto secondo la materia, e secondo che l’ingegno del
          filosofo è sublime, e secondo ch’è acuto e penetrante nella investigazione speculazione e
          ritrovamento de’ rapporti) e ch’egli non sarebbe filosofo nè pensatore, se questo non gli
          accadesse, ma si confonderebbe con chi non pensa, e si contenta di non avere idea nè
          concetto chiaro e stabile intorno a veruna cosa. (I quali pure hanno sempre un sistema,
          più o meno chiaro, anzi più esteso, e per loro più persuasivo e più chiaro e certo, che
          non l’hanno i pensatori.) Sia <pb ed="aut" n="949"/> pure un sistema il quale consista
          nell’esclusione di tutti i sistemi, come quello di Pirrone, e quello che fa quasi il
          carattere del nostro secolo. (16. Aprile 1821.). V. p. 950. capoverso 2.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dalla sciocca idea che si ha del bello assoluto deriva quella sciocchissima opinione che
          le cose utili non debbano esser belle, o possano non esser belle. Poniamo per esempio
          un’opera scientifica. Se non è bella, la scusano perciò ch’è utile, anzi dicono che la
          bellezza non le conviene. Ed io dico che se non è bella, e quindi è brutta, è dunque
          cattiva per questo verso, quando anche pregevolissima in tutto il resto. Per qual ragione
          è bello il Trattato di Celso, ch’è un trattato di Medicina? Forse perchè ha ornamenti
          poetici o rettorici? Anzi prima di tutto perchè ne manca onninamente, e perchè ha quel
          nudo candore e semplicità che conviene a siffatte opere. Poi perchè è chiaro, preciso,
          perchè ha una lingua ed uno stile puro. Questi pregi o bellezze convengono a qualunque
          libro. Ogni libro ha obbligo di esser bello in tutto il rigore di questo termine: cioè di
          essere intieramente buono. Se non è bello, per questo lato è cattivo, e non v’è cosa di
          mezzo tra il non esser bello, e il non essere perfettamente buono, e l’esser quindi per
          questa parte cattivo. E ciò che dico dei libri, si deve estendere a tutti <pb ed="aut"
            n="950"/> gli altri generi di cose chiamate utili, e generalmente a tutto. (16. Aprile
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Rassegnato e sommesso, perchè l’indole degli abitatori determinata dall’influenza del
          clima, è composta a un tempo di bontà e di trascuratezza, l’Indiano, dice l’Autore (<bibl>
            <author>Collin di Bar</author>, <title>Storia dell’India antica e moderna, ossia
              l’Indostan considerato relativamente alle sue antichità</title> ec. Parigi
          1815.</bibl>), è capace de’ più magnanimi sforzi. I popoli del <emph>nord</emph> della
          penisola, meno ammolliti dalle voluttà e dal clima, sono da lungo tempo il terrore della
          compagnia inglese, e saranno forse col tempo i liberatori delle regioni gangetiche. (Fra
          questi deve intender certo i Maratti.) Spettatore di Milano, Quaderno 43. p. 113. Parte
          Straniera. 30. Dicemb. 1815. Dello stato e genio pacifico degli antichi Indiani v. p. 922.
          De’ Cinesi parimente meridionali v. p. 943. capoverso ultimo. (16. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 949. Mancare assolutamente di sistema (qualunque esso sia), è lo stesso che
          mancare di un ordine di una connessione d’idee, e quindi senza sistema, non vi può esser
          discorso sopra veruna cosa. Perciò quelli appunto che non <emph>discorrono</emph>, quelli
          mancano di sistema, o non ne hanno alcuno preciso. Ma il sistema, cioè la connessione e
          dipendenza delle idee, de’ pensieri, delle riflessioni, delle opinioni, è il distintivo
          certo, e nel tempo stesso indispensabile del filosofo. (17. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Lo Spettatore di Milano 15. Febbraio 1816. Quaderno 46. p. 244. Parte Straniera, in un
          articolo estratto dal <title lang="ger">Leipziger Litter. Zeitung</title>, rendendo
          brevissimo conto di un opuscolo <pb ed="aut" n="951"/> tedesco di Pietro Enrico Holthaus,
          intitolato <title>Anche nella nostra lingua possiamo e dobbiamo essere Tedeschi</title>,
          pubblicato a Schwelm, presso Scherz, 1814. in 8.<hi rend="apice">o</hi> grande, dice che,
          fra le altre cose, l’autore intende provare <quote>
            <emph>Che il miscuglio di parole straniere reca nocumento alla chiarezza delle
            idee</emph>
          </quote>. (L’opuscolo è diretto principalmente contro il francesismo introdotto e
          trionfante nella lingua tedesca, come nell’italiana.) Questo sentimento combina con quello
          che ho svolto in altri pensieri, dove ho detto che le parole greche nelle nostre lingue
          sono sempre <emph>termini</emph>, e così si deve dire delle altre parole straniere affatto
          alla nostra lingua; e spiegato che cosa sieno <emph>termini</emph> e come si distinguano
          dalle parole. E infatti i <emph>termini</emph>, e le parole prese da una lingua straniera
          del tutto, potranno essere precise, ma non <emph>chiare</emph>, e così l’idea che
          risvegliano sarà precisa ed esatta, senza esser chiara, perchè quelle parole non esprimono
          la natura della cosa per noi, non sono cavate dalle qualità della cosa, come le parole
          originali di qualunque lingua, così che l’oggetto che esprimono, sebbene ci si possa per
          mezzo loro affacciare alla mente con precisione e determinazione, non lo potranno però con
          chiarezza: perchè le parole non derivanti immediatamente dalle qualità della cosa, o che
          almeno per l’assuefazione non ci paiano tali, non hanno forza di suscitare nella nostra
          mente un’idea <emph>sensibile</emph> della cosa, non hanno <pb ed="aut" n="952"/> forza di
          farci <emph>sentire</emph> la cosa in qualunque modo, ma solamente di darcela precisamente
          ad intendere, come si fa di quelle cose che non si possono formalmente esprimere. Che tale
          appunto è il caso degli oggetti significatici con parole del tutto straniere. Dal che è
          manifesto quanto danno riceva sì la chiarezza delle idee, come la bellezza e la forza del
          discorso, che consistono massimamente nella sua vita, e questa vita del discorso, consiste
          nella efficacia, vivacità, e <emph>sensibilità</emph>, con cui esso ci fa concepire le
          cose di cui tratta. (17. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Lo stesso autore nel medesimo opuscolo, come si vede nel luogo citato, alla fine della
          detta pag.244. <quote>
            <emph>critica Herder che tante parole ha introdotto tolte dal latino e dal greco</emph>
          </quote>. Questa critica è forse giusta anche rispetto al latino, nella lingua tedesca, la
          quale non si trova nella circostanza della italiana, non essendo figlia, come questa,
          della latina; come neanche rispetto alla francese, non essendole sorella, come la nostra.
          E quanto alla latina, le deve bastare quello che per le circostanze de’ tempi antichi ec.
          ella ne ha tolto, colle comunicazioni avute coi romani ec. ma questa fonte si deve ora ben
          ragionevolmente stimar chiusa per lei, come quella che non ne deriva originariamente, e vi
          ha solo attinto per cause accidentali. La lingua inglese sarebbe la più atta a comunicare
          le sue fonti colla tedesca, e viceversa. V. p. 1011. capoverso 2. Ma rispetto alla lingua
          italiana, la cosa sta diversamente, perchè derivando ella dalla latina, non si dee stimare
          che la fonte sia chiusa, mentre il fiume corre e non istagna. Anzi non volendo che stagni
          e impaludi, bisogna riguardare soprattutto di non chiudergli la sorgente; che questo è il
          mezzo più sicuro e più breve di farlo corrompere e inaridire. Quella lingua che ha
          prodotta, e non solo prodotta, ma formata e cresciuta sì largamente la nostra. come si <pb
            ed="aut" n="953"/> dovrà stimare che non possa nutrirla ed accrescerla, che non abbia
          più niente che le convenga di ricavarne? Quel terreno che ha prodotto una pianta della sua
          propria sostanza, e del proprio succo, e di più l’ha allevata, e condotta a perfettissima
          maturità e robustezza e vigore ec. come si dovrà credere e affermare che non sia adattato
          a nutrirla e crescerla mentre ella non è spiantata? che il di lui succo non sia
          conveniente nè vitale nè nutritivo nè sano a quella pianta, mentre il terreno abbia ancora
          succo, e in abbondanza? Perchè poi vorremmo spiantare la nostra lingua? Forse perch’ella
          non possa più nutrirsi, e le sue radici non le servano più, e così venga ad inaridire? O
          forse per trapiantarla? E dove? in qual terreno migliore, e più appropriato di quello che
          l’ha prodotta e cresciuta a tanta grandezza, prosperità, floridezza ec.?</p>
        <p>Osservo ancora che l’italiano è derivato dalla corruzione del latino, così che le parole
          e i modi della bassa latinità, se sono barbare rispetto al latino, nol sono all’italiano;
          e la bassa latinità è una fonte ricchissima e adattatissima anch’essa alla nostra lingua,
          ed io posso dirlo con fondamento per osservazione ed esperienza particolare che ne ho
          fatto, e cura che ci ho posto. Quante parole infatti dell’ottima lingua italiana,
          appartengono precisamente alla bassa latinità! Nè bisogna discorrere pregiudicatamente e
          considerar come barbaro assoluto quello ch’è solo barbaro relativo. Per esempio <pb
            ed="aut" n="954"/> l’antica lingua persiana, cioè <quote>
            <emph>prima che fosse inondata da parole arabe per effetto della conquista della Persia
              fatta dai Califi e dagl’immediati successori di Maometto</emph>
          </quote>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <bibl>Articolo del <title lang="eng">Monthly Magazine</title> nello <title>Spettatore di
                Milano</title> 15. Ottob. 1816. Quaderno 62. p. 78-79. intitolato <title>Lingua
                Persiana</title>. Parte Straniera.</bibl>
          </note>, fu lingua purissima, fu scritta purissimamente ebbe gran cura della purità nella
          scrittura, ed ebbe autori <quote>
            <emph>Classici non meno stimati in Oriente una volta</emph>
          </quote> per la purità della lingua, <quote>
            <emph>di quello che il fosse Menandro fra i greci. (ma de’ cui scritti la più gran parte
              è perita</emph>.)</quote> E <quote>
            <emph>Firdosi nel suo Shahnamah, e molti de’ suoi contemporanei, si vantano di usare il
              pretto Persiano, e di esser mondi da ogni parola araba o forestiera</emph>
          </quote> (così che nel Dizionario di Richardson mancano nove decimi delle parole da essi
          usate, per esser questo Dizionario fatto per la lingua e i dialetti persiani moderni.) Ora
          qualunque purissima parola persiana, o di qualunque purissima lingua d’oriente, antica o
          moderna, parrebbe a noi, non solo impura, o barbara, ma intollerabile, suonerebbe peggio
          che barbaramente, e ci saprebbe più che barbara nelle lingue nostre. Così dunque se le
          parole della bassa latinità riescono barbare nel latino, non si debbono stimare nè barbare
          nè impure in italiano, il quale deriva dalla bassa latinità più immediatamente che dalla
          alta. Altrimenti si dovranno stimar barbare tante parole purissime e italianissime che
          derivano dalla bassa latinità (e così dico francesi ec.), e come tali sono registrate ne’
          Glossari latinobarbari.</p>
        <p>Bensì bisogna distinguere i diversi generi che ci sono di bassa latinità. Giacchè la
          bassa latinità germanica per esempio, in quanto è piena di voci germaniche ec. sarà
          adattata a somministrar materia ad altre lingue, ma non alla nostra. E perciò bisogna
          considerare che l’indole <pb ed="aut" n="955"/> delle parole e frasi ec. del medio evo,
          sia conforme all’indole di quel linguaggio dal quale è derivata la lingua italiana
          precisamente. (17. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 940. Quello che ho detto delle lingue rispetto ai luoghi, si deve applicare
          proporzionatamente anche ai tempi, essendo certo ed evidente che le lingue vanno sempre
          variando, non già leggermente, ma in modo che alla fine muoiono, e loro ne sottentrano
          altre, secondo la variazione dei costumi, usi, opinioni ec. e delle circostanze fisiche,
          politiche, morali, ec. proprie dei diversi secoli della società. In maniera che si può
          dire che come nessuna lingua è stata, così neanche nessun’altra sarà
          <emph>perpetua</emph>. (18. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’antichità e l’eccellenza della lingua sacra degl’indiani (sascrita), hanno naturalmente
          chiamato a se l’attenzione e destato la curiosità degli Europei. I ragguardevoli suoi
          titoli ad essere considerata come la più antica lingua che l’uman genere conosca, muovono
          in noi quell’interesse da cui le vetustissime età del mondo sono circondate. Costruita
          secondo il disegno più perfetto forse che dall’ingegno umano sia stato immaginato giammai,
          essa c’invita a ricercare se la sua perfezione si restringa ne’ limiti della sua
          struttura, o se i pregi delle composizioni indiane partecipino della bellezza del
          linguaggio in cui sono dettate. Spettatore di Milano 15. Luglio 1817. Quaderno 80. parte
          straniera. p. 273. articolo di D. Bertolotti sopra la traduzione inglese del Megha <pb
            ed="aut" n="956"/> Duta, poema sascrittico di Calidasa, Calcutta 1814. estratto però
          senza fallo da un giornale forestiero, e non dalla stessa traduzione, come apparisce in
          parecchi luoghi, e fra l’altro da’ puntini che il Bertolotti pone dopo alcuni paragrafi di
          esso articolo, come p. 274.275. ec. (18. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La lingua greca va considerata rispetto all’italiana nell’ordine di lingua madre, (o
          nonna) quanto ai modi, ma non quanto alle parole. Dico quanto ai modi, massimamente per la
          sua conformità naturale o somiglianza in questa parte colla lingua latina sua sorella, e
          madre della nostra, e di più perchè gli scrittori latini, dal nascimento della loro
          letteratura, modellarono sulla greca le forme della loro lingua, e così hanno tramandata a
          noi una lingua formata in grandissima parte sui modi della greca. Del che vedi un
          bell’articolo del Barone Winspear (<bibl>
            <title>Bibliot. Ital.</title> t. 8. p. 163.</bibl>) nello Spettatore di Milano, 1.
          Settembre 1817. Parte italiana, Quaderno 83. p. 442. dal mezzo al fine della pagina. E
          così pure, parte per lo studio immediato de’ greci esemplari, (del che vedi ivi p. 443.
          dal principio al mezzo) parte per lo studio de’ latini, e la derivazione della lingua
          italiana dalla latina, parte e massimamente per una naturale conformità, che forse per
          accidente, ha la struttura e costruzione della lingua nostra colla greca (come dice
          espressamente la Staël nella B. Italiana <pb ed="aut" n="957"/> vol. 1. p. 15. <quote>
            <emph>la costruzione gramaticale di quella lingua è capace di una perfetta imitazione
              de’ concetti greci</emph>
          </quote>, a differenza della tedesca della quale ha detto il contrario), per tutte queste
          ragioni si trova una evidentissima e somma affinità fra l’andamento greco e l’italiano,
          massime nel più puro italiano, e più nativo e vero, cioè in quello del trecento. Da tutto
          ciò segue che la lingua greca, come madre della nostra rispetto ai modi, sia e per ragione
          e per fatto adattatissima ad arricchire e rifiorire la lingua italiana d’infinite e
          variatissime forme e frasi e costrutti (Cesari) e idiotismi ec. Non così quanto alle
          parole, che non possiamo derivare dalla lingua greca che non è madre della nostra rispetto
          ad esse; fuorchè in ordine a quelle che gli scrittori o l’uso latino ne derivarono, e
          divenute precisamente latine, passarono all’idioma nostro come latine e con sapore latino,
          non come greche. Le quali però ancora, sebbene incontrastabili all’uso dell’italiano,
          tuttavia soggiacciono in parte, malgrado la lunga assuefazione che ci abbiamo, ai difetti
          notati da me p. 951-952. Che p. e. chi dice <emph>filosofia</emph> eccita un’idea meno
            <emph>sensibile</emph> di chi dice <emph>sapienza</emph>, non vedendosi in quella parola
          e non sentendosi come in questa seconda, l’etimologia, cioè la derivazione della parola
          dalla cosa, il qual sentimento è quello che produce la vivezza ed efficacia, <pb ed="aut"
            n="958"/> e limpida evidenza dell’idea, quando si ascolta una parola. (19. Aprile
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una delle principali cagioni per cui l’infelicità rende l’uomo inetto al fare, e lo
          debilita e snerva, onde l’infelicità toglie la forza, non è altra se non che l’infelicità
          debilita l’amor di se stesso. E intendo massimamente della infelicità grave e lunga. La
          quale col continuo contrasto che oppone all’amor di se stesso che era nel paziente, colla
          battaglia ostinatissima e fortissima che gli fa, e coll’obbligarlo ad uno stato contrario
          del tutto a quello ch’è scopo, oggetto e desiderio di questo amore, finalmente
          illanguidisce questo amore, rende l’uomo meno tenero di se stesso, siccome avvezzo a
          sentirsi infelice malgrado gli sforzi che ci opponeva. Anzi una tale infelicità, se non
          riduce l’uomo alla disperazion viva, e al suicidio o all’odio di se stesso ch’è il sommo
          grado, e la somma intensità dell’amor proprio in tali circostanze, lo deve ridurre per
          necessità ad uno stato opposto, cioè alla freddezza e indifferenza verso se stesso;
          giacchè s’egli continuasse ad essere così infiammato verso se medesimo, com’era da
          principio, in che modo potrebbe sopportare la vita, o contentarsi di sopravvivere, vedendo
          e sentendo sempre infelice questo oggetto del suo sommo amore, e di tutta la sua vita
          sotto tutti i rispetti?</p>
        <p>Ma l’amor di se stesso è l’unica possibile molla delle azioni e dei sentimenti umani,
          secondo ch’è applicato a questo o quello scopo virtuoso o vizioso, grande o basso ec. <pb
            ed="aut" n="959"/> Diminuita dunque, e depressa, e ridotta a pochissimo (cioè a quanto
          meno è possibile mentre l’uomo vive) l’elasticità e la forza di molla, l’uomo non è più
          capace nè di azioni, nè di sentimenti vivi e forti ec. nè verso se stesso, nè verso gli
          altri, giacchè anche verso gli altri, anche ai sacrifizi ec. non lo può spingere altra
          forza che l’amor proprio, in quella tal guisa applicato e diretto. E così l’uomo ch’è
          divenuto per forza indifferente verso se stesso, è indifferente verso tutto, è ridotto
          all’inazione fisica e morale. E l’indebolimento dell’amor proprio, in quanto amor proprio
          e radicalmente, (non in quanto è diretto a questa o quella parte) cioè il
          <emph>vero</emph> indebolimento di questo amore, è cagione dell’indebolimento della virtù,
          dell’entusiasmo, dell’eroismo, della magnanimità, di tutto quello che sembra a prima vista
          il più nemico dell’amor proprio, il più bisognoso del suo abbassamento per trionfare e
          manifestarsi, il più contrariato e danneggiato dalla forza dell’amore individuale. Così il
          detto indebolimento secca la vena della poesia, e dell’immaginazione, e l’uomo non amando,
          se non poco, se stesso, non ama più la natura; non sentendo il proprio affetto, non sente
          più la natura, nè l’efficacia della bellezza ec. Una nebbia grevissima d’indifferenza
          sorgente immediata d’inazione e insensibilità, si spande su tutto l’animo suo, e su tutte
          le sue facoltà, da che <pb ed="aut" n="960"/> egli è divenuto indifferente, o poco
          sensibile verso quell’oggetto <emph>ch’è il solo capace d’interessarlo</emph> e di
          muoverlo moralmente o fisicamente verso tutti gli altri oggetti in qualunque modo, dico se
          stesso.</p>
        <p>Altra cagione dello snervamento prodotto nell’uomo dall’infelicità, è la diffidenza di se
          stesso o delle cose, affezione mortifera, com’è vivifica e principalissima nel mondo e nei
          viventi la confidenza, e massime in se stesso: e questa è una qualità primitiva e naturale
          nell’uomo e nel vivente, innanzi all’esperienza. ec. ec. Così pure l’uomo che ha perduto,
          o per viltà e vizio, o per forza delle avversità e delle contraddizioni e avvilimenti e
          disprezzi sofferti, la stima di se stesso, non è più buono a niente di grande nè di
          magnanimo. E dicendo la stima, distinguo questa qualità dalla confidenza, ch’è cosa ben
          diversa considerandola bene. (19. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le sopraddette considerazioni possono portare ad una gran generalità, e semplicizzare
          l’idea che abbiamo del sistema delle cose umane, o la teoria dell’uomo, facendo conoscere
          come sotto tutti i riguardi, ed in tutte le circostanze possibili della vita, agisca
          quell’unico principio ch’è l’amor proprio, e come tutti gli effetti della vita umana sieno
          proporzionati alla maggiore o minor forza, maggiore o minor debolezza, e diversa direzione
          di quel solo movente: per quanto i detti effetti si presentino a prima vista, come
          derivati da diverse cagioni. (19. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="961"/> Alla p. 786. E prima della potenza Ateniese e degl’incrementi di
          quella repubblica, essendo il dialetto ionico il più copioso, come pare, di tutti gli
          altri nello stato d’allora, per lo molto commercio della nazione o nazioni e repubbliche
          che l’usavano, prevalse il dialetto ionico nella letteratura greca, usato da Omero, da
          Ecateo Milesio istorico antichissimo, ed anteriore ad Erodoto che molto prese da lui, da
          Erodoto, da Ippocrate, da Democrito e da molti altri di gran fama. Così che Giordani crede (<bibl>
            <title>B. Ital.</title> vol. 2. p. 20.</bibl>) che Empedocle (il quale parimente scrisse
          in quel dialetto) lasciasse di adoperare il dialetto (dorico) della sua patria e della sua
          scuola (Pitagorica) non perchè fosse o più difficile o meno gradito ai greci, ma perchè
          vedesse più frequentato fuori della Grecia l’ionico, al quale Omero, Erodoto e Ippocrate
          avevano acquistata più universale celebrità. Di maniera che ancor dopo prevaluto l’attico
          si seguitò da alcuni a scrivere ionico, non come dialetto proprio, ma come vezzo, e quasi
          in memoria della sua antica fama. Come fece Arriano, il quale continuò i 7 libri della
          Impresa di Alessandro scritti in puro attico, colla storia indiana, o libro delle cose
          indiane scritto in dialetto ionico, per puro capriccio. Ora questo dialetto ionico tutti
          sanno qual sia presso Omero, cioè una mescolanza di tutti i dialetti, e di voci estere,
          solamente prevalendo lo ionico, ed <bibl>
            <author>Ermogene</author>
            <title>
              <foreign lang="grc">περὶ ἰδεῶν</foreign>
            </title> lib. II. p. 513.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">notat Hecataeum Milesium a quo plurima accepit
              Herodotus</foreign>
          </quote> (<bibl lang="lat">notante etiam Porphyr. ap. Eus. l. 10. praep. c. 2. p.
          466.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">usum</foreign>
            <foreign lang="grc">ἀκράτῳ Ἰάδι</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">Herodotum</foreign>
            <foreign lang="grc">ποικίλῃ</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> II. c. 20. par. 2. t. I. 697. nota K.</bibl>) cioè l’uno <emph>del
            dialetto ionico puro</emph>, l’altro del <emph>dialetto ionico variato</emph> o misto. E
          contuttociò Erodoto è chiamato <pb ed="aut" n="962"/> dal suo concittadino Dionigi
          d’Alicarnasso (<bibl>
            <title lang="lat">Epist. ad Cneium Pompeium</title> p. 130. Fabric.</bibl>) <foreign
            lang="grc">Ἰάδος ἄριστος κανὼν</foreign>. (20. Aprile. Venerdì Santo. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Sono perciò rare tra’ francesi le buone traduzioni poetiche; eccetto le Georgiche
          volgarizzate dall’abate De-Lille. I nostri traduttori imitan bene; tramutano in francese
          ciò che altronde pigliano, cosicchè nol sapresti discernere, ma non trovo opera di poesia
          che faccia riconoscere la sua origine, e serbi le sue sembianze forestiere: credo anzi che
          tale opera non possa mai farsi. E se degnamente ammiriamo la georgica dell’abate De-Lille,
          n’è cagione quella maggior somiglianza che la nostra lingua tiene colla romana onde
          nacque, di cui mantiene la maestà e la pompa. Ma le moderne lingue sono tanto disformi
          dalla francese, che se questa volesse conformarsi a quelle, ne perderebbe ogni decoro. <bibl>
            <author>Staël</author>, <title>B. Ital.</title> vol. 1. p. 12.</bibl> Esaminiamo.</p>
        <p>Che la traduzione del Delille sia migliore d’ogni altra traduzione francese qualunque (in
          quanto traduzione), di questo ne possono e debbono giudicare i francesi meglio che gli
          stranieri. Se poi fatto il paragone tra la detta traduzione e l’originale, vi si trovi
          tutta quella conformità ed equivalenza che i francesi stimano di ravvisarvi (quantunque
          concederò che se ne trovi tanta, quanta mai si possa trovare in versione francese) questo
          giudizio spetta piuttosto agli stranieri che a’ francesi, e noi italiani massimamente
          siamo meglio <pb ed="aut" n="963"/> a portata, che qualsivoglia altra nazione, di
          giudicarne.</p>
        <p>Siccome ciascuno pensa nella sua lingua, o in quella che gli è più familiare, così
          ciascuno gusta e sente nella stessa lingua le qualità delle scritture fatte in qualunque
          lingua. Come il pensiero, così il sentimento delle qualità spettanti alla favella, sempre
          si concepisce, e inevitabilmente, nella lingua a noi usuale. I modi, le forme, le parole,
          le grazie, le eleganze, gli ardimenti felici, i traslati, le inversioni, tutto quello mai
          che può spettare alla lingua in qualsivoglia scrittura o discorso straniero, (sia in bene,
          sia in male) non si sente mai nè si gusta se non in relazione colla lingua familiare, e
          paragonando più o meno distintamente quella frase straniera a una frase nostrale,
          trasportando quell’ardimento, quella eleganza ec. in nostra lingua. Di maniera che
          l’effetto di una scrittura in lingua straniera sull’animo nostro, è come l’effetto delle
          prospettive ripetute e vedute nella camera oscura, le quali tanto possono essere distinte
          e corrispondere veramente agli oggetti e prospettive reali, quanto la camera oscura è
          adattata a renderle con esattezza; sicchè tutto l’effetto dipende dalla camera oscura
          piuttosto che dall’oggetto reale. Così dunque accadendo rispetto alle lingue (eccetto in
          coloro che sono già arrivati o a rendersi familiare un’altra lingua invece della propria,
          o a rendersene familiare e quasi propria più d’una, con grandissimo uso <pb ed="aut"
            n="964"/> di parlarla, o scriverla, o leggerla, cosa che accade a pochissimi, e rispetto
          alle lingue morte, forse a nessuno) tanto adequatamente si potranno sentire le qualità
          delle lingue altrui, quanta sia nella propria, la facoltà di esprimerle. E l’effetto delle
          lingue altrui sarà sempre in proporzione di questa facoltà nella propria. Ora la facoltà
          di adattarsi alle forme straniere essendo tenuissima e minima nella lingua francese,
          pochissimo si può stendere la facoltà di sentire e gustare le lingue straniere, in coloro
          che adoprano la francese.</p>
        <p>Notate ch’io dico, gustare e sentire, non intendere nè conoscere. Questo è opera
          dell’intelletto il quale si serve di altri mezzi. E quindi i francesi potranno intendere e
          conoscer benissimo le altre lingue, senza però gustarle nè sentirle più che tanto.</p>
        <p>Ho detto che gl’italiani in questo caso possono dar giudizio meglio che qualunque altro.
          1. La lingua italiana, come ho detto altrove, è piuttosto un aggregato di lingue che una
          lingua, laddove la francese è unica. Quindi nell’italiana è forse maggiore che in
          qualunque altra la facoltà di adattarsi alle forme straniere, non già sempre ricevendole
          identicamente, ma trovando la corrispondente, e servendo come di colore allo studioso
          della lingua straniera, per poterla dipingere, rappresentare, ritrarre nella propria <pb
            ed="aut" n="965"/> comprensione e immaginazione. E per lo contrario nella lingua
          francese questa facoltà è certo minore che in qualunque altra. 2. Queste considerazioni
          rispetto alla detta facoltà della nostra lingua, si accrescono quando si tratta della
          lingua latina, o della greca. Perchè alle forme di queste lingue, la nostra si adatta
          anche identicamente, più che qualunque altra lingua del mondo: e non è maraviglia, avendo
          lo stesso genio, ed essendosi sempre conservata figlia vera di dette lingue, non solo per
          ragione di genealogia e di fatto, ma per vera e reale somiglianza e affinità di natura e
          di carattere. Laddove la lingua francese sebbene nata dalla latina, se n’è allontanata più
          che qualunque altra sorella o affine. E il genio della lingua francese è tanto diverso da
          quello della latina, quanta differenza mai si possa trovare fra le lingue di popoli che
          appartengono ad uno stesso clima, ad una stessa famiglia, ed hanno una storia comune ec.
          La somiglianza delle parole, cioè l’essere grandissima parte delle parole francesi
          derivata dal latino, non fa nessun caso, essendo una somiglianza materialissima, e di
          suono, non di struttura: anzi neppur di suono, per la somma differenza della pronunzia. Ma
          in ogni caso il suono e la struttura sono cose indipendenti, così che ci potrebbero esser
          due lingue, tutte le cui parole avessero un’etimologia comune, <pb ed="aut" n="966"/> e
          nondimeno esser lingue diversissime.</p>
        <p>In conseguenza se ai francesi pare di ravvisare il gusto, l’andamento, il carattere di
          Virgilio nel Delille, e a noi italiani pare tutto l’opposto, io dico che in ciò siamo più
          degni di credenza noi, che col mezzo della lingua propria (solo mezzo di sentire le altre)
          possiamo meglio di tutti sentire le qualità della francese e (più ancora) della latina; di
          quello che i francesi che col mezzo della loro renitentissima ed unica lingua, non hanno
          se non ristretta facoltà di sentire veramente Virgilio e gustarlo in tutto ciò che spetta
          alla lingua.</p>
        <p>Passo anche più avanti, e dico esser più difficile ai francesi che a qualunque altra
          nazione Europea, non solo il gustare e il sentire, ma anche il formarsi un’idea precisa e
          limpida, il familiarizzarsi, e finalmente anche l’imparare le lingue altrui. Dice
          ottimamente Giordani (<bibl>
            <title>B. Italiana</title> vol. 3. p. 173.</bibl>) che <quote>
            <emph>Niuna lingua, nè viva nè morta, si può imparare se non per mezzo d’un’altra lingua
              già ben saputa. Questo è certissimo. S’impara la lingua che non sappiamo, barattando
              parola per parola e frase per frase con quella che già possediamo</emph>
          </quote>. Ora se questa lingua che già possediamo, non si presta se non pochissimo e di
          pessima voglia e difficilissimamente a questi baratti, è manifesto che la difficoltà
          d’imparare le altre lingue, dovrà essere in proporzione. E siccome questa lingua già
          posseduta è <pb ed="aut" n="967"/> l’unico strumento che abbiamo a formare il concetto
          della natura forza e valore delle frasi e delle parole straniere, se lo strumento è
          insufficiente o scarso, scarso e insufficiente sarà anche l’effetto.</p>
        <p>Ciò è manifesto 1. dal fatto. La gran difficoltà di certe lingue affatto diverse dal
          carattere delle nostrali, consiste in ciò, che cercando nella propria lingua parole o
          frasi corrispondenti, non le troviamo, e non trovandole non intendiamo, o stentiamo a
          intendere, o certo a concepire con distinzione ed esattezza la forza e la natura di quelle
          voci o frasi straniere. 2. da una ragione anche più intimamente filosofica e psicologica
          delle accennate. Le idee, i pensieri per se stessi non si fanno vedere nè conoscere, non
          si potrebbero vedere nè conoscere per se stessi. A far ciò non c’è altro mezzo che i segni
          di convenzione. Ma se i segni di convenzione son diversi, è lo stesso che non ci fosse
          convenzione, e che quelli non fossero segni, e così in una lingua non conosciuta, le idee
          e pensieri che esprime non s’intendono. Per intendere dunque questi segni come vorreste
          fare? a che cosa riportarli? alle idee e pensieri vostri immediatamente? come? se non
          sapete quali idee e quali pensieri significhino. Bisogna che lo intendiate per mezzo di
          altri segni, della cui convenzione siete partecipe, cioè per mezzo di un’altra lingua da
          voi conosciuta; e quindi riportiate quei segni sconosciuti, ai segni <pb ed="aut" n="968"
          /> conosciuti, i quali sapendo voi bene a quali idee si riportino, venite a riportare i
          segni sconosciuti alle idee, e per conseguenza a capirli. Ma se il numero dei segni da voi
          conosciuti è limitato, come farete a intendere quei segni sconosciuti che non avranno gli
          equivalenti fra i noti a voi? Non vale che quei segni sconosciuti corrispondano a delle
          idee, e che voi siate capacissimo di queste idee. Bisogna che sappiate quali sono e che lo
          sappiate precisamente, e non lo potete sapere se non per via di segni noti. Bisogna che se
          p. e. (e questo è il principale in questo argomento) quei segni sconosciuti esprimono un
          accidente, una gradazione, una menoma differenza, una <foreign lang="fre" rend="italic"
            >nuance</foreign> di qualche idea che voi già conoscete e tenete, e sapete esprimere con
          segni noti, voi intendiate perfettamente, e vi formiate un concetto chiaro e limpido di
          quella tale ancorchè menoma gradazione; e se questa non si può esprimere con verun segno a
          voi noto, come giungerete al detto effetto? Solamente a forza di conghietture, o
          spiegandovisi la cosa a forza di circollocuzioni. Con che non è possibile, o certo è
          difficilissimo che voi giungiate a formarvi un’idea chiara, distinta ec. di quella precisa
          idea, o mezza idea ec. espressa da quel tal segno. E perciò dico che i francesi non sono
          ordinariamente capaci di concepire le proprietà delle altre lingue, se non in maniera più
          o meno oscura, ma che <pb ed="aut" n="969"/> sempre conservi qualche cosa di confuso e di
          non perfetto. Ciascuna lingua (lasciando ora le parole, delle quali la francese, sebbene
          inferiore anche in ciò ad altre lingue, tuttavia non è povera, e in certi generi è ricca)
          ha certe forme, certi modi particolari e propri che per l’una parte sono difficilissimi a
          trovare perfetta corrispondenza in altra lingua; per l’altra parte costituiscono il
          principal gusto di quell’idioma, sono le sue più native proprietà, i distintivi più
          caratteristici del suo genio, le grazie più intime, recondite, e più sostanziali di quella
          favella. Nessuna lingua dunque è uno strumento così perfetto che possa servire
          bastantemente per concepire con perfezione le proprietà tutte e ciascuna di ciascun’altra
          lingua. Ma la cosa va in proporzione, e quella lingua ch’è più povera d’inversioni (<bibl>
            <author>Staël</author> l. c. p. 11. fine</bibl>) chiusa in giro più angusto
          (<bibl>ib.</bibl>), più monotona, (<bibl>ib. p. 12. principio</bibl>), più timida, più
          scarsa di ardiri, più legata, più serva di se stessa, meno arrendevole, meno libera, meno
          varia, più strettamente conforme in ogni parte a se stessa; questa lingua dico è lo
          strumento meno atto, meno valido, più insufficiente, più grossolano, per elevarci alla
          cognizione delle altre lingue, e delle loro particolarità.</p>
        <p>Che se ciò vale quanto al perfetto intendere, <pb ed="aut" n="970"/> molto più quanto al
          perfetto gustare, che risulta dal senso intero e preciso e completo di qualità tanto più
          numerose, e tanto più menome e sfuggevoli, e tanto più proprie ed intime e arcane e
          riposte e peculiari di quella tal lingua. Una lingua, che come confessa un francese
          (Thomas, il cui luogo ho riportato altrove) <quote>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="italic">se refuse peut-être</hi> (à la grâce), <hi rend="italic">parce
                quelle ne peut nous donner ni cette sensibilité tendre et pure qui la fait naître,
                ni cet instrument facile et souple qui la peut rendre</hi>
            </foreign>
          </quote>; una tal lingua dico, che è la francese, come potrà essere perfetto istrumento
          per concepire e sentire come conviene, le grazie ec. delle altre lingue? trattandosi poi,
          come ho dimostrato, che a questo effetto, gli uomini non hanno altro istrumento che la
          loro propria lingua, come potranno il più de’ francesi, ancorchè dotti e dilicati, sentire
          profondamente e perfettamente, e formarsi idea netta di queste tali grazie, e vestirsi in
          somma intieramente, com’è necessario, delle altre lingue, e del genio loro?</p>
        <p>Il fatto conferma queste mie obbiezioni. Ciascun popolo ama di preferenza, e gusta e
          sente la propria letteratura meglio di ogni altra. Questo è naturale. Ma ciò accade
          sommamente ne’ francesi, i quali generalmente non conoscono in verità altra letteratura
          che la loro (dico letteratura, e non scienze, filosofia ec.). <pb ed="aut" n="971"/> Le
          altre non le conoscono, se non per mezzo di quelle traduzioni, che essendo fatte come
          ognun sa, e come comportano i limiti, il genio, la nessuna adattabilità della loro lingua,
          trasportano le opere straniere non solo nella lingua, ma nella letteratura loro, e le
          fanno parte di letteratura francese. Così che questa resta sempre l’unica che si conosca
          in Francia universalmente, anche dalla universalità degli studiosi. Ed è anche vero
          generalmente, che non solo non conoscono, ma noncurano, e disprezzano, o certo sono
          inclinatissimi a disprezzare le letterature straniere. Che se non disprezzano la latina e
          la greca, viene che non sempre gli uomini sono conseguenti, viene ch’essi parlano come
          parla tutto il mondo che esalta quelle letterature, viene ch’essi stimano quelle
          letterature come compagne o madri della loro, e nel mentre che stimano la loro come la più
          perfetta possibile, anzi la sola vera e perfetta, non vedono, o non vogliono vedere ch’è
          diversissima, e in molte parti contraria a quelle due, le quali non isdegnano di proporsi
          per modello e norma, e citare al loro tribunale e confronto ec. ec.;viene ch’essi credono
          di gustarle pienamente, e di giudicarne perfettamente ec.</p>
        <p>Ciascuno straniero è soggetto a cadere in errore giudicando dei pregi o difetti di una
          lingua altrui, morta o viva, massime de’ più intimi e reconditi e particolari. E così
          giudicando di quei pregi o difetti <pb ed="aut" n="972"/> di un’opera di letteratura
          straniera, che appartengono alla lingua, e di tutta quella parte dello stile (ed è
          grandissima e rilevantissima parte) che spetta alla lingua, o ci ha qualche relazione per
          qualunque verso. Ma i giudizi de’ francesi sopra questi soggetti, e de’ francesi anche più
          grandi e acuti e stimabili, sono quasi sempre falsi: in maniera che per lo più la falsità
          loro, va in ragione diretta della temerità ed <foreign lang="fre" rend="italic"
          >assurance</foreign> con cui sono ordinariamente pronunziati; vale a dire ch’è somma. E
          ordinariamente i francesi, quando parlano di certe intimità delle letterature straniere,
          appartenenti a lingua, fanno un arrosto di granciporri.</p>
        <p>Questo quanto al gustare. Quanto all’intendere, il fatto non è meno conforme alle mie
          osservazioni. Perchè la francese insieme coll’italiana, è senza contrasto, la nazione meno
          letterata in materia di lingue, sia lingue antiche classiche, cioè greca e latina, (nelle
          quali la Francia non può in nessun modo paragonarsi all’Inghilterra, Germania, Olanda ec.)
          sia lingue vive, delle quali la maggior parte dei francesi si contenta di essere
          ignorantissima, o di saperne quanto basta per usurpare il diritto di sparlarne, e
          giudicarne a sproposito e al rovescio. Nell’Italia (dove però l’ignoranza non è tanto
          compagna della temerità) <pb ed="aut" n="973"/> il poco studio delle lingue morte o vive,
          nasce dalla misera costituzione del paese, e dalla generale inerzia che non senza troppo
          naturali e necessarie cagioni, vi regna. Ed ella non è più al di sotto in genere, di
          quello che in ogni altro, o di studi, o di qualsivoglia disciplina, e professione della
          vita. Ma nella Francia le circostanze sono opposte: in luogo che vi regni l’inerzia, vi
          regna l’attività e le ragioni di lei; in luogo che vi regni l’ignoranza, vi regnano tutte
          le altre maniere di coltura; tutti gli altri studi, e tutte le buone discipline e
          professioni fioriscono in Francia da lungo tempo; la sua posizione geografica, e tutte le
          altre sue circostanze la pongono in continua e viva ed <emph>orale</emph> relazione co’
          forestieri, tanto nell’interno della Francia stessa, quanto fuori. Perchè dunque ella si
          distingue assolutamente dalle altre nazioni nella poca e poco generale coltura delle
          lingue altrui, vive o morte? Fra le altre cagioni che si potrebbero addurre, io stimo una
          delle principali quella che ho detto, cioè la difficoltà che oppone la loro stessa lingua
          all’intelligenza e sentimento delle altre, e l’insufficienza dello strumento che hanno per
          procacciarsi e la cognizione, e il gusto delle lingue altrui.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="974"/> Una celebre Dama Irlandese morta pochi anni fa (Lady Morgan)
          riferisce come cosa notabile che di tanti emigrati francesi che soggiornarono sì lungo
          tempo in Inghilterra, nessuno o quasi nessuno, quando tornarono in Francia coi Borboni,
          aveva imparato veramente l’inglese, nè poteva portar giudizio se non incompleto, inesatto,
          anzi spesso stravagantissimo e ridicolo, sopra la lingua e letteratura inglese; sebbene
          tutte erano persone ottimamente allevate, e ornate, qual più qual meno, di buoni studi.</p>
        <p>Io non intendo con ciò di detrarre, anzi di aggiungere alla gloria di quei dottissimi e
          sommi letterati francesi che malgrado tutte le dette difficoltà, facendosi scala da una ad
          altra lingua, mediante lunghi, assidui, profondi studi delle altrui lingue e letterature,
          mediante i viaggi, le conversazioni ec. sono divenuti così padroni delle lingue e
          letterature straniere che hanno coltivate, ne hanno penetrato così bene il gusto ec.
          quanto mai possa fare uno straniero, e forse anche talvolta quanto possa fare un
          nazionale. (Cosa per altro rara, che, eccetto il Ginguené, non credo che si trovi autore
          francese, massime oggidì, che abbia saputo o sappia giudicare con verità della lingua e
          letteratura italiana: e così discorrete delle altre). E non ignoro quanto debbano
          massimamente le lingue e letterature orientali ai <pb ed="aut" n="975"/> dotti francesi di
          questo e del passato secolo. Ma questi tali dotti presenti o passati hanno parlato o
          parlano e più modestamente della lingua e letteratura loro, e più cautamente e con più
          riguardo delle altrui, siccome è costume naturale di chiunque meglio e maturamente ed
          intimamente conosce ed intende. (20-22. Aprile. Giorno di Pasqua. 1821.). V. p. 978.
          capoverso 3.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tra i libri diversi si annunziano le <title>Lettere sull’India</title> di <emph>Maria
            Graham</emph>, autrice di un Giornale del suo soggiorno nell’India, nelle quali
          campeggia un curioso paragone del Sanscritto col latino, col persiano, col tedesco,
          coll’inglese, col francese e coll’italiano, e si parla pure a lungo delle principali opere
          composte in Sanscritto. <bibl>
            <title>Bibl. Italiana</title> vol. 4. p. 358. Novembre 1816. n.11. Appendice. Parte
            italiana. rendendo conto del <title>Giornale Enciclopedico di Napoli</title> n.
          V.</bibl> (22. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il sistema di Copernico insegnò ai filosofi l’uguaglianza dei globi che compongono il
          sistema solare (uguaglianza non insegnata dalla natura, anzi all’opposto), nel modo che la
          ragione e la natura insegnavano agli uomini ed a qualunque vivente l’uguaglianza naturale
          degl’individui di una medesima specie. (22. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La scrittura dev’essere scrittura e non algebra; <pb ed="aut" n="976"/> deve rappresentar
          le parole coi segni convenuti, e l’esprimere e il suscitare le idee e i sentimenti, ovvero
          i pensieri e gli affetti dell’animo, è ufficio delle parole così rappresentate. Che è
          questo ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli,
          che so io? Sto a vedere che torna alla moda la scrittura geroglifica, e i sentimenti e le
          idee non si vogliono più scrivere ma rappresentare, e non sapendo significare le cose
          colle parole, le vorremo dipingere o significare con segni, come fanno i cinesi la cui
          scrittura non rappresenta le parole, ma le cose e le idee. Che altro è questo se non
          ritornare l’arte dello scrivere all’infanzia? Imparate imparate l’arte dello stile,
          quell’arte che possedevano così bene i nostri antichi, quell’arte che oggi è nella massima
          parte perduta, quell’arte che è necessario possedere in tutta la sua profondità, in tutta
          la sua varietà, in tutta la sua perfezione, chi vuole scrivere. E così obbligherete il
          lettore alla sospensione, all’attenzione, alla meditazione, alla posatezza nel leggere,
          agli affetti che occorreranno, ve l’obbligherete, dico, con le parole, e non coi segnetti,
          nè collo spendere due pagine in quella scrittura che si potrebbe contenere in una sola
          pagina, togliendo le lineette, e le divisioni ec. Che maraviglia risulta da questa sorta
          d’imitazioni? Non consiste nella maraviglia uno de’ principalissimi pregi dell’imitazione,
          una <pb ed="aut" n="977"/> delle somme cause del diletto ch’ella produce? Or dunque non è
          meglio che lo scrittore volendo scrivere in questa maniera, si metta a fare il pittore?
          Non ha sbagliato mestiere? non produrrebbe egli molto meglio quegli effetti che vuol
          produrre scrivendo così? Non c’è maraviglia, dove non c’è difficoltà. E che difficoltà
          nell’imitare in questo modo? Che difficoltà nell’esprimere il calpestio dei cavalli col
            <emph>trap trap trap</emph>, e il suono de’ campanelli col <emph>tin tin tin</emph>,
          come fanno i romantici? (<bibl>
            <author>Bürger</author> nell’ <title>Eleonora</title>. <title>B. Ital.</title> tomo 8.
            p. 365.</bibl>) Questa è l’imitazione delle balie, e de’ saltimbanchi, ed è tutt’una con
          quella che si fa nella detta maniera di scrivere, e coi detti segni, sconosciutissimi, e
          con ragione a tutti gli antichi e sommi. (22. Aprile. Giorno di Pasqua 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto più qualsivoglia imitazione trapassa i limiti dello strumento che l’è destinato, e
          che la caratterizza e <emph>qualifica</emph>, tanto più esce della sua natura e proprietà,
          e tanto più si scema la maraviglia, come se nella scultura che imita col marmo
          s’introducessero gli occhi di vetro, o le parrucche invece delle chiome scolpite. E così
          appunto si deve dire in ordine alla scrittura, la quale imita colle parole, e non deve
          uscire del suo strumento. Massime se questi nuovi strumenti son troppo facili e ovvi, <pb
            ed="aut" n="978"/> cosa contraria alla dignità e alla maraviglia dell’imitazione, e che
          confonde la imitazione del poeta o dell’artefice colla misera imitazione delle balie, de’
          mimi, de’ ciarlatani, delle scimie, e con quella imitazione che si fa tutto giorno o con
          parole, o con gesti, o con lavori triviali di mano, senza che alcuno si avvisi di
          maravigliarsene, o di crederla opera del genio, e divina. (23. Aprile. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Oggi non può scegliere il cammino della virtù se non il pazzo, o il timido e vile, o il
          debole e misero. (23. Aprile. 1821.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Per l’invenzione della polvere l’energia che prima avevano gli uomini si trasportò alle
          macchine, e si trasformarono in macchine gli uomini, cosicchè ella ha cangiato
          essenzialmente il modo di guerreggiare. <bibl>
            <title>B. Italiana</title> t. 5. p. 31. <title>Prospetto Storico-filosofico</title> ec.
            del Conte Emanuele Bava di S. Paolo, 2.<hi rend="apice">o</hi>. ed ult. estratto.</bibl>
          (23. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 975. Una lingua timidissima non è buono nè perfetto strumento a gustare una
          lingua coraggiosa ed ardita, a gustare gli ardimenti e il coraggio; nè una lingua tutta
          regola, e matematica, ed esattezza e ragione, a gustare una lingua naturalmente e
          felicemente irregolare, (come sono tutte le antiche, orientali come occidentali), una
          lingua regolata dalla immaginazione ec.;nè una lingua che non ha, si può dire, nessuna
            <emph>proprietà</emph> quanto ai modi ec. (<foreign lang="grc">οὑδέν τι ἴδιον</foreign>)
          a gustare le <emph>proprietà</emph>
          <pb ed="aut" n="979"/> delle altre lingue. (24. Aprile. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Passa rapidamente sulla ricerca del linguaggio de’ primi abitatori dell’Italia, e sembra
          persuaso che la lingua di quelle genti, <quote>
            <emph>siccome pure la greca e la latina</emph>
          </quote>, derivassero dall’ <quote>
            <emph>indiana</emph>
          </quote>, giacchè i popoli indiani dalle spiagge dell’Oriente, passarono in turme alle
          Occidentali, e posero sede nella Grecia ed in Italia. Formata, ossia ridotta ad eleganza
          la lingua latina (cioè quella derivata, secondo il Ciampi, dall’indiana), non perciò
          perirono l’etrusca, l’osca, la volsca, la latina antica più rozza; ma benchè queste non
          formassero la lingua della capitale e del governo, continuarono forse a parlarsi dal
          volgo, in quella maniera medesima che il volgo delle diverse provincie d’Italia è tuttora
          tenace dei propri dialetti. Infatti alcune voci toscane sono ancora probabilmente di
          origine etrusca. <bibl>
            <title>Biblioteca Italiana</title> tomo 7. pag. 215. rendendo conto dell’opera del
            Ciampi intitolata <title lang="lat">De usu linguae italicae saltem a saeculo quinto R.
              S. Acroasis. Accedit</title> etc. Pisis. Prosperi. 1817.</bibl> (24. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Trae perfino un argomento a suo favore dalla lingua valacca, <emph>la quale derivata dai
            soldati romani</emph> che vi si lasciarono stazionarii da Traiano, conviene in molte
          parole ed in molte frasi colla italiana, e ne <pb ed="aut" n="980"/> mette fuori di dubbio
          la rimota antichità. <bibl>
            <title>Bibl. Ital.</title> l. cit. nel pensiero antecedente, rendendo conto della stessa
            opera. p. 217. fine.</bibl> (24. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La lingua del Lazio adunque si dovette propagare nel contiguo Illirico e all’Oriente, non
          meno che si propagò in amendue le Gallie all’Occidente; e il nome <emph>Romania</emph>,
          che fino a’ nostri dì si è conservato; <quote>
            <emph>e la lingua chiamata dai Valacchi</emph>: <emph rend="sc">romaneski</emph>,
              <emph>che tanto somiglia alla latina</emph> (<emph>come un viaggiatore recente ce lo
              conferma</emph>)</quote> (<bibl>vedi <title>Caronni in Dacia.</title> Milano, 1812.
            pag. 32.</bibl>) non che il gran numero di antichità romane disotterrate in quelle
          parti, ne sono una prova convincente. Articolo originale del Cav. Hager nello Spettatore
          di Milano. 1. Aprile 1818. Quaderno 97. p. 245. fine. (25. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Basta che la voce</emph>
            <emph rend="sc">oco</emph>
            <emph>che significa anch’essa</emph>
            <emph rend="sc">occhio</emph>
            <emph>in russo</emph>
          </quote>, (cioè oltre la voce <emph>Glass</emph> che significa lo stesso) <quote>
            <emph>sia tanto simile all’</emph>
            <emph rend="sc">oculus</emph>
            <emph>de’ latini, onde dimostrare che questa voce non è meno affine alla voce latina,
              che la parola</emph>
            <emph rend="sc">occhio</emph>
            <emph>in italiano, non essendo</emph>
            <emph rend="sc">oculus</emph>
            <emph>che il diminutivo della parola</emph>
            <emph rend="sc">occus</emph>
            <emph>o</emph>
            <emph rend="sc">occos</emph>
            <emph>che significava un</emph>
            <emph rend="sc">occhio</emph>
            <emph>in greco antico, come lo attestano Esichio ed Isidoro</emph>
          </quote>. <bibl>Luogo citato qui sopra, p. 244. principio</bibl>. Sì dunque la voce russa
            <emph>Oco</emph> derivata dal latino mediante la propagazione <pb ed="aut" n="981"/>
          della lingua latina nell’Illirico, avvenuta in bassi tempi, (<bibl>
            <author>Hager</author>, ivi, p. 244. verso il mezzo ec.</bibl> e <bibl>
            <title>Bibl. Italiana</title> vol. 8. p. 208.</bibl> rendendo conto dell’opera dello
          stesso Hager: <title lang="fre" rend="italic">Observations sur la ressemblance frappante
            que l’on découvre entre la langue des Russes et celle des Romains</title>. Milan. 1817.
          chez Stella, en 4.<hi rend="apice">o</hi>.gr. dove l’autore dimostra questa propagazione.)
          essendo la lingua russa figlia dell’illirica (ivi); sì ancora la voce <foreign lang="spa"
            rend="italic">ojo</foreign> spagnuola (che si pronunzia <emph>oco</emph>, aspirando il
            <emph>c</emph> all’uso spagnuolo) dimostrano che quell’antichissima voce
          <emph>occus</emph>, benchè sparita dalle scritture latine, si conservò nel latino volgare.
          (25. Aprile 1821.). <emph>Occhio</emph> però viene da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >oculus</foreign> come da <foreign lang="lat" rend="italic">somniCULosus</foreign>,
            <emph>sonnaCCHIoso</emph>, e l’antico <emph>sonnoCCHIoso</emph>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">auricula</foreign>, <emph>orecchia</emph>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">geniculum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >genuculum</foreign>, <emph>ginocchio</emph> (v. pag. 1181. marg.), da <foreign lang="lat"
            rend="italic">foeniculum</foreign>, <emph>finocchio</emph>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">macula</foreign>, <emph>macchia</emph>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">apicula</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">apecula</foreign>,
            <emph>pecchia</emph>, da <foreign lang="lat" rend="italic">stipula</foreign>,
            <emph>stoppia</emph>, (bisogna notare che anche gli spagnuoli dicono <foreign lang="spa"
            rend="italic">ojo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">oculus</foreign>, come
            <foreign lang="spa" rend="italic">oreja, oveja</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">auricula, ovicula</foreign> ec.) da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ungula</foreign>, <emph>unghia</emph> ec. V. p. 2375. (e la p. 2281. e segg.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 740. La lingua greca si era conservata sempre pura, in gran parte per la grande
          ignoranza in cui erano i greci del latino. La quale si fa chiara sì da altri esempi che ho
          allegati in altro pensiero (cioè quelli di Longino nel giudizio timidissimo che dà di
          Cicerone, e di Plutarco nella prefazione alla Vita di Demostene, della quale vedi il Toup
          ad Longin. p. 134.) sì ancora da questo, che laddove i latini citavano ad ogni momento
          parole e passi greci, colle lettere greche, gli scrittori greci non mai citavano o usavano
          parole latine se non con elementi greci, e con maraviglia, e come cosa unica notò il
          Mingarelli in un’opera di Didimo Alessandrino, Teologo del quarto secolo, da lui per la
          prima volta pubblicata, due o tre parole latine barbaramente scritte in caratteri latini. (<bibl>
            <author>Didym. Alexandr.</author>
            <title>De Trinitate</title> Lib.1. cap. 15.</bibl> Bonon. typis Laelii a Vulpe 1769.
          fol. p. 18. gr. et lat. cura Johannis Aloysii Mingarellii. Vide ib. eius not. 3. e la
            <title>Lettera a Mons. Giovanni Archinto Sopra un’opera inedita di un antico
          teologo</title> stampata già in Venezia nella Nuova Raccolta del Calogerà 1763. tomo XI. e
          ristampata nell’Appendice alla detta opera: Cap. 3. pag. 465. fine-466. principio. <quote>
            <emph>del che non si troverà <pb ed="aut" n="982"/> così facilmente altro esempio in
              altro scrittore greco</emph>
          </quote>.) Il che dimostra sì che gli stessi scrittori sì che i lettori greci erano
          ignorantissimi del latino, da che gli scrittori non giudicavano di poter citare parole
          latine, com’elle erano scritte; e di rado anche le usavano in lettere greche, al contrario
          de’ latini rispetto alle voci greche e passi greci in caratteri latini ec. Quanto poi i
          greci dovessero lottare colle circostanze per mantenersi in questa <emph>verginità</emph>
          anche prima di Costantino, e dopo la conquista della Grecia fatta dai Romani si può
          raccogliere da queste parole del Cav. Hager, nel luogo cit. qui dietro (p. 980.) p. 245. <quote>
            <emph>Basta consultare la celebre opera di S. Agostino</emph>, <title rend="sc">de
              civitate dei</title>, <emph>onde vedere quanto i Romani al medesimo tempo erano
              solleciti d’imporre non solo il loro giogo, ma anche la loro lingua a’ popoli da loro
              sottomessi</emph>
          </quote>: <quote>
            <foreign lang="lat">Opera data est, ut imperiosa civitas, non solum iugum, verum etiam
              linguam suam, domitis gentibus per pacem societatis, imponeret</foreign>
          </quote> (<bibl>Lib. XIX, cap. 7.</bibl>) <quote>
            <emph>Ai Greci medesimi, dice Valerio Massimo, non davano giammai risposta che in lingua
              latina</emph>: <foreign lang="lat">illud quoque magna perseverantia custodiebant, ne
              Graecis unquam nisi latine responsa darent</foreign>
          </quote>, (<bibl>Lib. II., c. 2. n. 2.</bibl>) <quote>
            <emph>e ciò quantunque la lingua greca fosse tanto famigliare a’ Romani; nulla dimeno
              per diffondere la lingua latina obbligavano perfino que’ Greci, che non la sapevano, a
              spiegarsi per mezzo di un interprete in latino</emph>
          </quote>: <quote>
            <foreign lang="lat">Quin etiam... per interpretem loqui cogebant. .. quo scilicet
              latinae vocis honos per omnes gentes venerabilior diffunderetur</foreign>
          </quote>. (ibid.) <pb ed="aut" n="983"/> E tuttavia la Grecia resistè. Ma dopo Costantino, <quote>
            <emph>alla Corte Bizantina</emph>
          </quote>, segue lo stesso autore l. c. <quote>
            <emph>come si osserva da S. Crisostomo (adv. oppugnatores vitae monasticae. Lib. III.
              tom. I., p. 34. Paris. 1718, edit Montfaucon.) era un mezzo di far fortuna il sapere
              il latino; e fino a’ tempi di Giustiniano, le leggi degli imperatori greci si
              pubblicavano nella Grecia medesima in latino</emph>
          </quote>. E soggiunge subito in una nota: <quote>
            <emph>Le</emph>
            <title rend="sc">pandette</title>
            <emph>furono pubblicate a Costantinopoli in latino</emph>
          </quote>. (25. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nelle <title>Mémoires de l’Acad. des Inscriptions</title>, Tom. 24. si trova: <bibl>
            <author>Bonamy</author>, <title lang="fre">Réflexions sur la langue latine
            vulgaire</title>
          </bibl>. (25. Aprile 1821.). E son pur da vedere in questo proposito le memorie di
          Trévoux, anno 1711. p. 914.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Un nostro missionario (cioè italiano) il P. Paolino da S. Bartolomeo, mostrò l’affinità
          della lingua tedesca con una lingua indiana non solo, ma che da una lunga serie di secoli
          ha cessato di essere vernacola, con la samscrdamica (cioè sascrita: così la nomina anche
          p. 208. <emph>samscrdamica</emph>) che è la madre di tutte le lingue delle Indie. <bibl>
            <title>Bibliot. Ital.</title> vol. 8. p. 206.</bibl> (25. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Che il verbo latino <foreign lang="lat" rend="italic">serpo</foreign> sia lo stesso che
          il greco <foreign lang="grc">ἕρπω</foreign>, è cosa evidente, come pure i derivati,
            <foreign lang="lat" rend="italic">serpyllum</foreign> etc. Ma che gli antichi latini, e
          successivamente il volgo latino, usassero ancora, almeno in composizione, lo stesso verbo
          senza la <pb ed="aut" n="984"/>
          <emph>s</emph>, come in greco, lo raccolgo dal verbo neutro italiano
          <emph>inerpicare</emph> o <emph>innerpicare</emph> che significa appunto lo stesso che il
          greco <foreign lang="grc">ἀνέρπω</foreign>, composto di <foreign lang="grc"
          >ἕρπω</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">sursum repo</foreign>, come anche
            <foreign lang="grc">ἀνερπύζω</foreign>. (Del verbo <foreign lang="grc">ἀνέρπω</foreign>
          non ha esempio lo Scapula, ma lo spiega <foreign lang="lat" rend="italic">sursum
          repo</foreign>. Ve n’è però esempio in <bibl>
            <author>Arriano</author>, <title>Expedit</title>. lib. 6. c. 10. sect. 6.</bibl> e
          nell’indice è spiegato <foreign lang="lat" rend="italic">sursum serpo</foreign>.) Il qual
          verbo siccome non ha radice veruna nella nostra lingua, nè nella latina conosciuta, così
          l’ha evidentissima nel detto verbo <foreign lang="grc">ἕρπω</foreign>, dal quale non può
          esser derivato, se non mediante il latino, cioè mediante l’uso del volgo romano,
          differente in questo dagli scrittori. (25 Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Delle qualità e pregi della lingua Sascrita, v. alcune cose estratte da un articolo di <bibl>
            <author>Jones</author> nelle <title>Notizie letterarie di Cesena</title> 1791. 24. Nov.
            p. 365. colonna 1</bibl>. Dell’abuso ch’ella fa talvolta de’ composti <bibl>v. ib. p.
            363. colonna 2. fine</bibl>. Abuso simile a quello che ne facevano talvolta gli antichi
          scrittori, e massime poeti, latini, ma assai maggiore, secondo la natura de’ popoli
          orientali che sogliono sempre e in ogni genere spingersi fino all’ultimo e intollerabile
          eccesso delle cose. (25. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La scoperta e l’uso delle armi da fuoco oltre agli effetti da me notati negli altri
          pensieri, ha scemato ancora notabilissimamente il coraggio ne’ soldati, e generalmente
          negli uomini. <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">La victoire... s’obtient aujourd’hui par la regularité
              et la précision des manoeuvres, souvent sans en venir aux mains. Nos guerres ne se
              décident plus guère que de loin, à coups de canon et de fusil; et nos timides
              fantassins, sans armes défensives, effrayés par le bruit et l’effet de <pb ed="aut"
                n="985"/> nos armes à feu, n’osent plus s’aborder: les combats à l’armes blanches
              sont devenus fort rares</foreign>
          </quote>. Così il <bibl lang="fre">
            <author>Barone Rogniat</author>, <title>Considérations sur l’Art de la guerre</title>,
            Paris, de l’imprimerie de Firmin Didot, 1817. <title>Introduction</title>, p. 1</bibl>.
          E come i soldati, così gli altri uomini che si servono delle armi da fuoco invece delle
          bianche, riducendosi ora ogni battaglia o pubblica o privata, a tradimenti, e a fatti di
          lontano, senza mai venire corpo a corpo: oltre l’influenza che ha l’educazione militare, e
          la natura delle guerre sopra l’intero delle nazioni. Sarà bene ch’io legga tutta intera
          l’opera citata, dove l’arte della guerra è chiarissimamente esposta, congiunta a molta
          filosofia, paragonati continuamente gli antichi coi moderni, e i diversi popoli fra loro,
          applicata alla detta arte la scienza dell’uomo ec. E certo la guerra appartiene al
          filosofo, tanto come cagione di sommi e principalissimi avvenimenti, quanto come connessa
          con infiniti rami della teoria della società, e dell’uomo e dei viventi. (25. Aprile
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La soverchia ristrettezza e superstizione e tirannia in ordine alla purità della lingua,
          ne produce dirittamente la barbarie e licenza, come la eccessiva servitù produce la
          soverchia e smoderata libertà dei popoli. I quali ora perciò non divengono liberi, perchè
            <pb ed="aut" n="986"/> non sono eccessivamente servi, e perchè la tirannia è perfetta, e
          peggiore che mai fosse, essendo più moderata che fosse mai. (25. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come non si dà mai l’atto nè il possesso del diletto, così neanche dell’utilità, giacchè
          utile non è se non quello che conduce alla felicità, la quale non è riposta in altro che
          nel piacere, con qualunque nome ei venga chiamato. (25. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dal confronto delle poesie di Ossian, vere naturali e indigene dell’Inghilterra, colle
          poesie orientali, si può dedurre (ironico) quanto sia naturale all’Inghilterra la sua
          presente poesia (come quella di Lord Byron) <quote>
            <emph>derivata in gran parte dall’oriente</emph>
          </quote>, come dice il riputatissimo giornale dell’Edinburgh Review in proposito del Lalla
          Roca di Tommaso Moore (Londra 1817.) intitolato <title>Romanzo orientale</title>. (<bibl>
            <title>Spettatore di Milano</title>. 1. Giugno 1818. Parte Straniera. Quaderno 101. p.
            233.</bibl> e puoi vederlo.)</p>
        <p>Infatti le poesie d’Ossian sebben sublimi e calde, hanno però quella sublimità
          malinconica, e quel carattere triste e grave, e nel tempo stesso, semplice e bello, e
          quegli spiriti marziali ed eroici, che derivano naturalmente dal clima settentrionale. Non
          già quella sublimità eccessiva, quelle esagerazioni, quelle spaccamontate delle pazze
          fantasie orientali; nè quel sapore aromatico; nè quello splendore abbagliante, come dice
          il citato giornale, nè quel fasto, nè quella voluttà, nè quei profumi (sono espressioni
          dello stesso); nè quel colore vivo e sfacciato, ed ardente; nè quella estrema
          raffinatezza, e squisitezza strabocchevole in ogni genere e parte di letteratura e poesia;
          nè quella mollezza, quella effeminatezza, quel languore, quella delicatezza (per noi)
          eccessiva e nauseosa e vile e sibaritica, che deriva dai climi meridionali. Ed è veramente
          maraviglioso, come il paese de’ più settentrionali d’Europa, stimi naturale e propria e
            <pb ed="aut" n="987"/> adattata alla sua indole la poesia de’ paesi più meridionali e
          ardenti del mondo. Un paese poi come l’Inghilterra, così pieno di filosofia, e cognizioni
          dell’uomo, e de’ caratteri nazionali e fisici ec. ec. Meno male se l’orientalismo fa
          progressi in Francia, (come negli scritti di Chateaubriand) paese più meridionale che
          settentrionale. Ma non c’era popolo colto, a cui l’orientalismo convenisse meno che
          all’Inghilterra, dove però trionfa, e donde io credo che sia passato in Francia sulla fine
          del secolo passato, e donde si va diramando per l’Europa la detta scuola. Il fatto sta che
          tutto il mondo è paese, e da per tutto si crede naturale e nazionale quello che fa effetto
          per la cagione appunto contraria, cioè per la novità, pel forestiero, pel contrasto col
          carattere e l’indole propria e nazionale; e come la poesia <add resp="ed">in</add> Italia
          ha corso rischio, (e non ne è forse fuori) di una nuova corruzione mediante il
          settentrionalismo, l’Ossianismo ec. così viceversa l’inglese, mediante il meridionale e
          l’orientale. E certo se la poesia settentrionale pecca in qualche cosa al gusto nostro,
          egli è nell’eccesso del <foreign lang="fre" rend="italic">sombre</foreign>, del buio, del
          tetro; e la orientale al contrario, nell’eccesso del vivo, del chiaro, del ridente, del
          lucido anzi abbarbagliante ec. Vedete quanta conformità di carattere fra queste due
          poesie! (25. Aprile 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il diletto è sempre il fine, e di tutte le cose, l’utile non è che il mezzo. Quindi il
          piacevole, è vicinissimo al fine delle cose umane, o quasi lo stesso con lui; l’utile che
          si suole stimar più del piacevole, non ha altro pregio che d’esser più lontano da esso
          fine, o di condurlo non immediatamente ma mediatamente. <pb ed="aut" n="988"/> (26. Aprile
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>I latini erano veramente <foreign lang="grc">δίγλωττοι</foreign> rispetto alla lingua
          loro e alla greca 1. perchè parlavano l’una come l’altra, ma non così i greci
          generalmente, anzi ordinariamente: 2. perchè scrivendo citavano del continuo parole e
          passi greci, in lingua e caratteri greci, ovvero usavano parole o frasi greche nella
          stessa maniera; ma non i greci viceversa, del che vedi p. 981. e p. 1052. capoverso 3. e
          p. 2165.</p>
        <p>3. Resta memoria di parecchie traduzioni fatte dal greco in latino anche ne’ buoni tempi,
          e fino dagli ottimi scrittori latini, come Cicerone. Ed anche restano di queste
          traduzioni, o intere o in frammenti, come quelle di Arato fatte da Cicerone e da
          Germanico, quella del Timeo di Cicerone, quelle di Menandro fatte da Terenzio, quelle
          fatte da Apuleio o attribuite a lui, quelle dell’Odissea fatta da Livio Andronico,
          dell’Iliade da Accio Labeone, da Cneo Mattio o Mazzio, da Ninnio Crasso (<bibl>
            <author>Fabric.</author>
            <title>B. Gr.</title>
            <hi rend="sc">i</hi>. 297.</bibl>) ec. tutte anteriori a Costantino. <bibl>V.
              <author>Andrès</author>
            <title>Stor. della letteratura</title>, ediz. di Venezia, Vitto. t. 9. p. 328 329. cioè
            Parte 2. lib. 4. c. 3. principio</bibl>. Non così nessuna traduzione, che sappia io, si
          rammenta dal latino in greco, se non dopo Costantino, e quasi tutte di opere teologiche o
          ecclesiastiche o sacre, cioè scientifiche e appartenenti a quella scienza che allora
          prevaleva. Non mai letterarie. (<bibl>V. <author>Andrès</author>, t. 9. p. 330.
          fine.</bibl>) La traslazione di Eutropio fatta da Peanio che ci rimane, e l’altra perduta
          di un Capitone Licio, non pare che si possano riferire a letteratura, trattandosi di un
          compendio ristrettissimo di storia, fatto a solo uso, possiamo dire, elementare. <pb
            ed="aut" n="989"/> E si può dire con verità quanto alla letteratura, che la
          comunicazione che v’ebbe fra la greca e la romana, non fu mai per nessunissimo conto
          reciproca, neppur dopo che la letteratura Romana era già grandissima e nobilissima, anzi
          superiore assai alla letteratura greca contemporanea.</p>
        <p>4. I latini scrivevano bene spesso in greco del loro. Così fa molte volte Cicerone nelle
          epistole ad Attico (forse anche nelle altre); dove forse per non essere inteso dal
          portalettere, la qual gente, com’egli dice, soleva alleviare la fatica e la noia del
          viaggio leggendo le lettere che portava; ovvero per evitare gli altri pericoli di lettere
          vertenti sopra negozi pubblici, politici ec. dal contesto latino passa bene spesso a
          lunghi squarci scritti in greco, e tramezzati al latino, e scritti anche in maniera
          enigmatica e difficile. Restano parecchie lettere greche di Frontone. Resta l’opera greca
          di Marcaurelio, il quale imperatore scriveva parimente, com’è naturale, in latino, e così
          bene, come si può vedere nelle sue lettere ultimamente scoperte<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Intorno a Marcaurelio puoi vedere la p. 2166. fine.</p>
          </note>. Eliano, conosciuto solamente come scrittor greco, fu di Preneste, e quindi
          cittadino Romano, ed appena si mosse mai d’Italia. Nondimeno dice di lui Filostrato: <quote>
            <foreign lang="grc">῾Ρωμαῖοις μὲν ἦν, ἠττίκιζε δὲ ὥσπερ οἱ ἐν τῇ μεσογείᾳ
            Ἀθηναῖοι</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Fabric.</author> 3. 696. not.</bibl>) Non così i greci sapevano mai scrivere in
          latino. Anzi Appiano <emph>in Roma</emph> scrivendo a Frontone, uomo latino, sebbene di
          origine affricana, scriveva in greco, e Frontone rispondeva parimente in greco, non in
          latino. E così molti libri di autori greci si trovano, scritti in greco, sebbene
          indirizzati a personaggi <pb ed="aut" n="990"/> romani o latini.</p>
        <p>Le stesse cose appresso a poco si possono notare avvenute a noi riguardo al francese.
          Giacchè fino a tanto che la nostra letteratura prevalse o per merito reale, o per
          continuazione di fama e di opinione generale, e la nostra lingua era per tutti i versi più
          studiata, più conosciuta, più dilatata fra i francesi ed altrove, e la nostra letteratura
          parimente, sì nella nazione, che fra’ suoi letterati e scrittori; e si trovarono di quei
          francesi che scrivevano in ambedue le lingue francese e italiana. Ora accade tutto
          l’opposto: e si trovano degl’italiani, come anche non pochi d’altre nazioni, che scrivono
          e stampano così nella lingua francese, come nella loro: libri, parole, testi francesi si
          allegano continuamente in tutti i paesi di Europa: non così viceversa in Francia, dove
          difficilmente si troverà un francese che sappia scrivere altra lingua che la sua, e
          scrivendo a’ forestieri scriveranno in francese, e riceveranno risposta nella stessa
          lingua; e dove è più necessario che in qualunque altro paese colto, che i passi o parole
          che si citano di libri forestieri, (e massime italiani) si citino in francese, o se
          n’aggiunga la traduzione.</p>
        <p>Osservo ancor questo. Ridotti in provincie romane i diversi paesi dell’impero, tutti gli
          scrittori che uscirono di queste provincie, qualunque lingua fosse in esse originaria o
          propria, scrissero in latino. I Seneca, Quintiliano, Marziale, <pb ed="aut" n="991"/>
          Lucano, Columella, Prudenzio, Draconzio, Giovenco, ed altri Spagnuoli; Ausonio, Sidonio
          Apollinare, S. Prospero, S. Ilario, Latino Pacato, Eumenio, Sulpizio Severo ed altri
          Galli; Terenzio, Marziano Capella, Frontone, Apuleio, Nemesiano, Tertulliano, Arnobio, S.
          Ottato, Mario Vittorino, S. Agostino, S. Cipriano, Lattanzio ed altri Affricani; Sedulio
          Scozzese. V. p. 1014. Parecchi de’ quali arrivarono ancora all’eccellenza nella lingua
          latina. Non così i greci. E dico tanto i greci Europei, quanto quelli nativi delle colonie
          greche nell’Asia Minore, o delle altre parti dell’Asia divenute greche di lingua e di
          costumi dopo la conquista di Alessandro, e così dell’Egitto, o di qualunque luogo dove la
          lingua greca prevalesse nell’uso quotidiano, ovvero anche solamente come lingua degli
          scrittori e della letteratura. Nessuno di questi scrisse in latino, ma tutti in greco,
          eccetto pochissimi (come Claudiano, e Igino Alessandrini, Petronio Marsigliese ec.); che
          son quasi nulla rispetto al numero ed estensione delle dette provincie greche, massime
          paragonandoli alla gran copia degli altri scrittori latini forestieri di
          <emph>ciascuna</emph> provincia, ancorchè minore. E di questi pochissimi nessuno arrivò,
          non dico all’eccellenza, ma appena alla mediocrità nella lingua latina. V. p. 1029. E
          Macrobio, che si stima uno di questi pochissimi, si scusa se ec. (<bibl>v. il
              <author>Fabricio</author>, <title>B. Latina</title> t. 2. p. 113. l. 3. c. 12. par. 9.
            nota (a.)</bibl>) e di lui dice Erasmo (in <title>Ciceroniano</title>) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Graeculum latine balbutire credas</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Fabric.</author> ivi</bibl>) Cosa applicabilissima agli odierni francesi per lo
          più balbettanti nelle altrui lingue, e massime nella nostra. E di Ammiano Marcellino,
          altro di questi pochissimi, e più antico di Macrobio, dice il Salmasio (<bibl>
            <title>Praef. de Hellenistica</title> p. 39.</bibl>) ec. <bibl>V. il
            <author>Fabricio</author> l. c. p. 99.nota(b) l. 3. c. 12 par.1.</bibl>
        </p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="992"/> Ma del resto i greci di qualunque parte, ancorchè sudditi romani,
          ancorchè cittadini romani, ancorchè vissuti lungo tempo in Roma o in Italia, ancorchè
          scrivendo precisamente in Italia o in Roma, e in mezzo ai latini, ancorchè scrivendo ai
          romani tanto gelosi del predominio del loro linguaggio, come sì è veduto p. 982-983.
          ancorchè nel tempo dell’assoluta padronanza, ed intiera estensione del dominio della
          nazione latina, ancorchè impiegati in cariche, in onori ec. al servizio de’ Romani, e
          nella stessa Roma, ancorchè finalmente nominati con nomi e prenomi latini, scrissero
          sempre in greco, e non mai altrimenti che in greco. Così Polibio, familiare, compagno, e
          commilitone del minore Scipione; così Dionigi d’Alicarnasso, vissuto 22 anni in Roma; così
          Arriano prenominato Flavio (<bibl>
            <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> 3.269. not. b.</bibl>) fatto cittadino Romano, senatore, Console,
          caro all’imperatore Adriano, e mandato prefetto di provincia armata in Cappadocia; così
          Dione Grisostomo, cognominato Cocceiano dall’Imperatore Cocceio Nerva, vissuto gran tempo
          in Roma, e familiare del detto Imperatore e di Traiano; così l’altro Dione prenominato
          Cassio e cognominato parimente Cocceiano ec.;così Plutarco ec.;così Appiano ec. così
          Flegone, ec.;così Galeno prenominato Claudio ec.;così Erode Attico prenominato Tiberio
          Claudio, ec.;così Plotino ec.;(v. per ciascuno di questi il Fabricio) così quell’Archia
          poeta ec. (<bibl>v. <author>Cic.</author>
            <title>pro Archia</title>
          </bibl>).</p>
        <p>Da tutto ciò si deduce in primo luogo, quanto, e con quanta differenza dalle altre
          nazioni, i greci <pb ed="aut" n="993"/> di qualunque paese fossero tenaci della lingua e
          letteratura loro, e noncuranti della latina, anche durante e dopo il suo massimo
          splendore. Considerando ancora che generalmente gli scrittori greci di qualunque età, e
          nominatamente i sopraddetti e loro simili, che per le loro circostanze, parrebbono non
          solo a portata ma in necessità di aver conosciuto la letteratura latina, non danno si può
          dir mai segno veruno di conoscerla, nè la nominano ec. e se citano talvolta qualche autore
          latino, li citano e se ne servono per usi di storia, di notizie, di scienze, di teologia
          ec. non mai di letteratura. Questa è cosa universale negli scrittori greci.</p>
        <p>In secondo luogo risulta dalle sopraddette cose, che i mezzi usati dai romani per far
          prevalere la loro lingua, come nelle altre nazioni, così in Grecia, e ne’ moltissimi paesi
          dove il greco era usato, (v. p. 982-83.) laddove riuscirono in tutti gli altri luoghi, non
          riuscirono e furon vani in questi. Ed osservo che la lingua latina non prevalse mai alla
          greca in nessun paese dov’ella fosse stabilita, sia come lingua parlata, sia come lingua
          scritta: laddove la greca avea prevaluto a tutte le altre in questi tali (vastissimi e
          numerosissimi) paesi, e in quasi mezzo mondo; e quello che <pb ed="aut" n="994"/> non potè
          mai la lingua nè la potenza nè la letteratura latina, lo potè, a quel che pare, in poco
          spazio, l’arabo, e le altre lingue o dialetti maomettani, (come il turco ec.) e così
          perfettamente, come vediamo anche oggidì. Ma la lingua latina, (eccetto nella Magna Grecia
          e in Sicilia) non solo non estirpò, ma non prevalse mai in nessun modo e in nessun luogo
          alla lingua e letteratura greca, se non come pura lingua della diplomazia: quella lingua
          latina, dico, la quale nelle Gallie aveva, se non distrutta, certo superata
          quell’antichissima lingua Celtica così varia, così dolce, così armoniosa, così maestosa,
          così pieghevole, (<bibl>
            <title>Annali</title> 1811. n. 18. p. 386.</bibl>
          <bibl>
            <title>Notiz. letterar. di Cesena</title> 1792. p. 142.</bibl>) e che al Cav. Angiolini
          che se la fece parlare da alcuni montanari Scozzesi, parve somigliante ne’ suoni alla
          greca: (<bibl>
            <title>Lettere sopra l’Inghilterra, Scozia, ed Olanda</title>. vol. 2.<hi rend="apice"
              >do</hi>. Firenze 1790. Allegrini. 8. <hi rend="apice">vo</hi> anonime, ma del Cav.
            Angiolini</bibl>) (<bibl>
            <title>Notizie</title> ec. l. c.</bibl>) lingua della cui purità erano depositarii e
          custodi gelosissimi quei famosi Bardi che avevano e conservarono per sì lungo tempo, ancor
          dopo la conquista fatta da’ Romani, tanta influenza sulla nazione, e massime poi la
          letteratura: (<bibl>
            <title>Annali</title> ec. l. c. p. 385.386. principio.</bibl>) quella lingua così ricca,
          e ogni giorno più ricca di tanti poemi, parte de’ quali anche <pb ed="aut" n="995"/> oggi
          si ammirano. Questa lingua e letteratura cedette alla romana; v. p. 1012. capoverso 1. la
          greca non mai; neppur quando Roma e l’Italia spiantata dalle sue sedi, si trasportò nella
          stessa Grecia. Perocchè sebbene allora la lingua greca fu corrotta finalmente di
          latinismi, ed altre barbarie, (scolastiche ec.) imbarbarì è vero, ma non si cangiò; e in
          ultimo, piuttosto i latini vincitori e signori si ridussero a parlare quotidianamente e
          scrivere il greco, e divenir greci, di quello che la Grecia vinta e suddita a divenir
          latina e parlare o scrivere altra lingua che la sua. Ed ora la lingua latina non si parla
          in veruna parte del mondo, la greca, sebbene svisata, pur vive ancora in quell’antica e
          prima sua patria. Tanta è l’influenza di una letteratura estesissima in ispazio di tempo,
          e in quantità di cultori e di monumenti; sebbene ella già fosse cadente a’ tempi romani, e
          a’ tempi di Costantino, possiamo dire, spenta. Ma i greci se ne ricordavano sempre, e non
          da altri imparavano a scrivere che da’ loro sommi e numerosissimi scrittori passati,
          siccome non da altri a parlare, che dalle loro madri. V. p. 996. capoverso 1. Certo è che
          la letteratura influisce sommamente sulla lingua. (<bibl>V. p. 766. segg.</bibl>) Una
          lingua senza letteratura, o poca, non difficilmente si spegne, o si travisa in maniera non
          riconoscibile, non potendo ella esser formata, nè per conseguenza troppo radicata e
          confermata, siccome immatura e imperfetta. E questo accadde alla lingua Celtica, forse
          perch’ella scarseggiava sommamente di scritture, sebbene abbondasse di componimenti, che
          per lo più passavano solo di bocca in bocca. Non così una lingua abbondante di scritti.
          Testimonio ne sia la Sascrita, <pb ed="aut" n="996"/> la quale essendo ricca di scritture
          d’ogni genere, e di molto pregio secondo il gusto orientale, e della nazione, vive ancora
          (comunque corrotta) dopo lunghissima serie di secoli, in vastissimi tratti dell’India,
          malgrado le tante e diversissime vicende di quelle contrade, in sì lungo spazio di tempo.
          E sebbene anche i latini ebbero una letteratura, e grande, e che sommamente contribuì a
          formare la loro lingua, tuttavia si vede ch’essa letteratura, venuta, per così dire, a
          lotta colla greca, in questo particolare, dovè cedere, giacchè non solamente non potè
          snidare la lingua e letteratura greca, da nessun paese ch’ella avesse occupato, ma neanche
          introdursi nè essa nè la sua lingua in veruno di questi tanti paesi. (29. Aprile. 1821.).
          V. p. 999. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 995. Infatti i greci anche nel tempo della barbarie, conservarono sempre la
          memoria, l’uso, la cognizione delle loro ricchezze letterarie, e la venerazione e la stima
          de’ loro sommi antichi scrittori. E questo a differenza de’ latini, dove ne’ secoli
          barbari, non si sapeva più, possiamo dir, nulla, di Virgilio, di Cicerone ec. L’erudizione
          e la filologia non si spensero mai nella Grecia, mente erano ignotissime in Italia; anzi
          nella Grecia essendo subentrate alle altre buone e grandi discipline, durarono tanto che
          la loro letteratura sebbene spenta già molto innanzi, quanto al fare, non si spense mai
          quanto alla memoria, alla cognizione e <pb ed="aut" n="997"/> allo studio, fino alla
          caduta totale dell’impero greco. Ciò si vede primieramente da’ loro scrittori de’ bassi
          tempi, in molti de’ quali anzi in quasi tutti (mentre in Italia il latino scritto non era
          più riconoscibile, e nessuno sognava d’imitare i loro antichi) la lingua greca, sebbene
          imbarbarita, conserva però visibilissime le sue proprie sembianze: ed in parecchi è
          scritta con bastante purità, e si riconosce evidentemente in alcuni di loro l’imitazione e
          lo studio de’ loro classici e quanto alla lingua e quanto allo stile; sebbene degenerante
          l’una e l’altro nel sofistico, il che non toglie la purità quanto alla lingua. Arrivo a
          dire che in taluni di loro, e ciò fino agli ultimissimi anni dell’impero greco, si trova
          perfino una certa notabile eleganza e di lingua e di stile. In Gemisto è maravigliosa
          l’una e l’altra. Tolti alcuni piccoli erroruzzi di lingua (non tali che sieno manifesti se
          non ai dottissimi) le sue opere o molte di loro si possono sicuramente paragonare e
          mettere con quanto ha di più bello la più classica letteratura greca e il suo miglior
          secolo. Oltre a ciò l’erudizione e la dottrina filologica, e lo studio de’ classici è
          manifesto negli scrittori greci più recenti, a differenza de’ latini. Gli antichi
          classici, e singolarmente Omero, benchè il più antico di tutti, non lasciarono mai di
          esser citati negli scritti greci, finchè la Grecia ebbe chi scrivesse. E vi si alludeva
          spessissimo ec. Non domanderò ora qual uomo latino nel terzo secolo si possa paragonare a
          un Longino o a un Porfirio. Non chiederò che mi si mostri nel nono secolo, anzi in tutto
          lo spazio che corse dopo il 2.do secolo fino al 14.mo, un latino, non dico uguale, ma
          somigliante <pb ed="aut" n="998"/> di lontano a Fozio, uomo nei pregi della lingua e dello
          stile non dissimile dagli antichi, e superiore agli stessi antichi nell’erudizione e nel
          giudizio e critica letteraria, doti proprie di tempi più moderni. Tenendomi però a’ tempi
          bassissimi, e potendo recare infiniti esempi, mi contenterò degli scritti di quel Giovanni
          Tzetze, che fu nel 12.<hi rend="apice">mo</hi> secolo, e di Teodoro Metochita che viveva
          nel 14.<hi rend="apice">mo</hi>; scritti pieni di indigesta ma immensa erudizione
          classica.</p>
        <p>Secondariamente la mia proposizione apparisce da quei greci che vennero in Italia nel
          trecento, e dopo la caduta dell’impero greco, nel quattrocento. E mentre in Italia si
          risuscitavano gli antichi scrittori latini che giacevano sepolti e dimenticati da tanto
          tempo nella loro medesima patria, i greci portavano qua il loro Omero, il loro Platone e
          gli altri antichi, non come risorti o disseppelliti fra loro, ma come sempre vissuti.
          Della erudizione e dottrina di quei greci, delle cose che fecero in Italia, delle
          cognizioni che introdussero, delle opere che scrissero, parte in greco, ed alcune proprio
          eleganti; parte in latino, riducendosi allora finalmente per la prima volta ad usare il
          linguaggio de’ loro antichi e già distrutti vincitori; essendo cose notissime, non accade
          se non accennarle. (29. Aprile. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="999"/> Alla p. 996. E la letteratura latina non potè impedire che la sua
          lingua non si spegnesse, laddove la greca ancor vive, benchè corrotta, perchè sapendo il
          greco antico, si arriva anche senza preciso studio a capire il greco moderno. Non così
          sapendo il latino, a capir l’italiano ec. Onde la presente lingua greca non si può
          distinguere dall’antica, come l’italiano ec. dal latino, che son lingue precisamente
          diverse, benchè parenti. E neppure si capisce l’italiano sapendo il francese, nè ec. (29.
          Aprile. 1821.). V. p. 1013. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In prova di quanto la lingua greca, fosse universale, e giudicata per tale, ancor dopo il
          pieno stabilimento, e durante la maggiore estensione del dominio romano e de’ romani pel
          mondo; si potrebbe addurre il Nuovo Testamento, Codice della nuova religione sotto i primi
          imperatori, scritto tutto in greco, quantunque da scrittori Giudei (così tutti chiamano
          gli Ebrei di que’ tempi), quantunque l’Evangelio di S. Marco si creda scritto in Roma e ad
          uso degl’italiani, giacchè è rigettata da tutti i buoni critici l’opinione che
          quell’Evangelio fosse scritto originariamente in latino; (<bibl>
            <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> 3. 131.</bibl>) quantunque v’abbia un’Epistola di S. Paolo
          cittadino Romano, diretta a’ Romani, un’altra agli Ebrei; quantunque v’abbiano le Epistole
          dette Cattoliche, cioè universali, di S. Giacomo, e di S. Giuda Taddeo. Ma senza entrare
          nelle quistioni intorno alla lingua originale del nuovo testamento, o delle diverse sue
          parti, osserverò quello che dice il <bibl>
            <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> edit. vet. t. 3. p. 153. lib.4. c. 5 par.9</bibl> parlando
          dell’Epistola di S. Paolo a’ Romani: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">graece scripta est, non latine, etsi Scholiastes Syrus
              notat scriptam esse ROMANE</foreign>
            <foreign lang="heb">***</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">quo vocabulo
              Graecam <pb ed="aut" n="1000"/> linguam significari, Romae tunc et in omni fere Romano
              imperio vulgatissimam, Seldenus ad Eutychium observavit</foreign>
          </quote>. E p. 131. nota (d) par. 3. parlando delle testimonianze <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Orientalium recentiorum</foreign>
          </quote> che dicono essere stato scritto il Vangelo di S. Marco in lingua romana, dice che
          furono o ingannati, o male intesi dagli altri, <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">nam per Romanam linguam etiam ab illis Graecam
              quandoque intelligi observavit Seldenus</foreign>
          </quote>. Intendi l’opera di Giovanni Selden intitolata: <title>Eutychii Aegyptii
            Patriarchae Orthodoxorum Alexandrini Ecclesiae suae Origines ex eiusdem Arabico nunc
            primum edidit ac Versione et Commentario auxit Joannes Seldenus</title>. Per lo
          contrario Giuseppe Ebreo nel proem. dell’Archeol. par. 2. principio e fine, chiama Greci
          tutti coloro che non erano Giudei, o sia gli Etnici, compresi per conseguenza anche i
          romani. E così nella Scrittura <quote>
            <foreign lang="grc">Ἕλληνες</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">passim opponuntur Iudaeis, et vocantur ethnici, a
              Christo alieni</foreign>
          </quote> (Scapula). Così ne’ Padri antichi. Il che pure ridonda a provare la mia
          proposizione. E Gioseffo avendo detto di scrivere per <quote>
            <emph>tutti i Greci</emph>
          </quote> (cioè i non ebrei), scrive in greco. <bibl>V. anche il <author>Forcell.</author>
            v. <title>Graecus</title> in fine.</bibl>
        </p>
        <p>Osservo ancora che Giuseppe Ebreo avendo scritto primieramente i suoi libri della Guerra
          Giudaica nella lingua sua patria, qualunque fosse questa lingua, o l’Ebraica, come crede
          l’Ittigio, (<bibl>nel <title>Giosef.</title> dell’Havercamp, t. 2. appendice p. 80.
            colonna 2.</bibl>) o la Sirocaldaica, come altri, (<bibl>v. <author>Basnag.</author>
            <title>Exercit.</title> ed. Baron. p. 388.</bibl>
          <bibl>
            <author>Fabric.</author> 3. 230. not. <emph>p</emph>
          </bibl>), in uso, com’egli dice, de’ barbari dell’Asia superiore, cioè, com’egli stesso
          spiega (<bibl>
            <title lang="lat">de Bello Iud. Proem.</title> art. 2. edit. Haverc. t. 2. p.
          48.</bibl>) de’ Parti, de’ Babilonesi, degli Arabi più lontani dal mare, de’ Giudei di là
          dall’Eufrate, e degli Adiabeni; (<bibl>
            <author>Fabric.</author> l. c.</bibl>
          <bibl>
            <author>Gioseffo</author> l. c. p. 47. not. h.</bibl>) volendo poi, com’egli dice,
          accomodarla all’uso de’ sudditi dell’imperio <pb ed="aut" n="1001"/> Romano, <quote>
            <foreign lang="grc">τοῖς κατὰ τὴν ῾Ρωμαίων ἡγεμονίαν</foreign>
          </quote>, e scrivendo in Roma, giudicò, come pur dice, (<bibl>
            <author>Fabric.</author> 3. 229. fine e 230. principio.</bibl>) e come fece, di
          traslatarla (non in latino) in greco, <quote>
            <foreign lang="grc">Ἑλλάδι γλώσσῃ μεταβαλεῖν</foreign>
          </quote>. (<bibl>Idem, l. c. art. 1. p. 47.</bibl>) E così traslatata la presentò a
          Vespasiano e a Tito, <title>Impp. Romani</title>. (<bibl>
            <author>Ittigio</author> l. c.</bibl>
          <bibl>
            <author>Fabric.</author> 3. 231. lin.8.</bibl>
          <bibl>
            <author>Tillemont</author>, <title lang="fre">Empereurs</title> t. 1. p. 582.</bibl>)
          (30. Aprile. 1821.).</p>
      </div1>
      <div1 n="1001 - 1201">
        <p>La lingua greca, benchè a noi sembri a prima vista il contrario, e ciò in gran parte a
          cagione delle circostanze in cui siamo tutti noi Europei ec. rispetto alla latina, è più
          facile della latina; dico quella lingua greca antica quale si trova ne’ classici ottimi, e
          quella lingua latina quale si trova ne’ classici del miglior tempo; e l’una e l’altra
          comparativamente, qual’è presso gli scrittori dell’ottima età dell’una e dell’altra
          lingua. E ciò malgrado la maggiore ricchezza <emph>grammaticale ed elementare</emph> della
          lingua greca. Questa dunque è la cagione perch’ella fosse più atta della latina ad essere
          universale: e n’è la cagione sì per se stessa e immediatamente, sì per la somiglianza che
          produce fra la lingua volgare e quella della letteratura, fra la parlata e la scritta. (1.
          Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che ho detto della difficoltà naturale che hanno e debbono avere i francesi a
          conoscere e molto più a gustare le altrui lingue, cresce se si applica alle lingue
          antiche, e fra le moderne Europee e colte, alla lingua nostra. Giacchè la lingua <pb
            ed="aut" n="1002"/> francese è per eccellenza, lingua moderna; vale a dire che occupa
          l’ultimo degli estremi fra le lingue nella cui indole ec. signoreggia l’immaginazione, e
          quelle dove la ragione. (Intendo la lingua francese qual è ne’ suoi classici, qual è oggi,
          qual è stata sempre da che ha preso una forma stabile, e quale fu ridotta dall’Accademia).
          Si giudichi dunque quanto ella sia propria a servire d’istrumento per conoscere e gustare
          le lingue antiche, e molto più a tradurle: e si veda quanto male Mad. di Staël (vedi p.
          962.) la creda più atta ad esprimere la lingua romana che le altre, perciocch’è nata da
          lei. Anzi tutto all’opposto, se c’è lingua difficilissima a gustare ai francesi, e
          impossibile a rendere in francese, è la latina, la quale occupa forse l’altra estremità o
          grado nella detta scala delle lingue, ristringendoci alle lingue Europee. Giacchè la
          lingua latina è quella fra le dette lingue (almeno fra le ben note, e colte, per non
          parlare adesso della Celtica poco nota ec.) dove meno signoreggia la ragione. Generalmente
          poi le lingue antiche sono tutte suddite della immaginazione, e però estremamente separate
          dalla lingua francese. Ed è ben naturale che le lingue antiche fossero signoreggiate
          dall’immaginazione più che qualunque moderna, e quindi siano senza contrasto, le meno
          adattabili alla lingua francese, all’indole sua, ed alla conoscenza e molto più al gusto
          de’ francesi. <pb ed="aut" n="1003"/> Nella scala poi e proporzione delle lingue moderne,
          la lingua italiana, (alla quale tien subito dietro la Spagnuola) occupa senza contrasto
          l’estremità della immaginazione, ed è la più simile alle antiche, <emph>ed al carattere
            antico</emph>. Parlo delle lingue moderne colte, se non altro delle Europee: giacchè non
          voglio entrare nelle Orientali, e nelle incolte regna sempre l’immaginazione più che in
          qualunque colta, e la ragione vi ha meno parte che in qualunque lingua formata.
          Proporzionatamente dunque dovremo dire della lingua francese rispetto all’italiana, quello
          stesso che diciamo rispetto alle antiche. E il fatto lo conferma, giacchè nessuna lingua
          moderna colta, è tanto o ignorata, o malissimo e assurdamente gustata dai francesi, quanto
          l’italiana: di nessuna essi conoscono meno lo spirito e il genio, che dell’italiana; di
          nessuna discorrono con tanti spropositi non solo di teorica, ma anche di fatto e di
          pratica; non ostante che la lingua italiana sia sorella della loro, e similissima ad essa
          nella più gran parte delle sue radici, e nel materiale delle lettere componenti il
          radicale delle parole (siano radici, o derivati, o composti); e non ostante che p. e. la
          lingua inglese e la tedesca, nelle quali essi riescono molto meglio, (anche nel tradurre
          ec. mentre una traduzione francese dall’italiano dal latino o dal greco non è
          riconoscibile) appartengano a tutt’altra famiglia di lingue. (1 Maggio 1821.). V. p. 1007.
          capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1004"/> Uno dei principali dogmi del Cristianesimo è la degenerazione
          dell’uomo da uno stato primitivo più perfetto e felice: e con questo dogma è legato quello
          della Redenzione, e si può dir, tutta quanta la Religion <emph>Cristiana</emph>. Il
          principale insegnamento del mio sistema, è appunto la detta degenerazione. Tutte, per
          tanto, le infinite osservazioni e prove generali o particolari, ch’io adduco per
          dimostrare come l’uomo fosse fatto primitivamente alla felicità, come il suo stato
          perfettamente naturale (che non si trova mai nel fatto) fosse per lui il solo perfetto,
          come quanto più ci allontaniamo dalla natura, tanto più diveniamo infelici ec. ec. : tutte
          queste, dico, sono altrettante prove dirette di uno dei dogmi principali del
          Cristianesimo, e possiamo dire, della verità dello stesso Cristianesimo. (1. Maggio
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tanto era l’odio degli antichi (quanti aveano una patria e una società) verso gli
          stranieri, e verso le altre patrie e società qualunque; che una potenza minima, o anche
          una città solo assalita da una nazione intera (come Numanzia da’ Romani), non veniva mica
          a patti, ma resisteva con tutte le sue forze, e la resistenza si misurava dalle dette
          forze, non già da quelle del nemico; e la deliberazione di resistere era immancabile, e
          immediata, e senza consultazione veruna; e dipendeva dall’essere assaliti, non <pb
            ed="aut" n="1005"/> già dalla considerazione delle forze degli assalitori e delle
          proprie, dei mezzi di resistenza, delle speranze che potevano essere nella difesa ec. E
          questa era, come ho detto, una conseguenza naturale dell’odio scambievole delle diverse
          società, dell’odio che esisteva nell’assalitore, e che obbligava l’assalito a disperare
          de’ patti; dell’odio che esisteva nell’assalito, e che gl’impediva di consentire a
          soggettarsi in qualunque modo, malgrado qualunque utilità nel farlo, e qualunque danno nel
          ricusarlo, ed anche la intera distruzione di se stessi e della propria patria, come si
          vede nel fatto presso gli antichi, e fra gli altri, nel citato esempio di Numanzia.</p>
        <p>Oggi per lo contrario, la resistenza dipende dal calcolo, delle forze, dei mezzi, delle
          speranze, dei danni, e dei vantaggi, nel cedere o nel resistere. E se questo calcolo
          decide pel cedere, non solamente una città ad una nazione, ma una potenza si sottomette ad
          un’altra potenza, ancorchè non eccessivamente più forte; ancorchè una resistenza vera ed
          intera potesse avere qualche fondata speranza. Anzi oramai si può dire che le guerre o i
          piati politici, si decidono a tavolino col semplice calcolo delle forze e de’ mezzi:
            <emph>io posso impiegar tanti uomini, tanti danari ec. il nemico tanti: resta dalla
            parte mia tanta inferiorità, o superiorità: dunque assaliamo o no, cediamo</emph> ovvero
            <emph>non cediamo</emph>. <pb ed="aut" n="1006"/> E senza venire alle mani, nè far prova
          effettiva di nulla, le provincie, i regni, le nazioni, pigliano quella forma, quelle
          leggi, quel governo ec. che comanda il più forte: e in computisteria si decidono le sorti
          del mondo. Così discorretela proporzionatamente anche riguardo alle potenze di un ordine
          uguale.</p>
        <p>In questo modo oggi il forte, non è forte in atto, ma in potenza: le truppe, gli esercizi
          militari ec. non servono perchè si faccia esperienza di chi deve ubbidire o comandare ec.
          ec. ma solamente perchè si possa sapere e conoscere e calcolare, a che bisogni
          determinarsi: e se non servissero al calcolo sarebbero inutili, giacchè in ultima analisi
          il risultato delle cose politiche, e i grandi effetti, sono come se quelle truppe ec. non
          avessero esistito.</p>
        <p>Ed è questa una naturale conseguenza della misera spiritualizzazione delle cose umane,
          derivata dall’esperienza, dalla cognizione sì propagata e cresciuta, dalla ragione, e
          dall’esilio della natura, sola madre della vita, e del fare. Conseguenza che si può
          estendere a cose molto più generali, e trovarla egualmente vera, sì nella teorica, come
          nella pratica. Dalla quale spiritualizzazione che è quasi lo stesso coll’annullamento,
          risulta che oggi in luogo di fare, si debba computare; e laddove gli antichi facevano le
          cose, i moderni le contino; e i risultati una volta delle azioni, oggi sieno <pb ed="aut"
            n="1007"/> risultati dei calcoli; e così senza far niente, si viva calcolando e
          supputando quello che si debba fare, o che debba succedere; aspettando di fare
          effettivamente, e per conseguenza di vivere, quando saremo morti. Giacchè ora una tal vita
          non si può distinguere dalla morte, e dev’essere necessariamente tutt’uno con questa (1.
          Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1003. fine. Oltre le dette considerazioni la lingua francese, è anche
            <emph>estremamente</emph> distinta dall’Italiana, perciò ch’ella è fra le moderne colte
          (e per conseguenza fra tutte le lingue) senza contrasto la più serva, e meno libera;
          naturale conseguenza dell’essere sopra tutte le altre, modellata sulla ragione. Al
          contrario l’italiana è forse e senza forse, fra le dette lingue la più libera, cosa la
          quale mi consentiranno tutti quelli che conoscono a fondo la vera indole della lingua
          italiana, conosciuta per verità da pochissimi, e ignorata dalla massima parte
          degl’italiani, e degli stessi linguisti. Nella quale libertà la lingua italiana somiglia
          sommamente alla greca; ed è questa una delle principali e più caratteristiche somiglianze
          che si trovano fra la nostra lingua e la greca. A differenza della latina, la quale,
          secondo che fu ridotta da’ suoi ottimi scrittori, e da’ suoi formatori e costitutori, è
          sommamente ardita, e sommamente varia, non perciò sommamente <pb ed="aut" n="1008"/>
          libera, anzi forse meno di qualunque altra lingua antica, uno de’ primi distintivi delle
          quali è la libertà. Ma la lingua latina sebbene non suddita in nessun modo della ragione,
          è però suddita, dirò così, di se stessa, e del suo proprio costume, più di qualunque
          antica: il qual costume fisso e determinato per tutti i versi, ancorchè ardito, ella non
          può però trasgredirlo, nè alterarlo, nè oltrepassarlo ec. in verun modo; così che sebbene
          ella è ricchissima di forme in se stessa, non è però punto adattabile a verunissima altra
          forma, nè pieghevole se non ai modi determinati dalla sua propria usanza. E perciò
          appunto, come ho detto altrove, ella non era punto adattata alla universalità, perchè
          l’ardire non era accompagnato dalla libertà. E la perfetta attitudine alla universalità
          consiste nel non essere nè ardita nè varia nè libera, come la francese. Un’altra
          attitudine meno perfetta nell’essere e ardita e varia, e nel tempo stesso libera, come la
          greca. L’ardire e la varietà, sebbene per lo più sono compagne della libertà, non però
          sempre; nè sono la stessa cosa colla libertà, come si vede nell’esempio della lingua
          latina, e bisogna perciò distinguere queste qualità.</p>
        <p>Del resto la servilità e timidezza della lingua francese, la distingue dunque più che da
          qualunque altra, dalle antiche, e fra le moderne dall’italiana.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1009"/> E queste sono le ragioni per cui la lingua italiana, benchè tanto
          affine alla francese, come ho detto p. 1003. tuttavia n’è tanto lontana e dissimile,
          massimamente nell’indole; e per cui la lingua italiana perde tutta la sua naturalezza, e
          la sua proprietà, o forma propria e nativa, adattandosi alla francese, che l’è pur
          sorella: e per cui i francesi sono meno adattati che verun altro a conoscere e gustar
          l’italiano, cosa che apparisce dal fatto; e finalmente per cui la lingua francese è meno
          adattabile alle lingue antiche, e alle stesse lingue madri sue e della sua letteratura,
          come il latino e il greco, di quello che alle lingue moderne da lei divise di cognazione,
          di parentela, di famiglia, di sangue, di origine, di stirpe.</p>
        <p>Quello che ho detto qui sopra dell’ardire, della varietà, della libertà, si deve
          estendere a tutte le altre qualità caratteristiche delle lingue antiche, e dell’italiana,
          e conseguenti dall’esser esse modellate sull’immaginazione e sulla natura, come dire la
          forza, l’efficacia, l’evidenza ec. ec. qualità che in parte derivano pure dalle altre
          sopraddette, e scambievolmente l’una dall’altra, e perciò mancano essenzialmente alla
          lingua francese.</p>
        <p>Nè queste qualità, che dico proprie delle lingue <pb ed="aut" n="1010"/> antiche, si deve
          credere ch’io lo dica solamente in vista della greca e della latina, ma di tutte; ed
          alcune (come la varietà, ricchezza ec.) delle colte massimamente. Esse qualità infatti
          sono state notate nella lingua Celtica, (v. p. 994.) nella Sascrita, (<bibl>v.
              <title>Annali di scienze e lettere</title>. Milano. Gennaio 1811. n. 13. p. 54.
            fine-55.</bibl>) (lingue coltissime) benchè sieno diversissime dalle nostrali; e così in
          tante altre. Nè bisognano esempi e prove di fatto, a chi sa che le dette e simili qualità
          derivano immancabilmente dalla natura, maestra e norma e signora e governatrice degli
          antichi e delle cose loro. (2. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Della lingua volgare latina antica <bibl>v. <author>Andrès</author>, <title>Dell’Orig.
              d’ogni letteratura</title> ec. Parte 1. c. 11. Ediz. Veneta del Vitto. t. 2. p.
            256-257. nota</bibl>. La qual nota è del Loschi. Che però egli s’inganni, lo mostrano le
          mie osservazioni sopra la lingua di Celso, scrittore non dell’antica e mal formata, ma
          della perfetta ed aurea latinità. (4. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Se i tedeschi oggidì hanno tanto a cuore, e stimano così utile l’investigare e il
          conoscere fondatamente le origini della loro lingua, e se il Morofio (<bibl>
            <title>Polyhist.</title> lib. 4. cap. 4.</bibl>) si lagnava che al suo tempo i suoi
          tedeschi fossero trascurati nello studiare le dette origini; <foreign lang="lat"
            rend="italic">Dolendum</foreign> ec. <bibl>v. <author>Andrès</author> luogo cit. qui
            sopra, p. 249.</bibl> quanto più dobbiamo noi italiani studiare e mettere a profitto la
          lingua latina (che sono le nostre origini); lingua così suscettibile di perfetta <pb
            ed="aut" n="1011"/> cognizione; lingua così ricca, così colta, così letterata ec.
          ec.;lingua così copiosa di monumenti d’ogni genere e di tanto pregio: laddove per lo
          contrario la lingua teutonica originaria della tedesca (<bibl>
            <author>Andrès</author>, ivi, p. 249.251.253. lin. 6. 14. 18.</bibl> paragonando anche
          questi ult. tre luoghi colla p. 266. lin. 9) è difficilissima a conoscere con certezza, e
          impossibile a conoscere se non in piccola parte, è lingua illetterata ed incolta, e
          scarsissima di monumenti, e quelli che ne restano sono per se stessi di nessun pregio. (<bibl>
            <author>Andrès</author>, 249-254.</bibl>) Aggiungete che l’esser la lingua latina
          universalmente conosciuta, e stata in uso nel mondo, ed ancora in uso in parecchie parti
          della vita civile, non solo giova alla ricchezza della fonte ec. ma anche al poterne noi
          attingere con assai più franchezza. Se la lingua teutonica fosse pure stata altrettanto
          grande e ricca, ed a forza di studio si potesse pur tutta conoscere ec. che cosa si
          potrebbe attingere da una lingua dimenticata, e nota ai soli dotti ec. ec.? chi potrebbe
          intendere a prima giunta le parole che se ne prendessero? ec. V. p. 3196. (4. Maggio
          1821.).</p>
        <p>Il <emph>sentimento</emph> moderno è un misto di sensuale e di spirituale, di carne e di
          spirito; è la santificazione della carne (laddove la religion Cristiana è la
          santificazione dello spirito); e perciò siccome il senso non si può mai escludere dal
          vivente, questa <emph>sensibilità</emph> che lo santifica e purifica, è riconosciuto pel
          più valevole rimedio e preservativo contro di lui, e contro delle sue bassezze. (4. Maggio
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 952. Meno straniera è la lingua francese all’inglese (e perciò meno inetta ad
          esserle fonte di vocaboli ec.) a cagione dell’affinità che questa seconda lingua prese
          colla prima, dopo l’introduzione della lingua francese in Inghilterra, mediante la
          conquista fattane dai Normanni (Andrès, luogo cit. poco sopra, p. 252. fine, 255.
          fine-256. principio. Annali di Scienze e lettere. Milano. Gennaio 1811. n. 13. p. 30.
          fine.) <pb ed="aut" n="1012"/> Laddove la lingua tedesca, secondo che il Tercier <quote>
            <emph>ha ben ragione di asserire</emph>,</quote> (<bibl>
            <title lang="fre">Ac. des Inscr.</title> tome 41.</bibl>) <quote>
            <emph>fra tutte le lingue che attualmente parlansi in Europa, più d’ogni altra conserva
              i vestigi della sua anzianità</emph>
          </quote> (<bibl>
            <author>Andrès</author>, ivi p. 251-252</bibl>); <quote>
            <emph>e più tenace e costante di tutte le altre, ha saputo conservare dell’antica sua
              madre maggior numero di vocaboli, maggior somiglianza nell’andamento, e maggiore
              affinità nella costruzione</emph>
          </quote>. (<bibl>ivi p. 253. principio.</bibl>) (4. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 995. principio. Cedette alla romana in modo <quote>
            <emph>che nella moderna lingua francese, per confessione del Bonamy</emph>
          </quote> (<bibl lang="fre">
            <title>Discours sur l’introduction de la langue latine dans les Gaules</title>: dans les
              <title>Mémoires de l’Ac. des inscr.</title> tome 41.</bibl>), <quote>
            <emph>pochissime parole celtiche sono rimase; e nella provenzale, al dire
            dell’Astruc</emph>
          </quote>. (<bibl lang="fre">
            <title>Ac. des Inscr.</title> tome 41.</bibl>), <quote>
            <emph>appena trovasi una trentesima parte di voci gallesi</emph>
          </quote>; siccome la lingua spagnuola tutta figlia della latina, <quote>
            <emph>non più conserva alcun vestigio dell’antico parlare di quelle genti</emph>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Andrès</author>, luogo cit. di sopra, p. 252.</bibl>) (4. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Che la lingua latina a’ suoi buoni tempi, e quando ella era <emph>formata</emph>, si
          distinguesse in due lingue, l’una <pb ed="aut" n="1013"/> volgare, e l’altra nobile, usata
          da’ patrizi, e dagli scrittori (i quali neppur credo che scrivessero come parlavano i
          patrizi) (<bibl>
            <author>Andrès</author>, l. c. p. 256. nota</bibl>), che Roma al tempo della sua
          grandezza avesse una lingua <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">rustica, plebeia, vulgaris</foreign>
          </quote>, un <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">sermo barbarus, pedestris, militaris</foreign>
          </quote>, (<bibl>
            <title>Spettatore di Milano</title>, Quaderno 97. p. 242.</bibl>) è noto e certo, senza
          entrare in altre quistioni, per la espressa testimonianza di Cicerone. (<bibl>
            <author>Andrès</author>, l. c.</bibl>) Del quale antico volgare latino parlerò forse
          quando che sia, di proposito. Ora si veda quanto fosse impossibile che la lingua latina
          divenisse universale, mentre i soldati, i negozianti, i viaggiatori, i governanti, le
          colonie ec. diffondevano una lingua diversa dalla letterata, che sola avendo consistenza e
          forma, sola è capace di universalità; e mentre l’unicità di una lingua, come ho detto
          altrove, è la prima condizione per poter essere universale. Laddove la latina, non solo
          non era unica nella sua costituzione e nella sua indole, dirò così, interiore, come lo è
          la francese; ma era divisa perfino esteriormente in lingue diverse, e, si può dir, doppia
          ec. (4. Maggio 1821.). V. p. 1020. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 999. Così chi sapesse l’antica lingua teutonica, non intenderebbe perciò la
          tedesca, senza espresso e fondato studio. (<bibl>
            <author>Andrès</author>, loco cit. di sopra, p. 1010</bibl>; non ostante che la tedesca,
          secondo il Tercier, ec. v. p. <pb ed="aut" n="1014"/> 1012. principio. (5. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La vantata <emph>duttilità</emph> della lingua francese (<bibl>
            <title>Spettatore di Milano</title>. Quaderno 93. p. 115. lin. 14</bibl>) oltre alle
          qualità notate in altro pensiero, ha questa ancora, che non è punto compagna della
          varietà: e la lingua francese benchè duttilissima, è sempre e in qualunque scrittore
          paragonato cogli altri, uniforme e monotona. Cosa che a prima vista non par compatibile
          colla duttilità, ma in vero questa è una qualità diversissima dalla ricchezza,
          dall’ardire, e dalla varietà. (5. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 991. Così Beda inglese, nonostante che la sua lingua nazionale (cioè
          l’anglo-sassone: (<bibl>
            <author>Andrès</author>, loc. cit. , p. 1010, p. 255. fine</bibl>) diversa dalla
          Celtica, stabilita nella Scozia e nel paese di Galles) fosse adoperata anche in usi
          letterarii, come si rileva da quello ch’egli stesso riferisce di un Cedmone monaco
          Benedettino, <quote>
            <emph>illustre poeta improvvisatore nella sua lingua</emph>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Andrès</author>, p. 254.</bibl>) Cosa la quale, se non altro, dimostra ch’ella
          era una lingua già ridotta a una certa forma (lo riferirà forse il Beda nella Storia
          Ecclesiastica degli Angli.) (5. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’<emph>u</emph> francese, del quale ho discorso in altro pensiero, potè essere
          introdotto in Francia mediante le Colonie greche, come Marsiglia ec. <pb ed="aut" n="1015"
          /> Mediante le quali colonie ec. la lingua e letteratura greca si stabilì, com’è noto, in
          varie parti delle Gallie. V. il Cellar. dove parla di Marsiglia. E le Gallie ebbero
          scrittori greci, come Favorino Arelatense, S. Ireneo (sebben forse nato greco) ec. ec.
            <bibl>V. anche il <author>Fabric.</author> dove parla di Luciano, <title>B. Gr.</title>
            lib. 4. c. 16. par. 1 t. 3. p. 486. edit. vet.</bibl>
        </p>
        <p>Dalle quali osservazioni si potrebbe anche dedurre che le parole francesi derivate dal
          greco, e che non si trovano negli scrittori latini, e che io in parecchi pensieri, ho
          supposto che fossero nel volgare latino, come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >planer</foreign> ec. fossero venute nella lingua francese immediatamente dalle antiche
          communicazioni avute colla lingua e letteratura greca. Questo però non mi par molto
          probabile, trattandosi che la lingua greca fu spenta nelle Gallie lunghissimo tempo
          innanzi la nascita della francese: che la latina vi prevalse interamente; e che della
          celtica ch’era pur la nazionale, appena si trova vestigio nella francese (v. p. 1012.
          capoverso 1.). Quanto meno dunque si dovrebbero trovar della greca! Laddove se ne trovano
          tanti che han fatto un dizionario apposta, delle parole francesi derivate dal greco.
          Inoltre questo argomento non può valer di più di quello che vaglia <pb ed="aut" n="1016"/>
          per le parole italiane dello stesso genere, le quali si potrebbero suppor derivate dalla
          magnagrecia, e dalla Sicilia, piuttosto che dal latino: mentre però la lingua greca si
          spense in quei paesi tanto innanzi al sorgere della lingua italiana, e vi si stabilì la
          latina: che per conseguenza vi è tanto più vicina alla nostra, in ordine di tempo: anzi
          immediatamente vicina. V. p. 1040. fine. Del resto anche in Sicilia durò la letteratura
          greca (se non anche la lingua) lungo tempo dopo il dominio romano. Diodoro fu siciliano, e
          così altri scrittori greci. <bibl>E vedi <author>Porfir.</author>
            <title>Vit. Plotin.</title> cap. 11.</bibl> donde par che apparisca che in Sicilia a
          quel tempo vi fossero cattedre o scuole greche di sofisti, come si può dire, in tutte le
          parti dell’imperio romano, in Roma, nelle Gallie a tempo di Luciano ec. Cecilio Siculo,
          benchè romano di nome, e vissuto in Roma ec. scrisse in greco. <bibl>V. Costantino
            Lascaris nel <author>Fabricio</author>, <title>B. Gr.</title> t. 14. p. 22-35. edit.
            vet.</bibl> (6. Maggio 1821.). Ma nel terzo secolo T. Giulio Calpurnio Siciliano, poeta
          Bucolico, contemporaneo di Nemesiano, scrisse in latino. E così altri Siciliani ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Un effetto dell’antico sistema di odio nazionale, era in Roma il costume del trionfo,
          costume che nel presente sistema dell’uguaglianza delle nazioni, anche delle vinte colle
          vincitrici, sarebbe intollerabile; costume, fra tanto, che dava sì gran vita alla nazione,
          che produceva sì grandi effetti, e sì utili per lei, e che forse fu la cagione di molte
          sue vittorie, e felicità militari e politiche. (6. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1017"/> Dalla mia teoria del piacere seguita che l’uomo, desiderando
          sempre un piacere infinito e che lo soddisfi intieramente, desideri sempre e speri una
          cosa ch’egli non può concepire. E così è infatti. Tutti i desiderii e le speranze umane,
          anche dei beni ossia piaceri i più determinati, ed anche già sperimentati altre volte, non
          sono mai assolutamente chiari e distinti e precisi, ma contengono sempre un’idea confusa,
          si riferiscono sempre ad un oggetto che si concepisce confusamente. E perciò e non per
          altro, la speranza è meglio del piacere, contenendo quell’indefinito, che la realtà non
          può contenere. E ciò può vedersi massimamente nell’amore, dove la passione e la vita e
          l’azione dell’anima essendo più viva che mai, il desiderio e la speranza sono altresì più
          vive e sensibili, e risaltano più che nelle altre circostanze. Ora osservate che per l’una
          parte il desiderio e la speranza del vero amante è più confusa, vaga, indefinita che
          quella di chi è animato da qualunque altra passione: ed è carattere (già da molti notato)
          dell’amore, il presentare all’uomo un’idea infinita (cioè più <emph>sensibilmente</emph>
          indefinita di quella che presentano le altre passioni), e ch’egli può concepir meno di
          qualunque <pb ed="aut" n="1018"/> altra idea ec. Per l’altra parte notate, che appunto a
          cagione di questo infinito, inseparabile dal vero amore, questa passione in mezzo alle sue
          tempeste, è la sorgente de’ maggiori piaceri che l’uomo possa provare. (6. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>I filosofi moderni, anche i più veri ed effettivi, e quelli che più mettono in pratica la
          loro filosofia, sono persuasi che il mondo non potendo mai esser filosofo, bisogna che chi
          lo è, dissimuli questa sua qualità, e nel commercio sociale si diporti per lo più nello
          stesso modo, come se non fosse filosofo. All’opposto i filosofi antichi. All’opposto
          Socrate, il quale si mostrò nel teatro al popolo che rideva di lui; i Cinici, gli Stoici e
          tutti gli altri. Così che i filosofi antichi formavano una classe e una professione
          formalmente distinta dalle altre, ed anche dalle altre sette di filosofi: a differenza de’
          moderni, che eccetto nel proprio interiore, si confondono appresso a poco intieramente
          colla moltitudine e colla universalità. Conseguenza necessaria del predominio della natura
          fra gli antichi, e della sua nessuna influenza sui moderni. Dalla qual natura deriva il
          fare: e il dare una vita, una realtà, un corpo visibile, una forma sensibile, un’azione
          allo <pb ed="aut" n="1019"/> stesso pensiero, alla stessa ragione. Laddove i moderni
          pensatori e ragionevoli, si contentano dello stesso pensiero, il quale resta nell’interno,
          e non ha veruna o poca influenza sul loro esterno; e non produce quasi nulla
          nell’esteriore. E generalmente, e per la detta ragione della naturalezza, l’apparenza e la
          sostanza erano assai meno discordi fra gli antichi i più istruiti, e per conseguenza
          allontanati dalla natura; di quello che sia fra i moderni i più ignoranti e inesperti, o
          più naturali. (6. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La lingua cinese può perire senza che periscano i suoi caratteri: può perire la lingua, e
          conservarsi la letteratura che non ha quasi niente che far colla lingua; bensì è
          strettissimamente legata coi caratteri. Dal che si vede che la letteratura cinese poco può
          avere influito sulla lingua, e che questa non ostante la ricchezza della sua letteratura,
          può tuttavia e potrà forse sempre considerarsi come lingua non colta, o poco colta. (7.
          Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dalle osservazioni fatte da me sulla poca attitudine dei francesi a conoscere e gustare
          le altre lingue, risulta che per lo contrario gl’italiani sono forse i più atti del mondo
          al detto oggetto. E ciò stante la moltitudine, dirò così, delle lingue che la loro lingua
          contiene (laddove la francese <pb ed="aut" n="1020"/> è unica); stante la sua copia, la
          sua ricchezza, la sua varietà; stante la sua libertà singolare fra tutte le lingue colte,
          come ho detto altrove, e inerente al suo carattere; stante la sua arrendevolezza, la quale
          produce l’arrendevolezza del gusto e della facoltà conoscitiva rispetto a quanto
          appartiene alle altre lingue; mentre l’arrendevolezza della propria lingua, viene ad
          essere l’arrendevolezza e adattabilità dell’istrumento che serve a conoscere e gustare le
          altre lingue. E ciò tanto più si deve dire degl’italiani rispetto alle lingue antiche,
          massime la latina e la greca, sì per la conformità d’indole ec. che hanno colla nostra; sì
          ancora perchè precisamente le dette qualità sono comuni a queste lingue (e generalmente
          alle antiche colte) colla nostra. (7. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1013. fine. Si potrebbe dire che anche la lingua greca pativa lo stesso
          inconveniente, e ancor peggio, stante la moltiplicità de’ suoi dialetti. Ma ne’ dialetti
          era divisa anche la lingua latina, come tutte le lingue, massimamente molto estese e
          divulgate, e molto più, diffuse, come la latina, fra tanta diversità di nazioni e di
          lingue. Il che apparisce non tanto dalla Patavinità rimproverata a Livio, (dalla quale
          sebbene altri lo difendono, pure apparisce che questa differenza di linguaggio, o
          dialetto, se non in lui, certo però esisteva); non tanto dalle diverse maniere e idiotismi
          degli scrittori latini di diverse nazioni e parti, (<bibl>v. <author>Fabric.</author>
            <pb ed="aut" n="1021"/>
            <title>B. G.</title> l. 5. c. 1. par. 17. t. 5. p. 67. edit. vet.</bibl> e il S. Ireneo
          del Massuet); le quali si possono anche inferire dalle diverse lingue nate dalla latina
          ne’ diversi paesi, ed ancora viventi (che dimostrano una differenza d’inflessioni, di
          costrutti, di locuzioni ec. che se anticamente non fu tanta quanta oggidì, certo però è
          verisimile che fosse qualche cosa, e che appoco appoco sia cresciuta, derivando dalla
          differenza antica) quanto da questo, che è nella natura degli uomini che una perfetta
          conformità di favella non sussista mai se non fra piccolissimo numero di persone. (V. p.
          932. fine.) Così che io non dubito che la lingua latina non fosse realmente distinta in
          più e più dialetti, come la greca, sebbene meno noti, e meno legittimati, e riconosciuti
          dagli scrittori, e applicati alla letteratura. V. qui sotto.</p>
        <p>Del resto la lingua italiana patisce ora (serbata la proporzione) l’inconveniente della
          lingua latina, forse più che qualunque altra moderna colta. Ond’ella è per questa parte
          meno adattata di tutte alla universalità, distinguendosi sommamente, non solo il suo
          volgare, ma il suo parlato dal suo scritto. Non era così anticamente, ed allora l’italiano
          era più acconcio alla universalità, come lo prova anche il fatto. Nel trecento lo scritto
          e il parlato quasi si confondevano. In Toscana, accadeva questo anche nel cinquecento
          appresso a poco: e forse potrebbero ancora confondersi, se i toscani scrivessero
          l’italiano o il toscano, siccome lo parlano; laddove nel resto d’Italia, l’italiano non si
          parla. (7. Maggio 1821.). V. p. 1024. capoverso ult.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Al capoverso superiore. E perciò appunto meno noti oggidì, a differenza dei greci. Nel
          modo che i dialetti d’Italia o di Francia, posto il caso che la lingua italiana o francese
          uscisse dell’uso, come la latina, non sarebbero conosciuti dai posteri, se non
          confusissimamente; per non <pb ed="aut" n="1022"/> essere stati ridotti a forma, nè
          applicati (eccetto il Toscano) alla letteratura, salvo qualche poco in Italia. Ma così
          poco e insufficientemente, che si può credere che gli scritti italiani vernacoli, non
          passerebbero, e onninamente non passeranno (se non forse pochissimi, come quelli del
          Goldoni e del Meli) alla posterità. (8. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto la natura abbia proccurata la varietà, e l’uomo e l’arte l’uniformità, si può
          dedurre anche da quello che ho detto della naturale, necessaria e infinita varietà delle
          lingue, p. 952. segg. Varietà maggiore di quella che paia a prima vista, giacchè non solo
          produce p. e. al viaggiatore, una continua novità rispetto alla sola lingua, ma anche
          rispetto agli uomini, parendo diversissimi quelli che si esprimono diversamente; cosa
          favorevolissima alla immaginazione, considerandosi quasi come esseri di diversa specie
          quelli che non sono intesi da noi, nè c’intendono: perchè la lingua è una cosa somma,
          principalissima, caratteristica degli uomini, sotto tutti i rapporti della vita sociale.
          Per lo contrario, lasciando le altre cure degli uomini per uniformare, stabilire, regolare
          ed estendere le diverse lingue; oggi, in tanto e così vivo commercio di tutte, si può dir,
          le nazioni insieme, si è introdotta, ed è divenuta necessaria, una lingua comune, cioè la
          francese; la quale <pb ed="aut" n="1023"/> stante il detto commercio, e l’andamento
          presente della società, si può predire che non perderà più la sua universalità, nemmeno
          cessando l’influenza o politica, o letteraria, o civile, o morale ec. della sua nazione. E
          certo, se la stessa natura non lo impedisse, si otterrebbe appoco appoco che tutto il
          mondo parlasse quotidianamente il francese, e l’imparasse il fanciullo come lingua
          materna; e si verificherebbe il sogno di una lingua strettamente universale. (8. Maggio
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In proposito di quello che ho detto altrove, che la lingua italiana non si è mai
          spogliata della facoltà di usare la sua ricchezza antica, e la francese all’opposto,
            <bibl>v. <author>Andrès</author>, <title>Stor. d’ogni letteratura</title>. Venez. Vitto.
            t. 3. p. 95. fine —99. principio, cioè Parte 1. c. 3. e t. 4. p. 17. cioè Parte II.
            introduzione.</bibl> (8. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alcuni scrittori greci degli ultimissimi tempi dell’impero greco, furono anche superiori
          in eleganza a molti de’ tempi più antichi ma corrotti, come gli scrittori latini del
          cinquecento in Italia superarono bene spesso gli antichi latini posteriori a Cicerone e a
          Virgilio. <quote>
            <emph>Dopo il secolo d’Augusto non è stato mai tempo in cui sì generalmente</emph>
          </quote> (come nel 500.) <quote>
            <emph>si scrivesse con coltura e con pulitezza la lingua de’ romani</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Andrès</author>, l. cit. qui sopra, p. 96.</bibl> (8. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1024"/> Sebbene la lingua Celtica fosse così bella ed atta alla
          letteratura, e per conseguenza, formata, e stabilita e ferma (espressioni del Buommattei
          in simil senso), come si vede oggidì ne’ monumenti che ne avanzano, e come ho detto p.
          994. fine; sebben fosse così antica e radicata ec. nondimeno laddove i greci ancorchè
          sudditi romani, e vivendo in Roma o in Italia, scrivevano sempre in greco e non mai in
          latino, nessuno scrittor gallo, nelle medesime circostanze, scrisse mai che si sappia in
          lingua celtica, ma in latino. (9. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Da Demostene in poi la Grecia non ebbe altro scrittore che in ordine alla lingua e allo
          stile, somigliasse, anzi uguagliasse gli ottimi antichi, se non Arriano (e questo senza la
          menoma affettazione, o sembianza d’imitazione, o di lingua o stile antiquato, come i
          nostri moderni imitatori del trecento o del cinquecento). Nè Polibio, nè Dionigi
          Alicarnasseo (sebben questi più degli altri, e gli può venir dopo), nè Plutarco, nè lo
          stesso Luciano atticissimo ed elegantissimo (di eleganza però ben diversa dalla nativa
          eleganza degli antichi, e della perfetta e propria lingua e stile greco) non possono
          essergli paragonati per questo capo. (9. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1021. Così che la presente corruzione della lingua italiana e parlata e scritta,
          aggiunge un nuovo e fortissimo ostacolo alla sua universalità. Giacchè gli stranieri non
          conoscono, si può dire, altra letteratura nè lingua italiana scritta, se non l’antica, non
          passando <pb ed="aut" n="1025"/> e non meritando di passare le Alpi i nostri libri
          moderni, e non avendo noi propriamente letteratura (non dico scienze) moderna, e neppur
          lingua moderna stabilita, formata, riconosciuta e propria. D’altra parte non conoscono nè
          possono conoscere altra lingua italiana parlata, se non quella che oggi si parla, tanto
          diversa dall’antica e parlata e scritta, e dalla buona e vera e propria favella italiana.
          Lo stesso appresso a poco si può dire dello spagnuolo. (9. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La cognizione stessa che i greci di qualunque tempo, ebbero de’ padri e teologi latini
          ec. soli scrittori latini ch’essi conoscessero, non fu (se non forse ne’ più barbari
          secoli di mezzo) paragonabile a quella che ebbero i latini dei padri, ed autori
          ecclesiastici greci, massime nei primi secoli del cristianesimo, e negli ultimi anni
          dell’impero greco (<bibl>
            <author>Andrès</author>, loc. cit. da me p. 1023. t. 3. p. 55.</bibl>), quando la
          dimostrarono principalmente in occasione del concilio di Firenze. (ivi) (9. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Sebben l’uomo desidera sempre un piacere infinito, egli desidera però un piacer materiale
          e sensibile, quantunque quella infinità, o indefinizione ci faccia velo per credere che si
          tratti di qualche cosa spirituale. Quello spirituale che noi concepiamo confusamente nei
          nostri desiderii, o nelle nostre sensazioni <pb ed="aut" n="1026"/> più vaghe, indefinite,
          vaste, sublimi, non è altro, si può dire, che l’infinità, o l’indefinito del materiale.
          Così che i nostri desiderii e le nostre sensazioni, anche le più spirituali, non si
          estendono mai fuori della materia, più o meno definitamente concepita, e la più spirituale
          e pura e immaginaria e indeterminata felicità che noi possiamo o assaggiare o desiderare,
          non è mai nè può esser altro che materiale: perchè ogni qualunque facoltà dell’animo
          nostro finisce assolutamente sull’ultimo confine della materia, ed è confinata
          intieramente dentro i termini della materia. (9. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Se i principi risuscitassero le illusioni, dessero vita e spirito ai popoli, e sentimento
          di se stessi; rianimassero con qualche sostanza, con qualche realtà gli errori e le
          immaginazioni costitutrici e fondamentali delle nazioni e delle società; se ci
          restituissero una patria; se il trionfo, se i concorsi pubblici, i giuochi, le feste
          patriotiche, gli onori renduti al merito, ed ai servigi prestati alla patria tornassero in
          usanza; tutte le nazioni certamente acquisterebbero, o piuttosto risorgerebbero a vita, e
          diverrebbero grandi e forti e formidabili. Ma le nazioni meridionali massimamente, e fra
          queste singolarmente l’Italia e la Grecia (purchè tornassero ad esser nazioni)
          diverrebbero un’altra volta invincibili. Ed allora <pb ed="aut" n="1027"/> si tornerebbe a
          conoscere la vera ed innata eminenza della natura meridionale sopra la settentrionale,
          eminenza che le nostre nazioni ebbero sempre, mentre non mancarono di forti, grandi, e
          generali illusioni, e de’ motivi e dell’alimento di esse; eminenza che da gran tempo, ma
          specialmente oggi, sembra per lo contrario, con vergogna, dirò così, della natura,
          appartenere (e non solo nella guerra, ma in ogni genere di <emph>azione</emph>, di
          energia, e di <emph>vita</emph>) agli abitatori dei ghiacci e delle nebbie, alle regioni
          meno favorite, anzi quasi odiate dalla natura:</p>
        <quote rend="block">
          <lg lang="lat">
            <l>Quod latus mundi nebulae malusque</l>
            <l>Juppiter urget.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p>Notabile che come gli antichi si rassomigliano al carattere meridionionale e i moderni al
          settentrionale, così la civiltà ec. antica fu principalmente meridionale, la moderna
          settentrionale. È già notato che la civiltà progredisce da gran tempo (sin da’ tempi
          indiani) dal sud al nord, lasciando via via i paesi del sud. Le capitali del mondo antico
          furono Babilonia, Menfi, Atene, Roma; del moderno, Parigi, Londra, Pietroburgo! che climi!
          Conseguenza naturale dell’esser tolta ai popoli meridionali l’attività e l’uso della molla
          principale della loro <emph>vita</emph>, cioè della immaginazione; molla che quando è
          capace di azione (e non può esserlo senza le circostanze corrispondenti) vince la forza di
          tutte le altre molle che possono fare agire i popoli settentrionali, e qualunque popolo.
          Anzi veramente i popoli settentrionali, massime i più bellicosi e terribili, non agiscono
          per nessuna molla, per nessuna forza propria del loro meccanismo, ed interna; ma per mero
          impulso altrui, per mera influenza di coloro, ai quali essi ubbidiscono, se anche sono
          comandati di <emph>mangiar della paglia</emph>. (10. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1028"/> La cosa più durevolmente e veramente piacevole è la varietà delle
          cose, non per altro se non perchè nessuna cosa è durevolmente e veramente piacevole. (10.
          Maggio 1821.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Delle prime grammatiche italiane <bibl>v. <author>Andrès</author>, <title>Stor. della
              letteratura</title>, ediz. di Venezia del Vitto. t. 9. p. 316. fine.</bibl> cioè
            <bibl>Parte 2. lib. 4. c. 2.</bibl> (10. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Del sogno d’istituire una lingua universale <bibl>v. <author>Andrès</author>, loc. cit.
            qui sopra, p. 320.</bibl> e il Locke del <bibl>
            <author>Soave</author> t. 2. p. 62-76. ediz. terza di Venezia 1794</bibl>, (10 Maggio
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La Bibbia ed Omero sono i due gran fonti dello scrivere, dice l’Alfieri nella sua Vita.
          Così Dante nell’italiano, ec. Non per altro se non perch’essendo i più antichi libri, sono
          i più vicini alla natura, sola fonte del bello, del grande, della vita, della varietà.
          Introdotta la ragione nel mondo tutto a poco a poco, e in proporzione de’ suoi progressi,
          divien brutto, piccolo, morto, monotono. (11. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Se la universalità di una lingua dipendesse dalla diffusione di coloro a’ quali essa è
          naturale, nessuna lingua avrebbe oggi questa proprietà più dell’inglese, giacchè gli
          stabilimenti inglesi occupano più gran parte del mondo, e sono più numerosi di quelli
          d’ogni altra nazione europea; e la nazione inglese è la più viaggiatrice del mondo. (11.
          Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1029"/> La lingua latina superò per esempio la lingua antica Spagnuola, la
          Celtica ec. mediante la semplice introduzione nella Spagna, nelle Gallie ec. del governo,
          leggi, costumi Romani. Ma a superar la greca non le bastò neppure il trasportar nella
          Grecia la stessa Roma, e quasi la stessa Italia. (11. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 991. Eccetto il solo Fedro, o ch’egli fosse Trace, come è creduto comunemente,
          (la lingua della letteratura in Tracia era la greca, come mostrano Lino, Orfeo Traci, e il
          più recente Dionigi famoso gramatico detto il Trace) o Macedone come vuole il <bibl>
            <author>Desbillons.</author> (<title>Disputat. 1. de Vita Phaedri</title>, praemissa
              <title>Phaedri fabulis</title>, Manhemii 1786. p. v. seq.</bibl>) La cui latinità,
          sebbene a molti non pare eccellente e perfettissima certo però è superiore al mediocre.
          (11. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 245. La lingua francese si mantiene e si manterrà lungo tempo universale, a
          cagione della sua struttura ed indole. E certo però che l’introduzione di questa lingua
          nell’uso comune, e il principio materiale della sua universalità, si deve ripetere e dalla
          somma influenza politica della Francia nel tempo passato; e dalla sua influenza morale
          come la più civilizzata nazione del mondo, e per conseguenza dalle sue mode, ec. o
          vogliamo dire dalla moda di esser francese, <pb ed="aut" n="1030"/> dal regno e dittatura
          della moda, che la Francia ha tenuto e tiene ec.;e principalissimamente ancora dalla sua
          letteratura, dalla estensione di lei, e dalla superiorità ed influenza che ella ha
          acquistata sopra le altre letterature, non per altro, se <add resp="ed">non</add> per
          essere esclusivamente e propriamente moderna, e perchè la letteratura precisamente moderna
          è nata (a causa delle circostanze politiche, morali, civili ec.) prima che in qualunque
          altra nazione, in Francia, e quivi è stata coltivata più che in qualunque altro luogo, e
          più modernamente o alla moderna che in qualunque altro paese. Ma la durata di questa
          universalità, quando anche cessino le dette ragioni, (come in parte sono cessate) essa la
          dovrà alla sua propria indole; laddove quella tal quale universalità acquistata già dalle
          lingue spagnuola, italiana ec. sono finite insieme colle ragioni <emph>estrinseche</emph>
          che la producevano, non avendo esse lingue disposizione <emph>intrinseca</emph> alla
          universalità. Con queste osservazioni rettifica quello che ho detto p. 240-245. E in
          quanto alla letteratura, ed alla influenza morale ec. ec. è certo che queste furono le
          ragioni <emph>estrinseche</emph> della universalità della lingua greca, la quale però ne
          aveva anche le sue ragioni <emph>intrinseche</emph>, mancanti affatto alla latina, che
          perciò non fu mai veramente universale, <pb ed="aut" n="1031"/> nè durò, come la greca
          ancor dura, non ostante che abbondasse delle ragioni <emph>estrinseche</emph> di
          universalità. (11. Maggio 1821.). V. p. 1039. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Che la lingua italiana massimamente e proporzionatamente la spagnuola ancora e la
          francese, come spiegherò poi, sieno derivate dall’antico volgare latino, si dimostra non
          solo coi fatti oscuri, e coll’erudizione recondita, ma col semplice ragionamento sopra i
          fatti notissimi e certi, e sopra la natura delle cose. La lingua italiana è derivata
          dall’antica latina, e questo è palpabile. La lingua italiana è una lingua volgare. Ma
          nessuna lingua volgare deriva da una lingua scritta e propria della letteratura, se non in
          quanto questa lingua scritta partecipa della medesima lingua parlata, e parlata
          volgarmente. La lingua latina scritta differiva moltissimo dalla parlata, e ciò si rileva
          sì dall’indole del latino scritto che non poteva mai esser volgare, sì dalla testimonianza
          espressa di Cicerone. Dunque se la lingua italiana è derivata dalla latina, e la italiana
          non è semplicemente scritta o letterata, ma volgare e parlata, non può esser derivata dal
          latino scritto, ma è derivata dal latino volgare.</p>
        <p>Da che ci era un latino volgare assai differente dallo scritto, è costante che l’italiano
          volgare derivato dal latino, non può esser derivato dallo scritto, ma da quello volgare e
          parlato.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1032"/> Questo ragionamento serve per tutte le lingue derivate dal latino,
          e per tutte quelle derivate da qualunque altra lingua antica, dove lo scritto differisse
          notabilmente dal parlato. Ma serve specialmente per l’italiano, ch’è la lingua volgare di
          quello stesso paese a cui fu naturale il latino.</p>
        <p>Qual lingua avrà parlato l’Italia ne’ secoli bassi? forse il latino scritto? Chi può
          credere quest’assurdità che i secoli barbari parlassero meglio de’ civili? Forse le lingue
          de’ popoli settentrionali, suoi conquistatori? 1. È noto e costante da testimonianze e
          osservazioni di fatto che questi popoli in luogo d’introdurre la loro lingua fra i
          conquistati, imparavano anzi e adoperavano quella di costoro. V. Andrès, t. 2. p. 330.</p>
        <p>2. Di parole settentrionali ognuno sa quanto poche ne rimangano nell’italiano, e così
          pure nel francese e nello spagnuolo, e come il corpo, la sostanza, il grosso, il fondo
          principale e capitale di queste lingue, e massime dell’italiano, derivi dal latino, e sia
          latino.</p>
        <p>Dunque l’Italia ne’ secoli bassi parlò certamente il latino. Latino corrotto, ma latino.
          Qual latino dunque? Lo scritto no: dunque il volgare, cioè la sua lingua di prima, il suo
          volgare di prima. Giacchè la sua lingua, il suo volgare di prima, non era il latino <pb
            ed="aut" n="1033"/> scritto, nè poteva essere, ma il latino volgare. Anche questo
          volgare si sarà parlato corrottamente, ma la sostanza, il grosso ec. della lingua allora
          parlata, doveva esser quello di detto volgare, da che oggi il grosso dell’italiano è
          derivato dal latino, ed è latino.</p>
        <p>Comunemente pare che si supponga che s’interrompesse o affatto o quasi affatto l’uso
          volgare del latino in Italia, restandone solo l’uso civile, religioso e letterario, e che
          da quest’uso, e dal latino scritto ec. rinascesse poi di nuovo l’uso di una lingua volgare
          latina, o derivata dal latino, cioè dell’italiana; e così questa venga ad essere derivata
          dal latino scritto, sia per mezzo del provenzale che nascesse prima dell’italiano, o per
          qualunque altro mezzo.</p>
        <p>Queste sono favole assurdissime e (oltre che non hanno alcun fondamento) contrarie alla
          natura delle cose.</p>
        <p>Dovunque il latino non è stato in uso se non come lingua civile, religiosa, scritta,
          letteraria ec. le lingue nazionali e volgari sono rimaste; e in luogo che dal latino
          scritto ec. derivasse e nascesse in questi luoghi una lingua figlia della latina, la
          lingua volgare ha per lo contrario scacciata la latina anche dalla scrittura, e dall’uso
          letterario e civile. In Germania, <pb ed="aut" n="1034"/> in Inghilterra, in Polonia dove
          ne’ secoli bassi si usava il latino (ed in Polonia anche dopo), ma non mai come lingua
          parlata, e solo come civile, religiosa, letteraria; non vi è nata dal latino nessuna
          lingua; restano le antiche lingue nazionali, restano le lingue volgari; o vogliamo dire,
          restano le lingue derivate dalle dette naturali e volgari, e la latina è sparita dall’uso
          civile e dal letterario. Lo stesso dirò della Grecia, dove il latino fu introdotto
          solamente come lingua del governo ec. v. p. 982.983. Lo stesso pure dell’italiano, dello
          Spagnuolo, del Francese, i quali parimente scacciarono la stessa lingua lor madre,
          dall’uso civile, politico, letterario. E questo si può vedere pure nell’esempio della
          lingua francese introdotta come civile ec. in Inghilterra per la conquista de’ Normanni
          (v. p. 1011. fine); dell’arabica introdotta già nello stesso modo in parte della Spagna (<bibl>
            <author>Andrès</author> 2. 263.-273.</bibl>), e poi similmente scacciate dalla
          letteratura e da ogni luogo. <bibl>V. pure gli <title>Ann. di Sc. e lett.</title> num.11.
            p. 29. 32</bibl>. E così porta la natura delle cose, che non la lingua degli scrittori
          cambi quella del popolo, e s’introduca nel popolo, ma quella del popolo vinca quella degli
          scrittori, i quali scrivono pure pel popolo e per la moltitudine; non la scritta scacci la
          parlata, ma la parlata superi presto o tardi, ed uniformi più o meno la scritta a se
          medesima. V. p. 1062.</p>
        <p>Se la lingua gotica o qualunque altra lingua settentrionale o no, si fosse stabilita
          veramente in Italia come lingua volgare e parlata, restando ancora la latina come scritta
          ec.;oggi noi parleremmo e scriveremmo quella o quelle tali lingue, e non una lingua
          derivata dalla latina.</p>
        <p>Ma accadendo il contrario è manifesto che la lingua volgare d’Italia, fu senza
          interruzione latina; e se fu tale senza interruzione fino a noi, dunque fu senza
          interruzione quel latino volgare più o meno alterato, che si parlava anticamente, e non
          già lo <pb ed="aut" n="1035"/> scritto; dunque noi oggi parliamo una lingua derivata da
          esso volgare, e il cui fondo capitale appartiene, anzi è lo stesso che quello dell’antico
          volgare latino.</p>
        <p>Discorro allo stesso modo dello Spagnuolo e del francese. Se queste lingue sono volgari,
          e derivano dal latino, dunque dal latino parlato, e non dallo scritto; dunque dal latino
          volgare; dunque la lingua latina si stabilì nella Spagna e nella Francia come lingua
          parlata, e non solamente come lingua civile, governativa, letteraria (e così è infatti, e
          nella lingua francese restano pochissime parole Celtiche, nella spagnuola nessun vestigio
          dell’antica lingua di Spagna: <bibl>
            <author>Andrès</author>, 2. 252.</bibl>); dunque il volgare latino più o meno alterato
          da mescolanza straniera, si mantenne senza interruzione in Ispagna e in Francia (siccome
          in Valacchia) dalla sua prima introduzione, sino al nascimento della lingua spagnuola e
          francese, e per mezzo di queste sino al dì d’oggi. Dell’antica origine della presente
          lingua spagnuola, e come i più vecchi monumenti che ne restano, siano, come quelli della
          lingua provenzale, francese ec. conformissimi al latino, v. un esempio recato in quella
          lingua dall’ <bibl>
            <author>Andrès</author> 2.286.fine</bibl>.</p>
        <p>Conchiudo. Se la lingua italiana, ch’è volgare, è derivata dal latino, ella dunque non
          può essere <pb ed="aut" n="1036"/> derivata dal latino scritto sì diverso dal parlato, ma
          dirittamente viene dall’antico volgare latino, ed è nella sostanza e nel suo fondo
          principale, lo stesso che il detto volgare. E lo è per la circostanza della località
          (lasciando ora le prove di fatto e di erudizione) più di quello che lo siano lo spagnuolo
          e il francese. Questo ragionamento però vale per qualunque lingua derivata sì dal latino,
          sì da qualunque altra lingua antica: e ciascuna lingua moderna derivata da qualunque
          lingua antica, è derivata dal volgare di essa lingua, e non dallo scritto. Che se la
          lingua tedesca, a detta del Tercier, è fra tutte ec. v. p. 1012. principio, questo accade
          perchè la lingua antica teutonica scritta, come lingua incolta, o non bene determinata e
          formata alla scrittura, come lingua illetterata ancorchè scritta, pochissimo o nulla
          differiva dalla parlata e volgare. Ma altrettanta e forse maggiore uniformità si vedrebbe
          fra l’italiano e l’antico volgare latino, se di questo si avesse maggior notizia. E dico
          maggiore uniformità non senza ragione di fatto, considerando la molta differenza che passa
          poi realmente fra l’odierno tedesco e il teutonico (<bibl>
            <author>Andrès</author>, 2. 249-254.</bibl>); e la somma rassomiglianza che io in molti
          luoghi ho cercato di provare, fra l’italiano, <pb ed="aut" n="1037"/> e il latino volgare
          antico. Così che la lingua italiana in vece di essere la più moderna di tutte le viventi
          Europee, come pretendono, (<bibl>
            <author>Andrès</author>, 2. 256. e passim</bibl>) si verrebbe a conoscere o la più
          antica, o delle più antiche, perdendosi l’origine di essa, e del suo uso, (non mai nel
          seguito interrotto, sebbene alterato) nella oscurità delle origini dell’antichissimo e
          primo latino. A differenza dello spagnuolo e del francese, perchè in queste nazioni l’uso
          del volgare latino, fu certo molti e molti secoli più tardo che in Italia. (12. Maggio
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Basta vedere il principio dell’Orazione <title>
            <foreign lang="grc">Ἐπιτάφιος</foreign>
          </title> attribuita a Demostene, dove discorre della nobiltà del popolo Ateniese, per
          conoscere come fosse fermo fra gli antichi il dogma della disuguaglianza delle nazioni, e
          come si aiutassero delle favole, delle tradizioni ec. per persuadersi, e tener come cosa
          non arbitraria, ma ragionata e fondata, che la propria nazione fosse di genere e di
          natura, e quindi di diritti ec. ec. diversa dalle altre. Persuasione utilissima e
          necessaria, come altrove ho dimostrato. (12. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una lingua non si forma nè stabilisce mai, se non applicandola alla letteratura. Questo è
          chiaro dall’esempio di tutte. Nessuna lingua non applicata alla letteratura è stata mai
          formata nè stabilita, <pb ed="aut" n="1038"/> e molto meno perfetta. Come dunque la
          perfezione dell’italiana starà nel 300? Altro è scrivere una lingua (come si scriveva
          l’antica teutonica, non mai ben formata nè perfetta) altro è applicarla alla letteratura.
          Alla quale l’italiano non fu applicato che nel 500. Nel 300. veramente e propriamente da
          tre soli (lasciando le barbare traduzioni di quel secolo), il che ognun vede se si possa
          chiamare, perfetta applicazione alla letteratura. Se lo scrivere una lingua fosse lo
          stesso che l’applicarla alla letteratura, l’epoca della perfezione della latina si
          dovrebbe porre non nel secolo di Cicerone ec. ma nel tempo dei primi scrittorelli latini;
          ovvero con molto più ragione in quello d’Ennio ec. e degli scrittori anteriori a Lucrezio,
          a Catullo, a Cicerone (contemporanei) giacchè allora il latino fu applicato generalmente a
          lavori molto più letterarii, che nella universalità del 300. E così dico pure delle altre
          lingue o morte, o viventi. (12. Maggio 1821.). V. p. 1056.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nei tempi bassi furono veramente <foreign lang="grc">δίγλωττοι</foreign> i tedeschi e
          gl’inglesi, ossia la parte colta di queste nazioni, che scrivevano il latino, se ne
          servivano per le corrispondenze, lettere ec. e parlavano le lingue nazionali. E così pure
          gl’italiani, i francesi, gli spagnuoli, che parlavano già un volgare assai diverso dal
          latino scritto. Ma questa</p>
        <p>1. E una <foreign lang="grc">διγλωττία</foreign> che appartenendo allo scritto e non al
          parlato, non entra nel mio discorso. E la <pb ed="aut" n="1039"/> universalità del latino,
          ch’era allora universale in occidente, era universalità che appartenendo alla sola
          scrittura, non ha che fare con quella che rende gli uomini parlatori di due lingue, cioè
          veramente <foreign lang="grc">δίγλωττοι</foreign>, della quale sola io discorro.</p>
        <p>2. La lingua latina era allora veramente morta, appresso a poco come oggi, non essendo
          parlata, ma solo scritta. E una lingua solamente scritta è lingua morta. Ora, quantunque
          l’uso di una tal lingua morta fosse allora più comune che oggidì, e così anche fosse dopo
          il risorgimento delle lettere; la universalità delle lingue morte che si studiavano e si
          studiano o per usi letterarii, o per vecchia costumanza, non entra nel mio discorso, il
          quale tratta solo della universalità delle lingue vive. Così anche oggi si potrebbe
          chiamare presso a poco universale la lingua greca in Europa, e ne’ paesi colti, ma come
          lingua morta. (12. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1031. principio. Come la letteratura, così la lingua francese è precisamente
          moderna, sì per l’influenza somma nella lingua della letteratura che la forma (e nel
          nostro caso l’ha singolarmente formata e determinata, mutandola assai da quella ch’era da
          principio, e dalla sua stessa indole primitiva); sì per l’influenza immediata sulla lingua
          francese delle stesse cagioni che hanno influito sulla letteratura francese, e formatala.
            <pb ed="aut" n="1040"/> Or come la lingua francese è strettamente moderna, e quindi
          strettamente propria all’odierna universalità, per esser modellata sulla ragione, e oggi
          (secondo il vero andamento del secolo) quasi sulla matematica; così la lingua greca era
          propria alla universalità de’ tempi suoi, massime fra’ popoli del meriggio orientali e
          occidentali, che sono e furono sempre più immaginosi; e ciò per essere strettamente
          antica, e questo per essere strettamente modellata (nel perfetto) sulla natura. A
          differenza della latina modellata piuttosto sull’arte. E si può dire che la perfezione
          della lingua greca era conforme, ed aveva il suo fondamento nella natura, non essendo
          perciò meno perfetta, nè artificiata; e la perfezione della latina era conforme, ed aveva
          il suo modello, il suo tipo, il suo fondamento, la sua norma nell’arte. (12. Maggio
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1016. In ogni modo le parole greche che si trovano nell’uso familiare e popolare,
          italiano o francese, (massime se non si trovano presso gli scrittori latini) non possono
          esser derivate se non dall’antico volgare latino, da qualunque parte esso le abbia
          ricevute, o dalla Grecia direttamente, e ab antico, per qualunque mezzo; o da un’origine
          comune con quella della lingua greca, ovvero dalle colonie greche d’Italia o delle Gallie,
          o da qualunque <pb ed="aut" n="1041"/> comunicazione avuta colla lingua greca. Come
          infatti le dette parole avrebbero potuto pervenire a noi, senza passare pel volgare
          latino? Quando la lingua greca si spense nelle Gallie assai per tempo, e così pure in
          Italia (sebben forse più tardi p. e. in Sicilia, che nelle Gallie); ed all’incontro il
          volgare latino stabilitosi in detti luoghi, ha durato con maggiore o minore alterazione, e
          dura dal suo stabilimento fino ad oggidì? In qualunque maniera dunque, le parole greche
          che oggi sono <emph>volgari</emph> (non dico le scientifiche, o proprie de’ soli
          scrittori) nell’italiano o nel francese, (e così nello spagnuolo); quelle che appartengono
          propriamente a queste lingue, e possono considerarsi come loro primitive; dovettero essere
          necessariamente nell’antico volgare latino, che sta di mezzo fra l’uso del greco in alcuni
          paesi d’Italia o di Francia, e l’uso dell’italiano o del francese: in maniera che le dette
          parole hanno dovuto passare necessariamente pel detto canale, e quindi appartenere
          all’antico volgare latino. Nè dopo la grande e principale alterazione di questo volgare, e
          il nascimento de’ volgari moderni che ne derivano, l’Italia o la Francia hanno avuto colla
          lingua greca, (e massime coll’antica, o anche antichissima, alla quale appartengono
          parecchie delle dette parole o modi) <pb ed="aut" n="1042"/> comunicazione veruna
          sufficiente a introdurre nel nostro uso <emph>quotidiano</emph>, e <emph>comune</emph>
          parole e modi greci, e spesso di prima necessità, o di frequentissimo uso; qualità
          osservatissima dagli etimologisti filosofi, e di gran rilievo presso loro.</p>
        <p>Resta dunque inconcusso il mio discorso, e la mia proposizione, che le parole o modi
          italiani o francesi o spagnuoli, che derivano dal greco, che spettano all’uso volgare, al
          capitale antico, primitivo, proprio di dette lingue, che non si trovano presso gli
          scrittori latini, debbono essere stati indispensabilmente ed esserci venuti dal volgare
          antico latino, derivando le dette lingue dal latino, anzi da esso volgare, e non potendo
          aver preso nessuna parola o modo volgare, o primitivo loro, immediatamente dalla lingua
          greca.</p>
        <p>Il qual discorso, se si tratta di parole o modi italiani, ha la sua piena forza, e
          dimostra l’esistenza di dette parole o modi nell’antico volgare latino
          <emph>proprio</emph>, cioè in quello che si parlava anticamente in Italia. Trattandosi di
          parole francesi, lo può solamente dimostrare, rispetto all’antico volgare latino che si
          parlava nelle Gallie, il quale poteva differire alquanto (e certo differiva, come
          dialetto) da quello parlato in Roma o in Italia. Vale a dire che in quel volgare, vi
          poteva essere qualche parola o modo greco, derivato dalle colonie greco-galliche, il quale
          non <pb ed="aut" n="1043"/> si trovasse nel volgare latino di Roma, o d’Italia.
          Massimamente se le dette parole non si trovano oggi se non se nella lingua francese, e se
          mancano all’italiana. E così anche viceversa, se qualche parola greca passò in
          quest’ultimo volgare dalle Colonie greco-italiane, o da altra comunicazione coi greci
          viaggiatori ec. ec. dopo l’introduzione del volgare latino nelle Gallie. (13. Maggio
          1821.). Giacchè le altre parole greche introdotte già nel latino prima di quel tempo,
          ancorchè venute dalle colonie greche d’Italia, non fa maraviglia se passarono col latino
          anche in Francia ed altrove.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’Inghilterra in dispetto del suo clima, della sua posizione geografica, credo anche
          dell’origine de’ suoi abitanti, appartiene oggi piuttosto al sistema meridionale che al
          settentrionale. Essa ha del settentrionale tutto il buono (l’attività, il coraggio, la
            <emph>profondità</emph> del pensiero e <emph>dell’immaginazione</emph>, l’indipendenza,
          ec. ec.) senz’averne il cattivo. E così del meridionale ha la vivacità, la politezza, la
          sottigliezza (attribuita già a’ Greci: <bibl lang="fre">v. <author>Montesquieu</author>
            <title>Grandeur</title> etc. ch. 22. p. 264.</bibl>) raffinatezza di civilizzazione e di
          carattere (a cui non si trova simile se non in Francia o in Italia), ed anche bastante
          amenità e fecondità d’immaginazione, e simili buone qualità, senz’averne il torpore, la
          inclinazione all’ozio o alla inerte voluttà, la mollezza, l’effeminatezza, la corruzione
          debole, sibaritica, vile, francese; il genio pacifico ec. ec. Basta paragonare un soldato
          inglese a un soldato tedesco o russo ec. per conoscere l’enorme differenza che passa fra
          il carattere inglese e il settentrionale. E siccome l’Italia non ha milizia, e la Spagna
          non la sa più adoperare, ec. non v’è milizia in Europa più somigliante alla francese
          dell’inglese, più competente colla francese, per l’ardore e la vita individuale, la forza
          morale <pb ed="aut" n="1044"/> la suscettibilità ec. del soldato, e non la semplice forza
          materiale, come quella de’ tedeschi, de’ russi ec. V. p. 1046.</p>
        <p>Tutto ciò verrà forse da altre cagioni, ma forse anche dal loro governo e costituzione
          politica, stata sempre più simile alle antiche di qualunque altra Europea, fino al dì
          d’oggi ch’è stata appresso a poco adottata da’ francesi, dov’è troppo presto per vederne
          gli effetti. Ora egli è certo che l’antico è sempre superiore al moderno in quanto spetta
          alla immaginazione, e che in questa, anche gli antichi settentrionali che cedevano ai
          meridionali antichi, erano però ben superiori ai meridionali moderni. (13. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La rimembranza del piacere, si può paragonare alla speranza, e produce appresso a poco
          gli stessi effetti. Come la speranza, ella piace più del piacere; è assai più dolce il
          ricordarsi del bene (non mai provato, ma che in lontananza sembra di aver provato) che il
          goderne, come è più dolce lo sperarlo, perchè in lontananza sembra di poterlo gustare. La
          lontananza giova egualmente all’uomo nell’una e nell’altra situazione; e si può
          conchiudere che il peggior tempo della vita è quello del piacere, o del godimento. (13.
          Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1045"/> Chi vuol vedere quanto abbia la natura provveduto alla varietà,
          consideri quanto l’immaginazione sia più varia della ragione, e come tutti si accordino in
          ciò che spetta o è fondato su questa, e viceversa. Per esempio osservi come fossero varie
          le lingue antiche architettate sul modello della immaginazione, e quanto monotone quelle
          moderne che più sono architettate sulla ragione. Osservi come una lingua universale debba
          esser modellata e regolata in tutto e perfettamente dalla ragione, appunto perchè questa è
          comune a tutti, ed <emph>uguale</emph> e <emph>uniforme</emph> in tutti. (13. Maggio
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La Francia è per geografia la più settentrionale delle regioni Europee che si comprendono
          sotto la categoria delle meridionali. Così dunque la sua lingua partecipa di quella
          esattezza, di quella, per così dire, pazienza, di quella monotonia, di quella regolarità,
          di quella rigorosa ragionevolezza che forma parte del carattere settentrionale. E così
          pure la sua letteratura in gran parte filosofica, e generalmente il suo gusto letterario,
          sebben ciò derivi in gran parte dall’epoca della sua lingua e letteratura; epoca moderna,
          e per conseguenza epoca di ragione. Come per lo contrario l’Inghilterra ch’è per carattere
          la regione meno settentrionale di tutte le settentrionali, (v. p. 1043.) ha una lingua
          delle <pb ed="aut" n="1046"/> più libere d’Europa colta per indole; e per fatto la più
          libera di tutte (<bibl>
            <author>Andrès</author>, t. 9. 290 291. 315-316.</bibl>); e parimente la letteratura
          forse più libera d’Europa, e il gusto letterario ec. Parlo della sua letteratura propria,
          cioè della moderna, e dell’antica di Shakespeare ec. e non di quella intermedia presa da
          lei in prestito dalla Francia. E parlo ancora delle letterature formate e stabilite ed
          adulte; e non delle informi o nascenti. (13. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1044. Ciò è manifesto anche dal fatto, dalla continua e famosa gara della nazione
          inglese colla francese, dalle molte vittorie, e talvolta formidabili, degl’inglesi sopra i
          francesi, riportate massime anticamente ec. ec. e dall’essere stata forse l’Inghilterra
          (fino agli ultimi tempi) quasi l’unica potenza che si sia battuta a solo a solo colla
          francese, con costante competenza, ancorchè tanto inferiore di popolazione, e considerando
          specialmente le altre potenze di forze uguali all’Inghilterra, fra le quali essa si
          troverà l’unica capace di far fronte per lo passato alla Francia. (14. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Principalissime cagioni dell’essersi la lingua greca per sì lungo tempo mantenuta
          incorrotta (v. Giordani nel fine della lettera sul Dionigi) furono indubitatamente la sua
          ricchezza, e la sua libertà d’indole e di fatto. La qual libertà produce in buona parte la
          ricchezza; la qual libertà è la più <pb ed="aut" n="1047"/> certa, anzi necessaria, anzi
          unica salvaguardia della purità di qualunque lingua. La quale se non è libera
          primitivamente e per indole, stante l’inevitabile mutazione e novità delle cose, deve
          infallibilmente declinare dalla sua indole primitiva, e per conseguenza alterarsi, perdere
          la sua naturalezza e corrompersi: laddove ella conserva l’indole sua primitiva, se fra le
          proprietà di questa è compresa la libertà. E quindi si veda quanto bene provveggano alla
          conservazione della purità del nostro idioma, coloro che vogliono togliergli la libertà,
          che per buona fortuna, non solo è nella sua indole, ma ne costituisce una delle principali
          parti, e uno de’ caratteri distintivi. E ciò è naturale ad una lingua che ricevè buona
          parte di formazione nel trecento, tempo liberissimo, perchè antichissimo, e quindi
          naturale, e l’antichità e la natura non furono mai soggette alle regole minuziose e
          scrupolose della ragione, e molto meno della matematica. Dico antichissimo, rispetto alle
          lingue moderne, nessuna delle quali data da sì lontano tempo il principio vero di una
          formazione molto inoltrata, e di una notabilissima coltura, ed applicazione alla
          scrittura: nè può di gran lunga mostrare in un secolo così remoto sì grande universalità e
          numero di scrittori e di parlatori ec. che le servano anche oggi di modello. E questa
          antichità <pb ed="aut" n="1048"/> di formazione e di coltura, antichità unica fra le
          lingue moderne, è forse la cagione per cui l’indole primitiva della lingua italiana
          formata, è più libera forse di quella d’ogni altra lingua moderna colta (siccome pure
          dell’esser più naturale, più immaginosa, più varia, più lontana dal geometrico ec.).</p>
        <p>Tutte le lingue non formate sono libere per indole, e per fatto. Tutte le lingue nella
          loro formazione primitiva, sono parimente libere, qual più qual meno, e per indole e per
          fatto. La quale libertà vengono poi perdendo appoco appoco secondo le circostanze della
          loro formazione. Tutte ne perdono alquanto (e giustamente) coll’essere ridotte a forma
          stabile, ma qual più qual meno, e ciò dipende dal carattere sì dei tempi come delle
          nazioni e degli scrittori che le <emph>formano</emph>.</p>
        <p>Parlando dunque delle lingue dopo che sono perfettamente formate, io trovo rispetto alla
          libertà, tre generi di lingue. Altre libere per natura e per fatto, come l’inglese. Altre
          libere per natura, ma non in fatto, come si vuole oggi ridurre la nostra lingua da’
          pedanti, non per altro se non perchè i pedanti non possono mai conoscere fuorchè la
          superficie delle cose, e susseguentemente non hanno mai conosciuto nè conosceranno
          l’indole della lingua italiana. Una <pb ed="aut" n="1049"/> tal lingua, malgrado la
          libertà primitiva e propria della sua formazione, e del suo carattere
          <emph>formato</emph>, è soggetta niente meno a corrompersi, non usando nel fatto, di
          questa libertà, secondo il genio proprio suo; ed a perdere la prima e nativa libertà, per
          usurparne poi necessariamente una spuria ed impropria ed aliena dal suo carattere, come
          oggi ci accade. E già nel 500. si era cominciata a dimenticare da alcuni (come dal
          Castelvetro ec.) questa qualità della nostra lingua, dico la libertà, cosa veramente
          accaduta a quasi tutte le lingue, e spesso ne’ loro migliori secoli, appena vi s’è
          cominciata a introdurre, la sterile e nuda arte gramaticale, in luogo del gusto, del
          tatto, del giudizio, del sentimento naturale e dell’orecchio ec.</p>
        <p>Il terzo genere è delle lingue non libere nè per natura nè in fatto, come la francese.
          Lingue che vanno necessariamente a corrompersi. La lingua latina, la cui formazione non le
          diede un’indole libera (v. p. 1007. fine 1008.), si corruppe con maravigliosa prestezza.
          Ed osservo nella poetica d’Orazio che a’ suoi tempi la novità delle parole era contrastata
          agli scrittori latini, come oggi agli italiani da’ pedanti, cosa che io non mi ricordo <pb
            ed="aut" n="1050"/> mai di aver notato in nessun scrittor greco in ordine alla lingua
          greca (e lo stesso dico d’ogni altra lingua antica). Al più i gramatici e filologi greci
          non molto antichi nè degli ottimi tempi della favella, faranno gli smorfiosi intorno alla
          purità dell’Atticismo, e all’escludere questa o quella parola o frase da questo o quel
          dialetto, riconoscendola però per greca, e non escludendola dalla scrittura greca, come
          fanno i toscani rispetto all’italiana.</p>
        <p>Diranno che la lingua francese, la più timida, serva, legata di tutte quante le lingue
          antiche e moderne, colte o incolte, si mantiene tuttavia pura. Rispondo</p>
        <p>1. La lingua francese schiava rispetto ai modi è liberissima (sia per legge o per fatto)
          nelle parole.</p>
        <p>2. La servilità di una lingua è incompatibile colla durata della sua purità, a causa
          della inevitabile mutazione e novità delle cose. Ma la lingua francese formata com’è oggi,
          è ancor nuova. Le circostanze hanno voluto che ella ricevesse una forma stabile in un
          tempo moderno, e da questa forma fosse ridotta ad esser lingua precisamente di carattere
          moderno. Non è dunque maraviglia se le cose moderne non la corrompono. La quale modernità
            <pb ed="aut" n="1051"/> di formazione, fu anche la causa della sua servilità. Se fosse
          stato possibile che la lingua francese ricevesse una forma di genere simile a quella che
          ha presentemente, e divenisse così servile, al tempo in cui fu formata p. e. la lingua
          italiana; ella sarebbe oggi così barbara, e sformata; avrebbe talmente perduta quella tal
          forma ed indole, che non si potrebbe più riconoscere. Come infatti la lingua francese così
          formata come fu dall’Accademia, non si riconosce dall’antica; e gli Accademici (o l’età e
          il genio d’allora) per ridurla così doverono trasformarla affatto dall’antica sua natura
            (<bibl>v. <author>Algarotti</author>
            <title>Saggio sulla lingua francese</title>
          </bibl>); il che sarebbe stato insomma lo stesso che guastarla, e la lingua francese si
          chiamerebbe oggi corrotta, se prima di quel tempo ella avesse mai ricevuta una forma
          stabile. E quantunque non l’avesse ricevuta, e gli scritti anteriori non sieno per lo più
          di gran pregio, nondimeno il solo Amyot, tenuto anche oggi per classico, mostra che
          differenza passi tra l’antica e primitiva e propria indole della lingua francese e la
          moderna; mostra che se quella lingua fosse stata mai classica, (il che non mancò se non
          dalla copia di tali scrittori) la presente sarebbe barbara; mostra quanto quella lingua
          fosse libera nelle forme e nei modi ec. mostra la differenza delle nature de’ tempi anche
          in Francia ec. E notate che anche Amiot, come pure Montagne, Charron ec. furono nel secolo
          del 500. epoca della vera formazione delle lingue italiana e spagnuola, e della
          letteratura di queste nazioni. E ben credo che lo stile d’Amyot formi la disperazione de’
          moderni francesi <pb ed="aut" n="1052"/> che si studino d’imitarlo (<bibl>v.
              <author>Andrès</author>, t. 3. p. 97. nota del Loschi</bibl>), giacchè la loro lingua
          ne ha perduta interamente la facoltà, e v. il luogo di Thomas che ho citato altrove.</p>
        <p>3. Ho già detto in altri luoghi come la lingua francese vada effettivamente degenerando
          dagli stessi scrittori classici del tempo di Luigi 14. in proporzione della diversità de’
          tempi, naturalmente assai minore di quella che corre fra il tempo presente, e quello della
          formazione p. e. della lingua italiana, e qual sia il pericolo che corre massimamente
          l’odierna lingua francese, pericolo veramente non di lei sola, ma di tutte le lingue; e
          non delle lingue sole, ma delle letterature ugualmente; e non solo di queste, ma degli
          uomini e delle nazioni e della vita del nostro tempo; cioè il pericolo di divenir
          matematici di filosofici e ragionevoli che sono stati da qualche tempo fino ad ora, e di
          naturali che furono anticamente. (14. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dell’ignoranza del latino presso i greci v. Luciano, Come vada scritta la storia. (14.
          Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 988. Citavano ancora non rare volte i latini (come Cicerone nel libro de
          Senectute) passi anche lunghi di scrittori greci recati da essi in latino. Non così i
          greci viceversa, se non talvolta (e in tempi assai posteriori anche ai principii della
          Chiesa greca) qualche passo di Padri o scrittori ecclesiastici latini rivolto in greco; ma
          ben di rado, massime in proporzione delle molte autorità di padri greci ec. che recavano i
          latini, <pb ed="aut" n="1053"/> voltandoli nel loro linguaggio. E generalmente l’uso de’
          padri ec. latini nella Chiesa e scrittori greci, fu sempre senza paragone minore di quello
          delle autorità greche nella Chiesa e Scrittori ecclesiastici latini, non ostante la
          riconosciuta supremazia della Chiesa Romana. (15. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Considerando per una parte quello che ho detto p. 937. seguenti, intorno alla naturale
          ristrettezza e povertà delle lingue, e come la natura avesse fortemente provveduto che
          l’uomo non facesse fuorchè picciolissimi progressi nel linguaggio, e che il linguaggio
          umano fosse limitato a pochissimi segni per servire alle sole necessità estrinseche e
          corporali della vita; e per l’altra parte considerando le verissime osservazioni del Soave
            (<bibl>Appendice 1. al capo 11. Lib. 3. del Saggio di Locke</bibl>) e del Sulzer (<bibl>
            <title>Osservaz. intorno all’influenza reciproca della ragione sul linguaggio, e del
              linguaggio sulla ragione</title>, nelle <title>Memorie della R. Accadem. di
            Prussia</title>, e nella <title>Scelta di Opusc. interessanti</title>, Milano 1775. vol.
            4. p. 42-102.</bibl>) intorno alla quasi impossibilità delle cognizioni senza il
          linguaggio, e proporzionatamente della estensione e perfezione ec. delle cognizioni, senza
          la perfezione, ricchezza ec. del linguaggio; considerando, dico, tutto ciò, si ottiene una
          nuova e principalissima prova, di quanto il nostro presente <pb ed="aut" n="1054"/> stato
          e le nostre cognizioni sieno direttamente e violentemente contrarie alla natura, e di
          quanti ostacoli la natura vi avesse posti. (15. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come senza una lingua sono quasi impossibili le cognizioni e nozioni, massime non
          corporee, o immateriali, e senza una lingua ricca e perfetta, la moltitudine e perfezione
          delle dette cognizioni ed idee, e il perfezionamento o il semplice incremento delle lingue
          conferisce assolutamente a quello delle idee, conforme ha evidentemente dimostrato, oltre
          a tanti altri e più antichi da Locke in poi, (<bibl>
            <author>Sulzer</author>, l. cit. qui dietro, p. 101. nota del Soave</bibl>) e massime
          più moderni, il Sulzer nelle Osservazioni citate nella pag. qui dietro; così
          proporzionatamente senza una lingua (propria) arrendevole, varia, libera ec. è
          difficilissima la perfetta cognizione, e il perfetto sentimento e gusto dei segni proprii
          delle altre lingue, mancando o scarseggiando l’istrumento della concezione dei segni, come
          nell’altro caso sopraddetto, l’istrumento della concezione chiara e fissa, determinata e
          formata delle cose e delle idee, e della memoria di dette concezioni. (15. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non solo la greca parola <foreign lang="grc">Ψυχή</foreign>, come dissi altrove, deriva
          da <foreign lang="lat" rend="italic">spirare</foreign> ec. ma anche la latina <foreign
            lang="lat" rend="italic">animus</foreign> e quindi <emph>anima</emph> da <foreign
            lang="grc">ἄνεμος</foreign>
          <emph>vento</emph>. <bibl>V. <author>Sulzer</author>, luogo cit. alla pag. qui dietro, p.
            62</bibl>. E l’antico significato di vento nella parola <emph>anima</emph> fu spesso
          usato da’ latini. (Credo massime i più antichi, o loro imitatori.) V. il Forcellini, e il
          Saggio sugli Errori popol. degli antichi. (15. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1055"/>
          <emph>Couper</emph> dee venire da <foreign lang="grc">κόπτειν</foreign>. (16. Maggio
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto sia vero che la scrittura Chinese si possa quasi perfettamente intendere, senza
          saper punto la lingua, v. se vuoi, <bibl>
            <author>Soave</author>, Append. 2. al Capo 11. Lib. 3. del <title>Compendio</title> di
            Locke, Venez. 3.a ediz. t. 2. p. 63. principio.</bibl> (16. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’incredulità in qualunque genere è spesso propria di chi poco sa, e poco ha pensato, per
          lo stesso motivo per cui questi tali non conoscono o si trovano imbrogliati nel trovar la
          cagione o il modo come possano esser vere tante cose che non possono negare. Conoscendo
          poche cose conoscono un piccol numero di cagioni, un piccol numero di possibilità, un
          piccol numero di maniere di essere, o di accadere ec. un piccol numero di verisimiglianze.
          Chi oltre il sapere e il pensar poco, non ragiona, facilmente crede, perchè non si cura di
          cercare come quella cosa possa essere. Ma chi, quantunque sapendo e pensando poco,
          tuttavia ragiona, o si picca di ragionare, non vedendo come una cosa possa essere, e
          sapendo che quello che non può essere, non è, non la crede; e questo non in sola
          apparenza, o per orgoglio, affettazione di spirito ec. ma bene spesso in buona coscienza,
          e naturalmente. (17. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1056"/> Alla p. 1038. La lingua latina prima del detto tempo, ebbe anzi
          alcuni scrittori veramente insigni, e come scrittori di letteratura, e come scrittori di
          lingua; alcuni eziandio che nel loro genere furono così perfetti che la letteratura romana
          non ebbe poi nessun altro da vincerli. Lasciando gli Oratori nominati da Cicerone e
          principalmente i Gracchi (o C. Gracco), lasciando tanti altri scrittori perduti, come
          alcuni comici elegantissimi, basterà nominar Plauto e Terenzio che ancora ammiriamo, l’uno
          non mai superato in seguito da nessun latino nella forza comica, l’altro parimente non mai
          agguagliato nella più pura e perfetta e nativa eleganza. E certo (se non erro) la Comedia
          latina dopo Cicerone e al suo stesso tempo, andò piuttosto indietro, di quello che
          oltrepassasse il grado di perfezione a cui era stata portata da’ suoi antenati. E pure chi
          mette la perfezione della lingua latina, o la sua formazione ec. piuttosto nel secolo di
          Terenzio, che in quello di Cicerone e di Virgilio? E Lucrezio un secolo dopo Terenzio, si
          lagnava, com’è noto, della povertà della lingua latina.</p>
        <p>Quanto più dunque dovrà valere il mio argomento per gli scrittori del 300. De’ quali
          eccetto 3. soli, nessuno appartiene alla letteratura.</p>
        <p>Ma non ostante la vastissima letteratura del 500. non però la lingua italiana si potè
          ancora nè si può dire perfetta. Non basta l’applicazione di una lingua <pb ed="aut"
            n="1057"/> alla letteratura per perfezionarla, ed interamente formarla. Bisogna ancora
          che sia applicata ad una letteratura perfetta, e perfetta non in questo o quel genere, ma
          in tutti. Altrimenti ripeto che il secolo principale della lingua latina, non sarà quello
          di Cicerone, ma di Plauto o di Terenzio, come secolo più antico e primitivo, e meno
          influito da commercio straniero.</p>
        <p>Ora lascerò stare che in quelle medesime parti di letteratura che più soprastanno, e più
          furono coltivate in Italia; in quelle medesime dove noi primeggiamo su tutti i forestieri,
          la nostra letteratura è ben lungi ancora dalla perfezione e raffinatezza della greca e
          latina, che in queste tali parti sono, e furon prese effettivamente a modelli, da’ nostri
          scrittori: e per conseguenza propriamente parlando, sono ancora imperfette. Ma la nostra
          eloquenza, e più la nostra filosofia (e nella filosofia trovava povera la lingua latina
          Lucrezio) non sono solamente imperfette, ma neppure incominciate. Quanti altri generi di
          letteratura, (prendendo questa parola nel più largo senso), e di poesia come di prosa, o
          ci mancano affatto, o sono in culla, o sono difettosissimi! Lasciando gl’infiniti altri,
          la lirica italiana, quella parte in cui l’Italia, a parere del Verri (<bibl>
            <title>Pref. al Senof.</title> del <author>Giacomelli</author>
          </bibl>), <pb ed="aut" n="1058"/> e della universalità degl’italiani, è <emph>senza
          emola</emph>, eccetto il Petrarca che spetta piuttosto all’elegia, chi può mostrare
          all’Europa senza vergogna? Gli sforzi del Parini (veri sforzi e stenti, secondo me)
          mostrano e quanto ci mancasse, e quanto poco si sia guadagnato.</p>
        <p>Oltracciò supponendo che i generi coltivati da noi nel 500. o anche nel 300. fossero
          tutti perfetti, chi non sa che uno stesso genere cambiando forma ed abito, e quasi genio e
          natura, col cambiamento inevitabile degli uomini e de’ secoli, la perfezione antica non
          basta ad una lingua nè ad una letteratura, s’ella non ha pure una perfezione moderna in
          quello stesso genere? Se Lisia fu perfetto oratore al tempo de’ 30. tiranni, Demostene ed
          Eschine non meno perfetti oratori a’ tempi di Filippo e di Alessandro, appartengono ad una
          specie del genere oratorio sì diversa da quella di Lisia, che si può dire opposta
            (l'<foreign lang="grc">ἰσχνὸς</foreign>, e il <foreign lang="grc">δεινὸς</foreign>); e
          certo assolutamente parlando, lo vincono di molto in pregio ed in fama. E potremmo recare
          infiniti esempi di tali <emph>rinnuovate</emph> e <emph>rimodernate</emph> perfezioni di
          uno stesso genere, nelle medesime letterature antiche, e nella stessa italiana dal 300 al
          500, e forse anche dentro i limiti dello stesso 500. Ora se la letteratura italiana non ha
          perfezione <pb ed="aut" n="1059"/> moderna in nessun genere, anzi se l’Italia non ha
          letteratura che si possa chiamar moderna, se ec. (ricapitolate il sopraddetto) come dunque
          la lingua italiana si dovrà stimare perfetta, e così perfetta che non le si possa niente
          aggiungere di perfezione nè di ricchezza (cosa che non accade a nessuna cosa umana che pur
          si possa chiamare degnamente perfetta); quando è costantissimo che nessuna lingua si
          perfeziona se non per mezzo della letteratura? e che la perfezione delle lingue dipende
          capitalmente dalla letteratura? (17. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La scrittura chinese non è veramente lingua scritta, giacchè quello che non ha che fare
          (si può dir nulla) colle parole, non è lingua, ma un altro genere di segni; come non è
          lingua la pittura, sebbene esprime e significa le cose, e i pensieri del pittore. Sicchè
          la letteratura chinese poco o nulla può influir sulla lingua, e quindi la lingua chinese
          non può fare grandi progressi. (18. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non è egli un paradosso che la Religion Cristiana in gran parte sia stata la fonte
          dell’ateismo, o generalmente, della incredulità religiosa? Eppure io così la penso. L’uomo
          naturalmente non è incredulo, perchè non ragiona molto, e non cura gran fatto delle <pb
            ed="aut" n="1060"/> cagioni delle cose. (V. p. 1055. ed altro pensiero simile, in altro
          luogo.) L’uomo naturalmente per lo più immagina, concepisce e crede una religione, cosa
          dimostrata dall’esperienza, nello stesso modo che immagina, concepisce e crede tante
          illusioni, ed alcune di queste, uniformi in tutti; laddove la religione è immaginata da’
          diversi uomini <emph>naturali</emph> in diversissime forme. La metafisica che va dietro
          alle ragioni occulte delle cose, che esamina la natura, le nostre immaginazioni, ed idee
          ec.;lo spirito profondo e filosofico, e ragionatore, sono i fonti della incredulità. Ora
          queste cose furono massimamente propagate dalla religione Giudaica e Cristiana, che
          insegnarono ed avvezzarono gli uomini a guardar più alto del campanile, a mirar più giù
          del pavimento, insomma alla riflessione, alla ricerca delle cause occulte, all’esame e
          spesso alla condanna ed abbandono delle credenze naturali, delle immaginazioni spontanee e
          malfondate ec. V. p. 1065. capoverso 2. E sebben tutte le religioni sono una specie di
          metafisica, e quindi tutte le religioni un poco formate si possono considerare come cause
          dell’irreligione, ossia del loro contrario, (mirabile congegnazione del sistema dell’uomo,
          il quale non sarebbe irreligioso se non fosse stato religioso); contuttociò questa qualità
          principalmente, come ognun vede, appartiene alla Religione giudaica <pb ed="aut" n="1061"
          /> e Cristiana.</p>
        <p>Ed è veramente curioso il considerare in questa medesima Religione, ed in questo medesimo
          nostro tempo, le fasi, le epoche, e le gradazioni dello spirito umano, tutte ancor
          sussistenti, ed accumulate in un medesimo secolo; e quasi una serie di generazioni, delle
          quali nessuna è peranche estinta, e tutte seguitano a vivere, senza lasciar di produrne
          delle nuove, che vivono insieme colle primitive. Eccone quasi un albero genealogico.</p>
        <p>RELIGIONE MAOMETTANA</p>
        <p>Religione Giudaica conservatesi</p>
        <p>ancora presso gli Ebrei, che rigettano la modificazione fattane da Gesù Cristo, e si
          attengono e conservano appresso a poco la sua forma primitiva</p>
        <p>│</p>
        <p>Religion Cattolica, che conserva</p>
        <p>la forma primitiva della detta modificazione fatta da Gesù Cristo alla Religione
          Giudaica.</p>
        <p>│</p>
        <p>Religioni Luterana, Calvinista,</p>
        <p>ed altre sussistenti, e chiamate ereticali, che sono nuove modificazioni della detta
          modificazione, oltre le molte altre già estinte nello spazio di tempo intermedio fra
          questa e quelle, e che si sono rifuse, o perdute, parte nella primitiva Religion
          Cristiana, ossia nella <pb ed="aut" n="1062"/> Cattolica, parte in qualcuna delle dette
          ereticali.</p>
        <p>│</p>
        <p>Nuove modificazioni, alterazioni, suddivisioni</p>
        <p>ancora esistenti, del Luteranismo, del Calvinismo, e d’altre simili sette.</p>
        <p>│</p>
        <p>Incredulità religiosa</p>
        <p>che deriva primitivamente dalla Religione Giudaica (e questa ancora esistente), ma via
          via per mezzo delle dette successive modificazioni e quasi generazioni di essa Religione.
          (18. Maggio 1821.). v. p. 1065. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1034. Altro è che la letteratura influisca sulla lingua del popolo, la modifichi,
          la formi, la perfezioni, quando questa lingua è sostanzialmente la stessa che la scritta;
          altro è che possa cambiare affatto la lingua del popolo, e fargli parlare una lingua
          sostanzialmente o grandemente diversa da quella che parlava; (quantunque ella possa
          alterare e corrompere la lingua popolare introducendoci parole e frasi appoco appoco) e
          ciò in tempi ne’ quali la letteratura ed era debolissima, scarsissima e barbara per se
          stessa, e non aveva quasi alcuna influenza sulla moltitudine, e i letterati, anzi pure gli
          studiosi, e sopratutto gli scrittori erano rarissimi e pochissimi. (18. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto giovi la riflessione alla vita; quanto il sistema di profondità, di ragione, di
          esame, sia conforme alla natura; quanto sia favorevole, anzi compatibile <pb ed="aut"
            n="1063"/> coll’azione vediamolo anche da questo. Considerando un poco, troveremo che
          l’abito di franchezza, disinvoltura, ec. che tanto si raccomanda nella società, che è
          indispensabile pel maneggio degli affari d’ogni genere, e che costituisce una gran parte
          dell’abilità degli individui a questo maneggio, non è altro che l’abito di non riflettere.
          Abito che il giovane alterato dall’educazione, non riesce a ricuperare se non appoco
          appoco, e spesso mai, specialmente s’egli ha grande ingegno, e di genere profondo e
          riflessivo (come quello di Goethe, il cui primo abordo dice Mad. di Staël, ch’è sempre
            <foreign lang="fre" rend="italic">un peu roide</foreign> finch’egli non si mette
            <foreign lang="fre" rend="italic">à son aise</foreign>.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il fanciullo è sempre franco e disinvolto, e perciò pronto ed attissimo all’azione,
          quanto portano le forze naturali dell’età. Le quali egli adopera in tutta la loro
          estensione. Se però non è alterato dall’educazione, il che può succedere più presto o più
          tardi. E tutti notano che la timidità, la diffidenza di se stesso, la vergogna, la
          difficoltà insomma di operare, è segno di riflessione in un fanciullo. Ecco il bello
          effetto della riflessione: impedir l’azione; la confidenza; l’uso di se stesso, e delle
          sue forze; tanta parte di vita. Il giovanetto alterato <pb ed="aut" n="1064"/>
          dall’educazione è timido, legato, irresoluto, diffidentissimo di se stesso. Bisogna che
          col frequente e lungo uso del mondo, egli ricuperi quella stessa qualità che aveva già di
          natura, ed ebbe da fanciullo, cioè l’abito di non riflettere, senza il quale è impossibile
          la franchezza, e la facoltà di usar di se stesso, secondo tutta la misura del suo valore.
          E ciò si vede in tutti i casi della vita, e non già nelle sole occasioni che abbisognano
          di coraggio, e che spettano a pericoli corporali. Ma chi non ha ricuperato fino a un certo
          punto l’abito di non riflettere, non val nulla nelle conversazioni, non può nulla colle
          donne, nulla negli affari, e massime in quelle circostanze che portano, dirò così, un
          certo pericolo, non fisico, ma morale, e che abbisognano di franchezza e disinvoltura, e
          di una, dirò così, intrepidezza sociale. Qualità impossibile a chi per abito riflette, e
          non può deporre al bisogno la riflessione, e non può abbandonarsi, e lasciar fare a se
          stesso, che sono le cose e più ricercate e pregiate, e più necessarie a chi vive nella
          società, e generalmente in quasi ogni sorta e parte di vita. E v. gli altri miei pensieri
          sulla impossibilità delle stesse azioni fisiche senza l’abito di non riflettere, <pb
            ed="aut" n="1065"/> abito che rispetto a queste azioni, avendolo tutti da natura, pochi
          lo perdono, ma perduto, rende impossibili le operazioni più materiali, e giornaliere, e
          naturali. (19. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1062. La Religion Cristiana, quando anche si voglia considerare come parto della
          ragione umana posta nelle circostanze di quei tempi, di quei luoghi ec. è innegabile che
          ha vicendevolmente influito assaissimo sopra la stessa ragione, rivoltala al profondo,
          all’astruso, al metafisico; propagatala forse più di quello che abbia fatto qualunque
          altro mezzo; e cagionato grandissima e principalissima parte de’ suoi progressi. Ora è
          manifesto che l’incredulità religiosa deriva dai progressi della ragione, e che quando o
          l’uomo, o le nazioni non ragionavano, credevano, ed erano religiose. (19. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1060. Le religioni sono il principio, e nel tempo stesso la parte principale e
          più rilevante della metafisica, ed oltracciò la parte la più intensamente metafisica della
          medesima metafisica; appartenendo alla natura, all’ordine, alle cagioni più remote, più
          nascoste, e più generali delle cose. (19. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dalle mie osservazioni sulla necessaria varietà delle lingue, risulta che non solo le
          lingue furono naturalmente molte e diverse anche da principio, per le <pb ed="aut"
            n="1066"/> impressioni che le medesime cose fanno ne’ diversi uomini; le diverse facoltà
          imitative, o le diverse maniere d’imitazione usate da’ primi creatori e inventori della
          favella; le diverse parti, forme, generi, accidenti di una medesima cosa, presi ad imitare
          e ad esprimere da’ diversi uomini colla parola significante quella tal cosa; (<bibl>v.
              <title>Scelta di Opuscoli interessanti</title>, Milano. Vol. 4. p. 56-57. e p. 44.
            nota</bibl>) ma eziandio che introdotta e stabilita una medesima favella, cioè un
          medesimo sistema di suoni significativi, uniformi e comuni in una medesima società; questa
          favella ancora, inevitabilmente si diversifica e divide appoco appoco in differenti
          favelle. (19. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Lampa, lampo, lampare, lampante</emph>, come pure <emph>lampeggio, lampeggiare,
            lampeggiamento</emph> derivano manifestamente dal greco <foreign lang="grc"
          >λάμπειν</foreign> ec. co’ suoi derivati ec. del quale, e de’ quali non resta nel latino
          scritto altro vestigio (ch’io sappia), fuorchè la voce <foreign lang="lat" rend="italic"
            >lampas</foreign>, gr. <foreign lang="grc">λαμπὰς</foreign>, ital. <emph>lampada,
            lampade, lampana</emph>, co’ suoi derivati, <foreign lang="lat" rend="italic">lampada
            ae, lampadion, lampadias, lampadarius</foreign>. V. il Forcellini, e il Du Cange. (20.
          Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanta sia la superiorità degl’italiani nell’attitudine a conoscere e gustare la lingua
          latina, si può argomentare proporzionatamente dalla superiorità riconosciuta in loro, nel
          bello scriver latino, ossia nella imitazione <pb ed="aut" n="1067"/> degli scrittori
          latini, quanto alla vera e propria ed ottima lingua latina. E certo chi è superiore
          nell’imitare, chi è superiore nel maneggiare e adoperare, è necessario che lo sia pure nel
          conoscere e nel gustare, e quella prima superiorità, suppone questa seconda. Ora di questa
          superiorità degl’italiani nello scriver latino, dal Petrarca fino a oggidì, <bibl>v.
              <author>Andrès</author> t. 3. p. 247-248. e quivi le note del Loschi, p. 89-92. p.
            99-102. t. 4. p. 16.</bibl> e le <bibl>
            <title>Epist.</title> del Vannetti al Giorgi.</bibl> (20. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le parole di qualunque genere, (cioè particelle, come <emph>re</emph>, preposizioni, come
            <emph>ad</emph> ec. , nomi ec.) che si prepongono ai verbi nella composizione, li chiama
          Varrone, e dietro lui Gellio, <foreign lang="lat" rend="italic">praeverbia</foreign>. V.
          Forcellini. (20. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le cause per cui la lingua greca <emph>formata</emph> fu liberissima d’indole e di fatto,
          a differenza della latina, sono</p>
        <p>1. Che la sua formazione accadde in tempi antichissimi, o si vogliano considerare quelli
          di Omero, o quelli di Pindaro, di Erodoto ec. o anche quelli di Platone ec. tempi che
          sebbene assai colti e civili (dico questi ultimi) anzi il fiore della civiltà greca,
          nondimeno conservavano ancora assai di natura. A differenza della lingua latina formata in
          un tempo di piena <pb ed="aut" n="1068"/> adulta e matura, anzi corrotta civiltà,
          universale nella nazione; negli ultimi tempi di Roma, nella sua decadenza morale, nel
          tempo ch’era già cominciata la servitù degli animi romani; nell’ultima epoca dell’
            <emph>antichità</emph>.</p>
        <p>2. Anche la lingua latina si andò formando appoco appoco, ed ebbe buoni ed insigni
          scrittori prima del suo secolo d’oro. Ma la lingua greca non ebbe propriamente secolo
          d’oro. I suoi scrittori antichissimi non furono inferiori ai moderni, nè i moderni agli
          antichi. Da Omero a Demostene non v’è differenza di autorità o di fama rispetto alla
          letteratura greca in genere, ed alla lingua. Questo fece che nessun secolo della Grecia
          (finch’ella fu qualche cosa) dipendesse da un altro secolo passato in fatto di
          letteratura. Non vi fu secol d’oro, tutti i secoli letterati e non corrotti della Grecia
          competerono fra loro, e nel fatto e nell’opinione. Quindi la perpetua conservazione, la
          radicazione profonda della libertà della loro letteratura, e della loro lingua. Dico della
          libertà sì d’indole che di fatto. Non così è accaduto alla lingua italiana, sebben libera
          per <emph>indole</emph> della sua formazione. Ma ella ebbe i suoi secoli d’oro come la
          latina. Laddove la lingua e letteratura greca, si andò <pb ed="aut" n="1069"/> via via
          perfezionando e formando e crescendo insensibilmente, e quasi con egual misura in ciascun
          tempo, così che nessun secolo potè vantarsi di averla <emph>formata</emph>, come succede
          all’italiano, al francese ec. e come successe al latino. In maniera che non si stimò mai
          che i suoi progressi dovessero esser finiti, perchè non s’erano veduti tutti raccolti con
          soverchio splendore e superiorità in una sola epoca.</p>
        <p>3. È già noto che le regole nascono quando manca chi faccia. Ma in Grecia non mancò fino
          agli ultimi tempi della sua esistenza politica. E sebbene allora nacquero (o almeno si
          propagarono e crebbero) anche fra’ greci le regole, e le arti gramatiche, ec. ec.
          nondimeno il lungo uso e consolidamento della sua libertà rispetto alla lingua, impedì che
          le regole le nuocessero, sebbene non così accadde alla letteratura. Laddove la letteratura
          latina quasi spirata con Virgilio, e col di lei secolo d’oro, e parimente l’italiana,
          lasciarono largo e libero campo alle regole, ed a tutti i beatissimi effetti loro. Giacchè
          sebbene il 500. non mancava di regole (ne mancò però del tutto il 300.), quelle non aveano
          che fare coll’esattezza e finezza ec. <pb ed="aut" n="1070"/> e servilità delle
          posteriori, e si possono paragonare (massime in fatto di lingua) a quelle che in fatto di
          rettorica o di poetica ec. ebbero anche i greci ne’ migliori tempi. Che se i latini
          n’ebbero di molte e precise, perchè le riceverono dai greci già fatti gramatici e
          rettorici, questa è pure una delle ragioni della poca libertà della loro lingua
            <emph>formata</emph> ec. ec. e resta compresa nella soverchia civiltà di quel tempo, che
          ho già addotta da principio, come cagione di detta poca libertà. (20. Maggio 1821.). V. p.
          743-746. principio.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che ho detto intorno alla novità delle parole cavate dalla propria lingua, si deve
          anche applicare alla novità de’ sensi e significati d’una parola già usitata, alla novità
          delle metafore ec. <bibl>V. <title>Scelta di opuscoli interessanti</title>. Milano. vol.
            4. p. 54.58-61</bibl>. I quali nuovi e diversi significati d’una stessa parola, non
          denno però esser tanti che dimostrino povertà, e producano confusione, ed ambiguità, come
          nell’Ebraico. (20. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 807. marg. Dice Varrone che gli uomini (<foreign lang="lat">in sermones non solum
            latinos, sed omnium hominum necessaria de causa</foreign>) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Imposita nomina esse voluerunt quam paucissima, quo
              citius ediscere possent</foreign>
          </quote>, intendendo per nomi imposti, le parole radicali (<bibl>
            <author>Varro</author>, <title>De ling. lat.</title> lib.7.</bibl>) (<bibl>p. 2. del I.
            libro <title>de Analogia</title> nella ediz. che ho del 400</bibl>). <pb ed="aut"
            n="1071"/> (21. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Un antichissimo significato della parola <emph>inter</emph> che ordinariamente è
          preposizione, e in questo caso sembra essere stata usata avverbialmente, significato non
          osservato dai Gramatici nè da’ Lessicografi (il Forcellini non ne fa parola alla v.
            <emph>Inter</emph>, benchè citi molti gramatici), fu quello di quasi, mezzo, e simili.
          Del qual significato resta un evidente vestigio nelle parole <foreign lang="lat"
            rend="italic">intermorior, intermortuus</foreign>, <emph>mezzo morto</emph>, che anche
          noi diciamo <emph>tramortire, tamortito</emph>, e quindi <emph>tramortigione,
            tramortimento</emph>. Ora questo antichissimo significato, dimenticato fino dai
          gramatici latini, e di cui negli scrittori latini non si trova, ch’io sappia, altra
          ricordanza che la sopraddetta, si conservò alla voce <foreign lang="lat" rend="italic"
            >inter</foreign>, nel latino volgare, sino a passar nella lingua francese, che nello
          stessissimo senso l’adopra nella composizione di alcuni verbi come <foreign lang="fre"
            rend="italic">entr’ouvrir, entrevoir</foreign> ec. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Elle signifie aussi dans la composition de quelques verbes une action
          diminutive</foreign>, dice l’Alberti della preposizione <foreign lang="fre" rend="italic"
            >entre</foreign>, che è lo stesso che <emph>inter</emph>. Nè si creda che questo
          significato sia rimasto in francese alla detta parola, solamente in alcuni verbi che
          questa lingua abbia presi dal latino, già così composti e formati, e colla detta
          significazione. <pb ed="aut" n="1072"/> Giacchè 1. i detti verbi così composti, e col
          detto senso non si trovano nel latino, se non ci volessimo tirare il verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">interviso</foreign>, che ha veramente un altro significato da
          quello di <foreign lang="fre" rend="italic">voir imparfaitement</foreign> ec. dell’
            <foreign lang="fre" rend="italic">entrevoir</foreign> (<bibl>v. l’
            <author>Alberti</author>.</bibl>). Sicchè in ogni modo questi verbi non trovandosi negli
          scrittori latini, si verrebbero a dimostrar derivati dall’uso latino volgare. 2. La parola
            <foreign lang="fre" rend="italic">entre</foreign> nel detto senso si trova anche, nella
          composizione, unita a parole non latine affatto, come in <foreign lang="fre" rend="italic"
            >entre-baillé</foreign>, <emph>mezzo chiuso</emph>, o <emph>socchiuso</emph>. Laonde è
          manifesto che il detto significato passò dall’antichissimo latino al francese, (certo non
          per altro mezzo che del volgare latino) come propriamente aderente alla parola <foreign
            lang="fre" rend="italic">entre</foreign>, quantunque nella sola composizione. Si
          potrebbono anche riferir qua le nostre parole <emph>traudire</emph>, e
          <emph>travedere</emph>, (co’ derivati) che vagliono <emph>ingannarsi nell’udire</emph> o
            <emph>nel vedere</emph>, cioè <emph>vedere a mezzo, vedere imperfettamente</emph>, come
            <foreign lang="fre" rend="italic">entrevoir</foreign>, sebbene fissate ad un senso
          derivativo da questo primo. (21. Maggio 1821.). V. il Du Cange, se ha nulla al proposito.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 362. Immaginiamoci un pastore primitivo o selvaggio, privo di favella, o di nomi
          numerali che volesse, com’è naturale, rassegnare la sera il suo gregge. Non potrebbe
          assolutamente farlo se non in maniera materialissima; come porre la mattina tutte le
          pecore in <pb ed="aut" n="1073"/> fila, e misurato o segnato lo spazio che occupano,
          riordinarle la sera nello stesso luogo, e così ragguagliarle. Ovvero, che è più
          verisimile, raccorre, poniamo caso, tanti sassi quante sono le pecore: il che fatto, non
          potrebbe mica ragguagliarle esattamente coi sassi mediante veruna idea di quantità. Perchè
          non potendo contare nè quelle nè questi, molto meno potrebbe formare nessun concetto della
          relazione scambievole o del ragguaglio di due quantità numeriche determinate: anzi non
          conoscerebbe quantità numerica determinata. Converrebbe che si servisse di un’altra
          maniera materialissima, come porre da parte prima una pecora ed un sasso, indi un’altra
          pecora e un altro sasso, e così di mano sino all’ultima pecora, e sino all’ultimo sasso.
          V. p. 2186. principio.</p>
        <p>Certo è che l’invenzione dei nomi numerali fu delle più difficili, e l’una delle ultime
          invenzioni de’ primi trovatori del linguaggio. L’idea di quantità, non solo assoluta e
          indeterminata (anzi questa è meno difficile, essendo materiale e sensibile l’idea del più
          e del meno, e quindi della quantità indeterminata), ma anche determinata, anche relativa a
          cose materialissime, considerandola bene, è quasi totalmente astratta e metafisica. Quando
          noi vediamo le cinque dita della mano, ne concepiamo subito il numero, <pb ed="aut"
            n="1074"/> perchè l’idea del numero è collegata nella mente nostra mediante l’abito, e
          l’uso della favella, coll’idea che ci suscita il vedere una quantità d’individui facili a
          contare, o di cui già sappiamo il numero. E l’idea di contare vien dietro alla detta
          vista, per la detta ragione. Non così l’uomo privo de’ nomi numerali. Egli vede quelle
          cinque dita come tante unità, che non hanno fra loro alcuna relazione o attinenza numerica
          (come in fatti non l’hanno per se stesse), componenti una quantità indefinita (della quale
          non concepisce se non se un’idea confusa, com’è naturale trattandosi d’indefinito) e non
          gli si affaccia neppure al pensiero l’idea di poterla determinare, o di contare quelle
          dita. Meno metafisica è l’idea dell’ordine. Giacchè (seguitando a servirci dell’esempio
          della mano) che il pollice, ossia il primo dito, stia nel principio della serie, che
          l’indice, cioè il secondo dito, venga dopo quello che è nel principio della mano, cioè il
          pollice, e che il medio cioè il terzo succeda a questo dito, e sia distante dal pollice un
          dito d’intervallo; sono cose che cadono sotto i sensi, e che destano facilmente l’idea di
          primo di secondo e di terzo e via discorrendo. Lo stesso potremmo dire di un filare
          d’alberi ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Così che io non credo che le denominazioni de’ numeri ordinativi non abbiano preceduto
          nelle lingue primitive quelle de’ cardinali (contro ciò che pare a prima vista, e che
          forse è seguito nelle lingue colte ec.); e che in dette lingue <pb ed="aut" n="1075"/> la
          parola <emph>secondo</emph> si sia pronunziata prima che la parola <emph>due</emph>.
          Perchè la parola <emph>secondo</emph> esprime un’idea materiale, e derivata da’ sensi, e
          naturale, cioè <emph>quella cosa che sta dopo ciò che è nel principio</emph>, laonde la
            <emph>forma</emph> di quest’idea sussiste fuori dell’intelletto. Infatti nel latino,
            <foreign lang="lat" rend="italic">posterior</foreign> vuol dire <foreign lang="lat"
            rend="italic">secundus ordine, loco, tempore</foreign> (Forcellini), e così propriamente
          il greco <quote>
            <foreign lang="grc">ὕστερος&gt; κυριώτερα τὰ ὕστερα νομίζεται καὶ βεβαιότερα τῶν
              πρώτων</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Plutarco</author>, <title>Convival. Disputat.</title> l. 8.</bibl> (Scapula)
          quantunque possa venir dopo, o dietro, anche quello che non è secondo. Così pure
          nell’italiano <emph>posteriore</emph> ec. Ma la parola <emph>due</emph> significa un’idea
          la cui forma non sussiste se non che nel nostro intelletto, quando anche sussistano fuori
          di esso le cose che compongono questa quantità, colla quale tuttavia non hanno alcuna
          relazione sensibile, materiale, intrinseca o propria loro, ed estrinseca alla concezione
          umana. <bibl>V. l’ <title lang="fre">Encyclopédie méthodique. Métaphisique</title>. art.
              <title lang="fre">nombres</title>, preso, io credo, da Locke</bibl>.</p>
        <p>Quella cosa che è nel principio, ha una ragione propria per esser chiamata
          <emph>prima</emph>, e quella che gli sta dopo, per esser chiamata <emph>seconda</emph>,
          cioè posteriore: così che questi nomi ordinali sono relativi alle cose. Ma quella non ha
          ragione propria perchè l’uomo nel contare la chiami <emph>uno</emph>, e quest’altra
            <emph>due</emph>; e questi nomi cardinali non sono relativi alle cose reali, ma alla
          quantità, che è solamente idea, ed è separata dalle cose, nè sussiste fuori
          dell’intelletto. (22. Maggio 1821.). V. p. 1101. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quelli che non sogliono mai far nulla, e che per conseguenza hanno più tempo libero, e da
          potere impiegare, sono ordinariamente i più difficili a trovare il tempo per una <pb
            ed="aut" n="1076"/> occupazione, ancorchè di loro premura, a ricordarsi di una cosa che
          bisogni fare, di una commissione che loro sia stata data, e che anche prema loro di
          eseguire. Al contrario quelli che hanno la giornata piena, e quindi meno tempo libero, e
          più cose da ricordarsi. La cagione è chiara, cioè l’abito di negligenza nei primi, e di
          diligenza nei secondi (22. Maggio 1821.). E lo stesso differente effetto si vede anche in
          una stessa persona, secondo i diversi abiti e metodi temporanei di attività e diligenza, o
          inattività e negligenza.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 761. Anzi questa facoltà de’ composti di due o più voci, è proprissima anche
          oggidì del linguaggio italiano familiare (e credo anzi del linguaggio familiare di tutte
          le nazioni, massime popolare): e specialmente del toscano lo è stato sempre, e lo è. Il
          qual dialetto vi ha molta e facilità e grazia; e il discorso ne riceve una elegante e pura
          novità, ed una singolare efficacia; come <emph>tagliacantoni, ammazzasette,
          pascibietola</emph>, (del Passavanti) <emph>frustamattoni, perdigiorno, pappalardo</emph>
          e simili voci burlesche o familiari antiche e moderne. Sicchè non si può dire che questa
          medesima facoltà sia neppur oggi perduta: (giacchè sarebbe ridicolo l’impedire di fare
          altri composti simili ec.) nè che la nostra lingua non ci abbia attitudine; e neppure che
          non si possano estendere oltre al burlesco o familiare, giacchè il burlesco o familiare di
          questi composti deriva non tanto dalla composizione, quanto dalla natura delle voci che li
          formano. Ma altre voci, purchè fosse fatto con giudizio, e senza eccesso <pb ed="aut"
            n="1077"/> di lunghezza, nè forzatura delle parti componenti, si potrebbero benissimo
          comporre allo stesso modo, senza toglier nulla alla gravità, nè indurre nessuna apparenza
          di buffonesco o di plebeo. E così fece giudiziosamente il Cesarotti nell’Iliade, e credo
          anche nell’Ossian. <quote>
            <emph>Omero, Dante, e tutti i grandi formano nomi dalle cose. Quintiliano, e tutti i
              Gramatici l’approvano: quando calzino appunto, come qui, dove Tiberio schernisce la
              cinquannaggine, che Gallo voleva, de’ magistrati</emph>
          </quote>. Davanzati (<bibl>
            <title>Annali di Tacito</title> Lib. 2. c. 36. postilla 3.</bibl>) in proposito del
          verbo <emph>incinquare</emph> da lui formato per rendere il latino <foreign lang="lat"
            rend="italic">quinquiplicare</foreign> di Tacito. (23. Maggio 1821.). Era però già stato
          usato da Dante.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il tempo di Luigi decimoquarto e tutto il secolo passato, fu veramente l’epoca della
          corruzione barbarica delle parti più civili d’Europa, di quella corruzione e barbarie, che
          succede inevitabilmente alla civiltà, di quella che si vide ne’ Persiani e ne’ Romani, ne’
          Sibariti, ne’ Greci ec. E tuttavia la detta epoca si stimava allora, e per esser
          freschissima, si stima anche oggi, civilissima, e tutt’altro che barbara. Quantunque il
          tempo <pb ed="aut" n="1078"/> presente, che si stima l’apice della civiltà, differisca non
          poco dal sopraddetto, e si possa considerare come l’epoca di un risorgimento dalla
          barbarie. Risorgimento incominciato in Europa dalla rivoluzione francese, risorgimento
          debole, imperfettissimo, perchè derivato non dalla natura, ma dalla ragione, anzi dalla
          filosofia, ch’è debolissimo, tristo, falso, non durevole principio di civiltà. Ma pure è
          una specie di risorgimento; ed osservate che malgrado la insufficienza de’ mezzi per l’una
          parte, e per l’altra la contrarietà ch’essi hanno colla natura; tuttavia la rivoluzione
          francese (com’è stato spesso notato), ed il tempo presente hanno ravvicinato gli uomini
          alla natura, sola fonte di civiltà, hanno messo in moto le passioni grandi e forti, hanno
          restituito alle nazioni già morte, non dico una vita, ma un certo palpito, una certa
          lontana apparenza vitale. Quantunque ciò sia stato mediante la mezza filosofia, strumento
          di civiltà incerta, insufficiente, debole, e passeggera per natura sua, perchè la mezza
          filosofia, tende naturalmente a crescere, e divenire perfetta filosofia, ch’è fonte di
          barbarie. Applicate a questa osservazione le barbare e ridicolissime e mostruose mode
          (monarchiche e feudali), come guardinfanti, pettinature d’uomini e donne ec. ec. che
          regnarono, almeno in Italia, fino agli ultimissimi anni del secolo passato, e furono
          distrutte in un colpo dalla rivoluzione (<bibl>V. la lettera di Giordani a Monti par.
          4.</bibl>) E vedrete che il secolo presente è l’epoca di un vero risorgimento da una vera
          barbarie, anche nel gusto; e qui può anche notarsi quel tale raddrizzamento della
          letteratura in Italia oggidì. (23. Maggio 1821.). V. p. 1084.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Altro esempio e conseguenza dell’odio nazionale presso gli antichi. Ai tempi
          antichissimi, quando il mondo non era sì popolato, che non si trovasse <pb ed="aut"
            n="1079"/> facilmente da cambiar sede, le nazioni vinte, non solo perdevano libertà,
          proprietà ec. ma anche quel suolo che calpestavano. E se non erano portate schiave; o
          tutte intere, o quella parte che avanzava alla guerra, alla strage susseguente, e alla
          schiavitù, se n’andava in esilio. E ciò tanto per volontà loro, non sopportando in nessun
          modo di obbedire al vincitore, e volendo piuttosto mancar di tutto, e rinunziare ad ogni
          menoma proprietà passata, che dipendere dallo straniero: parte per forza, giacchè il
          vincitore occupava le terre e i paesi vinti non solo col governo e colle leggi, non solo
          colla proprietà o de’ campi o de’ tributi ec. ma interamente e pienamente col venirci ad
          abitare, colle colonie ec. col mutare insomma nome e natura al paese conquistato,
          spiantandone affatto la nazione vinta, e trapiantandovi parte della vincitrice. Così
          accadde alla Frigia, ad Enea ec. o se non vogliamo credere quello che se ne racconta,
          questo però dimostra qual fosse il costume di que’ tempi. (23. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 366. In una macchina vastissima e composta d’infinite parti, per quanto sia bene
          e studiosamente fabbricata e congegnata, non possono non accadere dei disordini, massime
          in lungo spazio di tempo; disordini <pb ed="aut" n="1080"/> che non si possono imputare
          all’artefice, nè all’artifizio; e ch’egli non poteva nè prevedere distintamente nè
          impedire. V. p. 1087. fine. Di questo genere sono quelli che noi chiamiamo inconvenienti
          accidentali nell’immenso e complicatissimo sistema della natura, e nella sua lunghissima
          durata. Che sebben questi non ci paiano sempre minimi, bisogna considerarli in proporzione
          della detta immensità, e complicazione, e della gran durata del tempo.</p>
        <p>Per iscusarne da una parte la natura, e dall’altra parte, per conoscere se sieno
          veramente accidentali e contrari al sistema e non derivati da esso, basta vedere se si
          oppongono all’andamento prescritto e ordinato primitivamente dalla natura alle cose, e se
          ella vi ha opposti tutti gli ostacoli compatibili, che spesso possono riuscire
          insufficienti come nella macchina la meglio immaginata e lavorata. Quando noi dunque nella
          infelicità dell’uomo troviamo una opposizione diretta col sistema primitivo, e scopriamo
          che la natura vi aveva opposti infiniti e studiatissimi ostacoli, e che ci è bisognato far
          somma forza alla natura, all’ordine primitivo ec. e lunghissima serie di secoli per
          ridurci a questa infelicità; allora essa infelicità per grande, e universale, e durevole,
          ed anche irrimediabile ch’ella sia, non si può considerare <pb ed="aut" n="1081"/> come
          inerente al sistema, nè come naturale. Nè dobbiamo lambiccarci il cervello per metterla in
          concordia col sistema delle cose (il che è impossibile), nè immaginare un sistema sopra
          questi inconvenienti, un sistema fondato sopra gli accidenti, un sistema che abbia per
          base e forma le alterazioni accidentalmente fatteci, un sistema diretto a considerare come
          necessarie e primitive, delle cose accidentali e contrarie all’ordine primordiale: ma
          dobbiamo riconoscere formalmente l’opposizione che ha la nostra infelicità col sistema
          della natura; e la differenza che corre fra esso, fra gli effetti suoi, e gli effetti
          della sua alterazione e depravazione parziale e accidentale.</p>
        <p>Lasciando che molti inconvenienti che son tali per alcuni esseri, non lo sono per altri;
          e molti che lo sono per alcuni sotto un aspetto, non lo sono per li medesimi sotto un
          altro aspetto ec. ec.</p>
        <p>Dimostrando dunque i diversissimi e gagliardissimi ostacoli opposti dalla natura al
          nostro stato presente, io vengo a dimostrare che questo (e l’infelicità dell’uomo che ne
          deriva) è accidentale, e indipendente dal sistema della natura, e contrario all’ordine
          delle cose, e non essenziale ec. (23. Maggio 1821.). V. p. 1082.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1082"/> Se fosse veramente utile, anzi necessario alla felicità e
          perfezione dell’uomo il liberarsi dai pregiudizi naturali (dico i naturali, e non quelli
          figli di una corrotta ignoranza), perchè mai la natura gli avrebbe tanto radicati nella
          mente dell’uomo, opposti tanti ostacoli alla loro estirpazione, resa necessaria sì lunga
          serie di secoli ad estirparli, anzi solamente a indebolirli; resa anche impossibile
          l’estirpazione assoluta di tutti, anche negli uomini più istruiti, e in quelli stessi che
          meglio li conoscono; e finalmente ordinato in guisa che anche oggi (lasciando i popoli
          incolti) in una grandissima, anzi massima parte degli stessi popoli coltissimi, dura
          grandissima parte di tali pregiudizi che si stimano direttamente contrari al ben essere ed
          alla perfezione dell’uomo? Anzi perchè mai gli avrebbe solamente posti nella mente
          dell’uomo da principio? (24. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1081. fine. Per lo contrario, dimostrando come le illusioni ec. ec. ec. sieno
          state direttamente favorite dalla natura, come risultino dall’ordine delle cose ec. ec.
          vengo a dimostrare ch’elle appartengono sostanzialmente al sistema naturale, e all’ordine
          delle cose, e sono essenziali e necessarie alla felicità e perfezione dell’uomo. (24.
          Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1083"/> Alla considerazione della grazia derivante dallo straordinario,
          spetta in parte il vedere che uno de’ mezzi più frequenti e sicuri di piacere alle donne,
          è quello di trattarle con dispregio e motteggiarle ec. Il che anche deriva da un certo
          contrasto ec. che forma il piccante. E ancora dall’amor proprio messo in movimento, e
          renduto desideroso dell’amore e della stima di chi ti dispregia, perch’ella ti pare più
          difficile, e quindi la brami di più ec. E così accade anche agli uomini verso le donne o
          ritrose, o motteggianti ec. (24. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Stante l’antico sistema di odio nazionale, non esistevano, massime ne’ tempi
          antichissimi, le virtù verso il nemico, e la crudeltà verso il nemico vinto, l’abuso della
          vittoria ec. erano virtù, cioè forza di amor patrio. Da ciò si vede quanto profondi
          filosofi e conoscitori della storia dell’uomo, sieno quelli che riprendono Omero d’aver
          fatto i suoi Eroi troppo spietati e accaniti col nemico vinto. Egli gli ha fatti
          grandissimi e virtuosissimi nel senso di quei tempi, dove il nemico della nazione era lo
          stesso, che oggi è per li Cristiani il Demonio, il peccato ec. Nondimeno Omero che pel suo
          gran genio ed anima sublime e poetica, concepiva anche in que’ suoi tempi antichissimi la
          bellezza della misericordia verso il nemico, della generosità verso il vinto ec.
          considerava però questo bello come figlio della sua immaginazione, e fece che Achille con
          grandissima difficoltà si piegasse ad usar misericordia a Priamo supplichevole nella sua
          tenda, e al corpo di Ettore. Difficoltà che a noi pare assurda. (E quindi incidentemente
          inferite l’autenticità <pb ed="aut" n="1084"/> di quell’Episodio, tanto controverso ec.)
          Ma a lui, ed a’ suoi tempi pareva nobile, naturale e necessaria. E notate in questo
          proposito la differenza fra Omero e Virgilio. (24. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1078. Riferite a questo (per altro effimero e debole e falso) risorgimento della
          civiltà, la mitigazione del dispotismo, e la intolleranza del medesimo più propagata: il
          perfezionamento di quello che si chiama sentimentale, perfezionamento che data dalla
          rivoluzione: il risorgimento di certe idee cavalleresche, che come tali si mettevano in
          pieno ridicolo nel 700, e in parte del 600 (come nei romanzi di Marivaux ec.); al qual
          proposito è noto che il Mariana attribuisce al Don Chisciotte (che è quanto dire al
          ridicolo sparso sulle forti e vivaci e dolci illusioni) l’indebolimento del valore (e
          quindi della vita nazionale, e gli orribili progressi del dispotismo) fra gli spagnuoli.
          Ho detto il Mariana, e così mi pare. Trovo però lo stesso pensiero nel <bibl>
            <author>P. d’Orléans</author>
            <title>Rivoluz. di Spagna</title> lib. 9</bibl>. Ma il Mariana mi par citato a questo
          proposito dalla march. <bibl>
            <author>Lambert</author>, <title lang="fre">Réflex. nouvelles sur les
          femmes</title>.</bibl> e così di tante altre opinioni e pregiudizi sociali, ma nobili,
          dolci e felici ec. che ora non si ardisce di porre in ridicolo, com’era moda in quei
          tempi: un certo maggiore rispetto alla religione de’ nostri avi ec. ec. Cose tutte che
          dimostrano un certo ravvicinamento del mondo alla natura, ed alle opinioni e sentimenti
          naturali, ed alcuni passi fatti indietro, sebbene languidamente, e per miseri e non
          vitali, anzi mortiferi principii, cioè il progresso della ragione, della filosofia, de’
          lumi. (24. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una delle prove evidenti e giornaliere che il bello non sia assoluto, ma relativo, è
          l’essere da tutti riconosciuto che la bellezza non si può dimostrare <pb ed="aut" n="1085"
          /> a chi non la vede o sente da se: e che nel giudicare della bellezza differiscono non
          solo i tempi da’ tempi, e le nazioni dalle nazioni, ma gli stessi contemporanei e
          concittadini, gli stessi compagni differiscono sovente da’ compagni, giudicando bello
          quello che a’ compagni par brutto, e viceversa. E convenendo tutti che non si può
          convincere alcuno in materia di bellezza, vengono in somma a convenire che nessuno de’ due
          che discordano nell’opinione, può pretendere di aver più ragione dell’altro, quando anche
          dall’una parte stieno cento o mille, e dall’altra un solo. Tutto ciò avviene sì nelle cose
          che cadono sotto i sensi, e queste o naturali, o, massimamente, artificiali, sì nella
          letteratura ec. ec. <bibl>V. a questo proposito il <author>P. Cesari</author>,
              <title>Discorso ai lettori</title> premesso al libro <title>De ratione regendae
              provinciae, Epistola M. T. Cic. ad Q. Fratrem, cum adnott. et italica interpretat.
              Jacobi Facciolati; accedit nupera eiusdem interpretatio A. C.</title>. Verona,
            Ramanzini. Ovvero lo <title>Spettatore</title> di Milano, Quaderno 75. p. 177.</bibl>
          dove è riportato il passo di detto discorso che fa al mio proposito. (25. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Parecchi filosofi hanno acquistato l’abito <pb ed="aut" n="1086"/> di guardare come
          dall’alto il mondo, e le cose altrui, ma pochissimi quello di guardare effettivamente e
          perpetuamente dall’alto le cose proprie. Nel che si può dire che sia riposta la sommità
          pratica, e l’ultimo frutto della sapienza. (25. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Della difficilissima invenzione di una lingua che avesse pure qualche forma sufficiente
          al discorso, e come questa debbe essere stata opera quasi interamente del caso, v. le
          Osservazioni ec. del Sulzer nella Scelta di Opusc. interessanti. Milano. 1775. Vol. 4. p.
          90-100. (25. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Siccome la perfezione gramaticale di una lingua dipende dalla ragione e dal</emph>
            <emph rend="sc">genio</emph>
          </quote> (la lingua francese è perfetta dalla parte della ragione, ma non da quella del
          genio), <quote>
            <emph>così ella può servire di scala per misurare il grado della ragione e del</emph>
            <hi rend="sc">genio</hi>
            <emph>ne’ vari popoli</emph>
          </quote>. (Con questa scala il genio francese sarà trovato così scarso e in così basso
          grado, come in alto grado la ragione di quel popolo.) <quote>
            <emph>Se per esempio non avessimo altri monumenti che attestassero il</emph>
            <hi rend="sc">genio felice</hi>
            <emph>de’ Greci, la loro lingua pur basterebbe</emph>
          </quote>. (Lo stesso potremo dire degl’italiani avuto riguardo alla proporzione de’ tempi
          moderni, che <pb ed="aut" n="1087"/> non sono quelli del genio, coi tempi antichi.) <quote>
            <emph>Quando una lingua, generalmente parlando</emph>
          </quote>, (cioè non di una o più frasi, di questa o quella finezza in particolare, ma di
          tutte in grosso) <quote>
            <emph>è insufficiente a rendere in una traduzione le finezze di un’altra lingua, egli è
              una prova sicura che il popolo per cui si traduce ha lo spirito men coltivato che
              l’altro</emph>
          </quote>. (Che diremo dunque dello spirito de’ francesi dalla parte del genio? La cui
          lingua è insufficiente a rendere le finezze non di una sola, ma di tutte le altre lingue?
          Che la Francia non abbia avuto mai, v. p. 1091. nè sia disposta per sua natura ad avere
          geni veri ed onnipotenti, e grandemente sovrastanti al resto degli uomini, non è cosa
          dubbia per me, e lo viene a confessare implicitamente il Raynal. Dico geni sviluppati,
          perchè <emph>nascerne</emph> potrà certo anche in Francia, ma svilupparsi non già, stante
          le circostanze sociali di quella nazione.) <bibl>
            <author>Sulzer</author> ec. l. cit. qui dietro. p. 97.</bibl> (25. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1080. marg. Lo stesso diremo delle costituzioni, de’ regolamenti, delle
          legislazioni, de’ governi, degli statuti (o pubblici o particolari di qualche corpo o
          società ec.); i quali per ottimamente e minutamente formati che possano essere, e dagli
          uomini i più esperti e previdenti, non può mai fare che nella pratica non soggiacciano a
          più o meno inconvenienti; <pb ed="aut" n="1088"/> che non s’incontrino dei casi dalle
          dette legislazioni ec. non preveduti, o non provveduti, o non potuti prevedere o
          provvedere; e che anche supposto che il tutto fosse provveduto, e preveduto tutto il
          possibile, la pratica non corrisponda perfettamente all’intenzione, allo spirito e alla
          stessa disposizione dei detti stabilimenti. Insomma non v’è ordine nè disposizione nè
          sistema al mondo, così perfetto, che nella sua pratica non accadano molti inconvenienti, e
          disordini, cioè contrarietà con esso ordine. Ed uno degli errori più facili e comuni, e al
          tempo stesso principali, è di credere che le cose, come vanno, così debbano andare, e così
          sieno ordinate perchè così vanno; e dedurre interamente l’idea di quel tal ordine o
          sistema, da quanto spetta ed apparisce nel suo uso, andamento, esecuzione ec. Nella quale
          non possono mancare moltissimi accidenti e sconvenienze, non per questo imputabili al
          sistema. Accidenti e sconvenienze che sono molto maggiori, e più gravi e sostanziali, e
          più numerose nei sistemi, ordini, macchine ec. che son opera dell’uomo (per ottima che
          possa essere), artefice tanto inferiore alla natura e per arte e per potenza. Maggiori
          però e più numerosi proporzionatamente, cioè rispetto alla piccolezza e poca importanza,
            <pb ed="aut" n="1089"/> durata ec. di detti sistemi umani, paragonati colla immensità
          ec. del sistema della natura. Nel quale, assolutamente parlando, possono occorrere e
          occorrono inconvenienti accidentali molto maggiori e numerosi che in qualunque sistema
          umano, sebbene assai minori relativamente. (26. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quello che ho detto altrove della ragionevolezza, anzi necessità di un sistema a
          chiunque pensi, e consideri le cose; si può aggiungere, che infatti poi le cose hanno
          certo un sistema, sono ordinate secondo un sistema, un disegno, un piano. Sia che si
          voglia supporre tutta la natura ordinata secondo un sistema, tutto legato ed armonico, e
          corrispondente in ciascuna sua parte; ovvero divisa in tanti particolari sistemi,
          indipendenti l’uno dall’altro, ma però ben armonici e collegati e corrispondenti nelle
          loro parti rispettive; certo è che l’idea del sistema, cioè di armonia, di convenienza, di
          corrispondenza, di relazioni, di rapporti, è idea reale, ed ha il suo fondamento, e il suo
          soggetto nella sostanza, e in ciò ch’esiste. Così che gli speculatori della natura, e
          delle cose, se vogliono arrivare al vero, bisogna che trovino sistemi, giacchè le cose e
          la natura sono infatti sistemate, e ordinate armonicamente. Potranno errare, prendendo per
          sistema reale e naturale, un sistema immaginario, o anche <pb ed="aut" n="1090"/>
          arbitrario, ma non già nel cercare un sistema. Sarà falso quel tal sistema, non però
          l’idea ch’esso include, che la natura e le cose sieno regolate e ordinate in sistema. Chi
          sbandisce affatto l’idea del sistema, si oppone all’evidenza del modo di esistere delle
          cose. Chi dispera di trovare il sistema o i sistemi veri della natura, e però si contenta
          di considerare le cose staccatamente (se pur v’ha nessun pensatore che, non dico si
          contenga, ma si possa contenere in questo modo), sarà compatibile, ed anche lodevole. Ma
          oltre ch’egli ponendo per base la disperazione di conoscere il vero sistema, ha posto per
          base la disperazione di conoscere la somma della natura, e il più rilevante delle cose, si
          ponga mente al pensiero seguente, che farà vedere un altro capitalissimo inconveniente del
          rinunziare alla ricerca del sistema naturale e vero delle cose. (26. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non si conoscono mai perfettamente le ragioni, nè tutte le ragioni di nessuna verità,
          anzi nessuna verità si conosce mai perfettamente, se non si conoscono perfettamente tutti
          i rapporti che ha essa verità colle altre. E siccome tutte le verità e tutte le cose
          esistenti, sono legate fra loro assai più strettamente ed intimamente ed essenzialmente,
          di quello che creda o possa credere <pb ed="aut" n="1091"/> e concepire il comune degli
          stessi filosofi; così possiamo dire che non si può conoscere perfettamente nessuna verità,
          per piccola, isolata, particolare che paia, se non si conoscono perfettamente tutti i suoi
          rapporti con tutte le verità sussistenti. Che è come dire, che nessuna (ancorchè menoma,
          ancorchè evidentissima e chiarissima e facilissima) verità, è stata mai nè sarà mai
          perfettamente ed interamente e da ogni parte conosciuta. (26. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Così, senza la condizione detta qui sopra, non si conoscono mai, nè tutte le premesse che
          conducono a una conseguenza, cioè alla cognizione di una tal verità, nè tutta la relazione
          e connessione, o tutte le relazioni e connessioni che hanno le premesse anche conosciute,
          colla detta conseguenza. (26. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1087. Eccetto alcuni ben pochi, come Descartes, Pascal ec. ed altri tali, nessuno
          de’ quali appartiene propriamente alla provincia del genio, anzi a quelle cose che lo
          distruggono, cioè alle scienze, ed al vero, tanto più nemico del genio, quanto più
          profondo e riposto, benchè non iscavato nè scoperto, se non dal genio. (26. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1092"/> Alla p. 894. marg. Riferite pure agli stessi principii il danno,
          le stragi, la miseria, l’impotenza p. e. dell’Italia ne’ bassi tempi, di quell’Italia
          ch’era per altro animata di sì vivo, sì attivo, e spesso sì eroico amor di patria. Ma di
          patria oscura, debole, piccola, cioè le repubblichette, e le città, e le terre nelle quali
          era divisa allora la nazione, formando tante nazioni, tutte, com’è naturale, nemiche
          scambievoli. Dal che nasceva l’oscurità, la debolezza, la piccolezza delle virtù patrie, e
          il poco splendore dello stesso eroismo esistente. Riferite agli stessi principii, cioè
          alla soverchia divisione e piccolezza, e alla conseguente moltiplicità delle nimicizie, il
          famosissimo danno, e l’estrema miseria del sistema feudale. Riferitevi parimente il danno
          riconosciuto da tutti i savi oggidì nel soverchio amore delle patrie private, cioè delle
          città, ovvero anche delle provincie natali. Danno pur troppo ed evidente e gravissimo oggi
          in Italia, per naturale conseguenza della sua divisione non solo statistica o
          territoriale, (come ogni regno ec.) ma politica. Ed è osservabile che l’amor patrio
          (intendo delle patrie private) regna oggi in Italia tanto più fortemente e radicatamente,
          quanto è maggiore o l’ignoranza, o il poco commercio, o la piccolezza di ciascuna città, o
          terra, o provincia (come la Toscana); insomma in proporzione <pb ed="aut" n="1093"/> del
          rispettivo grado di civiltà e di coltura. E in alcune delle più piccole città d’Italia
          l’amor patrio, e l’odio de’ forestieri è veramente accanito. E così proporzionatamente in
          Toscana, paese pur troppo rimaso indietro nella coltura artificiale, non si sa come. E lo
          stesso dico degl’individui più ignoranti ec. (26. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La letteratura di una nazione, la quale ne forma la lingua, e le dà la sua impronta, e le
          comunica il suo genio, corrompendosi, corrompe conseguentemente anche la lingua, che le va
          sempre a fianco e a seconda. E la corruzione della letteratura non è mai scompagnata dalla
          corruzione della lingua, influendo vicendevolmente anche questa sulla corruzione di
          quella, come senza fallo, anche lo spirito della lingua contribuisce a determinare e
          formare lo spirito della letteratura. Così è accaduto alla lingua latina, così
          all’italiana nel 400, nel 600, e negli ultimi tempi, così pure nel 600, e negli ultimi
          tempi alla spagnuola: tutte corrotte al corrompersi della rispettiva letteratura. Eppure
          la lingua greca, con esempio forse unico, corrotta, anzi, dirò, imputridita la
          letteratura, si mantenne incorrotta <pb ed="aut" n="1094"/> più secoli, e molto altro
          spazio poco alterata, come si può vedere in Libanio, in Imerio, in S. Gregorio Nazianzeno,
          e altri tali <emph>sofisti</emph> più antichi o più moderni di questi, che sono
          corrottissimi nel gusto, e non corrotti o leggermente corrotti nella lingua. Tanta era per
          una parte la libertà, la pieghevolezza, e dirò così la capacità della lingua greca
            <emph>formata</emph>, che poteva anche essere applicata a pessimi stili, senza
          allontanarsi dall’indole della sua formazione, e senza perdere le sue forme proprie, e il
          suo naturale; ed essere adoperata da una letteratura guasta senza guastarsi essa stessa,
          adattandosi tanto al buono come al cattivo, e ricevendo nella immensa capacità delle sue
          forme, e nella sua varietà, copia e ricchezza, sì l’uno come l’altro. Simile in ciò
          all’italiana, dove si può scrivere purissimamente cose di pessimo gusto, ed usare un
          pessimo stile, in ottima o non corrotta lingua, come ho detto altrove. Dal che nasce la
          difficoltà di scriver bene in italiano, a differenza del francese, che avendo <emph>una
            sola lingua</emph>, ha anche <emph>un solo stile</emph>, e chiunque scrive in
            <emph>francese</emph>, non può non iscrivere in istile appresso a poco, buono. E però
          non dobbiamo farci maraviglia di quello che dicono, che tutti i francesi più o meno
          scrivono bene.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1095"/> Tanta per l’altra parte (ritornando al proposito) era
          l’alienazione della letteratura greca da ogni cosa straniera. Giacchè anche la corruzione
          della lingua italiana che accadde nel 400. e poi nel 500. siccom’era corruzione italiana,
          non mutò le forme sostanziali, e il genio proprio della lingua; com’è accaduto per lo
          contrario in questi ultimi tempi, dove la corruzione è derivata da influsso straniero.</p>
        <p>E se vogliamo vedere l’influenza straniera sulla lingua greca, e come subito la corruppe,
          per incorruttibile che paia, come abbiamo dimostrato; sebbene è difficile trovar cosa
          straniera in detta letteratura, consideriamo l’unico (si può dir) libro straniero che
          introdotto in Grecia (o ne’ paesi greci) abbia influito sopra i suoi scrittori, e che sia
          stato ai greci oggetto di studio. Lasciamo l’influenza del latino nel greco dopo
          Costantino, influenza che tardò molto a propagarsi e a guastare definitamente la lingua,
          perchè si esercitò piuttosto sul parlato che sullo scritto, e dal parlato arrivò solo
          dentro lungo spazio, alla letteratura. Io voglio parlare della Bibbia. Esaminiamo i padri
          greci da’ primi fino agli ultimi, e vi troveremo immediatamente una visibilissima e
          sostanziale corruzione di lingua e di stile, derivata dagli ebraismi, dall’uso dello stile
          profetico, salmistico, apostolico, dalla brutta e barbara <pb ed="aut" n="1096"/> e spesso
          continua imitazione della scrittura, dal misticismo della Religion Cristiana. Corruttela
          che è comune anche agli scrittori cristiani che non avevano punto che fare colla
          Palestina, o con altri paesi, dove la lingua greca volgare fosse guasta da mescolanza di
          ebraico, o d’altro dialetto propagato fra’ giudei ec.;non erano giudei di stirpe, ec. ec.
          Ma erano stranieri di setta, e quindi anche barbari di gusto. Lascio la traduzione dei
          Settanta, e il Nuovo Testamento. Le stesse cause di corruzione influirono pure sulla
          lingua e sullo stile de’ padri latini. Ma da queste, com’è naturale, si preservarono gli
          scrittori profani contemporanei, sì greci che latini, e non pochi degli stessi scrittori
          cristiani, o trattando materie profane, o anche più volte nelle stesse materie
          ecclesiastiche, secondo la coltura, gli studi e l’eleganza degli scrittori. (27. Maggio
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non si stimino esagerazioni le lodi ch’io fo dello stato antico, e delle antiche
          repubbliche. So bene ancor io, com’erano soggette a molte calamità, molti dolori, molti
          mali. Inconvenienti inevitabili nello stesso sistema magistrale della natura; quanto più
          negli ordini che finalmente sono, più o meno, opera umana! Ma il mio argomento consiste
          nella proporzione e nel paragone della felicità, o se vogliamo, <pb ed="aut" n="1097"/>
          infelicità degli uomini antichi, con quella de’ moderni, nel bilancio e nell’analisi della
          massa de’ beni e de’ mali presso gli uni e presso gli altri. Converrò che l’uomo,
          specialmente uscito dei limiti della natura primitiva, non sia stato mai capace di piena
          felicità, sia anche stato sempre infelice. Ma l’opinione comune e quella della indefinita
          perfettibilità dell’uomo, e che quindi egli sia tanto più felice o meno infelice, quanto
          più s’allontana dalla natura; per conseguenza, che l’infelicità moderna sia minore
          dell’antica. Io dimostro che l’uomo essendo perfetto in natura, quanto più s’allontana da
          lei, più cresce l’infelicità sua: dimostro che la perfettibilità dello <emph>stato
          sociale</emph> è definitissima, e benchè nessuno stato sociale possa farci felici, tanto
          più ci fa miseri, quanto più colla pretesa sua perfezione ci allontana dalla natura;
          dimostro che l’antico stato sociale aveva toccato i limiti della sua perfettibilità,
          limiti tanto poco distanti dalla natura, quanto è compatibile coll’essenza di stato
          sociale, e coll’alterazione inevitabile che l’uomo ne riceve da quello ch’era
          primitivamente: dimostro infine con prove teoriche, e con prove storiche e di fatto, <pb
            ed="aut" n="1098"/> che l’antico stato sociale, stimato dagli altri imperfettissimo, e
          da me perfetto, era meno infelice del moderno. (27. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Altra prova che il bello è sempre relativo. Dice il Monti (Proposta ec. vol. 1. par.2. p.
          8. fine) che l’orecchio è <emph>unico e superbissimo giudice della bellezza esterna delle
            parole</emph>. Ora per quest’orecchio, parlando di parole italiane, non possiamo
          intendere se non l’orecchio italiano, e il giudizio di detta bellezza esterna, varia
          secondo le nazioni, e le lingue. (28. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La formazione intera e principale della lingua latina, accade in un tempo similissimo
          (serbata la proporzione de’ tempi) a quello della francese, cioè nel secolo più civile ed
          artifiziato di Roma, e (dentro i limiti della civiltà) più corrotto: dico nel secolo tra
          Cicerone e Ovidio. Ecco la cagione per cui la lingua latina, come la francese, perdè nella
          formazione la sua libertà, ed ecco la cagione di tutti gli effetti di questa mancanza,
          simili nelle dette due lingue ec. (28. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Odio gli arcaismi, e quelle parole antiche, ancorchè chiarissime, ancorchè
          espressivissime, bellissime, <pb ed="aut" n="1099"/> utilissime, riescono sempre
          affettate, ricercate, stentate, massime nella prosa. Ma i nostri scrittori antichi, ed
          antichissimi, abbondano di parole e modi oggi disusati, che oltre all’essere di
          significato apertissimo a chicchessia, cadono così naturalmente, mollemente, facilmente
          nel discorso, sono così lontani da ogni senso di affettazione o di studio ad usarli, e in
          somma così freschi, (e al tempo stesso bellissimi ec.) che il lettore il quale non sa da
          che parte vengano, non si può accorgere che sieno antichi, ma deve stimarli modernissimi e
          di zecca. Parole e modi, dove l’antichità si può conoscere, ma per nessun conto sentire. E
          laddove quegli altri si possono paragonare alle cose stantivite, rancidite, ammuffite col
          tempo; questi rassomigliano a quelle frutta che intonacate di cera si conservano per
          mangiarle fuor di stagione, e allora si cavano dall’intonacatura vivide e fresche e belle
          e colorite, come si cogliessero dalla pianta. E sebbene dismessi e ciò da lunghissimo
          tempo, o nello scrivere, o nel parlare, o in ambedue, non paiono dimenticati, ma come
          riposti in disparte, e custoditi, per poi ripigliarli. (28. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1100"/> L’uomo non si può muovere neanche alla virtù, se non per solo e
          puro amor proprio, modificato in diverse guise. Ma oggi quasi nessuna modificazione
          dell’amor proprio può condurre alla virtù. E così l’uomo non può esser virtuoso per
          natura. Ecco come l’egoismo universale, rendendo per ogni parte inutile anzi dannoso ogni
          genere di virtù all’individuo, e la mancanza delle illusioni e di cose che le destino, le
          mantengano, le realizzino, producono inevitabilmente l’egoismo individuale, anche
          nell’uomo per indole più fortemente e veramente e vivamente virtuoso. Perchè l’uomo non
          può assolutamente scegliere quello che si oppone evidentemente e <emph>per ogni
          parte</emph> all’amor proprio suo. E perciò gli resta solo l’egoismo, cioè la più brutta
          modificazione dell’amor proprio, e la più esclusiva d’ogni genere di virtù. (28. Maggio
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Chiamano moderne le massime liberali, e si scandalezzano, e ridono che il mondo creda di
          essere oggi solo arrivato al vero. Ma elle sono antiche quanto Adamo, e di più hanno
          sempre durato e dominato, più o meno, e sotto differenti aspetti sino a circa un secolo e
          mezzo fa, epoca vera e sola della perfezione del dispotismo, consistente in gran parte in
          una certa moderazione che lo rende universale, <pb ed="aut" n="1101"/> intero, e durevole.
          Dunque tutta l’antichità delle massime dispotiche, cioè del loro vero ed universale
          dominio nei popoli (generalmente e non individualmente parlando), non rimonta più in là
          della metà del seicento. Ed ecco come quel tempo che corse da quest’epoca sino alla
          rivoluzione, fu veramente il tempo più barbaro dell’Europa civile, dalla restaurazione
          della civiltà in poi. Barbarie dove inevitabilmente vanno a cadere i tempi civili:
          barbarie che prende diversi aspetti, secondo la natura di quella civiltà da cui deriva, e
          a cui sottentra, e secondo la natura de’ tempi e delle nazioni. P. e. la barbarie di Roma
          sottentrata alla sua civiltà e libertà, fu più feroce e più viva: quella dei Persiani fu
          simile nella mollezza e nella inazione e torpore, alla nostra. Ed ecco come il tempo
          presente si può considerare come epoca di un nuovo (benchè debole) risorgimento della
          civiltà. E così le massime liberali si potranno chiamare risorte (almeno la loro
          universalità e dominio); ma non mica inventate nè moderne. Anzi elle sono essenzialmente e
          caratteristicamente antiche, ed è forse l’unica parte in cui l’età presente somiglia
          all’antichità. Puoi vedere in tal proposito la lettera di Giordani a Monti nella <bibl>
            <title>Proposta</title> ec. vol. 1. part. 2. alla voce <emph>Effemeride</emph>
          </bibl>, dove Giordani discorre delle barbarie antiche rinnovate oggi. (28. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1075. Da queste osservazioni risulta che l’uomo senza favella è altresì incapace
          di concepire definitamente e chiaramente una quantità misurata <pb ed="aut" n="1102"/> in
          questo modo: p. e. una lunghezza di cento passi. Giacch’egli non può concepire questo
          numero definito di cento passi. Così discorrete di tutte le altre cose o idee (e sono
          infinite) che l’uomo concepisce chiaramente mediante l’idea de’ numeri. E da ciò solo
          potrete argomentare l’immensa necessità ed influenza del linguaggio, e di un linguaggio
          distinto e preciso ne’ segni, sulle idee e le cognizioni dell’uomo. (28. Maggio 1821.). V.
          p. 1394. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dal pensiero precedente e dagli altri miei sulla influenza somma del linguaggio nella
          ragione e nelle cognizioni, deducete che una delle cause principalissime e generalissime,
          e contuttociò puramente fisiche, della inferiorità delle bestie rispetto all’uomo, e della
          immutabilità del loro stato, è la mancanza degli organi necessari ad un linguaggio
          perfetto, o ad un sistema perfetto di segni di qualunque genere. E mancando degli organi
          mancano anche della inclinazione naturale ad esprimersi per via di segni, e nominatamente
          per via della voce, e de’ suoni. Inclinazione materiale e innata nell’uomo, e che tuttavia
          fu la prima origine del linguaggio. Essendo certo per esperienza che l’uomo, ancorchè
          privo di linguaggio, tende ad esprimersi con suoni inarticolati ec. (28. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1103"/> La poca memoria de’ bambini e de’ fanciulli, che si conosce anche
          dalla dimenticanza in cui tutti siamo de’ primi avvenimenti della nostra vita, e giù giù
          proporzionatamente e gradatamente, non potrebbe attribuirsi (almeno in gran parte) alla
          mancanza di linguaggio ne’ bambini, e alla imperfezione e scarsezza di esso ne’ fanciulli?
          Essendo certo che la memoria dell’uomo è impotentissima (come il pensiero e l’intelletto)
          senza l’aiuto de’ segni che fissino le sue idee, e reminiscenze. (<bibl>V.
            <author>Sulzer</author> ec. nella <title>Scelta di Opusc. interessanti</title>. Milano
            1775. p. 65. fine, e segg.</bibl>) Ed osservate che questa poca memoria non può derivare
          da debolezza di organi, mentre tutti sanno che l’uomo si ricorda perpetuamente, e più
          vivamente che mai, delle impressioni della infanzia, ancorchè abbia perduto la memoria per
          le cose vicinissime e presenti. E le più antiche reminiscenze sono in noi le più vive e
          durevoli. Ma elle cominciano giusto da quel punto dove il fanciullo ha già acquistato un
          linguaggio sufficiente, ovvero da quelle prime idee, che noi concepimmo unitamente ai loro
          segni, e che noi potemmo fissare colle parole. Come la prima mia ricordanza è di alcune
          pere moscadelle che io vedeva, e sentiva nominare al tempo stesso. (28. Maggio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1104"/> Il verbo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic"
          >traher</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic">traer</foreign> che è manifestamente
          il <foreign lang="lat" rend="italic">trahere</foreign> latino, si adopra alcune volte in
          significati somigliantissimi a quelli del latino <foreign lang="lat" rend="italic"
            >tractare</foreign>, e de’ suoi composti <foreign lang="lat" rend="italic">attrectare,
            contrectare</foreign> ec. Come <foreign lang="spa" rend="italic">traer con la mano,
            traer entre las manos</foreign> e simili. Significati ed usi che non hanno niente che
          fare coi significati o usi noti del latino <foreign lang="lat" rend="italic"
          >trahere</foreign>, nè con quelli dell’italiano <emph>trarre</emph> o <emph>tirare</emph>
          (ch’è tutt’uno), nè del francese <foreign lang="fre" rend="italic">tirer</foreign>.
            <foreign lang="spa" rend="italic">Traher</foreign> vale alle volte <emph>dimenare</emph>
          e <emph>muovere</emph> dice il Franciosini in <foreign lang="spa" rend="italic"
          >traher</foreign>. Ora per <emph>dimenare</emph> appunto o in senso simile si adopra
          spesso il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">tractare</foreign>, o l’italiano
            <emph>trattare</emph>, come in Dante ec. V. la Crusca in <emph>Trattare</emph> e
          specialmente par. 5. Ora io penso che questi significati gli avesse antichissimamente il
          verbo <foreign lang="lat" rend="italic">trahere</foreign>, perduti poi nell’uso dello
          scrivere, e conservati però nel volgare, sino a passare ad una lingua vivente, figlia
          d’esso volgare. Ecco com’io la discorro.</p>
        <p>Io dico che il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">tractare</foreign> al quale sono
          effettivamente rimasti i detti significati, deriva da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >trahere</foreign>, e per conseguenza gli aveva da principio ancor questo verbo; e ne
          deriva così. I latini dal participio in <emph>tus</emph> (o dal supino) di molti e molti
          verbi, soleano, troncando la desinenza in <emph>us</emph>, e ponendo quella in
          <emph>are</emph> (o in <emph>ari</emph> se deponente) formare un nuovo verbo, che avea
          forza di esprimere una continuazione, una maggior durata di quell’azione ch’era espressa
          dal verbo primitivo. E in questo modo io dico che tractare deriva da <foreign lang="lat"
            rend="italic">tractus</foreign>, participio di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >trahere</foreign>, e significando fra le altre cose <foreign lang="lat" rend="italic"
            >manu</foreign>
          <pb ed="aut" n="1105"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">versare</foreign>, significa (almeno nell’uso suo
          primitivo) un’azione più continuata di quella che significava, secondo me, il verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">trahere</foreign> preso in questo medesimo senso.
          Veniamo alle prove.</p>
        <p>Prima di tutto, che <foreign lang="lat" rend="italic">tractare</foreign> venga da
            <foreign lang="lat" rend="italic">trahere</foreign> è indubitato, perchè, massime ne’
          più antichi scrittori, quel verbo ha la significazione nota di <foreign lang="lat"
            rend="italic">trahere</foreign>, cioè <emph>trarre, tirare, strascinare</emph>. Così
          anche quella di <emph>distrahere, dilaniare</emph>. (V. il Forcellini.) Dunque derivando
          da <foreign lang="lat" rend="italic">trahere</foreign>, ed avendo le sue significazioni
          note, io dico che quelle altre che ha, e che non paiono appartenere al verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">trahere</foreign>, furono significazioni primitive, ed oggi
          ignote, di questo verbo. Colla differenza che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >tractare</foreign> propriamente significa sempre un’azione più continuata di quelle
          significate da <foreign lang="lat" rend="italic">trahere</foreign>, come si può, volendo,
          osservare anche nei detti significati ch’esso ebbe di <emph>tirare</emph> ec.</p>
        <p>In secondo luogo che i latini avessero questo costume di formare nuovi verbi dai
          participi in <emph>tus</emph> di altri verbi primitivi, e questi nuovi verbi
          significassero la medesima azione che i primitivi, ma più continuata e durevole, lo farò
          chiaro con esempi.</p>
        <p>Da <foreign lang="lat" rend="italic">adspicere</foreign> (verbo composto), participio,
            <pb ed="aut" n="1106"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">adspectus</foreign>, i latini fecero <foreign lang="lat"
            rend="italic">adspectare</foreign>. Ognuno può sentire la maggior durata dell’azione
          espressa da <foreign lang="lat" rend="italic">adspectare</foreign> rispetto a quella di
            <foreign lang="lat" rend="italic">adspicere</foreign>. <quote rend="block">
            <lg lang="lat" rend="italic">
              <l>Cunctaeque profundum</l>
              <l>Pontum adspectabant flentes.</l>
            </lg>
          </quote> dice Virgilio (<bibl>
            <title>Aen.</title> 5-614. seq.</bibl>) delle donne Troiane solitarie sul lido
          Siciliano. Non avrebbe già in questo senso potuto dire <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adspiciebant</foreign>. Così dal semplice di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adspicere</foreign> (cioè <foreign lang="lat" rend="italic">specere</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">spicere</foreign>, verbo antico), participio <foreign
            lang="lat" rend="italic">spectus</foreign>, fecero <foreign lang="lat" rend="italic"
            >spectare</foreign>. Azione evidentemente continuatissima perchè <foreign lang="lat"
            rend="italic">spectantur</foreign> quelle cose che domandano lungo tempo ad essere o
          vedute o esaminate, come gli spettacoli ec. , che non <foreign lang="lat" rend="italic"
            >videntur</foreign>, nè <foreign lang="lat" rend="italic">adspiciuntur</foreign>
          (propriamente), ma <foreign lang="lat" rend="italic">spectantur</foreign> (e notate che
            <foreign lang="lat" rend="italic">adspicere</foreign>, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">specere</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">spicere</foreign>
          negli antichi, significano azione più lunga di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >intueri</foreign> ec. ma <foreign lang="lat" rend="italic">adspectare</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">spectare</foreign> anche più lunga di loro; e così
            <foreign lang="lat" rend="italic">respectare</foreign> dal quale abbiamo
            <emph>rispettare</emph> che non è atto, ma abito, o azione abituale ec. e così gli altri
          composti di <foreign lang="lat" rend="italic">spectare</foreign>). V. p. 2275. ed <bibl>
            <title>Aen.</title> 6. 186.</bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">adspectans</foreign>, e osservane la forza, e nota che
          poteva egualmente dire <foreign lang="lat" rend="italic">adspiciens</foreign>. Così dico
          dei derivati e composti di <foreign lang="lat" rend="italic">spectare</foreign>, come
          appunto <foreign lang="lat" rend="italic">spectaculum</foreign>, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">exspectare</foreign> azione continuata per sua natura, e che deriva da
            <foreign lang="lat" rend="italic">spectare</foreign>, ed esprime quasi il guardare
          lungamente e da lontano, che fa talvolta quegli che aspetta, nello stessissimo modo che lo
          spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">aguardar, aspettare</foreign>. (V. se vuoi la
          p. 1388. fine.)</p>
        <p>Da <foreign lang="lat" rend="italic">raptus</foreign> participio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">rapere</foreign> viene <emph>raptare</emph> cioè <emph>strascinare</emph>,
          azione come ognuno vede, ben più continuata e lunga di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >rapere</foreign>.</p>
        <p>Così da <foreign lang="lat" rend="italic">captus</foreign> participio di <foreign
            lang="lat" rend="italic">capere</foreign>, si fa <pb ed="aut" n="1107"/>
          <emph>captare</emph>, che non importa continuazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >capere</foreign> o <emph>prendere</emph>, perchè l’azione del prendere non si può
          continuare, ma vale <emph>cercar di prendere</emph>, cioè in somma <emph>cercare,
            accattare</emph> e simili; azione continuata. V. il Forcellini. E da <foreign lang="lat"
            rend="italic">acceptus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">accipere,
            acceptare</foreign>, il cui significato continuativo si può vedere nel secondo e 3.<hi
            rend="apice">o</hi> esempio del Forcellini, che significano, non il semplice ricevere,
          ma il costume continuato di ricevere, e dico continuato, e ben diverso dal frequente. V.
          p. 1148. V. <foreign lang="lat" rend="italic">Exceptare</foreign> in <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Georg.</title> 3. 274. e p. 2348</bibl>.</p>
        <p>Da <foreign lang="lat" rend="italic">saltus</foreign> antico participio di <emph>salire</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Intorno ai participii in <emph>tus</emph> de’ verbi neutri o attivi latini, come
              essendo di desinenza passiva, avessero spesso la significazione attiva o neutra,
                <bibl>v. le note del <author>Burmanno</author> al <author>Velleio</author> l. 2. c.
                97. sect. 4</bibl>. Infatti il lat. secondo l’opin. volgare mancherebbe di participi
              passati significanti azione, fuorchè deponenti. V. Forcellini voc. <emph>Musso</emph>.
              fine. e v. <foreign lang="lat" rend="italic">Partus a um</foreign>, e <foreign
                lang="lat" rend="italic">Pransus</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic"
                >Coenatus</foreign>, e p. 2277. 2340.</p>
          </note> (o dal supino <foreign lang="lat" rend="italic">saltum</foreign> ch’è tutt’uno)
          viene <emph>saltare</emph>. E qui la forza (dirò così) continuativa di questa formazione
          di verbi, è manifestissima. Perchè <emph>salire</emph> propriamente vale <foreign
            lang="lat" rend="italic">saltum edere</foreign>, e <emph>saltare</emph>, vale
            <emph>ballare</emph> ch’è una continuazione del <emph>salire</emph>, una serie di salti.</p>
        <p>Così da <foreign lang="lat" rend="italic">cantus</foreign> antico participio di <foreign
            lang="lat" rend="italic">canere</foreign>, abbiamo <emph>cantare</emph>, verbo che
          significava primitivamente un’azione ben più continuata che il <foreign lang="lat"
            rend="italic">canere</foreign>.</p>
        <p>Da <foreign lang="lat" rend="italic">adventus</foreign> antico participio di <foreign
            lang="lat" rend="italic">advenire</foreign> procede <emph>adventare</emph>, che
          significa l’azione continuata di avvicinarsi, o stare per arrivare, laddove <foreign
            lang="lat" rend="italic">advenire</foreign> significa l’atto del giungere o del
          sopravvenire.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1108"/> Del verbo <foreign lang="lat" rend="italic">tentare</foreign> dice
          il Forcellini che deriva <emph>a sup</emph>. <foreign lang="lat" rend="sc">tentum</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">verbi</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="sc">teneo</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Est
          enim</foreign> (notate) <foreign lang="lat" rend="italic">diu et multum tenere ac
            tractare, ut solent quippiam exploraturi</foreign>. V. p. 2344. e p. 1992. principio.</p>
        <p>Così <foreign lang="lat" rend="italic">rictare</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">rictus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">ringi,
          dictare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">dictus</foreign> participio del
          verbo <foreign lang="lat" rend="italic">dicere</foreign>, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">ductare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">ductus</foreign>
          del verbo <foreign lang="lat" rend="italic">ducere</foreign>, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">nuptare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">nuptus</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">nubere</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >flexare</foreign> del vecchio Catone da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >flexus</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">adfectare</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">adfectus</foreign> participio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">adficere</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >adflictare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">adflictus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">adfligere</foreign>; e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >volutare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">volutus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">volvere</foreign>; e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >consultare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">consultus</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">consulere</foreign>; <foreign lang="lat" rend="italic"
            >commentari</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">commentare</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">commentus</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">comminisci</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >comminiscere</foreign>; <foreign lang="lat" rend="italic">natare</foreign> dall’antico
            <foreign lang="lat" rend="italic">natus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >natum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">nare</foreign>; e <foreign
            lang="lat" rend="italic">reptare</foreign> (di cui v. se vuoi, Forcellini) da <foreign
            lang="lat" rend="italic">reptus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >reptum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">repere</foreign>; e <foreign
            lang="lat" rend="italic">offensare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >offensus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">offendere</foreign>; e <foreign
            lang="lat" rend="italic">argutare</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic"
            >argutari</foreign> (v. Forcell.) da <foreign lang="lat" rend="italic">argutus</foreign>
          di <foreign lang="lat" rend="italic">arguere</foreign>; e <foreign lang="lat"
            rend="italic">occultare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >occultus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">occulere</foreign>; e <foreign
            lang="lat" rend="italic">pressare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pressus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">premere</foreign> (gl’ital. i
          franc. ec. e il glossar. hanno anche <emph>oppressare</emph> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">oppressus</foreign>); v. p. 2052. 2349. e <foreign lang="lat"
            rend="italic">vectare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">vectus</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">vehere</foreign>. V. nel Forcellini gli es. i quali
          dimostrano che <foreign lang="lat" rend="italic">subvectare</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">convectare</foreign> denotano propriamente il costume e il
          mestiere di <foreign lang="lat" rend="italic">subvehere</foreign> ec.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sectari</foreign> che importa (chi ben l’osserva)
          un’azione più continuata e durevole che il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sequi</foreign>, deriva senza fallo da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >secutus</foreign>, participio di questo verbo, contratto in <foreign lang="lat"
            rend="italic">sectus</foreign>. O piuttosto da principio dissero <foreign lang="lat"
            rend="italic">secutari</foreign>, e poi per contrazione <foreign lang="lat"
            rend="italic">sectari</foreign>. E acciò che questa sincope non si stimi un mio supposto
          (un ritrovato, un’immaginazione), ecco il verbo francese <foreign lang="fre" rend="italic"
            >exécuter</foreign>, e lo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic"
          >executar</foreign>, vale a dire in latino <foreign lang="lat" rend="italic"
          >executari</foreign>, composto di <foreign lang="lat" rend="italic">secutari</foreign>.
          Anzi io credo che questa prima forma del verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sectari</foreign> abbia durato nel volgare latino fino all’ultimo; e lo credo tanto a
          cagione dei detti verbi francese e spagnuolo, quanto perchè il nostro
          <emph>seguitare</emph> non par che derivi da altro che da <foreign lang="lat"
            rend="italic">secutari</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sequutari</foreign>, come <emph>seguire</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sequi</foreign>. Giacchè da <foreign lang="lat" rend="italic">sectari</foreign> non
          avremmo fatto <emph>seguitare</emph>, ma <emph>settare</emph>, come <emph>affettare</emph>
          da <foreign lang="lat" rend="italic">adfectare</foreign>, <pb ed="aut" n="1109"/> e così
          altre infinite parole. Del resto anche <emph>seguitare</emph> presso noi ha propriamente
          un senso più continuato che <emph>seguire</emph>. V. p. 2117. fine.</p>
        <p>Sia poi che l’antico volgare latino, o che quello de’ tempi bassi, o quelli finalmente
          che ne derivarono, li ponessero in uso; certo è che le nostre lingue figlie della latina
          abbondano di verbi formati dal participio di altri verbi simili latini antichi, laddove
          questi nuovi verbi non si trovano nella buona latinità; come <emph>usare</emph> (Glossar.)
            <emph>abusare</emph> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic">usus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">uti</foreign>, ec. , <emph>inventare</emph> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">inventus</foreign> participio d’ <foreign lang="lat"
            rend="italic">invenio</foreign>, <emph>infettare</emph> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">infectus</foreign> participio d’ <foreign lang="lat" rend="italic"
          >inficio</foreign>, <emph>traslatare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >translatus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">transferre</foreign>, benchè
          da questo verbo gl’italiani abbiano anche <emph>trasferire</emph>;
          (<emph>translatare</emph> è nel Glossario.) <emph>fissare</emph> e <emph>ficcare</emph>
            (<foreign lang="lat" rend="italic">fixer, fixar</foreign>) da <foreign lang="lat"
            rend="italic">fixus</foreign> ec. (Glossar. <foreign lang="lat" rend="italic">fixare
            oculos</foreign>.); <emph>disertare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >déserter</foreign> ec.;<foreign lang="spa" rend="italic">despertar</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">experrectus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >expergiscere</foreign>; v. p. 2194; <emph>votare</emph> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">votus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">vovere</foreign>;
          (Glossar.) da <foreign lang="lat" rend="italic">junctus</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">jungere</foreign> lo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic"
          >juntar</foreign>, (non è nel Glossar. bensì <foreign lang="spa" rend="italic"
          >Juncta</foreign> per <emph>Giunta</emph>, voce presa da scrittori spagnuoli
          latinobarbarici); <emph>invasare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >invasus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">invadere</foreign>; (il Gloss. ha
            <foreign lang="lat" rend="italic">invasatus</foreign>, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">obsessus a daemone</foreign>) <emph>confessare</emph> (Glossar.) da
            <foreign lang="lat" rend="italic">confessus</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">confiteri</foreign>; e così mille altri. V. p. 1527. e 2023. (I due primi
          verbi non si trovano nel Du Fresne). V. p. 1142. Parecchi de’ quali stanno nelle lingue
          nostre in cambio de’ loro primitivi latini, usciti d’uso, e pare che nel formarli non si
          avesse più riguardo alla natura de’ verbi continuativi.</p>
        <p>A questo proposito tornerà bene di avvertire una svista del Monti (<bibl>
            <title>Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocab. della Crusca</title>. vol. 1.
            par. 2. Milano 1818.</bibl> alla v. <emph>allettare</emph>. p. 42. seg.), il quale dice
          e sostiene che il nostro <quote>
            <emph rend="sc">allettare</emph>
          </quote> (e per conseguenza il latino <foreign lang="lat" rend="italic"
          >adlectare</foreign> ch’è lo stesso che il nostro, come afferma lo stesso Monti p. 43.) <quote>
            <emph>viene da</emph>
            <emph rend="sc">letto</emph>, <emph>come da</emph>
            <emph rend="sc">latte allattare</emph>, <emph>da</emph>
            <emph rend="sc">esca adescare</emph>, <emph>da</emph>
            <emph rend="sc">lena allenare</emph>
            <emph>ed altri a man piena</emph>
          </quote>; che significa <emph>Dar letto</emph>, e <quote>
            <emph>Perchè poi il letto è riposo, e il riposarsi è soavissima e giocondissima cosa,
                <pb ed="aut" n="1110"/> ne seguì che</emph>
            <emph rend="sc">allettare</emph>, <emph>ossia</emph>
            <emph rend="sc">apprestare il letto</emph>, <emph>divenne subito per metafora</emph>
            <emph rend="sc">invitar con lusinghe</emph>; <emph>e a poco a poco la prepotente forza
              dell’uso fe’ sì che il senso traslato si mise in luogo del proprio e ne usurpò le
              funzioni. Questa etimologia, se per avventura non è tortamente dedotta, potrebbe di
              leggieri aprire la strada a trovare anche l’altra di</emph>
            <emph rend="sc">dilettare</emph>
            <emph>e</emph>
            <emph rend="sc">diletto</emph>
            <emph>con tutti i lor derivati</emph>
          </quote>, per conseguenza (dico io) del latino <foreign lang="lat" rend="italic"
            >delectare, illectare, oblectare</foreign> e simili. E nega che questi verbi abbiano
          niente che fare con <foreign lang="lat" rend="italic">allicere</foreign> al quale dà
          tutt’altra etimologia. (p. 44.)</p>
        <p>Lascio stare che quel significato metaforico, e la successiva metamorfosi del significato
          di <emph>allettare</emph>, se a lui par naturale, a me pare del solito conio delle
          etimologie famosissime, e che tutto il filo de’ suoi ragionamenti si romperebbe e
          troncherebbe facilmente per esser troppo sottile e debole in questo punto. Ma egli non ha
          veduto che <foreign lang="lat" rend="italic">adlectare</foreign> (e quindi
          <emph>allettare</emph>) fu formato da <foreign lang="lat" rend="italic">adlectus</foreign>
          participio di <foreign lang="lat" rend="italic">adlicio</foreign> nello stessissimo modo
          che i tanti verbi soprammentovati, e i tanti altri che si potrebbero mentovare. Ora
            <emph>allettare</emph> è azione continuata, e così <foreign lang="lat" rend="italic"
            >oblectare</foreign> che significa <emph>trastullare</emph> ec. e così
          <emph>dilettare</emph> ec. Laddove <foreign lang="lat" rend="italic">adlicere</foreign> è
          propriamente l’atto del tirare, prendere, <pb ed="aut" n="1111"/> indurre colle lusinghe.
          E il suo semplice <foreign lang="lat" rend="italic">lacio</foreign> che significa
            <emph>ingannare, indurre in fraude</emph> è parimente significativo di azione non
          continuata. Laddove <foreign lang="lat" rend="italic">lactare</foreign> formato da
            <foreign lang="lat" rend="italic">lacere</foreign> (diverso da quello formato da
            <emph>lac</emph>) significa propriamente un’azione continuata, appresso a poco la stessa
          che <emph>adlectare</emph> o <emph>allettare</emph>. V. p. 2078. Giacchè anche
          nell’etimologia del verbo <foreign lang="lat" rend="italic">adlicere</foreign> s’inganna
          il Monti (p. 44.) facendolo derivare dal <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">licium</foreign>
          </quote> o <quote>
            <emph>liccio degl’incantamenti amorosi. La sua etimologia</emph>
          </quote>, dic’egli, <quote>
            <emph>di cui non trovo chi sappia darmi un sol cenno, a tutto mio credere è
            questa</emph>
          </quote>. Ma avrebbe trovata la vera etimologia nel Forcellini v. <foreign lang="lat"
            rend="italic">allicio</foreign>, e v. <foreign lang="lat" rend="italic">lacio.
          Adlicio</foreign> dunque (come <foreign lang="lat" rend="italic">inlicio</foreign> ec.
          ec.) è composto di <foreign lang="lat" rend="italic">ad</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">lacio</foreign> (che deriva da <foreign lang="lat" rend="italic">lax,
            fraus</foreign>) mutata per la composizione la <emph>a</emph> in <emph>i</emph>, come in
            <foreign lang="lat" rend="italic">adficio</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >facio</foreign>, in <foreign lang="lat" rend="italic">adjicio</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">jacio</foreign> ec. ec. Del resto sebben diciamo volgarmente e
          comunemente <emph>allettare</emph> per porre a letto, e <emph>allettarsi</emph> per
          mettersi a letto, questo è un verbo tanto differente dall’<foreign lang="lat"
            rend="italic">adlectare</foreign>, sebbene uniforme nel suono, quanto è differente nel
          significato e nell’origine, e uniforme nel suono, <emph>letto</emph> participio di
            <emph>leggere</emph>, da <emph>letto</emph> nome sostantivo. V. il passo di Cicerone
          addotto dal Monti, e provati di sostituirvi <foreign lang="lat" rend="italic"
          >adlicere</foreign> ad <foreign lang="lat" rend="italic">adlectare</foreign>, se il puoi.
          In luogo che <foreign lang="lat" rend="italic">adlectare</foreign> venga da <foreign
            lang="lat" rend="italic">lectus</foreign>, (Festo) dubito che <foreign lang="lat"
            rend="italic">lectus</foreign> (sustantivo) venga da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adlicere</foreign>. Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Lectus i</foreign>.</p>
        <p>Non bisogna confondere questo genere di verbi che io chiamo continuativi, e che
          significano continuazione o maggior durata dell’azione espressa da’ loro verbi originari,
          con quello de’ verbi frequentativi, <pb ed="aut" n="1112"/> che importano frequenza della
          medesima azione, e hanno al tempo stesso una certa forza diminutiva. Questi (lasciando i
          frequentativi coll’infinito in <emph>essere</emph> che non possono esser confusi co’
          nostri continuativi) si formano essi pure dal participio in <emph>us</emph> o dal supino
          in <emph>um</emph>, di altri verbi, troncandone la desinenza, ma sostituendo in sua vece
          non la semplice terminazione infinita <emph>are</emph>, o <emph>ari</emph>, bensì quella
            d’<emph>itare</emph>, o <emph>itari</emph> se il verbo da cui si formano è deponente (o
          passivo.) Così da <foreign lang="lat" rend="italic">lectus</foreign> participio di
            <foreign lang="lat" rend="italic">legere, lectitare</foreign>; così da <foreign
            lang="lat" rend="italic">victus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >victum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">vivere</foreign>, <foreign
            lang="lat" rend="italic">victitare</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >missus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">mittere, missitare</foreign>; da
            <foreign lang="lat" rend="italic">scriptus</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">scribere, scriptitare</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >esus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">edere</foreign>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">esitare</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic">sessus</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">sessum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sedere, sessitare</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic">emptus</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">emere, emptitare</foreign>; da <foreign lang="lat"
            rend="italic">factus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">facio,
          factitare</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic">territus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">terreo, territare</foreign>; da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ventus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">venio</foreign>, (o
          dal sup. <foreign lang="lat" rend="italic">ventum</foreign>), <foreign lang="lat"
            rend="italic">ventitare</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic">lusus</foreign>
          di <foreign lang="lat" rend="italic">ludere, lusitare</foreign>; da <foreign lang="lat"
            rend="italic">haesus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">haesum</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">haerere</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >haesitare</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic">sumptus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">sumere, sumptitare</foreign>; da <foreign lang="lat"
            rend="italic">risus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">ridere,
          risitare</foreign> di Nevio. Eccetto però il caso che il participio o supino di quel verbo
          dal quale si doveva formare il frequentativo, cadesse in <emph>itus</emph> o
          <emph>itum</emph>, che allora sarebbe stato assai duro aggiungendo la terminazione
            <emph>itare</emph>, o <emph>itari</emph>, fare <emph>ititare</emph>, o
          <emph>ititari</emph>. In questo caso dunque troncata la desinenza <emph>us</emph> o
            <emph>um</emph> del participio del supino aggiungevano la semplice desinenza
          <emph>are</emph> o <emph>ari</emph>, con che però il frequentativo veniva nè più nè meno a
          cadere in <emph>itare</emph> o <emph>itari</emph>. Così da <foreign lang="lat"
            rend="italic">venditus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">vendere</foreign>
          facevano <foreign lang="lat" rend="italic">venditare</foreign> (non <foreign lang="lat"
            rend="italic">vendititare</foreign>); da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >meritus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">merere, meritare</foreign>; (il
          quale par continuativo e talora denotante costume), da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pavitus</foreign> antico part. di <foreign lang="lat" rend="italic">pavere,
          pavitare</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic">solitus</foreign> ec. <foreign
            lang="lat" rend="italic">solitare</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >latitus</foreign>, antico participio, o da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >latitum</foreign> antico sup. di <foreign lang="lat" rend="italic">latere</foreign>,
          fecero <foreign lang="lat" rend="italic">latitare</foreign>; <pb ed="aut" n="1113"/> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">monitus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >monere, monitare</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic">domitus</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">domare, domitare</foreign>; da <foreign lang="lat"
            rend="italic">dormitus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">dormitum</foreign>
          di <foreign lang="lat" rend="italic">dormire, dormitare</foreign>; da <foreign lang="lat"
            rend="italic">licitus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">liceri</foreign>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">licitari</foreign>; da <foreign lang="lat"
            rend="italic">vomitus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">vomere</foreign>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">vomitare</foreign>; da <foreign lang="lat"
            rend="italic">territus, territare</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >itus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">itum</foreign> del verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">ire</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >itare</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic">pollicitus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">polliceri, pollicitari</foreign>; da <foreign lang="lat"
            rend="italic">exercitus</foreign> part. di <foreign lang="lat" rend="italic">exercere,
            exercitare</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic">citus</foreign> part. di
            <foreign lang="lat" rend="italic">cieo, citare</foreign>, e i suoi composti; da <foreign
            lang="lat" rend="italic">strepitus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >strepitum</foreign> antico supino o participio di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >strepere</foreign>, e da <foreign lang="lat" rend="italic">crepitus</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">crepitum</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">crepare, strepitare</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >crepitare</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic">scitus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">sciscere</foreign> o di <foreign lang="lat" rend="italic">scire
            scitari, sciscitare</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">sciscitari</foreign>;
          da <foreign lang="lat" rend="italic">noscitus</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">noscitum</foreign> antico sup. o part. di <foreign lang="lat"
            rend="italic">noscere, noscitare</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >agitus</foreign> antico particip. di <foreign lang="lat" rend="italic">agere</foreign>,
          contratto poscia in <foreign lang="lat" rend="italic">agtus</foreign>, e finalmente mutato
          in <foreign lang="lat" rend="italic">actus, agitare</foreign>. La quale eccezione merita
          d’esser notata, giacchè in questi casi la formazione de’ frequentativi non differisce da
          quella de’ continuativi, e si potrebbero confonder tra loro. Ed anche qualche verbo
          terminato in itare o itari, ma formato da un participio o sup. in <emph>itus</emph> o
            <emph>itum</emph>, apparterrà o sempre o talvolta ai continuativi, (come p. e. <foreign
            lang="lat" rend="italic">agitare, domitare</foreign> ec. e v. Forcellini in <foreign
            lang="lat" rend="italic">tinnito</foreign>) vale a dire non cadrà in detta desinenza, se
          non per esser derivato da un tal participio o supino. V. p. 1338. principio. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Minitari</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >minitare</foreign> formati da <foreign lang="lat" rend="italic">minatus</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">minari</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >minare</foreign>, sono così fatti o per contrazione, e troncamento non solo
            dell’<emph>us</emph> ma dell’<emph>atus</emph> del participio, affine di sfuggire il
          cattivo suono <emph>atitare</emph>; o per mutazione dell’<emph>a</emph> del participio in
            <emph>i</emph>, fatta allo stesso effetto. Similmente <foreign lang="lat" rend="italic"
            >rogitare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">rogatus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">rogare, coenitare</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">coenatus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">coenare</foreign>.
          V. p. 1154. V. p. 1656. capoverso 1.</p>
        <p>Mi sono allungato in questo discorso, ed ho voluto spiegare distintamente tutte queste
          cose, perchè non mi paiono osservate dai Gramatici nè da’ vocabolaristi. Il Forcellini
          chiama indifferentemente frequentativi, tanto i verbi in <emph>itare</emph> o
          <emph>itari</emph>, come quelli che io chiamo continuativi. E s’inganna, perchè <pb
            ed="aut" n="1114"/> la differenza sì della formazione sì del significato, fa chiara la
          differenza di queste due sorte di verbi. P. e. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >raptare</foreign>, ch’egli chiama frequentativo di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >rapere</foreign> e che significa <emph>strascinare</emph>, ognun vede che quest’azione
          non è frequente ma continuata. E se i latini avessero voluto fare un frequentativo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">rapere</foreign>, dal participio <foreign lang="lat"
            rend="italic">raptus</foreign> avrebbero fatto <foreign lang="lat" rend="italic"
            >raptitare</foreign> e non <foreign lang="lat" rend="italic">raptare</foreign>, anzi
          Gellio fa menzione effettivamente di tal verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >raptitare</foreign>, 9.6. nel qual luogo puoi vedere molti esempi di tali frequentativi
          in <foreign lang="lat" rend="italic">itare</foreign> formati (com’egli pur nota) da’
          participii de’ verbi originarii. E i verbi <foreign lang="lat" rend="italic">augere,
            salire, jacere, prehendere</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">prendere,
            currere, mergere, defendere, capere, dicere, ducere, facere, vehere, venire, pendere,
            gerere</foreign> e altri tali che hanno i loro continuativi, <foreign lang="lat"
            rend="italic">auctare, saltare, iactare, prehensare o prensare, cursare, mersare,
            defensare, captare, dictare, ductare</foreign> (che i gramatici chiamano contrazione di
            <foreign lang="lat" rend="italic">ductitare</foreign> e sbagliano), v. p. 2340. <foreign
            lang="lat" rend="italic">factare, vectare, ventare, pensare, gestare</foreign>, formati
          tutti dal loro participio o supino, secondo le leggi da noi osservate; hanno pure i
          frequentativi <foreign lang="lat" rend="italic">auctitare, saltitare, iactitare,
            prensitare, cursitare, mersitare, defensitare, captitare, dictitare, ductitare,
            factitare, vectitare, ventitare, pensitare, gestitare</foreign>, distinti per forma e
          per significato proprio dai detti continuativi, e non derivati (certo ordinariamente) da
          questi, (come va dicendo qua e là il Forcellini) ma immediatamente da’ verbi originarii.
          V. p. 1201. Il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">videre</foreign>, da cui nasce il
          verbo continuativo anomalo <foreign lang="lat" rend="italic">visere</foreign> (in luogo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">visare</foreign>), ha pure il suo frequentativo
            <foreign lang="lat" rend="italic">visitare</foreign>, dal participio <pb ed="aut"
            n="1115"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">visus</foreign> comune a <foreign lang="lat"
            rend="italic">videre</foreign> col suo continuativo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >visere</foreign>, e ciò per anomalia. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Legere</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">scribere</foreign>, che hanno i loro
          frequentativi ec. si crede ancora che abbiano i continuativi <foreign lang="lat"
            rend="italic">lectare</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">scriptare</foreign>
          de’ quali v. il Forcellini v. <foreign lang="lat" rend="italic">Lecto</foreign>, che non
          sono frequentativi, nè lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic">lectitare</foreign>
          e <foreign lang="lat" rend="italic">scriptitare</foreign>, come dice esso Forcellini ib. e
          v. <foreign lang="lat" rend="italic">Scripto</foreign>. Così pure del verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">vivere</foreign> che ha il frequentativo <foreign lang="lat"
            rend="italic">victitare</foreign>, credono alcuni di trovare in Plauto <foreign
            lang="lat" rend="italic">victare</foreign> (<bibl>
            <title>Captiv.</title>
            <hi rend="sc">i</hi>.1. V. 15.</bibl>) Da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >prandere</foreign> che ha il frequentativo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pransitare</foreign>, noi abbiamo <foreign lang="lat" rend="italic">pransare</foreign>
          che oggi si dice <emph>pranzare</emph>, ma <emph>pranso</emph> agg. o partic. e sost. si
          trova nel Caro e in Dante. (<bibl>
            <author>Alberti</author>
          </bibl>) V. i Diz. spagnuoli. V. p. 2194. V. p. 1140. e 2021. Da <foreign lang="lat"
            rend="italic">mansus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">manere</foreign> si
          ha <foreign lang="lat" rend="italic">mantare</foreign> (per <foreign lang="lat"
            rend="italic">mansare</foreign>), e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >mansitare</foreign>. V. p. 2149. fine.</p>
        <p>Anzi non solo i gramatici non distinguono ch’io sappia il frequentativo dal continuativo,
          ma neppur conoscono, per quello ch’io sappia, questo genere di verbi, che è pur così
          numeroso, e importante, e che io chiamo continuativo con voce nuova, perchè nuova è
          l’osservazione.</p>
        <p>Ben è tanto vero, quanto naturale e inevitabile che le significazioni e proprietà
          primitive de’ verbi continuativi, frequentativi, originarii, furono molte volte confuse
          nell’uso, non solo della barbara latinità, o delle lingue figlie, ma degli stessi buoni ed
          ottimi scrittori, massime da’ non antichissimi. E si adoperò p. e. il continuativo nel
          significato del suo primo verbo; o perduto il primo verbo restò solo il continuativo, e
          s’adoprò in vece di quello (come noi italiani, francesi ec. diciamo <emph>saltare</emph>
          ec. per quello che i buoni latini dicevano <emph>salire</emph>, verbo oggi perduto in
          questa significazione, e trasferito ad un’altra ec. ec. v. p. 1162. e per lo latino
            <emph>saltare</emph>, diciamo <emph>ballare, danzare</emph> ec.); o forse anche il
          continuativo talvolta prese la forza del <pb ed="aut" n="1116"/> frequentativo, o qualche
          volta viceversa; o finalmente il verbo positivo si adoprò in vece del continuativo
          disusato o no. Differenze menome, e quasi metafisiche, difficilissime o impossibili a
          conservarsi nelle lingue anche coltissime, e studiatissime; e gelosissime, anzi
          severissime della proprietà, come la latina; e che dileguandosi appoco appoco, danno luogo
          alla nascita de’ sinonimi, de’ quali v. p. 1477. segg. E il Forcellini nota molte volte
          che il tale e tale frequentativo è spesso ed anche sempre usato nel senso medio del suo
          positivo, nè perciò veruno dubita o dell’esistenza di questo genere di verbi, o che quei
          tali non sieno frequentativi propriamente e originariamente. I verbi formati nuovamente
          da’ participi nelle lingue figlie della latina, non hanno ordinariamente se non la forza
          del positivo latino. V. p. 2022.</p>
        <p>Questa facoltà de’ continuativi, è una delle bellissime facoltà, non ancora osservata,
          con cui la lingua latina diversificando regolarmente i suoi verbi e le sue parole, le
          adattava ad esprimere con precisione le minute differenze delle cose, e traeva dal suo
          fondo tutto il possibile partito, applicandolo con diverse e stabilite inflessioni e
          modificazioni a tutti i bisogni del linguaggio; e si serviva delle sue radici per cavarne
          molte e diverse significazioni, distintissime, chiare, certe, e senza confusione; e
          moltiplicava con sommo artifizio e poca spesa la sua ricchezza, e accresceva la sua
          potenza. Questa facoltà manca alla lingua italiana, la qual pure si è fatti i suoi nuovi
          verbi frequentativi e diminutivi, formandoli da’ verbi originarii con modificazioni di
          desinenza. Verbi derivati, che ora hanno la sola forza frequentativa, come appunto
            <emph>spesseggiare</emph> e <emph>pazzeggiare, passeggiare</emph> ec.
          <emph>punteggiare</emph>, da <emph>punto</emph> o da <emph>pungere</emph> ec. ora la sola
          diminutiva, come <emph>tagliuzzare, sminuzzolare, albeggiare</emph>
          <pb ed="aut" n="1117"/> (formato però non da altro verbo, ma da nome, come altri pure de’
          precedenti; che così pure usa felicemente l’italiano) <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. in questo proposito p. 1240-42. e nota che i verbi in <emph>eggiare</emph>, par
              che almeno talvolta abbiano un valore effettivamente continuativo, come
                <emph>fronteggiare, scarseggiare</emph> e molti, ma molti altri, e in diversi sensi
                <emph>continui</emph>, ben distinguibili dal <emph>frequente</emph> e dal
              diminutivo: <emph>biancheggiare, rosseggiare</emph>, neutri ec.</p>
          </note>, <emph>arsicciare</emph> (siccome in lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ustulare</foreign>, che anche i latini hanno i loro verbi puramente diminutivi); ora
          l’una e l’altra insieme al modo de’ verbi latini in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >itare</foreign>, come <emph>canticchiare, canterellare, formicolare</emph> ec. (v. il
          Monti a questa voce, e alla v. frequentativo). E di altre tali formazioni di verbi e
          d’altre voci; formazioni arditissime, utilissime a significare le differenze delle cose, e
          moltiplicare l’uso delle radici, senza confondere i significati, abbonda la lingua
          italiana in modo singolare, e più (credo io) che la latina, e la stessa greca. Ma de’
          continuativi manca affatto, se alle volte non dà (come mi pare) questo o simile
          significato a qualche frequentativo, o vogliamo spesseggiativo. V. p. 1155. Manca pure,
          cred’io, la detta facoltà alla lingua greca, sì gran maestra nel diversificare e
          modificare le sue radici, e moltiplicare le significazioni; ma per affermarlo mi
          bisognerebbe più lunga considerazione. E nella stessa lingua latina, ch’ebbe questa bella
          facoltà da principio, sembra che poi andasse in disuso, e in dimenticanza, continuando
          forse talvolta ad usarsi, con formare nuovi verbi di tal fatta, ma con una nozione confusa
          e non precisa del valore di tal formazione, e con significato non ben distinto dagli altri
          verbi; come fecero pure de’ continuativi già formati e introdotti. <pb ed="aut" n="1118"/>
          Giacchè negli stessi antichi gramatici o filologi latini de’ migliori secoli, non trovo
          notizia nè osservazione positiva di questa proprietà della loro lingua. V. p. 1160.</p>
        <p>Vo anche più avanti e dico che, secondo me, quasi tutti i verbi latini terminati
          nell’infinito in <emph>tare</emph> o <emph>tari</emph> (dico <emph>tare</emph>, non
            <emph>itare</emph>) non sono altro che continuativi di un verbo positivo o noto o ignoto
          oggidì, e spesso andato anticamente in disuso, restando solo i suoi derivati, o il suo
          continuativo, adoperato quindi bene spesso in vece sua. E credo che l’infinito di detti
          verbi in <emph>tare</emph> o <emph>tari</emph>, indichino il participio del verbo
          positivo, o il supino, troncando la desinenza in <emph>are</emph> o <emph>ari</emph>, e
          ponendo quella in <emph>us</emph> o in <emph>um</emph>. Come <foreign lang="lat"
            rend="italic">optare</foreign>, secondo me, dinota un participio <foreign lang="lat"
            rend="italic">optus</foreign> di un verbo primitivo e sconosciuto, di cui <foreign
            lang="lat" rend="italic">optare</foreign> sia il continuativo. E mi conferma in questa
          opinione il vedere in alcuni di questi verbi conservato per anomalia come abbiamo notato
          in <foreign lang="lat" rend="italic">visere</foreign>, un participio che non pare
          appartenente se non ad un altro verbo primitivo, e dal qual participio medesimo io credo
          formato quel verbo che rimane. Per esempio il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >potare</foreign>, che, oltre <foreign lang="lat" rend="italic">potatus</foreign>, ha il
          participio <foreign lang="lat" rend="italic">potus</foreign>. Io credo che questo
          participio anomalo in detto <pb ed="aut" n="1119"/> verbo, non sia contrazione di <foreign
            lang="lat" rend="italic">potatus</foreign>, come dicono i gramatici, ma participio
          regolare di un verbo che avesse il perfetto <foreign lang="lat" rend="italic"
          >povi</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">motus</foreign> ha il perfetto
            <foreign lang="lat" rend="italic">movi, fotus</foreign> ha <foreign lang="lat"
            rend="italic">fovi, votus vovi, notus novi</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">nosco</foreign>, di cui <foreign lang="lat" rend="italic">notare</foreign>
          è continuativo, e fa nel participio non già <foreign lang="lat" rend="italic"
          >notus</foreign> ma <foreign lang="lat" rend="italic">notatus</foreign>. E la prima voce
          indicativa di detto verbo originario di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >potare</foreign>, sarebbe stata <emph>poo</emph>, chè appunto da <foreign lang="grc"
          >πόω</foreign> verbo greco antico e disusato in questa e nella più parte delle sue voci,
          stimano i gramatici che derivi <foreign lang="lat" rend="italic">potare</foreign>. (<bibl>
            <author>Forcellini</author>.</bibl>) Ed osservo che la propria significazione di
            <foreign lang="lat" rend="italic">potare</foreign> è infatti continuativa, e denota
          azione più lunga che il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">bibere</foreign>, come può
          sentire ogni orecchio avvezzo alla buona e vera latinità. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Saepe est largius vino indulgere, poculis deditum esse</foreign>, dice il
          Forcellini di esso verbo. Onde <foreign lang="lat" rend="italic">potatio</foreign> non è
          propriamente <emph>il bere</emph> ma <emph>beveria</emph> ec. cioè un <emph>bere</emph>
          continuato, come si può vedere ne’ due primi esempi del Forcellini, che sono di Plauto e
          Cicerone laddove nel terzo ch’è di Seneca, vale lo stesso che <foreign lang="lat"
            rend="italic">potio</foreign>, cioè <emph>bevuta</emph>, per la improprietà di quello
          scrittore più moderno, e meno accurato. E vedete appunto che <foreign lang="lat"
            rend="italic">potio</foreign> parola derivata da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >potus</foreign> participio del verbo perduto ch’io dico, significa azione poco
          continuata, cioè una semplice bevuta: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Cum ipse poculum dedisset</foreign>
          </quote>, <pb ed="aut" n="1120"/>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">subito illa in media potione exclamavit</foreign>
          </quote>, (<bibl>
            <author>Cic.</author>
          </bibl>) cioè nell’atto di bere. Laddove <foreign lang="lat" rend="italic"
          >potatio</foreign> formata da <foreign lang="lat" rend="italic">potatus</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">potare</foreign>, significa <emph>beveria</emph>, come
          ho detto, e non si potrebbe propriamente e convenientemente esprimere con una voce formata
          dal verbo <foreign lang="lat" rend="italic">bibere</foreign>. Osservazione, secondo me,
          assai forte, e che serve a dimostrare e confermare sì l’esistenza del detto verbo
          originario di <foreign lang="lat" rend="italic">potare</foreign>, ed avente il participio
            <foreign lang="lat" rend="italic">potus</foreign>, sì tutta la mia teoria de’ verbi
          continuativi.</p>
        <p>Rechiamo un altro esempio di tali participi anomali dinotanti l’esistenza di un verbo
          primitivo, di cui quel verbo che resta ed ha detto participio, è, al mio credere, il
          continuativo. <foreign lang="lat" rend="italic">Auctare</foreign>, come vedemmo p. 1114. è
          continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">augere</foreign> dal suo participio
            <foreign lang="lat" rend="italic">auctus</foreign>, ed ha il participio <foreign
            lang="lat" rend="italic">auctatus. Mactare</foreign> è lo stesso che <foreign lang="lat"
            rend="italic">magis auctare</foreign>, ma oltre <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mactatus</foreign>, ha il participio <foreign lang="lat" rend="italic"
          >mactus</foreign>. E siccome <foreign lang="lat" rend="italic">mactatus</foreign> è
            <foreign lang="lat" rend="italic">magis auctatus</foreign>, così <foreign lang="lat"
            rend="italic">mactus</foreign> (e lo dice espressamente Festo) è <foreign lang="lat"
            rend="italic">magis auctus</foreign>. Ecco dunque evidente un antico e disusato verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">magere</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >maugere</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">magis augere</foreign>, di cui
            <foreign lang="lat" rend="italic">mactus</foreign> è il participio, e <foreign
            lang="lat" rend="italic">mactare</foreign> il continuativo formato dal participio
            <foreign lang="lat" rend="italic">mactus</foreign> che impropriamente se gli
          attribuisce. V. p. 1938. capoverso 1. e p. 2136. e 2341.</p>
        <p>Il verbo <emph>stare</emph>, secondo me, indubitatamente è continuativo del verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">esse</foreign> formato da un antico participio o
          supino di questo verbo, come <foreign lang="lat" rend="italic">stus</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">stum</foreign>, <pb ed="aut" n="1121"/> piuttosto da <foreign
            lang="lat" rend="italic">situs</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >situm</foreign>, contratto in <emph>stus</emph> o <emph>stum</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. anche il Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">Lito as</foreign>, principio,
              e in <foreign lang="lat" rend="italic">Luo is</foreign>, fine.</p>
          </note>. O forse da prima si disse <foreign lang="lat" rend="italic">sitare</foreign>,
          come <foreign lang="lat" rend="italic">secutari</foreign>, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">solutare</foreign> da cui <emph>soltar</emph> per <emph>solvere</emph>,
          come ho detto p. 1527. e <emph>voltare</emph> per <emph>volutare</emph> ec. L’analogia fra
          il verbo <emph>essere</emph> e <emph>stare</emph> si vede nel nostro particolare
            <emph>stato</emph> di <emph>essere</emph>, e nel franc. <foreign lang="fre"
            rend="italic">été</foreign>, sebbene i francesi non hanno il verbo <emph>stare</emph>.
          Del qual participio <foreign lang="lat" rend="italic">situs</foreign> abbiamo un indizio
          manifesto nel <foreign lang="spa" rend="italic">sido</foreign> spagnuolo, ch’è participio
          appunto di <emph>ser essere</emph>. E forse sussiste ancora il detto participio nel
            <foreign lang="lat" rend="italic">situs</foreign> dei latini che significa collocato, ma
          che spesso è usurpato dagli scrittori in significato somigliantissimo a quello di un
          participio del verbo <emph>essere</emph>, e che il Vossio con pessima grazia fa derivare
          da <emph>sinere</emph>. È noto che presso Plauto (<bibl>
            <title>Curcul.</title>
            <hi rend="sc">i</hi>.1. 89.</bibl>) alcuni leggono <foreign lang="lat" rend="italic"
            >site</foreign> in significato di <foreign lang="lat" rend="italic">este</foreign>, dal
          che verrebbe <foreign lang="lat" rend="italic">situs</foreign>, così naturalmente come
            <foreign lang="lat" rend="italic">auditus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >audite</foreign>; e che l’antica congiugazione del presente indicativo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">esse</foreign>, era, secondo Varrone, (<bibl>
            <title>de L. L.</title> l. 8. c. 57.</bibl>) <foreign lang="lat" rend="italic">esum,
            esis, esit; esumus, esitis, esunt</foreign>. Del rimanente lo stesso Forcellini
          avvertendo che il verbo <emph>stare</emph> si trova adoperato più volte in luogo di
            <emph>esse</emph>, soggiunge, <foreign lang="lat" rend="italic">cum aliqua
            significatione diuturnitatis</foreign> (v. <emph>sto</emph>), (e ne reca gli esempi),
          cioè, dico io, secondo la primitiva proprietà di esso verbo che è continuativo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">esse. Adsentari</foreign> che il Forcell. dice esser lo stesso
          che <foreign lang="lat" rend="italic">adsentiri</foreign>, forse non è altro che un suo
          continuativo o frequentativo anomalo o contratto da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adsentitari</foreign> o per <foreign lang="lat" rend="italic">adsensari</foreign>. Nel
          Glossario Isidoriano (<bibl>op. <author>Isid.</author> t. ult. p. 487.</bibl>) si trova:
            <foreign lang="lat" rend="sc">sentitare</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">in
            animo sensim diiudicare</foreign>. V. p. 2200. V. p. 1155. e p. 2145. fine e p. 2324.
          fine.</p>
        <p>A me par di poter asserire, 1. che tutti o quasi tutti i verbi latini radicali (intendo
          non composti, non derivati, non formati da nomi, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >populo</foreign> da <pb ed="aut" n="1122"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">populus</foreign>, o da altre voci), e regolari, cioè
          non soggetti ad anomalie, constano sempre di una sola sillaba radicale e perpetua, e la
          più parte di tre sole lettere radicali (al modo appunto de’ verbi ebraici); come <foreign
            lang="lat" rend="italic">parare, docere, legere, facere, dicere</foreign>, dove le
          lettere radicali e costanti sono <emph>par, doc, leg, fac, dic</emph>. Talvolta di più
          lettere radicali, ma pure di una sola sillaba, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >scrivere</foreign> (che anticamente facea <foreign lang="lat" rend="italic"
          >scribsi</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">scribtum</foreign> ec. e così gli
          altri verbi simili, mutato il <emph>b</emph> in <emph>p</emph> o viceversa ec. come puoi
          vedere nel Frontone), dove le lettere radicali sono cinque: <emph>scrib</emph>, e la
          sillaba è nondimeno una sola. Talvolta di una sillaba parimente, e di sole due lettere
          come <foreign lang="lat" rend="italic">amare</foreign> le cui lettere radicali sono
            <emph>am</emph>, e così anche <foreign lang="lat" rend="italic">ponere, cedere</foreign>
          e simili, dove le lettere perpetue sono solamente <emph>po</emph> e <emph>ce</emph>,
          facendo <foreign lang="lat" rend="italic">posui, positum, positus; cessi, cessum,
          cessus</foreign>: ma questi tali anderebbero piuttosto fra’ verbi anomali. Potranno dire
          che il <emph>g</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic">legere</foreign> non si
          conserva nel supino <foreign lang="lat" rend="italic">lectum</foreign> e nel participio;
          che l’<emph>a</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic">facere</foreign> si perde nel
          perfetto <foreign lang="lat" rend="italic">feci</foreign>, e il <emph>c</emph> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">dicere</foreign> in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >dixi</foreign>. Ma <foreign lang="lat" rend="italic">dixi</foreign> contiene
          evidentemente il <emph>c</emph>, essendo lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >dicsi</foreign>; e il <emph>g</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >legere</foreign> si muta nel supino e participio in c per più dolcezza; non però si perde
          nè si trascura come l’<emph>o</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic">lego</foreign>,
          e come le altre lettere e sillabe che servono alla sola inflessione de’ verbi<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Gli antichi latini scrivevano effettivamente <foreign lang="lat" rend="italic"
              >dicsi</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">legsi</foreign>, e <foreign
                lang="lat" rend="italic">legs</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic"
              >coniugs</foreign> ec. e la <emph>x</emph> dei latini ora valeva CS ora GS. <bibl>Vedi
                il <author>Forcellini</author>, lit. X.</bibl> e <bibl lang="fre">l’
                  <title>Encyclopédie</title>. Grammaire. lettre X.</bibl>
            </p>
          </note>. E così <pb ed="aut" n="1123"/> dite dell’<emph>a</emph> di facere, mutata nel
          perfetto in <emph>e</emph>, o per dolcezza, o per arbitrio, o per innovazioni introdotte
          dal tempo, e non primitive; ma in ogni modo, mutata e non omessa. Così <foreign lang="lat"
            rend="italic">texi</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">tectum</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">tegere</foreign>, sono lo stesso che <foreign
            lang="lat" rend="italic">tegsi</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >tegtum</foreign>. V. p. 1153.</p>
        <p>2. Dico che tutti i suddetti verbi radicali e regolari, avendo una sola sillaba radicale,
          hanno due sole sillabe nella prima persona presente singolare indicativa, due parimente
          nella terza persona, (come i verbi ebraici nella terza persona del perfetto ch’è la loro
          radice) e tre nell’infinito.</p>
        <p>3. Dico che tutti, o almeno quasi tutti i verbi latini regolari che hanno più di una
          sillaba radicale, più di due sillabe nella prima e terza persona presente singolare
          indicativa, più di tre sillabe nell’infinito; non sono radicali, ancorchè paiano, ma
          derivati, ancorchè non si trovi da che fonte.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Bisogna eccettuare da queste regole i verbi <emph>regolari</emph> della quarta
          congiugazione che hanno due sillabe radicali e perpetue, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">audi</foreign> in <foreign lang="lat" rend="italic">audire</foreign>.
          Bisogna, dico, eccettuarli quanto alla regola di una sola sillaba radicale, non quanto a
          quella di due sole <pb ed="aut" n="1124"/> sillabe nella prima e terza persona indicativa,
          e di tre sole nell’infinito. Nell’infinito, <foreign lang="lat" rend="italic">audire,
            sentire</foreign> ec. è chiaro che hanno tre sole sillabe. Così nella terza persona
          indicativa è chiaro che ne hanno due sole, <foreign lang="lat" rend="italic">audit,
          sentit</foreign>. Nella prima persona <foreign lang="lat" rend="italic">audio,
          sentio</foreign> pare che n’abbiano tre. Ma io non dubito che anticamente non si
          contassero queste e siffatte voci per composte di due sole sillabe, considerando e
          pronunziando per esempio l’<emph>io</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >audio</foreign>, come dittongo. Al modo stesso che queste vocali così congiunte sono
          effettivi dittonghi nella lingua italiana, tanto più somigliante nelle forme sì del
          discorso, sì delle parole, sì della pronunzia, alla lingua latina antica, di quello che
          somigli all’aurea latinità.</p>
        <p>Così l’antica pronunzia de’ dittonghi greci che si pronunziavano sciolti, non impediva
          che si considerassero come formanti una sola sillaba. De’ quali dittonghi parlerò poco
          appresso. V. p. 1151. fine. e 2247.</p>
        <p>Queste considerazioni indeboliscono assai anche l’eccezione che abbiamo riconosciuta ne’
          verbi della 4. congiugazione e provano che se questi pare che abbiano 2. sillabe radicali,
          ella è piuttosto una differenza accidentale d’inflessione, che proprietà essenziale del
          verbo assolutamente considerato, e non influisce sul numero intiero delle sue sillabe
          radicali o no: numero che ne’ luoghi specificati, è lo stesso in questi che negli altri
          verbi.</p>
        <p>Lo stesso dico de’ verbi della seconda congiugazione, dove <foreign lang="lat"
            rend="italic">doceo</foreign>, secondo la prosodia latina conosciuta, è trisillabo. Lo
          stesso di <foreign lang="lat" rend="italic">facio</foreign>, e simili. Lo stesso de’ verbi
            <foreign lang="lat" rend="italic">suadere, suescere</foreign> e simili, (verbi per altro
          anomali) i quali senza essere della quarta congiugazione, hanno oggi due sillabe radicali,
            <emph>sua</emph> e <emph>sue</emph>, che anticamente, secondo me, erano una sola
          sillaba.</p>
        <p>Secondo la quale opinione, io penso che si potrebbe anche notare come costante nella
          lingua latina antichissima, che la prima e terza persona singolare <pb ed="aut" n="1125"/>
          presente indicativa del perfetto, fossero parimente dissillabe in tutti i verbi radicali e
          regolari, al modo appunto che in ebraico la terza persona di detto tempo e numero. V. p.
          1231. capoverso 2. Dei verbi della terza congiugazione, questo è manifesto, come in
            <foreign lang="lat" rend="italic">legi</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >legit, feci</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">fecit, dixi</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">dixit</foreign>. Dei verbi della seconda, non si può
          disputare, ammessa la suddetta opinione, ch’io credo certissima, (essendo naturale
          all’orecchio rozzo il considerare due vocali unite come una sillaba sola, e proprio di un
          certo raffinamento e delicatezza il distinguerla in due sillabe): perchè secondo essa
          opinione, <foreign lang="lat" rend="italic">docui</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">docuit</foreign> anticamente furono dissillabi. Restano la prima e la
          quarta congiugazione, dove <foreign lang="lat" rend="italic">amavi</foreign> ed <foreign
            lang="lat" rend="italic">amavit, audivi</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic"
            >audivit</foreign> sono trisillabi. Ora della quarta congiugazione io penso che il
          perfetto primitivo fosse in <emph>ii</emph> cioè <foreign lang="lat" rend="italic"
          >audii</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">audiit</foreign>, perfetto che ancora
          dura, ed è ancora comune a tutti o quasi tutti i verbi regolari d’essa congiugazione, a
          molti de’ quali manca il perfetto in <emph>ivi</emph>, come a <emph>sentire</emph> che fa
            <emph>sensi</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">Audii</foreign> ed <foreign
            lang="lat" rend="italic">audiit</foreign> (che troverete spessissimo scritti all’antica
            <foreign lang="lat" rend="italic">audi</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic"
            >audit</foreign>, come altre tali <emph>i</emph> che ora si scrivono doppi) erano,
          secondo quello che ho detto, dissillabi. La lettera <emph>v</emph>, io penso che fosse
          frapposta posteriormente alle due <emph>i</emph> di detto perfetto, per più dolcezza. E
            <pb ed="aut" n="1126"/> tanto sono lungi dal credere che la desinenza in
          <emph>ivi</emph> di quel perfetto, fosse primitiva, che anzi stimo che anche la desinenza
          antichissima del perfetto indicativo della prima congiugazione, non fosse
          <emph>avi</emph>, ma <emph>ai</emph>, nè si dicesse <foreign lang="lat" rend="italic"
            >amavi</foreign>, ma <foreign lang="lat" rend="italic">amai</foreign>, dissillabo
          secondo il sopraddetto. Nel che mi conferma per una parte l’esempio dell’italiano che dice
          appunto <emph>amai</emph>, (e richiamate in questo proposito quello che ho detto p. 1124.
          mezzo), (come anche <emph>udii</emph>), e del francese che dice <foreign lang="fre"
            rend="italic">j’aimai</foreign>; per l’altra parte, e molto più, l’esser nota fra gli
          eruditi la non grande antichità della lettera <emph>v</emph>, <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">consonne que l’ancien Orient n’a jamais
            connue</foreign>
          </quote>. (<bibl lang="fre">
            <author>Villefroy</author>, <title>Lettres à ses Elèves pour servir d’introduction à
              l’intelligence des divines Écritures</title>. Lettre 6. à Paris 1751. t. 1. p.
          167.</bibl>) V. p. 2069. principio. E lasciando gli argomenti che si adducono a dimostrare
          la maggiore antichità de’ popoli Orientali rispetto agli Occidentali, e la derivazione di
          questi e delle loro lingue da quelli, osserverò solamente che la detta lettera manca alla
          lingua greca, colla quale la latina ha certo comune l’origine, o derivi dalla greca, o le
          sia, come credo, sorella. E di più dice Prisciano (<bibl>l. I. p. 554. ap. Putsch.</bibl>)
          (così lo cita il Forcell. init. litt. <emph>u</emph> nella mia ediz. del 400. sta p. 16.
          fine) che anticamente la lettera <emph>u</emph>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">multis italiae populis in usu non erat</foreign>
          </quote>. E che il <emph>v</emph> consonante fosse da principio appo i latini una semplice
            <pb ed="aut" n="1127"/> aspirazione, e questa leggera, si conosce, secondo me dal vedere
          ch’esso sta nel principio di parecchie parole latine gemelle di altre greche, che in luogo
          d’essa lettera hanno lo spirito lene o tenue, come <foreign lang="grc">ὄϊς</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">ovis, vinum</foreign>
          <foreign lang="grc">οἶνος</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">video</foreign>
          <foreign lang="grc">εἴδω</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">viscus</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">viscum</foreign>
          <foreign lang="grc">ἰξὸς</foreign>. (Talora anche in luogo di spirito denso come <foreign
            lang="grc">υἱὸς</foreign>, onde gli Eoli <foreign lang="grc">Ϝυιὸς</foreign>, i latini
            <foreign lang="lat" rend="italic">filius</foreign>.) <bibl>V. <title>Encyclop.
              Grammaire.</title> in <emph>H</emph>. pag. 214. col. 2. sul principio, e in
            <emph>F.</emph>
          </bibl> ec. E ch’elle sieno parole gemelle, è consenso di tutti i gramatici. Laddove lo
          spirito denso dei greci solevano i latini cangiarlo in <emph>s</emph> (e così per un sigma
          lo scrivevano i greci anticamente), come in <foreign lang="grc">ὕπνος</foreign> che presso
          i latini si disse prima <foreign lang="lat" rend="italic">sumnus</foreign> (Gell.) e poi
            <foreign lang="lat" rend="italic">somnus</foreign> ec. V. p. 2196. Anzi di questa cosa
          non resterà più dubbio nessuno se si leggerà quello che dice il Forcellini (v. Digamma. e
          vedilo), e Prisciano (p. 9. fine-11. e vedilo). Da’ quali apparisce che il <emph>v</emph>
          consonante appresso gli antichi latini fu lo stessissimo che il digamma eolico (giacchè
          dagli eoli prese assai, com’è noto, la lingua lat.). Il qual digamma presso gli Eoli era
          un’aspirazione, o specie di aspirazione che si preponeva alle parole comincianti per
          vocale, in vece dello spirito, e (nota bene) si frapponeva alle vocali in mezzo alle
          parole per ischifare l’iato, come in <emph>amai</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ampliaFit terminaFitque</foreign> ha un’iscrizione presso il Grutero. (<bibl>V.
              <title>Encyclop. Grammaire</title>, art. <author>F. Cellario</author>,
              <title>Orthograph.</title> Patav. Comin. 1739. p. 11-15.</bibl>) E v. il luogo di
          Servio nel Forcellini circa il perfetto della quarta congiugazione. Dalle quali
          osservazioni essendo chiaro che l’antico <foreign lang="lat" rend="italic">v</foreign>
          latino fu (come oggi fra’ tedeschi) lo stesso che una <emph>f</emph>, non resta dubbio che
          non fosse aspirazione, giacchè la <emph>f</emph> non fu da principio lettera, ma
          aspirazione, e lieve. E così viceversa gli spagnuoli che da prima dicevano <foreign
            lang="spa" rend="italic">fazer, ferido, afogar, fuso, figo, fuìr, fierro, filo, furto,
            fumo, fondo, formiga, forno, forca, fender</foreign>, ora dicono <foreign lang="spa"
            rend="italic">hazer, herido, ahogar, huso, higo, huìr, hierro, hilo, hurto, humo, hondo,
            hormiga, horno, horca, hender</foreign> ec. V. p. 1139. e 1806. In somma si vede chiaro
          che la primitiva e regolare uscita de’ perfetti 1. e 4. congiug. era <emph>ai</emph> ed
            <emph>ii</emph>, trasmutata in <emph>avi</emph> ed <pb ed="aut" n="1128"/>
          <emph>ivi</emph> per capriccio, per dolcezza, per forza di dialetto, e pronunzia
          irregolare, corrotta e popolare, che suole sempre e continuamente cambiar faccia alle
          parole, col successo del tempo, e introdursi finalmente nelle scritture, e convertirsi in
          regola, come vediamo nella nostra e in tutte le lingue. V. p. 1155. capoverso ult. e p.
          2242. capov.1. e 2327.</p>
        <p>Queste osservazioni ci porterebbero anche più avanti non poco, ed avendo veduto che tutti
          i verbi radicali e regolari latini hanno una sola sillaba radicale, verremmo a dedurne che
          la lingua latina da principio fu tutta composta di monosillabi, come è probabile e
          naturale che fossero tutte le lingue primitive (balbettanti come fanno i fanciulli che da
          principio non pronunziano mai se non monosillabi; (come <emph>pa, ma, ta</emph>) poi due
          sole sillabe per parola, accorciando, e contraendo, o troncando quelle che sono più
          lunghe; e finalmente, ma solo per gradi, si avvezzano a pronunziar parole d’ogni misura,
          in forza per altro della imitazione, e dell’esempio che hanno di chi le pronunzia, il che
          non avevano i primi formatori delle lingue) e come è tuttavia la cinese, meno forse
          discosta di qualunque altra lingua nota, dal suo primo stato, a causa della maravigliosa
          immutabilità di quel popolo. Ecco come bisogna discorrere.</p>
        <p>Ho detto che intendeva per verbi radicali, fra le altre cose, quelli non composti e non
          derivati da nomi. Ma voleva dire da nomi noti, e da nomi non primitivi, perchè tutti i
          metafisici moderni s’accordano, che tutte le lingue son cominciate e derivano da’ nomi, e
          il vocabolario primitivo di tutti i popoli, fu sempre una semplice nomenclatura (Sulzer).
          È dunque indubitato che anche quei verbi latini che paiono radicali, derivano da nomi
          sconosciuti, giacchè le radici d’ogni lingua furono i nomi soli, e volendo esprimere
          azioni, <pb ed="aut" n="1129"/> non s’inventarono certo nuove radici, che non sarebbero
          state intese (giacchè gran tempo dovè passare prima che si pensasse a formare i verbi, e
          la lingua, cioè la nomenclatura era già stabilita); ma si derivarono dalle radici
          esistenti, cioè da’ nomi. Ora vedendo che i verbi latini che chiamiamo radicali, ossia che
          non hanno veruna derivazione nota, nè composizione ec. hanno una sola sillaba radicale, si
          conchiude che le loro radici vere, che certo furono nomi, tutte furono monosillabe, e che
          il primitivo linguaggio latino, la fonte di tutta la lingua latina, fu tutto monosillabo.
          Osserviamo per esempio i verbi <emph>pacare, regere, vocare, ducere, lucere,
          necare</emph>. Questi cadono tutti, e perfettamente sotto le osservazioni che ho
          stabilite: hanno una sola sillaba e 3. sole lettere radicali, 3. sillabe all’infinito ec.
          E tuttavia non gli possiamo chiamare radicali perchè resta notizia de’ nomi da cui sono
          formati, e son tutti monosillabi: <foreign lang="lat" rend="italic">pax, rex, vox, dux,
            lux, nex</foreign>. E notate che di questi monosillabi, alcuni esprimono delle cose che
          debbono essere state fra le prime ad esprimersi in ogni linguaggio, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">vox, lux</foreign>, e similmente <foreign lang="lat"
            rend="italic">rex</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">dux</foreign> nella
          prima società. Così l’antico <emph>precare</emph> e <emph>lacere</emph>, che cadrebbono
          sotto la stessa categoria, sappiamo che vengono da <emph>prex</emph> e <emph>lax</emph>
          monosillabi. Così <emph>sperare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >spes</foreign>. Così <foreign lang="lat" rend="italic">arcere</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">arx</foreign> che significa luogo alto, cima, altezza (idea
          certo primitiva nelle lingue) e quindi <emph>rocca, fortezza</emph>. V. p. 1204. Così
            <foreign lang="lat" rend="italic">quiescere</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">quies, partire</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >partiri</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">pars</foreign>, tutte idee
          primitive. <foreign lang="lat" rend="italic">Laccare</foreign> da <emph>lac</emph>. V. p.
          2106. principio. <pb ed="aut" n="1130"/> Se così discorressimo intorno agli altri verbi
          (dico latini propri ed antichi, e non presi poi manifestamente dal greco, o d’altronde)
          che hanno una sola sillaba radicale, e che non si vede da qual nome sieno derivate,
          potremmo forse più volte ritrovare di questi nomi perduti o mal noti, e tutti monosillabi.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Legere</foreign> lo fanno derivare da <foreign
            lang="grc">λέγω</foreign>; e <foreign lang="lat" rend="italic">lex</foreign> Cicerone e
          Varrone <foreign lang="lat" rend="italic">a legendo</foreign>. Ma la natura delle cose
          porta che il nome sia prima del verbo. Oltre ch’è più facile, più conforme al meccanico
          dell’etimologia, ed al solito progresso delle parole il derivare <foreign lang="lat"
            rend="italic">legere</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">lex</foreign> che
          viceversa. Io penso che <foreign lang="lat" rend="italic">lex</foreign> sia la radice di
            <foreign lang="lat" rend="italic">legere</foreign> ed avesse primitivamente un
          significato perduto, diverso da quello di <emph>legge</emph>, ed atto a produr quelli di
            <foreign lang="lat" rend="italic">legere. Fax</foreign> vale <foreign lang="lat"
            rend="italic">face</foreign>, e deriva, come pare, dal greco, ed è tutt’altra parola da
          quella ch’io voglio dire. Penso cioè che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >facere</foreign> derivi da un antichissimo monosillabo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fax</foreign> di significato analogo, e ne trovo un vestigio, anzi lo trovo intero in
            <foreign lang="lat" rend="italic">artifex, pontifex, carnifex</foreign> ed altri tali
          composti. La prima parola è composta di <foreign lang="lat" rend="italic">ars</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">fax</foreign>, la seconda di <foreign lang="lat"
            rend="italic">pons</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">fax</foreign>, la terza
          di <foreign lang="lat" rend="italic">caro</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fax</foreign>, cambiato in <foreign lang="lat" rend="italic">fex</foreign> per forza
          della composizione, come <foreign lang="lat" rend="italic">cactus</foreign> diviene
            <foreign lang="lat" rend="italic">fectus</foreign> ne’ composti, <foreign lang="lat"
            rend="italic">adfectus, effectus, confectus</foreign> ec. e <foreign lang="lat"
            rend="italic">facere</foreign>
          <pb ed="aut" n="1131"/> nel perfetto ha <foreign lang="lat" rend="italic">feci</foreign>,
          e così <foreign lang="lat" rend="italic">iacere</foreign> ha <foreign lang="lat"
            rend="italic">ieci</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">jactus</foreign> fa
            <foreign lang="lat" rend="italic">adiectus</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >deiectus</foreign> ec. Similmente che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >capere</foreign> derivi da un antico monosillabo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >caps</foreign> si può dedurre dai composti <foreign lang="lat" rend="italic"
          >particeps</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">anceps</foreign>, <foreign
            lang="lat" rend="italic">auceps</foreign> ec. Fra’ quali <foreign lang="lat"
            rend="italic">anceps</foreign>, io credo assai più con Festo che sia derivato
          dall’antica preposizione <foreign lang="lat" rend="italic">amphi</foreign> rispondente
          alla greca <foreign lang="grc">ἀμφὶ</foreign>, e troncata in <emph>am</emph>, e quindi in
            <emph>an</emph> dalla composizione (nel che tutti convengono), e da <emph>caps</emph>
          appartenente a <foreign lang="lat" rend="italic">capere</foreign>, di quello che a
            <foreign lang="lat" rend="italic">caput</foreign>, come piace ad altri, fra’ quali il
          Forcellini. Giacchè mi pare che risponda letteralmente al greco <foreign lang="grc"
            >ἀμφιλαφὴς</foreign> composto appunto di <foreign lang="grc">'αμφὶ</foreign> e di
            <foreign lang="grc">λαμβάνω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">capio</foreign>, piuttosto che ad <foreign lang="grc"
            >ἀμφικάρηνος</foreign>, come lo spiega il Forcellini, sebbene sia stato poi adoperato in
          significazioni più conformi a questa seconda voce. Ma io credo poi che questo <foreign
            lang="lat" rend="italic">caps</foreign> sia la radice tanto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">capere</foreign> quanto di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >caput</foreign> (ne’ di cui composti parimente si ravvisa, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">biceps, triceps, praeceps</foreign>). La qual parola Varrone fa derivare
          da <foreign lang="lat" rend="italic">capere</foreign> (<bibl>ap. <author>Lact.</author>
            <title>de Opif. Dei</title> c. 5.</bibl>) ed io per lo contrario <foreign lang="lat"
            rend="italic">capere</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">caput</foreign>, o
          dalla stessa radice; dalla quale però io credo derivato prima <foreign lang="lat"
            rend="italic">caput</foreign>, e poi <foreign lang="lat" rend="italic">capere</foreign>,
          o che essa radice, significasse da principio <foreign lang="lat" rend="italic"
          >caput</foreign>. Giacchè, lasciando che questo è nome, e quello è verbo, è ben più
          naturale, <pb ed="aut" n="1132"/> che prima sia stata nominata la parte principale del
          corpo umano, e poi l’azione del prendere. E non so se possa qui aver niente che fare il
          nostro <foreign lang="lat" rend="italic">cappare</foreign> (volgarmente <foreign
            lang="lat" rend="italic">capare</foreign>), che significa <emph>pigliare a
          scelta</emph>, e deriva da <emph>capo</emph>, quasi <emph>scegliere capo per capo</emph>,
          cioè <emph>cosa per cosa, o scegliere un capo</emph>, ossia <emph>una cosa, fra altri
          capi</emph> o <emph>cose</emph>. E così <foreign lang="lat" rend="italic">capere</foreign>
          da principio avrebbe voluto dire <emph>pigliare pel capo</emph>, o <emph>pigliare un
          capo</emph> cioè <emph>una cosa</emph>, nominando la parte principale pel tutto, o
          prendendo la metafora dall’essere il capo la parte principale dell’uomo: onde i latini,
          (ed anche oggi gl’italiani <emph>testa</emph>, e i francesi <foreign lang="fre"
            rend="italic">tant par tête</foreign>, cioè <foreign lang="fre" rend="italic">tant par
            chaque persone</foreign>. <bibl>
            <author>Alberti</author>
          </bibl>) dicevano <foreign lang="lat" rend="italic">caput</foreign> per <emph>uomo</emph>,
          o <emph>persona</emph>, o <emph>individuo umano</emph>. <bibl>V. ancora il par. 6. 7 e 10.
            della Crusca, voce <emph>Capo</emph>
          </bibl>, e i vocabolari francese e spagnuolo ec. V. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >chef</foreign> etc. e il lat. <foreign lang="lat" rend="italic">caput</foreign> nelle
          significazioni di detti parr. della Crusca, e così anche i Lessici greci. V. p. 1691.</p>
        <p>La radice monosillaba dell’antico <foreign lang="lat" rend="italic">specere</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">spiacere</foreign> si troverebbe similmente ne’
          composti <foreign lang="lat" rend="italic">auspex, haruspex</foreign>, cioè <foreign
            lang="lat" rend="italic">spex</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >spax</foreign>. Così di <foreign lang="lat" rend="italic">iungere</foreign> in <foreign
            lang="lat" rend="italic">coniux</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >coniunx</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">iux</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">iunx</foreign> ec. V. p. 1166. fine. 2367. principio.</p>
        <p>E così si scoprirebbe come da pochi monosillabi radicali, o tutti nomi, o quasi tutti,
          che formavano da principio tutto il linguaggio, allungandoli diversamente, e
          differenziandoli con variazioni di significato, e con innumerabili inflessioni,
          composizioni, modificazioni di ogni sorta, giungessero i latini a cavare infinite parole,
          infinite significazioni, esprimerne le minime differenze delle cose che da principio si
          confondevano e accumulavano <pb ed="aut" n="1133"/> in ciascuna delle dette poche parole
          radicali, trarne tutto ciò che doveva servire tanto alla necessità quanto all’utilità ed
          alla bellezza e a tutti i pregi del discorso, e in somma da un piccolo vocabolario
          monosillabo (anzi nomenclatura) cavare tutta una lingua delle più ricche, varie, belle, e
          perfette che sieno state. E così denno essersi formate tutte le lingue colte del mondo ec.
          Così la Chinese ec. E sarebbe utile e curiosa cosa il formare un albero genealogico di
          tutte le parole latine derivate, composte ec. da uno di questi monosillabi, come p. e.
            <foreign lang="lat" rend="italic">dux</foreign>, che somministrerebbe un’infinita
          figliuolanza, senza contare le tante inflessioni particolari di ciascuno de’ verbi o nomi
          derivati o composti ec. ne’ loro diversi casi, o persone e numeri e tempi e modi, e voci
          (attiva e passiva); e si vedrebbe per l’una parte quanto le vere radici sien poche nella
          latina come in tutte le lingue, per la naturale difficoltà di porle in uso, e di far
          nascere la convenzione che sola le può fare intendere e servire; per l’altra parte quanta
          sia l’immensa fecondità di una sola radice, e le diversissime cose, e differenze loro,
          ch’ella si adatta ad esprimere mediante i suoi figli ec. in una lingua giudiziosa e ben
          coltivata.</p>
        <p>Raccogliendo il sin qui detto, io penso che se tali osservazioni si facessero in maggior
          numero e con più diligenza che non si è fatto finora, (della qual diligenza e profondità
          gl’inglesi e i tedeschi ci hanno già dato l’esempio anche in questi particolari, massime
          negli <pb ed="aut" n="1134"/> ultimi tempi, come Thiersch ec.) si semplificherebbe
          infinitamente la classificazione derivativa delle parole, ossia delle famiglie loro;
          l’analisi delle lingue si spingerebbe quasi sino agli ultimi loro elementi; si giungerebbe
          forse a conoscere gran parte delle lingue primitive; (<bibl>v. <title>Scelta di opusc.
              interess.</title> Milano 1775. vol. 4. p. 61-64.</bibl>) lo studio dell’etimologie
          diverrebbe infinitamente più filosofico, utile ec. e giungerebbe tanto più in là di quello
          che soglia arrestarsi; facendosi una strada illuminata e sicura per arrivare fin quasi ai
          primi principii delle parole, e le etimologie stesse particolari, sarebbero meno frivole;
          si conoscerebbero assai meglio le origini remotissime, le vicende, le gradazioni, i
          progressi, le formazioni delle lingue e delle parole, e la loro primitiva (e spesso la
          loro vera) natura e proprietà; e si scoprirebbero moltissime bellissime ed utilissime
          verità, non solamente sterili e filologiche, ma fecondissime e filosofiche, atteso che la
          storia delle lingue è poco meno (per consenso di tutti i moderni e veri metafisici) che la
          storia della mente umana; e se mai fosse perfetta, darebbe anche infinita e vivissima luce
          alla storia delle nazioni. V. p. 1263. capoverso 2.</p>
        <p>Osservo che la lingua latina è più atta a queste speculazioni che la greca, contro quello
          che può parere a prima giunta, per causa della sua minore antichità vera o supposta.</p>
        <p>1. L’infinità e l’immensa varietà delle modificazioni che la lingua greca poteva dare
          alle sue radici, e continuò sempre nel lunghissimo spazio della sua letteratura, e nel
          grandissimo numero de’ suoi scrittori, a poterlo ed a farlo, (principal causa della sua
          potenza e ricchezza), reca un grande impedimento a scoprire <pb ed="aut" n="1135"/> i
          primitivi elementi, e le vere ed ultime radici di essa lingua, in mezzo alla confusione
          alla selva delle innumerabili e differentissime diversificazioni di significato, di forma
          ec. che hanno continuamente ricevuto, e con cui ci rimangono. Puoi vedere la p. 1242.
          marg. fine.</p>
        <p>2. Le diversissime relazioni ch’ebbero i popoli greci con popoli stranieri d’ogni sorta,
          mediante il commercio, le guerre, le colonie, le spedizioni d’ogni genere ec. ec.
          relazioni antichissime ed anteriori a quei primi tempi che noi possiamo conoscere della
          lingua greca; relazioni che hanno certo influito assaissimo su detta lingua, e
          moltiplicate le sue ricchezze per l’una parte, per l’altra mandate molte sue proprie ed
          antichissime radici in disuso, ed altre svisatene ed alteratene (v. in questo proposito il
          luogo di Senofon. della lingua Attica); recano altro gravissimo impedimento al nostro
          fine. Trattandosi massimamente di relazioni con popoli le cui lingue sono quali del tutto
          sconosciute, quali malissimo note. I latini ebbero altrettante e forse maggiori relazioni
          con forse maggior numero di popoli, ma in tempi più moderni. Il che 1.<hi rend="apice"
          >o</hi> diminuisce la difficoltà delle ricerche: 2.<hi rend="apice">o</hi> la lingua
          latina essendo già formata, anzi sul punto di essere la più colta del mondo dopo la greca,
          (dico quando incominciarono <pb ed="aut" n="1136"/> le grandi ed estese relazioni de’
          latini cogli stranieri) era meno soggetta ad esserne alterata, se non altro, nel suo fondo
          principale: 3.<hi rend="apice">o</hi> conoscendo noi bastantemente i tempi della lingua
          latina anteriori a dette relazioni, le alterazioni che poterono poi sopravvenire a essa
          lingua non pregiudicano alle nostre ricerche, le quali riguardano gli antichissimi
          elementi di quella lingua che si parlava quando Roma o non era ancor nata, o era
          fanciulla. Infatti gli eruditi inglesi che hanno cercato di provare l’affinità del
          sascrito colle lingue antiche Europee, sebben credono la greca derivata dall’origine
          stessa che la latina, hanno tuttavia scelto piuttosto questa per le loro osservazioni,
          dicendo che <quote>
            <emph>la penisola d’Italia vorrà probabilmente riputarsi più favorevole</emph>
          </quote> (della Grecia) <quote>
            <emph>alla pura trasmissione della lingua originale, potendo essa essersi tenuta più
              lontana dalla mescolanza di nazioni circonvicine, e di linguaggi diversi</emph>
          </quote>. (<bibl>
            <title lang="eng">Edinburgh Review</title>.<title>Annali di Scienze e lett.</title>
            Milano 1811. Gennaio. n. 13. p. 38. fine.</bibl>) E si trova effettivamente maggiore
          analogia fra certe voci ec. latine e sascrite, che fra le stesse greche e sascrite, e pare
          che la lingua lat. ne abbia meglio conservate le prime forme. L’H derivata dall’Heth
          dell’alfabeto fenicio, samaritano ed Ebraico, il quale Heth era un’aspirazione densa o
          aspra (<bibl>
            <title>Encyclop. planches des caractères</title>
          </bibl>) simile all’j spagnuolo (<bibl>
            <author>Villefroy</author>
          </bibl>), ha conservata nel latino la sua qualità di carattere aspirativo, laddove è
          passata a dinotare una <emph>e</emph> lunga nel greco, dove antichissimamente era pur
          segno d’aspirazione o spirito. La <emph>f</emph> e il <emph>v</emph> mancanti all’alfabeto
          Fenicio (<bibl>
            <title>Encyclop.</title> l. c.</bibl>) mancarono pure come vedemmo all’antico alfabeto
          latino V. p. 2004-2329. (e la p. 2371. fine)</p>
        <p>3. E questa che son per dire è la ragione principale. Tutti sanno, e dalle cose ancora
          che abbiamo dette, si può vedere, quanto le lingue si allontanino <pb ed="aut" n="1137"/>
          immensamente dalla loro prima e rozza forma mediante la coltura. Una lingua non colta, e
          parlata da un popolo poco in relazione cogli altri, può conservarsi lunghissimo tempo o
          qual era da principio, o poco diversa, tanto che il primitivo facilmente vi si possa
          ripescare. La lingua latina fu veramente formata e stabilita e perfezionata solo negli
          ultimi tempi dell’antichità. Giacchè l’epoca del suo perfezionamento è quella di Cicerone.
          Ed oltre parecchi monumenti rozzi, ed anteriori non poco a questa perfezione, vale a dire,
          totale trasformazione della lingua latina primitiva, ci restano ancora molti scrittori di
          lingua assai meno rozza della prima, e meno colta della Ciceroniana. Mediante le quali
          cose, come per gradi, possiamo risalire, se non altro, assai vicino ai principii della
          lingua latina.</p>
        <p>Ora per lo contrario la formazione e quasi perfezione della lingua greca appartiene non
          solo alla più lontana epoca dell’antichità che noi conosciamo distintamente, ma anzi ad
          un’epoca ancora tenebrosa e favolosa. E il più antico monumento della scrittura greca che
          ci rimanga, è forse anche (eccetto i libri sacri) la più antica scrittura <pb ed="aut"
            n="1138"/> che si conosca: dico Omero. E questo scrittore non solamente non è rozzo, ma
          tale che non ha pari di pregio in veruno de’ secoli susseguenti. Nè tale avrebbe potuto
          essere senza una lingua o perfetta, o quasi. Bisogna dunque supporre (come tutti fanno)
          avanti Omero, una lunga serie di tempi e di scrittori ne’ quali la lingua di rozza e
          impotente divenisse appoco appoco quale si vede in Omero. Ma i Catoni, i Plauti, i Lucrezi
          che precederono Omero, non ci restano, come quelli che precederono Cicerone e Virgilio, e
          neppure si ha certa memoria di nessuno di loro. Anzi da Omero in su ci si spegne ogni lume
          intorno alla lingua greca. Vedi dunque la gran differenza degli ostacoli allo scoprimento
          della prima lingua greca, paragonati con quelli per la prima lingua latina. Possiamo dire
          che nella lingua latina abbiamo la stessa antichità della greca, e contuttociò
          un’antichità meno antica e più vicina a noi.</p>
        <p>Io credo però che la ricerca di questa, ci farà strada alla ricerca delle origini greche.
          Stante che la lingua latina è sorella della greca, ed arrivando alla fonte di quella, si
          giunge dunque alla fonte di questa. O se il latino è derivato dal greco, certo n’è
          derivato in antichissima età, e così verremo ad illuminare mediante le origini latine,
          quest’antichissima età della lingua greca. V. p. 1295.</p>
        <p>Se è vera l’opinione del Lanzi che la lingua <pb ed="aut" n="1139"/> Etrusca non sia
          fuori che un misto dell’antichissimo latino e dell’antichissimo greco, detta lingua, e il
          suo studio potrà molto giovare a queste nostre ricerche. E vicendevolmente le osservazioni
          che abbiam fatto, dovranno poter giovare notabilmente alla intelligenza e rischiaramento
          della lingua Etrusca ancora sì tenebrosa, e per l’altra parte altrettanto interessante.
          (29. Maggio 5. Giugno 1821.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1127. E lo pronunziavano così leggermente, che ora sebbene ne resta un vestigio
          nella scrittura, convertito nel segno dell’aspirazione, è svanito però del tutto dalla
          pronunzia, anche come semplice aspirazione. Similmente i francesi, per quello che noi
          diciamo <emph>fuori</emph> o <emph>fuora</emph> e gli spagnuoli <foreign lang="spa"
            rend="italic">fuera</foreign> dal lat. <foreign lang="lat" rend="italic">foras</foreign>
          o <foreign lang="lat" rend="italic">foris</foreign>, dicono <foreign lang="spa"
            rend="italic">hors</foreign>, aspirando però l’<emph>h</emph>. In luogo di
          <emph>voce</emph> i Veneziani dicono <emph>ose</emph> dileguato il <emph>v</emph>. Il
            <foreign lang="grc">φ</foreign> greco, non è, come si sa, che un <foreign lang="grc"
          >π</foreign> aspirato, come si vede anche nelle mutazioni gramaticali e sostituzioni
          dell’una di tali lettere all’altra. Mancava, come si dice, al primitivo alfabeto greco
          detto Cadmeo o Fenicio, e vi fu aggiunto, come dicono, da Palamede (<bibl>
            <author>Plin.</author> 7. 56.</bibl>) insieme col <foreign lang="grc">χ</foreign> e col
            <foreign lang="grc">θ</foreign> che sono un <foreign lang="grc">κ</foreign> ed un
            <foreign lang="grc">τ</foreign> aspirati (<bibl>
            <author>Servius</author>
            <title>ad Aen.</title> 2. vers. 81.</bibl>) <bibl>V. <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> I. 23. par. 2.</bibl> e il Lessico dell’Hofmanno, v.
          <emph>Literae</emph>. È anche probabile che mancasse all’Alfabeto ebraico e che il
            <foreign lang="heb">***</foreign> non fosse che un <emph>p</emph>. lettera che oggi
          manca a detto alfabeto. V. p. 1168. L’alfabeto chiamato Devanagari ossia quello della
          lingua sascrita, (dalla quale alcuni dotti inglesi fanno derivar la latina) sebbene
          composto di 50 lettere manca, della <emph>f</emph>, e invece la detta lingua adopera un
            <emph>b</emph>, o un <emph>p</emph> aspirati. (<bibl>
            <title>Annali di Scienze e lettere</title>. Milano 1811, n. 13, p. 43.</bibl>) ec. ec.
          (5. Giugno 1821.). Considera ancora il nome greco di Giapeto, da Jafet, ebreo o fenicio
          ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1140"/> Alla p. 1115. E perchè meglio si veda la differenza reale tra i
          frequentativi e i continuativi, ogni volta che questi verbi erano usati dagli scrittori,
          secondo il loro valor proprio, consideriamo quel passo di Virgilio (<bibl>
            <title>Aen.</title> 2.458. seq.</bibl>) dove dice Enea che salì alla sommità della
          reggia di Priamo assediata da’ Greci: <quote rend="block">
            <lg lang="lat" rend="italic">
              <l>Evado ad summi fastigia culminis: unde</l>
              <l>Tela manu miseri IACTABANT irrita Teucri.</l>
            </lg>
          </quote> Per poco che s’abbia l’orecchio avvezzo al latino, facilmente si vede come
          impropria e debole in questo luogo sarebbe la parola <foreign lang="lat" rend="italic"
            >iaciebant</foreign> invece di <foreign lang="lat" rend="italic">iactabant</foreign>. Ma
          quanto male vi starebbe anche <foreign lang="lat" rend="italic">iactitabant</foreign>,
          cioè il frequentativo di <foreign lang="lat" rend="italic">iacere</foreign>, si vedrà
          ponendo mente che detta parola avrebbe significato lanciare spesso, ed anche
          languidamente; laddove <foreign lang="lat" rend="italic">iactabant</foreign>,
          continuativo, significa <emph>lanciavano assiduamente, e a distesa senza veruna
            intermissione</emph>. E così questo verbo riesce proprissimo, ed ottimamente quadra al
          bisogno. E l’azione qui viene ad essere continuativa, e non frequentativa, che è troppo
          poco ad una resistenza ostinata quale Virgilio voleva esprimere. Vedi dunque la differenza
          fra il continuativo e il frequentativo, e se <foreign lang="lat" rend="italic"
          >iactare</foreign> sia frequentativo come dicono i gramatici. Nè mi si dica che Virgilio
          voleva esprimere una resistenza debole e inutile, e però volle usare una parola che
          esprimesse certo languore di azione. Debole e inutile, <pb ed="aut" n="1141"/> rispetto
          alle forze superiori de’ greci, non già debole rispetto alle forze degli assediati, anzi
          tanta quanta più si poteva. E Virgilio vuol descrivere una resistenza quanto più vana,
          tanto più disperata. E così quel <emph>miseri</emph> e quell’<emph>irrita</emph> che
          esprimono l’inutilità della resistenza fanno un bello e vivo contrapposto collo <foreign
            lang="lat" rend="italic">iactabant</foreign> che esprime lo sforzo, l’infaticabilità,
          l’affanno, l’ostinazione, la ferocia, la fermezza, la pienezza della resistenza, e rende
          questo luogo sommamente espressivo in virtù della proprietà delle parole, al solito di
          Virgilio. La qual bellezza, e la piena forza e il vero senso di questo verbo nel detto
          luogo e in altri simili, come ancora di altri tali verbi in tali usi, e le bellezze
          d’altri siffatti luoghi, non credo che sieno state mai sentite da nessun moderno, per non
          essersi mai posto mente alla vera proprietà, alla propria forza, natura, indole di questo
          genere di verbi che chiamo continuativi. Servio spiega, <foreign lang="lat" rend="sc"
            >iactabant</foreign>: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Spargebant, quasi nihil profutura</foreign>
          </quote>, senso che non ha che far niente con quello che abbiamo osservato, e che deriva
          dal credere <foreign lang="lat" rend="italic">iactare</foreign> un verbo tra frequentativo
          e diminutivo, come <foreign lang="lat" rend="italic">iactitare</foreign> o presso a poco;
          e che tuttavia credo essere il senso nel quale questo e mille altri luoghi simili ed
          analoghi sono stati e sono intesi da tutti. (6. Giugno 1821.). V. p. 2343.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1142"/> Alla p. 1109. Fra’ quali da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >depositus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">deponete</foreign> il verbo
            <emph>depositare</emph> o <emph>dipositare</emph> italiano, e lo spagnuolo <foreign
            lang="spa" rend="italic">depositar</foreign> e il latinobarbaro <foreign lang="lat"
            rend="italic">depositare</foreign>, verbo che continua quanto si può l’azione del
          deporre, significando il deporre una cosa che non si debba ripigliare così tosto, o il
          deporla raccomandandola, e commettendola alla fede, o ponendo in cura e custodia altrui,
          che ognun vede essere azione più lunga del deporre, e quanto il deporre sia più semplice.
          Il Glossar. latino barbaro ha similmente <emph>assertare</emph> ec. da
          <emph>assertus</emph> ec. <emph>usitare</emph> frequentativo ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">usus</foreign> ec. conservato in italiano, come pure il suo participio in
          francese ec. V. il detto Glossar.</p>
        <p>Molti di così fatti verbi che si stimano di origine o barbara o recente, e nati ne’ tempi
          della bassa latinità, o ne’ principii delle lingue nostre, io credo che sieno antichi
          continuativi latini o perduti o non ammessi nell’uso de’ buoni scrittori, e pervenuti alla
          lingue nostre mediante il latino volgare. Portiamone alcune prove.</p>
        <p>
          <emph>Versare</emph> è continuativo di <emph>vertere</emph> dal suo participio <foreign
            lang="lat" rend="italic">versus</foreign>. Il Forcellini lo chiama frequentativo. E io
          domando se in questi esempi ch’egli adduce (v. gli esempi del primo par.)
          <emph>versare</emph> importa frequenza o continuazione. E così quando Orazio disse <quote
            rend="block">
            <lg lang="lat" rend="italic">
              <l>Vos exemplaria greca</l>
              <l>Nocturna versate manu, versate diurna</l>
            </lg>
          </quote> facilmente si vede che dicendo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vertite</foreign> avrebbe detto assai meno, e significata l’<emph>assiduità</emph> molto
          impropriamente. Così discorrete del passivo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >versari</foreign> che <pb ed="aut" n="1143"/> significa un’azione o passione della quale
          non so qual possa essere di sua natura più continua. Così di <foreign lang="lat"
            rend="italic">conversari, adversari</foreign> ec. Da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >versare</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic">transversus</foreign>,
          participio di <foreign lang="lat" rend="italic">transvertere</foreign>, deriva <foreign
            lang="lat" rend="italic">transversare</foreign>, e da questo il <emph>traversare</emph>,
            l’<emph>attraversare</emph>, e l’<emph>intraversare</emph> italiano, il francese
            <foreign lang="fre" rend="italic">traverser</foreign>, e lo spagnuolo <foreign
            lang="spa" rend="italic">travessar</foreign> e <foreign lang="spa" rend="italic"
            >atravessar</foreign>. Ma il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >transversare</foreign> escluso dagli onori del Vocabolario sta relegato ne’ Glossari,
          come in quello del Du Cange che l’interpreta <foreign lang="lat" rend="italic">transire,
            trajicere</foreign>; e il Forcellini lo rigetta appiè del suo Vocabolario nello spurgo
          delle voci trovate senza autorità competente ne vecchi Dizionari latini, e lo spiega
            <foreign lang="lat" rend="italic">transverse ponere</foreign>. Nè la recente Appendice
          al Forcellini lo toglie di quel posto o lo ricorda in veruna guisa. Ora ecco questa parola
          barbara in un gentilissimo poemetto o idillio del secolo di Augusto o del susseguente,
          dico in quel poemetto che s’intitola <title lang="lat">Moretum</title>, (attribuito da
          alcuni a Virgilio, da altri ad un A. Settimio Sereno o Severo, poeta Falisco del tempo de’
          Vespasiani) ad imitazione del quale, (cosa finora, ch’io sappia, non osservata) il nostro
          Baldi scrisse il famoso Celeo, dove quasi traduce i primi versi del poemetto latino. Dice
          dunque l’autore d’esso poemetto <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <pb ed="aut" n="1144"/>
              <l rend="italic">Contrahit admistos nunc fontes atque farinas:</l>
              <l>
                <hi rend="sc">transversat</hi>
                <hi rend="italic">durata</hi>
                <hi rend="sc">manu</hi>, <hi rend="italic">liquidoque coactos</hi>
              </l>
              <l rend="italic">Interdum grumos spargit sale.</l>
            </lg>
            <bibl>(v.45. seqq.)</bibl>
          </quote> Cioè <emph>vi passa e ripassa sopra colla mano, attraversa quella pasta già
            sodetta colla mano</emph>. Ecco dunque il verbo <emph>transversare</emph>, e le nostre
          parole ec. di origine antica, e latina pura.</p>
        <p>Potrebbe darsi che <emph>transversare</emph> volesse dire a un dipresso
          <emph>versare</emph>, cioè rivolgere e dimenare fra le mani. Nondimeno la spiegazione che
          danno il Gloss. e il Forcell. a <emph>transversare</emph>, la prep. <emph>trans</emph>, e
          il significato della voce <foreign lang="lat" rend="italic">transversus</foreign> ec. par
          che confermino la mia interpretazione. C’è anche il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">transvertere</foreign> di cui v. Forcell. e di cui <foreign lang="lat"
            rend="italic">transversare</foreign> par che debba essere il continuativo.</p>
        <p>Tiriamo innanzi con altro esempio. Da <foreign lang="lat" rend="italic">arctus</foreign>
          o <foreign lang="lat" rend="italic">arcitus</foreign> antico participio di <foreign
            lang="lat" rend="italic">arcere</foreign> preso nel significato di <foreign lang="lat"
            rend="italic">coercere, contenere</foreign> (del quale v. Festo e il Forcellini che ne
          dà buoni esempi), viene il continuativo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >arcuare</foreign> che significa <emph>stringere constringere</emph>, non già
          momentaneamente come quando stringiamo la mano ad uno; ma stringere continuatamente, ed in
          modo che l’azione dello stringere non sia un puro <emph>atto</emph>, ma
          un’<emph>azione</emph>. O da <foreign lang="lat" rend="italic">arcuare</foreign>, o da
            <foreign lang="lat" rend="italic">coercere</foreign> deriva il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">coartare</foreign> che significa ne’ buoni scrittori latini
            <emph>ristringere</emph>. Ma ne’ Glossari latino barbari questo verbo si trova in
          significato di <emph>costringere</emph> o <emph>forzare</emph>, e in questo senso
          l’adoperò Paolo giureconsulto l’esempio del quale è registrato negli stessi vocabolari
          latini: e in questo senso assai più che in quello di <emph>ristringere</emph> (oggi, si
          può dire dimenticato) s’adopera in Italia <emph>coartare</emph> e
          <emph>coartazione</emph>, quantunque la Crusca non dia questo significato a
          <emph>coartare</emph>, <pb ed="aut" n="1145"/> e dandolo a <emph>coartazione</emph>,
          s’inganni credendo che nell’unico esempio che riporta, questa parola sia presa in detto
          senso, giacchè v’è presa nel senso di <emph>restrizione</emph>; conforme ha dimostrato il
          Monti (<bibl>
            <title>Proposta</title> ec. alla voce <emph>Coartazione</emph>. vol. 1. par.2. p.
          166.</bibl>). Il quale condanna come barbare le parole <emph>coartare</emph> e
            <emph>coartazione</emph> prese in forza di <emph>Costrignimento</emph>,
            <emph>Sforzamento</emph>. Ora io credo che questo significato non sia nè barbaro in
          italiano, nè moderno nel latino, ma antico ed usitato nel latino volgare, quantunque non
          ammesso nelle buone scritture.</p>
        <p>Primieramente osservo che <foreign lang="lat" rend="italic">coarctare</foreign>è
          continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">coercere</foreign>, e <foreign
            lang="lat" rend="italic">coercere</foreign>, come ognun sa, ha ne’ buoni latini un
          significato metaforico (più comune forse del proprio) che somiglia molto a quello di
            <emph>forzare</emph>. Anzi alcuni gramatici gli danno anche questo significato, sebbene
          sopra autorità incompetente, cioè quella del libricciuolo <title lang="lat" rend="italic"
            >De progenie Augusti</title> attribuito a Messala Corvino, dove si legge: <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Superatos hostes Romae cohabitare</hi>
              <hi rend="sc">coercuit</hi>
            </foreign>
          </quote>, cioè <emph>costrinse</emph>. Il quale libretto sebbene dagli eruditi è creduto
          apocrifo, e dell’età mezzana, tuttavia non è forse d’autorità nè di tempo inferiore a
          molti e molti altri che sono pur citati nel Vocabolario latino. Laonde, se <foreign
            lang="lat" rend="italic">coercere</foreign>
          <pb ed="aut" n="1146"/> significava <emph>forzare</emph>, o cosa somigliante, è
          naturalissimo che il suo continuativo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >coarctare</foreign> avesse, almeno nel volgare latino, lo stesso o simile significato.</p>
        <p>In secondo luogo osservo che la metafora dallo <emph>stringere</emph> al
          <emph>forzare</emph> è così naturale che si trova e nel latino stesso, e (lasciando le
          altre) in tutte le lingue che ne derivano. <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Quae tibi scripsi, primum, ut te non sine exemplo monerem: deinde ut
                in posterum ipse</hi>
              <hi rend="sc">ad eandem temperantiam adstringerer</hi>, <hi rend="italic">cum me hac
                epistola quasi pignore obligavissem</hi>
            </foreign>
          </quote>, dice Plinio minore (<bibl>l. 7. ep. 1.</bibl>). Che altro vuol dire se non <quote>
            <emph>costringersi, forzarsi, obbligarsi</emph>
          </quote> (com’egli poi spiega) <quote>
            <emph>alla temperanza</emph>?</quote> Altri usi di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >astringere</foreign> (e parimente di <foreign lang="lat" rend="italic">obstringere,
            costringere</foreign>, e del semplice <foreign lang="lat" rend="italic"
          >stringere</foreign> latino) similissimi a quelli di <emph>forzare</emph> sono noti ai
          gramatici. E <foreign lang="lat" rend="italic">cogere</foreign> che in senso metaforico
          (più comune ancora del proprio) significa <emph>forzare</emph>, ed è contrazione di
            <foreign lang="lat" rend="italic">coagere</foreign>, che altro significa propriamente se
          non se <foreign lang="lat" rend="italic">in unum colligere, congregare, condensare,
            spissare, colligare, costringere</foreign>? Il suo continuativo <foreign lang="lat"
            rend="italic">coartare</foreign> si adopra pure da Lucrezio nel significato di
            <emph>forzare</emph>. Presso noi <emph>stringere, astringere, costringere</emph>, <pb
            ed="aut" n="1147"/> oltre i significati propri hanno anche il metaforico di
            <emph>sforzare</emph>. Presso i francesi <foreign lang="fre" rend="italic">astreindre e
            contraindre</foreign> si sono talmente appropriato il detto senso, che <foreign
            lang="fre" rend="italic">astreindre</foreign> manca del primitivo significato di
            <emph>stringere</emph>, e in <foreign lang="fre" rend="italic">contraindre</foreign> si
          considera questa significazione propria, come figurata. Il che avviene ancora al secondo e
          terzo dei detti verbi italiani. Presso gli spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic"
            >apretar</foreign> che significa <emph>stringere</emph>, vale ancora comunemente
            <foreign lang="spa" rend="italic">hacer fuerza</foreign>, ossia <emph>sforzare</emph>; e
            <foreign lang="spa" rend="italic">constreñir</foreign> o <foreign lang="spa"
            rend="italic">costreñir</foreign> (da <foreign lang="spa" rend="italic"
          >estreñir</foreign> che significa <emph>stringere</emph>) non serba altro significato che
          di <emph>sforzare</emph>. <foreign lang="spa" rend="italic">Estrechar</foreign> ha quello
          di <emph>stringere</emph> per significato proprio e comune, e quello di
          <emph>costringere</emph> o <emph>sforzare</emph> per metaforico. Il legare è una maniera
          di stringere. Ora, lasciando le significazioni metaforiche del latino <foreign lang="lat"
            rend="italic">obligare</foreign>, somiglianti a quelle di <emph>forzare</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Secondo il Forcellini il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">obligari</foreign>
              si trova in Ovidio nel significato espresso di <foreign lang="lat" rend="italic">cogi
                iuberi</foreign>, come in italiano si dice <emph>essere obbligato a fare</emph> ec.
              Ma il Forcellini s’inganna. Ecco il passo di Ovidio col necessario accompagnamento de’
              versi circostanti, laddove il Forcellini riporta un verso solo (<bibl>
                <title>Trist.</title> I. el. 2. v. 81. seqq.</bibl>)</p>
            <quote rend="block">
              <lg lang="lat">
                <l rend="italic">Quod faciles opto ventos, (quis credere possit?)</l>
                <l>
                  <hi rend="italic">Sarmatis est tellus quam mea</hi>
                  <hi rend="sc">vota</hi>
                  <hi rend="italic">petunt</hi>.</l>
                <l>
                  <hi rend="sc">obligor</hi>, <hi rend="italic">ut tangam laevi fera litora
                  Ponti</hi>;</l>
                <l rend="italic">Quodque sit a patria tam fuga tarda queror.</l>
              </lg>
            </quote>
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Obligor</foreign> qui non significa <foreign
                lang="lat" rend="italic">cogor, iubeor</foreign> come dice il Forcellini, e come
              pare, se si recita questo verso solo, conforme fa egli; ma vuol dire <emph>fo voti, mi
                obbligo io stesso con voti</emph>, e non già <emph>sono costretto</emph>; ed è come
              dire <foreign lang="lat" rend="italic">obligor votis</foreign> (giacchè questo
              apparisce dal contesto, e dalla parola <foreign lang="lat" rend="italic"
              >vota</foreign> del verso antecedente), locuzione dello stesso genere di quelle di
              Cic. <quote>
                <foreign lang="lat" rend="italic">obligare militiae sacramento, obligare sempiterna
                  religione, obligare scelere</foreign>
              </quote>; e di Livio <quote>
                <foreign lang="lat" rend="italic">obligari foedere</foreign>
              </quote>; e di Orazio <quote>
                <foreign lang="lat" rend="italic">obligare caput suum votis</foreign>
              </quote>. In Oraz. però ha la significazione di <emph>devolvere</emph> ec.
                <bibl>Vedilo 2. 8. v. 5. <title>Od.</title>
              </bibl> V. p. 2246</p>
          </note>. in italiano, in francese, <pb ed="aut" n="1148"/> in ispagnuolo ognuno sa che
            <foreign lang="spa" rend="italic">obligare, obliger, obligar</foreign> si adopra
          continuamente nell’espresso significato di <emph>costringere</emph>. Mi par dunque ben
          verisimile che il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">coartare</foreign> (continuativo
          di <foreign lang="lat" rend="italic">coercere</foreign>), oltre il senso proprio di
          ristringere, avesse anche, non solo nella bassa latinità, ma nell’antico volgare latino,
          il senso di <emph>forzare</emph>. (6-8. Giu. 1821.). V. p. 1155.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1107. Quantunque il Forcellini chiama <foreign lang="lat" rend="italic"
          >acceptare</foreign> frequentativo di <foreign lang="lat" rend="italic">accipere,
          sed</foreign>, aggiunge, <foreign lang="lat" rend="italic">eiusdem fere
          significationis</foreign>. Ora la differenza della significazione la può sentire ne’ detti
          esempi ogni buon orecchio, sostituendovi il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >accipere</foreign>. E quanto al frequentativo, osservi ciascuno che differenza passi
          dal ricevere annualmente una tale o tale entrata, ch’è azione continua rispettivamente
          alla natura del ricevere, al ricevere frequentemente; azione che non importa ordine, nè
          regola, nè determina il come, nè il quando nè con quali intervalli si riceva.</p>
        <p>Ed a questo proposito porterò un luogo di Plauto, dove Arpage venuto per pagare un debito
            <pb ed="aut" n="1149"/> del suo padrone, dice a Seudolo servo del creditore <quote
            rend="block">
            <lg lang="lat" rend="italic">
              <l>Tibi ego dem?</l>
            </lg>
          </quote> Risponde Seudolo <quote rend="block">
            <lg lang="lat" rend="italic">
              <l>Mihi hercle vero, qui res rationesque heri</l>
              <l>Ballionis curo, argentum adcepto, expenso, et cui debet, dato.</l>
            </lg>
            <bibl>(<title>Pseud.</title> 2.2. v. 31. seq.)</bibl>
          </quote> Ecco tre continuativi, e nella loro piena forza e proprietà: <foreign lang="lat"
            rend="italic">adceptare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >adceptus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">adcipere, expensare</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">expensus</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">expendere</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">datare</foreign>
          da <foreign lang="lat" rend="italic">datus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >dare</foreign>. Crediamo noi che Plauto abbia posti a caso questi tre verbi in fila,
          tutti d’una forma, in cambio de’ loro positivi? Ma qui stanno e debbono stare i
          continuativi in luogo de’ positivi, perchè questi esprimono una semplice azione, laddove
          qui s’aveva a significare il costume di far quelle tali azioni. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Datare</foreign> alcuni dicono ch’è lo stesso che <foreign lang="lat"
            rend="italic">dare</foreign>. (Indice a Plauto). Vedete come s’ingannino, e sbaglino la
          proprietà dell’idioma latino. Il Forcellini lo chiama frequentativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">dare</foreign>, e portando un passo di Plinio maggiore, <foreign
            lang="lat" rend="italic">Themison</foreign> (medico) <foreign lang="lat" rend="italic"
            >binas non amplius drachmas</foreign> (di elleboro) <foreign lang="lat" rend="italic"
            >datavit</foreign>, spiega <foreign lang="lat" rend="italic">dare consuevit</foreign>.
          Ma il costume è cosa continua (quando anche l’azione non è continua) e non già frequente,
          e la frequenza viceversa non importa costume. E quando Plauto in altro luogo (<bibl>
            <title>Mostell.</title> 3.1. v. 73.</bibl>) dice <quote rend="block">
            <lg lang="lat" rend="italic">
              <l>Tu solus, credo, foenore argentum datas; <pb ed="aut" n="1150"/>
              </l>
            </lg>
          </quote> e Sidonio (<bibl>lib. 5. ep. 13.</bibl>), <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">ne tum quidem domum laboriosos redire permittens, cum tributum
                annuum</hi>
              <hi rend="sc">datavere</hi>
            </foreign>
          </quote>, usano il continuativo in luogo del positivo, perchè hanno a significare non il
          semplice atto di dare, ma il costume di dare, che è cosa nè semplice nè frequente, ma
          continua.</p>
        <p>Da <foreign lang="lat" rend="italic">sputus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sputum</foreign> di <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">spuere, sputare. Iamdudum sputo sanguinem</foreign>
          </quote>, dice Plauto, cioè <emph>soglio sputar sangue</emph>, e non avrebbe potuto dire
            <foreign lang="lat" rend="italic">spuo</foreign>. <bibl>V. in tal proposit.
              <author>Virgil.</author> (<title>Georg.</title> 1. 336.)</bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">receptet</foreign>. <emph>Ricettare</emph> e
            <emph>raccettare</emph> in italiano non è azione venti volte più continua, o durevole
          ec. di <emph>ricevere</emph>? V. anche <foreign lang="lat" rend="italic">resultat</foreign>
          <bibl>
            <title>Georg.</title> 4. 50.</bibl> ed osserva il <emph>risultare</emph> ital. franc. e
          spagn. Puoi vedere p. 2349.</p>
        <p>Da <foreign lang="lat" rend="italic">ostentus</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">ostendere</foreign>, participio, a quel che pare, più antico di <foreign
            lang="lat" rend="italic">ostensus</foreign>, ebbero i latini il continuativo <foreign
            lang="lat" rend="italic">ostentare</foreign>. <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>
                <hi rend="italic">Altera manu fert lapidem, panem</hi>
                <hi rend="sc">ostentat</hi>
                <hi rend="italic">altera</hi>
              </l>
            </lg>
          </quote> disse Plauto (<bibl>
            <title>Aulul.</title> 2. 2. v. 18.</bibl>), e non avrebbe potuto dir propriamente
            <foreign lang="lat" rend="italic">ostendit</foreign>, volendo significar uno che quasi
          ti mette quel pane sotto gli occhi, perchè tu non solamente lo veda, ma lo guardi. E
          Cicerone metaforicamente (<bibl>
            <title>Agrar.</title> 2. c. 28.</bibl>): <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Agrum Campanum quem vobis</hi>
              <hi rend="sc">ostentant</hi>, <hi rend="italic">ipsi cuncupiverunt</hi>
            </foreign>
          </quote>. Ponete <foreign lang="lat" rend="italic">ostendunt</foreign> invece di <foreign
            lang="lat" rend="italic">ostentant</foreign>, e vedrete come l’azione diventa più breve,
          e la sentenza snervata e inopportuna. Lo stesso dico delle altre metafore di <foreign
            lang="lat" rend="italic">ostentare</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >iactare, gloriari, venditare</foreign> e simili, tutti significati continuati. (8-9.
          Giu. 1821.). V. p. 2355. principio.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1166. Quello che dico de’ verbi in <emph>tare</emph> si deve anche estendere ad
          altri verbi terminati in altro modo, massimamente in <emph>sare</emph> per anomalia de’
          participi o supini da cui derivano; come <emph>pulsare</emph> (che anticamente, e
          soprattutto, come nota Quintiliano, presso i Comici, si scrisse anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">pultare</foreign>) <pb ed="aut" n="1151"/> è continuativo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">ellere</foreign> dall’anomalo participio <foreign lang="lat"
            rend="italic">pulsus</foreign>, e così <foreign lang="lat" rend="italic"
          >versare</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">vertere</foreign>, ed altri che
          abbiamo veduto. Voglio però notare che forse <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pultare</foreign> creduto lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pulsare</foreign>, è contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pulsitare</foreign>, e diverso originariamente da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pulsare</foreign> quanto è diverso il frequentativo dal continuativo. E quanto a
            <foreign lang="lat" rend="italic">pulsare</foreign> s’egli sia propriamente continuativo
          o frequentativo, come lo chiamano, vedilo in questo luogo di Cicerone (<bibl>
            <title>De Nat. Deor.</title> 1. c. 41.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">cum</hi>
              <hi rend="sc">sine ulla intermissione pulsetur</hi>
            </foreign>
          </quote>. Così da <foreign lang="lat" rend="italic">responsus</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">responsum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >rispondere</foreign>, viene <foreign lang="lat" rend="italic">responsare</foreign>
          continuativo.</p>
        <quote rend="block">
          <lg lang="lat" rend="italic">
            <l>Num ancillae aut servi tibi</l>
            <l>Responsant? eloquere: impune non erit.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p>(<bibl>
            <author>Plaut.</author>
            <title>Menaechm.</title> 4. 2. v. 56. seq.</bibl>) Cioè <emph>ti sogliono rispondere
            arrogantemente</emph>, non già <emph>ti rispondono</emph> semplicemente ovvero ti
          rispondono spesso. E nel significato metaforico di <emph>resistere</emph> il verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">responsare</foreign> è parimente continuativo, e così
          quando significa <foreign lang="lat" rend="italic">eccheggiare</foreign>, che è cosa più
          continuata del rispondere, e per nulla frequente, come ognun vede. (9. Giugno 1821.). Così
          da <foreign lang="lat" rend="italic">cessus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cedere</foreign> viene <emph>cessare</emph>, il quale chiamano frequentativo, sebbene
          io non sappia veder cosa più continuata di quella ch’esprime questo verbo. V. p. 2076.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1124. marg. E chiunque porrà mente ai versi de’ comici, e altresì di Fedro, e
          degli altri Giambici latini, o se n’abbiano opere intere (come Catullo, le tragedie di
          Seneca) o frammenti, ci troverà molte altre licenze proprie di quelle sorte di versi, e
          note agli eruditi; ma anche <pb ed="aut" n="1152"/> potrà di leggeri avvertire che
          dovunque s’incontrano due o più vocali alla fila, o nel principio o nel mezzo o nel fine
          delle parole, quelle vocali per lo più e quasi regolarmente stanno per una sillaba sola,
          come formassero un dittongo, quantunque non lo formino, secondo le leggi ordinarie della
          prosodia. Fuorchè se dette vocali si trovano appiè de’ versi, dove bene spesso (come ne’
          versi italiani) stanno per due sillabe, ma spesso ancora per una sola, come in questo
          verso di Fedro: <quote rend="block">
            <lg lang="lat" rend="italic">
              <l>Repente vocem sancta misit Religio.</l>
            </lg>
          </quote> (<bibl>lib.4. fab. 11 al. 10. vers.4.</bibl>) Questo è un giambo trimetro
          acataletto, cioè di sei piedi puri, e la penultima breve, non è la sillaba <emph>gi</emph>
          di <foreign lang="lat" rend="italic">Religio</foreign>, ma la sillaba <emph>li</emph>.
          Similmente in quel verso di Catullo, sebbene in questo e nelle leggi metriche, più
          diligente assai degli altri, (<bibl>
            <title>Carm.</title> 18. al. 17. vers. 1.</bibl>) <quote rend="block">
            <lg lang="lat" rend="italic">
              <l>O Colonia quae cupis ponte ludere ligneo</l>
            </lg>
          </quote> la penultima dovendo esser lunga, non è la sillaba <emph>gne</emph> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">ligneo</foreign>, ma la sillaba <emph>li</emph>, s’è vera
          questa lezione di <foreign lang="lat" rend="italic">ligneo</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">longo</foreign> come altri leggono. Oltre che questo verso
          trocaico stesicoreo, dovendo essere di quindici sillabe, sarebbe di sedici, se <foreign
            lang="lat" rend="italic">ligneo</foreign> fosse trisillabo. (La parola <foreign
            lang="lat" rend="italic">ligneo</foreign> è qui un trocheo, piede di una lunga e una
          breve, detto anche coreo). E quello che dico de’ latini, dico anche dei greci. Nel primo
          verso della Ricchezza di Aristofane <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="grc">Ὡς ἀργαλέον πρᾶγμ' ἐστὶν ὦ Ζεῦ καὶ Θεοὶ,</foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote>
          <pb ed="aut" n="1153"/> la parola <foreign lang="grc">ἀργαλέον</foreign> è trisillaba. E
          notate che scrivendo <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="grc">Ὡς ἀργαλέον πρᾶγμ' ἐστ' ὦ Ζεῦ καὶ Θεοὶ,</foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote> senza nessuna fatica questo verso riusciva giambo trimetro o senario puro,
          secondo le regole della prosodia greca. Dal che si vede che quei poeti i quali scrivevano,
          come dice Tullio dei Comici, a <emph>somiglianza del discorso</emph>, (<bibl>
            <title>Oratoris</title> cap. 55.</bibl>) adoperavano quasi regolarmente siffatte vocali
          doppie ec. come dittonghi, e conseguentemente che l’uso quotidiano della favella (tenace
          dell’antichità molto più che la scrittura) le stimava e pronunziava per dittonghi, o
          sillabe uniche, sì nella Grecia come nel Lazio. Puoi vedere la nota del <foreign
            lang="lat" rend="italic">Faber</foreign> al 2. verso del prologo di <bibl>
            <author>Fedro</author>, lib. 1.</bibl> e quella pure del <bibl>
            <author>Desbillons</author> nelle <title lang="lat">Addenda ad notas</title>, p. LI.
            fine.</bibl> (10. Giugno, dì di Pentecoste. 1821.).V. p. 2330.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1123. Anzi, secondo me, da principio si diceva <foreign lang="lat" rend="italic"
            >legitus, tegitus, agitus</foreign>, quindi per contrazione, <foreign lang="lat"
            rend="italic">legtus, tegtus, agtus</foreign>, e finalmente per più dolcezza, <foreign
            lang="lat" rend="italic">lectus, tectus, actus</foreign>. E chi se ne vuol persuadere,
          ponga mente al verbo <foreign lang="lat" rend="italic">agitare</foreign>, il quale,
          secondo quello che abbiamo osservato e dimostrato finora, è formato dal participio (o dal
          sup.) di <foreign lang="lat" rend="italic">agere</foreign>. <pb ed="aut" n="1154"/> E
          quindi s’inferisce che l’antico e primo participio di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >agere</foreign> non fu <foreign lang="lat" rend="italic">actus</foreign> ma <foreign
            lang="lat" rend="italic">agitius</foreign> da cui venne <foreign lang="lat"
            rend="italic">agitare</foreign>, come poi da <foreign lang="lat" rend="italic">actus
            actitare</foreign>. <bibl>V. il <author>Forcell.</author> in <title rend="lang"
            >Caveo</title>, fine. e p. 2368</bibl>. Lo stesso dico di <foreign lang="lat"
            rend="italic">cogitare</foreign> o venga da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >agitare</foreign>, o dall’antico <foreign lang="lat" rend="italic">coagitus</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">cogere</foreign>. V. p. 2105. capoverso 1. E
          similmente come da <foreign lang="lat" rend="italic">lectus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">legere</foreign> derivarono <foreign lang="lat" rend="italic"
            >leccare</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">lectitare</foreign>, così
          dall’antico <foreign lang="lat" rend="italic">legitus</foreign>, il verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">levitare</foreign> mentovato da Prisciano. (10. Giugno 1821.).
          V. p. 1167.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1113. marg. Se però <foreign lang="lat" rend="italic">cogitare</foreign> non
          deriva da un antico participio <foreign lang="lat" rend="italic">rogitus</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">rogare</foreign> (come <foreign lang="lat"
            rend="italic">domitus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">domare,
          crepitus</foreign> ovvero il sup. <foreign lang="lat" rend="italic">crepitum</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">crepare</foreign>, e tali altri) del che mi dà forte
          sospetto la nostra voce <foreign lang="lat" rend="italic">rogito</foreign> participio
          sostantivato da <foreign lang="lat" rend="italic">rogare</foreign>, in vece di <foreign
            lang="lat" rend="italic">rogato</foreign>. Da <foreign lang="lat" rend="italic">lactatus
            allattato, lactitare</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Restitare</foreign>
          non saprei se da <foreign lang="lat" rend="italic">restatus</foreign>, o
          <emph>restituì</emph>, ambedue inusati, e se da <emph>resisto</emph>, o
          <emph>resto</emph>. V. p. 2359. La bassa latinità diceva parimente <foreign lang="lat"
            rend="italic">rogitus us</foreign> nello stesso significato, ed anche addiettivamente
            <foreign lang="lat" rend="italic">rogitus a um</foreign>, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">roitus</foreign> in luogo appunto di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >rogatus</foreign>, del che v. il Du Cange. Del resto anche da <foreign lang="lat"
            rend="italic">paratus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">parare</foreign>,
          da <foreign lang="lat" rend="italic">imperatus</foreign> d’<foreign lang="lat"
            rend="italic">imperare</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic">volatus</foreign>
          o <foreign lang="lat" rend="italic">volatum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >volare</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic">vocatus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">vocare</foreign> (v. Forcell. circa <foreign lang="lat"
            rend="italic">vocitare</foreign> che par verbo continuativo dinotante costume), e da
            <foreign lang="lat" rend="italic">mussatus</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">mussare</foreign> i latini fecero <foreign lang="lat" rend="italic"
            >paritare, imperitare, volitare, vocitare</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mussitare</foreign>; e generalmente pare che questo fosse il costume nel formare o i
          frequentativi o i continuativi da’ participii in <emph>atus</emph> della prima
          congiugazione; di cambiare cioè l’<emph>a</emph> del participio in <emph>i</emph>, per
          isfuggire il cattivo suono p. e. di <foreign lang="lat" rend="italic">mussatare</foreign>,
          o <foreign lang="lat" rend="italic">mussatitare</foreign>. (Eccetto però <foreign
            lang="lat" rend="italic">datare</foreign> ec.) Così da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mutuatus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">mutuare</foreign> fecero
            <foreign lang="lat" rend="italic">mutilare</foreign> sincopato da <foreign lang="lat"
            rend="italic">mutuitare</foreign> se crediamo a quelli che derivano questo verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">mutilare</foreign> dal precedente <foreign lang="lat"
            rend="italic">mutuare</foreign>. Altri lo derivano da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mutare</foreign>, e fa parimente al caso nostro. (11. Giugno 1821.). V. p. 2079. e
          2192. fine. e 2199. principio.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1155"/> Alla p. 1148. Lo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic"
            >pintar</foreign>, cioè <emph>dipingere</emph> derivato certo dal participio del verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">pingere</foreign>, sembra che se non altro dinoti un
          antico participio <foreign lang="lat" rend="italic">pinctus</foreign>, in vece di <foreign
            lang="lat" rend="italic">pictus</foreign>, participio regolare e proprio di <foreign
            lang="lat" rend="italic">pingere</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >tinctus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">tingere, cinctus</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">cingere, planctus</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">planctum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">piangere</foreign>
          ec. (e v. p. 1153. capoverso ult. donde raccoglierai che il primo e vero participio
          passivo di tali verbi era <foreign lang="lat" rend="italic">pingitus, tingitus</foreign>
          ec.) e conservatosi, a quel che pare, nel volgare latino. (11. Giugno 1821.). Non diciamo
          noi <emph>pinto, dipinto</emph> ec.? <emph>Pitto</emph> solamente in poesia come il
          Rucellai nelle Api. I francesi <foreign lang="fre" rend="italic">peiNt</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1121. Così <emph>dubitare</emph> deriva da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >dubitus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">dubitum</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">dubiatum</foreign> (v. p. 1154.) di un antico <foreign
            lang="lat" rend="italic">dubitare</foreign> mentovato da Festo, e conservato nell’antico
          italiano. Questo però terminando in <emph>itare</emph> può anche, secondo il detto alla p.
          1113. essere un verbo tra frequentativo e diminuitivo, sul gusto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">haesitare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >haerere</foreign>, che somiglia anche nel significato. V. p. 1166. fine. (11 Giu. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1117. Nostri soli continuativi sono i verbi <emph>venire</emph> e
          <emph>andare</emph> uniti a’ gerundi de’ verbi denotanti l’azione che vogliamo
          significare, come <emph>venir facendo, andar dicendo</emph>. I quali modi però hanno meno
          forza, e meno significazione della continuità, che non ne hanno propriamente i
          continuativi latini. E dimostrano una languida continuazione della cosa, un’azione più
          languida, e meno continua, ed anche interrotta; e di più un’azione meno perfetta. V. p.
          1212. capoverso 1. e p. 2328. (11. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1128. Da queste osservazioni apparisce che la desinenza italiana della prima
          persona attiva singolare del perfetto indicativo, dico la desinenza in <emph>ai</emph>, è
          la vera e primitiva desinenza latina di detta persona, conservatasi per tanti secoli dopo
          sparita dalle scritture, o senza mai esservi ammessa, mediante il volgare latino; e per
          tanti altri, mediante la nostra lingua che gli <pb ed="aut" n="1156"/> è succeduta.
          Desinenza conservatasi anche nella scrittura francese, nostra sorella, ma perduta nella
          pronunzia, conforme alla qual pronunzia gli spagnuoli (altri nostri fratelli) scrivono e
          dicono <foreign lang="spa" rend="italic">amè</foreign> ec. Voce senza fallo derivata
          dall’antichissimo <emph>amai</emph>, mutato il dittongo <emph>ai</emph> nella lettera
            <emph>e</emph>, forse a cagione del commercio scambievole ch’ebbero i francesi e gli
          spagnuoli, e le lingue e poesie loro ne’ principii di queste e di quelle: commercio
          notabilissimo, lungo, vivo, e frequente; e conosciuto dagli eruditi, (<bibl>
            <author>Andrès</author> t. 2. p. 281. fine, e segg.</bibl>) e che in ordine alla forma
          di molte parole e frasi è la sola cagione per cui la lingua spagnuola somiglia alla latina
          meno della nostra, quantunque in genere somigli e la lat. e la nostra assai più della
          francese. Così nel futuro <foreign lang="spa" rend="italic">amarè</foreign> ec. ec.
          somiglia alla lingua francese pronunziata.</p>
        <p>Quanto alla cagione per cui si trasmise col tempo alle lettere <emph>a</emph> ed
          <emph>i</emph> il digamma eolico, e poi il <emph>v</emph>, affine d’evitare, come dicono,
          l’iato, secondo il costume eolico, osserverò alcune cose che gioveranno anche a tutta
          questa parte del nostro discorso, e dalle quali potremo forse dedurre che il detto costume
          non venne veramente dal popolo, come ho detto p. 1128. il quale anzi pare che conservasse
          la pronunzia antica fino a tramandarla ai nostri idiomi, <pb ed="aut" n="1157"/> ma venne
          piuttosto, o nella massima parte, dagli scrittori, o dal ripulimento della rozza lingua
          latina antica.</p>
        <p>Il concorso delle vocali suol essere accetto generalmente alle lingue (se non altro de’
          popoli meridionali d’occidente) tanto più, quanto elle sono più vicine ai loro principii,
          ovvero ancora quanto sono più antiche, e quanto più la loro formazione si dovè a tempi
          vicini alla naturalezza de’ costumi e de’ gusti. Per lo più vanno perdendo questa
          inclinazione col tempo, e col ripulimento, e si considera come duro e sgradevole il
          concorso delle vocali che da principio s’aveva per fonte di dolcezza e di leggiadria. La
          lingua latina che noi conosciamo, cioè la lingua polita e formata e scritta non ama il
          concorso delle vocali, perch’ella fu polita e formata e scritta in tempi appunto politi e
          civili, e i più lontani forse dell’antichità dalla prima naturalezza; nell’ultima epoca
          dell’antichità; presso una nazione già molto civile ec. Per lo contrario la lingua greca
          stabilita e formata, e ridotta a perfette scritture in tempi antichissimi, gradì nelle
          scritture il concorso delle vocali, lo considerò come dolcezza e dilicatezza; e perciò la
          lingua greca che noi conosciamo e possiamo conoscere, cioè la scritta, <pb ed="aut"
            n="1158"/> ama il concorso delle vocali, specialmente quella lingua che appartiene agli
          scrittori più antichi, e nel tempo stesso più grandi, più classici, più puri, e più
          veramente greci.</p>
        <p>E siccome la prosodia greca era già formata ai tempi d’Omero, (sia ch’egli la trovasse, o
          la formasse da se) la latina lo fu tanti e tanti secoli dopo, così fra la poesia dell’una
          e dell’altra lingua si osserva una notabile differenza in questo proposito, la quale
          conferma grandemente il mio discorso. Ed è che nella poesia latina se una parola finita
          per vocale è seguita da un’altra che incominci per vocale, l’ultima vocale della parola
          precedente è mangiata dalla seguente, si perde, e non si conta fra le sillabe del verso.
          All’opposto nella poesia greca non è mangiata, nè si perde o altera in verun modo, e si
          conta per sillaba, come fosse seguita da consonante; fuorchè se il poeta non la toglie via
          del tutto, surrogandole un apostrofo. Così dico dei dittonghi nello stesso caso, parimente
          elisi nella poesia latina, e intatti nella greca.</p>
        <p>Parimente la lingua italiana antica, quella lingua de’ trecentisti, che quanto alla
          dolcezza e leggiadria non ha pari in nessun altro secolo, non <pb ed="aut" n="1159"/> solo
          non isfugge il concorso delle vocali, ma lo ama. Proprietà che la nostra lingua è venuta
          perdendo appoco appoco, quanto più s’è allontanata dalla condizione primitiva; e che oggi
          non solo dal massimo numero degli scrittori cioè da quelli di poca vaglia, ma da più
          eleganti, è per lo più sfuggita come vizio, e come causa di brutto e duro suono, in luogo
          di dolcezza o di grazia. Massimamente però gli scrittori più triviali (dico quanto alla
          lingua e lo stile), o affettati o no, di questo e de’ due ultimi secoli, par ch’abbiano
          una somma paura che due o più vocali s’incontrino, e storcono le parole in mille maniere
          per evitare questo disastro.</p>
        <p>E così stimo che accada a tutte le lingue in ragione del tempo, dell’indole sua, e del
          ripulimento di esse lingue. E accadde, io penso, anche alla lingua greca. Giacchè,
          lasciando quello che si può notare negli scrittori greci più recenti, i dittonghi che da
          principio, e lungo tempo nel seguito si pronunziavano sciolti, si cominciarono a
          pronunziar chiusi, e questo costume, come osservò il Visconti, risale fino al tempo di
          Callimaco, se è veramente di Callimaco un epigramma che porta il suo nome, dove alle
          parole <foreign lang="grc">ναιχὶ καλὸς</foreign> si fa che l’eco risponda <foreign
            lang="grc">ἄλλος ἔχει</foreign> (epig. 30), la qual cosa dimostra che lo scrittore
          dell’epigramma pronunziava <emph>nechi</emph> ed <emph>echi</emph> come i greci moderni,
          per <emph>naichi</emph> ed <emph>echei</emph>. E come io non <pb ed="aut" n="1160"/>
          dubito che i latini anticamente non pronunziassero i loro dittonghi sciolti siccome i
          greci, così mi persuado facilmente che a’ tempi di Cicerone e di Virgilio li
          pronunziassero chiusi come oggi si pronunziano. (12. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1118. Perchè meglio s’intenda questa teoria de’ verbi continuativi, ne
          osserveremo e ne distingueremo la natura più intimamente ed accuratamente che non abbiamo
          fatto finora. Atto ed azione propriamente, differiscono tra loro. L’atto, largamente
          parlando, non ha parti, l’azione sì. L’atto non è continuato, l’azione sì. Questi due
          verbali <foreign lang="lat" rend="italic">actus</foreign> ed <foreign lang="lat"
            rend="italic">actio</foreign>, sì nel latino come nell’italiano, (ed anche nel francese
          ec.) e non solamente questi, ma anche gli altri di simile formazione, a considerarli
          esattamente, differiscono in questo, che il primo considera l’agente come nel punto, il
          secondo come nello spazio, o nel tempo. Certo non si dà cosa veramente e assolutamente
          indivisibile, ma se considereremo le opere dell’uomo o di qualunque agente, vedremo che
          alcune ci si presentano come indivisibili, e non continuate, altre come divisibili e
          continuate. Quando per tanto il verbo positivo latino significa atto, il verbo
          continuativo significa azione. <pb ed="aut" n="1161"/> P. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">vertere</foreign> significa atto, <emph>versare</emph> azione. Il
            <emph>voltare</emph> non può farsi veramente in un punto solo, ma la lingua
          necessariamente considera l’atto del <emph>voltare</emph> come indivisibile e non
          continuato. Laddove quello che in latino si chiama <foreign lang="lat" rend="italic"
            >versare</foreign>, come il voltare per un certo tempo una ruota, si considera
          naturalmente come azione continuata, fatta non già nell’istante, ma nello spazio, e
          composta di parti. Questa dunque è azione, quello è atto, e quest’azione è composta di
          molti di quegli atti. Spessissimo avviene che ciò che l’uomo o la lingua considera come
          atto sia più durevole di un’azione dello stesso genere. Come, per non dipartirci
          dall’esempio recato, l’azione del voltare una ruota per lo spazio, poniamo, di una
          mezz’ora, è più breve dell’atto di voltare sossopra una gran pietra, che non si possa
          rivolgere senza l’opera d’una o più ore. E tuttavia quell’azione in latino si esprimerebbe
          col verbo continuativo <foreign lang="lat" rend="italic">versare</foreign>, quest’atto
          benchè più lungo dell’azione, non potrebbe mai dirsi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >versare</foreign>, ma si esprimerebbe col positivo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vertere</foreign>. Perchè quest’atto, ancorchè lungo, rappresentandocisi
          complessivamente al pensiero, ci desta un’idea unica, non <pb ed="aut" n="1162"/>
          continuata, semplice: laddove quell’azione ci si presenta come moltiplice, composta, e
          continuata. Similmente <foreign lang="lat" rend="italic">jacere</foreign> significa atto,
            <foreign lang="lat" rend="italic">jactare</foreign>, azione.</p>
        <p>Quando poi il verbo positivo latino esprime esso stesso non atto, ma azione, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">sequi</foreign>, ec. il continuativo significa la
          stessa azione più lunga e durevole, o più continua o costante, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">sectari</foreign> ec.</p>
        <p>E finalmente spesse volte il continuativo significa l’usanza, il costume di fare quella
          tale azione o atto significato dal verbo positivo, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >acceptare, datare, captare</foreign> (<bibl>v. il <author>Forcellini</author>
          </bibl>), secondo che abbiamo veduto, significano il costume di <emph>ricevere, dare,
            prendere</emph>. (Forse <foreign lang="lat" rend="italic">captare</foreign> nel senso p.
          e. di <foreign lang="lat" rend="italic">captare aves</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">pisces</foreign> appartiene piuttosto alla classe precedente de’
          continuativi dall’atto all’azione.) Noi abbiamo appunto <emph>volgere, voltare</emph>
          (cioè <foreign lang="lat" rend="italic">volutare</foreign>), e <emph>voltolare</emph>, o
            <emph>rivolgere, rivoltare</emph> ec. positivo, continuativo e frequentativo.</p>
        <p>Queste osservazioni debbono sempre più farci ammirare la sottigliezza, e la squisita
          perfezione della lingua latina, che forse non ha l’uguale in simili prerogative e facoltà.
          (12. Giugno 1821.). V. p. 2033. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1115. marg. in fine. Che se il verbo <emph>salire</emph> è stato usato
          dall’Ariosto, dall’Alamanni, dal Caro e da altri nel significato dell’italiano
            <emph>saltare</emph>, come afferma il Monti (<bibl>
            <title>Proposta</title> ec. Esame di alcune voci, alla v. ascendere. vol. 1. par. 2. p.
            65.</bibl>), e bene, ciò non prova che quel verbo abbia tale significazione in nostra
          lingua, ma solo presso gli scrittori, e detto verbo in tal senso non è veramente italiano,
          ma latinismo, <pb ed="aut" n="1163"/> come tanti altri, e latinismo non lodevole, a
          differenza di molti altri, e non meritevole di passare in uso o nel discorso o nelle
          scritture. Il francese <foreign lang="fre" rend="italic">saillir</foreign> ha conservato
          alcuni significati figurati del latino <emph>salire</emph>, e lo spagnuolo <foreign
            lang="spa" rend="italic">salir</foreign> per <emph>uscire</emph> (nel qual senso anche
          l’italiano <emph>salire</emph> fu adoprato dall’Ariosto) si avvicina pure al metaforico
          latino di <emph>salire</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic">celeriter
          emergere</foreign>. E v. se lo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">salir</foreign>
          ha altri significati. (13. Giugno 1821.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il miglior uso ed effetto della ragione e della riflessione, è distruggere o minorare
          nell’uomo la ragione e la riflessione, e l’uso e gli effetti loro. (13. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Domandato il tale qual cosa al mondo fosse più rara, rispose, quella ch’è di tutti, cioè
          il senso <emph>comune</emph>. (13. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Altra prova dell’antico odio nazionale. Presso gli antichi latini o romani, forestiero e
          nemico si denotavano colla stessa parola <foreign lang="lat" rend="italic"
          >hostis</foreign>. V. Giordani nella lettera al Monti, in fine, (<bibl>
            <title>Proposta</title> ec. vol. 1. par. 2. p. 265. fine. alle voci Effemeride. Endica.
            Epidemia.</bibl>) il Forcellini, e il mio pensiero su questa voce, p. 205. fin. dove si
          porta anche l’esempio simile, della lingua Celtica. (13. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1164"/> I Toscani che dicono <emph>bi ci di</emph>, perchè dicono
            <emph>effe, emme, enne, erre, esse</emph> (v. la Crusca) e non <emph>effi, emmi</emph>
          ec.? anzi <emph>iffi, immi</emph> ec.? (13. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quello che ho notato altrove dell’antichità della nostra frase <emph>gridare a
          testa</emph>, ec. aggiungi delle francesi, <foreign lang="fre" rend="italic">crier à
            pleine tête, à tue tête, du haut de sa tête</foreign>, delle quali <bibl>v. l’
              <author>Alberti</author>
          </bibl> v. <foreign lang="fre" rend="italic">Tête</foreign>, e v. pure i Diz. spagnuoli.
          (13. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’invidia, passione naturalissima, e primo vizio del primo figlio dell’uomo, secondo la
          S. Scrittura, è un effetto, e un indizio manifesto dell’odio naturale dell’uomo verso
          l’uomo, nella società, quantunque imperfettissima, e piccolissima. Giacchè s’invidia anche
          quello che noi abbiamo, ed anche in maggior grado; s’invidia ancor quello che altri
          possiede senza il menomo nostro danno; ancor quello che ci è impossibile assolutamente di
          avere, e che neanche ci converrebbe; e finalmente quasi ancor quello che non desideriamo,
          e che anche potendo avere non vorremmo. Così che il solo e puro bene altrui, il solo
          aspetto dell’altrui supposta felicità, ci è grave naturalmente per se stessa, ed è il
          soggetto di questa passione, la quale per conseguenza non può derivare se non dall’odio
          verso gli altri, derivante dall’amor proprio, ma derivante, se m’è lecito di <pb ed="aut"
            n="1165"/> così spiegarmi, nel modo stesso nel quale dicono i teologi che la persona del
          Verbo procede dal Padre, e lo Spirito Santo da entrambi, cioè non v’è stato un momento in
          cui il Padre esistesse, e il Verbo o lo Spirito Santo non esistesse. (13. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La convenienza al suo fine, e quindi l’utilità ec. è quello in cui consiste la bellezza
          di tutte le cose, e fuor della quale nessuna cosa è bella. (13. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutti quanti i giovani, benchè qual più qual meno, sono per natura disposti
          all’entusiasmo, e ne provano. Ma l’entusiasmo de’ giovani oggidì, coll’uso del mondo e
          coll’esperienza delle cose che quelli da principio vedevano da lontano, si spegne non in
          altro modo nè per diversa cagione, che una facella per difetto di alimento: anche durando
          la gioventù, e la potenza naturale dell’entusiasmo. (13. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quante controversie sul significato di quelle parole di Orazio intorno a Cleopatra vinta
          nella battaglia Aziaca: (<bibl>
            <title>Od.</title> 37. lib. 1. v. 23. seq.</bibl>) <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>
                <hi rend="italic">Nec latentes</hi>
              </l>
              <l>
                <hi rend="italic">Classe cita</hi>
                <hi rend="sc">reparavit</hi>
                <hi rend="italic">oras!</hi>
              </l>
            </lg>
          </quote>
          <pb ed="aut" n="1166"/> V. il Forcellini e i comentatori. E nessuno l’ha bene inteso.
          Acrone: <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="sc">nec latentes classe cita reparavit oras</hi>: <hi rend="italic">fines
                regni latentes: id est non colligit denuo exercitum ex intimis regni partibus</hi>
            </foreign>
          </quote>. Porfirione altro antico Scoliaste: <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="sc">nec latentes c. c. r. oras</hi>: <hi rend="italic">hoc est: Nec fugit in
                latentes, id est intimas Aegypti regiones ut vires inde repararet</hi>
            </foreign>
          </quote>. Nè mai s’intenderà e spiegherà perfettamente senza l’antico italiano, il quale
          c’insegna un significato del verbo <foreign lang="lat" rend="italic">reparare</foreign>
          che non è conosciuto ai Lessicografi latini. Ed è quello di <emph>ricoverarsi</emph>, nel
          qual senso i nostri antichi dicevano, ed ancor noi possiamo dire, <emph>riparare</emph> o
            <emph>ripararsi a un luogo o in un luogo</emph>. Orazio dunque vuol dire, e dice
          espressamente: <quote>
            <emph>Non si ricoverò, non rifuggi alle recondite, alle riposte parti d’Egitto</emph>
          </quote>. Come se in luogo di <foreign lang="lat" rend="italic">reparavit</foreign> avesse
          detto <foreign lang="lat" rend="italic">petiit</foreign>, ma <foreign lang="lat"
            rend="italic">reparavit</foreign> ha maggior forza di esprimere la fuga e il timore.
          (14. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1155. marg. Così <foreign lang="lat" rend="italic">nictare</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">nictari</foreign> derivano dall’antico participio <foreign
            lang="lat" rend="italic">nictus</foreign> o supino <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nictum</foreign> dell’antico e inusitato <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nivere</foreign>, o come altri vogliono, di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >niti</foreign>. V. p. 1150. fine. (14. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1132. Così nelle parole <foreign lang="lat" rend="italic">simplex,
          duplex</foreign>, <pb ed="aut" n="1167"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">triplex, multiplex</foreign> e altre tali, si potrebbe
          ritrovare la radice monosillaba del verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >plicare</foreign> (i greci dicono <foreign lang="grc">πλέκειν</foreign>) del quale io
          credo che sia continuativo anomalo il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >plectere</foreign> ne’ significati di <emph>piegare, intrecciare</emph> e simili. (14.
          Giugno 1821.). V. p. 2225. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1154. principio. E lo stesso dico de’ verbi d’altre forme. Come l’antico
          participio di <foreign lang="lat" rend="italic">nascere</foreign> si deduce dal verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">noscitare</foreign> formato da <foreign lang="lat"
            rend="italic">noscitus</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >notare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">notus</foreign>. Così di <foreign
            lang="lat" rend="italic">pascere</foreign> dal verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pascitare</foreign> formato da <foreign lang="lat" rend="italic">pascitus</foreign> in
          luogo di <foreign lang="lat" rend="italic">pastus</foreign>. E non solo di altre forme,
          anche d’altre congiugazioni. Come <foreign lang="lat" rend="italic">doctus</foreign> che
          sia contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">docitus</foreign> facilmente rilevasi
          da <foreign lang="lat" rend="italic">nocitus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nociturus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">nocere</foreign>, verbo che
          non differisce materialmente da <foreign lang="lat" rend="italic">docere</foreign> se non
          che d’una lettera: da <foreign lang="lat" rend="italic">placitus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">placere</foreign>, verbo regolarissimo della stessa
          congiugazione seconda, e da molti altri simili participii. Se <foreign lang="lat"
            rend="italic">doctus</foreign> fosse il vero participio lo sarebbe <foreign lang="lat"
            rend="italic">plactus</foreign> dirittamente in vece di <foreign lang="lat"
            rend="italic">placitus</foreign>. Da <foreign lang="lat" rend="italic">coerceo</foreign>
          non <foreign lang="lat" rend="italic">coarctus</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">coerctus</foreign>, ma <foreign lang="lat" rend="italic"
          >coercitus</foreign>, sebben poi contratto in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >coartare</foreign> ec. Il supino <foreign lang="lat" rend="italic">paritum</foreign> e il
          participio <foreign lang="lat" rend="italic">paritus</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">parere</foreign> cioè <emph>partorire</emph>, in luogo de’ quali sono più
          usitati <foreign lang="lat" rend="italic">partum</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">partus</foreign>, deducesi però necessariamente da <foreign lang="lat"
            rend="italic">pariturus</foreign>. E <foreign lang="lat" rend="italic"
          >parturus</foreign>, ch’io sappia, non si dice mai. V. p. 2009. e 2200. capoverso 2.</p>
        <p>Io stimo probabile che il verbo <emph>sollicitare</emph> intorno all’origine del quale
          vanno a tastoni gli etimologisti che lo derivano da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >citare</foreign>, venga piuttosto <pb ed="aut" n="1168"/> da quel medesimo verbo da cui
          vedemmo formato <foreign lang="lat" rend="italic">adlicere</foreign> (cioè dal verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">lacere</foreign>) che ora fa nel participio <foreign
            lang="lat" rend="italic">adlectus</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adlectare</foreign>, e anticamente faceva, secondo me, <foreign lang="lat"
            rend="italic">adlicitus</foreign>. E così penso che <emph>sollicitare</emph> sia lo
          stesso che <foreign lang="lat" rend="italic">sublicitare</foreign> dal participio <foreign
            lang="lat" rend="italic">sublicitus</foreign> di un antico <foreign lang="lat"
            rend="italic">sublicere</foreign> (altro composto di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >lacere</foreign>) dal qual participio contratto in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sublectus</foreign> abbiamo effettivamente in Plauto il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">sublectare</foreign>. Di maniera che il significato appunto di <foreign
            lang="lat" rend="italic">adlicere, invitare</foreign>, che i Vocabolaristi danno a
            <emph>sollicitare</emph> come traslato e secondario, dovrebbe considerarsi come primo e
          proprio. Questa però non intendo di darla se non come congettura. (15. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1139. Del che si potrebbono addurre molte prove che lascieremo agli eruditi,
          contentandoci di questa sola osservazione la quale dimostrerà che al più il <foreign
            lang="heb">***</foreign> ebraico era un <emph>p</emph>, che talora si aspirava, e
          somigliante al <foreign lang="grc">φ</foreign> de’ greci ch’è un <emph>p</emph> aspirato,
          come abbiam detto. L’alfabeto Fenicio dal quale derivò l’alfabeto greco, e per conseguenza
          il latino, o derivato dal greco, o dalla medesima fonte del greco, era lo stesso che il
          Samaritano, e l’alfabeto Samaritano era l’antico alfabeto ebraico. Ora che l’alfabeto
          fenicio mancasse della lettera <emph>f</emph>, o al <pb ed="aut" n="1169"/> più si
          servisse in sua vece di un <emph>p</emph> aspirato si dimostra, fra le molte altre prove,
          ed oltre quello che abbiamo detto, che il <foreign lang="grc">φ</foreign> mancava
          all’antico alfabeto greco detto Cadmeo o Fenicio; da questo, che i latini chiamavano,
          com’è noto, i Cartaginesi originari di Fenicia, <foreign lang="lat" rend="italic">Poeni,
            Poenici, Punici</foreign>, cioè <emph>Fenici</emph>, gr. <foreign lang="grc"
          >Φοίνικες</foreign>, servendosi come vedete di un <emph>p</emph> semplice in luogo di un
            <emph>p</emph> aspirato che usavano i greci in questo nome, e della <emph>f</emph> che
          vi usiamo noi. E così pure chiamavano non solamente <foreign lang="lat" rend="italic"
            >phoeniceum</foreign>, ma anche <foreign lang="lat" rend="italic">poeniceum</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">puniceum</foreign> senza aspirazione, quel colore che
          i greci chiamavano <foreign lang="grc">φοινίκεος</foreign> e per contrazione <foreign
            lang="grc">φοινικοῦς</foreign>. Il che anche può dimostrare che gli antichi latini (il
          cui alfabeto derivò pure, come vedemmo, dal Fenicio) mancavano di un carattere proprio ad
          esprimere la <emph>f</emph>, ed anche forse della pronunzia di questa lettera. Ovvero che
          il <foreign lang="grc">φ</foreign> de’ greci da’ quali essi presero forse i detti nomi
          (specialmente quelli del detto colore che derivano da <foreign lang="grc">φοῖνιξ</foreign>
          <emph>palma</emph>), si pronunziava anche come un <emph>p</emph> semplice. <bibl>V.
              <author>Forcellini</author> in <title>H</title>
          </bibl>. Pontedera p. 14. (leggi assolutamente le sue prime 2 lettere, necessarie a questo
          mio discorso). I greci stessi scrivevano anticamente <foreign lang="grc">ΠΗ</foreign> per
            <foreign lang="grc">Φ</foreign>
          <bibl>V. <title>Encyclop.</title> in <emph>H</emph>
          </bibl>. p. 215. (15. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’ardore giovanile è la maggior forza, l’apice, la perfezione, l’<foreign lang="grc"
          >ἀκμὴ</foreign> della natura umana. Si consideri dunque la convenienza di quei sistemi
          politici, nei quali l’<foreign lang="grc">ἀκμὴ</foreign> dell’uomo, cioè l’ardore e la <pb
            ed="aut" n="1170"/> forza giovanile, non è punto considerata, ed è messa del tutto fuori
          del calcolo, come ho detto in altro pensiero. (15. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si consideri per l’una parte che cosa sarebbe la civiltà senza l’uso della moneta. Oltre
          ch’ella non potrebbe reggersi, non sarebbe neppur giunta mai ad un punto di gran lunga
          inferiore al presente, essendo la moneta, di prima necessità ad un commercio vivo ed
          esteso, e questo commercio scambievole vivo ed esteso, tanto delle nazioni, quanto
          degl’individui di ciascuna, essendo forse la principal fonte dei progressi della civiltà,
          o della corruzione umana. E se bisognassero prove di una proposizione così manifesta, si
          potrebbe addurre, fra gli altri infiniti de’ popoli selvaggi ec. , l’esempio di Sparta
          che, avendo poco uso della moneta per le leggi di Licurgo, in mezzo al paese più civile
          del mondo a quei tempi, cioè la Grecia, si mantenne sì lungo spazio, e incorrotta, e quasi
          stazionaria, o certo la sua civiltà, o corruzione, fu sempre di molti gradi minore di
          quella degli altri popoli greci, e le andò sempre molti passi indietro.</p>
        <p>Per l’altra parte si consideri l’immensa <pb ed="aut" n="1171"/> difficoltà, l’immenso
          spazio che ha dovuto percorrere lo spirito umano prima di pur pensare a ridurre all’uso
          suo quotidiano, materie così nascoste dalla natura, così difficili a trarsi in luce, così
          difficili, non dico a lavorarsi, ma a dar sospetto che potessero mai esser lavorate, e
          solamente modificate e cambiate alquanto di forma. Anzi prima di trovare i metalli. E dopo
          tutto ciò, prima di pensare a ridurre ed erigere in rappresentanti di tutte le cose o
          necessarie, o utili o dilettevoli, de’ pezzi di materia per se stessa (massime
          anticamente) o inutile, o poco utile, disadatta, pesantissima, e (riguardo ai metalli che
          formarono le prime monete, cioè rame o ferro ec.) bruttissime ancora a vedersi. E quanto
          spazio passasse effettivamente prima di tutto ciò, si deduce anche dal fatto, e dal vedere
          che a’ tempi d’Omero, o almeno a’ tempi troiani (benchè certo non incolti), o mancava, o
          era di poco e raro uso la moneta.</p>
        <p>E qui torno a domandare se la natura poteva ragionevolmente porre sì grandi, numerosi,
          incredibili ostacoli al ritrovamento di un mezzo necessario e principale per ottener
          quella che noi chiamiamo <pb ed="aut" n="1172"/> perfezione e felicità del genere umano,
          cioè l’incivilimento; e dico al ritrovamento dell’uso della moneta.</p>
        <p>Osservate poi, nella stessa moderna perfezione delle arti, le immense fatiche e miserie
          che son necessarie per proccurar la moneta alla società. Cominciate dal lavoro delle
          miniere, ed estrazion dei metalli, e discendete fino all’ultima opera del conio. Osservate
          quanti uomini sono necessitati ad una regolare e stabile infelicità, a malattie, a morti,
          a schiavitù (o gratuita e violenta, o mercenaria) a disastri, a miserie, a pene, a
          travagli d’ogni sorta, per proccurare agli altri uomini questo mezzo di civiltà, e preteso
          mezzo di felicità. Ditemi quindi 1. se è credibile che la natura abbia posta da principio
          la perfezione e felicità degli uomini a questo prezzo, cioè al prezzo dell’infelicità
          regolare di una metà degli uomini. (e dico una metà, considerando non solo questo, ma
          anche gli altri rami della pretesa perfezione sociale, che costano il medesimo prezzo.)
          Ditemi 2. se queste miserie de’ nostri simili sono consentanee a quella medesima civiltà,
          alla quale servono. È noto come la schiavitù sia <pb ed="aut" n="1173"/> difesa da molti e
          molti politici ec. e conservata poi nel fatto anche contro le teorie, come necessaria al
          comodo, alla perfezione, al bene, alla civiltà della società. E quello che dico della
          moneta, dico pure delle derrate che ci vengono da lontanissime parti, mediante le stesse o
          simili miserie, schiavitù ec. come il zucchero, caffè ec. ec. e si hanno per necessarie
          alla perfezione della società. V. p. 1182.</p>
        <p>E vedete da questo, come la civiltà (secondo il costume di tutte le false teorie)
          contraddica a se stessa anche in teorica, ed oltracciò non possa sussistere senza
          circostanze che ripugnano alla sua natura, e sono assolutamente incivili, anzi barbare in
          tutta la verità e la forza del termine. Sicchè la perfetta civiltà non può sussistere
          senza la barbarie perfetta, la perfezione della società senza la imperfezione (e
          imperfezione nello stesso senso e genere in cui s’intende la detta perfezione); e tolta
          questa imperfezione, si taglierebbero le radici alla pretesa perfezione della società.</p>
        <p>Torno a domandare se tali contraddizioni ed assurdi è presumibile che fossero ordinati e
          disposti primordialmente dalla natura, intorno alla perfezione, vale a dire al <emph>ben
            ESSERE</emph> della principal creatura terrena, cioè l’uomo.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1174"/> E notate che l’uso della moneta quanto è necessario a quella che
          oggi si chiama perfezione dello stato sociale, tanto nuoce a quella perfezione ch’io vo
          predicando; giacchè il detto uso è l’uno de’ principalissimi ostacoli alla conservazione
          dell’uguaglianza fra gli uomini, e quindi degli stati liberi, alla preponderanza del
          merito vero e della virtù ec. ec. e l’una delle principalissime cagioni che introducono, e
          appoco appoco costringono la società all’oppressione, al dispotismo, alla servitù, alla
          gravitazione delle une classi sulle altre, insomma estinguono la vita morale ed intima
          delle nazioni, e le nazioni medesime in quanto erano nazioni. (16. Giugno 1821.). Quel che
          si è detto della moneta si può dire di mille altri usi ec. necessari alla società o
          civiltà, e pur d’invenzione ec. difficilissima, come la scrittura, la stampa ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto più volte che la letteratura francese è precisamente letteratura moderna, ed è
          quanto dire che non è letteratura. Perchè considerando bene vedremo che i tempi moderni
          hanno filosofia, dottrina, scienze d’ogni sorta, ma non hanno propriamente letteratura, e
          se l’hanno, non è moderna, ma di carattere antico, ed è quasi un innesto dell’antico sul
          moderno. L’immaginazione ch’è la base della letteratura strettamente considerata, <pb
            ed="aut" n="1175"/> sì poetica come prosaica, non è propria, anzi impropria de’ tempi
          moderni, e se anche oggi si trova in qualche individuo, non è moderna, perchè non
          solamente non deriva dalla natura de’ tempi, ma questa l’è sommamente contraria, anzi
          nemica e micidiale. E vedete infatti che la letteratura francese, nata e formata in tempi
          moderni, è la meno immaginosa non solo delle antiche, ma anche di tutte le moderne
          letterature. E per questo appunto è letteratura pienamente moderna, cioè falsissima,
          perchè il predominio odierno della ragione quanto giova alle scienze, e a tutte le
          cognizioni del vero e dell’utile (così detto), tanto nuoce alla letteratura e a tutte le
          arti del bello e del grande, il cui fondamento, la cui sorgente e nutrice è la sola
          natura, bisognosa bensì di un mezzano aiuto della ragione, ma sommamente schiva del suo
          predominio che l’uccide, come pur troppo vediamo nei nostri costumi, e in tutta la nostra
          vita d’oggidì. (16. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto più cresce il mondo rispetto all’individuo, tanto più l’individuo impiccolisce. I
          nostri antichi, conoscendo pochissima parte di mondo, <pb ed="aut" n="1176"/> ed essendo
          in relazione con molto più piccola parte, e bene spesso colla sola loro patria, erano
          grandissimi. Noi conoscendo tutto il mondo, ed essendo in relazione con tutto il mondo,
          siamo piccolissimi. Applicate questo pensiero ai diversissimi aspetti sotto i quali si
          verifica che essendo cresciuto il mondo, l’individuo s’è impiccolito sì fisicamente che
          moralmente; e vedrete esser vero in tutti i sensi che l’uomo e le sue facoltà
          impiccoliscono a misura che il mondo cresce in riguardo loro. (16. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che il troppo, spesse volte è padre del nulla. Osserviamolo ora nel
          genio e nelle facoltà della mente. Certi ingegni straordinarissimi che la natura alcune
          volte ha prodotti quasi per miracolo, sono stati o del tutto o quasi inutili, appunto a
          cagione della soverchia forza o del loro intelletto o della loro immaginazione, che finiva
          nel non potersi risolvere in nulla, nè dare alcun frutto determinato.</p>
        <p>1. Questi tali geni sommi hanno consumato rapidamente il loro corpo e le stesse loro
          facoltà mentali, lo stesso genio. La soverchia delicatezza de’ loro organi li rende e più
          facili a consumarsi, e più facili a guastarsi, rimanendo inferiori di facoltà agli organi
          i meno delicati, e i più imperfetti. Testimonio Pascal, morto di 39<pb ed="aut" n="1177"/>
          anni, ed era già soggetto a una specie di pazzia. Testimonio Ermogene che forse fu uomo
          insigne e straordinario, sebbene il suo secolo non gli permettesse di parer tale anche a
          noi, durante quel poco di tempo che gli durò l’uso delle sue facoltà mentali. Testimonio
          quel Genetlio di cui parla Esichio Milesio e Suida, il quale non era che un portento di
          memoria; ma quello ch’io dico dell’intelletto o della fantasia, dico pure della memoria, e
          si sono spesso veduti uomini che erano portenti di memoria da giovani, divenir maraviglie
          di dimenticanza da vecchi, o ancor prima. <bibl>V. il <author>Cancellieri</author>,
              <title>Degli uomini di gran memoria</title> ec.</bibl> S’io volessi qui noverare gli
          uomini insigni che hanno sofferto dal lato del loro fisico, non per altro che a cagione
          del loro troppo ingegno; e le morti immature che paiono essere inevitabili agli uomini di
          genio straordinariamente prematuro, e prematuramente sviluppato e coltivato, non finirei
          mai. V. in proposito del Chatterton famoso poeta morto di 19 anni, lo <bibl>
            <title>Spettatore di Milano</title>, Quaderno 68. p. 276. Parte straniera.</bibl>
        </p>
        <p>2. Questi geni straordinari, penetrano in certi <pb ed="aut" n="1178"/> misteri, in certe
          parti della natura così riposte; scuoprono e vedono tante cose, che la stessa copia e
          profondità delle loro concezioni, ne impedisce la chiarezza tanto riguardo a essi stessi,
          quanto al comunicarle altrui; ne impedisce l’ordine, insomma vince le loro stesse facoltà,
          e non è capace, a cagione dell’eccesso, di essere determinata, circoscritta, e ridotta a
          frutto. La forza della loro mente soverchia la capacità della stessa mente, perchè insomma
          la natura, e la copia delle verità esistenti è molto maggiore della capacità e delle
          facoltà dell’uomo. E il troppo vedere, il troppo concepire, rende questi tali ingegni,
          sterili e infruttuosi; e se scrivono, i loro scritti o sono di poco conto, ed anche aridi
          espressamente e poveri (come quelli di Ermogene); o certo minori assai del loro ingegno.
          Come quegli animali inetti alla generazione per l’eccesso della forza generativa (i muli).
          E la stupidità della vita è ordinariamente il carattere di tali persone, o mentre ancora
          son giovani, o da vecchi, come narrano che fosse detto a Pico Mirandolano. Quello che dico
          dell’intelletto e della filosofia, dico pure della immaginazione e delle arti che ne
          derivano. Esempio del Tasso, della sua pazzia, dell’essere i suoi <pb ed="aut" n="1179"/>
          componimenti, quantunque bellissimi, certo inferiori alla sua facoltà, ed a quegli stessi
          degli altri tre sommi italiani, a niuno de’ quali egli fu realmente minore. E lo stesso
          dico eziandio di qualunque altra facoltà e disciplina particolare. (17. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non è verisimile che la lingua chinese si sia conservata la stessa per sì lunga serie di
          secoli, a differenza di tutte le altre lingue. Eppure i suoi più antichi scrittori
          s’intendono mediante le stesse regole appresso a poco, che servono ad intendere i moderni.
          Ma la cagione è che la loro scrittura è indipendente quasi dalla lingua, come ho detto
          altrove, e (come pure ho detto) la lingua chinese potrebbe perire, e la loro scrittura
          conservarsi e intendersi nè più nè meno. Così dunque io non dubito che la loro antica
          lingua, malgrado l’immutabilità straordinaria di quel popolo, se non è perita, sia certo
          alterata. Il che non si può conoscere, mancando monumenti dell’antica lingua, benchè
          restino monumenti dell’antica scrittura. La quale ha patito bensì anch’essa, e va
          soffrendo le sue diversificazioni; ma i caratteri (indipendenti dalla lingua nel chinese)
          non essendo nelle mani e nell’uso del popolo, (massime nella China, <pb ed="aut" n="1180"
          /> dove l’arte di leggere e scrivere è sì difficile) conservano molto più facilmente le
          loro forme essenziali e la loro significazione, di quello che facciano le parole che sono
          nell’uso quotidiano e universale degl’idioti e de’ colti, della gente d’ogni costume,
          d’ogni opinione, d’ogni naturale, d’ogni mestiere, d’ogni vita, e accidenti di vita. (A
          questo proposito ecco un passo di Voltaire portato dal <bibl>
            <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title> ec. vol. 2. par.1. p. 159.</bibl>
          <quote>
            <emph>Quasi tutti i vocaboli che frequentemente cadono nel linguaggio della
              conversazione, ricevono molte digradazioni, lo svolgimento delle quali è difficile: il
              che ne’ vocaboli tecnici non accade, perchè più preciso e meno arbitrario è il loro
              significato</emph>.</quote>) E lo vediamo pur nel latino, perduta la lingua, e
          conservati i caratteri, quanto alle forme essenziali, e al valore. Così nel greco ec. Ora
          nella China, conservato l’uso, la forma, e il significato de’ caratteri antichi, è
          conservata la piena intelligenza delle antiche scritture, quando anche oggi si leggessero
          con parole e in una lingua tutta diversa da quella in cui gli Antichi Chinesi le
          leggevano. (17. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dell’antico significato di <foreign lang="lat" rend="italic">fabula</foreign> onde
            <emph>favella</emph>, e di <foreign lang="grc">μῦθος</foreign>
          <bibl>v. le note <title>Variorum</title> al 1. lib. di <author>Fedro</author>, prologo,
            verso ult.</bibl> (18. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Noi diciamo <emph>fuso</emph> sostantivo mascolino singolare, e <emph>fusa</emph> plurale
          femminino, secondo la proprietà della lingua nostra di dare a parecchie voci nel plurale,
          la desinenza del neutro plurale latino, del che <bibl>vedi il <author>Ciampi</author>
            <title lang="lat" rend="italic">De usu linguae italicae saltem a saeculo sexto</title>
          </bibl>, dove mostra come molti di questi nostri plurali femminini in a derivino da un
          latino popolare <pb ed="aut" n="1181"/> ec. Queste tali desinenze italiane pare che
          indichino de’ neutri latini corrispondenti, e quel <emph>fusa</emph> dell’italiano pare
          che indichi un neutro latino <foreign lang="lat" rend="italic">fusum</foreign>, o almeno
          il suo plurale <emph>fusa</emph>, come da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >brachia</foreign> facciamo <emph>le braccia</emph>, da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cornua</foreign>, <emph>le corna</emph>, da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >genicula</foreign>, diminutivo di <foreign lang="lat" rend="italic">genua</foreign>
          (Forcellini), <emph>le ginocchia</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Il Glossario ha anche <foreign lang="lat" rend="italic">genuculum</foreign> o
                <foreign lang="lat" rend="italic">genuclum</foreign>, e <foreign lang="lat"
                rend="italic">ginochium</foreign>.</p>
          </note>, da <foreign lang="lat" rend="italic">poma</foreign>, <emph>le poma</emph>, da
            <foreign lang="lat" rend="italic">ossa</foreign>, <emph>le ossa</emph>, da <foreign
            lang="lat" rend="italic">fila</foreign>, <emph>le fila</emph>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">membra</foreign>, <emph>le membra</emph>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">fondamenta</foreign>, <emph>le fondamenta</emph>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">castella</foreign>, <emph>le castella</emph>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">labia</foreign>, <emph>le labbia</emph>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">labra</foreign>, <emph>le labbra</emph>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">gesta</foreign>, <emph>le gesta</emph>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ligna, vestigia</foreign>, <emph>le legna, le vestigia</emph>, da <foreign
            lang="lat" rend="italic">ova</foreign>, <emph>le uova</emph>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">terga</foreign>, <emph>le terga</emph>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">flagella</foreign>, <emph>le flagella, le cervella</emph>, ec. <foreign
            lang="lat" rend="italic">le vestimenta, le ornamenta</foreign> (<bibl>v. la
              <title>Crusca</title> in <emph>vestimento</emph>)</bibl>, ec. <emph>le corna, le
            ciglia</emph> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic">vasa</foreign>, <emph>le
          vasa</emph> (<bibl>
            <title>Crusca</title>
          </bibl>, e <bibl>
            <author>Tansillo</author>, <title>Podere</title>, capit. 3. terz. 2.</bibl>) ec. Notate
          che quando <emph>gesto</emph> significa <foreign lang="lat" rend="italic">gestus
          us</foreign>, non diciamo <emph>le gesta</emph> ma <emph>i gesti</emph>. E allora solo
          diciamo <emph>le gesta</emph>, quando <emph>gesto</emph> si piglia in senso neutro, e vuol
          dire <emph>cosa fatta</emph>, come in Corn. Nep. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Obscuriora sunt eius gesta pleraque</foreign>
          </quote>. (<bibl>V. il Gloss. in <emph>Gesta</emph>.</bibl>) Così diciamo
          <emph>interiori</emph> aggettivamente, ma <emph>le interiora</emph> (ed anche però
            <emph>gl’interiori</emph>) assolutamente per entragni, cioè in senso neutro, come
          Vegezio, <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Torsiones vocant, et interiorum incisiones</foreign>
          </quote>. V. p. 2340. fine. Ma nè <foreign lang="lat" rend="italic">fusum</foreign> nè
            <foreign lang="lat" rend="italic">fusa</foreign> non si trovano ne’ Vocabolari latini,
          ma solamente <foreign lang="lat" rend="italic">fusus</foreign> che fa nel plurale <foreign
            lang="lat" rend="italic">fusi</foreign>. Or ecco ne’ frammenti di Simmaco scoperti dal
          Mai (<bibl>
            <author>Q. Aurelii Summachi V. C.</author>
            <title>Octo Orationum ineditarum partes. Orat. 3. scil. Laudes in Gratianum
            Augustum</title>, cap. 9. Mediol. 1815. p. 35.</bibl>):<quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Et vere si fas est praesagio futura conicere, iamdudum
              aureum saeculum currunt FUSA Parcarum</foreign>
          </quote>. Così ha il Codice Ambrosiano antichissimo, cioè di verso la metà del sesto
          secolo almeno, vale a dire un secolo al più dopo la morte dell’autore. E che non sia
          sbaglio di scrittura si conosce anche dal vedere che scrivendo <foreign lang="lat"
            rend="italic">fusi</foreign> guasterebbesi quel ritmo di cui Simmaco era tanto vago e
          sollecito, e così perpetuo seguace, come può sapere ognuno che l’abbia <pb ed="aut"
            n="1182"/> letto, e come si può notare a prima giunta anche negli altri scrittori di
          quella età e delle circonvicine, e generalmente di tutti gli scrittori latini e greci di
          corrotta e affettata eleganza e rettorica. Questa voce <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fusa</foreign> è stata notata dal Mai nell’Indice <foreign lang="lat" rend="italic"
            >rerum notabiliorum</foreign>, e dal Furlanetto nell’Appendice al Forcellini. V. pure il
          Forcell. e il Gloss. in <foreign lang="lat" rend="italic">saccus, sextarius</foreign>,
          poichè noi diciamo <emph>le sacca, le staia</emph>. Dal che si potrebbe dedurre che
          l’antico volgo latino dicesse similmente <foreign lang="lat" rend="italic">murum, pugnum,
            fructum, lectum</foreign>, sostantivo, <foreign lang="lat" rend="italic">digitum,
            anellum, risum</foreign>, nel genere neutro, o almeno nel plurale, (oltre il mascolino
          che abbiamo in tali plurali anche noi) <foreign lang="lat" rend="italic">mura, pugna,
            fructa, lecta, digita, anella, risa</foreign>, come noi diciamo <emph>le mura, le pugna,
            le frutta, le letta, le dita, le anella, le risa</emph>, e simili, quantunque non resti
          notizia precisa di queste voci latine, come fino a pochi anni addietro non si aveva
          notizia della voce che abbiamo veduta e che restava pure nell’italiano.
          <emph>Fructa</emph> e <emph>mura</emph> neutri plurali si ritrovano anche nel latino
            <emph>barbaro</emph>. (Du Cange.) <foreign lang="lat" rend="italic">Lectum</foreign>
          sostantivo neutro è usato da Ulpiano nel Digesto, e v. Forcellini. (18. Giugno 1821.).
            <foreign lang="lat" rend="italic">Risus us</foreign> dicono i buoni latini. Eppure essi
          dicono <foreign lang="lat" rend="italic">jussus us</foreign> e parimente <foreign
            lang="lat" rend="italic">jussum i</foreign>; e così altri tali verbali della quarta
          congiugazione (che <foreign lang="lat" rend="italic">risus</foreign> è un puro verbale)
          gli fanno talora neutri della seconda, come pur <foreign lang="lat" rend="italic">gustum
          i</foreign>, per <foreign lang="lat" rend="italic">gustus us</foreign>, ec. su di che v.
          p. 2146. e 2010. se vuoi.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1173. Così dico pure delle gemme, e di tanti altri oggetti o di uso o di lusso,
          difficilissimi a procacciarsi, e non possibili senza infiniti travagli e disastri, ma che
          d’altra parte si considerano appresso a poco come necessari alla vita civile, e servono
          effettivamente, o sono anche necessari al commercio fra le nazioni, (che senza molti di
          tali oggetti, e di tali bisogni, non sussisterebbe), fonte principale della civiltà e
          quindi della pretesa felicità del genere umano.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1183"/> Il pensiero precedente intorno all’effettiva necessità di tanti
          oggetti di lusso ec. per mantenere e dar motivo al commercio, necessario alla civiltà,
          quando anche i detti oggetti non sieno effettivamente e per se stessi nè bisognevoli nè
          utili alla vita, merita di essere ampliato: perchè i detti oggetti costando infiniti
          travagli all’umanità, si vede come sia necessaria alla civiltà l’inciviltà, alla
          perfezione l’imperfezione (nel senso in cui chiamiamo perfezione il suo contrario), alla
          umanità e delicatezza e raffinatezza ec. la barbarie della società. (18. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che ho detto altrove intorno alla diversa impressione che fanno ne’ fanciulli i
          nomi propri (e si può aggiungere le parole di ogni genere), e alle diverse idee che loro
          applicano di bellezza o di bruttezza, secondo le circostanze accidentali di quell’età,
          serve anche a dimostrare come sia vero che il bello è puramente relativo, e come l’idea
          del bello determinato non derivi dalla bellezza propria ed assoluta di tale o tale altra
          cosa, ma da circostanze affatto estrinseche al genere e alla sfera del bello.</p>
        <p>Ed ampliando questa osservazione, se noi vorremo vedere come i fanciulli appoco appoco si
          formino <pb ed="aut" n="1184"/> l’idea delle proporzioni e delle convenienze determinate e
          speciali; e come senz’alcuna idea innata nè di proporzioni nè di convenienze particolari e
          applicate, giungano pur brevemente a giudicar quella cosa bella e quell’altra brutta, e
          quella buona, e quell’altra cattiva; e ad accordarsi più o meno col giudizio universale
          intorno alla bruttezza o bellezza, bontà o il suo contrario, senza però averne
          nell’intelletto o nella immaginazione alcun tipo; consideriamo per modo di esempio il
          progresso delle idee de’ fanciulli circa le forme dell’uomo, e vediamo come appoco appoco
          arrivino a giudicare e a sentire la bellezza e la bruttezza estrinseca degl’individui
          umani.</p>
        <p>Il fanciullo quando nasce non ha veruna idea del quali sieno e debbano essere le forme
          dell’uomo: (eccetto per quello ch’ei sente materialmente e può concepire delle sue proprie
          membra e parti, mediante l’<emph>esperienza</emph> de’ sensi.) (Ma se egli non ha l’idea
          di dette forme, e questo è costante presso tutti gl’ideologi, come potrà averla della loro
          bellezza? Come potrà aver l’idea della qualità, non avendo quella del soggetto? E così
          discorrete di tutti gli altri oggetti suscettibili di bellezza, di nessuno de’ quali il
          fanciullo ha idea innata. Come dunque potrà avere idea della bellezza, prima di aver la
          menoma idea di quelle cose che ponno esser belle? Poniamo un essere non soltanto
          possibile, ma reale, e che noi pur sappiamo ch’esista, senza però conoscerlo in altro
          conto. Che idea abbiamo noi della sua bellezza o bruttezza? Ma se è
          <emph>assolutamente</emph> ignoto quel bello e quel brutto che appartiene a forme ignote
          ec. , dunque il bello non è assoluto.) L’acquista però ben presto col vedere, toccare ec.
          E vedendo p. e. in tutte le persone che lo circondano, il naso o la bocca di quella tal
          misura che noi chiamiamo proporzionata, si forma necessariamente e naturalmente l’idea che
          quella tal parte dell’uomo sia e debba essere di quella tal misura. Ecco subito l’idea di
          una proporzione non assoluta, ma relativa; idea non innata, ma acquisita, non derivata <pb
            ed="aut" n="1185"/> dalla natura nè dall’essenza delle cose, nè da un tipo e da una
          nozione preesistente nel suo intelletto, nè da un ordine necessario, ma dall’assuefazione
          del senso della vista circa quel tale oggetto, e dall’arbitrio della natura che ha fatto
          realmente la maggior parte degli uomini in quel tal modo.</p>
        <p>Acquistata così per <emph>solissima assuefazione</emph> l’idea delle proporzioni o
          convenienze, il fanciullo si forma facilmente quella delle sproporzioni e sconvenienze,
          che è sempre e necessariamente posteriore a quella dei loro contrari, e perciò l’idea del
          brutto e del cattivo è posteriore a quella del buono e del bello, (il che non sarebbe se
          fosse assoluta e primitiva e ingenita nell’uomo, e appartenente all’essenza e natura della
          sua mente e della sua facoltà concettiva) e deriva non da un tipo, ma dalla detta idea in
          questo modo che son per dire. Seguendo l’esempio che abbiamo scelto, se il fanciullo vede
          un naso molto più lungo o più corto di quello ch’è assuefatto a vedere, concepisce subito
          il senso della sproporzione e sconvenienza, cioè di una <emph>mera contraddizione con la
            sua propria abitudine di vedere</emph>, e forma il giudizio dello sproporzionato e
          sconveniente, ossia del brutto. Ed eccolo ben presto d’accordo col giudizio universale
          degli uomini circa la bellezza e la bruttezza determinata, <pb ed="aut" n="1186"/> senza
          averne portata nè ricevuta dalla natura o dalla ragione verun’idea.</p>
        <p>Ma ecco prove più trionfanti di questa mia proposizione, cioè che l’idea d’ogni
          proporzione, d’ogni convenienza, d’ogni bello, d’ogni buono determinato e specifico, e di
          tutti i loro contrari, deriva dalla <emph>semplice assuefazione</emph>.</p>
        <p>1. Se quel naso sarà poco più lungo, o quella bocca poco più larga, quantunque lo sia
          tanto che basti ad eccitare negli uomini il giudizio e il senso della bruttezza, il
          fanciullo non concepirà questo giudizio nè questo senso in verun modo. Che la cosa vada
          così, n’è testimonio l’esperienza di chiunque è stato fanciullo, e vorrà sovvenirsi di ciò
          che gli accadeva in quell’età. E qual è la ragione? La ragione è che il fanciullo avendo
          acquistato solamente una scarsa e debole idea delle proporzioni, perchè poco ha veduto, e
          poco ha confrontato, ha parimente una scarsa ed inesatta e non sottile nè minuta idea
          delle sproporzioni, e non se n’accorge nè le sente, se non quando quel tale oggetto si
          oppone vivamente e fortemente alla sua abitudine. Solamente col molto vedere, egli arriva
          a formarsi senza pensarvi, un giudizio, un discernimento, un senso fino per distinguere il
          bello dal brutto. Alle volte per l’opposto pare al fanciullo notabilissima una
          sproporzione o sconvenienza, che gli altri neppure osservano. E ne deduce un senso di
          bruttezza che gli altri non provano. La ragione è la poca assuefazione, l’aver poco
          veduto, il che gli fa trovare strano quello che non è strano, e brutto quindi o assai
          brutto, quello che non è brutto, o poco. Come ciò, se il brutto fosse assoluto? Un
          fanciullo raccontava che una persona aveva due nasi, perchè aveva osservata sul suo naso
          una piccola differenza di colore, in parte più rosso, in parte meno. E di questa cosa
          nessun altro si avvedeva senz’apposita osservazione. Che vuol dir <pb ed="aut" n="1187"/>
          questo? Se l’idea del bello e del brutto determinato, fosse assoluta e naturale ed innata,
          avrebbe mestieri il fanciullo di crescere, e di esercitare i suoi sensi, e di esperienza,
          per acquistare un’idea, non dico perfetta, ma sufficiente, della bellezza o bruttezza
          determinata? Il vedere che ne ha bisogno, non dimostra evidentemente che il giudizio e il
          senso della bruttezza o bellezza deriva unicamente dall’assuefazione e dal
          <emph>confronto</emph>, e che nessun oggetto al mondo sarebbe nè bello nè brutto, nè buono
          nè cattivo, se non ci fosse con che confrontarlo, massime nella sua specie? E ciò viene a
          dire che nessuna cosa è bella nè buona assolutamente, e per se stessa; e quindi non esiste
          un bello nè un buono assoluto.</p>
        <p>Il perfezionamento del gusto in ogni materia, sia nelle arti, sia riguardo alla bellezza
          umana, sia in letteratura ec. ec. si considera come una prova del bello assoluto, ed è
          tutto l’opposto. Come si raffina il gusto de’ pittori, degli scultori, de’ musici, degli
          architetti, de’ galanti, de’ poeti, degli scrittori? Col molto vedere o sentire di quei
          tali oggetti sui quali il detto gusto si deve esercitare; coll’esperienza, col confronto,
          coll’assuefazione. Come dunque questo gusto può dipendere da un tipo assoluto, universale,
          immutabile, necessario, naturale, preesistente? Quello ch’io <pb ed="aut" n="1188"/> dico
          de’ fanciulli, dico anche de’ villani, e di tutti quelli che si chiamano o di rozzo, o di
          cattivo, o di non formato gusto in ogni qualsivoglia genere di cose: lo dico di chi non è
          avvezzo a vedere opere di pittura, il quale ognuno sa e dice che non può giudicare del
          bello pittorico; lo dico di chi non è accostumato alla lettura de’ buoni poeti, il quale
          non può mai giudicare del bello poetico, del bello dello stile ec. ec. ec. Come il
          giudizio e il senso del fanciullo intorno al bello, è da principio necessariamente
          grossolanissimo, cosa che dimostra evidentemente come il detto giudizio dipenda
          dall’assuefazione, così il giudizio e il senso della massima parte degli uomini circa il
          bello, resta sempre imperfettissimo non per altro, se non perchè la massima parte degli
          uomini non acquista mai una tal esperienza da poter formare quel giudizio minuto, esatto e
          distinto, che si chiama gusto fino. Cioè 1. non considera bene le minute parti degli
          oggetti, per poterle confrontare, e formarsene quindi l’idea della proporzione
          determinata, idea ch’<emph>egli non ha</emph>. 2. non <emph>ha l’abito di
          confrontare</emph> minutamente, ch’è l’<emph>unico mezzo</emph> di giudicare minutamente
          della proporzione e sproporzione, bellezza o bruttezza, buono o cattivo. Così andate
          discorrendo, e applicate queste osservazioni a tutte le facoltà e cognizioni umane. E dal
          vedere che il senso <pb ed="aut" n="1189"/> del bello è suscettivo di raffinamento e
          accrescimento sì ne’ fanciulli, e sì negli uomini già formati, deducete ch’esso non è
          dunque innato nè assoluto, giacchè quello che ha bisogno di essere acquistato e formato
          non è ingenito; e quello che essendo suscettivo di accrescimento è per conseguenza
          suscettivo di cangiamento, non è nè può essere assoluto.</p>
        <p>Dunque io non riconosco negli individui veruna differenza di naturale disposizione ed
          ingegno a riconoscere e sentire il bello ed il brutto ec.? Anzi la riconosco, ma non
          l’attribuisco a quello a cui si suole attribuire: cioè ad un sognato magnetismo che
          trasporti gl’ingegni privilegiati verso il bello, e glielo faccia sentire, e scoprire
          senza veruna dipendenza dall’assuefazione, dall’esperienza, dal confronto; ad una simpatia
          dell’ingegno con un bello esistente nella natura astratta; ad un favore della natura che
          si riveli spontaneamente a questi geni privilegiati ec. ec. Tutti sogni. Il genio del
          bello, come il genio della verità e della filosofia, consiste unicamente nella delicatezza
          degli organi che rende l’uomo d’ingegno 1. facile ed inclinato a riflettere, ad osservare,
            <pb ed="aut" n="1190"/> a notare, a scoprire le minute cose, e le minime differenze: 2.
          a paragonare, e nel paragone ad essere diligente, minuto, e ritrovare le minime disparità,
          le minime somiglianze, le menome contrapposizioni, i menomi rapporti: 3. ad assuefarsi in
          poco tempo, e con poca esperienza, poco vedere ec. poco uso insomma de’ sensi, poco
          esercizio materiale delle sue facoltà, contrarre un’abitudine: 4. a potere, mediante
          quello che già conosce, indovinare in breve tempo anche quello che non conosce, in virtù
          della gran forza comparativa che gli viene dalla delicatezza de’ suoi organi; la qual
          forza fa ch’egli ne’ pochi dati che ha, scuopra tutti i possibili rapporti scambievoli, e
          ne deduca tutte le possibili conseguenze. P. e. (non uscendo dalla materia che abbiamo
          scelta) un fanciullo provvisto di quello che si chiama genio, ha meno bisogno di vedere,
          di quello che n’abbia un altro d’ingegno ottuso e torpido, per formarsi un’idea della
          bellezza umana; perchè concepisce più presto l’idea delle proporzioni determinate,
          mediante una più minuta ed attenta considerazione degli oggetti che vede, ed una più
          esatta comparazione di questi oggetti fra loro. V.g. quel fanciullo d’ingegno <pb ed="aut"
            n="1191"/> torpido non si accorgerà della piccola differenza di struttura che è fra
          quella bocca o quella fronte che vede, e quelle ch’è accostumato a vedere. Un fanciullo
          d’ingegno fino, penetrante, arguto, riflessivo, cioè di organi delicati, mobili, rapidi,
          pieghevoli, pronti, si accorgerà o subito, o più presto, di detta differenza, e concepirà
          il senso e il giudizio della sproporzione, e della bruttezza; perchè gli oggetti che ha
          veduti gli ha osservati meglio, e osserva meglio questo che or vede, e gli uni e l’altro
          gli fanno o gli hanno fatto, più viva, più chiara e più costante impressione; dal che
          deriva la maggior facilità ed esattezza della comparazione ch’egli fa in questo punto;
          comparazione ch’è l’unica fonte dell’idea delle proporzioni e convenienze. Ecco tutto il
          genio. Così discorrete proporzionatamente di tutte le altre età, e di tutti gli altri
          oggetti e facoltà, e vedrete come il genio di qualunque sorta, non sia mai altro che una
          facoltà <emph>osservativa</emph> e <emph>comparativa</emph>, derivante dalla delicatezza,
          e più o meno perfetta struttura degli organi, che è quello che si chiama maggiore o minore
          ingegno.</p>
        <p>2. Se un fanciullo ha dintorno a se persone o di forme notabilmente diverse, o di forme
          tutte brutte, e che tutte convengano in una certa specie di bruttezza, l’idea ch’egli si
          forma della bellezza, e della proporzione, è incertissima nel primo caso, e sta solamente
          sui generali (cioè su quelle sole proporzioni che sono comuni a tutte le persone che lo
          circondano): e nel secondo caso, egli concepisce espressamente per bello, quello <pb
            ed="aut" n="1192"/> ch’è brutto, e che poi col più e più vedere altre persone, arriva
          finalmente a riconoscere per brutto. Qui chiamo in testimonio l’esperienza di tutti gli
          uomini del mondo, acciò mi dicano quanto l’idea loro circa la bellezza e la bruttezza si
          sia venuta cambiando secondo l’età, cioè a misura dell’esperienza della loro vista: e come
          quasi tutti abbiano da fanciulli giudicate belle delle fisonomie, delle persone ec. che in
          altra età sono loro sembrate brutte, e tali sembravano anche agli altri. Il che deriva 1.
          dalla ragione ora detta, 2. dalla poca pratica di vedere che ristringeva la facoltà del
          loro giudizio, e l’idea che essi avevano delle proporzioni, limitandola necessariamente e
          in ogni caso, alla sola idea delle proporzioni generali e comuni a tutti gli uomini, 3. da
          circostanze affatto estrinseche al bello: p. e. la nostra balia ci par sempre bella, e
          così tutte quelle persone che ci accarezzano da fanciulli ec. ec. Allora il giudizio della
          bellezza era effetto di queste tali impressioni (e non del bello). E si giudicava poi
          bello appoco appoco, quello che somigliava a queste tali fisonomie, sulle quali ci eravamo
          formata l’idea del bello umano, ancorchè fossero bruttissime. E siccome le impressioni
          della fanciullezza sono vivissime, così per effetto loro, <pb ed="aut" n="1193"/> e delle
          così dette simpatie ed antipatie, che sono uno de’ loro effetti, accade che per lungo
          tempo e forse sempre, ci troviamo inclinati a giudicare favorevolmente di persone
          bruttissime, ma somiglianti a quelle che da piccoli ci parvero belle, e massime di queste
          medesime; le quali, ancorchè brutte, non ci parranno mai più, brutte veramente; ma solo il
          nuovo abito di vedere, e quindi il nuovo modo che abbiamo contratto di giudicare della
          bellezza, ce le faranno giudicare, ma non parer brutte. E ci bisognerà sempre una
          riflessione, ed un confronto espresso colle nostre nuove idee del bello, per giudicar
          brutte quelle persone, che a prima vista, e senza considerazione, non ci parranno mai
          tali. Massime se il nostro ingegno è torpido e difficile a contrarre nuove abitudini:
          perchè nel caso contrario più facilmente ci riesce di formare intorno all’estrinseco di
          quelle persone un giudizio conforme alle nuove idee del bello che abbiamo acquistato colla
          maggiore esperienza de’ sensi. Prove più certe che l’idea del bello non sia nè assoluta,
          nè innata, nè naturale, nè immutabile, nè dipendente da un tipo (col quale avremmo potuto
          paragonare quelle fisonomie), non credo che si possano desiderare.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1194"/> 3. L’uomo, se ben considereremo, non giudica mai della bellezza nè
          della bruttezza, se non comparativamente, e l’idea del bello è sempre comparativa e quindi
          relativa. Noi giudichiamo della bellezza estrinseca dell’uomo, sia reale, sia imitata,
          molto più finamente che di qualunque altro bello fisico. Perchè? Perchè naturalmente
          facciamo ed abbiamo fatto maggiore attenzione alle forme de’ nostri simili, che di
          qualunque altro oggetto, e ne abbiamo notate le menome parti, le possiamo paragonare fra
          loro, e quelle di un individuo con quelle di un altro, o della generalità; e in questo
          modo, abbiamo distinta e minuta ed esatta l’idea <emph>acquisita</emph> delle proporzioni
          e convenienze relative alla figura dell’uomo, e delle sproporzioni e sconvenienze, che è
          quanto dire della bellezza e della bruttezza umana. Ma poniamo un individuo umano che non
          abbia mai veduto alcuno de’ suoi simili. Egli non saprà giudicare della bruttezza o
          bellezza loro in nessun modo, quando ne vegga qualcuno, massimamente se ne vede qualcuno
          isolato. Se però egli non avrà posta molta attenzione alle sue proprie forme, alla sua
          fisonomia, specchiandosi p. e. nelle fontane ec. Ed allora il giudizio ch’egli porterà
          delle forme di quel tal uomo, sarà pur comparativo, cioè comparativo alla sua propria <pb
            ed="aut" n="1195"/> forma, e quindi non si accorderà col giudizio generale, o solamente
          a caso. E se egli avrà avuta molta pratica di qualche altra specie di animali, come cani o
          cavalli ec. egli sarà molto meglio a portata di giudicare della bellezza di questi, che di
          quella dell’uomo. E nel detto giudizio sarà meglio d’accordo col giudizio comune degli
          uomini. Dico degli uomini, e non già di quegli stessi animali, i quali, come gli uomini,
          ponendo maggiore attenzione alle forme de’ loro simili, ne giudicano molto diversamente, e
          più distintamente ed esattamente degli uomini: in proporzione però della facoltà de’ loro
          organi molto meno disposti o meno esercitati ad osservare, a paragonare, a riflettere, di
          quelli dell’uomo, e massime dell’uomo o del fanciullo incivilito più o meno. Bensì è vero
          che quel tal uomo che abbiamo supposto, si sentirà forse inclinato verso quel suo simile
          più di quello che fosse verso qualunque altra specie d’animali, con cui fosse
          addomesticato; e massimamente se quel suo simile è di diverso sesso. Ma questa è
          inclinazione materiale ed innata della natura sua, del tutto indipendente dall’idea del
          bello, e dal giudizio delle forme: è inclinazione e <foreign lang="grc">πάθος</foreign>
          ossia passione, e non idea. E questo tal uomo, vedendo molti suoi simili tutti in un
          tratto per la prima volta, non conoscerà fra loro, nelle loro forme e fisonomie ec. quasi
          alcuna differenza, come è già noto che accade p. e. all’Europeo che vede per la prima
          volta degli Etiopi, o de’ Lapponi. Tutti gli paiono appresso a poco della stessa forma e
          fisonomia, e nessuno più bello nè più brutto <pb ed="aut" n="1196"/> degli altri. Questo
          appunto accade al fanciullo, nel primo veder uomini che gli accade, e va poi appoco appoco
          acquistando l’idea ed il senso della loro bellezza o bruttezza, per sola comparazione,
          cominciando a notare le minute parti, e paragonandole, e scoprendo le minute differenze
          negl’individui. Questo è ciò che ci accade negli animali, i quali tutti ci paiono appresso
          a poco p. e. della stessa fisonomia (dentro i limiti di una stessa specie); e quando anche
          facendoci l’occhio appoco appoco, arriviamo a portare un giudizio comparativo circa la
          bellezza <emph>comparativa</emph> delle loro forme, 1. questo ci accade solamente negli
          animali che più si trattano e più si osservano, come cavalli, cani, buoi ec. chè della
          bellezza p. e. del lione individuo, nessun uomo ch’io sappia, nè si arroga, nè pensa pure
          di giudicare: 2. questo giudizio è certo assai meno esatto di quello degli stessi animali
          di quella specie, ed è credibile che bene spesso sia contrarissimo al giudizio degli
          stessi animali, perchè noi giudichiamo delle loro forme colle idee che abbiamo delle
          proporzioni (diverse dalle loro), e comparativamente piuttosto ad altre specie, e ad altri
          oggetti, che alla propria specie loro, del che dirò poco appresso. Un bambino e un animale
          confondono facilmente un pupazzo, una statua, una pittura ec. cogli oggetti che
          rappresentano, perchè sopra questi hanno fatta poca osservazione: meno facilmente però, o
          meno durevolmente, se l’oggetto rappresentato è della propria specie e forma, perchè nella
          forma della loro specie hanno posta naturalmente più attenzione.</p>
        <p>Quell’uomo che io ho supposto, se non avesse <pb ed="aut" n="1197"/> bene osservato il
          suo proprio colore, e vedesse un Nero e un Bianco allo stesso tempo, non saprebbe punto
          decidere qual de’ due fosse più bello, nè qual de’ due colori meglio convenisse alla
          specie umana. E se non avesse bene osservate le sue proprie forme, e vedesse al tempo
          stesso un Lappone, un italiano, un Patagone, non saprebbe decidere quale di queste tre
          forme fosse più bella, e non <emph>sentirebbe</emph> differenza di bellezza o bruttezza in
          nessuno di loro. Il che dimostra ch’egli non ha veruna regola o norma innata ed assoluta
          per giudicare del bello, neppure umano.</p>
        <p>L’uomo non può mai formarsi l’idea di una bellezza isolata, vale a dire che il bello
          assoluto non esiste, nè altrove, nè nella idea, nella fantasia, nell’intelletto naturale e
          primitivo dell’uomo. Figuratevi che ci sia mostrato un oggetto forestiero, e che questo
          sia il primo e l’unico che noi vediamo nel suo genere. Noi o non giudichiamo in nessun
          modo della sua bellezza o bruttezza, nè la sentiamo; ovvero ne giudichiamo
          comparativamente ad altri generi di cose, e ad altre proporzioni, e così per lo più
          andiamo errati, e probabilmente giudicheremo brutto un oggetto che nel suo paese è
          giudicato bellissimo, e che lo è nel suo genere effettivamente; o viceversa. Figuratevi
            <pb ed="aut" n="1198"/> di vedere un uccello Americano di specie da voi non prima
          veduta. Questa è specie e non genere, e voi per giudicarne potete paragonarla alle altre
          specie di uccelli che conoscete. Tuttavia probabilmente sbaglierete il giudizio; voglio
          dire, p. e. vi parranno sproporzioni quelle che agli Americani assuefatti a vederne,
          parranno proporzioni, e bellezza: e viceversa agli Americani parranno sproporzionati e
          brutti molti uccelli di specie e di forme assai differenti dai loro, e ch’essi non sono
          accostumati a vedere. Così discorrete d’ogni sorta di oggetti o <emph>naturali</emph> o
            <emph>artifiziali</emph>.</p>
        <p>E passando da queste osservazioni, al buono e al cattivo, vedrete come nessuna cosa
          possibile sia buona nè cattiva, nè più o meno perfetta ec. isolatamente, ma solo
          comparativamente; e che per conseguenza non esiste il buono nè il cattivo assoluto, ma
          solo il relativo.</p>
        <p>Voglio prevenire un’obbiezione. Diranno che l’uomo naturalmente, e senza osservazione ed
          esame preferisce un altro uomo, o una donna giovane a una vecchia, e che quindi l’idea
          della bellezza è assoluta.</p>
        <p>1. Potrei dire che al fanciullo non accade così prima di avere acquistata coll’esperienza
          de’ sensi, <pb ed="aut" n="1199"/> la facoltà comparativa: ed aggiungerei che io mi
          ricordo di aver da fanciullo giudicato belli alcuni vecchi, e più belli ancora di altre
          persone ch’erano giovani. E ciò per le ragioni dette p. 1191. fine-1193.</p>
        <p>2. Ma la vera e piena risposta è che questo non appartiene alla sfera della bellezza.</p>
        <p>Il metafisico non deve lasciarsi imporre dai nomi, ma distinguere le diverse cose che si
          denotano sotto uno stesso nome. V. in tal proposito p. 1234-36. e specialmente p. 1237. Un
          colore isolato e vivo, che piace, si chiama bello, e non è. Un suono isolato che diletta,
          senza gradazioni nè armonia, non appartiene al bello. Bellezza non è altro che armonia e
          convenienza. Bruttezza è sproporzione e sconvenienza. Queste sono proposizioni non
          contrastate da nessun filosofo, per poco che abbia osservato. Quali cose si convengano o
          disconvengano insieme, si crede che la natura dell’uomo l’insegni, e che dipenda
          dall’ordine primordiale e necessario delle cose, e questo io lo nego. La quistione è qui.
          Dove non entra armonia nè convenienza, la quistione non entra. Una cosa che piace senza
          armonia nè convenienza, appartiene alla sfera di altri piaceri. Quel colore vivo, ci
          diletta, perchè i nostri organi son così fatti, che quella sensazione li solletichi
          gradevolmente. <pb ed="aut" n="1200"/> Questa è sensazione (dipendente dall’arbitrio della
          natura circa le quali cose sieno piacevoli a questa o a quella specie di esseri) e non
          idea; e quindi il detto piacere, benchè venga per la vista, non appartiene alla bellezza,
          più di quello che vi appartenga il piacere che dà un cibo alle papille del nostro palato,
          o il piacere venereo ec. (Lascio che anche questi tali piaceri non sono assoluti neppure
          dentro i limiti di una sola specie, anzi neppure di un solo individuo, e dipendono
          sommamente, almeno in gran parte, dall’assuefazione.) L’uomo è più inclinato al suo simile
          giovane, che al suo simile vecchio. Così anche gli altri animali. Questa non è idea, ma
          inclinazione, tendenza, e passione; ed è fuori della teoria del bello, perch’è fuori
          ancora della sfera dell’armonia. Le tendenze sono innate e comuni a tutti gli uomini; le
          idee no. Ma nel detto caso la mente non giudica; bensì il fisico dell’uomo si sente
          inclinato, e trasportato. Non tutti i piaceri che vengono per la vista appartengono alla
          bellezza, sebbene gli oggetti che producono i detti piaceri, si chiamano ordinariamente
          belli; ma quelli soli che derivano dall’armonia e convenienza, sì delle parti fra loro, sì
          del tutto col suo fine.</p>
        <p>Io credo poi ancora che la stessa idea dell’uomo <emph>che le cose debbano convenire fra
            loro</emph>, non sia innata ma acquisita, e derivi dall’assuefazione in questo modo. Io
          sono avvezzo a vedere p. e. negli uomini <pb ed="aut" n="1201"/> le tali e tali forme. Se
          ne vedo delle differenti e contrarie, le chiamo sconvenienti, perchè elle mi producono un
          effetto contrario alla mia assuefazione. Sviluppate quest’idea. (20. Giugno 1821.).</p>
      </div1>
      <div1 n="1201 - 1400">
        <p>Perchè la parzialità è sempre odiosa e intollerabile, quando anche colui che favorisce o
          benefica alcuno più degli altri, non tolga niente agli altri del loro dovuto, nè di quello
          che darebbe loro in ogni caso, nè li disfavorisca in nessun modo? Per l’odio naturale
          dell’uomo verso l’uomo, inseparabile dall’amor proprio. E v. in questo proposito la
          parabola del padre di famiglia e degli operai del Vangelo. (21. Giugno, dì del Corpus
          Domini. 1821.). V. p. 1205. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1114. verso il fine. Il Forcellini ora fa derivare i continuativi da’
          frequentativi, (come <foreign lang="lat" rend="italic">ductare</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">ductitare</foreign>) ora questi da quelli. I continuativi da’
          frequentativi non derivano mai. Quanto ai frequentativi da’ continuativi, io non nego che
          talvolta non possano essere derivati dai participi o supini di questi ultimi, cangiata l’a
          di detti participii o supini, in i, secondo quello che abbiamo stabilito p. 1154. Nel qual
          caso i verbi continuativi venivano a diventar positivi relativamente al frequentativo che
          se ne formava. P. e. <emph>saltitare</emph> può forse anche venire da <foreign lang="lat"
            rend="italic">saltatus</foreign> di <emph>saltare</emph>, cambiata l’<emph>a</emph> in
            <emph>i</emph>, ed essere frequentativo o diminutivo non di <emph>salire</emph>, ma di
            <emph>saltare</emph>, cioè ballare. Infatti esso non vale <emph>saltellare</emph>, ma
            <emph>ballonzare</emph> o <emph>ballonzolare</emph>. Questo però, posto che talvolta
          avvenga, avviene di rado, e la massima parte de’ frequentativi derivano immediatamente da’
          positivi, e sono affatto indipendenti da’ continuativi degli stessi verbi, o abbiano
          questi, o non abbiano continuativi. Ed è curioso che il Forcellini bene spesso chiama p.
          e. cursare frequentativo di <foreign lang="lat" rend="italic">correre</foreign>, e
            <foreign lang="lat" rend="italic">cursitare</foreign> che cosa? frequentativo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">cursare</foreign>. V. p. 2011. (21. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1202"/> Alla p. 767. Le parole che per se stesse sono meri suoni, e così
          le lingue intere, in tanto sono segni delle idee, e servono alla loro significazione, in
          quanto gli uomini convengono scambievolmente di applicarle a tale e tale idea, e
          riconoscerle per segni di essa. Ora il principal mezzo di questa convenzione umana, in una
          società alquanto formata, si è la scrittura. Le lingue che o mancano o scarseggiano di
          questo mezzo di convenzione per intendersi, e spiegarsi distintamente, ed esprimere tutte
          le cose esattamente, restano sempre o affatto impotenti, o poverissime, e debolissime; e
          così accade a tutte le lingue finchè non sono estesamente applicate alla scrittura. Come
          convenire scambievolmente in tutta una nazione, di dare a quella tal parola quella tal
          significazione certa determinata e stabile, e di riconoscerla universalmente per segno di
          quella tal cosa o idea? Come arricchire la lingua, accrescere le significazioni di una
          stessa parola, stabilire l’uso e l’intelligenza comune di una metafora o traslato, dare
          alla lingua una tal facoltà di tale o tal formazione di voci o di modi che significhi
          regolarmente tale o tal altro genere di cose o idee? Come poi regolare ed uniformare e
          ridurre sotto leggi conformi in tutta la nazione la sintassi, le inflessioni dinotanti i
          diversi accidenti di una stessa parola, ec. ec.? Tutte queste cose sono impossibili <pb
            ed="aut" n="1203"/> senza la scrittura, perchè manca il mezzo di una convenzione
          universale, senza cui la lingua non è lingua ma suono. La viva voce di ciascheduno, poco
          ed a pochi si estende. Le scritture vanno per le mani di tutta la nazione, e durano anche
          dopo che quegli che le fece, non può più parlare. Gl’individui di una nazione non possono
          convenir tutti fra loro di veruna cosa a uno a uno. Ed un individuo, ancorchè di sommo
          ingegno, non può mettere in uso una parola, una frase, una regola di lingua, un
          significato, e renderne comune e stabilirne l’intelligenza colla sola sua voce, e favella
          (di cui tanto pochi e solo istantaneamente possono partecipare), se non lentissimamente e
          difficilissimamente. Ora le lingue le più estese sono sempre nate dall’individuo, e vi fu
          sempre il primo che inventò e pronunziò quella parola, quella frase, quel significato ec.
          In qualunque modo si sieno formate le lingue primitive, e gli uomini abbiano cominciato ad
          intendersi ed esprimersi scambievolmente mediante gli organi della favella, certo è che
          questo non è avvenuto se non a pochissimo per volta, sinchè una lingua non è stata
          applicata alla scrittura; perchè la convenzione individuale di ciascheduno, non può essere
          se non lentissima e difficilissima. Di più è certo che l’uso di tutte le lingue nel loro
          nascere fu ristretto <pb ed="aut" n="1204"/> a una piccolissima società, dove la
          convenzione era meno difficile, perchè fra un piccolo numero d’individui. Ma trattandosi
          di arricchire, accrescere, regolare, ordinare, perfezionare, e in qualunque modo
          migliorare una lingua già parlata da una nazione, dove la convenzione che deriva dall’uso
          è lentissima, difficilissima, e per lo più parziale e diversa, il principale e forse
          l’unico mezzo di convenzione universale (senza cui la lingua comune non può ricevere nè
          miglioramento nè peggioramento), è la scrittura, e fra le scritture quella che 1. va per
          le mano di tutti, 2. è conforme ne’ suoi principii, e nelle sue regole, vale a dire la
          letteratura largamente considerata. Perchè la scrittura non letterata, o non importante in
          qualunque modo per se stessa, come lettere cioè epistole ec. ec. è soggetta quasi agli
          stessi inconvenienti della viva voce, cioè si comunica a pochi, (forse anche a meno di
          quelli a cui si comunica la voce di un individuo) e non è uniforme nè costante nelle sue
          qualità. Insomma si richiede un genere di scrittura che sia nazionale, e possa produrre,
          stabilire, regolare e mantenere la convenzione universale circa la lingua. (22. Giugno
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1129. Bisogna notare che i gramatici e vocabolisti intorno a parecchi di questi e
          simili verbi e nomi portano opinione contraria al parer nostro, cioè fanno derivare i nomi
          da’ verbi, come vedremo <pb ed="aut" n="1205"/> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >lex</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">legere</foreign>, e come <foreign
            lang="lat" rend="italic">rex</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >regere</foreign>, laddove noi <foreign lang="lat" rend="italic">regere</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">rex</foreign>, conforme porta la sana filosofia, e
          ideologia, e la considerazione del progresso naturale delle idee. Che certo molto prima
          ebbero gli uomini un nome da significare colui da cui veniva il comando, che un altro da
          significar l’azione stessa del comandare. L’idea dell’azione la più materiale, e per
          conseguenza l’idea espressa da’ verbi, è sempre metafisica, e quindi posteriore a quella
          significata da’ nomi. V. in proposito la p. 1388-91. Dico posteriore ad esser significata,
          non sempre però posteriore nella concezione; ma benchè anteriore nella concezione (come in
          questo esempio) l’uomo stabilì prima un segno per esprimere colui che la faceva, e che era
          materiale e visibile, (come il <emph>re</emph>, cioè quegli che comanda) di quello che
          arrivasse a fissare e determinare con un segno l’idea metafisica di ciò che questi faceva.
          Perchè questa idea benchè seconda nell’ordine, fu la prima idea ch’egli concepisse
            <emph>chiaramente</emph>, in modo da poterla determinare e circoscrivere con un segno.
          Così che ella è anteriore come idea chiara, benchè posteriore come idea semplicemente. E
          quello che bisogna cercare in riguardo alle lingue è l’ordine e la successione non delle
          idee assolutamente ma delle idee chiare che l’uomo ha concepite, giacchè queste sole egli
          ha potuto e può significare. <bibl>V. <author>Sulzer</author> p. 53</bibl>. Ma bisogna
          perdonare ai gramatici se finora non sono stati ideologi; bensì non bisogna che il
          filologo illuminato dalla filosofia, si lasci imporre dalla loro opinione in quelle cose
          che ripugnano all’analisi e alla scienza dell’umano intelletto. (22. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1201. Ho già detto altrove di una donna sterile che bastonava una cavalla pregna
          dicendo, <pb ed="aut" n="1206"/>
          <quote>
            <emph>Tu gravida, e io no</emph>?</quote> Io credo che un padre storpio difficilmente
          possa vedere con compiacenza i suoi figli sani, e non provare un certo stimolo a odiarli,
          o una difficoltà ad amarli, che facilmente si convertirà in odio, e riceverà poi
          scioccamente il nome di antipatia, quasi fosse una passione innata, e senza causa morale.
          Del che si potrebbero portare infinite prove di fatto, come dell’odio delle madri brutte
          verso le figlie belle, e delle persecuzioni che bene spesso fanno per tal cagione a
          giovani innocentissime, senza che nè queste nè esse medesime vedano bene il perchè. Così
          de’ padri di poco ingegno o in qualunque modo sfortunati, verso i figli di molto ingegno,
          o in qualunque modo avvantaggiati su di loro. Così (e questa è cosa generalissima) de’
          vecchi verso i giovani (siano anche loro figliuoli, (anzi massimamente in simili casi) e
          femmine o maschi ec. ec.); ogni volta che i vecchi non hanno deposto i desiderii
          giovanili, ed ogni volta che i giovani, ancorchè innocentissimi ed ottimi, non si
          conducano da vecchi. Così tra fratelli e sorelle ec. ec. Tanto naturalmente l’amor proprio
          inseparabile dai viventi, produce e quasi si trasforma nell’odio degli altri oggetti,
          anche di quelli che la natura ci ha maggiormente raccomandati (al nostro stesso amor
          proprio) e resi più cari. (22. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1207"/> Quante cose si potrebbero dire circa l’infinita varietà delle
          opinioni e del senso degli uomini, rispetto all’armonia delle parole. Lascio i
          diversissimi e contrarissimi giudizi dell’orecchio sulla bellezza esterna delle parole,
          secondo le diversissime lingue, climi, nazioni, assuefazioni; ed intorno alla dolcezza,
          alla grazia, sì delle parole, che delle lettere e delle pronunzie ec. In un luogo parrà
          graziosa una pronunzia forestiera, in un altro sgraziata quella, e graziosa un’altra pur
          forestiera; secondo i differenti contrasti colle abitudini di ciascun paese o tempo,
          contrasti che ora producono il senso della grazia, ora l’opposto ec. ec. V. p. 1263.
          Lascio le differentissime armonie de’ periodi della prosa parlata o scritta, secondo, non
          solamente le diverse lingue e nazioni e climi, ma anche i diversi tempi, e i diversi
          scrittori o parlatori d’una stessa lingua e nazione, e d’un medesimo tempo. Osserverò solo
          alcune cose relative all’armonia de’ versi. Un forestiero o un fanciullo balbettante,
          sentendo versi italiani, non solo non vi sente alcun diletto all’orecchio, ma non si
          accorge di verun’armonia, nè li distingue dalla prosa; se pure non si accorge e non prova
          qualche piccolo, anzi menomo diletto nella conformità regolare della loro cadenza, cioè
          nella rima. La quale sarebbe sembrata spiacevolissima e barbara agli antichi greci e
          latini, ec. alle cui lingue si poteva adattare niente meno che alle nostre, ed a quelle
          stesse forme di versi che usavano, che bene spesso o somigliano, o sono a un dipresso le
          medesime che parecchie delle nostre, massimamente italiane. E di più sarebbe stata loro
          più facile, stante il maggior numero di consonanze che avevano, ed anche <pb ed="aut"
            n="1208"/> il maggior numero di parole, considerando se non altro (per non entrare
          adesso nel paragone della ricchezza) l’infinita copia e varietà delle inflessioni di
          ciascun loro verbo o nome ec. Così che avrebbero potuto usar la rima meglio di noi, e più
          gradevolmente, cioè più naturalmente, forzando meno il senso, il verso, l’armonia della
          sua struttura, il ritmo, ec. E nondimeno la fuggivano tanto quanto noi la cerchiamo, ed a
          noi stessi, avvezzi all’armonia de’ loro versi, parrebbero barbari e disgustosi ponendovi
          la rima.</p>
        <p>Se esistesse un’assoluta armonia, cioè a dire un’assoluta convenienza e relazione fra i
          suoni articolati, e se i versi italiani (che è pur la lingua e la poesia stimata la più
          armonica del mondo) fossero assolutamente armoniosi, lo sentirebbe tanto il forestiero e
          il fanciullo ignorante della lingua, quanto l’italiano adulto nè più nè meno. E se
          quest’assoluta armonia, e questi versi assolutamente armonici fossero assoluta e natural
          cagione di diletto per se stessi, lo sarebbero universalmente, e non più all’italiano che
          allo straniero e al fanciullo.</p>
        <p>Tutti coloro che non sanno il latino o il greco, di qualunque nazione sieno, non sentono
          armonia veruna ne’ versi latini o greci, se pur non sono assuefatti lungamente ad udirne
          per qualsivoglia circostanza, <pb ed="aut" n="1209"/> ed allora notandone appoco <add
            resp="ed">appoco</add> le minute parti, e le minute corrispondenze, e relazioni, e
          regolarità, non si formano l’orecchio a sentirne e gustarne l’armonia. Il qual processo è
          necessario anche a chi meglio intenda il latino ed il greco.</p>
        <p>Il nostro volgo trova una certa armonia negl’inni ecclesiastici ec. e nessuna ne
          troverebbe in Virgilio. Perchè? perchè gl’inni ecclesiastici somigliano sì per la
          struttura, l’andamento e il metro, sì bene spesso per la rima, ai versi italiani che il
          volgo pure è avvezzo a udire e cantare per le strade. E poi, perch’egli è avvezzo ad udire
          appunto quei tali barbari versi e metri latini.</p>
        <p>Un italiano assai colto, ma non avvezzo a legger poesia nostra, leggendogli una canzone
          del Petrarca, mi disse quasi vergognandosi, che trovava privo d’armonia quel metro, e che
          il suo orecchio non ne era punto dilettato. Il qual metro somiglia a quello delle odi
          greche composte di strofe, di antistrofe, e d’epodo, ed ha un’armonia così nobile e grave,
          ed atto alla lirica sublime. Soggiunse ch’egli non sentiva il diletto dell’armonia fuorchè
          nelle ottave, e in qualcuno de’ nostri metri che chiamiamo anacreontici. Notate ch’egli
          non aveva punto <pb ed="aut" n="1210"/> quell’orecchio che si chiama cattivo.</p>
        <p>Domandate a un francese, ancorchè bene istruito dell’italiano o dell’inglese, s’egli
          sente verun’armonia ne’ versi sciolti più belli, o ne’ versi bianchi degl’inglesi.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ciascuna nazione ha avuto ed ha i suoi metri particolari, tanto per la struttura di
          ciascun verso, quanto per la loro combinazione, disposizione e distribuzione, ossia per le
          strofe ec. E questi in proporzione della differenza maggiore o minore de’ climi, opinioni,
          assuefazioni, tempi (giacchè le stesse nazioni altri n’avevano anticamente, altri poi,
          altri oggi) ec. ec. sono diversissimi, e spesso affatto o inarmonici, o disarmonici per
          gli stranieri, secondo la misura dell’essere <emph>straniero</emph>, come noi verso i
          francesi dall’una parte, dall’altra verso gli orientali ec. ec. È impossibile allo
          straniero il sentirvi armonia nè diletto, senza una di queste condizioni 1. lungo uso di
          quella lingua; ma non basta, anzi è nullo quest’uso, se non vi si aggiunge il lungo uso di
          quella poesia. 2. somiglianza o affinità di quei metri co’ metri della propria nazione;
          come fra quelli degl’italiani e degli spagnuoli. La difficoltà del sentire l’armonia de’
          versi stranieri è maggiore o minore in proporzione ch’ella è più o meno diversa
          dall’armonia de’ nostrali, o da quella o quelle a cui siamo avvezzi. 3. abito fatto ad
          altre armonie forestiere affini a quella di cui si tratta. 4. orecchio esercitato a tante
          e sì diverse armonie, che mediante una forza riflessiva, osservativa, e comparativa
          straordinariamente accresciuta, sia in grado di avvertire e conoscere o subito o ben
          presto la natura di quelle combinazioni forestiere, gli elementi di quell’armonia, e il
          ritorno de’ loro regolati rapporti <emph>rispettivi</emph>; sia in grado di
          <emph>assuefar</emph> presto l’orecchio, ed abbia una facilità di contrarre abitudine,
          ch’è propria degli animi e degl’ingegni pieghevoli e adattabili, cioè in somma de’ grandi
          ingegni; ec. ec. e possa in poco tempo arrivare a <pb ed="aut" n="1211"/> scoprire e
          discernere in detta armonia quello che i nazionali ci scuoprono.</p>
        <p>È impossibile al nazionale avvezzo, e formato l’orecchio all’armonia de’ suoi metri, per
          quanto sia chiamata barbara, dura, dissonante ec. dagli stranieri, il non sentirla meglio,
          e il non trovarla più dilettevole di qualunque altra armonia forestiera, ancorchè
          giudicata bellissima ec. Fuorchè formando (che è difficilissimo e forse non accade mai)
          un’assuefazione nuova che vinca la passata.</p>
        <p>Chi di noi sente l’armonia de’ versi orientali, o delle strofe loro? Non parlo de’ versi
          tedeschi o inglesi, o della prosa tedesca misurata ec. in ordine agl’italiani. I quali
          molto più presto e facilmente riconoscono un’armonia ne’ versi francesi, perchè lingua ed
          armonia più affine alla loro.</p>
        <p>Si pretende, ed è probabilissimo che parecchi libri scritturali sieno metrici. Ma in
          quali metri sieno composti nessuno l’ha trovato, benchè molti l’abbiano cercato. E non si
          potrà mai trovare se non a caso, non essendoci regola che c’insegni qual fosse quella che
          agli Ebrei pareva armonia rispetto alle parole. E ciò per qual altra ragione, se non
          perchè non esiste armonia assoluta? Se esistesse, la regola sarebbe trovata, massime
          esistendo tutte intere e ordinate quelle parole, che si pretendono aver formato
          un’armonia. <pb ed="aut" n="1212"/> (23. Giugno 1821.). V. p. 1233. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1155. Alle volte, anzi bene spesso dinotano l’appoco appoco, il corso il
          progresso dell’azione, per lo più lento, anzi hanno forza bene spesso di esprimere appunto
          la lentezza dell’azione, e non si usano ad altro fine. Ovvero esprimono formalmente la
          debolezza dell’azione, ed hanno come una forza diminutiva uguale o simile a quella de’
          verbi latini terminati in <emph>itare</emph>. Hanno simili modi anche gli spagnuoli e
          francesi, e gli adoprano in simili significati. (24. Giugno 1821.). V. p. 1233. capoverso
          2.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non è ella cosa notissima, comunissima, frequentissima, e certa per la esperienza quasi
          di ciascuno, che certe persone che da principio, o vedendole a prima giunta, ci paion
          brutte, appoco appoco, assuefacendoci a vederle, e scemandosi coll’assuefazione il senso
          de’ loro difetti esteriori, ci vengono parendo meno brutte, più sopportabili, più
          piacevoli, e finalmente bene spesso anche belle, e bellissime? E poi perdendo
          l’assuefazione di vederle, ci torneranno forse a parer brutte. Così dico di ogni altro
          genere di oggetti sensibili o no. Molti de’ quali che per una primitiva assuefazione di
          vederli e trattarli ci parvero belli da principio, cioè prima di esserci formata un’idea
          distinta e fissa del bello; veduti poi dopo lungo intervallo, ci paiono brutti e
          bruttissimi. Che vuol dir ciò? Se esistesse un bello assoluto, la sua idea sarebbe
          continua, indelebile, inalterabile, uniforme in tutti gli uomini, nè si potrebbe o perdere
          o acquistare, o indebolire o rinforzare, o minorare o accrescere, <pb ed="aut" n="1213"/>
          o in qualunque modo cambiare (e cambiare in idee contrarie, come abbiamo veduto)
          coll’assuefazione, dalla quale non dipenderebbe. (24. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Da qualche tempo tutte le lingue colte di Europa hanno un buon numero di voci comuni,
          massime in politica e in filosofia, ed intendo anche quella filosofia che entra
          tuttogiorno nella conversazone, fino nella conversazione o nel discorso meno colto, meno
          studiato, meno artifiziato. Non parlo poi delle voci pertinenti alle scienze, dove quasi
          tutta l’Europa conviene. Ma una grandissima parte di quelle parole che esprimono cose più
          sottili, e dirò così, più spirituali di quelle che potevano arrivare ad esprimere le
          lingue antiche e le nostre medesime ne’ passati secoli; ovvero esprimono le stesse cose
          espresse in dette lingue, ma più sottilmente e finamente, secondo il progresso e la
          raffinatezza delle cognizioni e della metafisica e della scienza dell’uomo in questi
          ultimi tempi; e in somma tutte o quasi tutte quelle parole ch’esprimono
          <emph>precisamente</emph> un’idea al tempo stesso sottile, e chiara o almeno perfetta ed
          intera; grandissima parte, dico, di queste voci, sono le stesse in tutte le lingue colte
          d’Europa, eccetto piccole modificazioni particolari, per lo più nella desinenza. Così che
          vengono a formare una specie di piccola lingua, o un vocabolario, strettamente universale.
          E dico strettamente universale, cioè non come è universale la lingua francese, ch’è lingua
          secondaria <pb ed="aut" n="1214"/> di tutto il mondo civile. Ma questo vocabolario ch’io
          dico, è parte della lingua primaria e propria di tutte le nazioni, e serve all’uso
          quotidiano di tutte le lingue, e degli scrittori e parlatori di tutta l’Europa colta. Ora
          la massima parte di questo Vocabolario universale manca affatto alla lingua italiana
          accettata e riconosciuta per classica e pura; e quello ch’è puro in tutta l’Europa, è
          impuro in Italia. Questo è voler veramente e consigliatamente metter l’Italia fuori di
          questo mondo e fuori di questo secolo. Tutto il mondo civile facendo oggi quasi una sola
          nazione, è naturale che le voci più importanti, ed esprimenti le cose che appartengono
          all’intima natura universale, sieno comuni, ed uniformi da per tutto, come è comune ed
          uniforme una lingua che tutta l’Europa adopera oggi più universalmente e frequentemente
          che mai in altro tempo, appunto per la detta ragione, cioè la lingua francese. E siccome
          le scienze sono state sempre uguali dappertutto (a differenza della letteratura), perciò
          la repubblica scientifica diffusa per tutta l’Europa ha sempre avuto una nomenclatura
          universale ed uniforme nelle lingue le più difformi, ed intesa da per tutto egualmente.
          Così sono oggi uguali (per necessità e per natura del tempo) le cognizioni metafisiche,
          filosofiche, politiche ec. la cui massa e il cui sistema semplicizzato e uniformato, è
          comune oggi <pb ed="aut" n="1215"/> più o meno a tutto il mondo civile; naturale
          conseguenza dell’andamento del secolo. Quindi è ben congruente, e conforme alla natura
          delle cose, che almeno la massima parte del vocabolario che serve a trattarle ed
          esprimerle, sia uniforme generalmente, tendendo oggi tutto il mondo a uniformarsi. E le
          lingue sono sempre il termometro de’ costumi, delle opinioni ec. delle nazioni e de’
          tempi, e seguono per natura l’andamento di questi.</p>
        <p>Diranno che buona parte del detto vocabolario deriva dalla lingua francese, e ciò stante
          la somma influenza di quella lingua e letteratura nelle lingue e letterature moderne,
          cagionata da quello che ho detto altrove. Ma venisse ancora dalla lingua tartara, siccome
          l’uso decide della purità e bontà delle parole e dei modi, io credo che quello ch’è buono
          e conveniente per tutte le lingue d’Europa, debba esserlo (massime in un secolo della
          qualità che ho detto) anche per l’Italia, che sta pure nel mezzo d’Europa, e non è già la
          Nuova Olanda, nè la terra di Jesso. E se hanno accettate, ed usano continuamente le dette
          voci, quelle lingue Europee che non hanno punto che fare colla francese, quanto più dovrà
          farlo, e più facilmente, e con più naturalezza e vantaggio la nostra lingua, ch’è sorella
          carnale della francese? Le origini di dette parole, a noi <pb ed="aut" n="1216"/> riescono
          familiari e domestiche, perchè in gran parte derivano dal latino, benchè applicate ad
          altre significazioni che non avevano, nè potevano aver nel latino, mancando i latini di
          quelle idee. Spessissimo vengono dal greco, che a noi non è più, anzi meno alieno, di
          quello che sia alle altre lingue colte moderne. Spesso sono interamente italiane cioè
          stanno già materialmente nel nostro linguaggio, benchè in significato diverso, e meno
          sottile, o meno preciso, perchè i nostri antichi non poterono aver quelle idee, che oggi
          abbiamo noi, non perciò meno italiani di loro, nè quelle idee sono meno italiane perchè i
          nostri antichi non le arrivarono a concepire, o solo confusamente, secondo la natura de’
          tempi, e lo stato dello spirito umano.</p>
        <p>Si condannino (come e quanto ragion vuole) e si chiamino barbari i gallicismi, ma non (se
          così posso dire) gli europeismi, che non fu mai barbaro quello che fu proprio di tutto il
          mondo civile, e proprio per ragione appunto della civiltà, come l’uso di queste voci che
          deriva dalla stessa civiltà e dalla stessa scienza d’Europa.</p>
        <p>Osservate p. e. le parole <emph>genio, sentimentale, dispotismo, analisi, analizzare,
            demagogo, fanatismo, originalità</emph> ec. e tante simili che tutto il mondo intende,
          tutto il mondo adopera in una stessa e precisa significazione, e il solo italiano non può
          adoperare (o non può in quel significato), perchè? perchè i puristi le scartano, e perchè
          i nostri antichi, non potendo aver quelle idee, non poterono pronunziare nè scrivere
          quelle parole in quei sensi. Ma così accade in ordine alle stesse parole, a tutte le
          lingue del mondo che pur non hanno scrupolo di adoperarle. Piuttosto avrebbero scrupolo e
          vergogna di non saper esprimere un’idea chiara per loro, e chiara per tutto <pb ed="aut"
            n="1217"/> il mondo civile, mentre per la espressione delle idee chiare son fatte e
          inventate e perfezionate le lingue. Come infatti noi, non volendo usar queste parole, non
          possiamo esprimere le idee chiare che rappresentano, o dobbiamo esprimere delle idee
          chiare e precise (e ciò nella stessa mente nostra), confusamente e indeterminatamente: e
          poi diciamo che l’italiano è copiosissimo, e basta a tutto, ed avanza. Sicchè bisogna
          tacere, o scriver cose da bisavoli, e poi lagnarsi che l’italiana letteratura e filosofia
          resta un secolo e mezzo addietro a tutte le altre. E come no, senza la lingua?</p>
        <p>Aggiungo che quando anche potessimo ritrovare nel nostro Vocabolario o nella nostra
          lingua, o formare da essa lingua altre parole che esprimessero le stesse idee, bene spesso
          faremmo male ad usarle perchè non saremmo intesi nè dagli stranieri, nè dagli stessi
          italiani, e quell’idea che desteremmo non sarebbe nè potrebbe mai esser precisa; e non
          otterremmo l’effetto dovuto e preciso di tali parole, che è quanto dire, le useremmo
          invano, o quasi come puri suoni.</p>
        <p>1. Fu tempo dove agli uomini ed agli scrittori bastava di giovare, di farsi intendere, di
          rendersi famosi dentro i limiti della propria nazione. Ma oggi, nello stato d’Europa che
          ho detto di sopra, non acquista fama nè grande nè durevole quello scrittore il cui nome e
          i cui scritti non passano i termini del <pb ed="aut" n="1218"/> proprio paese. Nè in
          questa presente condizione di cose può molto e immortalmente giovare alla sua patria chi
          non viene almeno indirettamente a giovare più o meno anche al resto del mondo civile. Nel
          rimanente quella gloria o quel nome che fu ristretto a una sola nazione fu sempre, ed
          anche anticamente poco durevole, nella stessa nazione ancora. Fra mille esempi, basti
          nominare i Bardi; molti de’ quali si sa confusamente e genericamente che furono
          famosissimi nelle loro nazioni, ed oggi p. e. nella Scozia appena resta il nome e la
          memoria oscura di pochissimi degli stessi antichi Bardi Scozzesi. Quello che dico degli
          scrittori, dico anche degli altri generi di persone famose ec. ma degli scrittori in
          maggior grado, perchè i fatti degli uomini poco durano, e poco si possono stendere ma le
          voci e i pensieri loro consegnati agli scritti, sopravvivono lunghissimo tempo, e possono
          giovare a tutta l’umanità; nè lo scrittore, massimamente in questo presente stato del
          mondo, si deve contentare della utilità della sua sola patria, potendo con quel medesimo
          che impiega per lei, proccurare il vantaggio di tutte le altre nazioni.</p>
        <p>2. Ho detto che difficilmente ci faremmo intendere, e susciteremmo precisamente l’idea
          che vorremmo significare, e che è precisamente espressa dalle parole <pb ed="aut" n="1219"
          /> corrispondenti già usitate in Europa. La filosofia (con tutti quanti i diversissimi
          suoi rami) è scienza. Tutte le scienze giunte ad un certo grado di formazione e di
          stabilità hanno sempre avuto i loro termini, ossia la loro propria nomenclatura, e così
          propria, che volendola cambiare, si sarebbe cambiato faccia a quella tale scienza. Com’è
          avvenuto che la rinnovazione della Chimica, ha portato la rinnovazione della sua
          nomenclatura, e di tutta quella parte di nomenclatura fisica o d’altre scienze, che
          apparteneva, o era influita dalle cognizioni chimiche vecchie o nuove. E la nomenclatura
          di qualunque scienza è stata sempre così legata con lei, che dovunque ell’è entrata, v’è
          anche entrata quella stessa nomenclatura, comunque e dovunque formata, e comunque pur
          fosse inesatta nell’etimologie ec. purchè fosse esatta nell’intendimento e nel senso che
          le si attribuiva. La Chimica ha nuova nomenclatura, perch’è scienza nuova e diversa
          dall’antica. E così accade alle altre scienze quando si rinnuovano o in tutto o in parte.
          Perdono l’antica nomenclatura, e ne acquistano altra, che diviene però universale come la
          prima. E quando fra diverse e lontane nazioni poco note o strette fra loro, trovate
          differenza di nomenclatura in una medesima scienza, certo è che quella scienza è diversa
          notabilmente nelle rispettive nazioni e lingue. V. p. 1229. Quindi i termini di tutte le
          scienze, esatte o no, ma alquanto stabilite sono stati sempre universali, nè sarebbe mai
          possibile nel trattarle, l’adoperare altri termini da quelli universalmente conosciuti,
          intesi e adoperati, senza nuocere sommamente alla chiarezza, e toglier via la precisione.
          La qual precisione non deriva propriamente e principalmente da altro se non dalla
          convenzione che applica a quella parola quel preciso significato, bene spesso metaforico,
          ma passato in proprissimo. Mutando la parola, è tolta via la forza della convenzione, e
          quindi, benchè la nuova parola equivalga quanto alla sua origine, alla sua proprietà
          intrinseca ec. non equivale quanto all’effetto, perchè il <pb ed="aut" n="1220"/> lettore
          o uditore non concepisce più quell’idea precisa e netta che concepiva mediante la parola
          usitata, la qual era aiutata dalla convenzione, o sia dall’assuefazione di attribuirgli e
          d’intenderla in quel preciso significato. Converrebbe rinnovare appoco appoco
          l’assuefazione, applicandola a queste nuove parole, il che porterebbe necessariamente un
          lungo intervallo di oscurità e confusione nella intelligenza degli scrittori, finchè la
          nuova nomenclatura non arrivasse a prendere nella mente nostra in tutto e per tutto il
          posto dell’usitata, e a farvi, per così dire, quel letto che questa vi aveva già fatto. Nè
          questo sarebbe il solo danno, o difficoltà; ma converrebbe che questa nuova nomenclatura
          diventasse universale, altrimenti restringendosi a una sola nazione o lingua, ne
          seguirebbero i danni che ho specificati all’articolo 1. e le nazioni non s’intenderebbero
          fra loro nelle idee che denno essere da per tutto egualmente precise, e precisamente
          intese. E se una sola fosse la nazione che in qualunque scienza avesse una nomenclatura
          diversa dalle altre nazioni, quella nazione in ordine a quella scienza sarebbe come fuori
          del mondo e del secolo, tanto per l’effetto de’ suoi scrittori sugli stranieri, quanto
          (ch’è peggio) per l’effetto degli scrittori stranieri su di lei. <pb ed="aut" n="1221"/>
          Posto poi il caso ch’ella arrivasse a rendere quella nomenclatura universale, ognun vede
          che siamo da capo colla quistione, e che la universalità resterebbe, e solo avrebbe fatto
          passaggio inutilmente (e con danno temporaneo) da una ad altra nomenclatura: ed allora io
          dico che sarebbe pazzo quello scrittore o quel paese che non vi si volesse uniformare.</p>
        <p>La filosofia dunque ha i suoi termini come tutte le altre scienze. E siccome l’odierna
          filosofia è così 1. raffinata, 2. dilatata nelle sue parti e influenze, così che si può
          dire che tutta la vita umana oggi è filosofica, o almeno è tutta soggetta alle
          speculazioni della filosofia; perciò accade che i termini filosofici sieno moltissimi, e
          cadano spessissimo nel discorso familiare, e regnino in grandissima parte delle
          cognizioni, delle discipline, degli scritti presenti. E perchè questi termini, come ho
          detto, sono in gran parte uniformi per tutta Europa, perciò oggi il linguaggio di tutta
          Europa nelle espressioni delle idee sottili o sottilmente considerate, è presso a poco
          uniforme, anche nella conversazione.</p>
        <p>Ed è ben ragionevole che la filosofia divenuta scienza così profonda, sottile, accurata,
          ed appresso a poco uniforme e concorde da per tutto (a differenza delle antiche
          filosofie), e, quel ch’è notabilissimo nel nostro proposito, sempre più chiara e certa
          nelle sue nozioni, e determinata, abbia <pb ed="aut" n="1222"/> i suoi termini stabili e
          universalmente uniformi, massime in tanta uniformità, e stretto commercio d’Europa: quando
          anche le vecchie, <emph>informi</emph> ed <emph>oscure, incerte</emph>, mal determinate, e
          sciocche filosofie che s’insegnavano nelle scuole, ebbero la loro nomenclatura stabile e
          universale, fuor di cui non sarebbero state intese in nessuna parte d’Europa, benchè tanto
          meno uniforme ed unita fra se. Di questi termini dell’antica filosofia, di questi termini
          scolastici universalmente adoperati ne’ bassi tempi e fino agli ultimi secoli, abbonda la
          lingua italiana. E perchè ebbero la fortuna d’essere usati da’ nostri vecchi, perciò
          questi termini, quantunque derivati da barbare origini, e appartenenti a scienze che non
          erano scienze, si chiamano purissimi in Italia; e i termini dell’odierna filosofia,
          derivati dalla massima civiltà d’Europa, appartenenti alla prima delle scienze, e questa
          condotta a sì alto grado, si chiamano impurissimi, perchè ignoti agli antichi; quasi che a
          noi toccasse il venerare e il conservare, e non lo scusare per l’una parte, per l’altra
          discacciare l’ignoranza antica. E che l’ignoranza de’ passati dovesse esser la misura e la
          norma del sapere dei presenti.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1223"/> Se dunque l’odierna filosofia, quella filosofia che abbraccia per
          così dire tutto questo secolo, tutte le cose e tutte le cognizioni presenti, ha e deve
          avere i suoi termini costanti, ed uniformi in qualunque luogo ella è trattata, noi
          dobbiamo adottarli ed usarli, e conformarci a quelli che tutto il mondo usa. E non è più
          tempo di cambiarli, e formarci una nomenclatura filosofica italiana, cioè cavata tutta
          dalle fonti della nostra lingua. Questo avrebbe potuto essere, se la massima parte
          dell’odierna filosofia fosse derivata dall’Italia. Ed allora le altre nazioni, senza
          veruna ripugnanza avrebbero usata nella filosofia, la nomenclatura fabbricata in Italia.
          Ma avendo lasciato far tutto agli stranieri, ed arrivar questa scienza a sì alto grado
          senza quasi nessuna opera nostra, o dobbiamo seguitare a non curarla, ignorarla, e non
          trattarla; o volendo trattarla ci conviene adottare quella nomenclatura che troviamo già
          stabilita e generalmente intesa, fuor della quale non saremmo bene intesi nè dagli
          stranieri, nè da’ nostri medesimi, come apparisce dalle sopraddette ragioni. Alle quali
          aggiungo come corollario, dimostrato dal fatto, che tutte quelle parole che <pb ed="aut"
            n="1224"/> hanno espressa precisamente e sottilmente un’idea sottile e precisa, di
          qualunque genere, e in qualunque ramo delle cognizioni, sono state o sempre o quasi sempre
          universali, ed usate in qualsivoglia lingua da tutti quelli che hanno concepita e voluta
          significare quella stessa idea strettamente. E quella tale idea è passata dal primo
          individuo che la concepì chiaramente, agli altri individui, e alle altre nazioni, non
          altrimenti che in compagnia di quella tal parola. Appunto perchè questa fina precisione di
          significato, non deriva nè può derivare se non da una stretta e appositissima convenzione,
          difficilissima a rinnovare, e a moltiplicare secondo le lingue.</p>
        <p>Per tutte queste ragioni, sarebbe opera degna di questo secolo, ed utilissima alle lingue
          non meno che alla filosofia, un Vocabolario universale Europeo che comprendesse quelle
          parole significanti precisamente un’idea chiara, sottile, e precisa, che sono comuni a
          tutte o alla maggior parte delle moderne lingue colte. E massimamente quelle parole che
          appartengono a tutto quello che oggi s’intende sotto il nome di filosofia, ed a tutte le
          cognizioni ch’ella abbraccia. Giacchè le scienze materiali, o le scienze esatte non hanno
          tanto bisogno di questo servigio, essendo bastantemente riconosciute e fisse le loro
          nomenclature, e le idee che queste significano non essendo così facili <pb ed="aut"
            n="1225"/> o a sfuggire, o ad oscurarsi e confondersi e divenire incerte e
          indeterminate, come quelle della filosofia. Dovrebbe chi prendesse questo assunto definire
          e circoscrivere colla possibile diligenza il significato preciso di tali parole o termini,
          e recarne dalle diverse lingue dov’elle sono in uso, esempi giudiziosamente scelti di
          scrittori veramente accurati e filosofi, e massime quegli esempi dov’è contenuta una
          definizione filosofica dell’idea significata dalla parola; esempi che non sarebbero
          difficili a trovarsi in tanta copia di scrittori profondissimi e sottilissimi e acutissimi
          di questo e del passato secolo, e anche del precedente. In maniera simile si contenne
          Samuele Johnson nel Dizionario della lingua inglese, lingua che sa veramente esser
          filosofica, ed abbonda di scrittori di tal genere. Se il compilatore di tal Dizionario
          fosse italiano, ci renderebbe anche gran servigio, ponendovi gli esempi de’ migliori
          italiani che hanno trattato simili materie; e in caso che si trovassero voci italiane
          perfettamente corrispondenti, sia nel Vocabolario nostro sia ne’ nostri buoni scrittori
          qualunque, sia nell’uso, farebbe utilissima cosa, ponendole a fronte ec. con che verrebbe
          a fare un Vocabolario italiano filosofico, cosa veramente da sospirarsi, e per conoscere e
          per mostrare e per usare le nostre ricchezze, se ne abbiamo.</p>
        <p>Questo Vocabolario che sarebbe utilissimo a tutta l’Europa, lo sarebbe massimamente
          all’Italia, la quale dovrebbe vedere quanta copia di parole che tutta l’Europa pronunzia e
          scrive, e riconosce per necessarie, ella disprezzi e proscriva, senz’averne alcuna da
          surrogar loro. E la lingua italiana dovrebbe adottare le dette voci senza timore di
          corrompersi più di quello che si sieno corrotte coll’adottarle, <pb ed="aut" n="1226"/>
          tutte le altre lingue europee. E non dovrebbe volere, anzi vergognarsi, che un tal
          vocabolario essendo Europeo, non fosse italiano quasi che l’italiano non fosse Europeo, nè
          di questo secolo ec. E dovrebbe riconoscerle per voci nobilissime, perchè inseparabilmente
          spettanti e legate alla più nobile delle scienze umane ch’è la filosofia. V. p. 1231.
          fine.</p>
        <p>Con ciò non vengo mica a dire ch’ella debba, anzi pur possa adoperare, e molto meno
          profondere siffatte voci nella bella letteratura e massime nella poesia. Non v’è bontà
          dove non è convenienza. Alle scienze son buone e convengono le voci precise, alla bella
          letteratura le proprie. Ho già distinto in altro luogo le parole dai termini, e mostrata
          la differenza che è dalla proprietà delle voci alla nudità e precisione. È proprio ufficio
          de’ poeti e degli scrittori ameni il coprire quanto si possa le nudità delle cose, come è
          ufficio degli scienziati e de’ filosofi il rivelarla. Quindi le parole precise convengono
          a questi, e sconvengono per lo più a quelli; a dirittura l’uno a l’altro. Allo scienziato
          le parole più convenienti sono le più precise, ed esprimenti un’idea più nuda. Al poeta e
          al letterato per lo contrario le parole più vaghe, ed esprimenti idee più incerte, o un
          maggior numero d’idee ec. Queste almeno gli denno esser le più care, e quelle altre che
          sono l’estremo opposto, le più odiose. <bibl>Vedi p. 1234. capoverso 1. e 1312. capoverso
            2</bibl>. Ho detto e ripeto che i termini in letteratura e massime in poesia faranno
          sempre pessimo e bruttissimo effetto. Qui peccano assai gli stranieri, e non dobbiamo
          imitarli. Ho detto che la lingua francese (e intendo quella della letteratura e della
          poesia) si corrompe per la profusione de’ termini, ossia delle voci di nudo e secco
          significato, perch’ella si compone oramai tutta quanta di termini, abbandonando e
          dimenticando le parole: che noi non dobbiamo mai nè <pb ed="aut" n="1227"/> dimenticare nè
          perdere nè dismettere, perchè perderemmo la letteratura e la poesia, riducendo tutti i
          generi di scrivere al genere matematico. Le dette voci ch’io raccomando alla lingua
          italiana, sono ottime e necessarie, non sono ignobili, ma non sono eleganti. La bella
          letteratura alla quale è debito quello che si chiama eleganza, non le deve adoperare, se
          non come voci aliene, e come si adoprano talvolta le voci forestiere, notando ch’elle son
          tali, e come gli ottimi latini scrivevano alcune voci in greco, così per incidenza. I
          diversi stili domandano diverse parole, e come quello ch’è nobile per la prosa, è ignobile
          bene spesso per la poesia, così quello ch’è nobile ed ottimo per un genere di prosa, è
          ignobilissimo per un altro. I latini ai quali in prosa non era punto ignobile il dire p.
          e. <foreign lang="lat" rend="italic">tribunus militum</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">plebis</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">centurio</foreign>,
          o <foreign lang="lat" rend="italic">triumvir</foreign> ec. non l’avrebbero mai detto in
          poesia, perchè queste parole d’un significato troppo nudo e preciso, non convengono al
          verso, benchè gli convengano le parole proprie, e benchè l’idea rappresentata sia non solo
          non ignobile, ma anche nobilissima. I termini della filosofia scolastica, riconosciuti
          dalla nostra lingua per purissimi, sarebbero stati barbari nell’antica nostra poesia, come
          nella moderna, ed anche nella prosa elegante, s’ella gli avesse adoperati come parole sue
          proprie. <pb ed="aut" n="1228"/> E se Dante le profuse nel suo poema, e così pur fecero
          altri poeti, e parecchi scrittori di prosa letteraria in quei tempi, ciò si condona alla
          mezza barbarie, o vogliamo dire alla civiltà bambina di quella letteratura e di que’
          secoli, ch’erano però purissimi quanto alla lingua. Ma altro è la purità, altro l’eleganza
          di una voce, e la sua convenienza, bellezza, e nobiltà, rispettiva alle diverse materie, o
          anche solo ai diversi stili: giacchè anche volendo trattar materie filosofiche in uno
          stile elegante, e in una bella prosa, ci converrebbe fuggir tali termini, perchè allora la
          natura dello stile domanda più l’eleganza e bellezza che la precisione, e questa va
          posposta. (Del resto in tal caso, la filosofia è l’uno de’ principali pregi della
          letteratura e poesia, sì antica che moderna, atteso però quello che ho detto p. 1313. la
          quale vedi.) Io dico che l’Italia dee riconoscere i detti termini ec. per puri, cioè
          propri della sua lingua, come delle altre, ma non già per eleganti. La bella letteratura,
          e massime la poesia, non hanno che fare colla filosofia sottile, severa ed accurata;
          avendo per oggetto in bello, ch’è quanto dire il falso, perchè il vero (così volendo il
          tristo fato dell’uomo) non fu mai bello. Ora oggetto della filosofia qualunque, come di
          tutte le scienze, è il vero: e perciò dove regna la filosofia, quivi non è vera poesia. La
          qual cosa <pb ed="aut" n="1229"/> molti famosi stranieri o non la vedono, o adoprano (o si
          conducono) in modo come non la vedessero o non volessero vederla. E forse anche così porta
          la loro natura fatta piuttosto alle scienze che alle arti ec. Ma la poesia quanto è più
          filosofica, tanto meno è poesia. (26. Giugno 1821.). V. p. 1231.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1219. marg. La filosofia e le scienze greche passarono ai latini, passarono agli
          Arabi; e portarono nel latino e nell’Arabo le loro voci greche. Gli Arabi vi aggiunsero
          alcune cose, e inventarono qualche scienza, o parte di scienze; e i nomi Arabi insieme con
          dette aggiunte e invenzioni, sono diffusi universalmente in Europa. Così sempre è accaduto
          negli antichi, ne’ mezzani, ne’ moderni tempi. La filosofia Chinese p. e. ha nomenclatura
          diversa dalla nostra, ed ognun sa quanto ella ne differisca: oltre ch’ella non può in
          nessun modo chiamarsi scienza esatta nè simile all’esatte, come la moderna nostra. Così
          dico delle altre scienze chinesi. Così della filosofia degli Ebrei, che avendo altra
          nomenclatura, ha, rispetto alla nostra, un’idea di originalità, massime in quelle parti
          dove i loro nomi differiscono da quelli della filosofia latina, <pb ed="aut" n="1230"/>
          (divenuti poi comuni in Europa ec.) nella qual lingua conosciamo i libri Ebraici. Oltre
          che l’Ebraica filosofia è pure inesatta come ho spiegato di sopra, e quindi tanto meno
          copiosa ne’ termini, e meno precisa ne’ loro significati. ec. ec. ec. (26. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Da <foreign lang="lat" rend="italic">repere</foreign> che anche il Forcellini dice esser
          metatesi di <foreign lang="grc">ἕρπω</foreign>, oltre l’<emph>inerpicare</emph> del quale
          ho detto altrove, ed oltre il latinismo <emph>repere</emph> che nella Crusca ha un esempio
          di Dante, e uno del Soderini, ebbero i nostri antichi anche <emph>ripire</emph>, voce
          italiana d’uso, e volgare in quei tempi, come sembra, e adoprata anch’essa nel significato
          di <emph>inerpicarsi</emph>, <foreign lang="grc">ἀνέρπειν</foreign>, o di salire, montar
          su, come puoi vedere ne’ due esempi delle <bibl>
            <title>Storie Pistolesi</title> nella Crusca, e in questi della <title>Storia della
              Guerra di Semifonte scritta da M. Pace da Certaldo</title>, Firenze 1753.</bibl> il
          quale autore fu tra il 200 e il 300. <quote>
            <emph>Gli Fiorentini appoggiate le scale di già</emph>
            <emph rend="sc">ripivano</emph>
          </quote> (p. 37): e <quote>
            <emph>Videro... alcuni già avere appoggiate le scale, e far pruova di</emph>
            <emph rend="sc">ripire</emph>
          </quote>. (p. 46.) Esempi portati nella Lettera a <bibl>V. <author>Monti</author> di
            Vincenzo Lancetti, <title>Proposta di alcune Correzioni ed Aggiunte al Vocab. della
              Crusca</title>, vol. 2. par. 1. Milano 1819. <title>Appendice</title>, p. 284.</bibl>
          Quindi <emph>ripido</emph>, cioè <emph>Erto, Malagevole a salire</emph>, spiega la Crusca,
          e <emph>ripidezza</emph> astratto di <emph>ripido</emph>, voci non latine: e da
            <emph>repere, repente</emph>, per <emph>molto erto, ripido</emph>, dice la Crusca, che
          ne porta due <pb ed="aut" n="1231"/> esempi del trecento. Il Du Cange non ha niente in
          proposito. (27. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1229. E infatti gran parte, e forse la maggiore delle poesie straniere, riescono
          e sono piuttosto trattati profondissimi di psicologia, d’ideologia ec. che poesia. E quivi
          la filosofia nuoce e distrugge la poesia, e la poesia guasta e pregiudica la filosofia.
          Tra questa e quella esiste una barriera insormontabile, una nemicizia giurata e mortale,
          che non si può nè toglier di mezzo, e riconciliare, nè dissimulare. E così dico
          proporzionatamente del resto della bella letteratura propriamente e veramente considerata.
          (27. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1125, marg. — ossia le radici de’ verbi ebraici chiamati perfetti, tutte composte
          di tre lettere nè più nè meno, e di due sillabe, ed anche gl’imperfetti fuorchè i
          Deficienti (come dicono) in <emph>Ghaiin</emph>, quando per contrazione perdono la seconda
          radicale nella terza singolare del Preterito di <emph>Kal</emph> attivo (cioè della prima
          coniugazione attiva); e i Quiescenti detti in <emph>Ghaiin Vau</emph>, i quali avendo pur
          tre lettere, hanno però una sola sillaba nella radice. Questo genere di radici dissillabe
          e trilettere, io credo che sia comune e regolare anche nell’Arabo, nel Siriaco e in altre
          lingue orientali. (27. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1126. Dovrebbe, dico adottare, fra queste voci, tutte quelle che non hanno, nè
          possono avere nell’italiano un preciso equivalente, cioè preciso nella significazione, e
          preciso nell’intelligenza e nell’effetto. <pb ed="aut" n="1232"/> Perchè se qualcuna di
          tali voci ha già nell’uso o dello scrivere o del parlare italiano, una voce corrispondente
          che produca lo stesso preciso effetto, quantunque diversa materialmente; o se si può
          formare dalle nostre radici, o riporre in uso qualche parola dismessa che indichi la
          stessa idea in modo da suscitarla con piena e perfetta precisione, e senza oscurità nè
          veruna minima incertezza, e senza niente di vago o di dissimile, nella mente del lettore,
          o uditore; non nego, anzi affermo, che in tal caso (che quando si ponga ben mente a tutte
          e a ciascuna delle dette condizioni sarà rarissimo) faremo bene a preferir queste voci
          nostre, alle sopraddette, benchè universali, e benchè in tal caso pure, non saremmo in
          diritto di riprenderle come impure, mentre son pure, cioè comunemente usate, e
          precisamente intese in tutta l’Europa. (27. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La trattabilità e facilità della lingua francese, ond’ella è così agevole a scriver bene
          e spiegarsi bene sì per lo straniero che l’adopra o l’ascolta, sì pel nazionale, non
          deriva dall’esser ella uno strumento pieghevole e <foreign lang="fre" rend="italic"
          >souple</foreign> (qualità negatale espressamente dal Thomas) ec. ma dall’essere un
          piccolo strumento, e quindi manuale, <foreign lang="grc">εὐμεταχείριστος</foreign>,
          maneggiabile, <pb ed="aut" n="1233"/> facile a rivoltarsi per tutti i versi, e ad adoprare
          in ogni cosa. ec. (27. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che ho detto de’ termini filosofici comuni oggi a tutta Europa, bisogna anche
          estenderlo ai nomi appartenenti al commercio, alle arti, alle manifatture, agli oggetti di
          lusso ec. ec. che da qualunque lingua e nazione abbiano ricevuto il nome, lo conservano in
          gran parte per tutte le lingue e nazioni, e così è sempre accaduto. Quanto però al
          Vocabolario ch’io propongo, il comprendervi questi nomi, sarebbe anche meno necessario di
          quelli appartenenti alle scienze esatte o materiali. (28. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1212. Talvolta anche adopriamo i detti modi, a espresso fine di denotare azione
          interrotta, e il di quando in quando, come p. e. dicendo <emph>il Tasso viene ornando i
            suoi versi di falsi ornamenti</emph>, vogliamo dire, <emph>di quando in quando gli
          orna</emph> ec. e vogliamo significare minor continuità che se dicessimo <emph>orna i suoi
            versi</emph> ec. il che verrebbe a dire che lo facesse sempre o quasi sempre; o se
          dicessimo <emph>suole ornare</emph> ec. (28. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1212. principio. Se esistesse un’armonia assoluta in ordine ai suoni articolati o
          alle parole, tutte le versificazioni in qualunque lingua e tempo, avrebbero <pb ed="aut"
            n="1234"/> avuto ed avrebbero le stesse armonie, e renderebbero le stesse consonanze,
          che in un batter d’occhio si ravviserebbero dal forestiero, come dal nazionale, e dal
          contemporaneo ec. Quando per lo contrario il forestiero non solo non vi trova alcuna
          conformità coll’armonia della versificazione sua nazionale, ma bene spesso non si accorge
          nè si può accorgere che quella tale sia versificazione, se non se n’accorge per la
          materia, e per essere scritta in linee distinte, o per la rima, che non ha punto che fare
          col ritmo, nè colla misura. (28. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1226. marg. fine. L’analisi delle cose è la morte della bellezza o della
          grandezza loro, e la morte della poesia. Così l’analisi delle idee, il risolverle nelle
          loro parti ed elementi, e il presentare nude e isolate e senza veruno accompagnamento
          d’idee concomitanti, le dette parti o elementi d’idee. Questo appunto è ciò che fanno i
            <emph>termini</emph>, e qui consiste la differenza ch’è tra la <emph>precisione</emph>,
          e la <emph>proprietà</emph> delle voci. La massima parte delle voci filosofiche divenute
          comuni oggidì, e mancanti a tutti o quasi tutti gli antichi linguaggi, non esprimono
          veramente idee che mancassero assolutamente ai nostri antichi. Ma come è già stabilito
          dagl’ideologi <pb ed="aut" n="1235"/> che il progresso delle cognizioni umane consiste nel
          conoscere che un’idea ne contiene un’altra (così Locke, Tracy ec.), e questa un’altra
          ec.;nell’avvicinarsi sempre più agli elementi delle cose, e decomporre sempre più le
          nostre idee, per iscoprire e determinare le sostanze (dirò così) semplici e universali che
          le compongono (giacchè in qualsivoglia genere di cognizioni, di operazioni meccaniche
          ancora ec. gli elementi conosciuti, in tanto non sono universali, in quanto non sono
          perfettamente semplici e primi); (v. in questo proposito la p. 1287. fine) così la massima
          parte di dette voci, non fa altro che esprimere idee già contenute nelle idee antiche, ma
          ora separate dalle altre parti delle idee madri, mediante l’analisi che il progresso dello
          spirito umano ha fatto naturalmente di queste idee madri, risolvendole nelle loro parti,
          elementari o no (che il giungere agli elementi delle idee è l’ultimo confine delle
          cognizioni); e distinguendo l’una parte dall’altra, con dare a ciascuna parte distinta il
          suo nome, e formarne un’idea separata, laddove gli antichi confondevano le dette parti, o
          idee suddivise (che per noi sono oggi altrettante distinte idee) in un’idea sola. Quindi
          la secchezza che risulta dall’uso de’ termini, i quali ci destano un’idea quanto più si
          possa scompagnata, solitaria e circoscritta; laddove la bellezza del discorso e della
          poesia consiste nel destarci gruppi d’idee, e nel fare errare la nostra mente nella
          moltitudine delle concezioni, e nel loro vago, confuso, indeterminato, incircoscritto. Il
          che si ottiene colle parole proprie, ch’esprimono un’idea composta di molte parti, e
          legata <pb ed="aut" n="1236"/> con molte idee concomitanti; ma non si ottiene colle parole
          precise o co’ termini (sieno filosofici, politici, diplomatici, spettanti alle scienze,
          manifatture, arti ec. ec.) i quali esprimono un’idea più semplice e nuda che si possa.
          Nudità e secchezza distruttrice e incompatibile colla poesia, e proporzionatamente, colla
          bella letteratura.</p>
        <p>P. e. <emph>genio</emph> nel senso francese, esprime un’idea ch’era compresa
            nell’<foreign lang="lat" rend="italic">ingenium</foreign>, o nell’<emph>ingegno</emph>
          italiano, ma non era distinta dalle altre parti dell’idea espressa da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ingenium</foreign>. E tuttavia quest’idea suddivisa, espressa da
            <emph>genio</emph>, non è di gran lunga elementare, e contiene essa stessa molte idee,
          ed è composta di molte parti, ma difficilissime a separarsi e distinguersi. Non è idea
          semplice benchè non si possa facilmente dividere nè definire dalle parti, o dal’intima
          natura. Lo spirito umano, e seco la lingua, va sin dove può; e l’uno e l’altra andranno
          certo più avanti, e scopriranno coll’analisi le parti dell’idea espressa da
          <emph>genio</emph>, ed applicheranno a queste parti o idee nuovamente scoperte, cioè
          distinte, nuove parole, o nuovi usi di parole. Così <emph>egoismo</emph> che non è
            <emph>amor proprio</emph>, ma una delle infinite sue specie, ed <emph>egoista</emph>
          ch’è la qualità del secolo, e in italiano non si può significare.</p>
        <p>Così <emph>cuore</emph> in quel senso metaforico che è sì comune a tutte le lingue
          moderne fin dai loro principii, era voce sconosciuta in detto senso alle lingue antiche, e
          non però era sconosciuta l’idea ec. ma non bene distinta da <emph>mente, animo</emph> ec.
          ec. ec. ec. Così <emph>immaginazione</emph> o <emph>fantasia</emph>, per quella facoltà sì
          notabile ed essenziale della mente umana, che noi dinotiamo con questi nomi, ignoti in tal
          senso alla buona latinità e grecità, benchè da esse derivino. Ed altri nomi non avevano
          per dinotarla, sicchè anche queste parole (italianissime) e questo senso, vengono da
          barbara origine. (28. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1237"/> Nè solamente col progresso dello spirito umano si sono distinte e
          denominate le diverse parti componenti un’idea che gli antichi linguaggi denominavano con
          una voce complessiva di tutte esse parti, o idee contenute; ma anche si sono distinte e
          denominate con diverse voci non poche idee che per essere in qualche modo somiglianti, o
          analoghe ad altre idee, non si sapevano per l’addietro distinguer da queste, e si
          denotavano con una stessa voce, benchè fossero essenzialmente diverse e d’altra specie o
          genere. V. p. e. quello che ho detto p. 1199-200. circa il bello, e quello ch’essendo
          piacevole alla vista, non è però bello, nè appartiene alla sfera della bellezza, benchè
          ne’ linguaggi comuni, si chiami bello, e l’intelletto volgare non lo distingua dal vero
          bello.</p>
        <p>Da queste osservazioni e da quelle del pensiero precedente, inferite 1. che quelli i
          quali scartano tali nuove parole o termini, e vietano la novità nelle lingue, pretendono
          formalmente d’impedire l’andamento, e rompere il corso, e fermare immobilmente e per
          sempre il progresso dello spirito umano, posto il quale, la lingua necessariamente
          progredisce, e si arricchisce di parole sempre più precise, distinte, sottili, uniformi ed
          universali, e in somma di termini; e <pb ed="aut" n="1238"/> vicendevolmente senza il
          progresso della lingua (e progresso di questa precisa natura, e non d’altra, che poco
          influisce) è nullo il progresso dello spirito umano, il quale non può stabilire ed
          assicurare, e perpetuare il possesso delle sue nuove scoperte e osservazioni, se non
          mediante nuove parole o nuove significazioni fisse, certe, determinate, indubitabili,
          riconosciute; e di più, uniformi, perchè se non sono uniformi, il progresso dello spirito
          umano sarà inevitabilmente ristretto a quella tal nazione, che parla quella lingua dove si
          sono formate le dette nuove parole; o a quelle sole nazioni che le hanno bene intese e
          adottate.</p>
        <p>2. Che tali parole o termini, sono affatto incompatibili coll’essenza della poesia, e
          l’abuso loro, guasta affatto, e perde e trasforma in filosofia, o discorso di scienze ec.
          la bella letteratura. (29. Giugno, dì mio natalizio. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Già non accade avvertire che tali parole universali in Europa, non riuscirebbero nè
          nuove, nè per verun conto più difficili, oscure, incerte ai lettori italiani, di quello
          riescono agli stranieri, non ostante che in Italia non sieno riconosciute per proprie
          della lingua, cioè per voci pure, nè ammesse ne’ Vocabolari. E di questo è cagione 1.
          l’uso giornaliero <pb ed="aut" n="1239"/> del parlare italiano, il quale vorrei che non
          avesse altro di forestiero e di barbaro, che l’uso di siffatte parole. 2. l’uso di molti
          scrittori italiani moderni, i quali parimente vorrei che non meritassero altro rimprovero
          fuorchè di avere adoperato tali voci. 3. l’intelligenza e l’uso del francese, familiare
          agl’italiani come agli altri, dal qual francese son derivate, o nel quale son ricevute e
          comuni, e per via e mezzo del quale ci sono ordinariamente pervenute o tutte o quasi tutte
          simili parole. Circostanza notabile e favorevolissima all’introduzione di tali voci in
          nostra lingua, mentre quasi tutte le moderne cognizioni, colle voci loro appartenenti, ci
          vengono pel canale di una lingua sorella, e già ridotte in forma facilmente adattabile al
          nostro idioma, massime dopo averci familiarizzato l’orecchio mediante l’uso fattone da
          essa lingua 1.o sì comune in Italia e per tutto, 2.o. sì affine alla nostra. (29. Giugno,
          dì di S. Pietro. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Spesso è utilissimo il cercar la prova di una verità già certa, e riconosciuta, e non
          controversa. Una verità isolata, come ho detto altrove, poco giova, massime al filosofo, e
          al progresso dell’intelletto. Cercandone la prova, se ne conoscono i rapporti, e le
          ramificazioni (sommo scopo della filosofia): e si scoprono pure <pb ed="aut" n="1240"/>
          bene spesso molte analoghe verità, o ignote, o poco note, o dei rapporti loro, sconosciuti
          ec. : si rimonta insomma bene spesso dal noto all’ignoto, o dal certo all’incerto, o dal
          chiaro all’oscuro, ch’è il processo del vero filosofo nella ricerca della verità. E perciò
          i geometri non si contentano di avere scoperta una proposizione, se non ne trovano la
          dimostrazione. E Pitagora immolò un’Ecatombe per la trovata dimostrazione del teorema
          dell’ipotenusa, della cui verità era già certo, ed ognuno poteva accertarsene colla
          misura. Però giova il cercare la dimostrazione di una verità già dimostrata da altri,
          senza aver notizia della dimostrazione già fatta. Perchè i diversi ingegni prendendo
          diverse vie, scoprono diverse verità e rapporti, benchè partendo da uno stesso punto, o
          collimando a una stessa meta o centro ec. (29. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una delle principali, vere, ed insite cagioni della vera e propria ricchezza e varietà
          della lingua italiana, è la sua immensa facoltà dei derivati, che mette a larghissimo
          frutto le sue radici. Osserviamo solamente le diverse formazioni che dalle sue radici ella
          può fare de’ verbi frequentativi o diminutivi. Colla desinenza in <emph>eggiare</emph>
          come da <emph>schiaffo</emph>, <pb ed="aut" n="1241"/> da <emph>vezzo</emph>, da
            <emph>arma</emph>, da <emph>poeta</emph>, o <emph>poetare</emph>, da <emph>verso,
            schiaffeggiare, vezzeggiare, armeggiare, poeteggiare, verseggiare</emph>, (e così da
            <emph>vano</emph> o <emph>vanare, vaneggiare</emph>, e <emph>pargoleggiare</emph>, e
            <emph>spalleggiare</emph> ec. e da <emph>favore</emph>, come <emph>favorare</emph>, e
            <emph>favorire</emph>, così <emph>favoreggiare</emph>); in <emph>icciare</emph> come da
            <emph>arso arsicciare</emph>; in <emph>icchiare</emph>, come da <emph>canto
          canticchiare</emph>; in <emph>ellare</emph> come da <emph>salto saltellare</emph>; in
            <emph>erellare</emph>, come pur da <emph>salto salterellare</emph>, e da <emph>canto
            canterellare</emph>; in <emph>olare</emph>, come da <emph>spruzzo spruzzolare</emph>, da
            <emph>vòlto voltolare</emph>, da <emph>rotare, rinfocare, rotolare, rinfocolare</emph>,
          da <emph>giuocare, giuocolare</emph>, da <emph>muggire</emph> o <emph>mugghiare, mugolare,
            muggiolare, mugiolare</emph>; in <emph>igginare</emph>, come da <emph>piovere
            piovvigginare</emph>; in <emph>uzzare</emph>, come da <emph>taglio tagliuzzare</emph>;
          in <emph>acchiare</emph> come da <emph>foro foracchiare</emph>; in <emph>ecchiare</emph>,
          come da <emph>morso, roso, sonno, morsecchiare, rosecchiare, sonnecchiare</emph>; (e così
            <emph>punzecchiare</emph> che anche si dice <emph>punzellare</emph>); in
          <emph>azzare</emph> come da <emph>scorrere scorrazzare</emph>, da <emph>volare
          svolazzare</emph>; in <emph>eare</emph> come da <emph>ruota</emph> o <emph>rotare
          roteare</emph> (che la Crusca chiama V. A. non so perchè) alla spagnuola <foreign
            lang="spa" rend="italic">rodear, blanquear</foreign> cioè <emph>biancheggiare</emph> e
            <emph>imbiancare</emph> ec.;in <emph>ucchiare</emph>, come da <emph>bacio
          baciucchiare</emph>; in <emph>onzare</emph> come da <emph>ballo ballonzare</emph>; ed in
          altri modi ancora, che neppur qui finisce il novero, senza contare i sopraffrequentativi,
          o sopraddiminutivi, come <emph>ballonzolare</emph>, <emph>sminuzzolare</emph> ec. ec.
          ovvero diminutivi de’ frequentativi o viceversa. E queste, e le altre formazioni sono di
          significato certo, determinato, riconosciuto, convenuto e costante, in modo che vedendo
          una tal formazione, e conoscendo il significato della voce originaria, s’intende subito la
          modificazione che detta parola formata esprime, dell’idea espressa dalla parola materna.
          La pazza idea per tanto (ch’è l’ultimo eccesso della pedanteria) di voler proibire la
          formazione di nuovi derivati, è lo stesso che seccare una delle principali e più proprie
          ed innate sorgenti della ricchezza di nostra lingua. V. <pb ed="aut" n="1242"/> in questo
          proposito p. 1116-17. Io non dubito (e l’esempio portato lo conferma) che nella immensità
          e varietà della facoltà certa stabile e definita ch’ella ha dei derivati, e nell’uso che
          ne sa fare, e ne ha fatto, la lingua nostra non vinca la latina, e la stessa greca. Alla
          quale però si rassomiglia assai anche per questa moltiplicità di forme nelle derivazioni
          che hanno un medesimo o simile significato, a differenza della latina, non già povera, ma
          più regolata e con più certezza circoscritta in ciò, come nel resto. V. la p. 1134. fine.
          (29. Giugno 1821.). Queste sono le vere cagioni e fonti per cui (se non le chiuderemo) la
          nostra lingua resterà sempre superiore in ricchezza alle moderne, malgrado i nuovi
          vocaboli ec. particolari, ch’elle vanno tuttogiorno acquistando. V. p. 1292. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 302. principio. In prova di quello che ho detto della utilità che risulta ai
          governi dai partiti loro contrarii, osservate cosa già nota, che non è luogo dove la
          religion cattolica, anzi la cristiana, (e così qualunque altra) sia più rilasciata
          nell’esterno ancora, e massime nell’interno, come in quel paese dov’ella è non solo
          dominante ma unica, cioè in Italia, che di più è la sua sede. (La Spagna, come finora non
          civile, e fuori del mondo colto, non fa eccezione). E proporzionatamente scendendo sì per
          le stesse province d’Italia più vicine o più commercianti ec. con religioni diverse, sì
          per le diverse nazioni, come la Francia ec. sino alla Germania e all’Inghilterra ec. si
          trova che dove la religion cattolica o le altre cristiane, sono più avvilite, più vicine e
          frammiste a religioni diverse e contrarie, sette ec. quivi appunto il loro culto esterno
          ed interno è più che mai vivo, sodo, vero, efficace, e fermo. (29. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1243"/> Osserviamo il grand’effetto prodotto nelle nostre sensazioni dalle
          piccole e minime differenze reali nella statura degli uomini. Osserviamo pure la
          differenza delle proporzioni circa la statura delle donne, e come una donna alta ci paia
          bene spesso di maggiore statura che un uomo mediocre, e posta al paragone si trovi il
          contrario. ec. Osserviamo finalmente che le stesse proporzionate differenze in altri
          oggetti di qualunque genere, non sono mai capaci di produrre in noi gli stessi effetti, nè
          proporzionati a quelli delle stature umane. E quindi inferiamo quanto la continua
          osservazione ci renda sottili conoscitori, ed affini le nostre sensazioni circa le forme
          esteriori de’ nostri simili: e come per conseguenza l’idea delle proporzioni determinate
          non si acquisti se non a forza di osservazione, e di abitudine; e quanto sia relativa,
          giacchè la menoma differenza reale, ci par grandissima in questi oggetti, e menoma, qual
          è, in tutti gli altri. (30. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Altre cagioni di fatto della ricchezza e varietà della lingua italiana, oltre la copia
          degli scrittori, come ho detto altrove sono</p>
        <p>1. Il non aver noi mai rinunziato alle nostre <pb ed="aut" n="1244"/> ricchezze di
          quantunque antico possesso, a differenza della lingua francese, a cui non gioverebbe
          neppure l’avere avuta altrettanta copia di scrittori e di secoli letterati, quanti noi.
          Neppure alla varietà, ed anche a quella ricchezza che serve precisamente all’esatta
          espressione delle cose, gioverebbe alla lingua francese l’avere avuto in questi due secoli
          dopo la sua rigenerazione, tanti e più scrittori quanti noi in cinque secoli. Non le
          gioverebbe dico, quanto giova alla nostra lingua la moltitudine dei secoli, e quindi la
          maggior varietà degli scrittori, delle opinioni, de’ gusti, degli stili, delle materie da
          loro trattate; varietà che non si può trovare nello stesso grado in due secoli soli,
          benchè fossero più copiosi di scrittori, che questi 5. insieme: e varietà che serve
          infinitamente alla ricchezza di una lingua, ed alla esattezza e minutezza del suo poter
          esprimere, giacch’è stata applicata ad esprimere tanto più diverse cose, da tanto più
          diversi ingegni, e più diversamente disposti; e in tanto più diversi modi. Neppure la
          lingua tedesca ha rinunziato alle sue antiche ricchezze e possedimenti, come si vede nel
          Verter, abbondante di studiati e begli ed espressivi arcaismi.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1245"/> 2. La gran vivacità, immaginosità, fecondità, e varietà
          degl’ingegni degli scrittori nostri, qualità proprie della nazione adattabile a ogni sorta
          di assunti, e di caratteri, e d’imprese, e di fini.</p>
        <p>3. Il moltissimo che la nostra lingua scritta, (giacchè della ricchezza e varietà di
          questa intendiamo parlare, e questa intendiamo paragonare colle straniere) ha preso dalla
          lingua parlata e popolare. Or come ciò, se io dico, che la principale, anzi necessaria
          fonte della ricchezza e perfezione di una lingua, sono gli scrittori, e questi, letterati?
          Ecco il come.</p>
        <p>Ho detto, ed è vero, che la convenzione, sola cosa che può render parola una parola, cioè
          segno effettivo di un’idea, non può mai esser molto estesa, nè uniforme e regolata, nè
          nazionale, se non per mezzo della letteratura. Ma un popolo, massimamente vivacissimo come
          l’italiano, e in particolare il toscano, e di più, civilizzato assai (qual fu il toscano e
          l’italiano fra tutti i popoli Europei, e prima di tutti), e posto in gran corrispondenza
          cogli altri popoli (come appunto la Toscana, sì per la fama della sua coltura, sì per le
          circostanze sue politiche, la sua libertà, e specialmente il suo commercio<note resp="aut"
            n="a" place="foot">
            <p>Notate in questo proposito che da principio si contrastarono la preminenza il
              dialetto Veneziano e il Toscano, appunto perchè Venezia era pure insigne pel
              commercio. <bibl>V. <author>Monti</author>, <title>Proposta</title> ec. vol. 2. par.
                I. p. 191. ed anche p. 168. fine.</bibl>
            </p>
          </note>) <pb ed="aut" n="1246"/> inventa naturalmente, o adotta, infinite parole, infinite
          locuzioni, e infiniti generi e forme sì di queste che di quelle, l’uso però e
          l’intelligenza delle quali, se non sono ricevute dalla letteratura, la quale le diffonde
          per la nazione, ne stabilisce la forma, ne precisa il significato, ne assicura la durata,
          poco si estendono, poca precisione acquistano, restano facilmente incerte, ondeggianti, e
          arbitrarie, e presto si perdono, sottentrandone delle nuove. V. p. 1344. Ora la
          letteratura italiana ha fatto appunto quello che ho specificato. Ha ricevute con
          particolare, e fra tutte le letterature singolar cura, amorevolezza e piacere, le voci, i
          modi, le forme del popolo segnatamente toscano: e da questo è venuto</p>
        <p>1. Che le parole modi ec. che sarebbero state proprie di una sola provincia, e bene
          spesso di una sola città ed anche meno, ricevute e accarezzate e stabilite nell’uso
          letterario, prima dagli scrittori di quella provincia ec. poi da quelli che vi andavano
          per imparar la lingua, o a qualunque effetto, poi dalla totalità degli scrittori italiani,
          son divenute italiane, di toscane o altro che erano. Ed è avvenuto questo alle toscane più
          che alle altre, perchè i primi buoni scrittori italiani sono stati di quel paese, e ne
          hanno diffuso e stabilito nella letteratura italiana <pb ed="aut" n="1247"/> le parole ec.
          ed anche perchè quel dialetto forse ancora per se stesso, era più grazioso, ed anche meno
          irregolare, meno goffo e meno storpiato e barbaro degli altri, e meno difforme a se
          stesso, nelle strutture, nelle forme delle parole e modi ec.</p>
        <p>2. Non essendo mai cessato negli scrittori toscani e italiani lo studio e l’imitazione
          competente (gli abusi ora non si contano) della favella popolare, massime toscana (a
          differenza di quello ch’è accaduto in tutte le altre letterature un poco formate); n’è
          seguito che la lingua italiana presente, mediante la sua letteratura, sia ricca delle
          parole, modi ec. venuti in uso in uno de’ suoi popoli più vivaci, immaginosi e inventivi,
          dal principio della lingua fino al di d’oggi: parole e modi ec. che non avrebbero avuto se
          non cortissima durata, e pochissima estensione, se non fossero state adottate e stabilite
          dalla letteratura, che le ha fatte e perpetue, e nazionali. E così la letteratura e non il
          popolo, anche riguardo alle voci popolari, viene ad essere la vera e principale sorgente
          della ricchezza e perfezione di nostra lingua.</p>
        <p>3. Gridino a piacer loro i mezzi filosofi. Ricchezza che importi varietà, bellezza,
          espressione, efficacia, forza, brio, grazia, facilità, mollezza, naturalezza, non l’avrà
          mai, non l’ebbe e non l’ha veruna lingua, che non abbia moltissimo, <pb ed="aut" n="1248"
          /> e non da principio soltanto, ma continuamente approfittato ed attinto al linguaggio
          popolare, non già scrivendo come il popolo parla, ma riducendo ciò ch’ella prende dal
          popolo, alle forme alle leggi universali della sua letteratura, e della lingua nazionale.
          La precisione filosofica non ha punto che fare con veruna delle dette qualità: e la
          ricchezza filosofica e logica, cioè di parole precise ec. e di modi geometrici ec. serve
          bensì al filosofo, è una ricchezza, ed è necessaria, ma non importa veruna delle dette
          qualità, anzi serve loro di ostacolo, e bene spesso, com’è avvenuto al francese, ne
          spoglia quasi affatto quella lingua, che già le possedeva. Tutte le dette qualità sono
          principalissimamente proprie dell’idioma popolare; e se la lingua italiana scritta, si
          distingue in ordine ad esse qualità, fra tutte le altre moderne; se è ricca fra tutte le
          moderne, ed anche le antiche di quella ricchezza che produce e contiene le dette qualità;
          ciò proviene dall’aver la lingua italiana scritta (forse perchè poco ancora applicata alla
          filosofia, e generalmente poco moderna), attinto più, e più durevolmente che qualunque
          altra, al linguaggio popolare. Le ragioni per cui questo linguaggio, abbia sempre, e
          massime in un popolo vivacissimo, sensibilissimo, e suscettibilissimo, le dette qualità,
          più <pb ed="aut" n="1249"/> che qualunque altro linguaggio, sono abbastanza manifeste da
          se. Quella ricchezza proprissima della lingua italiana, e maggiore in lei che nella stessa
          greca e latina, della quale ho parlato p. 1240-42. non da altro deriva che dall’idioma
          popolare, giudiziosamente e discretamente applicato dagli scrittori alla letteratura.</p>
        <p>4. Con questi vantaggi vennero anche dalla stessa fonte molti abusi. Li condanniamo
          altamente, e conveniamo in questo cogli scrittori che oggidì alzano contro di essi la voce
          in Italia, senza convenire in questo che ogni genere di bellezza in una lingua, non debba
          per necessità riconoscere come sua fonte essenziale e principale l’idioma popolare. Dico
          della bellezza, ec. la quale conviene alla vera poesia, ed alla bella letteratura,
          essenzialmente distinta nel suo linguaggio da quello che conviene alle scienze ec. Negando
          questo, io non so com’essi ammirino tanto p. e. il Caro, la massima parte delle cui
          verissime finissime e carissime bellezze, sì nelle prose, come ne’ versi dell’Eneide,
          ognun può vedere a prima giunta che derivano originalmente da un grandissimo uso e
          possesso del linguaggio toscano volgare, (o anche degli altri volgari d’Italia, <bibl>v.
              <author>Monti</author>, <title>Proposta</title>, vol. 1. par. 1. p. XXXV.</bibl>) e da
          una giudiziosissima applicazione di questo ai diversi generi della letteratura, dai più
          bassi fino ai più alti, dalle lettere familiari, fino all’Epopea. Del resto, ben fecero
          gli scrittori italiani attingendo al volgare toscano più che agli altri volgari d’Italia,
          e ciò <pb ed="aut" n="1250"/> per le ragioni che tutti sanno, e che abbiam detto p. 1246.
          fine-47. principio. Ma sciocca, assurda, pedantesca, ridicola è la conseguenza che dunque
          non si possa attingere se non da quel volgare; che gli scrittori non possano scrivere se
          non come e quanto dice e parla quel popolo; che la lingua e letteratura italiana dipenda
          in tutto e per tutto dal volgo toscano (quando non dipende neppure in nessun modo dal
          volgo, ma solamente se ne serve se le pare); che in Toscana e fuori, lo scrittore italiano
          non possa formar voce nè frase, che il volgo toscano non usi; che in somma quello che non
          è toscano, anzi fiorentino, anzi pure di Mercato vecchio, non sia italiano. Quando, come
          abbiamo veduto, non la letteratura al volgo, ma il volgo è totalmente subordinato alla
          letteratura, e quello è ai servizi, e giova ai comodi di questa, e non già questa di
          quello. E la letteratura forma e dispone della favella che prende dal volgo, e non
          viceversa. E le aggiunge quel che le piace, e se ne serve, sin dove può, e dove la favella
          del volgo non le può servire, l’abbandona, o in parte o in tutto. In somma abbiamo lodato
          la lingua italiana scritta perchè ha saputo giovarsi del linguaggio popolare, più e meglio
          forse <pb ed="aut" n="1251"/> di qualunque altra lingua moderna, e perchè non l’ha mai
          licenziato da’ suoi servigi, come hanno fatto si può dir tutte le altre (anche la greca
          dopo un certo tempo, e lo farebbe anche l’italiana, se non la richiamassimo, anzi lo
          andrebbe già facendo); non già perch’ella si sia sottomessa alla favella del volgo, molto
          meno del volgo di una sola provincia o città, che nè essa l’ha fatto o potuto fare, nè
          facendolo sarebbe stata superiore, ma inferiore a tutte le altre, nè noi l’avremmo lodata
          ma sommamente biasimata. Da tutto ciò segue ancora che la lingua italiana scritta, può
          servirsi di qualunque altro volgare (come faceva la lingua greca, anzi la stessa attica);
          e che è pazzo il privilegio esclusivo che si arrogano i toscani sulla lingua comune; se
          non in quanto non si possano torre da questi volgari quelle cose che non convengono a
          detta lingua comune.</p>
        <p>Parimente soggiungo. Molti scrittori toscani e italiani hanno preso dal volgare toscano
          più di quello che ne potessero prendere, che fosse intelligibile o aggradevole ec. da per
          tutto, che convenisse all’indole e alle forme della lingua italiana regolata e scritta,
          che potesse comunicarsi <pb ed="aut" n="1252"/> alla nazione, e di toscano e provinciale
          divenir nazionale e italiano, che riuscisse nobile e adattato a una lingua scritta e ad
          una letteratura non più da formarsi, ma formata. Han fatto malissimo, e se non vanno
          confusi cogli altri scrittori vernacoli, certo però non s’hanno da tenere per italiani ma
          per toscani o fiorentini o sanesi, e per iscrittori non già nazionali, ma provinciali,
          ovvero anche, se così posso dire, oppidani.</p>
        <p>Così discorro di tutti simili abusi, e negli scrittori e nel Vocabolario ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>— Nessuno è meno filosofo di chi vorrebbe tutto il mondo filosofo, e filosofica tutta la
          vita umana, che è quanto dire, che non vi fosse più vita al mondo. E pur questo è il
          desiderio ec. de’ filosofastri, anzi della maggior parte de’ filosofi presenti e passati.</p>
        <p>Così i nostri mezzi filosofi italiani, sapendo bene che il volgo non può essere il
          legislatore della favella scritta, nè la lingua volgare può mai bastare ai progressi dello
          spirito umano, nè alla fissazione, determinazione, distinzione e trasmissione delle
          cognizioni; perciò pretendono che qualunque lingua scritta, e qualunque stile debba
          appartarsi affatto dal volgare, ed escludono affatto il volgare dallo scritto, non avendo
          bastante filosofia per distinguere il bello dal vero, e quindi la letteratura e la poesia
          dalle scienze; e vedere che prima fonte del bello è la natura, la quale a nessun altro
          genere di uomini parla sì vivamente, immediatamente, <pb ed="aut" n="1253"/> e
          frequentemente, e da nessuno è così bene, e felicemente, e così al vivo e propriamente
          espressa, come dal volgo. La precisione toglietela dai filosofi. La proprietà, e quindi
          l’energia, la <emph>concisione</emph> ben diversa dalla precisione, e tutte le qualità che
          derivano dalla proprietà, non d’altronde le potrete maggiormente attingere che dalla
          favella popolare. E il Lipsio (<bibl>
            <title lang="lat">Epistolica Institutio</title>, cap. 11.</bibl>) consigliando lo studio
          di Cicerone sopra tutti per la eleganza, la soavità, la copia, la facilità del latino,
          consiglia i comici Plauto e Terenzio, come unici o principali mezzi d’imparare la
            <emph>proprietà</emph> d’esso sermone. Puoi vedere p. 1481-84.</p>
        <p>Da quanto abbiamo detto sulla differenza essenziale della lingua poetica e letterata
          dalla scientifica, risulta che la lingua francese, che nei suoi modi quasi geometrici si
          accosta alla qualità di quelle voci che noi chiamiamo termini, e di più, massimamente
          oggi, abbonda quasi più di termini, o pressochè termini, che di parole, è di sua natura
          incapace di vera poesia, e di veramente bella letteratura: mancando del linguaggio di
          queste, che non può non essere sostanzialmente segregato da quello delle scienze. Termini
          o quasi termini, chiamo io anche le voci di conversazione, e d’altri tali generi, di cui
          la lingua francese, è sì ricca, e che esprimono in qualsivoglia materia, un’idea nuda, o
          quasi nuda, secca, precisa, e precisamente. (30. Giugno 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1254"/> La facilità di contrarre abitudine, qualità ed effetto essenziale
          de’ grandi ingegni, porta seco per naturale conseguenza ed effetto la facilità di disfare
          le abitudini già contratte, mediante nuove abitudini opposte che facilmente si
          contraggono; e quindi la potenza sì della durevolezza, come della brevità delle abitudini.</p>
        <p>Osservate quegli abiti o discipline che hanno bisogno di un esercizio materiale, p. e. di
          mano, per essere imparate. Chi vi ha gli organi meglio disposti, o generalmente più facili
          ad assuefarsi, riesce ad acquistare quell’abilità in più breve tempo degli altri. Ecco
          tutto l’ingegno. Organi facili ad assuefarsi, cioè pieghevoli, e adattabili ec. o
          generalmente e per ogni verso, e questa è la universalità di un ingegno; o solamente
          ovvero principalmente in un certo modo, e questa è la disposizione dell’ingegno a una tal
          cosa, o la sua capacità di riuscire principalmente in quella.</p>
        <p>Ma siccome altri sono gli organi interiori, altri gli esteriori, così un uomo di grande
          ingegno, sarà bene spesso inettissimo ad acquistare abilità meccaniche, cioè assuefazioni
          materiali; e viceversa.</p>
        <p>Io nel povero ingegno mio, non ho riconosciuto altra differenza dagl’ingegni volgari, che
          una facilità <pb ed="aut" n="1255"/> di assuefarlo a quello ch’io volessi, e quando io
          volessi, e di fargli contrarre abitudine forte e radicata, in poco tempo. Leggendo una
          poesia, divenir facilmente poeta; un logico, logico; un pensatore, acquistar subito
          l’abito di pensare nella giornata; uno stile, saperlo subito o ben presto imitare ec.;una
          maniera di tratto che mi paresse conveniente, contrarne l’abitudine in poco d’ora ec. ec.
          V. p. 1312. Il volgo che spesso indovina, e nelle sue metafore esprime, senza saperlo,
          delle grandi verità, e dei sensi piuttosto propri che metaforici, sebben tali
          nell’intenzione, chiama fra noi, (e s’usa dire familiarmente anche fra i colti, ed anche
          scrivendo) testa o cervello duro (cioè organi non pieghevoli, e quindi non facili ad
          assuefarsi) chi non è facile ad imparare. L’imparare non è altro che assuefarsi.</p>
        <p>Io credo che la memoria non sia altro che un’abitudine contratta o da contrarsi da organi
          ec. Il bambino che non può aver contratto abitudine, non ha memoria, come non ha quasi
          intelletto, nè ragione ec. E notate. Non solo non ha memoria, perchè poche volte ha potuto
          ricevere questa o quella impressione, ed assuefarsi a richiamarla colla mente. Ma manca
          formalmente della facoltà della memoria, giacchè nessuno si ricorda delle cose
          dell’infanzia, quantunque le impressioni d’allora sieno più vive che mai, e quantunque
          nell’infanzia possa essere ritornata al bambino quella tale impressione, più volte ancora
          di quello che bisogna all’uomo fatto perchè un’impressione o concezione qualunque gli
          resti nella memoria. Questa idea, merita di essere largamente sviluppata e distinta. (1
          Luglio 1821).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1256"/> Se intorno alla bellezza umana, molte cose si trovano nelle quali
          o tutti o quasi tutti gli uomini convengono, questo non è giudizio, ma senso, inclinazione
          ec. ec. e non ha che fare col discorso astratto e metafisico della bellezza. Le donne che
          Omero chiama <quote>
            <foreign lang="grc">βαθύκολποι</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <title>Il.</title>
            <foreign lang="grc">σ</foreign>. (18.) v. 122. 339. <foreign lang="grc">ω</foreign>.
            (24.</bibl>) <bibl>v. 215. <title>Hymn. in Vener.</title> 4. v. 258. quivi delle ninfe
            montane.</bibl>) parranno a tutto il mondo più belle delle contrarie. La cagione è
          manifesta, e non accade dirla. Certo non è questa nè il tipo della bellezza, nè un’idea
          innata, nè un giudizio, una ragione ec. I fanciulli staranno molto tempo ad avvedersi che
          quella qualità che ho detto sia bellezza, e a far distinzione di beltà fra una donna che
          l’abbia, e un’altra che ne sia priva. Nè solo i fanciulli, ma anche i giovani mal pratici,
          e poco istruiti di certe cose, quantunque assuefatti a vedere; i giovani modestamente
          educati ec.;del che interrogo la testimonianza di molti. Le donne tarderanno assai più ad
          avvedersi di questa cosa, e non concepiranno per lungo tempo nè giudizio nè senso di
          bellezza differente, fra due donne ec. V. p. 1315.fine.</p>
        <p>E tuttavia questa qualità ch’io dico, passa <pb ed="aut" n="1257"/> ben tosto nel bello
          ideale, e il poeta, (come appunto Omero), o il pittore che tira dalla sua mente (come dice
          Raffaello ch’egli faceva) l’idea di una bellezza da rappresentare, non mancherà certo di
          concepire l’idea di una donna o donzella <foreign lang="grc">βαθύκολπος</foreign>. E pur
          l’origine di questa idea sarà tutt’altra che il tipo della bellezza, ed un giudizio o
          forma innata, universale e impressa dalla natura <emph>nella mente</emph> dell’uomo. Così
          facile è l’ingannarsi nel giudicare delle idee che l’uomo ha circa il bello preteso
          assoluto. V. p. 1339. Similmente discorro di altre simili qualità esteriori dell’uomo o
          della donna.</p>
        <p>Così della vivacità degli occhi, o di qualunque espressione dell’anima che apparisca nel
          volto, il che però quando anche tutti convengano che sia bellezza, non tutti però
          convengono nel preferirlo alla languidezza, e anche alla melensaggine ec. Non so neppure
          se quelle donne inglesi che si paragonano ai silfi, e si giudicano da molti sì belle, e si
          antepongono ec. appartengano al numero di quelle significate da Omero ne’ citati luoghi.</p>
        <p>Ed osservo, cosa manifesta per l’esperienza, che la donna (ancor prima di essere
          suscettibile d’invidia per cagione della bellezza) tarda molto più degli uomini a poter
          formare un giudizio fino e distinto circa le forme esteriori del suo sesso, e non giunge
          mai a quella perfezione di giudizio e di gusto, a cui gli uomini arrivano. Così viceversa
          discorrete degli uomini rispetto al sesso loro. Intendo già in parità di circostanze, e
          non di paragonare, per esempio, una donna molto riflessiva ec. ec. a un uomo torpido, e
          poco o niente suscettibile ec. Giacchè in tal caso, ognuno intende che quella tal <pb
            ed="aut" n="1258"/> donna ben facilmente sarà miglior giudice delle forme del suo stesso
          sesso che questo tal uomo. (1. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Osservate i differentissimi, e spesso contrarissimi giudizi delle diverse nazioni, o
          province, e de’ diversi tempi, e di una stessa nazione o provincia in diverso tempo, circa
          la bellezza e grazia del portamento delle diverse classi di persone, delle maniere di
          stare di andare di sedere di gestire di presentarsi ec. e circa le stesse creanze, eccetto
          quelle che sono determinate e prescritte dalla ragione, e dal senso comune. Intorno alle
          quali cose possiamo dire che non c’è maniera giudicata bellissima e graziosissima e
          convenientissima in un luogo o in un tempo, che in altro luogo o tempo, non sia, non sia
          stata, o non sia per esser giudicata bruttissima, sconveniente, di mal garbo ec. Certo è
          che intorno alla bellezza del portamento dell’uomo, nessuno può stabilire veruna regola,
          veruna teoria, veruna norma, verun modello assoluto. Non parlo delle mode del vestire,
          intorno alla bellezza del quale, e degli uomini per rispetto ad esso, varia il giudizio
          secondo i paesi e i tempi, anzi pure secondo i territorii, e i momenti, senza veruna
          dipendenza neppur dalla natura costante e <pb ed="aut" n="1259"/> universale. (1 Luglio
          1821.).V. p. 1318. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Spesso nel vedere una fabbrica, una chiesa, un oggetto d’arte qualunque, siamo colpiti a
          prima giunta da una mancanza, da una soprabbondanza, da una disuguaglianza, da un
          disordine o irregolarità di simmetria ec. ed appena che abbiamo saputo o capito la ragione
          di questo disordine, e com’esso è fatto a bella posta, o non a caso, nè per negligenza, ma
          per utilità, per comodo, per necessità ec. non solo non giudichiamo, ma non sentiamo più
          in quell’oggetto veruna sproporzione, come la concepivamo e sentivamo e giudicavamo a
          primo tratto. Non è dunque relativa e mutabile l’idea delle proporzioni e sproporzioni
          determinate? E perchè sentivamo noi e formavamo in quel primo istante il giudizio della
          sproporzione o sconvenienza? Per l’assuefazione, la quale in noi ha questa proprietà
          naturale, che ci fa giudicar di una cosa sopra un’altra, di un individuo, di una specie,
          di un genere stesso sopra un altro, e quindi di una convenienza sopra un’altra. Dal che
          deriva l’errore universale, non solo del bello assoluto, ma della verità assoluta, del
          misurare tutti i nostri simili da noi stessi, della perfezione assoluta, del credere che
          tutti gli esseri vadano giudicati sopra una sola norma, e quindi del crederci più perfetti
          d’ogni altro <pb ed="aut" n="1260"/> genere di esseri, quando non si dà perfezione
          comparativa fuori dello stesso genere, ma solamente fra gl’individui ec. (1 Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si può però ammettere una perfezione comparativa fra i diversi generi di cose, dentro il
          sistema di questa tal natura, o modo universale di esistere: ma una perfezione comparativa
          assai larga, e molto meno stretta e precisa di quello che l’uomo e il vivente qualunque si
          figuri naturalmente; e non mai assoluta, perchè assoluta non potrebb’essere se non in
          ordine al sistema intiero ed universale di tutte le possibilità. Questo pensiero ha
          bisogno di esser ponderato, svolto, dilatato, e rischiarato. (1 Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quello che altrove ho detto circa l’impossibilità di far bene quello che si fa con
          troppa cura, si può aggiungere quello che dice l’Alfieri nella sua Vita della <emph>matta
            attenzione</emph> ch’egli poneva a tutte le minuzie nelle sue prime letture e studi de’
          Classici: e quello che ci avviene p. e. nello studio delle lingue. Nel quale osservate che
          da principio per la somma attenzione che ponete a ogni menoma cosa, leggendo in quella tal
          lingua, vi riescono gli scrittori sempre (più o meno) difficili. Laddove bene spesso, se
          si dà il caso, che <pb ed="aut" n="1261"/> voi abbiate intralasciato per qualche tempo lo
          studio di quella lingua, e perduto l’abito di quella minuta attenzione, ripigliando poi a
          leggere in detta lingua qualche pagina, e credendo di trovarci maggior difficoltà per
          l’interrompimento dell’esercizio, vi trovate al contrario molto più spedito di prima. Così
          pure, senza averla intralasciata, ma solamente pigliando a leggere qualche cosa in detta
          lingua non con animo di studio o di esercizio, ma solo di passare il tempo, o divertirvi,
          o in qualunque modo con intenzione alquanto, più o meno, rilasciata. Così dopo avere o
          credere di aver già imparata quella lingua, quando leggiamo non più come scolari, ma
          disinvoltamente e come semplici lettori. Nel qual tempo trovando forse difficoltà reali
          maggiori di quando leggevamo per istudio, non ci fanno gran caso, nè c’impediscono e
          trattengono più che tanto, nè ci tolgono una spedita facilità. In somma non si arriva mai
          a leggere speditamente una lingua nuova, se non quando si lascia l’intenzione di studioso
          per prendere quella di lettore, e durando la prima, solamente per sua cagione, ed anche
          senza veruna difficoltà reale, <pb ed="aut" n="1262"/> si trovano sempre intoppi, che
          altri non troverà nelle stesse circostanze, e colla stessa perizia, ma con diversa
          intenzione. Così non si trova piacere, nè facilità, nella semplice lettura, anche in
          nostra lingua, quando si legge con troppo studio ec. (1-2. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quello che ho detto altrove della impossibilità di formarsi idea veruna al di là della
          materia, e del nome materiale imposto allo stesso spirito e all’anima, aggiungete che noi
          non possiamo concepire verun affetto dell’animo nostro se non sotto forme o simiglianze
          materiali, nè dargli ad intendere se non per via di traslati presi dalla materia (sebbene
          alle volte abbiano perduto col tempo il significato proprio e primitivo per ritenere il
          metaforico), come infiammare, confortare, muovere, toccare, inasprire, addolcire,
          intenerire, addolorare, innalzar l’animo ec. ec. Nè solo gli affetti ma gli accidenti
          tutti o siano prodotti da cose interiori, o dall’azione immediata degli oggetti esteriori,
          come <emph>costringere</emph>, ed altri de’ sopraddetti ec. (2. Luglio 1821.). V. p. 1388.
          princip.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Passano anni interi senza che noi proviamo un piacer vivo, anzi una sensazione pur
          momentanea di piacere. Il fanciullo non passa giorno che non ne provi. Qual è la cagione?
          La scienza in noi, in lui l’ignoranza. Vero è che così viceversa accade del dolore. (2.
          Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1263"/> Alla p. 1207. marg. Queste differenze s’incontrano a ogni passo
          dentro una medesima nazione, secondo i dialetti ec. Ed osserviamo ancora come
          l’assuefazione e l’uso ci renda naturale, bella ec. una parola che se è nuova, o da noi
          non mai intesa ci parrà bruttissima deforme, sconveniente in se stessa e riguardo alla
          lingua, mostruosa, durissima, asprissima e barbara. Per es. se io dicessi
            <emph>precisazione</emph> moverei le risa: perchè? non già per la natura della parola,
          ma perchè non siamo assuefatti ad udirla. E così le parole barbare divengono buone
          coll’uso; e così le lingue si cambiano, e i presenti italiani parlano in maniera che
          avrebbe stomacato i nostri antenati; e così l’uso è riconosciuto per sovrano signore delle
          favelle ec. (2. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1134. Lo studio dell’etimologie fatto coi lumi profondi dell’archeologia, per
          l’una parte, e della filosofia per l’altra, porta a credere che tutte o quasi tutte le
          antiche lingue del mondo, (e per mezzo loro le moderne) sieno derivate antichissimamente e
          nella caligine, anzi nel buio de’ tempi immediatamente, o mediatamente da una sola, o da
          pochissime lingue assolutamente primitive, madri di tante e sì diverse figlie. Questa
          primissima lingua, a quello che pare, quando si diffuse per le diverse parti del globo,
          mediante le trasmigrazioni degli uomini, era ancora rozzissima, scarsissima, priva d’ogni
          sorta d’inflessioni, inesattissima, costretta a significar cento cose con <pb ed="aut"
            n="1264"/> un segno solo, priva di regole, e d’ogni barlume di gramatica ec. e
          verisimilissimamente non applicata ancora in nessun modo alla scrittura. (Se mai fosse già
          stata in uso la così detta scrittura geroglifica, o le antecedenti, queste non
          rappresentando la parola ma la cosa, non hanno a far colla lingua, e sono un altro ordine
          di segni, anteriore forse alla stessa favella; certo, secondo me, anteriore a qualunque
          favella alquanto formata e maturata.) Nè dee far maraviglia che la grand’opera della
          lingua, opera che fa stordire il filosofo che vi pensa, e molto più del rappresentare le
          parole, e ciascun suono di ciascuna parola, chiamato lettera, mediante la scrittura, e
          ridurre tutti i suoni umani a un ristrettissimo numero di segni detto alfabeto, abbia
          fatto lentissimi progressi, e non prima di lunghissima serie di secoli, abbia potuto
          giungere a una certa maturità; non ostante che l’uomo fosse già da gran tempo ridotto allo
          stato sociale. Quanto all’alfabeto o scrittura par certo ch’egli fosse ben posteriore alla
          dispersione del genere umano, sapendosi che molte nazioni già formate presero il loro
          alfabeto da altre straniere, come i greci dai Fenici, i latini ec. Dunque non era noto
          prima ch’elle si disperdessero, e dividessero, giacch’elle da principio non ebbero alcun
          alfabeto. E i Fenici l’ebbero pel loro gran commercio ec. Dunque esistendo il commercio,
          le nazioni erano, e da gran tempo, divise.</p>
        <p>Diffondendosi dunque pel globo il genere umano, e portando con se per ogni parte quelle
          scarsissime e debolissime convenzioni di suono significante, che formavano allora la
          lingua; si venne stabilendo nelle diverse parti, e la società cominciò lentissimamente a
          crescere e camminare verso la perfezione. Primo e necessario mezzo per l’una parte, e per
          l’altra effetto di questa, è la sufficienza e l’organizzazione della favella. Venne dunque
          lentamente <pb ed="aut" n="1265"/> a paro della società, crescendo e formandosi la
          favella, sempre sul fondamento o radice di quelle prime convenzioni, cioè di quelle prime
          parole che la componevano. Queste erano dappertutto uniformi, ma le favelle formate non
          poterono essere uniformi, nè conservarsi l’unità della lingua fra gli uomini.
          Primieramente dipendendo la formazione della favella in massima parte dall’arbitrio, o dal
          caso, e da convenzione o arbitraria o accidentale, gli arbitri e gli accidenti, non
          poterono essergli stessi nelle diversissime società stabilitesi nelle diversissime parti
          del globo, quando anche esse avessero tutte conservato gli stessi costumi, le stesse
          opinioni, le stesse qualità che aveva la primitiva e ristrettissima società da cui
          derivavano; e quando anche tutte le parti del globo avessero lo stesso clima e influissero
          per ogni conto sopra i loro abitatori in un modo affatto uniforme.</p>
        <p>Secondariamente il genere umano diviso, e diffuso pel mondo, si diversificò nelle sue
          parti infinitamente, non solo quanto a tutte le altre appartenenze della vita umana, e de’
          caratteri ec. ma anche quanto alle pronunzie, alle qualità de’ suoni articolati, e degli
          alfabeti parlati, diversissimi secondo i climi ec. ec. come vediamo. Queste infinite <pb
            ed="aut" n="1266"/> differenze sopravvenute al genere umano, già diviso in nazioni, e
          distribuito nelle diverse parti della terra, fecero sì che la formazione delle lingue
          presso le nazioni primitive, differisse sommamente, quantunque tutte derivassero da una
          sola e stessa radice, e conservassero nel loro seno i pochi e rozzi elementi della loro
          prima madre, diversamente alterati collo scambio delle lettere, secondo le inclinazioni
          degli organi di ciascun popolo, colle inflessioni, colle significazioni massimamente,
          colle composizioni, e derivazioni, e metafore infinite e diversissime di cui l’uomo
          naturalmente si serve a significare le cose nuove o non ancora denominate ec. ec.</p>
        <p>Nel terzo luogo, la lingua primitiva, dovette immancabilmente servirsi delle stesse
          parole per significare diversissime cose, scarseggiando di radici, e mancando o
          scarseggiando d’inflessioni, di derivati, di composti ec. La lingua ebraica, l’una delle
          lingue scritte più rozze, e lingua antichissima, serve di prova di fatto a questo ch’io
          dico, e che è chiaro abbastanza per la natura delle cose. Ora i diversi popoli nella
          formazione progressiva delle lingue, trovando qual per un verso, qual per un altro, il
          modo di significar le cose più distintamente, conservarono alle loro prime parole radicali
          dove uno <pb ed="aut" n="1267"/> dove un altro de’ sensi che ebbero da principio, o
          fossero propri, o traslati. Così che non è da far maraviglia se bene spesso in
          diversissime lingue si trovano tali e tali radici uniformi o somiglianti nel suono, ma
          disparatissime nel significato. Nè la disparità del significato è ragion sufficiente per
          decidere che non hanno fra loro alcuna affinità. Ci vuole il senno e la sottigliezza del
          filosofo, e la vasta erudizione e perizia del filologo, dell’archeologo, del poliglotto,
          per esaminare se e come quella tal radice potesse da principio riunire quei due o più
          significati diversi. Chi non vede p. e. che <foreign lang="eng" rend="italic"
          >wolf</foreign>, voce che in inglese e in tedesco significa <emph>lupo</emph>, è la stessa
          che <foreign lang="lat" rend="italic">volpes</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vulpes</foreign>, che significa un altro quadrupede pur selvatico, e dannoso agli
          uomini? Frattanto la detta osservazione dimostra la immensa differenza che appoco appoco
          dovette nascere fra le varie lingue, e l’infinita oscurazione che ne dovette seguire del
          linguaggio primitivo e comune una volta, ma già non più intelligibile nè riconoscibile.
          (V. la p. 2007. principio.)</p>
        <p>Nel quarto luogo che dirò della scrittura?</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>1. O della sua mancanza (giacchè è più che verisimile che quando gli uomini e le lingue
          si divisero e sparsero, non si avesse ancora nessuna notizia della scrittura alfabetica,
          nè di segno alcuno de’ <emph>suoni</emph>, trattandosi che la lingua stessa allora
          parlata, era così bambina come abbiamo probabilmente conghietturato dagli effetti);
          mancanza che toglieva ogni <pb ed="aut" n="1268"/> stabilità, ogni legge, ogni forma, ogni
          certezza, ogni esattezza, alle parole, ai modi, alle significazioni; e lasciava la favella
          fluttuante sulle bocche del popolo, e ad arbitrio del popolo, senza nè freno, nè guida, nè
          norma. Dal che quante variazioni derivino, lo può vedere chiunque osservi i dialetti ne’
          quali sempre o quasi sempre si divide una stessa lingua parlata, quantunque già formata e
          applicata alla scrittura; e insomma le infinite diversità che a seconda de’ tempi e de’
          luoghi patisce quella lingua che il popolo parla, ancorchè ella stessa sia pure scritta
          ec. Che se da questo che noi vediamo, rimonteremo a quello che doveva essere in quei
          tempi, dove l’ignoranza dell’uomo era somma, somma l’incertezza e l’ondeggiamento di tutta
          la vita, ec. ec. potremo facilmente vedere, che cosa dovessero divenire, e quante forme
          prendere o la lingua primitiva o le sottoprimitive, mancanti dell’appoggio, e dell’asilo
          non pur della letteratura, ma della stessa scrittura alfabetica.</p>
        <p>2. Che dovrò dire dell’invenzione della scrittura? Pensate voi stesso, nella prima
          imperfezione di quest’arte prodigiosa e difficilissima; nella differenza degli alfabeti, o
          nella inadattabilità dell’alfabeto scritto di un popolo, all’alfabeto parlato di un altro;
            <pb ed="aut" n="1269"/> nella imperizia de’ lettori, e degli scrittori, e de’ primi
          copisti ec. ec. pensate voi quali incalcolabili e inclassificabili alterazioni dovessero
          ricevere le prime lingue, sì come scritte, sì come parlate, cominciando a influir la
          scrittura sulla favella.</p>
        <p>Notate cosa notabilissima. Tutte le lingue antiche non ci possono essere pervenute se non
          per mezzo della scrittura, giacchè quando anche non sieno interamente morte, il corso de’
          secoli porta sì enormi variazioni alle lingue, che dal modo in cui ora si parli una lingua
          antichissima, chi può sicuramente argomentare delle sue antiche proprietà, ancor dopo
          formata? Ora egli è certo che le lingue scritte differirono sommamente dalle parlate,
          stante la difficoltà che nel principio si dovè provare per rappresentare esattamente
          ciascun suono ec. Difficoltà che produsse infallibilmente eccessive differenze fra le
          antiche parole scritte e le pronunziate. Differenze che appoco appoco si stabilirono; e
          malgrado le cure che si posero per una parte ad uniformare più esattamente i segni scritti
          ai suoni inventando nuovi segni ec. ec.;malgrado l’influenza che acquistarono le scritture
          sulle modificazioni del parlare ec. certo è che tali differenze dove più dove meno
          dovettero perpetuarsi e sempre conservarsi.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1270"/> Quindi considerate i pericoli che si corrono nell’argomentare le
          proprietà di un’antica parola, e la sua prima forma, dal modo in cui solamente ella ci può
          esser nota, dal modo cioè nel quale è scritta. Come chi argomentasse della lingua inglese
          o francese ec. dal modo in cui sono scritte. Non c’è regola per sapere precisamente qual
          fosse il valore e la pronunzia di un tal carattere in una lingua antica, e massime
          antichissima, e massime antichissimamente ec. ec. Quindi è ben verisimile che moltissime
          parole d’antiche lingue, che vedendole scritte ci paiono diversissime e disparate, ci
          dovessero parere del tutto affini, se sapessimo qual vera e primitiva pronunzia si volle
          antichissimamente rappresentare con quei tali segni che vediamo. V. p. 1283.</p>
        <p>Aggiungete un’osservazione che cresce forza all’argomento. L’invenzione dell’alfabeto è
          sì maravigliosa e difficile, che è ben verisimile, che quel primo alfabeto che fu
          inventato passasse dalla nazione e dalla lingua che l’inventò, a tutte o quasi tutte le
          altre; e quindi o tutti o quasi tutti gli alfabeti derivino da un solo alfabeto primitivo.
          Quello ch’è certo e costante si è che l’alfabeto Fenicio, il Samaritano, l’Ebraico, il
          Greco, l’arcadico, il pelasgo, l’Etrusco, il latino, il Copto, senza <pb ed="aut" n="1271"
          /> parlare di non pochi altri (come il Mesogotico, il Gotico, e il tedesco,
          l’Anglosassone, il russo) dimostrano evidentemente l’unità della loro comune origine. Or
          quali lingue più disparate che p. e. l’ebraica e la latina? (Pur ebbero, come vediamo, lo
          stesso alfabeto in principio.) Tanto che Sir W. Jones, il quale fa derivare da una stessa
          origine le lingue, e le religioni popolari della prima razza de’ Persiani e degli Indiani,
          dei Romani, dei Greci, dei Goti, degli antichi Egizi o Etiopi, tiene per fermo <quote>
            <emph>che gli</emph>
            <emph rend="sc">ebrei</emph>, <emph>gli Arabi, gli Assirii, ossia la seconda razza
              Persiana, i popoli che adoperavano il Siriaco, ed una numerosa tribù d’Abissinii,
              parlassero tutti un altro dialetto primitivo, diverso affatto dall’idioma pocanzi
              menzionato</emph>
          </quote>, cioè di quegli altri popoli. Così che, eccetto quella prima nazione, dove fu
          ritrovato l’alfabeto, in qualunque modo ciò fosse, tutte le altre, o tutte quelle che
          immediatamente o mediatamente lo ricevettero da lei, scrissero con alfabeto forestiero. Ed
          essendo infinita in tante nazioni la varietà de’ suoni ec. ec. vedete che immense
          alterazioni dovè ricevere ciascuna lingua nell’essere applicata a un solo alfabeto, per
          lei più o meno, e bene spesso estremamente forestiero. V. p. 2012. 2619.</p>
        <p>A tutte le sopraddette cose aggiungete le alterazioni molto maggiori che ricevettero le
          lingue sottoprimitive nel suddividersi, e risuddividersi secondo le vicende infinite delle
          nazioni, e del genere umano; aggiungete le alterazioni che ricevettero e quelle e queste
          lingue appoco appoco, non solo col corso de’ secoli e indipendentemente ancora da ogni
          altra circostanza, ma coll’esser finalmente ridotte più o meno a lingue gramaticali, col
          raddolcimento delle parole prodotto e dalla civiltà crescente, e dai letterati, secondo i
          diversi geni degli orecchi nazionali ec.;coll’essere applicate non più solamente alla
          scrittura, ma alla letteratura, della cui estrema influenza sul modificare e formare le
          lingue, che accade ora ripetere quello che s’è tante volte ripetuto? Bensì osservo che le
          lingue antiche non ci sono pervenute se non per mezzo, non già della semplice scrittura,
          ma della letteratura. Delle alterazioni che le parole soffrono nel significato v. p. 1505.
          fine. e 1501.-2.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1272"/> E dopo tutto ciò non vi farà maraviglia se tanto deve stentarsi, e
          se bene spesso è impossibile a riconoscere nelle diversissime e quasi innumerevoli lingue
          del mondo l’unità dell’origine; e se la lingua o le lingue assolutamente primitive, o
          piuttosto quella o quelle prime poverissime e rozzissime nomenclature, che furono la base
          delle lingue tutte, e che formano ancora le radici delle loro parole; annegate nelle
          derivazioni, inflessioni, composizioni diversissime secondo i casuali accidenti delle
          formazioni delle lingue, i caratteri, i geni, i climi, le letterature che formarono esse
          lingue, le opinioni, i costumi, le circostanze diversissime della vita che v’influirono,
          le cognizioni, le disposizioni della terra, del cielo ec. ec. e modificate e svisate
          secondo le differenze degli organi nelle diverse nazioni, secondo l’ignoranza de’
          parlatori primitivi, la corruzione che inevitabilmente soffrono le parole anche nelle
          lingue le più stabilite e perfette; non vi maraviglierete, dico, se tali primitive radici
          benchè comuni a tutte le lingue, si nascondono per la più parte agli occhi degli
          osservatori più fini, fanno disperare l’etimologista, e considerare come un frivolo sogno
          l’investigazione delle origini delle lingue, e lo studio delle etimologie, e dell’analogia
          delle parole di tutte le favelle (intrapresa però a svolgere da parecchi, ed ultimamente,
          secondo che odo, da non so qual francese); insomma la primitiva unità di origine e
          analogia di tutte le lingue. (Riferite tutte queste osservazioni a quello che altrove ho
          detto della necessaria varietà delle lingue, e vicendevolmente riferite quei pensieri a
          questi.)</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1273"/> Malgrado tutto ciò, ella è cosa certissima che tali investigazioni
          (per quanto elle possono avvicinarsi al vero) sono delle più utili che mai si possano
          concepire sì alla storia come alla filosofia. Le origini delle nazioni (oltre ai progressi
          dello spirito umano, e la storia de’ popoli, cose tutte fedelmente rappresentate nelle
          lingue), le remotissime epoche loro, le loro provenienze, la diffusione del genere umano,
          e la sua distribuzione pel mondo, in somma la storia de’ primi ed oscurissimi incunaboli
          della società, e de’ suoi primi passi, non d’altronde si può maggiormente attingere che
          dalle etimologie, le quali rimontando di lingua in lingua fino alle prime origini di una
          parola, danno le maggiori idee che noi possiamo avere circa le prime relazioni, i primi
          pensieri, cognizioni ec. degli uomini.</p>
        <p>Certo è parimente che in lingue disparatissime parlate antichissimamente da popoli
          lontanissimi fra loro, si trovano bene spesso tali conformità nelle forme esteriori e nel
          significato di certe voci, e queste voci sono in gran parte così necessarie alla vita,
          esprimono cose così necessarie, e nel tempo stesso così facili e prime e naturali ad
          esprimersi, che queste conformità, non volendo attribuirle al caso, ch’è inverisimile, non
          potendo attribuirle alla natura, giacchè si tratta di voci d’espressione e di forma quasi
          al tutto arbitraria; <pb ed="aut" n="1274"/> e neppure potendo attribuirle a relazioni
          posteriori di detti popoli fra loro, sì perchè ciò s’oppone molte volte a tutte le storie
          conosciute, sì perchè si tratta di parole necessarie e prime in tutte le lingue; resta che
          si attribuisca ad una comune origine di tali lingue e di tali popoli, ancorchè ora e sin
          da remotissimo tempo disparatissimi, e lontanissimi, e ignoti gli uni agli altri.</p>
        <p>A scoprir dunque tal comune origine delle lingue e quindi delle nazioni (o sia una sola
          origine, o sieno alcune pochissime); a ritrovare quanta maggior parte si possa della prima
          lingua degli uomini; a soddisfare al filosofico desiderio di quel metafisico tedesco (v.
          p. 1134.) ec. ec. non v’è altro mezzo che lo studio etimologico. E questo non ha altra
          via, se non che giovandosi de’ lumi comparativi d’una estesa poliglottia, de’ lumi
          profondamente archeologici e filologici, fisiologici e psicologici ec. prendere a
          considerar le parole delle lingue meglio conosciute fra le più antiche (come più vicine
          alla comune origine delle lingue); e denudandole d’ogni inflessione, composizione,
          derivazione gramaticale ec. ec. cavarne la radice più semplice che si possa; e quindi coi
          detti lumi comparativi ec. ridurre questa radice dalle diversissime alterazioni di forma,
          e di suoni che può avere ricevute, (anche prima di divenire radice d’altra parola, e nel
          suo semplice stato, ovvero dopo) alla sua forma primitiva. Quando questa non si possa
          trovare e stabilire precisamente, l’Etimologo avrà fatto abbastanza, e l’utilità sarà pur
          molta, se avrà dimostrato che una tal parola dimostrata radicale, quantunque diversa nelle
          diverse lingue, è però una sola in origine, e che fra quelle diverse forme, significati
          ec. di essa radice, si trova la forma, il significato ec. primitivo, quantunque non si
          possa definitamente stabilire se questo sia il tale o il tale fra i detti sensi e forme
          che ha nelle differenti favelle. Come <pb ed="aut" n="1275"/> questo si possa fare nella
          lingua latina che è una delle antichissime, delle meglio conosciute, e delle meglio
          accomodate a tali ricerche, abbiamo cercato di indicarlo colla scorta della filologia e
          dell’archeologia, mostrando come dalle parole latine si possa trarre la radice
          monosillaba, e colla scorta della filosofia la quale insegna che le prime lingue dovettero
          essere per la più parte monosillabe, e composte quasi di soli nomi; mostrando molti
          accidenti delle parole latine, considerati finora come qualità essenziali, il che nuoce,
          come è chiaro, infinitamente alla invenzione delle estreme radici, ed arresta il corso
          delle ricerche etimologiche lungi dalla sua meta, e in un punto dove elle non debbono
          arrestarsi, come se già fossero giunte alle ultime origini, ed agli ultimi elementi delle
          parole. Abbiamo insomma cercato di ridurre l’analisi e la decomposizione delle parole
          latine, ad elementi più semplici: cosa giovevolissima alla cognizione delle loro origini e
          radici; come infiniti progressi ha fatto la chimica quando ha scoperto che quei quattro
          che si credevano primi elementi, erano composti, ed è giunta a trovar sostanze, se non del
          tutto elementari ed ultime esse stesse, certo molto più semplici delle prima conosciute.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1276"/> Voglio portare in conferma di ciò un altro esempio, oltre ai già
          riferiti, per mostrare quanto giovino i lumi archeologici alla ricerca delle antichissime
          radici. <foreign lang="lat" rend="italic">Silva</foreign> è radice in latino, cioè non
          nasce da verun’altra parola latina conosciuta. Osservate però quanto ella sia mutata dalla
          sua vecchia e forse prima forma. <foreign lang="grc">&gt;Ύλη</foreign> è lo stesso che
            <foreign lang="lat" rend="italic">silva</foreign> per consenso di quasi tutti gli
          etimologi. Or come la parola latina ha una <emph>s</emph> e un <emph>v</emph> davantaggio
          che la greca? Quanto alla <emph>s</emph> vedi quello che ho notato altrove, <bibl>vedi
              <author>Iul. Pontedera</author>
            <title lang="lat">Antiquitt. Latinn. Graecarumq. Enarrationes atque Emendatt.</title>
            Epist. 2. Patav. Typis Seminar. 1740. p. 18.</bibl> (le due prime epistole meritano di
          esser lette in questi propositi archeologici della lingua latina) ed ella è cosa già nota
          agli eruditi. Nelle stesse antiche iscrizioni greche si trova sovente il
          <emph>sigma</emph> innanzi alle parole comincianti per vocale, in luogo dell’aspirazione.
          Anzi questa scrittura s’è conservata in parecchie delle stesse voci greche, (come nelle
          latine): p. e. <foreign lang="grc">σῦκον</foreign> pronunziavasi da principio <foreign
            lang="grc">ὗκον</foreign> o <foreign lang="grc">ὖκον</foreign> coll’aspirazione aspra o
          dolce, giacchè gli Eoli ne fecero <foreign lang="grc">Ϝῦκον</foreign> e i latini <foreign
            lang="lat" rend="italic">ficus</foreign>. <bibl>V. l’ <title>Encyclop.</title> in
              <emph>S</emph>.</bibl> Quanto al <emph>v</emph> ecco com’io la discorro.</p>
        <p>L’antico <foreign lang="grc">Η</foreign> greco derivato dall’Heth Fenicio, Samaritano, ed
          Ebraico, col quale ha comune anche il nome <foreign lang="grc">ἦτα</foreign> (giacchè il
            <foreign lang="grc">ταῦ</foreign> greco deriva dal <emph>thau</emph> degli Ebrei), oltre
          alla figura, ec. , non fu da principio altro segno che di un’aspirazione, (v. p. 1136.
          marg.) come lo fu sempre nel latino, e come lo era nell’alfabeto da cui venne il greco.
            (<bibl>V. <author>Cellar.</author>
            <title>Orthograph.</title> Patav. ap. Comin. 1739. p. 40. fine.</bibl> e <bibl>l’ <title
              lang="fre">Encyclop. méthodique. Grammaire</title>. art. <emph>H</emph>. specialmente
            p. 215.</bibl> e se vuoi, il <bibl>
            <author>Forcellini</author> in <emph>H</emph>.</bibl>) Abbiamo veduto che l’antico
            <emph>v</emph> latino non era altro che <pb ed="aut" n="1277"/> il digamma eolico, e
          questo non altro che un carattere che gli Eoli ponevano in luogo dell’aspirazione, anzi un
          segno di aspirazione esso stesso, e in somma fratello carnale dell’antico <foreign
            lang="grc">Η</foreign> greco. Antichissimamente pertanto la parola <foreign lang="grc"
            >ὕλη</foreign>, pronunziavasi <emph>hulh</emph> con due aspirazioni l’una in capo, e
          l’altra da piè. (voglio dire insomma che l’<foreign lang="grc">η</foreign> di <foreign
            lang="grc">ὕλη</foreign> non era da principio lettera mobile, e puro carattere di
          desinenza, ma radicale, il che si deduce dal <emph>v</emph> che i latini hanno per lettera
          radicale in questa parola, cioè in <foreign lang="lat" rend="italic">silva</foreign>.)
          Ovvero pronunziavasi <emph>hilh</emph> giacchè non si può bene accertare qual fosse
          l’antichissima pronunzia dell’<foreign lang="grc">υ</foreign> greco; se <emph>u</emph>
          simile al francese, come lo pronunziavano i greci ai buoni tempi; ovvero <emph>i</emph>,
          come lo pronunziano i greci moderni, come si pronunzia in moltissime voci latine o figlie
          o sorelle di voci greche, e come pronunziano i tedeschi il loro <emph>ü</emph>. Certo è
          che gli antichi latini pronunziarono e scrissero le parole che in greco si scrivevano per
            <foreign lang="grc">Υ</foreign>, ora per I, ora per <emph>u</emph>, e quindi
          corrottamente talvolta anche per <emph>o</emph>, come da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sumnus somnus</foreign> ec. <bibl>Vedi <author>Pontedera</author> loc. cit.</bibl>
          nella pagina precedente. Per y non mai, carattere greco, il quale <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">graecorum caussa nominum adscivimus</foreign>
          </quote> dice Prisciano (<bibl>lib. 1 p. 543. ap. Putsch.</bibl>), ed è carattere non
          antico, come dice Cicerone, e pronunziavasi alla greca, come una <emph>u</emph> francese,
          secondo che apparisce da Marziano Capella. (<bibl>V. <author>Forcellini</author>, l’
              <title>Encyclop.</title>
          </bibl> e <bibl>
            <author>Cellar.</author>
            <title>Orthograph.</title> p. 6 fine-7 principio</bibl>). Quindi nel nostro caso, gli
          antichi marmi e manoscritti, e gli eruditi, rigettano la scrittura di <foreign lang="lat"
            rend="italic">sylva sylvestris</foreign> ec. per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >silva</foreign>; scrittura <pb ed="aut" n="1278"/> corrotta e più moderna, introdottasi
          presso gli scrittori latino-barbari, come si può vedere nel Ducange. Il che per altro
          serve anch’esso a mostrare la derivazione o cognazione del latino <foreign lang="lat"
            rend="italic">silva</foreign> col greco <foreign lang="grc">ὕλη</foreign>, non essendoci
          altra ragione perchè l’uso di tempi ignorantissimi, e che non pensavano o sapevano nulla
          d’etimologie nè di greco, dovesse introdurre questa lettera greca <emph>y</emph> in una
          parola che gli antichi latini scrivevano per <emph>i</emph>; uso conservatosi fino a’
          nostri tempi presso molti che scrivono ancora <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sylva</foreign> e così ne’ derivati. E forse a quel tempo in cui, secondo che dice
          Cicerone, si cominciò a scrivere e pronunziare (cioè per <emph>u</emph> gallico) <foreign
            lang="lat" rend="italic">Pyrrhus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Pryhges</foreign> ec. in luogo di <foreign lang="lat" rend="italic">Purrus</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">Phruges</foreign> che gli antichi scrivevano (<bibl>v.
              <author>Forcellini</author> in <emph>Y</emph>
          </bibl>); si cominciò anche a scrivere e pronunziare <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sylva</foreign>: o certo in qualunque tempo questo accadesse, ebbe origine e causa dal
          vizio di volere in tutto conformare la scrittura e la pronunzia agli stranieri, nelle
          parole venute da loro, vizio che Cicerone riprende nello stesso luogo. (osservazione molto
          applicabile ai francesi.) E ciò mostra che dunque <foreign lang="lat" rend="italic"
          >silva</foreign> si considerò per tutt’una parola con <foreign lang="grc">ὕλη</foreign>,
          quantunque la scrittura <foreign lang="lat" rend="italic">sylva</foreign> sia viziosa.
          Presso gli stessi greci de’ buoni tempi le parole che hanno la <foreign lang="grc"
          >υ</foreign>, quando subiscono le solite affezioni delle parole greche, cambiano spesso
            l’<foreign lang="grc">υ</foreign> in <foreign lang="grc">ι</foreign>, come da <foreign
            lang="grc">δύο</foreign> si fa <foreign lang="grc">δὶς</foreign>, e ne’ composti (come
            <foreign lang="grc">διπλοῦς, διττὸς, δίστομος, διφυὴς</foreign> ec.) sempre <foreign
            lang="grc">δι</foreign>-.</p>
        <p>Tornando al proposito, ed oggi, e da lungo tempo, questa medesima lettera greca
          <emph>y</emph>, non per altro introdotta nell’alfabeto latino che per rappresentare
            l’<foreign lang="grc">υ</foreign> greco, ed esprimere il suono della <emph>u</emph>
          francese, <pb ed="aut" n="1279"/> non si pronunzia in esso alfabeto nè in essa lingua, se
          non come <emph>i</emph> semplice. Così pure nello spagnuolo e nel francese, quando non è
          trasformato in <emph>i</emph> anche nella scrittura, come sempre lo è nella nostra lingua.
          E notate che in dette due lingue l’<emph>y</emph> si pronunzia <emph>i</emph> anche in
          parole e nomi propri ec. non derivati dal latino, o che in latino non avevano detta
          lettera, o anche avevano l’<emph>i</emph> in sua vece. E l’<emph>y</emph> e
          l’<emph>i</emph> si scambiano a ogni tratto nella scrittura spagnuola e francese, massime
          in quelle non affatto moderne, giacchè oggi l’ortografia è più determinata. (I francesi
          scrivono <foreign lang="fre" rend="italic">Sylvain</foreign> pronunziando
          <emph>Silvain</emph>. V. anche il Diz. Spagnuolo in <emph>Syl</emph>.) Notate ancora che i
          francesi conservano l’<emph>u</emph> gallico, e pure pronunziano l’<emph>y</emph> per
            <emph>i</emph>. Dal che apparisce che questa lettera grecolatina, perdè affatto e
          universalmente il suo primo suono, e cangiossi in <emph>i</emph>, come l’<foreign
            lang="grc">υ</foreign> presso i greci. Ed è naturale l’affinità scambievole
          dell’<emph>i</emph> e dell’<emph>u</emph>, le più esili delle nostre vocali. V. p. 2152.
          fine. Infatti il suono della <emph>u</emph> francese o Lombarda (il Forcellini la chiama
          Bergamasca) partecipa della <emph>i</emph> come della <emph>u</emph>. E quegli stessi
          greci che pronunziavano il loro <foreign lang="grc">υ</foreign> come i francesi la
          <emph>u</emph>, lo consideravano come una <emph>i</emph> piuttosto che come una
          <emph>u</emph>; voglio dire come una specie o inflessione ec. della <emph>i</emph>.
          Giacchè nel loro alfabeto lo chiamavano <foreign lang="grc">ὑψιλὸν</foreign> (come noi
          diciamo pure alla greca <emph>ipsilon</emph>) cioè <foreign lang="grc">υ</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">tenue</foreign>. Ora questo aggiunto di
          <emph>tenue</emph> non gli è dato ad altro oggetto che di distinzione, come l’<foreign
            lang="grc">ε</foreign> si chiama parimente <foreign lang="grc">ἐψιλὸν</foreign> per
          distinguerlo dall’<foreign lang="grc">ἦτα</foreign>. Ma i greci non hanno nel loro
          alfabeto altra <emph>u</emph> da cui bisognasse distinguere questo <foreign lang="grc"
          >υ</foreign>; bensì hanno un’altra <emph>i</emph> cioè l’<foreign lang="grc"
          >ἰῶτα</foreign>.</p>
        <p>Da <emph>hulh</emph> dunque pronunziato alla francese, e doppiamente aspirato, ovvero da
            <emph>hilh</emph>, fecesi <emph>hulf</emph> o <emph>hilf</emph> all’eolica, il che in
          latino (e in molte altre lingue per la somiglianza delle labiali <emph>f</emph> e
          <emph>v</emph>) pronunziossi, come abbiamo veduto, o da principio <pb ed="aut" n="1280"/>
          o col tempo <emph>hilv</emph>. Anzi il digamma eolico non doveva esser altro che una cosa
          di mezzo tra <emph>f</emph> e <emph>v</emph>, ed un’aspirazione che tenea della
          consonante, e tale divenne pienamente nel seguito. (Aspirazioni considerate per consonanti
          formali, ne ha pure lo spagnuolo ec.) Da <emph>hilv</emph> i latini, secondo il loro
          costume, fecero <emph>silv</emph>. E finalmente come presso i greci l’aspirazione H
          perdendosi affatto, passò ad esser lettera, e desinenza di <foreign lang="grc"
          >ὕλη</foreign> e cessò di esser carattere radicale; così presso i latini la parola
            <emph>silv</emph>, raddolcendosi e formandosi la lingua, venne a ricevere la sua vocale
          terminativa <emph>a</emph>.</p>
        <p>Ecco quanti cangiamenti dovè subire la radice <emph>hulh</emph> o <emph>hilh</emph>
          (seppur questa fu la primissima parola) secondo le differenze de’ popoli e de’ tempi,
          prima ancora di passare dal suo semplice stato di radice a parola derivativa o composta,
          anzi prima pur di subire alcuna inflessione, giacchè <foreign lang="grc">ὕλη</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">silva</foreign> essendo nominativi non hanno
          inflessione veruna. Ed aggiungete ancora, prima di divenir <emph>selva</emph> in italiano,
          giacchè la radice di questa parola italiana è parimente quell’<emph>hulh</emph>, e così
          tutte le più moderne parole che giornalmente oggi si parlano, hanno la loro antichissima,
          e per lo più irreconoscibilissima radice nelle lingue primitive.</p>
        <p>Queste non sono etimologie stiracchiate, nè sogni, benchè etimologie lontanissime. E non
          volendoci prestar fede, perciò solo che sono lontane, e che a prima vista non si scorge
          somiglianza fra <emph>hulh</emph> e <foreign lang="lat" rend="italic">silva</foreign>, non
          si creda di mostrarsi spirito forte, ma ignorante d’archeologia, di filologia, e della
          storia naturale degli organi umani, de’ climi ec. come pur della storia certa e chiara di
          tante altre parole e lingue, similissima a questa; <pb ed="aut" n="1281"/> come di quelle
          stesse parole italiane che si sa di certo esser derivate dall’Arabo, dal greco, e dallo
          stesso latino, e che pur tanto hanno perduto della loro prima fisonomia, (in tanto minor
          tempo e varietà di casi) ed appena si possono ridurre alla loro origine. Giacchè ci sono
          due generi d’incredulità, l’uno che viene dalla scienza, e l’altro (ben più comune)
          dall’ignoranza, e dal non saper vedere come possa essere quello che è, conoscer pochi
          possibili ec. poche verità e quindi poche verisimiglianze ec. non saper quanto si stenda
          la possibilità. (V. p. 1391. fine.)</p>
        <p>Se dunque non m’inganno, abbiamo trovato una radice primitiva, o prossima alla forma
          primitiva, dico <emph>hulh</emph> o <emph>hilh</emph>. Sarebbe tanto curioso quanto utile
          il ricercare questa parola, se esistesse, o altra che le somigliasse, nelle lingue
          straniere, principalmente orientali, da cui pare che derivassero antichissimamente le
          lingue occidentali, come pure le nazioni, le opinioni, i costumi, e che in somma l’oriente
          fosse abitato prima dell’occidente. Gli studi e le scoperte che i moderni negli ultimi
          tempi hanno fatte, e vanno facendo anche oggi nelle antichità orientali, pare che sempre
          più confermino questa proposizione (già conforme al Cristianesimo, e alle antiche
          tradizioni pagane) della maggiore antichità dell’oriente rispetto all’occidente, o almeno
          della società e civiltà orientale, generalmente parlando. Converrebbe consultare
          specialmente le lingue indiane.</p>
        <p>Le lingue selvagge sarebbero anche adattate a queste ricerche, essendo verisimilmente le
          meno lontane dallo stato primitivo, come lo sono quelli che le parlano.</p>
        <p>Ma prima d’istituire tali ricerche bisogna fare un’ultima osservazione in questo
          proposito. Finora non abbiamo considerato che le variazioni nella forma esteriore di detta
          radice. Bisogna osservare anche quelle del significato. <foreign lang="grc"
          >&gt;Ύλη</foreign> non significa solamente <pb ed="aut" n="1282"/>
          <emph>selva</emph>, ma anche <emph>materia, materiale</emph> sostantivo ec. v. i Lessici.
          Anzi questo si pone per significato proprio d’essa parola. Quindi <foreign lang="heb"
          >***</foreign>, <emph>hiuli</emph> presso i Rabbini significa <emph>materia</emph> o
            <emph>materia prima</emph>, termine filosofico. <bibl>V. <author>Johannis Buxtorfii</author>
            <title lang="lat">Lex;. Chaldaicum Talmudicum et Rabbinicum</title> alla radice
            (fittizia) <foreign lang="heb">***</foreign>, <emph>Basileae</emph> 1640. col. 605
            fine-606</bibl>. Dove è notabile il modo nel quale è imitato il suono dell’<foreign
            lang="grc">υ</foreign> greco, o <emph>u</emph> francese; cioè con due <emph>i</emph> ed
          una <emph>u</emph>; dal che 1. si conferma quello che ho detto p. 1279. che i greci
          consideravano detta lettera più come una <emph>i</emph> che come una <emph>u</emph>, 2.
          apparisce che l’antica pronunzia dell’<foreign lang="grc">υ</foreign> greco durava ancor
          dopo trasformata quella dell’<emph>e</emph> lunga <foreign lang="grc">η</foreign>, in
            <emph>i</emph>; giacchè l’<foreign lang="grc">η</foreign> di <foreign lang="grc"
          >ὕλη</foreign> è espresso in questa parola rabbinica per la <emph>i</emph> lunga. Del
          resto la radice <foreign lang="heb">***</foreign> è mal formata dal Lessicografo, giacchè
          manca del <emph>lamed</emph>, lettera radicalissima nella voce surriferita. Si vede pure
          che conservavasi ancora l’aspirazione nella voce <foreign lang="grc">ὕλη</foreign>,
          giacchè la <emph>He</emph> non ad altro oggetto che di rappresentar l’aspirazione, fu
          posta dai rabbini in detta voce. <foreign lang="grc">&gt;Ύλη</foreign> significa anche
          particolarmente <emph>legna</emph> o <emph>legname</emph>, o <emph>legno</emph> in genere.
          Così pure <foreign lang="lat" rend="italic">silva</foreign> (v. Forcellini), altra prova
          dell’affinità di questo vocabolo col vocabolo greco. Non saprei dire, nè monta per ora
          assai, il ricercare quale dei detti significati fosse il primitivo, se quello di
            <emph>selva</emph>, o di <emph>legna</emph>, o di <emph>materia</emph> o
          <emph>materiale</emph> ec. Anche negli Scrittori latino-barbari si trova <foreign
            lang="lat" rend="italic">Silva</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">Lignum,
            Materia</foreign>. V. il Glossar. del Ducange. Vedilo anche in <title>Hyle</title>, e
          quivi pure il Forc.</p>
        <p>Bensì è curioso l’osservare che presso gli spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic"
            >madera</foreign>, lo stesso che <emph>materia</emph>, che i nostri antichi italiani
          dissero anche <emph>matera</emph>, non significa oggi altro che <emph>legno</emph>
          generalmente o <emph>legname</emph>. E presso i francesi è noto che <foreign lang="fre"
            rend="italic">bois</foreign> significa tanto <emph>bosco</emph> o <emph>selva</emph>
          quanto legno in genere. V. i Diz. francesi, e la Crusca in <emph>selva, bosco, foresta,
            materia</emph> ec. se ha nulla in proposito. Anche fra noi poeticamente si direbbe molto
          bene <emph>selva</emph> ec. per <emph>legna</emph> ec. come presso a’ poeti latini.</p>
        <p>Si potrebbe dunque e dovrebbe ricercare nelle lingue orientali ec. la radice
          <emph>hulh</emph> o <emph>hilh</emph>, non solo in <pb ed="aut" n="1283"/> senso di
            <emph>selva</emph>, ma anche di <emph>materia</emph>, di <emph>legno</emph>, o
            <emph>legname</emph> ec. e in qualsivoglia di questi si ritrovasse, servirebbe
          ugualmente di conferma al nostro ragionamento. (2-5. Luglio 1821.). V. p. 2306.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1270. Anche dopo fatta la meravigliosa analisi de’ suoni articolati pronunziabili
          in una intera favella, e concepito il portentoso disegno di esprimergli ad uno ad uno e
          rappresentargli nella scrittura; e in somma trovato l’alfabeto; si dovè provare tanta
          difficoltà nell’applicazione, quanta se ne prova sempre passando dalla teorica alla
          pratica. Anzi si può dire in genere che lo scrivere una lingua non mai stata scritta era
          lo stesso che applicar la teorica alla pratica. Difficoltà, inconvenienti, disordini
          infiniti dovettero comparire nelle prime scritture. Gli alfabeti, come tutte le cose
          umane, e massime così difficili e sottili, durarono per lunghissimo tempo imperfetti. Cioè
          l’analisi dei suoni non fu potuta fare perfettamente, se non dopo lunghe serie di
          esperienze e riflessioni. Non potè detta analisi arrivar subito ai suoni intieramente
          elementari. Quindi segni inutili e soprabbondanti per una parte, mancanze di segni
          necessarii per l’altra. Quindi sistema peccante di poca semplicità e di troppa semplicità.
          Gli archeologi possono facilmente vedere e notare, e notano i progressi dell’alfabeto sì
          presso una medesima nazione, sì passando ad altre nazioni, come fece. Certo è però che i
          primissimi alfabeto dovettero essere molto più imperfetti di quegli stessi imperfettissimi
          e primi che conosciamo, e che essi dovettero lungo tempo durare in quella o simile
          imperfezione, e quindi tanto più contribuire ad alterare la lingua scritta, la lingua
          comunicata alle altre nazioni e tempi ec. Quante parole che si distinguevano ottimamente
          nella pronunzia, si dovettero confondere nella scrittura. O si cercò allora di
          distinguerle in modi arbitrarii, o lasciandole così indistinte, le proprietà, i
          significati, le origini delle parole si <pb ed="aut" n="1284"/> vennero a poco a poco a
          confondere. Nell’uno e nell’altro caso vedete quanto la necessaria imperfezione delle
          prime scritture (e per prime intendo quelle di parecchi secoli) debba aver nociuto alla
          perfetta conservazione delle primitive radici, averle svisate di forma, confusine i
          significati ec. ec. Così discorrete degli altri inconvenienti che derivarono dalle
          imperfezioni degli alfabeti, e degli effetti che questi inconvenienti dovettero produrre
          sulle parole.</p>
        <p>Ma anche senza considerare nei primitivi alfabeti, o alfabeto, veruna imperfezione,
          ripeto che l’applicare le parole pronunziate ai segni allora inventati, dovè
          necessariamente patire le stesse difficoltà, che si patiscono nel discendere dalla teorica
          alla pratica. Osserviamo i fanciulli che incominciano a scrivere, ancorchè sappiano ben
          leggere; ovvero gl’ignoranti che sanno però ben formare tutte le lettere, e scrivono sotto
          la dettatura. Quanti spropositi derivati dalla poca pratica che hanno di applicare quel
          tal segno a quel tal suono, e di analizzare la parola che odono, risolvendola ne’ suoni
          elementari, per applicare a ciascun suono elementare il suo segno. (Notate ch’essi
          adoprano un alfabeto proprio fatto della lingua in cui scrivono, ed i segni propri e
          distinti di quei suoni precisi che debbono rappresentare). Appena riescono essi a copiar
          bene, cioè trasferire non da suono a segno, ma da segno a segno. Così i fanciulli
          principianti di scrittura, se hanno da scrivere sotto dettatura, o scrivere senza
          esemplare sotto gli occhi, quelle parole che pensano. Così anche gli uomini fatti, e che
          sanno ben parlare, ma non avvezzi a scrivere o leggere, ommettono, traslocano, cambiano,
          aggiungono tante lettere, fanno la loro parola scritta così diversa dalla parlata, ch’essi
          stessi si vergognerebbero di pronunziar la loro scrittura nel modo in cui ella giace. Ma
          essi credono che corrisponda alla pronunzia. V. p. 1659. Lo scrittore che scrive <pb
            ed="aut" n="1285"/> traslatando nella carta le parole che la mente gli suggerisce,
          scrive sotto la sua propria dettatura. Quanto dunque dovè tardare prima di perfezionarsi
          nel rappresentare con segni ciascun suono che concepiva! E gl’infiniti errori prodotti
          dalla necessaria imperizia de’ primi scrittori, dovettero perpetuarsi in gran parte nelle
          scritture, e confondere e guastare non poche parole, le loro forme, i loro significati,
          ec. (E ricordiamoci che le lingue antiche ci sono pervenute per mezzo della sola
          scrittura.) Lascio il noto costume antico di scrivere tutte le parole a distesa senza nè
          intervalli nè distinzioni, punteggiature (di cui l’Ebraico manca quasi affatto) ec. il che
          ognun vede quante confusioni e sbagli dovesse produrre. Così dite degli altri
          inconvenienti della paleografia, gli effetti de’ quali nelle lingue colte ec. furono
          maggiori che non si pensa. Lo vediamo anche nei Codici scritti in tempi dove l’arte della
          scrittura era già di gran lunga completa. Vediamo dico quanti errori, quante sviste
          perpetuate in un’opera ec. dove suda la critica, e molte volte non arriva a correggerle, e
          molte altre neppur se n’accorge ec. ec. V. p. 1318. Da tutte le quali cose apparisce che
          le lingue primitive dalla sola applicazione alla semplice scrittura, senza ancor punto di
          letteratura, dovettero inevitabilmente ricevere una somma alterazione e sfigurazione, e
          travisamento.</p>
        <p>Incorporiamo queste osservazioni coi fatti. Pare che le lingue orientali fossero le prime
          del mondo. Certo è che gli alfabeti occidentali vennero dall’oriente, e quindi orientali
          furono i primi alfabeti, e orientale dovette essere il primo inventore dell’alfabeto. Ora
          gli alfabeti orientali mancano originariamente de’ segni delle vocali. Questo pare strano.
          Nell’analisi de’ suoni articolati pare a noi che le vocali, come elementi in realtà
          principali, debbano essere i primi e più facili a trovarsi. Molti Critici vogliono
          forzatamente ritrovar le vocali ne’ primitivi alfabeti d’Oriente. Ma consideriamo la cosa
          da filosofi, e vediamo quanto il giudizio nostro <pb ed="aut" n="1286"/> che siamo sì
          avvezzi e pratici dell’analisi de’ suoni articolati, fatta e perfetta da sì lungo tempo,
          differisca dal giudizio del primo o dei primi, che senza alcuna guida e soccorso
          concepirono questa sottilissima e astrusissima operazione.</p>
        <p>Benchè le vocali sieno i primi suoni che l’uomo pronunzia, (anzi pure la bestia) e il
          fondamento di tutta e di tutte le favelle, certo è peraltro, chi le considera acutamente,
          ch’elle sono suoni più sottili; dirò così, più spirituali, più difficili a separarsi dal
          resto de’ suoni, di quello che sieno le consonanti. Noi chiamiamo così queste ultime,
          perch’elle non si reggono da se, ed hanno bisogno delle vocali, ed i greci le chiamavano
          similmente <foreign lang="grc">σύμφωνοι</foreign> quasi <emph>convocali</emph>. Questo ci
          par che dovesse menare per mano al ritrovamento immediato de’ suoni vocali, nella ricerca
          de’ suoni elementari; e questo per lo contrario fu quello che impedì e dovette
          naturalmente impedire la prima analisi della favella, di arrivare sino a questo punto. Le
          vocali furono considerate come suoni inseparabili dagli altri suoni articolati; come suoni
          quasi inarticolati; come parti inesprimibili della favella, parti sfuggevoli, e incapaci
          d’esser fissate nella scrittura, e rappresentate separatamente col loro segno individuale.
          Insomma l’analisi degli elementi delle parole, la decomposizione della voce umana
          articolata non arrivò fino a questi sottili elementi, cioè fino alle vocali, e non si
          conobbe che i suoni vocali fossero elementari, e <pb ed="aut" n="1287"/> divisibili dagli
          altri; e si considerarono come sostanze semplici le consonanti il cui stesso nome presso
          noi dimostra ch’elle sono sostanze composte, o bisognose della composizione, e più
          composte insomma o meno semplici che le vocali. V. p. 2404.</p>
        <p>Le prime scritture pertanto mancando delle vocali, somigliarono appunto a quelle che si
          fanno in parecchi metodi di stenografia: e l’oriente continuò per lunga serie di secoli, a
          scriver così, quasi stenograficamente. (E così credo che ancora continui in più lingue.)</p>
        <p>Notate che i primi alfabeti abbondarono de’ segni delle aspirazioni (frequentissime, e di
          suono marcatissimo nelle lingue orientali come nello spagnuolo) i quali segni passarono
          poi ad esser vocali negli alfabeti d’occidente, presi dallo stesso oriente. E ciò per la
          naturale analogia delle aspirazioni colle vocali, che pronunziate da se, non sono quasi
          altro che aspirazioni. Abbondarono pure de’ segni delle consonanti aspirate, distinti da’
          segni delle non aspirate: abbondanza non necessaria quando v’erano i segni delle
          aspirazioni che potevano congiungersi a quelli delle consonanti non aspirate dette tenui,
          e così denotare le consonanti aspirate, come poi fecero i latini, ed anticamente i greci
          che scrivevano <foreign lang="grc">ΤΗΕΟΣ, ΨΥΚΗΗ</foreign> o <foreign lang="grc"
          >ΠΣΥΚΗΕ</foreign> ec. Ma questo è il naturale andamento dello spirito umano, tutto il cui
          progresso tanto in genere come in ispecie, vale a dire in qualsivoglia scienza o arte,
          consiste nell’avvicinarsi sempre più agli elementi delle cose e delle idee, e nel
          conoscere che una cosa o un’idea fin allora dell’ultima semplicità conosciuta, ne contiene
          un’altra più semplice. V. in questo proposito la p. 1235. principio.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1288"/> Osserviamo ora le conseguenze di questa scrittura quasi
          stenografica, cioè senza vocali, scrittura per sì lungo tempo comune all’oriente, anche
          dopo l’intero perfezionamento della loro arte di scrivere; e scrittura primitiva fra gli
          uomini. Osserviamo, dico, le conseguenze che appartengono al nostro proposito, cioè alle
          alterazioni portate dalla scrittura alle prime radici, ed alla perdita che ci ha cagionata
          della perfetta cognizione di molte di loro ec.</p>
        <p>Tutti gli eruditi sanno che delle vocali non bisogna far molto calcolo nelle lingue e
          parole orientali, sia nello studiarle, sia nel confrontarle con altre lingue e parole, nel
          cercarne le radici, le origini, le proprietà, le regole ec. E che le vocali in dette
          lingue sono per lo più variabilissime incertissime, e bisogna impazzire per ridurre sotto
          regole (suddivise in infinito) quello che loro appartiene. Or come ciò? Questo è pur
          contrario alla natura universale della favella umana, la cui anima, la cui parte
          principale e sostanziale sono le vocali. E ben dovrebbero queste naturalmente esser meno
          variabili, e più regolate che le consonanti. Ciò non si deve attribuire se non a quella
          imperfetta maniera di scrivere che abbiamo accennata; (imperfezione derivata dall’esser
          quella scrittura la prima del mondo ec.) e serve anche a dimostrare contro l’opinione di
          alcuni critici, che i più antichi e primitivi alfabeti orientali mancarono effettivamente
          de’ segni delle vocali. Non è già che le vocali <pb ed="aut" n="1289"/> non formassero e
          non formino la sostanza delle lingue orientali, come di tutte le altre più o meno. Formano
          la sostanza di quelle lingue, ma non della loro gramatica, e ciò per la detta ragione.
          Anzi molte lingue orientali, p. e. l’ebraica (e credo generalmente quasi tutte) abbondano
          di vocali più che le nostre. La lingua ebraica ha 14. differenze di vocali, nessuna delle
          quali è dittongo. Questa è la prima conseguenza ed effetto della imperfezione di detta
          scrittura, sulla favella, e sull’indole delle lingue che adoperavano detta scrittura.</p>
        <p>Altro notabile e inevitabile effetto, si è la confusione de’ significati, delle origini,
          delle proprietà ec. delle voci, scritte senza le vocali, nel qual proposito v. quello che
          ho detto p. 1283. fine-84. principio. A tutti è noto quante parole della Scrittura ebraica
          di diversissimo significato, e secondo che si stima, di diversissima origine e radice, o
          che sono esse medesime, radici differentissime, scritte senza vocali, sono perfettamente
          uguali fra loro, nè si possono distinguere se non dal senso. Immaginate voi quanta
          confusione ciò debba aver prodotto e produrre, quanti equivoci, quanti dubbi; quante
          parole che si credono bene spiegate, e ben distinte coi punti vocali introdotti
          posteriormente, debbano in realtà aver significato tutt’altra cosa, ed avere avuto nella
          pronunzia tutt’altre vocali. Onde nel <pb ed="aut" n="1290"/> testo Ebraico l’Ermeneutica
          trova bivi e trivi e quadrivi a ogni passo; e nella semplice interpretazione letterale gli
          stessi odierni Giudei, gli stessi antichi Dottori della nazione andarono e vanno le mille
          miglia lontani l’uno dall’altro. Vedete quanti danni recati alla conservazione dell’antica
          lingua, e alla cognizione delle forme del senso ec. delle antiche parole, dalla maniera di
          scrivere che abbiam detto.</p>
        <p>Ciò non basta. Avendo gli Orientali scritto per sì lungo tempo senza vocali, ne deve
          seguire che la vera antichissima pronunzia delle loro voci e lingue, in ordine ai suoni
          vocali, cioè alla parte primaria e sostanziale della pronunzia, sia in grandissima parte
          perduta. La qual naturale opinione si conferma dal vedere che molte, anzi quasi tutte le
          voci o i nomi propri Ebraici passati anticamente ad altre lingue, si pronunziarono e si
          pronunziano in ordine alle vocali, tutt’altrimenti da quello che si leggono nella
          Scrittura Ebrea Masoretica, cioè fornita de’ punti vocali, inventati (secondo i migliori
          Critici) in bassissima età, come gli accenti e gli spiriti che furono aggiunti in bassi
          secoli alla scrittura greca. (Morery conchiude sulla fede del Calmet, del Prideaux, del
          Vossio, e degli altri più dotti, che detta invenzione fu verso il nono secolo, e che per
          l’avanti nella scrittura Ebrea non v’era <emph>segno alcuno di vocali</emph>.) E notate
          primieramente, ch’io dico in ordine alle vocali, giacchè <pb ed="aut" n="1291"/> quanto
          alle consonanti la scrittura e la pronunzia delle parole e nomi Ebraici in altre lingue,
          concorda generalmente con quella della Bibbia masoretica: il che serve di prova al mio
          discorso, mostrando che detta diversità di pronunzia nelle vocali, non deriva da
          corruzione sofferta da dette parole o nomi nel passare ad altre lingue, ma dal differire
          effettivamente la pronunzia masoretica cioè la moderna pronunzia ebraica, dalla pronunzia
          antica rispetto alle vocali. E che tal differenza si deve attribuire alla imperfezione
          dell’antica scrittura ebraica senza vocali ec. Secondariamente notate che trattasi per lo
          più di nomi propri, i quali nel passare ad altre lingue, sogliono naturalmente conservare
          la loro forma e pronunzia nazionale, meglio che qualunque altro genere di voci. (7. Luglio
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’aspetto dell’uomo allegro e pieno o commosso anche mediocremente da qualche buona
          fortuna, da qualche vantaggio, da qualche piacere ricevuto ec. è per lo più molestissimo
          non solo alle persone afflitte, o pur malinconiche, o poco inclinate alla letizia per atto
          o <pb ed="aut" n="1292"/> per abito, ma anche alle persone d’animo indifferentemente
          disposto, e non danneggiate punto, nè soverchiate ec. da quella prosperità. Questo ci
          accade ancora cogli amici, parenti i più stretti ec. E bisogna che l’uomo il quale ha
          cagione di allegria, o la dissimuli, o la dimostri con certa disinvoltura, indifferenza e
          spirito, altrimenti la sua presenza, e la sua conversazione riuscirà sempre odiosa e
          grave, anche a quelli che dovrebbero rallegrarsi del suo bene, o che non hanno materia
          alcuna di dolersene. Tale infatti è la pratica degli uomini riflessivi, padroni di se, e
          ben creati. Che vuol dir questo, se non che il nostro amor proprio, ci porta
          inevitabilmente, e senza che ce ne avvediamo, all’odio altrui? Certo è che nel detto caso,
          anche all’uomo il più buono, è mestieri un certo sforzo sopra se stesso e un certo
          eroismo, per prender parte alla letizia altrui, della quale egli non aspetti nessun
          vantaggio nè danno, o solamente per non gravarsene. (8. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1242. Non è dunque da maravigliarsi che la lingua italiana fra le moderne sia
          tenuta la più ricca. (Monti.) Ho già mostrato come la vera fonte della ricchezza delle
          lingue antiche, consistesse nella gran facoltà dei derivati e de’ composti, e come questa
          sia la principal fonte della ricchezza di qualsivoglia lingua, e quella che ne manca o ne
          scarseggia, non possa esser mai ricca. La lingua italiana la quale cede alla greca e
          latina nella facoltà de’ composti (colpa più nostra che sua), abbiamo veduto <pb ed="aut"
            n="1293"/> e si potrebe dimostrare con mille considerazioni, che nella facoltà dei
          derivati, e nell’uso che finora ha saputo fare di tal facoltà, piuttosto vince dette
          lingue, di quello che ne sia vinta. Sarà dunque vero che la lingua italiana sia la più
          ricca delle moderne, e questa superiorità sua, che una volta fu effettiva (e per le dette
          ragioni), non passerà come parecchie altre, se noi non la spoglieremo di quelle facoltà
          che la producono, e sole la possono principalmente produrre; e che per l’altra parte sono
          proprie della sua indole. Cioè se non la spoglieremo della facoltà di crear nuovi composti
          e derivati, disfacendo quello che fecero i nostri antichi. Giacchè l’impedire alla lingua
          (e ciò per legge costante) che non segua ad esercitare le facoltà generative datele da
          quelli che la formarono, è lo stesso che spogliarnela, e quindi si chiama disfare e non
          conservare l’opera dei nostri maggiori.</p>
        <p>Dilatate quest’ultimo pensiero, dimostrando come il voler togliere alla lingua
          l’esercizio delle sue facoltà creatrici, proprie della sua indole, sia appunto l’opposto
          di quello che si crede, cioè allontanarla dalla sua indole, e dalla sua condizione
          primitiva in luogo di mantenercela. La condizione primitiva della lingua era di esser
          viva: ora il ridurla allo stato <pb ed="aut" n="1294"/> assoluto di morta, si chiamerà
          conservarla qual ella era, e quale ce la trasmisero i suoi formatori? Dunque conservare
          una parola, una forma, un significato, un suono antico, ec. e sbandire una voce o modo
          barbaro, una cattiva ortografia, un significato male applicato ec. tutte cose particolari
          ed accidentali, e quel ch’è più mutabili, tutto questo si chiamerà conservare la lingua. E
          lo spogliarla delle sue facoltà generali, ed essenziali, e immutabili, non si chiamerà
          guastarla o alterarla, ma anzi conservarla? Dico immutabili, fin tanto ch’ella non muti
          affatto qualità, e di viva diventi morta. Il solo immutabile nella lingua sono le facoltà
          che costituiscono il suo carattere, parimente immutabile. Le parole, i modi, i
          significati, le ortografie, le inflessioni ec. niente di questo è immutabile, ma tutto
          soggetto all’uso per propria natura. Così che i nostri bravi puristi vogliono eternare
          nella lingua la parte mortale, e distruggere l’immortale, o quella che tale dev’essere, se
          non si vuol mutare la lingua. E l’uso di tali facoltà creatrici, ch’io dico immortali,
          deve essere perpetuo finchè una lingua vive, appunto perchè la novità delle cose e delle
          idee (alle quali serve la lingua) <pb ed="aut" n="1295"/> è perpetua. Che se non fosse
          perpetua, la lingua potrebbe allora perdere dette facoltà, e vivere nello stato delle
          lingue morte. Ma essendo la novità delle cose perpetua, ripeto che non si può conservare
          la lingua senza mantenerle intieramente le sue primitive facoltà creatrici, e che lo
          spogliarla di queste è lo stesso che ridurla necessariamente alla barbarie; giacch’ella
          barbara o no, finch’è parlata e scritta non può morire; e non potendo vivere nella sua
          prima condizione, cioè durando la novità delle cose senza ch’ella possa più esprimerle del
          suo proprio prodotto, vivrà nella barbarie. (8. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1138. fine, aggiungi — 4. La lingua latina ha prodotto tre figlie, che ancor
          vivono, che noi stessi parliamo, e le di cui antichità, origini, progressi ec. dal
          principio loro fino al dì d’oggi, si conoscono o si possono ottimamente o sempre meglio
          conoscere. Che in somma è quanto dire che la lingua latina ancor vive. E la considerazione
          di queste lingue fatta coi debiti lumi, ci può portare e ci porta a scoprire moltissime
          proprietà della lingua latina antichissima, che non si potrebbero, o non così bene dedurre
          dagli scrittori latini; e ciò stante l’infinita tenacità del <pb ed="aut" n="1296"/> volgo
          che mediante il parlar quotidiano, ha conservato dai primordi della lingua latina fino al
          dì d’oggi, e conserva tuttavia nell’uso quotidiano (e le ha pure introdotte nelle
          scritture) molte antichissime particolarità della lingua latina; come dimostrerò
          discorrendo dell’antico latino volgare. Sicchè lo studio comparativo delle tre lingue
          latino-moderne, fatto con maggior cura, di quello che finora sia stato, e con maggiore
          intenzione all’effetto di scoprire le antichità della favella materna, ci può condurre a
          conoscer cose latine antichissime, e primitive, o quasi primitive. La quale facoltà di uno
          studio comparativo sulla lingua greca parlata, non si ha, benchè la lingua greca viva
          ancora al modo che vive la latina. Oltre che non si hanno tante comodità di conoscere così
          bene il greco moderno, e le sue origini, e progressi, e generalmente la storia della
          lingua greca da un certo tempo in qua; come si hanno di conoscere quello che noi possiamo
          chiamare il latino moderno, e la storia della lingua latina dalla sua formazione e
          letteratura fino al dì d’oggi, come dirò poi.</p>
        <p>Da queste considerazioni segue in primo luogo che la lingua latina, non ci è solamente
          nota <pb ed="aut" n="1297"/> per via della scrittura e letteratura, cose che sfigurano
          sommamente le origini di qualunque lingua, come ho detto poche pagine dietro, discorrendo
          delle cause di alterazione nelle lingue; ma eziandio per mezzo della viva favella, la
          quale è sempre influita dall’uso degli antichi parlatori, assai più che degli antichi
          scrittori; e di una favella che si parla tuttodì nel mezzo d’Europa, e in gran parte
          d’Europa, ed è conosciuta per tutto, e massime a noi stessi che la parliamo e scriviamo.
          Cosa che non si può dire di nessun’altra lingua antica.</p>
        <p>In secondo luogo segue dalle dette considerazioni che noi possiamo conoscere quasi
          perfettamente (massime rispetto a qualunque altra lingua) le vicende della lingua latina e
          delle sue parole, e condurre una storia della lingua e delle voci latine, (generalmente
          parlando) quasi perfetta, quasi completa, e senz’alcuna laguna, dai primi principii della
          sua letteratura fino al dì d’oggi, cioè per venti secoli interi. (Plauto morì nel 184. av.
          G. C.) Il che non si può dire di verun’altra lingua occidentale, fuor della greca, la cui
          notizia e storia è soggetta però alle difficoltà dette p. 1296. E molto più, ed a molto
          maggiori difficoltà sono soggette quelle delle lingue orientali, ancorchè possano
          rimontare ad epoca <pb ed="aut" n="1298"/> più remota. L’antica lingua teutonica ha
          veramente prodotto più lingue che la latina; inglese, tedesca, olandese, danese, svedese,
          svizzera ec. (<bibl>
            <author>Staël</author>
          </bibl>): ma essa medesima è quasi ignota. Così l’antica illirica, madre della russa,
          della Polacca, e di altre. La lingua Celtica è poco nota essa, e non vive in nessuna
          moderna.</p>
        <p>In somma la lingua latina è di tutte le lingue antiche quella la cui storia si può meglio
          e per più lungo spazio conoscere, e le cui primitive proprietà per conseguenza si ponno
          meglio indagare. Giacchè spetta all’archeologo il rimontare dalla storia ch’egli può
          conoscere ec. de’ venti secoli sopraddetti, a quella de’ secoli antecedenti; nè gli
          mancano copiose notizie di fatto, le quali basterebbero già per se stesse a potere
          spingere la detta storia molto più in là di detta epoca, sebbene meno perfettamente e
          completamente sino ad essa epoca, cioè al secondo secolo av. Cristo, ch’è il secolo di
          Plauto.</p>
        <p>Aggiungete quella lingua Valacca, derivata pure dalla latina, e che per essersi mantenuta
          sempre rozza, è proprissima a darci grandi notizie dell’antico volgare latino, il qual
          volgare, come tutti gli altri, è <pb ed="aut" n="1299"/> il precipuo conservatore delle
          antichità di una lingua. Aggiungete i dialetti vernacoli derivati dal latino, come i vari
          dialetti ne’ quali è divisa la lingua italiana. I quali ancor essi si sono mantenuti qual
          più qual meno rozzi, com’è naturale ad una lingua non applicata alla letteratura, o non
          sufficientemente; e com’è naturale a una lingua popolarissima: e quindi tanto più son
          vicini al loro stato primitivo. E trovasi effettivamente di molte loro parole, frasi ec.
          che derivano da antichissime origini. Quello che s’è perduto p. e. nella lingua italiana
          comune, o in questo o quel vernacolo italiano, o s’è alterato ec. , s’è conservato in
          quell’altro vernacolo ec. E il loro esame comparativo deve infinitamente servire all’esame
          delle lingue latino-moderne, diretto a scoprire le ignote e primitive proprietà del latino
          antico. Aggiungete ancora la lingua Portoghese, dialetto considerabilissimo della
          spagnuola.</p>
        <p>5. La lingua latina colta è incontrastabilmente meno varia, più regolare, più ordinata,
          più perfetta della greca pur colta. Facilmente si può vedere quanto ciò giovi e favorisca
          la ricerca della lingua latina incolta. Più facilmente si vede, si trova, si cammina
          nell’ordine, che nel disordine. Aperta che vi siate nella lingua latina una strada, questa
          sola vi mena, e dirittamente, alla scoperta d’infinite sue voci antiche. Le formazioni
          delle parole nella lingua latina; la fabbrica dei derivati e dei composti, è per lo più
          regolatissima, ordinatissima, e uniforme <pb ed="aut" n="1300"/> dentro ai limiti di
          ciascun genere. Trovato che abbiate e ben conosciuto un genere di derivati nel latino,
          tutti o quasi tutti in quel genere sono formati nello stesso preciso modo, e secondo la
          stessa regola; da tutti si può rimontare egualmente alle radici. Vedete quello che abbiamo
          osservato dei continuativi e frequentativi; due generi di voci derivate,
          regolarissimamente ed uniformemente formate, da ciascuna delle quali si può egualmente
          salire alla voce originaria. Bene stabilito che sia il preciso modo di quella tal
          formazione, come abbiamo fatto, questa sola strada ci mena senza fatica, a un larghissimo
          e ubertosissimo campo; anzi è quasi una porta che vi c’introduce immediatamente.</p>
        <p>Non così accade per lo più nella lingua greca, tanto più varia, difforme da se stessa
          nelle sue formazioni, ed in ogni altro genere di cose, e senza pregiudizio (anzi con
          vantaggio) della bellezza, tanto meno regolare e corrispondente. Giacchè sì la
          moltiplicità, come la scarsezza delle regole, non sono altro che irregolarità. L’una e
          l’altra dimostrano la copia e soprabbondanza delle eccezioni, le quali chi vuol ridurre a
          regola, moltiplica necessariamente le regole fuor di misura; chi non vuol dare in questo
          intoppo, è necessario che stabilisca <pb ed="aut" n="1301"/> poche e larghe regole, acciò
          possano lasciar luogo a molte differenze, e comprenderle: e in somma conviene che si tenga
          sugli universali, perchè i particolari discordano troppo frequentemente. E così accade
          nella gramatica greca, dove altri soprabbondano di regole, e la fanno parere
          complicatissima, altri scarseggiano, e la fanno parere semplicissima. La lingua latina è
          proprio nel mezzo di questi due estremi, riguardo alle regole d’ogni genere. (Intendo già
          fra le lingue del genere antico, e non del moderno, tanto più filosoficamente costituito,
          com’è naturale.) Vale a dire per tanto ch’ella è la più facile a sviscerare, e considerare
          parte per parte. Ma nella lingua greca bisogna aprirsi ad ogni tratto una nuova strada, e
          quella regola e maniera di formazioni ec. che avrete scoperta, non vi servirà se non per
          poche voci ec. ec. (8 9. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 936-8. Osservate ancora qualunque persona, rozza, o non assuefatta al bel
          parlare, ed alla lingua della polita conversazione, o poco pratica e ricca di lingua, o
          poco esercitata e felice nel trovar le parole favellando, (cioè la massima parte degli
          uomini), ovvero anche quelli che parlano bene, quando si trovano in circostanza dove non
          abbiano bisogno di star molto sopra se stessi nel parlare, o quando parlano rozzamente a
          bella posta o in qualunque modo, o talvolta anche fuori di dette circostanze, e nella
          stessa polita conversazione; o finalmente quelli che hanno una certa forza, e vivacità, e
          prontezza ec. o insubordinazione di fantasia; e facilmente potrete notare <pb ed="aut"
            n="1302"/> che tutti o quasi tutti gli uomini, qual più qual meno secondo le suddette
          differenze, hanno delle parole affatto proprie loro, e particolari, (non già derivate nè
          composte, ma nuove di pianta) che sogliono abitualmente usare quando hanno ad esprimere
          certe determinate cose, e che non s’intendono se non dal senso del discorso, e son prese
          per lo più da una somiglianza ed una imitazione della cosa che vogliono significare. Così
          che si può dire che il linguaggio di ciascun uomo differisce in qualche parte da quello
          degli altri. Anzi il linguaggio di un medesimo uomo differisce bene spesso da se medesimo,
          non essendoci uomo che talvolta non usi qualche parola della sopraddetta qualità, non
          abitualmente, ma per quella volta sola, (qualunque motivo ce lo porti, che possono esser
          diversissimi) quantunque abbiano nella stessa lingua che conoscono ed usano, la parola
          equivalente da potere adoperare. (9. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Un ritratto, ancorchè somigliantissimo, (anzi specialmente in tal caso) non solo ci suol
          fare più effetto della persona rappresentata (il che viene dalla sorpresa che deriva
          dall’imitazione, e dal piacere che viene dalla sorpresa), ma, per così dire, quella stessa
          persona ci fa più effetto dipinta che <pb ed="aut" n="1303"/> reale, e la troviamo più
          bella se è bella, o al contrario. ec. Non per altro se non perchè vedendo quella persona,
          la vediamo in maniera ordinaria, e vedendo il ritratto, vediamo la persona in maniera
          straordinaria, il che incredibilmente accresce l’acutezza de’ nostri organi nell’osservare
          e nel riflettere, e l’attenzione e la forza della nostra mente e facoltà, e dà
          generalmente sommo risalto alle nostre sensazioni. ec. (Osservate in tal proposizione ciò
          che dice uno stenografo francese, del maggior gusto ch’egli provava leggendo i classici da
          lui scritti in istenografia.) Così osserva il Gravina intorno al diletto partorito
          dall’imitazione poetica. (9. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Diletto ordinarissimo ci produce un ritratto ancorchè somigliantissimo, se non conosciamo
          la persona; straordinario se la conosciamo. Applicate questa osservazione alla scelta
          degli oggetti d’imitazione pel poeta e l’artefice, condannando i romantici e il più de’
          poeti stranieri che scelgono di preferenza oggetti forestieri ed ignoti per esercitare la
          forza della loro imitazione. (9. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Altra prova che noi siamo più inclinati al timore che alla speranza, è il vedere che noi
          per lo più crediamo facilmente quello che temiamo, e difficilmente quello che desideriamo,
          anche molto più verisimile. E poste due persone delle quali una tema, e l’altra desideri
          una stessa cosa, quella la crede, e questa no. E se noi passiamo dal temere una cosa al
          desiderarla, non sappiamo più credere quello che prima non sapevamo non credere, <pb
            ed="aut" n="1304"/> come mi è accaduto più volte. E poste due cose, o contrarie o
          disparate, l’una desiderata, e l’altra temuta, e che abbiano lo stesso fondamento per
          esser credute, la nostra credenza si determina per questa e fugge da quella.
          Nell’esaminare i fondamenti di alcune proposizioni ch’io da principio temeva che fossero
          vere, e poi lo desiderava, io li trovava da principio fortissimi, e quindi
          insufficientissimi. (10. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quello che ho detto del linguaggio popolare, pochi pensieri addietro, soggiungi. Il
          linguaggio popolare è ricca e gran sorgente di <emph>bellissime</emph> voci e modi, non
          veramente alla lingua scritta, ma propriamente allo scrittore. Vale a dire, bisogna che
          questo nell’attingerci, nobiliti quelle voci e modi, le formi, le componga in maniera che
          non dissuonino, nè dissomiglino dalle altre che l’arte ha introdotto nello scrivere, ed ha
          polite, e insomma non disconvengano alla natura dello scrivere artifizioso ed elegante.
          Non già le deve trasferir di peso dalla bocca del popolo alla scrittura, se già non
          fossero interamente adattate per se medesime, o se la scrittura non è di un genere
          triviale o scherzoso o molto familiare ec. Così che io <pb ed="aut" n="1305"/> dico che il
          linguaggio popolare è una gran fonte di novità ec. allo scrittore, nello stesso modo in
          cui lo sono le lingue madri ec. le quali somministrano gran materia, ma tocca allo
          scrittore il formarla, il lavorarla, e l’adattarla al bisogno, non già solamente
          trasportarla di netto, o adoperarla come la trova. (10. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’uomo isolato crederebbe per natura, almeno confusamente, che il mondo fosse fatto per
          lui solo. E intanto crede che sia fatto per la sua specie intera, in quanto la conosce
          bene, e vive in mezzo a lei, e ragiona facilmente e pianamente sui dati che la società e
          le cognizioni comuni gli porgono. Ma non potendo ugualmente vivere nella società di tutti
          gli altri esseri, la sua ragione si ferma qui, e senza riflessioni che non possono esser
          comuni a molti, non arriva a conoscere che il mondo è fatto per tutti gli esseri che lo
          compongono. Ho veduto uomini vissuti gran tempo nel mondo, poi fatti solitarii, e stati
          sempre egoisti, credere in buona fede che il mondo appresso a poco fosse tutto per loro,
          la qual credenza appariva da’ loro fatti d’ogni genere, ed anche dai detti implicitamente.
          E non <pb ed="aut" n="1306"/> potevano non solo patire o mancar di nulla, ma appena
          concepire come gli uomini e le cose non si prestassero sempre e interamente ai loro
          comodi, e ne manifestavano la loro maraviglia e la loro indignazione in maniere
          singolarissime, e talvolta incredibili in persone avvezze alle maniere civili, ed ai
          sacrifizi della società, nelle quali cose conservavano pur molta pretensione. Ma non si
          accorgevano, così facendo, di mancare a nessun debito loro verso gli altri, nè di esigger
          più di quello che loro convenisse ec. (10. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dovunque ha luogo l’utilità quivi noi non consideriamo e concepiamo e sentiamo la
          proporzione e convenienza, se non in ragione dell’utile. Poniamo una spada con una grande
          impugnatura a comodo e difesa della mano. Che proporzione ha quella grossa testa con un
          corpo sottile? E pure a noi pare convenientissima e proporzionatissima. Perchè? primo per
          l’assuefazione principal causa e norma del sentimento delle proporzioni, convenienze,
          bellezza, bruttezza. Secondo perchè ne conosciamo il fine e l’utilità, e questa cognizione
          determina la nostra idea circa la proporzione ec. dell’oggetto che vediamo. Chi non avesse
          mai veduto una spada, e non conoscesse l’uffizio <pb ed="aut" n="1307"/> suo, o dell’elsa
          ec. potrebbe giudicarla sproporzionatissima, e concepire un senso di bruttezza, relativo
          agli altri oggetti che conosce, e alle altre proporzioni che ha in mente. Così dite delle
          forme umane ec. Non è dunque vero che la proporzione è relativa? Qual tipo, qual forma
          universale può aver quell’idea, ch’è determinata individualmente dalla cognizione di quel
          tale oggetto delle sue parti, de’ loro fini ec.? che è determinata dall’assuefazione di
          vederlo ec.? che varia non solo secondo le infinite differenze degli oggetti, ma secondo
          le differenze di dette cognizioni, assuefazioni ec.? E quell’idea che deriva da cognizione
          speciale di ciascheduna cosa e parte, e da speciale assuefazione, come può essere innata,
          avere una norma comune, stabile, determinata primordialmente e astrattamente dalla natura
          assoluta del tutto? (10. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Mi si permetta un’osservazione intorno ad una minuzia, la cui specificazione potrà parere
          ridicola, e poco degna della scrittura. Alcune minute parti del corpo umano che l’uomo
          osserva difficilmente, e assai di rado, e per solo caso negli altri, le suole osservare
          solamente in se stesso. In se stesso, e da ciò che elle sono in lui, egli concepisce
          l’idea del <pb ed="aut" n="1308"/> quali debbano essere, e della convenienza delle loro
          forme, e proporzione ec. e di tutti i loro accidenti. Così le unghie della mano. Le quali
          ben di rado si possono osservare negli altri, bensì sovente in se stesso. Or che ne segue?
          Ne segue che tutti noi ci formiamo l’idea della bellezza di questa parte del nostro corpo,
          dalla forma ch’ella ha in ciascheduno di noi; e perchè quest’idea è formata sopra un solo
          individuo della specie, e l’<emph>assuefazione</emph> è del tutto individuale nel suo
          soggetto, perciò se talvolta ci accade di osservare o di porre qualche passeggera
          attenzione a quella medesima parte in altrui, rare volte sarà ch’ella non ci paia di forma
          strana, e non ci produca un certo senso di deformità o informità ec. di bruttezza, e anche
          di ribrezzo, perchè contrasta coll’assuefazione che noi abbiamo contratta su di noi. E se
          accadrà che noi osserviamo quella parte nella persona più ben fatta del mondo, ma che in
          questa differisca notabilmente da noi, quella parte in detta persona ci parrà notabilmente
          difettosa, quando anche ad altri o generalmente paia l’opposto per differente circostanza.
          Ed insomma il giudizio che noi formiamo della bellezza o bruttezza di quella parte in
          altrui, è sempre in proporzione della maggiore o minore conformità ch’ella ha non col
          generale che non conosciamo, ma colla nostra particolare.</p>
        <p>Aggiungete che le altre idee della bellezza umana, siccome sono formate sulla cognizione,
          ed assuefazione, ed osservazione da noi fatta sopra <pb ed="aut" n="1309"/> molti
          individui, così non sono mai uniche, e ci parrà bello questi, e bello quegli, benchè molto
          diversi. (Questa moltiplicità medesima delle idee della bellezza umana, va in proporzione
          del vedere e dell’osservare che si è fatto ec. ec. ec.) Ma nel nostro caso, perchè l’idea
          è formata sopra un soggetto solo, ed un’assuefazione ed osservazione individuale, perciò è
          unica, e ci par brutto o men bello proporzionatamente, non solo ciò che non è simile, ma
          ciò pure che non è uniforme al detto soggetto. V. p. 1311. capoverso 2.</p>
        <p>Bisogna modificare queste osservazioni secondo i casi e circostanze che ciascuno può
          facilmente pensare. P. e. se una malattia o altro accidente vi ha deformato le unghie, voi
          sentite quella deformità, perchè contrasta colla vostra assuefazione precedente, ed allora
          (almeno fintanto che non arriviate ad assuefarvi a quella nuova forma) non misurerete gli
          altri da quello che voi siete, ma piuttosto da quello ch’eravate precedentemente. Se
          un’unghia vostra è deforme, anche sin dalla nascita ec. voi facilmente ve ne accorgerete
          paragonandola colle altre pur vostre. Se in questa parte del corpo umano voi siete sempre
          stato assolutamente deforme, cioè grandemente diverso dagli <pb ed="aut" n="1310"/> altri,
          allora quel poco che voi potrete accidentalmente osservare delle forme comuni, benchè in
          grosso e non minutamente, potrà bastare a farvi accorgere della vostra deformità, perchè
          la differenza essendo grande, sarà facilmente notabile, e vi daranno anche nell’occhio
          quelle parti in altrui, più di quello che farebbero in altro caso, e così l’assuefazione
          che formerete, contrasterà con quello che vedete in voi stesso. Vi accorgerete però di
          essa deformità molto più difficilmente, e la sentirete assai meno di quello che fareste in
          un altro. Così accade di molto maggiori deformità o nostre proprie, o di persone con cui
          conviviamo ec. e v. la p. 1212. capoverso 2.</p>
        <p>Queste osservazioni sono menome. Ma non altrimenti il filosofo arriva alle grandi verità
          che sviluppando, indagando, svelando, considerando, notando le menome cose, e risolvendo
          le stesse cose grandi nelle loro menome parti. Ed io da un lato non credo che forse si
          possa addurre prova più certa di queste osservazioni, per dimostrare come il giudizio, il
          senso, l’idea della bellezza o bruttezza delle forme degli stessi nostri simili (giudizio,
          e senso influito dalla natura universale più che qualunque altro) dipende
          dall’assuefazione ed osservazione, ed eccetto in certe inclinazioni naturali, non ha
          assolutamente altra ragione, altra regola, altro esemplare. <pb ed="aut" n="1311"/>
          Dall’altro lato non vedo qual altra più vera e incontrastabile proposizione possa venir
          dimostrata in maniera più palpabile di questa.</p>
        <p>Discorrete allo stesso modo delle altre parti del corpo umano, o egualmente minute, o
          egualmente poco facili ad osservarsi o vedersi negli altri, o in più che tanti. (10.
          Luglio 1821.). V. qui sotto.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1309. Tanto più che l’osservazione che noi abbiam fatta in noi stessi delle dette
          parti è minutissima, e quindi l’idea che abbiamo della loro conveniente figura ec. è bene
          esatta e determinata, forse più di qualunque altra simile idea. E questo pure perch’ella è
          formata sopra noi stessi, vale a dire sopra un esemplare che da noi è naturalmente meglio
          conosciuto, più precisamente osservato, e più frequentemente anzi continuamente veduto che
          qualunque altro oggetto materiale. (10. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Al pensiero superiore. Non voglio spingere il discorso all’indecente, e forse di
          necessità e contro voglia, l’ho portato già troppo innanzi. Dirò brevemente. Di quelle
          parti umane che taluno non conosce, o in quel tempo in cui nessuno le conosce, non solo
          non ne ha veruna idea di bello o di brutto, e volendola formare, verisimilissimamente
          s’inganna, ma <pb ed="aut" n="1312"/> volendo congetturare le loro proprietà, forme e
          proporzioni universali, non indovina, se non forse a caso. E il fanciullo distingue già il
          bello e il brutto fra gli uomini, e ancora non conosce intieramente la bellezza non solo,
          ma neppure la forma umana, e quello che ne conosce non gli dà veruna idea sufficiente, nè
          delle proprietà nè delle proporzioni e convenienze di quello che non conosce. E v. in
          questo proposito p. 1184. marg. (12. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1255. marg. — e divenir maturo, pratico ec. p. e. in uno stile, con una sola
          lettura, cioè con pochissimo esercizio ec. La qual facilità di assuefazione, segno ed
          effetto del talento io la notava in me anche nelle minuzie, come nell’assuefarmi ai
          diversi metodi di vita, e nel dissuefarmene agevolmente mediante una nuova assuefazione
          ec. ec. In somma io mi dava presto per <emph>esercitato</emph> in qualunque cosa a me più
          nuova. (12. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1226. marg. fine. Se attentamente riguarderemo in che soglia consistere
          l’eleganza delle parole, dei modi, delle forme, dello stile, vedremo quanto sovente anzi
          sempre ella consista nell’indeterminato, (<bibl>v. in tal proposito quello che altrove ho
            detto circa un passo di <author>Orazio</author>
          </bibl>) v. p. 1337. principio o in qualcosa d’irregolare, cioè nelle qualità contrarie a
          quelle che principalmente si ricercano nello scrivere didascalico o dottrinale. Non nego
          io già che questo non sia pur suscettibile di eleganza, massime in quelle parti dove
          l’eleganza non fa danno alla precisione, vale a dire massimamente nei modi e nelle forme.
          E di questa associazione <pb ed="aut" n="1313"/> della precisione coll’eleganza, è
          splendido esempio lo stile di Celso, e fra’ nostri, di Galileo. Soprattutto poi conviene
          allo scrivere didascalico la semplicità (che si ammira massimamente nel primo di detti
          autori), la quale dentro i limiti del conveniente, è sempre eleganza, perch’è naturalezza.
          Bensì dico che piuttosto la filosofia e le scienze, che sono opera umana, si possono
          piegare e accomodare alla bella letteratura ed alla poesia, che sono opera della natura,
          di quello che viceversa. E perciò ho detto che dove <emph>regna</emph> la filosofia, quivi
          non è poesia. La poesia, dovunque ella è, conviene che regni, e non si adatta, perchè la
          natura ch’è sua fonte non varia secondo i tempi, nè secondo i costumi o le cognizioni
          degli uomini, come varia il regno della ragione. (13. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Chi vuol persuadersi dell’immensa moltiplicità di stili e quasi lingue diverse, rinchiuse
          nella lingua italiana, consideri le opere di Daniello Bartoli, <quote>
            <emph>meglio</emph>
          </quote> del quale <quote>
            <emph>niuno conobbe i più riposti segreti della nostra lingua</emph>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Monti</author>, <title>Proposta</title>, vol. 1 par. 1. p. XIII.</bibl>) <pb
            ed="aut" n="1314"/> Un uomo consumato negli studi della nostra favella, il quale per la
          prima volta prenda a leggere questo scrittore, resta attonito e spaventato, e laddove
          stimava d’essere alla fine del cammino negli studi sopraddetti, comincia a credere di non
          essere a mala pena al mezzo. Ed io posso dire per esperienza che la lettura del Bartoli,
          fatta da me dopo bastevole notizia degli scrittori italiani d’ogni sorta e d’ogni stile,
          fa disperare di conoscer mai pienamente la forza, e la infinita varietà delle forme e
          sembianze che la lingua italiana può assumere. Vi trovate in una lingua nuova: locuzioni e
          parole e forme delle quali non avevate mai sospettato, benchè le riconosciate ora per
          bellissime e italianissime: efficacia ed evidenza tale di espressione che alle volte
          disgrada lo stesso Dante, e vince non solo la facoltà di qualunque altro scrittore antico
          o moderno, di qualsivoglia lingua, ma la stessa opinione delle possibili forze della
          favella. E tutta questa novità non è già novità che non s’intenda, che questo non sarebbe
          pregio ma vizio sommo, e non farebbe vergogna al lettore ma allo scrittore. Tutto
          s’intende benissimo, e tutto è nuovo, e diverso dal consueto: <pb ed="aut" n="1315"/> ella
          è lingua e stile italianissimo, e pure è tutt’altra lingua e stile: e il lettore si
          maraviglia d’intender bene, e perfettamente gustare una lingua che non ha mai sentita,
          ovvero di parlare una lingua, che si esprime in quel modo a lui sconosciuto, e però ben
          inteso. Tale è l’immensità e la varietà della lingua italiana, facoltà che pochi osservano
          e pochi sentono fra gli stessi italiani più dotti nella loro lingua; facoltà che gli
          stranieri difficilmente potranno mai conoscere pienamente, e quindi confessare. (13.
          Luglio 1821.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il successivo cambiamento delle disposizioni dell’animo di ciascun uomo secondo l’età, è
          una fedele e costante immagine del cambiamento delle generazioni umane nel processo de’
          secoli. (E così viceversa). Eccetto che è sproporzionatamente rapido, massimamente oggidì,
          perchè il giovane di venticinque anni non serba più somiglianza alcuna col tempo antico,
          nè veruna qualità, opinione, disposizione, inclinazione antica, come l’immaginazione, la
          virtù ec. ec. ec. (13. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1256. fine. E tanto è vero che l’idea di questa tal bellezza non venga da tipo
          ec. ma da inclinazione naturale, e da senso affatto indipendente dalla sfera del bello e
          del conveniente; <pb ed="aut" n="1316"/> che la inclinazione chiamata da Aristofane <quote>
            <foreign lang="grc">πρὸς κρέας μέγα</foreign>
          </quote> (<bibl>v. assolutamente il <author>Menag.</author>
            <title lang="lat">ad Laert. Polemon.</title> 4. 19.</bibl>), fa parer bella e desiderare
          ai libidinosi una <foreign lang="grc">βαθυκολπία</foreign> eccessiva e maggiore assai
          delle proporzioni generali, e seguite comunemente dalla natura, e quindi non bella.
          Applicate questa osservazione a tutte le altre idee che ha della bellezza femminile il <quote>
            <foreign lang="grc">λίχνος πόρνης ἐπαγαλλόμενος πυγῇσιν</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <title>Crate Tebano, Cinico</title>, ap. <author>Laert.</author> in <title>Crat.
            Theb.</title> 6. 85.</bibl> v. quivi il Menag.) Idee diverse da quelle più stabilite e
          comuni, e non per tanto radicatissime e sensibilissime in loro, che altrove non
          riconoscono e non sentono la bellezza femminile. (13. Luglio 1821.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La nostra lingua ha, si può dire, esempi di tutti gli stili, e del modo nel quale può
          essere applicata a tutti i generi di scrittura: fuorchè al genere filosofico moderno e
          preciso. Perchè vogliamo noi ch’ella manchi e debba mancare di questo, contro la sua
          natura, ch’è di essere adattata anche a questo, perchè è adatta a tutti gli stili? Ma nel
          vero, quantunque l’esito sia certo, non s’è fatta mai la prova di applicare la buona
          lingua italiana al detto genere, eccetto ad alcuni generi scientifici <pb ed="aut"
            n="1317"/> negli scritti del Galilei del Redi, e pochi altri; ed alla politica, negli
          scritti del Machiavelli, e di qualche altro antico, riusciti perfettamente quanto alla
          lingua, ed in ordine alla materia, quanto comportavano i tempi e le cognizioni d’allora.
          Ma a quel genere filosofico che possiamo generalmente chiamare metafisico, e che abbraccia
          la morale, l’ideologia, la psicologia (scienza de’ sentimenti, delle passioni e del cuore
          umano) la logica, la politica più sottile, ec. non è stata mai applicata la buona lingua
          italiana. Ora questo genere è la parte principalissima e quasi il tutto degli studi e
          della vita d’oggidì. (13. Luglio 1821.).</p>
        <p>I termini della filosofia scolastica possono in gran parte servire assaissimo alla
          moderna, o presi nel medesimo loro significato (quantunque la moderna avesse altri
          equivalenti), il che non farebbe danno alla precisione, essendo termini conosciuti nel
          loro preciso valore; o torcendolo un poco senz’alcun danno della chiarezza ec. E questi
          termini si confarebbero benissimo all’indole della lingua italiana, la quale ne ha già
          tanti, e i cui scrittori antichi, cominciando da Dante, hanno tanto adoperato detta
          filosofia, ed introdottala nelle scritture più colte ec. oltre che derivano tutti o quasi
          tutti dal latino, <pb ed="aut" n="1318"/> o dal greco mediante il latino ec. Anche per
          questa parte ci può essere utilissimo lo studio del latino-barbaro, ed io so per istudio
          postoci, quanti di detti termini, andati in disuso, rispondano precisamente ad altri
          termini della filosofia moderna, che a noi suonano forestieri e barbari; e possano essere
          precisamente intesi da tutti nel senso de’ detti termini recenti: e così quanti altri ve
          ne sarebbero adattatissimi, e utilissimi, ancorchè non abbiano oggi gli equivalenti ec.
          ec. anzi tanto più. Aggiungete che benchè andati in disuso negli scrittori filosofi
          moderni, gran parte di detti termini è ancora in uso nelle scuole, o in parte di esse, e
          per questa e per altre ragioni, sono di universale e precisa e chiara intelligenza. (13.
          Luglio 1821.). V. p. 1402.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1285. Osserviamo inoltre quanti vocaboli derivati da soli antichi errori di
          scrittura, si scoprano mediante la critica, essersi introdotti e ne’ Vocabolari, e
          nell’uso stesso degli scrittori antichi o moderni, che sogliono formarsi sopra i più
          antichi, ed attingerne la lingua ec. (14. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1259. principio. Nel che, intorno al giudizio del bello, non opera tanto
          l’assuefazione, quanto l’opinione. Giacchè di momento in momento varia il giudizio, e se
          noi <pb ed="aut" n="1319"/> vediamo una foggia di vestire novissima, e diversissima
          dall’usitata, noi subito o quasi subito la giudichiamo bella, e proviamo ben tosto il
          senso della bellezza, se sappiamo che quella foggia è d’ultima moda, e se al contrario, il
          contrario ci accade, perchè quella nuova foggia contrasta sì all’assuefazione nostra, come
          all’opinione. Aggiungete che noi giudichiamo bella quella nuova foggia di moda, quando
          pure contrasti a tutte le forme ricevute del bello, eccetto che allora, bastando un solo
          momento per formare il giudizio del bello, vi vorrà però proporzionatamente qualche poco
          di tempo per concepirne il senso istantaneo, vale a dire, acquistarne l’assuefazione, la
          quale conserva pur sempre i suoi dritti; e disfare l’assuefazione passata.</p>
        <p>Del resto quanto la pura opinione indipendente dall’assuefazione stessa e da ogni altra
          cosa, influisca sul giudizio e senso del bello, si potrebbe mostrare con mille prove le
          più quotidiane, quantunque perciò appunto meno avvertite. Chi non sa che una bellezza
          mediocre, ci par grande, s’ella ha gran fama? E che ci sentiamo più inclinati, e proviamo
          il senso della bellezza molto più vivo nel mirare una donna famosa per la <pb ed="aut"
            n="1320"/> beltà, che nel mirarne una più bella, ma ignota, o meno famosa? Così pure se
          una donna non è bella, ma ha nome di esserlo o è celebre per avventure galanti, o è stata
          contrastata ec. ec. ec. Così dico degli uomini rispetto alle donne ec. ec. Così negli
          scrittori: il senso del bello è molto maggiore, più intimo, più frequente, più minuto,
          quando leggiamo p. e. un poeta già famoso, e di merito già riconosciuto, che quando ne
          leggiamo uno, del cui merito abbiamo da giudicare, sia pur egli più bello di molti altri
          che sommamente ci dilettano. Il formare il gusto, in grandissima parte non è altro che il
          contrarre un’opinione. Se il tal gusto, il tal genere ec. è disprezzato, o se tu in
          particolare lo disprezzi, quell’opera di quel tal gusto o genere ec. non piace. Nel caso
          contrario, e se tu cambi opinione, ecco che quella stessa opera ti dà sommo piacere, e ci
          trovi infinite bellezze di cui prima neppur sospettavi. Questo caso è frequentissimo in
          ogni genere di cose. Pochissimi trovavano piacere nella lettura del buono stile italiano,
          durante l’ultima metà del secolo passato, e i primi anni di questo. Oggi moltissimi; e
          quei medesimi che non vi trovavano alcun diletto, anzi noia ec. , oggi se ne pascono con
          gran piacere, perchè l’opinione in Italia è cambiata. Fra questi così cambiati, sono ancor
          io.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1321"/> Potrei condurre questo discorso a cento altri particolari. Lo
          stile dei trecentisti ci piace sommamente perchè sappiamo ch’era proprio di quell’età. Se
          lo vediamo fedelissimamente ritratto in uno scrittore moderno, ancorchè non differisca
          punto dall’antico, non ci piace, anzi ci disgusta, e ci pare affettatissimo, perchè
          sappiamo che non è naturale allo scrittore, sebben ciò dallo scritto non apparisca per
          nulla. Questa è dunque sola opinione; ragionevole bensì, ma dunque il bello non è
          assoluto, perchè la stessissima cosa, in diversa circostanza, ci par bella e brutta, e se
          noi non sapessimo p. e. la circostanza che quel tale scrittore sia moderno, quel suo
          scritto ci piacerebbe moltissimo. Così dite delle imitazioni le più fedeli nel genere
          letterario, o nelle arti ec. ragguagliate cogli originali, ancorchè non ne differiscano
          d’un capello, del che ho detto in altro pensiero. Così dite della simmetria ec. del che v.
          la p. 1259. Così dite degli arcaismi i quali non ci offendono punto, nè ci producono verun
          senso di mostruosità in uno scrittore antico, perchè sappiamo che allora si usavano; e ci
          fanno nausea in un moderno, ancorchè di stile tanto simile all’antico, che quegli arcaismi
          non vi risaltino, o discordino dal rimanente nulla più che negli antichi scrittori. (14.
          Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1322"/> Ho detto altrove che la grazia deriva bene spesso (e forse sempre)
          dallo straordinario nel bello, e da uno straordinario che non distrugga il bello. Ora
          aggiungo la cagione di questo effetto. Ed è, non solamente che lo straordinario ci suol
          dare sorpresa, e quindi piacere, il che non appartiene al discorso della grazia; ma che ci
          dà maggior sorpresa e piacere il veder che quello straordinario non nuoce al bello, non
          distrugge il conveniente e il regolare, nel mentre che è pure straordinario, e per se
          stesso irregolare; nel mentre che per essere irregolare e straordinario, dà risalto a
          quella bellezza e convenienza: e insomma il vedere una bellezza e una convenienza non
          ordinaria, e di cose che non paiono poter convenire; una bellezza e convenienza diversa
          dalle altre e comuni. Esempio. Un naso affatto mostruoso, è tanto irregolare, che
          distrugge la regola, e quindi la convenienza e la bellezza. Un naso come quello della
            <emph>Roxolane</emph> di Marmontel, è irregolare, e tuttavia non distrugge il bello nè
          il conveniente, benchè per se stesso sia sconveniente; ed ecco la grazia, e gli effetti
          mirabili di questa grazia, descritti festivamente da <pb ed="aut" n="1323"/> Marmontel, e
          soverchianti quelli d’ogni bellezza perfetta. V. p. 1327. fine. Se osserveremo bene in che
          cosa consista l’eleganza delle scritture, l’eleganza di una parola, di un modo ec. ,
          vedremo ch’ella sempre consiste in un piccolo irregolare, o in un piccolo straordinario o
          nuovo, che non distrugge punto il regolare e il conveniente dello stile o della lingua,
          anzi gli dà risalto, e risalta esso stesso; e ci sorprende che risaltando, ed essendo non
          ordinario, o fuor della regola, non disconvenga; e questa sorpresa cagiona il piacere e il
          senso dell’eleganza e della grazia delle scritture. (Qui discorrete degl’idiotismi ec.
          ec.) Il pellegrino delle voci o dei modi, se è eccessivamente pellegrino, o eccessivo per
          frequenza ec. distrugge l’ordine, la regola, la convenienza, ed è fonte di bruttezza. Nel
          caso contrario è fonte di eleganza in modo che se osserverete lo stile di Virgilio o di
          Orazio, modelli di eleganza a tutti secoli, vedrete che l’eleganza loro
          principalissimamente e generalmente consiste nel pellegrino dei modi e delle voci, o delle
          loro applicazioni a quel tal uso, luogo, significazione, nel pellegrino delle metafore ec.
          Cominciando <pb ed="aut" n="1324"/> dal primo verso sino all’ultimo potrete far sempre la
          stessa osservazione.</p>
        <p>E ciò è tanto vero, che se quella cosa pellegrina, p. e. quella voce, frase, metafora,
          diventa usuale e comune, non è più elegante. Quanti esempi di fatto si potrebbero addurre
          in questo particolare, mediante l’attenta considerazione delle lingue. Per noi italiani è
          grandissima fonte di eleganza l’uso di voci o modi latini, presi nuovamente da quella
          lingua, in modo che sieno pellegrini; ma non però eccessivi nè come pellegrini, cioè per
          la forma troppo strana ec. ec. nè come troppo frequenti latinismi. Ora infinite parole
          latine e modi, de’ quali gli antichi scrittori arricchirono la nostra lingua, introducendo
          il pellegrino ne’ loro scritti, essendo divenuti usuali, e propri della lingua, o scritta
          o parlata, non producono più verun senso di eleganza, benchè sieno della stessa origine,
          forma, natura di quelle voci ec. che lo producono oggi. Quanti latinismi di Dante, da che
          divennero italianismi, (e lo divennero da gran tempo, e in grandissimo numero) sono buoni
          e puri, ma non hanno che far più niente coll’eleganza e grazia.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1325"/> Se quella cosa straordinaria o irregolare nel bello, e dentro i
          limiti del bello, diventa ordinaria e regolare, non produce più il senso della grazia.
          Perduto il senso dello straordinario si perde quello del grazioso. Una stessa cosa è
          graziosa in un tempo o in un luogo, non graziosa in un altro. E ciò può essere per due
          cagioni. 1. Se quella tal cosa per alcuni riesce straordinaria per altri no. Il parlar
          toscano riesce più grazioso a noi che a’ Toscani. Così le Fiorentinerie giudiziosamente
          introdotte nelle scritture ec. Così l’eleganza e la grazia de’ Trecentisti la sentiamo noi
          molto più che quel tempo che li produceva; molto più di quegli stessi scrittori, i quali
          forse non vollero nè cercarono d’esser graziosi, ma pensarono solo a scrivere come veniva,
          e a dir quello che dovevano; nè s’accorsero della loro grazia: e lo stesso dico de’
          parlatori di quel tempo. Lo stesso delle pronunzie o dialetti forestieri ec. i quali
          riescono graziosi fuor della patria, non già in patria. 2. Se quel tale straordinario o
          irregolare ec. ad altri riesce compatibile col conveniente, col bello ec. ad altri
          incompatibile, eccessivo, e distruttivo della regola, del conveniente, del bello ec. Una
          stessa pronunzia ec. <pb ed="aut" n="1326"/> forestiera, riesce graziosa in un luogo dove
          la differenza è leggiera ec. e sgraziatissima in un altro, dove ella contrasta troppo
          vivamente e bruscamente colla pronunzia, coll’assuefazione indigena ec. ec. Così dico
          dell’eccesso delle Toscanerie popolari nelle scritture, che a noi riesce affettato, ec.
          ec.</p>
        <p>Ma anche questo giudizio è soggetto a variare, e quella stessa pronunzia o dialetto ec.
          che riusciva insopportabile a quella tal persona, coll’assuefarvisi ec. arriverà a
          parergli anche graziosa. Così dico d’ogni altro genere, e l’esperienza n’è frequente.</p>
        <p>Da tutto ciò si deduce ancora che siccome il senso e l’idea della convenienza, regola, e
          bellezza è relativa, così quella della grazia che risulta dall’idea di ciò ch’è
          straordinario, irregolare ec. nel conveniente e nel bello ec. , è interamente relativa.
          Sicchè il grazioso è relativo nè più nè meno, come il bello, dalla cui idea dipende ec.</p>
        <p>Del resto quello straordinario o irregolare ec. che non appartiene, ed è al tutto fuori
          d’ogni sistema d’ordine, di regola, d’armonia di convenienza, cioè che non è nel bello,
          non è punto grazioso, nè spetta al discorso della grazia; come p. e. un animale
          straordinario, un fenomeno ec. ec. (14. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Molte cose si trovano, molte particolarità nelle forme umane (così dico del resto), che
          sono sul confine della grazia e della deformità, o del difettoso, <pb ed="aut" n="1327"/>
          e ad altri paiono graziose, ad altri paiono difetti, ad altri piacciono, ad altri
          formalmente dispiacciono, o anche arrivano a piacere e dispiacere alla stessa persona in
          diverse circostanze. La qualcosa conferma come il grazioso derivi dallo straordinario,
          cioè da quello ch’è fuor dell’ordine sino a un certo punto. Certo è che l’uomo o la donna
          può fare in modo, che, s’ella ha difetti anche notabili, anche gravi, quegli stessi le
          servano a farsi maggiormente amare, a rendersi piacevole e desiderata, e più delle altre,
          appunto nel mentre che si conosce la sua imperfezione. (Questo dico sì dei difetti fisici
          come morali ec.) E ciò per mezzo di giudiziosi contrapposti nella convenienza, garbo, brio
          del portamento ec. ec. ec. in maniera che quel difetto venga piuttosto a dare risalto al
          bello e al conveniente, che a distruggerlo, ancorchè sia gravissimo. Di ciò son frequenti
          gli esempi, e spesso ridicoli ec. (15. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1323. principio. Questo accade ancora perchè quella tale particolarità di forma
          descritta da Marmontel, è bensì fuor dell’uso comune, ma è tuttavia frequente a vedersi,
          il che produce l’assuefazione; e questa fa che quella tal forma non si giudichi difettosa
          più che tanto, nè sembri irregolare e sconveniente in modo che distrugga la convenienza,
          la regola, l’armonia ed il bello <emph>delle <pb ed="aut" n="1328"/> altre parti</emph>.
          Se quello stesso difettuzzo, senza esser niente maggiore in se stesso, fosse unico o
          straordinarissimo, non sarebbe mai cagione di grazia. Dallo straordinario sibbene; ma
          dall’unico o straordinarissimo, non nasce mai grazia, ma deformità; perchè lo
          straordinario è allora eccessivo, non in quanto alla sua propria natura e forma, ma in
          quanto straordinario, cioè fuori dell’assuefazione affatto ec. ec. il che fa che
          contrastando eccessivamente coll’assuefazione, distrugga l’idea della convenienza, idea
          che dipende dall’assuefazione ec. Se quella tale particolarità riuscirà nuovissima ed
          unica ad una persona, ancorch’ella sia frequente, questa persona concepirà il senso della
          deformità (v. p. 1186. marg.), mentre gli altri potranno concepir quello della grazia. E
          lo concepirà poi anche questa persona, assuefacendosi a quel soggetto, o a quella stessa
          particolarità in altri soggetti. E ciò gli potrà accadere ancora quando quel difetto sia
          realmente grave. (15. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’azione viva e straordinaria, è sempre, o bene spesso, cagione d’allegria, purchè non
          abbatta il corpo. (15. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1329"/> Perocchè l’arte militare fu coltivata in Italia prima che altrove,
          o più che altrove nel principio (come quasi tutte le discipline), perciò quest’arte
          conserva presso i forestieri e nelle lingue loro, molte parole o termini italiani, cioè
          venuti dall’italiano, e applicati a quell’arte o scienza in Italia, e da’ nostri
          scrittori. <bibl>V. la lettera del Lancetti al Monti nella <title>Proposta</title> ec.
            vol. 2. par. 1. nell’appendice.</bibl> (15. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si suol dire; se il tale incomodo ec. ec. fosse durevole, non sarebbe sopportabile. Anzi
          si sopporterebbe molto meglio, mediante l’assuefazione e il tempo. All’opposto diciamo
          frequentemente; il tal piacere ec. sarebbe stato grandissimo, se avesse durato. Anzi
          durando, non sarebbe stato più piacere. (15 Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non è mai sgraziato un fanciullino che si vergogna, e parlando arrossisce, e non sa stare
          nè operare nè discorrere in presenza altrui. Bensì un giovane poco pratico del buon
          tratto, e desideroso di esserlo, o di comparirlo. Non è mai sgraziata una pastorella che
          non sa levar gli occhi, trovandosi fra persone nuove, nè ha la maniera di contenersi, <pb
            ed="aut" n="1330"/> di portarsi ec. Bensì una donna, egualmente o anche meno timida, e
          più istruita, ma che volendo figurare, o essere come le altre in una conversazione, non
          sappia esserlo o non abbia ancora imparato. Così lo sgraziato non deriva mai dalla natura
          (anzi le dette qualità naturali, sono graziose sempre ec. ec.), ma bensì frequentemente
          dall’arte, e questa non è mai fonte di grazia nè di convenienza, se non quando ha
          ricondotto l’uomo alla natura, o all’imitazione di essa, cioè alla disinvoltura,
          all’inaffettato, alla naturalezza ec. E l’andamento necessario dell’arte, è quasi sempre
          questo. Farci disimparare quello che già sapevamo senza fatica, e toglierci quelle qualità
          che possedevamo naturalmente. Poi con grande stento, esercizio, tempo, tornarci a
          insegnare le stesse cose, e restituirci le stesse qualità, o poco differenti. Giacchè
          quella modestia, quella timidezza, quella vergogna naturale ec. si trova bene spesso in
          molti, non più naturale, chè l’hanno perduta, ma artifiziale, chè mediante l’arte appoco
          appoco e stentatamente l’hanno ricuperata. (15. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che nell’antico sistema delle nazioni la vitalità era molto maggiore e
          la mortalità minore che nel moderno. Non intendo con <pb ed="aut" n="1331"/> ciò di
          fondarmi principalmente sopra la maggior durata possibile della vita umana in quei tempi
          che adesso. Le storie provano che fra la più lunga vita degli antichi e la più lunga de’
          moderni (almeno fin da quei tempi de’ quali si hanno notizie precise) non v’è divario, o
          poco; e smentiscono in questo i sogni di alcuni. Ed è ben simile al vero che la natura
          abbia stabilito appresso a poco i confini possibili della vita umana, oltre a’ quali non
          si possa per nessuna cagione passare, come gli ha stabiliti agli altri animali, nella cui
          longevità presente non credo che si trovi differenza coi tempi antichi. Almeno ciò si può
          dire in ordine a quel sistema terrestre, a quell’epoca del globo terraqueo che ci è nota;
          potendo però il detto sistema avere avuto altre epoche e grandi rivoluzioni. Ed anche ci
          può essere (o esserci stata) qualche razza umana più longeva o meno, come vediamo
          differenze notabili di longevità nelle razze p. e. de’ cavalli.</p>
        <p>Ma io suppongo, e bisogna generalmente supporre, che l’antichità nota a noi non
            <emph>potesse</emph> viver più di quello che si possa vivere oggidì. La maggior vitalità
          del tempo antico, non è quanto alla potenza, ma quanto all’effetto, vale a dire, la
          realizzazione della potenza. <pb ed="aut" n="1332"/> Vale a dire che, non potendo gli
          antichi vivere più lungamente di quello che possano i moderni, vivevano però, generalmente
          parlando, più di quello che i moderni vivano, cioè si accostavano più di loro ai confini
          stabiliti dalla natura, secondo le differenze proporzionate delle complessioni, delle
          circostanze ec.;le morti naturali immature erano più rare, o meno immature (e le non
          naturali se anche erano più frequenti d’oggidì, non bastavano in nessun modo a pareggiar
          le partite); conservavano il vigore, la sanità, ec. ec. in età dove oggi non si
          conservano; in ciascheduna età erano proporzionatamente più gagliardi, più sani, insomma
          più pieni di vitalità che i moderni, e meglio adattati alle funzioni del corpo, e più
          potenti fisicamente; le malattie erano meno numerose, sì ne’ loro generi, come
          individualmente; meno violente ec. o più curabili per rispetto al malato ec. ec. ec.
          Sicchè la somma della vita era maggiore nel tempo antico, quantunque nessuno in
          particolare potesse vivere più lungamente di quello che possa viversi oggidì, e che taluni
          vivano. (16. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Altra gran fonte della ricchezza e varietà <pb ed="aut" n="1333"/> della lingua italiana,
          si è quella sua immensa facoltà di dare ad una stessa parola, diverse forme, costruzioni,
          modi ec. , e variarne al bisogno il significato, mediante detta variazione di forme, o di
          uso, o di collocazione ec. che alle volte cambiano affatto il senso della voce, alle volte
          gli danno una piccola inflessione che serve a dinotare una piccola differenza della cosa
          primitivamente significata. Non considero qui l’immensa facoltà delle metafore,
          proprissima, anzi essenziale della lingua italiana (di cui non la potremmo spogliare
          senz’affatto travisarla), e naturale a spiriti così vivaci ed immaginosi come i nostri
          nazionali. Parlo solamente del potere usare p. e. uno stesso verbo in senso attivo,
          passivo, neutro, neutro passivo; con tale o tal caso, e questo coll’articolo o senza; con
          uno o più nomi alla volta, e anche con diversi casi in uno stesso luogo; con uno o più
          infiniti di altri verbi, governati da questa o da quella preposizione, da questo o da quel
          segnacaso, o liberi da ogni preposizione o segnacaso; co’ gerundi; con questo o
          quell’avverbio, o particella (che, se, quanto ec.); e così discorrendo. Questa facoltà non
          solamente giova alla varietà ed alla eleganza che nasce dalla novità ec. e dall’inusitato,
          e in somma alla bellezza del discorso, <pb ed="aut" n="1334"/> ma anche sommamente
          all’utilità, moltiplicando infinitamente il capitale, e le forze della lingua, servendo a
          distinguere le piccole differenze delle cose, e a circoscrivere la significazione, e
          modificarla; potendo l’italiano esprimere facilissimamente e chiaramente, mille cose nuove
          con parole vecchie nuovamente modificate, ma modificate secondo il preciso gusto della
          lingua ec. Questa facoltà l’hanno e l’ebbero qual più qual meno tutte le lingue colte,
          essendo necessaria, ma la nostra lingua in ciò pure, non cede forse e senza forse nè alla
          greca nè alla latina, e vince tutte le moderne. E l’è tanto propria una decisa singolarità
          e preminenza in questa facoltà, che forma uno de’ principali ed essenziali caratteri della
          lingua italiana formata e applicata alla letteratura. Come dunque vogliamo spogliarla di
          questo suo carattere proprissimo, e dell’utilità che ne risulta? Come vorremo negare agli
          scrittori italiani la facoltà di continuare a servirsene? Se essa fu data alla lingua da’
          suoi fondatori e formatori ec. E se del tal uso della tal parola non si troverà esempio
          nel Vocabolario, dovrà condannarsi, quantunque si abbiano mille esempi perfettamente
          simili e della stessa natura in altre parole, e quantunque il detto uso sia perfettamente
          d’accordo colla detta facoltà della lingua, e colla sua indole? Perchè una lingua viva
          dovrà perdere le sue facoltà, che sole in lei <pb ed="aut" n="1335"/> sono proprietà vive
          e feconde, e conservare solamente il materiale delle parole e modi già usati e registrati,
          che sono proprietà sterili, e rispetto alle dette facoltà, proprietà morte? Che matta
          pedanteria si è questa di giudicare di una parola o di un modo, non coll’orecchio nè
          coll’indole della lingua, ma col Vocabolario? vale a dire non coll’orecchio proprio, ma
          cogli altrui. Anzi colla pura norma del caso. Giacchè gli è mero caso che gli antichi
          abbiano usato o no tale o tal voce in tale o tal modo ec. e che avendola pure usata, sia
          stata o no registrata e avvertita da’ Vocabolaristi. Ma non è caso ch’essi abbiano data o
          non data alla lingua la facoltà di usarla ec. e che quella voce, forma ec. convenga o non
          convenga colle proprietà della lingua da loro formata, e col suo costume. ec. E questo non
          si può giudicare col Vocabolario, ma coll’orecchio formato dalla lunga ed assidua lettura
          e studio non del Vocabolario ma de’ Classici, e pieno e pratico, e fedele interprete e
          testimonio dell’indole della lingua, sola solissima norma per giudicare di una voce o modo
          dal lato della purità e del poterlo usare ec. E questa fu l’unica guida di tutti quanti i
          Classici scrittori <pb ed="aut" n="1336"/> sì di tutte le lingue, come della nostra prima
          del Vocabolario, dal quale che effetto sia risultato in ordine alla stessa purità dello
          scrivere, e quanto egli abbia giovato alla conservazione della purità della favella, a cui
          pare che dovesse principalmente giovare, <bibl>v. la pref. del <author>Monti</author> al
            2. vol. della <title>Proposta</title>.</bibl>
        </p>
        <p>Io qui non intendo solamente difendere i nuovi usi delle parole (nel rispetto
          soprannotato) che si fa per sola utilità, ma quello pure che si fa per mera eleganza,
          senza necessità veruna, ma serve colla sua novità, a dare alla locuzione ec. ec.
          quell’aria di pellegrino, e quel non so che di temperatamente inusitato, e diviso
          dall’ordinario costume, da cui deriva l’eleganza ec. (17. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In proposito e in prova di quanto ho detto p. 1322. 28. che la grazia deriva dallo
          straordinario medesimo, che quando è troppo, per un verso o per un altro, cagiona
          l’effetto opposto; osservate che l’inusitato nelle scritture nella lingua, nello stile, è
          fonte principalissima di affettazione di sconvenienza, di barbarie, d’ineleganza, e di
          bruttezza; e l’inusitato è pur l’<emph>unica</emph> fonte dell’eleganza. <bibl>V. il
              <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title> ec. vol. 1. par. 1. Append. p. 215. sotto il mezzo <pb ed="aut"
              n="1337"/> — seg. e la p. 1312. capoverso ult.</bibl> (17. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1312. marg. Per l’indeterminato può servir di esempio <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>En.</title> 1. 465.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Sunt lacrimae rerum: et mentem mortalia
            tangunt</foreign>
          </quote>. Quanto all’irregolare, abbiamo veduto p. 1322-28. e nel pensiero superiore, che
          l’eleganza propriamente detta deriva sempre dal pellegrino e diviso dal comun favellare,
          il che per un verso o per un altro è sempre qualcosa d’irregolare, sia perchè quella
          parola è forestiera, e quindi è, non dirò contro le regole, ma irregolare, o fuor delle
          regole l’usarla; sia perchè quel modo è nuovamente fabbricato comunque si voglia ec. Ed
          osservate che, escluso sempre l’eccesso, il quale produce il contrario dell’eleganza,
          dentro i limiti di quella irregolarità che può essere elegante, la eleganza maggiore o
          minore, è bene spesso e si sente, in proporzione della maggiore o minore irregolarità. Ciò
          non solo quanto alla lingua, ma allo stile ec. Nell’ordine non v’è mai eleganza
          propriamente detta. Vi sarà armonia, simmetria ec. ma l’eleganza nel puro e rigoroso
          ordine non può stare. Nè vi può star la natura, ma la ragione, che l’ordine è sempre segno
          di ragione in qualunque cosa. (17. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1338"/> Alla p. 1113. mezzo. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Habitare</foreign> che nel suo significato metaforico, (divenuto da gran tempo proprio)
          di <emph>abitare</emph> (notate che si usa spesso attivamente coll’accusativo e
          passivamente) è manifestamente continuativo e non frequentativo, viene da <foreign
            lang="lat" rend="italic">habitus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >habere</foreign>. V. il Forcellini. (17. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Perchè la medicina ha fatto da Ippocrate in qua meno progressi, e sofferto meno
          cangiamenti essenziali che, possiamo dire, qualunque altra scienza, in pari spazio di
          tempo; e quindi conservasi forse più vicina di ogni altra alla condizione e misura ec. in
          cui venne dalla Grecia; perciò quella parte della sua nomenclatura che si compone di
          vocaboli greci, è forse maggiore che in qualsivoglia altra scienza o disciplina,
          ragguagliatamente e proporzionatamente parlando. Non dico niente della Rettorica ec. (17.
          Luglio 1821.). V. p. 1403.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gli Ebrei pongono o suppongono uno sceva semplice (cioè una <emph>e</emph> muta che non
          fa sillaba) espresso o sottinteso sotto, cioè dopo, tutte le consonanti che non hanno
          altra vocale, sia nel principio, nel mezzo o nel fine delle voci. Ragionevolmente perchè i
          nostri organi cadono naturalmente in una leggerissima e, non solo pronunziando una
          consonante isolata, o una parola terminata per consonante, e non seguita <pb ed="aut"
            n="1339"/> subito da parola cominciante per vocale, ec. ma anche nel pronunziare due o
          più consonanti di seguito in una stessa parola, come <hi rend="sc">tra</hi>
          <hi rend="italic">vaglio</hi> ec. quella o quelle consonanti che non hanno altra vocale,
          s’appoggiano insensibilmente in una <emph>e</emph> tenuissima; e non possono mai nudamente
          e puramente addossarsi alla consonante che segue. Eccetto quando quelle due o più
          consonanti fanno un tal suono che benchè rappresentato con più caratteri, è però
          effettivamente uno solo, ed equivale ad una sola lettera; (lettera non rappresentata
          nell’alfabeto distintamente; e ve ne sono parecchie; del che v. gli altri pensieri sulla
          ricchezza dell’alfabeto naturale pronunziato) come le consonanti doppie (<hi rend="italic"
            >tu</hi>
          <hi rend="sc">tt</hi>
          <hi rend="italic">o</hi>), come nella suddetta voce <emph>travaglio</emph>, le consonanti
            <emph>g</emph> ed <emph>l</emph> ec. Non così nell’<emph>x</emph> benchè rappresentato
          con un solo carattere. ec. (17. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1257. Insomma questa idea benchè entri subito nel bello ideale, è figlia della
          madre comune di tutte le idee, cioè dell’esperienza che deriva dalle nostre sensazioni, e
          non già di un insegnamento e di una forma ispirataci e impressaci dalla natura nella mente
          avanti l’esperienza, il che non è più bisogno dimostrare dopo Locke. Ma quello che mi
          tocca provare si è, che queste sensazioni, sole nostre maestre, c’insegnano che le cose
          stanno così, perchè così stanno, e <pb ed="aut" n="1340"/> non perchè così debbano
          assolutamente stare, cioè perch’esista un bello e un buono assoluto ec. Questo noi lo
          deduciamo pure dalle nostre sensazioni, (e lo deduciamo naturalmente, come ne deduciamo
          naturalmente le idee innate, della quale opinione questa è una conseguenza) ma questo è
          ciò che non ne possiamo dedurre; e non possiamo, appunto perchè tutto ci è insegnato dalle
          sole sensazioni, le quali sono relative al puro modo di essere ec. e perchè nessuna
          cognizione o idea ci deriva da un principio anteriore all’esperienza. Quindi è chiaro che
          la distruzione delle idee innate distrugge il principio della bontà, bellezza, perfezione
          assoluta, e de’ loro contrarii. Vale a dire di una perfezione ec. la quale abbia un
          fondamento, una ragione, una forma anteriore alla esistenza dei soggetti che la
          contengono, e quindi eterna, immutabile, necessaria, primordiale ed esistente prima dei
          detti soggetti, e indipendente da loro. Or dov’esiste questa ragione, questa forma? e in
          che consiste? e come la possiamo noi conoscere o sapere, se ogn’idea ci deriva dalle
          sensazioni relative ai soli oggetti esistenti? Supporre il bello e il buono assoluto, è
          tornare alle idee di Platone, e risuscitare le idee innate dopo averle distrutte, giacchè
          tolte queste, non v’è altra possibile <pb ed="aut" n="1341"/>
          <emph>ragione</emph> per cui le cose debbano assolutamente e astrattamente e
          necessariamente essere così o così, buone queste e cattive quelle, indipendentemente da
          ogni volontà, da ogni accidente, da <emph>ogni cosa di fatto</emph>, che in realtà è la
          sola ragione del tutto, e quindi sempre e solamente relativa, e quindi tutto non è buono,
          bello, vero, cattivo, brutto, falso, se non relativamente; e quindi la convenienza delle
          cose fra loro è relativa, se così posso dire, assolutamente. (17. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In somma il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla. Giacchè nessuna cosa è
          assolutamente necessaria, cioè non v’è ragione assoluta perch’ella non possa non essere, o
          non essere in quel tal modo ec. E tutte le cose sono possibili, cioè non v’è ragione
          assoluta perchè una cosa qualunque, non possa essere, o essere in questo o quel modo ec. E
          non v’è divario alcuno assoluto fra tutte le possibilità, nè differenza assoluta fra tutte
          le bontà e perfezioni possibili.</p>
        <p>Vale a dire che un primo ed universale principio delle cose, o non esiste, nè mai fu, o
          se esiste o esistè, non lo possiamo in niun modo conoscere, non avendo noi nè potendo
          avere il menomo <pb ed="aut" n="1342"/> dato per giudicare delle cose avanti le cose, e
          conoscerle al di là del puro fatto reale. Noi, secondo il naturale errore di credere
          assoluto il vero, crediamo di conoscere questo principio, attribuendogli in sommo grado
          tutto ciò che noi giudichiamo perfezione, e la necessità non solamente di essere ma di
          essere in quel tal modo, che noi giudichiamo assolutamente perfettissimo. Ma queste
          perfezioni, son tali solamente nel sistema delle cose che noi conosciamo, vale a dire in
          un solo dei sistemi possibili; anzi solamente in alcune parti di esso, in altre no, come
          ho provato in tanti altri luoghi: e quindi non sono perfezioni assolutamente, ma
          relativamente: nè sono perfezioni in se stesse, e separatamente considerate, ma negli
          esseri a’ quali appartengono, e relativamente alla loro natura, fine ec. nè sono
          perfezioni maggiori o minori di qualunque altra ec. e quindi non costituiscono l’idea di
          un ente assolutamente perfetto, e superiore in perfezione a tutti gli enti possibili; ma
          possono anche essere imperfezioni, e talora lo sono, pure relativamente ec. Anche la
          necessità di essere, o di essere in un tal modo, e di essere indipendentemente da ogni
          cagione, è perfezione relativa alle nostre opinioni ec. Certo è che distrutte le forme
          Platoniche preesistenti alle cose, è distrutto Iddio. (18. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il nostro <emph>gli</emph>, il nostro <emph>gn</emph>, e simili suoni, sono distinti da
          tutti gli altri, e volendo esattamente rappresentarli converrebbe farlo con caratteri
          particolari e distinti. Giacchè il <emph>gli</emph>, benchè partecipi del suono di
          <emph>g</emph> e di <emph>l</emph> ne partecipa come <pb ed="aut" n="1343"/> suono affine,
          alla maniera di tanti altri, che pur si distinguono da’ loro affini, con caratteri propri;
          ma in realtà non è nè <emph>g</emph>, nè <emph>l</emph>, e non contiene precisamente
          nessuno dei due, ed è una consonante distinta, ed unica, quando anche si voglia chiamare
          composta, come la <emph>z</emph>. La quale sarebbe male espressa con <emph>ts</emph> o
            <emph>ds</emph> ec. Così la <emph>f</emph> è differente dal <emph>p</emph>, quantunque
          sia composta di questo suono, e di un’aspirazione o soffio, e i greci anticamente
          l’esprimessero col carattere del <emph>p</emph>, e con quello dell’aspirazione cioè
            <foreign lang="grc">Η</foreign>. Quel suono che contiene veramente il <emph>g</emph> e
          la <emph>l</emph>,è quello della nostra parola <emph>Inglese</emph>, o del francese
            <foreign lang="fre" rend="italic">aigle</foreign>, anzi generalmente del francese
            <emph>gl</emph>, ben diverso dal nostro <emph>gli</emph>. Tuttavia si può lodare,
          l’avere (per maggior semplicità dell’alfabeto) rappresentato questo suono, co’ due
          caratteri, del suono de’ quali partecipa; il che dimostra la sottigliezza con cui s’è
          analizzata la voce articolata, fino a decomporre parecchi suoni che non equivalgono
          precisamente a verun altro. Questa lode però spetta particolarmente alla lingua italiana,
          giacchè i francesi esprimono il detto suono con due <emph>ll</emph>, e così gli spagnuoli.
          Carattere insufficiente, e male appropriato, e che dimostra minor sottigliezza di analisi.
          V. p. 1345. capoverso 2. Nel qual proposito mi piace di riferire quello che dice M.
          Beauzée (<bibl>
            <title lang="fre">Encycl. méthod.</title> in <emph>H</emph>.</bibl>), parlando di un
          altro carattere, cioè dell’<emph>h</emph>. <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Il semble qu’il auroit été plus raisonnable de
              supprimer de <pb ed="aut" n="1344"/> notre orthographe tout caractere muet: et celle
              des Italiens doit par-là meme arriver plutôt que la nôtre à son point de perfection,
              parce qu’ils ont la liberté de supprimer les H muetes</foreign>
          </quote>. La mia osservazione ancora può molto servire a mostrare quanto la scrittura
          materiale italiana e il suo sistema sia più filosofico, e al tempo stesso più naturale che
          forse qualunque altro. Puoi vedere la p. 1339. (17. Luglio 1821.). Il <emph>gl</emph>, il
            <emph>gn</emph> ec. hanno parte di <emph>g</emph> e parte di <emph>l</emph>, ec. ma non
          contengono queste due lettere intere, e non sono nè l’una nè l’altra. Sono dunque vere
          lettere proprie, e non doppie, perchè non è doppio quello che ha due metà. Così dico della
            <emph>z</emph>. Non così l’<emph>x</emph>, che contiene due lettere intere, e non è che
          una cifra, ossia un carattere (e non lettera) doppio.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1246. marg. Ho detto altrove che la lingua francese è universale, anche perchè lo
          scritto differisce poco dal parlato, a differenza dell’italiano. Questo non si oppone alle
          presenti osservazioni: 1. perchè ciò s’intende, ed è vero, massimamente nel gusto, nella
          costruzione nella forma, e nel corpo intero della lingua e dello stile francese scritto,
          che pochissimo varia dal parlato: ma non s’intende delle particolari parole e locuzioni e
          costruzioni volgari. 2. perchè la lingua francese polita differisce dalla popolare assai
          meno dell’italiana. E ciò, primo, per le circostanze politiche e sociali ec. diverse assai
          nell’una nazione rispetto all’altra: secondo, <pb ed="aut" n="1345"/> perchè la lingua
          italiana essendo divisa in tanti dialetti popolari, ha un dialetto comune e polito
          necessariamente diviso assai da tutte le favelle popolari; dico un dialetto comune, non
          solo scritto, ma parlato da tutte le colte persone d’Italia, in ogni circostanza
          conveniente ec. Ora la singolarità della lingua italiana scritta consiste appunto
          nell’aver preso più di qualunque altra, dalla favella popolare sì divisa dalla colta, e
          massime da un particolare dialetto vernacolo, ch’è il toscano; e nell’aver saputo
          servirsene, e nobilitare, e accomodare alla letteratura quanto n’ha preso. Ma la lingua
          francese scritta, poco si differenzia da quella della conversazione ec.: dove però questa
          si differenzia da quella del volgo, quella del volgo non influisce e non somministra nulla
          alla lingua letterata francese. 3. Ho già detto che da principio, cioè quando la lingua
          italiana scritta seguiva principalmente questo costume di attingere dalla favella
          popolare, costume che ora ha quasi, e malamente, abbandonato, allora anch’ella era
          effettivamente assai simile alla parlata. ec. Anche ora ella si accosta al <pb ed="aut"
            n="1346"/> parlar polito, e vi si accosta più di quello che mai facesse il latino
          scritto ec. ma non si accosta al parlar popolare, che tanto fra noi differisce dal polito.
          (19. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Molte qualità che ad altri riescono dispettose e sguaiate, ad altri riescono graziose.
          Come il parlar flemmatico degli uomini, piace spesso alle donne, a noi pare accidioso.
          Viceversa accadrà circa il parlar delle donne. Così certe pronunzie o dialetti languidi,
          cascanti, strascinati, delicati, smorfiosi, come fra noi il maceratese ec. (19. Luglio
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1343. marg. Anche questo però serve a dimostrare che il detto suono, non è quello
          di <emph>g</emph> ed <emph>l</emph>: il quale è rappresentato appunto da’ francesi ec. con
            <emph>gl</emph>, ed anche da noi, come ho detto. Del resto il suono del nostro
          <emph>gli</emph> e dell’<emph>ill</emph> francese, ed <emph>ll</emph> spagnuolo, mancava
          alla lingua latina ed alla greca, le quali però aveano il suono del <emph>gl</emph> come
          in <foreign lang="lat" rend="italic">Aegle</foreign> (<bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Ecl.</title> 6. 20-21.</bibl>), <foreign lang="grc">γλυκὺς</foreign>. (19. Luglio
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dalle lettere consonanti che cadono necessariamente in <emph>e</emph>, bisogna eccettuare
          il nostro <emph>c</emph> e <emph>g</emph> chiuso, e il <emph>ch</emph> degli spagnuoli, le
          quali <pb ed="aut" n="1347"/> lettere non si possono pronunziare se non cogli organi, vale
          a dire la lingua, il palato, e i denti così serrati, che il suono, anche nel mezzo della
          parola e in qualunque luogo, esce inevitabilmente in un <emph>i</emph>, quanto si voglia
          tenue, e ciò perchè l’<emph>i</emph> è la vocale più esile e stretta. Esce dico in un
            <emph>i</emph> ma poi termina veramente in un <emph>e</emph> (quasi <emph>ie</emph>),
          qualunque volta le dette lettere, e i suoni loro analoghi si pronunzino isolati, o nel
          fine di una parola, o insomma senz’altro appoggio di vocale. Così accade anche ai suoni
          che partecipano dei sopraddetti, come <emph>gli</emph> (che noi non iscriviamo mai senza
            l’<emph>i</emph>, o lo pronunziamo in altro modo) e <emph>gn</emph>. V. p. 1363. Del
          resto il nostro <emph>c</emph> e <emph>g</emph> chiusi, noi li poniamo anche avanti alla
            <emph>e</emph>, quantunque questa insieme coll’<emph>i</emph> sia la sola vocale a cui
          la preponiamo. Ciò per altro nella scrittura. Ma la pronunzia frappone sempre un
          <emph>i</emph> anche al <emph>c</emph> ed <emph>e</emph>, ec.;e così solevano fare i
          nostri antichi anche nella scrittura di quelle voci, dalle quali una poco analitica
          ortografia ha escluso l’<emph>i</emph>. (19. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Io non avendo mai letto scrittori metafisici, e occupandomi di tutt’altri studi, e
          null’avendo imparato di queste materie alle scuole (che non ho mai vedute), aveva già
          ritrovata la falsità delle idee innate, indovinato l’Ottimismo <pb ed="aut" n="1348"/> del
          Leibnizio, e scoperto il principio, che tutto il progresso delle cognizioni consiste in
          concepire che un’idea ne contiene un’altra; il quale è la somma della tutta nuova scienza
          ideologica. Or come ho potuto io povero ingegno, senza verun soccorso, e con poche
          riflessioni, trovar da me solo queste profondissime, e quasi ultime verità, che ignorate
          per 60 secoli, hanno poi mutato faccia alla metafisica, e quasi al sapere umano? Com’è
          possibile che di tanti sommi geni, in tutto il detto tempo, nessuno abbia saputo veder
          quello, ch’io piccolo spirito, ho veduto da me, ed anche con minori cognizioni in queste
          materie, di quelle che molti di essi avranno avuto?</p>
        <p>Non è dunque vero in se stesso, che lo spirito umano progredisce, graduatamente, e
          giovandosi principalmente dei lumi proccuratigli dal tempo, e delle verità già scoperte da
          altri, e deducendone nuove conseguenze, e seguitando la fabbrica già cominciata, e
          adoprando i materiali già preparati.</p>
        <p>Se noi potessimo interrogare i sommi scopritori delle più sublimi, profonde ed estese <pb
            ed="aut" n="1349"/> verità, sapremmo quante poche di queste scoperte si debbano ai lumi
          somministrati dalle età precedenti; quanti di detti geni, per l’ordinario intolleranti
          degli studi, abbiano ignorate le verità già scoperte ec.;quanti abbiano ritrovate le
          grandi verità che hanno manifestate al mondo, non prevalendosi delle cognizioni altrui, ma
          da loro stessi, e in seguito de’ soli loro pensieri; e piuttosto dopo ritrovate, si siano
          accorti ch’elle erano conseguenze delle già conosciute, di quello che ne le abbiano
          dedotte, e se ne sieno serviti, quantunque dopo trovate, ne abbiano considerati e mostrati
          i rapporti ec. ec. ec. Esempio di Pascal ec. Bacone aveva già scoperto tante verità che
          fanno stupire i moderni più profondi e illuminati. Ora egli scriveva nel tempo del
          rinascimento della filosofia, anzi era quasi il primo filosofo moderno: e quindi il primo
          vide assai più che non saprebbero vedere infiniti suoi successori, con tutti i lumi in
          seguito acquistati.</p>
        <p>Qual è dunque la ragione per cui lo spirito umano, ha trovate ne’ due ultimi secoli,
          tante verità profondissime, tanto ignote a tutti i passati? Dico la ragione principale,
          giacchè quella che ho detta, benchè certo sia una ragione, non è però principale, o certo
          non è universale. Ora trattandosi che fra tanti sommi spiriti antichi nessuno si è pure
          accostato alle verità, che molti e certo parecchi moderni hanno scoperto, o del tutto o
          massimamente da <pb ed="aut" n="1350"/> loro, bisogna trovarne delle ragioni universali,
          cioè intere, e necessarie, e che spieghino tutto l’effetto. Io penso che sieno queste.</p>
        <p>1. La differenza delle lingue, e la maggiore o minor copia de’ <emph>termini</emph>,
          maggiore o minor precisione e universalità loro, e certezza di significato e stabilità.
            <bibl>V. <author>Sulzer</author>, negli <title>Opuscoli interessanti</title> di Milano,
            vol. 4. p. 65-70. 79-80</bibl>. La maggiore o minor copia di parole esprimenti idee
          chiare ec. <bibl>v. ib. p. 53-54</bibl>. Una delle grandi ragioni per cui i greci negli
          studi astratti e profondi (sì filosofici che gramatici ec. ec. ec.) come in ogni altro
          genere di cognizioni andarono avanti a tutti gli antichi, ai latini ec. io credo certo che
          sia la gran facilità che aveva la loro lingua ad esprimere, ed esprimere precisamente le
          nuove cose, le nuove e particolari idee di ciascuno. Facilità che si sperimenta anche oggi
          nell’attingere da quella lingua a preferenza di ogni altra i nomi delle nuove o più
          precise e sottili cose ed idee, e le intere nomenclature ec.</p>
        <p>Per questa parte il tempo ha giovato certo alla scoperta delle nuove verità, perchè le
          cognizioni influiscono sulla lingua, come questa su <pb ed="aut" n="1351"/> quella. Ma ha
          giovato mediatamente, e io vengo a dire, che i moderni inventori non si sono tanto giovati
          immediatamente delle cognizioni già preparate, quanto di quella lingua che avevano, la
          quale a differenza delle antiche, era sufficiente a fissare e determinare nella loro mente
          le idee nuove che concepivano, a dichiararle, cioè renderle chiare, costanti e non
          isfuggevoli ad essi stessi ec. ec.</p>
        <p>2. Le nuove nazioni che si son date al pensiero. L’antica coltura fu tutta meridionale.
          Il settentrione anticamente non sapeva ancora pensare, o non aveva tempo nè comodo, o se
          pensava,non iscriveva nè comunicava, nè stabiliva e determinava i pensieri colla
          scrittura. Il settentrione, l’Inghilterra, la Germania, <quote>
            <emph>patria del pensiero</emph>
          </quote> (<bibl>
            <author>Staël</author>
          </bibl>), è nuovo e moderno in quella filosofia ch’è pur fatta per lui. Nuovo e moderno
          perchè quella stessa natura che lo rende sì proprio alle nozioni astratte, lo rende più
          difficile e tardo alla civiltà. E per se stessa l’allontana tanto dalla filosofia, quanto
          poi ve lo conduce coll’ajuto della coltura. <pb ed="aut" n="1352"/> Ma appena si diede
          alla filosofia, vi fece tali progressi, quali il mezzogiorno in tanta maggior luce di
          civiltà e di letteratura, non sognava ancora di fare. Bacone detto di sopra era inglese.
          Leibnizio tedesco. Newton, Locke ec. La Germania elevata assai dopo l’Inghilterra, cioè
          dopo Federico II ad una universale e stabile letteratura, è divenuta in un momento la sede
          della filosofia astratta, ec.</p>
        <p>3. E questa è la ragione principale. Differenza naturale d’ingegno fra gli antichi e i
          moderni è assurdo il supporlo. Ma ben è certissimo che le circostanze modificano
          gl’ingegni in maniera che li fanno sembrare di diversa natura. Or quanto le moderne
          circostanze degli uomini, sì fisiche, che morali, politiche ec. favoriscano la riflessione
          e la ragione, e quanto le antiche circostanze giovando sommamente e promovendo
          l’immaginazione, sfavorissero la profonda riflessione, l’ho già spiegato molte volte.
          Laonde io dico che un uomo di genio il quale venti o più secoli fa si fosse trovato nelle
          circostanze in cui si trova oggi il particolare, non ostante la differenza dei lumi, e il
          minor numero delle cognizioni, avrebbe <pb ed="aut" n="1353"/> potuto arrivare da se
          stesso appresso a poco a quel punto a cui sono arrivati i moderni filosofi e metafisici
          sommi, o se non altro accostarsi moltissimo a quelle verità che gli antichi o non hanno
          pur travedute, o per difetto della lingua ec. non hanno potuto determinare, nè comunicare
          altrui, nè fissare nella stessa lor mente. Ma un tal uomo in tali circostanze, si sarebbe
          probabilmente formata anche una lingua sufficiente. ec. Questo è confermato dal vedere 1.
          che tra gli antichi, in piccole differenze di tempi e di lumi, si trovano grandissime
          differenze di pensare e di filosofia, secondo le diverse circostanze. Quanto è distante
          Tacito da Livio? Appena un secolo. Morì Livio l’anno 17. nacque Tacito secondo il Lipsio (<bibl>
            <title>Vit. Taciti</title>
          </bibl>) verso il 54. di Cristo, cioè 37 anni dopo. Quanto progresso potevano aver fatto
          le cognizioni universali ec. e lo spirito umano generalmente, in sì poco tempo? Eppure
          qual differenza di profondità. Anzi si può dire che Livio è il tipo del genere storico
          antico, Tacito del moderno. 2. che tra i moderni si trovano pure le stesse differenze in
          un medesimo tempo ec. per diverse circostanze di vita. Chi non sa che l’uomo, e l’ingegno,
          e i parti e i frutti dell’ingegno, tutto è opera delle circostanze?</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1354"/> Da queste osservazioni deducete che siccome le circostanze
          presenti sì favorevoli alla riflessione, e alla investigazione degli astratti, non sono
          naturali, così la natura aveva ben provveduto anche allo stato sociale dell’uomo, anche a
          quelle verità che dovevano giovare a questo stato, e servirgli di base; verità ben note
          agli antichi, tanto meno profondi di noi. Che giovano finalmente le verità astratte,
          quando anche in un eccesso di metafisica, la mente umana non si smarrisse? Quanto erano
          più utili quelle verità che io stabiliva circa la politica ec. di queste più metafisiche,
          alle quali ora mi porta l’avanzamento, e il naturale andamento e assottigliamento
          successivo del mio intelletto! Così che si può dire che la filosofia (intendendo la morale
          ch’è la più, e forse la sola utile) era, quanto all’utilità, già perfetta al tempo di
          Socrate che fu il primo filosofo delle nazioni ben conosciute; o vogliamo dire al tempo di
          Salomone. Ed ora benchè tanto avanzata, non è più perfetta, anzi meno, perchè soverchia, e
          quindi corrotta anch’essa, corrotta anche la ragione, come la civiltà e la natura. <pb
            ed="aut" n="1355"/> Corrotta, dico, per eccesso, come queste ec. Giacchè la perfezione o
          imperfezione e corruzione, si deve misurare dal fine di ciascheduna cosa, e non già
          assolutamente. (20. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una cosa è tanto più perfetta quanto le sue qualità sono meglio ordinate al suo fine.
          Questa perfezione evidentemente relativa, si può misurare, e paragonare <emph>anche con
            perfezioni d’altri generi</emph>. Ma la maggiore o minor perfezione dei diversi fini
          come si può misurare? come si possono comparare i diversi fini? Che ragione assoluta, che
          norma comparativa esiste indipendentemente da checchessia, per giudicare questo fine più
          perfetto o migliore di quello, fuori di un medesimo sistema di fini? (Giacchè dentro un
          medesimo sistema, i fini subalterni si possono paragonare: non sono però veramente fini,
          ma mezzi, e parti, e qualità anch’essi del sistema.) Come dunque si può assolutamente
          giudicare della maggiore o minor perfezione astratta delle cose? E come può sussistere un
          bene o un male assoluto, una bontà o bellezza assoluta, o i loro contrari? (20. Luglio
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1356"/> Un viso bellissimo, il quale abbia qualche somiglianza con una
          fisonomia di nostro controgenio, o che abbia l’idea, l’aria di un’altra fisonomia brutta
          ec. ec. non ci par bello. (20. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È cosa già nota che la letteratura e poesia vanno a ritroso delle scienze. Quelle ridotte
          ad arte isteriliscono, queste prosperano; quelle giunte a un certo segno, decadono, queste
          più s’avanzano, più crescono; quelle sono sempre più grandi più belle più maravigliose
          presso gli antichi, queste presso i moderni; quelle più s’allontanano dai loro principii,
          più deteriorano, finchè si corrompono, queste più son vicine ai loro principii più sono
          imperfette, deboli, povere, e spesso stolte. La cagione è che il principal fondamento di
          quelle è la natura, la quale non si perfeziona (fuorchè ad un certo punto) ma si corrompe;
          di queste la ragione la quale ha bisogno del tempo per crescere, ed avanza in proporzione
          de’ secoli, e dell’esperienza. La qual esperienza è maestra della ragione, nutrice,
          educatrice della ragione, e omicida della natura. Così dunque accade rispetto alle lingue.
            <pb ed="aut" n="1357"/> Quelle qualità loro che giovano per l’una parte alla ragione, e
          per l’altra da lei dipendono, si accrescono e perfezionano col tempo; quelle che dipendono
          dalla natura, decadono, si corrompono, e si perdono. Quindi le lingue guadagnano in
          precisione, allontanandosi dal primitivo, guadagnano in chiarezza, ordine, regola ec. Ma
          in efficacia, varietà ec. e in tutto ciò ch’è bellezza, perdono sempre quanto più
          s’allontanano, da quello stato che costituisce la loro primitiva forma. La combinazione
          della ragione colla natura accade quando elle sono applicate alla letteratura. Allora
          l’arte corregge la rozzezza della natura, e la natura la secchezza dell’arte. Allora le
          lingue sono in uno stato di perfezione relativa. Ma qui non si fermano. La ragione avanza,
          e avanzando la ragione, la natura retrocede. L’arte non è più contrabbilanciata. La
          precisione predomina, la bellezza soccombe. Ecco la lingua che avendo perduto il suo
          primitivo stato di natura, e l’altro più perfetto di natura regolata, o vogliamo dire
          formata, cade <pb ed="aut" n="1358"/> nello stato geometrico, nello stato di secchezza, e
          di bruttezza. (La lingua francese nella sua formazione, si accostò fin d’allora, per le
          circostanze del tempo, a quest’ultimo stato, perchè prevalse in essa la ragione, e
          l’equilibrio fra l’arte e la natura, nella lingua francese non vi fu mai, o non mai
          perfetto.) I filosofi chiamano questo stato, stato di perfezione, i letterati, stato di
          corruzione.</p>
        <p>Nessuno ha torto. Quelli che hanno a cuore la bellezza di una lingua, hanno ragione di
          essere malcontenti del suo stato moderno, e saviamente la richiamano a’ suoi principii;
          voglio dire al tempo della sua formazione, e non più là, che questo pazzamente si
          pretende, e volendo rigenerare la lingua, anche quanto alla bellezza, si fa l’opposto,
          perchè si caccia da un estremo ad un altro: e negli estremi la bellezza non può stare,
          bensì nel mezzo, e in quel punto in cui ella è formata e perfezionata. Quelli a’ quali
          preme che la lingua serva agl’incrementi della ragione, raccomandano la precisione,
          promuovono la ricchezza de’ <emph>termini</emph>, fuggono e scartano le voci e frasi ec.
          che sono belle ed eleganti con danno della sicurezza <pb ed="aut" n="1359"/> e chiarezza e
          facilità ec. della espressione; ed odiano l’antica forma, insufficiente e dannosa allo
          stabilimento e comunicazione delle profonde e sottili verità.</p>
        <p>Come dunque faremo? L’andamento delle cose umane, è questo; questo l’andamento delle
          lingue. La perfezione filosofica di una lingua può sempre crescere; la perfezione
          letterata, dopo il punto che ho detto, non può crescere (eccetto ne’ particolari) anzi non
          può se non guastarsi e perdersi. Tutti due hanno ragione, e grandissima. Converrebbe
          accordarli insieme. La cosa è difficile, ma non impossibile. Una lingua, massime come la
          nostra (non così la francese), può conservare o ripigliare le antiche qualità, ed assumere
          le moderne. Se gli scrittori saranno savi, ed avranno vero giudizio, il mezzo di concordia
          è questo.</p>
        <p>Dividersi perpetuamente i letterati e i poeti, da’ filosofi. L’odierna filosofia che
          riduce la metafisica, la morale ec. a forma e condizione quasi matematica, non è più
          compatibile con la letteratura e la poesia, com’era compatibile quella de’ tempi ne’ quali
          fu formata la lingua nostra, la latina, la greca. (Ho già detto che la francese non ha
          vera letteratura nè poesia, eccetto quella letteratura epigrammatica e di conversazione,
          ch’è loro propria, e dove riescono assai bene; che il resto è piuttosto filosofia che
          letteratura.) La filosofia di Socrate poteva e potrà sempre <pb ed="aut" n="1360"/> non
          solo comparire, ma infinitamente servire alla letteratura e poesia, e gioverà pur sempre
          agli uomini più dell’odierna (v. p. 1354.), dalla quale non negherò che non possa ricevere
          qualche miglioramento, quasi accessorio, o quasi rifiorimento. Ma la filosofia di Locke,
          di Leibnizio ec. non potrà mai stare colla letteratura nè colla vera poesia. La filosofia
          di Socrate partecipava assai della natura, ma questa nulla ne partecipa, ed è tutta
          ragione. Perciò nè essa nè la sua lingua è compatibile colla letteratura, a differenza
          della filosofia di Socrate, e della di lei lingua. La qual filosofia è tale che tutti gli
          uomini un poco savi ne hanno sempre partecipato più o meno in tutti i tempi e nazioni,
          anche avanti Socrate. È una filosofia poco lontana da quello che la natura stessa insegna
          all’uomo sociale. Si dividano dunque le lingue, e la nostra che tante ne contiene, e così
          diverse anche dentro uno stesso genere, potrà ben contenere allo stesso tempo una lingua
          bella, e una lingua filosofica. Ed allora avrà una filosofia, e seguirà ad avere quella
          poesia, e quella letteratura nella quale ha sempre superato tutte le moderne.</p>
        <p>Conosco bene che l’età del vero non è quella del bello: e che un secolo o un terreno
          fecondo di grandi intelletti, difficilmente sarà fecondo di grandi immaginazioni e
          sensibilità, perchè gl’ingegni degli uomini si modificano secondo le circostanze. In tal
          caso sarà sempre costante che siccome questa è l’età del vero, bisogna che la lingua
          nostra assuma le qualità che servono al vero, e ch’ella non ebbe mai. Quando però
          l’Italia, terra del bello e del grande, possa pur continuare <pb ed="aut" n="1361"/> a
          produrre ingegni atti alla letteratura e alla poesia, l’unico mezzo di fare che anche
          questi abbiano o seguano ad avere una lingua, e non pregiudicata dalla natura del secolo,
          è quello che ho detto. (20. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutto ciò si deve applicare non solo alle lingue, ma alle letterature ancora, la cui
          perfezione parimente consiste in quel punto che ho detto delle lingue, ec. ed alle quali
          parimente conviene separarsi dalla moderna filosofia, ed ai letterati non esser filosofi
          alla moderna, non solo nelle scritture, ma, se è possibile, neppur nell’animo ec. (21.
          Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Οὐδὲν τοῦ ὅλου</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">rien du
            tout, pas</foreign> (che val propriamente <emph>nulla</emph>) <foreign lang="fre"
            rend="italic">du tout</foreign>. (21 Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Chi vuol vedere la differenza fra l’amor patrio antico e moderno, e fra lo stato antico e
          moderno delle nazioni, e fra l’idea che s’aveva anticamente, e che si ha presentemente del
          proprio paese ec. consideri la pena dell’esilio, usitatissima e somma presso gli antichi,
          ed ultima pena de’ cittadini romani; ed oggi quasi disusata, e sempre minima, e <pb
            ed="aut" n="1362"/> spesso ridicola. Nè vale addurre la piccolezza degli stati. Presso
          gli antichi l’essere esiliato da una sola città, fosse pur piccola, povera, infelice
          quanto si voglia, era formidabile, se quella era patria dell’esiliato. Così forse anche
          oggi nelle parti meno civili; o più naturali, come la Svizzera ec. ec. il cui
          straordinario amor patrio è ben noto ec. Oggi l’esilio non si suol dare veramente per
          pena, ma come misura di convenienza, di utilità ec. per liberarsi della presenza di una
          persona, per impedirla da quel tal luogo ec. Non così anticamente dove il fine principale
          dell’esiliare, era il gastigo dell’esiliato. ec. ec. (21. Luglio 1821.). La gravità della
          pena d’esilio consisteva nel trovarsi l’esiliato privo de’ diritti e vantaggi di cittadino
          (giacchè altrove non poteva essere cittadino), i quali anticamente erano qualche cosa.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutte le battaglie, le guerre ec. degli antichi, stante il sistema dell’odio nazionale,
          che altrove ho largamente esposto, erano <emph>disperate</emph>, e con quella risoluzione
          di vincere o morire, e con quella certezza di nulla guadagnare o salvare cedendo, che oggi
          non si trovano più. (21. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Mess. ad uno che gli esponeva la sua passione per una donna, Ma ella, disse, è tua
          rivale. Soleva dire che tutte le donne sono ardentissime rivali de’ loro amanti. (21.
          Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1363"/> Alla p. 1347. marg. Così anche cadono necessariamente
          nell’<emph>i</emph> il <emph>ch</emph>, il <emph>ge</emph> e <emph>gi</emph>, e lo
          <emph>j</emph> francesi. Così pure il nostro e latino <emph>sci</emph> o <emph>sce</emph>,
          che sono suoni distinti, e ben diversi da quello della <emph>s</emph> e del <emph>c</emph>
          schiacciato, qual è p. e. il suono di <emph>s</emph> e <emph>c</emph> in <foreign
            lang="lat" rend="italic">excitare</foreign>; e molto più da quello della <emph>s</emph>
          e del <emph>c</emph> duro. Il <emph>ge</emph> e <emph>gi</emph> de’ francesi, e il loro
            <emph>j</emph> sono pure nello stesso modo ben differenti dal suono di <emph>s</emph> e
            <emph>g</emph> qual è p. e. in <emph>disgiunto</emph>. Il detto suono francese a noi
          manca, mancava ai latini, ai greci, manca agli spagnuoli ec. Manca pure (ch’io sappia)
          agli spagnuoli il nostro <emph>sci</emph> o <emph>sce</emph>, francese <emph>ch</emph>,
          inglese <emph>sh</emph>. Del resto il <emph>c</emph> e <emph>g</emph> schiacciato, e tutti
          gli altri suoni affini a questi, mancarono e mancano ai greci. Mancano pure detti suoni ai
          francesi, che però hanno gli altri suoni affini che abbiamo veduto. Manca quello del
            <emph>gi</emph> o <emph>ge</emph> italiano e latino agli spagnuoli. Tedeschi, inglesi
          ec. (21. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>I greci ponevano nella stessa Roma iscrizioni greche, quali sono le famose Triopee fatte
          porre da Erode Attico, benchè trattino di oggetti, si <pb ed="aut" n="1364"/> può dir,
          tutti e del tutto romani. (21.Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Noi facilmente ci avvezziamo a giudicar piccole, o compensabili ec. le disgrazie che ci
          accadono, le privazioni ec. perchè conosciamo e sentiamo il nulla del mondo, la poca
          importanza delle cose, il poco peso degli uomini che ci ricusano i loro favori ec.
          Viceversa gli antichi, i quali giudicavano tanto importanti le cose del mondo, e gli
          uomini, da credere che i morti e gl’immortali se ne interessassero sopra qualunque altro
          affare. (21. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Sopravvenendo un mal minore a un maggiore, o viceversa, sogliamo dire, Se potessi
          liberarmi, ovvero, se non mi travagliasse questo male così grave, terrei per un nulla
          questo leggero. E accadrebbe in verità l’opposto: che ci parrebbe assai maggiore che or
          non ci pare. (21. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La facoltà imitativa è una delle principali parti dell’ingegno umano. L’imparare in gran
          parte non è che imitare. Ora la facoltà d’imitare non è che una facoltà di attenzione
          esatta e <pb ed="aut" n="1365"/> minuta all’oggetto e sue parti, e una facilità di
          assuefarsi. Chi facilmente si assuefa, facilmente e presto riesce ad imitar bene. Esempio
          mio, che con una sola lettura, riusciva a prendere uno stile, avvezzandomicisi subito
          l’immaginazione, e a rifarlo ec. Così leggendo un libro in una lingua forestiera,
          m’assuefacevo subito dentro quella giornata a parlare, anche meco stesso e senza
          avvedermene, in quella lingua. Or questo non è altro che facoltà d’imitazione, derivante
          da facilità di assuefazione. Il più ingegnoso degli animali, e più simile all’uomo, la
          scimia, è insigne per la sua facoltà e tendenza imitativa. Questa principalmente
          caratterizza e distingue il suo ingegno da quello delle altre bestie. Ampliate questo
          pensiero, e mostrate la gradazione delle facoltà organiche <emph>interiori</emph>, nelle
          diverse specie di animali fino all’uomo; e come tutta consista in una maggiore o minor
          facoltà di <emph>attendere</emph>, e di <emph>assuefarsi</emph>, la qual seconda facoltà,
          deriva in gran parte, ed è molto giovata dalla prima, e sotto qualche aspetto è tutt’uno.
          (21. Luglio 1821.). V. p. 1383. capoverso 2.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La grazia bene spesso non è altro che <pb ed="aut" n="1366"/> un genere di bellezza
          diverso dagli ordinari, e che però non ci par bello, ma grazioso, o bello insieme e
          grazioso (che la grazia è sempre nel bello). A quelli a’ quali quel genere non riesca
          straordinario, parrà bello ma non grazioso, e quindi farà meno effetto. Tale è p. e.
          quella grazia che deriva dal semplice, dal naturale ec. che a noi in tanto par grazioso,
          in quanto, atteso i nostri costumi e assuefazione ec. , ci riesce straordinario, come
          osserva appunto Montesquieu. Diversa è l’impressione che a noi produce la semplicità degli
          scrittori greci, v. g. Omero, da quella che produceva ne’ contemporanei. A noi par
          graziosa, (<bibl>v. <author>Foscolo</author> nell’articolo sull’ <title>Odissea</title>
            del Pindemonte;</bibl> dove parla della sua propria traduzione del I. Iliade) perchè
          divisa da’ nostri costumi, e naturale. Ai greci contemporanei, appunto perchè naturale,
          pareva bella, cioè conveniente, perchè conforme alle loro assuefazioni, ma non graziosa, o
          certo meno che a noi. Quante cose in questo genere paiono ai francesi graziose, che a noi
          paiono soltanto belle, o non ci fanno caso in verun conto! A molte cose può estendersi
          questo pensiero. (21. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non basta che Dante, Petrarca Boccaccio siano stati tre sommi scrittori. Nè la
          letteratura nè la lingua è perfetta e perfettamente formata in essi, nè quando pur <pb
            ed="aut" n="1367"/> fosse ciò basterebbe a porre nel 300 il secol d’oro della lingua.
          Qual poeta, anzi quale scrittore, anzi quale ingegno maggiore di Omero ebbe mai, non dirò
          la Grecia, ancorchè sì feconda per sì gran tempo, ma il mondo? E tuttavia nessuno può
          riporre la perfetta formazione e il secol d’oro della lingua greca, nel tempo, e neppur
          nella lingua d’Omero: (<bibl>v. se vuoi, la lettera al Monti sulla Grecità del Frullone,
            in fine. <title>Proposta</title> ec. vol. 2. par.1. appendice.</bibl>) quantunque la
          lingua greca sia molto più formata in Omero, che non è l’italiana massime in Dante; perchè
          Dante fu quasi il primo scrittore italiano, Omero non fu nè il primo scrittore nè il primo
          poeta greco. E la lingua greca architettata (siccome lingua veramente antica) sopra un
          piano assai più naturale ec. del nostro, era capace di arrivare alla perfezione sua
          propria in molto meno tempo dell’italiana, ch’è pur lingua moderna, e spetta
          (necessariamente) al genere moderno. (22. Luglio 1821.). V. p. 1384. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanti diversi gusti e giudizi negli stessi uomini circa la stessa bellezza delle donne!
          Lasciando da parte la passione di qualsivoglia sorta, fra gli uomini più indifferenti,
          questi dirà, la tale è bellissima, quegli, è bella, quest’altro <pb ed="aut" n="1368"/> è
          passabile, quell’altro, non mi piace, quell’altro, è brutta. Non si troverà una donna sola
          della cui bellezza o bruttezza tutti gli uomini convengano, se non altro sul più e sul
          meno. Quanto più discorda il giudizio delle donne! Così dico della bellezza degli uomini
          ec. Dov’è dunque il bello assoluto? Se neppur si può trovare dove par che la natura stessa
          l’insegni più che in qualunque altro caso ec. (22. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Che cosa è il polito e il sozzo, il mondo e l’immondo? Che opposizione anzi che
          differenza assoluta possiamo trovare fra queste qualità contrarie? Sozzo è quello che dà
          noia ec. polito l’opposto. Bene, ma a quella specie, a quell’individuo dà noia una cosa, a
          questo un’altra. Oggi la tal cosa mi dà noia, domani no. In questa circostanza no, in
          questa sì. Nulla è dunque per se medesimo ed assolutamente nè mondo nè immondo. Ma noi
          secondo la solita opinione dell’assoluto, pigliamo per esemplare d’immondizia il porco, il
          quale è tanto mondo quanto qualunque altro animale, perchè quelle materie dove ama di
          ravvolgersi e che a noi fanno noia, a lui nè a suoi simili non danno noia; e quindi per la
            <pb ed="aut" n="1369"/> sua specie non sono sozze. Bensì le daranno noia, e saranno
          sozze per lei, molte cose per noi pulitissime. (22. Luglio 1821.). Di cento altre qualità
          dite lo stesso che del mondo e immondo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Qual è stato naturale? quello dell’ignorante, o quello dell’artista? Ora l’ignorante non
          conosce nè sente quasi nulla del bello d’arte, poco ancora del bello naturale, e d’ogni
          bello ec. Un uomo affatto rozzo, appena sarà tocco dalla musica più popolare. Anche alla
          musica si acquista gusto coll’assuefazione sì diretta come indiretta. E pur la musica
          sembra quasi la più universale delle bellezze ec. Ora dico io. Il bello non è bello se non
          in quanto dà piacere ec. Una verità sconosciuta è pur verità, perchè il vero non è vero in
          quanto è conosciuto. La natura non insegna il vero, ma se ha da esistere il bello
          assoluto, non lo possiamo riconoscere fuorchè in un insegnamento della natura. Or come
          sarà assoluto quel bello che, se l’uomo non è in condizione non naturale, non può produrre
          l’effetto suo proprio, indipendentemente dal quale nessuno può pur concepire che cosa sia
          nè possa <pb ed="aut" n="1370"/> essere il bello? (22. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non solamente tutte le facoltà dell’uomo sono una facoltà di assuefarsi, ma la stessa
          facoltà di assuefarsi dipende dall’assuefazione. A forza di assuefazioni si piglia la
          facilità di assuefarsi, non solo dentro lo stesso genere di cose, ma in ogni genere. Il
          fanciullo non ha ancora un abito di assuefazioni, e perciò è difficile ad assuefarsi, e ad
          imparare. Chi ha molto imparato più facilmente impara, sempre proporzionatamente alle
          facoltà o disposizioni de’ suoi organi, che variano secondo gl’ingegni, le circostanze
          fisiche passeggere o stabili, le altre circostanze esteriori o interiori, l’età
          massimamente ec. ec. Dico, più facilmente impara, o in quello stesso genere di cose, cioè
          in un tal genere al quale i suoi organi siano più disposti, e quindi più facili ad
          assuefarsi; ovvero in altri generi, o in qualunque altro genere, perchè ogni assuefazione
          influisce sulla facilità generale di assuefarsi, e quindi d’imparare, di conoscere, di
          abilitarsi interiormente o esteriormente ec. L’apprendere, quanto alla memoria, non è che
          assuefarsi, ma esercitando <pb ed="aut" n="1371"/> la memoria, si acquista la facilità di
          questa assuefazione, cioè d’imparare a memoria. I fanciulli mancando ancora di esercizio,
          poco sanno imparare a memoria, ma cominciando da poche righe, arriveranno ben presto ad
          imparare libri intieri, perchè i loro organi sono meglio disposti all’assuefazione che
          quelli d’ogni altra età, e per isviluppare questa facoltà non hanno bisogno che di
          esercitarla, cioè di assuefarla essa stessa. Tutto in somma nell’uomo è assuefazione. E
          seppure esistono differenze d’ingegni, cioè organi più o meno disposti ad attendere ed
          assuefarsi, ad assuefarsi a questa o quella cosa, a più o meno cose, o a tutte; la qual
          differenza anch’io stimo ch’esista; ella è però tale che le diverse assuefazioni possono
          affatto cancellarla, e rivolgerla anche al contrario, cioè render l’uomo di piccolo
          ingegno, assai più penetrante ec. ec. e in somma di maggiore ingegno, che l’uomo del più
          grande ingegno naturale. E ciò non solo nelle cose ed assuefazioni materiali, o negli
          studi esatti ec. ma anche nelle discipline più sottili, anche nelle cose spettanti alla
          immaginazione e al genio. <pb ed="aut" n="1372"/> L’uomo insomma principalmente, e dopo
          l’uomo gli altri viventi, i loro ingegni, cognizioni, abilità, facoltà, opinioni,
          pensieri, detti, fatti, le loro qualità, non in quanto ingenite, ma in quanto sviluppate
          (ch’è come dire, non in potenza, ma in atto, perchè le qualità non isviluppate son come
          non esistessero, oltre le infinite modificazioni, onde sono suscettibili di parere
          diversissime ed anche opposte qualità) sono figli nati dell’assuefazione. (22. Luglio
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È verissimo che la chiarezza dell’espressione principalmente deriva dalla chiarezza con
          cui lo scrittore o il parlatore concepisce ed ha in mente quella tale idea. Quel
          metafisico il quale non veda ben chiaro in quel tal punto, quello storico il quale non
          conosca bene quel fatto ec. ec. riusciranno oscurissimi al lettore, come a se stessi. Ma
          ciò specialmente accade quando lo scrittore non vuole nè confessare, nè dare a vedere che
          quella cosa non l’intende chiaramente, perchè anche le cose che noi vediamo oscuramente
          possiamo fare che il lettore le veda nello stesso modo, e ci esprimeremo sempre con
          chiarezza, se faremo vedere al lettore qualunque idea tal quale noi la concepiamo, e tal
          quale sta e giace nella nostra mente. Perchè l’effetto della chiarezza non è propriamente
          far concepire al lettore un’idea chiara di una cosa in se stessa, ma un’idea chiara dello
          stato preciso della nostra mente, o ch’ella veda chiaro, o veda scuro, giacchè <pb
            ed="aut" n="1373"/> questo è fuor del caso, e indifferente alla chiarezza della
          scrittura o dell’espressione propriamente considerata, e in se stessa.</p>
        <p>Ora io dico, che tolta la detta mala fede, e tolta l’ignoranza e incapacità di
          esprimersi, la quale influisce tanto sulle idee chiare di chi scrive o parla, quanto sulle
          oscure; il veder chiaro (se non altro, assai spesso) pregiudica alla chiarezza
          dell’espressione, in luogo di giovarle. Chi non vede chiarissimo, p. e. un filosofo il
          quale non sia ancora pienamente assuefatto alla sottigliezza delle idee, purchè non abbia
          la detta mala fede, e possieda l’arte dell’espressione, si studia in tutti i modi di
          rischiarar la materia, non solo al lettore, ma anche a se stesso, e se non ha parlato
          chiarissimamente, se non ha per ogni parte espresso lo stato delle sue concezioni, non è
          contento, perch’egli stesso non s’intende, e quindi sente bene che non sarà inteso, il che
          nessuno scrittore precisamente vuole, se non in caso di mala fede, o in qualche
          straordinaria circostanza.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1374"/> Ma quando il filosofo (per seguire collo stesso esempio) è
          pienamente entrato nel campo delle speculazioni, quando s’è avvezzato a veder la materia
          da capo a fondo, n’è divenuto padrone, e vi si spazia coll’intelletto a piacer suo, o
          almeno vi passeggia per entro con franchezza, trova chiarezza in ogni cosa, s’è abituato
          alla lettura degli scritti più sottili, a penetrarli intimamente a quel gergo filosofico
          ec. : allora ha bisogno di una particolare e continua avvertenza per riuscir chiaro, e gli
          si rende più difficile e più lontana dall’uso la chiarezza, perchè intendendosi egli
          subito, crede che subito sarà inteso, misura l’altrui mente dalla sua, ed essendo sicuro
          delle sue idee, non ha più bisogno di fissarle e dichiararle in certo modo anche a se
          stesso; preterisce quelle proposizioni, quelle premesse, quelle circostanze, quelle
          legature de’ ragionamenti, quelle prove o confermazioni o dilucidazioni, quelle minuzie,
          che perchè a lui son ovvie, crede che da tutti saranno sottintese; abusa di quel gergo
          (necessario però in se stesso ec. ec.). Questo può accadere, e spesso accade, anzi tutto
          giorno, in una particolar materia, dove lo scrittore o parlatore abbia un’assoluta
          chiarezza, padronanza, abito di concezione. ec.</p>
        <p>E di quanto dico si può vedere quotidianamente l’esempio ne’ discorsi delle persone
          colte, illuminate, e ben capaci di esprimersi. Ponete due persone di questo genere, e
          vedrete ordinariamente che quella la quale possiede quella materia alquanto meno, spiega
          perfettamente le sue idee, e le rischiara molto negli altri; quella che l’ha <pb ed="aut"
            n="1375"/> tutta sulle dita, lascia molto più a desiderare, benchè non volendo, e benchè
          capacissimo di chiarezza nelle altre cose. E quindi è giornaliero il lagnarsi della
          oscurità con cui ragionano delle loro discipline ec. quelli che le professano. Il che si
          può considerare anche sotto questo aspetto.</p>
        <p>Coloro che non fanno professione, o non sono pienamente pratici e versati in qualche
          facoltà, credono obbligo loro, e si propongono nel trattarla, di parlare o scrivere a
          tutti. Ma quelli che le professano, intendono (anche senza determinata volontà) di
          parlarne o scriverne ai professori. Il che se può comportarsi in altre scienze o
          discipline, non deve aver luogo nella filosofia morale o metafisica ec. e in tutte quelle
          cognizioni che benchè astratte o sottili ec. devono però esser trattate non per una
          particolar classe di persone, ma per tutti, anzi più per quelli che le ignorano, o poco le
          conoscono, che per li periti.</p>
        <p>È anche cosa osservabile che dei maestri i quali non siano assolutamente insigni in una
          facoltà, spesso sono adattati a insegnarla, e riescono a darla bene ad intendere, purchè
            <pb ed="aut" n="1376"/> abbiano le altre qualità necessarie o proprie del bene
          insegnare, e indipendenti dalla cognizione della materia. Ma quegli uomini che si
          distinguono in questa cognizione, di rado assai troverannosi adattati a insegnarla, e gli
          scolari partiranno dalla scuola dell’uomo il più dotto, senz’aver nulla partecipato alla
          sua dottrina: eccetto il caso (raro) ch’egli abbia quella forza d’immaginazione, e quel
          giudizio che lo fa astrarre interamente dal suo proprio stato, per mettersi ne’ piedi de’
          suoi discepoli, il che si chiama comunicativa. Ed è generalmente riconosciuto che la
          principal dote di un buon maestro e la più utile, non è l’eccellenza in quella tal
          dottrina, ma l’eccellenza nel saperla comunicare.</p>
        <p>E quello che ho detto accade perchè pochi fra gli stessi più dotti, sono capaci di
          rintracciare minutamente, ed avere esattamente presenti le origini, i progressi, il modo
          dello sviluppo, insomma la storia delle loro proprie cognizioni e pensieri, del loro
          sapere, del loro intelletto. Questo è proprio solamente de’ sommi spiriti, i cui progressi
          benchè derivati necessariamente dalle assuefazioni, dalle circostanze, e dal caso, pur
          furono <pb ed="aut" n="1377"/> meno materiali e casuali che quelli degli altri anche
          insigni. E l’immaginazione necessaria alla comunicativa è sempre propria dei geni, anche
          filosofici, anche metafisici, anche matematici. V. altro mio pensiero sulla comunicativa
          degli scrittori, bisognosi di tenere a questo fine, alquanto di spirito poetico. (23.
          Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il sommo grado della ragione consiste in conoscere che quanto ella ci ha insegnato al di
          là della natura, tutto è inutile e dannoso, e quanto ci ha insegnato di buono, tutto già
          lo sapevamo dalla natura; e l’avercelo essa fatto disimparare, e poi tornare a impararlo e
          a crederlo, ci ha sommamente nociuto, non solo per quel frattempo, ma irreparabilmente per
          tutta la vita, perchè gl’insegnamenti ricevuti dalla ragione, quantunque conformi ai
          naturali, non hanno più di gran lunga la forza nè l’utilità di quelli ricevuti dalla
          natura, e vengono da cattiva fonte e velenosa alla vita, anzi vengono dalla morte, invece
          di venir dalla vita ec. (23. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1378"/> L’animale assalito o in se stesso, o nelle cose sue care
          massimamente, non fa i conti s’egli possa o non possa resistere, se la resistenza gioverà
          o no, se gli torni meglio il cedere, se il pericolo sia grande o piccolo, se le forze
          competano, se il resistere gli possa portare un male maggiore ec. ma resiste
          immediatamente e combatte con tutte le sue forze, ancorchè piccolissime contro
          grandissime. Disturbate i pulcinelli ad una gallina, ed ella vi verrà sopra col becco e
          cogli artigli, e vi farà tutto il male che saprà. Così facevano le antiche nazioni
          ancorchè piccolissime contro grandissime, come ho detto altrove. Similmente dico dei
          privati rispetto ai più forti o potenti ec. <bibl>V. il <author>Gelli</author>,
              <title>Circe</title>, nel Dial. dove parla della fortezza delle bestie</bibl>, e il <bibl>
            <author>Segneri</author>
            <title>Incredulo</title>
          </bibl> dove parla delle loro guerre. È vergognoso che il calcolo ci renda meno magnanimi,
          meno coraggiosi delle bestie. Da ciò si può vedere quanto la grand’arte del computare, sì
          propria de’ nostri tempi, giovi e promuova la grandezza delle cose, delle azioni, della
          vita, degli avvenimenti, degli animi, dell’uomo. (23. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La facilità, anzi quasi la facoltà di <emph>attendere</emph> che tanto è necessaria
          all’assuefazione, o la facilita, l’abbrevia, e la produce, anch’essa però si accresce e
          perfeziona, e quasi nasce mediante l’assuefazione. (23. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1379"/> Siccome la parte dell’uomo alla quale più si attende, è il viso,
          però il fanciullo non ha quasi mai un’idea formata della bellezza o bruttezza delle
          persone, se non quanto al viso, e questa è la prima idea della bruttezza umana, ch’egli
          concepisce: su questa idea si giudica per lungo tempo della bellezza o bruttezza delle
          persone. Anzi è osservabile che finchè l’uomo non ha cominciato a sentire distintamente la
          sensualità, non concepisce mai un’idea esatta de’ pregi o difetti de’ personali; che in
          quel tempo cominciando ad osservarli, comincia a formarsi un’idea del bello su questo
          punto, ma non arriva a compierla se non dopo un certo spazio; che le persone
          eccessivamente continenti sono ordinariamente di giudizio così poco sicuro intorno alla
          detta bellezza, come quelle eccessivamente incontinenti, secondo ho detto in altro
          pensiero; che generalmente le donne siccome pel loro stato sociale sono necessitate a
          maggior castità degli uomini, ed hanno un abito esteriore ed interiore di maggior
          ritenutezza, e meno rilassatezza ec. perciò sono prese dalla bellezza del viso degli
          uomini, rispetto al personale, più di quello che lo sieno proporzionatamente gli uomini
            <pb ed="aut" n="1380"/> dal viso delle donne in comparazione del personale (e similmente
          dico della bruttezza). È pure osservabile che dall’assuefazione naturale di osservare il
          viso più delle altre parti, deriva in parte 1. l’aver noi<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Bisogna essere artista p. avere idee un poco determinate circa la bellezza del
              personale, e anche l’artista le ha men sicure e determinate che circa il viso.</p>
          </note> sempre idea più chiara della bellezza o bruttezza di quello che di queste, o
          generalmente prese, cioè del personale, o particolarmente, come delle mani ec. che pur
          sono ugualmente scoperte. 2. la preferenza e l’importanza che noi diamo alla bellezza o
          bruttezza del viso sopra il resto, e l’attendere massimamente al viso, sia nell’osservare,
          sia nel giudicare del bello o del brutto, la quale assuefazione ci dura per tutta la vita.
          E che ciò non derivi solamente dalle proprietà naturali del viso, osservatelo ne’ selvaggi
          che vanno ignudi, e che certo attendono assai più di noi all’altre parti, e n’hanno più
          certo, chiaro, e ordinario discernimento di bello o brutto; osservatelo ne’ libidinosi i
          quali preferiranno sempre una donna di bel personale ec. e di mediocre viso, o anche non
          bello, alla più bella faccia, e mediocre o non bella persona. E la preferenza che si dà
            <pb ed="aut" n="1381"/> alle forme del viso, e la maggiore o minore attenzione che vi si
          pone, va sempre in proporzione della maggiore o minore abitudine di riserva o di licenza,
          sì negli uomini sì nelle donne. E gli amori sentimentali, di cui gli sfrenati non sono
          capaci, derivano sempre assai più dalle forme del viso, che della persona ec. ec. È
          osservabile finalmente che il giudizio delle donne circa la bellezza o bruttezza sì del
          viso come della persona, nel loro sesso, tarda sempre più a formarsi che quello degli
          uomini, e non arriva mai a quel punto, e così degli uomini viceversa. Nel che è pur
          nuovamente osservabile che quel giudizio sul bello o brutto umano che possono acquistare i
          fanciulli prima della sensualità qualunque, è presso a poco egualmente e indifferentemente
          formato circa il loro sesso, che circa l’altro. Dico presso a poco, perchè un’alquanto
          maggiore inclinazione al sesso differente, si fa sentire all’uomo sino da’ primissimi
          anni, e questa produce sempre in lui un’alquanto maggiore osservazione circa quel sesso
          ec. ec. (23.Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1382"/> Il soddisfare a un bisogno, il liberarsi da un incomodo è molto
          maggior piacere che il non provarlo. Anzi questo non è piacere, quello sì, e lo è bene
          spesso semplicemente in quanto alla sola soddisfazione del bisogno ec. quantunque
          nell’azione che vi soddisfa, la natura non abbia posto alcun piacere particolare distinto
          e indipendente, come l’ha posto p. e. nel cibarsi. E va per lo più in ragione della
          maggiore o minore intensità del bisogno ec. (24. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla mia teoria del piacere aggiungi che quanto più gli organi del vivente sono
          suscettibili, sensibili, mobili, vivi, insomma quanto è maggiore la vita naturale del
          vivente, tanto più sensibile e vivo è l’amor proprio (ch’è quasi tutt’uno colla vita) e
          quindi il desiderio della felicità ch’è impossibile, e quindi l’infelicità. Così accade
          dunque agli uomini rispetto alle bestie, così a queste pure gradatamente, così
          agl’individui umani ec. più sensibili, immaginosi ec. rispetto agli altri individui della
          stessa specie. E l’uomo anche in natura, è quindi ben conseguentemente, il più infelice
          degli animali (come vediamo), perciò stesso che ha più vita, più forza e sentimento vitale
          che gli altri viventi. (24. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1383"/> Malgrado quanto ho detto dell’insociabilità dell’odierna filosofia
          colla poesia, gli spiriti veramente straordinari e sommi, i quali si ridono dei precetti,
          e delle osservazioni, e quasi dell’impossibile, e non consultano che loro stessi, potranno
          vincere qualunque ostacolo, ed essere sommi filosofi moderni poetando perfettamente. Ma
          questa cosa, come vicina all’impossibile, non sarà che rarissima e singolare. (24. Luglio
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1365. fine. La memoria non è quasi altro che virtù imitativa, giacchè ciascuna
          reminiscenza è quasi un’imitazione che la memoria, cioè gli organi suoi propri, fanno
          delle sensazioni passate, (ripetendole, rifacendole, e quasi contraffacendole); e
          acquistano l’abilità di farla, mediante un’apposita e <emph>particolare</emph>
          assuefazione, diversa dalla <emph>generale</emph>, o esercizio della memoria, di cui v. p.
          1370. seg. Così dico delle altre imitazioni, e assuefazioni, che sono quasi imitazioni ec.
          Tanto più che quasi ogni assuefazione e quindi ogni attitudine abituale acquisita della
          mente, dipende in gran parte dalla memoria ec. (24. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dal sopraddetto si vede che la proprietà della memoria non è propriamente di richiamare,
          il che è impossibile, trattandosi di cose poste fuori <pb ed="aut" n="1384"/> di lei e
          della sua forza, ma di contraffare, rappresentare, imitare, il che non dipende dalle cose,
          ma dall’assuefazione alle cose e impressioni loro, cioè alle sensazioni, ed è proprio
          anche degli altri organi nel loro genere. E le ricordanze non sono richiami, ma
          imitazioni, o ripetizioni delle sensazioni, mediante l’assuefazione. Similmente (e notate)
          si può discorrere delle idee. Questa osservazione rischiara assai la natura della memoria,
          che molti impossibilmente hanno fatto consistere in una forza di dipingere, o ricevere le
          impressioni <emph>stabili</emph> di ciascuna sensazione o immagine ec. laddove
          l’impressione non è stabile, nè può. E v. in tal proposito quello che altrove ho detto
          delle immagini visibili delle cose, che senza volontà nè studio della memoria, ci si
          presentano la sera, chiudendo gli occhi ec. Effetto puro dell’assuefazione degli organi a
          quelle sensazioni e non già di una continuazione di esse. (24. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1367. fine. Chi vuol vedere che la lingua italiana nel 300 non fu formata
          malgrado i 3 sommi sopraddetti, osservi che il Boccaccio, l’ultimo de’ tre quanto al
          tempo, s’ingannò grossamente, e fece un infelice tentativo nella <pb ed="aut" n="1385"/>
          prosa italiana, togliendole <quote>
            <emph>il diretto e naturale andamento della sintassi, e con intricate e penose
              trasposizioni infelicemente tentando di darle</emph>
          </quote> (alla detta sintassi) <quote>
            <emph>il processo della latina</emph>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Monti</author>, <title>Proposta</title> t. 1. p. 231.</bibl>). Il che dimostra
          che dunque se in questi tre sommi si volesse anche riporre il perfezionamento ec. della
          lingua italiana poetica, (che è falsissimo) non si può nel trecento riporre, a cagione de’
          3. sommi, quello della lingua italiana prosaica. Ora una lingua senza prosa, come può
          dirsi formata? La prosa è la parte più naturale, usuale, e quindi principale di una
          lingua, e la perfezione di una lingua consiste essenzialmente nella prosa. Ma il Boccaccio
          primo ed unico che applicasse nel 300 la prosa italiana alla letteratura, senza la quale
          applicazione la lingua non si forma, non può servir di modello alla prosa. E notate ancora
          che dunque il Boccaccio ch’era pure sì grande ingegno, scrivendo dopo i 2 grandi maestri
          sopraddetti, e dopo tanti altri prosatorelli italiani, s’ingannò di grosso intorno alla
          stessa indole della lingua <pb ed="aut" n="1386"/> italiana, intorno alla forma che le
          conveniva applicandola alla letteratura, vale a dire insomma alla sua forma conveniente, o
          le ne diede una ch’ella ha poi del tutto abbandonata, e che le divenne subito affatto
          sconveniente. Dunque la lingua italiana, almeno quanto alla prosa, ch’è il principale, non
          era ancora formata; il Boccaccio non valse a formarla, anzi errò di gran lunga. Come
          dunque la lingua italiana fu formata dai detti tre? come fu formata nel 300. se il
          principale prosatore italiano di quel secolo, e l’unico che appartenga alla letteratura,
          non conobbe la sua forma conveniente, e se non può servire di modello a veruna prosa? (25.
          Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto la civilizzazione per sua natura tenda a conformare gli uomini e le cose umane,
          come questo sia l’uno de’ principali suoi fini, ovvero de’ mezzi principali per conseguire
          i suoi fini, si può vedere anche nella lingua, nell’ortografia, nello stile largamente
          considerato, nella letteratura ec. Tutte cose tanto <pb ed="aut" n="1387"/> più uniformi
          in una nazione, quanto ella è più civile, o si va civilizzando di mano in mano, e tanto
          più varie quanto ella è più lontana dalla civiltà perfetta, o più vicina a’ suoi i
          principj ec. E ne’ principii tutte queste cose furono sommamente varie, incerte, discordi,
          arbitrarie ec. presso qualunque nazione delle più colte oggidì. Lo stabilire e il formare
          o l’essere stabilita e formata una lingua un’ortografia ec. non è quasi altro che
          uniformarla. Giacchè sia pur ella regolarissima in questo o quello scrittore o parlatore,
          ella non è stabilita nè formata nè buona se non è uniforme nella nazione; e sia pure
          irregolarissima (come la greca ec.) ella è stabilita ec. quando in quel tale stato ella è
          riconosciuta, intesa e adoperata stabilmente e <emph>regolarmente</emph> dalla nazione.
          Allora l’irregolarità è regola, e nel caso contrario la regolarità è irregolare. (25.
          Luglio 1821.). V. se vuoi, p. 1516 17.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Grazia che deriva dallo staordinario o dal contrasto. Voce alquanto virile nelle donne. È
          un gran <foreign lang="fre" rend="italic">ragoût</foreign>, purchè non sia eccessivo. ec.
          ec. (25. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>I giovani massime alquanto istruiti prima di entrare nel mondo, credono facilmente e
          fermamente in generale, quello che sentono o leggono delle cose umane, ma nel particolare
          non mai. E il frutto dell’esperienza è persuadere a’ giovani, quanto alla vita umana, che
          il generale si verifica effettivamente in tutti o in quasi tutti i particolari, e in
          ciascuno di essi. (25. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1388"/> Alla p. 1262. al capoverso 1. Chiunque potesse attentamente
          osservare e scoprire le origini ultime delle parole in qualsivoglia lingua, vedrebbe che
          non v’è azione o idea umana, o cosa veruna la quale non cada precisamente sotto i sensi,
          che sia stata espressa con parola originariamente applicata a lei stessa, e ideata per
          lei. Tutte simili cose, oltre che non sono state denominate se non tardi, quantunque
          fossero comunissime, usualissime e necessarie alla lingua, e alla vita ec.;non hanno
          ricevuto il nome se non mediante metafore, similitudini ec. prese dalle cose affatto
          sensibili, i cui nomi hanno servito in qualunque modo, e con qualsivoglia modificazione di
          significato o di forma, ad esprimere le cose non sensibili; e spesso sono restati in
          proprietà a queste ultime, perdendo il valor primitivo. Osservate p. e. l’azione di
          aspettare. Ell’è affatto esteriore, e materiale, ma siccome non cade precisamente sotto i
          sensi, perciò non è stata espressa nelle nostre lingue se non per via di una metafora
          presa dal guardare, ch’è azione tutta sensibile. V. la p. 1106. Bensì questa metafora <pb
            ed="aut" n="1389"/> è poi divenuta parola propria, perdendo il senso primitivo.</p>
        <p>Tale è la natura e l’andamento dello spirito umano. Egli non ha mai potuto formarsi
          un’idea totalmente chiara di una cosa non affatto sensibile, se non ravvicinandola,
          paragonandola, rassomigliandola alle sensibili, e così, per certo modo, incorporandola.
          Quindi egli non ha mai potuto esprimere immediatamente nessuna di tali idee con una parola
          affatto sua propria, e il fondamento e il tipo del cui significato non fosse in una cosa
          sensibile. Espresse poi, e stabilite e determinate queste simili idee mediante parole di
          tal natura, l’uomo gradatamente ha potuto elevarsi fino a concepire prima confusamente,
          poi chiaramente, poi esprimere e fissare con parole, altre idee prima un poco più lontane
          dal puro senso, poi alquanto più, e finalmente affatto metafisiche, e astratte. Ma tutte
          queste idee non le ha espresse se non che nel sopraddetto modo, cioè o con metafore ec.
          prese immediatamente dal sensibile, o con nuove modificazioni e applicazioni di quelle
          parole applicate già, come ho detto, a cose meno <pb ed="aut" n="1390"/> soggette ai
          sensi, facendosi scala da quelle applicazioni già fatte, ricevute e ben intese, ad altre
          più sottili, ed immateriali ec. Di maniera che i nomi anche modernissimi delle più sottili
          e rimote astrazioni, derivano originariamente da quelli delle cose affatto sensibili, e da
          nomi che nelle primitive lingue significavano tali cose. E la sorgente e radice universale
          di tutte le voci in qualsivoglia lingua, sono i puri nomi delle cose che cadono al tutto
          sotto i sensi.</p>
        <p>È curioso l’osservare che il verbo sostantivo <emph>essere</emph>, sì necessario che
          senza esso non si può fare un discorso formato, ed esprimente un’idea sì universale, e
          appartenente a tutte le cose e le idee, nondimeno perch’ella è un’idea delle più astratte
          ed ultime (appunto a cagione della sua universalità, la quale dimostra ch’ella è idea
          elementare ec.) è imperfetto e irregolare, cred’io, per lo meno, in quasi tutte le lingue.
          Nella greca è anche sommamente difettivo, e non è supplito da voci prese d’altre radici,
          come lo è in latino, in sascrito, in persiano. Nell’ebraico il verbo <foreign lang="heb"
            >***</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">esse</foreign>, <emph>esistere</emph>, oltre ch’è
          quiescente, vale a dire imperfetto, ha <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">miras anomalias</foreign>
          </quote>, dice il Zanolini. La cagione di ciò (che non si può creder caso) può essere che
          questo verbo sia stato uno de’ primi inventati, a causa della sua necessità; e quindi
          confuso ed irregolare sì a causa della sua antichità, <pb ed="aut" n="1391"/> e delle
          poche regole a cui gli antichissimi lo potevano assoggettare, sì dell’astrazione
          sottigliezza, immaterialità, difficoltà insomma dell’idea che esprime, e che nessuno degli
          antichissimi parlatori potè concepir chiaramente. Simili osservazioni si ponno fare
          intorno ad altri verbi che sogliono essere anomali nelle lingue, quantunque diversissime,
          ed è notabile che questi sono ordinariamente i più usuali e necessari al discorso, come
            <emph>avere, potere</emph> ec. Ed appunto perciò sono anomali, perchè non sono così
          necessari, se non perchè esprimono idee universali, e le idee non sono universali se non
          perchè sono elementari ed astratte; ora le idee elementari ed astratte sono naturalmente
          le più difficili, anzi le ultime a raggiungersi, e a concepirsi chiaramente, e quindi ad
          essere formalmente e regolarmente espresse. (26. Luglio 1821.). Puoi vedere p. 1205.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto in un pensiero a parte come l’incredulità spesso derivi da piccolezza di
          spirito. Aggiungo ora com’ella viene assai spesso da ostinazione, non solo di volontà, ma
          anche di spirito, il che è segno della sua piccolezza, la quale influisce poi anche sulla
          volontà e sulle determinazioni. È assai comune il vedere <pb ed="aut" n="1392"/> una
          persona ostinarsi immobilmente a negare una verità di fatto, o affermare una falsità di
          fatto, senza mai lasciarsi entrar nella mente un solo sospetto di potersi essere ingannato
          nel vedere ec. ec. Insomma l’incredulità bene spesso, anzi il più d’ordinario, non deriva
          se non da somma e stoltissima credulità. Per la credulità il piccolo spirito si persuade
          siffattamente della verità e certezza de’ suoi principii, del suo modo di vedere e
          giudicare, delle impossibilità ch’egli concepisce ec. che tutto quello che vi ripugna, gli
          sembra assolutamente falso, qualunque prova v’abbia in contrario; perchè la credulità che
          immobilmente lo attacca alle precedenti sue idee, lo stacca dalle nuove, e lo fa
          incredulissimo. E così l’eccesso di credulità causa l’eccesso d’incredulità, e impedisce i
          progressi dello spirito ec. Gli uomini più persuasi d’una cosa, sono i più difficili a
          persuadersi, se non si tratta di persuasioni affatto consentanee alle sue prime ec. V. se
          vuoi, la p. 1281. principio. (26. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Piccolissimo è quello spirito che non è capace o è difficile al dubbio. Le ragioni le ho
          dette nel pensiero precedente, e in quello al quale esso serve di giunta. (27. Luglio
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1393"/> A volere che il ridicolo primieramente giovi, secondariamente
          piaccia vivamente, e durevolmente, cioè la sua continuazione non annoi, deve cadere sopra
          qualcosa di serio, e d’importante. Se il ridicolo cade sopra bagattelle, e sopra, dirò
          quasi, lo stesso ridicolo, oltre che nulla giova, poco diletta, e presto annoia. Quanto
          più la materia del ridicolo è seria, quanto più importa, tanto il ridicolo è più
          dilettevole, anche per il contrasto ec. Ne’ miei dialoghi io cercherò di portar la
          commedia a quello che finora è stato proprio della tragedia, cioè i vizi dei grandi, i
          principii fondamentali delle calamità e della miseria umana, gli assurdi della politica,
          le sconvenienze appartenenti alla morale universale, e alla filosofia, l’andamento e lo
          spirito generale del secolo, la somma delle cose, della società, della civiltà presente,
          le disgrazie e le rivoluzioni e le condizioni del mondo, i vizi e le infamie non degli
          uomini ma dell’uomo, lo stato delle nazioni ec. E credo che le armi del ridicolo, massime
          in questo ridicolissimo e freddissimo tempo, e anche per la loro natural forza, potranno
          giovare più di quelle della passione, dell’affetto, dell’immaginazione dell’eloquenza; e
          anche più di quelle del ragionamento, <pb ed="aut" n="1394"/> benchè oggi assai forti.
          Così a scuotere la mia povera patria, e secolo, io mi troverò avere impiegato le armi
          dell’affetto e dell’entusiasmo e dell’eloquenza e dell’immaginazione nella lirica, e in
          quelle prose letterarie ch’io potrò scrivere; le armi della ragione, della logica, della
          filosofia, ne’ Trattati filosofici ch’io dispongo; e le armi del ridicolo ne’ dialoghi e
          novelle Lucianee ch’io vo preparando.</p>
        <quote rend="block">
          <lg lang="lat" rend="italic">
            <l>Iliaci cineres, et flamma extrema meorum,</l>
            <l>Testor, in occasu vestro, nec tela, nec ullas</l>
            <l>Vitavisse vices Danaum; et, si fata fuissent,</l>
            <l>Ut caderem, meruisse manu</l>
          </lg>
          <bibl>(<author>Virg.</author>
            <title>Aen.</title> 2. 431. seqq.).</bibl>
        </quote>
        <p>(27. luglio 1821.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1102. È stata anche utilissima e necessarissima invenzione e pensamento quello di
          dividere le quantità non per unità, ma per parti di quantità contenenti un numero di
          quantità determinato, e perpetuamente conforme; vale a dire per diecine, ossia quantità
          contenenti sempre dieci unità; per centinaia contenenti sempre dieci diecine; per migliaia
          ec. Senza questo ritrovato ottimo ed ammirabile, noi quanto ai numeri saremmo ancora
          appresso a poco, nel caso degli <pb ed="aut" n="1395"/> uomini privi di favella. Cioè non
          potremmo concepir chiaramente l’idea di veruna quantità numerica determinata (e quindi di
          nessun’altra non numerica, perchè se è determinata, ha sempre relazione ai numeri), se non
          piccolissima.</p>
        <p>L’idea che l’uomo concepisce della quantità numerica è idea compostissima. L’uomo è
          capacissimo d’idee composte, ma bisogna che la composizione non sia tanta, che la mente
          umana abbia bisogno per concepir quell’idea di correre tutto a un tratto per una troppo
          grande quantità di parti. Se noi non dicessimo undici, cioè dieci e uno, ec. ec. ma
          seguissimo sempre a nominare ciascuna quantità o numero, con un nome affatto progressivo,
          e indipendente dagli altri nomi e numeri, e non si fosse data ai numeri una scambievole
          relazione, tanto arbitraria e dipendente dall’intelletto umano, quanto necessaria, e
          difficile; noi perderemmo ben presto l’idea chiara di una quantità determinata alquanto
          grossa, perchè le sue parti, essendo pure unità, sarebbero troppe per poter esser comprese
          in un tratto, e <pb ed="aut" n="1396"/> abbracciate dalla nostra concezione. Se il
          centinaio non fosse nella nostra mente una diecina di diecine (il che, chi ben l’osserva,
          viene a formare un’idea non decupla, ma quasi unica e semplice, (o al più doppia) a causa
          del rapporto scambievole delle unità colla diecina, e della diecina semplice colla diecina
          di diecine); ma fosse un centinaio di pure, slegate, indipendenti, indivise unità, ci
          sarebbe impossibile il correre in un tratto per cento unità così disposte, e quindi non
          potremmo concepire idea, se non confusissima e insufficiente, di detta quantità. Per lo
          contrario la nostra mente abituata alla facilità di concepir chiaramente la quantità
          contenuta nella diecina semplice, si abitua ancora facilmente alla stessa concezione nella
          diecina di diecine, ec. ec. e con un solo atto di concezione, apprende chiaramente il
          numero delle unità contenute in una quantità, la cui idea se le presenta così ben
          distribuita nelle sue parti, così relative fra loro. Questo è infatti il progresso delle
          idee de’ fanciulli, i quali da principio, quantunque bastantemente istruiti circa i numeri
          e le materiali quantità loro ec. non si <pb ed="aut" n="1397"/> formano però mai l’idea
          chiara delle unità contenute in una quantità più che tanto grossa, nè intendono mai
          chiaramente che quantità sia p. e. il centinaio, finchè la loro mente non si è abituata
          nel modo che ho detto, ascendendo gradatamente dall’idea simultanea e perfetta di una
          diecina, a quella di due, di tre, della diecina di diecine ec.</p>
        <p>Molte idee, ancorchè compostissime, le concepisce l’uomo chiaramente e facilmente in un
          tratto, perchè il soggetto loro non è composto in maniera che l’idea non ne possa
          risultare se non dalla concezione particolare e immediata di ciascuna sua parte. P. e.
          l’idea dell’uomo è composta, ma la mente senza andare per le parti, le concepisce tutte in
          un solo subbietto in un solo corpo, e quindi in un solo momento, e dal subbietto discende
          poi, se vuole, alle parti. Così accade in tutte le cose materiali ec. Ma l’idea di un
          numero non risulta se non dalla concezione delle unità, cioè parti che lo compongono, e da
          queste bisogna che la mente ascenda alla concezione del composto, cioè del tal numero, <pb
            ed="aut" n="1398"/> perchè un numero non è sostanzialmente altro che una quantità di
          parti, nè si può definire se non da queste, nè ha veruna menoma qualità o forma, o modo di
          essere ec. indipendente da queste. L’assuefazione aiutata dalla bellissima invenzione che
          ho detto, fa che la mente umana appoco appoco si abiliti a concepire una quantità
          determinata, quasi prima delle sue parti, e indipendentemente da loro, e discenda poi da
          quella a queste, se vuol meglio distinguere la sua idea ec. il che non si può mai se non
          nello spazio di tempo e non già nell’istante.</p>
        <p>Il detto ritrovamento, o piuttosto arbitrario stabilimento di una scambievole relazione
          fra tutte le unità, e le masse di unità ec. cioè in somma della ragione che fra noi, e in
          tutti i popoli civili antichi e moderni è decupla; non solo fu aiutata dalla favella, ma
          non sarebbesi potuto stabilirla senza la favella.</p>
        <p>Osservo che uno de’ principali vantaggi, anzi forse il solo, ma grande vantaggio del
          sistema di cifre numeriche dette arabiche, sopra quello delle cifre greche, ebraiche ec.
          ancor esso molto semplice e bello e bene immaginato, si è questo. Nelle cifre 10, 200,
          3000 ec. le figure 1, 2, 3 esprimono ed indicano immediatamente la quantità delle diecine
            <pb ed="aut" n="1399"/> o centinaia o migliaia espresse da dette cifre, e contenute
          nella quantità che significano. Ma non così le lettere greche <foreign lang="grc"
          >ι'</foreign>, cioè 10, e <foreign lang="grc">σ'</foreign>, cioè 200, ovvero le ebraiche
            <foreign lang="heb">***</foreign> e <foreign lang="heb">***</foreign>, che significano
          le stesse cose. Bensì le cifre greche, <foreign lang="grc">,α, ,β, ,γ</foreign>, e le
          ebraiche <foreign lang="heb">***</foreign>, cioè 1000, 2000, 3000, significano e danno
          subito e <emph>per se stesse</emph> a vedere o l’unità o la quantità delle migliaia. Il
          greco però in questo punto è più semplice dell’ebreo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Per la ragione per cui troviamo poca varietà nella fisonomia delle bestie d’una medesima
          specie ec. come ho detto altrove, accade che in una città forestiera, tutto al primo
          momento ci paia appresso a poco uniforme, e troviamo sempre proporzionatamente assai più
          vario il paese a cui siamo avvezzi (ancorchè uniformissimo) che qualunque altro; almeno
          ne’ primi giorni. Onde non sappiamo distinguere le contrade ec. Massime se v’ha realmente
          qualche uniformità in quel nuovo paese, sebben però più vario del nostro; ovvero s’egli è
          di una forma e di un gusto ec. assai differente dal nostrale, nel qual caso non ci
          troveremo mai bastante varietà, prima della lunga attenzione ed assuefazione. <pb ed="aut"
            n="1400"/> Così ci accade nel leggere gli scritti assai forestieri per noi, come degli
          orientali, di Ossian, ec. o de’ loro imitatori nostrali. Così in cento generi di cose.
          (28. Luglio 1821.)</p>
      </div1>
      <div1 n="1400 - 1602">
        <p>Il pentimento il quale in altri pensieri ho detto che aggrava il male quasi della metà,
          quando non possiamo dissimularci che ci è avvenuto per nostra colpa, aggrava pure nella
          stessa proporzione il dispiacere della perdita o mancanza di un bene, anzi molte volte
          cagiona del tutto esso solo questo dispiacere, che non proveremmo in verun modo, se
          mancassimo di quel bene senza nostra colpa, se non avessimo avuta occasione di acquistarlo
          ec. Il qual sentimento umano che si fa sentire o prevedere, nella stessa occasione, e ci
          spinge, anzi sforza a profittarne, quasi anche contro nostra voglia, ho cercato di
          esprimerlo nella Telesilla. Molte volte un’occasione perduta, ancorchè senza nostra colpa,
          ci addolora sommamente della mancanza di un bene, che per l’addietro nulla ci pesava. Ed
          allora la nostra consolazione, e l’ordinaria operazione della nostra mente, è cercare di
          persuaderci che noi non abbiamo veruna colpa nella perdita di quella occasione, e che essa
          non poteva servirci, e doveva necessariamente esserci inutile, <pb ed="aut" n="1401"/> e
          quasi non fosse stata ec. (28. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Mi dicono che io da fanciullino di tre o quattro anni, stava sempre dietro a questa o
          quella persona perchè mi raccontasse delle favole. E mi ricordo ancor io che in poco
          maggior età, era innamorato dei racconti, e del maraviglioso che si percepisce coll’udito,
          o colla lettura (giacchè seppi leggere, ed amai di leggere, assai presto). Questi, secondo
          me, sono indizi notabili d’ingegno non ordinario e prematuro. Il bambino quando nasce, non
          è disposto ad altri piaceri che di succhiare il latte, dormire, e simili. Appoco appoco,
          mediante la sola assuefazione, si rende capace di altri piaceri sensibili, e finalmente va
          per gradi avvezzandosi, fino a provar piaceri meno dipendenti dai sensi. Il piacere dei
          racconti, sebbene questi vertano sopra cose sensibili e materiali, è però tutto
          intellettuale, o appartenente alla immaginazione, e per nulla corporale nè spettante ai
          sensi. L’esser divenuto capace di questi piaceri assai di buon’ora, indica manifestamente
          una felicissima disposizione, pieghevolezza ec. degli organi intellettuali, o mentali, <pb
            ed="aut" n="1402"/> una gran facoltà e vivezza d’immaginazione, una gran facilità di
          assuefazione, e pronto sviluppo delle facoltà dell’ingegno ec. (28. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1318. capoverso 1. Si può osservare che la lingua italiana ha coltivata l’antica
          filosofia, ed abbonda di scrittori (anche classici) che la trattino o exprofesso o
          incidentemente e per solo uso, più di qualunque altra lingua moderna. Le cagioni son
          queste. La detta filosofia col progresso delle scienze si spense. Non vale dunque che
          altre lingue moderne possano avere avuti più filosofi e più scrittori ancora
          dell’italiana. Bisogna vedere in qual tempo. Ora tutte le lingue moderne sono state
          applicate alla letteratura ec. assai più tardi dell’italiana. Quindi pochissimo hanno
          potuto dar opera all’antica filosofia. Laddove l’italiana dal 300 al 600, da Dante a
          Galileo, vale a dire dal risorgimento degli studi, alla rinnovazione della filosofia,
          coltivò sempre la filosofia antica, si arricchì delle sue voci ec. ec. Oltrechè avendo
          posto gl’italiani in detto spazio di tempo assai più amore ec. in ogni genere di studi che
          qualunque altra nazione, seguita che la filosofia <pb ed="aut" n="1403"/> antica che dopo
          quei tempi si spense, fiorisse in Italia più che altrove, dopo il risorgimento degli
          studi, coincidendo coll’epoca d’oro della letteratura italiana. Quindi anche i letterati
          puri n’erano studiosissimi, e ne solevano far grand’uso, mossi fors’anche dall’esempio di
          Dante, loro comune maestro, e dall’indole di tutti i tempi colti, che hanno sempre dato
          gran peso alla filosofia ec. Aggiungete che quelli stessi che nelle altre nazioni
          trattarono l’antica filosofia, non la trattarono nelle lingue volgari ma in latino, perchè
          le altre lingue volgari, eccetto l’italiana, non si stimavano e non erano allora capaci
          delle cose gravi e serie ec. Onde anche la storia fu scritta dal francese de-Thou in
          latino, nè si ha, cred’io, storia francese, almeno passabile prima di Luigi 14. (28.
          Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1338. Notate in questo proposito, per dimostrare l’influenza della lingua o dei
          nomi sulle cognizioni, che una sufficiente notizia della lingua e delle proprietà delle
          voci greche, non solo giova sommamente allo studioso di medicina per ben conoscere
          l’indole ec. delle malattie ec. ec. non solo abbrevia d’assai il detto studio ec. e lo
          facilita ec. , ma forse senza detta notizia, molte volte, non <pb ed="aut" n="1404"/> dico
          lo studioso, ma lo stesso medico non arriverà ad avere di qualche cosa denominata in
          medicina con termine greco, un’idea così chiara e precisa, come la concepisce subito il
          grecista, ancorchè ignorante di medicina, appena ode quel tal nome. Avendo questa
          bellissima proprietà gran parte delle parole greche applicate alle scienze ec. ch’elle son
          quasi perfette definizioni delle cose che significano; e questo a causa della precisione
          che riceve quella lingua dai composti ec. qualità che nello stesso grado non si può,
          generalmente parlando, trovare in verun’altra lingua. (29. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le Cinesi si storpiano per farsi il piede piccolo riputando bellezza, quello ch’è contro
          natura. Che accade il noverare le tante barbare cioè snaturate usanze e opinioni intorno
          alla bellezza umana? Certo è però che tutti questi barbari, e i cinesi ec. trovano più
          bella una persona snaturatasi e rovinatasi in quei tali modi, che una persona bellissima e
          foggiata secondo natura. Anzi <pb ed="aut" n="1405"/> questa parrà loro anche deforme in
          quelle tali parti ec. Dunque essi provano il senso del bello, come noi nelle cose
          contrarie; dunque chi ha ragione de’ due? perchè dunque si chiamano barbari simili gusti?</p>
        <p>Non perchè ripugnino assolutamente al bello, ch’essi vi sentono, come noi vi sentiamo il
          brutto; ma perchè ripugnano al naturale. Il bello è convenienza, il brutto sconvenienza.
          Ora è conveniente che le cose sieno quali son fatte, ed abbiano le qualità che loro son
          proprie: e se la tua natura è questa, tu devi esser così e non altrimenti. Quello dunque
          che ripugna alla natura, è sconveniente. Convenienza e sconvenienza, come ognun vede,
          relativa al modo di essere di ciascuna cosa.</p>
        <p>Ma il bello non risulta solo dalla convenienza stabilita dalla natura, anzi può non
          risultarne (ed ecco i gusti detti cattivi). Risulta perpetuamente e necessariamente ed
          unicamente dall’opinione dell’uomo prodotta dall’assuefazione, dall’inclinazione ec.
          Risulta, dico, <pb ed="aut" n="1406"/> dalla convenienza in quanto è giudicata tale
          dall’uomo (o dal vivente); e quindi bello non è, se non ciò che all’uomo par conveniente
          cioè bello. Così è. Fuori della opinione dell’uomo o del vivente non esiste nè bello, nè
          brutto, e tolto il vivente, sono tolte <emph>affatto</emph> dal mondo, non solo le idee,
          ma le qualità stesse di bello e brutto, (potendo però restare il buono e cattivo in quanto
          giovi o noccia agli altri esseri ec.).</p>
        <p>Siccome però l’unica cosa durevole e universale, è la natura sì delle cose che di
          ciascuna cosa, perciò opinione durevole e universale intorno alla convenienza ed al bello,
          non può essere se non quella che è conforme a detta natura, cioè che giudica conveniente
          quello che la natura ha fatto e disposto che appartenga agli esseri. (il che ha fatto e
          disposto non già necessariamente e assolutamente ma per solo arbitrio e relativamente.)
          Quindi è che i gusti non naturali sia circa la forma degli uomini, sia circa le arti
          imitatrici della natura, sia in qualunque altro genere che appartenga alla natura in
          qualunque modo ec. tali gusti, dico, si chiamano cattivi, e lo sono; in <pb ed="aut"
            n="1407"/> quanto ripugnando alla natura reale (benchè relativa) delle cose, non ponno
          durare, nè essere universali. Al contrario il buon gusto, è buono in quanto convenendo
          colla natura qual ella è effettivamente, è il solo che possa durare, e in cui tutti
          appresso a poco possano convenire.</p>
        <p>Quindi accade che presto o tardi si ride di uno stile, di una pittura, di un portamento
          affettato ec. ec. di una persona sfigurata ec. e queste cose si chiamano barbarie, come si
          chiamano barbarie tutte quelle cose fuori affatto della sfera del bello, che ripugnano
          alla natura, cioè al modo in cui le cose realmente sono, e <emph>perciò</emph> denno
          essere. E qui vedete che la barbarie consiste sempre nell’allontanarsi dalla natura, e
          però i popoli civili hanno ordinariamente buon gusto, perchè la civiltà ravvicina gli
          uomini alla natura ec.</p>
        <p>Sono dunque barbari e cattivi i gusti non naturali, in quanto ripugnano alla natura, non
          già in quanto ripugnano al bello. Nessun gusto ripugna al bello. Bello è ciò che tale si
          stima: bello era nel seicento lo stile de’ concetti e delle metafore ec. e dava <pb
            ed="aut" n="1408"/> ai seicentisti quel piacere che dà a noi il buono stile; e il buono
          stile non glielo dava.</p>
        <p>Eccetto che, siccome i dettami, la forza, il senso, l’influenza della natura, ponno ben
          essere offuscate e debilitate, ma non estinte in verun secolo, e da verun costume,
          opinione ec. però è ben verisimile che i seicentisti, sebben trovassero più bello quello
          stile barbaro che il buono, pur non ne provassero quel piacere che proviamo noi del buono,
          cioè naturale; se ne saziassero facilmente ec. Questa era conseguenza non del falso bello,
          che nessun bello è falso, ma della falsata natura delle cose, che anche in que’ tempi era
          la stessa.</p>
        <p>Ma quante ripugnanze colla natura, ci fa passare per belle anche oggidì l’assuefazione
          ch’è una seconda natura! Quanto differiscono nel gusto anche i secoli, che nel grosso e
          complessivamente son di buon gusto! Quante diverse opinioni intorno a questa o quella
          bellezza, o parte di lei, produce la stessa civiltà, che 1. è diversa e varia ne’ vari
          luoghi e tempi ec. 2. varia bene spesso dalla natura <pb ed="aut" n="1409"/> medesima, e
          non poco! Le quali cagioni non solo ci producono l’opinione, ma il conseguente senso e
          gusto del bello, in cose non naturali, in cose anche ripugnanti alla natura. Quanti
          abbigliamenti non naturali, quante foggiature snaturate della persona stessa, quante
          mosse, portamenti ec. o diversissimi dalla natura o a lei contrarissimi, ci paiono per
          l’assuefazione e l’opinione bellissimi, e bruttissimi i loro contrari, e i naturali! Cani
          colle orecchie tagliate; cavalli a coda tagliata ec. ec. Da mille altri generi di cose
          potrei cavare esempi di questo.</p>
        <p>Non basta. La natura benchè uniforme nel principale ed essenziale, varia in moltissime
          cose accidentali (ma considerabilissime) secondo le razze, i climi, i tempi, le
          circostanze. L’Etiope differisce dal Bianco. Il gusto della scrittura orientale differisce
          dall’Europeo. Quello de’ Bardi da quello de’ greci. Quello de’ settentrionali moderni da
          quello de’ meridionali; quello degl’italiani ec. da quello de’ francesi. E ciascuno di
          questi, essendo conforme alla natura rispettiva, è buono per ciascuno dei detti popoli ec.
            <pb ed="aut" n="1410"/> cattivo per gli altri; e produce in ciascuno di essi
          quell’effetto, che produrrà in un altro popolo un gusto (almeno in molte parti) contrario,
          il quale viceversa parrebbe e pare cattivo a quell’altro popolo, tempo ec. Chi ha ragione?
          Quale di questi gusti, anzi di queste nature, merita la preferenza? In ogni caso potrà
          piuttosto darsi la preferenza a questa o quella natura, che a questo o quel gusto, il
          quale da che è naturale, non solo è buono, ma se fosse conforme a un’altra natura, sarebbe
          cattivo, e non durevole presso quel popolo; come non ha durato nella poesia ec. inglese,
          il gusto francese. E il Catone di Addisson si stima e non piace in Inghilterra; e quello
          che per lungo tempo non piace (e forse non ha mai piaciuto) ad un’intera nazione, non è
          bello, relativamente a lei; ed in quanto è fatto per lei, è dunque brutto; benchè piaccia
          ad altre nazioni.</p>
        <p>Come dunque altrove abbiamo distinto il bello da ciò che reca diletto alla vista, così
          bisogna formalmente distinguere il bello dal naturale. <pb ed="aut" n="1411"/> Non già che
          ciò che diletta la vista non possa esser bello, o che il bello non possa recar diletto
          alla vista (anzi il bello esteriore e sensibile glielo reca essenzialmente); ma queste due
          qualità sono diverse, ed altro è il dilettar la vista, altro l’esser bello. Così altro è
          l’esser naturale, altro l’esser bello; e può una cosa non esser naturale, e pur bella, o
          viceversa: ed esser naturale e bella per colui, e naturale ma non bella per costui ec.
          (29. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La semplicità è quasi sempre bellezza sia nelle arti, sia nello stile, sia nel
          portamento, negli abiti ec. ec. ec. Il buon gusto ama sempre il semplice. Dunque la
          semplicità è assolutamente e astrattamente bella e buona? Così si conclude. Ma non è vero.
          Perchè dunque suol esser bella?</p>
        <p>Ho detto che il naturale è conveniente, e quindi <emph>per lo più</emph> bello, cioè
          giudicato tale. Or dunque la semplicità suol essere, cioè parer bella, 1. perchè suol
          esser propria della natura, la quale, (potendo ben fare altrimenti) si è per lo più
          diportata <emph>semplicemente</emph>, coi mezzi semplici ec. ec. (il che massimamente
          apparisce dalla <pb ed="aut" n="1412"/> mia teoria della natura) almeno quanto
          all’apparenza delle cose. La quale solo bisogna considerare circa il bello: giacchè la
          natura forzatamente e contro natura scoperta e svelata, non è più natura, qual ella è; e
          quindi non è più fonte di bellezza ec. ec.</p>
        <p>2. La semplicità è bella, perchè spessissimo non è altro che naturalezza; cioè si chiama
          semplice una cosa, non perch’ella sia astrattamente e per se medesima semplice, ma solo
          perchè è naturale, non affettata, non artifiziata, semplice in quanto agli uomini, non a
          se stessa, e alla natura ec.</p>
        <p>Per queste, e non per altre ragioni, la semplicità forma parte essenziale, e carattere
          del buon gusto, e sebbene gli uomini se ne possono allontanare, certo però vi tornano,
          cioè tornano alla natura, la quale nelle cose essenziali è immutabile. Perciò le poesie o
          scritture greche saranno sempre belle, non riguardo al bello in se stesso, ma riguardo
          alla semplicità e naturalezza loro. ec. E quei tempi e quei paesi e quegli uomini che non
          le hanno apprezzate, o le hanno disprezzate, si chiamano e furono di cattivo gusto, <pb
            ed="aut" n="1413"/> non perchè non conoscessero ec. le leggi eterne e necessarie del
          bello (come si dice), le quali non esistono, ma perchè, a forza di assuefazioni ec.
          corrotte, cioè non naturali, e quindi non proprie, non convenienti all’uomo, si erano
          ridotti a non conoscere o misconoscere, e non sentir la natura, che è veramente o può
          dirsi eterna. E però ripugnavano al gusto che solo può durare, ed essere universale negli
          uomini, perchè solo ha il suo fondamento nella <emph>realtà</emph> delle cose quali sono;
          e il loro gusto, non potendo nè piacere a tutti, nè per lungo tempo, era falso in quanto a
          questo, non in quanto a se. Così dico delle pitture, statue, architetture greche. Così
          della letteratura italiana, la quale intanto è universalmente preferita, malgrado le
          diversità de’ gusti ec. in quanto, non il bello, ma la natura è universale, e la
          letteratura italiana è la più conforme alla natura. E perciò, e non riguardo al bello
          indipendente, si considerano e sono modelli di buon gusto le letterature ec. antiche,
          siccome più <pb ed="aut" n="1414"/> prossime, anche materialmente alla natura, e quindi
          più semplici. ec. Quell’inaffettato, quel dipingere al vivo le cose o i sentimenti, le
          passioni ec. e far grandissimo effetto <emph>quasi non volendo</emph>, è bellezza eterna,
          perch’è naturale, ed è il solo vero modo d’imitar la natura, giacchè si può male imitar la
          natura, anche imitandola vivissimamente, e l’imitazione la più esatta può essere anzi è
          per lo più la meno naturale, e quindi meno imitazione. V. il mio Discorso sui romantici
          dove si parla di Ovidio. ec.</p>
        <p>Le vantate, immutabili, ed universali leggi del bello, sono dunque giuste
          (complessivamente e quanto all’essenziale); ma non perchè il bello in se stesso sia
          immutabile e universale e assoluto, ma perchè tale è la natura, che essendo natura, è
          quindi la principale e più solida fonte delle convenienze in ciò ch’ella contiene, e però
          del bello. Quindi la teoria delle belle arti (eccetto alcuni particolari) resta salda,
          quanto ai precetti ec. benchè speculativamente s’inganni nei principii fondamentali. Ma
          l’astrazione generalmente non nuoce nel nostro caso al concreto: perchè solamente si
          tratta di chiamar leggi di natura, necessarie quanto a noi, ma libere quanto a lei, quelle
          che la detta teoria suol chiamare leggi assolutamente necessarie del bello. Quindi restano
          le regole della rettorica, della poetica ec. restano gl’indizi per distinguere e fuggire i
          falsi gusti ec. solamente che si chiamino falsi non in se stessi nè in quanto al bello, ma
          in quanto ripugnanti al modo di essere effettivo delle cose. Ond’è che il principio delle
            <pb ed="aut" n="1415"/> belle arti ec. ec. si deve riconoscere nella natura, e non già
          nel bello, quasi indipendente dalla natura, come si è fatto finora.</p>
        <p>Veniamo adesso ad alcune considerazioni le quali dimostreranno come la semplicità che si
          tiene per qualità assolutamente bella, vari nel giudizio degli uomini e nella stessa
          natura. 1. in quanto semplicità, 2. in quanto bellezza.</p>
        <p>I tempi, costumi, opinioni, climi, razze ec. ec. diversificano il giudizio e il gusto
          degli uomini intorno alla semplicità niente meno che intorno al bello e al grazioso ec. Ho
          detto che la letteratura italiana, la più semplice delle moderne, è universalmente
          preferita. 1 Nondimeno è certo che i francesi, come eccessivamente civilizzati,
          differiscono sommariamente dalle altre nazioni nel giudizio di che cosa sia semplice, ed
          essendo semplice sia naturale, ed essendo naturale sia bella; quantunque si accordino con
          tutte le nazioni di buon gusto nel giudicare che il semplice e naturale è bello, cioè
          conveniente. Ai francesi producono l’effetto di somma semplicità, <foreign lang="fre"
            rend="italic">naïveté</foreign>, (e <pb ed="aut" n="1416"/> quindi o grazia o bellezza)
          mille cose che a noi italiani (se conserviamo il <emph>gusto italiano</emph>, o
            <emph>l’antico</emph>) e anche agli altri, paiono o affettate o certo ricercate,
          artifiziate, studiate; o finalmente assai meno vicine alla natura di quello che paiono ai
          francesi, e quindi vi sentiamo assai meno grazia e bellezza, o nessuna, o anche bruttezza;
          ovvero le riponiamo nel numero delle bellezze d’artifizio ec. Esempi, La Fontaine, modello
          di semplicità per li francesi, Fénélon di grazia, Bossuet di sublimità ec. Ma i francesi
          tanto lontani dalla natura sono colpiti da quello che n’è più vicino, benchè riguardo al
          nostro stato ne sia per anche troppo lontano. Viceversa quello che a noi italiani par
          semplice, naturale, bello, grazioso, ai francesi pare così eccessivamente semplice, che
          non par loro naturale, (giudicando, come sempre accade, della natura, dalla condizione in
          cui essi si trovano) nè vi sentono grazia o bellezza, ma viltà, bassezza e deformità. Ed è
          cosa ordinarissima e frequentissima che la grazia, la semplicità, la naturalezza <pb
            ed="aut" n="1417"/> francese, sia affettazione, artifizio, ricercatezza per noi, e la
          semplicità ec. italiana, sia rozzezza per li francesi, intollerabile e ridicola. E pur
          tutti conveniamo nel giudicar bello e grazioso il semplice e naturale, come tutti ci
          accordiamo nel giudicar bello il conveniente, senza accordarci nel giudicare della
          convenienza.</p>
        <p>Le altre nazioni non differiscono meno tra loro, e per gl’inglesi non sarà bastantemente
          naturale nè semplice quello che lo è per gl’italiani, e viceversa sarà sconcio e rozzo per
          gl’italiani quello ch’è naturale, semplice, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >naïf</foreign> per gl’inglesi ec. ec.</p>
        <p>I tempi differiscono assai di più. Lasciamo stare la letteratura <emph>classica</emph>
          greca paragonata colla classica latina, che pur si formò su di quella. I trecentisti ci
          piacciono assai anche oggi, ma oggi chi scrivesse precisamente come loro, in questa
          lingua, ch’è pur la stessa, sarebbe giudicato barbaro, e quella semplicità ec. ec.
          parrebbe eccessiva, cioè sconveniente, inverisimile, e non più naturale oggidì, quantunque
            <pb ed="aut" n="1418"/> la natura in quanto all’essenziale non si muti. I francesi
          gustano i latini e i greci, ma si guarderebbero bene dall’imitarne molte cose, che in
          quelli non li disgustano, anzi paiono loro bellezze, perchè le giudicano convenienze
          relativamente alle circostanze della loro natura, de’ tempi ec. Del resto non mancano
          francesi che anche quanto al bello, antepongano la loro letteratura alle antiche, segno di
          falso gusto, cioè allontanato dalla natura, più gradi, che non ne sono allontanati gli
          altri gusti. I francesi <emph>di buon gusto</emph> cioè più naturale, gusteranno anche
          gl’italiani classici, sebbene tanto opposti alla loro maniera. Li gusteranno però meno di
          quello che facciano (ed effettivamente lo fanno) le altre nazioni, e saranno offesi di
          molte che a noi e agli altri paiono naturalezze. Non dico niente delle letterature e gusti
          orientali, o selvaggi ec. ec.</p>
        <p>Ho discorso delle sole letterature. Altrettanto va detto delle belle arti, modi di
          conversare ec. ec. e di tutto ciò dov’entra il semplice e il naturale.</p>
        <p>Ho notato altrove certe <foreign lang="fre" rend="italic">naïvetés</foreign> francesi che
          mi paiono affettatissime, non relativamente, <pb ed="aut" n="1419"/> cioè perch’elle non
          sieno <foreign lang="fre" rend="italic">naïvetés</foreign> per noi, ma (dirò così)
          assolutamente, perch’essendo <foreign lang="fre" rend="italic">naïvetés</foreign> anche
          per noi, e vere <foreign lang="fre" rend="italic">naïvetés</foreign>, risaltano e
          contrastano <emph>sopramodo</emph> colla maniera e lo stile ec. di quella nazione, e
          producono il senso della sconvenienza, almeno in noi che in questo punto, e nel giudizio
          della naturalezza (che è tutto ciò che si chiama finezza di gusto, e che si venera e si
          consulta negli antichi maestri ec.), siamo più delicati. Ed ecco come la stessa assoluta
          semplicità o naturalezza, che si considera per assolutamente bella, possa molte volte
          esser brutta, perchè sconveniente, secondo le circostanze, le assuefazioni, le opinioni
          ec. Il che si avvera in milioni di casi, come ho dimostrato. Insomma tante sono le
          naturalezze quante le assuefazioni, e quindi lo stesso buon gusto si divide in tanti
          gusti, quante sono le assuefazioni ec. de’ tempi e luoghi ec. e quanto ai particolari non
          c’è regola generale intorno al bello di letteratura, arti ec.</p>
        <p>Prima di lasciare il discorso della semplicità, voglio notare che siccome il piacer che
          si riceve dal bello, dal grazioso ec. è bene spesso <pb ed="aut" n="1420"/> in ragione
          dello straordinario dentro certi limiti, così noi proviamo della semplicità de’ greci de’
          trecentisti ec. maggior piacere assai che i loro contemporanei, e quindi l’ammiriamo di
          più, e la troviamo assai spesso più bella ec. Così pure accade secondo le diverse nazioni.
          Vale a dire che la differenza delle nazioni e de’ tempi, ossia delle assuefazioni ec. come
          può diminuire il pregio della semplicità e naturalezza ec. secondo che ho dato a vedere,
          così lo può anche aumentare, e variare intorno ad essa il giudizio e il senso degli uomini
          anche in questa parte. V. p. 1424. Tanto è vero che tutte le sensazioni umane sono
          modificate e dipendono quasi esclusivamente dall’assuefazione e dalle circostanze ec. Vedi
          ed applica alla semplicità quanto ho detto della grazia. p. 1322-28. (30. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Siccome gl’inglesi hanno una patria, però sono accusati come i francesi di non trovar
          bello nè buono se non ciò ch’è inglese, e di un gusto esclusivo per le cose loro. (30.
          Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La forza anche passeggera del corpo, oltre gli effetti altrove notati, rende anche più
          coraggiosi del solito, e meno suscettibili al timore, anche <pb ed="aut" n="1421"/> de’
          pericoli straordinari ec. Quindi i giovani sono più coraggiosi de’ vecchi, e disprezzatori
          della vita, benchè abbiano tanto più da perdere ec. contro quella osservazione
          ordinarissima, che principal fonte di coraggio suol essere l’aver poco a perdere ec. (31.
          Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 512. marg. Ancor noi oltre <emph>ove</emph> ch’è <emph>ubi</emph>, abbiamo pur
            <emph>dove</emph> che vale il medesimo, ma è quasi <foreign lang="lat" rend="italic">de
            ubi</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">unde</foreign>. Siccome gli
          spagnuoli per <foreign lang="lat" rend="italic">ubi</foreign> dicono <foreign lang="lat"
            rend="italic">donde</foreign> (e <foreign lang="lat" rend="italic">adonde</foreign>) che
          è quasi <foreign lang="lat" rend="italic">de unde</foreign>. E noi pure oltre <foreign
            lang="lat" rend="italic">onde</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic"
          >unde</foreign>, abbiamo <foreign lang="lat" rend="italic">donde</foreign>, che per altro
          vale, non <foreign lang="lat" rend="italic">ubi</foreign>, ma <foreign lang="lat"
            rend="italic">unde</foreign>. (31. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’attendere e il riflettere non è altro che il <emph>fissare</emph> la mente o il
          pensiero, il fermarlo ec. Abito che produce la scienza, l’invenzione, l’uomo riflessivo
          ec. Abito puro, come facilmente può considerare ciascun uomo riflessivo in se stesso, e
          notare ch’egli esercita quest’abito anche senz’avvedersene, e nelle cose che meno
          gl’importano, e giornalmente. Abito però poco comune, e però poco frequenti sono i
          pensatori, e i riflessivi ec. (31. Luglio 1821.). V. p. 1434. princip.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1422"/> Il sistema di odio nazionale si vede anche oggidì, sì nelle
          nazioni che meglio conservano la nazionalità (come tra i francesi e gl’inglesi ec.), sì
          massimamente ne’ selvaggi, i quali, come gli antichissimi, combattono per la vita e le
          sostanze, non danno quartiere ai vinti, o menano schiave le tribù intiere, sono in
          perpetua nemicizia fra loro, abbruciano, scorticano, fanno morire fra i più terribili
          tormenti i nemici della loro tribù ec. ne mangiano le viscere ec. ec. ec. (31. Luglio
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Figuriamoci la parola <emph>commercio</emph> in quel senso preciso, e al tempo stesso
          vastissimo, nel quale tutto il mondo l’adopra oggidì, nel quale tanto se ne scrive, nel
          quale tutti i filosofi considerano e trattano questo soggetto. La Crusca non porta esempio
          di questa parola in questo senso, e veramente ella in tal senso non è classica. Noi
          abbiamo la voce classica, <emph>mercatura</emph> che secondo l’etimologia ec. vale a
          presso a poco lo stesso. Or dunque sarebb’egli ben detto, <emph>le forze, gli effetti, la
            scienza della mercatura</emph>, in vece <emph>del commercio</emph>? Produrremmo noi
          quell’idea precisa ec. che produce questa seconda voce? l’idea di quella cosa che (si può
          dire) nel <pb ed="aut" n="1423"/> passato secolo, si è ridotta a scienza, e fa tanta parte
          delle considerazioni del filosofo, e ha tanta influenza sullo stato delle nazioni, e del
          genere umano? Signor no: e s’io dirò, <emph>Principalissima sorgente di civiltà si è la
            mercatura</emph>, in cambio di dire <emph>il commercio</emph>, non solamente non sarò
          bene inteso nè dagli stranieri nè dagl’italiani, ma sarò deriso dagli uni e dagli altri, e
          massime da questi. E se le sue <title>Lezioni di commercio</title> il nostro Genovesi le
          avesse intitolate <title>Lezioni di mercatura</title>, avremmo noi medesimi potuto ben
          rilevare dal titolo il soggetto dell’opera? Così dico del <title>Saggio sopra il
          Commercio</title> dell’Algarotti. Ecco quanto importi l’attenersi precisamente alle parole
          ricevute, e dalla convenzione precisamente applicate, massime in fatto di scienze ec.
          quando anche s’abbiano parole più eleganti, più classiche, e che in altri casi si possano
          benissimo adoperare in luogo delle più comuni, come accade di <emph>mercatura</emph>, che
          si può bene adoperare in molti casi, come si adopera <emph>traffico</emph> ec. ma non dove
          il soggetto domanda quella precisione di significato ch’è propria della voce Europea,
            <emph>commercio</emph>. (31. Luglio 1821.) <pb ed="aut" n="1424"/> . V. p. 1427.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Ogni scienza. e ogni arte ha li suoi termini, e vocaboli</emph>
          </quote>, dice il Davanzati nella <title>Notizia de’ Cambj</title>, (<bibl>Bassano 1782.
            p. 92.</bibl>) il quale però chiama <emph>Mercatura</emph> quello che noi
            <emph>Commercio</emph>. Molto più saranno importanti e da rispettarsi quei vocaboli che
          servono di nome alla scienza o all’arte, come qui. (31. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Anche le scienze fisiche vanno innanzi a forza di decomporre la natura, ec. e
          ordinariamente una nuova forza scoperta nella natura, non è altro che una parte ignota di
          una forza di un agente già noto, o una forza che si credeva tutt’uno con questo, e non era
          ec. (31. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1420. marg. Del resto la durevolezza del gusto che si trova in questa semplicità
          p. e. di Omero ec. l’universalità di questo gusto (almeno fra le nazioni di un medesimo
          genere ec.), il risorgere ch’egli fa negli uomini, ancorchè spento talora dalle
          circostanze; il perpetuarsi; il crescere in luogo di scemare, siccome ho detto; tutto ciò
          non è <pb ed="aut" n="1425"/> proprio nè possibile se non a quella vera semplicità, o a
          quelle qualità d’ogni genere (sia in letteratura o altrove) che sono realmente conformi
          alla natura immutabile, e universale; almeno alla natura qual ella è in quelle tali
          nazioni. Da questo dunque e non da altro può derivare ciò che dice Voltaire: <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">pourquoi des scènes entières du</foreign>
            <title rend="sc">pastor fido</title>
            <foreign lang="fre" rend="italic">sont-elles sçues par coeur aujourd’hui à Stocolm et à
              Pétersbourg? et pourquoi aucune piece de Shakespeare n’a-t-elle pu passer la mer?
              C’est que le bon est recherché de toutes les nations</foreign>
          </quote>. Un falso pregio, cioè non naturale, in fatto di bellezza, non può dunque nè
          lungamente nè comunemente essere stimato, e la mia teoria che distrugge il bello assoluto,
          lascia salda questa massima, e quella che il giudizio conforme delle nazioni e de’ secoli
          circa il bello d’ogni genere, non erra mai; e lascia interi e inviolati i diritti che i
          grandi scrittori, poeti, artisti, hanno alla immortalità, ed alla universalità della fama.
          (31. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1426"/> Il Cristianesimo è un misto di favorevole e di contrario alla
          civiltà, di civiltà e di barbarie; effetto dell’incivilimento, e nemico de’ suoi progressi
          1. come lo sono tutte quelle opinioni ec. ec. che fissano lo spirito umano, e
          gl’impediscono di progredire, conforme hanno sempre fatto i sistemi ec. ancorchè derivati
          da somma dottrina, e coltura ec. 2. com’è naturale ad un ritrovato, a un frutto della
            <emph>mezza</emph> anzi corrotta civiltà. Il Cristianesimo nella sua perfezione (e la
          natura, la proprietà, gli effetti delle cose, vanno considerati nella perfezione di esse,
          e non in uno stato imperfetto, cioè quali non debbono essere), è incompatibile non solo
          coi progressi della civiltà, ma colla sussistenza del mondo e della vita umana. Com’è
          possibile che duri quello che tien se stesso per un nulla ec. ec. e che anela al suo
          proprio discioglimento? L’uomo non doveva intendere dalla ragione che le cose non
          valessero a nulla, e fossero infelicissime. Egli era pur fatto per esse. Così dunque non
          doveva impararlo dalla Religione. L’averlo imparato distruggerebbe la vita, se l’uomo
          seguisse fedelmente e precisamente i dettami e lo spirito della Religione. <pb ed="aut"
            n="1427"/> Consideriamo il Cristianesimo nel suo primo fervore, quando tutti anelavano
          alla verginità, quando 3 quarti dell’anno si passavano in orazione, ne’ tempj, in vigilie,
          in macerazioni eccessive, ec. e domandiamo: se il Cristianesimo non si fosse corrotto o
          illanguidito, quanto avrebbe fisicamente potuto durare? Ma quella era pur la sua
          perfezione, e il suo puro e primitivo stato. Il mondo non può sussistere s’egli non ha se
          stesso per fine. Tutte le cose sono così disposte, che in quanto a se, non mirino ad altro
          che a se stesse. L’uomo solamente dovrebbe mirare non solo a tutt’altri che a se in questo
          mondo, ma ad un tutt’altro mondo, e considerarsi <emph>come fuori di questo</emph>. Come
          dunque potrebbe durare la specie e la vita umana, contro gl’insegnamenti e l’essenza della
          natura, e l’ordine generale e particolare di tutti gli altri esseri? (31. Luglio 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1424. Molte volte non basta che una nazione sia stata la prima inventrice di una
          disciplina, datole il nome, e una certa nomenclatura. Bisogna vedere dov’ella ha ricevuto
          il suo principale <pb ed="aut" n="1428"/> incremento e formazione. E se ciò è stato presso
          un altro popolo, e se ciò ha cangiato il suo primo nome e la sua prima nomenclatura,
          allora quello stesso popolo che inventò quella disciplina, e la comunicò agli stranieri,
          ricevendola scambievolmente dagli stranieri come nuova, non dovrà adoprar mica que’ suoi
          primi nomi, ch’egli non ne ha più il dritto, non sarebbe inteso neppur da’ suoi, e
          guasterebbe ogni cosa; ma gli sarà forza adottare que’ nuovi termini, e il nuovo nome
          della stessa disciplina. Così (v. p. 1422-1424.) quando anche l’Italia fosse stata la
          prima a ridurre a scienza il commercio sotto nome di mercatura, s’ella poteva dargli
          questo nome al tempo del Davanzati (nel qual tempo, oltracciò l’Europa non era in tale
          stato che potesse avere vocaboli universali, o ne abbisognasse ec. nè la precisione della
          convenzione era sì stabilita ec.), non può darglielo oggi che questa scienza per opera
          principalmente degli stranieri, mutando faccia da quello ch’era nel 500, ha preso un altro
          nome universalmente adottato dalle colte nazioni. E <pb ed="aut" n="1429"/> quantunque in
          etimologia possa egli chiamarsi sinonimo dell’italiano, non è sinonimo quanto all’uso ed
          all’idea che produce in forza della convenzione, sola arbitra dei significati de’
          vocaboli, che per se nulla mai significano, e del più e del meno di detti significati ec.
          (1. Agosto 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’antico è un principalissimo ingrediente delle sublimi sensazioni, siano materiali, come
          una prospettiva, una veduta romantica ec. ec. o solamente spirituali ed interiori. Perchè
          ciò? per la tendenza dell’uomo all’infinito. L’antico non è eterno, e quindi non è
          infinito, ma il concepire che fa l’anima uno spazio di molti secoli, produce una
          sensazione indefinita, l’idea di un tempo indeterminato, dove l’anima si perde, e sebben
          sa che vi sono confini, non li discerne, e non sa quali sieno. Non così nelle cose
          moderne, perch’ella non vi si può perdere, e vede chiaramente tutta la stesa del tempo, e
          giunge subito all’epoca, al termine ec. Anzi è notabile che l’anima in una delle <pb
            ed="aut" n="1430"/> dette estasi, vedendo p. e. una torre moderna, ma che non sappia
          quando fabbricata, e un’altra antica della quale sappia l’epoca precisa, tuttavia è molto
          più commossa da questa che da quella. Perchè l’indefinito di quella è troppo piccolo, e lo
          spazio, benchè i confini non si discernano, è tanto angusto, che l’anima arriva a
          comprenderlo tutto. Ma nell’altro caso, sebbene i confini si vedano, e quanto ad essi non
          vi sia indefinito, v’è però in questo, che lo spazio è così ampio che l’anima non
          l’abbraccia, e vi si perde; e sebbene distingue gli estremi, non distingue però se non se
          confusamente lo spazio che corre tra loro. Come allorchè vediamo una vasta campagna, di
          cui pur da tutte le parti si scuopra l’orizzonte. (1. Agosto 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Circa le sensazioni che piacciono pel solo indefinito puoi vedere il mio idillio
            sull’<emph>infinito</emph>, e richiamar l’idea di una campagna arditamente declive in
          guisa che la vista in certa lontananza non arrivi alla valle; e quella di un filare
          d’alberi, la cui fine si perda di vista, o <pb ed="aut" n="1431"/> per la lunghezza del
          filare, o perch’esso pure sia posto in declivio ec. ec. ec. Una fabbrica una torre ec.
          veduta in modo che ella paia innalzarsi sola sopra l’orizzonte, e questo non si veda,
          produce un contrasto efficacissimo e sublimissimo tra il finito e l’indefinito ec. ec. ec.
          (1. Agosto 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non c’è miglior modo di far colpo e fortuna con una giovane superba e sprezzante, che
          disprezzandola. Or chi crederebbe che l’amor proprio (giacchè dal solo amor proprio deriva
          l’amore altrui) potesse produrre questo effetto, che quando egli è punto, si provasse
          inclinazione per chi lo punge? Chi non crederebbe al contrario che una donna altera e
          innamorata di se stessa, dovesse vincersi, interessarsi, allettarsi cogli ossequi, cogli
          omaggi, ec.? Eppur così è. Non solo l’ossequio e l’omaggio ti farà sempre più disprezzar
          da costei, ma se disprezzandola tu sei pervenuto a fissarla, e a produrle una inclinazione
          per te, ed allora o per amore, o per abbandono, o per credere di aver fatto abbastanza,
          ec. tu cerchi di cattivartela coi mezzi più naturali, e le dai qualche piccolo segno di
          sommissione, <pb ed="aut" n="1432"/> di amore che si dimostri per vero ec. tu hai tutto
          perduto, ed ella immediatamente si disgusta di te, e ti disprezza. Conviene che tu segua
          imperturbabile a mostrarle noncuranza fino alla fine. Ed è questo un effetto semplicissimo
          di quel centiforme amor proprio, che produce gli effetti i più svariati e contrari. Tanto
          che, mentre quasi tutte le donne si cattivano col disprezzo, (sebbene alcune volte, e in
          certe circostanze, se ne offendono) quelle però massimamente dove l’amor proprio è più
          vivo e tirannico, cioè le più superbe ed egoiste ec. V. in questo proposito <bibl
            lang="fre">les <title>Mémoires secrets</title> de <author>Duclos</author> à Lausanne
            1791. t. 1. p. 95. e p. 271-273</bibl>. V. in questo proposito altro pensiero dove ho
          notato questo effetto, discorrendo della grazia. Certo è però che questa modificazione
          dell’amor proprio, non è delle più naturali, benchè non molto lontana dalla natura; e
          ricerca un carattere alquanto alterato, ma per altro comunissimo. (1 Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si ha una perfetta immagine degli organi dell’ingegno, e de’ loro progressi ec. negli
          organi esteriori dell’uomo, e nelle abilità di cui sono capaci, e nella maniera ed ordine
          con cui le acquistano. P. e. gli organi della voce rispetto al canto. Non si acquistano
            <pb ed="aut" n="1433"/> tali abilità che coll’esercizio e assuefazione ma questi vi ha
          gli organi più disposti, quegli meno; questi ha bisogno di meno esercizio, quegli di più;
          questi può riuscire perfettamente, quegli non mai; questi è ben disposto alla tale
          abilità, quegli alla tal altra: tutti da fanciulli hanno gli organi più suscettibili di
          contrarre qualsivoglia abilità possibile all’uomo, perchè gli organi allora sono meglio
          arrendevoli: e non c’è quasi abilità possibile di cui qualunque fanciullo non sia capace,
          con più o meno esercizio; e capace anche di riuscirvi in tutta la perfezione possibile. Ma
          passata la fanciullezza le disposizioni degli organi variano di più, secondo la maggiore o
          minor facoltà <emph>generale</emph> che l’individuo ha contratto, mediante maggiori o
          minori esercizi, che producono essi stessi una maggiore o minor capacità di contrarre
          abitudini ec. e d’imparare. Tali nè più nè meno sono gli organi del cervello, e le
          differenze loro sono della stessissima natura, e vengono dalle stesse cagioni. (1. Agos.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1434"/> Alla p. 1421. fine. Quest’abito è la principal fonte della miseria
          sì del mondo, per le verità ch’esso scuopre, sì dell’individuo. Ma la natura, la quale ha
          dato a tutti più o meno la possibilità di contrarlo, mediante uno sviluppo e modificazione
          non naturale, delle facoltà e qualità naturali, ha pur dato a tutti i mezzi più che
          sufficienti per non contrarlo: mezzi però che oggi son veramente inutili e insufficienti
          per molti. (1. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In uno stesso tempo e nazione, quegli prova un vivo senso di eleganza, in tale o tal
          parola, o metafora, o frase, o stile, perocchè non v’è assuefatto; questi nessuno, per la
          contraria ragione. Una stessa persona, oggi prova gran gusto di eleganza in uno scrittore,
          che alquanto dopo, quand’egli s’è avvezzato ad altri scritti più eleganti, non gli pare
          elegante per nulla, anzi forse inelegante. Così è accaduto a me, circa l’eleganza degli
          scrittori italiani. Così coll’assuefazione (e non altro) si forma il gusto, il quale come
          ci tende capaci di molti piaceri, che per l’addietro malgrado la presenza degli <pb
            ed="aut" n="1435"/> stessi oggetti ec. non provavamo, così anche ci spoglia di molti
          altri che provavamo, e generalmente, o almeno bene spesso, e sotto molti aspetti, ci rende
          più difficili al piacere. (1. Agosto 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il piacere che si prova della purità della lingua in uno scrittore, è un piacere
          fattizio, che non nasce se non dopo le regole, e quando è più difficile il conservare
          detta purità, ed essa meno spontanea e naturale. I trecentisti <foreign lang="fre"
            rend="italic">ne se doutoient point</foreign> di questo piacere ne’ loro scrittori, che
          sono il nostro modello a quello riguardo. E quegli scrittori non pensavano nè di aver
          questo pregio, nè che questo fosse un pregio ec. come si può vedere dalle molte parole
          provenzali, Lombarde, genovesi, arabe, greche storpiate, latine ec. che adoperavano in
          mezzo alle più pure italiane. Gl’inglesi la cui lingua non è stata mai soggettata a più
          che tanta regola, ed ha mancato e manca di un Vocabolario <emph>autorizzato</emph>, forse
          non sanno che cosa sia purità di lingua inglese. Questo piacere deriva dal confronto, e
          finchè non vi sono <pb ed="aut" n="1436"/> scrittori o parlatori impuri (riconosciuti per
          tali, e disgustosi), non si gusta la purità della lingua, anzi neppur si nomina nè si
          prescrive, nè si cerca, benchè senza cercarla, si ottenga. Ho già detto altrove che i
          toscani sono meno suscettibili di noi alla purità della lingua toscana, e infatti se ne
          intendono assai meno di noi, oggi che vi sono regole, e che la purità dipende da esse, e
          fin da quando esse nacquero; perch’essi non le sanno, non le curano, e fin d’allora,
          generalmente parlando, non le curarono. (Varchi, e Speroni. V. Monti Proposta ec. alla v.
          Becco, nel Dialogo del Capro.) Tutto ciò accade presso a poco anche in ordine alla purità
          dello stile ec. ec. (2. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Mirabile disposizione della natura! Il giovane non crede alle storie, benchè sappia che
          son vere, cioè non crede che debbano avverarsi ne’ particolari della sua vita, degli
          uomini ch’egli conosce, e tratta, o conoscerà e tratterà, e spera di trovare il mondo
          assai diverso, almeno in quanto a se stesso, e per modo di eccezione. E crede pienamente
          a’ poemi e romanzi, benchè sappia che sono falsi, cioè se ne lascia persuadere che il
          mondo sia fatto e vada in quel <pb ed="aut" n="1437"/> modo, e crede di trovarlo così. Di
          maniera che le storie che dovrebbero fare per lui le veci dell’esperienza, e così pure
          gl’insegnamenti filosofici ec. gli restano inutili, non già per capriccio, nè ostinazione,
          nè piccolezza d’ingegno, ma per opera universale e invincibile della natura. E solo quando
          egli è dentro a questo mondo sì cambiato dalla condizione naturale, l’esperienza lo
          costringe a credere quello che la natura gli nascondeva, perchè neppur nel fatto era
          conforme alle di lei disposizioni. Segno che il mondo è tutto il rovescio di quello che
          dovrebbe, poichè il giovane che non ha altra regola di giudizio, se non la natura, e
          quindi è giudice competentissimo, giudica sempre ed inevitabilmente vero il falso, e falso
          il vero. (2. Agosto 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Intorno alle supposte proporzioni assolute, o in quanto stabilite dalla natura, o in
          quanto anteriori alla stessa natura, e necessarie, merita di esser notato quello che
          affermano gli ottici, che i diversi individui veggono <pb ed="aut" n="1438"/> gli stessi
          oggetti diversamente grandi, secondo le differenze degli organi visivi; e così, credo,
          anche una medesima persona secondo le differenze dell’età, e le alterazioni de’ suoi
          propri organi ec. ancorchè non sensibili, perchè fatte appoco appoco. Similmente forse si
          può dire di tutti gli altri sensi fisici differentissimi ne’ diversi individui; e senza
          fallo e molto più de’ sensi morali d’ogni genere, benchè questi sieno più soggetti ad
          uniformarsi mediante lo sviluppo e le modificazioni che ricevono dalla società. (2. Agosto
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Bellissima istituzione è quella del Cristianesimo di consacrare ciascun giorno alla
          memoria di qualcuno de’ suoi Eroi, o di qualcuno de’ suoi fasti, celebrando con solennità,
          o universalmente quei giorni che appartengono alla memoria de’ fasti più importanti alla
          Chiesa universale, o particolarmente quei giorni che spettano ad un Eroe la cui memoria
          interessa questo o quel luogo in particolare ec. ec. Dal che risultano le uniche feste
          popolari che questo tempo conservi. E l’influenza delle feste popolari sulle nazioni è
          somma, degnissima di calcolo per li politici, utilissima quando risveglia gli animi alla
          gloria, colla rimembranza, e la pubblica e solenne celebrazione e quasi proposizione de’
          grandi esempi ec.</p>
        <p>Non è però da credere che <pb ed="aut" n="1439"/> questa sì degna istituzione debba la
          sua origine al Cristianesimo. Nè l’epoca del Cristianesimo, epoca nella quale il mondo
          incominciava, si può dire, per la prima volta a sentire la mancanza della vita, la noia,
          il nulla, e la morte, era capace di produrre una istituzione tutta di vita, una
          istituzione energica, fonte di grandezza, sprone all’attività ec. Bensì è doloroso che di
          questa istituzione anteriore assai al Cristianesimo, che la imitò e la ricevè dal mondo
          antico, non resti oggi altro che le feste religiose, essendo del tutto abolite e perdute
          le nazionali.</p>
        <p>Giacchè le feste che si chiamano onomastiche de’ principi ec. o quelle d’incoronazioni, o
          anniversarie di dette incoronazioni ec. ec. non sono nè popolari, nè nazionali, nè utili a
          nulla. Non sono materialmente popolari, perchè per lo più non si stendono fuor delle
          corti, o almeno fuor delle capitali, si limitano a cerimonie di etichetta, non hanno
          niente di vivo, di entusiastico ec. Non sono spiritualmente popolari, cioè nazionali,
          perchè la festa di un principe vivo, non è festa della nazione, la quale o <pb ed="aut"
            n="1440"/> non si cura di lui, o probabilmente l’odia o l’invidia, o lo biasima in cento
          mila cose; o per lo meno è del tutto indifferente sul conto suo, e quasi estranea al suo
          principe, o a’ suoi subalterni. E quando anche il principe fosse (che oramai non è
          possibile) il padre e il benefattore del suo popolo, quando anche fosse amato dalla
          nazione com’era Enrico 4 fra’ principi sovrani, o Sully fra’ ministri ec.;la festa di un
          uomo vivo e potente, non essendo nè potendo mai essere scema d’invidia, non è festa
          nazionale, perchè questa richiede che tutta la nazione sia pienamente d’accordo sul
          soggetto della festa, e le passioni individuali siano tutte morte intorno ad esso, e il
          giudizio sia puro, libero, e conforme <emph>spontaneamente</emph> in tutta la nazione. E
          quando pur ciò si avverasse (ch’è impossibile) intorno ad un principe vivente, non è mai
          festa nazionale quella ch’è, se non altro, sospetta di adulazione a quegli stessi che la
          celebrano. Questo solo sospetto, inseparabile dagli onori resi a un potente vivo, spegne
          qualunque sentimento magnanimo, è incompatibile coll’entusiasmo, e con <pb ed="aut"
            n="1441"/> quel senso di libertà che forma la più necessaria parte di una festa
          nazionale, la quale deve racchiudere l’idea di premio conceduto alla virtù, al merito, ai
          beneficj, ma conceduto spontaneamente e gratuitamente, cioè per pura gratitudine,
          ammirazione, amore, senza sperar nulla da colui al quale si concede. Non sono utili, sì
          per le dette ragioni, le quali affogano, anzi vietano affatto l’entusiasmo, e tutta la
          vita che da tali istituzioni si raccoglie; sì perchè l’esempio de’ regnanti o de’ potenti,
          non è imitabile, e quindi inutile alla moltitudine. E la disuguaglianza e la distanza
          delle condizioni fra l’onorato, e chi l’onora, toglie ancora quell’affezione,
          quell’inclinazione, quella specie di amicizia, che nelle antiche feste nazionali legava il
          popolo co’ suoi passati Eroi, ed era capace di eccitare generosamente gli animi.</p>
        <p>Le feste del popolo Ebreo furono tutte religiose. Ma presso tutti i popoli antichi,
          massimamente però presso gli Ebrei, la religione era strettissimamente legata colla storia
            <pb ed="aut" n="1442"/> della nazione. Le opinioni che gli Ebrei avevano circa la loro
          origine ec. il loro governo sempre partecipante di teocrazia, i loro costumi tanto e
          continuamente influiti dalla religione (come si vede anche oggi) ec. confondevano forse
          più che presso qualunque altro popolo (a causa forse della loro maggiore antichità) le
          origini e i progressi della nazione colle origini e i progressi del culto, le glorie della
          religione, con quelle della nazione ec. ec. Tutte le feste del Pentateuco richiamano e
          consacrano e perpetuano la memoria di qualche grande avvenimento degli antenati, di
          qualche antico benefizio di Dio verso la nazione, ec. e son tutte feste nazionali e
          patriotiche, appartenendo o ai fatti de’ loro Eroi considerati non meno come nazionali che
          come santi, o alle opere di Dio, considerato da loro quasi capo della nazione, e quasi
          principe de’ loro Eroi, guida, condottiere, maestro de’ loro antenati, ed origine
          immediata della loro stessa razza.</p>
        <p>Non così le nostre feste religiose <pb ed="aut" n="1443"/> che sono ben popolari, ma
          nulla hanno di nazionale, non avendo nulla di comune, e di strettamente legato i fasti
          delle moderne nazioni, e le opere de’ nostri antichi o moderni Eroi nazionali, coi fasti
          della religione, e colle opere degli Eroi Cristiani: i quali oltracciò non sono sempre
          nostri compatrioti, com’erano tutti quelli di cui gli Ebrei, o le altre nazioni
          celebravano la memoria. Anzi non appartengono bene spesso in verun modo alla nostra
          patria. E lascio poi la spiritualità del culto che si rende nelle feste cristiane,
          spiritualità ben diversa da quella degli Ebrei ed altri antichi, e del tutto incompatibile
          coll’entusiasmo, colle grandi illusioni, coll’infervoramento della vita, coll’attività ec.
          La festa della dedicazione del tempio di Salomone, aveva un soggetto più materiale delle
          nostre, ma però più delle altre feste Ebraiche diviso dal nazionale: effetto de’ tempi, e
          del sistema monarchico sotto il quale fu istituita. Teneva però ancora non poco di
          nazionalità, stante la gran parte ch’ebbe la nazione <pb ed="aut" n="1444"/> a quella
          fabbrica, la solennità e nazionalità di quella dedicazione fatta da Salomone, il visitar
          che la nazione faceva ogni anno quel tempio, l’attaccamento generale alla religione, e
          l’influenza sua sulla vita e il regime del popolo; i monumenti dell’antica storia ec. che
          quel tempio conteneva, e l’esser tutta la Religione Giudaica quasi rinchiusa e
          immedesimata con quel tempio; l’affezione che il popolo gli portava, come poi si vide
          nella riedificazione fattane da Esdra e Neemia, quando i vecchi piangevano per la
          ricordanza del tempio antico ec. ec. Questo nuovo tempio era forse ancor più nazionale,
          per la circostanza d’essere stato fabbricato dalle stesse mani della nazione, e sotto la
          tutela delle armi nazionali contro i Samaritani ec. Così che la festa del tempio sì antico
          che nuovo, era, si può dir, la memoria di un’impresa nazionale.</p>
        <p>Delle feste religiose presso gli altri popoli antichi, come fossero legate col nazionale,
          p. e. quella di Minerva in Atene ec. si può facilmente vedere negli storici e negli
          eruditi ec. Giacchè anche le altre nazioni si attribuivano origini e fasti mitologici ec.
          ec. ec.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1445"/> Delle feste nazionali e patriotiche de’ greci e de’ romani, e
          della loro somma influenza sull’eroismo della nazione, <bibl lang="fre">v. <author>Thomas</author>
            <title>Essai sur les Éloges</title>, ch. 6. p. 65-66. ch. 12. p. 149. ch. 10. p.
          117.</bibl> il Meursio e gli altri che hanno scritto <title lang="lat">De Festis Graecorum
            o Romanorum</title>.</p>
        <p>I trionfi presso i Romani erano vere feste nazionali, benchè non anniversarie. Nè faceva
          alcun danno che forse la principal parte dell’onore di quella festa fosse renduto a un
          uomo vivo. 1. Non era egli che se lo decretava, nè una truppa di servi e di adulatori che
          glielo concedeva, ma il senato ec. uguale a lui ec. 2. Per quanto egli fosse potente, non
          era mai più potente del popolo, che celebrava la festa; anzi era in istato di tornare un
          giorno o l’altro come qualunque privato. 3. L’esempio suo non era inimitabile ai romani,
          a’ quali tutti era aperta la carriera degli offici pubblici. 4. Bench’egli facesse la
          principal figura, la festa era però nazionale, perchè concerneva le vittorie riportate
          dalla stessa nazione sopra i nemici suoi propri, e non quelli del Generale. 5 Il Generale
          era un <pb ed="aut" n="1446"/> vero rappresentante della nazione, perch’eletto da essa ec.
          e non rappresentante del principe, o rappresentante, come dicono, di Dio. 6. Questo era in
          somma un premio che la nazione libera e padrona concedeva spontaneamente a un suo suddito,
          e quindi l’effetto di dette feste, era quello dei grandi premi che eccitano alla
          emulazione, ed animano col desiderio e la speranza di conseguirli. Ma le feste di un
          principe vivo, quando anche fossero decretate dalla nazione, sarebbero decretate dalla
          nazione suddita al suo padrone, il che avvilisce l’idea del premio, massime sapendo bene
          che il principe poco si cura di questa ricompensa de’ suoi servi; nè può destar
          l’emulazione, e animare colla speranza, sapendosi che molto maggiori meriti non potrebbero
          conseguir quell’onore ec. che si concede al principe solo, o a qualcuno da lui scelto, e
          sua creatura, e il cui merito per esser così onorato, dipende dalla sua volontà ec. ec.</p>
        <p>Simili considerazioni si possono fare intorno ai giuochi atletici dei greci, e agli onori
          che si rendevano ai vincitori, ancorchè <pb ed="aut" n="1447"/> viventi ec.</p>
        <p>Di tali feste nazionali o patriotiche, il mondo civile non ne vede più veruna, di
          nessunissimo genere, se non talvolta qualche <foreign lang="lat" rend="italic">Te
          Deum</foreign> ed altre cerimonie per una vittoria del principe: sorta di feste che
          essendo parimente del principe, e poco stendendosi al popolo ec. non meritano di chiamarsi
          nazionali, quando anche quella vittoria sia veramente utile alla nazione; e non producono
          quindi mai veruna emulazione, e verun buono effetto, fuorchè una vana allegrezza, giacchè
          il popolo non vi prende parte (quando pur ve la prenda) se non come invitato; cioè la
          stessa parte ch’egli ebbe nell’impresa, e che potrà avere nel frutto di questa, se al
          principe piacerà.</p>
        <p>Restano dunque per sole feste popolari, le feste religiose, affatto divise fra noi dal
          nazionale, ed oltracciò poco oramai popolari, perchè, eccetto alcune, le più si
          restringono ai soli tempj, massime nelle grandi città, dove i passatempi sono quotidiani e
          sufficienti per se soli ad occupare.</p>
        <p>Pur questa delle feste religiose <pb ed="aut" n="1448"/> è una bellissima istituzione,
          come ho detto, ma derivata da’ costumi antichi, e da usanze, come ho dimostrato, ben
          anteriori al Cristianesimo, fra le quali bisogna notare, come più strettamente analoga
          alle nostre feste, l’usanza de’ settari de’ diversi filosofi di celebrare ogni anno con
          conviti ec. la festa genetliaca dell’xxx della loro setta. <bibl>Vedi
            <author>Porfirio</author>, <title>Vita Plotini</title>, c. 15. e quivi le mie
          note</bibl>. Si sa che i Cristiani antichi nelle feste de’ loro eroi ec. si univano pure a
          banchettare. ec. Del resto, le feste genetliache sì de’ privati ancor viventi, sì, credo,
          degl’imperatori ec. o morti o vivi ec. erano assai comuni presso gli antichi, e lo sono
          anche oggi, ma son fuori del nostro soggetto. (3. Agosto 1821.). V. p. 1605. capoverso 2.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È vero che la poesia propria de’ nostri tempi è la sentimentale. Pure un uomo di genio,
          giunto a una certa età, quando ha il cuor disseccato dall’esperienza e dal sapere, può più
          facilmente scriver belle poesie d’immaginazione che di sentimento, perchè quella si può in
          qualche modo comandare, questo no, o molto meno. E se il poeta scrivendo non <pb ed="aut"
            n="1449"/> è riscaldato dall’immaginazione, può felicemente fingerlo, aiutandosi della
          rimembranza di quando lo era, e richiamando, raccogliendo, e dipingendo le sue fantasie
          passate. Non così facilmente quanto alla passione. E generalmente io credo che il poeta
          vecchio sia meglio adattato alla poesia d’immaginazione, che a quella di sentimento
            <emph>proprio</emph>, cioè ben diverso dalla filosofia, dal pensiero ec. E di ciò si
          potrebbero forse recare molti esempi di fatto, antichi e moderni, contro quello che pare a
          prima vista, perchè l’immaginazione è propria de’ fanciulli, e il sentimento degli adulti.
          (3. Agosto 1821.). V. p. 1548.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non solo i contemporanei p. e. di Omero, sentivano e gustavano la di lui semplicità ben
          meno di noi, come ho detto altrove, ma lo stesso Omero non si accorgeva di esser semplice,
          non credè non cercò di esser pregevole per questo, non sentì non conobbe pienamente il
          pregio e il gusto della semplicità (nè in genere, nè della sua propria): come si può
          vedere in quei soverchi epiteti ec. ed altri ornamenti ch’egli profonde fuor di luogo,
          come fanno i fanciulli <pb ed="aut" n="1450"/> quando cominciano a comporre, e si studiano
          e stiman pregio dell’opera tutto il contrario della semplicità, cioè l’esser manierati,
          ornati ec. Segni di un’arte bambina, la quale infanzia dell’arte produceva insaputamente
          la semplicità, e volutamente questi piccoli difetti in ordine alla stessa semplicità;
          difetti che un’arte più matura ha saputo facilmente evitare cercando la semplicità, la
          quale però non ha mai più potuto conseguire. Così dico dell’Ariosto ec. de’ cui difetti ho
          parlato ne’ miei primi pensieri, ed altrove. Così dei trecentisti manieratissimi, e
          scioccamente carichi di ornamenti in molte cose, benchè, <emph>per indole naturale</emph>,
          semplicissimi ec. (4. Agosto 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Da quanto ho detto altrove che l’ingegno è facilità di assuefarsi, e che questa facilità
          include quella di mutare assuefazioni, di contrarne delle nuove in pregiudizio delle
          passate ec. risulta che i grandi ingegni denno ordinariamente esser mutabilissimi (di
          opinioni, di gusti, di stili, di modi, ec. ec.) non già per <pb ed="aut" n="1451"/> quella
          volubilità che nasce da leggerezza, e questa da poca forza d’ingegno e di concezioni e
          sensazioni ec. ma per la facilità di assuefarsi, e quindi di far progressi. Però la
          mutabilità, quando conduca sempre più avanti, ancorchè produca nell’uomo delle condizioni
          tutte contrarie alle passate, è sempre indizio di grande ingegno, anzi sua necessaria
          qualità. Ed infatti grandissima differenza si suol trovare p. e. tra le prime e le ultime
          opere di un grande scrittore (sia nel genere, sia nello stile, sia nelle opinioni, sia ne’
          pregi particolari o qualità ec. sia in tutte queste cose insieme), e nessuna o pochissima
          in quelle de’ mediocri, o degl’infimi. Paragonate il Rinaldo del Tasso, o la prima
          Tragedia del Metastasio o dell’Alfieri colle ultime ec. Così pure nelle inclinazioni della
          vita o degli studi, ne’ gusti letterarii ec. Così dico anche rispetto alle sue
          assuefazioni e abilità materiali ec. (4. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non c’è sommo ingegno che nel suo <pb ed="aut" n="1452"/> primissimo periodo non si trovi
          appresso a poco a livello cogl’infimi ingegni, posti in quello stesso periodo. Dal che si
          vede che il grande ingegno non si forma se non mediante l’uso dell’esercizio e delle
          assuefazioni, il qual uso gli facilita poi l’abito di assuefarsi, che è quanto dire, gli
          produce il talento ec. ec. (4. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ciascun uomo è come una pasta molle, suscettiva d’ogni possibile figura, impronta ec.
          S’indurisce col tempo, e da prima è difficile, finalmente impossibile il darle nuova
          figura ec. Tale è ciascun uomo, e tale diviene col progresso dell’età. Questa è la
          differenza caratteristica che distingue l’uomo dagli altri viventi. La maggiore o minore
            <emph>conformabilità</emph> primitiva, è la principal differenza di natura fra le
          diverse specie di animali, e fra i diversi individui di una stessa specie. La maggiore o
          minore <emph>conformabilità</emph> acquisita (mediante l’uso generale delle assuefazioni,
          che produce la facilità delle assuefazioni particolari) e le diverse forme ricevute <pb
            ed="aut" n="1453"/> da ciascun individuo di ciascuna specie, è tutta la differenza di
          accidente che si trova fra detti individui. Quindi considerate quanto sia ragionevole
          l’opinione delle cose assolute, anche dentro i limiti, e l’ordine effettivo della natura
          qual ella è, e dilatate questo pensiero.</p>
        <p>Da tali osservazioni segue che la natura ha lasciato più da fare per la loro vita, a
          quegli esseri ai quali ha dato maggiore conformabilità, cioè qualità e facoltà più
          modificabili, diversificabili, e variamente sviluppabili, e capaci di produrre più diversi
          e moltiplici effetti, quantunque lasciate quali sono naturalmente, non li producano. Tale
          è soprattutti l’uomo. Quello che la natura gli possa aver lasciato a fare, l’ho detto in
          altro pensiero. (4. Agosto 1821.). V. p. 1538. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Malamente si distingue la memoria dall’intelletto, quasi avesse una regione a parte nel
          nostro cervello. La memoria non è altro che una facoltà che l’intelletto ha di assuefarsi
          alle concezioni, diversa dalla facoltà di concepire o d’intendere. ec. Ed è tanto
          necessaria all’intelletto, ch’egli senza di essa, non è capace di
          verun’<emph>azione</emph>, (l’azione dell’intelletto è diversa dalla semplice concezione
          ec.) perchè ogni <pb ed="aut" n="1454"/> azione dell’intelletto è composta, (cioè di
          premesse e conseguenza) nè può tirarsi la conseguenza senza la memoria delle premesse.
          Bensì questa facoltà, che quantunque inerentissima all’intelletto, e spesso appena
          distinguibile dalla facoltà di concepire e di ragionare, è però diversa, può sommamente
          illanguidirsi ec. senza che quella di concepire ec. s’illanguidisca nè si perda ec. e può
          essere anche originariamente debole, in un intelletto ben provvisto delle altre facoltà.
          Osservate però (contro quello che si suol dire che l’ingegno è indipendente ec. dalla
          memoria) che non v’è quasi grande ingegno che non abbia grande memoria, almeno
          originariamente. E ciò 1. perchè la facilità di assuefarsi ec. che forma i grandi ingegni,
          cagiona naturalmente ed include anche la facoltà della memoria ec. 2. perchè un ingegno
          senza memoria, ancorchè sia grande, non si conosce per tale, non potendo produrre notabili
          effetti ec.</p>
        <p>Del resto la facoltà di assuefazione in che consiste la memoria è indipendente in molte
          parti dalla volontà, come altre assuefazioni <pb ed="aut" n="1455"/> materiali e fuor
          della mente ec. Il che si vede sì per mille altre cose, sì perchè spessissimo una
          sensazione provata presentemente, ce ne richiama alla memoria un’altra provata per
          l’addietro, senza che la volontà contribuisca, o abbia pure il tempo di contribuire a
          richiamarla. Così un canto ci richiama p. e. quello che noi facevamo altra volta udendo
          quello stesso canto ec. Così l’Alfieri nel principio della sua Vita, osserva una sua
          rimembranza che fa al proposito ec. (4. Agosto 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La forza dell’assuefazione nell’uomo, e come lo sviluppo di tutte le sue facoltà dipenda
          da essa, si può vedere ne’ suoi organi esteriori, paragonando quelli de’ fanciulli (e più,
          de’ bambini) a quelli degli adulti, non relativamente alle abilità particolari, ma all’uso
          quotidiano che fa ciascun uomo di detti organi, p. e. delle mani. Le quali troveremo
          inettissime ne’ fanciulli a quelle medesime cose che noi più facilmente operiamo. E ciò
          non già per la sola debolezza ec. degli organi, inerente a quella età, ma anche del tutto
          indipendentemente da questa, per la mancanza sì delle assuefazioni <pb ed="aut" n="1456"/>
          particolari a questa o quella operazione, sì dell’esercizio generale che abilita l’organo
          ad eseguir senza il menomo stento una operazione del tutto nuova ec. delle quali, rispetto
          p. e. alle mani, ce ne capita tuttogiorno. Così che osservando gli organi esteriori de’
          fanciulli, appena si crederebbe ch’essi fossero gli stessi che i nostri, e che avessero in
          potenza le stesse facoltà ec. Meno bisognosi di assuefazione sono gli organi degli
          animali, secondo quello che ho detto p. 1452-53. Che cosa è l’uomo? Un animale più
          assuefabile degli altri. (5. Agosto 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Frissonner</foreign> ec. <foreign lang="grc"
          >φρύττω</foreign>, o <foreign lang="grc">φρύσσω</foreign> ec. (5. Agosto 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Osserviamo nuovamente la forza dell’opinione sul bello. Ho detto altrove che l’eleganza
          consiste in qualcosa d’irregolare. Quindi è che mentre cento eleganze si gustano e
          piacciono negli scrittori accreditati, infinite altre che meriterebbero lo stesso nome, e
          sono della stessa natura, non paiono eleganze e non piacciono, perchè la loro irregolarità
          si trova in autori non abbastanza accreditati, ancorchè sieno di vero merito, p. e. se
          sono moderni, onde non possono avere <pb ed="aut" n="1457"/> l’autorità de’ secoli in loro
          favore. Anzi quelle stesse locuzioni, metafore, ec. ec. che trovate in un autore
          accreditato ci daranno sapor di eleganza, trovate in autore non accreditato ci daranno
          sapor di rozzezza, d’ignoranza, di ardire irragionevole, di sproposito, di temerità ec. se
          non ci ricorderemo che quelle hanno per se l’autorità di uno scrittore stimato. E
          ricordandocene in quel momento, o anche dopo pronunziato il giudizio della mente, lo
          muteremo subito, e troveremo effettivo gusto in quello che ci aveva dato effettivo
          disgusto. Il qual effetto è frequentissimo negli studi di letteratura, e può stendersi a
          considerazioni di molti generi, intorno al piacere che deriva dall’imitazione del buono e
          classico, e bene spesso dalla sua contraffazione. Piacere non naturale nè assoluto, ma
          secondario e fattizio, e pur vero piacere: anzi tanto vero che la lettura dei classici,
          secondo me, non ha potuto mai dare agli antichi quel piacere che dà a noi, e parimente i
          classici <pb ed="aut" n="1458"/> contemporanei non ci daranno mai nè tanto gusto quanto
          gli antichi (cosa certissima), nè quanto ne daranno ai posteri. (6. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Che in natura occorrano molti accidenti contrari al di lei sistema, senza guastarlo ec. è
          vero. Ma l’amor proprio non è accidente, anzi primissimo ed essenziale principio e perno
          di tutta quanta la macchina naturale. Ora è certissimo che l’amor proprio impedisce
          all’uomo sì nello stato naturale, sì molto più in qualunque altro, di poter mai essere
          perfettamente buono, cioè di pensieri e di opere perfettamente e perpetuamente consentaneo
          alla legge che chiamano naturale. E l’impedisce non in cose leggere, ma principalissime,
          non di rado, ma tutto giorno. Non dico niente delle passioni naturalissime ec. ec. ec.
          Come dunque la natura ha fatto l’uomo ripugnante a se stessa, cioè a se stesso? E che
          cos’è questa legge naturale, che gli altri animali (perfetti sudditi della natura) non
          seguono, nè ponno seguire, impediti dallo stesso amor proprio, nè conoscono <pb ed="aut"
            n="1459"/> in verun modo? Non hanno ragione. Hanno però istinto, secondo voi altri, e la
          legge naturale, secondo voi altri, e la forza stessa del termine, è istinto innato ec.
          indipendente dalla riflessione, e quindi dalla ragione. Dunque la legge naturale sarebbe
          tanto più conveniente agli animali che non hanno ragione da supplirvi; siccome sarebbe
          quasi una qualità animalesca nell’uomo libero e ragionevole. Secondo me hanno anche il
          principio di raziocinio, hanno libertà intera, e se la legge naturale è utile anzi
          necessaria all’uomo, perchè non dunque agli animali, o liberi, o no che sieno? Ora essi,
          che pur non sono corrotti, e non hanno spento, come voi dite di noi, l’impulso, la voce
          interna ec. agiscono quotidianamente, e in ogni loro bisogno, in senso contrario a detta
          legge. (6. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto gli uomini sono meno inciviliti (come sono i selvaggi, com’erano gli Americani
          ec.) tanto maggiori e più frequenti varietà di lingue o dialetti si trovano in più piccolo
          spazio di paese, e minor quantità di gente. Cosa provata dalla storia, da’ viaggi ec. e
          proporzionatamente dalla stessa osservazione de’ popoli più o meno inciviliti, letterati
          ec. V. la p. 1386. fine. Dal che si vede quanto la natura contrasti all’uniformità de’
          linguaggi ec. come ho detto altrove. (6. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1460"/> L’impero che il Cristianesimo ha per tanti secoli esercitato (e
          prima e dopo il risorgimento della civiltà) tanto sugli animi, le opinioni, i costumi
          privati e pubblici, quanto sul temporale degli stati, e sulla politica universale del
          mondo Cristiano, e generalmente insomma sulla vita umana, è stato quasi un impero della
          filosofia, uno stabilimento di potenza filosofica, un’influenza, una superiorità generale
          acquistata nel mondo dalla ragione sulla natura, le naturali illusioni ec. e dallo spirito
          sopra il corpo. Stabilimento originato da quell’epoca metafisica che produsse il
          Cristianesimo, e durato per le circostanze dei lumi e degl’intelletti, e per la forza
          dell’abito ec. Allora il mondo era quasi una repubblica filosofica, o piuttosto uno stato
          soggetto ad un intollerante, universale, stretto, potente dispotismo della filosofia,
          riconosciuto da tutti per giusto, o per invincibile, benchè tutta la sua forza (al solito
          delle tirannie, e quasi d’ogni genere di governi) stesse nell’opinione. Il Papa rispettato
          e temuto da tutti i privati e da tutti i principi Cristiani, un inerme, un povero, da
          armati e da ricchi, era il vero capo di una repubblica filosofica. Basta considerare
          quella cerimonia <pb ed="aut" n="1461"/> della sua coronazione, quando se gli abbrucia
          innanzi agli occhi della stoppa, dicendo: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Beatissime pater, sic transit gloria mundi</foreign>
          </quote>. Massima piena di serissime e profondissime riflessioni filosofiche: gloria che
          veramente era grande, anzi somma, un secolo e mezzo addietro: nè certo il Papa la
          disprezzava, nè soleva ricordarsi molto spesso di quell’ammonizione. Oggi questo smisurato
          colosso d’impero filosofico, è stato distrutto da quello di un’altra filosofia; nuovo
          impero conveniente al secolo che l’ha stabilito e prodotto. E sarà più facile assai che
          anche questo cada, di quello che il primo risorga. (7. Agosto 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Noi stessi nelle nostre riflessioni giornaliere le meno profonde, conosciamo e sentiamo
          che la virtù (p. e.) è un fantasma, e che non c’è ragione per cui la tal cosa sia virtù,
          se non giova, nè vizio se non nuoce; e siccome una cosa ora giova, ora nuoce; a questo
          giova, a quello no; ad un genere di esseri sì, ad un altro no, ec. ec. così veniamo a
          confessare che la virtù, il vizio, il cattivo, il buono è relativo. Noi <pb ed="aut"
            n="1462"/> non troviamo nell’ordine di questo mondo alcuna ragione perchè una cosa che
          giova a me (anche grandemente) e nuoce ad altri (anche leggermente), non si possa fare, e
          sia colpa; perchè un atto segreto che non giova nè a me nè ad altri, e non nuoce a veruno,
          e non ha spettatori, possa essere virtuoso o vizioso; perchè p. e. una bugia che non nuoce
          ad alcuno, e neppur dà mal esempio, perchè non è conosciuta, una bugia che giovi
          sommamente ad altri o a me stesso, senza nuocere ad alcuno, sia male e colpa. Le ragioni
          di tutto ciò noi siamo costretti a riporle in un Essere dove personifichiamo il bene, la
          virtù, la verità, la giustizia ec. facendolo assolutamente, e per assoluta necessità,
          buono: che se così non facessimo, neppure in lui avremmo trovato il confine delle cose, e
          la ragione per cui questo o quello sia assolutamente buono o cattivo. Noi consideriamo
          dunque detto Essere come un tipo, a norma del quale convenga giudicare della bontà o
          bellezza ec. della bruttezza o malvagità delle cose (ed ecco le <foreign lang="grc"
          >ἰδέαι</foreign> di Platone). Quello che <pb ed="aut" n="1463"/> somiglia o piace a lui, è
          dunque assolutamente, primordialmente, universalmente e necessariamente buono, e
          viceversa. Benissimo: altra ragione infatti che questa non vi può essere del buono ec.
          assoluto; e, come ho detto altrove, tolte le idee di Platone, l’assoluto si perde. Ma qual
          ragione ha questo tipo di esser tale quale noi ce lo figuriamo, e non diverso? Come
          sappiamo noi che gli appartengono quelle qualità che noi gli ascriviamo? — Elle son buone,
          e la necessità è la ragione per cui gli appartengono, e per cui egli esiste in quel tal
          modo e non altrimenti. — Ma son elle buone necessariamente? son elle buone assolutamente?
          primordialmente? universalmente? Che ragione abbiamo per crederlo, quando, come vengo dal
          dire, non ne troviamo nessuna in questo mondo, vale a dire in quanto possiamo conoscere;
          anzi quando la osservazione depone in contrario quaggiù stesso, benchè dentro un medesimo
          ordine di cose? — La ragione che abbiamo è Dio. — Dunque noi proviamo l’idea dell’assoluto
          coll’idea di Dio, e l’idea di Dio coll’idea dell’assoluto. Iddio è l’unica prova delle
          nostre idee, e le nostre idee l’unica prova di Dio. <pb ed="aut" n="1464"/> Da tutto ciò
          si conferma ciò che ho detto altrove che il primo principio delle cose è il nulla. (7.
          Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’animo umano è così fatto ch’egli prova molto maggior soddisfazione di un piacer
          piccolo, di un’idea di una sensazione piccola, ma di cui non conosca i limiti, che di una
          grande, di cui veda o senta i confini. La speranza di un piccolo bene, è un piacere
          assolutamente maggiore del possesso di un bene grande già provato (perchè se non è ancora
          provato, sta sempre nella categoria della speranza.) La scienza distrugge i principali
          piaceri dell’animo nostro perchè determina le cose, e ce ne mostra i confini, benchè in
          moltissime cose, abbia materialmente ingrandito d’assaissimo le nostre idee. Dico
          materialmente, e non già spiritualmente, giacchè p. e. la distanza dal sole alla terra,
          era assai maggiore nella mente umana, quando si credeva di poche miglia, nè si sapeva
          quante, di quello che ora che si sa essere di tante precise migliaia di miglia. Così la
          scienza è nemica della grandezza delle idee, benchè abbia smisuratamente <pb ed="aut"
            n="1465"/> ingrandito le opinioni naturali. Le ha ingrandite come idee chiare, ma una
          piccolissima <emph>idea confusa</emph>, è sempre maggiore di una grandissima, affatto
            <emph>chiara</emph>. L’incertezza se una cosa sia o non sia del tutto, è pur fonte di
          una grandezza, che vien distrutta dalla certezza che la cosa realmente è. Quanto maggiore
          era l’idea degli Antipodi, quando il Petrarca diceva <emph>forse</emph> esistono, di
          quello che appena fu saputo ch’esistevano. Ciò che dico della scienza, dico
          dell’esperienza ec. ec. La maggiore anzi la sola grandezza di cui l’uomo possa
          confusamente appagarsi, è l’indeterminata, come risulta pure dalla mia teoria del piacere.
          (7. Agos. 1821.). Quindi l’ignoranza la quale sola può nascondere i confini delle cose, è
          la fonte principale delle idee ec. indefinite. Quindi è la maggior sorgente di felicità, e
          perciò la fanciullezza è l’età più felice dell’uomo, la più paga di se stessa, meno
          soggetta alla noia. L’esperienza mostra necessariamente i confini di molte cose anche
          all’uomo naturale e insocievole.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le pazze filosofie degli antichi, la stessa scolastica, lasciando tutto il resto, hanno
          sommamente, e forse principalmente giovato al progresso dello spirito umano, in che?
          riguardo ai nomi. Le profonde meditazioni, le acutissime sofisticherie, il lambiccarsi il
          cervello, circa le astrazioni, le qualità occulte, ed altri sogni, ci hanno dato la
          denominazione e quindi la fissazione d’idee prime, elementari, secretissime,
          difficilissime <pb ed="aut" n="1466"/> a concepire, a definire, ad esprimere, ma tanto
          necessarie, usuali ec. che senza tali nomi la filosofia non sarebbe ancor nulla.
            <emph>Astratto e concreto, essenza, sostanza e accidente</emph>, e tali altri termini
          d’ontologia, logica ec. Che sarebbe il pensiero dell’uomo s’egli non avesse idea chiara di
          tali ripostissime, ma universalissime cose? e come l’avrebbe senza i nomi? i quali dopo sì
          piene rivoluzioni della filosofia ec. sono e saranno pur sempre in bocca de’ filosofi. Ma
          certo la difficoltà d’inventarli è stata somma, e tale che la filosofia moderna forse non
          ne sarebbe stata capace. E mentre le idee più difficili a concepirsi chiaramente,
          definirsi col pensiero, e nominarsi, sono le più elementari, certo è che la filosofia
          qualunque, non potrà mai concepire nè significare idee più elementari di queste.
          Utilissima per questo lato, è stata la stessa teologia, che ha maggiormente diffuse e
            <emph>popolarizzate</emph> tali parole, ed altre ne ha trovate, assuefacendo, ed
          affezionando, ed eccitando lo spirito umano alle astrazioni, con tali stimoli, <pb
            ed="aut" n="1467"/> che nessun’altra disciplina avrebbe potuto altrettanto, nè
          verun’altra circostanza come quella delle dispute teologiche, dove prendevano parte i
          principi e le nazioni, e degli studi teologici che interessarono per sì lungo tempo tutta
          la vita umana, e tutto lo stato del mondo civile. E quanto ho detto altrove circa
          l’utilità che si può cavare dal linguaggio scolastico de’ filosofi ec. intendo pur dirlo
          del teologico, d’ogni specie, dommatico, morale, scolastico, ec. (7. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Anzi <emph>stante le dette considerazioni</emph>, io credo che tali studi (notate) non
          solo gioverebbero la nostra o altra lingua, ma il progresso dello spirito umano. (7. Agos.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dico, applicando tali studi alla moda filosofica. La scienza fa un progresso
          considerabile quando arriva a render chiara, fissa, e <emph>distinta dall’altre</emph>
          un’idea elementare ec. mediante un proprio nome, che è l’unico mezzo. E questa è la cosa
          più difficile, ma l’ultimo scopo della filosofia. Ora forse non poche idee <pb ed="aut"
            n="1468"/> astratte ec. che rimangono oscure nella filosofia moderna per mancanza di
          nome particolare, o abbastanza esatto ec. hanno forse la loro perfetta denominazione e
          quindi son chiare nell’antica moltiplice filosofia, o nella scolastica, o nella teologia
          ec. (7. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La detta applicazione non credo che sia stata mai fatta, almeno sufficientemente. Quando
          il Cartesio imprese la riforma della vecchia filosofia, dovette, secondo la qualità di
          que’ tempi (e pur troppo di tutti i tempi) entrare in guerra aperta colle scuole d’allora:
          e il mondo avrebbe stimato ch’egli prevaricasse, o desse indizio di povertà o fiacchezza,
          se avesse voluto servirsi più che tanto del linguaggio de’ suoi nemici. Così appoco
          appoco, prevalendo la nuova dottrina, non più a causa della ragione, che della novità, e
          dismessa la vecchia filosofia, nessuno ebbe cura bastante di cernere il buono dal cattivo,
          e gittando questo, conservare o richiamar quello, massime circa il linguaggio. In ordine
          alla teologia molto peggio. La teologia s’è abbandonata da chiunque ora influisce cogli
          studi sullo spirito d’Europa ec. non per migliorarla o rinnovarla, ma del tutto, come
          scienza vecchia, e <pb ed="aut" n="1469"/> quasi come l’alchimia. Ora quanto sia il numero
          degli scrittori e pensatori teologici diversissimi di tempo, di paese, di lingua, di
          opinioni ancora e di sistemi e di sette, e conseguentemente quanta debba esser la
          ricchezza del linguaggio di questa scienza, linguaggio tutto astratto perchè la scienza è
          tale, linguaggio che s’è tutto abbandonato e dimenticato insieme con lei, facilmente si
          comprende. (8. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il formare il nostro Dio degli attributi che a noi paiono buoni, benchè non lo sieno che
          relativamente, è un’opinione meno assurda, ma della stessa natura, andamento, origine, di
          quella che attribuiva agli Dei figura e qualità e natura quasi del tutto umana; di quella
          che, come dice Senofane presso Clemente Alessandrino, se il cavallo o il bue sapesse
          dipingere, gli farebbe dipingere e immaginare i suoi Dei in forma e natura di cavalli o di
          buoi. V. il mio Discorso sui romantici dove si cita questo passo con altre osservazioni.
          Anzi la nostra opinione è un raffinamento, un perfezionamento, di questa quanto assurda,
          tanto naturale (v. il cit. discorso) opinione <pb ed="aut" n="1470"/> antica; raffinamento
          prodotto da quello spirito metafisico che produsse il Cristianesimo, o da quello che
          presso gli antichi Orientali (la cui storia rimonta tanto più indietro delle nostre)
          produsse il sistema di un solo Dio, seguito dagli Ebrei, e da questi comunicato ai Gentili
          d’epoca e civiltà più moderna, quando il secolo fu adattato a fare che tal dottrina fosse
          ricevuta, e divenisse universalmente popolare. Ho detto che questa è meno assurda, ma
          intendo, quanto al nostro modo di ragionare, e all’ordinario sistema delle nostre
          concezioni, perchè assolutamente parlando, ella è altrettanto assurda, o piuttosto falsa,
          giacchè l’assurdo si misura dalla dissonanza col nostro modo di ragionare. Del resto la
          nostra opinione intorno a un Dio composto degli attributi che l’uomo giudica buoni, è una
          vera continuazione dell’antico sistema che lo componeva degli attributi umani. ec.
          L’antica e la moderna Divinità è parimente formata sulle idee puramente umane, benchè
          diverse secondo i tempi. Il suo modello è sempre l’uomo. ec. (8. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una delle principali e universali e caratteristiche inseparabili proprietà dello stile
          degli <pb ed="aut" n="1471"/> antichi non corrotti, cioè o classici, o anteriori alla
          perfezione della letteratura, si è la forza e l’efficacia. Quest’è la prima, anzi l’unica
          qualità ch’io ho sentito notare da uomini poco avvezzi a letture classiche, ogni volta che
          venivano dal leggere qualche libro de’ buoni antichi, o qualche libro moderno su quel
          gusto di stile. Ed era l’unica perchè forse essi non erano capaci di discernere a prima
          vista, nè gustare le altre. Ma questa dà subito nell’occhio, e si distingue e si separa
          facilmente dalle altre. Quindi osservate quanto sia vero che la natura è sorgente di
          forza, e che questa è sua qualità caratteristica, come la debolezza lo è della ragione.
          Perciocchè 1. gli antichi scrittori, massime quelli anteriori al perfezionamento della
          letteratura, i quali sono ordinariamente più energici degli altri, non cercavano gran
          fatto l’energia, nè se ne pregiavano, nè volevano esser famosi per questo ec. come ho
          detto altrove della semplicità, dell’eleganza, della purità di lingua ec. Tali sono i <pb
            ed="aut" n="1472"/> trecentisti ec. Eppure senza cercarlo, riuscivano robustissimi e
          nervosissimi per la sola forza della natura che in loro parlava e regnava, e quindi per la
          loro propria forza. 2. Quando anche la cercassero, già la cercavano assai meno di noi che
          tanto meno la troviamo, poi se la cercavano in proporzione della riuscita, vuol dire che
          la cercavano sopra tutto, e che quindi nel tempo che la natura regnava, l’efficacia e
          l’energia si stimava la principal dote dello stile. E così accadeva in tutto: e così la
          prima e perenne sorgente di forza, sia nello stile, sia nella lingua, sia ne’ concetti,
          sia nelle azioni, sarà sempre l’esempio degli antichi, cioè la natura. E i tempi moderni
          con tutti i loro lumi non possono mai supplire a questa fonte.</p>
        <p>La detta efficacia è pure un genere di bellezza eterna e universale, che però non
          appartiene al bello, ma alla inclinazione generale dell’uomo verso la forza, verso le
          sensazioni vive, verso ciò che lo eccita, e rompe la monotonia dell’esistenza ec. e alla
          natura ec. (8. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non hanno torto i padri e le madri che amano la vita metodica, senza varietà, senza <pb
            ed="aut" n="1473"/> commozioni, senza troppe fatiche, la pace domestica ec. I loro
          gusti, le loro inclinazioni possono ben difendersi, e v’è tanto da dire per la morte come
          per la vita, dice la Staël. Ma il gran torto degli educatori è di volere che ai giovani
          piaccia quello che piace alla vecchiezza o alla maturità; che la vita giovanile non
          differisca dalla matura; di voler sopprimere la differenza di gusti di desiderii ec. che
          la natura invincibile e immutabile ha posta fra l’età de’ loro allievi, e la loro, o non
          volerla riconoscere, o volerne affatto prescindere; di credere che la gioventù de’ loro
          allievi debba o possa riuscire essenzialmente, e quasi spontaneamente diversa dalla
          propria loro, e da quella di tutti i passati presenti e futuri; di volere che gli
          ammaestramenti, i comandi, e la forza della necessità suppliscano all’esperienza ec. (9.
          Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quel giovane che fu d’animo eroico nella virtù (come sogliono essere tutti quelli che
          nascono con grande e forte immaginazione e sentimento), se per forza dell’esperienza,
          delle <pb ed="aut" n="1474"/> sventure, degli esempi, disingannato della virtù, arriva a
          lasciarla, diviene eroico nel vizio, e capace di molto maggiori errori, che non sono gli
          altri ec. Non già per una continuazione di entusiasmo applicato al male, ma per un eccesso
          di freddezza che è sempre compagna della malvagità. Egli diviene un eroe di freddezza, e
          tanto più intrepido, duro, ghiacciato, quanto era stato più fervido. Come quei vapori che
          si convertono in grandine, i quali non si stringerebbero nel più duro, denso, e sodo
          ghiaccio che possa formarsi nell’aria, se straordinario calore non gli avesse innalzati a
          straordinaria sublimità. In tutte le cose gli eccessi si toccano assai più fra loro, che
          col loro mezzo, e l’uomo eccessivo in qualunque cosa, è molto più inclinato e proclive
          all’eccesso contrario che al mezzo. Ed è molto più facile, <emph>conseguente</emph>, e
            <emph>naturale</emph> per la forza e la qualità di un’indole <emph>eccessiva</emph>, il
          saltare dall’uno all’opposto estremo, che il recarsi e fermarsi nel mezzo ec. ec. (9.
          Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1475"/> Confrontando le lingue spagnuola francese e italiana, si trovano
          molte proprietà principalissime ed essenziali, che sono comuni a tutte tre. Or queste
          essendosi formate massime quanto al principale e fondamentale, l’una indipendentemente
          dall’altra, è necessario il dire che le dette proprietà derivino da un’origine comune, e
          questa non può esser che il latino, e s’elle non si trovano nel latino scritto, dunque
          vengono dal volgare. Nè si può dir che derivino dal latino corrotto de’ bassi tempi,
          perchè, come ho detto, egli si corruppe diversamente e indipendentemente secondo i luoghi
          ec. e le lingue che nacquero dal latino nacquero separatamente, e quasi in diverse parti.
          Quindi l’uso degli articoli e de’ segnacasi, uniformi appresso a poco anche materialmente
          nelle tre lingue; l’uso de’ verbi ausiliari pure uniformi, cioè <emph>essere</emph> e
            <emph>avere</emph> (eccetto che lo spagnolo non adopra <emph>essere</emph>), si debbono
          considerare come propri del volgare latino. Così l’uso del verbo finito colla particella
          che (franc. e spagn. <emph>que</emph>) in vece dell’infinito ec. del qual costume <pb
            ed="aut" n="1476"/> si hanno indizi anche nel buon latino (cioè del <foreign lang="lat"
            rend="italic">quod</foreign> ec.) e molto più frequenti nel barbaro. I greci ebbero pur
          sempre lo stesso uso (<foreign lang="grc">ὅτι</foreign>).</p>
        <p>Quelle proprietà poi, o parole ec. ec. che non appartengono se non a questa o quella
          delle tre lingue, e che non si ponno riferire ad alcuna origine conosciuta, ponno esser
          vestigi delle antiche lingue nazionali estinte poi dalla latina. Ma ciò più difficilmente
          potrà supporsi in quanto appartiene alla lingua italiana ec. E in ogni modo queste tali
          proprietà, parole ec. se anche derivano dall’antiche lingue anteriori all’uso della latina
          ne’ diversi paesi ec. , non ponno essersi conservate se non passando pel volgare latino,
          il quale ebbe pur certo i suoi idiotismi provinciali, com’è noto, e come ho detto altrove
          parlando dei dialetti latini. (9. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La maggior parte degli uomini in ultima analisi non ama e non brama di vivere se non per
          vivere. L’oggetto reale della vita è la vita, e lo strascinare con gran fatica su e giù
          per una medesima strada un carro pesantissimo e vôto. (10. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1477"/> Non v’è infelicità umana la quale non possa crescere. Bensì
          trovasi un termine a quello medesimo che si chiama felicità. Può trovarsi un uomo
          perfettamente fortunato, che nulla possa desiderare di più, la cui felicità non possa più
          stendersi. Augusto era in questo caso. Ma un uomo tanto infelice, che non possa
          immaginarsi maggiore infelicità, infelicità non solamente fantastica, non solamente
          possibile, ma realizzata bene spesso in questo o quell’individuo, per quella o per questa
          parte; un tal uomo non si dà. La fortuna può dire a molti, io non ho maggior potere di
          beneficarti, ma nessuno può mai vantarsi, e dire alla fortuna, tu non hai forza di
          nuocermi davantaggio e di aumentare i miei dolori. Può mancar che sperare, ma nessuno
          mancherà mai di che temere. La disperazione stessa non basta ad assicurar l’uomo. (10.
          Agos. 1821). Nessuno può vantarsi o sdegnarsi con verità dicendo: io non posso essere più
          infelice di quel che sono.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>(Molte cose e da molti sono state dette in proposito delle voci sinonime, altri negando
          che ve n’abbia effettivamente, altri affermando; e questo e quello chi d’una chi d’altra
          lingua, e chi di tutte in genere.).</p>
        <p>Molto s’è disputato circa i sinonimi. Ecco la mia opinione. Le lingue primitive piuttosto
          dovevano significar molte cose con una sola parola, che aver molte parole ec. da
          significare una stessa cosa. Formandosi appoco <pb ed="aut" n="1478"/> appoco le lingue, e
          modificandosi in mille guise le prime scarsissime radici, per adattarle stabilmente e
          distintamente alle diverse significazioni, le lingue vennero a crescere, le parole (non
          radicali, ma derivate o composte) a moltiplicarsi infinitamente, si acquistò la facoltà di
          esprimere colla favella e colla scrittura, sino alle menome differenze, varietà, specie,
          accidenti ec. delle cose, ma i sinonimi (se non forse qualcuno per caso, o per commercio
          con altre lingue) ancora non esistevano. Ciascuna parola che si formava modificando le
          prime radici, o le altre parole già formate; ciascun genere costante di modificazioni,
          derivazioni, inflessioni, composizioni, formazioni che s’introduceva (come quello de’
          verbi frequentativi o diminutivi presso i latini ec.) aveva per oggetto di arricchir la
          lingua ed accrescerne la potenza, non colla meschina facoltà di poter dire una stessissima
          cosa in più modi, ma con quella importantissima di poter distintamente significare le
          menome differenze delle cose, differenze o già note fin da principio, ma non sapute
          esprimere, ovvero osservate solamente col tempo: o anche idee nuove ec. <pb ed="aut"
            n="1479"/> Quindi nasceva una grandissima varietà nelle lingue, ben più sostanziale di
          quella che deriva dall’uso dei sinonimi. Giacchè se per mezzo di questo, noi possiamo ad
          ora ad ora, capitandoci la stessa cosa da dire, variare il modo di esprimerla; agli
          antichi capitava assai di rado la stessa cosa, e quindi la necessità della stessa parola,
          perchè ogni menoma differenza che la cosa da esprimersi avesse con la cosa già detta,
          bastava per mutarne il segno, e la lingua somministrava puntualmente una diversa e propria
          espressione di quella benchè leggerissima differenza.</p>
        <p>Ma siccome queste tali differenze, e quindi le differenze ne’ significati delle parole
          che le esprimevano, erano sottilissime, e spesso quasi metafisiche (che gli antichi, e
          massime i latini furono ammirabilmente esatti e minuti nell’assegnare e precisare i
          significati delle loro voci e modi, e vedi p. 1115-16. 1162. capoverso 3.); così
          naturalissimamente il popolo, incapace di troppe sottigliezze, e quando anche le
          concepisse, incapace di por troppo squisita cura nella scelta delle parole, cominciò,
          arricchite, ingrandite, <pb ed="aut" n="1480"/> e fecondate che furono le lingue, a
          confondere quella parola o quel modo con un altro di poco diversa significazione, a
          servirsi indifferentemente di voci destinate ad usi simili ma distinti, a trascurare la
          minuta esattezza, e a poco a poco a dimenticare l’esatto e primo valore di una parola o
          radicale o derivativa, ad usurpare quel genere di formazioni destinato a quel genere di
          significati, in significati d’altro vicino genere, e finalmente a dimenticare il proprio e
          preciso valore delle parole e dei modi; e col tempo e colla forza prepotente dell’uso (che
          sotto molti aspetti nelle lingue non è che abuso) confondendo i significati, moltiplicarli
          di nuovo in ciascuna parola, e moltiplicar le parole significanti una stessa cosa, benchè
          da principio differissero. In tal modo le lingue perderono la facoltà che avevano al loro
          buon tempo di esprimere distintamente le menome differenze delle idee, e queste differenze
          poco conosciute o notate dai parlatori, fecero che svanissero le piccole ma reali
          differenze de’ significati delle parole. Ed ecco i sinonimi.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1481"/> Nè solo il popolo, ma anche i civili parlatori (per la difficoltà
          di essere esatto nel parlare ch’è improvvisare), ed anche i negligenti o meno diligenti
          scrittori contribuirono proporzionatamente a questo effetto. Lascio le diffusioni di una
          lingua, e le infinite cagioni le quali perdono o confondono i primitivi e propri
          significati e la proprietà delle parole e di tutto ciò che spetta alla favella.</p>
        <p>I cattivi parlatori e i trascurati scrittori, sono dunque secondo me, le prime e
          principali origini dei sinonimi in qualunque lingua. Possiamo anche dire, il tempo, il
          quale non permette che le cose umane conservino una stessa condizione. Anche gli scrittori
          eleganti, e massime i poeti furono in causa di questo effetto: perchè l’eleganza consiste
          nel pellegrino e diviso dal volgo; e quindi gli usi metaforici, quindi gli ardiri, le
          inversioni di significato ec. ec. che messe in uso dagli scrittori eleganti, passarono poi
          col tempo a prender luogo di proprietà, scacciando le proprietà primitive, e confondendo
          il significato delle parole proprie, con quello delle parole usate metaforicamente o in
          qualunque altro modo, nello <pb ed="aut" n="1482"/> stesso senso. Anche i parlatori
          eleganti o affettati sono da considerarsi in questo proposito.</p>
        <p>Queste osservazioni spiegano il perchè sia sempre maravigliosa, e caratteristica negli
          antichi scrittori la proprietà della favella. Ciò non avviene di gran lunga perch’essi
          fossero più diligenti. Chi può pur paragonare la diligenza de’ nostri tempi in qualunque
          genere, con quella degli antichi? L’esattezza e la minutezza non era propria de’ tempi
          antichi, bensì precisamente de’ moderni, per le stesse ragioni per cui non è propria di
          questi la grandezza, ch’era propria di quelli. Anche in ogni cosa appartenente a lingua o
          stile, i diligenti scrittori moderni, ed anche i mediocri la vincono in esattezza sopra i
          più diligenti scrittori antichi. Basta conoscerli bene per avvedersene. <bibl>V. la mia
            lett. sull’Eusebio del Mai, nell’osservazione segnata XVI. 23. 71. 23</bibl>. Recherò
          fra i moltissimi esempi che si potrebbero, una nota che fa un Traduttore francese alla
          Catilinaria di Sallustio, solamente per dar meglio ad intendere il mio pensiero. (<bibl
            lang="fre">
            <author>Dureau-Delamalle</author>, <title>Oeuvres de Salluste. Traduction
            nouvelle</title>. Note 45. sur la <title>Conjurat. de Catilina.</title> à Paris 1808. t.
            1. p. 213.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="italic">Les bons écrivains de l’antiquité <pb ed="aut" n="1483"/> n’avaient
                pas, il s’en faut, nos petits scrupules minutieux sur ces répétitions des mêmes
                mots, surtout lorsque la différence de cas en mettait dans la terminaison, comme
                dans ce passage-ci, ou l’on voit</hi>
              <hi rend="sc">magnae copiae</hi>
              <hi rend="italic">après</hi>
              <hi rend="sc">magnas copias</hi>
            </foreign>
          </quote>. Parla di quel luogo (<bibl>
            <author>Sall.</author>
            <title>Bell. Catilinar.</title> c. 59. al. 56.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Sperabat propediem magnas copias se habiturum, si
              Romae socii incepta patravissent: interea servitia repudiabat, cuius initio ad eum
              magnae copiae concurrebant</foreign>
          </quote>.</p>
        <p>Non la maggior diligenza dunque, ma l’esser gli scrittori antichi più vicini alle prime
          determinazioni de’ significati e formazioni delle parole, e il formarne essi stessi, non
          per lusso, che gli antichi non conoscevano, ma per bisogno, o per utile, fanno ch’essi si
          riguardino e siano veri modelli della proprietà delle voci e dei modi. E infatti la
          diligenza che vien dall’arte come pur la produce, è in ragione inversa dell’antichità. Ora
          la proprietà degli scrittori è in ragion diretta; e Plauto e Terenzio e gli altri antichi
          latini i più rozzi, sono <pb ed="aut" n="1484"/> tanto più propri quanto meno eleganti di
          Cicerone. Così i trecentisti ignorantissimi, rispetto ai cinquecentisti ec. Dante rispetto
          al Petrarca e al Boccaccio ec. V. la p. 1253.</p>
        <p>Posto dunque che una parola non è mai o quasi mai sinonima di un’altra della stessa
          lingua primitivamente, e che le parole non divengono sinonime se non col tempo, e a causa
          principalmente sì degli scrittori eleganti e de’ poeti, sì molto più de’ cattivi scrittori
          e parlatori; ne segue che siccome tutte le lingue, eccetto le primitive, derivano da
          corruzione di altre lingue, e sono loro posteriori nel tempo ec. così le lingue figlie
          generalmente parlando denno abbondare di veri ed effettivi sinonimi più delle rispettive
          madri.</p>
        <p>Così appunto è avvenuto all’italiana rispetto alla latina, sua madre. I sinonimi esistono
          realmente nella lingua italiana, vi esistono fin da principio (benchè da principio non
          tanti): la lingua italiana ha, non deve negarsi, verissimi sinonimi, e ne ha in
          grandissima copia, forse più che altra lingua colta; e ne ha più assai <pb ed="aut"
            n="1485"/> che non n’ebbe la buona latina. Tutte le lingue moderne colte, generalmente
          parlando, hanno assai più sinonimi veri e perfetti che le lingue antiche. Effetto del
          tempo che distrugge a poco a poco le piccole e sfuggevoli differenze fra i significati di
          parole, che tuttavia non furono inventate per lusso, ma per vera utilità. Nessuna o quasi
          nessuna nuova parola che si venga oggi formando e introducendo nelle diverse lingue, è
          sinonima di altre che già vi si trovino. (Parlo di quelle lingue dove non si vanno
          introducendo per pura affettazione, ignoranza, barbarie, delle parole straniere affatto
          inutili, e in pregiudizio delle nazionali. Si ponno anche eccettuare alcune di quelle
          parole che formano talora i poeti, che non sempre nè spesso, ma pur talvolta potranno
          esser sinonime di altre già usate, ed esser preferite e formate per sola eleganza, e per
          una certa peregrinità, o dedotte dal latino ec.) Ciò mostra che i sinonimi non sono mai
          tali da principio, e che la sinonimia non è primitiva. Ma le parole che già da gran tempo
          appartengono a ciascuna lingua, o appartenessero alle loro madri, o no, son divenute, e
          divengono di mano in mano sinonime, e tali diverranno anche molte recentissimamente
          formate: e ciò massimamente per la trascuranza del favellare e scrivere, e per l’abuso,
          che siamo forzati di chiamar uso, e riconoscerlo per padrone legittimo. E questo è sì
          certo che si può con un poco di attenzione, cominciando dai più <pb ed="aut" n="1486"/>
          antichi scrittori di una lingua e venendo sino agli ultimi, osservare come due o più
          parole oggi sinonime, e che da prima non erano, si siano venute gradatamente avvicinando
          nel significato, e scambiandosi vicendevolmente in questo o quell’uso, fino a confondersi
          del tutto insieme in qualsivoglia uso ec. Alcune parole son divenute sinonime in
          quest’ultimo grado, altre in qualcuno de’ gradi antecedenti, e si possono usare
          promiscuamente in tali casi sì, in altri no: ma tuttogiorno, stante la negligenza e
          ignoranza degli scrittori e parlatori, vanno acquistando maggior somiglianza, finchè
          arriveranno alla medesimezza.</p>
        <p>Consideriamo ora le conseguenze di questo effetto. Si riguardano i sinonimi come
          ricchezza di una lingua. Ma ella è ricchezza secondaria, e la principal ricchezza e
          varietà è quella che ho detto p. 1479. Ora la ricchezza dei sinonimi nuoce sommamente a
          questa. La lingua italiana ha più sinonimi assai che la latina. È ella perciò più ricca di
          lei? Figuriamoci che 30.m voci latine, tutte <pb ed="aut" n="1487"/> distinte di
          significato, sieno passate nella lingua italiana, ma in modo che in vece di 30.m cose, ne
          significhino solo 10,000: tre parole per significato. Che giova all’italiano il poter dire
          quelle 10,000 cose ciascuna in tre modi, se quelle altre ventimila che i latini
          significavano distintamente, egli non le può significare, o solo confusamente? Questa è
          povertà, non ricchezza. Non è ricco quegli il cui podere abbonda di vigna e di frutta, e
          manca di grano; nè quegli che abbonda del superfluo e manca del necessario.</p>
        <p>Quindi potremo spiegare un fenomeno intorno alla ricchezza delle lingue antiche, che non
          mi pare nè abbastanza osservato, nè dilucidato. Le lingue si accrescono col progresso
          delle cognizioni e dello spirito umano. Il numero delle parole di senso certo, dicono i
          filosofi, determina il numero delle idee chiare di una nazione (Sulzer.) Viceversa dunque
          potremmo dire delle idee chiare, le quali non sono quasi mai tali se non hanno la parola
          corrispondente. Ora <pb ed="aut" n="1488"/> chi dubita che il numero delle nostre idee
          chiare non vinca d’assai quello delle antiche? che il nostro spirito non solo abbracci
          molto maggior estensione di cose, ma veda sempre più sottile e minuto, ed abbia acquistato
          un abito di precisione ed esattezza, senza paragone maggiore che gli antichi? E pure
          consideriamo le antiche lingue colte, e non ci troveremo, com’è naturale, la facoltà di
          esprimere le cose o gli accidenti ch’essi non conoscevano, e le idee moderne ch’essi non
          avevano; o quelle parti delle loro stesse idee, ch’essi non discernevano, almeno
          chiaramente, ma quanto a tutto ciò che gli antichi potevano aver da significare, o voler
          significare, quanto a tutte le idee che potevano cadere nel loro discorso, troveremo
          generalmente parlando nelle lingue antiche colte, una facoltà di esprimersi tanto maggiore
          che nelle moderne, una onnipotenza, un’aggiustatezza, una capacità di variar l’espressione
          secondo le minime varietà delle cose da esprimersi, e delle congiunture e circostanze del
          discorso, che forse e senza forse non ha pari in veruna delle più colte lingue moderne: ed
          è perciò che le lingue antiche sono generalmente riconosciute superiori in ricchezza alle
          moderne.</p>
        <p>Ora qual è la cagione? Vero è che il tempo abolisce molte parole, ma infinite pur ne
          introduce. <pb ed="aut" n="1489"/> La causa, secondo me, o una delle cause di questo, che
          veramente è fenomeno, sta in ciò, che le parole destinate talora a simili, talora anche a
          diversissimi significati, divengono col tempo sinonime, e laddove da prima, e nelle
          antiche lingue ch’erano più vicine all’origine delle parole, esprimevano più e più cose, o
          accidenti e modificazioni di cose, oggi esprimono una cosa sola. E così la proprietà della
          lingua latina veramente ammirabile non si può trovare nella italiana sua figlia, e nelle
          altre, che hanno tanto confuso i distintissimi significati delle parole che hanno
          ereditato da lei. E questo male va sempre e inevitabilmente crescendo, ed è cosa
          dannosissima alla precisa espression delle idee, e quindi alla precisione e chiarezza
          delle idee stesse. Colpa non tanto degli uomini, quanto della natura, e del tempo al quale
          siamo venuti.</p>
        <p>Veniamo ai rimedi. Voler richiamare le parole ai loro antichi precisi significati, e
          tornarli a distinguere, e usarle nel senso antico ec. tuttociò è tanto impossibile e
          pedantesco, quanto il rimettere in uso le parole e modi antiquati, e parlare come
          parlavano i latini, o i nostri primi italiani ec. Quelli che hanno preso cura, scrivendo
          partitamente dei sinonimi, di precisare <pb ed="aut" n="1490"/> il valore di ciascun
          vocabolo partecipante al significato di altri vocaboli, hanno piuttosto servito e servono
          alla filosofia, alla storia delle lingue, e a molte altre cose utilissime; di quello che
          all’uso, e alla conservazione de’ significati, ed alla osservanza dell’etimologie ec.
          insomma ad impedire la confusione de’ significati, e l’abolizione successiva delle loro
          piccole differenze, che l’abuso e il tempo non può non cagionare, e non cagionerà niente
          meno. Forze di questa fatta, non ponno esser vinte da un’opera, o da un Dizionario ec.</p>
        <p>Il rimedio dunque agl’inconvenienti del tempo che nuoce alle lingue, e necessita la
          novità delle parole, non meno coll’abolirne assai, che col sopprimerne le differenze de’
          significati, e restringere il numero di essi, è l’adottar nuove parole che esprimano
          quelle cose o patti o differenze di cose, ch’erano espresse da voci divenute sinonime e
          conformi di valore ad altre primitivamente diverse. E se, come ho detto di 30.m. parole
          latine passate nell’italiano, <pb ed="aut" n="1491"/> non restano che 10.m. significati, a
          voler che la lingua italiana adegui veramente la ricchezza della madre, in ordine a questa
          medesima parte di essa, bisogna ch’ella trovi altre 20 mila parole che abbiano i i detti
          significati perduti. 1 Ed allora ella vincendo la latina nella copia de’ sinonimi, e nella
          varietà, nell’eleganza ec. che risulta da essi, l’agguaglierà pure nella vera ricchezza e
          varietà, e la sinonimia non pregiudicherà alla proprietà ec. del discorso.</p>
        <p>Diranno che questo la lingua italiana l’ha già fatto ec. Negolo risolutamente. Convengo
          che la lingua italiana, servendosi sì delle fonti latine, coll’attingerne più di quello
          che il linguaggio popolare ne avesse attinto; sì della vivacità della immaginazione
          italiana, con bellissima e somma facoltà di metafore ec. ec. sì di molti altri mezzi, non
          sia giunta a proccurarsi una proprietà, una copia, una ricchezza, una facoltà insomma di
          esprimersi maggiore forse che qualunque altra moderna; eccetto però nelle materie
          filosofiche, <pb ed="aut" n="1492"/> e in tutto ciò che ha bisogno di precisione (diversa
          dalla proprietà), e generalmente nelle cose moderne, e posteriori a’ suoi buoni tempi. Non
          nego neppure che la lingua italiana non abbia conservato della sostanza materna assai più
          delle altre, e meglio, secondo che ho spiegato p. 1503. Ma ch’ella sia, non ostante la sua
          gran copia di sinonimi, anzi a causa in gran parte di questa, inferiore ancora non poco
          alla proprietà, ed alla ricchezza della sua madre, chi ne dubita? E si può veder
          chiaramente nelle traduzioni. Pigliate una carta, non dico di Tacito o di Sallustio, ma di
          Livio o di Cicerone, e senza curarvi dell’eleganza, vedete se v’è possibile di rendere
          così esattamente ogni parola e ogni frase, che la vostra traduzione dica
            <emph>precisamente</emph> quanto il testo, e nè più nè meno. Vedrete quanto manchi
          ancora alla lingua italiana per riuscirci, quante parole e modi latini non abbiano affatto
          l’equivalente in italiano, e quanti sensi, minuti sì ma distintissimi, non si possano
          assolutamente significare nella nostra lingua, ch’è pur nelle traduzioni ec. la più
          potente delle tre sorelle. E dovrete convenire che lo scrivere <pb ed="aut" n="1493"/>
          italiano è ancora generalmente e complessivamente inferiore visibilmente al latino, nella
          proprietà, e nella varietà dell’espressione adattate alle minute varietà delle cose: e
          questo anche indipendentemente da quelle sottilissime ma effettive differenze che hanno
          tra loro i significati delle parole e frasi le più omonime nelle diverse lingue, anche le
          più affini.</p>
        <p>Così dalla considerazione della teoria de’ sinonimi, i quali io dico non esser primitivi,
          ma veri, e frequenti nelle lingue moderne, si deduce una nuova fortissima prova della
          necessità della novità nelle lingue. E si conferma particolarmente, in ordine alla lingua
          italiana, la convenienza di seguitare ad attingere dalle fonti latine, quelle parole e
          frasi, che non essendo ancora introdotte nella nostra lingua, non ponno aver perduta la
          differenza di significato, con le altre già derivate dalla stessa fonte, nè esser divenute
          sinonime ec. Mezzo spedito ed ottimo per accrescere la proprietà, e <pb ed="aut" n="1494"
          /> la sostanziale ricchezza della nostra lingua, e adeguarla, s’è possibile, alle antiche.
          Giacchè la lingua latina è forse la più propria di queste, e quindi gran proprietà ed
          esattezza dee derivare dall’arricchirsi nuovamente alle sue fonti non ancor tocche ec.
          (10-13. Agosto 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Qual lingua è più varia della latina? (se non forse la greca). E quale è più propria?
          neppur forse la greca. E dalla proprietà deriva naturalmente la varietà, come ho detto p.
          1479. Ella era strettamente propria per legge, e non avrebbe scritto latino ma barbaro,
          chi non avesse scritto con proprietà: laddove la greca potendo essere altrettanto e più
          propria, era più libera, ed ho già osservato altrove come ciascuno scrittor greco, abbia
          un vocabolarietto particolare, cioè faccia uso continuo delle stesse voci, e si restringa
          ad una sola parte della sua lingua, con che la proprietà non può esser perfetta. Ai latini
          bisognava una perfetta cognizione ed uso della loro lingua, non solo in grosso ma in
          particolare, e quindi il vocabolario che si può formare a ciascun buono scrittore latino è
            <pb ed="aut" n="1495"/> generalmente molto più ampio che a qualunque greco classico. E
          pur la lingua greca era più ricca della latina. Ma la lingua di ciascun latino era più
          ricca che di ciascuno scrittor greco. Eccetto gli scrittori greci più bassi, come Luciano,
          Longino ec. i quali sono ricchissimi, e tanto più quanto il loro stile è meno antico,
          perchè i contemporanei, come Arriano, Dionigi Alicarnasseo, sono più antichi di stile, e
          meno ricchi di lingua. La stessa immensa ricchezza della lingua greca impoveriva gli
          scrittori, finch’ella non fu studiata con un’arte perfetta ch’è sempre propria de’ tempi
          imperfetti e scaduti.</p>
        <p>Ora tornando al proposito, qual lingua, malgrado tutte le dette qualità, era più scarsa
          di vera sinonimia che la latina, non pur nelle voci, se così posso dire, nelle locuzioni?
          E pur ella era così varia ec. Anzi la mancanza appunto di sinonimia produceva quella
          ricchezza individuale di ciascheduno scrittore, ch’era obbligato a mutare espressione ad
          ogni piccola varietà del discorso. La sinonimia è maggiore assai negli antichi e ottimi
          greci, <pb ed="aut" n="1496"/> cioè finchè la lingua greca non fu pienamente posseduta per
          arte e studio. Quando lo fu, la sinonimia fu minore assai, e la varietà e la proprietà
          molto maggiore. E Luciano è assai più proprio d’Isocrate tanto studioso della sua lingua.
          Così che la squisita proprietà è realmente aliena dall’ottima lingua greca, e muta il di
          lei carattere negli scrittori più recenti, e gli accosta al carattere del latino. I latini
          venuti a tempi signoreggiati dall’arte, possederono sempre pienamente e interamente la
          loro lingua.</p>
        <p>Consideriamo però le lingue antiche, consideriamo i primi scrittori di ciascuna lingua
          moderna, e vedremo che la sinonimia è assolutamente scarsissima rispetto alle lingue e
          alle scritture moderne. Dal che si conferma ch’ella non è primitiva, ma prodotta e
          continuamente accresciuta dal tempo, con danno grande della proprietà, della forza ec. e
          della vera ricchezza. Danno irreparabile per se stesso, e al quale poco sufficiente
          ostacolo può porre la determinazione <pb ed="aut" n="1497"/> del valor preciso delle
          parole, i vocabolari, i dizionari de’ sinonimi ec. Danno pertanto che obbliga
          assolutamente alla novità delle parole, solo mezzo di riparare all’impoverimento che il
          tempo arreca alle lingue per questo verso, e che è tanto inimpedibile quanto quello che
          arreca loro colla soppressione delle parole; e maggiore, secondo me, non poco.</p>
        <p>Dovunque prevale la sinonimia quivi la proprietà soffre assai. Gli scrittori italiani
          possono rassomigliarsi ai greci nel riguardo che ho detto, sì come ho notato altre volte.
          Nè solo gli scrittori ma la lingua eziandio. La latina può rassomigliarsi per questo lato,
          come ho pur detto altrove, alla francese. Quella fra le antiche, questa fra le moderne,
          sono forse le più scarse di vera sinonimia. Quindi anche allo scrittor francese è
          necessario il posseder bene e interamente la sua lingua, cosa non necessaria agl’italiani,
          non dico per iscriver bene, ma per poter pur scrivere in italiano.</p>
        <p>Sebbene però e la lingua francese e la latina scarseggiano di vera sinonimia, e sono <pb
            ed="aut" n="1498"/> similissime in questo che ambedue dipendono sommamente dall’arte, e
          da un’esatta determinazione ec. nondimeno le differenze fra loro, anche sotto l’aspetto
          che noi consideriamo, sono grandissime. La lingua francese scarseggia di sinonimia, non
          tanto per esattezza, nè per una perfetta conservazione del valor primitivo delle parole
          (come la latina) quanto per povertà. Una lingua povera sarà sempre esatta, purchè la
          povertà non giunga all’altro estremo, nel quale si trova p. e. la lingua ebraica. La
          differenza de’ tempi e delle cagioni produce la differenza degli effetti. L’arte antica
          rese propria e <emph>sostanzialmente</emph> ricca la lingua latina fra tutte le altre.
          L’arte moderna e matematica, volendo rendere esatta la lingua francese, l’ha resa
          poverissima. Quindi dalla sua esattezza, e dalla scarsezza de’ suoi sinonimi, non nasce nè
          proprietà, nè forza, nè varietà, nè ricchezza. L’esattezza dello scriver latino, li
          portava a variar espressione secondo le minime varietà del discorso. Non così ponno fare i
          francesi. La parola o la frase che adoprano è certamente quella che offre la loro <pb
            ed="aut" n="1499"/> lingua, quella che conviene, e che non potrebbe scambiarsi con
          un’altra. Ma ella torna bene spesso, perch’ella conviene a molte cose, ella perciò non
          produce nè proprietà nè forza, poichè bene spesso non conviene a quella tal cosa, se non
          perchè la lingua è povera e non ha altro modo da esprimerla, nè da differenziarla da altre
          cose, o parti, o accidenti ec. ec. ec. Dico ciò generalmente parlando, ed eccettuando
          quelle materie nelle quali la lingua francese abbonda di parole precise. Ma la precisione
          (in cui la lingua francese regna) come non abbia a far colla proprietà, e come da lei non
          derivi nè bellezza nè varietà nè forza (la quale è sempre relativa all’immaginazione
          mentre la precisione parla alla ragione), l’ho detto altrove. Ora io qui non parlo che
          della proprietà, e considero le lingue e la ricchezza loro, piuttosto intorno al bello,
          che all’esatto ec.</p>
        <p>Del resto gli scrittori antichissimi e primitivi, non meno italiani e greci, che latini e
          francesi, sono sempre sommamente propri, e scarseggiano di sinonimia. Ciò accade,
          perch’essi, ancorchè senza studio, pur possedevano assai bene e pienamente la lingua,
          ancorchè vastissima, ch’essi stessi creavano o formavano, tanto in ordine al generale e
          all’indole, quanto in ordine ai particolari, e alle parole e modi, e alla determinazione
          dei loro significati ec. e v. la pag.1482-84. la quale, stante questa riflessione, non
          contraddice alla pag.1494-96. (13-14. Agosto. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dalla teoria che abbiamo dato dei sinonimi si deducono alcune osservazioni intorno alla
            <pb ed="aut" n="1500"/> diramazione e diversità delle lingue nate da una stessa madre,
          massime da una madre già formata, colta, ricca, letterata ec. Nata appoco appoco la
          sinonimia nella lingua madre, e quindi diffusa questa in diverse parti, non tutti i
          sinonimi passano a ciascuna lingua figlia, ma solamente alcuni a questa, altri a quella. E
          questa è pur una delle cagioni della maggior ricchezza e proprietà delle lingue antiche.
          Le lingue figlie di una madre già formata, per lo più sono meno ricche di lei. Il tempo
          dopo aver soppresso le differenze de’ significati (sia prima della diffusione, e presso la
          nazione originariamente partecipe di quella lingua, sia molto più dopo, e presso le
          nazioni che sempre corrottamente la ricevono e sempre mancante e povera, per la ignoranza
          e la difficoltà d’imparare una lingua nuova, e l’impossibilità di ricevere e praticar
          tutta intera una tal lingua ricca ec. ec.), il tempo, dico, sopprime quindi naturalmente
          una buona parte de’ sinonimi, conservandone solo uno o due per significato, che prevalendo
          appoco appoco nell’uso, fanno dimenticar gli altri ec. Così le lingue perdono <pb ed="aut"
            n="1501"/> appoco appoco necessariamente di ricchezza e di proprietà, a causa della
          sinonimia. Oltre che le lingue figlie, nascendo da corruzione, e dagli stessi danni che il
          tempo reca alla sostanza materna, non la possono mai di gran lunga ereditar tutta intera.
          E così il fondo delle lingue si va sempre scemando se per altra parte non si accresce, e
          le lingue che nascono sono <emph>sempre</emph> più povere di quelle che le producono,
          almeno nei principii.</p>
        <p>Questa è pur, come ho detto, una gran ragione della differenza delle lingue figlie di una
          stessa madre. In questa nazione prevale il tal sinonimo, e gli altri si dimenticano, o non
          s’introducono mai. In quella il tal altro. Questa ne riceve o ne conserva un solo nel tale
          o tal significato, quella due, quell’altra più ec. Così è accaduto alla lingua latina
          diramata nelle Spagne, nella Francia, in Italia. E troveremo spessissimo che la differenza
          con cui si esprimono le dette tre lingue in questo o quel caso, nasce dalla differenza del
          sinonimo latino che hanno conservato, o da principio adottato. Gl’italiani e i francesi
          per significare il bello usano una parola derivata dalla latina <foreign lang="lat"
            rend="italic">bellus</foreign>; gli spagnuoli una derivata dalla latina <foreign
            lang="lat" rend="italic">formosus</foreign>. Gli spagnuoli e gl’italiani <pb ed="aut"
            n="1502"/> dicono <emph>moglie</emph> dal latino <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mulier</foreign>, i francesi <foreign lang="fre" rend="italic">femme</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">femina</foreign>. Similmente differiscono nel numero.
          Altra ha conservato o adottato più sinonimi latini, altra meno. Relativamente a questo la
          lingua francese tiene la estremità del meno, la spagnuola il mezzo, l’italiana il più,
          tanto per la sua circostanza nazionale, quanto pel moltissimo ch’ella ha seguito ad
          attingere dalle fonti latine, appena divenuta letterata. E troveremo spessissimo che,
          poniamo caso, di 5 o 6 parole latine divenute sinonime col tempo, l’italiana le avrà
          conservate, e le userà anche volgarmente o tutte o quasi tutte, gli spagnuoli, e massime i
          francesi appena una. Certo è raro che si possano trovar nella lingua francese due parole
          latine perfettamente sinonime o fino ab antico, o almeno nel loro presente uso. Piuttosto
          avranno parecchie parole prese d’altronde, che sieno sinonime di altre latine da loro pur
          conservate.</p>
        <p>Queste considerazioni ci menano alla conseguenza del quanto ragionevole e giusto sia per
          la nostra lingua il seguire ad arricchirsi alle fonti latine. Le lingue madri non denno
          mai stimarsi chiuse alle figlie; noi abbiamo <pb ed="aut" n="1503"/> delle lingue sorelle
          che possono pure attingere a una stessa fonte con noi, ma la nostra lingua assai più delle
          altre due. La nostra lingua, com’è naturale a quella ch’è parlata dalla stessa nazion
          latina, e che fu poi modellata da’ suoi formatori sulla di lei madre, tiene assai più che
          le altre sorelle, sì dell’indole e delle forme, sì del suono stesso e della figura esterna
          delle parole latine, del significato, della pronunzia stessa del latino ec. sì
          dell’andamento ec. della madre. Ed oltracciò, come ho detto, e come anche per cento altri
          lati si può vedere, ella ha ereditato della sostanza materna, o se n’è poscia rivendicata
          assai maggior porzione che le sorelle. Tutte queste cose fanno che l’indole dell’italiano
          essendo più latina, che non è lo spagnuolo e il francese, ella si adatti benissimo alle
          nuove parole latine, frasi, forme ec. e queste sieno tanto meno forestiere in casa sua,
          quanto maggior copia ella già ve ne alloggia. E che la lingua italiana quanto più ha
          preso, ed è <emph>abituata</emph> a prendere dal latino, tanto più, e sempre
          proporzionatamente di più ne possa prendere. Giacchè così va la bisogna rispetto alle <pb
            ed="aut" n="1504"/> lingue. E già in tutte le cose la convenienza si misura dall’indole
          e dal costume, e la novità è tanto più facile a introdurre ec. quanto è più simile al
          vecchio ec. Le lingue spagnuola e francese (e massime questa) appunto perchè meno hanno
          preso dal latino, e perchè è stata proprietà loro la parsimonia in questo particolare, e
          perchè non sono tanto conformi allo spirito del latino (anzi la francese in nessun modo),
          ec. ec. , perciò volendo conservare il loro carattere, non possono neppur oggi attingerne
          più che tanto. Viceversa l’italiana, la quale conserverà il suo carattere primitivo,
          seguendo ad attingerne come primitivamente ha fatto, e s’è accostumata a fare. (14-15.
          Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ogni volta che si troverà citato in questi fogli il Du Cange, Glossario latino-barbaro,
          si avverta che nella mia edizione, non è tutto del Du Cange. Vi sono parecchie giunte e
          correzioni de’ Monaci Maurini editori, contrassegnate nei modi che si specificano nella
          loro prefazione p. 8. dopo il mezzo. (15 Agosto, dì dell’Assunzione di Maria Santissima.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’influenza della sinonimia sui linguaggi è tanta, e sì potentemente contribuisce alla
          corruzione, alterazione, sovversione, ed anche al totale cambiamento delle lingue, che ad
          essa in <pb ed="aut" n="1505"/> gran parte si possono riferire tutti i detti effetti, la
          difficoltà di ritrovar l’etimologie, le diversissime facce delle lingue madri rispetto
          alle lingue figlie, che spesso appena si ravvisano per parenti, e le graduate, ma infinite
          diversificazioni di significato che subirono le parole passando di una in altra lingua,
          con che arrivarono a non esser più intese in altra nazione che da principio parlava la
          stessa favella, a compor lingue differentissime, che non si tengono più per parenti,
          benchè composte in buona parte di parole che originariamente erano le stesse; e derivate
          da una stessa fonte, che a causa di queste infinite alterazioni più non si trova. La
          sinonimia, dico, si dee riconoscere per causa immediata di gran parte di tutto ciò,
          riconoscendo per cause prime o mediate ec. altre cose più materiali, come la diffusione
          ec. ec. Or come la sinonimia? Eccolo. Non solo i significati simili o poco differenti
          delle diverse parole, ma anche i più distinti e lontani sono confusi dal tempo, dalla
          negligenza, dall’ignoranza di coloro a’ quali trasmigra una nuova lingua ec. dallo stesso
          uso di parlare o scrivere elegante e metaforico ec. : così che delle parole disparatissime
          divengono sinonime. P. e. <pb ed="aut" n="1506"/> presso gli spagnuoli il verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaerere</foreign> (<foreign lang="spa" rend="italic"
          >querer</foreign>) è passato a significar <foreign lang="lat" rend="italic">velle,
          volvere</foreign> (<foreign lang="spa" rend="italic">bolver</foreign>) <foreign lang="lat"
            rend="italic">redire, circa</foreign> (<foreign lang="spa" rend="italic"
          >cerca</foreign>) <foreign lang="lat" rend="italic">prope</foreign>; presso i medesimi e
          gl’italiani il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">clamare</foreign> (<foreign
            lang="spa" rend="italic">llamar</foreign>, <emph>chiamare</emph>) al senso di <foreign
            lang="lat" rend="italic">vocare</foreign>; presso i francesi <foreign lang="lat"
            rend="italic">donare</foreign> (<foreign lang="fre" rend="italic">donner</foreign>) al
          senso di <emph>dare</emph>. Questo per forza di sinonimia che appoco appoco rendendo
          proprio di quelle voci quel senso disparatissimo, ha spento quelle che l’aveano realmente
          in proprietà ec. ec. L’etimologia di queste voci, e il modo in cui sono arrivate a questo
          significato ec. facilmente si trova, riguardo alla lingua latina ch’è la madre immediata
          di dette tre lingue. Ma facciamo conto che dallo spagnuolo o dal francese nascesse una
          nuova lingua, come certo nascerà col tempo, giacchè esse medesime son già molto diverse
          da’ loro principii; certo che gli etimologisti si troverebbero imbrogliatissimi, ancorchè
          seguitassero ancora a conoscer bene l’antico latino, come già si trovano molto confusi
          intorno a molte parole derivate pure immediatamente dal latino, ma tanto svisate di
          significato che più non si raffigurano. Così le lingue si alterano e si mutano
          giornalmente, e le parole, quanto al significato, <pb ed="aut" n="1507"/> si sovvertono
          mirabilmente, e l’etimologie si perdono, e le lingue primitive si nascondono (come son già
          nascoste) a causa della sinonimia, non meno che per le altre cause. (16. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Paragonando le occupazioni di un mercante che travaglia a’ suoi complicatissimi negozi, e
          di un giovane che scherza con una donna, quella ci par serissima, e questa frivolissima. E
          pure qual è lo scopo del mercante? il far danari. E perchè? per godere. E come si gode
          quaggiù? collo spassarsi; e uno de’ maggiori spassi e piaceri è quello che si piglia colle
          donne. Dunque lo scopo del mercante in ultima analisi è di potersi a suo agio, e con molti
          mezzi occupare in quello stesso in che si occupa il giovanastro, o in cose tali. Se dunque
          il fine è frivolo, quanto più il mezzo. Tutto dunque è frivolo a questo mondo, e l’utile è
          molto più frivolo del semplicissimo dilettevole. Così dico degli studi, e delle carriere
          ec. (16. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La brevità non piace per altro, se non perchè nulla piace. Anche i maggiori piaceri <pb
            ed="aut" n="1508"/> si bramano, e denno esser brevi, e lasciar desiderio, altrimenti
          lasciano sazietà. Ma non v’è mezzo fra questi due estremi? non possono lasciar paghi? No.
          Se l’uomo potesse appagarsi di un piacere nè la brevità nè la varietà (che deriva dalla
          brevità, e l’include ed importa, ed è quasi tutt’uno con lei) non sarebbero piacevoli per
          se stesse, nè amate dall’uomo. Ora siccome l’uomo non può restar pago, e la sua peggior
          condizione è la sazietà, perciò una principalissima qualità de’ piaceri e delle sensazioni
          interiori o esteriori che servono alla felicità, si è che lascino desiderio, si è la
          brevità, e varietà loro, e la varietà della vita. (17. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Senza notabile facoltà di memoria nessun ingegno può acquistare, svilupparsi, assuefarsi,
          imparare, cioè nessun ingegno può nè divenire nè meno esser grande; perchè quelle
          sensazioni, concezioni, idee, che non sono se non momentanee, e si perdono, non possono
          produrne e prepararne delle altre, e non possono quindi servire alla grandezza di un
          ingegno, tutte le cui cognizioni sono acquisite, e le cui facoltà sono quasi nulle, e
          conformi a quelle de’ menomi <pb ed="aut" n="1509"/> ingegni senza la coltura
          dell’esperienza, la qual esperienza è vana senza la memoria. La memoria si può
          generalmente considerare come la facoltà di assuefazione che ha l’intelletto. La qual
          facoltà è il tutto nell’uomo. (17. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Un viso, come ho detto altrove, ci par molte volte bruttissimo per la somiglianza che vi
          troviamo con un altro brutto, o di contraggenio per noi, o tenuto per brutto. E si può di
          leggeri osservare che tolta l’idea di questa somiglianza, egli non ci parrebbe così
          brutto; e forse tal volta quella somiglianza sarà tale che non impedisca a quella
          fisonomia di essere regolarissima, malgrado l’irregolarità di quella cui somiglia. E
          nondimeno la detta idea ci produce una sensazione dispiacevole nel vederla, e non la
          chiameremo mai bella, benchè altri privi di detta idea la tengano anche universalmente per
          tale. Così una persona che da fanciulla ci è parsa brutta, e che siamo avvezzi a
          considerar come tale, benchè <pb ed="aut" n="1510"/> divenga poi bella, non mai, o non
          senza difficoltà potrà piacerci (quando non vi siano altre cause particolari); e forse
          massimamente se l’abbiamo sempre veduta crescere e formarsi. Tanto può l’opinione
          sull’idea del bello ec. (17. Agos. 1821.). V. p. 1521.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il bambino non ha idea veruna di quello che significhino le fisonomie degli uomini, ma
          cominciando a impararlo coll’esperienza, comincia a giudicar bella quella fisonomia che
          indica un carattere o un costume piacevole ec. e viceversa. E bene spesso s’inganna
          giudicando bella e bellissima una fisonomia d’espressione piacevole, ma per se
          bruttissima, e dura in questo inganno lunghissimo tempo, e forse sempre (a causa della
          prima impressione); e non s’inganna per altro se non perchè ancora non ha punto l’idea
          distinta ed esatta del bello, e del regolare, cioè di quello ch’è universale, il che egli
          ancora non può conoscere. Frattanto questa significazione delle fisonomie, ch’è del tutto
          diversa dalla bellezza assoluta, e non è altro che un rapporto messo <pb ed="aut" n="1511"
          /> dalla natura fra l’interno e l’esterno, fra le abitudini ec. e la figura; questa
          significazione dico, è una parte principalissima della bellezza, una delle capitali
          ragioni per cui questa fisonomia ci produce la sensazione del bello, e quella il
          contrario. Non è mai bella fisonomia veruna, che non significhi qualche cosa di piacevole
          (non dico di buono nè di cattivo, e il piacevole può bene spesso, secondo i gusti, e le
          diverse modificazioni dello spirito, del giudizio, e delle inclinazioni umane esser anche
          cattivo): ed è sempre brutta quella fisonomia che indica cose dispiacevoli, fosse anche
          regolarissima. Si conosce ch’ella è regolare, cioè conforme alle proporzioni universali ed
          a cui siamo avvezzi, e nondimeno si sente che non è bella. Ma ordinariamente, com’è
          naturale, la regolarità perfetta della fisonomia indica qualità piacevoli, a causa della
          corrispondenza che la natura ha posto fra la regolarità interna e l’esterna. Ed è quasi
          certo che una tal fisonomia appartiene sempre a persona di carattere naturalmente perfetto
          ec. Ma siccome <pb ed="aut" n="1512"/> l’interno degli uomini perde il suo stato naturale,
          e l’esterno più o meno lo conserva, perciò la significazione del viso è per lo più falsa;
          e noi sapendo ben questo allorchè vediamo un bel viso, e nondimeno sentendocene egualmente
          dilettati (e forse talvolta egualmente commossi), crediamo che questo effetto sia del
          tutto indipendente dalla significazione di quel viso, e derivi da una causa del tutto
          segregata ed astratta, che chiamiamo bellezza. E c’inganniamo interamente perchè l’effetto
          particolare della bellezza umana sull’uomo (parlo specialmente del viso che n’è la parte
          principale, e v. ciò che ho detto altrove in tal proposito) deriva sempre essenzialmente
          dalla significazione ch’ella contiene, e ch’è del tutto indipendente dalla sfera del
          bello, e per niente astratta nè assoluta: perchè se le qualità piacevoli fossero
          naturalmente dinotate da tutt’altra ed anche contraria forma di fisonomia, questa ci
          parrebbe bella, e brutta quella che ora ci pare l’opposto. Ciò è tanto vero che, siccome
          l’interno dell’uomo, come ho detto, si cambia, e la fisonomia non corrisponde alle sue
          qualità (per la maggior parte acquisite), perciò accade che quella tal fisonomia
          irregolare <pb ed="aut" n="1513"/> in se, ma che ha acquistata o per arte, o per altro,
          una significazione piacevole, ci piace, e ci par più bella di un’altra regolarissima che
          per contrarie circostanze abbia acquistata una significazione non piacevole; nel qual caso
          ella può anche arrivarci a dispiacere e parer brutta. E se una fisonomia è fortemente
          irregolare, ma o per natura (che talvolta ha eccezioni e fenomeni, come accade in un sì
          vasto sistema), o per arte, o per la effettiva piacevolezza della persona che influisce
          pur sempre sull’aria del viso, ha una significazione notabilmente piacevole; noi potremo
          accorgerci della sproporzione e sconvenienza colle forme universali, ma non potremo mai
          chiamar brutta quella fisonomia, e talvolta non ci accorgeremo neppure della irregolarità,
          e se non la consideriamo attentamente, la chiameremo bella. (17. Agos. 1821.). V. p. 1529.
          capoverso 2.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>I costumi delle nazioni cambiano bene spesso d’indole, massime coll’influenza del
          commercio, de’ gusti, delle usanze ec. straniere. E siccome l’indole della favella è
          sempre il fedelissimo ritratto dell’indole della nazione, <pb ed="aut" n="1514"/> e questa
          è determinata principalmente dal costume, ch’è la seconda natura, e la forma della natura;
          perciò mutata l’indole de’ costumi, inevitabilmente si muta, non solo le parole e modi
          particolari che servono ad esprimerli individualmente, ma l’indole, il carattere, il genio
          della favella. Pur troppo è certissimo che l’indole de’ costumi italiani essendo affatto
          cambiata, massime dalla rivoluzione in poi, ed essendo al tutto francese, è perduta quasi
          effettivamente la stessa indole della lingua italiana. Si ha un bel dire. Una
          conversazione del gusto, dell’atteggiamento, della maniera, della raffinatezza, della
          leggerezza, dell’eleganza francese, non si può assolutamente fare in lingua italiana. Dico
          italiana di carattere; e piuttosto la si potrebbe tenere con parole purissime italiane,
          che conservando il carattere essenziale di questa favella. Così dico dell’indole dello
          scrivere che oggi piace universalmente. E troppo vero che non si può maneggiare in lingua
          italiana, e meno quanto all’indole che quanto alle parole. È troppo vero che l’influenza
          generale del <pb ed="aut" n="1515"/> costume francese in Europa, deve ed ha realmente
          mutata l’indole di tutte le lingue colte, e le ha tutte francesizzate, ancor più nel
          carattere, che nelle voci. E in tutta Europa si travaglia a richiamar le lingue e
          letterature alla loro proprietà nazionale. Ma invano. Nelle parole ch’è il meno importante
          si potrà forse riuscire: ma nell’indole, ch’è il tutto, è impossibile, se ciascheduna
          nazione non ripiglia il suo proprio costume e carattere; e se noi italiani massimamente
          (che siamo più soggetti all’influenza, e a pigliar l’impronta straniera, perchè non siamo
          nazione, e non possiamo più dar forma altrui) non torniamo italiani. Il che dovremmo pur
          fare: e coloro che ci gridano, <emph>parlate italiano</emph>, ci gridano in somma
            <emph>siate italiani</emph>, che se tali non saremo, parleremo sempre forestiero e
          barbaro. Ma non essendo nazione, e perdendo il carattere nazionale, quali svantaggi
          derivino alla società tutta intera, l’ho spiegato diffusamente altre volte.</p>
        <p>Questa influenza del costume e del carattere di una nazione sopra le altre civili, <pb
            ed="aut" n="1516"/> nessuna, dopo il risorgimento della civiltà, l’ebbe più stabilmente
          della francese. L’ebbero però anche altre, come l’Italia e la Spagna (e l’Inghilterra
          ultimamente), ma per cagioni meno efficaci o salde, e però fu meno durevole. Ma in
          proporzione della sua forza, fu sempre ugualmente compagna dell’influenza sulle lingue.
          Ne’ passati secoli però queste due influenze non potevano esser grandissime 1. pel minor
          grado e strettezza di relazioni scambievoli in cui erano le nazioni: 2. per la minor
          suscettibilità che queste avevano a perdere più che tanto del loro carattere, e ricevere
          l’impronta straniera, e conservarla più che tanto tempo ec. E ne avevan poca, perchè
          appunto non vi erano avvezze; e come è necessaria l’assuefazione particolare a far che tal
          nazione pigli tal carattere straniero; così è necessarissima l’assuefazione e disposizione
          generale, a far ch’ella possa ricevere profondamente e conservare radicatamente un nuovo
          carattere. Giacchè tutto è assuefazione sì nei popoli, come negl’individui. Ma in que’
          tempi la civiltà non era ancora in grado sufficiente a vincere <pb ed="aut" n="1517"/> le
          diverse nature de’ popoli, e le particolari abitudini, e le tenacità ordinarie ec. nè a
          condurre il mondo all’uniformità. V. se vuoi, p. 1386. Ora la civiltà tira sempre, come
          altrove ho detto ad uniformare; e l’uniformità fra gl’individui di una nazione, e fra le
          nazioni è sempre in ragione dei progressi generali o particolari della civiltà. Ed ella
          tira quindi sempre a confondere, risolvere, perdere ed agguagliare i caratteri nazionali,
          e quindi quelli delle lingue. Il qual effetto visibilissimo oggidì sì in questi che in
          quelli, derivando da un grandissimo e stabilissimo incremento della civiltà, non è
          maraviglia che sia notabilissimo e durevolissimo, e che l’universalità e l’influenza della
          lingua francese non si perda malgrado i cangiamenti politici, mentre non si perde nè
          facilmente si perderà l’universalità e l’influenza che sopra questo secolo di civiltà
          esercitano i costumi del popolo più civile del mondo.</p>
        <p>I costumi de’ greci anticamente, ebbero, in proporzione de’ tempi, grande influenza <pb
            ed="aut" n="1518"/> sulle diverse nazioni. (Così forse anche altre nazioni più
          anticamente.) Quindi l’universalità della loro lingua. Siccome le scienze e discipline
          portano da per tutto e conservano le nomenclature che ricevettero dalla nazione che
          inventolle e formolle, così anche i costumi. Ma le scienze si estendono a pochi, poco
          terreno abbracciano, e poco influiscono sul carattere delle lingue a cui passano. Laddove
          i costumi si estendono all’intere nazioni, ed abbracciano tutta la di lei vita, e quindi
          tutta la lingua che n’è la copia, e l’immagine. (18. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Da queste osservazioni si deduce che dopo che i costumi greci furono radicati in Roma;
          dopo che i romani andavano ad imparar le maniere del bel vivere in Grecia, come si va ora
          a Parigi; dopo che la moda, la bizzarria, l’ozio derivato dalla monarchia, l’influenza
          della letteratura greca ec. ebbe grecizzati i costumi e la conversazione di Roma; dopo che
          le case de’ nobili eran piene di filosofi, di medici, di precettori, di domestici e
          uffiziali greci d’ogni sorta; <pb ed="aut" n="1519"/> dopo che la letteratura romana fu
          definitivamente modellata sulla greca, come la russa, la svedese, la inglese del secolo
          d’Anna sulla francese; dopo tutto ciò la lingua romana doveva necessariamente (quando
          anche non si sapesse di fatto) imbarbarire a forza di grecismo, sì quanto ai particolari,
          sì quanto all’indole. E bisogna attentamente osservare che il grecismo di que’ tempi, non
          era già quello d’Erodoto o di Senofonte, e perciò la lingua e stile romano non fu mai
          semplice nè inartifiziato; ma quello di Luciano, di Polibio ec. cioè contorto, lavorato,
          elegante artifiziosamente, e similissimo all’andamento del latino. (V. p. 1494-6.) Il
          quale andamento molto si sbaglierebbe chi lo credesse passato dal latino nel greco. Fu
          tutto l’opposto, e derivò dall’influenza del greco di allora, il quale nè allora nè mai fu
          soggetto all’influenza del latino. E se la lingua e lo stile latino classico fu sommamente
          più artifiziato per indole, che il greco classico, ciò si deve attribuire all’indole della
          grecità contemporanea al classico latino. (18. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1520"/> Tutte le nazioni hanno naturalmente il loro particolar modo di
          vivere, di pensare, di concepire (come lo hanno gl’individui) di vedere e idear le cose
          ec. Quindi tutte le lingue hanno i loro propri e distinti caratteri, a’ quali corrisponde
          quello delle parole lor proprie. Non si troveranno in 2 diverse lingue, 2 parole sinonime
          che minutamente considerate esprimano un’idea precisamente ed interamente identica. Alcune
          parole perfettamente considerate bastano talvolta a dipingere il carattere della vita, del
          pensiero, dell’intelletto, dell’immaginazione, delle opinioni ec. del popolo che le
          adopera. Quindi mutato costume e carattere, si muta indispensabilmente l’indole della
          lingua. (18. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>E quindi ancora si conferma quello che altrove ho sostenuto, che trattandosi di parole il
          cui pregio consiste nella precisione del significato, e che denno suscitare universalmente
          quella tal precisa idea (come in fatto di parole filosofiche, scientifiche ec.); è
          perniciosissimo il mutarle, e sostituir loro una parola che in altra lingua paia sinonima
          ad essa <pb ed="aut" n="1521"/> quanto si voglia. Non lo sarà mai perfettamente, e la
          precisione e l’universalità di quell’idea si perderà, se vorrassi staccarla dalla parola,
          che le appropriò la nazione che ritrovò o determinò e rese chiara la detta idea. (18.
          Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1510. Quante cose ci paiono giornalmente brutte o belle, senza che n’abbiano
          alcuna ragione in se stesse, ma per le somiglianze, relazioni che hanno, idee che
          richiamano, o in tutti, ed allora le chiamiamo brutte o belle assolutamente, o in noi
          soli, ed allora, se pur vi badiamo (che non accade quasi mai) siamo forzati a chiamarle
          brutte o belle relativamente. Ho veduta una soffitta dipinta a ritondi, o girellette
          disposte attorno attorno in cerchio. Che cosa ha di brutto o di vile questa invenzione in
          se? Pur tutti la condannavano perchè richiama l’idea di una tavola ritonda apparecchiata
          co’ suoi piatti in giro. (18. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il passato, a ricordarsene, è più bello del presente, come il futuro a immaginarlo. <pb
            ed="aut" n="1522"/> Perchè? Perchè il solo presente ha la sua vera forma nella
          concezione umana; è la sola immagine del vero: e tutto il vero è brutto. (18. Agos.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho discorso spesso del bello che proviene dalla debolezza. Egli è un bello proveniente da
          pura inclinazione, e quindi non ha che far col bello ideale, anzi è fuori della teoria del
          bello. Infatti egli è del tutto relativo. Lasciando le infinite altre cose dove la
          debolezza sconviene e dispiace, osservate che agli uomini piace nelle donne la debolezza,
          perchè loro è naturale; alle donne negli uomini la forza e l’aspetto di essa. Ed è brutta
          la forza nelle donne, come la debolezza negli uomini. Se non che talvolta giova al
          contrasto, e dà grazia (ma perchè appunto è straordinario, cioè non conveniente) un non so
          che di maschile nelle donne, e di femminile negli uomini. (18. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gli argomenti ch’io tiro dalla considerazione della grazia, in ordine al bello, sono
          giusti, e giustamente dedotti; e si può argomentare dalla <pb ed="aut" n="1523"/> grazia
          al bello o viceversa, e le teorie dell’uno e dell’altra comunicano e dipendono
          scambievolmente, hanno principii comuni, ed elementi comuni, e son quasi due rami di uno
          stesso tronco; e ciò in questo senso. Il bello è convenienza, la grazia un contrasto, cioè
          una certa sconvenienza, o almeno un certo straordinario nelle convenienze. Se dunque la
          sconvenienza è relativa, lo è anche la convenienza; se dunque la grazia è mutabile, se ciò
          ch’è grazia per l’uno, non lo è per l’altro ec. ec. ec. tutto ciò si dovrà pur dire del
          bello. Così anche viceversa. E se la tal cosa ad altri pare straordinaria nelle
          convenienze, ad altri no, ec. ec. ec. dunque l’idea della convenienza è relativa. Io posso
          pertanto cavare indifferentemente le mie ragioni sì dall’esame della grazia, come da
          quello del bello, per mostrare, che quella o questo non è assoluto, e per qualunque altro
          scopo di simil natura ec. Dalla grazia si può dunque argomentare alla bellezza, per una
          ragione e in un modo simile a quello in cui dal brutto si argomenta al bello, e dalla
          teoria dell’uno risulta quella dell’altro; e così accade in tutti i contrarii. (18. Agos.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La facoltà di assuefarsi, in che consiste la memoria, e l’assuefazione ad assuefarsi in
          che consiste quasi interamente <pb ed="aut" n="1524"/> la detta facoltà, fanno che la
          memoria possa anche assuefarsi (come tutto giorno accade) a ritenere un’impressione
          ricevuta una sola volta, supplendo l’assuefazione generale all’assuefazione particolare, e
          venendo anche questo ad essere un effetto dell’assuefazione di richiamare. I bambini che
          non hanno ancora quest’assuefazione, o insufficiente, non ritengono impressione che non
          abbiano ricevuta più volte, e alla quale non si siano individualmente assuefatti. E le
          stesse più buone memorie non riterranno a lungo un’impressione non più ripetuta, s’essi
          medesimi di tratto in tratto non se la ripetono, mediante l’immaginazione che la richiama,
          vale a dire mediante successive reminiscenze, che formano l’assuefazione particolare a
          quella tale impressione. E ciò che dico della memoria, dico delle altre abitudini, ed
          abilità ec. (dipendenti pur da lei) che talvolta si possono acquistare in un batter
          d’occhio, come imparare un’operazione di mano tanto da poterla rifare, dopo averla veduta
          fare una sola volta. ec. Dove concorre la facoltà e facilità di assuefazione della
          memoria, <pb ed="aut" n="1525"/> con quella degli organi esteriori. Ma queste pure si
          perdono ordinariamente se non si ripetono, e se l’assuefazione istantaneamente contratta,
          non si coltiva, mediante il rinnuovamento non dell’impressione stessa, ma del suo effetto
          ec. Ancor qui però vi sono delle differenze secondo la maggiore o minor facoltà di
          assuefazione e di ritentiva, naturale e acquisita, che hanno i diversi individui. (19.
          Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Degli stessi tre soli scrittori letterati del trecento, un solo, cioè Dante, ebbe
          intenzione scrivendo, di applicar la lingua italiana alla letteratura. Il che si fa
          manifesto sì dal poema sacro, ch’egli considerava, non come trastullo, ma come impresa di
          gran momento, e dov’egli trattò le materie più gravi della filosofia e teologia; sì
          dall’opera, tutta filosofica, teologica, e insomma dottrinale e gravissima del Convito,
          simile agli antichi Dialoghi scientifici ec. (vedilo); sì finalmente dalle opinioni
          ch’egli manifesta nel Volgare Eloquio. Ond’è che Dante fu propriamente, com’è stato sempre
          considerato, e per intenzione e per effetto, il fondatore della lingua italiana. <pb
            ed="aut" n="1526"/> Ma gli altri due, non iscrissero italiano che per passatempo, e
          tanto è lungi che volessero applicarlo alla letteratura, che anzi non iscrivevano quelle
          materie in quella lingua, se non perchè le credevano indegne della lingua letterata, cioè
          latina, in cui scrivevano tutto ciò con cui miravano a farsi nome di letterati, e ad
          accrescer la letteratura. Siccome giudicavano (ancor dopo Dante, ed espressamente contro
          il parere e l’esempio suo, specialmente il Petrarca) che la lingua italiana fosse indegna
          e incapace delle materie gravi e della letteratura. Sicchè non pur non vollero
          applicarvela, ma non credettero di potere, nè che veruno potesse mai farlo. Opinione che
          durò fin dopo la metà del Cinquecento circa il poema eroico, del quale pochi anni dopo la
          morte dell’Ariosto, e pochi prima che uscisse la Gerusalemme, si credeva in Italia che la
          lingua italiana non fosse capace: onde il Caro prese a tradurre l’Eneide ec. (<bibl>v. il
            3. tomo delle sue lett.</bibl> se non fallo). Ed è notissima l’opinione che portava il
          Petrarca del suo canzoniere: ed egli lo scrisse <pb ed="aut" n="1527"/> in italiano, come
          anche il Boccaccio le sue novelle e romanzi, per divertimento delle brigate, come ora si
          scriverebbe in un dialetto vernacolo, e per li cavalieri e dame, e genti di mondo, che non
          si credevano capaci di letteratura. ec. ec. Ed è pur noto come nel 500. si scrivessero
          poemi sudatissimi in latino, e storie ec. (19. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1109. marg. fine. Fra’ quali lo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic"
            >soltar sciogliere</foreign>, in vece di <foreign lang="spa" rend="italic"
          >solutar</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic">solutus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">solvere</foreign>. E si ha nel Glossar. <foreign lang="lat"
            rend="italic">solta</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">solutio</foreign>,
          ed hanno pure i francesi <foreign lang="fre" rend="italic">soute</foreign>, cioè
            <emph>solte</emph>, invece di <emph>solute</emph>. Così <foreign lang="lat"
            rend="italic">sectari</foreign> sta per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >secutari</foreign>. E il primitivo <foreign lang="lat" rend="italic">solvere</foreign>
          s’è perduto nello spagnuolo. (v. però il Diz.) E noi pure non diciamo <emph>assolto</emph>
          per <emph>assoluto</emph>? <emph>sciolto</emph> ec.? e <emph>voltare</emph> appunto, da
            <emph>volutare</emph> come <emph>soltar</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >solutare</foreign>, che differisce per una sola lettera? (19. Agos. 1821.). V. p. 1562.
          fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La stessa ragione che inclina gli uomini e i viventi a credere assoluto il relativo, li
          porta a credere effetto ed opera della natura, quello ch’è puro effetto ed opera
          dell’assuefazione, e a creder facoltà o qualità congenite quelle che sono meramente
          acquisite. Ma egli è ben vero che questa considerazione estingue il bello e il grande: e
          quel sommo ingegno, o quella somma virtù considerata come figlia delle circostanze e delle
          abitudini, non della natura; perde tutto <pb ed="aut" n="1528"/> il nobile, tutto il
          mirabile, tutto il sublime della nostra immaginazione. Le qualità più eroiche e più
          poetiche, lo stesso sentimento, entusiasmo, genio, la stessa immaginazione diventa
          impoetica, s’ella non si considera come dono della natura; e lo scrittor di gusto, e
          massime il poeta deve ben guardarsi dal considerarla altrimenti, o dal presentarla sotto
          altro aspetto. Virgilio diverrebbe nella nostra immaginazione poco diverso da Mevio (qual
          egli era infatti naturalmente), Achille da Tersite; Newton si riconoscerebbe superiore per
          solo caso al più povero fisico peripatetico. (20. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come la grazia sia relativa si riconosce anche in ciò. Un aspetto femminile negli uomini
          è veramente sconveniente perch’è fuor dell’ordinario. Pur questa sconvenienza alle donne
          bene spesso par grazia, agli uomini bruttezza; ed io ho veduto de’ visi e delle forme
          femminili che agli uomini facevano nausea, far gran fortuna e colpo nelle donne al solo
          primo aspetto, ed esser da loro generalmente riputate bellissime. Così viceversa può dirsi
          del <pb ed="aut" n="1529"/> maschile nelle donne. (V. la p. 1522.) E tali altre infinite
          differenze si trovano ne’ due sessi, circa al senso e al giudizio della grazia, come del
          bello. (20. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>E notate che, stante il gusto naturale che hanno le donne per la forza negli uomini, e
          gli uomini per la debolezza nelle donne, parrebbe che il fatto dovesse andare all’opposto
          di ciò che ho detto qui sopra. Ma oltre che i gusti naturali si alterano sommamente,
          infinite sono le modificazioni, le facce, le differenze di un medesimo gusto, e degli
          effetti suoi. ec. (20. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1513. fine. Questo ch’io dico, che la bellezza umana, massime della fisonomia, è
          inseparabile e deriva principalmente dalla significazione, che niente ha che fare col
          bello, si può vedere ancora ne’ diversi atteggiamenti di una persona o di un volto, più o
          meno animati ed espressivi, e significatori di cose più o meno piacevoli, o viceversa;
          secondo le quali differenze, una stessa persona, par bella e brutta, più e meno bella o
          brutta. <pb ed="aut" n="1530"/> Del resto un volto bello e regolare significa sempre per
          se qualche cosa di piacevole, quantunque falsamente. Quindi ogni volto regolare piace. Ma
          piace pochissimo, ed alle volte appena si sente che sia bello, s’egli o per mancanza di
          anima, o di coltura, o di arte nella persona, manca affatto d’ogni significazione estranea
          alla sua significazione naturale, e se questa si riconosce evidentemente per falsa. Onde
          par molto più bello un viso molto meno regolare, ma espressivo, animato ec. che quello che
          ho detto. ec. ec. ec. (20. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quello che ho detto altrove per iscusar gl’inconvenienti accidentali che occorrono nel
          sistema della natura, aggiungete, che talvolta, anzi spessissimo, essi non sono
          inconvenienti se non relativi, e la natura gli ha ben preveduti, ma lungi dal prevenirgli,
          li ha per lo contrario inclusi nel suo grand’ordine, e disposti a’ suoi fini. La natura è
          madre benignissima del tutto, ed anche de’ particolari generi e specie che in esso si
          contengono, ma non degl’individui. Questi servono sovente a loro <pb ed="aut" n="1531"/>
          spese al bene del genere, della specie, o del tutto, al quale serve pure talvolta con
          proprio danno la specie e il genere stesso. È già notato che la morte serve alla vita, e
          che l’ordine naturale, è un cerchio di distruzione, e riproduzione, e di cangiamenti
          regolari e costanti quanto al tutto, ma non quanto alle parti, le quali accidentalmente
          servono agli stessi fini ora in un modo ora in un altro. Quella quantità di uccelli che
          muore nella campagna coperta di neve, per mancanza di alimenti, la natura non l’ignora, ma
          ha i suoi fini in questa medesima distruzione, sebben ella non serva immediatamente a
          nessuno. Per lo contrario la distruzione degli animali che fanno gli uomini o altri
          animali alla caccia, serve immediatamente ai cacciatori, ed è un inconveniente
          accidentale, e una disgrazia per quei poveri animali; ma inconveniente relativo, e voluto
          dalla natura, che gli ha destinati per cibo ec. ad altri viventi più forti. (20. Agos.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Facciamo conto che la scienza politica da Machiavello in poi abbia fatto 20 passi, <pb
            ed="aut" n="1532"/> 10 passi per opera di Machiavello, e gli altri 10 distributivamente
          per opera degli altri successivi scrittori. Chi fu uomo più grande? Machiavello o i suoi
          successori? E pur l’ultimo di questi è molto più gran politico di Machiavello, e la
          politica nelle sue opere ha una doppia estensione. Nessuno dunque preferisce Machiavello a
          quest’ultimo, e le sue opere non si leggono oramai che per profondità di studio; e se la
          scienza dopo lui avesse mutato faccia, come spesso accade, in virtù per altro dell’impulso
          da lui datole, più che di qualunque altra cagione; le opere di Machiavello non si
          leggerebbero più. Figuriamoci lo stesso della fisica in ordine a Galileo. Ma siccome la
          fisica ha realmente mutato faccia, però gli scritti di Galileo forse il più gran fisico e
          matematico del mondo, si lasciano agli eruditi. Tanto è vana e caduca quella gloria per
          cui gli uomini si affaticano, che non solo ella dipende dalla fortuna, non solo si stende
          a pochissimi studiosi e consapevoli delle cose antiche, non solo basta un piccolissimo
          caso ad impedirla o a sopprimerla, non solo tocca bene spesso agl’immeritevoli ec. ec. ec.
          ec. ec. <pb ed="aut" n="1533"/> ma lo stesso cercarla, lo stesso ottenerla, è cagione del
          perderla. Quegli uomini straordinarii e sommi che danno colle loro opere un impulso allo
          spirito umano, e cagionano un suo notabile progresso, restano dopo poco spazio inferiori
          nell’opinione e nella realtà, a degl’ingegni molto minori, che profittando de’ suoi lumi,
          conducono lo spirito umano molto più avanti di quello a cui egli non lo potè portare. Così
          quelle stesse opere che gli procacciarono gloria, cagionano la di lui dimenticanza; e il
          gran filosofo con quel medesimo con cui cerca ed ottien rinomanza, travaglia a
          distruggerla. Le glorie letterarie per questa parte, sono alquanto meno soggette a questo
          inconveniente. Dico per questa parte, perchè le alterazioni dei gusti, e la somma
          istabilità del bello, che non ha forma indipendente dall’opinione e dal costume ec. come
          il vero, producono bene spesso il medesimo effetto. (20. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Chi non crederebbe che il significato francese della parola <emph>genio</emph> non fosse
          al tutto <pb ed="aut" n="1534"/> moderno? Eppure nel seg. passo di Sidonio (<bibl>
            <title>Panegyr. ad Anthem.</title> v.190. seqq.</bibl>) io non so in qual altro senso,
          che in questo o simile, si possa intendere. <quote rend="block">
            <lg lang="lat" rend="italic">
              <l>Qua Crispus brevitate placet, quo pondere Varro,</l>
              <l>Quo genio Plautus, quo fulmine<note resp="aut" n="a" place="foot">
                  <p>Altri meglio, <foreign lang="lat" rend="italic">flumine</foreign>.</p>
                </note> Quintilianus,</l>
              <l>Qua pompa Tacitus numquam sine laude loquendus.</l>
            </lg>
          </quote> Se pur non volesse dire <emph>piacevolezza</emph>, e una cosa simile a quella che
          esprime talvolta l’italiano genio, e in questo senso pure non si troverebbe presso gli
          antichi scrittori. V. però il Forcell. e il Ducange. (20. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le parole <emph>irrevocabile, irremeabile</emph> e altre tali, produrranno sempre una
          sensazione piacevole (se l’uomo non vi si avvezza troppo), perchè destano un’idea senza
          limiti, e non possibile a concepirsi interamente. E però saranno sempre poeticissime: e di
          queste tali parole sa far uso, e giovarsi con grandissimo effetto il vero poeta. (20.
          Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Principi insigni e famosi per la <pb ed="aut" n="1535"/> bontà, e per l’amore scambievole
          di lui verso i popoli, e de’ popoli verso lui, non furono e non saranno mai fuorchè in un
          sistema di tranquillo, sicuro, ma assoluto dispotismo. Nè un Giuseppe II. nè un Enrico IV.
          nè un Marco Aurelio, nè altri tali non sarebbero stati in un regno come quello di
          Falaride, e come altri antichi, quando il popolo cozzava colla tirannide che soffriva; nè
          in una monarchia costituzionale, alla moderna, quando il principe cozza col popolo che non
          può vincere. Le ragioni le vedrai facilmente, e consistono nell’egoismo, che è la cagione
          tanto della clemenza, quanto della crudeltà e della tirannide de’ principi, e determina i
          loro caratteri a questa o a quella, secondo la diversità delle circostanze. Augusto
          sarebbe forse stato un buono ed amato principe, se la sua tirannide fosse stata
          tranquilla, e se il tempo e le circostanze le avessero permesso di esserlo. ec. ec. ec.
          (20. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quello che ho in molti luoghi detto e spiegato della inclinazione irresistibile che
          l’uomo sociale contrae al partecipare altrui <pb ed="aut" n="1536"/> le proprie sensazioni
          ec. gradevoli o no, massime se straordinarie, bisogna riferire la gran difficoltà che
          giornalmente si prova a conservare il segreto, massime quanto meno l’uomo è lontano dallo
          stato naturale, o quanto meno è assuefatto a comprimere i suoi desiderii. Onde le donne e
          i fanciulli sono le persone meno capaci del segreto. Ma anche l’uomo fatto, e d’animo
          colto e formato ec. prova spessissimo gran difficoltà ad esser perfettamente segreto,
          sicchè nessun indizio gli scappi dalla bocca di ciò che sa, e massime se la cosa è curiosa
          ec. quantunque mai possa importare la segretezza. E se ciascheduno esaminerà bene la sua
          vita, vedrà quante volte la lingua gli abbia nociuto, o nelle piccole o nelle grandi cose,
          e bene spesso, malgrado ch’egli prevedesse il danno. Uomo perfettamente segreto, non penso
          che si trovi, non solo per le minime circostanze che non si avvertono, e che tradiscono il
          segreto; ma per la inclinazione ch’egli ha a manifestarlo, inclinazione a cui egli, se non
          sempre, certo assai spesso fa qualche maggiore o minor sacrifizio. E forse la maggior
          parte delle circostanze che ho detto, derivano in <pb ed="aut" n="1537"/> ultima analisi
          da questa inclinazione. (21. Agosto 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gli odori sono quasi un’immagine de’ piaceri umani. Un odore assai grato lascia sempre un
          certo desiderio forse maggiore che qualunqu’altra sensazione. Voglio dire che l’odorato
          non resta mai soddisfatto neppur mediocremente: e bene spesso ci accade di fiutar con
          forza, quasi per appagarci, e per render completo il piacere senza potervi riuscire. Essi
          sono anche un’immagine delle speranze. Quelle cose molto odorifere che son buone anche a
          mangiare, per lo più vincono coll’odore il sapore, e questo non corrisponde mai
          all’aspettativa di quel gusto, che dall’odore se n’era conceputa. E se voi osserverete
          vedrete che odorando queste tali cose, vi viene quel desiderio che tante volte ci avviene
          nella vita, d’immedesimarci in certo modo con quel piacere, il che ci spinge a porcelo in
          bocca: e fattolo restiamo mal paghi. Nè solo nelle cose buone a mangiare, ma anche negli
          altri odori ci sopravviene lo stesso desiderio; e <pb ed="aut" n="1538"/> fiutando p. e.
          con gran diletto un’acqua odorifera, e non potendoci mai appagare di quella sensazione, ci
          vien voglia di berla. (21. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1453. Che la natura infatti abbia lasciato da fare all’uomo più che agli altri
          animali, e ch’egli anche naturalmente sia più sviluppabile, e più destinato a crescere
          moralmente, si fa chiaro in certo modo anche per l’incremento fisico del suo corpo:
          giacchè pochi altri animali crescono proporzionatamente tanto quanto cresce l’uomo da quel
          ch’egli è quando nasce; vale a dire, pochi altri animali nascendo, sono proporzionatamente
          tanto più piccoli, di quando sono adulti, quanto è l’uomo. (21. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Bellezza e bruttezza relativa. Siccome la bellezza è rara, perciò andando in un nuovo
          paese, tu ritrovi persone la più parte brutte. Or queste ti paiono assai più brutte di
          quelle del tuo paese (benchè sia confinante), e a prima vista ti pare che in <pb ed="aut"
            n="1539"/> quel paese regni una gran deformità. La ragione è che il giudizio del bello e
          del brutto dipende dall’assuefazione; e i brutti del tuo paese, non ti fanno gran senso,
          nè ti paiono molto brutti, perchè sei avvezzo a vederli. Così pure ci accade riguardo a
          questo o quell’individuo in particolare. Ma quello che accade a te in quel nuovo paese,
          accadrà pure a que’ paesani venendo nel tuo. Viaggiando però molto, si arriva presto a
          perdere queste tali sensazioni, per effetto parimente dell’assuefazione. (21. Agos.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto qui sopra che il bello è raro, e il brutto ordinario. Come dunque l’idea del
          bello deriva dall’assuefazione, e dall’idea che l’uomo si forma dell’ordinario, il quale
          giudica conveniente? Deriva, perchè quello che gli uomini o le cose hanno d’irregolare,
          non è comune. Tutti questi son brutti, ma quegli in un modo, questi in un altro.
          L’irregolarità ha mille forme. La regolarità una sola, o poche. E gli stessi brutti hanno
          sempre qualcosa di regolare, anzi quasi <pb ed="aut" n="1540"/> tutto, bastando una sola e
          piccola irregolarità a produr la bruttezza. Così dunque l’uomo si forma naturalmente
          l’idea del bello, quando anche non avesse mai veduto altro che brutti, distinguendo senza
          pure avvertirlo ciò che le loro forme hanno di comune, da ciò che hanno di straordinario e
          quindi irregolare. E posto il caso che il tale non avesse veduto alcuna persona senza un
          tale identico difetto, o che l’avesse veduto nella maggior parte delle persone a lui note,
          quel difetto sarebbe per lui virtù, ed entrerebbe nel suo bello ideale. Così accadrebbe
          nel paese de’ monocoli. E forse può qui aver luogo il caso di una giovane da me
          conosciuta, che sino a 25 anni, credè sempre costantemente che nessuno vedesse dall’occhio
          sinistro, perch’ella non ci vedeva, e niuno se n’era accorto. L’immagine pertanto ch’ella
          si formava della bellezza umana, era di un uomo cieco da un occhio, ed avrebbe stimato
          difetto il contrario. (21. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come tutto sia assuefazione ne’ viventi, si può anche vedere negli effetti della <pb
            ed="aut" n="1541"/> lettura. Un uomo diviene eloquente a forza di legger libri
          eloquenti; inventivo, originale, pensatore, matematico, ragionatore, poeta, a forza ec.
          Sviluppate questo pensiero, applicandovi l’esempio mio, e distinguendolo secondo i gradi
          di adattabilità, e formabilità naturale o acquisita degl’individui. Quei romanzieri la cui
          fecondità ec. d’invenzione ci fa stupire, hanno per lo più letto gran quantità di romanzi,
          racconti ec. e quindi la loro immaginazione ha acquistata una facoltà che qualunque
          ingegno, in parità di circostanze esteriori e indipendenti dalla sua natura, sarebbe
          capace di acquistare, in grado per lo meno somigliante. (21. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Lo stesso dico degli altri studi indipendenti dalla lettura. Ed è tanto vero che le dette
          facoltà vengono dall’assuefazione, ch’elle si acquistano, e si perdono coll’interruzione
          dell’esercizio, e tale che poco fa era dispostissimo a ragionare, oggi non lo è più. E
          s’egli da’ ragionatori, passa agli scrittori d’immaginazione, la sua mente, mutato abito,
            <pb ed="aut" n="1542"/> acquista una facoltà d’immaginare ec. ec. ec. Così m’è accaduto
          mille volte. Bensì, com’è naturale, questi abiti si possono (mediante sempre
          l’assuefazione) confermare in modo che anche interrotto l’esercizio, non si perdano,
          benchè s’indeboliscano; o si possano presto ripigliare ec. ec. ec. Questo effetto è
          generale in tutte le assuefazioni. (21. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Un altr’abito bisogna ancora contrarre e massimamente nella fanciullezza. Quello cioè di
          applicare le dette assuefazioni alla pratica, quello di metterle a frutto, e di farle
          servire all’esecuzione di cose proprie. P. e. molti vi sono, che hanno squisito giudizio,
          moltissima lettura, cognizione ec. Non manca loro altro che il detto abito per essere
          insigni scrittori: ma stante questa mancanza, metteteli a scrivere, essi non sanno far
          nulla. Essi non hanno l’abito, e quindi la facoltà dell’applicazione, e dell’esecuzione
          propria ec. Perciò un uomo il quale (volendo seguitare l’esempio di sopra) abbia letto
          molti romanzi, e sia d’ottimo giudizio ec. ec. può benissimo non saperne nè scrivere nè
          concepire, perchè non ha l’abito <pb ed="aut" n="1543"/> dell’applicazione, e del fissare
          la mente a tirar profitto coll’opera propria da quelle assuefazioni; non ha l’esercizio
          dello scrivere, nè del pensare a questo fine, nè del mirare a ciò nell’assuefarsi ec. ec.
          ec. non ha l’abito dell’attendere e del riflettere alle minuzie, ch’è necessario per
          assuefarsi a porre in opera le altre assuefazioni; non ha l’abito della fatica ec. E
          perciò molti ancora, anzi i più, leggono anche moltissimo, non solo senza contrarne
          abilità d’eseguire (ch’è insomma abilità d’imitazione), ma neppur di pensare, e senza
          guadagnar nulla, nè contrarre quasi verun’abitudine, cioè attitudine. V. p. 1558. (22.
          Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutti più o meno (massimamente le persone che hanno coltivato il loro intelletto, e
          sviluppatene le qualità, e quelle che sono ammaestrate da molta esperienza ec.)
          concepiscono in vita loro delle idee, delle riflessioni, delle immagini ec. o nuove, o
          sotto un nuovo aspetto, o tali insomma che bene e convenientemente espresse nella
          scrittura, potrebbero esser utili o piacevoli, e separar quello scrittore, se non altro,
          dal numero de’ copisti. Ma perchè gl’ingegni (massime in Italia) non hanno l’abito di
          fissar fra se stessi, circoscrivere, e chiarificare le loro idee, perciò queste restano
          per lo più nella loro mente in uno stato incapace di esser consegnate e adoperate nella
          scrittura; e i più, quando si mettono a scrivere, non trovando niente del loro che faccia
          al caso, si contentano di copiare, o compilare, o travestire l’altrui; e neppur si
          ricordano, nè credono, nè <pb ed="aut" n="1544"/> s’immaginano, nè pensano in verun modo a
          quelle idee proprie che pur hanno, e di cui potrebbero far sì buon uso. Mancano pure
          dell’abito di saper convenientemente esprimere idee nuove, o in nuova maniera, cioè di
          applicare per la prima volta la parola e l’espressione conveniente ad un’idea, di
          fabbricarle una veste adattata alla scrittura; e perciò, quando anche le concepiscano
          chiaramente, le lasciano da banda, non sapendo darle giorno, e disperando, anzi neppur
          desiderando di potere, e si rivolgono alle idee altrui che hanno già le loro vesti belle e
          fatte. Che se essi talvolta si lasciano portare a volere esprimere le dette idee proprie,
          per la mancanza di abilità acquistata coll’esercizio, lo fanno miserabilmente. Questo
          esercizio è tanto necessario, che io per l’una parte loderò moltissimo, per l’altra
          piglierò sempre buonissima speranza di un fanciullo o di un giovane, il quale ponendosi a
          scrivere e comporre, vada sempre dietro alle idee proprie, e voglia a ogni costo
          esprimerle, siano pur frivole com’è naturale nei principii della riflessione, e malamente
          espresse, com’è naturale ne’ principii dello scrivere e dell’applicare <pb ed="aut"
            n="1545"/> i segni ai pensieri. A me pare ch’io fossi uno di questi. (22 Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’uomo senza la speranza non può assolutamente vivere, come senza amor proprio. La
          disperazione medesima contiene la speranza, non solo perchè resta sempre nel fondo
          dell’anima una speranza, un’opinione direttamente o quasi direttamente, ovvero
          obbliquamente contraria a quella ch’è l’oggetto della disperazione; ma perchè questa
          medesima nasce ed è mantenuta dalla speranza o di soffrir meno col non isperare nè
          desiderare più nulla; e forse anche con questo mezzo, di goder qualche cosa; o di esser
          più libero e sciolto e padrone di se, e disposto ad agire a suo talento, non avendo più
          nulla da perdere, più sicuro, anzi totalmente (se è possibile e v. la p. 1477.) sicuro in
          mezzo a qualunque futuro caso della vita ec.;o di qualche altro vantaggio simile; o
          finalmente, se la disperazione è estrema ed <emph>intera</emph> cioè su tutta la vita, di
          vendicarsi della fortuna e di se stesso, di goder della stessa disperazione, della stessa
          agitazione, vita interiore, sentimenti gagliardi ch’ella suscita ec. Il piacere della
          disperazione è ben conosciuto, e quando si rinunzi alla speranza e al desiderio di tutti
          gli altri, non si lascia mai di sperare <pb ed="aut" n="1546"/> e desiderar questo.
          Insomma la disperazione medesima non sussisterebbe senza la speranza, e l’uomo non
          dispererebbe se non isperasse. Infatti la disperazione più debole e meno energica è quella
          dell’uomo vecchio, lungamente disgraziato, sperimentato ec. che spera veramente meno. La
          più forte, intera, sensibile, e formidabile, è quella del giovane ardente e inesperto,
          ch’è pieno di speranze, e che gode perciò sommamente benchè barbaramente della stessa
          disperazione ec. (22. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quelli che meno sperano, meno godono della loro disperazione, e meno anche disperano, e
          conservano più facilmente una speranza benchè languida, pur distinta e visibile in mezzo
          alla disperazione. Tale è il caso degli uomini lungamente sventurati, e soliti ed
          assuefatti a soffrire e a disperare. Viceversa dico degli altri. La disperazione poi
          dell’uomo ordinariamente felice, è spaventevole. (22. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Siccome non v’è infelicità che non possa crescere (p. 1477.), così non v’è uomo tanto
          perfettamente disperato che sopraggiungendolo <pb ed="aut" n="1547"/> una nuova,
          impreveduta e grande sciaura non provi nuovo dolore. Anzi bene spesso quando anche sia
          preveduta, quando anche sia quella medesima per cui si disperava. Dunque la speranza gli
          restava ancora. E nessuno è mai tanto disperato che, se bene si dia a credere di non esser
          più suscettibile di maggior dolore, e di star sicuro nella sua piena disperazione, non sia
          realmente soggetto a sentire l’accrescimento del male. Non v’è infermo così ragionevole e
          capace di conoscer da se di avere necessariamente a morir del suo male (come sarebbe un
          medico ec.), che al ricever l’avviso di dover morire non si turbi fuor di modo. Dunque
          sperava ancora di non morire. Questa osservazione è del Buffon. E come non v’è tanto gran
          male che non possa esser maggiore, così non v’è disperazione umana che non possa crescere.
          Dunqu’ella non è mai perfetta per grande ch’ella sia, dunque non esclude mai pienamente la
          speranza. (22. Agos. 1821).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Osservate quell’uomo disperatissimo di tutta quanta la vita, disingannatissimo d’ogni
          illusione, e sul punto di uccidersi. Che cosa credete voi ch’egli pensi? pensa che la sua
          morte sarà o compianta, o ammirata, o desterà spavento, o farà conoscere il suo coraggio,
          a’ parenti, agli amici, a’ conoscenti, a’ cittadini; che si discorrerà di lui, se non
          altro per qualche istante con un sentimento straordinario; che le menti si esalteranno
          almeno di un grado sul di lui <pb ed="aut" n="1548"/> conto; che la sua morte farà
          detestare i suoi nemici, l’amante infedele ec. o li deluderà ec. ec. Credete voi ch’egli
          non tema? egli teme, (sia pur leggerissimamente) che queste speranze non abbiano effetto.
          Io son certissimo che nessun uomo è morto in mezzo a qualche società senza queste speranze
          e questi timori, più o meno sensibili; e dico morto, non solo volontariamente, ma in
          qualche modo. E s’egli è mai vissuto nella società ec. morendo anche nel deserto, e quivi
          anche di sua mano, spera (sia pur lontanissimamente) che la sua morte quando che sia verrà
          conosciuta ec. V. p. 1551. Tanto è lungi dal vero che la speranza o il desiderio possano
          mai abbandonare un essere che non esiste se non per amarsi, e proccurare il suo bene, e
            <emph>se non quanto si ama</emph>. (22. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1449. Vero è per altro che nè l’immaginazione de’ vecchi sarà mai così feconda nè
          forte ec. come quella de’ giovani, nè quella de’ moderni, come quella degli antichi, nè la
          comandata come la spontanea. E quindi la poesia de’ moderni cederà sempre all’antica
          quanto all’immaginazione. E si può ben comandare a questa, e renderla a viva forza anche
          più feconda e più gagliarda dell’antica, ma non si riuscirà mai in questo modo a dare a’
          suoi parti quella bellezza, quella grazia, quella vita che <pb ed="aut" n="1549"/> non
          ponno avere se non le sue produzioni spontanee. Saranno anche più energici, e non per
          tanto meno vivi, e men belli, anzi tanto meno quanto più energici, derivando quest’energia
          dalla forzatura, e dalla tortura a cui si mette la fantasia, per cavarne cose che facciano
          grand’effetto, e spirino originalità ec. Tali sono ordinariamente i parti delle fantasie
          settentrionali, parti la cui straordinaria forza non è vitale, ma come quella che si
          acquista coll’acqua vite, e benchè più forti assai delle invenzioni greche, sono ben lungi
          dall’averla vita, e la sana complessione di queste.</p>
        <p>Bisogna però convenire che l’uomo moderno, così tosto com’è pienamente disingannato, non
          solo può meglio comandare all’immaginazione che al sentimento, il che avviene in ogni
          caso, ma anche è meglio atto a immaginare che a sentire. Quando gli uomini sono ben
          conosciuti, non è più possibile sentir niente per loro; ogni moto del cuore è languido, e
          oltracciò s’estingue appena nato. L’affetto è incompatibile colla conoscenza della
          malvagità dell’uomo, e della nullità <pb ed="aut" n="1550"/> delle cose umane. L’uomo
          disingannato non ha più cuore, perchè i sentimenti ancorchè destati da tutt’altro, hanno
          sempre relazione o vicina o lontana co’ nostri simili. E come può l’uomo riscaldarsi per
          cose di cui conosce o la perversità o la total vanità? Sparito dagli occhi umani quel
          mondo umano, dove solo si poteva esercitare il suo cuore; sparita l’idea della virtù,
          dell’eroismo ec. ec. ec. il sentimento è distrutto. L’odio o la noia non sono affetti
          fecondi; poca eloquenza somministrano, e poco o niente poetica. Ma la natura, e le cose
          inanimate sono sempre le stesse. Non parlano all’uomo come prima: la scienza e
          l’esperienza coprono la loro voce: ma pur nella solitudine, in mezzo alle delizie della
          campagna, l’uomo stanco del mondo, dopo un certo tempo, può tornare in relazione con loro
          benchè assai meno stretta e costante e sicura; può tornare in qualche modo fanciullo, e
          rientrare in amicizia con esseri che non l’hanno offeso, che non hanno altra colpa se non
          di essere stati esaminati, e sviscerati troppo minutamente, e che anche secondo la
          scienza, hanno pur delle intenzioni e de’ fini benefici verso lui. Ecco un certo <pb
            ed="aut" n="1551"/> risorgimento dell’immaginazione, che nasce dal dimenticare che
          l’uomo fa le piccolezze della natura, conosciute da lui colla scienza; laddove le
          piccolezze, e le malvagità degli uomini, cioè de’ suoi simili, non è quasi possibile che
          le dimentichi. Egli stesso assai mutato da quel di prima, e conosciuto da lui assai più
          intimamente di prima, egli stesso da cui non si può nè allontanare nè separare, servirebbe
          a richiamargli l’idea della miseria, della vanità, della tristizia umana. In questo stato
          l’uomo moderno è più atto ad imitare Omero che Virgilio. (23. Agos. 1821.). V. p. 1556.
          fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1548. marg. Quindi la cura che i suicidi soglion prendere di lasciar qualche
          notizia, qualche cenno della loro morte, e del modo di essa; com’ella fu veramente
          volontaria, non derivò da pazzia, nè da malattia, nè da violenza altrui. Molti si stendono
          anche a descriverne tutte le cagioni, e le circostanze e spendono molto tempo a
          trattenersi, ad informare, a cattivarsi insomma quel mondo, che nel medesimo punto sono
          per lasciare, abbominandolo, disprezzandolo, e disperando di nulla ottenerne. <pb ed="aut"
            n="1552"/> Che se altri tralasciano tutto ciò, non lo fanno che per riscuotere maggiore
          ammirazione o dagli altri, o certo da se stessi. (23. Agosto 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Certe voci false negli uomini piacciono moltissimo alle donne. Così forse anche
          viceversa, sebbene noi siamo meglio informati e avvertiti intorno a ciò che accade alle
          donne rispetto a noi, che a noi rispetto alle donne. Del resto il detto effetto appartiene
          alla grazia derivante dallo straordinario e dallo stesso difettoso. (23. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Montesquieu <title lang="fre">Essai sur le goût</title> ha alcuni pensieri sulla grazia,
          analoghi a quelli ne’ quali ho spiegato com’ella derivi dall’irregolare che benchè
          sconveniente, non arriva a distruggere la convenienza. (23. Agosto. 1828.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’indebolimento della memoria, non è scancellamento d’immagini o d’impressioni ec. ma
          inabilitamento degli organi, ad eseguire le solite operazioni a cui sono assuefatti, tanto
          generali che particolari, e a contrarre <pb ed="aut" n="1553"/> nuove assuefazioni
          particolari, cioè nuove reminiscenze. (23. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si vedono persone di montagna venute nelle grandi città, contrarre brevemente le maniere
          civili e graziose, ed altre nate in paesi assai meno rozzi, viver lungamente nelle grandi
          città, e tornare in patria colle stesse maniere di prima. Ecco le differenze de’ talenti;
          maggiore o minor facilità d’assuefarsi e dissuefarsi. Io spererò sempre bene di quel
          fanciullo, che dimostri nelle minime cose questa facilità, che sia singolarmente portato
          all’imitazione, che facilmente e presto contragga le maniere, la pronunzia ec. ec. e gli
          stessi difetti di coloro con cui vive, e presto se ne divezzi, e le perda secondo la
          novità delle circostanze ec. ec. che trasportato in un nuovo paese o in un nuovo circolo,
          ne pigli subito le virtù o i vizi. Dico finattanto che nel fanciullo non si può pretendere
          il discernimento: il quale deriva da una lunga e varia serie di assuefazioni. (23. Agosto.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutti dicono che l’uomo è un animale imitativo, ch’egli è singolarmente portato <pb
            ed="aut" n="1554"/> all’imitazione, influito dall’esempio ec. Che altro è questo se non
          dire ch’egli dipende in tutto dall’assuefazione; che non apprende se non perchè si
          avvezza, e non ha fra tutti gli animali somma facoltà di apprendere, se non perchè ha fra
          tutti somma facoltà di avvezzarsi, come somma inclinazione e disposizione a imitare; che
          quasi tutte le sue facoltà e qualità sono acquisite ec. ec.? (23. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non solo, come ho spiegato altrove si fa male quello che si fa con troppa cura, ma se la
          cura è veramente estrema, non si può assolutamente fare, e per giungere a fare bisogna
          rimettere alquanto della cura, e della <emph>intenzione</emph> di farlo. (24. Agos.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In questo presente stato di cose, non abbiamo gran mali, è vero, ma nessun bene; e questa
          mancanza è un male grandissimo, continuo, intollerabile, che rende penosa tutta quanta la
          vita, laddove i mali parziali, ne affliggono solamente una parte. L’amor proprio, e quindi
          il desiderio ardentissimo della felicità, perpetuo ed essenzial compagno della vita <pb
            ed="aut" n="1555"/> umana, se non è calmato da verun piacere vivo, affligge la nostra
          esistenza crudelmente, quando anche non v’abbiano altri mali. E i mali son meno dannosi
          alla felicità che la noia ec. anzi talvolta utili alla stessa felicità. L’indifferenza non
          è lo stato dell’uomo; è contrario dirittamente alla sua natura, e quindi alla sua
          felicità. V. la mia teoria del piacere, applicandola a queste osservazioni, che dimostrano
          la superiorità del mondo antico sul moderno, in ordine alla felicità, come pure dell’età
          fanciullesca o giovanile sulla matura. (24. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Consideriamo la natura. Qual è quell’età che la natura ha ordinato nell’uomo alla maggior
          felicità di cui egli è capace? Forse la vecchiezza? cioè quando le facoltà dell’uomo
          decadono visibilmente; quando egli si appassisce, indebolisce, deperisce? Questa sarebbe
          una contraddizione, che la felicità, cioè la perfezione dell’essere, dovesse naturalmente
          trovarsi nel tempo della decadenza e quasi corruzione di detto essere. Dunque la gioventù,
          cioè il fior dell’età, quando le facoltà dell’uomo sono in pieno vigore ec. ec. <pb
            ed="aut" n="1556"/> Quella è l’epoca della perfezione e quindi della possibile felicità
          sì dell’uomo che delle altre cose. Ora la gioventù è l’evidente immagine del tempo antico,
          la vecchiezza del moderno. Il giovane e l’antico presentano grandi mali, congiunti a
          grandi beni, passioni vive, attività, entusiasmo, follie non poche, movimento, vita d’ogni
          sorta. Se dunque la gioventù è visibilmente l’età destinata dalla natura alla maggior
          felicità, l’<foreign lang="grc">ἀκμὴ</foreign> della vita, e per conseguenza della
          felicità ec. ec. se il nostro intimo senso ce ne convince (che nessun vecchio non desidera
          di esser giovane, e nessun giovane vorrebbe esser vecchio); se la considerazione del
          sistema e delle armonie della natura ce lo dimostra a primissima vista; dunque l’antico
          tempo era più felice del moderno; dunque che cosa è la sognata perfettibilità dell’uomo?
          dunque ec. ec. Quest’osservazione si può stendere a larghissime conseguenze. (24. Agos.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1551. Tanto la facoltà d’immaginare quanto di sentire sono abiti. Or quell’abito
          si racquista meglio di questo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1557"/> L’immaginazione, eccetto ne’ fanciulli, non ha, e non abbisogna di
          fondamento nella persuasione. Omero non credeva certo a quello ch’egli immaginava. La
          scienza può dunque sommamente indebolire l’immaginazione; pur non è incompatibile seco
          lei. Per l’opposto, il sentimento se non è fondato sulla persuasione è nullo. Quell’uomo
          che non crede più alla virtù; che sa com’ella è dannosa, e del resto non si trova in
          nessuno; che ha perduto l’idea della grandezza degli animi e delle cose e delle azioni,
          vedendo come tutte queste e tutti quelli son piccoli; che ha conosciuto come l’entusiasmo,
          l’eroismo, l’amore non hanno verun soggetto reale; che gli uomini e le cose sono
          indegnissime di destare in lui questi affetti ec. ec. un tal uomo come può far uso del suo
          cuore, come può provar più verun sentimento forte e durevole; egli che sotto le più belle
          apparenze, discopre sempre chiaramente o fortemente sospetta, l’inganno, l’astuzia, la
          malvagità, i secondi fini, la vanità, la viltà, la nullità, la freddezza? (24. Agos.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1558"/> Alla p. 1543. marg. La quale attitudine è sì dipendente dall’abito
          e dall’esercizio ec. che intermettendolo, i più grandi ingegni illanguidiscono, o perdono
          talvolta affatto la detta attitudine, sia particolarmente, cioè riguardo a un dato genere
          di scrittura o di lavoro, sia generalmente, cioè riguardo a tutti i generi. Benchè sia
          loro meno difficile il ricuperarlo, che altrui l’acquistarlo, com’è naturale, per effetto
          dell’abito passato. (24. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Discorre il Monti (<bibl>
            <title>Proposta</title> ec. vol. 1. p. 227.</bibl>) della <emph>separazione da farsi
            della natura bruta dalla coltivata</emph>. Vedilo. Egli antepone, come si può ben
          credere, questa a quella. È verissimo. L’arte emenda, abbellisce, ec. ec. non poche volte
          la natura. La natura non tocca dall’arte, spessissimo è intollerabile, dannosa,
            <emph>schifosa</emph> (come dice il Monti). Ma come tutto ciò? forse assolutamente? non
          già; ma relativamente all’uomo. Or tutto ciò che vuol dire? che la natura ha errato?
          ch’ell’è imperfetta nelle sue opere? Così la pensano coloro a’ quali par molto più assurdo
          che l’uomo non faccia tutto bene, di quello che la natura abbia <pb ed="aut" n="1559"/>
          fatto ogni cosa male, e sbagliato a ogni tratto, e vada sempre mendicando l’opera e il
          soccorso delle sue proprie creature. Ma io dico. Quelle cose che senza un’infinita arte
          dell’uomo, non gli giovano, non gli iacciono, o gli nocciono, o fanno nausea ec. non erano
          e non son fatte per l’uomo. Il mondo non è tutto fatto per l’uomo. Quelle cose che eran
          fatte per lui, o dovevano aver relazione con lui, ed avercela in quel tal modo, la natura
          le ha ordinate con tutta la possibile perfezione al suo bene. Così ha fatto per tutte le
          altre cose, il cui bene non sempre si accorda con quello dell’uomo.</p>
        <p>Ma poichè l’uomo, mediante ciò che si chiama perfezionamento, e io chiamo corruzione, s’è
          posto in relazione con tutto il mondo, s’è proccurata un’infinità di bisogni ec. ec. ha
          dovuto con infinite difficoltà ridurre tutte le cose a uno stato idoneo al suo servizio; e
          le stesse cose che la natura avea destinate al suo uso, non essendo più buone a servirlo
          nel suo nuovo stato, ha dovuto, parte abbandonarle, parte ridurle a una condizione
          diversissima ed anche opposta alla naturale. <pb ed="aut" n="1560"/> Che vuol dir questo?
          non che la natura è imperfetta, ma che l’uomo non è qual doveva. Se l’arte è necessaria
          alla natura rispetto all’uomo, e non un’arte, dirò così, naturale, come n’adoprano
          proporzionatamente anche i bruti, ma un’arte difficilissima, infinita, complicatissima,
          lontanissima dalla natura; ciò non vuol dire che la natura per se stessa abbisogna
          dell’arte, ma che l’uomo è ridotto in tale stato che non gli basta più la natura di gran
          lunga; e ciò prova che questo stato non gli conviene. L’uomo alterandosi, ha trovato la
          natura imperfetta per lui. Ciò vuol dire ch’egli non s’è dunque perfezionato, ma corrotto;
          ciò vuol dire che egli non corrisponde più al sistema delle cose, e per conseguenza
          ch’egli è in uno stato vizioso. L’imperfezione dell’uomo, che non ha niente d’assurdo,
          perchè vien da lui, noi l’ascriviamo alla natura, il che è assurdissimo in sì perfetta
          maestra, e poi in quella che è la sola norma e ragione del perchè una cosa sia perfetta o
          no; giacchè fuor di lei, e della sua libera disposizione, non esiste altra ragione di
          perfezione o <pb ed="aut" n="1561"/> imperfezione. Dopo che l’uomo s’è cambiato, ha dovuto
          cambiar la natura. Ciò prova ch’egli non doveva cambiarsi. Se la sua nuova condizione
          fosse stata voluta e ordinata dalla natura, ella avrebbe disposte e ordinate le altre cose
          in modo che corrispondessero e servissero perfettamente a questa nuova condizione. E non
          dopo il cambiamento, ma prima di esso, l’uomo si sarebbe trovato in opposizione colla
          natura, (come oggi si trova tutto giorno) se il cambiamento fosse stato primordialmente ed
          essenzialmente ordinato dalla natura, cioè dalla ragion delle cose. Tutti gli esseri nel
          loro stato relativo di perfezione, trovano la natura perfettamente corrispondente ai loro
          fini, al loro bene, ec. e si trovano in perfetta armonia con tutte le cose che hanno
          relazione naturale ed essenziale (non accidentale) con loro. Solamente l’uomo in quello
          stato ch’egli chiama di perfezione, trova la natura renitente, ripugnante, mal disposta a’
          suoi vantaggi, a’ suoi piaceri, a’ suoi desiderii, a’ suoi fini, e gli conviene
          rifabbricarla. Quanto più egli s’avanza <pb ed="aut" n="1562"/> verso la sognata
          perfezione del suo essere tanto meno si trova in armonia colle cose quali elle sono, e gli
          conviene, raddoppiando proporzionatamente l’arte, e vincendo sempre maggiori difficoltà,
          cambiar le cose, e farle essere diversamente. Quanto più l’uomo è perfetto, cioè in
          armonia col sistema delle cose esistenti, e di se stesso, tanto più gli è difficile e
          faticoso il vivere, e l’esser felice. Che strana assurdità sarebbe questa nella natura?
          che strana contraddizione con tutte le altre anche menome parti del suo sistema?</p>
        <p>Se dunque l’arte è necessaria oggi all’uomo, e se la natura bruta gli è incompatibile,
          ciò vuol dire ch’egli non è qual dovrebbe, e che il suo vero stato di perfezione è il
          primitivo, come quello di tutte le altre cose. Lungi pertanto dall’esser questo un
          argomento contro il mio sistema, combatte fortemente per lui. (25. Agosto, dì di S.
          Bartolomeo, 1821.). V. p. 1699. capoverso 2.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1527. Similmente gli spagnuoli hanno perduto il latino <foreign lang="lat"
            rend="italic">furari</foreign>, ma hanno un suo continuativo ignoto nella buona
          latinità, cioè <foreign lang="spa" rend="italic">hurtar</foreign> (che anticamente
          dicevasi <foreign lang="spa" rend="italic">furtar</foreign>) <pb ed="aut" n="1563"/>
          contratto da <foreign lang="lat" rend="italic">furatare</foreign>, o <foreign lang="lat"
            rend="italic">furitare</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Furtare</foreign> si
          trova in alcune scritture latine-barbare Portoghesi presso il Du-Cange. (25. Agos. 1821.).
          V. p. 2244. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La virtù, l’eroismo, la grandezza d’animo non può trovarsi in grado eminente, splendido e
          capace di giovare al pubblico, se non che in uno stato popolare, o dove la nazione è
          partecipe del potere. Ecco com’io la discorro. Tutto al mondo è amor proprio. Non è mai nè
          forte, nè grande, nè costante, nè ordinaria in un popolo la virtù, s’ella non giova per se
          medesima a colui che la pratica. Ora i principali vantaggi che l’uomo può desiderare e
          ottenere, si ottengon mediante i potenti, cioè quelli che hanno in mano il bene e il male,
          le sostanze, gli onori, e tutto ciò che spetta alla nazione. Quindi il piacere, il
          cattivarsi in qualunque modo, o da vicino o da lontano, i potenti, è lo scopo più o meno
          degl’individui di ciascuna nazione generalmente parlando. Ed è cosa già mille volte
          osservata che i potenti imprimono il loro carattere, le loro inclinazioni ec. alle nazioni
          loro soggette. <pb ed="aut" n="1564"/> Perchè dunque la virtù, l’eroismo, la magnanimità
          ec. siano praticate generalmente e in grado considerabile da una nazione, bisognando che
          questo le sia utile, e l’utilità non derivando principalmente che dal potere, bisogna che
          tutto ciò sia amato ec. da coloro che hanno in mano il potere, e sia quindi un mezzo di
          far fortuna presso loro, che è quanto dire far fortuna nel mondo.</p>
        <p>Ora l’individuo, massime l’individuo potente, non è mai virtuoso. Parlo sì del principe,
          come de’ suoi ministri, i quali in un governo dispotico, necessariamente son despoti,
          gravitano sopra i loro subalterni, e questi sopra i loro ec. essendo questa una
          conseguenza universale e immancabile del governo dispotico di un solo; cioè che il governo
          sia composto di tanti despoti, non potendo il dispotismo essere esercitato dal solo
          monarca; e che l’autorità di ciascuno de’ suoi ministri, mediati o immediati, sia temuta
          con una specie di spavento, adorata ec. da’ subalterni ec. (come si può vedere nel governo
          passato di Spagna) ed influisca quindi <pb ed="aut" n="1565"/> sommamente sulla nazione, e
          determini il suo carattere, essendo dispotica (benchè dipendente) padrona del suo bene e
          del suo male.</p>
        <p>L’individuo, dico, o gl’individui potenti, (siccome gli altri) non sono nè possono essere
          virtuosi, se non a caso, cioè o quando la virtù giovi loro, (cosa rara, perchè a chi ha in
          mano le cose altrui giova il servirsene, e non l’astenersene ec. ec. ec.) o quando una
          straordinaria qualità di carattere, di educazione ec. ve li porti, del che vedete quanto
          sieno frequenti gli esempi nelle storie, massimamente moderne.</p>
        <p>L’individuo non è virtuoso, la moltitudine sì, e sempre, per le ragioni e nel senso che
          ho sviluppato altrove. Quindi in uno stato dove il potere o parte di esso sta in mano
          della nazione, la virtù ec. giova, perchè la nazione (che tiene il potere) l’ama; e perchè
          giova, perciò è praticata più o meno, secondo le circostanze, ma sempre assai più e più
          generalmente che nello stato dispotico. La virtù è utile al pubblico necessariamente.
          Dunque il pubblico è necessariamente virtuoso o inclinato alla virtù, perchè
          necessariamente ama se stesso e quindi la propria utilità. Ma la virtù non è sempre utile
          all’individuo. Dunque l’individuo non è sempre virtuoso, nè necessariamente. Oltre ch’è
          ben più facile e ordinario ingannarsi un individuo sulle sue vere utilità, che non la
          moltitudine. Ma in ogni modo l’individuo cerca il suo proprio bene, il pubblico cerca il
          suo (vero o falso, con mezzi acconci o sconci): questa è virtù sempre e in qualunque caso,
          quello egoismo e vizio. Parlo principalmente delle virtù pubbliche, cioè di quelle virtù
          grandi, <pb ed="aut" n="1566"/> i cui effetti, o i cui esempi si stendono largamente, in
          qualunque modo avvenga. Ma non intendo di escludere neppure le virtù private e domestiche,
          alle quali quanto sia favorevole (massime alle virtù forti e generose) lo stato popolare,
          e sfavorevole il dispotico, lo dicano per me le storie antiche e moderne; lo dica fra le
          altre la storia della Francia monarchica, e della Francia repubblicana, lo dica
          l’Inghilterra ec.</p>
        <p>Quando l’utile non è se non ciò che piace agl’individui, e questi non sono, e quasi non
          possono esser virtuosi, o lo sono momentaneamente, o questo sì e quello no, e cento altri
          no; quando l’utilità insomma delle virtù dipende dal carattere, dalle inclinazioni, dalle
          voglie, dai disegni degl’individui, e per conseguenza la virtù, quando anche giovi
          talvolta, non giova costantemente ed essenzialmente, ma per circostanze accidentali, non è
          possibile che quella tal nazione sia abitualmente e generalmente virtuosa, e che
          gl’individui di lei si allevino in quella virtù che da un momento all’altro può divenir
          loro non solo inutile, ma anche dannosissima. La virtù allora <pb ed="aut" n="1567"/> non
          sussistendo che nelle apparenze, quando queste bisognino, non è virtù, ma calcolo,
          finzione, e quindi vizio. E bisogna ch’ella sia sempre finta nei sudditi, perch’essi,
          quando anche giovi oggi, non possono sapere se gioverà domani, dipendendo la sua utilità
          non dalla sua natura, nè da circostanze essenziali, e stabilmente fondate nella loro
          ragione, ma dall’essere amata o non amata da individui, che per lo più non l’amano, e che
          se non altro, oggi possono amarla e domani no, amarla questo, e odiarla quello, o il suo
          successore. ec. ec.</p>
        <p>Oltracciò quelle qualità che si esercitano per piacere ad una società molto estesa, come
          dire alla nazione, sono quasi inseparabili (quando anche fossero finte, nel qual caso non
          giovano costantemente) da una certa grandezza d’animo; e contribuisce questa circostanza a
          render gli uomini virtuosi ec. e veramente virtuosi. Anche lo stesso far corte a una
          nazione per ottenerne il favore, ingrandisce l’animo, ed è compatibile colla virtù. Il
          soggettarsi alla nazione è piuttosto grandezza che bassezza. Dove che il far corte
          all’individuo per cattivarsene la grazia, il soggettarsi ad un uomo <emph>uguale a
          voi</emph>, e nel quale non vedete nessuna buona e sublime ragione di predominio, nessuna
            <pb ed="aut" n="1568"/> bella illusione che nobiliti il vostro abbassamento (come accade
          riguardo alla nazione, la cui moltitudine pone quasi lo spettatore in una certa distanza,
          e la distanza dà pregio alle cose; alla nazione dove sempre si suppongono grandi e buone
          qualità in massa); tutto questo, dico, impiccolisce, avvilisce, abbassa, umilia l’animo, e
          gli fa ben sentire il suo degradamento, laonde è incompatibile colla virtù; perchè chi ha
          forza di far questo, ha perduto la stima di se stesso, fonte, guardia, e nutrice della
          virtù; e chi ha perduto la stima di se, e consentito a perderla, e non se ne pente, nè
          cerca ricuperarla ec. o chi non l’ha mai posseduta nè curata, non può assolutamente essere
          virtuoso. (26. Agosto 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che ho detto altrove del sozzo e del polito, si può parimente dire dello schifoso
          ec. ec. E si può aggiungere che non solo nelle diverse specie d’animali, ma in una stessa
          specie, in uno stesso individuo, massimamente umano, l’idea del sozzo o del netto varia in
          maniera, secondo le assuefazioni ec. che non si può ridurre a veruna forma concreta
          universale. (27. Agosto 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La massima conformabilità dell’uomo rispetto a tutte le altre creature note, fa che si
            <pb ed="aut" n="1569"/> trovino assai maggiori e più numerose differenze fra
          gl’individui umani, e fra le successive condizioni di uno stesso individuo, che in
          qualunque altra specie di esseri. (27. Agosto 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le maravigliose facoltà che acquistano i sordi, i ciechi ec. o nati o divenuti, sono
          un’altra gran prova del quanto le nostre facoltà e quelle de’ viventi derivino dalle
          circostanze e dall’assuefazione; e del quanto sia sviluppabile, modificabile, duttile,
          pieghevole, conformabile la natura umana. (27. Agosto 1821).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ma ben altro è la conformabilità, che la perfettibilità. Cosa generalmente non intesa dai
          filosofi, i quali credono di aver provato che l’uomo è perfettibile, quando hanno provato
          ch’è conformabile. Il che anzi dimostrerebbe l’opposto, cioè che le varie qualità e
          facoltà non primitive che si sviluppano nell’uomo mediante la coltura, ec. ec. non sono
          ordinate dalla natura, ma accidentali, e figlie delle circostanze, come le malattie che
          modificano viziosamente i nostri organi ec. ec. (27. Agosto 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1570"/> La nostra civiltà, che noi chiamiamo perfezione essenzialmente
          dovuta all’uomo, è manifestamente accidentale, sì nel modo con cui s’è conseguita, sì
          nella sua qualità. Quanto al modo, l’ho già mostrato altrove. Quanto alla qualità, essendo
          l’uomo diversissimamente conformabile, e potendo modificarsi in milioni di guise dopo che
          s’è allontanato dalla condizione primitiva, egli non è tale qual è oggi, se non a caso, e
          in diverso caso, poteva esser diversissimo. E questo genere di pretesa perfezione a cui
          siam giunti o vicini, è una delle diecimila diversissime condizioni a cui potevamo
          ridurci, e che avremmo pur chiamate perfezioni. Consideriamo le storie, e le fonti del
          nostro stato presente, e vediamo quale infinita combinazione di cause e circostanze
          differentissime ci abbia voluto a divenir quali siamo. La mancanza delle quali cause o
          combinazioni ec. in altre parti del globo, fa che gli uomini o restino senza civiltà, e
          poco lontani dallo stato primitivo, o siano civili (cioè perfetti) in diversissimo modo,
          come i Chinesi. Dunque è manifesto che la nostra civiltà, che si crede essenzialmente
          appartenerci, non è stata <pb ed="aut" n="1571"/> opera della natura, non conseguenza
          necessaria e primordialmente preveduta delle disposizioni da lei prese circa la specie
          umana (e tale dovrebb’essere, s’ella fosse perfezione), ma del caso. In maniera che, per
          così dire, neppur la natura formando l’uomo, poteva indovinare, non dico ciò che fosse per
          divenire, ma come potesse e dovesse divenir perfetto, e in che cosa consistesse la sua
          perfezione, ch’è pur lo scopo e l’integrità di quell’esistenza ch’ella stessa gli dava e
          formava. Non sapeva dunque che cosa ella si formasse, giacchè gli esseri e le cose tutte
          non vanno considerate, nè si può giudicar di loro, e della loro qualità ec. se non se
          nello stato di perfezione. Or com’è possibile che la natura la quale ha fatto ogni cosa
          perfetta, (nè poteva altrimenti) non abbia nè assegnato verun genere di perfezione alla
          sua principal creatura, nè disposto le cose in modo che l’uomo dovesse necessariamente
          conseguire questa perfezione, cioè la pienezza e il vero modo del suo essere? e che gli
          abbia detto; la perfezione, cioè l’esistenza intera, l’esistenza che ti conviene, il modo
          in cui devi essere, la forma e la natura tua propria, te la darà <pb ed="aut" n="1572"/>
          il caso, come, e quando, e se vorrà, e quanto vorrà, cioè in quel grado e in quei luoghi
          che vorrà, e quale vorrà? (27 Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Che immensa opera è la civilizzazione! quanto difficile; quanto ne sono lontani da che
          mondo è mondo la maggior parte degli uomini! che risultato d’infinite combinazioni
          accidentali! La perfezione essenziale alle cose, doveva essere assegnata dalla natura in
          questo modo alla principal cosa del nostro sistema, cioè all’uomo? (27. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Chi maneggia d’intorno a se un rasoio, o altro ferro o cosa che possa offendere, e teme
          di offendersi, è in pericolo grande di farlo: perchè? perchè pone troppa cura e intenzion
          d’animo ad evitarlo; e ciò glielo rende difficile. (27. Agosto. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto l’uomo sia invincibilmente inclinato a misurar gli altri da se stesso, si può
          vedere anche nelle persone le più pratiche del mondo. Le quali se, p. e. sono fortemente
          morali, per quanto conoscano, e sentano e vedano, non si persuaderanno mai intimamente che
          la moralità non esista più, e <pb ed="aut" n="1573"/> sia del tutto esclusa dai motivi
          determinanti l’animo umano. Lo dirà ancora, lo sosterrà, in qualche accesso di misantropia
          arriverà a crederlo, ma come si crede momentaneamente a una viva e conosciuta illusione, e
          non se ne persuaderà mai nel fondo dell’intelletto. (Lascio i giovani i quali essendo
          ordinariamente virtuosi, non si convincono mai prima dell’esperienza, che la virtù sia
          nemmeno rara.) Così viceversa ec. ec. ec. Esempio, mio padre. (27. Agosto. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dice Cicerone (il luogo lo cita, se ben mi ricordo, il Mai, prefazione alla versione
          d’Isocrate, <title lang="lat">de Permutatione</title>) che gli uomini di gusto
          nell’eloquenza non si appagano mai pienamente nè delle loro opere nè delle altrui, e che
          la mente loro <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">semper divinum aliquid atque infinitum
            desiderat</foreign>
          </quote>, a cui le forze dell’eloquenza non arrivano. Questo detto è notabilissimo
          riguardo all’arte, alla critica, al gusto.</p>
        <p>Ma ora lo considero in quanto ha relazione a quel perpetuo desiderio e scontentezza che
          lasciano, siccome tutti i piaceri, <pb ed="aut" n="1574"/> così quelli che derivano dalla
          lettura, e da qualunque genere di studio; ed in quanto si può riferire a quella
          inclinazione e spasimo dell’uomo verso l’infinito, che gli antichi, anche filosofi, poche
          volte e confusamente esprimono, perchè le loro sensazioni essendo tanto più vaste e più
          forti, le loro idee tanto meno limitate e definite dalla scienza, la loro vita tanto più
          vitale ed attiva, e quindi tanto maggiori le distrazioni de’ desiderii, che la detta
          inclinazione e desiderio non potevano sentirlo in un modo così chiaro e
          <emph>definito</emph> come noi lo sentiamo.</p>
        <p>Osservo però che non solo gli studi <emph>soddisfanno</emph> più di qualunque altro
          piacere, e ne dura più il gusto, e l’appetito ec. ma che fra tutte le letture, quella che
          meno lascia l’animo desideroso del piacere, è la lettura della vera poesia. La quale
          destando mozioni vivissime, e riempiendo l’animo d’idee vaghe e indefinite e vastissime e
          sublimissime e mal chiare ec. lo riempie quanto più si possa a questo mondo. Così che
          Cicerone <pb ed="aut" n="1575"/> non avrebbe forse potuto dire della poesia ciò che disse
          dell’eloquenza. Ben è vero che questa è proprietà del genere, e non del poeta
          individualmente, e non deriva dall’arte sua, ma dalla materia che tratta. Certo è che un
          poeta con assai meno arte ed abilità di un eloquente, può lasciare un assai minor vôto
          nell’animo, di quello che possa il più grande oratore; e produr ne’ lettori quel
          sentimento che Cicerone esprime, in assai minor grado. (27. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’ingenuità p. e. di un fanciullo riuscirebbe graziosa anche all’uomo naturale,
          perch’essa gli riuscirebbe non ordinaria, essendo sempre alquanto diversa dal suo proprio
          costume e degli altri suoi coetanei, co’ quali più che con gli altri si convive, e da’
          quali più che dagli altri l’uomo piglia e forma l’idea dell’uomo. (27. Agosto. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tanto è vero esser la grazia del tutto relativa, che gli uomini svogliati e <foreign
            lang="fre" rend="italic">blasés</foreign> dal lungo uso de’ piaceri ec. hanno bisogno di
          un forte straordinario per provare il senso della grazia, tanto che quello straordinario
          che ad essi par grazioso, ad altri par difettoso, e produce il senso e il giudizio della
            <pb ed="aut" n="1576"/> sconvenienza. Come quei palati che hanno bisogno dei <foreign
            lang="fre" rend="italic">ragoûts</foreign> e delle salse ad esser solleticati. Questo
          effetto è comunissimo oggidì, stante la natura della nostra civiltà, massime riguardo alle
          donne negli uomini, e viceversa. Quel naso <foreign lang="fre" rend="italic"
          >retroussé</foreign> che fa miracoli presso Marmontel, gli fa in Solimano, annoiato, com’è
          naturale a un Sultano, dall’eccesso de’ piaceri ec. E forse la massima parte delle cose
          che oggi si hanno per graziose, e lo sono, non debbono questa qualità che alla svogliatura
          di questo secolo, o di questa o quella nazione. Il numero di queste grazie derivanti da
          sola svogliatura è infinito, e comunissimo nella nostra vita. E si può prevedere che
          crescerà di mano in mano, e che oltracciò diverranno grazie molte qualità delle cose, che
          ora si hanno per difetti, anche gravi, e che producono un vivo senso e giudizio di
          sconvenienza. (27. Agosto 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto sia vero che la bellezza delle fisonomie dipende dalla loro significazione,
          osservate. L’occhio è la parte più espressiva del volto e della persona; l’animo si
          dipinge sempre nell’occhio; una persona d’animo grande ec. ec. <pb ed="aut" n="1577"/> non
          può mai avere occhi insignificanti; quando anche gli occhi non esprimessero nulla, o
          fossero poco vivi in qualche persona, se l’animo di costei si coltiva, acquista una certa
          vita, divien furbo e attivo, ec. ec. l’occhio parimente acquista significazione, e
          viceversa accade nelle persone d’occhio naturalmente espressivo, ma d’animo torpido ec.
          per difetto di coltura ec. ec.;nei diversi momenti della vita, secondo le passioni ec. che
          ci commuovono, l’occhio assume diverse forme, si fa più o men bello ec. ec. Ora l’occhio
          ch’è la parte più significativa della forma umana, è anche la parte principale della
          bellezza. (Questo si può dimostrare con molte considerazioni.) Un paio d’occhi vivi ed
          esprimenti penetrano fino all’anima, e destano un sentimento che non si può esprimere.
          Questo si chiama effetto della bellezza, e questa si crede dunque assoluta; ma non v’ha
          niente che fare; egli è effetto della significazione, cosa indipendente dalla sfera del
          bello, e la bellezza principale dell’occhio, non appartenendo alla convenienza, non entra
          in quello che il filosofo considera come <emph>bello</emph>.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1578"/> Dipingete un viso senz’occhi, voi non sapete ancora s’egli è bello
          o brutto, e non vi formate un’idea sufficiente di quella fisonomia (fosse anche un
          ritratto somigliantissimo). Aggiungeteveli, e quella fisonomia vi par tutt’altra da quella
          di prima ec. ec. Quest’osservazione si può molto amplificare e distinguere in molte parti.</p>
        <p>Un viso irregolare con un bell’occhio par bello, con occhio insignificante, si troverà
          regolare ma non bello. Dunque quello che noi chiamiamo bello nell’umana fisonomia, ch’è
          singolarmente proprio della bellezza di essa, quell’effetto particolare ch’essa produce, e
          che non è prodotto da verun’altra regolarità, quell’effetto che si potrebbe considerare
          come assoluto, non appartiene al bello (oltre che anch’esso varia secondo gl’individui
          ec.), ma alla significazione, e deriva da una cagione simile a quella per cui si giudicano
          universalmente belle le donne <foreign lang="grc">βαθύκολποι</foreign>.</p>
        <p>Parecchie fisonomie di animali somigliano all’umana. Osservate e vedrete che questa
          somiglianza siede principalmente nell’occhio. E generalmente parlando l’occhio di ciascun
          animale <pb ed="aut" n="1579"/> determina la sua fisonomia, e l’impressione ch’ella ci fa.
          Un animale senz’occhi, o i cui occhi non si vedano, o sien fatti diversamente dai nostri
          (come quelli delle lumache), tali animali non hanno fisonomia per noi; talora neppur ci
          paiono appartenenti al nostro genere, cioè al regno animale. E lo ci parrebbero se
          avessero occhi simili ai nostri, quando anche tutto il resto della loro forma differisse
          affatto dalle forme generalmente comuni agli animali. L’occhio insomma sembra essere il
          costituente di ciò che si chiama fisonomia, e quasi anche (almeno nella nostra idea) di
          tutto l’<emph>aspetto</emph> dell’animale.</p>
        <p>L’altezza della fronte è indizio di talento, d’anima nobile, suscettibile, capace ec. V.
          Lavater. E l’altezza della fronte è bellezza e piace; e viceversa la bassezza.</p>
        <p>Il volto è la parte più significativa dell’uomo. E il volto è la parte principale della
          bellezza umana, come ho sviluppato altrove. (28. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Per un esempio e in conferma di quanto ho detto altrove, che l’eleganza, la grazia ec.
          dello scrivere antico, la semplicità de’ concetti e de’ modi, la purità ec. della lingua,
          sono o in tutto o in parte piaceri artifiziali, dipendenti dall’assuefazione e
          dall’opinione, relativi ec. e fanno maggior effetto in noi, e ci piacciono più che agli
          stessi antichi, a quegli stessi scrittori che ci recano oggidì tali piaceri ec. ec. si può
          addurre il Petrarca, <pb ed="aut" n="1580"/> e il disprezzo in che egli teneva i suoi
          scritti volgari, apprezzando i latini che più non si curano. Egli certo non sentiva in
          quella lingua illetterata e spregiata ch’egli maneggiava, in quello stile ch’egli formava,
          la bellezza, il pregio e il piacere di quell’eleganza, di quella grazia, naturalezza,
          semplicità, nobiltà, forza, purità che noi vi sentiamo a prima giunta. Egli non si credeva
          nè puro (in una lingua tutta impura e barbara come giudicavasi la italiana, corruzione
          della latina) nè nobile, nè elegante ec. ec. L’opinione, l’assuefazione ec. o piuttosto la
          mancanza di esse glielo impedivano. (28. Agos. 1821).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dalla mia teoria del piacere si conosce per qual ragione si provi diletto in questa vita,
          quando senza aspettarne nè desiderarne vivamente nessuno, l’animo riposato e indifferente,
          si getta, per così dire, alla ventura in mezzo alle cose, agli avvenimenti, e agli stessi
          divertimenti ec. Questo stato non curante de’ piaceri nè de’ dolori, è forse uno de’
          maggiori piaceri, non solo per altre cagioni, ma per se stesso.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1581"/> Parecchie volte un vigore straordinario e passeggero, cagiona al
          corpo e a’ nervi un certo torpore, per cui l’animo s’abbandona in seno di una negligenza
          circa le cose e se stesso, in maniera che o vede tutto dall’alto, e come non gli
          appartenesse se non debolissimamente; o non pensa quasi a nulla, e desidera e teme il meno
          che sia possibile. Questo stato è per se stesso un piacere.</p>
        <p>Il languore del corpo alle volte è tale, che senza dargli affanno e fastidio,
          affievolando le facoltà dell’animo, affievola ogni cura e ogni desiderio. L’uomo prova
          allora un piacere effettivo, massime se viene da uno stato affannoso ec. e lo prova
          senz’alcun’altra cagione esterna, ma per quella semplice <emph>dimenticanza</emph> de’
          mali, e trascuranza de’ beni, desideri e speranze, e per quella specie d’insensibilità
          cagionatagli da quel languore. (28. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La letteratura italiana fu per alcun tempo universale in modo che per cagione di essa si
          studiava e sapeva la nostra lingua nelle altre nazioni civili, anche dalle donne, come
          oggi il <pb ed="aut" n="1582"/> francese. E nondimeno la lingua italiana ha bensì lasciato
          alle altre parecchie voci spettanti alla nomenclatura di quelle scienze o arti che
          l’Italia ha comunicato agli stranieri, ma poche o quasi nessuna appartenente alla
          letteratura. Questo accade perchè la lingua italiana non è stata mai universale se non a
          causa della letteratura, e in quanto letterata. Ed è una nuova prova che la letteratura è
          debolissima fonte di universalità. Le altre lingue letterate, state universali non per
          questa sola, ma per altre cagioni insieme, hanno introdotto e introducono, hanno
          perpetuato ec. nelle altre lingue non poche voci e modi spettanti alla letteratura. Forse
          anche il detto effetto deriva dal poco tempo che durò l’influenza della letteratura
          italiana, dalla poca coltura delle nazioni che la risentirono, dal poco stretto commercio
          delle nazioni in que’ tempi, dallo scarso numero de’ letterati che v’avevano allora tra’
          forestieri, e quindi di coloro che coltivarono la nostra lingua ec. sebbene ho detto
          ch’ell’era coltivata anche dalle donne, e ciò fino al tempo di Luigi 14. I costumi sono la
          principal <pb ed="aut" n="1583"/> fonte della universalità di una lingua. La letteratura
          può servire a introdurre i costumi e le opinioni ec. Senza ciò, la lingua per mezzo suo
          poco si propaga. E piuttosto rimangono alle altre lingue qualche voce spettante a qualche
          costume ec. ec. venuto di qua più o meno anticamente, che alla nostra letteratura. (28.
          Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nessuno vede più degli altri, ma qualcuno osserva e combina più degli altri. Quello che
          accade nelle scienze fisiche, accade nelle metafisiche e morali. In quelle e in queste,
          una scoperta fatta si comunica e partecipa a chicchessia. Un ragionamento ben espresso e
          sviluppato il quale conduca alle verità le più remote dall’opinione e dalla cognizione
          comune, può subito essere inteso dallo stesso volgo. Ognuno può vedere da che uno ha
          veduto. ec. ec. (29. Agos. 1821.). V. p. 1767.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Moltissimi piaceri non son quasi piaceri, se non a causa della speranza e intenzione che
          si ha di raccontarli. Tolta questa vi troveremmo un gran vuoto. Questa rende piacevoli le
          cose che non lo sono, anche le dispiacevoli ec. ec. Questi effetti però ponno riferirsi
          all’ambizione, al desiderio di parere interessante, ec. non a quello di comunicare e
          dividere le proprie sensazioni. <pb ed="aut" n="1584"/> (29. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le persone stesse che sono sensibili, suscettive d’entusiasmo ec. non lo sono sempre, o
          quando più quando meno, secondo le circostanze, e anche secondo certi tempi alle volte
          periodici. Ora il sintoma del ritorno della sensibilità ec. o della maggior forza e
          frequenza abituale de’ suoi effetti, è, si può dir, sempre, una scontentezza, una
          malinconia viva ed energica, un desiderio non si sa di che, una specie di disperazione che
          piace, una propensione ad una vita più vitale, a sensazioni più sensibili. Anzi la
          sensibilità e l’entusiasmo in tali ritorni non compariscono bene spesso che sotto queste
          forme. Ecco come la sensibilità, e l’energia delle facoltà dell’anima sia compagna della
          scontentezza e del desiderio, e quindi dell’infelicità, specialmente quando nulla
          corrisponde all’attività interna, come risulta dalla mia teoria del piacere, e dagli altri
          pensieri che la riguardano. (29. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">On peut plaider pour la vie, et il y a cependant assez de bien à
              dire de la mort, ou de ce qui lui ressemble</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <title>Corinne</title>, t</bibl>. <pb ed="aut" n="1585"/>
          <bibl>2. p. 335.</bibl>) Dalla mia teoria del piacere (v. anche il pensiero precedente, e
          la p. 1580-81.) risulta che infatti, stante l’amor proprio, non conviene alla felicità
          possibile dell’uomo se non che uno stato o di piena vita, o di piena morte. O conviene
          ch’egli e le sue facoltà dell’animo sieno occupate da un torpore da una noncuranza attuale
          o abituale, che sopisca e quasi estingua ogni desiderio, ogni speranza, ogni timore; o che
          le dette facoltà e le dette passioni sieno distratte, esaltate, rese capaci di
          vivissimamente e quasi pienamente occupare, dall’attività, dall’energia della vita,
          dall’entusiasmo, da illusioni forti, e da cose esterne che in qualche modo le realizzino.
          Uno stato di mezzo fra questi due è necessariamente infelicissimo, cioè il desiderio vivo,
          l’amor proprio ardente, senza nessun’attività, nessun pascolo alla vita e all’entusiasmo.
          Questo però è lo stato più comune degli uomini. Il vecchio potrà talvolta trovarsi nel
          primo stato, ma non sempre. Il giovane vorrebbe sempre trovarsi nel secondo, e oggidì si
          trova quasi sempre nel terzo. Così dico proporzionatamente dell’uomo di mezza età. Dal che
          segue <pb ed="aut" n="1586"/> 1. che il giovane senz’attività, il giovane domo e prostrato
          e incatenato dalle sventure ec. è nello stato precisamente il più infelice possibile: 2.
          che l’amor proprio non potendo mai veramente estinguersi, e i desiderii pertanto esistendo
          sempre con maggiore o minor forza, sì nel giovane che nel maturo e nel vecchio; lo stato
          al quale la generalità degli uomini, e la natura immutabile inclina è sempre più o meno il
          secondo: e quindi la migliore repubblica è quella che favorisce questo secondo stato, come
          l’unico conducente generalmente alla maggior possibile felicità dell’uomo, l’unico voluto
          e prescritto dalla natura, tanto per se stessa e primitivamente (come ho spiegato nella
          teoria del piacere); quanto anche oggidì, malgrado le infinite alterazioni della razza
          umana. (29. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La scienza non supplisce mai all’esperienza, cosa generalissima ed evidentissima. Il
          medico colla sola teorica non sa curar gli ammalati; il musico fornito della sola teoria
          della sua professione, non sa nè comporre nè eseguire una melodia; il letterato che non ha
          mai scritto, non sa scrivere; il filosofo che non <pb ed="aut" n="1587"/> ha veduto il
          mondo da presso, non lo conosce. I principi pertanto non conoscono mai gli uomini, perchè
          non ne ponno mai pigliare esperienza, vedendo sempre il mondo sotto una forma ch’egli non
          ha. Lascio le adulazioni, le menzogne, le finzioni ec. de’ cortigiani; ma prescindendo da
          questo, il principe non ha cogli altri uomini se non tali relazioni, che essi non hanno
          con verun altro. Ora le relazioni ch’egli ha con gli uomini, sono l’unico mezzo ch’egli ha
          di acquistarne esperienza. Dunque egli non può mai conoscer la vera natura di coloro a’
          quali comanda, e de’ quali deve regolar la vita. Io ho molto conosciuto una Signora che
          non essendo quasi mai uscita dal suo cerchio domestico, ed avvezza a esser sempre
          ubbidita, non aveva imparato mai a comandare, non aveva la menoma idea di quest’arte,
          nutriva in questo proposito mille opinioni assurde e ridicole, e se talvolta non era
          ubbidita, perdeva la carta del navigare. Ell’era frattanto di molto spirito e talento,
          sufficientemente istruita, e studiosamente educata. Ella si figurava gli uomini affatto
          diversi da quel che sono: <pb ed="aut" n="1588"/> il principe che ne vede e tratta assai
          più, benchè li veda assai più diversi da quelli che sono, tuttavia potrà conoscerli forse
          alquanto meglio; ma proporzionatamente parlando, e attesa la tanto maggior cognizione
          degli uomini che bisogna a governare una nazione, di quella che a governare una famiglia,
          io credo che un principe sappia tanto regnare, quanto quella dama comandare a’ figli e a’
          domestici. Sotto questo riguardo il regno elettivo sarebbe assai preferibile
          all’ereditario. Vero è però che niuno conosce gli uomini interamente, come bisognerebbe
          per ben governarli. <quote>
            <foreign lang="fre">Connaître un autre parfaitement serait l’étude d’une vie entière;
              qu’est-ce donc qu’on entend par connaître les hommes? les gouverner, cela se peut,
              mais les comprendre, Dieu seul le fait</foreign>.</quote> (<bibl>
            <title>Corinne</title>. l. 10. ch. 1. t. 2. p. 114.</bibl>) (30. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">La manière de vivre des Chartreux suppose, dans les hommes qui sont
              capables de la mener, ou un esprit extrêmement borné, ou la plus noble et la plus
              continuelle exaltation des sentiments religieux</foreign>
          </quote>. (<bibl lang="fre">
            <title>Corinne</title>, lieu cité ci-dessus. p. 113.</bibl>) Così è: l’inattività e la
          monotonia non conviene che agli spiriti menomi <pb ed="aut" n="1589"/> o sommi. Gli uni e
          gli altri per diversissima ragione cercano il metodo e il riposo. Gli uni per sopire i
          desiderii che li tormentano, gli altri perchè non ne hanno. Gli uni perchè la vita non
          basta loro, si rifuggono alla morte, gli altri perchè il loro animo non vive. Gli uni
          ancora perchè non hanno bisogno di vita esterna, vivendo assai internamente, gli altri
          perchè non abbisognano d’alcuna vita. Gli spiriti mediocri, cioè la massima parte degli
          uomini, sono incompatibili con questo stato, e infelicissimi in esso, o in altro che lo
          somigli. V. la p. 1584. fine. (30. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Chi ha perduto la speranza d’esser felice, non può pensare alla felicità degli altri,
          perchè l’uomo non può cercarla che per rispetto alla propria. Non può dunque neppure
          interessarsi dell’altrui infelicità. (30. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Vuoi tu vedere l’influenza dell’opinione e dell’assuefazione sul giudizio e sul
          sentimento, per così dire, fisico delle proporzioni; anzi come questo nasca totalmente
          dalle dette cause, e ne sia interamente determinato? <pb ed="aut" n="1590"/> Osserva una
          donna alta e grossa vicina ad un uomo di giusta corporatura. Assolutamente tu giudichi e
          ti par di vedere che le dimensioni di quella donna sieno maggiori di quelle dell’uomo
          strettamente parlando. Ragguaglia le misure e le troverai spessissimo uguali, o maggiori
          quelle dell’uomo. Osserva una donna di giusta corporatura vicino ad un uomo piccolo. Ti
          avverrà lo stesso effetto e lo stesso inganno. Similmente in altri tali casi. Questi sono
          dunque inganni dell’occhio: e da che prodotti? che cosa inganna lo stesso senso?
          l’opinione e l’assuefazione. (30. Agos. 1821.). Alla Commedia in Bologna vidi una donna
          vestita da uomo: pareva un bambolo. In un altro atto ella uscì fuori da donna, facendo un
          altro personaggio: mi parve, com’era, un gran pezzo di persona.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non si sa che i costumi de’ romani passassero ai greci neppur dopo Costantino. Dico, non
          questo o quel costume, ma la specie e la forma generale de’ costumi, come quella che da’
          greci passò realmente a’ romani, e da’ francesi agl’italiani principalmente, e agli altri
          popoli civili proporzionatamente. Da che i costumi de’ greci furono formati, essi li
          comunicarono agli altri, ma non li ricevettero mai più da nessuno. Quindi la sì lunga
          incorruttibilità della loro lingua, e la <pb ed="aut" n="1591"/> sua durata fino al
          presente. La tenacità che i greci ebbero sempre per le cose loro, e l’amore esclusivo che
          portarono e portano alla loro nazione, e a’ loro nazionali, è maravigliosa. Ho udito di
          alcune colonie greche ancora sussistenti in Corsica e in Sicilia, dove i coloni parlano
          ancora il greco, conservano i costumi greci, e non hanno stretta società se non fra loro,
          benchè abitino in mezzo a un paese di nazione diversa, e sieno soggetti a un governo
          forestiero. Le relazioni de’ viaggiatori intorno alla Grecia, ed agli altri paesi abitati
          da greci, confermano questa invincibile tenacità. Dove si trovano greci cattolici e
          scismatici, insieme con altri cattolici, i greci cattolici, malgrado il divieto della loro
          religione, de’ loro vescovi (per lo più forestieri), e l’impero che queste cose hanno
          sulla loro opinione, vogliono piuttosto congiungersi in matrimonio ec. co’ loro nazionali
          scismatici che co’ cattolici forestieri, fanno stretta alleanza fra loro, e spesso
          declinano dall’una all’altra religione. Si potrebbe riferire a questa osservazione il
          cattivo esito de’ tanti negoziati fatti al tempo del Concilio di Firenze, per sottomettere
          la Chiesa greca alla latina, e indurla a riconoscere un’autorità <pb ed="aut" n="1592"/>
          forestiera. È noto che mentre il rito latino si stabiliva in quasi tutto il resto del
          Cristianesimo, il rito greco, e in esso la lingua greca conservavasi e conservasi in tutta
          la Chiesa greca comunicante, in qualunque paese ella sia. E son pur noti i privilegi della
          Chiesa greca Cattolica, e la specie d’indipendenza che gli è accordata, e la renitenza
          ch’ella suole opporre a quella stessa parte di dominio che la Chiesa latina conserva su di
          lei.</p>
        <p>E non è maraviglioso lo stato presente dei greci? Non si distinguono più le razze gote,
          longobarde ec. dalle italiane, nè le franche dalle celtiche o romane, nè le moresche dalle
          spagnuole. Le lingue sono pur confuse in questi paesi ec. Non si discernono mai gli Arabi
          da’ Persiani nella Persia, la religione Araba v’è stabilita universalmente, la lingua
          Persiana tutta mista d’arabesco. Le razze e le costumanze tartare si vengono di mano in
          mano confondendo nella China colle razze e costumanze cinesi. Ma i greci non sono divenuti
          mai turchi, nè i turchi greci. Due religioni, due lingue, due maniere di costumi e di
          usanze, d’inclinazioni e di carattere ec. due nazioni insomma totalmente difformi
          convivono in un paese dove l’una è tuttavia forestiera benchè signora, <pb ed="aut"
            n="1593"/> l’altra ancora indigena benchè schiava. E se i costumi greci, e quindi la
          lingua sono cambiati da quelli di prima, questo cambiamento deriva piuttosto dal tempo, e
          da altre circostanze inevitabilmente alteranti, che dal commercio giornaliero con una
          nazione straniera. La presente modificazione de’ costumi e dell’indole greca, è quasi
          affatto indipendente da’ costumi e dall’indole turca: e il tempo le ha piuttosto levato
          che aggiunto nulla. L’odierna rivoluzione della Grecia, alla quale prendono parte i greci
          di quasi tutti i paesi i più segregati; la quale ha riunito una nazione schiava in maniera
          da renderla formidabile ec. ec. dimostra qual sia lo spirito nazionale dei greci, la
          ricordanza e la tenacità delle cose loro, l’unione singolarissima fra gl’individui di un
          popolo schiavo, l’odio che portano a quello straniero con cui e sotto cui vivono da sì
          gran tempo, l’odio nazionale insomma inseparabile dall’amor nazionale, e fonte di vita ec.
          (v. p. 1606. capoverso 1.) L’affare di Parga ec. fa pure al proposito. (30. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gli Ottentotti hanno generalmente un tumore adiposo sotto il coccige. Le parti sessuali
          delle loro donne sono singolarmente costruite. Crediamo noi che queste singolarità siano
          bruttezze per loro? anzi che non sarebbe brutto per loro chi non le avesse? (31. Agos.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1594"/> La forza dell’opinione, dell’assuefazione ec. e come tutto sia
          relativo, si può anche vedere nelle parole, ne’ modi, ne’ concetti, nelle immagini della
          poesia e della prosa comparativamente. Paragone il quale si può facilmente istituire,
          mostrando p. e. come una parola, una sentenza non insolita, che non fa verun effetto nella
          prosa perchè vi siamo assuefatti, lo faccia nel verso ec. ec. ec. e puoi vedere la p.
          1127. (31. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La bellezza è naturalmente compagna della virtù. L’uomo senza una lunga esperienza non si
          avvezza a credere che un bel viso possa coprire un’anima malvagia. Ed ha ragione, perchè
          la natura ha posto un’effettiva corrispondenza tra le forme esteriori e le interiori, e se
          queste non corrispondono, sono per lo più alterate da quelle ch’erano naturalmente. Pure è
          certo che i belli sono per lo più cattivi. Lo stesso dico degli altri vantaggi naturali o
          acquisiti. Chi li possiede, non è buono. Un brutto, un uomo sprovvisto di pregi e di
          vantaggi, più facilmente s’incammina alla virtù. Gli uomini senza talento sono più
          ordinariamente buoni, che quelli che ne son ricchi. E tutto ciò è ben naturale nella
          società. L’uomo insuperbisce del vantaggio che si accorge <pb ed="aut" n="1595"/> di avere
          sugli altri, e cerca di tirarne per se tutto quel partito che può. S’egli è più forte, fa
          uso della sua forza. Il più debole si raccomanda, e segue la strada che più giova e piace
          agli altri, per cattivarseli. Il forte non abbisogna di questo. Ecco l’abuso de’ vantaggi.
          Abuso inevitabile e certo, posta la società. Così dico de’ potenti ec. i quali non ponno
          essere virtuosi. Ne’ privati a me pare che non si trovi vera affabilità, vera e costante
          amabilità e facilità di costumi, interesse per gli altri ec. se non che nei brutti, in chi
          ha qualche svantaggio, è nato in bassa condizione ed assuefattoci da piccolo, ancorchè poi
          ne sia uscito, è povero o lo fu, ovvero negli sventurati.</p>
        <p>Ora domando io. Sono vantaggi o non sono, la bellezza, l’ingegno ec. ec.? La virtù ec. un
          certo buon ordine ec. ec. sono o non sono voluti dalla natura? (Questo è certo, perchè il
          fanciullo e il giovane v’è sempre inclinato). Che strana contraddizione è dunque questa
          che nello stato di società i vantaggi naturali e acquisiti sieno quasi assolutamente
          incompatibili colla bontà de’ costumi? che per trovar questa, bisogni <pb ed="aut"
            n="1596"/> desiderare che il tale o tal altro sia brutto, sciocco ec. ec.? anzi che la
          maggior parte degli uomini, e tutti, se fosse possibile, fossero tali pel bene del mondo?
          (I devoti sogliono infatti chiamar favori e benefizii di Dio, questi e altri tali
          svantaggi). Che vuol dir tutto ciò? che lo stato sociale è contraddittorio colla natura, e
          con se stesso. Giacchè esso stesso non può sussistere senza la virtù e la morale, unico
          legame degli uomini, e sola sufficiente garanzia dell’ordine e della società ec. e queste
          non possono stare con un’altra cosa che è parimente necessaria al bene della società, vale
          a dire i vantaggi e i beni individuali. Quello che dico degl’individui dico anche delle
          nazioni. È noto come la giustizia ec. ec. sogliano essere osservate dalle nazioni e
          principi deboli o infelici ec. e trascurate affatto dalle altre, e da esse stesse appena
          arrivano alla felicità e forza, come accadde a Roma. (31. Agosto 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il sopraddetto si può se non altro, e con molto maggior forza applicare a dimostrare le
          ingenite ed essenziali contraddizioni che rinchiude uno stato di <emph>civiltà</emph> come
          il presente. (31. Agos. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1597"/> Tutto nella natura è armonia, ma soprattutto niente in essa è
          contraddizione. Non è possibile che, massime in un medesimo individuo, in un medesimo
          genere di esseri, e degli esseri più elevati nell’ordine naturale, siccom’è l’uomo, la
          perfezione di una parte principale e importantissima di esso, voluta e ordinata dalla
          natura, noccia a quella di un’altra parte similmente principalissima. Ora se quella che
          noi chiamiamo perfezione del nostro spirito, se la civiltà presente fosse stata voluta e
          ordinata dalla natura, e se ella fosse insomma veramente la nostra perfezione, allora la
          contraddizione assurda che ho detto, si verificherebbe; giacchè è incontrastabile che
          questa pretesa perfezione dell’animo nuoce al corpo.</p>
        <p>Primieramente ricordatevi di ciò che ho spiegato altrove, che la debolezza corporale
          giova, e il vigore nuoce all’esercizio e allo sviluppo delle facoltà mentali massime
          appartenenti alla ragione. E viceversa l’esercizio e lo sviluppo di queste facoltà nuoce
          estremamente al vigore e al ben essere del corpo. Onde Celso fa derivare l’indebolimento
          degli <pb ed="aut" n="1598"/> uomini e le malattie dagli studi, e ciascun pensatore o
          studioso ne fa l’esperienza in se, quanto al deterioramento individuale del suo corpo. Nè
          solamente per le fatiche, ma in centomila altri modi lo sviluppo della ragione nuoce al
          corpo, colle pene che cagiona, coi mali che ci scuopre, e che ignoti non sarebbero stati
          mali, coll’inattività corporale a cui ci spinge anche per massima, e coi tanti begli
          effetti che costituiscono la natura della civiltà, e dello stato presente del mondo,
          derivato quasi tutto dallo sviluppo della ragione. Se dunque l’infinito sviluppo della
          ragione costituisce la perfezione propria dell’uomo, la natura, torno a dire, è in
          contraddizione, perchè la perfezione di una parte nuoce a quella dell’altra, e fino arriva
          a distruggere questa parte, tanto a poco a poco, quanto in un punto mediante il suicidio.
          Anzi non solo la perfezione di una parte nuoce a quella dell’altra, ma una perfezione di
          una stessa parte o del tutto nuoce ad un’altra perfezione manifestamente voluta dalla
          natura.</p>
        <p>Lo sviluppo della ragione e la civiltà che ne deriva a noi sembra perfezione propria non
          solo dell’animo umano, ma anche <pb ed="aut" n="1599"/> del corpo, cioè insomma di tutto
          l’uomo. Ora domando io: le malattie, la debolezza, l’impotenza, la fragilità e
          suscettibilità somma, sono elleno perfezioni del corpo umano e dell’uomo? Non è egli
          evidente che la natura ha voluto che noi fossimo ben sani e robusti? Tutto potrà mettersi
          in dubbio fuori che la natura abbia sempre mirato al ben essere materiale delle sue
          creature. Quest’è una verità che si sente senza bisogno di provarla. La natura ha posto
          mille ostacoli allo sviluppo della ragione ec. ma ha per tutti i versi favorito il pieno
          sviluppo delle facoltà corporali, e il vigore del corpo ec. ec. Gli uomini hanno avuto
          bisogno di moltissimi secoli per arrivare a questo sviluppo della ragione: ma lo sviluppo
          del corpo umano è stato perfetto da principio, ed è andato anzi deteriorando col progresso
          del tempo e della civiltà. La natura o per disposizioni ingenite, o per disposizioni
          accidentali ma inevitabili e <emph>ordinarie</emph>, ha negato alla maggior parte
          degl’intelletti la possibilità o di svilupparsi, o di giungere in qualunque modo alla
          pretesa perfezione; ma a nessuno, se non per inconvenienti casuali e imprevedibili, ha
          negato la facoltà di <pb ed="aut" n="1600"/> conseguire il ben essere del corpo; anzi
          questo, tolti i detti inconvenienti casuali e fuor d’ordine, si porta naturalmente con se
          nascendo. Egli è dunque evidente che la natura ha stabilita al corpo umano la perfezione
          del vigore ec. ec.;che il pieno ben essere e floridezza del corpo, è perfezione, non mica
          accidentale, ma essenziale e propria dell’uomo, e ordinata dalla natura, come in ordine a
          tutti gli altri esseri. Egli è anzi evidente che il corpo fu considerato dalla natura
          nell’uomo siccome negli altri viventi, più che l’animo, e per conseguenza che la sua
          perfezione è assolutamente voluta dalla natura, e per conseguenza non può essere
          perfezione dell’uomo quella che si oppone alla sopraddetta, giacchè contrasta colla sua
          propria e naturale essenza, e ripugna a una qualità non accidentale, ma ordinata dalla
          natura. Del resto chi può negare che gl’incomodi corporali e sensibili, una certa
          impotenza che ben si sente non esser naturale, opporsi ed essere sproporzionata alle
          nostre inclinazioni, <emph>ed alle forze stesse di quell’animo che noi abbiamo coltivato,
            e coltiviamo</emph>, la debolezza, le malattie abituali o attuali, e la facilità somma
          che abbiamo di cadervi ec. ec. non sieno imperfezioni nell’uomo? <pb ed="aut" n="1601"/>
          Ora che la civiltà abbia realmente e grandemente pregiudicato, e continuamente pregiudichi
          al corpo umano, e ne attenui il valore, ve ne hanno mille altre prove, ma considereremo
          solamente questa. Non può negarsi quello che tanti antichi degnissimi di fede, e anche
          testimoni oculari raccontano delle straordinarie corporature de’ Galli e de’ Germani prima
          che fossero civilizzati. Ora mediante la civiltà essi son ridotti alla forma ordinaria, e
          si può ben credere che così sia avvenuto agli altri popoli la cui civilizzazione è più
          antica. Lascio gli atleti greci e romani, delle cui forze v. Celso. Delle forze ordinarie
          de’ soldati romani <bibl>v. <author>Montesquieu</author>, <title lang="fre"
            >Grandeur</title> ec. ch. 2. p. 15. nota, p. 16. segg.</bibl> Che la nosologia degli
          antichi fosse più scarsa di quella de’ moderni, è visibile. Ma essi eran già molto
          civilizzati, massime a’ tempi p. e. di Celso. La nosologia de’ popoli selvaggi è di ben
          poche pagine, e il loro stato ordinario di salute e di robustezza, è cosa manifesta a
          chiunque li visita, e ciò anche ne’ più difficili climi. Insomma egli è più che evidente
          che la nosologia cresce di volume, <pb ed="aut" n="1602"/> e la salute umana decresce, in
          proporzione della civiltà. Questo si vede anche nelle razze de’ cavalli, de’ tori ec. che
          passati dalle selve alle nostre stalle, e ad una vita meno incivile, indeboliscono e
          degenerano appoco appoco. Lo stesso dico delle piante coltivate con cura ec. Esse
          acquisteranno in delicatezza ec. ec. ma perderanno sempre in forza, e se per quella
          delicatezza saranno meglio adattate a’ nostri usi (massime nel nostro stato presente, sì
          diverso dal naturale), ciò non prova che non sieno degenerate. Effettivamente la principal
          qualità naturale, la principal perfezione materiale voluta e ordinata dalla natura in
          tutto che vive o vegeta, non è la delicatezza ec. ma il vigore <emph>relativo</emph> a
          ciascun genere di esseri. Il vigore è salute, v. p. 1624. il vigore è potenza, è facoltà
          di eseguire completamente tutte le convenienti operazioni ec. ec. è facilità di vivere; il
          vigore insomma è tutto in natura: e la natura non è principalmente e caratteristicamente
          delicata, ma forte rispettivamente e proporzionatamente alla capacità ec. di ciascuna sua
          parte. (31. Agos.-1. Sett. 1821.). V. p. 1606. fine.</p>
      </div1>
      <div1 n="1603 - 1799">
        <p>
          <pb ed="aut" n="1603"/> Dalle sopraddette osservazioni risulta un’altra gran prova del
          come l’idea del bello sia relativa e mutabile, e dipendente non da modello alcuno
          invariabile, ma dalle assuefazioni che cambiano secondo le circostanze. Oggi l’idea del
          bello, racchiude quasi essenzialmente un’idea di delicatezza. Un robusto villano o
          villana, non paiono certamente belli alle persone di città. Il bello nelle nostre idee,
          esclude affatto il grossolano. Dovunque esso si trova, (se ciò non è in una certa misura
          che mediante lo straordinario e lo stesso sconveniente, produca la grazia) non si trova il
          bello per noi, almeno il bello perfetto. Ora egli è certo che gli uomini primitivi la
          pensavano ben altrimenti, perchè tutti gli uomini primitivi eran grossolani. Non esisteva
          allora una di quelle forme che noi chiamiamo belle, (ciò si può vedere fra’ selvaggi i
          quali non sentono la bellezza meno di noi, benchè non sentano la nostra): e se avesse
          esistito, sarebbe stata e chiamata brutta. La delicatezza dunque non entra nell’idea che
          l’uomo <emph>naturale</emph> concepisce del bello. Quindi la <pb ed="aut" n="1604"/>
          presente idea del bello non è punto naturale, anzi l’opposto. E pur ci pare naturalissima,
          confondendo il naturale collo spontaneo: giacch’ella è spontanea, perchè derivata senza
          influenza della volontà dalle assuefazioni ec.</p>
        <p>È probabile che laddove oggi il fondamento o la condizione universale del bello è la
          delicatezza, per li primitivi lo fosse ciò che noi chiamiamo grossezza; perchè il nostro
          stato, e quindi le nostre assuefazioni e idee sono giusto in questo punto diametralmente
          opposte alle primitive e naturali (e selvagge). Ma se anche la delicatezza entrava, o come
          straordinaria e quindi graziosa, o in qualunque altro modo nell’idea primitiva del bello,
          ella era una delicatezza diversissima da quella che oggi si stima indispensabile alla
          bellezza. Ella era una delicatezza assai minore, e tale che a noi parrebbe poco lungi dal
          grossolano e anche grossezza. Siccome per lo contrario la delicatezza presente ai
          primitivi sarebbe paruta eccessiva, sconveniente, e brutta. L’<emph>idea</emph> insomma
          della delicatezza poteva <emph>forse</emph> entrare nel bello primitivamente concepito,
          (specialmente nell’uomo rispetto alla donna, della quale è propria per natura, e quindi
          conveniente, una delicatezza, ma solo rispettiva, e proporzionata, e riguardo alla
          differente natura dell’uomo ec.) ma solo nel detto modo. E così ogni bellezza è relativa.
          E proporzionate differenze <pb ed="aut" n="1605"/> si trovano fra il bello
          <emph>antico</emph> e il moderno, fra il bello di una nazione e quello di un’altra; di un
          clima, di un secolo, e quello di un altro; fra il bello degl’italiani e quello de’
          francesi ec. ec. (1 Sett. 1821.). V. p. 1698.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È vero che l’uomo felice non suol esser molto compassionevole, ma l’uomo notabilmente
          infelice, ancorchè nato sensibilissimo non è quasi affatto capace di compassione spontanea
          e sensibile. Sviluppa questa verità nelle sue parti, e nelle sue cagioni. (1 Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1448. Le odierne feste Cristiane son veramente popolari, ma inutili oramai al
          sentimento, all’entusiasmo, ec. e quindi inutilmente popolari. Il popolo non vi prende
          parte, se non come la prende agli spettacoli, a’ divertimenti ec. anzi alquanto meno,
          perchè p. e. gli spettacoli teatrali lo possono animare, commuovere, e lasciargli qualche
          impressione nello spirito; ma dopo le feste Cristiane egli se ne torna a casa col cuore
          posato, equilibrato, freddo, immoto come prima. Elle non sono dunque più feste nazionali,
          nè di setta, nè di partito ec. <pb ed="aut" n="1606"/> E di ciò n’è causa tanto il
          raffreddamento particolare de’ sentimenti religiosi, opera sì del tempo in genere, come di
          questo tempo irreligioso; quanto l’estinzione generale di tutte le facoltà vive negli
          animi delle nazioni, e l’incapacità odierna de’ popoli ad esser commossi e sollevati nello
          spirito, se non da cose affatto straordinarie. Tra noi specialmente n’è causa ancora il
          nessun contrasto che incontrano le nostre opinioni religiose, e la nostra religione
          generalmente, a differenza p. e. dell’Inghilterra, e anche della Francia. (1. Sett.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’anima de’ partiti è l’odio. Religione, partiti politici, scolastici, letterarii,
          patriotismo, ordini, tutto cade, tutto langue, manca di attività, e di amore e cura di se
          stesso, tutto alla fine si scioglie e distrugge, o non sopravvive se non di nome, quando
          non è animato dall’odio, o quando questo per qualunque ragione l’abbandona. La mancanza di
          nemici distrugge i partiti, e per partiti intendo pur le nazioni ec. ec. (2. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1602. fine. Nè solo il vigor del <pb ed="aut" n="1607"/> corpo, ma anche quello
          dello spirito è singolarmente ordinato dalla natura. Almeno i primi progressi dello
          spirito umano sono sempre compagni di una forza (in tutta l’estensione e le
          classificazioni del termine) che va di mano in mano scemando e perdendosi coi successivi
          progressi della civiltà. Parlino le storie. V. il pensiero precedente che appartiene pure
          a questo, perchè l’odio è una delle più vigorose passioni dell’anima; ed è oggi o estinto
          o travisato in maniera che è fonte di tutt’altro che di forza. V. pure il pensiero
          seguente. (2. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>I moti e gli atti degli uomini (e de’ viventi in proporzione delle rispettive qualità)
          sono naturalmente vivissimi, specialmente nella passione. La civiltà gli raddolcisce, gli
          modera, e va tanto innanzi che oramai gran parte del bel trattare consiste nel non
          muoversi, siccome nel parlare a voce bassa ec. e l’uomo appassionato quasi non si
          distingue dall’indifferente per verun segno esterno. L’individuo civilizzato copia in se
          stesso lo stato a cui la società è ridotta dall’incivilimento come una camera oscura
          ricopia in piccolissimo una vasta prospettiva. Non più moto nè in questa nè in <pb
            ed="aut" n="1608"/> quello. Questa corrispondenza non è nè casuale nè frivola. E ben
          importante l’osservare come i menomi effetti derivino dalle grandi cagioni, come
          armonizzino insieme le cose grandi e le piccole, come la natura del secolo influisca sulle
          menome parti de’ costumi, come dalle piccolissime e giornaliere osservazioni si possa
          rimontare alle grandissime e generali. L’animo e il corpo dell’uomo civile si rende appoco
          appoco immobile in ragione de’ progressi della civiltà: e si va quasi distruggendo (gran
          perfezionamento dell’uomo!) la principal distinzione che la natura ha posto fra le cose
          animate e inanimate, fra la vita e la morte, cioè la facoltà del movimento. (2 Sett.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’ideologia comprende i principii di tutte le scienze e cognizioni, e segnatamente della
          scienza della lingua. Ma vicendevolmente si può dire che la scienza della lingua comprende
          tutta l’ideologia. (2. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tanta è la facoltà produttrice della lingua greca, e tale la sua mirabile disposizione, e
          capacità di qualsivoglia novità, <pb ed="aut" n="1609"/> che in essa, può dirsi che
          concepita appena un’idea per nuova ch’ella sia, è già fatta la nuova parola che l’esprima.
          Tanto costava l’arricchir quella lingua quanto il concepire un’idea, o menoma parte o
          modificazione d’idea in qualunque modo nuova. Laddove nelle altre lingue, concepita
          un’idea nuova, ci vuole bene spesso del bello e del buono per esprimerla. E questo nuoce e
          ritarda sommamente la chiarezza e determinatezza della stessa concezione, perchè si può
          dire che un’idea non si concepisce mai chiaramente, nè è mai ben determinata e ferma
          nell’intelletto del suo stesso ritrovatore, finch’egli non ha trovato una parola o modo
          perfettamente corrispondente, e non l’ha saputa ben esprimere e fissare con questo mezzo a
          se stesso, e quasi rinchiuderla e incassarla in detta parola. Questo è ciò che i greci
          faceano immediatamente, e quindi si conferma quello che altrove ho detto, cioè che la loro
          superiorità nella filosofia ec. fra gli antichi, possa venire in gran parte <pb ed="aut"
            n="1610"/> dalla natura di loro lingua. (2 Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si suol dire, ed è vero, che i gobbi hanno molto spirito. La ragione è chiara. Altra
          prova del come lo sviluppo delle facoltà mentali dipenda dalle circostanze, assuefazioni
          ec. Lo stesso può dirsi de’ vetturini, e altra gente avvezza a molto trattare con ogni
          sorta di persone ec. che divengono sempre furbi, animati, spiritosi: i loro occhi pigliano
          espressione e vivacità ec. (2. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’uomo il più dotto, erudito, letterato, del gusto e giudizio il più fino, dell’ingegno
          il più fecondo ec. ec. ma poco avvezzo a trattare, saprà egregiamente e fecondissimamente
          scrivere, e non saprà parlare neppur di cose appartenenti a’ suoi studi. E ciò non già per
          sola soggezione, ma effettivamente gli mancheranno le parole e i concetti. Tutto è
          esercizio nell’uomo. Ed è ordinario il veder uomini studiosi non saper parlare, appunto
          perchè avvezzi allo studio, non sono abituati a parlare ma a tacere; oltre ch’essi
          contraggono sovente e <pb ed="aut" n="1611"/> per questa e per altre ragioni un carattere
          di taciturnità, parimente acquisito. Del resto s’ingannano assai coloro che dal vedere che
          il tale non sa parlare, concludono ch’egli non sa pensare, non è coltivato ec. Si può
          parlare come uno scimunito, con freddezza e frivolezza estrema ec. ed essere il primo
          scienziato, pensatore, scrittore del mondo. (2. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nessun genere di animali o di cose, per essere qual deve, ebbe o ha bisogno che sorga un
          suo individuo fornito di singolari prerogative naturali o acquisite, che accada la tale
          scoperta importante, che si dieno le tali e tali infinite combinazioni ec. ec. La natura
          quando lo formò, fu ben certa ch’esso sarebbe qual doveva essere, e qual ella voleva. Ma
          il genere umano ha avuto ed ha bisogno di tutto ciò, per arrivare ad essere (così dicono)
          qual deve. Or dico io: perchè la perfezione cioè il vero modo di essere del solo genere
          umano fu abbandonato dalla natura al caso? È questo un privilegio, o un immenso
          svantaggio? <pb ed="aut" n="1612"/> Egli è certo che le facoltà del più privilegiato
          individuo umano, non bastano di gran lunga a condurlo a quella che si chiama perfezione.
          Dunque la natura non ha provveduto alla perfezione cioè al ben essere dell’uomo. — Ma egli
          è fatto per la società. — Neppur basta ch’egli si metta in questa società. Bisogna che
          questa duri una lunghissima serie di generazioni, e che si stenda fino a divenir quasi
          universale. Allora solo l’uomo, e l’individuo potrà avvicinarsi a quella perfezione alla
          quale ancora non siamo arrivati. È egli possibile che tutto ciò sia necessario al ben
          essere dell’uomo? E che la sua perfezione fosse posta dalla natura <foreign lang="fre"
            rend="italic">au bout</foreign> di sì lunga e difficile carriera, che dopo seimila anni
          ancora non è compiuta? Oltre ch’ella, come risulta, dal sopraddetto, non poteva esser
          sicura che l’uomo vi arrivasse mai, essendo stata opera di circostanze non mai essenziali,
          tutti i pretesi progressi che si son fatti. (2. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Di più: qual sarà poi questa <pb ed="aut" n="1613"/> perfezione dell’uomo? quando e come
          saremo noi perfetti, cioè <emph>veri uomini</emph>? in che punto, in che cosa consisterà
          la perfezione umana? qual sarà la sua essenza? Ogni altro genere di viventi lo sa bene. Ma
          la nostra civiltà o farà sempre nuovi progressi, o tornerà indietro. Un limite, una meta
          (secondo i filosofi) non si può vedere, e non v’è. Molto meno un punto di mezzo. Dunque
          non sapremo mai in eterno che cosa e quale propriamente debba esser l’uomo, nè se noi
          siamo perfetti o no ec. ec. Tutto è incerto e manca di norma e di modello, dacchè ci
          allontaniamo da quello della natura, unica forma e ragione del modo di essere. (2. Sett.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le cose non sono quali sono, se non perch’elle son tali. Ragione preesistente, o
          dell’esistenza o del suo modo, ragione anteriore e indipendente dall’essere e dal modo di
          essere delle cose, questa ragione non v’è, nè si può immaginare. Quindi nessuna necessità
          nè di veruna esistenza, nè di tale o tale, e così o così fatta esistenza. Come dunque
          immaginiamo noi un Essere necessario? Che ragione v’è fuori di lui e prima di lui
          perch’egli esista, ed esista in quel modo, ed esista ab eterno? — La ragione <pb ed="aut"
            n="1614"/> è in Lui stesso, cioè l’infinita sua perfezione. — Che ragione assoluta vi è
          perchè quel modo di essere che gli ascriviamo, sia perfezione? perchè sia più perfetto
          degli altri possibili? più perfetto delle stesse altre cose esistenti e degli altri modi
          di essere? Questa ragione dev’essere assoluta e indipendente dal modo in cui le cose sono,
          altrimenti il detto Ente non sarà assolutamente necessario. Or nessuna se ne può trovare.
          — Il suo modo di essere è perfezione perch’egli esiste così. — La stessa ragione milita
          per tutte le altre cose e modi di essere. Tutte saran dunque egualmente perfette, e tutte
          assolutamente necessarie. Quest’è un giuoco di parole. Bisogna trovare una ragione perchè
          il suo modo di essere sia astrattamente e indipendentemente da qualunque cosa di fatto,
          più perfetto di tutti gli altri possibili o esistenti: perchè non sia possibile una
          maggior perfezione; ovvero un tutt’altro ordine di cose, dove quel modo di essere non sia
          neppur buono. Bisogna insomma porsi al di fuori dell’ordine esistente e di tutti gli
          ordini possibili, e così trovare una <pb ed="aut" n="1615"/> ragione per cui le qualità
          che ascriviamo a quell’Essere sieno assolutamente e necessariamente perfette, non possano
          esser diverse, nè più perfette, non possano esser tali e non esser ottime, e sieno
          migliori di tutte le altre possibili.</p>
        <p>L’<emph>aseità</emph> insomma è un sogno o compete a tutte le cose esistenti e possibili.
          Tutte hanno o non hanno egualmente in se stesse la ragione di essere e di essere in quel
          tal modo, e tutte sono egualmente perfette.</p>
        <p>Ma lo spirito è più perfetto della materia — 1. Che cosa è lo spirito? Come sapete
          ch’esiste, non sapendo che cosa sia? non potendo concepire al di là della materia una
          menoma forma di essere? 2. perchè è più perfetto della materia? — Perchè non si può
          distruggere, e perchè non ha parti ec. — Il non aver parti chi vi ha detto che sia maggior
          perfezione dell’averne? Chi vi ha detto che lo spirito non ha parti? che avendone o no,
          non si possa distruggere ec. ec.? Come potete affermare o negar nulla intorno alle qualità
          di ciò che neppur concepite, e quasi non sapete se sia possibile? Tutto è dunque un
          romanzo arbitrario della vostra fantasia, che può figurarsi un essere come vuole. V. un
          altro mio pensiero in tal proposito. (2. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1616"/> Niente preesiste alle cose. Nè forme, o idee, nè necessità nè
          ragione di essere, e di essere così o così ec. ec. <emph>Tutto</emph> è posteriore
            all’<emph>esistenza</emph>. (3. Sett. 1821.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Intorno a quello che ho detto altrove, che tolte le idee innate, è tolto Iddio, tolta
          ogni verità ogni buono ogni cattivo assoluto, tolta ogni disuguaglianza di perfezione ec.
          tra gli Esseri, e necessario il sistema ch’io chiamo dell’Ottimismo, v. un bel passo di S.
          Agostino che ammettendo le idee innate, riconosce questa verità ch’io dico, presso Dutens,
          Par.1. cap. 2. par.30. (3. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Infatti noi non abbiamo altra ragione di credere assolutamente vero quello ch’è tale per
          noi, e che a noi par tale, di credere assolutamente buono o cattivo quello ch’è tale per
          noi, ed in quest’ordine di cose; se non il credere che le nostre idee abbiano una ragione,
          un fondamento, un tipo, fuori dello stesso ordine di cose, universale, eterno, immutabile,
          indipendente da ogni cosa di fatto; che sieno impresse nella mente nostra per essenza
          tanto loro, quanto di essa mente, e della natura intera delle cose; che sieno
          soprannaturali, cioè <pb ed="aut" n="1617"/> indipendenti da questa tal natura qual ella
          è, e dal modo in cui le cose sono, e che per conseguenza le dette idee e le nozioni della
          ragione <emph>non potessero</emph> esser diverse in qualsivoglia altra natura di cose,
          purchè l’intelletto fosse stato ugualmente in grado di concepirle. Fuori di questo, e
          tolto questo, non resta alcun’altra ragione per credere assolutamente buona, cattiva,
          insomma vera qualsivoglia cosa. Ma veduto che le nostre idee non dipendono da altro che
          dal modo in cui le cose realmente sono, che non hanno alcuna ragione indipendente nè fuori
          di esso, e quindi potevano esser tutt’altre, e contrarie; ch’elle derivano in tutto e per
          tutto dalle nostre sensazioni, dalle assuefazioni ec.;che i nostri giudizi non hanno
          quindi verun fondamento universale ed eterno e immutabile ec. per essenza; è forza che,
          riconoscendo tutto per relativo, e relativamente vero, rinunziamo a quell’immenso numero
          di opinioni che si fondano sulla falsa, benchè naturale, idea dell’assoluto, la quale,
          come ho detto, non ha più ragione <pb ed="aut" n="1618"/> alcuna possibile, da che non è
          innata, nè <emph>indipendente dalle cose quali elle sono</emph>, e dall’esistenza.(3.
          Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La distruzione delle idee innate distrugge altresì l’idea della perfettibilità dell’uomo.
          Pare tutto l’opposto, perchè se tutte le sue idee sono acquisite, dunque egli è meno
          debitore e dipendente della natura, e quindi si può e deve perfezionar da se. Ma anche le
          idee degli animali sono acquisite, nè essi sono perfettibili. Distrutta colle idee innate
          l’idea della perfezione assoluta, e sostituitale la relativa, cioè quello stato ch’è
          perfettamente conforme alla natura di ciascun genere di esseri, si viene a rinunziare alle
          pazze idee d’incremento di perfezione, di acquisto di nuove buone qualità (che non sono
          più buone per se stesse come si credevano), di perfezionamento modellato sopra le false
          idee del bene e del male assoluto ed assolutamente maggiore o minore; e si conclude che
          l’uomo è perfetto qual egli è in natura, appena le sue facoltà hanno conseguito quel tanto
          sviluppo che la natura gli ha primitivamente e decretato, e indicato. E <pb ed="aut"
            n="1619"/> non può se non essere imperfetto in altro stato. Nè la perfezione sua, o
          quella di verun altro genere, può mai crescere: bensì quella dell’individuo ec. (3. Sett.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Io non credo che le mie osservazioni circa la falsità d’ogni assoluto, debbano
          distruggere l’idea di Dio. Da che le cose sono, par ch’elle debbano avere una ragion
          sufficiente di essere, e di essere in questo lor modo; appunto perch’elle potevano non
          essere o esser tutt’altre, e non sono punto necessarie. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Ego sum qui sum</foreign>
          </quote>, cioè ho in me la ragione di essere: grandi e notabili parole! Io concepisco
          l’idea di Dio in questo modo. Può esservi una cagione universale di tutte le cose che sono
          o ponno essere, e del loro modo di essere. — Ma la cagione di questa cagione qual sarà?
          poich’egli non può esser necessario, come voi avete dimostrato. — È vero che niente
          preesiste alle cose. Non preesiste dunque la necessità. Ma pur preesiste la possibilità.
          Noi non possiamo concepir nulla al di là della materia. Noi non possiamo dunque negare
            l’<emph>aseità</emph>, benchè neghiamo la necessità di essere. Dentro i limiti della
          materia, e nell’ordine di cose che ci è noto, <pb ed="aut" n="1620"/> pare a noi che nulla
          possa accadere senza ragion sufficiente; e che però quell’essere che non ha in se stesso
          veruna ragione e quindi veruna necessità assoluta di essere, debba averla fuor di se
          stesso. E quindi neghiamo che il mondo possa essere, ed esser qual è, senza una cagione
          posta fuori di lui. Sin qui nella materia. Usciti della materia ogni facoltà
          dell’intelletto si spegne. Noi vediamo solamente che nulla è assoluto nè quindi
          necessario. Ma appunto perchè nulla è assoluto, chi ci ha detto che le cose fuor della
          materia non possano esser senza ragion sufficiente? Che quindi un Essere onnipotente non
          possa sussister da se ab eterno, ed aver fatto tutte le cose, bench’egli assolutamente
          parlando non sia necessario? Appunto perchè nulla è vero nè falso assolutamente, non è
          egli tutto possibile, come abbiamo provato altrove?</p>
        <p>Io considero dunque Iddio, non come il migliore di tutti gli esseri possibili, giacchè
          non si dà migliore nè peggiore assoluto, ma come racchiudente in se stesso tutte le
          possibilità, ed esistente in tutti i modi possibili. Questo <pb ed="aut" n="1621"/> è
          possibile. I suoi rapporti verso gli uomini e verso le creature note, sono perfettamente
            <emph>convenienti</emph> ad essi; sono dunque perfettamente buoni, e migliori di quelli
          che vi hanno le altre creature, non assolutamente, ma perchè i rapporti di queste sono
          meno perfettamente convenienti. Così resta in piedi tutta la Religione, e l’infinita
          perfezion di Dio, che si nega come assoluta, si afferma come relativa, e come perfezione
          nell’ordine di cose che noi conosciamo, dove le qualità che Dio ha verso il mondo, sono
          relativamente a questo, buone e perfette. E lo sono, tanto verso il nostro ordine di cose
          universale, quanto verso i particolari ordini che in esso si contengono, e secondo le loro
          differenze subalterne di natura. La quistione allora viene ad esser di parole.</p>
        <p>Verso un altro ordine di cose Iddio può aver de’ rapporti affatto diversi, e anche
          contrari, ma perfettamente buoni in relazione a detti ordini, perocch’egli esiste in tutti
          i modi possibili, e quindi perfettamente conviene con tutte l’esistenze, e quindi è
          sostanzialmente e perfettamente buono in tutti gli ordini di bontà, quantunque contrari
          fra loro, perchè può esser buono in una maniera di essere, quel che è cattivo in un altro.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1622"/> Questo non solo non guasta nè muta l’idea che noi abbiamo di Dio,
          ma anzi ella, se la considerassimo bene, comprende questa nozione necessariamente. Come
          può egli essere infinito se non racchiude tutte le possibilità? Come può egli essere
          infinitamente perfetto anzi pure perfetto, s’egli non lo è se non in quel modo che per noi
          è perfezione? Sono o no possibili altri ordini infiniti di cose, e altri modi di esistere?
          Dunque s’egli è infinito, esiste in tutti i modi possibili. Dipendeva o no dalla sua
          volontà il farci affatto diversi? e l’averci fatto quali siamo? Dunque egli ha potuto e
          può fare altri ordini diversissimi di cose, e aver con loro que’ rapporti di quella natura
          che vuole. Altrimenti egli non sarà l’autor della natura, e <quote>
            <emph>torneremo per forza al sogno di Platone, che suppone le idee e gli archetipi delle
              cose, fuori di Dio, e indipendenti da esso</emph>
          </quote>. S’elle esistono in Dio, come dice S. Agostino, (v. p. 1616.) e se Dio le ha
          fatte, non abbraccia egli dunque quelle sole forme secondo cui ha fatto le cose che noi
          conosciamo, ma tutte le forme possibili, e racchiude tutta la possibilità, e può far cose
            <pb ed="aut" n="1623"/> di qualunque <emph>natura</emph> gli piaccia, ed aver con loro
            <emph>qualunque</emph> rapporto gli piaccia, anche nessuno ec.</p>
        <p>L’infinita possibilità che costituisce l’essenza di Dio, è necessità. Da che le cose
          esistono, elle sono necessariamente possibili. (Una sola e menoma cosa che oggi esistesse
          basterebbe a dimostrare che la possibilità è necessaria ed eterna.) Se nessuna
          affermazione o negazione è assolutamente vera, dunque tutte le cose e le affermazioni ec.
          sono assolutamente possibili. Dunque l’infinita possibilità è l’unica cosa assoluta. Ell’è
          necessaria, e preesiste alle cose. Quest’esistenza non l’ha che in Dio. Quest’ultimo
          pensiero merita sviluppo. V. p. 1645. capoverso 1. (3. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Circa le differenti qualità che i diversi organi percepiscono negli oggetti, come altrove
          dissi, <bibl>v. <author>Dutens.</author> par. 1. cap. 3. par. 40. e tutto quel
          capo.</bibl> (3. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si sfuggono le buone opere comandate dal dovere, e si fanno di buona voglia quelle che si
          fanno per propria volontà. I contadini contrastano al padrone ciò che possono, danno però
          volentieri agli amici, e spesso rubano a quello per donare a questi, senza nessun profitto
          proprio. (4. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si danno certe combinazioni di naturale <pb ed="aut" n="1624"/> o di circostanze, che
          distinguono notabilmente un carattere dall’ordinario, senza molto o punto innalzarlo o
          abbassarlo al disopra, o al disotto degli altri. (4. Sett. 1821.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La legge naturale varia secondo le nature. Un cavallo che non è carnivoro, giudicherà
          forse ingiusto un lupo che assalga e uccida una pecora, l’odierà come sanguinario, e
          proverà un senso di ribrezzo, e d’indignazione abbattendosi a vedere qualche sua
          carnificina. Non così un lione. Il bene e il male morale non ha dunque nulla di assoluto.
          Non v’è altra azione malvagia, se non quelle che ripugnano alle inclinazioni di ciascun
          genere di esseri operanti: nè sono malvage quelle che nocciono ad altri esseri, mentre non
          ripugnino alla natura di chi le eseguisce. (4. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1602. Gli antichi intendevano molto bene questa verità che dovrebb’essere il
          fondamento della scienza medica. I greci quasi autori della medicina dicevano <foreign
            lang="grc">ἀσθένεια</foreign> cioè <emph>debolezza</emph> ogni genere d’infermità, ed
            <foreign lang="grc">ἀσθενεῖν</foreign> l’esser malato. Ed anche oggi i medici chiamano
          con termine greco <emph>stenia</emph> (sarebbe <foreign lang="grc">σθένεια</foreign>) che
          suona, come <foreign lang="grc">σθένος</foreign>, <emph>vigore</emph>, <pb ed="aut"
            n="1625"/>
          <emph>forza, robustezza</emph>, il buono stato di salute. <foreign lang="grc"
          >Ἔῤῥωμαι</foreign>, inf. <foreign lang="grc">ἐῤῥῶσθαι</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">prospera utor valetudine</foreign>, non significa
          propriamente altro se non <emph>esser forte</emph>, da <foreign lang="grc">ῥώννυμι</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">confirmor, corroboror</foreign>. Così <foreign
            lang="grc">εὐρωστία</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">sanitas, bona valetudo</foreign>, e i contrari, <foreign
            lang="grc">ἀῤῥωστία</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">adversa valetudo, morbus</foreign>, <foreign lang="grc"
            >ἄῤῥωστος</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">aegrotus</foreign>, <foreign lang="grc">ἀῤῥωστέω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">aegroto</foreign>, <foreign lang="grc">ἀῤῥώστημα</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">aegrotatio, aegritudo, morbus</foreign>. Così dico delle
          parole latine <foreign lang="lat" rend="italic">valere, valetudo, bene</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">male valere, infirmus, imbecillitas</foreign> ec. ec.
          V. i Diz. Tutto ciò che ci cagiona il senso della forza, ci cagiona il senso del piacere e
          della sanità. L’uomo veramente forte è sano. Quanto la civiltà favorisca per sua natura la
          forza in genere e in ispecie, facilmente si vede alla bella prima. (4. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non attribuiamo a Dio se non un solo modo di esistere, e una sola perfezione. Ma se niuna
          perfezione è assoluta, egli non sarà dunque perfetto, avendo questa sola. L’unica
          perfezione assoluta, è di esistere in tutti i possibili modi, ed in tutti esser perfetto,
          cioè perfettamente conveniente, dentro la natura <pb ed="aut" n="1626"/> e la proprietà di
          quel modo di essere. La perfezione assoluta abbraccia tutte le possibili qualità, anche
          contrarie, perchè non v’è contrarietà assoluta, ma relativa: e se è possibile un modo di
          essere contrario a quello che noi concepiamo in Dio e nelle cose a noi note (che certo è
          possibile, non essendovi ragione assoluta e indipendente che lo neghi), Iddio non sarebbe
          nè infinito nè perfetto, anzi imperfettissimo, s’egli non esistesse anche in quel modo, e
          non fosse in perfetta relazione e convenienza con quel modo di essere. Noi dunque non
          conosciamo se non una sola parte dell’essenza di Dio, fra le infinite, o vogliamo dire una
          sola delle infinite sue essenze. Egli ha precisamente le perfezioni che noi gli diamo:
          egli esiste verso noi in quel modo che la religione insegna; i suoi rapporti verso noi,
          sono perfettamente quali denno essere verso noi, e quali richiede la natura del mondo a
          noi noto. Ma egli esiste in infiniti altri modi, ed ha infinite altre parti, che non
          possiamo in veruna maniera concepire, se non immaginandoci questo medesimo. La Religione
          Cristiana è dunque interamente vera, e i miei non si oppongono, anzi favoriscono i suoi
          dogmi. <pb ed="aut" n="1627"/> (4. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La Religion Cristiana rivela infatti molti attributi di Dio che passano affatto e si
          oppongono all’idea che noi abbiamo dell’estensione del possibile. Iddio ce gli ha voluti
          rivelare per assoggettar la nostra ragione ec. e ci ha rivelati questi soli fra
          gl’infiniti. Essi (come il mistero della Trinità, dell’Eucaristia) si oppongono fino al
          principio detto di contraddizione, che par l’ultimo principio del raziocinio. La
          distinzione fra superiore e contrario alla ragione è frivola. I detti misteri si oppongono
          dirittamente al nostro modo di concepire e ragionare. Ciò però non prova che sieno falsi,
          ma che il nostro detto modo, non è vero se non relativamente, cioè dentro questo
          particolare ordine di cose. (4. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La mente umana è di una capacità immensa. Ella s’innalza fino a Dio, arriva in certo modo
          a conoscerlo, benchè non possa determinarlo. Il senso ch’ella prova in questa
          contemplazione e considerazione, non è propriamente il disperar di conoscere. Solamente
          ella conosce di non esser Dio, e ravvisa la diversità <pb ed="aut" n="1628"/> dell’essenza
          ed esistenza fra Lui e se, come fra se e le altre creature. Anzi ella si sente più simile,
          più capace d’immaginare e penetrare nel modo in cui Dio esiste, che in quello delle altre
          creature. Queste espressioni non son temerarie. La Religione insegna che l’uomo è uno
          specchio della Divinità, <foreign lang="lat" rend="italic">quasi unus ex nobis</foreign>.
          (4. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La disperazione, in quanto è mancanza, o piuttosto languore e insensibilità di speranza,
          è un piacere per se, e perchè l’uomo non sentendo la speranza, appena sente la vita, e la
          sua anima è abbandonata a una specie di torpore, benchè il corpo possa essere in grande
          attività, e spesso in tal circostanza lo sia. Tutto ciò risulta dalla mia teoria del
          piacere. (4. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Forza dell’assuefazione <emph>generale</emph>. Le impressioni de’ sensi sono sempre
          vivissime ne’ fanciulli. L’uomo ci si avvezza, ed elle perdono in forza e durata. Ma non
          si avvezza solamente ad una per una. Un’impressione tanto nuova per un uomo quanto la più
          nuova che possa provare un fanciullo, fa meno effetto in quello che in questo: perchè
          quegli è avvezzo alle <pb ed="aut" n="1629"/> impressioni. Quanto più l’uomo (in
          proporzione delle circostanze individuali) è avvezzo alle novità, tanto l’impressione
          delle novità è per lui meno forte e durevole: e finalmente gli farà maggiore impressione
          la monotonia ec. che la novità. E pur nessuno può essere avvezzo a una nuova impressione
          in particolare; ma l’uomo si avvezza alle nuove impressioni in generale. ec. ec. (4. Sett.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto che dilatandosi le nazioni, le lingue si dividono. Ciò principalmente accade nel
          volgo, perchè il volgo di un luogo, poco o nessun commercio conserva con quello di un
          altro, benchè nazionale. Le altre classi ve lo conservano o immediato o mediato, per la
          civiltà che gli unisce, le scritture ec. ec. 1. quanto più una nazione è nazione, e per
          ispirito e per istato politico, 2. quanto più il volgo è in commercio colle altre classi
          della stessa popolazione, 3. colle altre popolazioni nazionali, 4. quanto più una nazione,
          ed in essa il volgo, è civile, 5. quanto più i costumi, i caratteri ec. sono per
          conseguenza conformi, sì nel volgo che nelle altre classi; tanto i dialetti vernacoli sono
          minori di numero, e meno distinti di forma, ec. Applicate queste osservazioni all’Italia,
          alla Francia, Inghilterra, Germania ec.</p>
        <p>Così può ragionarsi anche delle nazioni <pb ed="aut" n="1630"/> tutte intere, rispetto
          alle altre nazioni. (4. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gli ammaestramenti che si danno ordinariamente agli animali che ci servono, e ch’essi
          apprendono benissimo, con maggiore o minor prontezza, <emph>secondo i generi, gl’individui
            e le circostanze</emph> (come cavalli, cani ec.) e con sufficientissimo raziocinio,
          (come il cane che s’arresta nel bivio, aspettando che il padrone scelga la sua strada); e
          quelli che si danno ad altri animali per solo piacere, come ad orsi, scimie, gatti, cani,
          topi, e fino alle pulci, come s’è veduto ultimamente; dimostrano che la suscettibilità ed
          assuefabilità <emph>a cose non naturali</emph>, non è propria esclusivamente dell’uomo, ma
          solo in maggior grado, generalmente parlando: perchè vi sarà qualche uomo meno
          assuefabile, ed ammaestrabile di una scimia. (5. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto la specie umana oggidì sia vicina a quella stessa perfezione relativa alla
          ragione, di cui si mena sì gran vanto, <bibl>vedi il capo 11. di <author>Wieland</author>,
              <title>Storia del saggio Danischmend e dei tre Calender</title>, o <title>l’Egoista
                <pb ed="aut" n="1631"/>ed il Filosofo</title>. <emph>Milano. Scelta Raccolta di
              Romanzi. Batelli e Fanfani. vol. 25</emph>.</bibl> (5. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La memoria dipendendo dalle assuefazioni particolari, e dalla generale, e quasi non
          esistendo (come si vede ne’ fanciulli) senza queste, può considerarsi come facoltà presso
          a poco acquisita. (5. Sett. 1821.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Chi vuol vedere l’effetto della civiltà sul vigore del corpo, paragoni gli uomini civili
          ai contadini o ai selvaggi, i contadini d’oggi a ciò che noi sappiamo del vigore antico.
          ec. (Omero, com’è noto, assai spesso chiama l’età sua degenerata dalle forze de’ tempi
          troiani.) Osservi di quanto è capace il corpo umano, vedendo l’impotenza nostra assoluta
          di far ciò che fa il meno robusto de’ villani; i pericoli a cui noi ci esporremmo volendo
          esporci a qualcuno de’ loro patimenti; le vergognose usanze quotidiane di fuggir l’aria il
          sole ec. di maravigliarsi come il tale o tale abbia potuto affrontarlo per questa o quella
          circostanza; le malattie o incomodi che tutto giorno si pigliano per un <pb ed="aut"
            n="1632"/> menomo strapazzo del corpo, o fatica di mente ec. e poi dica se la civiltà
          rafforza l’uomo; accresce la sua capacità e potenza; se gli antichi si maraviglierebbero o
          no della impotenza nostra; se la natura stessa se ne debba o no vergognare; e se noi
          medesimi non lo dobbiamo, vedendo sotto gli occhi per l’una parte di quanto sia capace il
          corpo umano, senza veruno sforzo straordinario, e per l’altra di quanto poco sia capace il
          nostro. (5. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si suol dire che tutte le cose, tutte le verità hanno due facce diverse o contrarie, anzi
          infinite. Non c’è verità che prendendo l’argomento più o meno da lungi, e camminando per
          una strada più o meno nuova, non si possa dimostrar falsa con evidenza ec. ec. ec.
          Quest’osservazione (che puoi molto specificare ed estendere) non prova ella che nessuna
          verità nè falsità è assoluta, neppure in ordine al nostro modo di vedere e di ragionare,
          neppur dentro i limiti della concezione e ragione umana? (5. Sett. 1821.). V. p. 1655.
          fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non c’è uomo così mal disposto e disadatto ad <emph>apprendere</emph>, o ad apprendere
          una tal cosa, il quale lunghissimamente <pb ed="aut" n="1633"/> esercitato in qualsivoglia
          disciplina ed attitudine o di mente o di mano ec. non la possieda o meglio, o almeno
          altrettanto quanto il più grande ingegno ec. che incominci o da poco tempo abbia
          cominciato ad esercitarvisi. Ecco la differenza degl’ingegni. Ad altri bisogna più
          esercizio ad altri meno, ma tutti alla fine son capaci delle stesse cose: e il più sciocco
          ingegno con ostinata fatica può divenire uno de’ primi matematici ec. del mondo. (5. Sett.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una perfetta immagine degl’ingegni possono essere le complessioni. Chi nasce più robusto
          e meglio disposto, chi meno. L’esercizio del corpo agguaglia il meno robusto, al più
          robusto inesercitato. In parità d’esercizio, chi è nato debole non potrà mai agguagliarsi
          a chi è nato robusto. Ma se a costui manca affatto l’esercizio, egli, ancorchè nato il più
          robusto degli uomini, sarà non solo uguale, ma inferiore al più debole degli uomini che
          abbia fatto notabile esercizio. (Esempio dei Galli rispetto ai Romani. <bibl>V. il
              <title>Dionigi</title> del <author>Mai</author> lib. 14. c. 17-19.</bibl> ed altri).
            <pb ed="aut" n="1634"/> Dal che segue che l’esercizio assolutamente parlando è superiore
          alla natura, e principale cagione della forza corporale. (La natura però avea dato
          all’uomo essenzialmente l’occasione e la necessità di esercitare il suo corpo. Quindi
          l’esercizio essendo figlio della natura, lo è anche il vigore e il ben essere che ne
          deriva. Lasciando che le generazioni de’ forti sono pure naturalmente forti, siccome
          viceversa, benchè ancor qui si possa notare il gran potere dell’esercizio.) Applicate
          queste considerazioni a qualsivoglia facoltà mentale. Similmente ponno applicarsi alle
          altre facoltà corporali (o sieno radicalmente naturali, o del tutto acquisite, ma
          bisognose di una disposizione naturale) diverse dalla forza. (5. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si potrebbe quasi dire che nell’uomo la sola fisonomia è propriamente bella o brutta.
          Certo è ch’ella contiene quasi tutto l’ideale della bellezza umana, e quasi tutta la
          differenza essenziale che la nostra mente ritrova e sente fra la bellezza umana in quanto
          bellezza, e tutti gli altri generi di bellezza. Un uomo o donna di viso decisamente brutto
          non può mai parer bello, se non per libidine e stimoli sensuali. Eccetto il caso molto
          frequente, che coll’assuefazione e col tempo ec. quel viso che v’era parso brutto, vi paia
          bello o passabile. Viceversa una persona di brutte forme e bel viso, potrà parer bella,
          forse anche non <pb ed="aut" n="1635"/> potrà mai <emph>con pieno sentimento</emph> esser
          chiamata brutta.</p>
        <p>Osserva che generalmente quando tu domandi: la tal persona è bella o brutta? e quando tu
          o rispondendo, o spontaneamente neghi o affermi ec. intendi sempre del viso, se altro non
          soggiungi, o distingui. (5. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Un corpo, essendo composto, dimostra l’esistenza di altre cose che lo compongano. Ma
          siccome tutte le parti o sostanze materiali componenti la materia, sono altresì composti,
          però bisogna necessariamente salire ad esseri che non sieno materia. Così discorrono i
          Leibniziani per arrivare alle loro Monadi o Esseri semplici e incorporei, (de’ quali
          compongono i corpi) e quindi all’Unità, ed al principio di tutte le cose. Or dico io.
          Arrivate fino alla menoma parte o sostanza materiale, e ditemi se potete, le parti o
          sostanze di cui questa si compone, non sono più materia, ma spirito. Arrivate anche se
          potete, agli atomi o particelle indivisibili e senza parti. Saranno sempre materia. Al di
          là non troverete mica lo spirito ma il nulla. Affinate quanto volete l’idea della materia,
          non oltrepasserete mai la <pb ed="aut" n="1636"/> materia. Componete quanto vi piace
          l’idea dello spirito, non ne farete mai nè estensione, nè lunghezza ec. non ne farete mai
          della materia. Come si può compor la materia di ciò che non è materia? Il corpo non si può
          comporre di non corpi, come ciò che è di ciò che non è: nè da questo si può progredire a
          quello, o viceversa. — Ma finchè la materia è materia, ell’è divisibile e composta. —
          Trovatemi dunque quel punto in cui ella si compone di cose che non sono composte, cioè non
          sono materia. Non v’è scala, gradazione, nè progressione che dal materiale porti
          all’immateriale (come non v’è dall’esistenza al nulla). Fra questo e quello v’è uno spazio
          immenso, ed a varcarlo v’abbisogna il salto (che da’ Leibniziani giustamente si nega in
          natura). Queste due nature sono affatto separate e dissimili come il nulla da ciò che è;
          non hanno alcuna relazione fra loro; il materiale non può comporsi dell’immateriale più di
          quello che l’immateriale del materiale; e dall’esistenza della materia (contro ciò che
          pensa Leibnizio) non si può argomentare quella dello spirito più di quello che
          dall’esistenza dello spirito si potesse argomentare quella della materia. <bibl>V.
              <author>Dutens</author>, par. 2. tutto il capo 1.</bibl> (5. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1637"/> Dal detto in altri pensieri risulta che Dio poteva manifestarsi a
          noi in quel modo e sotto quell’aspetto che giudicava più conveniente. Non manifestarsi,
          come ai Gentili; manifestarsi meno, e in forma alquanto diversa, come agli Ebrei; più,
          come a’ Cristiani: dal che non bisogna concludere ch’egli ci si è manifestato tutto
          intero, come noi crediamo. Errore non insegnato dalla Religione, ma da’ pregiudizi che ci
          fanno credere assoluto ogni vero relativo. La rivelazione poteva esserci e non esserci.
          Ella non è necessaria primordialmente, ma stante le convenienze relative, originate dal
          semplice voler di Dio. Egli si nascose a’ Gentili, rivelossi alquanto agli Ebrei,
          manifestò al mondo una maggior parte di se, nella pienezza de’ tempi, cioè quando gli
          uomini furono in istato di meglio comprenderlo. Egli si è rivelato perchè ha voluto e l’ha
          stimato conveniente, e quanto e come e sotto la forma che ha stimato conveniente, secondo
          le diverse circostanze delle sue creature: forma sempre vera, perch’egli esiste in tutti i
          modi possibili.</p>
        <p>Da ciò che si è detto della legge pretesa naturale, risulta che non vi è bene nè <pb
            ed="aut" n="1638"/> male assoluto di azioni; che queste non son buone o cattive fuorchè
          secondo le convenienze, le quali sono stabilite, cioè determinate dal solo Dio, ossia,
          come diciamo, dalla natura; che variando le circostanze, e quindi le convenienze, varia
          ancor la morale, nè v’è legge alcuna scolpita primordialmente ne’ nostri cuori; che molto
          meno v’è una morale eterna e preesistente alla natura delle cose, ma ch’ella dipende e
          consiste del tutto nella volontà e nell’arbitrio di Dio padrone sì di stabilire quelle
          determinate convenienze che voleva, sì di ordinare o proibire espressamente agli esseri
          pensanti quello che gli piaccia, secondo gli ordini e le convenienze da lui solo create;
          che Dio non ha quindi nè può avere alcuna morale, il che non potrebb’essere, se non
          ammettendo le idee di Platone indipendenti da Dio, e i modelli eterni e necessari delle
          cose; che la morale per tanto è creata da lui, come tutto il resto, e ch’egli era padrone
          di mutarla a tenore delle diverse circostanze del genere umano, siccome è padrone di darne
          una tutta diversa, e anche contraria, o anche non darne alcuna, a un diverso genere di
          esseri, sì dentro gli ordini noti delle cose (come agli abitanti d’altri <pb ed="aut"
            n="1639"/> pianeti), sì in altri sconosciuti, ed ugualmente possibili e verisimili. Da
          tutto ciò resta spiegata la differenza fra la legge che corse prima di Mosè, quella di
          Mosè, e quella di Cristo. Tutti dicono che il Cristianesimo ha perfezionata la Morale.
          (Ciò stesso vuol dire ch’ella non è dunque innata.) Mutiamo i termini. Non l’ha
          perfezionata, ma rinnovata, cioè perfezionata solo relativamente allo stato in cui la
          società umana era ridotta, e da cui (quanto al sostanziale) non poteva più tornare
          indietro, come non ha fatto. Allora divenne conveniente la <emph>nuova</emph> morale,
          ossia la legge di Cristo, legge che doveva essere perpetua per la detta ragione; legge che
          ha fatto illecito realmente ciò che prima era lecito, e viceversa, come agevolmente si può
          vedere confrontando i costumi naturali di qualsivoglia o uomo isolato, o società, e degli
          Ebrei prima di Mosè, con la legge contenuta nel Pentateuco, e questa e quelli con la legge
          del Vangelo. Giacchè queste due leggi non si restringono di gran lunga al Decalogo, il
          quale intanto è rimasto immutabile, in quanto contenendo i primissimi <pb ed="aut"
            n="1640"/> elementi della morale, è perciò appunto applicabile e conveniente a tutti i
          possibili stati della società <emph>umana</emph>, che non può sussistere, senza una
          morale, e questa non può aver fondamento vero se non in Dio. Però il Decalogo combina
          appresso a poco colla sostanza e collo spirito delle leggi scritte di tutti i savi
          legislatori antichissimi e modernissimi, e colle leggi praticate anche da’ più rozzi
          popoli, che pur compongano una società. L’uomo poteva esser fatto diversamente, ma è fatto
          realmente in modo, che formando società co’ suoi simili, gli divien subito necessaria una
          legge il cui spirito sia quello del Decalogo. Vale a dire che il Decalogo contiene i
          principii generali delle convenienze delle azioni in una società umana, pel bene di essa.
          Il generale contiene tutti i particolari: ma questi sono infiniti e diversissimi. Le
          convenienze loro rispetto alle azioni, variano secondo gli stati delle società, e della
          società in genere. L’antica legge Ebraica permetteva il concubinato, fuorchè colle donne
          forestiere ec. L’odio del nemico costituiva lo spirito delle antiche nazioni. Ecco le
          leggi di Mosè tutte patriottiche, ecco santificate <pb ed="aut" n="1641"/> le invasioni,
          le guerre contro i forestieri, proibite le nozze con loro, permesso anche l’odio del
          nemico privato. E Gesù comandando l’amor del nemico, dice formalmente che dà un precetto
          nuovo. Come ciò, se la morale è eterna e necessaria? Come è male oggi, quel ch’era forse
          bene ieri? Ma la morale non è altro che convenienza, e i tempi avevano portato nuove
          convenienze. Questo discorso potrebbe infinitamente estendersi generalizzando sullo stato
          del mondo antico e moderno, e sulla differente morale adattata a questi diversi stati.
          L’uomo isolato non aveva bisogno di morale, e nessuna ne ebbe infatti, essendo un sogno la
          legge naturale. Egli ebbe solo dei doveri d’inclinazione verso se stesso, i soli doveri
          utili e convenienti nel suo stato. Stretta la società, la morale fu convenienza, e Dio la
          diede all’uomo appoco appoco, o piuttosto ora una ora un’altra, secondo i successivi stati
          della società: e ciascuna di queste morali era ugualmente perfetta, perchè conveniente; e
          perfetto è l’uomo isolato, senza morale. La morale cristiana sarebbe stata imperfetta
          perchè sconveniente per Abramo, <pb ed="aut" n="1642"/> e per Mosè. ec. Ciò che dicono i
          Teologi delle azioni fatte lecite da un particolare impulso dello Spirito Santo, non
          dimostra egli chiaro che la morale dipende da Dio (siccome la convenienza), e che Dio non
          dipende punto dalla morale?</p>
        <p>A me pare che il mio sistema appoggi il Cristianesimo in luogo di scuoterlo; anzi che
          egli n’abbia bisogno, e in certo modo lo supponga. Nè fuori del mio sistema si ponno
          facilmente accordare le parti in apparenza discordantissime e contraddittorie della
          religione Cristiana non solo quanto ai misteri, ma alla legge, alla storia successiva
          della religione, ai dogmi d’ogni genere ec.</p>
        <p>La fede nostra fa guerra alla ragione. Io dimostro l’impotenza assoluta ed
            <emph>essenziale</emph> della ragione, non solo in ordine alla felicità umana, al
          conservare ec. la società, allo stabilire e mantenere una morale, ma alla stessa facoltà
          di ragionare e concepire.</p>
        <p>La pluralità de’ mondi, quasi fisicamente dimostrata, come si può accordare col
          Cristianesimo fuori del mio sistema, il quale dimostra che le creature possono esser
          d’infinite specie, e che Dio esistendo verso noi come la religione insegna, <pb ed="aut"
            n="1643"/> esiste ancora in tutti i possibili modi, e può avere avuto ed avere con
          diversissime creature, diversissimi e contrari rapporti, e non averne alcuno? Quante
          verità fisiche, metafisiche ec. ripugnano alla religione, fuori del mio sistema che nega
          ogni verità e falsità assoluta, ammettendo le relative, e in queste la religione?</p>
        <p>Il mio sistema abbracciando e ammettendo quasi tutto il sistema dell’ateismo, negando
          tutti i sistemi ec. e pur facendone risultare l’idea costante di Dio, religione, morale
          ec. mi par l’ultima e decisiva prova della religione; o se non altro che non può per
          ragioni esser dimostrata falsa quella rivelazione, che d’altronde avendo prove di fatto,
          si deve tenere per vera, perchè il fatto nel mio sistema decide, e la ragione non se gli
          può mai opporre.</p>
        <p>Ma, se Dio è superiore alla morale, se il buono o cattivo non esiste assolutamente ec.
          Dio non può egli ingannarci in ciò che ci ha rivelato, promesso, minacciato ec.? — No,
          perch’egli ci vieta d’ingannare. La legge ch’egli ci ha data, quel modo del suo essere
          ch’egli ci ha <pb ed="aut" n="1644"/> manifestato, la maniera in cui l’ha fatto, i
          rapporti che ha preso con noi, i doveri che ci ha prescritti verso lui, verso i nostri
          simili, verso noi stessi, ciò che ci ha proibito, gl’insegnamenti che ci ha dato, la
          verità che ci ha fatto amare, la natura in cui ci ha formati, l’ordine di cose che ha
          stabilito, ec. decidono del modo in cui egli deve portarsi verso noi, cioè ha voluto e
          vorrà portarsi, si è portato e porterà. Altrimenti non sarebbero buoni i suoi rapporti
          verso noi, e quindi egli non sarebbe buono o perfetto cioè conveniente ed in intera
          armonia rispetto a noi, ed a quest’ordine di cose, che egli poteva bene tutt’altrimenti
          costituire, ma ha costituito in questo tal modo in cui l’ingannare è male. Il nostro modo,
          la nostra facoltà di ragionare è giusta e capace del vero, quando si restringe all’ordine
          di cose che noi conosciamo o possiamo conoscere, e che in qualche maniera ci appartiene,
          ed alle cose che vi hanno rapporto, in quanto ve lo hanno. Io non distruggo verun
          principio della ragione umana (nè in quanto alla morale, nè a tutto il resto): <pb
            ed="aut" n="1645"/> solamente li converto di assoluti in relativi al nostro ordine di
          cose ec. La Religion Cristiana, come ho già detto, resta tutta quanta in piedi (restano
          quindi i suoi effetti, le sue promesse ec.), non come assolutamente vera, e necessaria
          indipendentemente dalle cose quali sono, e dal modo in cui sono ec. ma relativamente, e
          dipendentemente in origine dall’arbitrio di chi potendo stabilire e ordinar la natura ben
          altrimenti, o non istabilirla ec. la stabilì però, ed in questa tal guisa ec. Sicchè
          quanto a noi, quanto agli effetti ec. la cosa è tutt’una. (5-7. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Da che le cose sono, la possibilità è primordialmente necessaria, e indipendente da
          checchè si voglia. Da che nessuna verità o falsità, negazione o affermazione è assoluta,
          com’io dimostro, tutte le cose son dunque possibili, ed è quindi necessaria e preesistente
          al tutto l’infinita possibilità. Ma questa non può esistere senza un potere il quale possa
          fare che le cose sieno, e sieno in qualsivoglia modo possibile. Se esiste l’infinita
          possibilità esiste l’infinita onnipotenza, perchè se questa non esiste, quella non <pb
            ed="aut" n="1646"/> è vera. Viceversa non può stare l’infinita onnipotenza senza
          l’infinita possibilità. L’una e l’altra sono, possiamo dire, la stessa cosa. Se dunque è
          necessaria l’infinita possibilità, preesistente al tutto, indipendente da ogni cosa, da
          ogni idea ec. (ed infatti se non v’è ragione possibile perchè una cosa sia impossibile, ed
          impossibile in un tal modo ec. , la infinita possibilità è assolutamente necessaria); lo è
          dunque ancora l’onnipotenza. Ecco Dio: e la sua necessità dedotta dall’esistenza, e la sua
          essenza riposta nell’infinita possibilità, e quindi formata di tutte le possibili nature.
          ec. Questa idea non è che abbozzata. V. la p. 1623. (5-7. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Poniamo che la classe possidente o benestante sia complessivamente alla classe povera o
          laboriosa ec. come 1 a 10. Certo è nondimeno che per 30. uomini insigni e famosi in
          qualsivoglia pregio d’ingegno ec. che sorgano nella prima classe, appena uno ne sorgerà
          nell’altra, e quest’uno probabilmente sarà passato sin da fanciullo nella prima, mediante
          favorevoli <pb ed="aut" n="1647"/> circostanze di educazione ec. Scorrete massimamente le
          campagne (giacchè le città sviluppano sempre alquanto le facoltà mentali anche dei poveri)
          e ditemi, se potete, il tal contadino è un genio nascosto. E pur è certo che vi sono fra i
          contadini tante persone proprie a divenir geni, quante nelle altre classi in proporzione
          del numero rispettivo di ciascuna. E nessuna è più numerosa di questa. Che cosa è dunque
          ciò che si dice, che il genio si fa giorno attraverso qualunque riparo, e vince qualunque
          ostacolo? Non esiste genio in natura, cioè non esiste (se non forse come una singolarità)
          nessuna persona le cui facoltà intellettuali sieno per se stesse strabocchevolmente
          maggiori delle altrui. Le circostanze e le assuefazioni col diversissimo sviluppo di
          facoltà non molto diverse, producono la differenza degl’ingegni; producono specialmente il
          genio, il quale appunto perchè tanto s’innalza sull’ordinario (il che lo fa riguardare
          come certissima opera della natura); perciò appunto è figlio assoluto dell’assuefazione
          ec. (7. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1648"/> Pare assurdo, ma è vero che l’uomo forse il più soggetto a cadere
          nell’indifferenza e nell’insensibilità (e quindi nella malvagità che deriva dalla
          freddezza del carattere), si è l’uomo sensibile, pieno di entusiasmo e di attività
          interiore, e ciò in proporzione appunto della sua sensibilità ec. <note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Quasi si verifica in questo senso e modo ciò che quel vecchio disse a Pico, della
              stupidità dei vecchi stati spiritosi straordinariamente da fanciulli.</p>
          </note> Massime s’egli è sventurato; ed in questi tempi dove la vita esteriore non
          corrisponde, non porge alimento nè soggetto veruno all’interiore, dove la virtù e
          l’eroismo sono spenti, e dove l’uomo di sentimento e d’immaginazione e di entusiasmo è
          subito disingannato. La vita esteriore degli antichi era tanta che avvolgendo i grandi
          spiriti nel suo vortice arrivava piuttosto a sommergerli, che a lasciarsi esaurire. Oggi
          un uomo quale ho detto, appunto per la sua straordinaria sensibilità, esaurisce la vita in
          un momento. Fatto ciò, egli resta vuoto, disingannato profondamente e stabilmente, perchè
          ha tutto profondamente e vivamente provato: non si è fermato alla superficie, non si va
          affondando a poco a poco; è andato subito al fondo, ha tutto abbracciato, e tutto
          rigettato come effettivamente indegno e frivolo: non gli resta altro a vedere, <pb
            ed="aut" n="1649"/> a sperimentare, a sperare. Quindi è che si vedono gli spiriti
          mediocri, ed alcuni sensibili e vivi sino a un certo segno, durar lungo tempo ed anche
          sempre, nella loro sensibilità, suscettibili di affetto, capaci di cure e di sacrificj per
          altrui, non contenti del mondo, ma sperando di esserlo, facili ad aprirsi all’idea della
          virtù, a crederla ancora qualche cosa ec. (Essi non hanno ancora perduto la speranza della
          felicità). Laddove quei grandi spiriti che ho detto, fin dalla gioventù cadono in
          un’indifferenza, languore, freddezza, insensibilità mortale, e irrimediabile: che produce
          un egoismo noncurante, una somma incapacità di amare ec. La sensibilità e l’ardore
          dell’animo è così fatto, che s’egli non trova pascolo nelle cose circostanti, consuma se
          stesso, e si distrugge e perde in poco d’ora, lasciando l’uomo tanto al disotto della
          magnanimità ordinaria, quanto prima l’avea messo al disopra. Laddove la mediocre
          sensibilità si mantiene, perchè abbisogna di poco alimento. Quindi è che le virtù
            <emph>grandi</emph> non sono pe’ nostri tempi. <pb ed="aut" n="1650"/> (7. Sett. 1821.).
          Puoi vedere p. 1653. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto l’immaginazione contribuisca alla filosofia (ch’è pur sua nemica), e quanto sia
          vero che il gran poeta in diverse circostanze avria potuto essere un gran filosofo,
          promotore di quella ragione ch’è micidiale al genere da lui professato, e viceversa il
          filosofo, gran poeta, osserviamo. Proprietà del vero poeta è la facoltà e la vena delle
          similitudini. (Omero <foreign lang="grc">ὁ ποιητὴς</foreign> n’è il più grande e fecondo
          modello). L’animo in entusiasmo, nel caldo della passione qualunque ec. ec. discopre
          vivissime somiglianze fra le cose. Un vigore anche passeggero del corpo, che influisca
          sullo spirito, gli fa vedere dei rapporti fra cose disparatissime, trovare dei paragoni,
          delle similitudini astrusissime e ingegnosissime (o nel serio o nello scherzoso), gli
          mostra delle relazioni a cui egli non aveva mai pensato, gli dà insomma una facilità
          mirabile di ravvicinare e rassomigliare gli oggetti delle specie le più distinte, come
          l’ideale col più puro materiale, d’incorporare vivissimamente il pensiero il più astratto,
          di ridur tutto ad immagine, e crearne delle più nuove e vive che si possa credere. Nè ciò
          solo mediante espresse similitudini o paragoni, ma col mezzo di epiteti nuovissimi, di
          metafore arditissime, di parole contenenti esse sole una similitudine ec. Tutte facoltà
          del gran poeta, e tutte contenute e derivanti dalla facoltà di scoprire i rapporti delle
          cose, anche i menomi, e più lontani, anche delle cose che paiono le meno analoghe ec. Or
          questo è tutto il filosofo: facoltà di scoprire e conoscere i rapporti, di legare insieme
          i particolari, e di generalizzare. (7 Sett. 1821.). V. <pb ed="aut" n="1651"/> p. 1654.
          principio.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Qual cosa è più potente nell’uomo, la natura o la ragione? Il filosofo non vive mai nè
          pensa giornalmente, e intorno a ciò che lo riguarda, nè vive con se stesso (se anche
          vivesse cogli altri) da vero filosofo; nè il religioso da vero e perfetto religioso. Non
          v’è uomo così certo della malizia delle donne ec. che non senta un’impressione
          dilettevole, e una vana speranza all’aspetto di una beltà che gli usi qualche
          piacevolezza. (Meno impressione, e forse anche niuna, potrà provarne chi vi sia troppo
          avvezzo, e questo sarà principalmente il caso dell’uomo di mondo, la cui anima allora si
          porterà più filosoficamente assai di quella del maggior filosofo, non già per forza di
          ragione, ma di natura che ha dato all’assuefazione la proprietà d’illanguidire e anche
          distruggere le sensazioni. Massime se il filosofo non vi sarà assuefatto. Tanto più egli
          sarà soggetto a peccare o coll’opera o col pensiero contro i principii suoi.) Egli è
          sempre più o meno soggetto a ricadere in tutte le <emph>stravagantissime</emph> illusioni
          dell’amore, ch’egli ha conosciuto e sperimentato impossibile, immaginario, vano. Non v’è
          uomo così profondamente persuaso della nullità delle <pb ed="aut" n="1652"/> cose, della
          certa e inevitabile miseria umana, il cui cuore non si apra all’allegrezza anche la più
          viva, (e tanto più viva quanto più vana) alle speranze le più dolci, ai sogni ancora i più
          frivoli, se la fortuna gli sorride un momento, o anche al solo aspetto di una festa, di
          una gioia della quale altri si degni di metterlo a parte. Anzi basta un vero nulla per far
          credere immediatamente al più profondo e sperimentato filosofo, che il mondo sia qualche
          cosa. Basta una parola, uno sguardo, un gesto di buona grazia o di complimento che una
          persona anche di poca importanza faccia all’uomo il più immerso nella disperazione della
          felicità, e nella considerazione di essa, per riconciliarlo colle speranze, e cogli
          errori. Non parlo del vigore del corpo, non parlo del vino, al cui potere cede e sparisce
          la più radicata e invecchiata filosofia. Lascio ancora le passioni, che se non altro, ne’
          loro accessi si ridono del più lungo e profondo abito filosofico. Un menomo bene
          inaspettato, un nuovo male ancora che sopraggiunga, ancorchè piccolissimo, basta a
          persuadere il filosofo che la vita umana non è un niente. <bibl>V. <title>Corinne</title>
            t. 2. liv. 14. ch. 1. pag. ult. cioè 341</bibl>. Ciò che dico del filosofo, dico pure
          del religioso, non ostante che la religione, tenendo dell’illusione e quindi della natura,
          abbia tanta più forza <emph>effettiva</emph> nell’uomo. (8. Sett. dì della natività di
          Maria SS. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1653"/> Il fanciullo non può contenere i suoi desideri, o difficilmente,
          secondo ch’egli è più o meno assuefatto a soddisfarli. L’uomo difficilmente concepisce un
          desiderio così vivo come il menomo de’ fanciulli, e di tutti facilmente è padrone, benchè
          certo non abbia cambiato natura, e la vita umana si componga tutta di desiderii, <emph>e
            l’uomo (o l’animale) non possa vivere senza desiderare</emph>, perchè non può vivere
          senz’amarsi, e questo amore essendo infinito, non può esser mai pago. Tutto dunque è
          assuefazione nell’uomo. Questa osservazione si può estendere a tutte le passioni e a tutte
          le parti esteriori ed interiori dell’uomo, e della sua vita. (8. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che il troppo produce il nulla, e citato le eccessive passioni e le
          estreme sventure, il pericolo presente e inevitabile che dà una forza e tranquillità
          d’animo anche al più vile, una disgrazia sicura e che non può fuggirsi ec. che non
          producono già l’agitazione, ma l’immobilità, la stupidità, una specie di rassegnazione non
          ragionata; in maniera che l’aspetto dell’uomo in tali casi è bene spesso affatto simile a
          quello dell’indifferente: ed un bravo pittore non lo farebbe distinguere dall’uomo il più
          noncurante ec. eccetto per un’aria di meditazione stupida, ed una fissazione di occhi in
          qualsivoglia parte. Aggiungo <pb ed="aut" n="1654"/> ora che ciò non si deve solamente
          restringere all’atto, ma anche all’abito d’indifferenza, rassegnazione alla fortuna,
          insensibilità ec. che è prodotto dall’estrema infelicità e disperazione abituale ec. e
          puoi vedere la p. 1648. (8. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1650. fine. <quote>
            <emph>Io non veggo in questi pretesi progressi</emph>
          </quote>, (dello spirito umano) <quote>
            <emph>da’ quali tiriamo tanta vanità, che una immensa catena, di cui alcuni indicarono
              il metallo; altri, forse senza disegno, ne formarono gli anelli</emph>; <emph
              rend="sc">i più accorti pervennero felicemente a congiungerli</emph>. <emph>La gloria,
              a dir vero, sembra esser dovuta a questi: ma i primi ne hanno tutto il merito, o
              dovrebbero averlo, se noi fossimo giusti</emph>
          </quote>. <bibl>
            <title>Dissertazione sopra i progressi delle arti</title> del Sig. <author>Palissot de
              Montenoij</author> (così trovo): pubblicata, credo, in Parigi, il 1756</bibl>. Sta
          appiè del 1. tomo <title lang="fre">Dutens</title>, aggiuntaci dal traduttor francese: e
          nella traduzione italiana Venez. 1789. <bibl>
            <author>Tommaso Bettinelli</author>. t. 1. p. 209. <title>Origine delle scoperte
              attribuite a’ moderni del Sig. Lodovico Dutens</title>
          </bibl>. (8. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1655"/> L’uomo si addomestica alla continua novità come alla uniformità, e
          allora l’oggetto nuovo gli è tanto familiare, quanto un oggetto vecchio, e la novità in
          genere gli è più familiare e ordinaria, che la uniformità. ec. (8. Sett. 1821.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il mio sistema introduce non solo uno Scetticismo ragionato e dimostrato, ma tale che,
          secondo il mio sistema, la ragione umana per qualsivoglia progresso possibile, non potrà
          mai spogliarsi di questo scetticismo; anzi esso contiene il vero, e si dimostra che la
          nostra ragione, non può assolutamente trovare il vero se non dubitando; ch’ella si
          allontana dal vero ogni volta che giudica con certezza; e che non solo il dubbio giova a
          scoprire il vero (secondo il principio di Cartesio ec. <bibl>v. <author>Dutens</author>,
            par.1. c. 2. par.10.</bibl>), ma il vero consiste essenzialmente nel dubbio, e chi
          dubita, sa, e sa il più che si possa sapere. (8. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla pagina 1632. fine. Quanti, anche profondissimi filosofi, furono o sono o saranno
          intimamente persuasi di proposizioni affatto contrarie a quelle di cui altri tali filosofi
          ec. <pb ed="aut" n="1656"/> sono o saranno o furono parimente persuasi fino alla supposta
          evidenza! E ciò non solo nelle cose fisiche che dipendono dall’esperienza, ma nelle
          astratte ec. ec. (8. Sett. 1821). Puoi vedere <bibl>
            <title>Corinne</title> t. 2. liv.14. c. 1. p. 335. V. p. 1690. fine</bibl>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1113. verso il fine. Si può notare che i verbi continuativi composti, cioè con
          preposizione o comunque (come <foreign lang="lat" rend="italic">subvectare</foreign> ec.
          ec.) ora sono continuativi di altri verbi parimente composti (come di <foreign lang="lat"
            rend="italic">subvehere</foreign>), ora sono immediatamente composti dal continuativo
          semplice del verbo semplice<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Si può qui recare l’es. del verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
              >sostentare</foreign> vero continuativo, non di <foreign lang="lat" rend="italic"
                >tenere</foreign> (onde il continuativo <foreign lang="lat" rend="italic"
              >tentare</foreign>) ma del suo composto <foreign lang="lat" rend="italic"
              >sustinere</foreign>. V. il Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">sustento. ex
                meis angustiis illius sustento tenuitatem, egestatem lenocinio sustentavit</foreign>
              ec. ec. Non avrebbe potuto dire <foreign lang="lat" rend="italic">sustineo,
              sustinuit</foreign>. <emph>Sostentar la vita</emph> in italiano va benissimo; non però
              in vece <emph>sostenere</emph> per <emph>mantenere</emph>, evidente azione
            continuata.</p>
          </note>. E quindi ora hanno il significato analogo al continuativo del semplice, e
          modificato dalla preposizione ec. ora sono continuativi del significato del verbo composto
          che serve loro di positivo. Talvolta, anzi bene spesso hanno l’uno e l’altro significato.
          P. e. <foreign lang="lat" rend="italic">subjectare</foreign>, ora vale <emph>gittar di
            sotto in su</emph> come composto di <foreign lang="lat" rend="italic">sub</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">jactare</foreign>; ed ora <emph>sottoporre, metter
            sotto</emph>, come formato da <foreign lang="lat" rend="italic">subiectus</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">subiicere</foreign>. V. Forcellini. (Quindi il nostro
            <emph>suggettare, soggettare, assoggettare</emph> ec. franc. <foreign lang="fre"
            rend="italic">assujettir</foreign>, spagn. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >sujetar</foreign>, i quali però hanno un senso ignoto alla buona latinità, e <pb ed="aut"
            n="1657"/> stanno propriamente per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >subiicere</foreign>, perduto nelle nostre lingue, come <emph>gettare</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">jeter</foreign> ec. cioè <foreign lang="lat" rend="italic"
            >jactare</foreign>, per <foreign lang="lat" rend="italic">iacere</foreign>, e così molti
          altri continuativi.) Si trova anche in Corippo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >subjactare</foreign>, <emph>millantare</emph>, che non ha altro senso se non di
            <foreign lang="lat" rend="italic">sub</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >iactare</foreign>, di cui è composto. Del resto i detti continuativi composti possono
          1. non avere nessun composto che serva loro di positivo, o possa servire, 2. non avere
          nessun continuativo del semplice, da cui possano derivare, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">adlectare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >adlicere</foreign>, non ha nessun continuativo del semplice <foreign lang="lat"
            rend="italic">lacere</foreign>, da cui possa esser composto ec. ec. ec. (8. Sett.
          1821.). Quanto ho detto de’ continuativi composti si applichi pure ai frequentativi
          composti.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutto è materiale nella nostra mente e facoltà. L’intelletto non potrebbe niente senza la
          favella, perchè la parola è quasi il corpo dell’idea la più astratta. Ella è infatti cosa
          materiale, e l’idea legata e immedesimata nella parola, è quasi materializzata. La nostra
          memoria, tutte le nostre facoltà mentali, non possono, non ritengono, non concepiscono
          esattamente nulla, se non riducendo ogni cosa a materia, in qualunque modo, ed
          attaccandosi sempre alla materia quanto è possibile; e legando l’ideale col sensibile; e
          notandone i rapporti più o meno lontani, e servendosi di questi <pb ed="aut" n="1658"/>
          alla meglio. (9. Sett. 1821.). V. p. 1689. capoverso 2.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Piace nelle donne una certa virilità non solo di corpo, anche d’animo, e parimente a
          causa dello straordinario. Piace in esse anche la magnanimità, e questa piace pure, tanto
          alle donne quanto agli uomini, negli uomini ancora; perchè anche in essi è straordinaria,
          proporzionatamente parlando ec. Le sventure, le passioni, la malinconia, i sacrifizi
          generosi, e più o meno eroici, ec. piacciono pure in ambo i sessi e danno grazia ec. in
          parte per la compassione, ma in parte anche per lo straordinario. Così le grandi virtù, o
          i grandi vizi ec. (9. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’assioma de’ Leibniziani (se non erro) <foreign lang="lat" rend="italic">nihil in natura
            fieri per saltum</foreign>, quella gradazione continua con cui la natura assuefa le cose
          a diversissimi stati, e nasconde il passaggio dall’inverno all’estate, ec. ec. ec. del che
          parla Senofonte, tutto ciò non dimostra egli che tutta la natura è un sistema di
          assuefazione? La gradazione importa l’assuefazione, e viceversa. (9. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1659"/> Alla p. 1284. marg. — fine. Da simili ragioni, nacque senza fallo
          la gran differenza che si scorge fra la scrittura e la pronunzia delle lingue francese,
          inglese ec. Differenza chiamo io, quando le lettere scritte si pronunziano tutto giorno
          diversamente dal valore che è loro assegnato nel rispettivo alfabeto di ciascuna lingua,
            (<foreign lang="fre" rend="italic">Empire</foreign>, si pronunzia <emph>ampire</emph>.
          La <emph>e</emph> nell’alfabeto francese è <emph>a</emph> o <emph>e</emph>? Perchè dunque
          scrivete e dovendo pronunziare <emph>a</emph>?) quando si scrivono lettere che non si
          pronunziano (come in <foreign lang="ger" rend="italic">Wieland</foreign>); quando altre si
          omettono che si denno pronunziare. Questa differenza è imperfezione somma nella scrittura
          di tali lingue. L’italiana e la spagnuola sono in ciò le più perfette fra le moderne,
          forse perchè furono coltivate prima delle altre, e passarono in mano delle persone
          istruite, quando erano ancor molli, e prima che il modo di scriverle fosse già determinato
          dall’uso quotidiano degl’ignoranti e negligenti. L’ortografia italiana era molto
          imperfetta, com’è naturale, ne’ trecentisti, e nello stesso Dante, Petrarca ec. V.
          Perticari. Del resto era ben naturale che le lingue moderne nate dalla corruzione e
          dall’ignoranza, e in tempi d’ignoranza, non si sapessero scrivere; non si trovassero nè
          sapessero applicare i segni; <pb ed="aut" n="1660"/> si confondessero i suoni e i segni
          antichi co’ moderni; si seguitasse il costume di scrivere le parole in quel tal modo come
          si scrivevano anticamente, benchè la pronunzia fosse cambiata, e la forma di esse ec.;si
          pigliasse in prestanza l’ortografia degli antichi ne’ luoghi e ne’ casi alquanto dubbi ec.
          (come notano infatti degl’italiani che non essendo ben formata l’ortografia nostra massime
          nel 400. e ne’ principii del 500, si serviano della latina, e scrivevano p. e. <foreign
            lang="lat" rend="italic">et</foreign> pronunziando <emph>e</emph>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">vulgare, letitia</foreign> ec. ec. così mi pare che osservi il Salviati) e
          tutto ciò producesse le imperfezioni che si trovano nelle ortografie straniere. (9. Sett.
          1821.). V. p. 1945. e 2458.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto l’uomo sia solito a giudicar di tutto assolutamente, e quanto perciò s’inganni,
          vediamolo in cose ordinarie. Il giovane deride, accusa, non concepisce, condanna i gusti,
          i pareri, i costumi, i desiderii ec. del vecchio, e viceversa. Tutti due s’ingannano, e
          nel fatto loro hanno piena ragione. Così dico di chi è appassionato, e di chi non lo è; di
          chi si trova in un tal caso, e di chi non vi si trova. <emph>S’io fossi ne’ suoi panni
            farei certo o non farei così: non comprendo come <pb ed="aut" n="1661"/> egli possa
            portarsi altrimenti</emph>. Se foste ne’ suoi panni, lo comprendereste. Tutto giorno ci
          par facilissimo, verissimo ec. quel ch’è impossibile, falsissimo ec. per chi si trova nel
          caso. <quote>
            <emph>A chi consiglia non duole il capo</emph>
          </quote> (Crusca) dice il proverbio, e fa molto al proposito. (9. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il talento non è altro che facoltà d’imparare, cioè di attendere, e di assuefarsi. Per
          imparare intendo anche le facoltà d’inventare, di pensare, di sentire, di giudicare ec.
          Nessuno impara le sue proprie invenzioni, pensieri, sentimenti, o i giudizi particolari
          ch’egli porta, ma impara a farlo, e non lo può fare se non l’ha imparato, e se non ha
          acquistato con maggiore o minore esercizio e copia di sensazioni, cioè di esperienze,
          queste tali facoltà, che paiono affatto innate, e sono realmente acquisite più o meno
          facilmente. La nostra mente in origine non ha altro che maggiore <pb ed="aut" n="1662"/> o
          minor delicatezza e suscettibilità di organi, cioè facilità di essere in diversi modi
          affetta, capacità, e adattabilità, o a tutti o a qualche determinato genere di
          apprensioni, di assuefazioni, concezioni, attenzioni. Questa non è propriamente facoltà,
          ma semplice disposizione. Nella mente nostra non esiste originariamente nessuna facoltà,
          neppur quella di ricordarsi. Bensì ell’è disposta in maniera che le acquista, alcune più
          presto, alcune più tardi, mediante l’esercizio; ed in alcuni ne <emph>acquista</emph> (gli
          altri dicono <emph>sviluppa</emph>) più, in altri meno, in alcuni meglio, in altri
          imperfettamente, in alcuni più, in altri meno facilmente, in alcuni così, in altri così
          modificate, secondo le circostanze, che diversificano quasi i generi di una stessa
          facoltà. Come una persona di corporatura sveltissima ed agilissima, è dispostissima al
          ballo. Non però ha la facoltà del ballo, se non l’impara, ma solo una disposizione a
          poterlo facilmente e perfettamente imparare ed eseguire. Così dico di tutte le altre
          facoltà ed abilità materiali. Nelle quali ancora, oltre la disposizione <pb ed="aut"
            n="1663"/> felice del corpo, giova ancora quella della mente, e la facoltà acquisita di
          attendere, di assuefarsi e d’imparare. Senza cui, gli organi esteriori i meglio disposti
          alla tale o tale abilità, stentano bene spesso non poco ad apprenderla, e conservarla.
          (10. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una leggera stonazione in una musica non è capita dal volgo, come il fanciullo non
          capisce i piccoli difetti della forma umana, e talora nemmeno i gravi. In una musica
          alquanto astrusa, cioè per poco che gli accordi sieno inusitati, egli non capisce neppure
          le grandi stonazioni, e così proporzionatamente accade alle persone polite, e talvolta
          anche alle intendenti. (10. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che bisogna distinguere nella musica l’effetto dell’armonia, da quelli
          del suono che non hanno a fare col bello, come non vi ha che fare il colore per se stesso,
          non trattandosi di convenienza. Ho detto che quello che ha di singolare l’effetto della
          musica sull’animo, appartiene in massima <pb ed="aut" n="1664"/> parte al puro suono.
          Infatti qual differenza fra l’effetto di un suono, di uno strumento dolce, penetrante, ec.
          ed un altro ruvido, non penetrante ec. Analizzate bene l’effetto della musica sul vostro
          cuore, e vedrete che l’effetto suo singolare deriva precisamente dalla natura del suono e
          varia secondo le di lui differenze. L’armonia, la melodia la più melodiosa, o armonica,
          eseguita su d’uno strumento vile, ec. in suoni rozzi ec. non vi tocca non vi muove, non
          v’innalza punto. Ho conosciuto una persona che passava e si teneva essa stessa per
          inarmonica, non essendo nè commossa nè dilettata da quasi veruna musica. Frattanto egli
          notava che una stessa armonia eseguita in certi tali strumenti lo toccava vivamente, in
          altri niente affatto. Egli amava molto, e provava tutti gli effetti della musica, quando
          udiva suoni forti, di gran voce, strumenti arditi, orchestre numerose, e strepitose.
          Quest’era dunque una particolare disposizione de’ suoi organi, inclinati a que’ tali
          suoni, che lo dilettavano: ovvero una rozzezza o poca delicatezza, bisognosa di suoni
          forti per essere scossa. Questo diletto era dunque <pb ed="aut" n="1665"/> nella sostanza
          dipendente dal suono, e indipendente dall’accordo, dall’armonia, e quindi dal bello. Il
          suono dà piacere all’uomo, perchè la natura gli ha dato, o ha dato a noi (e ad altri
          animali) questa proprietà. Così i cibi dolci, i colori vivi ec. Tutto ciò non appartiene
          al bello, non essendo convenienza. V. p. 1721. capoverso 2.</p>
        <p>Una notabile sorgente di piacere nella musica è pur l’espressione, la significazione,
          l’imitazione. Questo neppure spetta al bello, come ho detto in proposito della fisonomia
          umana. Or questo è di tanto rilievo, che una musica non significante non diletta se non
          gl’intendenti, i quali si fanno mediante l’assuefazione, de’ particolari generi e fonti di
          piacere. E se l’uomo udendo una musica espressiva o no, non l’applica seco stesso a
          qualche significazione, o se l’applica ad una significazione che non le conviene, egli ne
          proverà o nessun diletto, o minore proporzionatamente. Questo è costante e universale. E
          però gli animi non <pb ed="aut" n="1666"/> sensibili poco son dilettati dalla musica.
          Tanto è vero che il di lei singolare effetto non deriva dall’armonia in quanto armonia, ma
          da cagioni estranee alla essenza dell’armonia, e quindi alla teoria della convenienza, e
          del bello. (10. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si dice tutto giorno, <emph>aria di viso, fisonomia</emph> ec. e <emph>la tal aria è
            bella, la tale no, e aria truce, dolce, rozza, gentile</emph> ec. ec. In maniera che
          bene spesso non trovando difetto in nessuno de’ lineamenti, o non trovandovi pregio, si
          trovano però difetti o pregi, bellezza o bruttezza nell’<emph>aria del viso</emph>. Non è
          questa una prova che il bello o brutto della fisonomia, non dipende nella principal parte
          dalla convenienza, ma dalla significazione, e quindi non è propriamente bellezza nè
          bruttezza? Notate anche il nome di <emph>aria</emph> che si è dato a questa
            <emph>significazione generale</emph> di una fisonomia, appunto perch’ella consistendo in
          sottilissimi rapporti colle qualità non materiali dell’uomo, è una cosa impossibile a
          determinarsi, e quasi aerea. <pb ed="aut" n="1667"/> Ond’è che i giudizi differiscono
          intorno alla bellezza umana forse più che a qualunque altra, quando parrebbe che dovesse
          accadere l’opposto. <emph>Aria</emph> ec. si applica anche alle <emph>fisonomie</emph> non
          umane. (10. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Vedi tu un uomo o una donna? A qual parte corri subito? al viso, massime s’è di diverso
          sesso. T’è nascosto il viso, e il personale o altro, ti par bello, o ti muove a curiosità
          di conoscerla? tu non sei contento se non la miri in viso. Vedutolo, ti par brutto? tu
          cangi subito il giudizio, e il senso, e mentr’ella ti parve bella, ora ti par brutta. Ti
          parve brutta, e il viso ti par bello? nel tuo giudizio ell’è divenuta bella. Tu non dici
          nè pensi di conoscere di veduta una persona se tu non l’hai veduta in viso. Non così ti
          accade rispetto agli animali. Tu non provi nessuno dei detti effetti. Tu non osservi che
          il corpo, perchè nelle diverse fisonomie di una stessa specie, non trovi differenze. Tu
          dici di conoscere un cavallo, se anche non l’hai <pb ed="aut" n="1668"/> veduto o almeno
          osservato nel muso. Se n’hai visto il solo muso, non dici nè pensi di conoscerlo, laddove
          tu pensi di conoscere una persona di cui non hai visto o almeno osservato che il viso,
          come spesso accade. Un animale dipinto in maniera che il muso non si veda, ti pare intero.
          Non così una persona. Tanto è vero che per l’uomo la parte principale della forma umana è
          la fisonomia. (10. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>I contadini, e tutte le nazioni meno civilizzate, massime le meridionali, amano e sono
          dilettate soprattutto da’ colori vivi. Al contrario le nazioni civili, perchè la civiltà
          che tutto indebolisce, mette in uso e in pregio i colori smorti ec. Questo si chiama buon
          gusto. Perchè? come dunque si suppone che il buon gusto abbia norme e modelli costanti, e
          invariabili? s’egli ci allontana dalla natura, in che altra cosa stabile faremo noi
          consistere questo tipo, questa norma? Non è questa oltracciò una prova che tutto è
          relativo, e dipende dall’assuefazione, e circostanze, <pb ed="aut" n="1669"/> anche i
          piaceri, i gusti ec. che paiono i più naturali, e spontanei? giacchè l’uomo polito, senza
          bisogno di alcuna riflessione, si ride di un villano che stima far gran figura col suo
            <foreign lang="fre" rend="italic">gilet</foreign> di scarlatto, e degli altri villani o
          villane che l’ammirano. E pure che ragione naturale v’è di riderne? Le stesse nostre
          classi colte pochi anni sono, quando erano meno o civilizzate o corrotte, avevano lo
          stesso gusto de’ nostri villani, ma in assai maggior grado. Ora i colori amaranto,
          barbacosacco, napoleone, ed altri simili mezzi colori sono di moda, e questo effetto si
          attribuisce a piccole cagioni, ma in vero egli tiene alla natura generale
          dell’incivilimento. (10. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La detta osservazione è anche una prova dell’indebolimento che è sempre e in tutti i
          sensi compagno ed effetto della civiltà. (10. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il vedere che altri prova in nostra presenza un gusto vivo, ci è sempre grave, e ci rende
          odiosa quella persona. E perciò è prudenza e creanza il non dimostrare in presenza <pb
            ed="aut" n="1670"/> altrui di provare un piacere, o il portarsi con una disinvoltura che
          mostri di non curarsene ec. Similmente dico di un vantaggio. E v. un mio pensiero sul far
          carezze alla moglie in presenza altrui, e il costume degl’inglesi che ho notato in questo
          proposito. Cosa spiacevolissima anche tra noi, e che m’è avvenuto di sentir condannare
          come insopportabile in due sposi che si facevano grandi carezze in presenza d’altri. Tanto
          è vero che l’uomo odia naturalmente l’uomo. Eccetto se quel gusto che ho detto è stato
          procacciato a quella persona da noi stessi <emph>volontariamente</emph>, nel qual caso
          egli ridonda in certo modo su di noi, e serve alla nostra ambizione, ec. insomma ne
          partecipiamo. Questo effetto si prova massimamente cogli eguali e co’ superiori (meno
          cogl’inferiori, co’ fanciulli ec.); ma cogli eguali soprattutto, e cogli amici e stretti
          conoscenti più che mai, perocchè con questi si esercita principalmente l’invidia, e si
          sente al vivo l’inferiorità nostra ec. in qualsivoglia genere. I superiori sono il
          soggetto di un odio più generale, che si stende su tutta la loro persona, <pb ed="aut"
            n="1671"/> condizione ec. e discende meno, o è meno sensibile alle cose particolari,
          tanto più che non si può entrare con essi in competenza di desiderii ec. Parimente
          riguardo agl’inferiori, bisogna che i loro vantaggi o piaceri siano d’un alto grado (nel
          qual caso l’odio è maggiore verso loro che verso qualunque altro) perchè arrivino a
          pungere il nostro amor proprio, e la nostra gelosia ec. Nondimeno è vero che sempre se ne
          prova qualche disgusto. (11. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le teorie delle quali i romantici han fatto tanto romore a’ nostri giorni, avrebbero
          dovuto restringersi a provare che non c’è bello assoluto, nè quindi buon gusto stabile, e
          norma universale di esso per tutti i tempi e popoli; ch’esso varia secondo gli uni e gli
          altri, e che però il buon gusto, e quindi la poesia, le arti, l’eloquenza ec. de’ tempi
          nostri, non denno esser quelle stesse degli antichi, nè quelle della Germania, le stesse
          che le francesi; che le regole assolutamente parlando non esistono. Ma essi son andati più
          avanti, hanno ricusato o male interpretato <pb ed="aut" n="1672"/> il giudizio e il
          modello della stessa natura parziale, sola norma del bello; il fanatismo e la smania di
          essere originali (qualità che bisogna bene avere ma non cercare) gli ha precipitati in
          mille stravaganze; hanno errato anche bene spesso in filosofia, ne’ principj, e nella
          speculativa non solo delle arti ec. ma anche della natura generale delle cose, dalla quale
          dipendono tutte le teorie di qualsivoglia genere. — Il primo poema regolare venuto in luce
          in Europa dopo il risorgimento, dice il Sismondi, è la Lusiade (pubblicata un anno avanti
          la Gerusalemme). Questo è detto abusivamente: per regolare, non si può intendere se non
          simile a’ poemi d’Omero e di Virgilio. Regolare non è assolutamente nessun poema. Tanto è
          regolare il Furioso, quanto il Goffredo. L’uno potrà dirsi esclusivamente epico, l’altro
          romanzesco. Ma in quanto poemi tutti due sono ugualmente regolari; e lo sono e lo
          sarebbero parimente altri poemi di forme affatto diverse, purchè si contenessero ne’
          confini della natura. I generi ponno essere infiniti, e ciascun genere, <pb ed="aut"
            n="1673"/> da che è genere, è regolare, fosse anche composto di un solo individuo. Un
          individuo <emph>non può</emph> essere irregolare se non rispetto al suo genere o specie.
          Quando egli forma genere, non si dà irregolarità per lui. Anche dentro uno stesso genere
          (come l’epico) si danno mille specie, ed anche mille differenze di forme individuali. Qual
          divario dall’Iliade all’Odissea, dall’una e l’altra all’Eneide. Pur tutti questi si
          chiamano poemi epici, e potrebbero anche non chiamarsi. Anzi si potrebbe dire che se
          l’Iliade è poema epico, l’Eneide non lo è, o viceversa. Tutto è quistione di nomi, e le
          regole non dipendono se non dal modo in cui la cosa è: non esistono prima della cosa, ma
          nascono con lei, o da lei. (11. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’uomo inesperto del mondo, come il giovane ec. sopravvenuto da qualche disgrazia o
          corporale o qualunque, dov’egli non abbia alcuna colpa, non pensa neppure che ciò debba
          essere agli altri, oggetto di riso sul suo conto, di fuggirlo, di spregiarlo, <pb ed="aut"
            n="1674"/> di odiarlo, di schernirlo. Anzi se egli concepisce verun pensiero intorno
          agli altri, relativamente alla sua disgrazia, non se ne promette altro che compassione, ed
          anche premura, o almen desiderio di giovarlo; insomma non li considera se non come oggetti
          di consolazione e di speranza per lui; tanto che talvolta arriva per questa parte a godere
          in certo modo della sua sventura. Tale è il dettame della natura. Quanto è diverso il
          fatto! Anche le persone le più sperimentate, ne’ primi momenti di una disgrazia, sono
          soggette a cadere in questo errore, e in questa speranza, almeno confusa e lontana. Non
          par possibile all’uomo che una sventura non meritata gli debba nuocere presso i suoi
          simili, nell’opinione, nell’affetto, ec. ma egli tien per fermissimo tutto l’opposto; e
          s’egli è inesperto non si guarda di nascondere agli altri (potendo) la sua disgrazia; anzi
          talvolta cerca di manifestarla: laddove la principale arte di vivere consiste
          ordinariamente nel non confessar mai di esser <pb ed="aut" n="1675"/> disgraziato, o di
          avere alcuno svantaggio rispetto agli altri ec.</p>
        <p>Parimente l’uomo inesperto (ed anche lo sperimentato, nella ebbrezza della gioia)
          sopravvenuto da qualche fortuna, ed acquistato qualche vantaggio, crede fermamente che
          tutti, e massime gli amici e i conoscenti debbano rallegrarsene di tutto cuore, e neppur
          sospetta che ne l’abbiano a odiare, ch’egli sia per perderne l’amicizia di questo o di
          quello, che gli stessi amici più cari, debbano o tentar mille vie di spogliarlo del suo
          nuovo vantaggio, screditarlo ec. o almeno desiderar di farlo, proccurar di scemare presso
          lui, presso loro stessi, e presso gli altri l’idea e il pregio della sua nuova fortuna ec.
          Tutto ciò, accadendo, come inevitabilmente accade, gli riesce maraviglioso. (11. Sett.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Scire nostrum est reminisci</foreign> dicono i
          Platonici. Male nel loro intendimento, cioè che l’anima non faccia che ricordarsi di <pb
            ed="aut" n="1676"/> ciò che seppe innanzi di unirsi al corpo. Benissimo però può
          applicarsi al nostro sistema, e di Locke. Perchè infatti l’uomo, (e l’animale) niente
          sapendo per natura ec. tanto sa, quanto si ricorda, cioè quanto ha imparato mediante le
          esperienze de’ sensi. Si può dire che la memoria sia l’unica fonte del sapere, ch’ella sia
          legata, e quasi costituisca tutte le nostre cognizioni ed abilità materiali o mentali, e
          che senza memoria l’uomo non saprebbe nulla, e non saprebbe far nulla. E siccome ho detto
          che la memoria non è altro che assuefazione, nasce (benchè prestissimo) da lei, ed è
          contenuta in lei, così vicendevolmente può dirsi ch’ella contiene tutte le assuefazioni,
          ed è il fondamento di tutte, vale a dire d’ogni nostra scienza e attitudine. Anche le
          materiali sono legate in gran parte colla memoria. Insomma siccome la memoria è
          essenzialmente assuefazione dell’intelletto, così può dirsi che tutte le assuefazioni
          dell’animale sieno quasi memorie proprie de’ respettivi organi che si assuefanno. (11.
          Sett. 1821.). V. p. 1697. principio.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1677"/> I dolori negli uomini naturali sono vivissimi, come si vede dagli
          atti e dalle azioni ch’essi ispirano, e ispiravano agli antichi. Nondimeno si vede e si
          ammira negli uomini di campagna una somma difficoltà (non solo di conservare lungo tempo
          il dolore, che questa è propria naturalmente delle passioni veementissime) ma anche di
          concepirlo, e sentirlo vivamente, e togliersi dal loro stato di abituale insensibilità.
          Preparano i funerali delle loro mogli o figli, gli accompagnano alla chiesa, assistono
          alla loro sepoltura, ridono un momento dopo, ne parlano con indifferenza, di rado spargono
          qualche lacrima, benchè se il dolore talvolta li coglie, esso sia tale qual dev’essere in
          persone poco lontane dalla natura. Nè solo gli uomini di campagna, ma tutti coloro che
          appartengono alle classi indigenti o laboriose ec. dimostrano gli stessi effetti. Ciò
          manifesta la misericordia della natura, e dimostra che ella ha sibbene dato agli uomini
          naturali, vivissimi e frequentissimi e facilissimi piaceri, ma contuttochè gli abbia resi
          conseguentemente soggetti alla veemenza straordinaria <pb ed="aut" n="1678"/> del dolore,
          non però, come parrebbe che dovesse essere, gli ha assoggettati alla frequenza, nemmeno di
          un dolor moderato, e quale si prova sì spesso dagli uomini civili. Parte la rozzezza del
          loro cuore, e il nessuno sviluppo (o piuttosto analoga modificazione) delle facoltà
          produttrici del dolore, della sensibilità ec.;parte la continua e viva distrazione
          prodotta nell’uomo naturale da’ bisogni, dalle fatiche, ec. ec. l’assuefazione a certe
          sofferenze ec. li preserva dalla facilità di addolorarsi, gli addomestica alle disgrazie
          della vita, li rende più disposti a godere che a soffrire, facili a dimenticare il male,
          incapaci di sentirlo profondamente, se non di rado ec. Anche gli uomini civili,
          abitualmente, o straordinariamente occupatissimi, sono nello stesso caso. Così pure gli
          uomini avvezzi alle disgrazie ec. ec. (11. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È noto che anticamente il dittongo <emph>ae</emph> de’ latini scrivevasi e pronunziavasi
          alla greca <emph>ai</emph> (v. i gramatici.) Or questa pronunzia e scrittura antichissima
          l’italiano la conserva <pb ed="aut" n="1679"/> anche oggi nel latino <emph>vae</emph>,
          greco <foreign lang="grc">οὐαὶ</foreign>, ch’egli scrive e pronunzia <emph>guai</emph>,
          mutato il <emph>v</emph> in <emph>gu</emph>, come in <emph>guado, guastare</emph>, da
            <foreign lang="lat" rend="italic">vadum vastare</foreign>. ec. I nostri contadini in
          alcune parti d’Italia dicono <emph>golpe</emph>, (v. Monti, Proposta ec. in
          <title>Golpe</title>, dove senza bisogno lo deriva dal francese) <foreign lang="spa"
            rend="italic">golo, sguelto, guerro</foreign> per <emph>volpe, volo, svelto,
          verro</emph> (porco non castrato, <foreign lang="lat" rend="italic">verrei</foreign>) ec.
          ec. E viceversa <foreign lang="spa" rend="italic">vardare, valchiera</foreign> per
            <emph>guardare, gualchiera</emph> ec. Noi diciamo <emph>vizzo</emph> e
          <emph>guizzo</emph>. (Crusca.) I nostri antichi diceano <emph>vivore</emph> per
            <emph>vigore</emph>. (Crusca.) Il <foreign lang="fre" rend="italic">déguiser</foreign>
          franc. è corruzione di <foreign lang="fre" rend="italic">déviser</foreign> (<bibl>v. la
              <title>Crusca</title> in <emph>Divisato: svisare</emph>
          </bibl> è pur lo stesso, in rigore d’etimologia.) Non parlo della pronunzia del
          <emph>w</emph> inglese ec. ec. ec. (12. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’italiano il francese lo spagnuolo i quali parlano (massime l’italiano) poco
          differentemente da quello che parlavano i latini, non perciò scrivono come i latini
          scrivevano. Vale a dire che delle due lingue Romane distinte da Cicerone, la rustica è
          sopravvissuta alla colta, l’una vive alterata, l’altra è morta del tutto. Tanta è la
          tenacità del popolo, tanta la difficoltà di conservare e <pb ed="aut" n="1680"/>
          perpetuare quello a cui la moltitudine non partecipa. Questo però per le mutazioni de’
          tempi per la barbarie, per la dimenticanza del buono scrivere ec. quello, non solo si
          conservò per la tenacissima natura del popolo, malgrado le tante vicende delle nazioni,
          influenze e inondazioni di forestieri ec. ma s’introdusse anche, e resta in luogo del
          latino scritto. E il ridurre a letteratura la lingua italiana ec. fu in certo modo un dare
          una letteratura al rustico latino, essendo perduta l’altra letteratura del latino colto. E
          malgrado gli sforzi fatti nel 400. e 500. per ravvivare questa seconda, (e ciò tanto in
          Italia che altrove) ella s’è perduta, e l’altra s’è propagata, accresciuta, e vive. (12.
          Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La stessa nostra ragione è una facoltà acquisita. Il bambino che nasce non è ragionevole:
          il selvaggio lo è meno dell’incivilito, l’ignorante meno dell’istruito: cioè ha
          effettivamente minor facoltà di ragionare, tira più difficilmente la conseguenza, e più
          difficilmente e oscuramente vede il rapporto fra le parti del sillogismo il più chiaro.
          Vale a <pb ed="aut" n="1681"/> dire che non solo un’ignoranza particolare gl’impedisce di
          vedere o capire questo o quello, ma egli ha una minor forza generale di raziocinio, meno
          abitudine e quindi meno facilità e capacità di ragionare, e quindi meno ragione. Giacchè
          non solo egli non comprende questa o quella parte di un sillogismo, ma anche
          comprendendole a perfezione tutte tre, (o le due premesse) separatamente, non ne vede il
          rapporto, e non conosce come la conseguenza ne dipenda, ancorchè il sillogismo gli venga
          formalmente fatto. La qual cosa non si può insegnare. Or questa è reale inferiorità ed
          incapacità di ragione. V. p. 1752. principio. Di questo genere sono quelle teste che si
          chiamano dure e storte, e da queste cause viene la rarità di quel senso che si chiama
          comune. Notate ch’io dico facoltà e non disposizione. Distinsi altrove l’una dall’altra.
          La mente umana ha una disposizione (ma per se stessa infruttuosa) a ragionare: essa per se
          non è ragione, come ho spiegato in altro proposito con esempi; e questa disposizione
          originariamente e riguardo al puro intelletto è tale che anche quanto ad essa l’uomo
          primitivo affatto <emph>inesperto</emph> è poco o nulla superiore all’animale. Gli organi
          suoi esteriori ec. che gli producono in pochi momenti un numero di esperienze decuplo di
          quello che gli altri animali si possano proccurare, lo mettono ben presto al di sopra
          degli altri viventi. L’esperienze <pb ed="aut" n="1682"/> riunite di tutta una vita, poi
          quelle di molti uomini, e poi di molti tempi unite insieme, onde nasce la favella, e
          quindi gl’insegnamenti ec. ec. hanno messo il genere umano in lunghissimo tempo, e mettono
          giornalmente il fanciullo in brevissimo tempo assai di sopra a tutti gli animali, e
            <emph>gli danno</emph> la facoltà della ragione. L’uomo primitivo in età di sett’anni
          non era già ragionevole, come oggi il fanciullo. Ne sa più il bambino che balbetta;
          ragiona meglio, è più ragionevole, di quello che fosse l’uomo primitivo in età di
          vent’anni ec. ec. ec. Questo si può confermare coll’esempio de’ selvaggi, i quali hanno
          pur tuttavia molta e già vecchia società. (12. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La stessa adattabilità e conformabilità che ho detto esser singolare nell’uomo, non è
          propriamente innata ma acquisita. Essa è il frutto dell’assuefazione generale, che lo
          rende appoco appoco più o meno adattabile ed assuefabile. Di lei non esiste
          originariamente nell’uomo, che una disposizione, la quale non è già lei. L’uomo stenta
          moltissimo da principio ad assuefarsi, a prender <pb ed="aut" n="1683"/> questa o quella
          forma, poi mediante l’assuefazione di farlo, appoco appoco se lo facilita. Ciò si può
          vedere ne’ caratteri sociali. L’uomo che poco o nulla ha trattato, o da gran tempo non
          suol trattare, stenta moltissimo, anzi non sa punto accomodarsi al carattere, al
          temperamento, al gusto, al costume diverso delle persone, de’ luoghi, de’ tempi, delle
          occasioni. Egli non è dunque punto socievole. Viceversa accade all’uomo solito a praticare
          cogli uomini. Egli si adatta subito al carattere il più nuovo ec. L’assuefazione deriva
          dall’assuefazione. La facoltà di assuefarsi, dall’essersi assuefatto. (12. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Perciò appunto che la lingua francese non ammette se non il suo proprio (unico) stile,
          esso è ammissibile (non però senza guastarlo, quando si faccia senza giudizio), o certo
          più universalmente facile ad essere ammesso in tutte le lingue, che qualunque altro.
          Perch’ella è incapace di traduzioni, ella è più facilmente di qualunque altra, traducibile
          in tutte le lingue colte. Viceversa per le contrarie ragioni <pb ed="aut" n="1684"/>
          accade proporzionatamente alle altre lingue, e sopra tutte le moderne all’italiana,
          perch’ella sovrasta a tutte nella moltiplicità degli stili, e capacità di traduzioni. Le
          altre lingue contengono in certo modo lo stile francese, come un genere, il qual genere
          nella lingua francese è tutto. Vero è che in questo tal genere ella primeggia di gran
          lunga su tutte le antiche e moderne. Sviluppate e dichiarate questo pensiero: ed osservate
          che infatti le bellezze le più minute della lingua francese si ponno facilmente rendere; e
          com’ella abbia corrotto facilmente quasi tutte le lingue d’Europa, ed insinuatavisi;
          laddove ella (quale ora e ridotta) non sarebbe stata certo corrompibile da niun’altra,
          nemmeno in qualsivoglia circostanza si possa immaginare. (12. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Piace naturalmente ed universalmente (anche a’ vecchi) la vivacità della fisonomia, moti,
          espressioni, stile, costumi, maniere ec. ec. Che vuol dir ciò? Viene in parte dallo
          straordinario, ma nella parte principale questo piacere è indipendente dal bello: egli
          viene in ultima analisi da una inclinazione (innata) della natura <pb ed="aut" n="1685"/>
          alla vita, ed odio della morte, e quindi della noia, dell’inattività, e di ciò che
          l’esprime, come la melensaggine. Inclinazione ed odio che si manifesta in mille altre
          parti della vita umana, anzi in tutto l’uomo, anzi in tutta la natura. Bensì ella pur
          varia nelle proporzioni, secondo i temperamenti, le circostanze, ec. e sarà piacevole, e
          (come dicono) bella per costui una vivacità che sarà brutta per colui, bella oggi, brutta
          domani, bella per una nazione, brutta per un’altra ec. ec. ec. (12. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La perfezione del Cristianesimo mette in pregio la solitudine e il tenersi lontano dagli
          affari del mondo per fuggire le tentazioni. — Vale a dire per non far male a’ suoi simili.
          — Bel mezzo di non far male, quello di non fare alcun bene. Che utile può seguire da ciò?
          — Ma non si tratta solo di evitare il danno de’ suoi simili. Il Cristiano fugge il mondo
          per non peccare in se stesso o contro se stesso, cioè contro Dio. — Ecco quello ch’io
          dico, che il Cristianesimo surrogando un altro mondo al presente, <pb ed="aut" n="1686"/>
          ed ai nostri simili, ed a noi stessi un terzo ente, cioè Dio, viene nella sua perfezione,
          cioè nel suo vero spirito a distruggere il mondo, la vita stessa individuale, (giacchè
          neppur l’individuo è lo scopo di se stesso) e soprattutto la società, di cui a prima vista
          egli sembra il maggior legame e garante. Che vantaggio può venire alla società, e come può
          ella sussistere, se l’individuo perfetto non deve far altro che fuggir le cose per non
          peccare? impiegar la vita in preservarsi dalla vita? Altrettanto varrebbe il non vivere.
          La vita viene ad essere come un male, come una colpa, come una cosa dannosa, di cui
          bisogna usare il meno che si possa, compiangendo la necessità di usarne, e desiderando
          esserne presto sgravato. Non è questa una specie di egoismo? simile a quello di quei
          filosofi (e son molti) che disperando di poter far bene al mondo, si contentano del
          ritiro, e di praticare la virtù verso se stessi. Da che la perfezione del Cristiano è
          relativa a se stesso, (e tale ella è nel vero ed intero spirito del Cristianesimo), da che
          l’esser perfetto include la <pb ed="aut" n="1687"/> fuga delle tentazioni, vale a dire del
          mondo, da che per conseguenza il ritiro è il più perfetto stato dell’uomo, il
          Cristianesimo è distruttivo della società. Non può infatti essere relativa al bene della
          società la perfezion di una religione, che loda il celibato, il che dimostra ch’ella
          ripone la perfezion dell’uomo in una cosa affatto indipendente dalla società (anche de’
          più cari), e fuori al tutto di essa; in un tipo astratto che non ha niente affare col
          diriggere le mire dell’individuo al vantaggio comune. Una tal religione doveva anche
          necessariamente lodare la solitudine, e l’uomo secondo essa, doveva (com’è infatti) esser
          tanto più perfetto quanto meno partecipasse delle cose umane e colle opere e co’ pensieri:
          giacchè il perfetto Cristiano non è perfetto che in se stesso. Si vede da ciò, che il
          Cristianesimo non ha trovato altro mezzo di corregger la vita che distruggerla, facendola
          riguardar come un nulla anzi un male, e indirizzando la mira dell’uomo perfetto, fuori di
          essa, ad un tipo di perfezione indipendente da lei, a cose <pb ed="aut" n="1688"/> di
          natura affatto diversa da quella delle cose nostre e dell’uomo. (13. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le immaginazioni calde (come son quelle de’ fanciulli più o meno) in forza della somma
          tendenza dell’animale a’ suoi simili, trovano da per tutto delle forme simili alle umane.
          Ma notate che sebbene si troverebbe facilmente maggiore analogia fra le altre parti
          dell’uomo e i diversi oggetti materiali, che fra questi e la fisonomia umana, nondimeno
          l’immaginazione trova sempre in essi oggetti, maggiore analogia col volto dell’uomo che
          colle altre parti, anzi a queste neppur pensa. V. il mio discorso sui romantici. Tanto è
          vero che la principal parte dell’uomo riguardo all’uomo è il volto. (13. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si parla tuttogiorno di convenienze. E si crede ch’elle sieno fisse, universali,
          invariabili, e su di loro si fonda tutto il buon gusto. Or quante cose che sono
          convenienti, e quindi belle, e quindi di buon gusto in Italia, non lo sono in Francia, ne’
          costumi, nel tratto, nello scrivere, nel teatro, nell’eloquenza, nella poesia ec. Dante
          non è egli un <pb ed="aut" n="1689"/> mostro per li francesi nelle sue più belle parti; un
          Dio per noi? Così discorrete, e su questo esempio ragionate di tutte le possibili
          convenienze in ordine al confronto delle idee che noi o altre nazioni ne hanno, con quelle
          che ne hanno i francesi. (13. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A ciò che ho detto altrove che la semplicità è relativa, aggiungete che oggi per esempio
          sarebbe bruttissimo uno stile semplice al modo di Senofonte, o de’ nostri trecentisti,
          ancorchè inaffettato, e composto di voci e frasi niente anticate. La semplicità d’oggi è
          diversissima da quella d’allora, e di un grado molto minore. Cosa che non s’intende da
          coloro che raccomandano l’imitazione degli antichi. (13. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1658. principio. A questa osservazione si può riferire l’utilità de’ versi per
          ritenere le cose a memoria ec. Osservate ancora. I suoni son cose materiali, ma poco
          materiali in quanto suoni, e tengono quasi dello spirito, perchè non cadono sotto altro
          senso che dell’udito, impercettibili alla vista e al tatto, che sono i sensi più materiali
          dell’uomo. Se per tanto ad uno che non sappia <pb ed="aut" n="1690"/> di musica, o non ne
          sappia abbastanza, tu vorrai dare ad intendere il meccanismo di un’aria, l’analisi, le
          differenze, le gradazioni de’ suoi tuoni mediante il solo udito, difficilmente riuscirai.
          Ma facendogliela quasi vedere sul piano-forte (o scritta ec.) e materializzandogli in
          questo modo i tuoni, le loro distinzioni, e <emph>posizioni</emph>, egli concepirà
          facilmente ogni cosa, e potrà anche (benchè non s’intenda di musica) eseguir quell’aria a
          voce dopo averla <emph>veduta</emph>, con più sicurezza ec. che dopo averla solamente
          udita. E generalmente parlando si può dire che la chiarezza dell’espressione di
          qualsivoglia idea, o insegnamento, consiste nel materializzarlo alla meglio, o
          ravvicinarlo alla materia, con similitudini, con metafore, o comunque. (13. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1656. principio. La malinconia per es. fa veder le cose e le verità (così dette)
          in aspetto diversissimo e contrarissimo a quello in cui le fa vedere l’allegria. V’è anche
          uno stato di mezzo che le fa pur vedere al suo modo, cioè la noia. E l’allegro e il
          malinconico ec. (sieno pur due pensatori e filosofi, o uno stesso filosofo in due diversi
          tempi e stati) sono persuasissimi di <pb ed="aut" n="1691"/> vedere il vero, ed hanno le
          loro convincenti ragioni per crederlo. Vero è pur troppo che astrattamente parlando,
          l’amica della verità, la luce per discoprirla, la meno soggetta ad errare è la malinconia
          e soprattutto la noia; ed il vero filosofo nello stato di allegria non può far altro che
          persuadersi, non che il vero sia bello o buono, ma che il male cioè il vero si debba
          dimenticare, e consolarsene, o che sia conveniente di dar qualche sostanza alle cose, che
          veramente non l’hanno. (13. Sett. 1821.). V. p. 1694. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1132. Del resto che un antichissimo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >caps</foreign> o altro simile monosillabo sia la radice di <foreign lang="lat"
            rend="italic">caput</foreign>, si conferma dal vedere che in fatti la parte radicale e
          primitiva di questa voce, non è se non <foreign lang="lat" rend="italic">cap</foreign>,
          sola che risponda alla voce greca <foreign lang="grc">κεφαλὴ</foreign> cioè alla sua prima
          parte <foreign lang="grc">κεφ</foreign> (Il <foreign lang="grc">φ</foreign> era
          anticamente un <emph>p</emph> come altrove ho già detto. O piuttosto non esisteva il
            <foreign lang="grc">φ</foreign>, ma solo il <foreign lang="grc">π</foreign> che si
          adoperava in suo luogo, e poi aspirandosi si scriveva <foreign lang="grc">πη</foreign> e
          quindi <foreign lang="grc">φ</foreign>.) (13. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Voi altri riformatori dello spirito umano, e dell’opera della natura, voi altri
          predicatori della ragione, provatevi un poco a <pb ed="aut" n="1692"/> fare un romanzo, un
          poema ec. il cui protagonista si finga perfettissimo e straordinario in tutte le parti
          morali, e dipendenti dall’uomo, e imperfetto o men che perfetto nelle parti fisiche, dove
          l’uomo non ha per se verun merito. Di che si parla in questo secolo sì spirituale massime
          in letteratura che oramai par che sdegni tutto ciò che sa di corporeo, di che si parla,
          dico, ne’ poemi, ne’ romanzi, nelle opere tutte d’immaginazione e sentimento, fuorchè di
          bellezza del corpo? Questa è la prima condizione in un personaggio che si vuol fare
          interessante.</p>
        <p>La perfettibilità dell’uomo, come altrove ho detto, non ha che fare col corpo. E
          contuttociò la perfezione del corpo, che non dipende dagli uomini nè è opera della
          ragione, si è la principal condizione che si ricerca in un eroe di poema ec. (o si dee
          supporre, perchè ogni menoma imperfezione corporale suppostagli guasterebbe ogni effetto)
          e la più efficace, supponendolo ancora perfetto nello spirito. Questa circostanza non si
          può tacere; quando anche si taccia, la supplirà il lettore; ma fare espressamente un
          protagonista brutto, è lo stesso che rinunziare a qualsivoglia effetto. (V. ciò che dico
          in tal proposito dove parlo della compassione). Mad. di Staël non era bella: in un’anima
          come la sua, questa circostanza avrà prodotto mille pensieri e sentimenti sublimi,
          nuovissimi a scriverli, profondissimi, sentimentalissimi: (così di Virgilio pretende
          Chateaubriand) ella amava sopra tutto l’originalità, e poco teneva il buon <pb ed="aut"
            n="1693"/> gusto (<bibl lang="fre">v. <title>Allemagne</title> tome 1. ch.
          dernier</bibl>): ella, come tutti i grandi, dipingeva ne’ suoi romanzi il suo cuore, i
          suoi casi, e però si serve di donne per li principali effetti; nondimeno si guarda bene di
          far brutti o men che belli i suoi eroi o le sue eroine. Tutto lo spregiudizio, tutto
          l’ardire, tutta l’originalità di un autore in qualsivoglia tempo non può giunger fin qua.
          Che cosa è la bellezza? lo stesso in fondo, che la nobiltà e la ricchezza: dono del caso?
          È egli punto meno pregevole un uomo sensibile e grande, perchè non è bello? Quale
          inferiorità di vero merito si trova nel più brutto degli uomini verso il più bello? Eppure
          non solamente lo scrittore o il poeta si deve guardare dal fingerlo brutto, ma deve anche
          guardarsi da entrare in comparazioni sulla sua bellezza. Ogni effetto svanirebbe se
          parlando o di se stesso (come fa il Petrarca) o del suo eroe, l’autore dicesse ch’egli era
          sfortunato nel tale amore perchè le sue forme, o anche il suo tratto e maniere esteriori
          (cosa al tutto corporea) non piacevano all’amata, o perch’egli era men bello di un suo
          rivale ec. ec. Che cosa è dunque il mondo fuorchè <pb ed="aut" n="1694"/>
          <hi rend="sc">natura</hi>? Ho detto che l’intelletto umano è materiale in tutte le sue
          operazioni e concezioni. La teoria stessa dell’intelletto si deve applicare al cuore e
          alla fantasia. La virtù, il sentimento, i più grandi pregi morali, le qualità dell’uomo le
          più pure, le più sublimi, infinite, le più immensamente lontane in apparenza dalla
          materia, non si amano, non fanno effetto veruno se non come materia, e in quanto
          materiali. Divideteli dalla bellezza, o dalle maniere esteriori, non si sente più nulla in
          essi. Il cuore può bene immaginarsi di amare lo spirito, o di sentir qualche cosa
          d’immateriale: ma assolutamente s’inganna.</p>
        <p>Così accade in certo modo riguardo allo stile e alle parole, che sono, come ben dice
          Pindemonte, non la veste, ma il corpo de’ pensieri. E quanto prevalga l’effetto dello
          stile a quello de’ pensieri, (benchè spessissimo il lettore non se ne accorga, nè sappia
          distinguere le cose dalle parole, ed attribuisca a’ soli pensieri l’effetto che prova, nel
          che in gran parte consiste l’arte dello stile) interrogatene la storia d’ogni letteratura.
          (13. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1691. Non parlo della eloquenza, e della sua forza di persuader l’uomo di ciò che
          vuole. Ma quante volte, leggendo p. e. un <pb ed="aut" n="1695"/> filosofo, siamo al tutto
          del suo avviso, e poi leggendone uno contrario, mutiamo parere, e tornando a leggere il
          primo, o altro dello stesso sentimento, ripigliamo la prima opinione ec. Questa è cosa che
          accade tutto giorno, o nel leggere o nel discorrere, o si tratti di sentimenti contrarii,
          o discordi, o non consentanei in tutto o in parte; ed accade anche all’uomo riflessivo ed
          attento e profondo e libero nel pensare, cioè non facile a esser mosso nè solito dar peso
          all’autorità, ed al parere altrui, di quelli ch’ei legge, ode ec. (14. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Forza dell’assuefazione sull’idea della convenienza. L’uso ha introdotto che il poeta
          scriva in verso. Ciò non è della sostanza nè della poesia, nè del suo linguaggio, e modo
          di esprimer le cose. Vero è che questo linguaggio e modo, e le cose che il poeta dice,
          essendo al tutto divise dalle ordinarie, è molto conveniente, e giova moltissimo
          all’effetto, ch’egli impieghi un ritmo ec. diviso dal volgare e comune, con cui si
          esprimono le cose alla maniera ch’elle sono, e che si sogliono considerare nella vita.
          Lascio poi l’utilità dell’armonia ec. Ma in sostanza, e per se stessa, la poesia non è
          legata al <pb ed="aut" n="1696"/> verso. E pure fuor del verso, gli ardimenti, le
          metafore, le immagini, i concetti, tutto bisogna che prenda un carattere più piano, se si
          vuole sfuggire il disgusto dell’affettazione, e il senso della sconvenienza di ciò che si
          chiama troppo poetico per la prosa, benchè il poetico, in tutta l’estensione del termine,
          non includa punto l’idea nè la necessità del verso, nè di veruna melodia. L’uomo
          potrebb’esser poeta caldissimo in prosa, senza veruna sconvenienza assoluta: e quella
          prosa, che sarebbe poesia, potrebbe senza nessuna sconvenienza assumere interissimamente
          il linguaggio, il modo, e tutti i possibili caratteri del poeta. Ma l’assuefazione
          contraria ed antichissima (originata forse da ciò che i poeti si animavano a comporre
          colla musica, e componevano secondo essa, a misura, e cantando, e quindi verseggiando,
          cosa molto naturale) c’impedisce di trovar conveniente una cosa che nè in se stessa nè
          nella natura del linguaggio umano, o dello spirito poetico, o dell’uomo, o delle cose,
          rinchiude niuna discordanza. <pb ed="aut" n="1697"/> (14. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1676. fine. Parimente si può dire che tutte le assuefazioni, e quindi tutte le
          cognizioni, e tutte le facoltà umane, non sono altro che imitazione. La memoria non è che
          un’imitazione della sensazione passata, e le ricordanze successive, imitazioni delle
          ricordanze passate. La memoria (cioè insomma l’intelletto) è quasi imitatrice di se
          stessa. Come s’impara se non imitando? Colui che insegna (sia cose materiali, sia cose
          immateriali) non insegna che ad imitare più in grande o più in piccolo, più strettamente o
          più largamente. Qualunque abilità materiale che si acquista per insegnamento, si acquista
          per sola imitazione. Quelle che si acquistano da se, si acquistano mediante successive
          esperienze a cui l’uomo va attendendo, e poi imitandole, e nell’imitarle, acquistando
          pratica, e imitandole meglio finch’egli vi si perfeziona. Così dico delle facoltà
          intellettuali. La stessa facoltà del pensiero, la stessa facoltà inventiva o
          perfezionativa in qualunque genere materiale o spirituale, non è che una facoltà
          d’imitazione, non particolare ma generale. L’uomo imita <pb ed="aut" n="1698"/> anche
          inventando, ma in maniera più larga, cioè imita le invenzioni con altre invenzioni, e non
          acquista la facoltà inventiva (che par tutto l’opposto della imitativa) se non a forza
          d’imitazioni, ed imita nel tempo stesso che esercita detta facoltà inventiva, ed essa
          stessa è veramente imitativa. V. la p. 1540. fine, e segg. (14. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1605. principio. Da tutto ciò risulta che l’uomo tal quale è in natura non
          piacerebbe all’uomo d’oggidì nè gli parrebbe bello; che l’idee naturali (cioè derivanti
          dalla natura) circa il bello umano (ch’è pure il meno soggetto a dispareri) discordano
          sommamente dalle nostre: che massimamente poi la donna tal qual ell’era bella in natura, e
          la più bella che si possa immaginare, non piacerebbe punto all’uomo moderno. Perocchè il
          fondamento della bellezza umana è il vigore, il quale nella natura peccherebbe e
          dispiacerebbe alle donne moderne per il troppo, ma non per il poco. Ma il fondamento della
          bellezza femminile essendo la delicatezza, questa in natura peccherebbe <pb ed="aut"
            n="1699"/> per noi di troppo poco. Ed essendo propria sì dell’uomo che della donna
          naturale la così detta rozzezza, questa sconverrebbe meno (secondo le nostre opinioni)
          all’uomo che alla donna, perchè in questa più, in quello meno lontana dalle qualità
          fondamentali della loro bellezza. ec. ec. ec.</p>
        <p>Del resto che cosa è dunque il buon gusto? Qual tipo ha egli? La natura? Anzi ella ci ha
          fatti diversissimi da quel che siamo, e quindi datoci diversissimi gusti. E ciò non solo
          nelle forme umane, ma in ordine a tutti gli oggetti del buon gusto. ec. ec. ec. (14. Sett.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1562. fine. Non si dà <emph>salvatichezza</emph> in natura. Bensì per noi. Ciò
          vuol dire che non siamo quali dovevamo. Quello che per noi è salvatico, o non doveva
          servirci, e non era destinato all’uomo, o non è salvatico se non perchè noi siamo civili,
          e incapaci quindi di servircene come avremmo dovuto, e come la natura avea destinato. Non
          si nega che la coltura, i nesti ec. non migliorino le piante le frutta, e le razze loro,
          molte delle quali <pb ed="aut" n="1700"/> nel loro stato di <emph>salvatichezza</emph>,
          non ci potrebbero servire affatto, o ci servirebbero, o diletterebbero assai meno. ec.
          Così dico degli animali. ec. Ma questo miglioramento è relativo al nostro stato presente,
          non mica alla natura di quelle razze ec. pretese migliorate, nè alla natura propria
          nostra. Infatti quelle razze ec. coi miglioramenti che ricevono dalle nostre arti,
          acquistano qualunque altra qualità fuorchè il vigore, la robustezza, la sanità, la forza
          di resistere alle intemperie alle fatiche ec. di operare ec. di crescere
          proporzionatamente ec. Anzi quanto guadagnano in altre qualità (non proprie nè primitive
          loro) altrettanto perdono in questa, ch’è il vero carattere della natura in tutte le sue
          opere, e senza la cui rispettiva dose proporzionata alla natura di ciascun genere,
          l’individuo è insomma in istato di malattia abituale. <bibl>V. la
            <title>Veterinaria</title> di <author>Vegezio</author>, prologo al lib.2.</bibl> nel
          passo riportato dal Cioni, <title>Lettera a G. Capponi</title> sopra Pelagonio, not. 19.
          Il vigore rispettivo è la prima e più necessaria di tutte le facoltà, perchè insomma non è
          altro che la facoltà di pienamente esercitare tutte le proprie facoltà, e tutte le qualità
          rispettive della propria natura, e tutta la perfezion fisica della propria esistenza.
          Senza la qual perfezione <pb ed="aut" n="1701"/> fisica (che la natura ha dato
          immediatamente a tutti i generi, ed all’umano come agli altri, a differenza della pretesa
          perfezione dell’animo), nè l’animo (che dipende in tutto dal fisico) nè l’intero animale
          può mai essere se non imperfetto. (14. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le idee concomitanti che ho detto esser destate dalle parole anche le più proprie, a
          differenza dei termini, sono 1. le infinite idee ricordanze ec. annesse a dette parole,
          derivanti dal loro uso giornaliero, e indipendenti affatto dalla loro particolare natura,
          ma legate all’assuefazione, e alle diversissime circostanze in cui quella parola si è
          udita o usata. S’io nomino una pianta o un animale col nome Linneano, invece del nome
          usuale, io non desto nessuna di queste idee, benchè dia chiaramente a conoscer la cosa.
          Queste idee sono spessissimo legate alla parola (che nella mente umana è inseparabile
          dalla cosa, è la sua immagine, il suo corpo, ancorchè la cosa sia materiale, anzi è un
          tutto con lei, e si può dir che la lingua riguardo alla mente di chi l’adopra, contenga
          non solo i segni delle cose, ma quasi le cose stesse) <pb ed="aut" n="1702"/> sono dico
          legate alla parola più che alla cosa, o legate a tutte due in modo che divisa la cosa
          dalla parola (giacchè la parola non si può staccar dalla cosa), la cosa non produce più le
          stesse idee. Divisa dalla parola, o dalle parole usuali ec. essa divien quasi straniera
          alla nostra vita. Una cosa espressa con un vocabolo tecnico non ha alcuna domestichezza
          con noi, non ci desta alcuna delle infinite ricordanze della vita, ec. ec. nel modo che le
          cose ci riescono quasi nuove, e nude quando le vediamo espresse in una lingua straniera e
          nuova per noi: nè si arriva a gustare perfettamente una tal lingua, finchè non si penetra
          in tutte le minuzie e le piccole parti e idee contenute nelle parole del senso il più
          semplice. 2. Le idee contenute nelle metafore. La massima parte di qualunque linguaggio
          umano è composto di metafore, perchè le radici sono pochissime, e il linguaggio si dilatò
          massimamente a forza di similitudini e di rapporti. Ma la massima parte di queste
          metafore, perduto il primitivo senso, son divenute così proprie, che la cosa ch’esprimono
          non può esprimersi, o meglio esprimersi diversamente. Infinite ancora di queste metafore
          non ebbero mai altro senso che il presente, eppur sono metafore, cioè con una piccola
          modificazione, si fece che una parola significante una cosa, modificata così ne
          significasse un’altra di qualche rapporto colla prima. Questo è il principal modo in cui
          son cresciute tutte le lingue. Ora sin tanto che l’etimologie di queste originariamente
          metafore, ma oggi, o anche da principio, parole effettivamente proprie, si ravvisano e
          sentono, il <pb ed="aut" n="1703"/>
          <add resp="ed">che</add> accade almeno nella maggior parte delle parole
          <emph>proprie</emph> di una lingua, l’idea ch’elle destano, è quasi doppia, benchè la
          parola sia proprissima, e di più esse producono nella mente, non la sola concezione ma
          l’immagine della cosa, ancorchè la più astratta, essendo anche queste in qualsivoglia
          lingua, sempre in ultima analisi espresse con metafore prese dal materiale e sensibile
          (più o men vivo, ed esprimente e adattato, secondo i caratteri delle lingue e delle
          nazioni ec.). Per esempio il nostro <emph>costringere</emph> che significa
          <emph>sforzare</emph>, serba ancora ben chiara la sua etimologia, e quindi l’immagine
          materiale da cui questa che in origine è metafora, derivò. ec. ec. Il complesso di tali
          immagini nella scrittura o nel parlare, massime nella poesia, dove più si attende
          all’intero valore di ciascuna parola, e con maggior disposizione a concepire e notare le
          immagini ch’elle contengono, ec. questo complesso, dico, forma la bellezza di una lingua,
          e la differente forza ec. sì delle lingue rispettivamente a loro, sì dei diversi stili ec.
          in una stessa lingua. Ma se p. e. la cosa espressa da <emph>costringere</emph>,
          l’esprimessimo <pb ed="aut" n="1704"/> con una parola presa da lingua straniera, e la cui
          origine ed etimologia non si sapesse generalmente, o certo non si sentisse, ella, quando
          fosse ben intesa, desterebbe bensì l’idea della cosa, ma nessuna immagine, neppur quasi
          della stessa cosa, benchè materiale. Così accade in tutte le parole derivate dal greco,
          delle quali abbondano le nostre lingue, e massime le nostre nomenclature. Esse, quando
          siano usuali, e quotidiane, come <emph>filosofo</emph> ec. possono appartenere alla classe
          che ho notata nel primo luogo, ma non mai a questa seconda. Esse e le altre simili prese
          da qualsivoglia lingua, e non <emph>proprie</emph> della nostra rispettiva, saranno
          sempre, come altrove ho detto, parole tecniche, e di significato nudo ec. Similmente le
          parole moderne, che o si derivano da parole già stanziate nella nostra lingua, ma
          d’etimologia pellegrina, o si derivano da parole anche proprie della lingua; essendo per
          lo più, stante la natura del tempo, assai più lontane dal materiale e sensibile che non
          sono le antiche, e di un carattere più spirituale, sono quindi ordinariamente termini e
          non parole, non destando verun’<pb ed="aut" n="1705"/> immagine concomitante, nè avendo
          nulla di vivo. ec. Tali sono i termini de’ quali altrove ho detto che abbonda la lingua
          francese, massime la moderna, e ciò non solo per natura del tempo, ma anche per la natura
          di essa lingua, e del suo carattere e forma.</p>
        <p>Certo e notabilissimo si è che tutte le parole di qualunque origine e genere sieno, alle
          quali noi siamo abituati da fanciulli, ci destano sempre una folla d’idee concomitanti,
          derivate dalla vivacità delle impressioni che accompagnavano quelle parole in quella età,
          e dalla fecondità dell’immaginazione fanciullesca; i cui effetti, e le cui concezioni si
          legano a dette parole in modo che durano più o meno vive e numerose, ma per tutta la vita.
          Quindi è certo che le dette idee concomitanti intorno ad una stessa parola, ed alle menome
          parti del suo stesso significato, variano secondo gl’individui: e quindi non c’è forse un
          uomo a cui una parola medesima (dico fra le sopraddette) produca una concezione
          precisamente <pb ed="aut" n="1706"/> identica a quella di un altro: come non c’è nazione
          le cui parole esprimenti il più identico oggetto, non abbiano qualche menoma diversità di
          significato da quelle delle altre nazioni. Il detto effetto delle prime concezioni
          fanciullesche intorno alle parole a cui sono abituati i fanciulli, si stende anche ai
          diversi e nuovi usi delle stesse parole, che ne fanno gli scrittori o i poeti, alle parole
          analoghe in qualsivoglia modo (o per derivazione, o per semplice somiglianza ec.) a quelle
          a cui da fanciulli ci abituammo, ec. ec. e quindi influisce su quasi tutta la
            <emph>propria</emph> lingua, anche la più ricca, e la meno capace di esser ben
          conosciuta da’ fanciulli. (15. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dalle superiori osservazioni (p. 1705-1706.) che si possono molto, e filosoficamente
          estendere, deducete che forse nessun individuo (come nessuna nazione rispetto alle altre)
          ha precisamente le idee di un altro, circa la più identica cosa. E siccome la ragione
          dipende ed è interamente determinata e modificata dal modo in cui le cose si concepiscono,
            <pb ed="aut" n="1707"/> quindi 1. spiegherete i differentissimi modi in cui gli uomini
          ragionano, le diversissime opinioni e conseguenze che tirano dalle cose, ed anche le
          diversità stesse dei gusti, dei costumi, ec. ec. ec. 2. osserverete quanto dobbiamo noi
          fidarci della ragione, e credere al vero assoluto: quando di questo vero che noi crediamo
          universalmente riconosciuto, si può dir quello che si dice degli oggetti materiali. Le
          diverse viste vedono uno stesso oggetto in diversissime misure, (v. due miei pensieri in
          proposito) ma siccome anche nel veder la misura esse provano la stessa differenza, così il
          senso della differenza sparisce, ed ella è impossibile a ravvisarsi e determinarsi. Così
          gli uomini concepiscono diversissime idee di una stessa cosa, ma esprimendo questa con una
          medesima parola, e variando anche nell’intender la parola, questa seconda differenza
          nasconde la prima: essi credono di esser d’accordo, e non lo sono. ec. ec. ec. Pensiero
          importantissimo, giacchè si deve riferire non alle sole idee materiali, ma molto più <pb
            ed="aut" n="1708"/> alle astratte (che tutte in fine derivano dalla materia) e agli
          stessi fondamenti della nostra ragione. Molto più poi alle idee del bello del grazioso ec.
          (15. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Da ciò che altrove ho detto di Machiavello Galileo ec. che travagliarono a distruggere la
          propria fama, si può confermare e amplificare la sentenza di Cicerone circa la gloria, nel
          Sogno di Scipione.</p>
        <p>E dalla distinzione che quivi ho fatta tra la fama dei letterati e degli scienziati, si
          può dedurre questa osservazione. Il vero è immutabile, e i gusti mutabilissimi. Parrebbe
          che lo stato delle scienze dovesse esser più costante che della letteratura, e la fama
          degli scienziati più durevole dei letterati. Pure accade tutto l’opposto. Le scienze,
          (come dicono) si perfezionano col tempo, e la letteratura si guasta. Un secolo distrugge
          la scienza del secolo passato: la letteratura resta immobile, o se si muta, si riconosce
          ben tosto per corrotta, e si torna indietro. Che cosa dunque è più stabile, la natura o la
          ragione? E che cosa è la nostra pretensione di conoscere il vero? gli antichi
          s’immaginavano di conoscerlo al pari di noi. Che cosa è lo stesso vero? Quali sono le
          verità assolute? quando non siamo punto sicuri <pb ed="aut" n="1709"/> che il venturo
          secolo non dubiti di ciò che noi teniamo per certo: anzi mirando all’esempio di tutti i
          secoli passati, e del nostro, siamo sicuri del contrario. (15. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dice il Rocca che gli spagnuoli nell’ultima guerra, non si facevano scrupolo, anzi dovere
          di mancar pubblicamente o privatamente di parola a’ francesi, tradirli comunque, pagare i
          lor benefizi individuali con cercar di uccidere il benefattore. ec. ec. Così tutti i
          popoli naturali. Ed egli lo racconta specialmente dei contadini. Quindi deducete 1. che
          cosa sia la pretesa legge naturale, doveri universali dell’uomo verso i suoi simili,
          diritti delle genti ancor che nemiche (e notate che l’uomo naturale è nemico di ciascun
          uomo). 2. qual sia la natura e il sistema dell’odio nazionale proprio di tutti i popoli
          non raffinati, e quindi degli antichi. Osservate ancora la somma religione degli
          spagnuoli, la quale pur non bastava a storcere le loro inclinazioni naturali, e i dettami
          di colei che si considera come autrice ec. della morale; quantunque la religion cristiana
          sia una specie di civilizzazione, com’è figlia di lei. (15. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1710"/> L’amore universale, anche degl’inimici, che noi stimiamo legge
          naturale (ed è infatti la base della nostra morale, siccome della legge evangelica in
          quanto spetta a’ doveri dell’uomo verso l’uomo, ch’è quanto dire a’ doveri di questo
          mondo) non solo non era noto agli antichi, ma contrario alle loro opinioni, come pure di
          tutti i popoli non inciviliti, o mezzo inciviliti. Ma noi avvezzi a considerarlo come
          dovere sin da fanciulli, a causa della civilizzazione e della religione che ci alleva in
          questo parere sin dalla prima infanzia, e prima ancora dell’uso di ragione, lo
          consideriamo come innato. Così quello che deriva dall’assuefazione e dall’insegnamento, ci
          sembra congenito, spontaneo, ec. Questa non era la base di nessuna delle antiche
          legislazioni, di nessun’altra legislazione moderna, se non fra’ popoli inciviliti. Gesù
          Cristo diceva agli stessi Ebrei, che dava loro un precetto nuovo ec. Lo spirito della
          legge Giudaica non solo non conteneva l’amore, ma l’odio verso chiunque non era Giudeo. Il
          Gentile, <pb ed="aut" n="1711"/> cioè lo straniero, era nemico di quella nazione; essa non
          aveva neppure nè l’obbligo nè il consiglio di tirar gli stranieri alla propria religione,
          d’illuminarli ec. ec. Il solo obbligo, era di respingerli quando fossero assaliti, di
          attaccarli pur bene spesso, di non aver seco loro nessun commercio. Il precetto <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">diliges proximum tuum sicut te ipsum</foreign>
          </quote>, s’intendeva non già <emph>i tuoi simili</emph>, ma i tuoi
          <emph>connazionali</emph>. Tutti i doveri sociali degli Ebrei si restringevano nella loro
          nazione.</p>
        <p>Or domando io; se quella morale che Dio ci ha dato mediante il suo Verbo, era, come noi
          diciamo, la vera, e se Dio non solo n’è il tipo, e la ragione, ma ragione necessaria;
          dunque quando egli stesso dava una morale diversissima, e quasi contraria a questa, in
          punti essenzialissimi, egli operava contro la sua essenza. Non v’è taglio. Un solo menomo
          articolo della nostra morale, supposto ch’ella sia eterna, e indipendente dalle
          circostanze, non poteva mai per nessuna ragione essere ommesso, o variato in nessuna legge
          che Dio desse a <pb ed="aut" n="1712"/> qualunque uomo isolato o in società. E viceversa
          nessun articolo di questa legge, poteva per nessuna circostanza omettersi ec. nella
          nostra. Molto meno lo spirito stesso della legge e della morale Divina poteva mai variare
          dal principio del mondo fino ad ora, come pure ha evidentemente variato. Checchè dicano i
          teologi per ispiegare, per concordare, tutto insomma si riduce a questi termini: ed è
          forza convenire che Dio non solo è il tipo e la ragione, ma l’autore, la fonte, il
          padrone, l’arbitro della morale, e che questa, e tutti i suoi principii più astratti,
          nascono assolutamente, non dall’essenza, ma dalla volontà di Dio, che determina le
          convenienze, e secondo quelle che ha determinate, e create, secondo che le mantiene o le
          cangia o le modifica, detta, mantiene, cangia o altera le sue leggi. Egli è il creatore
          della morale, del buono e del cattivo, e della loro astratta idea, come di tutto il resto.
          (16. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il sistema di Platone delle idee preesistenti alle cose, esistenti per se, eterne,
          necessarie, indipendenti e dalle cose e da Dio: <pb ed="aut" n="1713"/> non solo non è
          chimerico, bizzarro, capriccioso, arbitrario, fantastico, ma tale che fa meraviglia come
          un antico sia potuto giungere all’ultimo fondo dell’astrazione, e vedere sin dove
          necessariamente conduceva la nostra opinione intorno all’essenza delle cose e nostra, alla
          natura astratta del bello e brutto, buono e cattivo, vero e falso. Platone scoprì, quello
          ch’è infatti, che la nostra opinione intorno alle cose, che le tiene indubitabilmente per
          assolute, che riguarda come assolute le affermazioni, e negazioni, non poteva nè potrà mai
          salvarsi se non supponendo delle immagini e delle ragioni di tutto ciò ch’esiste, eterne
          necessarie ec. e indipendenti dallo stesso Dio, perchè altrimenti 1. si dovrà cercare la
          ragione di Dio, il quale se il bello il buono il vero ec. non è assoluto nè necessario,
          non avrà nessuna ragione di essere, nè di esser tale o tale, 2. posto pur che l’avesse,
          tutto ciò che noi crediamo assoluto e necessario non avrebbe altra ragione che il voler di
          Dio; <pb ed="aut" n="1714"/> e quindi il bello il buono il vero, a cui l’uomo suppone
          un’essenza astratta, assoluta, indipendente, non sarebbe tale, se non perchè Dio volesse,
          potendo volere altrimenti, e al contrario. Ora, trovate false e insussistenti le idee di
          Platone, è certissimo che qualunque negazione e affermazione assoluta, rovina interamente
          da se, ed è maraviglioso come abbiamo distrutte quelle, senza punto dubitar di queste.
          (16. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quando l’uomo è in un certo abito di pensare e riflettere, il che avviene perch’egli ha
          pensato e riflettuto, per qualunque ragione, ogni menomo accidente e sensazione della
          giornata, anche disparatissime, lo muovono a riflettere. Cessato quest’abito, dirò così,
          attuale, anche senza notabile cagione, come spesso accade, (e basta il sonno della notte a
          distorne l’uomo pel dì seguente) e massime, se per qualunque motivo, s’è contratto un
          leggero ed effimero abito di distrazione, le più gravi circostanze della vita, e le più
          straordinarie sensazioni, non bastano bene spesso a promuovere la riflessione. Molto <pb
            ed="aut" n="1715"/> più notabile è questo effetto e differenza, ne’ differenti, ma più
          radicati abiti di distrazione o di riflessione, che una stessa persona contrae
          vicendevolmente e perde; e anche più nelle diverse persone, benchè d’ingegno
          ugualissimamente capace. (16. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le illusioni non possono esser condannate, spregiate, perseguitate se non dagl’illusi, e
          da coloro che credono che questo mondo sia o possa essere veramente qualcosa, e qualcosa
          di bello. Illusione capitalissima: e quindi il mezzo filosofo combatte le illusioni perchè
          appunto è illuso, il vero filosofo le ama e predica, perchè non è illuso: e il combattere
          le illusioni in genere è il più certo segno d’imperfettissimo e insufficientissimo sapere,
          e di notabile illusione. (16. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’individuo, ordinariamente, è tanto grande o piccolo quanto la società, il corpo ec. la
          patria, a cui egli specialmente appartiene, o s’immagina, prefigge, cerca di appartenere.
          In una piccola patria, gli uomini son piccoli, se istituzioni e opinioni
          straordinariamente felici, non lo ingrandiscono, come nelle città greche, ciascuna <pb
            ed="aut" n="1716"/> delle quali era patria. Ma il principal mezzo è di allargare al
          possibile, se non altro, l’idea della propria società, come ciascuna città greca e loro
          individui riguardavano (anche col fatto) per loro patria tutta la Grecia e sue
          appartenenze, e per compatriota chiunque non era <foreign lang="grc">βάρβαρος</foreign>.
          Senza ciò la Grecia non sarebbe stata quello che fu, neppure in quei tempi tutti propri
          della grandezza. (16. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La memoria la più indebolita dimentica l’istante passato, e ricorda le cose della
          fanciullezza. Ciò vuol dire che la memoria perde la facoltà di assuefarsi (in cui ella
          consiste), e conserva le rimembranze passate, perchè vi è assuefatta da lungo tempo; perde
          la facoltà dell’assuefazione, ma non le assuefazioni contratte, se elle sono ben radicate
          ec. ec. ec. (16. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Lo svelto non è che vivacità. Ella piace (e il perchè, v. p. 1684. fine); dunque anche la
          sveltezza. Così che il piacere che l’uomo prova ordinariamente alla vista degli uccelli
          (esempi di sveltezza e vispezza), massime se li contempla da vicino, tiene alle più intime
          inclinazioni <pb ed="aut" n="1717"/> e qualità della natura umana, cioè l’inclinazione
          alla vita. (16. Sett. 1821.). V. p. 1725.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Μελέτη τὸ πᾶν</foreign>
          </quote>
          <emph>Tutto è esercizio</emph>. Apoftegma principale di Periandro, l’uno de’ sette, sì
          esso che questa sentenza. (16. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Chi non è avvezzo ad <emph>attendere</emph> e imparare, non impara mai. I contadini
          stentano gli anni a mettersi in mente una mezza pagina della <title>Dottrina
          Cristiana</title>, il <emph>Credo</emph> ec. Certo fra i contadini si troverà pure qualche
          buona memoria, e moltissimi hanno volontà d’imparare. Ma nessuna facoltà
          senz’assuefazione: e la memoria la più felice per tutto il resto, non ha la facoltà delle
          operazioni in cui non è esercitata. Lo stesso dico dell’intelletto. Oltre che i villani
          non hanno una bastante assuefazione <emph>generale</emph> della memoria che renda lor
          facile di applicarla ai diversi generi di assuefazioni particolari; nè dell’intelletto che
          renda lor facile l’<emph>attendere</emph>, senza la qual facoltà (che è pure acquisita)
          non v’è memoria. (16. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1718"/> Il fanciullino non riconosce le persone che ha veduto una sola o
          poche volte, s’elle non hanno qualche straordinario distintivo che colpisca la fantasia
          del fanciullo. Egli confonde facilmente una persona a lui poco nota o ignota con altra o
          altre a lui note, una contrada del suo paese da lui non ben conosciuta con la contrada in
          cui abita, un’altra casa colla sua, un altro paese col suo ec. ec. ec. Eppure l’uomo il
          più distratto, il meno avvezzo ad attendere, il più smemorato ec. riconosce a prima vista
          la persona veduta anche una sola volta, distingue a prima vista le persone nuove da quelle
          che conosce ec. ec. ec. (I detti effetti si debbono distinguere in proporzione della
          diversa assuefabilità degli organi de’ fanciulli, della diversa loro forza immaginativa,
          che rende più o meno vive le sensazioni ec. ec.) Applicate questa osservazione a provare
          che la facoltà di attendere, e quindi quella di ricordarsi, nascono precisamente
          dall’assuefazione <emph>generale</emph>: applicatela anche alla mia teoria del bello, del
          quale io dico che il fanciullo ha debolissima idea, non lo distingue da principio dal
          brutto, non conosce nè discerne i pregi o difetti in questo particolare, se non saltano
          agli occhi ec. ec. ec. (17. Settembre 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1719"/> Quanto il corpo influisca sull’anima. Un abito di attività o di
          energia che abbia contratto il corpo per qualunque cagione, dà dell’attività,
          dell’energia, della prontezza ec. anche allo spirito, sia pure il meno esercitato in se
          stesso. E siccome il detto abito può essere effimero e passeggero, così anche il detto
          effetto è molte volte giornaliero, ed anche di sole ore. Questa osservazione si può molto
          stendere tanto in se stessa, quanto applicandola ad altri generi di assuefazioni ed abiti
          corporali costanti o passeggeri, che parimente producono una simile assuefazione o abito o
          facoltà nello spirito, ancorchè esso non entri punto e non prenda veruna parte in quella
          del corpo: come se io, senza alcuna riflessione o azione del pensiero, mi trovo oggi in
          circostanza di agire assai e far molto esercizio corporalmente e materialmente. Molti
          esempi di ciò si potrebbero addurre, tanto individuali, quanto anche nazionali, ed
          applicabili a spiegare molti diversi caratteri di diversi popoli. (17. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1720"/> Le verità contenute nel mio sistema non saranno certo ricevute
          generalmente, perchè gli uomini sono avvezzi a pensare altrimenti, e al contrario, nè si
          trovano molti che seguano il precetto di Cartesio: <quote>
            <emph>l’amico della verità debbe una volta in sua vita dubitar di tutto</emph>
          </quote>. Precetto fondamentale per li progressi dello spirito umano. Ma se le verità
          ch’io stabilisco avranno la fortuna di essere ripetute, e gli animi vi si avvezzeranno,
          esse saranno credute, non tanto perchè sian vere, quanto per l’assuefazione. Così è sempre
          accaduto. Nessuna opinione vera o falsa, ma contraria all’opinione dominante e generale,
          si è mai stabilita nel mondo istantaneamente, e in forza di una dimostrazione lucida e
          palpabile, ma a forza di ripetizioni e quindi di assuefazione. Da principio fischiate,
          oggi regnano, o hanno regnato lungo tempo. Bene spesso vinte dagli ostacoli opposti loro
          dall’opinione dominante, e abbandonate in dimenticanza, sono poi state o copiate, o di
          nuovo inventate da altri più fortunati, a cui la diversità delle circostanze ha proccurato
            <pb ed="aut" n="1721"/> che le loro opinioni venissero ripetute in maniera che
          assuefattivi gli orecchi e gli animi, cominciativi ad allevare i fanciulli, esse si sono
          stabilite, e stabilite in modo da far considerare come sogni le opinioni contrarie, o
          antiche e passate, o nuove ed ardite ec. Tutto ciò non è che una prova del mio stesso
          sistema, il quale fa consistere le facoltà, le opinioni, le inclinazioni, la ragione umana
          ec. nell’assuefazione. (17. Sett. 1821.). V. p. 1729.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non si vive al mondo che di prepotenza. Se tu non vuoi o sai adoperarla, gli altri
          l’adopreranno su di te. Siate dunque prepotenti. Così dico dell’impostura. (17. Sett.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1665. Gli effetti che la detta persona provava riguardo ai suoni, li provava
          ancora riguardo al canto. Egli non era mosso ordinariamente che dalle vocione stentoree e
          di gran petto, o talvolta da alcune voci particolari che gli si confacevano all’orecchio.
          La stessa distinzione che ho fatto tra gli effetti dell’armonia, e quelli del suono <pb
            ed="aut" n="1722"/> in quanto suono, bisogna pur farla in quanto al canto, giacchè la
          semplice voce di chi canta è ben diversa da quella di chi parla. E la natura ha dato al
          canto umano (parlo indipendentemente dall’armonia e modulazione) una maravigliosa forza
          sull’animo dell’uomo, e maggiore di quella del suono. (Così l’avrà data al canto degli
          uccelli 1. sugli uccelli della stessa specie, poi proporzionatamente sugli altri uccelli,
          ed altre specie analoghe, ed anche su di noi. E viceversa il canto umano fa assai meno
          effetto sulle bestie che il suono. Tutto ciò è indipendente dall’armonia e convenienza.)
          Infatti la più bella melodia non commuove eseguita da una vociaccia, per ottimamente
          eseguita che sia; e viceversa ti sentirai tocco straordinariamente al primo aprir bocca di
          un cantante di bella voce, soave ec. che eseguisca la melodia più frivola, la meno
          espressiva, o la più astrusa ec. e l’eseguisca anche male, e stuonando. E l’effetto stesso
          delle voci che si chiaman belle, è relativo e varia secondo i diversi rapporti delle
          diverse qualità di voci, cogli organi <pb ed="aut" n="1723"/> de’ diversi ascoltanti.
          Tutto ciò serva di prova che il bello è relativo in ogni cosa, non solo astrattamente, ma
          anche dopo nata questa tal natura; e che moltissime cose credute e chiamate belle, non
          appartengono al bello, ma alla inclinazione generale, o individuale, o speciale, alla
          disposizione degli organi ec. al piacere in quanto piacere, arbitrariamente o
          conseguentemente alle altre sue disposizioni ordinato dalla natura ec. ec. (17. Sett.
          1821.). V. p. 1758. principio.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Chi ha disperato di se stesso, o per qualunque ragione, si ama meno vivamente, è meno
          invidioso, odia meno i suoi simili, ed è quindi più suscettibile di amicizia per questa
          parte, o almeno in minor contraddizione con lei. Chi più si ama meno può amare. Applicate
          questa osservazione alle nazioni, ai diversi gradi di amor patrio sempre proporzionali a’
          diversi gradi di odio nazionale; alla necessità di render l’uomo egoista di una patria
          perch’egli possa amare i suoi simili a cagion di se stesso, appresso a poco come dicono i
          teologi che l’uomo deve amar se stesso e i suoi prossimi in Dio, e <pb ed="aut" n="1724"/>
          per l’amore di Dio. (17. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’odio dell’uomo verso l’uomo si manifesta principalmente, ed è confermato da ciò che
          accade nelle persone di una medesima professione ec. fra le quali, sebben la perfetta
          amicizia astrattamente considerata è impossibile e contraddittoria alla natura umana,
          nondimeno anche la possibile amicizia è difficilissima, rarissima, incostantissima ec.
          Schiller uomo di gran sentimento era nemico di Goëthe (giacchè non solo fra tali persone
          non v’è amicizia, o v’è minore amicizia, ma v’è più odio che fra le persone poste in altre
          circostanze) ec. ec. ec. Le donne godono del mal delle donne, anche loro amicissime. I
          giovani del male de’ giovani ec. ec. <bibl>V. <title>Corinne</title> t. <add resp="ed"
            >3</add> p. <add resp="ed">365. sgg.</add> liv. <add resp="ed">20</add>. ch. <add
              resp="ed">4</add>.</bibl> Non solo in una stessa professione, ma anche in una stessa
          età ec. ec. l’amicizia è minore e l’odio è maggiore. Eccetto l’esaltamento delle illusioni
          che favorisce assai l’amicizia de’ giovani, è certo, massime oggi che le grandi e belle
          illusioni non si trovano, che l’amicizia è più facile tra un vecchio o maturo, e un
          giovane, che tra giovane e giovane; tra <pb ed="aut" n="1725"/> due vecchi che tra due
          giovani; perchè oggi, sparite le illusioni, e non trovandosi più la virtù ne’ giovani, i
          vecchi sono più a portata di amarsi meno, di essere stanchi dell’egoismo perchè
          disingannati del mondo, e quindi di amare gli altri.</p>
        <p>Perciò è vero che la virtù, come predica Cicerone de amicitia, è il fondamento
          dell’amicizia, nè può essere amicizia senza virtù, perchè la virtù non è altro che il
          contrario dell’egoismo, principale ostacolo all’amicizia ec. ec. ec. (17. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1717. principio. Così dico della prontezza sì del corpo, che dello spirito, de’
          discorsi ec. della mobilità, e di altre tali qualità umane o qualunque, che sono piacevoli
          per se, per natura delle cose; piacevoli dico, e non belle, anzi talvolta contrarie al
          bello fino a un certo punto, e pur piacciono. ec. Quello che ho detto degli uccelli, dico
          pure de’ fanciulli in genere, il piacere ch’essi ordinariamente cagionano, derivando in
          gran parte da simili fonti. E parimente discorro d’altri simili oggetti piacevoli. (17.
          Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1726"/> L’assuefazione ed esercitazione del corpo, indipendente dallo
          spirito, va come quella o del puro spirito, o in certo modo composta, e dipendente in
          parte da lui. Anch’essa si divide in generale e particolare. L’esercitazione generale del
          corpo, rende capaci o meglio disposti alle facoltà particolari. Il corpo si rende capace
          di agire, di soffrire ec. a forza di fare, di agire, di soffrire. Prima di ciò egli non ne
          ha che la disposizione. Una <emph>nuova</emph> sofferenza riesce più o meno facile,
          secondo che il corpo è generalmente abituato a soffrire. Così un nuovo genere di azione.
          Vi sono poi le assuefazioni particolari a questa o quella sofferenza, azione, ec. che nel
          mentre che contribuiscono all’assuefazione generale, ed a facilitare le altre sofferenze
          ed azioni, rendono però particolarmente facile quella tale ch’è il loro soggetto. Per
          acquistare simili assuefazioni e facoltà corporee, la forza ec. sì generali che
          particolari, altri hanno bisogno di più, altri di meno esercizio, secondo la diversa
          disposizione naturale o accidentale degl’individui; altri possono arrivare più, altri meno
          avanti, altri acquistare più, altri meno facoltà, ed altri queste, altri quelle ec. ec.
            <pb ed="aut" n="1727"/> Chi ha acquistate più assuefazioni o facoltà, o chi ha
          acquistata questa o quella in maggior grado, chi ha insomma più o meglio assuefatto ed
          esercitato il suo corpo, acquista più facilmente e con meno esercizio le altre
          assuefazioni e facoltà, anche quelle che prima sembravano affatto aliene o difficilissime
          alla sua <emph>natura</emph>. ec. ec. ec. (17. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’insegnare non è quasi altro che assuefare. (18. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’uomo il più certo della malizia degli uomini, si riconcilia col genere umano, e ne
          pensa alquanto meglio, se anche momentaneamente ne riceve qualche buon trattamento, sia
          pur di pochissimo rilievo. L’individuo da te più conosciuto per malvagio, se ti usa
          distinzioni e cortesie che lusinghino il tuo amor proprio, divien subito qualche cosa di
          meno male nella tua fantasia. Molto più la donna coll’uomo, o l’uomo (anche il più brutto,
          anche quello di cui s’ha peggiore idea, anzi pure avversione particolare) colla donna: e
          però è massima, specialmente degli uomini, che <pb ed="aut" n="1728"/> per qualunque
          ripulsa, idea, opinione, ostacolo, costume, non si dee mai disperare di venire a capo di
          una donna. Si potrebbe parimente dire in genere, che l’uomo non dee mai disperare di
          venire a capo di qualunque persona. Ecco quanta è la gran forza della ragione nell’uomo!
          (18. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come l’individuo, così le nazioni non faranno mai nulla se non saranno piene di se
          stesse, di amor proprio, ambizione, opinione di se, confidenza in se stesse. (18. Sett.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il me semble que nous avons tous besoin les uns des autres; la
              littérature de chaque pays découvre, à qui sait la connaître, une nouvelle sphère
              d’idées. C’est Charles-Quint lui-même qui a dit qu’ <hi rend="italic">un homme qui
                sait quatre langues vaut quatre hommes</hi>. Si ce grand génie politique en jugeait
              ainsi pour les affaires, combien cela n’est-il pas plus vrai pour les lettres? Les
              étrangers savent tous le français, ainsi leur point de vue est plus étendu que celui
              des Français qui ne savent pas les langues étrangères. Pourquoi <pb ed="aut" n="1729"
              /> ne se donnent-ils pas plus souvent la peine de les apprendre? Ils conserveraient ce
              qui les distingue, et découvriraient ainsi quelquefois ce qui peut leur
            manquer</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <title>Corinne</title> liv.7. ch. 1. dernières lignes</bibl>. (18. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1721. Lo spirito umano fa sempre progressi, ma lenti e per gradi. Quando egli
          arriva a scoprire qualche gran verità che dimostri la falsità di opinioni generali e
          costanti, e che farebbe fare un salto a’ suoi avanzamenti, il più degli uomini ricusa di
          ammetterla, segue placidamente il suo viaggio, finchè arriva a quella tal verità, la quale
          come tutte le altre di tal natura, non diventa mai comune, se non lungo tempo dopo ch’ella
          fu (ancorchè geometricamente) dimostrata.</p>
        <p>Si suol dire che lo spirito umano deve assaissimo, anzi soprattutto, ai geni straordinari
          e discopritori che s’innalzano di tanto in tanto. Io credo ch’egli debba loro assai poco,
          e che i progressi dello spirito umano siano opera principalmente degl’ingegni mediocri.
          Uno spirito raro, <pb ed="aut" n="1730"/> ricevuti che ha da’ suoi contemporanei i lumi
          propri dell’età sua, si spinge innanzi e fa dieci passi nella carriera. Il mondo ride, lo
          perseguita a un bisogno, e lo scomunica, nè si muove dal suo posto, o vogliamo dire, non
          accelera la sua marcia. Intanto gli spiriti mediocri, parte aiutati dalle scoperte di quel
          grande, ma più di tutto pel naturale andamento delle cose, e per forza delle proprie
          meditazioni, fanno un mezzo passo. Altri ripetono le verità da loro insegnate, siccome
          poco discordi dalle già ricevute, e facilmente ammissibili. Il mondo sì per questa
          ragione, sì per forza dell’esempio di molti, li segue. I loro successori fanno un altro
          mezzo passo con eguale fortuna. Così di mano in mano, finchè si arriva a compiere il
          decimo passo, e a trovarsi nel punto dove quel grande spirito si trovò tanto tempo prima.
          Ma egli o è già dimenticato, o l’opinione prevalsa intorno a lui dura ancora, o finalmente
          il mondo non gli rende alcuna giustizia, perch’egli si trova già sapere tutto ciò che
          quegli seppe, ne fu istruito per altro mezzo, e non crede <pb ed="aut" n="1731"/> di
          dovergli nulla, come poco infatti gli deve. Così la sua gloria si ridurrà ad una sterile
          ammirazione, e ad un passeggero elogio che ne farà qualche altro spirito profondo, che
          consideri com’egli fosse andato innanzi allo spirito umano nella sua carriera. Elogi e
          considerazioni di poco effetto, perchè il mondo si trova già uguale a lui, ben presto se
          gli troverà superiore, e lo è forse anche presentemente, perchè il tempo ha ben avuto
          luogo di meglio sviluppare e confermare le sue dottrine. Or quale ammirazione verso gli
          uguali o gl’inferiori?</p>
        <p>Un’età non vuol mai trovarsi in contraddizione colle sue opinioni passate, e concepite
          nella fanciullezza. Ella non è capace se non di progredire appoco appoco sviluppando le
          sue cognizioni, e mettendo l’età future in grado di arrivare a credere il contrario di ciò
          che essa credette. Così lo spirito umano si avanza senza mai credere di mutare opinione.
          Non è se non paragonando remoti e divisi secoli fra loro, che qualche pensatore si accorge
          come oggi il mondo <pb ed="aut" n="1732"/> creda in mille cose il contrario di ciò che
          credette. Ma il mondo vi arrivò senz’avvedersene, non l’avrebbe mai fatto avvedendosene; e
          perciò è follia lo sperare di mutar l’opinione de’ propri contemporanei (massime sulle
          cose non corporee), sia pur mediante la più matematica evidenza. Bisogna contentarsi di
          farle fare un piccolo grado.</p>
        <p>Certo è però e naturale, che la celerità de’ progressi dello spirito umano si accresce in
          proporzione degli stessi progressi, come il moto de’ gravi, il quale benchè sempre
          gradato, sempre proporzionatamente si accelera. Effetto dell’assuefazione
          <emph>generale</emph> al rinnovare alquanto le proprie opinioni, il che dà appoco appoco
          la facoltà di rinnovarle facilmente un poco più, quindi un po’ più, e finalmente, ma pur
          sempre per gradi proporzionali, il mondo potrà forse anche arrivare a mutare affatto
          opinione dentro una stessa età, e riconoscere senza molta fatica una verità contraria alle
          opinioni ricevute. (18. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1733"/> Quanto possa l’assuefazione e l’opinione anche sul gusto de’
          sapori, ch’è pure un senso naturale e innato, e ciò non ostante, varia spessissimo fino in
          un medesimo individuo, secondo la differenza e delle assuefazioni e delle opinioni intorno
          al buono o cattivo de’ sapori, è manifesto per l’esperienza giornaliera e comparativa sì
          de’ gusti successivi di un individuo, sì de’ gusti e giudizi de’ diversi individui. (18.
          Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non v’è memoria senz’attenzione. Ponete due persone dotate della stessa disposizione
          naturale, e facoltà acquisita di ricordarsi, alle quali sia avvenuto un accidente comune
          in un medesimo tempo, ma in modo che l’una v’abbia posto attenzione speciale, l’altra no.
          Dopo un certo tempo, (anche breve) interrogate l’una e l’altra. Quella se ne ricorderà
          come fosse presente, questa come se non fosse occorso. Quest’osservazione si può fare
          tutto giorno.</p>
        <p>Ma vi sono due specie di attenzioni. Una volontaria, ed una involontaria; o piuttosto una
          spirituale, un’altra materiale. <pb ed="aut" n="1734"/> Della prima non si diventa capaci
          se non coll’assuefazione (e quindi facoltà) di attendere. E perciò gli uomini riflessivi e
          generalmente gl’ingegni o grandi, o <emph>applicati</emph>, hanno ordinariamente buona
          memoria, e si distinguono assai dal comune degli uomini nella facoltà di ricordarsi anche
          delle minuzie, perchè sono assuefatti ad attendere. Della seconda specie sono quelle
          attenzioni che derivano da forza e vivacità delle sensazioni, le quali colla loro
          impressione costringono l’anima ad un’attenzione in certo modo materiale. Perciò gli
          spiriti suscettibili, e immaginosi, ancorchè non abbiano grande ingegno, o almeno non
          abbiano l’assuefazione di molto attendere, cosa naturale in questi tali, sono sempre
          d’ottima memoria, perchè tutto fa in loro proporzionatamente maggiore impressione che
          negli altri. (<emph>E questo è forse il più ordinariamente tutto ciò che si considera per
            dono</emph>
          <hi rend="sc">naturale</hi>
          <emph>di buona e squisita memoria. Vedete com’ella sia nulla per se stessa, e dipendente,
            anzi quasi <pb ed="aut" n="1735"/> tutt’uno colle altre facoltà mentali</emph>.) E così
          il dono della memoria pare ad essi ed agli altri naturale, ed innato precisamente, in
          loro, perchè senza l’assuefazione di attendere, essi attendono spontaneamente a causa
          della forza in certo modo materiale delle impressioni. Quindi in gran parte deriva la
          durevolezza delle ricordanze di ciò che appartiene alla fanciullezza, dove tutte le
          impressioni, siccome <emph>straordinarie</emph>, sono vivissime, e quindi l’attenzione è
          grande benchè il fanciullo non ne abbia l’abito. E detta durata, siccome detta attenzione
          è proporzionata alla diversa immaginativa, suscettibilità, assuefabilità, delicatezza
          insomma e conformabilità degli organi de’ diversi fanciulli. Così la memoria
          degl’ignoranti, o poco avvezzi a sensazioni variate ec. , memoria nulla dovunque è
          necessario l’abito di attendere (v. p. 1717.), suol essere tenacissima di tutte le
          sensazioni straordinarie, le quali per essi sono frequenti, perchè poco conoscono ec. ec.
          e la meraviglia opera in loro più spesso, e la novità non è rara per loro ec. e quindi li
          troviamo assai spesso di prontissima memoria, in cose di cui noi punto non ci ricordiamo
          ec. e vedendo che per essere ignoranti, non hanno esercizio <pb ed="aut" n="1736"/> nè
          d’attenzione nè di memoria, crediamo che questa in loro sia una precisa facoltà di cui la
          natura gli abbia squisitamente dotati.</p>
        <p>La monotonia della vita contribuisce pure alla memoria, perch’ella giova all’attendere,
          escludendo l’abito delle distrazioni, (come anche la troppa moltitudine e varietà delle
          rimembranze che si pregiudicano l’una l’altra, sebbene anche queste si facilitano a
          proporzione dell’assuefazione) e giova alla memoria tanto delle cose giornaliere, quanto e
          molto più, delle straordinarie, perchè ogni piccolo straordinario è raro, e quindi fa
          notabile impressione in chi è avvezzo all’uniformità.</p>
        <p>Non è ella cosa giornalmente osservata, che generalmente parlando ci ricordiamo di ciò
          che ci preme, e scordiamo di ciò che non c’importa? Questo viene che a quello si attende,
          a questo no.</p>
        <p>Tutto ciò non ha punto che fare con una facoltà speciale e distinta di ricordarsi che
          l’uomo porti dalla natura.</p>
        <p>E da queste osservazioni si conferma quanto la fabbrica intellettuale dell’uomo sia
          semplice in natura, cioè composta di pochissimi elementi, che diversamente modificati e
          combinati, <pb ed="aut" n="1737"/> producono infiniti e svariatissimi effetti. Ai quali
          l’uomo superficialmente badando, moltiplica i principii, le cagioni, le forze, le facoltà,
          che realmente sono pochissime e semplicissime. E infatti abbiamo veduto che la facoltà
          della memoria distintamente considerata, come si suole, facendone una delle tre principali
          potenze dell’anima, è un sogno, e ch’ella non è altro che una modificazione o un effetto
          dell’intelletto e della immaginazione.</p>
        <p>L’attenzione che ho chiamata materiale, si può applicare a tutte le altre assuefazioni
          umane indipendenti o poco dipendenti dallo spirito, e dalla stessa memoria. Giacchè non la
          sola assuefazione che chiamiamo memoria, ma tutte hanno bisogno dell’attenzione per esser
          contratte; bensì questa può essere, volontaria o involontaria, avvertita o no, spirituale
          insomma o materiale, come quella che cagionano (secondo che ho detto) le forti sensazioni.
          (19. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Da che nacque l’invenzione del <pb ed="aut" n="1738"/> canocchiale che ha tanto influito
          sulla navigazione, sulla stessa filosofia metafisica, e quindi sulla civilizzazione? Dal
          caso. E l’invenzione della polvere che ha mutato faccia alla guerra, ed alle nazioni, e
          tanto contribuito a geometrizzare lo spirito del tempo, e distruggere le antiche
          illusioni, insieme col valore individuale ec. ec.? Dal caso. Chi sa che l’aereonautica non
          debba un giorno sommamente influire sullo stato degli uomini? E da che cosa ella deriva?
          Dal caso. E quelle scoperte infinite di numero, sorprendenti di qualità, che furono
          necessarie per ridurre l’uomo in quel medesimo <emph>imperfetto</emph> stato, in cui ce lo
          presenta la più remota memoria che ci sia giunta delle nazioni; scoperte che hanno avuto
          bisogno di lunghissimi secoli e per essere condotte a quella condizione ch’era necessaria
          per una società alquanto formata, e per essere poi perfezionate come lo sono oggidì;
          scoperte che oggi medesimo, dopo ch’elle son fatte da tanto tempo, dopo ch’elle sono
          perfezionate, dopo che la nostra mente vi s’è tanto abituata, <pb ed="aut" n="1739"/> lo
          spirito umano si smarrisce cercando come abbiano potuto mai esser concepite; le lingue,
          gli alfabeti, l’escavazione e fonditura de’ metalli, la fabbrica de’ mattoni, de’ drappi
          d’ogni sorta, la nautica e quindi il commercio de’ popoli, la coltura de’ formenti, e
          delle viti, e la fabbrica del pane e vino, invenzioni che gli antichi attribuivano agli
          dei, che la scrittura pone dopo il diluvio, e che certo furono tardissime, la stessa
          cocitura delle carni, dell’erbe, ec. ec. ec. tutte queste maravigliose e quasi spaventose
          invenzioni, da che cosa crediamo che abbiano avuto origine? Dal caso. Consideriamo tutte
          le difficili scoperte moderne, fatte pure in tempo dove la mente umana aveva tanti, ed
          immensi aiuti di più per inventare; e vedendo che tutte in un modo o nell’altro si debbono
          al caso, e nessuna o pochissime derivano da spontanea e deliberata applicazione della
          mente umana, nè dal calcolo delle conseguenze, e dal preciso progresso dei lumi;
          pochissime ancora da tentativi diretti, e sperienze appositamente istituite, benchè a
          tastoni e all’azzardo (come furono per necessità, si può dir, tutte quelle pochissime che
          fruttarono qualche insigne scoperta); molto più dovremo creder lo stesso di tutte le
          scoperte antiche le più necessarie all’esistenza di una società formale. Se dunque porremo
          attenzione all’andamento delle cose, e alla storia dell’uomo, dovremo convenire che tutta
          quanta la sua civilizzazione è pura opera <pb ed="aut" n="1740"/> del caso. Il quale
          variando ne’ diversi remoti paesi, o mancando, ha prodotto quindi diversi generi di
          civilizzazione (cioè perfezione), o l’assoluta mancanza di essa. La perfezione del primo
          essere vivente doveva dunque essere dalla natura incaricata all’azzardo? (19. Sett.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Considerate indipendentemente e in se stessa, la lode di se medesimo. Anche dopo formata
          una società (giacchè prima non esisteva l’amor di lode), qual cosa più conforme alla
          natura, più dolce a chi la pronunzia, qual cosa a cui lo spirito sia più spontaneamente e
          potentemente inclinato, qual cosa meno dannosa a’ nostri simili, qual piacere insomma più
          innocente, e qual premio più conveniente alla virtù, o all’opinione di lei? Eppur
          l’assuefazione ce la fa riguardare come un vizio da cui l’animo ben fatto naturalmente
          rifugga, come un desiderio di cui bisogni arrossire (e qual cosa ha ella in se stessa e
          per natura, che sia vergognosa?), come contrario al dovere della modestia, che si suppone
          innato, e non lo è punto (consideriamo i fanciulli, i quali tuttavia non appena cominciano
          a desiderar la lode, che già sono avvertiti a non darsela da se stessi), <pb ed="aut"
            n="1741"/> come ripugnante insomma a un dettame interno, e proibita dalla legge
          naturale.</p>
        <p>Dal che dedurremo 1. una nuova conferma di questa <emph>innegabile legge naturale</emph>,
          2. un’altra prova dell’odio naturale dell’uomo verso l’uomo, il quale fa che la cosa più
          innocente e meno dannosa agli altri in se stessa, divenga subito cattiva in una società un
          poco formata, perchè il bene e il vantaggio di un individuo, dispiace per se solo agli
          altri individui, ancorchè non pregiudichi loro, anzi pur giovi. (19. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le circostanze mi avevan dato allo studio delle lingue, e della filologia antica. Ciò
          formava tutto il mio gusto: io disprezzava quindi la poesia. Certo non mancava
          d’immaginazione, ma non credetti d’esser poeta, se non dopo letti parecchi poeti greci.
          (Il mio passaggio però dall’erudizione al bello non fu subitaneo, ma gradato, cioè
          cominciando a notar negli antichi e negli studi miei qualche cosa più di prima ec. Così il
          passaggio dalla poesia alla prosa, dalle lettere alla filosofia. Sempre assuefazione.) Io
          non mancava nè d’entusiasmo, nè di fecondità, nè di forza d’animo, nè di passione; ma non
          credetti d’essere eloquente, se non dopo letto Cicerone. <pb ed="aut" n="1742"/> Dedito
          tutto e con sommo gusto alla bella letteratura, io disprezzava ed odiava la filosofia. I
            <emph>pensieri</emph> di cui il nostro tempo è così vago, mi annoiavano. Secondo i
          soliti pregiudizi, io credeva di esser nato per le lettere, l’immaginazione, il
          sentimento, e che mi fosse al tutto impossibile l’applicarmi alla facoltà tutta contraria
          a queste, cioè alla ragione, alla filosofia, alla matematica delle astrazioni, e il
          riuscirvi. Io non mancava della capacità di riflettere, di attendere, di paragonare, di
          ragionare, di combinare, della profondità ec. ma non credetti di esser filosofo se non
          dopo lette alcune opere di Mad. di Staël.</p>
        <p>Grandissime e importantissime osservazioni si possono fare intorno alle facoltà le più
          energiche, attive, e feconde, che paiono affatto innate, e in effetto non son
            <emph>prodotte</emph> (gli altri dicono <emph>sviluppate</emph>) se non dalle letture, e
          dagli studi, e dalle circostanze diverse, anche contro l’espettazione, e la stessa decisa
          inclinazione che l’uomo aveva contratta, e supponeva innata in se stesso.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1743"/> Certo è che siccome il maggiore o minor talento, non è che
          maggiore o minore assuefabilità e adattabilità di organi, così il gran talento, in
          qualunque genere splenda, è suscettivo di splendere in tutti i generi. Se non lo fa, ciò
          deriva dalle pure circostanze, che determinano la sua applicazione, e il suo gusto. E
          siccome tutti gli uomini sommi in qualsivoglia genere di coltura spirituale, furono e sono
          dotati di <emph>gran</emph> talento, cioè <emph>gran capacità</emph> mentale, però è certo
          che p. e. il gran poeta, può essere anche gran matematico, e viceversa. V. p. 1753. Se non
          lo è, se il suo spirito si determinò ad un solo genere (che non sempre accade), ciò è puro
          effetto delle circostanze.</p>
        <p>È però vero, quanto al poeta, che certe qualità o disposizioni necessarie per la poesia,
          possono in qualche modo considerarsi come proprie di lei, e non del tutto adattate alle
          altre facoltà. Ma pure io sostengo che il poeta non ha dette qualità (sia pure in sommo
          grado) se non in virtù delle circostanze, e in circostanze diverse, avrebbe qualità
          diverse e contrarie; giacchè <pb ed="aut" n="1744"/> quello che si tiene per
            <emph>isviluppo</emph>, io lo tengo per <emph>produzione</emph>. (19. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Da quella parte della mia teoria del piacere dove si mostra come degli oggetti veduti per
          metà, o con certi impedimenti ec. ci destino idee <emph>indefinite</emph>, si spiega
          perchè piaccia la luce del sole o della luna, veduta in luogo dov’essi non si vedano e non
          si scopra la sorgente della luce; un luogo solamente in parte illuminato da essa luce; il
          riflesso di detta luce, e i vari effetti materiali che ne derivano; il penetrare di detta
          luce in luoghi dov’ella divenga incerta e impedita, e non bene si distingua, come
          attraverso un canneto, in una selva, per li balconi socchiusi ec. ec.;la detta luce veduta
          in luogo oggetto ec. dov’ella non entri e non percota dirittamente, ma vi sia ribattuta e
          diffusa da qualche altro luogo od oggetto ec. dov’ella venga a battere; in un andito
          veduto al di dentro o al di fuori, e in una loggia parimente ec. quei luoghi dove la luce
          si confonde ec. ec. colle ombre, come sotto un portico, in una loggia elevata e pensile,
          fra le rupi e i burroni, in una valle, sui colli veduti dalla parte dell’ombra, in modo
          che ne sieno indorate le cime; il riflesso che produce p. e. un vetro colorato su quegli
          oggetti su cui si riflettono i raggi che passano per detto vetro; tutti quegli oggetti in
          somma che per diverse <pb ed="aut" n="1745"/> materiali e menome circostanze giungono alla
          nostra vista, <emph>udito</emph> ec. in modo incerto, mal distinto, imperfetto,
          incompleto, o fuor dell’ordinario ec. Per lo contrario la vista del sole o della luna in
          una campagna vasta ed aprica, e in un cielo aperto ec. è piacevole per la vastità della
          sensazione. Ed è pur piacevole per la ragione assegnata di sopra, la vista di un cielo
          diversamente sparso di nuvoletti, dove la luce del sole o della luna produca effetti
            <emph>variati</emph>, e indistinti, e non ordinari. ec. È piacevolissima e
          sentimentalissima la stessa luce veduta nelle città, dov’ella è frastagliata dalle ombre,
          dove lo scuro contrasta in molti luoghi col chiaro, dove la luce in molte parti degrada
          appoco appoco, come sui tetti, dove alcuni luoghi riposti nascondono la vista dell’astro
          luminoso ec. ec. A questo piacere contribuisce la varietà, l’incertezza, il non veder
          tutto, e il potersi perciò spaziare coll’immaginazione, riguardo a ciò che non si vede.
          Similmente dico dei simili effetti, che producono gli alberi, i filari, i colli, i
          pergolati, i casolari, <pb ed="aut" n="1746"/> i pagliai, le ineguaglianze del suolo ec.
          nelle campagne. Per lo contrario una vasta e tutta uguale pianura, dove la luce si spazi e
          diffonda senza diversità, nè ostacolo; dove l’occhio si perda ec. è pure piacevolissima,
          per l’idea indefinita in estensione, che deriva da tal veduta. Così un cielo senza nuvolo.
          Nel qual proposito osservo che il piacere della varietà e dell’incertezza prevale a quello
          dell’apparente infinità, e dell’immensa uniformità. E quindi un cielo variamente sparso di
          nuvoletti, è forse più piacevole di un cielo affatto puro; e la vista del cielo è forse
          meno piacevole di quella della terra, e delle campagne ec. perchè meno varia (ed anche
          meno simile a noi, meno propria di noi, meno appartenente alle cose nostre ec.) Infatti,
          ponetevi supino in modo che voi non vediate se non il cielo, separato dalla terra, voi
          proverete una sensazione molto meno piacevole che considerando una campagna, o
          considerando il cielo nella sua corrispondenza e relazione colla terra, ed unitamente ad
          essa in un medesimo punto di vista.</p>
        <p>È piacevolissima ancora, per le sopraddette <pb ed="aut" n="1747"/> cagioni la vista di
          una moltitudine innumerabile, come delle stelle, o di persone ec. un moto moltiplice,
          incerto, confuso, irregolare, disordinato, un ondeggiamento vago ec. che l’animo non possa
          determinare, nè concepire definitamente e distintamente ec. come quello di una folla, o di
          un gran numero di formiche, o del mare agitato ec. Similmente una moltitudine di suoni
          irregolarmente mescolati, e non distinguibili l’uno dall’altro ec. ec. ec. (20. Sett.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quelli che immaginarono una musica di colori, e uno strumento che dilettasse l’occhio
          colla loro armonia istantanea e successiva, coll’armonica loro combinazione, e variazione,
          ec. non osservarono che la grande influenza dell’armonia musicale sull’anima, non è
          propria dell’armonia in modo, ch’essenzialmente non derivi dal suono o dal canto
          isolatamente considerato; anzi considerando la pura natura di essa influenza, essa spetta
          più, o più necessariamente al suono e al canto che all’armonia o melodia: giacchè il suono
          o il canto produce (benchè per breve tempo) sull’animo qualch’effetto proprio della
          musica, ancorchè separato dall’armonia; non così questa, divisa <pb ed="aut" n="1748"/> da
          quello, o applicata a suoni o voci che per natura non abbiano alcuna relazione ed
          influenza musicale sull’udito umano; come il suono di una tavola, o di più tavole, il
          quale ancorchè fosse modulato e distinto perfettamente ne’ tuoni, ed applicato alla più
          bella melodia, non sarebbe mai musica per nessuno.</p>
        <p>Non è dunque propriamente neppure il suono o la voce, cioè la sensazione dell’orecchio,
          che la natura ha fatto capace d’influire piacevolmente sull’udito umano: ma solo certi
          particolari suoni, ed oscillazioni di corpi sonori: siccome non tutto ciò che <foreign
            lang="lat" rend="italic">afficit</foreign> le papille del palato, ma solo quelle cose
          che le <foreign lang="lat" rend="italic">afficiunt</foreign> in certi tali modi, sono
          stati dotati dalla natura della capacità di piacere a quell’organo. Così dico
          dell’odorato. La teoria de’ suoni e voci, e della musica, ha grandissima relazione con
          quella de’ sapori e degli odori (e anche de’ colori per se stessi), e ne può ricever gran
          lume. Ora queste tali teorie appartengono certo al piacevole o dispiacevole, <pb ed="aut"
            n="1749"/> ma non mica al bello nè al brutto. (20. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Forza dell’assuefazione e dell’opinione sul bello ec. Ho detto altrove che l’assuefazione
          ci fa parer passabile ed anche bello, ciò che da principio ci parve brutto, o ci sarebbe
          paruto, se non vi fossimo stati sempre assuefatti (v. il pensiero seguente). Or figuratevi
          di vedere per un momento una tal persona, verso cui vi troviate in detta circostanza, e di
          vederla senza riconoscerla. Ella vi parrà subito brutta, e un momento dopo vi tornerà
          (riconoscendola) a parer passabile o bella. Questa osservazione si dee riferire non solo
          alle forme, ma anche ai moti, alle maniere, al contegno, al tratto ec. di coloro a cui
          siamo assuefatti. Non riconoscendoli vi parranno brutti, e riconoscendoli ritratterete in
          un punto il vostro giudizio. Viceversa dico di chi o per antipatia, o per altre
          diversissime circostanze, che in vari luoghi ho annoverate, ci soglia essere <pb ed="aut"
            n="1750"/> in concetto di brutto o spiacevole, e che sia veduto da noi senza
          riconoscerlo. Spesso ti sarà accaduto di vedere una persona che passi per bella, o che a
          te stesso sia paruta o paia tale, e vederla senza conoscerla, o senza riconoscerla, e non
          parerti bella; e riconoscendola o conoscendola, mutare immediatamente il giudizio.
          Viceversa dico di una persona che passi per brutta, o tale tu l’abbi giudicata, o giudichi
          ec. Tutto ciò si deve applicare ad ogni altro genere di bello o brutto indipendente dalle
          forme o maniere e costumi umani, ed indole umana ec. , ed appartenente p. e. alla
          letteratura, alle arti ec. (20. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dicevami taluno com’egli avea molto conosciuto e trattato sin dalla prima fanciullezza
          una persona già matura, delle più brutte che si possano vedere, ma di maniere, di tratto,
          d’indole, sì verso lui, che verso tutti gli altri, amabilissime, politissime, franche,
          disinvolte, d’ottimo garbo. E che sentendo una volta (mentr’egli era ancora fanciullo, ma
          grandicello) notare da un forestiero <pb ed="aut" n="1751"/> l’estrema bruttezza di quella
          persona, s’era grandemente maravigliato, non vedendo com’ella potesse esser brutta, ed
          avendo sempre stimato tutto l’opposto. Questa medesima persona era già vecchia quando io
          nacqui, la conobbi da fanciullo, mi parve bella quanto può essere un vecchio (giacchè il
          fanciullo distingue pur facilmente la beltà giovenile dalla senile), e non seppi ch’ella
          fosse bruttissima, se non dopo cresciuto, cioè dopo ch’ella fu morta. E l’idea ch’io ne
          conservo, è ancora di persona piuttosto bella benchè vecchia. (C. Galamini.) Così m’è
          accaduto intorno ad altre persone parimente bruttissime. (V. Ferri.) Della bruttezza di
          altre non mi sono accorto, se non crescendo in età ed osservandole coll’occhio più
          esercitato ad attendere, e quindi a distinguere, e più assuefatto alle proporzioni
          ordinarie ec. (G. Masi.) V. il principio del pensiero antecedente. Tale è l’idea del bello
          e del brutto ne’ fanciulli. Spiegate questi effetti, e deducetene le conseguenze
          opportune. Probabilmente mi saranno anche parse bruttissime <pb ed="aut" n="1752"/> delle
          persone che poi crescendo avrò saputo o conosciuto essere o essere state belle (20. Sett.
          1821.). e anche bellissime.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1681. marg. Tali persone, da premesse evidentemente concepite, deducono in buona
          fede bene spesso delle conseguenze diversissime, o anche al tutto contrarie a quelle che
          ne tira il comune degli uomini (intendo di quegli uomini ai quali appartiene ciò che si
          chiama senso comune, e che sono poi l’infinitesima parte del genere umano). Ovvero da una
          premessa evidente e infallibile, fanno dipendere una minore, che secondo il comune degli
          uomini o non vi ha niente che fare, o contraddice alla maggiore, o a quella minore, che,
          secondo il comun senso, inevitabilmente risulta dalla maggiore, ed è anche l’unica che ne
          risulti. (Così dico della maggiore rispetto alla minore, o alla conseguenza). Così pure
          dalla conseguenza risaliranno a una maggiore, o una minore affatto contraria, o disparata,
          o ad ambedue le premesse di tal natura. Questo è ciò che forma le teste storte (quante
          sono <pb ed="aut" n="1753"/> le dritte?) che non si persuadono co’ più palpabili
          raziocinii; che sono quasi affatto esenti dalla forza della ragione e del senso comune, e
          indipendenti dagli stessi fondamentali principii del ragionamento; che all’improvviso ti
          scappano d’un fianco con una conclusione tutta contraria alle premesse, non già per
          ostinazione, ma per intima persuasione, e per dettame del loro raziocinio, e perchè il
          loro senso, la loro facoltà di ragione è fatta così. (20. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1743. marg. Infatti è cosa giornalmente osservabile e osservata, che l’uomo di
          vero talento, applicato a cose per lui nuovissime, aliene ancora dalle sue inclinazioni,
          occupazioni ordinarie, assuefazioni ec. riesce sempre meglio degli altri; capisce i
          discorsi appartenenti alle professioni, discipline, cognizioni, ec. le più lontane dalla
          sua; entra in tutti i raziocinii ben fatti; si capacita senza molta fatica di qualunque
          affermazione o negazione vera, sufficientemente spiegata, di qualunque probabilità, o
          parere opportuno; discuopre facilmente le convenienze, <pb ed="aut" n="1754"/> i rapporti
          ec. o i loro contrarii, nelle cose a lui meno familiari ec. ec. Insomma il carattere di un
          vero talento, in qualunque genere esso si distingua, (o quantunque non si distingua in
          nessun genere) è sempre quello di una capacità generale di mente. Siccome quegli organi
          esteriori o materiali (come la mano ec.) che posseggono in grado eminente qualche abilità,
          sono per lo più capacissimi di facilmente contrarne delle altre, ancorchè diversissime.
          Così la persona svelta ec. ec. (20. Sett. 1821.). V. p. 1778. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una persona niente avvezza alla buona lingua italiana, chiama e giudica affettato tutto
          ciò che ha qualche sapore d’italiano, ancorchè disinvoltissimamente scritto, e
          lontanissimo dall’anticato. E gli antichi scrittori italiani, se non può chiamarli
          affettati, li giudica però stranissimi, e di pessimo gusto in fatto di lingua; e così
          forse accade a tutti noi italiani moderni, finchè non ci avvezziamo a quella lingua, e
          appoco appoco la troviamo meno strana, <pb ed="aut" n="1755"/> e finalmente bellissima.
          Qual è dunque il tipo dell’affettato e inaffettato, e del buon gusto in letteratura ec.
          ec.? La sola assuefazione ch’è tanto varia quanto gl’individui, e mutabile in ciascun
          individuo. (21. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che quasi ciascun individuo ha una lingua propria. Aggiungo che queste
          lingue individuali non solo si distinguono in certe parole o frasi abituali affatto
          proprie di questo o quel parlatore, ma anche nell’uso abituale di certe voci o frasi fra
          le molte o vere o false sinonime che ha una lingua (massime se ricca, come l’italiana) per
          esprimere una stessa cosa. La quale ogni volta che capita, eccoti il tal parlatore con
          quella tal parola o frase, e quell’altro con quell’altra diversissima, ciascuno secondo il
          suo costume. Così che il vocabolario di ciascun parlatore, è distinto dagli altri, come ho
          detto di quello degli scrittori greci e italiani individuali. Questi vocabolari composti
            <pb ed="aut" n="1756"/> sì di queste voci o frasi scelte invariabilmente fra le
          sinonime, sì di quelle che ho detto essere assolutamente proprie di questo o
          quell’individuo, si perpetuano nelle famiglie, perchè il figlio impara a parlare dal padre
          e dalla madre, e come ne imita i costumi e le maniere, molto più la lingua. Il qual
          effetto massimamente ha luogo nelle famiglie degli artigiani, de’ poveri, ec. e molto più
          in quelle di campagna, come più separate dalla società non domestica. Ha luogo pur
          grandemente nelle famiglie delle classi elevate, che si tengono in un piede assai
          casalino, o dove i figli si educano in casa, dove poco si studia e si legge, e quindi poco
          s’ingrandisce la lingua abituale (la quale anche è poco soggetta all’influenza dello
          studio), dove poco si tratta ec. E se bene osserverete troverete sempre in queste tali
          famiglie un vocabolarietto proprio, composto ne’ modi che ho detto. E potrete anche
          osservare in molte di queste, <pb ed="aut" n="1757"/> parecchie parole antichissime, e
          uscite dell’uso corrente, ma conservate e trasmesse di generazione in generazione in dette
          famiglie. Cosa che a me è successo più volte di osservare, e quelle parole o frasi non le
          ho mai sentite fuori o di quella tal famiglia, o di quella tal parentela. Negli altri
          generi di famiglie il detto effetto sarà minore, ma pur sempre avrà luogo
          proporzionatamente. Così le lingue si van dividendo appoco appoco nel seno di una stessa
          società, di uno stesso paese; il costume del padre si comunica al figlio, e si perpetua;
          il figlio pure inventa qualche parola ec. ec. e parimente la partecipa; le figlie le
          portano nelle famiglie in cui entrano; e la lingua umana si va tuttogiorno diversificando
          e cangiando faccia; e ciascuna famiglia viene a differire alquanto dalle altre nella
          significazione de’ suoi pensieri. (o parlata o anche scritta). (21. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1758"/> Alla p. 1723. Il caso della persona che ho detto, era poi
          similissimo a quello insomma di tutte le persone non assuefatte alla musica, e massime
          delle persone rozze, e del volgo. E derivava non solo da poca delicatezza naturale di
          orecchio o di organi interiori, ma da poca assuefazione dei medesimi, e dal non essersi
          conformati mediante l’esercizio, in modo che quello che naturalmente non è piacevole, o
          poco, lo divenisse in virtù della disposizione acquisita. Quella persona e il volgo, non
          amano che i suoni forti ec. come tutte le persone e popoli rozzi ec. non amano che i
          colori vivi, e non trovano alcun piacere nei delicati e dolci, che ad essi paiono
          smorfiosi e svenevoli e da riderne. V. la p. 1668. capoverso 1. I piaceri in grandissima
          parte non sono piaceri, se non in quanto noi ci siamo fatti delle ragioni e delle
          abitudini, perchè lo sieno. (21. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Applicate il sopraddetto ai piaceri <pb ed="aut" n="1759"/> che recano le altre arti
          belle, e i vari generi di letteratura ec. piaceri de’ quali il volgo non è suscettibile,
          se non nel più grosso ec. Ed alle forme umane delicate che non piacciono al volgo, e ad
          altri tali generi e fonti e ragioni di bellezze perfettamente ignote alla moltitudine.
          (21. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La più grande scienza musicale è inutile per dilettare col canto senza una buona voce.
          Questa può supplire al difetto o scarsezza di quella, ma non già viceversa. Qual è dunque
          la principale sorgente del piacer musicale? Si suol dire che i bravi compositori di musica
          non sanno cantare, perchè non sovente si combina la disposizione naturale e acquisita
          degli organi intellettuali con quella degli organi materiali della voce. E così il più
          perfetto conoscitore e fabbricatore di armonia e di melodia pel canto, saprebbe bene
          eseguire l’armonia e la melodia, ma non perciò recare alcun diletto musicale.</p>
        <p>Sogliono molto lodarsi le voci che <pb ed="aut" n="1760"/>
          <emph>si accostano</emph>, e questo è uno de’ principali anzi necessari pregi di un vero
          buon cantore. Or questa proprietà che non si sa nemmeno esprimere, nè in che cosa
          consista, è tutta propria della sola voce, e indipendente affatto dall’armonia, le cui
          qualità si sanno bene e matematicamente definire ed esprimere e distinguere. Essa non
          appartiene dunque al bello, non più di un color dolce che si confa e piace all’occhio per
          se stesso; o di un sapore, o di un odore ec. Alle volte detta proprietà consiste
          nell’affettuoso, nel tenero, nell’espressivo ec. Cosa pure indipendente dal bello, e
          appartenente all’imitazione, ec. ovvero alla passione, all’affetto al sentimento che è
          piacevole senza essere perciò bello. (21. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Quanto più io gli dava di sprone</emph>
          </quote> (dice il Rocca di un mulo spagnuolo ch’egli fu obbligato a cavalcare una volta in
          Ispagna), <quote>
            <emph>tanto più raddoppiava i calci; io lo batteva, lo ingiuriava, ma le mie minacce in
              francese non facevano che irritarlo. Io non sapeva il suo nome, ed ignorava ancora in
              quel tempo che ogni mulo in Ispagna <pb ed="aut" n="1761"/> avesse un nome
              particolare, e che per farlo andare fosse necessario dirgli nella propria
            lingua</emph>: <emph rend="sc">via, mulo, via su, capitano, via,
          aragonese</emph>,</quote> ec. <bibl>
            <title>Memorie intorno alla Guerra de’ Francesi in Ispagna</title> del Sig. <author>di
              Rocca</author>. Parte 1. Milano. Pirotta. presso A. F. Stella. 1816. p. 55</bibl>. V.
          ancora alcune importanti notizie sui costumi e la società dei cavalli selvaggi ec.
            <bibl>p. 134-37. <emph>Parte II</emph>
          </bibl>.</p>
        <p>Dunque, (e queste osservazioni si potrebbero moltiplicare e variare in infinito) anche
          fra gli animali i diversi individui di una medesima specie sono suscettibili di
          diversissime assuefazioni, come lo sono gli stessi individui di variare assuefazione, il
          tutto secondo le circostanze. Qual è dunque la nostra superiorità sugli animali fuorchè un
          maggior grado di assuefabilità e conformabilità, come fra le diverse specie di animali
          altre hanno queste qualità in maggiore altre in minor grado; alcune, come le scimie, poco
          meno dell’uomo? Dimostrato che tutte le <pb ed="aut" n="1762"/> facoltà umane ec. ec. ec.
          non sono altro che assuefazione, è dimostrato che la natura dell’animo umano, come quella
          del corpo, è la stessa che quella dell’animo dei bruti. Solamente varia nella specie,
          ovvero nel grado delle qualità, come pur variano in questo i diversi animi delle diverse
          specie di bruti. Il bruto è più tenace e servo dell’assuefazione. Ciò viene appunto da
          minore assuefabilità della nostra, perchè questa, quanto è maggiore per natura, e resa
          maggiore per esercizio, tanto più rende facile il cangiare, deporre, variare, modificare
          assuefazione, come ho spiegato altrove. Gli animali sono tanto più servi dell’assuefazione
          quanto meno sono assuefabili proporzionatamente alla natura diversa delle specie e
          degl’individui; vale a dire quanto minor talento hanno, cioè disposizione ad assuefarsi.
          V. p. 1770. capoverso 2. Quindi il mulo difficilissimo ad assuefarsi, è tenacissimo
          dell’assuefazione e suo schiavo. Egli è un animale stupido. Gli animali stupidi sono servi
          dell’assuefazione più de’ vivaci ec. ec. Paragonate su queste teorie l’asino al cavallo,
          la pecora <pb ed="aut" n="1763"/> al cane ec. ec. gli animali indocili (cioè poco
          assuefabili, e però tenacissimi dell’assuefazione o contratta da loro, o comunicata loro)
          ai docili ec. ec. (21. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Qualunque assuefazione o abito, non è altro che un’imitazione, in questo modo, che l’atto
          presente, imita l’atto o gli atti passati. Ciò tanto nell’uomo, quanto negli animali:
          tanto nelle assuefazioni che si contraggono da se e spontaneamente, e senza volontà
          determinata, attenzione ec. quanto in quelle che ci vengono comunicate, insegnate, ec. ec.
          o per forza, o per amore, o per istudio, e con attenzione e volontà di assuefarsi ec. ec.
          ec. Il cavallo che accelera il passo o si mette in moto ad una certa voce, imita quello
          che fece altre volte, e quello che l’uomo da principio lo costrinse a fare, nel mentre che
          gli fece udir quella voce. Così e non altrimenti, l’uomo apprende, impara, ed acquista sì
          le facoltà e discipline intellettuali, che le abilità, e le facoltà materiali o miste. Qui
          pure, la natura dell’animo umano è quella stessa del bruto. (21. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1764"/> Il cavallo, il cane avvezzo a ubbidire a una certa voce, a
          riconoscere il padrone a un certo fiuto ec. si svezza tuttogiorno e brevemente da questo,
          si avvezza a nuove voci, nuovi fiuti, nuove maniere di comandarlo, ec. in un nuovo
          padrone. Si avvezza ed impara una nuova casa ec. ec. Altre specie, o individui meno
          assuefabili sia per natura, sia per esercizio, si svezzano più difficilmente, come e
          perchè più difficilmente si avvezzano. Non accade lo stesso nell’uomo proporzionatamente e
          negl’individui umani? (21. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La memoria per potersi ricordare ha bisogno che l’oggetto della ricordanza sia in qualche
          maniera determinato. Dell’indeterminato ella non si ricorda se non difficilissimamente e
          per poco, o solo se ne ricorda rispetto a quella parte ch’esso può avere di determinato.
          Chi vuol ricordarsi di qualunque cosa bisogna che ne determini in qualche modo l’idea
          nella sua mente; e questo è ciò che facciamo tutto giorno senza pensarvi. Le parole
          determinano, i versi determinano. Or questa è appunto la <pb ed="aut" n="1765"/> proprietà
          della materia: l’avere i suoi confini certi e conosciuti, e il non mancar mai di termini
          per ogni verso, e di circoscrizione. Tutto il secreto per aiutar la memoria, si riduce a
          materializzare le cose o le idee quanto più si possa: e quanto più vi si riesce, tanto
          meglio la memoria si ricorda. Bensì il progresso dell’assuefazione cioè della facoltà
          della memoria fa ch’ella possa sempre più facilmente ricordarsi di cose sempre meno
          materiali di quelle delle quali le era possibile il ricordarsi da bambino e da fanciullo.
          (22. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Io ho per fermo che il bambino appena nato, o certo nel primo tempo che succede al pieno
          sviluppo de’ suoi organi nell’utero della madre, non si ricordi dell’istante precedente.
          Quest’è un’opinione che mi par dimostrata dal vedere come la facoltà della memoria vada
          sempre crescendo a forza di assuefazione, onde il fanciullo si ricorda più del bambino, il
          giovane più del fanciullo (del quale spesso ci maravigliamo se mostra <pb ed="aut"
            n="1766"/> memoria di qualche cosa alquanto lontana, di cui però ci sovveniamo senza
          pena, e consideriamo come uno sforzo e una felicità di memoria in loro, quello che ci pare
          ordinarissimo in un grande e in noi stessi) e così di mano in mano finch’ella viene a
          declinare colla declinazione della macchina umana. Io dunque penso che nel bambino
          perfettamente organizzato, non esista assolutamente memoria, prima dell’assuefazione de’
          sensi, e dell’esperienze ec. (22. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che anche il filosofo può essere originale come il poeta, e distinguersi
          dagli altri nel diverso modo di trattare le stessissime verità. Aggiungo ora che non solo
          a’ diversi individui, ma ad un medesimo individuo che soglia pensare, le stessissime
          verità si presentano in vari tempi sotto sì diversi aspetti (dico le stesse verità, e non
          le stesse cose, dalle quali diversamente vedute si tirano diverse e contrarie
          proposizioni) che egli stesso se non ha più che buona memoria e penetrazione e attenzione,
            <pb ed="aut" n="1767"/> appena le riconosce per quelle verità che ha già vedute (o anche
          scoperte) e considerate ec. Così che il filosofo (siccome il poeta) può in una stessa
          verità diversificarsi ed essere originale, non che rispetto agli altri, anche a se stesso.
          (22. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La forza e la facilità e varietà dell’assuefazione sì nell’individuo, che nel genere
          umano, cresce sempre in proporzione ch’ella è cresciuta, appunto come il moto de’ gravi.
          Ecco tutto il progresso e dell’individuo e dello spirito umano. Questo pensiero è
          importantissimo, e in matematica o fisica non si può trovare più giusta immagine di detti
          progressi, che il moto accelerato. (22. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1583. Ho detto: tutti vedono, ma pochi osservano. Aggiungo, che basta talvolta
          annunziare una verità anche novissima, perchè tutti quelli che hanno intendimento (escludo
          i pregiudizi ec. ec. ec.) la riconoscano o certo la possano riconoscere subito, prima
          della dimostrazione. Questo ci accade le mille volte leggendo o ascoltando. Appena quella
          verità <pb ed="aut" n="1768"/> è trovata, tutti la conoscono, e pur nessuno la conosceva.
          Ed accade allo spirito umano, o all’individuo ordinariamente, che al primo accennarglisi
          una cosa ch’egli avea sotto gli occhi, ei la vede, e pur prima non la vedeva, cioè la
          vedeva, ma non l’osservava, ed era come non la vedesse. Questo è l’ordinario progresso de’
          nostri lumi in tutto ciò che non appartiene alle scienze materiali, e bene spesso anche in
          queste. (22. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho lodato l’Italia appetto alla Francia perchè non ha rinunziato alla sua lingua antica,
          ed ha voluto ch’ella fosse composta di cinque secoli, in vece di un solo. Ma la biasimerei
          sommamente se per conservare l’antica intendesse di rinunziare alla moderna, mentre se
          l’antica è utile, questa è necessaria; e molto più se in luogo di compor la sua lingua di
          5 secoli, la componesse come i francesi di un solo, ma non di quello che parla (il che
          alla fine è comportabile), bensì di quello che <pb ed="aut" n="1769"/> parlò quattro
          secoli fa: ovvero anche se la volesse comporre de’ soli secoli passati, escludendo questo,
          il quale finalmente è l’unico che per essenza delle cose non si possa escludere. Certo è
          lodevole che non si sradichi la pianta, conservando i germogli, e trapiantandoli, ma
          perchè s’ha da conservare il solo tronco spogliandolo de’ germogli, delle foglie, de’
          rami; anzi la sola radice tagliando il tronco, e guardando bene che non torni a crescere,
          e che le radici se ne stieno senza produr nulla? E sarebbe ben ridicolo che conservando
          sulla nostra favella l’autorità agli antichi che più non parlano, la si volesse levare a
          noi che parliamo: e sarebbe questa la prima volta che le cose de’ vivi fossero proprietà
          intera de’ morti. Sarebbe veramente assurdo che mentre una parola o frase superflua
          nuovamente trovata in uno scrittore antico, si può sempre incontrastabilmente usare quanto
          alla purità, una parola o frase utile o necessaria, e che del resto abbia tutti i numeri,
          nuovamente introdotta da un moderno, non si possa usare senza impurità. Anzi quanto più la
          nostra lingua è diligente nel non voler perdere (cosa ottima), tanto più per necessaria
          conseguenza, dev’essere industriosa nel guadagnare, per non somigliarsi al pazzo avaro che
          per amor del danaio non mette a frutto il danajo, ma <pb ed="aut" n="1770"/> si contenta
          di non perderlo, e guardarlo senza pericoli. (22. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove dei moti vivi ec. ec. delle persone naturali. Aggiungete il tuono di
          voce, aggiungete la inclinazione a’ colori, a’ suoni forti ec. ec. delle quali cose ho
          parlato separatamente in altri pensieri. (22. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1762. marg. È notabile che la fisonomia di questi tali animali poco e
          difficilmente assuefabili, presenta visibili indizi di stupidità, ed un’aria simile alla
          fisonomia delle persone di poco talento o poco esercitato. Egli è certo che v’ha somma
          corrispondenza fra l’esterno e l’interno, fra la fisonomia e l’ingegno e le qualità
          naturali o abituali. Quindi è certo che tali animali hanno in effetto, se così posso dire,
          poco talento, e perciò poca assuefabilità (la quale si vede), ch’è tutt’uno col talento.</p>
        <p>Alcuni di essi (o sieno individui o specie) possono anche avere tutta quella <pb ed="aut"
            n="1771"/> vivacità, mobilità ec. che anche negli uomini (e molto più nelle diverse
          specie di animali, le cui qualità possono ben diversamente combinarsi che non fanno
          nell’uomo) non hanno a fare col talento, e neppure con notabile immaginazione, anzi
          talvolta (come ne’ fanciulli) sono effetto e segno (o forse anche cagione) della mancanza
          di queste doti. (22. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gli antichi da proposizioni e premesse che conoscevano nè più nè meno quanto noi,
          deducevano conseguenze contrarissime a quelle che noi ne tiriamo. Ciò mostra ch’essi non
          conoscevano i rapporti delle proposizioni, altrimenti non potressimo negare le loro
          conseguenze. Ma chi ci ha detto che noi li conosciamo meglio? Come lo sappiamo noi se non
          a forza di sillogismi? Giacchè qualunque affermazione o negazione ha bisogno di
          sillogismo: e ciascun sillogismo contiene tanti sillogismi quanti sono i rapporti delle
          sue proposizioni fra loro. Cioè bisogna che l’uomo si persuada sempre con un sillogismo
          (benchè tacito) che <pb ed="aut" n="1772"/> se la tal cosa è, anche la tal altra
          dev’essere. Senza questi sillogismi intermedj, nessun sillogismo vale, e siccome questi
          ordinariamente si ommettono, o non son giusti, però infiniti sillogismi son falsi, perchè
          non è vero il rapporto che noi, o non sillogizando punto, o falsamente sillogizzando,
          supponiamo fra la maggiore e la minore, fra queste e la conseguenza.</p>
        <p>Qui potrei dimostrare che ogni sillogismo, cioè ogni atto ed ogni nozione della nostra
          ragione, avendo bisogno di più altri sillogismi, e questi di più altri in infinito, si
          arriva al non poter trovare verun principio nè fondamento assoluto alla nostra ragione,
          non potendo arrivare a un primo sillogismo che non abbia bisogno di più altri. Così è
          infatti, e questa è la sostanza, la ragione, la spiegazione, e il risultato del mio
          sistema, e qui (benchè non sembri) consiste il metodo ch’io tengo per dimostrarlo. Nel
          modo appunto che per negare una proposizione particolare che non abbia le premesse <pb
            ed="aut" n="1773"/> false, non si può nè si fa mai altro che distruggere i sillogismi
          intermedi del sillogismo su cui ella si fonda.</p>
        <p>Ma io mi contenterò di dire. Se il sillogismo inganna, e la nostra ragione non è altro
          affatto che sillogismo, che cosa è ella dunque? Che il sillogismo inganni, stante il
          rapporto delle proposizioni falsamente supposto, si vede nel citato esempio degli antichi,
          nella differenza delle opinioni moderne, e delle conseguenze contrarie che si tirano da
          verità identiche, ed ugualmente conosciute; e generalmente da tutti quanti gli errori
          degli uomini da Adamo in qua; giacchè tutti gli errori son conseguenze dedotte da
          altrettanti sillogismi, e quando anche le premesse stesse di quel tale sillogismo sieno
          false, esse sono dedotte da altri sillogismi, e così si rimonta a proposizioni delle quali
          tutti gli uomini e tutta la ragione umana naturalmente conviene; e le quali non han
          prodotto i detti errori se non a forza di rapporti falsamente supposti. <pb ed="aut"
            n="1774"/> Ma fra tutti gl’immaginabili errori di qualsivoglia popolo, tempo, individuo,
          è grandissimo il numero di quelli che si fondano immediatamente su di un sillogismo dove
          non c’è altro di falso che la conseguenza, e quindi il supposto rapporto delle tre
          proposizioni fra loro, o delle due premesse, o dell’una di loro colla conseguenza. Tali
          sono specialmente gli errori primitivi, semplici, fanciulleschi, e più vicini ai primi e
          puri ed <foreign lang="grc">ἄκρατοι</foreign> principii del ragionamento. E fra tanto essi
          sono de’ più ridicoli e grandi, per la somma e chiara falsità de’ rapporti. (22. Sett.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Grazia dallo straordinario. I militari sogliono piacere singolarmente alle donne,
          ancorchè talvolta resi imperfetti da qualche disgrazia della guerra: anzi allora forse più
          che mai. Ho udito di un Generale tedesco vivente, al quale manca deformemente un occhio,
          onde porta la testa fasciata, il quale ha una straordinaria fortuna colle donne. (23.
          Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È molto facile lo scherzare sulle cose straordinarie, sui difetti del corpo ec. La
          difficoltà consiste nel saper muovere a riso sulle cose ordinarie. Il perchè lo troverai
          presto se ci penserai, e potrai riferirlo agli altri tuoi pensieri analoghi. (23. Sett.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1775"/> Consideriamo la gran quantità delle persone imperfette o nella
          forma o nelle facoltà del corpo, sia dalla nascita sia per infermità naturali sofferte
          nell’infanzia o nella fanciullezza, prima insomma del perfetto ed intero sviluppo della
          macchina, e della maturità del corpo. Paragoniamo questo numero di persone imperfette
          nella loro maturità naturale, a quello degl’individui imperfetti in qualsivoglia specie di
          animali, avuta ragione della rispettiva <emph>numerosità</emph> di ciascuna specie, e lo
          troveremo strabocchevolmente maggiore. Che vuol dir ciò, se non che l’uomo è corrotto, e
          che il suo stato presente non è quello che gli conviene? Così per certo giudicheremmo e
          giudichiamo ogni qual volta ci vien fatta qualche simile osservazione intorno a qualunque
          specie o genere di enti naturali appartenente a qualsivoglia de’ tre regni. Solamente a
          riguardo dell’uomo siamo ben lungi dal pronunziare un tale o simile giudizio; perchè
          l’uomo <pb ed="aut" n="1776"/> secondo noi, non ha che far colla natura, e le sue
          imperfezioni derivano non già dall’essersi egli allontanato, ma dal non essersi abbastanza
          ancora allontanato dalla natura.</p>
        <p>Aggiungo che la sproporzione fra gl’imperfetti della razza umana e delle razze animali,
          si troverà molto maggiore se si considereranno le razze selvatiche ec. piuttosto che le
          domestiche. Sebbene ella si troverà grande anche rispetto a queste, perchè queste,
          malgrado le nostre benefiche cure, sono e saranno assai meno lontane di noi dalla natura.
          Somma sproporzione si troverà pure fra il numero degl’imperfetti nelle razze umane civili,
          e quello de’ medesimi nelle razze selvagge, montanare, campestri, laboriose ec. e così
          scendendo di mano <add resp="ed">in mano</add> in proporzione della maggiore o minor
          civiltà o corruzione delle diverse classi e popoli. (23. Sett. 1821.). V. p. 1805. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove: non si può fare, quello che troppo si vuol fare. Perciò giornalmente si
          osserva che una cosa sfugge alla memoria nel punto ch’ella si vuol ricordare, <pb ed="aut"
            n="1777"/> e se le offre spontaneamente quando non ce ne curiamo. Infatti ogni volta che
          con soverchia contenzione di mente ci mettiamo per richiamarci una ricordanza la più
          presente, e che ci sovverrà forse poco dopo, possiamo esser sicuri di non ritrovarla,
          finchè non abbiamo cessato di cercarla. Nel qual punto medesimo bene spesso ella ci
          sovviene. Così noi ci ricordiamo sempre di quel che ci siamo prefisso o che abbiamo
          desiderato di dimenticare, e ce ne ricordiamo nel tempo che appunto non volevamo.</p>
        <p>Queste osservazioni provano ancora l’altro mio pensiero che il troppo è padre del nulla.
          (23. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che ci desta una folla di rimembranze dove il pensiero si confonda, è sempre
          piacevole. Ciò fanno le immagini de’ poeti, le parole dette poetiche ec. fra le quali
          cose, è notabile che le immagini della vita domestica nella poesia, ne’ romanzi, pitture
          ec. ec. ec. riescono sempre piacevolissime, gratissime amenissime elegantissime e danno
          qualche bellezza, e ci riconciliano talvolta alle più sciocche composizioni, ed agli
          scrittori i più incapaci di ben presentarle. Così quelle della vita rustica <pb ed="aut"
            n="1778"/> ec. il cui grand’effetto deriva in gran parte dalla folla delle rimembranze o
          delle idee che producono, perocch’elle son cose comuni, a tutti note, ed appartenenti.</p>
        <p>Quindi si veda con quanto giudizio i bravi tedeschi, inglesi, romantici (ed anche
          francesi moderni) scelgano di preferenza le similitudini, gli argomenti, i costumi ec.
          dell’Oriente, dell’America ec. ec. per le immagini ec. della loro poesia. Il che esclude
          affatto la rimembranza. E quindi si veda quanto importi al poeta il trattare argomenti
          nazionali, e il servirsi di quella natura e di quell’esistenza che circonda i suoi
          uditori, in tutti gli usi della poesia, del romanzo ec. (23. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1754. L’uomo di gran talento si riconosce sempre e subito in qualunque occasione,
          da chiunque è capace di riconoscere. È impossibile ch’egli sia mai trovato assolutamente
          incapace e inetto in nessuna cosa. Per nuova ch’ella gli sia egli sarà sempre
          proporzionatamente superiore <pb ed="aut" n="1779"/> alle persone di piccolo talento, che
          però vi sono avvezze. ec. (23. Sett. 1821.). Il gran talento <emph>s’impratichisce</emph>
          anche ben presto di qualunque cosa, purchè sia esercitato, ed avvezzo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Un certo torpore dell’animo e del corpo che è cagionato talvolta dall’avvicinamento del
          sonno, è piacevolissimo. Il sonno stesso non è piacevole se non in quanto è torpore,
          dimenticanza, riposo dai desiderii, dai timori, dalle speranze, e dalle passioni d’ogni
          sorta. Le lodi che dà Orazio all’ubbriachezza versano per lo più sulla dimenticanza, e
          quindi sul torpore ch’ella cagiona. Per causa della dimenticanza è pur piacevole
          un’allegria viva, dove l’anima rinunzia come a se stessa, e intorpidisce affatto per una
          parte, mentre si ravviva per l’altra. La dimenticanza insomma e la quiete totale delle
          passioni è sempre piacevole, da qualunque cagione prodotta, siccome per lo contrario è
          piacevole la vita delle passioni. (24. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Noi diciamo <emph>agevole</emph> ec. i francesi <foreign lang="fre" rend="italic"
          >aisé</foreign>, la qual parola è manifestamente corrotta, e deriva da un’altra a cui la
          nostra s’avvicina molto più; cioè <foreign lang="lat" rend="italic">agibilis, quod agi <pb
              ed="aut" n="1780"/> potest</foreign>, siccome <foreign lang="lat" rend="italic"
            >facilis, quod fieri potest</foreign>, onde viene a dir quasi lo stesso, come infatti
            <emph>agevole</emph> è sinonimo di <emph>facile</emph>. Si vede dunque che questa parola
            <foreign lang="lat" rend="italic">agibilis</foreign> in senso di <emph>facile</emph>
          apparteneva al volgare latino, dal quale rimase in due diverse lingue che ne derivarono.
          Giacchè il latino barbaro de’ bassi tempi era diversissimo non solo nelle diverse nazioni,
          ma quasi in ciascuna provincia, scrittore ec. Ed <foreign lang="fre" rend="italic"
          >aisé</foreign> deriva da <foreign lang="lat" rend="italic">agibilis</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">agevole</foreign>, come poi da <foreign lang="fre"
            rend="italic">aise</foreign> ec. derivò il nostro <emph>agio agiato agiatamente
          adagio</emph> ec. Tutte corruzioni moderne della radice ago. V. Forcellini e Ducange. (24.
          Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una sorgente di piacere nella musica indipendente dall’armonia per se stessa,
          dall’espressione, dal suono ancora o dalla natura del canto in quanto voce, ec. ec. sono
          gli ornamenti, la speditezza, la volubilità, la sveltezza, la rapida successione,
          gradazione, e variazione dei suoni, o de’ tuoni della voce, cose le quali piacciono per la
          difficoltà, per la prontezza, (ho detto altrove, cioè p. 1725. capoverso 2. perchè <pb
            ed="aut" n="1781"/> questa sia piacevole) per lo straordinario ec. tutto indipendente
          dal bello. Senza la vivace mobilità e <emph>varietà</emph> de’ suoni sia in ordine alla
          armonia, sia alla melodia, la musica produrrebbe e produce un effetto ben diverso.
          Un’armonia o melodia semplicissima, per bella ch’ella fosse annoierebbe ben tosto, e non
          produrrebbe quella svariata moltiplice, rapida, e rapidamente mutabile sensazione, che la
          musica produce, e che l’animo non arriva ad abbracciare. ec. Viceversa queste difficoltà,
          questi ornamenti, queste agilità, se mancano di espressione ec. ec. non sono piacevoli che
          agl’intendenti. La musica degli antichi era certo assai semplice, e non è dubbio ch’ella
          non producesse ben diverso effetto dalla nostra. Osserviamo bene, quando ascoltiamo una
          musica che ci colpisce, e vedremo quanta parte del suo effetto provenga dall’agilità ec.
          de’ tuoni, de’ passaggi, ec. indipendentemente dall’armonia o melodia in quanto armonia o
          melodia.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1782"/> La musica anche la meno espressiva, anche la più semplice ec.
          produce a prima giunta nell’animo un ricreamento, l’innalza, o l’intenerisce ec. secondo
          le disposizioni relative o dell’animo o della musica, immerge l’ascoltante in un abisso
          confuso di innumerabili e indefinite sensazioni, lo spinge a piangere quando anche il
          compositore abbia voluto farlo ridere, gli desta idee e sentimenti affatto arbitrarii e
          indipendenti dalla qualità di quella tal musica e dall’intenzione del compositore o
          dell’esecutore. Guardiamoci bene dal confondere il piacevole col bello. Tutto ciò non è
          che piacere. E questo deriva sì dalla moltiplicità delle dette sensazioni indefinite ec.
          sì dall’inclinazione, dal legame che la natura arbitrariamente ha posto fra le sensazioni
          del suono o canto e l’immaginazione, dalla facoltà che ha dato loro di <foreign lang="lat"
            rend="italic">afficere</foreign> piacevolmente l’orecchio, (come a’ sapori il palato)
          ovvero l’animo, <pb ed="aut" n="1783"/> e di eccitare in chi più, in chi meno, in chi
          nulla, quando più, quando meno, quando nulla, l’immaginazione, ec. come l’ha data, sebbene
          in minor grado, agli odori, che nessuno chiama belli, ma piacevoli.</p>
        <p>Quelli che (come si dice) non hanno orecchio, non sono persone incapaci di distinguere
          l’armonico dal disarmonico ec. (questo farebbe contro voi altri), ma persone a quali
          l’orecchio è poco suscettibile, e quindi l’animo poco disposto ad esser mosso o affetto
          da’ suoni e voci del canto, siccome coloro che hanno poco odorato, poco gusto ec. Il loro
          giudizio non pecca sul piacevole o non piacevole di un odore o di un cibo, e quindi non è
          falso, ma bensì il loro organo pecca d’insuscettibilità. Questa osservazione dimostra come
          l’essenziale piacere della musica derivi dal suono e canto propriamente considerato, e
          indipendente dall’armonia, la quale mediante l’assuefazione (o secondo voi, <pb ed="aut"
            n="1784"/> mediante un senso universale ed innato) tutti sono capaci presto o tardi di
          distinguere esattamente da quella che si considera da’ suoi compagni come disarmonia. Ed è
          certo che l’uomo di peggiore orecchio, arriva benissimo a questo effetto, mediante lo
          studio, e può anche divenir sommo compositore o esecutore, nè perciò migliora l’orecchio
          suo; segno che il senso e l’effetto della musica si divide in due, l’uno derivante
          dall’armonia, l’altro dal puro suono. Ma perchè questo è il principale, però l’uomo il più
          intendente dell’armonia sì musicale che qualunque, se ha cattivo, cioè non suscettibile,
          orecchio, non può essere se non mediocremente dilettato dalla musica.</p>
        <p>Di questi due effetti della musica, l’uno cioè quello dell’armonia è ordinario per se
          stesso, cioè qual è quello di tutte le altre <emph>convenienze</emph>. L’altro, cioè del
          suono o canto per se stesso, è straordinario, deriva da particolare e innata disposizione
          della macchina umana, ma non <pb ed="aut" n="1785"/> appartiene al bello. Questa
          stessissima distinzione si dee fare nell’effetto che produce sull’uomo la beltà umana o
          femminina ec. e la teoria di questa beltà può dare e ricevere vivissimo lume dalla teoria
          della musica. L’armonia nella musica, come la convenienza nelle forme umane, produce
          realmente un vivissimo e straordinario e naturalissimo effetto, ma solo in virtù del mezzo
          per cui essa giunge a’ nostri sensi (cioè suono o canto, e forma umana), o vogliamo dire
          del soggetto in cui essa armonia e convenienza si percepisce. Tolto questo soggetto,
          l’armonia e convenienza isolata, o applicata a qualunque altro soggetto, non fa più di
          gran lunga la stessa impressione. Bensì ella è necessaria perchè quel soggetto faccia
          un’impressione assolutamente, pienamente, e durevolmente piacevole. Così si dimostra che
          quanto vi ha d’innato, naturale, e universale nell’effetto della bellezza musicale ed
          umana, non appartiene alla bellezza, ma <pb ed="aut" n="1786"/> al puro piacere, o
          all’inclinazione e natura dell’uomo che produce questo, come cento altri maggiori o minori
          piaceri, generali o individuali, che nessuno confonde col bello.</p>
        <p>Io credo ancora che molti uomini o per infermità, o per natura ec. ec. non solo non sieno
          dilettati, ma decisamente disgustati o da tutti o da alcuni de’ suoni o voci piacevoli al
          comune degli uomini. Ciò accade appunto in molte specie di animali organizzate altrimenti
          che la nostra, sebbene altre specie organizzate analogamente alla nostra, gradiscano detti
          suoni ec.</p>
        <p>Molto più credo, anzi son quasi certo di questo, rispetto alle diverse armonie, ed al
          deciso disgusto ed effetto disarmonico ch’elle producono in certi uomini e in certe specie
          di animali. (24. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Più l’uomo è avvezzo a imparare (cioè assuefarsi), più facilmente impara. Or lo stesso
          accade ne’ bruti. Un animale domestico ec. ec. contrae più facilmente e presto di un
          salvatico della stessa specie, un’assuefazione egualmente nuova per ambedue. <pb ed="aut"
            n="1787"/> (24. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Taluno mi raccontava che essendo solito a recar da mangiare ad alcuni pulcini, questi gli
          si affollavano intorno appena lo scoprivano. Ma un giorno avendo solamente fatto segno di
          volerne prendere <emph>uno</emph>, dopo quella <emph>sola</emph> volta, <emph>tutti</emph>
          lo fuggivano appena comparso. Egli se ne maravigliava, ma questo effetto mi par
          giornaliero, e son certo che que’ pulcini incominciarono a venirgli attorno fin dalla 2.da
          volta ch’egli portò loro a mangiare. Assuefazione e dissuefazione negli animali. (24.
          Sett. 1821.). V. p. 1806. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Egli notava ancora che quell’<emph>uno</emph> in quell’atto non era stato veduto dagli
          altri. Linguaggio di società fra gli animali. (24. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Chi vuole o dee fare un mestiere al mondo, se vuol trarne alcun frutto, non può scegliere
          se non quello dell’impostore, in qualunque genere. La letteratura è stato sempre il più
          sterile di tutti i mestieri. Il <pb ed="aut" n="1788"/> vero letterato (se non mescola
          alla verità l’impostura) non guadagna mai nulla. Eppur l’impostore arriva a render fecondo
          anche questo campo infruttifero, e uno de’ maggior miracoli dell’impostura si è di render
          fruttuosa la letteratura. L’impostura è una condizione necessaria per tutti i mestieri o
          veri o falsi. Se le lettere e la dottrina frutta mai nulla, ciò è all’impostore, e in
          virtù non della verità (quando anche vi sia mescolata), ma dell’impostura. (25. Sett.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gl’illetterati che leggono qualche celebrato autore, non ne provano diletto, non solo
          perchè mancano delle qualità necessarie a gustar quel piacere ch’essi possono dare, ma
          anche perchè si aspettano un piacere impossibile, una bellezza, un’altezza di perfezione
          di cui le cose umane sono incapaci. Non trovando questo, disprezzano l’autore, si ridono
          della sua fama, e lo considerano come un uomo ordinario, persuadendosi di aver fatto essi
          questa scoperta per la prima volta. Così accadeva a me nella prima giovanezza <pb ed="aut"
            n="1789"/> leggendo Virgilio, Omero ec. (25. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le parole <emph>lontano, antico</emph>, e simili sono poeticissime e piacevoli, perchè
          destano idee vaste, e indefinite, e non determinabili e confuse. Così in quella divina
          stanza dell’Ariosto (I. 65.)</p>
        <quote rend="block">
          <lg type="stanza">
            <l>Quale stordito e stupido aratore,</l>
            <l>Poi ch’è passato il fulmine, si leva</l>
            <l>Di là dove l’altissimo fragore</l>
            <l>Presso a gli uccisi buoi steso l’aveva,</l>
            <l>Che mira senza fronde e senza onore</l>
            <l>Il pin che <emph>di lontan</emph> veder <emph>soleva</emph>;</l>
            <l>Tal si levò il Pagano a piè rimaso,</l>
            <l>Angelica presente al duro caso.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p>Dove l’effetto delle parole <emph>di lontano</emph> si unisce a quello del
          <emph>soleva</emph>, parola di significato egualmente vasto per la copia delle rimembranze
          che contiene. Togliete queste due parole ed idee; l’effetto di quel verso si perde, e si
          scema se togliete l’una delle due. (25. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Sugl’inconvenienti accidentali nel sistema della natura v. Dutens par.4. c. 5.
          par.325-26. <pb ed="aut" n="1790"/> Questa materia si può insomma riportare alla famosa
          quistione dell’origine o principio del male. (25. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nel <quote>
            <emph>tentativo di una transazione tra gli antichi e i moderni</emph>
          </quote> aggiunto per terzo tomo dal traduttore Napoletano all’opera del <bibl>
            <author>Dutens</author>, <title>Origine delle scoperte attrib. a’ moderni</title>, cap.
            ult. par.2.</bibl> v. due bei passi di S. Tommaso ne’ quali viene ad affermare la
          perfezione di tutto ciò che è, non rispetto ad alcuna ragione <emph>antecedente</emph>, ma
          perciò solo che è così fatto; e la possibilità di altri ordini di cose, diversissimi di
          perfezione, e infiniti di numero. (25. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Niente più sciocco che il considerare l’idea dello spirito come essenzialmente
          inseparabile da quella di ente semplice, e il confondere l’idea astratta della
          composizione con quella della materia. Quasi che le sostanze componenti non potessero
          esser che materiali, e non ci potesse essere una sostanza composta ma immateriale, perchè
          composta di sostanze immateriali. Il che è tanto <pb ed="aut" n="1791"/> possibile e
          facile nè più nè meno quanto che esistano sostanze materiali composte. Se possono esistere
          sostanze immateriali, possono anche esistere sostanze composte di sostanze immateriali, e
          benchè composte non saranno mai altro che immateriali. Quindi trovata l’idea dello
          spirito, non si è fatto altro che trovare una cosa di cui nulla possiamo negare o
          affermare, non già l’idea astratta dell’ente semplice. Lo spirito potrà dividersi
          all’infinito come la materia, e dopo giunti allo spirito, dovremo tanto penare per
          raggiungere l’ente semplice o la sua idea, quanto dopo la cognizione della materia.</p>
        <p>Così dico dell’idea delle parti. (25. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si può dire (ma è quistione di nomi) che il mio sistema non distrugge l’assoluto, ma lo
          moltiplica; cioè distrugge ciò che si ha per assoluto, e rende assoluto ciò che si chiama
          relativo. Distrugge l’idea astratta ed <emph>antecedente</emph> del bene e del male, del
          vero e del falso, del perfetto <pb ed="aut" n="1792"/> e imperfetto indipendente da tutto
          ciò che è; ma rende tutti gli esseri possibili assolutamente perfetti, cioè perfetti per
          se, aventi la ragione della loro perfezione in se stessi, e in questo, ch’essi esistono
          così, e sono così fatti; perfezione indipendente da qualunque ragione o necessità
          estrinseca, e da qualunque preesistenza. Così tutte le perfezioni relative diventano
          assolute, e gli assoluti in luogo di svanire, si moltiplicano, e in modo ch’essi ponno
          essere e diversi e contrari fra loro; laddove finora si è supposta impossibile la
          contrarietà in tutto ciò che assolutamente si negava o affermava, che si stimava
          assolutamente e indipendentemente buono o cattivo; restringendo la contrarietà, e la
          possibilità sua, a’ soli relativi, e loro idee. (25. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La filosofia sarebbe capace di dare all’animo quel torpore e quella possibile noncuranza
          che ho detto esser piacevole. Ma come questa benchè assopisca la speranza, nondimeno in
          fondo la contiene, anzi talvolta l’accresce, mediante lo stesso non curarsi di nulla, e la
          stessa disperazione, <pb ed="aut" n="1793"/> così la filosofia che per se stessa spegne
          del tutto la speranza, non può cagionare all’animo uno stato piacevole, se non essendo una
          mezza filosofia, ed imperfetta, (qual ella è ordinariamente), o quando anche sia perfetta
          nell’intelletto, non avendo influenza sull’ultimo fondo dell’animo, o rinunziandoci
          avvedutamente essa stessa. (26. Sett. 1821.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che ho detto altrove della bellezza o bruttezza il cui giudizio bene spesso si
          muta, vedendo una persona conosciuta e non riconoscendola, si può estendere non solo ad
          altri generi di bello e brutto, ma eziandio ad altre qualità degli oggetti, (umani o no) e
          fino alla statura (quantunque l’idea di questa paia immutabile) della quale ancora, nelle
          persone conosciute, ci formiamo una certa idea abituale, le cui proporzioni comparative
          bene spesso si mutano, e crescono o scemano, se per caso vediamo quelle stesse persone
          senza riconoscerle, ancorchè le vediamo isolate, <pb ed="aut" n="1794"/> e fuori della
          comparazione d’altre stature, la quale cambia assai spesso l’idea delle proporzioni ec.
          (26. Sett. 1821.). V. p. 1801.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐγὼ μέντοι</foreign>, (io però) <foreign lang="grc">καίπερ ὑπερχαίρω
              ὅταν ἐχθρὸν τιμωρῶμαι, πολὺ μᾶλλον μοι δοκῶ ἥδεσθαι ὅταν τι τοῖς φίλοις ἀγαθὸν
              ἐξευρίσκω</foreign>
          </quote>. Parole di Agesilao (modello di virtù, secondo Senofonte, dovunque egli ne parla)
          a Coti re de’ Paflagoni, messegli in bocca da Senofonte, l’uno de’ primi maestri di morale
          a’ suoi tempi. (<bibl>
            <foreign lang="grc">Ἑλληνικῶν ἰστοριῶν β. δ'. κ. α'</foreign> par. <foreign lang="grc"
              >ε'.</foreign>
          </bibl>.) Oggi chi volesse dire una sentenza notabile, direbbe tutto il rovescio. Così
          cambia la morale. (26. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non solo il fanciullo non ha nessun’idea del bello umano, e ha bisogno dell’assuefazione
          per acquistarla, ma per perfezionarla, e gustare tutti i piaceri che può dar la sua vista,
          è bisogno un’assuefazione lunga, variata, particolare, e conviene anche per essa divenire
          intendenti, come per gustare il bello delle arti, o delle scritture. <pb ed="aut" n="1795"
          /> Anche per essa, vi bisogna attenzione particolare, e facoltà generale di attendere,
          contratta coll’assuefazione. Il giovane tenuto in stretta custodia, le persone ritirate,
          le monache ec. ec. distinguono certo il bello dal brutto, ma il più bello dal più brutto,
          se la cosa non è più che notabile, non lo distinguono, non lo sentono, non hanno nè un
          giudizio nè un senso fino intorno alla bellezza, insomma non se <add resp="ed">ne</add>
          intendono. Questo accade anche alle persone di gran talento, di gran sentimento, ed
          entusiasmo, se, e finchè si trovano in dette e simili circostanze, nelle quali quasi tutti
          si trovano per qualche tempo. Questo accade alle persone nutrite nella devozione,
          scrupolose ec. I loro giudizi in questi particolari sono stranissimi, e forse più strani
          rispetto al sesso diverso, che al proprio, appunto per la minore attenzione che v’hanno
          messo ec. a causa dello scrupolo. Questo accade agl’ignoranti, rozzi, ec. o sieno villani,
          o anche delle classi elevate ec. perchè non hanno l’abito nè quindi la facoltà di
          attendere ec. ec. In somma <pb ed="aut" n="1796"/> non si acquista l’idea della bellezza o
          bruttezza umana o qualunque, se non considerando ben bene come gli uomini (o qualunque
          oggetto fisico o morale) son fatti. E quindi la bellezza o bruttezza non dipende che dal
          puro modo di essere di quel tal genere di cose; il qual modo non si conosce per idea
          innata, ma per la sola esperienza, e non si conosce bene, se non vi si unisce l’attenzione
          o volontaria, o spontanea ed abituale. (26. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Sul proposito che una lingua nuova non s’impara se non per mezzo della propria, osservate
          che noi siamo soliti a misurare la regolarità o irregolarità di una lingua, tanto in
          genere, quanto in ordine a ciascuna costruzione, frase ec. dalla conformità ch’essa lingua
          ha colla lingua nostra e sue frasi ec. Onde ci sembra regolare, non ciò che lo è per
          natura, e ragione analitica, ma ciò che corrisponde esattamente alla maniera della nostra
          lingua, <pb ed="aut" n="1797"/> ed a quell’ordine di espressioni e d’idee e di segni, al
          quale siamo abituati. E così proporzionatamente fino all’irregolarità, la quale benchè sia
          regolarissima, ci pare generalmente irregolare quando discorda dall’ordine abituale della
          nostra loquela. Applicate queste osservazioni 1. al proposito dei francesi incapaci di ben
          conoscere un’altra lingua, e giudicarla; e degl’italiani, capacissimi, perchè la loro
          lingua si presta quanto è possibile fra le moderne, ad ogni maniera di favellare, 2. alla
          debolezza e moltiplicità della ragione umana, alla mancanza di tipo universale per lei,
          all’influenza che su di essa esercita l’assuefazione.</p>
        <p>Quindi è che p. e. agl’italiani dee parer la lingua più regolare del mondo, la spagnuola:
          ai moderni, e massime ai francesi, dee parere irregolarissima e figuratissima ogni lingua
          antica, e massime la latina. Agli antichi (e proporzionatamente agl’italiani) non pareva
          certo così. ec. ec. ec. <pb ed="aut" n="1798"/> (26. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Delle differenze del carattere di una stessa specie di animali, secondo i climi, <bibl>v.
              <author>Rocca</author>, <title>Guerra di Spagna</title>, Milano 1816. Parte 2. p.
          202.</bibl> (26. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dell’effetto che fa negli animali il color vivo (siccome pur ve lo fa il suono
          analogamente a quello che fa nell’uomo), v. ib. p. 203. fine e 204. fine. Anch’esso
          effetto sarà certo differente secondo i climi, e maggiore ne’ meridionali. (Così pure
          potrà dirsi de’ vari suoni). Sarà però sempre maggiore negli animali che nell’uomo, perchè
          più naturali. (26. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le parole <emph>notte notturno</emph> ec. le descrizioni della notte ec. sono
          poeticissime, perchè la notte confondendo gli oggetti, l’animo non ne concepisce che
          un’immagine vaga, indistinta, incompleta, sì di essa, che quanto ella contiene. Così
            <emph>oscurità, profondo</emph>. ec. ec. (28. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tanto è vero che l’effetto delle immagini campestri dipende in massima parte <pb ed="aut"
            n="1799"/> dalla copia delle rimembranze, che se tu descrivi p. e. un campo o raccolta
          ec. di legumi, non farai punto un effetto nè così vivo, nè così grande, nè piacevole, come
          descrivendo un campo di spighe, la messe, la vendemmia, ec. Perocchè quelle cose sono
          poco, o certo meno note, osservate, e familiari a coloro che leggono poesie ec.</p>
        <p>Ond’è che il fanciullo il quale per necessità ha poche rimembranze (ha però somma
          immaginazione) deve trovar poco dilettevoli e belle molte bellissime parti delle più
          grandi poesie. Così dico delle diverse professioni, abitudini ec. le quali diversificando
          le rimembranze secondo gl’individui, diversificano ancora l’effetto delle diverse poesie
          ec. e delle loro parti, e quindi anche il giudizio che gl’individui ne pronunziano. Forse
          un uomo di poca memoria non è molto atto a gustar poesie. Così un uomo non avvezzo ad
          attendere. Così un uomo non sensibile nè suscettibile ec. (28. Sett. 1821.). V. p.
        1804.</p>
      </div1>
      <div1 n="1800 - 2000">
        <p>
          <pb ed="aut" n="1800"/> La lingua tedesca si è veramente formata più recentemente che la
          francese. Ma perch’ella non è stata formata da nessun Accademia e da nessun Dizionario,
          perch’ella non ha quindi perduta la libertà che è primitivamente propria di tutte le
          lingue, perciò ella acquistando il moderno (come ha fatto il francese, e potrebbe far
          l’italiano), non ha perduto l’antico (come ha fatto il francese); è divenuta propria alla
          filosofia, ed è restata propria all’immaginazione; non si è impoverita nè intimidita nè
          fatta monotona, (come la francese, e la barbara italiana de’ nostri tempi); e includendo
          nelle sue facoltà il secolo presente non ha escluso i passati come la francese, nè
          includendo i passati ha escluso il presente, come l’italiana. Grand’esempio per noi, e
          conferma della possibilità di ciò ch’io propongo. (28. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il vigore o costante o effimero, produce nell’uomo un gran sentimento di se <pb ed="aut"
            n="1801"/> stesso, lo rende nella sua immaginazione superiore alle cose, agli altri
          uomini, alla stessa natura; lo fa sfidare il potere delle disgrazie, le persecuzioni, i
          pericoli, le ingiustizie ec. ec.;lo fa pieno di coraggio ec. ec. in somma l’uomo vigoroso
          si sente, si giudica padrone del mondo, e di se medesimo, e veramente uomo. (28. Sett.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1794. principio. Così dico delle prevenzioni. Bene spesso accade che tu vedendo
          p. e. un Signore, non lo giudichi di bel tratto, ma alla fine sapendo ch’egli è un
          Signore, il suo portamento ti par signorile. Se lo vedrai senza riconoscerlo, le sue
          maniere ti parranno affatto plebee. (28. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una fisonomia di donna che somigli a quella di un uomo che tu conosci (senza però aver
          nulla di virile), a quella di un vecchio (o vecchia) che tu conosci, (senza però aver
          nulla di senile) ti parrà dispiacevole per ciò solo, senza verun difetto in se stessa. E
          per <pb ed="aut" n="1802"/> quanto proccurerai di astrarre dall’idea di quella
          somiglianza, non potrai mai (senza qualche circostanza particolare) spogliartene in modo
          che quella persona ti paia tale quale pare ad altri o meno attenti ed immaginosi, o ignari
          affatto di quella somiglianza. Così dirò di un uomo rispetto alle donne ec. (28. Sett.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Anche gli organi esteriori, perduta l’assuefazione generale, divengono
          <emph>generalmente</emph> inabili, quando anche una volta fossero stati abilissimi. Io
          aveva da fanciullo una sufficiente abilità generale di mano, a causa dell’esercizio,
          lasciato il quale dopo alcuni anni, non so più far nulla con quest’organo, se non le cose
          ordinarie; ed ho quindi affatto perduta la sua abilità, tanto per quello ch’io già sapeva
          fare, quanto per qualunque nuova operazione che allora mi sarebbe riuscito facile di
          apprendere. Ecco un’immagine della natura del talento. (28. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non si sviluppa propriamente nell’uomo o nell’animale veruna facoltà. Bensì si sviluppano
          gli organi dell’uomo e dell’animale, e cogli organi, naturalmente, le loro <pb ed="aut"
            n="1803"/> naturali disposizioni o qualità, che li rendono (secondo ch’elle sono in
          maggiore o minor grado, che hanno questa o quella proprietà, che sono in maggiore o minor
          numero, che sono più o meno sviluppate, a seconda dell’età, e degli accidenti corporali
          dell’individuo) capaci di acquistare coll’assuefazione questa o quella facoltà, in
          maggiore o minor grado, numero ec. Ma l’assuefazione ha tanta forza di modificare gli
          organi (specialmente umani, più conformabili degli altri) che una sola qualità o
          disposizione di essi è suscettibile d’infinite e diversissime facoltà, e in diversissimi
          gradi; il tale individuo avrà una facoltà, che un altro della specie stessa è così lontano
          dal possedere, che appena gli parrà compatibile coll’assoluta natura della sua specie ec.
          ec. ec. (28. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una prova dell’indebolimento delle generazioni (<bibl>v. il <title>N.
            Ricoglitore</title>, quaderno 31, p. 481.</bibl>) si è il vedere come oggi gli uomini
          generalmente e segnatamente le femmine sieno (non per sola smorfia, ma in effetto) <pb
            ed="aut" n="1804"/> incapaci dell’uso degli odori, che nuoce assolutamente ai loro nervi
          (e quanto il sistema nervoso influisca e modifichi tutta la macchina e la vita umana,
          ciascuno lo sperimenta), massime gli odori vivi, de’ quali era sì gradito e continuo l’uso
          non solo fra i greci e romani, com’è noto, ma fra’ nostri antenati, come si vede nel
          grande e costantissimo odore che esala da’ vecchi armadi, scaffali, drappi d’ogni sorta
          ec. ec. Oggi, massime la donna (che per l’addietro era familiarissima agli odori), non può
          comportare se non gli odori deboli (e neppur questi a lungo, nè troppo spesso), siccome la
          civiltà rende odiosi i colori forti, introduce il gusto de’ sapori languidi e dilicati.
          ec. ec. (29. Sett. dì di S. Michele. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1799. Le rimembranze che cagionano la bellezza di moltissime imagini ec. nella
          poesia ec. non solo spettano agli oggetti reali, ma derivano bene spesso anche da altre
          poesie, vale a dire che molte volte un’immagine ec. <pb ed="aut" n="1805"/> riesce
          piacevole in una poesia, per la copia delle ricordanze della stessa o simile imagine
          veduta in altre poesie. Le imagini campestri sono in questo caso, per esser soliti i poeti
          a trattarle. Quindi si veda 1. quanto l’effetto delle più belle ed universalmente stimate
          poesie, ec. sia relativo, vario, maggiore o minore secondo gl’individui. 2. quante
          bellezze che si ammirano, si stimano tutte proprie di quel tal poeta, e derivanti dal suo
          ingegno, e dalla natura assoluta della sua poesia ec. non derivino che da circostanze
          affatto estranee, accidentali e variabili, con poco merito del poeta, s’egli stesso non ha
          mirato a prevalersi appostatamente di tali circostanze ec. ec. ec. (29. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1776. fine. Queste osservazioni si denno estendere ancora a tutti i generi di
          malattie, abituali o no, accidentali, o costituzionali, di qualsivoglia età ec.
          paragonando il numero de’ malati e delle malattie, le loro qualità ec. nel genere umano,
            <pb ed="aut" n="1806"/> cogli altri generi animali. Sto per dire che quello si troverà
          contenere più malati e malattie, ed <emph>imperfezioni corporali d’ogni genere</emph>
          (salendo comparativamente d’età in età), che non ne contengono tutti questi insieme. (29.
          Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1787. Infatti è cosa molto ordinaria che l’animale scampato una volta da
          un’insidia, da un pericolo ec. non v’incappi più; e si suol dire che il cane scottato
          dall’acqua calda ha paura della fredda. Questo pur varia in proporzione dell’assuefabilità
          (cioè talento) delle diverse specie. (29. Sett. dì di S. Michele. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1127. marg. Gli spagnuoli moderni sostituiscono l’<emph>h</emph> anche al
          <emph>v</emph>, onde dicono <foreign lang="spa" rend="italic">hueco</foreign> (vòto), che
          anticamente dovette dirsi <foreign lang="spa" rend="italic">vueco</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">vacuus</foreign>. (29. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una parola o frase difficilmente è elegante se non si apparta in qualche modo dall’uso
          volgare. Intendo che difficilmente le converrà l’attributo di elegante, non già ch’ella
          debba perciò essere inelegante, e che una <pb ed="aut" n="1807"/> scrittura elegante, si
          debba comporre di sole voci e frasi segregate dal volgo. Le parole antiche (non anticate)
          sogliono riuscire eleganti, perchè tanto rimote dall’uso quotidiano, quanto basta perchè
          abbiano quello straordinario e peregrino che non pregiudica nè alla chiarezza, nè alla
          disinvoltura, e convenienza loro colle parole e frasi moderne.</p>
        <p>Quindi è che infinite parole e frasi che oggi sono eleganti, non lo furono anticamente,
          perchè non ancora rimosse o diradate nell’uso; giacchè tutto ciò ch’è antico fu moderno, e
          tutte le parole o frasi proprie di una lingua, furono un tempo volgari e quotidiane.</p>
        <p>Quindi si argomenti quanto sia giovevole all’eleganza dello scrivere italiano (del quale
          è veramente e assolutamente propria l’eleganza più che di qualunque altra lingua moderna)
          il non aver la nostra lingua rinunziato mai al suo antico fondo, in quanto le può ancora
          convenire.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1808"/> Da queste ragioni deriva in parte un effetto che si osserva in
          tutti i primitivi scrittori di qualsivoglia lingua. Essi non sono mai eleganti, bensì
          ordinariamente familiari. La familiarità essendo anch’essa bellissima, si confonde molte
          volte coll’eleganza, e può considerarsi come una delle sue specie (massime quando la
          stessa familiarità cagiona il pellegrino nella scrittura, per non esser solita a venirvi
          applicata). Ma io qui non intendo parlare di quella eleganza di cui il Caro in verso e in
          prosa può essere un modello, bensì di quella di cui saranno eterni modelli a tutte le
          nazioni e le lingue, Virgilio e Cicerone.</p>
        <p>Or in luogo di questa che non è mai propria di nessuna lingua ne’ suoi principii, e ne’
          cominciamenti della sua letteratura, si trova ne’ primitivi scrittori di ciascuna lingua
          molta familiarità. Noi non abbiamo i primitivi scrittori greci. I latini Ennio, (ne’ suoi
          frammenti) Lucrezio, ec. possono dimostrare questa verità, massime confrontandoli co’
          seguenti.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1809"/> Ma se noi non sentiamo perfettamente in essi il familiare, qualità
          delle lingue la più difficile a ben sentirsi in una lingua forestiera, e più in una lingua
          morta, lo sentiamo però ottimamente in Dante, nei prosatori trecentisti, escluso il
          Boccaccio, che introdusse nell’italiano tante voci, frasi, e forme latine, e nel Petrarca
          (v. un mio pensiero sulla familiarità del Petrarca), eccetto dov’egli pure si accosta ed
          imita (come fa, e felicemente, assai spesso) l’andamento latino. Questi e tutti gli
          scrittori primitivi di ciascuna lingua, doverono necessariamente dare un andamento, un
          insieme di familiarità al loro stile ed alla maniera di esprimere i loro pensieri, sì per
          altre ragioni, sì perchè mancavano di uno de’ principali fonti dell’eleganza, cioè le
          parole, frasi forme rimosse dall’uso del volgo per una tal quale, non dirò antichità, ma
          quasi maturità. (Infatti è notabile che la vera imitazione degli antichi quanto alla
          lingua, dà subito un’aria di familiarità allo stile). E siccome altrove osservammo che gli
          scrittori primitivi sono sempre i più propri, così e per le stesse ragioni, essi debbono
            <pb ed="aut" n="1810"/> cedere ai susseguenti nell’eleganza (intendendo quella che ho
          dichiarato).</p>
        <p>Da ciò segue 1. Che noi bene spesso sentendo negli antichi nostri, come nel Petrarca o
          nel Boccaccio questa medesima eleganza, vi sentiamo quello che non vi sentivano nè gli
          stessi autori nè i loro contemporanei, in quanto quelle voci o modi sono oggi divenuti
          eleganti col rimoversi, stante l’andar del tempo, dall’uso quotidiano, ma allora non lo
          erano.</p>
        <p>2. Che le lingue nel nascere delle loro letterature non sono capaci più che tanto di
          eleganza, e i lettori di allora neppur ve la cercano, non considerandola appena come un
          pregio, ovvero sentendo ch’ella è in molte parti impossibile.</p>
        <p>3. Che anche e notabilmente per questa ragione, le lingue nuove stentano moltissimo ad
          essere apprezzate in punto di letteratura, da coloro stessi che le parlano e scrivono, e
          ad esser considerate come capaci del bello e squisito stile ec.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1811"/> 4. Che però i primitivi scrittori sono obbligati volendo dare a’
          loro scritti quell’eleganza che deriva dal pellegrino ec. di accostare spessissimo la loro
          lingua alla sua madre, siccome fecero i nostri, e siccome si fa ancora, non bastando
          l’antico fondo della nostra lingua (in buona parte anticato e brutto e rozzo) a quella
          peregrinità di voci, frasi, e forme che si ricerca all’eleganza. Ottimo partito è questo
          di avvicinarla ad una lingua, già formatissima, le cui ricchezze essendo la fonte delle
          nostre, tutto ciò che se ne attinge con giudizio, è come un’antica appartenenza della
          nostra lingua, che ha tanto di peregrino quanto può trovarsi nel mezzo fra l’elegante e il
          brutto che è cagionato parimente dallo straordinario, quando questo passa certi termini; e
          però il pellegrino che deriva dalle parole forestiere è ordinariamente brutto, o per lo
          manco non elegante. Nondimeno i primi scrittori furono talvolta forzati di attingere anche
          dalle lingue forestiere, come fecero i nostri, ma <pb ed="aut" n="1812"/> poco
          felicemente, dal provenzale, e come con eguale e maggiore infelicità hanno fatto e fanno
          altri scrittori primitivi in quasi tutte le lingue; i russi dal francese; gli svedesi
          prima dal latino (che oltre l’esser morto, è anche forestiere per loro), e poi, come oggi,
          dal francese ec. ec.</p>
        <p>5 Che la lingua italiana, sebbene mirabilmente ricca, dovette essa pure soggiacere
          primitivamente a questi bisogni, giacchè la ricchezza vera e <emph>contante</emph> di una
          lingua non è mai anteriore alla sua piena formazione, cioè completa applicazione alla
          letteratura. E la nostra lingua ancora fu per lungo tempo, cioè sino a tutto il 500.
          almeno, considerata prima da tutti, poi da molti come incapace dell’eleganza, della
          perfetta nobiltà ec. e quindi posposta lunghissimamente al latino nell’uso dello scrivere
          più importante, ancorchè già formata, e stupendamente arricchita ed ornata ec. V. i
          diversi miei pensieri in tal proposito.</p>
        <p>Tutto ciò dimostra che la lingua francese, la quale ha dalla sua prima formazione
          rinunziato alle sue ricchezze antiche, <pb ed="aut" n="1813"/> e a tutto ciò che fosse
          rimoto dall’uso volgare, e segue a rinunziarvi tutto giorno, onde oggi non possiede neppur
          quello che possedevano gli scrittori del primo tempo dell’Accademia, e del secolo di Luigi
          14. deve necessariamente esser poco suscettibile di eleganza, e soprattutto priva di
          lingua poetica, non avendo quasi parola, frase, forma che non sia necessaria all’uso
          quotidiano del discorso, o della scrittura in prosa, o che non abbia luogo frequentemente
          in detto uso; e quindi non potendo assolutamente elevarsi al disopra del parlar comune.
          Quindi lo stile della poesia francese non si diversifica (eccetto alcune poche, uniformi,
          rare, e timide inversioni, e l’uso della misura (ben plebea e pedestre) e delle rime) dal
          discorso giornaliero e dalla prosa; e talvolta è propriamente ridicolo a vedere imagini e
          sentenze e affetti sublimi, e rimoti o dall’opinione o dall’uso volgare, e superiori al
          comune modo ec. di pensare, espressi ne’ versi francesi al modo che si esprimerebbe una
          dimostrazione geometrica, o si direbbe una facezia in conversazione; giacchè in ambedue
          queste occasioni, <pb ed="aut" n="1814"/> come in tutte le altre, la lingua francese è
          appresso a poco la stessa.</p>
        <p>Parrebbe da ciò che nella scrittura francese dovesse molto e sempre sentirsi il
          familiare. Non nego che non vi si senta, ma se non vi si sente, quanto parrebbe che
          dovesse, ciò deriva da questo, che detta lingua essendo povera, non è propria, non essendo
          propria, non può aver molto sapore di familiarità, al contrario delle lingue primitive,
          della nostra, e della francese stessa ne’ suoi principii, dove il familiare sempre si
          sente, perchè è somma in quei tempi la proprietà della favella, come ho detto p. 1809.
          fine. Dal che segue che il discorso e la scrittura francese si confondano nel loro spirito
          in modo, che la stessa uniformità distrugge il senso della familiarità. Giacchè se
          leggendo un libro francese ti par di sentire uno che parli, sentendo uno che parli, ti par
          di leggere, e così tu non sai bene da qual parte stia la familiarità. Così necessariamente
          deve accadere in una lingua <emph>unica</emph>, come la francese, e così <pb ed="aut"
            n="1815"/> pure accade rispetto a’ suoi stili. Oltrechè l’eccessivo spirito sociale de’
          francesi, raffinando sempre più il linguaggio quotidiano (anche quello del volgo
          proporzionatamente), l’avvicina sempre più allo scritto, e quindi sempre più gli toglie
          del familiare; e l’eccessiva inclinazione della letteratura francese ad esser volgare, a
          imitare, trattare, nutrirsi, formarsi quasi esclusivamente di ciò che spetta alla
          conversazione de’ suoi nazionali, l’avvicina sempre più al parlato, e proccurandole
          l’eleganza dell’epigramma, sempre più le toglie quella della poesia, dell’eloquenza ec.
          divisa dal volgo. Questa inclinazione reciproca dello scritto verso il parlato, e
          viceversa, è quello che ha reso la lingua francese qual ella è, geometrica, unica,
          assolutamente moderna, ed universale quasi per natura. (30. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La noia è la più sterile delle passioni umane. Com’ella è figlia della nullità, così è
          madre del nulla: giacchè non solo è sterile per se, ma rende tale tutto ciò a cui si mesce
          o avvicina ec. (30. Sett. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1816"/> Il nostro <emph>gl</emph> non si pronunzia schiacciato se non
          seguito dall’<emph>i</emph>, onde si pronunzia sciolto in <emph>Anglante, Egle, globo,
            glutine</emph>. Nella parola <emph>Anglico</emph>, o <emph>Anglicano</emph> si pronunzia
          sciolto sebbene seguito dall’<emph>i</emph> (1. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Forza della natura, e debolezza della ragione. Ho detto altrove che l’opinione per
          influire vivamente sull’uomo, deve aver l’aspetto di passione. Finchè l’uomo conserva
          qualcosa di naturale, egli è più appassionato dell’opinione che delle passioni sue.
          Infiniti esempi e considerazioni se ne potrebbero addurre in prova. Ma siccome tutte
          quelle opinioni che non sono o non hanno l’aspetto di pregiudizi, non sono sostenute che
          dalla pura ragione, perciò elle sono ordinariamente impotentissime nell’uomo. I religiosi
          (anche oggi, e forse oggi più che mai, <emph>a causa della contrarietà che
          incontrano</emph>) sono più appassionati della loro religione che delle altre passioni
          loro (di cui la religione è nemica), odiano sinceramente gl’irreligiosi, (benchè se lo
          nascondano) e per veder trionfare il loro sistema farebbero qualunque <pb ed="aut"
            n="1817"/> sacrifizio (come ne fanno realmente sacrificando le inclinazioni naturali e
          contrarie), mentre provano verissima rabbia nel vederlo depresso e contrastato. Ma
          gl’irreligiosi, quando l’irreligione deriva in essi da sola fredda persuasione o dubbio,
          non odiano i religiosi, non farebbero nessun sacrifizio per l’irreligione ec. ec. Quindi è
          che gli odi per motivo d’opinione non sono mai reciprochi, se non quando in ambedue le
          parti l’opinione è un pregiudizio, o ne ha l’aspetto. Non v’è dunque guerra tra il
          pregiudizio e la ragione, ma solo tra pregiudizi e pregiudizi, ovvero il pregiudizio solo
          è capace di combattere, non già la ragione. Le guerre, le nemicizie, gli odi di opinione
          sì frequenti negli antichi tempi, anzi fino agli ultimi giorni, guerre sì pubbliche che
          private, fra partiti, sette, scuole, ordini, nazioni, individui; guerre per le quali
          l’antico era naturalmente deciso nemico di colui che aveva opinione diversa; non avevan
          luogo se non <pb ed="aut" n="1818"/> perchè in quelle opinioni non entrava mai la pura
          ragione, ma tutte erano pregiudizi, o ne avevano la forma, e quindi erano passioni. Povera
          dunque la filosofia, della quale si fa tanto romore, e in cui tanto si spera oggidì. Ella
          può esser certa che nessuno combatterà per lei, benchè i suoi nemici la combatteranno
          sempre più vivamente; e tanto meno ella influirà nel mondo, e nel fatto, quanto maggiori
          saranno i suoi progressi, cioè quanto più si depurerà, ed allontanerà dalla natura del
          pregiudizio e della passione. Non isperate dunque mai nulla dalla filosofia nè dalla
          ragionevolezza di questo secolo. (1. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Se gl’italiani i francesi e gli spagnuoli concordano nell’usare il verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">mittere</foreign> nel senso di <foreign lang="lat"
            rend="italic">ponere</foreign> (<emph>mettere</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >mettre</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">meter</foreign>); se è certo che
          quest’uso antichissimamente proprio di tutte tre queste lingue, non è derivato da
          scambievoli comunicazioni del linguaggio latino corrotto in quella o in questa delle tre
          nazioni; se finalmente quest’uniformità <pb ed="aut" n="1819"/> di uso in tre lingue
          sorelle bensì, ma nate indipendentemente l’una dall’altra, benchè da una stessa madre, non
          si vuole attribuire al puro caso; sarà forza derivarlo da un’origine comune, e questa non
          può essere che il volgare latino da cui tutte tre derivarono; giacchè quest’uso non si
          trova nel latino scritto. V. Forcellini, e i Glossari. (1. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Che sotto un governo dispotico non esista mai un gran talento; che le circostanze
          pubbliche li facciano nascere, e che una rivoluzione, un principe benefico e illuminato
          ec. sia padrone di produrli, come si è sperimentato in mille occasioni, immediatamente e
          in gran copia; che i grandi talenti sorgano ordinariamente e fioriscano tutti in un tempo;
          che un secolo si trovi decisamente non solo più fecondo di qualunque altro di grandi
          talenti in un tal genere, ma in modo che passato quel tal giro di anni, non si trovi più
          in quel genere un talento degno di memoria, o di essere paragonato ai sopraddetti, (v. il
          Saggio di Algarotti, e la fine <pb ed="aut" n="1820"/> del primo lib. di Velleio); che
          nelle repubbliche abbondino gli eloquenti, e fuori di esse non si trovi un uomo
          magniloquente, ec. ec. ec. tutto ciò da che deriva, e che cosa dimostra, se non che il
          talento è l’opera in tutto delle circostanze; sì il talento in genere, che il talento tale
          o tale? — Le circostanze lo sviluppano, ma esso già esisteva indipendentemente da queste.
          — Che cosa vuol dire sviluppare una <emph>facoltà</emph> già esistente ed intera? Forse
          applicarla, e renderla *** cioè operativa? Signor no, perchè questo non si può fare, se
          prima non si sono abilitati gli animi ad operare, e in quel tal modo. Che gli organi, e
          con essi le disposizioni, cioè le qualità che li compongono, si sviluppino, lo intendo. Ma
          che una facoltà, che senza le circostanze corrispondenti, senza l’assuefazione e
          l’esercizio, è affatto nulla e impercettibile a qualunque senso umano, si debba dire e
          credere sviluppata, e non prodotta dalle circostanze, <pb ed="aut" n="1821"/> questo non
          l’intendo. Che cosa è una facoltà? in che consiste la sua esistenza? come è ella innata in
          chi non l’ha se l’assuefazione e le circostanze non gliela proccurano? ec. Le disposizioni
          sono innate, ovvero si acquistano mediante lo sviluppo, cioè il rispettivo
          perfezionamento, di quegli organi che le contengono come loro qualità, e come la carta
          contiene la disposizione ad essere scritta, a prender questa o quella forma. Ma si può
          egli perciò dire che la carta abbia per se stessa la facoltà di parlare alla mente di chi
          legge, e che quegli che vi scrive sopra, sviluppi in lei questa facoltà, e non gliela dia?
          Ben ci può essere una carta che sia suscettibile di questa o quella forma, inchiostro ec.
          e di un altro no. E così negl’individui di una stessa specie variano, sono maggiori o
          minori, mancano ancora affatto delle disposizioni o qualità che in altri individui si
          trovano. Questa è tutta la differenza innata o sviluppata de’ talenti umani, <pb ed="aut"
            n="1822"/> sì rispetto a se stessi, che rispetto alle altre specie di animali. ec.
          Differenza di disposizioni, non mica di facoltà. Differenza, mancanza, scarsezza,
          inferiorità, o superiorità che nessun principe e nessuna circostanza (se non fisica) può
          toglier di mezzo; laddove il contrario accade in ordine alle facoltà. Queste nascono dalle
          circostanze, queste dipendono affatto da’ principi, dall’educazione ec. laddove le
          disposizioni non ne dipendono. (1. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto una lingua è più ricca e vasta, tanto ha bisogno di meno parole per esprimersi, e
          viceversa quanto è più ristretta, tanto più le conviene largheggiare in parole per
          comporre un’espressione perfetta. Non si dà proprietà di parole e modi senza ricchezza e
          vastità di lingua, e non si dà brevità di espressione senza proprietà. Quindi la lingua
          francese che certo non può gloriarsi di vastità (altrimenti non sarebbe universale), si
          gloria indarno di brevità; quasi che la brevità de’ periodi fosse lo stesso che la brevità
          dell’espressione, o che slegatura <pb ed="aut" n="1823"/> e brevità fossero una cosa.
            <bibl>V. il Sallustio di Dureau Delamalle. t. 1. p. CXIV</bibl> (1. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’uomo tende sempre a’ suoi simili (così ogni animale), e non può interessarsi che per
          essi, per la stessa ragione per cui tende a se stesso, ed ama se stesso più che qualunque
          de’ suoi simili. Non vi vuole che un intero snaturamento prodotto dalla filosofia, per far
          che l’uomo inclini agli animali, alle piante ec. e perchè i poeti (massime stranieri) de’
          nostri giorni pretendano d’interessarci per una bestia, un fiore, un sasso, un ente
          ideale, un’allegoria. È ben curioso che la filosofia, rendendoci indifferenti verso noi
          medesimi e i nostri simili, che la natura ci ha posto a cuore, voglia interessarci per
          quello a cui l’irresistibile natura ci ha fatti indifferenti. Ma questo è un effetto
          conseguentissimo del sistema generale d’indifferenza derivante dalla ragione, il quale non
          mette diversità fra’ simili e dissimili; e noi non ci figuriamo di poter provare interesse
          per questi, se non perchè l’abbiamo <pb ed="aut" n="1824"/> perduto o illanguidito per noi
          e per gli uomini, e siamo in somma indifferenti a tutto. Così gli altri esseri vengono a
          partecipare non del nostro interesse ma della nostra indifferenza. Lo stesso accade
          riguardo a’ nostri simili, nella sostituzione dell’amore universale all’amor di patria.
          ec. (1. Ott. 1821.). V. p. 1830. e 1846.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La forza dell’assuefazione generale rende sempre gradatamente più facile il dissuefarsi,
          e il passare da una assuefazione ad altra diversa o contraria. Ciò sì negl’individui, sì
          nelle nazioni, sì nel genere umano. (1. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dalle osservazioni fatte sul Cristianesimo in altri pensieri, risulta ch’esso nella sua
          perfezione, ricade, include, consiste in un vero e totale egoismo, sebbene esso gli
          professi massime dirittamente contrarie, e ne sembri il più forte, intero, e
          irreconciliabil nemico; sino a pretendere di spegnere affatto l’amor proprio, non solo
          cogl’infiniti sacrifizi che ordina o consiglia, ma col volere e porre per indispensabile
          condizione, che questi <pb ed="aut" n="1825"/> ed ogni altra azione dell’uomo in ultima e
          perfetta analisi non abbiano per fine se stesso, ma assolutamente e puramente Iddio. Il
          che allora sarà fisicamente moralmente, matematicamente possibile, quando la natura del
          vivente e della vita sarà cambiata ne’ suoi principii costitutivi. (1. Ott. 1821.). V. p.
          1882.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’uomo, e l’animale proporzionatamente, sono ragionevoli per natura. Io dunque non
          condanno la ragione in quanto è qualità naturale, ed essenziale nel vivente, ma in quanto
          (per sola forza d’indebite e non naturali assuefazioni) cresce e si modifica in modo che
          diviene il principale ostacolo alla nostra felicità, strumento dell’infelicità, nemico
          delle altre qualità ec. naturali dell’uomo e della vita umana. (1. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le parole che indicano moltitudine, copia, grandezza, lunghezza, larghezza, altezza,
          vastità ec. ec. sia in estensione, o in forza, intensità ec. ec. sono pure poeticissime, e
          così le immagini corrispondenti. Come nel Tetrarca</p>
        <quote rend="block">
          <lg>
            <pb ed="aut" n="1826"/>
            <l>Te solo aspetto, e quel che <emph>tanto</emph>
              <emph rend="sc">amasti</emph>,</l>
            <l>E laggiuso è rimaso, il mio bel velo.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p>E in Ippolito Pindemonte</p>
        <quote rend="block">
          <lg>
            <l>Fermossi alfine il cor che <emph rend="sc">balzò</emph>
              <emph>tanto</emph>.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p>Dove notate che il <emph>tanto</emph> essendo indefinito, fa maggiore effetto che non
          farebbe <emph>molto, moltissimo eccessivamente, sommamente</emph>. Così pure le parole e
          le idee <emph>ultimo, mai più, l’ultima volta</emph> ec. ec. sono di grand’effetto
          poetico, per l’infinità. ecc. (3. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Finora s’è applicata alla politica piuttosto la cognizione degli uomini che quella
          dell’uomo, piuttosto la scienza delle nazioni che degl’individui di cui le nazioni si
          compongono, e che sono altrettante fedeli immagini delle nazioni. (3. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come un filare d’alberi dove la vista si perda, così per la stessa ragione è piacevole
          una fuga di camere, o di case, cioè una strada lunghissima e drittissima, e composta anche
          di case uguali, perchè allora il piacere è prodotto dall’ampiezza della sensazione;
          laddove se le case sono di diversa forma, altezza ec. il piacere della <pb ed="aut"
            n="1827"/> varietà sminuzzando la sensazione, e trattenendola sui particolari, ne
          distrugge la vastità. Quantunque anche della moltiplice varietà si può fare una sensazione
          vasta e indefinita, quand’ella fa che l’animo non possa abbracciar tutta la sensazione
          delle grandi e numerose diversità che vede, sente, ec. in un medesimo tempo. (3. Ott.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dove non è odio nazionale, quivi non è virtù. (3. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quello che altrove ho detto dell’effetto che fa nell’uomo la vista del cielo, si può
          aggiungere e paragonare quello del mare, delle egloghe piscatorie, e d’ogni sorta
          d’immagine presa dalla navigazione ec. Le idee relative al mare sono vaste, e piacevoli
          per questo motivo, ma non durevolmente, perchè mancano di due qualità, la varietà, e
          l’esser proprie e vicine alla nostra vita quotidiana, agli oggetti che ci circondano, alle
          nostre assuefazioni rimembranze ec. (dico di chi non è marinaio ec. di professione) ed
          anche alle nostre cognizioni <emph>pratiche</emph>; giacchè la cognizione pratica, <pb
            ed="aut" n="1828"/> almeno in grosso, l’uso, l’esperienza, una tal quale familiarità con
          ciò che il poeta ha per le mani, è necessaria all’effetto delle immagini e sentimenti
          poetici ec.;ed è per questo che piace soprattutto nella poesia ciò che spetta al cuore
          umano (che è la cosa della quale abbiamo più cognizione pratica), siccome nella pittura,
          scultura, ec. l’imitazione dell’uomo, delle sue passioni ec. (3. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La stessa assuefabilità deriva in gran parte dall’assuefazione (intendo la generale), e
          ne riceve consistenza, aumento, gradazione ec. (3. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’assuefabilità non è che disposizione. Tuttavia se vogliamo chiamarla facoltà, questa è
          l’unica facoltà naturale, essenziale, primitiva ed ingenita, che abbia qualunque vivente.
          (3. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto le disposizioni naturali siano influite dalle circostanze accidentali,
          assuefazioni ec. si può anche rilevare osservando le fisonomie. Le quali benchè senza
          dubbio dinotano <pb ed="aut" n="1829"/> certe e determinate disposizioni e qualità
          dell’animo, e i gradi loro; e nondimeno vediamo quanto di rado corrispondano al carattere
          effettivo degl’individui. Che se ciò è meno raro ancora di quel che dovrebbe, viene da
          questo che l’influenza delle assuefazioni sull’uomo è tanta, che stante la naturale
          corrispondenza fra l’interno e l’esterno, le assuefazioni che determinano il carattere
          dell’uomo, arrivano bene spesso a modificare la fisonomia quanto è possibile, e darle
          talvolta un’aria e significazione tutta diversa o contraria a quella che aveva
          naturalmente. Del resto quante persone le cui fisonomie indicano deciso talento, vivacità,
          bontà, ec. ec. sono sciocche, melense, scellerate, e viceversa! V. in Cicerone il fatto di
          Socrate con Zopiro fisionomista.</p>
        <p>Nuova prova del sopraddetto. Rivedete dopo lungo tempo una persona che non avevate veduta
          se non da fanciulla. <pb ed="aut" n="1830"/> In questi riconoscimenti, rarissimo è che si
          trovino corrispondenti, non solo la fisonomia, ma l’indole ec. di tali persone, con l’idea
          che se ne aveva, formata sulle qualità che vi si osservavano nell’infanzia. Spesso anche
          il fatto si trova contrario all’opinione. Tanto è piccola cosa nell’uomo quel che si
          chiama il naturale; e tanto è piccola la parte che hanno le qualità naturali nella
          formazione del carattere ec. di un individuo. (3. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1824. Non nego che questi effetti non possano anche derivare dal contrario
          dell’indifferenza, cioè da una soprabbondanza di vita, di passione, di attività nell’animo
          umano, quale si trova ne’ meridionali, e massime negli orientali. In oriente in fatti sono
          assai comuni le poesie, le favole, le invenzioni, dove i protagonisti, o quelli per cui si
          pretende d’interessare, sono animali, piante, nuvole, monti, divinità o enti favolosi e
          ideali, uomini in gran parte diversi da quelli che sono ec. ec. E dall’oriente vennero col
          Cristianesimo le prime tracce, anzi quasi l’intero sistema dell’amore universale. Presso
          noi però, e <pb ed="aut" n="1831"/> a’ nostri tempi è certo che i detti effetti non
          nascono se non dall’indifferenza: e il contrario di questa faceva che la mitologia greca
          trasmutasse in uomini tutti gli oggetti della natura; e che gli antichi amassero
          sommamente la loro patria, e odiassero gli stranieri. V. p. 1841.</p>
        <p>È notabile come cagioni dirittamente contrarie producano gli stessi effetti, e come la
          soprabbondanza di vita negli orientali, ravvicini la loro poesia, i loro pensieri, la loro
          filosofia, e buona parte della loro indole a quella de’ settentrionali. Ond’è che la
          poesia orientale disprezzata nel mezzogiorno d’Europa fa fortuna nel Nord, e le fantasie
          del gelato e buio settentrione, rassomigliano assai più a quelle del più fervido e
          brillante mezzogiorno, che de’ climi temperati. (3. Ott. 1821.). Vedi la p. 1859. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutte le città fuor di mano hanno qualche particolarità di costumi, dialetto, accento,
          indole ec. che le distingue sì dal generale della nazione sì l’una dall’altra. E si trova,
          proporzionatamente parlando, maggior varietà di costume scorrendo un piccolo circondario
            <pb ed="aut" n="1832"/> posto fuor di mano, che non si trova scorrendo da capo a piedi
          un intero regno, ed anche più regni e nazioni, per le vie postali. Tanto la natura è
          varia, e l’arte monotona; e tanto è vero che la civilizzazione tende essenzialmente ad
          uniformare. (3. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La forza dell’assuefazione della prevenzione, dell’opinione nel giudizio del bello ec. si
          può vedere anche negli effetti che tu provi vedendo una pittura, udendo una musica,
          leggendo un libro ec. se tu ne conosci l’autore, s’egli t’è familiare ec. La qual cosa ora
          accresce le bellezze, ora le scema, ora finge quelle che non ci sono, o scuopre le più
          difficili a vedere, e le più fine, e rende sensibilissimi ad ogni menoma cosa ec. ora
          nasconde quelle che ci sono, anche le più notabili, rende incapaci di sentir nulla ec.
          Intendo di escludere dalla conoscenza ogni sorta di passione relativa, e considero
          solamente l’applicare che fa il lettore tutto quello che legge, all’autore ch’egli ben
          conosce. Il che spontaneamente e inevitabilmente, quanto <pb ed="aut" n="1833"/>
          inavvedutamente, modifica il giudizio e il senso, in mille guise indipendenti dalla
          propria natura di ciò che si legge o vede o sente ec. (3. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>V. il 17. avvertimento di F. Guicciardini, intorno a quel mio pensiero che nessuno si
          vuol guadagnare la benevolenza di uno a costo di tirarsi addosso l’odio di un altro. (3.
          Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Chi non ha o non ha mai avuto immaginazione, sentimento, capacità di entusiasmo, di
          eroismo, d’illusioni vive e grandi, di forti e varie passioni, chi non conosce l’immenso
          sistema del bello, chi non legge o non sente, o non ha mai letto o sentito i poeti, non
          può assolutamente essere un grande, vero e perfetto filosofo, anzi non sarà mai se non un
          filosofo dimezzato, di corta vista, di colpo d’occhio assai debole, di penetrazione
          scarsa, per diligente, paziente, e sottile, e dialettico e matematico ch’ei possa essere;
          non conoscerà mai il vero, si persuaderà e proverà colla possibile evidenza cose
          falsissime ec. ec. Non già perchè <pb ed="aut" n="1834"/> il cuore e la fantasia dicano
          sovente più vero della fredda ragione, come si afferma, nel che non entro a discorrere, ma
          perchè la stessa freddissima ragione ha bisogno di conoscere tutte queste cose, se vuol
          penetrare nel sistema della natura, e svilupparlo. L’analisi delle idee, dell’uomo, del
          sistema universale degli esseri, deve necessariamente cadere in grandissima e
          principalissima parte, sulla immaginazione sulle illusioni naturali, sul bello, sulle
          passioni, su tutto ciò che v’ha di poetico nell’intero sistema della natura. Questa parte
          della natura, non solo è utile, ma necessaria per conoscer l’altra, anzi l’una dall’altra
          non si può staccare nelle meditazioni filosofiche, perchè la natura è fatta così. La detta
          analisi in ordine alla filosofia, dev’esser fatta non già dall’immaginazione o dal cuore,
          bensì dalla fredda ragione che entri ne’ più riposti segreti dell’uno e dell’altra. Ma
          come può far tale analisi colui che non conosce perfettamente tutte le dette cose <pb
            ed="aut" n="1835"/> per propria esperienza, o non le conosce quasi punto? La più fredda
          ragione benchè mortal nemica della natura, non ha altro fondamento nè principio, altro
          soggetto di meditazione speculazione ed esercizio che la natura. Chi non conosce la
          natura, non sa nulla, e non può ragionare, per ragionevole ch’egli sia. Ora colui che
          ignora il poetico della natura, ignora una grandissima parte della natura, anzi non
          conosce assolutamente la natura, perchè non conosce il suo modo di essere.</p>
        <p>Tale è stata ed è una grandissima parte de’ più acclamati filosofi dal 600 in poi,
          massime tedeschi e inglesi. Avvezzi a non leggere, a non pensare, a non considerare, a non
          istudiare, che filosofia, dialettica, metafisica, analisi, matematica, abbandonato affatto
          il poetico, spoeticizzata del tutto la loro mente, assuefatti ad astrarre totalmente dal
          sistema del bello, e a considerare e porre la loro professione le mille miglia lontano da
          tutto ciò che spetta all’immaginazione e al sentimento, <pb ed="aut" n="1836"/> perduto
          affatto l’abito del bello e del caldo, e immedesimati con quello del puro raziocinio, del
          freddo ec. non conoscendo altra esistenza nella natura che il ragionevole, il calcolato
          ec. e libero da ogni passione, illusione, sentimento, essi errano a ogni tratto, e
          all’ingrosso, ragionando colla più squisita esattezza. È certissimo ch’essi hanno ignorato
          ed ignorano la massima parte della natura, delle stesse cose che trattano, per impoetiche
          ch’elle sieno (giacchè il poetico nell’effettivo sistema della natura è legato
          assolutamente a tutto), la massima parte della stessa verità, alla quale si sono
          esclusivamente dedicati.</p>
        <p>La scienza della natura non è che scienza di rapporti. Tutti i progressi del nostro
          spirito consistono nello scoprire i rapporti. Ora, oltre che l’immaginazione è la più
          feconda e maravigliosa ritrovatrice de’ rapporti e delle armonie le più nascoste, come ho
          detto altrove; è manifesto che colui che ignora una parte, o piuttosto una qualità una
          faccia della natura, legata con qualsivoglia cosa che possa formar soggetto di
          ragionamento, ignora un’infinità di rapporti, e quindi non può non ragionar male, non
          veder falso, non iscuoprire imperfettamente, non lasciar di vedere <pb ed="aut" n="1837"/>
          le cose le più importanti, le più necessarie, ed anche le più evidenti. Scomponete una
          macchina complicatissima, toglietele una gran parte delle sue ruote, e ponetele da parte
          senza pensarvi più; quindi ricomponete la macchina, e mettetevi a ragionare sopra le sue
          proprietà, i suoi mezzi, i suoi effetti: tutti i vostri ragionamenti saranno falsi, la
          macchina non è più quella, gli effetti non sono quelli che dovrebbero, i mezzi sono
          cambiati, indeboliti, o fatti inutili; voi andate arzigogolando sopra questo composto, vi
          sforzate di spiegare gli effetti della macchina dimezzata, come s’ella fosse intera;
          speculate minutamente tutte le ruote che ancora lo compongono, ed attribuite a questa o
          quella un effetto che la macchina non produce più, e che le avevate veduto produrre in
          virtù delle ruote che le avete tolte ec. ec. Così accade nel sistema della natura, quando
          l’è stato tolto e staccato di netto il meccanismo del bello, ch’era congegnato e
          immedesimato <pb ed="aut" n="1838"/> con tutte le altre parti del sistema, e con ciascuna
          di esse.</p>
        <p>Ho detto altrove che non si conosce perfettamente una verità se non si conoscono
          perfettamente tutti i suoi rapporti con tutte le altre verità, e con tutto il sistema
          delle cose. Qual verità conosceranno dunque bene quei filosofi che astraggono
          assolutamente e perpetuamente da una parte essenzialissima della natura?</p>
        <p>La ragione e l’uomo non impara se non per l’esperienza. Se la ragione vuol pensare e
          operare da se, e quindi scoprire, e far progressi, le conviene conoscere per sua propria
          esperienza; altrimenti l’esperienza altrui nelle parti essenziali della natura, non potrà
          servirle che a ripetere le operazioni fatte da altri.</p>
        <p>Quindi si veda quanto sia difficile a trovare un vero e perfetto filosofo. Si può dire
          che questa qualità è la più rara e strana che si possa concepire, e che appena ne sorge
          uno ogni dieci secoli, seppur uno n’è mai sorto. (Qui riflettete quanto <pb ed="aut"
            n="1839"/> il sistema delle cose favorisca il preteso perfezionamento dell’uomo mediante
          la perfezione della ragione e della filosofia.) È del tutto indispensabile che un tal uomo
          sia sommo e perfetto poeta; ma non già per ragionar da poeta; anzi per esaminare da
          freddissimo ragionatore e calcolatore ciò che il <emph>solo</emph> ardentissimo
            <emph>poeta</emph> può conoscere. Il filosofo non è perfetto, s’egli non è che filosofo,
          e se impiega la sua vita e se stesso al solo perfezionamento della sua filosofia, della
          sua ragione, al puro ritrovamento del vero, che è pur l’unico e puro fine del perfetto
          filosofo. La ragione ha bisogno dell’immaginazione e delle illusioni ch’ella distrugge; il
          vero del falso; il sostanziale dell’apparente; l’insensibilità la più perfetta della
          sensibilità la più viva; il ghiaccio del fuoco; la pazienza dell’impazienza; l’impotenza
          della somma potenza; il piccolissimo del grandissimo; la geometria e l’algebra, della
          poesia. ec.</p>
        <p>Tutto ciò conferma quello che altrove <pb ed="aut" n="1840"/> ho detto della necessità
          dell’immaginazione al gran filosofo. (4. Ott. 1821.). V. p. 1848. fine. e 1841.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non sarebbe fischiato oggidì, non dico in Francia, ma in qualunque parte del mondo
          civile, un poeta, un romanziere ec. che togliesse per argomento la pederastia, o
          l’introducesse in qualunque modo; anzi chiunque in una scrittura alquanto nobile s’ardisse
          di pur nominarla senza perifrasi? Ora la più polita nazione del mondo, la Grecia,
          l’introduceva nella sua mitologia (Ganimede), scriveva elegantissime poesie su questo
          soggetto, donna a donna (Saffo), uomo a giovane (Anacreonte) ec. ec. ne faceva argomento
          di dispute o trattati rettorici o filosofici (I. ep. greca di Frontone), ne parlava nelle
          più nobili storie colla stessissima disinvoltura, con cui si parla degli amori tra uomo e
          donna ec. Anzi si può dir che tutta la poesia, la filosofia e la filologia erotica greca
          versasse principalmente sulla pederastia, essendo presso i greci troppo volgare e creduto
          troppo sensuale, basso, triviale, indegno della poesia ec. l’amor delle donne, appunto
          perchè naturale. V. il Fedro, il Convito di Platone gli Amori di Luciano ec. Il vantato
          amor platonico (sì sublimemente espresso nel Fedro) non è che pederastia. Tutti i
          sentimenti nobili che l’amore inspirava ai greci, tutto il sentimentale loro in amore, sia
          nel fatto sia negli scritti, non appartiene ad altro che alla pederastia, e negli scritti
          di donne (come nella famosa ode o frammento di Saffo <foreign lang="grc">***</foreign>
          ec.) all’amor di donna verso donna. Basta conoscere un sol tantino la letteratura greca da
          Anacreonte ai romanzieri, per non dubitar di questo, come alcuni hanno fatto. (epist. di
          Filostrato, Aristeneto ec.) E Virgilio il più circospetto non solo degli antichi poeti, ma
          di tutti i poeti, e forse scrittori; certo il più polito ed elegante di quanti mai
          scrissero; intendente, gelosissimo, e <pb ed="aut" n="1841"/> modello di finezza, e d’ogni
          squisitezza di coltura, in un tempo ec. ec. ridusse ed applicò all’infame pederastia il
          sentimento, e ne fece il soggetto di una storietta sentimentale nel suo Niso ed Eurialo.
          (4. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1831. principio. V. il pensiero precedente, e nota che forse all’esuberanza di
          vita si può attribuire la grande universalità della pederastia nella Grecia, e in oriente
          (dove credo che questo vizio ancor domini), mentre fra noi bisogna convenire che questo è
          un vizio antinaturale, un’inclinazione che il solo eccesso di libidine snaturante i gusti
          e l’inclinazioni degli uomini, può produrre. Così discorrete degli antichi (certo
          esuberanti di vita) rispetto ai moderni. (4. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1840. La ragione senza notizia del sistema del bello, delle illusioni, entusiasmo
          ec. e di ciò che spetta all’immaginazione e al cuore, è essa medesima un’illusione, e
          un’artefice di mitologia, come lo sono le dette cose. Bensì di una bruttissima, <pb
            ed="aut" n="1842"/> e acerbissima mitologia. La stessa essenziale inimicizia della
          ragione colla natura, la pone in necessità di perfettamente conoscerla, il che non si può
          senza sentirla. Come può ella combattere un nemico che non conosca punto? Ora la natura in
          quanto natura è tutta quanta essenzialmente poetica. Da che natura e ragione sono nemiche
          per essenza, l’una dipende o è legata essenzialmente coll’altra, come lo sono tutti i
          contrari; e non si può considerar l’una isolatamente dall’altra. O piuttosto non si può
          considerar la ragione staccatamente dalla natura (bensì al contrario) perchè la ragione
          sebbene nemica, è posteriore alla natura, e da lei dipendente, ed ha in lei sola il
          fondamento e il soggetto della sua esistenza, e del suo modo di essere. (4. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Oggi la gara di onore è più fra coloro che compongono una stessa armata che fra le armate
          nemiche; anticamente per lo contrario: oggi per conseguenza il soldato invidia e quindi
          odia il suo compagno più <pb ed="aut" n="1843"/> che il nemico; anticamente per lo
          contrario: oggi egli si duol più di un vantaggio riportato da un suo emulo sopra il
          nemico, che de’ vantaggi del nemico; anticamente per lo contrario: oggi insomma anche
          nelle armate dove regna quella utilissima e grande illusione che si chiama punto di onore,
          tutto è egoismo individuale; anticamente tutto era egoismo nazionale. Signori filosofi,
          giacchè non si può fare a meno dell’uno o dell’altro, quale vi sembra il migliore?
          Anticamente erano emule le nazioni, oggi gl’individui, e più quelli di una stessa che di
          diverse nazioni; e così quando anche si cerca la gloria, cosa ben rara, e quando ella si
          cerca operando per la nazione e contro i di lei nemici, ella non è cercata e non ha per
          fine che l’individuo in luogo della nazione a cui esso appartiene. (5. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutta l’Europa e tutte le colte lingue hanno riconosciuto la lingua greca per fonte
          comune alla quale attingere le parole necessarie per significare esattamente le nuove
          cose, per istabilire, formare, <pb ed="aut" n="1844"/> ed uniformare le nuove nomenclature
          d’ogni genere, o perfezionarle e completarle ec. Sola l’Italia ricusa di conformarsi a
          questo costume; dico l’Italia che non si sa in che consista, perchè i suoi figli vi si
          uniformano come gli altri; ma ciò ch’essi fanno in questo particolare, non si vuol
          riconoscere dall’universalità della nazione (o da’ pedanti) come bene e convenientemente
          fatto in punto di lingua, all’opposto di ciò che accade nelle altre nazioni. Convengo che
          quando in luogo di una parola greca ch’è sempre straniera per noi, si possa far uso di una
          parola italiana o nuova o nuovamente applicata, che perfettamente esprima la nuova cosa,
          questa si debba preferire a quella; (purchè la greca o altra qualunque non sia
          universalmente prevalsa in modo che sia immedesimata coll’idea, e non si possa toglier
          quella senza distruggere o confondere o alterar questa; giacchè in tal caso una diversa
          parola, per nazionale, espressiva, propria, esatta, precisa ch’ella fosse, non
          esprimerebbe mai la stessa idea, se non dopo un lungo uso ec. e fratanto non saremmo
          intesi.) Ma fuori di <pb ed="aut" n="1845"/> questo caso che di rarissimo si verifica,
          perchè l’Italia sola vorrà rinunziare, primo al costume generale di questo e d’altri
          secoli e dell’Europa, che avrebbe diritto di farsi adottare quando anche non fosse
          necessario nè buono; secondo al benefizio universale di quella maravigliosa lingua, che
          benchè morta da tanti secoli, somministra perpetuamente il bisognevole a denominare e
          significare appuntino tutto ciò che vive, e tutto ciò che nasce o si scuopre o nuovamente
          si osserva nel mondo? (5. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Moltissime parole si trovano, comuni a più lingue, o perchè derivate da questa a quella,
          ed immedesimate con lei, o perchè venute da origine comune, le quali parole in una lingua
          sono eleganti, in un’altra no; in una affatto nobili anzi sublimi, in un’altra affatto
          pedestri. Così dico delle frasi ec. Unica ragione è la differenza dell’uso, e delle
          assuefazioni. Noi italiani possiamo facilmente osservare <pb ed="aut" n="1846"/> nella
          lingua spagnuola, la più affine alla nostra che esista, e di maniera che tanta affinità e
          somiglianza non si trova forse fra due altre lingue colte, non poche parole e frasi o
          significazioni, o metafore ec. proprie della sola poesia, che nella nostra son proprie
          della sola prosa, e viceversa: parte derivate dalla comune madre di ambe le lingue, parte
          dall’italiana alla spagnuola, parte viceversa. Così pure possiamo osservar noi, e possono
          pur gli spagnuoli, non poche altre notabilissime differenze di nobiltà di eleganza di
          gusto ec. in parole e frasi comuni ad ambe le lingue nella medesima significazione.
          Similmente discorrete dell’inglese e del tedesco, del francese rispetto alle tante lingue
          che han preso da lei, o rispetto alle due sue sorelle ec. del greco ancora rispetto al
          latino ec. (5. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1824. Del resto queste tali poesie che ho detto, orientali o settentrionali, non
          producono effettivamente in noi che l’indifferenza, dico quanto all’interesse, sebben
          possano stordire, colpire, e dilettar poco <pb ed="aut" n="1847"/> a lungo colla novità,
          la maraviglia, l’eccesso della varietà ec. E dico in noi, lasciando gli orientali ne’
          quali potrebbe darsi che producessero altro effetto stante le osservazioni della p. 1830.
          Quanto a’ settentrionali credo che sieno nel caso nostro, ed anche più di noi. (5. Ott.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come l’uomo non s’interessa che per l’uomo (perch’egli s’interessa più per se che per gli
          altri uomini); com’è vuota d’effetto quella pittura che non rappresenta niente di animato,
          e più quella che rappresenta pietre ec. che quella che rappresenta piante ec.;come il
          principale effetto della pittura è prodotto dall’imitazione dell’uomo più che degli
          animali, e molto più che degli altri oggetti; come la poesia non diletta nè molto nè
          durevolmente se verte 1. sopra cose inorganizzate, 2. sopra cose organizzate ma non vive,
          3. sopra enti vivi ma non uomini, 4. sopra uomini ma non sopra ciò che meglio spetta
          all’uomo ed a ciascun lettore, cioè le passioni, i sentimenti, insomma l’animo umano;
          (notate queste gradazioni che sono applicabili ad ogni genere di cose e idee piacevoli, ed
          alla mia teoria del piacere) così <pb ed="aut" n="1848"/> la poesia, i drammi, i romanzi,
          le storie, le pitture ec. ec. non possono durevolmente nè molto dilettare se versano sopra
          uomini di costumi, opinioni, indole ec. ec. e quasi natura affatto diversa dalla nostra,
          come i personaggi favoriti delle care poesie ec. del Nord, sia per differenza nazionale,
          sia per eccessiva differenza e stranezza di carattere, come i protagonisti di Lord Byron,
          ed anche per eccessivo eroismo, onde Aristotele non voleva che il protagonista della
          tragedia fosse troppo eroe. (Quindi è che se forse da principio interessano per la novità,
          a poco andare annoiano le storie ec. de’ popoli lontani, de’ viaggi ec. e interessano
          sempre più proporzionatamente quelle de’ più vicini, e fra gli antichi de’ latini Greci,
          ed Ebrei, a causa che questi sono in relazione con tutto il mondo colto per la rimembranza
          ec. della nostra gioventù, studi, religione letteratura ec. Anche questo però secondo le
          circostanze degli individui.) Da per tutto l’uomo cerca il suo simile, perchè non cerca e
          non ha mai altro scopo che se stesso; e il sistema del bello, come tutto il sistema della
          vita, si aggira sopra il perno, ed è posto in movimento dalla gran molla dell’egoismo, e
          quindi della similitudine e relazione a se stesso, cioè a colui che deve godere del bello
          di qualunque genere. (5. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1840. principio. Eccovi infatti, contro quello che a prima vista parrebbe, che le
          nazioni le più distinte nell’immaginazione, i popoli meridionali insomma, dalle <pb
            ed="aut" n="1849"/> prime tracce che abbiamo della storia umana fino a’ dì nostri, si
          trovano aver sempre primeggiato nella filosofia, e massime nelle grandi scoperte che le
          appartengono. Grecia, Egitto, India, poi Arabi, poi Italiani nel risorgimento. La profonda
          filosofia di Salomone e del figlio di Sirac, non era ella meridionale? L’Oriente non ha
          primeggiato in tutta l’antichità in ordine al pensiero, alla profondità, alle cognizioni
          le più metafisiche, alla morale ec.? Confucio non fu meridionale? Donde venne la filosofia
          tra’ latini? dalla Grecia. Chi si distinse in essa fra tutti gli scrittori latini per ciò
          che spetta alla profondità? gli spagnuoli Seneca, Lucano, possiamo anche dir Quintiliano,
          ec. E nella teologia? gli Affricani Tertulliano, S. Agostino, ec. nella teologia e
          filosofia insieme? Arnobio Affricano, e Lattanzio (credo) parimente. Fra i greci quante
          sottigliezze, quante astrazioni, quante sette, quante dispute, quanti scritti acutissimi
          in materie teologiche dal principio della Chiesa fino agli ultimi secoli della <pb
            ed="aut" n="1850"/> Grecia. Si può dir che la teologia Cristiana sia tutta greca. E
          quell’opera profondissima del Cristianesimo donde venne? dalla Palestina. Mostratemi della
          filosofia antica in qualsivoglia parte settentrionale o antartica dell’Asia, dell’Affrica,
          dell’Europa. Quanto alle due prime mostratemi ancora, se potete, della filosofia moderna,
          ch’io ve ne mostrerò non poca nelle loro parti meridionali. Quello che dico della
          filosofia dico pur della teologia (inseparabile dalla metafisica), a qualunque credenza
          ella appartenga.</p>
        <p>Fra’ moderni, i tedeschi, certo abilissimi nelle materie astratte, sembrano fare
          eccezione al mio sistema, e son tutto il fondamento del sistema contrario; giacchè
          gl’inglesi per indole spettano piuttosto al mezzodì, come altrove ho detto. Ma questi
          tedeschi ne’ quali l’immaginazione e il sentimento (parlando in genere) è tanto più falso,
          e forzato, e innaturale e debole per se stesso, quanto apparisce più vivo ed estremo
          (giacchè questa estremità deriva in essi manifestamente da cagione <pb ed="aut" n="1851"/>
          contraria che negli orientali, il cui clima è l’estremo opposto del loro); questi tedeschi
          il cui spirito come dice la Staël, (<bibl>
            <title>De l’Allem.</title> tom.1. 1. part. ch. 9. 3.<hi rend="apice">me</hi> édit. p.
            79.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">est presque nul à la superficie, a besoin
              d’approfondir pour comprendre, ne saisit rien au vol</foreign>
          </quote>; questi tedeschi sempre bisognosi di analisi, di discussione, di esattezza;
          questi tedeschi sì generalmente e sì profondamente applicati da circa due secoli alle
          meditazioni astratte, e queste quasi esclusivamente, hanno certo sviluppato delle verità
          non poche, scoperte da altri; hanno recato chiarezza a molte cose oscure; hanno trovato
          non piccole e non poche verità secondarie; hanno insomma giovato sommamente ai progressi
          della metafisica, e delle scienze esatte materiali o no; ma qual grande scoperta,
          specialmente in metafisica, è finora uscita dalle tante scuole tedesche ec. ec.? Quando ha
          mai un tedesco gettato sul gran sistema delle cose un’occhiata onnipotente che gli abbia
          rivelato un grande e veramente <pb ed="aut" n="1852"/> fecondo segreto della natura, o un
          grande ed universale errore? (giacchè la scoperta delle verità non è ordinariamente altro
          che la riconoscenza degli errori.) Il colpo d’occhio de’ tedeschi nelle stesse materie
          astratte non è mai sicuro, benchè sia liberissimo, (e tale infatti non può essere senza
          gran forza d’immaginare, di sentire, e senza una naturale padronanza della natura, che non
          hanno se non le grand’anime.) La minuta e squisita analisi, non è un colpo d’occhio: essa
          non iscuopre mai un gran punto della natura; il centro di un gran sistema; la chiave, la
          molla, il complesso totale di una gran macchina. Quindi è che i tedeschi son ottimi per
          mettere in tutto il loro giorno, estendere, ripulire, perfezionare, applicare ec. le
          verità già scoperte (ed è questa una gran parte dell’opera del filosofo); ma poco valgono
          a ritrovar da loro nuove e grandi verità. Essi errano anche bene spesso, malgrado il più
          fino ragionamento, come chi analizza senza intimamente sentire, nè quindi perfettamente
          conoscere, giacchè grandissima <pb ed="aut" n="1853"/> e principalissima parte della
          natura non si può conoscere senza sentirla, anzi conoscerla non è che sentirla. Oltrechè a
          chi manca il colpo d’occhio non può veder molti nè grandi rapporti, e chi non vede molti e
          grandi rapporti, erra per necessità bene spesso, con tutta la possibile esattezza.
          L’immaginazione de’ tedeschi (parlo in genere) essendo poco naturale, poco propria loro,
          ed in certo modo artefatta e fattizia, e quindi falsa benchè vivissima, non ha quella
          spontanea corrispondenza ed armonia colla natura che è propria delle immaginazioni
          derivanti e fabbricate dalla stessa natura. (Altrettanto dico del sentimento). Perciò essa
          li fa travedere e sognare. E quando un tedesco vuole speculare e parlare in grande,
          architettare da se stesso un gran sistema, fare una grande innovazione in filosofia, o in
          qualche parte speciale di essa, ardisco dire ch’egli ordinariamente delira. L’esattezza è
          buona per le parti, ma non per il tutto. Ella costituisce lo spirito <pb ed="aut" n="1854"
          /> de’ tedeschi; or ella o non è buona o non basta alle grandi scoperte. Quando delle
          parti le più minutamente ma separatamente considerate si vuol comporre un gran tutto, si
          trovano mille difficoltà, contraddizioni, ripugnanze, assurdità, dissonanze e disarmonie;
          segno certo ed effetto necessario della mancanza del colpo d’occhio che scuopre in un
          tratto le cose contenute in un vasto campo, e i loro scambievoli rapporti. È cosa
          ordinarissima anche negli oggetti materiali e in mille accidenti della vita, che quello
          che si verifica o pare assolutamente vero e dimostrato nelle piccole parti, non si
          verifica nel tutto; e bene spesso si compone un sistema falsissimo di parti verissime, o
          che tali col più squisito ragionamento si dimostrano, considerandole segregatamente.
          Questo effetto deriva dall’ignoranza de’ rapporti, parte principale della filosofia, ma
          che non si ponno ben conoscere senza una padronanza sulla natura, una padronanza ch’essa
          stessa vi dia, sollevandovi sopra di se, una forza di colpo d’occhio, tutte le <pb
            ed="aut" n="1855"/> quali cose non possono stare e non derivano, se non
          dall’immaginazione e da ciò che si chiama genio in tutta l’estensione del termine. I
          tedeschi si strisciano sempre intorno e appiedi alla verità; di rado l’afferrano con mano
          robusta: la seguono indefessamente per tutti gli andirivieni di questo laberinto della
          natura, mentre l’uomo caldo di entusiasmo, di sentimento, di fantasia, di genio, e fino di
          grandi illusioni, situato su di una eminenza, scorge d’un’occhiata tutto il laberinto, e
          la verità che sebben fuggente non se gli può nascondere. Dopo ch’egli ha comunicato i suoi
          lumi e le sue notizie a de’ filosofi come i tedeschi, questi l’aiutano potentemente a
          descrivere e perfezionare il disegno del laberinto, considerandolo ben bene palmo per
          palmo. Quante grandissime verità si presentano sotto l’aspetto delle illusioni, e in forza
          di grandi illusioni; e l’uomo non le riceve se non in grazia di queste, e come riceverebbe
          una grande illusione! Quante grandi illusioni concepite in un momento <pb ed="aut"
            n="1856"/> o di entusiasmo, o di disperazione o insomma di esaltamento, sono in effetto
          le più reali e sublimi verità, o precursore di queste, e rivelano all’uomo come per un
          lampo improvviso, i misteri più nascosti, gli abissi più cupi della natura, i rapporti più
          lontani o segreti, le cagioni più inaspettate e remote, le astrazioni le più sublimi;
          dietro alle quali cose il filosofo esatto, paziente, geometrico, si affatica indarno tutta
          la vita a forza di analisi e di sintesi. Chi non sa quali altissime verità sia capace di
          scoprire e manifestare il vero poeta lirico, vale a dire l’uomo infiammato del più pazzo
          fuoco, l’uomo la cui anima è in totale disordine, l’uomo posto in uno stato di vigor
          febbrile, e straordinario (principalmente, anzi quasi indispensabilmente corporale), e
          quasi di ubbriachezza? Pindaro ne può essere un esempio: ed anche alcuni lirici tedeschi
          ed inglesi abbandonati veramente che di rado avviene, all’impeto di una viva fantasia e
          sentimento. V. p. 1961. capoverso ult.</p>
        <p>Ho detto che nessuna veramente strepitosa scoperta nelle materie astratte, e in <pb
            ed="aut" n="1857"/> qualsivoglia dottrina immateriale è uscita dalle scuole ec.
          tedesche. Quali sono in queste materie le grandi scoperte di Leibnizio, forse il più gran
          metafisico della Germania, e certo profondissimo speculatore della natura, gran matematico
          ec.? Monadi, ottimismo, armonia prestabilita, idee innate; favole e sogni. Quali quelle di
          Kant, caposcuola ec. ec.? Credo che niuno le sappia, nemmeno i suoi discepoli. Speculando
          profondamente sulla teoria generale delle arti, i tedeschi ci hanno dato ultimamente il
          romanzo del romanticismo, sistema falsissimo in teoria, in pratica, in natura, in ragione,
          in metafisica, in dialettica, come si mostra in parecchi di questi pensieri. Ma Cartesio,
          Galileo, Newton, Locke ec. hanno veramente mutato faccia alla filosofia. (Vero è che ora e
          dopo che la letteratura è divenuta generale nella nazion tedesca, e ha preso forma ed
          indole propria, queste grandi, strepitose e generali mutazioni vanno gradatamente
          divenendo più difficili, per natura de’ tempi, de’ costumi, e de’ progressi dello spirito,
          per la soppressione delle scuole, o delle fazioni scolastiche, le quali non esistono omai
          che <pb ed="aut" n="1858"/> in Germania, dove tali mutazioni forse ancora accadono.)
          Macchiavelli fu il fondatore della politica moderna e profonda. In somma lo spirito
          inventivo è così proprio del mezzogiorno, riguardo all’astratto ec. come riguardo al bello
          e all’immaginario.</p>
        <p>Il sistema detto di Copernico, potrebbe riguardarsi come una grande scoperta e
          innovazione, anche in ordine alla metafisica; ma è noto che quel tedesco non fece altro
          che colle sue meditazioni lunghe e profonde, coltivare e stabilire ec. una verità già
          saputa o immaginata da’ Pittagora da Aristarco di Samo, dal Card. di Cusa ec. Questo è ciò
          che sanno fare i tedeschi.</p>
        <p>Da tutto ciò deducete 1. l’impotenza, e la contraddizione che involve in se, ed introduce
          nell’uomo, e nell’ordine delle cose umane, la ragione, la quale per far grandi effetti e
          decisi progressi ha bisogno di quelle stesse disposizioni naturali ch’ella distrugge o n’è
          distrutta, l’immaginazione e il sentimento. Facoltà generalmente e naturalmente parlando
          incompatibili con lei, massime dovendo esser questa e quelle in <pb ed="aut" n="1859"/>
          grado sommo. Vedete quanto sieno naturali i grandi progressi della ragione, quanto la
          natura gli abbia favoriti nel fabbricar l’uomo, quanto sia facile e naturale il
          conseguimento della pretesa perfezione umana. Laddove l’immaginazione e il sentimento non
          hanno alcun bisogno della ragione. E siccome, sebben questa e quelle sieno qualità
          naturali, nondimeno quelle si ponno considerar come più proprie della natura, più
          generali, più perfetti modelli di essa, meglio armonizzanti con lei, più singolarmente
          proprie dell’uomo e delle nazioni e de’ tempi naturali, de’ fanciulli ec. così vedete la
          gran superiorità della natura sulla ragione, e su tutto ciò che l’uomo si proccura, si
          fabbrica, si perfeziona da se stesso e col tempo.</p>
        <p>2. Una nuova prova del come gli stessi effetti nascano da cagioni contrarie. Il fervor
          dell’immaginazione e la freddezza o mancanza di essa, producono la sottigliezza dello
          spirito. Sottili i tedeschi, sottilissimi anzi sofistici i greci, gli arabi, gli
          orientali. V. p. 1831. <pb ed="aut" n="1860"/> ed applicala a questo luogo, ed osserva
          come sì in quello che nel nostro caso, trionfi però sempre ciò che deriva da copia di
          vita, su ciò che nasce da scarsezza. (5-6. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto che l’immaginazione può risorgere o durare anche ne’ vecchi e disingannati.
          Aggiungo che l’immaginazione e il piacere che ne deriva, consistendo in gran parte nelle
          rimembranze, lo stesso aver perduto l’abito della continua immaginativa, contribuisce ad
          accrescere il piacere delle rimembranze, giacch’elle, se fossero presenti ed abituali, 1.
          non sarebbero, o sarebbero meno rimembranze, 2. non sarebbero così dilettevoli, perchè il
          presente non illude mai, bensì il lontano, e quanto è più lontano. Onde non è dubbio che
          le immagini della vita degli antichi, non riescano più dilettevoli a noi per cui sono
          rimembranze lontanissime, che agli stessi antichi per cui erano o presenze, o ricordanze
          poco lontane. Del resto la rimembranza quanto più è lontana, e meno abituale, tanto più
          innalza, stringe, addolora dolcemente, diletta <pb ed="aut" n="1861"/> l’anima, e fa più
          viva, energica, profonda, sensibile, e <emph>fruttuosa</emph> impressione, perch’essendo
          più lontana, è più sottoposta all’illusione; e non essendo abituale nè essa
          individualmente, nè nel suo genere, va esente dall’influenza dell’assuefazione che
          indebolisce ogni sensazione. Ciò che dico dell’immaginativa, si può applicare alla
          sensibilità. Certo è però che tali lontane rimembranze, quanto dolci, tanto separate dalla
          nostra vita presente, e di genere contrario a quello delle nostre sensazioni abituali,
          ispirando della poesia ec. non ponno ispirare che poesia malinconica, come è naturale,
          trattandosi di ciò che si è perduto; all’opposto degli antichi a cui tali immagini,
          poteano ben far minore effetto a causa dell’abitudine, ma erano sempre proprie, presenti,
          si rinnovavano tuttogiorno, nè mai si consideravano come cose perdute, o riconosciute per
          vane; quindi la loro poesia dovea esser lieta, come quella che verteva sopra dei beni e
          delle dolcezze da <pb ed="aut" n="1862"/> loro ancor possedute, e senza timore. (7. Ott.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto che i greci furono i più filosofi e profondi tra gli antichi, perchè la loro
          lingua si presentava mirabilmente (sì come si presta ancora forse meglio di ogni altra)
          alla filosofia ed alla precisione, come ad ogni altra cosa e qualità. Bisogna osservare
          che questo pregio non l’ebbe ella dalla filosofia, così che questo si debba attribuire
          alla filosofia de’ greci, piuttosto che questa al detto pregio. Poichè la lingua greca fu
          formata, e resa onnipotente assai prima che i greci avessero filosofia, e prima ancora che
          si fosse intrapresa l’analisi delle lingue, e creata la gramatica, nelle quali cose i
          greci furono poi sottilissimi specialmente intorno alla lingua loro. Ma la lingua greca
          era tal quale noi la vediamo, e l’ammiriamo, assai prima della gramatica, inventata, si
          può dire, dagli stessi greci, ne’ tempi in cui la loro lingua o aveva già perduto, o stava
          per perdere (forse anche in forza delle regole ritrovate o osservate) il suo nativo <pb
            ed="aut" n="1863"/> colore ec. Anzi la lingua greca, dopo che fu analizzata, e ridotta a
          regole, dopo le circoscrizioni, le dispute, gli scrupoli de’ gramatici, divenne forse meno
          atta alla filosofia, come ad ogni altra cosa, perchè meno libera, e meno capace (secondo
          il parere e il desiderio de’ pedanti) di novità. Altrettanto nè più nè meno si può dire
          della lingua italiana. La libertà è la prima condizione di una lingua sì filosofica, che
          qualunque. I francesi l’hanno quanto alle parole. Ma ridotta ad arte, ogni lingua perde la
          sua libertà e fecondità. Allora ella varia quanto alle forme che riceve, secondo che alla
          sua formazione presiede la ragione o la natura ec. Primitivamente l’indole di tutte le
          lingue è appresso a poco la stessa, almeno dentro una stessa categoria di climi e
          caratteri nazionali. (7. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si può dir che l’effetto della filosofia non è il distruggere le illusioni (la natura è
          invincibile) ma il trasmutarle di generali in individuali. Vale a dire che ciascuno si fa
          delle illusioni per se; cioè crede <pb ed="aut" n="1864"/> che quelle tali speranze ec.
          siano vane generalmente, ma spera sempre per se, o in quel tal caso di cui si tratta,
          un’eccezione favorevole. Le illusioni così non sono meno generali, comuni, ed uguali in
          tutti, benchè ciascuno le restringa a se solo. Al sistema di creder belle e buone le cose
          umane, sottentra quello di credere o sperar tali le proprie, e quelle che in qualunque
          modo vi appartengono (come di creder buone le persone che vi circondano ec. ec.).
          L’effetto presso a poco è lo stesso. Tanto è sperare o credere una cosa ordinaria, quanto
          sperare o creder sempre la stessa cosa come straordinaria, e come eccezion della regola.
          Tale è il caso inevitabile di tutti i giovani i meglio istruiti.</p>
        <p>Vero è che la distruzione delle illusioni generali influisce sempre sulle individuali.
          Queste non potranno mai estirparsi del tutto, altrimenti l’uomo non esisterebbe più.
          Nondimeno s’indeboliscono, si rendono inattive ec. quando non sono fondate sopra una
          felice persuasione generale, e di principii, che contraddica e resista anche al fatto e
          all’esperienza. Tolta questa persuasione, l’individuo maturo cede presto all’esperienza
          buona parte delle <pb ed="aut" n="1865"/> sue illusioni individuali, e tutta la forza e la
          costanza delle altre, che già non sono più un’opinione, ma una specie di disperata
          speranza. Questo effetto diviene appoco appoco generale, ed oramai la filosofia si trova
          nel felice caso di aver distrutto quanto è mai possibile delle stesse illusioni
          individuali, e di avere ridotta e ristretta la vita umana ai minimi termini possibili,
          fuor de’ quali la vita e il genere umano non può assolutamente durare, come privo della
          sua atmosfera, e del suo elemento vitale. La vita senza amor proprio non può stare in
          nessun genere di esseri, e in nessuno parimente può stare l’amor proprio senza un menomo
          grado d’illusione individuale. La vita dunque e l’assoluta mancanza d’illusione, e quindi
          di speranza, sono cose contraddittorie. (7. Ott. 1821.). V. p. 1866.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Perchè si giudica brutta in un paesano tale o tal parlata, mossa, costume forestiero che
          in un forestiero parrà graziosa? Perchè paion bruttissime le donne vestite da uomini, o
          viceversa, quando paion belle e graziose <pb ed="aut" n="1866"/> tante snaturatezze ne’
          vestiari, anzi s’elle sono alla moda ci par brutto ciò che ne differisce, e bruttissimo
          ciò che gli è contrario, cioè il più naturale? Assuefazione opinione, prevenzione. (7.
          Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Possiamo dire che ogni qualunque sensazione affatto nuova, se non è precisamente di
          dolore, è piacevole per ciò solo ch’è nuova, quantunque non solo non abbia in se nessun
          genere di piacevole, ma abbia anche del dispiacevole. (8. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1865. Si può dire che la cognizione del mondo, la furberia, la filosofia, ed
          anche generalmente lo stesso talento, consiste in gran parte nella facoltà ed abito di non
          eccettuare. Il giovane si trova tradito, deriso dietro alle spalle ec. ec. ingannato,
          perseguitato ec. da questo e da quell’uomo da cui meno se l’aspettava, da un amico ec. ec.
          S’egli ha talento, dopo due o tre esperienze, ed anche alla prima, conchiude che non
          bisogna fidarsi degli uomini, che tutti appresso a poco sono malvagi, ne deduce de’
          risultati generali sulla natura del mondo e della società, qualunque <pb ed="aut" n="1867"
          /> persona ancorchè novissima, qualunque favore fattogli ec. ec. gli riesce sospetto, ed
          in breve egli si forma un sistema vero intorno agli uomini, di cui nessuna circostanza,
          nessuna apparenza per grande ch’ella sia, lo può far dimenticare. Ma s’egli è di corto
          talento, 10, 20 esperienze non basteranno a condurlo a questi risultati, egli considererà
          quello che gli è accaduto, e sempre gli accade, come tante eccezioni, e per conoscer gli
          uomini avrà sempre bisogno di esperienze individuali su ciascuno, così che al fine della
          sua carriera non sarà meglio istruito che nel principio, le esperienze non gli serviranno
          mai nulla, il suo giudizio sarà sempre falso, le apparenze e le illusioni lo inganneranno
          sempre allo stesso modo. E così si verifica che la facoltà di generalizzare è quella che
          costituisce gran parte del talento.</p>
        <p>Similmente il giovane istruito da’ suoi studi, dall’educazione ec. sulla natura degli
          uomini, e sulla diffidenza che bisogna sempre <pb ed="aut" n="1868"/> averne, sarà
          veramente impossibile, che quantunque persuaso di ciò, prima dell’esperienza, applichi
          queste teorie alle persone che lo circondano, ch’egli ha da gran tempo conosciute, ch’è
          avvezzo a riguardar come buone, di cui non ha fatto alcuna prova sfavorevole, e di cui non
          sa nulla in contrario. Sarà anche impossibile che le prime persone a cui si avverrà
          nell’entrare in carriera, e colle quali avrà che fare, egli le sottoponga nella sua
          opinione, al rigore della teoria degli uomini che gli è stata insegnata. Insomma sarà
          impossibile che prima dell’esperienza, egli non faccia sempre decisa eccezione dalla
          teoria generale in favore delle persone che gli appartengono, lo circondano, o con cui per
          prime s’incontra. Ma dopo due o tre esperienze, s’egli ha talento, termina di eccettuare,
          si persuade che il generale si avvera ne’ particolari, divien pratico degli uomini, le sue
          teorie applicate alla pratica gli servono effettivamente al saper vivere; ed egli non è
          più capace d’illusioni individuali intorno agli uomini, siccome già da principio non era
            <pb ed="aut" n="1869"/> capace d’illusioni generali. Ma il giovane di poco talento,
          sebbene allo stesso modo istruito e persuaso, non lascerà mai dopo le più chiare e
          replicate esperienze di eccettuare ciascun caso particolare, e ciascun individuo che abbia
          apparenza contraria alle sue teorie, dalla regola generale; non conoscerà mai i rapporti
          della teoria colla pratica, di ciò ch’egli sa con ciò ch’egli esperimenta, o deve
          sperimentare; non saprà mai applicare la scienza alla pratica, e credendo fermamente di
          non doversi fidar di nessuno, non troverà mai nessuno del quale non giudichi conveniente e
          giusto il fidarsi. Puoi vedere in tali propositi l’avvertimento 23. (al. 26.) del
          Guicciardini, e la prima delle Considerazioni civili di Remigio Fiorentino sopra le
          Historie di F. Guicciardini.</p>
        <p>Così si verifica quello che ho detto, che la cognizione del mondo, la filosofia, lo
          stesso talento consiste in gran parte nell’abito e facoltà di non eccettuare, perchè
          appunto esso consiste nella facoltà di generalizzare, e in quella di applicare, o di
          conoscere i rapporti, che viene a coincidere con quella di generalizzare.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1870"/> E secondo queste osservazioni si conosce come il filosofo non sia
          filosofo nella vita e nelle azioni, s’egli non guarda se stesso e i fatti suoi come quelli
          degli altri, s’egli non gli osserva dall’alto, come quelli degli altri, se insomma non si
          spoglia dell’abitudine naturale di escluder se stesso e i fatti suoi dalla dottrina
          generale degli uomini e de’ fatti del mondo. Se il filosofo non è filosofo nella pratica,
          e se i suoi principii non corrispondono alle sue azioni, il che accade tutto giorno;
          ovvero ogni volta ch’egli non è filosofo in questa o quell’azione, o caso della vita, il
          che accade inevitabilmente spessissimo a’ più stoici e cinici (cioè pratici) filosofi del
          mondo; egli non pecca per altro, se non perchè in tali casi egli fa eccezione del
          particolare dal generale, e non applica la dottrina e la teoria al caso pratico.</p>
        <p>Queste osservazioni si possono applicare ad ogni genere di talenti, di abilità di
          discipline ec. ec. ec. ad ogni genere di cose che s’imparano ec. ec. Quello scolare di
          rettorica <pb ed="aut" n="1871"/> perfettamente istruito, e che scrivendo cade in mille
          difetti, non vi cade se non perch’egli eccettua. L’abito di eccettuare è quello che
          massimamente nuoce ad ogni sorta di discipline, di ammaestramenti, di cognizioni
          ec.;quello che bisogna sopra tutto vincere; quello che rende necessario l’esercizio e
          l’esperienza in tutto ciò che deesi applicare alla pratica, ed eseguire; la qual
          esperienza non fa quasi altro che persuadervi palpabilmente che bisogna applicare il
          generale al particolare, e non fare eccezioni. (8. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come quel diletto, e quel bello della musica, che non si può ridurre nè alla
          significazione, nè a’ puri effetti del suono isolato dall’armonia e melodia, nè alle altre
          cagioni che altrove ho specificate, derivi unicamente dall’abitudine nostra
          <emph>generale</emph> intorno alle armonie, la quale ci fa considerare come convenienti
          fra loro quei tali suoni o tuoni, quelle tali gradazioni, quei tali passaggi, <pb ed="aut"
            n="1872"/> quelle tali cadenze ec. e come sconvenienti le diverse o contrarie ec.
          osservate. Le nuove armonie o melodie (<emph>che già si tengono per rarissime</emph>)
          ordinariamente, anzi sempre, s’elle sono affatto, cioè veramente nuove, a prima vista
          paiono discordanze, quantunque sieno secondo le regole del contrappunto, per lo che ben
          tosto appresso ne conosciamo e sentiamo la convenienza, cioè non per altro se non
          perch’elle sono, e ben presto le ritroviamo conformi alla nostra assuefazione
            <emph>generale</emph> intorno all’armonia e melodia, cioè alle convenienze de’ tuoni,
          quantunque elle non sieno conformi alle nostre assuefazioni <emph>particolari</emph>. E
          quanto più la detta assuefazione generale è meno estesa, o meno radicata e sensibile e
          immedesimata coll’uditore, tanto più vivo è il sentimento di discordanza e disarmonia che
          questi prova a prima giunta; e tanto eziandio più durevole, di maniera ch’egli le
          giudicherebbe discordanze definitivamente, se l’opinione e la prevenzione che quelle sieno
            <pb ed="aut" n="1873"/> poi veramente armonie o melodie, non glielo impedisse. Tale è il
          caso del volgo, della gente rozza o non assuefatta a udir musiche, e proporzionatamente,
          degli uomini non intendenti di quest’arte. I quali tutti in udir tali nuove armonie sono
          dilettati da’ soli suoni e dalle altre cause di diletto che altrove ho spiegato, ma non
          già dall’armonia o melodia in quanto armonia e melodia, perocch’essi non la ravvisano. E
          però piacciono soprattutto, o <emph>più universalmente</emph>, le melodie chiamate
          popolari, cioè conformi particolarmente o generalmente alle assuefazioni particolari o
          all’assuefazione generale del comune degli uditori in fatto di melodie ec. Le armonie o
          melodie affatto nuove ordinariamente non piacciono che agl’intendenti, i quali sentono la
          difficoltà, e le raffrontano colle regole ch’essi conoscono ec. E questi medesimi provano
          a primissima giunta un senso di discordanza, che però presto svanisce, e ch’essi
          immediatamente ravvisano per illusorio: ma si può dir che ogni assoluta novità in fatto di
          musica contiene e quasi consiste in un’apparenza <pb ed="aut" n="1874"/> di stuonazione.
          Altre armonie e melodie che non inchiudono quest’apparenza, o non molto viva, e
          contuttociò si considerano come nuove, non sono nuove, se non in quanto ad una non usitata
          combinazione delle diverse parti di quelle convenienze musicali che l’assuefazione
          generale o particolare ci fa riguardar come convenienze. E queste combinazioni quanto meno
          si accostano a quello che di sopra ho spiegato per popolare, tanto più piacciono
          agl’intendenti, e meno al popolo, e tanto meno hanno di significazione, parlando però in
          genere. Di questa natura è una grandissima parte delle giornaliere novità in fatto di
          musica, e delle nuove composizioni musicali.</p>
        <p>Similmente osservate che se tu ascolti, come spessissimo accade, un pezzo p. e. di
          un’aria che tu già conosci, ed il seguito di questo pezzo è diverso da quello che tu pur
          conosci, tu provi subito un senso di discordanza, perchè questa diversità si oppone alla
          tua assuefazion particolare; ma sospendi il tuo giudizio, e ben tosto lo determini <pb
            ed="aut" n="1875"/> favorevolmente, e provi il senso dell’armonia e melodia cioè
          convenienza, perchè detta diversità è poi conforme alla tua assuefazione generale in fatto
          di convenienze musicali, la quale assuefazione e non altro, è la base, la ragione, la
          materia ec. del contrapunto. E quest’assuefazione generale comprende molte diversità di
          combinazioni delle stesse parti, o di alcune di esse con altre ec. Il detto effetto è
          comunissimo, perchè è comunissima e spesso inevitabile la detta circostanza che lo
          produce, e posta questa, il detto effetto ne segue immancabilmente anche ne’ più
          intelligenti, ed avvezzi alla più gran varietà delle combinazioni musicali.</p>
        <p>Queste osservazioni possono rendere molto bella ragione del perchè la vera novità sia
          generalmente considerata come rarissima e difficilissima in fatto di musica, cioè di
          armonia e soprattutto di melodia, a differenza della pittura, della scultura, della
          poesia, dell’eloquenza ec. Infatti un’assoluta novità in musica non può esser altro che
          disarmonia, perchè sarebbe sconvenienza dalle assuefazioni generali. Anche nella poesia e
          nella prosa, ciò che spetta puramente all’armonia e melodia, non è quasi punto capace di
          novità. Cioè le nuove combinazioni in <pb ed="aut" n="1876"/> questo genere sarebbero
          facilissime e infinite, ma non sarebbero più armonie nè melodie perchè non converrebbero
          coll’assuefazione della propria nazione e lingua; mentre che l’assuefazione è il solo
          fondamento, ragione, elemento, principio costitutivo dell’armonia e melodia. Nelle diverse
          nazioni e lingue diversissime sono le armonie e melodie della prosa e del verso, (come
          pure di ciascuna parola isolata, vale a dir la melodia delle sillabe e lettere, della
          quale e non d’altro si compone quella di ciascun verso o periodo) perchè diverse le
          assuefazioni, ma in ciascuna lingua rispettivamente, la novità è quasi impossibile in
          questo genere; e ciò che in un’altra lingua è melodioso, per quanto, assolutamente
          parlando, e prima della diversa o contraria assuefazione, fosse adattabilissimo alla
          lingua in cui tu scrivi, non lo è più, perchè sconverrebbe coll’assuefazione, e quindi
          sarebbe sconvenienza e disarmonia. V. p. 1879. Laddove quel bello che dipende
          dall’imitazione dalla significazione, dall’espression degli affetti ec. dal seguir la
          natura ec. ec. è infinitamente variabile e suscettivo di novità. E siccome questo bello
          costituisce la parte principale del bello pittorico, scultorico, poetico ec. <pb ed="aut"
            n="1877"/> e non dipende cotanto nè consiste nell’assuefazione, (la quale non può esser
          che limitatissima, massime generalmente e nel volgo ec.) però le dette arti belle sono
          suscettibilissime di novità e varietà. L’architettura, il cui bello costitutivo dipende
          anch’esso e consiste per la più parte nell’assuefazione, varia bensì nelle nazioni affatto
          diverse, come varia la musica, e come la melodia della prosa o del verso, ma in nessuna
          nazione è suscettibile di più che tanta novità. Ed è questo un nuovo genere di somiglianza
          fra queste due belle arti, architettura e musica, oltre gli altri da me notati altrove.</p>
        <p>E qui osservate come la pittura, scultura, poesia, eloquenza, quelle arti belle in somma,
          che ho detto esser più suscettive di novità, quelle appunto, generalmente parlando, e
          considerandole in un certo grado di perfezione, non possono nelle loro principali qualità
          esser più che tanto differenti nelle differenti nazioni. E viceversa la musica e
          l’architettura, arti incapaci di molta <pb ed="aut" n="1878"/> novità e varietà dentro una
          stessa sfera di costumi, differiscono sommamente nelle diverse sfere di costumi, anche
          quanto alle qualità principali, ed elementari. Ciò avviene perchè quelle hanno un soggetto
          e un modello universale, cioè la natura, queste particolare affatto, cioè le assuefazioni
          nazionali. Nuova prova del quanto sia relativo quel bello che consiste nelle sole
          convenienze, cioè quel solo che è veramente bello, e spetta all’astratta considerazione di
          esso.</p>
        <p>Ond’è che le arti quanto più son suscettive di novità e varietà in ciascuna nazione, e
          per se stesse, tanto meno ponno variare da nazione a nazione, e viceversa. E la varietà
          nazionale di cui un’arte bella è capace sta in ragione inversa della varietà universale e
          costitutiva e specifica. (9. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quello che altrove ho detto circa la differenza della melodia poetica nelle diverse
          lingue, aggiungivi la melodia prosaica, e generalmente qualunque melodia può derivare
          dalla combinazione delle parole, o anche delle sillabe <pb ed="aut" n="1879"/> o lettere,
          e v. la p. 1876. e seg. (9. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1876. Applicate a questo luogo l’inadattabilità riconosciuta della melodia
          poetica latina o greca alla lingua italiana, de’ metri, cioè diversi generi di verso, e
          diversa combinazione di versi ec. E pur la italiana è figlia della lingua latina; così la
          spagnola la francese ec. ec. ec. ec. (9. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Presso qualunque popolo naturale o poco civilizzato, il governo militare non fu mai
          distinto dal civile, e i governatori delle provincie o di ciascuna provincia, non erano se
          non se i capitani degli eserciti o di ciascun esercito. Così presso i greci omerici, così
          presso tutti i popoli chiamati selvaggi, così presso i Germani, poi i Goti, Franchi,
          Longobardi ec. così anche presso i romani, dove il console, il proconsole, il pretore, era
          al tempo stesso il capo politico della repubblica o delle province, e il capitano
          dell’esercito, o degli eserciti provinciali. In tutti i popoli poco civilizzati, accadendo
          una conquista, quegli medesimo rendeva la giustizia a’ conquistati, e amministrava le cose
          loro, quegli medesimo, dico, che li aveva domati o li domava colle armi. Così anche <pb
            ed="aut" n="1880"/> oggi. Ciò vuol dire che in natura non si è mai creduto che vi fosse
          altra legge, o altro diritto dell’uomo sull’uomo, che quello della forza. (9. Ott. 1821.).
          V. p. 1911. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto che la stessa malvagità è grazia, e fa effetto nelle donne. Aggiungo che anche
          nelle buone, anche nelle scrupolose, anzi più che nelle altre, perchè per esse è più nuova
          e straordinaria la malvagità. Il malvagio le tira a se collo stesso orrore e scuotimento
          che in loro produce sì esso che il suo carattere. Lo stesso diremo delle donne rispetto
          agli uomini. Lo stesso particolarmente di questo o quel vizio di chi dev’essere amato,
          dirittamente contrario alla natura o al costume di quella persona che deve amare.</p>
        <p>È stato infatti osservato che l’amore tende ai contrarii. Questa generale osservazione
          merita di essere applicata alla mia teoria della grazia. (9. Ott. 1821.). V. p. 1903.
          capoverso 2.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>E subito potremo osservare che p. e. gli uomini dissipati ed ardenti, sono sovente
          allettatissimi da una donna di carattere pacifico, d’inclinazioni tutte domestiche,
          dall’aspetto della sua vita metodica, e casalina ec. (9. Ottobre 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto che il piccolo (già s’intende che anche il piccolo è relativo) suol esser
          grazioso. <pb ed="aut" n="1881"/> Ciò si può vedere anche nelle parti. Le Cinesi si
          restringono i piedi. Nè uomini nè donne non cercano co’ loro vestiarii d’ingrossarsi la
          vita, e la persona, ma d’impiccolirla; anche oltre il naturale, e spesso eccessivamente.
          Il grosso (relativo) non piace mai (almeno fra le nazioni e gli individui, e ne’ tempi
          detti di buon gusto) nè nelle forme umane, nè in qualunque genere di bello. Il delicato,
          lo svelto delle forme ec. in che cosa consistono fuorchè in una rispettiva e proporzionata
          e corrispondente piccolezza? (9. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto che l’amor libidinoso considera più le altre forme che quelle del viso. Pur è
          certo che la più sfrenata, invecchiata, ed abituale libidine, è molto eccitata dalla
          significazione vivacità ec. ec. degli occhi e del viso, e respinta da un’assoluta
          bruttezza, insignificazione ec. di fisonomia. Anzi forse tali eccitamenti son più
          necessarii all’eccessiva ed invecchiata libidine che alla mediocre.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1882"/> Del resto l’amore veramente sentimentale, quello di un giovane o
          una giovane inesperta e principiante, non considera, non si riferisce, non trova
          indispensabile ec. che la bellezza (benchè relativa) del volto. Una persona di volto
          definitamente non bello, o che tale non paia loro, non sarà mai oggetto di amore alle
          dette persone, per bella ch’ella sia nel resto: almeno senza circostanze particolari, e
          lunghe relazioni ec. ec. (9. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1825. L’amor di Dio nello stato che il Cristianesimo chiama di assoluta
          perfezione non è nè può essere che un amor di se stesso applicato al solo ben proprio, e
          non a quello de’ suoi simili. Or questo appunto è ciò che si chiama egoismo. (9. Ott.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Qual differenza fra il vestiario de’ nostri contadini, e il cittadinesco. Eppure perchè
          siamo avvezzi a vederlo, questa differenza non ci fa nessun senso, e non ci produce alcuna
          impressione di deformità o di ridicolo, come però fa una anche minor differenza di vestire
          che si veda in uno straniero <pb ed="aut" n="1883"/> ec. Similmente possiamo dire de’
          vestiari ridicolissimi de’ nostri frati, preti, monache ec. (10. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto giova a sentir le bellezze p. e. di una poesia, o di una pittura ec. il saper
          ch’ella è famosa e pregiata, ovvero è di autor già famoso e pregiato! Io sostengo che
          l’uomo del miglior gusto possibile, leggendo p. e. una poesia classica, senza saper nulla
          della sua fama, (il che può spesso accadere in ordine a cose moderne, o non ancor famose,
          o non ancor conosciute da tutti per tali), e leggendola ancora con attenzione, non vi
          scoprirebbe, non vi sentirebbe nè riconoscerebbe una terza parte delle bellezze, non vi
          proverebbe una terza parte del diletto che vi prova chi la legge come opera classica, e
          che potrà poi provarvi egli stesso rileggendola con tale opinione. Io sostengo che oggi
          non saremmo così come siamo dilettati p. e. dall’Ariosto, se l’Orlando furioso fosse opera
          scritta e uscita in luce quest’anno. Dal che segue che il diletto di un’opera di poesia,
            <pb ed="aut" n="1884"/> di belle arti, eloquenza, ed altre cose spettanti al bello,
          cresce in proporzione del tempo e della fama; ed è sempre (se altre circostanze non
          ostano) minore in chi ne gode per primo, o fra i primi, cioè ne’ contemporanei, ec. che in
          chi ne gode dopo un certo tempo. Sebben la fama universale e durevole, è fondata
          necessariamente sopra il merito, nondimeno dopo ch’ella per fortunate circostanze è nata
          dal merito, serve ad accrescerlo, e il vantaggio e il diletto di un’opera deriva forse
          nella massima parte, non più dal merito, ma dalla fama, e dall’opinione. Noi abbiamo
          bisogno di farci delle ragioni di piacere, per provarlo. Il bello in grandissima parte non
          è tale, se non perchè tale si stima. Quindi osservate quanta parte abbia la fortuna
          nell’esito delle opere umane, e nella fama o nell’oscurità degli uomini. Essendo
          certissimo che se oggi uscisse alla luce un’opera poetica di merito assolutamente uguale o
          superiore a quello dell’Iliade, lasciando da parte <pb ed="aut" n="1885"/> l’invidia, le
          cabale, le superstizioni, le pedanterie; la sola differenza di prevenzione, differenza
          inevitabile perchè Omero è stato tanti secoli prima di noi, farebbe che il lettore il più
          di buon gusto e imparziale, provasse assolutamente e senza confronto maggior diletto, e
          sentimento di bellezza, leggendo l’Iliade, che leggendo la nuova poesia. Tanto piccola
          parte del bello consiste in cose e qualità intrinseche ed inerenti al soggetto, e
          indipendenti dalle circostanze, e invariabili; e tanto piccola parte del diletto che reca
          il bello, deriva da ragioni costanti, essenziali al soggetto, e comuni a tutti i soggetti
          della stessa natura, e a tutti gl’individui e tempi che ne possono godere. (10. Ott.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Un uomo famoso per dissipazioni e sfrenatezze e fortune galanti, e infedeltà in amore, fa
          grand’effetto nelle donne con questa sola fama, ma forse nelle donne modeste e timide, e
          avvezze ad esser fedeli, più che nelle altre. La franchezza, il brio, <pb ed="aut"
            n="1886"/> la sfrontatezza ec. fa sempre fortuna in amore, ed è quasi indifferentemente
          necessaria e felice con ogni sorta di donne, perch’è quasi l’unico mezzo di ottenere. Ma
          considerata semplicemente come mezzo di piacere e di far effetto sulle prime, è certo
          ch’egli è più potente, sulle donne modeste, ritirate, paurose, poco solite agl’intrighi
          ec. che nelle loro contrarie.</p>
        <p>Viceversa l’uomo serio, e sostenuto, oppur modesto, e affabile, senza pretensioni, e
          senza ardimenti, l’uomo che non si getta punto alla donna, o perchè non sappia nè ardisca,
          o perchè non voglia, l’uomo ritirato ec. fa molto maggior effetto nelle donne dissipate,
          franche, avvezze alle galanterie, solite ad esser corteggiate ec. che in quelle di
          carattere simile al suo. Anzi a queste egli dispiace a prima vista, o viene a noia fra
          poco, a quelle viceversa. Anche gli uomini legati, timidi ec. insomma difettosi nel
          trattare e nel conversare per mancanza di disinvoltura, esperienza ec. anche una cert’aria
          d’inesperienza, di semplicità, d’innocenza, (il contrario della furberia) di
            <emph>naturalezza</emph> ec. son capaci come di dispiacere interamente alle donne loro
          pari, così di fermare il gusto di una donna eccessivamente disinvolta, <pb ed="aut"
            n="1887"/> sperimentata, furba, e libera nel trattare, nell’operare, e in ogni
          assuefazione e costume; e di parerle graziosi ec. (10. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto che la lingua italiana non ha mai rinunziato alle sue ricchezze antiche. Ecco
          come ciò si deve intendere. Tutte le nazioni, tutte le lingue del mondo antiche e moderne,
          formate ed informi, letterate e illetterate, civili e barbare, hanno sempre di mano in
          mano rinunziato, e di mano in mano incessantemente rinunziano alle parole e frasi antiche,
          come, e perciò, ed in proporzione che rinunziano ai costumi antichi, opinioni ec. Quelle
          ricchezze alle quali io dico che la lingua italiana non ha mai rinunziato, sono le
          ricchezze sue più o meno disusate, che sono infinite e bellissime, e ponno esserle ancora
          d’infinito uso; ma non propriamente le voci e locuzioni antiche, cioè quelle che oggi o
          non si ponno facilmente e comunemente intendere, o comunque intese non ponno aver faccia
          di naturali, e spontanee, e non pescate nelle Biblioteche de’ classici. A queste l’Italia
          come tutte le altre nazioni nè più nè meno, intende di avere rinunziato; e i soli pedanti
            <pb ed="aut" n="1888"/> lo negano, o non riconoscono per buona questa rinunzia, e le
          protestano contro, e non vi si conformano, nè l’ammettono.</p>
        <p>Come poi la lingua italiana abbia e possa avere, a differenza della francese, infinite
          ricchezze, che se ben disusate, ed antiche di fatto, non sono antiche di valore, di forma,
          di conio, lo verrò spiegando.</p>
        <p>Primieramente la lingua italiana non ha mai sofferto, come la francese, una riforma,
          venuta da un solo fonte ed autorità, cioè da un’Accademia, e riconosciuta dalla nazione,
          la quale la ristringesse alle sole parole comunemente usitate al tempo della riforma, o
          che poi fossero per venire in uso, togliendole affatto la libertà di adoperare quanto di
          buono d’intelligibile ed inaffettato si potesse trovare nel capitale della lingua non più
          solito ad usarsi, ma usato dagli antichi. Della quale specie moltissimo avrebbe allora
          avuto la lingua francese da poter salvare. Non si è mai tolta fra noi ogni autorità agli
          antichi, serbandola solamente ai moderni, o ristringendola <pb ed="aut" n="1889"/> e
          terminandola in un solo corpo, e nell’epoca di esso.</p>
        <p>Questa riforma era naturalissima nella Francia a differenza di tutte le altre nazioni. Lo
          spirito di società che costituisce tutto il carattere, tutta la vita de’ francesi; come
          forma l’indole de’ loro costumi, così necessariamente quello della loro lingua in ciascun
          tempo. Ora essendo effetto naturale di detto spirito, l’uniformare gli uomini, ed
          uniformando i costumi, uniformare inseparabilmente la lingua, è naturale ancora che questa
          uniformità s’intenda ristretta agli uomini che di mano in mano sono, e non a quelli che
          furono. Ond’è che il francese vuole e dee vivere e parlare come vivono e parlano i suoi
          nazionali moderni e presenti, non come i suoi nazionali antichi, nel qual caso, egli
          differirebbe dai presenti, peccato mortale per un francese, e qualità incompatibile collo
          spirito di società, in quanto egli è tale, in qualsivoglia nazione. Così che la riforma
          della lingua francese, dovendo introdurre l’uniformità, non <pb ed="aut" n="1890"/> poteva
          non iscartare tutto l’antico, (siccome difforme dal moderno) tutto ciò che non fosse in
          presente e corrente uso, ancorchè buonissimo e bellissimo, tutta l’autorità di qualunque
          scrittore che non fosse moderno; giacchè non poteva uniformare quanto alla lingua se non i
          presenti coi presenti, e non i presenti cogli antichi, ch’era impossibile sì per se
          stesso, sì perchè una lingua non ritorna antica, se ogni sorta di costumi e di opinioni
          ec. non ritorna antico, e precisamente tal qual era.</p>
        <p>Da questo spirito di società de’ francesi, seguita che la loro lingua (per dirlo qui di
          passaggio) benchè paia la meno soggetta a variare o corrompersi, stante le infinite
          circoscrizioni che la legano, e determinano, è per lo contrario la più soggetta che mai,
          non solo quanto alle parole e modi, ma pur quanto all’indole. Al detto spirito non può
          bastare di uniformare i moderni a’ moderni; la sua perfezione necessariamente tende ad
          uniformare senza posa i presenti co’ presenti. E siccome i costumi e le opinioni non
          istanno mai ferme, <pb ed="aut" n="1891"/> nè pertanto la lingua, così ogni novità che
          s’introduca sì in questa che in quelli, divenendo subito universale tra’ francesi, e
          passando in regola, la lingua de’ francesi e scritta e parlata deve cambiar sensibilmente
          e di capitale e d’indole, non dico ad ogni secolo, ma ad ogni dieci o 20 anni. Se poi
          v’aggiungerete la somma coartazione, unità, ed intera definizione della lingua francese,
          la quale per necessità ripugna ad ogni novità, massime appartenente allo spirito della
          lingua, vedrete che da questa ripugnanza di qualità, ne deve seguire una pronta e
          notabilissima e inevitabile corruzione universale, anzi tante corruzioni quanti sono i
          piccoli spazi di tempo, in cui la loro lingua piglia co’ nuovi costumi, nuove forme.
          Massimamente che la rapidità con cui si alterano i costumi e l’opinioni in Francia è molto
          maggiore che tutt’altrove, perchè la marcia dello spirito umano, nazionalmente parlando, è
          più rapida in quella nazione dove la società è più stretta viva ed estesa. Ond’è che la
          lingua francese deve <pb ed="aut" n="1892"/> ben presto cambiar faccia in modo da non
          riconoscersi più per quella della riforma, e così successivamente la lingua di uno o due
          secoli dopo non riconoscersi per quella di uno o due secoli prima. Nè tarderà molto che i
          classici del secolo di Luigi 14. saranno meno intesi dall’universale de’ francesi, di
          quello che Dante dagli odierni italiani. La lingua francese insomma, appunto perchè lo
          spirito e l’andamento della nazione è sempre quello stesso che suggerì la riforma, ha
          bisogno ad ogni tratto di un’altra tale riforma, che renda classica ed autorizzi una nuova
          lingua, dismettendo la passata rispettiva. E sempre ne avrà bisogno più spesso, perchè la
          marcia è sempre più rapida. Il fatto lo dimostra confrontando e le parole e lo spirito
          dell’odierna lingua francese con quella del tempo di Luigi 14. sì poco distante.</p>
        <p>Tornando al proposito, la nostra lingua non ha mai sofferto simili riforme, siccome
          nessun’altra che la francese, stante la diversità delle circostanze nazionali. Che se
          volessimo pur considerare come riforma le operazioni dell’Accademia della Crusca, questa
          riforma sarebbe stata al rovescio della francese, perchè avrebbe ristretto la nostra
          lingua all’antico, ed all’autorità degli antichi, escludendo il moderno, e l’autorità de’
          moderni; cosa che siccome ripugna alla natura di lingua viva, così non merita alcun
          discorso. <pb ed="aut" n="1893"/> Bensì scemato coll’andar del tempo e colla mutazion
          degli studi e dello spirito in Italia, lo studio della lingua, e de’ classici, infinite
          parole e modi sono andate, e vanno tutto giorno in disuso, le quali però tuttavia son
          fresche e vegete, ancorchè di fatto antichissime: e siccome si possono usare senza
          scrupolo, così di tratto in tratto, qua e là, questa o quella si vien pure adoperando da
          qualcuno in modo che tutti le intendono, e nessuno nega o può negare di riconoscerle e
          sentirle per italiane. E finattanto che la lingua nostra conserverà il suo spirito ed
          indole propria, (la quale in verità non conserva oggi se non presso pochissimi, ma ch’ella
          non può pertanto legittimamente perdere, cioè senza corrompersi, come qualunque altra
          lingua) il capitale di tali ricchezze le durerà sempre.</p>
        <p>Imperocchè la lingua italiana essendo stata applicata alla letteratura, cioè formata,
          innanzi a tutte le colte moderne; la sua formazione, e quindi la sua indole viene ad
          essere <pb ed="aut" n="1894"/> propriamente parlando di natura antica. Quindi ella, a
          differenza della francese, non può rinunziare alle sue ricchezze antiche, senza rinunziare
          alla sua indole, e a se stessa. Potrà ben rinunziare a questa o quella voce o modo, potrà
          anche coll’andar del tempo antiquarsi la maggior parte delle sue voci e modi primitivi, ma
          sempre la forma delle sue voci e modi o nuovi o vecchi dovrà corrispondere a questi, per
          corrispondere alla sua indole, altrimenti non potrà fare ch’ella non si componga di
          elementi e ragioni e spiriti discordanti, e non si corrompa: giacchè in questo finalmente
          consiste la corruzione di tutte le lingue, e di questo genere è la presente corruzione
          della lingua italiana.</p>
        <p>Il simile proporzionatamente dico della lingua spagnuola, il cui secolo d’oro e la cui
          letteratura è la seconda in Europa, in riga di tempo.</p>
        <p>La lingua inglese in gran parte può porsi a paro della francese. La letteratura e
          formazione <pb ed="aut" n="1895"/> della lingua tedesca è l’ultima di tempo in Europa
          (giacchè non credo che si possano ancora considerare come formate, e fornite di
          letteratura propria, la Russa, la Svedese ec.). Contuttociò ella non ha punto rinunziato
          alle sue ricchezze antiche, diversissima essendo la circostanza della Germania da quella
          della Francia. Dubito però che l’antico possa star così bene nella lingua tedesca, formata
          e ridotta a letteratura ierlaltro, come nell’italiana formata 6. secoli fa. Ed ella potrà
          benissimo perdere, e perderà le sue ricchezze antiche, (che già non ponno esser molte, nè
          di grand’uso, essendo anteriori alla formazione della lingua) senza corrompersi, nè
          sformarsi, nè perdere la sua indole; al contrario dell’italiana.</p>
        <p>Da queste osservazioni seguirebbe che la corruzione della lingua italiana, e
          proporzionatamente della spagnuola, fosse oggi tanto più facile e quasi inevitabile,
          quanto la sua perfezione è più antica, e d’indole diversa da quella de’ tempi moderni. Ora
          io <pb ed="aut" n="1896"/> convengo che sia facilissimo perch’è facilissimo il non
          attenderci, il non istudiar la lingua, e il non possederla, come si fa; e che sia più
          difficile oggidì lo scriver bene la nostra lingua che qualunque altra. Dico però ch’ella
          nella natura della sua stessa perfezione antica, contiene i principii essenziali di
          conservazione; che la sua vera indole porta con se gli elementi della sua durata; ed in
          modo che laddove le altre lingue si corromperanno prestissimo, la nostra (quando vi si
          ponga l’osservazione che bisogna) potrà sempre conservarsi qual era, o piuttosto ritornar
          tale.</p>
        <p>Il moderno diviene antico, e tuttociò che oggi è antico, fu moderno. Così che l’esser
          moderna la formazione del francese o del tedesco, non proverà altro se non che la loro
          corruzione sia più lontana, non già ch’elle non sieno soggette a corruzione. Di più, il
          moderno diviene antico tanto più presto, quanto più il mondo si avanza, perchè la sua
          marcia si accelera in proporzione del suo avanzamento.</p>
        <p>Quello che bisogna osservare si è gli elementi e la natura di ciò che forma <pb ed="aut"
            n="1897"/> la perfezione e l’indole di una lingua. Ora la lingua francese formata ne’
          tempi che per noi sono moderni, contiene in se stessa i principii di corruzione ed
          alterazione che ho notati di sopra; perocch’ella, secondo la natura di tali tempi, è
          sottoposta nella sua forma alla servitù della ragione. Laddove la lingua italiana formata
          in tempi che per noi sono antichi, e secondo l’indole di detti tempi, dotata
          essenzialmente della libertà della natura, capace d’indeterminata moltiplicità di forme,
          di stili, e quasi di lingue, non può mai corrompersi, purchè s’abbia l’occhio a
          conservarle appunto queste qualità, senza le quali non può stare la sua vera indole
          primitiva; onde sebbene d’indole antica, ella, anzi perciò appunto ch’è d’indole antica, è
          e sarà sempre capace di tutto ciò che è o sarà per esser moderno; temperando sempre i suoi
          diversissimi stili secondo la natura degli argomenti. <pb ed="aut" n="1898"/> Ond’ella è e
          potrà sempre essere adattata così all’antico come al moderno, cioè al bello come al vero,
          e alla natura come alla ragione, perocchè questa è compresa nella natura, ma non già
          viceversa. E potrà anche unire insieme le due qualità del bello e del vero, in un medesimo
          stile. Come appunto la lingua greca, vera figlia della natura e del bello, fu tanto atta
          alla filosofia, quanto forse nessuna delle moderne, le quali a lei tuttora ricorrono ne’
          loro bisogni filosofici ec.;la lingua greca si conservò per tanti secoli e tante
          vicissitudini di cose incorrotta; la lingua greca si può con certezza presumere che se
          oggi vivesse, oggi conservando il suo stesso primitivo carattere, sarebbe capacissima e
          forse più d’ogni altra anche moderna, di tutte le cose moderne, siccome ne può far fede il
          vedere quante di queste non si sappiano denominare se non ricorrendo a essa lingua; la
          lingua greca si adatterebbe <pb ed="aut" n="1899"/> all’analisi, a ogni sottigliezza della
          nostra moderna ragione, senza però perder nulla della sua bellezza, della sua antica
          indole, e della sua adattabilità alla antica natura, perocchè la natura può considerarsi
          come antica.</p>
        <p>Ben è verissimo che quanto la lingua italiana è incorruttibile nella teoria, tanto nelle
          presenti circostanze è più d’ogni altra corruttibile nella pratica. I riformatori del
          moderno stile corrotto, in luogo di conservarle la libertà essenziale alla sua indole,
          gliela tolgono, ed oltre ch’essi stessi con ciò solo la corrompono, assicurano poi la sua
          corruzione riguardo agli altri, mentre la libertà è il principale e indispensabile
          preservativo di questo male. Gli altri non istudiano la lingua, non la conoscono, si
          prevalgono della sola sua libertà, senza considerare come vada applicata ed usata, non
          sanno le forze della lingua, ed in vece di queste, adoprano delle forze straniere ec.
          L’indole antica della <pb ed="aut" n="1900"/> lingua italiana pare a prima vista
          incompatibile con quella delle cose moderne. Senza cercare dunque nè scoprire come queste
          indoli si possano accordare (il che non può conoscere chi non conosce la lingua), si
          sacrifica quella a questa, o questa a quella, o si uniscono mostruosamente con danno di
          tutt’e due. Laddove la lingua italiana deve e può conservare la sua indole antica
          adattandosi alle cose moderne, esser bella trattando il vero; parere anche antica qual è,
          senza però mancare a nessuno de’ moderni usi, e adattarvisi senza alcuno sforzo.</p>
        <p>Insomma la lingua italiana è facilmente corruttibile, perchè può far moltissimo; laddove
          p. e. la lingua francese, pochissimo. Ora il poco s’impara più facilmente del molto.
          (10-12 Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non solo l’eleganza, ma la nobiltà la grandezza, tutte le qualità del linguaggio poetico,
          anzi il linguaggio poetico esso stesso, consiste, se ben l’osservi, in un modo di parlare
          indefinito, o non ben definito, o sempre <pb ed="aut" n="1901"/> meno definito del parlar
          prosaico o volgare. Questo è l’effetto dell’esser diviso dal volgo, e questo è anche il
          mezzo e il modo di esserlo. Tutto ciò ch’è precisamente definito, potrà bene aver luogo
          talvolta nel linguaggio poetico, giacchè non bisogna considerar la sua natura che
          nell’insieme, ma certo propriamente parlando, e per se stesso, non è poetico. Lo stesso
          effetto e la stessa natura si osserva in una prosa che senza esser poetica, sia però
          sublime, elevata, magnifica, grandiloquente. La vera nobiltà dello stile prosaico,
          consiste essa pure costantemente in non so che d’indefinito. Tale suol essere la prosa
          degli antichi, greci e latini. E v’è non pertanto assai notabile diversità fra
          l’indefinito del linguaggio poetico, e quello del prosaico, oratorio ec.</p>
        <p>Quindi si veda come sia per sua natura incapace di poesia la lingua francese, la quale è
          incapacissima d’indefinito, e dove anche ne’ più sublimi stili, non <pb ed="aut" n="1902"
          /> trovi mai altro che perpetua, ed intera definitezza.</p>
        <p>Anche il non aver la lingua francese un linguaggio diviso dal volgo, la rende incapace
          d’indefinito, e quindi di linguaggio poetico, e poichè la lingua è quasi tutt’uno colle
          cose, incapace anche di vera poesia.</p>
        <p>Nè solo di linguaggio poetico, ma anche di quel nobile e maestoso linguaggio prosaico,
          ch’è proprio degli antichi, e fra tutti i moderni degl’italiani (degli spagnuoli ancora, e
          de’ francesi prima della riforma), e che ho specificato qui dietro. (12. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Queste ed altre tali osservazioni dimostrano che i francesi, i quali ho detto essere
          incapaci di ben sentire e gustare le lingue forestiere, massime le antiche, e l’italiana,
          lo sono soprattutto in ordine ai linguaggi della poesia, per la stessa ragione per cui le
          lingue antiche e l’italiana <pb ed="aut" n="1903"/> sono meno di ogni altra alla loro
          portata. (12. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il giovane o dirittamente e precisamente, o almeno confusamente, e nel fondo del suo
          cuore; e non solo il giovane ma la massima parte degli uomini, e possiamo dir tutti,
          almeno in qualche circostanza, credono straordinario nel mondo quello appunto ch’è
          ordinario, e viceversa; straordinari i casi delle storie, e ordinari i casi de’ romanzi.
          (12. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1880. L’uomo, per molto che sia dissipato, convive sempre più con se stesso che
          cogli altri, o con verun altro, e quindi è più abituato alle qualità proprie, che alle
          altrui, o a quelle di chiunqu’altro. Perciò non v’è qualità umana così straordinaria per
          l’uomo, come quelle che sono contrarie alle proprie. Ben è vero che questo effetto va in
          proporzione della maggiore o minore abitudine che l’uomo ha o con se stesso, o con la
          società. Del resto è noto che l’uomo giudica <pb ed="aut" n="1904"/> sempre più o meno gli
          altri da se stesso; che per quanto sia filosofo e pratico del mondo, e quasi anche
          dimentico di se stesso, sempre ricade lì; che il vizioso non crede alla virtù, nè il
          virtuoso al vizio; che secondo le mutazioni a cui soggiace il carattere di ciascun
          individuo, si diversifica il giudizio e il concetto abituale ch’egli forma degli altri ec.</p>
        <p>Come ho detto che la malvagità fa effetto nel virtuoso in ordine alla grazia, così pur si
          può e dee dire della virtù rispetto al malvagio o vizioso ec. ec. ec. (12. Ott. 1821.)</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanta parte dell’effetto singolare che produce la bellezza umana sull’uomo, massime
          quella della fisonomia, dipenda e nasca dalla sua significazione, si può vedere ne’
          fanciulli, i quali quantunque bellissimi non producono grand’effetto nello spettatore, nè
          gli destano odio o avversione più che superficiale, quantunque bruttissimi. Ciò sebbene
            <pb ed="aut" n="1905"/> possa avere anche altre cagioni, deriva pur notabilmente da
          questa, che la fisonomia de’ fanciulli ha sempre poca significazione per chi l’osserva, 1.
          perchè la significazione della fisonomia nasce in gran parte dalle assuefazioni, cioè dal
          carattere, dalle passioni ec. ec. che l’individuo acquista appoco appoco, e che mettono in
          azione, e danno rappresentanza alla fisonomia. Il carattere de’ fanciulli essendo ancora
          formabile, la significazione della loro fisonomia, è anch’essa da formarsi, e la
          corrispondenza fra l’interno e l’esterno è minore, o meno determinata, in quanto l’uno e
          l’altro aspettano la forma che riceveranno dalle circostanze, e sono ancora quasi pasta
          molle e da lavoro. 2. Perchè quando anche le fisonomie de’ fanciulli sieno quanto
          all’apparente conformazione, significantissime; lo spettatore non applica a questo segno,
          veruna <pb ed="aut" n="1906"/> notabile significazione, sapendo che il carattere del
          fanciullo non è ancora formato, non si può conoscere, non si può bastantemente
          congetturare dai detti segni, e dalla fisonomia, e ciò che ora ne apparisce è passeggero,
          oltre che alla fine è di poco conto, e nel genere delle bagattelle. Onde un occhio
          vivacissimo, e una fisonomia amabilissima in un fanciullo, non ci produce che una leggera
          sensazione di amore; ed una fisonomia fiera, e d’apparenza malvagia, non ci produce che un
          leggero senso di avversione. Sicchè la fisonomia del fanciullo lascia l’uomo quasi
          indifferente, com’è indifferente (almeno per allora) e di poco conto, ciò ch’ella può
          significare, e com’è leggera la corrispondenza fra il significante e il significato.
          Giacchè anche questa non solo è determinata dalle assuefazioni, ma anche in gran parte ne
          deriva, e perciò non può loro essere anteriore. V. p. 1911.</p>
        <p>Non così credo che si possa discorrere <pb ed="aut" n="1907"/> quanto all’effetto della
          fisonomia de’ fanciulli negli stessi fanciulli, secondo ch’essi sono più o meno avvezzi e
          capaci di attendere, e quindi di combinare, e di conoscere i rapporti. (12. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ne’ versi rimati, per quanto la rima paia spontanea, e sia lungi dal parere stiracchiata,
          possiamo dire per esperienza di chi compone, che il concetto è mezzo del poeta, mezzo
          della rima, e talvolta un terzo di quello, e due di questa, talvolta tutto della sola
          rima. Ma ben pochi son quelli che appartengono interamente al solo poeta, quantunque non
          paiano stentati, anzi nati dalla cosa. (13. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non v’è cosa più sciocca e ingiuriosa alla natura del dire e ripetere continuamente che
          la perfezione non è propria delle cose create, che niente al mondo è perfetto, che le cose
          umane sono imperfette, che non vi può esser uomo perfetto ec. ec. Che cosa mancava a
          quella insigne maestra ch’è la natura per far le sue opere perfette? forse l’intelligenza?
          forse il potere? Certo che nulla è nè può esser perfetto secondo la frivola idea che noi
          ci formiamo di una perfezione assoluta, <pb ed="aut" n="1908"/> che non esiste, di una
          perfezione indipendente da qualunque genere di cose, ed anteriore ad essi, quando in essi
          soli è rinchiusa ogni perfezione, da essi deriva, e in essi e nel loro modo di essere, ha
          l’unica ragione dell’esser suo, e dell’esser perfezione. Certo che nulla è perfetto in un
          modo che non è, in un modo in cui le cose non sono; e la natura delle cose che sono, non
          può corrispondere a quello ch’è fuor di loro, e non è riposto in nessun luogo. Noi
          sognando andiamo a cercare la perfezione di ciò che vediamo, fuori dell’esistenza,
          mentr’ella esiste qui con noi, e coesiste a ciascun genere di cose che conosciamo, e non
          sarebbe perfezione in verun altro caso possibile. Non è maraviglia dunque se tutto ci pare
          imperfetto, quando per perfetto intendiamo l’esistere in un modo in cui le cose non son
          fatte, laddove la perfezione non consiste e non ha altra ragione di esser tale, che nel
          modo in cui le cose son fatte, ciascuna nel suo genere.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1909"/> Certo è ancora che le cose propriamente umane ci debbono parer
          tutte imperfette, perchè in verità son tali. Noi fantastichiamo la perfettibilità
          dell’uomo, e dopo così immensi (pretesi) avanzamenti del nostro spirito, non siamo più
          vicini di prima alla nostra supposta perfezione; e quando anche ci si dassero in mano le
          facoltà e la scienza di un Dio, per comporre un uomo perfetto secondo le nostre idee, non
          lo sapremmo fare, perchè da che noi immaginiamo una perfezione assoluta, ed unica, non
          possiamo in eterno sapere in che cosa possa consistere la perfezione dell’uomo, nè di
          qualunque altro essere possibile, o genere di esseri. Giacchè immaginando un solo ed
          assoluto tipo di perfezione, indipendente ed antecedente ad ogni sorta di esistenza, tutti
          gli esseri per esser perfetti debbono essere interamente conformi a questo tipo; dunque
          tutti perfettamente uguali e identici di natura; dunque da che esistono generi, esiste
          necessariamente un’immensa imperfezione <pb ed="aut" n="1910"/> nella stessa essenza di
          tutte le cose, la quale non si può toglier via, se non confondendo tutte le cose insieme,
          estirpando tutte le possibili nature, esistenti o non esistenti, e tutti i possibili modi
          di essere, e riducendo un’altra volta il <emph>tutto</emph>, e l’intera esistenza a quel
          tipo di perfezione ch’è anteriore all’esistenza, e quindi non esiste. Che cosa dunque
          intendiamo noi per perfezione dell’uomo? a che cosa pretendiamo noi di andare incontro?
          qual è la meta dei pretesi perfezionamenti del nostro spirito? qual è la debita, anzi pur
          la possibile perfezione dell’uomo, anche ridotto allo stato di eterna Beatitudine, e in
          Paradiso?</p>
        <p>Non è maraviglia dunque se ogni cosa umana ci desta sempre l’idea dell’imperfezione, e ci
          lascia scontenti, e se si grida che l’uomo è imperfetto. Tale è veramente oggidì, e tale
          non lascerà mai di essere, da che egli è sortito da quella perfezione che portava con se,
          consistente <pb ed="aut" n="1911"/> nello stato naturale della sua specie, e nell’uso
          naturale delle sue naturali disposizioni; e perdendo di vista il tipo che avea sotto gli
          occhi, e che era egli stesso, o sia la sua stessa specie, è andato dietro a un’immaginaria
          perfezione assoluta ed universale, che non ha nè può avere nessun tipo, giacchè questo non
          potrebb’essere se non anteriore all’esistenza, e quindi per sua stessa natura non
          esistente, e vano; <emph>giacchè la perfezione assoluta, (o il tipo di essa) e
            l’esistenza, sono termini contraddittorii</emph>. (13. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1906. fine. Infatti siccome le qualità che l’uomo porta dalla natura, non sono
          altro che disposizioni, così la corrispondenza che deve rappresentar nell’esterno queste
          qualità interne, non può esser più che una disposizione dell’esterno a rappresentarle.
          (13. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1880. I re da principio erano anche più che altro i condottieri degli eserciti.
          La persona del Generale si è divisa da quella del principe, e i re hanno lasciato <pb
            ed="aut" n="1912"/> di esser guerrieri, e non si sono vergognati di non saper comandare
          alle proprie armate, nè diriggere e adoperar la forza del proprio regno, non tutto ad un
          tratto, ma appoco appoco, e in proporzione che il mondo e le cose umane hanno perduto il
          loro vigore, ed energia naturale, e che l’apparenza ha preso il luogo della sostanza:
          nello stesso modo, e per la ragione appunto, per cui seguitando e crescendo il detto
          andamento delle cose, i principi non si sono neppur vergognati di non sapere o non voler
          governare, e di farsi servire anche in questo, dai sudditi che per questo solo lo
          mantengono a loro spese. Onde i re non hanno conservato altro uffizio che di prestare il
          nome al governo o alla tirannide, rappresentate il principato, com’essi stessi sono
          rappresentati talvolta e venerati ne’ loro ritratti, e servire alla Cronologia, come i
          consoli eponimi de’ tempi imperiali, a’ fasti di Roma. I principi non sono più quasi altro
          che ritratti della monarchia, dell’autorità. Essi sono i rappresentanti de’ loro ministri,
          e non viceversa. Così oggi il mondo non sa più a chi <foreign lang="fre" rend="italic"
            >s’en prendre</foreign> del bene o del male che riceve dal suo governo, e ubbidisce nel
          temporale <pb ed="aut" n="1913"/> all’astratto dell’autorità, vale a dire a un essere, una
          forza invisibile, come nello spirituale ubbidisce a Dio, e come il Tibet ubbidisce al
          reale ma invisibile Gran Lama. Beata <emph>spiritualizzazione</emph> del genere umano!
          (13. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Oggi chi conoscendo ed avendo sperimentato il mondo, non è divenuto egoista, se ha niente
          niente di senso e d’ingegno, non può esser divenuto che misantropo. (14. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ciascuno è in grado di giudicar brevissimamente da se stesso, se il bello o il brutto
          possa mai essere assoluto. Consideriamo astrattamente la bruttezza di un uomo il più
          brutto del mondo. Che ragione ha ella in se per esser bruttezza? Se tutti o la maggior
          parte degli uomini fossero così fatti, non sarebb’ella bellezza? Così discorro d’ogni
          altro genere di bello o di brutto. Come quello ch’è schifoso per noi, non è schifoso per
          se stesso, e ad altro genere di esseri, o di animali, può riuscire e riesce <pb ed="aut"
            n="1914"/> tutto il contrario; come nessun sapore nè odore ec. è spiacevole o piacevole
          per se e per essenza, ma accidentalmente; così nessuna bellezza o bruttezza è tale per se,
          ma rispetto a noi, ed accidentale, e non inerente in alcun modo all’essenza del subbietto.
          (14. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le persone che nella fanciullezza ci hanno trattati bene, sono state solite a prestarci
          dei servigi, ci hanno fatto buona cera, ci hanno divertiti, ci hanno cagionato dei piaceri
          colla loro presenza, ci hanno regalati ec. non ci sono parse mai brutte mentre eravamo in
          quell’età, per bruttissime che fossero; anzi tutto l’opposto. E coll’andar del tempo se
          abbiamo rettificata quest’idea, non l’abbiamo quasi mai fatto interamente, massime in
          ordine al tempo della nostra fanciullezza. Effetto ordinarissimo, che ciascheduno può
          notare in se, e raccontare, e sentirselo raccontare, come ho sentito io le mille volte,
          con un certo stupore di chi lo raccontava. (14. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1915"/> Una cagione del piacere che produce la semplicità nelle opere
          d’arte, o di scrittura, o in tutto ciò che spetta al bello; cagione universale, e
          indipendente dall’assuefazione quanto al totale dell’effetto, ed inerente alla natura del
          bello semplice; si è il contrasto fra l’artefatto e l’inartefatto, o la perfetta apparenza
          dell’inartefatto. Contrasto il quale può essere 1. tra le altre bellezze e qualità
          dell’opera, che stante la loro perfezione, non paiono poter essere inartefatte, e la
          semplicità o naturalezza che tutte le veste e le comprende, la quale è, o pare del tutto
          inartefatta: 2. fra la stessa natura della semplicità e naturalezza che per se stessa par
          che includa lo spontaneo e non artefatto, e il sapere o accorgersi bene (com’è naturale)
          ch’essa, malgrado questa perfetta apparenza, è non per tanto artefatta, e deriva dallo
          studio. Contrasto il quale produce la meraviglia che sempre deriva dallo
            <emph>straordinario</emph>, <pb ed="aut" n="1916"/> e dall’unione di cose o qualità che
          paiono incompatibili ec. Siccom’è il ricercato colla sembianza del non ricercato.
          Sottilissime, minutissime, sfuggevolissime sono le cause e la natura de’ più grandi
          piaceri umani. E la maggior parte di essi si trova in ultima analisi derivare da quello
          che non è ordinario, e da ciò appunto, ch’esso non è ordinario. ec. (14. Ott. 1821.). La
          maraviglia principal fonte di piacere nelle arti belle, poesia, ec. da che cosa deriva, ed
          a qual teoria spetta, se non a quella dello straordinario?</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Molte parole che in una lingua sono triviali e volgari, molte applicazioni o di parole o
          di frasi che in quel tal senso sono ordinarissime nella lingua da cui si prendono,
          riescono elegantissime e nobilissime ec. trasportandole in un’altra lingua, a causa del
          pellegrino. Questo è ciò che accade a noi spessissimo trasportando nell’italiano, voci o
          frasi latine. Sarebbe ben poco accorto chi trovandole volgari e dozzinali in latino, le
          credesse per ciò tali in italiano. Se in latino sono comuni e plebee, in italiano possono
          essere del tutto divise dal volgo e nobilissime. Elegantemente il Petrarca nel Proemio:</p>
        <quote rend="block">
          <lg type="non-definito">
            <pb ed="aut" n="1917"/>
            <l>Ma ben veggi’or sì come <emph>al</emph> popol tutto</l>
            <l>
              <emph>Favola fui</emph> gran tempo.</l>
          </lg>
        </quote>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>E pur questa frase potè ben essere molto, se non altro usitata, anche nel parlar latino,
          dove sappiamo che <foreign lang="lat" rend="italic">tabulare</foreign>, e <foreign
            lang="lat" rend="italic">fabula</foreign> si adopravano comunemente per <emph>parlare
            chiacchierare</emph>, giacchè n’è derivato il nostro <emph>favellare</emph> e
            <emph>favella</emph>, e lo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">fablar</foreign>,
          oggi <foreign lang="spa" rend="italic">hablar</foreign>. Ma favola in nostra lingua oggi
          non vuol dir propriamente altro che <emph>novella falsa</emph>; ond’è che presa questa
          voce nel detto senso riesce elegantissima e di più riceve presso noi un’intelligenza
          quanto significativa, tanto diversa da quella che le davano i latini nella frase simile,
          dove usurpavano <foreign lang="lat" rend="italic">fabula</foreign>, per
          <emph>favella</emph> o <emph>ciancia</emph>.</p>
        <p>Parimente discorro in ordine ad altre lingue, alle parole e frasi italiane, o usi diversi
          delle medesime, passate nello spagnuolo, e viceversa. ec. ec. (14. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Moltissime volte o l’eleganza o la nobiltà (quanto alla lingua) deriva <pb ed="aut"
            n="1918"/> dall’uso metaforico delle parole o frasi, quando anche, come spessissimo e
          necessariamente accade, il metaforico appena o punto si ravvisi. Moltissime volte per lo
          contrario deriva dalla proprietà delle stesse parole o frasi, quando elle non sono usitate
          nel senso proprio, o quando non sono comunemente usitate in nessun modo, o essendo usitate
          nella prosa non lo sono nella poesia, o viceversa, o in un genere di scrittura sì, in
          altra no, ec. (La precisione sola non può mai produrre nè eleganza nè nobiltà, nè altro
          che precisione e angolosità di stile.). V. p. 1925. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quindi è che parlando generalmente e di un intiero stile (giacchè l’effetto generale,
          deriva e si conforma agli effetti particolari), in un secolo e in una nazione dove le
          parole e frasi sieno poco usitate nel senso proprio scrivendo, dove sia molto in uso lo
          stile metaforico (dentro i limiti però dell’eleganza), uno stile proprio, e composto
          anche, purchè con certa arte, di parole e frasi pedestri, familiari, e <emph>spettanti ai
            particolari</emph>, riuscirà <pb ed="aut" n="1919"/> elegantissimo. E viceversa
          supponendo il caso contrario. Quindi possiamo osservare, congetturare, specificare,
          distinguere i diversi effetti che hanno prodotto ne’ diversi secoli e le diverse opinioni
          in cui (dentro i limiti del bello) sono stati avuti gli scrittori italiani di diverso
          stile, nella stessa Italia: come i trecentisti, paragonati co’ cinquecentisti, ec. ec.
          Quindi possiamo anche notare la istabilità delle riputazioni e degli effetti di un’opera
          di belle arti, o di scrittura, sulle quali si stima che il giudizio spassionato del
          pubblico, sia come giusto, così invariabile. Giusto concedo, invariabile nego; massime in
          lungo corso di secoli, e in qualche diversità di nazioni, e di costumi ec.</p>
        <p>Queste teorie dalla lingua, si possono trasportare ai concetti, alle maniere, e a tutto
          ciò che <emph>nello stile</emph> non appartiene alla lingua. Si troveranno gli stessi
          effetti e le stesse cagioni, dappertutto l’eleganza o la nobiltà, derivante dal pellegrino
            <pb ed="aut" n="1920"/> o sia tale come proprio, o sia come traslato; e tanta maggiore
          uniformità si dovrà trovare in detti effetti e cagioni, quanto che le parti dello stile
          spettanti alla lingua sono così legate con quelle che non le appartengono, che appena se
          ne possono mai sceverare. (14. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Siccome il piccolo è grazioso, così il grande per se stesso, sotto ogni aspetto, (anche
          il grande però è relativo) è contrario alla grazia. E mal sarebbe accolto quel poeta che
          personificando p. e. un monte gli attribuisse qualità o sensi dilicati ec. o che
          attribuisse della grandezza a qualunque soggetto da lui descritto o trattato come grazioso
          o delicato; o che introducesse la grandezza qualunque, in un genere o argomento grazioso
          ec. se ciò non fosse per un contrasto. Eppure astrattamente parlando non c’è ragione
          perchè il grande non possa esser grazioso, e quello ch’è grande per noi, è o può esser
          piccolo per altri ec. ec. <pb ed="aut" n="1921"/> (14. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si può dire che il dilicato in ordine alle forme ec. non consiste in altro che in una
          proporzionata e rispettiva piccolezza del tutto o delle parti. E viceversa il grossolano,
          o ciò ch’è di mezzo fra il grossolano e il dilicato. La qual proporzione, la qual
          piccolezza è determinata dall’assuefazione. La piccolezza del piede delle Chinesi a noi
          parrebbe sproporzionata. La natura non entra qui (come non entra altrove) o non basta a
          tali determinazioni. La più lunga vita della donna più grande nei nostri vestiarii
          d’oggidì è più corta della più corta vita dell’uomo il più piccolo, o almeno il più
          mediocre ec. ec.</p>
        <p>Applicate queste osservazioni al dilicato immateriale ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che noi chiamiamo sveltezza di forme, non è altro che dilicatezza cioè piccolezza
          rispettiva, come di una proporzione rispetto ad un’altra, della larghezza rispetto alla
          lunghezza ec. Il tutto determinato dall’assuefazione <pb ed="aut" n="1922"/> e soggetto a
          variare seco lei. (15. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non può nessuno vantarsi di essere perfetto in veruna umana disciplina, s’egli non è
          altresì perfetto in tutte le possibili discipline e cognizioni umane. Tanta è la forza e
          l’importanza de’ rapporti che esistono fra le cose le più disparate, non conoscendo i
          quali, nessuna cosa si conosce perfettamente. Or siccome ciò che ho detto è impossibile
          all’individuo, perciò lo spirito umano non fa quegl’immensi progressi che potrebbe fare. E
          però certo che se non perfettamente, almeno quanto è possibile, è realmente necessario di
          esser uomo enciclopedico, non per darsi a tutte le discipline e non perfezionarsi o
          distinguersi in nessuna, ma per esser quanto è possibile perfetto in una sola. In ciò
          l’opinione del tempo è ragionevole. Chi almeno nella superficie non è uomo enciclopedico,
          non può veramente considerarsi (ed oggi non si considera) come gran letterato, o insigne
          in veruna disciplina intellettuale. Massimamente poi bisogna <pb ed="aut" n="1923"/>
          essere enciclopedico dentro il circolo di quelle cognizioni ec. che sebben separate e
          distinte, hanno maggiore, e più certo ed evidente rapporto e affinità colla disciplina da
          voi professata. (15. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Notate. L’uomo in assoluto stato di natura, il bambino, non differisce dagli animali
          (massime da quelli che nella catena del genere animale sono più vicini alla specie umana),
          se non per un menomo grado ch’egli ha di maggior disposizione ad assuefarsi. La differenza
          è dunque veramente menoma, e perfettamente gradata, fra l’uomo in natura, e l’animale il
          più intelligente, come fra questo e l’altro un po’ meno intelligente ec. Ma di menoma,
          diventa somma, coll’esser coltivata, cioè col porre in atto e in esercizio quella alquanto
          maggiore disposizione che l’uomo ha ad assuefarsi. Un’assuefazioncella ch’egli può
          acquistare, e l’animale no, perchè alquanto meno disposto, ne facilita un’altra. Due
          assuefazioni (se così posso esprimermi) già acquistate, mediante <pb ed="aut" n="1924"/>
          quel piccolissimo mezzo di più, che la natura ha dato all’uomo, gliene facilitano altre
          sei o otto, ed accrescono nella stessa proporzione la facilità di acquistarle. Ecco che
          l’uomo viene acquistando mediante le sole assuefazioni la facoltà di assuefarsi. La quale
          da una piccolissima disposizione naturale, quasi dal grano di senapa, cresce sempre
          gradatamente, ma con proporzioni sempre crescenti, in modo che a forza di assuefazioni
          acquistate, e della facoltà di assuefarsi, l’uomo arriva a differenziarsi infinitamente da
          qualunque animale e dall’intera natura. E similmente col progresso delle generazioni
          arriva colla stessa proporzione crescente, a sempre più differenziarsi dal suo stato
          naturale, dagli uomini primitivi, dagli antichi ec. ec. L’andamento, o il così detto
          perfezionamento dello spirito umano rassomiglia interamente alla progressione geometrica
          che dal menomo termine, con proporzione crescente arriva all’infinito. Siccome <pb
            ed="aut" n="1925"/> appunto l’uomo da una menoma differenza o superiorità di naturale
          disposizione arriva ad una interminabile differenza dagli altri animali. E non è dubbio
          che quella che si chiama perfettibilità dell’uomo è suscettibile di aumento in infinito
          come la progression geometrica, e di aumento sempre proporzionalmente maggiore. (15. Ott.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La lingua del bambino chi dirà che abbia la facoltà di favellare? Non ne ha che la
          disposizione. <emph>Così quella del muto</emph>. Così quella di chi per circostanze non
          fisiche non ha mai acquistato la pronunzia di tale o tal lettera. Se ciò è avvenuto per
          circostanze fisiche, allora con ragione diremo ch’egli non aveva la disposizione
          necessaria ad acquistar la facoltà di quella pronunzia. (15. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1918. I rettorici sanno bene che tanto dà nobiltà, eleganza, grandezza al
          discorso il nominar la parte in luogo del <pb ed="aut" n="1926"/> tutto, quanto il tutto
          in luogo della parte. (Così dico d’altre simili figure. La specie per il genere,
          l’individuo o pochi individui per il genere o la specie o la moltitudine ec. il poco per
          il molto ec.) La parte è inferiore al tutto, e il nominarla par che debba impiccolire
          l’idea. Pure avviene il contrario, perchè la locuzione diventa non ordinaria, e divisa dal
          volgo. E il buon effetto di tali figure che mentre impiccoliscono in fatto, ingrandiscono
          nell’idea, può anche derivare dal contrasto ec. (15. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La lingua italiana è certo più atta alle traduzioni che non sarebbe stata la sua madre
          latina. Fra le lingue ch’io conosco non v’è che la greca alla quale io non ardisca di
          anteporre la nostra in questo particolare, nel quale però poca esperienza fecero i greci
          della lor lingua. (16. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È cosa tuttogiorno osservabile come sieno difficili ad estirpare le opinioni e i costumi
          popolari, (anche i più falsi, dannosi, vergognosi, derivanti da’ più sciocchi pregiudizii
          ec.) come lunghissimi secoli dopo che n’è mancata, per così dire, o la ragione, o
          l’utilità ec. esse tuttavia durino, o se ne trovino notabili vestigi ec. Eppur la moda
          cambia le usanze del vestire, e di tutto ciò a <pb ed="aut" n="1927"/> cui essa
          appartiene, ancorchè ottime, utilissime, convenientissime al tempo ec. e le cambia in un
          punto, e universalmente, e in modo che brevemente si perde ogni vestigio della usanza
          passata. Questo principalmente fra i popoli colti, i quali però non sono quasi meno restii
          degli altri nel disfarsi di tutto ciò che non è soggetto all’imperio della moda, per
          cattivo, falso, inutile, dannoso, brutto che possa essere. (16. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Molti leggono o vedono le buone e classiche opere di poesia, di letteratura, d’arti belle
          ec. che giornalmente vengono alla luce, ma nessuno le studia, finchè non sono divenute
          antiche; e studiandole, non vi proverebbe quel piacere che prova nelle antiche, non vi
          troverebbe in nessun modo quelle bellezze ec. Che cosa è questa se non opinione e
          prevenzione sul bello? (16. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che altrove ho detto sugli effetti della luce, o degli oggetti visibili, in
          riguardo all’idea dell’infinito, si deve applicare parimente al suono, al canto, a tutto
          ciò che <pb ed="aut" n="1928"/> spetta all’udito. È piacevole per se stesso, cioè non per
          altro, se non per un’idea vaga ed indefinita che desta, un canto (il più spregevole) udito
          da lungi, o che paia lontano senza esserlo, o che si vada appoco appoco allontanando, e
          divenendo insensibile; o anche viceversa (ma meno), o che sia così lontano, in apparenza o
          in verità, che l’orecchio e l’idea quasi lo perda nella vastità degli spazi; un suono
          qualunque confuso, massime se ciò è per la lontananza; un canto udito in modo che non si
          veda il luogo da cui parte; un canto che risuoni per le volte di una stanza ec. dove voi
          non vi troviate però dentro; il canto degli agricoltori che nella campagna s’ode suonare
          per le valli, senza però vederli, e così il muggito degli armenti ec. Stando in casa, e
          udendo tali canti o suoni per la strada, massime di notte, si è più disposti a questi
          effetti, perchè nè l’udito nè gli altri sensi non arrivano a determinare nè circoscrivere
          la sensazione, e le sue concomitanze. È piacevole qualunque suono (anche vilissimo) che
          largamente e vastamente si diffonda, come in taluno dei detti casi, massime se non si vede
          l’oggetto da cui parte. A queste considerazioni appartiene il piacere che può dare e dà
          (quando non sia vinto dalla paura) il fragore del tuono, massime quand’è più sordo, quando
          è udito <pb ed="aut" n="1929"/> in aperta campagna; lo stormire del vento, massime nei
          detti casi, quando freme confusamente in una foresta, o tra i vari oggetti di una
          campagna, o quando è udito da lungi, o dentro una città trovandosi per le strade ec.
          Perocchè oltre la vastità, e l’incertezza e confusione del suono, non si vede l’oggetto
          che lo produce, giacchè il tuono e il vento non si vedono. È piacevole un luogo
          echeggiante, un appartamento ec. che ripeta il calpestio de’ piedi, o la voce ec. Perocchè
          l’eco non si vede ec. E tanto più quanto il luogo e l’eco è più vasto, quanto più l’eco
          vien da lontano, quanto più si diffonde; e molto più ancora se vi si aggiunge l’oscurità
          del luogo che non lasci determinare la vastità del suono, nè i punti da cui esso parte ec.
          ec. E tutte queste immagini in poesia ec. sono sempre bellissime, e tanto più quanto più
          negligentemente son messe, e toccando il soggetto, senza mostrar <pb ed="aut" n="1930"/>
          l’intenzione per cui ciò si fa, anzi mostrando d’ignorare l’effetto e le immagini che son
          per produrre, e di non toccarli se non per ispontanea, e necessaria congiuntura, e indole
          dell’argomento ec. <bibl>V. in questo proposito <author>Virg.</author>
            <title>Eneide</title> 7. v. 8. seqq.</bibl> La notte, o l’immagine della notte è la più
          propria ad aiutare, o anche a cagionare i detti effetti del suono. Virgilio da maestro
          l’ha adoperata. (16. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Posteri, posterità</emph>, (e questo più perchè <emph>più generale</emph>)
            <emph>futuro, passato, eterno, lungo</emph> in fatto di tempo, <emph>morte, mortale,
            immortale</emph>, e cento simili, son parole di senso o di significazione quanto
          indefinita, tanto poetica e nobile, e perciò cagione di nobiltà, di bellezza ec. a tutti
          gli stili. (16. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’effetto della significazione della fisonomia umana, riconosce anch’esso per sua prima
          cagione ed origine l’esperienza e l’assuefazione Il bambino non sa nulla che cosa
          significhi <pb ed="aut" n="1931"/> la più viva e marcata fisonomia, e quindi in ordine
          alla di lei significazione, non può provarne verun effetto nè piacevole nè dispiacevole.
          Col tempo, e tanto più presto quanto egli è più disposto naturalmente ad assuefarsi, e
          disposto o assuefatto ad attendere, e quindi a confrontare, e a legare i rapporti, egli
          conosce che l’uomo dabbene, o l’uomo che gli fa carezze ec. ha, o piglia la tale o tal
          aria di fisonomia ec. e appoco appoco si forma le idee delle varie corrispondenze che sono
          tra il di fuori e il di dentro degli uomini. Ma vi s’inganna assai più degli uomini,
          quantunque, anzi perciò appunto ch’egli è più suscettibile d’impressione nelle cose
          sensibili ec. ec. ec.</p>
        <p>La significazione stessa che la natura ha data alla fisonomia umana non si deve intendere
          se non <emph>a minori</emph>, cioè ch’ella non esisterebbe, se ciascun uomo non osservasse
          l’effetto generale, e gli effetti particolari, <pb ed="aut" n="1932"/> momentanei ec. che
          per natura produce l’interno sul viso (come appunto la natura ha dato agli affetti
          interiori una piena e variata influenza e corrispondenza coi moti del corpo, colle voci
          naturali, co’ tuoni della voce e sue modulazioni, colle azioni, con tutto l’abito esterno,
          colla lentezza o prestezza, vivezza o freddezza degli atti ec. l’imitazione delle quali
          qualità fa la espressione della musica dell’armonia imitativa de’ versi o delle parole ec.
          ec.), effetti che la natura ha per altro disposti a suo pieno arbitrio, e senza
          considerazione del bello. Chi non osserva, o chi meno osserva, per lui la fisonomia non
          significa molto, o nulla, ed egli non sente molto quel bello umano che deriva dalla
          significazione della fisonomia, come neppure quel bello delle arti o poesia ec. (16. Ott.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Un cieco (uomo o animale) è quasi senza espressione (cioè senza nessuna significazione
          viva) di fisonomia, nè costante nè momentanea. (16. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La lode di se stesso la quale ho detto non esser altro che naturalissima all’uomo, e in
          tanto solo condannata nella società, e divenuta oggetto di una certa ripugnanza
          all’individuo (che par naturale e non è) in quanto l’uomo odia l’altro uomo; è sempre
          tanto più o meno in uso ec. quanto la società è più o meno stretta, e la civiltà più <pb
            ed="aut" n="1933"/> o meno avanzata. Presso gli antichi ella non fu mai così deforme, nè
          soggetta al ridicolo come oggi. Esempio di Cicerone. Oggi la modestia è tanto più
          minuziosa e scrupolosa nelle sue leggi quanto la nazione è più civile e socievole. Quindi
          in Francia queste leggi sono nell’apice del rigore, e in Francia riescono intollerabili
          gli antichi quando si lodano da se come Cicerone e Orazio (<bibl>v. l’apologia che fa
              <author>Thomas</author> di Cicerone in tal proposito, nell’<title lang="fre">Essai sur
              les Éloges</title>
          </bibl>), ed è proibito sotto pena del più gran ridicolo, a chi scrive e a chi parla il
          mostrare di far conto di se o delle cose sue, il parlar di se senza grand’arte, il non
          affettar disprezzo di se e delle proprie cose. ec. Questi effetti nelle altre nazioni sono
          proporzionati al più o meno di francese che si trova ne’ loro costumi, o in quelli de’
          loro individui. (La Francia non ha differenza d’individui, essendo tutta un individuo). I
          tedeschi <pb ed="aut" n="1934"/> che certo non sono incivili, pur si vede ne’ loro
          scrittori, che parlano volentieri di se, e danno a se stessi, alle loro azioni, famiglie,
          casi, scritti ec. un certo peso, e in un certo modo che riuscirebbe ridicolo in Francia
          ec. (17. Ott. 1821.). Similmente possiamo discorrere degl’italiani.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dico che l’effetto della musica spetta principalmente al suono. Voglio intender questo.
          Il suono (o canto) senz’armonia e melodia non ha forza bastante nè durevole anzi non altro
          che momentanea sull’animo umano. Ma viceversa l’armonia o melodia senza il suono o canto,
          e senza quel tal suono che possa esser musicale, non fa nessun effetto. La musica dunque
          consta inseparabilmente di suoni e di armonia, e l’uno senza l’altro non è musica. Il
          suono in tanto è musicale in quanto armonico, l’armonia, in quanto applicata al suono. Sin
          qui le partite sarebbero uguali. Ma io attribuisco l’effetto principale al suono
          perch’esso è propriamente quella <pb ed="aut" n="1935"/> sensazione a cui la natura ha
          dato quella miracolosa forza sull’animo umano (come l’ha data agli odori, alla luce, ai
          colori); e sebbene egli ha bisogno dell’armonia, nondimeno al primo istante, il puro suono
          basta ad aprire e scuotere l’animo umano. Non così la più bella armonia scompagnata dal
          suono. Di più se il suono non è gradevole, cioè non è di quelli a cui la natura diede la
          detta forza, unito ancora colla più bella armonia, non fa nessun effetto; laddove uno dei
          detti suoni gradevoli ec. unito ad un’armonia di poco conto, fa effetti notabilissimi.</p>
        <p>Del resto accade nella musica come negli oggetti visibili. La luce e il suono ricreano e
          dilettano per natura. Ma il diletto dell’una e dell’altro non è nè grande nè durevole, se
          non sono applicati, questo all’armonia, quella, non solo ai colori (che i colori son come
          i tuoni, e di poco durevole diletto, sebben più durevole di quello della luce semplice o
          del bianco), ma agli oggetti <pb ed="aut" n="1936"/> visibili o naturali o artefatti, come
          nella pittura, che applica, distribuisce ed ordina al miglior effetto i tuoni della luce,
          come l’armonia quelli del suono. I colori non hanno che fare coll’armonia, ma hanno un
          altro modo di dilettare. I tuoni del suono non hanno se non l’armonia, a cui possano
          essere dilettevolmente applicati. (17. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutto può degenerare e degenera, fuorchè le parole e le lingue astrattamente considerate.
          Quella parola mutata di significazione e di forma in modo che appena o non più si ravvisi
          la sua origine e la sua qualità primitiva, non è men buona (in tutta l’estensione del
          termine) di quella ch’era nel suo primissimo nascere. Così una lingua. Non v’è dunque
          propriamente nè degenerazione nè corruzione per le parole o per le lingue. E ciò che
          s’intende per corruzione di esse non è altro che allontanamento dal loro stato e forma
          primitiva, o da quello che presero quando furono <pb ed="aut" n="1937"/> stabilite e
          formate. Altrimenti le lingue e le voci non si corromperebbero mai. Purità di lingua non
          può dunque essere, e non è altro che uniformità colla sua indole primitiva. (17. Ott.
          1821.). V. p. 1984.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quando si comincia a gustare una nuova lingua, le cose che più ci piacciono e ci rendono
          sapor di eleganza, sono quelle proprietà, quelle facoltà, modi, forme, metafore, usi di
          parole o di locuzioni, che si allontanano dal costume e dalla natura della nostra lingua,
          senza però esserle contrarie, e senza discostarsene di troppo. (Così anche nel pronunziare
          o nel sentir pronunziare una lingua straniera, ci piacciono più di tutto quei suoni che
          non sono propri della nostra, o del nostro costume, nel qual proposito v. la p. 1965.
          fine.) (Ecco appunto la natura della grazia: lo straordinario fino a un certo segno, e in
          modo ch’egli faccia colpo senza <foreign lang="fre" rend="italic">choquer</foreign> le
          nostre assuefazioni ec.) Questo ci accade nel leggere, nel parlare nello scrivere quella
          tal lingua. (In tutti tre i casi però può aver luogo un’altra sorgente di piacere, cioè
          l’ambizione o la compiacenza di sapere intendere o adoperare quelle tali frasi, di parer
          forestiere a se stesso, di aver fatto progressi, vinto le difficoltà ec.) E ciò accade
          quando anche in quella lingua o in quel caso, quelle tali forme non sieno per verità
          eleganti. E dove noi vediamo una decisa e per noi eccessiva conformità colla nostra
          lingua, quivi noi proviamo un senso <pb ed="aut" n="1938"/> di trivialità ed ineleganza,
          quando anche ella sia tutto l’opposto: come alla prima giunta ci accade nell’elegantissimo
          Celso, il quale ha molti modi ed usi similissimi all’indole italiana: e così spesso ci
          accade negli scrittori latini antichi, o moderni massimamente (perchè questi non hanno in
          favor loro la prevenzione, e la certezza che dicono bene.) (17. Ott. 1821.). V. p. 1965.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1120. La parola <foreign lang="lat" rend="italic">vastus</foreign> si considera
          come aggettivo, e il suo senso proprio si crede quello di <foreign lang="lat"
            rend="italic">latus, amplus</foreign> ec. (v. Forcell.), e quando esso significa
            <foreign lang="lat" rend="italic">vastatus</foreign>, questo si piglia per una metafora
          derivata da questo che <foreign lang="lat" rend="italic">quae vacua sunt loca vasta et
            maiora videntur</foreign> (Forcell.) Io penso che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vastus</foreign> non sia che un participio di un verbo perduto di cui <foreign
            lang="lat" rend="italic">vastare</foreign> (<emph>guastare</emph>) sia il continuativo;
          che il suo senso proprio fosse quello dell’italiano <emph>guasto</emph> (ch’è la stessa
          parola), analogo a quello di <foreign lang="lat" rend="italic">vastatus</foreign>; che la
          metafora sia venuta (nel modo detto dal Forcellini) dal <emph>guasto</emph>
            all’<emph>ampio</emph>, il che mi par molto più naturale che viceversa; <pb ed="aut"
            n="1939"/> ed osservo che il più antico es. di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vastus</foreign> fra i molti portati dal Forcell. è nel senso di <foreign lang="lat"
            rend="italic">vastatus</foreign>, e che il nostro <emph>guasto</emph> cioè <foreign
            lang="lat" rend="italic">vastus</foreign>, è appunto uno de’ participj di
          <emph>guastare</emph>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">vastare</foreign>. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Vastus</foreign> di participio dovette appoco appoco divenire
          aggettivo (prima nel senso di <foreign lang="lat" rend="italic">vastatus</foreign>, e poi
          di <foreign lang="lat" rend="italic">latus</foreign>) come <foreign lang="lat"
            rend="italic">desertus</foreign>, anch’esso participio, passato poi in una specie
          d’aggettivo, di significato simile al primitivo di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vastus</foreign>, con cui gli scrittori talvolta lo congiungono. (17. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come il giovane non si persuade mai del vero prima dell’esperienza, così i genitori e
          quelli che hanno cura della gioventù (malgrado la prova che n’hanno in se stessi) non si
          persuadono mai che l’insegnamento non possa ne’ giovani supplire all’esperienza. Non si
          persuadono dico se non dopo aver fatto essi pure esperienza di ciò; e pur troppo (siccome
          le persone d’ingegno e di talento facilmente assuefabile e persuadibile, son rare) non
          basta loro una o due o più esperienze, ma hanno sempre bisogno di un’esperienza
          individuale intorno a quel tal giovane che loro è commesso. Del resto come il giovane fa
          sempre eccezione di se stesso e de’ casi suoi, dalle regole e dall’ordine generale ch’egli
          spesso conosce assai bene; così gli educatori fanno eccezione di <pb ed="aut" n="1940"/>
          ciascun giovane dall’ordine generale, e dalla natura de’ suoi coetanei. (18. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto influisca l’opinione, la prevenzione, la ricordanza, l’assuefazione ec. sul gusto
          o disgusto che producono negl’individui i sapori, o considerati come semplici, o in
          composizione, è cosa giornalmente osservabile e osservata. (18. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto che un color piacevole, malamente si chiama bello, come non si ponno chiamar
          belli i sapori che piacciono. Osservo ed aggiungo che la categoria del bello spetta più a’
          sapori che ai colori. I sapori hanno armonia, cioè convenienza, la quale se non si chiama
          bellezza, ciò non deriva che dal costume. Un sapore ch’è buono o cattivo isolato, diviene
          il contrario in tale o tal composizione. I sapori sono per lo più composti, e non
          piacciono nè disgustano se non per l’armonia o disarmonia che hanno tra loro, in ciascuna
          composizione. Della quale armonia o disarmonia giudica l’assuefazione, e tutte quelle
          qualità <pb ed="aut" n="1941"/> umane che giudicano e sentono il bello, e ne diversificano
          infinitamente il giudizio, come appunto accade nei sapori, de’ quali si suol dire più
          appropriatamente <foreign lang="lat" rend="italic">de gustibus non est
          disputandum</foreign>. Quanto ai sapori elementari, come il dolce, l’amaro ec.
          gl’individui sono meno discordi nel giudicarne, perch’essi son fuori dell’armonia la quale
          dipende dalla sola assuefazione. Non però in modo che anche nel giudizio di essi non
          influiscano le assuefazioni e le circostanze individuali, nazionali ec. Osservando che
          l’armonia o disarmonia de’ sapori è determinata nella massima parte dall’assuefazione, non
          ci maraviglieremo che le cucine e i gusti delle diverse nazioni, differiscano tanto più
          quanto esse nazioni sono più lontane e diverse; onde molti cibi e bevande predilette
          presso una nazione, sono disgustosissime a’ forestieri; e così pur sappiamo di molti cibi
          o bevande presso noi detestabili, e di cui gli antichi i più gastronomi e lussuriosi e di
          buon gusti erano ghiottissimi. E di ciò, stante le dette <pb ed="aut" n="1942"/>
          considerazioni non ci maraviglieremo, nè faremo difficoltà di crederlo, massime vedendo
          tante decise contrarietà di gusti fra le nazioni moderne le più polite e le più vicine,
          come fra i francesi e gl’inglesi. Il gusto o disgusto dei sapori elementari, e il più o
          meno piacevole o dispiacevole dei medesimi, è determinato in gran parte dalla natura, ed è
          esso medesimo elementare, come quello dei colori, dei suoni, degli odori. (Intendo per
          sapori e odori elementari i naturali, o le qualità specifiche del sapore, come la dolcezza
          nel zucchero, benchè il zucchero non sia sostanza semplice.) Ma nella loro armonia che è
          determinata il più dall’assuefazione, variano i gusti de’ luoghi, de’ tempi,
          degl’individui, come in tutte le altre armonie: i popoli naturali amano dei cibi o bevande
          disgustosissime per noi, e viceversa ec.</p>
        <p>Ora mentre i sapori in quanto sapori sono suscettibili di armonia e disarmonia, e quindi
          di piacere e dispiacere, come i suoni o tuoni; i colori in quanto colori non ne sono
          suscettibili, e però in quanto <pb ed="aut" n="1943"/> colori non entrano nella sfera del
          bello. Certo è che considerando i colori isolatamente e senza applicarli ai diversi
          oggetti colorati, naturali o artefatti, (i quali sono piacevoli o dispiacevoli per altri
          generi d’armonie) poco o nulla di armonia o disarmonia, di gusto o disgusto, sente l’uomo
          nelle diverse combinazioni e gradazioni di colori, quando essi non esprimono nulla.
          Laddove le diverse combinazioni e disposizioni e gradazioni de’ sapori e de’ suoni non
          possono essere senz’armonia o disarmonia, gusto o disgusto del palato o dell’udito, e
          questo maggiore o minore.</p>
        <p>La causa di questa differenza, non è altra che la mancanza di assuefazioni determinanti e
          creanti l’armonia o disarmonia de’ colori puri. E la causa di questa (se non totale, quasi
          totale) mancanza (che rende ridicolo il tentativo fatto di una musica a colori), non può
          esser altra, secondo me, che la stessa immensità delle assuefazioni, <pb ed="aut" n="1944"
          /> sensazioni, esercizi, occupazioni variatissime della vista, applicandola sempre agli
          oggetti, la distrae dal considerare le loro qualità visibili indipendentemente da essi, in
          modo bastante a formarsi di esse sole assuefazioni bastanti a rendere armonica o
          disarmonica la loro pura composizione. La vista è il più materiale di tutti i sensi, e il
          meno atto a tutto ciò che sa di astratto. Perciò la vista e i suoi piaceri sono le
          predilette sensazioni dell’uomo naturale. ec. ec. ec. <bibl>V. <author>Costa</author>,
              <title>Dell’Elocuzione</title>
          </bibl>.</p>
        <p>Per lo contrario dovremo dire dell’odorato,il quale essendo il meno esercitato de’ sensi
          umani, non si è creato neppur esso veruna sufficientemente determinata armonia o
          disarmonia nelle sue sensazioni cioè negli odori. Si danno odori composti, come sapori, ma
          l’odorato non è quasi capace di distinguere in essi l’armonia o disarmonia degli elementi,
          e quell’elemento che armonizza, e quello che disarmonizza, come pur fa il palato ne’
          sapori. E questo <pb ed="aut" n="1945"/> e quello però secondo le diverse assuefazioni e
            <emph>le diverse abitudini di attendere</emph>, che hanno acquistate i diversi individui
          in questi due sensi. Giacchè è noto quanto il senso dell’odorato sia suscettibile di
          raffinamenti, di attenzioni ec. V. Magalotti Lettere scientifiche. Ed arrivo a dire che
          l’uomo è più capace di crearsi un’armonia di odori che di colori, e che esiste
          effettivamente fra gli uomini una maggior determinazione di quella che di questa armonia.
          ec. ec. ec. (18. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Da tutto ciò si rilevi come l’armonia cioè il bello sia pura opera e
          <emph>creatura</emph> dell’assuefazione tanto che se questa non esiste non esiste neppur
          l’idea dell’armonia, neanche dov’ella parrebbe più naturale. (18. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1660. Siccome le pronunzie variano secondo i climi e i popoli, così è verisimile
          che il latino passato p. e. nelle Gallie, o quando lo riceverono da’ Galli i Franchi,
          cominciasse subito a pronunziarsi in modo simile a quello che si pronunzia il francese,
            <pb ed="aut" n="1946"/> scrivendolo però nel modo che l’avevano ricevuto, cioè come
          facevano i latini. Quindi la differenza tra la scrittura e la pronunzia, e i difetti della
          rappresentazione de’ suoni. Infatti anche oggi i francesi gl’inglesi i tedeschi ec.
          leggono il latino come la loro lingua. Nel che è tanto verisimile che si accostino alla
          pronunzia latina, quanto è vero che i latini fossero inglesi ec. Laddove essi erano
          italiani, e questo clima e questo popolo che fu latino, è naturale che abbia conservata la
          massima parte della vera pronunzia delle scritture latine, non avendo nessun motivo di
          cangiarla. (18. Ott. 1821.). V. p. 1967.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto che la lingua italiana è suscettibile di tutti gli stili, e ho detto che la
          conversazione francese non si può mantenere in italiano. Questa non è contraddizione.
          L’indole della nostra lingua è capace di leggerezza, spirito, brio, rapidità ec. come di
          gravità ec. è capace di esprimere tutte le nuances della vita sociale, ec. ma non è
          capace, come nessuna lingua lo fu, di <pb ed="aut" n="1947"/> un’indole forestiera. Così
          riguardo alle traduzioni. Ell’è capace di tutti i più disparati stili, ma conservando la
          sua indole, non già mutandola; altrimenti la nostra lingua converrebbe che mancasse
          d’indole propria, il che non sarebbe pregio ma difetto sommo. L’originalità della nostra
          lingua (ch’è marcatissima) non deve soffrire, applicandola a qualsivoglia stile o materia.
          Questo appunto è ciò di cui ella è capace, e non di perderla ed alterare il suo carattere
          per prenderne un altro forestiero, del che non fu e non è capace nessuna lingua senza
          corrompersi. E il pregio della lingua italiana consiste in ciò che la sua indole, senza
          perdersi, si può adattare a ogni sorta di stili. Il qual pregio non ha il tedesco, che ha
          la stessa adattabilità e forse maggiore, non però conservando il suo proprio carattere. Or
          questo è ciò che potrebbero fare tutte le lingue le più restie, perchè rinunziando alla
          propria indole, e in somma corrompendosi, facilmente possono adattarsi a questo o quello
          stile forestiero. <pb ed="aut" n="1948"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">L’art de traduire est poussé plus loin en allemand que dans aucun
              autre dialecte européen. Voss a transporté dans sa langue les poëtes grecs et latins
              avec une étonnante exactitude; et W. Schlegel les poëtes anglais, italiens et
              espagnols, avec une vérité de coloris dont il n’y avoit point d’exemple avant lui.
              Lorsque l’allemand se prête à la traduction de l’anglais, il ne perd pas son caractère
              naturel, puisque ces langues sont toutes deux d’origine germanique; mais quelque
              mérite qu’il y ait dans la traduction d’Homère par Voss, elle fait de l’Iliade et de
              l’Odyssée, des poëmes dont le style est grec, bien que les mots soient allemands. La
              connoissance de l’antiquité y gagne; l’originalité propre à l’idiome de chaque nation
              y perd nécessairement. Il semble que c’est une contradiction d’accuser la langue
              allemande tout à la fois de trop de flexibilité et de trop de rudesse; mais ce qui <pb
                ed="aut" n="1949"/> se concilie dans les caractères peut aussi se concilier dans les
              langues; et souvent dans la même personne les inconveniens de la rudesse n’empêchent
              pas ceux de la flexibilité</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <author>M.<hi rend="apice">me</hi> la Baronne de Staël-Holstein</author>, <title>De
              l’Allemagne</title> t. 1. 2.<hi rend="apice">de</hi> part. ch. 9. p. 248. 3.<hi
              rend="apice">me</hi> édit. Paris 1815</bibl>.</p>
        <p>Questo dunque non si chiama esser buona alle traduzioni. Ciò vuol dir solo che una tal
          lingua può senza incomodo e pregiudizio delle sue regole gramaticali adattarsi alle
          costruzioni e all’andamento di qualsivoglia altra lingua con somma esattezza. Ma
          l’esattezza non importa la fedeltà ec. ed un’altra lingua perde il suo carattere e muore
          nella vostra, quando la vostra nel riceverla, perde il carattere suo proprio, benchè non
          violi le sue regole gramaticali. Omero dunque non è Omero in tedesco, come non è Omero in
          una traduzione latina letterale, giacchè anche il latino così poco adattabile, pur si <pb
            ed="aut" n="1950"/> adatta benissimo alle costruzioni ec. massimamente greche, senza
          sgrammaticature, ma non senza perdere il suo carattere, nè senza uccidere e se stesso, e
          il carattere dell’autore così tradotto. Ed ecco come si può unire in una stessa lingua il
          carattere <foreign lang="fre" rend="italic">flexible</foreign> e <emph>rude</emph>, o
            <emph>restio</emph>. V. p. 1953. fine. Laddove la lingua italiana, che in ciò chiamo
          unica tra le vive, può nel tradurre, conservare il carattere di ciascun autore in modo
          ch’egli sia tutto insieme forestiero e italiano. Nel che consiste la perfezione ideale di
          una traduzione e dell’arte di tradurre. Ma ciò non lo consegue con la minuta esattezza del
          tedesco, benchè sia capace di molta esattezza essa pure (come si può veder nell’Iliade del
          Monti); bensì coll’infinita pieghevolezza e versatilità della sua indole, e che
          costituisce la sua indole. V. p. 1988.</p>
        <p>Tornando al proposito, i costumi forestieri introducono in una nazione e nella sua lingua
          l’indole forestiera. Quindi è che la lingua italiana non è adattabile, come nessun’altra,
          (e la tedesca meno di ogni <pb ed="aut" n="1951"/> altra) Staël passim, alla conversazione
          precisamente francese, qual è quella che i costumi francesi introducono, bensì a tradurla,
          e pareggiarla. Questa facoltà però finora non è in atto ma in potenza. Se gl’italiani
          avessero più società, del che sono capacissimi, (come lo furono nel 500.) e se
          conversassero non in francese ma in italiano, essi ben presto riuscirebbero a dare alla
          loro lingua le parole e qualità equivalenti a quelle della francese in questo genere, e
          non per tanto parlerebbero e scriverebbero in italiano: riuscirebbero a
          <emph>creare</emph> un linguaggio sociale italiano tanto polito, raffinato, pieghevole e
          ricco e gaio ec. quanto il francese, non però francese, ma proprio e nazionale. E in
          questo si potrebbe ben tradurre allora il linguaggio francese o scritto o parlato, che
          oggi non traduciamo, ma trascriviamo, come fanno i traduttori tedeschi. Questa capacità è
          dell’indole dell’italiano, e quindi inseparabile da esso, non però può ridursi ad atto,
          senza le necessarie circostanze, come solo in questi ultimi tempi la lingua o la poesia
          italiana, è stata, non resa capace, ma effettivamente applicata allo splendore ec. dello
          stile virgiliano. (19. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto che i fanciulli non ancora avvezzi ad attendere e ricordarsi, facilmente
          misconoscono e confondono le persone che non <pb ed="aut" n="1952"/> hanno viste da
          qualche tempo ec. Similmente una notabile mutazione di vestito ec. impedisce loro di
          riconoscere una persona già nota, e ritarda anche la conoscenza delle notissime e
          familiari. Tutti cotali effetti accadono pure negli animali, meno abituati dell’uomo
          all’attenzione, e quindi alla ricordanza. (19. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il toccar con mano che nessuno stato sociale fu nè sarà nè può esser perfetto, cioè
          perfettamente equilibrato ed armonico nelle sue forze costitutive, e nella sua ordinazione
          al ben essere dei popoli e degl’individui (tutti i savi lo confessano); e che quando anche
          potesse esser tale da principio, (come una monarchia, una repubblica) la stessa assoluta
          essenza della società porta in se i germi della corruzione, e distrugge immancabilmente e
          prestissimo questa perfezione, quest’armonia ec. ne’ suoi principii costitutivi; non è
          ella una prova bastante che l’uomo non è fatto per la società, o almeno per una società
          stretta, e <pb ed="aut" n="1953"/> d’uomini inciviliti, e che questa è incompatibile con
          la natura umana, e contraddittoria ne’ suoi principii? Una tal società da un lato
          abbisogna, dall’altro produce immancabilmente la civiltà; e la civiltà distrugge la
          perfezione e l’armonia di qualunque siffatta società. Essa non può trovarsi in natura, e
          frattanto, come altrove ho mostrato, ella non può essere perfetta e perfettamente ordinata
          al suo fine, che in natura e fra uomini naturali. (19. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutte le sensazioni di vigore (se questo non è eccessivo rispettivamente alla specie e
          all’individuo) sono piacevoli. Consultate i medici. Dal che apparisce che il vigore
          essendo piacevole per se stesso, egli è destinato precisamente dalla natura agli animali,
          e forma parte essenziale del loro ben essere, e questo non può star senza quello. (20.
          Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1950. marg. Quest’adattabilità della lingua tedesca, questa flessibilità
          riconosciuta per nociva, non proviene insomma se non dal non essere quella lingua
          abbastanza <pb ed="aut" n="1954"/> per anche formata e regolata. La libertà, il più bello
          ed util pregio di una lingua deriva nella lingua tedesca, e proporzionatamente ancora
          nell’inglese, dall’imperfezione: laddove nell’italiana, unica fra le moderne, deriva o sta
          colla perfezione: unica lingua moderna ch’essendo perfetta, ed avendo un deciso e
          completissimo carattere proprio, e questo per ogni parte formato, sia liberissima. La
          libertà del tedesco è nociva o di poco buon frutto, come quella che si gode nell’anarchia,
          o quella che tutti i popoli godono prima che la società abbia presa fra loro una forma
          pienamente regolare e stabile. La libertà dell’italiano è come quella, assai più rara e
          difficile, che si gode e deriva dalle savie, complete, mature istituzioni. Essa è
          stabilita nella sua indole, la costituisce, e n’è vicendevolmente contenuta: laddove la
          libertà del tedesco non fa che escludere da quella lingua un’indole propria, o renderla
          incerta e indeterminata; e intanto sussiste <pb ed="aut" n="1955"/> in quanto non sussiste
          in quella lingua un carattere originale perfettamente formato, definito, e maturato.
          Originalità e libertà stanno insieme nell’italiano, e sarebbero incompatibili nel tedesco.
          E nell’italiano e ne’ savi reggimenti, la perfetta legislazione e la libertà non solo si
          compatiscono, ma scambievolmente si favoriscono. Nel tedesco la libertà sarebbe
          incompatibile colla legge, e non sussiste che in virtù della non esistenza o imperfezion
          della legge.</p>
        <p>Così accade infatti. Le lingue perfettamente formate e di carattere decisamente proprio,
          non sogliono esser libere, e par che queste due qualità ripugnino. La lingua francese
          infatti, sola fra le moderne (esclusa l’italiana e la spagnola) che si possa dire
          perfettamente formata, ha perduto colla sua formazione la libertà ed è divenuta
          inflessibile, e inadattabile a tutto ciò che non l’è assolutamente proprio. La lingua
          inglese ha conservata la sua libertà <pb ed="aut" n="1956"/> col sacrifizio di una
          originalità decisa. Essa si modellò prima sulla francese, e divenne quasi francese. Oggi
          talora è francese, talora non si sa che, ma perfettamente inglese mai, e gli stessi
          scrittori inglesi riconoscono il danno della loro libertà di lingua, e com’essa non
          sussiste che per mancanza o insufficienza di legislazione, e quindi di deciso carattere e
          gusto, e genio proprio, e sapor nazionale ec. Così accade nel tedesco. La lingua italiana
          è l’unica fra l’europee, dopo la greca, che abbia conservata la sua libertà nella sua
          indole, dopo essersi perfettamente formata questa indole, e perfettamente propria; e deve
          questo vantaggio all’antichità della sua formazione.</p>
        <p>Che la lingua tedesca sia oggi liberissima non deve dunque far maraviglia. Tutte le
          lingue son tali ne’ loro principii. La lingua latina che fu poi sottomessa ad una
          severissima legislazione, e divenne la meno libera fra le antiche, e <emph>per
          antica</emph>, <pb ed="aut" n="1957"/> fu liberissima da principio, come si può vedere
          nelle scritture o frammenti de’ suoi primitivi autori. In que’ tempi essa sarebbe stata
          così adattabile alle traduzioni com’è oggi la tedesca; laddove in seguito, cioè quand’ella
          fu perfetta, ne divenne incapacissima, cioè capace di trasportar le parole, ma non lo
          spirito e la vita delle scritture forestiere, tal qual ella era.</p>
        <p>Volendo dunque dirittamente discorrere, paragoneremo fra loro i diversi gradi di libertà
          che godono o godettero le lingue <emph>perfette</emph>; non ammireremo la libertà infinita
          delle imperfette, che son libere com’è libera la nazione degli Otaiti, o degli Ottentotti.
          (20. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La natura è infinitamente e diversissimamente conformabile tutta quanta. Essa ha però
          disposto le cose in modo che quegli agenti e quelle forze animali o no, che la debbono
          conformare, la conformino in quella tal maniera ch’essa intendeva, <pb ed="aut" n="1958"/>
          e che risponde al suo sistema, al suo disegno, al suo primo piano, all’ordine da lei
          voluto. Se dunque l’uomo facendo evidentissimamente violenza alla natura, e vincendo
          infiniti ostacoli naturali, è giunto a conformare e se stesso, e quella parte di natura
          che da lui dipendeva naturalmente, e quella molto maggiore che n’è venuta a dipendere in
          sola virtù della di lui alterazione; è giunto dico a conformar tutto ciò in modo
          diversissimo da quel piano, da quell’ordine, che col savio ragionamento si sopre
          destinato, inteso, avuto in mira, voluto, disposto dalla natura; questa non può essere una
          prova nè contro la natura, nè che la natura non abbia voluto effettivamente quel tal
          ordine primitivo; nè che la perfezion delle cose, quanto all’uomo, non si sia perduta; nè
          che l’andamento della nostra specie, e di quanto ne dipende o le appartiene, sia naturale;
          nè che la natura non avesse effettivamente <pb ed="aut" n="1959"/> di mira, non avesse
          concepito, e con tutte le forze proccurato un ordine di cose quanto semplice ne’ suoi
          principii costitutivi, ne’ suoi elementi, nelle sue forze produttrici, nelle sue qualità
          analizzate e decomposte; tanto certo, determinato, costante, e al tempo stesso armonico,
          fecondo e variatissimo ne’ suoi effetti, suscettibile d’infinite modificazioni, e soggetto
          anche a molte accidentali disarmonie, sebben forse non per altro che per maggiore armonia.
          (20. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A noi soli incombe il toglier via dal sistema della natura quegl’inconvenienti
          accidentali che derivano dalla nostra propria accidentale corruzione, cioè opposizione
          colle altre parti del detto sistema, e coll’ordine voluto dalla natura riguardo a noi.
          (20. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quest’ordine in tutte le parti del sistema della natura qual altro può essere che il
          primitivo? cioè quel solo ch’effettivamente si trova esistere <emph>in natura</emph>, e
          prima <pb ed="aut" n="1960"/> dell’influenza delle altre volontà, e degli altri agenti
          pensanti. (20. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non crediamo già che le bestie non sieno capaci anch’esse di corruzione. Non tanto quanto
          l’uomo perchè meno conformabili; non tanto generale, perchè essendo meno conformabili sono
          meno sociali; non tanto estensibile agli oggetti estranei alla loro specie, perchè quella
          stessa natura che le fa tanto meno conformabili dell’uomo, dà loro tanto minore influenza
          sulle cose, influenza il cui sommo grado deriva nell’uomo dalla di lui somma
          conformabilità che nel sistema della natura, tutta conformabile, costituisce la
          superiorità dell’uomo fra tutti gli esseri. Ma pur sono capacissime di corruzione
          individuale, ed estensibile anche fino a un certo segno alle loro particolari società.
          Sono capacissimi di misfatti, e quella bestia, che per pigrizia o altro uccide il proprio
          figlio, pecca contro natura e contro coscienza. Noi conosciamo poco la natura degli
          animali, e crediamo che tutti <pb ed="aut" n="1961"/> e in tutto ciò che fanno ec. ec.
          sieno precisamente conformi alle leggi e all’ordine della loro natura. Ma così pur
          giudicheranno essi dell’uomo, e quella specie di quell’altra ec. (20. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Da ciò che una qualità essenziale della natura, è la somma conformabilità, e
          modificabilità delle sue qualità costituenti e primitive, e de’ suoi principii elementari,
          e del suo intero composto, risulta quanto poche verità, anche dentro questo tal sistema, e
            <emph>dopo</emph> di esso, possano essere assolute. (20. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Intorno al differentissimo ritmo ec. della poesia delle diverse nazioni, v. quello della
          poesia Scalda nell’ <bibl>
            <author>Andrès</author>, <title>Storia</title> ec. Par. 2. l. 1.</bibl> dove parla del <quote>
            <emph>Gusto della poesia degli Scaldi</emph>
          </quote>, <bibl>t. 4. p. 147. segg.</bibl> (20. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1856. Quell’anima che non è aperta se non al vero puro, è capace di poche verità,
          poco può scoprir di vero, poche verità può conoscere e sentire nel loro vero aspetto, <pb
            ed="aut" n="1962"/> pochi veri e grandi rapporti delle medesime, poco bene può applicare
          i risultati delle sue osservazioni e ragionamenti. Lo dimostra anche l’esperienza usuale,
          nelle stesse nostre parti meridionali e immaginose, e gl’immensi spropositi o di opinione
          o di condotta ec. che tutto giorno si leggono o ascoltano o vedono, ne’ freddi
          ragionatori, inaccessibili ad ogni illusione. Cercando il puro vero, non si trova. La
          ricerca delle verità, massime delle più grandi, e sopra tutto di quelle che spettano alla
          scienza dell’uomo ha bisogno della mescolanza, ed equilibrato temperamento di qualità
          contrarissime, immaginazione, sentimento, e ragione, calore e freddezza, vita e morte,
          carattere vivo e morto, gagliardo e languido ec. ec. (21. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Un des grands avantages des <hi rend="italic">dialectes
              germaniques</hi> en poésie, c’est la variété et la beauté de leurs épithètes.
              L’allemand sous ce rapport aussi, peut se comparer au grec; <hi rend="italic">l’on
                sent dans un seul <pb ed="aut" n="1963"/> mot plusieurs images</hi>, comme, dans la
              note fondamentale d’un accord, on entend les autres sons dont il est composé, ou comme
              de certains couleurs réveillent en nous la sensation de celles qui en dépendent. <hi
                rend="italic">L’on ne dit en français que ce qu’on veut dire</hi>, et l’on ne voit
              point errer autour des paroles ces nuages à mille formes, qui entourent la poésie des
              langues du nord, et réveillent une foule de <hi rend="italic">souvenirs</hi>. A la
              liberté <hi rend="italic">de former une seule épithète de deux ou trois</hi>, se joint
              celle d’animer le langage en faisant avec les verbes des noms</foreign>
          </quote>: (proprietà egualmente <emph>del greco, dell’italiano, e dello spagnuolo</emph>) <quote>
            <foreign lang="fre">le vivre, le vouloir, le sentir, sont des expressions moins
              abstraites que la vie, la volonté, le sentiment; et tout ce qui tend à changer la
              pensée en action donne toujour plus de mouvement au style. La facilité de renverser à
              son gré la construction <pb ed="aut" n="1964"/> de la phrase</foreign>
          </quote> (ho detto altrove che come le parole, così le frasi e costruzioni ec. possono
          esser <emph>termini</emph>, e che quella lingua che più abbonda di <emph>termini</emph>,
          in pregiudizio delle parole, suole per analogia esser matematica nella frase ec. , e che
          la francese è tutta un gran termine) <quote>
            <foreign lang="fre">est aussi très favorable à la poésie, et permet d’exciter, par les
              moyens variés de la versification, <hi rend="italic">des impressions analogues à
                celles de la peinture et de la musique</hi>
            </foreign>
          </quote> (impressioni vaghe.) <quote>
            <foreign lang="fre">Enfin l’esprit général des dialectes teutoniques, c’est
              l’indépendance: les écrivains cherchent avant tout <hi rend="italic">à transmettre ce
                qu’il sentent</hi>; ils diroient volontiers à la poésie comme Héloïse à son amant:
                <hi rend="italic">S’il y a un mot plus vrai, plus tendre, plus profond encore pour
                exprimer ce que j’eprouve, c’est celui-là que je veux choisir</hi>. Le souvenir des
              convenances de société poursuit en France le talent <pb ed="aut" n="1965"/> jusque
              dans ses émotions les plus intimes; et la crainte du ridicule est l’épée de Damoclès,
              qu’aucune fête de l’imagination ne peut faire oublier</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <title>De l’Allemagne</title>, tome 1. 2.<hi rend="apice">de</hi> part. ch. 9. vers la
            fin</bibl>. (21. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>E qui sopra ed altrove assai spesso la Staël nomina i dialetti tedeschi in luogo della
          lingua tedesca. L’<emph>idioma</emph> degl’irlandesi diverso in molte qualità essenziali
          da quello d’Inghilterra ec. è nominato da <bibl lang="fre">
            <author>Lady Morgan</author>, <title>France</title> t. 2. liv.5. ou 6. article
          Langage.</bibl> (21. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1938. <quote>
            <foreign lang="fre">En apprenant la prosodie d’une langue, on entre plus intimément dans
              l’esprit de la nation qui la parle que par quelque gente d’étude que ce puisse être.
                <hi rend="italic">De là vient qu’il est amusant de prononcer des mots
              étrangers</hi>: on s’écoute comme si c’étoit un autre qui parlât: mais il <pb ed="aut"
                n="1966"/> n’y a rien de si délicat, de si difficile à saisir que l’accent: on
              apprend mille fois plus aisément les airs de musique le plus compliqués, que la
              prononciation d’une seule syllabe. Une longue suite d’années, ou les premières
              impressions de l’enfance, peuvent seules rendre capable d’imiter cette prononciation,
              qui appartient à ce qu’il y a de plus subtil et de plus indéfinissable dans
              l’imagination et dans le caractère national</foreign>
          </quote>. (Vedete qui 1. la gran varietà di tutto ciò ch’è opera ed effetto della natura,
          e non ha che far colla ragione, 2. l’immensa e inevitabile e naturale varietà che deve a
          ogni patto nascere ec. nella favella degli uomini, varietà ch’essendo così difficile a
            <foreign lang="fre" rend="italic">saisir</foreign>, pone un grandissimo ostacolo a farsi
          scambievolmente intendere. E quante menome, ma egualmente indefinibili e inimitabili
          particolarità ha la pronunzia e l’accento di ciascun paese, o terra, o individuo! ec.) <bibl>
            <title>De <pb ed="aut" n="1967"/> l’Allemagne</title>, t. 1. 2.<hi rend="apice">de</hi>
            part. ch. 9. principio</bibl>.</p>
        <p>Il detto <foreign lang="fre" rend="italic">amusement</foreign> ha un gruppo di cagioni,
          tutte insieme e concordemente efficienti, benchè diversissime e anche contrarie.
            <emph>Quanti effetti, quanti piaceri ec. derivano individualmente e in un medesimo caso
            e punto da cagioni contrarie</emph>! E non sarebbero quali sono in mancanza di una di
          tali cagioni, o della loro contrarietà! (21. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1946. I francesi ignoranti, o poco avvezzi a scrivere, o fanciulli, o
          principianti, gli stampatori ec. cadono frequentemente in errore scrivendo o stampando
          come pronunziano, cioè in luogo della lettera o sillaba che la loro ortografia prescrive,
          ponendo quella che nell’alfabeto francese risponde alla pronunzia di quella medesima
          lettera o sillaba, p. e. in luogo di <emph>en</emph> scrivendo o stampando
          <emph>an</emph>, in luogo di <emph>au</emph>, o ec. e parimente lasciando quelle lettere o
          sillabe che benchè secondo la loro ortografia si debbano scrivere, non si pronunziano, o
          viceversa ec. Ciò, che <pb ed="aut" n="1968"/> non accade certo agl’italiani se non quando
          pronunziano male ec. , che altro dimostra se non l’imperfezione della scrittura francese
          ec. , e ch’essa scrittura non corrispondendo al loro alfabeto, non corrisponde
          effettivamente alla pronunzia, e non è naturale? ec.</p>
        <p>Del resto quando i francesi gl’inglesi ec. pronunziando il latino come la loro lingua, lo
          pronunziano in modo diverso da quello in cui pronunziano gli stessi segni nell’alfabeto
          latino, come vorranno persuaderci che la loro pronunzia latina, possa esser tanto vera o
          verisimile quanto la nostra? Chi vorrà credere che la scrittura latina avesse questo
          immenso difetto di corrispondenza colla pronunzia, ch’è solamente proprio delle dette
          lingue moderne, per le circostanze che altrove ho accennate, e che è naturalmente ignoto
          ad ogni scrittura ben ordinata?</p>
        <p>Quanto alla vera ed antica pronunzia dei segni isolati nell’alfabeto latino ce
          n’istruiscono espressamente qua e là gli scrittori latini, e ci dimostrano ch’essa non era
          certo inglese nè tedesca ec. Gli stessi dittonghi <pb ed="aut" n="1969"/> latini, la cui
          pronunzia non risponde oggi al valor di quei segni nell’alfabeto latino, si pronunziavano
          anticamente com’erano scritti, cioè <emph>ae</emph> si pronunziava, come insegna la
          santacroce, <emph>a</emph> ed e non <emph>e</emph>, e non come <emph>au</emph> o
          <emph>ai</emph> si pronunziano in francese <emph>o</emph> ed <emph>e</emph>, in luogo che
          il loro alfabeto vorrebbe <emph>a</emph> ed <emph>u</emph>, <emph>a</emph> ed
          <emph>i</emph>. (22. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La lingua ebraica non è solamente povera riguardo a noi, per la scarsezza di scritture
          che abbiamo in quella lingua, ma è povera quanto a se stessa, povera nelle stesse
          scritture che abbiamo, e in proporzione della stessa loro scarsezza, nella qual
          proporzione potrebb’essere assai più ricca, anzi potrebb’essere in quella proporzione
          tanto ricca quanto le più ricche del mondo. Male pertanto si riferisce la sua povertà alla
          detta cagione, facendone una povertà relativa a noi soli. Le vere cagioni le dico altrove.
          Bensì è vero che l’essere stata poco scritta ne’ suoi buoni tempi, n’è la principale, ma
          non relativa, cagione. (22. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1970"/> La minuziosità della punteggiatura usata da’ francesi,
          corrisponde, ed è analoga, conseguente e conveniente all’indole delle loro parole,
          costruzioni ec. e di tutta la loro lingua, e scrittura. (22. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gli spiriti mediocri sono sempre facilmente persuadibili a credere o a fare, e in
          qualunque modo riducibili all’uomo di talento, o al furbo, o a chi per qualsivoglia
          circostanza ha, o sa prendere su di loro un certo ascendente. L’ostinazione è propria
          degli spiriti piccoli e dei grandi, o degli spiriti più o meno inferiori o superiori alla
          mediocrità, ma di quelli più che di questi. Lo stesso dico in ordine alla suscettibilità
          di esser consolati. Se non che gli spiriti grandi ne sono meno suscettibili dei piccoli,
          perchè il vero, ch’essi ben intendono, non è mai consolante, e perchè il consolatore non
          li può facilmente ingannare, ch’è l’unico modo di consolare. (22. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In tutte le congiugazioni, anzi in tutti i verbi di tutte tre le lingue figlie della
          latina, la caratteristica inseparabile dal futuro indicativo si è la <emph>r</emph>. Al
          contrario nelle congiugazioni latine che noi conosciamo, nel cui futuro indicativo la
            <emph>r</emph> non è mai caratteristica, e non entra <pb ed="aut" n="1971"/> mai nella
          desinenza. Or questa qualità delle dette tre lingue, non può attribuirsi alla corruzione
          particolare che ricevette la lingua latina in Francia, Spagna, Italia, indipendentemente
          l’una dall’altra; ma essendo comune, e costantissima in tutte tre, manifesta chiaramente
          un’origine comune. Or questa non essendo la lingua latina scritta, non può essere altro
          che l’antica volgare ugualmente diffusa e comunicata alle tre nazioni. Mi par dunque
          evidente che nel latino volgare la caratteristica di tutti i futuri indicativi fosse la
            <emph>r</emph>. Questa proprietà del volgare latino, mi par che s’abbia da tenere per
          dimostrata. Credo verisimile che esso volgare in luogo del futuro indicativo, usasse il
          futuro congiuntivo, la cui caratteristica è sempre la <emph>r</emph> nel latino che noi
          conosciamo. Così p. e. il futuro congiuntivo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >legero</foreign>, corrisponde appuntino all’italiano <emph>leggerò</emph>, e ne viene ad
          esser la fonte. <pb ed="aut" n="1972"/> Ed infatti osservo che sebbene regolarmente la
            <emph>r</emph> sia del tutto esclusa dalla desinenza del futuro indicativo nel latino
          scritto, nondimeno ella è caratteristica come presso noi in parecchi verbi latini anomali
          o difettivi ec. il cui futuro indicativo ha appunto la desinenza, che ha il futuro
          soggiuntivo negli altri verbi. Per esempio, <foreign lang="lat" rend="italic">ero,
          potero</foreign> ec. ec. <foreign lang="lat" rend="italic">odero, meminero</foreign> ec.
            <emph>odierò, potrò</emph> ec. Ora i verbi (o nomi) anomali o difettivi ec. sogliono
          essere i più antichi in ciascuna lingua, e certo indizio dell’antico costume, e delle
          proprietà di essa, siccome d’altronde il volgare di ciascuna lingua è il maggior
          conservatore delle sue antiche proprietà.</p>
        <p>Intendo sempre parlare delle congiugazioni attive, non delle passive che le nostre lingue
          non hanno. Sicchè se la <emph>r</emph> è caratteristica del passivo futuro indicativo
          latino, ciò non fa punto al caso nostro, oltre ch’ella occupa quivi un altro luogo, cioè
          chiude la desinenza della prima persona, laddove ne’ nostri futuri precede <pb ed="aut"
            n="1973"/> l’ultima vocale nella stessa persona. (22. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Io credo possibile il tradurre le opere moderne o filosofiche o di qualunque argomento,
          in buon greco (massime le italiane o spagnuole o simili), come son certo che non si
          potrebbero mai tradurre in buon latino. Se le circostanze avessero portato che la lingua
          greca avesse nei nostri paesi prevaluto alla latina, e che quella in luogo di questa
          avesse servito ai dotti nel risorgimento degli studi, l’uso di una lingua morta, avrebbe
          forse potuto durare più lungo tempo, o almeno esser più felice (nè solo negli studi, ma in
          tutti gli altri usi in cui s’adoprò la lingua latina fino alla sufficiente formazione
          delle moderne europee); i nostri eleganti scrittori latini del 500. ec. avrebbero potuto
          esser quasi moderni, se avessero scritto in greco, laddove scrivendo in latino si
          assicurarono di non poter esser lodati se non dagli antichi, e di servire ai passati <pb
            ed="aut" n="1974"/> in luogo de’ posteri, e di potersi piuttosto ricordare che sperare;
          e se la lingua che oggi si studia tuttavia da’ fanciulli, e quella che molti, massime in
          Italia, si ostinano a voler ancora adoperare in questa o quella occasione, fosse piuttosto
          la greca che la latina, essa servirebbe molto più alla vita moderna, <emph>faciliterebbe
            molto più il pensiero, e l’immaginazione</emph> ec. e sarebbe alquanto più possibile il
          farne un qualche uso pratico ec. (23. Ott. 1821.). V. p. 2007.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Se mancassero altre prove che il vero è tutto infelice, non basterebbe il vedere che gli
          uomini sensibili, di carattere e d’immaginazione profonda, incapaci di pigliar le cose per
          la superficie, ed avvezzi a ruminare sopra ogni accidente della vita loro, sono
          irresistibilmente e sempre strascinati verso la infelicità? Onde ad un giovane sensibile,
          per quanto le sue circostanze paiano prospere, si può senz’altro dubbio predire che sarà
            <pb ed="aut" n="1975"/> presto o tardi infelice, o indovinare ch’egli è tale. (23. Ott.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Un uomo di forte e viva immaginazione, avvezzo a pensare ed approfondare, in un punto di
          straordinario e passeggero vigore corporale, di entusiasmo, di disperazione, di vivissimo
          dolore o passione qualunque, <emph>di pianto</emph>, insomma di quasi ubbriachezza, e
          furore, ec. scopre delle verità che molti secoli non bastano alla pura e fredda e
          geometrica ragione per iscoprire; e che annunziate da lui non sono ascoltate, ma
          considerate come sogni, perchè lo spirito umano manca tuttavia delle condizioni necessarie
          per sentirle, e comprenderle come verità, e perch’esso non può universalmente fare in un
          punto tutta la strada che ha fatto quel pensatore, ma segue necessariamente la sua marcia,
          e il suo progresso gradato, senza sconcertarsi. Ma l’uomo in quello stato vede tali
          rapporti, passa da una proposizione all’altra così rapidamente, ne comprende così
          vivamente e facilmente il legame, accumula in un momento <pb ed="aut" n="1976"/> tanti
          sillogismi, e così ben legati e ordinati, e così chiaramente concepiti, che fa d’un salto
          la strada di più secoli. E forse esso stesso dopo quel punto, non crede più alle verità
          che allora avea concepite e trovate, cioè o non si ricorda, o non vede più con egual
          chiarezza, i rapporti, le proposizioni, i sillogismi, e le loro concatenazioni che
          l’avevano portato a quelle conseguenze. Il mondo alla fine è sempre in istato di freddo, e
          le verità scoperte nel calore, per grandi che siano non mettono radici nella mente umana,
          finchè non sono sanzionate dal placido progresso della fredda ragione, arrivata che sia
          dopo lungo tempo a quel segno. Grandi verità scoprivano certamente gli antichi colla lor
          grande immaginazione, grandi salti facevano nel cammino della ragione, ridendosi della
          lentezza, e degl’infiniti mezzi che abbisognano al puro raziocinio ed esperienza per
          avanzarsi altrettanto, grandi spazi occupati poi da’ loro posteri, preoccupavano essi e
            <pb ed="aut" n="1977"/> conquistavano in un baleno, ma questi progressi restavano
          necessariamente individuali, perchè molto tempo abbisognava a renderli generali; queste
          conquiste non si conservavano, anzi erano piuttosto viaggi che conquiste, perchè
          l’individuo penetrava solamente in quei nuovi paesi, e li riconosceva, senza esser seguito
          dalla moltitudine che vi stabilisse il suo dominio; i progressi de’ grandi individui non
          giovavano gli uni agli altri, perchè mancanti di una disposizione generale e comune nel
          mondo, che li rendesse intelligibili gli uni agli altri, mancanti anche di una lingua atta
          a stabilire, dar corpo, determinare e render a tutti egualmente chiaro quello che ciascun
          individuo scopriva. Così che gli antichi grandi spiriti penetravano nelle terre della
          verità, ciascuno isolatamente, e senza aiutarsi l’un l’altro, e quando anche si
          scontrassero nel cammino, o giungessero ad un medesimo <pb ed="aut" n="1978"/> punto, e
          quivi casualmente si riunissero, non si riconoscevano; e tornati dalla loro corsa, e
          narrandola altrui, non s’accorgevano di dir le stesse cose, nè il pubblico se n’avvedeva,
          perchè non le dicevano allo stesso modo, mancando di un linguaggio filosofico, uniforme;
          oltre che le stesse ragioni che impedivano all’universale di riconoscere quelle
          proposizioni per pienamente vere, gl’impediva altresì di scoprire l’uniformità che
          esisteva tra le proposizioni e i sentimenti di questo e di quel grand’uomo. E così le
          grandi scoperte de’ grandi antichi, appassivano, e non producevano frutto, e non erano
          applicate, mancando i mezzi e di coltivarle, e di aiutare e legare una verità coll’altra
          mediante il commercio de’ pensieri, e della società pensante. (23. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il suicidio è contro natura. Ma viviamo noi secondo natura? Non l’abbiamo al tutto
          abbandonata per seguir la ragione? Non siamo animali ragionevoli, cioè diversissimi dai
          naturali? La ragione non ci mostra ad <pb ed="aut" n="1979"/> evidenza l’utilità di
          morire? Desidereremmo noi di ucciderci, se non conoscessimo altro movente, altro maestro
          della vita che la natura, e se fossimo ancora, come già fummo, nello stato naturale?
          Perchè dunque dovendo vivere contro natura, non possiamo morire contro natura? perchè se
          quello è ragionevole, questo non lo è? perchè se la ragione ci ha da esser maestra della
          vita, l’ha da determinare, regolare, predominare, non l’ha da essere, non può far
          altrettanto della morte? Misuriamo noi il bene o il male delle nostre azioni dalla natura?
          no ma dalla ragione. Perchè tutte le altre dalla ragione, e questa dalla natura?</p>
        <p>Non c’è che dire. La presente condizione dell’uomo obbligandolo a vivere e pensare ed
          operare secondo ragione, e vietandogli di uccidersi, è contraddittoria. O il suicidio non
          è contro la morale sebben contro natura, o la nostra vita, essendo contro natura, è contro
          la morale. Questo no, dunque neppur quello.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1980"/> Accade del suicidio come della medicina. Essa non è naturale. Il
          tirar sangue, tanti farmachi velenosi, tante operazioni dolorose ec. sono ignote a’ popoli
          naturali, e sono contro natura. Ma lo stato fisico dell’uomo essendo oggi e sempre più
          divenendo lontanissimo dal naturale, è conveniente e necessaria un’arte e dei mezzi non
          naturali per rimediare agl’incomodi di un tale stato. (<bibl>V. <author>Celso</author>
            <title>sull’orig. della medicina</title>
          </bibl>).</p>
        <p>Ovvero: il tirar sangue è contro natura. Ma l’inconveniente che lo esige essendo un
          accidente di cui l’ordine naturale non è colpevole nè responsabile, il rimedio è
          conveniente ancorchè non naturale, ma è conveniente per accidente.</p>
        <p>Or nello stesso modo, questo grande accidente che contro l’ordine naturale, ha mutato la
          condizione dell’uomo; quell’accidente, di cui la natura non è colpevole, o che non potea
          esser preveduto nè provveduto, ma che contro l’ordine naturale, ci fa desiderar la morte,
          rende conveniente il suicidio per contrario <pb ed="aut" n="1981"/> che sia alla natura.</p>
        <p>Non v’è dunque che la religione che possa condannare il suicidio. L’esser contrario alla
          natura, nel presente stato dell’uomo, non è prova nessuna ch’egli non sia lecito.</p>
        <p>Che bello e felice stato dev’esser dunque quello, il quale quanto a se rende lecita, e
          domanda la cosa la più contraria all’essenza di qualunque cosa, la più contraddittoria
          coll’esistenza e co’ suoi principii, quella che ridotta ad atto distruggerebbe tutto ciò
          che vive, e sovvertirebbe l’ordine di tutto ciò che ne dipende o vi ha relazione!</p>
        <p>Da tutto ciò si vede che il progresso della ragione tende essenzialmente, non solo a
          rendere infelice, ma a distruggere la specie umana, i viventi, o esseri capaci di
          pensiero, e l’ordine naturale. Non v’è che la Religione (assai più favorita e provata
          dalla natura che dalla ragione) la quale puntelli il misero e crollante edifizio della
          presente vita umana, ed entri di mezzo <pb ed="aut" n="1982"/> per metter d’accordo alla
          meglio questi due incompatibili ed irreconciliabili elementi dell’umano sistema, ragione e
          natura, esistenza e nullità, vita e morte. (23. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Grazia dallo straordinario. Il color bruno, o tendente al brunetto, è grazioso, e
          piccante, quasi contrastando e rilevando il pregio delle fattezze. Ma se il contrasto è
          eccessivo, e se il bruno è nero, o se il colorito è insomma troppo diverso da quello che
          dovrebbe, esso non è mai grazia, ma bruttezza. L’eccesso però, siccome il non eccesso è
          diversamente giudicato dai diversi gusti, assuefazioni, circostanze parziali e individuali
          ec. (24. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che ho detto altrove degli effetti della luce, del suono, e d’altre tali
          sensazioni circa l’idea dell’infinito, si deve intendere non solo di tali sensazioni nel
          naturale, ma nelle loro imitazioni ancora, fatte dalla pittura, dalla musica, dalla
          poesia, <pb ed="aut" n="1983"/> ec. Il bello delle quali arti, in grandissima parte, e più
          di quello che si crede o si osserva, consiste nella scelta di tali o somiglianti
          sensazioni indefinite da imitare.</p>
        <p>E questo è un bello che non entra punto nella teoria di quel bello o brutto che nasce
          dalla convenienza o sconvenienza, e ch’io nego essere assoluto; sebbene neppur questo è
          assoluto, ma parte dipendente dalla natura dell’uomo in quanto ella è tale, e per le
          ragioni dette nella teoria del piacere; parte soggetto anch’esso all’assuefazione, alle
          circostanze ec. (24. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quanto ho detto del nostro <emph>guai</emph> venuto dal lat. <foreign lang="lat"
            rend="italic">vae</foreign>, aggiungi che in parecchi luoghi d’Italia si suol dire
            <emph>ghel</emph> o <emph>ghelo</emph> per <emph>ve lo</emph> (<emph>ghel dissi, ghelo
            dico</emph>), o <emph>gh’</emph> per <emph>v’</emph> (<emph>gh’ho messo</emph>, per
            <emph>v’ho messo</emph>, cioè <emph>ho messo quivi</emph>) ec. Così mi par che usino
          massimamente i Veneziani.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="1984"/> Alla p. 1937. Non rideremmo noi di un povero scolare di gramatica
          che nel suo latinuccio si lasciasse fuggir dalla penna <emph>non volo</emph> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">nolo</foreign>? E pur questo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nolo</foreign> è una pretta corruzione e storpiatura di <emph>non volo</emph>, fatta
          non da altri che dal popolaccio che suol troncare le parole, e conglutinarne a dritto e
          rovescio i pezzi ec. Viceversa io sento tuttogiorno dire dalla nostra plebe
          <emph>noglio</emph> o <emph>n’oglio</emph> per <emph>non voglio</emph>: e chi s’ardirebbe
          di scrivere in italiano <emph>noglio</emph> per <emph>non voglio</emph>, e di introdurre
          il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">nolere</foreign> nella nostra lingua? Sicchè il
          buono e il cattivo, il puro e l’impuro di una lingua non è altro che ciò ch’è usato o non
          usato, e che ha fatto o non ha fatto fortuna presso i buoni scrittori, e nel tempo della
          sua formazione. Ma quanto al degenerare, tutte le parole, tutti i modi, tutte le lingue
          che noi conosciamo, non sono altro che un ammasso di degenerazioni e corruzioni. <pb
            ed="aut" n="1985"/> (24. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La lingua francese è propriamente, sotto ogni rapporto, per ogni verso, la lingua della
          mediocrità. Ella non è nè sarà mai la lingua della grandezza in nessun genere, nè della
          originalità. (Qual è la lingua tali sono sempre i sentimenti, e gli scrittori.) E non per
          altra cagione, ella è oggi universale; non per altra si adatta all’intelligenza, ed
          all’uso pratico de’ forestieri d’ogni genere; non per altra si adatta così bene all’uso
          de’ meno colti nazionali, ed è ben parlata e scritta da quasi tutti i francesi; non per
          altra l’andamento, il <foreign lang="fre" rend="italic">tour</foreign> di essa lingua è
          preferito dalla gente comune, in tutte le lingue d’Europa, a quello della propria lingua;
          non per altra una donna, un cavaliere italiano mezzanamente colto, che s’imbarazza e cade
          in dieci spropositi, non dico contro la purità, ma contro la gramatica, se nello scrivere
          o nel parlare s’impegna in un periodo all’italiana, riesce facilmente e scampa da ogni
          pericolo, usando il periodo francese ec. ec. Vero <pb ed="aut" n="1986"/> periodo,
          andamento, genio, indole, spirito della mediocrità. Ed a che altra categoria che alla
          mediocrità poteva appartenere la lingua della ragione e della società? Nè la lingua
          francese sarebbe divenuta universale e sarebbe stata così celebrata ed esaltata sopra
          tutte, se non nel secolo della mediocrità cioè della ragione, qual è il nostro; nè un tal
          secolo potrebbe preferire alcuna lingua alla francese, o alcun genio ed indole di favella
          a quello della francese, anche nelle proprie rispettive lingue.</p>
        <p>Non accade qui passar dalla lingua alla nazione (come suole pur fare il filosofo), e dire
          che quella che parla la lingua della mediocrità, non può esser la nazione dell’originalità
          nè della grandezza. Ma già quale originalità qual grandezza può derivare dal colmo,
          dall’eccesso, dall’assoluto predominio della società? <pb ed="aut" n="1987"/> (24. Ott.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Per la copia e la vivezza ec. delle rimembranze sono piacevolissime e poeticissime tutte
          le imagini che tengono del fanciullesco, e tutto ciò che ce le desta (parole, frasi,
          poesie, pitture, imitazioni o realtà ec.). Nel che tengono il primo luogo gli antichi
          poeti, e fra questi Omero. Siccome le impressioni, così le ricordanze della fanciullezza
          in qualunque età, sono più vive che quelle di qualunque altra età. E son piacevoli per la
          loro vivezza, anche le ricordanze d’immagini e di cose che nella fanciullezza ci erano
          dolorose, o spaventose ec. E per la stessa ragione ci è piacevole nella vita anche la
          ricordanza dolorosa, e quando bene la cagion del dolore non sia passata, e quando pure la
          ricordanza lo cagioni o l’accresca, come nella morte de’ nostri <pb ed="aut" n="1988"/>
          cari, il ricordarsi del passato ec. (25. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Qualunque stile moderno ha proprietà, forza, semplicità, nobiltà, ha sempre sapore di
          antico, e non par moderno, e forse anche perciò si riprende, e volgarmente non piace.
          Viceversa qualunque stile antico ha ec. , tiene del moderno. Che vuol dir questo? Qual è
          dunque la natura de’ moderni? quale degli antichi? (25. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1950. La piena e perfetta imitazione è ciò che costituisce l’essenza della
          perfetta traduzione, come altrove ho detto. Or questo è ciò che sa fare la nostra lingua,
          e che non può la tedesca, essendo altro il contraffare, altro l’imitare. (25. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’uomo che a tutto si abitua, non si abitua mai alla inazione. Il tempo che tutto
          alleggerisce, indebolisce, distrugge, non distrugge mai nè indebolisce il disgusto e la
            <emph>fatica</emph> che l’uomo prova nel non far nulla. L’assuefazione <pb ed="aut"
            n="1989"/> intanto può influire sull’inazione, in quanto può trasportare l’azione
          dall’esterno all’interno, e l’uomo forzato a non muoversi, o in qualunque modo a non
          operare al di fuori, acquista appoco appoco l’abito di operare al di dentro, di farsi
          compagnia da se stesso, di pensare, d’immaginare, di trattenersi insomma vivamente col
          proprio solo pensiero (come fanno i fanciulli, come si avvezzano a fare i carcerati ec.).
          Ma la pura noia, il puro nulla, nè il tempo nè alcuna forza possibile (se non quella che
          intorpidisce o estingue o sospende le facoltà umane, come il sonno, l’oppio, il letargo,
          una totale prostrazione di forze ec.) non basta a renderlo meno intollerabile. Ogni
          momento di pura inazione è tanto grave all’uomo dopo dieci anni di assuefazione, quanto la
          prima volta. La nullità, il non fare, il non vivere, la morte, è l’unica cosa di cui
          l’uomo sia incapace, e <pb ed="aut" n="1990"/> alla quale non possa avvezzarsi. Tanto è
          vero che l’uomo, il vivente, e tutto ciò che esiste, è nato per fare, e per fare tanto
          vivamente, quanto egli è capace, vale a dire che l’uomo è nato per l’azione esterna ch’è
          assai più viva dell’interna. Tanto più che l’interna nuoce al fisico quanto ell’è maggiore
          e più assidua, e l’esterna viceversa. Quanto all’azione interna dell’immaginazione, essa
          sprona e domanda impazientemente l’esterna, e riduce l’uomo a stato violento, se questa
          gli è impedita. E quella infatti agognano i giovani, i primitivi, gli antichi, e non si
          può loro impedire senza metter la loro natura in istato violento. Ciò non per altro se non
          perchè l’uomo e il vivente tende sempre naturalmente alla vita, e a quel più di vita che
          gli conviene. (26. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto che la grazia ec. deriva dai contrasti, e perciò spesso l’uomo, e l’amore
          inclina al suo contrario. Osserviamo infatti che alla donna debole per natura, piace la
          fortezza dell’uomo, e all’uomo viceversa. Il che sebbene deriva immediatamente dalla
          naturale inclinazione d’ambo i sessi, contuttociò viene in parte dalla <pb ed="aut"
            n="1991"/> forza del contrasto, giacchè si vede che ad una donna straordinariamente
          forte piace talvolta un uomo piuttosto debole più che a qualunque altra, e forse più che
          qualunque altro; e viceversa all’uomo debole una donna forte. ec. Così dico della
          delicatezza opposta alla nervosità, e delle altre rispettivamente contrarie qualità de’
          due sessi. In tutto questo però influisce l’abitudine de’ diversi individui. (26. Ott.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Colui che imita la maniera di parlare, di gestire, ec. ec. usata da una persona ignota a
          colei a cui egli l’imita e la descrive, quando anche l’imitazione sia vivissima,
          ingegnosissima ec. non produce quasi nessun effetto nè piacere; laddove un’imitazione
          assai men viva della stessa cosa, fatta a chi ne conosca bene il soggetto, riuscirà
          piacevolissima. Questo serva di regola ai poeti, ai pittori, ai comici, ec. ec. che
          esauriscono <pb ed="aut" n="1992"/> la loro vena imitativa (sia pur felicissima)
          nell’imitar cose ignote o poco note o niente familiari a’ lettori agli spettatori, o al
          più de’ medesimi. (26. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1108. principio. Da <foreign lang="lat" rend="italic">quietus</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">quiescere</foreign> abbiamo <foreign lang="lat"
            rend="italic">quietare</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">quietari</foreign>
          non nell’uso degli antichi, ma nella testimonianza di Prisciano, il quale (l. 8. p. 799.
          Putsch.) gli annovera tra quei verbi che suonano lo stesso nella voce attiva e nella
          passiva. Ne fa pur testimonianza il <foreign lang="lat" rend="italic">Quietator</foreign>
          di due medaglie di Diocleziano, il qual nome non può venire che da <foreign lang="lat"
            rend="italic">quietatus</foreign> part. pass. come tutti gli altri dello stesso genere.
          Or questi verbi il Forcellini gli spiega <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quietum facere pacare tranquillare</foreign>
          </quote>. E veramente questa è la significanza del nostro <emph>quietare, quetare,
            chetare, acquetare, acquietare, acchetare</emph>. Nondimeno lo spagnuolo <foreign
            lang="spa" rend="italic">quedar</foreign> che è tutt’uno con <foreign lang="lat"
            rend="italic">quietare</foreign>, come <foreign lang="spa" rend="italic">quedo</foreign>
          <pb ed="aut" n="1993"/> aggettivo non è se non <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quietus</foreign>, e che da <emph>quietarsi, posarsi, fermarsi</emph>, passò finalmente a
          significare, come oggi significa, <emph>restare</emph>, dimostra che il latino <foreign
            lang="lat" rend="italic">quietare</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quietari</foreign> fu, se non presso gli scrittori, certo presso il volgo, un puro e
          manifesto continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">quiescere</foreign>, non solo
          nella forma, ma anche nella significazione. Gli spagnuoli hanno anche <foreign lang="spa"
            rend="italic">quietar</foreign> nel nostro significato di <emph>quietare</emph>. Verbo
          certamente non antico nè primitivo nella loro lingua (bensì <foreign lang="spa"
            rend="italic">sossegar</foreign>), ma dagli scrittori introdotto poi, prendendolo
          dall’italiano o dal latino. Infatti contro il costume spagnuolo, esso ha il dittongo
            <emph>ie</emph> nell’infinito ec. il che lo dimostra per forestiero. Col dittongo l’ho
          trovato non solo nel Vocabolario ma ne’ buoni scrittori. V. il Glossar. (26. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dell’antico volgare latino <bibl>v. <author>Perticari</author>, <title>de’
            trecentisti</title> ec. l. 1. c. 5. p. 22. segg. c. 6. 7. 8.</bibl> (26. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La lingua francese ricevette una certa forma, e venne in onore prima dell’italiana, e
          forse anche della spagnuola, mercè de’ poeti provenzali che la scrivevano ec. Onde sulla
          fine stessa del ducento, e principio di quel trecento che innalzò la lingua italiana su
          tutte le vive d’allora, si stimava in Italia <quote>
            <emph>la parlatura francesca</emph>
          </quote> esser <quote>
            <emph>la più dilettevole comuna di tutti gli altri linguaggi</emph>
          </quote> parlati; <pb ed="aut" n="1994"/> si scriveva in quella piuttosto che nella nostra
          stimandola <quote>
            <emph>più bella e migliore</emph>
          </quote> ec. <bibl>v. <author>Perticari</author>, del 300. p. 14-15</bibl>. Ma la buona
          fortuna dell’Italia volle che nel 300, cioè prima assai che in nessun’altra nazione,
          sorgessero in essa tre grandi scrittori, giudicati grandi anche poscia, indipendentemente
          dall’età in cui vissero, i quali applicarono la nostra lingua alla letteratura,
          togliendola dalle bocche della plebe, le diedero stabilità, regole, andamento, indole,
          tutte le modificazioni necessarie per farne una lingua non del tutto formata, ch’era
          impossibile a tre soli, ma pur tale che già bastasse ad esser grande scrittore
          adoperandola; la modellarono sulla già esistente letteratura latina ec. Questa
          circostanza, indipendente affatto dalla natura della lingua italiana, ha fatto e dovuto
          far sì che l’epoca di essa lingua si pigli necessariamente <pb ed="aut" n="1995"/>
          d’allora in poi, cioè da quando ell’ebbe tre sommi scrittori, che l’applicarono
          decisamente alla letteratura, all’altissima poesia, alle grandi e nobili cose, alla
          filosofia, alla teologia (ch’era allora il non plus ultra, e perciò Dante col suo
          magnanimo ardire, pigliando quella linguaccia greggia ed informe dalle bocche plebee, e
          volendo innalzarla fin dove si può mai giungere, si compiacque, anche in onta della
          convenienza e buon gusto poetico, di applicarla a ciò che allora si stimava la più sublime
          materia, cioè la teologia). Questa circostanza ha fatto che la lingua italiana contando
          oggi, a differenza di tutte le altre, cinque interi secoli di <emph>letteratura</emph>,
          sia la più ricca di tutte; questa che la sua formazione e la sua indole sia decisamente
          antica, cioè bellissima e liberissima, con gli altri infiniti vantaggi delle lingue
          antiche (giacchè i cinquecentisti che poi decisamente la formarono, oltre <pb ed="aut"
            n="1996"/> che sono antichi essi stessi, e che si modellarono sugli antichi classici
          latini e greci seguirono ed in ciò, e in ogni altra cosa il disegno e le parti di quella
          tal forma che la nostra lingua ricevette nel 300. e ch’essi solamente perfezionarono,
          compirono, e per ogni parte regolarono, uniformarono, ed armonizzarono); questa
          circostanza ha fatto che la nostra lingua non abbia mai rinunziato alle parole, modi,
          forme antiche, ed all’autorità degli antichi dal 300 in poi, non potendo rinunziarvi se
          non rinunziando a se stessa, perchè d’allora in poi ell’assunse l’indole che la
          caratterizza, e fu splendidamente applicata alla vera letteratura. Questa circostanza è
          unica nella lingua italiana. La spagnuola le tenne dietro più presto che qualunqu’altra,
          ma solo due secoli dopo. Dal 500. dunque ella prende la sua epoca, ed ella è la più antica
          di fatto e d’indole, dopo <pb ed="aut" n="1997"/> l’italiana. La lingua francese non ebbe
          uno scrittore assolutamente grande e da riconoscersi per tale in tutti i secoli, prima del
          secolo di Luigi 14. o in quel torno. (Montagne nel 500. o non fu tale, o non bastò, o non
          era tale da formare e fissare bastantemente una lingua.) Quindi la sua epoca non va più in
          là, ella conta un secolo e mezzo al più, l’autorità degli antichi è e dev’esser nulla per
          lei. Dove comincia la vera e propria letteratura di una nazione, quivi comincia l’autorità
          de’ suoi scrittori in punto di lingua.</p>
        <p>E per questa parte non è pedantesco il rigettare in lingua italiana l’autorità degli
          scrittori moderni, o farne poco caso, perchè l’Italia non ha letteratura
          <emph>propria</emph> moderna, nè filosofia moderna. (Laddove nelle scienze dov’ella è
          moderna come le altre nazioni è veramente pedantesco il rigettare l’autorità moderna anche
          in punto di lingua.) Se l’avesse, come le altre nazioni, tanto varrebbe l’autorità moderna
          quanto l’antica. Ma gli scrittori italiani moderni, o non <pb ed="aut" n="1998"/> hanno
          curato punto la lingua, nè hanno servito ad una letteratura nazionale, ma forestiera, e
          quindi non sono propriamente italiani come scrittori; o curando la lingua, non hanno
          servito ad una letteratura moderna, ma antica, non hanno scritto a’ contemporanei, non
          hanno fatto che imitare gli antichi, e quindi come scrittori non sono propriamente
          moderni; o badando o non badando alla lingua non hanno detto nulla o pochissimo di
          pensato, di proprio, di notabile, di nuovo, e quindi come scrittori non sono nè moderni nè
          antichi. Buono scrittore italiano moderno non si trova, o quei pochi non sono bastati e
          non bastano a formare una letteratura italiana moderna, che ne determini la lingua, o
          piuttosto a continuare senza interruzione la letteratura italiana cominciata nel 300 e
          sempre diversamente modificata secondo i tempi, finch’ella è durata. (26. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’uomo riflessivo ha spessissimo bisogno di esser determinato da un uomo irriflessivo o
          per natura o per abito, o da circostanze imperiose, ec. Egli ha più bisogno di consiglio
          che qualunque altro, non perchè non veda abbastanza da se, ma perchè troppo vede, <pb
            ed="aut" n="1999"/> dal che segue un’irresoluzione abituale e penosissima. (27. Ott.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La velocità p. es. de’ cavalli o veduta, o sperimentata, cioè quando essi vi trasportano
            (<bibl>v. in tal proposito l’ <author>Alfieri</author> nella sua <title>Vita</title>,
            sui principii</bibl>) è piacevolissima per se sola, cioè per la vivacità, l’energia, la
          forza, la vita di tal sensazione. Essa desta realmente una quasi idea dell’infinito,
          sublima l’anima, la fortifica, la mette in una indeterminata azione, o stato di attività
          più o meno passeggero. E tutto ciò tanto più quanto la velocità è maggiore. In questi
          effetti avrà parte anche lo straordinario. (27. Ott. 1821.).</p>
      </div1>
      <div1 n="2000 - 2200">
        <p>Lo spirito, il costume della nazione francese è, fu, e sarà precisamente moderno rispetto
          a ciaschedun tempo successivamente, e la nazione francese sarà (come oggi vediamo che è)
          sempre considerata come il tipo, l’esemplare, <pb ed="aut" n="2000"/> lo specchio, il
          giudice, il termometro di tutto ciò ch’è moderno. La ragione si è che la nazione francese
          è la più socievole di tutte, la sede della società, e non vive quasi che di società. Ora,
          lasciando stare che lo spirito umano non fa progressi generali o nazionali se non per
          mezzo della società, e che dove la società è maggiore per ogni verso, quivi sono maggiori
          i progressi del nostro spirito; e quella tal nazione si trova sempre, almeno qualche
          passo, più innanzi delle altre, e quindi in istato più moderno; lasciando questo, osservo
          che la società e la civiltà tende essenzialmente e sempre ad uniformare. Questa tendenza
          non si può esercitare se non su di ciò che esiste, e l’uniformità che deriva sempre dalla
          civiltà, non può trovarsi nè considerarsi che in quello che successivamente esiste in
          ciaschedun tempo. Quindi è che la nazione francese essendo sempre più <pb ed="aut"
            n="2001"/> d’ogni altra uniformata nelle sue parti, in virtù della eccessiva società, e
          quindi civiltà di cui gode, ella non può esser mai in istato antico, perchè altrimenti non
          sarebbe uniforme a se stessa. Cioè que’ francesi che in ciascun tempo esistono sono sempre
          uniformi tra loro, e non agli antichi, altrimenti non sarebbero uniformi agli altri
          francesi contemporanei. E così ogni novità di costumanze o di opinioni, ogni progresso
          dello spirito umano divien subito comune ed universale in Francia, mercè della società che
          in un attimo equilibra fra loro, e diffonde, e uniforma, e generalizza e pareggia il
          tutto.</p>
        <p>Ecco la ragione per cui la Francia dovette necessariamente rinunziare alla sua lingua e
          parole antiche; per cui la sua lingua ebbe bisogno di una totale riforma ed innovazione;
          per cui essa è precisamente e sotto ogni rapporto lingua moderna. <pb ed="aut" n="2002"/>
          Giacchè la lingua non può non esser quello che è la nazione che la parla.</p>
        <p>Dalle dette ragioni però seguita che lo stato, i costumi, lo spirito della nazione
          francese, deve rapidissimamente e senza interruzione e universalmente venirsi cambiando,
          ed esser soggetto a molto maggiori e più spessi (anzi continui) cambiamenti, che non sono
          le altre nazioni. E tanto più quanto più s’avanzerà, e quanto più corre il tempo, giacchè
          la velocità dello spirito umano, menoma ne’ suoi principii, e poco diversa dallo stato di
          quiete, si accresce in proporzione degli spazi e de’ suoi stessi progressi ec. come la
          gravità accelerata.</p>
        <p>Lo stesso dunque deve infallibilmente accadere alla lingua francese. Essa dovrà essere
          istabilissima, cambiare spessissimo non solo nelle parti, ma nell’indole, perchè ciò che
          oggi è moderno diverrà presto antico per la nazione francese, siccome già per lei <pb
            ed="aut" n="2003"/> non è più moderno ciò che fu al tempo di Luigi 14. quando la sua
          presente lingua fu stabilita. La sua lingua avrà sempre bisogno di nuove riforme
          somiglianti a quella d’allora. Essa è dunque fra tutte le moderne e antiche, la più
          suscettibile, anzi soggetta inevitabilmente alla corruzione, e alla più pronta corruzione,
          perchè lo spirito e i costumi e le opinioni di coloro che la parlano, sono le più soggette
          a mutazioni, ed alle mutazioni e rinnovazioni le più frequenti. Nè avranno i francesi come
          porre argine alla corruzione della lingua loro, ricorrendo allo studio degli antichi,
          perchè non potranno mai scrivere come gli antichi, ma solo ed appunto come i moderni; e
          non potranno imitare in nessuna cosa i passati, essi che per esser sempre uniformi tra
          loro, come l’estrema società gli sforza, non <pb ed="aut" n="2004"/> potranno imitar mai,
          e non imitano se non i presenti; consistendo il sommo e <emph>necessario</emph> pregio di
          un francese nell’essere perfettamente simile a questi in ogni cosa.</p>
        <p>Le stesse ragioni pertanto che gli allontanarono dagli antichi al tempo della riforma,
          gli allontaneranno (massime nella lingua) da’ loro classici, quando saranno abbastanza
          antichi, siccome già ne gli allontanano visibilmente. (27. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1136. fine. Tutte queste ragioni fanno che le radici della lingua greca paiano
          infinite (siccome per simili ragioni accade nella lingua italiana che ha gran rapporti in
          ciò, come in ogni altra cosa, colla greca); laddove elle sono pochissime, come
          necessariamente in tutte le lingue. E si considerano come radicalmente diverse delle
          parole che vengono dalla stessa origine, <pb ed="aut" n="2005"/> o che sono esse medesime
          una sola radice: vale a dire si crede che la tal radice sia diversa da un’altra, ed è la
          stessa (benchè non si possa più nè provare nè meno scoprire); si crede che il tal derivato
          non abbia radice nota, e l’ha, che sia radice e non è, che venga da una radice diversa da
          quella del tal altro derivato, e viene da essa medesima ec. (27. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’ebraico manca si può dire affatto di composti, e scarseggia assaissimo di derivati in
          proporzione delle sue radici e dell’immenso numero di derivati che nello stesso ragguaglio
          di radici, hanno le altre lingue. Ciò vuol dire, ed è effetto e segno che la lingua
          ebraica è se non altro l’una delle più antiche. L’uso dei composti (de’ quali mancano
          pure, cred’io, tutte le lingue orientali affini all’Ebraica, l’arabica ec.) non è infatti
          de’ più naturali <pb ed="aut" n="2006"/> nè facili ad inventarsi, e non sembra che sia
          stato proprio delle lingue primitive, nè l’uno di quei mezzi, co’ quali esse da principio
          si accrebbero. Infatti lo spirito umano trova per ultimi i mezzi più semplici, qual è
          questo di comporre con pochi elementi un vasto vocabolario, diversissimamente
          combinandoli. Siccome appunto accadde nella scrittura, dove da principio parvero necessari
          tanti diversi segni quante sono le cose o le idee. Così dunque nelle radici ec. Bensì
          naturalissimo e primitivo, e l’uno de’ primi mezzi d’incremento che adoperò il linguaggio
          umano, è l’uso della metafora, o applicazione di una stessa parola a molte significazioni,
          cioè di cose in qualche modo somiglianti, o fra cui l’uomo trovasse qualche analogia più o
          meno vicina o lontana. E di metafore infatti abbonda il vocabolario ebraico, e gli altri
          orientali, cioè quasi ciascuna parola ha una selva di significati, e sovente <pb ed="aut"
            n="2007"/> disparatissimi e lontanissimi, fra’ quali è ben difficile il discernere il
          senso proprio e primitivo della parola. Così portava la vivezza dell’immaginazione
          orientale, che ravvicinava cose lontanissime, e trovava rapporti astrusissimi, e vedeva
          somiglianze e analogie fra le cose più disparate. Del resto senza quest’abbondanza di
          significazioni traslate, e questo cumulo di sensi per ciascuna parola, la lingua Ebraica e
          le sue affini, non avrebbero abbastanza da esprimersi, e da fare un discorso ec. (28. Ott.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1974. La lingua latina è fra tutte quante la meno adattabile alle cose moderne,
          perch’essendo di carattere antico, e <emph>proprissimo</emph>, e marcatissimo, è priva di
          libertà, al contrario delle altre antiche, e quindi incapace d’altro che dell’antico, e
          inadattabile al moderno, a differenza della greca. Quindi venne e ch’ella <pb ed="aut"
            n="2008"/> si corrompesse prestissimo a differenza pur della greca, e ch’ella dovesse
          cessare di esser lingua universale, per intendersi scambievolmente, come oggi col
          francese, e molto più di servire agli usi civili e diplomatici ec. ed essere adoperata dai
          letterati e dai dotti in luogo delle parlate; dovesse dico cessare appena i tempi presero
          uno spirito determinato e proprio, al quale il latino era inadattabile. Ciò forse non
          sarebbe accaduto alla lingua greca, e s’ella ne’ bassi tempi fosse stata universale in
          Europa, come lo fu la latina, e com’essa l’era stata anticamente, e massime in oriente,
          forse ella non avrebbe perduto ancora questa qualità, e noi ci serviremmo ancora tra
          nazione e nazione di una lingua antica, e in questa scriveremmo ec. Nel che saremmo in
          verità felicissimi per la infinita capacità, potenza, e adattabilità di quella lingua, <pb
            ed="aut" n="2009"/> unite alla bellezza ec. che la fanno egualmente propria e bastante e
          all’immaginazione e alla ragione di tutti i tempi. Così sarebbe accaduto se l’armi greche
          avessero prevaluto in Europa alle latine. Ed infatti la lingua tedesca che è similissima
          alla greca, ec. — V. appresso un mio pensiero su questo particolare. (28. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1167. fine. <foreign lang="lat" rend="italic">Fluitare</foreign> denota un
          participio <foreign lang="lat" rend="italic">fluitus</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">fluire</foreign> (del qual verbo lo riconoscono derivato, chiamandolo suo
          frequentativo) in luogo di <foreign lang="lat" rend="italic">fluxus</foreign>, da cui si
          sarebbe fatto <foreign lang="lat" rend="italic">fluxare. Fluxus</foreign> è infatti un
          participio irregolare. Regolare par che sarebbe <foreign lang="lat" rend="italic"
          >flutus</foreign>, come da <foreign lang="lat" rend="italic">induere, indutus</foreign>, e
          dall’inusitato <foreign lang="lat" rend="italic">nuere</foreign>, l’inusitato <foreign
            lang="lat" rend="italic">nutus</foreign>, o il supino <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nutum</foreign>, da cui abbiamo e di cui fa fede il continuativo <foreign lang="lat"
            rend="italic">nutare</foreign>, e il verbale <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nutus</foreign> sostantivo, (come <foreign lang="lat" rend="italic">jussus us, effectus
            us, sumptus us, ductus us</foreign> ec. ec. <foreign lang="lat" rend="italic">nisus us,
            visus us</foreign>, ec. , <foreign lang="lat" rend="italic">risus</foreign>
          <add resp="ed">us</add> ec., <foreign lang="lat" rend="italic">situs us, positus
          us</foreign>, ec. <foreign lang="lat" rend="italic">sortitus us</foreign> ec. <foreign
            lang="lat" rend="italic">victus us</foreign> ec. ec.) e così <foreign lang="lat"
            rend="italic">adnutare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">adnuere,
          abnutare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">abnuere</foreign> ec. Ed io <pb
            ed="aut" n="2010"/> credo effettivamente che il vero benchè disusato participio (o
          supino) di <foreign lang="lat" rend="italic">fluire</foreign> fosse <foreign lang="lat"
            rend="italic">flutus</foreign> onde <foreign lang="lat" rend="italic">fiutare</foreign>
          che si trova infatti in Lucrezio, detto più modernamente <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fluitare</foreign>. Onde si può confermare la lezione Lucreziana che alcuni volgono in
          dubbio, e cangiano in <foreign lang="lat" rend="italic">fluctat</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">fluctuat</foreign>. V. poi un altro esempio di <foreign
            lang="lat" rend="italic">fiutare</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >flutari</foreign> nel Forcell. voc. <foreign lang="lat" rend="italic">fluta</foreign>,
          che non sembra essere altro che un participio femminile sostantivato come il greco
            <foreign lang="grc">ἁρπυῖα</foreign> da <foreign lang="grc">ἅρπω</foreign> inusitato.
          Forse anche <foreign lang="lat" rend="italic">fluctuare</foreign> si disse originariamente
            <foreign lang="lat" rend="italic">fluctare</foreign>, e non fu che un continuativo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">fluire</foreign> da un altro suo participio <foreign
            lang="lat" rend="italic">fluctus</foreign>, giacchè <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fluctus us</foreign>, non credo essere altro che un verbale di <foreign lang="lat"
            rend="italic">fluire</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">nutus
          us</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">nuere, jussus us</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">pubere</foreign> ec. i quali nel nominativo singolare non hanno
          altra forma che quella del participio in <emph>us</emph> de’ verbi da cui derivano. Ovvero
            <foreign lang="lat" rend="italic">fluctare</foreign> verrà da <foreign lang="lat"
            rend="italic">fluctum</foreign> supino ec. Anticamente si disse <foreign lang="lat"
            rend="italic">fluctus i</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">jussus
          i</foreign>, ec. In verità <emph>fluctuare</emph> viene da <foreign lang="lat"
            rend="italic">fluctus us</foreign>, come <emph>effettuare</emph> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">effectus us</foreign>, e non è continuativo. V. p. 2019.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Funditare</foreign> dinota parimente l’antico <pb
            ed="aut" n="2011"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">funditus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fundere</foreign>, in luogo di <foreign lang="lat" rend="italic">fusus</foreign>. (28.
          Ott. 1821.). V. p. 2020.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1201 marg. Ed è veramente curioso ch’egli cada <emph>spessissimo</emph> in questo
          errore di chiamare i verbi in <emph>itare</emph> frequentativi di quelli ch’io chiamo
          continuativi, come <foreign lang="lat" rend="italic">meritare</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">mersare</foreign>, nel tempo stesso che anche questi li chiama
          frequentativi, come appunto chiama <foreign lang="lat" rend="italic">mersare</foreign>.
          Dunque i verbi in <emph>itare</emph> saranno frequentativi de’ frequentativi. E che cosa
          vorranno dire? Si vede bene ch’egli non aveva posto mente a quello ch’io ho notato, cioè
          che non meno i frequentativi che i continuativi derivano unicamente dai participi in
            <emph>us</emph> de’ loro positivi.</p>
        <p>Del resto potrà, come ho detto, essersi talora formato il verbo in <emph>itare</emph> dal
          continuativo in <emph>are</emph>, quando questo col lungo uso, come spessissimo accadde,
          aveva preso faccia e significato proprio, e di verbo positivo, sinonimo di quello da cui
          derivò, o non sinonimo, ma affatto indipendente da esso. (29. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2012"/> Alla p. 1271. mezzo. In prova di questo ch’io dico, cioè che le
          nazioni si comunicarono gli alfabeti scambievolmente, e che quando questa o quella nazione
          cominciava ad istruirsi, pigliava l’alfabeto di quella da cui le venivano i primi lumi,
          perocchè essa in realtà non l’aveva, nè sapeva scrivere; e che ciò dovette portare somme
          alterazioni nelle lingue; e che ciò durò non solo ne’ tempi antichissimi, ma fino a’ più
          moderni, e durerebbe anche oggi, dandosi un simil caso ec. <bibl>v. <author>Samuelis</author>
            <title>Aniensis Chronica</title>, (coll’Eusebio del Mai) an. Christi 418. 423. e la nota
            del Mai all’an.399. cioè p. 44. not. 4. e la pref. del Mai al Filone, p. LIX. e quivi
            not. 4.</bibl>
          <bibl>V. anche <title lang="fre">Malte par un Voyageur françois</title> (Rome) 1791. 2<hi
              rend="apice">de</hi> partie. — Langue. — p. 61-63.</bibl> (29. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non bisogna confondere la purità della lingua la quale è di debito in tutte le scritture
          di qualunque nazione, coll’eleganza, la quale non è di debito se non in alcune <pb
            ed="aut" n="2013"/> scritture, ed in altre non solo non necessaria ma impossibile; nè
          perchè la lingua italiana è capacissima di eleganza, e perchè ne sentiamo un grandissimo
          sapore nella più parte de’ nostri buoni scrittori, credere che gli scritti didascalici ec.
          se e dove non ci riescono eleganti, non sieno italiani. Torno a dire che la precisione
            <emph>moderna</emph> ch’è estrema, e che in tali scritti e generi è di prima necessità,
          e che oggi si ricerca sopra tutte le qualità ec. è assolutamente di sua natura
          incompatibile colla eleganza: ed infatti il nostro secolo che è quello della precisione,
          non è certo quello della eleganza in nessun genere. Bensì ell’è compatibilissima colla
          purità, come si può vedere in Galileo, che dovunque è preciso e matematico quivi non è mai
          elegante, ma sempre purissimo italiano. Perocchè la nostra lingua, come qualunque altra è
          incapace di uno stile <pb ed="aut" n="2014"/> che abbia due qualità ripugnanti e contrarie
          essenzialmente, ma è capacissima dello stile preciso, non meno che dell’elegante, a
          somiglianza della greca, e al contrario della francese, ch’essendo capacissima di
          precisione è incapace di eleganza (quella che noi, i latini i greci intendevano per
          eleganza), e della latina, capacissima di eleganza e incapace di precisione, e però
          corrotta appena fu applicata alle sottigliezze teologiche, scolastiche ec. (fra le quali
          fu allevata per lo contrario la nostra, e crebbe la greca) ed anche a quelle della
          filosofia greca, dopo Cicerone; e quindi affatto inadattabile alle cose moderne, ed alle
          traduzioni di cose moderne. (30. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La mancanza di libertà alla lingua latina, venne certo o dall’esser ella stata
          perfettamente applicata ne’ suoi buoni tempi a pochi generi di scrittura, ad altri
          imperfettamente e poco e da pochi, ad altri punto; <pb ed="aut" n="2015"/> o dall’esser
          ella, come lingua formata, la più moderna delle antiche, ed essere stata la sua formazione
          contemporanea ai maggiori incrementi dell’arte che si vedessero tra gli antichi ec. ec.;o
          dall’aver ella avuto in Cicerone uno scrittore e un <emph>formatore</emph> troppo vasto
          per se, troppo poco per lei, troppo eminente sopra gli altri, alla cui lingua chi si
          restrinse, perdette la libertà della lingua, chi ricusollo, perdette la purità, ed avendo
          riconquistata la libertà colla violenza, degenerolla in anarchia. Perocchè la libertà e
          ne’ popoli e nelle lingue è buona quando ella è goduta pacificamente e senza contrasto
          relativo ad essa, e come legittimamente e per diritto, ma quando ella è conquistata colla
          violenza, è piuttosto mancanza di leggi, che libertà. <emph>Essendo proprio delle cose
            umane dapoi che son giunte <pb ed="aut" n="2016"/> ad una estremità, saltare alla
            contraria, poi risaltare alla prima, e non sapersi mai più fermare nel mezzo, dove la
            natura sola nel primitivo loro andamento le aveva condotte, e sola potrebbe
          ricondurle</emph>. Un simile pericolo corse la lingua italiana nel 500. quando alcuni
          volevano restringerla, non al 300. come oggi i pedanti, ma alla sola lingua e stile di
          Dante, Petrarca e Boccaccio per la eminenza di questi scrittori, anzi la prosa alla sola
          lingua e stile del Boccaccio, la lirica a quello del solo Petrarca ec. contro i quali
          combatte il Caro nell’Apologia.</p>
        <p>Del resto la lingua latina era infatti liberissima, e simile alla greca in questo e nel
          rimanente, prima del secolo di Cicerone e della forma che in esso ricevette, e ne’ suoi
          primi (ed anche ottimi) scrittori, che potremmo assomigliare ai trecentisti. (30. Ott.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2017"/> La differenza tra il diletto che ci reca il canto, e quello del
          suono, e la superiorità di quello su questo, è pure affatto indipendente dall’armonia.
          (30. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il talento non essendo nella massima parte che opera dell’assuefazione, è certo che
          coloro che ammirano in altrui questo o quel talento, abilità, opera ec. ammirano e si
          stupiscono di quello, di cui essi medesimi in diverse circostanze, sarebbero stati
          appresso a poco capacissimi. (30. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il fare un atto di vigore, o il servirsi del vigore passivamente o attivamente, (come
          fare un veloce cammino, o de’ movimenti forti ed energici ec.) quando e finchè ciò non
          superi le forze dell’individuo, è piacevole per ciò solo, quando anche sia per se stesso
          incomodo, (come l’esporsi a un gran freddo ec.) quando anche sia senza spettatori, e
          prescindendo pure dall’ambizione e dall’interna soddisfazione e <pb ed="aut" n="2018"/>
          compiacenza di se stesso, che vi si prova. Nè solo il fare tali atti, ma anche il vederli,
          l’essere spettatore di cose attive, energiche, rapide, movimenti ec. vivaci, forti,
          difficili ec. ec. azioni ec. piace, perchè mette l’anima in una certa azione, e le
          comunica una certa attività interiore, la <emph>rompe</emph> ec. l’esercita da lontano ec.
          e par ch’ella ne ritorni più forte, ed esercitata ec.</p>
        <p>Ho detto che ogni sensazione di vigore corporale è piacevole. Così anche nell’anima (e
          però è piacevole ogni sollevazione dello spirito, cagionata dalla lettura, dagli
          spettacoli, dall’orazione, dalla meditazione, dalle sensazioni esterne d’ogni genere ec.);
          così anche ogni atto di vigore spirituale, come risoluzioni virtuose, o energiche,
          sacrifizi, rassegnazioni ec. ec.</p>
        <p>In somma, il vivente tende essenzialmente alla vita. La vita è per lui piacevole, e
          quindi tutto ciò ch’è vivo, venga pur sotto l’aspetto della morte. La felicità dell’uomo
          consiste nella vivacità delle sensazioni e della vita, perciocch’egli ama la vita. E
          questa vivacità non è mai tanto grande come quando ell’è corporale. Lo stato naturale
          provvedeva ottimamente a questa inclinazione <emph>elementare</emph> e
          <emph>generalissima</emph> dell’uomo. (30. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2019"/> Alla p. 2010. marg. Questi due verbi però, <foreign lang="lat"
            rend="italic">fluctuare</foreign>, ed <emph>effettuare</emph> (<foreign lang="fre"
            rend="italic">effectuer, efectuar</foreign>) mi denotano un altro genere di formazione
          di verbi, fatti da’ verbali in <emph>us</emph> (cioè consonanti co’ participii in
          <emph>us</emph> de’ verbi positivi) troncando la <emph>s</emph> e aggiungendo
          l’<emph>are</emph>, genere analogo ai continuativi, ma assai meno copioso; il quale
          essendo stato adoperato ne’ tempi della buona antichità, seguì pure ad esserlo, con nuove
          formazioni ne’ bassi tempi, dove trovi <emph>usuare, usufructuare</emph> ec. ec. Abbiamo
          pur noi <emph>situare</emph>, ec. <emph>graduare</emph> ec. <emph>abituare</emph> ec. ed
          in <emph>uere</emph> si trova <emph>statuere</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >status us</foreign>. V. p. 2226. 2338. Abbiamo volgarmente <emph>questuare</emph> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaestus us</foreign> azione evidentemente più lunga,
          abituale ec. di cercare. <foreign lang="fre" rend="italic">Quêter</foreign> in francese
          puro continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">quaerere</foreign>, ha pure simil
          forza ec. Derivano insomma questi verbi in <emph>uare</emph> da’ nomi della 4.
          declinazioni per lo più verbali, e presi da’ participii in <emph>us</emph>. Così
            <emph>arcuare, tumultuare</emph>, o <emph>ari</emph>. Così <emph>sinuare, insinuare,
            aestuare, exdorsuare</emph>. V. p. 2323. (30. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>I fanciulli con la vivacità della loro immaginazione, e col semplice dettame della
          natura, scuoprono e vedono evidentemente delle somiglianze e affinità fra cose
          disparatissime, trovano rapporti astrusissimi, dei quali converrebbe che il filosofo <pb
            ed="aut" n="2020"/> facesse gran caso, e non si sdegnasse di tornare in qualche parte
          fanciullo, e ingegnarsi di veder le cose come essi le vedono. Giacchè è certo che chi
          scopre grandi e lontani rapporti, scopre grandi e riposte verità e cagioni: e forse perciò
          il fanciullo sa talvolta assai più del filosofo, e vede chiaramente delle verità e delle
          cagioni, che il filosofo non vede se non confusamente, o non vede punto, perocch’egli è
          abituato a pensare diversamente, e a seguire nelle sue meditazioni tutt’altre vie che
          quelle che seguì naturalmente da fanciullo. (31. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2011. principio. Circa il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vexare</foreign>, che sembra essere un continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vehere</foreign> dall’inusato participio <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vexus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">vectus</foreign>, di cui può far
          fede <foreign lang="lat" rend="italic">convexus convexitas</foreign> ec. (v. il Forcell. a
          queste voci, e nota che si dice anche <foreign lang="lat" rend="italic"
          >convexare</foreign>, siccome <pb ed="aut" n="2021"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">convehere</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >convectare</foreign>) osserva il luogo di Gellio nel Forcellini, nota com’egli si
          aggiri non conoscendo la proprietà della formazione de’ continuativi, che ha virtù di
          accrescere l’azione significata da’ positivi; e nota ancora che <foreign lang="lat"
            rend="italic">vehere</foreign> dall’usato <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vectus</foreign> ha pur l’altro non controvertibile continuativo <foreign lang="lat"
            rend="italic">vectare</foreign>. (31. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1115. principio. Insomma è manifesto che la formazione dei verbi ch’io chiamo
          continuativi è distintissima da quella dei verbi in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >itare</foreign> che io chiamo cogli altri, frequentativi; e l’uso lo è parimente, se
          non quanto potè poi degenerare o confondersi, come dirò appresso.</p>
        <p>E parimente è manifestissimo che la formazione e l’uso de’ verbi continuativi, è
          distintissimo da quello de’ positivi, e quei continuativi che conservarono presso gli
          scrittori latini de’ buoni tempi la loro <pb ed="aut" n="2022"/> primitiva proprietà, sono
          anche oggi tali che chiunque abbia gusto e tatto di latinità, conosce e sente a prima
          vista che non si potrebbero in nessun modo usare in luogo de’ positivi, nè questi in luogo
          di quelli, senza mancare assolutamente alla proprietà latina, e senza totalmente
          barbarizzare, come <foreign lang="lat" rend="italic">versare</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">vertere</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vertere</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">versare</foreign>. Il che
          dimostra che quegli altri continuativi i quali oggi non sono in questo caso, non vi sono
          per le ragioni che dirò in seguito, non già per la loro natura e forma, la quale
          originariamente e propriamente è la stessa che quella dei continuativi manifesti anche
          oggi, e durati sempre nell’uso de’ buoni latini come continuativi. (31. Ott. 1821.). V. p.
          2118. fine e 2187. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1116. marg. fine. Del resto o che quei verbi ch’io chiamo continuativi si
          chiamino così, o si chiamino frequentativi come gli altri fanno, bisognerà sempre <pb
            ed="aut" n="2023"/> allo stesso modo rendere ragione del perchè si trovino adoperati in
          luogo de’ positivi, così che questo non fa maggiormente contro di me, di quello che faccia
          contro tutti quei gramatici che li chiamano frequentativi. Anzi è più duro e più lontano
          il passaggio dal significato frequentativo al positivo, che dal continuativo al medesimo
          positivo, poichè la differenza fra i due primi significati è chiara, notabile, facile a
          sentire e comprendere, e marcata; laddove quella fra il significato continuativo e il
          positivo, è spesso, anzi quasi sempre sottilissima e sfuggevolissima e metafisica, come
          altrove ho notato, e perciò facile a esser trascurata; siccome impossibile a esser sentita
          da chi non ha lungo uso e perfetto gusto di latinità. (31. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1109. Di questi tali verbi di forma continuativa, propri delle lingue moderne,
            <pb ed="aut" n="2024"/> quelli che non hanno oggi alcun significato distintamente
          continuativo, o che s’usano indifferentemente come i positivi da cui derivano, o restano
          in luogo di questi già estinti, potranno credersi introdotti nelle nostre lingue ne’ bassi
          tempi, o ne’ bassi tempi trasportati dal significato continuativo al positivo o a
          qualunque altro, o sostituiti interamente ai positivi loro. Quelli però (e son parecchi)
          che hanno nelle stesse nostre lingue un evidente significato continuativo (esistano ancora
          in esse o non esistano i loro positivi), e tuttavia non si trovano negli scrittori della
          buona latinità, difficilmente m’indurrò a credere, che sieno di bassa epoca, e che non ci
          siano dirittamente pervenuti mediante l’antico volgare latino, padre delle nostre lingue,
          e conservatore ostinato delle antiche proprietà della favella. Giacchè non è verisimile
            <pb ed="aut" n="2025"/> che ne’ bassi e corrotti tempi, si coniassero espressamente
          questi verbi, secondo tutta la proprietà dell’antichissimo latino, secondo tutte le regole
          della formazione e della significazione continuativa; quando queste regole, e questa tal
          proprietà, da sì lungo tempo, e nell’istesso fiore della latinità era stata dimenticata, o
          mal distinta, e confusamente sentita, o del tutto ignorata e violata dagli stessi
          scrittori latini e da’ migliori gramatici, e conoscitori della regolata favella, e
          formatori di nuove parole. (31. Ott. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gli antichi poeti e proporzionatamente gli scrittori in prosa, non parlavano mai delle
          cose umane e della natura, se non per esaltarle, ingrandirle, quando anche parlassero
          delle miserie e di argomenti, e in istile malinconico ec. Così che la grandezza costituiva
          il loro modo di veder le cose, e lo spirito della loro poesia. Tutto al contrario accade
          ne’ poeti, e negli <pb ed="aut" n="2026"/> scrittori moderni, i quali non parlano nè
          possono parlare delle cose umane e del mondo, che per deprimerne, impiccolirne, avvilirne
          l’idea. Quindi è che i linguaggi antichi sempre innalzano e ingrandiscono, massime quelli
          de’ poeti, i moderni sempre impiccoliscono e abbassano e annullano anche quando sono
          poetici. Anzi appunto in ciò consiste lo spirito poetico d’oggidì (che ha sempre, e
          massime oggi, grandi rapporti col filosofico di ciascun tempo). Gli antichi si
          distinguevano dal volgo coll’inalzare le cose al di sopra dell’opinione comune; i moderni
          poeti col deprimerle al di sotto di essa. In ciò pure v’è grandezza, ma del contrario
          genere. Onde avviene che gli scritti moderni tradotti p. e. in latino, o le cose moderne
          trattate in latino, suonano tutt’altro da quello che intendono, e ne segue un effetto
          discordante tra la grandezza e l’altezza del linguaggio, e la strettezza e bassezza delle
          idee, ancorchè fra noi poeticissime. (Come accaderebbe trasportando le nostre letterature
          in Oriente). E viceversa traducendo gli antichi negl’idiomi moderni, o trattando in questi
          le cose antiche.</p>
        <p>Da ciò segue che la lingua latina <pb ed="aut" n="2027"/> come quella ch’essendo d’indole
          tutta e distintissimamente antica, non ne ha punto la libertà, è del tutto inettissima
          alle cose moderne, alle traduzioni degli scritti moderni ec. (e lo spirito umano avrebbe
          incontrato un grandissimo ostacolo, e camminato con somma lentezza, se più a lungo, dopo
          il risorgimento della civiltà, fosse durato negli scrittori, negli affari ec. l’uso e il
          bisogno di adoperar la lingua latina, per la insufficienza delle volgari.) Le altre lingue
          antiche vi sono più o meno adattabili, secondo che hanno maggiore o minor libertà, fra le
          quali tiene il primo luogo la greca. (dico fra le lingue antiche ben colte e formate,
          giacchè <emph>le altre sono adattabili a tutto, non per virtù, ma per difetto</emph>, e
          così può forse dirsi della tedesca.) Viceversa le moderne sono più o meno adattabili alle
          cose antiche, ed alle traduzioni degli antichi, secondo che hanno maggiore o minor
          libertà, e che tengono più o meno d’indole antica, <pb ed="aut" n="2028"/> o somigliante o
          affine all’antica: fra le quali ha il primissimo luogo l’italiana, (intendo sempre fra le
          colte) e l’ultimissimo possibile la francese, o piuttosto ella è fuori affatto di questo
          numero. (1. Nov. dì d’Ognissanti. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’uomo si assuefa ad assuefarsi, ed impara ad imparare, e ne ha bisogno. <bibl>V.
              <author>Staël</author>
            <title>De l’Allemagne</title> t. 1. 1.re part. ch. 18. p. 155. fine-156</bibl>. L’uomo
          del più gran talento non va esente da questo bisogno, anzi con ciò solo può formarsi il
          talento, e senza ciò, come spessissimo accade, la maggior disposizione possibile, resta
          affatto infruttuosa, ed ignota a quello stesso che la possiede. Vale a dire che nessuna
          facoltà esiste primitivamente nell’uomo; neppur quella d’imparare, che anch’essa bisogna
          acquistarsi. (1. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che la natura par che abbia confidato a ciascun individuo la
          conservazione e la cura dell’ordine, della ragione, <pb ed="aut" n="2029"/> della
          giustizia, dell’esistenza ec. per ciò che spetta agli altri individui, o alle altre cose
          esistenti; insomma la conservazione di tutta la natura, e di tutte le sue leggi, anche
          dove o quando punto non ci appartengono par che sia incaricata a ciascun individuo. Da
          questo nasce l’ira che noi proviamo nell’udire un misfatto, per es. un omicidio, di
          persona a noi affatto ignota, e posta fuori d’ogni nostra minima relazione, partito ec. e
          quando anche l’omicida si trovi nello stesso caso. Noi, e tanto più quanto la nostra
          immaginazione è più viva, e il nostro sentimento più caldo, e quanto meno siamo corrotti e
          snaturati dalla fredda ragione, proviamo subito un vivo senso di odio verso il
          delinquente, un desiderio di vendetta, quasi che l’offesa fosse fatta a noi, un vivo
          piacere se intendiamo che è caduto nelle mani della <pb ed="aut" n="2030"/> giustizia, e
          dispiacere s’egli è fuggito. Massime quando il racconto del misfatto, per qualunque
          circostanza ci riesca vivo ec. e molto più se il misfatto accade in nostra presenza ec. Un
          eccesso di energia pone anche l’uomo in desiderio di vendicare il misfatto da se, quando
          anche non gli appartenga nè l’interessi in nessunissima parte. Da ciò nasce che il popolo,
          spargendosi la fama di qualche notabile delitto, è sempre decisamente contento della
          cattura del reo, la desidera, l’applaude, e stando egli sotto processo, discorre della sua
          condanna come di una soddisfazione e un piacere ch’egli aspetti e desideri, accusa la
          lentezza dei giudici, e se il reo è assoluto, se ne duole, come di un torto fatto a se
          stesso. Se è condannato ne gode, finchè all’ira verso la colpa non succede la compassione
          verso la pena.</p>
        <p>Del resto in questi effetti non entra <pb ed="aut" n="2031"/> come cagione essenziale, la
          compassione verso la vittima del misfatto, anzi ella è bene spesso, per varie circostanze,
          o leggera o nulla, e fuor di proporzione cogli altri effetti sopraccennati; e vi sono
          anche de’ misfatti che non hanno nessuna vittima particolare, ed offendono egualmente il
          pubblico.</p>
        <p>Tutto ciò per altro, e tutti questi sentimenti, benchè paiano puramente naturali, innati
          ed elementari, non derivano poi veramente che dalle assuefazioni. Almeno fino a un certo
          segno, giacchè, come ho detto altrove, io credo che l’animale non sanguinario, odii
            <emph>naturalmente</emph> l’animale carnivoro, vedendolo afferrare, uccidere, e divorare
          la sua preda, quantunque egli in verità non pecchi contro alcuna legge della
          <emph>sua</emph> natura, ma ben contro quelle che la natura ha prescritte agli animali non
          carnivori. Così il giudizio e il senso del bene e del male, giusto e ingiusto, non è che
          relativo, e senz’alcun tipo o ragione <emph>antecedente</emph>. ec. ec. ec. (1. Nov.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2032"/> L’uomo inesperto delle cose, è sempre di spirito e d’indole più o
          meno poetica. Ella diventa prosaica coll’esperienza. Ma bene spesso colui che da giovane
          fu per assuefazione o per natura più notabilmente poetico, tanto più presto (anche nella
          stessa gioventù) e più gagliardamente diviene prosaico coll’esperienza. Un eccesso tira
          l’altro, perchè gli eccessi, contro quello che a prima vista apparisce sono più affini,
          amici e vicini fra loro, che con quello che è fra loro di mezzo. Colui che per avere uno
          spirito gagliardamente poetico, sente fortemente, fortemente e presto deve sentire la
          nullità e la malvagità degli uomini e delle cose. Egli diviene fortemente disingannato,
          perchè fu capace di essere fortemente ingannato, e lo fu infatti. Prima della cognizione
          egli prova gagliarde illusioni, dopo la cognizione, gagliardi, e pronti, e costanti ed
          interi disinganni. La stessa forza della sua natura <pb ed="aut" n="2033"/> o delle sue
          facoltà acquisite, che dava risalto ed energia alle sue illusioni, ne rende altrettanta a’
          suoi disinganni. E perciò la vecchiezza del poeta, è forse (almeno spessissimo) assai più
          prosaica in tutti i sensi, che quella dell’uomo d’indole primitivamente fredda, e tanto
          più quanto la sua giovanezza, prima della sufficiente esperienza, fu più vivamente e
          veramente poetica in qualunque senso. Giacchè per poetica intendo anche inclinata alla
          virtù, all’eroismo, magnanimità ec. ancorchè non applicata punto alla poesia, ma solamente
          ai fatti, ai desiderii, alle passioni ec. (2. Nov. 1821.). V. p. 2039.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1162. dopo il mezzo. Vediamo ora la ragione gramaticale di questa formazione de’
          verbi continuativi. Il formare un verbo dal participio passato di un altro verbo,
          significa che l’azione denotata da questo verbo originario, dopo che già in tutto <pb
            ed="aut" n="2034"/> o in parte è stata fatta, seguita ancora a farsi. Per esempio
            <foreign lang="lat" rend="italic">adflictare</foreign> formato dal participio passato
            <foreign lang="lat" rend="italic">adflictus</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">adfligere</foreign>, è come dire <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adflictum facere</foreign>, anzi <foreign lang="lat" rend="italic">afflictum
          affligere</foreign>, il che importa assai più che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adfligere</foreign>, e viene a dire che colui che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adflixit</foreign>, dopo che il paziente è già in tutto o in parte <foreign lang="lat"
            rend="italic">adflictus</foreign>, non lascia però ancora di <foreign lang="lat"
            rend="italic">adfligere</foreign>. Così <foreign lang="lat" rend="italic"
          >datare</foreign> che significa costume di dare, viene gramaticalmente ad esprimere che
          colui che ha già <emph>dato</emph>, pur segue tuttavia a <emph>dare</emph>. Viene in somma
          il verbo così formato a significare più azioni o più parti successive di azioni, cioè atti
          o azioni secondarie, in una volta, e in una sola voce. Quindi <foreign lang="lat"
            rend="italic">adflictare</foreign> significa azione o più continuata, o più perfetta che
            <foreign lang="lat" rend="italic">adfligere</foreign>. E dico più perfetta perchè mi par
          che talvolta i verbi continuativi abbiano forza di esprimere un’azione più terminata, più
          intera, più compiuta di quella significata da’ positivi, e <pb ed="aut" n="2035"/> quindi
          più continua non quanto a se, ma quanto a’ suoi effetti. E che perciò vengano a dire quasi
            <foreign lang="lat" rend="italic">penitus... re</foreign>. V. il luogo di Gellio nel
          Forcell. in Vexo. La qual significazione conviene pure benissimo con la loro formazione
          da’ participii passati de’ verbi positivi, giacchè il dire che uno p. e. <emph>fa
            distrutta una cosa</emph>, significa azione più perfetta e terminata che il dire ch’egli
          la <emph>distrugge</emph>. Quello includendo nel presente il passato, dimostra che il
          presente, ossia l’azione ch’esso denota, è tanto perfetta, ch’ella è già quasi fosse
          passata. Questo non ha altra forza che l’ordinaria del presente. ec. Al qual proposito si
          può in qualche modo riferire il verbo francese <foreign lang="fre" rend="italic"
          >complèter</foreign>, formato anch’esso alla maniera de’ continuativi latini, da <foreign
            lang="lat" rend="italic">completus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >complere</foreign>, il quale viene a dire <foreign lang="lat" rend="italic">completum
            facere</foreign>, o <emph>far compiuto</emph>, (rendre complet. Alberti) e significa
          assai più che il nostro <emph>compiere</emph>. V. p. 2039.</p>
        <p>Del resto tutto ciò che in questo pensiero e in quello a cui questo si riferisce, ho
          detto dell’azione o dell’atto, dico parimente <pb ed="aut" n="2036"/> della passione, e di
          ciò ch’è di mezzo fra l’azione e la passione; come il cadere, l’essere, lo stare, e tutto
          ciò ch’è il soggetto de’ verbi neutri.</p>
        <p>La ragione gramaticale che ho resa della formazione de’ verbi continuativi, è applicabile
          ancora, per la loro parte, ai frequentativi. L’uno e l’altro genere di verbi io amo dunque
          per le dette ragioni, chiamarli piuttosto formati da’ participii passati de’ verbi
          positivi, che da’ loro supini, come sogliono fare ordinariamente (non però sempre) i
          gramatici. E quanto ai participii in us dei verbi neutri ne ho parlato altrove.</p>
        <p>Queste osservazioni ancora ci possono accrescer l’idea della grande sagacità e
          sottigliezza della lingua latina, che è pur delle più antiche. E notate che tutte queste
          sottigliezze in proposito dei continuativi, frequentativi ec. non si debbono mica allo
          studio e all’arte profonda di coloro che applicando essa lingua alla letteratura ec. le
          diedero forma intera, stabile e perfetta; ma anzi oltre che precedettero di molto
          quest’epoca, elle sono assai più notabili, e più visibili, e più fedelmente osservate
          dagli scrittori latini più antichi, come ho detto in molti luoghi; e quanto più antichi
          saranno i monumenti <pb ed="aut" n="2037"/> scritti latini che vorremo osservare, tanto
          meglio, e più costantemente, regolarmente e distintamente vi scopriremo quelle proprietà
          del loro linguaggio, che io ho dilucidate e spiegate. E pure il Lazio era de’ più rozzi
          paesi della terra. E pur le osservazioni che abbiamo fatte vertono sopra qualità che
          ricercano un acume, una sottigliezza, una metafisica singolare nel linguaggio e ne’ suoi
          primitivi formatori.</p>
        <p>Questi pensieri ci possono condurre a grandi risultati intorno all’acutezza naturale de’
          primi parlatori, alla vivezza e disparatezza de’ rapporti ch’essi scoprivano, alla loro
          penetrazione, metafisica ec. Infatti quante volte il fanciullo è più metafisico ed anche
          sofistico, che l’uomo maturo il più versato in tali materie ec. Puoi vedere la p. 2019.
          fine, seg. (2. Nov. dì de’ morti. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La semplicità bene spesso non è altro <pb ed="aut" n="2038"/> che quella cosa, quella
          qualità, quella forma, quella maniera alla quale noi siamo assuefatti, sia naturale o no.
          Altra cosa, forma, ec. benchè assai più semplice in se, o più naturale ec. se non ci par
          semplice, perchè ripugna, o è lontana dalle nostre assuefazioni.</p>
        <p>Quindi è che le stesse cose, qualità, maniere ec. naturali, o l’imitazione o
          l’espressione ec. di esse naturalissimamente fatta, sovente non ci par semplice, perchè
          non vi siamo assuefatti, o ce ne siamo dissuefatti; e per la stessa ragione per cui non
          par naturale. Ciò accade sopra tutto ai francesi. L’idea e il senso della semplicità e
          naturalezza varia del tutto secondo le assuefazioni (anche in uno stesso individuo, tutto
          giorno): e il semplice e il naturale de’ francesi è tutt’altro da quello de’ primitivi,
          degli antichi, delle altre nazioni ec. e ciò in tutti i generi.</p>
        <p>Il semplice in gran parte non è che l’ordinario: e lo straordinario difficilmente par
          semplice. Ora qual cosa più relativa dell’ordinario <pb ed="aut" n="2039"/> e
          straordinario? (2. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2035. fine. In somma è proprietà de’ continuativi (proprietà ben motivata dal
          modo e natura che ho sviluppata della loro formazione) di accrescere sempre il significato
          e la forza de’ positivi, in un modo e senso, o nell’altro ec. e i continuativi dicono
          sempre più de’ positivi per qualche verso, se non interamente. (2. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Facoltà umana è sinonimo di abitudine. — Uomo o ingegno colto o grande: Uomo o ingegno
          assuefatto o esercitato. — Facoltà di generalizzare: Abitudine di generalizzare, ec. (3.
          Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2033. Una gran forza naturale di sentimento di immaginazione ec. non suol essere
          senza un gran talento (e perciò ella è sempre compagna della facoltà di ragionare e
          pensare), cioè una gran disposizione e facilità di assuefarsi. La facoltà di sentire
          profondamente ec. e d’immaginare, si acquista <pb ed="aut" n="2040"/> mediante la detta
          disposizione, come tutte le altre; e quando essa facoltà è ben grande, egli è segno che
          anch’essa disposizione è grande, e però capace anche di altre diversissime facoltà. Ora la
          disposizione ad assuefarsi include, come ho bene spiegato altrove, quella di dissuefarsi,
          cioè di contrarre facilmente e prontamente nuove e contrarie abitudini. Quindi è che
          l’uomo di gran sentimento è in maggior pericolo di perderlo, di divenir quasi insensibile,
          di contrarre un abito gagliardo di freddezza d’indifferenza, di alienarsi fortemente dalla
          virtù ec. ec. che non colui il quale non possiede che un sentimento mediocre, e non è
          virtuoso che per una mediocre forza, ec. Le disposizioni di costoro si vede infatti che
          sono durevolissime, anzi le sole durevoli e costanti, perch’essi non contraggono
          facilmente nuove assuefazioni, non si persuadono di contrarii principii, e le circostanze
          hanno poca influenza <pb ed="aut" n="2041"/> su di loro. Ma l’uomo gagliardamente
          suscettivo, perciò appunto è capace e suscettivo di divenire insuscettivo, duro, freddo,
          egoista, quando le circostanze lo portano a queste assuefazioni; e necessariamente ve lo
          porta l’esperienza del mondo. La quale per convincerlo, ed assuefarlo a nuovi e contrarii
          principii, non ha bisogno di molto tempo, perchè appunto un tal uomo presto e facilmente e
          fortemente conosce, sente, e si assuefa. (3. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La rapidità e la concisione dello stile, piace perchè presenta all’anima una folla d’idee
          simultanee, o così rapidamente succedentisi, che paiono simultanee, e fanno ondeggiar
          l’anima in una tale abbondanza di pensieri, o d’immagini e sensazioni spirituali, ch’ella
          o non è capace di abbracciarle tutte, e pienamente ciascuna, o non ha tempo di restare in
          ozio, e priva di sensazioni. <pb ed="aut" n="2042"/> La forza dello stile poetico, che in
          gran parte è tutt’uno colla rapidità, non è piacevole per altro che per questi effetti, e
          non consiste in altro. L’eccitamento d’idee simultanee, può derivare e da ciascuna parola
          isolata, o propria o metaforica, e dalla loro collocazione, e dal giro della frase, e
          dalla soppressione stessa di altre parole o frasi ec. Perchè è debole lo stile di Ovidio,
          e però non molto piacevole, quantunque egli sia un fedelissimo pittore degli oggetti, ed
          un ostinatissimo e acutissimo cacciatore d’immagini? Perchè queste immagini risultano in
          lui da una copia di parole e di versi, che non destano l’immagine senza lungo circuito, e
          così poco o nulla v’ha di simultaneo, giacchè anzi lo spirito è condotto a veder gli
          oggetti appoco appoco per le loro parti. Perchè lo stile di Dante è il più forte che mai
          si possa concepire, e per questa parte il più bello e dilettevole possibile? Perchè ogni
            <pb ed="aut" n="2043"/> parola presso lui è un’immagine ec. ec. V. il mio discorso sui
          romantici. Qua si possono riferire la debolezza essenziale, e la ingenita sazietà della
          poesia descrittiva, (assurda in <add resp="ed">se</add> stessa) e quell’antico precetto
          che il poeta (o lo scrittore) non si fermi troppo in una descrizione. Qua la bellezza
          dello stile di Orazio (rapidissimo, e pieno d’immagini per ciascuna parola, o costruzione,
          o inversione, o traslazione di significato ec.), v. p. 2049. e quanto al pensiero, quella
          dello stile di Tacito. ec. (3. Nov. 1821.). V. p. 2239.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’inclinazione dell’uomo al suo simile, è tanto maggiore quanto l’uomo (e così ogni
          vivente) è vicino allo stato naturale, e tanto più vivi e più numerosi sono gli
          svariatissimi effetti (da me in diversi luoghi osservati) di questa essenzialissima
          inclinazione, figlia immediata dell’amor proprio, anch’esso tanto più vivo ed energico,
          almeno ne’ suoi effetti, e nell’aspetto che piglia, quanto il <pb ed="aut" n="2044"/>
          vivente è più naturale. Tutti p. e. amano l’imitazione dell’uomo e delle cose umane nelle
          arti, nella poesia, ec. più che quella di qualunque altro oggetto. Ma questa preferenza è
          più notabile nel fanciullo, il quale tra’ suoi pupazzi si compiace soprattutto di quelli
          che rappresentano uomini, e nelle favole o novelle che legge, di quelle che trattano
          d’uomini. ec. ec. ec. Quando anche abbia p. e. delle figure d’animali assai più ben fatte,
          che quelle d’uomini ec. ec.</p>
        <p>A questa inclinazione, e quindi all’amor proprio da cui essa deriva, e non ad altro, si
          deve riferire la propensione di preferenza che l’uomo ha per li coetanei, per gli uguali
          ec. Anch’essa tanto maggiore, quanto l’uomo è più naturale. Il fanciullo tra’ pupazzi o
          favole d’uomini, soprattutto si diletta di quelli che rappresentano, e di quelle che
          trattano cose fanciullesche.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2045"/> Si suol dire che l’amicizia è tra gli uguali. L’amore per certo,
          naturalmente tende all’uguale in quanto all’ordinario. Che se è notato com’egli tende pure
          ai contrari, questa propensione non so primieramente quanto sia naturale, in secondo luogo
          ella nasce, come ho detto altrove, da un’altra disposizione della natura che c’inclina
          verso lo straordinario, perciò appunto che è, ed in quanto è straordinario. Come, sebbene
          noi siamo inclinati alla bellezza, ch’è perfetta convenienza, siamo però anche inclinati
          alla grazia, ch’è una certa sconvenienza, o non perfetta convenienza; anzi a questa più
          che a quella, almeno nel nostro stato presente. La natura ha parecchie qualità e principii
          armonici a un tempo e contrarii, anzi armonizzanti e sostenentisi scambievolmente in virtù
          della loro contrarietà: e l’uno de’ contrarii non solo non distrugge la teoria <pb
            ed="aut" n="2046"/> dell’altro, ma anzi la dimostra. (3. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Chi vuol vedere come le facoltà umane sieno tutte acquisite, e la differenza che passa
          fra l’acquisito e il naturale o innato, osservi che tutte le facoltà di cui l’uomo è
          capace, sono maggiori assai nell’uomo maturo (e civile ec.) che nel fanciullo, se pur
          questi non ne manca affatto, e crescono insieme coll’uomo: laddove le inclinazioni che
          sono ingenite, e ben diverse dalle facoltà, generalmente parlando, come qua e là ho
          mostrato di questa o di quella, e come si può dire di tutte (purchè sieno naturali e non
          acquisite anch’esse), sono tanto maggiori, più vive, notabili, numerose ec. quanto l’uomo
          è più vicino allo stato di natura, cioè o fanciullo, o primitivo, o selvaggio, o ignorante
          ec. E quantunque le facoltà umane crescano coll’età e dell’individuo, e de’ popoli o del
          mondo, nondimeno, essendovi due generi di disposizioni ad <pb ed="aut" n="2047"/> esse
          facoltà, altre acquisite, altre naturali ed ingenite o in tutti o in qualcuno, quelle
          crescono allo stesso modo delle facoltà, queste, perchè sono qualità naturali, sono assai
          maggiori nell’uomo naturale, e massime nel fanciullo, che nell’uomo civilizzato o
          nell’adulto, come tuttogiorno si osserva che i fanciulli son capaci di avvezzarsi, di
          imparare ec. cose che gli uomini fatti non possono, se da fanciulli non hanno
          incominciato. Insomma tutto quello ch’è naturale, è tanto più forte e notabile, quanto il
          soggetto è meno coltivato ec. e tutto ciò che coltivato è più forte ec. non è naturale ec.
          ec. (4. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La memoria è la generale conservatrice delle abitudini. O piuttosto (giacchè vediamo che,
          perduto quello che si chiama memoria, pur si conservano le abitudini) siccome la memoria,
            <pb ed="aut" n="2048"/> in quanto facoltà, è una pura abitudine, così ciascun’altra
          abitudine è una memoria. Di memoria son provveduti tutti i sensi, tutti gli organi, tutte
          le parti fisiche o morali dell’uomo, che son capaci di avvezzarsi, e di abilitarsi, e di
            <emph>acquistare</emph> qualunque facoltà. La memoria è da principio una disposizione,
          poi una facoltà di assuefarsi che ha l’intelletto umano; l’assuefabilità, e le
          assuefazioni delle altre parti dell’uomo, sono disposizioni e facoltà di ricordarsi, di
          ritenere, che hanno esse parti. La memoria è un abito, gli abiti altrettante memorie,
          attribuite dalla natura a ciascuna parte assuefabile del vivente, in quanto disposizioni,
          ed acquistate in quanto facoltà ed assuefazioni. Questo pensiero si può molto stendere, e
          cavarne delle belle conseguenze, intorno alla natura della memoria, ed alla sua analogia
          colle altre <pb ed="aut" n="2049"/> disposizioni e facoltà dell’uomo. Siccome la memoria
          per diverse circostanze s’indebolisce o come disposizione, o come facoltà, o nell’uno e
          nell’altro modo, così pure per diverse circostanze fisiche, morali ec. accade
          all’assuefabilità ed alle assuefazioni delle altre parti ed organi degli animali. E come
          coll’esercizio l’altre assuefazioni ed assuefabilità, o si acquistano, o si accrescono ec.
          così la memoria ch’è assuefabilità, e le reminiscenze che sono assuefazioni ec. (4. Nov.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2043. margine. La bellezza e il diletto dello stile d’Orazio, e d’altri tali
          stili energici e rapidi, massime poetici, giacchè alla poesia spettano le qualità che son
          per dire, e soprattutto lirici, deriva anche sommamente da questo, ch’esso tiene l’anima
          in continuo e vivissimo moto ed azione, col trasportarla a ogni tratto, e spesso
          bruscamente, da un pensiero, da un’immagine, da un’idea, da una cosa ad un’altra, e talora
          assai lontana, e diversissima: onde il pensiero ha da far molto a <pb ed="aut" n="2050"/>
          raggiungerle tutte, è sbalzato qua e là di continuo, prova quella sensazione di vigore (v.
          p. 2017. capoverso ult.) che si prova nel fare un rapido cammino, o nell’esser trasportato
          da veloci cavalli, o nel trovarsi in una energica azione, ed in un punto di attività (v.
          p. 1999.); è sopraffatto dalla moltiplicità, e dalla differenza delle cose, (v. la mia
          teoria del piacere) ec. ec. ec. E quando anche queste cose non sieno niente nè belle, nè
          grandi, nè vaste, nè nuove ec. nondimeno questa sola qualità dello stile, basta a dar
          piacere all’animo, il quale ha bisogno di azione, perchè ama soprattutto la vita, e perciò
          gradisce anche e nella vita, e nelle scritture una certa non eccessiva difficoltà, che
          l’obbliga ad agire vivamente. E tale è il caso d’Orazio, il quale alla fine non è poeta
          lirico che per lo stile. Ecco come lo stile anche separato dalle cose, possa pur essere
          una cosa, e grande; tanto che uno può esser poeta, non avendo <pb ed="aut" n="2051"/>
          altro di poetico che lo stile: e poeta vero, e universale, e per ragioni intime, e qualità
          profondissime, ed elementari, e però universali dello spirito umano.</p>
        <p>Questi effetti che ho specificati li produce Orazio a ogni tratto, coll’arditezza della
          frase, onde dentro il giro di un solo inciso vi trasporta e vi sbalza più volte di salto
          da una ad altra idea lontanissima e diversissima. (Come pure coll’ordine figuratissimo
          delle parole, e colla difficoltà, e quindi attività ch’esso produce in chi legge.)
          Metafore coraggiose, epiteti singolari e presi da lungi, inversioni, collocazioni,
          soppressioni, tutto dentro i limiti del non eccessivo (<emph>eccessivo potrebb’essere pei
            tedeschi, troppo poco per gli orientali</emph>) ec. ec. producono questi effetti in
          qualsivoglia luogo delle sue poesie.</p>
        <quote rend="block">
          <lg lang="lat">
            <l>Pone me pigris ubi nulla campis</l>
            <l>Arbor aestiva recreatur aura,</l>
            <l>Quod latus mundi nebulae, malusque</l>
            <l>Iuppiter urget.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p>Eccovi prima la <emph>pigrizia</emph>, poi questa applicata ai <emph>campi</emph>, e
          immediatamente <emph>gli alberi</emph>, e <emph>l’aria d’estate</emph>, poi un
            <emph>fianco del mondo</emph>, poi <pb ed="aut" n="2052"/> le <emph>nebbie</emph>, e poi
            <emph>Giove</emph> in vece del <emph>cielo</emph>, e <emph>malvagio</emph> in vece di
            <emph>contrario</emph>, che <emph>urtano</emph> o <emph>spingono</emph> o
            <emph>perseguitano</emph> quella parte di mondo.</p>
        <p>La <emph>vivezza</emph> e il pregio di tutto ciò (come di tante simili bellezze in altri
          stili) non consiste in altro che nella <emph>frequenza</emph>, e nella
          <emph>lunghezza</emph> dei salti da un luogo, da un’idea all’altra. Le quali cose derivano
            dall’<emph>arditezza</emph> dell’elocuzione materiale.</p>
        <p>Della quale arditezza essendo incapace la lingua francese, è incapace di stile poetico, e
          le mille miglia separata dal <emph>lirico</emph>. (4. Nov. 1821.). V. p. 2054. e 2358.
          fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1108. <foreign lang="lat" rend="italic">Amplexare</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">amplexari</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >amplexus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">amplectere</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">amplecti</foreign>; (si disse anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">amplectari</foreign> forse da un participio <foreign lang="lat"
            rend="italic">amplectus</foreign>) e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >completare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">complexus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">complectere</foreign>; (4. Nov. 1821.). V. p. 2071. principio.
          e 2076. e 2199. fine. e 2284. princip.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2053"/> La sola vastità desta nell’anima un senso di piacere, da qualunque
          sensazione fisica o morale, ella provenga, e per mezzo di qualunque de’ cinque sensi. Un
          salone ampio e disteso, alle cui estremità appena giunge la vista, piace sempre, e massime
          se se ne nota bene la vastità, per non essere interrotta da colonne, p. e. o altri
          oggetti, che sminuzzino la sensazione. Piace la vastità, in quanto vastità, anche nelle
          sensazioni assolutamente dispiacevoli, sebbene il dispiacere essendo vasto, paia che debba
          essere, e sia per una parte maggiore.</p>
        <p>Bisogna distinguere il vasto dal vago o indefinito. L’uno e l’altro piace all’anima per
          le stesse ragioni, o per ragioni della stessa specie. Ma ci può ben essere un vasto che
          non sia vago, e un vago che non sia vasto. Nondimeno queste qualità si ravvicinano sempre
          quanto all’effetto che fanno sull’anima, e ciò perchè le sensazioni <pb ed="aut" n="2054"
          /> vaghe, ancorchè derivino (come spesso) da oggetti materialmente piccolissimi, e
          compresi bastantemente dall’anima per piccoli, sono sempre vaste, in quanto essendo
          indefinite non hanno termini; e le sensazioni vaste, ancorchè gli oggetti che le producono
          abbiano manifesti termini, sono sempre indefinite, in quanto l’anima non arriva ad
          abbracciarle tutte intere, almeno in un sol punto, e però non può contenerle, nè giungere
          a sentire pienamente i loro termini.</p>
        <p>Tutto ciò può applicarsi alle sensazioni prodotte dalla poesia, o dagli scrittori, ec. al
          lontano, all’antico, al futuro, ec. ec. (5. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2052. Dalla natura di tali stili (propri di tutti i grandi e veri poeti, più o
          meno, e massime di quelli che si distinguono anche nello stile) deve risultare, che molte
          delle dette immagini (talvolta comprese in una brevissima frase, in una sola parola ec.)
          debbano essere solamente accennate; e così <pb ed="aut" n="2055"/> pure solamente
          accennate le connessioni e relazioni loro col soggetto, o colle altre immagini, idee,
          sentenze, ec. a cui son vicine, a cui spettano, a cui si riferiscono ec. E questo ancora
          piace, perchè obbliga l’anima ad una continua azione, per supplire a ciò che il poeta non
          dice, per terminare ciò ch’egli solamente comincia, colorire ciò ch’egli accenna, scoprire
          quelle lontane relazioni, che il poeta appena indica ec. <quote rend="block">
            <lg lang="lat" rend="italic">
              <l>et aridus altis</l>
              <l>Montibus audiri fragor.</l>
            </lg>
            <bibl>(<author>Virg.</author>
              <title>Georg.</title> 1. 357. seg.)</bibl>
          </quote> Che ha che fare il <emph>fragore</emph> coll’<emph>arido</emph>? Bisogna che il
          pensiero conosca ch’egli v’ha che fare in quanto strepita fra i seccumi d’una selva. Ecco
          come la mente deve supplire alla connessione delle idee (solamente accennata, anzi quasi
          trascurata dal poeta) <emph>dentro una stessa brevissima frase</emph>. E deve poi compiere
          l’immagine che è solamente accennata, con quell’<foreign lang="lat" rend="italic">aridus
            fragor</foreign>. (Questa interpretazione <pb ed="aut" n="2056"/> ch’io do al detto
          passo, non so se sia vera. V. i comment. A me basta che quest’esempio spieghi a me stesso
          il mio pensiero.) Ecco come la soppressione stessa di parole, di frasi, di concetti,
          riesca bellezza, perchè obbliga l’anima piacevolmente all’azione, e non la lascia in ozio.
          ec. ec. Tali qualità nello stile possono facilmente essere eccessive come nel seicento.
          Allora l’anima non vi prova gusto, almeno non in tutti i tempi, e nazioni ec. ec. giacchè
          l’eccesso, come il difetto, in questo e in tutt’altro, è relativo.</p>
        <p>Tali stili, che ho detto bastare alle volte senz’altro a fare un poeta, sono poi così
          difficili a distinguersi dalle cose, che non facilmente potrete dire, se il tal pezzo
          scritto in simile stile, sia poetico pel solo stile, o per le cose ancora. Del resto è
          evidente che detti stili domandano vivacità d’immaginazione ec. ec. nel poeta (e nel
          lettore ancora), e quindi disposizioni poetiche: e se vorremo sottilmente guardare, poche
          pochissime parti troveremo nelle più poetiche poesie, che detratte queste e simili qualità
          dello stile in <pb ed="aut" n="2057"/> cui sono scritte, restino ancora poetiche.
          L’immaginazione in gran parte non si diversifica dalla ragione, che pel solo stile, o
          modo, dicendo le stesse cose. Ma queste cose la ragione non le saprebbe nè potrebbe mai
          dir così; e solo il poeta vero le esprime in tal modo. (5. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La poca libertà e la somma determinazione e precisazione del carattere e della forma
          della lingua latina che può parere strana 1. in una lingua antica, 2. in una lingua
          parlata e scritta da tanta moltitudine e diversità di gente e di nazioni, 3. in una lingua
          d’un popolo liberissimo, e formata e ridotta a letteratura, nel tempo che la sua libertà
          era anzi sì eccessiva da degenerare in anarchia, oltre le cagioni dette altrove, ebbe
          certo fra le principali la seguente.</p>
        <p>La lingua latina, riconosciuta per buona, legittima, e propria della letteratura, non fu
          mai, sinch’ella si mantenne nella sua primitiva forma, e quando ella fu applicata alla <pb
            ed="aut" n="2058"/> letteratura, altro che la romana, cioè quella di una sola città. Or
          quando l’arbitra della lingua è una sola città, per vasta, popolosa, e abitata o
          frequentata ch’ella sia da diversissime qualità di popolo, e di nazioni, la lingua prende
          sempre una indole determinata, circoscritta, ristretta a limiti più o meno estesi, ma che
          sempre son limiti certi e riconosciuti; la lingua si uniforma, si equilibra, per tutti i
          versi, e perde necessariamente quel carattere di notabile e decisa libertà ch’è proprio
          delle lingue antiche formate o no, e di tutte le lingue non ancora o non bene formate. La
          formazione di una lingua e di una letteratura, in tal circostanza, introduce sempre in
          esse una grande uniformità; siccome accade in Francia, dove Parigi, ch’è pur il centro di
          tutta la vasta nazione, e sì frequentata da forestieri d’ogni parte d’Europa, essendo però
          l’arbitra siccome de’ costumi, così della lingua e della letteratura nazionale, le dà
          quella uniformità <pb ed="aut" n="2059"/> medesima, quella circoscrizione, quella
          limitazione, quella servitù che dà allo spirito, e a tutte le altre parti della società, e
          che nè queste nè quelle sicuramente avrebbero mai avute, senza la somma influenza di una
          vasta capitale sull’intera nazione. V. p. 2120.</p>
        <p>In Roma il frequente e giornaliero uso pubblico, e perciò colto, della lingua latina o
          romana, nel senato, nelle concioni, nelle cose forensi, e la infinita e vivissima e
          strettissima società ch’esisteva in quella città, massime pubblica, ma, specialmente negli
          ultimi tempi della repubblica, anche privata, doveva necessariamente esercitare, ed
          esercitava un’estrema e decisissima influenza sulla lingua, e sulla letteratura. Ora
          dovunque la società e la lingua parlata esercita una forte e irresistibile influenza sulla
          lingua scritta, e sulla letteratura, (come accade in Francia) quivi l’una e l’altra
          indispensabilmente acquistano un carattere di stretta uniformità, <pb ed="aut" n="2060"/>
          e quindi di coartazione, di necessità, di poca libertà, un carattere intollerante di
          novità individuali, e di decisa originalità.</p>
        <p>La lingua greca a’ suoi buoni tempi fu anch’ella molto usata nel foro, nelle concioni,
          ne’ consigli degli ottimati, ma oltrechè le circostanze de’ tempi, e lo spirito, era ben
          diverso da quello de’ tempi moderni, e di quei medesimi in cui fu formata la latina, e
          perciò le stesse cagioni non producevano allora gli stessi effetti; la lingua greca dovea
          necessariamente anche rispetto a questi usi esser tanto varia, quanto moltiplici erano le
          repubbliche in cui la Grecia era divisa, e moltiplici le patrie degli oratori. La Grecia
          era composta come di moltissimi reggimenti, (giacchè ogni città era una repubblica) così
          di moltissime lingue, e l’uso pubblico di queste non poteva nuocere alla varietà nè
          introdurre l’uniformità e la schiavitù, essendo esso stesso necessariamente vario, e non
          potendo essere uniforme. La Grecia non aveva una capitale. Non aveva neppure <pb ed="aut"
            n="2061"/> molto stretto uso di società, se non in Atene. E in Atene infatti per quel
          tal uso che v’era di polita società, per innalzarsi quella città sopra le altre in materia
          di gusto, di coltura, di arti, ec. la lingua greca fu più formata, più stabilita, meno
          libera che altrove, nonostante la diversità de’ forestieri che accorrevano a quella città,
          la sua situazione marittima, il suo commercio, la sua <foreign lang="grc"
          >θαλασσοκρατία</foreign>. E quando i gramatici cominciarono a ridurre ad arte la lingua
          greca, e quando nella lingua greca si cominciò a sentire il <emph>non si può</emph>, e gli
          scrupoli ec. tutto questo fu in relazione alla lingua attica. Ma i diversi dialetti greci,
          tutti riconosciuti per legittimi, dopo essere stati adoperati o interamente o in parte da
          grandi scrittori; lo stesso costume della lingua attica notata da Senofonte; il carattere
          sostanziale finalmente <pb ed="aut" n="2062"/> della lingua greca, già da tanto tempo
          formata ed anteriore assai alla superiorità di Atene, preservarono la lingua greca dalla
          servitù. Ed in quanto la lingua attica prevalse, in quanto i filologi incominciarono a
          notare e a condannare negli scritti contemporanei quello che non era attico, in tanto la
          lingua greca perdette senza fallo della sua libertà. Ma ciò fu fatto assai lassamente, e
          mancò ben assai perchè i più caldi fautori dell’atticismo, o gli stessi ateniesi (che si
          servivano volentierissimo delle parole ec. forestiere, quando avevano bisogno, e anche
          senza ciò) arrivassero alla superstizione, o alla minuta tirannia de’ nostri fautori del
          toscanismo. (Bisogna notare che il <emph>purismo</emph> era appunto allora nascente nel
          mondo per la prima volta).</p>
        <p>Le discussioni parlamentarie, se hanno bastato in Inghilterra a dare alla lingua <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">quelque chose d’expressif</foreign>
          </quote> (<quote>
            <foreign lang="fre">les débats parlementaires et l’énergie naturelle à la nation ont
              donné à l’anglais quelque chose d’expressif qui supplée à la prosodie de la
            langue</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <author>Staël</author>, <title>Alle magne</title>. t. 1. 2.<hi rend="apice">de</hi>
            part. ch. 9. p. 246.</bibl>) <pb ed="aut" n="2063"/> non hanno potuto bastare a toglier
          la libertà alla lingua e letteratura di un popolo libero per genio naturale, e che non ha
          punto di società, anzi non par fatto per lei, nè per parlare, ma per tacere; e dove la
          società non ha veruna influenza sulla letteratura, e poca sullo spirito pubblico, costumi
          ec. V. p. 2106.</p>
        <p>La circostanza dell’Italia e della Germania è appunto quella della Grecia in questo
          particolare (eccetto solamente che i nostri vernacoli non sono stati parzialmente
          adoperati da buoni scrittori, come quelli delle provincie o città greche). La Germania ne
          profitta per la libertà della sua lingua. Noi non potremo, se prevarranno coloro che ci
          vogliono ristringere al toscano, anzi al fiorentino. Cosa ridicola che in un paese privo
          affatto di unità, e dove nessuna città, nessuna provincia sovrasta all’altra, si voglia
          introdurre questa tirannia <pb ed="aut" n="2064"/> nella lingua, la quale essenzialmente
          non può sussistere senza una simile uniformità di costumi ec. nella nazione, e senza la
          tirannia della società, di cui l’Italia manca affatto. E che Firenze che non è stata mai
          il centro dell’Italia (e che ora è inferiore a molte altre città negli studi, scrittori
          ec. e fino nella cognizione della colta favella) debba esserlo della lingua, e della
          letteratura. E che si voglia imporre ad un paese privo non solo di vasta capitale, non
          solo di capitale qualunque, e quindi di società una e conforme, e d’ogni norma e modello
          di essa, ma privo affatto di società, una soggezione (in fatto di lingua ch’è l’immagine
          d’ogni cosa umana) più scrupolosa di quella stessa che una vastissima capitale, un deciso
          centro ed immagine e modello e tipo di tutta la nazione, ed una strettissima e
          uniformissima società, impone alla lingua e letteratura francese. (6. Nov. 1821.). Certo
          se v’è nazione in Europa <pb ed="aut" n="2065"/> colla cui costituzione politica e morale
          e sociale convenga meno una tal soggezione in fatto di lingua (e la lingua dipende in
          tutto dalle condizioni sociali ec.), ell’è appunto l’Italia, che pur troppo, a differenza
          della Germania, non è neppure una nazione, nè una patria. (7. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le dette circostanze della lingua latina, rendendola poco libera, siccome necessariamente
          accade a tutte le lingue scritte, e letterature che sono strettamente influite dalla
          società, <emph>il che le rende strette suddite dell’uso</emph>, come in Francia, dovevano
          render la lingua latina scritta, e la letteratura, come la francese, facilissima a
          corrompersi, ossia a degenerare, o perdere l’indole sua primitiva, o quella della sua
          formazione; perocchè l’uso cambia continuamente, massime cambiandosi le circostanze dei
          popoli, come accadde in Roma; e la lingua scritta, e letteratura latina, dipendendo <pb
            ed="aut" n="2066"/> in tutto da quest’uso, doveva per necessità cambiar presto di
          faccia, come ho predetto alla francese, e l’evento della lingua e letteratura latina,
          conferma la mia predizione. E le circostanze avendo portato che gli scrittori che
          succedettero al secolo di Cicerone e di Augusto non fossero gran cosa, perciò noi (come
          quelli che in quei tempi furono di buon gusto) chiamiamo questo cambiamento (per altro
          inevitabile) della lingua e letteratura latina, corruzione, e molto più quello, parimente
          inevitabile, che accadde, e venne continuamente accadendo ne’ successivi tempi. In somma
          la lingua latina scritta doveva per necessità, cambiar di forma di secolo in secolo
          continuamente, e così fece, ma siccome i secoli seguenti furono corrotti, e poveri o
          scevri di buoni scrittori e letterati, (dico buoni per se stessi, come un Cicerone o un
          Virgilio) perciò i cambiamenti ch’ella inevitabilmente dovea soffrire e soffrì, si
          chiamano <pb ed="aut" n="2067"/> e furono corruzioni. (7. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come la lingua così la letteratura francese è schiava, e la più schiava di quante sono o
          furono (qualità naturale in una letteratura d’indole moderna) e nemica o poco adattabile
          all’originalità, e quindi alla vera poesia, e quindi anche ella appena può dirsi
          letteratura, essendo serva dell’uso e della società, non della sola immaginazione ec. come
          dovrebbe. Nè poteva accadere che la lingua fosse schiava e la letteratura no, siccome non
          poteva e non può in nessun luogo o tempo accadere viceversa. Dico la letteratura, la quale
          sola, insieme coi costumi (parimente schiavi della società, e dell’uniformità in Francia,
          e nemici di originalità) segue o accompagna l’andamento della lingua, e ne ha tutte le
          qualità; non la filosofia, la quale non è in questo caso in Francia, nè per se stessa in
          verun luogo, poich’ella ha un <pb ed="aut" n="2068"/> tipo e una ragione indipendente da
          ogni circostanza, cioè la verità, incapace d’essere influita, e sempre libera ec. Così
          dico delle scienze ec. (7. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Del resto le sopraddette considerazioni provano che mentre la lingua francese, (come fu
          la latina) la letteratura, e i costumi francesi, sono nemici della novità per natura,
          giacchè escludono l’originalità, ed esigono l’uniformità, nondimeno, e per ciò stesso,
          detta lingua (come la latina) letteratura e costumi, sono più soggetti di qualunque altro
          alla novità, e mutabili fino all’ultimo grado, come abbiam veduto nel fatto quanto alla
          lingua latina, e come vediamo parimente in tutto ciò che spetta alla nazione francese, la
          più mutabile delle esistenti, (nel carattere generale come nell’individuale, e in questi
          come in tutto il resto) e continua maestra e fonte di novità alle altre nazioni colte.
          Così che v’ha una contraddizione essenziale nella natura di essa nazione, lingua,
          letteratura ec. ossia un principio elementare che necessariamente produce due <pb ed="aut"
            n="2069"/> contrarii effetti. Fonte inevitabile d’inconvenienti, di corruzione,
          d’istabilità ec. (7. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1126. marg. Quanto sia vero che il <emph>v</emph> è stato sempre, per natura
          della pronunzia umana, almeno ne’ nostri climi, o considerato o confuso con una
          aspirazione, e questa lieve, si può vedere nella lingua italiana che spesso lo ha tolto
          via affatto o dalle parole derivate dal latino, o da altre. E in quelle stesse dove lo ha
          conservato, la pronunzia volgare spessissimo lo sopprime, e spesso anche la scrittura,
          come nella parola <emph>nativo</emph> dal latino <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nativus</foreign>, che noi scriviamo indifferentemente <emph>natìo</emph>, ed in molte
          altre simili, latine o no, che o si scrivono indifferentemente in ambo i modi, o sempre
          senza il <emph>v</emph> che prima avevano, come <emph>restìo</emph>, che certo da prima si
          disse <emph>restivo</emph>, o <emph>restivus</emph>. <emph>Giulío</emph> per
          <emph>giulivo</emph>, <bibl>
            <author>Poliz.</author> l. 1. Stanza 6. v. 4.</bibl>
          <emph>Bevo, beo, bee</emph> ec. <emph>Devo deve, deo dee</emph> ec. V. le gramatiche, e
          fra gli altri il Corticelli. <emph>Paone, pavone</emph> ec. Viceversa il popolo molte
          volte in queste o altre <pb ed="aut" n="2070"/> voci, inserisce o aggiunge comunque, quasi
          per vezzo, il <emph>v</emph>, che non ci va, massimamente fra due vocali, per evitare
            l’<emph>iato</emph>, al modo appunto del digamma eolico ch’io dico esser lo stesso che
          l’antico <emph>v</emph> latino. Del resto come i latini dicevano <foreign lang="lat"
            rend="italic">audivi</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">audii</foreign> ec.
          ec. così è solenne proprietà della nostra lingua il poter togliere il <emph>v</emph>
          agl’imperfetti della 2. 3. e 4. congiugazione e dire tanto <emph>udia, leggea,
          vedea</emph> quanto <emph>udiva, leggeva, vedeva</emph> (cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">videbat</foreign> ec. essendo il <emph>b</emph> latino un <emph>v</emph>
          presso noi in tali casi, come lo era spesso fra’ latini, e viceversa, e come tra gli
          spagnoli queste due lettere, e ne’ detti tempi e sempre si confondono.) Particolarità
          analoghe a queste che ho notate nella lingua italiana, si possono anche notare nella
          francese e più nella spagnola. Siccome l’analogia fra la <emph>f</emph> e il
          <emph>v</emph> si può notare nel francese vedendo dal masc. <foreign lang="fre"
            rend="italic">vif</foreign> farsi il fem. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >vive</foreign> ec. ec. (7. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2071"/> Alla p. 2052. fine. <emph>Dissertare, exsertare, insertare</emph>,
          da <foreign lang="lat" rend="italic">dissertus, exsertus, insertus</foreign>, di <foreign
            lang="lat" rend="italic">disserere, exserere, inserire</foreign>. Il nostro
            <emph>concertare, concerto</emph> ec. e il francese e lo spagnolo non sembrano essere
          altro che un continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">conserere</foreign> (v.
          Forcell. in questa voce), detto da prima <emph>consertare</emph>. V. la Crusca in
            <emph>consertare, conserto</emph> ec. ec. e i Diz. franc. e spagn. Giacchè non pare che
          abbiano a far niente col latino puro <emph>concertare</emph>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">certare</foreign>. Il Gloss. non ha nulla nè di <foreign lang="lat"
            rend="italic">consertare, consertus</foreign> ec. nè di <foreign lang="lat"
            rend="italic">concertare, concertus</foreign> ec. e non accade consultarlo. Il nostro
            <emph>disertare</emph> ec. viene come altrove ho detto da <foreign lang="lat"
            rend="italic">desertus</foreign> ec. Sembra anche che esistesse un continuativo del
          semplice <foreign lang="lat" rend="italic">serere</foreign>, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">sertare. Sertatus regali majestate</foreign> ha Marziano Capella, e lo
          porta il Forcellini in <foreign lang="lat" rend="italic">sertatus</foreign>, che spiega
            <foreign lang="lat" rend="italic">coronatus, serto circumdatus</foreign>; e <foreign
            lang="lat" rend="italic">sertare</foreign> nel Gloss. si spiega <foreign lang="lat"
            rend="italic">sertum imponere, coronare</foreign>, quasi volessero dire che questo verbo
          è formato dal sustantivo <pb ed="aut" n="2072"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">sertum</foreign>, ovvero <foreign lang="lat"
            rend="italic">serta orum</foreign>, oppure da <foreign lang="lat" rend="italic">serta
          ae</foreign> (de’ quali v. il Forcell. l’Append. e il Gloss.). Ma trovandosi questo verbo
          tanto nell’esempio portato dal Forc. quanto in altro del Gloss. accompagnato con ablativo
          di cosa, non par che sia formato da un sustantivo, ma ben da <foreign lang="lat"
            rend="italic">sertus</foreign> participio di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >serere</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">sero, is, ui, ertum</foreign>.), e
          perciò <foreign lang="lat" rend="italic">sertatus</foreign> sia d’altra natura che
            <foreign lang="lat" rend="italic">radiatus, paludatus, togatus</foreign> i quali
          propriamente non s’accompagnano ad ablativi di cosa, ma stanno da se. Del resto sebbene
          non si trova che il participio <foreign lang="lat" rend="italic">sertatus</foreign>, e il
          Forcellini non porta che questo (il Gloss. però pone sertare), io credo però che questo
            <foreign lang="lat" rend="italic">sertatus</foreign> per le dette ragioni, indichi un
          verbo, e sia cioè un participio. Sertare in senso di <emph>chiudere</emph> è della bassa
          latinità, e lo porta pure il Gloss. ma non ha che fare col nostro <foreign lang="lat"
            rend="italic">sertatus</foreign> nè viene da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >serere</foreign>, ma è uno storpiato continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >serare</foreign> il qual <foreign lang="lat" rend="italic">serare</foreign> è
          riconosciuto da Prisciano. (<bibl>
            <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">sero, is</foreign>.
          fine</bibl>). (8. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2073"/> Escludere affatto la materia dall’essenza di Dio, non è altro che
          togliergli una maniera di essere, e quindi una perfezione dell’esistenza, vale a dire
          togliergli un’esistenza completa, cioè in tutti i modi possibili, e crederlo incapace di
          esistere materialmente, quasi ciò per se stesso fosse un’imperfezione; o che quegli che
          esiste materialmente, non potesse anche esistere immaterialmente, e dovesse per necessità
          esser limitato. Anzi sarebbe limitato quell’essere che non esistesse nè potesse esistere
          materialmente, e quindi imperfetto, cioè incompleto nella sua essenza, secondo l’unica
          idea che noi possiamo formarci di una perfezione assoluta, la quale non può essere se non
          un’essenza che abbracci tutti i possibili modi di essere. Ora la materia è un modo di
          essere non solo possibile, ma reale, e tanto ch’è l’unico modo reale che noi possiamo
          effettivamente conoscere, e distintamente immaginare; nè solo noi, ma tutte le creature
          che noi distintamente <pb ed="aut" n="2074"/> ed effettivamente possiamo conoscere, o
          conosciamo, non possono immaginare o sentire altro modo di essere. Nè perchè Dio esistesse
          materialmente, sarebbe materiale, ma abbraccierebbe anche la materia nella sua essenza; il
          che è certo e convenuto anche fra’ teologi, che riconoscono in Dio il tipo, e l’idea, o la
          forma e la ragione antecedente di tutte le cose possibili, e maniere di essere. Or come
          potrebbe l’essenza di Dio perfettamente abbracciare e contenere la forma e il modo di
          essere della materia (unica forma e modo che appartenga a tutto quel creato ed esistente
          che noi conosciamo) o di qualunque altra natura possibile, s’egli non esistesse
          materialmente e in qualunque altro modo possibile?</p>
        <p>Le contraddizioni che noi vediamo fra questi modi, le vediamo noi, ma, come spesso ho
          mostrato, non sono assolute ma relative, e niente può impedire a Dio di esistere
          tutt’insieme in due o più modi che a noi paiono contrarii ec. ec. ec. <pb ed="aut"
            n="2075"/> (8. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Molte volte riescono eleganti delle parole corrottissime e popolarissime, e ineleganti o
          meno eleganti delle altre incorrotte o meno corrotte, e meno popolari. Per es.
            <emph>commessi</emph> in vece di <emph>commisi</emph>, potrà riuscire più elegante in
          una scrittura, benchè sia una pura corruzione di <emph>commisi</emph> che viene
          direttamente dal <emph>commisi</emph> latino. Ma questa corruzione sebben popolare,
          essendo antica, ed avendo cessato oggi di essere in uso frequente, o presso il popolo, o
          presso gli scrittori, e trovandosi ne’ buoni scrittori antichi, essa riesce, in una
          scrittura, elegante perchè fuori dell’ordinario, e più elegante di <emph>commisi</emph>
          (ch’è incorrotto) perciò appunto che questo è in uso commune, e che nell’uso la parola più
          antica, e non corrotta ha prevaluto alla corrotta, così che la più moderna e corrotta,
          viene a parere più antica e meno ordinaria della stessa antica. E quante volte le eleganze
          non derivano e non sono altro <pb ed="aut" n="2076"/> che pure corruzioni di voci, frasi
          ec. ec. ec. E chi perciò le condannasse, o stimasse più eleganti le corrispondenti voci o
          frasi incorrotte, e più regolari, più corrispondenti all’etimologia ec. non saprebbe che
          cosa sia eleganza per sua natura. ec. (9. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2052. fine. Da <foreign lang="lat" rend="italic">sponsus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">spondere, sponsare</foreign>, e da <foreign lang="lat"
            rend="italic">desponsus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">despondere,
            desponsare</foreign>, (de’ quali v. Forcell. ed osserva la forza continuativa che hanno,
          e puoi anche ben riferirli alla p. 2033. fine, segg.). (9. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1151. fine. <foreign lang="lat" rend="italic">Quassare</foreign> di cui dice
          Gellio, <foreign lang="lat" rend="sc">squassare</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">quam</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="sc">quaterne</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >gravius violentiusque est</foreign>, non è altro che un continuativo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaterne</foreign> dal suo participio <foreign lang="lat"
            rend="italic">quassus</foreign>. Il quale si trova bene spessissimo negli autori latini,
          ma da’ gramatici è riconosciuto piuttosto per nome aggettivo che per participio di
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaterne</foreign>. (Forse anche <pb ed="aut" n="2077"
          /> ameranno di chiamarlo contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quassatus</foreign>). Non nego che infatti non si trovi usato in forma per lo più di
          aggettivo, ma ciò accade nè più nè meno a innumerabili altri evidentissimi participii
          passivi d’altri verbi. Ora che <foreign lang="lat" rend="italic">quassus</foreign> in
          origine sia puro participio di <foreign lang="lat" rend="italic">quaterne</foreign>, si
          farà chiaro dal verbo <foreign lang="lat" rend="italic">squassare</foreign> considerato
          secondo le osservazioni che noi abbiamo fatte circa la formazione di tali verbi
          continuativi dal participio in <emph>us</emph> de’ positivi; e si conferma ancora
          dall’autorità di Festo il quale dice che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >concutere</foreign> è composto di <emph>con</emph> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >quaterne</foreign>. Ora egli ha il suo participio passato e questo fa <foreign
            lang="lat" rend="italic">concussus</foreign>, (così <foreign lang="lat" rend="italic"
            >excussus, incussus</foreign> ec.) e se <foreign lang="lat" rend="italic"
          >concutere</foreign>, è quanto dire <foreign lang="lat" rend="italic">conquatere,
            concussus</foreign> sarà come <foreign lang="lat" rend="italic">conquassus</foreign>.
          (V. Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">quaterne</foreign> principio, <foreign
            lang="lat" rend="italic">concutere</foreign> ecc.). <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Conquassare</foreign> altro derivato compositivo di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >quaterne</foreign>, viene dunque ad essere un continuativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">concutere</foreign> ec. niente meno di quello che <foreign lang="lat"
            rend="italic">succussare</foreign> (onde <foreign lang="lat" rend="italic">succussator,
            succussatura</foreign> ec. V. anche il Du Cange) lo sia di <foreign lang="lat"
            rend="italic">succutere</foreign>. Forcell. lo chiama frequentativo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">succutere</foreign>. È verbo antico, co’ suoi derivati; pur di
          questi se n’ha nel Gloss. e noi pure volgarmente diciamo talvolta <foreign lang="lat"
            rend="italic">succussare</foreign>. (9. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2078"/> Alla p. 1111. Il formare di netto un verbo da una preposizione (o
          più d’una) ed un nome, è proprio della lingua italiana (<emph>augnare, arrischiare,
            inceppare</emph> e mille altri) simile anche in ciò alla greca (alla quale soprattutto è
          familiare) proprio anche della spagnuola ec. ma non della latina nella quale difficilmente
          troverete un verbo composto con preposizione o particella o avverbio, il quale non derivi
          da un altro verbo semplice e spoglio di preposizione, particella ec. Che se questo
          semplice talvolta non si trova, esistè però anticamente, perchè tale è l’indole della
          lingua latina, di formare i verbi composti, non da’ nomi a dirittura, ma da’ verbi
          semplici, i quali bensì furono formati da nomi. Massimamente poi sarà difficile che in
          latino (dico nel buon latino) troviate un verbo composto e formato
          <emph>primitivamente</emph> di una preposizione o particella ec. e di un nome
            <emph>sustantivo</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">Pernoctare</foreign> che
          sarebbe di questo rarissimo genere, indica, se non fallo, un antico <foreign lang="lat"
            rend="italic">notare</foreign> simile al greco <foreign lang="grc"
          >νυκτερεύειν</foreign>. V. p. 2779. fine. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Indigitare</foreign> sarebbe altresì di questo genere, e così <foreign lang="lat"
            rend="italic">irretire</foreign>, ec. Difficilmente ancora formavano i latini un verbo
          composto <pb ed="aut" n="2079"/> di uno o più nomi e di un verbo (come <foreign lang="lat"
            rend="italic">labefactare</foreign> ec.) che fuori di tal composizione e senza alcuna
          composizione, non esistesse ec. ec. ec. (9. Nov. 1821.). V. p. 2277.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1154. marg. I nostri antichi hanno anche un <emph>fremitare</emph> verbo
          italiano, formato però alla maniera latina da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fremitus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">fremitum</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">fremere</foreign>, (che noi anticamente dicemmo pure
            <emph>fremire</emph>), e che si può molto verisimilmente credere di più antica origine,
          benchè non si trovi negli autori latini nè nel Glossario. (12. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les écrivains français ont besoin d’animer et de colorer leur style
              par toutes les hardiesses qu’un sentiment naturel peut leur inspirer, tandis que les
              Allemands, au contraire, <hi rend="italic">gagnent à se restreindre</hi>. La réserve
              ne sauroit détruire en eux l’originalité; <hi rend="italic">ils ne courent risque de
                la perdre que par l’excès même de l’abondance</hi>
            </foreign>
          </quote> (<bibl>
            <title lang="fre">De l’Allemagne</title>. t. 1. 2. part. ch.9. p. 244.</bibl>) <pb
            ed="aut" n="2080"/> Ciò non vuol dir altro se non che la lingua tedesca non è ancora
          abbastanza formata; e perciò solo le sue ricchezze e facoltà non hanno limiti: tutto ciò
          ch’è possibile in fatto di lingua, è possibile a lei, e tutto ciò ch’è possibile a tutte
          le lingue insieme, ed a ciascuna separatamente; ell’è come una pasta molle suscettibile
          d’ogni figura, d’ogni impronta, e di cangiarla a piacere di chi la maneggia; simile
          appunto al fanciullo prima dell’educazione, il quale è suscettibile d’ogni sorta di
          caratteri e di facoltà, e non si può ancor dire qual sia precisamente la sua indole, a
          quali facoltà la natura l’abbia disposto, perciocchè la natura include in ciascun
          individuo delle disposizioni maggiori o minori bensì, ma per qualunque indole e facoltà
          possibile.</p>
        <p>A queste considerazioni appartiene ciò che l’autrice ha detto immediatamente prima. <quote>
            <foreign lang="fre">Les dialectes germaniques ont pour origine une langue mère, dans
              laquelle ils puisent tous. Cette source commune renouvelle et multiplie <pb ed="aut"
                n="2081"/> les expressions d’une facon toujours conforme au génie des peuples. Les
              nations d’origine latine ne s’enrichissent pour ainsi dire que par l’extérieur; elles
              doivent avoir recours aux langues mortes, aux richesses pétrifiées pour étendre leur
              empire. Il est donc naturel que les innovations en fait de mots leur plaisent moins
              qu’ aux nations qui font sortir les rejetons d’une tige toujours vivante</foreign>
          </quote>. — La lingua madre delle teutoniche moderne, non è più viva della latina. Ma la
          differenza è che la latina fu formata e determinata, l’antica teutonica no. Quella visse
          ed è morta, questa non è morta, perchè non è, si può dire, vissuta. La forma certa della
          lingua latina influisce sempre più o meno sulle sue figlie. Quando queste nacquero, benchè
          nuove, e non formate, contenevano in se stesse un non so che di vecchio e di formato, e
          questo vecchio e questo formato era morto. Quindi sempre un non so che di <foreign
            lang="fre" rend="italic">gêne</foreign> nelle nostre lingue, se si paragonano
          all’infinita libertà e potenza della tedesca e della greca. La madre <pb ed="aut" n="2082"
          /> delle moderne teutoniche non essendo mai stata formata, si può dire che appena sia
          madre; si può dire che le sue figlie non sieno figlie, ma una continuazione di lei, una
          formazione e determinazione di essa, che non avea mai ricevuto forma ec. Ella dunque ancor
          vive; e le lingue moderne teutoniche derivano dall’antico senza interruzione, senza una
          intermedia rinnovazione totale di forme, che pone quasi un muro di separazione fra le
          lingue meridionali e le loro antiche sorgenti. La lingua antica teutonica si presta dunque
          al moderno come si vuole; e la radice delle sue figlie ancor vive, perch’ella non ebbe mai
          una tal forma che la determinasse e circoscrivesse e attaccasse inseparabilmente al tempo
          suo, ad un carattere di una tal età, all’indole antica ec. e la diversificasse dalla
          lingua di un altro tempo, per derivata ch’ella fosse da lei, e simile a lei, e debitrice a
          lei ec. L’ebbe bensì la latina, ed ella è morta col carattere e le circostanze di quei
          tempi a’ quali fu attaccata, ne’ quali ricevè <emph>piena</emph> forma, e determinazione.
            <pb ed="aut" n="2083"/> Non l’ebbe la greca, ed ella perciò si rassomiglia sommamente
          alla tedesca, ma solo per queste circostanze e qualità esteriori, non già per le qualità
          intrinseche, le quali sono tanto diverse, quanto il carattere meridionale dal
          settentrionale. E perciò sarebbe sciocco il credere che il carattere della lingua tedesca
          somigliasse a quello della greca sostanzialmente. Bisognerebbe veder tutte due queste
          lingue ben formate, e allora la discrepanza dell’indole, sarebbe somma. Bensì, stante la
          detta conformità esteriore, la lingua tedesca è adattabile a tutte le qualità intrinseche
          e proprie della lingua greca; ma non senza perdere la sua natura, il suo spirito e gusto
          nativo, la sua originalità. Lo sarebbe nè più nè meno anche la greca rispetto alla
          tedesca.</p>
        <p>L’antico teutonico dunque non si può diversificare dal moderno tedesco, nè considerar
          questo e quello come due individui, ma come un solo, anticamente fanciullo, oggi adulto.
          Dove che l’italiano p. e. e il latino sono due individui parimente maturi, e diversi l’uno
          dall’altro. Tutto ciò non prova l’adattabilità e conformabilità particolare della lingua
          tedesca, ma la conformabilità comune a tutte le <pb ed="aut" n="2084"/> lingue non mai
          state formate, e la fecondità comune a tutte le lingue la cui origine non si può fissare a
          cinque o sei secoli addietro, come dell’italiana, ma si perde nella caligine dei tempi.
          Perciò la lingua tedesca ha ancora e potrà avere, finchè non riceverà perfetta forma,
          indole tanto moderna quanto antica, o piuttosto nè l’una nè l’altra; a differenza
          dell’inglese che è pur sua sorella carnale, ma che per diverse circostanze, ha ricevuto
          maggior forma e determinazione, e <emph>proprietà</emph>. La lingua ebraica se oggi si
          continuasse a scrivere, sarebbe nel caso della tedesca, e ci fu veramente negli scritti
          de’ rabbini, i quali sono veramente ebraici, sebbene tanto abbiano affare coll’antico
          ebraico, quanto il tedesco coll’antico teutonico, il quale appena si conosce. Laddove nè
          gli scritti latini de’ bassi tempi, nè gl’italiani, sono o furono latini perchè il latino
          ricevè una forma certa e determinata, <pb ed="aut" n="2085"/> fuor della quale non v’è
          latinità. Ma v’è sempre teutonicità ed ebraicità fuor dell’antico teutonico ed ebraico,
          che non furono mai formati nè circoscritti, in modo che si potesse dire, questa frase ec.
          non è teutonica. Così proporzionatamente discorrete del greco, la cui libertà a differenza
          del latino, nacque indubitatamente dalla differenza delle circostanze sociali e politiche,
          e dalla molta maggior quantità di tempo in cui la lingua greca fiorì per iscrittori ottimi
          e sommi, non come linguisti, ma come scrittori. (13. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il lui reste encore</foreign>
          </quote> (<bibl lang="fre">
            <title>à l’Allemand</title>
          </bibl>) <quote>
            <foreign lang="fre">une sorte de roideur qui vient peut-être de ce qu’on ne s’en est
              guère servi ni dans la société ni en public</foreign>
          </quote>. l. c. p. 246. (13. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">L’Allemand est en lui-même une langue aussi primitive et d’une
              construction presque aussi savante que le grec. <pb ed="aut" n="2086"/> Ceux qui ont
              fait des recherches sur les grandes familles des peuples, ont cru trouver les raisons
              historiques de cette ressemblance: toujours est-il vrai qu’on remarque dans l’allemand
              un rapport grammatical avec le grec; il en a la difficulté sans en avoir le charme;
              car la multitude des consonnes dont les mots sont composés les rendent plus bruyants
              que sonores. On diroit que ces mots sont par eux-mêmes plus forts que ce qu’ils
              expriment, et cela donne souvent une monotonie d’énergie au <hi rend="italic"
              >style</hi>... J. J. Rousseau a dit que les langues du Midi étoient filles de la joie,
              et les langues du Nord, du besoin... L’allemand est plus philosophique de beaucoup que
              l’italien, plus poétique par sa hardiesse que le français, plus favorable au rhythme
              des vers que l’anglais: mais il lui reste encore</foreign>
          </quote> ec. V. la pag. qui dietro.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2087"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">La simplicité grammaticale est un des grands avantages des langues
              modernes: cette simplicité, fondée sur des principes de logique communs à toutes les
              nations, rend très facile de s’entendre; une étude très-légère suffit pour apprendre
              l’italien et l’anglais; mais c’est une science que l’allemand. La période allemande
              entoure la pensée comme des serres qui ouvrent et se referment pour la saisir. <hi
                rend="italic">Une construction de phrases à peu près telle qu’elle existe chez les
                anciens</hi> s’y est introduite plus facilement que dans aucun autre dialecte
              européen; mais les inversions ne conviennent guère aux langues modernes</foreign>
          </quote> ec. e segue riprendendo il troppo uso delle inversioni nel tedesco. <bibl>l. c.
            p. 2457</bibl>.</p>
        <p>Una lingua somigliante per indole alle antiche, e somigliante in particolare alla greca,
          siccome è la tedesca, è pure <foreign lang="fre" rend="italic">éminemment</foreign>
          <pb ed="aut" n="2088"/> (come dice la Staël in altro luogo) propria alla filosofia. La
          lingua tedesca non ha indole antica, se non perch’ella non è ancora abbastanza formata,
          per aver presa un’indole decisamente propria del tempo in cui ella è scritta; e perciò
          solo ella ha quel vago, e quel libero, e quel vario ch’è proprio delle lingue antiche. Per
          acquistare indole moderna, una lingua ancorchè moderna, ha bisogno di molto maggior
          coltura, uso, arte, cospirazione di scrittori e di mezzi, che non ne avevano le lingue
          antiche per acquistare una forma propria del tempo loro, o le lingue moderne per
          acquistare una forma antica. Giacchè la forma antica era molto più vaga e indeterminata
          della moderna, e poco bastava a proccurarla e stabilirla.</p>
        <p>Ma prescindendo da ciò, quest’esempio di fatto prova e conferma quello che in diversi
          luoghi ho detto: 1. che <pb ed="aut" n="2089"/> le lingue d’indole antica sono capacissime
          della più sottile filosofia, e di esprimere ogni più riposta ed elementare idea umana; 2.
          che la lingua greca (simile alla tedesca) lo fu, e lo sarebbe anche oggi se vivesse, ed
          avrebbe potuto servire ai nostri tempi molto meglio della latina se ec. ec. ec. 3. che la
          lingua italiana essendo fra le lingue moderne formate la più antica di fatto e d’indole,
          la più libera ec. (tanto ch’ella vince in queste qualità la stessa latina sua madre) è
          sommamente capace di filosofia, per astrusa che possa essere, quando coloro che
          l’adoprano, sappiano conoscere e impiegare le sue qualità, e le immense sue forze, e le
          forme di cui è suscettibile per sua natura, e volerla applicare alle cose moderne ec. (14.
          Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il est très-facile d’écrire dans <pb ed="aut" n="2090"/> cette
              langue</foreign>
          </quote> (tedesca) <quote>
            <foreign lang="fre">avec la simplicité de la grammaire française, tandis qu’il est
              impossible en français d’adopter la période allemande, et qu’ainsi donc il faut la
              considérer comme un moyen de plus</foreign>
          </quote>. <bibl>l. c. p. 247</bibl>.</p>
        <p>Ciò non accade se non perchè il tedesco non è ben formato, non ha indole nè costruzione
          ec. decisa, e decisamente propria. (E come altrimenti se <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">en Allemagne, il n’y a de goût fixe sur rien, tout est
              indépendant, tout est individuel. L’on juge d’un ouvrage par l’impression qu’on en
              reçoit, et jamais par les règles, puisqu’il n’y en a point de généralement admises:
              chaque auteur est libre de se créer une sphère nouvelle</foreign>
          </quote>. <bibl>2.de part. ch. 1. p. 186</bibl>. Qual è la nazione e la letteratura, tale
          la lingua, e viceversa. Non formata quella, non formata, non ben regolata, non
          determinata, non <pb ed="aut" n="2091"/> circoscritta questa.) Il greco infatti sarebbe
          stato capacissimo del periodo latino, e d’ogni qualità latina (come si vide cogli effetti,
          secondo che dico altrove): non così viceversa, perchè il latino era pienamente formato, e
          così la letteratura latina, stante le circostanze sociali e politiche della nazione.
          L’italiano è così facilmente e pienamente adattabile al periodo ec. francese, come pur
          troppo vediamo, ma non senza perdere la sua originalità, e il gusto proprio e
            <emph>naturale</emph> della nazione che lo parla. E questo appunto è il caso del
          tedesco, quando si adatta al francese, (e se non lo è, ciò appunto vuol dire che il
          tedesco non è ancora formato) questo il caso del greco quando in certo modo si adattò al
          latino, ec. Quest’adattabilità insomma non è diversa dalla corruttibilità, e l’atto di
          essa, non è diverso dalla corruzione. (Ma la corruzione vien dopo il perfezionamento, e se
          un tal atto non par corruzione nel tedesco, ciò vuol dire ch’egli non è ancora perfetto,
          nè in grado di manifestare una corruzione ec.)</p>
        <p>La lingua francese inadattabile affatto al periodo o a qualunque altra proprietà
          italiana, siccome di qualunque altra <pb ed="aut" n="2092"/> lingua, pare che non sia
          soggetta a corruzione veruna che venga da gusto ec. ec. straniero. (E tal è pure il caso
          della loro letteratura, costumi ec.) Così è infatti per una parte, ma per l’altra 1. ogni
          volta che per qualche possibilissima circostanza politica o qualunque, ella fosse forzata
          ad adattarsi o transigere con qualche cosa o qualità straniera, contraddicendo ciò
          dirittamente alla sua natura, tutto l’intero edifizio della lingua francese rovinerebbe,
          ed essa lingua non sarebbe più francese. 2. ho mostrato altrove com’ella sia soggetta ad
          una corruzione inevitabile che nascerà, anzi si va senza interruzione formando nello
          stesso seno di lei, e della sua nazione; perchè questa come tutte le cose umane, ma essa
          soprattutto, è variabilissima, laddove la lingua francese è invariabile. Ed è certo che la
          lingua francese più che dallo straniero, dee temer la corruzione dal nazionale, qual fu
          quella dell’italiano <pb ed="aut" n="2093"/> nel 600. e possiamo anche dire nel 400. (14.
          Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">En examinant les ouvrages dont se compose la littérature allemande,
              on y retrouve, suivant le génie de l’auteur, les traces de ces différentes cultures,
              comme on voit dans les montagnes les couches des minéraux divers que les révolutions
              de la terre y ont apportés. Le style change presque entièrement de nature suivant
              l’écrivain, et les étrangers ont besoin de faire une nouvelle étude à chaque livre
              nouveau qu’ils veulent comprendre</foreign>
          </quote>. <bibl>l. c. 2.de part. ch. 3. p. 201. fine</bibl>. (14. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Che la lingua tedesca abbia più che qualunque altra moderna conservato lo spirito,
          l’andamento ec. della teutonica, cioè si rassomigli alla sua madre più di ogni altra
          lingua colta europea, non deriva da altro se non da questo che nè la madre fu mai nè la
          figlia è peranche interamente formata. <pb ed="aut" n="2094"/> Questo fa che la lingua
          tedesca, essendo moderna, possa ancora decisamente rassomigliarsi ad una lingua antica, e
          servendo alle cose moderne possa avere ed abbia un’indole antica, qualità antiche,
          proprietà non proprie di que’ tempi ne’ quali è adoperata. E questo pur fa vicendevolmente
          che la lingua teutonica essendo antica possa pur contenere tanta disposizione che basti
          alle cose moderne, perciocch’ella non fu mai circoscritta nè determinata da nessuna forma
          completa datale da un uso stretto o di società o di letteratura ch’ella non ebbe mai.
          (Bensì si può credere che la lingua tedesca, quando sarà finita di formare conserverà
          tanto della sua indole antica che la rassomigli alla greca, e all’italiana in queste
          qualità esteriori, e ciò per la conformità delle circostanze sociali e politiche ch’ella
          ha con queste due lingue, e la differenza <pb ed="aut" n="2095"/> ch’ella ha con la latina
          e colla francese rispetto alle dette circostanze ec.)</p>
        <p>Molto tempo ci vuole perchè una lingua riceva una forma completa, ed un’indole al tempo
          stesso decisamente propria, e decisamente definita. La lingua tedesca non ha ancora
          compito questo tempo, e le sue circostanze sociali e politiche e letterarie rallentano
          indicibilmente i suoi progressi verso questo fine. Che uniformità trovare in una lingua,
          dove ogni scrittore forma da se una scuola letteraria, dove, v. p. 2090. mezzo, dove non
          v’è centro nessuno 1. letterario, 2. sociale, 3. politico, 4. di opinione, 5. di gusti, 6.
          di costumi ec. ec.?</p>
        <p>Molto tempo ci vuole perchè una lingua riceva una forma decisamente propria del tempo in
          cui ella è adoperata ec. La lingua francese avea già prodotto un Amyot e un Montagne, nè
          peranche l’aveva, e non la ricevè propriamente che sui principii del passato <pb ed="aut"
            n="2096"/> secolo. Quanti scrittori che ancora si ammirano, o si ricordano o vedono
          ricordati con ammirazione avea prodotti la lingua latina, che tuttavia non ebbe forma
          completa e propria del tempo ec. se non da Cicerone?</p>
        <p>Prima di questa forma, tutte le lingue sono liberissime, onnipotenti, (anche quelle di
          nazioni o schiave, o riunite ad un sol centro, e dipendenti da una stretta società ec.
          come lo era la lingua francese prima di Luigi 14. la latina prima di Cicerone eppure
          ambedue erano liberissime ec.) adattabili a quello che si voglia; tutte sono d’indole
          antica, cioè d’indole indeterminata, e naturale, e insubordinata, che questo è insomma il
          carattere antico nelle lingue, e in tutt’altro. Tutte formandosi, perdono gran parte di
          queste qualità, le perdono necessariamente, perchè altrimenti non sarebbero formate nè
          uniformate, e ricevono un’impronta propria e speciale del tempo in cui ottengono <pb
            ed="aut" n="2097"/> questa forma. Da quel punto in poi, e non da ciò che tale o tal
          lingua era prima di quel punto, bisogna considerare le proprietà di essa lingua, e
          giudicare del più o meno della sua libertà, potenza, ardire, varietà, ricchezza,
          adattabilità, pieghevolezza ec.</p>
        <p>L’italiana ha già passato da lungo tempo questo punto. La francese da qualche tempo meno.
          Ma ambedue l’hanno passato, e qual sia il grado in cui bisogna considerarle isolatamente e
          rispettivamente, quanto alle dette qualità, s’è detto molte volte. La tedesca non l’ha
          ancora passato. Non c’è giudizio non c’è paragone da fare su di lei in proposito di tali
          qualità, o di verun’altra, ma di queste massimamente.</p>
        <p>Io son certo che se la lingua russa e polacca continuando ad esser coltivate, usciranno
          dal grado in cui sono, di pure immagini <pb ed="aut" n="2098"/> della lingua e letteratura
          francese, (grado in cui si trovò parimente la tedesca ne’ principii del secolo passato,
          sin verso la metà) e se cominceranno ad acquistare un’indole, e una forma propria
            <emph>della nazione</emph>, e <emph>del tempo</emph>, e originale; son certo, dico, che
          in questi principii di formazione, si dirà di esse lingue e letterature, quello che oggi
          si dice della tedesca, che si trova appunto in quest’epoca di formazione incominciata, e
          non compita, e difficile a compiere per le sue circostanze nazionali. Così anche la lingua
          e letteratura Inglese al tempo di Anna, sebben ella aveva già da molto tempo uno
          Shakespeare, scrittore veramente nazionale. Si dirà cioè che la lingua russa e polacca
          sono d’indole antica, rassomigliano moltissimo alle loro madri, sono liberissime,
          pieghevolissime, varie, ricche, capaci d’ogni cosa, arditissime, spesso oscurissime e
          irregolari, e non per tanto eleganti ec. Così delle letterature.</p>
        <p>Quando poi la loro formazione sarà <pb ed="aut" n="2099"/> compiuta, stabilita,
          perfezionata, allora solo si potrà veramente giudicare delle loro qualità; allora non so
          che cosa se ne dirà, ma posso congetturarlo. Cioè, stante le circostanze politiche de’
          russi e polacchi diversissime da quelle de’ tedeschi, si può prevedere che incominciata
          che sarà una effettiva formazione delle loro lingue e letterature, questa (massime in
          Russia) progredirà più rapidamente assai che non ha fatto in Germania, acquisterà più
          presto una struttura e un’indole uniforme e determinata, e il carattere loro, quando sarà
          finito di formare, riuscirà molto meno prossimo all’antico, molto più moderno e
          contemporaneo, molto meno libero, potente, pieghevole, molto più stretto da regole e
          circoscrizioni, molto più debole, e non per tanto più grazioso forse, e meno ruvido ec.
          ec. del tedesco; si accosterà insomma di nuovo al francese, più assai che al tedesco; <pb
            ed="aut" n="2100"/> quanto comporterà la differenza che passa tra il settentrionale e il
          meridionale; si accosterà soprattutto all’inglese, quanto comporterà la differenza che
          passa tra un popolo libero, e un governo assoluto.</p>
        <p>Anche la lingua italiana quando si stava formando, (sebbene anche poscia ha sortito
          un’indole liberissima) nondimeno manifestava allora quell’eccessiva libertà, adattabilità,
          onnipotenza ch’è propria di tutte le lingue in tal epoca. E parimente andava soggetta a
          quei difetti che nascono da tali qualità; onde nello stesso cinquecento, quando si stava
          perfezionando la lingua italiana, essa rassomigliava nel Guicciardini al tedesco quanto
          all’oscurità e confusione che deriva dall’abuso della potenza che avea la nostra lingua di
          abbracciare con un solo periodo un’infinità di sentenze, <pb ed="aut" n="2101"/> di
          concatenare insieme mille pensieri; di chiudere un ragionamento, un discorso intero, un
          intero sistema o circuito d’idee, in un solo periodo. (qualità che la Staël nota più volte
          e rimprovera nel tedesco). Parimente si rassomigliava esteriormente al tedesco nell’abuso
          delle inversioni, delle figure, di tutte le facoltà non logiche che può possedere una
          lingua, e che la nostra infatti possedeva.</p>
        <p>In tale stato, se avessimo discorso come i tedeschi, avremmo forse creduto che la lingua
          nostra fosse attissima alle traduzioni. Tutto l’opposto si credè nel 500. e si crede di
          quel tempo anche ora, che si vedono le traduzioni allora fatte, ottime talvolta come
          opere, ma come traduzioni non mai. Terminata di perfezionare la nostra lingua, e perdè
          quei difetti, e divenne più atta alle traduzioni che mai fosse altra lingua perfetta. (15.
          Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2102"/> Espressione degli occhi. Perchè si ha cura <foreign lang="lat"
            rend="italic">fino ab antico</foreign> di chiuder gli occhi ai morti? Perchè con gli
          occhi aperti farebbero un certo orrore. E questo orrore da che verrebbe? Non da altro che
          da un contrasto fra l’apparenza della vita, e l’apparenza e la sostanza della morte.
          Dunque la significazione degli occhi è tanta, ch’essi sono i rappresentanti della vita, e
          basterebbero a dare una sembianza di vita agli estinti. Egli è certo che la sede
          dell’anima quanto all’esteriore, son gli occhi, e quell’animale o quell’uomo estinto, a
          cui non si vedono gli occhi, facilmente si crede che non viva; ma finattanto che gli occhi
          se gli vedono, si ha pena a credere che l’anima non alberghi in essi, (quasi fossero
          inseparabili da lei), e il contrasto fra quest’apparenza, questa specie di opinione, e la
          certezza del contrario, cagiona un raccapriccio, massime trattandosi de’ nostri simili,
          perchè ogni sensazione è viva, ogni contrasto è notabile in tali soggetti (cioè morte del
          nostro simile); eccetto <pb ed="aut" n="2103"/> il caso di abitudine formata a tali
          sensazioni, ec. (15 Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le stesse circostanze sociali e politiche e cronologiche che renderono la lingua latina
          tanto più determinata, e meno libera della greca, e tanto più legata rispetto a questa,
          quanto più perfetta rispetto alla medesima, resero ancora la letteratura latina assai più
          determinata, perfetta, formata e raffinata della greca, e forse di qualunque altra siasi
          mai vista, anche (senza dubbio) fra le moderne. Ma queste medesime circostanze, e queste
          medesime perfezioni la resero (siccome la lingua) assai meno originale e varia della
          greca. I latini scrittori furono grandi per arte, i greci per natura, parlando di ambedue
          generalmente. I latini ebbero un gusto certo, formato, ragionato, i greci più naturale che
          acquisito, e però vario, e originale ec. Qual è la lingua tale è sempre insomma la
          letteratura, e viceversa.</p>
        <p>Sebbene il maggior numero de’ grandi scrittori greci, massimamente ne’ migliori tempi
          della greca letteratura, fu Ateniese (come da molti si è osservato, e in <pb ed="aut"
            n="2104"/> particolare da Velleio sulla fine del primo), sebbene il secol d’oro detto di
          Pericle non appartenesse che agli Ateniesi, ec. ec. nondimeno nè la lingua nè la
          letteratura greca non fu mai ristretta a quei termini di unità, che definiscono,
          uniformano, assoggettano, regolano una letteratura, o lingua e la rendono meno varia,
          libera, originale ec. E questo perchè non v’ebbe in Atene, neppure in quei tempi, tanto
          spirito di società giornaliera come in Roma, e perchè gli stessi scrittori Ateniesi, e in
          quel secolo e poi, non si restrinsero mai per nessun modo al solo dialetto Ateniese, o al
          solo gusto Ateniese; anzi per lo contrario ec. E di più ciascuno scrittore pensò e scrisse
          da se, e si formò da se una scuola, una lingua, uno stile, una letteratura. ec. (V. la p.
          2090.) Senofonte detto l’<emph>ape attica</emph>, e tipo di atticismo, fu esiliato come
            <foreign lang="grc">λακωνίζων</foreign>, visse quasi sempre fuori d’Atene, viaggiò molto
          in <pb ed="aut" n="2105"/> Grecia in Asia ec. (così anche Platone in Egitto, in Sicilia
          ec. così altri grandi di que’ tempi) e fuori d’Atene scrisse o tutte o quasi tutte le sue
          opere. (16. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1154. principio. Di questo <foreign lang="lat" rend="italic">cogitare</foreign> e
          della sua origine e significato frequentativo o continuativo (che secondo la sua
          formazione può aver l’uno e l’altro valore) v. il Forcellini in <title lang="lat"
          >Cogito</title> nel principio. Ed osserva ch’egli crede e dice traslato il senso di detto
          verbo in questo luogo di <bibl>
            <author>Virg.</author> 1. <title>Georg.</title> 461. seqq.</bibl>
          <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Denique, quid vesper serus vehat, unde serenas</l>
              <l>Ventus agat nubes, quid <hi rend="italic">cogitet</hi> humidus Auster,</l>
              <l>Sol tibi signa dabit.</l>
            </lg>
          </quote> (Forcell. <title lang="lat">Cogito</title>. in fine.) Ora io per lo contrario lo
          credo proprio e primitivo, almeno in quanto <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cogitare</foreign> viene da <foreign lang="lat" rend="italic">cogere</foreign> nel
          significato di <emph>raunare</emph> ec. L’interpretazione di Servio favorisce il
          Forcellini, <pb ed="aut" n="2106"/> quella dell’Ascensio la mia. (16. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1129. marg. fine. Se, come altrove ho sospettato, il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">pernoctare</foreign> è formato da un semplice <foreign lang="lat"
            rend="italic">notare</foreign>, questo pur viene da un monosillabo <foreign lang="lat"
            rend="italic">nox</foreign>. Ed osservate che questa idea di <emph>notte</emph> è
          altutto primitiva, siccome quella di <foreign lang="lat" rend="italic">dies</foreign> che
          è pur monosillabo secondo le osservazioni da me fatte. Così anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">sol, vis</foreign> (onde <foreign lang="lat" rend="italic"
          >virere</foreign>, se <foreign lang="lat" rend="italic">vires</foreign> non è che il
          plurale di <foreign lang="lat" rend="italic">vis</foreign> ec. ec.). (16. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2063. Nondimeno sì l’uso pubblico della lingua inglese parlata, sì l’unità della
          nazione, hanno assai più determinata e uniformata la detta lingua, ed anche la
          letteratura, di quello che sia la lingua e la letteratura tedesca. (Aggiungete che la
          lingua inglese è parlata nel parlamento in modo in cui possa essere scritta, dovendosi
          pubblicare le orazioni de’ membri ec.) E intanto <pb ed="aut" n="2107"/> queste
          circostanze non hanno bastato a togliere alla lingua e letteratura inglese uno spirito di
          libertà di varietà ec. in quanto l’Inghilterra manca di società privata; il carattere e
          l’abitudine e i costumi della nazione son liberi; essendo il popolo inglese de’ più liberi
          d’Europa, e l’individuo godendo di somma indipendenza, essa nazione non è nè può essere
          così strettamente una, come la francese ec.;e finalmente sebbene l’Inghilterra ha una
          capitale anche più vasta della Francia, nondimeno l’Inghilterra non è contenuta in Londra,
          come la Francia in Parigi, e come già l’impero romano, e la nazion latina in Roma. (16.
          Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto che l’uomo di gran sentimento è soggetto a divenire insensibile più presto e più
          fortemente degli altri, e soprattutto di quegli di mediocre sensibilità. Questa verità si
          deve estendere ed applicare a tutte quelle parti, generi ec. ne’ quali il sentimento <pb
            ed="aut" n="2108"/> si divide e si esercita, come la compassione ec. ec. Sebbene è
          verissimo che l’uomo di sentimento è destinato all’infelicità nondimeno assai spesso
          accade ch’egli nella sua giovanezza, divenga insensibile al dolore e alla sventura, e che
          tanto meno egli sia suscettibile di dolor vivo dopo passata una certa epoca, e un certo
          giro di esperienza, quanto più violento e terribile fu il suo dolore e la sua disperazione
          ne’ primi anni, e ne’ primi saggi ch’egli fece della vita. Egli arriva sovente assai
          presto ad un punto, dove qualunque massima infelicità non è più capace di agitarlo
          fortemente, e dall’eccessiva suscettibilità di essere eccessivamente turbato, passa
          rapidamente alla qualità contraria, cioè ad un abito di quiete e di rassegnazione sì
          costante, e di disperazione così poco sensibile, che qualunque nuovo male gli riesce
          indifferente (e questa si può <pb ed="aut" n="2109"/> dire l’ultima epoca del sentimento,
          e quella in cui la più gran disposizione naturale all’immaginazione alla sensibilità,
          divengono quasi al tutto inutili, e il più gran poeta, o il più dotato di eloquenza che si
          possa immaginare, perde quasi affatto e irrecuperabilmente queste qualità, e si rende
          incapace a poterle più sperimentare o mettere in opera per qualunque circostanza. Il
          sentimento è sempre vivo fino a questo tempo, anche in mezzo alla maggior disperazione, e
          al più forte senso della nullità delle cose. Ma dopo quest’epoca, le cose divengono tanto
          nulle all’uomo sensibile, ch’egli non ne sente più nemmeno la nullità: ed allora il
          sentimento e l’immaginazione son veramente morte, e senza risorsa.) Nessuna cosa violenta
          è durevole. Laddove gli uomini di mediocre sensibilità, restano più o meno suscettibili
            <pb ed="aut" n="2110"/> d’infelicità viva per tutta la vita, e sempre capaci di nuovo
          affanno, da vecchi poco meno che da giovani, come si vede negli uomini ordinarii
          tuttogiorno. (17. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Qualunque sensazione a cui l’animo umano non attenda <emph>punto</emph>, non può
          assolutamente essere ricordata neppure il momento dopo. La memoria non istà mai senza
          l’attenzione. Giornalmente noi proviamo di tali sensazioni alle quali punto non
          attendiamo, e di queste non possiamo mai ricordarci, sebbene la sensazione, quantunque non
          attesa, l’abbiamo però realmente provata. Per es. quel romore che fa il pendolo
          dell’oriuolo, senza che noi v’attendiamo punto, a causa dell’assuefazione. E cento altre
          tali. Se l’attenzione è menoma, menoma è la memoria in tutti i sensi. Per es. un discorso
          al quale non abbiamo badato quasi nulla, sebben tutto l’abbiamo udito e compreso, volendo
          poi richiamarlo alla <pb ed="aut" n="2111"/> memoria, stenteremo assai anche un sol
          momento dopo, (laddove un discorso assai più lungo e complicato, al quale abbiamo ben
          atteso, o volontariamente, o per forte impressione ch’esso ci abbia fatto, lo ricorderemo
          agevolmente molto tempo dopo.) Se poi saremo riusciti a richiamarlo, in tutto o in parte,
          ce ne ricorderemo di quindi innanzi agevolmente, per l’attenzione che avremo posta nel
          richiamarlo. Insomma non si dà memoria senz’attenzione (volontaria o involontaria che sia,
          come altrove ho distinto): perciocchè la memoria è l’assuefazione dell’intelletto, e
          l’intelletto non si assuefa senz’attendere, perchè senz’attendere (più o meno) non opera.
          L’attenzione raddoppia o triplica la sensazione, in modo che quella sensazione alla quale
          non abbiamo atteso, l’abbiamo provata una sola volta, e perciò non vi ci siamo potuti
          assuefare, cioè porla nella memoria; ma quella a cui abbiamo atteso, l’abbiamo provata e
            <emph>ripetuta</emph> rapidamente e senz’avvedercene, nel nostro pensiero come due, tre,
          quattro volte, secondo che l’attenzione è stata maggiore <pb ed="aut" n="2112"/> o minore,
          (l’attenzione, dico, o l’impressione che sia) e quindi vi ci siamo assuefatti più o meno,
          vi abbiamo più o meno accostumato l’animo, cioè ce la siamo posta nella memoria (volendo o
          non volendo, cercatamente o no) più o meno fortemente e durevolmente. (17. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come anche le costruzioni, l’andamento, la struttura ch’io chiamo naturale in una lingua,
          distinguendola dalla ragionevole, logica, geometrica, abbia una proprietà universale, e
          sia da tutti più o meno facilmente appresa (almeno dentro una stessa categoria di nazioni
          e di tempi), e come per conseguenza la semplicissima e naturalissima (sebbene perciò
          appunto figuratissima) struttura della lingua greca, dovesse facilitare la di lei
          universalità; si può vedere in questo, che le scritture le più facili in qualunque lingua
          per noi nuova o poco nota, sono quasi sempre e generalmente <pb ed="aut" n="2113"/> le più
          antiche e primitive, e quelle al cui tempo, la lingua o si veniva formando, e non era
          ancor pienamente formata, o non peranche era incominciata a formare. Così accade nello
          spagnuolo, così ne’ trecentisti italiani (i più facili scrittori nostri), così nella
          stessa oscurissima lingua tedesca, i cui antichi romanzi (come di un certo romanzo del
            13<hi rend="apice">zo</hi> sec. intitolato <title lang="ger">Nibelung</title>, dice
          espressamente la Staël) sono anche oggi assai più facili e chiari ad intendersi, che i
          libri moderni. Accade insomma il contrario di quello che a prima vista parrebbe, cioè che
          una lingua non formata, o non ben formata e regolata, e poco <emph>logica</emph>, sia più
          facile della perfettamente formata, e <emph>logica</emph>. (Eccetto le minuzie degli
          arcaismi, che abbisognano di Dizionario per intenderli ec. difficoltà che per lo straniero
            <emph>apprentif</emph> è nulla, e non è sensibile se non al nazionale ec. ec. Eccetto
          ancora certi ardiri propri della natura, e diversi secondo l’indole delle nazioni delle
          lingue, e degl’individui in que’ tempi, i quali ardiri piuttosto affaticano, di quello che
          impediscano di capire. V. p. 2153.) Parimente infatti <pb ed="aut" n="2114"/> i più
          antichi scrittori greci sono i più facili e chiari, perchè i più semplici, e di costrutti
          e frasi le più naturali, e lo studioso che intende benissimo Senofonte, Demostene,
          Isocrate ec. si maraviglia di non intendere i sofisti, e Luciano, e Dion Cassio, e i padri
          greci, e altri tali; e molto sbaglierebbe quel maestro che facesse incominciare i suoi
          scolari dagli scrittori greci più moderni, credendo, come può parere a prima giunta, che i
          più antichi, e più perfettamente greci, debbano esser più difficili. Così pure accade nel
          latino, che i più antichi sono i più facili, e di dizione più somigliante di gran lunga
          alla greca, che tale fu infatti la letteratura latina ne’ suoi principii, e la lingua
          latina, anche prima della letteratura, e l’una e l’altra indipendentemente ancora
          dall’imitazione e dallo studio degli esemplari e letteratura greca. Son più facili gli
          antichi poeti latini, che i prosatori del secol d’oro. (18. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gli antichi pensatori Cristiani, S. Paolo, <pb ed="aut" n="2115"/> i padri, e prima anche
          del Cristianesimo, i filosofi gentili, s’erano ben accorti di una contraddizione fra le
          qualità dell’animo umano, di una lotta e nemicizia evidente fra la ragione e la natura, di
          un impedimento essenziale ed ingenito nell’uomo (qual era divenuto) alla felicità, e per
          conseguenza di una degenerazione e corruzione dell’uomo, conosciuta e predicata anche
          nelle antichissime mitologie.</p>
        <p>Tutte queste autorità favoriscono dunque il mio sistema, colla differenza che laddove
          coloro credevano corrotta e corruttrice la natura, io credo la ragione; laddove essi
          l’uomo, io gli uomini; laddove essi credevano sostanzialmente imperfetta cioè composta di
          elementi contraddittorii l’opera di Dio, io credo tale l’opera dell’uomo, e a causa della
          sola opera dell’uomo, credo non sostanzialmente, ma solo accidentalmente imperfetta
          l’opera di Dio, e composta non di elementi contraddittorii, ma di qualità acquisite
          ripugnanti <pb ed="aut" n="2116"/> alle naturali, o di qualità naturali corrotte,
          ripugnanti fra loro, solo in quanto corrotte. Insomma laddove essi vedevano un’immensa
          imperfezione nel sistema e nell’ordine primitivo dell’uomo, io la vedo in questo sistema,
          in quanto e perchè s’è allontanato dal primitivo; e laddove essi venivano a porre l’uomo
          quasi fuori della natura, dove tutto è sì perfetto nel suo genere; io ve lo ripongo, e
          dico ch’egli n’è fuori solamente perchè ha abbandonato il suo essere primitivo. ec. ec.</p>
        <p>Ognun vede come quella opinione sia assurda, e questa verissima e necessaria, mentre però
          tutte due derivano da una medesima osservazione di fatto, posta la quale, a me pare
          impossibile il dedurne conseguenze diverse dalle mie, e molto più il dedurne delle
          contrarie.</p>
        <p>Del resto gli antichi e la massima parte de’ moderni (com’era naturalissimo) non hanno
          mai ben distinto quello ch’è ragione da quello ch’è natura, quello ch’è primitivo dal
          puramente acquisito, quelle qualità o disposizioni <pb ed="aut" n="2117"/> che sono in
          istato naturale, da quelle che più non vi sono; hanno creduto mille volte, e credono
          tuttogiorno, la ragione natura, gli effetti di quella, effetti di questa, essenza
          l’accidente, necessario il casuale, naturale ciò che la natura con mille ostacoli aveva
          impedito ec. ec. ec. Quindi non è maraviglia se caddero e cadono in quell’assurdissimo
          scambio che ho detto, e se non possono conciliare le qualità naturali dell’uomo con se
          stesse, (mentre fra queste pongono le artifiziali, e le affatto contrarie alla natura, e
          ne scartano le naturalissime) nè possono combinare le parti del sistema umano, nè
          conciliare la natura umana, col sistema generale della natura, e colle altre singole parti
          di esso. (18. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1109. marg. principio. Da <foreign lang="lat" rend="italic">secutus</foreign> noi
          dovevamo far <emph>seguitare</emph>, e non <emph>secutare</emph>, perchè in
          <emph>seguire</emph> che viene indubitatamente da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sequi</foreign>, noi facciamo nel participio non <emph>secuto</emph>, ma
          <emph>seguito</emph> che altrettanto indubitatamente <pb ed="aut" n="2118"/> viene da
            <foreign lang="lat" rend="italic">secutus</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >seguutus</foreign>, e quindi <emph>seguitare</emph> da <emph>seguito</emph>, e per
          conseguenza da <foreign lang="lat" rend="italic">secutus</foreign>. (18. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Piace l’essere spettatore di cose vigorose ec. ec. non solo relative agli uomini ma
          comunque. Il tuono, la tempesta, la grandine, il vento gagliardo, veduto o udito, e i suoi
          effetti ec. Ogni sensazione viva porta seco nell’uomo una vena di piacere, quantunque ella
          sia per se stessa dispiacevole, o come formidabile, o come dolorosa ec. Io sentiva un
          contadino, al quale un fiume vicino soleva recare grandi danni, dire che nondimeno
            <emph>era un piacere</emph> la vista della piena, quando s’avanzava e correva
          velocemente verso i suoi campi, con grandissimo strepito, e menandosi davanti gran
          quantità di sassi, mota ec. E tali immagini, benchè brutte in se stesse, riescono infatti
          sempre belle nella poesia, nella pittura, nell’eloquenza ec. (18. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2022. fine. L’errore de’ Gramatici ec. <pb ed="aut" n="2119"/> in ordine ai verbi
          formati dal participio in <emph>us</emph> di altri verbi, col troncamento
          dell’<emph>us</emph> e la semplice aggiunta dell’<emph>are</emph> nell’infinito, verbi
          ch’io chiamo continuativi, si è di non avere osservato che questa tal formazione (ch’essi
          non potevano non conoscere, sebbene non so se l’abbiano mai avvertita e specificata
          distintamente, e secondo le sue regole e qualità) avesse una forza, e un fine, e un valore
          proprio, distinto, speciale, assegnato, determinato, particolare. E l’aver creduto, ora
          che fossero frequentativi come quelli in <emph>itare</emph>, senza veruna differenza,
          quasi la diversità della formazione fra questi e quelli, fosse o casuale, o arbitraria, o
          insomma di nessun conto; ora che fossero contratti, o in qualunque modo derivati dai verbi
          in <emph>itare</emph>, e stessero insomma in vece loro (onde tanto fosse <foreign
            lang="lat" rend="italic">ductare</foreign> quanto <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ductitare</foreign>, e così di tutti gli altri verbi in solo <emph>are</emph>, che
          hanno per compagni <pb ed="aut" n="2120"/> altri verbi analoghi in <emph>itare</emph>, e
          che questi e quelli si usassero indifferentemente); ora che non ci fosse alcuna diversità
          primitiva di valore e di qualità fra i verbi originarii, e quelli formati colla sola
          giunta dell’<emph>are</emph>, dai loro participi in <emph>us</emph> troncando
          l’<emph>us</emph>. (18. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2059. Viceversa, dacchè le circostanze politiche e sociali dell’imperio romano
          erano quali ho detto, da che la capitale era così immensa, dacchè Roma il vero centro, la
          vera immagine e tipo della nazione e dell’impero, e da che questo e quella erano realmente
          contenuti in Roma, come la Francia in Parigi, non poteva accadere se non come accadde,
          cioè che l’unica lingua latina, o dialetto riconosciuto, letterato ec. fosse il Romano,
          come in Francia il Parigino, e che la lingua, letteratura, costume, spirito, gusto della
          capitale, determinasse quello dell’impero, e massime dell’Italia, come fa Parigi <pb
            ed="aut" n="2121"/> in Francia. Gli scrittori latini per forestieri che fossero, in Roma
          si allevavano, e conversavano lungo tempo, e quivi insomma imparavano a scriver latino.
          Quelli che non vivevano in Roma, o che poco vi dimorarono, si allontanarono spessissimo
          dalla proprietà latina, che non era se non Romana, scrissero in dialetto più o meno
          diverso dal Romano, e oggi si chiamano barbari. Ciò non fu, si può dire, se non se nei
          bassi tempi, cioè specialmente dopo Costantino, quando Roma scemata di potenza e
          d’autorità ec. non fu più il centro o l’immagine dell’impero. La degenerazione della
          lingua latina che allora accadde si attribuisce ai tempi, ma si deve anche attribuire ai
          luoghi, cioè alle circostanze che tolsero alla lingua latina l’unità, togliendole il suo
          centro e modello ch’era Roma, e dividendola in dialetti, e di romana facendola latina, e
          introducendo nella letteratura latina, <pb ed="aut" n="2122"/> voci, forme, linguaggi non
          Romani. (18. Nov. 1821.). V. qui sotto immediatamente.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’Italia non ha capitale. Quindi il centro della lingua italiana si considera Firenze,
          come già si considerò la Sicilia. In tutte le monarchie la buona e vera lingua nazionale
          risiede nella Capitale, (Parigi, Madrid, o Castiglia, Londra ec.) più o meno notabilmente
          secondo la grandezza, l’influenza, la società di essa capitale, e lo spirito e gli ordini
          politici e sociali della nazione.</p>
        <p>Quando il centro della lingua non è la capitale, il che non può essere se non quando
          capitale non v’è, esso non può nè pretendere nè esercitare di fatto una più che tanta
          influenza (quando anche le capitali n’esercitano poca, se poca influenza hanno politica e
          sociale). Così accadde in Grecia. Atene non esercitò nè pretese più che tanto impero sulla
          lingua. In Germania nessun paese l’esercita o lo pretende.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2123"/> Di più tale influenza, qualunque sia o sia stata, non può essere
          che temporanea, dipendente dalle circostanze, e soggetta a scemare, crescere, svanire,
          mutar di posto insieme con esse. Tale influenza non derivando dall’essere di capitale, nè
          dall’influenza politica, non può derivare se non da quella influenza sociale che è data da
          una maggioranza di coltura e letteratura, e che si esercita mediante queste. Firenze e la
          Toscana ebbero infatti questa maggioranza dal 300 al 500 (sebbene nel 500. non tanta, e
          però la loro influenza sulla lingua fu allora effettivamente minore.) Oggi tanto è lungi
          che l’abbiano, che, lasciando la lingua dove i toscani sono più ignoranti che qualunque
          altro italiano (come furono in parte anche nel 500.), secondo che apparisce da tuttociò
          che si stampa in quel paese (intendo la lingua scritta), Firenze in letteratura sottostà a
          tutte le altre metropoli e città <pb ed="aut" n="2124"/> colte d’Italia, eccetto forse
          Roma, e la Toscana se non a tutte le provincie italiane, certo cede al Piemonte,
          Lombardia, Veneziano, e non supera punto nè le Marche, nè il Napoletano.</p>
        <p>La corruzione della barbarie straniera è maggiore in Toscana tanto nelle scritture,
          quanto nella civil conversazione che nel resto d’Italia anzi quivi è nel suo colmo, e la
          riforma non v’ha quasi messo piede. Come dunque dovrà ella esser la Capitana di questa
          riforma? Del resto non si può considerare se non la superiorità o inferiorità nella lingua
          scritta e civile, sola che spetti alla letteratura, sola che possa esser nazionale.</p>
        <p>La preminenza dunque della letteratura, sola causa che potesse dare a Firenze il primato
          sulla lingua, e che glielo desse in effetto, è cessata, anzi convertita in inferiorità.
          (Appunto la letteratura è in meschinissimo stato in Toscana, e indipendentemente dalla
          lingua, lo stile, il gusto, le metafore, ogni qualità generale e particolare dello stile è
          così barbaro negli stessi Accademici della Crusca, che fa maraviglia, e non credo che
          abbia cosa simile in nessuna più incolta parte d’Italia.) Tolta la causa, deve dunque
          cessare l’effetto, come cessò per la Sicilia, che da prima si trovò nel caso della
          Toscana, e per la Provenza, che da prima fu nel medesimo caso rispetto alla Francia.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il dire che Firenze o la Toscana debba anche oggi considerarsi per centro ed arbitro
          della lingua italiana perciocchè più secoli addietro fu preminente in letteratura, e che
          la sua letteratura antica, le debba dare influenza sulla lingua nazionale moderna, è lo
          stesso che dire che gl’italiani debbono scrivere in lingua antica <pb ed="aut" n="2125"/>
          e morta, (giacchè la letteratura toscana è morta) e quelli che seguono a considerar
          Firenze per arbitra della lingua italiana, e questa chiamano ancora ostinatamente toscana,
          sono, e non possono essere che quegli stessi i quali considerano e vogliono che la lingua
          italiana si consideri e s’adoperi come morta.</p>
        <p>La letteratura antica per grande ch’ella sia, non basta alla lingua moderna. La lingua
          (massime dove non è società) è sempre formata e determinata dalla letteratura: dico
          sempre, cioè successivamente e in ciascun tempo: onde la lingua presente essendo moderna
          dev’essere determinata non dalla letteratura antica, cioè da quella che la
          <emph>determinò</emph>, ma da una che attualmente la <emph>determini</emph>, cioè da una
          letteratura moderna. E quindi le province e città d’Italia che oggi più delle altre
          fioriscono in letteratura, hanno assai più diritto <pb ed="aut" n="2126"/> a determinar la
          lingua italiana moderna, che la Toscana e Firenze. Giacchè questo diritto, ed anche questa
          influenza di fatto, non la può dare in Italia (e nelle nazioni senza capitale e senza
          società ec.) se non un’assoluta preponderanza attuale in fatto di letteratura, unica
          determinatrice della lingua, perchè unica cosa nazionale e generale in un paese senza
          società, senza unità politica, nè d’altro genere. (19. Nov. 1821.). Posto eziandio che il
          toscano fosse più bello e migliore che l’italiano (come l’attico del greco comune),
          nondimeno gli scrittori dovrebbero assolutamente appigliarsi a questo men bello, e lasciar
          quello, giacchè non sono obbligati al più bello, ma al comune e nazionale.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La gran libertà, varietà, ricchezza della lingua greca, ed italiana, (siccome oggi della
          tedesca) qualità proprie del loro carattere, oltre le altre cagioni assegnatene altrove,
          riconosce come una delle principali cause la circostanza contraria a quella che produsse
          le qualità contrarie nella lingua latina e francese; cioè la mancanza di capitale, di
          società nazionale, di unità politica, e di un centro di costumi, opinioni, <pb ed="aut"
            n="2127"/> spirito, letteratura e lingua nazionale. Omero e Dante (massime Dante) fecero
          espressa professione di non volere restringere la lingua a veruna o città o provincia
          d’Italia, e per lingua cortigiana l’Alighieri, dichiarandosi di adottarla, intese una
          lingua altrettanto varia, quante erano le corti e le repubbliche e governi d’Italia in
          que’ tempi. Simile fu il caso d’Omero e della Grecia a’ suoi tempi e poi. Simile è quello
          dell’Italia anche oggi, e simile è stato da Dante in qua. Simile pertanto dev’essere
          assolutamente la massima fondamentale d’ogni vero filosofo linguista italiano, come lo è
          fra’ tedeschi. (19. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Vien pure accagionato il Sig. Botta di alcuni termini familiari, che parvero non
          comportabili dalla dignità storica... Si mise in campo a sua discolpa l’osservazione,
          esser pregio particolare della lingua italiana, l’adattarsi a tutti i tuoni, anche ne’ più
            <pb ed="aut" n="2128"/> gravi argomenti. Di fatti, chi ben guardi addentro la materia,
          non è forse vero, che questo idioma non si formò già nelle corti, bensì in una repubblica
          tempestosa, nella quale esprimere l’energia de’ sentimenti popolari, non già fornire
          occorreva locuzioni temperate a gente placida, o simulata. Da questa impronta originaria
          ricevette la lingua mentovata il privilegio d’essere per l’appunto in modo singolare sì
          acconcia a descrivere rivoluzioni politiche. Pref. del Sig. L. di Sevelinges alla sua
          traduzione della <bibl>
            <title>Storia</title> ec. di <author>C. Botta</author>
          </bibl>, in francese, volgarizzata dal <bibl>
            <author>Cav. L. Rossi</author>. Milano, Botta <title>Storia</title> ec. 1819. 3.<hi
              rend="apice">za</hi> ediz. t. 1. p. LXI-II</bibl>.</p>
        <p>La ragione qui accennata può servire in parte a spiegare il perchè la lingua italiana
          scritta (dico la buona e vera ed antica lingua) si sia poco divisa dalla parlata, a
          differenza della latina, e a somiglianza della greca (p. e. in Demostene). Oltre le altre
          cagioni da me notate sparsamente <pb ed="aut" n="2129"/> altrove, cioè la natura de’ tempi
          (natura antica) ne’ quali la nostra lingua e letteratura fu formata; la poca società
          civile, o conversazione d’Italia, il che dovea render la sua lingua scritta similissima
          alla volgare, perchè questa sola esisteva prima della scritta, questa sola le potè servire
          di origine e di modello, questa sola coesiste anche oggi alla lingua scritta, a differenza
          di ciò che accade in Francia, e a somiglianza di ciò che accadde in Grecia (lo stile di
          una lingua ha tanto più del familiare e del <emph>popolare</emph> quanto più la nazione
          scarseggia di società, ed esso stile è quindi nella stessa proporzione più energico, vero,
          vario, potente, ricco, bello); le ragioni che altrove ho addotte per provare che i
          primitivi scrittori di una lingua qualunque hanno sempre del familiare nella lingua, e per
          conseguenza nello stile ec. (20. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2130"/> Solo che si esamini a fondo la cosa, si scopre nelle scritture di
          quegli antichi che Italia a tanta gloria levarono, una favella <emph>unica nella sua
            natura</emph>, ricca di facoltà tutte sue proprie, favella osservabile per frasi, che
          han l’aria del clima nativo, e non s’incontrano altrove; favella, per dirlo in breve, la
          quale agevole per se ad una singolare varietà di suoni, <emph>meravigliosamente s’acconcia
            ad ogni maniera d’argomento, dallo stile alto dell’epopea a quello scendendo della
            narrazione più familiare</emph>. Inoltre eleganze, diremmo, di getto; un fior di lingua
          del quale s’è fatto conserva in preziose raccolte, e, dentro certi confini, nel
          vocabolario della <bibl>
            <title>Crusca</title>. l. c. p. XLVI.</bibl> (20. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Pare sproposito, e pure è certo che una lingua è tanto più atta alla più squisita
          eleganza e nobiltà del parlare il più elevato, e dello stile più sublime, quanto la sua
          indole è più popolare, quanto ella è più modellata sulla favella domestica e familiare <pb
            ed="aut" n="2131"/> e volgare. Lo prova l’esempio della lingua greca e italiana e il
          contrario esempio della Francese. La ragione è, che sola una tal lingua è suscettibile di
          eleganza, la quale non deriva se non dall’uso peregrino e ardito e figurato e non logico,
          delle parole e locuzioni. Ora quest’uso è tutto proprio della favella popolare, proprio
          per natura, proprio in tutti i climi e tempi, ma soprattutto ne’ tempi antichi, o in
          quelle nazioni che più tengono dell’antico, e ne’ climi meridionali. Quindi è che lo
          stesso esser popolare per indole, dà ad una lingua la facoltà e la facilità di dividersi
          totalmente dal volgo e dalla favella parlata, e di non esser popolare, e di variar tuono a
          piacer suo, e di essere energica, nobile, sublime, ricca, bella, tenera ogni volta che le
          piace. Insomma l’indole popolare di una lingua rinchiude tutte le qualità delle quali una
          lingua umana possa esser capace (siccome la natura rinchiude tutte le qualità e facoltà di
          cui l’uomo <pb ed="aut" n="2132"/> o il vivente è suscettibile, ossia le disposizioni a
          tutte le facoltà possibili); rinchiude il poetico come il logico e il matematico ec.
          (siccome la natura rinchiude la ragione): laddove una lingua d’indole modellata sulla
          conversazione civile, o sopra qualunque gusto, andamento ec. linguaggio ec. di
          convenzione, non rinchiude se non quel tale linguaggio e non più (siccome la ragione non
          rinchiude la natura, nè vi dispone l’uomo, anzi la esclude precisamente), secondo che
          vediamo infatti nella lingua latina, e molto più nella francese, proporzionatamente alle
          circostanze che <foreign lang="fre" rend="italic">asservissent</foreign> e legano
          quest’ultima al suo modello ec. molto più che la latina ec. (20. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La facoltà inventiva è una delle ordinarie, e principali, e caratteristiche qualità e
          parti dell’immaginazione. Or questa facoltà appunto è quella che fa i grandi filosofi, e i
          grandi scopritori delle grandi verità. E si può dire che da una stessa sorgente, <pb
            ed="aut" n="2133"/> da una stessa qualità dell’animo, diversamente applicata, e
          diversamente modificata e determinata da diverse circostanze e abitudini, vennero i poemi
          di Omero e di Dante, e i Principii matematici della filosofia naturale di Newton.
          Semplicissimo è il sistema e l’ordine della macchina umana in natura, pochissime le molle,
          e gli ordigni di essa, e i principii che la compongono, ma noi discorrendo dagli effetti
          che sono infiniti e infinitamente variabili secondo le circostanze, le assuefazioni, e gli
            <emph>accidenti</emph>, moltiplichiamo gli elementi, le parti, le forze del nostro
          sistema, e dividiamo, e distinguiamo, e suddividiamo delle facoltà, dei principii, che
          sono realmente unici e indivisibili, benchè producano e possano sempre produrre non solo
          nuovi, non solo diversi, ma dirittamente contrarii effetti. L’immaginazione per tanto è la
          sorgente della ragione, come del sentimento, delle <pb ed="aut" n="2134"/> passioni, della
          poesia; ed essa facoltà che noi supponiamo essere un principio, una qualità distinta e
          determinata dell’animo umano, o non esiste, o non è che una cosa stessa, una stessa
          disposizione con cento altre che noi ne distinguiamo assolutamente, e con quella stessa
          che si chiama riflessione o facoltà di riflettere, con quella che si chiama intelletto ec.
          Immaginazione e intelletto è tutt’uno. L’intelletto acquista ciò che si chiama
          immaginazione, mediante gli abiti e le circostanze, e le disposizioni naturali analoghe;
          acquista nello stesso modo, ciò che si chiama riflessione ec. ec. (20. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La perfezion della traduzione consiste in questo, che l’autore tradotto, non sia p. e.
          greco in italiano, greco o francese in tedesco, ma tale in italiano o in tedesco, quale
          egli è in greco o in francese. Questo è il difficile, questo è ciò che non in <pb ed="aut"
            n="2135"/> tutte le lingue è possibile. In francese è impossibile, tanto il tradurre in
          modo che p. e. un autore italiano resti italiano in francese, quanto in modo che Egli sia
          tale in francese qual è in italiano. In tedesco è facile il tradurre in modo che l’autore
          sia greco, latino italiano francese in tedesco, ma non in modo ch’egli sia tale in tedesco
          qual è nella sua lingua. Egli non può esser mai tale nella lingua della traduzione, s’egli
          resta greco, francese ec. Ed allora la traduzione per esatta che sia, non è traduzione,
          perchè l’autore non è quello, cioè non pare p. e. ai tedeschi quale nè più nè meno parve
          ai greci, o pare ai francesi, e non produce di gran lunga nei lettori tedeschi quel
          medesimo effetto che produce l’originale nei lettori francesi ec.</p>
        <p>Questa è la facoltà appunto della lingua italiana, e lo sarebbe stata della greca. Per
          questo io preferisco l’italiana a tutte <pb ed="aut" n="2136"/> le viventi in fatto di
          traduzioni.</p>
        <p>Quello che dico degli autori dico degli stili, dei modi, dei linguaggi, dei costumi,
          della conversazione. La conversazione francese si dee tradurre nell’italiano parlato o
          scritto, in modo che ella non sia francese in italiano, ma tale in italiano qual è in
          francese; tale il linguaggio della conversazione in italiano, qual è in francese, e non
          però francese. (21. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1120. fine. Il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">aptare</foreign> onde il
          nostro <emph>attare, adattare</emph>, e il francese ec. da che cosa deriva? da <foreign
            lang="lat" rend="italic">aptus</foreign>. E questo che cosa crediamo noi che sia? un
          participio del verbo antichissimo <foreign lang="lat" rend="italic">apere</foreign>. E
          quale il significato primitivo di <foreign lang="lat" rend="italic">aptare</foreign>?
          quello appunto del verbo <foreign lang="lat" rend="italic">apere</foreign>, cioè
            <emph>legare</emph>. È cosa veramente maravigliosa che questo significato ignoto a tutta
          la latinità scritta che noi conosciamo, questo significato, dico, del verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">aptare</foreign>, cioè <emph>legare</emph>, significato ch’egli
          ha preso da un verbo <pb ed="aut" n="2137"/> originario <foreign lang="lat" rend="italic"
            >apere</foreign>, del quale non si trova più fatto uso in nessuno scrittore latino per
          antichissimo che sia; questo significato, dico, così decisamente, e singolarmente antico e
          primitivo, comparisca in uno scrittore di bassa latinità qual è Ammiano, (<bibl>v. il
              <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Aptatus</foreign>
          fine</bibl>), e si veda poi tuttora vivo, fiorente, preciso, e assolutamente proprio in
          una lingua nata dalla corruzione della latina, cioè la spagnuola, nel verbo <foreign
            lang="spa" rend="italic">atar</foreign> (da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aptare</foreign>, come <foreign lang="spa" rend="italic">escritura</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">scriptura</foreign> ec.) cioè <emph>legare</emph>, e <foreign
            lang="spa" rend="italic">desatar</foreign> cioè <emph>sciogliere</emph>. Significato
          appunto proprio del greco <foreign lang="grc">ἅπτω</foreign>. V. il Forcell. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Aptus</foreign>, in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Apte</foreign>, in <foreign lang="lat" rend="italic">Apo</foreign>, in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Apex</foreign>, ed anche nell’ult. esempio di <foreign
            lang="lat" rend="italic">Adaptatus</foreign>. Ho cercato l’Append. e il Gloss. in tutti
          questi luoghi, e in <foreign lang="lat" rend="italic">Atare, Attare</foreign> ec. ma non
          hanno nulla. V. anche il Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Coapt</foreign> -,
          dove nulla il Gloss. nè l’Appendice. Chi avesse qualche dubbio intorno a quelle
          testimonianze de’ gramatici su cui si fonda <pb ed="aut" n="2138"/> la cognizione che
          abbiamo dell’antichissimo <foreign lang="lat" rend="italic">apere</foreign>, e del
          significato <emph>legare</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic">aptare</foreign>,
          deve deporre ogni dubbio, a vista dello spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic"
          >atar</foreign>, osservazione trionfante, e veramente preziosa anche per la ricerca
          dell’antico volgare latino e delle sue vicende.</p>
        <p>Da ciò possiamo dedurre, 1. che molti verbi, specialmente in <emph>tare</emph>, i quali
          si credono formati da nomi adiettivi, derivano in realtà da participii, cioè essi nomi non
          sono che participii d’antichissimi verbi ignoti. Così forse sarà di quel <foreign
            lang="lat" rend="italic">putus</foreign>, da cui secondo Varrone ec. viene <foreign
            lang="lat" rend="italic">putare</foreign>, ed è una differente pronunzia di <foreign
            lang="lat" rend="italic">purus</foreign>. Così di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >laxus</foreign> (onde <foreign lang="lat" rend="italic">laxare</foreign>) di cui dice
          Forc. <foreign lang="lat" rend="italic">De notatione</foreign> (etymologia) <foreign
            lang="lat" rend="italic">nihil certi habemus</foreign>. Così abbiamo veduto di <foreign
            lang="lat" rend="italic">convexus</foreign> ec. discorrendo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">vexare</foreign>. Così diremo di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >spissus</foreign> onde <foreign lang="lat" rend="italic">spissare</foreign>. Così vedemmo
          di <foreign lang="lat" rend="italic">arctus</foreign> in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >arcuare</foreign>. Così forse sarà di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >humectus</foreign> onde <foreign lang="lat" rend="italic">humectare</foreign>. V. Forc.
          V. p. 2291. e 2341. capoverso 2. V. Forc. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Cactus</foreign>, principio. Di <foreign lang="lat" rend="italic">arctus</foreign> v. p.
          1144. di <foreign lang="lat" rend="italic">quietus</foreign> 1992.</p>
        <p>2. Noi troviamo <foreign lang="lat" rend="italic">apere</foreign>, ed <foreign lang="lat"
            rend="italic">aptus</foreign> come si vede in una infinità di es. nel Forcell. è un
          evidente participio di un verbo significante <foreign lang="lat" rend="italic">alligare
            connectere</foreign> ec. Questo medesimo participio non è primitivo, ma contratto (forse
          da <foreign lang="lat" rend="italic">apitus</foreign>) come ho mostrato altrove. Da questo
            <pb ed="aut" n="2139"/> particicipio ridotto ad <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aptus</foreign>, è venuto il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">aptare</foreign>,
          secondo gl’infiniti esempi che ho addotti, e nella maniera e andamento che ho dimostrato
          circa la formazione de’ verbi in <emph>are</emph> da’ participi in <emph>us</emph> di
          altri verbi.</p>
        <p>Ora i greci nello stesso primitivo significato di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >apere</foreign> e di <foreign lang="lat" rend="italic">aptare</foreign>, dicono <foreign
            lang="grc">ἅπτειν</foreign>, cioè insomma <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aptare</foreign> col solo divario della desinenza. Il Vossio nell’Etimologico deriva
            <foreign lang="lat" rend="italic">apo</foreign> da <foreign lang="grc">ἅπτω</foreign>.
          (E Servio <foreign lang="lat" rend="italic">aptus</foreign> da <foreign lang="grc"
            >ἅπτεσθαι</foreign>). Concederei se i greci dicessero <foreign lang="grc">ἅπω</foreign>.
          Ma dicono <foreign lang="grc">ἅπτω</foreign> e questo verbo per la forma (come pel
          significato primitivo) è tutt’uno, non con <foreign lang="lat" rend="italic">apo</foreign>
          ma con <foreign lang="lat" rend="italic">apto</foreign>. Ora se questo <foreign lang="lat"
            rend="italic">apto</foreign> deriva evidentemente, e non senza andirivieni da <foreign
            lang="lat" rend="italic">apo</foreign>, sembra che quindi debba pur derivare il greco
            <foreign lang="grc">ἅπτω</foreign> (e non <foreign lang="lat" rend="italic"
          >apto</foreign> dal greco), e per conseguenza che il verbo greco derivi dal latino
            <foreign lang="lat" rend="italic">apto</foreign>, ed abbia un’origine comune col latino,
          cioè <foreign lang="lat" rend="italic">apo</foreign>, e che questa origine sia latina, non
            <pb ed="aut" n="2140"/> greca. Giacchè non possiamo supporre un <foreign lang="grc"
          >ἅπω</foreign> greco, donde sia derivato il greco <foreign lang="grc">ἅπτω</foreign>, e il
          latino <foreign lang="lat" rend="italic">apo</foreign>, perchè oltre che di questo
            <foreign lang="grc">ἅπω</foreign> non si ha vestigio alcuno, non ne sarebbe derivato
            <foreign lang="grc">ἅπτω</foreign>, non avendo i greci nè participio in <emph>us</emph>,
          nè formazione di verbi da questi participii, come l’hanno i latini, che perciò da <foreign
            lang="lat" rend="italic">aptus</foreign> participio di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >apo</foreign> fecero <foreign lang="lat" rend="italic">apto</foreign>. Se dunque il
          latino <foreign lang="lat" rend="italic">apo</foreign> è anteriore al latino <foreign
            lang="lat" rend="italic">apto</foreign> (e anteriore di molto, giacchè il suo vecchio
          participio <foreign lang="lat" rend="italic">apitus</foreign>, dovè prima, come abbiamo
          veduto, convertirsi in <foreign lang="lat" rend="italic">aptus</foreign>, e poi generare
          il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">aptare</foreign>); e se il greco <foreign
            lang="grc">ἅπτω</foreign> è manifestamente tutt’uno con <foreign lang="lat"
            rend="italic">apto</foreign>, per senso e per materiali elementi, sembra necessario che
            <foreign lang="lat" rend="italic">apo</foreign> sia parimente anteriore al greco
            <foreign lang="grc">ἅπτω</foreign>, e che questo, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >apto</foreign>, derivi da <foreign lang="lat" rend="italic">apo</foreign>, il quale
          essendo latino, viene esso verbo greco ad avere un’origine latina. Aggiungete che <foreign
            lang="grc">ἅπτω</foreign> ha lo spirito denso, di cui nel lat. <foreign lang="lat"
            rend="italic">apto</foreign> non è verun vestigio, contro ciò che suole accadere nelle
          voci venute dalla Grecia al Lazio, onde si può credere che quello spirito non sia qui che
          una giunta fattaci da’ greci, una grazia di pronunzia data da essi a questa voce
          forestiera, secondo l’indole de’ loro organi e costumi ec.</p>
        <p>Questa osservazione mi pare <pb ed="aut" n="2141"/> interessantissima e conducente a
          grandi risultati, (e in gran parte nuovi e contrari alle comuni opinioni) circa la storia
          delle origini latine e greche, delle lingue e delle nazioni greca e latina.
          Quest’osservazione può confermare la sentenza che la lingua latina non sia figlia ma
          sorella della greca, sentenza già d’altronde troppo più probabile: può dimostrare un
          antichissimo commercio tra la Grecia e l’Italia, anteriore alle notizie che si hanno di
          questi due paesi, e loro scambievoli relazioni; giacchè questo <foreign lang="grc"
          >ἅπτω</foreign> in detto senso è antichissimo verbo greco, e massime ne’ suoi derivati
          (come <foreign lang="grc">ἁψὶς</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">vinculum</foreign>, nell’Iliade) e composti, si trova
          nel detto senso, o ne’ sensi analoghi, usato da Omero, da Erodoto, e da’ più antichi
          scrittori e monumenti greci. V. p. 2277.</p>
        <p>Nè questa osservazione sarebbe l’unica che facesse al proposito, ma si potrebbero addurre
          molti altri esempi, e osservazioni, dimostranti <pb ed="aut" n="2142"/> l’origine latina
          (o italica) di parole frasi ec. antichissime, che per esser comuni al greco e al latino,
          si sono credute finora d’origine greca; quasi tanto fosse il trovare nel greco una parola
          ec. corrispondente a un’altra latina, e il trovare l’origine e l’etimologia d’essa voce
          latina. Le mie teorie circa la formazione de’ verbi continuativi, formazione tutta propria
          del latino, e fino ab antichissimo, e di quindi in poi sino all’ultimo tempo, e niente
          propria del greco, possono somministrare molte occasioni di rettificare questi scambi, e
          trasferire l’origine di molte parole dalla Grecia al Lazio, viceversa di ciò che si crede.</p>
        <p>Io ho per es. fatto vedere che il verbo lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >stare</foreign>, è verisimilissimamente un puro continuativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">esse</foreign>, formato nè più nè meno colle solite regole di tali
          formazioni. Ora l’antichissima Grecia ebbe indubitatamente il verbo <foreign lang="grc"
            >στάω</foreign> o <foreign lang="grc">στῶ</foreign> ch’è il tema del verbo <foreign
            lang="grc">ἵστημι</foreign>, e moltissime voci del quale si conservano in quest’ultimo.
          Nè pare ch’esso abbia che fare col verbo sostantivo <foreign lang="grc">εἰμὶ</foreign> nè
          questo <pb ed="aut" n="2143"/> ha altri participii che <foreign lang="grc">ὢν</foreign> ed
            <foreign lang="grc">ἐσόμενος</foreign>, nè quando pure ne avesse, o ne avesse avuto
          alcuno analogo al suono del verbo <foreign lang="grc">στάω</foreign>, questo sarebbe
          derivato da esso participio, non avendo i greci tal uso di formazioni, come lo hanno i
          latini. Quindi si può congetturare che il greco <foreign lang="grc">στάω</foreign> sia
          derivato dallo <emph>sto</emph> latino (il quale viene, come io dico, da uno <foreign
            lang="lat" rend="italic">stus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >situs</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">esse</foreign>), e non questo da
          quello, come dicono tutti.</p>
        <p>Il latino <foreign lang="lat" rend="italic">sisto</foreign> è parimente lo stesso che
            <foreign lang="grc">ἱστάω</foreign>, o <foreign lang="grc">ἱστῶ</foreign> (che pur si
          dice, in vece d’<foreign lang="grc">ἴστημι</foreign>, ed è il medesimo verbo) ed ha tutti
          due i significati di questo verbo cioè il neutro corrispondente a <foreign lang="lat"
            rend="italic">stare</foreign>, e l’attivo corrispondente a <foreign lang="lat"
            rend="italic">statuere</foreign>, o a <foreign lang="lat" rend="italic"
          >retinere</foreign> ec. I quali due significati pare che fossero egualmente propri di
            <foreign lang="grc">στάω</foreign>, che noi deriviamo qui dal latino <foreign lang="lat"
            rend="italic">sto</foreign>. Del resto <foreign lang="lat" rend="italic">sisto</foreign>
          ha la <emph>s</emph> in luogo dello spirito denso di <foreign lang="grc">ἱστῶ</foreign>;
          qual <pb ed="aut" n="2144"/> però de’ due sia anteriore all’altro, se il greco o il lat.
          questo non si può decidere, giacchè tutti due sono assolutamente una sola cosa, tanto
          essendo la s in latino (antico) quanto lo spirito denso in greco (che anticamente usava
          esso stesso il <foreign lang="grc">σῖγμα</foreign> in luogo d’esso spirito.). Onde i greci
          antichissimi avranno anch’essi scritto o detto <foreign lang="grc">σιστῶ</foreign>. E
          quando anche si voglia derivare <foreign lang="lat" rend="italic">sisto</foreign> da
            <foreign lang="grc">ἱστῶ</foreign>, ciò non prova che il suo tema <foreign lang="grc"
            >στῶ</foreign> non venga dal latino, giacchè i greci (come tutti fanno, ma essi
          soprattutti, per le loro circostanze, colonie, diffusione, varietà di dialetti ec.)
          variarono in mille guise i temi ricevuti antichissimamente da qualunque parte si fosse; li
          variarono in se stessi, e ne’ loro derivati e composti, (come anche dissero <foreign
            lang="grc">στάω</foreign> con una lettera più di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sto</foreign>, sebbene per contrazione l’usarono più comunemente nella forma analoga a
            <foreign lang="grc">στῶ</foreign>); e poterono facilissimamente restituire all’Italia,
          sotto forma alquanto diversa un tema preso da essa, cioè il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">sisto</foreign> fatto da <foreign lang="grc">ἱστάω</foreign> derivato <pb
            ed="aut" n="2145"/> o alterato da <foreign lang="grc">στῶ</foreign>, preso dallo
            <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> latino. Ciò potè accadere nelle più
          recenti, o meno antiche ed oscure relazioni, che in tempi per altro essi stessi
          antichissimi ebbe la Grecia coll’Italia (come sappiamo) e la lingua greca già, se non
          altro, adulta, colla latina per anche rozza, o <emph>decaduta da qualche antichissima
            perfezione, com’è più verisimile</emph>. Dico da una perfezione e forma diversa da
          quella che poi ricevè a’ tempi romani; da una perfezione derivante o comune colla lingua
          madre di lei e della greca, o sia colla lingua di quel popolo che diramò i suoi coloni in
          Grecia e in Italia. (22. Nov. 1821.).</p>
        <p>Or quanto è egli ordinario nell’uso e di natura elementare nel discorso, e di
          significazione naturalmente occorrente il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >stare</foreign>, e l’<foreign lang="grc">ἵστημι</foreign> o <foreign lang="grc"
          >ἱστάω</foreign>, ed <foreign lang="grc">ἵσταμαι</foreign> e il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">esistere</foreign> ec. ! Per conseguenza fa duopo ch’egli sia (come già
          vediamo) antichissimamente proprio di ambedue le lingue, o antichissimamente passato
          dall’una nell’altra ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1121. fine. Ho detto poco sopra p. 2138. che forse molti verbi, massime in
            <emph>tare</emph> creduti derivati da nomi aggettivi in <emph>us</emph>, verranno da
          participii di verbi ignoti. Similmente io credo che molti di quei verbi, massime in
            <emph>tare</emph>, che si stimano derivati da <pb ed="aut" n="2146"/> nomi sustantivi
          verbali in <emph>us us</emph>, o in <emph>us i</emph>, non derivino in realtà che da
          participii in <emph>us</emph> d’altri verbi ignoti, da’ quali parimente io credo derivati
          essi verbali. (V. la p. 2009 10. e 2019.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Osservo in primo luogo che tali verbali non sono infatti altro che participii in us (de’
          verbi a’ quali per significato ec. appartengono) sostantivati, e ridotti talvolta alla
          quarta congiugazione, talvolta lasciati anche nella seconda, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">jussum i</foreign> sostantivo. <foreign lang="lat" rend="italic">Ictus
          us</foreign> non è che il participio <foreign lang="lat" rend="italic">Ictus</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">icere</foreign> sostantivato e ridotto alla 4.
          conjugazione. <foreign lang="lat" rend="italic">Potus us</foreign> lo crederemmo radice di
            <foreign lang="lat" rend="italic">potare</foreign> se non si fosse conservato il
          participio <foreign lang="lat" rend="italic">potus</foreign>, ch’io credo essere l’origine
          dell’uno e dell’altro. ec. C’è anche <foreign lang="lat" rend="italic">potatus
          us</foreign> come <foreign lang="lat" rend="italic">gustatus us</foreign>. Della
          differenza tra questi 2 generi di verbali v. ciò che ho detto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">potatio, compotatio</foreign> ec. Così <foreign lang="lat" rend="italic"
            >effectus us, nutus us</foreign> ec. ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Delictum
          i</foreign> con cento altri spettano alla categoria di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >jussum</foreign>. Quando pertanto si trovano di tali verbali senza un participio nè un
          verbo corrispondente, pare si debba credere che l’uno e l’altro esistessero anticamente.</p>
        <p>P. es. <foreign lang="lat" rend="italic">gustus us</foreign>, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">gustum i</foreign> non hanno verbo nè participio corrispondente. Crederemo
            <pb ed="aut" n="2147"/> che <emph>gustare</emph> derivi da questo sustantivo ma io penso
          che venga da un participio <foreign lang="lat" rend="italic">gustus</foreign> da cui sia
          derivato lo stesso <foreign lang="lat" rend="italic">gustus</foreign> sustantivo. E mi
          confermo in questa opinione 1. per quello che ho detto p. 2078. il che si può e si deve
          estendere anche ai verbi non composti, almeno quanto all’inclinazione naturale della
          lingua latina proporzionatamente però, e riguardo soprattutto ai sustantivi giacchè molti
          verbi si trovano fatti dai nomi aggettivi come durare ec. ec. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Sulcare</foreign> viene da un sustantivo; 2. per quello che ho detto p.
          2010. 2019. dal che si vede che i verbi formati veramente dai verbali in <emph>us
          us</emph>, o da altri nomi della 4<hi rend="apice">ta</hi>, finiscono in
          <emph>uare</emph>, come da <foreign lang="lat" rend="italic">fluctus us</foreign>,
            <emph>fluctuare</emph>, onde se <emph>gustare</emph> venisse da <foreign lang="lat"
            rend="italic">gustus</foreign>, farebbe <emph>gustuare</emph>; 3 dall’osservare il greco
            <foreign lang="grc">γεύω</foreign>, radice di <foreign lang="lat" rend="italic">gusto
          as</foreign>, o venuto da una radice comune. Nel qual verbo non v’è segno di
          <emph>st</emph>, lettere radicali di <foreign lang="lat" rend="italic">gusto</foreign>.
          Ciò mi porta a pensare di un antico <foreign lang="lat" rend="italic">guo</foreign>,
          participio <foreign lang="lat" rend="italic">gustus</foreign>, continuativo <foreign
            lang="lat" rend="italic">gustare</foreign> (dove lo <emph>st</emph> dinota molto
          visibilmente <pb ed="aut" n="2148"/> un participio originario in <emph>tus</emph>),
          verbale <foreign lang="lat" rend="italic">gustus us</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">um i</foreign>. (Infatti da <foreign lang="grc">νεύω</foreign>, i latini
          ebbero l’antico <foreign lang="lat" rend="italic">nuo</foreign>, dal quale poi <foreign
            lang="lat" rend="italic">nutare</foreign>. Le sole radicali dunque in <foreign
            lang="lat" rend="italic">gustare</foreign>, considerando il gr. <foreign lang="grc"
          >γεύω</foreign> si trovano essere <emph>gu</emph>. Dico radicali primitive. Le altre denno
          esser venute da qualche accidente della radice: e qual sia questo accidente, lo dichiarano
          le mie osservazioni) Il qual verbale che non derivi punto da <foreign lang="lat"
            rend="italic">gustare</foreign> si vede per la regola sovraccennata circa la loro
          formazione da’ participii in <emph>us</emph>. Di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >gustare</foreign> il participio è <foreign lang="lat" rend="italic">gustatus</foreign>,
          il verbale non <foreign lang="lat" rend="italic">gustus</foreign>, ma <foreign lang="lat"
            rend="italic">gustatus us</foreign>, che infatti si trova e non ha che fare con <foreign
            lang="lat" rend="italic">gustus</foreign>. Se dunque <foreign lang="lat" rend="italic"
            >gustatus us</foreign> ha il suo participio e verbo originario in <foreign lang="lat"
            rend="italic">gustatus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">gustare</foreign>;
          il verbale <foreign lang="lat" rend="italic">gustus</foreign> deve altresì aver avuta la
          sua origine in un part. <foreign lang="lat" rend="italic">gustus</foreign> di un verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">guo</foreign> o simile, padre d’esso verbale, e di
            <foreign lang="lat" rend="italic">gustare</foreign>. (22. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Contrastare, contraster, contester,
          contrester</foreign>,francese <foreign lang="spa" rend="italic">contrastar</foreign>
          spagnolo sono verbi, o anzi un verbo ignoto alla buona latinità, ma comune ab antico e fin
          dall’origine loro alle tre figlie della lingua latina; e formato 1. alla latina affatto,
          2. di due parole latinissime <pb ed="aut" n="2149"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">contra</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >stare</foreign>, delle quali l’una non esiste più nel francese ec. Questo che cosa
          denota se non un’origine comune di esso verbo, anteriore alla diramazione delle tre
          sorelle, cioè alla corruzione del latino, fatta ne’ bassi tempi, la quale non fu che
          parziale e diversa e indipendente nelle tre nazioni; (siccome esse nazioni furono allora
          indipendenti ec. l’una dall’altra, e separate politicamente ec.) e un’origine latina? Or
          questa che altro può essere se non il volgare antico latino? <bibl>V. il Ducange in
              <emph>Contrastare</emph>
          </bibl>. E di questo genere, e nelle medesime circostanze sono infinite parole, proprie ab
          antico e primitivamente di tutte tre le nostre lingue sorelle. (22. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1115. marg. O piuttosto il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >mantare</foreign> indica chiaramente un antico participio <foreign lang="lat"
            rend="italic">mantus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">manere</foreign>,
          contratto di <foreign lang="lat" rend="italic">manitus</foreign>, il quale è tanto
          regolare participio di <foreign lang="lat" rend="italic">manere</foreign>, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">monitus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >monere</foreign>. (<foreign lang="lat" rend="italic">docitus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">docere</foreign> ec.). Ovvero <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mantare</foreign> è contratto esso medesimo da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >maritare</foreign>. (23. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2150"/> Lo stile, e la lingua di Cicerone non è mai tanto semplice quanto
          nel Timeo, perocch’egli è tradotto dal greco di Platone. E pure Platone fra i greci del
          secol d’oro è (se non vogliamo escludere Isocrate) senza controversia il più elegante e
          lavorato di stile e di lingua, e il Timeo è delle sue opere più astruse, e forse anche più
          lavorate, perch’esso principalmente contiene il suo sistema filosofico. Platone il
          principe della raffinatezza nella lingua e stile greco prosaico, riesce maravigliosamente
          semplice in latino, e nelle mani di Cicerone, a fronte della lingua e stile originale
          degli altri latini, e di esso Cicerone principe della raffinatezza nella prosa latina. La
          maggiore raffinatezza ed eleganza dell’aureo tempo della letteratura greca, riesce
          semplicità trasportata non già ne’ tempi corrotti ma nell’aureo della letteratura latina,
          e per opera del suo maggiore scrittore. (23. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quello che ho detto altrove circa il modo da tenersi nel consolare, aggiungete che in
          ultima analisi l’unica consolazione dei mali, massimamente grandi, è il persuadersi o
          almeno il credere confusamente, ch’essi o non sieno reali, o meno gravi che non parevano,
            <pb ed="aut" n="2151"/> o che abbiano rimedio, o compenso ec. Le forti afflizioni non si
          consolano finalmente se non in questo modo: e il tempo consolatore, adopra anch’esso in
          gran parte questo metodo. (23. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Osservate le incredibili abilità che acquistano i ciechi nella musica, e in altro, i
          sordi nell’intendere per segni ec. e la tanto maggiore facilità e prontezza, con cui essi,
          sebbene sieno d’intelletto tardissimo, arrivano a quello a cui con molto maggior fatica e
          tempo arrivano, o anche non arrivano i sani, sebbene di grande ingegno. E poi ditemi in
          che cosa consista il talento, s’esso dipenda o no dalle circostanze, se esso sia altro che
          una conformabilità, ed assuefabilità, maggiore o minore, ma comune a tutti, e determinata
          ne’ suoi effetti, o nell’uso ed applicazione di essa, dalle pure circostanze accidentali;
          se l’uomo in se stesso sia capace o no di cose incredibili, e quasi illimitate; se questa
          capacità <pb ed="aut" n="2152"/> sia o non sia una mera disposizione naturale, comune a
          tutta la specie, ma secondo le assuefazioni e le circostanze, posta più o meno a frutto.
          (23. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Di molte facoltà umane che si considerano come naturali, o poco meno, o volute dalla
          natura ec. , considerandole bene si vedrà, che la natura non ne avea posto nell’uomo
          neppure (per dir così) la disposizione, una disposizione cioè determinata, diretta,
          vicina, ma così lontana, ch’essa non è quasi altro che <emph>possibilità</emph>. Così è.
          Infinite sono e comunissime e giornaliere quelle facoltà umane, delle quali l’uomo non
          deve alla natura, altro che la purissima <emph>possibilità</emph> di acquistarle, e
          contrarle. (23. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1279. marg. Come la pronunzia di queste due vocali si confondesse, si scambiasse
          ec. nel latino, e anche nel latino scritto, si può argomentare dall’antico costume <pb
            ed="aut" n="2153"/> di scrivere <foreign lang="lat" rend="italic">maxumus, sanctissumus,
            optumus, decumus</foreign>, ec. V. il Forcell. in <emph>I</emph> ed <emph>U</emph>, e
          l’Encyclopéd. Grammaire, in <emph>I</emph> ed <emph>U</emph>, se hanno nulla in proposito.
          V. anche il Cellar. <foreign lang="lat" rend="italic">Orthograph</foreign>. lat. specialm.
          p. 12. Vedi anche il Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">Clypeus</foreign>
          principio e fine. (23. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2113. marg. — e intanto non si capiscono determinatamente e precisamente, in
          quanto neppur lo scrittore ha dato o voluto dare a quell’espressioni un senso più che
          tanto preciso, o ha voluto esprimere un’idea più che tanto determinata. (23. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non solo l’egoismo o l’amor proprio si trova in qualunque azione, affetto ec. possibile
          all’uomo, ancorchè paia il più lontano, e il più contrario all’amor di se stesso, ma in
          questi medesimi atti, affetti ec. l’amor proprio, v’ha tanta parte, vi si trova in misura
          e grado e forza tale, l’uomo <pb ed="aut" n="2154"/> o il vivente vi mira tanto a se
          stesso, quanto nell’azione o nell’affetto che deriva dal più sublimato, dal più schietto,
          infame, manifesto egoismo.</p>
        <p>Questo è notabile. Non solo l’uomo o il vivente non può perder l’amor proprio, ma neanche
          perderne una menoma parte in sua vita (per quanto i diversissimi aspetti che prende questa
          passione possano far credere in contrario). L’amor proprio non può, non solo svanire, ma
          scemar mai di un menomissimo grado; e si può dire di lui ciò che della materia, che tanta
          nè più nè meno ve n’ha oggi, e ve n’avrà, quanto al principio del mondo, e che la sua
          quantità, non è mai nè cresciuta nè scemata di un nulla. Giacchè anche l’amor proprio come
          non può scemare, così non può mai crescere in verun individuo, dal principio della vita
          alla fine. (<emph>Altra prova, ed osservazione analoga a mostrare, <pb ed="aut" n="2155"/>
            che e come l’amor proprio sia infinito</emph>.).</p>
        <p>E per conseguenza egli è tanto in ciascun momento della vita, quanto in ciascun altro;
          tanto nell’uomo che tradisce i doveri e i principii suoi più sacri per proccurarsi un
          menomo piacere, quanto in colui che attualmente eseguisce il più eroico e terribile
          sacrifizio per l’osservanza di un menomo dovere, o in colui che si uccide da se.</p>
        <p>La massa dell’amor proprio è altresì precisamente la stessa in ciascun vivente di
          qualsivoglia specie, <emph>perocch’essa è infinita, e quindi non può essere maggiore nè
            minore in nessun individuo, non solo rispetto a se, ma anche comparativamente a
            qualunque altro individuo possibile</emph>. (23. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il che appunto viceversa dimostra ch’ella è <emph>infinita assolutamente, e per se
          stessa</emph>. (23. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Le donne, i grandi, e il pubblico (letterario, civile, politico ec.) si guadagnano, si
          maneggiano, si muovono, si persuadono, <pb ed="aut" n="2156"/> si predominano, si vincono
          ec. colle stesse arti, mezzi, furfanterie, soverchierie ec. Le rivalità letterarie p. e.
          si esercitano nello stesso modo delle galanti. Nella repubblica letteraria ec. come presso
          le donne, e come nelle conversazioni, bisogna innalzarsi sopra il corpo degli altri,
          bisogna farsi largo, calunniare i rivali, motteggiarli, farsi dintorno una gran piazza
          vota, cacciandone chi la occupa, cogli artifizi e le malvagità che si esercitano co’
          rivali in amore ec. (24. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Tutto è animato dal contrasto, e langue senza di esso. Ho detto altrove della religione,
          de’ partiti politici, dell’amor nazionale ec. tutti affetti inattivi e deboli, se non vi
          sono nemici. Ma la virtù, o l’entusiasmo della virtù (e che cosa è la virtù senza
          entusiasmo? e come può essere virtuoso chi non è capace di entusiasmo?) esisterebbe egli,
          se non esistesse il vizio? Egli è certissimo che <pb ed="aut" n="2157"/> il giovane del
          miglior naturale, e il meglio educato, il quale ne’ principii dell’età alquanto sensibile
          e pensante, e prima di conoscere il mondo per esperienza, suol essere entusiasta della
          virtù, non proverebbe quell’amor vivo de’ suoi doveri, quella forte risoluzione di
          sacrificar tutto ai medesimi, quell’affezione sensibile alle buone, nobili, generose
          inclinazioni ed azioni, se non sapesse che vi sono molti che pensano e adoprano
          diversamente, e che il mondo è pieno di vizi e di viltà, sebbene egli non lo creda così
          pieno com’egli è, e come poi lo sperimenta. (24. Nov. dì di S. Flaviano. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho paragonato altrove le occupazioni di un mercadante con quelle di un giovanastro che si
          spassa colle donne, e trovatele della stessissima importanza, anzi queste più importanti
          di quelle. La stessa comparazione col medesimo risultato, si può fare <pb ed="aut"
            n="2158"/> delle operazioni e intenzioni e desiderii e fatiche di un soldato, di un
          letterato, di un uomo in carriera ec. Quel filosofo che per puro amore dell’umanità, suda
          dietro ad un’opera di morale o di politica, o d’altro soggetto della più grande utilità, o
          si affatica nella speculazione della natura, del cuore umano ec.;quel ministro zelante e
          integerrimo del maggior monarca immaginabile, che travaglia giorno e notte unicamente per
          il bene della maggior nazione e della maggior possibile quantità di uomini (se pur si
          trovano tali filosofi, e tali cortigiani); questi tali che cosa cercano essi? La felicità
          degli uomini. E la felicità che cos’è? il piacere. E qual piacere maggiore che i
          giovanili? Dunque le occupazioni di costoro non sono più importanti di quelle del
          giovanastro che mette a profitto i vantaggi dell’età più favorita dalla natura, <pb
            ed="aut" n="2159"/> e destinata a godere. Anzi sono meno importanti, perchè non fanno
          altro che proccurare agli uomini, alla lontanissima quello stesso piacere, (o altri
          piaceri che certo saranno sempre minori) che il giovanastro immediatamente ed attualmente
          si gode. In ultima analisi è manifesto che le occupazioni di coloro hanno appresso a poco
          per fine quello medesimo che il giovanastro già conseguisce, sebbene questo fine sia molto
          lontano. Il fine, come dunque non sarà più importante del mezzo? e di un mezzo
          lontanissimo? e difficilissimo? e spesso immaginario, falso, inutilissimo? spesso ancora
          conducente ad esito contrario? (24. Nov. dì di S. Flaviano. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Lo stato di disperazione rassegnata, ch’è l’ultimo passo dell’uomo sensibile, e il finale
          sepolcro della sua sensibilità, de’ suoi piaceri, e delle sue pene, è tanto mortale alla
          sensibilità, ed alla poesia <pb ed="aut" n="2160"/> (in tutti i sensi, ed estensione di
          questo termine), che sebbene la sventura, e il sentimento attuale di lei, pare ed è
          (escluso il detto stato) la più micidial cosa possibile alla poesia (nè solo la sventura
          attuale, ma anche l’abituale, che deprime miseramente l’immaginazione, il sentimento,
          l’animo); contuttociò se può succedere che nel detto stato, una nuova e forte sventura,
          cagioni all’uomo qualche senso, quel punto, per una tal persona, è il più adattato ch’egli
          possa mai sperare, alla forza dei concetti, al poetico, all’eloquente dei pensieri, ai
          parti dell’immaginazione e del cuore, già fatti infecondi. Il nuovo dolore in tal caso è
          come il bottone di fuoco che restituisce qualche senso, qualche tratto di vita ai corpi
          istupiditi. Il cuore dà qualche segno di vita, torna per un momento a sentir se medesimo,
          giacchè la proprietà e l’impoetico della disperazione rassegnata consiste appunto, nel non
          esser più <pb ed="aut" n="2161"/> visitato nè risentito neppur dal dolore.</p>
        <p>Ma questi effetti miseramente poetici, miseramente (e anche languidamente) vivi, sono
          passeggeri, anzi momentanei, perchè un tal uomo, malgrado la grandezza della sventura
          nuova, ricade assai presto nel letargico stato di rassegnazione. E però gli è necessario
          il poetare nell’atto stesso della sventura, ovvero egli non è e non si sente poeta, ed
          eloquente, se non in quell’atto (contro ciò che accade in ogni altro caso); temperandosi
          il senso attuale della sventura, colla sua radicata abitudine di soffrire, di tollerare, e
          di affogare, addormentare, scuotere il dolore, in modo che di queste due qualità o
          affezioni, o disposizioni, si viene a fare uno stato bastantemente adattato alle emozioni
          sentimentali, ed alla poesia ec.</p>
        <p>Una insolita cagione d’allegrezza, produrrebbe anch’essa, e molto meglio, simili <pb
            ed="aut" n="2162"/> effetti, e più veramente poetici, più eloquenti ec. (24. Nov.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si vedono e si <emph>osservano</emph> tuttogiorno, uomini di goffissimo e tardissimo
          ingegno, incapaci non solo di eseguire ec. ma d’intendere ogni altra cosa, essere
          sottilissimi, penetrantissimi, prontissimi ad intendere, abilissimi nelle cose di loro
          professione e mestiere, e in queste vincere i più grandi talenti, anche quelli che nelle
          medesime cose sono abbastanza esercitati, e periti. Che vuol dir ciò? quel misero ingegno,
          pare assolutamente un altro nelle cose del suo mestiere, quantunque non comprenda nulla,
          non solo del resto, ma neanche di cose appartenenti alla stessa sfera della sua
          professione, nelle quali egli non sia esercitato. Ma dove egli è abituato, intende alla
          prima perfettamente, ed eseguisce ec. tutto l’occorrente, ancorchè si tratti <pb ed="aut"
            n="2163"/> di qualche novità, dentro il piccolo spazio delle sue cognizioni. Vuol dire
          che l’ingegno umano, non è che abitudine, le facoltà umane pure abitudini, acquistabili
          tutte da tutti, benchè più o meno facilmente, con più lunga o più corta assuefazione. Vuol
          dire che quel tale si è fin da fanciullo, o lungamente esercitato ed abituato in quel
          genere di cognizioni, e di abilità, e deve quest’abilità alle pure circostanze che gli
          hanno proccurato quell’assuefazione. Giacchè suppongo che non si vorrà stimare innata e
          naturale in un falegname la facoltà di maneggiare perfettamente il suo mestiere, ad
          esclusione di ogni altra facoltà. E sarà necessario supporre in lui nient’altro che una
          disposizione naturale, capace d’ogni altra facoltà mediante l’assuefazione, ma dalle
          circostanze determinata a questa facoltà sola. Giacchè che vuol dire che tutti coloro <pb
            ed="aut" n="2164"/> che si esercitano da fanciulli e assiduamente in qualunque facoltà,
          nel mestiero del padre, ec. vi riescono abilissimi, e più di qualunque altro, benchè di
          gran talento, ed essi di pochissimo? Come si combinano sempre le facoltà pretese innate,
          con quelle professioni che il caso della nascita o della vita, ci porta a coltivare
          decisamente e studiosamente? Come si combina che un uomo privo d’ogni altra facoltà innata
          (quali si suppongono quelli di poco talento) abbia sempre, e porti seco nel nascere,
          appunto quella facoltà o quella disposizione naturale e antecedente, che serve a quella
          professione che il mero caso, e l’imprevedibile concorso delle circostanze gli destinano?
          (24. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non è dunque vero ciò che dicono coloro, i quali riconoscendo la forza delle circostanze
          e delle assuefazioni sui talenti, <pb ed="aut" n="2165"/> e acconsentendo a chiamar la
          natura piuttosto dispositrice, che conformatrice, spingono però all’eccesso quella
          sentenza, che l’individuo nasca con disposizioni particolarmente ed esclusivamente
          determinate a queste o quelle facoltà o abitudini, ed all’acquisto delle medesime, e a
          distinguersi in esse, e sovrastare agli altri individui, secondo loro, diversamente
          disposti per natura. (24. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 988. Fino i titoli delle loro opere i latini gli scrivevano bene spesso, non solo
          con parole, ma con elementi greci ancora, come l’<foreign lang="grc"
          >ἀποκολοκύντωσις</foreign> di Seneca, parecchi libri logistici o satirici di Varrone
            (<bibl>v. <author>Fabric.</author>
            <title>B. lat.</title> t. 1. p. 88. e 428. not. <emph>d</emph>.</bibl>) cioè nello
          stesso secolo aureo della latinità; lasciando i titoli interamente greci per origine, per
          terminazione ancora ec. come <title lang="lat">Metamorphoseon</title>, <title lang="lat"
            >Epodon</title> di Orazio, <title lang="lat">Georg</title>. e <title lang="lat"
          >Bucol</title>. ed <title lang="lat">Eclog</title>. di Virgilio, <title lang="lat"
            >Ephemeris</title> di Ausonio, ed altri veramente infiniti in tutti <pb ed="aut"
            n="2166"/> i secoli della latinità. I latini aveano pur forse delle parole proprie o già
          usate o nuove da sostituire a queste scritte in greco, o prese dal greco. Di più esse non
          erano in uso nel linguaggio latino in quelle materie (come georgica per agricultura ec.),
          e neppur credo che esistesse poema greco con tal titolo, ec. almeno famoso. Le quali cose
          non ardiremmo noi (nè forse i tedeschi, i russi ec.) di far col francese, malgrado
          l’inondazione del francesismo, la sommersione che questo ha prodotta delle lingue native
          ec. (al che certo non arrivò la greca rispetto alla latina); l’esser la lingua e le parole
          francesi, almen tanto generalmente intese in ciascuna nazione civile, ed in tutte insieme,
          quanto la greca a quei tempi nella nazion latina, e nelle altre (anzi nelle altre assai
          meno che il francese oggidì): e malgrado che gli elementi francesi non differiscano
          dagl’italiani ec. come differivano i greci da’ latini, il che doveva rendere assai più
          strano e discordante e barbaro un titolo forestiero ad un’opera nazionale, un titolo greco
          a un’opera latina. (25. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Può far meraviglia molto ragionevole che Marcaurelio scrivesse i suoi libri <quote>
            <foreign lang="grc">τῶν εἰς<pb ed="aut" n="2167"/> eáõô’í</foreign>
          </quote>, <emph>delle considerazioni di se stesso</emph> come li chiama il Menagio,
          piuttosto in greco che in latino, essendo romano, non allevato in Grecia (nè credo che mai
          ci fosse), ed avendo posto molto e felice studio nelle lettere e nella lingua nativa, come
          apparisce sì da altre notizie che danno di lui gli Storici, sì massimamente da ciò ch’egli
          scrive a Frontone e Frontone a lui. Non poteva aver egli di mira, cred’io, la maggior
          diffusione del suo lavoro, scrivendolo in una lingua più divulgata. Ma io credo certissimo
          che egli non fosse indotto a preferir la lingua greca alla latina se non per la maggiore
          libertà di quella. Della quale libertà egli aveva bisogno in un’opera profondamente ed
          intimamente filosofica, e attenente alla scienza della vita e del cuore umano, ed alle
          sottili speculazioni psicologiche. Non dubito ch’egli non disperasse di potere riuscire
            <pb ed="aut" n="2168"/> a trattare un tale argomento in latino, a parlare a se stesso, e
          di se stesso, cioè del cuor suo ec. (non delle sue cose pubbliche come fa Cicerone) in
          latino. Questa lingua aveva già avuto un Cicerone e un Seneca, e un Tacito, eppure ancor
          non bastava a una certa filosofia veramente intima. La lingua greca aveva avuto scrittori
          filosofici profondi, ma senza ciò, la sua pieghevolissima e liberissima indole, si
          prestava a qualsivoglia genere di argomento, grado di filosofia, ec. ancorchè nuovo. La
          lingua latina per lo contrario: ed oltracciò quello era un tempo, dove, come accade dopo
          una decisa corruzione e licenza, che richiamandosi gl’istituti umani alla buona strada,
          essi cadono nell’eccesso contrario; la lingua latina e il gusto di quel tempo (come oggi
          in Italia) peccava di servilità, timidità (<quote>
            <foreign lang="lat">in vitium ducit culpae fuga</foreign>
          </quote>), come si può vedere nelle opere di Frontone, e come dicevano i maestri di
          devozione, <pb ed="aut" n="2169"/> che le anime recentemente convertite, sogliono patire
          di scrupoli, e sarebbe anzi mal segno se non ne patissero. Questo durò poco, perchè la
          lingua e letteratura colle cose latine tornò a precipitare indietro ben presto. Ma in quel
          tempo lo stile di Seneca, e altri tali stili filosofici si condannavano altamente dai
          letteratori latini, come oggi dagli italiani quello di Cesarotti ec. e ciò serviva
          d’impaccio e di spauracchio a chi volesse scrivere filosoficamente in latino, come oggi
          volendo scriver buon italiano, nessuno s’impaccia più di pensare. Marcaurelio pertanto
          dovè sentire questo pericolo, disperare di poter essere profondo filosofo nella lingua
          nativa voluta dal suo tempo, e senza violare il gusto corrente, e dar nel naso ai critici,
          i quali già lo riprendevano di cattiva e negligente lingua, e di licenza dopo ch’egli
          s’era dato alla filosofia, e dallo studio delle parole a quello delle cose, <pb ed="aut"
            n="2170"/> come apertamente lo riprende Frontone <title lang="lat">de
          Orationibus</title>. Trovossi adunque obbligato per esprimere i suoi più intimi
          sentimenti, a sceglier la lingua greca, a creder più facile di esprimere le cose sue più
          proprie, in una lingua forestiera ed altrui, che nella propria e nativa. (Il qual bisogno
          pur troppo si farebbe molte volte sentire agl’italiani rispetto al francese, se
          gl’italiani pensassero, ed avessero cose proprie da dire.)</p>
        <p>Il quale splendido esempio, e fatto notabilissimo per le sue circostanze, conferma quello
          ch’io dico della maggior filosoficità della lingua greca, maggior libertà, e indipendenza,
          maggior capacità delle idee sottili, maggiore adattabilità alle cose moderne; e com’ella
          avrebbe potuto assai più della latina servire alla rinata letteratura, e <emph>giovare
            anche oggi la sua intima cognizione (se non all’uso, ch’è impossibile) almeno al
            perfezionamento dell’intelletto <pb ed="aut" n="2171"/> filosofico moderno, delle idee
            di ciascuno, e della facoltà di pensare e delle stesse più colte lingue moderne</emph>.
          (26. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non solo alla lingua francese, (come osserva la Staël) ma anche a tutte le altre moderne,
          pare che la prosa sarebbe più confacente del verso alla poesia moderna. Ho mostrato
          altrove in che cosa debba questa essenzialmente consistere, e quanto ella sia più prosaica
          che poetica. Infatti laddove leggendo le prose antiche, talvolta desideriamo quasi il
          numero e la misura, per la poeticità delle idee che contengono (non ostante che e per
          numero e per ogni altra qualità, la prosa antica tenga tanto della versificazione); per lo
          contrario leggendo i versi moderni, anche gli ottimi, e molto più quando ci proviamo a
          mettere noi stessi in verso de’ pensieri poetici, veramente propri e moderni, desideriamo
          la libertà, la scioltezza, l’abbandono, la scorrevolezza, la facilità, la chiarezza, la
          placidezza, la semplicità, il disadorno, l’assennato, il serio e sodo, la posatezza, il
          piano della prosa, <pb ed="aut" n="2172"/> come meglio armonizzante con quelle idee che
          non hanno quasi niente di versificabile ec. (26. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Sono tanto più ardite poetiche le lingue e gli stili antichi, che i moderni, che (per
          quanto qualunque di esse antiche sia affine a qualunque delle moderne, per quanto questa
          sia fra le moderne arditissima, poeticissima liberissima e ciò per clima, carattere
          nazionale ec.) anche nella lingua italiana la più poetica e ardita delle perfettamente
          formate fra le moderne, e figlia germana della latina, un ardire della prosa latina non
          riesce comportabile se non in verso, un ardire proprio dell’epica latina, non si può
          tollerare se non nella nostra lirica. Anzi la più ardita delle nostre poesie (o per
          genere, o per istile particolare dell’autore ec.) quando va più avanti in ardire, non va
          più là di quello che andassero i greci o i latini nella loro poesia più rimessa; anzi
          spessissimo una frase, metafora ec. prosaica ed usitata (forse anche familiare) in latino
          o in greco, non può esser che lirica in italiano.</p>
        <p>Ciò deve servir di norma nell’imitazione <pb ed="aut" n="2173"/> degli antichi, nel
          trasportare le bellezze o le qualità degli stili e lingue antiche alle moderne ec.</p>
        <p>Colla stessa proporzione si può discorrere dell’orientale o settentrionale, rispetto
          all’occidentale o meridionale.</p>
        <p>La lingua latina si trova, rispetto all’italiana, nel detto caso, anche più della greca,
          bench’ella è madre. L’ardire poetico (anche nella prosa) è maggiore nella lingua latina
          che nella greca, e pure essa è meno libera. Accordate queste due qualità che sembrano
          contraddittorie. (26. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Lo spirito della lingua e dello stile latino è più ardito e poetico che quello della
          greca (non solo in verso ma anche in prosa), e nondimeno egli è meno libero assai. Queste
          due qualità si accordano benissimo. La lingua greca aveva la facoltà di non essere ardita,
          la lingua latina non l’aveva. La lingua greca poteva non solo essere ardita <pb ed="aut"
            n="2174"/> e poetica quanto la latina (come lo fu bene spesso), non solo più della
          latina (come pur lo fu), ma in tutti i possibili modi, laddove la latina non poteva
          esserlo se non dentro un determinato modo, genere, gusto, indole di ardiri. La libertà di
          una lingua si misura dalla sua maggiore o minore adattabilità a’ diversi stili, dalla
          maggiore o minore quasi quantità di caratteri ch’essa contiene in se stessa, o a’ quali dà
          luogo. ec. Ma ch’ella sia di un tal carattere ardito, ch’ella <add resp="ed"
          >abbia</add>per proprietà un certo tal genere di ardire, ciò non prova ch’ella sia libera.
          Ci può dunque essere una lingua serva ed ardita, come una lingua timida e serva, (tale è
          la francese) una lingua libera e non ardita, come una lingua ardita e libera. Bensì da che
          una lingua è libera, non dipende che dallo scrittore ec. il renderla ardita. L’ardire
          dello spirito proprio della lingua latina formata e letterata, venne dalla <pb ed="aut"
            n="2175"/> natura poetica dei popoli meridionali, da quella degli scrittori che la
          formarono, dall’energia e vivacità degl’istituti politici e dei costumi e dei tempi
          romani. La poca libertà della medesima lingua venne dall’uso sociale che la strinse,
          l’uniformò, le prescrisse e determinò quella tale strada, quel tal carattere e non altro.
          La lingua greca sebbene in mano di popoli vivacissimi per clima, carattere, politica,
          costumi, opinioni ec. nondimeno inclinò più a far uso dello stile semplice che
          dell’ardito, e ciò per la natura dei tempi candidi ne’ quali essa principalmente fiorì, e
          fu applicata alla letteratura. Ma dai soli scrittori dipendeva il farla ardita più della
          latina, e in qualunque genere, come fecero infatti ogni volta che vollero. Laddove non
          dipendeva dagli scrittori latini dopo che la lingua fu formata, il ridurla al semplice, al
          candido, al piano, al riposato della <pb ed="aut" n="2176"/> lingua greca, se non fino a
          un certo segno. Onde accade alle frasi latine trasportate in greco, o viceversa, quello
          appresso appoco che ho detto p. 2172. ma più nel caso di trasportare le frasi greche in
          latino, le quali vi riescono troppo semplici, di quello che nel caso contrario, perchè la
          lingua greca si presta a tutto.</p>
        <p>In tutte le suddette qualità la lingua italiana somiglia alla greca assai più che alla
          latina, siccome all’una e all’altra somigliava assai più la primitiva latina scritta, che
          quella dell’aureo secolo. (27. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La somiglianza del tedesco col greco, attribuita, come abbiamo veduto, a cagioni
          storiche, apparisce dalle mie osservazioni, che non ha bisogno d’altre ragioni se non
          delle naturali e universali, per cui qualunque lingua meno affine alla greca, in
          circostanze ed epoche simili a quelle della tedesca, si rassomiglierebbe egualmente <pb
            ed="aut" n="2177"/> alla greca, come fa l’italiana le cui circostanze politiche, le cui
          epoche ec. somigliano a quelle della tedesca. E queste circostanze hanno avuto tanta forza
          che sebbene la lingua italiana è figlia di una lingua perfettamente formata (a differenza
          della teutonica), e fu da’ suoi primi scrittori (che non sapevano sillaba di greco, o non
          lo credevano applicabile) cercata di modellare sulla sola lingua e letteratura madre, soli
          modelli ch’essi avessero in vista, nondimeno ella nelle stesse mani di questi scrittori è
          divenuta assai più simile alla greca, che alla propria madre. (27. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Del resto la libertà e indipendenza e la niuna unità letteraria, di cui gode la Germania,
          supplisce alla libertà, disunione ec. politica, in mezzo a cui fu formata la lingua
          italiana, e rende antica per carattere l’epoca della <pb ed="aut" n="2178"/> lingua e
          letteratura tedesca benchè moderna di tempo, siccome quella dell’italiana, fu antica e di
          tempo e di carattere. (27. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>A quello che ho detto dell’essenza di Dio. Lasciando in piedi tutto ciò che la fede
          insegna su questo punto, io non fo che spaziarmi in ciò ch’è permesso al filosofo, cioè
          nelle speculazioni sull’arcana essenza di Dio, speculazioni non men lecite al filosofo che
          al teologo, giacchè anche questi dopo che ha lasciato intatta la rivelazione, e che scorre
          col pensiero a quelle cose a cui la rivelazione non giunge, senza però escluderle nè
          contraddirle, allora, dico, il teologo si confonde col filosofo. Di più le mie
          osservazioni combinano cogli insegnamenti cristiani, non solo affermando, ma rendendo
          quasi palpabile, e sminuzzando, e quasi materializzando quella verità, che l’essenza di
          Dio non può esser concepita dall’uomo. Anzi dimostrando ancora che l’uomo s’inganna <pb
            ed="aut" n="2179"/> in quelle medesime confuse immagini ch’egli se ne forma, e
          rintuzzando in ciò le pretensioni dell’umano intelletto. Del resto la religione affermando
          dell’essenza di Dio quel ch’ella sa, e insegnando ch’ella non può esser conosciuta, lascia
          con ciò stesso libero il campo a quelle speculazioni razionali e metafisiche su questo
          punto, che possono arrivare più o meno avanti nell’infinito spazio di questo arcano,
          spazio ch’essendo infinito, nessun avanzamento di speculazione correrà mai pericolo di
          toccarne il termine. Ed è per ciò, e consentaneamente a ciò, che molti Padri, e Dottori,
          si sono ingegnati di spiegare o dilucidare quale in un modo, quale in un altro, il mistero
          della trinità, dell’incarnazione ec. non già coi lumi rivelati, e già noti a tutti, ma col
          discorso umano e ragionato; ed hanno pertanto (senza biasimo) applicato il discorso umano
          alla speculazione dell’essenza di Dio, al di là <pb ed="aut" n="2180"/> o fuori de’
          termini della rivelazione senza lederli, e perciò senza essere ripresi. (27. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Della pedanteria e scrupoli intorno alla purità della lingua, novità delle parole ec.
          introdottisi nella letteratura latina fino nell’aureo secolo, anzi regnanti appresso a
          poco come oggi in Italia, scrupoli ignoti alla Grecia ne’ buoni tempi della sua lingua, la
          quale perciò dovette esser necessariamente tanto più libera rispetto alla latina anche
          aurea, vedi soprattutto l’Arte Poet. di Orazio. (28. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Anche dopo introdotto in Grecia lo studio dell’atticismo ec. l’essere o non essere
          ateniese di nascita o allevato in Atene, non fu mai prevenzione per giudicare
          favorevolmente o sfavorevolmente di uno scrittore neppur quanto alla purità della lingua;
          almeno non lo fu tanto quanto rispetto alla toscaneria o fiorentineria nel 500 (e anche
          oggi), e nell’opinione degli <pb ed="aut" n="2181"/> Accademici della Crusca circa il
          giudicar classici o non classici di lingua gli scrittori altronde esimi e famosi (anche in
          genere di stile); siccome neppure fu stimato vizio lo scrivere espressamente in altro
          dialetto (non solo il mescolare all’atticismo parole o modi ec. forestieri, o il ridurre
          l’atticismo a nient’altro che dialetto comune, e formato di tutto ciò ch’era proprio de’
          diversi paesi greci), come fece Arriano nell’Indica, e forse anche in altre opere, v. p.
          2231. Ecateo Milesio (ma molto prima) ec. Anzi Atene dopo prevaluto nella Grecia
          l’atticismo, ebbe appresso a poco la sorte di Firenze, cioè non produsse nulla di buono,
          nel che v. un passo di Cicerone in una nota al Dial. del Capro, nella Proposta del Monti,
          voce Becco. — ec. ec. (28. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La lingua greca rassomiglia certo alla latina (generalmente però e complessivamente
          parlando) più che all’italiana, com’è naturale di due sorelle. Ma sebbene <pb ed="aut"
            n="2182"/> di queste due sorelle la sola latina ci è madre, nondimeno l’italiana e la
          spagnola somigliano più alla greca che alla latina. Siccome la lingua francese benchè
          figlia della latina e sorella delle due sopraddette, somiglia più all’inglese, che a
          queste altre ec. ec. (28. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È cosa osservata che non solo le stesse morti provenienti da mali dolorosissimi, sogliono
          esser precedute da una diminuzione di dolore, anzi quasi totale insensibilità, ma che
          questi sono segni certi, e quasi immancabili (io credo certo immancabili) di morte vicina.
          Laonde tanto è lungi che la morte sia un punto di straordinaria pena o dolore o incomodo
          qualunque corporale, che anzi gli stessi travagli corporali che la cagionano, per veementi
          che sieno (e quanto più sono veementi) cessano affatto all’avvicinarsi di lei; e il
          momento della morte, e quelli che immediatamente la precedono <pb ed="aut" n="2183"/> sono
          assolutamente momenti di riposo e di ristoro, tanto più pieno e profondo quanto maggiori
          sono le pene che conducono a quel passo. Ciò che dico del travaglio corporale, si deve pur
          necessariamente estendere allo spirituale, perchè quando l’insensibilità del paziente è
          giunta a segno che lo rende insuscettibile di qualunque dolore corporale, per grandi che
          sieno le cagioni che dovrebbero produrlo, il che immancabilmente accade in punto di morte,
          è manifesto che l’anima essendo quasi fuori de’ sensi, è fuori di se stessa, fuori de’
          sensi spirituali, che non operano se non per mezzi corporali, e quindi incapace di pene e
          di travagli di pensiero. Ed infatti il punto della morte, è sempre preceduto dalla perdita
          della parola, e da una totale insensibilità ed incapacità di attendere e di concepire,
          come si argomenta dai segni esterni, e come accade a chi sviene, o a chi dorme. ec. E
          questo letargo precursore <pb ed="aut" n="2184"/> immancabilissimo della morte, è forse,
          almeno in molti casi, più lungo nelle malattie violente ed acute, che nelle lente,
          compassionando così la natura alle pene de’ mortali, e togliendo loro maturamente la forza
          di sentire, quando ella non sarebbe più se non forza di patire. (28. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non solo l’uomo è opera delle circostanze, in quanto queste lo determinano a tale o tal
          professione ec. ec. ma anche in quanto al genere, al modo, al gusto di quella tal
          professione a cui l’assuefazion sola e le circostanze l’hanno determinato. P. e. io finchè
          non lessi se non autori francesi, l’assuefazione parendo natura, mi pareva che il mio
          stile naturale fosse quello solo, e che là mi conducesse l’inclinazione. Me ne
          disingannai, passando a diverse letture, ma anche in queste, e di mese in mese, variando
          il gusto degli autori ch’io leggeva, variava l’opinione ch’io mi formava circa la mia
          propria <pb ed="aut" n="2185"/> inclinazione naturale. E questo anche in menome e
          determinatissime cose, appartenenti o alla lingua, o allo stile, o al modo e genere di
          letteratura. Come, avendo letto fra i lirici il solo Petrarca, mi pareva che dovendo
          scriver cose liriche, la natura non mi potesse portare a scrivere in altro stile ec. che
          simile a quello del Petrarca. Tali infatti mi riuscirono i primi saggi che feci in quel
          genere di poesia. I secondi meno simili, perchè da qualche tempo non leggeva più il
          Petrarca. I terzi dissimili affatto, per essermi formato ad altri modelli, o aver
          contratta, a forza di moltiplicare i modelli, le riflessioni ec. quella specie di maniera
          o di facoltà, <emph>che si chiama originalità</emph>. (<emph>Originalità</emph> quella che
          si contrae? e che infatti non si possiede mai se non s’è acquistata? Anche Mad. di Staël
          dice che bisogna leggere più che si possa per divenire <pb ed="aut" n="2186"/>
          <quote>
            <emph>originale</emph>
          </quote>. Che cosa è dunque l’originalità? facoltà acquisita, come tutte le altre, benchè
          questo aggiunto di acquisita ripugna dirittamente al significato e valore del suo nome.)
          (28. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1073. Le cinque, anzi le dieci dita delle mani, all’uomo privo di favella non
          potevano servire (stante le osservazioni fatte di sopra) se non per contare al più sino a
          25. (e con molta difficoltà) cioè sino a cinque volte cinque, contando le unità coll’una
          mano, e coll’altra le cinquine. Senza il che la memoria non l’avrebbe condotto neppure al
          15. o al venti. Del resto i popoli scarsi di favella e privi di sufficienti nomi numerali,
          si vede che infatti non sanno contare neppur sino al 20. (se nel Romanzo di Robinson
          Crusoe si è avuto qualche riguardo alla verità, o al verisimile). <bibl>V. l’
              <title>Enciclopedia, Logique</title> ec. art. <foreign lang="fre" rend="italic"
              >Nombres</foreign> ec.</bibl>
          <pb ed="aut" n="2187"/> I fanciulli sinchè non hanno bene e radicatamente appresi i nomi
          numerali, e legate ad essi strettamente le rispettive idee, non sono capaci di concepire
          appena confusamente nessuna quantità determinata (o di numero o di misura ec.) se non
          piccolissima, cioè tanta per lo più quanto si stende la loro cognizione de’ nomi numerali;
          e non arrivano se non dopo lungo tempo a contar sino a venti, o più là del dieci ec. Anzi
          arrivano prima a contar questi numeri, che a concepire le corrispondenti quantità, non
          avendo ancora abbastanza strettamente legate e immedesimate e incastrate le idee
          rispettive dei numeri, nelle parole che li rappresentano. (28. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2022. Concedo, come altrove ho detto, che i verbi continuativi, talvolta, ed
          anche spesso (ma di rado però ne’ più antichi e primitivi monumenti) siano stati
          adoperati, <pb ed="aut" n="2188"/> in senso, almeno confusamente frequentativo, e simile a
          quello de’ verbi in <emph>itare</emph>. Ma io ho dimostrato splendidamente il significato
          proprio continuativo di tanti verbi così come ho detto formati, ho distinto così
          evidentemente il significato continuativo l’azione continuata ec. dalla frequente, che già
          non si può mettere in dubbio l’esistenza di verbi (e non pochi) tenuti fin qui per
          frequentativi ec. i quali sono di senso manifestamente continuativo, secondo le
          distinzioni da me notate, e diversissimo dal frequente, ec. Resterebbe che riconoscendo
          questo, si negasse ai verbi così come io dico formati, la proprietà essenziale di tali
          significazioni; queste si volessero supporre accidentali, e tenere per non avvertite
          modificazioni o parti ec. del senso frequentativo; negare che gli antichi latini avessero
          una forma di verbi apposta per li significati continuativi, e per continuare ec. il
          significato de’ loro verbi originarii, <pb ed="aut" n="2189"/> e modificarlo in questo dal
          preciso modo ch’io dico; si presumesse che queste minute e sfuggevoli differenze non
          fossero cadute in mente degli antichi latini, o non fossero state considerate nel loro
          linguaggio; e in somma si persistesse a credere che il valore de’ verbi in
          <emph>are</emph> ec. e in <emph>itare</emph> fosse tutt’uno, distinguendosi questi verbi
          per la sola forma, e non pel significato proprio, stimando casuali e non precisamente
          volute da’ latini e da’ formatori di quei verbi, le differenze di significazione che tra
          essi s’incontrano: o al più si concedesse che la forza diminutiva non appartenga se non ai
          verbi in <emph>itare</emph>, volendo però che la frequentativa sia loro comune coi verbi
          in <emph>are</emph> ec. e che questi sieno parimente frequentativi, includendosi nel
          valore frequentativo tutte le altre significazioni loro ch’io ho fatte osservare. Or
          questo appunto è quello che non potremo concludere, se osserveremo <pb ed="aut" n="2190"/>
          che laddove quelli ch’io chiamo continuativi sono usati talvolta nel senso frequentativo
          (e la ragione vedila p. 2023.) i verbi per altro in <emph>itare</emph> che son veri
          frequentativi o diminutivi, non si troveranno mai o difficilissimamente usati ne’ vari
          sensi continuativi da me specificati (v. p. 1116. sulla fine 1117.), il che dimostra una
          precisa, voluta, e non accidentale differenza tra il valor proprio de’ verbi in
            <emph>itare</emph>, e di quelli in semplice <emph>are</emph>. E in che consista tal
          differenza di valor proprio, questo è ciò che essendo stato finora inosservato, ho notato
          io, facendo conoscere i verbi in <emph>are</emph> ec. per propriamente continuativi, non
          frequentativi nè diminutivi, e i verbi in <emph>itare</emph> per frequentativi o
          diminutivi non continuativi. E in ciò è riposta la mia scoperta. Siccome poi il
          significato continuativo è di natura più sottile che il frequentativo, perciò accadde che
          quei verbi de’ quali era proprio il primo significato, fossero coll’andar del <pb ed="aut"
            n="2191"/> tempo facilmente tirati al senso frequentativo e altri loro non propri,
          siccome essendo essi di proprietà sfuggevole e facilmente disconoscibile, e confondibile;
          ma viceversa i verbi propriamente frequentativi o diminutivi, essendo di proprietà e
          significato meno sfuggevole, e metafisico e sottile, e che dava meglio negli occhi,
          facilmente lo conservassero, e non venissero tirati ad altro senso, neppure al
          continuativo sebbene per se minutissimo e confondibilissimo.</p>
        <p>E qui bisogna notare che negando io che i verbi in <emph>itare</emph> si trovino usati in
          alcun senso continuativo, intendo di escludere quelli la cui formazione coincide con
          quella de’ continuativi, come <foreign lang="lat" rend="italic">habitare,
          domitare</foreign> ec. i quali bene spesso si trovano in senso decisamente continuativo,
          ed in essi massimamente e più che in qualunque altro verbo si trova confuso il senso
          continuativo col frequentativo e dimininutivo Il che grandemente conferma il mio discorso,
          perchè <pb ed="aut" n="2192"/> vedendo che gli altri verbi in <emph>itare</emph> non hanno
          mai senso continuativo, e questi sì, perciocchè coincidono colla forma ch’io dico
          continuativa, si conclude che dunque questa forma è veramente continuativa. E vedendo che
          il senso continuativo e il frequentativo o diminutivo si confonde in questi verbi più che
          in ogni altro, per un’accidentale e materiale combinazione di forma, si conchiude che
          dunque queste due forme per se stesse sono evidentemente distinte di significato, e che
          quella in <emph>itare</emph> è frequentatativa o diminutiva, quella in semplice are,
          continuativa, giacchè quei verbi che casualmente rinchiudono queste due forme, rinchiudono
          pure questi due significati, e gli altri verbi no. (29. Nov. giorno della morte di mia
          Nonna. 1821.).V. p. 2285.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1154. marg. <foreign lang="lat" rend="italic">Sonitare</foreign> sono incerto se
          venga da <foreign lang="lat" rend="italic">sonatus</foreign>, o da <foreign lang="lat"
            rend="italic">sonitus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">sonare</foreign>.
          Perocchè che il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">sonare</foreign> avesse <pb
            ed="aut" n="2193"/> da prima effettivamente questo participio (o supino) <foreign
            lang="lat" rend="italic">sonitus</foreign>, benchè ignoto a’ buoni autori (anzi a
          tutti), lo mostra evidentemente, primo il verbale <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sonitus us</foreign>, o <emph>i</emph>, secondo ciò che ho detto p. 2146. segg. (in
          spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">sonido</foreign>); secondo il pret. <foreign
            lang="lat" rend="italic">sonui</foreign>, (raro <hi rend="sc">sonavi</hi> dice il
          Forcell.) e il vedere che il verbo <emph>sono</emph> fu anticamente della terza e forse
          anche della 4. congiugazione V. il Forc. <emph>Sono</emph>, in fine. Le quali ragioni mi
          persuadono che <foreign lang="lat" rend="italic">sonitare</foreign> venga certo da
            <foreign lang="lat" rend="italic">sonitus</foreign> e appartenga a quei verbi de’ quali
          p. 1112. dopo il mezzo-1113. Queste osservazioni si ponno parimente applicare forse anche
          a <foreign lang="lat" rend="italic">domitus, crepitus</foreign>, (<foreign lang="lat"
            rend="italic">crepitus us</foreign> si trova similmente), <foreign lang="lat"
            rend="italic">rogitus</foreign>, e a’ verbi <foreign lang="lat" rend="italic"
          >domitare</foreign> ec. de’ quali p. 1154. E chi sa che non si possano estendere a tutti
          cotali verbi che paiono formati da un participio in <emph>atus</emph>, cangiato nella
          formazione in <emph>itus</emph>? (29. Nov. 1821.). <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Restitare</foreign> o vien da <foreign lang="lat" rend="italic">restatus</foreign> o da
            <foreign lang="lat" rend="italic">restitus</foreign> (partt. o supp. ambedue obsoleti) o
          forse è una metatesi di <emph>resistere</emph>, ma non credo ec. Del rimanente
          <emph>sto</emph> ha <foreign lang="lat" rend="italic">statum</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">status us</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">persto
            perstatum</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">consto atum</foreign>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2194"/> Alla p. 1109. marg. 2.<hi rend="apice">da</hi> linea-contratto,
          come in italiano da <foreign lang="lat" rend="italic">porrectus, porto</foreign> partic.
          di <foreign lang="lat" rend="italic">porgere</foreign> contratto pure da <foreign
            lang="lat" rend="italic">porrigere</foreign>, il qual <foreign lang="lat" rend="italic"
            >porto</foreign> è in luogo di <foreign lang="lat" rend="italic">porretto</foreign>.
          Così dunque in ispagn. <foreign lang="spa" rend="italic">despertar</foreign> in vece di
            <foreign lang="spa" rend="italic">desperrectar</foreign> da un <foreign lang="lat"
            rend="italic">desperto</foreign> in vece di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >desperrecto</foreign> ec. Infatti trovate nello spagnuolo appunto il participio da cui
            <foreign lang="spa" rend="italic">despertar</foreign> è derivato, cioè <foreign
            lang="spa" rend="italic">despierto</foreign> (<emph>sveglio, vigile</emph>), che è lo
          stesso ch’<foreign lang="lat" rend="italic">experrectus</foreign>. (29. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1115. Così da <foreign lang="lat" rend="italic">usus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">uti</foreign>, onde hanno i buoni latini <foreign lang="lat"
            rend="italic">usitari, usitatus, usitate</foreign>, verbo, nome, avverbio frequentativi,
          s’è conservato nelle lingue moderne (non solo il freq. <foreign lang="spa" rend="italic"
            >usitar</foreign> spagn. e il nostro <emph>usitato</emph> ec. e il franc. <foreign
            lang="fre" rend="italic">usité</foreign>) ma anche il continuativo <emph>usare</emph>,
            <foreign lang="fre" rend="italic">user</foreign> ec. vero continuativo non solo per
          forma, ma per significato eziandio, e che perciò come ho detto altrove, si può creder
          proprio dell’antico latino almeno volgare. V. il Gloss. in <emph>Usare</emph>. Così
          abbiamo <emph>abusare</emph> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Uti</foreign> è meno
          continuo di <emph>usare</emph>, o <emph>usari</emph>. Si disse anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">uto is</foreign>. Forcell. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >utor</foreign> in fine. (29. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2195"/> Alla p. 1127. prima del mezzo. Altri esempi di ciò gli ho notati
          altrove, altri se ne ponno vedere nell’Encycl. Grammaire, non mi ricordo a quale articolo,
          ma credo all’<emph>H</emph>. presi da Prisciano, altri p. 1276. e quivi in marg. A’ quali
          tutti aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic">sulcus</foreign> fatto da <foreign
            lang="grc">ἑαυτὸν</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">tractus</foreign>), che
          però dovette da prima dirsi <foreign lang="lat" rend="italic">solcus</foreign>, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">volgus, volpes</foreign>, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">solpur</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">sulphur</foreign>
          pretende il Pontedera, come forse per lo contrario <foreign lang="lat" rend="italic"
            >supnus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">sumnus</foreign> ec. Questa
          etimologia di <foreign lang="lat" rend="italic">sulcus</foreign> da <foreign lang="grc"
            >ὅλκος</foreign> è riconosciuta dal Forcell. Vedilo in principio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">Sulcus</foreign>. V. anche <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sisto</foreign> p. 2143. fine-seg.</p>
        <p>Osservo che questi nomi greci che passando in latino hanno mutato lo spirito in
          <emph>s</emph>, (siccome quelli che l’hanno mutato in <emph>h</emph>, e di questi è
          naturale perchè più recentemente fatti latini) conservano in latino le proprietà, e quasi
          la forma intera che hanno nel greco p. e. il genere maschile neutro ec. Non così quelli
          che hanno mutato lo spirito in <emph>v</emph>
          <pb ed="aut" n="2196"/> i quali hanno mutato il genere, la forma ec. in modo che appena o
          certo più difficilmente si ravvisano. Ho detto nomi, e intendo parole d’ogni sorta. Ciò fa
          credere o 1. che tal pronunzia di <emph>v</emph> o <emph>f</emph> in luogo dello spirito
          sia più antica, che quella in <emph>s</emph>, e perciò quelle parole più anticamente fatte
          proprie del latino 2. o ch’elle venendo forse dall’Eolico, avessero in esso dialetto forma
          diversa dalla greca comune. 3. o che in verità sieno passate dal latino al greco, o
          piuttosto (ed è verisimilissimo) siano di quelle parole primitivamente comuni ad ambe le
          lingue, e derivate da comune madre, il che conferma l’opinione della fratellanza del greco
          e latino. Bisogna però notare che quello che si cambia nel latino in <emph>s</emph> (o in
            <emph>h</emph>) è lo spirito denso, e quello che in <emph>v</emph> (o forse talvolta in
            <emph>f</emph>) il lene. Onde si potrebbe anche concludere che l’uso dello spirito
          denso, sebbene antichissimo, sia però nelle voci greche più recente, che quello del lene.
          Che l’uso greco <pb ed="aut" n="2197"/> (e quindi anche il latino) del <foreign lang="grc"
            >σ</foreign> per lo spirito, sia più recente di quello dell’ <foreign lang="grc"
          >Η</foreign>, mutato nel latino in <emph>v</emph>, o del digamma <foreign lang="grc"
          >Ϝ</foreign>, ec. Che forse quelle parole greche scritte oggi collo spirito denso, che nel
          latino hanno il <emph>v</emph>, anticamente si scrissero o pronunziarono col lene (come
            <foreign lang="grc">Ἑστία</foreign> ec.), o che così passarono agli Eoli ec.</p>
        <p>V. anche (circa lo spirito denso mutato in <emph>s</emph>) il Forc. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Sollus, Sollicitare</foreign> principio, <foreign lang="lat"
            rend="italic">Solitaurilia</foreign> princ. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Solidus</foreign> princ. (30. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Solitas</foreign> è voce latina antica dice il Forc. e
          significa <emph>solitudine</emph>. Or eccola ancora vivissima nello spagn. <foreign
            lang="spa" rend="italic">soledad</foreign> collo stesso significato. V. il Gloss. se ha
          nulla. (30. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quello che altrove ho detto della lingua del Bartoli, dimostra quanto la nostra lingua si
          presti all’originalità dello stile e degli stili individuali, in tutti i generi, e in
          tutta l’estensione del termine. Originalità <pb ed="aut" n="2198"/> strettamente vietata
          dalla lingua francese allo stile ec. dell’individuo, se non pochissima, che a’ francesi
          pare gran cosa, come la lingua di Bossuet. Perocchè è molto una piccola differenza, in una
          nazione, in una letteratura, in una lingua, avvezza, e necessariamente conducente
          all’uniformità, che non può essere alterata se non se menomamente, senza dar bruttamente
          negli occhi, e uscir de’ limiti del lecito. Laddove nella lingua italiana lo scrittore
          individuo può essere uniforme agli altri, e difforme se vuole, anzi tutt’altro, e
          nuovissimo, e originalissimo, senza lasciar di essere e di parere italiano, e ottimo
          italiano, e insigne nella lingua. Ciascuno colla lingua italiana si può aprire una strada
          novissima, propria, ignota, e far maravigliare i nazionali di parlare una lingua che si
          possa esprimere in modo sì differente dal loro, e da loro non mai pensato, <pb ed="aut"
            n="2199"/> benchè benissimo l’intendano, per nuovo che sia. (30. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1154. marg. Quanto però a <foreign lang="lat" rend="italic">mussitare</foreign>
          io non credo che venga da <foreign lang="lat" rend="italic">mussatus</foreign> ma da
            <foreign lang="lat" rend="italic">mussus</foreign>, o quando anche venga da <foreign
            lang="lat" rend="italic">mussare</foreign>, io non credo che questo sia verbo originario
          ma continuativo da <foreign lang="lat" rend="italic">mussus</foreign>. Il quale io stimo
          antico participio di <foreign lang="lat" rend="italic">mutire</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">muttire</foreign> verbo usato dagli scrittori antichi (come da
            <foreign lang="lat" rend="italic">concutio</foreign> ec. <foreign lang="lat"
            rend="italic">concussus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">sentire
          sensus</foreign>, e non <foreign lang="lat" rend="italic">sentitus, concutitus</foreign>
          ec. ec.) Quantunque in Terenzio se ne trovi (non è però senza controversia) il partic.
            <foreign lang="lat" rend="italic">mutitus</foreign>. Il Forc. stesso, deriva <foreign
            lang="lat" rend="italic">mussare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >mutire</foreign>. Vedilo in <foreign lang="lat" rend="italic">Musso, Mutio, Mutitus.
            Mussitare</foreign> però al solito lo dice frequentativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">mussare</foreign>, ma io lo credo immediato frequentativo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">mutire</foreign>. Potrebb’essere però anche il contrario,
          trattandosi che <foreign lang="lat" rend="italic">mutire</foreign> è verbo quasi disusato
          fra’ latini del buon secolo, secondo ciò che ho detto p. 1201. dopo il mezzo. (30. Nov.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2052. <foreign lang="lat" rend="italic">lapsare</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">lapsus</foreign> di <pb ed="aut" n="2200"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">labi</foreign>; (certo è azione più continua per se
          medesima lo <emph>sdrucciolare</emph> che il <emph>cadere</emph>, e sebbene anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">labi</foreign>, ha specialmente in molti casi un significato
          analogo a <emph>sdrucciolare</emph>, nondimeno <foreign lang="lat" rend="italic"
          >lappare</foreign> significa di più in questo senso, ec.). (30. Nov. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1112 marg. fine. Forse <foreign lang="lat" rend="italic">sentire</foreign> ebbe
          un antico part. <foreign lang="lat" rend="italic">sentitus</foreign>, (regolarissimo) in
          vece di <foreign lang="lat" rend="italic">sensus</foreign> (anomalo). Questo infatti viene
          da <foreign lang="lat" rend="italic">sensi</foreign> (anomalo); perchè non dunque quello
          da <foreign lang="lat" rend="italic">sentii</foreign> (regolare come <foreign lang="lat"
            rend="italic">audii</foreign>)? Forc. però non riconosce punto il pret. <foreign
            lang="lat" rend="italic">sentii</foreign>. (30. Nov. 1821.).</p>
      </div1>
      <div1 n="2200 - 2400">
        <p>Alla p. 1167. fine. Potrà far maraviglia il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >quaeritare</foreign>, (e il composto <foreign lang="lat" rend="italic"
          >requiritare</foreign>) e indurre a credere che questa sia almeno un’eccezione alla mia
          regola che i continuativi, e i frequentativi in <emph>itare</emph> non si formano se non
          dai part. in <emph>us</emph> dei verbi originarii. Niente di tutto ciò. Questo esempio
          invece di distruggere o indebolire la regola, col mezzo della regola <pb ed="aut" n="2201"
          /> si rettificherà e porrà in chiaro, e si spoglierà eziandio dell’apparenza di anomalia.</p>
        <p>Dico che <foreign lang="lat" rend="italic">quaeritare</foreign> viene da un antico
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaeritus</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaerere</foreign>. 1. Questo è regolare come <foreign lang="lat"
            rend="italic">tritus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">terere</foreign>,
          che è contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">teritus</foreign>, ec. laddove
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaesitus</foreign> è irregolare. Siccome <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaesivi</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaesii</foreign> in vece di <foreign lang="lat" rend="italic">quaerivi</foreign>, o
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaerii</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >quaeri</foreign>.</p>
        <p>2. Nello spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">querer</foreign> che sebbene con
          diverso significato (per la lontananza de’ tempi, e la varietà de’ dialetti in che si
          divise il latino nel propagarsi) è però il puro e pretto <foreign lang="lat" rend="italic"
            >quaerere</foreign>, voi trovate appunto il partic. <foreign lang="spa" rend="italic"
            >querido</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">quaeritus</foreign>. Notate
          che vi troverete ancora da <foreign lang="spa" rend="italic">quisè</foreign> (cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaesivi</foreign>, o <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaesii</foreign>) il part. anomalo <foreign lang="spa" rend="italic"
            >quisto</foreign> (<foreign lang="spa" rend="italic">quisto bien</foreign> o <foreign
            lang="spa" rend="italic">mal</foreign>) cioè <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaestus</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">quaesitus</foreign>, giacchè
          sebbene non si trova <foreign lang="lat" rend="italic">quaestus</foreign> part. , si trova
          però <foreign lang="lat" rend="italic">quaestus us</foreign> verbale, (e v. p. 2146.) e
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaestor</foreign>, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaestura</foreign> ec. tutte pure contrazioni <pb ed="aut" n="2202"/> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaesitus us, quaesitor, quaesitura</foreign> ec. voci
          che parimente si dicono. Hanno anche gli spagnuoli da <foreign lang="spa" rend="italic"
            >quisto, malquisto</foreign> (come da <foreign lang="spa" rend="italic">querido,
            malquerido</foreign>) cioè <emph>malvoluto</emph>, e quindi <foreign lang="spa"
            rend="italic">malquistar</foreign> (<foreign lang="spa" rend="italic">male
          quaesitare</foreign>) cioè <emph>rendere odioso</emph>, (Solìs) significato figurato e
          metaforico, o almeno non primitivo.</p>
        <p>3. Avvertite che <foreign lang="lat" rend="italic">quaeritare</foreign> è verbo antico.
          Il Forc. non ne ha esempi che da Plauto e Terenzio. Quindi forse anche egli non era se non
          del popolo, eterno conservatore dell’antichità, il quale perciò da <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaero</foreign> non avrà fatto <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaesito</foreign>, ma <foreign lang="lat" rend="italic">quaerito</foreign> dal vecchio
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaeritus</foreign>, che forse conservò parimente come
          oggi si conserva in ispagnuolo.</p>
        <p>4. Sebbene il Forcellini di <foreign lang="lat" rend="italic">quaero</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaeso</foreign>. faccia due verbi, ed al primo dia il perf.
            <foreign lang="lat" rend="italic">sivi</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sii</foreign>, col sup. <foreign lang="lat" rend="italic">situm</foreign>, al secondo
          dia gli stessi perfetti, ma neghi il supino, nondimeno è chiaro che tanto i detti
          perfetti, quanto il supino e participio non sono in verità di <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaero</foreign>, ma di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaeso</foreign>. Questo <foreign lang="lat" rend="italic">quaeso</foreign>, dice il
          Forc. è <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">idem quod quaero: quemadmodum dicebant</hi>
              <hi rend="sc">arborem, casmen, valesii, asa</hi>, <hi rend="italic">etc. pro</hi>
              <hi rend="sc">arborem, carmen, valerii, <pb ed="aut" n="2203"/> ara</hi>
            </foreign>
          </quote>, <emph>etc</emph>. Dunque se <foreign lang="lat" rend="italic">quaeso</foreign> è
          corruzione di <foreign lang="lat" rend="italic">quaero, quaesitus</foreign> non è che
          corruzione di <foreign lang="lat" rend="italic">quaeritus</foreign>; quello dunque è
          particolare di <foreign lang="lat" rend="italic">quaeso</foreign> (cioè di un verbo
          corrotto da <foreign lang="lat" rend="italic">quaero</foreign>), e questo cioè <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaeritus</foreign> è il proprio part. di <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaero</foreign>; dunque <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaeritare</foreign> è lo stesso che se si dicesse <foreign lang="lat" rend="italic"
            >quaesitare</foreign>, e non osta niente di più alla mia regola; ed è formato nè più nè
          meno secondo essa, come qualunque altro continuativo o frequentativo (ch’egli può per la
          sua forma esser l’uno e l’altro); ed è regolare come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >venditare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">vendere</foreign>; dunque in
          luogo ch’egli dimostri magagna o eccezione nella mia regola, questa anzi aiuta a conoscere
          e determinare la vera natura, la vera origine e formazione di questo antico verbo (e forse
          popolare), e l’antico e proprio participio di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaerere</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">quaeritus</foreign>, il quale è
          dimostrato appunto da <foreign lang="lat" rend="italic">quaeritare</foreign>, secondo la
          mia regola.</p>
        <p>Così discorro di <foreign lang="lat" rend="italic">queritari</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">queror</foreign>, <pb ed="aut" n="2204"/> il cui solo partic.
          noto <foreign lang="lat" rend="italic">questus</foreign> non è che una sincope dell’ignoto
            <foreign lang="lat" rend="italic">quesitus</foreign>, il quae non fu se non corruzione
          del parimente inusitato <foreign lang="lat" rend="italic">queritus</foreign>. (1. Dic.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È degno di esser letto l’ultimo capo del <foreign lang="grc">Κυνηγετικὸς</foreign> di
          Senofonte, dove inveisce contro i sofisti, dimostra l’utilità e necessità delle
          assuefazioni ed esercizi corporei vigorosi, dice particolarmente che bisogna seguir prima
          di tutto la natura, (par. <foreign lang="grc">δ.'</foreign>) ec. V. ancora il capo
          precedente che contiene un bell’elogio della caccia, occupazione naturalissima e
          primitiva, degna veramente dell’uomo, e conducente alla felicità naturale. (1. Dic.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Come l’amor proprio, così l’odio verso altrui che n’è indivisibile conseguenza, o
          fratello, si può bensì nascondere, o travisare sotto infiniti aspetti, ma non perdere nè
          scemare mai in verun individuo della razza animale, nè esser maggiore o minore <pb
            ed="aut" n="2205"/> in questo individuo che in quello. Se non quanto può esser maggiore
          o minore l’amor proprio, non così che l’individuo non si ami sempre quanto più può, ma
          riguardo all’intensità, ed a quella forza maggiore o minore di passione e di sentimento,
          che la natura ha dato ai diversi individui e specie di animali, e che l’assuefazione ha
          conservato, o cresciuto o scemato. Sotto questo aspetto l’amor proprio, il grado, la
          forza, la massa di esso può esser maggiore o minore secondo gl’individui e specie, e
          quindi anche l’odio verso altrui. Può anche esser maggiore o minore nello stesso individuo
          secondo le diverse età, assuefazioni successive, circostanze accidentali, giornaliere,
          momentanee, tanto fisiche che morali. Può parimente esser maggiore o minore in una
          medesima specie generalmente, nelle diverse sue epoche fisiche e morali, circostanze, ec.
            <pb ed="aut" n="2206"/> P. e. verso i suoi simili l’odio naturale può talvolta esser
          maggiore talvolta minore che verso gli altri animali ec. (1. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il timore, passione immediatamente figlia dell’amor proprio e della propria
          conservazione, e quindi inseparabile dall’uomo, ma soprattutto manifesta e propria
          nell’uomo primitivo, nel fanciullo, in coloro che più conservano dello stato naturale;
          passione strettissimamente comune all’uomo con ogni specie di animali, e carattere
          generale de’ viventi; una tal passione, è la più egoistica del mondo. Nel timore l’uomo si
          isola perfettamente, si stacca da’ suoi più cari, e pena pochissimo (anzi quasi da
          necessità naturale è portato) a sacrificarli ec. per salvarsi. Nè solo dalle persone, o da
          tutto ciò ch’è in qualche modo altrui, ma dalle cose stesse più proprie sue, più preziose,
          più necessarie, l’uomo <pb ed="aut" n="2207"/> si stacca quando teme, come il navigante
          che getta in mare il frutto de’ suoi più lunghi travagli, e anche di tutta la sua vita, i
          suoi mezzi di sussistenza. Onde si può dire che il timore è la perfezione e la più pura
          quintessenza dell’egoismo, perchè riduce l’uomo non solo a curar puramente le cose sue, ma
          a staccarsi anche da queste per non curar che il puro e nudo se stesso, ossia la nudissima
          esistenza del suo proprio individuo separata da qualunque altra possibile esistenza. Fino
          le parti di se medesimo sacrifica l’uomo nel timore per salvarsi la vita, alla quale, e a
          quel solo che l’è assolutamente necessario in qualunque istante, si riduce e si rannicchia
          la cura e la passione dell’uomo nel timore. Si può dir che il se stesso diviene allora più
          piccolo e ristretto che può, affine di conservarsi, e consente a gettare tutte le proprie
          parti non necessarie, per salvare quel tanto ch’è <pb ed="aut" n="2208"/> inseparabile dal
          suo essere, che lo forma, e in cui esso necessariamente e sostanzialmente consiste.</p>
        <p>L’egoismo del timore spingeva gli Americani (ed altri antichi, massime ne’ grandi
          disastri ec. o altri popoli barbari) ad immolar vittime umane ai loro Dei, fatti veramente
          dal timore (<foreign lang="lat" rend="italic">primos in orbe deos fecit timor</foreign>),
          e non per altra cagione rappresentati e adorati da essi sotto le forme più mostruose e
          spaventose. Laonde il loro timore essendo abituale, il detto effetto dell’estremo egoismo
          di questa passione, doveva fra essi e tra coloro che si trovarono o si trovano in simili
          circostanze, essere un costume. (1. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto che l’uomo di gran sentimento più presto degli altri è soggetto a divenire
          indifferente sì nel resto, sì quanto alle sventure. Ciò vuol dire ch’egli forma l’abito
          delle sventure (così dite del resto) <pb ed="aut" n="2209"/> più facilmente e prontamente
          degli altri. E per due cagioni. 1. Perchè più soffre essendo più sensibile, onde le cause
          dell’assuefazione che sono l’esercizio, e la ripetizion delle sensazioni, essendo in lui
          maggiori che negli altri, più presto la cagionano. Oltre ch’egli più vivamente le sente
          ond’è soggetto a sventure maggiori e per numero e per grado di forza ec. 2. Perch’egli è
          anche per se stesso e indipendentemente dalle circostanze, più assuefabile degli altri.
          (Massime a questi generi di cose.) Ond’egli impara la sventura più presto degli altri,
          come gli uomini di talento (che per lo più sono anche di sentimento) imparano le
          discipline, o quella tale a cui sono inclinati ec. più presto degli altri, e più presto e
          facilmente intendono, concepiscono ec. perchè più attendono ec. Quindi è che gli uomini di
          poco o mediocre sentimento, e generalmente i mediocri spiriti, dopo un numero o una massa
          di sventure, maggiore assai di quella che ha bastato ad assuefare e <pb ed="aut" n="2210"
          /> rendere imperturbabile l’uomo di gran sentimento, non vi sono ancora assuefatti, sono
          sempre aperti all’afflizione al dolore, sempre sensibili al male, sempre egualmente teneri
          e molli (sebbene quegli ch’era assai più molle, sia già del tutto indurato), e restano
          bene spesso tali per tutta la vita, tanto capaci di soffrire nella decrepitezza, quanto
          appresso a poco nella prima giovanezza. Anzi di più, perchè meno distratti nelle loro
          sensazioni, e meno aiutati dalla forza naturale. Laddove all’uomo di sentimento lo stesso
          esser poco capace di distrazione, lo stesso attender vivamente alle sensazioni, facilita
          l’assuefazione, e l’acquisto della insensibilità, e incapacità di più attendervi. (1. Dic.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Se la lingua greca nel risorgimento delle lettere avesse prevaluto alla latina, quanto
          all’uso de’ dotti, alle cose diplomatiche ec. ella sarebbe <pb ed="aut" n="2211"/> stata
          (oltre gli altri vantaggi) più facile a trattare e a scrivere anche elegantemente, e con
          quella perfezione con che in Italia fu scritto il latino, e ciò non solo per la sua
          adattabilità alle cose moderne, ma per la maggior facilità assoluta della sua costituzione
          e proprietà, che resulta dalla sua naturalezza, semplicità di frase di andamento ec. E la
          minore anzi niuna somiglianza che avrebbe avuta col materiale delle lingue moderne e
          viventi, sarebbe stato uno scoglio di meno alla sua purità, ed eleganza, alla
          conservazione della sua vera indole, e in vece del latino barbaro, si sarebbe scritto un
          greco puro, e la barbarie non avrebbe dovuto esser cagione di abbandonarla, come la
          latina, barbara anche oggi negli scrittori tedeschi ec. che la usano.</p>
        <p>Oltre il gran vantaggio, scioltezza ec. che avrebbe recato agl’<emph>intelletti</emph>,
          alla concezione e all’espressione delle idee, alla chiarezza e facilità dell’una e
          dell’altra, la familiarità la pratica e l’uso di quella <emph>onnipotente</emph>
          <pb ed="aut" n="2212"/> lingua. (2. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non si pensa se non parlando. Quindi è certissimo che quanto la lingua di cui ci serviamo
          pensando, è più lenta, più bisognosa di parole e di circuito per esprimersi, ed esprimersi
          chiaramente, tanto (in proporzione però della rispettiva facoltà ed abitudine
          degl’intelletti individuali) è più lenta la nostra concezione, il nostro pensiero,
          ragionamento e discorso interiore, il nostro modo di concepire e d’intendere, di sentire e
          concludere una verità, conoscerla, il processo della nostra mente nel sillogizzare, e
          giungere alle conseguenze. Nella maniera appunto che una testa poco avvezza a ragionare,
          più lentamente tira da premesse evidenti e ben concepite, e legate ec. una conseguenza
          parimente manifesta (il che accade tuttodì negli uomini volgari, ed è cagione della loro
          poca ragionevolezza, della loro piccolezza, tardità nell’intendere le cose più ovvie,
          piccolezza, volgarità, oscurità di <pb ed="aut" n="2213"/> mente ec.); e nella maniera che
          la scienza e la pratica delle matematiche, del loro modo di procedere, e di giungere alle
          conseguenze, del loro linguaggio ec. aiuta infinitamente la facoltà intellettiva e
          ragionatrice dell’uomo, compendia le operazioni del suo intelletto, lo rende più pronto a
          concepire, più veloce e spedito nell’arrivare alla conclusione de’ suoi pensieri, e
          dell’interno suo discorso; insomma per una parte assuefa, per l’altra facilita all’uomo
          l’uso della ragione ec. Quindi deducete quanto giovi la cognizione di molte lingue,
          giacchè ciascuna ha qualche proprietà e pregio particolare, questa è più spedita per un
          verso, quella per un altro, questa è più potente nella tal cosa, quella in tal altra,
          questa può facilmente esprimere la tale precisa idea, quella non può, o difficilmente.
          Egli è indubitato: la nuda cognizione di molte lingue <pb ed="aut" n="2214"/> accresce
          anche per se sola il numero delle idee, e ne feconda poi la mente, e ne facilita il più
          copioso e più pronto acquisto. Quello che ho detto della lentezza o speditezza delle
          lingue si deve estendere a tutte le altre loro proprietà; povertà o ricchezza, ec. ec.
          anche a quelle che spettano all’immaginazione, giacchè da queste è influita la fantasia, e
          la facoltà delle concezioni fantastiche (e ragionamenti fantastici) e la qualità di esse,
          come da quelle è influito l’intelletto e la facoltà del discorso. Vedete dunque s’io ho
          ragione nel dire che la pratica della lingua greca avrebbe giovato agl’intelletti più che
          non fece quella della latina (lingua non solo non filosofica nè logica, come non lo è
          neppur la greca, ma non adattabile, senza guastarla, alla filosofia sottile, ed
          all’esattezza precisa delle espressioni e delle idee, a differenza della greca.). V. la p.
          2211. fine. E quello che dico della lingua greca, dico di ciascun’altra <pb ed="aut"
            n="2215"/> per la sua parte, massime di quelle ad essa più analoghe; lo dico
          dell’italiana, massime in ordine alla facoltà immaginativa, e concettiva del bello, del
          nobile, del grazioso ec. la qual facoltà da nessuna moderna lingua può tanto essere
          aiutata come dall’italiana, avendola ben conosciuta e familiare, o materna o no ch’ella ci
          sia. (3. Dic. dì di S. Franc. Saverio. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Virtù</emph> presso i latini era sinonimo di <emph>valore, fortezza d’animo</emph>,
          e anche s’applicava in senso di <emph>forza</emph> alle cose non umane, o inanimate, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">virtus Bacchi</foreign>, cioè del vino, <foreign
            lang="lat" rend="italic">virtus virium, ferri, herbarum</foreign>. V. onninamente il
          Forcellini. Anche noi diciamo <emph>virtù</emph> per <emph>potenza, virtù del fuoco,
            dell’acqua, de’ medicamenti</emph> ec. V. la Crusca. <emph>Virtù</emph> insomma presso i
          latini non era <emph>propriamente</emph> altro che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fortitudo</foreign>, applicata particolarmente all’uomo, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">vir</foreign>. E anche dopo il grand’uso <pb ed="aut" n="2216"/> di questa
          parola presso i latini, tardò ella molto a poter essere applicata alle virtù non forti non
          vive per gli effetti e la natura loro, alla pazienza (quella che oggi costuma), alla
          mansuetudine, alla compassione ec. Qualità che gli scrittori latini cristiani chiamarono
            <foreign lang="lat" rend="italic">virtutes</foreign>, non si potrebbero nemmeno oggi
          chiamar così volendo scrivere in buon latino, benchè <emph>virtù</emph> elle si chiamino
          nelle sue lingue figlie, e con nomi equivalenti nelle altre moderne. Di <foreign
            lang="grc">ἀρετὴ</foreign> (da <foreign lang="grc">ἄρης</foreign>) v. i Lessici, e gli
          etimografi: sebbene la sua etimologia, perchè parola più antica, o più anticamente
          frequentata dagli scrittori, sia più scura. E così credo che in tutte le lingue la parola
          significativa di <emph>virtù</emph>, non abbia mai originariamente significato altro che
            <emph>forza, vigore</emph>, (o d’anima o di corpo, o d’ambedue, o confusamente dell’una
          e dell’altro, ma certo prima e più di <pb ed="aut" n="2217"/> questo che di quella.).
          Tanto è vero che l’uomo primitivo, e l’antichità, non riconosce e non riconobbe altra
          virtù, altra perfezione nell’uomo e nelle cose, fuorchè il vigore e la forza, o certo non
          ne riconobbe nessuna che fosse scompagnata da queste qualità, e che non avesse in elle la
          sua essenza, e carattere principale, e forma di essere, e la ragione di esser virtù e
          perfezioni. (3. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <quote rend="block">
          <bibl>Didone, <title>Aen.</title> 4.659. seg.</bibl>
          <lg lang="lat" rend="italic">
            <l>Moriemur inultae,</l>
            <l>Sed moriamur, ait. Sic sic iuvat ire sub umbras.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p rend="noindent">Virgilio volle qui esprimere (fino e profondo sentimento, e degno di un
          uomo conoscitore de’ cuori, ed esperto delle passioni e delle sventure, come lui) quel
          piacere che l’ animo prova nel considerare e rappresentarsi non solo vivamente, ma
          minutamente, intimamente, e pienamente la sua disgrazia, i suoi mali; nell’esagerarli,
          anche, a se stesso, <pb ed="aut" n="2218"/> se può (che se può, certo lo fa), nel
          riconoscere, o nel figurarsi, ma certo persuadersi e proccurare con ogni sforzo di
          persuadersi fermamente, ch’essi sono eccessivi, senza fine, senza limiti, senza rimedio nè
          impedimento nè compenso nè consolazione veruna possibile, senza alcuna circostanza che gli
          alleggerisca; nel vedere insomma e sentire vivacemente che la sua sventura è propriamente
          immensa e perfetta e quanta può essere per tutte le parti, e precluso e ben serrato ogni
          adito o alla speranza o alla consolazione qualunque, in maniera che l’uomo resti
          propriamente solo colla sua intera sventura. Questi sentimenti si provano negli accessi di
          disperazione, nel gustare il passeggero conforto del pianto, (dove l’uomo si piglia
          piacere a immaginarsi più infelice che può), talvolta anche nel primo punto e sentimento o
          novella ec. del suo male ec.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2219"/> L’uomo in tali pensieri ammira, anzi stupisce di se stesso,
          riguardandosi (o proccurando di riguardarsi, con fare anche forza alla sua ragione, e
          imponendole espressamente silenzio (nella sua) coll’immaginazione) come per assolutamente
          straordinario, straordinario o come costante in sì gran calamità, o semplicemente come
          capace di tanta sventura, di tanto dolore, e tanto straordinariamente oppresso dal
          destino; o come abbastanza forte da potere pur vedere chiaramente pienamente vivamente e
          sentire profondamente tutta quanta la sua disgrazia.</p>
        <p>E questo è ciò che ci proccura il detto piacere, il quale non è in somma che una pura
          straordinaria soddisfazione dell’amor proprio. E questa soddisfazione dove la prova egli
          l’amor proprio? nell’estrema e piena disperazione. E donde gli viene, in che si fonda, che
          soggetto ha? l’eccesso, l’irremediabilità del proprio male.</p>
        <p>La disperazione è molto ma molto più piacevole della noia. La natura ha <pb ed="aut"
            n="2220"/> provveduto, ha medicato tutti i nostri mali possibili, anche i più crudeli ed
          estremi, anche la morte (di cui v. i miei pensieri relativi), a tutti ha misto del bene,
          anzi ne l’ha fatto risultare, l’ha congiunto all’essenza loro; a tutti i mali, dico,
          fuorchè alla noia. Perchè questa è la passione la più contraria e lontana alla natura,
          quella a cui non aveva non solo destinato l’uomo, ma neppur sospettato nè preveduto che vi
          potesse cadere, e destinatolo e incamminatolo dirittamente a tutt’altro possibile che a
          questa. Tutti i nostri mali infatti possono forse trovare i loro analoghi negli animali:
          fuorchè la noia. Tanto ell’è stata proscritta dalla natura, ed ignota a lei. Come no
          infatti? la morte nella vita? la morte sensibile, il nulla nell’esistenza? e il sentimento
          di esso, e della <emph>nullità</emph> di ciò che è, e di quegli stesso che la concepisce e
          sente, e in cui <emph>sussiste</emph>? e morte e nulla vero, perchè le morti e distruzioni
          corporali, non sono altro che trasformazioni di sostanze e di qualità, e il fine di esse
          non è la morte, <pb ed="aut" n="2221"/> ma la vita perpetua della gran macchina naturale,
          e perciò esse furono volute e ordinate dalla natura.</p>
        <p>Osserviamo le bestie. Fanno bene spesso pochissimo o stanno ne’ loro covili ec. ec. ec.
          senza far nulla. Quanto di più fa l’uomo. L’attività dell’uomo il più inerte, vince quella
          della bestia più attiva (sia attività interna o esterna). Eppur le bestie non sanno che
          sia noia, nè desiderano attività maggiore ec. L’uomo si annoia, e sente il suo nulla ogni
          momento. Ma questo fa e pensa cose non volute dalla natura. Quelle viceversa. (3. Dic.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <quote rend="block">
          <lg lang="lat">
            <l>
              <hi rend="italic">Non potui abreptum</hi>
              <add resp="aut">etc.</add>?</l>
            <l>
              <hi rend="italic">Verum anceps pugnae</hi>
              <hi rend="sc">fuerat</hi>
              <hi rend="italic">fortuna</hi>. <hi rend="sc">fuisset</hi>:</l>
            <l rend="italic">Quem metui moritura?</l>
          </lg>
        </quote>
        <p rend="noindent">
          <bibl>Didone, <title>Aen.</title> 4. 600. 603. seg.</bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Fuerat</foreign> qui significa espressamente
            <emph>sarebbe stata</emph>. Puoi vedere p. 2321. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >Fuera</foreign> direbbero appunto gli spagnuoli. Quest’uso dell’indicativo preterito <pb
            ed="aut" n="2222"/> piucchè perfetto in luogo e in senso del piucchè perfetto
          dell’ottativo o soggiuntivo, è frequentissimo presso i latini massime allora quando esso
          va congiunto con altro più che perfetto del soggiuntivo, onde sarebbe stato bisogno il
          duplicar questo, come nel cit. luogo, dove se in vece di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fuerat</foreign> poneste <foreign lang="lat" rend="italic">fuisset</foreign>,
          raddoppiereste quel <foreign lang="lat" rend="italic">fuisset</foreign> (<emph>fosse
          stata</emph>) che viene subito dopo. <bibl>V. anche <title>Georg.</title> 2. 132.
          133.</bibl> dove però si usa l’imperfetto indicativo (v. p. 2348.) <bibl>V. pure
              <title>Georg.</title> 3. 563. seqq.</bibl> e <bibl>
            <author>Oraz.</author> l. 4. od. 6. v. 16-24.</bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">falleret</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fefellisset</foreign>. Così in quell’altro di <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Aen.</title> 2. <add resp="ed">54</add>
          </bibl>
          <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>
                <hi rend="italic">Et si fata deum, si mens non laeva</hi>
                <hi rend="sc">fuisset</hi>,</l>
              <l>
                <hi rend="sc">impulerat</hi> ec.</l>
            </lg>
          </quote>
          <bibl>V. anche <author>Oraz.</author>
            <title>od.</title> 17. l. 2. v. 28. seqq. e l. 3. 16. 3. seqq.</bibl> Così in quel
          famoso <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">perieram nisi periissem</foreign>
          </quote>. Cioè <emph>sarei</emph> perito, se non <emph>fossi</emph> perito. Or da tali
          osservazioni io deduco due cose.</p>
        <p>1. Che l’imperfetto ottativo o soggiuntivo spagnuolo terminato nella prima e terza
          persona in <emph>ara</emph> o in <emph>era</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
            >amara, leyera, oyera</foreign>, non derivi dall’imperfetto latino dello stesso modo,
            <foreign lang="lat" rend="italic">amarem, legerem, audirem</foreign>, ma dal piucchè
          perfetto dimostrativo, <foreign lang="lat" rend="italic">amaveram</foreign>, <pb ed="aut"
            n="2223"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">legeram, audieram</foreign> E me lo persuade 1. la
          desinenza e la forma materiale, che in non pochi verbi è similissima, anzi tutt’una coi
          detti tempi latini, come <foreign lang="lat" rend="italic">fueram fuera, quaesieram
            quisiera</foreign> (che ha che far <foreign lang="lat" rend="italic">quisiera</foreign>
          con <foreign lang="lat" rend="italic">quaererem</foreign>?), <foreign lang="lat"
            rend="italic">dixeram dixera</foreign> (e questo che ha da far con <foreign lang="lat"
            rend="italic">dicerem</foreign>?) ec. 2. Il veder che il detto tempo spagnolo si forma
          nè più nè meno, sempre dal passato dimostrativo, sì come appunto il più che perfetto
          dimostrativo latino, non così il latino imperfetto del congiuntivo. 3. L’uso e il
          significato di detto tempo spagnuolo; giacchè gli spagnuoli dicono per es. <foreign
            lang="lat" rend="italic">fuera</foreign> per <emph>sarei stato</emph> e per <emph>fossi
            stato</emph>, per <foreign lang="fre" rend="italic">j’aurais été</foreign>, e <foreign
            lang="fre" rend="italic">si j’avais été</foreign>, che sono i due significati del
          piucchè perfetto congiuntivo latino (come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fuissem</foreign>), in luogo del quale appunto abbiamo veduto che spesso si usava dai
          latini appunto il più che perfetto dimostrativo. (Credo pur che si usi dagli spagnoli <pb
            ed="aut" n="2224"/>
          <foreign lang="spa" rend="italic">fuera</foreign> p. e. per <emph>fossi</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">si j’étais</foreign>, che i latini dicono <foreign lang="lat"
            rend="italic">essem</foreign> distinto da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fuissem</foreign>, o anche <foreign lang="lat" rend="italic">forem</foreign>; negli altri
          verbi, usano l’imperfetto congiuntivo, <foreign lang="lat" rend="italic">si
          legerem</foreign>, <emph>se leggessi</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">si je
            lisais</foreign>.)</p>
        <p>2. Che questa proprietà della lingua spagnuola, lingua derivata dal volgare latino, debba
          dare ad intendere che in esso volgare si costumasse di adoperare regolarmente e
          ordinariamente il piucchè perfetto del dimostrativo in luogo di quello del congiuntivo,
          come effettivamente troviamo fatto qua e là dagli stessi scrittori latini. Ma essi lo
          fanno, quasi per figura o eleganza. Il volgare latino lo doveva fare per costume e
          proprietà, se osserviamo le dette ragioni, e come quest’uso sia comune e regolare (anzi
          inviolabile e proprio e necessario) in una lingua moderna e popolare, derivata da quel
          volgare; e che certo non accaso combina in ciò con l’uso che abbiamo osservato in parecchi
          passi <pb ed="aut" n="2225"/> degli antichi scrittori. (4. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1167. Similmente abbiamo già notato p. 114. fine, il continuativo anomalo
            <foreign lang="lat" rend="italic">visere</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >videre</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">visus</foreign> participio pure o
          anomalo, o non di primitiva forma ec. E che questo sia veramente continuativo e in se, e
          ne’ suoi composti vedilo in Virgilio sul principio delle Georg. <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Tuque adeo quem mox quae sint habitura deorum Concilia incertum est,
                urbisne</hi>
              <hi rend="sc">invisere</hi>
            </foreign>
          </quote>, (<foreign lang="grc">ἐπισκοπεῖν</foreign>
          <emph>presiedere</emph>) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Caesar, Terrarumque velis curam, et te maximus orbis
              Auctorem frugum, tempestatumque potentem Accipiat</foreign>
          </quote> ec. Non può esser più decisamente continuativo. Ponete invece, <foreign
            lang="lat" rend="italic">videre</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >visitare</foreign>, e sentirete subito la differenza del positivo e del frequentativo dal
          continuativo. V. p. 2273. fine. e <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Georg.</title> 4. 390.</bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">revisit</foreign>, consideralo bene, e provati di
          metterci il positivo, o di pigliare <foreign lang="lat" rend="italic">revisit</foreign>
          per frequentativo. Puoi anche vedere <bibl>ib. 547. 553.</bibl> e tal uso di questo verbo
          è ordinario negli scrittori. Lo stesso dico di questo luogo di Orazio (<bibl>
            <title>Od.</title> 31. l. 1., v. 13. seqq.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Dis carus ipsis</foreign>
          </quote>: (parla del mercante) <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">quippe ter et quater Anno</hi>
              <hi rend="sc">revisens</hi>
            </foreign>
          </quote> (cioè <emph>solito di rivedere <pb ed="aut" n="2226"/> ogni anno</emph>; che ha
          che far questo col frequente? o col positivo? ec.) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">aequor Atlanticum Impune</foreign>
          </quote>. Ponete <foreign lang="lat" rend="italic">revidens</foreign> se potete. Come
          potrebbe reggersi in tal luogo questo participio presente, se fosse o positivo o
          frequentativo? e se non volesse dire <emph>solito di</emph> ec. ed esprimere consuetudine,
          la quale è presente in ciascun momento su cui possa cadere la parola o la frase?</p>
        <p>Del resto come <foreign lang="lat" rend="italic">plectere</foreign> chi sa che non sieno
          continuativi anche <foreign lang="lat" rend="italic">flectere, nectere, pectere</foreign>
          (da <foreign lang="grc">ψήχω</foreign>) e tali altri. Ma esamina meglio la cosa e vedi il
          Forcellini. V. anche <foreign lang="lat" rend="italic">texere</foreign>. (5. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2019. marg. fine. Abbiamo pure <emph>pattuire</emph> (corrottamente
            <emph>pattovire</emph>, come <emph>continovo</emph> ec.) il qual verbo non è già da
            <foreign lang="lat" rend="italic">pactum i</foreign>, sostant. nè da <foreign lang="lat"
            rend="italic">cactus</foreign> participio dai quali avremmo fatto <emph>pattare</emph>,
          (abbiamo anche questo infatti, ed <emph>impattare</emph>, v. i Diz. spagn.) ma dal sust.
            <foreign lang="lat" rend="italic">pactus us</foreign>, di cui v. nel Dufresne <foreign
            lang="lat" rend="italic">pactibus</foreign> da Plauto <pb ed="aut" n="2227"/> nella
          Cistellaria (sebbene il Forcell. nè l’Appendice non ne hanno nulla) e <foreign lang="lat"
            rend="italic">Cactus</foreign> (non so se <emph>i</emph>, o <emph>us</emph>) di bassa
          latinità. E nota pertanto in questo moderno <emph>pattuire</emph> un chiaro vestigio, anzi
          un derivato dell’antico <foreign lang="lat" rend="italic">pactus us</foreign>, manifesto
          nel luogo di Plauto (però vedilo), e obbliato poi dagli scrittori, e dagli stessi
          Vocabolaristi. Giacchè il Forc. non la mette neppure fra quelle de’ Lessici antichi da lui
          scartate. (5. Dic. 1821.). Il nostro <emph>eccettuare</emph> (v. nel Gloss. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Exceptuare</foreign>) io credo che venga da un ignoto <foreign
            lang="lat" rend="italic">exceptus us</foreign> sostant. come <foreign lang="lat"
            rend="italic">captus us</foreign> dal semplice <foreign lang="lat" rend="italic"
          >capio</foreign>, da cui viene <foreign lang="lat" rend="italic">excipio</foreign>, onde
            <foreign lang="lat" rend="italic">exceptare</foreign> (Gloss.) <foreign lang="fre"
            rend="italic">excepter</foreign> franc. ed <foreign lang="lat" rend="italic"
          >exceptuare</foreign>. V. i Diz. spagn. Così <foreign lang="lat" rend="italic">conceptus
            us, deceptus us, receptus us, inceptus us</foreign>, ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Coloro che tengono la lingua italiana come morta, vietandogli l’uso attuale, e
          continuato, e inalienabile delle sue facoltà fanno cosa più assurda de’ nostri libertini,
          e più dannosa. Gli uni e gli altri tengono la vera lingua italiana per morta; ma questi
          con buona conseguenza ne deducono che dobbiamo servirci di un’altra viva, cioè di quella
          barbara che ci pongono avanti, e che adoprano; quelli (cosa stolta) <pb ed="aut" n="2228"
          /> vogliono che noi vivi scriviamo e parliamo, e trattiamo le cose vive in una lingua
          morta. (5. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È cosa facilmente osservabile che nel comporre ec. giova moltissimo, e facilita ec. il
          leggere abitualmente in quel tempo degli autori di stile, di materia ec. analoga a quella
          che abbiamo per le mani ec. Da che cosa crediamo noi che ciò derivi? forse dal ricevere
          quelle tali letture, quegli autori ec. come modelli, come esempi di ciò che dobbiamo fare,
          dall’averli più in pronto, per mirare in essi, e regolarci nell’imitarli? ec. non già, ma
          dall’abitudine materiale che la mente acquista a quel tale stile ec. la quale abitudine le
          rende molto più facile l’eseguir ciò che ha da fare. Tali letture in tal tempo non sono
          studi, ma esercizi, come la lunga abitudine del comporre facilita la composizione. Ora
          tali letture fanno appunto allora l’uffizio di quest’abitudine, la facilitano, esercitano
          insomma la mente in quell’operazione <pb ed="aut" n="2229"/> ch’ella ha da fare. E giovano
          massimamente quando ella v’è già dentro, e la sua disposizione è sul <emph>train</emph> di
          eseguire, di applicare al fatto ec. Così leggendo un ragionatore, per quei giorni si prova
          una straordinaria tendenza, facilità, frequenza ec. di ragionare sopra qualunque cosa
          occorrente, anche menoma. Così un pensatore, così uno scrittore d’immaginazione, di
          sentimento (esso ci avvezza per allora a <emph>sentire</emph> anche da noi stessi),
          originale, inventivo ec. E questi effetti li producono essi non in forza di modelli
          (giacchè li producono quando anche il lettore li disprezzi, o li consideri come tutt’altro
          che modelli), ma come mezzi di assuefazione. E però, massime nell’atto di comporre,
          bisogna fuggir le cattive letture, sia in ordine allo stile, o a qualunque altra cosa;
          perchè la mente senz’avvedersene si abitua a quelle maniere, per quanto le condanni, e per
          quanto sia abituata già a maniere diverse, abbia formato una maniera <pb ed="aut" n="2230"
          /> propria, ben radicata nella di lui assuefazione ec. (6. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quanto sia vero che la scienza ed ogni facoltà umana non deriva che da pure assuefazioni,
          e queste quando son relative in qualunque modo all’intelletto, hanno bisogno
          dell’attenzione. L’uomo di gran talento, e avvezzo soprammodo ad attendere, ed assuefarsi,
          si trova bene spesso inespertissimo e ignorante di cose che i meno attenti, e più divagati
          animi conoscono ottimamente. Ciò viene perch’egli in tali cose non suol porre attenzione.
          Ho detto altrove ch’egli suol essere ignorantissimo di tutte le arti ec. della buona
          compagnia. Osservatelo ancora nel senso materiale del gusto. Gl’ignoranti l’avranno
          finissimo, e capacissimo di discernere le menome differenze, pregi, difetti de’ sapori e
          de’ cibi. Egli al contrario, e se talvolta vi attende, si maraviglia di non capir nulla di
          ciò che gli altri conoscono benissimo, e gli dimostrano. Eppur questo è un senso
          materiale. Ma non esercitato da lui con l’attenzione, <pb ed="aut" n="2231"/> benchè
          materialmente esercitato da lui come dagli altri. Che vuol dir ciò? tutte le facoltà umane
          le più materiali, e apparentemente naturali, abbisognano di assuefazione ec. (6. Dic.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2181. Di quelli che scrivevano in dialetto ionico per pura eleganza e bellezza,
          dopo già prevaluto universalmente l’attico, con tutte le regole e pedanterie
          dell’atticismo, v. Luciano <foreign lang="grc">πῶς δεῖ τὴν ἱστορίαν συγγραφεῖν</foreign>
          (6. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Di quante parole o frasi forestiere antiche o moderne, diciamo giornalmente fra noi
          stessi, o interrogati del loro valore, <emph>questa non si può esprimere in nostra lingua,
            il significato non ve lo posso precisamente spiegare</emph>. Che cosa sono esse? idee, o
          parti, o qualità e modificazioni d’idee, che quelle lingue e quelle nazioni hanno, e che
          la nostra non ha, benchè ne sia capacissima, perchè imparando quelle lingue, le comprende
          benissimo, e chiaramente. (6. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2232"/> La legge Cristiana <emph>essenzialmente</emph> e capitalmente e in
          modo che senza ciò ella non sussiste, prescrive di amar Dio sopra tutte le cose, i
          prossimi come se stesso per amor suo, e se stesso non per se stesso, ma per amor di Dio;
          ond’è ch’ella comanda ancora l’odio di se stesso ec. Ora torcete la cosa quanto volete,
          siccome per una parte non potrete mai negare che la legge Cristiana non obblighi
          assolutamente l’uomo a porre un altro Essere al di sopra di se stesso nel suo amore per
          ogni verso; così nell’ultima e più sicura ed infallibile analisi della natura (non solo
          umana, ma vivente, anzi di quella natura che sente in qualunque modo la sua propria
          esistenza) troverete che questo è dirittamente e precisamente impossibile, e
          contraddittorio al modo reale di essere delle cose. (7. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non esiste nè può esistere nè sommo bene, nè sommo male; tanto come sommo, quanto come
          bene o male, nessuna cosa essendo per se o buona o cattiva. Bensì il sommo bene o male <pb
            ed="aut" n="2233"/> può esistere dentro i limiti di una stessa natura, dipendentemente,
          e posteriormente all’ordine e all’essenza di lei, relativamente ad essa, agli esseri
          ch’ella comprende, alle qualità che dentro il suo sistema, e dopo il suo sistema, e a
          cagione e in virtù del suo sistema, sono buone o cattive, più o meno buone o cattive. (7.
          Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che nel giudizio che il lettore pronunzia sulle poesie (così
          proporzionatamente si può dire d’ogni altro genere di scrittura), dipende ed è influito
          moltissimo dall’attuale disposizione del suo animo, e soggetto perciò ad esser falsissimo
          (sì nel favorevole come nello sfavorevole), per molto che il lettore sia giudizioso,
          ingegnoso, sensibile, capace di entusiasmo, insomma giudice al tutto competente. Osservate
          infatti. In una disposizion d’animo fredda e indifferente, ovvero <pb ed="aut" n="2234"/>
          distratta, o gravata d’altre cure, o scoraggiata, o disingannata ec. sia ella tale
          attualmente per qualunque cagione, o abitualmente, acquisita o naturale ec. le più belle
          scene della natura ec. ec. non producono, neppure all’uomo il più sensibile del mondo, il
          menomo effetto, e quindi nessun piacere; e non però elle sono men belle. Così viceversa.
          Similmente dunque deve accadere, e similmente si deve discorrere del giudizio che gli
          uomini, anche i più capaci, pronunziano e concepiscono delle poesie, cose di eloquenza, di
          sentimento d’immaginazione ec. Giudizio diversissimo e nelle diverse persone, e in una
          stessa in diversi tempi, e momenti anche della giornata, e molto più in diverse nazioni
          ec. Aggiungete la sazietà, la scontentezza, il vôto dell’animo, la noia; aggiungete le
          circostanze degli studi, il trovarsene sazio o annoiato in quel <pb ed="aut" n="2235"/>
          tal momento, il venire da uno studio o lettura che ti ha stancato o annoiato ec. il che
          può rendere il giudizio tanto più favorevole del giusto, quanto anche (assai spesso) più
          sfavorevole.</p>
        <p>Ed è cosa generalmente notabile che gli uomini disingannati, e disseccati sono
          necessariamente cattivi giudici della poesia, eloquenza ec. Or tale è ben presto il caso
          degli uomini più sensibili e immaginosi, come ho detto altrove. Anzi lo è quasi sempre in
          quel tempo in cui essi son giunti a formarsi un gusto e un tatto fino e squisito in
          materie letterarie e in ogni altra cosa, il che non può essere se non dopo lungo studio,
          esperienza, tempo. Quindi è che oggidì i più competenti giudici delle opere
          d’immaginazione e sentimento, anzi i soli competenti, vengono pur troppo ad essere
          incompetenti, per la quasi <pb ed="aut" n="2236"/> inevitabile abitudine di freddezza e
          noncuranza ch’essi contraggono più presto, più costantemente e durevolmente e
          continuamente, e più radicalmente, profondamente, e vivamente degli spiriti mediocri. Fra’
          quali per conseguenza non isbaglierebbe forse, chi pretendesse di ritrovare i giudici
          migliori possibili in tali materie, se non altro come mezzi e subbietti d’esperimento. (8.
          Dic. dì della Concezione di Maria SS. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Spessissimo anzi quasi sempre, dalle voci latine comincianti per <emph>ex</emph> noi
          abbiamo tolto la <emph>e</emph>, e il <emph>c</emph>, e cominciatele per <emph>s</emph>,
          specialmente, anzi propriamente allora quando la <emph>ex</emph> era seguita da
          consonante, sicchè la nostra <emph>s</emph> viene ad essere impura. Nel qual caso che cosa
          soglian fare gli spagnuoli e i francesi, l’ho detto altrove parlando della <emph>s</emph>
          iniziale impura. Parrà che costoro, solendo conservare la <emph>e</emph>, si accostino <pb
            ed="aut" n="2237"/> più di noi al latino, e nondimeno chi vuol vedere che l’antico
          volgare latino, ed anche gli scrittori più antichi, usavano di far nè più nè meno quel che
          facciamo noi, osservi il Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">Stinguo</foreign> (e
          forse anche in molti altri luoghi), verbo che anche noi anticamente dicemmo per
            <emph>estinguo</emph>, e così <emph>stremo</emph> per <emph>estremo, sperimento,
            esperimento; sperto, esperto; spremere</emph> da <emph>esprimere</emph> da cui pure
          abbiamo <emph>esprimere; sclamare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >exclamare</foreign>, onde pure <emph>esclamare</emph>; e così altre tali voci che hanno
          pur conservata la <emph>e</emph>, la perdono o a piacer dello scrittore, o nei nostri
          antichi, o nella bocca del popolo ec. E forse l’avere gli spagnoli e i francesi la
          <emph>e</emph> in tali parole, non è tanto conservazione, quanto maggiore e doppia
          corruzione; vale a dire che, secondo me, essi volgarmente da principio dissero come noi,
          cioè colla <emph>s</emph> impura iniziale, e poi per proprietà ed inclinazione de’ loro
          organi, che mal la soffrivano, o a cui riusciva poco dolce ec. v’aggiunsero, non <pb
            ed="aut" n="2238"/> prendendola dal latino ma del loro, la e iniziale. Infatti essa si
          trova sempre o quasi sempre nelle parole che anche nel latino scritto, e dell’aureo
          secolo, e per loro natura ed etimologia ec. cominciano colla <emph>s</emph> impura,
          siccome pur fanno sempre in italiano. V. p. 2297.</p>
        <p>Del resto non sarebbe maraviglia che posti per estremi da una parte il volgar latino, e
          lo scritto, dall’altra i volgari italiano spagnolo francese, si trovasse che questi due
          ultimi si accostano più (nel materiale intendo, e nell’estrinseco, e particolare) allo
          scritto che al volgare latino, e l’italiano al contrario. Perocchè in Italia il volgare
          latino era lingua naturale, e come naturale e indigeno venne a noi sotto la nuova spoglia
          di lingua italiana. In Francia e Spagna esso era forestiero, e quindi
          <emph>imparato</emph>, e quindi ec. ec. (8. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2239"/> Alla p. 2043. A quello che altrove dico delle cause per cui piace
          la rapidità ec. dello stile, massime poetico, ec. aggiungi che da quella forma di
          scrivere, nasce necessariamente a ogni tratto l’inaspettato, il quale deriva dalla
          collocazione e ordine delle parole, dai sensi metaforici, i quali ti obbligano, seguendo
          innanzi colla lettura a dare alle parole già lette un senso bene spesso diverso da quello
          che avevi creduto; dalla stessa novità dei traslati, e dalla naturale lontananza delle
          idee, ravvicinate dall’autore ec. Tutte cose, che oltre il piacere della sorpresa,
          dilettano perchè lo stesso trovar sempre cose inaspettate tien l’animo in continuo
          esercizio ed attività; e di più lo pasce colla novità, colla materiale e parziale
          maraviglia derivante da questa o quella parola, frase, ardire ec. (9. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Osservando bene, potrete vedere che la prosa (ed anche la poesia) latina, nelle metafore,
            <pb ed="aut" n="2240"/> eleganze, ardimenti abituali e solenni, giro della frase,
          costruzione ec. è molto più poetica della greca, la quale (parlo della classica ed antica)
          ha un andamento assai più rimesso, posato, piano, semplice, meno ardito, anzi non
          soffrirebbe in nessun caso quelle metafore ardite e poetiche che a’ prosatori latini sono
          familiari, e poco meno che volgari. E se non le soffrirebbe, ciò non è perch’ella ne abbia
          ed usi delle altre equivalenti, ma intendo dire ch’ella non soffrirebbe un’egual misura e
          grado di ardimento ne’ traslati e in tutta l’elocuzione della prosa la più alta, come è
          quella di Demostene, a petto a cui Cicerone è un poeta per lo stile e la lingua, laddove
          egli è quasi un prosatore ne’ concetti, passioni ec. rispetto a Demostene poeta, o certo
          più poeta di Cicerone. Quindi una frase prosaica latina sarebbe poetica in greco, una
          frase epica <pb ed="aut" n="2241"/> o elegiaca in latino sarebbe lirica in greco ec. Quasi
          gl’istessi rispetti ha la lingua latina coll’italiana, similissima in queste parti alla
          greca, e però non è maraviglia se il latinismo dello stile diede qualche durezza ai
          cinquecentisti, e sforzò e snaturò alquanto il loro scrivere. (10. Dic. dì della Venuta
          della S. Casa. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Se la natura è oggi fatta impotente a felicitarci, perchè ha perduto il suo regno su di
          noi, perchè dev’ella essere ancora potente ad interdirci l’uscita da quella infelicità che
          non viene da lei, non dipende da lei, non ubbidisce a lei, non può rimediarsi se non colla
          morte? S’ella non è più l’arbitro nè la regola della nostra vita, perchè dev’esserlo della
          nostra morte? Se il suo fine è la felicità degli esseri, e questo è perduto per noi
          vivendo, non ubbidisce meglio alla natura, non <pb ed="aut" n="2242"/> proccura meglio il
          di lei scopo chi si libera colla morte dall’infelicità altrimenti inevitabile, di chi
          s’astiene di farlo, osservando il divieto naturale, che non vivendo noi più naturalmente,
          nè potendo più godere della felicità prescrittaci dalla natura, manca ora affatto del suo
          fondamento? (10. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1128. sotto il principio. Volete ancora vedere la fratellanza e il facile scambio
          tra la <emph>f</emph> e il <emph>v</emph>? Osservate il nostro <emph>schifare</emph> e
            <emph>schivare</emph> che son lo stesso, e non si sa qual de’ due sia il vero, se non
          che <emph>schifare</emph> può sostenersi col sostantivo <emph>schifo</emph> che forse è
          sua radice (Crus. <emph>Schifo</emph> add. par.3.), e che non si dice <emph>schivo</emph>;
          così <emph>schifezza</emph> ec. (10. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ogni uomo sensibile prova un sentimento di dolore, o una commozione, un senso di
          malinconia, fissandosi col pensiero in una cosa che sia finita per sempre, massime s’ella
          è stata al tempo suo, e familiare a lui. Dico di qualunque cosa soggetta <pb ed="aut"
            n="2243"/> a finire, come la vita o la compagnia della persona la più indifferente per
          lui (ed anche molesta, anche odiosa), la gioventù della medesima; un’usanza, un metodo di
          vita. ec. Fuorchè se questa cosa per sempre finita, non è appunto un dolore, una sventura
          ec. o una fatica, o se l’esser finita, non è lo stesso che aver conseguito il suo proprio
          scopo, esser giunta dove per suo fine mirava ec. Sebbene anche, nel caso che a questa ci
          siamo abituati, proviamo ec. Solamente della noia non possiamo dolerci mai che sia finita.</p>
        <p>La cagione di questi sentimenti, è quell’<emph>infinito</emph> che contiene in se stesso
          l’idea di una cosa <emph>terminata</emph>, cioè al di là di cui non v’è più
          <emph>nulla</emph>; di una cosa terminata <emph>per sempre</emph>, e che non tornerà
            <emph>mai più</emph>. (10. Dic. 1821.). V. p. 2251.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In proposito di ciò che ho detto circa la famosa scrofa apparsa ad Enea, v. la Vita di
          Virgilio attribuita a Donato, sul principio, dove racconta il miracolo di una verga
          accaduto alla madre ec. Il che ha rapporto col caso nostro, perchè dimostra le
          superstizioni popolari fondate <pb ed="aut" n="2244"/> sulla similitudine dei nomi, e come
          esse solessero credere rappresentato o simboleggiato (relativamente ai presagi, augurii
          ec.) il tal uomo, la tal cosa, dalla tal altra che le rassomigliava nel <emph>puro
          nome</emph>, come la troia a Troia, e come parecchi altri esempi si troverebbero negli
          antichi di augurii ec. tratti da pure combinazioni di nomi. Giacchè quella Vita di
          Virgilio di chiunque sia, e per quanto poca fede meriti, meriterà almeno fede in quanto
          all’avere semplicemente raccolte le tradizioni popolari e sciocche e mal fondate che
          correvano, e in quanto al render testimonianza del modo di pensare di que’ tempi, sì in
          questo soggetto, come ne’ soggetti analoghi. (11. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1563. principio. Il nostro <emph>urtare</emph>, franc. <foreign lang="fre"
            rend="italic">heurter</foreign> (v. gli spagn. Il Gloss. non ha nulla), viene
          evidentemente da <foreign lang="lat" rend="italic">urgere</foreign> alla maniera de’
          continuativi, cioè da <foreign lang="lat" rend="italic">urtus</foreign>, suo participio
          ignoto per se stesso, ma fatto manifesto da <pb ed="aut" n="2245"/> questo verbo comune a
          due lingue figlie della latina, e dalla voce <emph>urto</emph>, franc. <foreign lang="fre"
            rend="italic">heurt</foreign>, che non è altro che un verbale formato dal participio in
            <emph>us</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic">urgere</foreign>, alla maniera di
          tanti altri verbali latini, come dirò altrove. (11. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La sola virtù che sia e costante ed attiva, è quella ch’è amata e professata per natura e
          per illusioni, non quella che lo è per sola filosofia, quando anche la filosofia porti
          alla virtù, il che non può fare se non mentre ell’è imperfetta. Del resto osservate i
          romani. La virtù fondata sulla filosofia non esistè in Roma fino a’ tempi de’ Gracchi.
          Virtuosi per filosofia non furono mai tanti in Roma, quanti a’ tempi de’ Tiberi, Caligola,
          Neroni, Domiziani. Troverete nell’antica Roma dei Fabrizi (nemicissima della filosofia,
          come si sa dal fatto di Cinea) dei Curii ec. ma dei Catoni, dei Bruti stoici non li
          troverete. <pb ed="aut" n="2246"/> Or bene che giovò a Roma la diffusione l’introduzione
          della virtù filosofica, e per principii? La distruzione della virtù operativa ed efficace,
          e quindi della grandezza di Roma. (11. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1148. fine. I latini dicevano <foreign lang="lat" rend="italic">obligari
          votis</foreign>, ed anche <foreign lang="lat" rend="italic">obligari</foreign>
          semplicemente nello stesso senso, sottintendendo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >votis</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">voto</foreign>, come nell’addotto
          passo di Ovidio, e come in questo che segue di Orazio, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >obligata</foreign> significa <foreign lang="lat" rend="italic">vota</foreign>, cioè
          promessa con voto, <foreign lang="lat" rend="italic">votis</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">voto obligata</foreign>. <quote rend="block">
            <lg lang="lat" rend="italic">
              <l>Ergo obligatam redde Jovi dapem.</l>
            </lg>
            <bibl>(l. 2. <title>od.</title> 7. v. 17.)</bibl>
          </quote> Nel passo di Ovidio pertanto quell’<foreign lang="lat" rend="italic">ut</foreign>
          non vuol dire in italiano <emph>a</emph>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">ad
            tangendum</foreign>, ma affinchè ec. secondo il solito. (12. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Involare</emph> che presso noi vale solamente <emph>rubare</emph> ebbe in fatti
          questa significazione non presso i latini del secolo di Augusto, ma presso gli anteriori e
          i posteriori. (V. Forcell.) Fra’ quali l’autor della Vita di Virgilio, innanzi <pb
            ed="aut" n="2247"/> alla metà, cioè cap. 11. V. il Gloss. se ha nulla. <foreign
            lang="fre" rend="italic">Voler</foreign> dicono i francesi, ed è notabile perchè viene
          ad essere la radice d’<emph>involare</emph> in questo senso. V. il Gloss. anche in
            <emph>Volare</emph> se ha nulla. V. i Diz. spagn.</p>
        <p>
          <emph>Nocchiero</emph> voce nostra usuale viene da <foreign lang="grc">ναυκλῆρος</foreign>
          mutato l’<emph>au</emph> in <emph>o</emph> e il <emph>cl</emph> in <emph>chi</emph>, come
          appunto da <foreign lang="lat" rend="italic">clericus</foreign>
          <emph>chierico</emph>, da <foreign lang="lat" rend="italic">clamare</foreign>
          <emph>chiamare</emph> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Nauclerus</foreign> si trova
          negli scrittori latini ma rara, non usuale; e parrebbe ch’ella fosse stata per loro un
          grecismo: pure indubitatamente ella fu presso i latini volgarissima, sebben poco usata
          dagli scrittori, giacchè volgarissima è in italiano fino ab antico. V. il Forcell. e (se
          ha nulla) l’Append. e il Gloss. (12. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1124. marg. Tutto quello che ho detto della monosillabìa di tali vocali
          successive, quantunque non connumerate fra’ dittonghi, cresce di forza, se queste vocali
          doppie, triple ec. sieno le stesse, cioè due <emph>e</emph>, due <emph>i</emph> ec. e
          massimamente se sono due <emph>i</emph> (l’esilissima lettera dell’alfabeto). Giacchè non
          solo i poeti giambici, comici ec. ma gli epici, i lirici ec. consideravano spessissimo il
            <pb ed="aut" n="2248"/> doppio <emph>i</emph> come una sola sillaba, secondochè si può
          vedere in <foreign lang="lat" rend="italic">Dii Diis</foreign>; anzi più spesso, cred’io,
          per una sola sillaba che per due. Anzi lo scrivevano ancora con una sola lettera, e questo
          fu proprio degli antichi, e seguitato poi da’ poeti. (Vedi il Forcell. il Cellar.
          l’Encyclop. Grammaire, in <emph>I</emph>, o <emph>J</emph>.) Ora appunto il caso nostro
          ne’ preteriti della 4.<hi rend="apice">ta</hi>. è di un doppio <emph>i</emph>, il quale
          pure cred’io che spesso troveremo e nelle antiche scritture latine e ne’ poeti, e scritto
          e computato per vocale semplice, ovvero per sillaba unica; e forse più spesso così che
          altrimenti, cioè più spesso <foreign lang="lat" rend="italic">audi</foreign> che <foreign
            lang="lat" rend="italic">audii</foreign> ec. Osservate che anche i nostri antichi
          solevano scrivere <emph>udì, partì</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic">udii
            partii</foreign> ec. I latini facevano similmente ed anche scrivevano semplice il doppio
            <emph>i</emph> di <emph>ii</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">iidem,
          iisdem</foreign>, ec. V. fra gli altri infiniti, Virg. En. 2.654. 3.158. E quante volte
          troverete ne’ poeti o negli antichi prosatori <foreign lang="lat" rend="italic">audisse
            audissem</foreign> ec. ec. Ovvero p. e. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >petiisse</foreign> trisillabo ec. Forse più spesso che quadrisillabo.</p>
        <p>Osservate ancora che <emph>au</emph>, il quale non è uno de’ dittonghi latini, e si
          pronunzia sciolto (almeno così fanno gl’italiani, e insegnano gli antichi gramatici, o lo
          mostrano quando <pb ed="aut" n="2249"/> non lo contano fra’ dittonghi chiusi), tuttavia
          forma sempre una sola sillaba. V. p. 2350. fine. <foreign lang="lat" rend="italic">Suadeo,
            suesco</foreign> ec. credo che li troveremo talvolta ne’ poeti, massime ne’ più antichi,
          in modo che <emph>sua sue</emph> siano computate per una sillaba ciascuna. Così è infatti
          assai spesso. V. il marg. della pagina seguente <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Suadeo</foreign> ha la seconda lunga. Però in <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Ecl.</title> 1. v.55. En. 2. v. 9.</bibl> ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >suadebit, suadentque</foreign> sono trisillabi. V. la Regia Parnasi in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Suadeo, Suesco</foreign> ec. ec. e gli esempi de’ poeti nel
          Forcell. <foreign lang="lat" rend="italic">adeo in teneris consuescere multum
          est</foreign>. <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Georg.</title> 2. 272.</bibl> ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Abiete</foreign> in <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Aen.</title> 2. principio e 5. 663.</bibl> ec. è trisillabo. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Ariete</foreign> parimente <bibl>ib. l. 2. v. 492.</bibl> V. la Regia
          Parnasi, e il Forcell. anche in <foreign lang="lat" rend="italic">Arieto as</foreign>. E
          che cos’è l’esser l’<emph>i</emph> così spesso consonante, se non esser egli computato per
          formante una sola sillaba colla vocale o vocali seguenti? Giacchè <emph>i</emph>
          consonante per se stesso non si dà, ma egli è sempre un suono vocale (a differenza del
            <emph>v</emph>, il quale per natura si distingue dal suono dell’<emph>u</emph>.) Tutti
          gli <emph>j</emph> consonanti latini (che anticamente si scrissero sempre <emph>i</emph>)
          non sono dunque altro che formanti tanti dittonghi, secondo quello ch’io dico delle
            <emph>vocali doppie</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">Dejicere</foreign>
          quadrisillabo, ha effettivamente cinque vocali. Così <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Jacere</foreign> ec. ec. ec.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2250"/>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Non liquidi gregibus fontes, non gramina</hi>
              <hi rend="sc">deerunt</hi>
            </foreign>
          </quote> (dissillabo). <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Georg.</title> 2. 200</bibl>. E di tali esempi ne troverete infiniti presso i più
          colti e rigorosi versificatori latini. Il che prova che la pronunzia di tali parole li
          favoriva. (13. Dic. 1821.). <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Corticibusque cavis vitiosaeque ilicis alv</hi>
              <hi rend="sc">eo</hi>. <hi rend="italic">Quid</hi>
            </foreign>
          </quote> ec. <bibl>
            <author>Georg.</author> 2. 453</bibl>. V. p. 2266. e 2316. fine. <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Misc</hi>
              <hi rend="sc">ue</hi>
              <hi rend="italic">runtque herbas et non innoxia verba</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Georg.</title> 2. 129. 3. 283</bibl>. <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Vir gregis ipse caper</hi>
              <hi rend="sc">dee</hi>
              <hi rend="italic">rraverat: atque ego Daphnim</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Ecl.</title> 7. v. 7.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Tum celerare fugam, patriaque excedere</hi>
              <hi rend="sc">sua</hi>
              <hi rend="italic">det</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>En. 1. 357.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Atria: dependent lychni laquearibus aur</hi>
              <hi rend="sc">eis</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>En. 1.726. V. En. 3.373.450.486.541. 5 269.773. 6.201.678.<add resp="ed"
            >7</add>33</bibl>. (e vedi quivi le varianti). 5.532.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Sponte sua quae se tollunt in luminis auras, <hi rend="italic"
                >Infoecunda</hi> quidem, sed <hi rend="italic">laeta</hi> et <hi rend="italic"
                >fortia</hi> surgunt. Quippe solo natura sudest</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Georg.</title> 2. 47. seqq.</bibl> Parla delle piante che nascono dove che sia,
          naturalmente, e crescono per loro stesse senza coltura. (13. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quell’antica e si famosa opinione del secol d’oro, della perduta felicità di quel tempo,
          dove i costumi erano semplicissimi e rozzissimi, e non pertanto gli uomini fortunatissimi,
          di quel tempo, dove i soli cibi erano quelli che dava la natura, le ghiande <emph>le quai
            fuggendo tutto ’l mondo onora</emph>, ec. ec. quest’opinione sì celebre presso gli
          antichi e i moderni poeti, ed anche fuor della poesia, non può ella molto bene servire a
          conferma <pb ed="aut" n="2251"/> del mio sistema, a dimostrare l’antichissima tradizione
          di una degenerazione dell’uomo, di una felicità perduta dal genere umano, e felicità non
          consistente in altro che in uno stato di natura, e simile a quello delle bestie, e non
          goduta in altro tempo che nel primitivo, e in quello che precedette i cominciamenti della
          civilizzazione, anzi le prime alterazioni della natura umana derivate dalla società? (13.
          Dic. 1821.). Puoi vedere in tal proposito la Vita antica di Virgil. dove parla delle sue
          Bucoliche, c. 21. e il principio del 22.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2243. Tutto ciò che è finito, tutto ciò che è ultimo, desta sempre
            <emph>naturalmente</emph> nell’uomo un sentimento di dolore, e di malinconia. Nel tempo
          stesso eccita un sentimento piacevole, e piacevole nel medesimo dolore, e ciò a causa
          dell’infinità dell’idea che si contiene in queste parole <emph>finito, ultimo</emph> ec.
          (le quali però sono di lor natura, e saranno sempre poeticissime, per usuali e volgari che
          sieno, <emph>in qualunque lingua e stile</emph>. E tali son pure <pb ed="aut" n="2252"/>
          in qualsivoglia lingua ec. quelle altre parole e idee, che ho notate in vari luoghi, come
          poetiche per se, e per l’infinità che essenzialmente contengono.) (13. Dic. 1821.). V. p.
          2451.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Che il privato verso il privato straniero, e massimamente nemico, sia tenuto nè più nè
          meno a quei medesimi doveri sociali, morali, di commercio ec. a’ quali è tenuto verso il
          compatriota o concittadino, e verso quelli che sono sottoposti ad una legislazione comune
          con lui; che esista insomma una legge, un corpo di diritto universale che abbracci tutte
          le nazioni, ed obblighi l’individuo nè più nè meno verso lo straniero che verso il
          nazionale; questa è un’opinione che non ha mai esistito prima del Cristianesimo; ignota ai
          filosofi antichi i più filantropi, ignota non solo, ma evidentemente e positivamente
          esclusa da tutti gli antichi legislatori i più severi, e pii, e religiosi, da tutti i più
          puri moralisti (come Platone) da tutte le più sante religioni e legislazioni, <pb ed="aut"
            n="2253"/> compresa quella degli Ebrei. Se in qualche nazione antica, o moderna
          selvaggia, la legge o l’uso vieta il rubare, ciò s’intende a’ proprii compatrioti,
          (secondo quanto si estende questa qualità; perciocchè ora si stringe a una sola città, ora
          ad una nazione benchè divisa, come in Grecia ec.) e non mica al forestiere che capita, o
          se vi trovate in paese forestiere. V. il Feith, Antiquitates homericae, nel Gronovio,
          sopra la pirateria ec. <foreign lang="grc">λῃστεία</foreign>, usata dagli antichissimi
          legalmente e onoratamente cogli stranieri. Così dico dell’ingannare, mentire ec. ec.
          Infatti osservate che fra popoli selvaggi, ordinariamente virtuosissimi al loro modo, e
          pieni de’ principii di onore e di coscienza verso i loro paesani ec. i viaggiatori hanno
          sempre o assai spesso trovato molta inclinazione a derubarli, ingannarli ec. eppure i loro
          costumi non erano certamente corrotti. V. le storie della conquista del Messico circa
          l’usanza menzognera di quei popoli i meno civilizzati. Parimente trovandosi gli antichi o
          i selvaggi in terra forestiera, non <pb ed="aut" n="2254"/> hanno mai creduto di mancare
          alla legge, danneggiando gli abitatori in qualunque modo.</p>
        <p>Che se l’ospitalità, e il diritto degli ospiti fu garantito ordinariamente dalle leggi
          antiche, in quanto non si permetteva di violare colui (forestiero o nazionale, ma per lo
          più nazionale) che si <emph>ammetteva</emph> in sua casa, ec. ec. questa legge, questa
          opinione, che faceva considerar l’ospizio come sacro, e raccomandava i diritti degli
          ospiti agli Dei Signori e legislatori <emph>universali</emph> del mondo, non era effetto
          di natura, nè innata, ma opera del puro ragionamento, il quale dimostrava, che avendo
          l’uomo in società, spesse volte bisogno di portarsi o trovarsi fra forestieri, e sotto
          legislazioni diverse dalla sua, egli sarebbe stato sempre in pericolo, se viceversa ai
          forestieri che capitavano in sua patria, non avesse renduto i doveri dell’ospitalità ec. E
          queste considerazioni non innate, non derivate da una legge <pb ed="aut" n="2255"/>
          naturale, da una morale ingenita, ma dal puro raziocinio e calcolo dell’utile e del
          necessario, dietro le circostanze esistenti nella società, queste considerazioni, dico,
          sono tutto il fondamento delle pretese leggi eterne ed universali costituenti il diritto
          (preteso assoluto) delle genti, dell’uomo, della guerra e della pace ec. (15. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Circa il costume antico di celebrare il dì natalizio o genetliaco delle persone insigni
          per letteratura ec. anche dopo la loro morte (oltre quello dei viventi, degli amici ec.
          del che puoi vedere parecchie odi d’Orazio, e gli antiquarii ec. ec. nè solo circa il
          genetliaco, ma circa molte altre ricorrenze anniversarie, o pubbliche o private, celebrate
          pubblicamente o privatamente come festive); <bibl>v. l’ <author>Heyne</author>, <title
              lang="lat">Vita Virgilii per annos digesta, anno Virgilii I</title>.</bibl> e gli
          autori ch’ei cita, e le note ai medici (15. Dic. 1821.). V. in particolare <bibl>
            <author>Oraz.</author>
            <title>od.</title> II. lib. 4. v. 13-20.</bibl> e quivi i comentatori, ed osserva il
          costume di celebrare, e aver per sacro e festivo anche il dì proprio natalizio o
          anniversario.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2256"/> Ciò che dice <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Georg.</title> 2. 420-30.</bibl> paragonato a ciò che precedentemente scrive
          della difficilissima e laboriosissima cultura delle vigne, e loro inevitabile decadenza,
          può applicarsi a dimostrare quali cibi e bevande, e qual vita la natura avesse destinato
          all’uomo; e quanto i suoi presenti (acquisiti e fattizi) bisogni, sieno contrarii alla
          natura, e per soddisfarli convenga far forza alla natura; e quanto per conseguenza si
          debba credere che la nostra presente vita corrisponda all’ordine destinatoci da chi ci
          formò. (15. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Ante etiam sceptrum Dictaei regis, et ante Impia quam caesis gens
              est epulata juvencis, Aureus hanc vitam in terris Saturnus agebat. Nec dum etiam
              audierant inflari classica, nec dum Impositos duris crepitare incudibus enses. <hi
                rend="italic">Sed nos immensum spatiis confecimus aequor</hi>
            </foreign>
          </quote>. (nota questo verso detto però da Virgilio in altro senso.) <bibl>
            <author>Georg.</author> 2. fine.</bibl> (15. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2257"/> Dico altrove (p. 1970.) del futuro congiuntivo adoperato
          probabilmente dal volgo latino in vece del dimostrativo. <bibl>V. <author>Virg.</author>
            <title>Georg.</title> 2. 49-52.</bibl> dove <foreign lang="lat" rend="italic"
          >exuerint</foreign> non vale se non se <emph>si spoglieranno</emph>, o cosa tanto simile,
          che ben si rende probabile lo scambio di questi due futuri nel dialetto volgare romano.
          (16. Dic. 1821.). <bibl>V. pure <author>Oraz.</author>
            <title>Epod.</title> 15. 23-4.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">moerebis risero</foreign>
          </quote>, e p. 2340. e <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>En.</title> 6. 92.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’altezza di un edifizio o di una fabbrica qualunque sì di fuori che di dentro, di un
          monte ec. è piacevole sempre a vedere, tanto che si perdona in favor suo anche la
          sproporzione. Come in una guglia altissima e sottilissima. Anzi quella stessa sproporzione
          piace, perchè dà risalto all’altezza, e ne accresce l’apparenza e l’impressione e la
          percezione e il sentimento e il concetto. Ad uno il quale udiva che l’altezza
          straordinaria di un certo tempio era ripresa come sproporzionata alla grandezza ec. sentii
          dire che se questo era un difetto, era bel difetto, ed appagava e ricreava <pb ed="aut"
            n="2258"/> l’animo dello spettatore. La causa naturale ed intrinseca e metafisica di
          questi effetti l’intendi già bene. (16. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Altra somiglianza fra il mondo e le donne. Quanto più sinceramente queste e quello si
          amano, quanto più si ha vera e forte intenzione di giovar loro, e sacrificarsi per loro,
          tanto più bisogna esser certi di non riuscire a nulla presso di essi. Odiarli,
          disprezzarli, trattarli al solo fine de’ proprii vantaggi e piaceri, questo è l’unico e
          indispensabil mezzo di far qualche cosa nella galanteria, come in qualunque carriera
          mondana, con qualunque persona, o società, in qualunque parte della vita, in qualunque
          scopo ec. ec. (18. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Puoi vedere il Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">cilium</foreign> ed
          osservare come anche presso gli antichi autori latini si trovi vestigio evidente e di
          questa voce, e del significato che essa ha nella nostra lingua. Voce e significato venuto
          dal volgare latino indubitatamente. E la voce buona latina <foreign lang="lat"
            rend="italic">supercilium</foreign> dimostra l’esistenza del semplice <pb ed="aut"
            n="2259"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">cilium</foreign> significante qualcosa che appartenesse
          all’occhio. V. pure il Gloss. e i Diz. franc. e spagn. (18. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Per qual cagione le donne sono ordinariamente maliziose, furbe, raggiratrici,
          ingannatrici, astute, impostore, e nella galanteria, e nella devozione, e in tutto ciò che
          imprendono, e in qualunque carriera si mettono? Perchè acquistano così presto e
          l’inclinazione e l’arte d’ingannare, dissimulare, fingere, cogliere le occasioni ec. ec.?
          Perchè l’astuzia di una donna di mediocre talento e pratica di mondo, vince bene spesso
          l’arte e la furberia dell’uomo il più capace per natura e per esercizio? Crediamo noi che
          l’ingegno delle donne sia naturalmente e meccanicamente disposto ad amare, e facilmente
          acquistare queste qualità, a differenza dello spirito degli uomini? Crediamo noi che
          queste facoltà (poichè sono pur facoltà) sieno ingenerate nelle femmine più che ne’
          maschi, e proprie della <pb ed="aut" n="2260"/> natura donnesca? Non già. Lo spirito
          naturale e primitivo delle donne, non ha nè vestigio alcuno di tali facoltà, nè
          disposizione ad acquistarle, maggiore per nessun grado di quella che ne abbiano gli
          uomini. Ma la facilità e la perfezione con cui esse le acquistano, non viene da altra
          cagione che dalla loro natural debolezza, e inferiorità di forze a quelle degli uomini, e
          dal non poter esse sperare se non dall’arte e dall’astuzia essendo inferiori nella forza,
          ed inferiori ancora ne’ diritti che la legge e il costume comparte fra gli uomini e le
          donne. Questo è tutto ciò che v’ha di naturale e d’innato nel carattere malizioso delle
          femmine: vale a dire che nè questo carattere, nè alcuna particolar disposizione ad
          acquistarlo esiste nella natura donnesca, ma solo una qualità, una circostanza che la
          proccura, affatto estranea al talento, all’indole dello spirito, al meccanismo
          dell’ingegno e dell’animo. Infatti ponete le donne in altre circostanze; <pb ed="aut"
            n="2261"/> vale a dire fate o ch’esse non sieno mai entrate a dirittura in verun genere
          di società, massimamente cogli uomini, o che le leggi e i costumi non sottopongano la loro
          condizione a quella de’ maschi (come accadeva primitivamente, e come accade forse anche
          oggi in qualche paese barbaro), o che dette leggi e costumi le favoriscano alquanto più, o
          le mettano anche al di sopra degli uomini (come so di un paese dov’elle son tenute per
          esseri sacri), o che esse generalmente per qualche circostanza (come si raccontava del
          paese delle amazzoni ec.), o individualmente sieno o uguali o superiori agli uomini con
          cui trattano, per forze o corporali, o intellettuali, naturali o acquisite, per ricchezze,
          per rango, per nascita ec. ec. e troverete la loro arte ed astuzia o nulla, o poca, o non
          superiore o inferiore ancora a quella degli uomini, almeno di quelli con cui hanno a fare;
          o certo proporzionatamente, e secondo la qualità di dette circostanze, minore di quella
          delle altre donne, <pb ed="aut" n="2262"/> poste nelle circostanze contrarie, ancorchè
          meno ingegnose, e meno cattive ec. L’esperienza quotidiana lo dimostra. Nè solo nelle
          donne, ma anche negli uomini, o deboli, o poveri, o brutti, o difettosi, o non colti, o
          inferiori per qualunque verso agli altri con cui trattano, come sono i cortigiani avvezzi
          a trattare con superiori, e però sempre furbi, e ingannatori, e simulatori ec. Nè solo
          degli uomini, ma delle nazioni intere (come quelle soggette al dispotismo), delle città o
          provincie, delle famiglie, ec. lo dimostra la storia, i viaggi ec. ec. E cambiate le
          circostanze e i tempi quella stessa nazione o città o individuo maschio o femmina, perde,
          minora, acquista, accresce l’astuzia e la doppiezza, che si credono proprie del loro
          carattere, quando si osservano superficialmente. I selvaggi ordinariamente son doppi,
          impostori, finti verso gli stranieri più forti di loro fisicamente o moralmente. Ed
          osservate che la furberia è propria dell’ingegno. Ora ell’è spessissimo maggiore appunto
          in chi ha svantaggio <pb ed="aut" n="2263"/> dagli altri per ingegno o coltura ed
          esercizio di esso. (Così nelle donne in genere, meno colte degli uomini, negl’individui
          maschi o femmine, plebei, mal educati ec. ne’ selvaggi rispetto ai civilizzati ec.). Qual
          prova maggiore e più chiara che l’ingegno complessivamente preso, e ciascuna sua facoltà,
          non sono opera se non delle circostanze, quando si vede che la stessa circostanza
          dell’aver poco ingegno, proccura ad esso ingegno una facoltà (tutta propria di esso), che
          maggiori ingegni non hanno, o in minor grado? (19. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Antichi, antico, antichità; posteri, posterità</emph>
          </quote> sono parole poeticissime ec. perchè contengono un’idea 1. vasta, 2. indefinita ed
          incerta, massime <emph>posterità</emph> della quale non sappiamo nulla, ed
          <emph>antichità</emph> similmente è cosa oscurissima per noi. Del resto tutte le parole
          che esprimono generalità, o una cosa in generale, appartengono a queste considerazioni.
          (20. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Soglion dire i teologi, i Padri, e gl’interpreti in proposito di molte parti dell’antica
          divina legislazione ebraica, che il legislatore <pb ed="aut" n="2264"/> si adattava alla
          rozzezza, materialità, incapacità, e spesso (così pur dicono) alla durezza, indocilità,
          sensualità, tendenza, ostinazione, caparbietà ec. del popolo ebraico. Or questo medesimo
          non dimostra dunque evidentemente la non esistenza di una morale eterna, assoluta,
            <emph>antecedente</emph> (il cui dettato non avrebbe il divino legislatore potuto mai
          preterire d’un apice); e che essa, come ha bisogno di adattarsi alle diverse circostanze e
          delle nazioni e de’ tempi (e delle specie, se diverse specie di esseri avessero morale, e
          legislazione), così per conseguenza da esse dipende, e da esse sole deriva? (20. Dic.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Suole la lingua italiana de’ nomi sostantivi retti dalla preposizione con servirsi in
          modo di avverbi, come <emph>con verità</emph> per <emph>veramente, con gentilezza</emph>
          per <emph>gentilmente, con effetto</emph> per <emph>effettivamente, con facilità</emph>
          per <emph>facilmente</emph> (<bibl>
            <author>Casa</author>, let. 43.</bibl> di esortazione). Molto più questa facoltà è
          adoperata dalla lingua spagnuola (dalla quale, almeno in parte, ell’è forse derivata
          nell’italiana). Tale usanza <pb ed="aut" n="2265"/> è poco o niente familiare ai latini,
          anzi si può giudicar quasi barbara in quella lingua. E nondimeno io son persuaso ch’ella
          fosse solenne al volgare latino. Eccovi <bibl>
            <author>Orazio</author>, 3. 29. carm. V. 33. seqq.</bibl>
          <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l rend="italic">cetera fluminis</l>
              <l rend="italic">Ritu feruntur, nunc medio alveo</l>
              <l>
                <hi rend="sc">Cum pace</hi> (cioè <hi rend="italic">pacificamente</hi>) <hi
                  rend="italic">delabentis Etruscum</hi>
              </l>
              <l rend="italic">In mare: nunc lapides adesos ec.</l>
            </lg>
          </quote> Il qual esempio non portato dal Forcell. credo che difficilmente troverà il
          simile negli scrittori latini Nel Forcell. non trovo alla voce <foreign lang="lat"
            rend="italic">Cum</foreign> cosa che faccia al proposito, se non forse il par. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Aliquando redundare videtur</foreign>. Vedilo, e l’Append. se
          ha nulla, e il Glossar. e i comentatori di Orazio. Solamente trovo nel Forcell. in
            <foreign lang="lat" rend="italic">Pax</foreign> alquanto sopra la fine, un esempio di
          Livio citato, e un altro accennato, dove si legge <foreign lang="lat" rend="italic">cum
            bona pace</foreign>, e potrebbe riferirsi al mio proposito, ma propriamente non vale
            <emph>pacificamente</emph>, ma <emph>senza far guerra, senza molestare, in pace</emph>
          in somma come noi diciamo. Osservo ancora che questo costume proprio dell’italiano e dello
          spagnolo è anche proprio del greco, certo assai più di questo che del latino scritto. E
          siccome è certo che le dette lingue moderne non possono averlo derivato dal greco, così è
          ben verisimile <pb ed="aut" n="2266"/> che l’abbiano dal volgare latino, tanto più simile
          al greco che non è il latino scritto (per la qual cosa anche l’indole dello spagnolo e
          dell’italiano somiglia più al greco che al latino scritto). E più simile per due cagioni
          1. che egli è più antico, serba meglio i caratteri della sua origine, di quel tempo cioè
          in cui esso insieme col greco derivò da una stessa fonte, 2. che il greco scritto, cioè
          quel solo che noi ben conosciamo, fu senza paragone più simile al greco parlato, di quello
          che il latino parlato allo scritto. (21. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2250. marg. E il <emph>qu</emph> non formava sempre una sillaba sola, qualunque
          vocale egli precedesse? <foreign lang="lat" rend="italic">aequus, aequa, aequi, aequos,
            aeque</foreign> ec. Non accade dire che il <emph>qu</emph> si considerava come
          consonante semplice. (V. il Forcell. in <emph>U</emph>, e in <emph>Q</emph>.) Nella
          pronunzia esso era (ed è anche oggi in italiano) non una semplice consonante, ma una vera
          sillaba, come <emph>cu</emph>, e lo sarà sempre per natura della <pb ed="aut" n="2267"/>
          favella umana; e quindi <emph>aequus</emph>, era naturalmente parlando, assolutamente
          trisillabo. E nondimeno i latini lo facevano sempre dissillabo.</p>
        <p>La considerazione dei dittonghi (fra’ quali il <foreign lang="lat" rend="italic">qua
          que</foreign> ec. non fu mai contato) mostra essa sola che i latini avevano realmente
          nella natura della loro pronunzia, massime anticamente, la proprietà di esprimere il suono
          delle vocali doppie in un solo tempo, cioè come una sola sillaba. Giacchè senza dubbio
            <emph>ai</emph> (antico) <emph>ae oe</emph> ec. si pronunziarono da principio sciolti,
          ma come una sola sillaba, dal che poi nacque, che si cominciassero a pronunziar legati,
          come accadde in Grecia. Che l’antico dittongo ai si pronunziasse sciolto, e per
          conseguenza i dittonghi latini si pronunziassero così, ma che al tempo di Virgilio già si
          pronunziassero chiusi, osserva En. 3.354. dove Virgilio avendo bisogno di una voce
          trisillaba, dice <foreign lang="lat" rend="italic">Aulai</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">aulae</foreign>: e v. pure En. 6.747. e p. 2367. (L’italiano ha molti
          dittonghi e tutti si pronunziano sciolti: ma il volgo bene spesso li riduce ad una sola
          vocale, come in latino, dicendo p. e. <emph>celo</emph> per <emph>cielo, sono</emph> per
            <emph>suono</emph>. Questo è anche costume de’ poeti, e di altri ancora fra gli antichi.
          V. la pagina seguente ec. ec.). Sottoposta poi a regola la quantità delle sillabe, quelle
          vocali doppie che nell’uso eran divenute una sola (cioè <emph>ae</emph> ec.), si <pb
            ed="aut" n="2268"/> considerarono come formanti una sola sillaba, quelle che benchè in
          un sol tempo, tuttavia si pronunziavano tutte due (o fossero più di due) distintamente
          (come accade anche nell’italiano dove neppure il volgo, se non forse in qualche parte,
          dice <emph>pensero</emph> ec. e pure <emph>pensiero</emph> è per tutti trisillabo: gli
          antichi poeti, cinquecentisti ec. scrivevano anche volentieri <emph>pensero</emph> ec. v.
          le rime del Casa e il Petrarca di Marsand), si considerarono come altrettante sillabe
          quante vocali erano ec. (21. Dic. 1821.). V. la Regia Parnassi in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Aaron</foreign>, e il Forcell. ibid.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Per mostrare come le facoltà umane e animali derivino tutte dall’assuefazione e di che
          cosa sia ella capace, e come lo spirito, e gli organi esteriori e interiori dell’uomo
          sieno maravigliosamente modificabili secondo le circostanze variabilissime e indipendenti
          affatto dall’ordine primitivo, voluto, e generale della natura, ho citato le facoltà dei
          ciechi, sordi, ec. Aggiungo. Non è egli evidente che la natura ha destinato le mani ad
          operare, e <pb ed="aut" n="2269"/> i piedi non ad altro che a camminare ec.? Chi dirà
          ch’ella abbia dato ai piedi la facoltà delle stesse cose che può farla mano? Eppure i
          piedi l’acquistano; e risiede in essi o altrettanta o poco minore disposizione che nelle
          mani, a tutte le facoltà e funzioni di questa. Io ho veduto un fanciullo nato senza
          braccia, far coi piedi le operazioni tutte delle mani, anche le più difficili, e che non
          s’imparano senza studio. Ho inteso da un testimonio di vista, di una donzella benestante
          che ricamava coi piedi. Che vuol dir ciò? Tanta facoltà naturale risiede nelle mani quanta
          nei piedi, cioè nessuna in nessuno dei due. L’assuefazione sola e le circostanze la
          proccurano alle une, e la possono proccurare agli altri.</p>
        <p>Similmente dite delle facoltà della mano e parte destra rispetto alla sinistra. (21. Dic.
          dì di S. Tommaso. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2270"/> Come dunque sarebbe assurdo il dire che la natura abbia dato al
          piede le facoltà della mano, e nondimeno vediamo che esso le acquista; così parimente è
          stolto il dire che la natura abbia dato alla mano alcuna facoltà, ma solamente la
          disposizione e la capacità di acquistarne; disposizione ch’ella ha pur dato al piede,
          bench’ella resti non solo inutile, ma sconosciuta e neppur sospettata in quasi tutti gli
          uomini; disposizione che non è quasi altro che <emph>possibilità</emph>; disposizione
          maggiore certo nella mano, che la natura aveva espressamente destinata ad acquistare le
          sue facoltà ec. (altro è però destinarla, altro porvi essa stessa veruna facoltà
          ingenita); e però l’aveva provveduta di maggior numero di articolazioni, e postala in
          parte più adattata ad operare ec. Discorrete allo stesso modo di tutte le facoltà umane, e
          di tutti gli organi intellettuali, esteriori, interiori ec. L’argomento va in regola, e
          dalle cose più materiali chiare e visibili, si può e si deve <pb ed="aut" n="2271"/>
          inferire e spiegare la natura ec. delle meno chiare e facili, e meno materiali in
          apparenza. (22. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il partire, il restare contenti di una persona, non vuol dire, e non è altro in sostanza
          che il restar contenti di se medesimi. Noi amiamo la conversazione, usciamo soddisfatti
          dal colloquio ec. di coloro che ci fanno restar contenti di noi medesimi, in qualunque
          modo, o perchè essi lo proccurino, o perchè non sappiano altrimenti, ci diano campo di
          figurare. ec. Quindi è che quando tu resti contento di un altro, ciò vuol dire in ultima
          analisi che tu ne riporti l’idea di te stesso superiore all’idea di colui. Così che se
          questo può giovare all’amore verso quella tal persona, ordinariamente però non giova nè
          alla stima, nè al timore, nè al peso, nè al conto, nè all’alta opinione ec. cose che gli
          uomini in società desiderano di riscuotere dagli altri uomini assai più che l’amore. <pb
            ed="aut" n="2272"/> (E con ragione, perchè l’amore verso gli altri è inoperoso, non così
          il timore, l’opinione, il buon conto ec.) E però volendo farsi largo nel mondo, solamente
          i giovanetti e i principianti cercano sempre di lasciar la gente soddisfatta di se. Chi
          ben pensa, proccura tutto il contrario, e sebben pare a prima vista che quegli il quale
          parte malcontento di voi porti con se de’ sentimenti a voi sfavorevoli, nondimeno il fatto
          è che egli suo malgrado, e senza punto avvedersene, anzi e desiderando e cercando e
          credendo il contrario, porta de’ sentimenti a voi favorevolissimi secondo il mondo,
          giacchè l’esser malcontento di voi, non è per lui altro che esser malcontento di se stesso
          rispetto a voi, e quindi in un modo o nell’altro tu nella sua idea resti superiore a lui
          stesso (che è quello appunto che gli dà pena); e gl’impedisci di ecclissar la opinione di
          te, con l’opinione e l’estimazione di se. Ne seguirà l’odio, ma non mai il disprezzo <pb
            ed="aut" n="2273"/> (neppur quando tu l’abbia fatto scontento con maniere biasimevoli,
          ed anche villane); e il disprezzo, o la poca opinione, è quello che in società importa
          soprattutto di evitare; e il solo che si possa evitare, perchè l’odio non è schivabile;
          essendo innato nell’uomo e nel vivente l’odiare gli altri viventi, e massime i compagni;
          non è schivabile per quanta cura si voglia mai porre nel soddisfare a tutti colle opere,
          colle parole, colle maniere, e nel <foreign lang="fre" rend="italic">ménager</foreign>, e
          cattivare, e studiare, e secondare l’amor proprio di tutti. Laddove il disprezzo verso gli
          altri non è punto innato nell’uomo: bensì egli desidera di concepirlo, e lo desidera in
          virtù dell’odio che porta loro; ma dipendendo esso dall’intelletto, e da’ fatti, e non
          dalla volontà, si può benissimo impedire. Tutti questi effetti sono maggiori oggidì di
          quello che mai fossero nella società, a causa del sistema di assoluto e universale e
          accanito e sempre crescente egoismo, che forma il carattere del secolo. (22. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2225. marg. <bibl>
            <author>Oraz.</author> l. 4. <title>od.</title> 13. v. 22— sino al fine dell’ode</bibl>:</p>
        <quote rend="block">
          <lg type="non-definito" lang="lat">
            <pb ed="aut" n="2274"/>
            <l>Sed Cynarae breves</l>
            <l>Annos fata dederunt,</l>
            <l rend="italic">Servatura diu parem</l>
            <l>
              <hi rend="italic">Cornicis vetulae temporibus</hi> Lycen:</l>
            <l>Possent ut iuvenes <hi rend="italic">visere</hi> fervidi,</l>
            <l>Multo non sine risu</l>
            <l>Dilapsam in cineres facem.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p>(22. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Se tu prendi a leggere un libro qualunque, il più facile ancora, o ad ascoltare un
          discorso il più chiaro del mondo, con un’attenzione eccessiva, e con una smodata
          contenzione di mente; non solo ti si rende difficile il facile, non solo ti maravigli tu
          stesso e ti sorprendi e ti duoli di una difficoltà non aspettata, non solo tu stenti assai
          più ad intendere, di quello che avresti fatto con minore attenzione, non solo tu capisci
          meno, ma se l’attenzione e il timore di non intendere o di lasciarsi sfuggire qualche
          cosa, è propriamente estremo, tu non intendi assolutamente nulla, come se tu non leggessi,
          e non ascoltassi, e come se la tua mente fosse del tutto intesa ad un altro affare:
          perocchè dal troppo viene il nulla, e il troppo attendere ad una cosa equivale
          effettivamente al non <pb ed="aut" n="2275"/> attenderci, e all’avere un’altra occupazione
          tutta diversa, cioè la stessa attenzione. Nè tu potrai ottenere il tuo fine se non
          rilascerai, ed allenterai la tua mente, ponendola in uno stato <emph>naturale</emph> e
          rimetterai, ed appianerai la tua cura d’intendere, la quale solo in tal caso sarà utile.
          (22. Dic. 1821.). V. p. 2296.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1106. marg. <bibl>
            <author>Oraz.</author>
            <title>Epod.</title> 2. 13.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Aut in reducta valle mugientium</hi>
              <hi rend="sc">prospectat</hi>
              <hi rend="italic">errantes greges</hi>
            </foreign>
          </quote>, il rustico, o il campagnuolo, colui insomma che abita in campagna. Che ne dite?
          vi par questo un frequentativo? <foreign lang="lat" rend="italic">Spectare</foreign>
          dicevano i latini quello stesso che noi diciamo <emph>guardare, riguardare, riuscire,
            rispondere, mettere</emph> ec. in un luogo, da una parte, come <emph>guardare a
          ponente</emph>, cioè esser situato a ponente, <emph>mettere sul</emph>, o <emph>nel
            giardino, rispondere</emph> (una finestra) <emph>alla strada</emph>. ec. Che vi pare?
          questo pure sarà un frequentativo? Altri significati continuativissimi di <foreign
            lang="lat" rend="italic">Spectare</foreign> v. nel Forcell. <pb ed="aut" n="2276"/> E
          domando se un muro, una casa la quale <foreign lang="lat" rend="italic">spectat
          orientem</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">ad orientem</foreign> faccia cosa
          frequente o continua. Se si è mai trovato alcun verbo in <emph>itare</emph> adoperato ad
          esprimere azioni di questo genere. Qui si deve riferire anche l’uso di <foreign lang="lat"
            rend="italic">spectare</foreign> per <emph>appartenere</emph>, che noi pure (oltre
            <emph>spettare</emph>) diciamo <emph>riguardare, ragguardare, risguardare</emph> nello
          stesso senso. E quell’<foreign lang="lat" rend="italic">adspectabant</foreign> di Virgilio
          è frequentativo o continuativo? Alcun verbo in <emph>itare</emph> è stato mai adoperato, o
          può mai adoperarsi in tal significato? Che ve ne dice l’orecchio per nulla che intendiate
          di latinità? Così dite di cento altri esempi di verbi continuativi da me addotti. (23.
          Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>V. nel Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Non</foreign>, principio,
          nell’esempio di Quintiliano una frase uguale al <foreign lang="lat" rend="italic">non
          plus</foreign> ec. de’ francesi. Vedilo anche in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >magis</foreign> e in <foreign lang="lat" rend="italic">plus</foreign> se ha nulla. <pb
            ed="aut" n="2277"/> V. anche il Gloss. (23. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1107. fine — e v. <foreign lang="lat" rend="italic">Offensus</foreign>, massime
          nel principio e nel fine, sul qual proposito vedi gl’interpreti di <bibl>
            <author>Oraz.</author>
            <title>Epod.</title> 15. v. 15. V. p. 2291. e 2299. fine.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2141. fine. Il greco <foreign lang="grc">ἅπτω</foreign> è tutt’un verbo col lat.
            <foreign lang="lat" rend="italic">apto</foreign>. Questo deriva manifestamente da un
            <foreign lang="lat" rend="italic">apo</foreign>. E questo <foreign lang="lat"
            rend="italic">apo</foreign> non è greco ma latino. E quando anche si volesse supporre o
          si potesse trovare un <foreign lang="lat" rend="italic">apo</foreign> nell’antico greco,
          il greco <foreign lang="grc">ἅπτω</foreign> non avrebbe potuto esserne formato per le
          ragioni dette di sopra. Dunque l’<foreign lang="lat" rend="italic">apto</foreign> latino
          non può derivar dal greco, e l’<foreign lang="grc">ἅπτω</foreign> greco essendo
          evidentemente lo stesso verbo non par che possa essere stato preso altronde che dal Lazio.
          (23 Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2079. principio. I verbi latini semplici derivarono certo, almeno per la massima
          parte, dai nomi: antichissimamente <pb ed="aut" n="2278"/> però, ed in modo che
          grandissima parte delle loro radici nominative è ignota, e passano essi per radici. In
          altri verbi si trova la radice nominativa, ed alcuni, anzi non pochi di questi si veggono
          formati dai latini di mano in mano, anche in tempi recenti, cioè a’ secoli di Cicerone,
          degli Antonini, ec. Ma da poi che la lingua formandosi e ordinandosi, adottò il costume
          de’ verbi composti, essa inclinò sempre a formarli da’ verbi semplici, unendoli alle
          opportune preposizioni avverbi, particelle, nomi, ec. Pochissimo si compiacque di trar
          fuori di netto un verbo nuovo, composto di preposizioni ec. e di un nome nuovamente e
          appostatamente ridotto a conjugazione (Bella facoltà del greco italiano spagnolo) Se ne
          trovano alcuni di questi, ma pochissimi (massime fatti da nomi sustantivi) in confronto
          specialmente della immensa quantità degli altri verbi composti da verbi semplici. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Dealbare</foreign> (per altro la radice è aggettiva) è fra
          questi <pb ed="aut" n="2279"/> pochi. (23. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Si trova in lat. <foreign lang="lat" rend="italic">obsidium</foreign> per
          <emph>assedio</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">obsidiare</foreign> per
            <emph>insidiare</emph>. (V. e consulta il Forcell.) Parrebbe pur tuttavia ch’egli
          dovesse valere <emph>assediare</emph>. Fatto sta che questo verbo e quel nome sono
          composti. Dunque è naturale che una volta avessero i loro semplici. E quali? <foreign
            lang="lat" rend="italic">sidium</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medium</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">sidiare</foreign> ec. Ora io credo
          che questi in realtà vivessero nel volgare latino benchè morti nelle scritture, e lo
          deduco dallo spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">sitio</foreign>, e <foreign
            lang="spa" rend="italic">sitiar</foreign> (<emph>assedio, assediare</emph>) mutato il
            <emph>d</emph> in <emph>t</emph>, scambio consueto. Osservate anche il franc. <foreign
            lang="fre" rend="italic">siège</foreign>, il Glossar. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Sedius</foreign> il med. in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Assedium</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">Assediare</foreign>, parole
          italiane e francesi formate dalla stessa radice di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >obsidium, obsidiari</foreign>, ma con diversa preposizione. (23. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2078. fine. V. il pensiero precedente il quale dimostra che p. e. <foreign
            lang="lat" rend="italic">obsidiari</foreign>, che sembra formato da nome (sia <foreign
            lang="lat" rend="italic">obsidium</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sedes</foreign> ec.), fu <pb ed="aut" n="2280"/> composto da un verbo semplice, <foreign
            lang="lat" rend="italic">sediari</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sidiare</foreign>. (23. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’ital. <emph>mescolare</emph>, il francese <foreign lang="fre" rend="italic"
          >mêler</foreign>, anticamente <foreign lang="fre" rend="italic">mesler</foreign>, lo
          spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">mezclar</foreign> derivano evidentemente da un
          latino <foreign lang="lat" rend="italic">miscelare</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">misculari</foreign>, il quale è tanto ben formato da <foreign lang="lat"
            rend="italic">miscere</foreign> (da cui abbiamo pur <emph>mescere</emph>) quanto
            <foreign lang="lat" rend="italic">joculari</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">jocari, speculari</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >specere</foreign>, <emph>gratulari</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >gratari</foreign>, ed altri molti. E questo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >misculari</foreign> trovandosi in tre diverse lingue figlie della latina, dovè per
          necessità trovarsi in quella fonte da cui tutte tre (ciascuna indipendentemente
          dall’altra) derivarono, cioè nel volgare latino. Massimamente che le dette voci sono
          proprissime ciascuna della sua lingua, fino da’ principii di questa. V. il Forcell. il
          Glossar. ec. che non ho consultati. Aggiungete che il francese e lo spagnolo non hanno
          altro verbo che risponda a<foreign lang="lat" rend="italic">miscere</foreign>, onde si
          vede che <foreign lang="lat" rend="italic">miscelare</foreign> prevalse nell’uso volgare
          latino come infatti prevale <pb ed="aut" n="2281"/> nel med. uso volgare, il
            <emph>mescolare</emph> italiano al <emph>mescere</emph>. Similmente prevale (e questo è
          veramente il più volgare), prevale dico il <emph>mischiare</emph>, e questo è in anima e
          in corpo il <foreign lang="lat" rend="italic">miscelare</foreign>, o <foreign lang="lat"
            rend="italic">misculari</foreign> latino, cambiato per proprietà di nostra pronunzia il
            <emph>cul</emph>, in <emph>chi</emph>, del che v. p. 980. marg. Diciamo anche
            <emph>meschiare</emph>, ma è meno usuale, e l’adoprarlo non è senza qualche affettazione
          o d’eleganza o d’altro. V. il Gloss. se ha nulla, e p. 2385.</p>
        <p>Era costume del volgare latino, costume conservato nelle tre figlie di usare i diminutivi
          in luogo e significato de’ positivi. Molto di ciò si potrebbe dire. Gli scrittori usavano
          il positivo, ma moltissime sono quelle parole diminutive che anche nell’uso dell’ottima
          latinità scritta sono sottentrate ai positivi, o disusati affatto, o anche ignorati, o
          poco usati. <foreign lang="lat" rend="italic">Oculus</foreign> è diminutivo di un <foreign
            lang="lat" rend="italic">occus</foreign>, di cui per miracolo resta notizia. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Annulus, paxillus, axilla, maxilla</foreign> (contraz. <foreign
            lang="lat" rend="italic">palus, mala, ala</foreign> ec. <bibl>V. il
            <author>Forc.</author> in <emph>X</emph>
          </bibl>. e a’ rispettivi luoghi) <foreign lang="lat" rend="italic">capella</foreign>, e
          cento altri nomi e verbi positivi nell’uso latino da noi conosciuto, non sono in origine
          che diminutivi di altri positivi antichi o ignoti, o poco noti. Nei volgari moderni poi,
          non trovi <foreign lang="lat" rend="italic">auris</foreign>, ma <foreign lang="lat"
            rend="italic">auricula</foreign> (<emph>orecchia</emph>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">oreja</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">oreille</foreign>); non
            <foreign lang="lat" rend="italic">ovis</foreign>, ma <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ovicula</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">ovecula</foreign>
          <pb ed="aut" n="2282"/> (<foreign lang="spa" rend="italic">oveja</foreign>); non <foreign
            lang="lat" rend="italic">agnus</foreign>, ma <foreign lang="lat" rend="italic"
          >agnulus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">agnellus</foreign>
          (<emph>agnello</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">agneau</foreign> ec.); non
            <foreign lang="lat" rend="italic">avis</foreign> fuorchè nello spagn. ma <foreign
            lang="lat" rend="italic">avicula</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aviculus</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">avicellus</foreign>,
            (<emph>augello, ausciello</emph> ec. v. il Vocabolar. Veronese, <emph>uccello</emph>,
            <foreign lang="fre" rend="italic">oiseau</foreign>); v. il Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Aucella</foreign>, e Gloss. non <foreign lang="lat" rend="italic"
          >apis</foreign>, ma <foreign lang="lat" rend="italic">apicula</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">specula</foreign> (<emph>pecchia</emph>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">abeille</foreign> ec.); non <foreign lang="lat" rend="italic"
          >genu</foreign>, ma <foreign lang="lat" rend="italic">genuculum</foreign> ec. v. il Gloss.
          e il Forc. (<emph>ginocchio</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">genouille</foreign>)
          ec. ec. <emph>Ranocchia, ranocchio</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >grenouille</foreign> (diciamo noi pure volgarmente <emph>granocchio</emph>) ec. non sono
          che <foreign lang="lat" rend="italic">ranacula</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">ranucula</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">ranocula</foreign>
          ec. V. il Gloss. i Diz. spagn. ec. e il Forcell. se hanno nulla. V. p. 2358. Cento e mille
          altri esempi si potrebbero addurre dei positivi latini abbandonati nelle lingue moderne
          per abbracciare i loro diminutivi; cosa che credo già notata da altri, ma che non si deve
          creder tanto moderna, quanto derivata dall’antico uso latino volgare, giacchè troviamo
          effettivamente quest’uso e questa inclinazione nel latino antico, anche scritto e
          purissimo. Nè questi tali diminutivi si sono formati a parte a parte nelle lingue figlie,
          ma nello stesso grembo del volgar latino comune alle tre nazioni; come apparisce dai
          citati esempi, dove i <pb ed="aut" n="2283"/> positivi moderni si trovano esser manifeste
          corruzioni di diminutivi latini, anteriori per conseguenza a tali moderni positivi; e si
          trovano essere stati diversamente corrotti nelle tre lingue, secondo il particolar costume
          di ciascheduna, e per conseguenza si riconoscono per derivati da un’origine comune, cioè
          dal volgare latino. Abbiamo anche <emph>pascolare</emph> (diminutivo di
          <emph>pascere</emph>, che pure abbiamo, ma equivalente nel significato) del quale vedi
          Forcell. , Glossar. ec. ec. (24. Dic. Vigilia del Natale 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Antica pronunzia e scrittura del verbo che poi ordinariamente si disse <foreign
            lang="lat" rend="italic">claudere</foreign>, fu <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cludere</foreign>, conservata sempre ne’ composti, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >recludere, includere, concludere, excludere</foreign>, e in tutti o quasi tutti gli
          altri. Vedi il Forcell. e Frontone sulla fine dei <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Principia Orationum</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">quem iubes</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="sc">cludi</foreign>) il qual Frontone era studiosissimo
          dell’antica ortografia, e il codice che lo contiene è antichissimo. Or questa antica
          maniera, e ad esclusione della più moderna, si è conservata nell’ital.
          <emph>chiudere</emph>, mutato il <emph>cl</emph> in <emph>chi</emph> al nostro solito.
          Dunque il volgo latino <pb ed="aut" n="2284"/> continuò sempre (certo in Italia)
          nell’antica pronunzia di quella voce. V. il Gloss. se ha nulla. (24. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2052. fine — <foreign lang="lat" rend="italic">conflictare</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">conflictus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >um</foreign>, di <foreign lang="lat" rend="italic">confligere</foreign>. (24. Dic.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Qual autor greco più facile di Senofonte? anzi qual autor latino? e forse anche qual
          autore in qualunque lingua, massime antica, può essere, o avrebbe potuto esser più facile,
          figurandoci anche una lingua a nostro talento? E pure egli è pienissimo di locuzioni,
          modi, forme figuratissime, irregolarissime. Ma esse sono naturali, e ciascuno le
          comprende, e qualunque principiante di greco, proverà gran facilità ad intender Senofonte
          (forse sopra qualunque altro autore, massime della stessa antichità), di qualunque nazione
          egli sia, e quantunque quelle frequentissime e stranissime figure di Senofonte, non sieno
          meno contrarie alle regole della sintassi greca, che all’ordine <pb ed="aut" n="2285"/>
          logico universale del discorso. Tanto è vero che la natura non è meno universale della
          ragione, e che adoperando naturalmente le facoltà <emph>proprie</emph> di una lingua, per
          molto ch’elle si allontanino dalla logica, non si corre rischio di oscurità, e che una
          lingua di andamento naturale, se non è così facile come quella di andamento logico, certo
          non è oscura, e fra le antiche poteva (e può) esser giudicata facilissima, e servire anche
          alla universalità. (25. Dic. dì di Natale. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2192. fine. Se alcuno volesse dire che i verbi ch’io chiamo continuativi, quando
          presso gli scrittori, si trovano, come non di rado avviene, in significato frequentativo o
          diminutivo, fossero contrazioni de’ verbi in <emph>itare</emph>, (come <foreign lang="lat"
            rend="italic">prensare</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >prensitare</foreign>) noti o ignoti, stieno in somma in vece di essi, e così vengano ad
          esser <pb ed="aut" n="2286"/> derivati dai frequentativi anzi veri frequentativi non solo
          per significazione ma anche per formazione ed origine gramaticale; non lo contrasterei più
          che tanto: benchè mi paia naturalissima e più verisimile quell’altra ragione ch’io adduco
          di tale uso de’ continuativi, cioè le solite metamorfosi che nelle parole, frasi, forme,
          formazioni, significati ec. produce inevitabilmente il tempo e il vario uso de’ vari
          generi di scrittori, e parlatori. Chi può dubitare che le desinenze in <emph>ulus</emph>,
          e altre tali non fossero espressamente diminutive, e che i nomi o verbi ec. così formati,
          originariamente e propriamente non significassero diminuzione di quella cosa o azione,
          ch’era significata dal verbo o nome positivo? E nondimeno v. la p. 2281. dove ho
          dimostrato come questi diminutivi sì nell’antico ottimo latino scritto, sì nel volgare, sì
          nelle lingue sue figlie, sieno passati spessissimo a significazione positiva, divenuta <pb
            ed="aut" n="2287"/> loro così propria, che oltre che non significano più alcuna
          diminuzione, volendoli ridurre a diminuire, bisogna, come spesso si fa, soprattaccargli
          un’altra desinenza diminutiva. E ho mostrato ancora che perduti affatto i loro positivi,
          restano essi in luogo di questi, e con lo stesso preciso valore dei medesimi ec.</p>
        <p>Del resto ho fatto vedere in più luoghi, e notato anche espressamente, che i verbi
          continuativi, in un modo o nell’altro indicano o sempre o quasi sempre accrescimento di
          quell’azione ch’è significata dai positivi, o sarebbe significata se essi tuttora
          esistessero. L’indicano, dico, per loro natura, e l’indicano o riguardo al tempo e alla
          durata, o a qualunque altra di quelle cose che ho notate. Or come dunque si vorrà
          confondere la proprietà e la natura, e la forma stessa di quei verbi (come fa il Forc.)
          con quelle de’ verbi in <emph>itare</emph>, forma che porta con <pb ed="aut" n="2288"/> se
          una forza diminutiva, che a prima giunta è manifesta e sensibile a qualunque orecchio men
          che mediocremente assuefatto al latino? (26. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La lingua latina così esatta, così regolata, e definita, ha nondimeno moltissime frasi
          ec. che per la stessa natura loro, e del linguaggio latino, sono di significato così vago,
          che a determinarlo, e renderlo preciso non basta qualsivoglia scienza di latino, e non
          avrebbe bastato l’esser nato latino, perocch’elle son vaghe per se medesime, e quella tal
          frase e la vaghezza della significazione sono per essenza loro inseparabili, nè quella può
          sussistere senza questa. Come <bibl>
            <title>Georg.</title> 1.44.</bibl>
          <quote rend="block">
            <lg lang="lat" rend="italic">
              <l>et Zephyro putris se gleba resolvit.</l>
            </lg>
          </quote> Quest’è una frase regolarissima, e nondimeno regolarmente e gramaticalmente
          indefinita di significazione, perocchè nessuno potrà dire se quel <foreign lang="lat"
            rend="italic">Zephyro</foreign> significhi <emph>al zefiro, per lo zefiro</emph>, <pb
            ed="aut" n="2289"/>
          <emph>col zefiro</emph> ec. Così quell’altra: <foreign lang="lat" rend="italic">Sunt
            lacrimae rerum</foreign> ec. della quale altrove ho parlato. E cento mila di questa e
          simili nature, regolarissime, latinissime, conformissime alla gramatica, e alla
          costruzione latina, prive o affatto, o quasi affatto d’ogni figura di dizione, e
          tuttavolta vaghissime e indefinibili di significato, non solo a noi, ma agli stessi
          latini. Di tali frasi abbonda assai più la lingua greca. Vedete come dovevano esser
          poetiche le lingue antiche: anche le più colte, raffinate, adoperate, regolate. Qual è la
          lingua moderna, che abbia o possa ricevere non dico molte, ma qualche frasi ec. di
          significato indefinibile, e per la sua propria natura vago, senz’alcuna offesa ec. della
          gramatica? La italiana forse alcun poco, ma molto al di sotto della latina. La tedesca
          credo che in questa facoltà vinca la nostra, e tutte le altre moderne. Ma ciò solo
          perch’ella non <pb ed="aut" n="2290"/> è ancora bastantemente o pienamente formata;
          perch’ella stessa non è definita, è capace di locuzioni indefinite, anzi, volendo, non
          potrebbe mancarne. Così accade in qualunque lingua, nè solo nelle locuzioni, ma nelle
          parole. La vaghezza di queste va in ragion diretta della poca formazione, uniformità,
          unità ec. della lingua, e questa, della letteratura e conversazione, e queste, della
          nazione. Ho notato altrove come la letteratura tedesca non avendo alcuna unità, non abbia
          forma, giacchè per confessione dei conoscitori, il di lei carattere è appunto il non aver
          carattere. Non si può dunque dir nulla circa le facoltà del tedesco, che non può esser
          formato nè definito, non essendo tale la letteratura, (per vastissima ch’ella sia, e fosse
          anche il decuplo di quel che è) e mancando affatto la conversazione. Quindi anche le loro
          parole e frasi denno per necessità avere (come hanno) moltissimo d’indefinito. <pb
            ed="aut" n="2291"/> (26. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2138. marg. <foreign lang="lat" rend="italic">Odoratus</foreign> che significa
            <emph>odoroso</emph>, ed è aggettivo nell’uso, che altro è in origine fuorchè un
          participio? E <foreign lang="lat" rend="italic">beatus</foreign>? V. ciò che ho detto di
            <foreign lang="lat" rend="italic">vastus</foreign>. Fare de’ participii in
          <emph>us</emph> tanti aggettivi, è così frequente nel latino, quant’altra cosa mai. Gli
          usavano ancora comparativamente e superlativamente come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >beatior, beatissimus, cumulatior, cumulatissimus</foreign>; cosa propria degli
          aggettivi: nondimeno l’usavano di fare anche a veri participii, anche a quelli del
          presente attivo, come <foreign lang="lat" rend="italic">amantior, amantissimus</foreign>;
          i quali però in tal forma pigliavano la natura di aggettivi. (26. Dic. 1821.). Similmente
            <foreign lang="lat" rend="italic">densus</foreign> onde <foreign lang="lat"
            rend="italic">densare</foreign> non fu forse che un participio, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">prehensus, mensus, intensus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">intentus</foreign> (così forse <foreign lang="lat" rend="italic"
          >densus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">dentus</foreign>; v. il Forcell.)
          ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2277. sul principio. V. il pensiero precedente sulla voce <foreign lang="lat"
            rend="italic">odoratus</foreign>, vero participio (in origine) di <foreign lang="lat"
            rend="italic">odorare</foreign>, cioè <emph>spargere odore</emph>, o <emph>di
          odore</emph> (v. Forcell.); participio usato attivamente, perciocchè significa
            <emph>quello che sparge odore</emph>, cioè <emph>odorifero</emph>. (26. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2292"/> Chi deve governare gli uomini, dovrebbe conoscerli più che alcun
          altro mai. I principi per lo contrario, cresciuti fra l’adulazione, e vedendo gli uomini
          sempre diversi da quello che sono, (per le infinite simulazioni della corte) e da giovani
          avendo poca voglia, più tardi poco tempo di attendere agli studi, non possono conoscer gli
          uomini nè come li conoscono i filosofi, nè come li conosce chi ha praticato e sperimentato
          il mondo qual egli è. Quindi nella cognizione degli uomini, dote in essi di prima
          necessità per il bene de’ sudditi, i principi non solo non sono superiori, ma
          necessariamente inferiori ai più meschini e ignoranti che vivono nel mondo. A questo gran
          difetto rimedierebbero gli studi: e infatti quanti principi sono stati studiosi o in
          gioventù o in seguito, quanti principi sono stati filosofi, tanti sono stati buoni
          principi, avendo appreso dai libri a conoscer quel mondo e <pb ed="aut" n="2293"/> quelle
          cose che avevano a governare. Marcaurelio, Augusto, Giuliano ec. Parrebbe questo un
          grandissimo pregio e un vero trionfo della filosofia, e dimostrazione della sua utilità.
          Ma io dico che la filosofia non ha fatto nè farà mai questo buon effetto di darci dei
          buoni principi, se non fino ch’ella fu, o quando ella è imperfetta: allo stesso modo che
          solo in questo caso ella può darci de’ buoni privati, e ce ne diede e ce ne dà. Vengo a
          dire che la filosofia moderna (la quale può dirsi che nella sua natura, cioè in quanto
          filosofia, o scienza della ragione e del vero, sia perfetta) non farà de’ buoni principi,
          come non farà mai de’ buoni privati; anzi ne farà dei pessimi, perchè la perfezione della
          filosofia, non è insomma altro che l’egoismo; e però la filosofia moderna non farà de’
          principi (come <pb ed="aut" n="2294"/> vediamo de’ privati) se non de’ puri e perfetti
          egoisti. Tanto peggiori de’ principi ignoranti, quanto che in questi l’egoismo ha una base
          meno salda; la natura che lo cagiona, v’aggiunge molti lenitivi e modificativi; le
          illusioni della virtù della grandezza d’animo, della compassione, della gloria non sono
          irrevocabilmente chiuse per loro, come per un principe filosofo moderno: e se non altro in
          quelli la coscienza e l’opinione ripugna al costume, e al vizio; in questi li rassoda, li
          protegge (essendo un filosofo moderno, necessariamente egoista, e quindi malvagio, per
          principii), anzi li comanda, e condannerebbe il principe se non fosse egoista dopo aver
          conosciute le cose e gli uomini. Così che anche un principe inclinatissimo alla virtù,
          divenendo filosofo alla moderna, diverrebbe quasi per forza e suo malgrado vizioso, <pb
            ed="aut" n="2295"/> come accade ne’ privati. Volete una prova di fatto? Volete conoscere
          che cosa sia un principe filosofo moderno? Osservate Federico II. e paragonatelo con M.
          Aurelio. Di maniera che è da desiderarsi sommamente oggidì che un principe non sia
          filosofo, il che tanto sarebbe, quanto freddo e feroce e inesorabile egoista, ed un
          egoista che ha in mano, e può disporre a’ suoi vantaggi una nazione, è quanto dire un
          tiranno. Ecco il bel frutto e pregio della filosofia moderna, la quale finisce
          d’impossibilitare i principi ad esser virtuosi (siccome fa ne’ privati), e a conoscer gli
          uomini, senza il che non possono esser buoni principi. Ma siccome questo effetto della
          filosofia moderna, non è in quanto moderna, ma in quanto vera e perfezionata filosofia
          (giacchè niente di falso le possiamo imputare), e siccome le cose si denno considerare e
          giudicare nella <pb ed="aut" n="2296"/> loro perfezione cioè nella pienezza del loro
          essere, e delle loro qualità e proprietà, così giudicate che cosa sia per essenza la
          filosofia, la sapienza, la ragione, la cognizione del vero, tanto riguardo al regolare le
          nazioni, cioè riguardo a’ principi, quanto assolutamente parlando. (27. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2275. Chi di noi volendosi mettere per una stanza a camminare dentro due linee in
          uno spazio di un palmo e mezzo, ed anche meno, non è capace di farlo, senza neppur pensare
          di squilibrarsi? (Eccetto il caso che vi pensino, per qualche circostanza che li metta o
          nel puntiglio, o nella necessità ec. di non isquilibrarsi; perocchè allora correranno
          parimente rischio di patirlo.) Or ponete che questo medesimo spazio sia un trave, o una
          tavola posta a modo di ponte sopra un altissimo precipizio, o sopra un fiume, senza ripari
          nè appoggi da veruna parte. Quanti sono coloro che non si fiderebbero di passarvi, o
          passandovi perderebbero l’equilibrio, o correrebbero più volte vicinissimo rischio di
          perderlo! E pure a questi medesimi non manca nè la facoltà nè <pb ed="aut" n="2297"/>
          l’abito giornaliero, di far tutto quello che bisogna perchè quel passaggio non faccia loro
          alcun male; cioè l’abito di camminare allo stessissimo modo tuttogiorno senza punto
          squilibrarsi, quando lo squilibrarsi non è pericoloso. (27. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2238. I preliminari di questo pensiero si applichino a quello che segue ora,
          perocchè quanto a <foreign lang="lat" rend="italic">stinguo</foreign> esso non è aferesi
          di <foreign lang="lat" rend="italic">exstinguo</foreign>, ma la radice del medesimo, e di
            <foreign lang="lat" rend="italic">restinguo</foreign> ec.;altrimenti si direbbe <foreign
            lang="lat" rend="italic">extinguo</foreign>, e allora <foreign lang="lat" rend="italic"
            >stinguo</foreign> sarebbe per aferesi. —</p>
        <p>Quindi si può congetturare che quelli fra tali composti i quali da’ buoni latini si
          scrivevano non colla <emph>ex</emph> ma colla semplice <emph>e</emph> come <foreign
            lang="lat" rend="italic">enervare</foreign>, e che in italiano (così se in franc. o
          spagn.) cominciano colla <emph>s</emph> impura, come <emph>snervare</emph>, si
          pronunziassero volgarmente colla <emph>ex</emph>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic"
            >exnervare</foreign> ec. <pb ed="aut" n="2298"/> I latini scrittori a’ buoni tempi,
          solevano in tali composti servirsi della preposizione e (tralasciando l’<emph>x</emph>)
          avanti il <emph>b</emph>, il <emph>d</emph>, la <emph>f</emph>, il <emph>g</emph>, la
            <emph>l</emph>, la <emph>m</emph>, la <emph>n</emph>, la <emph>r</emph>, il
          <emph>v</emph>. Io credo che il volgo latino avanti a queste medesime lettere dicesse
            <emph>ex</emph>, p. e. <foreign lang="lat" rend="italic">exbibo, exfodio, exgregius,
            exmoveo, exnervo</foreign> (come ho detto), <foreign lang="lat" rend="italic">exrogare,
            exveho</foreign>, in vece di <foreign lang="lat" rend="italic">ebibo, effodio, egregius,
            emoveo, enervo, erogo, eveho</foreign>. Infatti di queste e di altre simili voci così
          scritte si trovano esempi in Plauto o in altri de’ più antichi, o viceversa ne’ più
          moderni, come Apuleio ec. V. poi il Glossar. circa i latinobarbari. E me ne persuade il
          vedere in tali o simili voci conservate in italiano, la <emph>s</emph> impura, (o se in
          ispagnuolo, la <emph>es</emph>, se in francese la <emph>es</emph> antica, e la
          <emph>é</emph> moderna) come <emph>svellere</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >evellere</foreign>, <emph>svolgere</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >evolvere</foreign>, <emph>smuovere</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >emovere</foreign>, che appunto scritto <foreign lang="lat" rend="italic"
          >exmovere</foreign> si trova in Plauto <title lang="lat">Trucul.</title> 1.1. 59.
            <emph>sfuggire</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">effugere</foreign>. Sempre
          fedelmente <pb ed="aut" n="2299"/> troverete gli antichi scrittori latini più conformi
          all’italiano che quelli del secol d’oro, segno evidente d’essersi perpetuato l’antico
          costume, ed esser passato fino a noi, le quali cose non ponno essere state per altro mezzo
          che del linguaggio volgare latino, tenacissimo, al solito, dell’antichità. Sempre
          troverete il volgare italiano (così proporzionatamente il francese e lo spagnolo) più
          conforme al volgare latino in tutto ciò che se ne può scoprire (qual è il linguaggio de’
          comici latini in qualche parte), di quello che agli scrittori: segno chiaro che da esso
          volgare e non dal latino scritto o civile sono nate le tre moderne sorelle. (28. Dic.
          1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2277. V. il Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">Exululatus</foreign>. E
          nota che non si dice nè <foreign lang="lat" rend="italic">Exululor</foreign>, nè <foreign
            lang="lat" rend="italic">Ululor</foreign> ec. deponente. (28. Dic. 1821.). V. pure in <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>En.</title> 2. 218-9.</bibl> circum-dati (vero partic. passato, in significazione
          attiva, come <foreign lang="lat" rend="italic">amplexi</foreign> nel verso stesso), 444.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Protecti</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">protegentes</foreign>; lib. 4.659. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >impressa</foreign>, per <foreign lang="lat" rend="italic">cum impressisset</foreign>, e
          consulta il Forcell. circa questi esempi, intorno ai quali però io non mi acquieto alla
          sua spiegazione e degl’interpreti. Ma soprattutto v. En. 4.589-90. <foreign lang="lat"
            rend="italic">percussa</foreign>, ed <foreign lang="lat" rend="italic"
          >abscissa</foreign>, e 1.320. (e gl’interpreti), 481.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Lamia</foreign> era una voce (dal greco, o comune al
          greco) e significava un’idea <pb ed="aut" n="2300"/> del tutto popolare nella Grecia e nel
          Lazio, anzi popolare per sua natura, in qualunque popolo, e propriamente una di quelle
          voci e idee che non essendo adoperate mai dagli scrittori se non per ischerzo, o per
          filosofica riprensione, sono nondimeno tutto giorno in uso nella comune favella, e in
          questa sordamente si conservano e si perpetuano, come fanno i pregiudizi e le
          sciocchissime opinioni, e i più puerili errori della più minuta plebaglia, e delle ultime
          femminucce; pregiudizi ec. de’ quali in particolare non s’ha notizia fuori di quella tal
          nazione perchè difficilmente vengono in taglio d’esser mentovati nella scrittura, o nella
          società, per poco civile che sia. E massimamente se ne perde la notizia, s’essi sono
          antichi (come appunto delle voci oscene delle quali avranno abbondato le lingue antiche,
          ne abbondano le moderne, nè però si conoscono da’ forestieri.). <pb ed="aut" n="2301"/>
          Frattanto essi si conservano tradizionalmente di padre in figlio, e si perpetuano più che
          qualunque altra cosa volgare, e con essi le parole che loro appartengono specificatamente.
          Di tal natura è l’antichissima e volgarissima voce <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Lamia</foreign>, <foreign lang="grc">λαμία</foreign>, e l’idea ch’essa significa. V. il
          Forcell. i Diz. Greci, il Glossar. e il mio Saggio sugli errori popolari degli antichi.</p>
        <p>Or questa voce passò in realtà nel volgare italiano, e vi passò non per mezzo degli
          scrittori, ma per mezzo del volgare latino il che si dimostra in due modi.</p>
        <p>1. Quei pochissimi scrittori latini che usarono questa voce, non poterono esser noti più
          che tanto a quegl’ignorantissimi che nel 300 adoperarono scrivendo in italiano la voce
            <emph>Lammia</emph>. Si vede chiaro ch’ella era in quel secolo volgare in Italia, poichè
          si trova in iscrittori di questa natura: laddove oggi ella non si trova che negli scritti
          dei dotti, perchè il volgo <pb ed="aut" n="2302"/> ha finalmente cessato di adoperarla e
          di conoscerla, avendo non perduto, nè cambiato affatto quella stolta idea che quella
          parola significava, ma pur tanto cambiatala, ch’ella si esprime ora con altre parole.</p>
        <p>2. Gli scrittori latini adoperarono <foreign lang="lat" rend="italic">Lamia</foreign> in
          senso di <emph>strega</emph>, o <emph>fata</emph> ec. e negli scrittori del trecento ella
          si trova, credo sempre, in senso di ninfa, tanto che i volgarizzatori di quel tempo, dove
          i testi latini dicono <foreign lang="lat" rend="italic">nympha</foreign>, traducono
          regolarmente <emph>Lammia</emph>. Questa voce non la poterono dunque avere dagli scrittori
          latini, che l’adoprano in altro senso, ma dal volgare, il quale, come il volgo fu divenuto
          cristiano, e considerò le ninfe, e le altre deità del paganesimo come <emph>demonj</emph>,
          e mali spiriti, cominciò e costumossi a chiamar <emph>Lammie</emph> le ninfe de’ Gentili.
          (Del che molti analoghi esempi cristiani si potrebbero addurre.). Ovvero intendendo per
            <emph>Lammie</emph> le fate delle quali a que’ tempi si discorreva, e la cui idea
          somiglia a quella delle streghe ec. e le fate essendo una specie di ninfe, e viceversa,
          prevalse questo costume di confonder le ninfe <pb ed="aut" n="2303"/> colle
          <emph>Lammie</emph>, tutte cose che dimostrano un uso volgare, e una perpetua
          conservazione della voce <foreign lang="lat" rend="italic">Lamia</foreign> e dell’idea che
          significava, o di un’idea analoga alla medesima, nel volgare latino fino ai primordi
          dell’italiano; altrimenti come sarebbero andati quegl’ignorantissimi trecentisti a pescare
          questa voce e quest’idea ne’ pochissimi (e allora in gran parte ignoti, e tutti malnoti)
          scrittori latini che l’adoperarono, per poi scambiarla nel volgare italiano con quello che
          gli scrittori latini chiamavano <emph>ninfa</emph>? Massimamente se considerate ciò che ho
          detto di sopra, che questa antica voce <foreign lang="lat" rend="italic">Lamia</foreign>,
          e questa idea, o altra a lei analoga (com’è naturale che il tempo cambi pur qualche cosa
          nelle opinioni del volgo, come nella favella, specialmente essendo mutata la Religione),
          dovea per sua natura conservarsi sordamente e tradizionalmente, ma lunghissimamente nella
          bocca e nella testa dell’infima plebe (la quale ora finalmente l’ha perduta; e questa voce
          non è che dei dotti nel senso di strega, de’ pedanti <pb ed="aut" n="2304"/> nel senso di
          ninfa.) E chi sa che gli stessi antichi latini (e greci) volgarmente non dicessero
            <foreign lang="lat" rend="italic">Lamia</foreign> per ninfa? Considerando cioè la ninfa
          come un ente misterioso, e di misterioso potere, qual è appunto la <foreign lang="lat"
            rend="italic">Lamia</foreign>. Facilissime e naturalissime sono queste confusioni d’idee
          e di parole, in quelle tra esse che appartengono alla classe abbandonata ai pregiudizi
          dell’infimo volgo. V. il Forcell. in che senso si prendesse la voce <foreign lang="lat"
            rend="italic">nympha</foreign>. <bibl>V. pure il <author>Monti</author>,
            <title>Proposta</title>
          </bibl>, voce <quote>
            <emph>Lammia</emph>
          </quote>. Io per me credo probabilissima e naturalissima quest’ultima opinione, la quale
          parimente dimostrerebbe come <quote>
            <emph>Lammia</emph>
          </quote> derivasse nell’antico italiano (e questo, volgare) dal solo volgare latino. (29.
          Dic. 1821.). A questo proposito osserva ancora intorno alla nostra voce <emph>Fata</emph>,
          ed all’idea ch’essa significa, il Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Fata
          ae</foreign>, e una mia nota al Frontone <foreign lang="lat" rend="italic">de Nep.
          Amisso</foreign>. Troverai che la voce e l’idea prende origine dall’antico latino, e
          dev’esser passata a noi per mezzo del volgare, essendo essa voce pochissimo o niente usata
          dagli scrittori latini ec. V. pure il Forcell. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Fatum</foreign> in fine, e sotto il principio, dove cita Apuleio. V. p. 2392.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>I diminutivi sogliono esser sempre graziosi, e recar grazia e leggiadria ed eleganza al
          discorso, alla frase ec. Riferite quest’osservazione alla grazia che nasce dalla
          piccolezza. (29. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2305"/> Gl’italiani, i francesi gli spagnoli usano il verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">sapio</foreign> (<emph>sapere</emph>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">saber</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">savoir</foreign>) nel
          senso di <foreign lang="lat" rend="italic">scio</foreign>. Che vuol dir ciò, se non che
          così adoperava quel volgare da cui e non d’altronde, tutte tre queste lingue son derivate?
          Vedi il Forc. e il Glossar. e <foreign lang="lat" rend="italic">Sapiens,
          Sapientia</foreign> ec. (29. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che gli antichi (e ciò per natura) consideravano il forestiero come
          naturalmente ed essenzialmente diverso dal paesano, e come ente d’altra natura. Quindi è
          ch’essi si difendevano da’ forestieri o gli assaltavano, come facevano colle bestie, cogli
          animali o colle cose d’altra specie, se non quanto ponevano maggior gloria nel vincer gli
          uomini, come vittoria più difficile. Ma la guerra nell’antica e primitiva idea non
          differiva o punto o quasi punto dalla caccia, (come non differisce presso i selvaggi).
          Quindi non quartiere, non pietà, non magnanimità (che allora non si credeva aver luogo col
          nemico), non perdono col vinto; quindi <pb ed="aut" n="2306"/> ostinazione, risolutezza di
          non cedere, (e come avrebbero voluto sottostare al governo di animali, di fiere ec.? come
          dunque a quello di uomini creduti d’altra specie?) disperazione di esser vinto, schiavitù,
          depredamenti, incendi, distruzioni degli alberghi e dei paesi, delle sostanze e delle
          persone dei vinti; quindi tutti gli altri effetti dell’antico odio nazionale, che altrove
          ho specificati, e che sono parimente moderni nei selvaggi, barbari ec. (29. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1283. principio. Io sospetto di aver trovato effettivamente questa radice
            <foreign lang="lat" rend="italic">hil</foreign> nell’antichissimo latino. Osservate.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Nihilum</foreign>, è quasi <foreign lang="lat"
            rend="italic">ne hilum</foreign>, dice il Forc. e seco gli etimologi. V. anche il
          Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Per hilum</foreign>. E non v’è questione
          perocchè Lucrezio dice <foreign lang="lat" rend="italic">neque hilo</foreign> ec. rompendo
          il composto, in vece di <foreign lang="lat" rend="italic">nihiloque</foreign>, come
          solevano gli antichi latini, massime i poeti, (come Plauto <foreign lang="lat"
            rend="italic">disque trahere</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">et
            distrahere</foreign>) e questi anche a’ buoni secoli: e così i greci. Nè solo Lucrezio
          ma altri che v. nel <pb ed="aut" n="2307"/> Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Hilum</foreign>. Della particella privativa <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ne</foreign> (cambiata nella composizione in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ni</foreign>) vedi il Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">ne</foreign>, e in
            <foreign lang="lat" rend="italic">nego</foreign>. Potrebbe anche essere un <foreign
            lang="lat" rend="italic">nec</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >necopinans</foreign> ec. significa <foreign lang="lat" rend="italic">non
          opinante</foreign> ec. e il <foreign lang="lat" rend="italic">nec</foreign> non è che
          particella privativa come l’<foreign lang="grc">ἀ</foreign> dei greci. V. anche lo Scapula
          in <foreign lang="grc">νὴ</foreign>, particella parimente privativa nell’antichissimo
          greco, del che <bibl>v. pure <title lang="lat">Helladii Besantinoi Chrestomathia</title>,
            colle note del Meursio</bibl>.</p>
        <p>(Nel qual proposito osservo di passaggio. La <emph>n</emph> è radicale e caratteristica
          della negativa in latino, e così pure per conseguenza in italiano. Quindi <foreign
            lang="lat" rend="italic">non, ne, nec, neque</foreign>, (v. il Forcell.) <foreign
            lang="lat" rend="italic">nihil, nil, nemo, nullus</foreign> cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">non ullus</foreign>, come pure si dice, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nego, nefas, nequam, nepus cioè non purus, nolo, nequeo, nequicquam, nedum,
          nequaquam</foreign> ec. de’ quali v. il Forcell. ed osserva la forza e l’uso della
          particella <foreign lang="lat" rend="italic">ne</foreign> in composizione. Non così nel
          linguaggio greco dei buoni secoli. Giacchè <foreign lang="grc">οὐ, οὐχ, οὐκ, μὴ,
          ἀ</foreign> – ec. non hanno <emph>n</emph>. <pb ed="aut" n="2308"/> Eppure
          nell’antichissimo greco è chiaro per le sullodate testimonianze, e per l’uso di Omero ec.
          che la <foreign lang="grc">ν</foreign> avea forza di negazione, privazione, ec. Ecco
          un’altra prova e della fraternità antichissima delle dette due lingue, e dell’esser forse
          qualche cosa passata piuttosto dal latino nel greco, che viceversa; o certo dell’avere la
          lingua latina conservate assai più della greca le sue antichissime ed originarie
          proprietà. E notate che trattandosi della caratteristica negativa, si tratta di cosa
          primitiva affatto, e di primissima necessità in qualunque lingua.)</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Nihilum</foreign> pertanto è <foreign lang="lat"
            rend="italic">ne hilum</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">nemo, ne
          homo</foreign>, e v. il luogo di Varrone nel Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Nequam</foreign>.</p>
        <p>Che cosa significasse questo <foreign lang="lat" rend="italic">hilum</foreign>,
          antichissima voce latina, non sanno affermarlo i gramatici. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Putant esse</foreign>, dice Festo, <foreign lang="lat" rend="italic">quod</foreign>
          <pb ed="aut" n="2309"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">grano fabae adhaeret</foreign>. Dunque egli non sa
          propriamente che significhi, nè si sapeva al suo tempo. Ed è cosa ben naturale quando
          tante parole di Dante e d’altri trecentisti o duecentisti (meno lontani da noi, che le
          origini della lingua latina da Festo) sono o di oscurissima e incertissima, o di perduta
          significazione.</p>
        <p>Io credo che esso non significhi altro che <emph>materia</emph>, o <emph>cosa
          esistente</emph> (che per li primitivi uomini non poteva essere immaginata se non dentro
          la materia, ed estendi questo pensiero.). E penso che sia nè più nè meno l’<foreign
            lang="grc">ὕλη</foreign> dei greci, ossia quell’antichissimo <foreign lang="lat"
            rend="italic">hilh</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">hulh</foreign>, che
          abbiamo detto.</p>
        <p>Vogliono che <foreign lang="lat" rend="italic">nihil</foreign>, sia troncamento di
            <foreign lang="lat" rend="italic">nihilum</foreign>. Al contrario a me pare che <foreign
            lang="lat" rend="italic">nihilum</foreign> sia parola così ridotta da <foreign
            lang="lat" rend="italic">nihil</foreign>, perchè divenisse capace di declinazione. Che
          troncamento barbaro sarebbe stato questo, e quanto contrario al costume latino, se da
            <foreign lang="lat" rend="italic">nihilum</foreign> primitivo, avessero fatto <foreign
            lang="lat" rend="italic">nihil</foreign>! e non piuttosto viceversa, <pb ed="aut"
            n="2310"/> che è naturalissimo. Addolcendosi la favella (massime quelle del gusto
          meridionale, del gusto della latina) non si troncano, anzi si aggiungono appunto allora le
          terminazioni, e si proccura inoltre di render declinabili, cioè modificabili secondo le
          diverse occorrenze del discorso, le voci che già esistono; e non per lo contrario.
          Indubitatamente per tanto non <foreign lang="lat" rend="italic">nihil</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">nihilum</foreign>, ma questo viene da quello. Si dice
          parimente <foreign lang="lat" rend="italic">nil</foreign> contrazione di <foreign
            lang="lat" rend="italic">nihil</foreign>, (fatto più volte monosillabo da Lucrezio) ma
            <foreign lang="lat" rend="italic">nilum</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nil</foreign> si trova in Lucrezio appena una volta, e chi sa s’è vero, e che non sia
          errore in vece di <foreign lang="lat" rend="italic">nihilum</foreign> dissillabo. In ogni
          modo è costante presso il più sciocco etimologo che le terminazioni non vanno calcolate,
          ed è chiaro che le sole radicali di <foreign lang="lat" rend="italic">nihilum,
          i</foreign>, o, ec. sono <foreign lang="lat" rend="italic">nihil</foreign>; di <foreign
            lang="lat" rend="italic">hilum, hil</foreign>. E di questo secondo, la cosa è tanto più
          manifesta, quanto che abbiamo appunto da esso, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nihil</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">nil</foreign>, senza la terminazione
          declinabile.</p>
        <p>Eccoci dunque con questo <foreign lang="lat" rend="italic">hil</foreign> nudo e manifesto
          nelle mani, e se attenderete alle <pb ed="aut" n="2311"/> cose dette di sopra, e se avrete
          niente di spirito filosofico, vedrete quanto sia naturale e probabile che siccome <foreign
            lang="lat" rend="italic">ne homo</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nemo</foreign>, vuol dire <emph>nessuna persona</emph>, così <foreign lang="lat"
            rend="italic">ne hil</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">nihil</foreign>
          volesse dire primitivamente <emph>nessuna materia</emph>, cioè <emph>nessuna cosa</emph>
          (v. p. 2309. mezzo, e i miei vari pensieri sulla necessaria e somma materialità di tutte
          le primitive lingue, e di tutte le primitive idee umane, anzi non pur delle primitive, ma
          di tutte le idee madri ed elementari); ovvero <emph>non materia, non cosa</emph>, cioè,
          insomma, e formalmente ed espressamente, <emph>nulla</emph>. (Così i greci <foreign
            lang="grc">οὐδὲν</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">neque unum</foreign> ec. <foreign lang="lat"
            rend="italic">non quidquam</foreign>, <foreign lang="grc">μηδὲν, οὔτι, μήτι</foreign>
          ec.)</p>
        <p>Non vi par ella naturalissima questa etimologia? Non vi par dunque probabilissimo che
          l’antico e quasi ignoto <foreign lang="lat" rend="italic">hilum</foreign> volesse dir
            <emph>materia</emph>, e fosse tutt’una radice con <foreign lang="grc">ὕλη</foreign>, e
            <foreign lang="lat" rend="italic">silva</foreign> adoprata pur essa in senso di materia?
          Non è chiaro che l’<emph>um</emph> in <foreign lang="lat" rend="italic">hilum</foreign>
          non è radicale, ma declinabile ec. e per conseguenza la radice è solamente <foreign
            lang="lat" rend="italic">hil</foreign>, massime che da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >hilum</foreign> abbiamo <foreign lang="lat" rend="italic">nihil</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">nil</foreign>, parole inverisimili, <pb ed="aut" n="2312"/> e
          strane e mostruose se fossero un’apocope ec.? Non abbiamo dunque probabilmente trovato in
          realtà nell’antichissimo latino la semplicissima radice di <foreign lang="lat"
            rend="italic">silva</foreign>? di <foreign lang="grc">ὕλη</foreign>, ec.?</p>
        <p>Osservate che in questo caso si renderebbe verisimile che il primitivo e proprio senso di
            <foreign lang="grc">ὕλη</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">silva</foreign> ec. fra quelli ch’essi realmente hanno,
          fosse quello di materia.</p>
        <p>Non so se possa fare al caso l’osservare che noi diciamo <emph>filo</emph> per
            <emph>nulla</emph>, il che potrebbe derivare non da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >filum</foreign>, ma da <foreign lang="lat" rend="italic">hilum</foreign>, mutato
            l’<emph>h</emph> in <emph>f</emph>, come viceversa gli spagnuoli, onde appunto per
            <foreign lang="lat" rend="italic">filum</foreign> dicono <foreign lang="spa"
            rend="italic">hilo</foreign>. E ricordati di quanto ho detto circa l’antica proprietà
          della <emph>f</emph>, cioè di essere aspirazione. Del resto v. la Crusca, il Glossar. i
          Diz. franc. e spagn. ec. e il Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">filum</foreign>,
          se avesse nulla. (30. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>I greci conoscevano la letteratura latina appresso a poco come i francesi conoscono
          oggidì le letterature straniere (specialmente l’italiana), e com’essi le hanno conosciute
          da poi che la lingua letteratura e costumi loro sono stati <pb ed="aut" n="2313"/>
          pienamente formati. Eccetto quella differenza che è prodotta dalla diversità de’ tempi e
          del commercio fra le nazioni, per cui la Francia conosce certo più le letterature
          forestiere, di quel che la Grecia conoscesse la latina. Ma parlo proporzionatamente. E non
          è questa la sola somiglianza (estrinseca però) che passa fra lo spirito, il costume, la
          letteratura francese, e la greca. (31 Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il grande intreccio in un’azione drammatica, la complicazione dei nodi ec. distoglie
          affatto l’animo dell’uditore o lettore dalla considerazione della naturalezza, verità,
          forza della imitazione, del dialogo, delle passioni ec. e di tutte quelle bellezze di
          dettaglio nelle quali principalmente consiste il pregio d’ogni genere di poesia. Anzi per
          l’ordinario dispensa l’autore da queste bellezze, lo dispensa dall’osservanza, e
          dall’efficace e viva <foreign lang="grc">ἐκτύπωσις</foreign> dei caratteri ec. In questo
          modo l’unico <pb ed="aut" n="2314"/> o certo il principale effetto ed affetto ed interesse
          che i drammi di grande intreccio producono, si è la curiosità; e questa sola spinge
          l’uditore a interessarsi e fare attenzione a ciò che si rappresenta, questa sola trova
          pascolo, e questa sola è soddisfatta nello scioglimento. Nessun’altra passione o interesse
          è prodotta in lui da tali drammi, per caldi e passionati che l’autore abbia inteso di
          farli. Or questo è del tutto alieno dall’essenza della drammatica: esso appartiene
          all’essenza del racconto: la drammatica essendo una rappresentazion viva e quasi vera
          delle cose umane, deve destar ben altro interesse che quello della curiosità, come può
          fare la storia: in questo caso, l’azione drammatica viene ad esser come quella di una
          novella, il dramma produce lo stesso effetto di una novella, ed è indifferente per
          l’uditore o lettore che quell’azione accada sotto gli occhi suoi, o gli venga fatta sapere
          per mezzo di parlate, ovvero che se gli racconti semplicemente il caso come in un romanzo,
          o in una storia curiosa e complicata. <pb ed="aut" n="2315"/> Quindi la necessità e il
          pregio degl’intrecci semplici in ogni genere di drammi, ma proporzionatamente più in
          quelli dove l’interesse della passione, e la commozione dell’uditore dev’esser più viva,
          come nella tragedia: a cui la semplicità dell’azione è più necessaria che alla commedia. A
          questa poi ancora è proporzionatamente necessaria per il pieno sviluppo, e la perfetta
          pittura dei caratteri, e lo spicco dei medesimi, i quali si perdono affatto (per vivi e
          ben imitati che sieno) quando la curiosità dell’intreccio assorbe tutto l’interesse e
          l’attenzione dell’uditore. In somma l’uditore non deve tanto interessarsi del successo, e
          anelare allo scioglimento del nodo, ch’egli perda l’interesse e la commozione ec.
          successiva, e continua, ed applicata individualmente a ciascuna parte del dramma, e a
          tutto il processo dell’azione ugualmente. (31. Dic. 1821.). V. p. 2326.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’animo umano è sempre ingannato nelle sue speranze, e sempre ingannabile: sempre deluso
          dalla speranza medesima, e sempre capace <pb ed="aut" n="2316"/> di esserlo: aperto non
          solo, ma posseduto dalla speranza nell’atto stesso dell’ultima disperazione, nell’atto
          stesso del suicidio. La speranza è come l’amor proprio, dal quale immediatamente deriva.
          L’uno e l’altra non possono, per essenza e natura dell’animale, abbandonarlo mai
          finch’egli vive, cioè sente la sua esistenza. (31. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Circa quello che ho detto altrove del <foreign lang="lat" rend="italic">vir
          frugi</foreign> de’ latini, che significava <emph>uomo di garbo</emph>, e propriamente non
          voleva dir altro che <emph>utile</emph>, vedi il Forcellini in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Nequam</foreign>, che significa cattivo, e propriamente non vale che
            <emph>inutile</emph>. Così in <foreign lang="lat" rend="italic">Nequitia</foreign> ec.
          (31. Dic. 1821.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2250. marg. <foreign lang="lat" rend="italic">Nihil, vehemens</foreign> ec. sono
          adoperati più volte da’ poeti, quello come monosillabo, questo come dissillabo ec. V. il
          Forcellini. Così <foreign lang="lat" rend="italic">Nihilum</foreign> dove appunto devi
          vedere il Forcell. in fine della voce. E quel fare di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nihil nil</foreign>, di <foreign lang="lat" rend="italic">vehemens vemens</foreign> (v.
          il Forc. <foreign lang="lat" rend="italic">Vehemens</foreign> fine), di <foreign
            lang="lat" rend="italic">prehendo prendo</foreign> ec. cose usitate nelle buone
          scritture latine anche in prosa, che altro significa se <pb ed="aut" n="2317"/> non che
          quelle vocali successive, benchè secondo le regole della prosodia si considerassero per
          altrettante sillabe, nondimeno nella pronunzia quotidiana equivalevano o sempre o bene
          spesso a una sola? Altrimenti queste tali contrazioni sarebbero state sconvenientissime: e
          come poi sarebbero elle venute in uso generale, anche presso chi non ne aveva bisogno
          (quali erano i prosatori), come <foreign lang="lat" rend="italic">nil</foreign> detto
          indifferentemente per <foreign lang="lat" rend="italic">nihil</foreign>? Ed osservate che
          qui v’è anche di mezzo l’aspirazione ch’è quasi una consonante, ed oggi la pronunziano per
          tale. E nondimeno le dette vocali si tenevano per componenti una sola sillaba, e così si
          pronunziavano. (Come appunto ne’ nostri antichi poeti, anche, se non erro, nel Petrarca,
            <emph>noja, gioia</emph> ec. monosillabi, <emph>Pistoia</emph> dissillabo ec. e così
          mostra che si pronunziassero.) <foreign lang="lat" rend="italic">Mihi</foreign> parimente
          si contraeva nelle scritture, e massime ne’ poeti, in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >mi</foreign>. E non è apocope, come dice il Forcell. ma contrazione, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">nil</foreign> ec. Che dirò di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >eburnus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">eburneus</foreign> e di tante
          altre simili contrazioni di più vocali; mediante le quali contrazioni <pb ed="aut"
            n="2318"/> (autorizzate dall’uso) il considerar quelle vocali come formanti una sola
          sillaba diveniva alla fine affatto regolare (in ogni genere di scrittori) e conforme alle
          stesse regole della prosodia? Non dimostra ciò quello ch’io dico? <foreign lang="lat"
            rend="italic">Queis</foreign> monosillabo, o così scritto o contratto in <foreign
            lang="lat" rend="italic">quis</foreign>, non è posto fra i dittonghi latini. V. il
          Forcell. e la Regia Parn. Lascio stare i nomi greci, dove quelli che in greco sono
          dittonghi, a talento del poeta latino ora diventano dissillabi ec. ora monosillabi come
            <foreign lang="lat" rend="italic">Theseus, Orphea, Orphei</foreign> dativo, ec. Nè solo
          i nomi, ma ogni sorta di parole. L’<emph>i</emph> terminativo dei nominat. plur. 2.
          declinazione ch’è sempre lungo dovette esser da prima un dittongo, come l’<foreign
            lang="grc">οι</foreign> greco nei corrispondenti nominativi plurali della 3.<hi
            rend="apice">za</hi>.</p>
        <p>Lascio ancora che l’ablativo della prima declinazione singolare, da principio, e forse
          sempre a’ buoni tempi, si pronunziò (cred’io, e v. i gramatici) coll’<emph>a</emph>
          doppia, (<emph>musaa</emph>, o <emph>musâ</emph>) e pur fu sempre considerata
            quell’<emph>a</emph> come monosillaba. E che si pronunziasse coll’<emph>a</emph> doppia
          me ne fa fede il veder che se ciò non fosse, molte volte ne’ poeti si troverebbe una
          brutta cacofonia e consonanza, quando tali ablativi concorrono con altre parole terminate
          in <emph>a</emph>, ch’è frequentissimo. Lascio l’antica scrittura di <foreign lang="lat"
            rend="italic">heic</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">hic, sapienteis,
            sermoneis</foreign> ec. ec. dove l’<emph>ei</emph> fu pur <pb ed="aut" n="2319"/> sempre
          avuto per monosillabo. Lascierò ancora che tutte o quasi tutte le contrazioni usitate in
          latino, o per licenza o per regola, dimostrano il costume di pronunziar più vocali in una
          sola sillaba. P. es. <foreign lang="lat" rend="italic">Deum, virum</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">deorum, virorum</foreign>, venne dal costume di elidere la
            <emph>r</emph>, onde <foreign lang="lat" rend="italic">deoum, viroum</foreign>,
          dissillabi, e quindi <foreign lang="lat" rend="italic">deum, virum</foreign>, genitivi
          contratti, forma usitatissima specialmente presso gli antichi, più conformi al volgare. V.
          p. 2359. fine.</p>
        <p>Ma il vedere che i latini poeti per costumanza regolare, tanto che il contrario sarebbe
          stato irregolare (come in quel di Virgilio <foreign lang="lat" rend="italic">foemineo
            ululatu</foreign>) elidevano costantemente l’ultime vocali delle parole seguite da altre
          parole comincianti per vocale, e ciò anche da un verso all’altro spesse volte (come in
          Orazio <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">animumque moresq</hi>
              <hi rend="sc">ue</hi>
              <hi rend="italic">Aureos educit in astra, nigroq</hi>
              <hi rend="sc">ue</hi>
              <hi rend="italic">Invidet Orco</hi>
            </foreign>
          </quote> ec. e in <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Georg.</title> 2. 69.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Inseritur vero et foetu nucis arbutus horrid</hi>
              <hi rend="sc">a</hi>: <hi rend="italic">Et steriles platani</hi>
            </foreign>
          </quote> ec. ec.); e non solo le vocali, ma anche le sillabe <emph>am, em, im, um</emph>;
          e sì le vocali che queste sillabe le elidevano anche seguendo una parola cominciante per
          vocale aspirata (come <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Georg.</title> 3. 9.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Toller</hi>
              <hi rend="sc">e h</hi>
              <hi rend="italic">umo</hi>
            </foreign>
          </quote>: v. p. 2316-17.); e non solo elidevano una vocale, ma anche più d’una ec. tutto
          ciò non dimostra evidentemente che l’indole della pronunzia latina formava in fatti una
          sola sillaba delle vocali concorrenti? Giacchè questo solo vuol dire
          <emph>eliderle</emph>: non già ch’esse <pb ed="aut" n="2320"/> nella pronunzia si
          tacessero (ciò forse avveniva alla sola <emph>m</emph> in simili casi); altrimenti non le
          avrebbero scritte, ma posto in luogo loro l’apostrofo, come facevano i greci quando le
          elidevano in verso o in prosa, che quando non ponevano l’apostrofo in luogo loro, non le
          elidevano mai; e come gli stessi latini ponevano l’apostrofo in luogo di quelle vocali o
          consonanti che non s’avevano effettivamente da pronunziare, come <emph>ain’, Sisyphu’,
            confectu’</emph> ec. o non ponendo l’apostrofo, tralasciavano di scrivere quelle lettere
          che non s’avevano da pronunziare, come appunto la <emph>s</emph> in <emph>ain’</emph> per
            <emph>ais ne</emph>, ec. ec.</p>
        <p>Altra prova e dell’usanza latina di pronunziar più vocali in modo di una sola sillaba, e
          dell’essere stato originariamente il <emph>v</emph> latino una semplice aspirazione, e
          questa essere stata leggera (come l’<emph>h</emph>), e della dissillabìa della 1. e 3.
          persona sing. perfetta indicativa delle congiugazioni 1. e 4. ec. ch’è appunto quello che
          s’ha a dimostrare, e della somiglianza tra l’antichissimo latino conservatosi nel volgare,
          e le moderne figlie del latino; eccola. <foreign lang="lat" rend="italic">Amaverunt,
            amaverat</foreign> ec. si diceva spessissimo <pb ed="aut" n="2321"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">amarunt, amarat</foreign> ec. Donde venne questa
          contrazione usualissima? Le contrazioni non nascono già, e molto meno diventano
          comunissime (più spesso troverete <foreign lang="lat" rend="italic">amarunt</foreign> che
            <foreign lang="lat" rend="italic">amaverunt</foreign> ec.) senza una ragione di
          pronunzia. Anticamente si disse <foreign lang="lat" rend="italic">amaerunt,
          amaerat</foreign> trisillabe, senza però che l’<emph>ae</emph> si pronunziasse
          <emph>e</emph>, ma sciolto. Poi coll’aspirazione eufonica, per fuggire l’iato si disse
            <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">ama</hi>
            <hi rend="sc">f</hi>
            <hi rend="italic">erunt</hi>
          </foreign> ec. Indi <foreign lang="lat" rend="italic">amaverunt</foreign>. Ma il volgo
          continuò a considerarli come trissillabi; e perciò saltando facilmente una lettera, e
          conservando la parola trisillaba, disse <foreign lang="lat" rend="italic">amarunt,
          amarat</foreign> ec. E non fece caso dell’aspirazione (ossia del <emph>v</emph>) non più
          di quello che in <foreign lang="lat" rend="italic">nil</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">nihil</foreign> ec. V. disopra. Che il volgo solesse pronunziare così
          contratto piuttosto che sciolto lo dimostra il nostro <emph>amarono</emph>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">amaron</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >aimèrent</foreign>. (E quanto ad <foreign lang="lat" rend="italic">amarat</foreign> vedi
          la p. 2221. fine segg.) Quest’uso essendo comune a tutte tre le lingue figlie, dimostra
          un’origine comune cioè il volgare latino. E viceversa le dette considerazioni provano che
          detto uso moderno, è di antichissima origine, e proprio (forse esclusivamente dell’altro)
          del volgare latino, com’era pur <pb ed="aut" n="2322"/> proprio della scrittura, e lo fu,
          sino ab antico, per sempre.</p>
        <p>Gli stessi motivi mi fanno credere che p. es. trovando noi nelle tre lingue figlie
            <emph>amammo</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">amamos</foreign>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">aimâmes</foreign>, si debba concludere che il volgo latino
          diceva parimente <foreign lang="lat" rend="italic">amamus</foreign> contratto per <foreign
            lang="lat" rend="italic">amavimus</foreign>, come abbiamo veduto ch’egli diceva
            <emph>amai</emph> (che gli spagn. e i franc. dicono <foreign lang="fre" rend="italic"
            >aimai</foreign>, <emph>emè</emph> mutato l’<emph>ai</emph> in <emph>e</emph>); e come
          pur diceva <foreign lang="lat" rend="italic">amasti, amastis</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">amavisti</foreign> ec. (del che discorrete come sopra), onde
            <emph>amasti amaste, amaste amastes, aimas aimâtes</emph> (anticamente <foreign
            lang="lat" rend="italic">aimastes</foreign>.). (1. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gli antichi non solo celebravano i giorni natalizi, ma anche gli anniversarii delle
          morti. V. il quinto dell’Eneide, e segnatamente vers. 46-54. Celebravano pure gli
          anniversarii di vittorie riportate ec. come di quella d’Azio, per cui s’istituirono i
          giuochi Aziaci. <bibl>V. <author>Heyne</author>
            <title>P. Virg. Maron. Vita per annos digesta, anno U. C.</title> 723.</bibl> Così in
          Atene la festa di Pallade nell’anniversario (se non erro) della battaglia di Maratona o di
          Salamina. Celebravano annualmente in diversi tempi, diverse <pb ed="aut" n="2323"/>
          regolari festività in onore di questo o quel Dio, aggiunteci bene spesso delle ricordanze
          di cose patrie. ec. Le Cereali ec. in Atene. I Lupercali a Roma. ec. Le feste secolari in
          onore di Apollo e Diana (v. Carmina saecularia di Orazio.). Le feste in onore di Bacco ec.
          ec. (2. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2019. marg. fine. Il quale <foreign lang="lat" rend="italic">exdorsuare</foreign>
          (antico verbo) mi pare indizio di un perduto <foreign lang="lat" rend="italic">dorsus
          us</foreign> in vece di <foreign lang="lat" rend="italic">dorsus i</foreign>, o <foreign
            lang="lat" rend="italic">dorsum i</foreign>, dal quale si sarebbe fatto non <foreign
            lang="lat" rend="italic">exdorsuare</foreign> ma <foreign lang="lat" rend="italic"
            >exdorsare</foreign>, come infatti abbiamo noi <emph>sdossare</emph> (ch’è lo stesso: v.
          p. 2236. segg. 2297. segg. giacchè <emph>dosso</emph> è lo stesso che <emph>dorso</emph>,
          ed è maniera italiana, francese ec. di pronunziar questa parola, ma derivata da
          antichissima origine, perchè gli antichi latini dicevano infatti <foreign lang="lat"
            rend="italic">dossum i</foreign>, cambiando al solito la <emph>r</emph> in
          <emph>s</emph>. V. il Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Dossuarius</foreign>.), <emph>indossare, addossare</emph> ec. V. il Gloss. il Forcell. i
          Diz. franc. e spagn. in queste e simili voci. in detto antico <foreign lang="lat"
            rend="italic">dorsus us</foreign> è anche dimostrato, al parer mio, dai <pb ed="aut"
            n="2324"/> derivati <foreign lang="lat" rend="italic">dorsualis</foreign> (da <foreign
            lang="lat" rend="italic">dorsum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >dossum</foreign> verrebbe <foreign lang="lat" rend="italic">dorsalis</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">dossali</foreign>. Vedilo infatti con altre simili voci nel
          Gloss.), <foreign lang="lat" rend="italic">dossuarius, dorsuosus. Dorsuosus</foreign> è da
            <foreign lang="lat" rend="italic">dorsus us</foreign> come <foreign lang="lat"
            rend="italic">luctuosus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">luctus
          us</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">fructuosus</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">fructus us, flexuosus</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">flexus us, sinuosus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">sinus
            us, aestuosus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">aestus us</foreign> ec. ec.
          , <foreign lang="lat" rend="italic">actuosus</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">actus us</foreign> ec. , <foreign lang="lat" rend="italic"
          >portuosus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">portus us</foreign> ec.,
            <foreign lang="lat" rend="italic">tortuosus</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">tortus us</foreign> ec. (V. il Forcell. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">monstruosus</foreign> che forse viene esso stesso da un <foreign
            lang="lat" rend="italic">monstrus us</foreign>.) <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adfectuosus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">adfectus us</foreign> ec.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Ossuosus</foreign> par che venga da <foreign
            lang="lat" rend="italic">os</foreign>, o da <foreign lang="lat" rend="italic">ossum
          i</foreign>, e pure a’ bassi tempi, o volgarmente si disse <foreign lang="lat"
            rend="italic">ossuum, ossua</foreign>. V. Forcell. e Gloss. impetuosus, tumultuosus,
          sumptuosus, untuoso. V. la p. 2226. e 2386. (2. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Assalire</emph>, ital. <foreign lang="fre" rend="italic">assaillir</foreign> franc.
            <foreign lang="spa" rend="italic">assaitar</foreign> spagn. (semplice continuativo di
            <emph>assalire</emph>, e derivato dal suo particicipio al modo di cento mila altri
          verbi; del resto, proprio anche dell’italiano), non dimostrano essi un’origine comune cioè
          un <foreign lang="lat" rend="italic">assalire</foreign> latino, che non trovandosi negli
          scrittori, non può essere stato che volgare? V. il Forcell. e il Glossar. se hanno nulla.
          Nello spurgo di voci senza buona autorità, il Forcell. porta infatti <foreign lang="lat"
            rend="italic">Adsalio, adorior, aggredior. Adsalitura, et Adsaltura,
          aggressio</foreign>. (2. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1121. fine. Il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">periclitari</foreign> che
          cosa crediamo noi che sia con quella sua desinenza in <emph>tari</emph>? Null’altro che un
          continuativo o frequentativo di un <foreign lang="lat" rend="italic">periculari</foreign>,
          part. <foreign lang="lat" rend="italic">periculatus</foreign> contratto in <foreign
            lang="lat" rend="italic">periclatus</foreign>, (come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >periculum</foreign> spessissimo in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >periclum</foreign>, e qui con più ragione per non dire <pb ed="aut" n="2325"/> duramente
            <foreign lang="lat" rend="italic">periculitari</foreign>) donde <foreign lang="lat"
            rend="italic">periclitari</foreign> nè più nè meno come da <foreign lang="lat"
            rend="italic">minatus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">minari,
          minitari</foreign>. Che è? questo <foreign lang="lat" rend="italic">periculor</foreign> è
          un sogno? 1. Perchè dunque da <foreign lang="lat" rend="italic">periculum</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">periclum</foreign> s’ha da far di prima mano <foreign
            lang="lat" rend="italic">periclitor</foreign>, e non <foreign lang="lat" rend="italic"
            >periclor</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">periculor</foreign>, secondo
          tutte le regole? 2. Eccovi <foreign lang="lat" rend="italic">periculor</foreign> presso
          Festo in Catone, che disse <foreign lang="lat" rend="italic">Periculatus sum</foreign>.
          (Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Periculatus</foreign>). Ed eccovi appunto
          questo antichissimo verbo dimenticato nella letteratura latina, vivo e verde ne’ volgari
          dal volgar latino derivati. <emph>Pericolare</emph> diciamo noi (e non
          <emph>periclitare</emph>, come potevamo ben dire, ma non può esser oggi parola se non
          poetica, e forse forse): <foreign lang="spa" rend="italic">peligrar</foreign> gli
          spagnuoli, ed è lo stesso, perchè in ispagnuolo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >periculum</foreign> s’è fatto <foreign lang="spa" rend="italic">peligro</foreign>.
          Sempre, <foreign lang="grc">ὃ οὐ διαλείπω λέγων</foreign>, i nostri volgari si trovano più
          simili all’antichissimo che all’aureo latino. V. il Dufresne in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Periculare</foreign>. (4. Gen. 1822.). Abbiamo però anche
            <emph>periclitare</emph>. V. la Crusca.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Volgus, volpes</foreign> dicevano gli antichi latini ec.
          ec. e cento mila altre voci similmente, adoperando l’<emph>o</emph> in cambio
          dell’<emph>u</emph>. (V. il Forc. <pb ed="aut" n="2326"/> in <emph>O, U</emph> ec. ec.)
          Uso proprio del volgo, proprio dell’antichità, e perciò amato anche recentemente da quelli
          che affettavano antichità di lingua, come Frontone ec. Or quest’uso appunto eccovelo
          nell’italiano, solito a scambiare in <emph>o</emph> l’<emph>u</emph> latino dei buoni
          tempi, e restituir queste voci nella primitiva loro forma ch’ebbero fra gli antichi
          latini, e nelle vecchie scritture. È noto che tal costume è più proprio dell’italiano che
          dello spagnuolo, e più assai che del francese. ec. ec. (4. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2315. È proprio, appunto per queste ragioni, de’ mediocri o infimi drammatici, il
          sopraccaricare d’intreccio le loro opere, l’abbondare di episodi ec. Il contrario è
          proprio de’ sommi. E la ragione è che questi trovano sempre come tener vivo l’interesse
          dello spettatore (anche in una azione di poca importanza) colla naturalezza dei discorsi,
          la vivezza, l’energia, collo sviluppo continuo delle passioni, o col ridicolo ec. Quelli
          non sono mai contenti neppur dopo che hanno trovato o immaginato un caso complicatissimo,
            <pb ed="aut" n="2327"/> stranissimo, curiosissimo. Esauriscono in un batter d’occhio
          tutto ciò che il soggetto offre <emph>loro</emph>. Cioè non sapendone cavare il partito
          che possono e devono, il soggetto non basta loro se non per poche scene. Fatte o disposte
          queste; dopo di esse, o nelle scene di mezzo si trovano colle mani vote (per ridondante di
          passione, di ridicolo ec. che il soggetto possa essere), e non trovano altra via di tener
          vivo l’interesse e la curiosità, che quella di andare a cercar nuovi episodi, nuove fila,
          nuovi soggetti insomma, per esaurirli poi essi pure in un momento. Non possono insomma
          trovarsi un solo istante senza qualche cosa da raccontare, qualche filo da aggiungere alla
          tela, qualche soggetto ancor fresco, altrimenti non hanno nulla da dire. E quanti autori
          sono di questo genere? quanti drammi? 999. per mille. (4. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1128. principio. Da <foreign lang="fre" rend="italic">cheF</foreign> (come da
            <emph>cabo acaBar in ispagnuolo e noi pure diciamo condurre</emph> ec. <emph>a capo,
            venire a capo</emph> ec.) si fa in francese <foreign lang="fre" rend="italic"
          >acheVer</foreign>, mutata la <emph>f</emph> in <emph>v</emph>. Scambio (come altrove <pb
            ed="aut" n="2328"/> ho detto, cioè p. 2070. fine,) frequentissimo anche in francese, e
          frequentissimo per regola come nel caso addotto, e non già per arbitrio, come
            <emph>schifare</emph> che si può dire ugualmente <emph>schivare</emph>. (4. Gen.1822.).
          Da <foreign lang="lat" rend="italic">clavis</foreign>
          <foreign lang="fre" rend="italic">clef</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cervus</foreign>
          <foreign lang="fre" rend="italic">cerf</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nervus</foreign>
          <foreign lang="fre" rend="italic">nerf</foreign>, ec. ec. ec. Cioè tolta la desinenza al
          solito, in vece di pronunziare <emph>nerv</emph>, pronunziarono <foreign lang="fre"
            rend="italic">nerf</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 155. poco sopra il fine. È anche maniera continuativa fra noi <emph>star facendo
            dicendo</emph>, ec. V. la Crusca. Anzi il verbo <emph>stare</emph>, e per sua natura in
          tutte le lingue (giacchè egli è propriamente ed essenzialmente un continuativo di essere),
          e per proprietà della nostra, è il più adattato, o piuttosto è precisamente quello
          ch’esprime la continuità o durata di qualsivoglia azione (sebbene non molto
          elegantemente). P. e. s’io vorrò esprimere la forza di un continuativo latino, non avrò
          che ad usare in italiano il verbo <emph>stare</emph> col gerundio esprimente quell’azione,
          e per <foreign lang="lat" rend="italic">lectare</foreign> dirò <emph>star leggendo</emph>,
          massime se l’azione non è affatto di moto, o materiale o ideale, e metaforico ec. Ma
          volgarmente diciamo tutto giorno anche <emph>star passeggiando</emph>, o
          <emph>camminando</emph>, o <emph>viaggiando</emph> e simili, e propriamente e
          perpetuamente adoperiamo in questa forma il verbo <emph>stare</emph> in luogo di
          universale continuativo. (4. Gen. 1822.). V. p. 2374.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2329"/> Alla p. 1136. fine. Fra le molte prove che si potrebbero addurre
          di ciò, cavate dalla veramente profonda e non superficiale investigazione della più remota
          antichità, v’è anche questa. Noi diciamo che lo spirito denso dei greci fu bene spesso
          trasformato dai latini in una <emph>s</emph>. Ma il fatto sta che gli antichissimi
          monumenti greci hanno essi medesimi il sigma, dove poi si costumò di porre lo spirito
          denso, e forse anche in luogo del lene. <bibl>V. <title>Iscriz. antiche illustrate</title>
            dall’ <author>Ab. Gaetano Marini</author>, p. 184.</bibl> e soprattutto il Lanzi, della
          lingua Etrusca. Questo che cosa dimostra? dimostra secondo me, che l’antichissima forma di
          quelle tali parole comuni ab antichissimo al greco e al latino, era infatti colla s in
          principio, e non collo spirito; che questo per indole di loro pronunzia fu coll’andar del
          tempo sostituito dai greci parlatori, e poi dagli scrittori, al sigma, e non viceversa la
            <emph>s</emph> allo spirito dai latini; che per conseguenza la forma latina è più antica
          della greca, la pronunzia cioè e la scrittura latina di tali parole; e che quindi in esse
          i latini hanno conservato l’antichità e il primitivo più dei <pb ed="aut" n="2330"/>
          greci. V. p. 2143. segg. 2307-8. ed altri miei passi su questo punto di antichità. E
          quante altre simili osservazioni si potrebbono fare sulle antichissime parole, proprietà,
          ortografie ec. delle due lingue: osservazioni le quali mostrerebbero che quello che
          comunemente crediamo venuto dalla Grecia nel Lazio, o è tutto al rovescio, o vien da
          origine comune; e che quelle differenze che <emph>in tali cose</emph> s’incontrano fra il
          greco e il latino e che da noi sono attribuite a corruzione sofferta da quelle parole ec.
          passando nel Lazio, si debbono invece attribuire a corruzione sofferta in Grecia; e nel
          Lazio conservano la loro forma antichissima, e non differiscono dalla greca, se non perchè
          questa s’è allontanata essa stessa dal primitivo assai più della latina. (5. Gen. 1822.).
          V. p. 2351. fine. e 2384.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1153. Tali versi de’ comici, giambici, ec. erano quasi ritmici, cioè regolati e
          misurati piuttosto sul numero delle sillabe, e la disposizione degli accenti, (poco anche
          osservata) che sul valore e quantità di ciascuna sillaba. Dunque vuol dire che secondo il
          ritmo, tali vocali doppie si dovevano pronunziare piuttosto come monosillabe che
          dissillabe <pb ed="aut" n="2331"/> ec. Dunque pel volgo, anzi nella pronunzia quotidiana
          esse erano monosillabe, e non altrimenti, fino agli ultimi tempi della lingua latina
          (giacchè questo med. costume si può molto più notare ne’ versi espressamente ritmici de’
          bassi tempi) ec. ec. (5. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 928. L’Asia fu la prima a brillare nel mondo per la potenza: essa ebbe le prime
            <emph>nazioni</emph> le prime <emph>patrie</emph>, e perciò ella regnò o colle colonie,
          o colle leggi medesime e col governo le altre parti del mondo che da lei furono popolate.
          Dopo l’Asia, o contemporaneamente, l’Egitto divenne nazione e patria, e l’Egitto divenne
          conquistatore e quasi centro del mondo sotto Sesostri ec. La Grecia chiamata bambina
          presso Platone, perchè recentissima rispetto alle dette nazioni; la Grecia, quel piccol
          tratto d’Europa, divenne à son tour il centro del mondo, e la più potente parte di esso,
          perchè? Perch’ella in quel tempo era divenuta nazione e patria, mentre l’Asia e l’Egitto
          aveano cessato di esserlo, e conservava il costume naturale, perduto dagli Asiatici ec. E
          dopo <pb ed="aut" n="2332"/> che la Grecia a causa di questa preponderanza, essendosi resa
          formidabile ai più grandi regni, pervenne poi anche a conquistarli, distrusse l’immenso
          impero Persiano, compreso l’Egitto, e mediante le conquiste di Alessandro, l’Asia
          l’Affrica, l’Europa divennero effettivamente greche, e provincie greche, dopo tutto ciò
          per qual motivo quell’Italia fin allora sconosciuta nel mondo, ignota nel numero delle
          nazioni e delle potenze, crescendo a poco <add resp="ed">a poco</add>, ingoiò la Grecia e
          il suo impero, e stabilì il propro regno sulle ruine di quello di Semiramide, di Ciro, di
          Alessandro ec. ec.? Perchè l’Italia più tardi delle altre parti del mondo era divenuta
          nazione: la natura già fuggita anche dalla Grecia, restava in questo fondo d’Europa: vi
          sorgeva la mediocre civiltà (più vicina all’eccesso della barbarie, che all’eccesso della
          civilizzazione a cui dopo gli Assiri, gli Egizi, i Persiani, erano arrivati anche i
          greci); e questa li fece padroni del mondo: e sempre che la mezzana civiltà troverassi in
          mezzo o a popoli non tocchi affatto da incivilimento, o a popoli <pb ed="aut" n="2333"/>
          pienamente inciviliti (quale fu poi il caso de’ settentrionali sull’impero romano, e lo è
          oggi di nuovo, massime riguardo alla Russia, sul resto d’Europa); sempre che una nazione
          una patria esisterà in mezzo a popoli che non abbiano mai avuta, o per l’estremo
          incivilimento abbiano perduta la nazione e la patria; la mezzana civiltà trionferà di
          tutto il mondo, e quella nazione che resta, o che nasce, per piccola che sia, diverrà
          conquistatrice, e segnerà il suo nome nel catalogo delle nazioni che hanno dominato
          universalmente; finchè questo medesimo dominio non la ridurrà allo stato delle potenze da
          lei vinte, e distruggerà il suo potere. Il che oggi, stante la marcia accelerata delle
          cose umane, avverrà più presto che non soleva anticamente.</p>
        <p>In questo catalogo delle nazioni dominanti ne’ diversi tempi, dove io ho detto l’Asia, tu
          devi dividere e porre successivamente le diverse nazioni dell’Asia ch’ebbero impero:
          gl’indiani forse, e prima di tutti; gli Assiri, i Medi, i Persiani, forse <pb ed="aut"
            n="2334"/> anche i Fenici, e i loro coloni Cartaginesi ec. E l’impero francese (nato,
          vissuto e morto in vent’anni, il che serve di prova di fatto a ciò che dico sulla fine
          della pagina precedente) merita anch’esso un posto fra questo genere d’imperi. Perocchè
          sebbene la nazion francese è la più civile del mondo, pure ella non conseguì questo
          impero, se non in forza di una rivoluzione, che mettendo sul campo ogni sorta di passioni,
          e ravvivando ogni sorta d’illusioni, ravvicinò la Francia alla natura, spinse indietro
          l’incivilimento (del che si lagnano infatti i bravi filosofi monarchici), ritornò la
          Francia allo stato di nazione e di patria (che aveva perduto sotto i re), rese, benchè
          momentaneamente, più severi i loro dissolutissimi costumi, aprì la strada al merito,
          sviluppò il desiderio, l’onore, la forza della virtù e dei sentimenti naturali; accese gli
          odi e ogni sorta di passioni vive, e in somma se non ricondusse la mezzana civiltà degli
          antichi, certo fece poco meno (quanto comportavano i tempi), e non ad altro si debbono
          attribuire quelle azioni dette barbare, di cui fu sì feconda <pb ed="aut" n="2335"/>
          allora la Francia. Nata dalla corruttela, la rivoluzione la stagnò per un momento, siccome
          fa la barbarie nata dall’eccessiva civiltà, che per vie stortissime, pure riconduce gli
          uomini più da presso alla natura. (6. Gen. dì dell’Epifania. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La metafisica senza l’ideologia, è quasi appunto quello ch’era l’Astronomia prima che
          fosse applicata alla matematica. Scienza incertissima, frivola, inesatta, volgarissima, o
          piena di sogni e di congetture senz’appoggio. E molto più la metafisica che l’astronomia.
          Nè molto minor certezza ed esattezza riceve la metafisica dall’ideologia che l’astronomia
          dalla matematica, dal calcolo ec. (7. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Da ciò che altrove ho detto sul Buonarroti che scrisse apposta per dar vocaboli alla
          Crusca, sul Salvini che non fu niente parco di nuovissimi vocaboli, o tirati da lingue
          forestiere, o antiche, o da radici italiane, in tutte le sue scritture, e che scrisse
          contemporaneamente alla compilazione del vocabolario, anzi finchè visse non permise
          d’esser citato ec. apparisce che i nostri pedanti vogliono espressamente che in quell’atto
          medesimo che si pubblica il vocabolario <pb ed="aut" n="2336"/> di una lingua, restino per
          virtù di essa pubblicazione, rivocate in perpetuo tutte le facoltà che tutti gli scrittori
          fino a quel punto avevano avute intorno alla favella, e chiuse in quel momento per sempre
          le fonti della lingua, fino allora sempre e incontrastatamente aperte. (8. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho parlato altrove del perchè la <emph>sveltezza</emph> debba piacere, e com’ell’abbia
          che fare colla <emph>velocità</emph>, colla <emph>prontezza</emph> ec. Ho notato che
          questa <emph>sveltezza</emph> piacevole, non è solo nella figura o delle persone, o degli
          oggetti visibili, nè nei movimenti ec. ma in ogni altro genere di cose, e qualità di esse.
          P. e. ho fatto osservare come la sveltezza, la pieghevolezza, la rapidità della voce, de’
          passaggi ec. sia una delle principali sorgenti di piacere nella musica, massimamente
          moderna. Or aggiungo. Piace la sveltezza e la rapidità anche nel discorso, nella
          pronunzia, ec. Le donne Veneziane piacciono molto a sentirle parlare anche per la rapidità
          materiale del loro discorso, per la copia inesauribile che hanno di parole, perchè la
          rapidità non le conduce a verun intoppo ec. , cioè non ostante la velocità della pronunzia
          e del discorso, non intoppano ec. Anche <pb ed="aut" n="2337"/> a rapidità, la concisione
          ec. dello stile, e il piacere che ne ridonda, possono e debbono in parte ridursi sotto
          queste considerazioni. (8. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La sveltezza o veduta o concepita, per mezzo di qualunque senso, o comunque, (v. il
          pensiero precedente) comunica all’anima un’attività, una <emph>mobilità</emph>, la
          trasporta qua e là, l’agita, l’esercita ec. Ed ecco ch’ella per necessità dev’esser
          piacevole, perchè l’animo nostro trova sempre qualche piacere (maggiore o minore, ma
            <emph>sempre</emph> qualche piacere) nell’azione, sinch’ella non è o non diviene fatica,
          e non produce stanchezza. (8. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Volete veder come sia naturale lo stato presente dell’uomo? Anche quello dell’agricoltore
          che pur conserva, tanto più che gli altri, della natura? L’uomo presente, e già da gran
          tempo, vuol latte vuol biade per cibarsi, vino per dissetarsi, lana per vestirsi, vuole
          uova ec. ec. Ecco seminagioni, vigne, pecore, capre, galline, buoi per arare ec. vacche
          per partorirli, e per latte ec. Ma il capro nuoce anzi distrugge la vigna; così fanno i
          buoi ed alla vigna e ad ogni albero da frutto se vi si lasciano appressare; le greggi, e
          gli armenti, e il <pb ed="aut" n="2338"/> pollame ec. sterminerebbero i seminati se non si
          avesse infinita cura d’impedirlo; il pollame nuoce alle stalle delle greggi, e degli
          armenti; i danni del porco sarebbero infiniti ai campi e al bestiame, se non vi si avesse
          l’occhio ec. ec. Insomma i bisogni che l’uomo si è fabbricati, anche i più semplici,
          rurali, ed universali, e propri anche della gente più volgare e men guasta, si
          contraddicono, si nocciono scambievolmente; e la cura dell’uomo non dev’esser solo di
          procacciare il necessario a questi bisogni con infiniti ostacoli, ma nel provvedere
          all’uno guardare assai, perchè quella provvisione nuoce ad un altro bisogno ec. E pure è
          certo che più facilmente potremo annoverar le arene del mare di quello che trovare una
          sola contraddizione in qualunque di quelle cose che la natura ha veramente e
          manifestamente resa necessaria, o destinata all’uso si dell’uomo, come di qualunque
          animale, vegetabile ec. (8. Gen. 1822.). V. p. 2389.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2019. marg. Così da <foreign lang="lat" rend="italic">metus us,
          metuere</foreign>. <foreign lang="spa" rend="italic">Actuar</foreign> (da <foreign
            lang="lat" rend="italic">actus us</foreign>) per ridurre ad atto o mettere in atto
          dicono gli spagnuoli. V. <emph>attuare</emph> nella Crusca, <pb ed="aut" n="2339"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">actuare</foreign> nel Ducange.</p>
        <p>La cagione poi per cui dalle voci della quarta congiugazione si facevano i verbi in
            <emph>uare</emph> (o <emph>uere</emph> ec.) e non in <emph>are</emph> semplicemente come
          da quelli della seconda, io credo che fosse questa, che le dette voci anticamente e
          propriamente terminassero in <emph>uus</emph>, giacchè anche oggi, almeno nel genitivo
          singolare, o ne’ nominativi e accusativi plurali, si suole scrivere <foreign lang="lat"
            rend="italic">metûs, fluctûs, actûs</foreign> ec. col circonflesso. V. i gramatici, e
          gli eruditi. Infatti contro il costume della lettera <emph>u</emph>, nella prosodia
          latina, essa lettera è lunga nella desinenza del genitivo e ablativo singolare, nominativo
          e accusativo plurale della quarta declinazione. Dove appunto io credo che l’<emph>u</emph>
          anticamente fosse doppio, e quindi poi lungo, come l’<emph>a</emph> dell’ablativo
          singolare 1. declinazione per la stessa causa. V. la p. 2360. 2365. (Ed osserva che questa
          è un’altra prova dell’essersi dagli antichi pronunziate le vocali doppie come sillabe
          semplici, giacchè <foreign lang="lat" rend="italic">metus</foreign> ec. presso tutti i
          poeti è dissillabo, e <foreign lang="lat" rend="italic">metum</foreign> seguito da vocale,
          resta monosillabo ec.) Laonde togliendo ad esse voci la terminazione in <emph>us</emph>
          come nè più nè meno a quelle della seconda, restava un altro <emph>u</emph>, ed
          aggiungendo la desinenza in <emph>are</emph>, conveniva dire <emph>fluctu-are</emph>, e
          non <emph>fluct-are</emph> ec. Come appunto da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >continuus</foreign>, ch’essendo della seconda, pur finisce in <emph>uus</emph>, si fa
          (togliendo la desinenza in <emph>us</emph>) <emph>continu-are</emph>, da <foreign
            lang="lat" rend="italic">perpetuus</foreign>
          <emph>pertu-are</emph>, da <foreign lang="lat" rend="italic">cernuus</foreign>
          <emph>cernu-are</emph>, ec. da <emph>vacu-us evacu-are</emph>, da <emph>Febru-us</emph> o
          da <emph>Febru-a, orum</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">februare</foreign> ec. da
            <foreign lang="lat" rend="italic">obliquus obliquare</foreign> ec. da <foreign
            lang="lat" rend="italic">viduus viduare</foreign> ec. (9. Gen. 1822.), da <foreign
            lang="lat" rend="italic">Fatua fatuari</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fatuus infatuare</foreign>.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2340"/> Alla p. 2357. <foreign lang="lat" rend="italic">Faxo</foreign>
          usato assai dagli scrittori, massime antichi, giacchè è parola al tutto antica, per
            <foreign lang="lat" rend="italic">faciam</foreign> fut. indicat. non è gramaticalmente
          altro che un’antica forma del fut. congiunt. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fecero</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">levasso</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">levavero</foreign>, presso <bibl>
            <author>Cic.</author> nel principio <title lang="lat">de Senectute</title>
          </bibl>. <bibl>V. il <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Faxim</foreign>
          </bibl>. (9. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1107. fine. <foreign lang="lat" rend="italic">Ausus</foreign> participio del
          neutro o attivo <foreign lang="lat" rend="italic">audere</foreign>, participio di
          significazione neutra o attiva alla forma dei deponenti (participio che anche si coniuga,
          dicendo <foreign lang="lat" rend="italic">ausus sum, es</foreign>, ec. in luogo di che gli
          antichi dissero <foreign lang="lat" rend="italic">ausi</foreign>, onde poi comunemente
            <foreign lang="lat" rend="italic">ausim</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ausus sim</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">fuerim</foreign>), può servire
          anch’esso molto bene a dimostrare questo antico uso di dare ai verbi attivi o neutri il
          participio passato di significazione non solamente passiva, ma anche attiva o neutra, come
          ne’ deponenti. <foreign lang="lat" rend="italic">Ausus</foreign> è anche passivo. (9. Gen.
          1822.). V. pure il Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">osus, exosus,
          perosus</foreign> participii attivi. <foreign lang="lat" rend="italic">Cautus
          incautus</foreign> sono qui <foreign lang="lat" rend="italic">cavit</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">non cavit</foreign>, participii verissimi di <foreign
            lang="lat" rend="italic">caveo</foreign> verbo neutro, e significanti non passione, ma
          azione neutra. S’usano anche passivamente come appunto <foreign lang="lat" rend="italic"
            >amatus</foreign>. V. il Forcell. e p. 2363.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1114. marg. Da <foreign lang="lat" rend="italic">motus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">movere</foreign> si ha siccome <foreign lang="lat"
            rend="italic">motitare</foreign>, così anche <foreign lang="lat" rend="italic"
          >motare</foreign> della cui significazione continuativa, e di costume, ec. puoi vedere il
          Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">moto</foreign>, in <foreign lang="lat"
            rend="italic">motatio</foreign> ec. e segnatamente in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >motator</foreign>. (9. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1181. marg. fine. Abbiamo pure <emph>le <pb ed="aut" n="2341"/> carra</emph> dal
          neutro <foreign lang="lat" rend="italic">carrum</foreign> che i buoni latini dicono
          piuttosto <foreign lang="lat" rend="italic">carrus</foreign>, ma che per testimonianza di
          Nonio, si soleva dire <foreign lang="lat" rend="italic">carrum</foreign>. Ma egli, dice il
          Forc. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">de suo tempore loquitur</foreign>
          </quote>, ed io credo ch’egli voglia intendere che così volgarmente si diceva, benchè i
          buoni scrittori usassero il mascolino. V. il Forcell. e il Glossar. (9. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1120. fine. Vedi il Forcellini in <foreign lang="lat" rend="italic">certo
          as</foreign>, il quale egli chiama frequentativo, ed io credo piuttosto continuativo da
            <foreign lang="lat" rend="italic">cerno</foreign>, quasi <foreign lang="lat"
            rend="italic">cernito</foreign>, derivando da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >certus</foreign> originariamente participio di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cerno</foreign>, e lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic">cretus</foreign>. V.,
          dico, il Forcell. tanto in <foreign lang="lat" rend="italic">certo</foreign>, quanto in
            <foreign lang="lat" rend="italic">certus</foreign>, in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cerno</foreign> ec. (9. Gen. 1822.). V. p. 2345.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2138. marg. fine. Così appunto di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >certus</foreign> abbiamo detto nel pensiero qui sopra, il quale vedi, e di <foreign
            lang="lat" rend="italic">certare</foreign> che ne deriva. Il qual <foreign lang="lat"
            rend="italic">certus</foreign> non è originariamente addiettivo ma participio, e
            <foreign lang="lat" rend="italic">certare</foreign> viene così da un participio, e non
          come pare, da un addiettivo. (9. Gen. 1822.). Di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >tutus</foreign> onde <foreign lang="lat" rend="italic">tutari</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">tutare</foreign> vero continuativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">tueor</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">tuor</foreign>, o
            <foreign lang="lat" rend="italic">tueo</foreign> ec. v. il Forcell. in tutti questi
          luoghi. Sebbene <foreign lang="lat" rend="italic">tutus</foreign> sia divenuto semplice
          addiettivo esso non è che un participio.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2342"/> Il mondo deride chi fedelmente e sinceramente osserva i suoi
          doveri, o prova effettivamente e segue i sentimenti dettati dalla natura e dalla morale; e
          si scandolezza e biasima chi trascura pubblicamente i medesimi doveri, chi mostra di
          disprezzarli, chi pienamente non gli adempie in faccia al pubblico, quando anche egli
          abbia i suoi giustissimi motivi per non farlo, e non seguire il <emph>costume</emph> in
          questa parte. Una donna è derisa s’ella piange sinceramente il suo marito recentemente
          morto, se a chi la tratta, dà segno di sentir vivo e vero dolore della sua perdita; ma
          s’ella, anche per circostanze imperiose, trascura il menomo dei doveri che il costume
          impone in questi casi, s’ella un giorno più presto del tempo prescritto dall’uso si fa
          vedere in pubblico, s’ella, anche a solo fine di portar qualche alleggerimento al suo vero
          dolore, si permette prima del detto tempo, qualche menomo spasso o distrazione, il mondo
          severissimamente la giudica, e inesorabilmente la condanna, senz’aver riguardo a ragioni
          nè circostanze, per reali che possano essere, e non lascia di mordere <pb ed="aut"
            n="2343"/> e di riprendere la più piccola violazione dei doveri apparenti, mentre è
          prontissimo a schernire chi gli osservi di buona fede ec. (10. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1141. fine. Rechiamo un altro esempio del quanto giovi la mia teoria a conoscere
          e sentire il vero proprio ed intimo significato di moltissimi passi degli ottimi scrittori
          latini, ignorato finora, o male, o imperfettamente e indistintamente sentito, e
          interpretato. <quote rend="block">
            <lg lang="lat" rend="italic">
              <l>Cogite oves, pueri: si lac praeceperit aestus,</l>
              <l>Ut nuper, frustra pressabimus ubera palmis.</l>
            </lg>
          </quote>
          <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Ecl.</title> 3. v. 98. 99</bibl>. Quel <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pressabimus</foreign> che cos’è? Lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >prememus</foreign>? Non vedete quanto dice di più? Quanto accresce la durata
          dell’azione di <emph>premere</emph>? Perocchè vuol dire, <emph>se il latte sarà consumato
            dal caldo, invano</emph>
          <hi rend="sc">staremo lungamente premendo</hi>
          <emph>colle mani le mammelle delle pecore</emph>. Infatti quando il latte non viene, tu
          non ti contenti di premere, ma stai un pezzo premendo, per vedere di farlo venire, e
          proccurando di farlo venire. D’altra parte è questa forse un’azione frequente? È
          frequentativo il <foreign lang="lat" rend="italic">pressabimus</foreign>? è diminutivo?
          Come mai può aver qui loco o la frequentazione <pb ed="aut" n="2344"/> o la diminuzione?
          Questa sarebbe tutta contraria al proposito: quella niente espressiva. Che cosa è egli
          dunque il <foreign lang="lat" rend="italic">pressabimus</foreign>? Vero continuativo,
          esprimente la maggior durata dell’azione significata da <emph>premere</emph>, e come tale
          espressivissimo, e proprissimo in questo loco, ed efficacissimo. Efficacia e proprietà che
          non ha potuto finora esser ben intesa da alcuno che abbia considerato
          <emph>pressare</emph> o come sinonimo o come frequentativo di <emph>premere</emph>, e che
          non l’abbia tenuto per capace di accrescere la durata dell’azione, cioè per continuativo.
          V. gl’interpreti. (10. Gen. 1822.). <emph>Pressare</emph> continuativo di costume, v. in
          Virg. En. 3.642.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1108. sul principio. Da <foreign lang="lat" rend="italic">tentus</foreign>
          parimente, ma non di <foreign lang="lat" rend="italic">tenere</foreign>, bensì di <foreign
            lang="lat" rend="italic">tendere</foreign>, viene <emph>distentare</emph>, ed <foreign
            lang="lat" rend="italic">extentare</foreign>, de’ quali v. il Forcell. Il primo si trova
          a quel ch’io sappia in un solo luogo ed è di Virgilio, cit. dal Forcell.;dove l’Heyne
          dietro il Vossio stampò <foreign lang="lat" rend="italic">distentant</foreign>, presente
          ottativo, l’Heinsio <foreign lang="lat" rend="italic">distendant</foreign>, il Forcell. e
          bene, secondo me, <foreign lang="lat" rend="italic">distentent</foreign>. Non so qual
          verbo possa dinotare un <foreign lang="lat" rend="italic">distentant</foreign> presente
          ottativo. Forse e l’Heyne, e il Vossio, e l’Heinsio furono tratti in errore dal <pb
            ed="aut" n="2345"/> non conoscere la teoria de’ continuativi, della loro formazione e
          del loro significato. <foreign lang="lat" rend="italic">Distentare</foreign> qui par che
          sia un continuativo significante <emph>costume</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Distentent</foreign>, <emph>sempre riempiano</emph> ec. Il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">extentare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >extentus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">extendere</foreign>, di cui v. il
          Forc. può servir di prova alla verità di questa lezione <foreign lang="lat" rend="italic"
            >distentent</foreign>, cioè del verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >distentare</foreign>. E parimente il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ostentare</foreign> (di cui v. p. 1150.) da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ostentus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">ostendere</foreign>. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Distentare</foreign> è senza dubbio continuativo indicante
          costume, come <foreign lang="lat" rend="italic">responsare</foreign> ne’ luoghi addotti p.
          1151. Ed <foreign lang="lat" rend="italic">ostentare</foreign> lo è forse parimente nel
          luogo di Cic. p. 1150. V. anche <foreign lang="lat" rend="italic">Praetento</foreign> nel
          Forcell. in fine. V. pure <foreign lang="lat" rend="italic">Intentus</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">intentare</foreign> verissimo continuativo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">intendere</foreign>. Abbiamo pure, e così gli spagnuoli
            <foreign lang="lat" rend="italic">intentare</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">tentare</foreign>. V. Forc. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >intentatus</foreign>, e il Glossario. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Retentus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">retensus</foreign>, Forc. V.
          gl’interpreti e comentatori ec. di Virgilio. Viceversa il nostro <emph>contentare</emph>
            (<emph>contenter, contentar</emph>) vengono da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >contentus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">continere</foreign>, come
            <emph>tentare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">tenere</foreign>. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Contentare</foreign> latino è del Glossario. (10. Gen. 1822.).
            <foreign lang="lat" rend="italic">Retentare</foreign> vedilo nel Forc. ed En. 5.278.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2341. capoverso <hi rend="sc">i</hi>. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Certare</foreign> continua l’azione di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cernere</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">captare</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">capere</foreign>. Nè il <emph>prendere</emph> nè il
            <emph>decidere</emph> possono essere azioni <emph>continue</emph> ma ben continue
          possono essere quelle azioni che conducono o son necessarie a prendere e a decidere, e che
          producono questo e quello. O piuttosto <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cernere</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">capere</foreign> sono atti,
            <foreign lang="lat" rend="italic">certare</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >captare</foreign> azioni. Ed osserva che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >disceptare</foreign> formato da <foreign lang="lat" rend="italic">captare</foreign>
          significa appunto un’azione continua simile a quella di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >certare</foreign>. Del resto <foreign lang="lat" rend="italic">certare</foreign> sta
          per <foreign lang="lat" rend="italic">cernitare</foreign> (come <pb ed="aut" n="2346"/>
          dice il Forcell.) solamente in quanto l’antico e regolare participio di cernere dovette
          essere non <foreign lang="lat" rend="italic">cretus</foreign> nè <foreign lang="lat"
            rend="italic">certus</foreign> ma <foreign lang="lat" rend="italic">cernitus</foreign>.
          Non già che se <foreign lang="lat" rend="italic">cernitare</foreign> si trovasse, e se
            <foreign lang="lat" rend="italic">certare</foreign> n’è sincope, esso venga da altro che
          dal participio passato di <foreign lang="lat" rend="italic">cernere</foreign>. E da che il
          detto participio fu ridotto a <foreign lang="lat" rend="italic">certus</foreign> (vero
          participio di <foreign lang="lat" rend="italic">cernere</foreign>, e più antico di
            <foreign lang="lat" rend="italic">cretus</foreign> ch’è una pura metatesi di <foreign
            lang="lat" rend="italic">certus</foreign> siccome questo originariamente è sincope di
            <foreign lang="lat" rend="italic">cernitus</foreign>, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">lectus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">legitus</foreign>
          ec.) regolarissimo suo derivativo è <foreign lang="lat" rend="italic">certare</foreign>,
          continuativo vero di <foreign lang="lat" rend="italic">cernere</foreign> e per forma e per
          significato.(11. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dell’uso invalso fra i latini fino da antichissimi tempi di contrarre i participii
          passati di moltissimi verbi, tanto che questi participii nella buona latinità non si
          trovano più se non contratti, come <foreign lang="lat" rend="italic">lectus</foreign>, e
          non mai <foreign lang="lat" rend="italic">legitus</foreign> ec. , e non solo nella buona,
          ma in qualunque o anteriore o posteriore latinità, non si trovano più i veri e regolari
          participii, ma solo i loro vestigii ne scopre l’erudito; v. p. 1153. capoverso ult. ec.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2347"/> Se dunque assai volte si trovano nella lingua italiana, o
          spagnuola o francese altri tali participii contratti, che nella buona latinità, non si
          trovano se non distesi, non perciò si debbono credere recentemente corrotti, ma così
          venuti dal volgare latino, vedendo che tale fu l’antichissimo costume di quella lingua,
          prevaluto anche negli ottimi scrittori in riguardo a molti altri participii dello stesso
          genere. E molti infatti di questi participii che l’uso italiano ec. contrae, e che gli
          scrittori latini non solevano contrarre, si trovano nondimeno contratti allo stesso modo
          de’ moderni, in altri scrittori latini, ne’ poeti, e soprattutto ne’ più antichi, nova
          prova di ciò ch’io dico. P. e. <emph>posto</emph> dicono gl’italiani, e <foreign
            lang="spa" rend="italic">puesto</foreign> gli spagnuoli, per quello che i latini
          sogliono scrivere <foreign lang="lat" rend="italic">positus</foreign>. Ma voi troverete
            <foreign lang="lat" rend="italic">postus</foreign> ne’ frammenti di Ennio, in Lucrezio,
          in Silio. (<bibl>
            <author>Forcell.</author>
            <foreign lang="lat" rend="italic">positus, a, um</foreign>, in fine.</bibl>) Troverete
            <foreign lang="lat" rend="italic">repostus</foreign> (<emph>riposto</emph>) in Orazio
          ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Compostus</foreign> (<emph>composto</emph>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">compuesto</foreign>) in <bibl>
            <author>Virgilio</author>
            <title>Eneide</title>. 1. 249.</bibl> ed altri de’ quali v. il Forcell. Anzi questa
          forma pare <pb ed="aut" n="2348"/> più antica dell’altra, e propria degli antichi latini,
          ed ha sapore antico, e nondimeno si trova, come vedi, anche in Virgilio ec. e nondimeno
          vive nelle lingue moderne; segno ch’ella fu propria continuamente del conservatore
          dell’antichità, dico il volgare. E credo che la troverai anche assai spesso nelle
          iscrizioni di qualunque tempo, che erano o composte o incise da uomini volgari, nelle
          medaglie, ne’ latino-barbari ec. de’ quali v. il Glossar. (12. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1107. principio. In quel luogo però di <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Ecl.</title> 1. v. 52.-53.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Fortunate senex! hic inter flumina nota, Et fontes
              sacros frigus captabis opacum</foreign>
          </quote>, il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">captare</foreign> è vero continuativo
          nel senso stesso di <emph>prendere</emph>, e vuol dire <hi rend="sc">starai prendendo</hi>
          <emph>il fresco</emph>. Nè ha già che far nulla col frequentativo. (13. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2222. marg. Quest’uso di dire p. e. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >erat</foreign> invece di <foreign lang="lat" rend="italic">esset</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">fuisset</foreign>, è un’enallage molto frequente ne’ latini
          (anche ottimi) scrittori; frequente ed elegante in italiano ancora, (e principalmente nei
          nostri più antichi ed eleganti scrittori) precedendola, o accompagnandola, o seguendola
          ec. la particella condizionale, (siccome pure in latino) a questo modo: <pb ed="aut"
            n="2349"/>
          <emph>se non fosse stato aiutato, egli moriva</emph>, ovvero <emph>egli moriva, se non era
            aiutato</emph> ec. cioè <foreign lang="lat" rend="italic">moriebatur</foreign> in luogo
          di <emph>sarebbe morto</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">mortuus esset,
          periisset</foreign> ec.;analogo finalmente assai, benchè non precisamente conforme, a
          quello degli spagnuoli di cui ora si discorre ec. (13 Gen. 1822.). V. p. 2350.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1108. Nelle aggiunte appartenenti a questa teoria de’ continuativi mi pare di
          aver già parlato de’ verbi <foreign lang="lat" rend="italic">cursare</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">cursus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >currere</foreign> (v. infatti la p. 1114.), e forse anche di <foreign lang="lat"
            rend="italic">occursare</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >concursare</foreign>, e altri tali composti. De’ quali tutti bisogna, occorrendo, vedere
          il Forcell. Intanto ecco un esempio di Virgilio dove il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">recursare</foreign> è preciso continuativo significante consuetudine (non
          già frequenza). Parla di Venere. <bibl>
            <title>En.</title> 1. 662.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Urit atrox Iuno, et sub noctem cura recursat</foreign>
          </quote>. Cioè <foreign lang="lat" rend="italic">recurrere solet</foreign>. E notate che
          Virgilio poteva egualmente dire <foreign lang="lat" rend="italic">recurrit</foreign>, e
          non senza ragione e proprietà di lingua ha preferito <foreign lang="lat" rend="italic"
            >recursat</foreign>. Questo esempio si può anche riferire alla p. 1148. segg. (13. Gen.
          1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2350"/>
          <emph>Alto, altezza</emph> e simili sono parole e idee poetiche ec. per le ragioni
          accennate altrove, (p. 2257.) e così le immagini che spettano a questa qualità. (14. Gen.
          1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2349. <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>En.</title> 2. 599. 600.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">et, ni mea cura resistat, Jam flammae</hi>
              <hi rend="sc">tulerint</hi>, <hi rend="italic">inimicus et</hi>
              <hi rend="sc">hauserit</hi>
              <hi rend="italic">ensis</hi>
            </foreign>
          </quote>. In vece di <foreign lang="lat" rend="italic">tulissent</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">ferrent</foreign>. Locuzione comunissima nell’elegante
          latinità, ed analoga anch’essa al proposito nostro. Così <bibl>
            <title>En.</title> 3. 187.</bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">crederet</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >moveret</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">credidisset</foreign>, e
            <foreign lang="lat" rend="italic">movisset</foreign>, <emph>avrebbe creduto</emph>, o
            <emph>mosso</emph>. Locuzione pure frequentissima. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Traherent</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">traxissent</foreign>
          <bibl>
            <title>En.</title> 6. 537.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Admoneat</foreign>
          </quote> e <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">irruat</foreign>
          </quote> per <foreign lang="lat" rend="italic">admoneret irrueret</foreign>, <bibl>ib.
            293.-4.</bibl> e <foreign lang="lat" rend="italic">diverberet</foreign> parimente; modo
          pure elegante e ordinarissimo. Generalmente si può osservare una gran varietà, ed un
          grand’uso di figure di dizione presso gli scrittori latini circa i tempi del congiuntivo,
          ora scambiati fra loro, come qui che il perfetto sta in vece del piucchè perfetto, ora
          scambiati con quelli dell’indicativo ec. E la stessa varietà si trova intorno ai medesimi
          tempi nelle 3. lingue figlie, varietà o relativa alla lingua latina, o ad esse stesse fra
          loro, o a ciascuna di esse in se stessa. Varietà derivata certo dal volgare latino, come
          si vede per gli addotti esempi. (14. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2249. principio. <foreign lang="lat" rend="italic">Qua, que</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">quae</foreign>, <pb ed="aut" n="2351"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">qui, quo, quu</foreign>, sono sempre monosillabi in
          latino, (seppur talvolta, ma per licenza, non per regola, non dividono il quü), eppure
          essi sono bivocali, e non contati fra’ dittonghi. <emph>Gua gue</emph> ec. ora sono
          dissillabi come in <foreign lang="lat" rend="italic">ambiguus a um, irriguus,
          exiguus</foreign> ec. ora monosillabi, come in <foreign lang="lat" rend="italic">anguis,
            sanguis</foreign> ec. Che ragion v’è perchè ora dissillabi, ora no? Per natura dunque
          essi non sono nè l’uno nè l’altro, ma la sola pronunzia decide. Dicono che l’u spesso si
          considera come consonante. V. il Forcell. in <emph>U</emph>. Che si consideri va bene, ma
          non lo è in natura, e <emph>gua</emph> ec. e altri simili bivocali, hanno effettivamente
          due suoni vocali, e tuttavia si pronunziano monosillabi, nè sono contati fra’ dittonghi.
            <emph>Qua</emph> ec. <emph>gua</emph> ec. è sempre monosillabo in italiano, e neppur la
          licenza poetica li può dividere in 2. sillabe. Così in ispagnuolo. (14. Gen. 1822.). V. p.
          2359. fine.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2330. Nella lingua sascrita (di immensa antichità) troviamo parole, forme,
          declinazioni, coniugazioni ec. o similissime, o al tutto uguali alle corrispondenti
          latine, massime se si abbia riguardo, come <pb ed="aut" n="2352"/> va fatto, alle sole
          lettere radicali. E notate che gran parte di questi nomi o verbi sono di prima necessità
          (come il verbo <emph>essere</emph>, la parola <emph>uomo, padre, madre</emph> ec.), o
          rappresentano idee affatto primitive nelle lingue. E parecchie di tali voci sascrite si
          trovano anche corrispondere alle analoghe greche, ma effettivamente meno che alle latine,
          e forse in minor numero. Che segno è questo dunque, se non che la lingua latina conserva
          assolutamente più numerosi e più chiari della greca i vestigi della remotissima antichità,
          della sua remotissima condizione, e forse della sua sorgente? Giacchè le relazioni avute
          dal Lazio coll’India sono tanto antiche che si perdono nella caligine, e sono ignote alla
          storia. Aggiungete che tali parole ec. essendo di prima necessità ed uso, dimostrano non
          una semplice, nè recente <emph>relazione</emph> avuta con quelle parti, ma un’antichissima
            <emph>derivazione</emph> o <emph>comunione</emph> di <emph>origine</emph> con quei
          popoli e quelle lingue. E le dette parole sono assolutamente proprie e primitive della
          lingua latina non già forestiere nè recenti nè ascitizie ec. E nessuno le può credere o
          derivate dall’India <pb ed="aut" n="2353"/> mediante il più recente commercio avuto da’
          romani con essa, quando la lingua latina era già formata, e quelle parole in uso continuo
          negli scrittori, monumenti ec. che ancora rimangono, ed analoghe poi anche alle greche; o
          viceversa derivate in quel tempo dal Lazio nell’India, essendo esse di uso sì quotidiano e
          necessario, essendo la lingua indiana antichissima, (che certo non aspettò sì bassi tempi
          a provvedersi di parole necessarie, quando essa era già da gran tempo più perfetta della
          latina) essendo ancora quelle coniugazioni, forme, parole ec. tanto proprie e inerenti al
          capitale, e all’indole e sostanza del sascrito, quanto del latino; e finalmente potendosi,
          cred’io, trovare, e trovandosi che l’uso loro nel sascrito è anteriore non poco ad ogni
          menoma relazione del Lazio coll’India, che sia conosciuta dalla storia. Nè si può credere
          che tali parole venissero anticamente nel Lazio per mezzo della lingua greca, mentre esse
          sono più simili al sascrito di quello sieno le corrispondenti greche, laddove al contrario
          avrebbe dovuto essere. E sono più simili alle <pb ed="aut" n="2354"/> sascrite che alle
          greche. Il che in ogni modo è segno di ciò che vogliamo dimostrare, cioè che la lingua
          latina derivata da una stessa, o da simil fonte colla greca, o quando anche fosse figlia
          della greca, conserva i vestigi dell’antichità (e sua e greca) più della stessa lingua
          greca, in quanto e nel modo che l’una e l’altra ci sono note. (20. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>En.</title> 6. v. 567.-69.</bibl> dice che Radamanto, il giudice criminale delle
          anime, condanna coloro che non hanno fatto ammenda delle loro colpe. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Castigatque auditque dolos; subigitque fateri Quae
              quis apud superos, furto laetatus inani</foreign>
          </quote>, (cioè vanamente rallegrandosi di aver negata agli Dei la soddisfazione dovuta
          loro per li suoi falli) <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Distulit</hi>
              <hi rend="sc">in seram</hi>
              <hi rend="italic">commissa eiacula</hi>
              <hi rend="sc">mortem</hi>
            </foreign>
          </quote>. Parole notabilissime perchè danno a conoscere come anche i gentili avessero
          chiara idea ed opinione della possibilità e necessità della penitenza, e dell’empietà e
          stoltezza di chi indugia a pentirsi e placar gli Dei sino alla morte. E notate qui in
          Virgilio un’espressione quasi Cristiana. Della possibilità e necessità d’impetrare dagli
          Dei il perdono delle proprie colpe, <bibl>v. <author>Senofonte</author>,
            <title>Memorab.</title> l. 2. c. 2. p. 14.</bibl> (22. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2355"/> Alla pagina 1150. fine. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Ostentare</foreign> assoluto continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ostendere</foreign> in senso di semplicemente mostrare, ovvero <emph>far mostra</emph>
          ec. e continuativo di durata, eccolo in <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>En.</title> 3.701.-4.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Adparet Camerina procul, campique Geloi, Immanisque Gela fluvii
                cognomine dicta. Arduus inde Acragas</hi>
              <hi rend="sc">ostentat</hi>
              <hi rend="italic">maxima longe Moenia, magnanimum quondam generator equorum</hi>
            </foreign>
          </quote>. Cioè, non tanto <emph>fa pompa</emph>, quanto semplicemente dimostra, ma siccome
          quest’azione di <emph>dimostrare</emph> qui è continuatissima, però Virgilio potendo pur
          dire <foreign lang="lat" rend="italic">ostendit</foreign>, che sarebbe stato
          improprissimo, benchè egualmente adattato al verso, disse giustissimamente <foreign
            lang="lat" rend="italic">ostentat</foreign>. (22. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Noi diciamo <emph>leccare</emph>, i francesi <foreign lang="fre" rend="italic"
          >lécher</foreign>, (gli spagnuoli vedilo), i greci <foreign lang="grc">λείχειν</foreign>,
          i latini nulla di simile. A primissima giunta è manifesto che il greco <foreign lang="grc"
            >λείχω</foreign>, cioè <emph>lecho</emph>, o <emph>licho</emph> è tuttuno col nostro
            <emph>lecco</emph>, che anche, volgarmente, si dice <emph>licco</emph>. E notate pure
          che il francese non dice <foreign lang="fre">léquer</foreign> o <foreign lang="fre"
            >lecquer</foreign>, ma <foreign lang="fre">lécher</foreign>, conservando il <foreign
            lang="grc">χ</foreign> greco. Queste parole sono antichissimamente e primitivamente
          proprie delle nostre lingue. Sono volgarissime, anzi plebee; nè s’usa altra voce nel
          linguaggio familiare per dinotare la stessa azione. <pb ed="aut" n="2356"/> Antichissima e
          proprissima della lingua greca è la voce <foreign lang="grc">λείχω</foreign>. Come dunque
          questa conformità fra l’antichissimo greco, e il modernissimo, vivente, ed usualissimo
          italiano, francese ec.? Non è egli evidente che <emph>leccare</emph>, <foreign lang="fre"
            >lécher</foreign> ec. ci viene dal volgare latino? E da qual altra fonte che da un
          volgare ci può esser venuta una parola sì volgare, e propria del nostro più familiare
          discorso? E qual altro volgare che il latino può ed avere avuta questa parola greca,
          usandola volgarmente, ed averla comunicata a queste due lingue moderne, nate l’una
          separatamente dall’altra? Ma come potè nel volgare latino divenire sì familiare, e
          conservarsi poi sino all’ultimo, un antichissimo verbo greco? Certo il volgo latino non
          istudiava il greco, e più grecizzanti erano i nobili che la plebe. È dunque manifesto che
          tal verbo deriva niente meno che da quella primitiva sorgente da cui vennero il greco e il
          latino (volgari tutti due quando nacquero, come son tutte le lingue); e che perduto poi, o
          escluso dalle polite scritture, e dal linguaggio nobile, come tante altre, <pb ed="aut"
            n="2357"/> (<emph>e come accade appunto nell’italiano che parecchie voci volgari benchè
            derivate dalla purissima latinità, cioè dalla nostra madre, si escludono dalle polite
            scritture o discorsi, perchè appunto fatte troppo familiari dall’uso quotidiano della
            plebe, ec. e si antepongono altre d’origine o di forma correttissima</emph>) si conservò
          perpetuamente nel popolare. Ed appunto qui possiamo osservare un esempio di ciò che ho
          detto nella parentesi, poichè <foreign lang="lat" rend="italic">lingo</foreign> (v. il
          Forcell.) non è che corruzione di <foreign lang="grc">λείχω</foreign>, o
          <emph>lecho</emph>, o <emph>licho</emph>; pur quello fu adottato nelle scritture, questo
          escluso, benchè certo esistesse nella lingua latina, come abbiamo veduto. V. il Ducange in
            <foreign lang="lat" rend="italic">Lecator</foreign>, e nota anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">Licator</foreign> sì quivi in un esempio, come al suo luogo. (23. Gen.
          1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che lo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">sitiar</foreign> per
            <emph>assediare</emph> forse viene da un <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sidiari</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">sidiare</foreign> semplice di
            <foreign lang="lat" rend="italic">obsidiari</foreign> ec. Aggiungo, se quivi non l’ho
          già detto, che parimente <foreign lang="lat" rend="italic">sitio</foreign> per
            <emph>assedio</emph> non sembra esser altro che <foreign lang="lat" rend="italic">sidio
            sidionis</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">obsidio</foreign> tolta la
          preposizione <foreign lang="lat" rend="italic">ob</foreign> la quale infatti non è che
          aggiunta ad una parola semplice, che non può essere se non <pb ed="aut" n="2358"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">sidio</foreign>. E siccome il semplice è più antico del
          composto, così veniamo ad avere nello spagnuolo (certo non per altro mezzo che del volgare
          latino) una parola più antica di <foreign lang="lat" rend="italic">obsidio</foreign>,
          ignota alle scritture latine, che non riconoscono se non quest’ultima, e per conseguenza
          non potuta conservarsi se non nel volgare fino ab antichissimo. (24. Gen. 1822.). V. il
          Gloss. se ha nulla.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2282. marg. Non trovi ne’ moderni volgari <foreign lang="lat" rend="italic"
          >mas</foreign>, ma sibbene <foreign lang="lat" rend="italic">masculus</foreign>
            (<emph>maschio, mâle</emph>, v. lo spagnuolo). <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Oculus</foreign> è mero diminutivo di un antico <foreign lang="lat" rend="italic"
          >occus</foreign> perduto nelle scritture latine, restandovi in vece il solo diminutivo,
          (perduto anche nel volgare latino seppur da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >occus</foreign> non deriva l’<foreign lang="rus" rend="italic">oco</foreign> dei russi),
          onde <emph>occhio</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">oeil</foreign> (come da
            <foreign lang="lat" rend="italic">auricula</foreign>
          <foreign lang="fre" rend="italic">oreille</foreign>, secondo l’uso della pronunzia
          francese), e <foreign lang="spa" rend="italic">ojo</foreign>, che non viene già da
            <foreign lang="lat" rend="italic">occus</foreign>, ma da <foreign lang="lat"
            rend="italic">oculus</foreign>, come <foreign lang="spa">
            <hi rend="italic">ore</hi>
            <hi rend="sc">ja</hi>
          </foreign> da <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">auri</hi>
            <hi rend="sc">cula</hi>
          </foreign> ec. E v. in proposito di ciò e di tali diminutivi la p. 980. seg. (24. Gen.
          1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2052. La moderata difficoltà anche d’intendere le scritture, gli stili, ec. da
          qualunque cosa derivi, o dal pensiero, o dall’elocuzione, e nominatamente se deriva dalla
          concisione, rapidità, strettezza dello stile ec. piace perchè pone l’animo in esercizio, e
          par che gli dia una certa forza, e tutte le <pb ed="aut" n="2359"/> sensazioni di forza
          sono piacevoli, sì nell’animo che nel corpo, siccome appunto è piacevole un moderato
          esercizio del corpo, che gli dà un conveniente senso di vigore ec. (24. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1154. marg. A questo luogo appartiene anche il verbo <emph>irritare</emph>, in
          quanto significa <foreign lang="lat" rend="italic">irritum facere</foreign> (forse anche
          sempre), significazione però poco latina, dice il Forc. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Irrito</foreign>, in fine. Giacchè <foreign lang="lat" rend="italic">irritus</foreign>
          viene da <foreign lang="lat" rend="italic">ratus</foreign>, participio di <foreign
            lang="lat" rend="italic">reor</foreign> ec. V. il Forcell. in tutti questi luoghi, e il
          Gloss. se ha nulla. Del resto appunto il vedere che da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ratus</foreign> in composizione si fa <foreign lang="lat" rend="italic"
          >irritus</foreign>, e cento altri esempii di diversissimo genere, dimostrano quanto la
          mutazione dell’<emph>a</emph> in <emph>i</emph> sia familiare ai latini, quando le loro
          radici o parole comunque, subiscono qualche passione, qual è quella di formare p. e. da
            <foreign lang="lat" rend="italic">imperatus</foreign> un frequentativo, cioè <foreign
            lang="lat" rend="italic">imperitare</foreign>. (24. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2351. fine. Così dico di <foreign lang="lat" rend="italic">cui, huic</foreign>,
          ec. monosillabi. V. il Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Qui</foreign> ec. e
          la Regia Parnasi. (25. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2319. marg. Circa le contrazioni, indizio <pb ed="aut" n="2360"/> certo di ciò
          ch’io voglio dimostrare, v. particolarmente il Forcell. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Semianimis</foreign> all’ultimo par. dove osserva che queste tali sillabe
          formate presso i poeti di più vocali, sono già notate dagli eruditi, e chiamate figure
          (cioè in realtà dittonghi de’ quali nella prosodia non si discorre), e queste denominate
          co’ loro proprii nomi, cioè sinizesi, sinecfonesi, ec. V. p. e. in <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>En.</title> 4. 686.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Semianimis</foreign>
          </quote> quadrisillabo; <bibl>ib. 3. 578. 5. 697.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">semiustus</foreign>
          </quote> trisillabo ec. Osserva pure che la sillaba <emph>mia</emph> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">semianimis</foreign> è breve, benchè doppia di vocali, il che
          dà forza alla mia opinione. E di tutte cotali voci v. la Regia Parnasi. Ho detto p. 2339.
          (e vedila) che i nominativi specialmente plurali, i genitivi singolari ec. della quarta
          conjugazione sono tutte contrazioni perocchè da principio si diceva <foreign lang="lat"
            rend="italic">manuus</foreign> ec. con doppio <emph>u</emph>. Or vedi a questo
          proposito, <foreign lang="lat" rend="italic">manum</foreign>, gen. plur. in Virg. En.
          3.486. cit. da me p. 2250. marg. Ed anche altre volte troverai così contratti i genitivi
          plurali della quarta, e mi ricordo di averne trovato altro esempio nello stesso Virgilio. (<bibl>
            <title>En.</title> 6. 653.</bibl>) Contratti dico, o nella scrittura, o nella ragion del
          metro. Credo anche che <foreign lang="lat" rend="italic">hoc</foreign> ablativo si dicesse
          anticamente, e forse si scrivesse <foreign lang="lat" rend="italic">hooc</foreign>, o
          insomma sia contrazione di 2 vocali ec. (25. Gen. 1822.). V. p. 2365. <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l rend="italic">Extremus, formaque ante omnes pulcher Julus,</l>
              <l>
                <hi rend="italic">Sidonio</hi>
                <hi rend="sc">est invectus</hi>
                <hi rend="italic">equo: quem candida Dido</hi>
              </l>
              <pb ed="aut" n="2361"/>
              <l rend="italic">Esse sui dederat monumentum et pignus amoris.</l>
            </lg>
          </quote>
          <bibl>
            <title>En.</title> 5. 570.-2</bibl>. Assolutamente per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >invehitur</foreign>, locuzione simile al nostro volgare: <emph>è posto, è assiso; è
            portato da un cavallo Siconio</emph> ec. Perocchè il nostro presente passivo è formato
          del verbo essere e del participio passato. Non così in latino. E tuttavia in questo luogo
            <foreign lang="lat" rend="italic">est invectus</foreign>, non è preterito, ma presente.
          Ed in uno scrittore così elegante come Virgilio. V. i Comentatori. Del resto v. il
          contesto di Virgilio, e troverai che non può essere se non presente, quali sono, prima e
          dopo, gli altri verbi da lui adoperati; <foreign lang="lat" rend="italic">portat, ducit,
            fertur</foreign>, ec. (26. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Che vuol dire che l’uomo ama tanto l’imitazione e l’espressione ec. delle passioni? e più
          delle più vive? e più l’imitazione la più viva ed efficace? Laonde o pittura, o scultura,
          o poesia, ec. per bella, efficace, elegante, e pienissimamente imitativa ch’ella sia, se
          non esprime passione, se non ha per soggetto veruna passione, (o solamente qualcuna troppo
          poco viva) è sempre posposta a quelle che l’esprimono, ancorchè con minor perfezione nel
          loro soggetto. E le arti che non possono esprimere passione, come l’architettura, sono
          tenute le infime fra le belle, e le meno dilettevoli. E la drammatica e la lirica son
          tenute fra le prime per la ragione <pb ed="aut" n="2362"/> contraria. Che vuol dir ciò?
          non è dunque la sola verità dell’imitazione, nè la sola bellezza e dei soggetti, e di
          essa, che l’uomo desidera, ma la forza, l’energia, che lo metta in attività, e lo faccia
          sentire gagliardamente. L’uomo odia l’inattività, e di questa vuol esser liberato dalle
          arti belle. Però le pitture di paesi, gl’idilli ec. ec. saranno sempre d’assai poco
          effetto; e così anche le pitture di pastorelle, di scherzi ec. di esseri insomma senza
          passione: e lo stesso dico della scrittura, della scultura, e proporzionatamente della
          musica. (26. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Gl’italiani, i francesi gli spagnuoli usano il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adcolligere</foreign>, (<emph>accogliere</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >accueillir</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">acoger</foreign>) in senso di
            <foreign lang="lat" rend="italic">excipere</foreign>. V. i rispettivi vocabolari, il
          Gloss. e il Forcell. (27. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Aurum rustici orum dicebant, ut auriculas
            oriculas</foreign>
          </quote>. Festo in <foreign lang="lat" rend="italic">Orata</foreign>, presso il Forc.
            <foreign lang="lat" rend="italic">auricula</foreign>. Ed oggi pure italiani francesi e
          spagnuoli dicono come quegli antichi rustici, nè solo queste ma mille altre tali parole.
          (27. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Aliter</foreign> usato in latino alla maniera italiana
          di altrimenti, cioè come noi diciamo p. e. <emph>fa questo; <pb ed="aut" n="2363"/>
            altrimenti t’ammazzo</emph>, cioè per <emph>se no, o se non che</emph> ec. (v. la Crusca
          in <emph>Se non</emph> par. 4. dove spiega <foreign lang="lat" rend="italic">sin secus,
            alioquin</foreign>, e in italiano, <emph>Altrimenti</emph>, benchè a questa voce non
          faccia parola di tal uso) usato dico in tal senso, è raro assai ne’ buoni latini, e
          potrebbe credersi sproposito, e frase moderna. Eccone esempio dall’ <bibl>
            <title>En.</title> 6. 145. segg.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Et rite repertum</foreign>
          </quote> (il ramo d’oro, sacro a Proserpina come dice v.138.) <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Carpe manu. Namque ipse volens facilisque sequetur, Si te fata
                vocant</hi>: <hi rend="sc">aliter</hi>
              <hi rend="italic">non viribus ullis Vincere, nec duro poteris convellere ferro</hi>
            </foreign>.</quote> V. il Forcell. <foreign lang="lat" rend="italic">aliter</foreign>
          par. ult. Dubito però che quei 2. esempi, specialmente il primo, facciano precisamente al
          caso. (27. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2340. marg. Vedi pure il Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Fido,
            Fisus, Confido, Confisus</foreign> (participii passati non passivi ma neutri, e non di
          deponenti ma di neutri), e <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>En.</title> 5. v. penult. (870-1.)</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">O nimium coelo et pelago</hi>
              <hi rend="sc">confise</hi>
              <hi rend="italic">sereno, Nudus in ignota, Palinure, iacebis arena.</hi>
            </foreign>
          </quote> (27. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quei pochissimi poeti italiani che in questo o nel passato secolo hanno avuto qualche
          barlume di genio e natura poetica, qualche poco di forza nell’animo <pb ed="aut" n="2364"
          /> o nel sentimento, qualche poco di passione, sono stati tutti malinconici nelle loro
          poesie. (Alfieri, Foscolo ec.). Il Parini tende anch’esso nella malinconia, specialmente
          nelle odi, ma anche nel <title>Giorno</title>, per ischerzoso che paia. Il Parini però non
          aveva bastante forza di passione e sentimento, per esser vero poeta. E generalmente non è
          che la pura debolezza del sentimento, la scarsezza della forza poetica dell’animo, che può
          permettere ai nostri poeti italiani d’oggidì (ed anche degli altri secoli, e anche d’ogni
          altra nazione), a quei medesimi che più si distinguono, e che per certi meriti di stile, o
          di stiracchiata immaginazione, son tenuti poeti, l’essere allegri in poesia, ed anche
          inclinarli e sforzarli a preferir l’allegro al malinconico. Ciò che dico della poesia dico
          proporzionatamente delle altre parti della bella letteratura. Dovunque non regna il
          malinconico nella letteratura moderna, la sola debolezza n’è causa. (27. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È proprio della nostra lingua, della francese della spagnuola il far servire la
          preposizione <emph>senza</emph> col suo caso, come per aggettivo, p. e. dicendo
            <emph>luogo senz’acqua, vento senza umidità, casa senza luce</emph> ec. cioè <emph>priva
            di</emph> ec. <pb ed="aut" n="2365"/> Ciò non è frequente in latino e può parere un
          barbarismo. Pur vedilo in <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>En.</title> 6. 580.</bibl> nel Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sine</foreign>, I. esempio, nel detto di Caligola presso Svetonio, <foreign lang="lat"
            rend="italic">arena sine calce</foreign> ec. Così noi ci serviamo d’altre preposizioni
          allo stesso modo; uso non molto proprio del buono latino, ma di cui pur si troverebbero
          molti altri esempi. Ce ne serviamo pure a modo di avverbi, come ho detto p. 2264. segg.
          (28. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2360. fine. Come dunque si contrasse poi il genitivo plurale dicendo <foreign
            lang="lat" rend="italic">manum</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >manuum</foreign>, così si dovettero contrarre gli altri casi, che dovevano da principio
          aver doppio <emph>u</emph>, come appunto il detto genitivo. Parimente il vedere che
            l’<emph>i</emph>, sempre o quasi sempre breve nelle regole della prosodia latina (dico
          nelle regole, e non in quei casi che dipendono dal solo costume, come in
          <emph>italia</emph> ec.) è regolarmente e sempre lungo nella desinenza dei dativi plurali
          della prima e 2. declinazione, fa credere che quivi da principio egli fosse doppio, o
          accompagnato da qualche altra vocale, che rendesse quella sillaba bivocale, e <foreign
            lang="grc">δίφθογγον</foreign>. Nel qual proposito osservate che le vocali lunghe per
          natura nel greco, <foreign lang="grc">η</foreign>, ed <foreign lang="grc">ω</foreign>
          furono da principio doppie cioè due E E, due O O. Nello stesso modo io penso che tali
          vocali lunghe per regola nel latino, fossero da principio doppie. (28. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <quote rend="block">
          <lg lang="lat" rend="italic">
            <l>Nimium vobis Romana propago</l>
            <l>Visa potens, superi, propria haec si dona fuissent.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p rend="noindent">
          <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>En.</title> 6. 870-1.</bibl>
          <pb ed="aut" n="2366"/> parlando di Marcello giuniore in persona di Anchise. Riferiscilo a
          quello che ho detto altrove, dell’invidia delle cose umane attribuita dagli antichi agli
          Dei, del credere che gli Dei potessero ingelosire, e pigliar ombra e timore della nostra
          potenza ec. Della quale e d’altre simili opinioni tanto assurde, quanto naturali e
          primitive, non si trovano in Virgilio se non piccoli vestigi, essendo egli troppo dotto, e
          scrivendo in tempo troppo spregiudicato, e filosofico, e cominciato ad attristare dalla
          metafisica, che produsse di lì a poco il Cristianesimo. (29. Gen. dì <add resp="ed"
          >di</add> S. Francesco di Sales. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Meglio</emph> per <emph>più</emph> vedilo nella Crusca, stimato idiotismo
          provenzale. <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">Adflictis</hi>
            <hi rend="sc">melius</hi>
            <hi rend="italic">confidere rebus</hi>
          </foreign> dice Virg. En. 1.452. Vedi il Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Melior</foreign>, e in <foreign lang="lat" rend="italic">confido</foreign>, o <foreign
            lang="lat" rend="italic">Fido</foreign>, e gl’interpreti di Virgilio. (29. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tra me, tra se, fra te</emph> ec. dicono gl’italiani (credo anche gli spagnuoli) per
          quello che i latini <foreign lang="lat" rend="italic">mecum, secum</foreign> ec. cioè
            <emph>dentro di me, nel mio pensiero</emph> ec. V. la Crusca. Eccovi questa stessa frase
          in latino, e presso scrittore elegantissimo qual è Virg. En. <pb ed="aut" n="2367"/>
          1.455. dove <foreign lang="lat" rend="italic">inter se</foreign>, io credo certamente che
          in verità non vaglia altro che questo. Vedi gl’interpreti. Il Forcell. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">inter</foreign>, non ha nè questo nè altro esempio nè
          significato simile. Vedilo in <foreign lang="lat" rend="italic">Se, Me</foreign> ec. se
          avesse nulla, e così l’Append. e il Glossar. (29. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1132. verso il fine. Così di <foreign lang="lat" rend="italic">gerere</foreign>
          in <foreign lang="lat" rend="italic">aliger, armiger, penniger</foreign>; di <foreign
            lang="lat" rend="italic">ferre</foreign> in <foreign lang="lat" rend="italic">armifer,
            alifer</foreign> (v. il Forc.), <foreign lang="lat" rend="italic">mellifer, lethifer,
            umbrifer</foreign> ec. ec. ec. ec. ec. e di cento altri simili similmente. (29. Gen.
          1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2267. marg. <foreign lang="lat" rend="italic">Nate, patris summi qui tela Typhoea
            temnis</foreign> (Virg. En. 1.665.): <emph>oe</emph> dissillabo. V. gl’interpreti il
          Forcell. la Regia Parnasi. (29. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>In proposito di quanto ho detto altrove del Sacerdozio che presso gli antichi non era
          disgiunto dalle professioni civili e militari ec. ec. nè esigeva alcun particolar genere
          di vita, di modestia, ritiratezza ec. <bibl>v. <author>Virg.</author>
            <title>En.</title> 2. 318. seqq.</bibl> confrontandolo con 429-30. e soprattutto
            <bibl>v. ib. vers. 201.</bibl> e nota come i sacerdoti si traessero a sorte dal numero
          de’ cittadini, de’ magistrati, de’ militari ec. e non per sempre, ma per un tal tempo, o
          per una sola occasione ec. Lascio che <pb ed="aut" n="2368"/> i sacrifizi ec. privati ec.
          erano eseguiti da quello stesso che offriva la vittima, come da Enea spessissimo e
            <bibl>v. in particolare <title>En.</title> 6. 249-54</bibl>. Fra i greci si sceglievano
          i sacerdoti per le pubbliche cerimonie, feste, sacrifizi ec. fra i patrizi, e i più
          ricchi, che potessero spendere ec. ed era questo un carico oneroso, come quello di fornire
          una trireme ec. Alle volte esso era ereditario in certe famiglie ec. Vedi Senofonte nel
          Convito c. 8. par. 40. (29. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Tristis</foreign> per <emph>cattivo</emph> all’italiana,
          mi par di trovarlo nell’En. 2.548. V. gl’interpr. il Forcell. il Gloss. ec. (29. Gen.
          1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1154. marg. principio. Anche dalla prima coniugazione si fecero tali contrazioni
          ne’ participii in <emph>us</emph> e ne’ supini, togliendo l’<emph>a</emph> di
          <emph>atus</emph>, o <emph>atum</emph>, o fosse che detti participii o supini contratti,
          si fossero prima ridotti alla desinenza di <emph>itus</emph> come <foreign lang="lat"
            rend="italic">domitus</foreign> ec. P. e. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >partus</foreign> (quando non viene da <foreign lang="lat" rend="italic">pario</foreign>)
          è mera contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">paratus</foreign>, e non già un
          traslato, come dice il Forcellini. Il che si vede chiaro per gli esempi che egli adduce,
          ma molto più per questo (ch’egli omette) dell’En. 2.784. (vedilo) <pb ed="aut" n="2369"/>
          dove <foreign lang="lat" rend="italic">parta</foreign>, non vuol dir neppure
            <emph>comparata, acquisita</emph>, it. <emph>procacciata</emph> ec. come spiega <foreign
            lang="lat" rend="italic">partus</foreign> il Forcell. ma semplicissimamente
          <emph>parata</emph>, giacchè non solo non era ancora acquistata nè procacciata, ma doveva
          costare lunghissime, e innumerabili, e grandissime fatiche e rischi il guadagnarla, come
          poi dice Virgilio tante altre volte, e di queste fatiche e rischi fa tutto il soggetto
          dell’Eneide: la quale sarebbe finita in quel passo, se <foreign lang="lat" rend="italic"
            >parta</foreign> volesse dire <emph>guadagnata</emph>. (30. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Noi diciamo <emph>fare una cosa di buona gana</emph>, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">alacriter</foreign>. Presso gli spagnuoli <foreign lang="spa"
            rend="italic">gana</foreign> vale <foreign lang="lat" rend="italic">alacritas</foreign>.
          Gli scrittori latini non hanno parola da cui questa si possa derivare. E pure dove credete
          che rimonti la sua origine? Alle primissime sorgenti delle due lingue sorelle latina e
          greca. <foreign lang="grc">Γάνος</foreign> in greco vuol dire <foreign lang="lat"
            rend="italic">laetitia, gaudium, voluptas</foreign>. V. il Lessico co’ suoi derivati.
          Come dunque questa voce nostra e spagnuola, volgarissima in ambo le lingue, anzi plebea,
          nè degna della scrittura sostenuta, può esser mai derivata dal greco? quando ne’ tempi
          barbari in cui nacquero tali lingue, <pb ed="aut" n="2370"/> appena si sapeva in Italia o
          in Ispagna che vi fosse al mondo una lingua greca? come può esser venuta questa voce se
          non dal volgare latino, e per mezzo di esso?</p>
        <p>Non basta. Questa radice, non solo è delle antichissime nella lingua greca, ma di quelle
          che s’avevano per antiquate negli stessi antichi tempi della greca letteratura. <bibl>V.
            il <title>Simposio</title> di <author>Senofonte</author>, c. 8. par. 30</bibl>, dove
          ricerca l’etimologia del nome di Ganimede e per provare che <foreign lang="grc"
          >Γανυ</foreign>, viene da una radice che significa <emph>godimento, diletto</emph>, ec.
          ricorre ad Omero. Dunque al tempo di Senofonte, ell’era già disusata, e certo non era
          volgare, quantunque ella si trovi anche in alcuni pochi autori o contemporanei o
          posteriori a lui: il che non dee far maraviglia perchè l’imitazione di Omero durò sempre
          nella poesia greca; le sue parole e la sua lingua furono sempre tenute proprie d’essa
          poesia; oltre che il poeta usa senza biasimo molte parole antiquate per più ragioni che ve
          l’autorizzano, ed anche glielo prescrivono. Ora questa voce (e suoi derivati) non si trova
          quasi che ne’ poeti, e si può dir poetica. Così durano fra <pb ed="aut" n="2371"/> nostri
          scrittori, e massime poeti, molte parole ec. di Dante, disusate nel resto ec. E dal luogo
          di Senofonte si vede che quella voce era sin d’allora in Grecia, quel che sarebbe fra noi
          una voce detta dantesca.</p>
        <p>Quest’antichissima radice, non riconosciuta dagli scrittori latini, come mai vive oggi in
          due <emph>volgari</emph> derivati da una lingua sorella della greca? Dunque ella fu
          propria della lingua latina fino da’ suoi principii, cioè da quando ebbe comune origine
          colla greca (non dopo, 1. perchè già divenuta fuor d’uso tra’ greci, così che il volgo
          romano non potè da essi prenderla, il che sarebbe già inverosimile per se; e come avrebbe
          potuto prender dai greci una voce poetica? 2. perchè non si trova negli scrittori latini,
          i quali, e non il volgo, furono coloro che poi massimamente grecizzarono il latino).
          Dunque d’allora in poi il volgare latino la conservò fino all’ultimissimo suo tempo, e
          fino a lasciarla nelle bocche del moderno popolo italiano e spagnuolo dove ancora rimane.
          Dunque ecco anche un’altra prova che la lingua latina fosse più tenace della sua
          remotissima antichità che la greca, dove questa voce ec. era uscita d’uso al tempo <pb
            ed="aut" n="2372"/> già di Senofonte.</p>
        <p>E perchè non resti dubbio che il nostro <emph>gana</emph> sia tutt’una radice col greco
            <foreign lang="grc">γάνος</foreign>, se non bastasse l’identità delle lettere radicali,
          e la quasi identità del significato, osserveremo che <foreign lang="grc"
          >ἐπιγάννυμαι</foreign> significa <emph>insulto</emph>. La preposizione <foreign lang="grc"
            >ἐπὶ</foreign> in composizione spessissimo risponde alla latina <foreign lang="lat"
            rend="italic">in</foreign> (come appunto <foreign lang="lat" rend="italic"
          >insilire</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">insultare</foreign> nel senso di
          saltar sopra, risponde ad <foreign lang="grc">ἐφάλλομαι</foreign>). Ora il nostro
            <emph>ingannare</emph>, (spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">engañar</foreign>) se
          derivi da <foreign lang="lat" rend="italic">ingenium</foreign> (v. il Dufresne in <foreign
            lang="lat" rend="italic">ingenium</foreign> 1.) o da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >gannare</foreign> non voglio ora asserirlo. Certo è che <foreign lang="lat"
            rend="italic">gannare</foreign> (onde <foreign lang="lat" rend="italic">gannum</foreign>
          ec. che v. nel Dufresne), voce conosciuta solamente nella barbara latinità, significò
            <emph>irridere</emph> ec. Ed osservare che appunto <emph>illudere illusione</emph> ec.
          che significa primitivamente lo stesso, passò poi, specialmente presso i francesi, a
          significare assolutamente <emph>inganno, errore</emph> ec. V. il Forcell. e il Gloss.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Gannare</foreign> vien dunque da <foreign lang="lat"
            rend="italic">gana</foreign>, e ne viene come <foreign lang="grc">ἐπιγάννυσθαι</foreign>
          da <foreign lang="grc">γάνος</foreign>, e con lo stesso significato. (Non so se <foreign
            lang="spa" rend="italic">ganar</foreign>
          <foreign lang="fre" rend="italic">gagner</foreign> ec. possano aver niente a fare col
          proposito. V. il Gloss. ec.).</p>
        <p>Ecco dunque queste due parole, l’una latino-barbara, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">gannare</foreign>, l’altra vivente e popolare italiana <pb ed="aut"
            n="2373"/> e spagnuola, d’ambe le quali, non solo non si sarebbe creduto che fossero
          antiche, e de’ più buoni tempi, ma si sarebbe penato a congetturare l’etimologia;
          dimostrate non solo non moderne, non solo non derivate da’ tempi barbari, ma identiche con
          una radice antichissima che si trova nell’antichissimo greco, che nel greco de’ buoni
          secoli era già fatta antiquata, che non potè passare nel latino, donde solo potè venir
          sino a noi e al nostro volgo, se non da quando nacque il latino da una stessa origine col
          greco, e che perduta nel latino scritto, si è conservata perennemente nel volgare, in modo
          che oggi la nostra plebe usa familiarmente una radice ch’era già poetica, e però già
          divisa dal volgo, sino dal tempo del più antico scrittore profano che si conosca, cioè di
          Omero. Tanta è la tenacità del volgo, e tanto sono antiche tante cose e parole che si
          credono moderne, perciò appunto che l’eccesso della loro antichità nasconde affatto la
          loro origine, e l’uso che anticamente se ne fece. E quindi potete argomentare <pb ed="aut"
            n="2374"/> quante voci frasi ec. latino-barbare, o italiane, francesi o spagnuole, della
          cui origine non si sa nulla, e si credono moderne o di bassa età, perchè solo ne’ moderni
          o ne’ bassi tempi e monumenti si trovano, si debbano stimare appartenenti all’antichissima
          fonte de’ nostri volgari e del latino-barbaro, cioè all’antico latino, e quindi al latino
          volgare ch’è il solo mezzo per cui i nostri volgari comunicano colla detta antichissima
          fonte: e ciò quantunque in ordine a esse parole e frasi non si possa dimostrare, appunto a
          causa della troppo loro antichità, che conservandole ne’ volgari o greci o latini, le
          bandì dalle scritture. Come vediamo fra noi molte antichissime parole italiane vivere
          nella plebe di questa o quella parte d’Italia, e non esser più ricevute nelle scritture.
          (31. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2328. fine. (Così l’ <bibl>
            <author>Alamanni</author>, <title>Coltivaz.</title> lib. 6. v. 416-7</bibl>. <quote>
            <emph>O se l’ingorde folaghe intra loro Sopra il secco sentier</emph>
            <emph rend="sc">vagando stanno</emph>
          </quote>.). Ed è ben ragione perocchè il verbo <emph>essere</emph> è di sua natura in
          tutte le lingue applicabile a qualsivoglia <pb ed="aut" n="2375"/> cosa, qualità, azione
          ec. Ora il verbo <emph>stare</emph> è sostanzialmente e originariamente continuativo di
            <emph>essere</emph> (in latino in italiano in ispagnuolo), e partecipa della di lui
          natura, e viene al caso ogni volta che s’ha da significare continuazione o durata di
          qualunque cosa <emph>è</emph>. Osservate i latini, osservate Virgilio e vedrete che
          laddove essi congiungono il verbo <emph>stare</emph> co’ nomi addiettivi, o co’ participii
          d’altri verbi, esso verbo non tanto significa <emph>stare in piedi</emph>, ec. quanto
          continuazione o durata di ciò ch’è significato da’ detti nomi o participii. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Talia perstabat memorans</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <title>En.</title> 2. 650.</bibl>), <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Stabant orantes</foreign>
          </quote> ec. (<bibl>
            <title>En.</title> 6. 313.</bibl>). Mi ricordo anche di altri luoghi di Virgilio dove
          ciò ch’io dico è anche più manifesto, e l’uso del verbo <emph>stare</emph> si rassomiglia
          più decisamente a quello che noi e gli spagnuoli ne facciamo co’ gerundii. V. gl’interpr.
          e il Forcell. (31. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 980. marg. Questi tali nomi passarono nell’italiano alla desinenza in
          <emph>chia</emph> o <emph>chio</emph>, nello spagnuolo in <emph>ja</emph> o
          <emph>jo</emph>, nel francese in <emph>eille</emph> o <emph>eil</emph>, o
          <emph>ouille</emph> ec. perchè prima invece di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >culus</foreign> furono pronunziati <emph>clus</emph>. (<emph>oclus</emph> ec.) (così da
            <foreign lang="lat" rend="italic">avunculus</foreign>
          <pb ed="aut" n="2376"/>
          <foreign lang="fre" rend="italic">oncle</foreign>). Giacchè il <emph>cl</emph> fu da noi
          trasmutato quasi sempre in <emph>chi</emph>, come quello di <foreign lang="lat"
            rend="italic">claudere</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">cludere</foreign>,
          (v. p. 2283) <foreign lang="lat" rend="italic">clericus, clavis, clavus</foreign> ec. Così
          il <foreign lang="lat" rend="italic">gulus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >gula</foreign> prima in <emph>glus</emph>, poi in <emph>ghio</emph> ec.
          <emph>Unghia</emph> ec. (franc. <foreign lang="fre">ong<hi rend="sc">le</hi>
          </foreign>.) Così <foreign lang="lat" rend="italic">stipula</foreign> si disse prima
            <foreign lang="lat" rend="italic">stipla</foreign>, poi <emph>stoppia</emph> ec. V. il
          Gloss. ec. Così gli stessi latini, massime i poeti solevano contrarre siffatte voci, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">periclum</foreign> ec. <foreign lang="lat"
            rend="italic">maniplum</foreign> (<bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Georg.</title> 3. 297.</bibl>) ec. (31. Gen. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>È costume massimamente italiano di elidere e togliere il <emph>c</emph> dalle parole
          latine, specialmente e per esempio avanti il <emph>t</emph>. Ora anche gli antichi ed
          ottimi scrittori e monumenti usano spesse volte lo stesso in molte parole, dicendo p. e.
            <foreign lang="lat" rend="italic">artus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >arctus</foreign> (dove il <emph>c</emph> è radicale, perchè <foreign lang="lat"
            rend="italic">arctus</foreign> fu da principio <foreign lang="lat" rend="italic"
          >arcitus</foreign>, participio di <foreign lang="lat" rend="italic">arcere</foreign>), ec.
          v. p. 1144. se vuoi. (nel Virg. dell’Heyne trovi sempre <foreign lang="lat" rend="italic"
            >artus</foreign>, mai <foreign lang="lat" rend="italic">arctus</foreign>) <foreign
            lang="lat" rend="italic">autor</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >auctor</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">autoritas</foreign> ec. V. il Cellar.
          il Forcell. l’Ortograf. del Manuzio ec. E nelle antiche iscrizioni medaglie ec. si
          troveranno infiniti esempi di ciò, come dire <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Atium</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">Atius</foreign>, o <foreign
            lang="lat" rend="italic">Atia</foreign>, per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Actium</foreign> ec. ec. Il qual costume o sia buono o cattivo in riga di <pb ed="aut"
            n="2377"/> latinità, e di retta ortografia (che certo in molti casi sarà cattivo,
          perocchè detto modo di scrivere è incostante ma frequentissimo nelle dette iscrizioni
          medaglie, ne’ codd. più antichi ec.), serve sempre a dimostrare che quel costume che il
          volgo italiano ha poi adottato, e comunicato finalmente per regola alle ottime scritture
          (che ne’ primi secoli della nostra lingua adoperarono in questo e simili casi assai
          frequentemente l’ortografia latina), fu antichissimo nella pronunzia del volgo o non
          volgo, giacchè poteva cagionare ordinariamente tali vizi di scrittura negli amanuensi,
          lapidarii ec. La qual considerazione si dee generalizzare e riferire a tutti quei casi
          (che son molti) ne’ quali (o spettino all’ortografia o ad altro) gli antichi monumenti
          codici ec. si trovano <emph>ordinariamente</emph>, e con <emph>decisa frequenza</emph>
          imbrattati d’errori che si accostano o s’agguagliano alla pronunzia o al costume qualunque
          sia della lingua italiana, o delle sue sorelle ec. (1. Feb. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2378"/> Che non si dà ricordanza, nè si mette in opera la memoria
          senz’attenzione. Prendete a caso uno o due o tre versi di chi vi piaccia, in modo che
          possiate, leggendoli una volta sola, tenerli tanto a memoria da poterli poi ripeter subito
          fra voi, il che è ben facile in quello stesso momento che si son letti: e ripeteteli fra
          voi stesso dieci o quindici volte, ma con tutta materialità, come si fa un’azione
          ordinaria, senza pensarvi e senza porvi la menoma attenzione. Di lì ad un’ora non ve ne
          ricorderete più, volendo ancora richiamarli con ogni sforzo. Al contrario leggeteli
          solamente una o due volte con attenzione, e intenzione d’impararli, o che vi restino
          impressi; ovvero poniamo caso che da se stessi v’abbiano fatto una decisa impressione, ed
          eccitata per questo mezzo la vostra mente ad attendervi, anche senza intenzione alcuna
          d’impararli. Non li ripetete neppure fra voi, o ripetendoli, fatelo solo una o due volte
          con attenzione. Di lì a più ore vi risovverranno anche spontaneamente, e molto più se voi
          lo vorrete; e se allora di nuovo ci farete attenzione, in modo che quella reminiscenza <pb
            ed="aut" n="2379"/> non sia puramente materiale, ve ne ricorderete poi anche più a lungo
          per un certo tempo. Dico tutto ciò per esperienza, trovando d’essermi scordato più volte
          d’alcuni versetti ch’io per ricordarmene avea ripetuto meccanicamente fra me una ventina
          di volte, e di averne ritenuto degli altri ripetuti una sola o due volte, con decisa
          attenzione alle parti ec. E così d’altre cose ec. E chi sa che queste o simili
          osservazioni non fossero il fondamento di quell’arte della memoria che fra gli antichi
          s’insegnava e si professava come ogni altra disciplina, siccome apparisce da molte
          testimonianze, e fra le altre da Senofonte nel Convito c. 4. par.62.</p>
        <p>Aggiungete. Ciascun di noi ha qualche metodo di vita, qualche cosa ch’egli soglia fare
          ogni giorno, ovvero ogni tanti giorni, a quella tal ora, in quel tal luogo, occasione ec.
          Ma se questa cosa o azione ci è divenuta (come sono necessariamente moltissime in
          qualunque individuo) così abituale che noi la facciamo macchinalmente, e senza porvi più
          nessuna, o quasi nessuna <pb ed="aut" n="2380"/> attenzione, spessissimo c’interverrà che
          anche poco dopo fatta, non ci ricordiamo se l’abbiam fatta o no, massimamente se non vi
          sia nessuna circostanza o particolare, ovvero ordinaria, ma presente ec. ec. che aiuti in
          quel momento la memoria, (il che si può fare anche riandando di mano in mano le altre
          operazioni di quel tal tempo, le circostanti, le conseguenze, le antecedenze; ovvero
          proccurando di salire dalle più vicine alle più lontane ec.) nel qual caso probabilmente
          non ce <add resp="ed">ne</add> potremo ricordare in nessunissimo modo, e l’uomo della più
          gran memoria del mondo sarà nella stessissima condizione. Generalmente è nulla o
          scarsissima la memoria degli atti detti <emph>dell’uomo</emph>, dei quali ciascuno ne fa
          giornalmente e continuamente infiniti, nè mai se ne ricorda un solo, anche volendo, se
          qualche particolare impressione non l’aiuta ec. Nè solo di questi, ma anche di quelli, che
          benchè non siano o propriamente o totalmente <emph>dell’uomo</emph>, si fanno però con
          pochissima riflessione ed attenzione, e ponendoci poca o nessuna importanza, di questi
          tali dopo pochi momenti, non ci ricordiamo o appena ci ricordiamo del come, del quando,
          del perchè, del se gli abbiamo fatti. E generalmente la memoria va sempre in ragion
          diretta dell’attenzione posta non già alla ricordanza, ma a ciò ch’è il soggetto della
          ricordanza. (1. Feb. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2381"/> Giovanette di 15. o poco più anni che non hanno ancora
          incominciato a vivere, nè sanno che sia vita, si chiudono in un monastero, professano un
          metodo, una regola di esistenza, il cui unico scopo diretto e immediato si è d’impedire la
          vita. E questo è ciò che si procaccia con tutti i mezzi. Clausura strettissima, fenestre
          disposte in modo che non se ne possa vedere persona, a costo della perdita dell’aria e
          della luce, che sono le sostanze più vitali all’uomo, e che servono anche, e sono
          necessarie alla comodità giornaliera delle sue azioni, e di cui gode liberamente tutta la
          natura, tutti gli animali, le piante, e i sassi. Macerazioni, perdite di sonno, digiuni,
          silenzio: tutte cose che unite insieme nocciono alla salute, cioè al ben essere, cioè alla
          perfezione dell’esistenza, cioè sono contrarie alla vita. Oltrechè escludendo
          assolutamente l’attività, escludono la vita, poichè il moto e l’attività è ciò che
          distingue il vivo dal morto: e la vita consiste nell’azione; laddove lo scopo diretto
          della vita monastica anacoretica ec. è l’inazione, e il guardarsi dal fare, l’impedirsi di
          fare. Così che la monaca o il monaco <pb ed="aut" n="2382"/> quando fanno professione,
          dicono espressamente questo: io non ho ancora vissuto, l’infelicità non mi ha stancato nè
          scoraggito della vita; la natura mi chiama a vivere, come fa a tutti gli esseri creati o
          possibili: nè solo la natura mia, ma la natura generale delle cose, l’assoluta idea e
          forma dell’esistenza. Io però conoscendo che il vivere pone in grandi pericoli di peccare,
          ed è per conseguenza pericolosissimo <emph>per se stesso</emph>, e quindi <emph>per se
            stesso cattivo</emph> (la conseguenza è in regola assolutamente), son risoluto di non
          vivere, di fare che ciò che la natura ha fatto, non sia fatto, cioè che l’esistenza
          ch’ella mi ha dato, sia fatta inutile, e resa (per quanto è possibile)
          <emph>nonesistenza</emph>. S’io non vivessi, o non fossi nato, sarebbe meglio in quanto a
          questa vita presente, perchè non sarei in pericolo di peccare, e quindi libero da questo
            <emph>male assoluto</emph>: s’io mi potessi ammazzare sarebbe parimente meglio, e
          condurrebbe allo stesso fine; ma poichè non ho potuto a meno di nascere, e la mia legge mi
          comanda di fuggir la vita, e nel tempo stesso mi vieta di terminarla, ponendo <emph>la
            morte</emph> volontaria fra gli altri peccati per cui <emph>la vita</emph>
          <pb ed="aut" n="2383"/> è pericolosa, resta che (fra tante contraddizioni) io scelga il
          partito ch’è in poter mio, e l’unico degno del savio, cioè schivare quanto io posso la
          vita, contraddire e render vana quanto posso la nascita mia, insomma esistendo annullare
          quanto è possibile l’esistenza, privandola di tutto ciò che la distingue dal suo contrario
          e la caratterizza, e soprattutto dell’azione che per una parte è il primo scopo e
          carattere ed uffizio ed uso dell’esistenza, per l’altra è ciò che v’ha in lei di più
          pericoloso in ordine al peccare. E se con ciò nuocerò al mio <emph>ben essere</emph>, e mi
          abbrevierò l’esistenza, non importa; perchè lo scopo di essa non dev’esser altro che
          fuggir se medesima, come pericolosa; e l’<emph>essere</emph> non è mai tanto
          <emph>bene</emph>, quanto allorchè in qualunque maggior modo possibile è lontano dal
          pericolo di peccare, cioè lontano dall’<emph>essere</emph> e dall’<emph>operare</emph>
          ch’è l’impiego dell’esistenza.</p>
        <p>Questo è il discorso di tali persone. E questo raziocinio, e la risoluzione che ne segue,
          e la vita che le tien dietro, sono assolutamente e dirittamente nello spirito del
          Cristianesimo, e inerenti alla <pb ed="aut" n="2384"/> sua perfezione. Lo scopo di essa e
          dell’essenza del Cristianesimo, si è il fare che l’esistenza non s’impieghi, non serva ad
          altro che a premunirsi contro l’esistenza: e secondo essa il migliore, anzi l’unico vero e
          perfetto impiego dell’esistenza si è l’annullarla quanto è possibile all’ente; e non solo
          l’esistenza non dev’essere il primo scopo dell’esistenza nell’uomo (come lo è in tutte le
          altre cose o create, o anche possibili), ma anzi il detto scopo dev’essere la
          nonesistenza. Assolutamente nell’idea caratteristica del Cristianesimo, l’esistenza
          ripugna e contraddice per sua natura a se stessa. (2. Feb. dì della Purificazione di Maria
          SS. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2330. Altra prova. I nomi delle cose che sogliono esser denominate prima d’ogni
          altra in qualsivoglia lingua, nel latino, se bene osserverete, sono o monosillabi, o tali
          che facilmente se ne scuopre una radice di non più che una sillaba. Segno evidente di
          conservata antichità, e questa remotissima e primitiva. Non così, o non sì spesso in
          greco, dove sovente i detti nomi non sono monosillabi, nè se ne può trarre una <pb
            ed="aut" n="2385"/> radice monosillaba. <foreign lang="lat" rend="italic">Dies</foreign>
          <foreign lang="grc">ἡμέρα</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">vir</foreign>
          <foreign lang="grc">ἀνὴρ</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">sol</foreign>
          <foreign lang="grc">ἥλιος</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">lun-a</foreign>
          <foreign lang="grc">σελήνη</foreign>. Forse non poche volte, se quella parola che nella
          grecità conosciuta è rimasta in uso, non è monosillaba, lo sarà però un’altra equivalente,
          che si trova solo in Omero, o ne più antichi o ne’ poeti, o che si conosce per congettura;
          che in somma a’ buoni e perfetti tempi della lingua greca era già disusata e antiquata
          almeno nel linguaggio comune. Ma questa medesima è un’altra prova anche più materiale che
          la lingua latina fosse più tenace della sua antichità. (2. Feb. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2281. marg. fine. Questo <emph>mischiare</emph> non viene certo da
            <emph>mescolare</emph> ma da <foreign lang="lat" rend="italic">misculari</foreign>
          latino immediatamente 1. perchè non diciamo <emph>miscolare</emph> (nè i franc. <foreign
            lang="fre" rend="italic">mîler</foreign> o <foreign lang="fre" rend="italic"
          >misler</foreign>, nè gli spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">mezclar</foreign>)
          laddove i latini doverono certo dir così, e vedendosi che la <emph>i</emph> cambiata nel
            <emph>mescolare</emph> in <emph>e</emph> s’è conservata nel <emph>mischiare</emph>, ciò
          non può procedere da altra ragione che dalla sua origine latina. 2. perchè è costume bensì
          dell’idioma italiano il cangiare in <emph>chi</emph> il latino <emph>cul</emph>, (v. p.
          2375.) non così però di cangiare l’italiano <emph>col</emph>. Così che <emph>mischiare</emph>
          <pb ed="aut" n="2386"/> denota un <foreign lang="lat" rend="italic">misculare</foreign> o
            <emph>i</emph> latino, dal quale necessariamente dev’essere stato preceduto. Questa 2.
          ragione vale anche per <emph>meschiare</emph> altra corruzione di <emph>mischiare</emph>,
          cioè cambiato poi l’<emph>i</emph> in <emph>e</emph>, come in <emph>mescolare</emph>
          <foreign lang="spa" rend="italic">mezclar</foreign> ec. (3. Feb. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2324. sul principio. V. pure il Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >montuosus</foreign> il quale inclino a credere che possa dinotare un vecchio ed
          antiquato, o popolare e corrotto dal volgo <foreign lang="lat" rend="italic">montus
          us</foreign>. V. il Gloss. se ha nulla. (3. Feb. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Stimabile è la menzogna quando giova a chi la dice e a chi l’ode non fa
            nocumento</emph>
          </quote>. Parole in persona di Cariclea fanciulla greca, presso <bibl>
            <author>Eliodoro</author>
            <title>Delle cose Etiopiche Libro Primo</title> tradotto dal Gozzi, Opere, Venez. Occhi.
            1758. t. 6. p. 92.</bibl> (4. Feb. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La lingua italiana ha un’infinità di parole ma soprattutto di modi che nessuno ha
          peranche adoperati. — Ella si riproduce illimitatamente nelle sue parti. Ella è come
          coperta tutta di germogli, e per sua propria natura, pronta sempre a produrre nuove
          maniere di dire. — Tutti i classici o buoni scrittori crearono continuamente nove frasi.
          Il vocabolario ne contiene la menoma parte: e per verità il frasario di un solo <pb
            ed="aut" n="2387"/> di essi, massime de’ più antichi ec. formerebbe da se un
          vocabolario. Laonde un vocabolario che comprenda tutti i modi di dire, ottimi e purissimi,
          adoperati da’ classici italiani, e dagli stessi soli testi di lingua, sarebbe impossibile.
          Quanto più uno che comprendesse tutti gli altri egualmente buoni che sono stati usati, o
          che si possono usare in infinito! Usarli dico e crearli nuovamente, e nondimeno con sapore
          e natura tutta antica: anzi non la moderna, ma la sola antica lingua italiana possiede ed
          è capace di questa fecondità. — Deducete da ciò l’ignoranza di chi condanna quanto non
          trova nel Vocabolario. E concludete che la novità de’ modi è così propria della lingua
          italiana, e così perennemente ed essenzialmente, ch’ella non può conservare la sua forma
          antica, senza conservare in atto la facoltà di <emph>nuove</emph> fogge. (5. Feb. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Ni sabian que pudiesse haver sacrificio sin que
              muriesse alguno por la salud de los demàs</foreign>
          </quote>. Parole di Magiscatzin, vecchio Senatore Tlascalese a Ferdinando Cortès, presso <bibl>
            <author>D. Antonio de Solìs</author>, <title lang="spa">Hist. de la Conquista de
            Mexico</title>, lib. 3. capit. 3. <pb ed="aut" n="2388"/> en Madrid 1748. p. 184. col.
          1</bibl>. Ecco l’origine e la primitiva ragione de’ sacrifizi, e idea della divinità. Si
          stimava invidiosa e nemica degli uomini, perchè gli uomini lo erano per natura fra loro, e
          per causa delle tempeste ec. le quali appunto si cercava di stornare co’ sacrifizi. Nè si
          credeva già primitivamente che gli Dei godessero materialmente godessero della carne o
          sangue o altro che loro si sacrificava, ma della morte e del male della vittima, e che
          questo placasse l’odio loro verso i mortali, e la loro invidia. Egoismo del timore, che ho
          spiegato in altro luogo. Quindi si facevano imprecazioni ed esecrazioni sulla vittima, che
          non si considerava già come cosa buona, ma come il soggetto su cui doveva scaricarsi tutto
          l’odio degli Dei, e come sacra solo per questo verso. Quindi quando il timore (o il
          bisogno, o il desiderio ec.) era maggiore, si sacrificavano uomini, stimando così di
          soddisfar maggiormente l’odio divino contro di noi. E ciò avveniva o tra’ popoli più vili
          e timidi (e quindi più fieramente egoisti), o più travagliati dalle convulsioni degli
          elementi (com’erano i Tlascalesi ec.), o ne’ tempi più antichi, <pb ed="aut" n="2389"/> e
          quindi più ignoranti, e quindi più paurosi. E nell’estrema paura, si sacrificavano non
          solo prigionieri, o nemici, o delinquenti ec. come in America, ma compatrioti,
          consanguinei, figli, per maggiormente saziare l’odio celeste, come Ifigenia ec. Eccesso di
          egoismo prodotto dall’eccesso del timore, o della necessità, o del desiderio di qualche
          grazia ec. (6. Feb. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nè fra gli antichi, nè fra’ popoli poco civilizzati fu mai che il popolo conquistato
          s’avesse per compatriota del conquistatore, come oggidì. (14. Feb. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2338. Ho detto delle contraddizioni naturali che occorrono fra quegli oggetti che
          il presente stato dell’uomo gli rende necessarii anche nell’agricoltura ec. Aggiungo che
          di quegli stessi animali ch’egli nodrisce, molti sono nemici fra loro per natura, e si
          danneggiano scambievolmente quando non ci si provveda, o che lo facciano volontariamente,
          o anche involontariamente per fisiche disposizioni, senza esser nemiche ec. come le
          galline nuocciono ai buoi. (16. Feb. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2390"/> L’attenzione de’ fanciulli è scarsa 1. per la moltitudine e forza
          delle impressioni in quell’età, conseguenza necessaria della novità ed inesperienza: le
          quali impressioni tirando fortemente l’attenzione loro in mille parti e continuamente,
          l’impediscono di esser sufficiente in nessuna: e questa è la distrazione che s’attribuisce
          ai fanciulli, tanto più distratti, quanto più suscettibili di sensazioni vive e profonde:
          2. perchè anche la facoltà di attendere non si acquista senz’assuefazione ec. : 3. perchè
          la natura ha provveduto in modo che fin che l’uomo è nello stato naturale, come sono i
          fanciulli, poco e insufficientemente attende, essendo l’attenzione la nutrice della
          ragione, e la prima ed ultima causa della corruzione ed infelicità umana. (16. Feb.
          1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Della convenienza di conservare agli scrittori la facoltà di fabbricar nuove parole e
          modi sopra le forme già proprie della lingua, cioè sopra le varie facoltà per le quali
          essa n’ha prodotto degli altri di quel tal genere, vedi un bello ed espressivo luogo del <bibl>
            <author>Caro</author>, <title>Apologia</title>, Parma 1558. p. 52.</bibl> dopo aver
          parlato delle voci <emph>Suo merto et tuo valore</emph> nel Predella, prima di entrare
          nelle opposizioni numerate. (18. Feb. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2391"/>
          <quote>Ma nulla fa chi troppe cose pensa</quote>. <bibl>
            <author>Tasso</author>
            <title>Aminta</title>, Atto 2. scena 3. v. ult.</bibl> (20. Feb. primo di Quaresima.
          1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>I muti hanno essi la <emph>facoltà</emph> della favella? No certo. Eppur quanto alla
          favella n’hanno tutta la <emph>disposizione</emph> naturale quanta n’ha il miglior
          parlatore del mondo. Ma questa non è altro che <emph>possibilità</emph>, la quale il muto
          non riduce mai all’atto e non adopera in verun modo, perchè non avendo udito, non impara
          dagli altri (cioè non si avvezza) a farlo, e coll’assuefazione, di cui non ha il mezzo,
          non acquista la facoltà. Ecco che cosa sono tutte le pretese facoltà naturali ed ingenite
          nell’uomo. E qual si crede più naturale della favella? principal caratteristica dell’uomo,
          e suo maggior distintivo dai bruti. (20. Feb. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <emph>Cogliere</emph> (che anche si dice <emph>côrre</emph>) e <foreign lang="spa"
            rend="italic">coger</foreign> non sono altro che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >colligere</foreign>; <emph>scegliere</emph> (anche <emph>scêrre</emph>) ed <foreign
            lang="spa" rend="italic">escoger</foreign> dimostrano un <foreign lang="lat"
            rend="italic">excolligere</foreign> latino detto volgarmente a preferenza e in vece di
            <foreign lang="lat" rend="italic">eligere</foreign> 1. perchè la preposizione
          <emph>ex</emph> della quale sono composti questi due verbi moderni non significa niente in
          queste due lingue (oltre ch’ella è qui sfigurata in modo che anche <pb ed="aut" n="2392"/>
          significando per se, non significherebbe nulla in questi casi, non essendo più lei) bensì
          in latino. 2. perchè questi due verbi sono tanto simili che dimostrano l’unità
          dell’origine, e tanto diversi fra loro che danno ad intendere di non esser derivato
          nessuno di essi due dall’altro. (22. Feb. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 2304. vedi un luogo notabile di Francesco da Buti comentatore ms. di Dante,
          presso la Crusca v. <emph>Strega</emph>. (26. Feb. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Asseriscono che la natura ha data espressamente all’uomo la facoltà di perfezionarsi, e
          voluto che l’adoprasse, e però non ha provveduto a lui del necessario così bene come agli
          altri animali, anzi glien’ha mancato anche nel più essenziale. E da questa facoltà
          vogliono che l’uomo sia tenuto per superiore e più perfetto degli altri esseri. 1. Vi par
          questa una bella provvidenza? Dare all’uomo la facoltà di perfezionarsi, cioè di
          conseguire la felicità propria della sua natura; ma frattanto perchè questa perfezione non
          si poteva conseguire se non dopo lunghissimo spazio di tempo, e successione d’infinite
          esperienze, <pb ed="aut" n="2393"/> fare decisamente, e deliberatamente infelici un
          grandissimo numero di generazioni, cioè tutte quelle che dovevano essere innanzi che
          questa perfezione propria dell’esser loro, e non per tanto difficilissima e remotissima,
          si potesse conseguire, come ancora non possono affermare che si sia fatto. E per rispetto
          di questa medesima facoltà di perfezionarsi, di questo dono, di questo massimo privilegio
          dato dalla natura alla specie umana, mancare alla medesima del necessario, quando era
          evidente che questa facoltà non avrebbe avuto effetto, e non avrebbe potuto supplire al
          preteso mancamento della natura verso di noi, se non dopo lunghissimo tempo, e dopo che
          moltissime generazioni avrebbero dovuto, a differenza di tutti gli altri esseri, sentire e
          sopportare il detto mancamento, e l’infelicità che risulta dal non essere nello stato
          proprio della propria natura. In verità che questo, se fosse vero, mostrerebbe una gran
          predilezione della natura verso di noi, e gran superiorità nostra sugli altri esseri. 2.
          Non essendo la perfezione altro <pb ed="aut" n="2394"/> che l’essere nel modo conveniente
          alla propria natura, e tutti gli animali e le cose essendo così, tutte sono perfette nel
          loro genere, e ciò vuol dire che son perfette assolutamente, non potendo la perfezione
          considerarsi fuori del genere di cui si discorre. La natura dunque (giacchè gli animali e
          le cose non hanno acquistata questa perfezione da loro, e sono in tutto secondo natura) ha
          fatto gli animali e le cose tutte perfette. L’uomo solo, secondo voi, l’ha fatto
          perfettibile. Bella superiorità e privilegio. Dare agli altri il fine, a voi il mezzo; a
          tutti la perfezione, a voi non altro che il mezzo di ottenerla. E di più un mezzo o
          inefficace e quasi illusorio, o così poco efficace, che, lasciando gl’infiniti ostacoli, e
          l’immenso spazio di tempo che s’è dovuto passare prima di ridurci allo stato presente, in
          questo ancora non possiamo esser tanto arditi nè sciocchi da darci per perfetti (che
          vorrebbe dir felici, quando siamo il contrario): e oltre a questo non sappiamo quando lo
          potremo essere: anzi non possiamo congetturar neppure in che cosa potrà consistere la
          nostra <pb ed="aut" n="2395"/> perfezione se mai s’otterrà: e per ultimo, se parliamo da
          vero, siamo o dobbiamo essere omai più che persuasi, che la detta perfezione, qualunque ce
          la figuriamo, non s’otterrà mai, e non diverremo mai più felici. E pur gli animali lo sono
          dal principio del mondo in poi, senza essersi mossi dalla natura. Ecco la superiorità
          naturale su tutti gli esseri, che si scopre in noi mediante la bella e generale
          supposizione della nostra perfettibilità. (5. Marzo 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Πάντα γὰρ ἀγαθὰ μὲν καὶ καλά ἐστι πρὸς ἅ ἀν εὖ ἔχῃ κακὰ δὲ καὶ
              αἰσχρὰ πρὸς ἅ ἀν κακῶς</foreign>
          </quote>. <foreign lang="lat" rend="italic">Quippe omnia bona sunt ac pulcra, ad quae bene
            se habent; mala vero ac turpia, ad quae male</foreign>. Leunclav. Parole di Socrate ad
          Aristippo appresso <bibl>
            <author>Senofonte</author>
            <foreign lang="grc">Ἀπομνημονευμάτων βιβλ. γ'. κεφ.</foreign>. 8. par.7.</bibl> (17.
          Marzo 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Nelle scritture de’ moderni puristi italiani (p. e. del Botta) per lo più si vede
          chiaramente un moderno che scrive all’antica, e quindi non ha la grazia dello scrivere
          antico, non avendone lo spontaneo. Una delle due, o s’ha da parere un <pb ed="aut"
            n="2396"/> antico che scriva all’antica, vale a dire che questo scrivere paia naturale
          dello scrittore, e venuto da se; o s’ha da essere un moderno che scriva alla moderna: e
          volendo parere un moderno, non si dee volere scrivere altrimenti, se si vuol fuggire il
          contrasto ridicolo e l’affettazione; e molto meno volendo scriver cose moderne, e pensieri
          di andamento moderno (cioè insomma propri dello scrittore, che mentre vive non sarà mai
          antico): le quali cose e i quali pensieri, da che mondo è mondo, in qualsivoglia nazione
          non si sono scritti nè potuti scrivere in altra lingua che moderna (perchè questa sola è
          loro connaturale, e perciò sola dà il modo di bene e pienamente esprimerli), e non
          altrimenti che alla moderna. (19. Marzo dì di S. Giuseppe. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Quando mai, se si potesse, dovressimo, quanto allo stile, parere antichi che pensassero
          alla moderna. Laddove nei nostri accade tutto il contrario.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il P. Dan. Bartoli è il Dante della prosa italiana. Il suo stile in ciò che spetta alla
          lingua, è tutto a risalti e rilievi. (22. Marzo 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Domandato se credesse che la morte d’alcuno fosse stata pianta da vero, affermò, portando
          per esempio quella di Bartolommeo Cacciavolpe, ch’era vissuto <pb ed="aut" n="2397"/> di
          beni d’usufrutto, e di pensioni (assegnamenti) a vita, e morto pieno di debiti. (25. Marzo
          dì dell’Annunziata. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="spa">Decia (Motezuma), que no era crueldad ofrecer à sus Dioses unos
              Prisioneros de Guerra, que venian yà condenados à muerte; <hi rend="italic">no
                hallando razon, que le hiciesse capaz de que fuessen proximos los Enemigos</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl lang="spa">
            <author>D. Antonio de Solìs</author>, <title>Hist. de la Conquista de Mexico</title>,
            lib. 3. capitulo 12. en Madrid año de 1748. p. 230. col. 2.</bibl> (25. Marzo, dì
          dell’Annunziazione di M. V. SS. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il Vocab. della Crusca non ha interi due terzi delle voci, o significati e vari usi loro,
          e nè pure un decimo dei modi di quegli stessi autori e libri che registra nell’indice. E
          questi non sono appena una terza o quarta parte di quegli autori e libri italiani de’
          buoni secoli che secondo ogni ragione vanno considerati e sono autentici nella lingua,
          anche nella pura lingua antica. Aggiungeteci ora i libri moderni bene scritti, e le voci e
          modi che usati o non usati ancora da buoni scrittori, sono necessarissimi a chi vuole
          scriver <pb ed="aut" n="2398"/> (com’è dovere) delle cose presenti, e a’ presenti o
          futuri, massime le spettanti alle scienze immateriali o materiali, e che tutti mancano al
          Vocabolario; si può far ragione che questo non contenga più d’una quarantesima parte della
          lingua italiana in genere (a dir molto); e non più d’una trentesima dell’antica in
          particolare, ossia di quella che s’ha per classica. Del che non si può far carico ai
          compilatori, se non quanto alle mancanze relative agli autori de’ quali professano d’aver
          fatto spoglio e formatone il vocabolario. Perchè del resto nessuna lingua viva ha, nè può
          avere un vocabolario che la contenga tutta, massime quanto ai modi, che son sempre
          (finch’ella vive) all’arbitrio dello scrittore. E ciò tanto più nell’italiana (per indole
          sua). La quale molto meno può esser compresa in un vocabolario, quanto ch’ella è più vasta
          di tutte le viventi: mentre veggiamo che nè pur la greca ch’è morta, s’è potuta mai
          comprendere in un Vocabolario nè men quanto alle voci, che ogni nuovo scrittore, ne porta
          delle nuove. <pb ed="aut" n="2399"/> Molto meno quanto ai modi ne’ quali ell’è infinita e
          a disposizione degli scrittori, come appunto la nostra, e ciascuno scrittor greco ne forma
          de’ nuovi a suo piacere, e in gran numero. Or non è cosa ridicolissima che mentre
          nessun’altra nazione stima che la sua lingua sia determinata e prescritta dal suo
          vocabolario, non ostante che questo sia molto meglio fatto, molto più esteso
          (relativamente) del nostro, e che la lingua loro possa più facilmente o meglio esser
          compresa in un vocabolario; noi la cui lingua è impossibile (sopra qualunque altra) che vi
          si possa comprendere, che di più, abbiamo un vocabolario inesattissimo nelle cose stesse
          che porta, molto più inferiore alla ricchezza della nostra lingua di quello che le
          convenga o se le debba perdonare di essere, fatto sopra un piano sopra cui nessun altro è
          fatto, cioè sopra il piano dell’antico, mentre noi siamo moderni, e della pura autorità
          quando la lingua è viva; noi dico vogliamo che un vocabolario così ridondante
          d’imperfezioni, e poco proprio della lingua nostra (e d’ogni lingua viva), abbia su di
          questa una virtù, un’autorità e un dominio, che i più perfetti vocabolari delle altre
          nazioni (anche nazioni unite come la francese e l’inglese) nè si arrogano, nè sognano, nè
          pensano che <pb ed="aut" n="2400"/> sia menomamente proprio dell’essenza loro, nè
          compatibile colla natura delle lingue vive, e che nessuno s’immagina mai di riconoscere in
          essi. (29. Marzo. Venerdì dell’Addolorata. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Πάλιν δὲ ἐπωτώμενος</foreign>
          </quote> (Socrate), <quote>
            <foreign lang="grc">ἡ ἀνδρεία πότερον εἴη διδακτὸν ἢ φυσικὸν;; οἶμαι μὲν, ἔφη, ὥσπερ
              σῶμα σώματος ἰσχυρότερον πρὸς τοὺς πόνους φύεται, οὕτω καὶ ψυχὴν ψυχῆς ἐῤῥωμενεστέραν
              πρὸς τὰ δεινὰ φύσει γίγνεσθαι. Ὁρῶ γὰρ ἐν τοῖς αὐτοῖς νόμοις τε καὶ ἔθεσι τρεφομένους
              πολύ διαφέροντας ἀλλήλων τόλμῃ. Νομίζω μέντοι πᾶσαν φύσιν μαθήσει καὶ μελέτῃ πρὸς
              ἀνδρείαν αὔξεσθαι. Ξενοφ. ἀπομνημ. β.γ.' κεφ. θ.'</foreign>
          </quote> par. <foreign lang="grc">α'’</foreign>-<foreign lang="grc">β'</foreign>. Così
          possiamo discorrere di tutto il resto. (16. Aprile, Martedì in Albis, 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Rinunziare o sbandire una nuova parola o una sua nuova significazione (per forestiera o
          barbara ch’ella sia), quando la nostra lingua non abbia l’equivalente, o non l’abbia così
          precisa, e ricevuta in quel proprio e determinato senso; non è altro, e non può esser meno
          che rinunziare o sbandire, e trattar da barbara e illecita una nuova idea, e un nuovo
          concetto dello spirito umano. (18. Aprile, Giovedì in Albis, 1822.).</p>
      </div1>
      <div1 n="2401 - 2602">
        <p>
          <pb ed="aut" n="2401"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐτεκμαίρετο δὲ</foreign>
          </quote> (Socrate) <quote>
            <foreign lang="grc">τὰς ἀγαθὰς φύσεις ἐκ τοῦ ταχύ τε μανθάνειν οἷς προσέχοιεν, καὶ
              μνημονεύειν ἃ ἂν μάθοιεν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Senof.</author>
            <title>
              <foreign lang="grc">Ἀπομνημον</foreign>
            </title>. l. 4. c. 1. par. 2.</bibl> (19. Aprile. Venerdì in Albis, 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="spa">Estaban persuadidos (los Mexicanos) à que no huvo Dioses de essotra
              parte del Cielo</foreign>
          </quote> (cioè che non ci ebbe altri Dei se non un solo che tra essi non avea nome, ma
          s’aveva per superiore a tutti, e se gli attribuiva la creazione del Cielo e della Terra, e
          davasegli sede in cielo), <quote>
            <foreign lang="spa">hasta que <hi rend="italic">multiplicandose los hombres, empezaron
                sus calamidades</hi>; considerando los Dioses como unos genios favorables, que se
              producian, quando era necessaria su operacion; sin hacerles dissonancia (à los
              Mexicanos), que adquiriessen el Sèr (estos Dioses), y la Divinidad en la miserias de
              la Naturaleza</foreign>
          </quote>. <bibl lang="spa">
            <author>Don Antonio de Solìs</author>, <title>Hist. de la Conquista de Mexico</title>,
            lib. 3. capitulo 17. en Madrid, año de 1748. p. 259. col. 1.</bibl> (21. Aprile. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Non è da far mai pompa della propria infelicità. La sola fortuna fa fortuna tra gli
          uomini, e la sventura non fu mai fortunata; nè si può far traffico, e ritrarre utilità
          dalla miseria, quando ella sia vera. Nessuno fu mai più stimato o più gradito per esser
          più infelice degli altri. E però allo sventurato, volendo esser bene accolto ed accetto, o
            <pb ed="aut" n="2402"/> farsi tenere in pregio, non solamente conviene dissimulare le
          proprie disgrazie, ma fingersi del numero de’ fortunati, pretendere a questo titolo,
          combatter la fama o chiunque glie lo neghi, e mettere ogni studio per ingannar gli altri
          in questo punto. (23. Aprile. 1822.). V. p. 2415.2485.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Intorno alla gelosia che avevano i romani della preminenza della loro lingua sulla greca,
          vedi Dione p. 946. nota 86. (23. Aprile 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Di quelli che non avendo mani, supplirono all’ufficio loro coi piedi, v. Dione Cassio l.
          54. c. 9. p. 739. e quivi la nota 91. (25. Aprile. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La natura vieta il suicidio. Qual natura? Questa nostra presente? Noi siamo di tutt’altra
          natura da quella ch’eravamo. Paragoniamoci colle nazioni naturali, e vediamo se quegli
          uomini si possono stimare d’una stessa razza con noi. Paragoniamoci con noi medesimi
          fanciulli, e avremo lo stesso risultato. L’assuefazione è una seconda natura, massime
          l’assuefazione così radicata, così lunga, e cominciata in sì tenera età, com’è
          quell’assuefazione (composta d’assuefazioni infinite e diversissime) che ci fa esser
          tutt’altri che uomini naturali, o conformi alla prima natura dell’uomo, e alla natura
          generale degli esseri terrestri. <pb ed="aut" n="2403"/> Basti dire che volendo con ogni
          massimo sforzo rimetterci nello stato naturale, non potremmo, nè quanto al fisico, che non
          lo sopporterebbe in verun modo, nè posto che si potesse quanto al fisico ed esternamente,
          si potrebbe quanto al morale ed internamente; il che viene ad esser tutt’uno, non potendo
          noi esser più partecipi della felicità destinata all’uomo naturalmente, perchè l’interno
          nostro, che è la parte principale di noi, non può tornar qual era, per nessuna cagione o
          arte. Che ha dunque a fare in questa quistione del suicidio, e in ogni altra cosa che ci
          appartenga, la legge o l’inclinazione di una natura, che non solo non è nostra, ma anche
          volendo noi e proccurandolo per ogni verso, non potrebbe più essere? Il punto dunque sta
          qual sia l’inclinazione e il desiderio di questa seconda natura, ch’è veramente nostra e
          presente. E questa invece d’opporsi al suicidio, non può far che non lo consigli, e non lo
          brami intensamente: perchè anch’ella odia soprattutto l’infelicità, e sente che non la può
          fuggire se non colla morte, e non tollera che la tardanza di questa allunghi i suoi
          patimenti. <pb ed="aut" n="2404"/> Dunque la vera natura nostra, che non abbiamo da far
          niente cogli uomini del tempo di Adamo, permette, anzi richiede il suicidio. Se la nostra
          natura, fosse la prima natura umana, non saremmo infelici, e questo inevitabilmente, e
          irrimediabilmente; e non desidereremmo, anzi abborriremmo la morte. (29. Aprile, 1822.).
          La natura nostra presente è appresso a poco la ragione. La quale anch’essa odia
          l’infelicità. E non v’è ragionamento umano che non persuada il suicidio, cioè piuttosto di
          non essere, che di essere infelice. E noi seguiamo la ragione in tutt’altro, e crederemmo
          di mancare al dover di uomo facendo altrimenti.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Alla p. 1287. principio. Io son certo che gli antichi orientali, o i primi inventori
          dell’alfabeto, non s’immaginarono che i suoni vocali fossero così pochi, e tanto minori in
          numero che le consonanti. Anzi dovettero considerarli come infiniti, vedendo ch’essi
          animavano, per così dire, tutta la favella, e discorrevano incessantemente per tutto il
          corpo di essa, come il sangue per le vene degli animali. O pure, (e questo credo
          piuttosto) non li considerarono neppure come suoni, ma come suono individuo, e questo
          infinito e indeterminabile e indivisibile, come appunto immaginarono gli antichi filosofi
          quello spirito animator del tutto che <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">totam agitat molem, et toto se corpore
            miscet</foreign>
          </quote>. Ed è verisimile che l’idea di rappresentare i suoni vocali col mezzo de’ punti
          (alieni affatto, e avventizi alla <pb ed="aut" n="2405"/> scrittura ebraica) non venisse
          (così tardi) in mente ai rabbini, se non per la pratica che aveano contratta delle lingue
          occidentali, diffuse nell’Asia da gran tempo ec. oltre che i medesimi ebrei s’erano già
          sparsi da gran tempo per l’occidente, o per paesi dove correvano le lingue occidentali.
          Par che gli antichi ebrei considerassero le vocali come spiriti, o <emph>come inseparabili
            dalle consonanti</emph> (p. e. <foreign lang="heb">***</foreign> ec.) <emph>laddove le
            consonanti per lo contrario sono inseparabili dalle vocali</emph>. Ma la sottigliezza e
          la spiritualità, e il continuo uso del suono vocale nella favella, impedivano loro di
          considerarlo nelle sue parti, se non come legato colle consonanti, o colle aspirazioni che
          rendevano la vocale più aspra, più notabile, più <emph>corporea</emph>, e quasi la
          trasmutavano in consonante, ovvero esse stesse eran come consonanti, legate
          necessariamente a questo o quel suono vocale; p. e. l’aspirazione <foreign lang="heb"
          >***</foreign> al solo suono dell’<emph>a</emph>, non comportando forse un’altra vocale,
          quella tal razza di aspirazione ec. (29. Aprile. 1822.). V. p. 2500.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Essendo vissuto lunghissimo tempo in città piccola, e fra gente lontanissima da quel che
          si chiama buon tuono, e spirito di mondo, quantunque io non abbia più che tanta pratica
          della così detta buona società, mi par nondimeno <pb ed="aut" n="2406"/> di avere in mano
          bastanti comparazioni per potere affermare che ne’ paesi piccoli, e fra gli uomini e le
          società di piccolo spirito, si apprende assai più della natura umana, e sì del carattere
          generale, sì de’ caratteri accidentali degli uomini, di quello che si possa fare nelle
          grandi città, e nella perfetta conversazione. Perchè, oltre che in queste gli uomini son
          sempre mascherati, e d’apparenze lontanissime dalla sostanza, e dai caratteri loro
          individuali; oltre che sono tanto più lontani dalla natura, e dal vero carattere generale
          dell’uomo, e lo sono, non solo per finzione, ma anche per carattere acquisito; il
          principale è che son tutti appresso a poco d’una forma, sì ciascuno di essi, come ciascuna
          di tali società rispetto alle altre. Laonde veduto e conosciuto un uomo solo, si può dir
          che tutti, poco più poco meno, sieno veduti e conosciuti. Al contrario di quel che succede
          nelle città piccole, e nella piccola società, dove non è individuo, che non offra qualche
          nuova scoperta circa le qualità di cui la natura umana è capace. Maggior varietà si trova
          fra questi tali uomini che nelle stesse campagne (o fra’ selvaggi, o non inciviliti ec.)
            <pb ed="aut" n="2407"/> perchè gli uomini affatto o quasi affatto incolti, sono
          abbastanza vicini alla natura (ch’è una qualità e un tipo generale) per rassomigliarsi
          moltissimo scambievolmente, mediante la stessa natura. Questi sono simili fra loro, quelli
          che sono perfettamente o quasi perfettamente colti, si può dir che sieno uguali gli uni
          agli altri, in virtù dell’incivilimento che tende per essenza ad uniformare. Lo stato di
          mezzo è il più vario, il più suscettivo di diverse qualità, e il più conformabile secondo
          le circostanze relative e individuali. Queste osservazioni si possono estendere, e
          distinguere in diversi modi. P. e. si conosce assai meglio la natura umana e la sua
          capacità di forme, esaminando un uomo volgare, che un dotto, un filosofo, uno
          esperimentato negli affari, o vissuto nel gran mondo ec. ec.;assai meglio esaminando il
          carattere di una società piccola, che d’una grande; assai meglio esaminando una nazione
          non perfettamente colta, che una perfettamente civile (spagnuoli, tedeschi-italiani
          francesi); assai meglio esaminando lo spirito di quella tal nazione civile, o delle sue
          parti, lontano dalla capitale, o dal centro <pb ed="aut" n="2408"/> della società
          nazionale, ch’esaminando la società di essa capitale ec. Così dico ancora del carattere
          nazionale, il quale p. e. rispetto ai francesi, si conoscerà molto meglio esaminando la
          società della Bretagna, o della Provenza, che quella di Parigi. (30. Aprile. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Che la lingua greca si conservasse incorrotta, o quasi incorrotta, tanto più tempo della
          latina, e anche dopo scaduta già la latina ch’era venuta in fiore tanto più tardi, si
          potrà spiegare anche osservando, che la letteratura (consorte indivisibile della lingua)
          sebbene era scaduta appresso i greci, pur aveva ancor tanto di buono, ed era eziandio
          capace di tal perfezione, che talvolta non aveva che invidiare all’antica. Esempio ne può
          essere la Spedizione di Alessandro, e l’Indica d’Arriano, opere di stile e di lingua così
          purgate, così uguali in ogni parte e continuamente a se stesse, senza sbalzi, risalti,
          slanci, voli o cadute di sorte alcuna (che sono le proprietà dello scriver sofistico e
          guasto, in qualsivoglia genere, lingua, e secolo corrotto), di semplicità e naturalezza e
          facilità, chiarezza, nettezza ec. così spontanea ed inaffettata, così ricche, così <pb
            ed="aut" n="2409"/> proprie, così greche insomma nella lingua, e nella maniera, e nel
          gusto, che quantunque Arriano fosse imitatore, cioè quello stile e quella lingua non
          fossero cose naturali in lui ma procacciate collo studio de’ Classici (come è necessario
          in ogni secolo dove la letteratura non sia primitiva) e principalmente di Senofonte, non
          per questo si può dire ch’egli non le avesse acquistate in modo che paiano e si debbano
          anzi chiamar sue, nè se gli può negare un posto se non uguale, certo vicinissimo a quello
          degl’imitati da lui. Ora il tempo d’Arriano fu quello d’Adriano e degli Antonini, nel qual
          tempo la letteratura latina, con tutto che fosse tanto meno lontana della greca dal suo
          secol d’oro, non ha opera nessuna che si possa di gran lunga paragonare a queste d’Arriano
          ne’ suddetti pregi, come anche in quelli d’una ordinata e ben architettata narrazione, e
          altre tali virtù dello scriver di storie. Tacito fu alquanto anteriore, e nella perfezion
          della lingua non si potrebbe ragguagliar troppo bene ad Arriano: forse neanche nelle doti
          di storico appartenenti <pb ed="aut" n="2410"/> al bello letterario, sebben egli l’avanza
          di molto in quelle che spettano alla filosofia, politica ec. Ma quel che mantiene la
          lingua, è la bella letteratura, non la filosofia nè le altre scienze, che piuttosto
          contribuiscono a corromperla, come fece lo stile di Seneca. E però Plutarco contemporaneo
          di Tacito, e com’esso, alquanto più vecchio d’Arriano, non si può recar per modello nè di
          lingua nè di stile, essendo però stato forse più filosofo di tutti i filosofi greci, molti
          de’ quali sono esempi di perfettissimo scrivere. Ma non erano così sottili come Plutarco,
          siccome Cicerone non lo era quanto Seneca, questi corrottissimo nello scrivere, e quegli
          perfettissimo. (1. Maggio 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Dalla mia teoria del piacere segue che per essenza naturale e immutabile delle cose,
          quanto è maggiore e più viva la forza, il sentimento, e l’azione e attività interna
          dell’amor proprio, tanto è necessariamente maggiore l’infelicità del vivente, o tanto più
          difficile il conseguimento d’una tal quale felicità. Ora la forza e il sentimento
          dell’amor proprio è tanto maggiore quanto è maggiore la vita, o il <pb ed="aut" n="2411"/>
          sentimento vitale in ciascun essere; e specialmente quanto è maggiore la vita interna,
          ossia l’attività dell’anima, cioè della sostanza sensitiva, e concettiva. Giacchè amor
          proprio e vita son quasi una cosa, non potendosi nè scompagnare il sentimento
          dell’esistenza propria (ch’è ciò che s’intende per vita) dall’amore dell’esistente, nè
          questo esser minore di quello, ma l’uno si può sempre esattamente misurare coll’altro. E
          tanto uno vive, quanto si ama, e tutti i sentimenti di chi vive sono compresi o riferiti o
          prodotti ec. dall’amor proprio: il quale è il sentimento universale che abbraccia tutta
          l’esistenza; e gli altri sentimenti del vivente (se pur ve n’ha che sieno veramente altri)
          non sono che modificazioni, o divisioni, o produzioni di questo, ch’è tutt’uno col
          sentimento dell’essere, o una parte essenziale del medesimo.</p>
        <p>Dal che segue che l’uomo avendo per la sua natura ed organizzazione esteriore ed
          interiore maggior vita, maggior capacità di più vasta e più numerosa concezione, maggior
          sentimento insomma, o maggior sensibilità di tutti gli <pb ed="aut" n="2412"/> altri
          viventi, dee necessariamente avere maggiore intensità, attività, ed estensione o quantità
          o sentimento d’amor proprio, che non ne ha verun altro genere di viventi. Quindi l’uomo
          per essenza propria e inseparabile, è, e nasce più infelice, o meno capace di felicità che
          verun altro genere di viventi, o di esseri.</p>
        <p>Questo si deve intendere dell’uomo naturale. Ma siccome questa capacità ed intensità e
          forza ed attività di sentimento della quale egli è naturalmente provveduto sopra ogni
          altro animale, rende il suo spirito più conformabile, più suscettibile di sempre maggior
          sentimento, più raffinabile, vale a dire più capace di sempre più vivamente e più
          variamente sentire; anzi siccome essa capacità non è altro che conformabilità, e
          suscettività di nuovo sentimento, e di nuove modificazioni dell’animo; così l’uomo,
          perfezionandosi, come dicono, cioè crescendo la forza e la varietà e l’intimità del suo
          sentimento, e perciò prevalendo in lui sempre più lo spirito, cioè la parte sensitiva, <pb
            ed="aut" n="2413"/> al corpo, cioè alla parte torpida e grave; acquista egli e viene di
          secolo in secolo necessariamente accrescendo la forza e il sentimento dell’amor proprio, e
          quindi di secolo in secolo divien più, e più inevitabilmente infelice. Dal che segue che
          l’uomo, come dicono, perfezionato, è, per essenza umana, e per ordine generale della
          natura, più infelice del naturale, e tanto più quanto è più perfezionato. E così
          l’infelicità dell’uomo è sempre in ragion diretta degli avanzamenti del suo spirito, cioè
          della civiltà, consistendo essa negli avanzamenti dello spirito, <emph>e non potendo dire
            alcuno che il corpo dell’uomo si sia perfezionato mediante di essa. Anzi è
            manifestamente scaduto da quel ch’era nell’uomo naturale</emph>, in cui la preponderanza
          del corpo o della materia tenea più basso, e men vivo il sentimento, e quindi l’amor
          proprio e quindi l’infelicità.</p>
        <p>In uno stesso secolo, essendo altri più raffinato, colto ec. di spirito, altri meno,
          segue <pb ed="aut" n="2414"/> dalle predette cose che quegli debba necessariamente esser
          più infelice, questi meno, in proporzione; e l’ignorante e il rozzo e il villano manco
          infelice del dotto, del polito, del cittadino ec.</p>
        <p>Indipendentemente dalla coltura, nascendo gli uomini quali con maggior sensibilità, o
          vivezza di spirito, o conformabilità, o sentimento d’uomo (dice il Casa, Galat. , cap. 26.
          princip.), quali con minore, dalle predette cose resta spiegato il perchè gli uomini
          quanto più sensibili, tanto più sieno irreparabilmente infelici, e il perchè la natura
          dica agli uomini grandi, <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Soyez grand et malheureux</foreign>
          </quote> (D’Alembert). Giacchè questo maggior sentimento non è altro che maggior vivezza e
          profondità e senso ed attività d’amor proprio, o non può star senza queste cose,
          abbracciando l’amor proprio ogni possibile sentimento animale, e producendolo, o essendo
          sostanzialmente legato con essolui, e in proporzion diretta con esso. (2. Maggio 1822.).
          V. p. 2488.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2415"/> Alla p. 2402. Non solo non bisogna vantarsi delle proprie
          sciagure, ma guardarsi di confessarle, e ciò anche a quelli cui sono notissime. Se ne
          perde, non solo la protezione, o l’amore efficace, ma eziandio la semplice affezione, e lo
          so per propria sperienza. (5. Maggio. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>La vita è fatta naturalmente per la vita, e non per la morte. Vale a dire è fatta per
          l’attività, e per tutto quello che v’ha di più vitale nelle funzioni de’ viventi. (5.
          Maggio. 1822.).</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Una lingua non è bella se non è ardita, e in ultima analisi troverete che in fatto di
          lingue, <emph>bellezza</emph> è lo stesso che <emph>ardire</emph>. E che altro
          sarebb’ella? L’armonia ec. del suono delle parole? Quest’è una bellezza affatto esterna, e
          della quale poco o nulla si può convenire, essendo diversissime in questo genere le
          opinioni e i gusti, secondo le nazioni e i secoli. Per noi è bruttissimo il suono delle
          parole orientali, e per gli orientali altrettanto sarà delle nostre. E parlando
          esattamente che cosa intendiamo noi dell’armonia della lingua greca che pur chiamiamo
          bellissima? Che sentimento, che gusto <pb ed="aut" n="2416"/> ne proviamo noi, se non, per
          dir poco, incertissimo, confusissimo, e superficialissimo? Certo è che l’armonia della
          lingua nostra, qualunque ella sia, ed ancorchè asprissima, ci diletta, ed è sentita da noi
          molto più che quella della lingua greca, e quindi non avremmo alcuna ragione di preferir
          questa lingua per la bellezza, neppure alla tedesca, o alla russa. Forse la bellezza
          consisterà nella ricchezza? Ricchezza di frasi e di modi non si dà se non in una lingua
          ardita, perchè, di forme esatte e matematiche, tutte le lingue ne sono o ne possono essere
          egualmente ricche nè più nè meno: e questa ricchezza non può molto stendersi, essendo
          limitatissima per natura sua: giacchè la dialettica poco può variare, anzi derivando da
          principii uniformi e semplicissimi, tende e produce naturalmente somma uniformità e
          semplicità di dicitura. La ricchezza poi di parole puramente, giova alla bellezza, ma non
          basta di gran lunga; ed anch’essa è una qualità quasi estrinseca, e senza quasi
          accidentale alla lingua, la quale senza punto punto alterarsi, o scomporsi in niun <pb
            ed="aut" n="2417"/> modo può essere ed è, oggi più abbondante di parole, domani meno,
          secondo le circostanze nazionali, commerciali, politiche, scientifiche ec. Infatti la
          lingua francese è in verità ricchissima di parole, massime in filosofia, scienze,
          conversazione, manifatture, e in ogni uso e materia di società, di commercio ec. ec. e non
          per questo è bella, nè più bella dell’italiana, e neanche della spagnuola. La vera e non
          accidentale, ma essenziale bellezza di una lingua, quella che non si può perdere, se la
          lingua non si corrompe formalmente, è una bellezza intrinseca, e spetta all’indole della
          lingua; e questa non può consistere in altro che nell’ardire. Or questo ardire che cos’è,
          fuorchè la libertà di non essere esatta e matematica? Giacchè quanto all’esattezza, torno
          a dire, tutte le lingue ne sono egualmente capaci, e tutte per mezzo suo posson divenire,
          e diverrebbero uniformi affatto nell’indole, essendo la ragione, una; e non trovandosi
          varietà se non se nella natura. Quindi se <emph>lingua bella è lingua ardita e
          libera</emph>, ella è parimente <emph>lingua non esatta, e non obbligata <pb ed="aut"
              n="2418"/> alle regole dialettiche</emph> delle frasi, delle forme, e generalmente del
          discorso. Osservate tutte le lingue chiamate belle, antiche e moderne, greca, latina,
          italiana, spagnuola: in tutte troverete non altra bellezza propriamente che ardire, e
          questo ardire non posto in altro che nelle cose sopraddette. Osservate anche gli scrittori
          chiamati belli ed eleganti in ciascuna di tali lingue, e paragonateli con quelli che non
          lo sono. Osservate per se, ciascuna frase, forma ec. chiamata bella ed elegante, e
          paragonatela ec. Non v’è lingua bella che non sia lingua poetica, cioè non solo capace,
          anzi posseditrice d’una lingua distintamente poetica (come l’hanno tutte le suddette, e
          come non l’ha la francese), ma poetiche, generalmente parlando, eziandio nella prosa,
          benchè senza affettazione; vale a dir poetiche in quanto lingue, e non quanto allo stile,
          come sono sconciamente, e discordantissimamente poetiche tutte le prose francesi. Or
          lingua poetica, è lingua non matematica, <pb ed="aut" n="2419"/> anzi contraria per indole
          allo spirito matematico. (La sascrita, riputata bellissima fra le orientali, è notatamente
          arditissima e poeticissima.)</p>
        <p>Quelli pertanto che essendo gelosissimi della purità e conservazione della lingua
          italiana, si scontorcono, come dice il Bartoli (Torto ec. c. 11.), ad ogni maniera di dire
          che non sia stampata sulla forma della grammatica universale, non sanno che cosa sia nè la
          natura della lingua italiana che presumono di proteggere, nè quella di tutte le lingue
          possibili. Ciascuna bellezza, sì di una lingua in genere (eccetto l’armonia e la ricchezza
          delle parole, o delle loro inflessioni), sì di un modo di dire in ispecie, è un dispetto
          alla grammatica universale, e una espressa (benchè or più grave or più leggera) infrazione
          delle sue leggi. (5. Maggio. 1822.). V. p. 2425.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>L’animo forte ed alto resiste anche alla necessità, ma non resiste al tempo, vero ed
          unico trionfatore di tutte le cose terrene. Quel dolore profondissimo e ostinatissimo, che
          sdegnava e calpestava la consolazione volgare <pb ed="aut" n="2420"/> della sventura, cioè
          l’inevitabilità, e l’irreparabilità della medesima, e il non poterne altro, che rinasceva
          ogni giorno e talvolta con maggior forza di prima, che per lunghissimo spazio, era
          sembrato indomabile e inestinguibile, e piuttosto pareva accrescersi di giorno in giorno
          che scemarsi; per tutto ciò non può far che ricusi e non ammetta la consolazione del
          tempo, e dell’assuefazione che il tempo insensibilmente e dissimulatissimamente introduce,
          e che in ultimo, dopo ostinatissima guerra non si trovi vinto e morto, e che quell’animo
          feroce non pieghi il collo, e non s’adatti a strascinare il suo male senza sdegno, e senza
          forza di dolersene. E ben può egli avere sdegnato e rifiutato per lungo tempo anche la
          consolazione del tempo, ma non perciò l’ha potuta sfuggire. (5. Maggio. 1822.). Si può
          ricusare la consolazione della stessa necessità, ma non quella del tempo.</p>
        <space type="stacco-narrativo"/>
        <p>Il punto d’onore (come dicono gli spagnuoli) fu conosciuto egualmente dagli antichi e dai
          moderni, e quasi da tutte le società, benchè poco o <pb ed="aut" n="2421"/> niente civili,
          in qualunque tempo, come anche da’ Messicani, anche da’ selvaggi. Ed è naturale all’uomo
          posto in relazione cogli uomini. Tuttavia in questo punto gli antichi differiscono dai
          moderni, e i selvaggi dai civili, infinitamente, e l’utilità del punto d’onore che fra gli
          antichi e i selvaggi era somma, fra i moderni e civili è nulla o quasi nulla, o anche il
          contrario dell’utilità. Le ragioni eccole.</p>
        <p>Il punto d’onore è una delle tante illusioni dell’uomo sociale, ed è tutto riposto
          nell’opinione. Or questa opinione (giacchè nella sostanza e verità delle cose esso non è
          nulla) può esser più o meno utile, ed esser utile o disutile secondo primieramente in
          quali cose ella ripone il punto d’onore (e questo è già chiaro), poi secondo il genere
          intrinseco di quest’onore per se, e la sua maggiore o minor grandezza, e la sua diversa
          qualità, e il suo peso specifico, indipendentemente dagli oggetti sui quali si esercita, o
          da’ quali deriva.</p>
        <p>Paragoniamo ora gli antichi ai moderni, e in questo paragone saranno inclusi anche i <pb
            ed="aut" n="2422"/> selvaggi e i civili, mettendo quelli per gli antichi, e i civili in
          luogo de’ moderni. Per punto di onore quei due parenti o amici di Leonida (vedi meglio la
          storia) alle Termopile, ricusarono l’ambasciata che questi proponeva loro di fare, e
          dicendo ch’erano quivi per combattere, e non per portar lettere, restarono, e morirono coi
          loro compagni in difesa della patria, essendo già certi di non potere scampar la morte,
          quando fossero rimasti. Per punto d’onore quel giovane offeso pubblicamente da un altro,
          lo sforza a combattere colla spada, e mette a rischio la propria vita, e quella eziandio
          d’un amico intrinseco e carissimo, che inavvertentemente, o per un accesso di passione
          l’abbia ingiuriato.</p>
        <p>Qui sono da considerar tre cose. 1. La forza del punto d’onore, e la necessità ch’egli
          impone. Questa è uguale in tutti e due i casi: perchè nell’uno e nell’altro l’infamia
          (secondo l’opinione ch’è il solo fondamento del punto d’onore) sarebbe stata la pena di
          quei due greci, e di questo giovane, se avessero contravvenuto alle leggi del punto
          d’onore. Sicchè questa forza (notate bene) non è niente scemata da’ tempi <pb ed="aut"
            n="2423"/> antichissimi in qua, se non forse nell’estensione, cioè in quanto ella opera
          in minor numero di persone. Ma in quelli in cui opera ell’è dello stesso valore.</p>
        <p>2. L’utilità del punto d’onore ne’ due casi. Questa è chiaro che nel primo caso è somma,
          nel secondo è nulla, anzi in luogo suo v’ha una grandissima disutilità, e danno.</p>
        <p>3. La grandezza e la qualità di quest’onore, ossia la natura di quell’idea che l’uomo se
          ne forma. Questa si può vedere considerando che il premio di quei due greci per aver
          osservato le leggi del punto d’onore, furono il rispetto e l’invidia portata dai loro
          concittadini ai loro parenti; la sepoltura pubblica; gli onori piuttosto festivi che
          funebri renduti alla loro memoria; gl’inni e i cantici de’ poeti e dei musici per tutta la
          Grecia, e quindi per sempre nelle altre nazioni civili; la ricordanza eterna delle storie
          patrie e forestiere; l’immortalità in somma, non solo presso i greci, ma presso tutti gli
          altri popoli colti, fino a oggidì. Il premio di quel giovane duellatore è la stima di
          pochi giovanastri suoi pari, d’una società di caffè, <pb ed="aut" n="2424"/> o per dir
          molto, degli scioperati d’una provincia; e bene spesso la carcere, o l’esilio volontario,
          la confisca dei beni ec.</p>
        <p>In somma, considerando attentamente, si vede che l’onore antico, anche in quanto era
          oggetto del punto d’onore, non si differenziava dalla gloria, e da una gloria riconosciuta
          da tutti per tale; laddove il moderno in molti casi, e presso molta, e (per lo più) la
          miglior parte della società, non si differenzia dall’infamia. Questa è la più notabile ed
          importante diversità che passa fra l’onore antico e il moderno; che quello era gloria, e
          questo, per dir poco, è nulla.</p>
        <p>La qual differenza si può vedere anche nelle cose, dove il punto d’onore moderno sarebbe
          utile, non altrimenti che l’antico. Che gloria, che immortalità si guadagna, che
          entusiasmo commove un uffiziale che per punto d’onore, tien fermo in un posto
          pericolosissimo, o vi resta morto? Si può veramente dire che l’onor moderno è tutto
          opinione, e più opinione di quel che lo fosse l’antico. Giacchè l’onor moderno sebbene
          riconosciuto da molti, sta tutto nell’opinione <pb ed="aut" n="2425"/> individuale di
          ciascuno per se, e dopo ch’egli n’ha osservato le leggi, anche con suo sommo sacrificio,
          nessuno onore gliene viene, neanche dall’opinione degli altri, che lo dispensa. Come
          quegli atti secreti di virtù, quelle buone opere di pensiero, che in questo mondo non son
          premiate se non dalla propria coscienza. Tutto l’opposto succedea fra gli antichi.</p>
        <p>Era punto d’onore nelle truppe spartane il ritornare ciascuno col proprio scudo.
          Circostanza materiale, ma utilissima e moralissima nell’applicazione, non potendosi
          conservare il loro scudo amplissimo (tanto che vi capiva la persona distesa), senza il
          coraggio di far testa, e di non darsi mai alla fuga, che un tale scudo avrebbe impedita.
          (6. Maggio 1822.).</p>
        <p>Alla p. 2419. Come può esser bella una lingua che non ha <emph>proprietà</emph>? Non ha
          proprietà quella lingua che nelle sue forme, ne’ suoi modi, nelle sue facoltà non si
          distingue dalle forme, modi, facoltà della grammatica generale, e del discorso umano
          regolato dalla dialettica. Una lingua regolata da questa sola <pb ed="aut" n="2426"/> non
          ha niente di proprio; tutto il suo è comune a tutte le nazioni parlanti, e a tutte le
          altre lingue; il suo spirito, la sua indole, il suo genio non è suo, ma universale; vale a
          dire ch’ella non ha veruna originalità, e quindi non può esser bella, cioè non può esser
          nè forte, nè distintamente nobile, nè espressiva, nè varia (quanto alle forme), nè
          adattata all’immaginazione, perchè questa è diversissima e moltiplice, e nel tempo stesso
          ella è la sola facoltà umana capace del bello, e produttrice del bello. Ora che cosa vuol
          dire una lingua che abbia proprietà? Non altro, se non una lingua ardita, cioè capace di
          scostarsi nelle forme, nei modi ec. dall’ordine e dalla ragion dialettica del discorso,
          giacchè dentro i limiti di quest’ordine e di questa ragione, nulla è proprio di nessuna
          lingua in particolare, ma tutto è comune di tutte. (Parlo in quanto alle forme, facoltà
          ec. e non in quanto alle nude parole, o alle inflessioni delle medesime, isolatamente
          considerate.) Dunque se non è, nè può esser bella la forma di una lingua che non ha
          proprietà, non è nè può esser <pb ed="aut" n="2427"/> bella una lingua che nella forma sia
          tutta o quasi tutta matematica, e conforme alla grammatica universale. E così di nuovo si
          viene a concludere che la bellezza delle forme di una lingua (tanto delle forme in genere,
          quanto di ciascuna in particolare) non può non trovarsi in opposizione colla grammatica
          generale, nè esser altro che una maggiore o minor violazione delle sue leggi.</p>
        <p>La lingua francese si trova nel caso detto di sopra: poich’ella in quanto alla forma,
          esattamente parlando, non ha proprietà, vale a dir che non ha qualità sua propria, ma
          tutte le ha comuni con tutte le lingue, e colla ragione universale della favella. Il che
          quanto noccia alla originalità, anzi l’escluda, e quanto per conseguenza favorisca la
          mediocrità, anzi la richieda e la sforzi, resta chiaro per se stesso. (Bossuet, scrittore
          non mediocre, ebbe bisogno di domare, come gli stessi francesi dicono, la sua lingua; e
          come dico io, fu domato e forzato alla mediocrità dello stile, dalla sua lingua. E così lo
          sono tutti quegli scrittori francesi <pb ed="aut" n="2428"/> che hanno sortito un ingegno
          naturalmente superiore al mediocre. Nè più nè meno di quello che la società, e lo spirito
          della nazion francese, sforzi alla mediocrità in ogni genere di cose gli uomini i più
          elevati della nazione, e gli spiriti più superiori all’ordinario. Essendo la mediocrità
          non solo un pregio, ma una legge in quella nazione, dove il supremo dovere dell’uomo
          civile, è quello d’esser come gli altri).</p>
        <p>Dalle dette considerazioni segue che la lingua francese, non avendo nessuna o quasi
          nessuna proprietà, e quindi ripugnando alla vera e decisa originalità dello stile (ben
          diversa da quelle minime differenze dell’ordinario, che i francesi esaltano come somme
          originalità), non può aver lingua poetica; e così è nel fatto.</p>
        <p>Segue ancora, che, non avendo niente di proprio, ma tutto comune a tutte le lingue, e
          tutto proprio del discorso umano in quanto discorso umano, dev’essere accomodata sopra
          tutte alla universalità: e così è realmente. (7. Maggio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2429"/> A voler esser lodato o stimato dagli altri, bisogna per necessità
          intuonar sempre altamente e precisamente alle orecchie loro: io vaglio assai più di voi:
          acciocchè gli altri dicano: colui vale alquanto più di noi, o quanto noi. La fama di
          ciascheduno in qualsivoglia genere, o propriamente o almeno metaforicamente parlando, è
          sempre incominciata dalla bocca propria. Se tu fai nel cospetto di quanta gente tu vuoi,
          un’azione o una produzione ec. la più degna e la più lodevole che si possa immaginare;
          t’inganni a partito se credi che quell’azione ec. essendo manifestissima, e
          manifestissimamente lodevolissima, gli altri debbano aprir la bocca spontaneamente, e
          cominciare essi a dir bene di te. Guardano, e tacciono eternamente, se tu non rompi il
          silenzio, e se non hai l’arte o il coraggio d’essere il primo a far questo. Ciò
          massimamente in questi tempi di perfezionato e purificato egoismo. Chi vuol vivere, si
          scordi della modestia. (7. Maggio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che società, che amicizia, che commercio potresti tu avere con un cieco e sordo, o egli
          con te? <pb ed="aut" n="2430"/> Al quale nè coi gesti nè colle parole potresti communicare
          alcuno de’ tuoi sentimenti, nè egli a te i suoi? e per conseguenza qual comunione di
          spirito, cioè di vita e di sentimento potresti aver seco lui? qual sentimento di te
          penseresti d’aver destato, o di poter mai destare nell’animo suo? E nondimeno tu sai pur
          ch’egli vive, ed oltracciò di vita umana e d’un genere medesimo colla tua; ed egli
          potrebbe forse in qualche modo darti ad intendere i suoi bisogni, e beneficato
          esteriormente da te, o in altro modo influito, potrebbe aver qualche senso della tua
          esistenza, e formarsi di te qualche idea; anzi è certo che ti considererebbe come suo
          simile, non ch’egli n’avesse alcuna prova certa, ma appunto per la scarsezza delle sue
          idee; come fanno i fanciulli, che sempre inclinano a creder tutto animato, e simile in
          qualche modo a loro, non conoscendo, nè sapendo neppure insufficientemente concepire altra
          forma d’<emph>esistenza</emph> che la propria, nonostante ch’essi pur vedano la differenza
          della figura, e delle qualità esteriori.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2431"/> Or se contuttociò, tu non crederesti di poter aver con costui
          nessuna o quasi nessuna società, e non ti soddisfaresti nè ti compiaceresti in alcun modo
          del suo commercio, che dovremo dire di quella società che i filosofi tedeschi e romantici,
          vogliono che il poeta supponga, anzi ponga e crei fra l’uomo e il resto della natura? La
          qual società vogliono che sia tale che tutto per immaginazione si supponga vivo bensì, ma
          non di vita umana, anzi diversissima secondo ciascun genere di esseri? Non è questa una
          società peggiore e più nulla di quella col cieco e sordo? Il quale finalmente è uomo. Ma
          qui sebben tu creda, e poeticamente t’immagini che le cose vivano, non supponendo che
          questa vita abbia nulla di comune colla tua, che sentimento di te puoi presumere di
          destare in loro, o qual sentimento della vita loro puoi presumere di ricever da essi, non
          potendo neppur concepire altra forma di <emph>vita</emph> se non la propria? Che giova
          alla tua immaginazione e alla tua sensibilità il figurarti che la natura viva? Che
          relazione può la tua fantasia fabbricarsi <pb ed="aut" n="2432"/> colla natura per questo?
          Ella è cieca e sorda verso te, e tu verso lei. Non basta al sentimento e al desiderio
          innato di quasi tutti i viventi che li porta verso il loro <emph>simile</emph>, il
          figurarsi che le cose vivano, ma solamente che vivano di vita <emph>simile</emph> per
          natura alla propria. Tolta questa non v’è società fra viventi, come non vi può esser
          società fra cose dissimili, e molto meno fra cose che in nessun modo si possono intendere
          l’une coll’altre, nè comunicarsi alcun sentimento, nè farsi scambievolmente verun segno di
          se, e neppur concepire o formarsi nessuna idea del genere di vita l’una dell’altra. Fra le
          bestie e l’uomo non è di gran lunga così, e perciò qualche società può passare e passa fra
          questo e quelle, e maggiore, quanto più la loro vita, e il loro spirito è simile al
          nostro, e quanto più esse mostrano di concepire le cose nostre, e noi le loro; e maggiore
          eziandio generalmente perchè l’immaginazione nostra (e probabilmente anche la loro) entra
          in questo commercio altresì, e ce le dipinge molto più simili a noi che forse non sono, e
          noi a loro parimente. <pb ed="aut" n="2433"/> Certo è poi che grandissima affinità e
          somiglianza passa tra la vita degli animali e la nostra, tra le loro passioni
          (radicalmente parlando) e fra le nostre ec. Affinità e somiglianza che non si trova o non
          apparisce fra l’esistenza delle cose inanimate e la nostra; che l’immaginazione antica, e
          fanciullesca, e, più o meno, quella di tutti i tempi, non vedendola, la suppone e la crea;
          che i bravi tedeschi non vogliono che si supponga, e che non per tanto s’immagini e si
          conservi un commercio scambievole fra le cose inanimate e l’uomo. (8. Maggio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Amando il vivente quasi sopra ogni cosa la vita, non è maraviglia che odi quasi sopra
          ogni cosa la noia, la quale è il contrario della <emph>vita vitale</emph> (come dice
          Cicerone in Lael.). Ed in tanto non l’odia sempre sopra ogni cosa, in quanto non ama
          neppur sempre la vita sopra ogni cosa; p. e. quando un eccesso di dolor fisico gli fa
          desiderare anche naturalmente la morte, e preferirla a quel dolore. Vale a <pb ed="aut"
            n="2434"/> dire quando l’amor proprio si trova in maggiore opposizione colla vita che
          colla morte. E perciò solo egli preferisce la noia al dolore, cioè perchè gli preferisce
          eziandio la morte, se non quanto spera di liberarsi dal dolore, e il desiderio della vita
          è così mantenuto puramente dalla speranza.</p>
        <p>Del resto l’odio della noia, è uno di quei tanti effetti dell’amor della vita (passione
          elementare ed essenziale nel vivente) che ho specificati in parecchi di questi pensieri. E
          l’uomo odia la noia per la stessa ragione per cui odia la morte, cioè la non esistenza. E
          quest’odio medesimo della noia è padre d’altri moltissimi e diversissimi effetti, e
          sorgente d’altre molte e varie passioni o modificazioni delle medesime, tutte
          essenzialmente derivanti da esso odio, delle quali ho pur detto in più luoghi. (8. Maggio
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che le passioni antiche fossero senza comparazione più gagliarde delle moderne, e gli
          effetti loro più strepitosi, più risaltati, più materiali, <pb ed="aut" n="2435"/> più
          furiosi, e che però nell’espression loro convenga impiegare colori e tratti molto più
          risentiti che in quella delle passioni moderne, è cosa già nota e ripetuta. Ma io credo
          che una differenza notabile bisogni fare tra le varie passioni, appunto in riguardo alla
          maggiore o minor veemenza loro fra gli antichi e i moderni comparativamente; e per
          comprenderle tutte sotto due capi generali, io tengo per fermo (come fanno tutti) che il
          dolore antico fosse di gran lunga più veemente, più attivo, più versato al di fuori, più
          smanioso e terribile (quantunque forse per le stesse ragioni più breve) del moderno. Ma in
          quanto alla gioia, ne dubiterei, e crederei che, se non altro in molti casi, ella potesse
          esser più furiosa e violenta presso i moderni che presso gli antichi, e ciò non per altro
          se non perch’ella oggidì è appunto più rara e breve che fosse mai, come lo era nè più nè
          meno il dolore anticamente. Questa osservazione potrebbe forse servire al tragico, al
          pittore, ed altri imitatori delle passioni. Vero è che nel fanciullo e la gioia e il
          dolore sono del pari <pb ed="aut" n="2436"/> più violenti, ed altresì per la stessa
          ragione più brevi che nell’adulto. Ed è vero ancora che l’abitudine dell’animo de’ moderni
          li porta a contenere dentro di se, ed a riflettere sullo spirito, senza punto o quasi
          punto lasciarla spargere ed operare al di fuori, qualunque più gagliarda impressione e
          affezione. Contuttociò credo che la detta osservazione possa essere di qualche rilievo,
          massime intorno alle persone non molto o non interamente colte e disciplinate, sia nella
          vita civile, sia nelle dottrine e nella scienza delle cose e dell’uomo; e intorno a quelle
          che dall’esperienza e dall’uso della vita, della società, e de’ casi umani non sono stati
          bastantemente ammaestrati ad uniformarsi col generale, nè accostumati a quell’apatia e
          noncuranza di se stesso e di tutto il resto, che caratterizza il nostro secolo. (9.
          Maggio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il mondo, o la società umana nello stato di egoismo (cioè di quella modificazione
          dell’amor proprio così chiamata) in cui si trova presentemente, si può rassomigliare al
          sistema <pb ed="aut" n="2437"/> dell’aria, le cui colonne (come le chiamano i fisici) si
          premono l’une l’altre, ciascuna a tutto potere, e per tutti i versi. Ma essendo le forze
          uguali, e uguale l’uso delle medesime in ciascuna colonna, ne risulta l’equilibrio, e il
          sistema si mantiene mediante una legge che par distruttiva, cioè una legge di nemicizia
          scambievole continuamente esercitata da ciascuna colonna contro tutte, e da tutte contro
          ciascuna.</p>
        <p>Nè più nè meno accade nel sistema della società presente, dove non ciascuna società o
          corpo o nazione (come presso gli antichi), ma ciascun uomo individuo continuamente preme a
          più potere i suoi vicini, e per mezzo di esso i lontani da tutti i lati, e n’è ripremuto
          da’ vicini e da’ lontani a poter loro nella stessa forma.</p>
        <p>Dal che risulta un equilibrio prodotto da una qualità distruttiva, cioè dall’odio e
          invidia e nemicizia scambievole di ciascun uomo contro tutti e contro ciascuno, e dal
          perenne esercizio di queste passioni (cioè <pb ed="aut" n="2438"/> in somma dell’amor
          proprio puro) in danno degli altri.</p>
        <p>Con ciò resta spiegata una specie di fenomeno. Lo stato d’egoismo puro, e quindi di puro
          odio verso altrui (che ne segue essenzialmente) è lo stato naturale dell’uomo. Ma ciò non
          è maraviglia, spiegandosi esso, e dovendosi necessariamente spiegare, col negar la pretesa
          destinazione naturale dell’uomo allo stato sociale <emph>stretto</emph> (cioè diverso da
          quello ch’hanno fra loro quasi tutte le bestie, massime le più svegliate); al quale stato
          ripugnano per natura loro le dette qualità naturalissime e assolutamente proprie dell’uomo
          (come si può vedere anche nel fanciullo ec.). La maraviglia è ch’essendo tornato l’uomo
          allo stato naturale per questa parte (mediante l’annichilamento delle antiche opinioni e
          illusioni, frutto delle prime società e relazioni contratte scambievolmente dagli uomini),
          la società non venga a distruggersi assolutamente, e possa durare con questi principii
          distruttivi <pb ed="aut" n="2439"/> per natura loro. Il qual fenomeno resta spiegato colla
          sopraddetta comparazione. E questo equilibrio (certo non naturale, ma artifiziale), cioè
          questa parità e questa universalità d’attacco e di resistenza, mantiene la società umana,
          quasi a dispetto di se medesima, e contro l’intenzione e l’azione di ciascuno
          degl’individui che la compongono, i quali tutti o esplicitamente o implicitamente mirano
            <emph>sempre</emph> a distruggerla.</p>
        <p>Dalla detta comparazione caveremo altresì un corollario morale. Se qualche colonna d’aria
          viene a rarefarsi, o a premer meno dell’altre, e far meno resistenza per qualunque
          accidente, ciascuna delle colonne vicine, e ciascuna delle lontane addossandosi alle
          vicine, senza un istante d’intervallo, corrono ad occupare il luogo suo, e non appena ella
          ha lasciato di resistere sufficientemente, che il suo luogo è conquistato. Così la campana
          pneumatica anderebbe in minutissimi pezzi, mancando la sufficiente resistenza dell’aria
          quivi rinchiusa, se non si provvedesse a questo colla configurazione <pb ed="aut" n="2440"
          /> della campana. Lo stessissimo accade fra gli uomini, ogni volta che la resistenza e
          reazione di qualcuno manca o scema, sia per impotenza, sia per inavvertenza, sia per
          volontà o inesperienza. E però son da ammonire i principianti della vita, che se intendono
          di vivere, e di non vedersi preso il luogo immediatamente, e non esser messi a brani o
          schiacciati, s’armino di tanta dose d’egoismo quanta possano maggiore, acciocchè la
          reazion loro sia, per quanto essi potranno, o maggiore o per lo meno uguale all’azione
          degli altri contro di loro. La quale, vogliano o non vogliano, credano o non credano,
          avranno infallibilmente a sostenere, e da tutti, amici o nemici che sieno di nome, e tanta
          quanta maggiore sarà in poter di ciascuno. Chè se il cedere per forza, cioè per causa
          della propria impotenza (in qual genere ch’ella si sia), è miserabile; il cedere
          volontariamente, cioè per mancanza di sufficiente egoismo in questo sistema di pressione
          generale, è ridicolo e da sciocco, e da inesperto o irriflessivo. E <pb ed="aut" n="2441"
          /> si può dire con verità che il sacrifizio di se stesso (in qual si voglia genere o
          parte) il quale in tutti gli altri tempi fu magnanimità, anzi la somma opera della
          magnanimità, in questi è viltà, e mancanza di coraggio o d’attività, cioè pigrizia, e
          dappocaggine; ovvero imbecillità di mente; non solamente secondo l’opinione degli uomini,
          ma realmente e secondo il retto giudizio, stante l’ordine e la natura effettiva e propria
          della società presente. (10. Maggio 1822.). V. p. 2653.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non si nomina mai più volentieri, nè più volentieri si sente nominare in altro modo
          chiunque ha qualche riconosciuto difetto o corporale o morale, che pel nome dello stesso
          difetto. Il sordo, il zoppo, il gobbo, il matto tale. Anzi queste persone non sono
          ordinariamente chiamate se non con questi nomi, o chiamandole pel nome loro fuor della
          loro presenza, è ben raro che non vi si ponga quel tale aggiunto. Chiamandole o udendole
          chiamar così, pare agli uomini d’esser superiori a questi tali, godono dell’immagine del
          loro difetto, sentono e si ammoniscono in certo modo della propria superiorità, l’amor
          proprio n’è lusingato e se ne compiace. Aggiungete l’odio eterno e naturale dell’uomo
          verso l’uomo che si pasce <pb ed="aut" n="2442"/> e si diletta di questi titoli
          ignominiosi, anche verso gli amici o gl’indifferenti. E da queste ragioni naturali nasce
          che l’uomo difettoso com’è detto di sopra, muta quasi il suo nome in quello del suo
          difetto, e gli altri che così lo chiamano intendono e mirano indistintamente nel fondo del
          cuor loro a levarlo dal numero de’ loro simili, o a metterlo al di sotto della loro
          specie: tendenza propria (e quanto alla società, prima e somma) d’ogn’individuo sociale.
          Io mi sono trovato a vedere uno di persona difettosa, uomo del volgo, trattenersi e
          giocare con gente della sua condizione, e questa non chiamarlo mai con altro nome che del
          suo difetto, tanto che il suo proprio nome non l’ho mai potuto sentire. E s’io ho veruna
          cognizione del cuore umano, mi si dee credere com’io comprendeva chiaramente che ciascuno
          di loro, ogni volta che chiamava quell’uomo disprezzatamente con quel nome, provava una
          gioia interna, e una compiacenza maligna della propria superiorità sopra quella creatura
          sua simile, e non tanto dell’esser libero da quel difetto, quanto del vederlo e poterlo
          deridere e rimproverare in quella creatura, essendone libero esso. E per quanto frequente
          fosse nelle loro bocche quell’appellazione, io sentiva e conosceva ch’ella non usciva mai
          dalle loro labbra senza un tuono esterno e un senso e giudizio interno di trionfo e di
          gusto. (13. Maggio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Juvare</foreign> col dativo, caso comune al nostro
            <emph>giovare</emph>, è rarissimo negli scrittori latini, vedilo appresso Plauto, nel
          Forcellini. (21 Maggio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove d’una grande incertezza e di molti scambi che si trovano nell’uso latino
          circa i tempi dell’ottativo o soggiuntivo, ora scambiati fra se, ora sostituiti a quelli
          dell’indicativo: ed ho mostrato come questi usi che si tengono per pure eleganze degli
          scrittori latini, fossero comuni anche al volgare, e si conservino nelle lingue derivate,
          non certo dal latino elegante, ma da esso volgare. A questo proposito si può notare il
          presente ottativo latino, usato spessissimo ed elegantemente in vece dell’imperfetto
          ottativo, e in certo modo anche del futuro indicativo, come in <bibl>
            <author>Orazio</author>
            <title>Sat.</title> 1. v. 19. l. <hi rend="sc">i</hi>
          </bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">nolint</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nollent</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">nolent</foreign>; <pb ed="aut"
            n="2443"/> od. 3. v. 66. e 68. l. 3. <foreign lang="lat" rend="italic">pereat,
          ploret</foreign>, per <foreign lang="lat" rend="italic">periret, ploraret</foreign>, o
            <foreign lang="lat" rend="italic">peribit, plorabit</foreign>. E ciò massimamente (come
          appunto ne’ due luoghi citati), precedendo la condizionale <foreign lang="lat"
            rend="italic">si</foreign> o simile, espressa o sottintesa: nel qual caso appunto ho
          notato altrove la detta varietà, e figurato uso dell’ottativo, e suoi diversi tempi. E
          vedi, fra gli altri pensieri relativi a questo, pag. 2221. fine, e 2257. (24. Maggio
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Di ciò che ho notato altrove che l’uso di fabbricar nuovi composti, e di supplir così al
          bisogno di esprimer nuove idee, o nuove parti d’idee (<emph>ch’è tutt’uno</emph>, secondo
          le osservazioni della moderna ideologia), essendo stato così comune alle lingue antiche, e
          alle stesse moderne ne’ loro principii, s’è poi quasi dimenticato, per utilissimo che sia;
          se ne possono dar, fra l’altre, le seguenti ragioni.</p>
        <p>1. Che tutte le lingue ne’ loro principii sono per necessità più ardite che nel
          progresso, e le lingue antiche rispettivamente più ardite delle moderne. Or queste
          composizioni richiedono un certo ardire, massime trattandosi di farne un grand’uso, e
          d’applicar questa facoltà a quasi tutti i nuovi bisogni della lingua.</p>
        <p>2. Che nelle lingue antiche la necessità di far grand’uso de’ composti, era molto ma
          molto <pb ed="aut" n="2444"/> maggiore che nelle moderne, a causa del tanto minor numero
          ch’esse avevano di parole originarie. Le radici, come ho detto altrove, e assegnatene le
          ragioni, son sempre scarsissime in una lingua nascente. Quindi l’assoluto bisogno della
          composizione, crescendo il numero delle cose da esprimersi, e volendosi perfezionar
          l’espressione delle cose, e distinguerla meglio; e arrivando gli uomini appoco appoco a
          staccare un’idea dall’altra, e a suddividerle (ch’è tutto il progresso dello spirito
          umano), e però avendo mestieri di nuove parole. E infatti si vede che l’incremento e il
          perfezionamento di qualunque lingua antica è stata ridotta a una certa perfezione, fu
          sempre compagno, o anch’effetto dell’uso di comporre più parole in una, arricchendo così
          la lingua: nel qual uso, e in quello dei derivativi (de’ quali parimente intendo qui di
          ragionare) i greci e latini furono singolari maestri.</p>
        <p>Ma derivando le lingue moderne da lingue già perfezionate e letterate, la scarsezza delle
          radici non vi si osserva più, essendo divenute radicali, o in qualunque modo semplici e
          indipendenti per noi, quelle infinite parole <pb ed="aut" n="2445"/> che, p. e. in latino,
          sono evidentemente composte o derivate da altre, e che son rimaste in uso p. e.
          nell’italiano. Dove, quantunque la provenienza e dipendenza loro ci sia così manifesta e
          vicina, pur fanno offizio, ed hanno, relativamente alla lingua nostra, la vera natura di
          radicali 1. o perchè gli elementi di cui si compongono, separati che sieno, non
          significano niente in italiano, come significavano in latino, o quando anche l’un d’essi
          abbia qualche significato da se, l’altro, o gli altri, non l’hanno; 2. o perchè corrotte e
          travisate in modo che la forma de’ loro elementi è perduta affatto, quando anche essi
          elementi sussistano ancora per se stessi nell’italiano; 3. o perchè, essendo esse
          derivative in latino, non sussistono nell’italiano quelle voci latine da cui esse
          derivano; 4. o perchè, sussistendo anche queste voci, non sussiste più il costume di
          derivarne le altre parole in quei tali modi latini; e così le originarie e le derivate,
          quanto al latino, nella lingua nostra sono indipendenti l’une dall’altre, e rispetto alla
          nostra lingua, non hanno fra loro alcun’affinità (forse neanche di significato, per le
          solite alterazioni), <pb ed="aut" n="2446"/> ma l’une e l’altre quanto all’italiano, si
          debbono egualmente riconoscere per radicali.</p>
        <p>Da tutte le quali cose è seguito che abbondando noi sommamente di radicali, abbiamo
          intermesso, e poi lasciato, e finalmente quasi dimenticato l’uso delle derivazioni, e
          principalmente delle composizioni di nuove parole; e con ciò resolo assai difficile a chi
          voglia richiamarlo. Il qual uso, sebbene non tanto quanto in greco e in latino, pur fu
          comune ai primi scrittori italiani, perciocchè la lingua era ancor povera di radici, come
          accade a tutte le lingue ne’ loro principii, e quindi si ricorse necessariamente a questo
          mezzo, a cui tutte le lingue ricorrono col perfezionarsi. Ma impinguata poi la lingua sì
          con questo mezzo, sì coll’arricchirla d’infinite parole latine, che per noi, come ho
          detto, vengono ad esser tante radici, si dimenticò l’uso della derivazione e composizione,
          come suol pure accadere alle altre lingue per cagioni simili; p. e. alla lingua latina
          accadde quando ella s’impinguò strabocchevolmente di parole greche, le quali per lei
          divenivan tante radicali, e così cresciuto di moltissimo il numero delle sue radici,
          dimenticò o scemò l’uso di comporre o derivare nuove parole dalle già esistenti, per li
          nuovi bisogni, come <pb ed="aut" n="2447"/> ho significato di proposito altrove.</p>
        <p>Nè perciò la lingua latina ne divenne più potente che fosse prima: nè la lingua italiana
          similmente. Le radici, per quante vogliano essere, son sempre poche al bisogno, essendo
          infinite le idee, e la memoria e le facoltà degli uomini essendo limitatissime, e però
          incapaci di ritener precisamente tante parole quante sono le idee, e le parti e diversità
          loro; se queste parole sono affatto diverse e dissimili e indipendenti l’una dall’altra,
          come avverrebbe se tutte fossero radicali. E quindi l’uomo è incapace di possedere e di
          usare una lingua che abbia nel tempo stesso tante parole quante mai sono le cose da
          esprimersi, e che sia tutta composta di radici sole. La composizione e derivazione sono il
          mezzo più semplice e vero, riducendo infinite parole sotto pochi elementi, come ho
          spiegato altrove paragonando questo mezzo alla scrittura nostra, e una lingua tutta
          composta di radici alla scrittura Cinese.</p>
        <p>Quindi non potendo mai bastar le radici, e avendo noi lasciato l’uso della derivazione e
          composizione di nuove parole dalle già esistenti, vediamo infatti che con tanto maggior
          numero di <pb ed="aut" n="2448"/> radici, la lingua nostra è infinitamente meno ricca e
          potente, e meno esatta e propria nell’espressione delle minime diversità delle idee, di
          quel che fossero la latina e la greca con tanto meno radici.</p>
        <p>La conclusione è che bisogna a tutti i patti, e malgrado qualunque difficoltà, riassumer
          l’uso di spiegar le nuove idee col comporre, derivare, e formare nuove parole dalle radici
          della propria lingua; essendo questo, per natura delle cose (che tutto opera per
          modificazione degli elementi, e non per aggiunzione di sempre nuovi elementi, per
          modificazione o composizione e non per moltiplicazione), l’unico, proprio, ed assoluto
          mezzo di rendere una lingua sufficiente ed uguale a qualunque numero d’idee, ed a
          qualunque novità d’idee; e renderla tale non accidentalmente ma per propria essenza, e non
          per alcuni momenti, come può essere adesso p. e. la francese, ma per sempre finch’ella
          conserva il suo carattere: come s’è veduto manifestamente nella lingua greca che da’ tempi
          antichissimi fino a oggidì, è stata ed è eternamente capace di qualunque novità d’idee,
            <pb ed="aut" n="2449"/> antiche o moderne che sieno, e per diversissime che vogliano
          essere da quelle che correvano quando la lingua greca era in fiore. E simile in ciò credo
          che le sia la tedesca. Abbia cura di conservarsi tale.</p>
        <p>Perocchè tali son tutte ne’ loro principii. Ma perfezionandosi, e però civilizzandosi, e
          pigliando commercio con lingue e letterature e nazioni straniere, e così impinguandosi di
          parole forestiere che per lei divengono radicali, dismette l’uso della composizione ec.: e
          per pochi momenti supplisce bene a’ suoi bisogni colle radici pigliate in prestito, ma di
          lì a poco, o diviene una stalla d’Augia a forza di stranierismi moltiplicati in infinito,
          o volendosi conservar pura, non può più parlare, perchè s’è lasciato cadere il solo
          istrumento che avesse per supplire alla novità delle idee conservandosi pura, cioè il
          coltivare e far fruttare le sue proprie radici. E forse perciò conservarono sempre i greci
          questa facoltà, perchè poco pigliarono da’ forestieri, o non volendo prenderne per la nota
          loro superbia nazionale, o perchè realmente non si trovavano intorno altra nazione
          letterata e <pb ed="aut" n="2450"/> civile, dalla quale potessero prendere, sebbene con
          molte commerciarono, ma la letteratura le scienze e la civiltà de’ greci, da’ tempi noti
          in poi, furono sempre puramente greche.</p>
        <p>E così accadde cosa osservabilissima: cioè che la lingua greca per essersi conservata
          pura, divenne e si mantenne (ed ancora si mantiene) la più potente e ricca e capace di
          tutte le lingue occidentali. Non per altro se non perch’ella restringendosi in se sola,
          non lasciò mai di porre a frutto e a moltiplico il proprio capitale. E viceversa per esser
          divenuta così potente, si mantenne pura più lungo tempo di qualunqu’altra (ancor dopo
          ch’ebbe a fare con una nazione civile e signora sua, come la latina). Giacchè non ebbe
          alcun bisogno nè di parole nè di modi stranieri per esprimere qualunque cosa occorresse: e
          i greci avendo alle mani facile e pronto e spendibile il capitale proprio, non si curarono
          dell’altrui, il quale sarebbe stato loro più difficile a usare, e manco manuale del
          proprio. L’opposto di quello che avviene a noi per aver trasandato di porre a frutto il
          nostro bellissimo e vastissimo capitale, che benchè sia tale (oltre che la maggior parte
          ce n’è ignota), non basta <pb ed="aut" n="2451"/> nè potrà mai bastare al continuo e
          sempre nuovo bisogno della società favellante, se non lo faremo fruttare, come non solo
          concede amplissimamente, ma porta e vuole l’indole e la natura sua. (30. Maggio 1822.). V.
          p. 2455.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Beato colui che pone i suoi desiderii, e si pasce e si contenta de’ piccoli diletti, e
          spera sempre da vantaggio, senza mai far conto della propria esperienza in contrario, nè
          quanto al generale, nè quanto ai particolari. E per conseguenza beati gli spiriti piccoli,
          o distratti, e poco esercitati a riflettere. (30. Maggio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2252. L’idea dell’eternità entra in quella di ultimo, finito, passato, morte, non
          meno che in quella d’infinito, interminabile, immortale. E vedi altro mio pensiero già
          scritto in questo proposito, (30. Maggio 1822.) cioè p. 2242. 2251.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto sia più naturale e semplice l’andamento della lingua greca (tuttochè
          poeticissima), che non è quello della latina; e quindi quanto men <emph>proprio</emph>
          suo, e quanto la lingua greca dovesse esser meglio disposta all’universalità che non era
          la lingua latina, si può vedere anche da questo.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2452"/> Sebben l’italiana e la spagnuola son figlie vere e immediate della
          latina, pure è molto ma molto più facile di tradurre naturalmente e spontaneamente in
          italiano o in ispagnuolo gli ottimi autori greci, che gli ottimi latini. E tanto è più
          facile quanto i detti autori greci son più buoni, cioè più veramente e puramente greci.
          Siccome per lo contrario, quanto ai latini, è tanto meno difficile, quanto meno son buoni,
          cioè meno latini, come p. e. Boezio tradotto con molta naturalezza dal Varchi, e le Vite
          de’ SS. Padri (che non hanno quasi più nulla del latino) tradotte egregiamente dal
          Cavalca, e gli Ammaestram. degli antichi da F. Bartolomeo da S. Concordio ec. ec.
          Cicerone, Sallustio, Tito Livio, difficilissimamente pigliano un sapore italiano, se non
          lasciano affatto l’indole e l’andamento proprio. Al contrario di Erodoto, Senofonte,
          Demostene, Isocrate ec. Ora essendo l’andamento delle lingue moderne generalmente assai
          più piano e meno figurato ec. delle antiche, questo è un segno che la lingua greca,
          adattandosi alle moderne molto più della latina, doveva esser molto più semplice e
          naturale nella sua costruzione e forma. (30. Maggio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2453"/> Se l’uomo sia nato per pensare o per operare, e se sia vero che il
          miglior uso della vita, come dicono alcuni, sia l’attendere alla filosofia ed alle lettere
          (quasi che queste potessero avere altro oggetto e materia che le cose e la vita umana, e
          il regolamento della medesima, e quasi che il mezzo fosse da preferirsi al fine)<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Il fine della letteratura è principalmente il regolar la vita dei non letterati; è
              insomma l’utilità loro, ed essi se n’hanno a servire. Ora io non ho mai saputo che la
              condizione di chi è servito, fosse peggiore e inferiore che non è quella di chi
            serve.</p>
          </note>, osservatelo anche da questo. Nessun uomo fu nè sarà mai grande nella filosofia o
          nelle lettere, il quale non fosse nato per operare più, e più gran cose degli altri; non
          avesse in se maggior vita e maggior bisogno di vita che non ne hanno gli uomini ordinarii;
          e per natura ed inclinazione sua <emph>primitiva</emph>, non fosse più disposto all’azione
          e all’energia dell’esistenza, che gli altri non sogliono essere. La Staël lo dice
          dell’Alfieri (Corinne, t. 1. liv. dern.), anzi dice ch’egli non era nato per iscrivere, ma
          per fare, se la natura de’ tempi suoi (e nostri) glielo avesse permesso. E perciò appunto
          egli fu vero scrittore, a differenza di quasi tutti i letterati o studiosi italiani del
          suo e del nostro tempo. Fra’ quali siccome nessuno o quasi nessuno è nato per fare (altro
          che fagiolate), perciò nessuno o quasi nessuno è <pb ed="aut" n="2454"/> vero filosofo, nè
          letterato che vaglia un soldo. Al contrario degli stranieri, massime degl’inglesi e
          francesi, i quali (per la natura de’ loro governi e condizioni nazionali) fanno, e sono
          nati per fare più degli altri. E quanto più fanno, o sono naturalmente disposti a fare,
          tanto meglio e più altamente e straordinariamente pensano e scrivono. (30. Maggio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grazia dallo straordinario. I nei che altro sono se non difetti, e false produzioni della
          cute? E non sono stati considerati lungo tempo come bellezze? (Anzi così anche oggi
          volgarmente si sogliono chiamare). E le donne col porsegli dintorno non facevano insomma
          altro che fingersi dei difetti, e fabbricarseli appostatamente, per proccurarsi grazia e
          bellezza. (1. Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Qual fosse l’opinione di Socrate, o di Senofonte, e anche degli altri antichi, circa
          quelle arti e mestieri che da gran tempo si stimano e sono veramente necessarii all’uso
          del viver civile, anzi parte, alimento ec. della civilizzazione, e che intanto nocciono
          alla salute e al viver fisico, e in oltre all’animo, di chi gli esercita, <bibl>v.
              l’<title>Econom.</title> di <author>Senofonte</author> cap. 4. par. 2. 3. e cap. 6.
            par. 5. 6. 7</bibl>. (3. Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2455"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τῶν δὲ σωμάτων θηλυνομένων</foreign>
          </quote> (si corpora effeminentur), <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ αἱ ψυχαὶ πολὺ ἀῤῥωστότεραι γίγνονται</foreign>
          </quote>. Socrate ap. <bibl>
            <author>Senofon.</author>
            <title>Econom.</title> c. 4. par. 2</bibl>. (3. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2451. L’Alfieri fu arditissimo e frequentissimo formatore di parole derivate o
          composte nuovamente dalle nostrali, e sebbene io non credo ch’egli, facendo questo avesse
          l’occhio alla lingua greca, nondimeno questo suo costume dava alla lingua italiana una
          facoltà e una forma similissima (materialmente) all’una delle principalissime e più utili
          facoltà e potenze della lingua greca. Io non cercherò s’egli si servisse di questo mezzo
          d’espressione colla misura e moderatezza e discrezione che si richiede, nè se guardasse
          sempre alla necessità o alla molta utilità, nè anche se tutti i suoi derivati e composti,
          o se la maggior parte di loro sieno ben fatti. Ma li porto per esempio acciocchè,
          considerandoli, si veda più distintamente e per prova, quante idee sottili o rare o non
          mai ancora precisamente significate, quante cose difficilissime e quasi impossibili ad
          esprimersi in altro modo (anche con voci forestiere), si esprimano chiarissimamente e
          precisamente e facilmente con questo mezzo, senza punto uscire della lingua nostra, e
          senza quindi nuocere alla purità. Certo <pb ed="aut" n="2456"/> è che quando l’Alfieri
          chiama il Voltaire <emph>Disinventore od inventor del nulla</emph>, (vere principali e
          proprie qualità ed attributi della sapienza moderna) quel <emph>disinventore</emph> dice
          tanto e tal cosa, quanto e quale appena si potrebbe dire per via d’una lunga
          circollocuzione, o spiegare e sminuzzare pazientemente, stemperatamente e languidamente in
          un periodo. (3. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La religion Cristiana fra tutte le antiche e le moderne è la sola che o implicitamente o
          esplicitamente, ma certo per essenza, istituto, carattere e spirito suo, faccia
          considerare e consideri come male quello che naturalmente è, fu, e sarà sempre bene (anche
          negli animali), e sempre male il suo contrario; come la bellezza, la giovanezza, la
          ricchezza ec. e fino la stessa felicità e prosperità a cui sospirano e sospireranno
          eternamente e necessariamente tutti gli esseri viventi. E li considera come male
          effettivamente, perciocchè non si può negare che queste tali cose non sieno molto
          pericolose all’anima, e che le loro contrarie (come la bruttezza ec.) non liberino da
          infinite occasioni di peccare. E perciò quelli che fanno professione di devoti chiamano
          fortunati i brutti ec. e considerano la bruttezza ec. come un bene dell’uomo, una fortuna
          della società, e come una condizione, una qualità, una <pb ed="aut" n="2457"/> sorte
          desiderabilissima in questa vita. Similmente dico della prosperità, la quale rende
          naturalmente superbi, confidenti in se stessi e nelle cose, e quindi distratti e poco
          adattati all’abito di riflettere (ch’è necessarissimo alla cura della salute eterna), e dà
          molto attaccamento alle cose di questa terra. E quindi l’opinione che le disgrazie (o come
          le chiamano, le croci), sieno favori di Dio, e segni della benevolenza divina: opinione
          stranissima e affatto nuova; inaudita in tutta l’antichità e presso tutte le altre
          religioni moderne (tutte le quali consideravano anzi il fortunato solo, come favorito di
          Dio, onde fra gli antichi <emph>beato</emph>, <foreign lang="grc">μακάριος ὄλβιος
          </foreign> ec. era un titolo di rispetto e di lode, e tanto a dire come <foreign
            lang="lat" rend="italic">sanctus</foreign>, o come <foreign lang="lat" rend="italic">vir
            iustus</foreign> etc. L’etimologia di <foreign lang="grc">εὐδαίμων</foreign> è
            <emph>favorito dagli Dei</emph>, o <emph>che ha buon Dio</emph> cioè
          <emph>favorevole</emph>. Al contrario <foreign lang="grc">δυσδαίμων</foreign>,
            <emph>infelice</emph>, che ha <foreign lang="lat" rend="italic">mali Dei</foreign>. V.
          p. 2463. V. i Lessici: e nella stessa religion cristiana da principio si chiamavano
            <emph>beati</emph>, anche vivendo, gli uomini più distinti o per virtù o per dignità,
          come oggi si chiama <emph>Beatitudine</emph> il Papa); inaudita presso qualunque popolo
          non civile; e finalmente tale ch’io non so se verun’altra opinione possa esser più
          dirittamente contraria alla natura universale delle cose, e a tutto l’ordine
          dell’esistenza <pb ed="aut" n="2458"/> sensibile. (4. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 1660. mezzo. Non so bene se il Salviati o il Salvini sia quel che dice
          dell’antica falsa, e <emph>latina</emph> ortografia degl’<emph>italiani</emph>, e
          particolarmente dell’<foreign lang="lat" rend="italic">et</foreign> non mai pronunziato se
          non <emph>e</emph>, o <emph>ed</emph>. Tutte le lingue nascono, com’è naturale appoco
          appoco, e per lungo tempo non sono adattabili alla scrittura e molto meno alla
          letteratura. Cominciando ad adattarle alla scrittura, l’ortografia n’è incertissima, per
          l’ignoranza di quei primi scrittori o scrivani, che non sanno bene applicare il segno al
          suono: massime quando si servano, com’è il solito, di un alfabeto forestiero, quando è
          certo che ciascuna nazione o lingua ha i suoi suoni particolari, che non corrispondono a
          quelli significati dall’alfabeto di un’altra nazione. Venendo poi la letteratura,
          l’ortografia piglia una certa consistenza, ed è prima cura de’ letterati di regolarla, di
          ridurla sotto principii fissi, e generali, e di darle stabilità. Ma anche questa opera è
          sempre imperfettissima ne’ suoi principii. Per lo più la letteratura di una nazione deriva
          da quella di un’altra. Quindi anche l’ortografia in quei principii <pb ed="aut" n="2459"/>
          segue la forma e la stampa di quella che i letterati hanno sotto gli occhi, troppo deboli
          ancora per essere originali, e per immaginar da se, e seguire e conoscer bene la natura
          particolare de’ loro propri suoni ec.: le quali cose non son proprie se non di quello ch’è
          già o perfezionato o vicino alla perfezione. Nel nostro caso poi, questa lingua letterata,
          e di ortografia già regolatissima e costante, sopra la cui letteratura s’andavano formando
          le moderne, era anche immediatamente madre delle lingue moderne. E benchè queste (massime
          la francese), avessero perduto molti de’ suoi suoni, e sostituitone, o aggiuntone molti
          altri, contuttociò la somiglianza fra la madre e le figlie era tanta, e la loro
          derivazione da lei era così fresca, che cominciando a scrivere e poi a coltivare queste
          lingue non mai ancora scritte o coltivate, non si pensò di potersi servire d’altra
          ortografia che della latina. La quale ortografia già esisteva, e la nostra s’avea da
          creare: ma nessuna cosa si crea in un momento, massime che tante altre ve n’erano da
          creare allo <pb ed="aut" n="2460"/> stesso tempo, le quali occupavano tutta l’attenzione
          di quei primi formatori delle favelle moderne. Uomini che ad una materia putrida (giacchè
          tutte erano barbarissime corruzioni) aveano a dar vita, e splendore.</p>
        <p>Quindi l’ortografia italiana del trecento, anche quella dei primi letterati, era tutta
          barbaramente latina. Si può vedere il manoscritto della divina Commedia fatto di pugno del
          Boccaccio e del Petrarca, e pubblicato quest’anno o il passato da una Biblioteca di Roma.
          Quindi conservato l’h che niun italiano pronunziava più (se non colla <emph>g</emph>, e
            <emph>c</emph>); quindi l’<emph>y</emph>, lettera inutile, avendo perduta la sua antica
          pronunzia di <emph>u</emph> gallico; quindi il <emph>k</emph>, ec. ec. E siccome per
          lunghissimo tempo, anche dopo stabilita la nostra letteratura, si durò a credere che il
          volgare non fosse capace di scrittura e d’uso più che tanto nobile e importante (e per
          molto tempo realmente non lo fu, perchè non v’era applicata); così fino al cinquecento, e
          massimamente fino a tutta la sua prima metà, <pb ed="aut" n="2461"/> si seguitò a scrivere
          l’italiano, con ortografia barbaramente latina, o non credendolo capace d’ortografia
          propria, o non sapendogliela ancora trovare, e ben regolare e comporre, o pedantescamente
          volendo ritornare il volgare al latino quanto più si potesse. Vedi la edizione della
          Coltivazione dell’Alamanni fatta in Parigi 1546. da Rob. Stefano, sotto gli occhi
          dell’autore, e ristampata colla stessa ortografia in Padova, Volpi 1718, e Bologna 1746. e
          quella delle Api del Rucellai, Venez. 1539, che fu la prima, (per Giananton. de’ Nicolini
          da Sabio) ristampata parimente ne’ detti luoghi. Dice il Volpi che quella <quote>
            <emph>maniera e di scrivere e di puntare che vedesi all’Alamanni esser piacciuta, è
              alquanto diversa non solo da quella che oggidì s’usa, ma da quella eziandio che a
              tempi di lui universalmente si costumava</emph>
          </quote>. (G. A. V. a’ Lettori). Vedi anche le lettere del Casa al Gualteruzzi, da un ms.
          originale, nelle sue op. t. 2. Venez. 1752. Io non so se sia vero, nè se quella del
          Rucellai p. e. se ne diversifichi notabilmente: non mi par che l’edizioni italiane di que’
          tempi (come quella delle Rime del Firenzuola in Firenze, cit. nel Voc.) <pb ed="aut"
            n="2462"/> ne vadano molto lungi: ma se ciò fosse, verrebbe dalla dimora dell’Alamanni
          in Francia. V. p. 2466.</p>
        <p>In somma la lingua italiana pericolava di stabilirsi e radicarsi irreparabilmente in
          quella stessa imperfezione d’ortografia, in cui si veniva formando, e poi per sempre si
          radicò la lingua francese. Fortunatamente non accadde, anzi ell’ebbe la più perfetta
          ortografia moderna: non lettere scritte le quali non si pronunzino: non lettere che si
          pronunzino e non si scrivano: ciascuna lettera scritta, pronunziata sempre e in ogni caso,
          come si pronunzia recitando l’alfabeto ec. V. p. 2464.</p>
        <p>Cagioni di questo vantaggio furono l’infinita capacità, acutezza e buon gusto d’infinite
          persone in quel secolo, e l’altre circostanze ch’ho notate altrove. Alle quali si può e si
          dee forse aggiungere che i suoni della lingua latina, e generalmente la pronunzia e l’uso
          di essa, sopra la cui ortografia si formava naturalmente la nostra, era molto meno diverso
          dall’uso e pronunzia nostra e spagnuola, di quel che sia dal francese. <pb ed="aut"
            n="2463"/> Quindi essendo tutte tre queste ortografie formate da principio egualmente
          sulla latina, le due prime che poco avevano da mutarla per conformarla all’uso loro,
          facilmente la corressero (massime l’italiana) e ve l’uniformarono; ma la francese che
          avrebbe dovuto quasi trovare una nuova maniera di scrivere (essendo nella pronunzia, come
          in ogni altra parte, la più degenere figlia della latina), ed anche trovare in parte un
          nuovo alfabeto (come per le e mute ec.), fu incorrigibile.</p>
        <p>Fra tanto queste osservazioni si debbono applicare a dimostrar con un esempio recente,
          quanto debbano essere state alterate le primitive lingue nell’applicarle alla scrittura e
          all’alfabeto o proprio o forestiero, e nella creazione della loro ortografia, e quanto
          poco ci possiamo fidare del modo in cui esse ci ponno essere pervenute, cioè pel solo
          mezzo della scrittura. (5. Giugno, vigilia del Corpus Domini. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2457. marg. Qual nazione, se non dopo fatta Cristiana, non riputò per doni <pb
            ed="aut" n="2464"/> di Dio, e segni del favor celeste le prosperità, e per gastighi di
          Dio, e segni dell’odio suo le sventure? (Onde fra’ più antichi, e fra gli stessi ebrei,
          come i lebbrosi ec., si fuggiva con orrore l’infelice come scellerato, e quando anche non
          si sapesse, o non si fosse mai saputa da alcuno la menoma sua colpa, si stimava reo di
          qualche occulto delitto, noto ai soli Dei, e la sua infelicità s’aveva per segno certo di
          malvagità in lui, e se l’avevano creduto buono, vedendo una sua sciagura, credevano di
          disingannarsene.). Al contrario accadde nella nostra religione, la quale, se non altro,
          definisce per maggior favore, e segno di maggior favore di Dio l’infelicità, che la
          prosperità. (5. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2462. mezzo — non elementi dell’alfabeto inutili, o che esprimano più d’un suono
          indarno ec. come p. e. nello spagnuolo è inutile che il suono del <emph>j</emph> sia
          espresso anche nè più nè meno dal <emph>x</emph> avanti vocale, e dal <emph>g</emph>
          avanti l’<emph>e</emph> e l’<emph>i</emph>. E non solo inutile, ma in ispagnuolo produce
          ancor molta confusione e varietà biasimevole <pb ed="aut" n="2465"/> e inutile nel modo di
          scrivere una stessa parola, anche appresso un medesimo scrittore, in un medesimo libro:
          sebbene io credo che la moderna ortografia spagnuola (rettificata e resa più esatta, come
          tutte le altre, e come tutte le cose moderne) sia emendata in tutto o in parte di questi
          difetti, e di queste inutilità. Similmente la <emph>ç</emph>, o <emph>zedilla</emph> è un
          elemento inutile, e produce confusione, e varietà dannosa. ec. ec. (6. Giugno, dì del
          Corpus Domini. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I greci <foreign lang="grc">θεῖος</foreign>, gli spagnuoli <foreign lang="spa"
            rend="italic">Tio</foreign>, gl’italiani <emph>zio</emph>, esprimendo questi col
          <emph>Z</emph>, quelli col <emph>T</emph>, il suono del <emph>t</emph> aspirato che nè gli
          uni nè gli altri hanno. Donde questa parola così necessaria e usuale e volgare in tutti i
          linguaggi, e usualissima e volgarissima nello spagnuolo e nell’italiano; donde, dico, e
          per qual mezzo può esser passata dal greco a questi volgari moderni, se non per mezzo del
          volgare latino, non trovandosi nel latino scritto? L’avranno forse presa gli spagnuoli e
          gl’italiani dal greco moderno, o da quello de’ bassi tempi (non si saprebbe con qual
          mezzo), e avrebbe potuto divenir usuale e volgarissima e scacciar la parola antica, <pb
            ed="aut" n="2466"/> una parola forestiera significante una cosa che tuttogiorno s’era
          nominata e si nomina? E siccome si potrebbe dubitare che alcune o tutte queste parole
          ch’io dimostro uniformi nel greco e ne’ nostri volgari, ci fossero derivate per mezzo del
          francese ne’ bassi tempi, e il francese l’avesse avute dalle colonie greche state
          anticamente in Francia ec. del che ho discorso altrove, notate che questo <foreign
            lang="grc">θεῖος</foreign> si trova in tutti i volgari derivati dal latino, fuorchè
          appunto nel francese che da <foreign lang="lat" rend="italic">avunculus</foreign> dice
            <foreign lang="fre" rend="italic">oncle</foreign>. Oltre che la qualità della cosa
          significata da questa voce, non permetterebbe, come ho detto, ch’ella fosse passata così
          tardi, e potuta stabilirsi ne’ nostri volgari in luogo dell’antica denominazione; se
          questa, cioè, non fosse antica e antichissima. Vedi però il Forcell. il Gloss. i Diz.
          franc. ec. (8. Giugno 1822.). V. anche <emph>calare</emph> a cui la Crusca pone per greco
            <foreign lang="grc">χαλᾶν</foreign> (9. Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2462. principio. Si scrivevano ancora (massime più anticamente, chè nel
          cinquecento la maggior dottrina dava un poco più di regola) le parole italiane o non
          latine in modo latino, <pb ed="aut" n="2467"/> o le parole latine (italianate) in modo non
          latino, e non conveniente all’italiano, come con lettere non italiane che in quelle tali
          parole non ci andavano neppure in latino: p. e. <emph>ymago</emph> o <emph>ymagine</emph>
          ec. Effetto dell’ignoranza in cui si era anco riguardo al latino e alla sua buona
          ortografia, (quando infatti non si sapeva di gran lunga bene nè pur la lingua latina, e i
          codici poi erano scorrettissimi ec. e pochi confronti s’eran potuti fare ec.) o del
          cattivo modo di scriver latino a quei tempi, e dell’imperfezione e infanzia
          dell’ortografia nostrale. Queste osservazioni serviranno a spiegare il perchè p. e. nella
          lingua francese, le imperfezioni dell’ortografia molte volte non paia ch’abbiano a far
          niente coll’ortografia latina, scrivendosi malamente anche delle parole non venute dal
          latino; e altre venute dal latino scrivendosi in maniera discordante così dalla buona
          ortografia latina, come dalla pronunzia francese. Intendo parlare delle parole francesi
          ch’erano in uso anche anticamente, perchè le più moderne, di qualunque origine siano, già
          si sa che nello scriverle s’è seguito il costume di quella tale imperfetta ortografia
          ch’era già stabilita. Ma la prima causa di questa imperfezione, fu secondo me, quella che
          ho detta, <pb ed="aut" n="2468"/> cioè la cattiva, indebita e puerile applicazione
          dell’ortografia latina (anch’essa in gran parte falsa e mal conosciuta, come anche la
          lingua latina, e cattiva) all’ortografia volgare. (10. Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nelle annotazioni alle mie Canzoni (Canzone 6. stanza 3. verso 1.) ho detto e mostrato
          che la metafora raddoppia o moltiplica l’idea rappresentata dal vocabolo. Questa è una
          delle principali cagioni per cui la metafora è una figura così bella, così poetica, e
          annoverata da tutti i maestri fra le parti e gl’istrumenti principalissimi dello stile
          poetico, o anche prosaico ornato e sublime ec. Voglio dire ch’ella è così piacevole perchè
          rappresenta più idee in un tempo stesso (al contrario dei <emph>termini</emph>). E però
          ancora si raccomanda al poeta (ed è effetto e segno notabilissimo della sua vena ed
          entusiasmo e natura poetica, e facoltà inventrice e creatrice) la novità delle metafore.
          Perchè grandissima, anzi infinita parte del nostro discorso è metaforica, e non perciò
          quelle metafore di cui ordinariamente si compone risvegliano più d’una semplice idea. <pb
            ed="aut" n="2469"/> Giacchè l’idea primitiva significata propriamente da quei vocaboli
          traslati è mangiata a lungo andare dal significato metaforico il quale solo rimane, come
          ho pur detto l. c. E ciò quando anche la stessa parola non abbia perduto affatto, anzi
          punto, il suo significato proprio, ma lo conservi e lo porti a suo tempo. P. e. accendere
          ha tuttavia la forza sua propria. Ma s’io dico <emph>accender l’animo, l’ira</emph> ec.
          che sono metafore, l’idea che risvegliano è una, cioè la metaforica, perchè il lungo uso
          ha fatto che in queste tali metafore non si senta più il significato proprio di
            <emph>accendere</emph>, ma solo il traslato. E così queste tali voci vengono ad aver più
          significazioni quasi al tutto separate l’una dall’altra, quasi affatto semplici, e che
          tutte si possono omai chiamare ugualmente <emph>proprie</emph>. Il che non può accadere
          nelle metafore nuove, nelle quali la moltiplicità delle idee resta, e si sente tutto il
          diletto della metafora: massime s’ell’è ardita, cioè se non è presa sì da vicino che le
          idee, benchè diverse, <pb ed="aut" n="2470"/> pur quasi si confondano insieme, e la mente
          del lettore o uditore non sia obbligata a nessun’azione ed energia più che ordinaria per
          trovare e vedere in un tratto la relazione il legame l’affinità la corrispondenza d’esse
          idee, e per correr velocemente e come in un punto solo dall’una all’altra; in che consiste
          il piacere della loro moltiplicità. Siccome per lo contrario le metafore troppo lontane
          stancano, o il lettore non arriva ad abbracciare lo spazio che è tra l’una e l’altra idea
          rappresentata dalla metafora; o non ci arriva in un punto, ma dopo un certo tempo; e così
          la moltiplicità simultanea delle idee, nel che consiste il piacere, non ha più luogo. (10.
          Giugno 1822.). V. p. 2663.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Proma</foreign> voce latina, feminino sustantivo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">promus</foreign>, è da aggiungersi al Lessico e
          all’Appendice del Forcellini. Il Forcellini dice: <foreign lang="lat" rend="italic">Promus
            i, m</foreign>. (cioè <emph>mascolino</emph>) semplicemente, e non ha esempi del
          feminino, se non uno in aggettivo. Sta in un frammento del libro primo <title lang="lat"
            >Œconomicorum</title> di Cicerone, portato da Columella, e nella mia ediz. di Senofonte
          (Lipsiae 1804, cura Car. Aug. Thieme, ad recensionem Wellsianam) t. 4. p. 407. Vi si legge
            <foreign lang="lat" rend="italic">haec primo tradidimus</foreign>. Errore. Leggi
            <foreign lang="lat" rend="italic">promae</foreign>. Corrisponde <pb ed="aut" n="2471"/>
          al <foreign lang="grc">τῇ ταμίᾳ</foreign> di Senofonte <foreign lang="grc"
          >Οἰκονομικοῦ</foreign>, c. 9. art. 10. <foreign lang="grc">ταῦτα δὲ τῇ ταμίᾳ
          παρεδώκαμεν</foreign>. E che anche Cicerone l’abbia detto in femminino, e non v. g.
            <foreign lang="lat" rend="italic">promo</foreign>, apparisce da quel che segue: <foreign
            lang="lat">
            <hi rend="sc">eamque</hi>
            <hi rend="italic">admonuimus etc</hi>
          </foreign>., cioè <foreign lang="lat" rend="italic">promam</foreign>. Questo errore è
          anche nella mia ediz. di Columella l. 12. c. 3. (forte al. 4.) dov’è portato il detto
          passo. (10. Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla inclinazione da me più volte notata e spiegata, che gli uomini hanno a partecipare
          con altri i loro godimenti o dispiaceri, e qualunque sensazione alquanto straordinaria, si
          dee riferire in parte la difficoltà di conservare il secreto che s’attribuisce
          ragionevolmente alle donne e a’ fanciulli, e ch’è propria altresì di qualunque altro è
          meno capace o per natura o per assuefazione di contrastare e vincere e reprimere le sue
          inclinazioni. Ed è anche proprio pur troppe volte degli uomini prudenti ed esercitati a
          stare sopra se stessi, i quali ancora provano, se non altro, qualche difficoltà a tenere
          il segreto, e qualche voglia interna di manifestarlo (anche con danno loro), quando sono
          sull’andare del confidarsi con altrui, o semplicemente del conversare, o discorrere, <pb
            ed="aut" n="2472"/> o chiaccherare. Dico lo stesso anche di quando il segreto non è
          d’altrui ma nostro proprio, e quando noi vediamo che il rivelarlo fa danno solamente o
          principalmente a noi, e come tale, ci eravamo proposto di tacerlo, e poi lo confidiamo per
          isboccataggine.</p>
        <p>Ma che anche questa inclinazione, non sia naturale nè primitiva (come pare), ma effetto
          delle assuefazioni, e dell’abito di società contratto dagli uomini vivendo cogli altri
          uomini, lo provo e lo sento io medesimo, che quanto era prima inclinato a comunicare
          altrui ogni mia sensazione non ordinaria (interiore o esteriore), così oggi fuggo ed odio
          non solo il discorso, ma spesso anche la presenza altrui nel tempo di queste sensazioni.
          Non per altro se non per l’abito che ho contratto di dimorar quasi sempre meco stesso, e
          di tacere quasi tutto il tempo, e di viver tra gli uomini come isolatamente e in
          solitudine. Lo stesso si dee credere che avvenga ai solitari effettivi, ai selvaggi, a
          quelli che o non hanno società o poca, e rara, all’uomo naturale insomma, privo del
          linguaggio, o con poco uso del medesimo, al muto, a chi per qualche accidente ha dovuto
          per lungo tempo viver lontano dal consorzio degli uomini, come naufragi, pellegrini in
          luoghi di favella non conosciuta, carcerati ec. frati silenziosi ec. (11. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2473"/> Alle ragioni da me recate in altri luoghi, per le quali il giovane
          per natura sensibile, e magnanimo e virtuoso, coll’esperienza della vita, diviene e più
          presto degli altri, e più costantemente e irrevocabilmente, e più freddamente e duramente,
          e insomma più eroicamente vizioso, aggiungi anche questa, che un giovane della detta
          natura, e del detto abito, deve, entrando nel mondo, sperimentare e più presto e più
          fortemente degli altri la scelleraggine degli uomini, e il danno della virtù, e rendersi
          ben tosto più certo di qualunque altro della necessità di esser malvagio, e della
          inevitabile e somma infelicità ch’è destinata in questa vita e in questa società agli
          uomini di virtù vera. Perocchè gli altri non essendo virtuosi, o non essendolo al par di
          lui, non isperimentano tanto nè così presto la scelleraggine degli uomini, nè l’odio e
          persecuzione loro per tutto ciò ch’è buono, nè le sventure di quella virtù che non
          possiedono. E sperimentando ancora le soverchierie e le persecuzioni degli altri, non si
          trovano così nudi e disarmati per combatterle e respingerle, come si trova il virtuoso.
            <pb ed="aut" n="2474"/> In somma il giovane di poca virtù non può concepire un odio così
          vivo verso gli uomini, nè così presto, com’è obbligato a concepirlo il giovane d’animo
          nobile. Perchè colui trova gli uomini e meno infiammati contro di se, e meno capaci di
          nuocergli, e meno diversi da lui medesimo. Per lo che, non arrivando mai ad odiare
          fortemente gli uomini, e odiarli per massima nata e confermata e radicata immobilmente
          dall’esperienza, non arriva neppure così facilmente a quell’eroismo di malvagità fredda,
          sicura e consapevole di se stessa, ragionata, inesorabile, immedicabile ed eterna, a cui
          necessariamente dee giungere (e tosto) l’uomo d’ingegno al tempo stesso e di virtù
          naturale. (13. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diciamo tuttogiorno in volgare: <emph>venir voglia a uno d’una cosa, venirgli pensiero,
            talento, desiderio</emph>, ec. ec. V. la Crusca e i Diz. francesi e spagnuoli. Or chi
          ardirebbe di dir questo in latino? Chi non lo stimerebbe un barbaro italianismo o
          volgarismo? Or ecco appunto una tal frase parola per parola nel poema più perfetto del più
            <pb ed="aut" n="2475"/> perfetto ed elegante poeta latino, e in un luogo che dovea
          necessariamente esser de’ più nobili, cioè nel principio e invocazione delle Georgiche:
          (l. 1. v. 37.) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Nec tibi regnandi veniat tam dira cupido</foreign>,
              <emph>Nè ti venga sì brutta voglia di regnare cioè nell’inferno</emph>
          </quote>. V. il Forcell. e il Gloss. se hanno niente al proposito. (14. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dell’antica fratellanza della lingua greca colla latina, ossia della comune origine
          d’ambedue, e come in principio l’una non differisse dall’altra, ma fossero in Italia e in
          Grecia una lingua sola, vedi un bel luogo di Festo portato dal Forcellini v. Graecus in
          fine. (14. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi negherà che l’arte del comporre non sia oggi e infinitamente meglio e più chiaramente
          e distintamente considerata, svolta, esposta, conosciuta, dichiarata in tutti i suoi
          principii, eziandio più intimi, e infinitamente più divulgata fra gli uomini, e più nelle
          mani degli studiosi, e aiutata oltracciò di molto maggior quantità di esempi e modelli,
          che non era presso gli antichi? e massime presso quegli antichi e in quei secoli ne’ quali
          meglio e più perfettamente e immortalmente si scrisse? Eppure <pb ed="aut" n="2476"/>
          dov’è oggi in qualsivoglia nazione o lingua, non dico un Cicerone (quell’eterno e supremo
          modello d’ogni possibile perfezione in ogni genere di prosa), non dico un Tito Livio, ma
          uno scrittore che nella lingua e nel gener suo abbia tanto valore quanto n’ha qualunque
          non degli ottimi, ma pur de’ buoni scrittori greci o latini? E dov’è poi un numero di
          scrittori, non dico ottimi, ma buoni, uguale a quello che n’hanno i greci e i latini?
          Trovatemelo, se potete, ponendo insieme tutti i migliori scrittori di tutte le nazioni
          letterate, dal risorgimento delle lettere sino a oggidì. E dico buoni precisamente in quel
          che spetta all’arte del comporre, e <emph>del saper dire una cosa, e trattare un
          argomento</emph> con tutta la perfezione di quest’arte. Dico buoni quanto alla lingua
          loro, qualunqu’ella sia, e perfetti in essa e padroni, come fu Cicerone della latina, o
          come lo furono gli altri scrittori latini e greci, men grandi di Cicerone in questo e nel
          rimanente, ma pur buonissimi e classici. <pb ed="aut" n="2477"/> Dico buoni in questo
          senso, giacchè non entro nell’arte del pensare, ec. E quel che dico de’ prosatori, dico
          anche de’ poeti, colle stesse restrizioni, e quanto al modo di trattare e significare le
          cose immaginate: chè l’invenzione e l’immaginazione in se stesse e assolutamente
          considerate, appartengono a un altro discorso.</p>
        <p>Fatto sta che oggi tutti sanno come vada fatto, e niuno sa fare. Niuno sa fare
          perfettamente, e pochissimi passabilmente. E gli <emph>ottimi</emph> scrittori moderni di
          qualunque lingua o tempo, appena si possono paragonare all’ultimo de’ <emph>buoni</emph>
          antichi. O se gli agguagliano in qualche parte o qualità, o se anche li vincono,
          sottostanno loro grandemente in altre parti, e nell’effetto dell’insieme, e nel complesso
          delle qualità spettanti all’arte del ben comporre, e ben enunziare i propri sentimenti, e
          formare un discorso. Siccome per l’opposto non è sì mediocre scolare di rettorica, il
          quale abbia pur letto la rettorica del Blair, e non ne sappia, quanto al modo e alla
          ragione del ben comporre, più di Cicerone.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2478"/> Tant’è. <quote>
            <emph>Secondo l’osservazion del Democrito Britanno Bacon da Verulamio tutte le facoltà
              ridotte ad arte steriliscono, perchè l’arte le circonscrive</emph>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Gravina</author>, <title>Della Tragedia</title>, cap. 40. p. 70.
          principio</bibl>.). L’arte si trova sempre e perfezionata (ovvero inventata e formata), e
          divulgata e conosciuta da tutti, in quei tempi nei quali meno si sa metterla in pratica. A
          tempo d’Aristotele non v’erano grandi poeti greci: l’eloquenza romana era già spirata a
          tempo di Quintiliano (il quale forse, in quanto al modo di fare, se n’intendeva più di
          Cicerone). Lo stesso saper quel che va fatto è cagione che questo non si sappia fare.
          Anche qui si verifica che il troppo è padre del nulla, e che il voler fare è causa di non
          potere, ec. ec. Gli scrupoli, i dubbi, i timori di cader ne’ difetti già ben conosciuti
          ec. ec. legano le mani allo scrittore, e i più se ne disperano, e non seguendo nè i
          precetti dell’arte, nè essendo più a tempo di seguir la natura propria già in mille modi
          distorta, stravolta, e alterata dall’arte, scrivono, come vediamo, pessimamente, benchè
          sappiano ottimamente quel che s’abbia da fare a scriver bene. (15. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2479"/> Quanto prevaglia nell’uomo la materia allo spirito, si può
          considerare anche dalla comparazione dei dolori. Perocchè i dolori dell’animo non sono mai
          paragonabili ai dolori del corpo, ragguagliati secondo la stessa proporzione di veemenza
          relativa. E sebben paia molte volte a chi è travagliato da grave pena dell’animo, che
          sarebbe più tollerabile altrettanta pena nel corpo; l’esperienza ragguagliata dell’una e
          dell’altra può convincere facilmente chiunque sa riflettere che tra’ dolori dell’animo e
          quelli del corpo, supponendoli ancora, relativamente, in un medesimo grado, non v’è alcuna
          proporzione. E quelli possono esser superati dalla grandezza o forza dell’animo, dalla
          sapienza ec. (lasciando stare che il tempo consola ogni cosa), ma questi hanno forza
          d’abbattere e di vincere ogni maggior costanza. (15. Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Molto ragionevolmente s’ammira la ritirata dei diecimila greci, eseguita per lunghissimo
          tratto d’un immenso paese nemico, e impegnato invano ad impedirla; dal core del <pb
            ed="aut" n="2480"/> regno, a’ suoi ultimi confini. ec. Or che si dovrà dire di una non
          ritirata, ma conquista di un regno anch’esso immenso, qual era quello del Messico,
          eseguita non da diecimila, ma da mille, o poco più spagnuoli, e in tanta maggior
          lontananza dal loro paese, e questa, di mare, ec. ec.? Quanto più corre il tempo, tanto
          più cresce la differenza ch’è tra uomini e uomini, e la superiorità degl’inciviliti sui
          barbari. Non erano così differenti i Persiani dai greci, benchè differentissimi, nè così
          inferiori, benchè sommamente inferiori, quanto i Messicani (benchè non privi nè di leggi,
          nè di ordini cittadineschi e sociali, nè di regolato governo, nè anche di scienza politica
          e militare ridotta a certi principii) per rispetto degli spagnuoli. E principalmente nelle
          armi, i Persiani e i greci non differivano gran cosa, laddove gli spagnuoli dai Messicani
          moltissimo. E così rispettivamente nella Tattica. (16. Giugno. Domenica. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2481"/> N. N. diceva che gli ossequi ec. e i servigi interessati rade
          volte conseguiscono l’intento loro, perchè gli uomini sono facili a ricevere e difficili a
          rendere. (tutti ricevono volentieri, e rendono mal volentieri e poco.) Ma eccettuava da
          questo numero quelli che i giovani prestano talvolta alle vecchie ricche o potenti. E
          soggiungeva che non v’ha lusinghe, ossequi o servigi meglio collocati di questi, nè che
          più facilmente e più spesso ottengano il loro fine. (17. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grazia dal contrasto. La medesima insipidezza o del carattere, o delle maniere, o de’
          discorsi, o degli scherzi, sentimenti ec. in una persona bella, fa molte volte effetto, ed
          è un <foreign lang="fre" rend="italic">charme</foreign> tanto nelle donne rispetto agli
          uomini, come viceversa. La stessa rozzezza, o una certa poca delicatezza di modi ec. è
          spesse volte e per molti graziosa e attraente in una persona di forme delicate ec. (17.
          Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho discorso altre volte della ferocia cagionata nell’uomo virtuoso, nel giovane, ec.
          dalla risoluzione di commettere a occhi aperti <pb ed="aut" n="2482"/> un primo delitto.
          Ho anche ragionato del danno involontariamente recato dal Cristianesimo e dallo
          stabilimento e perfezionamento della morale, stante che gli uomini (sempre inevitabilmente
          cattivi) operando oggi più chiaramente e decisamente contro coscienza, sono peggiori degli
          antichi, e calpestando il timore che hanno de’ gastighi dell’altra vita, ne divengono più
          feroci e più terribili nel malfare, come persone condannate e disperate, ec. Aggiungo che
          l’uomo il quale per la prima volta s’è risoluto a commettere un delitto, ha dovuto con
          gran fatica e pena trionfare della propria coscienza, e delle proprie abitudini: e si
          trova allora nell’atto di aver riportato questo trionfo. Il che è cagione di una gran
          ferocia, simile a quella che dicono del leone, o d’altra tal bestia salvatica, che va in
          furore, ed è più che mai terribile appena ch’ell’ha gustato, o veduto il sangue d’altro
          animale. Perocchè l’uomo in quel punto è come sparso e macchiato di sangue, cioè omicida
            <pb ed="aut" n="2483"/> della propria coscienza. E generalmente l’esecuzione di
          qualunque proposito è tanto più efficace ed energica ed infiammata ed avventata e pronta,
          quanto la risoluzione è stata più faticosa e difficile, e quanta maggior pena e contrasto
          è costato a formarla. Perocchè l’uomo teme di pentirsi, e s’avventa nell’esecuzione, come
          fuggendo con grand’impeto e fretta e spavento dal proprio pensiero, che dandogli luogo a
          discorrere ancora, potrebbe distorlo, o precipitarlo di nuovo nell’irresoluzione, che
          l’uomo teme e odia naturalmente, e ch’è uno de’ principali travagli dell’animo. Massime
          quando l’effetto della risoluzione (o sia il piacere, o sia l’utile, o sia la vendetta, o
          sia la soddisfazione di qualsivoglia passione umana) lo tira e lo invita gagliardamente,
          ed egli teme che il proprio pensiero gl’impedisca di cercarlo e di conseguirlo, e d’altra
          parte desidera vivamente di non perderlo, e non privarsene per proprio difetto. (17.
          Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2484"/> I francesi non hanno poesia che non sia prosaica, e non hanno
          oramai prosa che non sia poetica. Il che confondendo due linguaggi distintissimi per
          natura loro, e tutti due propri dell’uomo per natura sua, nuoce essenzialmente
          all’espressione de’ nostri pensieri, e contrasta alla natura dello spirito umano: il quale
          non parla mai poeticamente quando ragiona coll’animo riposato ec. come par che sieno
          obbligati di fare i francesi, se vogliono scrivere in prosa che sia per loro elegante e
          spiritosa ed ornata ec. (19. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto sia vero che i talenti in gran parte son opera delle circostanze, vedasi che ne’
          paesi piccoli è infinitamente maggiore che ne’ grandi, il numero delle persone di grado
          agiato e comodo e (negli altri luoghi) colto e civile, che non hanno il senso comune, e
          da’ quali non si può fidare l’esecuzione o il maneggio del menomo affare ec. Lo stesso
          dico proporzionatamente delle città meno grandi, rispetto alle più grandi, delle meno
          colte o socievoli rispetto alle più colte, delle capitali dove tutti son obbligati <pb
            ed="aut" n="2485"/> a conversare, a trattar negozi ec. rispetto alle città di provincia
          ec. (19. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2402. Qualunque inferiorità o svantaggio abbia un uomo o rispetto agli altri, o
          rispetto a qualcuno in particolare, l’unico rimedio è dissimularlo arditamente,
          costantemente e ostinatamente. E questo è ancora l’unico mezzo, se lo svantaggio e il male
          è compassionevole, e se pur si trova in alcuno la compassione, d’esserne compatito. Chi lo
          confessa per qualunque cagione, o perchè creda non poterlo dissimulare (ch’è falso, ancor
          che sia visibile, o notissimo, o in qualunque guisa manifesto), o per altro, e con ciò
          crede di guadagnar compassione, e pensa che negandolo o proccurando di nasconderlo, e
          mostrando di non avvedersene, gli altri lo debbano maggiormente disprezzare e deridere, e
          non compatire, s’inganna a partito, che anzi questo è il modo sicuro d’esserne disprezzato
          e deriso. L’uomo non lascia per qualunque cagione di profittare del vantaggio ch’egli ha
          sopra gli altri <pb ed="aut" n="2486"/> uomini, o sopra un tal uomo, se questi non fa
          grandissima forza perchè gli altri, quanto è possibile, non s’accorgano o ricordino del
          suo svantaggio, o non se ne possano profittare. E perciò dev’egli operare e portarsi
          sempre come se quello svantaggio non esistesse, o come s’egli non se n’avvedesse, e
          mostrare affatto di non sentirlo; e proccurare anche di far quelle cose che più si
          disdicono ec. a’ suoi pari rispetto al detto svantaggio. Quanto sono maggiori gli
          svantaggi che s’hanno, tanto più bisogna che l’individuo stia per se stesso. Perocchè gli
          altri uomini non istaranno mai per lui, e quel che desiderano e vogliono principalmente si
          è ch’egli si confessi loro inferiore. Il che dev’egli sempre fermamente ricusare. (21.
          Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove del <foreign lang="grc">καλὸς κᾄγαθὸς</foreign> de’ greci, come dimostri
          il sentimento e la forza ch’aveva in quella nazione la bellezza, e la sublimità che le
          attribuivano, pigliandola per parte e nome di virtù. Aggiungi l’uso della loro lingua di
          chiamar <foreign lang="grc">καλὰ</foreign> tutte le cose buone, oneste, virtuose, utili.
          V. fra gli altri, Senof. <foreign lang="grc">Ἀπομν. β. γ'. κεφ. η'.</foreign>. Alla
          immaginazione degl’italiani (come le sopraddette cose a quella de’ greci) si deve sotto lo
          stesso aspetto attribuire l’uso che fanno <pb ed="aut" n="2487"/> delle parole
          significanti la <emph>grazia</emph> esterna per dinotare la probità, onestà, bontà ec. de’
          costumi: <emph>uomo</emph>
          <emph rend="sc">di garbo, galant</emph>
          <emph>uomo</emph>. (21. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quel che si dice, ed è verissimo, che gli uomini per lo più si lasciano governare dai
          nomi, da che altro viene se non da questo che le idee e i nomi sono così strettamente
          legati nell’animo nostro, che fanno un tutt’uno, e mutato il nome si muta decisamente
          l’idea, benchè il nuovo nome significhi la stessa cosa? Splendido esempio ne furono i
          romani, esecratori del nome regio, i quali non avrebbero tollerato un re chiamato re, e lo
          tollerarono chiamato imperatore, dittatore, ec. e dichiarato inviolabile (cosa nuova) col
          nome vecchio della potestà tribunizia. E che non avrebbero tollerato un re così detto, si
          vede. Perocchè Cesare il quale, bench’avesse il supremo comando, pur sospirava quel nome,
          non parendoli essere re, se non fosse così chiamato, (e ciò pure per la sopraddetta
          qualità dell’animo nostro, bench’egli fosse spregiudicatissimo), fattosi <pb ed="aut"
            n="2488"/> offerire la corona da Antonio ne’ Lupercali, fu costretto rigettarla esso
          stesso da’ tumulti ed esecrazioni di quel popolo già vinto e schiavo, e che poi chiamato
          di nuovo alla libertà, non ci venne. E gl’imperatori che furono dopo, e che da principio
          (cioè finchè il nome d’imperatore non fu divenuto anche nella immaginazion loro e del
          popolo, lo stesso e più che re) ebbero lo stesso desiderio di Cesare, non crederono che
          quel popolo domo si potesse impunemente ridurre a sostenere il nome di re, benchè non
          dubitarono di fargli avere un re e di fargli tollerare ed anche amare la cosa significata
          da questo nome. (22. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2414. fine. Tutti gli uomini e tutti gli animali amano se stessi nè più nè meno
          secondo la misura ed energia della loro vitalità. Quindi non mi par più vero quel ch’io
          dico altrove, che la quantità dell’amor proprio sia precisamente uguale in ciascun
          vivente. Perocchè le diverse specie di viventi, e i diversi individui d’una medesima
          specie, e questi medesimi individui in diversi tempi e circostanze <pb ed="aut" n="2489"/>
          hanno relativamente diverse somme di vitalità. Come altre specie hanno più spiriti, altre
          meno. E fra queste l’umana ne ha più di tutte. Ma fra gli uomini altri n’hanno più, altri
          meno: ed anche naturalmente questi nasce con più, questi con meno talento.</p>
        <p>Di più l’amor proprio essendo una qualità del vivente, e queste qualità, come ho provato
          in più luoghi, essendo disposizioni, e queste disposizioni conformabili, e che possono
          fruttificare e produrre delle facoltà, e questo massimamente nell’uomo, ne segue che
          l’amor proprio, specialmente nell’uomo, è conformabile e coltivabile come le altre
          qualità. Anzi tanto più quanto egli abbraccia tutte le qualità dell’<emph>animo</emph> del
          vivente. Quindi anche l’amor proprio fa progressi, come ne fa lo spirito umano, ed è
          maggiore non solo in una specie o individuo naturalmente più vivo e sensitivo, ma anche in
          un individuo colto rispetto ad uno non colto, in un secolo colto rispetto <pb ed="aut"
            n="2490"/> ad un altro meno colto, in una nazione civile rispetto a una barbara, e in
          uno individuo medesimo, è maggiore dopo lo sviluppo delle sue qualità o disposizioni
          sensitive, sentimento, vitalità, ingegno, è maggiore, dico, che non era prima.</p>
        <p>E siccome ho provato che l’infelicità dell’animale è sempre in ragion diretta
          dell’attività del suo amor proprio, così resta chiaro, e perchè l’uomo sia naturalmente
          meno felice degli altri animali, e perchè a misura ch’egli s’incivilisce, il che accresce
          di mano in mano l’attività dell’amor proprio, egli divenga ogni giorno più infelice,
          necessariamente, e quasi per legge matematica.</p>
        <p>Che poi l’amor proprio sia conformabile, coltivabile, modificabile, sviluppabile,
          suscettivo d’incremento, e di maggiore o minore attività e influenza, si farà chiaro
          considerando l’amor proprio, come una passione. E infatti lo è, anzi non v’è passione che
          non sia amor proprio, e tutte sono un effetto suo <pb ed="aut" n="2491"/> non distinto
          dalla causa, e non esistente fuor di lei, la quale opera ora così, e si chiama superbia,
          ora così, e si chiama ira, ed è sempre una passione sola, primitiva, essenziale. Dimodo
          che le passioni sono piuttosto azioni ch’effetti dell’amor proprio, cioè non sono figlie
          sue in maniera che ne ricevano un’esistenza propria, e separata o separabile da lui.</p>
        <p>Or p. e. l’ira o l’impazienza del proprio male, non è ella modificabilissima e
          diversissima, non solo in diverse specie, o individui, ma in un medesimo individuo,
          secondo le circostanze? Ponetelo nelle sventure ed assuefatecelo. Sia pure impazientissimo
          per natura; col tempo e coll’assuefazione, diviene pazientissimo. (Testimonio io per ogni
          parte di questa proposizione). Fate che questo medesimo non abbia mai provato sventure, o
          assuefatelo di nuovo alla prosperità, o supponete in una di queste due circostanze un
          altro individuo, e sia egli di natura mansuetissima. Ogni menomo male lo pone in
          impazienza. Or qual effetto più sostanziale dell’amor proprio, che l’impazienza del male
          di questo sè che si ama? E pur questa <pb ed="aut" n="2492"/> impazienza è maggiore e
          minore secondo le nature, le specie, gl’individui, e le circostanze e le assuefazioni di
          un medesimo individuo. Così dunque l’amor proprio del qual essa è opera. (22. Giugno.
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Intorno al suicidio. È cosa assurda che secondo i filosofi e secondo i teologi, si possa
          e si debba viver contro natura (anzi non sia lecito viver secondo natura) e non si possa
          morir contro natura. E che sia lecito d’essere infelice contro natura (che non avea fatto
          l’uomo infelice), e non sia lecito di liberarsi dalla infelicità in un modo contro natura,
          essendo questo l’unico possibile, dopo che noi siamo ridotti così lontani da essa natura,
          e così irreparabilmente. (23. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il fatto sta così e non si può negare. La somma della moralità pratica era ed è tanto
          maggiore presso gli antichi, i pagani, i selvaggi, che presso i moderni, i Cristiani,
          gl’inciviliti, quanto la somma della morale teorica, e la perfetta cognizione,
          definizione, analisi e propagazione della medesima è maggiore presso questi che presso
          quelli. E nella stessa <pb ed="aut" n="2493"/> proporzione si deve discorrere anche oggidì
          de’ Cristiani più rozzi, e meno (o più confusamente) istruiti de’ doveri sociali ed umani,
          per rispetto alla gente più colta e addottrinata ne’ medesimi doveri. (24. Giugno dì di S.
          Gio. Battista. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nè il titolo di filosofo nè verun altro simile è tale che l’uomo se ne debba pregiare,
          nemmeno fra se stesso. L’unico titolo conveniente all’uomo, e del quale egli s’avrebbe a
          pregiare, si è quello di uomo. E questo titolo porterebbe che chi meritasse di portarlo,
          dovesse esser uomo vero, cioè secondo natura. In questo modo e con questa condizione il
          nome d’uomo è veramente da pregiarsene, vedendo ch’egli è la principale opera della natura
          terrestre, o sia del nostro pianeta, ec. (24. Giugno. dì del Battista. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’amor proprio, il quale, come ho dimostrato più volte, è necessaria o quasi necessaria
          sorgente d’infelicità, era però (oltre l’essere una essenziale conseguenza e parte <pb
            ed="aut" n="2494"/> dell’esistenza sentita e conosciuta dall’esistente) necessario
          ancora e indispensabile alla felicità. Come si può dare amor della felicità senz’amor di
          se stesso? anzi questi due amori sono precisamente una cosa sola con due nomi. E come si
          potrebbe dar felicità senza amor di felicità? Giacchè l’animale non può godere e
          compiacersi di quel che non ama. Dunque non amando la felicità, non potrebbe goderla nè
          compiacersene. Dunque quella non sarebbe felicità, ed egli non la potrebbe provare. Dunque
          l’animale, se non amasse se stesso, non potrebbe esser felice, e sarebbe essenzialmente
          incapace della felicità, e in disposizione contraddittoria colla natura di essa. Quindi si
          deve scusar la natura, e riconoscere che sebbene l’amor proprio produce necessariamente
          l’infelicità (maggiore o minore), la natura non ha però sbagliato nell’ingenerarlo ai
          viventi, essendo necessario alla felicità, e però il suddetto <pb ed="aut" n="2495"/>
          inconveniente era inevitabile come tanti altri, e deriva come tanti altri da una cosa ch’è
          un bene, e fatta per bene. (24. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto sia vero che l’amor proprio è cagione d’infelicità, e che com’egli è maggiore e
          più attivo, maggiore si è la detta infelicità, si dimostra per l’esperienza giornaliera.
          Perocchè il giovane non solo è soggetto a mille dolori d’animo, ma incapace ancora di
          godere i maggiori beni del mondo, e di goderli e <foreign lang="spa" rend="italic"
            >desfrutarlos</foreign> più che sia possibile, e nel miglior modo possibile, finchè il
          suo amor proprio, a forza di patimenti, non è mortificato, incallito, intormentito. Allora
          si gode qualche poco. Cosa osservata. Com’è anche osservatissimo che l’uomo è tanto più
          infelice quanto ha più e più vivi desiderii, e che l’arte della felicità consiste
          nell’averne pochi e poco vivi ec. (Ch’è appunto la cagione per cui il giovane nel predetto
          stato, con <pb ed="aut" n="2496"/> un ardore incredibile che lo trasporta verso la
          felicità, con la maggior forza possibile per poter gustare e sostenere i piaceri e anche
          fabbricarseli coll’immaginazione, proccurarseli coll’opera ec.; in un’età a cui tutto
          sorride, e porge quasi spontaneamente i diletti; contuttochè sia privo del disinganno, e
          però veda le cose sotto il più bell’aspetto possibile, e di più essendo nuovo e inesperto
          dei piaceri, sia ancor lontano e ben difeso dalla sazietà, e capace di dar peso a ogni
          godimento, non gode mai nulla, e pena più d’ogni altro, e si sazia più presto; e tanto più
          quanto egli è più vivo [così spesso il Casa] e sensitivo ec., e quindi per necessità più
          amante di se stesso.) Ora la misura dei desiderii, la loro copia vivezza ec. è sempre in
          proporzione della misura, vivezza, energia, attività dell’amor proprio. Giacchè il
          desiderio non è d’altro che del piacere, e l’amor della felicità non è altro che il
          desiderio del piacere, e l’amor della felicità non è altro che l’amor proprio. (24.
          Giugno. 1822.). V. p. 2528.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quindi osservate che tutto quanto si dice dell’amor proprio si deve anche intendere <pb
            ed="aut" n="2497"/> dell’amor della felicità ch’è tutt’uno (v. p. 2494.). E però la
          misura, la forza, l’estensione, le vicende, gl’incrementi, gli scemamenti, tanto
          individuali che generali, dell’uno di questi amori, son comuni all’altro nè più nè meno.
          (24. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’antichissima e propria significazione del verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pareo</foreign>, in luogo di cui vennero poi in uso i suoi composti <foreign lang="lat"
            rend="italic">adpareo, compareo</foreign> ec. s’è conservata in uso familiarissimo e
          frequentissimo presso gl’italiani e gli spagnuoli (<emph>parere</emph>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">parecer, si pare</foreign> ec.). Per qual mezzo, se non del
          volgare antico latino? V. il Forc. e il Gloss. Così i francesi <foreign lang="fre"
            rend="italic">paroître</foreign>, o <foreign lang="fre" rend="italic">paraître</foreign>
          ec. (25. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che il timore è la più egoistica passione dell’uomo sì naturale e sì
          civile. Così anche degli altri animali. Ed è ben dritto, perocchè l’oggetto del timore
          pone in pericolo (vero o creduto) l’esistenza o il ben essere di quel sè che il vivente
          ama per propria essenza <pb ed="aut" n="2498"/> sopra ogni cosa. L’uomo il più sensibile
          per abito e per natura, il più nobile, il più affettuoso, il più virtuoso, occupato anche
          attualmente, poniamo caso, da un amore il più tenero e vivo, se con tutto ciò è
          suscettibile del timor violento, trovandosi in un grave pericolo (vero o immaginato)
          abbandona l’oggetto amato, preferisce (e dentro se stesso e coll’opera) la propria
          salvezza a quella di quest’oggetto, ed è anche capace in un ultimo pericolo di sacrificar
          questo oggetto alla propria salute, dato il caso che questo sacrifizio (in qualunque modo
          s’intenda) gli fosse, o gli paresse dovergli esser giovevole a scamparlo. Tutti i vincoli
          che legano l’animale ad altri oggetti, o suoi simili o no, si rompono col timore. (26.
          Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’estrema possibile semplicità o naturalezza dello stile, dello scrivere o del parlar
          francese civile, è sempre di quel genere ch’essi medesimi (in altre occasioni) chiamano
            <foreign lang="fre" rend="italic">maniéré</foreign>. Anche il Salvini lo chiama <quote>
            <emph>ammanierato</emph>
          </quote>. V. la definizione di <foreign lang="fre" rend="italic">maniéré</foreign> ne’
          Diz. francesi, dove lo diffiniscono per un’<emph>abitudine</emph> viziosa che deforma
          tutto, e fa proprio al caso. V. p. e. <title>il Tempio di Gnido</title>, e le Favole di La
          Fontaine. (26. Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2499"/> Ho assegnato altrove come principio d’infinite e variatissime
          qualità dell’animo umano (p. e. l’amor delle sensazioni vivaci) l’amor della vita. Questo
          amore però è non solo necessaria conseguenza, ma parte, ovvero operazione naturale
          dell’amor proprio, il quale non può non essere amore della propria esistenza, se non
          quando quest’esistenza è divenuta una pena. Ma ciò non in quanto esistenza, chè
          l’esistenza in quanto esistenza, è per natura eternamente amata sopra ogni cosa
          dall’esistente. Perocchè tanto è amar la propria esistenza in quanto esistenza, quanto è
          amar se stesso. E sarebbe una contraddizione quasi impossibile a concepirsi, che
          l’esistenza non fosse amata dall’esistente; e quindi che in certo modo l’esistenza fosse
          odiata dall’esistenza, e combattuta dall’esistenza, e contraria all’esistenza, o anche
          semplicemente non cara e non gradita a se stessa, nemmeno inquanto se stessa. (26. Giugno.
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2500"/> Alla p. 2405. Un corollario si può tirare molto ragionevolmente
          dal vedere che le scritture orientali mancano per lo più delle vocali. Ed è che quelle
          lingue fossero le prime ad esser coltivate, la scrittura orientale la prima ad essere
          inventata (appunto perchè più imperfetta, e similmente si potrebbe dire della struttura
          ec. delle loro lingue), le letterature orientali le prime a nascere, e in somma l’oriente
          il primo ad esser civilizzato, e quindi probabilmente il primo ad esser popolato, e
          ridotto alla società ec. Confermando con questa, le altre prove che già s’hanno delle
          dette proposizioni, e dell’origine che il genere umano ha dall’oriente. (26. Giugno.
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per qual cagione il barbarismo reca inevitabilmente agli scritti tanta trivialità di
          sapore, e ripugna sì dirittamente all’eleganza? Intendo per barbarismo l’uso di parole o
          modi stranieri, che non sieno affatto alieni e discordi dall’indole della propria lingua,
          e degli orecchi nazionali, e delle abitudini ec. Perocchè <pb ed="aut" n="2501"/> se noi
          usassimo p. e. delle costruzioni tedesche, o delle parole con terminazioni arabiche o
          indiane, o delle congiugazioni ebraiche o cose simili, non ci sarebbe bisogno di cercare
          perchè questi barbarismi ripugnassero all’eleganza, quando sarebbero in contraddizione e
          sconvenienza col resto della favella, e cogli abiti nazionali. Ma intendo di quei
          barbarismi quali sono p. e. nell’italiano i gallicismi (cioè parole o modi francesi
          italianizzati, e non già trasportati p. e. colle stesse forme e terminazioni e
          pronunziazioni francesi, chè questo pure sarebbe fuor del caso e della quistione). E
          domando perchè il barbarismo così definito e inteso, distrugga affatto l’eleganza delle
          scritture.</p>
        <p>Certo è che non ripugna alla natura nè delle lingue, nè degli uomini, nè delle cose, e
          non è contrario ai principii eterni ed essenziali dell’eleganza, del bello ec. che gli
          uomini di una nazione esprimano un certo maggiore o minor numero d’idee <pb ed="aut"
            n="2502"/> con parole e modi appresi e ricevuti da un’altra nazione, che sia seco loro
          in istretto e frequente commercio, com’è appunto la Francia rispetto a noi (ed anche agli
          altri europei) per la letteratura, per le mode, per la mercatura eziandio, e generalmente
          per l’influenza che ha la società e lo spirito di quella nazione su di tutta la colta
          Europa. Torno a dire che questo non ripugna naturalmente al bello, se quelle voci e modi
          non sono di forma assolutamente discorde e ripugnante alle forme della propria lingua. E
          tale si è appunto il caso nostro. Bisogna dunque cercare un’altra cagione fuori della
          natura generale e immutabile, perchè questo barbarismo distrugga sensibilmente l’eleganza,
          e non possa stare seco lei. Egli è pur certo, e tutti i maestri dell’arte l’insegnano e
          raccomandano, e io l’ho spiegato e dimostrato altrove, che non solo il pellegrino giova
          all’eleganza, ma questa non ne può <pb ed="aut" n="2503"/> fare a meno, e non viene da
          altro se non da un parlare ritirato alquanto (più o meno) all’uso ordinario, sia nelle
          parole, sia ne’ loro significati, sia ne’ loro accoppiamenti, nelle metafore, negli
          aggiunti, nelle frasi, nelle costruzioni, nella forma intera del discorso ec. Or come
          dunque il barbarismo, ch’è un parlar pellegrino, il barbarismo dico, quando anche non
          ripugni dirittamente, anzi punto, all’indole generale e all’essenza della lingua, nè
          all’orecchio e all’uso de’ nazionali, in luogo di riuscirci elegante, ci riesce
          precisamente il contrario, e incompatibile coll’eleganza? Ecco com’io la discorro.</p>
        <p>I primi scrittori e formatori di qualsivoglia lingua, e fondatori di qualsivoglia
          letteratura, non solo non fuggirono il barbarismo, ma lo cercarono. V. Caro, Apologia, p.
          23-40. cioè l’introduzione del Predella. Tolsero voci e modi e forme e metafore e maniere
          di stile e costruzioni ec. (e questo in gran copia) dalle lingue madri, dalle sorelle, e
          anche dalle affatto aliene, <pb ed="aut" n="2504"/> massimamente se a queste, benchè
          aliene, apparteneva quella letteratura sulla quale essi si modellavano, e dalla quale
          venivano derivando e imparavano a fabbricar la loro. Dante è pieno di barbarismi, cioè di
          maniere e voci tolte non solo dal latino, ma dall’altre lingue o dialetti ch’avevano una
          tal qual dimestichezza o commercio colla nostra nazione, e in particolare di provenzalismi
          (che vengono ad essere appunto presso a poco i gallicismi, tanto abominevoli oggidì); de’
          quali abbondano parimente gli altri trecentisti, e i ducentisti ec. Di barbarismi abbonda
          Omero, com’è bene osservato dagli eruditi: di barbarismi Erodoto: di barbarismi i primi
          scrittori francesi ec.</p>
        <p>E non è mica da credere nè che questi barbarismi de’ primi e classici scrittori, fossero,
          a quei tempi, comuni nella loro nazione, ed essi scrittori si lasciassero strascinar
          dall’uso corrente; ne che gli usassero e introducessero per solo bisogno, o per arricchir
            <pb ed="aut" n="2505"/> la loro lingua di parole e modi <emph>economicamente</emph>
          utili. Gli usarono, come si può facilmente scoprire, per espresso fine di essere eleganti
          col mezzo di un parlar pellegrino, e ritirato dal volgare. E sebben furono costretti,
          volendo essere intesi, a usar gran parte delle voci e modi correnti, e formarne il corpo
          della loro scrittura, pur molto volentieri e con predilezione s’appigliarono quando
          poterono alle voci e modi forestieri, per parlare alla peregrina, e per dare al loro modo
          di dire un non so che di raro, ch’è insomma l’eleganza. E p. e. di Dante, si vede
          chiaramente ch’egli si studiò di parlare a’ suoi compatrioti co’ modi e vocaboli
          provenzali, a cagione che la nazion provenzale era allora la più colta, ed aveva una
          specie di letteratura, abbastanza nota in Italia, e che rendeva la lingua provenzale così
          domestica agl’italiani colti, che le sue parole o frasi, italianizzandole, non erano
          enigmi <pb ed="aut" n="2506"/> per loro, e così poco volgare che le dette voci e frasi non
          erano ordinariamente nella loro bocca (come non lo sono ora le latine che p. e. i poeti
          derivano di nuovo nell’italiano, e che tutti intendono), nè in quella del popolo: il quale
          però eziandio era sufficientemente disposto ad intenderle (senza perdere il piacere del
          pellegrino) a causa delle canzoni provenzali, amorose ec. ch’andavano molto in giro, e si
          cantavano ec. Or dunque da queste canzoni, e dalla letteratura e dalla lingua provenzale
          tirò Dante molte voci e modi per essere elegante: e ci riuscì allora; e con tutti questi
          che oggi si chiamerebbero barbarismi, sì egli, come Omero, e tali altri scrittori
          primitivi, s’hanno da per tutto per classici, e taluni per eleganti; o se s’hanno per
          ineleganti, viene piuttosto dall’arcaismo che dal barbarismo.</p>
        <p>In somma il barbarismo, quando è veramente un parlar pellegrino, e che non ripugna ec.
          come sopra, e che s’intende, è <pb ed="aut" n="2507"/> sempre (da qualunque lingua sia
          tolto, rispetto alla lingua propria) non solo compatibile coll’eleganza, ma vera fonte di
          eleganza.</p>
        <p>Cresciuta, formata, stabilita la lingua, e la letteratura di una nazione, interviene le
          più volte, che introducendosi il commercio fra questa ed altre lingue e letterature, parte
          l’uso, e l’assuefazione di udire voci e modi forestieri, parte la necessità di riceverne
          insieme cogli oggetti coi libri coi gusti cogli usi colle idee che da’ forestieri si
          ricevono, parte l’amor delle cose straniere e la sazietà delle proprie, ch’è naturale a
          tutti gli uomini sempre inclinati alla novità (<bibl>v. <author>Omero</author>
            <title>Odiss.</title> 1. v. 351-2</bibl>.), parte fors’anche altre cagioni riempiono la
          favella nazionale di voci e modi forestieri in guisa che appoco appoco, dimenticate o
          disusate le voci e maniere proprie, divien più facile il parlare e lo scrivere con quelle
          de’ forestieri, che s’hanno più alla mano, e s’usano più giornalmente, e più
          familiarmente. Ed ecco un’altra volta introdotto il barbarismo nella lingua <pb ed="aut"
            n="2508"/> e letteratura nazionale, ma per tutt’altra cagione e fine, e con tutt’altro
          effetto che l’eleganza e l’arricchimento loro. Quanto all’arricchimento, questo è il punto
          in cui la lingua nazionale comincia a scadere e scemare sensibilmente, e impoverirsi, e
          indebolirsi fino al segno che dimenticate e antiquate la maggiore o certo grandissima
          parte delle sue voci e modi, e anche delle sue facoltà, ella non ha più forza nè capacità
          di supplire ai bisogni del linguaggio, e di fornire un discorso del suo, senza ricorrere
          al forestiero. (E la nostra lingua è già vicina a questo segno, non solo per le ricchezze
          proprie ch’avrebbe dovuto venire acquistando, e non l’ha fatto, ma anche per quelle
          infinite ch’aveva già, ed ha perdute, e molte irrecuperabilmente). E così dico della
          letteratura.</p>
        <p>Quanto poi all’eleganza, quelle voci e modi, non essendo più pellegrini, non sono più
          eleganti. Anzi non c’è cosa più <emph>volgare</emph> e ordinaria di quelle voci e modi
            <emph>forestieri</emph>. Come accade appunto in Italia oggidì, che <emph>non si può nè
            parlare nè scrivere in un italiano più volgare e corrente, che parlando e scrivendo in
            un italiano alla francese</emph>. <pb ed="aut" n="2509"/> Il che è ben naturale e
          conseguente, secondo le cagioni che ho assegnate, le quali introducono questo
            <emph>secondo</emph> barbarismo in una lingua. Perocchè esse l’introducono ed
          influiscono direttamente, non negli scritti de’ grandi letterati e degli uomini di vero e
          raffinato buon gusto (come ho detto di quel <emph>primo</emph> barbarismo) ma nella
          favella quotidiana, e da questa passa il barbarismo nei libri degli scrittorelli che non
          istudiano, non sanno, non conoscono, e neanche cercano, nè si vogliono affaticare ad
          indagare altra lingua da quella che son soliti di parlare, e sentire a parlar
          giornalmente, e non si saprebbero esprimere in altro modo, nè possiedono altre voci e
          forme di dire. Di più seguono ed approvano (secondo il poco e stolto loro giudizio) l’uso
          corrente, la moda ec. ed accattano l’applauso e la lode del volgo, e si compiacciono di
          quella misera novità, e vogliono passar per autori alla moda: così che oltre
          all’ignoranza, li porta al <pb ed="aut" n="2510"/> barbarismo anche la volontà, ed il
          cattivo loro giudizio; e l’esempio gli strascina ec. Di più formandosi a scrivere sui soli
          o quasi soli libri stranieri divulgati nella loro nazione, non conoscono altre voci,
          frasi, e maniere di stile, che quelle di que’ libri, o non si vogliono impazzire a
          scambiarle coll’equivalenti nazionali, che non hanno punto alla mano. E così imbrattano
          sempre più la lingua e letteratura nazionale di cose forestiere, anche oltre all’uso della
          favella ordinaria de’ loro compatrioti.</p>
        <p>Introdotto così, e fondato e propagato in una lingua il barbarismo per la seconda volta,
          la stessa sua propagazione lo rende inelegante al contrario della prima volta. Perocchè
          allora la lingua volgare non è quella che si chiama così e ch’è veramente nazionale, ma è
          quella barbara e maccheronica che si parla e scrive ordinariamente, e però chi scrive alla
          forestiera, scrive volgarissimo, e quindi inelegantissimo. <pb ed="aut" n="2511"/> Dov’è
          da notare che allora il barbarismo non è contrario all’eleganza come forestiero: chè anzi
          il forestiero bene inteso da’ nazionali, e non affettato, è <emph>sempre</emph> elegante.
          Ma per l’opposto è inelegante come volgare.</p>
        <p>E laddove la prima volta, quand’esso non era volgare, riusciva elegante, e più elegante
          di quel ch’era nazionale, questa seconda volta il puro nazionale riesce molto più elegante
          del forestiero, non già come puro nè come nazionale (chè queste qualità non furono mai
          cagione di eleganza), ma come non volgare, come ritirato dall’uso corrente e domestico,
          come proprio oramai de’ soli scrittori, e questi anche pochi.</p>
        <p>Ecco che la purità della favella è divenuta quasi sinonimo dell’eleganza della medesima:
          e questo con verità e con ragione, ma non per altro, se non perch’essa purità è divenuta
          pellegrina.</p>
        <p>Così quelle voci e modi che una volta <pb ed="aut" n="2512"/> perchè familiari alla
          nazione non erano eleganti, anzi fuggite dagli scrittori di stil nobile ed elevato, o che
          tali pretendevano di essere; divengono già elegantissime e graziosissime perchè da una
          parte si riconoscono ancora facilmente per nazionali, e quindi sono intese subito da
          tutti, come per una certa memoria fresca, e non riescono affettate, dall’altra parte non
          sono più correnti nell’uso quotidiano. E così anche le parole e maniere una volta
          trivialissime e plebee nella nazione, aspirano all’onor di eleganti, e lo conseguiscono,
          come si potrebbe mostrare per mille esempi di voci e frasi individue.</p>
        <p>In somma oggi, p. e. fra noi, chi scrive con purità, scrive elegante, perchè chi scrive
          italiano in Italia scrive pellegrino, e chi scrive forestiero in Italia scrive volgare.</p>
        <p>Dal che si deve abbatter l’errore di quelli che pretendono che v’abbia principii fissi ed
          eterni dell’eleganza. V. la pag. 2521. sulla fine. Non v’ha principio fisso dell’eleganza,
          se non questo (o <pb ed="aut" n="2513"/> altro simile) che non si dà eleganza senza
          pellegrino. Come non v’ha principio eterno del bello se non che il bello è convenienza. Ma
          come è mutabile l’idea della convenienza, così è variabile il pellegrino, e quindi è
          variabile l’eleganza reale, effettiva e concreta, benchè l’eleganza astratta sia
          invariabile. Nè purità nè altra tal qualità delle parole o frasi, sono principii certi ed
          eterni dell’eleganza d’esse voci o frasi individue. Ineleganti una volta, divengono poi
          eleganti, e poi di nuovo ineleganti, secondo ch’esse sono o non sono pellegrine, giusta
          quelle tali condizioni del pellegrino, stabilite di sopra.</p>
        <p>Queste verità sono confermate dalla storia di qualunque letteratura e lingua. La purità
          dell’Atticismo non divenne un pregio nell’idea de’ greci, nè fu sinonimo d’eleganza presso
          loro, se non dopo che i greci ebbero a udire ed usare familiarmente voci e frasi
          forestiere. Omero, Erodoto, Senofonte medesimo (specchio d’Atticismo) erano <pb ed="aut"
            n="2514"/> stati elegantissimi con voci e frasi forestiere, poco usate da’ greci de’
          loro tempi; anzi per mezzo appunto d’esse voci e frasi, fra l’altre cose. Non si pregia la
          purità, nè anche si nomina, se non dopo la corruzione, cioè quand’essa è pellegrina. E
          prima della corruzione si pregia il forestiero perchè pellegrino. Ennio, Plauto, Terenzio,
          Lucrezio ec. specchi della eleganza latina, son pieni di grecismi, cioè di barbarismi. Al
          tempo di Cicerone, di Orazio, e molto più di Seneca, di Frontone ec. che l’Italia parlava
          già mezzo greco, erano sorti i zelanti della purità, e il grecismo lodato in Plauto e in
          Cecilio (Oraz. ad Pison.) era impugnato ne’ moderni, e proibito affatto da’ pedanti, e
          usato con moderazione dai savi, e Cicerone se ne scusa spesso, e loda ed ama e deplora la
          purità dell’antico sermone, e la favella di sua nonna, ch’al tempo di sua nonna tutti i
          buoni scrittori posponevano al grecismo, quanto potevano <pb ed="aut" n="2515"/> farlo
          senza riuscire oscuri presso un popolo allora ignorante del forestiero, e del greco, e
          delle voci e frasi che non fossero nazionali. Dal che, e non da altro, e forse dalla
          stessa poca loro perizia del greco, nacque che gli antichi scrittori latini, benchè
          abbondanti di grecismi e barbarismi, pur si riputassero e fossero modelli del puro sermone
          Romano, rispetto agli scrittori più moderni. E lo stesso dico degli antichi italiani.</p>
        <p>E quella ricchissima, fecondissima, potentissima, regolatissima, e al tempo stesso
          variatissima, poetichissima e naturalissima lingua del cinquecento, ch’a noi (ne’ suoi
          buoni scrittori) riesce così elegante, forse ch’allora fu tenuta per tale? Signor no, ma
          per corrotta. E la buona lingua si stimava solo quella del trecento, e se ne deplorava la
          mutazione, chiamandola corruzione e scadimento totale della lingua, (come noi facciamo
          rispetto al 500), e gli scrittori tanto più s’avevano eleganti, quanto meno scrivevano
          nella lingua loro per iscrivere in quella di quell’altro secolo. Laddove a noi, a’ quali
          l’una e l’altra è divenuta pellegrina, tanto più piacciono i cinquecentisti quanto più
          seguono l’uso <pb ed="aut" n="2516"/> del loro secolo, e meno imitano il trecento. Ed è
          ben ragionevole perchè allora solo possono esser naturali e di vena, come è il Caro che
          non fu mai imitatore. (È notabile che di parecchi cinquecentisti, le lettere dov’essi
          ponevano meno studio, e che stimavano essi medesimi di lingua impurissima, mentr’era
          quella del loro secolo, sono più grate a leggersi, e di migliore stile che l’altre opere,
          dove si volevano accostare alla lingua del trecento, mentre nelle lettere usavano la
          lingua loro, e riescono per noi elegantissimi e naturalissimi.). V. p. 2525. Ma anche nel
          cinquecento non si stimava veramente elegante se non il pellegrino, e lo trovavano e
          cercavano nella lingua del trecento, che sola chiamavano pura, quando per noi è purissima
          quella del cinquecento. <bibl>V. <author>Salviati</author>, <title>Avvertim. della
            lingua</title>, citati nelle op. del Casa, Venez. 1752. t. 3. p. 323. fine — 324</bibl>.
          Nel trecento poi nemmen si parlava di purità, nè si poneva tra i pregi della lingua o
          dello scrivere; e la lingua del loro secolo non si stimava elegante (se non forse alcune
          smancerie fiorentine, di cui parla il Passavanti, e queste credo piuttosto che s’amassero
          nel resto di Toscana o d’Italia, che in Firenze, come accade veramente anche oggi): e
          quelli scrittori che più si stimavano eleganti, e che tali si credevano o pretendevano
          essi medesimi, erano non quelli che oggi più s’ammirano per la naturalezza e la
          semplicità, e che <pb ed="aut" n="2517"/> in somma usavano più puramente la lingua
          nazionale o patria del tempo loro, ma quelli che oggi meno s’apprezzano, cioè che la
          fornivano di parole e modi forestieri, e che si studiavano di tirarla alle forme d’altre
          lingue, e d’altri stili, come fece il Boccaccio rispetto al latino, e come anche Dante, la
          cui lingua, s’è pura per noi, che misuriamo la purità coll’autorità, niuno certamente
          avrebbe chiamato pura a quei tempi, s’avessero pensato allora alla purità, e gli stessi
          cinquecentisti non erano molto inchinati a stimarlo tale, nè ad accordargli un’assoluta
          autorità e voto decisivo in fatto di purità di lingua, restringendosi piuttosto al
          Petrarca e al Boccaccio. <bibl>V. <author>Caro</author>
            <title>Apolog.</title> p. 28. fine ec. Lett. 172. t. 2</bibl>. e se vuoi, anche il
          Galateo del Casa circa la stima ch’allora si faceva di tanto poeta.</p>
        <p>Per le quali considerazioni e confronti, sebbene la lingua italiana di questo secolo sia
          bruttissima e pessima per ragioni e qualità indipendenti dalla purità e dal barbarismo,
          cioè perchè povera, monotona, impotente, fredda, inefficace, smorta, inespressiva,
          impoetica, inarmonica ec. ec. nondimeno ardisco dire che se gli scrittori
          <emph>barbari</emph> della moderna Italia, arriveranno ai posteri, quando la lingua
          italiana sarà già in qualunque modo mutata dalla presente, e se <pb ed="aut" n="2518"/> la
          prevenzione (che influisce moltissimo sopra il senso dell’eleganza e del bello in ogni
          cosa) e il giudizio del secol nostro non avrà troppa forza ne’ futuri, come non l’ha in
          noi il giudizio de’ cinquecentisti, questa nostra barbara lingua, si stimerà elegante, e
          piacerà, perchè divenuta già pellegrina, e forse il Cesarotti ec. passerà per modello
          d’eleganza di lingua.</p>
        <p>Finalmente non è ella cosa conosciutissima che alla poesia non solo giova, ma è
          necessario il pellegrino delle parole delle frasi delle forme (niente meno che delle
          idee), per fare il suo stile elegante e distinto dalla prosa? Non lo dà per precetto
          Aristotele? (<bibl>
            <author>Caro</author>, <title>Apolog.</title> p. 25</bibl>.). Il poetico della lingua
          non è quasi il medesimo che il pellegrino? O certo il pellegrino non è una qualità poetica
          nella lingua, e non serve di sua natura a poetichizzare il linguaggio e lo stile? Or
          ditemi se nelle poesie italiane d’oggidì si può trovar cosa più <pb ed="aut" n="2519"/>
          prosaica delle voci, frasi ec. forestiere? se più triviale, più ordinaria, in somma più
          decisamente impoetica e più distruttiva dell’eleganza del linguaggio, e in maggior
          contraddizione colla natura dello stil poetico? Tanto che, riuscendo sempre le dette voci
          e maniere, inelegantissime nella prosa, che pur è obbligata a minor eleganza, nella poesia
          riescono stomachevoli, e la cambiano affatto di poesia in cattiva prosa, onde osserva il
          Perticari (De’ 300<hi rend="apice">isti</hi>), sebbene non con tutta verità, che il
          barbarismo insignorito delle prose italiane, pur non mise piede nelle poesie, come non ci
          potesse esser poesia con barbarismi. E questo perchè? essendo il pellegrino così proprio
          della poesia, ch’ella non ne può far senza? Perchè, torno a dire, se non perchè tali voci
          e frasi ec. forestiere, sono appunto le più volgari, giornaliere, correnti, usuali voci e
          maniere della nostra favella presente? e quindi distruttive del pellegrino? e se nuove
          nella scrittura o nella poesia, non <pb ed="aut" n="2520"/> nuove, anzi vecchie nell’uso
          volgare del discorso, e quindi distruttive della novità ch’è l’uno de’ principali pregi
          della lingua poetica? Laonde oggi sono eleganti le poesie scritte nella pura lingua
          italiana, e spesso anche in quella che una volta fu poco meno che trivialissima. Non per
          altro se non perchè quanto più sono italiane, tanto più dette poesie ci riescono
          pellegrine.</p>
        <p>Concludo che il barbarismo è distruttivo dell’eleganza, sì della prosa, e sì massimamente
          della poesia (alla quale più si richiede il pellegrino), non come pellegrino, nè come
          semplicemente forestiero, e contrario alla purità (ch’è un nome astratto, e sempre
          variabile nella sua sostanza); ma per lo contrario, come distruttivo del pellegrino, e del
            <emph>nuovo</emph>, come volgare, come triviale, come quello che forma la parte più
          moderna, e quindi più corrente e ordinaria della favella. E che la purità è necessaria e
          giovevole all’eleganza, <pb ed="aut" n="2521"/> non in quanto purità, nè in quanto
          nazionale ec. (qualità alienissime dall’eleganza e dalla grazia), ma in quanto pellegrina
          e rara, e distinta dall’uso comune, e ritirata dal volgo, e <emph>diversa dalla favella
            giornaliera presente</emph>. (il che viene in somma a dire ch’ella non è più veramente
          purità, essendo bensì stata, ma non essendo più nazionale. E pure allora solamente viene
          in pregio la purità, quando ella non è più tale, cioè quando a volerla usare, non si usa
          la vera lingua nazionale corrente. Così <emph>lingua pura</emph>, è un abuso di parole, in
          vece di dire, <emph>lingua antica della nazione e degli scrittori nazionali</emph>.) V. p.
          2529.</p>
        <p>Tutte le sopraddette osservazioni, e particolarmente quelle della pagina 2512. fine — 13.
          si debbono applicare alla teoria della grazia derivante da quello ch’è fuor dell’uso. Le
          cagioni dell’eleganza delle parole o modi sono eterne, ed eternamente le stesse. Ma niuna
          parola o frase ec. di niuna lingua, è perpetuamente elegante, <pb ed="aut" n="2522"/> per
          elegantissima che sia o che sia stata una volta, nè viceversa triviale ec.: neanche
          durando la stessa indole, genio, spirito, carattere, forma ec. di quella tal lingua. E non
          solo niuna parola o modo, ma niun genere o classe di parole o modi.</p>
        <p>Spesso una parola è inelegante, o (se si tratta di verso) impoetica in un senso, ed
          elegante e poetica in un altro, solamente perchè in quello è volgare, e in questo no, o
          poco frequentemente usata. Come chi dicesse <emph>varii</emph> in poesia per
            <emph>diversi, parecchi</emph>, non peccherebbe contro la buona lingua, avendovene molti
          esempi, e fra gli altri del Tasso (Discorso sopra <emph>vari</emph> accidenti della sua
          vita), ma sarebbe poco elegante, per esser questo significato della detta parola molto
          volgare e familiare. Ma chi dicesse, come il Petrarca, <quote>
            <emph rend="sc">varie</emph>
            <emph>di lingue e d’armi e de le gonne</emph>
          </quote>, o come Virgilio <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Mille trahit</hi>
              <hi rend="sc">varios</hi>
              <hi rend="italic">adverso sole colores</hi>
            </foreign>
          </quote>, non s’allontanerebbe punto dall’eleganza, per la ragione <pb ed="aut" n="2523"/>
          contraria. E notate ch’io non parlo solamente de’ sensi metaforici, i quali possono render
          poetica una voce usualissima, ed anche impoetichissima, ma parlo eziandio de’ significati
          propri, come dimostra l’addotto esempio, o de’ poco meno che propri. E quel che dico delle
          voci, dico delle frasi ec. (29. Giugno, dì di San Pietro, mio natalizio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ovidio descrive, Virgilio dipinge, Dante (e così proporzionatamente nella prosa il nostro
          Bartoli) a parlar con proprietà, non solo dipinge da maestro in due colpi, e vi fa una
          figura con un tratto di pennello; non solo dipinge senza descrivere, (come fa anche
          Virgilio ed Omero), ma intaglia e scolpisce dinanzi agli occhi del lettore le proprie
          idee, concetti, immagini, sentimenti. (29. Giugno, 1822. dì di S. Pietro.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il giovane istruito da’ libri o dagli uomini e dai discorsi prima della propria
          esperienza, non solo si lusinga sempre e inevitabilmente <pb ed="aut" n="2524"/> che il
          mondo e la vita per esso lui debbano esser composte d’eccezioni di regola, cioè la vita di
          felicità e di piaceri, il mondo di virtù, di sentimenti, d’entusiasmo; ma più veramente
          egli si persuade, se non altro, implicitamente e senza confessarlo pure a se stesso, che
          quel che gli è detto e predicato, cioè l’infelicità, le disgrazie della vita, della virtù,
          della sensibilità, i vizi, la scelleraggine, la freddezza, l’egoismo degli uomini, la loro
          noncuranza degli altri, l’odio e invidia de’ pregi e virtù altrui, disprezzo delle
          passioni grandi, e de’ sentimenti vivi, nobili, teneri ec. sieno tutte eccezioni, e casi,
          e la regola sia tutto l’opposto, cioè quell’idea ch’egli si forma della vita e degli
          uomini naturalmente, e indipendentemente dall’istruzione, quella che forma il suo proprio
          carattere, ed è l’oggetto delle sue inclinazioni e desiderii, e speranze, l’opera e il
          pascolo della sua immaginazione. (29. Giugno, dì di S. Pietro. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2525"/> Alla p. 2516. marg. fine — e sempre scrisse (il Caro) nella
          propria lingua del suo secolo, non del trecento, e della sua nazione, non di sola Firenze.
          Or vedasi nell’esempio del Caro non Fiorentino, come era bella e <emph>graziosa</emph>
          questa lingua <emph>nazionale del cinquecento</emph>, ch’allora si disprezzava, e diceva
          il Salviati che bisognava scordarsene e lavarsene gli orecchi, nè più nè meno di quello
          che ci dicano oggi della nostra moderna. Certo è che nessun Fiorentino nè del trecento nè
          del 500 nè d’altro secolo scrisse mai così leggiadramente e perfettamente come scrisse il
          Caro Marchegiano e di piccola terra, tanto le cose studiate, quanto le non istudiate; vero
          apice della prosa italiana, e che anche oggidì, letto o bene imitato, è fresco e
          lontanissimo dall’affettazione la più menoma, come s’oggi appunto scrivesse. E notate che
          il Caro, tutto quello che scrisse, ebbe poco tempo di studiarlo, lasciando star le
          lettere, familiari, ch’egli scriveva anzi di malissima voglia, come dice <pb ed="aut"
            n="2526"/> spessissimo, e dice ancora: <quote>
            <emph>E delle mie (lettere) private io n’ho fatto molto poche che mi sia messo per
            farle</emph>
          </quote> (cioè con istudio) <quote>, <emph>e di pochissime ho tenuta copia</emph>
          </quote> (<bibl>lett. 180. vol. 2. al Varchi</bibl>.) Dal che si vede che quello stile e
          quella lingua gli erano naturali, e sue proprie, non altrui, cioè proprie del suo secolo e
          della sua nazione, benchè da lui modificate secondo il suo gusto, e benchè si professi
          molto obbligato nella lingua a Firenze, scrivendo al Fiorentino Salviati. (<bibl>lett.
            ult. cioè 265. fine, vol. 2</bibl>.). Vedi ancora quel ch’egli dice del poco studio e
          impegno con cui tradusse l’Eneide, la Rettor. d’Aristot. le Oraz. del Nazianz. Tutte
          opere, che siccome le lettere familiari (e forse queste anche più della Rettor. e delle
          Oraz.) ci riescono pur contuttociò di squisita e quasi inimitabile eleganza. (29. Giugno,
          dì di S. Pietro. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τοὺς δὲ (χώρους) μὴ ἔχοντας ἐπίδοσιν</foreign>
          </quote>, (<foreign lang="lat">agros qui incrementum nullum haberent</foreign>, cioè così
          ben coltivati già quando si comprano, che non si <pb ed="aut" n="2527"/> possano far
          migliori) <quote>
            <foreign lang="grc">οὐδὲ ἡδονὰς ὁμοίας ἐνόμιζε παρέχειν ἀλλὰ πᾶν χτῆμα καὶ θρέμμα τὸ ἐπὶ
              τὸ βέλτιον ἰὸν, τοῦτο καὶ εὐφραίνειν μάλιστα ὤετο</foreign>
          </quote>. Dice queste cose Iscomaco di suo padre, il quale non voleva che si comprassero
          fondi ben coltivati, ma trascurati dal possessore, e le dice a Socrate presso <bibl>
            <author>Senofonte</author>
            <title>Del governo della casa</title>, cap. 20. par. 23</bibl>. Così tutto il piacere
          umano consiste nella speranza e nell’aspettativa del meglio, e posseduto non è piacere, e
          quello stato che non si può migliorare, benchè ottimo e desideratissimo per se, è sempre
          infelicissimo, come fu presso a poco quello d’Augusto divenuto padrone di tutto il mondo,
          e malcontento com’egli s’espresse. (29. Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho discorso altrove di quello che si suol dire, ch’ogni proposizione ha due aspetti, e
          dedottone che ogni verità è relativa. Notate che ogni proposizione, ogni teorema, ogni
          oggetto di speculazione, ogni cosa ha non solo <pb ed="aut" n="2528"/> due ma infinite
          facce, sotto ciascuna delle quali si può considerare, contemplare, dimostrare e credere
          con ragione e verità. E in tanto si dice che n’abbia due, in quanto d’ogni proposizione si
          può dir pro e contra, dimostrarla vera e falsa, e sostenere così la tal proposizione, come
          la sua contraria. E ogni proposizione e verità sussiste e non sussiste in quanto al nostro
          intelletto, e anche per se. E d’<emph>ogni cosa</emph> si può affermar questo o
          quest’altro, e parimente negarlo. Il che più vivamente e dirittamente dimostra come non
          sussiste verità assoluta. (29. Giugno, 1822. dì di S. Pietro e mio natalizio.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2496. fine. Finchè si fa conto de’ piaceri, e de’ propri vantaggi, e finchè
          l’uso, il frutto, il risultato della propria vita si stima per qualche cosa, e se n’è
          gelosi, non si prova mai piacere alcuno. Bisogna disprezzare i piaceri, contar per nulla,
          per cosa di niun momento, e indegna di qualunque riguardo e custodia, i propri vantaggi,
          quelli della gioventù, e se stesso; considerar <pb ed="aut" n="2529"/> la propria vita
          gioventù ec. come già perduta, o disperata, o inutile, come un capitale da cui non si può
          più tirare alcun frutto notabile, come già condannata o alla sofferenza o alla nullità; e
          metter tutte queste cose a rischio per bagattelle, e con poca considerazione, e senza mai
          lasciarsi cogliere dall’irresoluzione neanche nei negozi più importanti, nemmeno in quelli
          che decidono di tutta la vita, o di gran parte di essa. In questo solo modo si può goder
          qualche cosa. Bisogna vivere <foreign lang="grc">εἰκῇ</foreign>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">témere</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">au hasard</foreign>,
          alla ventura. (30. Giugno. 1822.). V. p. 2555.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2521. La conchiusione e la somma del discorso si è che in qualunque tempo e in
          qualunque letteratura è piaciuta una lingua diversa dalla presente nazionale parlata, per
          bonissima, utilissima e bellissima che questa fosse: e non s’è mai giudicata elegante la
          scrittura composta delle voci e de’ modi ordinari in quel tempo e correnti <pb ed="aut"
            n="2530"/>
          <emph>effettivamente</emph> nella nazione, per purissimi che questi fossero. E questa
          (bench’altre ancora ve n’abbia) è l’una delle principali cagioni per cui non piace, e si
          disapprova e si biasima e riesce inelegante nelle scritture la presente lingua della
          nostra nazione, e si richiama la nostra lingua antica. Con ragione, benchè non sia molto
          ragionevole il richiamarla come <emph>pura</emph>, chè nè essa era pura, nè la purità è un
          pregio necessario ed appartenente all’essenza dello scriver bene, e molte volte non è
          possibile, e in fine è piuttosto un nome che una cosa, non potendosi mai definir questa
          purità, nè trovar precisamente quel che sia la purità di una tal lingua individua, anzi
          non esistendo essa mai, perchè tutte le lingue sono composte di voci, modi ec. presi più o
          meno ab antico da molte e varie altre lingue. E non potendosi neppur circoscrivere la così
          detta <pb ed="aut" n="2531"/> purità dentro i termini dell’uso nazionale, perchè se ciò
          fosse, tutte le nazioni in tutti i tempi parlerebbero puramente, e tutti gli scrittori
          seguendo la lingua del tempo loro, scriverebbero puramente, massime conformandosi alla
          parlata, e non esisterebbe il contrario della purità, cioè l’impurità, perchè nessuna
          lingua in nessun tempo sarebbe mai impura, benchè tutta composta da capo a piedi di
          barbarismi. Sicchè resta che per lingua pura s’intenda come suo preciso sinonimo <emph>la
            lingua antica</emph> di una nazione, cioè quella lingua composta per la più parte di
          voci e modi venuti di fuori, che dagli antichi fu parlata e scritta. E in particolare
          quella che fu contemporanea della miglior letteratura e coltura nazionale, e in somma
          quella che fu il risultato, non già dell’abbozzo (ch’ebbe la lingua italiana da’ 300isti)
          ma del perfezionamento dato alla lingua <pb ed="aut" n="2532"/> nazionale, e massime alla
          scritta, dagli scrittori e letterati nazionali nel tempo in cui maggiormente e
          precisamente fiorì la letteratura e coltura nazionale, che fu per noi il 500.</p>
        <p>Richiamare questa tal lingua, non pura, propriamente parlando, ma antica, e non come
          pura, ma come antica, richiamarla, dico, nella letteratura, è, come ho detto, ragionevole,
          ed autorizzato dall’esempio dell’altre nazioni antiche e moderne. Ed è ragionevole sì per
          li suoi pregi intrinseci e indipendenti dalle circostanze, e per la miseria e bruttezza
          propria assoluta e indipendente della nostra lingua moderna; sì per quello che ho dedotto
          dal precedente discorso, cioè che una lingua nazionale usitata e parlata presentemente non
          può mai riuscire elegante nelle scritture, quando anche, in se, fosse ottima e bellissima.</p>
        <p>Potranno oppore a quest’ultima proposizione, e al mio precedente discorso, che gli <pb
            ed="aut" n="2533"/> scrittori classici del 500 ebbero gran fama ed onore, e piacquero
          anche al tempo loro, quando anche scrivessero appunto nella lingua nazionale usitata e
          parlata a quel tempo. Rispondo.</p>
        <p>1. La maggior fama degli scrittori del 500 fu a que’ tempi, come verseggiatori, e
          specialmente lirici, e questi ognun sa ch’erano servili imitatori del Petrarca, e quindi
          del 300, e si veda nell’Apologia del Caro, la misera presunzione ch’avevano di scrivere
          come il Petrarca, e che non s’avessero a usar parole o modi non usati da lui, come anche
          nelle prose volevano restringer la lingua a quella sola del Boccaccio, e siamo pur lì.
          Certo è, nè per chiunque è pratico dello spirito che governava la repubblica nostra
          letteraria nel 500, è bisogno di molte parole a dimostrargli, che l’apice della
          letteratura, e quello a cui nondimeno aspiravano <pb ed="aut" n="2534"/> tanto gl’infimi
          quanto i sommi, era la lirica Petrarchesca, cioè 300istica, e non 500istica. E gli
          scrittori più grandi in ogni altro genere o prosaico o poetico, divenivano famosi
          principalmente pe’ loro sonetti e canzoni petrarchesche che si divulgavano come un lampo
          per l’Italia, si trascrivevano subito, si domandavano, erano il trattenimento delle Dame,
          e queste ne chiedevano ai letterati, e i letterati se ne chiedevano scambievolmente, e ne
          ricevevano e restituivano con proposte e risposte ec. E senza questi versi difficilmente
          s’arrivava alla riputazion di letterato. Osservate, per non allontanarmi dall’esempio più
          volte addotto, il Caro, le cui rime sono la sola cosa che di lui non si legga più. Aveva
          il Caro grandissima fama, ma dalle sue lettere vedrete che questa riposava essenzialmente
          e soprattutto nell’opinion ch’egli avea di poeta (che nol fu mai), e <pb ed="aut" n="2535"
          /> tutto il restante suo merito letterario, s’aveva in lui, come in tutti gli altri, per
          mero accessorio. E fu stimato gran poeta, non già per l’Eneide, ch’oggi s’ammira, e si
          ristampa, ch’è scritta in istile e lingua propria del suo tempo, benchè abbellita al suo
          modo, e arricchita di latinismi. Questa fu opera postuma e non levò molto grido nel 500.
          Il Caro fu creduto un sommo letterato perchè sapeva rimare alla Petrarchesca, e giudicar
          di tali pretese poesie. E la sua famosa Canzone fu strabocchevolmente ammirata (ed oggi
          non s’arriva a poterla legger tutta) perchè si disse che il Petrarca non l’avrebbe scritta
          altrimenti. (<bibl>
            <author>Caro</author>, <title>Apolog.</title> p. 18</bibl>.). E chi non sa l’inferno che
          cagionò in Italia, e come nella disputa di quell’impiccio petrarchesco ci prese parte
          tutta la nazion letterata, considerandola come affar di tutta la letteratura? Fatto sta
          che le maravigliose prose del Caro, benchè stimate, <pb ed="aut" n="2536"/> non furono già
          ammirate nel 500 (quanto alla lingua). Ed è certo che la lingua del Caro, come
          l’immaginazione e l’ingegno di Dante, son venute principalmente in onore, e riposte nel
          sommo luogo che meritano, in questo e sulla fine del passato secolo. Il che, di Dante, si
          vede anche fra gli stranieri. E quanto a lui, ciò si deve al perfezionamento de’ lumi, e
          del gusto, e della filosofia, e della teoria dell’arti, e del sentimento del vero bello.
          Quanto al Caro, ciò viene in gran parte da circostanze materiali.</p>
        <p>2. Le prose italiane ch’ebbero fama nel 500, l’ebbero per l’una di queste cagioni. 1<hi
            rend="apice">o</hi>. Per essere scritte alla Boccaccevole (e quindi fuor dell’uso di
          quel secolo), come sono l’Arcadia del Sannazzaro nelle prose, le prose del Bembo, e tutte
          quelle del Casa, tolte le lettere. E notate che questi prosatori e i loro simili furono
          appunto i <pb ed="aut" n="2537"/> più stimati in quel secolo (al contrario del nostro), e
          dati per modello. Il che dimostra ad evidenza che il gusto del cinquecento nella lingua
          era quello ch’io dico, che s’apprezzava come elegante una lingua diversa dalla loro, e che
          sempre si disprezza la lingua attualmente corrente nella nazione, per bellissima ed ottima
          ch’ella sia.</p>
        <p>2<hi rend="apice">o</hi>. Per lo stile, per la imitazione de’ classici latini o greci
          indipendentemente dalla lingua. Questo studio era comune ai buoni prosatori (come anche
          poeti) del 500. Ed avendosi allora gran gusto e inclinazione per il classico, si stimavano
          e ricercavano le prose scritte nello stile e ad imitazione e colle forme degli antichi
          classici, benchè la lingua non piacesse gran fatto. E questa è una delle ragioni per cui
          si faceva conto anche delle lettere più familiari, e d’ogni bagattella, e schediasma,
          anche degli scrittori non celebri, con tutto che fossero scritte nella lingua del <pb
            ed="aut" n="2538"/> secolo, e si raccoglievano con diligenza che ora sarebbe ridicola, e
          si stampavano ec. benchè di niunissima importanza nelle cose. Perocchè quasi tutti, o
          certo moltissimi scrivevano allora in buono <emph>stile</emph>, essendo divulgatissimo lo
          studio de’ veri classici. Di più questo medesimo, benchè spettasse allo stile, pur essendo
          così strettamente uniti lo stile e la lingua, dava alle prose (come anche alle poesie) del
          500. un sapor d’eleganza indipendente dalla lingua in se.</p>
        <p>3<hi rend="apice">o</hi>. Perchè molti (e questo fu vero e principal pregio del
          cinquecento, ed a cui fu dovuto il perfezionamento della nostra lingua) si studiavano
          anche di accostare e di modellare non solo lo stile, ma anche la lingua italiana, sulla
          latina e greca, in quanto lo potea comportare la sua natura. Questo fu comune alla massima
          parte de’ veri buoni scrittori del cinquecento, massime prosatori. E questo li rendeva
          eleganti anche presso i contemporanei. <pb ed="aut" n="2539"/> Ma questa eleganza veniva
          non da altro che dal pellegrino, (cioè dal latino e dal greco) benchè quegli scrittori
          volessero piuttosto perfezionare, accostare al latino o al greco, render classica la
          lingua del loro secolo, che quella del 300, parlassero, come facevano, e bene, più da
          500isti, che da 300isti, più da moderni che da antichi italiani; usassero la lingua viva e
          non la morta, le parole moderne più che le antiche, e insomma innestassero il latino e il
          greco nella lingua del 500, e non del 300, e però l’eleganza loro non venisse dall’uso
          dell’antico italiano, nè dalla così detta purità, quantunque oggi per noi sieno purissimi.
          Ma tali non erano allora per li pedanti, i quali chiamavano corrotto e barbaro quel che
          non era del 300, proibivano il latinismo anche più di quello che facciano i pedanti
          oggidì, poichè s’ardivano di chiamar barbara ogni voce latina che non fosse stata usata
            <pb ed="aut" n="2540"/> dagli antichi, anzi dal Boccaccio o dal Petrarca, per
          convenientissima che fosse all’italiano, e anche nello stile, e nella composizione della
          dicitura, volevano piuttosto o quella del Boccaccio o del Petrarca o quella degl’ignoranti
          non iscrittori ma scrivani del 300, che quella de’ classici latini e greci. (V. le
          opposizioni del Castelvetro alla canzone del Caro, e l’Apol. del Caro).</p>
        <p>4<hi rend="apice">o</hi>. Si stimavano le prose (o le poesie) del 500, per le cose, per
          l’immaginazione, invenzione, concetti, sentenze, scoperte o dottrine scientifiche, ec.
          erudizione ec. ec. benchè la lingua non piacesse, essendo pur la pura e vera lingua
          corrente di quel secolo. Onde per noi tali scrittori riescono purissimi ed elegantissimi
          perchè antichi. Ma corrotti si stimavano allora, e negletti, e di niun conto in somma
          nella lingua. E la pura lingua del 500, quella che si dimostra pienamente nelle lettere
          familiari di <pb ed="aut" n="2541"/> quel secolo, scritte a penna corrente, e ch’è
          ricchissima potentissima ec. e per noi purissima ed elegantissima e spesso tanto più pura
          e graziosa quanto è più propria del secolo, e più naturale, si chiamava allora decisamente
          corrotta, e si deplorava, anche da’ veri letterati la degenerazione della lingua italiana,
          non per altro se non perchè non era più quella propriamente del 300, benchè dopo la
          corruzione del 400, fosse risorta più bella e potente di prima, il che affermo a chiunque
          ne conosca le intime qualità, e le vaste e riposte ricchezze e facoltà della propria
          lingua del 500. Lascio star che questa è regolata, e quella del 300 va dove e come vuole,
          e non se ne cava il costrutto, e per lo più bisogna indovinarne il senso. Del resto questi
          tali scrittori di lingua stimata allora cattiva e impura, e dispregiata, e condannata,
          s’apprezzavano anche allora per le cose, <pb ed="aut" n="2542"/> se in queste avevano
          merito, come accade proporzionatamente ai nostri moderni, indipendentemente dalla lingua,
          dalla purità e dall’eleganza.</p>
        <p>5<hi rend="apice">o</hi>. Ognuno de’ dialetti nazionali, fuori del suo distretto, è
          forestiero nella stessa nazione. Gran parte de’ cinquecentisti, toscani o no, prosatori o
          poeti, scrivevano, com’è noto, nel dialetto toscano, o se non altro n’infioravano i loro
          scritti. Con ciò erano stimati eleganti. Ma benchè scrivessero nel dialetto toscano
            <emph>del tempo loro</emph>, quest’eleganza, presso tutti i lettori non toscani, veniva
          anch’essa dal pellegrino. Ed anche presso i toscani veniva dal pellegrino, a causa che
          trasportandosi nelle scritture voci e modi popolari e perciò insoliti ad essere scritti,
          questi riuscivano straordinarii anche per li toscani, non in se ma nelle scritture. Ed ho
          spiegato altrove come anche la familiarità nello scrivere, e le voci e modi ordinari,
          riescano eleganti, <pb ed="aut" n="2543"/> non come ordinarii, anzi come straordinarii e
          pellegrini nella scrittura ordinata, studiata, civile (<foreign lang="grc"
          >πολιτικὴ</foreign>), e colta. E ciò massimamente nella poesia, dove molti adoperavano il
          volgare toscano, anche in poesia non burlesca, come fa il Firenzuola ec. In somma lo
          stesso linguaggio popolare molte volte dà eleganza agli scritti, perciò appunto ch’essendo
          popolare, non è domestico collo scriver de’ letterati, e vi riesce pellegrino. Aggiungi
          che a gran parte degli stessi lettori toscani (naturalmente non plebei) riuscivano e
          riescono nuove o poco familiari molte voci de’ loro o d’altri scrittori, tolte dalla
          lingua del loro popolo. Del resto l’eleganza derivante dall’uso del dialetto toscano nel
          colto scrivere, talvolta è minore per li toscani come poco pellegrina, o come triviale;
          talvolta maggiore, come non troppo pellegrina, nè tanto straordinaria che degeneri in
            <emph>disconveniente</emph>, affettato ec. siccome spesso fa per gli altri italiani. I
          toscani accusano il Botta fiorentinizzante nella sua storia, come troppo triviale e
          pedestre, e insomma inelegante. E in genere l’eleganza ch’essi ne sentono, e <pb ed="aut"
            n="2544"/> quella che deriva dal familiare, dal popolare ec. nel colto scrivere, è d’un
          altro sapore e d’un’altra qualità dall’eleganza ch’è prodotta dall’assoluto pellegrino:
          non essendo pellegrino per chi legge, il familiare e il popolare, se non relativamente,
          cioè rispetto alla colta scrittura. (30. Giugno — 2. Luglio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quello ch’altrove ho detto del modo che in greco si chiama la malattia, cioè
            <emph>debolezza</emph> (<foreign lang="grc">ἀσθένεια</foreign>), si deve anche dire del
          latino, <foreign lang="lat" rend="italic">infirmitas, infirmus</foreign>. (4. Luglio.
          1822.). Così anche <foreign lang="lat" rend="italic">languor</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della vita e condizione d’Omero ogni cosa è nascosta. E pure in questa universale
          ignoranza, una tradizione antichissima ed universale e perpetua si mantiene, e tutti, che
          tutto ignorano intorno a lui, questo solo n’affermano ed hanno per certo, che fosse povero
          e misero. Così la fama non ha voluto che si dubiti, nè che resti nel puro termine di
          congettura che il primo e il sommo de’ <pb ed="aut" n="2545"/> poeti incontrasse la sorte
          comune di quelli che lo seguirono. Ed ha confermato coll’esempio dell’<foreign lang="grc"
            >ἀρχηγὸς</foreign> di questa infelice famiglia, che qualunque è d’animo veramente e
          fortemente poetico (intendo ogni uomo di viva immaginazione e di vivo sentimento, scriva o
          no, in prosa o in verso) nasce infallibilmente destinato all’infelicità. (4. Luglio
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli uomini semplici e naturali sono molto più dilettati e trovano molto più grazioso il
          colto, lo studiato e anche l’affettato che il semplice e il naturale. Per lo contrario non
          v’è qualità nè cosa più graziosa per gli uomini civili e colti che il semplice e il
          naturale, voci che nelle nostre lingue e ne’ nostri discorsi sono bene spesso sinonime di
          grazioso, e confuse con questa, come si confonde la grazia colla naturalezza e semplicità,
          credendo che sieno essenzialmente, e per natura, e per se stesse, <pb ed="aut" n="2546"/>
          qualità graziose. Nel che c’inganniamo. Grazioso non è altro che lo straordinario in
          quanto straordinario, appartenente al bello, dentro i termini della convenienza. Il troppo
          semplice non è grazioso. Troppo semplice sarà una cosa per li francesi, e non lo sarà per
          noi. Lo sarà anche per noi, e con tutto questo sarà ancora al di qua del naturale. (Tanto
          siamo lontani dalla natura, e tanto ella ci riesce straordinaria). Viceversa dico del
          civile rispetto ai selvaggi, naturali, incolti ec. Del resto possiamo vedere anche nelle
          nostre contadine che sono molto poco allettate dal semplice e dal naturale, o per lo meno
          sono tanto allettate dal nostro modo artefatto, quanto noi dalla loro naturalezza, o
          reale, o dipinta ne’ poemi ec. (4. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Le Dee e specialmente Giunone, è chiamata spesso da Omero <quote>
            <foreign lang="grc">βοῶπις</foreign> (<foreign lang="grc">βοώπιδος</foreign>)</quote>
          <pb ed="aut" n="2547"/> cioè <emph>ch’ha occhi di bue</emph>. La grandezza degli occhi del
          bue, alla quale Omero ha riguardo, è certo sproporzionata al viso dell’uomo. Nondimeno i
          greci intendentissimi del bello, non temevano di usar questa esagerazione in lode delle
          bellezze donnesche, e di attribuire e appropriar questo titolo, come titolo di bellezza,
          indipendentemente anche dal resto, e come contenente una bellezza in se, contuttochè
          contenga una sproporzione. E in fatti non solo è bellezza per tutti gli uomini e per tutte
          le donne (che non sieno, come sono molti, di gusto barbaro) la grandezza degli occhi, ma
          anche un certo eccesso di questa grandezza, se anche si nota come straordinario, e
          colpisce, e desta il senso della sconvenienza, non lascia perciò di piacere, e non si
          chiama bruttezza. E notate che non così accade dell’altre parti umane alle quali conviene
          esser grandi (lascio l’osceno che appartiene ad <pb ed="aut" n="2548"/> altre ragioni di
          piacere, diverse dal bello): nè i poeti greci, nè verun altro poeta o scrittore di buon
          gusto, ha mai creduto che l’esagerazione della grandezza di tali altre parti fosse una
          lode per esse, e un titolo di bellezza, come hanno fatto relativamente agli occhi. Dalle
          quali cose deducete</p>
        <p>1<hi rend="apice">o</hi>. Quanto sia vero che gli occhi sono la principal parte della
          sembianza umana, e tanto più belli quanto più notabili, e quindi quanto più vivi. E che in
          essi veramente si dipinge la vita e l’anima dell’uomo (e degli animali); e però quanto più
          son grandi, tanto <emph>maggiore</emph> apparisce realmente l’anima e la vitalità e la
          vita interna dell’animale. (Nè quest’apparenza è vana.) Per la qual cosa accade che la
          grandezza loro è piacevole ancorchè sproporzionata, indicando e dimostrando maggior
          quantità e misura di vita. 2<hi rend="apice">o</hi>. Quanta <pb ed="aut" n="2549"/> parte
          di quella che si chiama bellezza e bruttezza umana sia indipendente ed aliena dalla
          convenienza, e quindi dalla propria teoria del bello. Giacchè, come accade nel nostro
          caso, anche quello ch’è sproporzionato e fuor della misura ordinaria, piace a causa
          dell’inclinazione ch’ha l’uomo alla vita, e si chiama bello. Ma di questo bello è cagione,
          non già la convenienza, ma la detta inclinazione e qualità umana indipendente dalla
          convenienza, e in dispetto della convenienza, e quindi del vero, proprio e preciso bello.
          (4. Luglio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La quistione se il suicidio giovi o non giovi all’uomo (al che si riduce il sapere se sia
          o no ragionevole e preeleggibile), si ristringe in questi puri termini. Qual delle due
          cose è la migliore, il patire o il non patire? Quanto al piacere è cosa certa, <pb
            ed="aut" n="2550"/> immutabile e perpetua che l’uomo in qualunque condizione della vita,
          anche felicissima secondo il linguaggio comune, non lo può provare, giacchè, come ho
          dimostrato altrove, il piacere è sempre futuro, e non mai presente. E come, per
          conseguenza, ciascun uomo dev’essere fisicamente certo di non provar mai piacere alcuno in
          sua vita, così anche ciascuno dev’esser certo di non passar giorno senza patimento, e la
          massima parte degli uomini è certa di non passar giorno senza patimenti molti e gravi, ed
          alcuni son certi di non passarne senza lunghissimi e gravissimi (che sono i così detti
          infelici; poveri, malati insanabili, ec. ec.). Ora io torno a dimandare qual cosa sia
          migliore, se il patire o il non patire. Certo il godere, fors’anche il godere e patire
          sarebbe meglio del semplice non patire, (giacchè la natura e l’amor proprio ci spinge e
          trasporta tanto verso il godere, che c’è più grato il godere e patire, del non essere e
          non patire, e non essendo non poter godere) ma il godere essendo impossibile all’uomo,
          resta escluso necessariamente e per natura <pb ed="aut" n="2551"/> da tutta la quistione.
          E si conchiude ch’essendo all’uomo più giovevole il non patire che il patire, e non
          potendo vivere senza patire, è matematicamente vero e certo che l’assoluto non essere
          giova e conviene all’uomo più dell’essere. E che l’essere nuoce precisamente all’uomo. E
          però chiunque vive (tolta la religione), vive per puro e formale error di calcolo: intendo
          il calcolo delle utilità. Errore moltiplicato tante volte quanti sono gl’istanti della
          nostra vita, <emph>in ciascuno de’ quali noi preferiamo il vivere al non vivere</emph>. E
          lo preferiamo col fatto non meno che coll’intenzione, col desiderio, e col discorso più o
          meno espresso, più o meno tacito ed implicito della nostra mente. Effetto dell’amor
          proprio ingannato come in tante altre cattive elezioni ch’egli fa considerandole sotto
          l’aspetto di bene, e del massimo bene che gli convenga in quelle tali circostanze.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2552"/> Che poi l’uomo debba esser certo di non passar giorno senza
          patimento, il che potrebbe parere una parte non abbastanza provata in questo mio
          ragionamento, lasciando stare i mali e dolori accidentali che intervengono inevitabilmente
          a <emph>tutti</emph> gli uomini, si dimostra anche dalla medesima proposizione la quale
          afferma che l’uomo dev’esser certo di non provar piacere alcuno in sua vita. Perocchè
          l’assenza, la mancanza, la negazione del piacere al quale il vivente tende come a suo
          sommo ed unico fine, perpetuamente, e in ciascuno istante, per natura, per essenza, per
          amor proprio inseparabile da lui; la negazione, dico, del piacere il quale è la perfezione
          della vita, non è un semplice non godere, ma è un patire (come ho dimostrato nella teoria
          del piacere): perocchè l’uomo e <pb ed="aut" n="2553"/> il vivente non può esser privo
          della perfezione della sua esistenza, e quindi della sua felicità, senza patire, e senza
          infelicità. E tra la felicità e l’infelicità non v’è condizione di mezzo. Quella è il fine
          necessario, continuo e perpetuo di tutti gli atti esterni ed interni, e di tutta la vita
          dell’animale. Non ottenendolo, l’animale è infelice; e questo in ciascuno di quei momenti,
          nei quali desiderando il detto fine, ossia la felicità, <emph>infinitamente</emph>, come
          fa <emph>sempre</emph>, non l’ottiene e n’è privo, come lo è sempre. E però l’uomo
          dev’esser fisicamente certo di non passar, non dico giorno, ma istante, senza patire. E
          tutta la vita è veramente, per propria natura immutabile, un tessuto di patimenti
          necessarii, e ciascuno istante che la compone è un patimento.</p>
        <p>Di più l’uomo dev’esser certo di provare in vita sua più o meno, maggiori <pb ed="aut"
            n="2554"/> o minori, ma certo gravi e non pochi di quei patimenti accidentali che si
          chiamano mali, dolori, sventure, o che provengono dai vari desiderii dell’uomo ec. E
          quando anche questi non dovessero comporre in tutto se non la menoma parte della sua vita,
          (com’è certo che ne comporranno la massima), essendo egli d’altra parte certissimo di
          passar tutta la vita senza un piacere, la quistione ritorna a’ suoi primi termini, cioè se
          essendo meglio il non patire che il patire, e non potendosi vivere senza patire, sia
          meglio il vivere o il non vivere. Un solo, anche menomo dolore riconosciuto per
          inevitabile nella vita, non avendo per controbilancio neppure un solo e menomo piacere,
          basta a far che l’essere noccia all’esistente, e che il non essere sia preferibile
          all’essere.</p>
        <p>Tutto questo essendo applicabile ad <pb ed="aut" n="2555"/> ogni genere di viventi in
          qualunque loro condizione (niuno de’ quali può esser felice, e quindi non essere infelice,
          e non patire) e d’altronde posando sopra principii e fondamenti quanto profondi
          altrettanto certissimi, e immobili, ed essendo esattissimamente ragionato e dedotto, e
          strettamente conseguente, serva a far conoscere la distruttiva natura della semplice
          ragione, della metafisica, e della dialettica, in virtù delle quali tutto il mondo
          vivente, dovrebb’esser perito, per volontà e per opera propria, poco dopo il suo nascere.
          (5. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2529. Finchè il giovane conserva della <emph>tenerezza</emph> verso se stesso,
          vale a dire che si ama di quel <emph>vivo</emph> e <emph>sensitivissimo</emph> e
            <emph>sensibilissimo</emph> amore ch’è <emph>naturale</emph>, e finchè non si getta via
          nel mondo, considerandosi, dirò quasi, come un altro, non fa mai nè può far altro che
          patire, e non gode mai un istante di bene e di piacere nell’uso e negli accidenti della
            <emph>vita sociale</emph>. (6. Luglio. 1822.). A goder della vita, è necessario uno
          stato di disperazione.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2556"/> Il grand’uso che gl’italiani (forse anche gli spagnuoli e i
          francesi) fanno della preposizione compositiva <emph>di</emph> o <emph>dis</emph> nel
          senso negativo (come <emph>disamore, disfavorire</emph>; e per apocope in questo e
          mill’altri casi, <emph>sfavorire; disutile</emph>, e mill’altre da formarsi anche a
          piacere: v. la Crusca), essendo molto poco e scarso nel latino scritto (come in <foreign
            lang="lat" rend="italic">dispar dissimilis discalceatus</foreign> dove il
          <emph>dis</emph> nega: v. il Forcell. in <emph>di</emph>), e d’altra parte non
          significando niente in italiano, in francese in ispagnuolo la detta preposizione per se
          (la quale sembra venire dal greco <foreign lang="grc">δὺς</foreign> usata come in <foreign
            lang="grc">δυσέρως, δυσωπία, δυστυχὴς</foreign>), par che dimostri d’essere stato molto
          più comune nel latino volgare di quello che nello scritto, e d’aver tenuto il luogo di
          vera particella negativa, così frequente e manuale nella composizione come la greca
            <foreign lang="grc">α</foreign> privativa, e come lo è la detta particella presso di noi
          ad arbitrio del parlatore o scrittore che ha bisogno d’un <pb ed="aut" n="2557"/>
          qualunque composto che dica il contrario di quel che dice la tale o tal altra radice
          italiana. Del resto il <emph>dis</emph> latino nelle parole <foreign lang="lat"
            rend="italic">dissimilis, dispar</foreign>, secondo me, ha più tosto una tal qual forza
          disgiuntiva, che veramente negativa. E in <foreign lang="lat" rend="italic">discalceatus,
            discingo</foreign> ec. io credo che propriamente abbia piuttosto la forza del greco
            <foreign lang="grc">ἀπὸ</foreign> in composizione (come qui appunto <foreign lang="grc"
            >ἀποζωννύω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">discingo</foreign>), e del latino <foreign lang="lat"
            rend="italic">ex</foreign> pure in composizione, (come appunto <foreign lang="lat"
            rend="italic">excalceatus</foreign> ch’è lo stesso), di quello che la vera forza
          privativa del greco <foreign lang="grc">α</foreign> che tiene presso di noi, sebbene
            <foreign lang="lat" rend="italic">discalceatus</foreign> ec. passò poi a significar
          privativamente <emph>senza scarpe</emph>. E forse in questa maniera, cioè dalla forza di
            <foreign lang="grc">ἀπὸ</foreign>, e di <foreign lang="lat" rend="italic">ex</foreign>
          composti, passò la particola <emph>dis</emph> presso di noi, al significato assoluto di
          privazione o negazione. Ma vedendosi p. e. dalla voce <foreign lang="lat" rend="italic"
            >discalceatus</foreign> (e v. il Forcell. <pb ed="aut" n="2558"/> in Dis...) che questo
          passaggio l’avea fatto la detta preposizione anche fra gli antichi latini, si dimostra
          quel ch’io dissi da principio, cioè che il suo uso negativo o privativo, così frequente e
          familiare come nel latino scritto non si trova, ci dev’esser venuto dal latino volgare.
          (9. Luglio 1822.). V. p. 2577.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto gli uomini sieno allontanati dalla vera loro natura, dalle qualità e distintivi
          destinati alla loro specie, l’osservo anche nella gran differenza fisica che s’incontra
          fra gli uomini da individuo a individuo. Lascio i mostri, difettosi ec. dalla nascita, o
          dopo la nascita, che sono infiniti presso gli uomini; e fra qualunque genere d’animali
          appena se ne troverà uno per mille dei nostri, in proporzione della numerosità della
          specie: anche escludendo affatto quelli che tra gli uomini hanno contratto imperfezioni
          fisiche, per cause accidentali, visibili, <pb ed="aut" n="2559"/> e se non facili, almeno
          possibili ad evitarsi. Lascio gli Etiopi, gli Americani che non avevano barba, certe
          differenze di costruzione negli Ottentotti, i Patagoni (se ve n’ha), i Lapponi (<quote>
            <emph>che forse nascono e vivono in un clima non destinato dalla natura alla specie
              umana</emph>
          </quote>, come a tante altre specie d’animali, piante ec. ha negato questo o quel clima, o
          paese ec. o tutti i climi e paesi, fuorchè un solo.). Tutto ciò si potrà considerare come
          differenze delle varie specie tra loro, dentro uno stesso genere, nel modo che p. e. il
          genere dei cani ha diversissime specie, e diverse o in uno stesso clima, e paese, o in
          diversi climi destinati a tale o tal altra di esse ec.</p>
        <p>Ma che in un medesimo clima, in un medesimo paese, da due medesimi genitori, nascano dei
          figli così differenti fisicamente, come accade tra gli uomini, che <pb ed="aut" n="2560"/>
          di due concittadini, di due fratelli, l’uno sarà p. e. di statura gigantesca, e di
          temperamento robustissimo, l’altro fiacchissimo e piccolissimo; e che questo accada
          indipendentemente da ogni causa visibile, o accidentale, o amovibile; che accada
          nonostante una medesimissima educazione ed esercizio fisico; che accada e resti
          manifestamente determinato fin dalla nascita dell’uno e dell’altro: questo, dico io, in
          qual altra specie d’animali si trova? Specie, dico, e non genere, perchè p. e. diverse
          specie di cani sono diversissime di grandezza, ma non così gl’individui di ciascuna d’esse
          specie fra se stessi, neppur pigliandoli da diverse famiglie, da diverse patrie, da
          diversi paesi, da diversi climi.</p>
        <p>E fermandomi e ristringendomi alla differenza che passa fra le proporzioni fisiche
          degl’individui umani, io dico che i <pb ed="aut" n="2561"/> due estremi di questa
          differenza sono così lontani, che niun’altra specie d’animali, considerata nelle stesse
          circostanze di famiglia, patria, clima ec. offre di grandissima lunga due individui così
          differenti di grandezza come sono gl’individui umani tutto giorno, e massimamente
          pigliandoli da’ due sopraddetti estremi.</p>
        <p>Certo è che la natura a ciascuna specie d’animali (come anche di piante ec.) ha assegnato
          certe proporzioni nè tanto strette che l’uno individuo sia precisamente della misura
          dell’altro, nè tanto larghe che non si possa quasi definir nemmeno lassamente la grandezza
          propria degl’individui di quella specie. Ora di qualunque specie d’animali vi discorra un
          naturalista, ve ne dirà presso a poco la grandezza, e qualunque individuo voi ne veggiate,
          corrisponderà, o si <pb ed="aut" n="2562"/> discosterà poco da quella, e in somma la
          misura della grandezza sarà sempre per voi una qualità distintiva di quella
          <emph>specie</emph> d’animali, e pigliandola a un dipresso, (tanto più a un dipresso
          quanto la loro grandezza specifica è maggiore assolutamente) non t’ingannerà mai. Poniamo
          anche caso che d’una specie tu non abbia veduto se non un solo individuo, e che questo sia
          l’estremo o della grandezza o della piccolezza della specie. Ancorchè tu ti formi l’idea
          della grandezza di quella specie sopra quel solo individuo, vedendone poi degli altri, non
          ti trovi ingannato gran cosa, nè sproporzionatamente lontano dalla tua idea, nè per causa
          della differente grandezza (purchè siano in fatto della medesima <emph>specie</emph>), ti
          accade di non riconoscerli per individui di quella tale specie, o di dubitare che non lo
          sieno. E ciò quando anche fossero gli estremi contrari del primo individuo da te veduto.——</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2563"/> Questo pensiero, considerate ben le cose, trovo che non è vero, e
          però lo lascio a mezzo. La differenza delle proporzioni fisiche tra gl’individui umani, ci
          par maggiore che nell’altre cose, per le ragioni ch’ho detto altrove. Ma in realtà non è
          maggiore nè sproporzionata relativamente, e n’esiste altrettanta fra gli altri individui
          animali, in proporzione della loro maggiore o minor grandezza specifica, e parlando
          sempre, come si deve, a un dipresso: benchè in essi animali non ci dia così nell’occhio e
          non ci paia tanta. Ma colla misura facilmente si scopre che la detta differenza negli
          animali è maggiore, e negli uomini è minore ch’a noi non sembra. (9-10. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uomo non è perfettibile ma corrottibile. Non è più perfettibile ma più corrottibile
          degli altri animali. È ridicolo, ma contuttociò è naturale, che la nostra corrottibilità,
          e degenerabilità, e depravabilità, sia <pb ed="aut" n="2564"/> stata presa, e si prenda a
          tutta bocca da’ più grandi e sottili e perspicaci e avveduti ingegni e filosofi per
          perfettibilità. (10. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per lo più noi riconosciamo alla sola voce anche senza vederle le persone da noi
          conosciute, per moltiplici che siano le nostre conoscenze, per minima che sia la diversità
          di tale o tal altra voce da un’altra, per pochissimo che noi abbiamo praticata quella tal
          persona, o praticatala pure una sola volta. Non così ci accade nelle voci degli animali,
          nelle quali, neppure avvertitamente pensandoci, sappiamo riconoscer differenza tra molti
          individui d’una stessa specie, o riconosciutane, non ci resta in mente. Anche, con
          difficoltà riconosciamo le voci, p. e. in paese forestiero di lingua, o dialetto,
          pronunzia ec., e le confondiamo spesso; almeno a principio. L’ho osservato in me. Effetti
          dell’assuefazione, dell’attenzione parziale e minuta ec. da riferirsi a quei pensieri dove
          ho portato altri esempi simili. (11. Luglio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2565"/> Noi abbiamo <emph>oscuro</emph> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">obscurus</foreign>, e <emph>scuro</emph>. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Obscurus</foreign> è certo un composto, come dimostra la preposizione
            <emph>ob</emph>. Tolta la quale resta <emph>scurus</emph>. Che questa voce esistesse una
          volta, non si può dubitare, dovendo esistere il semplice prima del composto. <bibl>V. il
              <author>Forcell.</author>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Obscurus</foreign>, principio</bibl>. Ma questa voce
          ignota presso i latini, si conserva nell’italiano. E questa medesima è una prova
          ch’esistesse, come viceversa le cose dette sono una prova che la nostra voce sia antica, e
          venutaci col volgare latino. Osservate se credeste che <emph>scuro</emph> fosse fatto per
          apocope volgare da <emph>oscuro</emph>, che l’apocope dell’<emph>o</emph> iniziale, per
          quello che mi pare, non è punto in uso nel nostro popolo. (12. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho notato, mi pare, in Floro, il <foreign lang="lat" rend="italic">quoque</foreign> messo
          innanzi alla voce da cui dipende. Vedilo similmente nella Volgata Gen. 12. v. 8.
          confrontando questo versetto col precedente. (12. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2566"/> È egli possibile che nella <emph>morte</emph> v’abbia niente di
            <emph>vivo</emph>? anzi ch’ella sia un non so che di vivo per natura sua? come dunque
          credere che la morte rechi, e sia essa stessa, e non possa non recare un dolor vivissimo?
          Quando tutti i sentimenti vitali, e soli capaci del dolore o del piacere, sono non
          solamente intorpiditi come nel sonno o nell’asfissia ec. (ne’ quali casi ancora, le
          punture, i bottoni di fuoco ec. o non danno dolore, o ne danno meno dell’ordinario, in
          proporzione dell’intorpidimento, della gravezza p. e. del sonno, ch’è minore o maggiore,
          com’è somma nell’ubbriaco) ma anzi il meno vitali, il meno suscettibili e vivi che si
          possa mai pensare, essendo quello il punto in cui si spengono per sempre, e lasciano
          d’esser sentimenti. Il punto in cui la capacità di sentir dolore s’estingue interamente,
          ha da esser un punto di sommo dolore? Anzi non può esser nemmeno di dolore comunque, non
          potendosi concepir <pb ed="aut" n="2567"/> l’idea del dolore, se non come di una cosa
          viva, e il vivo è inseparabile dal dolore, essendo questo un irritamento, un <foreign
            lang="fre" rend="italic">aigrissement</foreign> dei sensi, che <emph>si
          risentono</emph>, cosa di cui non sono capaci nel punto in cui in vece di
          <emph>risentirsi</emph>, si <emph>dissentono</emph> per sempre. Così non si dee creder
          nemmeno che quel piacer fisico ch’io affermo esser nella morte, sia un piacer vivo ma
          languidissimo. E il piacere, a differenza del dolore, opera languidamente sui sensi, anzi
          osservate che il piacer fisico per lo più consiste in qualche specie di languore, e il
          languor de’ sensi è un piacere esso stesso. Però i sentimenti ne son capaci anche
          estinguendosi, e perciò medesimo che si estinguono. (16. Luglio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Una macchina dilicata (cioè più diligentemente e perfettamente organizzata) è più facile
          a guastarsi che una rozza: ma ciò non <pb ed="aut" n="2568"/> toglie che la non sia più
          perfetta di questa, e che andando come deve andare non vada meglio della rozza,
          supponendole anche tutt’e due in uno stesso genere, come due orologi. Così l’uomo è più
          dilicato assai di tutti gli altri animali, sì nella costruzione esterna, sì nelle fibre
          intellettuali. E perciò egli è senza dubbio il più perfetto <emph>nella scala</emph> degli
          animali. Ma ciò non prova ch’egli sia più perfettibile; bensì più guastabile, appunto
          perchè più delicato. E d’altra parte l’esser più facile a guastarsi, non toglie che non
          sia veramente la più perfetta delle creature terrestri, come ogni cosa lo dimostra. (18.
          Luglio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutto è arte, e tutto fa l’arte fra gli uomini. Galanteria, commercio civile, cura de’
          propri negozi o degli altrui, carriere pubbliche, amministrazione politica interiore ed
          esteriore, letteratura; in tutte queste <pb ed="aut" n="2569"/> cose, e s’altre ve ne
          sono, riesce meglio chi v’adopra più arte. In letteratura, (lasciando stare quel che
          spetta alla politica letteraria, e al modo di governarsi col mondo letterato) colui che
          scrive con più arte i suoi pensieri, è sempre quello che trionfa, e che meglio arriva
          all’immortalità, sieno pure i suoi pensieri di poco conto, e sieno pure importantissimi e
          originalissimi quelli d’un altro che non abbia sufficiente arte nello scrivere: il quale
          non riuscirà mai a farsi nome, e ad esser letto con piacere, e nemmeno a far valutare, e
          pigliare in considerazione e studio i suoi pensieri. La natura ha certamente la sua parte,
          e la sua gran forza; ma quanta sia la parte e la forza della natura in tutte queste cose,
          rispettivamente a quella dell’arte, mi pare che dopo le gran dispute che se ne son fatte,
          si possa determinare in questo modo, e precisare <pb ed="aut" n="2570"/> in questi
          termini. Supposto in due persone ugual grado d’arte, quella ch’è superiore per natura,
          riesce certamente meglio dell’altra nelle sue imprese. Datemi due persone che sappiano
          ugualmente scrivere. Quella che ha più genio, sicuramente trionfa nel giudizio de’ posteri
          e della verità. Datemi due galanti egualmente bravi nel mestier loro. Quello ch’è più
          bello (in parità d’altre circostanze, come ricchezza, fortuna d’ogni genere, comodità ed
          occasioni particolari ec.) soverchia sicuramente l’altro. Ma ponete un uomo bellissimo
          senz’arte di trattar le donne; un gran genio senza scienza o pratica dello scrivere; e
          dall’altra parte un bruttissimo bene ammaestrato e pratico della galanteria, un uomo
          freddissimo bene istruito ed esercitato nella maniera d’esporre i propri pensieri, questi
          due si godranno le donne e la gloria, e quegli altri due staranno indubitatamente a
          vedere. Dal che si deduce che in ultima <pb ed="aut" n="2571"/> analisi la forza dell’arte
          nelle cose umane è maggiore assai che non è quella della natura. Lucano era forse maggior
          genio di Virgilio, nè perciò resta che sia stato maggior poeta, e riuscito meglio nella
          sua impresa; anzi che veruno lo stimi nemmeno paragonabile a Virgilio.</p>
        <p>Queste considerazioni debbono determinare secondo me la parte che ha la natura in quello
          che si chiama talento, cioè quanto v’abbia di naturale e d’innato nelle facoltà
          intellettuali di qualunque individuo. Sebbene il talento si consideri come cosa affatto
          naturale, non è di gran lunga così, come ho mostrato altrove. Ma non è nemmen vero ch’egli
          sia tutto effetto delle circostanze e assuefazioni acquisite: come si dimostra cogli
          esempi e comparazioni precedenti. Certo è bensì che di due talenti uguali per natura, ma
          l’uno <pb ed="aut" n="2572"/> coltivato e l’altro non coltivato, quello si chiama talento,
          e questo neppur si chiama così, non che sia messo al paro di quello. Dal che di nuovo
          s’inferisce che la maggior parte del talento umano, e delle facoltà intellettuali è opera
          delle assuefazioni, e non della natura, è <emph>acquisita</emph> e non
          <emph>innata</emph>; benchè non si fosse potuta <emph>acquistare</emph> in quel grado
          senza <emph>possedere primitivamente</emph> quell’altra minor parte, o sia disposizione
          naturale, e assuefabilità, suscettibilità, conformabilità. (19. Luglio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dire che la lingua latina è figlia della greca, perchè vi si trovano molte parole e modi
          greci introdottivi parte dalla <emph>letteratura</emph>, parte dal commercio e vicinanza
          delle colonie greco-italiane, parte dall’antico commercio avuto colla nazione greca sempre
          mercatrice, parte derivanti dalla stessa comune origine d’ambe le lingue, è lo stesso
          appunto che vedendo la nostra presente <pb ed="aut" n="2573"/> lingua italiana piena di
          francesismi, e modellata sulla francese, conchiudere che la lingua italiana è figlia della
          francese. Anzi v’ha più di francese nella presente lingua italiana (che è quasi una
          traduzione, e una scimia della francese) di quel che v’abbia di greco nella lingua latina,
          massime poi dell’antica. Del resto la parità va molto bene a proposito, perchè infatti le
          lingue italiana e francese sono appunto sorelle, come la greca e la latina. (20. Luglio
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Omero è il padre e il perpetuo principe di tutti i poeti del mondo. Queste due qualità di
          padre e principe non si riuniscono in verun altro uomo rispetto a verun’altra arte o
          scienza umana. Di più, nessuno riconosciuto per principe in qualunque altra arte o
          scienza, se ne può con questa sicurezza, cagionata dall’esperienza di tanti secoli,
          chiamar principe <pb ed="aut" n="2574"/> perpetuo. Tale è la natura della poesia ch’ella
          sia somma nel cominciare. Dico somma e inarrivabile in appresso in quanto puramente
          poesia, ed in quanto vera poesia, non in quanto allo stile ec. ec. Esempio ripetuto in
          Dante, che in quanto poeta, non ebbe nè avrà mai pari fra gl’italiani. (21. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non c’è virtù in un popolo senz’amor patrio, come ho dimostrato altrove. Vogliono che
          basti la Religione. I tempi barbari, bassi ec. erano religiosi fino alla superstizione, e
          la virtù dov’era? Se per religione intendono la pratica della medesima, vengono a dire che
          non c’è virtù senza virtù. Chi è religioso in pratica, è virtuoso. Se intendono la
          teorica, e la speranza e il timore delle cose di là, l’esperienza di tutti i tempi
          dimostra che questa non basta a fare un popolo attualmente e praticamente virtuoso.
          L’uomo, e specialmente <pb ed="aut" n="2575"/> la moltitudine non è fisicamente capace di
          uno stato continuo di riflessione. Or quello ch’è lontano, quello che non si vede, quello
          che dee venir dopo la morte, dalla quale ciascuno naturalmente si figura d’esser
          lontanissimo, non può fortemente costantemente ed efficacemente influire sulle azioni e
          sulla vita, se non di chi tutto giorno riflettesse. Appena l’uomo entra nel mondo, anzi
          appena egli esce dal suo interno (nel quale il più degli uomini non entra mai, e ciò per
          natura propria) le cose che influiscono su di lui, sono le presenti, le sensibili, o
          quelle le cui immagini sono suscitate e fomentate dalle cose in qualunque modo sensibili:
          non già le cose, che oltre all’esser lontane, appartengono ad uno stato di natura diversa
          dalla nostra presente, cioè al nostro stato dopo la morte, e quindi, vivendo noi
          necessariamente fra <pb ed="aut" n="2576"/> la materia, e fra questa presente natura,
          appena le sappiamo considerare come esistenti, giacchè non hanno che far punto con niente
          di quello la cui esistenza sperimentiamo, e trattiamo, e sentiamo ec. La conchiusione è
          che tolta alla virtù una ragione presente, o vicina, e sensibile, e tuttogiorno posta
          dinanzi a noi; tolta dico questa ragione alla virtù (la qual ragione, come ho provato, non
          può esser che l’amor patrio), è tolta anche la virtù: e la ragione lontana, insensibile, e
          soprattutto, estrinseca affatto alla natura della vita presente, e delle cose in cui la
          virtù si deve esercitare, questa ragione, dico, non sarà mai sufficiente all’attuale e
          pratica virtù dell’uomo, e molto meno della moltitudine, se non forse ne’ primi anni, in
          cui dura il fervore della nuova opinione, come nel <emph>primo</emph> secolo del
          Cristianesimo (corrotto già nel <emph>secondo</emph>. <pb ed="aut" n="2577"/> V. i SS.
          Padri.) (21. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2558. Anche gli spagnuoli hanno la particella compositiva <emph>des</emph>
          corrispondente al nostro <emph>dis</emph>, ed è fra loro frequentissima. Queste spesso
          significano cessazione, come <foreign lang="spa" rend="italic">desamparar</foreign>,
            <emph>disguardare, dismettere</emph> (che vuol dir cessare da un’opera ec. laddove
            <emph>intermettere</emph> vale lasciarla per un poco) ec. ec. Tali particelle potrebbono
          venire dalla latina <emph>de</emph> corrotta in <emph>des</emph> o <emph>dis</emph>, come
          da <foreign lang="lat" rend="italic">dedignari</foreign>, <emph>disdegnare</emph>,
            <foreign lang="spa" rend="italic">desdeñar</foreign>, ec. e il sopraddetto
            <emph>dismettere</emph> forse viene da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >dimittere</foreign> che in molti significati non ha la forza della particella
          <emph>di</emph>, ma di <emph>de</emph>, mutata forse in <emph>di</emph> per la
          composizione o per corruzione. <bibl>V. il <author>Forcell.</author> in <foreign
              lang="lat" rend="italic">Dimitto</foreign>
          </bibl>. In ogni modo i nostri composti formati colla particella <emph>dis</emph>, e gli
          spagnuoli colla <emph>des</emph>, ec. possono dimostrare l’esistenza antica di molti tali
          composti nel latino volgare, non conosciuti nel latino scritto: <pb ed="aut" n="2578"/> o
          che in esso volgare la detta particella si pronunziasse <emph>de</emph>, o
          <emph>dis</emph>, come abbiamo anche veduto, o nell’un modo e nell’altro, o comunque. (23.
          Luglio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La lingua latina ebbe un modello d’altra lingua regolata, ordinata, e stabilita, su cui
          formarsi. Ciò fu la greca, la quale non n’ebbe alcuno. Tutte le cose umane si perfezionano
          grado per grado. L’aver avuto un modello, al contrario della lingua greca, fu cagione che
          la lingua latina fosse più perfetta della greca, e altresì che fosse meno libera. (Nè più
          nè meno dico delle letterature greca e latina rispettivamente; questa più perfetta, quella
          più originale e indipendente e varia.) I primi scrittori greci, anche sommi, ed aurei,
          come Erodoto, Senofonte ec. erano i primi ad applicar la dialettica, e l’ordine ragionato
          all’orazione. Non <pb ed="aut" n="2579"/> avevano alcun esempio di ciò sotto gli occhi.
          Quindi, com’è naturale a chiunque incomincia, infinite sono le aberrazioni loro dalla
          dialettica e dall’ordine ragionato. Le quali aberrazioni passate poi e confermate nell’uso
          dello scrivere, sanzionate dall’autorità, e dallo stesso errore di tali scrittori,
          sottoposte a regola esse pure, o divenute regola esse medesime, si chiamarono, e si
          chiamano, e sono eleganze, e proprietà della lingua greca. Così è accaduto alla lingua
          italiana. La ragione è ch’ella fu molto e da molti scritta nel 300, secolo d’ignoranza, e
          che anche allora fu applicata alla letteratura in modo sufficiente per far considerare
          quel secolo come classico, dare autorità a quegli scrittori, presi in corpo e in massa, e
          farli seguire da’ posteri. I greci o non avevano affatto alcuna lingua coltivata a cui
          guardare, o se ve n’era, era molto lontana da loro, come forse la sascrita, l’egiziana,
          ec. e poco o niente nota, neanche ai loro più dotti. Gl’italiani n’avevano, cioè la <pb
            ed="aut" n="2580"/> latina e la greca. Ma quel secolo ignorante non conosceva la greca,
          pochissimo la latina, massime la latina buona e regolata. (Fors’anche molti conoscendo
          passabilmente il latino, e fors’anche scrivendolo con passabile regolatezza, erano
          sregolatissimi in italiano, per incapacità di applicar quelle regole a questa lingua, che
          tutto dì favellavano sregolatamente; di conoscere o scoprire i rapporti delle cose ec.)
          Quei pochi che conobbero un poco di latino, scrissero con ordine più ragionato, come
          fecero principalmente i frati, Passavanti, F. Bartolommeo, Cavalca ec. Dante, e più ancora
          il Petrarca e il Boccaccio che meglio di tutti conoscevano il buono e vero latino, meno di
          tutti aberrarono dall’ordine dialettico dell’orazione. Questi principalmente diedero
          autorità presso i posteri a’ loro scrittori contemporanei, la massima parte ignoranti, non
          solo di fatto, ma anche di professione <emph>laici</emph> e illetterati, e che non
          pretendevano di scrivere se non per bisogno, come i nostri castaldi. I quali abbondarono
          di <emph>sragionamenti</emph>, e <emph>disordini</emph> gramaticali d’ogni sorta.</p>
        <p>Di tali aberrazioni n’hanno tutte le lingue quando si cominciano a scrivere, e tutte nel
          séguito ne conservano più o meno, sotto il nome di proprietà loro, benchè non sieno <pb
            ed="aut" n="2581"/> in origine e in sostanza, se non errori de’ loro primi scrittori e
          letterati, perpetuati nell’uso della scrittura nazionale. Meno d’ogni altra fra le
          antiche, n’ebbe o ne conservò la lingua latina, per la detta ragione, fra l’altre. Meno di
          tutte fra l’antiche e le moderne, ne conserva la lingua francese, non per altro se non
          perch’ella ha rinunziato e derogato e fatta assolutamente irrita l’autorità de’ suoi
          scrittori antichi, i quali abbondarono di tali aberrazioni o quanto gli altri, o più
          ancora. Parlo dei veramente antichi, cioè del sec. 160. e non del 170. quando lo spirito,
          la società e la conversazione francese era già in un alto grado di perfezione.</p>
        <p>La ricchezza, il numero e l’estensione, ampiezza ec. delle facoltà di una lingua, è per
          lo più in proporzione del numero degli scrittori che la coltivarono prima delle regole
          esatte, della grammatica, e della formazione del Vocabolario. La lingua francese che ha
          rinunziato all’autorità di tutti gli scrittori propri anteriori alla sua grammatica e al
          suo Vocabolario (ch’erano anche pochi e di poco conto, e perciò hanno potuto essere
          scartati), è la meno ricca, e le sue facoltà son più ristrette che non son quelle di
          qualunqu’altra lingua del mondo. V. p. 2592. (25. Luglio, dì di S. Giacomo, 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2582"/> Il piacere che noi proviamo della Satira, della commedia satirica,
          della <foreign lang="fre" rend="italic">raillerie</foreign>, della maldicenza ec. o nel
          farla o nel sentirla, non viene da altro se non dal sentimento o dall’opinione della
          nostra superiorità sopra gli altri, che si desta in noi per le dette cose, cioè in somma
          dall’odio nostro innato verso gli altri, conseguenza dell’amor proprio che ci fa
          compiacere dello scorno e dell’abbassamento anche di quelli che in niun modo si sono
          opposti o si possono opporre al nostro amor proprio, a’ nostri interessi ec., che niun
          danno, niun dispiacere, niuno incomodo ci hanno mai recato, e fino anche della stessa
          specie umana; l’abbassamento della quale, derisa nelle commedie o nelle satire ec. in
          astratto, e senza specificazione d’individui <emph>reali</emph>, lusinga esso medesimo la
          nostra innata misantropia. E dico innata, perchè l’amor proprio, ch’è innato, non può star
          senza di <pb ed="aut" n="2583"/> lei. (25. Luglio, dì di S. Giacomo maggiore 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Adesso chi nasce grande, nasce infelice. Non così anticamente, quando il mondo abbondava
          e di pascolo (cioè di spettacolo e trattenimento), e di esercizio, e di fini, e di premi
          all’anime grandi. Anzi a quei tempi era fortuna il nascer grande come oggi il nascer
          nobile e ricco. Perocchè siccome nella monarchia quelli che nascono di grande e ricca
          famiglia, ricevono le dignità, gli onori, le cariche dalla mano dell’ostetrice (per
          servirmi di un’espressione di <bibl>
            <author>Frontone</author>
            <title>ad Ver.</title> l. 2. ep. 4. p. 121</bibl>.), così nè più nè meno accadeva
          anticamente ai grandi e magnanimi e valorosi ingegni. I quali nelle circostanze,
          nell’attività e nell’immensa vita di quei tempi, non potevano mancare di svilupparsi,
          coltivarsi e formarsi; e sviluppati, formati e coltivati non potevano mancar di prevalere
          e primeggiare; come oggidì possono esser certi di tutto il contrario. <pb ed="aut"
            n="2584"/> Lascio che quanto gli animi erano più grandi, tanto meglio erano disposti a
          godere della vita, la quale in quei tempi non mancava, e di tanto maggior
          <emph>vita</emph> erano <emph>capaci</emph>, e quindi di tanto maggior godimento; e perciò
          ancora era da riputarsi a vera fortuna e privilegio della natura il nascer grand’uomo, e
          s’aveva a considerare come un effettivo e realizzabilissimo mezzo di felicità: all’opposto
          di quello che oggi interviene. (26. Luglio, dì di S. Anna. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nelle parole si chiudono e quasi si legano le idee, come negli anelli le gemme, anzi
          s’incarnano come l’anima nel corpo, facendo seco loro come una persona, in modo che le
          idee sono inseparabili dalle parole, e divise non sono più quelle, sfuggono all’intelletto
          e alla concezione, e non si ravvisano, come accadrebbe all’animo nostro disgiunto dal
          corpo. (27. Luglio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2585"/> Ho paragonato altrove gli organi intellettuali dell’uomo agli
          esteriori, e particolarmente alla mano, e dimostrato che siccome questa non ha da natura
          veruna facoltà (anzi da principio è inetta alle operazioni più facili e giornaliere), così
          niuna ne portano gli organi intellettuali, ma solamente la disposizione o possibilità di
          conseguirne, e questa più o meno secondo gl’individui. Nello stesso modo io non dubito che
          se meglio si ponesse mente, si troverebbero anche negli organi esteriori dell’uomo, p. e.
          nella mano, molte differenze di capacità, non solo relativamente alle diverse
          assuefazioni, e al maggiore o minore esercizio di detto organo, ma naturalmente, e
          indipendentemente da ogni cosa acquisita; come accade negl’ingegni, che per natura sono
          qual più qual meno conformabili, e disposti <pb ed="aut" n="2586"/> ad assuefarsi, cioè ad
          imparare. E forse a queste differenze si vuole attribuire l’eccessiva e maravigliosa
          inabilità di alcuni che non riescono (anche provandosi) a saper far colle loro mani quello
          che il più degli uomini fanno tuttogiorno senza pure attendervi nè anche pensarvi; e
          l’altrettanto mirabile facilità ch’altri hanno d’imparare senza studio, e d’eseguire
          speditissimamente le più difficili operazioni manuali, che il più degli uomini o non sanno
          fare, o non fanno se non adagio, e con attenzione. Vero è che si trova molto minor
          differenza individuale fra la capacità generica della mano di questo o di quello, che fra
          la capacità de’ vari ingegni. Ma questo nasce che tutti in un modo o nell’altro esercitano
          la mano, e quindi le danno e proccurano una certa abilità <pb ed="aut" n="2587"/> e
          assuefabilità generale: non così l’ingegno. Ed è molto maggiore, generalmente parlando, il
          divario che passa fra l’esercizio de’ diversi ingegni, che fra l’esercizio della mano de’
          diversi individui. Divario che non è naturale, e non ha che far colle disposizioni native
          di tali organi. (28. Luglio. Domenica 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È frequentissimo e amplissimo nell’Italiano o nello Spagnuolo l’uso della voce
            <emph>termine</emph> nel suo plurale massimamente, la quale piglia diversi significati,
          secondo ch’ell’è applicata. (Questi per lo più importano <emph>condizione, stato,
          essere</emph> sustantivo o cosa simile.) Vedi la Crus. Non così nel latino scritto,
          dov’essa voce non ha che la forza di <emph>confine</emph> o <emph>limite</emph> ec. Pur
          vedi presso il Forcell. nell’ultimo esempio di questa voce, ch’è di Plauto, una frase
          tutta italiana e spagnuola, la qual può dimostrare che detta voce nel volgare latino
          avesse o tutti o in parte quegli usi appunto ch’ell’ha nelle dette lingue. V. Du Cange,
          s’ha nulla. V. anche l’Alberti Diz. franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >Terme</foreign> in fine. (29. Luglio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2588"/> A un giovane il quale essendo innamorato degli studi, diceva che
          della maniera di vivere, e della scienza pratica degli uomini se n’imparano cento carte il
          giorno, rispose N. N. <quote>
            <emph>ma il libro</emph> (ma gli è un libro) <emph>è da 15 o 20 milioni di carte</emph>
          </quote>. (30. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Da <foreign lang="lat" rend="italic">coquere</foreign> diciamo <emph>cocere</emph> (che
          per più gentilezza e per proprietà italiana si scrive <emph>cuocere</emph>) mutato il
            <emph>qu</emph> radicale, in <emph>c</emph> parimente radicale. Che questa lettera fosse
          radicale anche ab antico si può raccogliere dalla voce <foreign lang="lat" rend="italic"
            >praecox</foreign> (cioè <emph>praecocs</emph>) <foreign lang="lat" rend="italic"
            >praecocis</foreign>, la quale (spogliata della prep. <emph>prae</emph>) forse contiene
          la radice di <foreign lang="lat" rend="italic">coquere</foreign>. E molte altre pronunzie
          volgari di voci derivate dal latino, si potrebbono forse dimostrare antichissime con
          simili osservazioni delle loro radici (o già note, o scopribili), delle voci loro affini
          ec. (30. Luglio. 1822.). <bibl>V. <author>Forcellini</author>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Coquo, Praecox</foreign>
          </bibl> ec. e il Glossario.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Da quello che altrove ho detto de’ numeri ec. si deduce che gli animali, non avendo
          lingua, non sono capaci di concepir quantità determinata ec. se non menoma, e ciò non per
          difetto di ragione, e insufficienza e scarsezza d’intendimento, ma per la detta
          necessarissima causa. (30. Luglio 1822.). Onde l’idea della quantità determinata (benchè
          cosa materialissima) è <pb ed="aut" n="2589"/> esclusivamente propria dell’uomo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La letteratura greca fu per lungo tempo (anzi lunghissimo) l’unica del mondo (allora ben
          noto): e la latina (quand’ella sorse) naturalissimamente non fu degnata dai greci, essendo
          ella derivata in tutto dalla greca; e molto meno fu da essi imitata. Come appunto i
          francesi poco degnano di conoscere e neppur pensano d’imitare la letteratura russa o
          svedese, o l’inglese del tempo d’Anna, tutte nate dalla loro. Così anche, la lingua greca
          fu l’unica formata e colta nel mondo allora ben conosciuto (giacchè p. e. l’India non era
          ben conosciuta). Queste ragioni fecero naturalmente che la letteratura e lingua greca si
          conservassero tanto tempo incorrotte, che d’altrettanta durata non si conosce altro
          esempio. Quanto alla lingua n’ho già detto altrove. Quanto alla letteratura, lasciando
          stare Omero, è prodigiosa la durata della letteratura greca non solo incorrotta, ma
            <emph>nello stato di creatrice</emph>. Da Pindaro, Erodoto, Anacreonte, Saffo, Mimnermo,
          gli altri lirici ec. ella dura senza interruzione fino a Demostene; se non che, dal tempo
          di Tucidide a Demostene, ella si restringe alla sola Atene per <pb ed="aut" n="2590"/>
          circostanze ch’ora non accade esporre. <bibl>V. <author>Velleio</author> lib.1.
          fine</bibl>. Nati, anzi propagati e adulti i sofisti e cominciata la letteratura greca
          (non la lingua) a degenerare, (massime per la perdita della libertà, da Alessandro, cioè
          da Demostene in poi), ella con pochissimo intervallo risorge in Sicilia e in Egitto, e
          ancora quasi in istato di creatrice. Teocrito, Callimaco, Apollonio Rodio ec. Finito il
          suo stato di creatrice, e dichiaratasi la letteratura greca imitatrice e figlia di se
          stessa, cioè ridotta (come sempre a lungo andare interviene) allo studio e imitazione de’
          suoi propri classici antichi, l’esser questi classici, suoi, e questa imitazione, di se
          stessa, la preserva dalla corruzione, e purissimi di stile e di lingua riescono Dionigi
          Alicarnasseo, Polibio, e tutta la <foreign lang="grc">φορὰ</foreign> di scrittori greci
          contemporanei al buon tempo della letteratura latina; i quali appartengono alla classe, e
          sono in tutto e per tutto una <foreign lang="grc">φορὰ</foreign> d’imitatori dell’antica
          letteratura greca, e di quella <foreign lang="grc">φορὰ</foreign> durevolissima di
          scrittori greci classici, ch’io chiamo <foreign lang="grc">φορὰ</foreign> creatrice.
          Corrotta già <pb ed="aut" n="2591"/> la letteratura latina, e sfruttata e indebolita, la
          greca sopravvive alla sua figlia ed alunna, e s’ella produce degli Aristidi, degli Erodi
          attici, e altri tali retori di niun conto nello stile (non barbari però, e nella lingua
          purissimi), ella pur s’arricchisce d’un Arriano, d’un Plutarco, d’un Luciano, ec. che
          quantunque imitatori, pur sanno così bene scrivere, e maneggiar lo stile e la lingua
          antica o moderna, che quasi in parte le rendono la facoltà creatrice. Aggiungi che in tal
          tempo la Grecia, colla sua letteratura e lingua incorrotta, era serva, e l’Italia signora
          colla sua letteratura e lingua imbastardita e impoverita. (30. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La storia di ciascuna lingua è la storia di quelli che la parlarono o la parlano, e la
          storia delle lingue è la storia della mente umana. (<quote>
            <foreign lang="fre">L’histoire de chaque langue est l’histoire des peuples qui l’ont
              parlée ou qui la parlent, et l’histoire des langues est l’histoire de l’esprit
            humain</foreign>
          </quote>.) (31. Luglio, dì di S. Ignazio Loiola. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2592"/> Intorno all’etimologia di <emph>favellare</emph>. <quote>
            <emph>L’altre due voci sono</emph>
            <emph rend="sc">favellare</emph>
            <emph>e</emph>
            <emph rend="sc">cicalare</emph>: <emph>l’una si è dir favole; e</emph>
            <emph rend="sc">cicalare</emph>
            <emph>si è il cigolare degli uccelli</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cellini</author>
            <title>Discorso sopra la differenza nata tra gli Scultori e Pittori circa il luogo
              destro stato dato alla Pittura nelle Essequie del gran Michelagnolo Bonarroti.</title>
            fine. <title>Opere di Benvenuto Cellini</title>, Mil. 1806-11. vol. 3. p. 261</bibl>.
          Parla di <emph>tre voci</emph> che s’usano in lingua toscana per esprimere il
            <emph>parlare</emph>, e la prima detta dal Cellini si è <emph>ragionare</emph>, il che
          egli dice che vuol fare, e non <emph>favellare</emph> nè <emph>cicalare</emph>. (2.
          Agosto, dì del perdono. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Le stelle, i pianeti ec. si chiamano più o men belle, secondo che sono più o meno lucide.
          Così il sole e la luna secondo che son chiari e nitidi. Questa così detta bellezza non
          appartiene alla speculazione del bello, e vuol dir solamente che il lucido, per natura, è
          dilettevole all’occhio nostro, e rallegra l’animo ec. ec. (3. Agosto. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2581. marg. Fra le lingue antiche, la greca non solo ebbe infiniti scrittori
          prima della sua grammatica, ma prima ancora d’ogni grammatica conosciuta. Quindi la sua
          inesauribile ricchezza, e la sua assoluta onnipotenza. La lingua latina per <pb ed="aut"
            n="2593"/> verità non dico che avesse Vocabolari (sebbene ebbe forse parecchie
          nomenclature ec. come la greca col tempo ebbe i suoi libri detti <foreign lang="grc"
            >Ἀττικισταὶ</foreign> ec. ec.), e certo ebbe parecchi scrittori anteriori alla sua
          grammatica (fra’ quali se vogliamo porre Cicerone, sarà certo che questi furono i
          migliori), ma la grammatica essa già l’aveva in quella della lingua greca, studiando la
          qual lingua per principii e nelle scuole ec. (cosa che i greci non avevano mai fatto con
          altra lingua del mondo) necessariamente i latini imparavano le regole universali della
          grammatica e l’analisi esatta del linguaggio, e applicavano tutto ciò alla lingua loro:
          lasciando star gl’infiniti libri di grammatica greca che già s’avevano dal tempo de’
          Tolomei in giù. Quindi la lingua latina, per antica, riuscì meno libera e meno varia
          d’ogni altra. Laddove la lingua italiana scritta primieramente da tanti che nulla sapevano
          dell’analisi del linguaggio (poco o nulla studiando altra lingua e grammatica, come
          sarebbe stata la latina), venne, per lingua moderna, similissima di ricchezza e
          d’onnipotenza alla greca. La lingua tedesca ha veramente <pb ed="aut" n="2594"/>
          grammatica, ma non so quanto sia rispettata dagli scrittori tedeschi; ovvero le eccezioni
          superando le regole, queste vengono ad essere illusorie, e il grammatico non può far altro
          ch’andar qua e là dietro chi scrive, per vedere e notar come scrivono. Di più ella non ha
          vocabolario riconosciuto per autorevole, e questo in una lingua moderna è una gran cosa
          conducentissima alla ricchezza, potenza, libertà della lingua. (4. Agosto. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che le voci greche nelle lingue nostre non sono altro che termini (in
          proporzione però del tempo da ch’elle vi sono introdotte: p. e. <emph>filosofia</emph> e
          tali altre voci greche venuteci mediante il latino, sono alquanto più che termini), cioè
          ch’elle non esprimono se non se una pura idea, senz’alcun’altra concomitante. Per questa
          ragione appunto, oltre le altre notate altrove, le voci greche sono infinitamente a
          proposito nelle nostre scuole e scienze, perocch’elle rappresentano costantemente e
          schiettamente quella nuda, secca e semplicissima idea alla quale sono state appropriate; e
          perciò servono alla precisione <pb ed="aut" n="2595"/> molto meglio di quello che possano
          mai fare le voci tolte dalle proprie lingue, le quali voci benchè fossero formate,
          composte ec. di nuovo, sempre porterebbero seco qualche idea concomitante. Ma per questa
          medesima ragione le voci greche sono intollerabili nella bella letteratura (barbare poi
          nella poesia, benchè i francesi si facciano un pregio, un vezzo e una galanteria
          d’introdurcele), dove intollerabili sono le idee secche e nude, o la secca e nuda
          espressione delle idee. (6. Agosto 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A ciò che ho detto altrove di quel verso dell’Alfieri, <quote>
            <emph>Disinventore od inventor del nulla</emph>
          </quote>, soggiungi. Quest’appunto è la mirabile facoltà della lingua greca, ch’ella
          esprime facilmente, senza sforzo, senza affettazione, pienamente e chiarissimamente, in
          una sola parola, idee che l’altre lingue talvolta non possono propriamente e interamente
          esprimere in nessun modo, non solo in una parola, ma nè anche in più d’una. E questo non
          lo conseguisce la detta lingua per altro mezzo che della immensa facoltà de’ composti.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2596"/> Quanta sia l’influenza dell’opinione e dell’assuefazione anche sui
          sensi, l’ho notato altrove coll’esempio del gusto, che pur sembra uno de’ sensi più
          difficili ad essere influiti da altro che dalle cose materiali. Aggiungo una prova
          evidente. Io mi ricordo molto bene che da fanciullo mi piaceva effettivamente e parevami
          di buon sapore tutto quello che (per qualunque motivo ch’essi s’avessero) m’era lodato per
          buono da chi mi dava a mangiare. Moltissime delle quali cose, ch’effettivamente secondo il
          gusto dei più, sono cattive, ora non solo non mi piacciono, ma mi dispiacciono. Nè per
          tanto il mio gusto intorno ai detti cibi s’è mutato a un tratto, ma appoco appoco, cioè di
          mano in mano che la mente mia s’è avvezzata a giudicar da se, e s’è venuta rendendo
          indipendente dal giudizio e opinione degli altri, e dalla prevenzione che preoccupa la
          sensazione. La qual assuefazione ch’è propria dell’uomo, e ch’è generalissima, potrà
          essere ridicolo, ma pur è verissimo il dire che influisce anche in queste minuzie, e
          determina il giudizio <pb ed="aut" n="2597"/> del palato sulle sensazioni che se gli
          offrono, e cambia il detto giudizio da quello che soleva essere prima della detta
          assuefazione. In somma tutto nell’uomo ha bisogno di formarsi; anche il palato: ed è cosa
          facilissimamente osservabile che il giudizio de’ fanciulli sui sapori, e sui pregi e
          difetti dei cibi relativamente al gusto, è incertissimo, confusissimo e imperfettissimo: e
          ch’essi in moltissimi, anzi nel più de’ casi non provano punto nè il piacere che gli
          uomini fatti provano nel gustare tale o tal cibo, nè il dispiacere nel gustarne tale o tal
          altro. Lascio i villani, e la gente avvezza a mangiar poco, o male, o di poche qualità di
          cibi, il cui giudizio intorno ai sapori (anzi il sentimento ch’essi ne provano) è poco
          meno imperfetto e dubbio che quel dei fanciulli. Tutto ciò a causa dell’inesercizio del
          palato.</p>
        <p>Del resto quello ch’io ho detto di me stesso, avviene indubitatamente a tutti, e ciascuno
          se ne potrà ricordare. Perchè sebbene non tutti, col crescere, si liberano dall’influenza
          della prevenzione, <pb ed="aut" n="2598"/> e acquistano l’abito di giudicare da se
          generalmente parlando, pure, in quanto alle sensazioni materiali, difficilmente possono
          mancare di acquistarlo, essendo cosa di cui tutti gli spiriti sono capaci. Nondimeno anche
          questo va in proporzione degl’ingegni, e della maggiore o minore conformabilità, ed io ho
          espressamente veduto uomini di poco, o poco esercitato talento, durar lunghissimo tempo a
          compiacersi di saporacci e alimentacci ai quali erano stati inclinati nella fanciullezza.
          E ho veduto pochi uomini il cui spirito dalla fanciullezza in poi abbia fatto notabile
          progresso, pochi, dico, n’ho veduti, che anche intorno ai cibi non fossero mutati quasi
          interamente di gusto da quel ch’erano stati nella puerizia.</p>
        <p>Ben potrebbono tuttavia esser poco conformabili i sensi esteriori, o qualcuno de’
          medesimi, in un uomo di conformabilissimo ingegno. Ma si vede in realtà che questo accade
          di rado, e per lo più la natura degli individui (come quella delle specie, e dei generi, e
          come la natura universale) si corrisponde appresso a poco in ciascuna sua parte. <pb
            ed="aut" n="2599"/> E in questo caso particolarmente ciò è ben naturale, poichè la
          conformabilità non è altro che maggiore o minor dilicatezza di organi e di costruzione; e
          difficilmente si trovano affatto rozzi, duri, non pieghevoli i tali o tali organi in un
          individuo che sia dilicatamente formato nell’altre sue parti. Come infatti è osservato da’
          fisici che l’uomo (della cui suprema conformabilità di mente diciamo altrove) è parimente
          di tutti gli animali il più abituabile, e il più conformabile nel fisico: però il genere
          umano vive in tutti i climi, e uno individuo medesimo in vari climi ec. a differenza degli
          altri animali, piante ec. Così mi faceva osservare in Firenze il Conte Paoli. (6. Agosto.
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uniformità è certa cagione di noia. L’uniformità è noia, e la noia uniformità.
          D’uniformità vi sono moltissime specie. V’è anche l’uniformità prodotta dalla continua
          varietà, e questa pure è noia, come ho detto altrove, e provatolo con esempi. V’è la
          continuità di tale o tal piacere, la qual continuità è uniformità, e perciò noia ancor
          essa, benchè il suo soggetto sia il piacere. Quegli sciocchi poeti, i quali vedendo che le
          descrizioni nella poesia sono piacevoli hanno ridotto la poesia a continue descrizioni,
          hanno tolto il piacere, e sostituitagli la noia (come i bravi poeti stranieri moderni,
          detti <emph>descrittivi</emph>): ed io ho veduto persone di niuna letteratura, leggere
          avidamente l’Eneide <pb ed="aut" n="2600"/> (ridotta nella loro lingua) la qual par che
          non possa esser gustata da chi non è intendente, e gettar via dopo i primi libri le
          Metamorfosi, che pur paiono scritte per chi si vuol divertire con poca spesa. Vedi quello
          che dice Omero in persona di Menelao: <quote>
            <emph>Di tutto è sazietà, della cetra, del sonno</emph>
          </quote> ec. La continuità de’ piaceri, (benchè fra loro diversissimi) o di cose poco
          differenti dai piaceri, anch’essa è uniformità, e però noia, e però nemica del piacere. E
          siccome la felicità consiste nel piacere, quindi la continuità de’ piaceri (qualunque si
          sieno) è nemica della felicità per natura sua, essendo nemica e distruttiva del piacere.
          La Natura ha proccurato in tutti i modi la felicità degli animali. Quindi ell’ha dovuto
          allontanare e vietare agli animali la continuità dei piaceri. (Di più abbiamo veduto
          parecchie volte come la Natura ha combattuto la noia in tutti i modi possibili, ed avutala
          in quell’orrore che gli antichi le attribuivano rispetto al vuoto.) Ecco come i mali
          vengono ad esser necessarii alla stessa felicità, e pigliano vera e reale essenza <pb
            ed="aut" n="2601"/> di beni nell’ordine generale della natura: massimamente che le cose
          indifferenti, cioè non beni e non mali, sono cagioni di noia per se, come ho provato
          altrove, e di più non interrompono il piacere, e quindi non distruggono l’uniformità, così
          vivamente e pienamente come fanno, e soli possono fare, i mali. Laonde le convulsioni
          degli elementi e altre tali cose che cagionano l’affanno e il male del timore all’uomo
          naturale o civile, e parimente agli animali ec. le infermità, e cent’altri mali
          inevitabili ai <emph>viventi</emph>, anche nello stato primitivo, (i quali mali benchè
          accidentali uno per uno, forse il genere e l’università loro non è accidentale) si
          riconoscono per conducenti, e in certo modo necessarii alla felicità dei viventi, e quindi
          con ragione contenuti e collocati e ricevuti nell’ordine naturale, il qual mira in tutti i
          modi alla predetta felicità. E ciò non solo perch’essi mali danno risalto ai beni, e
          perchè più si gusta la sanità dopo la malattia, e la calma dopo la tempesta: ma perchè
          senza essi mali, i beni <pb ed="aut" n="2602"/> non sarebbero neppur beni a poco andare,
          venendo a noia, e non essendo gustati, nè sentiti come beni e piaceri, e non potendo la
          sensazione del piacere, in quanto realmente piacevole, durar lungo tempo ec. (7. Agosto
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἔργα νέων, βουλαὶ δὲ μέσων, εὐχαὶ δὲ γερόντων</foreign>
          </quote>. Verso di non so qual poeta antico, applicabile e proporzionabile alle diverse
          età del genere umano, come lo è qualunque cosa si possa dire intorno alle diverse età
          dell’individuo. E infatti del secol nostro non è proprio altro che il
          <emph>desiderio</emph> (eternamente inseparabile dall’uomo anche il più inetto, e debole,
          e inattivo e non curante; per cagione dell’amor proprio che spinge alla felicità, la qual
          mai non s’ottiene) e il lasciar fare. (7. Agosto. 1822.).</p>
      </div1>
      <div1 n="2602 - 2800">
        <p>Ho mostrato altrove che quasi tutte le principali scoperte che servono alla vita civile
          sono state opera del caso, e tiratone le sue conseguenze. Voglio ora spiegare e confermar
          la cosa con un esempio. L’arte di fare il vetro, anzi l’idea di farlo, e la pura
          cognizione di poterlo fare (la qual arte è antichissima), è egli credibile che sia mai
          potuta venire <pb ed="aut" n="2603"/> all’uomo per via di ragionamento? Cavar dalle
          ceneri, e altre materie la cui specie esteriore è <foreign lang="lat" rend="italic">toto
            coelo</foreign> distante dalla forma e qualità del vetro (<bibl>v. <title>l’Arte
              Vetraria</title> d’<author>Antonio Neri</author>
          </bibl>) un corpo traslucido, fusibile, configurabile a piacimento ec. ec. può mai essere
          stato a principio insegnato da altro che da uno o più semplicissimi e assolutissimi casi?
          Ora quanta parte abbia l’uso del vetro nell’uso della vita e delle comodità civili,
          com’esso appartenga al numero dei generi necessari, come abbia servito alle scienze,
          quante immense e infinite scoperte si sieno fatte in ogni genere per mezzo de’ vetri
          ridotti a lenti ec. ec. ec., quanto debbano al vetro l’Astronomia, la Notomia, la Nautica
          (tanto giovata e promossa dalla scoperta dei satelliti di Giove fatta col telescopio ec.),
          tutte queste cose mi basta accennarle. Ma le accenno affinchè si veda che quando anche le
          successive scoperte, perfezionamenti ec. fatti, acquistati ec. intorno al vetro, o per
          mezzo del vetro ec. non sieno stati casuali ma pensati (sebbene l’invenzione dell’occhiale
          e del Cannocchiale si dice che fosse a caso): contuttociò si debbono <pb ed="aut" n="2604"
          /> tutti, esattamente parlando, riconoscere per casuali, essendo casuale la loro origine,
          cioè l’invenzione del vetro, senza la quale niente del sopraddetto avrebbe avuto luogo. E
          però tutta quella parte (non piccola) del sapere, dei comodi, della civiltà umana che ha
          dipendenza e principio ec. dall’invenzione del vetro, e che senza questa non si sarebbe
          conseguita, è realmente casuale, e per puro caso acquistata.</p>
        <p>E che queste ed altre simili innumerevoli scoperte sieno state veri casi, si può arguire
          anche dal vedere che moltissimi popoli composti di esseri che per natura, ingegno
          naturale, ec. erano e sono in tutto come noi, non essendosi dati presso loro, i casi che
          si son dati presso noi, mancavano o mancano affatto di queste o quelle invenzioni e di
          tutti i progressi dello spirito umano che ne son derivati: e ciò quando anche detti popoli
          fossero in molta società, ed avessero fatto molte altre scoperte, quali erano p. e. in
          America i Messicani, popolo in gran parte civile, che non per tanto mancava appunto del
          vetro.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2605"/> Di più osservo che quantunque la Chimica abbia fatto oggidì tanti
          progressi, e sia così dichiarata e distinta ne’ suoi principii, in maniera da parere
          ch’ella potesse e dovesse far grandi scoperte, non più attribuibili al caso, ma solo al
          ragionamento; niuna mai ne ha fatta che abbia di grandissima lunga l’importanza e
          l’influenza di quelle che ci son venute dagli antichi, fatte in tempi d’ignoranza, e senza
          principii, o con pochissimi e indigesti e mal intesi principii delle analoghe scienze (la
          scoperta della polvere, del vetro ec.) Tutto quel ch’ha fatto è stato di perfezionar le
          antiche, o di farne delle analoghe (come quella della polvere fulminante) che non si
          sarebbero fatte se le antiche non fossero state già conosciute. E quel che dico della
          Chimica dico delle altre scienze. Voglio inferire che quelle principali scoperte che o
          subito, o col perfezionamento, accrescimento, applicazione ch’hanno poi subìto, decisero e
          decidono, cagionarono e cagionano in gran parte i progressi dello spirito umano,
          originariamente non sono effetti della scienza <pb ed="aut" n="2606"/> nè del discorso, ma
          del puro caso, essendo state fatte ne’ tempi d’ignoranza, e non sapendosene far di gran
          lunga delle simili colla maggior possibile scienza. E che per tanto tutta quella parte del
          sapere e della civiltà, tutto quel preteso perfezionamento dell’uomo e della società che
          dipende in qualunque modo dalle predette scoperte (la qual parte è grandissima anzi
          massima), non è stato nè preordinato nè prevoluto dalla natura, perchè quegli che non ha
          preordinato nè prevoluto le cause e le prime indispensabili origini (le quali, come dico,
          sono state assolutamente accidentali), non può avere ordinato nè voluto gli effetti. (10.
          Agosto, dì di S. Lorenzo. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quello che ho detto del vetro, si dee dire di mille e mille altre importantissime
          invenzioni, che senza una benchè menoma notizia e traccia ec. che però il solo caso ha
          potuto somministrare, non si sarebbero mai potute fare, e però son tutte casuali, per
          applicate, accresciute, perfezionate che sieno state in seguito, e quando anche non si
          possano più riconoscere da quel che furono <pb ed="aut" n="2607"/> a principio, non si
          possa neanche investigare la loro prima origine e forma e natura, ec. ec. (10. Agosto.
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Così tosto come il bambino è nato, convien che la madre che in quel punto lo mette al
          mondo, lo consoli, accheti il suo pianto, e gli alleggerisca il peso di quell’esistenza
          che gli dà. E l’uno de’ principali uffizi de’ buoni genitori nella fanciullezza e nella
          prima gioventù de’ loro figliuoli, si è quello di consolarli, d’incoraggiarli alla vita;
          perciocchè i dolori e i mali e le passioni riescono in quell’età molto più gravi, che non
          a quelli che per lunga esperienza, o solamente per esser più lungo tempo vissuti, sono
          assuefatti a patire. E in verità conviene che il buon padre e la buona madre studiandosi
          di racconsolare i loro figliuoli, emendino alla meglio, ed alleggeriscano il danno che
          loro hanno fatto col procrearli. Per Dio! perchè dunque nasce l’uomo? e perchè genera? per
          poi racconsolar quelli che ha generati del medesimo essere stati generati? (13. Agosto
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2608"/> Si può scrivere in italiano senza scrivere in maniera italiana,
          laddove non si può quasi scrivere in francese che non si scriva alla maniera francese. E
          si può scrivere e parlare in italiano e non all’italiana: scrivere un italiano non
          italiano ec. (16. Agosto, dì di S. Rocco. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Sallustio</author>, <title>Catil.</title> c. 23.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Maria montesque polliceri</foreign>
          </quote>. Non si trova, ch’io sappia, questo proverbio, oggi volgarissimo in Italia, se
          non in questo scrittore studiosissimo delle voci e maniere antiche, e che per conseguenza
          bene spesso declina alle voci e maniere popolari, come sempre accade agli scrittori
          studiosi dell’antichità della lingua, della quale antichità principal conservatrice è la
          plebe. (17. Agosto. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La nazione spagnuola poetichissima per natura e per clima fra tutte l’Europee (non
          agguagliata in ciò che dall’Italia e dalla Grecia), e fornita di lingua poetichissima
            <emph>fra le lingue perfette</emph> (non inferiore in detta qualità se non all’italiana,
          e non agguagliata di gran lunga da nessun’altra) non ha mai prodotto un poeta nè un poema
          che sia o sia stato di celebrità veramente <pb ed="aut" n="2609"/> europea. Tanto
          prevagliono le istituzioni politiche alle qualità naturali. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἥμισυ γὰρ τ’ ἀρετῆς ἀποαίνυται δοᾣύλιον ἦμαρ</foreign>
          </quote> (Homer.). E questa osservazione può molto servire a quelli che sostengono la
          maggiore influenza del governo rispetto al clima. (18. Agosto. Domenica. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’immenso francesismo che inonda i costumi e la letteratura e la lingua degl’italiani e
          degli altri europei, non è bevuto se non dai libri francesi, e dall’influenza delle loro
          mode, e coll’andarli a trovare in casa loro, il che per quanto sia frequente, non può mai
          esser gran cosa. Laddove Roma e l’Italia da’ tempi del secondo Scipione in poi, e massime
          sotto i primi imperatori, era piena di greci (greci proprii, o nativi d’altri paesi
          grecizzati); n’eran piene le case de’ nobili, dove i greci erano chiamati e ricevuti e
          collocati stabilmente in ogni genere di uffici, da quei della cucina, fino a quello di
          maestro di filosofia ec. ec. (<bibl>V. <author>Luciano</author>
            <title>
              <foreign lang="grc">περὶ τῶν ἐπὶ μισθῷ συνόντων</foreign>
            </title>
          </bibl>, <pb ed="aut" n="2610"/> e <bibl>l’epig. di <author>Marziale</author> del <title
              lang="lat" rend="italic">graeculus esuriens</title>
          </bibl> ec. ec.); n’eran pieni i palazzi e gli offici pubblici: oltre che tutti i ricchi
          mandavano i figli a studiare in Grecia, e questi poi divenivano i principali in Roma e in
          Italia, nelle cariche, nel foro ec. Quindi si può stimar quale e quanto dovesse
          necessariamente essere il grecismo de’ costumi, e letteratura, e quindi della lingua in
          Italia a quei tempi. Aggiunto che anche le donne avevano a sapere il greco, lo studio che
          tutti più o meno facevano de’ loro libri, e il piacere che ne prendevano, e le biblioteche
          che ne componevano ec. ec. (18. Agosto. Domenica. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dicasi quel che si vuole. Non si può esser grandi se non pensando e operando contro
          ragione, e in quanto si pensa e opera contro ragione, e avendo la forza di vincere la
          propria riflessione, o di lasciarla superare dall’entusiasmo, che sempre e in qualunque
          caso trova in essa un ostacolo, e un nemico mortale, e una virtù estinguitrice, e
          raffreddatrice. (22. Agosto 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2611"/> Nessuna cosa è vergognosa per l’uomo di spirito nè capace di farlo
          vergognare, e provare il dispiacevole sentimento di questa passione, se non solamente il
          vergognarsi e l’arrossire. (22. Agosto. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non basta che lo scrittore sia padrone del proprio stile. Bisogna che il suo stile sia
          padrone delle cose: e in ciò consiste la perfezion dell’arte, e la somma qualità
          dell’artefice. Alcuni de’ pochissimi che meritano nell’Italia moderna il nome di scrittori
          (anzi tutti questi pochissimi), danno a vedere di essere padroni dello stile: vale a dir
          che il loro stile è fermo, uguale, non traballante, non sempre sull’orlo di precipizi, non
          incerto, non legato e <foreign lang="fre" rend="italic">rétréci</foreign>, come quello di
          tutti gli altri nostri moderni, francesisti o no, ma libero e sciolto e facile, e che si
          sa spandere e distendere e dispiegare e scorrere, sicuro di non dir quello che lo
          scrittore non vuole intendere, sicuro di non dir nulla in quel modo che lo scrittore non
          lo vuol dire, sicuro di non dare in un altro stile, di non cadere in una qualità che lo
          scrittore voglia evitare; procede a piè saldo senza inciampare nè dubitare di se stesso,
          non va a trabalzoni, ora in cielo ora in terra, or qua or là, ec. Tutte queste qualità nel
          loro stile si trovano, e si dimostrano, cioè si fanno sentire al lettore. Questi tali son
          padroni del loro stile. Ma il loro stile non è padrone delle cose, vale <pb ed="aut"
            n="2612"/> a dir che lo scrittore non è padrone di dir nel suo stile tutto ciò che
          vuole, o che gli bisogna dire, o di dirlo pienamente e perfettamente: e anche questo si fa
          sentire al lettore. Perciocchè spessissimo occorrendo loro molte cose che farebbero
          all’argomento, al tempo, ec. che sarebbero utili o necessarie in proposito, e ch’essi
          desidererebbero dire, e concepiscono perfettamente, e forse anche originalmente, e che
          darebbero luogo a pensieri notabili e belli; essi scrittori, ben conoscendo questo,
          tuttavia le fuggono, o le toccano di fianco, e di traverso, e se ne spacciano pel
          generale, o ne dicono sola una parte, sapendo ben che tralasciano l’altra, e che sarebbe
          bene il dirla, o in somma non confidano o disperano di poterle dire o dirle pienamente nel
          loro stile. La qual cosa non è mai accaduta ai veri grandi scrittori, ed è mortifera alla
          letteratura. E per ispecificare; i detti scrittori sono e si mostrano sicuri di non dare
          nel francese (cioè in quel cattivo italiano che è proprio del nostro tempo, e quindi
          naturale anche a loro, anzi solo naturale), ma non sono nè si mostrano sicuri di <pb
            ed="aut" n="2613"/> poter dire nel buono italiano tutto quello che loro occorra; come lo
          erano i nostri antichi. Anzi lasciano ottimamente sentire, che molte cose quasi
          necessarie, e delle quali si compiacerebbero se le avessero potuto e saputo dire nel buono
          italiano, e la cui mancanza si sente, e che molte volte sono anche notissime a tutti in
          questo secolo, essi le tralasciano avvertitamente, e le dissimulano, almeno da qualche
          necessaria parte, e se ne mostrano o ignoranti, o poco istruiti, o di non averle
          concepite, quando pur l’hanno fatto anche più degli altri, e che in somma non ardiscono
          dirle per timore di offendere il buono italiano e il proprio stile. Il qual timore e la
          quale impotenza assicurerebbe alla letteratura e filosofia italiana di non dar mai più un
          passo avanti, e di non dir mai più cosa nuova, come pur troppo si verifica nel fatto. (27.
          Agosto. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Lo scriver francese tutto staccato, dove il periodo non è mai legato col precedente (anzi
          è vizio la collegazione e congiuntura de’ periodi, come <pb ed="aut" n="2614"/> nelle
          altre lingue è virtù), il cui stile non si dispiega mai, e non sa nè può nè dee mai
          prendere quell’andamento piano, modesto disinvoltamente, unito e fluido che è naturale al
          discorso umano, anche parlando, e proprio di tutte le altre nazioni; questo tale scrivere,
          dico io, fuor del quale i francesi non hanno altro, è una specie di Gnomologia. E queste
          qualità gli convengono necessariamente, posto quell’avventato del suo stile, di cui non
          sanno fare a meno i francesi, e senza cui non trovano degno alcun libro di esser letto.
          Per la quale avventatezza lo scrittore e il lettore hanno di necessità ogni momento di
          riprender fiato. E par proprio così, che lo scrittore parli con quanto ha nel polmone, e
          perciò gli convenga spezzare il suo dire, e fare i periodi corti, per fermarsi a
          respirare. (28. Agosto 1822.). Effettivamente il tuono di qualunque scrittura francese fin
          dalla prima sillaba è quello di uno che parla ad alta voce. Tale riesce almeno per chi non
            <pb ed="aut" n="2615"/> è francese, e per chi non è assuefatto durante tutta la sua vita
          a letture francesi ec. Quel tuono moderato del discorso naturale, col qual tuono gli
          antichi aprivano anche le loro Orazioni, e fra queste, anche <add resp="ed">le</add> più
          veementi e passionate, è una qualità eterogenea anche alle lettere familiari de’ francesi.
          (28. Agosto 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In questa, come in molte altre qualità, lo scriver francese si rassomiglia allo stile
          orientale, il quale anch’esso per le medesime ragioni, e per loro necessaria conseguenza è
          tutto spezzato, come si vede ne’ libri poetici e sapienziali della scrittura. La lingua
          ebraica manca quasi affatto di congiunzioni d’ogni sorta, e non può a meno di passar da un
          periodo all’altro senza legame, se pure vuol servire alla varietà, perchè altrimenti tutti
          i suoi periodi comincerebbero, come moltissimi cominciano, dall’<emph>uau</emph>. Ma ciò
          può esser virtù per gli orientali, essendo difetto ne’ francesi: perchè a quelli è
          naturale, a questi no. Neppur noi italiani, neppur gli spagnuoli hanno quella tanta
          soprabbondanza di sentimento vitale, e quella tanta veemenza e rapidità naturale e
          abituale e fisica d’immaginazione che hanno gli orientali; a cui perciò riesce
          insoffribilmente languido e lento quell’andamento dello scrivere che per noi è moderato, e
          quelle immagini ec. che per noi tengono <pb ed="aut" n="2616"/> il giusto mezzo; e a cui
          riesce moderatissimo quel che riesce eccessivo per noi. Ma se neppur gl’italiani e neppur
          gli spagnuoli hanno la forza abituale e fisica della vita interna che hanno gli orientall,
          molto meno ci arriveranno i francesi. E in verità il modo del loro scrivere è per loro
          abito, non già natura, come si può vedere anche ne’ loro scrittori antichi. (28. Agosto.
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La niuna società dei letterati tedeschi, e la loro vita ritirata e indefessamente
          studiosa e di gabinetto, non solo rende le loro opinioni e i loro pensieri indipendenti
          dagli uomini (o dalle opinioni altrui), ma anche dalle cose. Laonde le loro teorie, i loro
          sistemi, le loro filosofie, sono per la più parte (a qualunque genere spettino: politico,
          letterario, metafisico, morale, ec. ed anche fisico) <emph>poemi della ragione</emph>. In
          fatti delle grandi e <emph>vere e sode</emph> scoperte sulla natura e la teoria dell’uomo,
          de’ governi ec. ec. la fisica generale ec. n’han fatto gl’inglesi (come Bacone, Newton,
          Locke), i francesi (come Rousseau, Cabanis) e anche qualche italiano (come Galilei,
          Filangieri ec.), ma i tedeschi nessuna, benchè tutto quello che i loro <pb ed="aut"
            n="2617"/> filosofi scrivono, sia, per qualche conto, nuovo, e benchè i tedeschi
          abbondino d’originalità in ogni genere sopra ogni altra nazion letterata (ma non sanno
          essere originali se non sognando): e benchè la nazion tedesca abbia tanti metafisici,
          computando anche i soli moderni, quanti non ne hanno le altre nazioni tutte insieme,
          computando i moderni e gli antichi: e bench’ella sia profondissima d’intelletto per
          natura, e per abito. Di più i letterati tedeschi hanno appunto in sommo grado quello che
          si richiede al filosofo per non esser sognatore, e per non discostarsi dal vero andandone
          in cerca: il che i filosofi delle altre nazioni non sogliono avere. Vale a dir che i
          tedeschi hanno un sapere immenso, una cognizione quasi (s’egli è possibile) intera e
          perfetta di tutte le cose che sono e che furono. Ed essendo essi così padroni della realtà
          per forza del loro studio, e gli altri letterati essendo così poco padroni de’ fatti, è
          veramente maraviglioso, come certissimo, che <pb ed="aut" n="2618"/> laddove l’altre
          nazioni oramai tutte filosofano anche poetando, i tedeschi poetano filosofando. E si può
          dir con verità che il menomo e il più superficiale de’ filosofi francesi (così leggieri e
            <foreign lang="fre" rend="italic">volages</foreign> per natura e per abito) conosce
          meglio l’uomo effettivo e la realtà delle cose, di quel che faccia il maggiore e il più
          profondo de’ filosofi tedeschi (nazione sì riflessiva). Anzi la stessa profondità nuoce
          loro: e il filosofo tedesco tanto più s’allontana dal vero, quanto più si profonda o
          s’inalza; all’opposto di ciò che interviene a tutti gli altri. (29. Agosto. 1822.). I
          tedeschi incontrano molto meglio e molto più spesso nel vero quando scherzano, o quando
          parlano con una certa leggerezza e guardando le cose in superficie, che quando ragionano:
          e questo o quel romanzo di Wieland contiene un maggior numero di verità solide, o nuove, o
          nuovamente dedotte, o nuovamente considerate, sviluppate ed espresse, anche di genere
          astratto, che non ne contiene la Critica della ragione di Kant. (30. Agosto 1822.). Vedi
          l’abbozzo del mio discorso sopra i costumi presenti degl’italiani.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2619"/> È curioso l’osservare come l’universalità sia passata dalla lingua
          greca ch’è la più ricca, vasta, varia, libera, ardita, espressiva, potente, naturale di
          tutte le lingue colte, alla francese ch’è la più povera, limitata, uniforme, schiava,
          timida, languida, inefficace, artifiziale delle medesime. E più curioso che l’una e
          l’altra lingua abbiano servito all’universalità appunto perchè possedevano in sommo grado
          le predette qualità, che sono contrarie direttamente fra loro. E pur tant’è, ed anche
          oggidì dalla lingua francese in fuori, non v’è, e mancando la lingua francese, non vi
          sarebbe lingua meglio adattata all’universalità della greca, ancorchè morta, (2. Settem.
          1822.) ed ancorch’ella sia precisamente l’estremo opposto alla lingua francese. (2. Sett.
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 1271. Io tengo per certissimo che l’invenzione dell’alfabeto sia stata una al
          mondo, voglio dir che la scrittura alfabetica non sia stata inventata in più luoghi (o al
          medesimo tempo o in diversi tempi) ma in un solo, e da <pb ed="aut" n="2620"/> questo sia
          passata la cognizione e l’uso della detta scrittura di mano in mano a tutte le nazioni che
          scrivono alfabeticamente. Non è presumibile che un’invenzione ch’è un miracolo dello
          spirito umano (o forse ha la sua origine dal caso come il più delle invenzioni strepitose)
          sia stata ripetuta da molti, cioè fatta di pianta da molti spiriti. E la storia conferma
          ciò ch’io dico. 1. Le nazioni che non hanno, o non hanno avuto commercio con alcun’altra,
          o con alcun’altra letterata, non hanno avuto o non hanno alfabeto. Cento altre nostre
          cognizioni mirabili si son trovate sussistenti presso questo o quel popolo nuovamente
          scoperto: l’alfabeto (primo mezzo di vera civilizzazione) non mai. Il Messico avea
          governo, politica, nobiltà, gerarchie, premi militari, anzi Ordini cavallereschi
          rimuneratorii del merito, calendario, architettura, idraulica, cento belle arti manuali,
          navigazione, ec. ec. ed anche storie e libri geroglifici, ma non alfabeto. La China ha
          inventato polvere, bussola, e fino la stampa; ha infiniti libri, ha prodotto un Confucio,
            <pb ed="aut" n="2621"/> ha letteratura, ha gran numero di letterati, fino a farne più
          classi distinte, con graduazioni, lauree, studi pubblici ec. ec. ma non ha alfabeto
          (benchè i libri cinesi si vendano tutto dì per le strade della China al minutissimo
          popolo, e anche ai fanciulli, e la professione del libraio sia delle più ordinarie e
          numerose). 2. Si sa espressamente per tradizione che gli alfabeti son passati da paese a
          paese. La Grecia narra d’avere avuto il suo dalla Fenicia; così ec. ec. ec. 3. Grandissima
          parte degli alfabeti dimostra l’unità dell’origine guardandone sottilmente o il materiale,
          o i nomi delle lettere (come quelli del greco paragonati agli ebraici ec. ec.). E questo,
          non ostante che le nazioni siano disparatissime, e niun commercio sia mai stato fra talune
          di esse, come tra gli ebrei e i latini antichi che ricevettero l’alfabeto (forse) dalla
          Grecia, che l’ebbe dalla Fenicia, che l’ebbe da’ samaritani o viceversa ec. ec. e così
          l’alfabeto latino vien pure a ravvicinarsi sensibilmente all’ebraico. <pb ed="aut"
            n="2622"/> 4. Se alcuni alfabeti non dimostrano affatto alcuna somiglianza con verun
          altro, nè per figura nè per nomi ec. ciò non conclude in contrario. Ma vuol dire, o che
          l’antichità tolse loro, o agli alfabeti nostri ogni vestigio della loro primissima
          origine; o piuttosto che quelle tali nazioni ricevendo pur di fuori, come le altre, l’uso
          della scrittura alfabetica, o non adottarono però l’alfabeto straniero, o adottatolo lo
          vennero appoco <add resp="ed">appoco</add> perfezionando, cioè accomodando alla loro
          lingua, finchè lo mutarono affatto: o vero tutto in un tratto gliene sostituirono un altro
          nuovo e proprio loro, come fu dell’alfabeto armeno, sostituito al greco ch’era stato usato
          fino allora dalla nazione, la quale col mezzo di esso aveva imparato a scrivere, e
          conosciuto l’uso dell’alfabeto, del che vedi p. 2012. (2. Sett. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Le nazioni civili dell’Asia, dopo la conquista d’Alessandro erano veramente <foreign
            lang="grc">δίγλωττοι</foreign> cioè parlavano e scrivevano la lingua greca, non come
          propria, ma come lingua colta, e nota universalmente, <pb ed="aut" n="2623"/> e letta da
          per tutto (e così deve intendersi il luogo di Cic. <foreign lang="lat" rend="italic">pro
            Archia</foreign>), e come noi o gli svedesi o i russi o gli olandesi scrivono il
          francese: noi (più di rado) per cagione della sua universalità; quegli altri, come anche i
          polacchi, e al tempo di Federico i prussiani, per non aver lingua che sia o fosse ancora
          abbastanza capace ec. Nè si dee credere che le lingue patrie di quelle nazioni, fossero
          spente, neanche diradate dall’uso, e sostituita loro la greca nella conversazione
          quotidiana, come accadde della latina, nelle nazioni latinizzate. Restano anche oggi le
          lingue asiatiche antiche, o dialetti derivati da quelle, o composti di quelle e d’altre
          forestiere, come dell’arabica ec. E v. ciò che s’è detto altrove di Giuseppe Ebreo, e
          Porfirio Vit. Plotini c. 17. nel <bibl>
            <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> t. 4. p. 119-120. (e quivi la nota)</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">κατὰ μὲν πάτριον διάλεκτον</foreign>
          </quote>. Di questi <foreign lang="grc">δίγλωττοι</foreign> che scrivevano in lingua non
          loro, e pure scrivevano anche egregiamente, fu Luciano da Samosata, v. le sue opp. , dove
          fa cenno della sua lingua patria, e tali altri di que’ tempi; anzi tutti gli Asiatici <pb
            ed="aut" n="2624"/> che scrissero in greco (eccetto quelli delle Colonie, come Arriano,
          Dionigi Alicarnasseo ec.), alcuni Galli non Marsigliesi nè d’altra colonia greco-gallica
          (come Favorino), alcuni Africani, massime Egiziani (perchè nel resto dell’Affrica, esclusa
          la Cirenaica, trionfò la lingua latina, ma come lingua de’ letterati e del governo ec. non
          come popolare, per quanto sembra), alcuni italiani (come M. Aurelio) ec. ec. (9. Sett.
          1822.).</p>
        <p>Questo appunto fu quello che la lingua latina non ottenne mai, o quasi mai, cioè d’esser
          bene intesa, parlata, letta, scritta da quelli che non la usavano quotidianamente come
          propria, e così si deve intendere il citato luogo di Cic. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">latina suis finibus, exiguis sane,
            continentur</foreign>
          </quote>. Pur non erano tanto ristretti neppur allora, quanto all’uso quotidiano, essendo
          già stabilito il latino in Affrica ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Visto non è altro che una contrazione del participio <foreign lang="lat" rend="italic"
            >visitus</foreign> (come <foreign lang="spa" rend="italic">quisto</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">quesitus</foreign> in ispagnuolo), ignoto agli scrittori
          latini. (14. Sett. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per la Dissertazione <emph>dell’antico volgare latino</emph> vedi fra gli altri il <bibl>
            <author>Pontedera</author>, <title lang="lat">Antiquitatum latinarum graecarumque
              enarrationes atque emendationes.</title> Patav. Manfrè, typis Seminarii, 1740. 4.<hi
              rend="apice">to</hi> epist. 1.2.</bibl> principalmente. (15. Sett. dì della B. V.
          Addolorata. 1822.). <bibl>V. anche il <author>Lanzi</author>
            <title>Saggio sulla lingua etrusca</title>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto in più luoghi che l’opinione è Signora degli individui e delle nazioni, che <pb
            ed="aut" n="2625"/> tali sono e furono e saranno quelli e queste, quali sono o furono o
          saranno le loro opinioni e persuasioni e principii. La cosa è naturalissima, e conseguenza
          necessaria dell’amor proprio in un essere ragionante. Perocchè l’amor proprio porta l’uomo
          a sceglier sempre quello che se gli rappresenta come suo maggior bene. Ma qual cosa se gli
          rappresenti come tale, ciò dipende dall’opinione, e così la libertà dell’uomo è sempre
          determinata dall’intelletto. Quindi sebben l’uomo alle volte si scosta da’ suoi principii,
          considerando per allora come suo maggiore bene quello che pur è contrario ai medesimi,
          nondimeno è naturale che la massima parte delle operazioni, desiderii, costumi ec. sì
          degl’individui sì de’ popoli sia conforme ai principii tenuti dal loro intelletto
          stabilmente e abitualmente. (16. Sett. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che le antiche nazioni si stimavano ciascuna di natura diversa dalle
          altre, <pb ed="aut" n="2626"/> non consideravano queste come loro simili, e quindi non
          attribuivano loro nessun diritto, nè si stimavano obbligate ad esercitar cogli esteri la
          giustizia distributiva ec. se non in certi casi, convenuti generalmente per necessità,
          come dire l’osservazion de’ trattati, l’inviolabilità degli araldi ec. cose tutte, la
          ragion delle quali appoggiavano favolosamente alla religione, come quelle che da una parte
          erano necessarie volendo vivere in società, dall’altra non avevano alcun fondamento nella
          pretesa legge naturale. Quindi gli araldi amici e diletti di Giove presso Omero ec. quindi
          il violare i trattati era farsi nemici gli Dei (v. Senof. in Agesilao) ec. Ho citato
          l’Epitafios attribuito a Demostene per provare che questa falsa, ma naturale idea della
          superiorità loro ec. ec. sulle altre nazioni, le confermavano <pb ed="aut" n="2627"/> le
          nazioni antiche, e poi le fondavano sulle favole, e sulle storie da loro inventate,
          tradizioni ec. dando così a questo inganno una ragione, e una forza di massima e di
          principio. Anche più notabile in questo proposito è quel che si legge nel Panegirico
          d’Isocrate verso il principio, dove fa gli Ateniesi superiori per natura ed origine a
          tutti gli uomini. V. anche l’oraz. della Pace, dove paragona gli Ateniesi coi <quote>
            <foreign lang="grc">Τριβαλλοί</foreign>
          </quote>, e coi <quote>
            <foreign lang="grc">Λευκανοί</foreign>
          </quote>. Similmente il popolo Ebreo chiamavasi il popolo eletto, e quindi si poneva senza
          paragone alcuno al di sopra di tutti gli altri popoli sì per nobiltà, sì per merito, sì
          per diritti ec. ec. e spogliava gli altri del loro ec. ec. (25. Settembre 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Pausa, posa, posare</emph> (per riposare), <emph>riposo, riposare</emph> (reposare)
          e simili vengono indubitatamente <pb ed="aut" n="2628"/> da <foreign lang="grc"
            >παύω-παύσω-παῦσις</foreign> ec. (28. Sett. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Isocrate nel Panegirico p. 133. cioè prima del mezzo, (quando entra a parlare delle due
          guerre Persiane) lodando i costumi e gl’istituti di coloro che ressero Atene e Sparta
          innanzi al tempo d’esse guerre, dice, <quote>
            <foreign lang="grc">ἴδια μὲν ἄστη τὰς ἑαυτῶν πόλεις ἡγούμενοι, κοινὴν δὲ πατρίδα τὴν
              Ἑλλάδα νομίζοντες εἶναι</foreign>
          </quote>. (30. Settembre 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Isocrate nel Panegirico p. 150, cioè poco dopo il mezzo, raccontando i mali fatti da’
          fautori de’ Lacedemoni (<foreign lang="grc">Λακωνίζοντες</foreign>) alle loro città, dice
          dei medesimi: <quote>
            <foreign lang="grc">εἰς τοῦτο δ' ὠμότητος ἅπαντας ἡμᾶς κατέστησαν, ὥστε πρὸ τοῦ μὲν διὰ
              τὴν παροῦσαν εὐδαμονίαν, κᾂν ταῖς μικραῖς ἀτυχίαις, πολλοὺς ἕκαστος ἡμῶν</foreign>
          </quote> (parla dei privati cioè di ciascun cittadino) <quote>
            <foreign lang="grc">εἶχε τοὺς συμπαθήσοντας• ἐπὶ δὲ τῆς τούτων ἀρχῆς, διὰ τὸ πλῆθος τῶν
              οἰκείων κακῶν, ἐπαυσάμεθα ἀλλήλους ἐλεοῦντες. Οὐδενὶ γὰρ τοσαύτην</foreign>
            <pb ed="aut" n="2629"/>
            <foreign lang="grc">σχολὴν παρέλιπον, ὥσθ' ἑτέρῳ συναχθεσθῆναι</foreign>
          </quote>. E veramente l’abito della propria sventura rende l’uomo crudele <quote>
            <foreign lang="grc">ὠμὸν</foreign>
          </quote>, come dice costui. (30. Sett. 1822.). Vedi la p. seg. pensiero primo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Da quello che altrove ho detto e provato, che il piacere non è mai presente, ma sempre
          solamente futuro, segue che propriamente parlando, il piacere è un ente (o una qualità) di
          ragione, e immaginario. (2. Ott. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A ciò che ho detto altrove delle voci <emph>ermo, eremo, romito</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">hermite, hermitage</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic"
            >hermita</foreign> ec. tutte fatte dal greco <foreign lang="grc">ἔρημος</foreign>,
          aggiungi lo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">ermo</foreign>, ed <foreign
            lang="spa" rend="italic">ermar</foreign> (con <foreign lang="spa" rend="italic"
          >ermador</foreign> ec.) che significa <emph>desolare, vastare</emph>, appunto come il
          greco <foreign lang="grc">ἐρημόω</foreign>. (3. Ottobre. 1822.). Queste voci e simili sono
          tutte poetiche per l’infinità o vastità dell’idea ec. ec. Così la deserta notte, e tali
          immagini di <emph>solitudine, silenzio</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Le sensazioni o fisiche o massimamente morali che l’uomo può provare, sono, niuna di vero
          piacere, ma indifferenti o dolorose. Quanto alle indifferenti la sensibilità non giova
          nulla. Restano solo le dolorose. Quindi la sensibilità, benchè <pb ed="aut" n="2630"/>
          assolutamente considerata sia disposta indifferentemente a sentire ogni sorta di
          sensazioni, in sostanza però non viene a esser altro che una maggior capacità di dolore.
          Quindi è che necessariamente l’uomo sensibile, sentendo più vivamente degli altri, e quel
          che l’uomo può vivamente sentire in sua vita non essendo altro che dolore, dev’esser più
          infelice degli altri. Egli più capace d’infelicità, e questa capacità non può mancar
          d’esser empiuta nell’uomo. (5. Ottobre 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che il timore è la più egoistica delle passioni. Quindi ciò ch’è stato
          osservato, che in tempo di pesti, o di pubblici infortuni, dove ciascun teme per se
          medesimo, i pericoli e le morti de’ nostri più cari, non ci producono alcuno o quasi alcun
          sentimento. (5. Ottobre. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto che gli scrittori greci hanno ciascuno un vocabolarietto a parte, dal quale <pb
            ed="aut" n="2631"/> non escono mai o quasi mai, e nella totalità del quale ciascun
          d’essi si distingue benissimo da ciascun altro, e ch’esso vocabolario, massime ne’ più
          antichi è molto ristretto, e che la lingua greca ricchissima in genere, non è più che
          tanto ricca in veruno scrittore individuo; e tanto meno è ricca quanto lo scrittore è più
          antico e classico, e quindi i più antichi e classici si distinguono fra loro nelle parole
          e frasi più di quel che facciano parimente fra loro i più moderni, che son più ricchi
          assai, ed abbracciano ciascuno una maggior parte della lingua, onde debbono aver fra loro
          più di comune che gli antichi non hanno fra loro medesimi, come che le parole e frasi di
          ciascuno generalmente prese, sieno tutte ugualmente proprie della lingua.</p>
        <p>Tutto ciò si dee specialmente intendere <pb ed="aut" n="2632"/> delle radici, nelle quali
          gli antichi greci sono ristrettissimi, ciascuno quanto a se, e notabilmente diversi gli
          uni dagli altri, nella totalità del Vocabolario delle medesime. Laddove i moderni ne sono
          incomparabilmente più ricchi (come Luciano, Longino, ed anche più i più sofistici e di
          peggior gusto, e i più pedanti; rispetto p. e. ad Isocrate, Senofonte ec.), ed hanno in
          esse radici molto più di comune fra loro. Ma quanto ai composti o derivati fatti da quelle
          radici che sono familiari a ciascuno di loro, niuno scrittor greco è povero, nè scarso, nè
          troppo uniforme. Ma quando mai, sarebbero più poveri in questa parte i più moderni, che i
          più antichi. Certo sono più timidi e servili, ed attaccati all’esempio de’ precedenti, e
          parchi e ritenuti e guardinghi e cauti nella novità. La qual novità quanto alle voci, non
          può consistere in greco se non se in nuovi composti o derivati. (5. Ott. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2633"/> Dalle suddette cose si può conoscere che l’immensa ricchezza della
          lingua greca, non pregiudicava alla facilità di scriverla, e quindi non s’opponeva alla
          sua universalità, non essendo necessaria più che tanta ricchezza (o usata o conosciuta e
          posseduta) non solo per iscrivere e parlar greco, ma eziandio per iscriverlo e parlarlo
          egregiamente; e bastando poche radici per questo; poichè restavano liberi i composti
          all’arbitrio dello scrittore, o quando anche non restassero liberi, infiniti composti e
          derivati portava seco ciascuna radice, onde lo scrittore pratico di poche radici veniva
          subito ad avere una lingua molto sufficiente a tutti i suoi bisogni. Il che scemava
          infinitamente la difficoltà che si prova nelle lingue, perchè un vocabolario
          sufficientissimo <pb ed="aut" n="2634"/> allo scrittore o parlatore si riduceva sotto
          pochi elementi, e procedeva da pochi principii ossia radici, e quindi era molto più facile
          ad impararlo ed impratichirsene, che se esso senza essere niente maggiore, avesse
          contenuto tutta la lingua, ma fosse proceduto da più numerose e diverse radici. Tutte
          queste circostanze siccome quelle notate nel pensiero precedente non si trovavano nella
          lingua latina, che meno ricca della greca, era però per la sua ricchezza più difficile a
          scrivere e a parlare che la greca non fu, perchè la ricchezza (ancorchè minore) della
          latina, bisognava averla tutta in contanti, a volere scrivere e parlar latino, e
          massimamente a farlo bene. E l’orecchie latine erano delicatissime come le francesi, circa
          il vero e <pb ed="aut" n="2635"/> proprio andamento (e la purità) della loro lingua, che
          rispetto alla greca era liberissimo, cioè sommamente vario, ed in gran parte ad arbitrio.
          (8. Ottobre. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La lingua greca ch’è la più antica delle colte ben conosciute, è anche fra tutte le
          lingue colte la più capace di significar l’idee e gli oggetti più propriamente moderni
          cioè i più difficili a significarsi e di supplire ai bisogni d’espressioni, prodotti
          dall’ampiezza, varietà e profondità delle nozioni moderne. E il fatto stesso lo dimostra,
          ricorrendosi tutto dì alla lingua greca ec. come ho detto altrove. (10. Ottobre. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ταύτης δὲ τῆς ἀνωμαλίας καὶ τῆς ταραχῆς αἴτιόν ἐστιν ὅτι τὴν
              βασιλείαν, ὥσπερ ἱεροσύνην, παντὸς ἀνδρὸς εἶναι νομίζουσιν, ὃ (τ. 'ε. ἡ βασιλεία) τῶν
              ἀνθρωπίνων πραγμάτων μέγιστόν ἐστιν, καὶ πλείονος</foreign>
            <pb ed="aut" n="2636"/>
            <foreign lang="grc">προνοίας</foreign>
          </quote> (all. codd. <foreign lang="grc">πλείστης</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">δεόμενον</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Isocr.</author>
            <title>
              <foreign lang="grc">πρὸς Νικοκλέα</foreign>
            </title> p. 37</bibl>. cioè a meno di tre piccole pagine dal principio dell’Oraz. (10.
          Ott. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non c’è regola nè idea nè teoria di gusto universale ed eterno. Qual potrebb’ella essere,
          se non la natura? (e qual cosa è, o vero, essendo, si può immaginare e intendere e
          concepire da noi, fuori della natura?) ma qual natura, se non l’umana? Poichè le cose che
          cadono sotto la categoria del buon gusto o del cattivo gusto, non sono considerate se non
          per rispetto all’uomo. Or non è ella cosa manifestissima, che la natura dell’uomo si
          diversifica <emph>moltissimo</emph> secondo i climi, secoli, costumi, assuefazioni,
          governi, opinioni, circostanze fisiche, morali, politiche, ec. e queste, individuali,
          nazionali ec. ec.? Resta dunque per tutta idea e teoria di gusto <pb ed="aut" n="2637"/>
          universale ed eterno, un idea ed una teoria, che comprenda solamente, e si fondi, e si
          formi di quei principii che, relativamente al gusto, si trovano esser comuni a tutti gli
          uomini, e tenere alla primitiva e immutabile natura umana. Ma questi principii, dico io
          che sono pochissimi, ed applicabilissimi, conformabilissimi, e fecondi di numerosissime e
          diversissime conseguenze (siccome lo sono tutti i principii naturali, e veramente
          elementari, perchè la natura è semplicissima, pochi principii ha posto, e questi,
          infinitamente e diversissimamente <emph>e anche contrariamente</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <emph>Contrariamente</emph>. Non si trovano forse mille contrarietà fra le indoli,
              opinioni, costumi, di diversi tempi, nazioni, climi, individui, popoli civili fra
              loro, e rispetto ai non civili, e questi fra se medesimi, ec.? Pur tutti hanno i
              medesimi principii elementari costituenti la natura umana.</p>
          </note> modificabili): dal che segue che questa idea e questa teoria d’un gusto che sia
          veramente universale ed eterno, si riduce a pochissime regole, ed è infinitamente meno
          circoscritta e distinta di quel che comunemente si crede; e lascia luogo a infiniti <pb
            ed="aut" n="2638"/> gusti diversissimi ed anche contrarii fra loro (che noi riproviamo,
          e perchè ripugnano al gusto nostro o individuale o nazionale, e questo forse momentaneo,
          li crediamo, al nostro solito, contrarii all’universale ed eterno): anzi non solo lascia
          loro luogo, ma li produce, non meno che quello ch’a noi pare il solo vero buon gusto ec.
          (13. Ott. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ma senza alcun fallo gli uomini comunemente hanno questo difetto, e tutti generalmente in
          ciò pecchiamo, che noi della nostra vita speriamo assai, ed il nostro tempo largo
          misuriamo, e dello altrui per lo contrario sempre temiamo, e siamone scarsi e solleciti,
          debole e breve reputandolo. Perocchè chi è quello che tanto oltre sia, o che così vicino
          alla fossa abbia il piede, che non si faccia a credere di dover quattro o sei anni poter
            <pb ed="aut" n="2639"/> campare, e che a ciò ogni cosa opportuna non apparecchi?
          Veramente io credo che niuno ce ne abbia fra noi; nè maraviglia sarebbe di ciò, se noi
          questa medesima speranza avessimo similmente della altrui vecchiezza, che noi abbiamo
          della nostra, e non ci facessimo beffe in altrui di quello che in noi medesimi approviamo.
          Casa, Orazione seconda per la Lega. Lione (Venezia) appresso Bartolommeo Martin. senza
          data di tempo. appiè del 3. tomo delle opere del Casa, Venez. Pasinelli 1752. p. 41. Tre
          altre pagine mancano per la fine dell’Oraz. (13.-14. Ottobre. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che gran parte delle voci che in poesia si chiamano eleganti, e si
          tengono per poetiche, non sono tali, se non per esser fuori dell’uso comune e familiare,
          nel quale già furono una volta (o furono certo nell’uso degli scrittori in prosa); e
          conseguentemente per essere antiche rispetto <pb ed="aut" n="2640"/> alla moderna lingua,
          benchè non sieno antiquate. E ciò principalmente cade nelle voci (o frasi) che sono oggidì
            <emph>esclusivamente</emph> poetiche. Ho detto ancora che per tal cagione, non potendo i
          primi poeti o prosatori di niuna lingua, aver molte voci nè frasi antiche da usare ne’
          loro scritti, e quindi mancando d’un’abbondantissima fonte d’eleganza, è convenuto loro
          tenersi per lo più allo stile familiare, come familiarissimo è il Petrarca ec., e sono
          stati incapaci dell’eleganza Virgiliana.</p>
        <p>Aggiungo ora che in fatti la poesia, appresso quelle nazioni ch’hanno lingua propriamente
          poetica, cioè distinta dalla prosaica (e ciò fu tra le antiche la greca, e sono tra le
          moderne l’italiana e la tedesca, e un poco fors’anche la spagnuola) è conservatrice <pb
            ed="aut" n="2641"/> dell’antichità della lingua, e quindi della sua purità, le quali due
          qualità sono quasi il medesimo, se non che la prima di queste due voci dice qualcosa di
          più. Dell’antichità, dico, è conservatrice la lingua poetica, sì ne’ vocaboli, sì nelle
          frasi, sì nelle forme, sì eziandio nelle inflessioni, o coniugazioni de’ verbi, e in altre
          particolarità grammaticali. Nelle quali tutte essa conserva (o segue di tratto in tratto a
          suo arbitrio) l’antico uso, stato comune ai primi prosatori, e quindi sbandito dalle
          prose. Ed ha notato il Perticari nel Trattato degli Scrittori del Trecento che in tanta
          corruzione ultimamente accaduta della nostra lingua parlata e scritta, lo scriver poetico
          s’era pur conservato e si conserva puro; il che fino a un certo segno, e massime ne’
          versificatori <pb ed="aut" n="2642"/> che non hanno molto preteso all’originalità (come
          gli arcadici, i frugoniani ec. a differenza de’ Cesarottiani ec.) si trova esser
          verissimo. Così fu nella lingua greca, che la poesia fu gran conservatrice delle parole,
          modi, frasi, inflessioni, e regole e pratiche grammaticali antiche. Ond’ella ha una lingua
          tutta diversa dalla sua contemporanea prosaica. E ciò accade (parlo del conservar
          l’antichità e purità della lingua), accade, dico, proporzionatamente anche nelle poesie
          che non hanno lingua appartata, come la francese, e forse l’inglese. Se non altro, queste
          poesie sono sempre più pure dello scriver prosaico appresso tali nazioni, rispetto alla
          lingua. (15. Ottobre 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Mania, smania, smaniare</emph> e lo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic"
            >mania</foreign>, e il francese <foreign lang="fre" rend="italic">manie,
          maniaque</foreign> ec. dal greco <foreign lang="grc">μανία, μαίνομαι</foreign> ec. cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">furor, furere</foreign> ec. <emph>furore
          frenesia</emph> ec. (22. Ottobre. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2643"/> L’amor della vita cresce quasi come l’amor del danaio, e,
          com’esso, cresce in proporzione che dovrebbe scemare. Perciocchè i giovani disprezzano e
          prodigano la vita loro, ch’è pur dolce, e di cui molto avanza loro; e non temono la morte:
          e i vecchi la temono sommamente, e sono gelosissimi della propria vita, ch’è
          miserabilissima, e che ad ogni modo poco hanno a poter conservare. E così il giovane
          scialacqua il suo, come s’egli avesse a morire fra pochi dì, e il vecchio accumula e
          conserva e risparmia come s’avesse a provvedere a una lunghissima vita che gli restasse.
          (24. Ottob. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Cara</foreign> spagn. cioè <emph>faccia</emph>, e così
            <emph>cera</emph>, e <foreign lang="fre" rend="italic">chère</foreign> nello stesso
          senso, vengono dal greco. <bibl>V. <author>Perticari</author>
            <title>Apol. di Dante</title> part. 2. c. 5. not. 1. p. 75</bibl>. (28. Ott. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È bello a paragonare il luogo di Cicerone <foreign lang="lat" rend="italic">pro
          Archia</foreign> da me recato altrove, sulla ristrettezza geografica <pb ed="aut" n="2644"
          /> della lingua latina al suo tempo, col luogo di Plutarco sulla sua immensa propagazione
          a tempo di Traiano, il qual luogo è portato dal <bibl>
            <author>Perticari</author> l. sop. cit. c. 8. princip. p. 88</bibl>. (28. Ottob. 1822.).
          Vedi anche il med. Pertic. ib. p. 89. e 92-94.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uomo odia l’altro uomo per natura, e necessariamente, e quindi per natura esso, sì come
          gli altri animali è disposto contro il sistema sociale. E siccome la natura non si può mai
          vincere, perciò veggiamo che niuna repubblica, niuno istituto e forma di governo, niuna
          legislazione, niun ordine, niun mezzo morale, politico, filosofico, d’opinione, di forza,
          di circostanza qualunque, di clima ec. è mai bastato nè basta nè mai basterà a fare che la
          società cammini come si vorrebbe, e che le relazioni scambievoli degli uomini fra loro,
          vadano secondo le regole di quelli che si chiamano diritti sociali, e doveri dell’uomo
          verso l’uomo. (2. Nov. dì de’ Morti. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2645"/> Se l’uomo esce fuori della naturale puritade, allora pecca.
          Servando dunque la nostra condizione e virtù, bastiti o uomo, lo naturale ornamento, e <quote>
            <emph>non mutare l’opera del tuo Creatore, perocchè volerla mutare è un guastare</emph>
          </quote>. <bibl>
            <title>Vite de’ Santi Padri</title>, parte 1. capitolo 9. fine, p. 25</bibl>. e son
          degne d’esser vedute anche le cose precedenti a queste parole. Le quali sono in bocca di
          Sant’Antonio, e nella sua Vita, il cui testo originale greco è di S. Atanasio. (Recanati —
          Roma. Novembre. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La storia greca, romana ed ebrea contengono le reminiscenze delle idee acquistate da
          ciascuno nella sua fanciullezza. Ciascun nome, ciascun fatto delle dette storie, e massime
          i principali e più noti ci richiamano idee quasi primitive per noi, e sono in certo modo
          legati alla storia della vita, e della fanciullezza massimamente, <pb ed="aut" n="2646"/>
          delle cognizioni, de’ pensieri di ciascuno di noi. Quindi l’interesse che ispirano le
          dette storie, e loro parti, e tutto ciò che loro appartiene; interesse unico nel suo
          genere, come fu osservato da Chateaubriand (Génie ec.); interesse che non può esserci mai
          ispirato da verun’altra storia, sia anche più bella, varia, grande, e per se più
          importante delle sopraddette; sia anche più importante per noi, come le storie nazionali.
          Le suddette tre sono le più <emph>interessanti</emph> perchè sono le più
          <emph>note</emph>; perchè sono le più domestiche, familiari, pratiche, e quasi strette
          parenti di ciascun uomo civile e colto, ancorchè di patria diversissimo da queste tre
          nazioni. E perciò elle sono le più, anzi le sole, feconde di argomenti storici veramente
          propri d’epopea, di tragedia, ec. <pb ed="aut" n="2647"/> e all’interesse dei detti
          argomenti, massime nella poesia, non si può supplire in verun conto, nè con veruna
          industria, cavando argomenti o dall’immaginazione, o dalle altre storie, neppur dalle
          patrie. Aggiungasi alle tre dette storie, quella della guerra troiana, la quale interessa
          sommamente per le dette ragioni, anzi più delle altre tre, perchè i poemi d’Omero e di
          Virgilio, l’hanno resa più nota e familiare a ciascuno, che verun’altra, e perch’ella a
          cagione dei detti poemi, delle favole ec. è più legata alle ricordanze della nostra
          fanciullezza, che non sono la storia greca e romana, e neanche l’ebrea. Tutto ciò è
          relativo, e l’interesse delle dette storie non deriva particolarmente dalle loro proprie e
          intrinseche qualità, ma dalla circostanza estrinseca dell’essere le medesime familiari <pb
            ed="aut" n="2648"/> a ciascuno fin dalla sua fanciullezza; tolta la qual circostanza,
          che ben si potrebbe togliere, dipendendo dalla educazione ec., questo interesse o si
          confonderebbe e agguaglierebbe con quello delle altre storie, e argomenti storici, o
          sarebbe anche superato. (Roma. 25. Nov. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">La formation d’une langue est l’oeuvre des grands écrivains;
              l’Italie en compte trop peu: plus de la moitié de l’esprit et du coeur humain n’a pas
              encore passé sous la plume des Italiens, et par conséquent dans leur langue</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <title lang="fre">Lettres sur l’Italie</title> par <author>Dupaty</author> en 1785. let.
            41. Tome 1. à Gênes 1810, p. 185</bibl>. Non solo dello spirito e del cuore umano, ma
          neppur la metà delle cognizioni che sopra queste materie s’avevano al tempo di Dupaty, e
          molto meno di quelle che s’hanno presentemente. (30. Nov. 1822. Roma.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2649"/> Sopra i dialetti della lingua latina. Estratto da un articolo:
            <title>Del Dialetto Veneto: Lettera di un Viaggiatore oltramontano</title> (inglese),
          che sta nelle <bibl>
            <title>Effemeridi letterarie di Roma t. 2</title>. p. 58-70</bibl>. (Genn. 1821.). =
            <quote>L’antica lingua di questi popoli (Veneti) traspariva nel loro Latino, come è
            agevole di riconoscere dalle inscrizioni raccolte dal Maffei<note resp="aut" n="a"
              place="foot">
              <p>Le lapidarie inscrizioni Latine ritrovate nelle città subalpine d’Italia ci fanno
                spesso conoscere di quale provincia ne fossero gli autori. Così la lettera
                <emph>W</emph> che è uno de’ segni più caratteristici di alfabeto oltramontano, si
                trova in quelle che appartengono alle Colonie Galliche. = p. 58.</p>
            </note>: ed è probabile che gli originarj dialetti delle diverse nazioni che si
            stabilirono in Italia, sieno una rimota cagione della varietà de’ linguaggi che vi si
            parlano presentemente.</quote>
        </p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2650"/>
          <quote>Ma checchè sia pure degli elementi della lingua loro (de’ primi Veneti), è cosa
            notoria ch’essi ne avevano una a se, comunque fosse composta; la quale rimase in
            seguito, come le altre di tutti gl’Italiani aborigeni, assorta nel Latino; e molte prove
            si potrebbero addurre per dimostrare che una tal lingua (come accadde di quella dei
            Galli ec.) tinse de’ suoi propri colori la massa colla quale si confuse (la lingua
            latina): e le Iscrizioni lapidarie raccolte dal Maffei nel territorio Veneto fanno
            vedere quella stessa provincialità antica (benchè di un genere diverso) che caratterizza
            quelle delle Colonie Galliche; e vi si riconosce lo stesso scambiamento di lettere che è
            frequentissimo nel dialetto Veneto che ora si parla. Cicerone nelle sue Lettere
            familiari fa menzione <pb ed="aut" n="2651"/> di certi termini che erano in voga in
            queste provincie (Venete), e sconosciuti a Roma. Tito Livio fu accusato di patavinità o
            padovanismo (checchè si debba intendere sotto questa espressione): fu anche detto di
            Catullo d’aver egli introdotte certe nuove forme di dire nella Lingua Latina: e si
            potrebbero addurre alcune prove di questi suoi <emph>Veronismi</emph>. Ne sia una il
            nome di <foreign lang="lat" rend="italic">Pronus</foreign> con cui egli chiama un
            torrente: termine che io non so che sia usato da alcun altro. Nè si supponga che questo
            non sia che uno degli ordinarj ed adattati epiteti sostituiti al sostantivo. Giacchè
              <emph>Pronio</emph> nella provincia di Verona ritiene anche presentemente il
            significato di Torrente. Ho già fatto sentire l’opinione in cui sono che quello ch’io
            cerco di dimostrare <pb ed="aut" n="2652"/> relativamente agli Stati Veneti
            (l’antichissima origine di quegli elementi e proprietà del suo dialetto che non vengono
            dal latino, e non sono del comune Italiano; e la loro derivazione dalla lingua veneta
            anteriore al latinizzamento di quella provincia, qualunque fosse essa lingua), possa
            probabilmente applicarsi all’Italia tutta. In conferma della qual opinione giova il
            ricordare che l’Algarotti cita, non so dove, una lettera di Varo a Virgilio, nella quale
            commentando un certo epigramma, critica la parola <foreign lang="lat" rend="italic"
              >putus</foreign> asseverando non essere Latina. Presentemente il vocabolo
            <emph>Putto</emph>, quantunque naturalizzato nell’Italiano, credo però che sia usato
            familiarmente dai soli Mantovani, e ne’ paesi confinanti, e che non sarebbe inteso dal
            volgo di Toscana.</quote> = p. 62-63. (3. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2653"/> Da <foreign lang="lat" rend="italic">rullus</foreign> cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">circulator</foreign>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">roule, rouler</foreign> etc. (8. Dic. 1822. dì della Concezione di Maria
          SS.a)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2441. Luciano nel Dial. <title>
            <foreign lang="grc">Χάρων ἢ ἐπισκοποῦντες</foreign>
          </title>, dopo i due terzi del Dial. in bocca di Caronte dice: <quote>
            <foreign lang="grc">Ὁρῶ ποικίλην τινὰ τύρβην, καὶ μεστὸν ταραχῆς τὸν βίον, καὶ τὰς
              πόλεις γε αὐτῶν (ἀνθρώπων) ἐοικυίας τοῖς σμήνεσιν, ἐν οἷς ἅπας μὲν ἰδιόν τι κέντρον
              ἔχει, καὶ τὸν πλησίον κεντεῖ. ὀλίγοι δέ τινες, ὥσπερ σφῆκες, ἄγουσι και φέρουσι τὸν
              ὑποδεέστερον</foreign>
          </quote>.(Roma 13. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il vero certamente non è bello: ma pur anch’esso appaga o, se non altro, affetta in
          qualche modo l’anima, ed esiste senza dubbio il piacere della verità e della conoscenza
          del vero, arrivando al quale, l’uomo pur si diletta e compiace, ancorchè brutto e misero e
          terribile sia questo tal vero. Ma la peggior cosa del mondo, e la maggiore infelicità
          dell’uomo si è trovarsi privo del bello e del vero, trattare, convivere con ciò che non è
          nè bello nè vero. Tale si è la sorte di chi vive nelle città grandi, dove tutto è falso, e
          questo falso non è bello, <pb ed="aut" n="2654"/> anzi bruttissimo. (Roma 13. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Codicis</foreign>
          </quote> (<bibl>Vatic. Cic. de Repub.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="lat">orthographia miris laborat varietatibus et inconstantia. Est enim id
              fatum latinae scripturae ac pronunciationis, quod grammaticorum tot pugnantia
              praecepta infinitaeque quaestiones demonstrant. Hinc merito Cassiodorius</foreign>
          </quote> (Inst. praef.) <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">orthographia apud graecos plerumque sine ambiguitate probatur
                expressa; inter Latinos vero sub ardua difficultate relicta monstratur; unde etiam
                modo studium magnum lectoris inquirit</hi>. Exempli gratia, labdacismus (for.
              lambdacismus, sed in emendd. nihil) proprius Afrorum fuit; sicut <hi rend="italic"
                >colloquium</hi> pro <hi rend="italic">conloquium</hi>, teste Isidoro</foreign>
          </quote> (Orig. 1. 32.) <quote>
            <foreign lang="lat">Quid porro? nonne ipsa latinitas, uti observabat
            Hieronymus</foreign>
          </quote> (Prol. lib. II. comm. ad Gal.) (scil. ad ep. S. Paul. ad Galat.) <quote>
            <foreign lang="lat">et regionibus quotidie mutabatur et tempore? postea praesertim quam
              tanta barbarorum peregrinitas in imperium rom. infusa est, lingua autem generis quarti
              esse coepit, quod Isidorus (Orig. IX. 1.) mixtum appellat</foreign>
          </quote>. <bibl lang="lat">Maius. M. Tulli Cic. de Re pub. quae supersunt edente <pb
              ed="aut" n="2655"/> Ang. Maio Vaticanae Bibliothecae praefecto. Romae in Collegio
            Urbano apud Burliaeum 1822. Praefat. cap. 13. p. XXXVII</bibl>. (Roma. 16. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Ed</foreign> in vece di <foreign lang="lat"
            rend="italic">et</foreign> si legge nel Cod. antichissimo vaticano palimpsesto della
          rep. di Cic. l. 1 c. 3. p. 10. dell’ediz. qui sopra citata, <foreign lang="lat"
            rend="italic">ed disertos</foreign>; e c. 15. p. 43. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ed ipse</foreign>, come avverte il Mai nelle note, benchè nel testo riponga <foreign
            lang="lat" rend="italic">et</foreign>. (17. Dic. 1822.). Anzi ivi l. 3. c. 2. p. 218.
          dove l’ediz. ha <foreign lang="lat" rend="italic">et ut</foreign>, il copista avea scritto
          nel cod. <foreign lang="lat" rend="italic">e ut</foreign>, e l’antico emendatore fece
            <foreign lang="lat" rend="italic">ed ut</foreign>, forse schivando il concorso delle due
          sillabe simili <foreign lang="lat" rend="italic">et, ut</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Quin adeo <hi rend="italic">de fin</hi>. 1. 3. ausus est Cicero
              latinam quoque linguam dicere locupletiorem quam graecam, qua de re saepe se
              disseruisse confirmat. Sed contradicunt merito primum ipse Cicero <hi rend="italic"
                >tusc</hi>. II. 15. et apud Augustinum <hi rend="italic">contra acad</hi>. II. 26;
              tum Lucretius 1. 140. 831; Fronto apud Gellium II. 26</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title lang="lat">Maius ad Cic. de repub</title>. p. 67. not</bibl>. (18. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">De Massiliae graecis legibus et litteratura, triplicique lingua,
              graeca scilicet, latina et gallica, lege Varron. apud Isid. Orig. XV. 1. 63. et ap.
              Hieron. prolog. lib. II. comm. ad Gal. (scil. in ep. D. Pauli ad Galat.). Confer etiam
              Caesarem Bell. Civil. II. 12. Tacitum Agric. IV. Silium XV. 169. Homeri editio seu
              recensio massiliensis <pb ed="aut" n="2656"/> laudatur inter nobiles in scholiis
              venetis</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Maius loc. sup</title>. cit. p. 75. not. 1</bibl>. (18. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Quod quantae fuerit utilitati post videro</foreign>
          </quote> (onninamente per <foreign lang="lat" rend="italic">videbo</foreign>) <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>de re publ.</title> l. 2. c. 9. Rom. 1822. p. 142</bibl>. v. ult. Luogo da
          aggiungersi a quelli che ho recati altrove per dimostrare l’uso antico del futuro ottativo
          in vece del futuro indicativo; uso da cui sono nati tutti i futuri di tutti i verbi
          italiani francesi e spagnuoli, distintiva de’ quali futuri e caratteristica è sempre la
            <emph>r</emph>. (19. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl lang="lat">Ad <author>Cic.</author>
            <title>de re publ.</title> II. 10. p. 143. v. ult. ubi legitur <hi rend="italic"
            >septem</hi>, haec Maius editor ib. not. c. <hi rend="italic">Cod</hi>. <hi rend="sc"
              >septe</hi>.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Iam</hi>
              <hi rend="sc">m</hi>
              <hi rend="italic">finalem omitti interdum in antiquis codicibus exploratum est. An
                vero illud</hi>
              <hi rend="italic">septe</hi>
              <hi rend="italic">e lingua rustica est? Certe ita fere nunc loquuntur Itali</hi>
            </foreign>
          </quote>. (19. Dic. 1822.). Nel <title lang="lat">Conspectus Orthographiae Codicis
            Vaticani</title> aggiunto dal Niebuhr a questa ediz., si legge p. 352. col. 2. <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="sc">septe</hi> (II. 10.) <hi rend="italic">et</hi>
              <hi rend="sc">mortus</hi> (II. 18.) <hi rend="italic">a desciscente in vulgarem
                sermone tracta sunt</hi>
            </foreign>
          </quote>. Le sillabe finali <emph>am em</emph> ec. s’elidevano ne’ versi. Dunque
          l’<emph>m</emph> infatti non si pronunziava. V. i miei pensieri sulla sinizesi. V. la pag.
          2658.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ τῷ ὄντι τὸ ἄγαν τὶ ποιεῖν, μαγάλην φιλεῖ εἰς τοὐναντίον
              ματαβολὴν ἀνταποδιδόναι, ἐν ὥραις τε καὶ ἐν φυτοῖς καὶ ἐν σώμασι, καὶ δὴ καὶ ἐν
              πολιτείαις οὐχ ἥκιστα</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Plato</author>
            <title>de rep.</title> l. 8. p. 563</bibl>. Il qual luogo è riportato da <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>de rep.</title> 1. 44. p. 111-112</bibl>. (citato il <pb ed="aut" n="2657"/> nome
          di Platone fin dal c. preced. p. 107.), esprimendolo liberamente così: <quote>
            <foreign lang="lat">Sic omnia nimia, cum vel in tempestate vel in agris vel in
              corporibus laetiora fuerunt, in contraria fere convertuntur, maximeque (suppl. cum
              Maio, <hi rend="italic">id</hi>) in rebus publicis evenit</foreign>
          </quote>. Le quali sentenze fanno a quella mia, che il troppo è padre del nulla. In fatti,
          come seguono a dire Cic. e Plat. dalla troppa libertà nasce la servitù, cioè, dicon essi,
          il contrario della libertà, ed io dico, il nulla della libertà, cioè la fine; la niuna
          libertà. (19. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Quoties <hi rend="italic">g</hi> est ante <hi rend="italic">n</hi>,
              toties memini me videre in antiquis codd. si quando vocabulum divideretur (nel fine o
              della riga o della pag.), litteram <hi rend="italic">g</hi> adhaerere priori vocabuli
              parti, <hi rend="italic">n</hi> autem posteriori. Ergone Hispani Angli et Germani
              melius quam Itali pronunciare haec verba videntur</foreign>?</quote>
          <bibl>
            <title lang="lat">Maius ad Cic. de re publ</title>. II. 19. p. 165. v. 7</bibl>. (dove
          la pag. del cod. finisce in <emph>mag</emph>, e la seguente comincia in <emph>na</emph>;
          cioè <foreign lang="lat" rend="italic">magna</foreign>) not. <emph>b</emph> (20. Dic.
          1822.). Bisogna però vedere in che paese sieno stati scritti questi codd. come p. e. in
          Ispagna. V. p. 3762.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2658"/> Nella republ. di Cic. succitata, al c. 37. del lib.2. p. 203. v.
          1.-2, dove l’edizione ha <foreign lang="lat" rend="italic">res publica</foreign>
          richiedendosi in fatti il nominativo, il Cod. ha <foreign lang="lat" rend="italic"
            >repubblica</foreign>, quasi fosse italiano. Dal che apparisce che anche anticamente
          s’usava di tralasciare l’<emph>s</emph> finale nel pronunziare le voci latine, come si
          lascia nelle nostre lingue. (21. Dic. 1822.). Infatti è nota l’apocope della
          <emph>s</emph> nella fine delle voci presso gli antichi poeti latt. V. la p. 2656, marg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Eademque</hi> (mens aut ratio aut sapientia, ut supplet Maius in
              notis et in addendis, nam superiora in cod. desiderantur) <hi rend="italic">cum
                accepisset homines inconditis vocibus incohatum quiddam et confusum sonantis</hi>
              (sonantes), <hi rend="italic">incidit</hi> (incídit) <hi rend="italic">has et
                distinxit in partes</hi>; <hi rend="sc">et ut signa quaedam, sic verba rebus
                inpressit</hi>, <hi rend="italic">hominesque antea dissociatos iucundissimo inter se
                sermonis vinclo conligavit. A simili etiam mente, vocis qui videbantur infiniti
                soni, paucis notis inventis, sunt omnes signati et expressi, quibus et conloquia cum
                absentibus et indicia voluntatum, et monumenta rerum praeteritarum tenerentur</hi>.
                <hi rend="sc">accessit eos numerus</hi>, (post interventas scil. voces et litteras)
                <hi rend="sc">res cum ad vitam necessaria</hi>, <hi rend="italic">tum <pb ed="aut"
                  n="2659"/> una inmutabilis et aeterna: quae prima inpulit etiam ut suspiceremus in
                caelum, nec frustra siderum motus intueremur, di numerationibusque noctium ac
              dierum</hi>
            </foreign>...</quote> (<foreign lang="lat">desunt reliqua</foreign>) <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>De re publica</title>, l. 3. c. 2. Rom. 1822. p. 218-9</bibl>. (22. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign> ebbe antichissimamente un
          participio presente e questo non fu il più moderno <foreign lang="lat" rend="italic">ens
            entis</foreign>, conservato ancora nella nostra lingua, e nella spagnuola, ma <foreign
            lang="lat" rend="italic">sens sentis</foreign>. Testimonio le voci <foreign lang="lat"
            rend="italic">prae-sens</foreign>, ed <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ab-sens</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">con-sens</foreign>, la quale
          ultima in verità non è altro che la preposizione <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cum</foreign> congiunta al participio presente di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sum</foreign>, e vale <foreign lang="lat" rend="italic">qui simul est</foreign>, onde
            <foreign lang="lat" rend="italic">Dii Consentes</foreign>, <foreign lang="lat">Dii qui
            simul sunt</foreign>. <bibl>V. <author>Forcell.</author> in Consens, praesens</bibl> ec.
          Quindi si fortifica la mia conghiettura e che il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sum</foreign> avesse anche un participio passato, in <emph>us</emph>, come anticamente
          l’avevano gli altri neutri, ed anche gli attivi in senso attivo (p. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">peragratus</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">qui
            peragravit</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic">peragro</foreign> attivi), e
          che questo incominciasse per <emph>s</emph>, onde da esso fosse <pb ed="aut" n="2660"/>
          formato il verbo <emph>sto</emph>. (Roma 22. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Cic.</author> de rep. l. 3. c. 8-20. p. 230-48</bibl>. sotto la persona di L.
          Furio Filo disputa contro la giustizia, e dimostra la non esistenza della legge naturale,
          e reca in mezzo le varietà e discordanze de’ costumi e delle leggi presso i diversi
          popoli, e de’ giudizi degli uomini e de’ vari secoli intorno al retto e al giusto, e a’
          loro contrarii. Degna d’esser letta è questa disputazione, massime per ciò che riguarda i
          vari e ripugnanti giudizi delle antiche nazioni circa il così detto diritto naturale e
          universale, o idea innata del giusto e del bene. E cita il Mai (nella 3. nota della p.
          232.) sopra questo proposito <bibl>
            <author>S. Girolamo</author>
            <title lang="lat">in Iovin.</title> II. 7. sqq. Sesto Empirico III. 24. <foreign
              lang="lat" rend="italic">et contra eth. 190. seqq</foreign>
          </bibl>. ed <bibl>
            <author>Erodoto</author> III. 38</bibl>.<quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quos auctores haud paenitendo cum fructu ii legent qui
              naturali civilique historiae student</foreign>
          </quote>. (22. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nella sopraddetta disputazione è notabile un frammento (c. 15. p. 243.), dove Cicerone in
          persona di Filo ricorda quella favolosa opinione che avevano <emph>gli Arcadi</emph>
          <pb ed="aut" n="2661"/> e gli Ateniesi d’essere <foreign lang="grc">αὐτόχθονες</foreign>
          cioè <foreign lang="lat" rend="italic">terrae filii</foreign>, perlochè stimandosi di
          diversa origine e natura dagli altri uomini, niente stimavano di dovere alle altre
          nazioni, benchè riconoscessero leggi e diritti che obbligassero ciascuno individuo della
          propria nazione verso gli altri individui della medesima. E v. quivi la nota 1. del Mai.
          (22. Dic. 1822.). V. p. 2665.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Et quamquam optatissimum est, perpetuo fortunam quam florentissimam
                permanere; illa tamen aequabilitas vitae non tantum habet sensum</hi>, (mallem <hi
                rend="italic">sensus</hi> 2<hi rend="apice">do</hi> casu, quod magis tullianum est)
                <hi rend="italic">quantum cum ex saevis et perditis rebus ad meliorem statum fortuna
                revocatur</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cic.</author> ap. Ammian. Marcell. XV. 5</bibl>. (23. Dic. antivigilia di Natale
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>E pensatamente io chiamai figura non tutto quello, che si diparte dalla prima
            formazion della lingua, ma dal più ordinario modo de’ parlatori presenti. Imperocchè ciò
            che fu figura in un tempo, <pb ed="aut" n="2662"/> non riman poi figura quando è sì
            accomunato dall’uso, che divien la più trivial maniera del linguaggio usitato,
            dipendendo i linguaggi dall’arbitrio degli uomini, tanto nell’introdursi, quanto
            nell’alterarsi; ed essendo i Gramatici non legislatori, come alcun pensa, ma compilatori
            di quelle Leggi che per avanti la Signoria dell’Uso ha prescritte</quote>. <bibl>
            <title>Trattato dello Stile e del Dialogo</title> del <author>Padre Sforza Pallavicino
              della Compagnia di Gesù</author>. Capo 4. Modena 1819. p. 22</bibl>. (26. Dicembre;
          festa di Santo Stefano Protomartire. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa la mia opinione che <foreign lang="lat" rend="italic">troia</foreign> nell’antico
          latino volesse dire come in italiano <emph>scrofa</emph>, vedi nel Forcellini <foreign
            lang="lat" rend="italic">troianus</foreign> aggiunto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">porcus</foreign>, e che cosa ne dica. (Roma 28. Dicembre 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il <emph>Padre Sforza Pallavicino</emph> nel <title>Trattato dello Stile e del
          Dialogo</title>, <emph>Capo 27</emph>, intitolato <title>Si stabilisce quali Autori deono
            esser seguiti nelle materie scientifiche da quelli che scrivono in Italiano, ovvero in
            Latino</title> (ristampa di Modena 1819. pag. 175-8.) dà decisa ed universale, e non
          relativa ma assoluta preferenza agli <pb ed="aut" n="2663"/>
          <emph>scrittori, stile</emph> e <emph>lingua</emph> del 500, (e del seguente secolo
          ancora, in cui egli scriveva) sopra quelli e quella del 300. (5. Gennaio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>In ristretto</emph>
          </quote> (in somma), <quote>
            <emph>la favella e la Scrittura sono indirizzate a’ coetanei, ed a’ futuri, non a’
              defunti</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Pallavic.</author> loc. sup. cit. pag. 181 fine</bibl>. (5. Gen. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Nemo enim orator tam multa, ne in graeco quidem otio, scripsit, quam
              multa sunt nostra</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Orator</title>, num.108</bibl>, parlando delle sue orazioni. (9. Gen. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2470. Delle metafore <bibl>
            <author>Cic.</author> nell’<title>Oratore</title>, num.134</bibl>, comandando che
          l’Oratore ne faccia grand’uso dice: <quote>
            <foreign lang="lat">Ex omnique genere (subintell. rerum) frequentissimae translationes
              erunt, quod eae propter similitudinem transferunt animos, et referunt ac movent huc et
              illuc; qui motus cogitationis, celeriter agitatus, per se ipse delectat</foreign>
          </quote>. (10. Gen. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In un luogo di Lucilio portato da Cic. nell’Oratore num.149. leggi <foreign lang="lat"
            rend="italic">Aptae pavimento</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Arte</foreign>. Vero è che la sillaba seconda del verso precedente è breve. (10. Gen.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Anticamente i latini dicevano <foreign lang="lat" rend="italic">maxilla axilla</foreign>
          etc. (<bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Orator</title>, n.155</bibl>.), indi fecero <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mala, ala</foreign>, ec. Or noi conserviamo l’antico: <emph>mascella, ascella,
          tassello</emph>. Dicevano anche <foreign lang="lat" rend="italic">siet</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">sit</foreign> (<bibl>vedi ib. num.159</bibl>.); or <pb
            ed="aut" n="2664"/> quello e non questo si dovette sempre conservare nell’uso del
          popolo, come apparisce da <emph>sia, soit, sea</emph>. (10. Gen. 1823.). Notisi il nostro
          uso simile, di aggiungere un’<emph>e</emph> alle vocali accentate: <emph>virtue,
          fue</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nell’Oratore di Cic. num.196. <foreign lang="lat" rend="italic">illa ipsa
          delectarent</foreign>, leggi <foreign lang="lat" rend="italic">non delectarent</foreign>.
          (11. Gen. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Transferenda tota dictio est ad illa quae nescio cur, quum Graeci</foreign>
            <foreign lang="grc">κόμματα</foreign>
            <foreign lang="lat">et</foreign>
            <foreign lang="grc">κῶλα</foreign>
            <foreign lang="lat">nominent, nos non recte <hi rend="italic">incisa</hi> et <hi
                rend="italic">membra</hi> dicamus. Neque enim esse possunt rebus ignotis nota
              nomina; sed, quum verba aut suavitatis aut inopiae causa transferre soleamus, in
              omnibus hoc fit artibus, ut, quum id appellandum sit quod, propter rerum ignorationem
              ipsarum, nullum habuerit ante nomen, necessitas cogat aut novum facere verbum, aut a
              simili mutuari</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Orator</title>, num.209</bibl>. (11. Gen. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nell’Oratore di Cicerone num. 231. cioè molto presso alla fine, leggi <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">reperiant ipsâ eâdem</foreign>
          </quote> ec. per <foreign lang="lat" rend="italic">reperiam</foreign>. (11. Gen. 1823.).
          Ivi, num. 11. cioè non molto dopo il principio, e durante ancora l’esordio, leggi <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">ut sine causâ alte repetita videatur</foreign>
          </quote>, in vece d’<foreign lang="lat" rend="italic">ut non sine causâ alte repetitâ
            videatur</foreign>. (12. Gen. 1823.). Ivi, num.16. leggi <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">de moribus sine multa</foreign>
          </quote> in vece di <foreign lang="lat" rend="italic">de moribus? Sine</foreign> ec. Ivi
          19. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">poterimus fortasse discere per dicere</foreign>
          </quote>. Ivi 32. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">nomen eius non extaret per nomen eius
            extaret</foreign>
          </quote>. (12. Gen. 1823.). <pb ed="aut" n="2665"/> Ivi 83. leggi <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">recte</hi>
              <hi rend="sc">quidam</hi>
              <hi rend="italic">vocant Atticum</hi>
            </foreign>
          </quote>, e v. num. 75. Ivi 88. leggi <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">aut tempore alieno</foreign>
          </quote> non <foreign lang="lat" rend="italic">alienum</foreign>, giacchè questa voce si
          riferisce a <foreign lang="lat" rend="italic">ridiculo</foreign>. (12. Gen. 1823.). Ivi,
          107. leggi <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">laudata</foreign>
          </quote>. 138. leggi <foreign lang="lat" rend="italic">quid caveat</foreign>. (13. Gen.
          1823. Roma, in letto.). 150. leggi <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">in dicendo</foreign>
          </quote>. (13. Gen. 1823.). 182. leggi <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quid accideret o quid accidisset</foreign>
          </quote>. 195. leggi <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quisque</foreign>
          </quote> o <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quique</foreign>
          </quote> per <foreign lang="lat" rend="italic">cuique</foreign>. (13. Gen. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2661. Dell’antica presuntuosa opinione avuta da vari popoli, e massime dagli
          Ateniesi, d’essere <foreign lang="grc">αὐτόχθονοι</foreign>, e perciò differenti di
          nascita o di diritti dagli altri uomini, con che giustificavano le conquiste, le
          preminenze nazionali, le pretensioni che ciascun popolo aveva sugli altri popoli, l’essere
          sciolti da ogni legge verso i forestieri, la schiavitù di questi o nazionale o
          individuale, l’oppressione degl’inquilini o stranieri domiciliati, l’odio in somma verso
          l’altre nazioni, mentre professavano amore alla propria, e si stimavano obbligati dalla
          legge e dalla natura verso i propri cittadini o connazionali, vedi anche l’orazione
          funebre recitata da Socrate in persona d’Aspasia nel Menesseno di Platone, verso il
          principio. (2. Febbraio, dì della Purificazione di Maria SS. 1823.). V. p. 2675.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2666"/> La prosa francese (nazione e lingua la più impoetica fra le
          moderne, che sono le più impoetiche del mondo) è molto più poetica della stessa prosa
          antica scritta nelle lingue le più poetiche possibili. Lo stesso mancare affatto di
          linguaggio poetico distinto dal prosaico fa che lo scrittor francese confonda quello ch’è
          proprio dell’uno con quel ch’è proprio dell’altro, e che come il poeta francese scrive
          prosaicamente così il prosatore scriva poeticamente, e che la lingua francese manchi non
          solo di linguaggio e stile poetico distinto per rispetto al prosaico, ma anche di
          linguaggio e stile veramente prosaico, e ben distinto e circoscritto e definito per
          rispetto al poetico. Questa è l’una delle cagioni della poeticità della prosa francese.
          Altre ancora se ne potranno addurre, ma fra queste, una che ha del paradosso e pure è
          verissima. La prosa francese è poetica perchè la lingua francese è poverissima. Quindi la
          necessità di metafore di metonimie di catacresi di mille figure di dizione che rendono
          poetica la lingua della prosa, e secondo il nostro gusto, <pb ed="aut" n="2667"/> gonfia,
          concitata ed aliena da quella semplicità, riposatezza, calma, sicurezza ed equabilità e
          gravità di passo che s’ammira nelle prose latina e greca, le più poetiche lingue
          dell’occidente. P. e. non avendo i francesi una parola che significhi unitamente il padre
          e la madre, (come noi, che diciamo <emph>i genitori</emph>), sono obbligati a dire spesso
            <foreign lang="fre" rend="italic">les auteurs de ses jours, des jours de quelqu’un, de
            celui-là</foreign> etc. Queste tali frasi necessarie e forzate, obbligano poi lo
          scrittor prosaico francese a formar loro un contorno conveniente, a seguire una forma di
          dire, uno stile, dove queste frasi, figure ec. non disdicano, e quindi a innalzare il
          tuono della sua prosa, e dargli un color poetico tanto nello stile quanto nella lingua: e
          così la povertà della lingua francese rende poetica la sua prosa, e per le figure che
          l’obbliga ad usare in cambio delle parole che le mancano, e per le figure che queste
          medesime figure forzate richiedono intorno a se, e quasi portano con se, e per lo stile e
          il linguaggio e il tuono che queste figure forzate <pb ed="aut" n="2668"/> domandano per
          non disdire. (2. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi mi chiedesse quanto e fino a qual segno la filosofia si debba brigare delle cose
          umane e del regolamento dello spirito, delle passioni, delle opinioni, de’ costumi, della
          vita umana; risponderei tanto e fino a quel punto che i governi si debbono brigare
          dell’industria e del commercio nazionale a voler che questi fioriscano, vale a dire non
          brigarsene nè punto nè poco. E sotto questo aspetto la filosofia è veramente e pienamente
          paragonabile alla scienza dell’economia pubblica. La perfezione della quale consiste nel
          conoscere che bisogna lasciar fare alla natura, che quanto il commercio (interno ed
          esterno) e l’industria è più libera, tanto più prospera, e tanto meglio camminano gli
          affari della nazione; che quanto più è regolata tanto più decade e vien meno; che in somma
          essa scienza è inutile, poichè il suo meglio è fare che le cose vadano come s’ella non
          esistesse, e come anderebbero da per tutto dov’ella e i governi non s’intrigassero del
          commercio e dell’industria; e la sua perfezione è <pb ed="aut" n="2669"/> interdirsi ogni
          azione, conoscere il danno ch’essa medesima reca, e in somma non far nulla, al quale
          effetto gli uomini non avevano bisogno d’economia politica, ma s’ella non fosse stata, ciò
          si sarebbe necessariamente ottenuto allo stesso modo, e meglio. Ora tale appunto si è la
          perfezione della filosofia e della ragione e della riflessione ec. come ho detto altrove.
          (2 3. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sopra quello che ho detto altrove che l’uso de’ sacrifizi nacque dall’egoismo del timore. <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Toutes les fois que le courroux des dieux se déclare
              par la famine, par une épidémie ou d’autres fléaux on tâche de le détourner sur un
              homme et sur une femme du peuple, entretenus par l’état pour être, au besoin, des
              victimes expiatoires, chacun au nom de son sexe. On les promène dans les rues au son
              des instrumens; et après leur avoir donné quelques coups de verges, on les fait sortir
              de la ville</foreign>
          </quote> (<foreign lang="fre">d’Athènes</foreign>). <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Autrefois on les condamnoit aux flammes et on jetoit
              leurs cendres au vent</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Aristoph.</author> in equit. v. 1133</bibl>. <bibl>Schol. ibid. Id. in ran. v.
            745</bibl>. <bibl>Schol. ib. Hellad. ap. Phot. p. 1590. Meurs. graec. fer. in
          thargel.</bibl>). <bibl>
            <title lang="fre">Voyage du jeune <pb ed="aut" n="2670"/> Anacharsis en Grèce</title> t.
            2. ch. 21. 2<hi rend="apice">e</hi> édit. Paris 1789. p. 395</bibl>. Vedete anche nello
          stesso capit. la 3<hi rend="apice">a</hi> pag. avanti a questa, circa i sacrifizi di
          vittime umane, i quali si facevano principalmente ne’ maggiori pericoli e timori, come
          dice altrove il medesimo autore. (7. Feb. 1823.). V. p. 2673.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sopra la riunione del sacerdozio e dello stato civile nelle medesime persone, presso gli
          antichi, del che ho detto altrove; e come le funzioni del sacerdozio non impedissero in
          modo alcuno gli antichi preti di servire alla patria. <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Chaque particulier peut offrir des sacrifices sur un
              autel placé a la porte de sa maison, ou dans une chapelle domestique</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Hesych.</author> in <title>
              <foreign lang="grc">ὕδραν</foreign>
            </title>
          </bibl>. <bibl>
            <author>Lomey</author>. <title lang="lat">de lustrat.</title> p. 120</bibl>.) <bibl>
            <foreign lang="fre">Même ouvrage, même chap. p. 397</foreign>
          </bibl>. (<bibl>V. anche Aristoph. in Plut. v. 1155. et Schol. ibid</bibl>.) <quote>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="italic">Cette espèce de sacerdoce ne devant exercer ses fonctions que dans
                une seule famille, il a fallu établir des ministres pour le culte public</hi>. Ibid.
                <hi rend="italic">Tous</hi> (les prêtres de la Grèce) <hi rend="italic">pourroient
                se borner aux fonctions de leur ministère, et passer leurs jours dans une douce
                oisivité</hi>
            </foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Isocr.</author>
            <title>de permut.</title> t. 2. <pb ed="aut" n="2671"/> p. 410</bibl>.) <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Cependant plusieurs d’entre eux empressés a mériter
              par leur zèle les égards dus à leur caractère, ont rempli les charges onéreuses de la
              république, et l’ont servie soit dans les armées, soit dans les ambassades</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Herodot.</author> l. 9. c. 85</bibl>. <bibl>
            <author>Plut.</author> in Aristid. p. 321</bibl>. <bibl>
            <author>Xenoph.</author>
            <title>hist. graec.</title> p. 590</bibl>. <bibl>
            <author>Demosth.</author>
            <title>in Neaer.</title> p. 880.</bibl>) <bibl>Ibid. p. 403</bibl>. Vedi il 2<hi
            rend="apice">o</hi> dell’Eneide intorno a Panto sacerdote, e l’Iliade intorno ad Eleno
          ec. (7. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Parmi plusieurs de ces nations que les Grecs appellent barbares, le
              jour de la naissance d’un enfant est un jour de deuil pour sa famille</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Herodot.</author> l. 5. c. 4</bibl>. <bibl>
            <author>Strab.</author> l. 11. p. 519. Anthol. p. 16</bibl>.) <quote>
            <foreign lang="fre">Assemblée autour de lui, elle le plaint d’avoir reçu le funeste
              présent de la vie. Ces plaintes effrayantes ne sont que trop conformes aux maximes des
              sages de la Grèce. Quand on songe, disent-ils, à la destinée qui attend l’homme sur la
              terre, il faudroit arroser de pleurs son berceau</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Eurip.</author>
            <title>fragm. Cresph.</title> p. 476. Axioch. ap. <author>Plat.</author> t. 3. p.
          368</bibl>. <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>tusc.</title> l. <hi rend="sc">i</hi>. c. 48. t. 2. p. 273</bibl>.) <bibl>Même
            ouvrage ch. 26. t. 2. p. 3</bibl>. (8. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2672"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Le plus grand des malheurs est de naître, le plus grand des
              bonheurs, de mourir. (<bibl>
                <author>Sophocl.</author>
                <title>Oedip. Colon.</title> v. 1289</bibl>. <bibl>Bacchyl. et alii ap.
                  <author>Stob.</author>
                <title>serm. 96</title>. p. 530. 531</bibl>. <bibl>
                <author>Cic.</author>
                <title>tusc.</title> l. <hi rend="sc">i</hi>. c. 48. t. 2. p. 273</bibl>.) La vie,
              disoit Pindare, n’est que le rêve d’une ombre (<bibl>Pyth. 8. v. 136</bibl>.); image
              sublime, et qui d’un seul trait peint tout le néant de l’homme</foreign>
          </quote>. <bibl>Même ouvrage. ch. 28. p. 137. t. 3</bibl>. (10. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les plaisirs de l’esprit ont des retours mille fois plus amers que
              ceux des sens</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. p. 139</bibl>. (10. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Μὴ προθυμεῖσθαι εἰς τὴν ἀκρίβειαν φιλοσοφεῖν, ἀλλ'εὐλαβεῖσθαι ὅπως
              μὴ πὲρα τοῦ δέοντος σοφώτεροι γενόμενοι, λήσετε διαφθαρέντες</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Plato</author> in <title>Gorgia</title> ed. Frider. Astii. Lips. 1819 –... t. 1.
            p. 362-4</bibl>. <foreign lang="lat">Ne enitamini ut diligenter philosophemini, sed
            cavete ne, supra quam oportet, sapientiores facti ipsi inscientes
          corrumpamini</foreign>. <quote>
            <foreign lang="grc">Φιλοσοφία γὰρ τοί ἐστιν, ὦ Σώκρατες, χαρίεν, ἄν τις αὐτοῦ μετρίως
              ἅψηται ἐὰν δὲ περαιτέρω τοῦ δέοντος ἐνδιατρίψῃ, διαφθορὰ τῶν ἀνθρώπων</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. p. 356</bibl>. <foreign lang="lat">Philosophia enim, o Socrate, est
            illa quidem lepida, si quis eam modice attingit, sin ultra quam opus est ei studet,
            corruptela est hominum</foreign>. Tutta la vituperazione della filosofia che Platone in
          quel Dial. mette in bocca di Callicle, dalla p. 352. alla p. 362. è degna d’esser veduta.
          V’è anche insegnata (sebben Platone lo fa per poi negarla e confutarla) la vera legge
          naturale, che ciascun uomo o vivente faccia tutto per se, e il più forte sovrasti il più
          debole, e si goda quel di costui. (Roma 12. Feb. <pb ed="aut" n="2673"/> 1823. primo dì di
          Quaresima.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2670. <quote>
            <foreign lang="fre">Le peuple de Leucade qui célèbre tous les ans la fête d’Apollon, est
              dans l’usage d’offrir à ce dieu un sacrifice expiatoire, et de détourner sur la tête
              de la victime tous les fléaux dont il est menacé. On choisit pour cet effet un homme
              condamné à subir le dernier supplice. On le précipite dans la mer du haut de la
              montagne de Leucade. Il périt rarement dans les flots; et après l’en avoir sauvé, on
              le bannit à perpétuité des terres de Leucade</foreign>. (<bibl>
              <author>Strab.</author> l. 10. p. 452. Ampel. memorab. c. 8</bibl>.)</quote>
          <bibl>
            <title lang="fre">Voyage d’Anacharsis</title> etc. ch. 36. t. 3. p. 402</bibl>. (17.
          Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pianger si de’ il nascente ch’incomincia Or a solcare il mar di tanti mali, E con gioia
          al sepolcro s’accompagni, L’uscito de’ travagli della vita. Poeta antico appo Plutarco
            <emph>Come debba il giovane udir le poesie</emph>, volgarizzamento di Marcello Adriani
          il giovane, pagina ultima, cioè p. 169. del tomo primo <title>Opuscoli morali di Plutarco
            volgarizzati da Marcello Adriani il giovane</title> stampati per la prima volta in
          Firenze, Piatti, 1819. (19. Feb. 1823.). V. la p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Dei beni umani il più supremo colmo È sentir meno il duolo</emph>
          </quote>. Sentenza che racchiude la somma di tutta la filosofia morale e antropologica.
          Poeta antico nel luogo citato qui sopra. (19. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2674"/>
          <foreign lang="grc">Ἔμβραχυ</foreign> per <emph>insomma</emph>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">denique</foreign> ec. come noi diciamo appunto <emph>in breve</emph>. <bibl>
            <author>Platone</author>, <title>Gorgia</title>, ed. principe Ald. t... p. 457.
          A</bibl>. (19. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grave non è nè a farsi nè a soffrirsi Quello a che noi necessità costringe. Tragico
          antico, ap. Plut. Discorso di consolazione ad Apollonio, una pagina avanti il mezzo.
          Volgarizzamento di Marcello Adriani il giovine. Fir. 1819. t. 1. p. 194. (20. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. antecedente. V. un detto di Crantore, e un frammento d’Aristotele in questo
          proposito, appresso il medesimo Plutarco dell’Adriani, nel Discorso di consolazione ad
          Apollonio t. 1. p. 203-4. e un verso di Menandro ib. 213. (21. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">On ne fait entrer dans la cavalerie (Lacédémonienne) que des hommes
              sans expérience, qui n’ont pas assez de vigueur ou de zèle. C’est le citoyen riche qui
              fournit les armes, et entretient le cheval. (<bibl>
                <author>Xen.</author>
                <title>hist</title>. gr. l. 6. p. 596</bibl>.). Si ce corps a remporté quelques
              avantages il les a dus aux cavaliers étrangers que Lacédémone prenoit à sa solde (Id.
              de magistr. equit. p. 971.). En général les Spartiates aiment mieux servir dans
              l’infanterie: persuadés que le vrai courage se suffit à lui-même, ils veulent
              combattre corps à corps. J’étois auprès du roi Archidamus, quand on lui présenta le
              modèle d’une machine à lancer des traits, nouvellement inventée en Sicile. Après
              l’avoir examinée avec attention: C’en est fait, dit-il, de la valeur</foreign>. (<bibl>
              <author>Plut.</author>
              <title>apophth. Lac</title>. t. 2. p. 219</bibl>.)</quote>
          <bibl>
            <title lang="fre">Voy. d’Anach.</title> ch. 50. t. 4. p. 252</bibl>. Applicate <pb
            ed="aut" n="2675"/> tutto questo all’invenzione ed uso delle armi da fuoco ed alla
          milizia moderna. (23. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2665. <quote>
            <foreign lang="fre">Les Arcadiens se regardent comme les enfans de la terre, parce
              qu’ils ont toujours habité le même pays, et qu’ils n’ont jamais subi un joug
            etranger</foreign>
          </quote>. (<bibl>Thucy. l. 1. c. 2.</bibl>
          <bibl>
            <author>Xen.</author>
            <title>hist. gr.</title> l. 7. p. 618. <author>Plut.</author>
            <title>quaest. roman</title>. t. 2. p. 286</bibl>.). <bibl lang="fre">Même ouvrage ch.
            52. t. 4. p. 295</bibl>. (23. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Dans les transports de sa joie (Cydippe la prêtresse de Junon), elle
              supplia la Déesse d’accorder à ses fils (Biton et Cléobis) le plus grand des bonheurs.
              Ses voeux furent, dit-on, exauces: un doux sommeil les saisit dans le temple même (de
              Junon, entre Argos et Mycènes) et les fit tranquillement passer de la vie à la mort;
              comme si les dieux n’avoient pas de plus grand bien à nous accorder, que d’abréger nos
              jours</foreign>. (<bibl>
              <author>Herodot</author>. I. 31. Axioch. ap. <author>Plat.</author> t. 3. p.
            367</bibl>. <bibl>
              <author>Cic.</author>
              <title>Tusc.</title> I. 47</bibl>. <bibl>Val. Max. v. 4. estern. 4. Stob. serm.169. p.
              603. Serv. et Philarg. in Georg. III. 532.</bibl>)</quote>
          <bibl>Même ouvrage ch. 53. t. 4. p. 343-4</bibl>. Aggiungi Plutarco nel libro della
          consolazione ad Apollonio, volgarizzamento di Marcello Adriani il giovine. Fir. 1819. t.
          1. p. 189. e vedi ciò ch’egli soggiunge a questo proposito. Al qual luogo egli ha rispetto
          nella pag. 213. da me citata qui a tergo. (25. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2676"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">La statue de Telesilla</foreign>
          </quote> (famosa poetessa d’Argo, e guerriera, salvatrice della sua patria) <quote>
            <foreign lang="fre">fut posée sur une colonne, en face du temple de Vénus; loin de
              porter ses regards sur des volumes représentés et placés à ses pieds, elle les arrête
              avec complaisance sur un casque qu’elle tient dans sa main, et qu’elle va mettre sur
              sa tête</foreign>
          </quote>. (Pausan. 11. 20. p. 157.). <bibl lang="fre">Même ouvrage. l. c. p. 338</bibl>.
          Così potrebb’essere rappresentata la nazione latina, la nazion greca e tutta l’antichità
          civile: inarrivabile e inarrivata nelle lettere e arti belle, e pur considerante l’une e
          l’altre come suoi passatempi, ed occupazioni secondarie; guerriera, attiva e forte. (25.
          Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli scrittori greci più eleganti ed attici e antichi sogliono usare la voce <foreign
            lang="grc">φησὶ</foreign> per <foreign lang="grc">φασὶ</foreign> nel significato di
            <foreign lang="lat" rend="italic">aiunt</foreign>, <emph>è fama</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">on dit</foreign>, il singolare invece del plurale (forma
          ellittica per <foreign lang="grc">φησί τις</foreign>
          <emph>uom dice, altri dice</emph>). Così noi volgarmente tutto giorno, e non solo noi nel
          parlare, ma eziandio gli scrittori nostri, massime del trecento, usiamo <emph>dice</emph>
          per <emph>dicono, altri dice, l’uom dice, un dice</emph> (<foreign lang="fre"
            rend="italic">on dit</foreign>). <bibl>
            <author>Passavanti</author> Ediz. Venez. del Bortoli p. 251</bibl>. <quote>
            <emph>E così</emph>
            <emph rend="sc">dice</emph>
            <emph>che fa il Leone</emph>
          </quote>. Mi ricordo di aver trovato questa frase anche in altri trecentisti, e mi par
          senza fallo nelle Vite de’ Santi Padri. Quest’uso che noi abbiamo comune cogli
          antichissimi e più eleganti e puri scrittori greci, per qual mezzo ci può esser venuto se
          non per quello dell’antico <pb ed="aut" n="2677"/> volgar latino? Sempre ch’io trovo
          qualche conformità <emph>frappante</emph> fra il greco e l’italiano (massime l’italiano
          volgare, popolare, corrente e parlato) e così il francese e lo spagnuolo, conformità che
          non appartenga alla natura generale delle favelle, ma alle proprietà arbitrarie ed
          accidentali delle lingue, se quella tal qualità o parte ec. sopra cui cade questa
          conformità, non si trova negli scrittori latini, io tengo per fermo ch’ella si trovasse
          nel latino parlato, cioè nel volgar latino. Giacchè questo ebbe commercio col volgar
          greco, e quel ch’è più, venne da una medesima fonte col greco; e da esso volgar latino è
          venuto il nostro volgare. Ma qual commercio ebbe mai il nostro volgare col volgar greco,
          cioè col greco parlato, e massime coll’antico? qual commercio poi col greco scritto, e
          questo pure antichissimo? Quanto al nostro caso, io non credo che negli scrittori latini
          si trovi p. e. <foreign lang="lat" rend="italic">ait</foreign> in vece di <foreign
            lang="lat" rend="italic">aiunt</foreign>. Ma veggasi il Forcellini. (Roma 2. Marzo
          1823.). V. p. 2987.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutti gl’imperi, tutte le nazioni ch’hanno ottenuto dominio sulle altre, da principio
          hanno combattuto con quelli di fuori, co’ vicini, co’ nemici: poi liberati dal timore
          esterno, e soddisfatti dell’ambizione e della cupidigia di dominare sugli stranieri e di
          possedere quel di costoro, e saziato l’odio nazionale contro l’altre nazioni, hanno sempre
          rivolto il ferro <pb ed="aut" n="2678"/> contro loro medesime, ed hanno per lo più perduto
          colle guerre civili quell’impero e quella ricchezza ec. che aveano guadagnato colle guerre
          esterne. Puoi vedere p. 3791. Questa è cosa notissima e ripetutissima da tutti i filosofi,
          istorici, politici ec. Quindi i politici romani prima e dopo la distruzion di Cartagine,
          discorsero della necessità di conservarla, e se ne discorre anche oggidì ec. L’egoismo
          nazionale si tramuta allora in egoismo individuale: e tanto è vero che l’uomo è per sua
          natura e per natura dell’amor proprio, nemico degli altri viventi e se-amanti; in modo che
          s’anche si congiunge con alcuno di questi, lo fa per odio o per timore degli altri,
          mancate le quali passioni, l’odio e il timore si rivolge contro i compagni e i vicini.
          Quel ch’è successo nelle nazioni è successo ancora nelle città, nelle corporazioni, nelle
          famiglie ch’hanno figurato nel mondo ec. unite contro gli esteri, finchè questi non erano
          vinti, divise e discordi e piene d’invidia ec. nel loro interno, subito sottomessi gli
          estranei. Così in ciascuna fazione di una stessa città, dopo vinte le contrarie o la
          contraria. V. il proem. del lib.7. delle Stor. del Machiavello. Ed è bello a questo
          proposito un passo di Plutarco sulla fine del libro <quote>
            <emph>Come si potria trar giovamento da’ nimici</emph>
          </quote> (<bibl>
            <title>Opusc. mor.</title> di <author>Plut.</author> volgarizz. da <author>Marcello
              Adriani il giovane</author>. Opusc. 14. Fir. 1819. t. 1. p. 394</bibl>.) <quote>
            <emph>La qual cosa ben parve che comprendesse <pb ed="aut" n="2679"/> un saggio uomo di
              governo nominato Demo, il quale, in una civil sedizione dell’isola di Chio,
              ritrovandosi dalla parte superiore, consigliava i compagni a non cacciare della città
              tutti gli avversarj, ma lasciarne alcuni, acciò (disse egli) non incominciamo a
              contendere con gli amici, liberati che saremo interamente da’ nimici: così questi
              nostri affetti</emph>
          </quote> (soggiunge Plutarco, cioè <emph>l’emulazione, la gelosia, e l’invidia</emph>) <quote>
            <emph>consumati contra i nimici meno turberanno gli amici</emph>
          </quote>. <bibl>V. ancora gl’<title>Insegnamenti Civili</title> di <author>Plut.</author>
          </bibl> dove il cit. Volgarizz. p. 434. ha Onomademo in vece di Demo: <foreign lang="grc"
            >ὄνομα Δῆμος</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ora nello stesso modo che alle famiglie, alle corporazioni, alle città, alle nazioni,
          agl’imperi, è accaduto al genere umano. Nemici naturali degli uomini furono da principio
          le fiere e gli elementi ec.; quelle, soggetti di timori e d’odio insieme, questi di solo
          timore (se già l’immaginazione non li dipingeva a quei primi uomini come viventi). Finchè
          durarono queste passioni sopra questi soggetti, l’uomo non s’insanguinò dell’altro uomo,
          anzi amò e ricercò lo scontro, la compagnia, l’aiuto del suo simile, senz’odio alcuno,
          senza invidia, senza sospetto, come il leone non ha sospetto del leone. Quella fu
          veramente l’età dell’oro, e l’uomo era sicuro tra gli uomini: non per altro se non
          perch’esso e gli altri uomini odiavano e temevano de’ viventi e degli <pb ed="aut"
            n="2680"/> oggetti stranieri al genere umano; e queste passioni non lasciavano luogo
          all’odio o invidia o timore verso i loro simili, come appunto l’odio e il timore de’
          Persiani impediva o spegneva le dissensioni in Grecia, mentre quelli furono odiati e
          temuti. Quest’era una specie d’egoismo <emph>umano</emph> (come poi vi fu l’egoismo
          nazionale) il quale poteva pur sussistere insieme coll’individuale, stante le dette
          circostanze. Ma trovate o scavate le spelonche, per munirsi contro le fiere e gli
          elementi, trovate le armi ed arti difensive, fabbricate le città dove gli uomini in
          compagnia dimoravano al sicuro dagli assalti degli altri animali, mansuefatte alcune
          fiere, altre impedite di nuocere, tutte sottomesse, molte rese tributarie, scemato il
          timore e il danno degli elementi, la nazione umana, per così dire, quasi vincitrice de’
          suoi nemici, e guasta dalla prosperità, rivolse le proprie armi contro se stessa, e qui
          cominciano le storie delle diverse nazioni; e questa è l’epoca del secolo d’argento,
          secondo il mio modo di vedere; giacchè l’aureo, al quale le storie non si stendono, e che
          resta in balìa della favola, fu quello precedente, tale, quale l’ho descritto. (4. Marzo
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Plutarco nel principio degl’<title>Insegnamenti civili</title>, volgarizzamento cit. di
          sopra, <bibl>
            <title>Opusc.</title> 15. t. 1. p. 403</bibl>. <quote>
            <emph>Molto meno arieno ancora gli <pb ed="aut" n="2681"/> Spartani patito l’insolenza,
              e buffonerie di Stratocle, il quale avendo persuaso il popolo</emph>
          </quote> (credo Ateniese, o Tebano) <quote>
            <emph>a sacrificare come vincitore; che poi sentito il vero della rotta si sdegnava,
              disse: Qual ingiuria riceveste da me, che seppi tenervi in festa, ed in gioja per
              ispazio di tre giorni?</emph>
          </quote> Agli Spartani si possono paragonate i filosofi, anzi questo secolo, anzi quasi
          tutti gli uomini, avidi del sapere o della filosofia, e di scoprir le cose più nascoste
          dalla natura, e per conseguenza di conoscere la propria infelicità, e per conseguenza di
          sentirla, quando non l’avrebbero sentita mai o di sentirla più presto. E la risposta di
          Stratocle starebbe molto bene in bocca de’ poeti, de’ musici, degli antichi filosofi,
          della natura, delle illusioni medesime, di tutti quelli che sono accusati d’avere
          introdotti o fomentati, d’introdurre o fomentare o promuovere de’ begli errori nel genere
          umano, o in qualche nazione o in qualche individuo. Che danno recano essi se ci fanno
          godere, o se c’impediscono di soffrire, per tre giorni? Che ingiuria ci fanno se ci
          nascondono quanto e mentre possono la nostra miseria, o se in qualunque modo
          contribuiscono a fare che l’ignoriamo o dimentichiamo? (5. Marzo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2682"/> Grazia dal contrasto. <bibl>
            <author>Conte Baldessar Castiglione</author>, <title>Il Libro del Cortegiano</title>.
            lib. 1. Milano, dalla Società tipogr. de’ Classici italiani, 1803. vol. 1. p.
          43-4</bibl>. <quote>Ma avendo io già più volte pensato meco, onde nasca questa grazia,
            lasciando quegli che dalle stelle l’hanno, trovo una regola universalissima; la qual mi
            par valer circa questo in tutte le cose umane, che si facciano, o dicano, più che alcuna
            altra; e ciò è fuggir quanto più si può, e come un asperissimo e pericoloso scoglio la
            affettazione; e, per dir forse una nuova parola, usar in ogni cosa una certa
            sprezzatura, che nasconda l’arte, e dimostri, ciò che si fa, e dice, venir fatto senza
            fatica, e quasi senza pensarvi. Da questo credo io che derivi assai la grazia:
              <emph>perchè delle cose rare, e ben fatte ognun sa</emph> (p. 44. dell’ediz.) <emph>la</emph>
            <emph rend="sc">difficultà</emph>, <emph>onde in esse la</emph>
            <emph rend="sc">facilità</emph>
            <emph>genera grandissima maraviglia</emph>; e per lo contrario, lo sforzare, e, come si
            dice, tirar per i capegli, dà somma disgrazia, e fa estimar poco ogni cosa, per grande
            ch’ella si sia</quote>. (Roma 14. Marzo. 1823. secondo Venerdì di Marzo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>In vero rare volte interviene che chi non è assueto <pb ed="aut" n="2683"/> a
            scrivere, per erudito che egli si sia, possa mai conoscer perfettamente le fatiche ed
            industrie degli scrittori, nè gustar la dolcezza ed eccellenza degli stili, e quelle
            intrinseche avvertenze che spesso si trovano negli antichi</quote>. <bibl>Il medesimo,
            ivi, p. 79</bibl>. Da quanto pochi adunque può sperar degna, vera ed intima e piena e
          perfetta stima e lode il perfetto scrittore o poeta! e per quanto pochi scrive e prepara
          piaceri colui che scrive perfettamente! V. p. 2796. (15. Marzo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Nè altro vuol dir il parlar antico, che la consuetudine antica di parlare; e
            sciocca cosa sarebbe amar il parlar antico, non per altro che per voler più presto
            parlare come si parlava, che come si parla</quote>. <bibl>Il medesimo, ivi, p.
          64</bibl>. (15. Marzo 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Quelques sages, épouvantés des vicissitudes qui bouleversent les
              choses humaines, supposèrent une puissance qui se joue de nos projets, et nous attend
              au moment du bonheur, pour nous immoler à sa cruelle jalousie</foreign>. (<bibl>
              <author>Herod.</author> I. 32. III. 40. VII. 46</bibl>. <bibl>
              <author>Soph.</author> in <title>Philoct.</title> v. 789</bibl>.)</quote>
          <bibl>
            <title lang="fre">Voyage d’Anacharsis</title>. ch. 71. p. 136. t. 6</bibl>. (Roma 26.
          Marzo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">«L’excès de la raison et de la vertu, est presque aussi funeste que
              celui des plaisirs (<bibl>
                <author>Aristot.</author>
                <title>de mor.</title> II. 2. t. 2. p. 19</bibl>.); la nature nous a donné des goûts
              qu’il est aussi dangereux d’éteindre que d’épuiser</foreign>.»</quote>
          <bibl>Même ouvrage ch. 78. t. 6. p. 456</bibl>. (29. Marzo. Sabato Santo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2684"/> L’uomo sarebbe felice se le sue illusioni giovanili (e
          fanciullesche) fossero realtà. Queste sarebbero realtà, se tutti gli uomini le avessero, e
          durassero sempre ad averle: perciocchè il giovane d’immaginazione e di sentimento,
          entrando nel mondo, non si troverebbe ingannato della sua aspettativa, nè del concetto che
          aveva fatto degli uomini, ma li troverebbe e sperimenterebbe quali gli aveva immaginati.
          Tutti gli uomini più o meno (secondo la differenza de’ caratteri), e massime in gioventù,
          provano queste tali illusioni felicitanti: è la sola società, e la conversazione
          scambievole, che civilizzando e istruendo l’uomo, e assuefacendolo a riflettere sopra se
          stesso, a comparare, a ragionare, disperde immancabilmente queste illusioni, come
          negl’individui, così ne’ popoli, e come ne’ popoli, così nel genere umano ridotto allo
          stato sociale. L’uomo isolato non le avrebbe mai perdute; ed elle son proprie del giovane
          in particolare non tanto a causa del calore immaginativo, naturale a quell’età, quanto
          della inesperienza, e del vivere isolato che fanno i giovani. Dunque se l’uomo avesse
          continuato a vivere isolato, non avrebbe mai perdute le sue illusioni giovanili, e tutti
          gli uomini le <pb ed="aut" n="2685"/> avrebbero e le conserverebbero per tutta la vita
          loro. Dunque esse sarebbero realtà. Dunque l’uomo sarebbe felice. Dunque la causa
          originaria e continua della infelicità umana è la società. L’uomo, secondo la natura
          sarebbe vissuto isolato e fuor della società. Dunque se l’uomo vivesse secondo natura,
          sarebbe felice. (Roma 1. Aprile. Martedì di Pasqua. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ὀλίγου δέω τοῦτο ποιεῖν ἢ παθεῖν ὀλίγου δεῖν καὶ ἀπόλωλα ὀλίγου δεῖ
            τοῦτο γενέσθαι πολλοῦ γε καὶ δεῖ πολλοῦἢ μικροῦ ἐδέησεν ἢ ἐδέησα μικροῦ δεῖν</foreign>
          ec. <foreign lang="fre">Peu s’en faut: beaucoup s’en faut: peu s’en fallut</foreign> ec.
          poco mancò che ec. di poco fallò, per poco, per poco non, ec. V. p. 3817.(1. Aprile.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A noi pare bene spesso di provar del piacere dicendo, o fra noi stessi o con altri, che
          noi ne abbiamo provato. Tanto è vero che il piacere non può mai esser presente, e
          quantunque da ciò segua ch’esso non può neanche mai esser passato, tuttavia si può quasi
          dire ch’esso può piuttosto esser passato che presente. (Roma. 12. Aprile 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Le ciel qui nous donna la réflexion pour prévoir nos besoins, nous a
              donné les besoins pour mettre <pb ed="aut" n="2686"/> des bornes à notre réflexion.
              Études de la Nature par Jacques-Bernardin-Henri de Saint-Pierre. Paul et
            Virginie</foreign>.</quote>
          <bibl lang="fre">dans le <title>Dialogue entre Paul et le Vieillard</title>. Paris de
            l’imprimerie de Monsieur. 3<hi rend="italic">e</hi> édit. tom. 4. p. 132</bibl>. (Roma
          14. Aprile 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">En Europe le travail des mains déshonore. On l’appelle travail
              méchanique. Celui même de labourer la terre y est le plus méprisé de tous. Un artisan
              y est bien plus estimé qu’un paysan</foreign>
          </quote>. <bibl>loc. cit. pag. 136</bibl>. Tutto l’opposto era fra gli antichi, appresso i
          quali gli agricoltori e l’agricoltura erano in onore, e l’arti manuali o meccaniche
            (<foreign lang="grc">αἱ βαναυσικαὶ τέχναι</foreign>) e i professori delle medesime erano
          infami. <bibl>V. <author>Cic.</author>
            <title>de Offic.</title> l. <hi rend="sc">i</hi>
          </bibl>. e l’Economico di Senofonte, e quello attribuito già ad Aristotele. (14. Aprile
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sopra il verbo <emph>difendere</emph> usato già dagli antichi Latini come da’ francesi e
          dagli antichi italiani e dagli spagnuoli per <emph>proibire</emph>, vedi Perticari
          Apologia di Dante p. 157. (Recanati 12. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Usano i buoni scrittori greci elegantemente l’infinito dei verbi in luogo della seconda e
          della terza persona dell’imperativo. <foreign lang="grc">Τοῦτο ποιεῖν</foreign> invece di
            <foreign lang="grc">τοῦτο ποίει σὺ</foreign>, o di <foreign lang="grc">τοῦτο ποιείτω</foreign>
          <pb ed="aut" n="2687"/>
          <foreign lang="grc">ἐκεῖνος</foreign>, o di <foreign lang="grc">τοῦτο ποιείσθω</foreign>
            (<foreign lang="lat" rend="italic">hoc fiat</foreign>) o di <foreign lang="grc">τοῦτο
            ποιητέον</foreign> o di <foreign lang="grc">τοῦτο ποιεῖν δεῖ</foreign> la quale ultima
          parola si sottintende in questa formola ellittica di <foreign lang="grc">τοῦτο
          ποιεῖν</foreign>. Simile a quest’uso è quello degl’italiani di usare l’infinito in vece
          della seconda persona singolare dell’imperativo, quando precede una particella negativa
          ossia vietativa. <emph>Non fare, non dire per non fa, non di’</emph>. Il qual uso viene
          dal comune rustico romano, ossia da quella lingua in cui degenerò il latino d’Europa ne’
          bassi tempi, che si parlò in tutta l’Europa latina, e da cui nacquero le lingue italiana,
          francese, spagnuola, portoghese, e i loro dialetti. V. il Perticari, Apologia di Dante p.
          170. Ma quest’uso figurato è rimasto ai soli italiani, benchè già fosse proprio anche dei
          provenzali, come dimostra il Perticari, loc. cit. I greci dicevano ancora <foreign
            lang="grc">μὴ τοῦτο ποιεῖν</foreign> per <foreign lang="grc">μὴ τοῦτο ποίει</foreign>.
          Così ancora invece delle seconde e terze persone imperative plurali, cioè invece di
            <foreign lang="grc">μὴ τοῦτο ποιεῖτε o ποιείτωσαν</foreign>. V. Senofonte <foreign
            lang="grc">Πόροι</foreign>, c. 4. num. 40. Platon. Sophist. t. 2. Astii p. 346. v. 11.
          E. (12. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2688"/> Il Perticari nell’Apolog. di Dante p. 207. not. 19. trovando in
          un’antica canzone provenzale il verbo <emph>arsare</emph> dice che questa è la radice
          della voce <emph>arso</emph>, la quale finora è sembrato vocabolo senza radice, giacchè
          dal verbo <foreign lang="lat" rend="italic">ardere</foreign> dovrebbe derivare
            <emph>arduto</emph> e non <emph>arso</emph>. S’inganna: ed anzi il verbo
          <emph>arsare</emph> deriva da <emph>arso</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ardere</foreign> che n’è la radice. I participii de’ nostri verbi sono per lo più i
          participii latini, quando il verbo è latino. Se in questi participii è qualche anomalia,
          la ragione e l’origine della medesima, non si deve cercare nell’italiano nè nel
          provenzale, ma nel latino, sia che quest’anomalia esista anche nel latino, sia che quel
          participio (e così dico delle altre voci) ch’è anomalo per noi, non lo sia per li latini.
          Giacchè l’uso italiano, massime nel particolare dei participii, ha seguito ordinariamente
          l’uso latino senza guardare se questo corrispondesse o no alle regole o all’analogia della
          nuova lingua che si veniva formando. E moltissime irregolarità della nostra lingua e delle
          sue sorelle vengono dalla sua cieca conformità colla lingua madre. Da <emph>sospendere,
            prendere, accendere</emph>, <pb ed="aut" n="2689"/>
          <emph>discendere</emph> ec. secondo l’analogia della nostra lingua, verrebbe
            <emph>sospenduto, prenduto, accenduto, discenduto, difenduto</emph> ec. Ma i latini
          dicevano <foreign lang="lat" rend="italic">suspensus, prensus, defensus</foreign> ec.
          Dunque anche gl’italiani <emph>sospeso, preso, acceso, disceso, difeso</emph> ec. Nè la
          radice p. e. di <emph>preso</emph> è il <foreign lang="lat" rend="italic"
          >prensare</foreign> (che anzi viene da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >prensus</foreign>) ma il <foreign lang="lat" rend="italic">prehendere</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">prendere</foreign> de’ latini. Al contrario i latini
          da <foreign lang="lat" rend="italic">vendere</foreign> facevano <foreign lang="lat"
            rend="italic">venditus</foreign>; qui la nostra lingua segue la sua analogia e dice
            <emph>venduto</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">venditus</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere la p. 3075.</p>
          </note>, non <emph>veso</emph>, perchè il latino non dice <emph>vensus</emph>. Credo
          anch’io che gli antichi latini dicessero <foreign lang="lat" rend="italic">suspenditus,
            prenditus, accenditus</foreign> ec. ma se poi dissero diversamente, l’anomalia di
            <emph>preso, acceso</emph> ec. non è d’origine italiana nè provenzale, ma latina. Così
          da <foreign lang="lat" rend="italic">ardere</foreign> noi dovremmo fare
          <emph>arduto</emph>. Ma sia che i primi latini dicessero <foreign lang="lat" rend="italic"
            >arditus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">ardeo</foreign>, come dissero
            <foreign lang="lat" rend="italic">ardui</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >arsi</foreign>, sia che nol dicessero mai, certo è che poi e comunemente dissero
            <foreign lang="lat" rend="italic">arsi, arsurus, arsus</foreign>, supino <foreign
            lang="lat" rend="italic">arsum</foreign>. Noi dunque non diciamo <emph>arduto</emph> ma
            <emph>arso</emph>, e diciamo <emph>arso</emph>
          <pb ed="aut" n="2690"/> perchè così dissero i latini, e l’origine di quest’anomalia si
          cerchi nel latino dov’ella pur fu e donde ella venne, non nell’italiano o nel provenzale o
          nella lingua romana o romanza; quando è chiaro ch’ell’è tanto più antica di tutte queste
          lingue. Similmente da <foreign lang="lat" rend="italic">audeo</foreign> dovevasi fare
            <foreign lang="lat" rend="italic">auditus</foreign>. Ma i latini a noi noti fecero
            <foreign lang="lat" rend="italic">ausus</foreign>. Anomalia della stessa natura e
          condizione di <foreign lang="lat" rend="italic">arsus</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ardeo</foreign>, seconda congiugazione come <foreign lang="lat"
            rend="italic">audeo</foreign>. Quest’<foreign lang="lat" rend="italic">ausus</foreign> è
          il nostro <emph>oso</emph> nome: da questo nome <emph>oso</emph> viene <emph>osare</emph>,
          che i provenzali dissero o almeno scrissero anche <emph>ausar</emph> (Perticari l. c. p.
          210. lin.7.): ed infatti <emph>osare</emph> non è che un continuativo barbaro d’<foreign
            lang="lat" rend="italic">audere</foreign> ch’è la sua radice prima, e l’immediata è
            <foreign lang="lat" rend="italic">ausus</foreign>. Ma il Perticari viceversa direbbe che
            <emph>oso</emph> ed <foreign lang="lat" rend="italic">ausus</foreign> viene da
            <emph>osare</emph> e da <emph>ausare</emph>, giacchè dice che <emph>arso</emph> viene da
            <emph>arsare</emph>. Quasi che, anche secondo l’analogia della nostra lingua, da
            <emph>arsare</emph> si potesse far <emph>arso</emph>: e non piuttosto
          <emph>arsato</emph>, ch’è il <pb ed="aut" n="2691"/> suo vero participio, e ben differente
          da <emph>arso</emph> ch’è participio d’un altro verbo.</p>
        <p>Questo e altri tali errori del Perticari e d’altri moltissimi grammatici antichi e
          moderni, vengono dalla poca notizia che costoro hanno avuta della formazione e derivazione
          de’ verbi in <emph>are</emph> da’ participii regolari o anomali d’altri verbi; formazione
          usitatissima da’ latini, presso de’ quali i verbi così formati erano continuativi; e
          seguitata ad usare larghissimamente ne’ tempi bassi e ne’ principii delle moderne lingue
          dell’Europa latina.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Ausus sum</foreign>: <emph>son oso</emph>. Questa frase
          italiana corrispondente alla latina, conferma, seppur ve n’è bisogno, l’identità del nome
            <emph>oso</emph> col participio <foreign lang="lat" rend="italic">ausus</foreign>, sola
          voce del verbo <foreign lang="lat" rend="italic">audere</foreign> che si sia conservata
          nell’uso delle lingue figlie della latina, e madre di più voci moderne, come
          <emph>osare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">oser</foreign>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">osadìa, osado</foreign> (participio d’<foreign lang="lat" rend="italic"
            >ausare</foreign>), <foreign lang="spa" rend="italic">osadamente</foreign> ec. (Recanati
          15. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Somma conformabilità dell’uomo. Le bestie sono più o meno addomesticabili, secondo che
          sono più o <pb ed="aut" n="2692"/> meno assuefabili e conformabili di natura. Ma nè le
          bestie domestiche convivendo coll’uomo, nè queste o altre bestie convivendo con bestie di
          specie diversa dalla loro, contraggono il carattere e i costumi umani o di quelle altre
          bestie, nè i caratteri di più bestie di specie diversa si mescolano tra loro per convivere
          che facciano insieme; ma solamente le bestie domestiche ricevono certe assuefazioni
          particolari, e certi costumi non naturali portati dalle circostanze, i quali non hanno
          però che far niente coi costumi dell’uomo. Ma l’uomo convivendo colle bestie, contrae
          veramente gran parte del carattere di queste, ed altera il suo proprio per una effettiva
          mescolanza di qualità naturali alle bestie con cui convive. È cosa osservata nella
          campagna romana, e nota quivi alle persone che per mestiere per abito e per natura sono
          tutt’altro che osservatrici, che i pastori e guardiani delle bufale, sono ordinariamente
          stupidi, lenti, goffi, rozzissimi, selvatici e tali che poco hanno dell’uomo: che i
          pastori de’ <pb ed="aut" n="2693"/> cavalli sono svelti, attivi, pronti, vivaci, arguti,
          agili di corpo e di spirito: quelli delle pecore, semplici, mansueti, ubbidienti ec.
          (Recanati 16. Maggio 1823.). E tra gli abitanti della campagna romana i due estremi della
          zotichezza e della <foreign lang="fre" rend="italic">spiritualité</foreign> e furberia,
          della torpidezza e del brio, della dappocaggine, pigrizia ec. e dell’attività, sono i
          guardiani delle bufale e quei de’ cavalli; come lo sono i caratteri di queste specie di
          animali fra quelle che abitano nella detta campagna. (16. Maggio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Degli scrittori non romani che scrissero in latino, e son tenuti classici in quella
          lingua e letteratura <bibl>vedi <author>Perticari</author>, <title>Apologia di
            Dante</title>, capo 30. p. 314-16</bibl>. (Recanati 16. Maggio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Del disprezzo in cui fu tenuta dai dotti la lingua italiana (detta volgare) nel 300, nel
          400 e nel 500, a paragone della latina, vedi Perticari loc. cit. capo 34. (16. Maggio
          1823.). Vedi anche il fine della Lezione <title>dell’ordine dell’Universo</title> di <bibl>
            <author>Pier Francesco Giambullari</author> nelle <title>Prose Fiorentine</title> par.
            2. vol. 2. (Venez. 1735. t. 3. par. 2. p. 24.fine-25.)</bibl> (17. Maggio 1823.).
            <bibl>V. altresì <author>Perticari</author>
            <title>Degli Scritt. del 300</title>. l. <hi rend="sc">i</hi>. c. 13. p. 77. c. 16. p.
            88. segg. c. ult. fine. p. 98. l. 2. c. 9. p. 163</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2694"/> Formata una volta una lingua illustre, cioè una lingua ordinata,
          regolare, stabilita e grammaticale, ella non si perde più finchè la nazione a cui ella
          appartiene non ricade nella barbarie. La durata della civiltà di una nazione è la misura
          della durata della sua lingua illustre e viceversa. E siccome una medesima nazione può
          avere più civiltà, cioè dopo fatta civile, ricadere nella barbarie, e poi risorgere a
          civiltà nuova, ciascuna sua civiltà ha la sua lingua illustre nata, cresciuta,
          perfezionata, corrotta, decaduta e morta insieme con lei. Il qual rinnuovamento e di
          civiltà e di lingua illustre, ha, nella storia delle nazioni conosciute, o vogliamo
          piuttosto dire, nella storia conosciuta, un solo esempio, cioè quello della nazione
          italiana. Perchè niuna delle altre nazioni state civili in antico, sono risorte a civiltà
          moderna e presente, e niuna delle nazioni presentemente civili, fu mai civile (che si
          sappia) in antico, se non l’italiana. Così niun’altra nazione può mostrare due lingue
          illustri da <pb ed="aut" n="2695"/> lei usate e coltivate generalmente, (come può far
          l’italiana) se non in quanto la nostra antica lingua, cioè la latina, si diffuse insieme
          coi nostri costumi per l’Europa a noi soggetta, e fece per qualche tempo italiane di
          costumi e di lingua e letteratura le Gallie, le Spagne, la Numidia (che non è più risorta
          a civiltà) ec.</p>
        <p>Ma tornando al proposito nostro, siccome la Grecia, in tutta la storia conosciuta, è la
          nazione che per più lungo tempo ha conservato una civiltà, così la lingua greca illustre è
          di tutte le lingue illustri conosciute nella storia antica o moderna, quella che ha durato
          più lungo tempo. Sebbene nei secoli bassi la civiltà greca fosse in gran decadenza, e
          similmente e proporzionatamente la lingua greca illustre, nondimeno la Grecia non divenne
          assolutamente barbara, se non dopo la presa di Costantinopoli, conservandosi almeno
          qualche parte della civiltà greca, se <pb ed="aut" n="2696"/> non altro, nella Corte di
          Bisanzio finchè questa durò. E fino a questo medesimo termine durò ancora la lingua greca
          illustre, in maniera che gli scrittori greci di questi ultimi tempi, come Teofilatto e
          quei della Storia Bizantina, sono per la più parte intelligibili e piani senz’altro
          particolare studio, a tutti quelli che intendono Omero ed Erodoto. Di modo che la lingua
          greca illustre durò sempre una e sempre quella, per 23 secoli, cioè da Omero fino
          all’ultimo imperatore greco. Durata maravigliosa: ma tale altresì fu quella della greca
          civiltà. Perchè la Grecia per niuna circostanza di tempi non divenne mai interamente
          barbara finchè non fu tutta suddita de’ turchi; nè mai per tutto l’intervallo de’ secoli
          antecedenti fu priva di letteratura, neanche ne’ peggiori secoli, come si può vedere,
          considerando anche solamente la Biblioteca di Fozio scritta nel nono secolo, e le varie
          opere di Tzetze <pb ed="aut" n="2697"/> scritte nel 12.<hi rend="apice">o</hi> oltre il
          Violario d’Eudocia Augusta, il Lessico di Suida ec. opere che in niun’altra parte del
          mondo fuor della parte greca, quando pur fossero state tradotte nelle rispettive lingue,
          si sarebbero a quei tempi sapute neppure intendere, non che comporne delle simili.</p>
        <p>La lingua illustre latina nata tanto più tardi, tanto più presto morì, perchè la civiltà
          italiana e quella di tutta l’Europa latina per diverse circostanze finì pochissimi secoli
          dopo nata. Già quando Costantino trasportò la corte in Bisanzio, la Grecia vinceva d’assai
          e per civiltà e per letteratura il mondo latino, e massimamente l’Italia. E forse questa
          fu una delle cagioni che indussero Costantino a quel traslocamento, il quale fu poi
          un’altra circostanza che contribuì a mantenere la civiltà in Grecia, e seco la lingua
          illustre (coltivata poi da Temistio, da Libanio, da Giuliano imperatore da Giamblico, da
          Gregorio, da Basilio ben superiori in <pb ed="aut" n="2698"/> grecità a quello che furono
          in latinità Girolamo, Agostino, Ambrogio, Gregorio e Leone Papi, Ammiano, Boezio), ed
          aiutò la corruzione ed estinzione della civiltà e della lingua illustre latina, massime in
          Italia, dove mancò affatto una corte latina. La quale per poco tempo fu nelle Gallie, e vi
          produsse Sidonio e Pacato e gli altri nobili letterati di que’ tempi, e fece per allora
          quella provincia superiore senza comparazione per latinità, letteratura e civiltà alla
          stessa Italia che le avea compartite alle Gallie. Finchè le conquiste fatte dai Barbari
          distrussero affatto e la civiltà e la lingua illustre in tutta l’Europa latina.</p>
        <p>La nuova nostra lingua illustre fu sufficientemente organizzata e stabilita nel 300
          insieme colla nuova civiltà italiana. Questa ancor dura e non s’è mai più perduta. Dunque
          anche la lingua italiana illustre del 300, nè si è mai perduta, e dura ancora dopo ben
          cinque secoli: e quei trecentisti che più si divisero dal parlar plebeo e dai particolari
          dialetti separati, o (come in <pb ed="aut" n="2699"/> Dante) mescolati, quali sono il
          Petrarca, il Boccaccio, il Passavanti, il traduttore delle Vite de’ Padri, eccetto alcune
          poche e sparse parole o frasi, sono ancora moderni per noi, e la loro lingua è fresca e
          viva, come fosse di ieri. La differenza tra essi e noi sta quasi tutta nello stile e ne’
          concetti. V. p. 2718.</p>
        <p>Al contrario le lingue non bene o sufficientemente organizzate e regolate, variano
          continuamente e in breve si spengono quasi affatto, e fanno luogo a lingue quasi nuove,
          anche durando il medesimo stato della nazione, sia di civiltà (se pur vi fu mai civiltà
          non accompagnata da lingua illustre), sia di maggiore o minore barbarie. La lingua
          provenzale benchè scritta da tanti in poesia ed in prosa, pure perchè non ordinata
          sufficentemente nè ridotta a grammatica, è tutta morta dopo brevissima vita. E degli
          stessi trecentisti italiani, quelli che più s’accostarono al dir plebeo e provinciale,
          fosse fiorentino o qualunque, siccome tanti scrittori fiorentini o toscani di cronichette
          o d’altro, sono già da gran tempo scrittori di lingua per grandissima <pb ed="aut"
            n="2700"/> parte morta; giacchè infinite delle loro voci, frasi, forme e costruzioni più
          non s’intendono nelle stesse loro provincie, o vi riescono strane, insolite, affettate,
          antiquate e invecchiate. Vedi Perticari Apologia di Dante, capo 35. e specialmente p.
          338.-45. (17. Maggio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La cagione per cui negli antichissimi scrittori latini si trova maggiore conformità e di
          voci e di modi colla lingua italiana, che non se ne trova negli scrittori latini
          dell’aureo secolo, e tanto maggiore quanto sono più antichi, si è che i primi scrittori di
          una lingua, mentre non v’è ancora lingua illustre, o non è abbastanza formata, divisa
          dalla plebea, fatta propria della scrittura, usano un più gran numero di voci, frasi,
          forme plebee, idiotismi ec. che non fanno gli scrittori seguenti; sono in somma più vicini
          al plebeo da cui le lingue scritte per necessità incominciano, e da cui si vanno dividendo
          solamente appoco appoco, usano una più gran parte della lingua plebea ch’è la sola
          ch’esista allora nella nazione, o che <pb ed="aut" n="2701"/> non è abbastanza distinta
          dalla lingua nobile e cortigiana ec. sì perchè quella lingua che <emph>si</emph> parla
          (com’è la cortigiana) tien sempre più o meno della plebea; sì perchè allora i cortigiani
          ec. non hanno l’esempio e la coltura derivante dalle Lettere nazionali e dalla lingua
          nazionale scritta, per parlare molto diversamente dalla plebe. Ora l’unica lingua che
          possano seguire e prendere in mano i primi scrittori di una lingua, si è la parlata,
          giacchè la scritta ancor non esiste. E siccome la lingua italiana e le sue sorelle non
          derivano dal latino scritto ma dal parlato, e questo in gran parte non illustre, ma
          principalmente dal plebeo e volgare, quindi la molta conformità di queste nostre lingue
          cogli antichissimi e primi scrittori latini. Vedi un luogo di Tiraboschi appresso
          Perticari, Apologia di Dante, capo 43. pag. 430. (20. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2702"/> Materia della pigrizia non sono propriamente le azioni faticose,
          ma quelle, faticose o no, nelle quali non è piacere presente, o vogliamo dire opinione di
          piacere. Niuno è pigro al bere o al mangiare. Lo studio è cosa faticosissima. Ma se l’uomo
          vi prova piacere, ancorchè pigro ad ogni altra cosa, non sarà pigro a studiare, anzi
          travaglierà nello studio gl’interi giorni. E forse la massima parte delle persone
          assolutamente studiose, sono infingarde, e pure nello studio operano e si affaticano
          continuamente. Il fine dei pensieri e delle azioni dell’uomo è sempre e solo il piacere.
          Ma i mezzi di conseguir quello che l’uomo si propone come piacere, ora hanno piacere in se
          stessi, ora no. Questi ultimi sono materia della pigrizia, ancorchè domandino pochissima
          fatica, ancorchè il piacere a cui condurrebbero sia vicinissimo e prontissimo e
          certissimo, ancorchè l’uomo faccia molta stima di questo piacere e lo desideri, ancorchè
          finalmente il fine al quale questi mezzi conducono sia necessario, o molto <pb ed="aut"
            n="2703"/> utile ad ottenere altri piaceri. Così l’uomo si astiene di comparire a una
          festa (dove crede che si sarebbe trovato con piacere) per non assettarsi; e se si fosse
          trovato all’ordine, o se non se gli fosse richiesto d’assettarsi, sarebbe andato alla
          festa: la qual era pure un piacer vicino e pronto, e che si otteneva certamente con un’ora
          di pochissima fatica. Così la pigrizia ritiene ancora da quei travagli che sono necessari
          a procacciarsi il mangiare e il bere, perchè essi in se non hanno piacere. Così da cento
          altre azioni utili, cioè conducenti più o men tosto al piacere (giacchè questo è il
          significato di utile), ma non piacevoli in se: e tanto più quanto più è lontano il piacere
          ch’esse procacciano, e quanto elle sono più faticose, più lunghe, e meno piacevoli. (20.
          Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La voce popolare <emph>bobò</emph> che significa presso di noi uno spauracchio de’
          fanciulli simile al <foreign lang="grc">μορμὼ</foreign> ec. dei greci, alle Lammie de’
          latini ec. <pb ed="aut" n="2704"/> (V. il mio Saggio sugli errori popolari) non è altro
          che un sostantivo formato dalle due voci <emph>bau bau</emph> (colla solita mutazione
            dell’<emph>au</emph> in <emph>o</emph>), o piuttosto le stesse due voci sostantivate, e
          ridotte a significare una persona o spettro che manda fuori quelle voci <emph>bau
          bau</emph>. Le quali sono voci antichissime e comuni ai greci che con esse esprimevano
          l’abbaiare dei cani, e quindi fecero il verbo <foreign lang="grc">βαΰζειν</foreign>; ai
          latini che ne fecero nello stesso senso il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >baubari</foreign>, e a noi che ne abbiamo fatto <emph>baiare</emph> e quindi
            <emph>abbaiare</emph> (se pur questi verbi non vengono dal suddetto latino), onde il
          francese antico <foreign lang="fre" rend="italic">abaïer</foreign> e il moderno <foreign
            lang="fre" rend="italic">aboyer</foreign> de’ quali verbi vedi il Dizionario di
          Richelet. Vedi anche la pag. 2811.-13. Ma dall’esprimere la voce de’ cani, le parole
            <emph>bau bau</emph> passarono a significare una voce che spaventasse i fanciulli. V. la
          Crusca in <emph>Bau</emph>. Quindi il nostro <emph>Bobò</emph> sostantivo di persona.
          Presso i francesi <foreign lang="fre" rend="italic">bobo</foreign> è voce parimente
          puerile che significa <foreign lang="fre" rend="italic">un petit mal</foreign>, cioè
          quello che le nostre balie dicono <emph>bua</emph>, la qual <pb ed="aut" n="2705"/> voce
          fu pur delle balie latine, ma con altro significato, cioè con quello che le nostre dicono
            <emph>bumbù</emph>, o come ha la Crusca, <emph>bombo</emph>. <bibl>V.
            <author>Forcellini</author>
          </bibl>. I Glossari non hanno nulla al proposito. (20. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Di alcune cagioni che anche ne’ bassi tempi poterono introdurre vocaboli e modi greci nel
          volgare o ne’ volgari d’Italia, vedi Perticari Apologia di Dante, capo 39. p. 386.(21.
          Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dell’antico volgare latino, vedi Perticari Degli scrittori del 300. lib.1. cap. 5. 6. 7.
          (21. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È pur doloroso che i filosofi e le persone che cercano di essere utili o all’umanità o
          alle nazioni, sieno obbligate a spendere nel distruggere un errore o nello spiantare un
          abuso quel tempo che avrebbono potuto dispensare nell’insegnare o propagare una nuova
          verità, o nell’introdurre o divulgare una buona usanza. E veramente a prima vista può
          parer poco degno di un grande <pb ed="aut" n="2706"/> intelletto, e poco utile, o se non
          altro, di seconda o terza classe nell’ordine de’ libri utili, un libro, tutta la cui
          utilità si riduca a distruggere uno o più errori. (Tali sono p. e. i due Trattati di
          Perticari, e tutta la Proposta di Monti). Ma se guarderemo più sottilmente, troveremo che
          i progressi dello spirito umano, e di ciascuno individuo in particolare, consistono la più
          parte nell’avvedersi de’ suoi errori passati. E le grandi scoperte per lo più non sono
          altro che scoperte di grandi errori, i quali se non fossero stati, nè quelle (che si
          chiamano, scoperte di grandi verità) avrebbero avuto luogo, nè i filosofi che le fecero
          avrebbero alcuna fama. Così dico delle grandi utilità recate ai costumi, alle usanze ec.
          Non sono, per lo più, altro se non correzioni di grandi abusi. Lo spirito umano è tutto
          pieno di errori; la vita umana di male usanze. La maggiore e la principal parte delle
          utilità che si possono recare agli uomini, consiste nel disingannarli e nel correggerli,
          piuttosto che nell’insegnare <pb ed="aut" n="2707"/> e nel bene accostumare, benchè quelle
          operazioni bene spesso, anzi ordinariamente, ricevano il nome di queste. La maggior parte
          de’ libri, chiamati universalmente utili, antichi o moderni, non lo sono e non lo furono,
          se non perchè distrussero o distruggono errori, gastigarono o gastigano abusi. In somma la
          loro utilità non consiste per lo più nel porre, ma nel togliere, o dagl’intelletti o dalla
          vita. Grandissima parte de’ nostri errori scoperti o da scoprirsi, sono o furono così
          naturali, così universali, così segreti, così propri del comune modo di vedere, che a
          scoprirli si richiedeva o si richiede un’altissima sapienza, una somma finezza e acutezza
          d’ingegno, una vastissima dottrina, insomma un gran genio. Qual è la principale scoperta
          di Locke, se non la falsità delle idee innate? Ma qual perspicacia d’intelletto, qual
          profondità ed assiduità di osservazione, qual sottigliezza di raziocinio non era <pb
            ed="aut" n="2708"/> necessaria ad avvedersi di questo inganno degli uomini,
          universalissimo, naturalissimo, antichissimo, anzi nato nel genere umano, e sempre
          nascente in ciascuno individuo, insieme colle prime riflessioni del pensiero sopra se
          stesso, e col primo uso della logica? E pure che infinita catena di errori nascevano da
          questo principio! Grandissima parte de’ quali ancor vive, e negli stessi filosofi,
          ancorchè il principio sia distrutto. Ma le conseguenze di questa distruzione, sono ancora
          pochissimo conosciute (rispetto alla loro ampiezza e moltiplicità), e i grandi progressi
          che dee fare lo spirito umano in séguito e in virtù di questa distruzione, non debbono
          consistere essi medesimi in altro che in seguitare a distruggere.</p>
        <p>Cartesio distrusse gli errori de’ peripatetici. In questo egli fu grande, e lo spirito
          umano deve una gran parte de’ suoi progressi moderni al disinganno proccuratogli da
          Cartesio. Ma quando questi volle insegnare e fabbricare, il suo sistema <pb ed="aut"
            n="2709"/> positivo che cosa fu? Sarebbe egli grande, se la sua gloria riposasse
          sull’edifizio da lui posto, e non sulle ruine di quello de’ peripatetici? Discorriamo allo
          stesso modo di Newton, il cui sistema positivo che già vacilla anche nelle scuole, non ha
          potuto mai essere per i veri e profondi filosofi altro che un’ipotesi, e <emph>una
          favola</emph>, come Platone chiamava il suo sistema delle idee, e gli altri particolari o
          secondari e subordinati sistemi o supposizioni da lui immaginate, esposte e seguite. (21.
          Maggio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Paragonando la filosofia antica colla moderna, si trova che questa è tanto superiore a
          quella, principalmente perchè i filosofi antichi volevano tutti insegnare e fabbricare:
          laddove la filosofia moderna non fa ordinariamente altro che disingannare e atterrare. Il
          che se gli antichi tal volta facevano, niuno però era che in questo caso non istimasse suo
          debito e suo interesse il sostituire<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3469.</p>
          </note>. Così fecero anche nella prima restaurazione della filosofia Cartesio e Newton. Ma
          i filosofi <pb ed="aut" n="2710"/> moderni, sempre togliendo, niente sostituiscono. E
          questo è il vero modo di filosofare, non già, come si dice, perchè la debolezza del nostro
          intelletto c’impedisce di trovare il vero positivo, ma perchè in effetto la cognizione del
          vero non è altro che lo spogliarsi degli errori, e sapientissimo è quello che sa vedere le
          cose che gli stanno davanti agli occhi, senza prestar loro le qualità ch’esse non hanno.
          La natura ci sta tutta spiegata davanti, nuda ed aperta. Per ben conoscerla non è bisogno
          alzare alcun velo che la cuopra: è bisogno rimuovere gl’impedimenti e le alterazioni che
          sono nei nostri occhi e nel nostro intelletto; e queste, fabbricateci e cagionateci da noi
          col nostro raziocinio. Quindi è che i più semplici più sanno: che la semplicità, come dice
          un filosofo tedesco, (Wieland) è sottilissima, che i fanciulli e i selvaggi più vergini
          vincono di sapienza le persone più addottrinate: cioè più mescolate di elementi stranieri
          al loro intelletto. <pb ed="aut" n="2711"/> Di qui si conferma quel mio principio che la
          sommità della sapienza consiste nel conoscere la sua propria inutilità, e come gli uomini
          sarebbero già sapientissimi s’ella mai non fosse nata: e la sua maggiore utilità, o per lo
          meno il suo primo e proprio scopo, nel ricondurre l’intelletto umano (s’è possibile)
          appresso a poco a quello stato in cui era prima del di lei nascimento. E quello ch’io dico
          qui dell’intelletto, dico altrove, e qui ridico, anche per rispetto alla vita, e a tutto
          quello che appartiene all’uomo, e che ha qualsivoglia relazione colla sapienza. (21.
          Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I filosofi antichi seguivano la speculazione, l’immaginazione e il raziocinio. I moderni
          l’osservazione e l’esperienza. (E questa è la gran diversità fra la filosofia antica e la
          moderna). Ora quanto più osservano tanto più errori scuoprono negli uomini, più o meno
          antichi, più o meno universali, propri del popolo, de’ filosofi, o di ambedue. Così lo
          spirito umano fa progressi: e tutte le scoperte fondate sulla nuda osservazione delle
          cose, <pb ed="aut" n="2712"/> non fanno quasi altro che convincerci de’ nostri errori, e
          delle false opinioni da noi prese e formate e create col nostro proprio raziocinio o
          naturale o coltivato e (come si dice) istruito. Più oltre di questo non si va. Ogni passo
          della sapienza moderna svelle un errore; non pianta niuna verità, (se non che tali
          tuttogiorno si chiamano le proposizioni, i dogmi, i sistemi in sostanza negativi). Dunque
          se l’uomo non avesse errato, sarebbe già sapientissimo, e giunto a quella meta a cui la
          filosofia moderna cammina con tanto sudore e difficoltà. Ma chi non ragiona, non erra.
          Dunque chi non ragiona, o per dirlo alla francese, non pensa, è sapientissimo. Dunque
          sapientissimi furono gli uomini prima della nascita della sapienza, e del raziocinio sulle
          cose: e sapientissimo è il fanciullo, e il selvaggio della California, che non conosce
            <emph>il pensare</emph>. (21. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto che la filosofia moderna, in luogo degli errori che sterpa, non pianta nessuna
            <pb ed="aut" n="2713"/> verità positiva. Intendo verità semplicemente nuove; verità di
          cui vi fosse alcun bisogno, che avessero alcun valore, alcuno splendore, che meritassero
          di essere annunziate e affermate, che non fossero al tutto frivole e puerili, che non
          fossero manifestissime e conseguenti per se medesime, se gli errori contrarii non avessero
          avuto luogo, o non esistessero oggidì nelle menti degli uomini. Per esempio la filosofia
          moderna afferma che tutte le idee dell’uomo procedono dai sensi. Questa può parere una
          proposizione positiva. Ma ella sarebbe frivola, se non avesse esistito l’errore delle idee
          innate; come sarebbe frivolo l’affermare che il sole riscalda, perchè niuno ha creduto che
          il sole non riscaldasse, o affermato che il sole raffredda. Ma se questo fosse avvenuto,
          allora neanche quella verità o proposizione, che il sole riscalda, sarebbe tenuta frivola.
          Di più l’intenzione e lo spirito di quella proposizione che tutte le nostre idee vengono
          dai <pb ed="aut" n="2714"/> sensi, è veramente negativo, ed essa proposizione è come se
          dicesse, L’uomo non riceve nessuna idea se non per mezzo dei sensi; perch’ella mira
          espressamente ed unicamente ad escludere quell’antica proposizione positiva che l’uomo
          riceve alcune idee per altro mezzo che per quello dei sensi; ed è stata dettata dalla
          sottile speculazione di chi ben guardando nel proprio intelletto s’avvide che niuna idea
          gli era mai pervenuta fuori del ministerio dei sensi. Questo è un procedere affatto
          negativo, sì nella scoperta, sì ancora nell’enunciazione, perchè infatti da principio
          quella verità fu annunziata come negazione dell’errore contrario che allora sussisteva.
          Così discorrete d’infinite altre proposizioni o dogmi ec. della filosofia moderna, che
          hanno aspetto di positivi, ma che nello spirito, nella sostanza, nello scopo, e nel
          processo che il filosofo ha tenuto per iscoprirli, sono, o certo originalmente <pb
            ed="aut" n="2715"/> furono, negativi. (22. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Perticari</author>, <title>Degli Scritt. del 300</title>. l. 2. c. 2. p.
          106-7</bibl>. fa derivare il nome italiano <emph>carogna</emph> da un’antica voce greca.
          (22. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Di quelli che nel 500. volevano restringere la lingua italiana della poesia a quella del
          Petrarca, e della prosa a quella del solo Boccaccio, <bibl>vedi <author>Perticari</author>
            <title>Degli Scritt. del 300</title>. l. 2. c. 12. p. 178. colle similitudini che ivi
            pone de’ greci e de’ latini, e <title>Apologia di Dante</title> c. 41. p. 407-10</bibl>.
          (23. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che la lingua francese, povera di forme, è tuttavia ricchissima e sempre
          più si arricchisce di voci. Distinguo. La lingua francese è povera di sinonimi, ma
          ricchissima di voci denotanti ogni sorta di cose e di idee, e ogni menoma parte di
          ciascuna cosa e di ciascuna idea. Non può molto variare nella espressione d’una cosa
          medesima, ma può variamente esprimere le più varie e diverse cose. Il che non possiamo
          noi, benchè possiamo ridire <pb ed="aut" n="2716"/> in cento modi le cose dette. Ma certo
          è sempre varia quella scrittura che può esser sempre propria, perchè ad ogni nuova cosa
          che le occorre di significare, ha la sua parola diversa dalle altre per significarla. Anzi
          questa è la più vera, la più sostanziale, la più intima, la più importante, ed anche la
          più dilettevole varietà di lingua nelle scritture. E quelle scritte in una lingua
          soprabbondante di sinonimi, per lo più sono poco varie, perchè la troppa moltitudine delle
          voci fa che ciascheduno scrittore per significare ciaschedun oggetto, scelga fra le tante
          una sola o due parole al più, e questa si faccia familiare e l’adoperi ogni volta che le
          occorre di significare il medesimo oggetto; e così ciascheduno scrittore in quella lingua
          abbia il suo vocabolarietto diverso da quel degli altri, e limitato: come altrove ho detto
          accadere agli scrittori greci ed italiani. E osservo che sebbene <pb ed="aut" n="2717"/>
          la lingua greca è molto più varia della latina, nondimeno per la detta ragione le
          scritture greche, massime quelle degli ottimi e originali, sono meno varie delle latine
          per ciò che spetta ai vocaboli e ai modi. (23. Maggio 1823.). V. p. 2755.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi vuol vedere un piccolo esempio della infinita varietà della lingua greca, e come ella
          sia innanzi un aggregato di più lingue che una lingua sola, secondo che ho detto altrove;
          e vuol vederlo in uno stesso scrittore e in uno stesso libro; legga il Fedro di Platone.
          Nel quale troverà, non dico tre stili, ma tre vere lingue, l’una nelle parole che
          compongono il Dialogo tra Socrate e Fedro, la quale è la solita e propria di Platone,
          l’altra nelle due orazioni contro l’amore, in persona di Lisia e di Socrate; la terza
          nell’orazione di questo in lode dell’amore. Perciocchè Platone in queste orazioni adopra e
          vocaboli e frasi e costrutti <pb ed="aut" n="2718"/> notabilissimamente e visibilmente
          diversi da quelli che compongono la lingua ordinaria de’ suoi Dialoghi, sebbene in questi
          egli tratta bene spesso le medesime o simili materie a quelle delle tre suddette orazioni,
          massime dell’ultima. E i vocaboli, le frasi, i costrutti dell’ultima orazione (di stile
          tutta poetica, ma non perciò tumida o esagerata o eccessiva o tale che non sia vera prosa)
          sono pure diversissimi da quelli delle altre due. Nè in veruna di queste tre lo scrittore
          fa forza alla lingua, o dimostra affettazione, come fecero poi quei greci più recenti che
          si scostarono dalla maniera propria per seguire e imitare l’altrui. Ma certo chi non
          conoscesse altra lingua greca che la consueta di Platone, non senza una certa difficoltà
          potrebbe intendere quelle tre orazioni. (23. Maggio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2699. Di quelli scrittori del 300 che usarono lingua più illustre e comune, o
          manco plebea e provinciale o municipale, vedi Perticari <pb ed="aut" n="2719"/> Degli
          Scritt. del 300. l. 2. c. 6. È da notare che molte differenze che s’incontrano in questi
          scrittori fra la loro lingua e la presente, non sono da attribuire alla lingua di quel
          secolo. Ma elle sono tutte proprie degli scrittori medesimi. I quali in quei primi
          cominciamenti della nostra lingua illustre, in quella scarsezza di esempi, e quindi di
          regole della lingua volgare scritta, seguirono quali una strada e quali un’altra, sì nel
          trovare o crear le voci ai dati oggetti, sì nel collegarle, come quelli ch’erano i primi;
          e spesso per mancanza d’arte, per cattivo gusto, per povertà di voci o di modi propria
          loro o della lingua, per vaghezza di novità, o per sola ignoranza, e poca conoscenza della
          loro stessa lingua scritta o parlata, e per non sapere scrivere, divisero le loro
          scritture dalla lingua parlata molto più che non si doveva, o in quelle cose e in quelle
          guise che non si doveva; non volendo esser plebei, furono qua e là mostri di locuzione;
          non sapendo esprimersi, inventarono parole e forme tutte loro, tutte barbare; introdussero
          nelle scritture molti vocaboli e modi latini o provenzali durissimi e <pb ed="aut"
            n="2720"/> ripugnanti all’indole della favella comune o particolare, illustre o plebea,
          di quel medesimo secolo. Della qual favella pertanto in queste cose non si può nè si dee
          fare argomento da quelle scritture. Perchè quelle mostruosità e stranezze, che noi
          crediamo e chiamiamo comunemente arcaismi, come non si parlano ora nè si scrivono, così
          non furono mai parlate nè pure in quel secolo, nè scritte se non da uno o da pochi; e
          quindi non sono proprie della lingua del 300 ma di quei particolari scrittori. E neanche
          nei secoli seguenti al suddetto, fino a noi, non furono mai parlate da alcuno in Italia,
          nè scritte se non da qualche pedantesco imitatore, e razzolatore degli antichi, de’ quali
          pedanti ve n’ha gran copia anche oggidì. Ma l’autorità di questi non fa la lingua nè
          presente nè passata. Vedi anche circa queste mostruosità arbitrarie e particolari di tale
          o tale <pb ed="aut" n="2721"/> trecentista, il Perticari loc. cit. p. 13-5. e massime p.
          136. fine. (23. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Anche il Gelli confessava (ap. <bibl>
            <author>Perticari</author>
            <title>Degli Scritt. del Trecento</title> l. 2. c. 13. p. 183</bibl>.) che la lingua
          toscana non era stata applicata alle scienze. (24. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della impossibilità o dannosità di sostituire ai termini delle scienze o delle arti 1. le
          circollocuzioni, 2. i termini generali, 3. i metaforici e catacretici o in qualunque modo
          figurati, <bibl>vedi <author>Perticari</author> loc. cit. p. 184-5</bibl>. (24. Maggio
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Aristotele diceva <quote>
            <emph>più essere le cose che le parole</emph>
          </quote>: e il <bibl>
            <author>Perticari</author> loc. cit. p. 187-8</bibl>. spiega ed applica questa sentenza
          alla necessità di far sempre nuovi vocaboli per le nuove cognizioni e idee. (24. Maggio
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della necessità di far nuove voci alle nuove cose, o alle cose non mai trattate da’
          nazionali, e che ciascuna scienza o arte abbia i suoi termini propri e divisi da quelli
          delle altre scienze e del dir comune, <bibl>vedi <author>Cicerone</author>
            <title lang="lat">de finibus</title> l. 3. c. 1-2</bibl>. (24. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2722"/> Delle lingue vive non accade quello che delle lingue le quali più
          non si parlano. Queste, <emph>a guisa di pianta</emph> che più non vegeta, non possono
          ricevere accrescimento; e tutto quello, che a lor riguardo si può fare da noi, si è di
          serbarle diligentemente nello stato in cui sono; perciocchè in esse ogni alterazione tende
          a corrompimento. Al contrario <emph>le lingue che sono vive, vegetano tuttora, e possono
            crescere di più in più: e in esse le piccole mutazioni, che si vanno facendo di tempo in
            tempo, non sono segnali certi di corrompimento; anzi sono talora di sanità e
          vigoria</emph>. E però coloro, i quali non vorrebbon che i nostri scritti avessero altro
          sapore che di Trecento, nocciono alla lingua, perchè si sforzano di ridurla alla
          condizione di quelle che sono morte, e, in quanto a loro sta, <emph>ne diseccano i verdi
            rami, sicch’ella non possa</emph>, contro all’avviso d’Orazio, <quote>
            <emph>più vestirsi di nuove foglie</emph>
          </quote>. Quest’autore vivea pure nel secol d’oro <pb ed="aut" n="2723"/> della lingua
          latina, e nel tempo in cui essa era nel suo più florido stato: e tuttavia perch’ella era
          ancor viva, egli pensava ch’essa potesse arricchirsi vie maggiormente e ricevere nuove
          forme di favellare. Nota dell’Abate Colombo alle <title>Lezioni sulle Doti di una colta
            favella con una non più stampata sullo stile da usarsi oggidì ed altre operette del
            medesimo autore</title> (cioè dell’Abate Colombo). <title>Parma per Giuseppe Paganino
            1820</title>. (ediz. 2<hi rend="apice">da</hi> delle tre prime Lezioni e delle altre
          operette, fuorchè d’una). <title>Lezione IV. Dello Stile che dee usare oggidì un pulito
            Scrittore</title>. pag. 96. (antepenultima delle Lezioni). nota a. (25. Maggio. Domenica
          della SS. Trinità. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I pedanti che oggi ci contrastano la facoltà di arricchir la lingua, pigliano per
          pretesto ch’essa è già perfetta. Ma lo stesso contrasto facevano nei cinquecento
          quand’essa si stava perfezionando, <pb ed="aut" n="2724"/> anzi nel momento ch’ella
          cominciavasi a perfezionare, come fece il Bembo, il quale volea che questo cominciamento
          fosse il toglierle la facoltà di crescer mai più, e ’l ristringerla al solo Petrarca e al
          solo Boccaccio. Lo stesso contrasto fecero al tempo di Cicerone e d’Orazio, cioè nel
          secolo d’oro della lingua latina, nel quale ella si perfezionava, e fino al quale non fu
          certamente perfetta. Ma la pedanteria nasce presto, e gli uomini impotenti presto, anzi
          subito credono e vogliono che sia perfetto e che non si possa nè si debba oltrepassare nè
          accrescere quel tanto, più o manco, di buono ch’è stato fatto, per dispensarsi
          dall’oltrepassarlo ed accrescerlo, e perch’essi non si sentono capaci di farlo. (25.
          Maggio 1823.). E come pochissimo ci vuole a superare l’abilità degli uomini da nulla, così
          pochissimo artifizio, e pochissima bontà basta a fare ch’essi la credano insuperabile,
          qual è veramente per loro, ancorchè piccolissima. Oltre che <pb ed="aut" n="2725"/> al
          loro scarso e torto giudizio spesso e in buona fede il mediocre pare ottimo, e l’ottimo
          mediocre, e il cattivo buono, e al contrario. (27. Maggio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per quanto voglia farsi, non si speri mai che le opere degli scienziati si scrivano in
          bella lingua, elegantemente e in buono stile (con arte di stile). Chiunque si è veramente
          formato un buono stile, sa che immensa fatica gli è costato l’acquisto di quest’abitudine,
          quanti anni spesi unicamente in questo studio, quante riflessioni profonde, quanto
          esercizio dedicato unicamente a ciò, quanti confronti, quante letture destinate a questo
          solo fine, quanti tentativi inutili, e come solamente a poco a poco dopo lunghissimi
          travagli, e lunghissima assuefazione gli sia finalmente riuscito di possedere il vero
          sensorio del bello scrivere, la scienza di tutte le minutissime parti e cagioni di esso, e
          finalmente l’arte di mettere in opera esso stesso quello che non senza molta difficoltà
            <pb ed="aut" n="2726"/> è giunto a riconoscere e sentire ne’ grandi maestri, arte
          difficilissima ad acquistare, e che non viene già dietro per nessun modo da se alla
          scienza dello stile; bensì la suppone, e perfettissima, ma questa scienza può stare e sta
          spessissimo senza l’arte. Ora gli scienziati che fino da fanciulli hanno sempre avuta
          tutta la loro mente e tutto il loro amore a studi diversissimi e lontanissimi da questi,
          come può mai essere che mettendosi a scrivere, scrivano bene, se per far questo si
          richiede un’arte tutta propria della cosa, e che domanda tutto l’uomo, e tanti studi,
          esercizi, e fatiche? E come si può presumere che gli scienziati si assoggettino a questi
          studi e fatiche, non avendoci amore alcuno, ed essendo tutti occupati e pieni di
          assuefazioni ripugnanti a queste, e mancando loro assolutamente il tempo necessario per
          un’arte che domanda più tempo d’ogni altra? Oltre di ciò i più perfetti possessori di
          quest’arte, dopo le <pb ed="aut" n="2727"/> lunghissime fatiche spese per acquistarla, non
          sono mai padroni di metterla in opera senza che lo stesso adoperarla riesca loro
          faticosissimo e lunghissimo, perchè certo neppure i grandi maestri scrivono bene senza
          gravissime e lunghissime meditazioni, e revisioni, e correzioni, e lime ec. ec. Si può mai
          pretendere o sperare dagli scienziati questo lavoro, il quale è tanto indispensabile come
          quello che si richiede ad acquistare l’arte di bene scrivere?</p>
        <p>Per gli scienziati ch’io escludo dalla possibilità di scriver bene ed elegantemente, non
          intendo i moralisti, i politici, gli scrutatori del cuore umano e della natura umana, i
          metafisici, insomma i filosofi propriamente detti. Le scienze di costoro non sono molto
          lontane da quella che si richiede a bene scrivere, nè le loro abitudini ripugnano
          all’abitudine e alla riflessione che produce il bello, il semplice, l’elegante. Anzi
          Cicerone diceva che senza filosofia non si dà perfetto oratore; e lo stesso si può dire
            <pb ed="aut" n="2728"/> del perfetto scrittore d’ogni genere. La scienza del bello
          scrivere è una filosofia, e profondissima e sottilissima, e tiene a tutti i rami della
          sapienza. Di più la materia stessa di tali discipline è suscettibilissima d’eleganza.
          Quindi molti ottimi scrittori antichi e moderni ha fornito questa sorta di dottrine.</p>
        <p>Ma io escludo dal bene scrivere i professori di scienze matematiche o fisiche, e di
          quelle che tengono dell’uno e dell’altro genere insieme, o che all’uno o all’altro
          s’avvicinano. E di questa sorta di scienze in verità non abbiamo buoni ed eleganti
          scrittori nè antichi nè moderni, se non pochissimi. I greci trattavano queste scienze in
          modo mezzo poetico, perchè poco sperimentavano e molto immaginavano. Quindi erano in esse
          meno lontani dall’eleganza. Ma certo essi ne furono tanto più lontani, quanto più furono
          esatti. Platone è fuori di questa classe. Gli antichi lodano assai lo stile d’Aristotele e
          di Teofrasto. Può essere ch’abbiano riguardo ai loro scritti politici, morali, metafisici,
          piuttosto che ai naturali. Io dico il vero che nè in questi <pb ed="aut" n="2729"/> nè in
          quelli non sento grand’eleganza. (Quel ch’io ci trovo è purità di lingua e un sufficiente
          e moderato atticismo: l’uno e l’altro, effetto del secolo e della dimora anzi che dello
          scrittore, e insomma natura e non arte. Niuna <emph>eleganza</emph> però nè di stile nè di
          parole. Anzi sovente grandissima negligenza sì nella scelta sì nell’ordine e congiuntura
          de’ vocaboli; poca proprietà, e non di rado niuna sintassi.) Ben la sento e moltissima in
          Celso, vero e forse unico modello fra gli antichi e i moderni del bello stile
          scientifico-esatto. Col quale si potrà forse mettere Ippocrate. I latini ebbero pochi
          scrittori scientifici-esatti. E di questi, fuori di Celso, qual è che si possa chiamare
          elegante? Non certamente Plinio, il quale se si vorrà chiamar puro, si chiamerà così,
          perchè anch’egli per noi fa testo di latinità. Lascio Mela, Solino, Varrone, Vegezio,
          Columella ec. Il nostro Galileo lo chiami elegante chi non conosce la nostra lingua, e non
          ha senso dell’eleganza. (Vedi Giordani Vita del Cardinale Pallavicino). Il Buffon sarebbe
          unico fra’ moderni per il modo elegante di trattare le scienze esatte: ma oltre che la
          storia naturale si presta all’eleganza più d’ogni altra di queste scienze; tutto ciò che è
          elegante in lui, è estrinseco alla scienza propriamente detta, <pb ed="aut" n="2730"/> ed
          appartiene a quella che io chiamo qui filosofia propria, la quale si può applicare ad ogni
          sorta di soggetti. Così fece il Bailly nell’Astronomia. Sempre che usciamo dei termini
          dottrinali e insegnativi d’una scienza esatta, siamo fuori del nostro caso. La scienza non
          è più la materia ma l’occasione di tali scritture; non s’impara la scienza da esse, nè
          questa fa progressi diretti, per mezzo loro, nè riceve aumento diretto dalle proposizioni
          ch’esse contengono: elle sono considerazioni sopra la scienza. (28. Maggio. Vigilia del
          Corpus Domini. 1823.). I pensieri di Buffon non compongono e non espongono la scienza, non
          sono e non contengono i dogmi della medesima, o nuovi dogmi ch’esso le aggiunga, ma la
          considerano, e versano sopra di lei e sopra i suoi dogmi. Si può ornare una materia coi
          pensieri e colle parole. Tutte le materie sono capaci dell’ornamento de’ pensieri, perchè
          sopra ogni cosa si può pensare, e stendersi col pensiero quanto si voglia, più o meno
          lontano dalla materia strettamente presa. Ma non tutte si possono ornare colle parole. Il
          Buffon adornò la scienza con pensieri <pb ed="aut" n="2731"/> filosofici, e a questi
          pensieri non somministrati ma occasionati dalla storia naturale, applicò l’eleganza delle
          parole, perch’essi n’erano materia capace. Ma i fisici, i matematici ordinariamente non
          possono e non vogliono andar dietro a tali pensieri, ma si ristringono alla sola scienza.</p>
        <p>Chiamo qui scienze esatte<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Le scienze al tutto esatte nel lor modo di dimostrare e nelle loro cognizioni,
              proposizioni, parti e dogmi, insegnam. soggetti ec. come sono le matematiche, lo
              Speroni (Dial.<hi rend="apice">i</hi> Ven. 1596. p. 194. mezzo) le chiama
                <emph>scienze certe</emph>. Generalmente però quelle che io qui intendo, le chiama
                <emph>dimostrative</emph> (p. 160. mezzo. 161. princ. ec. e così <emph>ragioni
                dimostrative</emph> p. 181. opposte alle <emph>probabili</emph> e
              <emph>persuasive</emph> o congetturali); il qual nome abbraccia sì le esatte sì le men
              certe, speculative e morali o materiali ec. che sieno.</p>
          </note> tutte quelle che ancorchè non sieno ancora giunte a un cotal grado di perfezione e
          di certezza, pure di natura loro debbono esser trattate colla maggior possibile esattezza,
          e non danno luogo all’immaginazione (della quale il Buffon fece grandissimo uso), ma
          solamente all’esperienza, alla notizia positiva delle cose, al calcolo, alla misura ec.
          (30. Maggio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In proposito della prontissima decadenza della letteratura latina, e della lunghissima
          conservazione della greca, è cosa molto notabile, come dopo Tacito, cioè dall’imperio di
          Vespasiano in poi (fino al quale si stendono le <pb ed="aut" n="2732"/> sue storie) la
          storia latina restò in mano dei greci, e le azioni nostre furono narrate da Appiano,
          Dione, Erodiano, anche prima della traslocazione dell’imperio a Constantinopoli, e dopo
          questa da Procopio, Agazia, Zosimo ec. Senza i quali la storia del nostro impero da
          Vespasiano in poi, sarebbe quasi cieca, non avendo altri scrittori latini che quei
          miserabili delle Vite degli Augusti, piene di errori di fatto, di negligenza, di barbarie,
          e Ammiano non meno barbaro, per non dir di Orosio e d’altri tali più miserabili ancora.
          Così quella nazione che ne’ tempi suoi più floridi aveva narrato le sue proprie cose, e i
          suoi splendidissimi gesti, e le sue altissime fortune, e forse prima d’ogni altra, aveva
          dato in Erodoto l’esempio e l’ammaestramento di questo genere di scrittura; dopo tanti
          secoli, quando già non restava se non la lontana memoria della sua grandezza, estinto il
          suo imperio e la sua potenza, fatta <pb ed="aut" n="2733"/> suddita di un popolo che
          quando ella scriveva le sue proprie storie, ancora non conosceva, seguiva pure ad essere
          l’istrumento della memoria dei secoli, e i casi del genere umano e di quello stesso popolo
          dominante che l’aveva ingoiata, ed annullato da gran tempo la sua esistenza politica,
          erano confidati unicamente alle sue penne. Tanto può la civilizzazione, e tanto è vero che
          la civilizzazione della Grecia ebbe una prodigiosa durata, e vide nascere e morire quella
          degli altri popoli (anche grandissimi), i quali erano infanti, anzi ignoti, quand’ella era
          matura e parlava e scriveva; e giunsero alla vecchiezza e alla morte, durando ancora la
          sua maturità, e parlando essa tuttavia e scrivendo. Veramente la Grecia si trovò sola
          civile nel mondo ai più antichi tempi, e senza mai perdere la sua civiltà, dopo immense
          vicissitudini di casi, così universali <pb ed="aut" n="2734"/> come proprie, dopo aver
          veduto passare l’intera <emph>favola</emph> del più grande impero, che nella di lei
          giovanezza non era ancor nato; dopo aver communicata la sua civiltà a cento altri popoli,
          e vedutala in questi fiorire e cadere, tornò un’altra volta, in tempi che si possono
          chiamar moderni, a trovarsi sola civile nel mondo, e nuovamente da lei uscirono i lumi e
          gli aiuti che incominciarono la nuova e moderna civiltà nelle altre nazioni.</p>
        <p>Lascio la Storia Ecclesiastica, della quale i greci hanno tanti scrittori, e i latini, si
          può dir, niuno se non S. Ilario, della cui storia restano alcuni frammenti, che non so
          però quanto abbiano dello storico, nè se quella fosse veramente storia. V. i Bibliografi,
          e le opp. di S. Ilario, e una Dissert. del Maffei appiè dell’opp. di S. Atanas. ediz. di
          Pad. 1777. Lascio le Croniche d’Africano e d’Eusebio, opere che niuno avrebbe pur saputo
          immaginare a quei tempi nell’Europa latina, che furono il modello di tutte le miserabili
          Cronografie latine uscite dipoi (di Prospero, Isidoro ec.), che furono recate allora nella
          lingua d’Italia, come nell’infanzia della letteratura latina furono tradotte le opere di
          Omero, di Menandro, <pb ed="aut" n="2735"/> ec. che furono anche recate nelle lingue
          d’Oriente (armena, siriaca ec.), di quell’Oriente che di nuovo riceveva la civiltà e
          letteratura dalla Grecia, e quivi ancora servirono di modello, come alla Cronica di
          Samuele Aniese ec. (30. Maggio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Nam si quis minorem gloriae fructum putat ex graecis versibus
              percipi, quam ex latinis, vehementer errat; propterea, quod graeca leguntur in omnibus
              fere gentibus, latina suis finibus, exiguis sane, continentur. Quare si res hae, quas
              gessimus, orbis terrae regionibus definiuntur, cupere debemus, quo manuum nostrarum
              tela pervenerint, eodem gloriam, famamque penetrare</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cic.</author> Orat. <title lang="lat">pro Archia poeta</title>, cap. 10</bibl>.
          Dunque se le cose latine <foreign lang="lat" rend="italic">continebantur suis
          finibus</foreign>, le cose greche <foreign lang="lat" rend="italic">legebantur</foreign>
          anche <foreign lang="lat" rend="italic">extra suos fines</foreign>, dunque anche da quelli
          che non parlavano naturalmente il greco, dunque s’elle <foreign lang="lat" rend="italic"
            >legebantur in omnibus fere gentibus</foreign>, quasi tutte le nazioni intendevano il
          greco benchè non <pb ed="aut" n="2736"/> fossero greche, dunque il mondo era <foreign
            lang="grc">δίγλωσσος</foreign>, dunque la lingua greca era universale di quella
          universalità ch’oggi ha la francese. Nè per <foreign lang="lat" rend="italic">suis
          finibus</foreign> si possono intendere i termini dell’impero latino, i quali certamente
          non erano angusti ai tempi di Cicerone, e lo dimostra anche quello che segue nel medesimo
          passo addotto. (31. Maggio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È cosa indubitata che i giovani, almeno nel presente stato degli uomini, dello spirito
          umano e delle nazioni, non solamente soffrono più che i vecchi (dico quanto all’animo), ma
          eziandio (contro quello che può parere, e che si è sempre detto e si crede comunemente),
          s’annoiano più che i vecchi, e sentono molto più di questi il peso della vita, e la fatica
          e la pena e la difficoltà di portarlo e di strascinarlo. E questa si è una conseguenza dei
          principii posti nella mia teoria del piacere. Perciocchè ne’ giovani è <pb ed="aut"
            n="2737"/> più vita o più vitalità che nei vecchi, cioè maggior sentimento
          dell’esistenza e di se stesso; e dove è più vita, quivi è maggior grado di amor proprio, o
          maggiore intensità e sentimento e stimolo e vivacità e forza del medesimo; e dove è
          maggior grado o efficacia di amor proprio, quivi è maggior desiderio e bisogno di
          felicità; e dove è maggior desiderio di felicità, quivi è maggiore appetito e smania ed
          avidità e fame e bisogno di piacere: e non trovandosi il piacere nelle cose umane è
          necessario che dove n’è maggior desiderio quivi sia maggiore infelicità, ossia maggior
          sentimento dell’infelicità; quivi maggior senso di privazione e di mancanza e di vuoto;
          quivi maggior noia, maggior fastidio della vita, maggior difficoltà e pena di sopportarla,
          maggior disprezzo e noncuranza della medesima. Quindi tutte queste cose debbono essere in
          maggior grado ne’ giovani che ne’ vecchi; siccome <pb ed="aut" n="2738"/> sono; massime in
          questa presente mortificazione e monotonia della vita umana, che contrastano colla
          vitalità ed energia della giovanezza; in questa mancanza di distrazioni violente che
          stacchino il giovine da se medesimo, e lo tirino fuori del suo interno; in questa
          impossibilità di adoperare sufficientemente la forza vitale, di darle sfogo ed uscita
          dall’individuo, di versarla fuori, e liberarsene al possibile; in somma in questo ristagno
          della vita al cuore e alla mente e alle facoltà interne dell’uomo, e del giovane
          massimamente.</p>
        <p>Il qual ristagno è micidiale alla felicità per le ragioni sopraddette. Ora esso è
          l’effetto proprio del moderno modo di vivere, e il carattere che lo distingue dall’antico,
          e quello che osservato da Chateaubriand, volendo fare un romanzo di carattere
          essenzialmente moderno, e ignoto e impossibile da farsi o da concepirsi agli <pb ed="aut"
            n="2739"/> antichi, gl’ispirò il <title lang="fre">René</title>, che si aggira tutto in
          descrivere e determinare questo ristagno, e gli effetti suoi. Da ciò solo si conchiuda se
          la vita antica o la moderna è più conducente alla felicità, ovvero qual delle due sia meno
          conducente all’infelicità. E poichè lo Chateaubriand considera questo ristagno come
          effetto preciso e proprio del Cristianesimo, vegga egli qual conseguenza se ne debba
          tirare intorno a questa religione, per ciò che spetta al temporale. In verità si trova ad
          ogni passo che le sue più fine, profonde, nuove e vere osservazioni e i suoi argomenti
          intorno al Cristianesimo, e agli effetti di lui, ed alla moderna civiltà, ed al carattere
          e spirito dell’uomo Cristiano, o moderno e civile, provano dirittamente il contrario di
          quello ch’egli si propone. E può dirsi che ogni volta ch’egli reca in mezzo osservazioni
          nuove, travaglia per la sentenza contraria alla sua, accresce gli argomenti che la
          fortificano, e somministra nuove armi ai suoi propri avversari, credendosi di combatterli.
          (1. Giugno. Domenica. 1823.). V. p. 2752.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Opra</foreign> sincope di <foreign lang="lat"
            rend="italic">opera</foreign> si trova in Ennio (ap. Forcell. v. <foreign lang="lat"
            rend="italic">opera</foreign>, fin.), come nei nostri poeti <emph>opra</emph> e <pb
            ed="aut" n="2740"/>
          <emph>oprare</emph> e <emph>adoprare</emph> ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Tan</foreign> alla spagnuola per <foreign lang="lat" rend="italic">tam</foreign> nel cod.
          antichissimo di Cic. de Repub. l. 1. c. 9. p. 26. ed. Rom. 1822. dove vedi la nota del
          Mai. (3 Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per esempio d’uno dei tanti modi in cui gli alfabeti, ch’io dico esser derivati tutti o
          quasi tutti da un solo, si moltiplicarono e diversificarono dall’alfabeto originale,
          secondo le lingue a cui furono applicati, può servire il seguente. Nell’alfabeto fenicio,
          ebraico, samaritano ec. dal quale provenne l’alfabeto greco, non si trova il <foreign
            lang="grc">ψ</foreign>, carattere inutile perchè rappresenta due lettere; inventato,
          secondo Plinio, da Simonide, proccurato vanamente dall’Imperatore Claudio d’introdurre
          nell’alfabeto latino, che parimente ne manca, sebbene derivi dall’origine stessa che il
          greco; e in luogo del quale si trovano negli antichi monumenti greci i due caratteri
            <foreign lang="grc">π σ</foreign>. (Secondo i grammatici il <foreign lang="grc"
          >ψ</foreign> vale ancora <foreign lang="grc">βσ</foreign> e <foreign lang="grc"
          >φσ</foreign>; ma essi lo deducono dalle inflessioni ec. come <foreign lang="grc">ἄραψ
            ἄραβος, ἄραβες ἄραψι</foreign> ec. Non so nè credo che rechino alcun’antica inscrizione
          ec.) V. p. 3080. Ora ecco come dev’esser nato questo carattere che distingue l’alfabeto
          greco dal fenicio. Nella lingua greca, <pb ed="aut" n="2741"/> per proprietà sua, è
          frequentissimo questo suono di <emph>ps</emph>: ed ogni lingua ha di questi suoni che in
          lei sono più frequenti e cari che nelle altre. Gli scrivani adunque obbligati ad
          esprimerlo bene spesso, incominciarono per fretta ad intrecciare insieme quei due
          caratteri <foreign lang="grc">π σ</foreign> ogni volta che occorreva loro di scriverli
          congiuntamente. Da quest’uso, nato dalla fretta, nacque una specie di nesso che
          rappresentava i due sopraddetti caratteri; e questo nesso che da principio dovette
          conservare parte della forma d’ambedue i caratteri che lo componevano, adottato
          generalmente per la comodità che portava seco, e per la brevità dello scrivere, appoco
          appoco venne in tanto uso che occorrendo di scrivere congiuntamente il <foreign lang="grc"
            >π</foreign> e il <foreign lang="grc">σ</foreign>, non si adoperava più se non quel
          nesso, che finalmente per questo modo venne a fare un carattere proprio, e distinto dagli
          altri <pb ed="aut" n="2742"/> caratteri dell’alfabeto, destinato ad esprimere in qualunque
          caso quel tal suono: ma destinato a ciò non primitivamente, nè nella prima invenzione o
          adozione dell’alfabeto greco, e nella prima enumerazione de’ suoni elementari di quella
          lingua o della favella in genere; ma per comodità di quelli che già si servivano da gran
          tempo del detto alfabeto. Di modo che si può dire che questo carattere non sia figlio del
          suono ch’esso esprime, come lo sono quelli ch’esprimono i suoni elementari, ma figlio di
          due caratteri preesistenti nell’alfabeto greco, e quindi quasi nepote del suono che per
          lui è rappresentato. La grammatica e le regole dell’ortografia ec. non esistevano ancora.
          Venute poi queste, e prendendo prima di tutto ad esaminare e stabilire l’alfabeto
          nazionale, trovato questo nesso già padrone dell’uso comune, e sottentrato in luogo di
          carattere distinto e non doppio <pb ed="aut" n="2743"/> ma unico, lo considerarono come
          tale, gli diedero un posto proprio nell’alfabeto greco tra i caratteri elementari, e
          fissarono per regola che quel tal suono <emph>ps</emph> si esprimesse, come già da tutti
          si esprimeva, col <foreign lang="grc">ψ</foreign>, e non altrimenti. Ed eccovi questo
          nesso, introdotto a principio dagli scrivani per fretta e per comodo, non riconoscendosi
          più la sua origine, o anco riconoscendosi, ci viene nelle grammatiche antiche e moderne
          come un carattere proprio dei greci, e come uno degli elementi del loro alfabeto. Lo
          stesso accadde allo <foreign lang="grc">ξ</foreign>, che non è fenicio, introdotto come
          nesso per rappresentare due caratteri, cioè <foreign lang="grc">γσ</foreign>, o <foreign
            lang="grc">κσ</foreign>, o <foreign lang="grc">χσ</foreign>: e ciò per essere questi
          suoni, frequentissimi nella lingua greca, siccome anche nella lingua latina, nel cui
          alfabeto pertanto ha pure avuto luogo questo medesimo nesso, considerato come carattere.
          In luogo del quale gli antichi greci scrivevano <foreign lang="grc">γσ</foreign>, o
            <foreign lang="grc">κσ</foreign>. Lo stesso dicasi <pb ed="aut" n="2744"/> del <foreign
            lang="grc">φ</foreign>, carattere (originariamente nesso) che non si trova nell’alfabeto
          fenicio (perciocchè il <foreign lang="phn">***</foreign> o <foreign lang="phn"
          >***</foreign> è veramente il <foreign lang="grc">π</foreign>, latino P, giacchè l’
            <foreign lang="grc">Ϝ</foreign> è il digamma eolico), e che fu introdotto in vece del PH
          che si trova negli antichi monumenti greci, dove pur si trova il KH in vece del <foreign
            lang="grc">χ</foreign>, carattere non fenicio. Questi due suoni composti, anzi doppi,
            <emph>ph</emph> e <emph>ch</emph>, frequentissimi nella lingua greca, non si udivano
          nella latina. Dunque l’alfabeto latino non ebbe questi due segni. I tre caratteri <foreign
            lang="grc">ξ, φ, χ</foreign> s’attribuiscono presso Plinio (7. 56.) a Palamede, aggiunti
          da lui all’alfabeto Cadmeo o Fenicio. Lo stesso dite dell’ <foreign lang="grc"
          >ω</foreign>, che s’attribuisce presso il medesimo a Simonide ec.</p>
        <p>Ne’ tempi più hassi, moltiplicandosi le scritture, o piuttosto la necessità di scrivere
          in fretta per la scarsezza degli scrivani e del guadagno, e di scrivere in poco spazio per
          la scarsezza della carta ec., e massimamente la negligenza e sformatezza e il cattivo
          gusto della scrittura, e quindi impicciolendosi e affrettandosi sommamente le forme dei
          caratteri, <pb ed="aut" n="2745"/> si moltiplicarono anche a dismisura i nessi, le
          abbreviature ec. d’ogni genere (delle quali gli antichi erano stati parchissimi, e alle
          quali anche poco si prestava la forma del loro carattere); di modo che non v’è quasi
          codice o greco o latino di quelle età che non offra nuove differenze di legature e
          abbreviature ec. Ma oltrechè la stessa moltitudine e varietà loro impediva che questi tali
          caratteri doppi o tripli o quadrupli ec. non fossero ricevuti nell’alfabeto; esisteva già
          la grammatica e le regole ortografiche, e gli alfabeti delle rispettive lingue erano da sì
          gran tempo, per sì lungo uso, e sì pienamente determinati, fissati e circoscritti, che non
          davano più luogo nemmeno ai nessi più costantemente e universalmente, e con più certa
          significazione adottati in quei tempi.</p>
        <p>Se non che forse negli alfabeti delle <pb ed="aut" n="2746"/> lingue che si formarono
          dopo i detti tempi, e massimamente delle settentrionali, rimase alcun vestigio di quel
          barbaro uso de’ caratteri composti, il quale è probabilmente l’origine del W, del Ç ec.</p>
        <p>Negli alfabeti Orientali, settentrionali antichi ec. (alcuni de’ quali abbondano perciò
          strabocchevolmente di caratteri, impropriamente chiamati lettere da’ nostri, come il
          sascrito, che n’ha più di 50.) si trovano moltissimi caratteri rappresentanti due, tre,
          quattro o anche più suoni elementari unitamente. I quali caratteri non si debbono creder
          sincroni all’invenzione o adozione di quegli alfabeti, ma nati dalla fretta e dal comodo
          degli scrivani come nessi, e ricevuti poi facilmente come caratteri semplici (benchè così
          numerosi) negli alfabeti di lingue le cui grammatiche e regole ortografiche o non
          esistono, o nacquero tardi, o non sono abbastanza fisse, ferme, certe, stabilite,
          invariabili, o abbastanza precise, minute, determinate, esatte, particolari, distinte, o
          abbastanza note e adottate universalmente <pb ed="aut" n="2747"/> nella rispettiva
          nazione, o tardi hanno conseguito queste qualità. E dico tardi, rispetto alla maggiore o
          minore antichità della scrittura e letteratura presso quelle nazioni; presso alcune delle
          quali esse sono molto più antiche che presso la greca, come la scrittura e letteratura
          sascrita presso gl’indiani.</p>
        <p>Nondimeno questa prodigiosa moltiplicità di caratteri rappresentanti de’ suoni composti,
          nasce in alcuni dei detti alfabeti dal mancare in essi totalmente o in parte i segni
          rappresentanti i suoni semplici della favella. La qual mancanza, ch’è la maggiore
          imperfezione che possa essere in un alfabeto, cagiona necessariamente e immediatamente
          un’assoluta e indeterminata moltiplicità di segni nell’alfabeto medesimo. Ma questa
          mancanza ed imperfezione non è già una prova che quegli alfabeti abbiano un’origine
          diversa da quella degli alfabeti Europei. Essa mancanza ed imperfezione, e la moltiplicità
            <pb ed="aut" n="2748"/> di caratteri che ne deriva, e l’uso di segni rappresentanti de’
          suoni composti, sono tutte qualità che dovettero necessariamente essere nell’alfabeto
          primitivo; perchè l’uomo non arriva al semplice e agli elementi se non per gradi, anzi
          queste sono le ultime cose a cui egli arriva, e nell’arrivarvi consiste appunto la maggior
          possibile perfezione delle sue idee in qualunque genere. Ora nessuna cosa umana è perfetta
          nel suo principio, e massime un’invenzione così difficile e astrusa come fu quella
          dell’alfabeto. Non fu poco, anzi fu maravigliosissimo il pensiero di applicare i segni
          della scrittura ai suoni delle parole, invece di applicarli alle cose e alle idee, come si
          fece nella scrittura primitiva e nella geroglifica, come facevano i messicani nelle loro
          pitture scrittorie, come fanno i selvaggi, e i chinesi. Dopo concepito questo mirabile
          pensiero, che fu l’origine dell’alfabeto, questo pensiero ch’io dico essere stato unico
          nel mondo, cioè concepito da un uomo solo (e in questo senso io sostengo <pb ed="aut"
            n="2749"/> che l’origine di tutti gli alfabeti sia stata una sola) molto ancora vi
          volle, e molto tempo dovette passare, e molti tentativi farsi, e molti alfabeti passare in
          uso presso varie nazioni, prima che l’uomo arrivasse a distinguere i suoni veramente
          semplici della favella, cioè quelli di cui si componevano tutti gli altri suoni che
          formavano le parole. Ma da principio, e poi successivamente a proporzione, finchè non si
          giunse al detto punto, moltissimi suoni composti dovettero parer semplicissimi e
          indecomponibili. Il numero di questi, e dei segni destinati a rappresentarli, e quindi dei
          caratteri dell’alfabeto, dovette andar sempre scemando a misura che l’uomo si avvicinava a
          scoprire i puri elementi dei suoni. Ma in questo intervallo gli alfabeti che si usavano,
          dovevano aver molti caratteri, perchè questi rappresentavano dei suoni composti. Non tutte
          le nazioni poterono profittare della scoperta che finalmente si fece dei suoni veramente
          semplici. Quelle nel cui uso erasi già <pb ed="aut" n="2750"/> confermato un alfabeto più
          o meno composto di segni rappresentanti de’ suoni più o manco moltiplici; quelle presso
          cui la scrittura era già comune; quelle massimamente che avevano già una letteratura,
          dovettero conservare il loro alfabeto, o tal qual era, o semplificato di poco, perchè
          l’uso vince ogni ragione. (Basti osservare che la China presso cui l’uso della scrittura
          s’era forse o introdotto o diffuso prima che fra le altre nazioni, non potè neppure o non
          volle ricevere l’uso dell’alfabeto assolutamente.) Così l’alfabeto fenicio, e gli alfabeti
          europei derivati da quello, si perfezionarono, mentre molti alfabeti orientali ec.
          rimasero nell’imperfezione, e questa si radicò e si mantenne in essi perpetuamente fino al
          dì d’oggi.</p>
        <p>Vedesi dalle sopraddette cose, ch’io distinguo due epoche nelle quali l’uso de’ caratteri
          rappresentanti de’ suoni composti dovette introdurli ne’ vari alfabeti. L’una prima del
          perfezionamento dell’alfabeto, l’altra dopo la sua intera perfezione. <pb ed="aut"
            n="2751"/> Nell’una e nell’altra epoca (specialmente però nella prima) questi caratteri
          contribuirono grandemente a distinguere l’alfabeto di una nazione da quello di un’altra,
          benchè tutti gli alfabeti derivassero da un’origine sola. Anzi parlando delle diversità
          intrinseche ed essenziali de’ vari alfabeti (cioè di quelle che non consistono nella forma
          de’ caratteri ec.), questa è forse la loro cagione principale. (3-4. Giugno. 1823.). Si
          possono facilmente riconoscere i caratteri composti appartenenti alla seconda epoca da
          quelli della prima, considerando se essi si trovano o no nell’alfabeto da cui più o meno
          immediatamente deriva quello in questione. Non trovandosi, è segno ch’essi appartengono
          alla seconda epoca. Come, non trovandosi nell’alfabeto fenicio, da cui viene il greco, i
          caratteri composti o doppi <foreign lang="grc">ψ, φ, χ, ω, ξ</foreign>, è segno che questi
          appartengono alla seconda epoca, nel modo che si è mostrato di sopra. Questo però non è
          sempre un segno certo, potendo una nazione anche in quella prima imperfezione
          dell’alfabeto, <pb ed="aut" n="2752"/> avere adottato dei caratteri composti che non si
          trovassero in quell’alfabeto da cui derivava il suo, ed avergli adottati per diverse
          ragioni, come per bisogni particolari della sua lingua, a cui non bastassero i caratteri
          che bastavano all’altra, o alcuni di questi soprabbondassero e non servissero, altri
          mancassero. La vera, intrinseca, ed essenziale differenza tra i caratteri composti della
          prima epoca e quelli della seconda, si è che quelli sono figli immediati de’ suoni, cioè
          trovati per rappresentare immediatamente i suoni, e questi sono figli d’altri caratteri,
          cioè trovati per rappresentare due o più caratteri già esistenti e noti, e così sono
          nipoti de’ suoni. (4. Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2739. fine. In primavera non è dubbio che la vita nella natura è maggiore, o, se
          non altro, è maggiore il sentimento della vita, a causa della diminuzione e torpore di
          esso sentimento cagionato dal freddo, e del contrasto tra il nuovo sentimento, o fra il
          ritorno di esso, e l’abitudine contratta nell’inverno. Questo accrescimento di vita <pb
            ed="aut" n="2753"/> (chiamiamolo così) è comune in quella stagione, come alle piante e
          agli animali, così agli uomini e massime agli individui giovani, sì delle predette specie,
          come dell’umana. Ora indubitatamente non è alcuno, se non altro de’ giovani, che in quella
          stagione non sia più malcontento del suo stato e di se, che negli altri tempi dell’anno
          (parlando astrattamente e generalmente, senza relazione alle circostanze particolari, o
          vogliamo dire, in parità di circostanze). Tanto è vero che il sentimento dell’infelicità
          si accresce o si scema in proporzione diretta del sentimento della vita, e che l’aumento
          di questo è inseparabile dall’aumento di quello. (4. Giugno 1823.). V. p. 2926. fine. Così
          una sventura particolare opera maggior effetto e più dolorosa impressione in un
          temperamento forte e vivo, e lo abbatte di più che non un temperamento debole, contro
          quello che parrebbe dovesse essere, e che il volgo crede e dice. E la causa di ciò, non è,
          come si suol dire, la maggior resistenza che un temperamento <pb ed="aut" n="2754"/> forte
          oppone alla sventura e al dolore, ma il maggior grado di vita, e quindi la maggiore
          intensità di amor proprio e il maggior desiderio di felicità, che nasce dal maggior
          vigore; nè qui ha che far la rassegnazione, o piuttosto essa non è altro che un sentir
          meno il dolore. Se il dolore faceva quasi una strage nell’uomo antico, siccome fa nel
          selvaggio; se gli antichi, come ora i selvaggi, erano portati dalla sventura fino alle
          smanie e al furore, a incrudelire contro il proprio corpo, al deliquio, al totale
          spossamento di forze, al deperimento della salute, all’infermità, alla morte o volontaria
          o naturale, ciò non proveniva, come si dice, dal non essere assuefatti al dolore. Qual è
          l’uomo vivo che non sia accostumato a soffrire? Ma proveniva dal maggior vigore di corpo
          ch’era negli antichi ed è ne’ selvaggi, a paragone de’ moderni e civili. E forse questa,
          più che la minore assuefazione, è la causa che i giovani siano più sensibili <pb ed="aut"
            n="2755"/> alle sventure e più suscettibili di dolore che i vecchi; o certo questa n’è
          in grandissima parte la causa. Massimamente osservando che questa differenza si trova
          anche fra giovani assuefattissimi alle calamità, ed informatissimi, per dottrina, di
          quanto convenga patire in questa vita, e vecchi assuefatti ad aver sempre avuto ogni cosa
          a lor modo, ignorantissimi, e persuasissimi che questa terra sia la più felice abitazione
          del mondo, e la vita il sommo bene degli uomini (4. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2717. Dico che la lingua francese è più ricca dell’italiana quanto alle parole
          non sinonime. Intendo de’ nomi e de’ verbi. Nelle altre parti dell’orazione la ricchezza
          nostra è incomparabile non solo colla lingua francese, ma pur colla latina, e forse con
          ogni lingua viva. Questa ricchezza è utile, e reca alla nostra lingua un’immensa ed
          inesauribile fecondità di frasi <pb ed="aut" n="2756"/> e di forme, e allo scrittore
          italiano la facoltà di poterne sempre foggiar delle nuove, non solo conformi all’indole e
          proprietà della lingua, ma che non paiano neppur nuove (forse neanche allo stesso
          scrittore), perchè nascono come da se, dal fondo della lingua, chi ben lo conosce, e lo sa
          coltivare e scaturiscono dalla natura di essa. Da ciò deriva una incredibile varietà. Ma
          la sostanziale e necessaria ricchezza di una lingua non può consistere nelle particelle
          ec. bensì ne potrebbe nascere, se queste si applicassero alla composizione delle parole,
          come fa la lingua greca, la quale è ricchissima di nomi e di verbi (che sono la sostanza e
          la principal ricchezza di una favella) non per altra cagione principalmente, se non per la
          estrema abbondanza di preposizioni e particelle d’ogni sorta, e per l’uso larghissimo
          ch’ella ne fa nella composizione d’ogni maniera di vocaboli. (5. Giugno. ottava del
            <foreign lang="lat" rend="italic">Corpus Domini</foreign>. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2757"/>
          <emph>Ritenere</emph> per <emph>ricordarsi</emph> o <emph>tenere a mente</emph> (v. la
          Crusca in <emph>ritenere</emph> par. 7.) onde <emph>ritenitiva</emph> e
          <emph>retentiva</emph> per <emph>memoria</emph>, viene dal latino. V. Forcellini in
            <foreign lang="lat" rend="italic">Retinere</foreign> fine. Aggiungi <bibl>
            <author>Cassiodoro</author>
            <title lang="lat">De artibus ac disciplinis liberalium litterarum</title>. Cap.
          5</bibl>. cioè <bibl>
            <title lang="lat">De Musica</title> opp. <author>Cassiod.</author> ed. Venet. 1729. t.
            2. p. 557. col. 2</bibl>. (la detta opera s’intitola più comunemente <title lang="lat"
            >de septem disciplinis</title>). <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Apud Latinos autem magnificus vir Albinus librum de
              hac re</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <title lang="lat">de Musica</title>
          </bibl>), <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">compendiosa brevitate conscripsit; quem in bibliotheca Romae nos
                habuisse, atque studiose legisse</hi>
              <hi rend="sc">retinemus</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>Vedi ancora il <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Retinentia</foreign>
          </bibl>. Il Glossario non ha niente in proposito. (6. Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È proprietà della nostra lingua di contrarre i participii de’ verbi della prima
          congiugazione, togliendo dalla loro desinenza in <emph>ato</emph>, le due prime lettere,
          cioè <emph>at</emph>: i quali participii così contratti, e serbano il loro valore di
          participii, servendo pure alla congiugazione de’ loro verbi coll’ausiliare; e bene spesso
          passano a fare uffizio di <pb ed="aut" n="2758"/> aggettivi; e molti semplici aggettivi
          della nostra lingua non sono altro che participii così contratti o di verbi italiani
          originati dal latino o d’altronde, o di verbi pur latini ec. V. Bartoli Il Torto e ’l
          diritto del non si può. capo 137. e la pag. 3060-3. 3035-6. ec. Ora questo medesimo
          costume di contrarre in questo medesimo modo i participii in <emph>atus</emph> della
          prima, togliendo loro le due lettere <emph>at</emph> caratteristiche della desinenza, si
          vede essere stato anche fra’ latini, fra’ quali Virgilio ed altri fecero <foreign
            lang="lat" rend="italic">inopinus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >inopinatus</foreign>, e da <foreign lang="lat" rend="italic">necopinatus,
          necopinus</foreign>, e così d’altri participii, o aggettivi così formati, di molti de’
          quali forse non si riconosce ora più la prima origine e forma di participii in
          <emph>atus</emph>, mancando loro le caratteristiche <emph>at</emph>. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Odorus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">odoratus</foreign>.
          E tanto maggiormente si dee credere che questa sorta di contrazione familiarissima a noi,
          fosse anche più familiare al volgo latino che agli scrittori, quanto che il popolo ama
          sempre le contrazioni e accorciamenti. (10. Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2759"/> Io udii un uomo di campagna, avvezzo per la sua professione a
          considerare i rovesci degli elementi come sciagure e calamità, raccontando gli effetti
          d’una inondazione da lui poco innanzi veduta, e raccontandoli come dannosissimi, e
          compiangendoli, soggiungere che nondimeno ella era stata una cosa bella e piacevole a
          vedere e udire, per l’impeto e il rombo, la grandezza e la potenza della piena. Tanto è
          vero che l’uomo è inclinato per natura alla vita, e che tutte le sensazioni forti e vive,
          quand’elle non recano dolore al corpo, e non sono accompagnate col danno o col presente
          pericolo di chi le prova, sono per la loro stessa forza e vivezza, piacevoli, ancorchè per
          tutte le altre loro qualità ed effetti siano dispiacevoli o terribili ancora. (10. Giugno
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi vuol manifestamente vedere la differenza de’ tempi d’Omero da quelli di Virgilio,
          quanto ai costumi, e alla civilizzazione, e alle opinioni che <pb ed="aut" n="2760"/>
          s’avevano intorno alla virtù e all’eroismo, siccome anche quanto ai rapporti scambievoli
          delle nazioni, ai diritti e al modo della guerra, alle relazioni del nimico col nimico; e
          chi vuol notare la totale diversità che passa tra il carattere e l’idea della virtù eroica
          che si formarono questi due poeti, e che l’uno espresse in Achille e l’altro in Enea,
          consideri quel luogo dell’Eneide (X. 521-36.) dov’Enea fattosi sopra Magone che gittandosi
          in terra e abbracciandogli le ginocchia, lo supplica miserabilmente di lasciarlo in vita e
          di farlo cattivo, risponde, che morto Pallante, non ha più luogo co’ Rutuli alcuna
          misericordia nè alcun <emph>commercio di guerra</emph>, e spietatamente pigliandolo per la
          celata, gl’immerge la spada dietro al collo per insino all’elsa. Questa scena e questo
          pensiero è tolto di peso da Omero, il quale introduce Menelao sul punto di lasciarsi
          commuovere da simili prieghi, ripreso da Agamennone, che senza alcuna pietà uccide il
          troiano già vinto e supplichevole.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2761"/> Ma chiunque bene osservi vedrà che siccome questa scena riesce
          naturalissima e conveniente in Omero, così riesce forzatissima e fuor di luogo in
          Virgilio, e ripugna all’idea che il lettore si era formato sì del carattere di Enea, sì
          della virtù eroica generalmente, dietro alle tracce di quel poema: anzi, dirò anche,
          ripugna all’idea che se n’era formata lo stesso Virgilio. E tutto quel luogo del suo
          decimo libro, dov’Enea fa lo spietato e il terribile, si riconosce a prima giunta per
          tirato d’altronde, (cioè dall’imitazione d’Omero, e dal carattere eroico-omerico) alieno
          dall’indole del poema e dell’eroe, alieno dal concetto medesimo di Virgilio: tanto che
          quella che si chiama inumanità, sembra in quel luogo come affettata da Enea, ed ascitizia,
          e quasi finta e par ch’egli ci sia inesperto e non la sappia esercitare; laddove negli
          eroi di Omero <pb ed="aut" n="2762"/> ella par vera e propria e che venga loro da natura.</p>
        <p>La ragione si è che Omero e tutti quei del suo tempo concepivano l’inumanità verso i
          nemici come appartenente alla virtù eroica, come parte, come debito della medesima, e
          tanto è lungi che la tenessero per colpa o eccesso, che anzi la stimavano una dote e un
          attributo degno e proprio dell’eroe: ed intendevano di lodar quello a cui l’attribuivano;
          e l’attribuivano ed esageravano, volendo lodare, eziandio a chi non l’avesse o non
          l’avesse in quel tal grado; come fanno i panegiristi circa ogni sorta di virtù. Laddove
          Virgilio la concepiva, secondo le idee incivilite del suo tempo, come un vizio, e un
          biasimo; e concepiva come virtù e pregio la benignità ed umanità verso i nemici, il che
          sarebbe stato ridicolo o assurdo ai tempi d’Omero, come lo sarebbe ora presso i <pb
            ed="aut" n="2763"/> selvaggi, e questa umanità pose come parte essenziale e
          notabilissima della virtù eroica, ed espressela nel suo Enea, anzi gliel’attribuì come
          qualità caratteristica e principale della sua indole. E quei tratti d’inumanità non li
          tolse nè li ritrasse dalla forma dell’eroismo ch’egli avea nella sua mente, nè da quella
          del carattere di Enea ch’egli si era composta; ma dal poema che s’aveva e s’era sempre
          avuto per modello dei poemi eroici, e in cui si stimava universalmente, essere
          rappresentata la vera idea del carattere eroico. E ne li tolse quasi contro sua voglia; o
          più veramente non s’accorse che questa idea a’ suoi tempi, in questa parte, era mutata; e
          non era, in questo, l’idea sua nè quella de’ suoi contemporanei; e ch’essa era, in ciò,
          ben diversa dal concetto ch’egli s’era formato e ch’aveva espresso, del suo Enea. Laonde
          non vide che quei tratti, benchè propri della <pb ed="aut" n="2764"/> virtù eroica
          appresso Omero, ed appartenenti al carattere di quegli eroi, non avevano che fare col suo
          poema. Ma esso gli appropriò ad Enea pensandosi d’aver espresso fino allora, e di
          esprimere nel suo poema un eroe come quelli di Omero, e un carattere eroico come l’eroismo
          espresso da Omero; nel che s’ingannava; e pensandosi che l’eroismo per li suoi tempi fosse
          quella cosa medesima ch’era stato per li tempi d’Omero, nel che pur s’ingannava. Siccome
          anche s’ingannava pensandosi d’aver fatto un eroe che fosse potuto essere a quei tempi ne’
          quali egli lo supponeva; o ch’essendo, fosse potuto essere stimato eroe da’ suoi
          contemporanei. Perchè infatti Virgilio nel formare il carattere di Enea, non salvò la
          verisimiglianza, rispetto ai tempi in cui fu questo eroe, e peccò di anacronismo in questo
          carattere molto peggio che nell’episodio di Didone; <pb ed="aut" n="2765"/> siccome peccò
          di gravissimo anacronismo lo Chateaubriand nei Martiri, supponendo le opinioni religiose,
          la religiosità e le superstizioni de’ tempi di Omero, ne’ tempi di <emph>Luciano</emph>.</p>
        <p>L’inumanità verso i nemici non era biasimo ai tempi di Omero, perchè i nemici non erano
          considerati come uomini, o come parte di quel corpo a cui apparteneva il loro avversario.
          Gli antichi (e i selvaggi altresì) erano ben lontani dal considerare tutto il genere umano
          come una famiglia, e molto più dal considerare i nemici come loro simili e fratelli.
          Simili e fratelli non erano per gli antichi, e non sono per li selvaggi, se non
          gl’individui della loro stessa società; o nazione o cittadinanza o esercito che la
          vogliamo chiamare e considerare. Di questo ho detto altrove. Quindi essere inumano verso i
          nemici, tanto era per gli antichi, quanto essere <emph>inumano</emph> verso i lupi o altri
          animali che non <pb ed="aut" n="2766"/> sono del genere <emph>umano</emph>, anzi gli
          nocciono. Siccome appunto i nemici nocevano o cercavano di nuocere a quella società,
          dentro i limiti della quale si conteneva tutta quella famiglia umana a cui gli antichi si
          stimavano appartenere. E come a chi prendesse a difendere o a vendicare la sua società
          contro gli animali nocivi, sarebbe lode il non perdonar loro in alcuna maniera, ma
          sterminarli tutti a poter suo; così agli antichi era lode l’inumanità verso i nemici, che
          non si reputavano aver diritto all’umanità, non istimandosi aver nulla di umano, cioè
          nulla di comune con quegli <emph>uomini</emph> che li combattevano; e l’eccesso o il sommo
          grado di questa inumanità si giudicava proprissima dell’eroe. Massimamente che tutte le
          passioni o azioni forti erano fra gli antichi stimate molto più degne, o certo più eroiche
          che le deboli; e quindi la spietatezza verso chi non aveva alcun titolo alla clemenza,
          quali si stimavano <pb ed="aut" n="2767"/> i nemici, era creduta molto più eroica che la
          compassione, affetto dolce, molle, e stimato femminile; la vendetta molto più eroica che
          il perdono, siccome il risentimento era giudicato ben più degno dell’uomo che la pazienza
          delle ingiurie, la quale non andava mai disgiunta dalla riputazione e dal biasimo di viltà
          o dapocaggine.</p>
        <p>Quando Omero, introduce Priamo ai piedi d’Achille, quando ci commuove fino all’anima
          coll’amaro spettacolo di tanta grandezza ridotta a tanta miseria, quando par che impieghi
          ogni artifizio, che accumuli ogni circostanza, propria a destarci la compassione più viva,
          e nel tempo stesso ci rappresenta Achille, il protagonista del suo poema, il modello della
          virtù eroica da lui concepita, così difficile, così tardo a lasciarsi piegare, piangente
          sopra il capo di Priamo, non già le sventure di Priamo, ma le sue proprie e il suo vecchio
          padre, e il suo Patroclo, della cui morte esso <pb ed="aut" n="2768"/> Priamo era venuto a
          chiedergli in certo modo il perdono, quando finalmente non lo fa risolvere di concedere al
          supplichevole e infelicissimo re la sua misera domanda, se non in vista dell’ordine
          espresso già ricevutone da Giove per mezzo di Teti, senza il quale egli dimostra e fa
          intendere assai chiaramente che nè le preghiere nè il pianto nè il dolore nè tutto il
          misero apparato di quel re domo e prostratogli dinanzi, l’avrebbero vinto; a noi pare che
          questo Achille sia quasi un mostro, e che anche una virtù secondaria anzi minima, non che
          primaria, (come si rappresenta la sua in quel poema) anche molto più gravemente offesa,
          anche già meno acerbamente vendicata, anche con minori cagioni d’intenerirsi, avesse
          dovuto e commuoversi ben tosto, e sommamente, e concedere già molto prima di quel ch’ella
          fa, la domanda del supplichevole, e concedere anche assai di più, potendo <pb ed="aut"
            n="2769"/> farlo, e farlo di volontà sua. Ma Omero stimò di doverci rappresentare in
          quel punto Achille come egli rappresentollo. E non si creda ch’egli nel far questo abbia
          solamente in mira di conservare la simiglianza del carattere feroce di Achille, da lui
          fino allora espresso, e di non farne un personaggio diverso da quel che l’aveva fatto
          essere. Omero attende a salvare il suo eroe dal biasimo della compassione, cioè della
          mollezza, e della facilità di lasciarsi commuovere, e della tenerezza di cuore; come noi
          attenderemmo (e come infatti i più moderni epici ec. attesero ec.) a salvarlo dal biasimo
          della durezza della insensibilità, della crudeltà verso il nemico, e a proccurargli
          appunto la lode della compassione verso il nemico, come cosa magnanima ec. Omero non ha
          solamente riguardo all’Achille tal quale egli l’ha fatto, ma alla virtù eroica tal quale
          allora si concepiva; egli introduce quell’episodio compassionevole in grazia del sommo
          interesse e del gran contrasto di affetti a cui dà luogo, ma guarda che Achille non
          offenda in alcuna parte le leggi dell’eroismo; non si mostri leggero, flessibile, dappoco
          perdonando; non sia ripreso d’essere stato umano <pb ed="aut" n="2770"/> co’ nemici della
          sua nazione e suoi.</p>
        <p>Tali erano i tempi di Omero, e molto più quelli ch’egli dipinge: e tali bisogna
          considerarli volendo ben conoscere ed estimare la somma arte imitativa di quel grande
          spirito, anche nelle situazioni più difficili. Siccome appunto era questa, assai più
          difficile per lui, stante le predette considerazioni, che non sarebbe per noi. Nella quale
          quanto più a noi può parere ch’egli abbia peccato, quanto più egli si allontana dalla
          nostra opinione, e delude ed <foreign lang="fre" rend="italic">étonne</foreign> la nostra
          aspettativa, tanto la sua arte è maggiore, la sua imitazione più vera, la sua osservazione
          e conservazione de’ caratteri, de’ tempi, de’ personaggi più costante, e più mirabile la
          sua riuscita, e la felicità con cui egli si trae fuori delle difficoltà somme di questo
          passo. E tanto eziandio erano e si denno valutar maggiori esse difficoltà. (11. Giugno.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2771"/> Noi diciamo <emph>fumo</emph> per <emph>superbia, fasto, vanità,
            onori vani</emph> o <emph>l’orgoglio che ne nasce</emph>, e <emph>il vanto ch’altri ne
            fa</emph>: insomma applichiamo in molti modi e casi quella parola a significare la
          superbia e le cose che a questa appartengono. Vedi Caro lett. 20. vol. 1. principio. Nè
          più nè meno fanno i greci della voce <foreign lang="grc">τύφος</foreign>, (il cui proprio
          significato si è <emph>fumo</emph>), e de’ suoi derivati e composti. Siccome anche noi
          similmente di <emph>fumoso</emph>, e <emph>fumosità</emph>. (12. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Matto</emph> non verrebb’egli da <foreign lang="grc">μάτην, μάταιος</foreign>, e
            <emph>mattia</emph> cioè <emph>mattezza</emph> da <foreign lang="grc">ματία</foreign>?
          (12. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come la lingua latina abbia conservato l’antichità più della greca, si dimostra ancora
          con queste considerazioni. 1. La lingua latina conserva nell’uso comune de’ suoi buoni
          tempi e de’ seguenti (non solo degli anteriori) i temi, o altre voci regolari di verbi che
          tra’ greci, avendo le stesse radici che in latino, ma essendo però difettivi o anomali,
          non conservano i loro primi temi o quelle tali voci regolari, o non le usano se non di
          rarissimo, <pb ed="aut" n="2772"/> o talmente ch’essi temi ed esse voci non si trovano se
          non presso gli antichissimi autori, o presso i poeti soli, i quali in ciascuna lingua che
          ha favella poetica distinta, conservano sempre gran parte d’antichità per le ragioni che
          ho detto altrove. Dovechè la lingua latina usa essi temi ed esse voci universalmente sì
          nella prosa come nel verso, ed usale ne’ secoli in ch’ella era già formata e piena, ed
          usale eziandio non come rare, nè come quasi licenze o arcaismi, ma tutto dì e regolarmente
          e come temi e voci proprie e debite di quei verbi a’ quali appartengono. Per esempio il
          verbo <foreign lang="lat" rend="italic">do</foreign>, si è il tema di <foreign lang="grc"
            >δίδωμι</foreign> (e nota che questo verbo in greco non è neppure anomalo nè difettivo,
          ma l’uso l’ha cangiato interamente dal suo primo stato, a differenza del verbo latino
            <foreign lang="lat" rend="italic">do</foreign>.). Il qual tema conservasi nel latino in
          tutti i composti d’esso verbo, come <foreign lang="lat" rend="italic">credo, edo, trado,
            addo, subdo, prodo, vendo, perdo, indo, condo, reddo, dedo</foreign>, ec. (ne’ quali per
          istraordinaria anomalia è mutata la coniugazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >do</foreign> dalla prima nella terza: non così in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >circumdo as, venundo as, pessundo as</foreign> ec.) Ma in nessun composto del verbo
            <foreign lang="grc">δίδωμι</foreign> comparisce nel greco il suo vero tema. <foreign
            lang="grc">Ἔδω</foreign> voce e tema di verbo anomalo o difettivo, non si troverà <pb
            ed="aut" n="2773"/> credo, in greco se non presso i poeti, ma tra’ latini <foreign
            lang="lat" rend="italic">edo</foreign> e il suo composto <foreign lang="lat"
            rend="italic">comedo</foreign> sono voci e verbi di tutti i secoli e di tutte le
          scritture. Eo <foreign lang="grc">ἔω</foreign> tema da cui nascono in greco tanti verbi,
          non si trova nè fra’ poeti greci nè fra’ prosatori ma egli è comune e proprio ai latini, e
          ne nasce un verbo usitatissimo, co’ suoi composti, che tutti conservano il tema intatto e
          conservano altresì tutta la sua coniugazione perfettamente, <foreign lang="lat"
            rend="italic">redeo, abeo, exeo, ineo, subeo, coeo, adeo, circumeo, pereo, intereo,
            obeo, prodeo, introeo, veneo, praetereo, transeo</foreign>, ec. Nessun composto greco
          conserva il tema <foreign lang="grc">ἔω</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Lateo</foreign> è il medesimo che <foreign lang="grc">λήθω</foreign>, voce, e tempo ben
          raro negli scrittori greci, e verbo difettivo in greco, ma tema comune e usitatissimo, e
          verbo quasi perfetto e regolare in latino. Il tema <foreign lang="grc">λήθω</foreign>
          trovasi espressamente in Senofon. Simpos. c. 4. par. 48. I Dori e gli Eoli dicevano
          probabilmente <foreign lang="grc">λάθω</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Patior</foreign> che sta in luogo dell’attivo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >patio</foreign> (il quale pur si trova nell’antica latinità) è più vicino al <foreign
            lang="grc">πήθω</foreign>, (Dor. ed Eol. <foreign lang="grc">πάθω</foreign>) inusitato
          in greco, che non è l’usitato <foreign lang="grc">πάσχω</foreign>. Composti, <foreign
            lang="lat" rend="italic">per-petior</foreign> ec. Il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">fero</foreign>, s’io non m’inganno, ha più voci in latino che in greco.
          Del tema <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> equivalente all’inusitato
            <foreign lang="grc">στάω</foreign>, altrove.</p>
        <p>Il tema <foreign lang="grc">στάω</foreign> non si trova, ch’io sappia in greco. Il verbo
          si trova, cioè <foreign lang="grc">ἔστην ἕστηκα στήσας, στάς</foreign> ec. ma è difettivo.
          Il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> è intero.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2774"/> Viceversa saranno ben pochi quei verbi anomali o difettivi latini
          il cui proprio puro e vero tema, disusato in latino, o le cui voci che in latino sieno o
          perdute o irregolari, si conservino, e regolari, nell’uso greco universale d’ogni buon
          secolo e d’ogni genere di scrittura. Tale per esempio sarebbe il verbo <foreign lang="grc"
            >μνάω</foreign>, tema di <foreign lang="lat" rend="italic">memini</foreign> (il qual
            <foreign lang="lat" rend="italic">memini</foreign> è fatto per duplicazione della
            <emph>m</emph>, come in greco <foreign lang="grc">μέμνημαι</foreign> e come molti
          preteriti latini, <foreign lang="lat" rend="italic">cecini, cecidi, dedi, steti, fefelli,
            poposci, pepuli, tetuli</foreign> antico, da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >tulo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">tollo, tetigi, pepigi, peperci,
            cecidi, spopondi, dedidi, tetendi, peperi, totondi, pependi, didici</foreign> v. Gell.
          7. 9) ec. Di questo verbo <foreign lang="grc">μνάω</foreign> si conservano alcune voci nel
          greco, ma piuttosto presso i poeti che altrove: e dubito che in alcun luogo si trovi esso
          tema <foreign lang="grc">μνάω</foreign> Puoi vedere la p. 3691.</p>
        <p>E qui osservo che la lingua latina conserva ordinariamente i suoi temi più semplici e
          puri cioè composti di minor numero di lettere, che non fa la lingua greca. Il che si può
          vedere e per gli esempi sopraddotti, e per alcuni che s’addurranno, e per moltissimi che
          si potrebbero addurre. Per esempio da <foreign lang="grc">δῶ</foreign> o <foreign
            lang="grc">δόω</foreign>, i greci, per la solita duplicazione o anadiplasiasmo, oltre
          l’inflessione in <foreign lang="grc">μι</foreign>, fecero <foreign lang="grc"
          >δίδωμι</foreign>; come da <foreign lang="grc">περάω πιπράσκω</foreign>, <pb ed="aut"
            n="2775"/> da <foreign lang="grc">φάω</foreign> o <foreign lang="grc">φάσκω
          πιφάσκω</foreign> o <foreign lang="grc">πιφαύσκω</foreign>, da <foreign lang="grc">τρόω
            τιτρώσκω</foreign>, da <foreign lang="grc">τράω τιτράω</foreign> o <foreign lang="grc"
            >τιτραίνω</foreign> o <foreign lang="grc">τίτρημι</foreign>, da <foreign lang="grc">θέω
            τίθημι</foreign>, da <foreign lang="grc">πλήθω πίμπλημι</foreign> o <foreign lang="grc"
            >πιμπλάω</foreign> o <foreign lang="grc">πιμπλάνω</foreign> o <foreign lang="grc"
            >πίπλημι</foreign>, da <foreign lang="grc">τείνω</foreign> e da <foreign lang="grc"
          >τίω</foreign> o da <foreign lang="grc">τίνω τιταίνω</foreign>, da <foreign lang="grc"
            >βάω, βῆμι, βαίνω βιβάω</foreign> o <foreign lang="grc">βίβημι</foreign>, o <foreign
            lang="grc">βιβάσθω</foreign>, da <foreign lang="grc">χράω κιχράω</foreign> o <foreign
            lang="grc">κίχρημι</foreign>, da <foreign lang="grc">ὄνημι ὀνίνημι</foreign>, da
            <foreign lang="grc">καλέω κικλήσκω</foreign>, da <foreign lang="grc">πρήθω</foreign> ec.
            <foreign lang="grc">πίμπρημι</foreign>, ec. da <foreign lang="grc">μνάω
          μιμνήσκω</foreign>, da <foreign lang="grc">δράω διδράσκω</foreign>, e mille altri. I
          latini conservarono il puro <foreign lang="lat" rend="italic">do</foreign>. Così da
            <foreign lang="grc">λήθω λανθάνω</foreign>. I latini <foreign lang="lat" rend="italic"
            >lateo</foreign>. Così da <foreign lang="grc">λήβω λαμβάνω</foreign>, da <foreign
            lang="grc">λήχω λαγχάνω</foreign>, da <foreign lang="grc">τεύχω τυγχάνω</foreign>, da
            <foreign lang="grc">μήθω μανθάνω</foreign>, da <foreign lang="grc">δάρθω
          δαρθάνω</foreign>, da <foreign lang="grc">βάω βαίνω</foreign>, da <foreign lang="grc"
            >πετάω πεταννύω</foreign> o <foreign lang="grc">πετάννυμι</foreign>, da <foreign
            lang="grc">χάζω χανδάνω</foreign>, da <foreign lang="grc">φάω φαίνω</foreign> o <foreign
            lang="grc">φαείνω</foreign> e simili, da <foreign lang="grc">ἵζω ἱζάνω</foreign>, da
            <foreign lang="grc">ἐρύκω ἐρυκάνω</foreign> ec., da <foreign lang="grc">δύω
          δύνω</foreign>, da <foreign lang="grc">διώκω ἀμύνω, διωκάθω ἀμυνάθω</foreign>, da <foreign
            lang="grc">κιχέω κιχάνω</foreign>, da <foreign lang="grc">εἴκω εἰκάθω</foreign>, da
            <foreign lang="grc">ἴσχω ἰσχάνω</foreign> e <foreign lang="grc">ἰσχανάω</foreign>, da
            <foreign lang="grc">βλάστω βλαστάνω, ἁμαρτάνω, ἐρυγγάνω, οἰδάνω</foreign>. Cento forme e
          figure avevano i greci (o provenienti dalla varietà e proprietà de’ dialetti, o
          d’altronde) sì di alterare, come di accrescere gli elementi de’ loro temi. Non così i
          latini. Quindi i loro temi o sono monosillabi, o più facili da ridursi alla radice
          monosillaha. V. p. 2811.</p>
        <p>2. Molte radici (o primitive o secondarie) di vocaboli greci che non si trovano nel
          greco, o non sono in uso, quantunque lo fossero già, si conservano nel latino, e sono
          usitate. Può servir d’esempio la voce <foreign lang="lat" rend="italic">do</foreign>,
          radice del verbo <foreign lang="grc">δίδωμι</foreign>, il quale non è nè anomalo nè
          difettivo come ho detto di sopra. Ma <foreign lang="grc">δίδωμι</foreign> è veramente lo
          stesso <foreign lang="lat" rend="italic">do</foreign> (non un suo derivato) alterato cioè
          duplicato ed inflesso alla maniera greca. <foreign lang="grc">Ἁρπάζω</foreign> si è un
          vero derivato di <foreign lang="grc">ἅρπω</foreign>, il quale però non si trova ne’ greci,
          o è rarissimo e solamente poetico. Ben si trova il suo participio fem. sostantivato
            <foreign lang="grc">ἅρπυιαι</foreign>, che nella 2.<hi rend="apice">da</hi> iscrizione
          triopea, è <pb ed="aut" n="2776"/> adoperato in forma aggettiva. I latini hanno <foreign
            lang="lat" rend="italic">rapio</foreign>, che per metatesi è appunto il tema <foreign
            lang="grc">ἅρπω</foreign>. Nello Scapula trovo senza esempio <foreign lang="grc"
          >ἁρπῶ</foreign> ed <foreign lang="grc">ἁρπῶμαι</foreign>. Questo sarebbe contrazione di
            <foreign lang="grc">ἁρπάω</foreign> (v. Schrevel. in <foreign lang="grc"
          >ἁρπάω</foreign>), del quale <foreign lang="grc">ἁρπάζω</foreign> non sarebbe un derivato
          ma quasi un’inflessione, come da <foreign lang="grc">πειράω, πειράζω</foreign>. Ma di
            <foreign lang="grc">ἁρπάω</foreign> non può venire <foreign lang="grc"
          >ἅρπυιαι</foreign>, bensì <foreign lang="grc">ἁρπηκυῖαι</foreign> o <foreign lang="grc"
            >ἡρπηκυῖαι</foreign>. V. p. 2786.</p>
        <p>3. Com’è detto qui sopra, p. 2774-5. la lingua latina è solita di conservar le parole
          molto più semplici quanto agli elementi, che non fa la lingua greca. E ciò si deve
          intendere non solo de’ temi de’ verbi o delle radici di qualunque vocabolo, ma d’ogni
          altra qualsivoglia voce. Per <foreign lang="grc">ὀδοὺς ὀδόντος</foreign> i latini hanno
            <foreign lang="lat" rend="italic">dens-tis</foreign>. <foreign lang="grc"
          >Ὀλολύζω</foreign> dev’essere un’alterazione di <foreign lang="grc">ὀλολύω</foreign> come
            <foreign lang="grc">τροχάζω</foreign> di <foreign lang="grc">τροχάω, πειράζω</foreign>,
          di <foreign lang="grc">πειράω,</foreign> di <foreign lang="grc">δοκάζω</foreign> di
            <foreign lang="grc">δοκάω</foreign>, <foreign lang="grc">σκεπάζω</foreign> di <foreign
            lang="grc">σκεπάω, διστάζω</foreign> di <foreign lang="grc">διστάω</foreign> da <foreign
            lang="grc">δίς</foreign> e <foreign lang="grc">στάω</foreign>, v. p. 2825.3169. <foreign
            lang="grc">ἀνύττω</foreign> o <foreign lang="grc">ἀνύτω</foreign> di <foreign lang="grc"
            >ἀνύω</foreign> ec. Infatti <foreign lang="grc">ὀλολύω</foreign> è molto più imitativo e
          conveniente che <foreign lang="grc">ὀλολύζω</foreign> dove il <foreign lang="grc"
          >ζ</foreign>, quanto all’imitare, ci sta a pigione. Or questo verbo in origine è formato e
          nato evidentemente dall’imitazione del suo soggetto, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">ululo</foreign>. E non è maraviglia, perciocchè egli è vocabolo
          significativo d’un suono. V. p. 2811. e lo Scap. in <foreign lang="grc">ἀλαλάζω</foreign>.
          I latini hanno <foreign lang="lat" rend="italic">ululo</foreign>, che certo è
          originalmente tutt’uno con <foreign lang="grc">ὀλολύζω</foreign>, ed è tanto più semplice
          negli elementi. <foreign lang="grc">Γιγνώσκω</foreign>, verbo difettivo o anomalo, è fatto
          per anadiplasiasmo da <foreign lang="grc">γνώσκω</foreign>, il <pb ed="aut" n="2777"/>
          quale non è già il suo tema, ma sibbene <foreign lang="grc">γνόω</foreign>, onde <foreign
            lang="grc">γνώσκω</foreign> come da <foreign lang="grc">τρόω τιτρώσκω</foreign>, da
            <foreign lang="grc">βρόω βρώσκω</foreign>, da <foreign lang="grc">βόω βώσκω</foreign>,
          da <foreign lang="grc">βάω</foreign> inusitato <foreign lang="grc">βάσκω</foreign> poetico
          da <foreign lang="grc">περάω περαάσκω</foreign> poetico da <foreign lang="grc">βιόομαι
            βιώσκομαι</foreign>, da <foreign lang="grc">γηράω</foreign> inusitato <foreign
            lang="grc">γηράσκω</foreign>, da <foreign lang="grc">ὄνημι ὀνίσκω</foreign>, da <foreign
            lang="grc">φάω φασκω</foreign>, da <foreign lang="grc">περάω</foreign> (contratto
            <foreign lang="grc">πράω</foreign>) <foreign lang="grc">πιπράσκω</foreign>. I latini
          hanno <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign> senza l’anadiplasiasmo e senza il
            <emph>g</emph>. E qui pure si noti nel latino la conservazione dell’antichità. I greci
          medesimi dicono comunemente anche <foreign lang="grc">γινώσκω</foreign>. Ma il puro tema
          di questo verbo, ch’è <foreign lang="grc">νοΐσκω</foreign> e per sineresi <foreign
            lang="grc">νώσκω</foreign> fatto da <foreign lang="grc">νόω</foreign> (come i
          sopraddetti <foreign lang="grc">βρόω</foreign> ec.), da cui gli Eoli <foreign lang="grc"
            >γνόω</foreign> (v. Lexic.), non si trova in tutta la grecità, e trovasi nel latino. Nel
          quale il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign> è così regolare come i
          suoi <emph>uniformi</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">cresco, suesco, nascor,
            scisco</foreign> e simili e in parte <foreign lang="lat" rend="italic">adolesco,
            exolesco, inolesco</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">pasco</foreign> ec.
          V. la pag. 3688. sqq. E comparisce nel latino il <emph>g</emph> eolico ne’ composti di
            <foreign lang="lat" rend="italic">nosco, agnosco, cognosco, ignosco, dignosco</foreign>
          (trovasi anche <foreign lang="lat" rend="italic">dinosco</foreign>), <foreign lang="lat"
            rend="italic">prognosticum</foreign> (sebben questa è voce tolta dal greco a dirittura,
          ai tempi di Cic. o circa). Negli altri composti <foreign lang="lat" rend="italic"
            >praenosco, internosco</foreign>, il <emph>g</emph> non comparisce. V. p. 3695.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2778"/> 4. Molti attivi di verbi che in greco non conservano se non il
          medio <foreign lang="grc">ἅλλομαι</foreign> —<foreign lang="lat" rend="italic"
          >salio</foreign> (in senso attivo, o passivo, o in ambedue), o il passivo, (in senso
          passivo o attivo ec.) l’uno e l’altro, o parte dell’uno, parte dell’altro, (com’è
          ordinarissimo), segni certissimi di un verbo greco attivo perduto (come lo sono i
          deponenti in latino), o che in greco sono appena conosciuti, o solamente poetici, o
          antiquati o insoliti, sono comuni ed usitati universalmente in latino, o se non altro si
          conservano. Di ciò si potrebbero addurre non pochi esempi. Bastimi il verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">gigno</foreign>, attivo di <foreign lang="grc"
          >γίγνομαι</foreign> che significa <foreign lang="lat" rend="italic">gignor</foreign> e che
          in greco manca non solo di voce ma eziandio di significazione attiva. E notate che il
          verbo latino <foreign lang="lat" rend="italic">gigno</foreign> nel perfetto e ne’ tempi
          che dal perfetto si formano e nel supino, muta la <emph>i</emph> radicale in
          <emph>e</emph>, e perde il secondo <emph>g</emph> come appunto accade nel greco <foreign
            lang="grc">γίγνομαι</foreign> nelle sue inflessioni. Serva per altro esempio il verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">volo</foreign>, il quale io dico esser la voce attiva
          di <foreign lang="grc">βούλομαι</foreign>, cioè <foreign lang="grc">βούλω</foreign>,
          mutato il <emph>b</emph> in <emph>v</emph>, come in tanti <pb ed="aut" n="2779"/> altri
          casi (p. e. da <foreign lang="grc">βάδω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">vado</foreign>), vedi p. 4014. e fatto dell’<foreign
            lang="grc">ου, ω</foreign>, alla Dorica, cioè <foreign lang="grc">βώλω</foreign>, come
          di <foreign lang="grc">βοῦς</foreign> i dori <foreign lang="grc">βῶς</foreign>, i latini
            <foreign lang="lat" rend="italic">bos</foreign>, di <foreign lang="grc">ὕπνος</foreign>
          gli Eoli <foreign lang="grc">ὥπνος</foreign> (come <foreign lang="grc">ὠψηλὸς</foreign> da
            <foreign lang="grc">ὑψηλὸς</foreign>), i latini <foreign lang="lat" rend="italic"
          >somnus</foreign>, di <foreign lang="grc">νὺξ νὼξ</foreign>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">nox</foreign>: v. p. 3816. oltre le solite mutazioni volgari di <foreign
            lang="lat" rend="italic">vulgus vulpes</foreign> ec. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">volgus volpes</foreign>. (12-13. Giugno 1823.). <foreign lang="grc"
          >Βούλω</foreign> si trovò certamente nell’antica lingua greca, come mostra il suo medio
            <foreign lang="grc">βούλομαι</foreign>. E forse sì <foreign lang="grc">βούλω</foreign>
          che <foreign lang="grc">θέλω</foreign> ed <foreign lang="grc">ἐθέλω</foreign> furono fatti
          per <foreign lang="grc">πρόσθεσιν</foreign> dal tema monosillabo <foreign lang="grc">λῶ</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">volo</foreign>, onde <foreign lang="grc">λωΐων, λώϊστος
          </foreign> ec. V. Lexic. E così <foreign lang="grc">θέλω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">volo</foreign> viene forse dalla stessa radice del suo
          sinonimo <foreign lang="grc">βούλομαι</foreign>, di cui però v. Ammon. de Different.
          vocabulor. (<foreign lang="grc">Ἀβουλέω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">nolo</foreign> è di Plat. e di Demost. nelle epist.) Di
          tal <foreign lang="grc">πρόσθεσις</foreign> se n’ha appunto un esempio in <foreign
            lang="grc">θέλω-ἐθέλω</foreign>. V. p. 3842.</p>
        <p>Alle osservazioni da me fatte circa il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >expectare</foreign> nel principio della mia teoria de’ continuativi, aggiungi che anche
          in greco <foreign lang="grc">δοκάζειν</foreign> vale <emph>osservare</emph> o <emph>stare
            a vedere guardare</emph>, e nel medesimo tempo <emph>aspettare</emph>, onde <foreign
            lang="grc">προσδοκᾶν</foreign> (13. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che il proprio tema de’ verbi <foreign lang="grc">ἱστάω, ἵστημι, ἵσταμαι</foreign> fosse
            <foreign lang="grc">στάω</foreign>, come forse ho detto nella mia teoria de’
          continuativi parlando di <foreign lang="lat" rend="italic">sisto</foreign>, e che l’iota
          sia una giunta fatta al tema per proprietà di lingua, si conosce sì dalle molte voci di
          questi verbi che mancano di quell’<emph>i</emph> paragogico, e da tutti i loro derivati
          che parimente <pb ed="aut" n="2780"/> ne mancano, sì dal verbo <foreign lang="grc"
          >ἵπταμαι</foreign> il quale colla medesima paragoge (ch’esso perde in molte voci) è fatto
          dall’inusitato <foreign lang="grc">πτάω</foreign> (<bibl>v. la <title>Gramm. di
            Pad.</title> p. 210</bibl>.) o <foreign lang="grc">πετάω</foreign>, onde <foreign
            lang="grc">πετάομαι, πέταμαι, πέτομαι</foreign> che vagliono altresì <foreign lang="lat"
            rend="italic">volare</foreign>, e che in origine non debbon esser altro che il verbo
            <foreign lang="grc">πετάω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">pando explico</foreign> che ancora esiste, trasportato
          alla significazione del volare per lo spiegar delle ali ec. e vedi la pag. 2826.</p>
        <p>Del resto niente impedirebbe che <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> e
            <foreign lang="grc">στάω</foreign> non avessero niente di comune nella loro origine, o
          ch’essi fossero nati da una stessa lingua madre, ma indipendentemente l’uno dall’altro,
          giacchè l’uno significa <emph>stare</emph> ed anche <emph>essere</emph> (<bibl>vedi
              <author>Forcellini</author>
          </bibl>), e l’altro <emph>stabilire</emph>, il cui passivo o medio <foreign lang="grc"
            >ἵσταμαι</foreign>, passivando il significato di <emph>stabilire</emph>, viene a
          prendere la significazione neutra di <emph>stare</emph> (quasi <emph>essere
          stabilito</emph>).</p>
        <p>Ma supponendo che <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> e <foreign lang="grc"
            >στάω</foreign> sieno in origine uno stesso verbo, niente pure impedisce che il greco
          sia derivato dal verbo latino, e che tuttavia il latino <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sisto</foreign>, ben diverso da <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> e per
          coniugazione e per significato e per tutto, sia nato dal greco <foreign lang="grc">ἱστάω,
            ἱστῶ</foreign>.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2781"/> Chi può saper le varie vicende dei commerci antichissimi fra le
          lingue latina e greca, dopo che l’una e l’altra nacquero dalla stessa madre; quando la
          storia delle due nazioni comincia per noi così tardi, e massime la storia veridica, e
          certa; e la storia non alterata dalle favole ambiziose di cui è tutta piena l’antica
          istoria greca? Chi può con certezza negare che in quel lunghissimo tratto di tempi
          oscurissimi non vi fossero delle epoche nelle quali la lingua greca si arricchisse delle
          spoglie della sorella, ed altre, o successivamente o anche allo stesso tempo, in cui la
          lingua latina si arricchisse, come certo fece, delle spoglie della greca, ed anche
          ricevesse sotto nuova forma alcune di quelle medesime voci ch’erano nate da lei e da lei
          passate nella lingua greca, o alcuni derivati di quelle? Come sarebbe nella nostra
          supposizione; cioè che sto, nato nella lingua latina dal participio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">sum</foreign>, passato in Grecia sotto forma di <foreign lang="grc"
          >στάω</foreign>, <pb ed="aut" n="2782"/> ridotto quivi per paragoge alla forma di <foreign
            lang="grc">ἱστάω</foreign>, e per contrazione a quella d’<foreign lang="grc"
          >ἱστῶ</foreign> e mutata significazione per affinità, ritornasse nel latino colla forma di
            <foreign lang="lat" rend="italic">sisto</foreign>, il qual verbo verrebbe così ad essere
          originalmente il medesimo che sto.</p>
        <p>Osservando la cosa ne’ tempi moderni, non sappiamo noi che la lingua francese è venuta
          d’Italia? e che dal medesimo fonte nacque una lingua sorella della francese, cioè
          l’italiana? E non vediamo noi quante parole nate o allevate nel nostro paese, cioè nella
          lingua latina; di qua passate in Francia; quivi alterate o di forma o di senso o
          d’ambedue; sono ritornate in Italia come forestiere ed altrui, e ricevute in questa lingua
          sorella della francese, e ciò fino dal cento o dal dugento o dal trecento, e tuttogiorno
          nella metà dell’ultimo secolo e in questo? E chi dicesse per questa ragione che la lingua
          francese è madre e non sorella dell’italiana, o chi negasse che la lingua francese sia
          provenuta <pb ed="aut" n="2783"/> d’Italia, s’apporrebb’egli al vero?</p>
        <p>Credo eziandio che non poche voci venute dalla stessa lingua italiana (non dall’antica
          latina), e passate in Francia; di là ci sieno tornate, e ci tornino tuttavia bene spesso
          come forestiere: o che quelle nostre sieno dimenticate, o che queste sieno alterate in
          modo che non si riconoscano essere originalmente tutt’une colle nostre ancora esistenti, e
          già preesistenti alle sopraddette francesi. (Quanto a molte voci e forme italiane passate
          anticamente fra’ provenzali, ed ora credute provenzali di origine, o perchè si trovano nei
          loro scrittori, e non più presso noi; o perchè, alquanto mutate dalla prima figura e
          significazione, le ritolsero dai provenzali i nostri primi poeti o que’ del 300, e i
          commerci di que’ tempi, <bibl>vedi <author>Perticari</author>
            <title>Apologia</title> capo 11. 12. p. 108-17. e capo 19. fine p. 176-7</bibl>.). Così
          dico di molte voci spagnuole ricevute nella nostra lingua durante il 500 e il 600, ne’
          quali secoli la letteratura spagnuola nata dall’italiana, modellavasi pur tutta
          sull’italiana, e quindi certo la loro lingua doveva abbondare, e abbondava, di parole e
          maniere provenutele dall’italiano.</p>
        <p>Ma lasciando questo, potremo anche dire che il sistema de’ continuativi fosse proprio
          della lingua onde nacquero la latina e la greca; che di lei fossero il verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">sum</foreign> (il quale certo si trova <pb ed="aut" n="2784"/>
          tutto nella sascrita) e il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> che ne
          deriva; che da lei li pigliassero le dette due lingue; e che poi dalla greca venisse nella
          latina, coll’andar del tempo e de’ commerci, il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sisto</foreign>. Così discorrete de’ verbi <foreign lang="lat" rend="italic"
          >apo</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic">apto</foreign>, <foreign lang="grc"
            >ἅπτω</foreign> ed <foreign lang="grc">ἅπτομαι</foreign>, de’ quali nella mia teoria de’
          continuativi.</p>
        <p>In questa supposizione la lingua latina resterebbe pur molto superiore alla greca,
          rispetto alla conservazione dell’antichità. 1. Ella avrebbe conservato il sistema de’
          continuativi, e la greca no. Di più ella n’avrebbe conservato il modo cioè la formazione
          da’ participii passivi, il che alla lingua greca è impossibile. 2. Il suo verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">sum</foreign> sarebbe più conforme a quello della lingua madre.
          E ciò si proverebbe, primo perch’esso, come ho detto, si trova molto più simile a quello
          della lingua sascrita antichissima, che non il greco <foreign lang="grc">εἰμί</foreign>:
          secondo, perchè esso si presterebbe ottimamente per la sua forma grammaticale, come
          altrove ho mostrato, alla formazione del verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sto</foreign>, il quale nella nostra supposizione sarebbe venuto dalla lingua madre, e in
          essa, come in latino, sarebbe stato un continuativo formato da <foreign lang="lat"
            rend="italic">sum</foreign>: e perchè esso <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sum</foreign> si presterebbe <pb ed="aut" n="2785"/> a questa formazione secondo la
          regola ordinaria de’ continuativi latini, la qual regola nella nostra supposizione sarebbe
          provenuta dalla lingua madre.</p>
        <p>Laddove nella lingua greca il verbo <foreign lang="grc">στάω</foreign> per ragione
          grammaticale, e per origine considerata dentro i termini d’essa lingua, non ha che far
          niente con <foreign lang="grc">εἰμί</foreign>, ed è un tema intieramente distinto. Il tema
            <foreign lang="grc">στάω</foreign> non si trova nel greco, ma <foreign lang="grc"
            >ἵστημι, ἱστάνω, ἑστήκω</foreign>, e tali alterazioni. Ma in latino il tema <foreign
            lang="lat" rend="italic">sto</foreign> si trova, non pur semplice, anche ne’ composti
            <foreign lang="lat" rend="italic">adsto</foreign> ec. ec. chiaro e puro. E il verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> si può dir quasi regolare, se non fosse
          il duplicamento nel perfetto <foreign lang="lat" rend="italic">steti</foreign>, usitato
          però in molti altri verbi ancora, come in <foreign lang="lat" rend="italic">do</foreign>
          monosillabo, di coniugazione affatto simile a <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sto</foreign> ec. 3. Perchè il medesimo <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> e
          per forma e per significato si riconoscerebbe in latino per derivato espressamente da
            <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign>, come abbiamo supposto ch’ei fosse nella
          lingua madre: laddove in greco nè per forma nè per significato avrebbe che far nulla con
            <foreign lang="grc">εἰμί</foreign>. In somma tutta la ragione grammaticale e dei
          continuativi in generale, e in particolare del verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sto</foreign> considerato come continuativo e derivativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">sum</foreign>, la qual ragione abbiamo supposto che fosse nella lingua
          madre, sussisterebbe piena e perfetta nella lingua latina; laddove nella greca sarebbe
          intieramente perduta. Così discorrete della ragione grammaticale, <pb ed="aut" n="2786"/>
          e della origine e derivazione di <foreign lang="lat" rend="italic">apto</foreign> o
            <foreign lang="grc">ἅπτω</foreign>, le quali si troverebbero intere nella lingua latina,
          e per nulla nel greco; oltre al tema <foreign lang="lat" rend="italic">apo</foreign>
          conservato nel latino e perduto nel greco. (13-14. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2776. La voce <foreign lang="grc">ἁρπυῖαι</foreign> properispómena può benissimo
          essere un antico participio di un verbo <foreign lang="grc">ἅρπω</foreign> (v. la p. 2826.
          marg.) come <foreign lang="grc">εἰκυῖα</foreign> di <foreign lang="grc">εἴκω,
          εἰδυῖα</foreign> di <foreign lang="grc">εἴδω</foreign> per sincope di <foreign lang="grc"
            >εἰδηκυῖα</foreign>, da <foreign lang="grc">εἷδα</foreign> sincope di <foreign
            lang="grc">εἴδηκα</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Altri vogliono, ed è verisimile, che <foreign lang="grc">εἰδὼς, ἑστὼς,
              βεβὼς</foreign> ec. sieno part. preter. perf. medii. V. p. 2975. e lo Scap. in
                <foreign lang="grc">Μέλει</foreign>.</p>
          </note>. Non così di <foreign lang="grc">ἁρπάω</foreign> al quale non può in nessun modo
          appartenere. Che se i grammatici fanno questa voce <foreign lang="grc">ἁρπυῖαι</foreign>
          proparossìtona, scrivendo <foreign lang="grc">ἅρπυιαι</foreign>, 1. non tutti così fanno,
          e vedi Schrevel. e Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Harpyiae</foreign>: 2.
          può ben essere che questa voce sia proparossìtona ne’ due luoghi dell’Odissea, e in quello
          della Teogonia (v. 267.) ne’ quali è usurpata per antonomasia, come vuole il Visconti che
          sia nell’Odissea, o per nome appellativo, come è nella Teogonia: perciocchè perduta la sua
          forma e significazione di participio, e ridotta a sostantivo, <pb ed="aut" n="2787"/> e
          mutato uso, condizione e significato, non è maraviglia ch’esso muti l’accentazione come
          accade in altre mille parole. Ma tale ancora, ella si riconosce per un participio
          femminino, il quale non può venire se non da <foreign lang="grc">ἅρπω</foreign>
          parossìtono, e non da <foreign lang="grc">ἁρπῶ</foreign>, nè da <foreign lang="grc"
          >ἁρπάω</foreign> nè da <foreign lang="grc">ἁρπάζω</foreign>, e il cui mascolino sarebbe
            <foreign lang="grc">ἁρπὼς</foreign>. E nel luogo delle iscrizioni triopee, dov’ella è
          aggettivo, io son d’opinione che vada scritta properispómena. Non so come la scriva il
          Visconti: la lapide non ha accenti. 3. Ognun sa che in queste materie degli accenti, come
          in tante altre, non è da prestar gran fede ai grammatici che abbiamo, benchè greci, e
          ch’essi sono stati corretti cento volte dagli eruditi moderni colla più accurata
          osservazione dell’antichità; delle origini, delle derivazioni, delle analogie, della
          ragion grammaticale della lingua greca. E se ciò accade anche nelle cose che appartengono
          alla lingua di Tucidide o di Platone, quanto minor forza avrà un’obbiezione <pb ed="aut"
            n="2788"/> fondata sull’autorità di sempre recenti e semibarbari e poco dotti grammatici
          in materie così antiche, come è questa; nella quale poi in particolare, i grammatici,
          secondo il Visconti, errarono nella stessa significazione della parola, pigliando per
          démoni alati, per tempeste, procelle, venti ec. (vedi lo Scapula e il Tusano) quelle che,
          secondo il Visconti, non erano altro che le Parche.</p>
        <p>Del resto, quando ben si volesse che <foreign lang="grc">ἁρπυῖαι</foreign> fosse
          participio di <foreign lang="grc">ἁρπάω</foreign> (il che io non credo) fatto per sincope
          d’ <foreign lang="grc">ἁρπηκυῖαι</foreign>, (come anche <foreign lang="grc"
          >ἑστὼς</foreign> da <foreign lang="grc">ἑστηκὼς</foreign> o <foreign lang="grc"
          >ἑστακὼς</foreign> o <foreign lang="grc">ἑσταὼς</foreign> o <foreign lang="grc">ἑστεὼς,
            βεβὼς</foreign> da <foreign lang="grc">βεβηκὼς</foreign> o da <foreign lang="grc"
            >βεβαὼς, βεβρὼς</foreign> da <foreign lang="grc">βεβρωκὼς</foreign> o da <foreign
            lang="grc">βεβροὼς</foreign>) e che il latino <foreign lang="lat" rend="italic"
          >rapio</foreign> non fosse un disusato <foreign lang="grc">ἅρπω</foreign> (supposto dal
          Visconti) ma questo <foreign lang="grc">ἁρπάω</foreign> (del quale trovo nel Tusano:
            <foreign lang="grc">Ἁρπάω</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">pro</foreign>
          <foreign lang="grc">ἁρπάζω</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >usurpatur</foreign>, <title lang="lat">Etym.</title>) resterebbe sempre fermo e che
            <foreign lang="grc">ἁρπυῖαι</foreign> o <foreign lang="grc">ἅρπυιαι</foreign> fosse in
          origine un participio ec. e che la lingua latina conservi qui l’antichità più della greca,
          nella quale quest’ <foreign lang="grc">ἁρπάω</foreign>, che sarebbe, certo più antico di
            <foreign lang="grc">ἁρπάζω</foreign>, sarà pur sempre o inusitato o rarissimo, e forse
          noto per lo <pb ed="aut" n="2789"/> solo Etimologico. (14. Giugno 1823.). Nota che il
          Visconti, se ben mi ricordo, non cita se non due luoghi dell’Odissea, e questi sono, s’io
          non m’inganno, <foreign lang="grc">α</foreign>, 241. <foreign lang="grc">ξ</foreign>, 371.
          In due altri luoghi Omero usa quella voce, l’uno Odiss. <foreign lang="grc">υ</foreign>,
          77. dov’ella sta parimente per le Parche, l’altro Iliade, <foreign lang="grc">π</foreign>,
          150. dov’ella è puro aggettivo d’una cavalla, e viene a dir <emph>veloce</emph>, benchè
          gl’interpreti la rendono per <foreign lang="lat" rend="italic">Harpyia</foreign>
          sostantivo o appellativo, come negli altri luoghi d’Omero. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Raptim</foreign> dicono i latini per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cito</foreign> ec. Così <foreign lang="grc">ἅρπυια</foreign> o <foreign lang="grc"
            >ἁρπυῖα</foreign> per <emph>veloce</emph>. V. ne’ Lessici <foreign lang="grc"
            >ἁρπακτικῶς, ἁρπάγδην, ἁρπαλέως, καρπάλιμος, καρπαλίμως, ἀναρπάζω, ἀνάρπαστος</foreign>,
          ed <foreign lang="grc">ἁρπάζω</foreign> per <foreign lang="grc">ὀξέως νοῶ</foreign>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">cito intelligo et mente percipio, quasi mente
          corripio</foreign>, usato da Sofocle. V. anche i lessici latini in <foreign lang="lat"
            rend="italic">rapio</foreign> e suoi derivati e composti. Noi diciamo <emph>ratto</emph>
          (cioè <foreign lang="lat" rend="italic">raptus</foreign>) aggettivo e avverbio per
            <emph>veloce, presto</emph> ec. Così <emph>rattezza, rattamente</emph> ec. E i latini
            <foreign lang="lat" rend="italic">rapidus, rapido</foreign>, francese <foreign
            lang="fre" rend="italic">rapide</foreign> ec. V. lo spagnuolo in questa radice, o in
          altra metafora di velocità, tolta dal rapire in qualunque sia voce o modo. (14. Giugno.
          1823.). <bibl>V. la Crus. in <emph>Rapina</emph> par. 1</bibl>. <emph>Rapinosamente,
            Rapinoso</emph>, e questi pensieri p. 4165. fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2790"/> Il nome di <emph>Arpalice</emph> (della quale vedi Forcell. in
            <foreign lang="lat" rend="italic">Harpalyce</foreign>) non credo che sia nato, nè si
          debba cercare altronde che dalla velocità ec. Io poi son d’opinione che nel citato luogo
          della Teogonia, 265-9, la voce <foreign lang="grc">ἁρπυίας</foreign> non sia punto un
          appellativo, come hanno creduto i grammatici, gl’interpreti e i Lessicografi, ma un puro
          aggettivo significante <foreign lang="lat" rend="italic">ratte</foreign>,
          <emph>veloci</emph>, il che mi persuadono sì il confronto del citato luogo dell’Iliade, sì
          le addotte osservazioni in proposito, sì tutto il contesto del luogo d’Esiodo.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Θαύμας</foreign>
          </quote> (figlio di Nereo e della Terra) <foreign lang="grc">δ'Ὠκεανοῖο βαθυῤῥείταο
            θύγατρα.</foreign>.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἠγάγετ' Ἠλέκτρην ἡ δ' ὠκεταν τέκεν Ἶριν</foreign>
          </quote>
        </p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἠϋκόμους θ' Ἁρπυίας</foreign>
          </quote> (così scrivono con lettera maiuscola) <quote>
            <foreign lang="grc">Ἁελλώ τ' Ὠκυπέτην τε</foreign>
          </quote>, (nomi propri, e simboleggiano le procelle e i venti, come indica la loro
          etimologia, e come pur dicono i grammatici e gli interpreti)</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2791"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Αἵ ῥ' ἀνέμων πνοιῇσι καὶ οἰωνοῖς ἅμ' ἕπονται</foreign>
          </quote>
        </p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ὠκείῃς πτερύγεσσιἃ• μεταχρόνιαι γὰρ ἴαλλον</foreign>
          </quote>.</p>
        <p>Io tengo per fermo che <foreign lang="grc">ἁρπυίας</foreign> sia un secondo epiteto
          compagno di <foreign lang="grc">ἠϋκόμους</foreign>. Il duplicare o moltiplicare gli
          epiteti senza congiungerli fra loro con alcuna particella congiuntiva, poco usitato dai
          poeti latini, è familiarissimo ai poeti greci; e proprissimo di Omero, e dietro lui, degli
          altri: siccome di Dante (secondochè osserva Monti nella Proposta) e degli altri poeti
          italiani. Vedi fra gli altri infiniti luoghi, <bibl>
            <title>Odiss.</title>
            <foreign lang="grc">α</foreign>, 96-100</bibl>, il qual luogo è ripetuto più d’una volta
          nell’Iliade, e s’io non fallo, anche nell’Odissea.</p>
        <p>Del resto il luogo dell’iscrizione triopea <quote>
            <foreign lang="grc">Ἅρπυιαι κλωθῶες ἀνηρείψαντο μέλαιναι</foreign>
          </quote>, dove <foreign lang="grc">ἅρπυιαι</foreign> è manifesto aggettivo e sta per
            <emph>rapaci</emph>, notisi essere espressamente imitato dai seguenti versi
          dell’Odissea, ed averli l’autore avuti onninamente in vista.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Νῦν δέ μιν ἀκλειῶς ἅρπυιαι ἀνηρείψαντο.</foreign>
          </quote>. <foreign lang="grc">α</foreign>, 241. <foreign lang="grc">ξ</foreign>, 371.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τόφρα δὲ τὰς κούρας ἅρπυιαι ἀνηρείψαντο.</foreign>
          </quote>. <foreign lang="grc">υ</foreign>, 77.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2792"/> Notisi ancora l’aggettivo <foreign lang="grc">μέλαιναι</foreign>
          compagno d’<foreign lang="grc">ἅρπυιαι</foreign> e tuttavia non legato con questo per
          nessuna congiunzione.</p>
        <p>Il disuso del tema da cui venne il participio <foreign lang="grc">ἁρπυῖαι</foreign>, il
          disuso di questa voce in senso o di participio o d’aggettivo, e l’uso comune della
          medesima per significare con nome appellativo quelle favolose bestie alate delle quali
          vedi Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Harpyiae</foreign>, uso e favola che
          par più recente dei tempi d’Omero e d’Esiodo, dovettero indurre in errore i grammatici e
          gl’interpreti greci (e quindi i moderni) sopra il vero senso di quella voce negli addotti
          luoghi de’ due poeti, e massime in quelli dell’Odissea. Vedi l’interpretazione che ne dà
          Eustazio presso lo Scapula ec. Quando però non si voglia credere che la stessa mala
          intelligenza della voce <foreign lang="grc">ἅρπυιαι</foreign> appresso Omero ec. (la qual
          mala intelligenza dev’essere molto antica) abbia dato origine ovvero occasione alla favola
          delle Arpie, il quale accidente non mancherebbe di esempi. Delle Arpie vedi le note a
          Luciano, opp. Amstel. 1687. t. 1. p. 94. not. 5. (15-16. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Et ferruginea (Charon) subvectat corpora
            cymba</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Aen.</title> 6. 303</bibl>. Chi non sente che questo <foreign lang="lat"
            rend="italic">subvectat</foreign> è continuativo, e indica costume di <foreign
            lang="lat" rend="italic">subvehere</foreign> tuttodì? Ma per meglio sentirlo,
          sostituiscasegli la voce <foreign lang="lat" rend="italic">subvehit</foreign>, e veggasi
          se la proprietà latina di questo luogo non va tutta in fumo. Vedi altri simili esempi nel
            <pb ed="aut" n="2793"/> Forcellini in <foreign lang="lat" rend="italic">vecto, convecto,
            advecto</foreign> ec. (16. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Traslatare, trasladar, translater</foreign> continuativi
          barbari di <foreign lang="lat" rend="italic">transferre</foreign>. (16. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli scrittori greci de’ secoli medii e bassi, cioè dal terzo inclusive in poi, sono pieni
          d’improprietà di lingua (com’è quella di Coricio sofista del sesto secolo nell’Orazione <bibl>
            <title>
              <foreign lang="grc">εἰς Σοῦμμον στρατηλάτην</foreign>
            </title>
            <title lang="lat">in Summum ducem</title>, par. 11. ap. <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> edit. vet. vol. 8. p. 869. lib.5. cap. 31</bibl>. di usare la voce
            <foreign lang="grc">δικαστὴς</foreign> in vece di <foreign lang="grc">κριτὴς</foreign> o
          di <foreign lang="grc">μάρτυς</foreign>), pieni di frasi strane quanto alla lingua, pieni
          di solecismi, e di mille contravvenzioni alle antiche regole della sintassi e grammatica
          greca, ma non hanno barbarismi. La loro lingua per tutto ciò che appartiene all’eleganza,
          è diversissima da quella degli antichi scrittori: ma per tutto il resto è la stessa. Si
          può dir ch’essi ignorino il buon uso della lingua che scrivono, che non la sappiano
          adoperare; ma la lingua che scrivono è quella degli antichi: quella che gli antichi
          scrissero <pb ed="aut" n="2794"/> bene, essi la scrivono male. Molte loro parole che non
          si trovano negli antichi, sono però cavate dal fondo della lingua greca o per derivazione
          o per composizione ec.; rade volte ripugnano all’indole d’essa lingua, e per esser
          chiamate buone, greche, pure e di buona lega, non manca loro se non la sanzione
          dell’antichità. In somma il grecismo di questi scrittori è per lo più cattivo o pessimo,
          ma la loro lingua è pura. Le voci e frasi poetiche versate a due mani nelle prose, le voci
          o frasi antiquate, le metafore o strane affatto e barbare, o poetiche, non offendono la
          purità della lingua, ed appartengono piuttosto al conto dello stile. Il periodo di questi
          scrittori, il giro della dicitura, per lo più rotto, slegato, saltellante, ineguale,
          ovvero intralciato, duro, aspro, monotono, e lontanissimo dalla semplicità e dalla maestà
          dell’antica elocuzione greca, appartiene certo in gran parte alla lingua, al cui genio è
          contrarissima la struttura dell’orazione di quei bassi scrittori, ma non nuoce alla
          purità. Il numero e l’armonia è diversissimo <pb ed="aut" n="2795"/> in questi scrittori
          da quel ch’egli è negli antichi, ma ciò non solo per la negligenza di quelli, bensì ancora
          per la diversa pronunzia introdotta appoco appoco nella lingua greca, massimamente
          estendendosi ella a tanti e sì diversi e tra se lontani paesi, e subentrando a sì diverse
          favelle, o prendendo luogo accanto ad esse e in compagnia di esse, o in mezzo ad esse:
          giacchè bisogna considerare che la più parte degli scrittori greci dal 3. secolo in poi,
          non furono greci di nazione, o certo non furono greci di paese, ma Asiatici ec., e greci
          solamente di lingua, e questo ancora non sempre dalla nascita, ma per istudio, come p. e.
          Porfirio, della cui lingua patria, <bibl>vedi la <title>Vita di Plotino</title>, capo 17.
            e l’<author>Holstenio</author>
            <title lang="lat">de Vita et scriptis Porphyrii</title> cap. 2. V. p. 2827</bibl>. (17.
          Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Una delle proprietà comuni alle tre lingue figlie della latina, le quali proprietà si
          debbono per conseguenza credere originate dalla lingua madre di tutt’e tre, come ho detto
          altrove, si è quella di <pb ed="aut" n="2796"/> usare <emph>causa</emph>
          (<emph>cosa</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">chose</foreign>) per <foreign
            lang="lat" rend="italic">res</foreign>. (18. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ μοι δοκεῖ, εἴ τις τῶν θεῶν πάντας ἀνθρώπους εἰς ἕνα που χῶρον
              συναγαγῶν, ἕκαστον ἀπαιτήσει τὴν ἑαυτοῦ διηγήσασθαι τύχην, εἶτα πάντων εἰπόντων,
              ἑκάστου πύθοιτο πάλιν, ποίαν ἔχειν ἕλοιτο; πάντας ἂν ἀποροῦντας σιγῆσαι μηδένα ζηλωτὸν
              θεωμένους. Ἐντεῦθεν ἄρα τινὲς, Τραύσους οἶμαι τὸ γένος</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat" rend="italic">nationem hanc</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">προσαγορεύουσι, τικτομένου μέν τινος ὠλοφύροντο σκοποῦντες, εἰς ὅσα
              ἦλθε κακὰ, ἀπιόντος δὲ πανήγυριν</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat" rend="italic">festum</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">ἦγον, ὅσων ἠλευθέρωται δυσχερῶν ἐννοόυμενοι. Χορικίου Σοφιστοῦ
              Ἐπιτάφιος ἐπὶ Προκοπίῳ Σοφιστῇ Γάζης</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title lang="lat" rend="italic">Oratio funebris in Procopium Sophistam-Gazaeum</title>
            (par. 35. p. 859.) primum edita gr. et lat. a <author>Fabric.</author> in <title>B.
            G.</title> edit. vet. t. 8. p. 841-63. lib.5. c. 31</bibl> (19. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2683. marg. Da questa verissima osservazione del Castiglione, segue che tutte le
          immense fatiche che un perfetto scrittore deve spendere per dare a’ suoi scritti la
          finitezza, la <pb ed="aut" n="2797"/> grazia, la leggiadria, la nobiltà, la forza, insomma
          la bellezza della lingua, non possono esser nè valutate, nè gustate, neppur sentite dagli
          stranieri, che non sono <emph>assueti a scrivere</emph> in quella tal lingua, o non sono
          assueti a scriverla bene, il che è tutt’uno; e quindi elle sono tutte gittate per gli
          stranieri, e tutte inutili alla gloria dello scrittore riguardo agli esteri. Ma quanta
          parte dello stile è quasi tutt’uno colla lingua! Anzi chi può veramente o gustare o
          giudicare dello stile di un’opera, non potendo della lingua? E si può ben dire che ogni
          lingua ha il suo stile, o i suoi stili, che non si possono non che giudicare, appena ben
          concepire, se non si è in grado di giudicare e gustare quella tal lingua perfettamente,
          anzi di bene scriverla, perchè neppure i nazionali gustano quegli stili se non sono
          sperimentati nello scrivere la propria lingua. Dunque neppure i pregi dello stile di un
          perfetto scrittore possono esser valutati dagli stranieri, e tanto <pb ed="aut" n="2798"/>
          meno quanto egli è più perfetto, divenendone i pregi del suo stile come oggetti finissimi
          che sfuggono interamente alle viste deboli e ottuse, laddove se essi fossero stati più
          grossolani sarebbero potuti esser veduti. Ora quanta parte di un’opera è lo stile!
          Togliete i pregi dello stile anche ad un’opera che voi credete di stimare principalmente
          per i pensieri, e vedete quanta stima ne potete più fare. Dunque gli stranieri non sono
          assolutamente in grado nè di valutare nè di gustare nessuna opera di un perfetto
          scrittore, nemmeno, se non imperfettissimamente, per la parte dei pensieri. Dunque tutta
          la vera piena e ragionata stima che si può far d’un perfetto scrittore si restringe dentro
          i termini della sua nazione. E tra’ suoi nazionali quanti sono che sappiano bene scrivere
          e quindi ben gustarlo e valutarlo? Che cosa è dunque quella gloria per cui tanto ha sudato
          un perfetto scrittore, per cui ha forse speso in una sola opera tutta la vita? E quanto
          piacere ed a quanti proccura questa tale <pb ed="aut" n="2799"/> opera tanto lungamente e
          studiosamente travagliata e sudata a solo fine ch’ella proccurasse sommo e pieno e
          perfetto piacere? E in verità quanto alle opere di letteratura, tutte le sopraddette cose,
          e la conseguenza che io ne traggo, sussistono a tutto rigore<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Veggasi la p. 3673-5.</p>
          </note>. (19. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τοὶ δὲ Σκύθαι καλὸν νομίζοντι, ὃς ἄνδρα κτανών, ἐκδείρας τὰν
              κεφαλὰν, τὸ μὲν κόμιον πρὸ τοῦ ἵππου φορεῖ, τὸ δ' ὀστέον χρυσώσας καὶ ἀγρυρώσας, πίνει
              ἐξ αὐτοῦ καὶ σπένδει τοῖς θεοῖς ἐν δὲ τοῖς Ἕλλασιν οὐδέ κ' ἐς τὰν αὐτὰν οἰκίαν
              συνεισελθεῖν βούλοιτ' ἄν τις τοιαῦτα ποιήσαντι</foreign>
          </quote>. <foreign lang="lat">Scythis quidem honestum, ut cum quis hominem occiderit,
            capitis, cute divulsa, partem crinitam ante equum gestet, osseam vero auro vel argento
            obducens, ex illa bibat Diisque ipsis libamina fundat. Graecorum autem nullus easdem
            aedes ingredi vellet una cum viro, qui tale quid fecerit. (Ex versione Io.
          Northi)</foreign>. <pb ed="aut" n="2800"/> Scrittore incerto di alcune <foreign lang="grc"
            >διαλέξεις</foreign> in dialetto Dorico, che si trovano sovente nei Codici appiè de’
          libri di Sesto Empirico, e furono pubblicate da Enrico Stefano tra i frammenti de’
          Pitagorici, e dal <bibl>
            <author>Fabricio</author>, <title>B. G.</title> edit. vet. vol. 12. p. 617-35. lib.6.
            cap. 7. par. 6</bibl>. Il Fabricio le chiama <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Disputationes Antiscepticae</foreign>, ma in verità sono anzi esercitazioni scettiche
          in ciascuna delle quali si sostiene il pro e il contra, e questo vuol dire il titolo ch’è
          premesso a queste <foreign lang="grc">διαλέξεις</foreign> nel Codice Cizense, e riferito
          dal Fabricio p. 617. nel qual titolo queste <foreign lang="grc">διαλέξεις</foreign> sono
          chiamate <foreign lang="grc">ὑπομνήματα πρὸς ἀντίῤῥησιν</foreign>. Il soprascritto passo è
          nella seconda <foreign lang="grc">διάλεξις</foreign>, intitolata <foreign lang="grc">περὶ
            καλῶ καὶ αἰσχρῶ</foreign>, ap. <bibl>
            <author>Fabric.</author> l. c. p. 622</bibl>. (21. Giugno 1823.).</p>
      </div1>
      <div1 n="2800 - 2999">
        <p>È massima molto comune tra’ filosofi, e lo fu specialmente tra’ filosofi antichi, che il
          sapiente non si debba curare, nè considerar come beni o mali, nè riporre la sua
          beatitudine nella presenza o nell’assenza delle cose che dipendono dalla fortuna, quali
          ch’elle si sieno, o da veruna forza di fuori, ma solo in quelle che dipendono interamente
          e sempre dipenderanno da lui solo. Onde <pb ed="aut" n="2801"/> conchiudono che il
          sapiente, il quale suppongono dover essere in questa tale disposizion d’animo, non è per
          veruna parte suddito della fortuna. Ma questa medesima disposizione d’animo, supponendo
          ancora ch’ella sia più radicata, più abituale, più continua, più intera, più perfetta, più
          reale ch’ella non è mai stata effettivamente in alcun filosofo, questa medesima
          disposizione, dico, già pienamente acquistata, ed anche, per lungo abito, posseduta, non è
          ella sempre suddita della fortuna? Non si sono mai veduti de’ vecchi ritornar fanciulli di
          mente, per infermità o per altre cagioni, l’effetto delle quali non fu in balia di coloro
          l’impedire o l’evitare? La memoria, l’intelletto, tutte le facoltà dell’animo nostro non
          sono in mano della fortuna, come ogni altra cosa che ci appartenga? Non è in sua mano
          l’alterarle, l’indebolirle, lo stravolgerle, l’estinguerle? La nostra medesima ragione non
          è tutta quanta in balia della fortuna? Può nessuno assicurarsi o vantarsi <pb ed="aut"
            n="2802"/> di non aver mai a perder l’uso della ragione, o per sempre o temporaneamente;
          o per disorganizzazione del cervello, o per accesso di sangue o di umori al capo, o per
          gagliardia di febbre, o per ispossamento straordinario di corpo che induca il delirio o
          passeggero o perpetuo? Non sono infiniti gli accidenti esteriori imprevedibili o
          inevitabili che influiscono sulle facoltà dell’animo nostro siccome su quelle del corpo? E
          di questi; altri che accadono ed operano in un punto o in poco tempo, come una percossa al
          capo, un terrore improvviso, una malattia acuta; altri appoco appoco e lentamente, come la
          vecchiezza, l’indebolimento del corpo, e tutte le malattie lunghe e preparate o
          incominciate già da gran tempo dalla natura ec. Perduta o indebolita la memoria non è
          indebolita o perduta la scienza, e quindi l’uso e l’utilità di essa, e quindi quella
          disposizion d’animo che n’è il frutto, e di cui ragionavamo? Ora qual facoltà dell’animo
          umano è più labile, <pb ed="aut" n="2803"/> più facile a logorarsi, anzi più sicura
          d’andar col tempo a indebolirsi od estinguersi, anzi più continuamente inevitabilmente e
          visibilmente logorantesi in ciascuno individuo, che la memoria? In somma se il nostro
          corpo è tutto in mano della fortuna, e soggetto per ogni parte all’azione delle cose
          esteriori, temeraria cosa è il dire che l’animo, il quale è tutto e sempre soggetto al
          corpo, possa essere indipendente dalle cose esteriori e dalla fortuna. Conchiudo che
          quello stesso perfetto sapiente, quale lo volevano gli antichi, quale mai non esistette,
          quale non può essere se non immaginario, tale ancora, sarebbe interamente suddito della
          fortuna, perchè in mano di essa fortuna sarebbe interamente quella stessa ragione sulla
          quale egli fonderebbe la sua indipendenza dalla fortuna medesima. (21. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altro è il timore altro il terrore. Questa è passione molto più forte e viva di quella, e
          molto più avvilitiva dell’animo e sospensiva dell’uso della ragione, anzi quasi di tutte
          le facoltà dell’animo, ed anche de’ sensi del corpo. <pb ed="aut" n="2804"/> Nondimeno la
          prima di queste passioni non cade nell’uomo perfettamente coraggioso o savio, la seconda
          sì. Egli non teme mai, ma può sempre essere atterrito. Nessuno può debitamente vantarsi di
          non poter essere spaventato. (21. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Si sa che negli antichi drammi aveva gran parte il coro. Del qual uso molto si è detto a
          favore e contro. Vedi il Viaggio d’Anacarsi cap. 70. Il dramma moderno l’ha sbandito, e
          bene stava di sbandirlo a tutto ciò ch’è moderno. Io considero quest’uso come parte di
          quel vago, di quell’indefinito ch’è la principal cagione dello <foreign lang="fre"
            rend="italic">charme</foreign> dell’antica poesia e bella letteratura. L’individuo è
          sempre cosa piccola, spesso brutta, spesso disprezzabile. Il bello e il grande ha bisogno
          dell’indefinito, e questo indefinito non si poteva introdurre sulla scena, se non
          introducendovi la moltitudine. Tutto quello che vien dalla moltitudine è rispettabile,
          bench’ella sia composta d’individui tutti disprezzabili. Il pubblico, <pb ed="aut"
            n="2805"/> il popolo, l’antichità, gli antenati, la posterità: nomi grandi e belli,
          perchè rappresentano un’idea indefinita. Analizziamo questo pubblico, questa posterità.
          Uomini la più parte da nulla, tutti pieni di difetti. Le massime di giustizia, di virtù,
          di eroismo, di compassione, d’amor patrio sonavano negli antichi drammi sulle bocche del
          coro, cioè di una moltitudine indefinita, e spesso innominata, giacchè il poeta non
          dichiarava in alcun modo di quali persone s’intendesse composto il suo coro. Esse erano
          espresse in versi lirici, questi si cantavano, ed erano accompagnati dalla musica
          degl’istrumenti. Tutte queste circostanze, che noi possiamo condannare quanto ci piace
          come contrarie alla verisimiglianza, come assurde, ec. quale altra impressione potevano
          produrre, se non un’impressione vaga e indeterminata, e quindi tutta grande, tutta bella,
          tutta poetica? Quelle massime non erano poste in bocca di un individuo, che le recitasse
          in tuono ordinario e naturale. <pb ed="aut" n="2806"/> Per grande e perfetto che il poeta
          avesse finto questo individuo, la idea medesima d’individuo è troppo determinata e
          ristretta, per produrre una sensazione o concezione indeterminata ed immensa. Queste
          qualità contrastano con quelle, e quelle avrebbero direttamente impedita questa
          concezione, non che potessero produrla. Gli uditori avrebbero conosciuto il nome, le
          azioni, le qualità, le avventure di quell’individuo. Egli sarebbe stato sempre quel tal
          Teseo, quel tal Edipo, re di Tebe, uccisore del padre, marito della madre, e cose simili.
          La nazione intera, la stessa posterità compariva sulla scena. Ella non parlava come
          ciascuno de’ mortali che rappresentavano l’azione: ella s’esprimeva in versi lirici e
          pieni di poesia. Il suono della sua voce non era quello degl’individui umani: egli era una
          musica un’armonia. Negl’intervalli della rappresentazione questo attore ignoto,
          innominato, questa moltitudine di mortali, prendeva a far delle profonde o sublimi
          riflessioni <pb ed="aut" n="2807"/> sugli avvenimenti ch’erano passati o dovevano passare
          sotto gli occhi dello spettatore, piangeva le miserie dell’umanità, sospirava, malediceva
          il vizio, eseguiva la vendetta dell’innocenza e della virtù, la sola vendetta che sia loro
          concessa in questo mondo, cioè l’esecrare che fa il pubblico e la posterità gli oppressori
          delle medesime; esaltava l’eroismo, rendeva merito di lodi ai benefattori degli uomini, al
          sangue dato per la patria. (<bibl>V. <author>Oraz.</author>
            <title>art. poet.</title> v. 193-201</bibl>.). Questo era quasi lo stesso che legare
          sulla scena il mondo reale col mondo ideale e morale, come essi sono legati nella vita: e
          legarli drammaticamente, cioè recando questo legame sotto i sensi dello spettatore,
          secondo l’uffizio e il costume del poeta drammatico, e quanto è possibile al dramma di
            <emph>rappresentare</emph> quello che <emph>è</emph>. Questo era personificare le
          immaginazioni del poeta, e i sentimenti degli uditori e della nazione a cui lo spettacolo
          si rappresentava. Gli avvenimenti erano <pb ed="aut" n="2808"/> rappresentati
          dagl’individui; i sentimenti, le riflessioni, le passioni, gli effetti ch’essi producevano
          o dovevano produrre nelle persone poste fuori di essi avvenimenti erano rappresentati
          dalla moltitudine, da una specie di essere ideale. Questo s’incaricava di raccogliere ed
          esprimere l’utilità che si cava dall’esempio di quelli avvenimenti. E per certo modo gli
          uditori venivano ad udire gli stessi sentimenti che la rappresentazione ispirava loro,
          rappresentati altresì sulla scena, e si vedevano quasi trasportati essi medesimi sul palco
          a fare la loro parte; o imitati dal coro, non meno che si fossero gli eroi imitati e
          rappresentati dagli attori individui. Anche quando il coro prendeva parte diretta
          all’azione, questo fare agir nel dramma la moltitudine, era più poetico, e doveva produrre
          maggiore e più vivo effetto, che il divider tutta l’azione fra pochi individui, come noi
          facciamo.</p>
        <p>Da queste considerazioni si argomenti se <pb ed="aut" n="2809"/> sia giusto il dire che
          l’uso del coro nuoce all’illusione. Qual grata illusione senza il vago e l’indefinito? E
          qual dolce grande e poetica illusione doveva nascere dalle circostanze sovra esposte! (21.
          Giugno. 1823.). Nelle commedie la moltitudine serve altresì all’entusiasmo e al vago della
          gioia, alla <foreign lang="grc">βακχείᾳ</foreign>, a dar qualche apparente e illusorio
          peso alle cagioni sempre vane e false che noi abbiamo di rallegrarci e godere, a
          strascinare in certo modo lo spettatore nell’allegrezza e nel riso, come accecandolo,
          inebbriandolo, vincendolo coll’autorità della vaga moltitudine. V. p. 2905.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Io non so quali abbiano ragione intorno all’origine del verbo latino <foreign lang="lat"
            rend="italic">accuso</foreign>, o quelli che lo derivano da <foreign lang="lat"
            rend="italic">causa</foreign>, o quelli che lo fanno venire da un verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">cuso</foreign> continuativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">cudere</foreign>, del qual <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cuso</foreign> non recano però nessuno esempio. (V. Forcell. v. <foreign lang="lat"
            rend="italic">accuso</foreign> fin. v. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cuso</foreign>.). Forse a questi ultimi potrebbe esser favorevole il nostro antico
            <foreign lang="lat" rend="italic">cusare</foreign>, il quale se venisse da <foreign
            lang="lat" rend="italic">cuso</foreign> e non da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >causari</foreign>, o se non fosse uno storpiamento d’<foreign lang="lat" rend="italic"
            >accusare</foreign>, sarebbe un antichissimo tema perduto o disusato nel latino scritto,
          e conservato nell’italiano; e sarebbe il semplice dei verbi composti <foreign lang="lat"
            rend="italic">accuso, incuso, excuso, recuso</foreign>. È da notare però che il nostro
          volgo (almeno quello della Marca) usa il verbo <emph>causare</emph> nel significato
          appunto del nostro antico <emph>cusare</emph>, e del latino <foreign lang="lat"
            rend="italic">causari</foreign>, cioè in senso, non di <emph>cagionare</emph>, ma di
            <emph>recare per cagione</emph> o <emph>come <pb ed="aut" n="2810"/> cagione,
            accagionare</emph>: l’usa dico in questa frase avverbiale <emph>causando che</emph>,
          cioè <emph>atteso che, poichè</emph>. Il qual significato di <emph>causare</emph> e il
          qual modo avverbiale non è notato dalla Crusca, ma trovasi pure usato da Lorenzo de’
          Medici nella famosa lettera a Gio. de’ Medici Card. suo figliuolo, poi Papa Leone X, verso
          il fine, dove però nella raccolta di Prose, stampata in Torino 1753. vol. 2. p. 782. trovo
            <emph>cagionando che</emph> per <emph>causando che</emph>, che sta nelle Lettere di
          diversi eccellentissimi huomini, raccolte dal Dolce, Venez. appresso Gabriel Giolito de’
          Ferrari et fratelli 1554. p. 303. e nelle Lettere volgari di diversi nobilissimi huomini
          et eccellentissimi ingegni stampate da Paolo Manuzio in Venez. 1544. carte 6. p. 2. (In
          ogni modo anche la frase avverbiale <emph>cagionando che</emph> manca nella Crusca.) Nelle
          Lettere di XIII Huomini illustri, Ven. per Comin da Trino di Monferrato 1561. p. 485.
          trovo <emph>pensando che</emph>. Vedi il Magnifico di Roscoe, dove quella lettera è
          riportata.</p>
        <p>Del resto il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">accuso</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">accudo</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">cudo
            cusus</foreign> semplice ha il suo continuativo o frequentativo <foreign lang="lat"
            rend="italic">accusito</foreign>. (23. Giugno. 1823.). Se <foreign lang="lat"
            rend="italic">accuso</foreign> è quasi <foreign lang="lat" rend="italic"
          >accauso</foreign>, tanto e tanto è da notare questo continuativo, che sarà quasi <foreign
            lang="lat" rend="italic">accausito</foreign> dal participio <foreign lang="lat"
            rend="italic">accausatus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2811"/> Alla p. 2775. Il verbo <foreign lang="grc">δείδω</foreign> che
          oggi si pone come tema, non è certamente altro che reduplicazione di un tema più semplice,
          il che è dimostrato sì dalla voce <foreign lang="grc">δέος</foreign>, sì dal verbo
            <foreign lang="grc">δίω</foreign> presso Omero, sì dalla voce <foreign lang="grc"
            >δεῖσθαι</foreign> usata più volte da Plutarco per <emph>temere</emph>. <foreign
            lang="grc">Κάρχαρος, χαρχαρέοι, καρχαρίας</foreign> da <foreign lang="grc"
          >χαράσσω</foreign> per reduplicazione. <foreign lang="grc">ὀπιπτεύω</foreign> da <foreign
            lang="grc">ὀπτεύω. βέβαιος</foreign> da <foreign lang="grc">βαίνω</foreign> o da
            <foreign lang="grc">βέβαα</foreign>. V. p. 4109. Anche in latino <foreign lang="lat"
            rend="italic">titillo</foreign> è fatto per duplicazione da <foreign lang="grc"
          >τίλλω</foreign>. E altre tali duplicazioni alla greca si trovano pure in latino (come
          quelle de’ perfetti <foreign lang="lat" rend="italic">memini, cecidi</foreign> ec.), sieno
          veramente latine di origine, o greche, o comuni anticamente ad ambe le lingue, ec. ec.
          (23. Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Institutum autem eius</foreign> (<foreign lang="lat">Moeridis in</foreign>
            <foreign lang="grc">Ἀττικιστῇ</foreign>) <foreign lang="lat">est annotare et inter se
              conferre voces quibus Attici, et quibus Graeci in aliis dialectis, maxime illa</foreign>
            <foreign lang="grc">κοινῇ</foreign>
            <foreign lang="lat">utebantur: interdum notat et</foreign>
            <foreign lang="grc">κοινὸν</foreign>
            <foreign lang="lat">vulgi, illudque diversum facit non modo ab Attico sed etiam</foreign>
            <foreign lang="grc">ἑλληνικῷ</foreign>, <foreign lang="lat">ut in</foreign>
            <foreign lang="grc">ἐξίλλειν, εὐφήμει, κάθησο, λέμμα, οἰδίπουν, οἶσε, σχέατον</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> edit. vet. l. 5. c. 38. par. 9. num.157. vol. 9 p. 420</bibl>. (23.
          Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2776. margine. Lo stesso discorso si può fare di <foreign lang="grc"
          >βαΰζω</foreign>, il quale è pur verbo esprimente un suono, e fatto per imitazione di
          questo suono; il qual suono come è similissimo a quello di <foreign lang="grc"
          >βαΰω</foreign>, così non ha niente che fare con <foreign lang="grc">βαΰζω</foreign>. Ma
          questa e simili interposizioni della lettera <foreign lang="grc">ζ</foreign>
          <pb ed="aut" n="2812"/> e d’altre tali, sono state fatte o per evitare l’iato o per altre
          diverse cagioni, nel processo della lingua, quando già non v’era più bisogno che il
          vocabolo per essere inteso, esprimesse e rappresentasse collo stesso suo suono l’oggetto
          significato, ma egli era già inteso generalmente per se, e non per virtù della sua
          origine; e quando già nella lingua si guardava più alla dolcezza ec. che alla necessità
          ec. ne’ quali modi le parole in tutte le lingue si sono allontanate dalla forma primitiva
          e hanno spesso perduto affatto quel suono rappresentativo che prima avevano e sul quale
          furono modellati e creati, e nel quale da principio consisteva la ragione della loro
          significanza. I latini dal tema <foreign lang="grc">βαΰω</foreign> o <emph>bauare</emph>
          fecero <foreign lang="lat" rend="italic">baubari</foreign>, interponendo un <emph>b</emph>
          (il quale in questo caso è più adattato all’imitazione) invece del <foreign lang="grc"
          >ζ</foreign>. Noi <emph>baiare</emph>, che per verità potrebb’essere appunto quello stesso
          originale <foreign lang="grc">βαΰω</foreign> ch’è affatto perduto nella lingua greca e
          nella latina scritta: e ben si potrebbe credere che fosse totalmente <pb ed="aut" n="2813"
          /> voce antica latina, conservata nel volgare; dal che si dedurrebbe, primo, che l’antico
          latino, e di poi il suo volgare perpetuamente conservò puro il verbo originale <foreign
            lang="grc">βαΰω</foreign> (giacchè l’<foreign lang="grc">υ</foreign> greco in latino
          antico ora risponde a un <emph>u</emph>, ora ad un <emph>i</emph>), quantunque non si
          trovi nel latino scritto; verbo inusitato affatto nell’antica e moderna grecità nota;
          secondo, che questo antichissimo verbo, perduto, o vogliamo dire alterato nel greco,
          perduto ossia alterato nel latino scritto, conservasi ancora purissimo e senz’alterazione
          alcuna nell’italiano, e vedi la pag. 2704. Si potrebbe anche credere che i primi latini e
          il volgo, invece di <emph>baubari</emph> dicessero <emph>bauari</emph> (appunto <foreign
            lang="grc">βαΰειν</foreign>), e che la mutazione dell’<emph>u</emph> in <emph>i</emph>
          (vocali che spessissimo si scambiano, per esser le più esili, come ho detto altrove)
          seguisse nell’italiano e nel francese ec. Ovvero che gli antichi dicessero
          <emph>bauari</emph>, e poi il volgo <emph>baiari</emph>. (24. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I continuativi latini, tutti (se non forse <foreign lang="lat" rend="italic"
          >visere</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">visus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">video</foreign>, co’ suoi composti <foreign lang="lat"
            rend="italic">inviso, reviso</foreign> ec., e forse qualche altro, che io chiamerò
          continuativi anomali) appartenenti alla prima congiugazione, sono fatti dal participio o
          dal supino del verbo originale come ho dimostrato. Nondimeno io trovo alcuni pochi verbi,
          pur della prima maniera, i quali sono evidentemente fratelli o figli di altri verbi della
          terza, ed hanno una significazione evidentemente continuativa della significazione di
          questi, ma non sono fatti da’ loro participii. Quelli che io ho osservati sono 1. <foreign
            lang="lat" rend="italic">cubare</foreign>, co’ suoi composti <foreign lang="lat"
            rend="italic">accubare, incubare, decubare, secubare, recubare</foreign>, ec. il
          significato de’ quali è manifestissimamente <pb ed="aut" n="2814"/> continuativo di quello
          di <foreign lang="lat" rend="italic">cumbere</foreign> (inusitato, fuorchè nella voce
            <foreign lang="lat" rend="italic">cubui</foreign> ec. e <foreign lang="lat"
            rend="italic">cubitum</foreign> che ora s’attribuiscono a <foreign lang="lat"
            rend="italic">cubare</foreign>), <foreign lang="lat" rend="italic">incumbere,
          accumbere</foreign> ec. tanto che ogni volta che si dee esprimere azione continuata, si
          usano immancabilmente quelli e non questi, (come anche viceversa nel caso opposto) e
          appena si troverà buono esempio del contrario, quale potrebb’esser quello di <bibl>
            <author>Virgilio</author>
            <title>Aen.</title> 2. 513-14</bibl>. <foreign lang="lat" rend="italic">Ingens ara fuit;
            juxtaque veterrima laurus Incumbens arae</foreign>, invece d’<foreign lang="lat"
            rend="italic">incubans</foreign>. 2. <foreign lang="lat" rend="italic">educare</foreign>
          continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">educere</foreign> quanto al significato.
          3. <foreign lang="lat" rend="italic">jugare</foreign> parimente di <foreign lang="lat"
            rend="italic">jungere</foreign>, e così <foreign lang="lat" rend="italic">conjugare,
            abiugare, deiugare</foreign>, e s’altro composto ve n’ha. 4. <foreign lang="lat"
            rend="italic">dicare</foreign> similmente di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >dicere</foreign>, e così i composti <foreign lang="lat" rend="italic">judicare</foreign>,
          di <foreign lang="lat" rend="italic">ius dicere; dedicare, praedicare, abdicare</foreign>
          ec. V. p. 3006. 5. <foreign lang="lat" rend="italic">labare</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">labere</foreign> inusitato, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">labi</foreign> deponente. E nóto che questi verbi della terza hanno anche
          i loro continuativi formati regolarmente da’ loro participii, ma con significato diverso
          da quello de’ soprascritti verbi della prima, sebbene anch’esso continuativo; come
            <foreign lang="lat" rend="italic">dicere</foreign> ha pur <foreign lang="lat"
            rend="italic">dictare</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">dictitare;
          ducere</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic">educere</foreign>, ha <foreign
            lang="lat" rend="italic">ductare</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ductitare; jungere</foreign> ha nel basso latino e nello spagnuolo <foreign lang="lat"
            rend="italic">junctare</foreign>, (noi volgarmente <emph>aggiuntare</emph>, i franc.
            <foreign lang="fre" rend="italic">ajouter</foreign>); <foreign lang="lat" rend="italic"
            >labi</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">labere</foreign> ha pur <foreign
            lang="lat" rend="italic">lapsare</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Forse a questo discorso appartengono eziandio <foreign lang="lat" rend="italic"
                >suspicor</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">suspico</foreign>, ed
                <foreign lang="lat" rend="italic">auspico</foreign> o <foreign lang="lat"
                rend="italic">auspicor</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic"
              >specio</foreign>, seppur quello non viene piuttosto da <foreign lang="lat"
                rend="italic">suspicio onis</foreign>, e questo da <foreign lang="lat" rend="italic"
                >auspicium</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic">auspex
              auspicis</foreign>. Forse ancora, qua si dee riferire <foreign lang="lat"
                rend="italic">plico</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">plecto</foreign>,
              de’ quali verbi mi pare aver ragionato altrove in altro modo. Da <foreign lang="lat"
                rend="italic">plecto-plexus</foreign> si fanno anche i continuativi <foreign
                lang="lat" rend="italic">amplexor</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
                >complexo</foreign>. E notate che si trova anche <foreign lang="lat" rend="italic"
                >amplector aris</foreign> in luogo di <foreign lang="lat" rend="italic">amplector
                eris</foreign>, il che per altra parte confermerebbe che <foreign lang="lat"
                rend="italic">plecto is</foreign> fosse un continuat. anomalo di <foreign lang="lat"
                rend="italic">plico</foreign>, come mi pare aver detto altrove. V. p. 2903.</p>
          </note>. <foreign lang="lat" rend="italic">Cubitare, accubitare</foreign> ec. possono
          venire da <foreign lang="lat" rend="italic">accubatus</foreign>
          <pb ed="aut" n="2815"/> inusitato e da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >accubitus</foreign>, ec. e quindi essere derivativi così di <foreign lang="lat"
            rend="italic">accumbere</foreign> come di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >accubare</foreign>. Ma questo, con tutti i suoi fratelli e col suo semplice <foreign
            lang="lat" rend="italic">cubo</foreign>, non ha del proprio nè il preterito perfetto nè
          i tempi che da questo si formano, nè il participio in <emph>us</emph>, nè il supino, ma li
          toglie in prestito da <foreign lang="lat" rend="italic">accumbere, recumbere,
          incumbere</foreign> ec. facendo, nè più nè meno come fan questi, <foreign lang="lat"
            rend="italic">accubui, accubitus i, accubitum</foreign> ec. Vedi però la p. 3570.
          3715-7. <foreign lang="lat" rend="italic">Incubare</foreign> ha anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">incubavi, incubatum. Cubare</foreign> ha anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">cubavi</foreign>, o certo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cubasse</foreign>. Notate che se talvolta troverete ne’ lessici o ne’ grammatici ec.
          degli esempi di <foreign lang="lat" rend="italic">accubare, incubare</foreign> ec.
          adoperati nel preterito o nel supino ec. che non vi paiano di senso continuativo, dovete
          credere ch’essi sieno male attribuiti a quei verbi, e spettino ad <foreign lang="lat"
            rend="italic">incumbere, accumbere, occumbere</foreign> ec. V. p. 2996. V. a questo
          proposito p. 2930.2935. (24. Giugno, dì del Battista 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sono molti verbi formati da’ participii in <emph>us</emph>, i quali non esprimono azione
          continuata, nè costume di fare quella tale azione, o non l’esprimono sempre, e nondimeno
          anch’essi, ed anche in questo caso, sono veri continuativi, e il Forcellini e gli altri
          che li chiamano frequentativi, sbagliano, ed usano una voce impropria, parlando <pb
            ed="aut" n="2816"/> con tutto rigore ed esattezza. Per esempio <foreign lang="lat"
            rend="italic">iactare</foreign> nel luogo dell’<bibl>
            <title>Eneide</title> 2. 459</bibl>. ed <foreign lang="lat" rend="italic"
          >exceptare</foreign> nelle <bibl>
            <title>Georg.</title> 3. 274</bibl>. sopra i quali luoghi ho disputato altrove, non
          esprimono azione continuata per se stessa, giacchè l’azione di lanciare, e quella di
          ricever l’aria col respiro non sono azioni continue, ma si concepiscono come istantanee;
          nè anche significano costume di lanciare o di ricevere; ma moltitudine continuata di
          queste tali azioni, cioè di lanciamenti, per così dire, e di ricevimenti, che senza
          interruzione e per lungo tempo succedono l’uno all’altro. Questa è idea continua, e bene,
          in questo caso, si chiameranno continuativi quei tali verbi, e non potranno per nessun
          modo chiamarsi altrimenti con proprietà. Malissimo poi si chiameranno frequentativi,
          giacchè ben altro è il fare una cosa frequentemente, ed altro il ripetere per un certo
          maggiore o minor tempo una stessa azione continuamente, quando anche quest’azione per se
          non sia continua, e si fornisca nell’istante. Questa è continuità di fare una stessa
          azione, ben diversa dalla frequenza di fare una stessa azione. La qual frequenza suppone e
          considera degl’intervalli, maggiori <pb ed="aut" n="2817"/> minori, e più o meno numerosi
          che sieno, durante i quali quell’azione non si fa; laddove la detta continuità non li
          suppone, ed ancorchè, come è naturale, sempre vi sieno, pure, siccome minimi, non li
          considera. Avendo l’occhio a queste osservazioni si vedrà quanto gran numero di verbi
          latini detti frequentativi, lo sieno impropriamente, e quante significazioni credute
          frequentative, e che tali paiono a prima vista, perchè rappresentano ripetizione di una
          stessa azione, contuttociò non lo sieno, ma sieno veramente continuative. Bisogna
          sottilmente distinguere, come abbiamo mostrato, e non credere che qualunque verbo esprime
          ripetizione di una stessa azione, sia frequentativo, nè che questa ripetizione sia sempre
          lo stesso che la frequenza d’essa azione. La <emph>successione</emph> di più azioni di una
          stessa specie è ben altra cosa che la <emph>frequenza</emph> di esse. E con questo
          criterio, siccome cogli altri che abbiamo dati in vari luoghi circa le diverse
          significazioni de’ verbi fatti da participii in <emph>us</emph>, si correggeranno infiniti
          errori de’ grammatici e lessicografi; rettificherannosi infinite loro definizioni;
          conoscerassi e distinguerassi partitamente il vero spirito, e la vera e varia proprietà e
          forza de’ verbi formati da’ suddetti participii; e vedrassi come il senso frequentativo,
            <pb ed="aut" n="2818"/> ch’è solamente l’uno dei tanti che ricevono essi verbi, sia
          stato male scelto o preso a denotare e denominare e definire tutti questi verbi, ed anche
          considerato come l’unico loro proprio senso. Il che è lo stesso che porre la parte per il
          tutto. E quando ciò s’abbia a fare, meglio converrà a questi verbi il nome di
          continuativi, il qual nome abbraccia un assai più gran numero delle varietà proprie del
          significato di questi verbi. Le quali varietà non ancora considerate nè dai grammatici nè
          dai filologi nè dai filosofi, e nondimeno necessarissime a considerarsi e distinguersi per
          ben penetrare nell’intima proprietà ed eleganza, ed anche nell’intimo e vero senso e
          valore della lingua latina, e nell’intelligenza dell’efficacie, delle bellezze ec. dei
          passi degli scrittori, noi abbiamo proccurato di dichiarare ed esporre, sì ai grammatici e
          filologi, come ai filosofi e a’ letterati. (25. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Un continuativo anomalo o semianomalo si è <foreign lang="lat" rend="italic"
          >hietare</foreign> fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">hiatus</foreign>, quasi da
            <foreign lang="lat" rend="italic">hietus</foreign>, participio d’<foreign lang="lat"
            rend="italic">hiare</foreign>. Dove la mutazione dell’<emph>a</emph> in <emph>e</emph>
          viene 1. dal voler evitare il cattivo suono d’<foreign lang="lat" rend="italic"
          >hiatare</foreign>, del qual suono sempre evitato nella formazione de’ continuativi fatti
          da verbi della prima, ho detto altrove<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Salvo ne’ continuatt. de’ temi monosill. p. e. <foreign lang="lat" rend="italic"
                >dato, flato, nato</foreign> ec. come altrove. A questo proposito dubito molto che
                <foreign lang="lat" rend="italic">betere</foreign> o <foreign lang="lat"
                rend="italic">bitere</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">bitire</foreign>
              sia un continuat. anomalo (come <foreign lang="lat" rend="italic">viso is</foreign>)
              di un <emph>bo</emph> dal gr. <foreign lang="grc">βάω</foreign>, come <emph>no</emph>
              da <foreign lang="grc">νέω</foreign>, <emph>do</emph> da <foreign lang="grc"
              >δόω</foreign>, e altri tali temi monosill. latt. fatti da tali verbi greci così
              contratti. <foreign lang="lat" rend="italic">Ebito</foreign> sarebbe <foreign
                lang="grc">ἐκβαίνω</foreign>
              <foreign lang="lat" rend="italic">ex-eo</foreign>. V. Forc. in <foreign lang="lat"
                rend="italic">Beto</foreign>. V. p. 3694.</p>
          </note>. 2. da questo, che sebbene i latini, in questa <pb ed="aut" n="2819"/> cotal
          formazione solevano cambiar l’ultima <emph>a</emph> del participio, in <emph>i</emph>,
          facendo p. e. da <foreign lang="lat" rend="italic">mussatus mussitare</foreign> invece di
            <emph>mussatare</emph>, qui non poterono far così, stante l’altro <emph>i</emph> che
          precedeva, onde avrebbero fatto <emph>hiitare</emph> che riusciva di tristo suono, e
          difficile alla pronunzia. (25. Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Bubulcitare</foreign> dinota forse un antico verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">bubulco</foreign>, dal cui participio esso sia
          formato. Così credo io, secondo l’ordinaria ragione osservata da’ latini nella formazione
          de’ verbi, secondo la qual ragione e proprietà non mi par verisimile che <foreign
            lang="lat" rend="italic">bubulcitare</foreign> sia fatto a dirittura da <foreign
            lang="lat" rend="italic">bubulcus</foreign>. (19. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Subvento</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >subvenio, coepto</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">coepio,
          vocito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">voco, coenito</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">cenito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">coeno,
            dormito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">dormio, sternuto</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">sternuo, observito</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">observo, perito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pereo</foreign> (come <foreign lang="lat" rend="italic">ito</foreign> ed <foreign
            lang="lat" rend="italic">itito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >eo</foreign>), <foreign lang="lat" rend="italic">adiuto</foreign> (onde
          <emph>aiutare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">ayudar, aitare</foreign>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">aider</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >atare</foreign>) e <foreign lang="lat" rend="italic">adiutor aris</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">adiuvo, eiulitare</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">eiulare, clamitare (declamitare</foreign> ec.) da <foreign lang="lat"
            rend="italic">clamare</foreign>. Cicerone nota che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >declamitare</foreign> era voce nuova al suo tempo. <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>. <foreign lang="lat" rend="italic">Fugito</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">fugio</foreign>, ed altro da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fugo</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Flato</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">flo-flatus</foreign>, onde <emph>fiatare</emph>. V. Forcell. e il Glossar.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Volito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >volo-volatus</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Strepito</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">strepo strepitus</foreign>. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Sponso</foreign> (onde <emph>sposare</emph>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">épouser</foreign> ec.) e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >desponso</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">spondeo</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">despondeo</foreign>, e notate la significazione continuativa e
          durativa di quelli a paragone del significato di questi. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Responso</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">responsito</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">respondere</foreign>. (25. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2820"/> Frequentativi. <foreign lang="lat" rend="italic">Cantito.
          Sumptito</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">sumtito</foreign>. Da <foreign
            lang="lat" rend="italic">cano-cantus</foreign>, e da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sumo-sumptus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">sumtus</foreign>. (25.
          Giugno. 1823.). <foreign lang="lat" rend="italic">Missito</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">mitto-missus</foreign>. (26. Giugno 1823.). <foreign lang="lat"
            rend="italic">Accessito</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">eo is</foreign> è forse e senza forse il solo
          che avendo un continuativo desinente in <emph>ito</emph>, cioè appunto <emph>itare</emph>,
          abbia anche un frequentativo pure in <emph>ito</emph>, distinto dal continuativo, e
          formato col raddoppiamento della <emph>it</emph>, cioè <emph>ititare</emph>, il che fu
          schivato da’ latini in tutti gli altri verbi dove sarebbe potuto accadere, come ho detto
          altrove. Onde questi verbi non ebbero se non un solo o continuativo o frequentativo o
          l’uno e l’altro insieme, desinente nel semplice <emph>ito</emph>. Vero è che il verbo
            <emph>ititare</emph> non ha nel Forcellini che un solo esempio, e secondo me, poco
          sicuro. (26. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alcuni continuativi o frequentativi composti, sono fatti dal continuativo semplice, a
          dirittura, senza che il verbo padre del continuativo abbia i composti corrispondenti. Di
          ciò mi pare d’aver detto altrove. Veggasi la p. 3619. P. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">recito</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">suscito</foreign>
          sono continuativi composti di <foreign lang="lat" rend="italic">cito</foreign> il qual è
          continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">cieo</foreign> che non ha nè <foreign
            lang="lat" rend="italic">recieo</foreign> nè <foreign lang="lat" rend="italic"
          >suscieo</foreign> nè i participii <foreign lang="lat" rend="italic">recitus</foreign> nè
            <foreign lang="lat" rend="italic">suscitus</foreign>. Dico di <foreign lang="lat"
            rend="italic">cieo</foreign>, <pb ed="aut" n="2821"/> non di <foreign lang="lat"
            rend="italic">cio</foreign>, che ha pur lo stesso significato, ma il suo participio è
            <foreign lang="lat" rend="italic">citus</foreign>, e di <foreign lang="lat"
            rend="italic">cieo citus</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic"
          >citare</foreign>, e quindi <foreign lang="lat" rend="italic">excitare, incitare,
            concitare</foreign> ec. che hanno la sillaba <emph>ci</emph> breve, vengono tutti da
            <foreign lang="lat" rend="italic">cieo</foreign>. Da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cio</foreign> o vogliamo dire da <foreign lang="lat" rend="italic">excio</foreign>,
          verrebbe il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">excito</foreign> appresso Stazio, se
          fosse genuino, e sincero. <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>. (26. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Nexo nexas</foreign> è continuativo regolare, come si
          vede, di <foreign lang="lat" rend="italic">necto-nexus. Nexo nexis</foreign> (<bibl>v.
              <author>Forcellini</author>
          </bibl>) sarebbe anomalo, sull’andare di <foreign lang="lat" rend="italic">viso
          visis</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">video-visus</foreign>, e potrebbe
          forse confermare quello che mi par di aver detto altrove circa <foreign lang="lat"
            rend="italic">plecto is</foreign>, o altro simile, da me stimato continuativo, benchè,
          come tale, anomalo. (26. Giugno 1823.). V. p. 2885. ed osserva anche la p. 2934-5.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi in <emph>tare</emph> i quali sono continuativi, benchè paiano tutt’altro, e non
          apparisca a prima vista questa loro qualità. <foreign lang="lat" rend="italic">Confutare,
            refutare</foreign> ec. sono continuativi, o composti da <foreign lang="lat"
            rend="italic">futare</foreign>, o derivati da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >confundere</foreign> ec. E <foreign lang="lat" rend="italic">futare</foreign> viene dal
          participio di <foreign lang="lat" rend="italic">fundere</foreign>, il qual participio ora
          è <foreign lang="lat" rend="italic">fusus</foreign>, ma anticamente <foreign lang="lat"
            rend="italic">futus</foreign>. <bibl>Vedi <author>Forcellini</author> in <foreign
              lang="lat" rend="italic">Confuto</foreign> initio vocis, in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Futo</foreign> ec.</bibl> Da altro participio pur di <foreign lang="lat"
            rend="italic">fundo</foreign>, e pure antico e inusitato, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">funditus</foreign>, viene <foreign lang="lat" rend="italic"
          >funditare</foreign>. (26. Giugno 1823.). V. p. 3585. 3625.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Un altro <foreign lang="lat" rend="italic">futare</foreign> dice Festo che fu usato da
          Catone per <foreign lang="lat" rend="italic">saepius fuisse</foreign>. Questo
          dimostrerebbe un antico participio <pb ed="aut" n="2822"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">futus</foreign> del verbo sostantivo latino. Dico del
          verbo sostantivo, e non dico del verbo <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign>.
          Questo è originalmente il medesimo che il greco <foreign lang="grc">εἰμί</foreign> ovvero
            <foreign lang="grc">ἔω</foreign>, e che il sascrito <foreign lang="san" rend="italic"
            >asham</foreign>, e il suo participio in <emph>us</emph> dovette essere <foreign
            lang="lat" rend="italic">situs</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >stus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">sutus</foreign> (giacchè è notabile il
          nostro antico <emph>suto</emph>, vero e proprio participio del verbo essere, laddove
            <emph>stato</emph> che oggi s’usa in vece di quello, è tolto in prestito da
          <emph>stare</emph>), come ho detto altrove. Il franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >été</foreign> è lo stesso che <foreign lang="fre" rend="italic">sté</foreign>, giacchè
          gli antichi dicevano <foreign lang="fre" rend="italic">esté</foreign>, e
          quell’<emph>e</emph> innanzi, è aggiunto per dolcezza di lingua avanti la <emph>s</emph>
          impura nel principio della parola, come in <foreign lang="fre" rend="italic">espérer,
            espouser</foreign> (ora <foreign lang="fre" rend="italic">épouser</foreign>), del che ho
          detto altrove. Ora il participio <foreign lang="fre" rend="italic">sté</foreign> sarebbe
          appunto <foreign lang="lat" rend="italic">stus</foreign> in latino. Ma il participio
            <foreign lang="lat" rend="italic">futus</foreign>, onde <foreign lang="lat"
            rend="italic">futare</foreign>, non potè essere se non di quel verbo da cui il verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign> tolse in prestito il preterito perfetto
            <foreign lang="lat" rend="italic">fui</foreign> colle voci che da questo si formano,
          cioè <foreign lang="lat" rend="italic">fueram, fuero</foreign> ec. Il qual verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">fuo</foreign> non ha che far niente in origine con <foreign
            lang="lat" rend="italic">sum</foreign> nè con <foreign lang="grc">εἰμί</foreign>, ma è
          lo stesso che <foreign lang="grc">φύω</foreign>, e v. Forcell. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">fuam</foreign> e in <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign>. Di
          questo dunque dovette esistere anche il participio <foreign lang="lat" rend="italic"
          >futus</foreign>, il quale dimostrasi col verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >futare</foreign> che ne deriva. E nótisi che Festo dice il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">futare</foreign> essere stato usato da Catone per <foreign lang="lat"
            rend="italic">saepius fuisse</foreign>, e non per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >saepius esse</foreign>, onde pare che questo verbo appresso Catone conservasse una
          certa corrispondenza e similitudine e analogia colle voci <foreign lang="lat"
            rend="italic">fui, fuisse</foreign> ec. tolte in prestito da <foreign lang="lat"
            rend="italic">sum</foreign>, le quali tutte indicano il passato, e che anch’esso
          denotasse il passato di natura sua, ed avesse <pb ed="aut" n="2823"/> significazione
          preterita. Del resto come il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">futare</foreign> è
          diverso da <foreign lang="lat" rend="italic">stare</foreign>, così il participio <foreign
            lang="lat" rend="italic">futus</foreign>, da cui quello deriva, è diverso da <foreign
            lang="lat" rend="italic">situs</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >stus</foreign> da cui vien questo, e come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >futus</foreign> è participio di <foreign lang="lat" rend="italic">fuo</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">stus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sum</foreign>, così <foreign lang="lat" rend="italic">futare</foreign> è continuativo
          di <foreign lang="lat" rend="italic">fuo</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >stare</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign>. E l’esistenza del
          participio <foreign lang="lat" rend="italic">futus</foreign> dimostrata dal verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">futare</foreign>, non nuoce a quella che io sostengo del
          participio <foreign lang="lat" rend="italic">stus</foreign>, giacchè <foreign lang="lat"
            rend="italic">sum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">fuo</foreign>, che ora
          fanno un sol verbo anomalo composto e raccozzato di due difettivi, furono a principio due
          verbi ben distinti e per origine, e per forma materiale, e probabilmente completi tutti e
          due, e non difettivi come ora. (26. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È notabile come il nostro volgo e il nostro discorso familiare conservi ancora
          l’esattissima etimologia e proprietà de’ verbi <foreign lang="lat" rend="italic">stupeo,
            stupesco, stupefacio, stupefio</foreign>, ec. che diciamo anche <emph>stupire,
            stupefare, stupefarsi</emph>. In luogo de’ quali verbi diciamo sovente
          <emph>restare</emph>, o <emph>rimanere</emph> o <emph>divenire</emph> o <emph>diventare di
            stoppa</emph> per <emph>grandemente maravigliarsi</emph> che sono precisissimamente il
          significato proprio e l’intenzione metaforica de’ predetti verbi latini. <pb ed="aut"
            n="2824"/> Così penso assolutamente io, sebbene altri li derivano da <foreign lang="lat"
            rend="italic">stipes</foreign>, e forse niuno ha pensato di derivarli da <foreign
            lang="lat" rend="italic">stuppa</foreign>, che anche si dice <foreign lang="lat"
            rend="italic">stupa</foreign>. Il che forse è avvenuto perchè non dovettero sapere o
          avvertire quella nostra frase familiare che ho notata. Che se in alcuni mss. si trova
          anche <foreign lang="lat" rend="italic">stipeo</foreign> ed <foreign lang="lat"
            rend="italic">obstipeo</foreign>, ciò non vale, perchè <foreign lang="lat" rend="italic"
            >stupa</foreign> si disse anticamente <foreign lang="lat" rend="italic">stipa</foreign>,
          secondo Servio, che lo deriva da <foreign lang="lat" rend="italic">stipare</foreign>.
          Potrebbe anche esser la stessa voce che <foreign lang="grc">στύπη</foreign> da <foreign
            lang="grc">στύφω</foreign>. Chi sa che lo stesso <foreign lang="lat" rend="italic"
            >stipare</foreign> non venga appunto da <foreign lang="grc">στύφω</foreign> piuttosto
          che da <foreign lang="grc">στείβω</foreign>? <bibl>V. <author>Forcellini</author> in
              <foreign lang="lat" rend="italic">stipa, stipo, stuppa</foreign> ec.</bibl> Certo
          s’egli ha che fare con <foreign lang="lat" rend="italic">stupa</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">stipa</foreign>, esso viene da questa voce, e non al contrario
          come vuol Servio. E l’<foreign lang="grc">υ</foreign> greco, siccome ho detto più volte
          cambiasi nel latino ora in <emph>i</emph> ora in <emph>u</emph>, e queste due vocali
            <emph>i</emph> ed <emph>u</emph> si scambiano sovente fra loro e nel latino e nelle
          altre lingue, come ho pur detto altrove: ed osservate infatti che l’<emph>u</emph>
          francese e bergamasco, e l’<foreign lang="grc">υ</foreign> greco, è appunto un misto e
          quasi un composto d’ambedue queste vocali <emph>i</emph> ed <emph>u</emph>, e non si sa a
          qual più delle due rassomigliarlo; onde si vede quanto elle sieno affini e simili ed
          amiche tra loro, che s’accozzano insieme a fare (sulla bocca di molti e diversi popoli)
          una sola vocale, dove niuna delle due viene a prevalere. Quindi s’argomenti quanto è
          facile che queste due vocali si scambino l’una coll’altra nella pronunzia <pb ed="aut"
            n="2825"/> umana, anche in uno stesso tempo e popolo, nonchè in diversi tempi e nazioni
          e climi. <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">Sim</hi>
            <hi rend="sc">u</hi>
            <hi rend="italic">lare</hi>
          </foreign> da <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">sim</hi>
            <hi rend="sc">i</hi>
            <hi rend="italic">lis</hi>
          </foreign>, onde anche <foreign lang="lat" rend="italic">similare</foreign>, e noi
            <emph>simigliare</emph> e <emph>somigliare. Assimulare</emph> e <emph>assimilare</emph>.
            <foreign lang="lat" rend="italic">maximus, optimus</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">maxumus, optumus. Amantissimus</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">amantissumus</foreign>. <bibl>V. <author>Perticari</author>
            <title>Apolog. di Dante</title> p. 156. cap. 16. verso il fine</bibl>. <foreign
            lang="lat" rend="italic">lubens, decumus, reciperare</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">recuperare, carnufex</foreign>. (26. Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Fortunatianus</hi> in Honorii (Augustodunensis, De luminaribus
              Ecclesiae) Codicibus lib.1. cap. 98. vitiose <hi rend="italic">Fortunatius</hi>,
              natione Afer, Aquilejensis Episcopus, interfuit Concilio Sardicensi An. 347. et p.
              179. teste Hieronymo (De scriptoribus Ecclesiasticis) cap. 97. scripsit <hi
                rend="italic">Commentarios in Evangelia, titulis</hi> (ut apud Hilarium fit) <hi
                rend="italic">ordinatis, brevique et rustico sermone</hi>. De rustico sermone Latino
              singularem se libellum conscribere proposuisse testatus est V. C. Christianus
              Falsterus ad Gellii XIII. 6. parte 3. Amoenitatum Philologicarum p. 186. De
              Fortunatiano hoc, qui ad Arianos denique deflexit, plura Tillemontius tomo VI.
              memoriarum pag. 364. 419. — Fabricius Bibl. Lat. med. et inf. aetat. ed. Mansii,
              Patav. 1754. t. 2. p. 178-179. lib.6. art. Fortunatianus</foreign>
          </quote>. (26. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2776. Da <foreign lang="grc">σόω</foreign> o <foreign lang="grc">σώω,
          σώζω</foreign>. Notate che l’Etimologico dice espressamente che <foreign lang="grc"
          >σώζω</foreign> deriva da <foreign lang="grc">σώω</foreign> (e non viceversa), ed
          aggiunge, come <foreign lang="grc">ἕζω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">sedere facio, seu colloco, pono</foreign>, da <foreign
            lang="grc">ἕω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">colloco, statuo</foreign>. Così <foreign lang="grc">ἳζω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">sedere facio, in sede colloco</foreign> ch’è lo stesso
          verbo che <foreign lang="grc">ἕζω</foreign>, come dice Eustazio, <pb ed="aut" n="2826"/> è
          fatto da <foreign lang="grc">ἕω</foreign>. <foreign lang="grc">Πετάζω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">pando explico</foreign> da <foreign lang="grc">πετάω </foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">idem</foreign>. Da <foreign lang="grc">πελάω-πελάζω,
            τεχνάω-τεχνάζω, ἀνιάω-ἀνιάζω, ἀτιμάω-ἀτιμάζω, τίω-ἀτίζω, πρίω-πρίζω, λωβάω
          άζω</foreign>. Anche da <foreign lang="grc">πετάομαι</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">volo</foreign> si trova fatto <foreign lang="grc"
            >πετάζομαι</foreign> nei frammenti del <foreign lang="grc">Φυσιολόγος</foreign>
          d’Epifanio pubblicati dal Mustoxidi e dallo Scinà nella Collezione di vari aneddoti greci
          (i quali frammenti però credo che non fossero, come gli Editori stimarono, inediti). Vedi
          l’ultima pagina delle annotazioni degli Editori a essi frammenti, nel fine, e, se vuoi, la
          p. 2780. margine. E forse buona parte di questi tali verbi mancavano originariamente del
            <foreign lang="grc">ζ</foreign>, aggiunta poi per proprietà di pronunzia o di dialetto,
          per evitar l’iato ec. Da <foreign lang="grc">χάσκω χασκάζω</foreign>. Ma questa è un’altra
          formazione, che cambia in certo modo il significato e lo rende più continuo ec. Così
          potrebbe essere <foreign lang="grc">ἁρπάζω</foreign> da <foreign lang="grc">ἅρπω</foreign>
          e non da <foreign lang="grc">ἁρπάω</foreign>. <foreign lang="grc">Κωμάζω</foreign> sembra
          venire da <foreign lang="grc">κῶμος</foreign> a dirittura, non da <foreign lang="grc"
            >κωμάω</foreign>; e così molti altri. Da <foreign lang="grc">βρύω βρυάζω</foreign>. (26.
          Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È da notare che la nostra ben distinta teoria della formazione grammaticale de’
          continuativi e frequentativi, giova ancora a dimostrare evidentemente l’antica esistenza
          ed uso de’ participii o supini di moltissimi verbi che ora ne mancano affatto, mentre però
          esistono ancora i loro continuativi o frequentativi come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fugitare</foreign> dimostra <foreign lang="lat" rend="italic">fugitus</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">fugitum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fugio</foreign>, che altrimente non si conoscerebbe, e così cent’altri; ovvero di
          participii e supini diversi da quelli che ora si conoscono, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">agitare</foreign> dimostra il part. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >agitus</foreign> diverso da <foreign lang="lat" rend="italic">actus, noscitare
          noscitus</foreign> diverso da <foreign lang="lat" rend="italic">notus, futare</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">funditare futus</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">funditus</foreign>, ambedue diversi da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fusus</foreign>, (v. la p. 2928 segg. 3037.) <foreign lang="lat" rend="italic"
            >quaeritare quaeritus</foreign>, diverso da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaesitus</foreign> che non è di <foreign lang="lat" rend="italic">quaero</foreign>, ma
          di <foreign lang="lat" rend="italic">quaeso</foreign>, benchè a quello s’attribuisca, e
          simili. E serve ancora ad illustrare e mettere in chiaro l’antico uso e regola seguíta <pb
            ed="aut" n="2827"/> da’ latini nella formazione de’ participii in <emph>us</emph> e de’
          supini, come ho fatto vedere altrove in proposito di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >agitare</foreign>; e la vera origine di molti participii più moderni, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">actus</foreign>, e la loro ragione grammaticale; e spiega e
          scioglie molte anomalie apparenti ec. ec. ec. (27. Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2795. marg. Cambiata la pronunzia della lingua greca, doveva necessariamente
          mutarsi e il modo di produrre l’armonia colla collocazione delle parole, (giacchè le
          parole collocate all’antica e pronunziate diversamente, non potevano più rendere l’antica
          armonia) e quindi variarsi affatto la struttura dell’orazione, e prendere un altro giro il
          periodo; ed oltre a ciò mutarsi ancora l’armonia risultante dalla collocazione delle
          parole modernamente pronunziate, giacchè di diversi elementi, cioè di parole diversamente
          pronunziate era quasi impossibile che ne risultasse uno stesso effetto per mezzo della
          varia collocazione, cioè che le parole pronunziate alla moderna e distribuite per ciò
          diversamente dal modo antico, producessero l’armonia stessa che producevano coll’antica
          pronunzia e collocazione. Quindi diversa struttura e giro di orazione e di periodo, e nel
            <pb ed="aut" n="2828"/> tempo stesso diversa armonia. Assai più gran cosa che non pare,
          si è il cambiamento della pronunzia in una lingua. E parlo qui solamente della pronunzia
          che spetta alla quantità, cioè alla brevità o lunghezza delle sillabe, ed
          all’accentazione, senza entrar punto in quella pronunzia che spetta alle stesse lettere ed
          elementi della favella, la qual pronunzia come influisca sulle lingue e come basti a
          diversificarle l’una dall’altra, e sia principal causa sì della moltiplicazione sì della
          continua alterazione de’ linguaggi, è cosa già dimostrata. Ma quella pronunzia che spetta
          alla semplice quantità delle sillabe ed agli accenti, par cosa del tutto estrinseca alla
          lingua. Infatti ella non altera in nessun conto il materiale delle parole come fa l’altra.
          Ed appunto ell’è veramente estrinseca ed accidentale alle parole. Nondimeno il cambiamento
          di questa pronunzia, che nulla influisce su ciascuna parola, influisce sulle più
          intrinseche parti della favella, ed arreca essenzialissimi cangiamenti alla composizione e
          all’ordine delle parole, e quindi al giro ed alla forma della dicitura, e quindi alla vera
          indole della favella. V. p. 3024.</p>
        <p>Oltre di che, quando anche a’ tempi bassi si fosse potuta dare all’orazione l’antica
          armonia, quando anche quest’armonia si fosse ben conosciuta <pb ed="aut" n="2829"/> (che
          già non si conosceva), il mutato e corrotto gusto non lasciava nè poteva lasciar di
          stendersi anche all’armonia. Onde quell’armonia antica non sarebbe piaciuta, senza
          cadenze, senza strepito, senza ritornelli, senza eco, senza rimbombo, senza sfacciataggine
          di ritmo, dolcemente e accortamente variata ec. Tutte le contrarie qualità piacevano e si
          celebravano a quei tempi. Leggansi le orazioni o declamazioni o proginnasmi ec. e
          l’epistole stesse de’ sofisti, Libanio, Imerio, Coricio ec. Questo ancora gli obbligava a
          dare alle parole un giro diverso dall’antico. Di più, quando anche non fosse mancata loro
          la volontà, sarebbe mancata l’arte che infinita si richiede alla retta economia ed uso de’
          numeri. Quindi essi sono sempre insolentemente monotoni ec. (27. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che il greco moderno è senza paragone più simile al greco antico che non
          l’italiano al latino. Fra le altre moltissime particolarità basti osservare che una delle
          cose che massimamente distinguono le lingue moderne dalle antiche, e fra queste
          l’italiana, spagnuola ec. dalla latina, si è che le moderne mancano dei casi de’ nomi; il
          che <pb ed="aut" n="2830"/> basterebbe quasi per se solo a diversificare il genio e lo
          spirito delle nostre lingue, da quel delle antiche. Ora il greco moderno conserva gli
          stessi casi dell’antico. Conserva ancora l’uso della composizione fatta coi vocaboli
          semplici e colle preposizioni e particelle. Ma già non v’è bisogno d’altra prova che di
          gittar l’occhio sopra una pagina di greco vernacolo correttamente scritto, per conoscere
          la visibilissima e, direi quasi, totale somiglianza ch’esso ha coll’antico, e quanto ella
          sia maggiore, anzi di tutt’altro genere che non è quella che passa tra l’italiano e il
          latino, giacchè questa consiste principalmente nel materiale de’ vocaboli e delle radici,
          e quella, oltre di ciò, in grandissima parte dell’indole e dello spirito. Ho detto,
          correttamente scritto, perchè certo fra il greco moderno scritto o parlato da un ignorante
          e quello scritto da un uomo colto, ci corre tanto divario quanto fra questo e il greco
          antico. Vedi il contratto in greco moderno barbaro pubblicato da Chateaubriand
          nell’Itinerario. Ma ciò è naturale, e succede in tutte le lingue e nazioni, e certo il
          greco antico parlato, anche dai non plebei, e scritto <pb ed="aut" n="2831"/>
          dagl’ignoranti era ben diverso da quello che scrivevano i dotti, come il latino rustico,
          dall’illustre. Vedi la pag. 2811. Il greco moderno colto, giacchè ed ogni lingua può esser
          colta, e niuna lingua non colta può valer nulla, potrebbe certo divenire una lingua bella,
          efficace, ricca, potente, e forse, per la gran parte che conserva sì delle ricchezze come
          delle qualità e della natura dell’antico, una lingua superiore o a tutte o a molte delle
          moderne colte e formate. (27. Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grazia dallo straordinario e dal contrasto. Spesse volte la grazia o delle forme o delle
          maniere deriva da una bellezza e convenienza nelle cui parti non esiste veramente nessun
          contrasto, ma che però risulta da certe parti che non sogliono armonizzare e convenire
          insieme, benchè in questa tal bellezza e in questo tal caso convengano; ovvero da parti
          che non sogliono trovarsi riunite insieme, benchè trovandosi, sempre armonizzino: onde
          essa bellezza è diversa dalle ordinarie, benchè sia vera bellezza, cioè intera convenienza
          ed armonia. In tal caso il contrasto <pb ed="aut" n="2832"/> è estrinseco ed accidentale,
          non intrinseco: in tal caso la grazia deriva precisamente dalla bellezza, ma non dalla
          bellezza in quanto bellezza, bensì in quanto bellezza non ordinaria, e di genere diversa
          dalle altre: così che la grazia anche in questo caso deriva dal contrasto, non delle parti
          componenti il bello, ma del tutto, cioè di questo tal bello, col bello ordinario; e dalla
          sorpresa che l’uomo prova vedendo o sentendo una bellezza diversa da quella ch’egli suole
          considerar come tale, il che produce in lui un contrasto colle sue idee. Questo caso, da
          cui nasce la grazia, non è raro. Tutte quelle fisonomie, o quelle forme di persona,
          perfettamente armonizzanti, e con tutto ciò non ordinarie, o nelle quali non si suol
          trovare armonia, o in somma di genere diverso dal più delle fisonomie e forme belle, sono
          per qualche parte graziose. E il caso è più frequente e più facile nelle maniere, le quali
          ammettono più varietà che le forme materiali e naturali, e possono armonizzare in molti
          più modi che le dette forme.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2833"/> La grazia, anche in questi casi, è sempre relativa, cioè secondo
          il contrasto che fanno quelle tali forme o maniere colle assuefazioni e colle idee che lo
          spettatore ha intorno al bello. Il qual contrasto può esser maggiore in una persona,
          minore in un’altra, e in un’altra nullo; e quindi produrre un senso di maggiore o minor
          grazia; ovvero questo senso non esser prodotto in niun modo. E questa varietà può anche
          essere in una medesima persona in diversi tempi e circostanze, assuefazioni ed idee. Onde
          può succedere che ad una medesima persona in altro tempo, o ad un’altra persona nel tempo
          stesso, riesca grazioso in questi casi appunto il contrario di quello ch’erale già
          riuscito, o che riesce a quell’altra persona. E questa grazia di cui discorro può esser
          tale per un maggiore o minor numero di persone, per la più parte o per pochi, per quelli
          d’una città o nazione o per quelli d’un’altra, per la gente di campagna o di città:
          secondo che lo straordinario di quella tal bellezza e armonia è maggiore o minore, più o
          meno visibile, rispettivo a quello <pb ed="aut" n="2834"/> che i più riconoscono per
          bellezza o a quello che pochi ec. Sebbene io abbia qui considerato questa grazia
          applicandola alle forme e maniere delle persone, il medesimo discorso si potrà e dovrà
          fare intorno a tutti gli altri oggetti capaci di bellezza e di grazia, in molti de’ quali
          sarà molto più frequente e più facile il caso della grazia figlia della bellezza diversa
          dall’ordinario, ch’esso non è nelle forme e maniere degli uomini. (27. Giugno 1823.). V.
          p. 3177.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dovunque non cade bellezza, non cade grazia. Dico relativamente agli uomini, perchè
          bellezza e bruttezza cade in qualsivoglia cosa, ma gli uomini non ne giudicano, e non ne
          ricevono il senso se non in certe. E in queste sole, dov’essi possono ricevere il senso
          della bellezza, possono anche ricever quello della grazia e concepirla. E viceversa
          similmente, dovunque cade bellezza, cade ancor grazia. Non che l’una non possa esser senza
          l’altra. Ma quel genere ch’è capace dell’una è capace dell’altra. E per bellezza, intendo
          quella ch’è propriamente e filosoficamente <pb ed="aut" n="2835"/> tale, cioè quella ch’è
          convenienza, non l’altre impropriamente chiamate bellezze. (27. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Pascitare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pascitus</foreign> antico participio di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pasco</foreign> poi contratto in <foreign lang="lat" rend="italic">pastus</foreign>, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">noscitare</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">noscitus</foreign> poi ristretto in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >notus</foreign>, (siccome da <foreign lang="lat" rend="italic">suesco suetus</foreign>
          ec.), del qual verbo <foreign lang="lat" rend="italic">noscitare</foreign> ho detto
          altrove. (28. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Emptito</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >emtito</foreign> frequentativo da <foreign lang="lat" rend="italic">emo-emptus
          emtus</foreign>. Non vi sarebbe chi appresso Plauto Cas. 2. 5. 39. leggesse <foreign
            lang="lat" rend="italic">empsitem</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >emptitem</foreign> se si fosse ben posto mente alla teoria ed alla formazione
          grammaticale de’ frequentativi in <emph>ito</emph>, ed alla loro derivazione dai
          participii o supini, e non d’altronde. (28. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho recato altrove, in proposito dei sinonimi, alcuni esempi di voci che nelle lingue
          figlie della latina sono passati ad aver per proprii de’ significati ben lontani da quelli
          che avevano nella latina, e tra queste il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaerere</foreign> (<foreign lang="spa" rend="italic">querer</foreign>) che nella lingua
          spagnuola significa <foreign lang="lat" rend="italic">velle</foreign>. Aggiungete
          l’esempio del verbo latino <foreign lang="lat" rend="italic">creare</foreign> (<foreign
            lang="spa" rend="italic">criar</foreign>) che in ispagnuolo significa allevare, educare,
          sì esso come i suoi derivati, <foreign lang="spa" rend="italic">crianza, criado</foreign>
          ec. (28. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2836"/>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Solae communes natos, consortia tecta Urbis habent</hi> (apes), <hi
                rend="italic">magnisque</hi>
              <hi rend="sc">agitant</hi>
              <hi rend="italic">sub legibus aevum</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Georg.</author> l. 4. v. 153-154</bibl>. Qui il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">agito</foreign> non può esser più continuativo di quel ch’egli è; e
          veramente non so chi possa avere il coraggio di dire ch’egli in questo e ne’ simili luoghi
          sia frequentativo. (28. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho mostrato altrove che i poeti e gli scrittori primitivi di qualunque lingua non
          potevano mai essere eleganti quanto alla lingua, mancando loro la principal materia di
          questa eleganza, che sono le parole e modi rimoti dall’uso comune, i quali ancora non
          esistevano nella lingua, perchè scrittori e poeti non v’erano stati, da’ quali si
          potessero torre, e i quali conservassero quelle parole e modi che già furono in uso. Onde
          quando una lingua comincia ad essere scritta, tanto esiste della lingua quanto è nell’uso
          comune: tutto quello che già fu in uso, e che poi ne cadde, è dimenticato, non avendovi
          avuto chi lo conservasse, il che fanno gli scrittori, che ancora non vi sono stati.
          Togliere più che tante parole o forme da quella lingua la cui letteratura serve di modello
          alla nuova (come gl’italiani avrebbero potuto fare dalla lingua latina), è pericoloso in
          quei principii molto più che nel séguito (contro quello che si stimano i pedanti), anzi
          non si può, perchè quando nasce la letteratura <pb ed="aut" n="2837"/> di una nazione,
          questa nazione è naturalmente ignorante, e però lo scrittore o il poeta, così facendo, non
          sarebbe inteso, e la letteratura non prenderebbe piede, non si propagherebbe mai, non
          crescerebbe, non diverrebbe mai nazionale. Di più, il poeta sembrerebbe affettato. Vedi in
          questo proposito la p. 3015. Questo medesimo vale anche per le parole della stessa lingua,
          rimote più che tanto dall’uso comune, sia per disuso (seppur lo scrittore stesso o il
          poeta avesse modo di conoscerle, mancando fin allora gli scrittori), sia per qualsivoglia
          altra cagione. Bisogna considerare che la nazione in quel tempo è ignorante, e non
          istudia, e non leggerebbe quella scrittura o quel poema, benchè scritto in volgare, le cui
          parole o modi non fossero alla sua portata, o egli non potesse capirli senza studiarvi
          sopra. E poca difficoltà, poca ricercatezza di parole o di forme basta ad eccedere la
          capacità de’ totalmente ignoranti, quali sono allora quasi tutti, e degli a tutt’altro
          avvezzi che allo studio. Ho dunque detto altrove che i poeti e scrittori primitivi tutti o
          quasi tutti, e sempre o per lo più, sì nella lingua sì nello stile, tirano al familiare. E
          questo viene, sì per adattarsi alla capacità della nazione, sì perchè, mancando loro, come
          s’è detto, la principal materia dell’eleganza <pb ed="aut" n="2838"/> di lingua, sono
          costretti a pigliare una lingua domestica e rimessa, e non volendo che questa ripugni e
          disconvenga allo stile, sono altresì costretti di tenere anche questo, per così dire, a
          mezz’aria, e di familiarizzarlo. Onde accade che questi tali poeti e scrittori sappiano di
          familiare anche ai posteri, quando le loro parole e forme, già divenute abbastanza lontane
          dall’uso comune, hanno pure acquistato quel che bisogna ad essere elegantissime, perlochè
          già elle come tali s’adoprano dagli scrittori e poeti della nazione, ne’ più alti stili.
          Ma non essendo elle ancora eleganti a’ tempi di que’ poeti e scrittori, questi dovettero
          assumere un tuono e uno stile adattato a parole non eleganti, e un’aria, una maniera, nel
          totale, domestica e familiare, le quali cose ancora restano, e queste qualità ancora si
          sentono, come nel Petrarca, benchè l’eleganza sia sopravvenuta alle loro parole e a’ loro
          modi che non l’avevano, com’è sopravvenuta, e somma, a quei del Petrarca. Queste
          considerazioni si possono fare, e questi effetti si scorgono, massimamente ne’ poeti, non
          solo perchè gli scrittori primitivi di una lingua e i fondatori di una letteratura <pb
            ed="aut" n="2839"/> sono per lo più poeti, ma perchè mancando ad essi la detta materia
          dell’eleganza niente meno che a’ prosatori, questa mancanza e lo stile familiare che ne
          risulta è molto più sensibile in essi che nella prosa, la quale non ha bisogno di voci o
          frasi molto rimote dall’uso comune per esser elegante di quella eleganza che le conviene,
          e deve sempre tener qualche poco del familiare. Quindi avviene che lo stile del Boccaccio,
          benchè familiare anch’esso, massime ad ora ad ora, pur ci sa meno familiare, e ci rende
          più il senso dell’eleganza e della squisitezza che quello del Petrarca, e dimostra meno
          sprezzatura, ch’è però nel Petrarca bellissima. Così è: la condizione del poeta e del
          prosatore in quel tempo, quanto ai materiali che si trovano aver nella lingua, è la stessa
          (a differenza de’ tempi nostri che abbiamo appoco appoco acquistato un linguaggio poetico
          tutto distinto): il prosatore si trova dunque aver poco meno del suo bisogno, e quasi
          anche tanto che gli basti a una certa eleganza: il poeta che non si trova aver niente di
          più, bisogna che si contenti di uno stile e di una maniera che si accosti alla prosa. Ed
          infatti è benissimo definita <pb ed="aut" n="2840"/> la familiarità che si sente ne’ poeti
          primitivi, dicendo che il loro stile, senza essere però basso, perchè tutto in loro è ben
          proporzionato e corrispondente, tiene della prosa. Come fa l’Eneida del Caro, che
          quantunque non sia poema primitivo, pure essendo stato quasi un primo tentame di poema
          eroico in questa lingua, che ancora non n’era creduta capace, com’esso medesimo scrive,
          può dirsi primitivo in certo modo nel genere e nello stile eroico.</p>
        <p>Tutto questo discorso sui poeti e scrittori primitivi di una lingua, si deve intender di
          quelli che meritano veramente, il nome di poeti o di scrittori, e non di quei primissimi e
          rozzissimi, ne’ quali non cade sapore nè di familiarità nè d’eleganza, nè d’altra cosa
          alcuna determinata e che si possa ben sentire, fuorchè d’insipidezza, non avendo essi nè
          lingua, nè stile, nè maniera, nè carattere formato, sviluppato, costante e uniforme. E il
          sopraddetto discorso ha massimamente luogo, e i sunnotati effetti avvengono principalmente
          nel caso che sui principii di una letteratura compariscano tali e così grandi ingegni che
          o la creino <pb ed="aut" n="2841"/> quasi in un tratto, o tanto innanzi la spingano dal
          luogo ove la trovano, ch’essa paia poco meno che opera loro. Il qual caso avvenne alla
          letteratura greca e alla italiana<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Anche gli antichi e primi <emph>scrittori</emph> latini hanno sapore e modo tutto
              familiare, sì poeti, come Ennio e i tragici, di cui non s’hanno che frammenti,
              Lucrezio ec.; sì prosatori, come Catone, Cincio ed altri Cronichisti, di cui pur
              s’hanno frammenti, ec.</p>
          </note>. Perciocchè quando la letteratura si va formando appoco appoco, e con tanta
          uniformità di progressi, che mai un suo passo non sia fuor d’ogni proporzione cogli
          antecedenti, i summentovati effetti sono manco notabili, e manco facili a vedere,
          trovandosi l’eleganza delle parole e dei modi già fatta possibile coll’abbondanza degli
          scrittori e l’arricchimento della lingua che dà luogo alla scelta, e la nazione già capace
          e colta e studiosa, prima che la letteratura giunga a produr cosa alta e perfetta, e che
          un grande ingegno faccia uso dell’una e dell’altra disposizione, cioè di quella della
          lingua, e di quella de’ suoi nazionali. (28. Giugno. 1823.). V. p. 3009. 3413.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii in <emph>us</emph> di verbi attivi o neutri, non deponenti, in senso attivo o
          neutro, alla foggia di quelli de’ deponenti. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Dissimulatus a um, pransus a um, impransus a um, coenatus a um, incoenatus a um, potus
            a um</foreign>, (dall’antico <foreign lang="lat" rend="italic">po</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">poo</foreign>, di cui altrove) <foreign lang="lat"
            rend="italic">appotus a um, iuratus a um, coniuratus a um, iniuratus</foreign> e simili,
            <foreign lang="lat" rend="italic">solitus a um, insolitus a um, suetus a um</foreign>
          co’ suoi composti, <foreign lang="lat" rend="italic">hausus</foreign> (Forc. <foreign
            lang="lat" rend="italic">haurio</foreign> fin.). Vedi la pag. 2904. fine. 3072. <foreign
            lang="lat" rend="italic">esus a um, ventus a um</foreign>
          <pb ed="aut" n="2842"/> appresso Plauto, <foreign lang="lat" rend="italic">gavisus a
          um</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">gavisus sum</foreign>, per l’antico
            <foreign lang="lat" rend="italic">gavisi</foreign>). Vedi il Forcellini sì in questi
          participii, sì ne’ verbi loro, specialmente in <foreign lang="lat" rend="italic">coeno,
            edo, venio</foreign> ec. (28. Giugno 1823). <foreign lang="lat" rend="italic">obstinatus
            a um; obitus a um</foreign>, e altri composti di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >eo</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">interitus a um, praeteritus a um.
            Placitus a um</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">gavisus</foreign>. V.
          Forc. V. p. 3060.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Continuativi delle lingue figlie della latina. <emph>Diventare</emph> ital. da <foreign
            lang="lat" rend="italic">devenio-deventus</foreign>. <foreign lang="spa" rend="italic"
            >Sepultar</foreign> spagn. da <foreign lang="lat" rend="italic">sepelio
          sepultus</foreign>. Questo verbo <emph>sepultare</emph> trovasi usato da Venanzio
          Fortunato, poeta e scrittore italiano del sesto secolo, Carm. lib.8. <title lang="lat"
            >Hymno de vitae aeternae gaudiis</title>. (Glossar. Cang.) <emph>Pressare</emph>,
            <foreign lang="fre" rend="italic">presser</foreign>, <emph>prensar</emph>,
            <emph>oppressare</emph>, <emph>oppressé</emph>, <emph>soppressare</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">expressar</foreign> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >premo-pressus</foreign>. <bibl>V. il <author>Glossar.</author>
          </bibl>
          <emph>Tritare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">tero tritus</foreign>. Il Gloss.
            <emph>Tritare</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">Frequenter terere</foreign>,
            <emph>Ioh. de Ianua</emph> cioè genovese del secolo 13<hi rend="apice">o</hi>, autore di
          un Lessico edito. <emph>Cautare, incautare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >caveo-cautus</foreign>. <bibl>V. il <title>Glossar.</title>
          </bibl>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Gozar</foreign> spagnuolo da <foreign lang="lat"
            rend="italic">gaudeo gavisus</foreign>. Fecesi ne’ bassi tempi di <foreign lang="lat"
            rend="italic">gavisus gausus</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic"
          >gosus</foreign>, onde <foreign lang="spa" rend="italic">gosare</foreign>, e <foreign
            lang="spa" rend="italic">gozar</foreign>. Ovvero di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >gavisus</foreign>
          <foreign lang="spa" rend="italic">gavisare, gausare, gosare</foreign>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">gozar</foreign>. Trovasi nelle antiche glosse latino-greche <foreign
            lang="lat" rend="italic">gaviso</foreign> — <foreign lang="grc">χαίρω</foreign>.
            <bibl>V. il <title>Glossar. Cang.</title> in <emph>Gavisci</emph>, ed anche in
              <emph>Gavisio, Gausida</emph> (<emph>goduta</emph> sostantivo) e <emph>Gausita</emph>
          </bibl>. Vedi quivi anche <emph>Gauzita</emph>, dove trovi già il <emph>z</emph> di
            <foreign lang="spa" rend="italic">gozar</foreign>. Da questo, o da <emph>gavisio,
            gausio, gosio</emph>, anzi da <foreign lang="lat" rend="italic">gavisus us, gausus,
            gosus</foreign> credo io che sia fatto lo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic"
            >gozo</foreign>, <emph>godimento</emph>, piuttosto che da <foreign lang="lat"
            rend="italic">gaudium</foreign>. <foreign lang="spa" rend="italic">Gozar</foreign> assai
          spesso, come il nostro <emph>godere</emph> e il francese <foreign lang="fre" rend="italic"
            >jouir</foreign>, è vero continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >gaudere</foreign>, non meno per il significato che per la forma, equivalendo a <foreign
            lang="lat" rend="italic">frui</foreign>. Il verbo <foreign lang="fre" rend="italic"
            >jouir, jouissons, jouissez, jouissent</foreign> ec. dee esser venuto similmente da
            <foreign lang="lat" rend="italic">gavisare</foreign>, prima che questo fosse mutato in
            <pb ed="aut" n="2843"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">gausare</foreign>, e ne sparisse la <emph>i</emph>, che
          manca in <foreign lang="spa" rend="italic">gozar</foreign>, ma con tutto ciò è più
          sfigurato. Così dite di <foreign lang="fre" rend="italic">joie, jouissance,
          joyeux</foreign> ec. e di <emph>gioia, gioire</emph>, ec. che di là vengono.
            <emph>Pransare</emph> o <emph>pranzare</emph> ital. da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pransus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">prandeo</foreign> onde il
          frequentativo latino <foreign lang="lat" rend="italic">pransitare</foreign>.
            <emph>Incettare</emph> non da un barbaro <foreign lang="lat" rend="italic"
          >incaptare</foreign>, come pensa Giordani nel principio della lettera a Monti, Proposta
          vol. 1. parte 2., ma appunto da un <foreign lang="lat" rend="italic">inceptare</foreign>
          mutato l’<emph>a</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic">captare</foreign> in
          <emph>e</emph> per virtù della composizione, come in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >attrectare, contrectare, detrectare, obtrectare</foreign>, ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">tractare</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >detractus</foreign> ec. di <foreign lang="lat" rend="italic">detraho</foreign>, in
            <foreign lang="lat" rend="italic">affectare</foreign> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">affectus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">afficio</foreign>
          il quale viene da <foreign lang="lat" rend="italic">facio</foreign>, in <foreign
            lang="lat" rend="italic">coniectare, subiectare, obiectare</foreign> ec. da <foreign
            lang="lat" rend="italic">coniectus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >coniicio</foreign> che viene da <foreign lang="lat" rend="italic">iacio</foreign>, in
            <foreign lang="lat" rend="italic">descendo, ascendo</foreign> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">scando</foreign>, in <foreign lang="lat" rend="italic">occento</foreign>
          da <foreign lang="lat" rend="italic">occentus</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">occino</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">cano</foreign>, in
            <foreign lang="lat" rend="italic">aggredior</foreign> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">gradior</foreign>, in <foreign lang="lat" rend="italic">accendo</foreign>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">incendo, succendo</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">candeo</foreign> o dall’inusitato <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cando</foreign>, v. p. 3298. e in molti simili, benchè più generalmente e regolarmente
            l’<emph>a</emph> della prima sillaba de’ verbi dissillabi<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>V. p. 3351.</p>
          </note> si muti per la composizione in <emph>i</emph> (e puoi vedere la p. 2890.) <foreign
            lang="lat" rend="italic">Incepto</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >inceptus</foreign> d’<foreign lang="lat" rend="italic">incipio</foreign> è tutt’altro
          verbo. Da <foreign lang="lat" rend="italic">capto</foreign>, o certo da <foreign
            lang="lat" rend="italic">capio</foreign> vengono <foreign lang="lat" rend="italic"
            >excepto, recepto, accepto, intercettare, discepto</foreign>, ec. i quali pure mutano
            l’<emph>a</emph> in <emph>e</emph>, e non fanno <foreign lang="lat" rend="italic"
            >excapto, recapto</foreign> ec. V. p. 3350. fine. 3900. fine. <emph>Avvisare</emph> nel
          suo senso proprio (<bibl>vedi la Crusca in <emph>avvisare</emph> par. 1.2.3</bibl>.) è
          verissimo continuativo di <emph>avvedere</emph> nel senso suo primitivo. Ma non può esser
          fatto da questo verbo italiano, il quale ha per participio <emph>avvisto</emph> e
            <emph>avveduto</emph>, non <emph>avviso</emph>. Conviene che sia fatto da <foreign
            lang="lat" rend="italic">advisus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >advidere</foreign>, il qual verbo oggi non si trova nella buona latinità. Puoi vedere la
          p. 3034. Trovasi però nella bassa il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >advidere</foreign> in senso di <emph>avvertire</emph>, che io credo metaforico, <pb
            ed="aut" n="2844"/> e in questo e simili sensi il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">advisare</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">avisare</foreign>.
          V. il Glossar. Cang. Anche i francesi e gli spagnuoli, che non hanno il verbo
            <emph>avvedere</emph>, hanno <foreign lang="fre" rend="italic">aviser</foreign> e
            <foreign lang="spa" rend="italic">avisar</foreign>, ma l’usano in quei sensi metaforici
          ne’ quali l’usiamo anche noi. Nel senso proprio nel quale egli è più dirittamente
          continuativo del suo verbo originale <foreign lang="lat" rend="italic">advidere</foreign>,
          non credo ch’egli si trovi se non nella nostra lingua, e principalmente nei nostri antichi
          autori. Noi diciamo anche <emph>avvistare</emph>, ed equivale a un di presso ad
            <emph>avvisare</emph> nel senso proprio, o nel più simile a questo. V. p. 3005.
            <emph>Advidere</emph> dovette propriamente significare <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adspicere, oculos advertere</foreign>, e quindi anche <foreign lang="lat" rend="italic"
            >animum advertere</foreign>. (Nell’esempio che ne porta il Glossario, non mi risolvo
          s’ei voglia dire <foreign lang="lat" rend="italic">animadvertere</foreign>, o <foreign
            lang="lat" rend="italic">commonere</foreign>, come il Glossario spiega). Nel qual senso,
            <emph>avvisare</emph> preso nel significato proprio, è suo vero continuativo, esprimendo
          la stessa azione, ma più durevole. Si può dir simile ad <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adspectare</foreign>. Noi non usiamo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >advidere</foreign> se non reciproco, cioè neutro passivo, sempre però in significato
          simile ai sopraddetti, o che questo sia relativo agli occhi che propriamente vedono, o
          all’animo che considera e conosce. Chi vuol ridere e nuovamente vedere quanti spropositi
          abbia fatto dir la poca notizia finora avutasi della formazion de’ verbi <pb ed="aut"
            n="2845"/> latini e latinobarbari da’ participii o supini d’altri verbi, vegga la bella
          etimologia di <foreign lang="lat" rend="italic">advisare</foreign> che dà l’Hickesio
          presso il Cange nel Glossario. Vedi la Crusca anche in <emph>avvisamento</emph> par. 3. e
          in <emph>avvisatura</emph>. (29. Giugno, mio dì natale. 1823.). V. p. 3019.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Vantano che la lingua tedesca è di tale e tanta capacità e potenza, che non solo può,
          sempre che vuole, imitare lo stile e la maniera di parlare o di scrivere usata da
          qualsivoglia nazione, da qualsivoglia autore, in qualsivoglia possibile genere di discorso
          o di scrittura; non solo può imitare qualsivoglia lingua; ma può effettivamente
          trasformarsi in qualsivoglia lingua. Mi spiego. I tedeschi hanno traduzioni dal greco, dal
          latino, dall’italiano, dall’inglese, dal francese, dallo spagnuolo, d’Omero, dell’Ariosto,
          di Shakespeare, di Lope, di Calderon ec. le quali non solamente conservano (secondo che si
          dice) il carattere dell’autore e del suo stile tutto intero, non solamente imitano,
          esprimono, rappresentano il genio e l’indole della rispettiva lingua, ma rispondono verso
          per verso, parola per parola, sillaba per sillaba, ai versi, alle costruzioni, all’ordine
          preciso <pb ed="aut" n="2846"/> delle parole, al numero delle medesime, al metro, al
          numero e al ritmo di ciascun verso, o membro di periodo, all’armonia imitativa, alle
          cadenze, a tutte le possibili qualità estrinseche come intrinseche, che si ritrovano
          nell’originale; di cui per conseguenza elle non sono imitazioni, ma copie così compagne
          com’è la copia d’un quadro di tela fatta in tavola, o d’una pittura a fresco fatta a olio,
          o la copia d’una pittura fatta in mosaico, o tutt’al più in rame inciso, colle
          medesimissime dimensioni del quadro.</p>
        <p>Se questo è, che certo non si può negare, resta solamente che si spieghi con dire che la
          lingua tedesca non ha carattere proprio, o che il suo proprio carattere si è di non averne
          alcuno, oltre i cui limiti non possa passare, il che viene a dir lo stesso. Che una lingua
          per ricca, varia, libera, vasta, potente, pieghevole, docile, duttilissima ch’ella sia,
          possa ricevere, non solo l’impronta di altre lingue, ma per così dir, tutte intiere in se
          stessa tutte le altre lingue; ch’ella si rida della libertà, della infinita moltiplicità,
          della immensità della lingua greca, e dopo averla tutta abbracciata, ed ingoiatone tutte
          le innumerabili forme, ella si trovi ancora tanta capacità come per lo innanzi, e possa
          ricevere e riceva, sempre che vuole, tutte le forme <pb ed="aut" n="2847"/> delle lingue
          le più inconciliabili colla stessa greca (che con tante si concilia) e fra loro; delle
          lingue teutoniche, slave, orientali, americane, indiane; questo, dico, non può umanamente
          accadere, se non in una lingua che non abbia carattere; non è accaduto alla greca ch’è
          stata ed è la più libera, vasta e potente e la più diversissimamente adattabile di tutte
          le lingue formate che si conoscono; non è accaduto e non accade, che si sia mai saputo o
          si sappia a nessun’altra lingua perfetta di questo mondo.</p>
        <p>Io determino il mio ragionamento così. Ogni nazione ha un suo carattere proprio e
          distinto da quello di tutte le altre, come lo ha ciascuno individuo, e tale che niun altro
          individuo se gli troverà mai perfettamente uguale. Ogni lingua perfetta è la più viva, la
          più fedele, la più totale imagine e storia del carattere della nazione che la parla, e
          quanto più ella è perfetta tanto più esattamente e compiutamente rappresenta il carattere
          nazionale. Ciascun passo della lingua verso la sua perfezione, è un passo verso la sua
          intera conformazione col carattere de’ nazionali. Ora domando io: i tedeschi non <pb
            ed="aut" n="2848"/> hanno carattere nazionale? certo che l’hanno. Forse non ancora
          sviluppato, di modo ch’essendo tuttavia informe, è capace d’ogni configurazione, e non ben
          si distingue da quello degli altri popoli? anzi sviluppatissimo, perchè la civiltà loro è
          già in un alto grado. Forse così vario, così sfuggevole, così pieghevole, così adattabile
          ad ogni sorta di qualità, ch’esso abbracci tutti i caratteri delle altre nazioni, e a
          tutti questi si possa conformare? tutto l’opposto, perchè il carattere della nazione
          tedesca è benissimo marcato, e così costante, che forse il suo difetto è di piegare alla
            <foreign lang="fre" rend="italic">roideur</foreign>, a una certa rigidezza e durezza, e
          di mancare un poco troppo di mollezza e pieghevolezza. Ma quando anche fosse appunto il
          contrario (come sarebbe fino a un certo segno negl’italiani), a me basterebbe che la
          nazion tedesca avesse pure un qualunque carattere, che offrisse abbastanza tratti di
          distinzione per non poterlo confondere con un altro, e molto meno con qualsivoglia altro.
          Or dunque se la nazione tedesca ha un carattere proprio, se essendo civile non può non
          averlo, se tutte le nazioni civili lo hanno e non possono mancarne, <pb ed="aut" n="2849"
          /> la lingua tedesca, s’ella è formata, e più, s’ella è perfetta, dev’essere una
          fedelissima e completa immagine di questo carattere, e per conseguenza avere anch’essa un
          carattere, e determinato e costante, e tale che non si possa confondere con quello di
          un’altra lingua, nè ella possa ammettere il carattere di un’altra lingua, ancorchè simile
          a lei, nè, molto meno, scambiare il suo proprio carattere con questo. Ma la lingua tedesca
          senza far violenza alcuna a se stessa, ammette le costruzioni, le forme, le frasi,
          l’armonia, non solo delle lingue affini, non solo delle settentrionali, ma delle più
          aliene, ma delle antichissime, delle meridionali, delle formate e delle informi, di quelle
          che appartengono a nazioni per costumi, per opinioni, per governi, per costituzione
          corporale, per climi, per leggi eterne della natura disparatissime, ed eziandio
          contrarissime al carattere proprio e costantissimo e certissimo della nazion tedesca, in
          somma di tutte le possibili lingue passate e presenti, e per così dir future. Dunque la
          lingua tedesca non è formata, non è determinata, e molto meno, perfetta.</p>
        <p>Parlando dell’adattabilità o pieghevolezza, e della varietà e libertà <pb ed="aut"
            n="2850"/> di una lingua, bisogna distinguere l’imitare dall’agguagliare, o rifare, le
          cose dalle parole. Una lingua perfettamente pieghevole, varia, ricca e libera, può imitare
          il genio e lo spirito di qualsivoglia altra lingua, e di qualunque autore di essa, può
          emularne e rappresentarne tutte le varie proprietà intrinseche, può adattarsi a qualunque
          genere di scrittura, e variar sempre di modo, secondo la varietà d’essi generi, e delle
          lingue e degli autori che imita. Questo fra tutte le lingue perfette antiche e moderne
          potè sovranamente fare la lingua greca, e questo fra le lingue vive può, secondo me,
          sovranamente la lingua italiana. Perciò io dico che questa e quella sono piuttosto
          ciascuna un aggregato di più lingue che una lingua, non volendo dire ch’elle non abbiano
          un carattere proprio, ma un carattere composto e capace di tanti modi quanti lor piaccia.
          Questo è imitare, come chi ritrae dal naturale nel marmo, non mutando la natura del marmo
          in quella dell’oggetto imitato; non è copiare nè rifare, come chi da una figura di cera ne
          ritrae un’altra tutta <pb ed="aut" n="2851"/> compagna, pur di cera. Quella è operazione
          pregevole, anche per la difficoltà d’assimulare un oggetto in una materia di tutt’altra
          natura; questa è bassa e triviale per la molta facilità, che toglie la maraviglia; e in
          punto di lingua è dannoso, perchè si oppone alla forma e natura ed essenza propria ch’ella
          o ha o dovrebbe avere. Imitando in quel modo s’imitano le cose, cioè lo spirito ec. delle
          lingue, degli autori, dei generi di scrittura; imitando alla tedesca s’imitano le parole,
          cioè le forme materiali, le costruzioni, l’ordine de’ vocaboli di un’altra lingua (il che
          una lingua perfetta, anzi pure formata, non dee mai poter fare, nè può per natura fare); e
          probabilmente s’imitano queste, e non le cose; cioè non s’arriva ad esprimer l’indole, la
          forza, la qualità, il genio della lingua e dell’autore originale (benchè pretendano di
          sì), appunto perchè in un’altra e diversissima lingua se ne imitano anzi copiano le
          parole: e mad. di Staël ancora è di questo sentimento in un passo che ho recato altrove
          della prima lettera alla Biblioteca Italiana, 1816. n. 1.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2852"/> Una traduzione in lingua greca fatta alla maniera tedesca, una
          traduzione dove non s’imita, ma si copia, o vogliamo dire s’imitano le parole, dovendosi
          nelle traduzioni imitar solo le cose, si è quella de’ libri sacri fatti da’ Settanta. Ora
          la medesima lingua greca, quella così immensamente pieghevole e libera, nondimeno,
          percioch’ella è pur lingua formata e perfetta, riesce in quella traduzione (fatta certo in
          antico e buon tempo) affatto barbara e ripugnante a se stessa, e non greca; e di più,
          quantunque noi non possiamo per la lontananza de’ tempi, e la scarsezza delle notizie
          grammaticali ec. e la diversità de’ costumi e dell’indole, neppur leggendo gli originali
          ebraici, pienamente giudicare e sentir qual sia il proprio gusto de’ medesimi, e il vero
          genio di quella lingua, nondimeno possiamo ben essere certissimi che questo gusto e questo
          genio non è per niente rappresentato dalla version de’ Settanta, che non è quello che noi
          vi sentiamo leggendola, che non ve lo sentirono i greci contemporanei o posteriori, e
          ch’ella in somma fu ben lontana dal fare ne’ greci lo stesso effetto, nè di gran lunga
          simile, neppure analogo a <pb ed="aut" n="2853"/> quello che facevano ne’ lettori ebrei
          gli originali<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Seppure però la lingua ebraica ha genio, o altra indole che quella di non averne
              veruna. E certo la lingua ebraica per essere informe, può forse esser bene
              rappresentata e imitata con una traduzione in qualsivoglia lingua, che per esser
              troppo esatta sia anch’essa informe. Il che non accadrebbe in verun altro caso. Vedi
              la pag. 2909. 2910 fine 2913. Vedi anche una giunta a questa pagina nella p. 2913.</p>
          </note>. Ch’è appunto il fine che dovrebbero avere le traduzioni, e che i tedeschi
          pretendono di pienamente e squisitamente conseguire col loro metodo. Aggiungasi dopo tutto
          ciò che la traduzione de’ Settanta, barbara per troppa conformità estrinseca
          coll’originale, non le è di gran lunga così scrupolosamente e onninamente conforme, come
          le vantate traduzioni tedesche agli originali loro.</p>
        <p>Una lingua perfetta che sia pienamente libera ec. colle altre qualità dette di sopra,
          contiene in se stessa, per dir così, tutte le lingue virtualmente, ma non mica può mai
          contenerne neppur una sostanzialmente. Ella ha quello che equivale a ciò che le altre
          hanno, ma non già quello stesso precisamente che le altre hanno. Ella può dunque colle sue
          forme rappresentare e imitare l’andamento dell’altre, restando però sempre la stessa, e
          sempre una, e conservando il suo carattere ben distinto da tutte; non già assumere
          l’altrui forme per <emph>contraffare</emph> l’altrui andamento; dividendosi e
          moltiplicandosi in mille lingue, e mutando a <pb ed="aut" n="2854"/> ogni momento faccia e
          fisonomia per modo che o non si possa mai sapere e determinare qual sia la sua propria, o
          di questa non si possa mai fare alcuno argomento da quelle ch’ella assume, nè in queste
          raffigurarla.</p>
        <p>Ella è cosa più che certa e conosciuta che i popoli meridionali differiscono per tratti
          essenzialissimi e decisivi di carattere da’ popoli settentrionali, e gli antichi da’
          moderni, per non dire delle altre secondarie suddivisioni e suddifferenze nazionali
          caratteristiche. Ella è cosa ugualmente inconcussa che il carattere di ciascuna lingua
          perfetta si è precisamente quello della nazione che la parla, e viceversa. La stessa
          verità è indubitata e universale intorno alla letteratura. Or dunque che una lingua
          settentrionale possa senza menomamente violentarsi nè differir da se stessa, non solo
          imitare, anzi copiare, il carattere, ma assumere indifferentemente le forme, l’ordine, le
          costruzioni, le frasi, l’armonia di qualunque lingua meridionale come di qualunque
          settentrionale, che una lingua moderna possa altresì lo stesso indifferentemente con
          qualunque lingua antica <pb ed="aut" n="2855"/> siccome con qualunque moderna; questo
            <foreign lang="lat" rend="italic">in rerum natura</foreign>, e se i principii della
          logica universale vagliono qualche cosa ne’ casi particolari, è impossibile quando questa
          lingua sia veramente formata e determinata, e molto più nella supposizione che sia
          perfetta. Questo medesimo oltre di ciò, secondo tutte le regole e teorie speculative della
          letteratura, secondo tutti gl’insegnamenti dati finora dall’osservazione e dall’esperienza
          in queste materie, è contraddittorio in se stesso, non essendo possibile che una tal
          lingua contraffacendo esattamente le forme, e frasi proprie e speciali d’un’altra lingua
          caratteristicamente diversa, ne rappresenti il genio e il carattere, e ne conservi lo
          spirito; essendosi sempre veduto ne’ casi particolari, e confermato colle ragioni
          speculative generali, che da tal causa risulta contrario effetto, e contrario totalmente,
          anche trattandosi di lingue affini, e somiglianti di carattere. Ma lasciando questo, e
          tornando alla prima impossibilità, dico che il carattere proprio di una lingua, è sempre
          per sua natura esclusivo degli altri caratteri, siccome lo è quello <pb ed="aut" n="2856"
          /> di una nazione, quando sia formato e completo; che quello ch’è impossibile alla nazione
          è impossibile alla lingua; che se la nazion tedesca non può assumere per natura il preciso
          e proprio carattere de’ francesi, se non può assumerne i costumi e le maniere senza
          nuocere al carattere nazionale, senza guastarsi, senza rendersi affettata, e dimostrarsi
          composta di parti contraddittorie, e produrre il senso della sconvenienza, dello sforzo,
          della violenza fatta alla propria natura, così la lingua tedesca, s’ella ha già forma
          propria e certa, s’ella ha carattere, s’ella è perfetta, non può per natura contraffare e
          ricopiare il carattere delle altre lingue, non può senza gl’inconvenienti sopraccennati e
          anche maggiori, rinunziando alle forme proprie, assumere nelle traduzioni le forme delle
          lingue straniere.</p>
        <p>Astraendo da tutto questo, dico che in una lingua la quale abbia pienamente questa
          facoltà, le traduzioni di quel genere che i tedeschi vantano, meritano poca lode. Esse
          dimostrano che la lingua tedesca, <pb ed="aut" n="2857"/> come una cera o una pasta
          informe e tenera, è disposta a ricevere tutte le figure e tutte le impronte che se le
          vogliono dare. Applicatele le forme di una lingua straniera qualunque, e di un autore
          qualunque. La lingua tedesca le riceve, e la traduzione è fatta. Quest’opera non è gran
          lode al traduttore, perchè non ha nulla di maraviglioso; perchè nè la preparazione della
          pasta, nè la fattura della stampa ch’egli vi applica, appartiene a lui, il quale per
          conseguenza non è che un operaio servile e meccanico; perchè dov’è troppa facilità quivi
          non è luogo all’arte, nè il pregio dell’imitazione consiste nell’uguaglianza, ma nella
          simiglianza, nè tanto è maggiore quanto l’imitante più s’accosta all’imitato, ma quanto
          più vi s’accosta secondo la qualità della materia in cui s’imita, quanto questa materia è
          più degna; e quel ch’è più, quanto v’ha più di creazione nell’imitazione, cioè quanto più
          v’ha di creato dall’artefice nella somiglianza che il nuovo oggetto ha coll’imitato, ossia
          quanto questa somiglianza vien più dall’artefice che dalla materia, ed è più nell’arte <pb
            ed="aut" n="2858"/> che in essa materia, e più si deve al genio che alle circostanze
          esteriori. Neanche una tal opera può molto giovare alla lingua, nè servire ad arricchirla,
          o a variarla, o a formarla e determinarla, sì perch’ella dee perdere queste impronte e
          queste forme colla stessa facilità con cui le riceve e per la ragione stessa per cui così
          facilmente le riceve; sì perchè queste nella loro moltiplicità nocciono l’una all’altra,
          si scancellano e distruggono scambievolmente, e impediscono l’una all’altra
          l’immedesimarsi durabilmente e connaturarsi colla favella; sì perchè questa moltiplicità
          immoderata è incompatibile con quella tal quale unità di carattere che dee pur avere una
          favella ancorchè immensa, massime ch’elle sono diversissime l’une dall’altre, o ripugnano
          scambievolmente; sì perchè gran parte di queste forme o impronte essendo alienissime o
          affatto contrarie al carattere nazionale de’ tedeschi, e a quello della loro letteratura,
          non possono se non nuocere alla lingua, e guastarla, o impedire o ritardare ch’ella prenda
          e fortemente <pb ed="aut" n="2859"/> abbracci e ritenga quella sola forma e carattere che
          le può convenire, cioè quella che sia conforme al carattere della nazione e della
          nazionale letteratura, senza la qual forma perfettamente determinata, e da lei
          perfettamente ricevuta per costantemente conservarla, essa lingua non sarà mai compiuta e
          perfetta.</p>
        <p>Conchiudo che se i traduttori tedeschi (grandissimi letterati e dottissimi, e spesso
          uomini di genio) fanno veramente quegli effetti che ho ragionati nel principio di questo
          pensiero, il che pienamente credo quanto alle cose che appartengono all’estrinseco; se con
          ciò non fanno alcuna violenza alla lingua, nel che credo assai ma assai meno di quel che
          si dice; se in somma la lingua tedesca, quanto alle qualità sopra discusse, è tale quale
          si ragiona, nel che non so che mi credere; la lingua tedesca come applicata assai tardi
          alla letteratura, e come appunto vastissima e immensamente varia, sì per l’antichità della
          sua origine, sì per la moltitudine degl’individui, e diversità de’ popoli che la parlano,
          non è ancora nè perfetta, nè formata e sufficientemente <pb ed="aut" n="2860"/>
          determinata; ch’ella è ancor troppo molle per troppa freschezza; ch’ella col tempo e forse
          presto (per l’immenso ardore, attività e infaticabilità letteraria di quella nazione)
          acquisterà quella sodezza e certezza che conviene a ciascuna lingua, e quella particolar
          forma e determinato e stabil carattere e proprietà, e quel genere di perfezione che
          conviene a lei, con quel tanto di unità caratteristica ch’è inseparabile dalla perfezione
          di qualunque lingua, siccome di qualunque nazione, e forse di qualunque cosa, se non
          altro, umana; che allora ella potrà essere e sarà liberissima, vastissima, ricchissima,
          potentissima, pieghevolissima, capacissima, immensa, e immensamente varia, pari in queste
          qualità astrattamente considerate, e superiore eziandio, se si vuole e se è possibile, non
          che all’italiana ma alla stessa lingua greca, ma non per tanto ella non avrà o non
          conserverà per niun modo quelle facoltà stravaganti e senza esempio, divisate di sopra; e
          quelle traduzioni ora lodate e celebrate piuttosto, cred’io, per gusto matematico che
          letterario, piuttosto come curiosità che come opere di genio, <pb ed="aut" n="2861"/>
          piuttosto come un panorama o un simulacro anatomico o un automa, che come una statua di
          Canova, piuttosto misurandole col compasso, che assaporandole e gustandole e paragonandole
          agli originali col palato, quelle traduzioni, dico, parranno ai tedeschi non tedesche, e
          nel tempo stesso non capaci di dare alla nazione la vera idea degli originali, aliene
          dalla lingua, e proprie di un’epoca d’imperfezione, e <emph>immaturità</emph>. (29 30.
          Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In ciascun punto della vita, anche nell’atto del maggior piacere, anche nei sogni, l’uomo
          o il vivente è in istato di desiderio, e quindi non v’ha un solo momento nella vita
          (eccetto quelli di totale assopimento e sospensione dell’esercizio de’ sensi e di quello
          del pensiero, da qualunque cagione essa venga) nel quale l’individuo non sia in istato di
          pena, tanto maggiore quanto egli o per età, o per carattere e natura, o per circostanze
          mediate o immediate, o abitualmente o attualmente, è in istato di maggior sensibilità ed
          esercizio della vita, e viceversa. (30. Giugno 1823.). V. p. 3550.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2862"/> L’amicizia, non che la piena ed intima confidenza tra’ fratelli,
          rade volte si conserva all’entrar che questi fanno nel mondo, ancorchè siano stati
          allevati insieme, ed abbiano esercitato l’estremo grado di questa confidenza sino a quel
          momento; e di più seguano ancora a convivere. E pure se l’uomo è capace di piena ed intima
          confidenza, e s’egli dovrebbe conservarla perpetuamente verso qualcuno, questo
          dovrebb’essere verso i fratelli <emph>coetanei</emph>, ed allevati con lui nella
          fanciullezza: e dico dovrebb’essere, non per forza naturale della congiunzione di sangue,
          la qual forza è nulla e immaginaria, e niente ha che fare nel produr quella confidenza o
          nel conservarla, ma per forza naturale dell’abitudine e dell’abitudine contratta nel primo
          principio delle idee e delle abitudini dell’individuo, e nella prima capacità di
          contrarle, e conservata tutto quel tempo che dura la maggiore intensità e disposizione ed
          ampiezza, e il maggior esercizio di questa capacità. Nondimeno questa confidenza così
          fortemente stabilita e radicata si perde per la varietà che s’introduce nel carattere de’
          fratelli mediante il commercio cogli altri individui della società. Ma se questo <pb
            ed="aut" n="2863"/> commercio non avesse avuto luogo, quella confidenza sarebbe stata
          perpetua, com’ella non è mai cessata fino a quell’ora. Che vuol dir ciò, se non che nei
          caratteri degli uomini, novantanove parti son opera delle circostanze? e che per
          diversissimi ch’essi appariscano, come spesso accade anche tra fratelli, in questa
          diversità non è opera della natura, se non una parte così menoma che saria stata
          impercettibile? È quasi impossibile il caso che tutte le minute circostanze e avvenimenti
          che incontrano all’un de’ fratelli nell’uso della società, incontrino all’altro, o sieno
          uguali a quelle che incontrano all’altro, ancorchè postogli da vicino. Questa diversità
          diversifica due caratteri che parevano affatto, ed erano quasi affatto, compagni, e
          com’ella è inevitabile, così la diversificazione di questi caratteri nella società non può
          mancare. E ho detto le minute circostanze, contentandomi di queste, perchè anche la somma
          di cose minutissime basta a produrre grandissimi e visibilissimi effetti sull’indole degli
          uomini, massime allora ch’eglino sono principianti nel mondo, e che in essi la capacità
          delle abitudini e delle opinioni, ossia la formabilità dell’indole, è ancor <pb ed="aut"
            n="2864"/> molta e grande e in buon essere. (30. Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi che nelle lingue figlie della latina sono passati in luogo dei positivi
          latini, del che ho ragionato altrove, sia che questi positivi non esistano più in esse
          lingue, sia che questi diminutivi sieno fatti loro sinonimi. <emph>Fratello, sorella,
            figliuolo</emph> ital. <foreign lang="spa" rend="italic">orilla</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">ora</foreign>, cioè <emph>estremità</emph>, spagn. V. il
          Glossar. il Forcell. e i Diz. spagn. quanto alle tre suddette voci italiane. (30. Giugno.
          1823.). <emph>Orecchia</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">oreja</foreign>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">oreille</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >auricula</foreign>; <emph>pecchia</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >aveja</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">abeille</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">apicula</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >apecula</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">vulpecula</foreign>. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Flagellum</foreign> s’usava anche nell’antico latino pel suo
          positivo <foreign lang="lat" rend="italic">flagrum</foreign>; siccome ora
          <emph>flagello</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">fléau</foreign>; e <foreign
            lang="lat" rend="italic">flagrum</foreign> è perduto. <emph>Scalpello</emph> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">scalpro</foreign>. V. p. 2974. 3001. 3040. 3264.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Proprietà comune alle tre figlie della lingua latina. Aggiungere pleonasticamente per
          idiotismo, e per proprietà di lingua l’aggettivo plur. <emph>altri</emph> o
          <emph>altre</emph> ai pronomi plurali <foreign lang="lat" rend="italic">nos</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">vos</foreign>. <emph>Noi altri, voi altri</emph>;
            <foreign lang="fre" rend="italic">nous autres, vous autres</foreign>; <foreign
            lang="spa" rend="italic">nosotros, vosotros</foreign>. Nel che l’italiano e il francese
          è libero di farlo o non farlo, lo spagnuolo no ec. E presso i primi, massimamente i
          francesi, par che quest’usanza sia del dir familiare. Ella è presso noi della scrittura
          familiare, frequentissima nel discorso domestico, e quasi continua in quello del volgo,
          come nello spagnuolo, quando <emph>voi</emph> ha significato veramente plurale. V. p.
          2891. (30. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nostri plurali femminini o neutri, in <emph>a</emph>, da nomi di singolare mascolino o
          neutro, del che ho detto altrove in proposito dalla voce plurale <foreign lang="lat"
            rend="italic">fusa</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">fusi</foreign> usata
          da Simmaco. <emph>Le peccata, le fata, le calcagna, le cervella, le fila, le
          ciglia</emph>. Questi plurali corrispondono <pb ed="aut" n="2865"/> ai rispettivi latini.
            <emph>Le risa</emph>: <foreign lang="lat" rend="italic">risum i</foreign> non si trova,
          nè nel Forcell. nè nel Glossario. Così nè anche <emph>le anella</emph>: <foreign
            lang="lat" rend="italic">anellum i</foreign>. <emph>Le letta</emph>. Trovasi <foreign
            lang="lat" rend="italic">lectum i</foreign> in Ulpiano. V. il Glossar. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">lectumstratum</foreign>. (30. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altronde</emph> per <emph>altrove</emph> (del che ho detto, se non erro, parlando di
          un luogo di Floro, e dello spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">donde</foreign>, cioè
            <foreign lang="spa" rend="italic">unde</foreign>, detto, come ora si dice, per <foreign
            lang="lat" rend="italic">ubi</foreign>) trovasi in <bibl>
            <author>Giusto de’ Conti</author>
            <title>Son.</title> 22. e <title>Canz.</title> 2. st. ult.</bibl> in Angelo di Costanzo
          son. 44. e in molti altri, sì esso, come <emph>onde</emph> o <emph>donde</emph> per
            <emph>dove</emph> ec. massime ne’ trecentisti, in alcuno de’ quali espressamente mi
          ricordo di aver trovato uno o più di tali esempi ultimamente. E v. la Crusca in
            <emph>altronde</emph> par. 2. ec. (30. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Suppeditare</foreign> se viene da <foreign lang="lat"
            rend="italic">sub</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">pedes</foreign> (v.
          Forcell.), donde si ha tolta quella giunta e desinenza d’<emph>itare</emph>? Io lo credo
          fatto da qualche participio, e però continuativo d’altro verbo perduto. (1. Luglio.
          1823.). Cioè da <foreign lang="lat" rend="italic">suppedio-suppeditus</foreign>, conforme
          a <foreign lang="lat" rend="italic">impedio impeditus, expedio, praepedio</foreign> ec.
          che pur vengono da <foreign lang="lat" rend="italic">pes</foreign>, ma non hanno il
            <emph>t</emph> nel tema, perchè non son fatti da’ participii. È da notare però che
            l’<emph>i</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic">suppedito</foreign> è breve, e in
            <foreign lang="lat" rend="italic">suppeditus</foreign> sarebbe lunga. Ma credo v’abbiano
          molti altri esempi di questo, che l’<emph>i</emph> de’ verbi in <emph>ito</emph> sia
          sempre breve, ancorchè fatti da participii in <emph>itus</emph> lungo. Certo da’
          participii in <emph>atus</emph> si fa <emph>ito</emph> breve. V. la p. 3619.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli spagnuoli usano l’avverbio <foreign lang="spa" rend="italic">luego</foreign>, cioè
          subito, nel principio delle enumerazioni, e massime quando s’hanno a recare più d’un
          argomento, e recasi il primo, dicono <foreign lang="spa" rend="italic">luego</foreign>,
          che vale <emph>primieramente</emph>. Pretto grecismo. I greci <pb ed="aut" n="2866"/> in
          casi simili, e specialmente nel caso predetto, usano elegantemente <foreign lang="grc"
            >αὐτίκα</foreign>, cioè <emph>subito</emph>, in principio di periodo, come gli spagnuoli
            <foreign lang="spa" rend="italic">luego</foreign>, ed anche <foreign lang="spa"
            rend="italic">luego al punto</foreign> in istile più familiare, o burlesco. S. Gio.
          Crisostomo o chiunque sia l’autore dei due sermoni sulla Preghiera <foreign lang="grc"
            >περὶ προσευχῆς</foreign>, nel Serm. 2, che incomincia <quote>
            <foreign lang="grc">ὅτι μὲν παντὸς ἀγαθοῦ</foreign>
          </quote>, sul principio: <quote>
            <foreign lang="grc">Εὐθὺς τοίνυν ἐκεῖνο μέγιστον περὶ εὐχῆς εἰπεῖν ἔχομεν, ὅτι κ.
            λ.</foreign>
          </quote>. <bibl>V. <author>Plat.</author>
            <title>de rep.</title> 1. t. 4. p. 32. v. ult.</bibl> dove <foreign lang="grc"
          >αὐτίκα</foreign> non serve all’enumerazione ma vale <emph>ecco qua subito, pronto e come
            senza cercare o senza andar lontano</emph>. E così i greci spessissimo. Noi diremmo
            <emph>la prima cosa</emph> avverb., <emph>prima di tutto, in primo luogo</emph>; i
          latini <foreign lang="lat" rend="italic">primum</foreign>, o <foreign lang="lat"
            rend="italic">principio</foreign> (v. Georg. 2. 8., 4. 8.),ec. (1. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto sovente che ciascuno autor greco ha, per così dire, il suo Vocabolarietto
          proprio. Ciò vale non solamente in ordine all’usare ciascun d’essi sempre o quasi sempre
          quelle tali parole per esprimere quelle tali cose, laddove gli altri altre n’usano, o in
          ordine ai loro modi e frasi familiari e consuete, ma eziandio in ordine al significato
          delle stesse parole o frasi che anche gli altri usano, o che tutti usano. Perocchè chi
          sottilmente attende e guarda negli scrittori greci, vedrà che le stesse parole e frasi
          presso un autore hanno un senso, e presso un altro un altro, e ciò non solamente
          trattandosi di autori vissuti in diverse epoche, il che non sarebbe strano, ma eziandio di
          autori contemporanei, e compatriotti ancora, come p. e. di Senofonte e <pb ed="aut"
            n="2867"/> Platone, i quali furono di più condiscepoli, e trattarono in parte le stesse
          materie, e la stessa Socratica filosofia. Dico che il significato delle parole o frasi in
          ciascuno autore è diverso: ora più ora meno, secondo i termini della comparazione, e
          secondo la qualità d’esse parole; e per lo più la differenza è tale che i poco accorti ed
          esercitati non la veggono, ma ella pur v’è, benchè picciolissima. Un autore adoprerà
          sempre una parola nel significato proprio, e non mai ne’ metaforici. Un altro in un
          significato simile al proprio, o forse proprio ancor esso, e non mai negli altri sensi. Un
          altro l’adoprerà in un senso traslato, ma con tanta costanza, che occorrendo di esprimere
          quella tal cosa, non adoprerà mai altra voce che quella, e adoprando questa voce, non la
          piglierà mai in altro senso, onde si può dire che presso lui questo significato è il
          proprio di quella voce: (come accade che i sensi metaforici de’ vocaboli pigliano spesse
          volte assolutamente il luogo del proprio, che si dimentica) e questo caso è molto
          frequente. Un altro adoprerà quella voce colla stessa costanza, o con poco manco, in <pb
            ed="aut" n="2868"/> un altro senso traslato, più o meno diverso, e talvolta vicinissimo
          e similissimo, ma che pur non è quel medesimo. E tutta questa varietà (con altre molte
          differenze simili a queste) si troverà nell’uso di uno stesso verbo, di uno stesso nome,
          di uno stesso avverbio in autori contemporanei e compatriotti. Alla qual varietà, come ben
          sanno i dotti in queste materie, è da por mente assai, e da notar sempre in ciascuno
          autore, massime ne’ classici, qual è il preciso senso in cui egli suole o sempre o per lo
          più adoperare ciascuna parola o frase. Trovato e notato il quale, si rende facile la
          intelligenza dell’autore, e se ne penetra la proprietà e l’intendimento vero delle
          espressioni, e si spiegano molti suoi passi che senza la cognizione del significato da lui
          solito d’attribuirsi a certe parole, non s’intenderebbero; com’è avvenuto a molti
          interpreti e grammatici ec. che spiegando questi passi secondo l’uso ordinario di quelle
          tali parole o frasi, e non considerandole in quello particolare ch’esse sogliono aver
          presso quello scrittore, o non hanno saputo <pb ed="aut" n="2869"/> strigarsi o si sono
          ingannati. E così accade anche ai ben dotti, che però non abbiano pratica di quel tale
          autore, e vi sieno principianti, o che ne leggano qualche passo spezzato. Certo non prima
          si arriva a pienamente e propriamente intendere qualunque autor greco che si abbia presa
          pratica del suo particolar Vocabolario, e de’ significati di questo: e tal pratica è
          necessario di farla in ciascuno autore che si prende nuovamente o dopo lungo intervallo a
          leggere: benchè in alcuni costa più in altri meno, e in certi costa tanto, che solo i
          lungamente esercitati e familiarizzati colla lezione e studio di quel tale autore sono
          capaci di bene intenderne e spiegarne la proprietà delle voci e frasi, e della espressione
          sì generalmente, sì in ciascun passo. Insomma questi solo conoscono la sua
          <emph>grecità</emph>, la quale, si può dire, in ciascuno autor greco, più o meno è
          diversa. (1. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non è maraviglia che la scrittura francese sia così diversa dalla pronunzia. Come altrove
          ho detto, a tutte le ortografie delle lingue figlie della latina, ed anche, almeno in
          parte, della inglese e della tedesca, servì <pb ed="aut" n="2870"/> di modello e di guida
          la scrittura latina, che apparteneva all’unica letteratura che si conoscesse quando prima
          si cominciarono a formare e regolare le moderne ortografie, anzi era altresì quasi l’unica
          scrittura nota, perchè le lingue moderne poco fino allora s’erano scritte, e quando
          conveniva scrivere, s’era per lo più scritto in latino, benchè barbaro. Ora la pronunzia
          francese, è tra le pronunzie delle lingue nate dalla latina, quella che più s’è discostata
          dal latino. Ond’è che la lingua francese è altresì fra queste lingue la più diversa dalla
          madre, così di spirito, di costruzioni, di maniere, di frasi, e di assai vocaboli, come di
            suoni<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 2989.</p>
          </note>. Egli è certissimo che da principio la lingua francese si pronunziava nel modo
          stesso che si scriveva, ossia la pronunzia delle sillabe nelle parole francesi
          corrispondeva al valore che avevano nell’alfabeto le lettere con cui esse parole si
          scrivevano. I versi che si trovano ancora de’ poeti provenzali, pronunziavansi
          indubitatamente in questo modo o con poca differenza, come ne fa fede la loro misura, le
          loro rime ec. che si perderebbero l’une e l’altra pronunziando quei versi altramente, o
          alla moderna. Ma le irruzioni e i commerci de’ settentrionali <pb ed="aut" n="2871"/>
          avendo cangiata la pronunzia francese, e diradata di vocali e inspessita di consonanti e
          resa più aspra, e così diversificatala dalla lingua provenzale, e poi col mezzo della
          francese, mutata eziandio la provenzale, (<bibl>v. <author>Perticari</author>
            <title>Apologia di Dante</title> cap. 11. principio, p. 206. fine — 208. principio, e
            cap. 12. principio, p. 111 112. e ivi fine, p. 119. e Capo 16. fine, p. 158</bibl>.) la
          lingua francese si allontanò sommamente dalla latina, sì per li nuovi vocaboli e forme che
          acquistò da popoli che non avevano mai parlato latino, sì per li suoni di cui vestì, e con
          cui pronunziò quegli stessi vocaboli tolti dal latino ch’ella aveva, e che tuttora
          conserva. Quindi per due ragioni la pronunzia francese dovette riuscir diversa dalla
          scrittura. Primo, per la sopraddetta, cioè perchè non avendovi scrittura nota, o almeno
          scrittura appartenente a lingua letterata e formata, fuori della latina, l’ortografia
          francese dovette pur prendere, come l’altre, per suo modello la latina, ed essendo già la
          pronunzia francese fatta diversissima dalla latina, e certo assai più diversa che non
          erano o non furono poi la spagnuola e l’italiana, <pb ed="aut" n="2872"/> perciò la
          scrittura francese dovette molto più differire dalla pronunzia, che non differiscono la
          spagnuola e l’italiana che presero e usarono lo stesso modello. Secondo: questa
          diversificazione e settentrionalizzazione di pronunzia, avendo avuto luogo, o acquistato
          forza ed estensione in Francia piuttosto tardi, e di più trovandosi che i poeti di cui la
          Provenza abbondò, scrivevano il provenzale, stato già tutt’uno col francese, ed allora
          tuttavia analogo, ma più latino, (<bibl>v. <author>Perticari</author> l. c. p. 107.
            principio</bibl>) lo scrivevano, dico, in modo simile ed analogo al latino; ed essendo
          così vero come naturale che i primi che scrissero qualche cosa in francese, riguardarono
          ai provenzali, e se li proposero per guide, come quelli ch’erano in quei tempi i più dotti
          forse della Francia, ed avevano contribuito a spargere in essa il gusto della poesia
          volgare e dello scrivere in volgare; da tutto questo ne seguì che la scrittura francese si
          accostò al latino, come ci si accostava e la scrittura <add resp="ed">e</add> pronunzia
          provenzale; ci si accostò dico, nonostante che la pronunzia francese ogni dì più se ne
          scostasse, con che si venne anche a scostare dalla scrittura. <pb ed="aut" n="2873"/>
          Perciocchè veramente si può dire che la pronunzia francese da se, e movendosi essa, si
          allontanò e divise dalla scrittura, piuttosto che la scrittura dalla pronunzia. Benchè
          veramente sia debito de’ buoni e filosofi ortografi di far che la scrittura in qualunque
          modo tenga sempre dietro alla universale pronunzia, regolata, o riconosciuta per regolare;
          e non far che la scrittura stia ferma, e lasci andare <emph>questa tal</emph> pronunzia al
          suo viaggio, senza darsene alcun pensiero. Ma questi discorsi non si potevano nè fare nè
          seguire in quei primi e confusi tempi e ignoranti, nè dopo fatti, sono stati effettuabili,
          avendo preso piede l’usanza contraria in modo che non si potea più scacciare nè mutare;
          abbisognando ella di troppe e troppe grandi ed essenziali mutazioni, non di poche e lievi
          e quasi accidentali come ne abbisognò e ne ricevette l’usanza italiana.</p>
        <p>Da tutte queste cagioni e andamenti n’è seguito questo curioso effetto: che la lingua
          francese scritta, è talora uguale, spessissimo somigliante alla latina, e quasi sempre
          riconoscibile per figlia <pb ed="aut" n="2874"/> di lei; ma la lingua francese
          pronunziata, ch’è pure in somma quanto dire la vera lingua francese, n’è tanto diversa,
          anzi dissimile, che appena si può riconoscere questa figliuolanza. E degli stessi vocaboli
          latini che i francesi conservano, e sono assaissimi, gran parte e forse la maggiore,
          pronunziati, riescon tali, che guardandoli nella sola pronunzia non s’indovinerebbe mai la
          loro origine, nè mai si piglierebbero per nati da tali o tali vocaboli latini; laddove
          questa origine si riconosce a prima vista leggendo quei vocaboli scritti. E veramente se
          la scrittura francese non fosse così diversa dalla pronunzia, io credo che oramai la
          notizia della più parte delle origini di questa lingua sì moderna, sarebbe perduta, o in
          preda delle dissertazioni delle congetture e delle favole. Mentre ella si conserva per
          solo benefizio della diversità e irregolarità anzi assurdità della scrittura, e in questa
          si conserva chiarissima e certissima e visibilissima, e tanto più visibile quanto la
          scritura più è diversa dalla pronunzia, perchè tanto più è simile al latino. Tanto si è
          mutata la lingua latina sulle bocche francesi per l’uso avuto co’ popoli settentrionali, e
          forse ancora in gran parte ancor prima, per la natura del <pb ed="aut" n="2875"/> clima
          stesso, oltre la origine settentrionale di molti de’ medesimi parlatori, cioè de’ Franchi
          di origine. Quantunque nè l’origine gotica e longobardica di molti italiani, nè la
          vandalica nè la moresca di tanti spagnuoli abbiano prodotto di gran lunga effetti simili e
          proporzionati a questi nelle lingue di questi due popoli.</p>
        <p>Somiglianti cagioni dovettero certamente contribuire a fare che le scritture inglese e
          tedesca siano riuscite meno conformi alle pronunzie, e queste meno corrispondenti al valor
          delle lettere ne’ rispettivi alfabeti, e meno costanti nelle regole medesime loro (che
          hanno, almeno in francese, tante eccezioni e sotteccezioni) che non sono le scritture e
          pronunzie italiana e spagnuola. Perocchè l’alfabeto inglese è il latino, e il tedesco
          originariamente non è altro: laddove le loro lingue sono e originariamente e presentemente
          tutt’altre che la latina. Di più essendo pervenuta la letteratura e scrittura latina, e
          l’uso eziandio della medesima, anche dove non pervenne l’uso di questa loquela, come in
          Inghilterra e in Germania, anche i tedeschi e gl’inglesi regolarono primieramente o
          abbozzarono la loro ortografia e scrittura col solo o quasi solo esempio della latina
          avanti gli occhi. E dopo preso piede le prime regole o i primi abbozzi, non si è più in
          caso di distruggerli, e <pb ed="aut" n="2876"/> neppur si è sempre in caso di fare che il
          resto, sebbene ancor non sia fatto, o non abbia preso piede, non gli corrisponda; almeno
          non sempre si può riuscire ad impedirlo perfettamente, o a far che impeditolo, la macchina
          cammini bene e regolarmente, e senza imbarazzi e contrapposizioni e disturbi ec.
          disordini, effetti contraddittorii ec. (1. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uomo si rassegna a soffrire passivamente, o a non godere, ma niuno si rassegna a
          faticare invano e senza niuna speranza, o a faticar molto per cose da nulla; niuno si
          rassegna a soffrire attivamente senz’alcun frutto. Quindi è che dall’abito della
          rassegnazione sempre nasce noncuranza, negligenza, indolenza, inattività, e finalmente
          pigrizia, e torpidezza, e insensibilità, e quasi immobilità. (2. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove che l’uso di crear giudiziosamente e parcamente nuovi composti, fu mantenuto
          dagli autori latini, e massime da’ poeti, non solo fino alla intera formazione della
          lingua e della letteratura, ma nello stesso secolo d’oro della latinità, e nel tempo che
          immediatamente gli succedette. Di quest’uso parla Macrobio <pb ed="aut" n="2877"/> Saturn.
          VI. 5. mostrando che alcuni epiteti composti che si credevano fatti da Virgilio sono di
          fabbrica più antica. Segno qui alcuni composti latini de’ quali ch’io sappia non si trova
          esempio negli autori anteriori al secolo aureo. E saranno tutti composti di due nomi,
          l’uno sostantivo e l’altro addiettivo, o tutti e due sostantivi ec. o d’un nome e d’un
          verbo o participio o verbale, ec. che sono i composti più rari; lasciando stare i nomi o
          verbi ec. composti con preposizioni o particelle, de’ quali si potrebbero addurre al caso
          nostro esempi in troppa abbondanza. <foreign lang="lat" rend="italic">Alipes, aliger,
            armifer, armipotens, armisonus, aeripes, aerisonus, aerifer, aerifodina, aequaevus,
            aequidistans</foreign> presso Frontino ed altri, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >algificus</foreign> presso Gellio, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aequilatatio</foreign> presso Vitruvio, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aequilateralis</foreign> presso Censorino, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aequilaterus</foreign> presso Marziano Capella, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >aequilibris</foreign> ec., <foreign lang="lat" rend="italic">aequinoctium</foreign>,
          della qual voce vedi Festo appo il Forcellini in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >aequidiale, aequipedus</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aequipollens</foreign> presso Apuleio; <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aequipondium</foreign> presso Vitruvio, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aequicrurius</foreign> presso Marziano Capella, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >alticinctus, altitonans, altitonus, altivolus</foreign> presso Plinio il vecchio,
            <foreign lang="lat" rend="italic">anguitenens, aegisonus, auricornus, aurifer, aurifex,
            aurifodina</foreign> presso Plinio il vecchio, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >aurigena, auriger, auripigmentum</foreign> presso Plinio e Vitruvio, <pb ed="aut"
            n="2878"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">auriscalpium</foreign> presso Marziale e Scribonio,
            <foreign lang="lat" rend="italic">bijugus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >bijugis</foreign> (ma qui c’entra un avverbio) e altri tali composti con <foreign
            lang="lat" rend="italic">bis, equiferus</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic"
            >equisetum</foreign> presso Plinio il vecchio, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fontigenae</foreign> di Marziano, <foreign lang="lat" rend="italic">ignigena,
            ignipotens, ignipes, gemellipara, mellifer, mellificium, mellificus</foreign> presso
          Columella, <foreign lang="lat" rend="italic">mellifico</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">melligenus</foreign> presso Plinio il vecchio, <foreign lang="lat"
            rend="italic">nidifico</foreign> presso il medesimo e Columella, <foreign lang="lat"
            rend="italic">nidificium</foreign> presso Apuleio, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nidificus</foreign> presso Seneca tragico, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >noctifer</foreign> e simili, <foreign lang="lat" rend="italic">nubifer,
          nubifugus</foreign> di Columella, <foreign lang="lat" rend="italic">floriparus</foreign>
          d’Ausonio, <foreign lang="lat" rend="italic">securifer, securiger, nubivagus</foreign>
          presso Silio, <foreign lang="lat" rend="italic">nubigena</foreign> (in proposito del quale
          è da notare che Macrobio nel citato luogo, che merita d’esser veduto, volendo provare come
          molti epiteti creduti fatti da Virgilio sono più antichi, recita quel dell’Eneide, 8. 293.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Tu nubigenas, invicte, bimembres</foreign>, e mostra
          che <foreign lang="lat" rend="italic">bimembris</foreign> è di Cornificio, ma di <foreign
            lang="lat" rend="italic">nubigena</foreign> non dice niente, sicchè pare che lo conceda
          per moderno, e veramente nel Forcellini non se ne trova esempio se non d’autori posteriori
          a Virgilio, il quale appresso il medesimo Forcell. in questa voce non è citato), <foreign
            lang="lat" rend="italic">penatiger</foreign> d’Ovidio, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >solivagus</foreign> presso il Forcellini, i cui esempi son tolti da Cicerone, e presso
          il medesimo <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>de republ.</title> 1. 25. p. 70. ed. Rom. 1822.</bibl>; ed altri tali moltissimi.
          (2. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2879"/> Notate la radice monosillaba di <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">caput For</hi>-<hi rend="sc">ceps</hi>
          </foreign>, secondo quello che ne ho congetturato altrove, e di tutti i suoi derivati,
          ancora in <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">dein</hi>-<hi rend="sc">ceps</hi>
          </foreign>, della qual voce <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>. (2. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che il <emph>v</emph>, presso gli antichi latini non sia stata che una specie
          d’aspirazione, e non una consonante, e che tale in verità sia la sua natura, di tener cioè
          dell’aspirazione, e di svanir sovente dalle voci secondo l’indole delle varie pronunzie. <bibl>
            <author>Dionigi d’Alicarnasso</author> Archaeol. roman. l. <hi rend="sc">i</hi>. c.
          35</bibl>. parlando dell’origine del nome Italia. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἑλλάνικος δὲ ὁ λέσβιός φησιν Ἡρακλέα τὰς Γηρυόνου βοῦς ἀπελαύνοντα
              εἰς Ἄργος, ἐπειδή τις αὐτῷ δάμαλις ἀποσκιρτήσας τῆς ἀγέλης ἐν Ἰταλίᾳ ὄντι ἤδη φεύγων
              διῇρε τὴν ἀκτήν, καὶ τὸν ματαξὺ διανηξάμενος πόρον τῆς θαλάσσης εἰς Σικελίαν ἀφίκετο,
              ἐρόμενον ἀεὶ τοὺς ἐπιχωρίους καθ' οὓς ἑκάστοτε γένοιτο διώκων τὸν δάμαλιν, εἴ ποι τὶς
              αὐτὸν ἑωρακώς, τῶν τῇδε ἀνθρώπων ἑλλάδος μὲν γλώττης ὀλίγα συνιέντων, τῇ δὲ πατρίῳ
              φωνῇ κατὰ τὰς μηνύσεις τοῦ ζώου καλούντων τὸν δάμαλιν οὐΐτουλον, ὥσπερ καὶ νῦν
              λέγεται, ἀπὸ τοῦ ζώου τὴν</foreign>
            <pb ed="aut" n="2880"/>
            <foreign lang="grc">χώραν ὀνομάσαι πᾶσαν, ὅσην ὁ δάμαλις διῆλθεν, Οὐϊταλίαν. Μεταπεσεῖν
              δὲ ἀνὰ χρόνον τὴν ὀνομασίαν εἰς τὸ νῦν σχῆμα, οὐδὲν θαυμαστόν. Ἐπεὶ καὶ τῶν ἑλληνικῶν
              πολλὰ τὸ παραπλήσιον πέπονθεν ὀνομάτων</foreign>
          </quote>. Da <foreign lang="lat" rend="italic">bibo</foreign> noi diciamo
          <emph>bevo</emph>, e <emph>beo</emph> tolta la lettera <emph>v</emph>, <emph>beve</emph> e
            <emph>bee</emph>, <emph>beendo</emph>, <emph>bere</emph> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">bevere</foreign> tolto il <emph>v</emph>, e contratto <emph>beere</emph>
          in <emph>bere</emph> ec. <bibl>V. il <author>Corticelli</author>, e il <author>Buommattei</author>
            <title>Trattato</title> 12. c. 40. fine</bibl>. Così da <foreign lang="lat"
            rend="italic">debeo</foreign>
          <emph>devo</emph> e <emph>deo</emph>, <emph>devi</emph> e <emph>dei</emph> ec. V. i
          grammatici e l’uso volgare. Dal lat. <foreign lang="lat" rend="italic">pavo</foreign>
          diciamo <emph>pavone</emph> e <emph>paone, paonessa, paoncino</emph> ec. Diciamo altresì
            <emph>pavonazzo</emph> e <emph>paonazzo</emph>. E in cento altre parole leviamo e
          inseriamo il <emph>v</emph> a nostro piacere, o ch’esso veramente, secondo l’etimologia
          appartenga loro, o che no, e talvolta l’inseriamo sempre e costantemente in voci a cui
          esso non appartiene, o lo passiamo pur sempre e costantemente sotto silenzio in quelle
          voci dov’esso dovrebb’essere ed era. E in questo particolare v’è frequentissima
          discordanza tra le pronunzie e dialetti delle provincie, città, individui d’Italia, tra
          gli antichi autori e i moderni, tra l’antico parlare e il moderno, tra il moderno parlare
          e lo scrivere ec. (2. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2881"/> Traduzione del passo soprascritto di Dionigi d’Alicarnasso fatta
          da Pietro Giordani nella <bibl>
            <title>Lettera al Chiarissimo Abate Giambattista Canova sopra il Dionigi trovato
              dall’Abate Mai</title>. Milano, per Giovanni Silvestri, 1817. p. 30-31</bibl>.
            <quote>Ma Ellanico Lesbiese dice che Ercole menando ad Argo i buoi di Gerione, e già
            trovandosi in Italia, poichè un bue sbrancatosegli della greggia fuggendo corse tutta la
            spiaggia, e notando per lo stretto del mare in Sicilia arrivò; esso Ercole interrogando
            i paesani, dovunque nel correr dietro al bue passava, se alcuno lo avesse veduto; e
            quelli poco intendendo la favella greca, e per gl’indizi ch’Ercole ne dava chiamando
            essi quell’animale nella nativa lor lingua Vitulo (come anch’oggi si chiama): accadde
            che dal vocabolo di quella bestia, tutto il paese ch’ella corse fosse nominato
          Vitulia</quote>. (il greco dice ch’Ercole medesimo così nominollo, e dice Vitalia). Che
          poi il nome col tempo si mutasse nella presente forma, non è da maravigliare, quando molti
          de’ vocaboli greci cosiffatte mutazioni patirono. (2. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2882"/> È notabile come lo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic"
            >atar</foreign> abbia conservato il proprio e primitivo significato di <foreign
            lang="lat" rend="italic">aptare</foreign> cioè <emph>legare</emph>, significato che
          benchè proprio e primitivo, pur non è molto frequente negli autori latini, anzi un esempio
          che faccia veramente al caso non mi pare che sia se non quello d’Ammiano nel Forcell. v.
            <foreign lang="lat" rend="italic">aptatus</foreign>. Ora Ammiano è pur di bassa
          latinità. Mostra che il volgo abbia sempre conservato il primo uso di questo verbo, più
          degli scrittori eleganti, che l’hanno piuttosto adoperato metaforicamente. Del resto se
          mai si potesse dubitare che il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">aptare</foreign>
          venisse da <foreign lang="lat" rend="italic">aptus</foreign>, il cui proprio senso è
            <emph>legato</emph> ec. e che Festo dice essere participio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">apo</foreign>, lo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic"
          >atar</foreign> che vale <emph>legare congiungere</emph>, finirebbe di mandare a terra
          qualunque dubbio. Il nostro <emph>attare, adattare</emph>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">adapter</foreign> ec. ha per proprio il significato metaforico ordinario
          di <foreign lang="lat" rend="italic">apto, adapto</foreign> ec. V. nel Forcell. esempi di
            <foreign lang="lat" rend="italic">coaptare, coaptatio, coaptatus</foreign>, (<foreign
            lang="grc">συνάπτειν</foreign>) in senso di <emph>collegato</emph> ec. tutti di S.
          Agostino, il quale certo non pigliava questo buono e primitivo uso di tali parole da’ più
          antichi padri della scrittura latina, nè dagli scrittori aurei che non le usano, ma dal
          parlar del volgo, che tuttavia conservava quel significato, come ancora lo conserva in
          Ispagna. E così dite di Ammiano. <pb ed="aut" n="2883"/> E chi sa che <foreign lang="lat"
            rend="italic">aptare</foreign> in questo senso, non sia l’origine di
          <emph>attaccare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">attacher</foreign> ec.? <bibl>V.
            il <title>Glossar. Cang.</title> principalmente in <foreign lang="lat" rend="italic"
              >attachiare</foreign>
          </bibl>, cioè <emph>vincire</emph> ec. Ma siccome questa voce si trova massimamente usata
          nelle scritture latino-barbare d’inglesi e scozzesi, così non voglio contrastare che la
          sua origine non possa probabilmente essere Teutonica ec. come si afferma nel medesimo <bibl>
            <title>Glossar.</title> v. 2. <emph>Tasca</emph>
          </bibl>. (3. Luglio 1823.). V. p. 2887.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Io provo presentemente un piacere, io vorrei che la condizione di tutta la mia vita, di
          tutta l’eternità, fosse uguale a quella in cui mi trovo in questo momento. Questo è ciò
          che nessun uomo dice mai nè può dire di buona fede, neppur per un solo momento, neppure
          nell’atto del maggior piacere possibile. Ora se egli in quel momento provasse in verità un
          piacer presente e perfetto (e se non è perfetto, non è piacere), egli dovrebbe
          naturalmente desiderare di provarlo sempre, perchè il fine dell’uomo è il piacere; e
          quindi desiderare che tutta la sua vita fosse tale qual è per lui quel momento, e di più
          desiderare di viver sempre, per sempre godere. Ma egli è certissimo che <pb ed="aut"
            n="2884"/> nessun uomo ha concepito nè formato mai questo desiderio nemmeno nel punto
          più felice della sua vita, e nemmeno durante quel solo punto: egli è certissimo che non ha
          concepito nè mai concepirà questo desiderio per un solo istante neppur l’uomo, qualunque
          sia, che fra tutti gli uomini ha provato o è per provare il massimo possibile piacere. E
          ciò perchè nemmeno in quel punto niuno mai si trovò pienamente soddisfatto, nè lasciò nè
          sospese punto il desiderio nè anche la speranza di un maggiore ed assai maggior piacere.
          Con che egli non venne in quel punto a provare un vero e presente piacere. Bensì dopo
          passato quel tal punto l’uomo spesse volte desidera che tutta la sua vita fosse conforme a
          quel punto, ed esprime questo desiderio con se stesso e cogli altri di buona fede. Ma egli
          ha il torto, perchè ottenendo il suo desiderio, lascerebbe di approvarlo ec. (3. Luglio
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanta barbarie avesse introdotto anche nell’ortografia italiana durante il quattrocento
          l’eccessivo modellarla sulla latina, onde, se si fosse perseverato in <pb ed="aut"
            n="2885"/> quella forma, anche noi scriveremmo diversissimamente da quel che
          pronunzieremmo, come si può credere che allora avvenisse, se pur la pedanteria di quei
          tempi, o piuttosto i pedanti, (perchè di tutti non è credibile) non pronunziavano come
          scrivevano; vedi alcuni esempi nelle Lezioni sulle doti di una colta favella dell’Ab.
          Colombo, Parma 1820. Lez. 3. p. 69. 70. e il Comento di Pico Mirandolano sopra la Canzone
          d’amore di Girolamo Benivieni con essa Canzone ec. Venez. 1522. dove si scrive sempre
            <emph>ad</emph> per <emph>a</emph> avanti consonante, anche seguendo il <emph>d</emph>,
          come <emph>ad dir</emph> (<bibl>st. 1. della Canz. v. 6. a carte 41</bibl>.);
            <emph>advenire</emph> ec. Durò questo pessimo uso anche nei principii del cinquecento.
          Nel citato libro si scrive <emph>tabola</emph> per <emph>tavola</emph>,
          <emph>egloge</emph> per <emph>egloghe</emph>, ec. ec. oltre <emph>philosopho, admirando,
            ad pena</emph> per <emph>appena</emph> ec. (3. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2821. Altresì farebbe a questo proposito il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">nicto is</foreign> detto (se però mai fu detto, e <bibl>v. il
              <author>Forcellini</author>
          </bibl>) per <foreign lang="lat" rend="italic">nicto as</foreign>, (o <foreign lang="lat"
            rend="italic">nictor aris</foreign>), il quale è verbo continuativo fatto dall’inusitato
            <foreign lang="lat" rend="italic">niveo</foreign>, e dimostra sì l’antica esistenza di
          questo <foreign lang="lat" rend="italic">niveo</foreign> ch’è anche dimostrata dal suo
          composto <foreign lang="lat" rend="italic">conniveo</foreign>, sì il participio o supino
          di quello e di questo, che ora ne manca, il quale anche <pb ed="aut" n="2886"/> sarebbe
          dimostrato dal nome <foreign lang="lat" rend="italic">nictus us</foreign>, secondo i
          ragionamenti da me fatti altrove, se però questa è voce vera, e se, e quando significa
            <foreign lang="lat" rend="italic">nictatio</foreign>, e non <foreign lang="lat"
            rend="italic">nisus</foreign>. Perocchè anche <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nisus</foreign> pare ch’ella possa significare, secondo il Forcellini, e in questo senso
          ella servirebbe altresì a comprovare l’antico participio <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nictus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">nitor eris</foreign>, usato già
          in vece di <foreign lang="lat" rend="italic">nixus</foreign> e di <foreign lang="lat"
            rend="italic">nisus</foreign>; dal quale <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nictus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">nitor</foreign> nasce altresì il
          continuativo <foreign lang="lat" rend="italic">nictari</foreign>, il quale io credo
          totalmente diverso da <foreign lang="lat" rend="italic">nicto</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">niveo</foreign>, e non tutt’uno, come vuole il Forcellini ec.
          giacchè i due significati non hanno la menoma analogia, e d’altra parte l’origine dell’uno
          e dell’altro verbo è pianissima, perchè se v’è <foreign lang="lat" rend="italic"
          >conniveo</foreign> dovette esservi <foreign lang="lat" rend="italic">niveo</foreign>, e
          facendosi da <foreign lang="lat" rend="italic">conniveo connixi</foreign>, deve farsi nel
          supino, <foreign lang="lat" rend="italic">connictum</foreign>, come da <foreign lang="lat"
            rend="italic">dixi, dictum</foreign>, e quindi da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >niveo, nictum</foreign>, e quindi <foreign lang="lat" rend="italic">nictare</foreign>:
          e quanto a <foreign lang="lat" rend="italic">nictor</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">nitor</foreign> il Forc. medesimo non la mette in dubbio. Anzi io credo
          che <foreign lang="lat" rend="italic">nicto as</foreign> sia di <foreign lang="lat"
            rend="italic">niveo</foreign> solamente, e <foreign lang="lat" rend="italic">nictor
          aris</foreign> solamente e propriamente di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nitor</foreign>, benchè in due luoghi di Plinio trovisi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nictari</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">connivere</foreign> ec. il che
          potrebb’essere fallo degli scrivani (e infatti in un di quei luoghi v’è chi legga <foreign
            lang="lat" rend="italic">nictare</foreign>), e fallo eziandio dello stesso Plinio che
          confondesse l’uno coll’altro verbo, essendo ambedue antichi e poco al suo tempo usati: nel
          qual proposito vedi quello che dicono il Perticari nel Trattato degli Scrittori del 300, e
          Giordani nella Lettera a Monti, vol. 1. par. 2. della Proposta, sopra la voce <foreign
            lang="lat" rend="italic">fastus</foreign> ec. Del resto da <pb ed="aut" n="2887"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">nixus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nitor</foreign> (che forse non è differente da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nictus</foreign> per niuna ragione grammaticale, ma per sola diversità di pronunzia) si
          fa altresì il suo continuativo cioè <foreign lang="lat" rend="italic">nixor aris</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 2929.</p>
          </note>. (3. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2883. Se ad alcuno non paressero sufficienti le testimonianze che si hanno
          dell’esistenza dell’antico verbo <foreign lang="lat" rend="italic">apo</foreign>,
          consideri che sì la forma estrinseca, sì la significazione vera e propria, e il primitivo
          uso di <foreign lang="lat" rend="italic">aptus</foreign>, sono al tutto di participio. E
          se <foreign lang="lat" rend="italic">aptus</foreign> è participio, dovrà esser participio
          di <foreign lang="lat" rend="italic">apo</foreign> o d’altro tal verbo, quale ch’essi
          vogliano, dal qual verbo dovrà esser venuto <foreign lang="grc">ἅπτειν</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">aptare</foreign>. Se non vogliono che <foreign
            lang="lat" rend="italic">aptus</foreign> sia participio, sarà pur sempre incontrastabile
          che <foreign lang="lat" rend="italic">apto</foreign> sia stato fatto da <foreign
            lang="lat" rend="italic">aptus</foreign>. E se questo è, dunque <foreign lang="grc"
            >ἅπτειν</foreign> ch’è lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic">apto</foreign>,
          sarà pur venuto da <foreign lang="lat" rend="italic">aptus</foreign>, o se non altro da
          una radice simile a questa, la quale sarà stata nella lingua madre della greca e della
          latina, e conservatasi nella latina, cioè nell’aggettivo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >aptus</foreign>, si sarà perduta nella greca. Che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >aptus</foreign> venga da <foreign lang="grc">ἅπτειν</foreign>, o da <foreign lang="grc"
            >ἅπτεσθαι</foreign> come vuol Servio, un aggettivo da un verbo, è fuor d’ogni
          verisimiglianza, perchè è contrario <pb ed="aut" n="2888"/> ad ogni usata norma di
          derivazione, sì per la forma materiale comparata dei detti verbi, e del detto aggettivo,
          sì per la ragione grammaticale, analogia, ec. che in tal derivazione, niuna si troverebbe.
          Che poi <foreign lang="lat" rend="italic">aptus</foreign> venga da <foreign lang="lat"
            rend="italic">aptare</foreign>, (come Perticari credeva che <emph>arso</emph> venisse da
            <emph>arsare</emph>: vedi p. 2688.) sarà anche meno verisimile a quelli che avranno ben
          considerata la nostra teoria della formazione de’ verbi in <emph>tare</emph> da’
          participii in <emph>tus</emph>, dichiarata ed esposta e provata con tanti esempi. A tutti
          i quali parrà molto più probabile che <foreign lang="lat" rend="italic">aptare</foreign>
          sia un continuativo fatto da un participio in <emph>tus</emph> ec. che non può esser se
          non <foreign lang="lat" rend="italic">aptus</foreign>, (il quale, come ho detto, ha tutto
          quanto del participio) e questo da <foreign lang="lat" rend="italic">apo</foreign> ec. Che
            <foreign lang="lat" rend="italic">aptus</foreign> sia sincope di <foreign lang="lat"
            rend="italic">aptatus</foreign>, il qual participio esiste, ed è ben diverso da <foreign
            lang="lat" rend="italic">aptus</foreign>, è così credibile come che <foreign lang="lat"
            rend="italic">jactus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">jacio</foreign> sia
          sincope di <foreign lang="lat" rend="italic">jactatus</foreign> participio di <foreign
            lang="lat" rend="italic">jactare</foreign>, e altri tali spropositi, molti de’ quali
          sono stati detti e creduti per non aver posto mente alla formazione de’ verbi ec. che noi
          illustriamo. (4. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2889"/> Da <foreign lang="grc">ἕζω</foreign>, Dor. etc. <foreign
            lang="grc">ἕδω</foreign>, o da <foreign lang="grc">ἕζομαι</foreign>, futuro <foreign
            lang="grc">ἑδοῦμαι</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">sedeo</foreign>, e così
          da <foreign lang="grc">ἕδος εος</foreign> o da <foreign lang="grc">ἕδρα ας</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">sedes</foreign> e simili. Da <foreign lang="grc">ἄλσος</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">saltus</foreign>. (4. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A quello che altrove ho detto circa la formazione dei verbi in <emph>uo</emph> o in
            <emph>uor</emph> dai nomi verbali, o qualunque, della quarta declinazione, o dai nomi
          della seconda desinenti in <emph>uus</emph>, e circa i nomi in <emph>uosus</emph> fatti da
          simili radici, e agli avverbi ec. aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >praesumptuosus, praesumptuose</foreign>; <emph>presuntuoso, presontuoso, prosuntuoso,
            prosontuoso, presuntuosamente, presuntuosità</emph> ec.; <foreign lang="spa"
            rend="italic">presumptuoso</foreign> ec. spagnuolo, da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sumptus us. Mutuor aris</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >mutuus</foreign>. A quel che in questo proposito ho detto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">monstruosus</foreign>, <emph>mostruoso</emph> ec. aggiungi che gli
          spagnuoli in verità dicono <foreign lang="spa" rend="italic">monstruo</foreign> non
            <emph>monstro</emph>, onde ben si deduce, non <foreign lang="lat" rend="italic"
            >monstrosus</foreign>, ma <foreign lang="lat" rend="italic">monstruosus.
          Quaestuosus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">quaestus us. Ructuo,
          ructuosus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">ructus us. Eructuo</foreign>
          <bibl>v. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Eructo</foreign>
            fin.</bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Evacuo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vacuus</foreign>, e così <foreign lang="lat" rend="italic">vacuo as</foreign>. (4.
          Luglio. 1823.). V. p. 3263.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove delle sillabe latine che non sono dittonghi, e pur sono composte di più
          vocali. Tra queste è notabile la seconda sillaba di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >eheu</foreign>, la qual voce non è trisillaba, ma dissillaba, benchè composta di tre
          vocali, e benchè <emph>eu</emph> non si conti fra’ dittonghi latini. <pb ed="aut" n="2890"
          /> Ed è dissillaba non per licenza o figura poetica, ma per regola, e trisillaba non
          potrebb’essere o non senza licenza. Così dite di <foreign lang="lat" rend="italic">hei,
            heu, euge, eugepae, euganeus</foreign> ec. ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Eburneus-eburnus</foreign>. (4. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non è fuor di ragione nè arbitrario e gratuito quello ch’io dico circa la formazione dei
          continuativi da’ participii in <emph>atus</emph>, che mutano l’<emph>a</emph> in
          <emph>i</emph> ec. Perocchè questa mutazione è ordinarissima e solenne nelle derivazioni e
          composizioni della lingua latina. Onde da <foreign lang="lat" rend="italic">capio, frango,
            tango, sapio, facio, iacio, taceo</foreign> ec. ec. si fa in composizione <foreign
            lang="lat" rend="italic">cipio, fringo</foreign> ec. cioè p. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">accipio, effringo, attingo, insipiens, resipio, desipio, afficio, adjicio,
            conticesco, reticeo</foreign> ec. e così nelle derivazioni ec. Anche la <emph>e</emph>
          si muta in <emph>i</emph>: p. e. da <foreign lang="lat" rend="italic">teneo, sedeo,
            specio, rego, lego</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">contineo, insideo,
            aspicio, corrigo, colligo</foreign> ec. (5. Luglio. 1823.). Puoi vedere la p. 2843.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che presso Omero il nome <foreign lang="grc">ἧμαρ</foreign> serve a una
          perifrasi, come <foreign lang="grc">βία</foreign>, in modo che per se stesso non vuol dir
          nulla, ma significa quello che occorre unitamente al nome col quale è congiunto; p. e.
            <foreign lang="grc">νόστιμον ἧμαρ</foreign>, il dì del ritorno, vuol dire il ritorno e
          non <pb ed="aut" n="2891"/> altro. Più esempi di quest’uso d’Omero <bibl>vedili
              nell’<title lang="lat">Index vocabulorum Homeri</title> del <author>Sebero</author>,
            in <foreign lang="grc">ἧμαρ αἴσιμον</foreign>
          </bibl>. (5. Luglio 1823.). V. p. 2995,2.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2864. marg. È indubitato, secondo me, che quest’uso nacque dall’altra pessima
          usanza, introdotta nel latino fin dai primissimi tempi dell’impero, di dar del
          <emph>voi</emph> alle persone singolari. Onde è probabile che allora, o poco dipoi, o
          certo nel volgar latino quando che sia, s’introducesse questo costume di aggiungere
          l’aggettivo <emph>altri</emph> al <emph>voi</emph> e al <emph>noi</emph> (giacchè il
            <emph>noi</emph> anche negli ottimi tempi in latino e in greco, si usava in senso
          singolare) quando questi pronomi avevano ad aver senso plurale, per distinguerli da quando
          avevano ad averlo singolare. E così introdotto quest’uso nel volgar latino, passò in tutte
          tre le lingue figlie. E con ragione; perchè in esse ancora si manteneva e si mantiene
          quell’altra pessima usanza che, secondo me, lo produsse. Stante la quale, l’uso di questo
          idiotismo è quasi necessario per evitar mille equivoci e dubbi sì nello scrivere, sì nel
          parlare, quando molte persone sono presenti, o <pb ed="aut" n="2892"/> quando nello
          scrivere si suppongono ec.: (come si vede tutto dì per esperienza; massime nello scrivere,
          dove per iscrupolo di esser troppo familiare, e perchè non si sa più la lingua, ec. ormai
          generalmente si tralascia questo idiotismo). Infatti noi nel parlar familiare non lo
          abbandoniamo quasi mai, nè gli spagnuoli lo possono abbandonare. Ma anche gli spagnuoli
          tacciono l’ <foreign lang="spa" rend="italic">otros</foreign> se parlano a persona
          singolare, o di se stessi singolarmente, ne’ quali casi dicono <foreign lang="spa"
            rend="italic">vos</foreign> e <foreign lang="spa" rend="italic">nos</foreign>. Lo
          tacciono ancora quando il <foreign lang="spa" rend="italic">vos</foreign> e il <foreign
            lang="spa" rend="italic">nos</foreign> fa ufficio delle nostre particelle o pronomi
            <emph>ci</emph> e <emph>vi</emph>, come <foreign lang="fre" rend="italic">nous</foreign>
          e <foreign lang="fre" rend="italic">vous</foreign> in francese. Del resto in nessuna delle
          tre lingue si direbbe <emph>voi altri</emph> o <emph>noi altri</emph> in senso singolare.
          È notabile che l’uso di <foreign lang="lat" rend="italic">nos</foreign> in senso
          singolare, fu più proprio delle lingue antiche che delle moderne, nelle quali anzi, quanto
          al parlare o allo scrivere familiare, a cui solo spetta il <emph>noi altri</emph>, esso
          uso è intieramente abolito. Vedendosi dunque che pur tutte tre queste lingue usano
          familiarmente questo idiotismo di <emph>noi altri</emph> senza abbisognarne punto per
          distinzione, confermasi ch’esso idiotismo derivi dalla lingua latina, la quale ne avea
          bisogno per distinguere il <foreign lang="lat" rend="italic">nos</foreign> plurale dal
            <foreign lang="lat" rend="italic">nos</foreign> singolare. (5. Luglio 1823.).
            <emph>Altri</emph> è qui ridondante, come <foreign lang="grc">ἄλλος</foreign> in greco
          ec. del che spesso altrove.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2893"/> A proposito del vario significato e del figurato uso de’ tempi
          dell’ottativo in latino, dello scambio d’essi tempi tra loro, e con quelli d’altri modi,
          ec. <bibl>vedi <author>Orazio</author>
            <title>epist. <hi rend="sc">i</hi>
            </title>. l. 2. v. 3. 4</bibl>. dove <foreign lang="lat" rend="italic">peccem,
          morer</foreign> stanno per <foreign lang="lat" rend="italic">peccarem, morarer</foreign>.
          (5. Luglio 1823.)<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Così <bibl>
                <author>Virg.</author>
                <title>Geor.</title> 4. 116-7</bibl>.</p>
          </note>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa quello che altrove ho detto de’ participii <foreign lang="lat" rend="italic"
            >quaesitus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">quaeritus</foreign> e del verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaeritare</foreign> ec. I francesi hanno <foreign
            lang="fre" rend="italic">querir</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaerere</foreign>, e <foreign lang="fre" rend="italic">quêter</foreign>, anticamente
            <foreign lang="fre" rend="italic">quester</foreign>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaesitus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaesere</foreign>, onde noi <emph>chiesto</emph>, e gli spagnuoli <foreign lang="spa"
            rend="italic">quisto</foreign>. <foreign lang="fre" rend="italic">Chéri</foreign> è il
            <foreign lang="spa" rend="italic">querido</foreign> degli spagnuoli da <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaeritus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >quaerere</foreign>. E <foreign lang="fre" rend="italic">chérir</foreign> è lo stesso
            <foreign lang="spa" rend="italic">querer</foreign> spagnuolo nel significato, che questo
          pure ha, di <emph>voler bene</emph>. Il nostro <emph>cherere</emph> è il <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaerere</foreign> latino, in significato però di
          <emph>volere</emph>, come lo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">querer</foreign>,
          e anche di <emph>domandare</emph>, come il nostro <emph>chiedere</emph> ch’è il latino
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaerere</foreign> (v. p. 2995.), siccome il suo
          participio <emph>chiesto</emph> è il latino <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaesitus</foreign>, per sincope <foreign lang="lat" rend="italic">quaestus</foreign>.
            <foreign lang="spa" rend="italic">Malquerer, malquerido, malquisto</foreign>, cioè
          volere e voluto male. <emph>Chesta, inchesta, richesta</emph> sust. , per
          <emph>chiesta</emph> ec. <emph>richedere richesto; inchierere richierere</emph> cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">inquirere requirere</foreign>; ec.
          <emph>acchiedere</emph> quasi <foreign lang="lat" rend="italic">acquaerere</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">acquirere</foreign>, con altro senso. <foreign
            lang="fre" rend="italic">Acquérir</foreign> e <foreign lang="fre" rend="italic"
            >conquérir</foreign> francesi, <foreign lang="spa" rend="italic">adquirir</foreign>
          spagnuolo sono i latini <foreign lang="lat" rend="italic">acquirere</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">conquirere</foreign>. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Acquêter</foreign>, anticamente <foreign lang="fre" rend="italic">acquester</foreign>,
          e l’antico <foreign lang="fre" rend="italic">conquêter</foreign> o <foreign lang="fre"
            rend="italic">conquester</foreign> francesi, lo spagnuolo <foreign lang="spa"
            rend="italic">conquistar</foreign>, e l’italiano <emph>acquistare</emph>
          <pb ed="aut" n="2894"/> e <emph>conquistare</emph> sono continuativi fatti da <foreign
            lang="lat" rend="italic">acquisitus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >conquisitus</foreign>, detratta la seconda <emph>i</emph>. (V. il Glossario se ha nulla
          in tutte queste e simili voci). (5. Luglio 1823.).</p>
        <p>Questa detrazione fatta, come si vede, in tante voci o derivate o composte da <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaesitus</foreign>, o che non sono altra voce se non questa
          medesima, conferma la mia opinione che da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >situs</foreign> particip. di <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign> si facesse
            <foreign lang="lat" rend="italic">stare</foreign>, detratta la <emph>i</emph> come
          appunto da <foreign lang="lat" rend="italic">conquisitus</foreign>
          <emph>conquistare</emph>, e così da <foreign lang="lat" rend="italic">quaesitus</foreign>
          <foreign lang="spa" rend="italic">quisto</foreign> e <emph>chiesto</emph> ec. Così da
            <foreign lang="lat" rend="italic">positus, postus repostus</foreign> ec. ec. E della
          soppressione della <emph>i</emph> in moltissimi participii latini come <foreign lang="lat"
            rend="italic">docitus-doctus, legitus-legtus-lectus</foreign> ec. soppressione divenuta,
          fino <foreign lang="lat">ab antico</foreign>, comune, anzi universale, vedi ciò che dico
          altrove. La qual detrazione non è solamente propria delle lingue moderne (dico circa
          questo vocabolo <foreign lang="lat" rend="italic">quaesitus</foreign> appunto), giacchè la
          stessa lingua latina ne fa uso nella voce <foreign lang="lat" rend="italic">quaestus
          us</foreign>, la quale, come altrove ho dato per regola circa tali verbali, è formata
          appunto da <foreign lang="lat" rend="italic">quaesitus</foreign>, e dovrebbe regolarmente
          dire <foreign lang="lat" rend="italic">quaesitus us</foreign>, la qual voce ancora si
          trova effettivamente. Siccome vi sono le voci <foreign lang="lat" rend="italic">quaesitio,
            quaesitor, quaesitura</foreign>, di cui sono contrazione <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaestio, quaestor, quaestura</foreign>, voci fatte da quelle per
          detrazione della <emph>i</emph>, come per tal detrazione sono fatte <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaestorius, quaestuosus</foreign> ec. benchè non si trovi <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaesitorius</foreign>, <pb ed="aut" n="2895"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">quaesituosus</foreign> ec. E vedi a questo proposito le
          p. 2932. e 2991-2. 3032. segg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Del resto il nostro antico <emph>suto</emph> è lo stesso che lo spagnuolo <foreign
            lang="spa" rend="italic">sido</foreign>, e che il latino <foreign lang="lat"
            rend="italic">situs</foreign> da me supposto: è lo stesso, dico, considerato il solito
          scambio e la solita affinità fra la lettera <emph>u</emph> e l’<emph>i</emph>, del che ho
          detto più volte, e fra l’altre p. 2824-5. principio (e se n’ha appunto un esempio nella
          voce <foreign lang="lat" rend="italic">quaesumus</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaesere</foreign>, detta per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaesimus</foreign>. <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>.). Stante il quale scambio e affinità si può credere o che gli antichi latini
          dicessero così <foreign lang="lat" rend="italic">sutus</foreign> come <foreign lang="lat"
            rend="italic">situs</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">maxumus</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">maximus, lubens</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">libens</foreign>), o prima l’una di queste, e poi col tempo l’altra, o che
          l’italiano antico mutasse la pronunzia latina facendo <emph>suto</emph> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">situs</foreign>, o viceversa lo spagnuolo facendo <foreign
            lang="spa" rend="italic">sido</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sutus</foreign>, giacchè questo scambio tra <emph>u</emph> ed <emph>i</emph> ebbe luogo
          frequentemente anche nei principii delle moderne lingue (<bibl>v. <author>Perticari</author>
            <title>Apolog. di Dante</title> c. 16. verso il fine p. 156</bibl>.) siccome lo ha tutto
          dì. (5. Luglio 1823.). V. p. 3027.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto sia facile l’imparare a parlare, quanto poco tempo debba esser corso innanzi che
          il genere umano <pb ed="aut" n="2896"/> arrivasse primieramente ad accorgersi di avere
          organi capaci di formare e articolare vari suoni, poi ad imparar di formare e articolar
          tali suoni, e finalmente a crear col loro diverso accozzamento una serie di voci di
          convenuta significazione, che fosse bastante a potersi scambievolmente communicare i
          proprii sensi, e più ancora innanzi che il genere umano arrivasse a portar questa serie al
          punto di poter essere chiamata lingua e di servire a tutti i bisogni dell’espressione; si
          consideri nel muto. Il quale, convivendo pur tutto giorno con uomini i quali parlano, ed
          usano una lingua già perfetta, non arriva mai in tutta quanta la sua vita nemmeno alla
          prima delle sopraddette cose, cioè ad accorgersi di avere organi capaci di suoni
          articolati: giacchè seppure egli manda fuori alcun suono di voce, questo è meno articolato
          e meno vario che non sono le voci delle bestie. Ora io torno in campo colla mia solita
          domanda. È egli possibile che se la natura aveva espressamente destinato l’uomo a parlare,
          se, come dice Dante, opera naturale è ch’uom favella, essa natura lasciasse tanto da fare
          all’uomo per <pb ed="aut" n="2897"/> arrivare ad eseguire quest’opera
          <emph>naturale</emph>, e debita alla sua essenza, e propria di essa, quest’opera senza la
          quale egli non avrebbe mai corrisposto alla sua natura particolare, nè all’intenzione
          della natura in generale, e condannasse espressamente tanta moltitudine e tante
          generazioni d’uomini, quante dovettero passare prima che fosse trovata una lingua, altre a
          non sapere nè potere in alcun modo fare, altre a non poter fare se non se
          imperfettissimamente, quello che l’uomo doveva pur sapere e potere compiutamente fare per
          sua propria natura? E poichè l’uomo senza la lingua non sarebbe uscito mai del suo stato
          primitivo purissimo, e la lingua è il principale e più necessario istrumento col quale
          egli ha operato ed opera quello che si chiama suo perfezionamento; e se d’altronde tanto è
          per ciascuna cosa il ben essere, quanto l’esser perfetta, nè si dà per veruna specie di
          enti felicità veruna senza la perfezione conveniente ad essa specie; è egli possibile che
          se questa che si chiama perfezione dell’uomo, fosse veramente tale, e destinatagli dalla
          natura, essa natura nel formar l’uomo <pb ed="aut" n="2898"/> l’avesse posto così
          mirabilmente lontano dalla perfezione da lei voluta e destinatagli, ed a lui necessaria,
          che egli non avesse ancora nè potesse avere nemmeno una prima idea dell’istrumento, col
          quale dopo lunghissimi travagli, e lunghissimo corso di generazioni e di secoli, la sua
          specie sarebbe finalmente arrivata a conseguire alcuna parte di questa perfezione?</p>
        <p>Certo se questo è vero, perchè diciamo noi che l’uomo è per natura il più perfetto degli
          esseri terrestri? Lasciamo stare che la perfezione è sempre relativa a quella tale specie
          in che ella si considera. Ma paragonando pur l’uomo colle altre specie di questo mondo, se
          la sua perfezione è quella che altri dice, come non si dovrà sostenere che l’uomo è per
          natura la più imperfetta di tutte le cose? Perocchè tutte le altre cose hanno da natura la
          perfezione che loro si conviene, e però sono tutte naturalmente così perfette, come
          debbono essere, che è quanto dire perfettissime. Solo l’uomo, secondo il presupposto che
          abbiamo fatto, è per natura così lontano dallo stato che gli conviene, che più, quasi, non
          potrebb’essere, e quindi laddove tutte <pb ed="aut" n="2899"/> l’altre cose sono in natura
          perfettissime, l’uomo è in natura imperfettissimo. Pertanto la specie umana lungi da esser
          la prima in natura, è anzi l’ultima di tutte le specie conosciute.</p>
        <p>Questa conseguenza deriva dal supposto principio: ma come il principio è falso, così essa
          non è vera; e questa proposizione considerata ancora in se sola, si riconosce agevolmente
          per falsissima. Poichè relativamente all’ordine delle cose terrestri, l’uomo come l’essere
          più di tutti conformabile, è il più perfetto di tutti.</p>
        <p>Se però nel detto ordine delle cose terrestri, considerando la perfezione di ciascheduna
          specie in modo comparativo, cioè relativamente l’una all’altra, non vogliamo immaginare
          una doppia scala, ovvero una scala parte ascendente e parte discendente. E nella estremità
          inferiore della prima, porre gli esseri affatto o più di tutti gli altri inorganizzati.
          Indi salendo fino alla sommità, porre gli esseri più organizzati, fino a quelli che
          tengono il mezzo della organizzazione, della sensibilità, della conformabilità. E di
          questi farne il sommo <pb ed="aut" n="2900"/> grado della scala, cioè della perfezione
          comparativamente considerata, come quelli che forse sono per natura i più disposti a
          conseguire la propria particolare e relativa felicità, e conservarla. Da questi in poi
          sempre discendendo giù giù per gli esseri più organizzati sensibili e conformabili, porre
          nell’ultimo e più basso grado dell’altra parte della scala l’uomo, come il più
          organizzato, sensibile, e conformabile degli esseri terrestri.</p>
        <p>Discorrendo in questo modo, e raddoppiando o ripiegando così la scala, troveremmo che
          l’uomo è veramente nella estremità non della perfezione (come ci parrebbe se facessimo una
          scala sola o semplice e retta), ma della imperfezione; e in una estremità più bassa ancora
          di quella che è dall’altra parte della scala. Perocchè dalla comparativa imperfezione
          degli esseri posti in quel grado, non ne segue ai medesimi alcuna infelicità laddove
          all’uomo grandissima.</p>
        <p>E veramente io così penso. L’uomo non è per natura infelice. La natura non ha posto <pb
            ed="aut" n="2901"/> in lui nessuna qualità che lo renda tale per se medesima, nessuna
          che tal qual è naturalmente, si opponga da niuna parte al suo ben essere; e però la natura
          direttamente non ha prodotto l’uomo nè infelice, nè tale ch’ei debba necessariamente
          divenirlo. Perocchè l’uomo potrebbe conservarsi nello stato suo primitivo puro, come gli
          altri esseri si conservano nel loro, e conservandocisi, sarebbe così felice, o così non
          infelice, come gli altri esseri sono felici o non sono infelici durando nel naturale
          stato. Sicchè la natura in ordine all’uomo non ha violato per niun conto nè trapassato le
          sue universali leggi, che ciascuno essere abbia nella sua propria essenza immediatamente
          quanto abbisogna alla felicità che gli conviene, e nulla che per se lo sforzi alla
          infelicità. Ma l’eccessiva, o diciamo meglio, la <emph>suprema</emph> conformabilità e
          organizzazione dell’uomo, che lo rende il più mutabile e quindi il più corruttibile di
          tutti gli esseri terrestri, lo rende eziandio per conseguenza il più infelicitabile,
          benchè non lo renda per se stessa e naturalmente infelice, cioè lo rende il <pb ed="aut"
            n="2902"/> più disposto a potersi, e più d’ogni altro essere, allontanare dal suo stato
          naturale, e quindi dalla sua propria perfezione, e quindi dalla sua felicità; perch’essa
          stessa conformabilità umana è più d’ogni altra disposta e facile a poter perdere il suo
          primitivo stato, uso, operazioni, applicazioni e simili. Talchè difficilmente l’uomo si
          conserva in effetto nel suo naturale e primitivo stato, e però difficilmente si salva in
          fatti dalla infelicità. Stante le quali considerazioni, e stante appunto la
          <emph>somma</emph> conformabilità e organizzazione dell’uomo, metafisicamente considerata
          in ordine alla vera e metafisica perfezione, diremo che l’uomo è il più imperfetto degli
          esseri terrestri, anche per natura, in quanto però solamente ella è <emph>naturale</emph>
          in lui una <emph>disposizione</emph> maggiore che in qualunqu’altro essere a perdere il
          suo stato e la sua perfezione naturale. Niuna imperfezione, neppure in ordine all’uomo, si
          può trovare propriamente nella natura; l’uomo non è imperfetto nè in natura, nè per
          natura; anzi se volete, in natura e per natura egli è il più perfetto degli esseri; ma <pb
            ed="aut" n="2903"/> in natura e per natura egli è più di tutti disposto a divenire
          imperfetto; e ciò per ragione appunto della somma sua perfezione naturale; come quelle
          macchine o quei lavorii compitissimi e perfettissimi, che per esser tali, sono minutamente
          lavorati, e quindi delicatissimi, e per la somma delicatezza più facilmente degli altri si
          guastano, e perdono l’essere e l’uso loro.</p>
        <p>Ma ad essi si trovano forse artefici che possono ripararli, a noi guasti e snaturati una
          volta, non si trova mano che ci riponga nel primo stato, (nè da noi medesimi siamo atti a
          farlo). Poichè nè la natura ci ripiglia in mano per riformarci, come l’artefice il suo
          lavoro sconciato, nè altra potenza v’ha che ci possa restaurare come un nuovo artefice il
          lavoro altrui. (6. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2815. marg. <foreign lang="lat" rend="italic">Auspico</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">suspico</foreign> v. p. 3686. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">specio</foreign>, sono come <foreign lang="lat" rend="italic">aedifico,
            vivifico, sacrifico, amplifico, gratifico, velifico, significo, vocifico</foreign> (s’è
          vero), <foreign lang="lat" rend="italic">magnifico, mellifico</foreign>, e tali altri non
          pochi, da <foreign lang="lat" rend="italic">facio</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 2998. e 3007.</p>
          </note>, i quali hanno la forma e la coniugazione mutata dalla loro origine o per esser
          fatti da nomi, come p. e. <foreign lang="lat" rend="italic">aedificium, sacrificium,
            magnificus, amplificus</foreign>, ch’è di Frontone, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vivificus</foreign>, ec. o per accidente e virtù della composizione, quando <pb
            ed="aut" n="2904"/> anche sieno fatti direttamente dal verbo originale <foreign
            lang="lat" rend="italic">facio</foreign>. E notate che i composti di questo verbo fatti
          con preposizione o particella, non hanno questa forma, ma solo quelli fatti con nomi ec.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Lucrificare-Lucrifacere. Benefacere</foreign>
          <emph>Beneficare</emph> italiano. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Ludifacere-Ludificare</foreign>. A ogni modo siccome questi tali verbi, se ben li guardi,
          hanno per lo più un significato continuativo, giacchè altro e meno è p. e. <foreign
            lang="lat" rend="italic">mel facere</foreign>, altro e più <foreign lang="lat"
            rend="italic">mellificare</foreign>, si potrebbe forse credere che la loro inflessione
          in <emph>are</emph> mutata da quella della terza coniugazione non fosse a caso nè senza
          ragione, e che essi appartenessero alla categoria di verbi della quale al presente
          discorriamo, cioè di continuativi appartenenti alla prima coniugazione ma non formati da’
          participii, e diversi da quelli che ne sono formati, come nel caso nostro, da <foreign
            lang="lat" rend="italic">facio facto, labefacto</foreign> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">specio specto, suspecto</foreign> (a cui appartiene <foreign lang="lat"
            rend="italic">suspectio</foreign> ch’equivale a <foreign lang="lat" rend="italic"
            >suspicio</foreign> e da cui il nostro <emph>sospettare</emph> e lo spagn. <foreign
            lang="spa" rend="italic">sospechar</foreign> (come <foreign lang="spa" rend="italic"
            >pecho</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">pectus</foreign>) che vagliono
            <foreign lang="lat" rend="italic">suspicari</foreign>. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Soupçonner</foreign> è quasi <foreign lang="lat" rend="italic">suspicionare</foreign>,
          da <foreign lang="fre" rend="italic">soupçon</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >suspicio onis</foreign>) ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Suspico</foreign>
          potrebbe anche esser fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">suspicio is</foreign>, il
          qual verbo trovasi appo Sallustio in senso di <emph>sospettare</emph>, ed al quale
          appartiene il participio <foreign lang="lat" rend="italic">suspectus</foreign> che vale
          per lo più sospetto aggett. E forse in questo senso si disse anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">suspicior eris</foreign>, onde poi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >suspicor</foreign>, giacchè trovasi <foreign lang="lat" rend="italic"
          >suspectus</foreign> per <emph>sospettoso</emph>, (così anche in ital.
          <emph>sospetto</emph>) e Apuleio l’adopra <pb ed="aut" n="2905"/> espressamente
          coll’accusativo, come participio d’un verbo deponente, in vece di <foreign lang="lat"
            rend="italic">suspicatus</foreign>. Ma vedi la pag. 2841-2. (7. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2809. Nelle nostre <emph>Opere</emph> serie e buffe l’effetto del coro non è
          cattivo. Ma esso nelle <emph>opere</emph> serie è ben lontano dal far quegli uffici, dal
          sostener quel personaggio, e quindi dal muovere quelle illusioni e far quegli effetti che
          faceva nelle tragedie antiche: ond’è ch’esso riesce forse meglio nelle <emph>opere
          buffe</emph>, quanto all’effetto morale, giacchè muove pure all’allegria, e fa come
          l’uffizio, così l’effetto che produceva nelle antiche commedie, nè il muovere
          all’allegria, ch’è pure una passione, è piccolo effetto morale. Laddove nelle
          <emph>opere</emph> serie esso non interessa quasi che gli occhi e gli orecchi, e niuna
          passione ancorchè menoma nè desta nè pur tocca. Ma questo è pur troppo il general difetto
          di tutta l’<emph>Opera</emph>, e massime della seria, e nasce dal far totalmente servir le
          parole allo spettacolo e alla musica, e dalla confessata nullità d’esse parole, dalla qual
          necessariamente deriva la nullità de’ personaggi, e <pb ed="aut" n="2906"/> così del coro,
          e quindi la mancanza d’effetto morale, ossia di passione; se non altro la molta scarsezza,
          rarità, languidezza, e poca durevolezza dell’uno e dell’altra.</p>
        <p>Del resto i pochi moderni che hanno introdotto il coro ne’ loro drammi regolari, come
          Racine nell’<title>Ester</title>, non avendogli dato le condizioni ch’esso avea negli
          antichi, niuno o quasi niuno effetto hanno prodotto. Ed anche la natura d’essi drammi sì
          moralmente parlando, e sì anche materialmente (poichè la scena si finge per lo più in
          luogo coperto e chiuso, con altre tali circostanze che restringono, e impiccoliscono, e
          circoscrivono, e depoetizzano le idee), non era adattata nè al coro degli antichi nè a’
          suoi effetti. Parlo anche delle commedie, le quali presso gli antichi si supponevano per
          lo più, o la più parte di ciascuna, in piazza, o ne’ porti, come il <title lang="lat"
            >Rudens</title> di Plauto, o in somma all’aperto ec. V. p. 2999. (7. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In tutte le lingue tanto gran parte dello stile appartiene ad essa lingua, che in veruno
          scrittore l’uno senza l’altra non si può considerare. La magnificenza, la forza, la
          nobiltà, l’eleganza, la semplicità, la naturalezza, la grazia, la varietà, tutte o quasi
          tutte le qualità dello stile, sono così legate alle corrispondenti qualità della <pb
            ed="aut" n="2907"/> lingua, che nel considerarle in qualsivoglia scrittura è ben
          difficile il conoscere e distinguere e determinare quanta e qual parte di esse (e così
          delle qualità contrarie) sia propria del solo stile, e quanta e quale della sola lingua; o
          vogliamo piuttosto dire, quanta e qual parte spetti e derivi dai soli sentimenti, e quanta
          e quale dalle sole parole; giacchè rigorosamente parlando, l’idea dello stile abbraccia
          così quello che spetta ai sentimenti come ciò che appartiene ai vocaboli. Ma tanta è la
          forza e l’autorità delle voci nello stile, che mutate quelle, o le loro forme, il loro
          ordine ec. tutte o ciascuna delle predette qualità si mutano, o si perdono, e lo stile di
          qualsivoglia autore o scritto, cangia natura in modo che più non è quello nè si riconosce.
          Veggasi la p. 3397-9.</p>
        <p>Tutto ciò accade in tutte le lingue, fuorchè nella francese. Chè veramente nella lingua
          francese lo stile è formato quasi tutto dai sentimenti, e dalle figure che appartengono
          alle sentenze. E la diversità degli stili, e quella delle qualità di uno stile, non si può
          considerare in essa lingua se non quanto ai sentimenti, e non appartiene, non dipende, non
            <pb ed="aut" n="2908"/> nasce se non da questi. Perocchè, se ben si osserva, quanto alle
          parole, e a tutto ciò che loro appartiene, tutti gli stili de’ francesi, sì di diversi
          autori e scritture, sì di una stessa scrittura o scrittore in diversissime materie, sono
          poco men che conformi.</p>
        <p>E non è maraviglia; perocchè dov’è pochissimo luogo alla scelta delle parole e
          dell’ordine e composizioni loro, quivi pochissima potrà essere la differenza o tra gli
          stili di vari autori o di varie opere, o tra le qualità di un medesimo stile in diverse
          materie e occasioni, per ciò che spetta alle parole. Le quali non potendosi scegliere, non
          possono essere qua eleganti, qua nobili, qua efficaci, qua graziose, ma sempre tali, o non
          mai. Nè potendosi scegliere gli ordini e collocamenti delle medesime, non può nascere
          dalla composizion de’ vocaboli ora una qualità di stile ed ora un’altra, ma sempre una,
          perchè sempre una e niente variabile è ella medesima. Dico dalla composizion de’ vocaboli
          considerata in se, non in quanto ai sentimenti ch’esprimono, perchè in quanto a questa
          parte, la lingua francese è capace di ricever varietà di stile dalla composizione delle
          parole, <pb ed="aut" n="2909"/> ma ben guardando, si sente che questa varietà non deriva
          punto dalla composizione stessa in se, ma dalle sentenze e figure loro.</p>
        <p>Onde si può dire che la <emph>lingua</emph> francese non avendo appresso a poco che uno
          stile, lo scrittor francese, quanto alla lingua, non ha mai stile proprio, e che per
          quanto appartiene alle parole, lo stile di qualsivoglia scrittor francese non è suo, ma
          della lingua. E così lo stile di qualsivoglia genere di scrittura non è d’esso genere ma
          della lingua universale; e lo stile della poesia francese non è della poesia ma della
          lingua, e lo stile della prosa è quel della lingua, è quello della conversazione, non è
          neppur proprio della prosa più che della poesia, anzi vedi in proposito la p. 3429.</p>
        <p>Il che si può parimente dire della lingua ebraica, nella quale altresì, quanto alle
          parole, non era luogo alla scelta, benchè, quanto alle composizioni delle medesime, forse
          v’avesse luogo un poco più che nella francese, essendo ella tutta indigesta e informe, e
          quindi tutta poetica.</p>
        <p>Effettivamente la differenza degli stili e delle qualità di un medesimo stile, quanto
          alla lingua, è così minuta e così scarsa in francese, che un forestiere il quale benissimo
          la distinguerà negli scrittori greci e latini, che sono lingue morte, difficilmente, anzi
          appena, secondo me, la distinguerà e sentirà mai negli scrittori francesi. Nè potrà mai
          ben dire, questo scrittore o questo passo è elegante, <pb ed="aut" n="2910"/> questo
          dignitoso e magnifico, questo energico, questo grazioso quanto alle parole, e questo no.
          Onde nasce che anche generalmente parlando, la differenza dello stile, cioè del modo di
          esprimere i concetti, chè questo è ciò che si chiama stile, è poco sensibile al forestiere
          nella lingua francese; certo assai meno sensibile che nelle altre. Difficilissimo è ancora
          al forestiero il sentir la differenza degli <emph>stili</emph> (inquanto propriamente
          stili) francesi di diversi tempi (dico dal secolo di Luigi in poi), o comparando uno
          scrittor d’un secolo a uno di un altro, o generalmente lo stile di un secolo a quel di un
          altro. Ho detto dal secolo di Luigi, e intendo di quelli che in quel secolo scrissero
          bene, e che s’hanno ancora per buoni, e inquanto s’hanno per tali (come Corneille), nella
          lingua ec. Tanto più che nella espressione de’ concetti, anche in quella parte dello stile
          che spetta alle sentenze, il modo degli scrittori francesi è più vario bensì che nella
          parte delle parole, ma infinitamente meno vario che negli scrittori delle altre lingue, sì
          per rispetto dell’uno scrittore e dell’un secolo all’altro, o dell’una opera e dell’un
          genere di scrittura all’altra opera e all’altro genere, sì per rispetto alle varie parti
          di una stessa opera o genere, e alle varie gradazioni e qualità di un medesimo stile. E
          basti dire in prova, che la lingua francese, non solamente non ha linguaggio, ma neppur
          quasi stile poetico veramente.</p>
        <p>In simil modo nella lingua ebraica, non si sente se non poca differenza di stili, o di
          qualità di un <pb ed="aut" n="2911"/> medesimo stile. Il che si attribuisce alla
          lontananza de’ tempi e de’ nostri gusti e costumi, quasi l’uniformità dello stile ebraico
          non fosse vera, se non relativamente. Ma io la credo assolutamente vera, e l’attribuisco
          alle dette ragioni, nè credo che lo scrittore ebraico potesse avere stile proprio, nè
          veruna materia stile proprio, ma tutti e due un solo, quanto alla lingua, per la povertà
          di questa<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Non solo gli scrittori ebraici o le varie materie in lingua ebraica, ma neppur essa
              lingua ha uno stile, cioè un modo determinato, come l’ha bene, anzi troppo
              determinato, la francese: perocchè la lingua ebraica è troppo informe per avere uno
              stile proprio; e precisamente ella è l’estremo contrario della francese quanto
              all’informità. V. la p. 2853. margine. V. p. 3564.</p>
          </note> ed eziandio quanto al modo e alla parte dello stile che spetta alle sentenze, per
          la niuna arte degli scrittori, e perchè la lingua li serrava e circoscriveva anche in
          questa parte. Come appunto anche in Francia fa la medesima lingua, e l’impero assoluto
          dell’usanza il qual si esercita colà sullo stile come su d’ogni altra cosa. Del resto come
          la lingua francese non ha che linguaggio e stile prosaico e manca del poetico, così
          l’ebraico non ha che il poetico e manca del prosaico. E ciò perchè quella è lingua
          definitamente ed essenzialmente moderna, questa fu essenzialmente e moralmente antica e
          quasi primitiva.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2912"/> È notabile come da contrarie cause nascano uguali effetti. La
          lingua ebraica non ammette varietà nello stile per esser troppo antica, la lingua francese
          nemmeno, per esser troppo moderna; quella per eccesso d’imperfezione e per povertà che
          nasce dall’antichità, questa per eccesso di perfezione e per povertà che nasce dall’essere
          squisitamente moderna, sì di tempo come d’indole. Nell’una e nell’altra le parole poco
          vagliono, le sentenze tutto, lo stile si riduce ai nudi concetti (cosa che non ha luogo in
          verun’altra lingua letterata). Ma ciò nella ebraica perchè le parole non hanno ancor preso
          vigore, nella francese perchè l’hanno perduto; in quella perchè i concetti non hanno
          ancora onde farsi un corpo, in questa perchè l’hanno deposto, in quella perchè la materia
          è ancora scarsa a vestir lo spirito, in questa perchè lo spirito ha consumato la materia,
          è ricomparso nudo del corpo di cui s’era vestito, ha prevaluto alla materia, e tutta
          l’esistenza è spiritualizzata, nè si vede o si tocca oramai, o certo non si vuole nè
          vedere nè toccare quasi altro che spirito. <pb ed="aut" n="2913"/> Ambedue le lingue dànno
          nel metafisico, e, si può dire, nell’incorporeo per due cagioni e principii direttamente
          opposti, come il fanciullo per eccessiva semplicità è talvolta così sottile nelle sue
          quistioni, come il filosofo per grande dottrina e sapienza e sagacità. (7. Luglio. 1823.).
          V. la p. seguente.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2853. marg. Veramente la pretesa forza d’imitazione che ha la lingua tedesca, non
          potrebbe perfettamente realizzarsi che sopra una lingua come l’ebraica. Perocchè una
          lingua informe come questa, può sola esser bene imitata, anzi contraffatta, copiata e
          trasportata tutta intera in una lingua informe come è necessario che sia la lingua tedesca
          se ha la detta forza e facoltà che se le attribuisce. E viceversa solo una lingua informe,
          come questa, sarebbe atta a contraffare senza far violenza a se stessa e perfettamente,
          una lingua informe come l’ebraica, o come una lingua selvaggia; il che non è possibile
          alle lingue formate, nè fu possibile in greco e in latino contraffar nelle traduzioni
          letterali la lingua ebraica, senza violentare e snaturare affatto <pb ed="aut" n="2914"/>
          il greco e il latino, come fu fatto, e come accade altresì nelle lingue moderne che hanno
          (se alcuna ne ha) traduzioni letterali della scrittura, fatte o sull’ebraico, o sul
          letterale greco o latino o d’altra lingua moderna. (7. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla pagina antecedente. Questa spiritualizzazione della società essendo oggidì
          universale, è altresì universale l’effetto che ho detto esserne seguìto nella lingua
          francese, cioè che lo stile degli scrittori moderni di qualsivoglia lingua non differisca
          oramai se non se ne’ sentimenti, e consista tutto nelle cose. E in verità quanto allo
          stile propriamente detto, v’è minor divario oggidì fra due scrittori di due lingue
          disparatissime e in diversissime materie, che non v’era anticamente fra due scrittori
          contemporanei, compatriotti, d’una stessa lingua e materia. (Pongasi per esempio Platone e
          Senofonte). Lascio poi quanta poca varietà di stile si possa trovare in uno stesso
          scrittore. Gli stili de’ moderni non si diversificano se non per le sentenze. Anzi tutti
          gli scrittori e tutte le opere escono, quanto allo stile, da una stessa scuola, vestono
          d’uno stesso panno, anzi hanno una sola fisonomia, una sola attitudine, gli stessi gesti e
          movimenti, le stesse fattezze e circostanze esteriori: solo si distinguono l’une
          dall’altre perchè dicono diverse cose, benchè collo stesso tuono e modo di recitazione.
          Sicchè, proporzionatamente, accade oggi nel mondo civile quel medesimo che ho detto
          accadere in Francia; quasi niuno scrittore ha stile <pb ed="aut" n="2915"/> proprio: non
          v’è che uno stile per tutti, e questo consiste assai più nelle sentenze che nelle parole:
          poco oramai si guarda allo stile nelle opere che escono in luce, o se vi si guarda, ciò è
          più per vedere s’egli segue l’uso e la forma di stile universalmente accettata, o no: se
          la segue, non si parla del suo stile; se non la segue, allora solo il suo stile dà
          nell’occhio, e per lo più è ripreso, e ordinariamente con ragione. La differenza ch’è in
          questo particolar dello stile fra la lingua francese e l’altre moderne, si è che se in
          quella lo scrittore non ha stile proprio, egli è perchè la lingua n’ha un solo; se il suo
          stile non è vario, egli è che la lingua non ha varietà di stile. Ma nelle altre lingue il
          difetto viene dallo scrittore: egli è che manca di varietà di stile, e non la lingua; e
          s’ei non ha stile proprio, egli può averlo; almeno la lingua sua non glielo impedisce; ma
          ei non ha stile proprio, perchè un solo stile ha, non la sua lingua, che molti ne ammette,
          ma, per così dire, la lingua europea, ossia l’uso e lo spirito universale della
          letteratura e della civiltà <pb ed="aut" n="2916"/> presente, e del nostro secolo. V. p.
          3471.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Del resto egli è certissimo che quantunque le moderne lingue, almeno parecchie di esse,
          sieno capacissime d’ogni sorta di varietà, qualità, e perfezion di stile, nondimeno niuna
          delle medesime è, che possa mostrare neppur ne’ suoi antichi e nel <emph>suo</emph> secolo
          aureo nè tanta varietà, nè di gran lunga tanta perfezione di stile propriamente detto,
          quanta ne possono mostrare nei loro le lingue antiche. I moderni poi, quanto vincono gli
          antichi nel fatto delle sentenze, tanto cedono loro tutti in tutte le parti dello stile
          propriamente detto, e nel culto delle parole preso in tutta l’estension del termine. E non
          solo non mettono nè sanno mettere in pratica, ma nè pur conoscono perfettamente tutte le
          squisitezze degli artifizi e degli accorgimenti che gli antichi insegnavano comunemente e
          adoperavano intorno a esso culto, e che si possono vedere negli scritti rettorici di
          Cicerone e di Quintiliano. I moderni non ne conoscono generalmente neppure i nomi, e
          neppur ne hanno tanta idea che basti a poter valutare in confuso a che segno <pb ed="aut"
            n="2917"/> arrivasse questa squisitezza. Nei moderni le sentenze, e la spiritualità del
          secolo, nocciono alle parole e allo stile, all’arte del quale niuno di loro si applica da
          senno, o ci pone tanto studio e tempo quanto bisognerebbe. Negli antichi classici di
          ciascuna lingua moderna, ne’ quali non aveano luogo le dette circostanze, e ciascuno de’
          quali facea dell’arte dello stile il suo principale studio, e attendeva più alle parole
          che alle cose, ogni volta che si metteva da vero a comporre; pure in nessuno o in quasi
          niuno di loro si trovò arte o capacità bastante, nè quanto si richiedeva a conseguire
          quell’alto grado di perfezione, neppur relativamente e limitatamente alle forze, indole,
          qualità, e capacità delle rispettive lingue. (8. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’argomento con cui altrove dall’aggettivo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >potus</foreign>, che io chiamo vero participio, e da’ sostantivi <foreign lang="lat"
            rend="italic">potus us</foreign> (fatto da esso participio, secondo la regola da me
          altrove assegnata) e <foreign lang="lat" rend="italic">potio onis</foreign> paragonati con
            <foreign lang="lat" rend="italic">potatio</foreign>, ho dimostrato l’esistenza di un
          antico verbo <foreign lang="lat" rend="italic">poo</foreign>; riceve forza dai composti
            <foreign lang="lat" rend="italic">appotus</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic"
            >epotus</foreign>, veri participii, <pb ed="aut" n="2918"/> come di forma così di
          significazione (che in quello è attiva<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. la pag. 2841. fine. <foreign lang="lat" rend="italic">Potus us</foreign> è da
                <foreign lang="lat" rend="italic">po</foreign>, non da <foreign lang="lat"
                rend="italic">poto</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">motus
              us</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic">moveo</foreign>, non da <foreign
                lang="lat" rend="italic">moto as</foreign>, e puoi vedere in questo proposito la p.
              2975. principio.</p>
          </note>, in questo passiva); da’ quali forse si potrebbe anche raccorre l’antica esistenza
          de’ verbi composti <foreign lang="lat" rend="italic">appoo</foreign> ed <foreign
            lang="lat" rend="italic">epoo</foreign> diverso da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >epoto</foreign>. Avvi ancora <foreign lang="lat" rend="italic">compotatio,
          compotor</foreign> sost. e <foreign lang="lat" rend="italic">compotrix</foreign>. (8.
          Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Da quello che ho detto p. 2789-90. si rileva che il nostro aggettivo <emph>ratto</emph>,
          non è se non il participio <foreign lang="lat" rend="italic">raptus</foreign> e che questo
          dovette essere usato dagli antichi latini e volgarmente, in senso di veloce, come
            <emph>ratto</emph> fra noi. Perocchè dire che questo sia nato dall’avverbio italiano
            <emph>ratto</emph>, e quest’avverbio da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >raptim</foreign>, onde <emph>ratto</emph> per <emph>veloce</emph> venga da <foreign
            lang="lat" rend="italic">raptim</foreign> è derivazione o formazione priva d’ogni
          esempio. E per lo contrario è certissimo che <emph>ratto</emph> avverbio viene da
            <emph>ratto</emph> aggettivo, anzi è lo stesso aggettivo neutralmente e avverbialmente
          posto, il che è proprietà ed uso della nostra lingua di fare, come <emph>alto,
          forte</emph>, (anche i francesi <foreign lang="fre" rend="italic">fort</foreign> avverbio
          e aggettivo) <emph>presto, tosto, piano</emph> e mill’altri, per <emph>altamente</emph>
          ec. Anzi è in libertà dello scrittore o parlatore italiano di far così de’ nuovi avverbi
          dagli aggettivi, <pb ed="aut" n="2919"/> non già viceversa. <bibl>V. il
            <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Rapio</foreign> col. 1.
            fine</bibl>, <foreign lang="lat" rend="italic">Rapto</foreign> fine, <foreign lang="lat"
            rend="italic">Raptus</foreign> l’esempio di Claudiano. Gli spagnuoli similmente hanno p.
          e. <foreign lang="spa" rend="italic">demasiado</foreign> avv. e aggett. ec. (8. Luglio
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Noi usiamo volgarmente il verbo <emph>volere</emph> applicandolo a cose inanimate, o ad
          esseri immaginari, e talvolta impersonalmente, in modo ch’egli o sta per
          <emph>potere</emph>, o ridonda e non fa che servire a una perifrasi, per idiotismo, e per
          proprietà di lingua. Per esempio, La piaga non se gli vuole rammarginare. Cioè, Non si può
          far che la piaga se gli rammargini, ossia La piaga non se gli può ancora rammarginare. Qui
            <emph>volere</emph> sta per <emph>potere</emph>. Se il cielo si vorrà serenare, se la
          stagione si vorrà scaldare, se il vento vorrà cessare, se il negozio vorrà camminar bene,
          se la pianta vorrà pigliar piede, l’erba non ci vuol nascere. Cioè, Se piglierà piede, Non
          ci nasce. Qui <emph>volere</emph> ridonda. Da più mesi non è voluto piovere. Cioè, non è
          piovuto. Qui <emph>volere</emph> ridonda ed è impersonale. Anche in francese: <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">cette machine ne veut pas aller, ce bois ne veut pas
              brûler</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Alberti</author>
          </bibl>. Così, mi pare, anche in ispagnuolo.</p>
        <p>Ora questo grazioso idiotismo proprio della nostra lingua, fu proprio altresì della più
          pura lingua greca (anzi secondo i grammatici egli è un atticismo) e fu adoperato <pb
            ed="aut" n="2920"/> dagli scrittori più eleganti, e massime da Platone, primo modello
          dell’atticismo. <bibl>Nel <title>Convito</title>, Opp. ed Astii, Lips. 1819-... t. 3.
            1821. p. 460. v. 16-17. D.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἐὰν μέν σοι ἐθέλῃ παύεσθαι ἡ λύγξ</foreign>
          </quote>, <emph>se ti vorrà passare il singhiozzo</emph>, in vece di <foreign lang="grc"
            >ἐὰν μέν σοι παύηται ἡ λύγξ</foreign>. Qui <foreign lang="grc">ἐθέλειν</foreign>
          ridonda. V. lo Scapula in <foreign lang="grc">Ἐθέλω</foreign>, e <foreign lang="grc"
          >Θέλω</foreign>. Corinto <quote>
            <foreign lang="grc">περὶ διαλέκτων. Ἀττικὸν καὶ τὸ θέλει ἀντὶ τοῦ δύναται, ὡς ὁ
            Πλάτων</foreign>
          </quote> (nel principio del Fedro), <quote>
            <foreign lang="grc">τὰ χωρία οὐδέν μ' ἐθέλει διδάσκειν</foreign>
          </quote>. Ma non è vero che stia sempre, in questo tale idiotismo per <emph>potere</emph>,
          come dice anche lo Scapula ne’ due citati luoghi. Per <emph>potere</emph> sta
          assolutamente nel Sofista, t. 2. 1820. p. 314. v. 18-19. D-E. <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ μὴν ἓν γέ τι τούτων ἀναγκαῖον, ἢ πάντα ἢ μηδὲν ἢ τὰ μὲν ἐθέλειν,
              τὰ δὲ μὴ ξυμμίγνυσθαι</foreign>
          </quote>
          <emph>che altre cose possano mescolarsi insieme, altre no</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Vedi anche ivi p. 318. v. penult. B. 326. v. 12. B. 342. v. 13.14. D. 314. v. 26. E.
              Synes. Opp. 1612. p. 43. C.</p>
          </note>. Ma nel passo del Convivio, e in quello di Omero presso lo Scapula, <foreign
            lang="grc">ἐθέλειν</foreign> ridonda, come sovente in italiano <emph>volere</emph>, nel
          detto nostro idiotismo, e malissimo si spiegherebbe per <emph>potere</emph>. In quello del
          Fedro altresì in sostanza ridonda, perchè il luogo vale <foreign lang="grc">τὰ χωρία οὐδέν
            με διδάσκει</foreign>. Se diremo <foreign lang="grc">οὐδέν με δύναται
          διδάσκειν</foreign>, <pb ed="aut" n="2921"/> diremo forse altrettanto, ma non lo stesso, e
          benchè diremo il vero, non perciò diremo quel medesimo appunto che dice Socrate. In questo
          e in altri molti casi simili, tanto nel greco quanto nell’italiano, spiegando il verbo
            <emph>volere</emph> per <emph>potere</emph>, l’espressione riesce vera e giusta, ma non
          pertanto l’<emph>intenzione</emph> della frase non era di dir <emph>potere</emph>. Perchè
          spesso nell’esprimerci noi abbiamo due intenzioni l’una finale (e questa nel caso nostro
          sarà ugualmente bene spiegata rendendo <emph>volere</emph> per <emph>potere</emph>, che
          dicendo ch’egli ridonda), l’altra immediata (e questa nel caso nostro non si otterrebbe
          con dir <emph>potere</emph>, nè si spiegherebbe con questa voce); da ambedue le quali
          intenzioni è diversa quella intenzione o significato che ha la locuzione letteralmente
          presa. (8. Luglio. 1823.). Del resto noi non usiamo in questo tal senso e modo il verbo
            <emph>volere</emph>, se non colle particelle negative o condizionali, o con
          interrogazione, come in quel verso di Anacreonte (<bibl>od. 4 <title>
              <foreign lang="grc">Ἐδόκουν ὄναρ τροχάζειν</foreign>
            </title>
          </bibl>) <quote>
            <foreign lang="grc">τί θέλει ὄναρ τόδ' εἶναι</foreign>
          </quote>; <emph>che vorrà essere questo sogno</emph>? Ma in locuzione, forma e
          significazione affermativa non s’usa <pb ed="aut" n="2922"/> mai il verbo
          <emph>volere</emph> nè dagl’italiani nè da’ francesi ne’ sovresposti sensi, se non se in
          quella frase <emph>voler dire</emph> o <emph>significare</emph> ec. che è greca anch’essa,
          e che può riferirsi all’idiotismo di cui ragioniamo. I greci ancora usano per lo più
          questo idiotismo fuori di affermazione, benchè non sempre. Affermativamente, e pur di cose
          inanimate o ideali e intellettuali, e come si dice, di ragione, usiamo noi il verbo
            <emph>volere</emph>, in un senso però differente dai sopraddetti, ed equivalente al
          greco <foreign lang="grc">μέλλειν</foreign>, ma con significanza di qualche dubitazione:
          come Questa guerra vuole andare in lungo, cioè, Pare che questa guerra sia per durar
          molto: Vuol piovere ec. In questo senso il verbo <emph>volere</emph> equivale al
          significato che sovente ha in italiano <emph>dovere</emph>, il quale talvolta significa
          assolutamente <foreign lang="grc">μέλλειν</foreign> (come <emph>avere a, aver da</emph>
          cogl’infiniti), talvolta con qualche dubitazione, come Questa guerra deve andare in lungo,
          cioè, pare che ec. Dicesi ancora Questa guerra mostra di voler esser lunga, pare che
          voglia esser ec. E in simili modi: e così <emph>dovere</emph>. In altro modo ancora
          diciamo affermativamente il verbo <emph>volere</emph> per proprietà di lingua, eziandio di
          cose inanimate, con significazione di <emph>esser presso a, mancar poco che non</emph>; e
          in questo senso egli non s’usa se non nel passato o piucchè passato, benchè in un esempio
          della Crusca, <emph>Volere</emph> par. 3., trovisi nel gerundio. (9. Luglio. 1823.). V. p.
          3000.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2923"/> Gl’italiani non hanno costumi: essi hanno delle usanze. Così tutti
          i popoli civili che non sono nazioni. (9. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Bisogna (far grande stima) avere una grande idea di se stesso, per esser capace di
          sacrificar se stesso. Chi non ha molta e costante stima di se medesimo, non è buono
          all’amor vero, nè capace del <foreign lang="fre" rend="italic">dévouement</foreign> e del
          totale sacrifizio ch’egli esige ed ispira. (9. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il verbo avere in senso di essere, usato impersonalmente dagl’italiani da’ francesi dagli
          spagnuoli, talora eziandio personalmente dagl’italiani (v. il Corticelli), non è altro che
          il latino <foreign lang="lat" rend="italic">se habere</foreign> (il qual parimente vale
            <emph>essere</emph>) omesso il pronome. Il volgo latino dovette dire p. e. <foreign
            lang="lat" rend="italic">nihil hic se habet, qui non si ha nulla</foreign>, cioè
            <emph>non v’è</emph>; poi lasciato il pronome, <foreign lang="lat" rend="italic">nihil
            hic habet</foreign>, <emph>qui non v’ha nulla</emph>. Cicerone: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Attica belle se habet</foreign>
          </quote> col pronome, e altrove: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Terentia minus belle habet</foreign>
          </quote>: ecco lasciato figuratamente il pronome nella stessa frase. (<bibl>
            <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Belle</foreign>
          </bibl>). <foreign lang="lat" rend="italic">Bene habeo, bene habemus, bene habent tibi
            principia</foreign> sono <pb ed="aut" n="2924"/> tutte locuzioni ellittiche per
          l’omissione del pronome <foreign lang="lat" rend="italic">se, nos, me. Bene habet, optime
            habet, sic habet</foreign>; ecco oltre l’omission del pronome <foreign lang="lat"
            rend="italic">se</foreign>, anche quella del nome <foreign lang="lat" rend="italic"
          >res</foreign>. Onde avviene che in queste locuzioni, che intere sarebbono <foreign
            lang="lat" rend="italic">bene se res habet, sic se res habet</foreign>, il verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">habere</foreign> per le dette ellissi venga a trovarsi
          impersonale. Ed ecco nel latino il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >habere</foreign> in significato di <emph>essere</emph>, neutro assoluto, cioè senza
          pronome, e impersonale. <foreign lang="lat" rend="italic">Quis hic habet</foreign>?
            <emph>chi è qui</emph>? In questo e negli altri luoghi dove il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">habere</foreign> sta per <emph>abitare</emph> in significato neutro, esso
          verbo non vale propriamente altro che <emph>essere</emph>; e <foreign lang="lat"
            rend="italic">habitare</foreign> altresì, ch’è un frequentativo o continuativo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">habere</foreign>, sempre che ha senso neutro, sta per
            <emph>essere</emph>. E questa forma è tutta greca; giacchè presso i greci <foreign
            lang="grc">ἔχειν</foreign>, la metà delle volte non è altro che un sinonimo di essere, e
          s’usa in questo senso anche impersonalmente, come in italiano, francese e spagnuolo, tutto
          dì. V. p. 3907. Così anche nel greco moderno a ogni tratto. <pb ed="aut" n="2925"/>
          <foreign lang="grc">Δὲν ἔχει</foreign>, <emph>non ci è, non ci ha</emph>. (9. Luglio.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Intorno al verbo <foreign lang="lat" rend="italic">habitare</foreign>, che per virtù
          della sua formazione può essere e continuativo e frequentativo, si considerino gli esempi
          del Forcellini, in alcuni de’ quali (come in quello di <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>de Senect.</title> c. ult.</bibl>) egli ha decisissimamente il primo significato,
          in altri il secondo: o vale <foreign lang="lat" rend="italic">solere habere</foreign> cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">esse</foreign> ec. E vedi ancora il primitivo <foreign
            lang="lat" rend="italic">habere</foreign> nel senso del continuativo <foreign lang="lat"
            rend="italic">habitare</foreign> (dal qual senso deriva quello di questo verbo) nel
          Forcellini in <foreign lang="lat" rend="italic">habeo</foreign> col. 3. (9. Luglio.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È uso della nostra lingua di porre l’avverbio <emph>male</emph> come particella privativa
          in vece di <emph>in</emph> avanti gli aggettivi, i sostantivi, gli avverbi, i participii
          ec. o facendo di questi tutta una voce con quella, o scrivendo quella separatamente. Il
          qual uso ci è così proprio, che sta in libertà dello scrittore di fare in questo modo de’
          nuovi accoppiamenti nel detto senso, sempre ch’ei vuole, siccome n’han fatto alcuni
          moderni, <pb ed="aut" n="2926"/> p. e. il Salvini, ad esempio degli antichi, e stanno
          segnati nella Crusca. <emph>Male</emph> per <emph>non</emph> o <emph>poco</emph> o
            <emph>difficilmente</emph>. V. la Crusca in male. I francesi similmente: <foreign
            lang="fre" rend="italic">mal-adresse, mal-adroit, mal-adroitement, mal-aisé,
            mal-gracieux, mal-plaisant, mal-habile, mal-honnête</foreign> ec. ec. V. il Diz. del
          Richelet in <foreign lang="fre" rend="italic">Mal</foreign>, fine. Or quest’uso è tutto
          latino e degli ottimi tempi. Vedi Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >male</foreign>. (9. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Maltrattare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">maltraiter</foreign>, <foreign
            lang="spa" rend="italic"> maltratar</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >male-tractatio</foreign> è d’Arnobio, ap. Forcell. voc. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Male</foreign> fine, in vece di che altri dissero <foreign lang="lat"
            rend="italic">mala tractatio</foreign>. È proprio de’ nostri antichi scrittori, e del
          volgar fiorentino o toscano di usar <emph>male</emph> in tutti i generi e numeri in vece
          dell’aggettivo <emph>malo</emph>. (9. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Savamo, savate</emph> de’ nostri antichi, per <emph>eravamo eravate</emph>,
          sarebbono elle persone di un imperfetto più regolare, più antico e più vero di <foreign
            lang="lat" rend="italic">sum, sumus, sunt</foreign>, che non è l’usitato <foreign
            lang="lat" rend="italic">eram</foreign> fatto forse da un altro tema; persone, dico, di
          un imperfetto <foreign lang="lat" rend="italic">sabam, era</foreign>, conservato nel
          volgar latino fino ai primi tempi del nostro? (9. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2753. Ella è anche cosa certissima che in parità di circostanze, l’uomo, ed anche
          il giovane, <pb ed="aut" n="2927"/> e altresì il giovane sventurato, è meno scontento
          dell’esser suo, della sua condizione, della sua fortuna durante l’inverno che durante la
          state; meno impaziente dell’uniformità e della noia, meno impaziente delle sventure, meno
          renitente alla sorte e alla necessità, più rassegnato, meno gravato della vita, più
          sofferente dell’esistenza, e quasi riconciliato talvolta con esso lei, quasi lieto; meno
          incapace di concepire come si possa vivere, e di trovare il modo di passare i suoi giorni:
          o almeno tutte queste disposizioni sono in lui più frequenti o più durevoli nell’inverno
          che nella state; e spesso abituali in quella stagione, laddove in questa non altro mai che
          attuali. Ed anche il giovane abitualmente disperato di se e della vita, si riposa della
          sua disperazione durante l’inverno, non che egli speri più in questo tempo che negli
          altri, ma non prova o prova meno efficace il senso di quella disperazione che radicalmente
          non può abbandonarlo. Cioè intermette <pb ed="aut" n="2928"/> di desiderare o desidera
          meno vivamente quelle cose ch’egli è al tutto e abitualmente e per sempre disperato di
          conseguire. Tutto ciò perchè gli spiriti vitali sono manco mobili ed agitati e svegli
          nell’inverno che nella state.</p>
        <p>Queste considerazioni vanno applicate al carattere delle nazioni che vivono in diversi
          climi, di quelle che sogliono passare la più parte dell’anno al coperto e nell’uso della
          vita domestica e casalinga a causa del rigore del clima, e viceversa ec. (9. Luglio
          1823.). Veggasi la p. 3347-9. e 3296. marg. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito del verbo <foreign lang="lat" rend="italic">vexare</foreign> che io dico
          esser continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">vehere</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Lo comprova anche il significato rispettivo, sì p. l’affinità, sì p. la continuità
              ec. Similm. da <foreign lang="lat" rend="italic">cello</foreign> muovere, senso
              analogo a quel di <foreign lang="lat" rend="italic">veho</foreign>, si fa
                <emph>procello</emph>, onde <emph>procella</emph>, che è quasi <foreign lang="lat"
                rend="italic">vexo</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic"
              >percello</foreign>; ec. ec. ec.</p>
          </note> e fatto da un antico participio <foreign lang="lat" rend="italic">vexus</foreign>
          in vece di <foreign lang="lat" rend="italic">vectus</foreign>, del che vedi la pag. 2020.
          è da notare che sì altrove sì particolarmente ne’ participii in <emph>us</emph> non è raro
          nella lingua latina lo scambio delle lettere <emph>s</emph> e <emph>t</emph>. Eccovi da
            <foreign lang="lat" rend="italic">intendo, intensus</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">intentus</foreign>, onde <emph>intentare</emph>, come da <foreign
            lang="lat" rend="italic">vectus vectare</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ango, anxus</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic">anctus</foreign>. V. Forc.
            <foreign lang="lat" rend="italic">ango</foreign> in fine. V. p. 3488. E così <foreign
            lang="lat" rend="italic">tensus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >tentus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">tendo</foreign> e dagli altri suoi
          composti, del che ho detto altrove in proposito d’<emph>intentare</emph>. V. p. 3815. Dico
          lo scambio giacchè, secondo <pb ed="aut" n="2929"/> me questi tali participii, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">tensus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >tentus</foreign>, non sono che un solo pronunziato in due diversi modi per proprietà
          della lingua materiale. Onde <foreign lang="lat" rend="italic">vexus</foreign>, cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">vecsus</foreign> è lo stesso identicamente che
            <foreign lang="lat" rend="italic">vectus</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vecsare</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">vexare</foreign>, per rispetto
          all’origine, lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic">vectare</foreign>. Ma
            <foreign lang="lat" rend="italic">vexus</foreign> si perdette, restando <foreign
            lang="lat" rend="italic">vectus</foreign>, e forse fu più antico di questo, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">vexare</foreign> sembra esser più antico di <foreign
            lang="lat" rend="italic">vectare</foreign>. Del resto da <foreign lang="lat"
            rend="italic">veho is exi</foreign> è così ragionevole che venga <foreign lang="lat"
            rend="italic">vexus</foreign>, come da <foreign lang="lat" rend="italic">necto is exi,
            nexus</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic">nexare</foreign>, compagno di
            <foreign lang="lat" rend="italic">vexare</foreign>, e da <foreign lang="lat"
            rend="italic">pecto is exi, pexus</foreign> (e notisi ch’egli ha eziandio <foreign
            lang="lat" rend="italic">pectitus</foreign>) e da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >plecto is exi, plexus</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic"
          >amplexare</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">flecto is exi,
          flexus</foreign>. (v. p. 2814-15. marg.) ec. E quanto ai verbi che hanno o ebbero de’
          participii così in <emph>sus</emph> come in <emph>tus</emph>, vedi per un altro esempio
            <foreign lang="lat" rend="italic">fundere</foreign>, che ha <foreign lang="lat"
            rend="italic">fusus</foreign> ed ebbe anche <foreign lang="lat" rend="italic"
          >futus</foreign>, p. 2821. e <foreign lang="lat" rend="italic">nitor eris</foreign> che ha
            <foreign lang="lat" rend="italic">nixus</foreign>, onde <foreign lang="lat"
            rend="italic">nixari</foreign>, ed ebbe <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nictus</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic">nictari</foreign>, il qual
          esempio (v. la p. 2886-7.) fa particolarmente al caso. V. p. 3038. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Figo-fixi-fictus</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fixus</foreign> ch’è più comune ancora<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Similmente noi <emph>figgere-fisso</emph> e <emph>fitto</emph>, del che puoi vedere
              p. 3284. e p. 3283. dove hai <foreign lang="lat" rend="italic">fixare</foreign>
              affatto analogo di <foreign lang="lat" rend="italic">vexare</foreign>. Veggasi la p.
              3733. seg.</p>
          </note>. E di molti altri verbi la nostra teoria de’ continuativi dimostra de’ doppi
          participii o supini, <pb ed="aut" n="2930"/> cioè dimostra che ebbero participio o supino
          diversi da quelli che ora hanno, o due, ambo perduti, o ancor più di due, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">fundo-fusus, futus, funditus</foreign>, ec. ec. V. la p. 2826.
          e il pensiero seguente, e la p. 3037. Del resto <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vexare</foreign> rispetto a <foreign lang="lat" rend="italic">vehere</foreign> potrebbe
          anche appartenere a quella categoria di verbi della quale, p. 2813. segg. Ma non lo credo
          per le suddette ragioni che mi persuadono ch’ei venga da un particip. <foreign lang="lat"
            rend="italic">vexus. Vexus, flexus</foreign> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vexi</foreign> ec. sono forse contrazioni di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vexitus</foreign> ec. e altresì <foreign lang="lat" rend="italic">vectus</foreign> ec. il
          quale però conserva il <emph>t</emph>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >textus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">texui</foreign>, ec. V. la p.
          3060-1. con tutte quelle a cui essa si riferisce e quelle che in essa si citano. (9.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Pinso pinsis pinsi</foreign> et <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinsui, pinsum</foreign> et <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pinsitum</foreign> et <foreign lang="lat" rend="italic">pistum</foreign>. Da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pinsus</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pinsitus, pinsitare</foreign> appresso Plauto, se questa voce è vera. Da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pistus pistare</foreign> appresso il Forcellini e il Glossario
          (vedilo in <foreign lang="lat" rend="italic">Pistare</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">Pistatus</foreign>), onde il nostro <emph>pestare</emph> che volgarmente
          si dice anche oggi più spesso <emph>pistare</emph>, siccome <emph>pisto</emph> per
            <emph>pesto</emph>. (<bibl>V. il <title>Glossar.</title> in <emph>pestare</emph>
          </bibl>). <foreign lang="spa" rend="italic">Pisto</foreign> rimane eziandio nello
          spagnuolo, ed è un aggettivo neutro sostantivato, che vale quello che noi diciamo il
            <emph>pollo pesto</emph>. Tutti tre questi participii di <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinso</foreign> sono comprovati con esempi, e non da me congetturati. V.
          Forcell. in ciascuno di loro, e in <foreign lang="lat" rend="italic">pinso</foreign>.</p>
        <p>Notiamo qui quello che dice Festo alla voce <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pinso</foreign> (ap. Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Pistus</foreign>). <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Pistum a pinsendo pro molitum antiqui frequentius
              usurpabant quam nunc nos dicimus</foreign>
          </quote>. <pb ed="aut" n="2931"/> Infatti <foreign lang="lat" rend="italic">pistillum,
            pistor, pistrinum</foreign> e quasi tutti i derivati di <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinso</foreign> vengono dal supino o participio <foreign lang="lat"
            rend="italic">pistum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">pistus</foreign>.
          Ora, secondo Festo, al suo tempo questo participio o supino molto usitato dagli antichi,
          era poco frequentato. Egli vuol certo dire nel linguaggio polito e nella scrittura. Ma
          eccovi che il volgo latino e il parlar familiare conservava l’uso antico e conservollo
          sino all’ultimo, giacchè nelle lingue figlie della latina non resta quasi (dico quasi per
          rispetto al verbo <foreign lang="spa" rend="italic">pisar</foreign> e. di cui qui sotto)
          del verbo <foreign lang="lat" rend="italic">pinsere</foreign> altro che quello che
          appartiene al suo participio <foreign lang="lat" rend="italic">pistus</foreign>, cioè
            <emph>pesto</emph>, <emph>pisto</emph> ital. e spagn. <emph>pestare, pestello</emph> ec.
          E il verbo <emph>pestare</emph> o <emph>pistare</emph> che sembra essere sottentrato ne’
          bassi tempi all’originale <foreign lang="lat" rend="italic">pinsere</foreign>, nel luogo
          del quale ei si conserva fra gl’italiani anche oggidì, fu formato allora da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pistus</foreign>, o s’ei fu proprio anche degli antichi latini,
          certo è ch’egli si conservò nelle bocche del volgo e nel parlar familiare andando in
          disuso e totale dimenticanza il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">pinso</foreign>,
          al contrario di quello che <pb ed="aut" n="2932"/> sembra dir Festo, o che si potrebbe
          ragionevolmente raccogliere dalle di lui soprascritte parole, chi non sapesse i fatti.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Pistus</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 3035. segg.</p>
          </note>, onde <foreign lang="lat" rend="italic">pistare</foreign> è formato evidentemente
          dal regolare e primitivo <foreign lang="lat" rend="italic">pinsitus</foreign>, toltagli la
            <emph>n</emph>, onde <foreign lang="lat" rend="italic">pisitus</foreign>, e contratto
          questo in <foreign lang="lat" rend="italic">pistus</foreign>, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">positus, repositus</foreign> ec. in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >postus, repostus</foreign>. E vedi la p. 2894. Ora come da <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinsitus pisitus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pistus</foreign>, tolta la <emph>n</emph>, così da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pinsus</foreign> altro participio irregolare di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pinso</foreign>, del qual participio altresì s’hanno parecchi esempi (v. Forcell. in
            <foreign lang="lat" rend="italic">pinso</foreign> fin. e <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinsus</foreign>), fu fatto, secondo me, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pisus</foreign>, e da questo, siccome da <foreign lang="lat" rend="italic">pistus
            pistare</foreign>, viene il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">pisare</foreign>, il
          quale conseguentemente e secondo questo discorso, è un continuativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinsere</foreign> appunto come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pistare</foreign>, e come forse <foreign lang="lat" rend="italic">pinsitare</foreign>. Se
          a questo discorso avessero posto mente quelli che appresso Varrone e Plinio sostituiscono
          il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">pinsere</foreign> al verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">pisare</foreign> (o <foreign lang="lat" rend="italic">pisere</foreign>, di
          cui poscia), riconosciuto pur da Diomede, e letto ancora da taluni appresso Persio <pb
            ed="aut" n="2933"/> (<bibl>v. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">pinso</foreign> fine</bibl>), non avrebbero forse pensato a bandire
          questo verbo. E meno ancora lo avrebbero fatto se avessero osservato questo medesimo verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">pisare</foreign> appresso un Anonimo, <title
            lang="lat">de re architectonica</title>, il quale non ho ora tempo d’investigar chi sia,
          se non è l’epitomatore di Vitruvio, ma certo al suo stile non par troppo recente, e vedi
          il suo passo nel Gloss. in <foreign lang="lat" rend="italic">Pisare</foreign>. E meno se
          avessero guardato allo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">pisare</foreign>
          (calcare, cal-pestare) e all’italiano <emph>pigiare</emph> ch’è il medesimo: e se in quel
          luogo di Varrone <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">ficum et uvam passam cum piserunt</foreign>
          </quote>, dov’essi ripongono <foreign lang="lat" rend="italic">pinserunt</foreign>,
          avessero osservato l’evidente conformità con le solenni frasi vernacole <emph>pisar las
            uvas, pigiar le uve</emph>. E così se avessero posto mente al sostantivo <foreign
            lang="lat" rend="italic">piso onis</foreign>, derivante da <foreign lang="lat"
            rend="italic">pisare</foreign> o certo da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pisus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">pinsus</foreign>, il qual
          sostantivo trovasi appresso il Forcell. e nel citato anonimo ap. il Glossar. e nello
          spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">pison</foreign>, onde <foreign lang="spa"
            rend="italic">pisonar</foreign> ec. Vedi ancora nel Forcellini in <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinso</foreign> il luogo di Varrone l. 1. R. R. c. 63. con quel ch’ei ne
          dice: e il vocabolo <foreign lang="lat" rend="italic">Pisatio</foreign>, dove non lodo
          quei che leggono <emph>spissatione</emph>.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2934"/> In luogo di <foreign lang="lat" rend="italic">pisare</foreign>,
          trovasi, e più spesso, <foreign lang="lat" rend="italic">pisere</foreign>. Intorno a
          questo veramente avrei i miei dubbi, e credo più ragionevoli di quello de’ sopraddetti che
          leggono sempre <foreign lang="lat" rend="italic">pinsere</foreign>. Voglio dire che a me
          non par da negare l’esistenza di quel verbo derivato da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pinsere</foreign>, ma mi par da dubitare circa la sua coniugazione, e forse da non
          concedere ch’ei sia della terza, e dovunque si trova <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pisere</foreign> da ripor <foreign lang="lat" rend="italic">pisare</foreign>. Il quale
          ed è più regolare secondo la nostra teoria de’ continuativi, ed è comprovato dal Glossario
          e dal vernacolo spagnuolo e italiano (giacchè per puro accidente e vezzo di pronunzia noi
          diciamo <emph>pigiare</emph> in luogo di <emph>pisare</emph> ch’è lo stesso, e che
          certamente si dice in qualche dialetto o provincia d’Italia, come, io credo, nel
          veneziano), ed è confermato dalle altre considerazioni addotte di sopra.</p>
        <p>In ogni modo il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">pisere</foreign> detto in vece di
            <foreign lang="lat" rend="italic">pisare</foreign>, sarebbe un continuativo anomalo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">pinsere</foreign>; sia che anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">pisare</foreign> esistesse nell’antico latino, e da lui per corruzione
          fosse fatto <foreign lang="lat" rend="italic">pisere</foreign>, come forse nexere da
            <foreign lang="lat" rend="italic">nexare</foreign> (v. p. 2821.); sia che <foreign
            lang="lat" rend="italic">pisere</foreign> fosse fatto <pb ed="aut" n="2935"/> a
          dirittura da <foreign lang="lat" rend="italic">pisus-pinsus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">pinsere</foreign> prima di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pisare</foreign> e in luogo di questo (come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >visere</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">visare</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">video-visus</foreign>), e che questo non sia stato mai
          nell’antico o nell’illustre ma solo nel basso o nel rustico Latino (fatto da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pisere</foreign> o a dirittura da <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinsere</foreign>), e quindi ne’ moderni vernacoli; o sia finalmente che
            <foreign lang="lat" rend="italic">pisere</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pisare</foreign> esistessero ambedue quando che sia, contemporaneamente, ma
          indipendentemente l’uno dall’altro per rispetto all’origine. E vedi a questo proposito di
          continuativi anomali spettanti alla terza, la p. 2885.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Pisare</foreign> considerato come appartenente a
            <foreign lang="lat" rend="italic">pinsere</foreign> (la quale appartenenza e parentela,
          quantunque il Forcellini non la riconosce o non la esprime, e fa derivar <foreign
            lang="lat" rend="italic">piso is</foreign>, ed anche, a quel che pare, <foreign
            lang="lat" rend="italic">piso as</foreign> dal greco <foreign lang="grc"
          >πτίσσω</foreign>, qual ch’ella si voglia che sia, chi la può mettere in dubbio?) potrebbe
          anche riferirsi a quella categoria di cui p. 2813. segg. e 2930. Ma le addotte ragioni mi
          persuadono piuttosto ch’esso appartenga dirittamente alla classe degli ordinarii
          continuativi. Forse piuttosto alla sopraddetta categoria potrebbe appartenere <foreign
            lang="lat" rend="italic">pinso as</foreign>, se questo verbo fosse pur vero, del che
          vedi il Forcellini in <foreign lang="lat" rend="italic">pinso</foreign>. (10. Luglio
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Cespicare, incespicare, incespare</emph>. Vedi il Forcellini in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Caespitator</foreign> e il Glossario in <emph>Cespitare</emph>. (10.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2936"/> Le cose ch’esistono non sono certamente per se nè piccole nè vili:
          nè anche una gran parte di quelle fatte dall’uomo. Ma esse e la grandezza e le qualità
          loro sono di un altro genere da quello che l’uomo desidererebbe, che sarebbe, o ch’ei
          pensa esser necessario alla sua felicità, ch’egli s’immaginava nella sua fanciullezza e
          prima gioventù, e ch’ei s’immagina ancora tutte le volte ch’ei s’abbandona alla fantasia,
          e che mira le cose da lungi. Ed essendo di un altro genere, benchè grandi, e forse talora
          più grandi di quello che il fanciullo o l’uomo s’immaginava, l’uomo nè il fanciullo non è
          giammai contento ogni volta che giunge loro dappresso, che le vede, le tocca, o in
          qualunque modo ne fa sperienza. E così le cose esistenti, e niuna opera della natura nè
          dell’uomo, non sono atte alla felicità dell’uomo. (10. Luglio. 1823.). Non ch’elle sieno
          cose da nulla, ma non sono di quella sorta che l’uomo indeterminatamente vorrebbe, e
          ch’egli confusamente giudica, prima di sperimentarle. Così elleno son nulla alla felicità
          dell’uomo, non essendo un nulla per se medesime. E chi potrebbe chiamare un nulla la <pb
            ed="aut" n="2937"/> miracolosa e stupenda opera della natura, e l’immensa egualmente che
          artificiosissima macchina e mole dei mondi, benchè a noi per verità ed in sostanza nulla
          serva? poichè non ci porta in niun modo mai alla felicità. Chi potrebbe disprezzare
          l’immensurabile e arcano spettacolo dell’esistenza, di quell’esistenza di cui non possiamo
          nemmeno stabilire nè conoscere o sufficientemente immaginare nè i limiti, nè le ragioni,
          nè le origini; qual uomo potrebbe, dico, disprezzare questo per la umana cognizione
          infinito e misterioso spettacolo della esistenza e della vita delle cose, benchè nè
          l’esistenza e vita nostra, nè quella degli altri esseri giovi veramente nulla a noi, non
          valendoci punto ad <emph>esser felici</emph>? ed essendo per noi l’esistenza così nostra
          come universale scompagnata dalla felicità, ch’è la perfezione e il fine dell’esistenza,
          anzi l’unica utilità che l’esistenza rechi a quello ch’esiste? e quindi esistendo noi e
          facendo parte della università della esistenza, senza niun frutto per noi? Ma con tutto
          ciò come possiamo chiamar vile e nulla quell’opera di cui non vediamo <pb ed="aut"
            n="2938"/> nè potremo mai vedere nemmeno i limiti? nè arrivar mai ad intendere nè anche
          a sufficientemente ammirare l’artifizio e il modo? anzi neppur la qualità della massima
          parte di lei? cioè la qualità dell’esistenza della più parte delle cose comprese in essa
          opera; o vogliamo dir la massima parte di esse cose, cioè degli esseri ch’esistono.
          Pochissimi de’ quali, a rispetto della loro immensa moltitudine, son quelli che noi
          conosciamo pure in qualunque modo, anche imperfettamente. Senza parlar delle ragioni e
          maniere occulte dell’esistenza che noi non conosciamo nè intendiamo punto, neppur quanto
          agli esseri che meglio conosciamo, e neppur quanto alla nostra specie e al nostro proprio
          individuo. (10. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Questo ch’io dico delle opere della natura, dicasi eziandio proporzionatamente di molte o
          grandi o belle o per qualunque cagione notabili e maravigliose opere degli uomini, o sieno
          materiali, o appartengano puramente alla ragione; o di mano o d’intelletto o
          d’immaginativa; scoperte, invenzioni, scienze, speculazioni ec. ec. <pb ed="aut" n="2939"
          /> discipline pratiche o teoriche; navigazioni, manifatture, edifizi, costruzioni d’ogni
          genere, opere d’arte ec. ec. (11. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dalle lunghe considerazioni da me fatte circa quello che voglia significare nella Genesi
          l’albero della scienza ec., dalla favola di Psiche della quale ho parlato altrove, e da
          altre o favole o dogmi ec. antichissimi, che mi pare avere accennato in diversi luoghi, si
          può raccogliere non solo quello che generalmente si dice, che la corruzione e decadenza
          del genere umano da uno stato migliore, sia comprovata da una remotissima, universale,
          costante e continua tradizione, ma che eziandio sia comprovato da una tal tradizione e dai
          monumenti della più antica storia e sapienza, che questa corruttela e decadimento del
          genere umano da uno stato felice, sia nato dal sapere, e dal troppo conoscere, e che
          l’origine della sua infelicità sia stata la scienza e di se stesso e del mondo, e il
          troppo uso della ragione. E pare che questa verità fosse nota ai più antichi sapienti, e
          una <pb ed="aut" n="2940"/> delle principali e capitali fra quelle che essi, forse come
          pericolose a sapersi, enunziavano sotto il velo dell’allegoria e coprivano di mistero e
          vestivano di finzioni, o si contentavano di accennare confusamente al popolo; il quale era
          in quei tempi assai più diviso per ogni rispetto dalla classe de’ sapienti, che oggi non
          è: onde nasceva l’arcano in cui dovevano restare quei dogmi ch’essendo sempre proprii de’
          soli sapienti, non erano allora quasi per niun modo communicati al popolo, separato
          affatto dai saggi. Oltrechè in quei tempi l’immaginazione influiva e dominava così nel
          popolo, come anche nei sapienti medesimi, onde nasceva che questi, eziandio senz’alcuna
          intenzione di misteriosità, e senz’alcun secondo fine, vestissero le verità di figure, e
          le rappresentassero altrui con sembianza di favole. E infatti i primi sapienti furono i
          poeti, o vogliamo dire i primi sapienti si servirono della poesia, e le prime verità
          furono annunziate in versi, non, cred’io, con espressa intenzione di velarle e farle poco
          intelligibili, ma perchè esse si presentavano <pb ed="aut" n="2941"/> alla mente stessa
          dei saggi in un abito lavorato dall’immaginazione, e in gran parte erano trovate da questa
          anzi che dalla ragione, anzi avevano eziandio gran parte d’immaginario, specialmente
          riguardo alle cagioni ec., benchè di buona fede creduto dai sapienti che le concepivano o
          annunziavano. E inoltre per propria inclinazione e per secondar quella degli uditori, cioè
          de’ popoli a cui parlavano, i saggi si servivano della poesia e della favola per annunziar
          le verità, benchè niuna intenzione avessero di renderle <foreign lang="fre" rend="italic"
            >méconnaissables</foreign>. (11. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il principal difetto della ragione non è, come si dice, di essere impotente. In verità
          ella può moltissimo, e basta per accertarsene il paragonare l’animo e l’intelletto di un
          gran filosofo con quello di un selvaggio o di un fanciullo, o di questo medesimo filosofo
          avanti il suo primo uso della ragione: e così il paragonare il mondo civile presente sì
          materiale che morale, col mondo selvaggio presente, e più col primitivo. Che cosa non può
          la ragione umana nella speculazione? Non penetra ella fino all’essenza delle cose che
          esistono, ed anche di se medesima? non ascende fino al trono di Dio, e non <pb ed="aut"
            n="2942"/> giunge ad analizzare fino ad un certo segno la natura del sommo Essere? (Vedi
          quello che ho detto altrove in questo proposito). La ragione dunque per se, e come
          ragione, non è impotente nè debole, anzi per facoltà di un ente finito, è potentissima; ma
          ella è dannosa, ella rende impotente colui che l’usa, e tanto più quanto maggiore uso ei
          ne fa, e a proporzione che cresce il suo potere, scema quello di chi l’esercita e la
          possiede, e più ella si perfeziona, più l’essere ragionante diviene imperfetto: ella rende
          piccoli e vili e da nulla tutti gli oggetti sopra i quali ella si esercita, annulla il
          grande, il bello, e per così dir la stessa esistenza, è vera madre e cagione del nulla, e
          le cose tanto più impiccoliscono quanto ella cresce; e quanto è maggiore la sua esistenza
          in intensità e in estensione, tanto l’esser delle cose si scema e restringe ed accosta
          verso il nulla. Non diciamo che la ragione vede poco. In effetto la sua vista si stende
          quasi in infinito, ed è acutissima sopra ciascuno oggetto, ma essa vista ha questa
          proprietà che lo spazio e gli oggetti le appariscono tanto più piccoli quanto ella più si
          stende <pb ed="aut" n="2943"/> e quanto meglio e più finamente vede. Così ch’ella vede
          sempre poco, e in ultimo nulla, non perch’ella sia grossa e corta, ma perchè gli oggetti e
          lo spazio tanto più le mancano quanto ella più n’abbraccia, e più minutamente gli scorge.
          Così che il poco e il nulla è negli oggetti e non nella ragione. (benchè gli oggetti
          sieno, e sieno grandi a qualunqu’altra cosa, eccetto solamente ch’alla ragione).
          Perciocch’ella per se può vedere assaissimo, ma in atto ella tanto meno vede quanto più
          vede. Vede però tutto il visibile, e in tanto in quanto esso è e può mai esser visibile a
          qualsivoglia vista. (11. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come gli antichi riponessero la consolazione, anche della morte, non in altro che nella
          vita, (del che ho detto altrove), e giudicassero la morte una sventura appunto in quanto
          privazion della vita, e che il morto fosse avido della vita e dell’azione, e prendesse
          assai più parte, almeno col desiderio e coll’interesse, alle cose di questo mondo che di
          quello nel quale stimavano pure ch’egli abitasse e dovesse eternamente abitare, e di cui
          lo stimavano divenuto per sempre un membro, si può vedere ancora in quell’antichissimo
          costume di onorar l’esequie e gli anniversari ec. di <pb ed="aut" n="2944"/> un morto coi
          giuochi funebri. I quali giuochi erano le opere più vivaci, più forti, più energiche, più
          solenni, più giovanili, più vigorose, più vitali che si potessero fare. Quasi volessero
          intrattenere il morto collo spettacolo più energico della più energica e florida e vivida
          vita, e credessero che poich’egli non poteva più prender parte attiva in essa vita, si
          dilettasse e disannoiasse a contemplarne gli effetti e l’esercizio in altrui. (11. Luglio
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gridano che la poesia debba esserci contemporanea, cioè adoperare il linguaggio e le idee
          e dipingere i costumi, e fors’anche gli accidenti de’ nostri tempi. Onde condannano l’uso
          delle antiche finzioni, opinioni, costumi, avvenimenti. Puoi vedere la p. 3152. Ma io dico
          che tutt’altro potrà esser contemporaneo a questo secolo fuorchè la poesia. Come può il
          poeta adoperare il linguaggio e seguir le idee e mostrare i costumi d’una generazione
          d’uomini per cui la gloria è un fantasma, la libertà la patria l’amor patrio non esistono,
          l’amor vero è una <pb ed="aut" n="2945"/> fanciullaggine, e insomma le illusioni son tutte
          svanite, le passioni, non solo grandi e nobili e belle, ma tutte le passioni estinte? Come
          può, dico, ciò fare, ed esser poeta? Un poeta, una poesia, senza illusioni senza passioni,
          sono termini che reggano in logica? Un poeta in quanto poeta può egli essere egoista e
          metafisico? e il nostro secolo non è tale caratteristicamente? come dunque può il poeta
          essere caratteristicamente contemporaneo in quanto poeta?</p>
        <p>Osservisi che gli antichi poetavano al popolo, o almeno a gente per la più parte non
          dotta, non filosofa. I moderni all’opposto; perchè i poeti oggidì non hanno altri lettori
          che la gente colta e istruita, e al linguaggio e all’idee di questa gente vuolsi che il
          poeta si conformi, quando si dice ch’ei debba esser contemporaneo; non già al linguaggio e
          alle idee del popolo presente, il quale delle presenti nè delle antiche poesie non sa
          nulla nè partecipa in conto alcuno. Ora ogni uomo colto e istruito oggidì, è
          immancabilmente egoista e filosofo, privo d’ogni notabile illusione, spoglio di vive
          passioni; e ogni donna altresì. Come può il poeta essere per <pb ed="aut" n="2946"/>
          carattere e per ispirito, contemporaneo e conforme a tali persone in quanto poeta? che
          v’ha di poetico in esse, nel loro linguaggio, pensieri, opinioni, inclinazioni, affezioni,
          costumi, usi e fatti? che ha o ebbe o potrà mai aver di comune la poesia con esso loro?</p>
        <p>Perdóno dunque se il poeta moderno segue le cose antiche, se adopra il linguaggio e lo
          stile e la maniera antica, se usa eziandio le antiche favole ec., se mostra di accostarsi
          alle antiche opinioni, se preferisce gli antichi costumi, usi, avvenimenti, se imprime
          alla sua poesia un carattere d’altro secolo, se cerca in somma o di essere, quanto allo
          spirito e all’indole, o di parere antico. Perdóno se il poeta, se la poesia moderna non si
          mostrano, non sono contemporanei a questo secolo, poichè esser contemporaneo a questo
          secolo, è, o inchiude essenzialmente, non esser poeta, non esser poesia. Ed ei non si può
          essere insieme e non essere. (11. Luglio. 1823.). E non è conveniente a filosofi e ad un
          secolo filosofo il richieder cosa impossibile di natura sua, e contraddittoria in se
          stessa e ne’ suoi propri termini. (12. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2947"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Intentare</foreign> lat. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">intendo</foreign>, onde il francese <foreign lang="fre" rend="italic"
            >intenter</foreign> e quello che noi pur diciamo <emph>intentare un’accusa, un
          processo</emph> e simili. <bibl>V. il <title>Glossar. Cang.</title>
          </bibl> Participio <foreign lang="lat" rend="italic">intentatus</foreign>.
          <emph>Intentare</emph> de’ nostri antichi (v. la Crus. in <emph>intentare</emph> e
            <emph>intentazione</emph>) e <foreign lang="spa" rend="italic">intentar</foreign>
          spagnuolo, da <foreign lang="lat" rend="italic">tento</foreign> colla prepos.
          <emph>in</emph>, e vale lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic">tentare</foreign>.
          Questo composto, tutto alla latina, ma tutto diverso dall’altro <emph>intentare</emph>
          sopraddetto, io lo credo venuto, se non altro, dal latino volgare, poichè m’ha sapor di
          vera latinità, e non mi riesce verisimile che sia stato creato nelle lingue vernacole,
          pochissimo usate a crear nuovi composti con preposizione il qual uso è tutto greco e
          latino. Participio <emph>intentato</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >intentado</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">intentatus</foreign>, cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">tentatus</foreign> (Similmente <foreign lang="lat"
            rend="italic">obtento</foreign>, se questa voce è vera, viene da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ob-tineo</foreign>, laddove <emph>ostento</emph> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">os-tendo</foreign>, antic. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >obs-tendo</foreign>, [v. la p. 2996.]). Diverso da questo è l’altro participio <foreign
            lang="lat" rend="italic">intentatus</foreign> che significa il contrario, cioè <foreign
            lang="lat" rend="italic">non tentatus</foreign>, fatto non colla prep. <emph>in</emph>,
          ma colla particella privativa del medesimo suono <emph>in</emph>, il quale participio noi
          pure l’abbiamo, e viene ad essere un terzo participio <foreign lang="lat" rend="italic"
            >intentatus</foreign> diverso per origine e per significato, benchè di suono in ogni
          cosa conforme ed uguale, dai due sopraddetti. Similmente <foreign lang="lat" rend="italic"
            >inauditus, insuetus</foreign> ed <pb ed="aut" n="2948"/> altri tali, vagliono <foreign
            lang="lat" rend="italic">non auditus, non suetus</foreign>, ed altresì l’opposto, cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">suetus, auditus</foreign>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">insuesco</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic">inaudio</foreign>.
          (12. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto mirabile sia stata l’invenzione dell’alfabeto, oltre tutti gli altri rispetti e
          modi, si può anche per questa via facilmente considerare. È cosa osservata che l’uomo non
          pensa se non parlando fra se, e col mezzo di una lingua; che le idee sono attaccate alle
          parole; che quasi niuna idea sarebbe o è stabile e chiara se l’uomo non avesse, o quando
          ei non ha, la parola da poterla esprimere non meno a se stesso che agli altri, e che
          insomma l’uomo non concepisce quasi idea chiara e durevole se non per mezzo della parola
          corrispondente, nè arriva mai a perfettamente e distintamente concepire un’idea, anzi
          neppure a determinarla nella sua mente in modo ch’ella sia divisa dall’altre, e divenga
          idea, oscura o chiara che sia, nè a fissarla in modo ch’ei possa richiamarla, riprenderla,
          raffigurarla nella sua mente e seco stesso quando che sia; non arriva, dico, a far questo
          mai, finch’egli non <pb ed="aut" n="2949"/> ha trovato il vocabolo con cui possa
          significar questa idea, quasi legandola e incastonandola; o sia vocabolo nuovo, o
          nuovamente applicato, se l’idea è nuova, o s’egli non conosce la parola con cui gli altri
          la esprimono, o sia questo medesimo vocabolo che gli altri usano a significarla.</p>
        <p>Tutto ciò ha luogo in ordine ai suoni elementari della favella, per rispetto
          all’alfabeto. L’alfabeto è la lingua col cui mezzo noi concepiamo e determiniamo presso
          noi medesimi l’idea di ciascuno dei detti suoni. Quegli che non conosce l’alfabeto, parla,
          ma non ha veruna idea degli elementi che compongono le voci da lui profferite. Egli ha ben
          l’idea della favella, ma non ha per niun conto le idee degli elementi che la compongono:
          siccome infinite altre idee hanno gli uomini, degli elementi e parti delle quali non hanno
          veruna idea nè chiara nè oscura che sia separata dalla massa delle altre: e questo appunto
          è il progresso dello spirito umano; suddivider le idee, e concepir l’idea delle parti e
          degli elementi delle medesime, conoscere <pb ed="aut" n="2950"/> che quella tale idea
          ch’egli teneva per semplice, era composta, o scompor quella idea ch’era stata semplice per
          lui finallora, e scompostala concepir l’idee delle parti di essa, sia di tutte le parti,
          sia d’alcuna. Nè altro è per l’ordinario una nuova idea<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Parlo di quelle idee che avanzano decisamente lo spirito umano e l’intelletto. Avvi
              molte idee nuove, che non son tali se non perchè nuovamente composte d’altre idee già
              note (al contrario delle idee nuove di cui qui si parla). Ma queste appartengono la
              più parte all’immaginazione, e spetta al poeta il proccurarcele. E l’intelletto non ci
              guadagna. Altre nuove idee vengono dirittamente dai sensi, quando vediamo o udiamo ec.
              cose non più vedute o udite, le quali idee non si può ora determinare quando siano più
              semplici e quando più composte delle già possedute. Ma queste nuove idee non derivano
              dall’intelletto, del quale adesso ragioniamo.</p>
          </note>, che una porzione d’idea già posseduta, nuovamente separata dalle altre porzioni
          della medesima, e nuovamente determinata in modo ch’ella sussista da se, e sia idea da se,
          e da se si concepisca.</p>
        <p>Or questa determinazione si fa col mezzo della lingua, cioè con un vocabolo nuovo o
          nuovamente applicato. E non è difficilissimo il farlo, perocchè la lingua è già trovata e
          posseduta, e l’uomo ha chiare idee degli elementi che la compongono, cioè de’ vocaboli, e
          facilmente si aggiunge alle cose trovate.</p>
        <p>Ma per determinare gli elementi della voce umana articolata, l’unica lingua, come ho
          detto, è l’alfabeto. Or questa lingua non era trovata ancora, e niuna idea se ne aveva.
          Quindi niun mezzo <pb ed="aut" n="2951"/> di determinare presso se stesso le idee degli
          elementi di detta voce; e quindi infinita difficoltà di concepir queste idee e di fissarle
          nella propria mente; cioè di suddivider l’idea della voce, e stabilire nel proprio
          intelletto le idee separate delle di lei porzioni.</p>
        <p>A noi già istruiti dell’alfabeto, niuna difficoltà reca il concepire determinatamente
          l’idea di ciascun suono di nostra voce, distintamente l’uno dall’altro. Ma supponghiamo,
          come ho detto, un uomo non istruito dell’alfabeto, quali sono i fanciulli e
          gl’illetterati, e senza insegnargli l’alfabeto, nè dargliene veruna idea (s’è possibile
          che nel presente stato di cose, un uomo, benchè ignorante, niuna lontana e confusa idea
          possegga dell’alfabeto), comandiamogli ch’egli da se risolva la sua propria voce nei suoni
          che la compongono, e dica quanti e quali. Già questa sola proposizione moltissima luce gli
          darà, la qual non avevano i primi inventori dell’alfabeto, perocch’egli intenderà che la
          sua voce è composta di parti diverse l’una dall’altra, e concepirà l’idea della
          divisibilità della medesima. Idea difficilissima <pb ed="aut" n="2952"/> a concepire, e
          molto più quella, che tali parti si possano determinare ciascuna da se, e concepire
          distintamente l’una dall’altra. A ogni modo, dopo tutte queste idee preliminari, e dopo
          aver fatto così grandi e difficili passi verso l’invenzione dell’alfabeto, si può quasi
          certamente credere ch’egli in niun modo riuscirà nè a trovare e concepire quali parti ed
          elementi compongano il suono della sua voce, nè quando anche trovasse e concepisse la
          qualità e diversità scambievole di questi elementi, riuscirà a determinare e fermare appo
          se stesso l’idea di ciascuno di loro, non avendo i segni con cui significarli, e
          rappresentarli distintamente a se stesso, ed a cui riferire le sue proprie idee; nè
          formerà per niun modo il pensiero che siccome l’altre idee si rappresentano e determinano
          co’ vocaboli, e così determinate e rappresentate, ad essi vocaboli si riferiscono, così
          anche quelle de’ suoni elementari si possano significare e determinare con altri segni,
          cioè con quelli dell’alfabeto, ed a questi riportare <pb ed="aut" n="2953"/> colla mente.
          Imperciocchè questo appunto è quello che noi facciamo, senz’avvedercene: rapportiamo
          ciascun suono elementare al corrispondente carattere dell’alfabeto, e per questo mezzo ne
          concepiamo chiaramente e determinatamente l’idea distinta e separata, sempre che ci
          occorre, e la richiamiamo e riprendiamo a piacer nostro. Così facciamo dell’altre idee
          rispetto alle parole.</p>
        <p>Ed è notabile che in questo secondo caso, noi rapportiamo l’oggetto della nostra idea
          alla parola che lo significa, o pronunziata o scritta. Gli uomini avvezzi alla lettura,
          sogliono per lo più rapportarsi al vocabolo scritto, e concepir tutt’insieme l’idea di
          ciascuna cosa, del vocabolo che lo significa, e della forma materiale in ch’egli si
          scrive. V. p. 3008. Ma gl’illetterati e i fanciulli si rapportano semplicemente al
          vocabolo pronunziato, e ciò basta a concepire l’idea determinata e chiara di qualsivoglia
          cosa il cui vocabolo si conosca, e di qualsivoglia vocabolo il cui significato ben
          s’intenda. Perocchè ciascun vocabolo anche <pb ed="aut" n="2954"/> semplicemente
          considerato nella sua profferenza, nella qual solamente possono considerarlo
          gl’illetterati, ha tanto corpo, e per così dire persona, e tanta consistenza, che basta a
          ferire i sensi, e quindi essere ritenuto nella memoria, e distinto col pensiero dagli
          altri vocaboli.</p>
        <p>Il che non accade circa i suoni della voce. Perocchè esso suono è il vocabolo di se
          medesimo; e quindi l’idea del suono e del vocabolo che lo significa essendo una cosa
          stessa, e non potendosi l’uno riferire all’altro, la mente non è in verun modo aiutata dal
          linguaggio a concepire determinatamente e ritenere e richiamare a suo talento le idee
          d’essi suoni distinte l’una dall’altra. Vero è che non potendosi profferir da sè se non le
          vocali, tutti gli altri suoni hanno presso noi una sorta di nome, che non è propriamente
          esso suono nudo, come <emph>bi ci</emph>, sono nomi di <emph>b c</emph>. E nelle antiche
          lingue ciascun suono anche vocale, portava un suo proprio nome arbitrario e di convenzione
          (come son le parole, o vogliam dire come i nomi d’ogni altra <pb ed="aut" n="2955"/> cosa)
          il qual nome era più distinto che fra noi da esso suono nudo, onde si può dir che in
          quelle lingue i suoni della favella avessero i loro vocaboli diversi dall’oggetto, siccome
          l’avevano gli altri oggetti; che il linguaggio aiutasse il pensiero anche circa i detti
          suoni, e che la nuda idea de’ medesimi avesse dove appoggiarsi e a che riferirsi anche
          fuori della scrittura e dell’alfabeto scritto, cioè i nomi conventizi ed imposti dei detti
          suoni, e l’alfabeto pronunziato. Per esempio <emph>alèf, beth, ghimèl, alfa, beta, gamma,
            iota, eta</emph> erano nell’ebraico e nel greco i nomi propri de’ suoni, diversi da’
          medesimi suoni.</p>
        <p>Contuttociò, se non agli antichi, certo ai moderni, si può considerar come quasi
          impossibile di concepir chiaramente e precisamente, ritener costantemente, e richiamar
          facilmente le idee di ciascun suono elementare della favella, delle qualità proprie di
          ciascuno, e della loro scambievole diversità, senza la cognizione dell’alfabeto scritto.
            <pb ed="aut" n="2956"/> Nè credo che si possa allegare esempio di chi possegga o abbia
          mai posseduto distintamente e perfettamente queste tali idee nel modo e colle condizioni
          ch’io dico, senza conoscere i caratteri che le significano e rappresentano. Vale a dire
          non credo che alcuno abbia mai avuto e ritenuto, abbia e ritenga la chiara, determinata e
          distinta idea di ciascun suono, senza poterlo riferire al rispettivo carattere
          dell’alfabeto, ma rapportandolo solamente al suo vocabolo, o non rapportandolo a cosa
          alcuna, ma considerandolo col pensiero solamente in se stesso, e tenendolo semplicemente
          per se stesso. Non lo credo, dico, di alcuno, e neppur degli antichi, i quali tengo per
          fermo che nell’imporre i nomi che imposero ai suoni, avessero tutt’altro intento e
            motivo<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Nótisi che i nomi delle lettere ebraiche (onde derivano quei delle greche, che in
              greco non significano niente) hanno tutti una significazione indipendente affatto dal
              suono della rispettiva lettera, e son parole della lingua, nè hanno relazione alcuna
              tra loro, nè colla rispettiva lettera altro che il cominciare appunto per essa, come
                <emph>alèf, dottrina; beth, casa</emph> ec.</p>
          </note> che quello di aiutar con essi nomi il pensiero, e di far ch’essi suoni si
          potessero insegnare separatamente dall’alfabeto scritto, ed esser saputi, conosciuti
          distintamente e costantemente ritenuti da quelli che non conoscessero i caratteri nè
          potessero in niun modo leggere. Certo i fanciulli <pb ed="aut" n="2957"/> oggidì non prima
          imparano a distinguere i suoni del proprio lor favellare che ad intendere i caratteri che
          li significano, nè la distinta cognizione e idea di quelli è nelle menti loro per alcun
          tempo scompagnata dalla cognizione e dalla idea di questi.</p>
        <p>Per le quali ragioni io dissi di sopra (p. 2953.) che noi colla nostra mente rapportiamo
          sempre ciascun suono elementare della favella al corrispondente carattere dell’alfabeto,
          quante volte concepiamo nella mente nostra la distinta idea di qualsivoglia dei detti
          suoni; e non dissi al nome o vocabolo de’ medesimi.</p>
        <p>Con queste considerazioni fra l’altre, e per questa via, si può facilmente comprendere e
          sentire che l’invenzione dell’alfabeto fu, si può dire, così difficile, ed è così
          maravigliosa come fu ed è l’invenzione della lingua. Perocchè quel medesimo che dee farci
          maravigliare intorno alla lingua, cioè come sienosi potute avere idee chiare e distinte
          senza l’uso delle parole, e come inventar <pb ed="aut" n="2958"/> le parole senza avere
          idee chiare e distinte alle quali applicarle, questa medesima meraviglia ha luogo in
          proposito dell’alfabeto. Potendosi appena concepire come questo abbia potuto preceder le
          idee chiare e distinte de’ suoni elementari, o come tali idee abbiano potuto essere
          innanzi alla cognizione de’ segni che li figurano. Onde si può applicare all’alfabeto quel
          detto di Rousseau il quale confessava che nella considerazion della lingua e nello
          investigare e spiegare l’invenzione della medesima, trovavasi in grandissimo imbarazzo
          perchè non sembra possibile una lingua formata innanzi a una società quasi perfetta, nè
          una società quasi perfetta innanzi all’uso d’una lingua già formata e matura.</p>
        <p>Anzi a rispetto dell’alfabeto cresce sotto un certo riguardo la meraviglia. Perchè idee
          chiare e distinte d’oggetti sensibili e sensibilmente distinti gli uni dagli altri, si
          poterono avere anche senza l’uso delle parole, e trovate le parole a significar questi
          oggetti, si potè col mezzo delle similitudini e delle metafore (principale <pb ed="aut"
            n="2959"/> strada per cui tutte le lingue si accrebbero) nominare eziandio gli oggetti
          meno sensibilmente distinti fra loro, e quindi i meno sensibili, i meno chiaramente
          conceputi, e finalmente gl’insensibili e gli oscurissimi; e trovare il modo di
          significarli. Ma questa scala non ebbe luogo in ordine all’alfabeto, che è, come ho detto,
          la lingua significante i suoni elementari. Tutti questi, benchè cadano sotto i sensi, sono
          tuttavia così confusi, legati, stretti, incorporati gli uni cogli altri nella pronunzia
          della favella, così lontani dall’essere in modo alcuno <emph>sensibilmente
          distinti</emph>, e la loro diversità scambievole è così difficile a notare, ch’ella è
          quasi fuor del dominio de’ sensi, e la difficoltà di concepire l’idea chiara e distinta di
          ciascuno di loro senza i segni, e di trovarne i segni senz’averne conceputo le chiare e
          distinte idee, non è quasi aiutata da verun rispetto, nè fu potuta vincere gradatamente,
          ma quanto alla parte principale, e alla somma dell’invenzione, essa difficoltà fu dovuta
          necessariamente vincere tutta in un tratto. Questa <pb ed="aut" n="2960"/> invenzione, per
          dirlo brevemente, apparteneva tutta all’analisi; è di natura sua, tutta opera ed effetto
          di questa; richiedeva essenzialmente la risoluzione negli ultimi e semplicissimi elementi,
          le quali cose sono appunto le più difficili all’umano intelletto, e le ultime operazioni
          ch’egli soglia giungere a fare. (12. 14. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Supponete un cieco nato al quale una felice operazione, nella sua età già matura o
          adulta, doni improvvisamente la vista. Domandategli o considerate i suoi giudizi (dico
          giudizi e non sensazioni, le quali non appartengono alla considerazione del bello
          esattamente e filosoficamente inteso) circa il bello materiale o il brutto materiale degli
          oggetti visibili che si presentano a’ suoi occhi. E voi vedrete se questi giudizi sono
          conformi al giudizio che generalmente si suol fare di quegli oggetti sotto il rapporto del
          bello; o se piuttosto essi non sono difformissimi o contrarissimi, non solo nelle minuzie
          e nelle finezze o delicatezze, ma nelle parti e nelle cose più sostanziali. Di ciò non
          mancano esperienze <pb ed="aut" n="2961"/> effettive e prove di fatto, perchè la
          circostanza ch’io ho supposta non manca di esempi reali.</p>
        <p>E il cieco nato, restando cieco, quali idee concepisce egli della forma umana e di quella
          degli altri oggetti ch’ei può pur conoscere per mezzo del tatto? quali idee circa la loro
          bellezza o bruttezza? crediamo noi che queste idee, questi giudizi ch’ei forma convengano
          colle idee e co’ giudizi degli uomini che veggono? e che sovente non sieno contrarissime a
          queste? Ma se esistesse un bello ideale e assoluto, non dovrebbe il cieco nato conoscerlo,
          come si pretende ch’ei conosca naturalmente e che tutti gli uomini conoscano il bello
          morale che si crede essere assoluto, il qual bello morale niuno lo vede, come il cieco non
          vede il bello materiale? E nelle qualità che si credono assolutamente belle o brutte in
          questa o quella specie d’oggetti; e massime in quelle qualità che appartengono agli
          oggetti che il cieco nato conosce per mezzo degli altri sensi fuor della vista; e più in
          quelle che appartengono alla specie umana, della <pb ed="aut" n="2962"/> quale esso
          medesimo cieco fa parte, non dovrebbero le idee ed i giudizi del cieco, in quanto egli può
          comprenderle, convenire col giudizio e colle idee di quelli che veggono, circa il bello e
          il brutto che ne deriva o che n’è composto? non dovrebbero dico convenire, almeno per ciò
          che spetta al sostanziale e al principale? Laddove ciascuno di noi è persuaso ch’esse idee
          e giudizi non convengono coi nostri, se non forse accidentalmente, anzi per lo più ne sono
          remotissimi e contrarissimi. (14. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il fanciullo, il cieco nato che abbia improvvisamente acquistato la vista, e tutti gli
          uomini di qualunque nazione, tempo, costume, gusto, opinione, considera la gioventù come
          bella in se più della vecchiezza. La gioventù quanto a se par bella a tutti assolutamente.
          Essa è per tutti una qualità bella (sì considerata negli uomini che negli animali per la
          più parte, e così nelle piante, e nel più delle specie che ne sono partecipi) ec. Questo
          consenso universale non prova punto che v’abbia una qualità essenzialmente e assolutamente
          bella per se medesima, o necessaria alla composizione del bello in nessun <pb ed="aut"
            n="2963"/> genere di cose (giacchè la convenienza non è una qualità che componga il
          bello, una parte che entri nella composizione del bello; ma il bello consiste in essa,
          essa è il bello, e viceversa il bello è convenienza e non altro).</p>
        <p>1. La gioventù si chiama bella, come si chiama bello un color vivo. Nè l’una nè l’altro
          meritano questo nome filosoficamente. La bellezza loro non è convenienza: ma il bello
          filosofico non è altro che convenienza. Quello che ci porta a chiamar bella la gioventù
          non è giudizio ma inclinazione. Il piacere che deriva dalla vista della gioventù non si
          percepisce per via del giudizio ma della inclinazione, e quindi non spetta alla bellezza.
          Altrimenti gli uomini diranno che l’esser donna assolutamente è bellezza, perch’essi
          veggono con più piacere una donna che un uomo. Ma le donne diranno al contrario. Queste
          qualità non hanno a far niente col bello filosoficamente definito. Esse spettano alla
          considerazione del piacere che nasce dall’inclinazione, <pb ed="aut" n="2964"/> la quale
          può ben essere universale in una specie, ed anche in tutte le specie, perchè può esser
          naturale e innata. Le idee son quelle che non possono essere innate. E il piacere che reca
          la vista della gioventù è una sensazione pura, non un’idea, nè deriva da un’idea. Che ha
          dunque che fare col bello ideale? Questo non può essere che un’idea. Il caldo, il freddo,
          l’amaro, il dolce, che niuno chiama belli nè brutti, appartengono alla categoria della
          gioventù. L’effetto ch’essi producono nell’uomo o nell’animale, in quanto esso effetto è
          attualmente piacevole o dispiacevole, non è idea ma sensazione. Dunque non è nè bello nè
          brutto. Così nè più nè manco l’effetto che produce nell’uomo o nell’animale la vista della
          gioventù. Il cieco nato adunque che vede per la prima volta una persona giovane e trova la
          gioventù piacevole a vedere, non prova l’effetto di niuna bellezza, ma di una qualità che
          la natura ha fatto esser piacevole a vedere <pb ed="aut" n="2965"/> come il dolce a
          gustare. Egli non giudica <emph>allora</emph> ma sente. Se dipoi sopra questa sensazione
          egli fonda e forma un giudizio e un’idea, come gli uomini sempre fanno, questa è venuta
          dalla sensazione, e non da un’idea innata, cioè da quella del bello che si suppone ideale.
          Bensì quella sensazione, in quanto piacevole, è venuta da una qualità innata e naturale in
          quel cieco, ma questa qualità non è un’idea; essa è una inclinazione e disposizione, nè
          deriva nè risiede nè spetta punto per se all’intelletto. Nel quale, e non altrove,
          dovrebbe esistere e risiedere il bello ideale, s’egli esistesse. E nell’intelletto quindi
          debbono accadere gli effetti del vero bello veduto, e non altrove; e da esso derivarne le
          sensazioni. Ma nel caso nostro accade il contrario. L’idea è cagionata nell’intelletto
          dalla sensazione.</p>
        <p>Così discorrere del fanciullo. Il quale neanche si può così semplicemente dire che trovi
          piacevole a vedere la gioventù, appena, e la prima volta ch’ei la vede; che gli paia, come
          si dice, <emph>bella</emph> assolutamente e per se, e più bella della vecchiezza, al primo
          vederla. <pb ed="aut" n="2966"/> Ho notato altrove quanto spesso una persona giovane gli
          paia, e sia da lui espressamente <emph>giudicata</emph> bruttissima, e una persona vecchia
          bellissima (ancorchè ella sia a tutti gli altri brutta, eziandio per vecchia), e ciò per
          varie circostanze. E i sopraddetti effetti non hanno luogo nel fanciullo, o non v’hanno
          luogo costantemente e sicuramente nè in modo che non sia accidentale e di circostanza, se
          non dopo essersi sviluppata in lui la inclinazione naturale verso la gioventù, massime in
          ordine agl’individui della propria specie; il quale sviluppo, specialmente ne’ paesi
          meridionali, accade nel fanciullo assai presto, e molto prima ch’egli sia in grado ec.
          Vedi l’Alfieri nella sua Vita. Accade, dico, almeno in parte. E anche circa il cieco nato
          che acquisti improvvisamente il vedere, dubito molto che egli ne’ primi momenti, e anche
          ne’ primi giorni, trovi assolutamente bello, come si dice, l’aspetto della giovanezza per
          se medesimo, e più bello che quello della vecchiezza. ec. Del resto il cieco nato,
          restando pur cieco, troverà certo più piacevole <pb ed="aut" n="2967"/> p. e. la voce
          giovanile che la senile, e tutte le altre sensazioni che gli verranno da persone giovani,
          in parità di circostanze, le troverà più piacevoli di quelle che gli verranno da persone
          vecchie; e l’idea ch’egli concepirà della giovanezza, qualunque ella sia, sarà per lui più
          piacevole, e, come si dice, più bella che la contraria, e piacevole e bella per se
          medesima. Ma tutto ciò sarà effetto della inclinazione, e non derivato originalmente
          dall’intelletto. ec.</p>
        <p>2. La gioventù non è necessaria alla composizione del bello, neppur nelle specie nelle
          quali essa ha luogo. Essa ancora è una qualità relativa, eziandio considerandola dentro i
          termini d’una medesima specie di cose. P. e. parlando della specie umana, egli si dà un
          bel vecchio, niente meno che un bel giovane. V’è la bellezza propria del bambino, del
          fanciullo, della età matura, dell’età senile, della decrepita ancora, niente manco che
          quella propria dell’età giovanile. (Vedi Senofonte cap. 4. par. 17. del Convito.) In molti
            <pb ed="aut" n="2968"/> casi la giovanezza ripugnando alle altre qualità dell’oggetto,
          ovvero a tale o tal altra circostanza estrinseca a lui relativa, ella non solamente non
          servirebbe a comporre il bello, ma gli nuocerebbe, lo distruggerebbe, e produrrebbe a
          dirittura il brutto, appunto in quanto giovanezza; di modo che quell’oggetto sarebbe
          brutto espressamente perchè giovane, quel composto sarebbe brutto precisamente in tanto in
          quanto la giovanezza v’avrebbe parte. P. e. gli antichi rappresentavano gli Dei giovani.
          Tali erano le loro idee, e bene stava. Ma oggi chi rappresentasse il Dio Padre
          coll’aspetto della gioventù, in vece della vecchiezza, questa effigie, in quanto
          giovanile, sarebbe ella bella? No, anzi brutta, appunto in quanto giovanile, e in quanto
          all’aspetto della giovanezza, perchè le nostre idee e l’uso nostro e le qualità che la
          nostra immaginazione attribuisce a Dio Padre, ripugnano a questa qualità. Anche fra gli
          antichi una immagine, una statua giovanile di Giove regnante e fulminante, sarebbe stata
          brutta in quanto giovanile. E forse che l’aspetto di Giove nelle antiche immagini è
          brutto? Anzi bellissimo, ma non giovane. <pb ed="aut" n="2969"/> Nè perciò men bello di
          Apollo giovane, nè di Mercurio più giovane ancora, nè di Amore fanciullo. La giovanezza in
          questi tali casi cagionerebbe la bruttezza perchè sarebbe sconveniente. Così fanno tutte
          l’altre qualità nello stesso caso per la stessa ragione. Dunque la giovanezza come tutte
          l’altre qualità, e può essere sconveniente, ed essendo, cagiona bruttezza. Dunque ella
          come tutte l’altre non cagiona bellezza se non quando conviene. Dunque la gioventù non è
          cagione nè parte di bellezza assolutamente nè per se, ma relativamente, e solo in quanto
          ella conviene, e ciò considerandola eziandio in quelle sole spezie di cose che possono
          parteciparne, e di più dentro i termini d’una medesima specie. Dunque la gioventù,
          filosoficamente ed esattamente parlando, non appartiene per se alla bellezza più di
          qualsivoglia altra qualità; e, come tutte l’altre, è resa propria a formar la bellezza,
          non da altro che da una cagione a lei estrinseca e diversa, e per se variabilissima e
          incostante, cioè dalla <pb ed="aut" n="2970"/> convenienza. La quale ora ammettendo la
          gioventù, la rende propria al detto uffizio, ora escludendola, ve la rende al tutto
          inabile.</p>
        <p>Potrà dirsi che, se non altro la bellezza giovanile è maggiore p. e. della senile. Potrei
          rispondere ch’ella è più piacevole, ma non già maggior bellezza per se, non essendo
          maggior convenienza. Il fatto però è questo. L’ordine universale della natura,
          indipendentemente affatto dalla bellezza, porta che le forme e le facoltà delle specie
          capaci di gioventù e di vecchiezza, si trovino nella maggior pienezza conveniente alla
          rispettiva specie e nella maggior perfezione relativa ad essa specie, nel tempo della
          gioventù perfetta di ciascun individuo. Quindi non assolutamente, ma relativamente
          all’ordine attuale della natura, si può dir che p. e. la forma dell’uomo perfettamente
          giovane è più perfetta di quella del vecchio, e la più perfetta di tutte quelle delle
          quali l’uomo è capace. Laonde la bellezza della sua forma giovanile si potrà dir maggiore
          di quella della senile. <pb ed="aut" n="2971"/> Ma questo <emph>maggiore</emph> è
          accidentale, e propriamente non appartiene alla bellezza, ma a quel soggetto in cui ella
          si considera. Perocchè la forma giovanile a cui essa bellezza appartiene, è per rispetto
          alla natura dell’uomo, e non per rispetto al bello, più perfetta della senile. E quindi, a
          parlare esattamente, nasce che la bellezza giovanile dell’uomo, non sia bellezza maggiore
          della senile, ma appartenente ad una forma che è la più perfetta di cui l’uomo sia capace,
          cioè alla giovanile. Onde la perfezione, e la maggior perfezione, non è qui propria della
          bellezza, ma del soggetto a cui ella appartiene accidentalmente, cioè della forma
          giovanile dell’uomo. E però la forma giovanile non può per se entrare nella composizione
          di quel che si chiama bello ideale; giacchè essa forma può ben essere il soggetto del
          bello (siccome può anche non essere, e spessissimo non è), ma non è già esso bello, e la
          bellezza non gli appartiene che accidentalmente, ed è del tutto <pb ed="aut" n="2972"/>
          estrinseca e diversa alla di lei natura. E conchiudesi che la bellezza giovanile è
          bellezza relativamente alla forma giovanile, ma non assolutamente, nè in quanto giovanile,
          dandosi bellezza scompagnata dalla gioventù, anche nella medesima specie. Sicchè la
          bellezza giovanile è come tutte l’altre relativa, e non assoluta. Relativa cioè alla forma
          giovanile. Tanto è lungi che la gioventù sia per se stessa una qualità bella, quando non è
          che il soggetto della bellezza, e può esserlo e non esserlo, e la bellezza può stare in
          una medesima specie con e senza la giovanezza. (14-15. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il tema di <foreign lang="lat" rend="italic">poto</foreign> dev’esser <foreign lang="lat"
            rend="italic">po</foreign> (fatto da <foreign lang="grc">πόω-πῶ</foreign>, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">do</foreign> da <foreign lang="grc">δόω-δῶ</foreign>, <foreign
            lang="lat" rend="italic">no</foreign> da <foreign lang="grc">νέω-νῶ</foreign>), di cui
            <foreign lang="lat" rend="italic">potus</foreign>, come il tema di <foreign lang="lat"
            rend="italic">nato</foreign> è <foreign lang="lat" rend="italic">no</foreign>, di cui
            <foreign lang="lat" rend="italic">natus</foreign>. (15. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Prisciano riconosce il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">legito</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">lego</foreign>, invece di <foreign lang="lat"
            rend="italic">lecto</foreign> o di <foreign lang="lat" rend="italic">lectito</foreign>
          che pur sussistono. Questo <foreign lang="lat" rend="italic">legito</foreign> conferma
          quello ch’io ho detto altrove in proposito di <pb ed="aut" n="2973"/>
          <emph>agito</emph>, cioè che gli antichi, anzi originali, propri e regolari participii di
          questi tali verbi fossero p. e. <foreign lang="lat" rend="italic">agitus, legitus,
          docitus</foreign>, onde per sincope <foreign lang="lat" rend="italic">agtus,
          legtus</foreign>, e in ultimo <foreign lang="lat" rend="italic">actus, lectus,
          doctus</foreign>. E ci dimostra evidentemente l’originale, primitivo e perduto participio
          di <foreign lang="lat" rend="italic">lego</foreign>, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">legitus</foreign>. E non ha che far con <foreign lang="lat" rend="italic"
            >rogito</foreign>, come dice il Forcell. o Prisciano stesso appo lui, il quale non viene
          da <foreign lang="lat" rend="italic">rogitus</foreign>, ma da <foreign lang="lat"
            rend="italic">rogatus</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >mussito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">mussatus</foreign>, e come ho
          provato largamente altrove. Giacchè il tema di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >rogito</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">rogo</foreign> appartiene alla
          prima coniugazione, e non alla terza come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >lego</foreign>, nè alla seconda come <foreign lang="lat" rend="italic">doceo</foreign>, e
          però la formazione del suo continuativo o frequentativo è soggetta a un’altra regola, da
          me altrove stabilita. Eccetto se <foreign lang="lat" rend="italic">rogo</foreign> non
          avesse anticamente avuto un participio anomalo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >rogitus</foreign> (come <foreign lang="lat" rend="italic">domo domitus</foreign>), del
          che mi pare aver detto altrove, inducendomi in questo sospetto la voce <foreign lang="lat"
            rend="italic">rogito</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">rogato</foreign>
          (quasi un aggettivo neutro sostantivato), la qual voce è latino-barbara (<bibl>V. il
              <title>Glossar. Cang.</title>
          </bibl>) <pb ed="aut" n="2974"/> e italiana. (15. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Urito</foreign> presso Plauto, se questa voce è vera,
          dimostra il perduto e regolare participio <foreign lang="lat" rend="italic"
          >uritus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">uro</foreign>, in vece di <foreign
            lang="lat" rend="italic">ustus</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ustulo</foreign> ec. (16. Luglio 1823.). V. p. 2991.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2864. Noi abbiamo anche i positivi <emph>frate</emph> e <emph>suora</emph>, cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">frater</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >soror</foreign>. I francesi non hanno che i positivi. <foreign lang="spa" rend="italic"
            >Frayle</foreign> spagnuolo, cioè <emph>frate religioso</emph> sembra essere un
          diminutivo di <foreign lang="lat" rend="italic">frater</foreign>, cioè, non che sia
          diminutivo in ispagnuolo, ma che sia venuto da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fratellus</foreign>, o dall’italiano <emph>fratello</emph>. (16. Luglio 1823.). V. p.
          2983. fine.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Se la voce <foreign lang="lat" rend="italic">eructus</foreign> appresso Gellio è vera,
          essa non si potrebbe considerare se non come un participio d’un verbo anteriore ad
            <foreign lang="lat" rend="italic">eructo</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ructo</foreign>, dai quali si fa <foreign lang="lat" rend="italic">ructatus</foreign>
          ed <foreign lang="lat" rend="italic">eructatus</foreign>, come da <foreign lang="lat"
            rend="italic">poto potatus</foreign>, e non <foreign lang="lat" rend="italic"
          >potus</foreign>, il qual <foreign lang="lat" rend="italic">potus</foreign> dimostra un
          verbo originario di <foreign lang="lat" rend="italic">poto</foreign>. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Ructus us</foreign> eziandio par che dimostri un verbo originario di
            <foreign lang="lat" rend="italic">ructo</foreign> e di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >eructo</foreign>, formandosi, come altrove ho notato, questi sostantivi verbali della
          4. declinazione da’ participi in <emph>us</emph>
          <pb ed="aut" n="2975"/> de’ loro verbi originali, sicchè da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ructo</foreign> si farebbe <foreign lang="lat" rend="italic">ructatus
          us</foreign>, non <foreign lang="lat" rend="italic">ructus</foreign>. Così <foreign
            lang="lat" rend="italic">motus us</foreign> viene da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >moveo</foreign>, non da <foreign lang="lat" rend="italic">moto as, potus us</foreign>
          da <foreign lang="lat" rend="italic">po</foreign>, non da <foreign lang="lat"
            rend="italic">poto</foreign> ec. Queste considerazioni mi portano a sospettare che
            <foreign lang="lat" rend="italic">ructo</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic"
            >eructo</foreign> siano continuativi d’un tema perduto, a cui spettino <foreign
            lang="lat" rend="italic">eructus a um</foreign> appo Gellio, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">ructus us</foreign> onde <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ructuo</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">ructuosus</foreign>. Anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">eructuo</foreign> vedi nel Forcell. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Eructo</foreign>. Al qual sospetto mi spinge massimamente la forma propria
          e materiale di <foreign lang="lat" rend="italic">ructare</foreign> ed <foreign lang="lat"
            rend="italic">eructare</foreign> tutta continuativa. (16. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2786. marg. Anche <foreign lang="grc">ἁρπὼς</foreign> potrebb’esser preterito
          medio o di <foreign lang="grc">ἅρπω</foreign>, come <foreign lang="grc">εἰδὼς</foreign> di
            <foreign lang="grc">εἴδω</foreign> da <foreign lang="grc">οἶδα</foreign>, o di <foreign
            lang="grc">ἁρπάω</foreign> contratto, come <foreign lang="grc">ἑστὼς</foreign> da
            <foreign lang="grc">ἑσταὼς</foreign> di <foreign lang="grc">στάω, βεβὼς</foreign> da
            <foreign lang="grc">βεβαὼς</foreign> di <foreign lang="grc">βάω</foreign> ec. Non si
          direbbe però <foreign lang="grc">ἑστυῖα</foreign> nè <foreign lang="grc">βεβυῖα</foreign>
          ec. come <foreign lang="grc">εἰκυῖα, εἰδυῖα, ἁρπυῖα</foreign>, ma <foreign lang="grc"
            >ἑστηκυῖα</foreign> ec. attivo, o attivi o medii che sieno <foreign lang="grc">ἑστὼς,
            βεβὼς</foreign> ec. che non si trovano, ch’io sappia, se non mascolini o neutri. I quali
          participii molti li chiamano attivi e contratti nel modo che ho detto alla p. 2786. e
          2788. marg. (e v. Schrevel. in <foreign lang="grc">βεβὼς</foreign>) ma altri, e credo con
          più ragione, li chiamano medii, e contratti nel modo detto qui di sopra. L’attivo
          participio perfetto di <foreign lang="grc">ἅρπω</foreign> sarebbe non <foreign lang="grc"
            >ἁρπὼς</foreign>, ma <foreign lang="grc">ἡρφὼς</foreign> o <foreign lang="grc"
          >ἁρφὼς</foreign> come <foreign lang="grc">τετερφὼς</foreign> di <foreign lang="grc"
          >τέρπω</foreign>. Di <foreign lang="grc">ἁρπάω</foreign> però sarebbe <foreign lang="grc"
            >ἁρπηκὼς</foreign> o <foreign lang="grc">ἡρπηκὼς</foreign>, come <pb ed="aut" n="2976"/>
          ho detto a pag. 2776. ovvero anche <foreign lang="grc">ἁρπακὼς</foreign> o <foreign
            lang="grc">ἡρπακὼς</foreign>, come <foreign lang="grc">ἁρπάζω</foreign> nè più nè meno,
          il quale fa <foreign lang="grc">ἥρπακα</foreign>. (16. Luglio 1823.). V. p. 2987.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Benchè materiale, non sarà perciò vana l’osservazione che i poemi d’Omero, massime
          l’Iliade, avuto rispetto alla qualità della lingua greca, la quale in un dato numero di
          parole o di versi dice molto più che le lingue moderne naturalmente e ordinariamente non
          dicono, i poemi d’Omero, ripeto, sono i più lunghi di tutti i poemi Epici conosciuti nelle
          letterature Europee. Paragonati all’Eneide, ch’è poema scritto nella lingua più di tutte
          vicina alla detta facoltà della lingua greca, oltre ch’essi sono composti di 24 libri
          ciascuno, laddove l’Eneide di soli dodici, si trova che avendo l’Eneide 9896 versi,
          l’Odissea n’ha 12096, e l’Iliade 15703, il qual computo l’ho fatto io medesimo. Notisi che
          i versi di Virgilio sono della stessa misura che quelli di Omero. Questo parallelo così
          esatto non si potrebbe fare coi poemi scritti nelle lingue moderne, sì per la differente
          misura <pb ed="aut" n="2977"/> de’ versi e quantità delle sillabe che questi contengono,
          sì molto maggiormente perchè le lingue moderne hanno bisogno d’assai più parole che non la
          lingua greca e latina per significare una stessa cosa. Onde quando anche v’avesse qualche
          poema epico moderno che di parole eccedesse quelli d’Omero, credo però che tutti debbano
          consentire che nel numero, per così dire, o nella quantità delle cose niuno ve n’ha che
          non sia notabilmente minore di questi, o certo dell’uno d’essi, cioè dell’Iliade.</p>
        <p>Ora ella è pur cosa mirabile ad osservare che lo spirito e la vena di Omero, l’uno tanto
          vivido gagliardo e fervido e l’altra così ricca e feconda in ciascheduna parte, abbiano
          potuto reggere, lascio stare in due poemi, ma in un poema medesimo, per così lungo tratto.
          Perciocchè tutti gli altri poeti epici, avendo tolto qual più qual meno, quale
          direttamente e quale indirettamente, qual più visibilmente e qual più copertamente da lui,
          e successivamente gli uni dagli altri di mano in mano, si vede tuttavia che non hanno <pb
            ed="aut" n="2978"/> potuto reggere a un corso così lungo, per vigorosi e vivaci che
          fossero, e sonosi contentati d’una carriera assai più breve, e bene spesso prima di
          giungere al termine di questa medesima, hanno pur lasciato chiaramente vedere che si
          trovavano affaticati, e che la lena e l’alacrità veniva lor manco, tanto più quanto più
          s’avvicinavano alla meta<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Da queste osservazioni si deduce quanto la natura e l’ingegno son più ricchi
              dell’arte e come l’imitatore è sempre più povero dell’imitato. <bibl>V.
                  <author>Algarotti</author>
                <title>Pensieri. Opp.</title> Cremona, t. 8. p. 79</bibl>.</p>
          </note>. E Virgilio, il quale che cosa non ha tolto ad Omero?, nella seconda metà della
          sua Eneide riesce evidentemente languido e stanco, e diverso da se medesimo, se non nella
            invenzione<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>
              <bibl>V. <author>Chateaubriand</author>, Génie. Paris 1802. Par. 2. l. 2. ch. 10. fin.
                t. 2. p. 105-6</bibl>.</p>
          </note>, certo però nell’esecuzione cioè nelle immagini, nella espansione e vivacità degli
          affetti e nello stile, il che non può esser negato da veruno che ben conosca la maniera,
          la poesia, la lingua, la versificazione di Virgilio, anzi a questi tali la differenza si
          fa immediatamente sentire: e vedesi che l’immaginazione di Virgilio era per la lunga
          fatica illanguidita, raffreddata, e sfruttata; non rispondeva all’intenzione del poeta;
          non <pb ed="aut" n="2979"/> gli ubbidiva; egli poetava già per instituto e quasi debito,
          per arte e per abitudine, arte e abitudine che in lui erano eccellentissime, e possono ai
          meno esperti sembrare impeto ed <foreign lang="grc">ὁρμὴ</foreign> poetica, ma non sono, e
          non paiono tali ai più accorti, i quali in quegli ultimi libri desiderano la vena, la
            <foreign lang="grc">προθυμία</foreign>, l’alacrità di Virgilio. L’invenzione doveva
          essere stata da lui tutta concepita e disposta fin dal principio, com’è naturale in ogni
          buon poeta, e massime in un poeta di tant’arte e maestria. Quindi s’ella nel fine non è
          inferiore al principio, niuna maraviglia. L’immaginazione era così fresca quando inventava
          il fine del poema, come quando inventava il principio. Ma non minor forza, vivezza,
          attività, prontezza, fecondità d’immaginativa si richiede allo stile, ossia all’esecuzione
          che all’invenzione. Anzi si può dire che lo stile poetico, e nominatamente quello di
          Virgilio, sia un composto di continue, innumerabili e successive invenzioni. Ogni
          metafora, ogni aggiunto che abbia quella mirabile <pb ed="aut" n="2980"/> e novità ed
          efficacia ch’e’ sogliono avere in Virgilio, sono tante particolari e distinte invenzioni
          poetiche, come sono invenzioni le similitudini, e richiedono una continua energia,
          freschezza, mobilità, ricchezza d’immaginazione, e un concepir sempre vivamente e quasi
          sentire e vedere qualsivoglia menoma cosa che occorra di nominare o di esprimere eziandio
          di passaggio e per accidente. Anche in ogni altra parte dell’esecuzione, cioè nelle
          immagini ec. e nella vena degli affetti anche in situazioni che per la invenzione sono
          patetichissime ec. Virgilio ne’ sei ultimi libri è inferiore a se stesso, che che ne dica
          Chateaubriand. V. p. 3717.</p>
        <p>In verità questo affievolimento e spossamento dell’immaginazione, del calore,
          dell’entusiasmo in un poema di lungo spirito, non solo ci dee parer perdonabile, ma così
          naturale, ch’egli sia quasi inevitabile anche ai più grandi e veri poeti. Massime
          considerando quella continuità d’azione che si richiede all’immaginativa, nel modo
          spiegato di sopra. Ma Omero, da niuno attingendo, non avendo esemplari coll’uso e
          meditazione de’ quali, se non altro, ristorasse le sue forze, si rinfrescasse, e
          ripigliasse animo (come accade anche ai più originali poeti), senz’altro nè fonte nè <pb
            ed="aut" n="2981"/> soccorso, nè modello, nè sprone che se medesimo, la sua propria
          immaginativa e la natura, in uno anzi in due interi poemi più lunghi di tutti quelli
          ch’essi poscia hanno prodotti, non mostra mai nè quanto all’invenzione nè quanto allo
          stile il menomo languore o isterilimento, ma dura fino all’ultimo colla stessa freschezza,
          vivacità, efficacia, ricchezza, copia, impeto, così intero di forze, così abbondante di
          novità, così fervido, così veemente, così mosso ed affetto dalla natura, e dagli oggetti
          che se gli presentano o ch’egli immagina, come nel principio. Massimamente nella Iliade.
          Nella quale anzi la ricchezza, varietà, bellezza, originalità e forza dell’invenzione
          tanto più s’accrescono, quanto più si avanza, ed è maggiore nel fine che nel principio.</p>
        <p>E veramente si può dire che Omero fu molto più ricco del suo solo, che tutti gli altri
          poscia non furono del loro proprio e dell’altrui accumulato insieme. Nè certo, secondo le
          addotte considerazioni, dee parer poco maraviglioso e notabile, benchè materiale, il dire
          che i poemi epici d’Omero sono più lunghi di <pb ed="aut" n="2982"/> tutti quelli che da
          essi in uno o altro modo derivarono (poichè anche il Paradiso perduto e la Messiade
          derivano pur di là), e che di essi in una o altra guisa si alimentarono. Massime
          aggiungendo che in tutta la loro estensione essi sono i medesimi, cioè sempre veri poemi,
          e sempre uguali a se stessi, il che non si può neppur sempre dire di tutti gli altri
          sopraddetti.</p>
        <p>Par che l’immaginazione al tempo di Omero fosse come quei campi fertilissimi per natura,
          ma non mai lavorati, i quali, sottoposti che sono all’industria umana, rendono ne’ primi
          anni due e tre volte più, e producono messi molto più rigogliose e vivide che non fanno
          negli anni susseguenti malgrado di qualsivoglia studio, diligenza ed efficacia di coltura.
          O come quei cavalli indomiti, lungamente ritenuti nelle stalle, che abbandonati al corso,
          si trovano molto più freschi e gagliardi de’ cavalli esercitati e addestrati, dopo aver
          fatto un doppio spazio. Tanto che, considerando la freschezza dello stile, delle immagini,
          della invenzione di Omero nella fine della Iliade, par ch’ei non lasci di poetare <pb
            ed="aut" n="2983"/> e non chiuda il poema, se non perch’ei vuol così, e per esser giunto
          alla meta ch’ei s’era prefisso, o perchè ogni opera umana dee pure aver qualche fine, ma
          che fuori di questo caso, egli avrebbe ancora e spirito e lena per seguire, senza pur
          posarsi, a correre ancora non interrottamente altrettanto e maggiore, anzi non
          determinabile spazio. E che l’opera sua riceva il suo termine, ma la ricchezza e copia
          della sua immaginativa non sia di gran lunga esaurita, anzi sia poco meno che intatta; e
          che il suo corso finisca, ma non il suo impeto.</p>
        <p>E par che la natura ancor vergine dalla poesia (siccome vergine dalle scienze e dalla
          filosofia ec. che distruggono l’immaginazione e l’illusioni ch’essa natura ispira) le
          somministrasse in quel tempo tanta copia d’immagini e sentimenti che non avesse quasi
          alcun fondo, e a rispetto di cui sembri povera e scarsa quella che i più grandi poeti
          trassero poscia in qualunque tempo dalla natura già molto studiata e imitata. (16-17.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2974. <emph>Cervello</emph> (<foreign lang="lat" rend="italic"
          >cerebellum</foreign>), <foreign lang="fre" rend="italic">cerveau, cervelle</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">cerebrum</foreign>. V. p. 3618. <emph>Crivello</emph>
            (<foreign lang="lat" rend="italic">cribellum</foreign> come <foreign lang="lat"
            rend="italic">flabellum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >flabrum</foreign>) diminutivo di <foreign lang="lat" rend="italic">cribrum</foreign>. I
          franc. <foreign lang="fre" rend="italic">crible</foreign>, gli spagn. <pb ed="aut"
            n="2984"/>
          <foreign lang="spa" rend="italic">criva</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Cerebro, celabro, cribro, cribrare</foreign> ec. per <emph>crivellare</emph> ec. non
          sono voci volgari, ma tolte dal latino dagli scrittori. Così lo spagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">celebro</foreign>, in vece di cui volgarmente dicono <emph>sesso</emph>.
          Così pure il nostro moderno e tecnico <emph>cerebello</emph>. <emph>Trivello</emph> o
            <emph>trivella</emph> (Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">terebra</foreign>)
          voci nostre volgari, onde nella Crusca <emph>trivellare</emph>, sono quasi <foreign
            lang="lat" rend="italic">terebellum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >terebella</foreign> diminutivo del lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >terebra</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">cerebellum</foreign> e
            <emph>cervello</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic">cerebrum</foreign>.
            <emph>Vecchio</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">viejo</foreign>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">vieil</foreign> sono indubitatamente diminutivi di <foreign
            lang="lat" rend="italic">vetus</foreign>, come <emph>pecchia</emph>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">aveja</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">abeille</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">apecula</foreign>. Forse da <foreign lang="lat"
            rend="italic">vetulus</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic">veculus</foreign>
          volgarmente contratto da <foreign lang="lat" rend="italic">vetusculus</foreign>. <foreign
            lang="fre" rend="italic">Vieux</foreign> forse è lo stesso che il positivo <foreign
            lang="lat" rend="italic">vetus</foreign>. Vedi per tutte le soprascritte voci il
          Forcellini e il Glossario, se hanno nulla a proposito. (17. Luglio 1823.). V. p. 3514.
          3557.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Trapano, trapanare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">trépan,
          trépaner</foreign> — <foreign lang="grc">τρύπανον</foreign> ec. (17. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Usitari</foreign> e altri tali frequentativi o
          diminutivi da me notati poscia qua e là, sono da aggiungersi a quelli che io notai già
          tutti insieme per dimostrare che molti verbi hanno il frequentativo in <emph>itare</emph>
          senza avere il continuativo in <emph>tare</emph>, contro il Forcellini che spesso dice
          quello esser derivato da questo. <pb ed="aut" n="2985"/> (17. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Se molti continuativi latini non hanno una significazione continuativa del verbo
          originale, ma uguale o poco diversa da questo, ciò non toglie che la virtù della loro
          formazione non sia veramente continuativa, e che la proprietà loro non sia tale, benchè
          non sempre osservata e custodita dagli scrittori latini, e in alcuni verbi non mai, per le
          ragioni dette altrove. Che se questa obbiezione valesse, ella varrebbe nè più nè meno
          contro coloro che chiamano quei verbi frequentativi, non trovandosi ch’essi abbiano sempre
          o tutti un significato diverso da’ verbi originali, e varrebbe anche circa quei medesimi
          verbi in <emph>itare</emph> ch’io dico esser veramente frequentativi di formazione. P. e.
          il Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">parito</foreign> dice ch’egli è
          frequentativo di <foreign lang="lat" rend="italic">paro</foreign> (e per formazione può
          infatti esser non meno frequentativo che continuativo), soggiungendo <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">et eiusdem fere significationis</foreign>
          </quote>. Così in <foreign lang="lat" rend="italic">haesito</foreign>, e spessissimo.
          Dunque la detta obbiezione farebbe tanto contro i passati grammatici e le passate
          denominazioni e teorie de’ verbi formati <pb ed="aut" n="2986"/> da’ participii in
            <emph>us</emph>, quanto contro di me e delle mie denominazioni, distinzioni e teorie. Se
          tali verbi non hanno senso continuativo neanche l’hanno frequentativo. Dunque l’obbiezione
          non è più per me che per gli altri. (17. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È notabile che tutte le maniere di verbi frequentativi o diminutivi italiani da me
          altrove enumerati, come <emph>saltellare, salterellare</emph> ec. sono immancabilmente e
          solamente della prima coniugazione, ancorchè il verbo originale e positivo sia d’altra
          coniugazione, come <emph>scrivere</emph>, onde <emph>scrivacchiare</emph> ec.; nè più nè
          manco che in latino tutti i continuativi e frequentativi o diminutivi (se non forse pochi
          anomali) del genere ch’io ho preso ad esaminare, da qualunque coniugazione essi vengano;
          ed anche altri verbi derivativi, sieno diminutt. sieno frequentatt. sieno l’uno e l’altro
          insieme, ec. di verbi originali ec. con diverse formazioni, che non spettano alla mia
          teoria, ed istituto, come <foreign lang="lat" rend="italic">ustulare, misculare</foreign>
          di cui altrove ec. <foreign lang="lat" rend="italic">pandiculari, vellicare</foreign> (v.
          p. 2996. marg.), <foreign lang="lat" rend="italic">sorbillo, cantillo,
          conscribillo</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">cavillor, missiculo,
          claudico</foreign>, ec. Anche in francese tali verbi diminutivi ec. e così in ispagnuolo
          mi par che sieno della 1. coniugazione (17. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scambio del <emph>v</emph> in <emph>g</emph>, del quale ho detto altrove.
          <emph>Nuvolo</emph> (dal latino <foreign lang="lat" rend="italic">nubilum</foreign>) —
            <emph>nugolo</emph>. <emph>Pagolo</emph> per <emph>Pavolo</emph> o <emph>Paulo</emph>
          (spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">Pablo</foreign>). (18. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico che nella formazione dei continuativi da’ verbi della prima, l’ultima <emph>a</emph>
          del participio si cambia in <emph>i</emph>. Da <foreign lang="lat" rend="italic">mussatus
            mussitare</foreign>. Ed aggiungo che i verbi della prima non hanno se non questo o
          continuativo o frequentativo, e non un altro frequentativo che verrebbe a essere in
            <emph>ititare</emph>. Si eccettuino <pb ed="aut" n="2987"/> i verbi il cui participio è
          dissillabo, come <foreign lang="lat" rend="italic">do, flo, no-datus, flatus,
          natus</foreign>, i quali non mutano l’<emph>a</emph> in <emph>i</emph>, ma la conservano.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Datare, flatare, natare</foreign>. E da questi
          participii si potrà anche fare un distinto frequentativo in itare, sebbene ora non mi
          sovvenga esempio al proposito. (18. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2677. Anche il volgo e il discorso familiare spagnuolo usa questo idiotismo del
          singolare <emph>dice</emph> per lo plurale <emph>dicono</emph>. Nella <title lang="spa"
            >Historia del famoso Predicador Fray Gerundio de Campazas</title> s’introduce un
          contadino chiamato <emph>Bastian Borrego</emph> a usar queste frasi plebee <foreign
            lang="spa" rend="italic">disque, dizque</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic"
            >dicenque</foreign>. (18. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2976. <foreign lang="grc">Τεθνηκὼς, τεθνεικὼς, τηθνηὼς, τεθνειὼς, τεθναὼς,
            τεθνεὼς</foreign> e <foreign lang="grc">τεθνὼς</foreign> sono tutti chiamati dai
          Grammatici participii perfetti della voce attiva di <foreign lang="grc">θνήσκω</foreign>,
          o <foreign lang="grc">θνάω</foreign> ec., e non della media, ma contratti dai due primi.
          (18. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La gioventù non era fra gli antichi un bene inutile, e un vantaggio di cui niun frutto si
          potesse cavare, nè la vecchiezza era un incomodo e uno <pb ed="aut" n="2988"/> svantaggio
          che niun bene, niun comodo, niun godimento togliesse, e niuna privazione recasse seco.
          Quindi e molto meno frequente che a’ tempi nostri era il numero di quelli che in gioventù
          si uccidevano, e molti più vecchi suicidi si trovano commemorati nell’antichità che non si
          veggono al presente. Come dire Pomponio Attico e molti filosofi greci e romani. Perocchè
          al presente le contrarie cagioni producono effetto contrario. Il giovane moltissimo
          desidera e nulla ha, neppure ha come distrarre, divertire, ingannare il suo desiderio, e
          occupare la sua forza vitale, adoperarla, sfogarla. Quindi più giovani suicidi oggidì che
          fra gli antichi non pur giovani solamente, ma giovani e vecchi insieme. Il vecchio nulla
          perde per la vecchiezza, e poco, o meno ferventemente e impetuosamente e smaniosamente,
          desidera. Quindi è così raro un vecchio suicida oggidì, che parrebbe quasi miracolo. E
          pure il giovane che si uccide, privasi della gioventù, e rinunzia a una vita, ch’ei si può
          ancora promettere, <pb ed="aut" n="2989"/> di molti anni. Il vecchio si priva della
          vecchiezza (qual privazione Dio buono) e rinunzia a pochi anni o mesi di vita. Nonpertanto
          per mille giovani suicidi appena e forse neanche si troverà oggi un solo vecchio suicida,
          e questo, se pur si troverà, sarà forse tale per qualche estrema disgrazia, in qualche
          caso ove la vita fosse già disperata, e per salvarsi da una morte più trista, e sicura. Ma
          neanche nell’estreme sventure è costume de nostri vecchi il ricorrere volontariamente alla
          morte. Applicate queste considerazioni a quello che ho detto altrove circa l’amor della
          vita nei vecchi, l’amore e la cura della vita crescenti in proporzione che per l’aumento
          dell’età scema il valore d’essa vita. (18. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2870. Come la nazion francese è tra tutte quelle europee che si chiamano
          meridionali quella che più partecipa del settentrionale sì per clima, come per indole,
          costumi eccetera<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Si può vedere la p. 3252. sg. 3400. sgg.</p>
          </note> così la lingua francese è di tutte le figlie della latina, o vogliamo dire delle
          meridionali colte, quella che ha più del settentrionale sì per la natura, asprezza ec. dei
          suoni, come per <pb ed="aut" n="2990"/> la proprietà ed indole della dicitura, forma,
          struttura ec. E si può dire che per l’uno e per l’altro rispetto essa lingua, siccome la
          nazione che la parla tenga il mezzo, e sia quasi un grado e un anello fra le meridionali e
          le settentrionali europee colte. Dico per l’uno e per l’altro rispetto, cioè per li suoni
          e per l’indole. Le quali due cose sono sempre analoghe e corrispondenti fra loro, cioè
          tale è sempre l’indole di una lingua perfetta qual è quella de’ suoni materiali ch’ella
          adopera. E la varietà medesima che si trova fra i suoni di due lingue d’una medesima
          classe, o di due lingue di classi diverse, o delle lingue di due classi (come
          settentrionale e meridionale), si troverà sempre fra i caratteri e i geni delle medesime
          lingue o classi, purch’elle sieno perfette, e ben corrispondenti all’indole della nazione,
          il che sempre accade quando una lingua è perfettamente sviluppata, e senza di che non può
          essere che una lingua, ancorchè <pb ed="aut" n="2991"/> colta, abbia perfettamente
          sviluppato, o conservi, il suo vero, conveniente, naturale e proprio carattere. (19.
          Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla pag. 2974. Intorno a questo verbo <foreign lang="lat" rend="italic">urito</foreign>,
          e al verbo <foreign lang="lat" rend="italic">quaerito</foreign> di cui diffusamente
          altrove, e ad altri simili, è da discorrere come segue. Puoi vedere la p. 3060 1. e le
          note grammaticali del Mai a <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>de Rep.</title> I. 5. p. 18</bibl>. Gli antichi latini dissero
          frequentissimamente <emph>s</emph> per <emph>r</emph>. Veggasi il Forcell. in
          <emph>S</emph>, ed <emph>R</emph>, e in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Quaeso</foreign>. Quindi, dicendo essi <emph>uso</emph> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">uro</foreign>, dissero eziandio <emph>ussi</emph> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">uri</foreign> preterito perfetto (raddoppiando la <emph>s</emph> dopo
          vocale lunga, del qual uso v. Quintil. ap. Forcell. in <emph>S</emph>), ed
          <emph>usitum</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic">uritum</foreign> che sarebbe
          stato il vero supino di <foreign lang="lat" rend="italic">uro</foreign>. O quando anche
          non iscambiassero la <emph>s</emph> e la <emph>r</emph> nelle altre voci di <foreign
            lang="lat" rend="italic">uro</foreign>, le scambiarono certo nel perfetto nel supino e
          nel participio in <emph>us</emph>, per modo che mancando il perfetto il supino e il
          participio regolare, non restò in uso se non il detto <emph>ussi</emph> ed
          <emph>usitus</emph> e <emph>usitum</emph>, contratto però questo in <foreign lang="lat"
            rend="italic">ustus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">ustum</foreign>, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">positus-postus</foreign>, e come <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaestus us</foreign> e <emph>chiesto</emph>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">quisto</foreign> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaesitus</foreign> (del che vedi la p. 2894-5.). <pb ed="aut" n="2992"/> Similmente da
            <foreign lang="lat" rend="italic">haereo, haurio</foreign>, sia che dicessero
          anticamente, <foreign lang="lat" rend="italic">haeseo, hausio</foreign>, o sia come si
          voglia, certo è che in luogo dei regolari <foreign lang="lat" rend="italic"
          >haeri</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">haerui, haeritum haeritus,
          hauri</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">haurii</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">haurivi, hauritum, hauritus</foreign>, fecero <foreign lang="lat"
            rend="italic">haesi, hausi hausitum hausitus</foreign>, che oggi rimangono in luogo di
          quelli, contratto però <foreign lang="lat" rend="italic">hausitum</foreign> ed <foreign
            lang="lat" rend="italic">hausitus</foreign> in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >haustum</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic">haustus</foreign>, come appunto
            <foreign lang="lat" rend="italic">usitus</foreign> in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ustus</foreign>. E fecero similmente <foreign lang="lat" rend="italic"
          >haesitus</foreign> il quale oggi non rimane, ma è dimostrato da <foreign lang="lat"
            rend="italic">haesitare</foreign>, che regolarmente dovrebb’essere <foreign lang="lat"
            rend="italic">haeritare</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Haesum</foreign>,
          onde <foreign lang="lat" rend="italic">haesurus</foreign> ec. o è contratto diversamente o
          anomalo, come <foreign lang="lat" rend="italic">haesi</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">haesui</foreign> (o <foreign lang="lat" rend="italic">haerui</foreign>),
          il quale però fu trovato da Diomede in non so quale antico (Forcell. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Haereo</foreign> fin.). Così dite di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >hausum</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic">hausus</foreign>. Ma in conferma
          di questo mio discorso, e di tutto quanto io dico circa questi tali continuativi, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">urito, quaerito</foreign>, ed anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">legito, agito</foreign> e tanti altri che non sembrano poter
          derivare da participii, e in conferma di quanto altrove ho ragionato degli antichi e
          regolari participii e supini ora perduti, ma dimostrati in parte da continuativi e
          frequentativi, eccovi appunto <pb ed="aut" n="2993"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">haurivi o haurii, hauritu, hauriturus,
          hauritus</foreign> (come appunto <foreign lang="lat" rend="italic">uritus</foreign>
          perduto, onde <foreign lang="lat" rend="italic">uritare; quaeritus</foreign> perduto, onde
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaeritare</foreign>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">querido</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">chéri</foreign> ec.)
          usati anch’essi in vece di <foreign lang="lat" rend="italic">hausi, haustu,
          hausturus</foreign> (o, come Virg. <foreign lang="lat" rend="italic">hausurus</foreign>),
            <foreign lang="lat" rend="italic">haustus</foreign>; bensì da autori, la più parte,
          recenti, perchè, come ho detto, l’antica pronunzia preferiva la <emph>s</emph>. Ma la
          regolare era pur questa, e il vederla usata da’ più moderni e più rozzi, e il vederla
          convenire coi continuativi antichi (come <foreign lang="lat" rend="italic">urito,
          quaerito</foreign>), i quali da essa e non d’altronde derivano, persuade ch’ella fosse
          conservata continuamente nelle bocche del volgo, fino a passare nelle lingue moderne,
          giacchè p. e. <foreign lang="spa" rend="italic">querido</foreign>
          <foreign lang="fre" rend="italic">chéri</foreign> ec. non sono altro che il regolare e
          originario <foreign lang="lat" rend="italic">quaeritus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaesitus</foreign>, onde l’antico <foreign lang="lat" rend="italic"
            >quaeritare</foreign> proprio de’ Comici Plauto e Terenzio, il qual verbo fa fede al
          detto participio, che conservatosi nelle lingue moderne, è perduto nel latino.</p>
        <p>Del resto, io non so, come ho detto, se gli antichi dicessero anche <emph>uso, haeseo,
            hausio</emph> ec. per <pb ed="aut" n="2994"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">uro</foreign> ec. come dissero <emph>ussi, hausi,
          haesi</emph> ec. per <foreign lang="lat" rend="italic">uri</foreign> perfetto, <foreign
            lang="lat" rend="italic">hauri</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >haurii</foreign> ec. Ben so che siccome dissero <emph>quaesii, quaesivi, quaesitus,
            quaesitum</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic">quaerii, quaerivi, quaeritus,
            quaeritum</foreign> che sono affatto perduti, così dissero <emph>quaeso</emph> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaero</foreign>, e tutto questo verbo profferirono
          colla <emph>s</emph> siccome colla <emph>r</emph>, benchè questa in molte voci di <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaero</foreign> non sia perduta, anzi col tempo sia rimasta in
          esse voci la sola pronunzia della <emph>r</emph>, e non quella dell’<emph>s</emph>. Dalle
          quali cose è seguìto che di <foreign lang="lat" rend="italic">quaero</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaeso</foreign> si facciano dai lessicografi ec. due verbi,
          essendo un solo, e che <foreign lang="lat" rend="italic">quaero</foreign> si faccia
          anomalo (<foreign lang="lat" rend="italic">quaero is, sii o sivi, situm</foreign>) e
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaeso</foreign> difettivo (<foreign lang="lat"
            rend="italic">quaeso is, ii</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ivi</foreign>), quando in realtà il primo (volendoli distinguere, che non si dee) sarebbe
          difettivo, e il secondo intero e regolarissimo. Ma tornando al proposito, questo <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaeso</foreign> mi persuade che si dicesse anche <emph>haeseo,
            hausio</emph> e così in ogni altra voce; e così pure in molti altri verbi de’ quali si
          dee discorrere nel <pb ed="aut" n="2995"/> modo stesso che si è fatto di <foreign
            lang="lat" rend="italic">uro, haereo, haurio, quaero</foreign>. (19. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2893. <emph>Chiedere</emph> vien da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaerere</foreign>, ed è propriamente (benchè con diverso significato) lo stesso che il
          nostro <emph>chierere</emph>, siccome <emph>fedire</emph> verbo difettivo italiano, onde
            <emph>fiedo, fiede</emph> ec. vien dal lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ferire</foreign>, ed è propriamente lo stesso che il nostro <emph>fierere</emph> o
            <emph>ferere</emph>, onde <emph>fiéro, fiére, fére</emph> (colla <emph>e</emph> larga)
          ec. usato dagli antichi nostri in alcune voci in cambio dell’ital. <emph>ferire</emph>. V.
          la Crusca e il Buommattei ec. (20. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2891. Il Fischer nella prefazione alla Grammat. Greca del Weller, ed. Lips. 1756.
          dice che i pleonasmi d’Omero derivano dalla lingua ebraica. Che che sia di questa
          proposizione, certo è che quel pleonasmo di <foreign lang="grc">νόστιμον ἦμαρ</foreign> e
          simili, da me notato altrove, e non osservato dal Fischer, può servire a spiegar molti
          passi della Scrittura nei quali la parola giorno non serve che ad una perifrasi, onde <pb
            ed="aut" n="2996"/> p. e. <foreign lang="lat" rend="italic">in die irae tuae</foreign>,
          non vale altro che <foreign lang="lat" rend="italic">in ira tua</foreign>; cosa finora,
          ch’io sappia, non veduta dagl’interpreti, i quali p. e. pensano che quel <foreign
            lang="lat" rend="italic">dies</foreign> significhi il giorno del giudizio ec. (20.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2815. A questa categoria di verbi (che forse si potrebbero chiamare continuatt.
          irregolari, tutti, come <foreign lang="lat" rend="italic">viso is</foreign>) spettano
          senza dubbio i seguenti<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Vellico</foreign> il Forc. lo chiama frequentat. di
                <foreign lang="lat" rend="italic">vello</foreign>. E ha ragione. Così <foreign
                lang="lat" rend="italic">fodico</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
              >fodio</foreign>, ec. <foreign lang="lat" rend="italic">albico, nigrico</foreign>
                (<emph>biancheggiare</emph>) da <foreign lang="lat" rend="italic">albeo,
              nigreo</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic">nigro</foreign>. <foreign
                lang="lat" rend="italic">Usurpare</foreign> è un frequentat. o continuat. da
                <foreign lang="lat" rend="italic">utor-usus. Medico</foreign> e <foreign lang="lat"
                rend="italic">medicor</foreign>. — V. p. 3264 — <foreign lang="lat" rend="italic"
                >nutrico</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">nutricor</foreign> da
                <foreign lang="lat" rend="italic">nutrio is: viridico, candico</foreign>. V. p.
              3695. e la p. 4004.</p>
          </note>. <foreign lang="lat" rend="italic">Occupo</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ob</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">capio</foreign>. Veggasi
          la pag. 3006-7. <foreign lang="lat" rend="italic">Obstino</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ob</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">teneo</foreign>,
          interposta la <emph>s</emph>, come in <foreign lang="lat" rend="italic">ostendo</foreign>
          che anticamente dovette dirsi <foreign lang="lat" rend="italic">obstendo</foreign> ed
          esser lo stesso che il più moderno verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >obtendo</foreign>. Nè è maraviglia che la prep. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ob</foreign> sia fatta seguire da una <emph>s</emph> nella composizione per proprietà di
          lingua, o ch’esistesse anche anticamente una prep. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >obs</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">ob</foreign>; giacchè vediamo appunto
            <foreign lang="lat" rend="italic">ab</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >abs</foreign>, e nella composizione preporsi sempre alle voci comincianti per
          <emph>t</emph> la prep. <foreign lang="lat" rend="italic">abs</foreign> e non <foreign
            lang="lat" rend="italic">ab</foreign>. Così anche fuor di composizione, quando non s’usi
          la prep. <emph>a</emph>: perocchè convien dire p. e. o <foreign lang="lat" rend="italic">a
            te</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">abs te</foreign>, non <foreign
            lang="lat" rend="italic">ab te</foreign>. V. Forcell. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">A, ab, abs</foreign>, e in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Abs</foreign>. V. p. 3001. fine. 3696. Tornando al proposito è manifesto <pb ed="aut"
            n="2997"/> che <foreign lang="lat" rend="italic">obstino, obstinatus</foreign> vien da
            <foreign lang="lat" rend="italic">teneo</foreign>, come ne viene <foreign lang="lat"
            rend="italic">pertinax</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">pertinacia</foreign>
          ec. che spettano alla stessa significazione. La <emph>e</emph> è cangiata in
          <emph>i</emph> come appunto in <foreign lang="lat" rend="italic">pertinax</foreign> e ne’
          composti ordinari <foreign lang="lat" rend="italic">contineo, obtineo</foreign> ec. Ed è
          notabile che laddove gli altri verbi di questa categoria son fatti, come ho detto, da
          verbi della terza, questo che indubitatamente appartiene a essa categoria, e non può esser
          di senso più continuativo, è fatto da un verbo della seconda. V. p. 3020. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Aucupo</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aucupor</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">avis</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">capio</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >occupo</foreign>, e come <foreign lang="lat" rend="italic">Nuncupo</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">nomen</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >capio</foreign>, se però non si vuole che vengano da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >auceps aucupis</foreign> quanto alla derivazione immediata. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Anticipo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">ante</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">capio</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Participo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">pars</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">capio</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >anticipo</foreign>, se non si vuol che venga da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >particeps cipis. Vociferor aris</foreign> (forse anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">vocifero as</foreign>) da <foreign lang="lat" rend="italic">vox</foreign>
          e <foreign lang="lat" rend="italic">fero fers. Opitulo</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">opitulor</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">ops</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">tuli</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fero</foreign> o di <foreign lang="lat" rend="italic">tollo</foreign> di cui forse è
          propriamente questo perfetto (v. Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Tollo</foreign> fin.), o piuttosto dall’antico <foreign lang="lat" rend="italic">tulo,
            tulis, tetuli, latum</foreign>, verbo della terza, di cui v. Forcell. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">tulo</foreign>.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2998"/> In caso ch’<foreign lang="lat" rend="italic">opitulo</foreign>
          fosse fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">tuli</foreign> perfetto, ciò non sarebbe
          senza esempio in questa categoria di verbi. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Accubo</foreign> ec. è dal perf. <foreign lang="lat" rend="italic">accubui</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">accumbo</foreign>. Fors’anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">participo, anticipo</foreign>, e così <foreign lang="lat" rend="italic"
            >significo, aedifico</foreign>, e gli altri di cui a pag. 2903. sqq. vengono dai
          perfetti <foreign lang="lat" rend="italic">cepi</foreign>, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">feci</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">capio</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">facio</foreign>, mutato l’<emph>e</emph> in
          <emph>i</emph> per virtù della composizione, (come p. e. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">colligo, corrigo, conspicio</foreign> ec. ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">lego, rego, specio</foreign>) e mutata la desinenza; onde da ciò venga che
          in essi verbi manchi la <emph>i</emph> radicale de’ loro temi, siccome manca in molte voci
          formate dai detti perfetti, p. e. <foreign lang="lat" rend="italic">cepero,
          feceram</foreign> ec. Ma non lo credo, perocchè <foreign lang="lat" rend="italic"
          >auspico</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">suspico</foreign> che sono della
          stessa forma di <foreign lang="lat" rend="italic">significo, participo</foreign> ec. non
          possono venire dal perfetto di <foreign lang="lat" rend="italic">specio</foreign>, il
          quale è <foreign lang="lat" rend="italic">spexi</foreign>, se pur non si volesse supporre
          un antico e ignoto <foreign lang="lat" rend="italic">speci</foreign>, analogo a <foreign
            lang="lat" rend="italic">feci, jeci</foreign> ec.</p>
        <p>Del resto i verbi da cui derivano i soprascritti, hanno anche i loro continuativi fatti
          da participii, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">capto</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">tento</foreign>.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Aspernor aris</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">asperno as</foreign> (giacchè <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aspernor</foreign> si trova anche in senso passivo) da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ad</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">sperno is</foreign>. (20. Luglio.
          1823.). <foreign lang="lat" rend="italic">Consterno, as, avi, atum</foreign> (il Forc. per
          errore di stampa <foreign lang="lat" rend="italic">stravi atum</foreign>, come apparisce
          dagli esempii) da <foreign lang="lat" rend="italic">sterno is</foreign>, e <foreign
            lang="lat" rend="italic">cum</foreign>, ovvero da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >consterno is</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Crepo as</foreign>, forse da
            <foreign lang="lat" rend="italic">crepo is</foreign>. <bibl>V. <author>Forc.</author> in
              <foreign lang="lat" rend="italic">Crepo</foreign>, fine</bibl>. V. p. 3234.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2999"/> Alla p. 2906. Bell’effetto fanno nell’Aminta e nel Pastor fido, e
          massime in questo, i cori, benchè troppo lambiccati e peccanti di seicentismo, e benchè
          non vi siano introdotti se non alla fine e per chiusa di ciascun atto. Ma essi fanno quivi
          l’offizio che i cori facevano anticamente, cioè riflettere sugli avvenimenti
          rappresentati, veri o falsi, lodar la virtù, biasimare il vizio, e lasciar l’animo dello
          spettatore rivolto alla meditazione e a <quote>
            <emph>considerare in grande quelle cose e quei successi che gli attori e il resto del
              dramma non può e non dee rappresentare se non come particolari e individue, senza
              sentenze espresse, e senza quella filosofia che molti scioccamente pongono in bocca
              degli stessi personaggi</emph>
          </quote>. Quest’uffizio è del coro; esso serve con ciò ed all’utile e profitto degli
          spettatori che dee risultare dai drammi, ed al diletto che nasce dal vago della
          riflessione e dalle circostanze e cagioni spiegate di sopra. (21. Luglio. 1823.).</p>
      </div1>
      <div1 n="3000 - 3206">
        <p>
          <pb ed="aut" n="3000"/> Delle cose veramente ridicole nella società o negl’individui è ben
          raro trovar chi ne rida. E s’alcuno ne ride, difficilmente trova il compagno che l’aiuti a
          farlo, e che gli dia ragione, o che pur senta la causa del suo riso. Gli uomini per lo più
          ridono di cose che in effetto son tutt’altro che ridicole, e spesso ne ridono per questo
          appunto che non sono ridicole. E tanto più ne ridono quanto meno elle son tali. (21.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2922. fine. Alcune volte noi diciamo <emph>volere</emph> anche di cose animate,
          anche degli uomini, ma relativamente a ciò che non dipende dalla lor volontà, o che non
          può dipender da volontà, o che anche è contrario affatto alla lor volontà; e lo diciamo
          non solo per ischerzo, ma eziandio seriamente, in virtù dell’idiotismo che ho preso a
          illustrare. P. e. il tale non vuole ancora guarire, cioè, ancor non guarisce: e il verbo
            <emph>volere</emph> ridonda. Qua si dee riferire un luogo di Platone nel Sofista ed.
          Astii t. 2. p. 246. <pb ed="aut" n="3001"/> v. 7. A. dove <foreign lang="grc">οὐδέποτ' ἂν
            ἐθέλειν μαθεῖν</foreign> è lo stesso che <foreign lang="grc">οὐδέποτ' ἂν
          μαθεῖν</foreign>, e ben lo rende l’Astio <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">nec numquam fore ut discat</foreign>
          </quote>, ridondando elegantemente <foreign lang="grc">ἐθέλειν</foreign>. Se però non si
          vuol dire che in questo luogo equivalga a <foreign lang="grc">μέλλειν</foreign>, appunto
          come il nostro <emph>volere</emph> nei casi specificati di sopra, e in ciò pure sarà
          notabile la conformità del nostro idiotismo coll’attico. (21. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2864. <foreign lang="lat" rend="italic">Stipula</foreign>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">stipa</foreign> voce inusitata, restando il diminutivo, dal quale noi
            <emph>stoppia</emph>, i francesi <foreign lang="fre" rend="italic">esteuble</foreign>
          onde <foreign lang="fre" rend="italic">éteule</foreign>. V. Forcell. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">stipula, stipa, stipulor</foreign> ec. e il Gloss. se ha nulla.
          (21. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Continuativi barbari. <foreign lang="spa" rend="italic">Dilatar</foreign> spagn. da
            <foreign lang="lat" rend="italic">differo dilatus</foreign>. V. la Crusca. I francesi
            <foreign lang="fre" rend="italic">dilayer</foreign>. Trovo nel moderno spagn. <foreign
            lang="spa" rend="italic">dilatar</foreign> anche per <emph>denunziare, accusare</emph>,
          da <foreign lang="lat" rend="italic">defero-delatus</foreign>. <emph>Decretare</emph>,
            <foreign lang="spa" rend="italic">decretar</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >décréter</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">decerno-decretus</foreign>.
            <foreign lang="fre" rend="italic">Diviser</foreign> franc. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">divido-divisus</foreign>. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >Libertar</foreign> spagn. quasi <emph>liberitare</emph> o <emph>liberatare</emph>. Tal
          contrazione non è maravigliosa in questo caso, e fors’è antica. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Libertus a</foreign> non sembra che contrazione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">liberatus a</foreign>. Vedi Forcell. e Glossar. se hanno nulla. (21.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2996. fine. Che <foreign lang="lat" rend="italic">obstino</foreign> venga da
            <foreign lang="lat" rend="italic">obs</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >teneo</foreign> v. Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">obstinatus</foreign>
          principio e in <foreign lang="lat" rend="italic">obscenus</foreign> principio. Se anche
            <foreign lang="lat" rend="italic">obscenus</foreign> viene da <foreign lang="lat"
            rend="italic">obs</foreign>, notisi l’analogia. Perocchè nella composizione, alle parole
            <pb ed="aut" n="3002"/> comincianti per <emph>c, q, t</emph> non si premette mai la
          prep. <foreign lang="lat" rend="italic">a</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ab</foreign> ma sempre <foreign lang="lat" rend="italic">abs</foreign>. Così dunque se
            <foreign lang="lat" rend="italic">obscenus</foreign> viene da <foreign lang="lat"
            rend="italic">cano</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic">caenum</foreign>,
          bene sta che non si dica <foreign lang="lat" rend="italic">obcenus</foreign> ma <foreign
            lang="lat" rend="italic">obscenus</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Oscillo</foreign>, secondo me, è da <foreign lang="lat" rend="italic">obs</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">cillo as</foreign>, e vale quasi <foreign lang="lat"
            rend="italic">obciere, obmovere, obcire</foreign>. Dico poi <foreign lang="lat"
            rend="italic">cillo as</foreign>, non <foreign lang="lat" rend="italic">cillo
          is</foreign> come il Forc., perchè è chiaro che nel luogo di Festo <foreign lang="lat"
            rend="italic">cillent</foreign> (optativo) è voce della prima; perchè <foreign
            lang="lat" rend="italic">cillo</foreign> dev’essere stato un diminutivo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">cio</foreign> o di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cieo</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">conscribillo</foreign> ec. (v. la
          p. 2986.) che sono della prima, benchè <foreign lang="lat" rend="italic"
          >conscribo</foreign> ec. sieno della 3.<hi rend="apice">a</hi>; perchè veggo <foreign
            lang="lat" rend="italic">oscillans, oscillatio</foreign>, e il nostro
          <emph>oscillare</emph> ec. e lo stesso Forc. dice <foreign lang="lat" rend="italic"
            >oscillo as</foreign>, non <emph>is</emph>. V. in Forc. tutte queste voci e <foreign
            lang="lat" rend="italic">oscillum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cilleo</foreign>. Se <foreign lang="lat" rend="italic">oscillo as</foreign> fosse fatto
          da <foreign lang="lat" rend="italic">cillo is</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">cilleo es</foreign>, esso apparterrebbe a questa nostra categoria, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">obstino as</foreign>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">teneo es</foreign>, ec. Non pare che il Forc. si sia accorto che <foreign
            lang="lat" rend="italic">cilleo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cillo</foreign> spetta indubitatamente a <foreign lang="lat" rend="italic">cio</foreign>,
          o <foreign lang="lat" rend="italic">cieo</foreign>. E così dunque altresì ben si dice
            <foreign lang="lat" rend="italic">ostendo</foreign> cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">obstendo, obstino</foreign> non <foreign lang="lat" rend="italic"
          >obtino</foreign>. I più moderni trascurarono questa regola e dissero <foreign lang="lat"
            rend="italic">obtendo, obtineo</foreign> ec. In luogo del qual ultimo verbo pare che gli
          antichi dicessero <foreign lang="lat" rend="italic">obstineo</foreign>, in significato
          però di <foreign lang="lat" rend="italic">ostendo</foreign>. V. Forcell. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">obstinet</foreign>. E forse molti verbi o voci latine composte
          comincianti per <emph>os</emph>, le quali si dicono formate dal nome <foreign lang="lat"
            rend="italic">os</foreign>, non lo sono infatti che da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >obs</foreign>, come p. e. <foreign lang="lat" rend="italic">oscen inis</foreign> che si
          dice fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">os</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">cano</foreign> (quasi si cantasse mai con altro che con la bocca), viene
          forse veramente da <foreign lang="lat" rend="italic">obs</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">cano</foreign>. Infatti <foreign lang="lat" rend="italic"
          >occinere</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">obcinere</foreign> (che secondo
          l’antica regola sarebbe stato <foreign lang="lat" rend="italic">obscinere</foreign>, e
          quindi <foreign lang="lat" rend="italic">oscinere</foreign> come <foreign lang="lat"
            rend="italic">ostendere</foreign>, il quale anch’esso da taluno è scioccamente derivato
          da <foreign lang="lat" rend="italic">os</foreign>, in manifesto dispetto del significato)
          si diceva degli uccelli d’augurio, e dal modo in cui Livio l’adopra par che questa voce
          fosse solenne in tal <pb ed="aut" n="3003"/> proposito. V. Forcell. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">occino, occento, occentus, occano, obcantatus, obcanto</foreign>. Io
          dubito anche molto che quelle voci che si dicono derivate da <foreign lang="lat"
            rend="italic">sursum</foreign> contratto in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sus</foreign> (eccetto <foreign lang="lat" rend="italic">susque</foreign>) come <foreign
            lang="lat" rend="italic">sustineo, sustollo, suspendo, suspicio</foreign> ec. ec.
          vengano infatti da <foreign lang="lat" rend="italic">sub</foreign> (terza preposizione
          terminata in <emph>b</emph>, come <foreign lang="lat" rend="italic">ob</foreign> ed
            <foreign lang="lat" rend="italic">ab</foreign>), e sieno originariamente <foreign
            lang="lat" rend="italic">substineo, substollo</foreign> ec. introdotta la <emph>s</emph>
          per proprietà di lingua; e vagliano <emph>tener di sotto, innalzar di sotto</emph>, cioè
          esprimano l’azione che si fa di sotto in su, come in ispagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">subir</foreign> non vale già <emph>scendere</emph> o <emph>andar
          sotto</emph>, ma <emph>salire</emph>, cioè <emph>andare di sotto in su</emph>. Così spesso
          il latino <foreign lang="lat" rend="italic">subire</foreign>. V. Forcell. nel quale
          troverai ancora <foreign lang="lat" rend="italic">subvenio</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">supervenio</foreign>. V. p. 3558. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Subrepere</foreign> nel luogo di Plinio cit. dal Forc. v. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Sauroctonus</foreign>, non è propriamente altro che <foreign
            lang="lat" rend="italic">repere</foreign> di sotto in su, poichè questo è (s’io ben mi
          ricordo) quel che fa la lucerta nell’Apollo Saurottono del museo pio-clementino, la quale
          non <foreign lang="lat" rend="italic">repit clam</foreign>, ma scopertamente, e non
          iscende, ma salisce su per un albero. Plinio poi usò il tema <foreign lang="lat"
            rend="italic">repere</foreign> come appropriato alla lucerta, ch’è quasi un <foreign
            lang="lat" rend="italic">reptile</foreign>. Il detto Apollo è certo una copia di quel di
          Prassitele, di cui Plinio. Del resto l’inserimento della <emph>s</emph> trovasi ancora
          dopo altre preposizioni, ed appunto al caso nostro fanno <foreign lang="lat" rend="italic"
            >destino</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">praestino</foreign> fratelli
          carnali di <foreign lang="lat" rend="italic">obstino</foreign>, fatti da <foreign
            lang="lat" rend="italic">de</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">prae</foreign>
          e da <foreign lang="lat" rend="italic">teneo</foreign> (v. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Destino</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">Praestino</foreign>)
          e non già da un sognato <foreign lang="lat" rend="italic">stino</foreign>, come vogliono
          alcuni. E questi due verbi eziandio, spettano alla categoria di cui parliamo, massime che
          essi, e <pb ed="aut" n="3004"/> specialmente <foreign lang="lat" rend="italic"
          >destino</foreign> hanno forza tutte continuativa. (21. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Frequentissimo nell’italiano scritto, e più nello spagnuolo scritto e parlato si è l’uso
          del verbo <emph>andare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">andar</foreign> (non
            <emph>ir</emph>), in senso di essere. Ecco Seneca tragico (ap. Forc. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">eo is</foreign>, col. 3. princip.), <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Non ibo inulta</foreign>
          </quote>. Notate che noi abbiam preso indubitatamente quest’uso dagli spagnuoli (infatti
          esso è frequentissimo nei nostri secentisti con cento altri spagnuolismi: nei 500 o 300<hi
            rend="apice">isti</hi>, non si trova, ch’io mi ricordi, o mai o quasi mai). E Seneca
          appunto è spagnuolo. La frase dell’egizio Claudiano <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">qui vindicet ibit</foreign>
          </quote>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">erit</foreign>, è d’altro genere, perchè
          nè gli spagnuoli nè gl’italiani non usano <emph>andare</emph> per <emph>essere</emph> se
          non seguìto effettivamente o potenzialmente da un aggettivo che ha forza di predicato<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Appo <bibl>
                <author>Oraz.</author>
                <title>Sat.</title> II. I. V. ult.</bibl>
              <quote>
                <foreign lang="lat" rend="italic">tu missus abibis</foreign>
              </quote> è lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic">missus</foreign>, cioè
                <foreign lang="lat" rend="italic">absolutus eris</foreign>, cioè <foreign lang="lat"
                rend="italic">mitteris</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
              >absolveris</foreign>. I greci <foreign lang="grc">οἴχεσθαι</foreign> con participio:
              uso analogo al nostro ec. ec.</p>
          </note>. Qua si deono forse riferire le frasi, <emph>andar la bisogna, la cosa</emph> ec.
            <emph>così andò il fatto, così va</emph> per <emph>così è, va bene, come va la
          salute</emph> ec. ec. V. i Diz. francesi e spagnuoli (21. Luglio. 1823.). V. p. 3008.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3005"/> Alla p. 2844. Così lo spagn. <foreign lang="spa" rend="italic"
            >avistar</foreign>. — A questo discorso appartengono il franc. <foreign lang="fre"
            rend="italic">viser, deviser</foreign>, francese antico, per <foreign lang="fre"
            rend="italic">s’entretenir familièrement</foreign> etc. (V. il Gloss. Cang. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Visores</foreign>, 2.) e l’ital. <emph>divisare</emph>, il
          quale però ancora, almeno in alcuni sensi, può esser continuativo barbaro di <foreign
            lang="lat" rend="italic">divido-divisus</foreign> e lo stesso che il franc. <foreign
            lang="fre" rend="italic">diviser</foreign>. V. la Crusca, e il Forc. e Gloss. s’hanno
          nulla.</p>
        <p>A questo proposito è da notare circa la voce <emph>guisa</emph>, franc. <foreign
            lang="fre" rend="italic">guise</foreign>, di cui altrove ho parlato, ch’ella non è altro
          che come dir <emph>visa</emph>, e dovette da principio significare <emph>aspetto, quel
            ch’apparisce e si vede, forma</emph>, onde poi <emph>modo, maniera</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">façon</foreign>. Del primo significato e della forma ch’ebbe
          primieramente questa voce ne fanno fede il nostro <emph>divisa</emph> sust.<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Si può vedere la p. 3036.</p>
          </note> (il quale non credo che venga da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >divisare</foreign> per <emph>variare</emph>); il francese <foreign lang="fre"
            rend="italic">devise</foreign>; <emph>divisato</emph> per <emph>de-formato</emph>,
            <emph>contraffatto</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">déguisé</foreign>,
            <emph>travestito</emph>, che il Salvini disse barbaramente <emph>diguisato</emph>
          <note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>
              <emph>Disguisare</emph> mi par nostro antico. V. Crus.</p>
          </note>; <emph>divisamento</emph> per <emph>assisa</emph>. <foreign lang="spa"
            rend="italic">Guisar</foreign> in ispagn. è <emph>vestire</emph> ec. Ma vedi i Diz.
          spagn. <emph>Travisare, travisato, travisamento, traviso</emph> vagliono
          <emph>travestire</emph>, quasi <foreign lang="spa" rend="italic">traguisar</foreign>.
            <emph>Svisare</emph> vedilo nella Crusca. Veggasi il Gloss. se ha nulla. (21. Luglio
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3006"/>
          <emph>Suso, giuso</emph>. Così i più antichi latini per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sursum deorsum</foreign>. V. Forcellini in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Susum</foreign> ec. e il Gloss. se ha nulla.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2814. <foreign lang="lat" rend="italic">Vindicare, indicare</foreign> che
          risponderebbe forse a <foreign lang="lat" rend="italic">indicere</foreign> com’<foreign
            lang="lat" rend="italic">educare</foreign> a <foreign lang="lat" rend="italic"
          >educere</foreign>. Ma si può pur dubitare che quello venga da <foreign lang="lat"
            rend="italic">vindex icis</foreign>, questo da <foreign lang="lat" rend="italic">index
            icis</foreign>
          <note resp="aut" n="c" place="foot">
            <p>Come <foreign lang="lat" rend="italic">fornicare</foreign> da <foreign lang="lat"
                rend="italic">fornix fornicis</foreign>, ed altri assai; <foreign lang="lat"
                rend="italic">duplico</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">duplex,
                triplico</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">frutico</foreign> da
                <foreign lang="lat" rend="italic">frutex, rusticor</foreign> da <foreign lang="lat"
                rend="italic">rusticus</foreign>. Veggasi la p. 3752-4.</p>
          </note>; e così <foreign lang="lat" rend="italic">iudicare</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">iudex icis, educare</foreign> da un <foreign lang="lat"
            rend="italic">e-dux ucis</foreign>, (in senso reciproco come <foreign lang="lat"
            rend="italic">redux</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">reduco</foreign>)
            <foreign lang="lat" rend="italic">jugare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >jux</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">junx jugis</foreign> ch’esiste oggidì
          ne’ composti <foreign lang="lat" rend="italic">coniux</foreign> ec. come ho detto altrove.
          E così si può molto dubitare che tutta questa categoria di verbi venga da nomi verbali o
          noti o ignoti, non da’ verbi originarii a dirittura. In ogni modo, posto quello che ho
          congetturato altrove, che tali nomi, come <foreign lang="lat" rend="italic">dux,
          dex</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">iu-dex, in-dex</foreign> ec.), <foreign
            lang="lat" rend="italic">ceps</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">parti-ceps,
            au-ceps</foreign> ec.), <foreign lang="lat" rend="italic">fex</foreign> (<foreign
            lang="lat" rend="italic">arti-fex</foreign> ec.), <foreign lang="lat" rend="italic"
          >spex</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">aru-spex</foreign> ec.), <foreign
            lang="lat" rend="italic">fer</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic"
          >luci-fer</foreign> ec.), e simili, sieno anteriori ai rispettivi verbi, seguirebbe da ciò
          che i verbi di questa categoria formati da tali nomi fossero fratelli e non figli di que’
          della terza corrispondenti, e sempre sarebbe importante e a proposito nostro il notare
          come di due verbi fatti da una radice, quello <pb ed="aut" n="3007"/> che ha o che da
          principio ebbe senso continuativo, sia della prima coniugazione, e l’altro della terza ec.
          Si può anche discorrere in questo modo. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Educare</foreign> può venire da <foreign lang="lat" rend="italic">dux</foreign>, aggiunta
          la preposizione al solo verbo, e non al nome; onde non è necessario supporre un nome
          composto <foreign lang="lat" rend="italic">edux</foreign>. Basta il nome semplice. Così
            <foreign lang="lat" rend="italic">sacrificare</foreign> (p. 2903.) può venir da un
            <foreign lang="lat" rend="italic">sacrifex</foreign> ed anche dal semplice <foreign
            lang="lat" rend="italic">fex</foreign>. Così <foreign lang="lat" rend="italic"
          >occupare</foreign> (p. 2996.) può venire da un <foreign lang="lat" rend="italic">occeps
            occupis</foreign> (come <foreign lang="lat" rend="italic">auceps aucupis</foreign> onde
            <foreign lang="lat" rend="italic">aucupare</foreign>), ovvero <foreign lang="lat"
            rend="italic">occeps occipis</foreign> che sarebbe il medesimo (giacchè la mutazione
          scambievole dell’<emph>i</emph> ed <emph>u</emph> in questi tali nomi è ordinarissima
          siccome in ogni altro caso; e quindi <foreign lang="lat" rend="italic">mancipium</foreign>
          e <foreign lang="lat" rend="italic">mancupium</foreign> etc.), può venir dico da questo
          nome composto, ovvero dal semplice <foreign lang="lat" rend="italic">ceps</foreign>.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Mancipo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mancupo</foreign>, secondo questo discorso, non verrà da <foreign lang="lat"
            rend="italic">manus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">capio</foreign>, ma da
            <foreign lang="lat" rend="italic">manceps ipis</foreign>, che anticamente si dovette
          anche dir <foreign lang="lat" rend="italic">manceps cupis</foreign>. V. p. 3019. fine.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Opitulare</foreign> (p. 2997.) verrà da <foreign
            lang="lat" rend="italic">opitulus</foreign>. E così, se non tutti, almeno una gran parte
          de’ verbi di questa categoria<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Propago as</foreign> da <foreign lang="lat"
                rend="italic">pango is</foreign>. Vedi la p. 3752-3.</p>
          </note>. (22. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3008"/> Alla p. 3004. fine. Congiunto coi participii passivi il verbo
            <emph>andare</emph> appo gli spagnuoli fa quasi l’officio di verbo ausiliare e le veci
          di <emph>essere</emph>, come appo noi il verbo <emph>venire</emph> (<emph>venire
          ucciso</emph> ec. per <emph>essere ucciso</emph>, ed è anche dell’Ariosto: e vedi la
          Crusca): ma quello significa ordinariamente una passione più continua o durevole. Non so
          se si direbbe <foreign lang="spa" rend="italic">fulano andò muerto</foreign> o <foreign
            lang="spa" rend="italic">matado</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic">fuè
            matado</foreign>. (22. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2953. Così ci accade nello apprendere o appresa che abbiamo alcuna lingua
          straniera; così ci accade dico in ordine a riportare al corrispondente carattere del suo
          alfabeto l’idea di que’ suoni che non si trovano nella nostra lingua, o che non sono
          espressi nel nostro alfabeto distintamente dagli altri, o ch’essendo composti sono però
          espressi nell’alfabeto di quella lingua straniera con un carattere particolare, sia perchè
          tal composizione di suoni non s’usi nella nostra lingua, e molto s’usi in quell’altra, sia
          che la nostra scrittura la significhi con più d’un carattere, e quella straniera con un
          solo (come la greca il <emph>p</emph> ed <emph>s</emph> con <foreign lang="grc"
          >ψ</foreign>). Del che potete vedere la p. 2740. seqq. 2745 fine — 46, e <pb ed="aut"
            n="3009"/> segg. (22. Luglio 1823.). V. p. 3024.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2841. Lo stile e il linguaggio poetico in una letteratura già formata, e che
          n’abbia uno, non si distingue solamente dal prosaico nè si divide e allontana solamente
          dal volgo per l’uso di voci e frasi che sebbene intese, non sono però adoperate nel
          discorso familiare nè nella prosa, le quali voci e frasi non sono per lo più altro che
          dizioni e locuzioni antiche, andate, fuor che ne’ poemi, in disuso; ma esso linguaggio si
          distingue eziandio grandemente dal prosaico e volgare per la diversa inflessione materiale
          di quelle stesse voci e frasi che il volgo e la prosa adoprano ancora. Ond’è che
          spessissimo una tal voce o frase è poetica pronunziata o scritta in un tal modo, e
          prosaica, anzi talora affatto impoetica, anzi pure ignobilissima e volgarissima in un
          altro modo. E in quello è tutta elegante, in questo affatto triviale, eziandio talvolta
          per li prosatori. Questo mezzo di distinguere e separare il linguaggio d’un poema da
          quello della prosa e del volgo inflettendo o condizionando diversamente <pb ed="aut"
            n="3010"/> dall’uso la forma estrinseca d’una voce o frase prosaica e familiare, è
          frequentissimamente adoperato in ogni lingua che ha linguaggio poetico distinto, lo fu da’
          greci sempre, lo è dagl’italiani: anzi parlando puramente del linguaggio, e non dello
          stile, poetico, il detto mezzo è l’uno de’ più frequenti che s’adoprino a conseguire il
          detto fine, e più frequente forse di quello delle voci o frasi inusitate.</p>
        <p>Or questa diversa e poetica inflessione e pronunzia de’ vocaboli correnti, che altro è
          per l’ordinario, se non inflessione e pronunzia antica, usitata dagli antichi prosatori,
          nell’antico discorso, ed ora andata in disuso nella prosa e nel parlar familiare? di modo
          che quelle parole così pronunziate e scritte non altro sono veramente che parole antiche e
          arcaismi, in quanto così sono scritte e pronunziate? nè altro è ordinariamente dire
          inflessioni, licenze, voci poetiche se non arcaismi? Vedi in questo proposito una bella
          riflessione di <bibl>
            <author>Perticari</author>, <title>Apologia</title>, Capo 14. fine p. 131-2</bibl>.
          Certo questa diversità d’inflessione per la più parte non è se <pb ed="aut" n="3011"/> non
          quello ch’io dico: così ne’ poeti greci, così ne’ latini (più schivi però dell’antico, e
          quindi il loro linguaggio poetico è assai meno distinto dalla lor prosa quanto a’
          vocaboli, che il greco), così negl’italiani. Perocchè non è da credere che la inflession
          d’una voce sia stimata, e quindi veramente sia, più elegante o per la prosa o pel verso,
          perchè e quanto ella è più conforme all’etimologia, ma solamente perchè e quanto ella è
          meno trita dall’uso familiare, essendo però bene intesa e non riuscendo ricercata. (Anzi
          bene spesso è trivialissima l’inflessione regolare ed etimologica, ed elegantissima e
          tutta poetica la medesima voce storpiata, come dichiaro in altro luogo). E questo non
          esser trita, nè anche ricercata, ma pur bene intesa, come può accadere a una voce, o ad
          una cotale inflessione della medesima? Il pigliarla da un particolar dialetto o
          l’infletterla secondo questo fa ch’ella non riesca trita all’universale, ma difficilmente
          può far ch’ella e non paia ricercata e sia bene intesa da tutti. Oltre ch’ella riesce
          anche trita a quella parte della nazione di cui quel dialetto è proprio. In verità i
          dialetti particolari sono scarso sussidio e fonte al linguaggio poetico, e all’eleganza
          qualunque. Lo vediamo noi italiani in Dante, dove le <pb ed="aut" n="3012"/> voci e
          inflessioni veramente proprie di dialetti particolari d’Italia fanno molto mala riuscita,
          nè la poesia nostra, nè verun savio tra’ nostri o poeti o prosatori ha mai voluto imitar
          Dante nell’uso de’ dialetti, non solo generalmente, ma neppure in ordine a quelle medesime
          voci e pronunzie o inflessioni da lui adoperate. Circa l’uso e mescolanza de’ dialetti
          greci nella inflessione delle parole appresso Omero, non volendo rinnovare le infinite
          discussioni già fatte da tanti e tanti in questo proposito, solamente dirò che o le
          circostanze della Grecia e d’Omero erano diverse da quelle che noi possiamo considerare, e
          quindi per l’antichità ed oscurità della materia non potendo nulla giudicarne di certo e
          di chiaro, niuno argomento ne possiamo dedurre; ovvero (e così penso) quelle inflessioni
          che in Omero s’attribuiscono a’ dialetti, e da’ dialetti si stima che Omero le prendesse,
          o tutte o gran parte erano in verità proprie della lingua greca comune del suo tempo, o
          d’una lingua, o vogliamo dir d’un uso più <pb ed="aut" n="3013"/> antico ancora di lui;
          dalla qual lingua comune, o fosse più antica, o allora usitata, Omero tolse quelle
          inflessioni ch’egli si stima aver pigliato da questo e da quel dialetto indifferentemente
          e confusamente. Non volendo ammetter nulla di questo, dirò che in Omero la mescolanza de’
          dialetti dovè riuscir così male come in Dante. Circa i poeti greci posteriori, i quali
          tutti (fuor di quelli che scrissero in dialetti privati, come Saffo, Teocrito ec.)
          seguirono interamente Omero, come in ogni altra cosa, così nella lingua, e da lui tolsero
          quanto il loro <emph>linguaggio</emph> ha di poetico, cioè della sua lingua formarono
          quella che si chiama dialetto poetico greco, ossia linguaggio poetico comune, la questione
          non è difficile a sciogliere. Perocchè quelle inflessioni ch’essi adoperavano, benchè
          proprie di particolari dialetti, essi non le toglievano da’ dialetti ma dal dialetto o
          linguaggio Omerico, di modo ch’elle riuscivano eleganti e poetiche, non in quanto proprie
          di privati dialetti, ma in quanto antiche ed Omeriche; ed erano bene intese <pb ed="aut"
            n="3014"/> dall’universale della nazione, nè parevano ricercate perchè tutta la nazione
          benchè non usasse familiarmente nè in iscrittura prosaica le inflessioni e voci Omeriche,
          le conosceva però e v’aveva l’orecchio assuefatto per lo gran divulgamento de’ versi
          d’Omero cantati da’ rapsodi per le piazze e le taverne, e saputi a memoria fino da’
            fanciulli<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3041.</p>
          </note>. Il che non accadde a’ poemi di Dante, il quale non fu mai in Italia neppur poeta
          di scuola, come Omero in Grecia presso i <emph>grammatisti</emph> medesimi, o certo presso
          i <emph>grammatici</emph> (vedi il Laerz. del Wetstenio, tom. 2. p. 583. not. 5.); nè il
          dialetto o linguaggio poetico italiano è o fu mai quello di Dante. Dico generalmente
          parlando, e non d’alcuni pochi e particolari poeti, suoi decisi imitatori, come Fazio
          degli Uberti, l’autore del Quadriregio Federico Frezzi, ed alcuni dell’ultimo secolo, come
          il Varano. Neppur la lingua del Petrarca è quella di Dante, nè da lui fu presa, nè punto
          si serve de’ particolari dialetti.</p>
        <p>Non potendo dunque i dialetti somministrare inflessioni rimote dall’uso corrente <pb
            ed="aut" n="3015"/> che siano adattate al linguaggio poetico, resterebbe per allontanar
          le voci comuni dalla prosa e dall’uso, che il poeta le ravvicinasse alla etimologia ed
          alla forma ch’elle hanno nella lingua madre, qualvolta nell’uso comune e prosaico elle ne
          sono lontane. Questo mezzo è possibile e buono e spesso adoperato da’ poeti quando la
          nazione è già colta e dotta, e la letteratura nazionale già formata. Ma ne’ principii ciò
          è ben difficile e pericoloso, prima perchè dalla nazione ignorante quelle voci in tal modo
          rimutate corrono rischio di non essere intese; poi perchè presso la nazione non avvezza un
          tal rimutamento corre rischio di saper di pedanteria (il qual rischio dura eziandio
          proporzionatamente nel séguito) e di riuscire affettato. Onde la stessa difficoltà che in
          quei principii si opponeva, come ho detto (p. 2836-7.) al dedur più che tante voci o frasi
          nuove dalla lingua madre, quella medesima si opponeva a dedur da essa lingua inusitate
          inflessioni e diverse dalle correnti.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3016"/> Resta dunque per allontanar dall’uso volgare le voci e frasi
          comuni, l’infletterle e condizionarle in maniere inusitate al presente, ma dagli antichi
          nazionali, parlatori, prosatori, o poeti usitate, e dalla nazione ancor conosciute, e
          conservate di mano in mano negli scritti di quelli che cercando l’eleganza proccurarono di
          scostarsi mediocremente dal volgo. Per le quali cose tali inflessioni non producono nè
          oscurità nè ricercatezza, benchè riescano pellegrine e rimote dall’uso, e perciò producano
          eleganza. Questo mezzo è usitatissimo da’ poeti quando la nazione è colta, formata la
          letteratura, e quando la lingua scritta ha un’antichità. Con esso principalmente si forma,
          si compone, si stabilisce a grado a grado un linguaggio poetico che tuttavia più si va
          differenziando dal prosaico e dal familiare, finchè giunge a quel punto di differenza,
          oltre il quale non è bene ch’egli trapassi. Ma questo mezzo necessario all’eleganza,
          necessarissimo a potere avere o formare un <emph>linguaggio</emph> distintamente poetico e
          proprio della poesia, manca <pb ed="aut" n="3017"/> affatto ai primi scrittori e poeti di
          qualsivoglia nazione, i quali non trovano antichità di lingua scritta, non ponno se non
          debolmente, confusamente e scarsamente conoscere le antichità della lingua parlata, e
          conoscendole ancora, o in quanto le conoscono, non ponno se non molto parcamente
          adoperarla per non riuscire oscuri e affettati alla nazione ignorante, e non assuefatta ad
          altro linguaggio nazionale mai se non solo al suo corrente e giornaliero. Quindi è che
          quei primi poeti e scrittori debbono necessariamente rivolgersi al linguaggio per la più
          parte, e in genere, familiare, e conseguentemente eziandio pigliare un stile che sappia
          sempre più o meno di familiare, in qualsivoglia materia ch’ei trattino e genere di
          scrittura ch’egli esercitino. (23. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come la lingua sascrita prodigiosamente ricca, tragga e formi la sua ricchezza da sole
          pochissime radici, col mezzo del grand’uso ch’ella fa della composizione e derivazione de’
          vocaboli, vedi l’<title lang="fre">Encyclop. méthodique, Grammaire et littérature, article
            Samskret</title>, particolarmente il passo <pb ed="aut" n="3018"/> di M. Dow.</p>
        <p>A questo proposito è notabile un luogo che si legge nella <title>Orazione delle lodi di
            Filippo Sassetti</title> (viaggiatore Fiorentino morto nel 1589.) <title>detto
            nell’Accademia degli Alterati l’Assetato, di Luigi Alamanni</title> (diverso dal poeta)
          che sta nelle <bibl>
            <title>Prose fiorentine</title>, parte 1. vol. 4. ed. Venez. 1730-43. p. 46-7</bibl>.
          dove puoi vederlo, ed è non molto prima del mezzo della Orazione. Di Filippo Sassetti puoi
          vedere il Tiraboschi nella Storia della letterat. ital. e quelle lettere del medesimo
          Sassetti ch’ei quivi accenna (<bibl>ed. Rom. t. 7. par. 1. p. 240-1</bibl>.). Dal detto
          luogo si raccoglie che quegli, se non erro, il primo diede notizia all’Europa della lingua
          Sascrita, e molto veridica e giusta; della qual lingua trattò poi diffusamente un altro
          nostro italiano, il P. Paolino da S. Bartolommeo. Bibliot. Ital. n. 23. Novem. 1817. p.
          206. (23. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Fatum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">for
            faris</foreign>. — <foreign lang="spa" rend="italic">Dicha</foreign> spagn. (cioè
            <emph>detta</emph>) per <emph>fortuna</emph> (come <foreign lang="spa" rend="italic"
            >desdicha</foreign> sfortuna, <foreign lang="spa" rend="italic">dichoso,
          desdichada</foreign> ec.) da <foreign lang="lat" rend="italic">dicta</foreign> (femmin.
          come <foreign lang="grc">ἡ εἱμαρμένη, ἡ</foreign>, <pb ed="aut" n="3019"/>
          <foreign lang="grc">πεπρωμένη</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">la
          destinée</foreign>) o da <foreign lang="lat" rend="italic">dictum</foreign>, come da
            <foreign lang="lat" rend="italic">suspectus</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">suspectum</foreign> (Gloss. Cang.) <emph>sospetto</emph>, gli spagnuoli in
          femminino <foreign lang="spa" rend="italic">sospecha</foreign> in vece di <foreign
            lang="spa" rend="italic">sospecho</foreign>. (23. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2845. Si vuol notare che <emph>avvisare</emph> e altri verbi da me segnati alla
          p. 3005. i quali vengono da <foreign lang="lat" rend="italic">videre</foreign> serbano la
          forma regolare e ordinaria della loro derivazione dal participio in <emph>us</emph>,
          mentre il continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">video</foreign> che trovasi
          nel buon latino, non serba questa forma, e non è <foreign lang="lat" rend="italic"
          >visare</foreign>, ma <foreign lang="lat" rend="italic">visere</foreign>, coi composti
            <foreign lang="lat" rend="italic">invisere, revisere</foreign> ec. Frattanto il franc.
            <foreign lang="fre" rend="italic">viser</foreign> anche per significato è vero
          continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">videre</foreign>, ed è fatto da questo,
          non dal verbo francese che gli risponde, cioè <foreign lang="fre" rend="italic"
          >voir</foreign> il quale non ha mai la sillaba <foreign lang="fre" rend="italic"
          >vis</foreign>. Se però <foreign lang="fre" rend="italic">viser</foreign> non viene da
            <foreign lang="fre" rend="italic">visage</foreign> o dalla parola <foreign lang="fre"
            rend="italic">vis</foreign> che propriamente significa <emph>viso</emph>, benchè ora non
          s’adoperi che nella dizione <foreign lang="fre" rend="italic">vis-à-vis</foreign>. (24.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3007. Che tali verbi vengano da cotali nomi piuttosto che da’ verbi
          corrispondenti della terza, si può anche dedurre dal vedere che <foreign lang="lat"
            rend="italic">praeceps</foreign>, <pb ed="aut" n="3020"/> il quale sembra venir dalla
          stessa radice di <foreign lang="lat" rend="italic">manceps auceps</foreign> ec. (siccome
            <foreign lang="lat" rend="italic">anceps</foreign>
          <foreign lang="grc">ἀμφιλαφὴς</foreign>, il quale fa pure <foreign lang="lat"
            rend="italic">ancipitis</foreign> e non <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ancipis</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">ancupis</foreign>), secondo quello
          che altrove ne ho ragionato, avendo per suo genitivo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >praecipitis</foreign> e non <foreign lang="lat" rend="italic">praecipis</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">praecupis</foreign>, troviamo che il verbo della prima
          coniugazione che a lui corrisponde, non è <foreign lang="lat" rend="italic"
          >praecipare</foreign> nè <foreign lang="lat" rend="italic">praecupare</foreign>, ma
            <foreign lang="lat" rend="italic">praecipitare</foreign>. Laddove <foreign lang="lat"
            rend="italic">manceps particeps</foreign> ec. facendo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mancipis, participis</foreign>, troviamo che si dice appunto <foreign lang="lat"
            rend="italic">mancipare, participare</foreign>, e non <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mancipitare, participitare</foreign>. ec. (24. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il canto fermo è come la prosa della musica: il figurato la poesia. (24. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2997. Similmente da un verbo della seconda è fatto <foreign lang="lat"
            rend="italic">sedare</foreign>, il quale spetta indubitatamente a questa categoria, e
          viene da <foreign lang="lat" rend="italic">sedeo</foreign>, e per significato n’è un
          continuativo. <foreign lang="lat" rend="italic">Sedare</foreign> si trova ancora in
          significato neutro come <foreign lang="lat" rend="italic">sedeo</foreign>, e questo
          dev’essere il suo primitivo. Anche <foreign lang="lat" rend="italic">miseror
          aris</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">misereor eris</foreign> della seconda,
          se quello però non viene da <foreign lang="lat" rend="italic">miser</foreign>. Ora
          paragonate quel passo di Stazio: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">his <pb ed="aut" n="3021"/> dictis sedere
            minae</foreign>
          </quote>, cioè, dice il Forcell. (in <foreign lang="lat" rend="italic">Sedeo</foreign>
          col. ult.) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">sedatae sunt</foreign>
          </quote>, ossia <emph>cessarono</emph> o <emph>si mitigarono</emph>, con quell’altro
          antico <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">postquam tempestas sedavit</foreign>
          </quote>, cioè <emph>cessò</emph> o <emph>si mitigò</emph>. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Sedare pulverem</foreign>
          </quote> ap. Fedro è <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">sedere</hi> vel <hi rend="italic">considere</hi> vel <hi rend="italic"
              >residere facio</hi>
          </foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Sedare curriculum</foreign> è <foreign
            lang="lat" rend="italic">sedere facio</foreign> in quanto <foreign lang="lat"
            rend="italic">sedere</foreign> significa talora <emph>consistere, fermarsi</emph>. Il
          Forc. stesso spiega <foreign lang="lat" rend="italic">sedo</foreign> per <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">facio ut aliquid residat</foreign>
          </quote>. Vedilo in <foreign lang="lat" rend="italic">Sedeo</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">Sedo</foreign> e paragona insieme gli esempi e i significati
          dell’uno e dell’altro, ed anche dei composti di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Sedeo</foreign> ec. Nota che <foreign lang="lat" rend="italic">sedeo</foreign> ha anche
          il suo verbo formato dal participio in <emph>us</emph>, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">sessitare</foreign>. (24. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alle molte cose da me dette altrove per mostrare come la lingua greca non ha bisogno che
          di poche radici per essere ricchissima, stante l’infinito uso ch’ella fa delle derivazioni
          e composizioni ec., e com’ella moltiplichi in infinito i suoi vocaboli primitivi, ec.
          aggiungi la voce media ch’ella ha, e il bellissimo uso ch’ella fa delle <pb ed="aut"
            n="3022"/> voci passive de’ suoi verbi. Perocchè di moltissimi verbi greci si può dire
          che ciascuno di essi non è uno, ma tre, e serve per tre; avendo l’attivo, il medio, e il
          passivo de’ medesimi, ciascuno un significato diverso proprio, oltre ai metaforici che ha
          per ciascuno di loro, e questi anche diversi, cioè l’attivo diverso dal medio ec. O
          vogliamo dire che ciascuno di tali verbi ha tre ben distinti significati propri, oltre ai
          metaforici. Nè questi significati si possono confondere insieme, perocchè ciascuno di loro
          corrisponde a una diversa e distinta inflessione. Onde non si accumulano i significati in
          una stessa parola, e non ne segue l’oscurità e ambiguità, nè la povertà e uniformità che
          da tale accumulamento deriva nella lingua ebraica. E pur quei tre non sono in sostanza che
          un verbo, e non hanno che un tema. L’uso che i latini fanno del passivo non è paragonabile
          a quello che ne fanno i greci (oltre che il passivo latino è difettivo e scarso, avendo
          bisogno in gran parte dell’ausiliare <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign>).
          Appresso i quali il passivo <pb ed="aut" n="3023"/> ha sovente una significazione propria
          attiva o neutra, diversa però da quella dell’attivo, e da quella del medio ec. ec. (24.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Necesso as</foreign> è verbo di Venanzio Fortunato. Vedi
          Forcell. e Gloss. Cang. Si potrebbe però credere che fosse antico, e che <foreign
            lang="lat" rend="italic">necessus a um</foreign> antico addiettivo fosse originariamente
          participio di qualche verbo di cui <foreign lang="lat" rend="italic">necesso</foreign>
          fosse continuativo. In tal caso <emph>necessitare</emph> latino-barbaro e italiano,
            <foreign lang="spa" rend="italic">necessitar</foreign> spagn. <foreign lang="fre"
            rend="italic">nécessiter</foreign> franc. sarebbe un frequentativo di questo tale ignoto
          verbo. In caso diverso, se non vorremo ch’ei venga da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >necessitas</foreign>, <emph>necessità</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >nécessité</foreign> ec., diremo ch’egli è fatto da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >necessatus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">necesso</foreign>, colla
          solita mutazione dell’<emph>a</emph> in <emph>i</emph>. Nótisi che nell’esempio di
          Venanzio Fortunato non è chiaro se <foreign lang="lat" rend="italic">necesso</foreign> sia
          attivo, e vaglia <foreign lang="lat" rend="italic">cogo</foreign>, come affermano il
          Forcell. e il Gloss. ovvero neutro, e vaglia <emph>abbisognare, aver mestieri</emph>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">indigere, poscere</foreign>, come in ispagn. <foreign
            lang="spa" rend="italic">necessitar</foreign> che si costruisce col genitivo. (24.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3024"/> Alla p. 3009. Altresì qualunque suono, e qualunque vocabolo di una
          lingua straniera che adoperi caratteri diversi da’ nostri, se noi conoscendo quella
          lingua, non per sola favella orale, ma per iscrittura, ed essendo atti ed avvezzi a
          leggerla, concepiamo detto suono o vocabolo espressamente, col pensiero, esso ci si
          rappresenta sotto la forma e ne’ caratteri ch’egli ha nella lingua a cui appartiene,
          ancorchè quel tal suono elementare sia comune anche alla nostra, ed espresso nel nostro
          alfabeto con un proprio carattere. Così sempre ci accade, fuori di qualche circostanza
          particolare, in cui la mente voglia o debba concepire p. e. un vocabolo greco in caratteri
          latini ec. ec. (24. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2828. fine. Notate che anche la vera pronunzia e la vera armonia della lingua
          latina è da gran tempo e perduta e ignota. Contuttociò, quantunque sia certissimo che
          questo rende assai difficile ai moderni di scrivere secondo la vera indole della lingua,
          del giro, del periodo, della costruzione latina ec., nondimeno, siccome la lingua latina è
          morta, così lo scrittore che oggi vuole scrivere in <pb ed="aut" n="3025"/> latino (e così
          quelli che scrissero in latino dal 300. in poi) può trascurare affatto la pronunzia
          moderna, può anche fino a un certo segno dimenticarsela, può astrarre affatto
          dall’armonia, e non considerando negli antichi scrittori se non le pure costruzioni, i
          puri periodi ec. indipendentemente sì dal ritmo che ne risultava sì da quello che oggi ne
          risulta, seguirli e imitarli ciecamente tali quali sono essi, non facendo caso della
          moderna pronunzia. Ma la lingua greca era ancor viva, benchè la pronunzia fosse cambiata,
          e agli scrittori non era nè facile il dimenticare e astergersi dagli orecchi il suono
          quotidiano e corrente della loro propria favella, nè volendo ancora seguire (come molti
          vollero) strettamente e imitare esattamente gli antichi, era loro possibile negare affatto
          ai loro periodi un numero che fosse sentito dall’universale de’ greci a quel tempo. Poichè
          questi periodi avevano pure ad esser letti e pronunziati da nazionali che quantunque non
          pronunziassero come una volta, intendevano però e parlavano tuttavia quella lingua, come
            <pb ed="aut" n="3026"/> materna. Onde non era quasi possibile dare nelle scritture alla
          lingua, ch’era pur nazionale e volgare, un ritmo al tutto, si può dir, forestiero, e
          ignoto a tutti, fino allo stesso scrittore; ch’è quanto dire non darle in somma alcun
          ritmo, (24. Luglio. 1823.) cioè niun ritmo che alla nazione a cui si scriveva, nè pure
          allo stesso scrittore, riuscisse tale. (24. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Occulto as</foreign>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">occulo-occultus</foreign>. Notisi che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >occultus a um</foreign>, adoprandosi sempre o quasi sempre aggettivamente, (siccome fra
          noi <emph>occulto</emph> ec.), se noi non conoscessimo il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">occulo</foreign>, lo terremmo certo per un aggettivo proprio e radicale, e
          non per un participio. Quindi si può far ragione quanto verisimilmente io dubiti e talora
          sostenga che altri tali aggettivi i quali hanno tutta l’estrinseca sembianza di
          participii, ancorchè non usati mai come participii, e benchè non si conosca verbo a cui
          spettino, tuttavolta non sieno originariamente altro che participii di verbi o perduti o
          non conosciuti per loro radice. (25. Luglio, dì di S. Giacomo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3027"/> Alla p. 2895. fine. Da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sutus</foreign> ancora si potè fare <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign>,
          poichè anche l’<emph>u</emph> per contrazione, nominatamente ne’ participii, è solito a
          sparire, siccome l’<emph>i</emph>. Da <foreign lang="lat" rend="italic">solutus</foreign>
          gli spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic">soltar</foreign>, noi
          <emph>sciolto</emph>, omesso l’<emph>u</emph>. Da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >volutus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">volutare</foreign> noi
            <emph>voltare</emph> e <emph>volto</emph>, e così ne’ composti <emph>involto,
          rivolto</emph> ec. Così gli spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic">buelto</foreign> o
            <foreign lang="spa" rend="italic">vuelto</foreign>: i francesi <foreign lang="fre"
            rend="italic">voûte</foreign> (cioè <emph>volta</emph> sostantivo) e quindi <foreign
            lang="fre" rend="italic">voûter</foreign>, dove la sillaba <emph>ou</emph> equivale al
          nostro <emph>ol</emph>, come in <foreign lang="fre">
            <hi rend="italic">éc</hi>
            <hi rend="sc">ou</hi>
            <hi rend="italic">ter</hi>
          </foreign>
          <emph>asc</emph>
          <emph rend="sc">ol</emph>
          <emph>tare</emph>. <emph>Volta</emph> per <emph>fiata</emph>, viene altresì da <foreign
            lang="lat" rend="italic">volvere</foreign> ed è contrazione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">voluta</foreign>. Così il sostantivo spagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">buelta</foreign> cioè <emph>voltata, ritorno</emph> ec. (25. Luglio.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho discorso altrove di quel luogo di Cicerone nella Vecchiezza, dove dice che l’animo
          nostro, non si sa come, sempre mira alla posterità ec. e ne deduce ch’egli abbia un
          sentimento naturale della sua propria eternità e indestruttibilità. Ho mostrato come
          questo effetto viene dal desiderio dell’infinito, ch’è una conseguenza dell’amor proprio,
          e dal continuo ricorrer che l’uomo fa colla speranza <pb ed="aut" n="3028"/> al futuro,
          non potendo esser mai soddisfatto del presente, nè trovandovi piacere alcuno, e d’altronde
          non rinunziando mai alla speranza, fino a trapassar con essa di là dalla morte, non
          trovando più in questa vita, dove ragionevolmente fermarla. Ma il suddetto effetto non è
          naturale. Esso viene dall’esperienza già fatta, che la memoria degli uomini insigni si
          conserva, dal veder noi medesimi conservata presentemente e celebrata la memoria di tali
          uomini, e dal conservarla e celebrarla noi stessi. Onde introdotta nel mondo questa fama
          superstite alla morte, essa è stata ed è bramata e cercata, come tanti altri beni o di
          opinione o qualunque, di cui la natura niun desiderio ci aveva ispirato, e che sono
          comparsi nel mondo di mano in mano per varie circostanze, non da principio, nè creati
          dalla natura. Nei primissimi principii della società, quando ancor non v’era esempio di
          rammemorazioni e di lodi tributate ai morti, neppur gli uomini coraggiosi e magnanimi,
          quando anche desiderassero la stima de’ loro compagni e contemporanei, pensarono mai <pb
            ed="aut" n="3029"/> a travagliare per la posterità, nè, molto meno, a trascurare il
          giudizio de’ presenti per proccurarsi quello de’ futuri, o rimettersi alla stima de’
          futuri. Che se il tempo che ho detto, colle circostanze che ho supposte non v’è mai stato,
          supponendo però ch’egli sia stato o sia mai per essere in alcun luogo, certamente ne
          verrebbe l’effetto che ho ragionato, cioè che niuno benchè magnanimo, benchè insigne tra’
          suoi connazionali o compagni, avrebbe o concepirebbe alcuna cura o pensiero della
          posterità. (25. Luglio. dì di San Giacomo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La vita umana non fu mai più felice che quando fu stimato poter esser bella e dolce anche
          la morte, nè mai gli uomini vissero più volentieri che quando furono apparecchiati e
          desiderosi di morire per la patria e per la gloria. (25. Luglio, dì di San Giacomo.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In molte altre cose l’andamento, il progresso, le vicende, la storia del genere umano è
          simile a quella di ciascuno individuo poco meno che una figura in grande somigli alla
          medesima figura fatta <pb ed="aut" n="3030"/> in piccolo; ma fra l’altre cose, in questa.
          Quando gli uomini avevano pur qualche mezzo di felicità o di minore infelicità ch’al
          presente, quando perdendo la vita, perdevano pur qualche cosa, essi l’avventuravano spesso
          e facilmente e di buona voglia, non temevano, anzi cercavano i pericoli, non si
          spaventavano della morte, anzi l’affrontavano tutto dì o coi nemici o tra loro, e godevano
          sopra ogni cosa e stimavano il sommo bene, di morire gloriosamente. Ora il timor dei
          pericoli è tanto maggiore quanto maggiore è l’infelicità e il fastidio di cui la morte ci
          libererebbe, o se non altro, quanto è più nullo quello che morendo abbiamo a perdere. E
          l’amor della vita e il timor della morte è cresciuto nel genere umano e cresce in ciascuna
          nazione secondo che la vita val meno. Il coraggio è tanto minore quanto minori beni egli
          avventura, e quanto meno ei dovrebbe costare. La morte che per gli antichi così attivi, e
          di vita, se non altro, così piena, era talora il sommo bene, è stimata e chiamata più
          comunemente il sommo male quanto la vita è più misera. È ben <pb ed="aut" n="3031"/> noto
          che le nazioni più oppresse, e similmente le classi più deboli e misere e schiave nella
          società, sono le meno coraggiose e le più timide della morte, e le più sollecite e gelose
          di quella vita ch’è pur loro un sì gran peso. E quanto più altri le opprime e rende
          infelice la vita loro, tanto ne le fa più studiose. E insomma si può dire che gli antichi
          vivendo non temevano il morire, e i moderni non vivendo, lo temono; e che quanto più la
          vita dell’uomo è simile alla morte, tanto più la morte sia temuta e fuggita, quasi ce ne
          spaventasse quella continua immagine che nella vita medesima ne abbiamo e contempliamo, e
          quegli effetti, anzi quella parte, che pur vivendo ne sperimentiamo. E viceversa.</p>
        <p>Or si applichi quel ch’io dico degli antichi e dei moderni, agl’individui giovani e
          vecchi, in qualunque età delle nazioni e del genere umano, e troverassi proporzionatamente
          la medesima differenza e di circostanze e di effetti. (25. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3032"/>
          <emph>Visto</emph> ital. e spagn. participio di <emph>vedere</emph>, è manifesta
          contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">visitus</foreign>, come <foreign
            lang="spa" rend="italic">quisto</foreign>, <emph>chiesto</emph> ec. di <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaesitus</foreign> (v. p. 2893. sqq.). Così <emph>vista</emph>
          sustantivo verbale italiano e spagnuolo è contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >visita</foreign> voce latinobarbara per <foreign lang="lat" rend="italic">visitus
          us</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">visus us</foreign>. Così i composti di
            <emph>vedere</emph> hanno p. e. <emph>avvisto, rivisto, provvisto</emph> ec. La voce
            <emph>vista</emph> per <emph>veduta</emph>, e con altri sensi simili, ch’ella ha pure
          appresso di noi, è latino-barbara. Vedila nel Glossario. E ch’ella sia contrazione di
            <foreign lang="lat" rend="italic">Visita</foreign>, com’io dico, e quindi
          <emph>visto</emph> sia contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">visitus</foreign>,
          vedi il Glossario medesimo in <foreign lang="lat" rend="italic">Vista</foreign> 4. Ora
          consideriamo.</p>
        <p>1. Il latino <foreign lang="lat" rend="italic">video</foreign> da cui viene il nostro
            <emph>vedere</emph> e lo spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">ver</foreign> fa nel
          participio, non <foreign lang="lat" rend="italic">visitus</foreign>, ma <foreign
            lang="lat" rend="italic">visus</foreign>. Similmente <foreign lang="lat" rend="italic"
            >viso is</foreign> anomalo, che ne deriva. Ma secondo i principii da me posti e
          dimostrati altrove, egli è certissimo che l’antico participio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">video</foreign> dovette esser <foreign lang="lat" rend="italic"
          >visitus</foreign> (anomalo in vece di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >viditus</foreign>) come di <foreign lang="lat" rend="italic">doceo</foreign> fu <foreign
            lang="lat" rend="italic">docitus</foreign>. Quindi il nostro italiano e spagnuolo
            <emph>visto</emph> è contrazione (usitatissima anche nell’antico e buon <pb ed="aut"
            n="3033"/> latino: vedi p. 2894. e seg.) dell’antico <foreign lang="lat" rend="italic"
            >visitus</foreign>; egli è un latinissimo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vistus</foreign> anteriore a <foreign lang="lat" rend="italic">visus</foreign> e più
          regolare. Or come mai questo participio, perduto affatto nel latino conosciuto, questo
          participio antichissimo, più antico e più regolare dell’usato dagli scrittori latini,
          comparisce per la prima volta nel latino-barbaro, e quindi si trova usitatissimo e
          comunissimo in due lingue moderne figlie della latina, e trovasi in luogo del <foreign
            lang="lat" rend="italic">visus</foreign> del latino conosciuto, il qual <foreign
            lang="lat" rend="italic">visus</foreign> nelle dette lingue non trovasi? Forse questo
          participio, indipendentemente dal latino, è stato fatto in dette lingue dal verbo
            <emph>vedere</emph> secondo le regole di coniugazione proprie, non del latino, ma di
          esse lingue? Anzi secondo queste regole, egli è in esse lingue affatto anomalo e
          irregolare e fuori d’ogni ordine; ei non ha in esse lingue veruna origine; e in luogo di
          esso, la lingua italiana, secondo le regole delle sue coniugazioni, dee dire <emph>veduto</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <emph>Veduto</emph> sarebbe appunto il regolarissimo <foreign lang="lat" rend="italic"
                >viditus</foreign>, secondo il detto a pag. 3074. sqq. 3362-3. Così da <foreign
                lang="lat" rend="italic">fundo</foreign> regolarm. <foreign lang="lat" rend="italic"
                >funditus</foreign> dimostrato da <foreign lang="lat" rend="italic"
              >funditare</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic">medeo, meditus</foreign>
              dimostrato da <emph>meditare</emph>, come altrove dico, cioè p. 3352-60.</p>
          </note> (lo spagnuolo dovrebbe dir <foreign lang="spa" rend="italic">veido</foreign> o
            <foreign lang="spa" rend="italic">vido</foreign>), e lo dice infatti ancor esso. Ma
          questo secondo participio <pb ed="aut" n="3034"/> italiano, regolare e moderno è molto
          meno volgare e più nobile, e quell’altro irregolare, antico e latino è più plebeo, e
          forse, almeno in vari luoghi, il solo che la plebe adoperi, siccome in ispagnuolo egli è
          unico sì per la plebe che per la gente colta e per la scrittura. Donde pertanto questo
          participio nel latino-barbaro, e nelle lingue moderne, s’ei non viene dal latino
          conosciuto, nè dalle radici e regole d’esse lingue? Qual altro mezzo ce lo può aver
          conservato, se non il volgare latino, conservatore dell’antichità più che il latino
          scritto, e in questo presente caso, più regolare eziandio?</p>
        <p>2. <foreign lang="lat" rend="italic">Visito as</foreign> si fa frequentativo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">viso is</foreign>. Lasciamo stare s’egli sia di <foreign
            lang="lat" rend="italic">viso is</foreign>, o piuttosto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">video</foreign> il cui participio è lo stesso, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">visus</foreign>. Ma se l’antico participio dell’uno o dell’altro o
          d’ambedue, fu <foreign lang="lat" rend="italic">visitus</foreign>, il verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">visito</foreign> potrà eziandio esser continuativo di qual de’
          due si creda meglio, e venire non da <foreign lang="lat" rend="italic">visus</foreign>, o
          supino <foreign lang="lat" rend="italic">visum</foreign>, ma da <foreign lang="lat"
            rend="italic">visitus</foreign>, o supino <foreign lang="lat" rend="italic"
          >visitum</foreign>. Da <foreign lang="lat" rend="italic">visus</foreign> altresì nacquero
          parecchi verbi di cui vedi la <pb ed="aut" n="3035"/> p. 2843. seg. 3005. 3019. Se
            <foreign lang="lat" rend="italic">visito</foreign> viene da <foreign lang="lat"
            rend="italic">visitus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">video</foreign>,
          egli non sarà nè figlio di <foreign lang="lat" rend="italic">viso is</foreign>, nè diverso
          da esso per formazione e per significato originario (cioè esso frequentativo, e <foreign
            lang="lat" rend="italic">viso</foreign> continuativo), anzi sarà fratello di <foreign
            lang="lat" rend="italic">viso is</foreign>, formato nello stesso modo, cioè dal
          participio in <emph>us</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic">video</foreign>,
          continuativo com’esso <foreign lang="lat" rend="italic">visere</foreign>; ma sarà fratello
          maggiore, perchè formato da un participio più antico e più regolare di <foreign lang="lat"
            rend="italic">visus</foreign>, o piuttosto sarà originalmente tutt’un verbo con <foreign
            lang="lat" rend="italic">viso is</foreign>, perchè formato da un medesimo participio,
          cioè <foreign lang="lat" rend="italic">visitus</foreign> detto anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">visus</foreign> per contrazione e anomalia.</p>
        <p>3. Ho sostenuto pag. 2932. segg. l’esistenza del verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pisare</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">pisere</foreign> (tutt’uno con
            <emph>pigiare</emph> e <foreign lang="spa" rend="italic">pisar</foreign>) fatto da un
            <foreign lang="lat" rend="italic">pisus</foreign> participio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinsere</foreign>. Ora coll’esempio di <emph>visto</emph>, e coll’aiuto
          delle considerazioni ch’esso ci somministra, confermeremo quel nostro discorso; e
          all’incontro con esso discorso confermeremo il presente. Il participio regolare di
            <foreign lang="lat" rend="italic">pinso</foreign> è <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pinsitus</foreign> che tuttavia sussiste. Ecco un gemello di <foreign lang="lat"
            rend="italic">visitus</foreign>. Da <foreign lang="lat" rend="italic">pinsitus</foreign>
          si fece per contrazione <pb ed="aut" n="3036"/> e anomalia <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinsus</foreign> che altresì sussiste. Ecco da <foreign lang="lat"
            rend="italic">visitus, visus</foreign> che solo sussiste nel latino conosciuto. Altresì
          da <foreign lang="lat" rend="italic">pinsitus</foreign> si fece <foreign lang="lat"
            rend="italic">pistus</foreign> che parimente sussiste. Questa formazione suppone e
          dimostra due cangiamenti; primo la detrazione della <emph>n</emph>, onde <foreign
            lang="lat" rend="italic">pisitus</foreign> che non sussiste, ma si prova, come vedete.
          Ed eccoci di nuovo a <foreign lang="lat" rend="italic">visitus</foreign>. Secondo, la
          solita detrazione dell’<emph>i</emph> (come in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >postus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">positus</foreign>), onde <foreign
            lang="lat" rend="italic">pistus</foreign> ch’è il solo participio conservato nelle
          lingue moderne (<emph>pesto</emph>, ital. <emph>pisto</emph> italiano volgare, e
          spagnuolo), da cui <emph>pistare</emph>. Ed eccovi appunto il <foreign lang="lat"
            rend="italic">vistus</foreign> conservato nelle lingue moderne in luogo e di <foreign
            lang="lat" rend="italic">visitus</foreign> e di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >visus</foreign>, onde <emph>avvistare</emph> ec. (v. la p. 2844. 3005.). Ma siccome da
            <foreign lang="lat" rend="italic">pinsitus</foreign> si fece <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinsus</foreign>, detrattele lettere <emph>it</emph>, così appunto da
            <foreign lang="lat" rend="italic">pisitus pisus</foreign>, non altrimenti che <foreign
            lang="lat" rend="italic">pistus</foreign>. E ciò nè più nè meno che da <foreign
            lang="lat" rend="italic">visitus visus</foreign>, non altrimenti che <foreign lang="lat"
            rend="italic">vistus</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Censeo-censitus</foreign> e <foreign lang="lat"
                rend="italic">census a um</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic">census
                us</foreign>, secondo l’osservaz. da me fatta circa tali verbali della 4<hi
                rend="apice">a</hi>. Notabile è che <foreign lang="lat" rend="italic"
              >censitus</foreign> intero, negli scrittori latt. è più raro e più moderno che il
              contratto <foreign lang="lat" rend="italic">census</foreign>. Cosa simile alla
              presente di <foreign lang="lat" rend="italic">visus</foreign> p. <foreign lang="lat"
                rend="italic">visitus</foreign>. V. p. 3815. fine.</p>
          </note>. E siccome da <foreign lang="lat" rend="italic">visus</foreign> anomala
          contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">visitus</foreign> si fece l’anomalo
            <foreign lang="lat" rend="italic">viso is</foreign> in cambio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">viso as</foreign>, (qui si può vedere la p. 3005. circa il verbo <foreign
            lang="fre" rend="italic">viser</foreign>
          <emph>avvisare</emph> ec.) così è curioso a notare che anche da <foreign lang="lat"
            rend="italic">pisus</foreign> anomala contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pinsitus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">pisitus</foreign>, si trovi o si
          creda fatto, oltre <pb ed="aut" n="3037"/> a <foreign lang="lat" rend="italic">piso
          as</foreign>, e fors’anche in luogo di questo, l’anomalo continuativo <foreign lang="lat"
            rend="italic">piso is</foreign>.</p>
        <p>E qui possiamo considerare quanti participii in <emph>us</emph> abbia uno stesso verbo
          cioè <foreign lang="lat" rend="italic">pinso</foreign>, o piuttosto quanti ne sieno nati
          da un solo cioè <foreign lang="lat" rend="italic">pinsitus</foreign>, parte esistenti,
          parte dimostrati per ragione, e alcuno di questi dalla nostra teoria de’ continuativi. È
          bene il considerarlo perchè ciò serva d’esempio, e quindi si faccia ragione quanto
          giustamente io dica che moltissimi verbi della prima, che sembrano tutt’altro, sono veri
          continuativi di verbi o noti o ignoti (e vedi a questo proposito p. 2928-30.), e quanti
          che si credono puri aggettivi, sono veri participii di verbi talora anche noti, ma non
          riconosciuti per loro padri, (del che vedi la p. 3026.).</p>
        <p>Dunque da <foreign lang="lat" rend="italic">pinso</foreign>
        </p>
        <p rend="noindent">1. 2. 4. esistenti nel buon latino. 3. dimostrato per ragione
          grammaticale da <foreign lang="lat" rend="italic">pistus</foreign>. 5. dimostrato da’
          continuativi <emph>pisare</emph> o <emph>pisere, pigiare</emph>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">pisar</foreign>. <pb ed="aut" n="3038"/> Chi volesse che <foreign
            lang="lat" rend="italic">pisus</foreign> non fosse da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pisitus</foreign> ma da <foreign lang="lat" rend="italic">pinsus</foreign>, detrattane
          la <emph>n</emph> come da <foreign lang="lat" rend="italic">pinsitus</foreign> in <foreign
            lang="lat" rend="italic">pisitus</foreign>, poco monterebbe. Avremmo sempre e in
            <foreign lang="lat" rend="italic">pinsus</foreign> e in <foreign lang="lat"
            rend="italic">pisus</foreign> la detrazione dell’<emph>it</emph> a dimostrare la
          derivazione di <foreign lang="lat" rend="italic">visus</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">visitus</foreign>, e l’anteriorità di questo, come anche di <foreign
            lang="lat" rend="italic">vistus</foreign> che ha sola una lettera meno di <foreign
            lang="lat" rend="italic">visitus</foreign>, e non due. (25. Luglio. dì di S. Giacomo.
          1823.). V. la p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2929. Così da <foreign lang="lat" rend="italic">vivo-vixi-victum</foreign> si
          dovette fare anche <foreign lang="lat" rend="italic">vixum</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">vixus</foreign>. Lo deduco dal nostro antico <emph>visso</emph>, il quale
          non è contrazione di <emph>vissuto</emph> perchè tal contrazione non è dell’indole e uso
          della nostra lingua. Bensì <emph>vissuto</emph> (che molti dicono e dissero più
          regolarmente <emph>vivuto</emph>, anche trecentisti, come ho trovato io medesimo, non
          altrimenti che da <emph>rice</emph>
          <emph rend="sc">vere</emph>
          <emph>rice</emph>
          <emph rend="sc">vuto</emph>) sembra venire da un altro, ed anche più antico e regolare
          participio latino <foreign lang="lat" rend="italic">vixitus</foreign>, cambiato
          l’<emph>i</emph> in <emph>u</emph>, come in latino a ogni tratto (v. p. 2824-5. principio,
          e 2895.), e come particolarmente in italiano ne’ participii passivi per proprietà, costume
          e regola della lingua (<foreign lang="lat" rend="italic"
          >venditus</foreign>—<emph>venduto</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >redditus</foreign>—<emph>renduto</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >perditus</foreign>—<emph>perduto</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >seditus</foreign> antico <pb ed="aut" n="3039"/> e regolare — <emph>seduto</emph>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">debitus</foreign> da altra coniugazione —
          <emph>devuto</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">tenitus</foreign>, antico e
          regolare — <emph>tenuto</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">ceditus</foreign> antico
          e regolare — <emph>ceduto</emph>.).</p>
        <p>E qui è da osservare la conservazione nel nostro volgare, di questo antichissimo
            <emph>vixus</emph> ignoto nel latino, simile a quella di <emph>vistus</emph>, di cui
          veggasi p. 3032-4. (25. Luglio. 1823.). Sia che <emph>visso</emph> sia fatto dal supino
            <emph>vixum</emph> ignoto, o dall’ignoto participio neutro <emph>vixus</emph>, in luogo
          del quale non si trova neppur <foreign lang="lat" rend="italic">victus a um</foreign>
          (trovandosi <foreign lang="lat" rend="italic">victum</foreign> supino), sebbene dovette
          esservi, secondo quello che di tali participii neutri ec. ho detto altrove. E infiniti ne
          conservano le lingue figlie, che non si trovano nel latino scritto. (25. Luglio, dì di S.
          Giacomo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. anteced. Chi poi volesse che <emph>pisere</emph> non venisse da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pisus</foreign> (benchè pur se n’abbia un bellissimo esempio in
            <foreign lang="lat" rend="italic">visere</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >visus</foreign>, siccome ho detto), ma che (s’ei veramente esistè) fosse lo stesso che
            <foreign lang="lat" rend="italic">pinsere</foreign>, detratta la <emph>n</emph> come in
            <foreign lang="lat" rend="italic">pistus</foreign>, mi darebbe altresì poca noia. In tal
          caso <emph>pisare</emph> non sarebbe fratello ma figlio di <emph>pisere</emph>; e certo
          esso e <foreign lang="spa" rend="italic">pisar</foreign> e <emph>pigiare</emph> verrebbero
          da <foreign lang="lat" rend="italic">pisus</foreign>, come dimostrano gl’infiniti <pb
            ed="aut" n="3040"/> esempi che della formazione di tali verbi della prima maniera da’
          participii in <emph>us</emph> d’altri verbi, raccoglie la mia teoria de’ continuativi ec.
          ec. (26. Luglio. dì di Sant’Anna. 1823.). V. p. 3052.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uomo in cui concorressero grande e colto ingegno, e risolutezza, si può affermare
          senz’alcun dubbio che farebbe e otterrebbe gran cose nel mondo, e che certo non potrebbe
          restare oscuro, in qualunque condizione l’avesse posto la fortuna della nascita. Ma
          l’abito della prudenza nel deliberare esclude ordinariamente la facilità e prontezza del
          risolvere, ed anche la fermezza nell’operare. Di qui è che gli uomini d’ingegno grande ed
          esercitato sono per lo più, anzi quasi sempre prigionieri, per così dire,
          dell’irresolutezza, difficili a risolvere, timidi, sospesi, incerti, delicati, deboli
          nell’eseguire. Altrimenti essi dominerebbero il mondo, il quale, perchè la risolutezza per
          se può sempre più che la prudenza sola, fu ed è e sarà sempre in balia degli uomini
          mediocri. (26. Luglio, dì di S. Anna. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2864. <foreign lang="lat" rend="italic">Avolo</foreign>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">abuelo</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">ayeul</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">avulus</foreign>. Noi abbiamo anche il positivo
            <emph>avo</emph>. (26. Luglio. 1823.). V. p. 3054. 3063.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3041"/> Alla p. 3014. Io credo per certo che in qualunque modo, quelle
          inflessioni, voci, frasi ec. che in Omero si credono proprie di tale o tal altro dialetto,
          fossero al suo tempo per qualsivoglia cagione conosciute ed intese da tutte le nazioni
          greche, o se non altro, da una tal nazione (come forse la ionica), alla qual sola, in
          questo caso, egli avrà avuto in animo di cantare e di scrivere, e avrà probabilmente
          cantato e scritto. Quanto agli altri poeti, se le ragioni che ho addotte per ispiegare
          come, malgrado l’uso de’ dialetti, essi fossero universalmente intesi, non paressero
          bastanti, si osservi che effettivamente in Grecia, siccome altrove, i poeti cessarono ben
          presto di cantare al popolo, (e così pur gli altri scrittori), e il linguaggio poetico
          greco divenne certo inintelligibile al volgo, dal cui idioma esso era anche più separato
          che non è la lingua poetica italiana dalla volgare e familiare. Scrissero dunque i poeti
          per le persone colte, le quali intendendo e studiando tuttodì e sapendo a memoria i versi
          d’Omero, e citandoli, parodiandoli, alludendovi a ogni tratto <pb ed="aut" n="3042"/>
          nella colta conversazione e nella scrittura, intendevano anche facilmente gli altri poeti,
          e il linguaggio poetico greco, benchè composto delle proprietà di vari dialetti. Perocchè
          esso era tutto Omerico, come ho detto, sia in ispecie sia in genere; cioè le inflessioni,
          le frasi, le voci che lo componevano, o erano le identiche Omeriche (e tali erano in fatti
          forse la più gran parte), o erano di quel tenore, di quella origine, derivate o formate da
          quelle di Omero, o tolte dai fonti e dai luoghi ond’egli le trasse, e ciò secondo i modi e
          le leggi da lui seguite. Quei poeti che scrissero dopo Omero al popolo, e per il popolo
          composero, come i drammatici, poco o nulla mescolarono i dialetti, e ne segue
          effettivamente che se talvolta il loro stile è Omerico, come quello di Sofocle, il loro
          linguaggio però non è tale. Esso è attico veramente, siccome fatto per gli Ateniesi, se
          non forse nei pezzi lirici, i quali anche per la natura del soggetto e del genere,
          sarebbero stati poco alla portata degl’ignoranti. In effetto Frinico appresso Fozio (cod.
          158.) conta fra’ modelli, regole <pb ed="aut" n="3043"/> norme del puro e schietto sermone
          attico i tragici Eschilo, Sofocle, Euripide, e i Comici in quanto sono attici, perocchè
          questi talora per ischerzo o per contraffazione mescolarono qualche cosa d’altri dialetti,
          e ciò non appartiene al nostro proposito, ed alcuni tragici, forse, avendo rispetto al
          gran concorso de’ forestieri che d’ogni parte della Grecia accorrevano alla
          rappresentazione dei drammi in Atene, non avranno avuto riguardo di usare alcuna cosa
          d’altri dialetti. Ma generalmente si vede che il dialetto de’ drammatici greci è un solo.
          E del resto, siccome tra noi e ne’ teatri di tutte le colte nazioni, benchè la più parte
          dell’uditorio sia popolo, nondimeno i drammi che s’espongono, non sono scritti nè in
          istile nè in lingua popolare, ma sempre colta, e bene spesso anzi poetichissima e
          diversissima dalla corrente e familiare ed eziandio dalla prosaica colta; così si deve
          stimare che accadesse appresso a poco più o meno anche in Grecia e in Atene, dove i
          giudici de’ drammi che concorrevano al premio, <pb ed="aut" n="3044"/> non era finalmente
          il popolo, ma uno scelto e piccol numero d’intelligenti, e dove le persone colte fra
          quelle che componevano l’uditorio, erano per lo meno in tanto numero come fra noi. V. il
          Viaggio d’Anacar. cap. 70.</p>
        <p>Altri poeti non drammatici si restrinsero pure a tale o tal dialetto particolare, e per
          conseguenza scrissero a una sola nazione o parte della Grecia, e questa si proposero per
          uditorio (com’è verisimilissimo che facesse anche Omero); nè questi furono pochi, anzi fra
          gli antichi furono i più. E si può dir che la totale, confusa, indifferente, copiosa
          mescolanza de’ dialetti nel linguaggio poetico greco, e il seguir ciecamente la lingua e
          l’uso di Omero non sia proprio se non de’ poeti greci più moderni e nella decadenza della
          poesia, come Apollonio Rodio, Arato, Callimaco e tali altri de’ tempi de’ Tolomei, quando
          già la base della letteratura greca era l’imitazione de’ suoi antichi classici. Perocchè
          di Esiodo contemporaneo di Omero, o poco anteriore o posteriore, non è maraviglia se il
          suo linguaggio si trova omerico: spieghisi l’uso di <pb ed="aut" n="3045"/> questo
          linguaggio in lui, colle ragioni e considerazioni stesse con cui si spiega in Omero. In
          Anacreonte v’ha pochissima mescolanza di dialetti. (<bibl>V. Fabric. B. Gr. in
          Anacr.</bibl>) Certo il suo <emph>linguaggio</emph> è tutt’altro da quello di Omero. Esso
          è Ionico. Saffo scrisse in Eolico. Empedocle, benchè Siciliano e pittagorico, adoperò in
          vece del dorico l’ionico. (V. Fabric. in Empedocle, Giordani sull’Empedocle di Scinà, fine
          dell’articolo secondo). Forse che il dialetto ionico era allora il più comune della
          Grecia? Probabile, pel gran commercio di quella nazione tutta marittima e mercantile.
          Forse quello che noi chiamiamo ionico non era in quel tempo che il linguaggio comune della
          Grecia, siccome poi lo fu con certe restrizioni l’attico, che nacque pur dall’ionico?
          Probabile ancora; e in tal caso sarebbe risoluta anche la quistione intorno ad Omero, il
          quale da tutti è riconosciuto per poeta principalmente ionico di linguaggio; e si
          confermerebbe la mia opinione che il linguaggio da lui seguito, non fosse allora che
          l’idioma comune di tutta la Grecia, siccome l’italiano <pb ed="aut" n="3046"/> del Tasso è
          l’italiano comune di tutta l’Italia. O forse la Grecia era ancor troppo poco colta
          universalmente per aver un linguaggio comune già regolato e perfetto, e in mancanza di
          questo serviva l’ionico, come il più divulgato perchè proprio della nazione più
          commerciante? O finalmente Empedocle scelse l’ionico per imitare e seguire Omero? Molto
          probabile. In Pindaro e in altri lirici del suo o di simil genere, la mescolanza de’
          dialetti non fa maraviglia. Essa è licenza piuttosto che istituto (<foreign lang="grc"
            >ἐπιτήδευμα</foreign>); e questa licenza è naturale in quel genere licenziosissimo in
          ogni altra cosa, come stile, immagini, concetti, transizioni, sentenze ec.</p>
        <p>Questa mia sentenza che il creduto moltiplice dialetto di Omero, non fosse che il greco
          comune di allora, o non fosse che un dialetto solo al quale appartenessero tutte quelle
          proprietà che ora a molti e diversi si attribuiscono, credo che sia sentenza già sostenuta
          e <pb ed="aut" n="3047"/> anche generalmente ricevuta oggidì appresso gli eruditi
          stranieri. (26. Luglio 1823. dì di S. Anna.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La forza, l’originalità, l’abbondanza, la sublimità, ed anche la nobiltà dello stile
          possono, certo in gran parte, venire dalla natura, dall’ingegno dall’educazione, o col
          favore di queste acquistarsene in breve l’abito, ed acquistato, senza grandissima fatica
          metterlo in opera. La chiarezza e (massime a’ dì nostri) la semplicità (intendo quella
          ch’è quasi uno colla naturalezza e il contrario dell’affettazione <emph>sensibile</emph>,
          di qualunque genere ella sia, ed in qualsivoglia materia e stile e composizione, come ho
          spiegato altrove), la chiarezza e la semplicità (e quindi eziandio la grazia che senza di
          queste non può stare, e che in esse per gran parte e ben sovente consiste), la chiarezza,
          dico, e la semplicità, quei pregi fondamentali d’ogni qualunque scrittura, quelle qualità
          indispensabili anzi di primissima necessità, senza cui gli altri pregi a nulla valgono, e
          colle quali niuna scrittura, benchè niun’altra dote abbia, è mai dispregevole, sono tutta
          e per tutto opera dono ed effetto dell’arte. <pb ed="aut" n="3048"/> Le qualità dove
          l’arte dee meno apparire, che paiono le più naturali, che debbono infatti parere le più
          spontanee, che paiono le più facili, che debbono altresì parer conseguite con somma
          facilità, l’una delle quali si può dir che appunto consista nel nascondere intieramente
          l’arte, e nella niuna apparenza d’artifizioso e di travagliato; esse sono appunto le
          figlie dell’arte sola, quelle che non si conseguono mai se non collo studio, le più
          difficili ad acquistarne l’abito, le ultime che si conseguiscano, e tali che acquistatone
          l’abito, non si può tuttavia mai senza grandissima fatica metterlo in atto. Ogni minima
          negligenza dello scrittore nel comporre, toglie al suo scrivere, in quanto ella si
          estende, la semplicità e la chiarezza, perchè queste non sono mai altro che il frutto
          dell’arte, siccome abituale, così ancora attuale; perchè la natura non le insegna mai, non
          le dona ad alcuno; perchè non è possibile ch’elle vengano mai da se, chi non le cerca, nè
          che veruna parte <pb ed="aut" n="3049"/> di veruna scrittura riesca mai chiara nè semplice
          per altro che per espresso artifizio e diligenza posta dallo scrittore a farla riuscir
          tale. E togliendo immancabilmente la chiarezza e la semplicità, ogni minima negligenza
          dello scrittore inevitabilmente danneggia, e in quella tal parte distrugge sì la bellezza
          sì la bontà di qualsivoglia scrittura. Perocchè la semplicità e la chiarezza sono parti
          così fondamentali ed essenziali della bellezza e bontà degli scritti, ch’elle debbono
          esser continue, nè mai per niuna ragione (se non per ischerzo o cosa tale) elle non
          debbono essere intermesse, nè mancare a veruna, benchè piccola, parte del componimento. La
          forza, la sublimità, l’abbondanza o la brevità e rapidità, lo splendore, la nobiltà
          medesima, si possono, anzi ben sovente si debbono intermettere nella scrittura; elle
          possono, anzi debbono avere quando il più quando il meno, sì dentro una medesima, come in
          diverse composizioni e generi; elle possono esser differenti da se medesime, secondo le
          scritture, e le parti e circostanze <pb ed="aut" n="3050"/> e occasioni di queste, anzi
          elle nè deggiono nè possono altrimenti. Ma la chiarezza e la semplicità non denno aver mai
          nè il più nè il meno; in qualsivoglia genere di scrittura, in qualsivoglia stile, in
          qualsivoglia parte di qualsiasi componimento, elle, non solo non hanno a mancar mai pur un
          attimo, ma denno sempre e dovunque e appresso ogni scrittore esser le medesime in quanto a
          se (benchè con diversi mezzi si possono proccurare, e dar loro diversi aspetti e diverse
          circostanze), sempre della medesima quantità, per così dire, e sempre uguali a se stesse
          nell’esser di chiarezza e semplicità, e nell’intensione di questo essere. (26. Luglio.
          1823. dì di Sant’Anna.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È ben difficile scrivere in fretta con chiarezza e semplicità; più difficile che con
          efficacia veemenza, copia, ed anche con magnificenza di stile. Nondimeno la fretta può
          stare colla diligenza. La semplicità e chiarezza se può star colla fretta, non può certo
          star colla negligenza. È bellissima nelle scritture un’apparenza di trascuratezza, di
          sprezzatura, un abbandono, una quasi noncuranza. <pb ed="aut" n="3051"/> Questa è una
          delle specie della semplicità. Anzi la semplicità più o meno è sempre un’apparenza di
          sprezzatura (benchè per le diverse qualità ch’ella può avere, non sempre ella produca nel
          lettore il sentimento di questa sprezzatura come principale e caratteristico) perocch’ella
          sempre consiste nel nascondere affatto l’arte, la fatica, e la ricercatezza. Ma la detta
          apparenza non nasce mai dalla vera trascuratezza, anzi per lo contrario da moltissima e
          continua cura e artifizio e studio. Quando la negligenza è vera, il senso che si prova nel
          legger lo scritto, è quello dello stento, della fatica, dell’arte, della ricercatezza,
          della difficoltà. Perocchè la facilità che si dee sentir nelle scritture è la qualità più
          difficile ad esser loro comunicata. Nè senza stento grandissimo si consegue nè l’abito nè
          l’atto di comunicarla loro. (27. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Voce non esistente nel latino scritto, comune però alle tre lingue figlie.
          <emph>Speranza</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">espérance</foreign>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">esperança</foreign>, cioè <emph>sperantia</emph>, verbale di
            <pb ed="aut" n="3052"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">spero</foreign>, fatto secondo l’uso del buon latino,
          come <foreign lang="lat" rend="italic">constantia, instantia, redundantia</foreign> ec.
          (27. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3040. Qua io credo che si debba riferire il verbo <emph>posare</emph> (francese
            <foreign lang="fre" rend="italic">poser</foreign> onde <foreign lang="fre">
            <hi rend="italic">déposer</hi>, opposer, supposer, composer, apposer, disposer, exposer,
            proposer, imposer</foreign> ec. ec.) in quanto ei significa <emph>por giù,
          deporre</emph>, con tutti i suoi derivati ec. in questo senso. Che <emph>riposare</emph> e
            <emph>posare</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic">quiescere</foreign> vengano da
            <emph>pausa pausare</emph> ec. (e così il franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >reposer</foreign> ec.) l’ho detto in altro luogo, lo dimostra l’uso del verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">pausare</foreign> ec. ec. nel Glossar. Cang. e va bene. Ma che
            <emph>posare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">poser</foreign>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">déposer</foreign> per <emph>deporre</emph>, vengano da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pausare</foreign>, non da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ponere</foreign>, e non siano quindi affatto diversi da <emph>posare</emph> ec. per
            <foreign lang="lat" rend="italic">quiescere</foreign>, benchè suonino allo stesso modo;
          non posso in alcun modo persuadermelo, benchè trovi nel Gloss. un esempio dove <foreign
            lang="lat" rend="italic">pausare</foreign> sta per <emph>deporre</emph>. Io credo che
          sia sbaglio di copista (o dello stesso autore, ignorante, come tutti allora erano, della
          lingua stessa barbara) che ha scritto l’<emph>au</emph> per l’<emph>o</emph>, sillabe
          solite a confondersi, massime ne’ bassi tempi, e massime avendovi un altro verbo
          similissimo, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">pausare</foreign>
          <pb ed="aut" n="3053"/> per <emph>riposare</emph>, a cui l’<emph>au</emph> veramente
          conveniva. <emph>Posare</emph> per <emph>deporre</emph> dee certo venire da <foreign
            lang="lat" rend="italic">positus</foreign>, contratto in <foreign lang="lat"
            rend="italic">posus</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">visitus-visus,
            pinsitus-pinsus, pisitus-pisus</foreign>, onde <foreign lang="fre" rend="italic"
          >viser</foreign>, <emph>pisare</emph>. Da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >positus</foreign> non contratto, viene <emph>depositare</emph> e lo spagn. <foreign
            lang="spa" rend="italic">depositar</foreign>, di cui pure ho parlato altrove. Aggiungete
          che <foreign lang="fre" rend="italic">poser</foreign> in francese non vale bene spesso
          altro che propriamente <emph>porre</emph>, e non ha nientissimo a far con
          <emph>riposare</emph> o <foreign lang="fre" rend="italic">reposer</foreign>, se non in
          quanto quest’ultimo talvolta significa <emph>residere, far la posa</emph>, e in questo
          senso egli è un altro verbo, e viene altresì da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ponere</foreign>. Da <foreign lang="lat" rend="italic">postus</foreign> viene
            <emph>appostare</emph> ital. <foreign lang="spa" rend="italic">apostar</foreign> spagn.
            <emph>impostare</emph> italiano moderno tecnico. (27. Luglio. 1823.). V. p. 3058.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Pausare</foreign> poi potrà venir da <foreign lang="lat"
            rend="italic">pausa</foreign>, la qual voce viene da <foreign lang="grc">παύω</foreign>.
          Ma potrebbe anche (insieme con <emph>posare</emph>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic"
            >quiescere</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">reposare</foreign>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">reposer</foreign> ec.) essere un vero continuativo fatto da un
            <foreign lang="lat" rend="italic">pausus</foreign> participio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">pauo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">pavo</foreign> o simil
          verbo pari al sopraddetto verbo greco. V. Forcell. e quello che altrove ho detto di tali
          voci in un pensiero separato, e il Glossar. (27. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3054"/> A proposito di quel che ho detto nel principio del mio discorso
          sui continuativi circa <foreign lang="lat" rend="italic">exspectare</foreign>
          <foreign lang="spa" rend="italic">esperar</foreign> ec. vedi il Gloss. Cang. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Sperare</foreign> 3, e 5.(27. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Crystallus</foreign> da <foreign lang="grc">Κρύσταλλος</foreign>
          <emph>gelo</emph>. La stessa metafora adoperata da’ latini e greci per significare il
          cristallo naturale, adoprasi da’ francesi per l’artifiziale. <foreign lang="fre"
            rend="italic">Glace</foreign>, <emph>lastra di cristallo fattizio</emph>. (27. Luglio.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3040. fine. Questi tali diminutivi comuni a tutte tre le lingue figlie dimostrano
          che l’uso di essi in luogo e significato de’ positivi viene dal latino, massime che anche
          nel buon latino si trovano molti diminutivi usati in luogo de’ positt. disusati o perduti
          o meno usati, ovvero indifferentemente dai positivi ec. ec. ec. I quali fanno ben
          probabile che il volgo o il sermon familiare latino usasse nel modo stesso anche que’
          diminutivi positivati che oggi s’usano o in tutte 3. le lingue figlie, o in alcuna di loro
          ec. da noi in parte annoverati ec. ec. ec.</p>
        <p>Al qual proposito si osservi la voce <foreign lang="lat" rend="italic">fabula
          fabella</foreign> ec. onde <foreign lang="lat" rend="italic">fabulo as, fabulor
          aris</foreign>, e <emph>favella, favellare</emph> ec. come ho largamente detto altrove.
          Ch’ella venga da <emph>fari</emph> lo credo, ma parmi eziandio chiaro ch’ella è un
          diminutivo d’altra voce. E tanto più che non si dice <emph>fabulella</emph>, ma <foreign
            lang="lat" rend="italic">fabella</foreign>, altro diminutivo, che non vien da <foreign
            lang="lat" rend="italic">fabula</foreign>, ma pare che insieme con questo dimostri un
          terzo <pb ed="aut" n="3055"/> e positivo nome, del quale ambedue sieno diminutivi<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Notate però che similm. si dice <foreign lang="lat" rend="italic">populus</foreign>
              (onde <foreign lang="lat" rend="italic">populo</foreign> e <foreign lang="lat"
                rend="italic">populor</foreign>) e <foreign lang="lat" rend="italic"
              >popellus</foreign>. In <bibl>
                <author>Fedro</author> IV. 7. v. 22</bibl>. <foreign lang="lat" rend="italic"
                >fabella</foreign> è vero diminutivo di <foreign lang="lat" rend="italic"
              >fabula</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">popellus</foreign> lo è di
                <foreign lang="lat" rend="italic">populus</foreign>. In tal caso
              <emph>favella</emph> e <emph>favellare</emph> che i lat. dicevano <foreign lang="lat"
                rend="italic">fabula</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
              >fabulare</foreign>, appartengono alla classe de’ nostri diminutivi presi in vece de’
              positivi. Abbiamo anche <emph>favola</emph> positivo, ma in altro senso, pur latino
              però. V. p. 3062.</p>
          </note>. Questo positivo è ignoto nel latino. Non vi si usano che i detti diminutivi, col
          verbo diminutivo <foreign lang="lat" rend="italic">fabulo</foreign> ec. Ma noi abbiamo la
          voce <emph>fiaba</emph> che significa appunto <emph>favola</emph>, e che poi fu applicato
          particolarmente a certe stravaganti composizioni teatrali, come anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">fabula</foreign> in latino fu applicato a significare i drammi in senso
          non diminutivo ma positivo. Dubito forte che questo <emph>fiaba</emph> sia voce
          antichissima nel latino, perduta nello scritto, conservata nel volgare fino a noi. (27.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come pedantescamente l’ortografia francese sia modellata, anzi servilmente copiata dalla
          latina si può osservar nell’uso dell’<emph>h</emph> che in parole o sillabe affatto
          compagne di pronunzia, e di suono, non hanno l’<emph>h</emph> se in latino (o in greco
          ec.) non l’avevano, se l’avevano l’hanno anche in francese. Come in <foreign lang="fre"
            rend="italic">Christ-cristal, technique, théologie, homme-omettre</foreign> ec. Così
          dite del <emph>ph</emph>, dell’<emph>y</emph> ec. Cosa veramente pedantesca e infilosofica
            <pb ed="aut" n="3056"/> che parole nazionali, usualissime, volgarissime s’abbiano da
          scrivere non come la nazione le pronunzia, ma come le scrivevano quelli dalle cui lingue
          esse vennero, i quali così le scrivevano perchè così le pronunziavano, giacchè anche i
          latini pronunziavano p. e. l’<emph>y</emph> come <emph>u</emph> gallico, ec. (sebbene
          anch’essi da’ tempi di Cicerone in poi peccarono un poco nella servile imitazione della
          scrittura greca circa le parole venute o nuovamente prese dal greco. E vedi
            <bibl>Desbillons ad Phaedr. Manheim 1786. p. LXVIII.</bibl>). Che se le voci
          naturalizzate in una lingua, e mutate affatto dal loro primo stato per la pronunzia della
          nazione, s’avessero sempre a scrivere nel modo in cui le scrivevano o le scrivono quei
          popoli, ancorchè lontanissimi e diversissimi, onde a noi vennero, e se la scrittura
          originale s’avesse sempre a conservare in ciascuna voce, cangiata o non cangiata dal
          tempo, dal luogo, e dalla diversa nazione e lingua, e se il pregio di un’ortografia
          consistesse nel conservare le forme originali di ciascuna voce per forestiera ch’ella
          fosse, non so perchè le voci venute dal greco non si debbano scrivere con lettere greche,
          e l’ebraiche e le arabiche con lettere e punti ebraici ed arabici, e le tedesche con
          lettere tedesche. Giacchè usando diverso alfabeto, la scrittura originale si può imitare,
          ma non perfettamente conservare. E così dovremmo imparare e usare cento alfabeti per saper
          leggere e scrivere la nostra lingua. <pb ed="aut" n="3057"/> Veramente nessuna nazione in
          questa parte è così savia, e niuna scrittura così vera, perfetta e filosofica come
          l’italiana. Gli antichi greci se le potrebbero paragonare, se non che poche voci
          forestiere li ponevano in pericolo di guastar la loro ortografia. (27. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Condiscendere, condiscendenza</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >condecender</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic">condescender</foreign>,
            <foreign lang="fre" rend="italic">condescendre, condescendance</foreign> ec. vengono dal
          greco <foreign lang="grc">Συγκατάβασις</foreign> per <emph>condiscendenza</emph> è in S.
          Gio. Crisost. nel Sermone <title lang="lat">Quod nemo laedatur nisi a seipso</title>
          <title>
            <foreign lang="grc">δύναται</foreign>
          </title>, che incomincia <quote>
            <foreign lang="grc">Οἶδα μὲν ὅτι τοῖς παχυτέροις</foreign>
          </quote>, <bibl>cap. 11. Opp. Chrysost. ed. Montfaucon, t. 3. p. 457. B.</bibl> Vedi i
          Glossar. latino e greco. V. p. 3071.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sopra</emph> per <emph>contro</emph> (<bibl>v. <title>Crusca</title> in
            <emph>Sopra</emph> par. 2</bibl>. <quote>
            <emph>Venire sopra alcuno, Dare sopra</emph>
          </quote>. <bibl>Il <author>Bocc.</author>
            <title>Nov. 17.</title>
          </bibl>
          <quote>
            <emph>Acciocchè sopra</emph>
          </quote>, cioè contro, <quote>
            <emph>Osbech dall’una parte con le sue forze discendesse</emph>
          </quote>. E <bibl>v. pur la <title>Crusca</title> in <emph>Scendere</emph>. par.
          1.</bibl>) è pretto grecismo (ignoto nel buon latino) e grecismo dell’ottimo e purissimo
          greco. I greci dicono <foreign lang="grc">ἐπὶ</foreign> nel medesimo senso, sì quando
          questa preposizione è separata, sì nella composizione, come <foreign lang="grc"
          >ἐπέρχομαι</foreign> ec. <foreign lang="grc">ἐπιτίθεμαι</foreign>. (28. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3058"/> Alla p. 3053. fine. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >Posar</foreign> spagn. per <emph>abitare</emph>, onde <foreign lang="spa" rend="italic"
            >posada</foreign> ec. <foreign lang="spa" rend="italic">Pausar</foreign> spagn. ec. V. i
          Diz. spagn. — <foreign lang="lat" rend="italic">Repossione</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">repos-it-ionem</foreign> trovasi in un’antica iscrizione latina
          recentemente scoperta, e illustrata dal Ciampi (in una lettera data da Varsavia e stampata
          nell’Appendice al Giornale di Milano due o tre anni fa); e sta con significazione di
            <emph>luogo da riporre robe</emph>. (28. Luglio. 1823.). V. p. 3060.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Corruptio optimi pessima</foreign>
          </quote>. Questo proverbio si verifica nominatamente negli uomini, negli spiriti
          sensibilissimi che col tempo e coll’uso del mondo divengono più insensibili
          degl’insensibilissimi per natura, come ho detto altrove, e danno nell’eccesso contrario
          ec. (28. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Persone imperfette, difettose, mostruose di corpo, tra quelle che non arrivano a nascere
          e si perdono per aborti, sconciature ec. non volontarie nè proccurate; tra quelle che son
          tali dalla nascita, e muoiono appena nate o poco appresso, per vizi naturali interni o
          esterni; quelle che così nate vivono e si veggono e si ponno facilmente contare,
          annoverando le mostruosità e difettosità d’ogni sorta; quelle finalmente che tali son
          divenute dopo la nascita, più <pb ed="aut" n="3059"/> presto o più tardi, naturalmente e
          senza esterna cagione immediata, voglio dire o per vizio ingenito sviluppatosi in séguito,
          o per malattia qualunque naturalmente sopravvenuta; sommando dico e raccogliendo tutti
          questi individui insieme, si vedrà a colpo d’occhio e senza molta riflessione che il loro
          numero nel solo genere umano, anzi nella sola parte civile di esso, avanza di gran lunga
          non solamente quello che trovasi in qualsivoglia altro intero genere d’animali, non
          solamente eziandio quello che veggiamo in ciascheduna specie degli animali domestici, che
          pur sono corrotti e mutati dalla naturale condizione e vita, e da noi in mille guise
          travagliati e malmenati; ma tutto insieme il numero degl’individui difettosi e mostruosi
          che noi veggiamo in tutte le specie di animali che ci si offrono giornalmente alla vista,
          prese e considerate insieme. La qual verità è così manifesta, che niuno, io credo, purchè
          vi pensi un solo momento e raccolga le sue reminiscenze, la potrà contrastare. Simile
          differenza si troverà in questo particolare fra le nazioni civili e le selvagge, e
          proporzionatamente fra le più civili e le meno, secondo un’esatta scala, come tra’
          francesi italiani tedeschi spagnuoli ec.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3060"/> Quali conseguenze si tirino da queste osservazioni, è così facile
          il vederlo, come esse conseguenze sono evidentissime, ed hanno quella maggior certezza che
          possa avere una proposizione dimostrata matematicamente, e dedotta matematicamente da
          un’altra di cui non si possa dubitare. (28. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Porgo</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >porrigo is</foreign>, sincope usata dagli antichi latini e volgare tra noi. V. Forcell.
          in <foreign lang="lat" rend="italic">Porgo</foreign> e massime il luogo di Festo. (28.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2842. principio. <foreign lang="lat" rend="italic">Defectus a um</foreign> sembra
          avere il significato neutro di <foreign lang="lat" rend="italic">is qui defecit</foreign>
          in parecchi luoghi, de’ quali <bibl>v. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">defectus a um</foreign>
          </bibl>, e il <bibl>
            <title>Fedro</title> di <author>Desbillons</author>, Manheim 1786. p. LVII. ad lib. I.
            fab. 21. vers. 3</bibl>. <foreign lang="lat" rend="italic">Quietus a um</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">quiesco</foreign>. <bibl>V. in particolare il
              <author>Desbillons</author> loc. cit. p. LXII. ad II.8. v. 15</bibl>. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Usurpatus a um</foreign>. <bibl>V. <author>Cic.</author>
            <title>ad fam.</title> IX. 22. verso il princ.</bibl> (28. Luglio. 1823.). V. p. 3074.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3058. <foreign lang="lat" rend="italic">Assus</foreign> (e così <foreign
            lang="lat" rend="italic">semiassus</foreign>) per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >assatus</foreign> sarebbe una contrazione che farebbe al proposito. Se però <foreign
            lang="lat" rend="italic">assare</foreign> non viene appunto da <foreign lang="lat"
            rend="italic">assus</foreign>, il quale in tal caso sarebbe participio di verbo ignoto.
          E s’ei fosse il medesimo che <foreign lang="lat" rend="italic">arsus</foreign> (v.
          Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Assus</foreign>), il che non è inverisimile,
            <pb ed="aut" n="3061"/> stante l’antico uso latino di pronunziare e scrivere la
          <emph>s</emph> per la <emph>r</emph> (del che altrove cioè per 2991. segg.) <foreign
            lang="lat" rend="italic">assare</foreign> sarebbe lo stesso che <foreign lang="lat"
            rend="italic">arsare</foreign>, voce de’ bassi tempi, della quale altrove, continuativo
          di <foreign lang="lat" rend="italic">ardeo</foreign>, e più regolare ec. nella pronunzia
          che <foreign lang="lat" rend="italic">assare</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">asar.</foreign> It. <emph>lessare</emph>
            ec.</p>
          </note>. V. p. 3064. <foreign lang="lat" rend="italic">Elixus</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">elixatus</foreign> (che pur si dice) sarebbe altra contrazione
          al proposito, se però <foreign lang="lat" rend="italic">elixo</foreign> non viene da
            <foreign lang="lat" rend="italic">elixus</foreign>, come ho detto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">assus</foreign>. E veggasi a questo proposito la p. 2757 8. e 2930. marg.
          (29. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Niuna cosa nella società è giudicata, nè infatti riesce più vergognosa del vergognarsi.
          (29. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In proposito di <emph>favella, favellare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >hablar</foreign> ec. di cui molto distesamente ho ragionato altrove, veggansi le voci
          francesi <foreign lang="fre" rend="italic">habler, hablerie, hableur</foreign> ec. Essi
          hanno anche <foreign lang="fre" rend="italic">fable</foreign> ec. come noi pur
            <emph>favola</emph> ec. e gli spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic"
          >fabula</foreign> ec. dall’altro significato latino di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fabula, fabulari</foreign> ec. (29. Luglio. 1823.). Vedi pur lo spagn. <foreign
            lang="spa" rend="italic">habla</foreign> e <foreign lang="spa" rend="italic"
          >hablilla</foreign> ec. <foreign lang="spa" rend="italic">ser habla</foreign> o <foreign
            lang="spa" rend="italic">hablilla del pueblo</foreign>. (29. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3062"/> Alla p. 3055. marg. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Asinus-asellus</foreign> in vece di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >asinellus</foreign>, che sarebbe intero e regolare, e che noi diciamo. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Opera-opella</foreign> ec. (29. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Esse conveniens alicui rei</foreign> pro <foreign
            lang="lat" rend="italic">convenire</foreign>; il participio attivo coll’ausiliare
            <foreign lang="lat" rend="italic">esse</foreign>, all’italiana. <bibl>V. <author>Fedro</author>
            <title>Fab. 27</title> v. <hi rend="sc">i</hi>. l. <hi rend="sc">i</hi>
          </bibl>. e <bibl>
            <author>Ovid.</author>
            <title>Trist.</title>
            <hi rend="sc">i</hi>. <hi rend="sc">i</hi>. v. 6.</bibl> ed anche il <bibl>
            <title>Fedro</title> di <author>Desbillons</author>, Manheim 1786. p. LIX</bibl>. (29.
          Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altri due italianismi veggansi in <bibl>
            <author>Fedro</author> II. 5. v. 25., e 8. v. 4. — <author>Desbillons</author> loc. cit.
            p. LXIV e LXV</bibl>. E notinsi i luoghi di Varrone il quale parla del latino illustre.
          Altro eziandio III. 6. v. 5. — Desbill. p. LXXI. Ma Fedro seguiva o s’appressava in molte
          cose al latino volgare. Quindi è ch’ha delle frasi tutte sue, cioè che non si trovano
          negli altri autori latini, e che sono sembrate non latino. Vedi il Desbillons p. XXII-VI.
          e gli altri che trattano della sua latinità. Niuno de’ quali, io credo, ha osservato la
          vera cagione della differenza di questa latinità dalla più nota. Tutti gli scrittori
          latini (anche antichi e veri classici) che hanno del familiare nello stile, come, oltre i
          Comici, Celso (che s’accosta molto a Fedro quanto può un prosatore a un poeta, e che fu
          pur creduto non appartenere al secolo d’oro) e <pb ed="aut" n="3063"/> lo stesso Cesare,
          inclinando per conseguenza più degli altri al linguaggio volgare, (benchè moderatamente e
          con grazia, come molti degl’italiani, p. e. il Caro), si accostano eziandio più degli
          altri all’andamento, sapore ec. e alle frasi, voci o significazioni ec. dell’italiano.
          Così pure fa Ovidio fino a un certo segno, ma per altra ragione, cioè per la negligenza e
          fretta che non gli permetteva di ripulire bastantemente il suo linguaggio, di dargli
          dovunque il debito splendore, nobiltà ec.; di tenersi sempre lontano dalla favella usuale:
          insomma perchè non sapeva o non curava di scrivere perfettamente bene, e si lasciava
          trasportare dalla sua vena e copia, con poco uso della lima, siccome per lo stile, così
          per la lingua. (29. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3040. fine. <foreign lang="lat" rend="italic">Asellus, capella</foreign>
          equivalgono ad <foreign lang="lat" rend="italic">asinus, capra</foreign>. Vedi a questo
          proposito il Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">catellus</foreign>. (30.
          Luglio. 1823.). V. p. 3073.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come da <foreign lang="lat" rend="italic">nosco-notus, noscito</foreign>, così da
            <foreign lang="lat" rend="italic">nascor-natus, nasciturus</foreign>, del che mi pare di
          aver detto altrove. (30. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3064"/> Similmente <foreign lang="lat" rend="italic"
            >morior-mortuus-moriturus</foreign> ec. ec. (30. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3061. Che <foreign lang="lat" rend="italic">assare</foreign> venga da <foreign
            lang="lat" rend="italic">ardere</foreign>, e sia lo stesso che <foreign lang="lat"
            rend="italic">arsare</foreign>, oltre la verisimiglianza ch’ha in se medesimo,
          considerando i significati di tali verbi, si fa eziandio più probabile osservando che il
          nostro <emph>arrostire</emph> (franc. <foreign lang="fre" rend="italic">rôtir</foreign>)
          ch’equivale ad <foreign lang="lat" rend="italic">assare</foreign>, viene da <foreign
            lang="lat" rend="italic">urere</foreign> ch’equivale quasi ad <foreign lang="lat"
            rend="italic">ardere</foreign> (preso attivamente, come noi sovente lo prendiamo, e come
          bisogna considerarlo nel caso nostro: v. Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ardeo</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">arsus</foreign> participio passato,
          i Diz. franc. in <foreign lang="fre" rend="italic">arder</foreign>, e lo spagnuolo). E che
            <emph>arrostire</emph> venga da <foreign lang="lat" rend="italic">urere</foreign>, si
          dimostra guardando ch’egli è corruzione (o che altro si voglia) d’<emph>abbrostire</emph>
          il quale originariamente è il medesimo verbo; e che <emph>abbrostire</emph> è quasi il
          medesimo che <emph>abbrostolire</emph>, il qual è corruzione di <emph>abbrustolare</emph>;
          e che <emph>abbrustolare</emph>, detratte le lettere <emph>abbr</emph> (non so come
          premessegli) è appunto il latino <foreign lang="lat" rend="italic">ustulare</foreign>, il
          cui significato è nè più nè meno quello di <emph>abbrustolare</emph>; e che <foreign
            lang="lat" rend="italic">ustulare</foreign> è fatto da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ustus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">urere</foreign>.
          <emph>Abbrustiare</emph> voce fiorentina è quanto al materiale lo stesso che
            <emph>abbrustolare</emph>, mutato il <emph>tol</emph>
          <pb ed="aut" n="3065"/> (lat. <emph>tul</emph>) in <emph>ti</emph>, secondo il costume
          della lingua nostra (e massime della fiorentina e toscana), come da <foreign lang="lat"
            rend="italic">oc-ul-us</foreign>
          <emph>occh-i-o</emph>, da <foreign lang="lat" rend="italic">masc-ul-us</foreign>
          <emph>masch-i-o</emph>, che i fiorentini dicono <emph>mastio</emph> ec. come ho detto
          altrove (così da <foreign lang="lat" rend="italic">misc-ul-are</foreign>
          <emph>misch-i-are</emph>, i fiorentini <emph>mistiare</emph>). Le lettere <emph>abbr
          abr</emph> o <emph>br</emph> paiono nelle nostre lingue esser proprie, non so perchè,
          delle voci di questo tal significato o simile; come in <emph>abbrostire</emph> e ne’
          sopraddetti (i francesi non conservano che l’<emph>r</emph>, cioè <foreign lang="fre"
            rend="italic">rostir</foreign>, ma questa sembra essere un’aferesi di
          <emph>abbrostire</emph>, o <emph>abrustire</emph> che sarebbe un vero latino-barbaro), in
            <emph>brustolare, abbruciare</emph> ec., <emph>bruciare</emph> ec.,
          <emph>abbronzare</emph> ec. <emph>abbruscare</emph> (v. l’Alberti), <foreign lang="fre"
            rend="italic">brûler</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">abrasar</foreign> ec.
          Forse queste tutte sono corruzioni del latino <emph>amb</emph> (<foreign lang="lat"
            rend="italic">ambustus, amburere</foreign> ec.). Veggasi il Glossario se ha nulla in
          proposito. Veramente <emph>abbruciare, bruciare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >brûler</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">abrasar</foreign> sembrano non
          appartenere al latino, e da quella origine da cui essi vennero, fu tolto forse ancora
          l’uso di premettere le lettere <emph>abbr, abr, br</emph> ad altre voci di significato
          affine al loro, <pb ed="aut" n="3066"/> benchè venute d’altra origine, cioè latina ec.
          (30. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che la lingua italiana mediante la letteratura sia stata per più secoli divulgatissima in
          Europa, e più divulgata che niun’altra moderna a quei tempi, o certo per più lungo spazio
          (perchè la lingua spagnuola per certo tempo lo fu forse altrettanto, e in Italia nel 600
          trovo stampate le Novelle di Cervantes in ispagnuolo, mentre oggi in tanta diffusione
          della lingua francese, che niuno è che non la intenda, è ben difficile che tra noi si
          ristampi un libro francese di letteratura o divertimento in lingua francese), raccogliesi
          da parecchi luoghi e notizie da me segnate qua e là, e da molte altre che si possono
          facilmente raccorre. <bibl>Vedi in particolare <author>Andres</author>, <title>Stor. della
              letterat.</title> parte 2. l. <hi rend="sc">i</hi>. poesia inglese, ed. Ven. del
            Loschi, t. 4. p. 116. 117. 119.</bibl>, la Vita di Milton, l’Orazione di Alberto Lollio
          in lode della lingua toscana, nelle <bibl>
            <title>Prose fiorentine</title>, part. 2. vol. 4. ed. Ven. 1730-43. p. 38 39</bibl>,
          dov’è un passo molto interessante a questo proposito. Ma si noti che in altre edizioni
          come in quella <pb ed="aut" n="3067"/> della Raccolta di prose ad uso delle regie scuole,
          ed. 3.<hi rend="apice">a</hi> Torino, 1753. p. 309. questo passo, siccome tutta
          l’orazione, è notabilissimamente mutato; e veggasi la prefazione al citato vol. delle
          Prose fior. p. X-XI. Veggasi ancora Speroni Oraz. in morte del Bembo nelle Orazioni
          stampate in Ven. 1596. p. 144-5. La Canzone de’ Gigli del Caro, mandata in Francia, e
          fatta apposta per colà, come anche il Commento alla medesima secondo che dice il Caro in
          una delle sue lettere al Varchi, il conto fattone in Francia ec. (vedi la Vita del Caro);
          la Canzone del Filicaia per la liberazione di Vienna, mandata in Germania, e credo anche
          in Polonia, e colà molto lodata, come si vede nelle lettere del Redi<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>V. p. 3816.</p>
          </note>; i poemi dell’Alamanni fatti in Francia ad istanza di quei principi ec. e colà
          stampati (v. Mazzucchelli, Vita dell’Alamanni), siccome molti altri libri italiani
          originali o tradotti si pubblicavano allora o si ristampavano fuor d’Italia, nella quale
          certo niun libro francese, inglese, tedesco si pubblicava o ristampava originale, e ben
          pochissimi tradotti (francesi o spagnuoli); tutte queste cose, e cento altre simili
          notizie e indizi di cui son pieni <pb ed="aut" n="3068"/> i libri del 500, del 600, e
          anche de’ principii del 700, dimostrano quanto la lingua italiana fosse divulgata.
          Nondimeno ella ha lasciato ben poche o niuna parola agli stranieri (eccetto alcune
          tecniche, militari, di belle arti ec. che spettano ad altro discorso) mentre la lingua
          francese tanti vocaboli e frasi e modi e forme ha comunicato e comunica a tutte le lingue
          colte d’Europa, e in esse le ha radicate e naturalizzate per sempre, e continuamente ne
          radica e naturalizza. Segno che la letteratura è debol fonte e cagione e soggetto di
          universalità per una lingua, perocchè una lingua universale per la sola letteratura (e per
          questo lato fu veramente universale l’italiana a que’ tempi, quanto mai lo sia stato
          alcun’altra fra le nazioni civili) non rende <foreign lang="grc">διγλώττους</foreign> le
            <emph>nazioni</emph> in ch’ella si spande, e non è mai se non materia di studio e di
          erudizione (<foreign lang="grc">παιδείας</foreign>). Quindi poco profonde radici mettono
          nell’altre lingue le sue parole: e terminata l’influenza della sua letteratura <pb
            ed="aut" n="3069"/> termina la sua universalità (non così, terminata l’influenza della
          nazion francese è terminata nè terminerà l’universalità della sua lingua, nè così della
          greca ec.), e si dimenticano e disusano ben presto quelle parole e modi che lo studio e
          l’imitazione della sua letteratura aveva forse introdotto nelle letterature straniere, ma
          non più oltre che nelle letterature. Quando in Francia a tempo di Caterina de’ Medici, la
          nostra lingua si divulgò per altro che per la letteratura, allora l’italianismo nel
          francese non appartenne alla letteratura sola, e in questa medesima eziandio fu maggiore
          assai che negli altri tempi o circostanze, onde, non so qual degli Stefani, scrisse quel
          dialogo satirico del quale ho detto altrove più volte.</p>
        <p>Il Menagio, Regnier Desmarais, il Milton ec. che scrissero e poetarono in lingua
          italiana, sono esempi non rinnovatisi, cred’io, rispetto ad alcun’altra lingua moderna, se
          non dipoi rispetto alla francese, e certo non dati nè imitati mai dagl’italiani, se non
          appresso <pb ed="aut" n="3070"/> parimente quanto al francese. S’è vero che nel 500
          v’avessero cattedre di lingua italiana tra’ forestieri, come dice Alberto Lollio, esse
          erano, cred’io, le uniche dove s’insegnasse lingua moderna forestiera nè nazionale, nè mai
          vi fu cosa simile in Italia per nessun’altra lingua moderna (eccetto forse in
            <emph>Propaganda</emph> di Roma) fino a questi ultimissimi tempi (v’è ora qualche
          cattedra di lingua moderna in Italia? Dubito assai: di lingua italiana? dubito ancor più).
          È noto poi che la letteratura e lingua spagnuola nel suo secolo d’oro che fu il 500. come
          per noi, si modellò in gran parte sull’italiana, colla qual nazione la Spagna ebbe allora
          purtroppo che fare. (30. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Benedetto Buommattei nell’ <title>Orazione delle lodi della lingua toscana</title> detta
          da lui l’anno 1623. nell’Accademia Fiorentina (Vita del Buommatt. in fronte alla sua
          Grammat. ed. Napoli 1733. p. 22. princ.), verso il fine, cioè nella succitata Raccolta di
          Torino p. 299. fine — 300. e appiè della sua Gramatica, ediz. cit. p. 273. fine, dice
          della universal <pb ed="aut" n="3071"/> diffusione della lingua <emph>toscana</emph> a
          quel tempo ciò che ivi puoi vedere. (30. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Dompter</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >domitare</foreign>, inseritoci il <emph>p</emph>, come in <foreign lang="lat"
            rend="italic">emptus, sumptus</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic"
          >sumpsi</foreign> ec.) e simili, e come alcuni fanno in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >temptare</foreign> che nel Cod. de Rep. di Cic. è scritto <foreign lang="lat"
            rend="italic">temtare</foreign>, come anche si scrive <foreign lang="lat" rend="italic"
            >emtus, sumtus, peremtus</foreign> ec. Veggasi la p. 3761. fine. E il Richelet nel Diz.
          scrive <foreign lang="fre" rend="italic">domter</foreign> con tutti i suoi derivati
          similmente, e vuol che si pronunzi <emph>donter</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >dontable</foreign> ec. così anche altri Dizionari moderni. Così <foreign lang="lat"
            rend="italic">dompnus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">domnus</foreign>
          contratto da <foreign lang="lat" rend="italic">dominus</foreign>. E a questo discorso
          appartiene la voce <foreign lang="lat" rend="italic">somnus</foreign> fatta da <foreign
            lang="grc">ὕπνος</foreign> e, come dice Gellio, da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sypnus</foreign> — o <foreign lang="lat" rend="italic">supnus-sumnus-somnus</foreign>.
            <bibl>V. il <author>Glossar.</author>
          </bibl> se ha niente che faccia a proposito. (31. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3057. Similmente <emph>angustia</emph> per angoscia (ch’è corruzione di
            <emph>angustia</emph>) o in simile significato par che venga dal greco, quanto cioè alla
          metafora. <foreign lang="grc">Στενοχωρίαι</foreign>, in questo senso e in San Basilio
          Magno nell’Omil. o sermone (<foreign lang="grc">λόγος</foreign>) <title>
            <foreign lang="grc">περὶ εὐχαριστίας</foreign>
          </title>
          <title lang="lat">de gratiarum actione</title>, opp. ed. Garnier, t. 2. p. 26. D. cap. 2.
          È da veder però se tali metafore vennero a noi da’ greci, o a’ greci dal latino (v. p. e.
          Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">angustia</foreign>: anche noi diciamo in tal
          senso <emph>strette, strettezza</emph> ec.) o dal latino-barbaro. <pb ed="aut" n="3072"/>
          V. il Gloss. lat. (perchè il greco non ha niente) e lo Scapula. (31. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2841. marg. Di tali participii passivi di verbi neutri (e fors’anche di verbi
          attivi) adoperati in senso neutro (fors’ancora attivo), anzi non in altro senso che in
          questo, cioè non mai passivamente ne abbondano le lingue figlie della latina. <emph>Stato,
            caduto, uscito, svaporato, esalato, venuto, andato, salito, sceso, sorto, vissuto,
          morto</emph>, ec. Anzi quasi tutti i verbi neutri hanno nelle dette lingue tali participii
          col detto senso e non altro. (31. Luglio. 1823.)<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="spa" rend="italic">Parido</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic"
                >parida</foreign> partic. di terminaz. passiva, s’usa dagli spagn. attivam. p.
                <emph>che ha partorito</emph>. <foreign lang="spa" rend="italic">Estar
              parida</foreign>, <emph>esser puerpera</emph>, ec.</p>
          </note>. V. p. 3298.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho discorso altrove della voce <emph>camara</emph> o <emph>camera</emph>. <bibl>V.
              <author>Fedro</author> IV. 22. v. 29.</bibl> e ivi il Desbillons e gli altri. (31.
          Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I Romani, che tanto fecero con la virtù, e col sangue, riconoscevan nondimeno ogni cosa
          dalla Fortuna; Dea più ch’altro Nume da loro adorata. Onde Lucio Silla che vinse la Virtù,
          e i Trionfi, e i sette Consolati di G. Mario, si fè chiamare il Felice, e teneasi esser
          della Fortuna figliuolo. Ed Augusto pregò gli Dii, che <pb ed="aut" n="3073"/> dessero al
          nipote la sua fortuna, la quale fu stupenda. Bern. Davanzati. Orazione in morte del Gran
          Duca di Toscana Cosimo primo. (1. Agosto. dì del Perdono. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alessandro Magno schifò quel (consiglio) d’Aristotile, che volea ch’egli trattasse i
          Greci da parenti, e i Barbari da bestie, e sterpi. Id. ib. (1. Agosto. dì del Perdono.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3063. <foreign lang="lat" rend="italic">Scrupulus</foreign> diminutivo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">scrupus</foreign>, usato però sempre, ch’io sappia, in
          luogo del positivo nei sensi metaforici, eccetto solamente appo Cic. de repub. III. 16. p.
          244. Anzi eziandio nel senso proprio, fuor d’un luogo di Petronio, non so che si trovi mai
          adoperato il detto positivo. Ma il diminutivo bensì. Così dico di <foreign lang="lat"
            rend="italic">calx</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">lapis</foreign>, da
          cui <foreign lang="lat" rend="italic">calculus</foreign>. V. Forcell. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">calculus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >calx</foreign>. (1. Agosto. dì del Perdono. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Aborto as</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >aborior-abortus</foreign>, o dal semplice <foreign lang="lat" rend="italic"
          >orior</foreign>. Il nostro <emph>abortire</emph> e il lat. <foreign lang="lat"
            rend="italic">abortio is</foreign> (se questo verbo è vero) sarebbero continuativi
          anomali. Il franc. <foreign lang="fre" rend="italic">avorter</foreign> è il lat. <foreign
            lang="lat" rend="italic">abortare</foreign>. V. lo <pb ed="aut" n="3074"/> spagnuolo e
          il Gloss. se ha nulla. (1. Agosto. dì del Perdono. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Appellito as</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">appello-appellatus</foreign>, onde lo spagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">apellidar, apellido</foreign> sostantivo ec. (1. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Reditus a um</foreign>. V. l’Oraz. di Claudio Imp.
          (citata in altri casi dal Forcell. come in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >appellito</foreign>) <bibl>ap. Gruter. p. 502. col. 1. v. 36</bibl>. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Cretus, concretus</foreign> ec. V. Forcell. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Pertaesus, Distisus, Fisus, diffisus, confisus</foreign> ec. V. Forc.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Exoletus</foreign> cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">qui exolevit. Conspiratus</foreign>. <bibl>V. <author>Forc.</author> in
            fine vocis</bibl>. <foreign lang="lat" rend="italic">Census a um</foreign>. V. Forc.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Status a um</foreign>. V. Forc. nel principio di
          questa voce, massime il luogo d’Ulpiano. <foreign lang="lat" rend="italic">Nuptus a um.
            Falsus</foreign>. V. Forc. (1. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È da notare che la lingua spagnuola, per suo quasi perpetuo costume e regola, conserva
          ne’ participii de’ verbi latini della 2.<hi rend="apice">da</hi> e 3.<hi rend="apice"
          >a</hi> maniera l’antica e regolare e piena forma della quale ho discorso altrove, non
          ostante che nel latino conosciuto ella sia alterata, contratta, o anomala. Ne’ quali casi
          la lingua italiana suol seguire ciecamente la latina ancorchè contro la regola e proprietà
          delle sue coniugazioni, e inflessioni, come ho detto altrove in proposito di
          <emph>arsare</emph>. P. e. 1. <foreign lang="spa" rend="italic">tenido, venido</foreign>,
          e cento simili sono participii intieri, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">tenitus,
            venitus</foreign>, <pb ed="aut" n="3075"/> in luogo de’ contratti che usa la lingua
          latina conosciuta, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">tentus, ventus</foreign> ec. Noi
          in questo e in molti altri casi mutiamo bene spesso l’<emph>i</emph> in <emph>u</emph>
          (scambio che può essere anch’esso antichissimo) dicendo <emph>tenuto, venuto</emph> ec. I
          francesi cambiano sovente e comprendono nella lettera <emph>u</emph> tutte le lettere
            <emph>itus</emph>: <foreign lang="fre" rend="italic">tenu, venu</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">tenitus, venitus</foreign> e così ordinariamente. 2. <foreign
            lang="spa" rend="italic">Corregido</foreign> è participio intero e senza mutazione di
          lettera alcuna, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">corregitus</foreign>, dal qual
          regolare participio la lingua latina fece <foreign lang="lat" rend="italic"
          >corregtus</foreign> per contrazione, e indi mutato il <emph>g</emph> nell’affine
          palatina, <foreign lang="lat" rend="italic">correctus</foreign> ch’è solo participio
          rimasto nel latino conosciuto, e nell’italiano. Similmente <foreign lang="spa"
            rend="italic">leido</foreign> (se non che lo spagnuolo omette il <emph>g</emph> in tutto
          questo verbo) è il primitivo e regolare <foreign lang="lat" rend="italic"
          >legitus</foreign> (dimostrato da <foreign lang="lat" rend="italic">legitare</foreign>) e
          da questo viene, non già da <foreign lang="lat" rend="italic">lectus</foreign>, da cui il
          nostro <emph>letto</emph>. Anzi, perchè veggiate la differenza, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">lectus</foreign> sostantivo lo spagnuolo non fa <foreign lang="spa"
            rend="italic">leido</foreign>, ma <foreign lang="spa" rend="italic">lecho</foreign>
          (voce antica), <pb ed="aut" n="3076"/> equivalendo il <emph>ch</emph> spagnuolo assai
          spesso al <emph>ct</emph> latino. 3. <foreign lang="spa" rend="italic">Movido, nacido,
            conocido</foreign> e cento simili sono participii e interi e irregolari, in luogo di
          contratti ed anomali. <foreign lang="lat" rend="italic">Movitus</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">motus</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Nascitus</foreign> (dimostrato, oltre l’analogia, da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nasciturus</foreign>, come altrove ho notato) per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >natus</foreign> ch’è solo oggi nel latino e nell’italiano e nel francese <foreign
            lang="lat" rend="italic">Cognoscitus</foreign>, dimostrato, come altrove ho detto, da
            <foreign lang="lat" rend="italic">noscito</foreign>, per <foreign lang="lat"
            rend="italic">cognitus</foreign>, ch’è unico nel latino, unico nel francese.
          Nell’italiano v’è <foreign lang="lat" rend="italic">cognitus</foreign> e v’è anche
            <foreign lang="lat" rend="italic">cognoscitus</foreign>, mutato al solito
          l’<emph>i</emph> in <emph>u</emph>, e dico mutato, perchè in <emph>conosciuto</emph>,
            l’<emph>i</emph> è accidentale della scrittura, non proprio della parola, e serve
          solamente a dinotar la pronunzia delle lettere sc, che poste avanti l’<emph>u</emph> senza
          l’intrapposizione della <emph>i</emph>, si profferirebbero in altro modo<note resp="aut"
            n="a" place="foot">
            <p>Così l’<emph>h</emph> è accidentale in <emph>dich’io</emph> in <emph>giuochi</emph>
              ec. ec.</p>
          </note>. Del resto <foreign lang="spa" rend="italic">nacido</foreign> ec. è proprio lo
          stesso che <foreign lang="lat" rend="italic">nascitus</foreign>, omessa la <emph>s</emph>
          per proprietà moderna, perchè gli antichi la <pb ed="aut" n="3077"/> scrivevano, come pure
          in <foreign lang="spa" rend="italic">crecer</foreign> (onde <foreign lang="spa"
            rend="italic">crecido</foreign>-<foreign lang="lat" rend="italic">crescitus</foreign>
          <emph>cresciuto</emph>, per <foreign lang="lat" rend="italic">cretus-cru</foreign>),
            <foreign lang="spa" rend="italic">condecender</foreign> ec. ec. La lingua spagnuola suol
          essere regolarissima in questi tali participii, più assai dell’italiana, più della
          francese, e conservare più di ambedue l’antichità e primitiva proprietà latina, anzi
          conservarla si può dir, pienamente. E ciò non meno nè in diverso modo quando la latina
          conosciuta è irregolare o contratta, che quando ell’è regolare e semplice, come da
            <foreign lang="lat" rend="italic">habitus</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic"
            >havido</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic">habido</foreign>, che noi colla
          solita mutazione diciamo <emph>avuto</emph>. Ora questo <foreign lang="spa" rend="italic"
            >havido</foreign> nello spagnuolo ha la stessissima forma di tenido ec. Ma non così in
          latino, benchè <foreign lang="lat" rend="italic">teneo</foreign> sia della stessa forma di
            <foreign lang="lat" rend="italic">habeo</foreign>
          <note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Puoi vedere la p. 3544.</p>
          </note>. V. p. 3572. fine.</p>
        <p>Non è tuttavia che alcune volte la lingua spagnuola non segua in tali participi
          ciecamente o l’anomalia o la contrazione della lingua latina, come suol far l’italiano e
          il francese e non ne divenga essa stessa anomala, come le altre due. Di
          <emph>visto</emph>, e <foreign lang="spa" rend="italic">quisto</foreign> (che però si dice
          anche regolarmente <foreign lang="spa" rend="italic">querido</foreign>) dico altrove. Da
            <foreign lang="lat" rend="italic">facere</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic"
            >hacer</foreign>, <pb ed="aut" n="3078"/> ella non fa pienamente <foreign lang="spa"
            rend="italic">hacido</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">facitus</foreign>, ma
          contrattamente <foreign lang="spa" rend="italic">hecho</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">factus</foreign> (<emph>fatto</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >fait</foreign>), anticamente <foreign lang="spa" rend="italic">fecho</foreign>, mutato
          il <emph>ct</emph> in <emph>ch</emph> per proprietà spagnuola, come in <foreign lang="spa"
            rend="italic">derecho, provecho</foreign> ec. ec. e come ho pur detto altrove; e
            l’<emph>a</emph> cambiato in <emph>e</emph>, come in <foreign lang="spa" rend="italic"
            >trecho</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">tractus</foreign>, in <foreign
            lang="spa" rend="italic">leche</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >lacte</foreign> ablativo (Perticari vuol che si dica dall’accusativo tolta la
          <emph>m</emph>; ma ecco che l’accusativo di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >lac</foreign> è <foreign lang="lat" rend="italic">lac</foreign>: vedi però il Forcell.
          appo il quale <foreign lang="lat" rend="italic">lac</foreign> è mascolino in più esempi),
          e come i latini ne’ composti, <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">con</hi>
            <hi rend="sc">fectus</hi>
          </foreign> ec., in <foreign lang="spa" rend="italic">echar</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">jactare</foreign>. Dov’è notabile che anche noi e i francesi
          facciamo la stessa mutazione: <emph>gettare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >jeter</foreign>, come i latini ne’ composti: <foreign lang="lat" rend="italic"
            >obiectare</foreign> ec. Da <foreign lang="lat" rend="italic">dicere</foreign> non
            <emph>decido</emph> o <emph>dicido</emph>, ma <foreign lang="spa" rend="italic"
            >dicho</foreign>-<foreign lang="lat" rend="italic">dictus</foreign>-<emph>detto</emph>-
            <foreign lang="fre" rend="italic">dit</foreign>. (1. Agos. 1823.). V. p. 3362.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La più bella e fortunata età dell’uomo, la sola che potrebb’esser felice oggidì, ch’è la
          fanciullezza, è tormentata in mille modi, con mille angustie, timori, fatiche
          dall’educazione e dall’istruzione, tanto che l’uomo adulto, anche in mezzo all’infelicità
          che porta la cognizion del vero, il disinganno, la noia della vita, l’assopimento della
          immaginazione, non accetterebbe di tornar fanciullo colla condizione di soffrir quello
          stesso che nella fanciullezza ha sofferto. E perchè così tormentata <pb ed="aut" n="3079"
          /> e fatta infelice quella povera età, nella quale l’infelicità parrebbe quasi impossibile
          a concepirsi? Perchè l’individuo divenga colto e civile, cioè acquisti la perfezione
          dell’uomo. Bella perfezione, e certo voluta dalla natura umana, quella che suppone
          necessariamente la somma infelicità di quel tempo che la natura ha manifestamente ordinato
          ad essere la più felice parte della nostra vita. Torno a domandare. Perchè fatta così
          infelice la fanciullezza? E rispondo più giusto. Perchè l’uomo acquisti a spese di tale
          infelicità quello che lo farà infelice per tutta la vita, cioè la cognizione di se stesso
          e delle cose, le opinioni, i costumi le abitudini contrarie alle naturali, e quindi
          esclusive della possibilità di esser felice; perchè colla infelicità della fanciullezza si
          compri e cagioni quella di tutte le altre età; o vogliamo dire perch’ei perda colla
          felicità della fanciullezza, quella che la natura avea destinato e preparato siccome a
          questa, così a ciascun’altra età dell’uomo, e ch’altrimenti egli avrebbe ottenuta in
          effetto. (1. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3080"/>
          <emph>Assaltare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">assalire</foreign>, come il
          semplice <foreign lang="lat" rend="italic">salto</foreign> lat. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">salio</foreign>. (1. Agos. dì del Perdono. 1823.). V. p. 3588.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2740. marg. Io credo bene che il <foreign lang="grc">ψ</foreign> fosse posto in
          uso tanto per esprimere il <foreign lang="grc">πσ</foreign>, quanto il <foreign lang="grc"
            >βσ</foreign> e il <foreign lang="grc">φσ</foreign>; e così il <foreign lang="grc"
          >ξ</foreign> tanto pel <foreign lang="grc">κσ</foreign>, quanto pel <foreign lang="grc"
          >γσ</foreign> e pel <foreign lang="grc">χσ</foreign>; posto in uso, dico, dagli scrivani
          che in quei primi tempi e in quella imperfezione dell’ortografia, non distinguevano
          bastantemente e confondevano rispetto ai segni le varie pronunzie e i vari suoni, massime
          affini, nè si curavano di distinguerli più che tanto l’un dall’altro nelle scritture, o
          non sapevano perfettamente farlo. Credo per conseguenza. che antichissimamente <foreign
            lang="grc">φλὲψ</foreign> si pronunziasse e scrivesse <foreign lang="grc"
          >φλὲβσ</foreign>, non <foreign lang="grc">φλέπς</foreign>;; <foreign lang="grc"
          >ἀλείψω</foreign> si pronunziasse e scrivesse <foreign lang="grc">ἀλείφσω</foreign>, e non
            <foreign lang="grc">ἀλείπσω</foreign>;; <foreign lang="grc">λύγξ λύγγς</foreign>, e non
            <foreign lang="grc">λύγκς</foreign>;; <foreign lang="grc">ἄρξω ἄρχσω</foreign>, e non
            <foreign lang="grc">ἄρκσω</foreign>; e così dell’altre doppie. Ma che poi, introdotto
          l’uso di queste doppie si continuassero quelle lettere a pronunziare secondo la
          derivazione grammaticale o l’uso antico e le antiche radicali, e che quindi p. e. il
            <foreign lang="grc">ψ</foreign> e il <foreign lang="grc">ξ</foreign> avessero ora una
          pronunzia <pb ed="aut" n="3081"/> ed ora un’altra, cioè ora <foreign lang="grc"
          >πσ</foreign> ora <foreign lang="grc">βσ</foreign> ec. non lo credo, anzi tengo che il
            <foreign lang="grc">ψ</foreign> fosse sempre pronunziato <foreign lang="grc"
          >πσ</foreign>, e il <foreign lang="grc">ξ</foreign> sempre <foreign lang="grc"
          >κσ</foreign>. Passaggio non difficile neppure nella pronunzia (e ordinario anche e
          regolare in milione d’altri casi sì nella pronunzia che nella scrittura e grammatica
          greca) d’una in un’altra affine, cioè dalle palatine <foreign lang="grc">γ</foreign> e
            <foreign lang="grc">χ</foreign> alla palatina <foreign lang="grc">κ</foreign>, e dalle
          labiali <foreign lang="grc">β φ</foreign> alla labiale <foreign lang="grc">π</foreign>.
          Massime che il <foreign lang="grc">π</foreign> e il <foreign lang="grc">κ</foreign> sono
          veramente medie nella pronunzia tra le loro affini, benchè si assegni il nome di medie al
            <foreign lang="grc">γ</foreign> e al <foreign lang="grc">β</foreign>, e al <foreign
            lang="grc">δ</foreign>, non al <foreign lang="grc">τ</foreign> ec. Lo deduco dal latino,
          fra’ quali parimente il <emph>x</emph> fu sostituito sì al <emph>cs</emph> che al
          <emph>gs</emph>, ed anticamente scrivevasi e pronunziavasi p. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">gregs, legs, regs</foreign>, non <foreign lang="lat" rend="italic">grecs,
            lecs, recs</foreign>, come oggidì, almeno noi italiani, sogliamo sempre pronunziare. V.
          il Forc. e il Diz. di gramm. e letterat. dell’Encicl. metod. in <emph>X</emph>. Ma che in
          seguito il <emph>x</emph> anche tra’ latini antichi, ossia de’ buoni tempi, fosse sempre
          pronunziato <emph>cs</emph>, come oggi, dimostrasi dal considerare p. e. i verbi <foreign
            lang="lat" rend="italic">lego, rego, tego</foreign> e simili (appunto venuti da’ nomi
          sopraddetti) i quali nel perfetto fanno <foreign lang="lat" rend="italic">rexi,
          texi</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">lego</foreign> ha <foreign lang="lat"
            rend="italic">legi</foreign>). Dove certo la <emph>x</emph> antichissimamente equivalse
          a <emph>gs</emph>, come ho detto altrove. Ma eccovi i participii <foreign lang="lat"
            rend="italic">lectus, rectus, tectus</foreign>, che da prima furono <foreign lang="lat"
            rend="italic">legitus</foreign> ec. e poi contratti, mutarono il <emph>g</emph> in
            <emph>c</emph>. Resta dunque più che probabile che anche quei perfetti si pronunziassero
          col <emph>c, recsi, tecsi</emph> malgrado <pb ed="aut" n="3082"/> la loro derivazione
          grammaticale e quindi è altrettanto probabile che qualora nell’x doveva esservi il
          <emph>g</emph>, passasse in <emph>c</emph>, giacchè non v’è niuna ragione di più perch’ei
          dovesse far questo passaggio ne’ detti perff. che in qualunqu’altra voce. (2. Agosto. dì
          del Perdono. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È cosa dimostrata e dalla ragione e dall’esperienza, dalle storie tutte, e dalla
          cognizione dell’uomo, che qualunque società, e più le civili, e massime le più civili,
          tendono continuamente a cadere nella monarchia, e presto o tardi, qualunque sia la loro
          politica costituzione, vi cadono inevitabilmente, e quando anche ne risorgono, poco dura
          il risorgimento e poco giova, e che insomma nella società non havvi nè vi può avere stato
          politico durabile se non il monarchico assoluto. È altrettanto dimostrato, e colle
          medesime prove, che la monarchia assoluta, qual ch’ella sia ne’ suoi principii, qual
          ch’ella per effimere circostanze possa di quando in quando tornare ad essere per pochi
          momenti, tende sempre e cade quasi subito e irreparabilmente nel despotismo; perchè stante
            <pb ed="aut" n="3083"/> la natura dell’uomo, anzi d’ogni vivente, è quasi fisicamente
          impossibile che chi ha potere assoluto sopra i suoi simili, non ne abusi; vale a dire è
          impossibile che non se ne serva più per se che per gli altri, anzi non trascuri affatto
          gli altri per curarsi solamente di se, il che è nè più nè meno la sostanza e la natura del
          despotismo, e il contrario appunto di quello che dovrebb’essere e mai non fu nè sarà nè
          può essere la vera e buona monarchia, ente di ragione e immaginario. Ora egli è parimente
          certo, almeno lo fu per gli antichi, e lo è per tutti i savi moderni, che il peggiore
          stato politico possibile e il più contrario alla natura è quello del despotismo.
          Altrettanto certo si è che lo stato politico influisce per modo su quello della società, e
          n’è tanta parte, ch’egli è assolutamente impossibile ch’essendo cattivo quello, questo sia
          buono, e che quello essendo imperfetto, questo sia perfetto, e che dove quello è pessimo,
          non sia pessimo questo altresì. Or dunque lo stato <pb ed="aut" n="3084"/> politico di
          despotismo essendo inseparabile dallo stato di società, e più forte e maggiore e più
          durevole nelle società civili, e tanto più quanto son più civili, ricapitolando il
          sopraddetto, mi dica chi sa ragionare, se lo stato di società nel genere umano può esser
          conforme alla natura, e se la civiltà è perfezionamento, e se nella somma civiltà sociale
          e individuale si può riporre e far consistere la vera perfezione della società e
          dell’uomo, e quindi la maggior possibile felicità d’ambedue, come anche lo stato a cui
          l’uomo tende naturalmente, cioè quello a cui la natura l’aveva ordinato, e la felicità e
          perfezione ch’essa gli avea destinate. (2. Agosto. dì del Perdono. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La delicatezza, p. e. la delicatezza delle forme del corpo umano, è per noi una parte o
          qualità essenziale e indispensabile del bello ideale rispetto all’uomo, sì quanto al vivo,
          sì quanto alla imitazione che ne fa qualsivoglia <pb ed="aut" n="3085"/> arte, la poesia
          ec. Puoi vedere la pag. 3248-50. Ora egli è tutto il contrario in natura. Perciocchè la
          delicatezza, non solo relativamente, cioè quella tal delicatezza che la nostra
          imaginazione e il nostro concetto del bello esige nelle forme umane, e quel tal grado e
          misura ch’esso concetto n’esige, ma la delicatezza assolutamente, è per natura, brutta
          nelle forme umane, cioè sconveniente a esse forme. Giacchè l’uomo per natura doveva
          essere, e l’uomo naturale è tutto il contrario che delicato di forme. Anzi rozzissimo e
          robustissimo, come quello che dalla necessità di provvedere a’ suoi bisogni giornalmente,
          è costretto alla continua fatica, e dal sole e dalle intemperie degli elementi è
          abbronzato e irruvidito. E la delicatezza gli nuocerebbe; onde s’egli pur accidentalmente
          sortisce una persona delicata dalla nascita, questo è un male e un difetto fisico per lui,
          e quindi una sconvenienza e bruttezza fisica, <pb ed="aut" n="3086"/> come lo sono tanti
          altri difetti corporali che sì l’uomo naturale come il civile (e così gli altri animali e
          vegetabili) si porta dalla nascita, non per legge e per regola generale della natura
          umana, ma per circostanze irregolari e per accidente individuale o familiare o nazionale
          ec. Per le quali cose è certissimo che nell’idea che l’uomo naturale si forma della
          bellezza fisica della sua specie, non entra per nulla la delicatezza, la quale per tutte
          le nazioni civili in tutti i secoli fu ed è indispensabile parte di tale idea. Anzi per lo
          contrario è certissimo che la delicatezza per l’uomo naturale entra nell’idea della
          bruttezza umana fisica. Che se l’uomo naturale non esigerà nelle forme feminili tanta
          rozzezza quanta nelle maschili, non sarà già ch’egli vi esiga la delicatezza, nè anche
          ch’egli concepisca per niun modo la delicatezza come bella nel sesso femminile; anzi per
          lo contrario egli esigerà <pb ed="aut" n="3087"/> nelle forme donnesche tanta robustezza
          quanta è compatibile colla natura di quel sesso, e tanto più belle stimerà quelle forme
          quanto più mostreranno di robustezza senza uscir della proporzione del sesso. E se la
          robustezza uscirà di tal proporzione, ei la condannerà, non come opposta alla delicatezza,
          quasi che la delicatezza fosse parte del bello, ma senza niuna relazione alla delicatezza,
          la condannerà come sproporzionata e fuor dell’ordinario in quel sesso. Laddove per lo
          contrario le nazioni civili esigono nelle forme donnesche tanta delicatezza quanta possa
          non uscir della proporzione, e piuttosto ne lodano l’eccesso che il difetto. E quando ne
          condannano l’eccesso, lo condannano solo in quanto eccesso, non in quanto di delicatezza,
          nè in quanto opposto alla grossezza e rozzezza; laddove l’uomo naturale condannando la
          soverchia robustezza non la condanna come robustezza, ma come soverchia secondo le
          proporzioni ch’egli osserva nel generale.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3088"/> Ecco dunque l’idea universale di tutte le nazioni ed epoche civili
          circa il bello umano (ch’è pur quel bello intorno a cui gli uomini convengono naturalmente
          più che intorno alcun altro) dirittamente opposta a quella dell’uomo naturale, quanto alla
          parte che abbiamo considerata. Dicasi ora che l’idea del bello è naturale ed insita, non
          che universalmente conforme, eterna, immutabile.</p>
        <p>E in questa differenza d’idee che abbiamo notata, qual è più conforme alla natura umana,
          più derivante dalla natura, e (se qui avesse luogo la verità) qual è più vera, più giusta,
          più ragionevole? Certo quella dell’uomo naturale. Dunque non si dica, come diciamo di
          tanti altri in tante occasioni, ch’egli non concorda con noi circa il bello, perchè non ne
          ha il fino senso, nè la mente atta a concepire il <emph>vero bello ideale</emph>. (Il che
          noi diremo, cred’io, ancora degli Etiopi, il cui <emph>bello ideale</emph> umano è nero e
          non bianco, rincagnato, di labbra grosse, lanoso). Come mai può esser bella in una <pb
            ed="aut" n="3089"/> specie di animali la debolezza, la pigrizia? E pur tale ella è
          nell’uomo appo tutte le nazioni civili, perocchè la delicatezza non è senza l’una e
          l’altra, e da esse fisicamente nasce, e le dimostra necessariamente all’intelletto.</p>
        <p>Sentimento e giudizio degli uomini di campagna circa la bellezza umana e la delicatezza.
          — Il qual sentimento e giudizio è certamente per le dette ragioni più giusto del nostro.
          Del nostro, uomini di fino senso e gusto, e profondi conoscitori del bello, è più naturale
          e quindi più giusto il sentimento e il giudizio di spiriti grossi, rozzi, inesercitati,
          ignoranti.</p>
        <p>Quel che si è detto della delicatezza, dicasi di altre molte qualità che per consenso di
          tutti i secoli e popoli civili denno trovarsi nelle forme dell’uomo per esser belle; e che
          per natura non si trovavano, o non doveano trovarsi nelle forme dell’uomo, <pb ed="aut"
            n="3090"/> o vi si trovavano e dovevano trovarvisi le contrarie. Perocchè siccome
          l’animo e l’interiore dell’uomo e quindi i costumi e la vita, così anche le forme
          esteriori sono, in molte qualità, rimutate affatto da quel ch’erano negli uomini
          primitivi. E intorno a tutte queste qualità, il sentimento e il giudizio di tal uomini
          circa la bellezza umana corporale, differisce o espressamente contraddice a quello di
          tutte le nazioni ed epoche civili universalmente; e sempre è più ragionevole. (4. Agosto
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come le forme dell’uomo naturale da quelle dell’uomo civile, così quelle di una nazione
          selvaggia differiscono da quelle di un’altra, quelle di una nazione civile da quelle di
          un’altra; quelle di un secolo da quelle di un altro, per varietà di circostanze fisiche
          naturali o provenienti dall’uomo stesso; e (per non andar fino alle famiglie e
          agl’individui) è cosa osservata e naturale che gli uomini dediti alle varie professioni
          materiali (senza parlar delle morali, che influiscono sulla fisonomia, dei caratteri e
          costumi acquisiti, <pb ed="aut" n="3091"/> che pur sommamente v’influiscono, e la
          diversificano in uno stesso individuo in diversi tempi) ricevono dall’esercizio di quelle
          professioni certe differenze di forme, ciascuno secondo la qualità del mestiere
          ch’esercita e secondo le parti del corpo che in esso mestiere più s’adoprano o più restano
          inoperose, così notabili che l’attento osservatore, e in molti casi senza grande
          osservazione, può facilmente riconoscere il mestiere di una tal persona sconosciuta ch’ei
          vegga per la prima volta, solamente notando certe particolarità delle sue forme. Così si
          può riconoscere l’agricoltore, il legnaiuolo, il calzolaio, anche senz’altre circostanze
          che lo scuoprano.</p>
        <p>Qual è dunque la vera forma umana? Ed essendo diversissime e in parte contrarissime le
          qualità che di essa si osservano in intere nazioni, classi ec. di persone, benchè
          generalmente e <emph>regolarmente</emph> comuni in quella tal classe; come si può
          determinare esattamente essa forma secondo i capi delle qualità regolari e delle parti che
          regolarmente la compongono? E non potendosi determinare la forma umana <pb ed="aut"
            n="3092"/> regolare e perfetta, perocch’ella regolarmente per intere classi, nazioni e
          secoli si diversifica, come si potrà determinare la bellezza della medesima? Quando appena
          si troverà una qualità che la possa comporre, la quale non manchi o non sia mancata
          regolarmente ad intere classi e generazioni d’uomini, o non sia stata anzi tutto
          l’opposto? Che cosa è dunque questo tipo di bellezza ideale, universalmente riconosciuto,
          eterno, invariabile? quando neppure intorno alla nostra propria forma visibile, se ne può
          immaginar uno che sia riconosciuto per tale da tutti gli uomini, in tutti i tempi, o che
          non possa, o non abbia potuto non esserlo? quando esso non si trova neppur nella natura?
          dove dunque si troverà, o dove s’immaginerà, o donde si caverà egli?</p>
        <p>Perocchè egli è certo che se taluno fosse (come certo furono e sono molti), il quale non
          avesse mai veduto altra forma d’uomini che l’una di quelle tali sopraddette, propria di
          una cotal nazione, o classe, o schiatta ec. ec. <pb ed="aut" n="3093"/> l’idea ch’egli si
          formerebbe della bellezza umana visibile, non uscirebbe delle proporzioni e delle qualità
          ch’egli avrebbe osservate in quella tal forma, e sarebbe lontanissima, e talvolta
          contrarissima, all’idea che si formerebbe un altro che si trovasse nella stessa
          circostanza rispetto a un’altra maniera di forme. Al quale la bellezza immaginata e
          riconosciuta da quel primo, parrebbe vera bruttezza, o composta di qualità ch’egli, se non
          altro, in parte, giudicherebbe onninamente brutte e sconvenienti, perchè diverse o
          contrarie a quelle ch’egli sarebbe assuefatto a vedere. Un agricoltore il quale non avesse
          mai veduto forme cittadine, crediamo noi che si formerebbe della bellezza un’idea conforme
          o simile a quella de’ cittadini? anzi non contraria affatto in molte parti essenziali? Un
          popolo di calzolai concepirebbe la bella forma dell’uomo tozzotta, di spalle larghe e
          grosse, gambe sottili e ripiegate all’indentro, braccia quasi più grosse delle gambe ec.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3094"/> Tutto ciò spetta a quello che nelle forme umane dipende dalla
          natura largamente presa, cioè dalle cause fisiche ec. Di quello poi che dipende dalle
          usanze che dovrà dirsi? pareva impossibile nel 16.<hi rend="apice">o</hi> secolo, secolo
          di squisito gusto, al Cellini, finissimo conoscitore del bello, di dar grazia e bell’aria
          al ritratto del Bembo (ch’egli aveva a fare in una medaglia), perchè il Bembo non portava
          barba. E il Bembo si fece crescer la barba per farsi ritrarre dal Cellini, e che il
          ritratto facesse bella vista essendo barbato, e così fu fatto. Che ne sarebbe parso a un
          artista de’ nostri tempi? Molte cose si posson dire delle varie opinioni ec. di varie
          nazioni e tempi sopra l’uso della barba (ch’è pur cosa naturale), relativamente al bello.
          Così de’ capelli e delle così diverse e contrarie pettinature, o tosature (totali o in
          parte) tenute per belle o per brutte in diverse età da una stessa nazione, in diverse
          nazioni ec. Eppure anche intorno ai capelli v’è la pettinatura naturale ec. ec. (5.
          Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3095"/> Futuri del congiuntivo usati da’ latini in vece di quelli
          dell’indicativo, del che altrove. <foreign lang="lat" rend="italic">Odero,
          meminero</foreign>, credo anche <foreign lang="lat" rend="italic">coepero,
          novero</foreign>. Forse <foreign lang="lat" rend="italic">ero</foreign> coi composti
            <foreign lang="lat" rend="italic">potero, subero</foreign> ec. furono originariamente
          futuri del congiuntivo. (5. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Riprendono nell’Iliade la poca unità, l’interesse principale che i lettori prendono per
          Ettore, il doppio Eroe (Ettore ed Achille), e conchiudono che se Omero nelle parti è
          superiore agli altri poeti, nel tutto però preso insieme, nella condotta del poema, nella
          regolarità è inferiore agli altri epici, particolarmente a Virgilio. Certo se potessero
          esser vere regole di poesia quelle che si oppongono al buono e grande effetto della
          medesima e alla natura dell’uomo, io non disconverrei da queste sentenze. In proposito
          delle cose contenute nel séguito di questo pensiero, vedi la pag. 470. capoverso 2.</p>
        <p>Omero fu certamente anteriore alle regole del poema epico. Anzi esse da’ suoi poemi
          furono cavate. Considerandole dunque come cavate e dedotte da’ suoi poemi, e fondate
          sull’autorità di Omero, e principalmente dell’Iliade, dico che <pb ed="aut" n="3096"/> chi
          ne le trasse, prese abbaglio, e che d’allora in poi fino al dì d’oggi, s’ingannarono e
          s’ingannano tutti quelli che le seguirono o le sostennero, o le seguono o sostengono (ciò
          sono tutti i <foreign lang="lat" rend="italic">litteratores</foreign>) come appoggiate
          sull’esempio di Omero: perchè quest’esempio non sussiste, e dalla forma della Iliade non
          nascevano e non si potevano cavar quelle regole. Considerandole poi come indipendenti da
          Omero, come sussistenti da se, e supponendo (il che non è vero) ch’elle sieno il parto
          della ragione e della specolazione assoluta, dico senza tergiversazione che Omero, siccome
          non le conobbe, così neanche le seguì, ma seguendo la natura, molto miglior maestra delle
          Poetiche e de’ Dottori di Scuola e delle teorie, s’allontanò effettivamente da esse
          regole; ed aggiungo che queste sono errate da chiunque le immaginò, perchè incompatibili
          colla natura dell’uomo, perchè seguendole, il poema epico non può produrre il grande e
          forte e bello effetto ch’ei deve, o per lo meno <pb ed="aut" n="3097"/> non può produrre
          il maggiore e migliore effetto che gli sia d’altronde e in se stesso possibile; e che per
          conseguenza esse regole sono cattive e false.</p>
        <p>Nelle Iliade pertanto non v’è unità. Due sono realissimamente gli Eroi, Ettore e Achille.
          Due gl’interessi e diversi l’uno dall’altro: l’uno pel primo di questi Eroi e per la sua
          causa, l’altro pel secondo e per la causa de’ greci. Interessi affatto contrarii che Omero
          volle espressamente destare e desta, volle alimentare e mantenere continuamente vivi ne’
          suoi lettori, e l’ottiene; volle far ciò dell’uno e dell’altro interesse ugualmente e come
          di compagnia, e così fece.</p>
        <p>È proprio degli uomini l’ammirar la fortuna e il buon successo delle intraprese, l’essere
          strascinati da questo e da quella alla lode, e per lo contrario dalla mala sorte e dal
          tristo esito al biasimo, l’esaltare chi ottenne quel che cercò, il deprimere chi non
          l’ottenne, lo stimar colui superiore al generale, costui uguale o inferiore, <pb ed="aut"
            n="3098"/> il credersi minor di quello e da lui superato, maggior di questo od uguale;
          in somma il distribuir la gloria secondo la fortuna. Questa proprietà degli uomini di
          tutti i tempi avea maggior luogo che mai negli antichi. L’esser fortunato era la somma
          lode appo loro. (V. fra l’altre la p. 3072. fine e p. 3342.) E ciò per varie cagioni.
          Primieramente la fortuna non si stimava mai disgiunta dal merito, per modo ch’eziandio non
          conoscendo il merito, ma conoscendo la fortuna d’alcuno, si reputava aver bastante
          argomento per crederlo meritevole. Come negli stati liberi pochi avanzamenti si possono
          ottenere senz’alcuna sorta di merito reale, e come gli antichissimi popoli nella
          distribuzione degli onori, delle dignità, delle cariche, dei premi, avevano ordinariamente
          riguardo al merito sopra ogni altra cosa, così e conseguentemente stimavano che gli Dei
          non compartissero i loro favori, che la fortuna non si facesse amica, se non di quelli che
          n’erano degni: talmente che anche i doni naturali come la bellezza e la forza si stimavano
          compagni <pb ed="aut" n="3099"/> ed indizi de’ pregi dell’animo e de’ costumi, e la stessa
          ricchezza o nobiltà e l’altre felicità della nascita cadevano sotto questa categoria.
          Secondariamente, non supponendo gli antichi maggiori beni che quelli di questa vita, fino
          a credere che i morti, anche posti nell’Elisio, s’interessassero più della terra che
          dell’Averno, e che gli Dei fossero più solleciti delle cose terrene che delle celesti, ne
          seguiva che considerassero la felicità come principalissima parte di lode, perocchè il
          merito infelice come può giovare a se o agli altri? e come può parer buono e grande quello
          ch’è inutile? e se il merito era infelice, come poteva risplendere? e non risplendendo e
          non giovando in questa terra e per questa vita, dove, secondo le antiche opinioni, avrebbe
          acquistato luce e splendore? dove e a che cosa avrebbe giovato?</p>
        <p>Era dunque la felicità, principale ed essenzial cagione e parte di lode e di stima e di
          ammirazione e di gloria presso gli antichi, ancor <pb ed="aut" n="3100"/> più che presso i
          moderni; e massimamente appo gli antichissimi. Perocchè insomma ella è cosa naturale il
          pregiar sopra tutto la felicità, laonde egli è ben ragionevole ch’ella tanto più sia
          pregiata quanto i costumi, le opinioni e la vita degli uomini sono più vicini e conformi
          alla natura, quali erano in fatti nella più remota antichità. Omero dunque pigliando a
          esaltare un Eroe ed una nazione, e togliendoli per soggetto del suo canto e della sua
          lode, e facendo materia del suo poema l’elogio loro, si sarebbe fatto coscienza di
          sceglierli o di fingerli sfortunati, e tali che non avessero conseguito l’intento di
          quella impresa di ch’egli prendeva a cantare. Egli doveva dunque pigliare un Eroe
          fortunato.</p>
        <p>E tanto più quanto questo Eroe era un guerriero, e i suoi pregi eroici il coraggio e
          valor dell’animo, e l’impresa una guerra. Perocchè se ne’ tempi moderni eziandio, poca o
          nulla è la gloria del vinto, e la lode di quella guerra <pb ed="aut" n="3101"/> che non è
          terminata dalla vittoria, molto più si deve stimare che così fosse appo gli antichi. Fra’
          quali effettivamente l’esser vinto si teneva per ignominia, e il vincere in qualsivoglia
          modo era gloria, non si considerando allora gran fatto altra giustizia che quella
          dell’armi, altro diritto che della forza. Oltre che volendo Omero nel suo poema (siccome
          poi vollero gli altri epici) adombrar quasi un modello o un tipo di uomo superiore al
          generale e maraviglioso, e scegliendo per tale effetto un guerriero, come poteva egli
          farlo superiore agli altri uomini e singolarmente mirabile per le virtù proprie della sua
          professione, s’ei non l’avesse fatto vittorioso? anzi tale che niuno gli potesse
          resistere? Come poteva egli fare che questo Eroe fosse vinto, cioè superato dagli altri in
          quelle virtù e qualità per le quali egli intendeva di mostrarlo a tutti superiore e fra
          tutti unico, affine di produrre la maraviglia, ed eseguire <pb ed="aut" n="3102"/> quel
          tipo di compiuto guerriero ch’ei si proponeva? Non è della guerra come d’altre molte
          imprese che possono venir fallite e mancare del loro intento a cagione di ostacoli
          insuperabili all’uomo e di forze superiori alle umane. Ma la guerra è dell’uomo coll’uomo,
          e quindi è forza il far vincitore colui che si vuol far superiore agli altri uomini e
          singolare nella sua specie per le virtù guerriere. Chi cede nella guerra, cede all’uomo,
          cosa che oggidì potrà essere scusata ma di rado lodata; fra gli antichissimi non che
          lodata, era pur di rado scusata, e generalmente spregiata com’effetto o di viltà o di
          debolezza, la quale, sebbene involontaria, era poco meno spregiata della viltà, come lo
          sono anche oggidì proporzionatamente e la debolezza e tanti altri difetti degl’individui o
          delle nazioni, esteriori o interiori, che non dipendono dalla volontà di chi n’è il
          soggetto. Dico che la guerra è <pb ed="aut" n="3103"/> dell’uomo coll’uomo, sebbene Omero
          c’intramette anche gli Dei. Ma questa finzione era per abbellire e non per alterare la
          natura della guerra eccetto in alcune parti poco essenziali. Come quando s’introduce
          Achille alle prese col Csanto. Nel qual caso, non essendo la battaglia d’uomo con uomo, ma
          colla superior potenza di un Dio, Omero non si fa scrupolo d’introdurre Achille chiedente
          aiuto e fuggente, nè stima che questo tolga alla sua superiorità, perch’ei lo vuol far
          superiore agli uomini non agli Dei, e vittorioso nella guerra de’ mortali, non degli
          Eterni. E infatti l’intervento degli Dei, come non doveva (volendo conservare il buono
          effetto) alterare, così effettivamente non altera appresso Omero la sostanza della guerra
          umana.</p>
        <p>Conveniva dunque che l’Eroe e la nazione presa da Omero a celebrare fossero fortunati e
          vittoriosi, massimamente aggiungendosi alle <pb ed="aut" n="3104"/> predette
          considerazioni generali questa particolarità che l’Eroe da Omero celebrato era greco, e la
          nazione era la greca, cioè quella alla quale egli cantava e a cui egli apparteneva, e la
          guerra era stata contro i Barbari. Molto conveniente cosa, pigliare per soggetto del poema
          epico le lodi e le imprese della propria nazione e una guerra contro i perpetui e naturali
          nemici di lei, ciò erano i Barbari. Cosa che raddoppiava, anzi moltiplicava l’interesse
          del poema, siccome accade nella Lusiade, siccome ancora nell’Eneide ec. Onde Isocrate
          pensa che gran parte della celebrità di Omero e della grazia in che sempre furono i suoi
          poemi appo i greci, derivi dal patriotismo de’ medesimi poemi e dalle battaglie e vittorie
          contro i Barbari, che in essi sono celebrate. (<bibl>Vedilo nel Panegirico, ediz. del
            Battie Isocr. Oratt. 7. et epistt. Cantabrig. 1729. p. 175-6.</bibl>). Or come poteva
          Omero fingere o narrar perditori <pb ed="aut" n="3105"/> la sua nazione e un Eroe della
          medesima, e ciò in una guerra contro i Barbari? Il che tra gli antichi sarebbe stato tanto
          più assurdo che tra i moderni, quando anche le lodi e l’interesse del poema fossero stati
          tutti per li greci, e quando anche, fingendoli sventurati, Omero avesse mosso le lagrime e
          i singhiozzi sopra le loro sciagure, sarebbe tuttavia riuscito assurdo di maniera, che
          sarebbe eziandio stato pericoloso al poeta. Frinico ateniese, gran tempo dopo Omero, fece
          suggetto di una tragedia la presa di Mileto fatta da Dario, e mosse gli uditori a pietà
          sopra quella sciagura dei greci per modo, che, secondo l’espressione di Longino (sect.
          24.) tutto il teatro si sciolse in lagrime. 3 Gli Ateniesi lo multarono in mille dramme
          (Plut. politic. praecept. Strabo l. 14. Schol. Aristoph. Vesp.) perch’egli avea
          rinfrescato la memoria delle domestiche calamità e ripostele sotto gli occhi
          rappresentandole al vivo (<bibl>
            <author>Herodot.</author> l. 6. c. 21.</bibl>); <pb ed="aut" n="3106"/> di più vietarono
          con decreto che quella tragedia fosse più recata sulle scene (Tzetz. Chil. 8. (alibi
          reperio 7.) hist. 156.): anzi secondo Eliano (<bibl>
            <author>Var.</author> l. 13. c. 17.</bibl>), lagrimando, lo cacciarono dal teatro esso
          stesso che stava rappresentando la sua propria tragedia. (<bibl>Vedi <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> in <title>Catal. Tragicorum</title>, Meurs. Bibl. Att. Bentley
            Diss. ad Ep. Phalar. p. 256</bibl>) V. p. 4078.</p>
        <p>Adunque per tutte queste cagioni doveva nell’Eroe di Omero e nella nazione da lui
          celebrata concorrere colla virtù la fortuna. Ed ecco l’uno degl’interessi che campeggiano
          nell’Iliade senza interruzione per tutto il corpo del poema: interesse il quale consiste
          nell’ammirazione ispirata dalla straordinaria e superiore virtù; al quale interesse e alla
          qual maraviglia, cioè al pieno effetto di tal virtù descritta e figurata nel poema,
          richiedevasi necessariamente la felicità e il buon successo, che in tutti i tempi, ma
          negli antichissimi principalmente, sono considerati come il compimento della virtù, anzi
          pure come indispensabile perfezione <pb ed="aut" n="3107"/> di lei, o come solo indizio
          che possa dimostrarla veramente perfetta e somma.</p>
        <p>Altra proprietà dell’uomo si è che laddove la superiorità, laddove la virtù congiunta
          colla fortuna non produce se non un interesse debole, cioè l’ammirazione; per lo contrario
          la sventura in qualunque caso, ma molto più la sventura congiunta colla virtù, produce un
          interesse vivissimo, durevole e dolcissimo. Perocchè l’uomo si compiace nel sentimento
          della compassione, perchè nulla sacrificando, ottiene con essa quel sentimento che in ogni
          cosa e in ogni occasione gli è gratissimo, cioè una quasi coscienza di proprio eroismo e
          nobiltà d’animo. La sventura è naturalmente cagione di dispregio e anche d’odio verso lo
          sventurato, perchè l’uomo per natura odia, come il dolore, così le idee dolorose. Mirando
          dunque, malgrado la sciagura, alla virtù dello sciagurato, e non abbominandolo nè
          disdegnandolo quantunque tale, e finalmente giungendo a compassionarlo, cioè a voler
          coll’animo entrare a parte de’ suoi <pb ed="aut" n="3108"/> mali, pare all’uomo di fare
          uno sforzo sopra se stesso, di vincere la propria natura, di ottenere una prova della
          propria magnanimità, di avere un argomento con cui possa persuadere a se medesimo di esser
          dotato di un animo superiore all’ordinario; tanto più ch’essendo proprio dell’uomo
          l’egoismo, e il compassionevole interessandosi per altrui, stima con questo interesse che
          niun sacrifizio gli costa, mostrarsi a se stesso straordinariamente magnanimo, singolare,
          eroico, più che uomo, poichè può non essere egoista, e impegnarsi seco medesimo per altri
          che per se stesso. Veggansi le pagg. 3291-97. e 3480-2. L’uomo nel compatire
          s’insuperbisce e si compiace di se medesimo: quindi è ch’egli goda nel compatire, e ch’ei
          si compiaccia della compassione. L’atto della compassione è un atto d’orgoglio che l’uomo
          fa tra se stesso. Così anche la compassione che sembra l’affetto il più lontano, anzi il
          più contrario, all’amor proprio, e che sembra non potersi in nessun modo e per niuna parte
          ridurre o riferire a questo amore, non <pb ed="aut" n="3109"/> deriva in sostanza (come
          tutti gli altri affetti) se non da esso, anzi non è che amor proprio, ed atto di egoismo.
          Il quale arriva a prodursi e fabbricarsi un piacere col persuadersi di morire, o
          d’interrompere le sue funzioni, applicando l’interesse dell’individuo ad altrui. Sicchè
          l’egoismo si compiace perchè crede di aver cessato o sospeso il suo proprio essere di
          egoismo. V. p. 3167.</p>
        <p>Tornando al proposito, il primo dei detti interessi, cioè quello della maraviglia era
          rilevato in Omero dalla circostanza che l’ammirazione cadeva sopra la superiorità, la
          virtù e la felicità di un eroe e di un esercito nazionale, sopra un’impresa fatta dalla
          propria nazione e fatta contro i di lei naturali nemici. Questa circostanza rendeva non
          solamente possibile ma naturalissima la vivacità e la durata di tale interesse ne’ lettori
          o uditori greci (per li quali scriveva Omero) in tutto il corso del poema. Tolta questa
          circostanza, il detto interesse non può esser nè molto vivo nè molto durevole. Il lettore
          non s’interessa gran fatto per coloro per cui vede continuamente interessarsi lo stesso
          poeta. L’interesse del lettore (nel senso in cui presentemente ci conviene intenderlo) è
          quasi una cura ch’egli si prende <pb ed="aut" n="3110"/> di quelle persone su cui
          l’interesse cade. Or dunque il lettore trova inutile il darsi gran pensiero di quelli a’
          quali vede aversi bastante cura da altri. Il poeta e la fortuna da lui narrata fanno
          quello che avrebbe a fare il lettore interessandosi; essi medesimi provveggono al
          fortunato: il lettore non ha dunque niuna cagione di farlo egli, ei non desidera quello
          che gli è spontaneamente dato, quello ch’egli ottiene già senza darsene briga e
          sollecitudine. Per queste cagioni accade che poco e poco durevolmente c’interessi il
          fortunato, massime ne’ poemi epici e ne’ drammatici. Ed effettivamente oggidì i lettori
          della stessa Iliade, non essendo greci, o non s’interessano mai vivamente per li greci, i
          quali sanno già dovere uscir vittoriosi, o presto lasciano d’interessarsene<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 3452 fine-58.</p>
          </note>. Ma non bisogna dall’effetto che l’Iliade fa in noi, misurar quello ch’ei faceva
          nei greci, ai quali essa era destinata, nè per conseguenza l’arte del poeta che la
          compose, nè il pregio e valore del poema.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3111"/> L’altro interesse, cioè quello della compassione, non poteva Omero
          introdurlo nel suo poema in modo ch’ei si riferisse ad Achille o ai greci; non poteva,
          dico, per le suddette ragioni. Solamente poteva fare che la compassione si riferisse pur
          talvolta ai greci o a qualcuno di loro, come a soggetti secondarii e accidentalmente (qual
          è p. e. Patroclo), non come a soggetto primario della compassione, al qual soggetto
          tendessero tutte le fila del poema. Questo soggetto ei lo prese nella parte contraria alla
          greca, in quella parte alla quale doveva appartener la sventura, se alla greca doveva
          appartener la felicità. Egli scelse o finse tra’ nemici un Eroe per così dir, di sventura,
          il quale fosse opposto all’Eroe della fortuna, e l’interesse del quale dovesse
          perpetuamente bilanciare e contrastare e accompagnare l’interesse dell’altro nell’animo
          de’ lettori. Questo Eroe sfortunato ei lo fece inferiore di forze ad Achille, ed anche ad
          Aiace e a Diomede, perchè la superiorità delle forze doveva <pb ed="aut" n="3112"/> esser
          l’attributo e la lode principale della parte greca (lode ch’era ai tempi eroici la più
          grande); ma oltre che di forze eziandio lo fe’ superiore a tutti gli altri greci e
          troiani, di coraggio e magnanimità lo fece pari allo stesso Achille, e nel rimanente
          ornandolo di qualità diverse da quelle di costui, lo venne però a far tale che tanto
          pesasse egli quanto questi. Somma pietà verso gli Dei, verso la patria, verso i parenti,
          somma affabilità, giovanezza, e viril bellezza sopra ogni altra (giacchè quella di Paride
          non era virile) della sua parte. Di più accortezza e destrezza nel maneggio della guerra e
          nel governo delle battaglie, vigilanza, provvidenza, cura degli amici, pazienza delle
          fatiche, arte di parlare ne’ consigli pubblici o a’ soldati, disprezzo d’ogni pericolo,
          l’onore stimato sopra ogni cosa, come quando ei ricusa di entrare nella città vedendosi
          venir sopra Achille, e dopo l’onore, la patria; costanza ec. ec. In somma com’egli aveva
          fatto in Achille un <emph>uomo</emph>
          <pb ed="aut" n="3113"/> sommamente ammirabile, così fece e volle fare in Ettore un
            <emph>eroe</emph> sommamente amabile. E come la vittoria riportata da Achille sopra
          l’invincibile Ettore, porta al colmo l’ammirazione per colui, così la sventura di Ettore
          mette il colmo alla sua amabilità e volge l’amore in compassione, la quale cadendo sopra
          un oggetto amabile è il colmo per così dire del sentimento amoroso. Molte sventure e di
          greci e di troiani si narrano o fingono nella Iliade, ma quella di Ettore è lo scopo del
          poema, ad essa tendono tutte le fila del medesimo niente meno e del paro che alla vittoria
          di Achille, e sempre unitamente: in essa il poema si chiude. Alle quali cose mirando il
          nostro Cesarotti, e giudicando che Ettore fosse il principal soggetto dell’interesse nella
          Iliade, e la sua sventura per se medesima il principale scopo ed assunto del poema,
          prosuntuosamente ne volle cangiare il titolo e intitolarlo <title>la morte
          d’Ettore</title>, stimando che Omero non avesse bene inteso se <pb ed="aut" n="3114"/>
          stesso e la sua propria intenzione quando ne’ primi versi della Iliade annunziò
          espressamente un altro assunto. Nel che s’ingannò grandemente, per non aver mirato alla
          natura umana, alle qualità di que’ tempi, alle circostanze di Omero (giacchè se oggi
          nell’Iliade l’unico, non che principale, interesse è per Ettore, non così fu anticamente,
          nè tale fu l’intenzione di Omero scrivendo ai greci), e per avere avuto l’occhio alle
          moderne opinioni circa l’unità dell’interesse e del soggetto principale. Ma come
          nell’intenzione di Omero l’unico interesse non dovette esser quello di Achille, nè l’unico
          soggetto e scopo la sua vittoria per se medesima, altrimenti egli non gli avrebbe posto
          incontro un tal Eroe qual fa Ettore; così neanche l’interesse d’Ettore dovette esser
          l’unico, nè la sua sventura per se medesima l’unico soggetto e scopo del poema.</p>
        <p>Doppio dovette essere secondo l’intenzione di Omero, e doppio infatti riuscì <pb ed="aut"
            n="3115"/> a’ lettori o uditori greci l’interesse, lo scopo, e l’Eroe del poema. E qui
          si deve considerare il maraviglioso artifizio di Omero. Non solevasi a’ tempi eroici, cioè
          quasi selvaggi, stimar gran fatto il nemico. L’odio che gli portava la parte contraria,
          quell’odio il quale faceva che ciascun soldato considerasse l’esercito o la nazione
          opposta come nemici suoi personali, e con questo sentimento combattesse, non lasciava
          luogo alla stima. E quando anche s’avesse cagione di stimare il nemico, ciascuno, come si
          fa de’ nemici personali, cercava a tutto potere di deprimerlo sì nella propria
          immaginazione che presso gli altri, e ricusava di riconoscere in lui alcuna virtù. Non
          prevaleva nè si conosceva allora quella sentenza che la gloria di chi fortemente combatte
          e di chi vince è tanto maggiore quanto più forte e stimabile è il nemico e il vinto. Ma
          sebbene allora <pb ed="aut" n="3116"/> ciascuno amasse e cercasse la gloria sopra ogni
          altra cosa ed assai più che al presente, niuno si curava di accrescerla a costo del
          proprio odio verso il nimico, niuno sosteneva di aggrandire a’ propri occhi o agli altrui
          il pregio della propria vittoria col considerare e render giustizia al valore della
          resistenza; ognuno preferiva di tenere anzi l’inimico per vile e codardo e tale
          rappresentarlo agli altri, perchè l’odio e la vendetta più si soddisfa e gode disprezzando
          il nimico e privandolo d’ogni qualsivoglia stima, che sforzandolo e vincendolo, e quasi
          piuttosto eleggerebbe di soccombergli che di lodarlo. Una tal disposizione offriva poche
          risorse, poca varietà, poco campo di passioni al poema epico. Omero ebbe l’arte di fare
          che i greci si contentassero di stimare il nemico che avevano vinto; e fece loro provare
          il piacere, a quei tempi ignoto o rarissimo, di vantarsi e compiacersi <pb ed="aut"
            n="3117"/> di una vittoria riportata sopra un nemico nobile e valoroso. Questo piacere
          fu veramente Omero che lo concepì, Omero che lo produsse; ei non era proprio de’ tempi,
          non nasceva dalla maniera di pensare e dalle disposizioni di quegli uomini, ma nacque
          dalla poesia d’Omero; Omero per dir così ne fu l’inventore. Questo gli diede campo di
          moltiplicare e intrecciar gl’interessi, di variar le passioni e gli effetti cagionati dal
          suo poema nell’animo de’ lettori.</p>
        <p>Come la stima, così la compassione verso il nimico, ancorchè vinto e virtuoso era
          impropria di quei tempi. (Vedi quello che altrove ho detto in proposito d’un’azione d’Enea
          appo Virgilio, dopo morto Pallante). Gli animi naturali non provano nella vittoria altro
          piacere che quello della vendetta. La compassione, anche generalmente parlando (cioè
          quella ancora che cade sulle persone non inimiche) nasce bensì, come di sopra ho detto,
            <pb ed="aut" n="3118"/> dall’egoismo, ed è un piacere, ma non è già propria nè degli
          animali nè degli uomini in natura, nè anche, se non di rado e scarsamente, degli animi
          ancora quasi incolti (quali erano i più a’ tempi eroici). Questo piacere ha bisogno di una
          delicatezza e mobilità di sentimento o facoltà sensitiva, di una raffinatezza e
          pieghevolezza di egoismo, per cui egli possa come un serpente ripiegarsi fino ad
          applicarsi ad altri oggetti e persuadersi che tutta la sua azione sia rivolta sopra di
          loro, benchè realmente essa riverberi tutta ed operi in se stesso e a fine di se stesso,
          cioè nell’individuo che compatisce. Quindi è che anche nei tempi moderni e civili la
          compassione non è propria se non degli animi colti e dei naturalmente delicati e
          sensibili, cioè fini e vivi. Nelle campagne dove gli uomini sono pur meno corrotti che
          nelle città, rara, e poco intima e viva, e di poca efficacia e durata è la compassione. Ma
          lo spirito di Omero era certamente <pb ed="aut" n="3119"/> vivissimo e mobilissimo, e il
          sentimento delicatissimo e pieghevolissimo. Quindi egli provò il piacere della
          compassione, lo trovò, qual egli è, sommamente poetico, perocch’egli, oltre alla dolcezza,
          induce nell’animo un sentimento di propria nobiltà e singolarità che l’innalza e
          l’aggrandisce a’ suoi occhi, vero e proprio effetto della poesia. Veggasi la p. 3167-8. e
          3291-7. Volle dunque introdurlo nel suo poema, anzi farne l’uno de’ principali fini del
          medesimo, l’uno de’ principali piaceri prodotti dalla sua poesia. Volle accompagnar questo
          piacere e questo affetto con quello della maraviglia, affetto appartenente
          all’immaginazione e non al cuore, che fino a quel tempo era forse stato l’unico o il
          principal effetto della poesia. Volle che il suo poema operasse continuamente del pari e
          sulla immaginazione e sul cuore, e dall’una e dall’altra sua facoltà volle trarlo, cioè da
          quella d’immaginare e da quella di sentire. Questo suo intento è manifestissimo <pb
            ed="aut" n="3120"/> nel suo poema, più manifesto che appo gli altri poeti greci venuti a
          tempi più colti, più eziandio che ne’ tragici appo i quali il terrore e la maraviglia
          prevalgono ordinariamente alla pietà, e spesso son soli, sempre tengono il primo luogo.
          Vedesi apertamente che Omero si compiace nelle scene compassionevoli, che se il soggetto e
          l’occasione gliene offrono, egli immediatamente le accetta, che altre ne introduce a bella
          posta e cercatamente (come l’abboccamento d’Ettore e Andromaca a introdurre il quale, e
          non ad altro, è destinata e ordinata quella improvvisa venuta d’Ettore in Troia, nel
          maggior fuoco della battaglia, e in tempo che può veramente parere inopportuno
          intempestivo e imprudente), e che nell’une e nell’altre ei non trascorre, ma ci si ferma e
          ci si diletta, e raccoglie tutte le circostanze che possono eccitare e accrescere la
          compassione, e le sminuzza, e le rappresenta con grandissima arte e intelligenza del cuore
          umano. E il soggetto di tutte <pb ed="aut" n="3121"/> queste scene dove l’animo de’
          lettori è sommamente interessato non sono altri che quegli stessi che Omero ha tolto a
          deprimere, i nemici de’ greci ch’egli ha preso ad esaltare. Nè pertanto egli s’astiene dal
          volere a ogni modo far piangere sopra i troiani, e deplorare ai medesimi greci quelle
          sventure ch’essi avevano cagionate, del che egli nel tempo stesso sommamente li celebra.</p>
        <p>Grande, caro, artifiziosissimo e poetichissimo effetto dell’Iliade, che Omero ottenne col
          duplicare espressamente e l’interesse e lo scopo e l’Eroe, che non si poteva ottenere
          altrimenti, che fu tutto invenzione ed opera di Omero, voglio dir l’unione e l’armonia di
          questi due interessi e fini contrarii, e il pensiero d’introdurli ambedue nel suo poema, e
          sostenerli congiuntamente fino all’ultimo, facendoli camminar sempre del pari. Con che
          oltre all’avere raddoppiato l’effetto del suo poema, interessando per l’una parte
          l’immaginazione, per l’altra il cuore; <pb ed="aut" n="3122"/> oltre all’aver potuto
          congiungere l’interesse che deriva dalla virtù felice con quello che deriva dalla virtù
          sventurata (il che non si poteva fare se non dividendo i soggetti dell’una e dell’altra,
          perocchè accumulando l’una e l’altra in un soggetto solo e facendo che di sventurato
          divenisse felice, o di felice terminasse nella sventura, l’uno e l’altro interesse sarebbe
          stato imperfettissimo e debolissimo, e distruttivo l’uno dell’altro, per modo che finita
          la lettura, l’un solo di essi sarebbe rimasto, come accade p. e. nelle così dette, assurde
          tragedie, <emph>di lieto fine</emph>)<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. la p. 3448. segg. e in particolare 3450-1.</p>
          </note>; oltre, dico, all’aver potuto mettere in moto nel suo poema ambedue
          quegl’interessi che fortissimamente operano nell’uomo, e grandissimo piacere gli recano, e
          sono poetichissimi, cioè la maraviglia della virtù superante ogni ostacolo ed ottenente il
          suo fine, interesse che in quei tempi principalmente era di gran forza, e la compassione
          della somma virtù caduta in somma e non medicabile nè consolabile calamità; <pb ed="aut"
            n="3123"/> oltre tutto questo Omero ottenne di potere introdurre nel suo poema, un
          perpetuo contrasto di passioni contrarie continuamente operanti ne’ lettori, continuamente
          equilibrantisi l’una l’altra, continuamente sottentranti e implicantisi e mescolantisi
          l’una nell’altra. Contrasto nato dalla duplicazione dell’interesse dello scopo e della
          persona principale, la qual duplicazione in virtù di questo perpetuo e perpetuamente
          sensibile contrasto, non solo raddoppia ma moltiplica più volte l’effetto e l’energia
          dell’Iliade nell’animo de’ lettori, e la vivacità delle sensazioni, e il commovimento e
          l’agitazione dello spirito, propria operazione della poesia.</p>
        <p>Tali si furono le intenzioni di Omero, tale il mezzo e l’arte da lui adoperati per
          conseguirle, tale la vera natura, il vero carattere, il vero andamento del suo poema, la
          vera forma ch’egli ha e che l’autore volle dargli. Vediamo ora gli altri poeti epici e i
          loro poemi, e <pb ed="aut" n="3124"/> le regole dell’epopea che dopo Omero furono
          concepute e insegnate e poste e seguite.</p>
        <p>Videro tutti la necessità di far che l’Eroe e la impresa principale che si prendesse a
          lodare e a narrare nell’epopea riuscissero felicemente. Ciò fu dato per regola, e questa
          regola fu seguita da tutti. Massimamente che dietro l’esempio dell’Iliade (benchè
          l’Odissea somministrasse pure un esempio diverso) non fu stimato proprio soggetto di poema
          epico altro che imprese guerriere, nè d’altro genere d’Eroe fu creduto che l’epopea
          dovesse rappresentare il modello, se non che del gran Capitano. Onde parve tanto più
          necessaria la felicità nell’Eroe del poema e nell’impresa che ne fosse il soggetto, non
          giudicandosi degno d’epopea un Capitano vinto da’ nemici nè una guerra perduta.</p>
        <p>Sin qui andava bene: ma v’era il grandissimo inconveniente che l’interesse che i lettori
          possono prendere per li fortunati, ancorchè virtuosi, è scarso, debole e breve, e non <pb
            ed="aut" n="3125"/> si può reggere pel corso d’un lungo poema, nè tutto, per così dire,
          animarlo e vivificarlo, nè anche sufficientemente animarne una sola parte. Mancando il
          contrasto fra la virtù e la fortuna, oltre che ne scapita la verità dell’imitazione,
          essendo pur troppo il vero che questo contrasto sussiste nel mondo ed è perpetuo, onde un
          virtuoso fortunato è soggetto quasi romanzesco, e toglie quasi fede al poema, e impedisce
            l’illusione<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 3451-2.</p>
          </note>, (massime a’ moderni tempi, perchè a quelli d’Omero era altra cosa); ne seguiva
          anche il pessimo effetto della freddezza, perchè il lettore non ha che interessarsi per la
          virtù, vedendola felice, ed ottener già quello che le conviene.</p>
        <p>Quindi è che ne’ poemi epici posteriori ad Omero, l’Eroe e l’impresa felice nulla
          avrebbero interessato i lettori, se desso eroe, dessa impresa, dessa felicità non fossero
          in qualche modo appartenuti ai lettori medesimi, come Achille ec. ai greci. In verità un
            <pb ed="aut" n="3126"/> poema epico di lieto fine richiede necessariamente la qualità di
          poema nazionale; e per ciò che spetta e mira a esso fine, un poema epico non nazionale non
          può interessar niuno; nazionale, non può mai produrre un interesse universale nè perpetuo,
          ma solo nella nazione e per certe circostanze. L’Eneide fu dunque poema nazionale, e
          lasciando star tutti gli episodi e tutte le parti e allusioni che spettano alla storia ed
          alla gloria de’ Romani, l’Eneide anche pel suo proprio soggetto potè produr ne’ Romani il
          primo di quegl’interessi che abbiamo distinto in Omero, perocchè i Romani si credevano
          troiani di origine, sicchè la vittoria d’Enea consideravasi o poteva considerarsi da essi
          come un successo e una gloria avita, e ad essi appartenente, e da essi ereditata. Il
          soggetto della Lusiade fu nazionale, e di più moderno. Egli non poteva esser più felice
          quanto al produrre quel primo interesse di cui ragioniamo. Il soggetto dell’Enriade è
          affatto nazionale e la memoria di quell’Eroe era particolarmente cara ai francesi, onde la
          scelta dell’argomento in genere fu molto giudiziosa, massime ch’e’ non era nè troppo
          antico nè troppo moderno, anzi quasi forse a quella stessa o poco diversa distanza a cui
          fu la guerra troiana da’ tempi d’Omero. Il soggetto e l’eroe <pb ed="aut" n="3127"/> della
          Gerusalemme furono anche più che nazionali, e quindi anche più degni; e furono attissimi
          ad interessare. Dico più che nazionali, perchè non appartennero a una nazione sola, ma a
          molte ridotte in una da una medesima opinione, da un medesimo spirito, da una medesima
          professione, da un medesimo interesse circa quello che fu il soggetto del Goffredo. Dico
          tanto più degni, perchè essendo d’interesse più generale, rendevano il poema più che
          nazionale, senza però renderlo d’interesse universale, il che, trattandosi di quello
          interesse di cui ora discorriamo, tanto sarebbe a dire quanto di niuno interesse. Dico
          attissimi a interessare perchè quantunque fosse spento in quel secolo il fervore delle
          Crociate, durava però ancora generalmente ne’ Cristiani uno spirito di sensibile odio
          contro i Turchi, quasi contro nemici della propria lor professione, perchè in quel tempo i
          Cristiani, ancorchè corrottissimi ne’ costumi e divisi tra loro nella fede, consideravano
          per anche la fede Cristiana <pb ed="aut" n="3128"/> come cosa propria, e i nemici di lei
          come propri nemici ciascuno; e quindi non solo con odio spirituale e per amor di Dio, ma
          con odio umano, con passione per così dir, carnale e sensibile, per proprio rispetto, e
          per inclinazione odiavano i maomettani non che il maomettanesimo. E la liberazione del
          sepolcro di Cristo era cosa di che allora tutti s’interessavano, siccome in questi ultimi
          tempi, della distruzione della pirateria Tunisina e Algerina, benchè questa e quella
          fossero più nel desiderio che nella speranza, o certo più desiderate che probabili:
          aggiunta però di più la differenza de’ tempi, perocchè nel cinquecento le inclinazioni e
          le opinioni e i desiderii pubblici erano molto più manifesti, decisi, vivi, forti e
          costanti ch’e’ non possono essere in questo secolo. Siccome nel 300 il Petrarca (Canz. O
          aspettata), così nel 500 tutti gli uomini dotti esercitavano il loro ingegno nell’esortare
          o con orazioni o con lettere o con poesie pubblicate per le stampe, le nazioni e i
          principi d’Europa <pb ed="aut" n="3129"/> a deporre le differenze scambievoli e collegarsi
          insieme per liberar da’ cani<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <bibl>
                <author>Petr.</author>
                <title>Tr. della Fama</title> cap. 2. terzina 48</bibl>.</p>
          </note> il Sepolcro, e distruggere il nemico de’ Cristiani, e vendicar le ingiurie e i
          danni ricevutine. Questo era in quel secolo il voto generale così delle persone colte
          ancorchè non dotte, come ancora, se non de’ gabinetti, certo di tutti i privati politici,
          che in quel secolo di molta libertà della voce e della stampa, massimamente in Italia, non
          eran pochi<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Erano allora i politici privati più di numero in Italia che altrove, l’opposto
              appunto di oggidì, perchè pure al contrario di oggidì, era in quel secolo maggiore in
              Italia che altrove e più comune e divulgata nelle diverse classi, la coltura, e l’amor
              delle lettere e scienze ed erudizione per una parte (le quali cose tra noi si
              trattavano in lingua volgare, e tra gli altri p. lo più in latino, fuorchè in
              Ispagna), e per l’altra una turbolenta libertà fomentata dalla moltiplicità e
              piccolezza degli Stati, che dava luogo a poter facilmente trovar sicurezza e impunità,
              col passare i confini e mutar soggiorno, chi aveva o violate le leggi, o troppo
              liberam. parlato o scritto, o offeso alcun principe o repubblica nello Stato italiano
              in ch’ei dapprima si trovava.</p>
          </note>; e di questo voto si faceva continuamente materia alle scritture e allusioni
          digressioni ec. e di quel progetto o sogno che vogliam dire si riscaldava l’immaginazione
          de’ poeti e de’ prosatori, e se ne traeva l’ispirazione dello scrivere. Niente meno che
          fosse nell’ultimo secolo della libertà della Grecia fino ad Alessandro, il desiderio, il
          voto, il progetto di tutti i savi greci la concordia di quelle repubbliche, l’alleanza
          loro e la guerra contro il gran re, e contro il barbaro impero persiano perpetuo nemico
          del nome greco. E come Isocrate <pb ed="aut" n="3130"/> per conseguir questo fine
          s’indirizzava colle sue studiatissime ed epidittiche, scritte e non recitate orazioni ora
          agli Ateniesi (nel Panegirico, e <bibl>v. l’<title>Oraz. a Filippo</title>, ediz. sopra
            cit. p. 260-1</bibl>.) ora a Filippo, secondo ch’ei giudicava questo o quelli più capaci
          di volerlo ascoltare, e più atti a concordare e pacificar la Grecia e capitanarla contro i
          Barbari, così nel 500. lo Speroni s’indirizzava pel detto effetto con una lavoratissima
          orazione stampata e non recitata nè da recitarsi, a Filippo II di Spagna, ed altri ad
          altri, secondo i tempi e le occasioni. Ma tutto indarno, non come accadde ai greci, il cui
          voto fu adempiuto da Alessandro, mosso fra l’altre cose, come è fama (<bibl>v. Eliano Var.
            l. 13. e <foreign lang="grc">ὑπόθες. τοῦ πρὸς Φίλιπ. λόγου</foreign>
          </bibl>), dall’orazione appunto che Isocrate n’avea scritto a Filippo suo padre, l’uno e
          l’altro già morti.</p>
        <p>Or considerate queste circostanze si trova veramente savissima, opportunissima,
          nobilissima la scelta fatta dal Tasso, e degna di quel grand’animo, che seppe concepire
          nientemeno <pb ed="aut" n="3131"/> che un poema europeo (qual fu il Goffredo non meno per
          l’argomento che per gli altri pregi), dove la generalità dell’interesse non pregiudicasse
          (ch’è pur sì difficile e raro) alla vivacità e forza del medesimo<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Nótisi che il Tasso proccurò eziandio di render nazionale l’argomento della
              Gerusalemme col dare tra’ Cristiani le maggiori parti del valore a due italiani;
              Tancredi di Campagna nel Napoletano il qual era patria del Tasso, e Rinaldo d’Este
              progenitore del Duca a cui il Tasso indirizzava il poema. E Rinaldo si è propriamente,
              non pure il secondo, ma l’altro Eroe della Gerusalemme con Goffredo, come ho detto a
              suo luogo, e, secondo l’intenzion del Tasso, a parti uguali, ma in effetto e’ riesce
              maggior di Goffr.</p>
          </note>. E in vero se dalla estensione dell’interesse si deve misurare, almeno in qualche
          parte, il pregio d’un poema, anzi d’ogni scrittura, niun poema epico in questa parte nè
          vinse nè agguagliò la Gerusalemme; siccome ancora, secondo le opinioni di que’ tempi, ne’
          quali ci dobbiamo riporre coll’intelletto, niun poeta epico si propose mai scopo più
          nobile nè più degno nè più magnanimo che il Tasso, il quale intese col suo poema di
          contribuir più che tutti gli altri scrittori insieme, ad eccitare i principi Cristiani a
          quella sacra e generosa guerra ec. coll’esempio e la lode di quelli che l’avevano
          intrapresa e valorosamente operata e felicemente terminata. (Puoi vedere per meglio
          conoscere le opinioni e i sentimenti <pb ed="aut" n="3132"/> dell’Europa cristiana verso
          l’impero turco nel 500, la B. G. del Fabricio, t. 13., p. 500-6.<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>V. p. 3173. Vedi ancora particolarm. lo <bibl>
                <author>Speroni</author>
                <title>Oraz. Ven.</title> 1596. p. 23. e p. 56. e 109</bibl>. e <bibl>
                <author>Castiglione</author>, <title>Cortegiano</title> ed. Ven. 1541. carta 173;
                ed. Ven. 1565. p. 423-24, libro 4</bibl>.</p>
          </note>)</p>
        <p>Molto ragionevolmente adunque i sopraddetti poeti (per non parlare degli altri, come di
          Voltaire e di Ercilla autore dell’Araucana, e del Trissino ec.) scelsero ai loro poemi
          argomento nazionale, senza la qual circostanza (largamente però intendendo la parola
          nazionale, come p. e. circa la Gerusalemme) è assolutamente impossibile dare alcuno
          interesse a un poema epico che abbia e serbi la unità, com’ella oggi s’intende. Ed è
          perciò ben poco lodevole l’assunto di quel moderno che volle dare all’Italia una nuova
          Gerusalemme. (Arici, Gerusal. distrutta).</p>
        <p>Ma l’interesse che nasce dalla virtù felice è, come ho detto, sempre debole anche in un
          soggetto nazionale, e soffre moltissimi inconvenienti, massime in tempi così diversi da
          quelli di Omero, come sono i moderni, e come furono quei di Virgilio che in molte parti si
          rassomigliano ai presenti.</p>
        <p>1. Tutte quelle speciali circostanze che ne’ tempi antichissimi rendevano singolarmente
          pregevole <pb ed="aut" n="3133"/> la felicità, e cagione di stima per se medesima,
          perirono ben tosto, ed altre contrarie ne sottentrarono che produssero e producono
          contrario effetto, e sempre lo produrranno, perchè queste seconde circostanze non sono per
          passar mai.</p>
        <p>2. È così falso<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 3451-2.</p>
          </note>, o per lo meno straordinario, che la virtù sia compagna della fortuna, che un
          virtuoso fortunato, un meritevole che ottiene il suo merito (e tanto più s’egli è
          straordinariamente meritevole, se la sua virtù è veramente singolare, il che oggi
          sommamente nuoce) eccede quasi quel grado di singolarità e rarità che è compatibile colla
          credibilità, colla illusione, coll’immedesimarsi che dee fare il lettore ne’ casi e ne’
          personaggi narrati dal poeta, con quella cotal somiglianza che il lettore dee pur trovare
          tra quei casi e i presenti, tra quelle persone e se stesso; deve, dico, trovarla per
          qualche parte, a voler ch’ei ci provi interesse. Di questo inconveniente ho già detto di
            sopra<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>p. 3125.</p>
          </note>. Esso ancora non è mai per passare, anzi cresce e crescerà, si conferma e
          confermerassi ogni dì maggiormente.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3134"/> 3. E ciò tanto più, quanto l’idea che noi abbiamo della virtù è
          ben diversa da quella che s’aveva a’ tempi d’Omero. La virtù qual suol essere concepita
          dai moderni ha la fortuna assai più nemica, che non quella virtù concepita dagli
          antichissimi, la quale consisteva quasi tutta o principalmente nella forza e nel coraggio;
          qualità che, se non sempre, certo assai spesso son seguite (anche oggidì) dalla fortuna, e
          molto giovano a conseguirla. Ond’era tanto più ragionevole e conveniente che a quei tempi
          l’eroe del poema epico, il quale dev’esser sommamente virtuoso, si scegliesse felice,
          perchè quella virtù in ch’ei si doveva rappresentare eccellente, conduce infatti alla
          felicità, e il mostrar ch’ella non avesse conseguito il proprio intento, l’avrebbe
          mostrata imperfetta, come quella che non era bastata a produrre quel ch’ella suole, e a
          che ella naturalmente serve e conduce. Massime che gli uomini sogliono giudicar dai
          successi, <pb ed="aut" n="3135"/> ed estimare assolutamente la natura, le qualità, il
          grado, il valore e la propria bontà delle cose dai loro effetti. Ma la virtù modernamente
          considerata, è per sua stessa natura, non solo non conducente, ma pregiudizievole alla
          fortuna. Questo discorso ha massimamente luogo ne’ tempi più moderni, in che l’idee
          morali, e per cagione del Cristianesimo e per altro, sono più raffinate, e sempre più
          tanto si raffinano quanto più divengono inutili, e tanto si perfezionano e sottilizzano in
          teoria, quanto si vanno segregando affatto dalla pratica. Ma proporzionatamente le dette
          considerazioni sono anche applicabilissime ai tempi di Virgilio; e in fatti la virtù di
          Enea è immensamente diversa da quella di Achille, e il tipo di perfetto eroe concepito e
          voluto esprimere da Virgilio fu diversissimo, e in buona parte contrario, a quello di
          Omero.</p>
        <p>4. Oggi l’amor patrio e nazionale è quasi nullo. Anche ne’ romani al tempo di <pb
            ed="aut" n="3136"/> Virgilio esso era abbastanza raffreddato perchè quasi niun di loro
          considerasse più la sua patria come cosa individualmente sua propria. Il che appunto
          facevano i più antichi, e come questo cagionava l’entusiasmo che ciascun d’essi
          manifestava nell’operare per la patria, così produceva il grande interesse che ciascuno
          pigliava alle glorie d’essa patria cantate dai poeti. Questo spirito non si trovava più
          ne’ Romani, e però non potè essere se non mediocre in esso loro l’interesse verso le
          vittorie e le lodi di remotissimi loro antenati, che oltracciò portarono un nome diverso
          dal loro. (troiani). Omero cantò ai greci liberi, e Virgilio ai Romani, dopo lunghissima e
          ferocissima libertà fatti sudditi, e di più pacificamente tiranneggiati, perchè quello fu
          quasi il più pacifico tempo dell’imperio romano, e in ch’essi meno pensarono a libertà e
          meno si dolsero del giogo. Delle nazioni moderne poi, nulla dirò. Parlino i fatti; e se ne
          deduca quanto vivo e <pb ed="aut" n="3137"/> durabile interesse possa cagionare in
          un’epopea la nazionalità dell’impresa e dell’Eroe. Quando non esiste quasi nazionalità
          nelle nazioni. Ciò vale sopra tutto per l’Italia.</p>
        <p>5. Finalmente l’interesse che può produrre in un poema epico un Eroe ed un’impresa
          nazionale felice, nè può, come è chiaro, riuscire universale, nè anche può essere
          perpetuo, come più sotto si mostrerà cogli esempi. Unico interesse che possa in un’epopea
          riuscire universale e per luogo e per tempo, cioè comune a tutte le nazioni e a tutti i
          secoli, si è quello che nasce dalla sventura, e più dalla virtù sventurata, dalla beltà,
          dalla giovanezza e anche dal valor militare personale sventurato. E questo altresì può
          solo esser vivissimo, e durare in chi legge per tutto il corso della lettura, e
          perseverare nel suo animo lungo tempo di poi, come pungolo lasciato nella piaga.</p>
        <p>Ma l’unico modo che v’aveva d’introdurre questo interesse nel poema epico, quello, dico,
          usato da Omero nell’Iliade, cioè di duplicare onninamente l’Eroe, l’interesse e lo scopo
          poetico di tutta l’epopea, non solamente <pb ed="aut" n="3138"/> dagli Epici posteriori ad
          Omero non fu voluto abbracciare, ma fu sopra tutte l’altre cose fuggito, come quello che
          dirittamente avrebbe esclusa quella unità d’interesse, di scopo e d’Eroe, che quei poeti e
          i Dottori de’ loro tempi e de’ nostri, davano per primaria e supremamente indispensabile
          qualità del poema epico: la unità, dico, non quale è quella della Iliade, dalla quale pur
          furono tratte le regole, le norme e il tipo dell’epopea, ma quale i posteriori ingegni
          metafisicamente sottilizzando, e troppo artisticamente e strettamente considerando, la
          concepirono, determinarono e prescrissero. Ond’è che quantunque in ciascuno de’ nominati
          poemi epici v’abbiano molte sventure cantate, ed avendovi una parte vittoriosa e felice,
          v’abbia altresì necessariamente una parte soccombente e sfortunata, si guardarono però
          bene tutti i detti poeti di farci piangere sopra questa sventura, come aveva fatto Omero;
          e di condurre il poema in modo che <pb ed="aut" n="3139"/> all’ultimo la vittoria della
          parte avventurosa, benchè sempre desiderata e allora applaudita dal lettore, fosse nel
          tempo medesimo cordialmente da lui pianta e lagrimata, destandosi così nel suo animo sì
          pel corso del poema, sì massimamente nel fine, e durando in esso dopo la lettura quel vivo
          contrasto di passioni e di sentimenti, quella mescolanza di dolore e di gioia e d’altri
          similmente contrarii affetti che dà sommo risalto agli uni e agli altri, e ne moltiplica
          le forze, e cagiona nell’animo de’ lettori una tempesta, un impeto, un quasi
          gorgogliamento di passioni che lascia durevoli vestigi di se, e in cui principalmente
          consiste il diletto che si riceve dalla poesia, la quale ci dee <emph>sommamente muovere e
            agitare</emph> e non già lasciar l’animo nostro in riposo e in calma. Questi mirabili
          effetti li produsse divinamente la Iliade, costringendo gli uditori greci a piangere sulla
          morte e sui funerali di Ettore ucciso dalle armi de’ loro <pb ed="aut" n="3140"/>
          maggiori, in guerra, per loro, giusta, e con giusta causa (cioè la vendetta di Patroclo),
          e a mescolare i loro lamenti con quelli di Andromaca e della desolata città nemica, già
          vicina all’ultima calamità, che, per così dire, le loro proprie armi o i loro proprii
          eserciti gli avevano infatti recata. Sublimissimo effetto concepito, disegnato e prodotto
          da Omero in tempi feroci e semibarbari, e non saputo concepire nè produrre da verun altro
          epico in tempi civili. Perocchè temendo di raddoppiar l’interesse, (ch’era appunto ciò che
          avevano a fare, e senza il che non era possibile quel divino effetto), evitarono
          espressamente e studiosamente di fare in modo che la parte nemica o alcun personaggio di
          essa riuscisse più che tanto virtuoso o per qualunque lato interessante sino al fine. E
          maggiormente si guardarono di sempre ugualmente condurre e in ultimo annodare le fila
          della loro epopea tanto all’esito <pb ed="aut" n="3141"/> dell’Eroe vittorioso quanto a
          quello di un altro Eroe a lui per molti lati pari e seco lui compensabile e comparabile ma
          soccombente. Come fece Omero, perchè nell’Iliade Ettore è, e fu voluto rappresentare,
          espressamente comparabile ad Achille.</p>
        <p>Turno non occupa se non pochissima parte dell’Eneide, e riesce così poco interessante che
          certo la sua sventura e morte non ha mai tratto ad alcuno un sospiro. Gli Eroi de’ Barbari
          nella Gerusalemme sono appostatamente più d’uno e di ugualissimo pregio<note resp="aut"
            n="a" place="foot">
            <p>Argante, Clorinda, Solimano. Questi ed Argante sono anche espressam. emuli, ma tutti
              tre pari di valore. Altri eroi degl’infedeli non v’ha nella <title>Gerus.</title> V.
              p. 3525.</p>
          </note>, sicchè l’interesse non si determina per alcuno di loro, nè della loro morte o
          calamità niuno si compiange, nè a veruna di queste morti o calamità tendono le fila del
          poema. Di più il Tasso, stante lo spirito del suo tempo, e stante che in quel caso pareva
          che la Religione interdicesse, come suole, e confondesse colla empietà l’imparzialità, non
          potè a meno di rappresentare con tratti odiosi (in alcuno più in altri manco, ma
          generalmente, e massime in Solimano ed Argante, odiosi), i nemici de’ Cristiani. Quindi
          nella presa di Gerusalemme niuno sente per niun modo la sventura e il disastro di quella
          città infedele, nè <pb ed="aut" n="3142"/> la presa è descritta o narrata con intenzione
          di muovere a compatimento, nè in maniera da poterne mai cagionare nè meno a caso.
          Altrettanto dicasi delle sconfitte degli eserciti maomettani o pagani. E similmente si
          discorra dell’altre moderne epopee.</p>
        <p>Non è già che Virgilio e gli altri volessero e intendessero spogliare affatto d’ogni
          valore, d’ogni virtù, d’ogni pregio la parte contraria alla vincitrice. Anzi intendendosi
          a’ tempi loro meglio che a’ tempi d’Omero, che tanto più si loda colui che vince non per
          caso ma per virtù, quanto s’amplifica quella del vinto, non lasciarono di volere
          espressamente rappresentare virtuosi in molte parti e degni di stima e lodevoli anche i
          nemici, sì tutti insieme, come parecchi distinti personaggi del loro numero. Ma ciò
          facendo, intentissimamente evitarono che l’interesse pe’ nemici o per alcuno de’ medesimi
          non giungesse di gran lunga a pareggiare quello che volevano ispirare ai lettori verso la
          parte e l’Eroe vittoriosi. Nel che riuscirono ottimamente, anzi al di là della loro
          intenzione, perchè laddove essi vollero pur <pb ed="aut" n="3143"/> comunicare alcun poco
          d’interesse a questo o quel personaggio nemico o alla parte inimica, niuno gliene
          comunicarono.</p>
        <p>Queste sono le forme di poema epico, e queste le regole e il processo seguiti e adoperati
          dall’una parte da Omero, dall’altra parte dai poeti epici che, per dir così, da lui
          nacquero. Comparate così le forme, l’idea, e se così vogliamo dire, le cagioni, e le
          intenzioni de’ poeti, consideriamo ora generalmente e paragoniamo i rispettivi effetti.</p>
        <p>Nell’Iliade oggidì l’interesse per Achille e per li greci, come ho detto, è poco o niuno,
          perchè i suoi lettori non sono più greci. Nondimeno l’interesse nell’Iliade è vivissimo
          continuo e durevole eziandio dopo la lettura. Esso è per Ettore e per li troiani. I
          lettori di qualsivoglia nazione, dopo tanti secoli, dopo tanti cangiamenti sofferti dallo
          spirito umano, tutti efficacemente e continuamente s’interessano leggendo la Iliade. E
          tutti non per altri che per li troiani e per Ettore, cioè per la sventura; e questo
          interesse <pb ed="aut" n="3144"/> si riduce principalmente e come a suo capo alla
          compassione. Questa cioè è quel sentimento dominante e finale, che noi nella Iliade
          provando, chiamiamo interesse della medesima. Le quali cose mossero il Cesarotti a
          intitolar quel poema, come ho detto, <title>La Morte d’Ettore</title>, misurando l’indole
          e l’intento primitivo, proprio e vero del poema dall’effetto ch’ei produce sopra di noi in
          tanta diversità e lontananza di tempo, di nazione, di opinioni, di carattere e di costumi.
          Nell’Eneide l’interesse della compassione non v’è. Dico non v’è, come interesse finale.
          Quello che si concepisce per Didone, quello per Niso ed Eurialo sono interessi episodici
          che non ci accompagnano se non per piccola parte del poema, nè hanno che fare colla
          sostanza e collo scopo di esso, talmente che possono affatto risecarsi senza che la
          testura nè il principale e finale effetto del poema per nulla se ne risentano o ne siano
          cangiati. L’interesse per l’Eroe felice, cioè per Enea, e per la parte felice, cioè per li
          troiani, dovette esser mediocre anche a principio, <pb ed="aut" n="3145"/> come di sopra
          ho mostrato, ed ora è più che mediocre. E ciò, non ostante che il lettore di Virgilio non
          possa quasi a meno di trasferire o di continuare ne’ fortunati troiani dell’Eneide
          quell’interesse ch’egli ha conceputo per gli sfortunati e vinti troiani della Iliade.
          Perocchè egli è certissimo che l’Iliade oltre all’aver partorito l’Eneide, oltre
          all’averla nutrita e cresciuta, per dir così, del suo proprio latte, (voglio dire averle
          somministrato l’argomento e i materiali in gran parte, o datogliene l’occasione, e
          d’altronde averle porto i mezzi e i modi di trattarla, e gli ornamenti ec. cioè il
          modello, e le immagini, e le forme delle invenzioni, dell’ordine, dello stile poetico ec.)
          la sostiene e l’aiuta anche oggidì, comunicandole parte del suo proprio interesse,
          riscaldandola del suo fuoco, e riverberandosi sulla Eneide e in essa influendo e
          derivandosi e quasi irrigandola gli affetti che la lettura o la notizia della Iliade
          inspirò. Laonde se la Eneide, quanto al suo principal soggetto ispira alcuno interesse,
          egli è pur da notare che grande e forse la massima parte di esso, non a lei propriamente
          appartiene, ma le vien di fuori, e l’è totalmente accidentale ed estrinseco, non interiore
          ed essenziale, nè in essa <pb ed="aut" n="3146"/> nasce ma altrove ed anteriormente
          nacque. Il che non si deve confondere col proprio e nativo interesse dell’Eneide<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Di questi interessi accidentali vedi la pag. 2645-8.</p>
          </note>.</p>
        <p>La Lusiade avrà certo interessato ed interesserà forse anche oggidì i lettori portoghesi,
          nè si può bastantemente lodare lo sfortunato Camoens per l’avere scelto un soggetto così
          strettamente nazionale, e di più per l’aver saputo adattare e far materia di poema epico
          un argomento allora modernissimo, qualità che per l’una parte produce estreme difficoltà
          le quali a molti sono sembrate in un poema epico insuperabili, e per l’altra sommamente
          contribuirebbe a produrre o singolarmente accrescere l’interesse d’un’epopea, come ancora
          di un dramma e di qualsivoglia poesia. Ma per li lettori dell’altre nazioni non so quanto
          nella Lusiade possa essere l’interesse, nè se ne’ medesimi portoghesi, mancata la recente
          memoria di quelle imprese, e raffreddato, come per tutta l’Europa, l’amor nazionale e gli
          altri sentimenti magnanimi, la Lusiade produca per ancora un interesse abbastanza <pb
            ed="aut" n="3147"/> vivo, continuo e durabile.</p>
        <p>Quello spirito dell’Italia e dell’Europa Cristiana verso gl’infedeli (e, diciamolo
          ancora, verso il Cristianesimo) che disopra ho descritto, che regnò al tempo del Tasso e
          ne’ precedenti, che in lui ancora grandemente potè, che ispirò e produsse la Gerusalemme,
          è totalmente sparito e perduto, e le nostre condizioni a questo riguardo sono affatto
          cangiate in tutta l’Europa. Nullo è dunque oggidì l’interesse della Gerusalemme. Dico che
          la Gerusalemme non ha più realmente veruno interesse finale e principale, cioè non ispira
          più quell’interesse ch’ella principalmente e per istituto si propone d’ispirare; perocchè
          esso non ha più luogo negli animi de’ lettori, affatto cangiati come sono, nè può più
          nascere in alcuno quell’interesse, essendo mutate e quasi volte in contrario le
          circostanze. Benchè certo la Gerusalemme al suo tempo ispirò moltissimo interesse, e forse
          maggiore che l’Eneide al tempo suo, ed oltre di questo universale nelle colte nazioni, <pb
            ed="aut" n="3148"/> dove quello dell’Eneide non potè esser che nazionale. Nè certo la
          Gerusalemme mancò del suo fine. Ma ora non per tanto non può più produrlo. Interessi però
          episodici e non finali ve n’hanno molti nella Gerusalemme. V’ha quello di Olindo e
          Sofronia e nasce dalla sventura. V’ha quello di Erminia, quello di Clorinda, e nascono
          dalla sventura. V’ha quello del Danese, e nasce dalla sventura, e, quel ch’è notabile, da
          sventura toccante alla stessa parte che aveva a riuscir vittoriosa e fortunata, cioè a
          dire alla Cristiana. Colla quale occasione è da considerare la bella e straordinaria
          facoltà che concedeva al Tasso lo spirito del suo tempo, cioè di congiungere la
          compassione alla felicità, di far nascere questa da quella, di salvar l’estrema unità che
          si esigeva ne’ poemi epici pigliando un Eroe felice e facendolo non per tanto
          compassionevole. Alleanza impossibile anticamente, difficile e di poco buono effetto
          oggidì. Ma le opinioni Cristiane (che al suo tempo fiorivano) riponendo <pb ed="aut"
            n="3149"/> la felicità propria dell’uomo nell’altra vita, facendola indipendente da
          quella di questo mondo, considerando le sventure temporali come vantaggi e reali fortune,
          insegnando massimamente esser felicissimo chi soffre per la giustizia e per la fede e per
          Dio, e più chi muore per loro amore e cagione, davano luogo al Tasso di rappresentare come
          felice e come giunto al suo desiderio e scopo un personaggio, il quale, facendolo
          temporalmente sventurato e nelle sventure magnanimo ec., poteva pur fare sommamente
          compassionevole e tenero. Nè altrimenti egli si governò circa il Danese, il quale ei non
          diede già per infelice, ma per felicissimo veramente, essendo morto, e generosamente morto
          per Dio, e nel tempo stesso il volle fare e il fece oggetto di compassione e di tenerezza
          per la temporale sventura e per questa morte fortemente incontrata e sostenuta. Ma ei non
          si volle prevalere di tal facoltà nè di tali opinioni e disposizioni del suo tempo, se non
          quanto a personaggi secondarii (come questo e Dudone) <pb ed="aut" n="3150"/> e in
          episodii; e l’eroe principale volle farlo felice non solo eternamente ma temporalmente
          altresì, e la principale impresa volle che bene uscisse non pure secondo il cielo, ma
          eziandio secondo la terra. Nel che non m’ardisco però di riprendere il suo giudizio, nè so
          biasimarlo s’ei credette che i dogmi metafisici (e poco conformi, anzi contrarii alla
          natura e che troppa forza le fanno) non dovessero gran fatto influire sulla poesia, nè
          potessero molto giovare a produr con essa un buono, bello e splendido effetto. Siccome
          essi poco veramente influivano, anche al suo tempo, sopra le azioni e le quasi secondarie
          opinioni degli uomini; nè valsero in alcun tempo a cangiare la natura umana, alla quale
          dee mirare in ogni tempo il poeta. In verità due sorti di opinioni e di dogmi, l’una
          dall’altra distinta, e che quasi nulla comunicavano insieme, tenevano all’età del Tasso e
          ne’ secoli a lei precedenti gl’intelletti degli uomini. L’una Cristiana, l’altra naturale;
          quella quasi del tutto inefficace <pb ed="aut" n="3151"/> e inattiva, la cui forza non si
          stendeva fuori dell’intelletto e ne’ termini di questo si restringeva la sua esistenza;
          l’altra efficace attiva che dall’intelletto stendevasi a influire e muovere la volontà, e
          governare le operazioni e la vita. Perocchè gli uomini sono sempre mossi dalle opinioni,
          nè altro che le opinioni può cagionare le loro azioni volontarie, nè v’ha opera umana
          volontaria che dalla opinione, ossia giudizio dell’intelletto, non derivi. Ma l’intelletto
          umano è capace di contenere al tempo stesso opinioni e dogmi dirittamente fra se
          contrarii, e di contenerli conoscendone la scambievole, inconciliabile contrarietà, come
          accadeva ai detti tempi. Ben diversi dalla primissima età del Cristianesimo, quando un
          solo genere di opinioni regnava negli animi, cioè quelle della religione, ed era efficace,
          e stendevasi alla volontà ed al reggimento delle azioni interiori ed esteriori, e della
          vita. Ma questo durò assai meno di quel che può credere <pb ed="aut" n="3152"/> chi non
          conosce la storia ecclesiastica, o chi non ci ha riflettuto, o chi in essa si lascia
          imporre dai nomi, e dal linguaggio tenuto in narrarla. Durò pochissimo, o, se non altro,
          divenne in breve assai raro. Del resto egli è duopo distinguere in ciascuna età, nazione,
          individuo le opinioni efficaci dalle inefficaci che nell’intelletto puramente si
          restringono. Quelle talor possono servire alla poesia, talora non possono (come le
          presenti, e vedi la pag. 2944-6.), talor più, talora meno; queste sempre pochissimo o
          nulla. Parlo delle opinioni che in se hanno relazione alla pratica e al governo della
          vita, non dell’altre, che son fuori del mio discorso. P. e. quelle opinioni, illusioni ec.
          antiche o moderne che derivando dalla immaginazione o dall’esperienza ec. persuasero e
          occuparono, o persuadono ec. l’intelletto, e nondimeno, non avendo nulla che far colla
          pratica della vita per lor natura, non influiscono sulla volontà, e sono inefficaci, e
          queste possono però, ed anche grandemente, servire alla poesia.</p>
        <p>Da questa digressione, non aliena, cred’io, dal proposito, tornando in via, ci resta a
          considerare come sia strano e quasi assurdo che Omero in tempi feroci abbia tanto fatto
          giuocare la compassione nel suo poema, n’abbia fatto un interesse principale e finale,
          abbia seguito e ottenuto il suo intento in modo che anche oggidì, mancato l’altro
          interesse all’Iliade, non si può forse tuttavia legger cosa che <pb ed="aut" n="3153"/>
          tanto interessi, non avesse riguardo di far cadere ed <emph>esaggerare</emph> la
          compassione quasi unicamente sopra i nemici de’ greci suoi compatriotti, a’ quali
          scriveva, i quali non istimavano gran fatto la generosità verso il nemico, anzi
          apprezzavano la qualità opposta; e che i poeti moderni abbiano fatto ed espressamente
          esclusa la compassione dal grado d’interesse finale, abbiano per lo più evitato di farne
          cader più che tanta sopra i nemici della parte e dell’Eroe da lor presi a lodare (la
          compassione per Clorinda nella Gerusalemme non dava scrupolo al Tasso perch’ei la fa morir
          convertita, e nel medesimo canto la scuopre per cristiana di genitori e di nazione; sì
          ch’ella cade in ultimo, secondo l’intenzione finale del poeta, sopra una Cristiana), ec.
          ec. In verità egli sarebbe stato credibile, e certo egli avrebbe dovuto accadere, tutto
          l’opposto.</p>
        <p>1. Quella raffinatezza dell’amor proprio e della facoltà di sentire, la quale è
          necessaria perchè la compassione trovi luogo nell’animo umano, <pb ed="aut" n="3154"/> la
          produce, e seco il piacere ch’altri ne gusta non fu in alcun modo propria de’ tempi
          d’Omero, e proprissima di quelli di Virgilio e de’ moderni, perocch’ella nasce dalla
          civiltà. Parlo qui della compassione inefficace, qual è quella che si prova leggendo un
          poema, e che spesso e facilmente ha luogo negli animi civili, massime destandovela lo
            <foreign lang="fre" rend="italic">charme</foreign> e l’artifizio della poesia, e degli
          abili prosatori. La compassione efficace la qual ci muove a sovvenire alle miserie altrui,
          nasce anch’essa dalla detta raffinatezza, e quindi dalla civiltà, ma richiede una
          raffinatezza maggiore di quella che la civiltà soglia ordinariamente produrre e produca
          nel comune degli uomini, e una facoltà naturale di sentire maggior dell’ordinaria, e
          quindi ella è e fu in ogni tempo ben rara.</p>
        <p>2. Poco ai tempi d’Omero valeva ed operava quello che negli uomini si chiama cuore,
          moltissimo l’immaginazione. Oggi per lo contrario (e così a’ tempi di Virgilio)
          l’immaginazione <pb ed="aut" n="3155"/> è generalmente sopita, agghiacciata, intorpidita,
          estinta; difficilissimo è ravvivarla anche al gran poeta, il quale altresì difficilmente
          può esser oggi gagliardamente ispirato dalla immaginativa, ed esser grande per quella
          parte che propriamente spetta all’immaginazione e per ciò che da lei deriva, come furono
          Omero e Dante. Se l’animo degli uomini colti è ancor capace d’alcuna impressione, d’alcun
          sentimento vivo, sublime e poetico, questo appartien propriamente al cuore. Ed infatti
          oggidì appresso gli altri poeti di verso e di prosa, il cuore è sottentrato universalmente
          e quasi del tutto all’immaginazione, quello gl’ispira, quello essi mirano a commuovere, e
          su quello realmente operano sempre ch’ei sono atti a riuscire nel loro intento. I poeti
          d’immaginazione oggidì, manifestano sempre lo stento e lo sforzo e la ricerca, e siccome
          non fu la immaginazione che li mosse a poetare, ma essi che si espressero dal cervello e
            dall’<emph>ingegno</emph>, <pb ed="aut" n="3156"/> e si crearono e fabbricarono una
          immaginazione artefatta, così di rado o non mai riescono a risuscitare e riaccendere la
          vera immaginazione, già morta, nell’animo de’ lettori, e non fanno alcun buono effetto.
          Così dico di quelle parti che ne’ moderni scrittori sono di pura immaginazione. Lord Byron
          è un’eccezione di regola, forse unica, per se stesso. V. p. 3477. Quanto all’effetto delle
          sue poesie sopra i lettori, dubito ch’elle debbano essere eccettuate dal numero delle
          altre poesie d’immaginazione. V. p. 3821. L’animo nostro è troppo diverso dal suo. Male ei
          ci può restituire quella immaginativa ch’egli ha conservata, ma che noi abbiamo per sempre
            perduta<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Anche Omero e Dante hanno assai che fare per ridestar la nostra immaginaz.
              Contuttociò, quantunque la fantasia di L. Byron sia certo naturalm. straordinaria,
              nondimeno è pur vero che anch’ella è in grandiss. parte artefatta, o vogliamo dire
              spremuta a forza, onde si vede chiaram. che il più delle poesie di L. Byr. vengono
              dalla volontà e da un abito contratto dal suo ingegno, piuttosto che da ispiraz. e da
              fantasia spontaneam. mossa.</p>
          </note>. Ora tra i poeti epici egli è pure strano che Omero antichissimo abbia tanto
          mirato al cuore, e che Virgilio e i moderni non si sieno proposti per oggetto finale ed
          essenziale de’ loro poemi che di muovere l’immaginazione. Perocchè il soggetto essenziale
          e unico principale de’ loro poemi si è un Eroe felice e un’impresa felicemente <pb
            ed="aut" n="3157"/> terminata. Ora la felicità non vale che per la maraviglia, la quale
          spetta all’immaginazione e nulla al cuore. Tanto possono fare errare i più grandi spiriti
          le regole e l’arte, e tanto nascondere la natura dell’uomo, de’ tempi, delle cose,
          traviarli dal vero, travisar loro e occultare il proprio scopo e la propria essenza di
          quelle cose medesime ch’essi intraprendono ed alle quali esse regole appartengono.</p>
        <p>3. Le idee, i principii di generosità, di equità, di umanità, di beneficenza verso il
          nemico sì ne’ giudizi sì ne’ sentimenti sì nelle azioni, nacquero, si può dir, dopo Omero,
          mitigati che furono i ferocissimi e implacabili ed eterni odi nazionali, proprii degli
          uomini ancor vicini a natura<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Veramente di tutti i poemi epici, il più antico, cioè l’Iliade, è, quanto
              all’insieme, allo scopo totale e non parziale, al tutto e non alle parti,
              all’intenzion finale e primaria, non episodica, addiettiva e secondaria e quasi
              estrinseca, accidentale ec.; è, dico il più sentimentale, anzi il solo sentimentale;
              cosa veramente strana a dirsi, e che par contraddittoria ne’ termini, ed è infatti
              mostruosa ed opposta alla natura de’ progressi e della storia dello spirito umano e
              degli uomini, e delle differenze de’ tempi, alla natura rispettiva dell’antico al
              moderno, e viceversa ec. È anche il poema più Cristiano. Poichè interessa pel nemico,
              pel misero ec. ec.</p>
          </note>. Essi principii sono massimamente comuni ed <emph>efficaci</emph> ne’ tempi
          moderni, ne’ quali non vi possono avere odi nazionali, non avendovi quasi nazioni, e niuno
          individuo considera, come anticamente, per nemici personali quelli della nazione, i quali
          altresì ed effettivamente nol sono nè per sentimento nè per fatto, ma nemici <pb ed="aut"
            n="3158"/> solamente del suo re ec. Anzi i detti principii oggi degenerano in totale
          indifferenza verso il nemico della nazione, la qual porta a non distinguerlo quasi affatto
          dall’amico. Or non è egli maraviglioso che il poema d’Omero sia cento volte più imparziale
          e generoso verso i nemici della sua propria nazione, che non sono i poemi moderni verso la
          parte contraria a quella ch’in essi si celebra? e tanto che volendo nella Iliade
          investigare i proprii sentimenti del poeta, e non mirando se non se all’espressione di
          questi, appena si potrebbe oggi distinguere se Omero fosse greco o troiano, o d’una terza
          nazione, e in quest’ultimo caso, per qual di quelle due fosse più propenso nel suo animo.</p>
        <p>4. Oggi, come ho già detto, e proporzionatamente eziandio a’ tempi di Virgilio, si può
          dir che più non esista interesse pubblico, se non in quei pochi che le cose pubbliche
          amministrano, e che il pubblico rappresentano, <pb ed="aut" n="3159"/> anzi, si può dir,
          lo compongono e costituiscono. Ed è ben cosa ragionevole e consentanea che l’interesse
          pubblico negli altri più non esista (e chi governa non legge poemi). Ora dunque i poemi il
          cui soggetto non è che qualche felicità e gloria nazionale, poco possono oggidì
          interessare, o certo assai meno che a’ tempi d’Omero. Ma la sventura, e massime
          degl’immeritevoli, è sempre dell’interesse privato di ciascheduno uomo. Niuno è che non si
          stimi infelice e conseguentemente nol sia, e niuno è parimente che non si reputi
          immeritevole della infelicità ch’ei sostiene. Queste disposizioni benchè comuni a tutti i
          tempi, sono massimamente sensibili oggidì, poichè per le circostanze politiche la vita non
          ha più come vivamente occuparsi e distrarsi, e d’altronde il lume della filosofia dissipa
          ben tosto, o soffoca nel nascere, o impedisce del tutto qualunque illusione di felicità.
          Quindi eziandio indipendentemente dalla compassione, egli era <pb ed="aut" n="3160"/>
          tanto più conveniente oggidì che a’ tempi d’Omero il far molto giuocare ne’ poemi epici le
          sventure degli uomini, quanto che oggi il sentimento della infelicità nelle nazioni civili
          è più vivo che fosse mai nel genere umano, ed è il sentimento e il pensiero per così dir
          dominante, da cui niuno oramai trova più come distrarsi. E la infelicità individuale degli
          uomini è, per così dire, il carattere o il segno di questo secolo. Tutto al contrario di
          quel d’Omero, il quale forse godette di quella maggior felicità o minore infelicità che
          possa godersi dall’uomo nello stato sociale, e che sempre risulta dalla grande attività
          della vita e dalle grandi e forti illusioni, cose proprissime di quel tempo, massime nella
          Grecia. Or dunque oggidì le sventure cantate da’ poeti, non possono non interessar
          grandemente, e più che in ogni altro tempo, e tutti; essendo il sentimento della propria
          sventura l’universale e più continuo sentimento degli uomini d’oggidì, ed amando
          naturalmente gli uomini di parlare e <pb ed="aut" n="3161"/> udir parlare delle cose
          proprie, e riguardando ciascheduno la infelicità come propria sua cosa, e dilettandosi gli
          uomini singolarmente di quelli che loro più si assomigliano, nè potendosi trovar
          somiglianza più universale che quella della infelicità, e compiacendosi ciascheduno di
          vedere in altrui o di legger ne’ poeti i suoi propri sentimenti, e contando per somma
          ventura ogni volta ch’egli incontra o nella vita o ne’ libri qualche notabile conformità o
          di casi o di circostanze o di opinioni o di carattere o di pensieri o d’inclinazioni o di
          modi o di vita e abitudini, colle sue proprie; e consolandosi ciascheduno delle sue
          sventure coll’esempio vivamente rappresentato, e più col vederle quasi celebrate e piante
          in altrui (e ciò in soggetto e circostanze e persone e avvenimenti illustri, come son
          quelli cantati ne’ poemi epici), innalzando il concetto di se stesso quasi il canto del
          poeta avesse per soggetto la di lui stessa infelicità, ed intenerendosi nella lettura
          quasi sui proprii mali. Chè in verità qualora leggendo i poeti (versificatori o prosatori)
          o le storie noi ci sentiamo <pb ed="aut" n="3162"/> commuovere da quelle vere o finte
          calamità, e ci lasciamo andare alle lagrime, crediamo forse di piangere le miserie altrui
          ma più spesso e più veramente, o più intensamente piangiamo in quel medesimo punto le
          nostre proprie, o mescoliamo il pensiero di queste al pensiero di quelle, e questa
          mescolanza (ch’è vera e propria e debita arte, e dev’essere scopo, del poeta
          l’occasionarla) è principal cagione di quelle nostre lagrime. E ci accade allora (e così
          ne’ teatri ec.) come ad Achille piangente sul capo di Priamo il suo vecchio padre e la
          breve vita a se destinata ec. ec. sublimissimo e bellissimo e naturalissimo quadro di
          Omero. Le sventure, quando sieno nazionali, o in altra maniera più particolarmente
          appartenenti ai lettori, interesseranno sempre più, per la maggior somiglianza e
          prossimità, che non è quella dello sventurato in generale, e perchè sarà tanto più facile
          e pronto il passaggio dell’animo del lettore da quelle calamità alle sue proprie ec. Onde
          sarà sempre importantissimo che il soggetto del poema sia nazionale, e questi soggetti
          saranno sempre preferibili agli altri, e la nazionalità conferirà moltissimo
          all’interesse.</p>
        <p>Venendo oramai a ristringere il mio discorso, dico che l’Iliade, benchè, oltre al non
          esser noi greci, sieno corsi da ch’ella fu scritta o cantata, ben ventisette secoli, con
          tutte quelle innumerabili e sostanzialissime diversità che sì lungo tratto di tempo ha
          portato allo spirito ed alle circostanze esteriori <pb ed="aut" n="3163"/> e interiori
          dell’uomo e delle nazioni, c’interessa senz’alcun paragone più che l’Eneide scritta in
          tempi tanto posteriori, e più conformi ai nostri, ed aiutata pur grandemente come ho
          detto, dall’interesse medesimo della Iliade; più che la Gerusalemme, più che altri tali
          poemi, i quali, massimamente rispetto all’Iliade, si possono dir nati l’altro ieri. Dico
          c’interessa estremamente di più, intendendo dell’interesse totale e finale, e risultante
          da tutto il poema, e diffuso e serpeggiante per tutto il corpo del medesimo. Il quale
          interesse così inteso, manca quasi affatto ai poemi che dalla Iliade derivarono; perocchè
          non bisogna confonder con esso, il <emph>piacere</emph> che ci cagiona la lettura di tali
          poemi, derivante dallo stile, dalle immagini, dagli affetti, e da tali altre cose che non
          hanno essenzialmente a far coll’ultimo e principale scopo e scioglimento del poema; nè
          anche i particolari (o episodici o non episodici) interessi qua e là sparsi, non finali nè
          continui <pb ed="aut" n="3164"/> o perpetui, e nascenti da questa o da quella parte e non
          dall’insieme e dal tutto del poema; nè anche finalmente quell’interesse che può nascere
          dal semplice intreccio, interesse di pura curiosità, che non aspira nè corre ad altro che
          a voler essere informato dello scioglimento del nodo, conosciuto il quale, esso interesse
          finisce; interesse pochissimo interessante, e superficialissimo nell’animo; interesse che
          può esser sommo in poemi, drammi ed opere di niuno interesse, anzi non è mai nè sommo nè
          principale nè anche molto notabile e sensibile, se non se in poemi, drammi ed opere di
          niun intimo e profondo interesse e di pochissimo valor poetico, perchè il destare, pascere
          e soddisfare la curiosità non è effetto che abbia punto che fare colla natura della
          poesia, nè le può esser altro che accidentale e secondario. Or dunque i poemi derivati
          dalla Iliade, leggonsi con molto piacere, destano di tratto in tratto alcuno interesse più
          o men vivo e durabile, <pb ed="aut" n="3165"/> ma essi mancano quasi affatto di
          quell’interesse totale, finale e perpetuo, di cui l’Iliade, dopo 27 secoli, appo uomini
          non greci, sommamente abbonda, e dal quale si dee senza fallo misurare il pregio e il
          grado di bontà del complesso e dell’intero di un poema epico, siccome d’ogni altro poema.</p>
        <p>Per lo che tornando finalmente là donde incominciai, conchiudo che tutto all’opposto di
          ciò che si dice e si crede, il poema dell’Iliade sarà forse dai posteriori poemi vinto ne’
          dettagli o nelle qualità secondarie, come dir lo stile, o alcuna parte di esso, qualche
          immagine, qualche parte o qualità dell’invenzione; sarà forse eziandio vinto in alcuna
          parte della condotta, come nel celare più studiosamente l’esito, laddove Omero par che
          studiosamente lo sveli innanzi tempo (e forse anche questo si potrebbe difendere, e in
          ogni modo non nuoce che all’interesse di curiosità, del quale Omero, o come
          superficialissimo e non poetico ch’egli è, <pb ed="aut" n="3166"/> o come narrando forse
          cose universalmente allora cognite alla nazione, non si fece alcun carico); ma che
          nell’insieme, nel totale del disegno, nell’idea nello scopo e nell’effettivo risultato del
          tutto, tutti i poemi epici cedono di gran lunga all’Iliade<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Veggasi la p. 3289-91.</p>
          </note>. E soggiungo che in ciò gli cedono appunto per aver seguìto una unità che Omero
          non si propose, e a causa di quello stesso incremento e stabilimento dell’arte che li
          conformò e regolò, e che in essi si vanta, e che Omero non conobbe, e che peccano appunto
          per quella maggior perfezione di disegno che loro si attribuisce sopra l’Iliade, e che in
          questa pretesa perfezione consiste appunto il maggiore ed essenzial peccato del loro
          disegno, peccato che niuno ci riconosce, non potendo però lasciare di sentirne gli
          effetti, ma rapportandoli a non vere cagioni, e male esigendo che quei poemi producano
          effetti non compatibili realmente con quel disegno che in essi lodano, e senza cui gli
          avrebbero biasimati; e finalmente che Omero <pb ed="aut" n="3167"/> non conoscendo l’arte
          (che da lui nacque) e seguendo solamente la natura e se stesso, cavò dalla sua propria
          immaginazione ed ingegno un’idea, un concetto, un disegno di poema epico assai più vero,
          più conforme alla natura dell’uomo e della poesia, più perfetto, che gli altri, avendo il
          suo esempio e in esso guardando, e ridotta che fu ad arte la facoltà ond’egli avea
          prodotto que’ modelli, e determinata, distinta e stretta che fu da regole la poesia, non
          seppero di gran lunga fare. (5-11. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3109. margine. E l’egoista lusinga il suo amor proprio anche col persuadersi di
          non essere egoista e di amare altri che se, e col credere di darne a se stesso una prova.
          Quindi per gli animi raffinati è anche più dolce la compassione verso gl’inimici che verso
          gli amici o gl’indifferenti, prima perchè tanto più facilmente e vivamente l’uomo si
          persuade che quel sentimento ch’egli allora prova sia sgombro e puro d’ogni mescolanza e
          influenza d’egoismo; poi perchè tanto maggior concetto <pb ed="aut" n="3168"/> egli allora
          forma della grandezza e generosità e nobiltà del suo proprio animo, e tanto più
          s’aggrandisce a’ suoi propri occhi, (considerando la compassione ch’ei concede agli stessi
          nemici), del quale effetto della compassione ho detto p. 3119. Onde veramente somma fu
          l’arte, squisitissima l’intenzione e lo scopo, e supremamente bello l’effetto della poesia
          d’Omero, il quale rivolge principalmente sui nemici la compassione di che egli anima tutto
          il suo poema, ed alla quale come all’uno de’ principali effetti di questo, egli mira.</p>
        <p>La compassione è quasi un’annegazione che l’uomo fa di se stesso, quasi un sacrifizio che
          l’uomo fa del suo proprio egoismo. Or questo è fatto per egoismo, niente meno che il
          sacrifizio della roba, de’ piaceri, della vita medesima, che l’uomo fa talvolta, non da
          altro mosso che dall’amor proprio, cioè dal piacere ch’ei trova in far quella tale azione.
          Così l’egoismo giunge fino a sacrificar se stesso a se stesso: tanto è l’amor ch’ei si
          porta, ch’ei si fa volontaria vittima di se medesimo: tanto egli è pieghevole e vario, e
          capace di tanti <pb ed="aut" n="3169"/> e sì strani e sì diversi travestimenti, che per
          suo proprio amore ei cessa anche di esser egoismo, e quando voi lo vedete sacrificar se
          medesimo, egli è allora il più raffinato egoismo che si trovi, il più efficace e potente e
          imperioso, il più intimo e il più grande, perocch’egli è maggiore negli animi in
          proporzione ch’ei sono più vivi, delicati e sensibili, (come altrove più volte ho detto),
          quale è necessario che sia in sommo grado chi può veramente di sua propria volontà e
          scelta sacrificar se medesimo. (12. Agosto. dì di Santa Chiara. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2776. <bibl>Vedi la <title>Grammat.</title> del <author>Weller</author>, edit.
            Lips. 1756. p. 50. v. 7.8. p. 58. fine</bibl>. (12. Agosto. dì di Santa Chiara. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Et <hi rend="italic">Davus</hi> non recte scribitur. <hi
                rend="italic">Davos</hi> scribendum: quod nulla litera vocalis geminata unam
              syllabam facit</foreign>. (<foreign lang="lat" rend="italic">geminata</foreign> cioè
            p. e. due <emph>a</emph>, o come in questo caso, due <emph>u</emph>). <foreign
              lang="lat">Sed quia ambiguitas vitanda est nominativi singularis et accusativi
              pluralis, necessario pro hac regula digamma <pb ed="aut" n="3170"/> utimur, et
              scribimus <hi rend="italic">DaFus, serFus, corFus</hi>. Donatus ad Ter. Andr. 1. 2.
            2</foreign>
          </quote>. (12. Agosto, dì di S. Chiara. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Così</emph> ridondante, o con un certo cotal significato che non si può altrimenti
          esprimere se non col gesto, si crede esser proprietà della nostra lingua, e idiotismo del
          nostro dir familiare (benchè molto usato dagli eleganti scrittori). <bibl>V. pure
              <author>Cic.</author>
            <title>ad Att.</title> 14. 1.</bibl> e il <bibl>
            <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Abeo</foreign> par. 16<hi
              rend="apice">o</hi>
          </bibl>. Ma quest’uso è latino e greco. <bibl>V. il <author>Forcell.</author> in <foreign
              lang="lat" rend="italic">Sic</foreign> ai paragrafi sesto, nono, decimo</bibl>, <bibl>
            <author>Catullo</author> XIV. 16</bibl>, e <bibl>
            <author>Platone</author> nel <title>Convito</title>, ed. Astii, Lips. 1819. seqq. t. 3.
            p. 440. vers.24</bibl>. E. Gli spagnuoli hanno qualcosa di simile. (12. Agosto. dì di
          S.Chiara. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Profittare, approfittare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >profiter</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">aprovechar</foreign> ec. quasi
            <foreign lang="lat" rend="italic">profectare</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">profectus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >proficio</foreign>. <foreign lang="spa" rend="italic">Pretextar</foreign> spagn. <foreign
            lang="fre" rend="italic">prétexter</foreign> franc. da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >praetexo-xtus</foreign>. (12. Agosto. dì di S. Chiara. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diciamo volgarmente <emph>uomo indigesto</emph> per <emph>difficile, bisbetico</emph>. Or
          tale appunto si è il proprio significato del greco <foreign lang="grc">δύσκολος</foreign>,
          per metafora <foreign lang="lat" rend="italic">morosus</foreign>, opposto di <foreign
            lang="grc">εὔκολος</foreign>. E v. la Crus. in <emph>discolo</emph>. (12. Agos. dì di
          Santa Chiara. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3171"/> Niuna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza
          dell’umano intelletto, nè l’altezza e nobiltà dell’uomo, che il poter l’uomo conoscere e
          interamente comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza. Quando egli considerando
          la pluralità de’ mondi, si sente essere infinitesima parte di un globo ch’è minima parte
          d’uno degli infiniti sistemi che compongono il mondo, e in questa considerazione stupisce
          della sua piccolezza, e profondamente sentendola e intentamente riguardandola, si confonde
          quasi col nulla, e perde quasi se stesso nel pensiero della immensità delle cose, e si
          trova come smarrito nella vastità incomprensibile dell’esistenza; allora con questo atto e
          con questo pensiero egli dà la maggior prova possibile della sua nobiltà, della forza e
          della immensa capacità della sua mente, la quale rinchiusa in sì piccolo e menomo essere,
          è potuta pervenire a conoscere e intender cose tanto superiori alla natura di lui, e può
          abbracciare e contener <pb ed="aut" n="3172"/> col pensiero questa immensità medesima
          della esistenza e delle cose. Certo niuno altro essere pensante su questa terra giunge mai
          pure a concepire o immaginare di esser cosa piccola o in se o rispetto all’altre cose,
          eziandio ch’ei sia, quanto al corpo, una bilionesima parte dell’uomo, per nulla dire
          dell’animo. E veramente quanto gli esseri più son grandi, quale sopra tutti gli esseri
          terrestri si è l’uomo, tanto sono più capaci della conoscenza e del sentimento della
          propria piccolezza. Onde avviene che questa conoscenza e questo sentimento anche tra gli
          uomini sieno infatti tanto maggiori e più vivi, ordinari, continui e pieni, quanto
          l’individuo è di maggiore e più alto e più capace intelletto ed ingegno. (12. Agosto. dì
          di S. Chiara. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al proposito di <foreign lang="lat" rend="italic">habeo</foreign> e di <foreign
            lang="grc">ἔχω</foreign> usati per <emph>essere</emph> spettano i verbali <foreign
            lang="lat" rend="italic">habitus</foreign> e <foreign lang="grc">σχῆμα,</foreign>,
            <foreign lang="grc">ἕξις</foreign> etc. P. e. <foreign lang="lat" rend="italic">habitus
            corporis</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">modus habendi</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">se habendi, modus quo corpus habet</foreign>
          <pb ed="aut" n="3173"/> o <foreign lang="lat" rend="italic">se habet</foreign>, vale
          propriamente <emph>modo di essere del corpo</emph> ec. (12. Agos. dì di S. Chiara. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3132. marg. principio. Da quello che si legge nell’epistola di Antonio Eparco a
          Filippo Melantone (ch’era pur non cattolico, ma famoso eretico e poco si doveva curare de’
          luoghi santi) la qual epistola è riportata dal Fabricio nel citato luogo; e dalle varie
          scritture ed anche storie di quei tempi, si raccoglie che in verità il gabinetto ottomanno
          mirasse a soggettarsi l’Europa, non tanto per diffondere la religione di Maometto (sebbene
          anche questo, s’io non m’inganno, è precetto o consiglio dell’Alcorano, che si proccuri di
          diffonderla coll’armi il più che si possa, promettendo premi nell’altra vita a chi
          sostenga di morire combattendo per questa causa ec.) quanto per propagare il proprio
          imperio, e non tanto odiando gli altri principi e regni europei come Cristiani, quanto
          appetendoli come materia di conquista. O certo pare che gli altri gabinetti europei
          riguardassero tutti la potenza ottomana con maggior sospetto ch’ei non si guardavano l’un
          l’altro, temendone, non per la religion Cristiana, ma per se <pb ed="aut" n="3174"/>
          stessi. E senza fallo la potenza ottomana si manteneva ancora a quel tempo nell’opinione
          di conquistatrice appresso gli altri, e il gabinetto ottomano conservava ancora le
          intenzioni e i progetti di conquistatori. Nè poteva essere spenta la memoria e il terrore
          di quando, non più che un secolo addietro, quella nazione tartara, dopo le tante imprese e
          conquiste e progressi fatti per sì lungo tempo nell’Asia, presa Costantinopoli,
          antichissima sede del greco impero, e distrutto l’ultimo avanzo della potenza romana,
          aveva finalmente piantato nell’Europa risorgente alla civiltà, un trono barbaro, una
          lingua e un popolo Asiatico (cosa fino allora, per quanto si stende la ricordanza delle
          storie, non più veduta), oltre una religione diversa dalla Cristiana (cosa pur non veduta
          in Europa da’ tempi pagani in poi, eccetto i mori di Spagna, i quali si debbono eccettuare
          anche sotto i rispetti detti di sopra); ed aveva imposto il giogo della schiavitù
          orientale alla più colta nazione che fosse in quei tempi, come apparve dai tanti esuli,
          secondo quel tempo, dottissimi, che fuggendo la turca tirannide, si erano sparsi per le
          altre parti d’Europa, portando i greci codici, e la greca letteratura, e rendendo comune e
          proprio di quel secolo più che d’ogni altro, lo studio ed anche l’uso della greca lingua
          nelle scuole e fra’ letterati d’Italia, di Francia e di Germania, ed aiutando
          universalmente il progresso delle rinate lettere. Spettacolo veramente terribile, la cui
          impressione non poteva nel seguente secolo essere spenta, nè si poteva ancora <pb ed="aut"
            n="3175"/> aver cessato di temere e di odiare generalmente il Turco sì nelle corti e sì
          nel popolo, non solo come conquistatore, ma di più come conquistatore barbaro e crudele,
          minacciante le nazioni civili; (quasi come i Goti e gli altri popoli settentrionali ne’
          bassi secoli), anche astraendo affatto dalla religione. Quindi il voto de’ politici e
          degli scrittori di quel secolo per la lega universale contro i turchi, prende un aspetto
          anche più grave, e non è solamente da riguardarsi com’effetto di antiche opinioni e
          rimembranze religiose, e di fanatismo e d’immaginazione, ma come dirittamente spettante
          alla politica, e derivante dalla considerazione delle reali circostanze d’Europa in quel
          secolo. E tanto più importante n’apparisce il soggetto, e più degno, saggio e nobile il
          pensiero, la scelta e l’intenzione del Tasso, che nel suo poema fece servire la religione,
          e le opinioni e lo spirito popolare del suo tempo, e le altre cose che si prestano alla
          poesia (perocchè le speculazioni politiche non possono esser materia da ciò) a promuovere
          quello scopo ch’era allora de’ più importanti per la conservazione della civiltà, della
          libertà, dello stato, del ben essere di tutta Europa, cioè la concordia de’ principi
          europei per essere in grado e di respingere e di distruggere il <pb ed="aut" n="3176"/>
          Barbaro che minacciava o era creduto minacciare di schiavitù tutte le nazioni civili, il
          comune nemico che macchinava o era creduto macchinare la conquista di tutta Europa dopo
          quella di gran parte dell’Asia, e insidiare perpetuamente ai regni europei, come
          anticamente i persiani alle greche repubbliche. Nè certo minor gravità ed importanza
          dovranno sotto tale aspetto essere riputati avere il poema del Tasso, la Canzone del
          Petrarca e l’altre poesie e prose italiane o forestiere appartenenti a tal materia, di
          quella che avessero le orazioni d’Isocrate contro il Persiano, o di Demostene contro il
          Macedone; anzi, per ciò che spetta alla materia, tanto maggiore di queste, quanto queste
          toccavano l’interesse della Grecia sola, piccola parte d’Europa, e quelle miravano alla
          salvezza dell’Europa intera e di tutte le sue nazioni e lingue. (15. Agosto. Assunzione di
          Maria Vergine Santissima. 1823.). Nè la nimicizia degli europei verso i maomettani, e di
          questi verso quelli si restringeva alle sole opinioni e discorsi, ma consisteva anche ne’
            fatti<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. Tasso, Gerus. 17. 93-4, dove parla d’Alfonso II. di Mod.<hi rend="apice">a</hi> e
              confrontalo coi luoghi dello Speroni da me notati p. 3132. marg. princip. V. p.
            4017.</p>
          </note>, come apparisce dalle imprese de’ Cavalieri Ospitalieri di S. Giovanni di
          Gerusalemme <pb ed="aut" n="3177"/> che in quel medesimo secolo, dopo 212. anni di
          possedimento (1310.) perdettero Rodi (1522.) ed ebbero prima Viterbo dal Papa, e poi Malta
          (1530.) da Carlo V, e con prodigioso valore la difesero (1566.) quattro mesi con morte di
          15 mila soldati barbari e ottomila marinai; dalle imprese di Carlo V contra i Maomettani
          d’Europa e d’Affrica; da quelle de’ Veneziani nel detto secolo; dalla famosa vittoria di
          Lepanto riportata dalle flotte spagnuola, veneziana e del Papa sopra i turchi dieci anni
          avanti (1571.) che fosse pubblicata la Gerusalemme (1581.), e certo in tempo che il Tasso
          la stava componendo e meditando, poichè fin dieci anni avanti (1561.), egli n’aveva già
          scritto o abbozzato 6. canti. (<bibl>V. <author>Tirabos.</author> t. 7. par. 3. p.
          118</bibl>.). (16. Agosto. 1823.). V. p. 4236. e l’Oraz. del Giacomini in lode del Tasso
          nelle Prose fior. la qual finisce con un’esortazione alla guerra contro i turchi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2834. Questa tal grazia definita di sopra, è la grazia più graziosa e più fina,
          anzi quella che propriamente si chiama grazia, e che suol essere considerata dagli
          artisti, dagl’intendenti, dagli speculatori teorici o pratici del bello, quella che
          sogliamo intendere col nome di grazia, ed a cui principalmente appartiene l’indefinibilità
          e inconcepibilità <pb ed="aut" n="3178"/> che alla grazia s’attribuisce. La grazia
          nascente da difetto (come quella di Roxolane appo il Marmontel), è più grossolana e poco
          degna dell’artista, o di qualunque imitatore del bello. Essa è bensì più comunemente
          sensibile (perocchè quell’altra grazia non tutti, anzi pochi, la sentono), e sempre
          ch’ella è sentita, fa maggior effetto dell’altra, eziandio negl’intendenti del bello,
          negli spiriti di buon gusto, e negli animi delicati e sensibili. E ciò perchè il contrasto
          in essa è più notabile e spiccato, e maggiore la straordinarietà. Ma perciò appunto questo
          effetto è più grossolano, e per così dire più materiale e corporeo, laddove quell’altro è
          più spirituale e più delicato, e quindi più direttamente e giustamente proprio della
          grazia, l’idea della quale inchiude quella della delicatezza. La grazia derivante da
          difetto punge e solletica come un sapore acre e piccante, o aspro, o acido, o acerbo, che
          per se stesso è dispiacevole, e pure in un certo grado piace, e quindi molti spiriti che
          non hanno mai potuto sentire quell’altra grazia, o che sono di già <foreign lang="fre"
            rend="italic">blasés</foreign> sul bello, a causa del lungo uso ed assuefazione, sono
            <pb ed="aut" n="3179"/> mossi e allettati da quella grazia, per dir così, difettosa,
          come i palati o ruvidi e duri per natura, o stanchi de’ cibi piacevoli per la lunga
          assuefazione, sono dilettati e solleticati da quei sapori. Laddove l’altra suddetta grazia
          è quasi un soave e delicatissimo odore di gelsomino o di rosa, che nulla ha di acuto nè di
          mordente, o quasi uno spiro di vento che vi reca una fragranza improvvisa, la quale
          sparisce appena avete avuto il tempo di sentirla, e vi lascia con desiderio, ma vano, di
          tornarla a sentire, e lungamente, e saziarvene. (16. Agosto. dì di San Rocco. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È cosa indubitata che la civiltà ha introdotto nel genere umano mille spezie di morbi che
          prima di lei non si conoscevano, nè senza lei sarebbero state; e niuna, che si sappia,
          n’ha sbandito, o seppur qualcuna, così poche, e poco acerbe e poco micidiali, che sarebbe
          stato incomparabilmente meglio restar con queste che cambiarle con la moltitudine,
          fierezza e mortalità di quelle. (Vediamo infatti quanto poche e blande sieno le malattie
          spontanee degli altri animali, massime salvatichi, cioè non corrotti da noi; e similmente
          de’ selvaggi, e massime de’ più <pb ed="aut" n="3180"/> naturali, come i Californii; e che
          anche quelle degli agricoltori sono molte più poche e rare e men feroci che quelle de’
          cittadini). È parimente indubitato che la civiltà rende l’uomo inetto a mille fatiche e
          sofferenze che egli avrebbe e potuto e dovuto tollerare in natura, e suscettibilissimo
          d’esser danneggiato da quelle fatiche e patimenti che, o per natura generale o per
          circostanze particolari, egli è obbligato a sostenere, e che nello stato naturale avrebbe
          sostenuto senza verun detrimento, e, almeno in parte, senza incomodo. È indubitato che la
          civiltà debilita il corpo umano, a cui per natura (siccome a ogni altra cosa
          proporzionatamente) si conviene la forza, e il quale privo di forza, o con minor forza
          della sua natura, non può essere che imperfettissimo; e ch’ella rende propria dell’uomo
          civile la delicatezza rispettiva di corpo, qualità che in natura non è propria nè
          dell’uomo nè di veruno altro genere di cose, nè dev’esserlo (vedi la pag. 3084. segg.). È
          indubitato che le generazioni umane peggiorano in quanto al corpo di mano in mano, ogni
          generazione più, sì per se stessa, sì perch’ella così peggiorata non può non produrre una
          generazione peggior di se ec. ec. Da tutte queste e da cento altre cose, da me altrove in
          diversi luoghi considerate, si fa più che certissimo e si tocca con mano, che i progressi
          della civiltà portano seco e producono inevitabilmente il successivo deterioramento <pb
            ed="aut" n="3181"/> del suo fisico, deterioramento sempre crescente in proporzione
          d’essa civiltà. Nei progressi della civiltà, e non in altro, consiste quello che i nostri
          filosofi, e generalmente tutti, chiamano oggidì (e molti anche in antico) il
          perfezionamento dell’uomo e dello spirito umano. È dunque dimostrato e fuori di
          controversia che il perfezionamento dell’uomo include, non accidentalmente ma di necessità
          inevitabile, il corrispondente e sempre proporzionato deterioramento e, per così dire,
          imperfezionamento di una piccola parte di esso uomo, cioè del suo corpo: di modo che
          quanto l’uomo s’avanza verso la perfezione, tanto il suo fisico cresce nella imperfezione;
          e quando l’uomo sarà pienamente perfetto, il corpo umano, generalmente parlando, si
          troverà nel peggiore stato ch’e’ mai siasi trovato, e in che gli sia possibile di trovarsi
          generalmente. Se con ciò si possa giustamente chiamare perfezionamento, quello che oggi
          s’intende sotto questo nome, cioè se l’incremento della civiltà sia perfezionamento
          dell’uomo, e la perfezione della civiltà perfezione dell’uomo; se una tal perfezione ci
          possa essere stata destinata dalla natura; <pb ed="aut" n="3182"/> se la nostra natura la
          richiegga ed a lei tenda; se veruna natura richiegga o possa richiedere una perfezione di
          questa sorta; se perciò che l’uomo è civilizzabile, e in quanto egli è civilizzabile, ei
          sia, come dicono, e come stabiliscono e dichiarano per fuori d’ogni controversia,
          perfettibile; si lascia giudicare a chiunque non è ancor tanto perfezionato, tanto vicino
          all’ultima perfezione dell’uomo, ch’egli abbia perduto affatto l’uso del raziocinio, e non
          serbi neppur tanta parte del discorso naturale quanta è propria ancora degli altri
          viventi. (17. Agosto. Domenica. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Trembler</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic"
            >temblar</foreign> sono verbi diminutivi, cioè fatti da un <foreign lang="lat"
            rend="italic">tremulare</foreign>, il quale è da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >tremere</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">misculare</foreign> (onde
            <emph>mesler</emph>, cioè <foreign lang="fre" rend="italic">mêler</foreign>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">mezclar</foreign>, <emph>mescolare, meschiare,
          mischiare</emph>) da <foreign lang="lat" rend="italic">miscere</foreign>, secondo che ho
          notato altrove. Ma essi verbi <foreign lang="fre" rend="italic">trembler</foreign> e
            <foreign lang="spa" rend="italic">temblar</foreign> hanno il senso del positivo <foreign
            lang="lat" rend="italic">tremere</foreign> che nel francese e nello spagnuolo non si
          trova. Noi abbiamo e <emph>tremare</emph> e <emph>tremolare</emph>, quello positivo, e
          questo, così di forma come di significazione, diminutivo. Diciamo anche
          <emph>tremulare</emph>, o piuttosto lo dicevano i nostri antichi, più alla latina, benchè
          questo verbo nel buon latino non si trovi. Trovasi però nel <pb ed="aut" n="3183"/> basso
          latino: <bibl>V. il <title>Glossar. Cang.</title>
          </bibl> Il Franciosini scrive <emph>tremular</emph>, lo chiama vocabolo barbaro, e lo
          spiega <foreign lang="lat" rend="italic">tremare</foreign>. Gli spagnoli dicono pure
            <foreign lang="spa" rend="italic">tremolar</foreign> (<bibl>
            <author>Solìs</author>
            <title>Hist. de Mexico</title>, l. <hi rend="sc">i</hi>. capit. 7. princip.</bibl>), ma
          attivamente per <emph>agitare, dimenare, sventolare</emph> (come <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">tremolar unas vanderas</foreign>
          </quote> nel citato luogo del Solìs), alla qual significazione par che appartenga l’ultimo
          esempio del Gloss. Cang. in <foreign lang="lat" rend="italic">Tremulare</foreign>. (17.
          Agos. 1823. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli uomini che nel mondo sono stimati e son tenuti da quanto gli altri o da più degli
          altri, lo sono per l’ordinario in quanto coll’uso della società essi si sono allontanati
          dalla natura lor propria e dagli abiti naturali dell’uomo generalmente, ed hanno in se
          oscurata e coperta la natura, o sanno, sempre che vogliono, coprirla. E quanto più è
          oscurata in loro e coperta e mutata sì la natura individuale e lor propria, vale a dire il
          loro natural carattere, e gli abiti a che essa particolar natura gli avrebbe condotti, sì
          la natura generale degli uomini, tanto la stima generale verso di essi è maggiore. Voglio
          dir che la più parte delle qualità che negli uomini ottengono stima appo il mondo, o sono
          totalmente acquisite e per nulla naturali, anzi spesso contrarie alla natura lor propria o
          generale; ovvero sono talmente svisate <pb ed="aut" n="3184"/> dal naturale che per
          naturali non si ravvisano, e più che sono svisate, più, per l’ordinario, si stimano.
          Perocchè egli è ben raro che una qualità semplicemente naturale, e tale qual ella è da
          natura, sia stimata punto nella società, e quando pur sialo, questa stima non è nè
          durevole, nè salda, nè generale, nè molta, ed è sempre inferiore a quella delle qualità
          acquisite o snaturate, le quali si apprezzano per regola, stabilmente e seriamente, ma le
          naturali quasi per gioco, per rarità, per variare, per passatempo, momentaneamente. Quelle
          si stimano come gravi, serie, e da negozio; queste come lievi, di poca importanza ed
          utilità, da semplice trattenimento e da ozio: e la società presto se ne annoia.</p>
        <p>Questo genere di persone ch’è l’unico generalmente stimato nella società, tiene il mezzo
          fra due generi, non istimato nè l’uno nè l’altro, ma l’uno non istimabile, l’altro
          stimabilissimo e molto più stimabile veramente di quello che il mondo stima. Del primo
          genere sono quelle persone, in cui la natura non ha avuto forza bastante per cangiarsi;
          cioè quelle che non furono capaci dell’arte, onde vivendo nella società, non hanno da lei
          saputo apprendere, nè su di lei modellarsi, e per <pb ed="aut" n="3185"/> poca abilità
          naturale hanno conservata la loro natura, il loro natural carattere, gli abiti a cui la
          natura o propria o generale gl’inclinò; sicchè vivono e conversano nella società, tali
          appresso a poco quali dapprima vi entrarono. Ciò sono le persone povere di spirito, di
          tardo e duro ingegno, di corta e scarsa capacità. Eziandio spettano a questo genere coloro
          in cui la natura si conserva per mancanza di coltura che la scacci o la tramuti. Ciò sono
          le persone idiote e rozze, di poco o niuno uso sociale, poco o nulla assuefatte alla
          civile conversazione, le quali recano nella società, sempre che vi si accostano, il loro
          primitivo carattere, e le naturali abitudini, non mai cangiate da quello che furono da
          principio, non mescolate o accresciute con alcuna qualità sociale acquisita; e ciò non per
          durezza d’ingegno, nè per naturale insufficienza, e incapacità di apprendere, ma per
          mancanza d’insegnamento, di esercizio, di coltura dell’ingegno e delle maniere. Questo
          genere di persona sia della prima specie sia della seconda, non è punto stimata nè
          ricercata <pb ed="aut" n="3186"/> nè gradita nella società, perch’egli conserva la natura,
          al contrario di quelle persone che ho detto essere apprezzate nel mondo.</p>
        <p>Del secondo genere<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Può vedersi la p. 3491-4. circa la timidità che è propria di questo secondo genere e
              che affatto impedisce di essere stimato nella società, distrugge qualunque stima si
              potesse esser conceputa di un individuo prima di conoscerlo ec. Ella è sovente comune
              anche al primo genere, ma solo con quelli di cui hanno <emph>soggezione</emph>,
              laddove nel secondo con tutti, perchè questi tali hanno <emph>soggezione</emph> di se
              stessi. Ella è affatto esclusa dal genere intermedio, e questo è il solo che ne sia
              sempre esente e al tutto sicuro.</p>
          </note> sono coloro in cui la natura straordinariamente forte, e più potente che nel
          comune degli uomini, ha superato e respinto l’arte, e non le ha lasciato luogo da
          situarsi, non per istrettezza e cortezza d’essa natura, ma perch’ella, sebbene amplissima
          ed estesissima, tutto il luogo essa medesima irremovibilmente occupò. Ciò sono le persone
          di carattere originale, straordinariamente vigoroso, costante, fermo, i quali rigettano le
          abitudini contrarie alla loro gagliarda natura e al detto carattere, di qualunque genere
          ei sia; e non soffrono di piegarsi e adattarsi agli altrui costumi, di seguire le altrui
          inclinazioni, di cangiare o di modificare o di nascondere e mascherare o finalmente di
          smentire se stessi; non ammettono nè modi, nè usanze, nè gusti, nè occupazioni, nè
          istituti di vita, nè parole, nè fatti se non conformi esattamente alla loro primitiva
          natura ed indole, e da essa richiesti, cagionati, mossi, suggeriti. Questi sono <pb
            ed="aut" n="3187"/> gli uomini chiamati singolari e originali; non mai stimati (certo
          oggidì, e nelle nazioni più civili e socievoli, non mai), per lo più disprezzati, ovvero
          odiati e fuggiti, sempre derisi. In questi tali tutto è forza, e per la forza si conserva
          in essi immutabile la natura. Altri pur v’ha del medesimo genere, ne’ quali avvengachè la
          natura sia parimente fortissima e potentissima, contuttociò si mescola in essi e nella
          natura loro una sorta di debolezza e non poca. Ciò sono quelle persone di vastissimo
          finissimo e altissimo ingegno, al quale per la troppa capacità ed ampiezza sfuggono e in
          essa ampiezza si perdono le cose piccole; per la troppa finezza riescono difficilissime e
          impossibili ad apprendersi, a seguirsi, a possedersi le cose grosse; per la troppa altezza
          escono di vista le cose basse. Non già ch’essi sempre le sdegnino, anzi bene spesso con
          somma e intentissima cura le cercano e studiano, ma con gran meraviglia loro e dei pochi
          che ben li conoscono, non viene lor fatto di conseguire in quelle cose appena una
          centesima parte di quell’abilità e di quel successo che gl’ingegni mediocri, e talora <pb
            ed="aut" n="3188"/> piccoli, con molto minor cura e studio, facilmente e perfettamente
          conseguono, possiedono e adoprano. Il medesimo eccesso della cura e della contenzion
          d’animo che quei rari ingegni pongono a conseguire ed esercitare le qualità sociali, cura
          e contenzione abituale e familiare in essi, e che mai e’ non sanno intermettere o
          rilasciare; il medesimo eccesso dico, togliendo loro la possibilità della disinvoltura,
          del riposo d’animo, della facilità, dell’abbandono, della sicurezza, della confidenza in
          se stessi (che a chi suol riflettere sulle cose, e conoscerne e investigarne e sentirne e
          pesarne le difficoltà, e a chi sempre mira alla perfezione, e d’altronde sa bene per molte
          esperienze e sente quanto ella sia difficile, a questi tali, dico, la confidenza in se
          stessi è impossibile); togliendo dunque loro la possibilità di queste qualità che sono
          d’indispensabilissima e primissima necessità per godere nella società e per piacerle, e
          generalmente per ottenere colle parole o coi fatti qualunque successo nel mondo; il detto
          eccesso, torno a ripetere, impedisce a quei rari ingegni di mai, se non
          imperfettissimamente conseguire, di mai, se non con grandissima difficoltà e stento,
          adoperare ed esercitare le <pb ed="aut" n="3189"/> qualità che nel mondo si apprezzano ed
          amano e premiano. Questi tali, benchè grandissimi ingegni, benchè fecondi di bellissimi,
          utilissimi, altissimi, nuovissimi pensieri, benchè scrittori sommi in questo o quel
          genere, o pur letterati o filosofi o privati politici di altissimo valore, benchè d’animo
          nobilissimi, sensibilissimi, rarissimi, benchè spesso capacissimi di dilettar sommamente o
          di sommamente giovare a qualsivoglia società e a qualunque genere di persone coi loro
          scritti o colle produzioni qualunque del loro ingegno, lungamente e maturamente, o almeno
          riposatamente, pensate; anzi benchè le dette misere qualità siano pur troppo propriissime
          de’ singolari ingegni, e tanto più quanto alcun d’essi più s’inalza sopra il comune, e a
          proporzione di ciò più invincibili e costanti; e benchè quasi tutti gl’ingegni veramente
          singolari e sommi, massime quelli che risplendettero o risplendono negli studi delle
          scienze, delle lettere, o delle arti, fossero e sieno più o meno partecipi di tali qualità
          caratteristiche, si può dire, degli straordinarii e sublimi talenti; (vedi fra l’altre
          cose il Pseudo-Donato nella Vita di Virgilio <pb ed="aut" n="3190"/> cap. 6. fine, dov’è
          l’autorità di Melisso, Grammatico, liberto di Mecenate, contemporaneo di Virgilio:
          Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Melissus</foreign>, Fabric. B. Lat. 1.
          494.); contuttociò questi tali nella società, se non da quelli che conoscono per altra
          parte il loro merito, e che conoscendolo sono capaci di apprezzare chi lo possiede, sono
          generalmente (e non irragionevolmente, perocchè niun diletto e molta noia e fatica reca la
          loro conversazione) disprezzati ed evitati, ancor maggiormente che quelli dell’altra
          specie, e confusi dai più coi primi del primo genere, ai quali in fatti, nell’esteriore e
          in ciò che d’essi apparisce, quasi a capello si rassomigliano. In questo genere si può
          recar per esempio della prima specie l’Alfieri, della seconda G. G. Rousseau<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>L’abitudine di sempre pensare, e di poco parlare; di raccor tutto dentro e poco
              versar di fuori; di trattenersi con se stesso, di stare raccolto come un devoto, di
              poco agire, poco conversar nelle cose del mondo, poco trattare, per attendere agli
              studi; spendere tutte le sue facoltà nel proprio interno ec. ec. tutte queste cose
              rendono l’individuo incapace di portarsi bene nella società quanto un altro che sia
              pur di molto meno talento; perocchè a lui manca l’esercizio dell’operare, del
              conversare, del parlare (massime di cose frivole, come bisogna ec.) e le dette sue
              qualità ed abitudini positive escludono anche positivamente la capacità di contrarre
              le abitudini e di acquistare le qualità sociali. Così la gravità a cui un tale
              individuo è necessariam. abituato, la serietà, il pigliar le cose per l’importante, e
              se non importano lasciarle, esclude la possibilità di acquistar la leggerezza, l’abito
              di dar peso naturalm. alle cose minime, di scherzare, d’interessarsi con verità p. le
              bagattelle, di trovar materia di discorso dove assolutam. non ve n’ha ec. ec. tutte
              cose necessarissime in società: pigliar le cose, le materie, anche importanti e serie,
              dal lato non importante e non serio, o trattarle non seriamente, superficialmente,
              scherzovolmente ec. ec. e come bagattelle ec. ec. e le profonde a fior d’acqua ec.
            ec.</p>
          </note>. Anche questo genere di persone benchè stimabilissimo non è stimato, perocch’ei
          conserva la natura, o non è bastantemente mutato dal naturale.</p>
        <p>Sicchè tra quello che non è stimabile e quello ch’è degno di somma stima, restano
          solamente stimati quelli che tengono il mezzo, e cioè gli uomini mediocri e mediocremente
            <pb ed="aut" n="3191"/> degni. E ritrovasi per questa via e sotto questo rispetto,
          siccome per tutte l’altre vie e per ogni altro riguardo, trionfare nell’umana
          conversazione la mediocrità.</p>
        <p>Nè solamente alla stima del mondo, ma a qualunque altro successo nella società, come al
          far fortuna, all’avanzarsi nel favore o de’ principi o de’ privati, e a cose tali si può
          applicare la triplice distinzione e la successiva suddivisione degli uomini da me fatta
          fin qui, e troverannosi dovunque gli effetti corrispondere ai sopra osservati, secondo i
          generi e le spezie surriferite. (18. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>All’amore che noi abbiamo della vita, e quindi delle sensazioni vive, dee riferirsi il
          piacere che ci recano negli scritti o nel discorso le parole chiamate espressive, cioè
          quelle che producono in quanto a loro una idea vivace, o per la vivacità dell’azione o del
          soggetto qualunque ch’elle significano (come <emph>spaccare</emph>), o perchè vivamente
          rappresentano all’immaginativa questa <pb ed="aut" n="3192"/> medesima azione o soggetto,
          qualunque siasi la cagione perch’esse vivamente lo rappresentino (come
          <emph>spaccare</emph> più vivamente rappresenta l’azione significata, e desta un’idea più
          viva che <emph>fendere</emph> per varie ragioni che ora non accade specificare, e lungo
          sarebbe il farlo), o perchè di un’azione o di un soggetto non vivace, ne destano però una
          viva e presente idea. (18. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per li nostri pedanti il prender noi dal francese o dallo spagnuolo voci o frasi utili o
          necessarie, non è giustificato dall’esempio de’ latini <emph>classici</emph> che
          altrettanto faceano dal greco, come Cicerone massimamente e Lucrezio, nè dall’autorità di
          questi due e di Orazio nella Poetica, che espressamente difendono e lodano il farlo.
          Perocchè i nostri pedanti coll’universale dei dotti e degl’indotti tengono la lingua greca
          per madre della latina. Ma hanno a sapere ch’ella non fu madre della latina, ma sorella,
          nè più nè meno che la francese e la spagnuola sieno sorelle dell’italiana. Ben è vero che
          la greca letteratura e <pb ed="aut" n="3193"/> filosofia fu, non sorella, ma propria madre
          della letteratura e filosofia latina. Altrettanto però deve accadere alla filosofia
          italiana, e a quelle parti dell’italiana letteratura che dalla filosofia debbono dipendere
          o da essa attingere, per rispetto alla letteratura e filosofia francese. La quale
          dev’esser madre della nostra, perocchè noi non l’abbiamo del proprio, stante la singolare
          inerzia d’Italia nel secolo in che le altre nazioni d’Europa sono state e sono più attive
          che in alcun’altra. E voler creare di nuovo e di pianta la filosofia, e quella parte di
          letteratura che affatto ci manca (ch’è la letteratura propriamente moderna); oltre che
          dove sono gl’ingegni da questa creazione? ma quando anche vi fossero, volerla creare dopo
          ch’ella è creata, e ritrovare dopo trovata ch’ell’è da più che un secolo, e dopo cresciuta
          e matura, e dopo diffusa e abbracciata e trattata continuamente da tutto il resto d’Europa
          del pari; sarebbe cosa, non solo inutile, ma stolta e dannosa, mettersi a bella posta
          lunghissimo tratto addietro degli <pb ed="aut" n="3194"/> altri in una medesima carriera,
          volersi collocare sul luogo delle mosse quando gli altri sono già corsi tanto spazio verso
          la meta, ricominciare quello che gli altri stanno perfezionando; e sarebbe anche
          impossibile, perchè nè i nazionali nè i forestieri c’intenderebbono se volessimo trattare
          in modo affatto nuovo le cose a tutti già note e familiari, e noi non ci cureremmo di noi
          stessi, e lasceremmo l’opera, vedendo nelle nostre mani bambina e schizzata, quella che
          nelle altrui è universalmente matura e colorita; e questo vano rinnovamento piuttosto
          ritarderebbe e impaccerebbe di quel che accelerasse e favorisse gli avanzamenti della
          filosofia, e letteratura moderna e filosofica. Erano ben altri ingegni tra’ latini al
          tempo che s’introdussero e crebbero gli studi nel Lazio; ben altri ingegni, dico, che oggi
          in Italia non sono. Nè però essi vollero rinnovare nè la filosofia nè la letteratura (la
          quale essendo allora poco filosofica, si potea pur variare passando a nuova nazione), ma
          trovando l’una e l’altra in alto stato, e grandissimamente avanzate e mature appresso i
            <pb ed="aut" n="3195"/> greci, da questi le tolsero, e gli altrui ritrovamenti
          abbracciarono e coltivarono; e ricevuti e coltivati che gli ebbero, allora, secondo
          l’ingegno di ciascheduno e l’indole della nazione, de’ costumi, del governo, del clima,
          della lingua, delle opinioni romane, modificarono ed ampliarono le cose da’ greci trovate,
          e diedero loro abito e viso e attitudini domestiche e nuove. Se vuol dunque l’Italia avere
          una filosofia ed una letteratura moderna e filosofica, le quali finora non ebbe mai, le
          conviene di fuori pigliarle, non crearle da se; e di fuori pigliandole, le verranno
          principalmente dalla Francia (ond’elle si sono sparse anche nelle altre nazioni, a lei
          molto meno vicine e di luogo e di clima e di carattere e di genio e di lingua ec. che
          l’italiana), e vestite di modi, forme, frasi e parole francesi (da tutta l’Europa
          universalmente accettate, e da buon tempo usate): dalla Francia, dico, le verrà la
          filosofia e la moderna letteratura, come altrove ho ragionato, e volendole ricevere, nol
          potrà altrimenti che ricevendo altresì assai parole e frasi di là, ad esse intimamente e
          indivisibilmente spettanti e fatte proprie; <pb ed="aut" n="3196"/> siccome appunto
          convenne fare ai latini delle voci e frasi greche ricevendo la greca letteratura e
          filosofia; e il fecero senza esitare. E noi colla stessa giustificazione, ed anche col
          vantaggio della stessa facilità il faremo, essendo la lingua francese sorella
          dell’italiana siccome della latina il fu la greca, e producendo la filosofia e la
          filosofica letteratura francese una letteratura moderna ed una filosofia italiana, siccome
          già la greca nel Lazio. E tanto più saremo fortunati degli altri stranieri che dal
          francese attinsero voci e modi per la filosofia e letteratura, quanto che noi nel francese
          avremo una lingua sorella, e non, com’essi, aliena e di diversissima origine. (18. Agos.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 1011. marg.-fine. Aggiungete ancora che la lingua latina è della italiana, madre
          conosciuta e certa e fuori d’ogni controversia. Non così accade all’altre lingue d’origine
          diversa. Si saprà per certo che la lingua tedesca è d’origine teutonica, la svedese
          d’origine slava, ma quale delle antiche lingue teutoniche o schiavone sia madre della
          tedesca e della svedese, non si potrà senza moltissime controversie, nè senza grandi <pb
            ed="aut" n="3197"/> dubitazioni e incertezze, nè più che largamente e mal distintamente,
          determinare ec. ec. (19. Agos. 1823.). Noi sappiamo bene qual e che cosa sia questa lingua
          latina madre dell’italiana, e possiamo definitamente additarla, e mostrarla tutta intera.
          Ma dir che la teutonica o la slava o simili è madre della tedesca o della russa ec., è
          quasi un dire in aria, benchè sia vera, nè quelli possono definitamente additarci quale
          individualmente sia questa lor lingua madre, nè, se non confusamente e per laceri avanzi,
          mostrarcela.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In molti luoghi di questi miei pensieri ho dimostrato come l’uomo debba quasi tutto alle
          circostanze, all’assuefazione, all’esercizio; quanta parte di ciò che si chiama talento
          naturale, e diversità o superiorità o inferiorità di talenti, non sia per verità altro che
          assuefazione, esercizio, ed opera di circostanze non naturali nè necessarie ma
          accidentali, e diversità di assuefazioni e di circostanze, maggiore o minore assuefazione,
          e maggiore o minor favore o disfavore di circostanze e di accidenti secondarii: la
          diversità delle quali cose accresce a dismisura le piccole differenze e le piccole
          superiorità o inferiorità di facoltadi che si trovano naturalmente e primitivamente tra
          questo e quello ingegno di questo o quello individuo o nazione, in questo o quel secolo.
          Io però non intendo con ciò di negare che non v’abbiano diversità naturali fra i vari
          talenti, le varie facoltà, i vari primitivi caratteri degli uomini; ma solamente affermo e
          dimostro che tali diversità assolutamente naturali, innate, e primitive sono molto <pb
            ed="aut" n="3198"/> minori di quello che altri ordinariamente pensa. Del resto che
          gl’intelletti, gli spiriti, insomma gli animi degli uomini differiscano naturalmente e
          primitivamente gli uni dagli altri, con minute differenze bensì, ma pur vere ed effettive
          e notabili differenze; e che varie sieno le loro naturali disposizioni, maggiori in altri,
          in altri minori, ed ordinate in quelli a certi oggetti, in questi a certi altri, è cosa,
          come da tutti e sempre creduta, così vera e reale, e dimostrata da molte osservazioni, le
          quali, o alcune di esse, verrò qui sotto segnando per capi, sommariamente però, ed in modo
          che sopra ciascun capo potrà e dovrà molto più estendersi il discorso di quello che io sia
          per estenderlo.</p>
        <p>1. Notabili sono le differenze che passano tra l’esteriore figura e conformazione degli
          uomini, paragonando secolo a secolo; nazione selvaggia o corrotta o civile l’una
          coll’altra; nazioni civili tra loro; così nazioni selvaggie o barbarizzate; clima a clima;
          famiglia a famiglia; individuo a individuo. Differenze regolari o irregolari; ordinarie o
          straordinarie; naturali o accidentali, ma pur <pb ed="aut" n="3199"/> sempre fisiche;
          mostruosità ec. La differenza delle lingue dimostra una vera differenza negli organi
          corporali della favella tra’ vari popoli parlanti; differenza cagionata o dal clima o da
          qualsivoglia altra cagione naturale, indipendente però certo dall’assuefazione
          nell’essenziale e generale e costante che in essa differenza si trova. Negli altri vari
          organi esteriori dell’uomo si trovano eziandio molte notabili differenze naturali tra uomo
          e uomo, clima e clima, nazione e nazione, individuo e individuo; differenze di
          disposizione, cioè disposizione a maggiore o minor numero di abilità, a tali o tali
          abilità piuttosto che ad altre, e disposizione maggiore o minore; più o meno scioltezza e
          speditezza e sveltezza fisica, secondo le qualità naturali de’ muscoli e de’ nervi che a
          quel tale organo appartengono. Se l’esteriore adunque degli uomini differisce notabilmente
          per natura nell’uno uomo paragonato coll’altro, è ben ragionevole che si creda
          notabilmente differire anche la naturale conformazione dell’interiore ne’ diversi uomini;
          quando non si può volgere in dubbio la manifesta analogia e perfetta corrispondenza <pb
            ed="aut" n="3200"/> che passa tra l’esterno e l’interno dell’uomo sotto qualunque
          rispetto. E nel particolare dell’ingegno, la diversa conformazione esteriore del capo ne’
          diversi individui e nazioni, la quale è visibile e non si può negare, dimostra chiaramente
          una diversa conformazione di ciò che nel capo si contiene, nel che risiede l’ingegno; onde
          viene a esser provato che tra gli uomini v’ha differenza naturale d’ingegno. E infatti è
          quasi dimostrato che la fronte spaziosa significa grande e capace ingegno naturale, e per
          lo contrario la fronte angusta; e così le altre differenze esteriori del capo osservate
          dai craniologi: le osservazioni de’ quali se non sono tutte vere, non lasciano di provare
          generalmente una differenza naturale di spirito e d’indole ne’ diversi uomini; nel
          giudizio delle quali differenze se coloro spesse volte s’ingannano, ciò nasce perch’ei non
          guardano che il fisico; ma l’assuefazione e le circostanze talora accrescono, talora
          cancellano, talora volgono affatto in contrario le differenze delle disposizioni naturali;
          delle quali sole possono pronunziare i craniologi, non de’ loro effetti, che da troppo
          altre cause <pb ed="aut" n="3201"/> sono influiti, e spesso riescono contrarii ad esse
          disposizioni. E vedi a questo proposito il fatto di Zopiro e Socrate ap. <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Tusc.</title> lib.4. cap. 37</bibl>. Qua pur si deve riferire la diversità delle
          fisonomie, degli occhi, che tanto esprimono e dimostrano dell’animo e dell’ingegno, e
          l’arte de’ fisionomi.</p>
        <p>2. Differenze generali, regolari, e costanti si trovano fra i caratteri, i talenti, le
          disposizioni spirituali delle diverse nazioni, massime secondo i diversi climi. Quelle
          d’ingegno grossissimo, come i Lapponi; queste d’acutissimo, come gli orientali; altre
          pigre, altre attive; altre coraggiose, altre timide; in altre prevale l’immaginazione, in
          altre la ragione, e ciò in altre più, in altre meno; altre riescono e riuscirono sempre
          eccellenti in una parte, altre in altra; ec. ec. e tutto questo costantemente. Non si può
          negare che i principii e le fondamenta di tali differenze non sieno naturali, e quindi non
          si può negare che non v’abbia una vera primitiva differenza d’indole e d’ingegno tra
          nazione e nazione, clima e clima, come v’ha reale, visibile, naturale e, generalmente
          parlando, costante differenza di esteriore, di fisonomia ec. tra nazioni e climi, selvaggi
          o civili ec. ec. Dunque proporzionatamente <pb ed="aut" n="3202"/> è da dire che anche tra
          individuo e individuo di una stessa o di diverse nazioni, esiste dalla nascita una reale
          differenza d’indole e di talento, o vogliamo dire un principio e una disposizione di
          differenza, che <foreign lang="lat" rend="italic">ad idem redit</foreign>.</p>
        <p>3. Lasciando da parte il tanto che si potrebbe dire sull’influsso fisico, ossia sulla
          naturale azione del corpo e de’ sensi, e quindi degli oggetti esteriori, sull’animo
          indipendentemente dall’assuefazione, ne toccheremo solamente alcune cose che più fanno al
          proposito. Ho udito di uno abitualmente scempio o tardissimo d’ingegno, che caduto di
          grande altezza, e percosso pericolosamente il capo, divenne, guarito che fu, d’ingegno
          prontissimo e furbissimo, e questi ancor vive. Ho udito d’altri molto ingegnosi, per
          simile accidente divenuti stupidi, e sciocchi. Lasciando questo, egli è certissimo che la
          malattia del corpo (e così la sanità) influisce grandissimamente sull’ingegno e
          sull’indole. Tacendo delle minori influenze, che tutto giorno si osservano, si può notare
          quello che narra il Caluso nella Lettera appiè della Vita di Alfieri, circa i versi
          d’Esiodo da lui una <pb ed="aut" n="3203"/> sola volta letti, ch’ei recitava francamente
          nella sua ultima malattia. E mi fu raccontato da testimonii di udito, del maraviglioso
          spirito, degli argutissimi motti e risposte, di una prontezza affatto straordinaria di
          mente e di lingua, di una prodigiosa facilità, fecondità e copia d’invenzioni che si fece
          osservare in un vecchio Cardinale (Riganti) (non molto usato a facezie, nè di molto
          spirito, e di carattere ben diverso dalla energia, e rapidità e mobilità) poco dopo essere
          stato colto da una apoplessia (della quale infermità rimase impedito nelle membra, e morì
          parecchi mesi appresso), e stando in letto. Esempio di Ermogene, e de’ suoi simili che
          puoi vedere nella Dissertaz. del Cancellieri sugli Smemorati ec. Corrispondenza che,
          generalmente parlando, si osserva tra gl’ingegni e i caratteri degli uomini per una parte,
          e le rispettive complessioni dall’altra. Pazzi e frenetici; febbricitanti, deliranti. La
          malattia cambia talora, com’è detto, l’ingegno e il carattere o per sempre, o per momenti,
          o per più o men tempo: ciò massimamente quando ella interessa in particolare il cerebro.
          Il quale se può essere notabilissimamente diversificato dalle malattie e dalle varie
          circostanze e accidenti che accadono durante <pb ed="aut" n="3204"/> la vita a uno stesso
          uomo, non si può non credere e giudicare che la tanta e inesauribile diversità delle
          circostanze e degli accidenti che concorrono nella generazione de’ vari individui, non
          diversifichi siccome le loro complessioni, e questa o quella parte del corpo, così
          eziandio quella in che risiede l’ingegno e l’animo, cioè il cerebro, e quindi il talento e
          l’indole nativa e primitiva de’ vari individui, nazioni ec.</p>
        <p>4. L’uomo, anche indipendentemente affatto dalle assuefazioni, ossia in parità di studi,
          di esercizi, di scienza, di pratica ec., si trova, per così dir, vario d’indole e di
          talento da se medesimo ancora, non solo dentro la vita, ma dentro la stessa giornata
          eziandio. Oggi il mio ingegno sarà svegliatissimo, la mia indole piacevolissima, domani
          tutto l’opposto, senz’alcuna cagione morale nè apparente, ma certo non senza cagioni
          fisiche, le quali diversamente affettando l’animo, lo tramutano effettivamente d’ora in
          ora, di giorno in giorno, di stagione in istagione (fu chi disse ch’ei si trovava più atto
          a comporre nel sommo caldo o nel sommo freddo che nelle medie temperature dell’anno; la
            <pb ed="aut" n="3205"/> mattina che la sera ec.) ec. ec. e lo ritornano nello stato di
          prima, ed ora lo rendono atto a una cosa, ora a un’altra, ora a più cose ora a meno, ora
          più ora meno atto ec. ec. Le diverse circostanze fisiche che evidentemente influiscono,
          cambiano, recano, tolgono, accrescono, scemano, diversificano ec. ec. le passioni o
          inclinazioni in uno stesso individuo, in diversi individui, in varie nazioni e climi e
          tempi ec. indipendentemente affatto e dalla volontà e dall’assuefazione; son tante e sì
          varie che infinito sarebbe il volerle enumerare e descrivere, coi loro (evidentissimi e
          incontrastabili) effetti.</p>
        <p>5. Spessissimo l’ingegno è svegliato da cause fisiche manifeste ed apparenti, come un
          suono dolce, o penetrante, gli odori, il tabacco, il vino eccetera<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>V. p. 3386. fine.</p>
          </note> e quel che dico dell’ingegno, dicasi delle passioni, de’ sentimenti, dell’indole
          ec.; e quel che dico dello svegliare, dicasi del sopire, del muovere, dell’affettare,
          modificare come che sia, dell’accrescere, dello sminuire, del produrre, del distruggere o
          per sempre o per certo tempo ec. Tutti questi effetti nei casi qui considerati, non hanno
          a far coll’assuefazione, e dimostrano per conseguenza che lo <emph>spirito</emph>
          dell’uomo <pb ed="aut" n="3206"/> può esser modificato e diversamente conformato da cause,
          circostanze e accidenti fisici diversi dalle assuefazioni. Così p. e. la luce è
            <emph>naturalmente</emph> cagione di allegria, siccome il suono, e le tenebre di
          malinconia; quella eccita sovente l’immaginazione, ed ispira; queste la deprimono ec. Un
          luogo, un appartamento, un clima chiaro e sereno, o torbido e fosco, influiscono sulla
          immaginativa, sull’ingegno, sull’indole degli abitanti, sieno individui o popoli,
          indipendentemente dall’assuefazione. Così una stagione, una giornata, un’ora nuvolosa o
          serena; il trovarsi per più o men tempo in un luogo qualunque oscuro o luminoso, senza
          però abitarvi, tutte queste circostanze fisiche, indipendenti dall’assuefazione e dalle
          circostanze morali, affettano, quali momentaneamente quali durevolmente, lo spirito
          dell’uomo, e variamente lo dispongono, e ne producono le assuefazioni, e le differenze di
          queste ec. ec. ec. (19. Agosto. 1823.). V. p. 3344.</p>
      </div1>
      <div1 n="3207 - 3410">
        <p>Dimostrato che nell’idea del bello non convengono nè gli uomini naturali fra loro, nè gli
          spiriti incorrotti e semplici come quelli de’ fanciulli, e quindi ch’essa idea non si
          trova una in natura; e che d’altronde gli uomini colti, savi, esercitati, profondi, <pb
            ed="aut" n="3207"/> gli artisti medesimi e i poeti ec. disconvengono circa il bello, ed
          anche in cose essenziali, più o meno, secondo la differenza delle nazioni, climi,
          opinioni, assuefazioni, costumi, generi di vita, secoli; disconvengono, dico, eziandio
          bene spesso dove credono di convenire (perocchè tra loro non s’intendono); disconvengono
          tra loro, e dai fanciulli, e dagli uomini o naturali o ignoranti; e che tali differenze
          circa l’idea del bello, si trovano fra individuo e individuo in una stessa nazione, si
          trovano in un medesimo individuo in diverse età e circostanze, si trovano, e
          costantemente, fra nazione e nazione, clima e clima, secolo e secolo, civili e non civili;
          si trovano fra barbari e barbari, dotti e dotti, ignoranti e ignoranti, selvaggi e
          selvaggi, colti e colti, più e men barbari, più e men civili, fanciulli e fanciulli,
          adulti e adulti, intendenti e intendenti, artisti ed artisti, speculatori e speculatori,
          filosofi e filosofi; dimostrato, dico, tutto questo, come ho già fatto in molti luoghi,
          viene a esser provato che il bello ideale, unico, eterno, immutabile, universale, è una
          chimera, poichè nè la natura l’insegna o lo mostra, nè i filosofi o gli artisti l’hanno
          mai scoperto o lo scuoprono, a forza di osservazioni <pb ed="aut" n="3208"/> e di
          cognizioni, come si sono scoperte e si scuoprono le altre idee stabili e invariabili
          appartenenti alle scienze del vero ec. ec. (20. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che quello che nella musica è melodia, cioè l’armonia successiva de’ tuoni, o vogliamo
          dire l’armonia nella successione de’ tuoni, sia determinata, come qualsivoglia altra
          armonia ovver convenienza dall’assuefazione, o da leggi arbitrarie; osservisi che le
          melodie musicali non dilettano i non intendenti, se non quanto la successione o successiva
          collegazione de’ tuoni in esse è tale, che il nostro orecchio vi sia assuefatto; cioè in
          quanto esse melodie o sono del tutto popolari, sicchè il popolo, udendone il principio, ne
          indovina il mezzo e il fine e tutto l’andamento, o s’accostano al popolare, o hanno alcuna
          parte popolare che al popolare si accosti. Nè altro è nelle melodie musicali il popolare,
          se non se una successione di tuoni alla quale gli orecchi del popolo, o degli uditori
          generalmente, siano per qualche modo assuefatti. E non per altra cagione riesce
          universalmente grata la musica di Rossini, se non perchè <pb ed="aut" n="3209"/> le sue
          melodie o sono totalmente popolari, e rubate, per così dire, alle bocche del popolo; o più
          di quelle degli altri compositori, si accostano a quelle successioni di tuoni che il
          popolo generalmente conosce ed alle quali esso è assuefatto, cioè al popolare; o hanno più
          parti popolari, o simili, ovver più simili che dagli altri compositori non s’usa, al
          popolare. E siccome le assuefazioni del popolo e dei non intendenti di musica, circa le
          varie successioni de’ tuoni, non hanno regola determinata e sono diverse in diversi luoghi
          e tempi, quindi accade che tali melodie popolari o simili al popolare, altrove piacciano
          più, altrove meno, ad altri più, ad altri meno, secondo ch’elle agli uditori riescono o
          troppo note e usitate; o troppo poco; o quanto conviene, colla competente novità che lasci
          però luogo all’assuefazione di far sentire in quelle successioni di tuoni la melodia, la
          qual dall’assuefazione degli orecchi è determinata. Onde una medesima melodia musicale
          piacerà più ad uno che ad altro individuo, più in <pb ed="aut" n="3210"/> una che in altra
          città, piacerà universalmente in Italia, o piacerà al popolo e non agl’intendenti, e
          trasportata in Francia o in Germania, non piacerà punto ad alcuno, o piacerà
          agl’intendenti e non al popolo; secondo che le assuefazioni di ciascheduno orecchio circa
          le successioni de’ tuoni, saranno più o meno o nulla conformi o affini agli elementi o
          membri (<foreign lang="grc">μέλη</foreign>) che comporranno essa melodia, ovvero a quello
          che si chiama il <emph>motivo</emph>.</p>
        <p>E di qui, e non d’altronde, nasce la diversità de’ gusti musicali ne’ diversi popoli.
          Dico ne’ popoli, e non dico negl’intendenti, i quali avendo tutti un’arte uniforme,
          distinta in regole, universalmente abbracciata e riconosciuta, co’ suoi principii fissi e
          invariabili e universali, siccome quelli di qualsivoglia altra scienza che tale è in
          Italia quale in Polonia, in Portogallo, in Isvezia; nel giudicare di una melodia musicale,
          non mirano all’orecchio, ma alle regole e a’ principii ch’essi hanno nella loro arte o
          scienza, cioè nel contrappunto; ed essendo esse regole e principii dappertutto gli stessi
          e dappertutto ugualmente riconosciuti, i giudizi che i diversi intendenti pronunziano non
          possono grandemente <pb ed="aut" n="3211"/> disconvenire gli uni dagli altri, e tanto meno
          quanto essi più sono intendenti. Ma non così de’ popoli, e de’ non intendenti, i quali non
          hanno altra regola e canone che l’orecchio, e questo non ha altri principii che le sue
          proprie assuefazioni, e non già alcuni dettati e infusi universalmente dalla natura, come
          si crede. E però le nostre melodie non paiono pur melodie a’ turchi a’ Cinesi nè ad altri
          barbari, o diversamente da noi, civili. Che se questi pure alcuna volta se ne dilettano,
          il diletto non nasce in loro dalla melodia, cioè dal senso della successiva armonia de’
          tuoni, la quale essi non sentono nè comprendono, posto pur ch’ella fusse tra noi l’una
          delle più popolari; ma nasce da’ puri suoni per se, e dalla delicatezza, facilità,
          rapidità, volubilità del loro succedersi, mescolarsi, alternarsi (sia nella voce o in
          istrumenti), dalla dolcezza delle voci o degl’istrumenti, dal sonoro, dal penetrante e da
          simili qualità de’ medesimi, dalla soavità eziandio de’ rapporti rispettivi d’un tuono
          coll’altro in quanto alla facilità e alla delicatezza del passaggio da questo a quello
          (laddove i passaggi nelle <pb ed="aut" n="3212"/> musiche de’ barbari sono asprissimi,
          perchè fatti da tuoni a tuoni troppo lontani o da corde a corde troppo distanti), e
          insomma da cento qualità (per così dire, estrinseche) della nostra musica che nulla hanno
          a fare colla rispettiva scambievole armonia o convenienza de’ tuoni nella lor successione,
          cioè colla melodia, e col senso e gusto della medesima, che nè i turchi nè gli altri
          barbari, udendo la nostra musica, non provano punto mai. La qual cosa appunto, salva però
          la proporzione, accade ai non intendenti di musica e al popolo fra noi, quando egli odono,
          come tutto dì avviene, di quelle melodie che nulla o troppo poco hanno del popolare. Niun
          diletto ne provano, se non quello, per così dire, estrinseco, che di sopra ho descritto, e
          che nasce dalle qualità della musica, diverse e indipendenti dall’armonia de’ tuoni nella
          successione. Di queste non popolari melodie, che sono la più gran parte della nostra
          musica, parlerò poco sotto. E per conchiudere il discorso de’ barbari e delle nazioni che
          hanno circa la musica idee e gusti e sentimenti affatto diversi da’ nostri, dico che in
          essi, siccome <pb ed="aut" n="3213"/> fra noi, le assuefazioni determinano quali sieno le
          successive collegazioni de’ tuoni che sieno tenute per melodie, e le assuefazioni
          cagionano, siccome fra noi, il senso e il piacere d’esse melodie, quando elle sono udite.
          E questo, se in essi popoli, non v’ha teoria musicale, accade a tutta la nazione. Se alcun
          d’essi popoli ha teoria musicale, come l’hanno i Chinesi, diversa però dalla nostra,
          gl’intendenti fra loro hanno altra cagione che determina il loro giudizio e produce in
          loro il diletto circa le melodie; e questa cagione si è, come nei nostri intendenti, la
          conformità di quelle cotali successioni de’ tuoni co’ principii e i canoni della loro
          teoria o arte o scienza musicale, i quali principii e canoni essendo diversi da’ nostri,
          diverso eziandio dev’essere il giudizio di quegl’intendenti circa le varie, o nazionali o
          forestiere, melodie, da quello de’ nostri, e diverso similmente il piacere. E così è
          infatti nella China, dove e il popolo (che dappertutto, dovunque esiste una musica,
          avrebbe giudicato nello stesso modo) e gl’intendenti (il che non potrebbe avvenire nelle
          nazioni barbare che non hanno teoria musicale <pb ed="aut" n="3214"/> sufficientemente
          distinta per principii e regole, e ordinata e compiuta, come l’hanno i Chinesi),
          giudicarono espressamente più bella la loro musica che l’Europea, la quale i nostri,
          favoriti in ciò espressamente da un loro imperatore, volevano introdurvi, insieme colle
          nostre teorie. E ciò furono, se ben mi ricorda, i Gesuiti.</p>
        <p>Ho detto in principio che la melodia nella musica non è determinata se non
          dall’assuefazione o da leggi arbitrarie. Delle melodie determinate dall’assuefazione, e
          che per ciò sono melodie, perchè quelle tali successioni di tuoni convengono con quelle
          che gli orecchi sono assuefatti a udire, ho discorso fin qui. Le melodie determinate da
          leggi arbitrarie, sono quelle che il popolo e i non intendenti non gustano, se non se nel
          modo specificato di sopra, senza nè conoscere nè sentire ch’elle sieno melodie, cioè che
          quei tuoni così succedendosi e intrecciandosi e alternandosi, armonizzino, cioè
          convengano, tra loro; quelle che pel popolo e per li non intendenti, non sono infatti
          melodie, ma solo per gl’intendenti; quelle che gl’intendenti soli gustano in virtù del
          giudizio, quali sono infiniti altri diletti umani (<bibl>v. <author>Montesquieu</author>,
              <title lang="fre">Essai sur le goût. De la sensibilité</title>. p. 392.</bibl>),
          massime nelle arti; quelle che non <pb ed="aut" n="3215"/> sono melodie se non perchè ed
          in quanto corrispondono alle regole circa la successiva combinazione de’ tuoni, consegnate
          in una scienza o arte, non dettata dalla natura ma dalla matematica, universale e
          universalmente riconosciuta in Europa, come lo sono tutte le altre arti e scienze in
          questa parte del mondo legata insieme dal commercio e da una medesima civiltà ch’ella
          stessa si è fabbricata e comunicata di nazione a nazione, ma non riconosciuta fuori
          d’Europa nè dalle nazioni non civili, nè da quelle che hanno un’altra civiltà da esse
          fabbricata o d’altronde venuta; qual è sopra tutte la nazion Chinese, la quale ed ha una
          scienza musicale, e in essa non conviene punto con noi. Ho detto che la nostra scienza o
          arte musicale fu dettata dalla matematica. Doveva dire costruita. Essa scienza non nacque
          dalla natura, nè in essa ha il suo fondamento, come le più dell’altre; ma ebbe origine ed
          ha il suo fondamento in quello che alla natura somiglia e supplisce e quasi equivale, in
          quello ch’è giustamente chiamato seconda natura, ma che altrettanto a torto quanto <pb
            ed="aut" n="3216"/> facilmente e spesso è confuso e scambiato, come nel caso nostro,
          colla natura medesima, voglio dire nell’assuefazione. Le antiche assuefazioni de’ greci
          (per non rimontar più addietro, che nulla rileva al proposito) furono l’origine e il
          fondamento della scienza musicale da’ greci determinata, fabbricata, e a noi ne’ libri e
          nell’uso tramandata, dalla qual greca scienza, viene per comun consenso e confessione la
          nostra europea, che non è se non se una continuazione, accrescimento e perfezione di
          quella, siccome tante altre e scienze ed arti (anzi quasi tutte le nostre) che la moderna
          Europa ricevè dall’antica Grecia e perfezionò, e a molte cangiò faccia appoco appoco del
          tutto. La greca musica popolare, le ragioni della quale non altrove erano che
          nell’assuefazione (siccome quelle di qualsivoglia musica popolare), fu l’origine, il
          fondamento, e per così dir l’anima e l’ossatura della musica greca scientifica, e quindi
          altresì della nostra, che di là viene. Ma siccome accade a tutte le arti ch’elle col
          crescere, col perfezionarsi, col maggiormente determinarsi, si dilungano appoco appoco da
          ciò che fu loro origine, fondamento, subbietto primitivo e ragione, o fosse la natura <pb
            ed="aut" n="3217"/> o l’assuefazione o altro, e talvolta giungono fino a perderlo
          affatto di vista, ed esser fondamento e ragione a se stesse, il che è intervenuto in buona
          parte alla poetica, intervenne ancora all’arte musica<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Maggiormente sconvenevole però si è questo nella musica che nella poesia. Perocchè la
              scienza musicale, in ordine alla musica è di più basso e ben più lontano rango, che
              non è la poetica in ordine alla poesia. Il contrappunto è al musico quel che al poeta
              la grammatica. La musica non ha un’arte che risponda a quel ch’è la poetica alla
              poesia, la rettorica all’oratoria. Ben potrebbe averla, ma niuno ancora ha pensato a
              ridurre a principii e regole le cagioni degli effetti morali della musica e del
              diletto che da lei deriva, e i mezzi di produrli ec.</p>
          </note>. Quindi è che spessissimo sia giudicato buono ed ottimo dagl’intendenti, e perciò
          piaccia loro sommamente, e che sia melodia per essi, quello che dal popolo e da’ non
          intendenti è giudicato o mediocre o cattivo, che poco o niun effetto produce in essi, che
          poco o nulla gli diletta, che per essi non è assolutamente melodia: sebbene ei lodano
          sovente ed ammirano cotali composizioni di tuoni, o in vista delle qualità indipendenti
          dall’armonizzare della loro combinazione successiva, che di sopra ho descritte, o mossi
          dalla fama del compositore, o dalla voce degl’intendenti, o dal favore, o dal diletto
          altre volte ricevuto nelle composizioni del medesimo, o dalla coscienza della propria
          ignoranza, o dalla maraviglia delle difficoltà e stranezze che in tali composizioni
          ravvisano, o dalla stessa novità, benchè per essi nulla dilettevole musicalmente, o in
          fine da cento altre cause estrinseche e accidentali, o diverse e indipendenti dal diletto
          che nasce dal senso della melodia, cioè della convenienza scambievole de’ tuoni nel
          succedersi <pb ed="aut" n="3218"/> l’uno all’altro. E per lo contrario interviene
          spessissimo che quelle successioni de’ tuoni le quali per il popolo sono squisitissime,
          carissime, bellissime, spiccatissime e dilettosissime melodie, non ardisco dire non
          piacciano agli orecchi degl’intendenti, ma con tutto ciò dispiacciano al loro giudizio, e
          ne sieno riprovate, tanto che per essi talora non sieno neppur melodie quelle che per
          tutti gli orecchi e per li loro altresì, sono melodie distintissime, evidentissime,
          notabilissime e giocondissime. Il che si può vedere in fatto nel giudizio degl’intendenti
          circa il comporre di Rossini, e generalmente circa il modo della moderna composizione, la
          quale da tutti è sentita esser piena di melodia molto più che le antiche e classiche, e da
          chiunque sa è giudicata non reggere in grammatica ed essere scorrettissima e irregolare.
          Tutto ciò non per altro accade se non perchè gl’intendenti giudicano, e giudicando sentono
          (cioè col fattizio, ma reale sensorio dell’intelletto e della memoria) secondo i principii
          e le norme della loro scienza; e i non intendenti sentono e sentendo giudicano secondo le
          loro assuefazioni relative al proposito. Le quali assuefazioni segue e si propone <pb
            ed="aut" n="3219"/> o loro si accosta il moderno modo di comporre, assai più che
          l’antico, ignorando o trascurando più o manco i canoni dell’arte, di che gli antichi
          furono peritissimi e religiosissimi osservatori.</p>
        <p>Con queste considerazioni s’intenderà facilmente il perchè nelle melodie sia, come si
          dice, difficilissima e rarissima la novità, cioè solo difficilissimamente e di rado possa
          il Musico trovare nuove melodie. Il che mirabilmente conferma le mie osservazioni.
          Perocchè veramente il disporre in nuove maniere la scambievole successione de’ tuoni
          secondo le regole dell’arte musicale, non è punto difficile, essendo infinite le diversità
          di combinazioni successive sia di tuoni sia di corde (cioè generalmente di
          <emph>note</emph>) a cui esse regole danno luogo. Ma limitatissime e poche, e non più
          assolutamente che tante, sono le assuefazioni de’ nostri orecchi; ond’è che pochissime
          sieno quelle combinazioni successive di tuoni (dico pochissime rispetto all’immenso numero
          d’esse combinazioni assolutamente considerate) che possano parer melodie all’universale, o
          al più di una nazione o secolo, e produrre in esso il diletto che nasce dal senso della
          melodia. Ed infatti nuove melodie, <pb ed="aut" n="3220"/> che tali sieno per
          gl’intendenti e rispetto all’arte, non sono in verità punto rare, nè difficili a
          inventarsi, e di esse si compone la massima parte di qualsivoglia opera musicale, non solo
          antica e classica, ma moderna italiana eziandio, benchè le moderne italiane abbiano, come
          ho detto, più melodia popolare che le antiche e straniere; cioè maggiormente seguano le
          assuefazioni de’ nostri orecchi, ed un più gran numero delle loro melodie contraffacciano
          o imitino, o in tutto o in qualche parte o nel motivo somiglino le successioni di tuoni e
          note, a cui sono assuefatti generalmente gli uditori. E in verità, se non fosse la
          memoria, che anche involontariamente e inavvertitamente subentra a pigliar parte nella
          composizione, più difficile sarebbe forse al compositore l’abbattersi a trovar melodie
            <emph>non popolari</emph> già da altri trovate, che non il trovarne delle nuove,
          conformi alle regole musicali.</p>
        <p>Certo è che la principale, anzi la vera arte degl’inventori di musica, e il vero, proprio
          musicale, e grande effetto delle loro invenzioni, allora solo si manifesta ed ha luogo
          quando le loro melodie son tali che il popolo e generalmente tutti gli uditori ne sieno
          colpiti e maravigliati come di <pb ed="aut" n="3221"/> melodia nuova, e nel tempo
          medesimo, per essere in verità assuefatti a quelle tali successioni di tuoni, sentano al
          primo tratto ch’ella è melodia. Il qual effetto, proprio, anzi solo proprio della vera
          vera musica, e solo grande, solo vivo, solo universale, non altrimenti si ottiene che
          coll’adornare, abbellire, giudiziosamente e fino al debito segno variare, nobilitare per
          dir così, nuovamente fra loro congiungere e disporre, presentare sotto un nuovo aspetto le
          melodie assolutamente e formalmente popolari, e tolte dal volgo, e le varie e sparse forme
          di successioni di note, che gli orecchi generalmente conoscono, e vi sono assuefatti. Non
          altrimenti che il poeta, l’arte del quale non consiste già principalmente nell’inventar
          cose affatto ignote e strane e a tutti inaudite, o nello sceglier le cose meno divulgate,
          anzi ciò facendo egli più tosto pecca e perde e toglie all’effetto della poesia, di quel
          che gli aggiunga; ma l’arte sua è di scegliere tra le cose note le più belle, nuovamente e
          armoniosamente, cioè fra loro convenientemente, disporre <pb ed="aut" n="3222"/> le cose
          divulgate e adattate alla capacità dei più, nuovamente vestirle, adornarle, abbellirle,
          coll’armonia del verso, colle metafore, con ogni altro splendore dello stile; dar lume e
          nobiltà alle cose oscure ed ignobili; novità alle comuni; cambiar aspetto, quasi per
          magico incanto, a che che sia che gli venga alle mani; pigliare v. g. i personaggi dalla
          natura, e farli naturalmente parlare, e nondimeno in modo che il lettore riconoscendo in
          quel linguaggio il linguaggio ch’egli è solito di sentire dalle simili persone nelle
          simili circostanze, lo trovi pur nel medesimo tempo, nuovo e più bello, senz’alcuna
          comparazione, dell’ordinario, per gli adornamenti poetici, e il nuovo stile, e insomma la
          nuova forma e il nuovo corpo di ch’egli è vestito. Tale è l’officio del poeta, e tale nè
          più nè meno del Musico. Ma siccome la poesia bene spesso, lasciata la natura, si rivolse
          per amore di novità e per isfoggio di fantasia e di facoltà creatrice, a sue proprie e
          stravaganti e inaudite invenzioni, e mirò più alle regole e a’ principii che l’erano stati
          assegnati, di quello che al suo fondamento ed anima ch’è <pb ed="aut" n="3223"/> la
          natura; anzi lasciata affatto questa, che aveva ad essere l’unico suo modello, non altro
          modello riconobbe e adoperò che le sue proprie regole, e su d’esso modello gittò mille
          assurde e mostruose o misere e grette opere; laonde abbandonato l’officio suo ch’è il
          sopraddetto, sommamente stravolse e perdè, o per una o per altra parte, di quell’effetto
          che a lei propriamente ed essenzialmente si convenia di produrre e di proccurare; così
          l’arte musica nata per abbellire, innovare decentemente e variare e per tal modo
          moltiplicare; ordinare, regolare, simmetrizzare o proporzionare, adornare, nobilitare,
          perfezionare insomma le melodie popolari e generalmente note e a tutti gli orecchi
          domestiche; com’ella ebbe assai regole e principii, e d’altronde s’invaghì soverchiamente
          della novità, e dell’ambiziosa creazione e invenzione, non mirò più che a se stessa, e
          lasciando di pigliare in mano le melodie popolari per su di esse esercitarsi, e farne sua
          materia, come doveva per proprio istituto; si rivolse alle sue regole, e su questo
          modello, senz’altro, gittò le sue composizioni <pb ed="aut" n="3224"/> nuove veramente e
          strane: con che ella venne a perdere quell’effetto che a lei essenzialmente appartiene,
          ch’ella doveva proporsi per suo proprio fine, e ch’ella da principio otteneva, quando cioè
          lo cercava, o quando coi debiti e appropriati mezzi lo proccurava.</p>
        <p>Perocchè io non dubito che i mirabili effetti che si leggono aver prodotto la musica e le
          melodie greche sì ne’ popoli, ossia in interi uditorii, sì negli eserciti, siccome quelle
          di Tirteo, sì ne’ privati, come in Alessandro; effetti tanto superiori a quelli che
          l’odierna musica non solo produca, ma sembri pure, assolutamente parlando, capace di mai
          poter produrre; effetti che necessitavano i magistrati i governi i legislatori a pigliar
          provvidenze e fare regolamenti e quando ordini, quando divieti, intorno alla musica, come
          a cosa di Stato (<bibl>v. il <title>Viag. d’Anacarsi</title>, Cap. 27. trattenimento
            secondo</bibl>); (e parlo qui degli effetti della musica greca che si leggono nelle
          storie e avvenuti fra’ greci civili, non di que’ che s’hanno nelle favole, accaduti a’
          tempi salvatichi); non <pb ed="aut" n="3225"/> dubito, dico, che questi effetti, e la
          superiorità della greca musica sulla moderna, che pur quanto a’ principii ed alle regole,
          dalla greca deriva, non venga da questo, ch’essendo fra’ greci l’arte musicale, sebbene
          adulta, pur tuttavia ancora scarsa, non offriva ancora abbastanza al compositore da
          coniare o inventar di pianta nuove melodie che niun’altra ragione avessero di esser tali
          se non le regole sole dell’arte; nè da poter gittarne sopra queste regole unicamente, o
          sopra le forme e melodie musicali da altri <emph>inventate di pianta</emph>, delle quali
          non poteva ancora avervi così gran copia, come ve n’ha tra’ moderni. Ma quel ch’è più,
          l’arte, sebben cominciò anche tra’ greci a corrompersi e declinare da’ suoi principii, e
          da’ suoi propri obbietti o fini e instituti, anzi molto avanzò nella corruzione (<bibl>v.
              <title>Viag. d’Anac.</title>
            <hi rend="sc">i</hi>. c.</bibl>), non giunse tuttavia di gran lunga ad allontanarsi
          tanto come tra noi, e così decisamente e costantemente, dalla sua prima origine, dal primo
          fondamento e ragione delle sue regole, dalla prima materia delle sue composizioni, cioè le
          popolari melodie; nè a dimenticare, <pb ed="aut" n="3226"/> come oggi, impudentemente e
          totalmente il suo primo e proprio fine, cioè di dilettare e muovere l’universale degli
          uditori ed il popolo; nè, molto meno, giunse a rinunziar quasi interamente e formalmente a
          questo fine, e scambiarlo apertamente in quello di dilettare, o maravigliare, o
          costringere a lodare e applaudire una sola e sempre scarsissima classe di persone, cioè
          quella degl’intendenti: il quale per verità è il fine che realmente si propone la musica
          tedesca, inutile a tutti fuori che agl’intendenti, e non già superficiali, ma ben
          profondi. Non fu così la Musica greca. E in questo ravvicinamento della moderna musica al
          popolare, ravvicinamento così biasimato dagl’intendenti, e che sarà forse cattivo per il
          modo, ma in quanto ravvicinamento al popolare è non solo buono, ma necessario, e primo
          debito della moderna musica; in questo ravvicinamento, dico, vediamo quanto l’effetto
          della musica abbia guadagnato e in estensione, cioè nella universalità, e in vivezza, cioè
          nel maggior diletto, ed anche talor maggior commovimento degli animi. <pb ed="aut"
            n="3227"/> Che se in niuna parte, e meno in quest’ultima, gli effetti della moderna
          musica sono per anche paragonabili a quelli che si leggono della greca, è da considerarsi
          che l’uomo oggidì è disposto in modo da non lasciarsi mai veementemente muovere a nessuna
          parte; che analogamente a questa generale disposizione, neanche le melodie assolutamente
          popolari d’oggidì, son tali nè di tal natura che possano facilmente ricevere dal
          compositore una forma da produrre in veruno animo un più che tanto effetto; e che in
          ultimo i compositori non iscelgono nè quelle melodie popolari o parti di esse che meglio
          si adatterebbero alla forza e profondità dell’effetto, nè in quelle che scelgono, ci
          adoprano quei mezzi che si richieggono a produrre un effetto simile, nè così le lavorano e
          dispongono come converrebbe per tal uopo: e ciò non fanno perchè nol vogliono e perchè nol
          sanno. Nol sanno perchè privi essi medesimi d’ispirazione veramente sublime e divina, e di
          sentimenti forti e profondi nel comporre in qualsiasi genere, non possono nè scegliere nè
          usar lo scelto in modo da <pb ed="aut" n="3228"/> produr negli uditori queste siffatte
          sensazioni ch’essi mai non provarono nè proveranno. Nol vogliono, perchè appunto non
          conoscendo tali sensazioni, nulla o ben poco le stimano, nè altro fine si propongono che
          il diletto superficiale e il grattar gli orecchi, al che di gran lunga pospongono le
          grandi e nobili e forti emozioni, di cui mai non fecero esperimento. Ma che maraviglia?
          quando gli antichi musici erano i poeti, quegli stessi che per la sublimità de’ concetti,
          per la eleganza e grandezza dello spirito brillano nelle carte che di loro ci rimangono, o
          perdute queste coi ritmi da loro inventati e applicativi, vivono immortali i loro nomi
          nella memoria degli uomini, e ciò talora eziandio per egregi e magnanimi fatti? E quando
          all’incontro i moderni musici, stante le circostanze della loro vita, e delle moderne
          costumanze a loro riguardo, sono per corruzione, per delizie, per mollezza e bassezza
          d’animo il peggio del peggior secolo che nelle storie si conti? la feccia della feccia
          delle generazioni? Da vita, opinioni e costumi vili, adulatorii, dissipati, <pb ed="aut"
            n="3229"/> effeminati, infingardi, come può nascer concetto alto, nobile, generoso,
          profondo, virile, energico? Ma questo discorso porterebbe troppo innanzi, e condurrebbe
          necessariamente al parallelo della musica e de’ musici colle altre arti e loro professori,
          a quello della moderna musica coll’antica, e delle moderne usanze colle antiche relative
          al proposito; e finalmente a trattare della funesta separazione della musica dalla poesia
          e della persona di musico da quello di poeta, attributi anticamente, e secondo la
          primitiva natura di tali arti, indivise e indivisibili (<bibl>v. il <title>Viag. d’Anac.</title>
            <hi rend="sc">i</hi>. c. particolarmente l’ult. nota al c. 27.</bibl>). Il qual discorso
          da molti è stato fatto, e qui non sarebbe che digressione. Però lo tralascio.</p>
        <p>Tornando al nostro primo proposito, il qual fu di mostrare che l’armonia o convenienza
          scambievole de’ tuoni nelle loro combinazioni successive, è determinata, siccome ogni
          altra convenienza, dall’assuefazione; si vuol notare che quest’assuefazione in fatto di
          melodie (come anche di armonie) non è sempre <foreign lang="grc">αὐτόματος</foreign> del
          popolo, <pb ed="aut" n="3230"/> ma bene spesso in lui prodotta e originata dalla stessa
          arte musica. Perocchè a forza di udir musiche e cantilene composte per arte, (il che a
          tutti più o meno accade) anche i non intendenti, anzi affatto ignari della scienza
          musicale, assuefanno l’orecchio a quelle successioni di tuoni che naturalmente essi non
          avrebbero nè conosciute nè giudicate per armoniose (o ch’elle sieno inventate di pianta
          dagli uomini dell’arte, o da loro fabbricate sulle melodie popolari, e di là originate);
          in virtù della quale assuefazione essi giungono appoco appoco e senza avvedersi del loro
          progresso, a trovare armoniose tali successioni, a sentirvi una melodia, e quindi a
          provarvi un diletto sempre maggiore, e a formarsi circa le melodie una più capace, più
          varia, più estesa facoltà di giudicare, la qual facoltà, che in altri arriva a maggiore in
          altri a minor grado, è poi per essi cagione del diletto che provano nell’udir musiche;
          giudizio e diletto determinato, dettato, e cagionato, non già dalla natura primitiva e
          universale, ma dall’assuefazione accidentale e varia secondo i tempi, i luoghi e le
          nazioni. <pb ed="aut" n="3231"/> Io di me posso accertare che nel mio primo udir musiche
          (il che molto tardi incominciai) io trovava affatto sconvenienti, incongrue, dissonanti e
          discordevoli parecchie delle più usitate combinazioni successive di tuoni, che ora mi
          paiono armoniche, e nell’udirle formo il giudizio e percepisco il sentimento della
          melodia.</p>
        <p>Nè più nè meno accade nella pittura, scultura, architettura. Senz’alcuna cognizione della
          teoria, nè della pratica immediata dell’arte, a forza di veder dipinti, statue, edifizi,
          moltissimi si formano un giudizio, e una facoltà di gustare e di provar piacere in tal
          vista, e nella considerazione di tali oggetti, la qual facoltà non aveano per l’innanzi, e
          si acquista appoco appoco per mezzo dell’assuefazione, la quale determina in questi tali
          (e sono i più che parlino di belle arti) l’idea delle convenienze pittoriche ec. del bello
          ec. e quindi anche del brutto ec., col divario che il soggetto della pittura e scultura si
          è l’imitazione degli oggetti visibili, della quale ognun vede la verità o la falsità, onde
          le idee del bello e del brutto pittorico e scultorio, in quanto queste arti sono
          imitative, è già determinata in ciascheduno prima dell’assuefazione Non così
          nell’architettura e nella musica, meno imitative, e questa imitativa di cose non visibili
          ec. Così discorrasi in ordine alla poesia, ed al gusto e giudizio che l’uomo <emph>se ne
            forma e n’acquista</emph>, ec.</p>
        <p>Nel detto modo si formano i mezzi-intendenti, più o meno capaci di giudicare e quindi di
          provar diletto nelle composizioni musicali, cioè che più o meno hanno udito e riflettuto
          in questo genere e postovi attenzione. I quali mezzi-intendenti costituiscono la massima
          parte di quelli che parlano di musica e di quel pubblico che dà espressamente il suo voto
          circa le composizioni musicali che compariscono, giacchè i periti veramente della scienza
          musica e conoscitori di essa per elementi e regole, sono ben pochi rispetto al pubblico.</p>
        <p>Or dunque molte che si chiamano melodie popolari, hanno il loro fondamento
          nell’assuefazione de’ mezzi-intendenti, o del popolo in quanto <pb ed="aut" n="3232"/>
          assuefatto a udir musiche. E delle composizioni successive di note, altre riescono melodie
          a tutti gli orecchi, altre a quelli di chiunque è pure un poco intendente (cioè
          assuefatto), altre ai mezzi-intendenti più avanzati, altre ai soli veri e perfetti
          intendenti, ed altre a questi più a quelli meno, o viceversa, eccetera. E così il giudizio
          e il senso della melodia sempre nasce e dipende ed è determinato dall’assuefazione, o
          dalla cognizione di leggi che non hanno la loro ragione nella natura universale, ma
          nell’accidentale e particolare uso presente o passato, e in altre tali cose, le quali
          leggi ho chiamato di sopra arbitrarie.</p>
        <p>E tutto ciò sia aggiunto per ispiegare e distinguere e quasi classificare quello ch’io
          intenda per popolare nella musica, per melodia popolare, e per assuefazione degli orecchi
          determinante la scambievole convenienza delle note nella loro scambievole successione e
          collegamento.</p>
        <p>Del resto poi le assuefazioni che di sopra ho chiamato <foreign lang="grc"
          >αὐτόματοι</foreign> del popolo, (voglio dire dell’universale) nascono ed hanno origine da
          varie cagioni, e fra l’altre dalla natura, indipendentemente però da veruna naturale <pb
            ed="aut" n="3233"/> convenienza scambievole di quali si sieno tuoni, ma solo in tanto in
          quanto p. e. certe passioni naturalmente e universalmente amano certi tali tuoni e certi
          tali passaggi da un tal tuono a un tal altro. La qual cosa che nulla ha che fare
          coll’assoluta convenienza di tal tuono a tal tuono, (perocchè qui la ragione della
          convenienza de’ tuoni non istà nella natura loro, nè nei loro naturali rapporti, ma è
          relativa alla natura dell’uomo che indipendentemente dalla convenienza, ama in quel tal
          caso quel tuono e quel passaggio) fu l’origine delle melodie, le quali furono da
          principio, siccome sempre avrebbero dovuto e dovrebbero essere, imitative; bensì tali che
          abbellivano ed ornavano e variavano la natura, colla scelta, colla disposizione, coll’atta
          mescolanza e congiungimento, e di più colla delicatezza, grazia, mobilità ec. degli organi
          o naturali (coltivati ed esercitati), o artifiziali inventati e perfezionati. Nè più nè
          manco di quello che le poesie debbano, imitandola ornare, abbellire, variare e mostrar
          sotto nuovo abito la natura. Veggasi a questo proposito la citata nota ultima al Capo <pb
            ed="aut" n="3234"/> 27. del Viag. d’Anac. e quello che altrove ho detto sopra
          l’imitativo della musica, e sopra quella convenienza musicale che ha nella imitazione sola
          la sua ragione ed origine.</p>
        <p>E notisi che se nulla v’ha nella musica, sia nell’armonia sia nella melodia, che
          universalmente da tutti i popoli civili e barbari sia riconosciuto e praticato, o che in
          tutti faccia effetto; ciò si dee riferire alla natura operante nel modo detto di sopra, o
          in altri che si potrebbero dire, operante prima dell’assuefazione e indipendentemente da
          lei, ma indipendentemente altresì dalla convenienza e senz’alcuna relazione all’armonia.
          Oltre all’altre cagioni di universale effetto nella musica, indipendenti pure dalla
          convenienza, parte delle quali ho annoverate di sopra p. 3211. sg., parte altrove, parte
          potrei annoverare. (20-21. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2998. ult. linea. <foreign lang="lat" rend="italic">Crepo is ui itum</foreign>
          sarebbe come <foreign lang="lat" rend="italic">strepo is ui itum</foreign>, da cui
            <foreign lang="lat" rend="italic">strepitare</foreign>, come appunto da <foreign
            lang="lat" rend="italic">crepo as</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >is</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">crepitare</foreign>. E <foreign
            lang="lat" rend="italic">crepo as</foreign> riterrebbe o torrebbe in prestito il
          perfetto e il supino di <foreign lang="lat" rend="italic">crepo is</foreign>, cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">crepui, itum</foreign>, come appunto <foreign
            lang="lat" rend="italic">accubo</foreign> ec. quelli di <foreign lang="lat"
            rend="italic">accumbo</foreign> ec. cioè <foreign lang="lat" rend="italic">accubui
          itum</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Profligo <pb ed="aut" n="3235"/>
          as</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic">fligo is</foreign>, onde <foreign
            lang="lat" rend="italic">affligo is, confligo is</foreign> ec. che hanno i continuativi
            <foreign lang="lat" rend="italic">afflicto, conflicto</foreign> ec. fatti regolarmente
          da’ participii. V. Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">Profligo</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">proflictus</foreign>. (22. Agos. 1823.). V. p. 3246. e
          3341. 3987.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Saluto as</foreign> si deriva da <foreign lang="lat"
            rend="italic">salus</foreign>. Ma io l’ho in forte sospetto di continuativo fatto da
            <foreign lang="lat" rend="italic">salveo-salvitus</foreign> (antico), mutato in <foreign
            lang="lat" rend="italic">salutus</foreign>, ovvero da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >salvo</foreign>, mutato il part. <foreign lang="lat" rend="italic">salvatus</foreign>
          parimente in <foreign lang="lat" rend="italic">salutus</foreign>. (V. Forc. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">saluto</foreign>, fin. e in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Salvo</foreign>). Giacchè spessissimo la lingua latina, massime antica, scambiava tra
          loro l’<emph>u</emph> e il <emph>v</emph>, mutando questo in quello, o per lo contrario.
          Così <foreign lang="lat" rend="italic">lavo</foreign> ne’ composti diviene <foreign
            lang="lat" rend="italic">luo</foreign>: ed <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ablutus</foreign> si dice in luogo di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ablavatus</foreign>. Così <foreign lang="lat" rend="italic">lautus</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">lavatus, fautam</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >favitum</foreign>. A questo proposito noterò il continuativo <foreign lang="lat"
            rend="italic">lavito</foreign>. Forcell. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Cerebrum</foreign> in fine. E <foreign lang="lat" rend="italic">commentor</foreign> e <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">commento, a particip</hi>. commentus <hi rend="italic">verbi</hi>
              comminiscor</foreign>
          </quote> (forse anche <foreign lang="lat" rend="italic">comminisco</foreign>), dice il
          Forcell; e notate che qui non dice dal supino, cioè da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >commentum</foreign>, come suole. (22. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Platone nel Sofista verso il fine, ediz. dell’Astio, <bibl>Opp. di <author>Plat.</author>
            Lips. 1819. sgg. t. 2. p. 362. v. 2. sgg.</bibl> A. penult. pagina del Dialogo. <quote>
            <foreign lang="grc">Πόθεν οὗν ὄνομα ἑκατέρῳ τις ἂν λὴψεται πρέπον;; ἢ δῆλον δὴ χαλεπὸν
              ὄν, διότι τῆς τῶν γενῶν κατ' εἴδη διαιρέσεως παλαιά τις, ὡς ἔοικεν, αἰτία</foreign>
              (<foreign lang="grc">ἴς. ἀηδία.</foreign>. Ast.) <foreign lang="grc">τοῖς ἔμπροσθεν
              καὶ ἀξύννους παρῆν, ὥστε μηδ' ἐπιχειρεῖν μηδένα διαιρεῖσθαι· καθὸ δὴ τῶν ὀνομάτων
              ἀνάγκη μὴ σφόδρα εὐπορεῖν</foreign>
          </quote>; <pb ed="aut" n="3236"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Unde iam nomen utrique eorum quisquam arripiet
            conveniens? an dubium non est quin difficile sit, propterea quod ad generum in species
            distributionem vetustam quandam, ut videtur, et inconsideratam superiores habebant
            offensionem atque fastidium, ita ut ne conaretur quidem ullus dividere; quocirca etiam
            nomina non satis nobis possunt in promptu esse?</foreign> Astius. Vuol dir Platone e si
          lagna, che gli antichi greci (e così tutti gli antichi d’ogni nazione) ebbero poche idee
          elementari, onde la loro lingua (e così tutte le lingue fino a una perfetta maturità e
          coltura, e fino che la nazione non filosofa) mancava di termini esatti, e sufficienti ai
          bisogni del dialettico massimamente e del metafisico. Ond’è che Platone il quale volle
          sottilmente filosofare, ed esercitare l’esatto raziocinio, e considerare profondamente la
          natura delle cose, fu arditissimo nel formare de’ termini di questa fatta, ed abbonda
          sommamente di voci nuove e sue proprie, esatte e logiche ovvero ontologiche<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Vedi la pref. di Timeo al suo Lessico Platonico appo il <bibl>
                <author>Fabric.</author>
                <title>B. G.</title> edit. vet. 9.419</bibl>.</p>
          </note>, che da niuno altro si trovano adoperate, o che da’ suoi scritti furono tolte. E
          notisi che Platone faceva questa lagnanza della sua <pb ed="aut" n="3237"/> lingua, la più
          ricca, la più feconda, la più facile a produrre, la più libera, la più avvezza e meno
          intollerante di novità, ed oltre a questo, nel più florido, perfetto ed aureo secolo
          d’essa lingua, e quasi ancora nel più libero e creatore. Nondimeno a Platone parve scarsa
          a’ bisogni dell’esatto filosofare la stessa lingua greca nel suo miglior tempo, e
          trattando materie sottili egli ebbe bisogno di parere ardito agli stessi greci in quel
          secolo, e di fare scusa e addur la ragione del suo coniar nuove voci. Nè certo si dirà che
          Platone le coniasse o per trascuratezza e poco amore della purità ed eleganza della
          lingua, di ch’egli è fra gli Attici il precipuo modello, nè per ignoranza d’essa lingua, e
          povertà di voci derivante da questa ignoranza. (22. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chiunque esamina la natura delle cose colla pura ragione, senz’aiutarsi
          dell’immaginazione nè del sentimento, nè dar loro alcun luogo, ch’è il procedere di molti
            tedeschi<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Così anche parecchi inglesi, e generalmente tutti coloro che non sono assuefatti e
              non conoscono altro che studi e cose esatte. Ma certo è che di tali filosofi,
              metafisici, politici-matematici, ed aridi, ve n’ha più copia fra’ ted.i e dipoi fra
              gl’ingl. i che altrove, come in Francia o in Italia.</p>
          </note> nella filosofia, come dire nella metafisica e nella politica, potrà ben quello che
          suona il vocabolo <emph>analizzare</emph>, <pb ed="aut" n="3238"/> cioè risolvere e disfar
          la natura, ma e’ non potrà mai ricomporla, voglio dire e’ non potrà mai dalle sue
          osservazioni e dalla sua analisi tirare una grande e generale conseguenza, nè stringere e
          condurre le dette osservazioni in un gran risultato; e facendolo, come non lasciano di
          farlo, s’inganneranno; e così veramente loro interviene. Io voglio anche supporre ch’egli
          arrivino colla loro analisi fino a scomporre e risolvere la natura ne’ suoi menomi ed
          ultimi elementi, e ch’egli ottengano di conoscere ciascuna da se tutte le parti della
          natura. Ma il tutto di essa, il fine e il rapporto scambievole di esse parti tra loro, e
          di ciascuna verso il tutto, lo scopo di questo tutto, e l’intenzion vera e profonda della
          natura, quel ch’ella ha destinato, la cagione (lasciamo ora star l’efficiente) la cagion
          finale del suo essere e del suo esser tale, il perchè ella abbia così disposto e così
          formato le sue parti, nella cognizione delle quali cose dee consistere lo scopo del
          filosofo, e intorno alle quali si aggirano insomma tutte le verità generali veramente
          grandi e importanti, queste cose, dico, è impossibile il ritrovarle <pb ed="aut" n="3239"
          /> e l’intenderle a chiunque colla sola ragione analizza ed esamina la natura. La natura
          così analizzata non differisce punto da un corpo morto. Ora supponghiamo che noi fossimo
          animali di specie diversa dalla nostra, anzi di natura diversa dalla general natura degli
          animali che conosciamo, e nondimeno fossimo, siccome siamo, dotati d’intendimento. Se non
          avendo noi mai veduto nè uomo alcuno nè animale di quelli che realmente esistono, e niuna
          notizia avendone, ci fosse portato innanzi un corpo umano morto, e notomizzandolo noi
          giungessimo a conoscerne a una a una tutte le più menome parti, e chimicamente
          decomponendolo, arrivassimo a scoprirne ciascuno ultimo elemento; perciò forse potremmo
          noi conoscere, intendere, ritrovare, concepire qual fosse il destino, l’azione le funzioni
          le virtù le forze ec., di ciascheduna parte d’esso corpo rispetto a se stesse, all’altre
          parti ed al tutto, quale lo scopo e l’oggetto di quella disposizione e di quel tal ordine
          che in esse patti scorgeremmo, e osserveremmo pure co’ propri occhi, e colle proprie mani
          tratteremmo; quali gli effetti particolari e l’effetto generale e complessivo di esso
          ordine, e del tutto di esso corpo; quale il fine di questo tutto; quale insomma e che cosa
          la vita dell’uomo; anzi se quel corpo fosse mai e dovesse esser vissuto; <pb ed="aut"
            n="3240"/> anzi pure, se dalla nostra stessa vita non l’arguissimo, o se alcuno potesse
          intendere senza vivere, concepiremmo noi e ritrarremmo in alcun modo dalla piena e
          perfetta e analitica ed elementare cognizione di quel corpo morto, l’idea della vita? o
          vogliamo solamente dire l’idea di quel corpo vivo? e intenderemmo noi quale e che cosa
          fosse l’uomo vivente, e il suo modo di vivere esteriore o interiore? Io credo che tutti
          sieno per rispondere che niuna di queste cose intenderemmo; che volendole congetturare,
          andremmo le mille miglia lontani dal vero, o sarebbe a scommetter millioni contro uno che
          di nulla mai, neanche facendo un milione di congetture, ci apporremmo; finalmente ch’egli
          sarebbe cosa probabilissima, ch’esaminato e conosciuto quel corpo morto, in questa
          conoscenza ci fermassimo, e neppur ci venisse in sospetto ch’ei fosse mai stato altro, nè
          fosse mai stato destinato ad esser altro che quel che noi lo vedremmo, e tale qual noi lo
          vedremmo, nè della sua passata vita nè dell’uom vivo, ci sorgerebbe in capo la più menoma
          conghiettura.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3241"/> Applicando questa similitudine al mio proposito dico che scoprire
          ed intendere qual sia la natura viva, quale il modo, quali le cagioni e gli effetti, quali
          gli andamenti e i processi, quale il fine o i fini, le intenzioni, i destini della vita
          della natura o delle cose, quale la vera destinazione del loro essere, quale insomma lo
          spirito della natura, colla semplice conoscenza, per dir così, del suo corpo, e
          coll’analisi esatta, minuziosa, <emph>materiale</emph> delle sue parti <emph>anche
          morali</emph>, non si può, dico, con questi soli mezzi, scoprire nè intendere, nè
          felicemente o anche pur probabilmente congetturare. Si può con certezza affermare che la
          natura, e vogliamo dire l’università delle cose, è composta, conformata e ordinata ad un
          effetto poetico, o vogliamo dire disposta e destinatamente ordinata a produrre un effetto
          poetico generale; ed altri ancora particolari; relativamente al tutto, o a questa o quella
          parte. Nulla di poetico si scorge nelle sue parti, separandole l’una dall’altra, ed
          esaminandole a una a una col semplice lume della ragione esatta e geometrica: nulla di
          poetico ne’ suoi mezzi, nelle sue forze e molle interiori o esteriori, ne’ suoi processi
          in questo modo disgregati e considerati: nulla nella natura decomposta e risoluta, e quasi
          fredda, morta, esangue, immobile, giacente, per così dire, sotto il coltello anatomico, o
          introdotta nel fornello chimico di un <pb ed="aut" n="3242"/> metafisico che niun altro
          mezzo, niun altro istrumento, niun’altra forza o agente impiega nelle sue speculazioni,
          ne’ suoi esami e indagini, nelle sue operazioni e, come dire, esperimenti, se non la pura
          e fredda ragione. Nulla di poetico poterono nè potranno mai scoprire la pura e semplice
          ragione e la matematica. Perocchè tutto ciò ch’è poetico si sente piuttosto che si conosca
          e s’intenda, o vogliamo anzi dire, sentendolo si conosce e s’intende, nè altrimenti può
          esser conosciuto, scoperto ed inteso, che col sentirlo. Ma la pura ragione e la matematica
          non hanno sensorio alcuno. Spetta all’immaginazione e alla sensibilità lo scoprire e
          l’intendere tutte le sopraddette cose; ed elle il possono, perocchè noi ne’ quali
          risiedono esse facoltà, siamo pur parte di questa natura e di questa università
          ch’esaminiamo; e queste facoltà nostre sono esse sole in armonia col poetico ch’è nella
          natura; la ragione non lo è; onde quelle sono molte più atte e potenti a indovinar la
          natura che non è la ragione a scoprirla. E siccome alla sola immaginazione ed al cuore
          spetta il sentire e quindi conoscere ciò ch’è poetico, però ad essi soli è possibile ed
          appartiene l’entrare e il penetrare addentro ne’ grandi misteri della vita, dei destini,
          delle intenzioni sì generali, sì anche particolari, della <pb ed="aut" n="3243"/> natura.
          Essi solo possono meno imperfettamente contemplare, conoscere, abbracciare, comprendere il
          tutto della natura, il suo modo di essere di operare, di vivere, i suoi generali e grandi
          effetti, i suoi fini. Essi pronunziando o congetturando sopra queste cose, sono meno
          soggetti ad errare, e soli capaci di apporsi talora al vero o di accostarsegli. Essi soli
          sono atti a concepire, creare, formare, perfezionare un sistema filosofico, metafisico,
          politico che abbia il meno possibile di falso, o, se non altro, il più possibile di simile
          al vero, e il meno possibile di assurdo, d’improbabile, di stravagante. Per essi gli
          uomini convengono tra loro nelle materie speculative e in molti punti astratti, assai più
          che per la ragione, al contrario di quel che parrebbe dover succedere; perocchè egli è
          certissimo che gli uomini discorrendo o conghietturando per via di semplice ragione,
          discordano per lo più tra loro infinitamente, s’allontanano le mille miglia gli uni dagli
          altri, e pigliano e seguono tutt’altri sentieri; laddove discorrendo per via di sentimento
          e d’immaginazione, gli uomini, le diversissime <pb ed="aut" n="3244"/> classi di essi, le
          nazioni, i secoli, bene spesso, e costantemente, convengono del tutto fra loro, come si
          può vedere in moltissime proposizioni (sistemi) ed anche pùre supposizioni,
          dall’immaginativa e dal cuore o trovate o formate, e da essi soli derivate e autorizzate,
          e in essi soli fondate, le quali furono sempre e sono tuttavia ammesse e tenute da tutte o
          da quasi tutte le nazioni in tutti i tempi, e dall’universale degli uomini avute, anche
          oggidì, per verità indubitabili, e da’ sapienti, quando non altro, per più verisimili e
          più universalmente accettabili che alcun’altra sul rispettivo proposito. Il che forse di
          niuna ipotesi (generale o particolare, cioè costituente sistema, o no ec.) dettata dalla
          pura ragione e dal puro raziocinio, si vedrà essere intervenuto nè intervenire. Finalmente
          la sola immaginazione ed il cuore, e le passioni stesse; o la ragione non altrimenti che
          colla loro efficace intervenzione, hanno scoperto e insegnato e confermato le più grandi,
          più generali, più sublimi, profonde, fondamentali, e più importanti verità filosofiche che
          si posseggano, e rivelato <pb ed="aut" n="3245"/> o dichiarato i più grandi, alti, intimi
          misteri che si conoscano, della natura e delle cose, come altrove ho diffusamente esposto.
          (22. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In conferma del sopraddetto si osservi che i più profondi filosofi, i più penetranti
          indagatori del vero, e quelli di più vasto colpo d’occhio, furono espressamente notabili e
          singolari anche per la facoltà dell’immaginazione e del cuore, si distinsero per una vena
          e per un genio decisamente poetico, ne diedero ancora insigni prove o cogli scritti o
          colle azioni o coi patimenti della vita che dalla immaginazione e dalla sensibilità
          derivano, o con tutte queste cose insieme. Fra gli antichi Platone, il più profondo, più
          vasto, più sublime filosofo di tutti essi antichi che ardì concepire un sistema il quale
          abbracciasse tutta l’esistenza, e rendesse ragione di tutta la natura, fu nel suo stile
          nelle sue invenzioni ec. così poeta come tutti sanno. V. il Fabric. in Platone. Fra’
          moderni Cartesio, Pascal, quasi pazzo per la forza della fantasia sulla fine della sua
          vita; Rousseau, Mad. di Staël ec. (23. Agosto, udita la morte del Papa Pio VII. che fu a’
          20. di questo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3246"/> A quei pochi monosillabi latini da me altrove raccolti, aggiungi
            <foreign lang="lat" rend="italic">pax</foreign>, voce ch’esprime una cosa che dovette
          esser delle prime o delle più antiche nominate; onde <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pacare, pacisci, pactum</foreign> ec. Il greco corrispondente è trisillabo: <foreign
            lang="grc">εἰρήνη</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Similm. dicasi di <foreign lang="lat" rend="italic">nex</foreign>, onde <foreign
                lang="lat" rend="italic">neco, eneco</foreign> ec.</p>
          </note>. (23. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3235. <foreign lang="lat" rend="italic">Placeo es</foreign> — <foreign lang="lat"
            rend="italic">placo as. Placeo</foreign> ha pur <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Placito as</foreign>. Notisi che questo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >placo</foreign> viene da un verbo della seconda maniera, non della 3.<hi rend="apice">a</hi>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Convivo is</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >convivo as</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">convivor-aris.
          Convitare</foreign>, e <foreign lang="spa" rend="italic">combidar</foreign> (franc.
            <foreign lang="fre" rend="italic">convier</foreign>), quasi <foreign lang="lat"
            rend="italic">convictare</foreign> è un regolar continuativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">convivo is</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
          >convictus</foreign>. Quando però non fosse o una corruzione, o piuttosto un fratello
          (comune, come vedete, a tutte le tre lingue figlie), d’<foreign lang="lat" rend="italic"
            >invito as</foreign>, il qual verbo donde viene? forse da <foreign lang="lat"
            rend="italic">vita</foreign>? o forse è un continuativo dell’anomalo continuativo
            <foreign lang="lat" rend="italic">inviso is</foreign> — <foreign lang="lat"
            rend="italic">invisus</foreign>, quasi <foreign lang="lat" rend="italic"
          >invisare</foreign>, mutata la <emph>s</emph> in <emph>t</emph>, come non di rado si
          scambiano queste lettere ne’ participii (<foreign lang="lat" rend="italic">fixus</foreign>
          — <foreign lang="lat" rend="italic">fictus</foreign> etc.), o è una diversa inflessione
            d’<foreign lang="lat" rend="italic">inviso is</foreign> medesimo, e più regolare? Del
          resto, se non <foreign lang="lat" rend="italic">convivo is</foreign>, certo il suo
          semplice <foreign lang="lat" rend="italic">vivo is</foreign>, ha forse il regolare
          continuativo <foreign lang="lat" rend="italic">victo as</foreign>, e senza dubbio il
          frequentativo <foreign lang="lat" rend="italic">victito</foreign>. Vedi poi il Glossario,
          se ha nulla in proposito per le suddette cose. (23. Agos. 1823.). V. p. 3289.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3247"/> È cosa nota che le favelle degli uomini variano secondo i climi.
          Cosa osservata dev’essere altresì che le differenze de’ caratteri delle favelle
          corrispondono alle differenze de’ caratteri delle pronunzie ossia del suono di ciascuna
          favella generalmente considerato: onde una lingua di suono aspro ha un carattere e un
          genio austero, una lingua di suono dolce ha un carattere e un genio molle e delicato; una
          lingua ancora rozza ha e pronunzia ed andamento rozzo, e civilizzandosi, raddolcendosi e
          ripulendosi il carattere della lingua e della dicitura, raffinandosi, divenendo regolare,
          e perfezionandosi essa lingua, se ne dirozza e raddolcisce e mitigasi e si ammollisce
          eziandio la generale pronunzia ed il suono. Dev’esser parimente osservato, che siccome il
          carattere della lingua al carattere della pronunzia, così i caratteri delle pronunzie
          corrispondono alle nature dei climi, e quindi alle qualità fisiche degli uomini che vivono
          in essi climi, e alle lor qualità morali che dalle fisiche procedono e lor corrispondono.
          Onde ne’ climi settentrionali, dove gli uomini indurati dal freddo, da’ patimenti, e dalle
          fatiche di provvedere a’ propri bisogni in terre <pb ed="aut" n="3248"/> naturalmente
          sterili e sotto un cielo iniquo, e fortificati ancora dalla fredda temperatura dell’aria,
          sono più che altrove robusti di corpo, e coraggiosi d’animo, e pronti di mano, le
          pronunzie sono più che altrove forti ed energiche, e richiedono un grande spirito, siccome
          è quella della lingua tedesca piena d’aspirazioni, e che a pronunziarla par che richiegga
          tanto fiato quant’altri può avere in petto, onde a noi italiani, udendola da’ nazionali,
          par ch’e’ facciano grande fatica a parlarla, o gran forza di petto ci adoprino. Per lo
          contrario accade nelle lingue de’ climi meridionali, dove gli uomini sono per natura molli
          e inchinati alla pigrizia e all’oziosità, e d’animo dolce, e vago de’ piaceri, e di corpo
          men vigoroso che mobile e vivido. Ond’egli è proprio carattere della pronunzia non meno
          che della lingua p. e. tedesca, la forza, e dell’italiana la dolcezza e delicatezza. E
          poste nelle lingue queste proprietà rispettive dell’una lingua all’altra, ne segue che
          anche assolutamente, e considerando ciascuna lingua da se, nella lingua p. e. italiana,
          sia pregio la delicatezza e dolcezza, <pb ed="aut" n="3249"/> onde lo scrittore o il
          parlatore italiano appo cui la lingua (sia nello stile, sia nella combinazione delle voci,
          sia nella pronunzia) è più delicata e più dolce che appo gli altri italiani (salvo che
          queste qualità non passino i confini che in tutte le cose dividono il giusto dal troppo,
          sia per rispetto alla stessa lingua in genere, sia in ordine alla materia trattata), più
          si loda che gli altri italiani, appunto perocchè la lingua italiana nella dolcezza e
          delicatezza avanza l’altre lingue. Ma per lo contrario fra’ tedeschi dovrà maggiormente
          lodarsi lo scrittore o il parlatore appo cui la lingua riesca più forte che appo gli altri
          tedeschi, perocchè la lingua tedesca supera l’altre nella forza, e suo carattere è la
          forza, non la dolcezza: nè la dolcezza è pregio per se, neppur nella lingua italiana, ma
          in essa, considerandola rispetto alle altre lingue, è qualità non pregio, e nello
          scrittore o parlatore italiano è pregio, non in quanto dolcezza, ma in quanto propria e
          caratteristica della lingua italiana. Così civilizzandosi le nazioni, e divenendo,
          rispetto alle primitive, delicate di corpo, divenne altresì pregio negl’individui umani la
          maggior <pb ed="aut" n="3250"/> delicatezza delle forme, non perchè la delicatezza sia
          pregio per se; che anzi la rispettiva delicatezza delle forme era certamente biasimo, e
          tenuto per difetto, o per causa di minor pregio d’esse forme, appo gli uomini primitivi;
          ma solo perchè la delicatezza fisica oggidì, contro le leggi della natura, e contro il
          vero ben essere e il destino dell’umana vita, è fatta propria e caratteristica delle
          nazioni e persone civili<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere le pagg. 3084-90.</p>
          </note>. Laonde ben s’ingannarono quei tedeschi (ripresi da Mad. di Staël nell’Alemagna)
          che cercarono di raddolcire la loro lingua, credendo farsi tanto più pregevoli degli altri
          tedeschi quanto più dolcemente di loro la parlassero e scrivessero, e che la dolcezza,
          proccurandola alla lingua tedesca, le avesse ad esser pregio, contro la natura, e contro
          il carattere della lingua, il quale è la forza, e tanta forza richiede nello scrittore e
          nel parlatore, quanta possa non varcare i confini prescritti dalla qualità d’essa lingua,
          e da quella delle particolari materie in essa trattate; ed esclude, colle medesime
          condizioni, la dolcezza, come vizio nella lingua tedesca e non pregio, perchè opposta alla
          sua natura.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3251"/> Tornando al proposito debbono esser, come ho detto, cose osservate
          queste proporzioni che passano tra le diverse nature dei climi e i diversi caratteri delle
          rispettive pronunzie e geni delle rispettive lingue, ed altresì il modo di queste
          proporzioni, cioè il modo in che il clima opera sulle favelle, e da quali proprietà del
          clima quali proprietà derivino alle pronunzie e alle lingue. Ma forse non sarà stato
          egualmente notato che trovandosi in un medesimo clima e paese essere stati in diversi
          tempi diversi caratteri di pronunzia e di lingua, queste diversità corrispondettero sempre
          alle qualità fisiche degli uomini che ciascuna d’esse pronunzie e lingue, l’una dopo
          l’altra usarono, le quali fisiche qualità variarono secondo le diverse circostanze morali,
          politiche, religiose, intellettuali ec. che in diverse generazioni in quel medesimo clima
          e paese ebber luogo. Ond’è che sebbene il clima meridionale naturalmente ispira dolcezza
          ne’ caratteri delle pronunzie e de’ suoni, tuttavia suono della lingua greca, e quello
          della lingua romana, certo più molle che non era a quel tempo, e che adesso non è, il
          suono delle <pb ed="aut" n="3252"/> lingue settentrionali, pur fu molto men delicato e più
          forte di quello che oggi si sente nella nuova lingua dello stesso Lazio e di Roma e
          d’Italia. E ciò non per altra cagione fisica immediata, se non perchè, stante le loro
          circostanze morali e politiche e il lor genere di vita e di costumi, gli antichi Greci e
          Romani (il che anche per mille altri segni e notizie si prova) furono di corpo molto più
          forti che i moderni italiani non sono. La stessa pronunzia della moderna lingua francese
          (e così delle altre) si è addolcita coi costumi della nazione, come dice Voltaire ec.
          giacchè un dì si pronunziava come oggi si scrive ec. Ond’è che siccome la pronunzia
          francese per la geografica posizione e natural qualità del suo clima, ch’è mezzo tra
          meridionale e settentrionale, tiene quasi tanto delle pronunzie del sud quanto di quelle
          del nord<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Pendendo però più al sud.</p>
          </note>, ed è un temperamento dell’une e dell’altre e un anello che queste a quelle
            congiunge<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Puoi vedere la p. 2989-91.</p>
          </note>, così il carattere delle pronunzie greca e latina, tiene, non dirò già il proprio
          mezzo tra il settentrionale e il meridionale, ma tra il carattere dell’italiana, ch’è
          l’uno estremo delle moderne pronunzie meridionali, e l’estremo assoluto della dolcezza; e
          quello della pronunzia settentrionale meno aspra e che più <pb ed="aut" n="3253"/>
          s’accosti a dolcezza, e sia per questa parte l’estremo delle pronunzie settentrionali,
          alle meridionali più vicino. O volessimo piuttosto dire che le pronunzie greca e latina
          sieno medie tra l’italiana ch’è la più meridionale, e la francese, che non è nè ben
          meridionale nè per anco settentrionale. Le lingue orientali, la greca moderna, la turca,
          quelle de’ selvaggi e indigeni d’America sotto la zona, parlate e scritte in climi assai
          più meridionali che quel d’Italia o di Spagna, sono tuttavia molto men dolci dell’italiana
          e della spagnuola, e taluna anche delle settentrionali europee. Ciò per la rozzezza o per
          la acquisita barbarie de’ popoli che l’usano o che l’usarono, per li costumi aspri e
          crudeli ec. antiche o moderne ch’esse lingue si considerino. (23. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Una lingua strettamente universale, qualunque ella mai si fosse, dovrebbe certamente
          essere di necessità e per sua natura, la più schiava, povera, timida, monotona, uniforme,
          arida e brutta lingua, la più incapace di qualsivoglia genere di bellezza, la più
          impropria all’immaginazione, e la meno da lei dipendente, anzi la più da lei per ogni
          verso disgiunta, la più esangue ed inanimata e morta, che mai si possa concepire; uno
          scheletro un’ombra di lingua piuttosto che lingua veramente; una lingua non viva, quando
          pur fosse da tutti scritta e universalmente intesa, anzi più morta assai di qualsivoglia
          lingua che più non si parli nè scriva. Ma si può pure sperare che perchè gli uomini sieno
          già fatti generalmente sudditi infermi, impotenti, inerti, avviliti, scoraggiati,
          languidi, e miseri della ragione, ei non diverranno però mai schiavi moribondi e
          incatenati <pb ed="aut" n="3254"/> della geometria. E quanto a questa parte di una
          qualunque lingua strettamente universale, si può non tanto sperare, ma fermamente e
          sicuramente predire che il mondo non sarà mai geometrizzato, non meno di quel che si possa
          con certezza affermare ch’ei non ebbe una tal favella mai, se non forse quando gli uomini
          erano così pochi, e di paese così ristretti, e niente vari di opinioni, costumi, usi,
          riti, governo e vita, che la lingua era universale solo perciò che più d’una nazione
          d’uomini, almeno parlanti, non v’aveva, onde universale era la lingua perch’era una al
          mondo, nè altra lingua mai s’era udita, ed una era e sempre era stata la lingua, perchè
          una sempre la nazione infino allora, o una, se non altro, la nazione che di lingua avesse
          uso e notizia. (23. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quello poi che ho detto che una lingua strettamente universale, dovrebbe di sua natura
          essere anzi un’ombra di lingua, che lingua propria, maggiormente anzi esattamente conviene
          a quella lingua caratteristica proposta fra gli altri dal nostro Soave (nelle <bibl>
            <title>Riflessioni intorno <pb ed="aut" n="3255"/> all’istituzione d’una lingua
              universale</title>, opuscolo stampato in Roma</bibl>, e poi dal medesimo autore rifuso
            nell’<bibl>Appendice 2.<hi rend="apice">a</hi> al capo II del Libro 3.<hi rend="apice"
            >o</hi> del <title>Saggio filosofico di Gio. Locke su l’umano intelletto compendiato dal
              D. Winne, tradotto e commentato da Francesco Soave C. R. S.</title> tomo 2<hi
              rend="apice">do</hi>, intitolato <title>Saggio sulla formazione di una Lingua
              Universale</title>
          </bibl>), la qual lingua o maniera di segni non avrebbe a rappresentar le parole, ma le
          idee, bensì alcune delle inflessioni d’esse parole (come quelle de’ verbi), ma piuttosto
          come inflessioni o modificazioni delle idee che delle parole, e senza rapporto a niun
          suono pronunziato, nè significazione e dinotazione alcuna di esso. Questa non sarebbe
          lingua perchè la lingua non è che la significazione delle idee fatta per mezzo delle
          parole. Ella sarebbe una scrittura, anzi nemmeno questo, perchè la scrittura rappresenta
          le parole e la lingua, e dove non è lingua nè parole quivi non può essere scrittura. Ella
          sarebbe un terzo genere, siccome i gesti non sono nè lingua nè scrittura ma cosa diversa
          dall’una e dall’altra. Quest’algebra di linguaggio (così nominiamola) <pb ed="aut"
            n="3256"/> la quale giustamente si è riconosciuta per quella maniera di segni ch’è meno
          dell’altre impossibile ad essere strettamente universale, si può pur confidentemente e
          certamente credere che non sia per essere nè formata ed istituita, nè divulgata ed usata
          giammai. Dirò poi ancora, ch’ella in verità non sarebbe strettamente universale,
          perch’ella lascerebbe a tutte le nazioni le loro lingue, siccome ora la francese. Ella di
          più non sarebbe propria che dei dotti o colti. Ma di tutti i dotti e colti lo è pure
          oggidì la francese. Quale utilità dunque di quella lingua? la quale non sarebbe forse
          niente più facile ad essere generalmente nella fanciullezza imparata, di quello che sia la
          francese, che benissimo e comunissimamente nella fanciullezza s’impara. E tutti i vantaggi
          che si ricaverebbero da quella chimerica lingua, tutti, e molto più e maggiori, e forse
          con più facilità si caverebbero dalla lingua francese, divenendo, se pur bisogna, più
          comune e più studiata e coltivata di quel ch’ella già sia.</p>
        <p>Quanto poi ad una lingua veramente <pb ed="aut" n="3257"/> universale, cioè da tutte le
          nazioni <emph>senza studio</emph> e fin dalla prima infanzia intesa e parlata come
          propria, lasciando tutte le impossibilità accidentali ed estrinseche, ma assolutamente
          insormontabili, che ognun conosce e confessa; dico ch’ella è anche impossibile per sua
          propria ed assoluta natura, quando pur gli uomini che l’avrebbero a usare, non fossero,
          come sono, diversissimamente conformati rispetto agli organi ec. della favella ed alle
          altre naturali cagioni che diversificano le lingue; di modo che, quando anche superato
          ogni ostacolo, una qualunque lingua, per impossibile ipotesi, fosse divenuta universale
          nella maniera qui sopra espressa, la sua universalità non potrebbe a patto alcuno durare,
          e gli uomini tornerebbero ben tosto a variar di lingua, per la stessa natura di quella tal
          favella universale, in cui le condizioni medesime che la farebbero atta ad esser tale,
          sarebbero in espressa contraddizione colla durevolezza della sua universalità, e
          formalmente la escluderebbono. Perocchè una lingua appropriata ad essere strettamente
          universale, deve, come <pb ed="aut" n="3258"/> in altri luoghi ho largamente esposto,
          essere di natura sua, servilissima, poverissima, senza ardire alcuno, senza varietà,
          schiava di pochissime, esattissime, e stringentissime regole, oltra o fuor delle quali
          trapassando, non si potesse in alcun modo serbare nè il carattere nè la forma d’essa
          lingua, ma in diversa lingua assolutamente si parlasse. Nè senza una buona parte o
          similitudine almeno di queste qualità e di ciascuna di esse, la lingua francese sarebbe
          potuta giungere a quel grado di universalità largamente considerata, in cui la veggiamo;
          nè certo mantenervisi, seppur momentaneamente vi fosse giunta, come vi giunse un dì la
          greca. Perocchè queste qualità indispensabilmente richieggonsi ad una, ancorchè non
          assoluta o stretta, universalità durevole di una lingua. Ora una lingua così formata e
          costituita, e di tali qualità in sommo grado (come a una lingua strettamente universale si
          ricercherebbe) fornita, a pochissimo andare, per cagione di queste medesime qualità, si
          corromperebbe e traviserebbe <pb ed="aut" n="3259"/> in modo che più non sarebbe quella;
          come altrove ho dimostrato di tali lingue non libere, coll’esempio (fra l’altre cose)
          della latina, la quale, siccome ogni altra, quantunque servilissima, che si conosca, fu ed
          è ben lontana dall’aver queste qualità in sommo grado, come si richiederebbe di necessità
          ad una lingua che avesse ad essere strettamente e durabilmente universale. Così quelle
          medesime condizioni che da una parte cagionerebbono, e in modo che senza esse non potrebbe
          stare, la propria, o vogliam dire esatta, e durevole universalità di una lingua; d’altra
          parte e nel tempo stesso, per propria natura loro, rendono assolutamente inevitabile e
          inevitabilmente prontissima una totale corruzione e mutazione della lingua medesima. Onde
          nè senza esse la stretta universalità di una lingua può stare, nè qualsivoglia
          universalità durare, come si è altrove provato; e parimente con esse non può durare nè la
          stretta universalità nè il proprio stato di una lingua. Perocchè, quanto al proprio stato,
          è evidente che una lingua di necessità corrompendosi e cangiandosi <pb ed="aut" n="3260"/>
          del tutto, di necessità lo perde, cioè perde la sua forma, proprietà, carattere e natura.
          E quanto alla stretta universalità, dato ancora che una lingua corrompendosi appo una sola
          nazione, si corrompesse ugualmente, di modo ch’ella quantunque mutata da quella prima,
          fosse pur sempre una sola in essa nazione, e a tutta comune; egli è fisicamente
          impossibile a seguire, e assurdo a supporre che una medesima lingua corrompendosi appo
          molte e diversissime nazioni e cambiandosi affatto da quella di prima, pur corrompendosi
          da per tutto ugualmente, e facendo da per tutto in un medesimo tempo gli stessi passi, si
          mantenesse sempre una sola appo tutte le dette nazioni insieme. La corruzione non ha
          legge, e quella che nasce dalla troppa schiavitù e circoscrizione d’una lingua, n’ha meno
          che mai, ed è più cieca che ogni altra; nè dove non v’ha regola alcuna, nè scambievole
          convenzione e consenso (il che sarebbe contrario alla natura della corruzione di una
          lingua), nè conformità di circostanze, quivi può essere uniformità. La quale se è quasi
          impossibile in una sola nazione, dal continuo commercio e da <pb ed="aut" n="3261"/> tante
          altre circostanze congiunta insieme e fatta una, quanto più tra molte nazioni, sempre, per
          quanto commercio possano avere insieme, disgiunte e fra se diverse! E si è infatti veduto
          quanto diversa fosse la corruzione della lingua latina nelle diverse nazioni in ch’ella si
          propagò, fino a produrre varie affatto distinte e separate e separatamente regolate e
          costituite favelle, che tuttavia si parlano. E ciò quantunque la lingua latina non fosse
          d’assai così servile ec. come è necessario supporre una lingua strettamente universale.
          Resta dunque provato che una lingua strettamente universale, per cagione di quelle stesse
          condizioni ond’ella sarebbe divenuta e con cui sole sarebbe potuta divenire universale, e
          senza cui l’universalità sua non potrebbe durare se non momentaneamente, per causa, dico,
          di queste medesime condizioni, subitamente corrompendosi, dividerebbesi ben tosto, per
          causa di tal corruzione, e quindi per causa di quelle medesime condizioni, che
          naturalmente e necessariamente l’occasionerebbero, in diverse lingue, e perderebbe
          conseguentemente la sua <pb ed="aut" n="3262"/> universalità, la durata della quale
          sarebbe fatta impossibile da quelle medesime condizioni che a tal durata
          indispensabilmente richieggonsi.</p>
        <p>Questo che ho detto di una lingua universalmente parlata come propria, devesi pur dire di
          una sognata lingua che in tutte le nazioni civili i dotti e gl’indotti scrivessero come
          propria, rimanendo le varie lingue nazionali pel solo uso di favellare, a un di presso nel
          modo che ai bassi tempi le varie favelle o dialetti volgari, scrivendo tutti, anche notai
          ec., ogni sorta di scritture in Latino, corrotto e barbaro, e secondo i diversi luoghi
          diverso, ma pur da per tutto Latino.</p>
        <p>E conchiudo che una lingua universalmente da tutte le nazioni, anche sole civili, o
          parlata o scritta, o l’uno e l’altro, ed intesa, <emph>come propria</emph> è impossibile,
          non solo estrinsecamente e per ragioni estrinseche, ma per sua propria ed intrinseca
          natura e qualità e proprietà ed essenza, non relativamente nè accidentalmente, ma
          essenzialmente, di necessità, ed assolutamente (25. Agos. dì di S. Bartolomeo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Movere</foreign> neutro, o in forma ellittica per
            <foreign lang="lat" rend="italic">movere se</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">movere castra</foreign>, come tra noi <emph>muovere</emph>
          <pb ed="aut" n="3263"/> neutro o ellittico (e così <emph>trarre</emph>), del che mi sembra
          avere altrove notato un esempio di Floro, <bibl>vedilo appo <author>Svetonio</author>, in
              <title lang="lat">Divo Julio</title>, Cap. 61. par. 1. e quivi le note degli
          eruditi</bibl>. Vedi pure, se ti piace, a questo proposito il <bibl>
            <author>Poliziano</author> Stanze I. 22</bibl>. dove troverai <emph>muovere</emph>
          neutro, senza l’accompagnamento del sesto caso, come ancora in latino. (25. Agos. dì di S.
          Bartolomeo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2889. <foreign lang="lat" rend="italic">Tumultuo</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">tumultuor</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">tumultus us.
          Acuo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">acus us</foreign>, è della terza
          coniugazione per una che, stante la moltitudine anzi la pluralità degli esempi dimostranti
          che tali verbi sono regolarmente della prima, possiamo chiamare anomalia. Così <foreign
            lang="lat" rend="italic">statuo is</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">status
            us. Arcuo as</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">arcus us</foreign>. (26.
          Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Grassor aris</foreign> continuativo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">gradior eris</foreign> il cui participio in <emph>us</emph>
          oggi irregolarmente è <foreign lang="lat" rend="italic">gressus</foreign>, in antico, come
          dimostra il detto continuativo, più regolarmente fu <foreign lang="lat" rend="italic"
            >grassus. Gressus</foreign> bensì ne’ composti i quali, come molti altri, mutano
            l’<emph>a</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic">gradior</foreign> in
          <emph>e</emph>; <foreign lang="lat" rend="italic">ingredior, aggredior</foreign> ec. Così
            <foreign lang="lat" rend="italic">ascendo</foreign> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">scando</foreign>, e puoi vedere la pag. 2843. (26. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3264"/> Alla p. 2864. <emph>Castello</emph>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">château</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">castillo</foreign>
          tengono fra noi il luogo del positivo <foreign lang="lat" rend="italic">castrum</foreign>,
          col quale anche in latino bene spesso indifferentemente si scambiava <foreign lang="lat"
            rend="italic">castellum</foreign>, o si usava equivalentemente ec. (26. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Francesismi familiarissimi, usitatissimi e volgarissimi in quella nazione, <foreign
            lang="fre" rend="italic">tant mieux, tant pis</foreign>, frasi ellittiche o irregolari,
          e che paiono veri idiotismi francesi, non sono che latinismi, anzi idiotismi, cioè
          volgarismi, latini. <bibl>Vedi gli eruditi alla favola 5. lib. 3. di
            <author>Fedro</author>
          </bibl>, <title lang="lat">Aesopus et Petulans</title>. V. anche il Forcellini se ha
          nulla, la Crusca ec. Noi pur diciamo volgarmente e scriviamo <emph>tanto meglio, tanto
            peggio</emph>, ma in senso meno ellittico, più naturale e regolare, anzi per lo più
          regolarissimo, e meno sovente assai de’ francesi. (26. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2996. marg. — vengono cred’io da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medeor</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">medeo</foreign> ancora si disse,
          poichè <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> si trova pure passivo), non da
            <foreign lang="lat" rend="italic">medicus</foreign>. Lo deduco appunto dal veder
            <foreign lang="lat" rend="italic">medicor</foreign> deponente come <foreign lang="lat"
            rend="italic">medeor</foreign>, (laddove <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medico</foreign> corrisponderà all’antico <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medeo</foreign>), e dal vedere ancora che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medicatus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">medicatus sum</foreign>
          suppliscono pel verbo <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> che manca del
          preterito e del participio in <emph>us</emph>. V. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Medeor</foreign>. fine. Veggasi la p. 3352. sgg. circa il continuativo
            <foreign lang="lat" rend="italic">meditor</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >medeor</foreign> fatto dal suo participio in <emph>us</emph>. (26. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3265"/> Si può dire che le viste, i disegni, i proponimenti, i fini, le
          speranze, i desiderii dell’uomo, tutto ciò in somma che ne’ suoi pensieri ha relazione al
          futuro, tanto più si stendono, cioè tanto più mirano e tendono, o giungono, lontano,
          quanto minore naturalmente è lo spazio di vita che gli rimane, e viceversa. Niun pensiero
          del bambino appena nato ha relazione al futuro, se non considerando come futuro l’istante
          che dee succedere al presente momento, perocchè il presente non è in verità che
          istantaneo, e fuori di un solo istante, il tempo è sempre e tutto o passato o futuro. Ma
          considerando il presente e il futuro non esattamente e matematicamente, ma in modo largo,
          secondo che noi siamo soliti di concepirlo e chiamarlo, si dee dire che il bambino non
          pensa che al presente. Poco più là mira il fanciullo; ond’è che proporre al fanciullo (p.
          e. negli studi) uno scopo lontano (come la gloria e i vantaggi ch’egli acquisterà nella
          maturità della vita o nella vecchiezza, o anche pur nella giovanezza), è assolutamente
          inutile per muoverlo (onde è sommamente giusto ed utile l’adescare il fanciullo allo
          studio col proporgli onori o vantaggi ch’egli <pb ed="aut" n="3266"/> possa e debba
          conseguire ben tosto, e quasi di giorno in giorno, che è come un ravvicinare a’ suoi occhi
          lo scopo della gloria e della utilità degli studi, senza il quale ravvicinamento è
          impossibile ch’ei fissi mai gli occhi in detto scopo, e per conseguirlo si assoggetti
          volentieri alle fatiche e alle sofferenze ripugnanti alla natura, che gli studi
          richieggono). Più si stendono le viste del giovane, ma meno assai di quelle dell’uomo
          maturo e riposato, i cui calcoli sul futuro oltrepassano bene spesso, senza ch’ei se
          n’avvegga, lo spazio di vita naturalmente concesso ai mortali. Perciocchè l’uomo maturo
          comincia già a compiacersi supremamente e contentarsi della speranza, e pascerne la sua
          vita. Della quale speranza si nutre parimente, e con essa favella e delira anche il
          giovane, e il fanciullo altresì; ma non in modo che d’essa si contentino, e che non
          cerchino di prontamente effettuarla e recarla in opera, e venire al fatto. Il che nasce
          dall’ardore di quelle età, dall’attività dell’animo unita e cospirante con quella del
          corpo, dalla <pb ed="aut" n="3267"/> freschezza e forza del loro amor proprio, e quindi
          dall’energia ed efficacia de’ loro desiderii impazienti d’indugio, e però non sofferenti
          di proporsi un oggetto ch’ei non possano o ch’ei non credano di potere in poco spazio e
          dentro un picciolo termine conseguire; finalmente dall’inesperienza ch’egli hanno intorno
          alla vanità delle umane speranze, alla difficoltà che l’uomo prova in condurle a fine, e
          alla nullità eziandio degli stessi beni sperati, la quale inevitabilmente apparisce così
          tosto com’ei sono posseduti. Le contrarie cagioni producono la lunghezza e lontananza
          delle viste nell’uomo maturo; e l’eccesso di dette contrarie qualità producono l’eccesso
          del contrario effetto nella vecchiezza, la quale ridotta a non potersi ragionevolmente
          promettere più che un brevissimo avanzo di vita, pure nella estensione delle sue viste
          supera di gran lunga tutte le altre età dell’uomo. Perocchè il vecchio per la debolezza di
          corpo e d’animo, e pel disinganno de’ beni umani già provati, e per lo illanguidimento
          dell’amor proprio che va di pari colla quasi diminuzione e raffreddamento <pb ed="aut"
            n="3268"/> della vita, non è capace se non di fievoli desiderii, e quindi si contenta di
          propor loro uno scopo lontano e in esso fermarli, e i suoi desiderii si contentano di
          rimanervi; per la diuturna esperienza fatta della vanità e del tristo esito delle
          speranze, con un quasi stratagemma, le indirizza a luoghi così lontani ch’elle non possano
          se non assai tardi o non mai, avvicinandosi a quelli e giungendovi, scomparire; per la
          irresoluzione propria dell’età sua, rimettendo ogni azione al dipoi, e costretto di
          rimettere eziandio e quasi differire le sue speranze, e gli oggetti de’ suoi desiderii e
          il loro conseguimento ch’ei si propone, o ch’ei si compiace, per dir meglio, di
          vagheggiare; e per l’abito della tardità e lentezza nell’operare a cui la gravezza e
          l’impotenza dell’età lo costringe, e per la pigrizia e negligenza e torpore dell’animo che
          ne deriva e n’è pur cagione, i suoi desiderii altresì e le sue speranze ne divengono tarde
          e pigre e lente e quasi trascurate (benchè sempre però bastantemente vive per mantenerlo e
          quasi allattarlo, come alla vita umana <pb ed="aut" n="3269"/> indispensabilmente
          ricercasi), ed ei giunge a persuadersi fra se stesso non con l’intelletto, ma con
          l’immaginazione e con la non ragionata abitudine dell’altre facoltà del suo spirito, che
          il tempo e la natura e le cose sian divenute ed abbiano a riuscir così lente e pigre
          com’esso necessariamente è. (26. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il poeta lirico nell’ispirazione, il filosofo nella sublimità della speculazione, l’uomo
          d’immaginativa e di sentimento nel tempo del suo entusiasmo, l’uomo qualunque nel punto di
          una forte passione, nell’entusiasmo del pianto; ardisco anche soggiungere, mezzanamente
          riscaldato dal vino, vede e guarda le cose come da un luogo alto e superiore a quello in
          che la mente degli uomini suole ordinariamente consistere. Quindi è che scoprendo in un
          sol tratto molte più cose ch’egli non è usato di scorgere a un tempo, e d’un sol colpo
          d’occhio discernendo e mirando una moltitudine di oggetti, ben da lui veduti più volte
          ciascuno, ma non mai tutti insieme (se non in altre simili congiunture), egli è in grado
          di scorger con essi i loro rapporti scambievoli, e per la novità di quella moltitudine <pb
            ed="aut" n="3270"/> di oggetti tutti insieme rappresentantisegli, egli è attirato e a
          considerare, benchè rapidamente, i detti oggetti meglio che per l’innanzi non avea fatto,
          e ch’egli non suole; e a voler guardare e notare i detti rapporti. Ond’è ch’egli ed abbia
          in quel momento una straordinaria facoltà di generalizzare (straordinaria almeno
          relativamente a lui ed all’ordinario del suo animo), e ch’egli l’adoperi; e adoperandola
          scuopra di quelle verità generali e perciò veramente grandi e importanti, che indarno fuor
          di quel punto e di quella ispirazione e quasi <foreign lang="grc">μανία</foreign> e furore
          o filosofico o passionato o poetico o altro, indarno, dico, con lunghissime e
          pazientissime ed esattissime ricerche, esperienze, confronti, studi, ragionamenti,
          meditazioni, esercizi della mente, dell’ingegno, della facoltà di pensare di riflettere di
          osservare di ragionare, indarno, ripeto, non solo quel tal uomo o poeta o filosofo, ma
          qualunqu’altro o poeta o ingegno qualunque o filosofo acutissimo e penetrantissimo, anzi
          pur molti filosofi insieme cospiranti, e i secoli stessi col successivo avanzamento dello
          spirito umano, cercherebbero di scoprire, o d’intendere, o di spiegare, siccome <pb
            ed="aut" n="3271"/> colui, mirando a quella ispirazione, facilmente e perfettamente e
          pienamente fa a se stesso in quel punto, e di poi a se stesso ed agli altri, purch’ei sia
          capace di ben esprimere i propri concetti, ed abbia bene e chiaramente e distintamente
          presenti le cose allora concepite e sentite. (26. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Secondo ch’io osservo<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggansi le pagg. 3765-8.</p>
          </note> e che si potrà spiegare colle ragioni da me recate in altri luoghi, l’abito di
          compatire, quello di beneficare, o di operare in qualunque modo per altrui, e, mancando
          ancora la facoltà, l’inclinazione alla beneficenza e all’adoperarsi in pro degli altri,
          sono sempre (supposta la parità delle altre circostanze di carattere o indole, educazione,
          coltura di spirito, o rozzezza, e simili cose) in ragion diretta della forza, della
          felicità, del poco o niun bisogno che l’individuo ha dell’opera e dell’aiuto altrui, ed in
          proporzione inversa della debolezza, della infelicità, dell’esperienza delle sventure e
          dei mali, sieno passati, o massimamente presenti, del bisogno che l’uomo ha degli altrui
          soccorsi ed uffici. Quanto più l’uomo è in istato di esser <pb ed="aut" n="3272"/>
          soggetto di compassione, o di bramarla, o di esigerla, e quanto più egli la brama o
          l’esige, anche a torto, e si persuade di meritarla, tanto meno egli compatisce,
          perocch’egli allora rivolge in se stesso tutta la natural facoltà, e tutta l’abitudine che
          forse per lo innanzi egli aveva, di compatire. Quanto l’uomo ha maggior bisogno della
          beneficenza altrui, tanto meno egli è, non pur benefico, ma inclinato a beneficare; tanto
          meno egli non solo esercita, ma ama in se quella beneficenza che dagli altri desidera o
          pretende, e crede a torto o a ragione di meritare, o di abbisognarne. L’uomo debole, e
          sempre bisognoso di quegli uffici maggiori o minori che si ricevono e si rendono nella
          società, e che sono il principale oggetto a cui la società è destinata, o quello a cui
          principalmente dovrebbe servire la scambievole comunione degli uomini; pochissimo o nulla
          inclina a prestar la sua opera altrui, e di rado o non mai, o bene scarsamente la presta,
          ancor dov’ei può, ed ancora agli uomini più deboli e più bisognosi di lui. L’uomo
          assuefatto alle sventure, e <pb ed="aut" n="3273"/> massime quegli a cui la vita è
          sinonimo e compagno del patimento, nulla sono mossi, o del tutto inefficacemente, dalla
          vista o dal pensiero degli altri mali e travagli e dolori. L’amor proprio in un essere
          infelice è troppo occupato perch’egli possa dividere il suo interesse tra questo essere e
          i di lui simili. Assai egli ha da esercitarsi quando egli ha le sue proprie sventure;
          sieno pur molto minori di quelle che se gli rappresentano in qualunque modo in altrui. Se
          le proprie sventure sono presenti, la compassione, come ho detto, tutta rivolta e
          impiegata sopra se stesso, in esso lui si consuma, e nulla n’avanza per gli altri. Se sono
          passate, posto ancora che piccolissime fossero, la rimembranza di esse fa che l’uomo non
          trovi nulla di straordinario nè di terribile ne’ patimenti e disastri degli altri, nulla
          che meriti di farlo come rinunziare al suo amor proprio per impiegarlo in altrui
          beneficio; come già pratico del soffrire, egli si contenta di consigliar tacitamente e fra
          se stesso agl’infelici, che si rassegnino alla lor sorte, e si crede in diritto di
          esigerlo, quasi <pb ed="aut" n="3274"/> egli medesimo n’avesse già dato l’esempio;
          perocchè ciascuno in qualche modo si persuade di aver tollerato o di tollerare le sue
          disgrazie e le sue pene virilmente al possibile, e con maggior costanza, che gli altri, o
          almeno il più degli uomini, nel caso suo, non farebbero o non avrebbero fatto; nella
          stessa guisa che ciascuno si pensa sopra tutti gli altri essere o essere stato indegno de’
          mali ch’ei sostiene o sostenne. Oltre di che l’abito d’insensibilità verso l’altrui
          sciagure, contratto nel tempo ch’ei fu sventurato, non è facile a dispogliarsene, sì
          perch’esso è troppo conforme all’amor proprio, che vuol dire alla natura dell’uomo; sì
          perchè grande e profonda è l’impressione che fa nel mortale la sventura, e quindi durevole
          l’effetto che produce e che lascia, e ben sovente decisivo del suo carattere per tutta la
          vita, e perpetuo.</p>
        <p>Io osservo (e n’ho presente a me stesso non un solo esempio), che i giovani non poveri, o
          non oppressi nè avviliti dalla povertà, sani e robusti di corpo, coraggiosi, attivi, <pb
            ed="aut" n="3275"/> capaci di fornir da se stessi a’ loro bisogni, e poco o nulla
          necessitosi, ovver poco o nulla desiderosi degli altrui soccorsi e dell’altrui opera o
          fisica o morale, almeno abitualmente; non tocchi ancora dalla sventura, o piuttosto
          (giacchè qual è l’uomo <emph>nato</emph> che già non abbia sofferto?) tocchi da essa in
          modo ch’essi pel vigore della età e della complessione, e per la freschezza delle forze
          dell’animo, la scuotono da se, e poco caso ne fanno; questi tali giovani, dico, ancorchè
          da una parte intolleranti fin della menoma ingiuria, ed anche proclivi all’ira; inclinati
          ed usi di motteggiare i presenti e gli assenti ancor più che gli altri non sono;
          soverchiatori anzi che no, sia di parole, sia d’opere eziandio; — v. p. 3282. 3942.
          dall’altra parte, ancorchè abbandonati da tutti, e forse da quelli stessi che avrebbero il
          più sacro dovere di prenderne cura, ancorchè sperimentati nella ingratitudine degli
          uomini, e fatti accorti per prova, della niuna utilità e grazia, ed eziandio del danno,
          che spesso risulta dal far beneficio; ancorchè pronti e perspicaci d’ingegno, e non ignari
          del mondo, e ben consapevoli quanto il costume degli uomini sia rimoto dal beneficare e
          dal compatire, e quanto altresì <pb ed="aut" n="3276"/> le loro opinioni ne gli
          allontanino, e quanto gli uomini sieno generalmente indegni ch’altri ne prenda cura; con
          tutto ciò questi tali sono prontissimi a compatire, dispostissimi a sovvenire agli altrui
          mali, inclinatissimi a beneficare, a prestar l’opera loro a chi ne li richiede, ancorchè
          indegno, a profferirla pure spontaneamente, sforzando l’altrui ripugnanza d’accettarla, e
          conoscendo quella di ricercarla; apparecchiati senza riservo e senza cerimonie ai bisogni
          ed a proccurare i vantaggi degli amici: ed in effetto sono quasi continuamente occupati
          per altrui più che per se stessi; le più volte in piccoli, ma pur faticosi, noiosi,
          difficili uffizi e servigi, la cui moltiplicità, se non altro, compensa la piccolezza di
          ciascuno; talora eziandio in cose grandi o notabili e che richieggono grandi o notabili
          cure, fatiche, ed anche sacrifizi. E ciò facendo, nè presso se stessi, nè presso i
          beneficati, nè presso gli altri attaccano un gran pregio ai loro servigi, nè gran conto ne
          fanno, nè se ne reputano di gran merito (quasi accecati e dissennati da Giove, come dice
          Omero di Glauco quand’egli scambiò le sue armi d’oro con quelle del Tidide ch’erano di
          rame): di più poca o niuna gratitudine esigono, quasi ei fossero stati tenuti a
          beneficare, <pb ed="aut" n="3277"/> o nulla avesse loro costato il benefizio; non mai si
          credono in diritto di ripetere il benefizio, o costretti a farlo, lo fanno con grandissima
          riserva e senza pretensione alcuna, e riavendone pure una parte, o domandata o spontanea,
          si tengono per obbligati essi a chi gli uffici da loro prestatigli scarsamente rimunerò.</p>
        <p>Tutto questo o parte, più o meno, m’è avvenuto di notare ne’ giovani della qualità sopra
          descritta, e non solo in quelli che per inesperienza del mondo, e gentilezza di natura,
          con pienezza di cuore, e con buona fede e semplicemente sono trasportati verso la virtù,
          la generosità, la magnanimità, ponendo il loro maggior piacere e desiderio nel far bene e
          negli atti eroici, e nella rinegazione e rinunzia e sacrificio di se stessi; ma eziandio
          ne’ disingannati del mondo, e posti in quelle circostanze che di sopra ho notate, o in
          alcune di esse, o in altre somiglianti. Tutto ciò, dico, ho notato avvenire in questi
          cotali giovani, mentre essi godono e sentono i vantaggi della gioventù, della sanità, del
          vigore, e sono in istato da bastare a se stessi. Ma o coll’età, <pb ed="aut" n="3278"/> o
          innanzi all’età, sopravvenendo loro di quegl’incomodi, di quegli accidenti, di quei casi,
          di que’ disastri fisici o morali, da natura o da fortuna, che tolgano loro il bastare a se
          medesimi, che li renda abitualmente o spesso bisognosi dell’opera e dell’aiuto altrui, che
          scemi o distrugga in essi il vigore del corpo, e seco quello dell’animo; questi tali, come
          ho pur veduto per isperienza, di misericordiosi e benefici divengono appoco appoco, in
          proporzione dell’accennato cambiamento di circostanze, insensibili agli altrui mali o
          bisogni, o comodi, solleciti solamente dei proprii, chiusi alla compassione, dimentichi
          della beneficenza, e interamente circa l’una e circa l’altra cangiati e volti in
          contrario, sì di costumi, sì di disposizione d’animo. Nè solo appoco appoco, ma eziandio
          rapidamente e quasi in un tratto, e nello stesso fiore della giovanezza, ho io veduto
          accadere tale cangiamento in persone sopravvenute da improvvisa o rapida calamità di corpo
          o di spirito o di fortuna, onde il loro animo fu atterrato e prostrato subitamente o in
          poca d’ora, o crollato e renduto mal fermo, e la loro vita fu soggettata agl’incomodi, e
          alla trista necessità dell’aiuto altrui, <pb ed="aut" n="3279"/> e la sanità scossa, e il
          corpo svigorito, e simili cose contrarie alla loro prima condizione. Insomma al subito o
          rapido cangiamento delle circostanze sopra notate, ho veduto con pari subitaneità o
          rapidità corrispondere il cangiamento del carattere e costume di tali persone rispetto al
          compatire, al beneficare e all’adoperarsi in qualunque modo per altrui.</p>
        <p>E quelli che da natura, o per qualunque cagione, fin dalla fanciullezza o dalla prima
          giovanezza e dal primo loro ingresso nel mondo, son tali quali i sopraddetti divennero,
          cioè deboli di corpo e di spirito, timidi, irresoluti, avviliti dalla povertà o da
          qualsivoglia altra causa fisica o morale, estrinseca o intrinseca, naturale in loro o
          accidentale e avventizia; sempre o sovente bisognosi dell’opera altrui, avvezzi fin dal
          principio a soffrire, a mal riuscire nelle loro intraprese o ne’ desiderii loro, e quindi
          a sempre sconfidar delle cose e della vita e dei successi, e quindi privi di confidenza in
          se medesimi; più domestici del timore o della triste espettazione che della speranza;
          questi tali, e quelli che loro somigliano in tutto o in parte, sono più o meno, fin dal
          principio della loro vita o fino dalla loro entrata <pb ed="aut" n="3280"/> nella società,
          alieni e dall’abito e dagli atti della compassione e della beneficenza, e dalla
          inclinazione o disposizione a queste virtù; interessati per se soli, poco o nulla capaci
          d’interessarsi per gli altri, o sventurati o bisognosi, o degni o indegni che sieno
          dell’aiuto altrui; meno ancora capaci di operare per chi che sia; poco o nulla per
          conseguenza atti alla vera ed efficace ed operosa amicizia, ben simulatori di essa per
          ottenerne dagli altri gli aiuti o la pietà di che hanno mestieri, ed abili a farla servire
          ai soli loro vantaggi; simulatori e dissimulatori eziandio generalmente in ogni altra
          cosa. E queste qualità divengono in loro caratteristiche, di modo che l’amor proprio non è
          in essi altro mai ch’egoismo, e l’egoismo è il loro carattere principalissimo; ma non
          veramente per colpa loro, piuttosto per necessità di natura; e neanche per natura che di
          sua mano immediatamente abbia posto negli animi loro più che negli altri questo pessimo
          vizio, ma perchè dalle circostanze in che essi o per natura o per accidente si sono
          trovati fin dal principio, <pb ed="aut" n="3281"/> nasce naturalmente e necessariamente
          questo tal vizio, forse più necessariamente e inevitabilmente e maggiore che da
          verun’altra cagione. V. p. 3846.</p>
        <p>Da’ quali pensieri si dee raccogliere questo corollario, che le donne essendo per natura
          più deboli di corpo e d’animo, e quindi più timide, e più bisognose dell’opera altrui che
          gli uomini non sono, sono anche generalmente e naturalmente meno degli uomini inclinate
          alla compassione e alla beneficenza, non altrimenti ch’elle, per universale consenso,
          sieno generalmente e regolarmente meno schiette degli uomini, più proclivi alla menzogna e
          all’inganno, più feconde di frodi, più simulatrici, più finte; tutte qualità, con molte
          altre analoghe (che nelle donne generalmente si osservano), derivanti per natura niente
          più, niente meno che la sopraddetta, dalla debolezza d’animo e di corpo, e
          dall’insufficienza delle proprie forze, de’ propri mezzi e di se stesso a se stesso. E si
          può concludere che le donne sono, generalmente parlando, più egoiste degli uomini, o più
          portate all’egoismo per natura (sebbene le circostanze sociali, che spesso rovesciano la
          natura, e fanno <pb ed="aut" n="3282"/> talora le donne, anche prima che abbiano formato
          il loro carattere, signore degli uomini, oggetti delle lor cure spontanee, de’ loro
          omaggi, suppliche ec. ec., possano ben render vana questa disposizione), e naturalmente si
          troverà un maggior numero di donne egoiste che non d’uomini. Così le nazioni e i secoli
          più infelici, tiranneggiati ec. si vede costantemente che furono e sono i più egoisti ec.
          ec. (26-27. Agos. 1823). V. p. 3291. 3361.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3275. marg. — Anzi quanto più questi tali son franchi, coraggiosi, non timidi
          dell’altrui aspetto nè dell’altrui conversazione, schietti, aperti, liberi nel parlare,
          nei modi, nell’operare, intolleranti di dissimulare e di mentire (anche, tal volta,
          eccessivamente); e quanto più sono vendicativi delle ingiurie, fieri con chi gli offende o
          insulta o disprezza o danneggia, quanto meno molli e facili ai nemici, agl’invidiosi, ai
          detrattori, ai maldicenti, agli oltraggiatori, agli offenditori qualunque; ed eziandio
          quanto più pendono a una certa soverchieria di parole o di fatti verso chi non è nè
          compassionevole nè bisognoso, amico o indifferente o nemico che sia; proclivi o facili
          all’ira, anche durevole; tanto più sono misericordiosi e benefici verso gli amici o
          gl’indifferenti (dandosene loro l’occorrenza, e la facoltà ec. e in questi il bisogno o
          l’utilità ec.), o verso i nemici stessi e gli offenditori, vinti che sieno, o già puniti,
          o chiedenti scusa o perdono, o riparata che hanno l’offesa, o anche senz’altro caduti in
          grave disgrazia o bisogno, ed avviliti ec. (Tale fu Giulio Cesare come si vede in
          Svetonio). E il contrario accade negli uomini di contraria qualità: <pb ed="aut" n="3283"
          /> il contrario, dico, si quanto al compatire o beneficare chi che sia, sì quanto al
          rimettere o dimenticare le ingiurie. E di contraria qualità sono gli uomini timidi, di
          maniere legate, deboli di corpo e d’animo ec. quali ho descritti a pagg.3279-80. (27.
          Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Confictito</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">confingo-confictus</foreign> o dal semplice <foreign lang="lat"
            rend="italic">fingo-fictus</foreign>. (27. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fissare</emph> o <emph>fisare, ficcare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
            >fixar</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">fixer, ficher</foreign>, da <foreign
            lang="lat" rend="italic">figo-fixus</foreign>. <emph>Affissare</emph> o
          <emph>affisare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">afficher</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">affigo</foreign>. <emph>Conficcare</emph> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">configo</foreign>. ec. Forse anche <emph>fitto</emph> sust. e
            <emph>affittare</emph> non d’altronde vengono che da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fictus</foreign> altro participio di <foreign lang="lat" rend="italic">figo</foreign>,
          traendo il nome dall’avviso pubblico che suole <emph>affiggere</emph> alla sua casa, o a’
          cantoni della città ec. chi vuole affittare essa casa, o possessioni, terre ec.; il quale
          avviso o avvisi pubblicamente <emph>affitti</emph> si chiamano in francese <foreign
            lang="fre" rend="italic">affiches</foreign>, da noi volgarmente <emph>affissi</emph>.
          Sebbene la prep. <emph>a</emph> in <emph>affittare</emph> sembra essere espressamente
          aggiunta al sostantivo <emph>fitto</emph> per esprimere il dare <emph>a fitto</emph>, come
          in francese <foreign lang="fre" rend="italic">affermer</foreign> da <foreign lang="fre"
            rend="italic">ferme</foreign>, e tra noi volgarmente <emph>annolare</emph>
          <pb ed="aut" n="3284"/> da <emph>nolo</emph>. Veggasi per tutte le suddette voci il Gloss.
          se ha nulla. (27. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto da me circa l’anomalo partic. <emph>arso</emph> che il Perticari crede di
            <emph>arsare</emph> e non di <emph>ardere</emph>, del quale egli è pure in latino, cioè
          di <foreign lang="lat" rend="italic">ardeo, arsus</foreign>; si può aggiungere che la
          lingua italiana (ed anche le sue sorelle) bene spesso, secondo che la lingua latina ha
          diversi participii d’un solo verbo, diversi n’ha ella pure, cioè quelli stessi che ha la
          latina, regolari o irregolari che siano quanto all’analogia latina o italiana. P. e. da
            <foreign lang="lat" rend="italic">figo—fixus—fictus</foreign>, <emph>figgere—fisso,
            fitto</emph>. Talvolta ella ha quello che corrisponde all’analogia italiana, e insieme
          quello che il verbo ha nel latino, sia regolare participio o anomalo in esso latino. Del
          che ho detto altrove. Talvolta ec. ec. (27. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La lingua greca, secondo che si può vedere a pagg. 2774 2777, e più largamente e
          distintamente per capi presso i grammatici, ebbe in costume di alterare notabilmente le
          sue radici<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Ciò o per la varietà de’ dialetti, o per altro, in modo però che le voci formate per
              tali alterazioni, sono generalmente proprie degli scrittori greci o de’ poeti; onde a
              noi partoriscono la stessa difficoltà, qual se ne fusse la cagione e l’origine; e
              quando questa pur fusse particolare, la difficultà che a noi ne viene è ordinaria e
              generale ec.</p>
          </note>, p. e. i temi de’ suoi verbi, anche fuori affatto dei casi di derivazione e di
          composizione, e senza punto alterarne il significato, ma <pb ed="aut" n="3285"/>
          semplicemente la forma estrinseca e gli elementi del vocabolo. Onde i verbi in <foreign
            lang="grc">ω</foreign> li trasmutavano in verbi in <foreign lang="grc">μι</foreign>; dei
          temi ad altri aggiungevano le lettere <foreign lang="grc">αν</foreign>, e li facevano
          terminare in <foreign lang="grc">ανω</foreign>, ad altri <foreign lang="grc"
          >αιν</foreign>, e li terminavano in <foreign lang="grc">αινω</foreign>, ad altri <foreign
            lang="grc">σκ</foreign>
          <note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Da <foreign lang="grc">ὄφλω</foreign> o da <foreign lang="grc">ὀφείλω</foreign>,
                <foreign lang="grc">ὀφλισκάνω</foreign>, doppia alterazione.</p>
          </note>, e li finivano in <foreign lang="grc">σκω</foreign> (ma questi non erano sempre
          alterati dal tema, ma da un altro tempo del verbo: v. i Grammatici), ad altri duplicavano
          la prima consonante, interponendo una vocale, come l’iota (<foreign lang="grc"
          >πιπράσκω</foreign>), ec. Spesso si mutava la desinenza, volgendola in <foreign lang="grc"
            >ίζω</foreign> ec. senza mutazione di significato: <foreign lang="grc">νεμεσάω-νεμεσίζω,
            βάπτω-βαπτίζω</foreign> ec. ec. E di questi verbi e temi così alterati materialmente
          senz’alcun’alterazione di significato, altri restarono soli, venendo a mancare il tema o
          verbo primitivo e incorrotto, altri restarono insieme con questo, altri insieme con altri
          verbi fatti per tali alterazioni dal medesimo tema ec. ec. Ed altri interi, altri
          difettivi, suppliti dal verbo primitivo in molte voci, anomali, regolari ec. ec. del che
          vedi i Grammatici. E queste alterazioni de’ verbi primitivi e de’ temi (e così dell’altre
          radici), alterazioni affatto diverse distinte e indipendenti dalla derivazione e dalla
          composizione, che anche nelle altre lingue hanno luogo; alterazioni che per niun conto
          influivano nè modificavano il significato (come influisce e modifica, o suole per lo più e
          regolarmente fare, la composizione e la derivazione), non furono <pb ed="aut" n="3286"/>
          già nella lingua greca quasi casuali, rare, fuor di regola e di costume e d’ordine, quasi
          anomalie, aberrazioni, non proprie della lingua, ma frequentissime, ordinarie, usitate,
          abituali, e regolari, ossia fatte per regola, come apparisce dal gran numero di temi e
          verbi che si trovano alterati in questo o quello de’ suddetti modi e degli altri che si
          potrebbero dire; onde i grammatici distinguono siffatte alterazioni o modificazioni
          affatto materiali in molti diversi generi, e sotto ciascun genere radunano un gran numero
          di verbi o temi, in quella tal guisa uniformemente alterati dal primo loro essere. Questa
          tal sorta di alterazione, questo modo di alterare le voci, indipendente e diverso affatto
          dal derivare e dal comporre, e del tutto scompagnato dalla mutazione o pur modificazione
          di senso, non si trova punto nel latino; certo non vi si trova per costume nè per regola,
          nè d’assai così frequente, nè così vario ec. Perlochè anche di qui si faccia ragione
          quanto più nel greco che nel latino sia difficile il rintracciare le origini, l’antichità,
          il primitivo o l’antico stato delle voci e della lingua e della <pb ed="aut" n="3287"/>
          grammatica, le radici, l’etimologie ec. Massime considerando che detta materialissima
          alterazione si fa non mica in uno o in due, ma in molti diversissimi modi, tutti però
          frequentatissimi e usitatissimi; che moltissimi verbi o vocaboli così alterati hanno
          mandato in disuso i non alterati ec. che naturalmente moltissimi verbi così alterati,
          essendo perduti quelli della primitiva forma, saranno da noi creduti aver la forma
          primitiva, e pigliati per radici, quando non saranno che alterazioni di queste, più o men
          lontane, mediate o immediate, maggiori o minori ec. ec.</p>
        <p>Usa ancora la lingua greca alcune derivazioni di voci, p. e. di verbi, che nulla però
          cambiano il significato, e il non cambiarlo non è in esse anomalia, o cosa non ordinaria,
          come lo sarebbe in latino, ma ordinaria e regolare. Voglio dir p. e. di quella maniera
          siracusana di formare dal perfetto de’ temi un nuovo verbo, come da <foreign lang="grc"
            >τέθνηκα</foreign> di <foreign lang="grc">θνάω</foreign> fare <foreign lang="grc"
            >τεθνήκω</foreign>, da <foreign lang="grc">ἕστηκα</foreign> di <foreign lang="grc">στάω,
            ἑστήκω</foreign>, da <foreign lang="grc">πέφυκα</foreign> di <foreign lang="grc">φύω,
            πεφύκω</foreign> (e questa maniera, con siffatti verbi, sono ricevuti massime da’ poeti,
          ma anche da’ prosatori greci, generalmente); e di quell’altra maniera greca di fare dal
          futuro primo de’ temi un nuovo verbo, aggiungendoci il <foreign lang="grc">κ</foreign>,
          come da <foreign lang="grc">τρώω</foreign> (inusitato) — <foreign lang="grc">τρώσω,
          τρώσκω</foreign> inusitato onde <foreign lang="grc">τίτρωσκω</foreign>. (V. i Gram. se
          però è vera questa maniera, e non piuttosto si fa p. e. <foreign lang="grc"
          >τρώσκω</foreign> dal tema stesso, cioè <foreign lang="grc">τρώω</foreign>, interpostovi
            <foreign lang="grc">σκ</foreign>, come da <foreign lang="grc">ἵζω, ἱζάνω</foreign>,
          interposto <pb ed="aut" n="3288"/> l’ <foreign lang="grc">αν</foreign> ec. ec.). Queste e
          tali altre molte derivazioni senza cambiamenti di significato, che perciò appunto hanno
          contribuito sommamente a perdere e distruggere le voci originarie, e contribuiscono a
          nasconderle, e renderne difficile l’investigazione, e confondere l’erudito, e dividere i
          gramatici in cento diversi sistemi e opinioni, sì circa le regole più o men generali, sì
          circa le particolari etimologie ec. ec.; non hanno luogo nella lingua latina, o certo
          assai meno senza confronto ec. ec. (27. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Ajouter</foreign> quasi <foreign lang="lat"
            rend="italic">adjunctare</foreign>, <emph>aggiuntare</emph>, spagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">juntar</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >adiungere</foreign>. Anche il nostro <emph>giuntare</emph> è da <foreign lang="lat"
            rend="italic">iungere</foreign>. <bibl>V. la <title>Crusca</title> in
            <emph>Giugnere</emph> par. 7</bibl> e il <bibl>
            <title>Gloss.</title> in <foreign lang="lat" rend="italic">iunctare,
            adiunctare</foreign> ec. se ha nulla</bibl>. (28. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Succenseo</foreign> è verbo, secondo me, indubitatamente
          formato dal participio in <emph>us</emph> d’altro verbo, cioè di <foreign lang="lat"
            rend="italic">succendo</foreign>. (V. anche il Forcell. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Censeo</foreign> fine.) Ma oltre al non essere della prima maniera, ei non
          solo non è di senso continuativo, ma è neutro nel mentre che <foreign lang="lat"
            rend="italic">succendo</foreign> è attivo. Onde nulla ha che fare colla nostra teoria:
          se non ch’è notabile, come fatto da un participio passivo, della qual formazione <pb
            ed="aut" n="3289"/> non mi ricordo adesso altro esempio che sia fuori del numero de’
          nostri continuativi e frequentativi. (28. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Fator aris</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">for-aris-fatus</foreign>. Verbo da porsi insieme con <foreign lang="lat"
            rend="italic">dato as, nato as</foreign>, e s’altro ve n’ha (fatti tutti da un tema
          monosillabo.), dove l’<emph>a</emph> del participio in <emph>atus</emph>, non si muti,
          nella formazione del continuativo, in <emph>i</emph>. (28. Agosto 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3246. <foreign lang="lat" rend="italic">Fatigo as</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">ago is</foreign> (<bibl>v. <author>Forcell</author>
          </bibl>.) se questa etimologia è vera. (Noi abbiamo <emph>fatica</emph>, volgarmente
            <emph>fatiga</emph>, franc. <foreign lang="fre" rend="italic">fatigue</foreign>, spagn.
            <foreign lang="spa" rend="italic">fatiga</foreign>. Che questa sia la radice di tal
          verbo? Certo ella è voce commune a tutte tre le lingue figlie. Ma in tal caso dovrebb’ella
          esserlo ancora di <foreign lang="lat" rend="italic">fatisco</foreign> per <emph>venir
          meno</emph>? il che non parrebbe probabile. V. il Gloss. se ha nulla). <foreign lang="lat"
            rend="italic">Ago</foreign> ha dal participio <foreign lang="lat" rend="italic"
          >actus</foreign> il frequentativo <foreign lang="lat" rend="italic">actito</foreign>, e
          dall’antico e regolare <foreign lang="lat" rend="italic">agitus</foreign> l’usitato
          continuativo o frequentativo <foreign lang="lat" rend="italic">agito</foreign>. Non so se
            <foreign lang="lat" rend="italic">mitigo as</foreign> possa aver nulla che fare con
          questo discorso. (28. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sogliono le opere umane servire di modello successivamente l’une all’altre, e così appoco
            <add resp="ed">appoco</add> perfezionandosi il genere, e ciascuna opera, o le più <pb
            ed="aut" n="3290"/> d’esse riuscendo migliori de’ loro modelli fino all’intero
          perfezionamento, il primo modello apparire ed essere nel suo genere la più imperfetta
          opera di tutte l’altre, per infino alla decadenza e corruzione d’esso genere, che suole
          altresì ordinariamente succedere all’ultima sua perfezione. Non così nell’epopea; ma per
          lo contrario il primo poema epico, cioè l’Iliade che fu modello di tutti gli altri, si
          trova essere il più perfetto di tutti. Più perfetto dico nel modo che ho dimostrato
          parlando della vera idea del poema epico p. 3095-3169. Secondo le quali osservazioni da me
          fatte si può anzi dire che siccome l’ultima perfezione dell’epopea (almen quanto
          all’insieme e all’idea della medesima) si trova nel primo poema epico che si conosca, così
          la decadenza e corruzione di questo genere incominciò non più tardi che subito dopo il
          primo poema epico a noi noto. Similmente negli altri generi di poesia, per lo più, i
          migliori e più perfetti modelli ed opere sono le più antiche, o assolutamente parlando, o
          relativamente alle nazioni e letterature particolari, <pb ed="aut" n="3291"/> come tra noi
          la Commedia di Dante è nel suo genere, siccome la prima, così anche la migliore opera.
          (28. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3282. Bisogna distinguere tra egoismo e amor proprio. Il primo non è che una
          specie del secondo. L’egoismo è quando l’uomo ripone il suo amor proprio in non pensare
          che a se stesso, non operare che per se stesso immediatamente, rigettando l’operare per
          altrui con intenzione lontana e non ben distinta dall’operante, ma reale, saldissima e
          continua, d’indirizzare quelle medesime operazioni a se stesso come ad ultimo ed unico
          vero fine, il che l’amor proprio può ben fare, e fa. Ho detto altrove che l’amor proprio è
          tanto maggiore nell’uomo quanto in esso è maggiore la vita o la vitalità, e questa è tanto
          maggiore quanto è maggiore la forza e l’attività dell’animo, e del corpo ancora. Ma
          questo, ch’è verissimo dell’amor proprio, non è nè si deve intendere dell’egoismo.
          Altrimenti i vecchi, i moderni, gli uomini poco sensibili e poco immaginosi sarebbero meno
          egoisti dei fanciulli e dei giovani, degli antichi, degli uomini sensibili e di forte
          immaginazione. <pb ed="aut" n="3292"/> Il che si trova essere appunto in contrario. Ma non
          già quanto all’amor proprio. Perocchè l’amor proprio è veramente maggiore assai ne’
          fanciulli e ne’ giovani che ne’ maturi e ne’ vecchi, maggiore negli uomini sensibili e
          immaginosi che ne’ torpidi<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Che l’amor proprio sia maggiore ne’ fanciulli e ne’ giovani che nell’altre età, segno
              n’è quella infinita e sensibilissima tenerezza verso se stessi, e quella
              suscettibilità e sensibilità e delicatezza intorno a se medesimi che coll’andar degli
              anni e coll’uso della vita proporzionatam. si scema, e in fine si suol perdere.</p>
          </note>. I fanciulli, i giovani, gli uomini sensibili sono assai più teneri di se stessi
          che nol sono i loro contrarii. Nella stessa guisa discorrasi dei deboli rispetto ai forti
          e simili. Così generalmente furono gli antichi rispetto ai moderni, e i selvaggi rispetto
          ai civili, perchè più forti di corpo, più forti ed attivi e vivaci d’animo e
          d’immaginazione (sì per le circostanze fisiche, sì per le morali), meno disingannati, e
          insomma maggiormente e più intensamente viventi. (Dal che seguirebbe che gli antichi
          fossero stati più infelici generalmente de’ moderni, secondo che la infelicità è in
          proporzion diretta del maggiore amor proprio, come altrove ho mostrato: ma l’occupazione e
          l’uso delle proprie forze, la distrazione e simili cose, essendo state infinitamente
          maggiori in antico che oggidì; e il maggior grado di vita esteriore essendo stato
          anticamente più che in <pb ed="aut" n="3293"/> proporzione del maggior grado di vita
          interiore, resta, come ho in mille luoghi provato, che gli antichi fossero anzi mille
          volte meno infelici de’ moderni: e similmente ragionisi de’ selvaggi e de’ civili: non
          così de’ giovani e de’ vecchi oggidì, perchè a’ giovani presentemente è interdetto il
          sufficiente uso delle proprie forze, e la vita esterna, della quale tanto ha quasi il
          vecchio oggidì quanto il giovane; per la quale e per l’altre cagioni da me in più luoghi
          accennate, maggiore presentemente è l’infelicità del giovane che del vecchio, come pure
          altrove ho conchiuso).</p>
        <p>Il sacrifizio di se stesso e dell’amor proprio, qualunque sia questo sacrifizio, non
          potendo esser fatto (come niun’altra opera umana) se non dall’amor proprio medesimo, e
          d’altronde essendo opera straordinaria, sopra natura, e più che animale (certo in niuno
          altro animale o ente non se ne vede esempio, se non nell’uomo), anzi più ancora che umana,
          ha bisogno di una grandissima e straordinaria forza e abbondanza di amor proprio. Quindi è
          che dove maggiormente <pb ed="aut" n="3294"/> abbonda l’amor proprio, e dov’egli ha
          maggior forza, quivi più frequenti e maggiori siano i sacrifizi di se stesso, la
          compassione, l’abito, l’inclinazione, e gli atti di beneficenza. (Vedi a questo proposito
          le pagine 3107-9, 3117-19, 3153-4, 3167-9.). Ond’è che tutto questo debba trovarsi e si
          trovi infatti maggiore e più frequente ne’ giovani, negli antichi, negli uomini sensibili
          e d’animo vivo, e finalmente negli uomini, i quali hanno, generalmente parlando, maggior
          quantità e forza d’amor proprio e minore d’egoismo; di quello che ne’ maturi e ne’ vecchi,
          ne’ moderni (eccetto quanto alla compassione, come ho detto ne’ luoghi qui sopra citati,
          perchè gli antichi non si sacrificavano che principalmente per la patria), ne’ torpidi e
          insensibili e duri e d’animo tardo e morto, e per fine nelle donne; i quali in genere
          hanno maggior quantità e forza d’egoismo, e minore d’amor proprio.</p>
        <p>Restringendo il discorso conchiudo in primo luogo, tanto esser lungi che l’egoismo sia in
          proporzion diretta dell’amor proprio, ch’egli <pb ed="aut" n="3295"/> n’è anzi in
          proporzione inversa; egli è segno ed effetto o della scarsezza e languidezza primitiva, o
          dello scemamento e affievolimento dell’amor proprio; egli abbonda maggiormente ed è
          maggiore ne’ secoli, ne’ popoli, nel sesso, negl’individui e nelle età di questi, in che
          la vita è minore, e quindi l’amor proprio più scarso, più debole e freddo.</p>
        <p>Conchiudo in secondo luogo che i vecchi e maturi, i moderni, gl’insensibili, le donne
          hanno maggiore egoismo e minore e men vivo amor proprio che i fanciulli e i giovani, gli
          antichi, i sensibili, gli uomini (perocchè quelli hanno men vita o vitalità, e l’egoismo è
          qualità o passione morta, ossia men vitale che si possa)<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Da queste teorie sèguita che le bestie, avendo meno vita dell’uomo, perocchè hanno
              meno <emph>spirito</emph> e più del materiale, e di ciò ch’esiste e non vive ec.,
              debbono aver meno amor proprio, e più egoismo; e così è infatti: e che tra loro la
              specie men viva, come il polipo, la lumaca ec. dev’esser la più egoista: e che
              scendendo ai vegetabili e quindi per tutta la catena delle creature, si può dir che
              più scema la vita più cresca l’egoismo, onde l’èssere il più inorganizzato, sia in
              certo modo il più egoista degli esseri. ec.</p>
          </note>. E che per questa cagione sono naturalmente e men disposti e meno soliti di
          sacrificarsi per chi o per che che sia, di compatire efficacemente o inefficacemente, di
          beneficare, di adoperarsi per altrui: il che si vede effettivamente essere, e non può
          negarsi. (Altrettanto dicasi dei deboli e dei forti, degl’infelici abitualmente e degli
          abitualmente fortunati, e simili; tutte qualità <pb ed="aut" n="3296"/> alle quali
          corrisponde e dalle quali nasce in questi maggiore, in quelli minore vitalità, ed abito di
          maggiore o minore attività e vita)<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Anche i climi, anche le stagioni, come influiscono sul più e sul meno della vita o
              vitalità, attività interna o esterna ec. debbono anche influire sul più e meno
              dell’amor proprio, e quindi anche dell’egoismo, e quindi anche della disposizione
              naturale alla misericordia, alla benevolenza ec. Veggansi le pagg. 2752.-5, 2926.
              fine-28.</p>
          </note>.</p>
        <p>Se non che potrà farsi un’eccezione in favor delle donne quanto alla compassione, massime
          inefficace. Perocchè a questa, come s’è detto ne’ luoghi citati qui dietro (p. 3294.), si
          richiede o giova, non solo la maggior vita, e quindi la maggior quantità e forza dell’amor
          proprio, ma eziandio la maggiore raffinatezza e delicatezza d’esso amor proprio e
          dell’animo: nelle quali proprietà le donne sono forse, o certo son riputate essere,
          superiori generalmente, e in parità di circostanze, agli uomini. E così pure discorrasi
          de’ moderni rispetto agli antichi. In tutto ciò che nella compassione o nella beneficenza
          richiede piuttosto delicatezza o più delicatezza, finezza, e quasi abilità ed artifizio
          d’amor proprio, che vivacità, energia, forza e copia del medesimo, e che abbondanza ed
          intensità di vita; in tutto ciò, dico, e in quello che ad esso appartiene, le donne, i
          moderni e quelli che nelle predette qualità di delicatezza sono loro analoghi, <pb
            ed="aut" n="3297"/> superano, ordinariamente parlando, gli uomini, gli antichi, i
          selvaggi, i villani e così discorrendo. Conforme appunto alle cose dette nelle succitate
          pagine.</p>
        <p>Ond’è che le donne in quanto più deboli e bisognose d’altrui, sieno meno misericordiose e
          benefiche degli uomini; in quanto di corpo e d’animo più delicate, al contrario. Ma in ciò
          quelle qualità, cioè la debolezza e il bisogno, credo che ordinariamente prevagliano e
          sieno di maggiore e più notabile effetto che queste, cioè la delicatezza e simili. Onde,
          tutto insieme compensato, le donne sieno in verità, generalmente e per natura, più
          egoiste, e quindi meno misericordiose (massime in quanto alla compassione efficace) e meno
          benefiche degli uomini. Perocchè molto maggior parte ha nella beneficenza, nella
          disposizione e nell’atto del sacrificar se stesso, e nell’esclusione dell’egoismo,
          l’intensità, la forza, l’abbondanza della vita, e quindi dell’amor proprio, che la
          delicatezza e raffinatezza dell’animo disgiunte dalla forza ed energia ed attività ed
          interna vivace vita del medesimo. E ciò non pur negli uomini rispetto <pb ed="aut"
            n="3298"/> alle donne, ma generalmente in chi che sia, rispetto a chi che sia<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Secondo questi discorsi una donna vecchia, massime vivuta nella gran società,
              dev’essere la più egoista persona umana (p. natura, e regolarmente parlando) che possa
              concepirsi.</p>
          </note>. (28. Agos. 1823.). V. p. 3314.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">pascito</foreign>, e il regolare e
          primitivo participio di <foreign lang="lat" rend="italic">pasco</foreign> ch’egli
          dimostra, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">pascitus</foreign>, poi contratto in
            <foreign lang="lat" rend="italic">pastus</foreign>, vedi Forcell. in fine di <foreign
            lang="lat" rend="italic">Compesco</foreign>, ch’è un composto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">Pasco</foreign>. (29. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Distito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >disto</foreign>, dimostrerebbe il suo participio <foreign lang="lat" rend="italic"
            >distatus</foreign> o il supino <foreign lang="lat" rend="italic">distatum</foreign>, se
          però quel continuativo o frequentativo è vero. Il supino <foreign lang="lat" rend="italic"
            >statum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> è noto. Del resto
          veggasi la p. 3849. (29. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2843. <foreign lang="lat" rend="italic">Compesco, dispesco</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pasco. Decerpo, discerpo</foreign> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">carpo</foreign>. (29. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Offenso as</foreign> (<foreign lang="fre" rend="italic"
            >offenser</foreign>), <foreign lang="lat" rend="italic">defenso as, defensito
          as</foreign> (<emph>difensare</emph>) da <foreign lang="lat" rend="italic">offensus,
            defensus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">offendo, defendo</foreign>. (29.
          Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Pattare, impattare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">empatar</foreign>, non
          so s’abbiano a far nulla con <foreign lang="lat" rend="italic">paciscor-pactus</foreign>.
          Veggasi il Gloss. in proposito. (29. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3072. I verbi latini neutri hanno ordinariamente il participio in
          <emph>rus</emph> con significato neutro. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Quieturus</foreign> cioè <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">qui quiescet</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Sveton.</author> in <title>Jul. Caes.</title> c. 16. par. 2.</bibl>), <foreign
            lang="lat" rend="italic">mansurus</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">qui
            manebit, casurus</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">qui <pb ed="aut"
              n="3299"/> cadet, victurus</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">qui
          vivet</foreign>, e altri tali infiniti. Perchè non dunque <foreign lang="lat"
            rend="italic">victus</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">qui vixit,
          casus</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">qui cecidit</foreign>, (massime
          avendovi il verbale <foreign lang="lat" rend="italic">casus us</foreign>, fatto, come
          altrove osservo esser solito, dal part. in <emph>us</emph>) ec.? quando pur sembra che
          quei participii in <emph>rus</emph> o derivino o almeno suppongano i participii rispettivi
          in <emph>us</emph>. Quanto a’ verbi attivi, per la stessa ragione, considerando che i lor
          participii in <emph>rus</emph> non sono passivi ma attivi, non dovrà fare gran maraviglia,
          nè parere incredibile che anche i loro participii in <emph>us</emph> avessero oltre il
          passivo significato, eziandio l’attivo, come io pretendo.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Celsus, excelsus, praecelsus</foreign> dubito forte che
          originariamente non sieno altro che participii in attivo o neutro significato,
          appartenenti a’ verbi neutri <foreign lang="lat" rend="italic">cello, excello,
          praecello</foreign>. De’ quali il primo, cioè <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cello</foreign>, ch’è inusitato, ma ch’è sufficientemente dimostrato dagli altri due,
          suoi composti, e da <foreign lang="lat" rend="italic">antecello</foreign>, v. il Forcell.
          in <foreign lang="lat" rend="italic">Excello</foreign>.</p>
        <p>Del resto s’io dico che i continuativi e i frequentativi si facevano da’ participii in
            <emph>us</emph>, piuttosto che da’ supini (in <emph>um</emph> o in <emph>u</emph>),
          intendo dell’origine di questa formazione, e de’ suoi <pb ed="aut" n="3300"/> primi tempi,
          e dell’antichità ec. In séguito, quando anche l’altre proprietà di tali verbi così formati
          erano già mal note, trascurate, cambiate ec. come altrove ho detto, non contendo che chi
          volesse formare nuovi verbi di questo genere, non li formasse piuttosto dal supino che dal
          participio in <emph>us</emph> del verbo originale (sia che questo participio non esistesse
          più, o che fosse per anche in uso), o vero indifferentemente dall’uno o dall’altro; o che
          mancando ancora il supino, non facesse che seguire l’analogia degli altri verbi così
          formati. Solamente osservo 1.<hi rend="apice">o</hi>. che non perchè molti continuativi e
          frequentativi che si leggono negli scrittori dell’aureo tempo o de’ molto posteriori, non
          si trovino ne’ più antichi, si dee perciò sempre e facilmente conchiudere ch’essi fossero
          allora nuovi, e coniati appunto da quello o da quegli scrittori, o in quel secolo in cui
          lo troviamo. 2.<hi rend="apice">o</hi>. Che l’uso di participii in <emph>us</emph> di
          verbi neutri, e d’altri di verbi attivi in significati attivi, non fu solamente proprio
          dell’antichissima latinità, ma anche dell’aurea, e della declinante e corrotta eziandio
          (fino forse a passare alle lingue <pb ed="aut" n="3301"/> figlie: v. la p. 3072.), come
          apparisce dal luogo di Velleio altrove da me notato, e dai vari esempi degli autori che
          usarono i cosiffatti participii da me sparsamente notati (i quali esempi si possono vedere
          nel Forcellini), sia che li prendessero a uno a uno da’ più antichi, o dall’uso d’allora;
          o che l’uso durasse in genere per tutti o quasi tutti i verbi neutri e attivi, ad arbitrio
          dello scrittore e del parlatore, o pur dell’uno soltanto o dell’altro ec. (29. Agos.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come l’uomo sia quasi tutto opera delle circostanze e degli accidenti: quanto poco abbia
          fatto in lui la natura: quante di quelle medesime qualità che in lui più naturali si
          credono, anzi di quelle ancora che non d’altronde mai si credono poter derivare che dalla
          natura, nè per niun modo acquistarsi, e necessariamente in lui svilupparsi e comparire,
          non altro sieno in effetto che acquisite, e tali che nell’uomo posto in diverse
          circostanze, non mai si sarebbero sviluppate, nè sarebbero comparse, nè per niun modo
          esistite: come la natura non ponga quasi <pb ed="aut" n="3302"/> nell’uomo altro che
          disposizioni, ond’egli possa essere tale o tale, ma niuna o quasi niuna qualità ponga in
          lui; di modo che l’individuo non sia mai tale quale egli è, per natura, ma solo per natura
          possa esser tale, e ciò ben sovente in maniera che, secondo natura, tale ei non
          dovrebb’essere, anzi pur tutto l’opposto: come insomma l’individuo divenga (e non nasca)
          quasi tutto ciò ch’egli è, qualunque egli sia, cioè sia divenuto. Qual cosa pare più
          naturale, più inartifiziale, più spontanea, meno fattizia, più ingenita, meno
          acquistabile, più indipendente e più disgiunta dalle circostanze e dagli accidenti, che
          quel tal genere di sensibilità con cui l’uomo suol riguardare la donna, e la donna l’uomo,
          ed essere trasportato l’uno verso l’altra; quel tal genere, dico, di affetti e di
          sentimenti che l’uomo, e massimamente il giovane nella prima età, senz’ombra di artifizio,
          senza intervento di volontà, anzi tanto più quanto egli è più giovane, più semplice ed
          inesperto, e quanto meno il suo carattere <pb ed="aut" n="3303"/> è stato modificato e
          influito dall’uso del mondo e dalla conversazione degli uomini e pratica della società,
          suol provare alla vista o al pensiero di donne giovani e belle, o nel trattenersi seco
          loro; e così le donne giovani cogli uomini giovani e belli? quel <foreign lang="fre"
            rend="italic">tressaillement</foreign>, quell’emozione, quell’ondeggiamento e confusione
          di pensieri e di sentimenti tanto più indistinti e indefinibili quanto più vivi, che parte
          par che abbiano del materiale, parte dello spirituale, ma molto più di questo, in modo che
          par ch’egli appartengano interamente allo spirito, anzi alla più alta e più pura e più
          intima parte di esso? Or questo genere di sentimenti e di affetti e di pensieri, questa
          qualità del giovane, cioè questa tale sensibilità, e la facoltà ed abito di provare questi
          siffatti sentimenti, non è per niun modo naturale nè innata, ma acquisita, ossia prodotta
          di pianta dalle circostanze, e tale che se queste non fossero state, l’uomo neppur
          conoscerebbe nè potrebbe pur concepire questa qualità, nè anche sospettare d’esserne
          capace. <pb ed="aut" n="3304"/> Il genere umano naturalmente è nudo, e, seguendo la
          natura, almeno in molte parti del globo, egli non avrebbe mai fatto uso de’ vestimenti,
          siccome le vesti sono affatto ignote p. e. ai Californii. Nè l’uomo nè il giovane non
          avrebbe mai veduto nè immaginato nelle donne (e così la donna negli uomini) nulla di
          nascosto. E nulla vedendo di nascosto, nè potendo desiderare o sperar di vedere, e ben
          conoscendo fin dal principio la nudità e la forma dell’altro sesso, egli non avrebbe mai
          provato per la donna altro affetto, altro sentimento, altro desiderio, che quello che per
          le lor femmine provano gli altri animali; nè avrebbe concepito intorno a lei altro
          pensiero che quello di mescersi seco lei carnalmente; nè l’aspetto o il pensiero o la
          compagnia della donna avrebbe in lui cagionato, neppur nella primissima gioventù, verun
          altro effetto che un desiderio il più puramente e semplicemente sensuale che possa mai
          dirsi, un impeto a soddisfare tal desiderio, ed un piacere (molto languido in se stesso
          per l’abitudine e l’assuefazione incominciata sin dalla nascita, e sempre continuata)
          altrettanto carnale che quel desiderio, e interamente, unicamente <pb ed="aut" n="3305"/>
          e manifestissimamente materiale, cioè appartenente e derivante dalla sola materia e dal
          senso, nè più nè meno che quel piacere che in lui avrebbe prodotto la vista di un color
          rosso bello e vivo o altra tal sensazione; se non solamente che quel diletto sarebbe stato
          per natura maggiore di questi; siccome tra gli altri diletti, o naturalmente o per
          circostanze, qual è maggiore qual è minore, non in se, ma rispetto agli uomini e agli
          animali, insomma agli esseri che li provano, e ne’ quali essi diletti nascono ed hanno
          l’essere.</p>
        <p>Tale sarebbe stato l’uomo in natura per rispetto alla donna, e la donna per rispetto
          all’uomo. Ma introdotto l’uso de’ vestimenti (e di più que’ costumi e quelle leggi
          fattizie ed arbitrarie di società che impediscono o difficultano il torli di mezzo quando
          si voglia ed occorra), la donna all’uomo (massime al giovane inesperto) e l’uomo alla
          donna sono divenuti esseri quasi misteriosi. Le loro forme nascoste hanno lasciato luogo
          all’immaginazione di chi le mira così vestite. Per l’altra <pb ed="aut" n="3306"/> parte
          l’inclinazione e il desiderio naturale dell’un sesso verso l’altro non ha, per questo
          cangiamento di circostanze esteriori, potuto nè cessare nè scemare nel genere umano,
          niente più che negli altri animali. L’uomo dunque (e così la donna verso l’uomo) si è
          veduto sommamente e sopra tutte le cose trasportato, com’ei fu sempre, verso un essere il
          quale non più, come prima, se gli rappresentava e se gli era sempre rappresentato dinanzi
          tutto aperto e palese, e tale e tanto, quale e quanto esso è; ma verso un essere quasi
          tutto a lui nascosto, un essere che sin dalla sua nascita non se gli è rappresentato nè
          agli occhi nè al pensiero, o non suole rappresentarsegli, che velato tutto e quasi arcano.
          Ecco da una circostanza così estrinseca, così accidentale, così removibile, com’è quella
          de’ vestimenti, mutato affatto, massime nella fanciullezza e nella prima gioventù il
          carattere e le qualità dell’un sesso rispettivamente all’altro. La vista, il pensiero, la
          conversazione di <pb ed="aut" n="3307"/> questo essere sopra tutti e invincibilmente amato
          e desiderato, ma le cui forme non cadono (almeno abitualmente) sotto i suoi sensi, e che
          per conseguenza, essendone celate le forme (che sono sì gran parte e dell’uomo e d’ogni
          cosa), e di più impeditane o fattane difficile la libera conversazione, e quindi anche
          l’intera conoscenza del suo animo, costumi ec., per conseguenza, dico, è divenuto per lui
          tutto misterioso; il pensiero dico e la vista e il consorzio di questo essere l’immerge in
          una quantità di concezioni, d’immaginazioni, d’illusioni, di sentimenti, vivissimi e
          profondissimi perchè quell’essere gli è per natura dolcissimo e carissimo, ma nel tempo
          stesso confusissimi, incertissimi, per lo più falsissimi, sublimi, vasti, perchè quel
          medesimo essere trovandosi essergli quasi tutto misterioso e quasi cosa segreta ed
          occulta, i pensieri e i sentimenti ch’esso gli desta, sono tutti capitalmente e quasi
          esclusivamente governati e modificati e figurati, e in gran parte prodotti e creati, dalla
          fantasia, e questa <pb ed="aut" n="3308"/> gagliardamente mossa. Nello stato naturale,
          l’inclinazione innata dell’uomo verso la donna, trovando tutto aperto e palese, e niun
          luogo avendovi alla immaginativa, ella non producea che pensieri e sentimenti
          semplicissimi, distintissimi, chiarissimi, materialissimi. Ora essa inclinazione, esso
          amore ingenito e naturalmente fortissimo e ardentissimo, trovando il mistero, e i loro
          effetti congiungendosi nell’animo umano colla idea del mistero, o vogliamo dir con un’idea
          oscura e confusa, oscurissimi e confusissimi, ondeggianti, vaghi, indefiniti, cento volte
          meno sensuali e carnali di prima (poichè la detta idea non viene immediatamente dal senso
          ec.), e finalmente quasi mistici debbono essere i pensieri e gli affetti che risultano da
          questa mescolanza di sommo desiderio e tendenza naturale, e d’idea oscura dell’oggetto di
          tal desiderio e tendenza. E però l’uomo si rappresenta la donna in genere, e in ispecie
          quella ch’egli ama, come cosa divina, come un ente di stirpe diversa dalla sua ec.
          Perocchè la natura gliela propone come desiderabilissima e amabilissima, le circostanze
          gliela rendono desideratissima (perocch’ei non può facilmente nè subito ottenerla), ed
          esse altresì gli nascondono quale ella sia veramente ec. E così da una circostanza così
          materiale, com’è quella de’ vestimenti (e come son l’altre cagionate dai costumi e leggi
          sociali circa le donne), nasce nell’uomo un effetto il più spirituale <pb ed="aut"
            n="3309"/> quasi, che abbia mai luogo nel suo animo, i pensieri e i sentimenti più
          sublimi e più nobili e più propri dello spirito, la persuasione di non esser mosso che da
          esso spirito ec. ec.; da una circostanza così reale e visibile e determinata nascono in
          lui le maggiori illusioni, i più vaghi, incerti, indeterminati pensieri, la maggiore
          operazione della più fervida e più delirante e sognante immaginativa; da una circostanza
          così accidentale un effetto così intimo, così generale nel più de’ giovani (almeno per un
          certo tempo), così costante, così connesso e proprio, a quel che pare, del carattere
          dell’individuo; finalmente da una circostanza non naturale nasce un effetto che
          universalmente si considera come il più naturale, il più proprio dell’uomo, il più
          assolutamente inevitabile, il meno acquistabile, il meno fattibile, il meno producibile da
          altra forza che dalla stessa mano della natura, il più congenito ec. secondo che ho detto
          di sopra.</p>
        <p>Così e per queste cagioni nacque nel genere umano tra l’uno e l’altro sesso la tenerezza,
          la quale i selvaggi non provano e non conoscono (nè gli uomini primitivi provarono, nè una
          nazione dove non s’usino le vestimenta ec. <pb ed="aut" n="3310"/> proverà o conoscerà
          mai) siccome niun altro degli effetti sopra descritti, anzi neppure, propriamente
          parlando, l’amore, ma l’inclinazione e l’impeto da lei cagionato, l’ <foreign lang="grc"
            >ὁρμήν</foreign>, l’abito e l’atto della tendenza; perchè non è propriamente amore
          quello che noi ponghiamo p. e. all’oro e al danaio. V. p. 3636. e 3909.</p>
        <p>Altra prova delle proposizioni da me esposte nel principio di questo pensiero, può
          essere, fra le mille, la seguente. Qual uomo civile udendo, eziandio la più allegra
          melodia, si sente mai commuovere ad allegrezza? non dico a darne segno di fuori, ma si
          sente pure internamente rallegrato, cioè concepisce quella passione che si chiama
          veramente gioia? Anzi ella è cosa osservata che oggidì qualunque musica generalmente,
            <emph>anche non di rado le allegre</emph>, sogliono ispirare e muovere una malinconia,
          bensì dolce, ma ben diversa dalla gioia; una malinconia ed una passion d’animo che
          piuttosto che versarsi al di fuori, ama anzi per lo contrario di rannicchiarsi,
          concentrarsi, e ristringe, per così dire, l’animo in se stesso quanto più può, e tanto più
          quanto ella è più forte, e maggiore l’effetto <pb ed="aut" n="3311"/> della musica; un
          sentimento che serve anche di consolazione delle proprie sventure, anzi n’è il più
          efficace e soave medicamento, ma non in altra guisa le consola, che col promuovere le
          lagrime, e col persuadere e tirare dolcemente ma imperiosamente a piangere i propri mali
          anche, talvolta, gli uomini i più indurati sopra se stessi e sopra le lor proprie
          calamità. In somma generalmente parlando, oggidì, fra le nazioni civili, l’effetto della
          musica è il pianto, o tende al pianto (fors’anche talor di piacere e di letizia, ma
          interna e simile quasi al dolore): e certo egli è mille volte piuttosto il pianto che il
          riso, col quale anzi ei non ha mai o quasi mai nulla di simile. Questi effetti della
          musica su di noi ci paiono sì naturali, sì spontanei ec. ec. che non pochi vorranno e
          vogliono che sia proprio assolutamente della natura umana l’essere in tal modo affetti
          dall’armonia e dalla melodia musicale.</p>
        <p>Ora, tutto al contrario di quello che avviene costantemente tra noi, sappiamo che <pb
            ed="aut" n="3312"/> i selvaggi, i barbari, i popoli non avvezzi alla musica o non
          avvezzi alla nostra, in udirne qualche saggio, prorompono in <foreign lang="fre"
            rend="italic">éclats</foreign> di giubilo, in salti, in grida di gioia, si rompono dalle
          risa per la grande contentezza, e insomma cadono in un entusiasmo e in un’intera e decisa
          ebbrietà e furore e smania di pura allegria. (29-30. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Votare</emph> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic">voveo-votus</foreign>.
            <foreign lang="fre" rend="italic">Persécuter</foreign>, <emph>perseguitare</emph> ec.
          veggasi il detto da me nella teoria de’ continuativi circa il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">sectari</foreign>. <emph>Mercatare</emph> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">mercor mercatus</foreign>. Veggansi il Gloss. il Forc. i Diz. franc. e
          spagn. (31. Agosto. Domenica. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Patulus</foreign> sembra un diminutivo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">patus</foreign>, andato in piena dimenticanza, restando in sua
          vece il detto diminutivo. — A quello che altrove ho detto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">fabula</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">fabella</foreign>, se
          ambo sieno diminutivi, o quello positivo, questo diminutivo, aggiungi l’esempio di
            <foreign lang="lat" rend="italic">baculum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >baculus</foreign> positivi, <foreign lang="lat" rend="italic">bacillum</foreign>
          diminutivo. E vedi il luogo di S. Isidoro appo il Forcellini in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Bacillum</foreign>
          <pb ed="aut" n="3313"/> fine. (31. Agosto 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa quello che ho detto altrove della melodia, basti il tenere che il principio,
          l’origine prima, il fondamento, ossia la ragione originale del perchè qualsivoglia
          successione melodiosa di tuoni, sia melodiosa, cioè armonica successivamente; o vogliamo
          dire la prima fonte e ragione della convenienza scambievole de’ tuoni nella successione,
          non fu e non è quasi altro che l’assuefazion solamente, la quale bensì è suscettibile di
          ampliazione, di modificazioni infinite e variazioni, di applicazioni diversissime, di
          diversissime combinazioni delle sue parti; cose tutte che hanno infatti avuto ed hanno
          continuamente luogo nella musica e nelle composizioni del Musico, il cui uffizio non è
          originariamente e principalmente altro che il far buon uso delle assuefazioni generali
          circa l’armonia, cioè la convenienza, successiva o simultanea delle note delle corde,
          degli stromenti, voci ec. ec. servata la proporzione scambievole degl’intervalli, ossia
          del tempo. Ben può il Musico modificare in assaissime guise queste assuefazioni, ma dee
          però sempre riconoscerle <pb ed="aut" n="3314"/> e seguirle e in loro mirare, come
          fondamento e ragione dell’arte sua. (31. Agosto. Domenica. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3298. Un uomo (o donna) di carattere naturalmente pacifico, placido, quieto,
          riposato, ordinato, inclinato a una certa pigrizia, è per natura portato all’egoismo.
          Quanto più l’uomo o per indole e condizion primitiva, o per effetto dell’età, o per
          istanchezza del mondo, per disinganno ec. ama il riposo, la pace, l’ordine, l’uniformità
          della vita, è lontano dal calore, dai desiderii vivi, dai disegni vasti o impetuosi, o
          fervidi, o attivi ec. è dedito all’inazione, al metodo; anzi quanto più egli è tollerante
          delle ingiurie e degli stessi patimenti per debolezza d’animo o di corpo o d’ambedue,
          quanto è più disposto e solito di rinunziare al risentimento, di chinare il capo alle
          circostanze, alla necessità, di sacrificare e di posporre qualunque cosa alla
          conservazione della sua quiete interna ed esterna e della sua inattività; quanto più
          l’uomo è vile e codardo; quanto più suole appagarsi del presente, soddisfarsi di ciò che
          gli accade, pigliar le cose come vengono; tanto meno egli è disposto e solito di
          sacrificarsi o adoperarsi <pb ed="aut" n="3315"/> per altrui; tanto meno è accessibile
          alla compassione, tanto più è inclinato e tanto più ha d’egoismo. L’abitudine dell’ozio in
          qualsivoglia età, è sempre conciliatrice d’egoismo. In somma per tutte queste
          osservazioni, e per qualunque altra si voglia fare intorno ai vari caratteri degli uomini,
          apparisce e sempre apparirà, che la natura dell’egoismo è un ghiaccio dell’animo; un
          freddo, un congelamento, una quasi concrezione, una durezza o un induramento, una
          secchezza o un disseccamento dell’amor proprio; una povertà, una scarsezza di vita; una
          inattività effettiva, o un’inclinazione alla medesima ec.; o naturale o avventizia che
          sia, o morale o fisica, o l’uno e l’altro, o portata dalla nascita e cresciuta poi e
          confermata coll’assuefazione colle circostanze cogli avvenimenti della vita ec., o da
          queste prodotta in contrario e in dispetto dell’indole primitiva ec. (31. Agosto. 1823.).
          Io credo potere asserire che generalmente gli uomini meno soggetti a passioni veementi,
          quelli che non amano il piacere, quelli che mai non vissero per li piaceri, mai non furono
          trasportati da’ piaceri e <pb ed="aut" n="3316"/> dal desiderio e furore di questi (sieno
          piaceri corporali o spirituali), o che più nol sono; anche i meno iracondi, i più
          pazienti, e simili, per natura, o per abito contratto; sono i più inclinati all’egoismo, i
          più alieni abitualmente dal compatire e dal beneficare; spesso anche i più ingiusti per
          volontà riflettuta. E i contrari viceversa.</p>
        <p>Sono moltissimi che amano, predicano, promuovono, ed esercitano esclusivamente la
          giustizia, l’onestà, l’ordine, l’osservanza delle leggi, la rettitudine, l’adempimento de’
          doveri verso chi che sia, l’equa dispensazione de’ premi e delle pene, la fuga delle
          colpe; ma ciò non per virtù, nè come virtù, non per finezza o grandezza o forza o
          compostezza d’animo, non per inclinazione, non per passione, ma per viltà e povertà di
          cuore, per infingardaggine, per inattività, per debolezza esteriore o interiore, perchè
          non potendo (per debolezza) o non volendo (per pigrizia) o non osando (per codardia) nè
          provvedersi nè difendersi da se stessi, vogliono che la legge e la società vegli per loro,
          e provvegga loro e li difenda senza loro fatica, e in modo ch’essi se ne riposino su di
          lei; perchè la via del retto è la meno pericolosa, la sola che nel mondo <pb ed="aut"
            n="3317"/> sia <emph>palesemente</emph> permessa; perchè l’onestà delle azioni avendo
          (almeno apparentemente) meno ostacoli a combattere, cagiona meno imbarazzi, esige meno
          attività, meno travagli, produce conseguenze meno moleste; perchè non ardiscono
          contravvenire alle leggi, nè farsi alcun nemico, molto meno quei che comandano e che
          vegliano all’esecuzione d’esse leggi; perchè temono il castigo, la riprensione, il biasimo
          pubblico, si lasciano imporre dall’apparenza dell’opinione universale, la quale opinione
          mostra di stimare o di non molestare nè denigrare i buoni, e di odiare e biasimare i
          cattivi ec. perchè non hanno spirito d’aspirare a cose straordinarie, nè di procacciarsi o
          beni o piaceri, nè di avanzare il loro stato ec., col subire qualche, ancorchè minimo,
          pericolo, col combattere qualche ostacolo, ec. nè di nulla tentare fuor del consueto e
          dell’ordine, e nulla rischiare, ec. Questi tali, benchè incapaci di far male o torto
          (volontariamente) ad alcuno, o d’offendere altrui in verun modo, di soverchiare ec. sono
          grandissimi egoisti, chiusi alla compassione, ignari della beneficenza. Sono altri
          ch’esercitano ed amano al modo stesso la giustizia, non per virtù, nè anche per viltà, ma
          perchè stanchi e disingannati del mondo, e nulla più curandosi di quanto si possa
          acquistare o coll’ingiustizia o comunque, non cercano più che la pace, la quale non si
          trova fuor dell’ordine, e però sono amici dell’ordine. Questi ancora sono per lo più
          egoisti o nati o divenuti. (1. Settembre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Italianismi nell’uso della voce <foreign lang="lat" rend="italic">unus</foreign>.
            <bibl>Vedi <author>Svetonio</author>, in <title lang="lat">Iul. Caes.</title> cap. 32.
            par. 1.</bibl> e quivi il Pitisco ec. col Forcellini ec. (1. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3318"/> Un francese, un inglese, un tedesco che ha coltivato il suo
          ingegno, e che si trova in istato di pensare, non ha che a scrivere. Egli trova una lingua
          nazionale moderna già formata, stabilita e perfetta, imparata la quale, ei non ha che a
          servirsene. Nè dal principio della loro letteratura in poi, è stato mai bisogno ad alcuno
          scrittore di queste nazioni, qual ch’ei si fosse, il formarsi una lingua moderna, cioè
          tale che volendo scrivere, come ognun deve, alla moderna, ei potesse col di lei mezzo
          esprimere i suoi concetti in qualsivoglia genere. Come dal principio delle loro
          letterature in poi, quelle nazioni non hanno mai intermesso di coltivar esse medesime gli
          studi in esse introdotti; o creando e inventando nuovi generi o discipline, con esse hanno
          naturalmente e sin dal loro principio creato o formato il linguaggio che loro si
          conveniva; o accettando generi o discipline forestiere, non mai per ancora in esse nazioni
          conosciute o trattate, insieme con essi generi e discipline accettarono senza contrasto
          alcuno quei modi e quei vocaboli, ancorchè forestieri, che con esse erano congiunte, e che
          a volerle trattare indispensabilmente si richiedevano; così non è stato mai tempo alcuno
          in <pb ed="aut" n="3319"/> cui gli scrittori di quelle nazioni, avendo che scrivere, non
          avessero come scrivere; mai tempo alcuno in cui quelle nazioni non avessero lingua
          nazionale moderna per qualunque genere di letteratura e per qualsivoglia disciplina da
          loro trattata.</p>
        <p>Ben diverso è oggidì il caso dell’Italia. Come noi non abbiamo se non letteratura antica,
          e come la lingua illustre e propria ad essere scritta, non è mai scompagnata dalla
          letteratura, e segue sempre le vicende di questa, e dove questa manca o s’arresta, manca
          essa pure e si ferma; così fermata tra noi la letteratura, fermossi anche la lingua, e
          siccome della letteratura, così pur della lingua illustre si deve dire, che noi non ne
          abbiamo se non antica. Sono oggimai più di centocinquant’anni che l’Italia nè crea, nè
          coltiva per se verun genere di letteratura, perocchè in niun genere ha prodotto scrittori
          originali dentro questo tempo, e gli scrittori che ha prodotto, non avendo mai fatto e non
          facendo altro che copiare gli antichi, non si chiamano coltivatori della letteratura,
          perchè non coltiva <pb ed="aut" n="3320"/> il suo campo chi per esso passeggia e sempre
          diligentemente l’osserva, lasciando però le cose come stanno; nè per rispetto di questi
          scrittori verun genere della nostra letteratura s’è per niuna parte avanzato o migliorato,
          niun genere nuovo introdotto; la nostra letteratura è d’allora in poi, quanto a questi
          scrittori, affatto stazionaria; or questo si chiamerà aver coltivato la nostra
          letteratura? potremo dir che sia stata coltivata senza profitto alcuno: ciò viene a esser
          la stessa cosa.</p>
        <p>In questo spazio di tempo la letteratura francese e la tedesca sono nate, la letteratura
          inglese si è primieramente formata e stabilita. Queste tre letterature, quante elle sono e
          quanto abbracciano, s’includono, si può dir, tutte, quanto al tempo, ne’
          centocinquant’anni della immobilità della nostra letteratura. La depravazione e quindi il
          cominciamento dell’ozio e della inoperosità della letteratura italiana furono quasi il
          segnale alle altre letterature più famose d’Europa di sorgere e comparire <pb ed="aut"
            n="3321"/> nel mondo. Elle sono sorte, e in breve spazio hanno avanzato e passato i
          termini da noi già tocchi, e il progresso universale della letteratura e delle cognizioni
          umane ne’ centocinquant’anni ultimi è stato così rapido e così grande, ch’egli equivale
          per così dire a quello fatto per tutti i secoli addietro infino all’epoca nominata. Ciò
          singolarmente si può dire in quanto alla filosofia, la quale rinata dopo la detta epoca, e
          tutta nuova, fa parere più che pigmea la filosofia di tutti gli altri secoli insieme. Ella
          è divenuta la scienza, il carattere, la proprietà de’ moderni; ella regge, domina,
          vivifica, anima tutta la letteratura moderna; ella n’è la materia e il subbietto; ella in
          somma è il tutto oggidì negli studi, e in qualsivoglia genere di scrittura; o certo nulla
          è senza di lei.</p>
        <p>Fra queste generali vicende e questo progresso della letteratura, l’Italia, come di sopra
          dissi, nulla ha fatto per se. Gli scrittori alquanto originali ch’ella ha prodotti in
          questo tempo, gli scrittori che posson meritar nome di moderni, non <pb ed="aut" n="3322"
          /> sono stati sufficienti nè per originalità nè per numero, a darle una lingua nazionale
          moderna, nello stesso modo ch’ei non sono stati sufficienti a fare ch’ella avesse una
          letteratura moderna nazionale.</p>
        <p>E quanto alla lingua, l’insufficienza loro a far che l’Italia n’avesse una moderna sua
          propria, è venuta principalmente da questa cagione. Trovando interrotta in Italia la
          letteratura, essi hanno trovato interrotta la lingua illustre; antica quella, antica ancor
          questa. Una lingua antica non può esser buona a dir cose moderne, e dirle, come devesi,
          alla moderna: nè la nostra lingua in particolare era buona ad esprimere le nuove
          cognizioni, a somministrare il bisognevole a tanta e sì vasta novità. Introducendosi fra
          noi appoco appoco la notizia delle letterature e discipline straniere, que’ pochi italiani
          ch’eccitati da queste nuove cognizioni si trovarono un capitale di mente da poter loro
          aggiungere qualche cosa di loro; quei molti più che invaghiti della novità, o mossi da
          qualunque altro motivo, deliberarono, <pb ed="aut" n="3323"/> senza però aver nulla di
          proprio da scrivere, d’introdurre o divulgare, come si doveva, in Italia i nuovi generi,
          le nuove letterature e discipline, la nuova filosofia, anzi per meglio dire, la filosofia,
          non bastando a ciò la lingua italiana antica, intieramente la dismessero, e come di
          facoltà e di pensieri, così di lingua andarono a scuola dagli stranieri; e da cui
          toglievano le cose, sia per solamente ripeterle, sia pur talora per accrescerle e in
          qualche parte migliorarle, da essi tolsero anche le voci e le maniere e le forme del
          favellare e scrivere. Gli scienziati propriamente detti, rispetto ai quali la nostra
          nazione non fu quasi per alcun tempo seconda a verun’altra, sempre però poco curanti della
          lingua, seguirono la barbarie venuta in uso, come il linguaggio ch’era loro alla mano, e
          come indifferentemente avrebbero seguito qualunque altro linguaggio o puro o impuro che
          avessero avuto in pronto e che fosse stato comune, il che sempre avevano fatto qui ed
          altrove.</p>
        <p>Tristo veramente e difficile era il caso loro, ma peggio il partito a cui s’appigliarono.
          Difficile il caso, perocchè quanto è facile il continuare a una nazione la sua lingua
          illustre insieme colla sua letteratura, tanto è difficile, interrotta per lungo spazio la
          letteratura, e dovendo quasi ricrearla, riannodare la lingua a lei conveniente colla già
          antiquata lingua illustre della nazione, colla lingua che fu propria della nazionale
          letteratura prima che questa fusse totalmente interrotta.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3324"/> In questo caso non si trovò forse mai nazione veruna (se non se
          oggidì la spagnuola quando ella intraprendesse di ristorare la sua quasi spenta
          letteratura). Ma questo appunto è il caso nel quale si trova oggi l’Italia.</p>
        <p>Noi abbiamo una lingua; antica bensì, ma ricchissima, vastissima, bellissima,
          potentissima, insomma colma d’ogni sorta di pregi; perocchè abbiamo una letteratura,
          antica ancor essa, ma vasta, varia, bellissima, abbondantissima di generi e di scrittori,
          splendidissima di classici, durata per ben tre secoli e più, tale che rispetto all’età
          ch’ella aveva quando fu tralasciata, l’età che hanno presentemente l’altre letterature, è
          affatto giovanile. Per queste cagioni, e per altre che ora non accade specificare, questa
          lingua italiana che noi ci troviamo, supera di ricchezza, di potenza, di varietà tutte le
          lingue moderne, salvo forse la tedesca; di bellezza avanza d’assai tutte queste lingue
          senza eccezione nè dubbio alcuno; d’altri pregi è superiore, non solamente a esse lingue,
          ma alle antiche eziandio. Tale si è <pb ed="aut" n="3325"/> la lingua italiana per se ed
          intrinsecamente. Ma ella è antica; cosa estrinseca; ed essendo antica non basta, nè si
          adatta tal quale ella è, a chi vuole scriver cose moderne in maniera moderna. Perciò forse
          potrà un uomo sano volere o concedere che una tal lingua si gitti e dimentichi come
          divenuta del tutto inutile, e che dando all’Italia una letteratura moderna propria, se le
          debba dare con essa insieme una lingua affatto nuova, come finora s’è fatto, o pigliandola
          dagli stranieri, ch’è pur quel che s’è fatto, o creandola di pianta, quasi niuna, o solo
          una imperfettissima e debole e scarsa e spregevole lingua, avesse avuto l’Italia per lo
          passato.</p>
        <p>Ma certo, come questo è assurdissimo, e siccome per prova veggiamo, dannosissimo; così
          quello è necessario, evidente e certo, che volendo dare alla moderna Italia una moderna
          letteratura, conviene non già mutare la sua antica lingua, nè disfarla, nè rinnovarla, ma
          salvi i suoi fondamenti, l’indole e proprietà sua, e tutti i suoi pregi secondo le loro
          speciali e proprie qualità, rimodernarla, e fare in modo che la lingua <pb ed="aut"
            n="3326"/> moderna italiana illustre sia propriamente una continuazione, una derivazione
          dell’antica, anzi la medesima antica lingua continuata, niente meno che la francese
          dell’ultima metà del passato secolo, e quella del presente, non sono altra che quella del
          tempo di Luigi XIV. continuata di mano in mano.</p>
        <p>Or questo ai francesi fu facile, perchè la loro letteratura non fu interrotta per alcun
          tempo, da Luigi in poi; laonde la loro lingua fu sempre continuata naturalmente e senza
          sforzo, e sempre successivamente modificandosi secondo i tempi, fu in ciascun tempo
          moderna, ma una in tutti i tempi considerati insieme. A noi bisogna far forza alle cose, e
          quasi scancellare e annullare o nascondere il fatto, cioè governarci in modo che quel che
          fu, apparisca non essere stato, e la lingua italiana sembri non essere stata per alcun
          tempo interrotta, ma continuamente avanzata e modificata sino a divenir propria e conforme
          e conveniente all’odierna Italia ed alla sua moderna letteratura.</p>
        <p>Quindi si consideri le grandissime difficoltà ed ostacoli che si attraversano, le
          angustie <pb ed="aut" n="3327"/> che stringono, la vera infelicità della condizione in cui
          si trova oggidì l’italiano che aspiri ad esser scrittor classico, cioè pensare
          originalmente, dir cose proprie del tempo, dirle in modo proprio del tempo, e
          perfettamente adoperare la sua lingua, senza le quali condizioni, e una sola che ne
          manchi, non si può mai nè pretendere giustamente, nè ragionevolmente sperare l’immortalità
          letteraria. (Alla quale, e sia detto per incidenza, ben raro o niuno è che giungesse per
          mezzo di opere scritte in lingua non sua; come se noi spaventati dalle difficoltà che ho
          detto e son per dire, volessimo scrivere in francese piuttosto che in italiano.)</p>
        <p>Un italiano ancorchè pienamente istruito in tutto ciò che si richiede oggidì in
          qualsivoglia luogo a un perfetto uomo di lettere, ancorchè sommamente ricco
          d’immaginazione e di cuore, ancorchè fecondissimo e gravido di pensieri propri,
          importantissimi, profondissimi, novissimi, d’invenzioni, d’idee d’ogni genere
          convenientissime al tempo; ancorchè osservatore, meditatore, ragionatore senza pari;
          ancorchè peritissimo di tutte l’arti e artifizi dello <pb ed="aut" n="3328"/> stile;
          volendo perfettamente scrivere in italiano, ed essendo, per ogni altro riguardo,
          capacissimo di perfettamente scrivere; si trova mancare affatto della lingua in cui possa
          farlo, non solo perfettamente, ma pur mediocrissimamente. A questo tale è duopo
          apprestarsi prima di tutto una lingua colle sue mani. Ma questa in qual modo? Manco
          difficile sarebbe il crearsela. Se l’Italia non avesse che una lingua imperfettissima,
          ristrettissima e bambina, manco difficile sarebbe a un grande ingegno il perfezionarla,
          l’arricchirla, il dilatarla, il condurla a maturità. Ma l’Italia ha una lingua altrettanto
          perfetta quanto immensa; bensì da lungo tempo dismessa, e però impropria a’ di lui
          bisogni, a’ quali ella non fu ancor mai per alcuno adattata nè adoperata. Conviene adunque
          indispensabilmente che l’ingegno da noi supposto, innanzi di porsi a scrivere,
          perfettamente impari questa lingua infinita, che tutta l’abbracci, che la si converta in
          succo e sangue, che se ne renda risolutissimo e pienissimo possessore e padrone, che
          n’abbia per le dita e il tutto e fino alle menome parti franchissima e speditissimamente.
            <pb ed="aut" n="3329"/> Come senza ciò potrebb’egli derivarne e farne nascere e
          pullulare in guisa che paia del tutto spontanea, una lingua conforme alla natura e a’
          bisogni de’ moderni tempi e delle moderne cognizioni, la qual sembri e sia onninamente una
          coll’antica? come commettere insieme quella con questa per modo che nulla appaia la
          commissura? Ma questa lingua essendo antica, egli non la può già imparar dalla balia, ma
          gli conviene apprenderla per istudio; essendo infinita e in se diversissima, egli non la
          può apparare con istudio nè breve nè leggero, ma solo con lunghissimi sudori, e profonde
          ricerche sulle sue proprietà, e continuo esercizio di leggerla e di scriverla, e assiduo
          ed attentissimo studio de’ suoi classici che sono in grandissimo numero. E così facendo,
          troverà, e sempre più si persuaderà, che siccome della lingua greca si dice, così della
          italiana si può dire, lei essere veramente infinita, e tale ch’egli è impossibile di tutta
          abbracciarla, e mai non viene quel giorno che nuove conoscenze intorno a essa lingua non
          si possano <pb ed="aut" n="3330"/> acquistare, nè che il cammino sia terminato. Ma senza
          andare agli eccessi; sebbene nulla v’ha qui d’esagerato; senza però voler conservare una
          troppo grande esattezza nel ragionamento; supponendo ancora, com’è il vero, che un grande
          e felice ingegno possa arrivare a comprender coll’animo e possedere, se non tutta quanta
          la nostra lingua, pur tanta parte di lei che la cognizione e la domestichezza d’essa
          parte, gli basti a poter sulle fondamenta, sull’ordine, sul disegno dell’antica lingua
          fabbricare come una continuazione d’edificio la moderna; veggasi quanto a costui convien
          travagliare innanzi di poter far uso de’ suoi pensieri. Ella è cosa certa che la vera
          cognizione e padronanza di una lingua come l’italiana, domanda, per non dir troppo, quasi
          una metà della vita, e dico di quella cognizione e padronanza ch’è indispensabile a
          chiunque debba veramente ristorarla. Ma la scienza, la sapienza, lo studio dell’uomo, non
          domandano tutta la vita? e quella immensa moltiplicità di cognizioni piccole e grandi,
          quella universalità che <pb ed="aut" n="3331"/> si richiede oggidì quasi generalmente a
          ogni uomo di lettere, ma ch’è sommamente necessaria al filosofo; la cognizione ed uso e
          pratica di tante altre lingue antiche e moderne e de’ loro autori, letterature ec.
          domandano poca parte di tempo? Certo è veramente dura e deplorabile oggidì la condizione
          dell’italiano il quale avesse nella sua mente cose degne d’essere scritte e convenienti a’
          nostri tempi; perocch’egli, anche volendo usare la maggior semplicità del mondo, non
          avrebbe una lingua naturale in cui scrivere (come l’hanno i francesi ec. atta a potervi
          subito scrivere, com’ei l’abbiano competentemente coltivata e studiata), nè il modo di
          bene esprimere i suoi concetti gli correrebbe mai alla penna spontaneo, ma converrebbe
          ch’egli si fabbricasse l’istrumento con cui significar le sue idee. E d’altronde ella è
          ben ardua e difficile la condizione di un ingegno quantunque si voglia grande e colto, al
          quale oltre la grande impresa di ristorare la letteratura italiana, e dare o mostrare
          all’Italia una letteratura propria moderna, <pb ed="aut" n="3332"/> quasi ciò fosse poco,
          converrebbe in prima necessariamente aprirsi la via col ristorare la lingua italiana e
          dare all’Italia una lingua nazionale moderna, quasi questa ancora non fosse per se sola
          un’impresa sufficiente a una vita intera e ad un eccellente ingegno.</p>
        <p>Tanta è la difficoltà di condurre a termine due imprese di questa sorta, il che
          dovrebb’esser pure necessariamente lo scopo e l’istituto di qualunque letterato italiano
          degno di questo nome; e d’altronde egli è così vero che la letteratura e la lingua mai non
          si scompagnano, nè l’una dall’altra si dissomigliano, e ch’egli è quasi impossibile di
          scrivere perfettamente, e in forma che paia spontanea, una lingua per solo studio apparata
          o fabbricatasi; che io siccome so certo che l’Italia non avrà propria letteratura moderna
          finch’ella non avrà lingua moderna nazionale, così mi persuado che tal lingua ella non
          avrà mai finchè non abbia tale letteratura: onde (se pur dobbiamo sperarlo) nata una
          letteratura <pb ed="aut" n="3333"/> moderna italiana, seco a paro nascerà una moderna
          lingua, e quindi di mano in mano cresceranno ambedue appoco appoco, l’una insieme
          coll’altra e in virtù dell’altra scambievolmente, ma più la lingua in virtù della
          letteratura, che questa per l’aiuto di quella. E così con mio dispiacere predìco che
          seppur avremo mai più lingua moderna propria, questa non nascerà dall’antica nè a lei
          corrisponderà, ma nascendo dalla nuova letteratura, a questa sarà conforme: ed essendo di
          origine straniera, ci si verrà appoco appoco appropriando e pigliando forme nazionali
          (quai ch’elle saranno per essere; non già le antiche) a proporzione che la nuova
          letteratura diverrà nazionale, e metterà radici in Italia, e si nutrirà e crescerà del
          nostro terreno, e produrrà frutti propri italiani. A questo mi conduce il considerare che
          nè i nostri antichi scrittori nè i moderni o antichi di nazione alcuna presente o passata,
          furono mai pensatori, originali ec. scrivendo in altra lingua che in quella del loro
          secolo e in quella usata generalmente <pb ed="aut" n="3334"/> da’ nazionali, e che loro
          veniva alla penna spontanea, ben da loro assai volte (come da Cicerone) raffinata,
          riformata, accresciuta, perfezionata, ma non mai per solo studio appresa, per solo studio
          quasi ricreata. Al quale immenso travaglio, ed alla continua difficoltà di scrivere e
          perfettamente scrivere in una tal lingua ancor dopo appresa, formata e posseduta, è quasi
          impossibile trovare un pensatore originale, un gran filosofo, un uomo di genio e di grande
          immaginazione, che si assoggetti; o che assoggettandocisi, si conservi in se stesso e ne’
          suoi scritti, pensatore, filosofo, originale; senza di che sarebbe inutile l’esservisi
          assoggettato. Non altrimenti che siano inutili allo scopo di dare all’Italia lingua e
          letteratura moderna propria, coloro che oggi si sforzano di scrivere in buono italiano,
          da’ quali è rimota ogni sorta di <emph>pensiero</emph>, non solo nuovo ma moderno, e che
          avendo a nominar qualche cosa moderna, la nominano o accennano copertamente, e avendo
          talvolta a mostrare qualche conoscenza, qualche idea di quelle che i nostri antichi non
          avevano, si fanno un pregio e un dovere di non farlo che dissimulatamente, fingendosi <pb
            ed="aut" n="3335"/> il più che possono ignoranti di quanto gli antichi ignoravano. E non
          altrimenti che inutili al sopraddetto scopo sieno oggidì coloro che tra noi pur pensano
          qualche cosa (ben pochi e poco), o che da’ paesi di fuori recano a noi qualche pensiero
          ec. i quali tutti non iscrivono italiano ma barbaro. E questa separazione e distinzione di
          gente che scrive in italiano (vero o preteso), e gente che pensa, stimo per le suddette
          ragioni, che sempre sia per durare in Italia; mentre questi non prevagliano a quelli,
          formando finalmente appoco appoco un nuovo italiano illustre e rendendolo universale tra
          noi in vece dell’antico. Dal che siamo ancora ben lontani, massime oggidì, che il numero e
          il valore di quelle ombre di filosofi che ha veduto fin qui l’Italia, va pur sempre
          notabilissimamente scemando; e sempre per lo contrario crescendo, non il valore, ma il
          numero di quelli che pretendono e aspirano a scrivere il buon italiano; onde l’Italia è
          quasi tutta rivolta di nuovo alla sua antica lingua, e di pensieri oramai nulla più pensa
          nè <pb ed="aut" n="3336"/> cura nè richiede; propriamente nulla.</p>
        <p>Mala cosa per certo si è l’interruzione degli studi, dovunque ella accada, sì per mille
          altri danni, sì perchè colla letteratura ella antiqua la lingua illustre<note resp="aut"
            n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere il Dialogo Delle Lingue dello Speroni dalla p. 121. in poi, cioè tutto il
              discorso tra il Lascari e il Peretto, sino alla fine del Dialogo.</p>
          </note>. Di modo che risorgendo essa letteratura, l’è grandissimo impedimento e indugio a
          poter crescere e formarsi la mancanza di lingua a lei conveniente, e il tempo e
          l’industria che bisogna spendere in fornirnela. Quanto crediamo noi che ritardasse gli
          avanzamenti dello spirito umano (non in una sola nazione ma in tutta l’Europa) dopo il
          risorgimento degli studi, la mancanza di lingue proprie alle nuove lettere? La qual
          mancanza non da altro provenne che dalla diuturna interruzione della letteratura in
          Europa. Perocchè la lingua latina non avrebbe cessato di esser parlata e propria degli
          europei, se fosse durata la letteratura latina. Ben si sarebbe sempre modificata secondo i
          tempi, di modo ch’ella oggidì sarebbe diversa dall’antica; ma sarebbe pur lingua latina; e
          in Europa si parlerebbe e scriverebbe il latino come lingua propria, come moderna, come
          conveniente a’ nostri tempi (quale infatti ella sarebbe); e lo spirito umano sarebbe più
          oltre ch’ei non è, <pb ed="aut" n="3337"/> perchè sarebbe stato impiegato nel coltivar la
          sapienza e le lettere quel tempo che fu dovuto spendere nel formare delle lingue
          convenienti a queste, e ai costumi e al carattere de’ moderni secoli. Il che volendo
          evitare e risparmiare i primi cultori de’ risuscitati studi, si ostinarono a volere
          scrivere in latino; ma il latino era lingua antica, nè mai in una lingua antica si
          potranno scriver cose moderne nè scriverle modernamente. E molto nocque una tale
          ostinazione al progresso de’ lumi e della coltura e alla formazione dello spirito
          nazionale e moderno. Il quale non mai si sarebbe formato se non fossero state formate e
          stabilite le lingue moderne in vece della latina. Siccome per lo contrario si vede che
          queste non prima furono formate e stabilite di quel che lo spirito nazionale e moderno
          pigliasse una consistenza e una certa forma e fisonomia propria, prima in Italia, poscia
          in Ispagna, indi in Francia e in Inghilterra, ultimamente in Germania, che ultima di tutte
          queste nazioni lasciò l’uso della lingua latina come letterata e illustre, e le sostituì
            <pb ed="aut" n="3338"/> la nazionale. E questo esempio dell’Europa si deve
          proporzionatamente applicare e paragonare al caso dell’odierna Italia, e dedurne delle
          congetture, certo assai verisimili e solide, circa il futuro esito delle nostre presenti
          circostanze. (1-2. Settembre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Del resto, dalle considerazioni qui dietro fatte sulla necessità che l’Europa e lo
          spirito umano avevano di nuove lingue illustri a potersi avanzare e nè costumi e nelle
          scienze e nelle lettere e nella filosofia, dopo il risorgimento degli studi; e sul
          grandissimo detrimento e ritardo che portò alla rinata civiltà la rinnovazione dell’uso
          esclusivo del latino come lingua illustre; e sul maggior danno e indugio che le avrebbe
          apportato la continuazione di tale uso, apparisce più visibilmente che mai quanto debbano
          a Dante, non pur la lingua italiana, come si suol predicare, ma la nazione istessa, e
          l’Europa tutta e lo spirito umano. Perocchè Dante fu il primo assolutamente in Europa, che
          (contro l’uso e il sentimento di tutti i suoi contemporanei, e di molti posteri, che di
          ciò lo biasimarono: <bibl>v. <author>Perticari</author>
            <title>Apologia</title> cap. 34.</bibl>) ardì concepire <pb ed="aut" n="3339"/> e
          scrisse un’opera classica e di letteratura in lingua volgare e moderna, inalzando una
          lingua moderna al grado di lingua illustre, in vece o almeno insieme colla latina che fino
          allora da tutti, e ancor molto dopo da non pochi, era stata e fu stimata unica capace di
          tal grado. E quest’opera classica non fu solo poetica, ma come i poemi d’Omero, abbracciò
          espressamente tutto il sapere di quella età, in teologia, filosofia, politica, storia,
          mitologia ec. E riuscì classica non rispetto solamente a quel tempo, ma a tutti i tempi, e
          tra le primarie; nè solo rispetto all’Italia ma a tutte le nazioni e letterature. Senza un
          tale esempio ed ardire, o s’ei fosse riuscito men fortunato e splendido, e se quell’opera
          pel suo soggetto fosse stata meno universale, e meno appartenente, per così dire, a ogni
          genere di letteratura e di dottrina; si può, se non altro, indubitatamente credere che sì
          l’Italia sì l’altre nazioni avrebbero tardato assai più che non fecero a inalzare le
          lingue proprie e moderne al grado di lingue illustri, e quindi a formarsi delle
          letterature proprie e <pb ed="aut" n="3340"/> moderne e conformi ai tempi, e quindi lo
          spirito e il carattere nazionale, moderno, distinto, determinato ec. Dante diede
          l’esempio, aprì e spianò la strada, mostrò lo scopo, fece coraggio e col suo ardire e
          colla sua riuscita agl’italiani: l’Italia alle altre nazioni. Questo è incontrastabile. Nè
          il fatto di Dante fu casuale e non derivato da ragione e riflessione, e profonda
          riflessione. Egli volle espressamente sostituire una lingua moderna illustre alla lingua
          latina, perchè così giudicò richiedere le circostanze de’ tempi e la natura delle cose; e
          volle espressamente bandita la lingua latina dall’uso de’ letterati, de’ dotti, de’
          legislatori, notari ec., come non più convenevole ai tempi. Il fatto di Dante venne da
          proposito e istituto, e mirò ad uno scopo; e il proposito, l’istituto e lo scopo (quanto
          spetta al nostro discorso<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Perocchè anche altri istituti egli seguì, ed altri fini si propose, tutti bellissimi
              e savissimi, ma che non appartengono al nostro proposito.</p>
          </note>) (siccome eziandio la scelta e l’uso de’ mezzi) fu da acutissimo, profondissimo e
          sapientissimo filosofo. Veggasi il Perticari nel luogo citato. (2. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I francesi amano di usare il numero ordinale pel cardinale. <foreign lang="fre"
            rend="italic">Louis quatorze, livre deux</foreign> etc. <pb ed="aut" n="3341"/> Pretto
          idiotismo e sgrammaticatura. Or vedilo altresì, se non fallo, appo <bibl>
            <author>Svetonio</author> in <title>Iul. Caes.</title> c. 39. par. 4.</bibl> e appo gli
          autori quivi allegati dal Pitisco ec. (2 Settembre. 1823.). V. p. 3544.3557.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I limiti della materia sono i limiti delle umane idee. (3. Settembre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3235. <foreign lang="lat" rend="italic">Instigo as</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">instinguo is</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic"
            >instinctus a um</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">instinctus us</foreign>.
          Il semplice è <foreign lang="lat" rend="italic">stinguo</foreign> (onde anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">exstinguo, restinguo, distinguo</foreign> ec.) e di questo
          verbo ho detto altrove in altro proposito. Quelli che derivano <foreign lang="lat"
            rend="italic">instigo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">insto</foreign> ec.
          molto s’ingannano. Gli altri verbi da noi raccolti in questa categoria mostrano ch’ei
          viene da <foreign lang="lat" rend="italic">instinguo</foreign> come <foreign lang="lat"
            rend="italic">jugo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">jungo</foreign>
            ec.<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Osservisi che <foreign lang="lat" rend="italic">instigo</foreign> propriam. è
              continuativo p. la significaz., perocchè <foreign lang="lat" rend="italic"
              >instinguo</foreign> propriamente significa l’atto del pungere, e quindi dello
              spingere, dell’indurre, ma <foreign lang="lat" rend="italic">instigo</foreign>
              significa lo stimolare, lo stare attorno, il far ressa p. indurre. L’<foreign
                lang="lat" rend="italic">instinguere</foreign> è lo scopo dell’<foreign lang="lat"
                rend="italic">instigare</foreign>.</p>
          </note> Chi volesse che <foreign lang="lat" rend="italic">insidior</foreign> (fors’anche
          si trova <foreign lang="lat" rend="italic">insidio</foreign>) venga a dirittura da
            <foreign lang="lat" rend="italic">insideo</foreign> piuttosto che da <foreign lang="lat"
            rend="italic">insidiae</foreign> (la qual voce in tal caso verrebbe non da <foreign
            lang="lat" rend="italic">insideo</foreign> ma da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >insidior</foreign>), lo mostrerebbe appartenente a questa categoria, e in tal caso
          sarebbe da notare ch’ei non nascerebbe da un verbo della terza, ma (da un anomalo) della
          seconda. (3. Settembre. 1823.). Potrebbe però anche venire da <foreign lang="lat"
            rend="italic">insido is</foreign>
          <note resp="aut" n="c" place="foot">
            <p>È però più verisimile che venga da <foreign lang="lat" rend="italic"
              >insidiae</foreign> (di cui v. p. 3350.) Altrimenti farebbe piuttosto <foreign
                lang="lat" rend="italic">insidor aris</foreign>, come <foreign lang="lat"
                rend="italic">sedo as</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">sedeo</foreign>
              (o da <foreign lang="lat" rend="italic">sido is</foreign>) del che altrove.</p>
          </note>. <foreign lang="lat" rend="italic">Invideo</foreign>, <emph>invidia,
          invidiare</emph> ital. ec. (3. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3342"/> Alla p. 3098. Tutte le nazioni e società primitive, non altrimenti
          che oggidì le selvagge, riputarono l’infelice e lo sventurato per nemico agli Dei o a
          causa di vizi e delitti ond’ei fosse colpevole, o a causa d’invidia o d’altra passione o
          capriccio che movesse i Numi ad odiar lui in particolare o la sua stirpe ec. secondo le
          diverse idee che tali nazioni avevano della giustizia e della natura degli Dei. Un’impresa
          mai riuscita mostrava che gli Dei l’avessero contrariata o per se stessa o per odio verso
          l’imprenditore o gl’imprenditori. Un uomo solito a <foreign lang="fre" rend="italic"
            >échouer</foreign> nelle sue intraprese, era senza fallo in ira agli Dei. Una malattia,
          un naufragio, altre tali disgrazie provenienti più dirittamente dalla natura erano segni
          più che mai certi dell’odio divino. Si fuggiva quindi l’infelice, come il colpevole; se
          gli negava ogni soccorso e compassione, temendo di farsi complice in questo modo della
          colpa, per poi divenire partecipe della pena. Qua si dee riferire l’infamia pubblica in
          cui erano i lebbrosi appresso gli Ebrei, e lo sono ancora, s’io non m’inganno, appo
          gl’indiani. Gli amici e la moglie di Giobbe lo <pb ed="aut" n="3343"/> stimarono uno
          scellerato, com’ei lo videro percosso da tante disgrazie, benchè testimonii dell’innocenza
          della passata sua vita. I Barbari dell’isola di Malta vedendo l’Apostolo S. Paolo
          naufrago, e pur salvato in terra, e quivi assalito da una vipera, lo stimarono un omicida
          che la divina vendetta perseguitasse per ogni dove (<bibl>
            <title>Act.</title> cap. 28. 3-6.</bibl>). Rimane eziandio nelle antiche lingue il
          segno, come d’ogni altra antica cosa, così di queste opinioni. <quote>
            <foreign lang="grc">Τάλας</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Aristoph.</author>
            <title>Plut.</title> 4.5. 19.</bibl>), <quote>
            <foreign lang="grc">κακοδαίμων</foreign>
          </quote> (<bibl>ib. 4. 3. 47.</bibl>), <foreign lang="grc">ἄθλιος</foreign> e simili nomi
          tanto valevano <emph>infelice</emph>, quanto <emph>malvagio, scellerato</emph> ec. V. i
          latini. Onde anche tra noi <emph>sciagurato, disgraziato, misero, miserabile</emph> ec.
          hanno l’uno e l’altro significato; ovvero si attribuiscono altrui anche per avvilimento e
          disprezzo. Così in francese <foreign lang="fre" rend="italic">malheureux,
          miserable</foreign> ec. Cattivo ha perduto affatto il significato di <emph>misero</emph>,
          che prima ebbe, ma non quello di <emph>ribaldo, reo, malo</emph> ch’è il suo più ordinario
          e volgare significato oggidì. (3. Settembre 1823.). V. p. 3351.</p>
        <p>
          <foreign lang="grc">Μοχθηρός, πονηρός</foreign> (<foreign lang="grc">πόνηρος</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">infelix</foreign>) <foreign lang="grc">μοχθηρία,
          πονηρία</foreign> ec. ec. V. lo Scapula, e p. 3382. <foreign lang="grc">κακοδαίμων</foreign>
          <emph>quegli che ha nemico</emph>
          <foreign lang="grc">τό δαιμόνιον</foreign> cioè <emph>la divinità</emph>, o <foreign
            lang="grc">τὸν δαίμονα</foreign>. Ma e’ vuol dire <emph>infelice</emph>. Luciano
          congiunge <quote>
            <foreign lang="grc">θεοῖς ἐχθροὺς καὶ κακοδαίμονας.</foreign>
          </quote>. <foreign lang="grc">Εὐδαίμων</foreign>
          <emph>ch’ha gli dei amici</emph>, ma e’ vuol dir <emph>fortunato, felice</emph>. V. lo
          Scapula in queste voci e in <foreign lang="grc">ἐ χ θροδαίμων</foreign> e in <foreign
            lang="grc">βαρυδαίμων</foreign>, co’ derivati ec. e <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> l. 3. p. 260.</bibl> e ivi il Vettori (ed. Flor. 1576.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tapino</emph> donde se non da <foreign lang="grc">ταπεινός</foreign>? (3. Settembre
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3344"/>
          <emph>Scrissero, vissero, dissero, videro; diedero, tennero</emph> e simili innumerabili,
          quasi da <foreign lang="lat" rend="italic">scripserunt, vixerunt, dixerunt, viderunt,
            dederunt, tenuerunt</foreign>. Così veramente dissero molti poeti, massime i più
          antichi, e che tal pronunzia fosse o restasse propria del volgo romano, il quale
          conservasse anche in questo l’antichità e la trasmettesse fino a noi, si può raccogliere
          da certi versi popolari portati da <bibl>
            <author>Svetonio</author> in <title lang="lat">Jul. Caes.</title> cap. 80 par. 3.</bibl>
          (dove si veggano le note del Pitisco ec.), che correvano in Roma sugli ultimi tempi di
          Giulio Cesare. Dico popolari<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Lo dice Svetonio nello stesso cit. luogo: <quote>
                <foreign lang="lat" rend="italic">vulgo canebantur</foreign>
              </quote>.</p>
          </note>, e in fatti si paragonino con quelli riportati dal medesimo Svetonio ib. cap. 49.
          par. 7., ch’erano cantati dalla soldatesca di Cesare. (3. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3206. — 6. L’immaginazione, la facoltà d’inventare o inventiva, la vena e
          fecondità, lo spirito poetico, il genio, ec., non solo per cause morali, ma anche fisiche,
          si vede indubitatamente esser minore ne’ vecchi e negli uomini maturi, che ne’ giovani ne’
          fanciulli ec. e decrescere di mano in mano naturalmente secondo l’età. Si vede eziandio
          esser maggiore o minore ne’ diversi individui, non per solo effetto delle circostanze
          estrinseche e accidentali, ma anche primitivamente e per natura.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3345"/> 7. La memoria, indipendentemente dall’esercizio, il quale anzi per
          se, tanto l’accresce quanto è maggiore, più assiduo, più lungo, decresce evidentemente
          (almeno per l’ordinario) secondo l’età. Anzi osservando, si vede chiaro ch’ella ne’
          fanciulli è maggiore naturalmente, e minore per difetto o scarsezza d’esercizio, e che
          coll’età crescono le sue forze, per così dire artifiziali e fattizie, e scemano le
          naturali; finchè distrutte queste ne’ vecchi quasi affatto, anche quelle divengono
          inutili, e si perdono e dileguano, mancato loro il subbietto, cioè la disposizion fisica a
          ritenere degli organi destinati alla memoria. Le forze della memoria nell’uomo maturo sono
          quasi medie tra quelle del fanciullo e del vecchio, perchè le fattizie suppliscono alle
          naturali, che nel fanciullo sono maggiori assai che nell’uomo maturo, ma in questo sono
          maggiori assai che nel vecchio, e bastano ancora a servir di materia e subbietto alle
          forze artifiziali e derivanti dall’esercizio generale e particolare, passato e presente,
          ch’è maggiore nell’uomo maturo che nel fanciullo ec. È anche indubitabile che fisicamente
          altri ha maggiore, altri minor memoria, alcuni prodigiosa, altri niuna; e ciò in pari età,
          e <pb ed="aut" n="3346"/> supposta eziandio la parità di tutte l’altre circostanze. E
          questa differenza fisica talora è primitiva e innata, ossia dalla nascita, talora
          avventizia, ma pur sempre fisica, e indipendente, almeno in gran parte e radicalmente,
          dalle cause morali ec. Altresì è certo che in uno stesso individuo in una stessa età, anzi
          pure non di rado in una stessa giornata in diverse ore, per cause evidentemente fisiche,
          la memoria ora è più pronta e maggiore e più chiara, ora meno; ora più ora men facile sia
          ad apprendere sia a rimembrare, e disposta a farlo più o meno perfettamente ec. Or tutto
          questo discorso della memoria in cui si scorge tanto di fisico ec. perchè non dovrà
          eziandio applicarsi all’ingegno, al talento, all’intelletto ec. ch’è pure una facoltà
          dell’anima come la memoria, e viene ed è fondato, siccome questa, in una disposizione
          naturale, primitiva e innata nell’uomo ec.? (3. Settembre. 1823.). Se la disposizion
          fisica e naturale è varia quanto alla memoria nelle diverse età, ne’ diversi individui, in
          diversi tempi ec. indipendentemente dal morale, perchè non eziandio quanto <pb ed="aut"
            n="3347"/> all’intelletto e al talento? (3. Settembre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La stagione e il clima freddo dà maggior forza di agire, e minor voglia di farlo, maggior
          contentezza del presente, inclinazione all’ordine, al metodo, e fino all’uniformità. Il
          caldo scema le forze di agire, e nel tempo stesso ne ispira ed infiamma il desiderio,
          rende suscettibilissimi della noia, intolleranti dell’uniformità della vita, vaghi di
          novità, malcontenti di se stessi e del presente. Sembra che il freddo fortifichi il corpo
          e leghi l’animo: che il caldo addormenti e ammollisca e illanguidisca e intorpidisca il
          corpo, eccitando e svegliando e sciogliendo l’animo<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Nel freddo si ha la forza di agire, ma non senza incomodo. La temperatura dell’aria
              che vi circonda, opponendosi <foreign lang="fre" rend="italic">à ce que</foreign> voi
              possiate uscir di casa e di camera senza patimento, vi consiglia l’inazione e
              l’immobilità nel tempo stesso che vi dà la forza dell’azione e del moto. Si può dir
              che se ne sente la forza e la difficoltà nel tempo stesso. Nel caldo tutto l’opposto.
              Si <emph>sente</emph> la facilità dell’azione e del moto nel tempo stesso che se ne
              scarseggiano le forze. L’uomo prova espressamente un senso di libertà fisica che viene
              dall’amicizia dell’aria e della natura che lo circonda, un senso che lo invita al
              movimento e all’azione, ch’egli talora confonde con quello della forza, ma che n’è ben
              differente, come l’uomo si può avvedere, quando cedendo all’inquietezza che quel senso
              gl’ispira, e dandosi all’azione, la totale mancanza di forze che gli sopraggiunge, gli
              toglie quel senso di libertà, e l’obbliga a desiderare e cercare il riposo. Anche per
              se medesima la debolezza e il rilasciamento prodotto da causa non morbosa, come dal
              caldo, dà una certa facilità di determinarsi all’azione al movimento al travaglio, più
              che la tensione prodotta dal freddo. Può parere un paradosso, ma l’esperienza anche
              individuale lo prova. Pare che il corpo rilasciato sia più maneggiabile a se medesimo.
              Bensì la sua capacità di travagliare è poco durevole. ec.</p>
          </note>. L’attività del corpo è propria de’ settentrionali, de’ meridionali quella
          dell’animo. Ma il corpo non opera se non mosso dall’animo. Quindi è che i settentrionali
          sebbene senza controversia sia lor propria l’attività e laboriosità, pur sono veramente i
          più quieti popoli della terra; e i meridionali i più inquieti, benchè sia lor propria
          l’infingardaggine. I settentrionali hanno bisogno di grandissimo impulso a muoversi, a
          sollevarsi, a cercar novità: ma <pb ed="aut" n="3348"/> mossi che sieno, non sono facili a
          racquietare. Vedesi nelle loro storie, nelle quali, massime nelle moderne, e massime in
          quelle della Germania, pochissime rivoluzioni si troveranno (specialmente a paragone di
          quelle de’ meridionali) ma queste lunghissime, come quella di religione mossa da Lutero, e
          convertita ben tosto in rivoluzione politica. Sopportano facilmente la tirannia,
          finch’ella non gli spinge <foreign lang="fre" rend="italic">à bout</foreign>, come gli
          Svizzeri. Ubbidiscono volentieri, e comandati travagliano (anche eccessivamente) più
          volentieri che se operassero spontaneamente. Vedesi nella loro milizia. I meridionali sono
          facili e pronti e frequenti a muoversi, rivoltosi, poco tolleranti della tirannide, poco
          amici dell’ubbidire, ma facilissimi ancora a racquietare, facilissimi a ritornare in
          riposo; mobili, volubili, instabili, vaghi di novità politiche, incapaci di mantenerle;
          vaghi di libertà, incapaci di conservarla; al contrario de’ settentrionali che di rado la
          cercano, poco se ne curano; cercata o comunque acquistata, lunghissimamente la conservano.
          Infatti essi, e in particolare i tedeschi o teutoni, sono i soli in Europa che serbino
          qualche vestigio di libertà, qualche immagine <pb ed="aut" n="3349"/> delle antiche
          repubbliche; i soli appo cui le repubbliche si veggano per esperienza poter durare anche
          a’ tempi moderni. Verbigrazia gli Svizzeri, le città libere di Germania, le repubblichette
          de’ Fratelli Moravi ec. Nel mezzogiorno d’Europa non esiste più neppure un’ombra di
          repubblica in alcun luogo, fuori di San-Marino. In Germania ve n’ha non poche, ed alcuni
          piccoli principati di colà si governano oggi, o per volontà del principe (come Saxe-Gotha)
          o per costituzione, quasi a maniera di repubblica e stato franco.</p>
        <p>Si applichino queste osservazioni a quelle da me fatte p. 2752-5, 2926. fine -28, e
          viceversa quelle a queste. (3. Sett. 1823.). V. p. 3676.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Se l’idea del giusto e dell’ingiusto, del buono e del cattivo morale, non esiste o non
          nasce per se nell’intelletto degli uomini, niuna legge di niun legislatore può far che
          un’azione o un’ommissione sia giusta nè ingiusta, buona nè cattiva. Perocchè non vi può
          esser niuna ragione per la quale sia giusto nè ingiusto, buono nè cattivo, l’ubbidire a
          qualsivoglia legge; e niun principio <pb ed="aut" n="3350"/> vi può avere sul quale si
          fondi il diritto che alcuno abbia di comandare a chi che sia, se l’idea del giusto, del
          dovere e del diritto, non è innata o <emph>ispirata</emph> (come vuole Voltaire, cioè
            <emph>naturalmente</emph> e per innata disposizione nascente nelle menti degli uomini,
          com’ei son giunti all’età di ragione) negl’intelletti umani. (4. Sett. 1813.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi in <emph>uo</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">Heluor</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">helluor aris</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >helluo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">heluo onis</foreign>. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Mutuo as</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">mutuor
            aris</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">mutuus</foreign>. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Cernuo as</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cernuus</foreign>. (4. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Insidiae, desidia</foreign> sono evidentemente composti
          da <foreign lang="lat" rend="italic">in</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >de</foreign> e dal nome <foreign lang="lat" rend="italic">sedia</foreign>, mutata
            l’<emph>e</emph> in <emph>i</emph>, come al solito, e come appunto in <foreign
            lang="lat" rend="italic">insideo, desideo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sedeo</foreign>. (V. la p. 2890.) Ma la voce semplice <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sedia</foreign> che pur dovette esistere nel latino, poich’esisterono i suoi composti,
          è perduta nel latino scritto, conservasi nell’italiano. V. il Gloss. ec. (4. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Continuativo. <foreign lang="lat" rend="italic">Mutito</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">mutuito</foreign>. V. il Forc. in ambedue queste voci. (4. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2843. Anzi dal dirsi <emph>incettare</emph>, piuttosto che <emph>incattare</emph>
          (come pur diciamo <pb ed="aut" n="3351"/>
          <emph>accattare, riscattare</emph> ec.) deduco che questo verbo spetti a’ buoni tempi
          della lingua latina, giacchè ne’ bassi tempi, e meno nelle lingue volgari, non si conservò
          e si trascurò questo uso di mutare l’<emph>a</emph> de’ verbi latini in <emph>e</emph> o
            <emph>i</emph> per la composizione, e l’<emph>e</emph> in <emph>i</emph> ec. (4. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2843. marg. Dico verbi dissillabi contando per una sola sillaba l’<emph>eo</emph>
          ne’ verbi della seconda (<foreign lang="lat" rend="italic">do-ceo</foreign>), e
          l’<emph>io</emph> in quelli della quarta (<foreign lang="lat" rend="italic"
          >au-dio</foreign>), secondo il volgar uso da me altrove dimostrato, che per dissillabi li
          pronunziava. E dico dissillabi, avendo riguardo al tema, cioè alla prima persona singolare
          presente indicativa. (4. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3343. Generalmente appo gli antichi e nelle nazioni o società primitive il nome
          d’infelice è un obbrobrio, e s’adopra per vitupero, per ingiuria, per ignominia, per
          biasimo, per rimprovero ec. e così si riceve. E l’esser tenuto per infelice è come aver
          mala fama. E l’infelicità (qualunque) si rinfaccia come il delitto o il vizio ec. (4.
          Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3352"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Nisi me omnia fallunt</foreign>, il verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">meditor</foreign> è un verissimo e perfettissimo continuativo
          di <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign>. Continuativo pel significato, e
          continuativo per la forma e la derivazione.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Medeor</foreign> non ha participio in <emph>us</emph>
          che sia usitato, ma secondo l’analogia il suo vero e regolare participio in
          <emph>us</emph> è <foreign lang="lat" rend="italic">meditus</foreign>. E ch’egli ora non
          l’abbia non fa meraviglia. Innumerabili sono i verbi che più non l’hanno, e che l’hanno
          solamente irregolare, i cui participii in <emph>us</emph>, o i cui participii in
          <emph>us</emph> regolari, sono stati da me dimostrati o si potrebbero dimostrare col mezzo
          de’ continuativi o frequentativi che ne derivano, o con altri mezzi, benchè essi
          participii sieno altronde affatto inusitati. Similmente ho dimostrato più participii in
            <emph>us</emph> (o supini) di verbi che n’hanno un solo oggidì, o tre participii di
          verbi che n’hanno oggidì soli due ec.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Medeor</foreign> si fa drivare da <foreign lang="grc"
            >μέδω</foreign> o <foreign lang="grc">μεδέω</foreign>
          <emph>regno, impero</emph>, perchè il medico dee <emph>comandare</emph>. Misera e
          forzatissima etimologia. Tengo per indubitato che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medeor</foreign> non è altro se non il verbo <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">curo, curam gero</foreign>; verbo greco <pb ed="aut"
            n="3353"/> antichissimo, e che già era fuor d’uso, o sapeva almeno d’antico, a’ tempi di
          Senofonte, come par che si debba raccogliere dal suo <bibl>
            <title>Simposio</title> c. 8. par. 30</bibl>. Che se i poeti (e quindi gli scrittori di
          stile fiorito e sofistico) lo seguitarono a usare anche molto appresso, così fecero di
          mille altre voci antiche, anzi le usarono appunto perchè antiche, e fatte peregrine e
          divise dal volgo. Così pur fecero i latini, così fanno i poeti italiani, e di ciò dico
          altrove diffusamente. La molta antichità di questo verbo giova molto a poter credere ch’ei
          possa avere in latino un fratello, proprio della più antica latinità, com’è il verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign>. Or dunque che <foreign lang="lat"
            rend="italic">medeor</foreign> sia lo stesso che <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign>
          si dimostra con più ragioni. E primieramente estrinseche.</p>
        <p>1.<hi rend="apice">o</hi>. Non resta in greco che il medio o il passivo (<foreign
            lang="grc">μήδομαι</foreign>) di questo verbo. Così in latino non resta che il deponente
            <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign>, onde <foreign lang="lat"
            rend="italic">medicor</foreign>, altresì deponente, del quale vedi la p. 3264.</p>
        <p>2.<hi rend="apice">o</hi>. Se ad alcuno facesse forza che da <foreign lang="grc"
          >μήδομαι</foreign> paresse dover derivare <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medor</foreign> non <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign>, oltre che se gli
          potrebbero recare <pb ed="aut" n="3354"/> infiniti esempi di tali mutazioni, massime
          spettanti alla desinenza (anzi pur d’altre molto più sostanziali, e non appartenenti alla
          desinenza, e alla forma propria della congiugazione, siccom’è questa), e massime poi in
          voci così antiche (<foreign lang="grc">οἶνος</foreign> mascol. <foreign lang="lat"
            rend="italic">vinum</foreign>— neutro ec. ec.); osservisi che il fut. di <foreign
            lang="grc">μήδομαι</foreign> è <foreign lang="grc">μηδήσομαι</foreign> come fosse da
            <foreign lang="grc">μηδέομαι</foreign>. Del resto la difficoltà varrebbe quasi
          egualmente anche per <foreign lang="grc">μέδω</foreign>
          <emph>impero</emph>, che ordinarissimamente si dice <foreign lang="grc">μέδω</foreign> e
            <foreign lang="grc">μέδομαι</foreign>, non <foreign lang="grc">μεδέω</foreign>, del
          quale lo Scap. non reca che un solo esempio di Omero usante il partic. <foreign lang="grc"
            >μεδέων</foreign> (frequentissimo è per lo contrario <foreign lang="grc"
          >μέδων</foreign>), e ciò forse piuttosto per proprietà di dialetto, o per modificazione
          poetica, che per altro<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Si trova anche <foreign lang="grc">παμμεδέων</foreign> e <foreign lang="grc"
                >παμμεδέουσα</foreign>.</p>
          </note>. Nè si trova, ch’io sappia, il fut. <foreign lang="grc">μεδήσομαι</foreign> nè
          l’aor. <foreign lang="grc">ἐμέδησα</foreign> o <foreign lang="grc">ἐμεδησάμην</foreign>,
          come di <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign> si ha <foreign lang="grc"
          >μηδήσομαι</foreign>.</p>
        <p>Intrinsecamente, cioè quanto al significato, una bellissima prova che <foreign lang="lat"
            rend="italic">medeor</foreign> sia lo stesso che <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign>,
          si è la facilità, prossimità e naturalezza dell’etimologia. Il <foreign lang="lat"
            rend="italic">medicare</foreign> è veramente <emph>curare, aver cura, consulere,
            provvedere</emph> (tutti significati di <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign>) al
          malato. E infatti <pb ed="aut" n="3355"/> non s’usa egli in latino peculiarmente il verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">curare</foreign> per <emph>medicare</emph>? Non è
          divenuto questo senso, nel nostro volgare e ordinario uso, il solo proprio dello stesso
          verbo <foreign lang="lat" rend="italic">curare</foreign>? cioè <emph>medicare,
          sanare</emph>. Non è egli assolutamente (s’io non m’inganno) il solo senso che abbia lo
          spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">curar</foreign>? Così dite di
          <emph>cura</emph>, franc. <foreign lang="fre" rend="italic">cure</foreign> ec. cioè
            <emph>medicatura, guarigione</emph>. Dunque <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medeor</foreign> è propriamente <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign> anche pel
          significato, colla sola differenza ch’egli conserva solo un significato più particolare e
          speciale, in cambio d’uno più generale; come appunto è avvenuto, nel nostro volgar
          familiare e parlato, al verbo <emph>curare</emph>, e nella lingua spagnuola a <foreign
            lang="spa" rend="italic">curar</foreign>, ch’è proprio lo stessissimo e identico caso; e
          così a milioni d’altri verbi in diversi casi. Sicchè <foreign lang="lat" rend="italic"
            >medeor</foreign> è <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign>, neppur metaforico (se non
          quando significa <emph>rimediare, sanare</emph>), ma nel senso proprio, e non
          istiracchiato, come derivandolo da <foreign lang="grc">μέδω</foreign>
          <emph>impero</emph>.</p>
        <p>Del resto osservisi che <foreign lang="grc">μέδω</foreign> e particolarmente <foreign
            lang="grc">μέδομαι</foreign> vale assai spesso il medesimo che <foreign lang="grc"
            >μήδομαι</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">curo, curam gero</foreign>. E
          probabilmente <pb ed="aut" n="3356"/> l’uno e l’altro non vengono che da una radice, e
          sono in origine un solo verbo, significante da principio o <foreign lang="lat"
            rend="italic">impero</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">curo</foreign> chè
          ciò non monta al presente. Nego dunque che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medeor</foreign> venga da <foreign lang="grc">μέδω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">impero</foreign>, non nego che venga da <foreign
            lang="grc">μέδω</foreign>, anzi da <foreign lang="grc">μέδομαι</foreign>, <foreign
            lang="lat" rend="italic">curo</foreign>, il che viene a essere il medesimo che derivarlo
          da <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign>. Anzi, sebbene nelle voci antichissime non si può
          nè si dee molto guardare alle brevi e alle lunghe, e moltissime altre differenze di questa
          sorta si potrebbero allegare tra voci greche e voci latine identiche di significato o
          certo di origine, e anche tra l’antico e il più moderno latino, o tra vari secoli della
          latinità o della grecità, intorno a una stessa voce; contuttociò non contrasterò che
            <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> si derivi piuttosto da <foreign
            lang="grc">μέδομαι</foreign> che da <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign>, a cagione che
          la <emph>me</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> è breve sì in
          esso, sì in <foreign lang="lat" rend="italic">medicor</foreign> e in tutti gli altri suoi
          derivati o composti (come <foreign lang="lat" rend="italic">remedium</foreign>), non
          eccettuato il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">meditor</foreign>, di cui or ora. E
          si può ben credere che <foreign lang="grc">μέδομαι</foreign> avesse l’anomalo futuro
            <foreign lang="grc">μεδήσομαι</foreign> (come <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign> ha
            <foreign lang="grc">μηδήσομαι</foreign>), indicante il verbo inusitato <foreign
            lang="grc">μεδέομαι</foreign>, massime che si trova <pb ed="aut" n="3357"/> il suo
          attivo <foreign lang="grc">μεδέω</foreign>. Anzi sarà naturalissimo il supporre che
            <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> venga a dirittura dall’inusitato
            <foreign lang="grc">μεδέομαι</foreign> (fosse proprio di tutta la Grecia o solo di
          qualche dialetto che così lo mutasse da <foreign lang="grc">μέδομαι</foreign>) e così il
          verbo <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> non potrebbe, nè pel significato
          nè per la forma, essere più evidentemente perfettamente regolarmente e compiutamente lo
          stesso che il verbo greco.</p>
        <p>Da <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> dunque, che poi passò a significare
          specialmente e unicamente il medicare, coi significati metaforici a questo convenienti; ma
          che da principio, secondo il sopraddetto, significò, siccome il greco <foreign lang="grc"
            >μεδέομαι</foreign>, generalmente <foreign lang="lat" rend="italic">curo, curam gero,
            consulo</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> dico io che
          giusta l’ordinaria e regolare formazione de’ continuativi da’ participii in
          <emph>us</emph>, fu fatto il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">meditor</foreign>.</p>
        <p>1.<hi rend="apice">o</hi> Anche <foreign lang="lat" rend="italic">meditor</foreign>, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> e come <foreign lang="lat"
            rend="italic">medicor</foreign> e come <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign> è
          deponente.</p>
        <p>2.<hi rend="apice">o</hi>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Meditor</foreign> quanto al significato equivale appunto
          al greco <foreign lang="grc">μελετάω</foreign>. Or questo donde è fatto? da <foreign
            lang="grc">μέλω</foreign>, (oggi inusitato, se non <pb ed="aut" n="3358"/> impersonale)
            <foreign lang="lat" rend="italic">curae sum</foreign>, e fors’anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">curo</foreign>, onde <foreign lang="grc">μέλομαι</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">curo, curam gero</foreign>, onde <foreign lang="grc"
            >μελέτη</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">cura</foreign>, onde <foreign lang="grc"
          >μελετάω</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">curo, curam gero</foreign>, e quindi
            <foreign lang="lat" rend="italic">exerceo, exerceo me, meditor</foreign>, siccome anche
            <foreign lang="grc">μελέτη</foreign> vale <foreign lang="lat" rend="italic">exercitatio,
            meditatio</foreign>, anzi anche il partic. <foreign lang="grc">μεμεληκώς</foreign> di
            <foreign lang="grc">μέλω</foreign> trovasi pure per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >qui se exercuit</foreign> ec. (V. lo Scap. in <foreign lang="grc"
            >μελετάω</foreign>)<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Lo credo errore di stampa p. <foreign lang="grc">μεμελετηκώς</foreign>.</p>
          </note>. Può darsi un esempio e una prova più bella? <foreign lang="grc">Μελετάω</foreign>
          è propriamente il <foreign lang="lat" rend="italic">meditor</foreign> de’ greci, ed esso
          viene da <foreign lang="grc">μέλω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">curo</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >meditor</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> nel suo
          primitivo, proprio e generale significato, cioè appunto <foreign lang="lat" rend="italic"
            >curo</foreign>. Certo è ridicolo il derivare <foreign lang="lat" rend="italic"
          >meditor</foreign> da <foreign lang="grc">μελετάω</foreign>, (come fa il Forcell.) perchè
          questi verbi significano la stessa cosa; ma sebbene quanto all’origine e alla stirpe essi
          non abbiano tra loro nulla che fare, contuttociò la derivazione del verbo greco serve a
          mostrare evidentissimamente e chiarire la derivazione, la discendenza, l’origine, la
          radice del verbo latino a lui equivalente. Derivazione confermata e comprovata dalla
          nostra teoria della formazione de’ continuativi, tra’ quali questo <pb ed="aut" n="3359"/>
          è regolarissimo per la forma, proprissimo pel significato. Chi non vede che l’esercitare e
          il meditare una cosa è una continuazione del semplice averne o pigliarne cura? il che si
          può talvolta compiere in poca d’ora; ma quello di necessità e per sua natura esige durata,
          lunghezza, continuità di tempo.</p>
        <p>Ecco come la nostra teoria de’ continuativi rischiara mirabilmente le origini della
          lingua latina, rettifica l’etimologie, mostra le vere e primitive proprietà delle voci, le
          analogie scambievoli delle lingue. Come qui, coll’osservazione che <foreign lang="lat"
            rend="italic">meditor</foreign> debba venire da un participio in <emph>us</emph> ec. 1.
          trovasi il perduto partic. o sup. di <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign>.
          2. scopresi la vera etimologia di <foreign lang="lat" rend="italic">meditor</foreign>. 3.
          correggesi e dichiarasi quella di <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign>. 4.
          trovasi e dimostrasi il primitivo e proprio significato di questo verbo. 5. osservasi
          l’analogia tra la lingua greca e la latina nelle paragonate derivazioni di <foreign
            lang="lat" rend="italic">meditor</foreign> e di <foreign lang="grc">μελετάω</foreign>
          (verbi equivalenti) rispetto al significato. (3. Sett. 1823.). — Come i re
          antichissimamente erano quello che dovevano, cioè <quote>
            <emph>tutori e curatori della repubblica</emph>
          </quote> (Cic. de rep.), <pb ed="aut" n="3360"/> o tali erano riputati ben più che poscia
          non furono<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Così pure i ministri de’ re, i capitani e tutti quelli che comandavano e governavano.
              Anche poscia assai sovente in tutte le lingue, ed oggi nè più nè meno, il governo fu
              chiamato e si chiama <emph>cura</emph>, e il governare <emph>aver cura</emph>, come
                <emph>de’ negozi pubblici, della cosa pubblica</emph> ec.</p>
          </note>, non è maraviglia che il re fosse chiamato <emph>curatore</emph> (<foreign
            lang="grc">μέδων</foreign>) e il regnare <foreign lang="lat" rend="italic"
          >curare</foreign>, o viceversa. Insomma fu ben facile e naturale la traslazione dall’uno
          all’altro di questi significati, qualunque de’ due si fosse il primitivo e proprio del
          verbo <foreign lang="grc">μέδω</foreign>
          <note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Io p. me credo indubitatam. quello di <emph>curare</emph>.</p>
          </note>. — <foreign lang="lat" rend="italic">Medeor, meditor</foreign> sono deponenti.
          Così <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign> è medio. Ed è ben naturale che in senso di
            <foreign lang="lat" rend="italic">curo, curam gero</foreign> si dicesse piuttosto
            <foreign lang="grc">μεδέομαι</foreign> o <foreign lang="grc">μέδομαι</foreign> che
            <foreign lang="grc">μέδω</foreign> attivo, perchè questo significato è di quelli che
          hanno un non so che di <emph>reciproco</emph>, i quali sogliono esprimersi in greco col
          verbo medio. Ond’è altresì naturalissimo che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medeor</foreign> sia deponente, venuto cioè da <foreign lang="grc">μέδομαι</foreign> o
            <foreign lang="grc">μεδέομαι</foreign>, quantunque esista anche l’attivo di questo
          verbo. Il quale non esiste in <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign>. Ma ciò, per la detta
          ragione, non fa gran forza a provare che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medeor</foreign> sia piuttosto <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign> che il verbo
            <foreign lang="grc">μέδω-μέδομαι</foreign>. (5. Settembre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tanto l’uomo è gradito e fa fortuna nella conversazione e nella vita, quanto ei <pb
            ed="aut" n="3361"/> sa ridere. (5. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Constater</foreign> franc. continuativo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">consto as</foreign>, non mutato l’<emph>a</emph> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">constatus</foreign> in <emph>i</emph>, il che dimostra che
          questo continuativo dev’essere latino-barbaro, o d’origine francese. Il simile dicasi
          dello spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">horadar</foreign> (anticamente <foreign
            lang="spa" rend="italic">foradar</foreign>) da <foreign lang="lat" rend="italic">foro
          as</foreign>. V. il Gloss. se ha nulla in proposito. (5. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3282. L’uomo (così la donna) debole e bisognoso dell’opera altrui, o nato o
          divenuto, s’abitua ad essere in qualche modo, più o meno, servito e sovvenuto dagli altri,
          ed esso a non servire nè aiutare nessuno, perch’ei non può, quando anche da principio il
          desideri, quando anche per indole sia inclinato a beneficare. Per quest’abito ei contrae
          l’egoismo, il quale, come vedete, non è ingenito in lui per se stesso, (quando anche ei
          sia stato sempre debole e bisognoso fin dalla nascita), ma figlio di un abito da lui fatto
          o più presto o più tardi, incominciato fin dal principio della vita, o sul fior degli
          anni, o al mezzo, o sul declinare ec. Per quest’abito ei s’avvezza a considerare (se non
          per ragione, certo praticamente) <pb ed="aut" n="3362"/> gli altri come fatti per lui, e
          sè come fatto per se solo, ch’è appunto l’egoismo; diventa alieno dalla compassione e
          dalla beneficenza ch’egli non ha mai potuto o non può più esercitare, di cui non ha mai
          potuto acquistare o ha dovuto perdere l’abitudine. (5. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3078. Queste medesime anomalie della lingua spagnuola, e quelle molte più della
          lingua italiana (delle quali vedi la p. 2688. segg. e altri luoghi), nelle quali anomalie
          queste lingue per seguir la latina, abbandonano la norma della loro propria analogia,
          possono servire a far credere che quando elle dalla propria analogia non si scostano, non
          perciò abbandonino la lingua latina, ma la seguano, non quale noi la conosciamo, bensì
          quale ella fu conservata nel volgare; massime se in questi casi si vegga, come spessissimo
          e forse le più volte si vede, che la lingua italiana o spagnuola seguendo la propria
          analogia segue ancor quello che sarebbe stato secondo la vera analogia della lingua
          latina, sebben questa, per ciò che noi ne conosciamo, in moltissimi di questi casi non
          segua essa analogia sua propria, ma sia anomala e <pb ed="aut" n="3363"/> irregolare.
          Laonde non sarà da disprezzarsi il testimonio che da’ participii regolari italiani o
          spagnuoli si volesse trarre a provare che anche la lingua latina avesse i participii
          analoghi a questi (benchè a noi sconosciuti), e da cui questi sieno derivati. P. e.
          dall’ital. <emph>veduto</emph> io potrò non vanamente dedurre il latino <foreign
            lang="lat" rend="italic">viditus</foreign> che sarebbe appunto il regolarissimo latino,
          siccome quello è il regolarissimo italiano. Massime che siccome in latino <foreign
            lang="lat" rend="italic">visus</foreign> anomalo, così trovasi ancora in italiano e in
          ispagnuolo l’anomalo <foreign lang="spa" rend="italic">visto</foreign>, in cui queste
          lingue lasciano la loro analogia per seguire, non già l’analogia, ma l’anomalia della
          lingua latina. Veggasi la p. 3032. segg. e in particolare la p. 3033. marg. Similmente si
          può discorrere della lingua francese. E generalmente, osservando, si vedrà che quanto ai
          participi passivi, quello ch’è o sarebbe regolare nelle lingue figlie (salve le solite e
          regolari modificazioni cioè delle desinenze, dell’<emph>i</emph> vôlto in <emph>u</emph>
          nell’italiano, come a pag. 3075. e altre tali) è o sarebbe altresì regolare nel latino.
          (5. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3364"/> Il subito passaggio dal grave, serio, lento, malinconico,
          passionato, raccolto e, come si dice, dall’adagio (s’io non m’inganno) all’allegro,
          all’accelerato, al dissipato, all’<foreign lang="fre" rend="italic">étourdi</foreign> ec.
          ec. tanto usitato nella nostra musica, anzi proprio di quasi tutte le nostre arie ec., non
          solo non ha fondamento alcuno nella natura, ma anzi è generalmente contrarissimo alla
          natura, nella quale niente v’ha di subitaneo, e molto manco il passaggio da’ contrarii ne’
          contrarii. Oltre che, astraendo pure dal subitaneo, l’allegro nuoce al passionato, spegne
          o raffredda la passione negli animi degli uditori, contrasta bruttamente con quello che
          precedette; l’effetto dell’una parte della melodia nuoce, contrasta, distrugge quello
          dell’altra; è inverisimile che un malinconico parli in tuono allegro, un passionato in
          tuono dissipato, e si abbandoni al gaio, allo scherzevole, all’ <foreign lang="fre"
            rend="italic">insouciant</foreign>, al pazzeggiare ec. ec. Nondimeno l’assuefazione che
          chiunque ha udito musica, deve tra noi aver fatto a questi tali passaggi, ce li fa parer
          convenientissimi, ce li fa aspettare come naturali, come richiesti dalla melodia ec.
          precedente, come dovuti, come proprii assolutamente della composizione musicale; fa che il
          nostro orecchio li richiegga come spontaneamente e naturalmente (e così è infatti, perchè
          l’assuefazione è seconda natura); anzi, mancando essi, ci fa considerar questa mancanza
          come sconvenienza; fa che il nostro orecchio desideri alcuna cosa, non resti soddisfatto,
          anzi resti come <foreign lang="fre" rend="italic">choqué</foreign> e <foreign lang="fre"
            rend="italic">révolté</foreign> della mancanza, deluso spiacevolmente dell’aspettativa;
          insomma fa che tal mancamento <pb ed="aut" n="3365"/> produca il senso e il giudizio
          dell’imperfetto, del mutilo, del disavvenevole, e quindi del disaggradevole, e quindi del
          brutto musicale<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Il detto passaggio è direttam. contrario all’imitazione, che dev’essere l’immediato
              scopo e l’ufficio della musica, come dell’altre belle arti e della poesia, che
              dovrebb’essere inseparabile dalla musica (e così viceversa), e tutt’una cosa con essa
              ec. Di ciò dico altrove.</p>
          </note>. (5. Sett. 1823.). Dunque l’idea del contrario del brutto, cioè del bello e della
          convenienza musicale, dipende ed è determinata dall’assuefazione, tanto che se questa è,
          non solo non naturale, ma contraria alla natura, anche quel bello e quella convenienza,
          cioè l’idea che noi n’abbiamo è, non solo oltre natura, e non fondata sulla natura, nè
          prodotta dalla natura, ma contro natura. (6. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">J’ai vu quatre sauvages de la Louisiane qu’on amena en France, en
              1723. Il y avait parmi eux une femme d’une humeur fort douce. Je lui demandai, par
              interprète, si elle avait mangé quelquefois de la chair de ses ennemis, et si elle y
              avait pris goût; elle me répondit qu’oui; je lui demandai si elle aurait volontiers
              tué ou fait tuer un de ses compatriotes pour le manger; elle me répondit en
              frémissant, et avec une horreur visible pour ce crime</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <author>Voltaire</author>. <title>Correspondance du Prince Royal de Prusse (depuis
              Frédéric II.) et de M. de Voltaire</title>. Lettre 31. Octobre, <pb ed="aut" n="3366"
            /> à Cirey. 1737. tome 1.<hi rend="apice">r</hi> de la Correspondance de Frédéric II,
            Roi de Prusse, 10.<hi rend="apice">e</hi> de la collection des Oeuvres Complettes de
            Frédéric II, Roi de Prusse, 1790. p. 142.</bibl> (6. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La lingua latina s’introdusse, si piantò e rimase in quelle parti d’Europa nelle quali
          entrò anticamente e si stabilì la civilizzazione. Ciò non fu che nella Spagna e nelle
          Gallie. Quella fino dagli antichi tempi produsse i Seneca, Quintiliano, Columella,
          Marziale ec. poi Merobaude, S. Isidoro ec. e altri moltissimi di mano in mano, i quali
          divennero letterati e scrittori latini, senza neppure uscire, come quei primi, dal loro
          paese, o quantunque in esso educati, e non, come quei primi, in Roma. Le Gallie produssero
          Petronio Arbitro, Favorino ec. poi Sidonio, S. Ireneo ec. La civiltà v’era già innanzi i
          romani stata introdotta da coloni greci. Di più la corte latina v’ebbe sede per alcun
          tempo. La Germania benchè soggiogata anch’essa da’ Romani, e parte dell’impero latino, non
          diede mai adito a civiltà nè a lettere, nè a’ buoni nè a’ mediocri nè a’ cattivi tempi di
          quell’impero. Ella fu sempre barbara. Non si conta fra gli scrittori latini di veruna
          latinità <pb ed="aut" n="3367"/> (se non dell’infimissima) niuno che avesse origine
          germanica o fosse nato in Germania, come si conta pur quasi di tutte l’altre provincie e
          parti dell’impero romano. Quindi è che la Germania benchè suddita latina, benchè vicina
          all’Italia, anzi confinante, come la Francia, e più vicina assai che la Spagna, non ammise
          l’uso della lingua latina, e non parla latino (cioè una lingua dal latino derivata), ma
          conserva il suo antico idioma. (Forse anche fu cagione di ciò e delle cose sopraddette,
          che la Germania non fu mai intieramente soggiogata, nè suddita pacifica, come la Spagna e
          le Gallie, sì per la naturale ferocia della nazione, sì per esser ella sui confini delle
          romane conquiste, e prossima ai popoli d’Europa non conquistati, e nemici de’ romani, e
          sempre inquieti e ribellanti, onde ad essa ancora nasceva e la facilità, e lo stimolo, e
          l’occasione, e l’aiuto e il comodo di ribellare). Senza ciò la lingua latina avrebbe
          indubitatamente spento la teutonica, nè di essa resterebbe maggior notizia o vestigio che
          della celtica e dell’altre che la lingua latina spense affatto in Ispagna e in <pb
            ed="aut" n="3368"/> Francia. Delle quali la teutonica non doveva mica esser più dura nè
          più difficile a spegnere. Anzi la celtica doveva anticamente essere molto più colta e
          perfetta o formata che la teutonica, il che si rileva sì dalle notizie che s’hanno de’
          popoli che la parlarono, e delle loro istituzioni (come de’ Druidi, de’ Bardi, cioè poeti
          ec.), e della loro religione, costumi, cognizioni ec. sì da quello che avanza pur d’essa
          lingua celtica, e de’ canti bardici in essa composti ec. L’Inghilterra par che ricevesse
          fino a un certo segno l’uso della lingua latina, certo, se non altro, come lingua
          letterata e da scrivere<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Il latino si stabilì in Inghilterra a un di presso come il greco nell’alta Asia, e
              l’italiano in Dalmazia, nell’isole greche e siffatti dominii de’ Veneziani: cioè come
              lingua di qualunque persona colta e della scrittura, ma non parlata dal popolo, benchè
              forse intesa. Così il turco in Grecia ec.</p>
          </note>. Ella ha pure scrittori non solo dell’infima, ma anche della media latinità, come
          Beda ec. Ma era già troppo tardi, sì perchè la lingua latina era già corrotta e moribonda
          per tutto, anche in Italia sua prima sede, sì perchè l’impero latino era nel caso stesso.
          Quindi i Sassoni facilmente distrussero la lingua latina in Inghilterra, ancora inferma e
          mal piantata, propria solo dei dotti (com’io credo), e le sostituirono la <pb ed="aut"
            n="3369"/> teutonica, trionfando allo stesso tempo (almeno in molta parte dell’isola)
          anche dell’idioma nazionale, indigeno, <foreign lang="grc">ἐπιχώριος</foreign> e volgare,
          cioè del celtico ec., al qual trionfo doveva pure aver già contribuito la lingua latina,
          soggiogata poi anch’essa, e più presto ed interamente dell’indigena, da quella de’
          conquistatori. Laddove nelle Gallie i Franchi non poterono mica introdurre la lingua loro,
          benchè conquistatori, nè estirpar la latina, ben radicata, e per lunghezza di tempo, e
          perchè insieme con essa erano penetrati e stabiliti nelle Gallie, i costumi, la civiltà,
          le lettere, la religione latina, e perchè quivi detta lingua non era già propria ai soli
          dotti, ma comune al volgo, ond’essi conquistatori l’appresero, e parlata ec. Così dicasi
          de’ Goti, Longobardi ec. in Italia; de’ Vandali ec. in Ispagna. Che se la lingua latina in
          Italia, in Francia, in Ispagna, trionfò delle lingue germaniche benchè parlate da’
          conquistatori, può esser segno ch’ella ne avrebbe pur trionfato nella Germania ov’elle
          parlavansi da’ conquistati, se non l’avessero impedito le cagioni dette di sopra. Perocchè
          si vede che la lingua latina trionfava <pb ed="aut" n="3370"/> dell’altre, non tanto come
          lingua di conquistatori e padroni, superante quella de’ conquistati e de’ servi, nè come
          lingua indigena o naturalizzata, superante le forestiere, avventizie e nuove; quanto come
          lingua colta e formata, superante le barbare, incolte, informi, incerte, imperfette,
          povere, insufficienti, indeterminate. Altrimenti non sarebbe stato, come fu, impossibile
          ai successivi conquistatori d’Italia, Francia, Spagna, il far quello che i latini ne’
          medesimi paesi, conquistandoli, avevano fatto; cioè l’introdurre le proprie lingue in
          luogo di quelle de’ vinti. Nel mentre che i Sassoni in Inghilterra, certo nè più civili nè
          più potenti de’ Franchi, de’ Goti, de’ mori, ec. i Sassoni, dico, in Inghilterra, e poscia
          i Normanni, trionfavano pur senza pena delle lingue indigene di quell’isola, perchè mal
          formate ancor esse, benchè non affatto barbare, ed anzi (p. e. la celtica) più colte ec.
          delle loro. Ma queste vittorie della lingua latina sì nell’introdursi fra’ conquistati, e
          forestiera scacciare le lingue indigene; sì nel mantenersi malgrado i conquistatori, e in
          luogo di cedere, divenir propria anche di questi, si dovettero, come ho detto, in
          grandissima parte, alla civiltà dei <pb ed="aut" n="3371"/> costumi latini e alle lettere
          latine con essa lingua introdotte o conservate: di modo che detta lingua non riportò tali
          vittorie, solamente come colta e perfetta per se, ma come congiunta ed appartenente ai
          colti e civili costumi, opinioni e lettere latine. Perocchè, come ho detto, sempre ch’ella
          ne fu disgiunta, cioè dovunque la civiltà e letteratura latina, e l’uso del viver latino,
          o non s’introdusse, o non si mantenne, o scarsamente s’introdusse o si conservò; nè anche
          s’introdusse la lingua latina, come in Germania, o non si mantenne, come accadde in
          Inghilterra. E ciò si vede non solo in queste parti d’Europa, che non ammisero la civiltà
          latina per eccesso di barbarie, o che non ammettendola, restarono barbare; ma eziandio in
          quelle dove una civiltà ed una letteratura indigena escluse la forestiera, in quelle che
          non ammettendo i costumi nè le lettere latine, restarono però, quali erano, civili e
          letterate, cioè nelle nazioni greche. Le quali non ricevendo l’uso del viver latino, non
          ricevettero neppur la lingua, benchè la sede dell’impero <pb ed="aut" n="3372"/> romano, e
          Roma e il Lazio, per così dire, fossero trasportate e lunghissimi secoli dimorassero nel
          loro seno. Ma la Grecia contuttociò non parlò mai nè scrisse latino, ed ora non parla nè
          scrive che greco. Ed essa era pur la parte più civile d’Europa, non esclusa la stessa
          Roma, al contrario appunto della Germania. Sicchè da opposte, ma analoghe e corrispondenti
          e ragguagliate e proporzionate, cagioni, nacque lo stesso effetto.</p>
        <p>Tutto ciò che ho detto dell’Inghilterra si rettifichi consultando gli storici, e quello
          che altrove ho scritto circa l’uso della lingua latina in quel paese e nella Scozia e
          nell’Irlanda. (6. Settembre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dialetti della lingua latina. <bibl>Vedi <author>Cic.</author>
            <title>pro Archia poeta</title>, c. 10.. fine</bibl>, dove parla de’ poeti di Cordova <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">pingue quiddam sonantibus atque peregrinum</foreign>
          </quote>. Non avevano certamente questi poeti scritto nella lingua indigena di Spagna, che
          i romani mai non intesero, siccome niun’altro idioma forestiero, eccetto il greco; ma in
          un latino che sentiva di Spagnolismo, come quel di Livio parve <pb ed="aut" n="3373"/>
          sapere di Patavinità. E le parole di Cicerone, chi ben le consideri anche in se stesse,
          non possono significare altro. Perocchè era fuor di luogo la nota di
          <emph>peregrino</emph> se si fosse trattato di una lingua forestiera, che non in parte, o
          per qualche qualità, ma tutta è peregrina; nè questo in lei sarebbe stato difetto, e
          volendolo considerar come tale, soverchiamente leggiera e sproporzionata sarebbe stata
          quella semplice espressione che la lingua e lo stile di quei poeti sapeva di forestiero.
          Oltrechè l’una e l’altro sarebbero stati barbari, e per le orecchie romane affatto strani,
          rozzi, insolenti, insopportabili, non così solamente macchiati d’un non so che di pingue e
          di peregrino. Era in Cordova introdotta già (siccome in altre parti della Spagna già
          soggiogate, perchè quella provincia non fu sottomessa che appoco appoco, e con grandissimo
          intervallo una parte dopo l’altra, e, come osserva Velleio<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>
              <bibl>
                <author>Vell.</author> II. 90. 2. 3.</bibl>
              <bibl>
                <author>Flor.</author> II. 17. 5.</bibl>
              <bibl>
                <author>Liv.</author> 28. 12.</bibl>
            </p>
          </note>, fu di tutte la più renitente, e tra le romane conquiste la più lunga e difficile
          e per lungo tempo incertissima); era, dico, introdotta già in Cordova la lingua e la
          letteratura latina, siccome <pb ed="aut" n="3374"/> dimostra l’aver essa poi potuto
          produrre i Seneca e Lucano, l’esempio dello stile de’ quali, può (quanto allo stile)
          servire pur troppo di copioso commento alle parole di Cicerone, che, s’io non m’inganno,
          della lingua non meno che dello stile si debbono intendere. (6. Settem. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico in più luoghi che la natura non ingenera nell’uomo quasi altro che disposizioni. Or
          tra queste bisogna distinguere. Altre sono disposizioni a poter essere, altre ad essere.
          Per quelle l’uomo può divenir tale o tale; può, dico, e non più. Per queste l’uomo,
          naturalmente vivendo, e tenendosi lontano dall’arte, indubitatamente diviene quale la
          natura ha voluto ch’ei sia, bench’ella non l’abbia fatto, ma disposto solamente a divenir
          tale. In queste si deve considerare l’intenzione della natura: in quelle no. E se per
          quelle l’uomo può divenir tale o tale, ciò non importa che tale o tale divenendo, egli
          divenga quale la natura ha voluto ch’ei fosse: perocchè la natura per quelle disposizioni
          non ha fatto altro che lasciare all’uomo la possibilità di divenir tale o tale; nè quelle
          sono <pb ed="aut" n="3375"/> altro che possibilità. Ho distinto due generi di disposizioni
          per parlar più chiaro. Ora parlerò più esatto. Le disposizioni naturali a poter essere e
          quelle ad essere, non sono diverse individualmente l’une dall’altre, ma sono
          individualmente le medesime. Una stessa disposizione è ad essere e a poter essere. In
          quanto ella è ad essere, l’uomo, seguendo le inclinazioni naturali, e non influito da
          circostanze non naturali, non acquista che le qualità destinategli dalla natura, e diviene
          quale ei dev’essere, cioè quale la natura ebbe intenzione ch’ei divenisse, quando pose in
          lui quella disposizione. In quanto ella è disposizione a poter essere, l’uomo influito da
          varie circostanze non naturali, siano intrinseche siano estrinseche, acquista molte
          qualità non destinategli dalla natura, molte qualità contrarie eziandio all’intenzione
          della natura, e diviene qual ei non dev’essere, cioè quale la natura non intese ch’ei
          divenisse, nell’ingenerargli quella disposizione. Egli però non divien tale per natura,
          benchè questa disposizione sia naturale: perocchè essa disposizione non era ordinata a
          questo <pb ed="aut" n="3376"/> ch’ei divenisse tale, ma era ordinata ad altre qualità,
          molte delle quali affatto contrarie a quelle che egli ha per detta disposizione
          acquistato. Bensì s’egli non avesse avuto naturalmente questa disposizione, egli non
          sarebbe potuto divenir tale. Questa è tutta la parte che ha la natura in ciò che tale ei
          sia divenuto. Siccome, se la disposizion fisica del nostro corpo non fosse qual ella è per
          natura, l’uomo non potrebbe, per esempio, provare il dolore, divenir malato. Ma non perciò
          la natura ha così disposto il nostro corpo acciocchè noi sentissimo il dolore e
          infermassimo; nè quella disposizione è ordinata a questo, ma a tutt’altri e contrarii
          risultati. E l’uomo non inferma per natura; bensì può per natura infermare; ma infermando,
          ciò gli accade contra natura, o fuori e indipendentemente dalla natura, la quale non
          intese disporlo a infermare.</p>
        <p>Similmente si discorra degli altri animali, e di mano in mano degli altri generi di
          creature, con quest’avvertenza però e con questa proporzione, che negli altri animali, le
          disposizioni <pb ed="aut" n="3377"/> ingenite sono più ad essere che a poter essere; il
          che vuol dire che gli animali sono naturalmente meno conformabili dell’uomo; che essi per
          le loro naturali disposizioni, non solo non debbono acquistare altre qualità che le
          destinate loro dalla natura, il che è proprio anche dell’uomo, ma non possono acquistarne
          molto diverse da queste, come l’uomo può; non possono acquistar tante e così varie
          qualità, come l’uomo può, per essere sommamente conformabile: in fine che le loro naturali
          disposizioni non rendono possibile tanta varietà di risultati, non possono esser così
          diversamente applicate e usate come quelle dell’uomo. Ond’è che gli animali non acquistino
          quasi altre qualità che le destinate loro dalla natura, non divengano se non quali la
          natura gli ha voluti, quali ella intese che divenissero nel dar loro quelle disposizioni.
          Il che vuol dire ch’ei si mantengono nello stato naturale; che non è altro se non quello
          che ho detto, cioè divenir tali quali la natura ha inteso; perchè nè anche gli animali
          nascono, ma divengono; nè la <pb ed="aut" n="3378"/> natura ingenera in essi delle
          qualità, ma delle disposizioni, ben più ristrette che quelle dell’uomo. In questo modo e
          con questa proporzione passando ai vegetabili, e quindi scendendo per tutta la catena
          degli esseri, troverete che le naturali disposizioni sono di mano in mano sempre
          maggiormente ad essere che a poter essere, cioè si restringono, finchè gradatamente si
          arrivi a quegli enti ne’ quali la natura non ha posto disposizioni nè ad essere nè a poter
          essere, ma solo qualità. Del qual genere io non credo che alcuna cosa si possa in verità
          trovare, esattamente e strettamente parlando, ma largamente si potrà dire che di tal
          genere sia questo nostro globo tutto insieme considerato e rispetto al sistema solare o
          universale, e similmente i pianeti e il sole e le stelle e gli altri globi celesti. Ne’
          quali e ne’ moti loro, e per dir così, nella vita, e nell’esistenza rispettiva degli uni
          agli altri, niun disordine si può trovare, niuna irregolarità, niun morbo, niuna ingiuria,
          niun accidente, successo o effetto che sia contro nè fuori delle intenzioni avute dalla
          natura nel porre in essi le qualità che ci ha posto; dico le qualità rispettive <pb
            ed="aut" n="3379"/> che hanno gli uni verso gli altri, le quali negli effetti e nell’uso
          loro sempre e interamente corrispondono alle primitive destinazioni della natura, e
          immutabilmente serbano ed <foreign lang="lat" rend="italic">efficiunt</foreign>
          quell’ordine dell’universo che la natura volle espressamente e vuole, e quella vita o
          esistenza ch’essa natura gli ha destinata, e tale nè più nè meno quale ella intese e
          ordinò che fosse. Da questo genere di esseri rimontando indietro per insino all’uomo,
          troveremo sempre di mano in mano decrescere secondo l’ordine delle specie e de’ generi, il
          numero e l’efficacia e importanza delle <emph>qualità</emph> ingenerate in ciascun di essi
          generi o specie dalla natura, e crescere altrettanto il numero o l’estensione, la varietà
          o piuttosto la variabilità o adattabilità delle <emph>disposizioni</emph> in esse dalla
          natura ingenerate: e queste disposizioni esser da principio solamente, o quasi del tutto,
          ad essere, poscia eziandio a poter essere, e ciò sempre più, salendo pe’ vegetabili ai
          polipi, indi per le varie specie d’animali fino alla scimia, e all’uomo salvatico, e da
          queste specie all’uomo. Nella cui parte che si chiama morale o spirituale, troveremo, come
          ho detto, che <pb ed="aut" n="3380"/> la natura non ha posto di sua mano quasi veruna
          qualità determinata, se non pochissime, e queste, semplicissime: tutto il resto
          disposizioni, non solo ad essere, ma a poter essere tante cose, ed acquistare tanto varie
          qualità, quanto niun altro genere di enti a noi noti. E per questa scala ascendendo,
          troveremo colla medesima gradazione, che quanto minore in ciascun genere o specie è il
          numero e il valore delle qualità ingenite e naturali, quanto maggiore quello delle
          disposizioni altresì naturali, e quanto maggiormente queste disposizioni sono a poter
          essere (ossia divenire), tanto maggiore esattamente in ciascuno d’essi generi o specie, e
          nell’esistenza loro, e negli effetti loro sopra se stessi e fuor di se stessi è il numero
          e la grandezza de’ disordini, delle irregolarità de’ morbi, de’ casi, degli accidenti, de’
          successi non naturali, non voluti o espressamente disvoluti dalla natura, contrarii alle
          intenzioni e destinazioni fatte dalla natura nel formare quei tali generi o specie, e nel
          così disporli com’essa li dispose, sì rispetto a se stessi, sì riguardo agli altri generi
          e specie a cui essi hanno relazione, ed all’intera <pb ed="aut" n="3381"/> università
          delle cose. Tutto ciò troverassi nelle meteore, ne’ vegetabili, negli animali sopra tutto,
          e fra gli animali, sopra tutti nell’uomo, ossia nel genere umano. Perocchè il vivente è
          meno dell’altre cose tutte composto di qualità naturali, e più di disposizioni; e tra’
          viventi l’uomo in massimo grado. Nel quale è maggior la vita che negli altri viventi; e la
          vita si può, secondo le fin qui dette considerazioni, definire una maggiore o minore
          conformabilità, un numero e valore di disposizioni naturali prevalente in certo modo (più
          o meno) a quello delle ingenite qualità. Massime rispetto allo spirituale, all’intrinseco,
          a quello che, propriamente parlando, vive; a quello in che sta propriamente e si esercita
          la vita, in che siede il principio vitale, e la facoltà dell’azione sia interna sia
          esterna, cioè la facoltà del pensiero e della sensibile operazione. ec. Nella qual facoltà
          consiste propriamente la vita ec. (6-7. Settembre. 1823.). Per lo contrario le cose che
          meno partecipano della vita sono quelle che per natura hanno meno di qualità e più di
          disposizione, cioè le meno conformabili naturalmente. E se v’ha cosa che non sia punto
          conformabile naturalmente, quella niente partecipa della vita, ma solo esiste; quella è
          che si dee propriamente <pb ed="aut" n="3382"/> chiamare semplicemente e puramente
          esistente ec. ec. ec. (8. Sett. Natività di Maria Santissima. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3343. marg. È da notare che tutti questi nomi per etimologia non significano
          propriamente altro che <emph>misero, afflitto</emph>, ec. o <emph>povero</emph> ec. o
            <emph>fatichevole</emph> ec., ovvero <emph>miseria, calamità, povertà,
          laboriosità</emph> ec. E che in processo di tempo, molti di essi, e forse i più, perduta o
          fatta men comune e antiquata o poetica ec. questa significazione non ritennero nell’uso
          ordinario che quella di <emph>ribaldo, cattivo, scellerato, malvagità, nequizia</emph> ec.
          quasi fosse impossibile che il misero non fosse malvagio. Probabilmente la distinzione tra
            <foreign lang="grc">πόνηρος</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">miser</foreign> e <foreign lang="grc">πονηρὸς</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">improbus</foreign>, e la diversa accentazione, non vien
          che da’ grammatici greci, i quali non considerarono i tanti altri esempi di voci sì greche
          sì forestiere che riuniscono l’una e l’altra significazione, e non avvertirono che la
          seconda è un vero e mero traslato della prima. (8. Sett. Natività di Maria Vergine
          Santissima. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È tanto mirabile quanto vero, che la poesia la quale cerca per sua natura e proprietà il
          bello, e la filosofia ch’essenzialmente ricerca il vero, cioè la cosa più contraria al
          bello; sieno le facoltà le <pb ed="aut" n="3383"/> più affini tra loro, tanto che il vero
          poeta è sommamente disposto ad esser gran filosofo, e il vero filosofo ad esser gran
          poeta, anzi nè l’uno nè l’altro non può esser nel gener suo nè perfetto nè grande, s’ei
          non partecipa più che mediocremente dell’altro genere, quanto all’indole primitiva
          dell’ingegno, alla disposizione naturale, alla forza dell’immaginazione. Di ciò ho detto
          altrove. Le grandi verità, e massime nell’astratto e nel metafisico o nel psicologico ec.
          non si scuoprono se non per un quasi entusiasmo della ragione, nè da altri che da chi è
          capace di questo entusiasmo. (Eccetto ch’elle sieno scoperte appoco appoco, piuttosto dal
          tempo e dai secoli, che dagli uomini, in guisa che a nessuno in particolare possa
          attribuirsene il ritrovamento, il che spesso accade). La poesia e la filosofia sono
          entrambe del pari, quasi le sommità dell’umano spirito, le più nobili e le più difficili
          facoltà a cui possa applicarsi l’ingegno umano. E malgrado di ciò, e dell’esser l’una di
          loro, cioè la poesia, la più utile veramente di tutte le facoltà, sì la poesia, <pb
            ed="aut" n="3384"/> come la filosofia sono del pari le più sfortunate e dispregiate di
          tutte le facoltà dello spirito. Tutte l’altre dànno pane, molte di loro recano onore anche
          durante la vita, aprono l’adito alle dignità ec.: tutte l’altre, dico, fuorchè queste,
          dalle quali non v’è a sperar altro che gloria, e soltanto dopo la morte. <quote>
            <emph>Povera e nuda vai, filosofia</emph>
          </quote>. Della sorte ordinaria de’ poeti mentre vivono, non accade parlare. Chi
          s’annunzia per medico, per legista, per matematico, per geometra, per idraulico, per
          filologo, per antiquario, per linguista, per perito anche in una sola lingua; il pittore
          eziandio e lo scultore e l’architetto; il musico, non solo compositore ma esecutore, tutti
          questi son ricevuti nelle società con piacere, trattati nelle conversazioni e nella vita
          civile con istima, ricercati ancora, onorati, invitati, e quel ch’è più premiati,
          arricchiti, elevati alle cariche e dignità. Chi s’annunzia solo per poeta o per filosofo,
          ancorch’egli lo sia veramente, e in sommo grado, non trova chi faccia caso di lui, non
          ottiene neppure ch’altri gli parli con leggiere testimonianze di stima. La ragione si è
          che tutti si credono esser filosofi, <pb ed="aut" n="3385"/> ed aver quanto si richiede ad
          esser poeti, sol che volessero metterlo in opera, o poterlo facilissimamente acquistare e
          adoperare. Laddove chi non è matematico, pittore, musico ec. non si crede di esserlo, e
          riguarda come superiori per questo conto a lui ed al comune degli uomini, quei che lo
          sono. Il genio, da cui principalmente pende e nasce la facoltà poetica e la filosofica,
          non si misura a palmi, come ciò che si richiede a esser medico o geometra. Quindi nasce
          che quello ch’è più raro tra gli uomini tutti si credano possederlo. E quindi è che le due
          più nobili, più difficili e più rare, anzi straordinarie, facoltà, la poesia e la
          filosofia, tutti credano possederle, o poterle acquistare a lor voglia. Oltre che il genio
          non può essere nè giudicato, nè sentito, nè conosciuto, nè <foreign lang="spa"
            rend="italic">aperçu</foreign> che dal genio. Del quale mancando quasi tutti, nol
          sentono nè se n’avveggono quand’ei lo trovano. E il gustare, e potere anche mediocremente
          estimare il valor delle opere di poesia e di filosofia, non è che de’ veri poeti e de’
          veri filosofi, a differenza delle opere dell’altre facoltà. ec.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3386"/> E qui si consideri il divario fra gli antichi e i moderni tempi.
          Chè fra gli antichi i filosofi, e massime i poeti, avevano senza contrasto il primo luogo,
          se non nella fortuna (molti filosofi l’ebbero ancora nella fortuna, come Pitagora,
          Empedocle, Archita, Solone, Licurgo ed altri de’ più antichi, che furono padroni delle
          rispettive repubbliche), certo nella estimazion pubblica, non solo dopo morte, ma durante
          la loro vita. E pure molti più erano allora che oggidì quelli che potevano esser poeti,
          perchè l’immaginazione era signora degli uomini; e la debole filosofia di que’ tempi non
          distingueva gran fatto i filosofi da’ volgari, nè molto si richiedeva per giungere alle
          loro cognizioni, e per salire alla loro altezza. — ec. ec. (8. Sett. Natalizio di Maria
          Vergine Santissima. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3205. Un suono dolce o penetrante, indipendentemente dall’armonia o melodia che
          può sembrare aver rapporto alle idee, gli odori, il tabacco ec. influiscono
          sull’immaginazione massimamente, e v’influiscono in modo al tutto fisico, cioè senz’alcun
          rapporto per se stessi alle idee. Laddove quegli oggetti che agiscono sull’immaginazione
            <pb ed="aut" n="3387"/> e la risvegliano ec. per mezzo del senso della vista, lo fanno
          eccitando certe idee apposite, legate a quei tali oggetti o per la lor propria forma, o
          per le rimembranze ch’essi destano nella memoria, o per immagini adeguate e analoghe in
          qualunque modo a quella tal vista ec. Niente di ciò accade nel suono semplicemente
          considerato, negli odori, nel tabacco ec. se non accidentalmente, ed anche fuori di tale
          accidente, quelle cose influiscono a dirittura sulla facoltà immaginativa. Così discorrasi
          anche della luce per se stessa e indipendentemente dagli oggetti ch’ella ci discuopre allo
          sguardo; perocchè anche la luce per se influisce e sveglia fisicamente la facoltà
          immaginativa, senza relazione propria e particolare a veruna idea. Certo l’immaginazione è
          visibilmente sottoposta a mille cause totalmente fisiche, che la commuovono e scuotono, o
          l’assopiscono e intorpidiscono, la sollevano o la deprimono, l’eccitano o la raffrenano,
          la scaldano o l’agghiacciano. Se dunque l’immaginazione, <pb ed="aut" n="3388"/> perchè
          non l’ingegno? mentre quella è pure una facoltà tutta spirituale, o tutta appartenente a
          ciò che nell’uomo si considera come spirito; è una parte o facoltà dell’animo solo, dello
          spirito ec. e dello stesso ingegno. (9. Settembre. 1823.). V. p. 3552.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Molti presenti italiani che ripongono tutto il pregio della poesia, anzi tutta la poesia
          nello stile, e disprezzano affatto, anzi neppur concepiscono, la novità de’ pensieri,
          delle immagini, de’ sentimenti; e non avendo nè pensieri, nè immagini, nè sentimenti,
          tuttavia per riguardo del loro stile si credono poeti, e poeti perfetti e classici; questi
          tali sarebbero forse ben sorpresi se loro si dicesse, non solamente che chi non è buono
          alle immagini, ai sentimenti, ai pensieri non è poeta, il che lo negherebbero
          schiettamente o implicitamente<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere le pagg. 2979-80. e 3717-20.</p>
          </note>; ma che chiunque non sa immaginare, pensare, sentire, inventare, non può nè
          possedere un buono stile poetico, nè tenerne l’arte, nè eseguirlo, nè giudicarlo nelle
          opere proprie nè nelle altrui; che l’arte e la facoltà e l’uso dell’immaginazione e
          dell’invenzione è tanto indispensabile allo stile <pb ed="aut" n="3389"/> poetico, quanto
          e forse ancor più ch’al ritrovamento, alla scelta, e alla disposizione della materia, alle
          sentenze e a tutte l’altre parti della poesia ec. (Vedi a tal proposito la p. 2978-80.)
          Onde non possa mai esser poeta per lo stile chi non è poeta per tutto il resto, nè possa
          aver mai uno stile veramente poetico, chi non ha facoltà, o avendo facoltà non ha
          abitudine, di sentimento di pensiero di fantasia d’invenzione, insomma d’originalità nello
          scrivere. (9. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La lingua spagnuola, secondo me, può essere agli scrittori italiani una sorgente di buona
          e bella ed utile novità ond’essi arricchiscano la nostra lingua, massimamente di locuzioni
          e di modi.</p>
        <p>1.<hi rend="apice">o</hi> Io penso che niuno possa pienamente discorrere di niuna delle
          cinque lingue che compongono la nostra famiglia, ciò sono greca, latina, italiana,
          spagnuola, e francese, s’egli non le conosce più che mediocremente tutte cinque.</p>
        <p>2.<hi rend="apice">o</hi> La lingua spagnuola è sorella carnalissima della nostra. Or
          come sia ragionevole il derivar <pb ed="aut" n="3390"/> nuove ricchezze nella lingua
          propria dalle lingue sorelle, vedi, fra l’altre, p. 3192-6.</p>
        <p>3.<hi rend="apice">o</hi> La potenza avuta dagli Spagnuoli in Europa, e in Italia
          nominatamente, al tempo appunto che la lingua e letteratura nostra si formava e
          perfezionava, ciò fu nel cinquecento<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3728.</p>
          </note>, fece che molte voci e molte più locuzioni e forme spagnuole fossero, non solo dal
          volgo e nel discorso familiare, ma dai dotti e dai letterati nella lingua scritta ed
          illustre italiana introdotte o accettate in quel secolo e nel seguente eziandio (dal Redi,
          dal Salvini, dal Dati ec. <bibl>V. p. es. la <title>Crusca</title> in <emph>alborotto,
              verdadiero</emph>
          </bibl> Dallo spagnuolo viene l’avv. <emph>giacchè</emph> o <emph>già che</emph> per
            <emph>poichè</emph>, usitatissimo appo i nostri migliori del seicento). Perocchè la
          lingua spagnuola era a quel tempo generalmente studiata, intesa, parlata, scritta, e fino
          stampata, in Italia. (<bibl>V. <author>Speroni</author>
            <title>Oraz. in lode del Bembo</title> nelle <title>Orazz. Ven.</title> 1596: p.
          144</bibl>; <bibl>
            <author>Caro</author>
            <title>Lett.</title> vol. 2. lett. 177.</bibl>) E questa è primieramente un’ottima
          ragione perchè dalla lingua spagnuola si possa ancora <pb ed="aut" n="3391"/> attingere,
          dico l’essersene già molto attinto. Così sempre accade nelle lingue. Il già tolto
          d’altronde e naturalizzato, prepara gli orecchi e il gusto a quello che si voglia ancor
          torre dallo stesso luogo, appiana la strada, apparecchia quasi il posto e il letto alle
          novità che dalla medesima fonte si vogliano dedurre, e ne facilita l’introduzione. Il
          canale è scavato, nè fa di bisogno fabbricarlo; sta allo scrittore il dar corso per esso
          alle acque, giusta la misura che gli paia opportuna. Aggiungasi a questo, che tale
          commercio onde la lingua italiana si arricchì della spagnuola, fu, come ho detto, nel
          secolo in che la nostra lingua si formò e perfezionò, e prese o determinò il suo
          carattere, cioè nel cinquecento; ond’è ben naturale che molte parti della lingua spagnuola
          non ancora da noi ricevute, convengano e consuonino colle proprietà della nostra lingua,
          poichè non poche forme e locuzioni, ed anche non poche voci spagnuole e significazioni di
          voci, entrarono nella composizione della nostra lingua appunto quand’ella ricevè la sua
          piena forma e perfezionamento e la distinta specifica impronta del suo <pb ed="aut"
            n="3392"/> carattere. Finalmente è da osservarsi che mentre i nostri antichi non solo
          nel cinquecento, ma fin dal ducento e dal trecento introdussero nella lingua nostra
          moltissime voci, locuzioni e forme francesi che ancora in buona parte vi si conservano,
          queste, da tanto tempo in qua, e similmente quelle altre infinite che i moderni
          v’introdussero e v’introducono tuttavia, serbano sempre, chi ben le guarda, una sembianza
          e una fisonomia di forestiere, massime le locuzioni e forme. Laddove le frasi e i modi, ed
          anche i vocaboli spagnuoli introdotti nella nostra lingua, stanno e conversano in essa
          colle nostre voci italiane così naturalmente che paiono non venuti ma nati, non ispagnuoli
          ma italiani quanto alcun altro mai possa essere e quanto lo sono i nostri propri vocaboli.
          Anzi io so certo che pochissimi, ma veramente pochissimi, sanno, o sapendo, avvertono
          questi tali esser modi e vocaboli o significati d’origine spagnuola. Ben ne veggo assai
          sovente de’ riputati e battezzati per purissimi italiani natii<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Massimam. modi e significati.</p>
          </note>. Nè me ne maraviglio, perocchè in essi la differenza dell’origine nulla si sente,
          ed è possibile il saperla, ma <pb ed="aut" n="3393"/> non il sentirla. E non voglio tacere
          che delle tante parole, frasi e forme francesi introdotte da’ nostri antichi, sia
          ducentisti, sia trecentisti, sia cinquecentisti, sia secentisti, nell’italiano,
          grandissima parte, e forse la maggiore, è uscita dall’uso nostro ed antiquata per modo che
          oggidì nemmeno il più sfrontato e impudente gallicista e parlatore o scrittore di francese
          maccheronico sarebbe ardito di usarle. E ciò, quanto a quelle che furono tra noi usate nel
          ducento o nel trecento, è accaduto da gran tempo in qua, cioè fino dal cinquecento, nel
          qual secolo le antiche voci francesi-italiane che oggi più non s’usano, erano parimente
          quasi tutte dimenticate, benchè delle altre se ne introducessero. Ma delle voci e maniere
          spagnuole introdotte fra noi, ben poche o la minor parte, o certo in assai minor numero
          che delle francesi, si trovano oggidì esser cadute dell’uso nostro. Le altre han posto da
          gran tempo saldissime radici nella lingua italiana, come quelle che l’hanno trovata esser
          terreno proprio da loro, e tale che l’esservi esse state <pb ed="aut" n="3394"/> piuttosto
          traspiantate che prodotte spontaneamente e primieramente, sia piuttosto caso che natura.</p>
        <p>4.<hi rend="apice">o</hi> La lingua spagnuola è carnal sorella dell’italiana, non di
          famiglia solo e di nascita e di eredità, ma di volto, di persona e di costumi. Nè la
          lingua francese se le può paragonare per questo conto, non più ch’ella si possa comparare
          all’italiana o alla spagnuola per conto della somiglianza, sia esteriore sia interiore,
          colla madre comune. La lingua spagnuola è piuttosto altra che diversa dall’italiana. Ed
          era ben ragione che così fosse, perocchè l’Italia, la Spagna e la Grecia sono in Europa
          per natura di clima, di terreno e di cielo le più conformi provincie meridionali<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>La storia offrirà molte prove di fatto della conformità fra l’indole spagnuola e
              italiana (e greca). Fra l’altre cose, l’abuso pubblico e privato della religion
              cristiana fatto nella Spagna, non ha nella storia moderna altro più simigliante che
              quello fatto in Italia, e quanto all’opinioni, e quanto alle azioni, e quanto alle
              istituzioni, leggi, usi, costumi ec. e tutto ciò ch’è influito dalla religione.
              Veggansi le pp. 3572-84, e massime dalla 3575. in poi.</p>
          </note>. Or tra queste, la Spagna e l’Italia avendo l’una dato, l’altra ricevuto una
          stessissima lingua, era ben naturale che in processo di tempo ambedue riuscissero tanto e
          niente meno conformi di linguaggio, quanto a due separate nazioni è possibile il più.
          Laddove la Francia che una medesima lingua ricevè dall’Italia ancor essa, partecipando
          però del settentrionale <pb ed="aut" n="3395"/> e pel clima e per l’indole e per gli
          avvenimenti che la storia descrive, settentrionalizzò la sua ricevuta lingua, e fecene un
          misto nuovo, suo proprio e bello, come altrove s’è detto. E intanto allontanandosi da’
          suoni dalle forme e dal genio della lingua madre, l’idioma francese col medesimo passo si
          divise eziandio dall’indole, dallo spirito e dalla qualità de’ suoni delle lingue sorelle,
          che sempre alla madre si attennero quanto comportarono i tempi e le circostanze; e che
          quantunque inondate ancor esse dalle lingue settentrionali, pure per la totale diversità
          del clima e dell’indole delle loro regioni, se ne mantennero così pure, che pervenute per
          così dire a seccarle, soltanto pochissime parole, niuna forma, niuna qualità appartenente
          al genio ed all’indole, si trovarono averne contratto. Veramente la lingua spagnuola e per
          carattere e per forme e per costrutti e per suoni e per che che sia, è così conforme
          all’italiana, che altre due lingue colte così tra loro conformi non si trovano ch’io mi
          creda, nè mai, ch’io sappia, si ritrovarono. <pb ed="aut" n="3396"/> E più conformi
          sarebbero le suddette due lingue se la Spagna avesse avuto e potesse vantare più vasta,
          copiosa e varia, più lunga, e più perfetta letteratura, ch’ella non ebbe. Dico sarebbono
          più conformi per ciò che tocca alla quantità, come dire alla ricchezza, alla varietà e
          cose tali. Chè per certo non mancò alla lingua spagnuola se non quello che ho detto, per
          essere anche in queste parti comparabile alla lingua italiana; per esserlo cioè in tutto,
          anche nella quantità, siccom’essa lo è nella qualità, eccetto solamente che ancor nelle
          sue qualità ell’è meno perfetta dell’italiana. Del rimanente ella, quanto alla qualità,
          non potrebbe quasi essere più conforme alla nostra di quel ch’ella sia.</p>
        <p>5.<hi rend="apice">o</hi> Nè tale sarebbe se la letteratura spagnuola, benchè cedendo
          d’assai all’italiana per la quantità, non le fosse pari del tutto nella qualità, salvo la
          minore perfezione di ciascun suo attributo. Le stesse cagioni, sì naturali, sì
          accidentali, che ci resero gli spagnuoli così conformi di lingua, ce li fecero altrettanto
          conformi <pb ed="aut" n="3397"/> nella letteratura. Nè poteva essere altrimenti, perchè
          l’una e l’altra vanno sempre del pari. Certo è che nel cinquecento, secolo aureo e
          principale non meno della lingua e letteratura spagnuola che della italiana, il commercio
          tra queste due letterature fu strettissimo, e l’influenza reciproca; bensì maggiore
          d’assai quella dell’italiana sulla spagnuola che viceversa, perchè l’italiana era di gran
          lunga maggiore, e portata ad un alto grado già molto prima, cioè nel 300. Laonde, se
          imitazione vi fu, non è dubbio che gli spagnuoli imitarono, e gli scrittori italiani
          furono loro modelli. Ma senza più stendersi in questo, egli è certissimo ed evidente che
          il buono e classico stile spagnuolo e lo stile italiano buono e classico, salvo che quello
          è meno perfetto, non sono onninamente che uno solo. Ora quanta parte abbia la lingua nello
            stile<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi fra l’altre, la p. 2906. segg.</p>
          </note>, quanta influenza lo stile nella lingua, come sovente sia difficile e quasi
          impossibile il distinguere questa da quello, e le proprietà dell’una da quelle dell’altro,
          o si parli di uno scrittore e di una scrittura particolarmente, <pb ed="aut" n="3398"/> o
          di un genere, o di una letteratura in universale; sono cose da me altrove accennate più
          volte. Basti ora il dire che non si è mai per ancora veduto in alcun secolo, appo nazione
          alcuna, stile corrotto o barbaro e rozzo, e lingua pura o delicata, nè viceversa, ma
          sempre e in ogni luogo la rozzezza, la purità, la perfezione, la decadenza, la corruttela
          della lingua e dello stile si sono trovate in compagnia<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Massime ne’ prosatori: quanto a’ poeti vedi la p. 3419.</p>
          </note>. Chè se ne’ nostri trecentisti la lingua è pura e lo stile sciocco; 1.o lo stile
          non pecca se non per difetto di virtù, per inartifizio, e mancanza d’arte e di coltura, ma
          niun vizio ha e niuna qualità malvagia; sicchè non può chiamarsi corrotto: 2.<hi
            rend="apice">o</hi> lo stile de’ trecentisti è semplice e nella semplicità energico,
          come porta la natura, e tale nè più nè meno è la lingua loro, la quale generalmente non ha
          pregio nessuno se non questi, che sono pur pregi dello stile, ma non sempre, e che non
          bastano: 3.<hi rend="apice">o</hi> che che ne dicano i pedanti, ogni volta che lo stile
          de’ trecentisti pecca di rozzo, anche la lor lingua è rozza; ogni volta che di barbaro,
          anche la lingua è barbara; ogni volta che di eccessiva semplicità ed inartifizio, anche la
          semplicità della <pb ed="aut" n="3399"/> lingua passa i termini, com’è stato ben provato
          in questi ultimi tempi; e finalmente se talvolta il loro stile è tumido, falso, o insomma
          corrotto comunque, (benchè tal corruzione in loro sia piuttosto fanciullesca e
          d’ignoranza, che manifestante il cattivo gusto, e la depravazione, che in essi non poteva
          aver luogo), allora anche la lingua non è da noi chiamata pura, se non perchè ed in quanto
          antica, secondo le osservazioni da me fatte altrove circa quello che si chiama purità di
          lingua.</p>
        <p>Adunque lo stile che colla lingua è così strettamente legato, è lo stesso nello spagnuolo
          e nell’italiano. Dico quello stile che dall’una e dall’altra nazione è riconosciuto per
          classico. Ebbero anche i francesi nel medesimo secolo del cinquecento uno stile conforme o
          quasi conforme allo spagnuola e all’italiano, ma esso non è riconosciuto oggidì per
          classico da quella nazione, nè per tale fu riconosciuto in quel secolo in che la
          letteratura francese pigliò forma e carattere e perfezionossi, in somma nel secolo aureo
          che dà legge <pb ed="aut" n="3400"/> e norma, generalmente parlando, alla lingua e
          letteratura francese di qualunque secolo successivo. E se pur quello stile talvolta è o fu
          riconosciuto per classico da’ francesi (come in Amyot), ciò è come un classico che essi
          non debbono seguire nè imitare, un classico diverso da quello che è classico oggidì per
          loro nelle scritture di questo secolo, un classico che in queste scritture sarebbe vizio,
          anzi non si comporterebbe, anzi non senza fatica s’intenderebbe; una lingua in somma e uno
          stile che, secondo confessano essi medesimi, ancorchè bello e classico, non è più loro.</p>
        <p>Lo stile e la letteratura spagnuola forma veramente (quanto alla sua indole) una sola
          famiglia collo stile e letteratura greca, latina e italiana. Lo stile e la letteratura
          francese per lo contrario appartengono a una famiglia ben distinta dalla suddetta. La
          letteratura francese insieme con quelle ch’essa ha prodotte, ciò sono la inglese del tempo
          della regina Anna, la svedese, la russa, (e credo eziandio l’olandese), forma in Europa,
          propriamente parlando, una terza distinta famiglia, un terzo genere di letteratura e di
          stile: intendendo per seconda famiglia di letterature <pb ed="aut" n="3401"/> europee
          quelle di carattere settentrionale, cioè l’inglese de’ tempi d’Ossian e di quelli di
          Shakespeare, e la moderna ch’è una continuazione di questa, la tedesca, l’antica
          scandinava, illirica, e simili. (Sebbene il carattere scandinavo e illirico, sì delle
          nazioni, sì delle letterature, è distinto dal teutonico ec. Ma non esiste letteratura
          scandinava nè illirica, se non antica e mal nota, perchè la presente letteratura Svedese,
          Danese, russa ec. non è che francese. Staël nel principio dell’Alemagna). Come altrove ho
          detto della lingua<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 2989.</p>
          </note>, così della letteratura e dello stile francese si deve dire. Essi tengono il mezzo
          tra il meridionale e il settentrionale, tra il classico e il romantico; essi formano una
          categoria propria, niente meno diversa e distinta da quella delle letterature e stili
          greco, latino, italiano classico, spagnuolo classico, e dall’indole e spirito loro, di
          quel ch’ella sia dalle letterature inglese moderna, tedesca, e loro affini o simiglianti.
          V. p. 3559.</p>
        <p>Quel carattere di nobiltà, di dignità, di ardire, di semplicità, di naturalezza ec. ec.
          che distingue <pb ed="aut" n="3402"/> gl’idiomi e gli stili greco e latino, non si possono
          in alcuna lingua del mondo, nè moderna nè antica, esprimer meglio nè più spontaneamente e
          naturalmente che nella italiana e nella spagnuola, e negli stili riconosciuti
          respettivamente per classici appo queste due nazioni: nè si potrebbero, assolutamente
          parlando, esprimer meglio di quello che queste due lingue e questi due stili possano fare.
          Dico possano fare, perchè lo spagnuolo non lo ha forse ancora mai fatto perfettamente,
          benchè la sua indole e lo comporti e lo richiegga. Dico quel tal carattere identico di
          nobiltà ec. proprio della lingua e stile greco e latino. Le qualità medesime in genere,
          come la nobiltà in genere ec. possono esser proprie anche del francese e del tedesco e
          d’ogni lingua colta, ma quel tal carattere individuale e identico di nobiltà ec. che
          distingue i suddetti stili greco e latino, non solo non lo richieggono nè l’amano, ma in
          niun modo lo comportano, gli stili francese, inglese ec. Questi possono esser nobili, ma
          in altro modo; semplici ma in diversissimo <pb ed="aut" n="3403"/> modo; naturali ma
          tutt’altra naturalezza, perch’egli hanno tutt’altra natura, e tutt’altro carattere hanno
          le rispettive nazioni, e tutt’altro per queste è naturale; arditi, ma la lingua francese
          rispetto a se stessa solamente, chè rispetto all’altre, e assolutamente parlando, è
          timidissima, al contrario della greca e della latina, e della spagnuola e italiana
          altresì: le restanti lingue e stili possono essere arditi, anche più del greco e del
          latino, anche più dello spagnuolo e dell’italiano, ma in tutt’altro modo.</p>
        <p>E per recare un esempio; laddove la lingua e lo stile spagnuolo e italiano si piegano
          naturalmente e quasi da se al dignitoso, come il greco e il latino (che in qualunque
          genere e materia hanno sempre del grave e dell’elevato), lo stile francese non ci si piega
          per niun modo, ma sempre tira al familiare e al piano. Contuttociò egli pure ottiene di
          staccarsi dal familiare e dal volgo, di sostenersi, d’innalzarsi; ma come? Con un
          copiosissimo uso d’immagini, pensieri ed espressioni poetiche. <pb ed="aut" n="3404"/> E
          non mezzanamente confusamente o solo in parte poetiche, ma forte espressa e totalmente.
          Senza ciò non ottiene mai dignità ed elevazione, e sempre tira al basso, e si accosta al
          discorso ordinario, allo stile parlato, di conversazione ec. Ma ciò è ben diverso, e in
          certo senso, contrario al modo in che i greci e i latini davano dignità ed elevatezza al
          loro stile, in che gliene diedero i nostri classici e gli spagnuoli, benchè non sempre
          perfetti nel loro genere di stile, come avrebbero e potuto e dovuto essere, e come esigeva
          naturalmente esso genere di stile, e l’indole stessa della lingua ec. Si possono vedere le
          pagg. 3453. segg. e 3561. segg. ec. Vedi quello che altrove ho detto sopra il poetico
          dello stile di Floro, (v. p. 3420.), e quello che ho detto sopra ciò, che la lingua
          francese sempre prosaica nel verso, è oggimai sempre poetica nella prosa; e altri tali
          pensieri.</p>
        <p>Venendo alla conchiusione, ripeto che da una lingua così conforme alla nostra, come ho
          mostrato essere la spagnuola, per ogni verso, e per tante cagioni naturali, accidentali,
          intrinseche, estrinseche ec.; da una lingua sorella com’essa è all’italiana; da una lingua
          ec. ec.; molta bella ed utile novità possono trarre gli scrittori italiani moderni, come
          ne trassero gli antichi e classici nostri. Ma voglio io perciò introdotti nella lingua
          italiana degli spagnuolismi? Tanto come, consigliando <pb ed="aut" n="3405"/> di attingere
          dal latino, intendo consigliare che s’introducano nell’italiano de’ latinismi<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Molto meno io vorrei consigliare che la lingua o lo scrittore italiano si modellasse
              sulla lingua spagnuola, molto alla nostra inferiore in perfezione, benchè conforme in
              carattere. Oltre che una lingua già perfetta non si dee modellare, anzi dee fuggir di
              modellarsi sopra alcuna altra, sia quanto si vuole perfettissima. E così a proporz.
              discorrasi della letteratura ec.</p>
          </note>. Sono nel latino molte parole, nello spagnuolo alcune, nel greco, nel latino e
          nello spagnuolo moltissimi modi e forme di dire, (e molte significazioni di vocaboli o
          modi già fatti italiani) le quali tutte non per altro non sono italiane, se <add resp="ed"
            >non</add> perchè da veruno per anche non introdotte nella nostra lingua. Adoperandole
          nell’italiano, elle sarebbero così bene intese, cadrebbero così bene e facilmente,
          parrebbero così spontanee e naturali, sarebbero così lontane da ogni sembianza
          d’affettate, che niuno s’accorgerebbe non pur ch’elle fossero o greche o latine o
          spagnuole anzi, o più, che italiane, ma neppur sentirebbe che fossero nuove nella nostra
          lingua, nè se n’avvedrebbe in altro modo che ricercandone espressamente il vocabolario. O
          se vi sentisse della novità, ne sentirebbe quel tanto e non più, che dà grazia, eleganza,
          forza, nobiltà, bellezza allo stile e alla lingua, e dividono l’una e l’altra dal popolo,
          il che non pur è concesso ma richiesto al nobile scrittore in qualunque genere. Queste <pb
            ed="aut" n="3406"/> voci, frasi, forme, benchè latine, greche, spagnuole di origine;
          benchè non mai per l’innanzi usate o sentite in italiano; introdotte che vi fossero, non
          sarebbero nè latinismi nè grecismi nè spagnolismi, perchè non vi si conoscerebbe nè la
          latinità, nè la grecità ec., o se vi si conoscerebbe, non vi si sentirebbe, ch’è quel che
          importa; nè vi si conoscerebbe che per cagioni estrinseche e proprie del lettore, cioè per
          la cognizione che questi avrebbe di quelle lingue, e degli scrittori italiani ec.; non per
          cagioni intrinseche, cioè proprie di quella tale scrittura, stile ec. per le qualità di
          quelle tali voci, frasi ec. rispetto alla lingua italiana o a quel tal genere e stile.
          Altre voci, frasi, forme, significazioni sono in gran numero nelle dette lingue, che si
          potrebbero pure utilissimamente introdurre nella italiana, ma non altrove che in certi
          luoghi, con certi contorni, preparazioni ec. nè senza molta avvertenza, arte, discrezione,
          giudizio dell’opportunità ec. Con le quali condizioni, nè anche queste (che sono in molto
          maggior numero dell’altre sopraddette) non riuscirebbero nè latinismi nè grecismi ec. per
          le stesse ragioni. <pb ed="aut" n="3407"/> Ovunque <emph>si senta</emph> latinità, grecità
          ec. o un <emph>sapore</emph> di non nazionale, indipendentemente dalle cognizioni ec. del
          lettore, e per propria qualità della parola o frase, o del modo in ch’ella è adoperata,
          quivi è latinismo, grecismo ec. quivi barbarismo, quivi sempre vizio. E siccome nei
          contrarii casi suddetti, malgrado la vera novità, niun vizio, anzi pregio vi sarebbe; così
          in questo caso, niun pregio sarebbevi, e sempre vizio, quando anche la novità non fosse
          vera, cioè quando bene quella tal parola ec. avesse già esempio d’autor classico
          nazionale, e n’avesse ancor molti; sia che in tutti questi ella stesse parimente male, o
          che stando bene in questi, ella stesse male nel dato caso, perchè non intelligibile o
          difficile a intendere, perchè male adoperata, e senza i debiti riguardi, e in occasione e
          con circostanze non opportune ec. Similmente accade e si dee discorrere intorno alle
          parole antiquate. La novità in una lingua, o la rarità ec., insomma il pellegrino, da
          qualunque luogo sia tolto (o da’ forestieri, o dagli antichi classici nazionali ec.), deve
          sempre parere una <pb ed="aut" n="3408"/> pianta, bensì nuova nel paese o rara, ma nata
          nel terreno medesimo della lingua nazionale, e non pur della nazionale, ma della lingua di
          quel secolo, della lingua conveniente a quel genere a quello stile a quel luogo della
          scrittura. Sempre ch’ella par forestiera (e recata d’altronde) per qualunque ragione, e in
          qualunque di questi sensi, ella è cattiva. Nel caso contrario è sempre buona.</p>
        <p>Lo studio della lingua greca, latina, spagnuola, applicato a quello dell’italiana, non ci
          deve servire a latinizzare, grecizzare ec. in niuna parte (sensibilmente) la nostra
          lingua. Esso ci deve servire e ci serve mirabilmente a conoscere in quanti modi, niuno per
          anche usato, si possa usare e rivolgere questa lingua italiana medesima che abbiam per le
          mani, si possano comporre insieme, o adoperare per se stesse le sue parole, frasi ec<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Questo viene a essere, se così vogliamo chiamarlo, un latinizzare, grecizzare ec.
              l’italiano, ma affatto <emph>insensibilmente</emph>, e indistinguibilm.
              dall’italianizzare; un latinizzare non diverso dall’italianizzare ec.</p>
          </note>. Noi dobbiamo pescare in esse lingue, non latinismi, grecismi, ec. ma, per dir
          così, voci e forme e frasi italiane non per anche usate; delle quali esse lingue
          abbondano. Studiandole (siccome strettissimamente affini alla nostra, alla sua indole) ec.
          noi ci avveggiamo <pb ed="aut" n="3409"/> che l’italiano può adoperare un tal modo, forma,
          voce, significazione, ch’e’ non ha mai adoperato; la può adoperare, non perchè latina,
          greca, spagnuola, ma perchè conforme all’indole dell’italiano stesso, perchè questa lingua
          per se medesima, e tale qual ella è n’è capace; perchè appunto adoperata nell’italiano,
          non parrà nè latina nè greca nè spagnuola, ma parrà e sarà subito italiana. (cioè sarà
          intesa subito, cadrà naturalmente, o dovunque o in certi tali generi o luoghi, ec. ec.).
          Fatta questa scoperta, e avvedutici di questa verità, della quale senza lo studio di
          quelle lingue non avremmo avuto alcuna notizia, noi introduciamo nell’italiano quella tal
          frase ec. da niuno ancora usata, e che noi, se la lingua latina ec. non ce l’avesse
          mostrata, non avremmo potuto concepire e immaginare e inventare da noi medesimi e mediante
          la sola cognizione della nostra lingua, se non per caso<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>V. p. 3738.</p>
          </note>. Così quelle lingue ci somministrano copiose novità, che non sono nè latinismi nè
          grecismi, ec. ma italianismi o nuovi o rari, e questi bellissimi e utilissimi, e insomma
          degnissimi d’entrare in uso. Nello stesso modo che sono italianismi, <pb ed="aut" n="3410"
          /> e degnissimi d’entrare in uso, infiniti vocaboli, locuzioni (significati) e forme
            <emph>nuove</emph>, che l’abile e giudizioso e ben perito scrittore, può
          inesauribilmente e incessantemente derivare, formare, comporre ec. dalle stesse radici,
          degli stessi materiali, degli stessi capitali e fondi della lingua nostra, profondamente
          conosciuti e perfettamente posseduti, seguendo sempre e intieramente la vera indole e
          proprietà d’essa lingua, e conformandosi con tutte le sue qualità sieno intrinseche, sieno
          estrinseche ec. (9-10. Sett. 1823.).</p>
      </div1>
      <div1 n="3410 - 3616">
        <p>Gli uomini che vivono in solitudine sono inclinatissimi al metodo. Ma non tanto quelli
          che nella solitudine sono occupati, o che perciò appunto vivono in solitudine, (ne’ quali,
          siccome in tutti quelli che sono molto occupati, il metodo e l’ordine dell’azioni sarebbe
          ragionevolissimo, perchè l’ordine così di luogo come di tempo è sempre risparmio dell’uno
          o dell’altro, e il disordine al contrario) quanto in quelli che nulla hanno da fare, come
          malati cronici, carcerati, vecchi ritirati per cagionevolezza dell’età, per debolezza, o
          per abito di pigrizia. Questi sogliono esser metodici fino all’ultimo eccesso. Pare che
          l’uomo sia tanto più <pb ed="aut" n="3411"/> geloso di ordinare la sua vita quanto meno ha
          da occuparla, o quanto meno la occupa<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Intendo per occupaz.<hi rend="apice">i</hi> anche le distraz.<hi rend="apice">i</hi>
              gli spassi ec.</p>
          </note>. Non potendo o non volendo impiegare il tempo, si occupa a regolarlo e partirlo e
          distinguerlo. L’ordinare le sue operazioni diviene l’unica sua operazione e occupazione.
          (11. Sett. 1823.). Io ho conosciuto uno di questi che dal capo al piè della giornata non
          aveva una sola cosa da fare, e lagnavasi della brevità del tempo, e che il giorno non
          bastava alle sue occupazioni quotidiane; e perciò sopportava di mala voglia qualunque
          straordinaria distrazione o altro, che gli occupasse alcun poco di tempo. (11. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come altrove ho detto, la monarchia è il più, anzi il solo, perfetto stato di società,
          perchè il solo naturale, il solo primitivo, il solo comune agli animali che hanno
          qualch’ombra di società, il solo che si trovi nel cominciamento di tutte le nazioni. (In
          qual modo nascesse la monarchia, vedilo nel principio della Rep. di Aristotele, che
          benissimo lo spiega, perocchè <pb ed="aut" n="3412"/> certo le nazioni o le popolazioni
          non convennero mai espressamente di ubbidire ad alcuno, nè mai diedero in niun modo i loro
          suffragi per li quali riuscisse eletto ad unanimità un monarca, che in questa elezione
          fondasse di quindi innanzi il diritto di comandarle.) Da questo principio segue che ogni
          repubblica o stato franco, comunque antichissimo, comunque anteriore a quella
          civilizzazione ch’è affine alla corruzione, comunque proprio eziandio di tempi e di popoli
          affatto rozzi, od anche di tempi e popoli eroici e virtuosi e magnanimi ec., sempre
          ch’esso si trova in una società già formata, già capace di tal nome, (sia antica, sia
          moderna, sia civile, sia selvaggia) è indizio certo di corruzione di questa tal società,
          ed è esso medesimo una corruzione del governo; il quale senza fallo, si sappia o non si
          sappia dalla storia, prima fu monarchico; ond’esso stato franco è indubitatamente in essa
          società una sorta di governo secondaria e non primitiva, ma sottentrata in luogo della
          primitiva, e nata dalla corruzione di questa, o certo della respettiva società. (11.
          Settembre. 1823.). V. p. 3517.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3413"/> Alla p. 2841. <bibl>
            <author>Sperone Speroni</author> nell’Orazione <title>in morte del Cardinal
            Bembo</title>, quinta delle Orazioni sue stampate in Ven. 1596. pag. 144-5.</bibl> poco
          innanzi il mezzo dell’orazione suddetta. <quote>
            <emph>I medesimi verbi colla stessa construtione</emph>
          </quote> (p. 145.) <quote>
            <emph>usa il volgar poeta</emph>,</quote> (il poeta italiano) <quote>
            <emph>che suole usar l’oratore; onde non pur è lunge da quell’errore, ove spesse fiate
              veggiamo incorrere i Greci, et qualche volta i Latini, cioè a dire, che egli si paia
              di favellare in un’altra lingua, che non è quella dell’oratore; anzi i più lodati
              Toscani all’hora sperano di parlar bene nelle lor prose, et par quasi, che sene
              vantino, quando al modo, che da’ Poeti è tenuto hanno affettato di ragionare. Et chi
              questo non crede, vada egli a leggere il Decameron del Boccaccio, terzo lume di questa
              lingua, et troveravvi per entro cento versi di Dante così intieri, come li fece la sua
              comedia</emph>
          </quote>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3561.</p>
          </note>. Non parrebbe da queste parole che l’Italia non avesse lingua propriamente <pb
            ed="aut" n="3414"/> poetica, o certo ben poco distinta dalla prosaica? E non è
          d’altronde manifesto ch’ella ha una lingua poetica più distinta dalla prosaica che non è
          quella di forse niun’altra lingua vivente, e certo più che non è quella de’ Latini, in
          quanto si vede che noi, imparato che abbiamo ad intendere la prosa latina, intendiamo con
          poco più studio la poesia, (lo studio che ci vuole, e il divario tra il
          <emph>linguaggio</emph> della poesia latina e della prosa, consiste principalmente nella
          diversità di molta parte delle trasposizioni, ossia nell’ordine e costruzione delle
          parole, ch’in parte è diversa) ma uno straniero non perciò ch’egli ottimamente intendesse
          la nostra moderna lingua prosaica, intenderebbe senza molto apposito studio la poetica?
          Tant’è. Nello stesso cinquecento, l’Italia non aveva ancora una lingua che fosse
          formalmente poetica, cioè la diversità del linguaggio tra i poeti e gli oratori, non era
          per anche se non lieve, e male o insufficientemente determinata. Gli scrittori prosaici
          che componevano con istudio e con presunzione di bello stile, si accostavano alla lingua
          del Boccaccio e de’ trecentisti, e questa era similissima alla lingua poetica, perchè la
          lingua poetica del 300. era quasi una colla prosaica. Gli scrittori poetici che
          scostandosi dalla lingua del 300, volevano <pb ed="aut" n="3415"/> accostarsi a quella del
          loro secolo, davano in uno stile familiare, bellissimo bensì, ma poco diverso da quel
          della prosa. Testimonio l’Orlando dell’Ariosto e l’Eneide del Caro, i quali, a quello
          togliendo le rime, a questa la misura (oltre le immagini e la qualità de’ concetti ec.) in
          che eccedono o di che mancano che non sieno una bellissima ed elegantissima prosa? E
          paragonando il poema del Tasso (scritto nella propria lingua del suo tempo) colle prose
          eleganti di quell’età, poco divario vi si potrà scoprire quanto alla lingua. Di più i
          poeti italiani del 500. furono soliti (massime i lirici, che sono i più) di modellarsi
          sullo stile di Petrarca e di Dante. Il carattere di questo stile riuscì ed è
          necessariamente familiare, come ho detto altrove. Seguendo questo carattere, o che i poeti
          del 500 l’esprimessero nella stessa lingua di que’ due, come moltissimi faceano, o nella
          lingua del 500, come altri; doveano necessariamente dare al loro stile un carattere di
          familiare e poco diverso da quel della prosa. E così generalmente accadde. (Il linguaggio
          del Casa non è familiare, ed è molto <pb ed="aut" n="3416"/> più distinto dal prosaico, e
          così il suo stile. Ciò perchè ne’ suoi versi egli non si propose il carattere nè del
          Petrarca nè di Dante, ma un suo proprio. E quindi quanto il carattere del suo linguaggio e
          stile poetico è distinto da quel della prosa, tanto egli è ancora diverso da quello del
          linguaggio e stile sì di Dante e Petrarca, sì degli altri lirici, e poeti quali si
          vogliano, del suo tempo.). La Coltivazione, le Api ec. sono ben sovente bella prosa
          misurata quanto al linguaggio, ed allo stile eziandio: e ciò quantunque l’uno e l’altro
          poema sieno imitazioni, e l’Api nient’altro quasi che traduzione, delle Georgiche, il capo
          d’opera dello stile il più poetico e il più separato dal familiare, dal volgo, dal
          prosaico. Similmente si può discorrere dell’Eneide del Caro.</p>
        <p>In somma la lingua italiana non aveva ancora bastante <emph>antichità</emph>, per potere
          avere abbastanza di quella eleganza di cui qui s’intende parlare, e un linguaggio ben
          propriamente poetico, e ben disgiunto dal prosaico. Le parole dello Speroni provano questa
          verità, e questa le mie teorie a cui la presente osservazione si riferisce. Il cui
          risultato è che dovunque non è sufficiente antichità di lingua colta, quivi non può ancora
          essere la detta eleganza di stile e di lingua, nè linguaggio poetico distinto e proprio
          ec. (11. Sett. 1823.). Ho già detto altrove <pb ed="aut" n="3417"/> che non prima del
          passato secolo e del presente si è formato pienamente e perfezionato il linguaggio (e
          quindi anche lo stile) poetico italiano (dico il linguaggio e lo stile poetico, non già la
          poesia); s’è accostato al Virgiliano, vero, perfetto e sovrano modello dello stile
          propriamente e totalmente e distintissimamente poetico; ha perduto ogni aria di familiare;
          e si è con ben certi limiti, e ben certo, nè scarso, intervallo, distinto dal prosaico. O
          vogliamo dir che il linguaggio prosaico si è diviso esso medesimo dal poetico. Il che
          propriamente non sarebbe vero; ma e’ s’è diviso dall’antico; e così sempre accade che il
          linguaggio prosaico, insieme coll’ordinario uso della lingua parlata, al quale ei non può
          fare a meno di somigliarsi, si vada di mano in mano cambiando e allontanando
          dall’antichità. I poeti (fuorchè in Francia<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3428.</p>
          </note>) serbano l’antico più che possono, perch’ei serve loro all’eleganza, o dignità ec.
          anzi hanno bisogno dell’antichità della lingua. E così, contro quello <pb ed="aut"
            n="3418"/> che dee parere a prima giunta, i più licenziosi scrittori, che sono i poeti,
          son quelli che più lungamente e fedelmente conservano la purità e l’antichità della
          lingua, e che più la tengon ferma, mirando sempre e continuando il linguaggio de’ primi
          istitutori della poesia ec. Dalla quale antichità la prosa, obbligata ad accostarsi
          all’uso corrente, sempre più s’allontana. Ond’è che il linguaggio prosaico si scosti per
          vero dire esso stesso dal poetico (piuttosto che questo da quello) ma non in quanto
          poetico, solo in quanto seguace dell’antico, e fermo (quanto più si può) all’antico, da
          cui il prosaico s’allontana. Del resto il linguaggio e lo stile delle poesie di Parini,
          Alfieri, Monti, Foscolo è molto più propriamente e più perfettamente poetico e distinto
          dal prosaico, che non è quello di verun altro de’ nostri poeti, inclusi nominatamente i
          più classici e sommi antichi. Di modo che per quelli e per gli altri che li somigliano, e
          per l’uso de’ poeti di questo e dell’ultimo secolo, l’Italia ha oggidì una lingua poetica
          a parte, e distinta affatto dalla prosaica, una doppia lingua, l’una prosaica l’altra <pb
            ed="aut" n="3419"/> poetica, non altrimenti che l’avesse la Grecia, e più che i latini.
          Ed è stato anche osservato (da Perticari sulla fine del Tratt. degli Scritt. del Trecento)
          che nella universale corruzione della lingua e stile delle nostre prose e del nostro
          familiar discorso accaduta nell’ultima metà del passato secolo, e ancora continuante, la
          lingua de’ poeti si mantenne quasi pura e incorrotta, non solo ne’ migliori o in chi pur
          seguì un buono stile, ma ne’ pessimi eziandio, e negli stili falsi, tumidi, frondosissimi,
          ridondanti, strani o imbecilli degli arcadici, de’ frugoniani, bettinelliani ec. Così pure
          era accaduto ne’ barbari poeti del secento. La cagione di ciò è facile a raccorre da
          queste mie osservazioni, le quali sono ben confermate da questi fatti. Laddove egli è pur
          certo che riguardo alla prosa, lo stile non si corrompe mai che non si corrompa altresì la
          lingua, nè viceversa, nè v’ha prosatore alcuno di stile corrotto e lingua incorrotta: del
          che puoi vedere le pagg.3397-9. (12. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3420"/> Opinione de’ greci, anche filosofi, e principali filosofi, sul
          giusto e l’ingiusto creduto altro verso i greci, altro verso i barbari, non
          accidentalmente, ma naturalmente; sulla supposta inferiorità di natura di questi a quelli;
          sul supposto <emph>naturale</emph> diritto ne’ greci di comandare a tutte l’altre nazioni,
          come per natura incapaci di governarsi da se nè d’acquistare le facoltà a ciò convenienti;
          sulla supposta servilità non di circostanza ma di natura ne’ barbari (cioè nei non greci),
          servilità creduta in essi così universale, che l’esser molti di essi nella propria nazione
          servi, era creduto irragionevole, perchè niuno nella loro nazione era stimato aver dritto
          di comandarli, essendo tutta la nazione composta di soli servi per natura. <bibl>Vedi la
              <title>Rep.</title> d’ <author>Aristot.</author> ediz. del Vettori, Firenze Giunti
            1586. libro 1. p. 7.31.32. libro 3. p. 257</bibl>. e le note del Vettori ai rispettivi
          luoghi. E <bibl>
            <author>Plutarco</author> t. 2. p. 329. B. ec.</bibl> (12. Settembre 1823.). Opinione
          rinnovatasi presso gli spagnuoli ec. quanto agli americani indigeni, ai negri ec. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3404. Quanto nel cit. pensiero ho detto dello stile di Floro, si può, e meglio,
          applicare a quello di Platone, riputato, sì quanto allo stile e a’ concetti, sì quanto
          alla dizione<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere la pag. 3429.</p>
          </note>, esser <pb ed="aut" n="3421"/> quasi un poema (<bibl>v. <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> in Plat. par. 2. edit. vet. vol. 2. p. 5.</bibl>); e nondimeno
          sommo e perfetto esempio di bellissima prosa, elegantissima bensì e soavissima (non meno
          che gravissima: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">suavitate et gravitate princeps Plato</foreign>
          </quote>: <bibl>
            <author>Cic.</author> in <title>Oratore</title>
          </bibl>), amenissima ec., ma pur verissima prosa, e tale che la meno poetica delle moderne
          prose francesi (e mi contento di parlare delle sole riconosciute per buone), è molto più
          poetica di quella di Platone che tra le greche classiche è di tutte la più poetica. Non
          altrimenti che molto più poetiche della prosa platonica sono assaissime prose sacre e
          profane de’ posteriori sofisti e de’ padri greci ec. la cui moltitudine avanza forse e
          senza forse quella che ci rimane delle prose classiche antiche. Ma per vero dire, nè
          quelle son prose, nè le moderne francesi lo sono, ma sofistumi l’une e l’altre, quelle in
          ogni cosa, queste in quanto allo stile. (12. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che i miracoli della musica, la sua natural forza sui nostri affetti, il piacere ch’ella
            <pb ed="aut" n="3422"/> naturalmente ci reca, la sua virtù di svegliar l’entusiasmo e
          l’immaginazione, ec. consista e sia propria principalmente del suono o della voce, in
          quanto suono o voce grata, e dell’armonia de’ suoni e delle voci, in quanto mescolanza di
          suoni e voci naturalmente grata agli orecchi; e non già della melodia; e che
          conseguentemente il principale della musica e la considerazione de’ suoi effetti non
          appartenga alla teoria del bello proprio, più di quello che v’appartenga la considerazione
          degli odori, sapori, colori assoluti ec., perocchè il diletto della musica, quanto alla
          principale e più essenziale sua parte, non risulta dalla convenienza; veggasi in questo,
          che non v’ha così misera melodia che perfettamente eseguita da un istrumento o da una voce
          gratissima non diletti assaissimo; nè v’ha per lo contrario così bella melodia ch’eseguita
          p. e. con bacchette su d’una tavola, o su di più tavole che rispondano a’ diversi tuoni, o
          in qualsivoglia istrumento o voce ingratissima o niente grata, rechi quasi diletto alcuno,
          e ciò quando anche ella sia eseguita perfettamente rispetto a <pb ed="aut" n="3423"/> se
          stessa. E ben gli uomini si sono potuti accorgere delle suenunciate verità in questi
          ultimi tempi, ne’ quali, per quello che se n’è detto, la sorprendente voce della Catalani
          ha rinnovato quasi negli uditori i miracolosi effetti della musica antica. Certo questi
          effetti non nascevano nè principalmente nè essenzialmente nè quasi in parte alcuna dalle
          melodie. Le quali, oltre che da mille altri potevano esser cantate, si sa poi ch’erano
          delle più triviali ed insipide. Tutto il diletto era dunque originato dalla voce della
          cantante, cioè dalle qualità d’essa voce che piacciono naturalmente agli orecchi umani,
          tutte indipendenti dalla convenienza: straordinaria dolcezza, flessibilità, rapidità,
          estensione ec. voce canora, sonora, chiara, pura, penetrante, oscillante, tintinnante,
          simile alle corde o ad altro istrumento musicale artefatto ec. ec.</p>
        <p>Con queste osservazioni non farà maraviglia che i barbari e anche gli animali sieno tanto
          dilettati dalla nostra musica, benchè non assuefatti alle nostre melodie, e quindi non
          capaci di conoscere nè di sentire quello che noi chiamiamo il bello musicale. Non sono le
          melodie in se, nè la loro novità, che producono in essi il <pb ed="aut" n="3424"/>
          diletto: sono gl’istrumenti e le voci, che presso noi sono raffinate e perfette, queste
          coll’esercizio, coll’arte ec. quelli colle tante invenzioni e perfezionamenti ec. Alla
          perfetta qualità di questi organi unita l’arte di adoperarli perfettamente cioè di trarne
          de’ suoni più grati ec. che non ne trarrebbe chi non avesse alcun’arte; unitavi di più
          l’arte di accordare insieme questi organi nel modo ch’è naturalmente il più grato agli
          orecchi (come l’arte di mescolare e temperare i sapori); ne risulta una dolcezza ec. che
          a’ barbari riesce affatto nuova, e che perciò produce in essi un piacer sommo ed effetti
          mirabili; piacere ed effetti che niente hanno da far col bello, perchè niente colla
          convenienza, se non con quella ch’è relativa alla naturale disposizione degli orecchi, e
          che tanto appartiene al bello, quanto la grata mescolanza de’ sapori, ch’è una convenienza
          dello stessissimo genere dell’armonia musicale. Con queste osservazioni si spiegheranno
          ancor bene, e meglio che in alcun altro modo, moltissimi <pb ed="aut" n="3425"/> de’
          miracoli della musica antica, massime quelli che si raccontano delle nazioni o de’ tempi
          più rozzi, come di Saule e Davidde ec. Essi miracoli non nascevano dalle qualità delle
          melodie, come si crede, ma dalle qualità naturali o artifiziali degl’istrumenti o delle
          voci, e del modo di toccarli o adoperarle, in quanto da tali qualità nascevano suoni, o
          armonie di suoni, straordinariamente grate per se stesse all’orecchio; straordinariamente,
          dico, rispetto a quelle nazioni o a quei tempi. L’esser da lungo intervallo dissuefatto
          dall’udir musiche, produceva anch’esso e produce tuttavia molti mirabili effetti, i quali
          s’attribuiscono alle melodie, ma non nascono infatti principalmente che dalla sensazione
          di suoni grati ec. per se stessa, tornata ad essere molto efficace per la dissuefazione.
          Se Alessandro tutto il dì occupato nelle cose militari, era a tavola mirabilmente affetto
          e dominato dalla musica (se non erro) di Timoteo, ciò si rechi alla suddetta cagione,
          oltre al vino che <pb ed="aut" n="3426"/> naturalmente esalta l’animo, in un corpo stanco
          massimamente; e dispone a provar vivissime sensazioni per menome cause ancora.</p>
        <p>Osservisi che generalmente fa negli uomini molto maggiore effetto la musica vocale che
          l’istrumentale, la voce di una donna in un uomo che quella di un uomo, e nella donna
          viceversa; la voce di basso fa forse nella donna maggior effetto che quella di tenore o
          contralto, e nell’uomo al contrario ec. Così de’ diversi istrumenti, quello fa in generale
          maggior effetto, produce maggior piacere ec.; questo meno. Tutto ciò in parità di
          circostanze, e trattandosi p. e. d’una medesima melodia ec. Or tali differenze non hanno a
          far nulla colla convenienza, nulla, col bello proprio, sono indipendenti dalla qualità
          delle melodie, che sole spettano nella musica al discorso del bello; appartengono alle
          qualità sole de’ suoni ec.; sono della stessa categoria che le differenze degli odori e
          sapori ec. che niuno s’avvisò di chiamar belli nè brutti, bensì più o meno piacevoli o
          dispiacevoli: <pb ed="aut" n="3427"/> e ciò non per altro se non perchè in essi non ha
          luogo, come non l’ha nel nostro caso, il discorso della convenienza ec. (12. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Delicatezza considerata presso le nazioni civili come parte assolutamente del bello.
          Statue greche umane. L’Apollo, il Mercurio (già Antinoo), il Meleagro ec. — In tutte
          queste le forme hanno della donna. — Tale si è il carattere delle statue greche, quanto
          alle forme umane, e delle sculture e scuole di là provenute antiche e moderne. — Tra le
          statue di Roma, tu ravvisi subito una fattura greca al donnesco delle forme. — Così Canova
          — Il bello delle forme umane consiste dunque nell’inclinare e partecipare al donnesco —
          Possiamo noi credere che le forme umane, secondo natura, le più perfette, fossero o sieno
          di questa sorta? che di questa sorta sia il bello umano concepito da’ primitivi selvaggi
          ec.? e non anzi l’opposto? che l’intenzione della natura sia tale riguardo all’uomo, cioè
          ch’essendo perfetto, (e ciò vuol dire quale ei dev’essere), abbia del donnesco, e non ne
          sia anzi remotissimo? — Chi s’è mai avvisato tra’ civili di pigliar le forme d’Ercole per
          modello di bellezza d’uomo? ma nol sarebbero esse veramente <pb ed="aut" n="3428"/> in
          natura? e tuttavia l’idea e la statua d’Ercole non è il preciso contrario dell’idea e
          della statua d’Apollo? certo che sì, quanto alla forma virile e matura ec. (12. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3417. In Francia siccome la prosa segue l’uso del parlar quotidiano assai più che
          altrove, e l’è sempre assai più conforme, così i poeti non hanno creduto potersi scostare
          gran fatto dall’uso medesimo e dalla prosa, nè lasciar di seguire da vicinissimo l’uno e
          l’altra nelle continue mutazioni ch’esse naturalmente e inevitabilmente subiscono. Sì ne’
          poeti che ne’ prosatori ciò nasce dalla natura di quella nazione e di quella società. I
          poeti francesi non hanno dunque antichità di linguaggio da usare. Tutto e sempre di mano
          in mano nella lingua francese è moderno. E tutto è ancor nazionale; perchè guardigli il
          cielo dall’arricchire la loro lingua di qualche voce tolta nuovamente dal latino, benchè
          totalmente analoga e affine ad altre voci francesi. La lingua loro è dunque in tutto e
          sempre viva e incapace sì dell’antico, <pb ed="aut" n="3429"/> si ancora del pellegrino
          (se non di quello che introdotto in una lingua, o usato da uno scrittore è libertinaggio e
          barbarie, non eleganza o nobiltà ec.). Da ciò viene che la lingua francese non è capace di
          eleganza ec. (del che mi pare aver detto altrove), e che la Francia non ha e non può avere
          lingua propria della poesia. E non avendola, e però i termini tra questa e quella della
          prosa non essendo certi, anzi non avendovene alcuno, perocchè il campo dell’una e
          dell’altra è un solo e indiviso, la Francia non ha neppur lingua propria espressamente
          della prosa, e nella più impoetica lingua del mondo, qual è la francese, non si trova
          quasi prosa che non sappia di poesia per lo stile, più o meno, ma certo più di tutte le
          classiche prose scritte nelle più poetiche lingue come la greca e la latina. Del che
          veggasi la p. 3420-1. Del resto è ben naturale che ove non è distinzion di
          <emph>lingua</emph> (tra poesia e prosa) quivi non possa essere vera distinzion di
            <emph>stile</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Secondo il detto a p. 3397-9. e 2906.</p>
          </note>. (13. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3430"/>
          <emph>Altronde</emph> per <emph>altrove</emph>, e <emph>indi</emph> fors’anche quasi
            <emph>ivi</emph> o <emph>colà</emph>, delle quali cose ho detto altrove. V. Petrarca
          Son. <quote>
            <emph>Io sentia dentr’al cor già venir meno</emph>
          </quote>. (15. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Natura insegna il curare e onorare i cadaveri di quelli che in vita ci furon cari o
          conoscenti per sangue o per circostanze ec. e l’onorar quelli di chi fu in vita onorato
          ec. Ma ella non insegna di seppellirli nè di abbruciarli, nè di torceli in altro modo
          davanti agli occhi<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Veggasi a questo proposito la <bibl>Parte primera de la <title>Chronica del
                Peru</title> di <author>Pedro de Cieça de Leon.</author> en Anvers 1554. 8.<hi
                  rend="apice">vo</hi> piccolo. cap. 53. fine. a car. 146. p. 2. cap. 62. 63. 100.
                101. principio</bibl>.</p>
          </note>. Anzi a questo la natura ripugna, perchè il separarci perpetuamente da’ cadaveri
          de’ nostri è, naturalmente parlando, separazione più dolorosa che la morte loro, la qual
          non facciam noi, ma questa è volontaria ed opera nostra, e quella è quasi insensibile a
          chi si trova presente, e accade bene spesso a poco a poco; questa è manifestissima e si fa
          in un punto. E separarsi da’ cadaveri tanto è quasi in natura quanto separarsi dalle
          persone di chi essi furono, perchè degli uomini non si vede che il corpo, il quale, ancor
          morto, rimane, ed è, naturalmente, tenuto per la persona stessa, benchè mutata (piuttosto
          che in luogo di <pb ed="aut" n="3431"/> quella), e per tutto ciò ch’avanza di lei. Ma
          d’altra parte il lasciare i cadaveri imputridire sopra terra e nelle proprie abitazioni,
          volendoseli conservare dappresso e presenti, è mortifero, e dannoso ai privati e alla
          repubblica. I poeti, oltre all’avere insegnato che nella morte sopravvive una parte
          dell’uomo, anzi la principale e quella che costituisce la persona, e che questa parte va
          in luogo a’ vivi non accessibile e a lei destinato, onde vennero a persuadere che i
          cadaveri de’ morti, non fossero i morti stessi, nè il solo nè il più che di loro avanzava;
          oltre, dico, di questo, insegnarono che l’anime degl’insepolti erano in istato di pena,
          non potendo niuno, mentre i loro corpi non fossero coperti di terra, passare al luogo
          destinatogli nell’altro mondo. Così vennero a fare che il seppellire i morti o le loro
          ceneri, e levarsegli dinanzi, fosse, com’era utile e necessario ai vivi, così stimato
          utile e dovuto ai morti, e desiderato da loro; che paresse opera d’amore verso i morti
          quello che per se sarebbe stato segno di disamore, e opera d’egoismo; che l’amore <pb
            ed="aut" n="3432"/> così consigliato e persuaso imponesse quello ch’esso medesimo
          naturalmente vietava; che venisse ad esser secondo natura e suggerito dall’amor naturale,
          quello che per se aveva al tutto dello snaturato; e che fosse inumanità e spietatezza il
          trascurar quello che senza ciò sarebbesi tenuto per inumano e spietato. Così gli antichi e
          primi poeti e sapienti facevano servire l’immaginazione de’ popoli, e le invenzioni e
          favole proprie a’ bisogni e comodi della società, conformando quelle a questi, e si
          verifica il detto di Orazio nella Poetica ch’essi furono gl’istitutori e i fondatori del
          viver cittadinesco e sociale, onde Orfeo ed Anfione furono eziandio tenuti per fondatori
          di città. E così gli antichi dirigevano la religione al ben pubblico e temporale, e
          secondo che questo richiedeva la modellavano, e di questo facevano la ragione e il
          principio e l’origine de’ dogmi di essa: opponendola alla natura dove questa si opponeva
          alle convenienze della vita sociale; e vincendo la natura fortissima, coll’opinione ancor
          più forte, massime l’opinion religiosa. (15. Settembre. 1823.). Chi riguarda come legge
          naturale il seppellire o abbruciare ec. i cadaveri, troverà forse in queste osservazioni
          di che mutar sentenza.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per molte cagioni, anche lievi, l’uomo si getta al pericolo, anche della morte; di più
          sacrifica <pb ed="aut" n="3433"/> determinatamente se stesso, danari, robba, comodità,
          speranze ec. Ma ben pochi si trovano che per cagioni anche gravi, anche per vive passioni,
          per amore ardente ec. si sottopongano o sieno veramente capaci di sottoporsi a un dolore
          corporale, anche non grande. S’incontra spesso e facilmente, a occhi veggenti e
          volontariamente il pericolo della morte, e quegli stessi non son capaci d’incontrar
          volontariamente e scientemente un dolor corporale certo. (15. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che il timore sia, come ho detto altrove, più naturale all’uomo della speranza, e che
          l’uomo inclini più a quello che a questa, veggasi che qualora gli uomini ignorano le
          cagioni degli effetti o naturali o artifiziali, ordinariamente ne temono; e tanto è quasi,
          per gl’ignoranti massimamente e primitivi e selvaggi e fanciulli, effetto di cagione
          nascosta, quanto effetto spaventoso. Or quando mai la speranza è così temeraria? Di più se
          l’ignoranza, superstizione ec. portò anticamente <pb ed="aut" n="3434"/> o porta oggidì a
          pigliar qualch’effetto nuovo o sconosciuto per presagio dell’avvenire o per segno del
          presente ignoto, osservisi che generalmente questi presagi e questi segni furono creduti
          sinistri. Lascio l’ecclissi le quali possono parere spaventose naturalmente a chi ne
          ignora la cagione, non ne ha mai veduto ec., e da questo primitivo spavento può ben esser
          nata l’opinione del cattivo augurio che loro si attribuì, e che le rese spaventose per sì
          lungo tempo presso tutte le nazioni, e fin anche al di d’oggi, benchè già si sapesse e si
          sappia che l’oscurazione non era per durar sempre ma passeggera ec. Ma le comete che cosa
          hanno di spaventevole per se, più ch’altro corpo celeste, o che la via lattea ec.? E
          volendole pigliare per segni o presagi, perchè non di bene? ma non si troverà nazione
          dov’elle fossero o sieno stimate annunziare altro che male. Quelli che gli antichi
          chiamavano mostri, cioè cose straordinarie, benchè nulla terribili per se stesse e
          materialmente tutte erano stimate cattivi augurii. Così nelle vittime il mancare del
          cuore, s’è pur vero che ciò accadesse talvolta, come gli antichi narrano, <pb ed="aut"
            n="3435"/> o che paresse così per errore di chi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >inspiciebat</foreign> le viscere ec. Tutti segni che l’uomo è più facile e proclive a
          temere che a sperare; e che questo è di rado così irragionevole e precipitoso come quello;
          o certo ben più di rado ec. Massimamente in natura, ne’ fanciulli, negl’ignoranti e negli
          uomini naturali. (15 Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’immaginazione e le grandi illusioni onde gli antichi erano governati, e l’amor della
          gloria che in lor bolliva, li facea sempre mirare alla posterità ed all’eternità, e
          cercare in ogni loro opera la perpetuità, e proccurar sempre l’immortalità loro e delle
          opere loro. Volendo onorare un defonto innalzavano un monumento che contrastasse coi
          secoli, e che ancor dura forse, dopo migliaia d’anni. Noi spendiamo sovente nelle stesse
          occasioni quasi altrettanto in un apparato funebre, che dopo il dì dell’esequie si disfa,
          e non ne resta vestigio. La portentosa solidità delle antiche fabbriche d’ogni genere,
          fabbriche che ancor vivono, mentre le nostre, anche pubbliche, non saranno certo vedute da
          posteri molto lontani; le piramidi, gli obelischi, gli archi di trionfo, <pb ed="aut"
            n="3436"/> la profondissima impronta delle antiche medaglie e monete, che passate per
          tante mani, dopo tante vicende, tanti secoli ec. ancor si veggono belle e fresche, e si
          leggono, dove i coni delle nostre monete di cent’anni fa son già scancellati; tutte queste
          e tant’altre simili cose sono opere, effetti, e segni delle antiche illusioni e
          dell’antica forza e dominio d’immaginazione. Se fabbricavano per fasto i monumenti del
          loro fasto dovevano durare in eterno, e il loro orgoglio non si appagava dell’ammirazione
          di un secolo, ma tutti in perpetuo dovevano esser testimoni della sua potenza e
          contribuire a pascere la sua vanità: se per diletto, per bellezza, ornamento ec. tutto
          questo s’aveva da propagare nel futuro in perpetuo; se per utile tutte le generazioni
          avvenire avevano a partecipare di quella utilità; se il principe, se il comune, se i
          privati, se per comodo, per onore, per vantaggio particolare o pubblico; se in memoria di
          successi ricordevoli o privati o pubblici; se in ricompensa di virtù, di belle azioni, di
          beneficii pubblici o privati; se in onor privato o pubblico, di vivi o di morti; se in
          testimonianza d’amore ec. ec. qualunque fine si proponessero, qualunque <pb ed="aut"
            n="3437"/> effetto dovesse seguitare a quell’opera, esso aveva ad essere eterno, s’aveva
          a stendere in tutto l’avvenire, non aveva a cessar mai. Le grandi illusioni onde gli
          antichi erano animati non permettevano loro di contentarsi di un effetto piccolo e
          passeggero, di proccurare un effetto che avesse a durar poco, instabile, breve; di
          soddisfarsi d’una idea ristretta a poco più che a quello ch’essi vedevano. L’immaginazione
          spinge sempre verso quello che non cade sotto i sensi. Quindi verso il futuro e la
          posterità, perocchè il presente è limitato e non può contentarla; è misero ed arido, ed
          ella si pasce di speranza, e vive promettendo sempre a se stessa. Ma il futuro per una
          immaginazione gagliardissima non debbe aver limiti; altrimenti non la soddisfa. Dunque
          ella guarda e tira verso l’eternità.</p>
        <p>Fu proprio carattere delle antiche opere manuali la durevolezza e la solidità, delle
          moderne la caducità e brevità. Ed è ben naturale in un’età egoista. Ell’è egoista perchè
          disingannata. Ora il disinganno, <pb ed="aut" n="3438"/> come fa che l’uomo non pensi se
          non a se, così fa che non pensi se non quasi al presente; di quello poi che sarà dopo di
          lui, non si curi punto nè poco. Oltre che l’egoista è vile, sì per l’egoismo, sì per altre
          parti e cagioni. E l’età moderna ch’è quella del despotismo tranquillo, incruento e
          perfezionato, come può non essere abbiettissima? Ora un animo basso non si sa levar alto,
          nè proporsi de’ fini nobili, nè cape l’idea dell’eternità in menti così anguste, nè l’uomo
          abbietto può riporre la sua felicità nel conseguimento d’obbietti sublimi.</p>
        <p>Ne’ tempi intermedi fra l’antico e il moderno, osservando i monumenti materiali che
          n’avanzano, si trovano evidenti segni e dell’antiche illusioni e del sopravvegnente
          disinganno. Si vede anche grandissima solidità in molte barbariche opere de’ bassi tempi,
          (anche private, anzi per lo più tali) certo a paragone delle moderne. Chi può paragonare
          la solidità di queste con quella degli edifizi pubblici o privati del 500, in Italia
          massimamente. In Roma, dove v’ha monumenti d’ogni età dalle egiziane alla presente, si può
          in questi <pb ed="aut" n="3439"/> considerare la sommità, la decadenza, il distruggimento
          dell’umana immaginazione e illusioni; anzi pur le diverse sommità e decadenze ec. delle
          medesime; e le diverse età dell’immaginazione ec. e la storia delle nazioni non solo, ma
          in genere dello spirito umano spiritualmente considerato, malgrado la materialità degli
          oggetti. Si può cominciare dall’obelisco di piazza del popolo, e finire, tornando poco
          distante da quello, nel palazzo Lucernari che ancor si fabbrica. <quote>
            <emph>Quel denaro che da noi si spende in tabacchiere, e in astucchi, gli antichi lo
              spendevano in busti e statue, e dove per una vittoria si fa ora giuocare un fuoco di
              artifizio, essi muravano un arco di trionfo</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Algarotti</author>, <title>Pensieri</title>, pensiero 13</bibl>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <bibl>V. ancora la <title lang="fre">Correspond. du Prince royal de Prusse et de
                  Voltaire dans les oeuvres complettes du Roi de Prusse 1790</title>. t. 10. lettre
                96. de Voltaire p. 422. et suiv.</bibl>
            </p>
          </note>.</p>
        <p>Si possono applicare queste considerazioni anche alla letteratura. Non s’usavano
          anticamente le <foreign lang="fre" rend="italic">brochures</foreign>, nè gli opuscoli e
          foglietti volanti, nè scritture destinate a morire il dì dopo nate. E quello ancora che si
          scriveva per sola circostanza e per servire al momento, scrivevasi in modo ch’e’ potesse e
          dovesse durare immortalmente.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3440"/> Cicerone dopo dato un consiglio al senato o al popolo, da mettersi
          in opera anche il dì medesimo, dopo perorata e conchiusa una causa, ancor di una piccola
          eredità si poneva a tavolino, e dagl’informi commentari che gli avevano servito a
          recitare, cavava, componeva, limava, perfezionava un’orazione formata sulle regole e i
          modelli eterni dell’arte più squisita, e come tale, consegnavala all’eternità. Così gli
          oratori attici, così Demostene di cui s’ha e si legge dopo 2000 anni un’orazione per una
          causa di 3 pecore: mentre le orazioni fatte oggi a’ parlamenti o da niuno si leggono, o si
          dimenticano di là a due dì, e ne son degne, nè chi le disse, pretese nè bramò nè curò
          ch’elle avessero maggior durata. (15. Sett. 1823.)<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Quel che si è detto della durevolezza, dicasi ancora della grandezza e magnificenza
              ec.</p>
          </note>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il giovane innanzi la propria esperienza, per qualunque insegnamento udito o letto, di
          persone stimate da lui o no, amate o disamate, credute o non credute, ec. non si
          persuaderà mai efficacemente che il mondo non sia una bella cosa, nè deporrà il desiderio
          e la speranza ch’egli ha della vita e degli uomini e de’ piaceri sociali, nè l’opinione
          favorevolissima, e nel fondo del cuore, <pb ed="aut" n="3441"/> fermissima, della
          possibilità, anzi probabilità di esser felice pigliando parte alla vita, all’azione ec.
          Perchè? perchè quest’opinione, desiderio, speranza, non è capriccio ma natura, nè si
          estirpa dall’animo, come le opinioni o passioni accidentali, nè val tenerezza e
          pieghevolezza e docilitate d’età nè d’indole a render queste cose estirpabili. Altrimenti
          sarebbe estirpabile la natura stessa, la quale ha provveduto di speranza alla fanciullezza
          e alla gioventù, e agguagliato colla speranza il desiderio di quelle età. (15. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altrove ho rassomigliato il piacere che reca la lettura di Anacreonte (ed è nel principio
          di questi pensieri<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>A pag. 30-1.</p>
          </note>) a quello d’un’aura odorifera ec. Aggiungo che siccome questa sensazione lascia
          gran desiderio e scontentezza, e si vorrebbe richiamarla e non si può; così la lettura di
          Anacreonte; la quale lascia desiderosissimi, ma rinnovando la lettura, come per
          perfezionare il piacere (ch’egli par veramente bisognoso d’esser perfezionato, anche più
          che ispirar desiderio d’esser continuato), niun piacere si prova, anzi non si vede <pb
            ed="aut" n="3442"/> nè che cosa l’abbia prodotto da principio, nè che ragion ve ne possa
          essere, nè in che cosa esso sia consistito; e più si cerca, più s’esamina, più
          s’approfonda, men si trova e si scopre, anzi si perde di vista non pur la causa, ma la
          qualità stessa del piacer provato, chè volendo rimembrarlo, la memoria si confonde; e in
          somma pensando e cercando, sempre più si diviene incapaci di provar piacere alcuno di
          quelle odi, e risentirne quell’effetto che se n’è sentito; ed esse sempre più divengono
          quasi stoppa e s’inaridiscono e istecchiscono fra le mani che le tastano e palpano per
          ispecularle. Di qui si raccolga quanto sia possibile il tradurre in qualsiasi lingua
          Anacreonte (e così l’imitarlo appostatamente, e non a caso nè per natura, senza cercarlo),
          quando il traduttore non potrebbe neanche rileggerlo per ben conoscer la qualità
          dell’effetto ch’egli avesse a produrre colla sua traduzione; e più che lo rileggesse e
          considerasse, meno intenderebbe detta qualità, e più la perderebbe di vista; perocchè lo
          studio di Anacreonte è non pure inutile per imitarlo o per meglio <pb ed="aut" n="3443"/>
          gustarlo o per ben comprendere e per definire la proprietà dell’effetto e de’ sentimenti
          ch’esso produce, ma è piuttosto dannoso che utile; nè la detta proprietà si può definire
          altrimenti che chiamandola indefinibile, ed esprimendola nel modo ch’ho fatto io con
          quella similitudine ec. Nè certo alla prima lettura si può essere il traduttore, o
          l’imitatore, o verun altro, ben avveduto e chiarito e informato del proprio ed intero
          carattere di Anacreonte; dico chiarito, e compresolo in modo ch’ei possa esattamente e
            <emph>data opera</emph> esprimerlo, nè pur significarlo distintamente a se stesso, nè
          concepirne e formarne idea chiara e precisa; chè queste qualità della idea sono
          contraddittorie e incompatibili colla natura di detto effetto e carattere. (16. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Quante volte diss’io Allor pien di spavento, Costei per fermo nacque in
            paradiso</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Petr.</author>
            <title>Canz. Chiare fresche e dolci acque</title>
          </bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ γελάϊς δ' ἱμερόεν• τό μοι 'μὰν Καρδίαν ἐν στήθεσιν
            ἐπτόασεν</foreign>
          </quote>
          <bibl>
            <author>Saffo</author> ap. Longin. sezione 10</bibl>. È proprio dell’impressione che fa
          la bellezza <pb ed="aut" n="3444"/> (e così la grazia e l’altre illecebre, ma la bellezza
          massimamente, perch’ella non ha bisogno di tempo per fare impressione, e come la causa
          esiste tutta in un tempo, così l’effetto è istantaneo) è proprio, dico, della impressione
          che fa la bellezza su quelli d’altro sesso che la veggono o l’ascoltano o l’avvicinano, lo
          spaventare; e questo si è quasi il principale e il più sensibile effetto ch’ella produce a
          prima giunta, o quello che più si distingue e si nota e risalta. E lo spavento viene da
          questo, che allo spettatore o spettatrice, in quel momento, pare impossibile di star mai
          più senza quel tale oggetto, e nel tempo stesso gli pare impossibile di possederlo com’ei
          vorrebbe; perchè neppure il possedimento carnale, che in quel punto non gli si offre
          affatto al pensiero, anzi questo n’è propriamente alieno; ma neppur questo possedimento
          gli parrebbe poter soddisfare e riempiere il desiderio ch’egli concepisce di quel tale
          oggetto; col quale ei vorrebbe diventare una cosa stessa (come profondamente, benchè in
          modo scherzevole osserva Aristofane nel Convito di Platone): ora ei non vede che questo
          possa mai essere. <pb ed="aut" n="3445"/> La forza del desiderio ch’ei concepisce in quel
          punto, l’atterrisce per ciò ch’ei si rappresenta subito tutte in un tratto, benchè
          confusamente, al pensiero le pene che per questo desiderio dovrà soffrire; perocchè il
          desiderio è pena, e il vivissimo e sommo desiderio, vivissima e somma, e il desiderio
          perpetuo e non mai soddisfatto è pena perpetua.Ora a lui pare e che quel desiderio non
          sarà mai soddisfatto (o non ne vede il come, e gli par cosa troppo ardua e difficile e
          improbabile), e ch’esso non sarà mai per estinguersi da se medesimo, come quando proviamo
          un dolor vivissimo, ci pare a prima giunta ch’ei sarà perpetuo, e che ne sia impossibile
          la consolazione, e che niuna cosa mai lo consolerà. Tutto questo accade principalmente (ed
          oggimai unicamente) ai giovani prima d’entrar nel mondo, o sul loro primo ingresso
          (talvolta, e non di rado, ancora ai fanciulli). I quali e son più suscettibili di vivezza
          d’impressione e di vivezza di desiderio ec., e sono inesperti del quanto presto e
          facilmente l’amore <pb ed="aut" n="3446"/> o si dilegui o si soddisfaccia, e del come; e
          che al mondo non v’ha cosa veramente amabile; e di quanto sia facile ottenere ogni cosa
          ch’ei brama da quegli oggetti ch’ei stima inaccessibili ec. ec.</p>
        <p>Del resto, generalizzando, è da osservare che il primo concepimento d’un desiderio
          vivissimo di cosa difficile a ottenere, il qual concepimento non ha più luogo se non se
          ne’ fanciulli e nella prima gioventù, è sempre accompagnato da spavento, e ciò si spiega
          colle cagioni sopraddette. Massime se la cosa è o pare impossibile ad ottenere; l’uno e
          l’altro de’ quali casi è ben frequente nelle suddette età. Alle quali, per queste ragioni,
          i desiderii come son penosissimi nella lor durata e nel loro corso, così riescono
          spaventosi nella or nascita (e più quel d’Amore, ch’è più penoso, perchè più forte;
          massime negl’inesperti). E si dice per ischerzo, ma non senza ragione di verità, che
          bisogna soddisfare ai desiderii de’ fanciulli per non trovargli morti dietro alle porte.
          (16. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Fermezza di carattere e facoltà di generalizzare formano quelli che si chiamano uomini
          superiori: essi sanno pensare e sanno operare: <pb ed="aut" n="3447"/> dice M. Say ne’
          Cenni sugli uomini e la Società. Ma la fermezza di carattere è di due sorti, che nascono
          da principii affatto contrarii, l’una da forza d’animo, e da acutezza d’ingegno ec.;
          l’altra da stupidità di spirito, da incapacità di ragionare, di comprendere ec. e quindi
          di mutare opinione, da scarsezza d’ingegno, ottusità e tardità di mente ec. E il come, è
          facile a concepirlo ec. (16. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli uomini straordinari, bene spesso e forse il più delle volte, non son tali per
          grandezza assoluta di niuna loro qualità, nè anche per grandezza o forza ec. di essa
          qualità considerata rispettivamente a quel ch’ella suol essere nel comune degli uomini;
          insomma non sono straordinarii perchè veruna lor qualità sia straordinaria (cioè non si
          trovi nel comune), nè straordinariamente grande o perfetta ec.; ma solo per lo squilibrio
          delle loro qualità, cioè perchè l’una o più d’una di esse, senza esser nè straordinaria,
          nè maggior ch’ella soglia, prepondera all’altre, e perciò risalta e dà negli occhi. Mentre
          molti uomini <pb ed="aut" n="3448"/> di qualità tutte grandi, (ed anche straordinarie), ma
          ben tra loro equilibrate, bilanciate e compensate, sicchè l’una non eccede l’altra, non
          sono stimati straordinarii, perchè l’una offusca lo splendore e nuoce alla vista
          dell’altra scambievolmente. E spesse volte lo stesso avere, benchè non tutte, però molte o
          parecchie qualità grandi, (ed anche straordinarie), producendo un certo equilibrio e
          contrappeso, e facendo che l’una di loro renda l’altra meno notabile, è cagione che l’uomo
          non paia straordinario. Ed all’opposto l’averne poche o una sola che sia o
          straordinariamente grande o straordinaria, producendo uno squilibrio e sbilancio, non solo
          non nuoce alla riputazione d’uomo straordinario, nè la rende minore, ma la produce e
          l’accresce. (16. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tragedie o drammi di lieto fine. — L’effetto loro totale, si è di lasciar gli affetti
          dell’uditore in pieno equilibrio; cioè di esser nullo. — Il fine dei drammi non è, e non
          dev’essere, d’insegnare a temere il delitto, cioè di far che gli uomini temano di peccare.
          Meglio sarebbe una predica dell’inferno o del purgatorio; e meglio ancora una <pb ed="aut"
            n="3449"/> lettura del codice penale, che si facesse dalla scena. Il loro scopo si è
          d’ispirare odio verso il delitto. Questo è ciò che le leggi non possono. Laddove l’ispirar
          timore è proprio uffizio di esse, ed esse sole il possono, o certo più e meglio d’ogni
          altra cosa, eccetto forse l’esempio vivo de’ gastighi, cioè l’effettiva esecuzione delle
          leggi penali. Ora la punizione del delitto non ispira odio. Anzi lo scema, perchè
          sottentra e con lui si mescola la compassione. Anzi lo distrugge, perchè la vendetta
          spegne tutti gli odi. Anzi produce un effetto a lui contrario, perchè la compassione è
          contraria all’odio; e spesso avviene che nel veder punito il delitto, questa superi ogni
          altro sentimento, e gli spenga, e resti sola; e spesso la pena, benchè giusta ed equa, par
          più grave del delitto; e spessissimo è odiosa, parte per la pietà, parte perchè alcuni per
          viltà d’animo e poca stima di se stessi, altri per cognizione dell’uomo, si sentono, più o
          meno, prossimamente o lontanamente, capaci di peccare; e niuno ama di esser punito, anzi
          tutti abborrono il gastigo in se stessi. — Il dramma <pb ed="aut" n="3450"/> di lieto fine
          coll’effetto di una sua parte distrugge quello dell’altra<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Veggasi la pag. 3122.</p>
          </note>. Voglio dire la compassione. (Dell’odio verso la colpa, ch’è pur distrutto dalla
          catastrofe, ho già detto). Il giusto ec. divenuto felice, per infelice che sia stato, non
          è più compatito. Ognuno quasi si contenterebbe di arrivare per la stessa strada alla
          stessa sorte. L’oppresso vendicato non è compatito. Ora egli è cosa stoltissima il
          travagliare in un dramma ec. ad eccitare un affetto che il dramma medesimo debba
          direttamente spegnere, e che, non a caso, ma per intenzione dell’autore e per natura
          dell’opera, finita la rappresentazione o la lettura, non debba lasciare alcun vestigio di
          se; un affetto che non debba esser durabile, che durando si opponga all’effetto voluto e
          cercato dall’autore e dalla qualità del dramma. E quando l’eccitar questo affetto, come la
          compassione per gl’immeritevolmente infelici, è il principale scopo che l’autore e il
          dramma si propongono (come ordinariamente accade), il farlo non durevole, il distruggerlo
          nel suddetto modo, è contraddizione ne’ termini: <pb ed="aut" n="3451"/> principale e non
          durevole, principale e da distruggersi appostatamente e volutamente col dramma stesso,
          principale e non risultante dal totale del dramma, principale e da non dover perseverare
          nè sino alla fine nè dopo la fine, e da non dover esser prodotto dal dramma considerato
          nell’intero; <emph>dovere</emph> dal dramma considerato nell’intero esser prodotto un
          effetto diverso, anzi contrario, a quello ch’ei si propone per iscopo principale. — La
            naturalezza<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 3125-3133.</p>
          </note> e la verisimiglianza è maggiore assai ne’ drammi di tristo che in quelli di lieto
          fine, perchè così va il mondo: il delitto e il vizio trionfa, i buoni sono oppressi, la
          felicità e l’infelicità sono ambedue di chi non le merita. — Ma nel mondo il felice per lo
          più ha nome di buono, e viceversa. Il dramma chiama la bontà e la malvagità col loro nome,
          e mostra il carattere e la condotta morale de’ felici e degl’infelici qual ella è
          veramente. Quindi la sua grande utilità, quindi l’odio e il disprezzo originato dal
          dramma, verso i malvagi benchè felici, e viceversa. Non dall’alterar la natura e la verità
          delle cose, facendo sfortunato il vizio e la virtù. <pb ed="aut" n="3452"/> E ben grande
          utilità morale, e che ben di rado si proccura e si ottiene, e basta ben a produr l’odio e
          l’indignazione, il far conoscere e recar sotto gli occhi le vere qualità morali e i veri
          meriti de’ felici e degl’infelici. E l’odio, il disprezzo, il vitupero, l’infamia,
          l’indignazione, la pietà, la stima, la lode sono non piccoli, e certo i soli, gastighi e
          compensi destinati in questo mondo al vizio e alla virtù. Non è poco il far che l’uno e
          l’altra gli ottengano, che l’uno sia punito, l’altra premiata com’ambedue possono esserlo,
          che la natura delle cose abbia luogo, che l’ordine stabilito alle cose umane e il decreto
          della natura sia effettuato. Il qual ordine e decreto non è altro che questo: sieno i
          malvagi felici ed infami, i buoni infelici e gloriosi o compatiti. Ordine spesso turbato,
          e decreto ben sovente trasgredito, non quanto alla felicità ed infelicità, ma quanto al
          biasimo e alla lode, all’odio ed all’amore o compassione. — L’uditore vedendo il vizio e
          il delitto rappresentato con vivi e odiosi colori nel dramma, desidera fortemente di
          vederlo punito. E per lo contrario vedendo la <pb ed="aut" n="3453"/> virtù e il merito
          oppressi e infelici, e rendutigli con bella e viva pittura ed artifizio amabili e cari dal
          poeta, concepisce sensibile desiderio di vederli ristorati e premiati. Or se nè l’uno nè
          l’altro fa il dramma stesso<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 3109-10.</p>
          </note>, cioè lascia il vizio impunito anzi premiato, e la virtù non premiata anzi punita
          e sfortunata; ne seguono due bellissimi effetti, l’uno morale e l’altro poetico. Il primo
          si è che l’uditore, appunto per lo sfortunato esito della virtù e il contrario del vizio,
          che se gli è rappresentato nel dramma, si crede obbligato verso se stesso a cangiare
          quanto è in lui le sorti di que’ malvagi e di que’ virtuosi, punendo gli uni col maggior
          possibile odio ed ira, e gli altri premiando col maggior affetto di amore, di compassione
          e di lode. E con questa disposizione tutta di abborrimento e detestazione verso i malvagi
          e di tenerezza e pietà verso i buoni, egli parte dallo spettacolo. La qual disposizione
          quanto sia morale e buona e desiderabile che si desti, chi nol vede? E questo <pb ed="aut"
            n="3454"/> è veramente l’unico modo di far che l’uditore parta appassionato per la
          virtù, e passionatamente nemico del vizio; l’unico modo di ridurre a passione l’amor
          dell’una e l’odio dell’altro, cosa difficilissima a conseguirsi oggidì in chicchessia, e
          stata sempre difficile ad ottenersi ne’ cuori volgari e plebei della moltitudine; ma cosa
          dall’altra parte così utile che più non può dirsi, perchè nè quell’amore nè quell’odio
          saranno nè furono mai efficaci nell’uomo essendo pura ragione, e s’ei non si convertano in
          passione, quali furono non di rado anticamente. L’effetto poetico si è che un dramma così
          formato lascia nel cuore degli uditori un affetto vivo, gli fa partire coll’animo agitato
          e commosso, dico agitato e commosso ancora, non prima commosso e poi racchetato, prima
          acceso e poi spento a furia d’acqua fredda, come fa il dramma di lieto fine; insomma
          produce un effetto grande e forte, un’impressione e una passion viva, nè la produce
          soltanto ma la lascia, il che non fa il dramma di lieto fine; e l’effetto è durevole <pb
            ed="aut" n="3455"/> e saldo. Or che altro si richiede al totale di una poesia,
          poeticamente parlando, che produrre e lasciare un sentimento forte e durevole? quando
          anche ei non fosse d’altronde utile e morale, come nel nostro caso. Certo ben pochissime
          sono quelle poesie qualunque, che ottengano il detto scopo; e quelle qualunque pochissime
          che l’ottengono, non sono e non possono esser altro che grandi, insigni, famose e vere
          poesie. Or fate che il dramma dopo avervi mosso all’odio verso il malvagio, ve lo dia, per
          così dir nelle mani, legato, punito, giustiziato. Voi partite dallo spettacolo col cuore
          in pienissima calma. E come no? qual vostro affetto resta superiore agli altri? non
          rimangon tutti in pienissimo equilibrio? e una poesia che lascia gli affetti de’ lettori o
          uditori in pienissimo equilibrio, si chiama poesia? produce un effetto poetico? che altro
          vuol dire essere in pieno equilibrio, se non esser quieti, e senza tempesta nè commozione
          alcuna? e qual altro è il proprio uffizio e scopo della poesia se non il commuovere, così
          o così, ma <pb ed="aut" n="3456"/> sempre commuover gli affetti? E quanto all’equilibrio,
          vedete: da una parte l’odio e l’ira che avevate concepita, dall’altra la vendetta che
          placa e sfoga l’uno e l’altra; di qua il desiderio, di là l’oggetto desiderato, cioè il
          castigo del malvagio. Le partite sono uguali; l’affare è finito, il negozio è terminato,
          gl’interessi pareggiati: voi chiudete il vostro libro de’ conti e non ci pensate più.
          Infatti l’uditore si parte dal dramma di lieto fine non altrimenti che chi abbia ricevuto
          un’offesa e fattone piena e tranquilla vendetta, o ne sia stato pienamente soddisfatto, il
          quale torna a casa e si corica colla stessa placidezza e coll’animo così riposato, come se
          non gli fosse stata fatta alcuna offesa, e di questa non serba pensiero alcuno. Bello
          effetto di un dramma, di una rappresentazione, di una poesia; lasciare di se tal vestigio
          negli animi degli spettatori o uditori o lettori, come s’e’ non l’avessero nè veduta nè
          udita nè letta. Meglio varrebbe essere stato a uno spettacolo di forze, di giuochi,
          equestre, e che so io, i quali pur lasciano <pb ed="aut" n="3457"/> nell’animo alcuna orma
          o di maraviglia o di diletto o d’altro. Ma in verità in quella parte dell’anima in cui il
          dramma e la poesia deve agire, quivi il dramma di lieto fine non lascia alcun segno. Se
          lascia alcuna traccia in altra parte dell’anima, questo effetto o è alieno dalla poesia, o
          l’è secondario, o estrinseco, accidentale, di circostanza, parziale, cioè non prodotto dal
          totale della composizione, forse proprio della decorazione, dell’azione ec. dello
          spettacolo più che del dramma, non poetico ec. Or quanto all’effetto del dramma di lieto
          fine poeticamente considerato, esso è tale qual si è mostrato, anzi non è, perch’esso è
          nullo, e per ciò che spetta al totale, il dramma di lieto fine non produce, poeticamente,
          alcun effetto. Quanto all’effetto morale, che odio, che ira verso il vizio può rimanere in
          chi l’ha visto totalmente abbattuto, vinto, umiliato e punito? Quella punizione che
          l’uditore gli avrebbe dato nel cuor suo, l’ha preoccupata il poeta: questi ha fatto il
          tutto; l’uditore non ha a far più nulla, e nulla fa. Quella passione ch’egli avrebbe
          concepita, l’ha sfogata il poeta da se: al poeta <pb ed="aut" n="3458"/> dunque rimane.
          L’ira l’odio che l’uditore avrebbe portato seco, il poeta l’ha soddisfatto. Odio ed ira e
          qualunque passione soddisfatta, non resta. (Non resta, dico, quanto all’atto, di cui solo
          è padrone il poeta, e non dell’abito). Dunque l’uditore parte dal dramma senza nè odio nè
          ira nè altra passione alcuna contro i malvagi, il vizio, il delitto. Tutto questo discorso
          circa la parte che spetta nel dramma ai malvagi, si faccia altresì circa quella che spetta
          ai buoni. — Chiuderò queste osservazioni con un esempio di fatto, narratomi da chi si
          trovò presente. Si rappresentò in Bologna pochi anni fa l’Agamennone dell’Alfieri. Destò
          vivissimo interesse negli uditori, e fra l’altro, tanto odio verso Egisto, che quando
          Clitennestra esce dalla stanza del marito col pugnale insanguinato, e trova Egisto, la
          platea gridava furiosamente all’attrice che l’ammazzasse. Ma come in quella tragedia
          Egisto riesce fortunato e gl’innocenti restano oppressi, quivi si vide quello che possano
          le vere tragedie negli animi degli uditori, quando elle sono di <pb ed="aut" n="3459"/>
          tristo fine. Perchè promettendo gli attori che la sera vegnente avrebbero rappresentato
          l’Oreste pur d’Alfieri, ove avrebbero veduto la morte di Egisto, la gente uscì dal teatro
          fremendo perchè il delitto fosse rimaso ancora impunito, e dicendo che per qualunque
          prezzo erano risoluti l’indomani di trovarsi a veder la pena di questo scellerato. E
          l’altro dì prima di sera il teatro era già pieno in modo che più non ve ne capeva. O
          moralmente o poeticamente che si consideri un tanto odio verso un ribaldo di 3000 anni
          addietro, potuto ispirare e lasciare da quella tragedia, ed una passione così calda, un
          effetto così vivo, potuto da lei produrre e lasciare; per l’una e per l’altra parte si può
          vedere se le tragedie di lieto fine sieno poco o utili o dilettevoli. E paragonando gli
          effetti di questa con quelli dell’Oreste, che certo furono molto minori e men vivi
          (sebbene anche questa seconda tragedia sia bellissima), si sarà potuto notare da qualunque
          mediocre osservatore se il dramma di tristo, o quello di lieto fine, sia da preferirsi,
            <pb ed="aut" n="3460"/> e qual de’ due abbia maggior forza negli animi, e sia d’effetto
          più teatrale e poetico, e più morale ed utile. — Si potrà applicare tutto il passato
          discorso, colle debite modificazioni, a quei drammi ne’ quali l’infelicità de’ buoni o
          degli immeritevoli, non vien da’ cattivi, nè da altrui vizi o colpe, ma dal fato o da
          circostanze, quali sono l’Edipo re di Sofocle, la Sofonisba d’Alfieri, e molte tragedie di
          varie età e lingue, e molti drammi sentimentali moderni, appresso varie nazioni. E
          similmente a quei drammi in cui l’infelicità viene da colpa, ma o involontaria o
          compassionevole ec. degli stessi infelici, come appunto si può dire che sia l’Edipo re, la
          Fedra, e molti drammi, massimamente moderni, o tragedie ec. E dalle stesse predette
          osservazioni si potrà raccogliere se sia meglio che lo scioglimento di tali drammi sia
          felice o infelice, che la sorte de’ protagonisti si muti o si conservi la stessa, che di
          felice divenga infelice, o che per lo contrario, ec. (16-18. Settembre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Relatar</foreign> spagnuolo, cioè <emph>riferire,
            raccontare</emph>, da <foreign lang="lat" rend="italic">relatus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">refero</foreign>. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >Relater</foreign> francese antico, vale il medesimo. (18. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3461"/> I poeti latini (e proporzionatamente gli altri scrittori secondo
          che lor conveniva) usarono la mitologia greca, non per lo aver preso da’ greci la loro
          letteratura e poesia, ma perchè, o da’ greci o d’altronde ch’e’ ricevessero la loro
          religione, essa mitologia alla religion latina apparteneva niente meno che alla greca, e
          nel Lazio non meno che in Grecia era cosa popolare e creduta dal popolo. Laonde se questa
          o quella favola adoperata, accennata ec. dagli scrittori o poeti latini, fu tolta da’
          greci, o ch’ella fosse stata primieramente e di netto inventata da qualche greco poeta, o
          che in Grecia e non nel Lazio ella fosse sparsa ec., non perciò segue che la mitologia
          dagli scrittori latini usata, non fosse, com’ella fu, altrettanto latina che greca.
          Perocchè il fabbricare, per dir così, sul fondamento delle opinioni popolari, fu sempre
          lecito ai poeti, anzi fu loro sempre prescritto. Laonde se i poeti latini fabbricarono su
          tali opinioni popolari nazionali, o dell’altrui fabbriche sì servirono, o rami stranieri
          innestarono sul tronco domestico, niuno di ciò li dee riprendere. Nè perciò <pb ed="aut"
            n="3462"/> essi vollero introdurre un nuovo genere di opinioni popolari nella nazione e
          farne materia di lor poesia; nè supposero falsamente un genere un sistema di opinioni
          popolari che nella nazione non esisteva, ma su di quel ch’esisteva in effetto,
          innestarono, fabbricarono, lavorarono. Similmente i greci, da qualunque luogo pigliassero
          la loro mitologia, certo è che di là presero eziandio la loro religion popolare, e che
          tra’ greci il sistema greco religioso e mitologico, quanto alla sostanza, alla natura,
          alla principal parte ed al generale, non fu prima de’ poeti che del popolo. E se i
          letterati greci si giovarono, come si dice, delle letterature o dottrine ec. egizie,
          indiane o d’altre genti, non adottarono perciò nelle loro finzioni ch’avessero ad esser
          popolari, e nazionali ec. le mitologie d’esse nazioni. L’aver noi dunque ereditato la
          letteratura greca e latina, l’esser la nostra letteratura modellata su di quella, anzi
          pure una continuazione, per così dire, di quella, non vale perch’ella possa
          ragionevolmente usare la mitologia greca nè latina al modo che quegli antichi
          l’adoperavano. Giacchè non abbiamo già noi colla <pb ed="aut" n="3463"/> letteratura
          ereditato eziandio la religione greca e latina, nè i latini, come ho detto, usarono la
          mitologia greca perciò ch’essi avevano adottato la greca letteratura; nè se la letteratura
          ebbero i greci dalla Fenicia o donde si voglia, perciò fu che i greci poeti e scrittori si
          valsero della mitologia di quella tal gente; ma fu per le ragioni dette di sopra, e che
          nel nostro caso non hanno alcun luogo. Tutt’altre sono le nostre opinioni popolari
          nazionali e moderne da quelle de’ greci e de’ latini. E gli scrittori italiani o moderni
          che usano le favole antiche alla maniera degli antichi, eccedono tutte le qualità della
          giusta imitazione. L’imitare non è copiare, nè ragionevolmente s’imita se non quando
          l’imitazione è adattata e conformata alle circostanze del luogo, del tempo, delle persone
          ec. in cui e fra cui si trova l’imitatore, e per li quali imita, e a’ quali è destinata e
          indirizzata l’imitazione. Questa può essere imitazione nobile, degna di un uomo, e di un
          alto spirito e ingegno, <pb ed="aut" n="3464"/> degna di una letteratura, degna di esser
          presentata a una nazione. E una letteratura fondata comunque su tale imitazione può esser
          nazionale e contemporanea e meritare il nome di letteratura. Altrimenti l’imitazione è da
          scimmie, e una letteratura fondata su di essa è indegna di questo nome, sì per la troppa
          viltà, essendo letteratura da scimmie, sì perchè una letteratura che tra’ suoi è
          forestiera, e a’ suoi tempi antica, non può esser letteratura per se, ma al più solo una
          parte d’altra letteratura o una copia da potersi guardare, se fosse però perfetta (ch’è
          sempre l’opposto) collo stesso interesse con cui si guarda una copia d’un quadro antico
          ec. e niente più. Veramente pare che i nostri poeti usando le antiche favole (come già i
          più antichi italiani e forestieri scrivendo in latino) affettino di non essere italiani ma
          forestieri, non moderni ma antichi, e se ne pregino, e che questo sia il debito della
          nostra poesia e letteratura, non esser nè moderna nè nostra ma antica ed altrui.
          Affettazione e finzione barbara, <pb ed="aut" n="3465"/> ripugnante alla ragione, e colla
          qual macchia una poesia non è vera poesia, una letteratura non è vera letteratura. Come
          non è nè letteratura nè lingua nostra quella letteratura e quella lingua che oggidì usano
          i nostri pedanti affettando e simulando di esser antichi italiani, e dissimulando al
          possibile di essere italiani moderni, di aver qualche idea che gl’italiani antichi non
          avessero perchè non poterono, (così forse fece Cic. verso Catone antico ec. o Virgilio
          verso Ennio ec.?) ec. ec. Onde segue che noi oggi non abbiamo letteratura nè lingua,
          perchè questa non essendo moderna, benchè italiana, non è nostra, ma d’altri italiani, e
          perchè non si dà nè si diede mai nè può darsi letteratura che a’ suoi tempi non sia
          moderna; e dandosi, non è letteratura.</p>
        <p>Quel ch’io dico dell’uso delle favole antiche fatto alla maniera antica (cioè mostrandone
          persuasione e presentandole in qualunque modo a’ lettori o uditori come e’ ne fossero
          persuasi, chè altrimenti il prevalersi della mitologia non ha peccato alcuno), fatto dico
          da’ poeti cristiani antichi o moderni (massime italiani) scrivendo a’ Cristiani, si <pb
            ed="aut" n="3466"/> dee dire dell’eccessivo uso, anzi abuso intollerabile della
          mitologia che fanno e fecero i pittori e scultori ec. cristiani, non d’Italia solo, ma
          d’ogni nazione, e niente meno i forestieri che gl’italiani. Se sta ad essi a scegliere il
          soggetto, potete esser sicuro, massime degli scultori, ch’e’ non escirà della mitologia.
          Ed anche grandissima parte de’ soggetti eseguiti per commissione, essendo mitologici,
          segue che il più delle pitture e massimamente delle sculture che si veggono in Europa
          (fuor delle Chiese), sieno mitologiche. Par che tutto lo scopo che si propone uno scultore
          (siccome un poeta) sia che la sua opera paia una statua antica (come un poema antico),
          dovendo solamente cercare ch’ella sia tanto bella quanto un’antica, o più bella ancora,
          quantunque, se si vuole, nel genere del bello antico. (19. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Ces hommes qui existent ainsi (les Chartreux de Rome) sont pourtant
              les mêmes à qui la guerre et toute son activité suffiraient à peine s’ils s’y étaient
              accoutumés. C’est un sujet inépuisable de réflexion que <pb ed="aut" n="3467"/> les
              différentes combinaisons de la destinée humaine sur la terre. Il se passe dans
              l’intérieur de l’ame mille accidents, il se forme mille habitudes qui font de chaque
              individu un monde et son histoire. Connaître un autre parfaitement serait l’étude
              d’une vie entière; qu’est-ce donc qu’on entend par connaître les hommes? les
              gouverner, cela se peut, mais les comprendre, Dieu seul le fait.</foreign>
          </quote>
          <bibl>
            <title>Corinne</title>, livre 10. chap. 1. t. 2. p. 114</bibl>. Ciò vuol dire che l’uomo
          è sommamente e infinitamente o indeterminatamente conformabile, e non è possibile conoscer
          mai tutti i modi e tutte le differenze in cui lo spirito degl’individui, secondo la
          diversità delle circostanze (ch’è infinita o indeterminabile), si conforma o si può
          conformare; per la stessa ragione per cui non si possono conoscere tutte le circostanze
          possibili ad aver luogo, che possono influire sullo spirito degl’individui, nè tutte
          quelle che hanno effettivamente influito su tale o tale individuo determinato, nè le loro
          combinazioni scambievoli, nè le loro minute diversità che producono non piccole differenze
          di carattere ec. <pb ed="aut" n="3468"/> La maggior cognizione adunque che si possa avere
          dell’uomo è quella di sapere perfettamente e ragionatamente che gli uomini non si possono
          mai ben conoscere, perchè l’uomo è indefinitamente variabile negl’individui, e l’individuo
          stesso per se. E il più certo segno di tal cognizione si è quello di non maravigliarsi mai
          un punto, e di esser bene e ragionatamente e veramente disposto a non maravigliarsi di
          qualunque strana e inaudita e nuova indole, carattere, qualità, facoltà, azione di
          qualunque individuo umano noto o ignoto ci possa venire agli orecchi o agli occhi, ci
          accada o possa accader d’intendere o di vedere, in bene o in male. Chi è veramente giunto
          a questa disposizione, e l’ha in se ben perfetta, radicata e costante, ed efficace, può
          dire di conoscer l’uomo il più ch’è possibile all’uomo. E più infatti non può se non Dio,
          come ben dice la Staël, perchè Dio solo può conoscere e conosce tutti i possibili. Or gli
          uomini non si possono perfettamente conoscere, chi non conosca poco men che tutti i
          possibili, dico, i possibili di questa natura e di questa terra. (19. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3469"/> Alla p. 2709. Quasi tutti gli antichi che scrissero di politica
          (tranne <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title lang="lat">de rep.</title> e <title lang="lat">de legibus</title>
          </bibl>), la pigliarono puramente o principalmente dalla parte speculativa, la vollero
          ridurre a sistema teorico e di ragione, e disegnare una repubblica di lor fattura; e
          questo si fu lo scopo, l’intenzione e il soggetto de’ loro libri. Ond’è che quantunque i
          moderni, primieramente abbiano fatto della politica il loro principale studio,
          secondariamente, come privati che erano e sono la più parte, e quindi inesperti del
          governo, sieno stati obbligati a tenersi in ciò alla speculazione più che alla pratica, e
          per la medesima cagione abbiano immaginato, sognato, delirato e spropositato nella
          politica più che in altra scienza; nondimeno io tengo per fermo che gli antichi, anzi i
          soli greci, avessero più Utopie<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>O sistemi di repubblica o di legislazione, praticabili o non praticabili, ma certo
              non praticati, e solo immaginati e composti da’ respettivi autori. <bibl>V.
                  <author>Aristot.</author>
                <title>Polit.</title> l. 2. p. 74. 171. 179. fine. 116. l. 4. p. 289-92. p. 358.
                fine</bibl>.</p>
          </note> che tutti i moderni insieme non hanno. Utopia è la repubblica di Platone, sì
          quella disegnata nella Politia, sì l’altra ne’ libri delle Leggi, diversa da quella, come
          osserva Aristotele nel 2.<hi rend="apice">do</hi> de’ Politici, p. 106-16. Utopie furono
          quelle di Filea Calcedonio (<bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Politic.</title> l. 2. ed. Victorii, Florent. p. 117-26.</bibl>), e d’Ippodamo
          Milesio (<bibl>ib. p. 127-35.</bibl>), Utopia è quella d’Aristotele (v. il Fabricio)<note
            resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Pare che anche Eraclide Pontico scrivesse <quote>
                <foreign lang="lat" rend="italic">de optimo statu civitatis</foreign>
              </quote>, senza però aver mai trattato le cose pubbliche. V. Cic. ad Quint. fratr. 3.
              ep. 5. Victor. ad Aristot. Polit. p. 171. Meurs. t. 5. p. 114. B-C. t. 6. p. 270.
            F.</p>
          </note>. E senza <pb ed="aut" n="3470"/> fallo Utopie furono ancora i libri politici e
          peri nomon o nomoi di Teofrasto, di Cleante e d’altri tali filosofi, mentovati dal
          Laerzio, e i perduti libri pur politici e peri nomon dello stesso Aristotele, e molti
          altri siffatti<note resp="aut" n="c" place="foot">
            <p>Così le <foreign lang="grc">πολιτεῖαι</foreign> di Diogene Cinico e di Zenone. V. il
              Laerz. e la pref. del Vettori alla politica d’Aristot. p. 3. verso il fine. Qua spetta
              ancora la Ciropedia. V. ivi p. 5.</p>
          </note>. Aristotele spianta le repubbliche degli altri, ma nè più nè meno che in
          filosofia, si crede in obbligo di sostituire, e ci dà la sua repubblica e il suo
            sistema<note resp="aut" n="d" place="foot">
            <p>Ed Aristotele era pur de’ più devoti all’osservazione, tra’ filosofi antichi.</p>
          </note>. E così gli altri. Ed è pur notabile che gli antichi, e nominatamente i greci, o
          avevano, o avevano avuto in mano gli affari pubblici, o potevano averli, o certo, ancorchè
          stati sempre privati, erano pur parte delle rispettive repubbliche, e contribuivano
          insieme col popolo al governo. E generalmente parlando, nelle antiche repubbliche, tutte
          libere, i privati, ancorchè dediti solo a filosofare e studiare, erano più al caso, se non
          altro per li continui discorsi giornalieri, per lo essersi trovati assai spesso alle
          concioni, perchè i negozi pubblici passavano tutti e succedevano sotto gli occhi di tutti,
          e le cause degli avvenimenti erano manifeste, e nulla v’avea di segreto; <pb ed="aut"
            n="3471"/> erano dico al caso d’intendersi veramente di politica, e di poterne ragionare
          per pratica, molto più che i moderni privati non sono, i quali si trovano e si son
          trovati, per lo più, in circostanze tutte opposte, e nemmeno fanno effettivamente parte
          della loro repubblica e nazione, nè d’altra veruna, se non di nome. E nondimeno essi
          seguono nella politica l’immaginazione e la speculazione molto manco, e l’esperienza e i
          fatti molto più che gli antichi non fecero, e vaneggiano e inventano ed errano molto meno.
          (19. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Μὴ μετέχοντας δὲ τῆς πολιτείας, πῶς οἷόν τε φιλικῶς ἔχειν πρὸς τὴν
              πολιτείαν</foreign>
          </quote>; <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> l. 2. ed. Victor. Flor. 1576. ap. Juntas, p. 131</bibl>. (19.
          Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2916. Questa uniformità di stile in Europa viene ancora da questo che tutte le
          moderne letterature son venute in principio dalla Francia (anche quel che v’ha nella
          letteratura e nello stile italiano e spagnuolo di moderno); laonde e gli stili nelle
          diverse lingue d’Europa sono conformi tra loro di genere, perchè tutti derivati da una
          stessa fonte; e poca varietà <pb ed="aut" n="3472"/> hanno ciascun d’essi stili verso se
          medesimo, perchè tutti derivati originariamente da uno stile che non ne ha veruna, e molti
          modificantisi tuttavia su di questo.</p>
        <p>Del rimanente, egli è tanto certo che l’arte dello stile e del dire è propria
          esclusivamente degli antichi, quanto che l’arte del pensare è propria esclusivamente de’
          moderni. Gli antichi non solo facevano di quell’arte uno studio infinitamente maggiore che
          noi non facciamo; non solo ne possedevano e conoscevano mille parti, mille mezzi, mille
          secreti che noi neppur sospettiamo, e che appena e a gran fatica possiamo intendere quando
          e’ gli spiegano e ne parlano exprofesso (come Cicerone Quintiliano ec.), non solo in somma
          la detta arte era senza paragone più ampia, stesa, ricca, varia, distinta, accurata,
          specificata, particolarizzata appo gli antichi che fra i moderni, ma essa era quasi
          l’unico, e senza quasi il principale studio degli antichi che pretendevano e aspiravano
          particolarmente al nome di scrittori, e massime di letterati. Si osservino sottilmente le
          opere d’Isocrate, di Senofonte e di tali altri cento. Tutte parole in sostanza <pb
            ed="aut" n="3473"/> senza più. Gli antichi letterati, se ben guardiamo, non si
          proponevano in conchiusione altro, che di dir bene, correttamente, cultamente e
          artifiziosamente, quello che tutti già sapevano e pensavano o facilissimamente avrebbero
          potuto e saputo pensare da se, ma pochi sapevano in quel modo significare. E non per altro
          in verità divenivano famosi che per questo (ancorchè forse nè gli altri nè essi se ne
          avvedessero, o avessero avuta questa intenzione espressa e distinta e a se medesimi
          manifesta), quando ottenevano il detto effetto. E non parlo già qui de’ sofisti, i quali a
          differenza degli altri, avevano e professavano apertamente la detta intenzione e la
          facevano vedere; e questa si era l’unica diversità reale che passasse tra’ più antichi
          sofisti e i classici, e il genere di scrittura di questi e di quelli. Gli uni affettavano
          di dir bene, e mostravano di affettarlo, gli altri dicevano bene per arte, ma non
          mostravano di proccurarlo e ricercarlo, come però facevano. Quanto allo stile, questi e
          quelli differivano notabilmente. Quanto a’ concetti, <pb ed="aut" n="3474"/> alle
          sentenze, all’invenzione, alla condotta, all’ordine ec. non v’è divario alcuno. Si
          considerino attentamente i due predetti (nemici ambedue de’ Sofisti), e tutti quelli che
          fra gli antichi cercarono e ottennero fama di bene scrivere<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Aristotele p. e. non la cercò, nè Teofrasto ec.</p>
          </note>; e si vedrà che ne’ loro concetti ec. tutto è sofistico. Nè anche bisognerà molta
          attenzione ad avvedersene. In Senofonte, particolare odiator de’ sofisti, tanto
          perseguitati dal suo maestro, (v. la fine del Cinegetico) e a lui per se stesso
          abbominevoli; in Senofonte così candido e semplice e naturale che par tutto l’opposto
          possibile del sofistico, in Senofonte il sofistico de’ concetti dà subito nell’occhio,
          tanto ch’io lo sentii notare con maraviglia a persona niente intendente nè di greco nè di
          letteratura antica, che avea non più che gittato l’occhio su certa traduzione di
          quell’autore. E Socrate stesso, l’amico del vero, il bello e casto parlatore, l’odiator
          de’ calamistri e de’ fuchi e d’ogni ornamento ascitizio e d’ogni affettazione, che altro
          era ne’ suoi concetti se non un sofista <pb ed="aut" n="3475"/> niente meno di quelli da
          lui derisi? E per quanto poco gli antichi generalmente pensassero, non è possibile a
          credere che i pensieri e le osservazioni di Socrate, di Senofonte, di Isocrate, di
          Plutarco (tanto più recente) e simili, non fossero al tempo di costoro medesimi, comuni e
          triviali e volgari (sieno politici, filosofici, morali o qualunque) o eccedessero la
          comune capacità di pensare, di trovare, di concepire, di osservare. Ma pochi sapevano
          esprimerli a quel modo, come ho detto di sopra.</p>
        <p>È cosa osservata che le antiche opere classiche, non solo perdono moltissimo, tradotte
          che sieno, ma non vaglion nulla, non paiono avere sostanza alcuna, non vi si trova pregio
          che l’abbia potute fare pur mediocremente stimabili, restano come stoppa e cenere. Il che
          non solo non accade alle opere classiche moderne, ma molte di esse nulla perdono per la
          traduzione, e in qualunque lingua si voglia, sono sempre le medesime, e tanto vagliono
          quanto nella originale. I pensieri di Cicerone non sono certo così comuni, come quelli de’
          sopraddetti ec., nè furono de’ più <pb ed="aut" n="3476"/> comuni al suo tempo, massime
          tra’ romani. Nondimanco io peno a credere ch’altri possa tollerar di leggere sino al fine
          (o far ciò senza noia) qualunque è più concettosa opera di Cicerone, tradotta in qual si
          sia lingua. Che vuol dir ciò, che vuol dir questa differenza di condizione tra l’antiche e
          le moderne opere, tradotte ch’elle sieno, se non che negli antichi, anche sommi,
          scrittori, o tutto o il più son parole e stile, tolte o cangiate le quali cose, non resta
          quasi nulla, e le loro sentenze scompagnate dal loro modo di significarle paiono le più
          ordinarie, le più trite, le più popolari cose del mondo. Veramente i pensieri degli
          antichi, più o meno, son persone del volgo: detratta la veste, se le loro forme non
          appaiono rozze, certo paiono ordinarie, e di quelle che per tutto occorrono, senza nulla
          di peregrino, nulla che inviti l’occhio a contemplarle, anzi neppure a guardarle, nulla
          insomma nè di singolare nè di pregevole. Nelle opere moderne all’opposto tutto è pensieri
          e persona; stile nulla; vesti così dozzinali che più non potrebbero essere. E perciò
          appunto è necessario che le opere classiche antiche tradotte perdano tutto o quasi tutto
          il loro pregio cioè quello dello stile, perchè i moderni non hanno di gran lunga l’arte
          dello stile che gli antichi ebbero nè possono nelle loro tradizioni conservare ad esse
          opere il detto pregio ec. Ma non conservando lor questo, niuno altro gliene posson
          lasciare che vaglia la pena della lettura, e che distingua gran fatto esse opere dalle più
          volgari e mediocri, massime le morali, filosofiche ec. So che la volgarità de’ pensieri
          negli antichi, da molti è considerata come relativa a noi, che sappiam tanto di più; ma
            <pb ed="aut" n="3477"/> io dico che si fa torto all’antichità, allo spirito e alla
          ragione umana universale, se non si crede che questa volgarità, almen quanto a grandissima
          parte d’essi pensieri, non sia assoluta, o non fosse volgarità anche al tempo degli
          scrittori che gli esposero. (19. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sonito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sono as</foreign>, continuativo o frequentativo (se però non è dal nome <foreign
            lang="lat" rend="italic">sonitus</foreign>), ma d’incerta fede. Forcell. (20. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Contentus a um</foreign> (onde <emph>contentare</emph>
          ital. <foreign lang="fre" rend="italic">contenter</foreign> franc. ec.) non è in origine
          che un participio bello e buono. Eppure appoco appoco ei divenne un aggettivo
          semplicissimo, e tale egli è unicamente nell’italiano, nel francese nello spagnuolo. (20.
          Sett. 1823.). Così <foreign lang="lat" rend="italic">falsus</foreign> ec. di cui veggasi
          la p. 3488. V. p. 3620.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Frissont, frissonner</foreign>, — <emph>brivido</emph> —
            <foreign lang="grc">φρίσσω</foreign>. (20. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3156. Si potrebbe aggiungere il nostro Monti, nel quale tutto è immaginazione, e
          nulla parte ha il sentimento, come n’ha grandissima nel più delle poesie di Lord Byron (se
          però quel di Lord Byron è ben significato <pb ed="aut" n="3478"/> col nome di sentimento).
          Certo è che il Monti benchè d’immaginazione senz’alcun confronto inferiore a quella di
          lord Byron, e benchè non abbia di poetico che l’immaginazione (sì nelle cose sì nello
          stile), si lascia leggere non senza piacere, nè senza effetto poetico, e l’immaginoso in
          lui comparisce molto più spontaneo e men comandato che in Lord Byron. Ed è forse al
          contrario, perchè Lord Byron è veramente un uomo di caldissima fantasia naturale, e Monti,
          qualch’egli sia per se stesso, nelle sue composizioni non è che un buono e valente
          traduttore di Omero, Virgilio, Orazio, Ovidio ed altri poeti antichi, e imitatore, anzi
          spesso copista, di Dante, Ariosto e degli altri nostri classici. Sicchè Lord Byron tira le
          immagini dal suo fondo, e Monti dall’altrui. E se nell’uno ha dell’impoetico lo sforzo che
            <add resp="ed">nel</add> suo poetare apparisce, nell’altro è veramente impoetico
          l’imitare e il copiare che però nella sua stessa poesia intrinsecamente non si lascia
          scorgere. Ond’è che le poesie di Lord Byron sieno meno poetiche, considerate in se stesse,
          che quelle di Monti. Mentre però questi è infinitamente meno poeta di quello. <pb ed="aut"
            n="3479"/> E si conchiude che le poesie dell’uno sieno impoetiche, e che l’altro non sia
          poeta. E l’effetto poetico delle poesie di Monti spetta più agli antichi che a lui, ed è
          piuttosto come di poesia e d’immaginazione antica, che di moderna. Nel sentimento poi la
          vena del Monti è al tutto secca, e provandocisi, il che egli fa ben di rado, non ci riesce
          punto, come nel Bardo. (20. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il poeta dee mostrar di avere un fine più serio che quello di destar delle immagini e di
          far delle descrizioni. E quando pur questo sia il suo intento principale, ei deve cercarlo
          in modo come s’e’ non se ne curasse, e far vista di non cercarlo, ma di mirare a cose più
          gravi; ma descrivere fra tanto, e introdurre nel suo poema le immagini, come cose a lui
          poco importanti che gli scorrano naturalmente dalla penna; e, per dir così, descrivere e
          introdurre immagini, con gravità, con serietà, senz’alcuna dimostrazione di compiacenza e
          di studio apposito, e di pensarci e badarci, nè di voler che il lettore ci si fermi. Così
          fanno Omero e Virgilio e <pb ed="aut" n="3480"/> Dante, i quali pienissimi di vivissime
          immagini e descrizioni, non mostrano pur d’accorgersene, ma fanno vista di avere un fine
          molto più serio che stia loro unicamente a cuore, ed al qual solo <foreign lang="lat"
            rend="italic">festinent</foreign> continuamente, cioè il racconto dell’azioni e
            l’<emph>evento</emph> o successo di esse. Al contrario fa Ovidio, il quale non
          dissimula, non che nasconda; ma dimostra e, per dir così, confessa quello che è; cioè a
          dir ch’ei non ha maggiore intento nè più grave, anzi a null’altro mira, che descrivere, ed
          eccitare e seminare immagini e pitturine, e figurare, e rappresentare continuamente. (20.
          Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Io notava un vecchio ributtantemente egoista, compiacersi di parlare di certi suoi
          piccolissimi sacrifizi e sofferenze volontarie (vere o false ch’elle fossero, e volontarie
          veramente o no), e farlo con una certa quasi verecondia, che ben dimostrava, massime a chi
          conoscesse il carattere della persona, lui essere persuaso di fare e sostener cose
          eroiche, e quei sacrifizi e patimenti dimostrassero in lui una gran superiorità d’animo, e
          rinunzia di se stesso e del suo amor proprio. Egli aveva ben caro che così paresse agli
            <pb ed="aut" n="3481"/> altri, e a questo fine ne parlava, ma dava bene ad intendere che
          tale si era infatti la sua propria opinione. Tanto poteva in un animo il più radicato nel
          più schietto e completo egoismo, intollerante d’ogni menomo incomodo, e capace di
          sacrificar chi e che che sia ad una sua menoma comodità; tanto poteva, dico, in un animo
          qual esso era infatti, e di più totalmente inerte, solitario, e segregato affatto dalla
          società, il desiderio di parere sì agli occhi altrui, sì ancora a’ suoi propri, capace di
          grandi sacrifizi, superiore all’amor proprio, il contrario di egoista, ed insomma eroe. E
          tanto è vero che non si trova quasi uomo così impudentemente e perfettamente egoista nel
          fatto, che non desideri grandemente di comparire almeno a se stesso, e non si persuada
          effettivamente, e non si compiaccia sommamente dell’opinione di essere un eroe. Perocchè a
          tutti è grato il fare stima di se, e si può esser certi che tutti, o in un modo o
          nell’altro, si stimano, e grandemente, e così continuamente come e’ si amano, che vuol dir
          tuttafiata, senza intervallo alcuno, <pb ed="aut" n="3482"/> benchè la stima di se stesso
          (come anche l’amore, secondo che altrove s’è dimostrato) abbia in un medesimo individuo
          ora il più ora il manco, secondo diverse circostanze e cagioni. Del resto puoi vedere la
          pag. 124. 3108-9. e 3167-9. Questo che io dico dei vecchi egoisti si può applicare ai
          fanciulli, egoisti estremi, ignari ancora dell’eroismo, perchè niuno gliene ha parlato, e
          nondimeno vaghi di molte piccole glorie, come di star male o di farlo credere, perchè si
          parli di loro nella famiglia, e per aver qualche somiglianza cogli adulti, alla quale
          aspirano generalmente e continuamente in mille cose, solo per vanità o vogliamo dire
          ambizione ec. V. l’Alfieri di sè che facea gli esercizi militari da piccolo. (20. Sett.
          vigilia della Festa di Maria Santissima Addolorata. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ne’ tragici greci (così negli altri poeti o scrittori antichi) non s’incontrano quelle
          minutezze, quella particolare e distinta descrizione e sviluppo delle passioni e de’
          caratteri che è propria de’ drammi (e così degli altri poemi e componimenti) moderni, non
          solo perchè gli antichi erano molto inferiori a’ moderni nella cognizione del cuore umano,
          il che a tutti è noto, ma perchè gli antichi nè valevano gran fatto nel dettaglio, nè lo
          curavano, anzi lo disprezzavano e fuggivano, e tanto era impropria degli antichi
          l’esattezza e la minutezza quanto ella è propria e caratteristica de’ moderni. Ciò nel
          modo e per le ragioni da me spiegate altrove.</p>
        <p>Oltre di ciò i moderni ne’ drammi vogliono interessare col mettere i lettori o uditori in
          relazione coi personaggi di quelli, col far che i lettori <pb ed="aut" n="3483"/>
          ravvisino e contemplino se stessi, il proprio cuore, i propri affetti, i proprii pensieri,
          le proprie sventure, i proprii casi, le proprie circostanze, i proprii sentimenti, ne’
          personaggi del dramma, e nel loro cuore, affetti, casi, ec. quasi in un fedelissimo
          specchio. Si può esser certi che l’intenzione de’ greci tragici, massime de’ più antichi,
          fu tutt’altra, e in certo senso contraria. Questo effetto era troppo debole, molle,
          intimo, recondito, sottile, perchè o i poeti antichissimi fossero capaci di proporselo, o
          i loro uditori di provarlo, o provato, di compiacersene. Secondo la natura de’ popoli e
          de’ tempi meno civili, gli spettatori cercavano e i poeti si proponevano nel dramma un
          effetto molto più forte e gagliardo ed <foreign lang="fre" rend="italic"
          >éclatant</foreign>, delle sensazioni molto più fiere, più energiche, più <foreign
            lang="fre" rend="italic">prononcées</foreign>; delle impressioni molto più grandi; ed al
          tempo stesso meno interiori e spirituali, più materiali ed estrinseche. I tragici greci
          cercarono lo straordinario e il maraviglioso delle sventure e delle passioni, appresso a
          poco come fa oggi Lord Byron (con molta maggior cognizione però dell’une <pb ed="aut"
            n="3484"/> e dell’altre); tutto l’opposto di quel che si richiedeva per metterle in
          relazione, in conformità, e d’intelligenza, con quelle degli uditori. Sventure e casi
          orribili e singolari, delitti atroci, caratteri unici, passioni contro natura, furono i
          soggetti favoriti de’ tragici greci. Tale per certo si fu l’intenzion loro, sebbene la
          scelta l’invenzione l’immaginazione non sempre corrispondesse pienamente all’intento, e
          talor più talor meno, in chi più in chi meno. Ma generalmente parlando, e massime, torno a
          dire, i più antichi tragici greci, cercarono o amarono di preferenza il sovrumano de’ vizi
          e delle virtù, delle colpe e delle belle o valorose azioni, de’ casi, delle fortune: al
          contrario appunto de’ moderni tragici che cercano in tutto questo il più umano che
          possono. Quindi coloro si rivolsero per lo più al favoloso, quindi il corrispondente
          apparato della scena e degli attori; quindi non solo il soggetto ma il modo di trattarlo,
          di condurre il dramma, d’intrecciarlo, di recare lo scioglimento dovettero corrispondere
          al fine del poeta e dell’uditorio, che era in questo di ricevere in quello di produrre una
          sensazione delle più vive, <pb ed="aut" n="3485"/> delle più poetiche ec.; quindi anche
          gli episodii dovettero corrispondere alla natura di tale scopo e di tal dramma; quindi le
          furie introdotte nel teatro (nelle Eumenidi di Eschilo), che fecero abortir le donne e
          agghiacciare i fanciulli (v. Fabric. Barthélemy ec.); quindi i soggetti per lo più lontani
          o di tempo, o di luogo, di costumi ec. dagli spettatori, benchè tanti soggetti poetici
          offrisse ai tragici greci la storia, non pur nazionale ma patria, e non pur patria, ma
          contemporanea ec. ec.; quindi le inverisimiglianze d’ogni genere, i salti, le
          improvvisate, (fatte per verità con meno arte, varietà ec. che non farebbero i modi e che
          non si fa ne’ modi drammi e romanzi d’intreccio), l’intervento sì frequente degli Dei o
          semidei ec. ec. I moderni drammatici come gli altri poeti, come i romanzieri ec. si
          propongono di agir sul cuore, ma gli antichi tragici, non men che gli altri antichi, sulla
          immaginazione. Questa osservazione, che non si può negare, basta a far giudizio quanto
          debbano essenzialmente differire i caratteri dell’antico e del moderno dramma, con che
          diversi canoni si debba giudicar dell’uno e dell’altro, quanto sia assurdo il tirar le
          moderne poesie drammatiche a parallelo d’arte ec. colle antiche, quasi appartenessero a
          uno stesso genere, ch’è falsissimo. Gli antichi tragici non vollero altro che por sotto
          gli occhi e l’immaginazione degli spettatori quasi un volcano ardente o altro <pb ed="aut"
            n="3486"/> tale terribile fenomeno o singolarità della natura, che niente ha che fare
          con quelli che lo riguardano. Essi rappresentavano così quelle sciagure, quelle colpe,
          quelle passioni, quelle prodezze, come meteore spaventevoli che gli spettatori potessero
          contemplare senza pericolo di nocumento, provando il piacer della maraviglia, e dello
          spaventoso impotente a nuocere, senza però trovare nè dover trovare alcuna conformità o
          somiglianza fra esse sciagure ec. e le lor proprie, o quelle de’ loro conoscenti, anzi
          neppur de’ loro simili e degl’individui della loro specie.</p>
        <p>Da queste osservazioni si dee raccogliere per qual ragione non si trovi, e come sia vano
          il cercare e più il pretendere di trovare nelle antiche tragedie que’ dettagli quelle
          gradazioni quella esattezza nella pittura e nello sviluppo e condotta delle passioni e de’
          caratteri, che si trovano nelle moderne; anzi neppur cosa alcuna di simile odi analogo.</p>
        <p>Queste osservazioni possono in parte applicarsi anche alle antiche commedie, massime a
          quella <pb ed="aut" n="3487"/> che in Atene si usò da principio e che poi fu chiamata
          propriamente antica, <foreign lang="grc">ἀρχαία</foreign>. Neppur questa mirava a mettere
          i personaggi in relazione cogli spettatori, se non con alcuni in particolare, che in essa
          erano espressamente rappresentati in caricatura. Ancor essa mirava ad agir
          sull’immaginazione, intento affatto alieno dalla moderna commedia, ed anche da quella che
          fu chiamata in Grecia la commedia nuova <foreign lang="grc">νέα</foreign>, o seconda
            <foreign lang="grc">δευτέρα</foreign>, ch’è del genere di Terenzio, traduttor di
          Menandro, che ne fu il principe. Quindi nell’<emph>antica</emph> commedia le invenzioni
          strane, non naturali, poetiche, fantastiche; i personaggi allegorici, come la Ricchezza
          ec.; le rane, le nubi, gli uccelli; le inverisimiglianze, le stravaganze, gli Dei, i
          miracoli ec. Le <emph>antiche</emph> commedie non erano propriamente azioni (<foreign
            lang="grc">δράματα</foreign>), ma satire immaginose, fantasie satiriche, drammatizzate,
          ossia poste in dialogo; come quelle di Luciano, conformi in tutto alle
          <emph>antiche</emph> commedie, se non quanto all’estensione, alla personalità, ed altre
          tali non qualità ma circostanze estrinseche, accidentali, arbitrarie ec. che non toccano
          alla natura del genere ec. (20. Sett. <pb ed="aut" n="3488"/> 1823. Vigilia di Maria SS.
          Addolorata.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2928, marg. fine. Da <foreign lang="lat" rend="italic">falsus</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">fallere</foreign> (fatto aggettivo) gli spagnuoli
            <foreign lang="spa" rend="italic">falto</foreign> (seppur e’ non fosse contrazione di
            <emph>fallito</emph>, ma non credo, e in tal caso gli spagnuoli direbbero anzi <foreign
            lang="spa" rend="italic">faldo</foreign> da un <foreign lang="spa" rend="italic"
          >falido</foreign>), e <foreign lang="spa" rend="italic">falta</foreign> sostantivo per
            <emph>falsa</emph>, e così il franc. <foreign lang="fre" rend="italic">faute</foreign>,
          cioè <emph>falte</emph>. E da <emph>falto</emph> o da <emph>falta</emph> il verbo spagn.
            <foreign lang="spa" rend="italic">faltar</foreign> per <emph>falsare</emph> che noi
          diciamo, e che si disse ancora in latino (<bibl>v. <author>Forcell.</author>
          </bibl>), e che i francesi dicono <foreign lang="fre" rend="italic">fausser</foreign>; e
          per <emph>fallare</emph> o <emph>fallire</emph> ital., <foreign lang="fre" rend="italic"
            >faillir</foreign> franc., <foreign lang="lat" rend="italic">fallere</foreign> lat.
            <foreign lang="spa" rend="italic">Faltar la palabra</foreign> spagn. <foreign lang="fre"
            rend="italic">fausser sa parole</foreign>, franc. <emph>falsare la fede</emph>, <bibl>
            <author>Speroni</author>
            <title>Orazz. Ven.</title> 1596</bibl>. <bibl>Or. 8. contra le Cortegiane, par. 2. p.
            195</bibl>. ovvero <emph>fallire la promessa</emph>, <bibl>ib. p. 198. fine</bibl>. <quote>
            <emph>falseggiar l’amore</emph> per <emph>mancar delle promesse fatte in amore,
              abbandonando una donna per amare un’altra, o amando un’altra insieme, malgrado delle
              parole date</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Speroni</author>
            <title>Dial.</title> 1. Ven. 1596. p. 9. principio. V. p. 3772</bibl>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Esempi analoghi di frasi vedili nell’Alberti in <foreign lang="fre" rend="italic"
                >faillir</foreign>.</p>
          </note>. V. la Crusca e il Glossar. (21. Sett. Festa di Maria Santissima Addolorata.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Molti sono timidi i quali sono insieme coraggiosissimi. Voglio dire che molti si perdono
          d’animo nella società, i quali nè fuggono nè temono ed anche volontariamente incontrano i
          pericoli <pb ed="aut" n="3489"/> e i danni e le fatiche e le sofferenze ec.; e non
          sostengono gli sguardi o le parole amichevoli o indifferenti di tali di cui sosterrebbero
          facilissimamente l’aspetto minaccioso e l’armi nemiche in battaglia o in duello. La
          timidità spetta per così dire ai mali dell’animo, il coraggio a quelli del corpo. L’una
          teme de’ danni e delle pene interne, l’altro brava i danni e le sofferenze esteriori.
          L’una s’aggira intorno allo spirituale, l’altro al materiale. E tanto è lungi che la
          timidità escluda il coraggio, che anzi ella piuttosto lo favorisce, e da essa si può
          dedurre con verisimiglianza che l’uomo che n’è affetto sia coraggioso. Perocchè la
          timidità è abito di temer la vergogna, la quale assai facilmente e spesso incontra chi
          teme e fugge i pericoli. Onde il temer la vergogna, ch’è male, per così dire, interno e
          dell’animo, giacchè nulla nuoce al corpo nè alle cose esteriori, ed opera sul pensiero
          solo, ed ai sensi non dà noia; fa che l’uomo non tema i danni esteriori, e non fugga e,
          bisognando, affronti il pericolo ed eziandio la certezza di soffrirli, preponendo i mali o
          i pericoli esterni e materiali agl’interni e spirituali, <pb ed="aut" n="3490"/> e
          l’anima, per così dire, al corpo; e volendo innanzi soffrire ne’ sensi, nella roba ec. che
          nello spirito, e morire piuttosto che patir la pena della vergogna. Chè in questo e non
          altro consiste quel coraggio che viene da sentimento di onore, e gli effetti del medesimo.
          Il qual coraggio ha origine e fondamento, anzi è esso stesso una spezie di timidità, o
          certo una spezie di qualità contraria alla sfrontatezza, all’impudenza, all’inverecondia.
          (21. Sett. Festa della Beatissima Vergine Addolorata. 1823.). V. la pag. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non si dà nella orazione, qualunque ella sia, tratto veramente sublime, in cui il lavoro
          non ceda di grandissima lunga alla materia, cioè dove l’altezza e il pregio del pensiero,
          dell’immagine, e simili, non vinca d’assaissimo la nobiltà, l’eleganza, e il pregio
          dell’espressione e dello stile. Una sola virtù dell’espressione può e deve, in un luogo
          ch’abbia ad esser sublime, andar di pari coll’altezza del concetto, e questa si è la
          semplicità, o vogliamo dir la naturalezza e l’apparenza della sprezzatura. (21. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3491"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Θαυμαστὸν οὐδέν ἐστι μὲ ταῦθ' οὕτω λέγειν,</foreign>
          </quote>, (Isacco Casaub. scrive <quote>
            <foreign lang="grc">οὐδὲν ἐστί με</foreign>
          </quote>) <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ ἁνδάνειν αὐτοῖσιν αὐτοὺς καὶ δοκεῖν Καλῶς πεφυκέναι• καὶ γὰρ ἁ
              κύων κυνὶ Κάλλιστον εἷμεν φαίνεται, καὶ βοῦς βοΐ, Ὄνος δὲ ὄνῳ κάλλιστον, ὗς δὲ
            ὑΐ</foreign>
          </quote>. (il medesimo legge <quote>
            <foreign lang="grc">Ὄνος δ' ὄνῳ κάλλιστόν ἐστιν, ὗς δ' ὑΐ</foreign>
          </quote>). Epicarmo comico dell’antica commedia, Coo di patria, ma vissuto in Sicilia,
          contemporaneo di Gerone tiranno. Frammento recato da Alcimo appresso <bibl>
            <author>Diog. Laerz.</author> in <title>Plat.</title> lib.3. segm.16. p. 175. ed.
            Amstel. 1692. Wetsten</bibl>. (21. Sett. Festa di Maria SS. Addolorata. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Rasito as</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >rado is</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">rasus</foreign>, frequentativo.
          Il continuativo si trova in francese, cioè <foreign lang="fre" rend="italic"
          >raser</foreign>, che resta in luogo del positivo, mancante in quella lingua. (22.
          Settembre 1823.). V. ancora nello spagnuolo, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >arrasar</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. precedente. I timidi (cioè paurosi della vergogna, soggetti alla <foreign
            lang="grc">δυσωπία</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">mauvaise
          honte</foreign>) non solo sono capaci di non temere nè fuggire il pericolo, il danno, il
          sacrifizio, ma eziandio di cercarlo, di desiderarlo, di amarlo, di bramar la morte, di
          proccurarsela colle proprie mani. Le stesse qualità morali o fisiche che portano sovente
          alla timidezza (ciò sono fra l’altre, la riflessione, la delicatezza <pb ed="aut" n="3492"
          /> e profondità di spirito ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggansi le pagg. 3186-91.</p>
          </note> onde Rousseau era strabocchevolmente e invincibilmente timido), portano ancora
          alla noia della vita, al disinganno, all’infelicità, e quindi alla disperazione. È
          veramente mirabile e tristo, non men che vero, come un uomo che non solo non teme nè
          fugge, ma desidera supremamente la morte, un uomo ch’è disperato di se stesso, che conta
          già la vita e le cose umane per nulla, un uomo ch’è risoluto eziandio di morire, tema
          ancor tuttavia l’aspetto degli uomini, si perda di coraggio nella società, si spaventi del
          rischio di essere ridicolo (rischio ch’egli ha sempre davanti agli occhi, e il cui
          pensiero e timore si è quello che lo rende timido), e non abbia coraggio d’intraprender
          nulla per migliorare o render meno penosa la sua condizione, e ciò per tema di peggiorar
          quella vita della quale egli non fa più caso alcuno, della quale ei dispera, che non può
          parergli possibile a divenir peggiore, odiandola già egli tanto da desiderar sommamente
          d’esserne liberato, o da volere determinatamente gittarla via. È mirabile che un uomo
          desideroso o <pb ed="aut" n="3493"/> risoluto di morire, un uomo che ripone il suo meglio
          nel non essere, che non trova per lui miglior cosa che il rinunziare a ogni cosa; stimi
          ancora di aver qualche cosa a perdere, e cosa tanto importante, ch’egli tema sommamente di
          perderla; e che questa opinione e questo timore gli renda impossibile la franchezza, e il
          gittarsi disperatamente nella vita ch’ei nulla stima; ch’egli ami meglio rinunziare
          decisamente a ogni cosa e perdere ogni cosa, che mettersi, com’ei si crede, al pericolo di
          perdere quella tal cosa, cioè quella riputazione e quella stima altrui che l’uomo timido
          teme a ogni momento di perdere, conversando nella società, e ch’egli sa però bene di non
          avere, o di perderla, mostrandosi timido; ma contuttociò lo rende incapace di franchezza
          il timore continuo di perdere, e la continua e affannosa cura di conservare, quello ch’ei
          comprende di non possedere, quello ch’ei ben s’avvede o di perdere necessariamente o di
          non mai potere acquistare se non deponendo quel continuo ed eccessivo timore, quella
          continua ed eccessiva cura. Tutte queste misere e strane contraddizioni <pb ed="aut"
            n="3494"/> e tutti questi accidenti hanno luogo (proporzionatamente più o meno ec.)
          nelle persone timide, e più quanto elle sono di spirito più delicato ec. delicatezza che
          bene spesso è la sola o la principal cagione della timidità. Ma quanto al temere ancora la
          vergogna desiderando la morte o essendo disposto di proccurarsela, si spiega col vedere
          che quel coraggio il quale non nasce da cause fisiche, nè da atto o abito naturale o
          acquisito d’irriflessione, ma per lo contrario nasce da riflessione accompagnata col
          sentimento d’onore, e da delicatezza d’animo (non da grossezza, come quell’altro)
          preferisce effettivamente la morte alla vergogna, e tanto è più pauroso di questa che di
          quella, che ad occhi aperti e deliberatamente sceglie in fatto la prima piuttosto che la
          seconda, e antepone il non vivere alla pena di vergognarsi vivendo. (22. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Si suol dire che gli antichi attribuivano agli Dei le qualità umane, perch’essi avevano
          troppo bassa idea della divinità. Che questa idea non fosse appo loro così alta come <pb
            ed="aut" n="3495"/> tra noi, non posso contrastarlo, ma ben dico che se essi
          attribuirono agli Dei le qualità umane, ne fu causa eziandio grandemente l’aver essi degli
          uomini e delle cose umane e di quaggiù troppo più alta idea che noi non abbiamo. E
          soggiungo che umanizzando gli Dei, non tanto vollero abbassar questi, quanto onorare e
          inalzar gli uomini; e ch’effettivamente non più fecero umana la divinità che divina
          l’umanità, sì nella lor propria immaginazione e nella stima popolare, sì nella espressione
          ec. dell’una e dell’altra, nelle favole, nelle invenzioni, ne’ poemi, nelle costumanze,
          ne’ riti, nelle apoteosi, ne’ dogmi e nelle discipline religiose ec. (22. Sett. 1823.).
          Tanto grande idea ebbero gli antichi dell’uomo e delle cose umane, tanto poco intervallo
          posero fra quello e la divinità, fra queste e le cose divine (non per abbassar l’une ma
          per elevar l’altre, nè per disistima dell’une ma per altissimo concetto dell’altre),
          ch’essi stimarono la divinità e l’umanità potersi congiungere insieme in un solo
          subbietto, formando una persona sola. Onde immaginarono un intiero genere participante <pb
            ed="aut" n="3496"/> dell’umano e del divino, participazione che lor sembrò
          naturalissima, e ciò furono i semidei. E similmente i fauni, le ninfe, i pani ed altre
          tali divinità, anzi semidivinità<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="grc">δαίμονες</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">genii,
                lares, penates, manes</foreign> ec. V. Forcell. in tutte queste voci.</p>
          </note> terrestri, acquatiche, aeree, insomma sublunari, reputate mortali, si possono
          ridurre a questo genere di <emph>partecipanti</emph> (vedi il Forcellini in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Nympha</foreign>): sebben elle erano inferiori ai semidei, come
          Ercole (di cui vedi Luciano Dial. d’Ercole e Diogene, che fa molto a proposito), cioè
          participanti forse di minor parte di divinità e più d’umanità o mortalità; siccome gli
          eroi, finch’essi sono mortali possono parere un grado inferiori a’ Pani, ninfe ec. cioè
          men divini. (V. Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Heros, Indigetes,
          Semideus</foreign>; e <bibl>
            <author>Platone</author> nel <title>Convito</title> ed. Astii t. 3. 498. D- 500</bibl>.
          E, che fa ottimamente al caso<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3544.</p>
          </note>). Gli antichi non trovarono maggior difficoltà a comporre in un suggetto medesimo
          l’umanità e la divinità, di quel che a comporre i due sessi umani, il maschio e la
          femmina, negl’immaginari ermafroditi; quasi l’umano e il divino fossero, non altrimenti
          che il virile e il donnesco, due diverse specie, per dir così, d’un genere istesso, nè
          maggior differenza, o intervallo, <pb ed="aut" n="3497"/> o distinzion di natura fosse tra
          loro. (22. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Le speranze che dà all’uomo il Cristianesimo sono pur troppo poco atte a consolare
          l’infelice e il travagliato in questo mondo, a dar riposo all’animo di chi si trova
          impediti quaggiù i suoi desiderii, ributtato dal mondo, perseguitato o disprezzato dagli
          uomini, chiuso l’adito ai piaceri, alle comodità, alle utilità, agli onori temporali,
          inimicato dalla fortuna. La promessa e l’aspettativa di una felicità grandissima e somma
          ed intiera bensì, ma 1.<hi rend="apice">o</hi>. che l’uomo non può comprendere nè
          immaginare nè pur concepire o congetturare in niun modo di che natura sia, nemmen per
          approssimazione, 2.<hi rend="apice">o</hi>. ch’egli sa bene di non poter mai nè concepire
          nè immaginare nè averne veruna idea finchè gli durerà questa vita, 3.<hi rend="apice"
          >o</hi>. ch’egli sa espressamente esser di natura affatto diversa ed aliena da quella che
          in questo mondo ei desidera, da quella che quaggiù gli è negata, da quella il cui
          desiderio e la cui privazione forma il soggetto e la causa della sua infelicità; una tal
          promessa, dico, e una tale <pb ed="aut" n="3498"/> espettativa è ben poco atta a consolare
          in questa vita l’infelice e lo sfortunato, a placare e sospendere i suoi desiderii, a
          compensare quaggiù le sue privazioni. La felicità che l’uomo naturalmente desidera è una
          felicità temporale, una felicità materiale, e da essere sperimentata dai sensi o da questo
          nostro animo tal qual egli è presentemente e qual noi lo sentiamo; una felicità insomma di
          questa vita e di questa esistenza, non di un’altra vita e di una esistenza che noi
          sappiamo dover essere affatto da questa diversa, e non sappiamo in niun modo concepire di
          che qualità sia per essere. La felicità è la perfezione e il fine dell’esistenza. Noi
          desideriamo di esser felici perocchè esistiamo. Così chiunque vive. È chiaro adunque che
          noi desideriamo di esser felici, non comunque si voglia, ma felici secondo il modo nel
          quale infatti esistiamo<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>L’uomo non desidera la felicità assolutamente, ma la felicità umana (così gli altri
              animali), nè la felicità qualch’ella sia, ma una tale, benchè non definibile,
              felicità. Ei la desidera somma e infinita, ma nel suo genere, non infinita in questo
              senso ch’ella comprenda la felicità del bue, della pianta, dell’Angelo e tutti i
              generi di felicità ad uno ad uno. Infinita è realmente la sola felicità di Dio. Quanto
              all’infinità, l’uomo desidera una felicità come la divina, ma quanto all’altre qualità
              ed al genere di essa felicità, l’uomo non potrebbe già veramente desiderare la
              felicità di Dio. L’uomo che invidia al suo simile un vestito, una vivanda, un palagio,
              non è propriamente mai tocco nè da invidia nè da desiderio dell’immensa e piena
              felicità di Dio, se non solo in quanto immensa, e più in quanto piena e perfetta.
              Veggasi la p. 3509. massime in margine.</p>
          </note>. È chiaro che la nostra esistenza desidera la perfezione e il fin suo, non già di
          un’altra esistenza, e questa a lei inconcepibile. La nostra esistenza desidera dunque la
          sua propria felicità; chè desiderando quella di un’altra esistenza, ancorch’ella in questa
          s’avesse poi a tramutare, desidererebbe, si può dire, una felicità non propria ma altrui,
            <pb ed="aut" n="3499"/> ed avrebbe per ultimo e vero fine non se stessa, ma altrui, il
          che è essenzialmente impossibile a qualsivoglia Essere in qualsivoglia operazione o
          inclinazione o pensiero ec. Laonde la felicità che l’uomo desidera è necessariamente una
          felicità conveniente e propria al suo presente modo di esistere, e della quale sia capace
          la sua presente esistenza. Nè egli può mai lasciar di desiderar questa felicità per niuna
          ragione, nè per niuna ragione può mai desiderare altra felicità che questa. E non è più
          possibile che l’uomo mortale desideri veramente la felicità de’ Beati, di quello che il
          cavallo la felicità dell’uomo, o la pianta quella dell’animale; di quel che l’animale
          erbivoro invidii al carnivoro o la sua natura, o la carne di cui lo vegga cibarsi,
          all’uomo il piacere degli studi e delle cognizioni, piacere che l’animale non può
          concepire nè che possa esser piacere, nè come, nè qual piacere sia; e così discorrendo. E
          ben vero che nè l’uomo, nè forse l’animale nè verun altro essere, può esattamente definire
          nè a se stesso nè agli altri, qual sia assolutamente e in generale la felicità ch’ei
          desidera; perocchè <pb ed="aut" n="3500"/> niuno forse l’ha mai provata, nè proveralla, e
          perchè infiniti altri nostri concetti, ancorchè ordinarissimi e giornalieri, sono per noi
          indefinibili. Massime quelli che tengono più della sensazione che dell’idea; che nascono
          più dall’inclinazione e dall’appetito, che dall’intelletto, dalla ragione, dalla scienza;
          che sono più materiali che spirituali. Le idee sono per lo più definibili, ma i sentimenti
          quasi mai; quelle si possono bene e chiaramente e distintamente comprendere ed abbracciare
          e precisar col pensiero, questi assai di rado o non mai. Ma ciò non ostante, sì l’animale
          che l’uomo sa bene e comprende, o certo sente, che la felicità ch’ei desidera è cosa
          terrena. Quell’infinito medesimo a cui tende il nostro spirito (e in qual modo e perchè,
          s’è dichiarato altrove), quel medesimo è un infinito terreno, bench’ei non possa aver
          luogo quaggiù, altro che confusamente nell’immaginazione e nel pensiero, o nel semplice
          desiderio ed appetito de’ viventi. Oltre di ciò niuno è che viva senz’alcun desiderio
          determinato e chiaro e definibilissimo, negativo o positivo, nel conseguimento <pb
            ed="aut" n="3501"/> del quale o di più d’uno di loro, ei ripone sempre o espressamente o
          confusamente, benchè pur sempre per errore, la sua felicità e ’l suo ben essere. Quel
          trovarsi senz’alcun desiderio al mondo, se non quello di un non so che, quell’essere
          infelice senza mancare di niun bene nè patire assolutamente niun male, è impossibile; e se
          Augusto diceva d’essere in questo caso, poteva parergli che così fosse, ma s’ingannava; e
          niuno mai si trovò veramente in tal caso nè è per trovarvisi, perchè a niuno mai mancò nè
          è per mancar materia di qualche desiderio determinato, più o men vivo, o ch’esso miri a
          cosa che ci manchi, o a cosa che noi abbiamo e ci dispiaccia. Anzi a nessuno è per mancar
          mai materia di molti e vivi desiderii determinati di questa specie. Or tutti questi
          desiderii determinati che noi abbiamo, ed avremo sempre, e che non soddisfatti, ci fanno
          infelici, sono tutti di cose terrene. Promettere all’uomo, promettere all’infelice una
          felicità celeste, benchè intera e infinita, e superiore senza paragone alla terrena, e a’
          piccoli beni ch’egli desidera, si è come a un che si muor di fame e non può ottenere un
          tozzo di pane, preparargli un letto morbidissimo, o promettergli degli squisitissimi e
          beatissimi odori. Con questo divario che l’affamato concepirebbe pure il piacer che fosse
          per provare il suo odorato da quella sensazione, <pb ed="aut" n="3502"/> e questo piacere
          sarebbe della medesima natura di quello ch’ei desidera e non ottiene, cioè materiale e
          sensibile come l’altro. Non così possiamo dire de’ piaceri celesti promessi a chi desidera
          e non ottiene i terreni, nel qual caso l’uomo si trova naturalmente e necessariamente
          sempre, e l’infelice massimamente, benchè tutti a rigore sono infelici, e lo sono perchè
          tutti e sempre si trovano nel detto caso. Ora i piaceri celesti, al contrario di ciò che
          s’è detto qui sopra, son di natura affatto diversi da quelli che noi desideriamo e non
          ottenghiamo, e non ottenendo siamo infelici; e questa lor natura non può da noi per verun
          modo mai essere conceputa. Onde segue che la consolazione che può derivare dallo sperarli,
          sia nulla in effetto; perchè a chi desidera una cosa si promette un’altra ch’è
          diversissima da quella; a chi è misero per un desiderio non soddisfatto, si promette di
          soddisfare un desiderio ch’ei non ha e non può per sua natura avere nè formare; a chi
          brama un piacer noto, e si duole di un male noto, si promette un piacere e un bene ch’ei
          non conosce nè può conoscere, e ch’ei non vede nè può vedere come sia per esser bene, e
          come possa piacergli; <pb ed="aut" n="3503"/> a chi è misero in questa vita, e desidera
          necessariamente la felicità di questa esistenza, ed altra esistenza non può concepire nè
          desiderarne la felicità, si promette la beatitudine di una tutt’altra esistenza e vita, di
          cui questo solo gli si dice, ch’ella è sommamente e totalmente e più ch’ei non può
          immaginare diversa dalla sua presente, e ch’ei non può figurarsi per niun conto qual ella
          sia. Come l’uomo non può nè collo intelletto nè colla immaginazione nè con veruna facoltà
          nè veruna sorta d’idee oltrepassare d’un sol punto la materia, e s’egli crede
          oltrepassarla, e concepire o avere un’idea qualunque di cosa non materiale, s’inganna del
          tutto; così egli non può col desiderio passare d’un sol punto i limiti della materia, nè
          desiderar bene alcuno che non sia di questa vita e di questa sorta di esistenza ch’ei
          prova; e s’ei crede desiderar cosa d’altra natura, s’inganna, e non la desidera, ma gli
          pare di desiderarla. Come dunque ei non può desiderar bene alcuno d’altra natura, così la
          promessa e la speranza di tali beni, non può per modo alcuno <pb ed="aut" n="3504"/>
          consolarlo realmente nè de’ mali di questa vita nè della mancanza de’ di lei beni, nè
          (quando e’ non fosse infelice) rallegrarlo e dilettarlo e compiacerlo colla dolcezza
          dell’aspettativa, e intrattenerlo e contribuire quaggiù al suo contento. Di più, l’uomo si
          pasce per verità e si sostiene e vive grandissima parte della sua vita, anzi pur tutta la
          vita sua, della speranza, ancorchè lontana, la qual è un piacere, ma come e perchè? Perchè
          l’uomo va immaginando e contemplando seco stesso a parte a parte il godimento ch’egli
          attende o spera, e prova diletto nel considerare e rappresentarsi il modo in che egli ne
          godrà, e le sue qualità e condizioni e circostanze, anticipando ed anzi assaporando
          effettivamente colla immaginazione mille volte il piacer futuro. Ma questa contemplazione,
          questa rappresentazione, quest’anticipazione, questo gusto o assaggio, questo deliro o
          sogno che ci fa parere e ci rende infatti presente il piacer futuro, ancor più ch’ei nol
          sarà quando si troverà presente in effetto (se egli si troverà mai presente), come può
          aver luogo intorno a un piacere assolutamente inconcepibile, non solo nel più e nel meno,
          o nella specie, ma nel genere, di modo che le nostre idee non hanno alcun potere di
          abbracciarne o di avvicinarne nè pure una menoma parte? Come ci può per verun deliro o
          veruno sforzo dell’immaginazione o dell’intelletto parer presente <pb ed="aut" n="3505"/>
          quello a cui nè l’immaginazione nè l’intelletto non si possono neppure a grandissimo
          tratto avvicinare; quello che non è fatto nè per questa immaginazione nè per questo
          intelletto; quello ch’è di natura affatto diversa da ciò che l’immaginazione o
          l’intelletto può concepire o congetturare; quello che non sarebbe ciò ch’egli è, s’a noi
          fosse possibile pure il congetturarlo; quello che spetta a tutt’altra natura che la nostra
          presente? Come può per alcun modo o in alcuna parte entrar nella mente nostra una
          tutt’altra natura?</p>
        <p>Certo l’uomo desidererà sempre di esser liberato dai dolori e dai mali ch’egli
          effettivamente prova, e di conseguire quelli ch’ei crederà beni in questa vita, e di esser
          felice in questo mondo in ch’egli vive. E non potendo mai lasciare di desiderarlo niente
          più ch’ei possa ottenerlo, e la religion cristiana non soddisfacendo a questo suo
            <emph>unico e perpetuo</emph> desiderio, nè promettendogli di soddisfarlo mai per niun
          modo, anzi non dandogliene speranza alcuna, segue che le speranze cristiane non sieno atte
          a consolare effettivamente <pb ed="aut" n="3506"/> il mortale, nè ad alleviare i suoi mali
          nè i suoi desiderii. E la felicità promessa dal Cristianesimo non può al mortale parer mai
          desiderabile, se non in quanto infinita, anzi in quanto perfetta (chè infinita e non
          perfetta nol contenterebbe), e in quanto felicità, astrattamente considerata, ma non già
          in quanto tale qual ella è, e di quella natura di ch’ella è. Ed oso dire che la felicità
          promessa dal paganesimo (e così da altre religioni), così misera e scarsa com’ella è pure,
          doveva parere molto più desiderabile, massime a un uomo affatto infelice e sfortunato, e
          la speranza di essa doveva essere molto più atta a consolare e ad acquietare, perchè
          felicità concepibile e materiale, e della natura di quella che necessariamente si desidera
          in terra.</p>
        <p>Osservisi che di due future vite, l’una promessa l’altra minacciata dal Cristianesimo,
          questa fa sul mortale molto maggior effetto di quella. E perchè? perchè ci s’insegna che
          nell’inferno (e così nel Purgatorio) avrà luogo la pena <emph>del senso</emph>. Onde ci si
          rende concepibile nel genere, benchè non concepibile nell’estensione, la pena che dee aver
          luogo in una vita e in un modo di essere <pb ed="aut" n="3507"/> a noi d’altronde
          inconcepibile non meno che quello de’ Beati nel Paradiso. E sebbene noi non possiamo
          concepire il modo in cui questa pena possa aver luogo nell’altra vita e nell’anime ignude,
          pur ci si dice ch’ella ha luogo <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">miris sed veris modis</foreign>
          </quote> (S. Agostino), restando fermo ch’ella è pena sensibile e materiale; onde noi non
          sapendo nè immaginando il come, sappiamo però bene e concepiamo il quale sia quella pena.</p>
        <p>E perciò può dirsi con verità che il Cristianesimo è più atto ad atterrire che a
          consolare, o a rallegrare, a dilettare, a pascere colla speranza. Ed è certissimo infatti
          che l’influenza da lui esercitata sulle azioni degli uomini, è sempre stata ed è tuttavia
          come di religion minacciante assai più che come di religion promettente; ch’egli ha
          indotto al bene e allontanato dal male, e giovato alla società ed alla morale assai più
          col timore che colla speranza; che i Cristiani osservarono e osservano i precetti della
          religion loro più per rispetto dell’inferno e del Purgatorio che del Paradiso. E Dante che
          riesce a spaventar dell’inferno, non riesce nè anche poeticamente parlando, a invogliar
          punto del Paradiso; <pb ed="aut" n="3508"/> e ciò non per mancanza d’arte nè d’invenzione,
          ec. (anzi ambo in lui son somme ec.) ma per natura de’ suoi subbietti e degli uomini.
          (Similmente, con proporzione, si può discorrere dell’Eliso e dell’inferno degli antichi,
          questo molto più terribile che quello non è amabile; dello stato de’ reprobi e della
          felicità de’ buoni di Platone ec.).</p>
        <p>È anche certo che siccome il Cristianesimo senza il suo inferno e il suo Purgatorio e col
          solo suo Paradiso, non avrebbe avuta e non avrebbe sulla condotta e sui costumi degli
          uomini quella influenza ch’egli ebbe ed ha, così non l’avrebbe avuta, o minore assai, se
          e’ non avesse minacciato nell’inferno e nel Purgatorio una pena di qualità concepibile, e
          s’egli avesse solo minacciata la pena del danno ch’è di qualità inconcepibile, e di natura
          diversa dalle pene di questo mondo; benchè non tanto, quanto la beatitudine celeste dalle
          terrene; perchè noi concepiamo pure e sentiamo per esperienza come ci possa fare infelici
          la privazione e il desiderio di beni non mai provati, mal conosciuti, ed anche non
          definibili; dei desiderii vaghi ec. Onde anche non concependo il bene del Paradiso,
          possiamo in qualche modo concepire come la privazione irreparabile e il desiderio continuo
          ed eterno di esso, possa fare infelici, massime chi sa di non poter esser mai soddisfatto,
            <pb ed="aut" n="3509"/> e pur sempre desidera, e sa d’aver sempre a desiderare, e chi è
          certo di penar sempre allo stesso modo, e di essere eternamente infelice senza riparo, e
          senza sollievo alcuno ec. Tutto ciò noi possiamo ben concepire, quasi secondariamente,
          come possa esser causa di somma infelicità, benchè non possiamo concepirlo primariamente,
          cioè la qualità di quel bene che nell’inferno ec. si desidera, e la cui privazione e
          desiderio fa infelici i dannati ec. (23. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Niente d’assoluto. — Veggasi il pensiero antecedente, in particolare p. 3498-9. margine.
          nel quale si dimostra che nè l’uomo nè alcun vivente non desidera neppur la felicità
          assolutamente, ma relativamente, e solo s’ella conviene alla di lui propria natura, ed è
          richiesta dal di lui modo particolare di essere ec. e in quanto ella sia tale. ec. Nè
          perchè una cosa sia felicità, per questo solo ei la desidera, nè si compiace nello
          sperarla, quando ella non convenga al suo modo di essere ec. — Si può però dire per un
          lato, che l’uomo desidera la felicità assolutamente. Veggasi la p. 3506. Ei non desidera
          tale o tale felicità, s’a lui non conviene: e dovendo desiderare una <emph>tale</emph>
          felicità, ei non può desiderar se non la conforme e propria al suo modo di essere. Ma la
          felicità assolutamente e indeterminatamente considerata, e s’ei così la considera, ei non
          può non bramarla, cioè in quanto felicità semplicemente</p>
        <p>Di qual cosa par che si possa ragionare più assolutamente che della lunghezza o
          estensione di una data porzione di tempo? la quale si misura esattamente coll’oriuolo, e
          si divide <pb ed="aut" n="3510"/> perfettamente in parti anche minutissime, non col
          pensiero solo, ma con gl’istrumenti da ciò, e come fosse quasi materia, e queste parti si
          annoverano e si raccolgono, e il loro numero si conosce colla certezza che dà
          l’aritmetica. Ora egli è certissimo che la lunghezza di una medesima quantità di tempo ad
          altri è veramente maggiore ad altri minore, e ad un medesimo individuo può essere, ed è,
          quando maggiore quando minore. Onde può dirsi con verità che una medesima data porzione di
          tempo or dura più or meno ad un medesimo individuo, ed a chi più a chi meno. Lasciamo
          stare che il tempo disoccupato, annoiato, incomodato, addolorato e simili, riesce e si
          sente esser più lungo che quel medesimo o altrettanto spazio di tempo, occupato,
          dilettevole, passato in distrazione e simili<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Nella rimembranza è molte volte il contrario, che più corto pare il tempo passato
              senza occupazione e <emph>uniformemente</emph>, perchè allora nella memoria l’una ora
              e l’un dì si confonde e quasi sovrappone coll’altro, in modo che molti paiono un solo,
              non avendovi differenza tra loro, nè moltitudine di azioni o passioni che si possa
              numerare, l’idea della qual moltitudine si è quella che produce l’idea della lunghezza
              del tempo, massime passato ec. Ma di questo pensiero altrove s’è scritto.</p>
          </note>; e ciò ad un medesimo individuo, o a diversi individui d’una sola specie in un
          tempo medesimo, o in tempi diversi. Lasciando questo, si osservi che agli animali i quali
          vivono meno dell’uomo per lor natura, a quelli che vivono al più trent’anni, venti, dieci,
          cinqu’anni, <pb ed="aut" n="3511"/> un anno solo, alcuni mesi, un solo mese, alcuni giorni
          soltanto (chè egli v’ha effettivamente animali che rispondano a tutte queste differenze di
          durata, e a cento e mill’altre intermedie); a questi animali, dico, una data porzione di
          tempo è veramente più lunga e dura più che all’uomo, e tanto più quanto la lor vita
          naturale è più corta; e l’idea che ciascun d’essi si forma ed acquista naturalmente della
          durata e quantità di una tal porzione qualunque di tempo, è assolutamente maggiore di
          quella che l’uomo concepisce; e maggiore in ragione esattamente inversa della lunghezza
          ordinaria del viver loro. E s’egli è vero come <quote>
            <emph>dicono, che nel fiume Apanis nella Scizia vi abbia degli animaletti, tra i quali,
              quei, i quali essendo nati il mattino, muojono la sera, sono i più vecchi, e muojono
              carichi di figli, di nipoti, di pronipoti, e di anni, a lor modo</emph>
          </quote> (<bibl>
            <author>Genovesi</author>, <title>Meditazioni filosofiche sulla Religione e sulla
            Morale</title>. Meditaz. 1. Piacere dell’esistenza. § o articolo 12. Bassano, Remondini
            1783. p. 26</bibl>. Vedilo dall’articolo 11. al fine della Meditazione); <pb ed="aut"
            n="3512"/> se questo, dico, è vero (che ben può essere<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Se non è, può essere, e al nostro caso tanto è il poter essere quanto l’essere in
              fatto. Immaginiamo, se non è, che sia, e come di un’ipotesi discorriamo quello che
              necessariam. seguirebbe se così fosse. Essendo l’ipotesi possibiliss.a e similiss.a al
              vero, l’argomento avrà la medesima forza, e tanto nel caso presente varrà e proverà
              l’immaginazione e la supposizione, quanto la verità, tanto il supposto e l’immaginato
              quanto il vero ed effettivo.</p>
          </note>, e se non d’essi animaletti, d’altri, visibili o invisibili; e se no, discorrasi
          proporzionatamente di quelli che, come di certo si sa, vivono pochissimi giorni), egli è
          certissimo che l’idea che questi animali si formano e naturalmente acquistano della durata
          e quantità p. e. di una mezz’ora di tempo, è tanto maggiore della nostra idea, che noi non
          possiamo pur concepire il quanto. E veramente una mezz’ora dura per essi indefinibilmente
          più che per noi, stante la rapidità delle loro azioni, sensazioni, passioni ed eventi; il
          velocissimo succedersi di questi, gli uni agli altri; la inconcepibile prontezza del loro
          sviluppo; la rapidità, per così dire, della lor vita ed esistenza; e stante ch’essi in una
          mezz’ora, in un minuto, vivono ed esistono, si può ben dire, assai più che noi nè gli
          altri più <emph>macrobii</emph> animali, in quel medesimo spazio, non fanno; e la loro
          esistenza in un minuto è veramente di quantità e d’intensità ec. maggiore che la nostra
          non è, in altrettanto spazio, e che noi non possiamo pure immaginare. In contrario senso
          ragionisi dell’idea che dovettero aver gli uomini naturalmente della durata e quantità di
          una data porzione di tempo, quando la <pb ed="aut" n="3513"/> lor vita naturale era
          strabocchevolmente più lunga della presente; e proporzionatamente dell’idea che debbono
          averne le nazioni (se ve n’ha) che vivono ordinariamente più di noi (siccome v’ha certo di
          quelle che vivono meno, e prestissimo giungono alla maturità, e ciò ne’ climi caldi, come
          nell’America meridionale, ove le donne si maritano di 10 o 12 anni<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>V. p. 3898.</p>
          </note>, e tra gli orientali ec. e vedi a questo proposito l’ <bibl>
            <title>Indica</title> di <author>Arriano</author>, c. 9. sect. 1-8.</bibl> e Plinio se
          ha nulla ec.); e dell’idea che n’hanno gli animali più longevi dell’uomo, come l’elefante,
          il cervo, la cornice, la tartaruga, alla quale pigrissima e tardissima nelle sue
          operazioni, la natura diede, non lunghissima vita, ma moltissimi anni. E dico, non
          lunghissima vita, perch’ella stante la tardità de’ suoi movimenti ed azioni, alla quale
          corrisponde quella del suo incremento e sviluppo naturale ec. e di tutta la sua natura,
          vive ed esiste in un dato spazio di tempo assai meno che l’uomo in altrettanto spazio non
          fa. E così proporzionatamente gli altri animali più longevi di noi. E dalle suddette
          osservazioni si raccoglie che la somma e quantità della vita, e però la <pb ed="aut"
            n="3514"/> durata e lunghezza della medesima, è generalmente e appresso a poco
          altrettanta in effetto negli animali ed esseri <emph>brachibiotati</emph>, che ne’
            <emph>macrobiotati</emph> e negl’intermedii, e niente minore, e così viceversa. Onde la
          durata di un medesimo spazio di tempo è naturalmente e generalmente e costantemente, salve
          le varie circostanze della vita di una stessa specie e individuo, accennate di sopra, come
          la noia, il piacere ec. che variano l’idea e ’l sentimento della durata ec. sempre però
          dentro i limiti e la proporzione e in rispetto dell’idea d’essa durata, propria
          particolarmente della specie per sua natura ec. per gli uni maggiore per gli altri minore
          ec. e non si può determinare ec. nè giudicarne assolutamente come noi facciamo ec. (24.
          Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Transito as</foreign>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">transeo-transitus</foreign>. <bibl>V. il <author>Forcell.</author> in
              <foreign lang="lat" rend="italic">Transitans</foreign>
          </bibl>. Oggi questo verbo ci è comune, e lo trovo ancora nello spagnuolo moderno, e mi
          par eziandio nel francese. Ma in tutte tre queste lingue egli è piuttosto termine di
          gazzetta (inutilissimo), che voce degna della lingua ec. (25. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2984. <foreign lang="fre" rend="italic">Vieil</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">veculus</foreign> come <foreign lang="fre" rend="italic">oeil</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">oculus</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >oreille</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">auricula</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">aurecula</foreign> (corrottamente) ec. <foreign lang="fre"
            rend="italic">vermeil</foreign>, <emph>vermiglio</emph>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">vermejo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vermiculus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">vermeculus</foreign> ec.
            <foreign lang="fre" rend="italic">Sommeil</foreign> è certamente un <foreign lang="lat"
            rend="italic">somniculus</foreign> diminutivo, preso in senso positivo, come <foreign
            lang="fre" rend="italic">somme</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >somnus</foreign>. Resta però il senso diminutivo <pb ed="aut" n="3515"/> a <foreign
            lang="fre" rend="italic">sommeiller</foreign> che vien da <foreign lang="lat"
            rend="italic">somniculare</foreign> come il nostro <emph>sonnecchiare</emph>, e che
          serve a confermar la derivazione di <foreign lang="fre" rend="italic">sommeil</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">somniculus</foreign>. <foreign lang="fre"
            rend="italic">Appareil</foreign>; <emph>apparecchio, apparecchiare, sparecchio</emph>
          ec.; <foreign lang="spa" rend="italic">aparejo, aparejar</foreign> dimostrano un
          diminutivo positivato <foreign lang="lat" rend="italic">appariculare</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">apparare</foreign>, (come <foreign lang="lat"
            rend="italic">misculare</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >miscere</foreign>, di cui altrove), <foreign lang="lat" rend="italic"
          >appariculus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">apparatus</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <emph>Parecchi</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">pareil</foreign>, onde
                <foreign lang="fre" rend="italic">appareiller</foreign>, sono da <foreign lang="lat"
                rend="italic">pariculus</foreign> ec. V. Gloss. ec. <foreign lang="spa"
                rend="italic">parejo</foreign> (cioè <foreign lang="spa" rend="italic"
              >par</foreign>) <foreign lang="spa" rend="italic">parejura</foreign> ec. <foreign
                lang="spa" rend="italic">Pelleja, pellejo, pellico</foreign>;
              <emph>pelliccia</emph>; <foreign lang="fre" rend="italic">pelisse</foreign>; spagn.
              mod.no <foreign lang="spa" rend="italic">pellìz</foreign>, da <foreign lang="lat"
                rend="italic">pellicula</foreign> ec. Lo spagn. ha anche il positivo, <foreign
                lang="spa" rend="italic">piel. Semilla</foreign>. <foreign lang="fre" rend="italic"
                >Soleil</foreign>. <foreign lang="fre" rend="italic">Ouaille</foreign> da <foreign
                lang="lat" rend="italic">ovicula</foreign> ec., come <foreign lang="spa"
                rend="italic">oveja</foreign> spagn.</p>
          </note>; voci ignote nel buon latino, ma comuni alle tre lingue figlie. V. Glossar. ec.
          (25. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A quello che altrove ho detto di <emph>occhio</emph> e di <foreign lang="spa"
            rend="italic">ojo</foreign>, formati regolarmente da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >oculus</foreign>, non da <foreign lang="lat" rend="italic">ocus</foreign>, come
          potrebbe parere, aggiungasi che anche <foreign lang="fre" rend="italic">oeil</foreign>
          viene manifestamente da <foreign lang="lat" rend="italic">oculus</foreign> (v. la pag. qui
          dietro), e non potrebbe venire da <foreign lang="lat" rend="italic">ocus</foreign>.
          Aggiungi ancora a quello che ho detto in tal proposito, che da <foreign lang="lat"
            rend="italic">somniculosus</foreign> abbiam fatto oltre <emph>sonnacchioso</emph> e
            <emph>sonnocchioso</emph>, anche <emph>sonnoglioso</emph> e <emph>sonniglioso</emph>,
          mutato il <emph>cul</emph> in <emph>gli</emph>, come in <emph>vermiglio</emph> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">vermiculus</foreign>, di cui v. pur la pag. antecedente, e in
            <emph>periglio</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">periculum</foreign>, e in
            <emph>coniglio</emph> (<foreign lang="spa" rend="italic">conejo</foreign>) da <foreign
            lang="lat" rend="italic">cuniculus</foreign>. Quindi i diminutivi spagn. in
          <emph>illo</emph>, da <foreign lang="lat" rend="italic">iculus</foreign>. (25. Sett.
          1823.). Abbiamo anche <emph>sonnoloso</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3516"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Axilla</foreign> era voce antiquata fin dal tempo di
          Cicerone, e sostituitavi <foreign lang="lat" rend="italic">ala</foreign> (<bibl>v.
              <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Axilla</foreign>, in
              <emph>X</emph> ec.</bibl>). Antiquata nel parlare e nello scrivere colto. Ora il volgo
          conservolla sempre, tanto che la trasmise a noi, i quali usiamo ancora volgarmente e
          tuttodì quella voce latina che al tempo di Cicerone era già disusata.
          <emph>Ascella</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">aisselle</foreign>. Così dite di
            <foreign lang="lat" rend="italic">maxilla</foreign>, (<emph>mascella</emph>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">mexilla</foreign>), che pur si trova usata da scrittori
          posteriori, ma ciò dovette esser con poca eleganza. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Ala</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">mala</foreign> che al tempo di Cicerone
          in questi significati erano più recenti e più usate di quell’altre, oggi, restando queste,
          sono esse affatto perdute in tali significazioni. (25. Sett. 1823.). Al contrario <foreign
            lang="lat" rend="italic">palus</foreign> è rimasto, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >paxillus</foreign> perduto; <foreign lang="lat" rend="italic">velum</foreign> è
          rimasto, <foreign lang="lat" rend="italic">vixillum</foreign> non è per noi che voce
          poetica ec. (25. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Testa</foreign> si dice anche per ogni genere di
            <emph>coccia</emph>, come di quella de’ pesci, onde la tartaruga è detta <foreign
            lang="lat" rend="italic">testudo</foreign> ec. Quindi si conferma la congettura da me
          altrove fatta sopra l’origine del dir <emph>testa</emph>, cioè <emph>coccia</emph> per
            <emph>capo</emph>. Si cominciò a dar quel nome al cranio, ed è metafora o metonimia ec.
          molto naturale. V. Forcell. (25. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3517"/> Alla p. 3412. fine. Altrettanto però è certo che una società
          capace di repubblica durevole, non può essere che leggermente o mezzanamente corrotta; che
          una società pienamente corrotta (come la moderna) non è assolutamente capace d’altro stato
          durevole che del monarchico quasi assoluto; e che il non essere assolutamente capace se
          non di assoluta monarchia, e l’essere incapace di durevole stato franco, è certo segno di
          società pienamente corrotta. Così, apparentemente, si ravvicinano i due estremi, di
          società primitiva, di cui non è proprio altro stato che la monarchia; e di società
          totalmente guasta, di cui non è propria che l’assoluta monarchia. Colla differenza che
          questa società non è onninamente capace di altro stato durevole, quella sì; e che in
          questa non può durar che una monarchia assoluta cioè dispotica, in quella una tal
          monarchia non poteva assolutamente durare; ma l’era propria una monarchia piena bensì ed
          intera, ma non assoluta nè dispotica; una monarchia dove il re era padron di tutto, e il
          suddito niente manco libero. Del resto s’egli è <pb ed="aut" n="3518"/> proprio carattere
          sì della società primitiva come della più corrotta l’essere ambedue per natura monarchiche
          di governo, non è questo il solo capo in cui si veda che le cose umane ritornano dopo
          lungo circuito e dopo diversissimo errore ai loro principii, e giunte (come or pare che
          siano) al termine di lor carriera, o tanto più quanto a questo termine più s’avvicinano,
          si trovano di nuovo in gran parte cogli effetti medesimi, e nel medesimo luogo, stato ed
          essere che nel cominciar d’essa carriera. Bensì per cagioni ben diverse e contrarie a
          quelle d’allora: onde questi effetti e questo stato sono ben peggiori ritornando, che
          allora non furono; e se e dove furon buoni e convenienti all’umana società ed alla
          felicità sociale nel principio, son pessimi nel ritorno e nel fine ec. (25. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Superiorità della natura sulla ragione, dell’assuefazione (ch’è seconda natura) sulla
          riflessione. — Mio timor panico d’ogni sorta di scoppi, non solo pericolosi, (come tuoni
          ec.), ma senz’ombra di pericolo (come spari festivi ec.); timore che stranamente e
          invincibilmente <pb ed="aut" n="3519"/> mi possedette non pur nella puerizia, ma
          nell’adolescenza, quando io era bene in grado di riflettere e di ragionare, e così faceva
          io infatti, ma indarno per liberarmi da quel timore, benchè ogni ragione mi dimostrasse
          ch’egli era tutto irragionevole. Io non credeva che vi fosse pericolo, e sapeva che non
          v’era pericolo nè che temere; ma io temeva niente manco che se io avessi saputo e creduto
          e riflettuto il contrario. (puoi vedere la p. 3529.). Non potè nè la ragione nè la
          riflessione liberarmi di quel timore irragionevolissimo, perch’esso m’era cagionato dalla
          natura. Nè io certo era de’ più stupidi e irriflessivi, nè di quelli che men vivono
          secondo ragione, e meno ne sentono la forza, e son meno usi di ragionare, e seguono più
          ciecamente l’istinto o le disposizioni naturali. Or quello che non potè per niun modo la
          ragione nè la riflessione contro la natura, lo potè in me la natura stessa e
          l’assuefazione; e il potè contro la ragione medesima e contro la riflessione. Perocchè
          coll’andar del tempo, anzi dentro un breve spazio, essendo io stato forzato in certa
          occasione a sentire assai da vicino e frequentemente di tali scoppi, perdei
          quell’ostinatissimo e innato timore in modo, che non solo trovava piacere in quello <pb
            ed="aut" n="3520"/> che per l’addietro m’era stato sempre di grandissimo odio e spavento
          senza ragione, ma lasciai pur di temere e presi anche ad amare nel genere stesso quel che
          ragionevolmente sarebbe da esser temuto; nè la ragione o la riflessione che già non
          poterono liberarmi dal timor naturale, poterono poscia, nè possono tuttavia, farmi temere
          o solamente non amare, quello che per natura o assuefazione, irragionevolmente, io amo e
          non temo. Nè io son pur, come ho detto, de’ più irriflessivi, nè manco di riflettere
          ancora in questo proposito all’occasione, ma indarno per concepire un timore che non mi è
          più naturale. Questo ch’io dico di me, so certo essere accaduto e accadere in mille altri
          tuttogiorno, o quanto all’una delle due parti solamente, o quanto ad ambedue. — Quello che
          non può in niun modo la riflessione, può e fa l’irriflessione. (25. Sett. 1823.). V. p.
          3908.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tre stati e condizioni della vecchiezza rispetto alla giovanezza<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Puoi vedere la p. 3846.</p>
          </note> ed alle altre età. 1. Quando il genere umano era appresso a poco incorrotto, o
          certo proclive ed abituato generalmente alla virtù, e quando l’esperienza insegnava
          all’individuo le cose utili a se ed agli altri, senza disingannarlo delle oneste, e delle
          inclinazioni virtuose, nobili, magnanime <pb ed="aut" n="3521"/> ec.; nè gli dimostrava la
          perversità degli uomini, che ancora non erano perversi, nè lo disgustava e faceva pentire
          della virtù, che ancor non era, se non altro, dannosa, e ch’egli per naturale istituto
          aveva intrapreso fin da principio di seguire, e seguiva; allora i vecchi, come più ricchi
          d’esperienza e più saggi, erano più venerabili e venerati, più stimabili e stimati, ed
          anche in molte parti più utili a’ loro simili e compagni ed al corpo della società, che
          non i giovani e quelli dell’altre età. 2. Cominciata a corrompere la società umana e
          giunta la corruzione al mezzo, o più oltre, l’esperienza dovette fare tutto il contrario
          delle cose dette di sopra, e distruggendo le buone disposizioni naturali, e le qualità
          contratte ne’ primi anni, render l’individuo tanto peggiore di carattere, d’animo, di
          costumi, di qualità, di azioni o di desiderii, quanto più egli avesse sperimentato. Allora
          dunque i vecchi furono (nella gran società) molto meno stimabili e stimati, quanto alla
          virtù ed all’onestà, che i giovani ec.; molto più tristi, svergognati, <pb ed="aut"
            n="3522"/> finti, coperti, furbi, traditori, malvagi insomma, alieni dal ben fare, e
          dannosi, o inclinati a far danno, a’ compagni e alla società. Laddove quei dell’altre età,
          e massime i giovani, furono molto più degni di stima e molto più utili o men dannosi,
          perchè meno corrotti; più buoni perchè più naturali; più proprii a ben fare, più
          misericordiosi, più benefici, perchè men freddi, più generosi per natura dell’età, men
          guasti dall’esempio e dalle cattive massime, o non ancor guasti ec. 3. Passata che fu la
          corruzione sociale di gran lunga oltre il mezzo, e giunta, si può dire, al suo colmo, nel
          quale oggidì si trova e riposa, ed è, a quel che sembra per riposar lungamente o in
          perpetuo; non fu e non è bisogno di molta nè lunga esperienza nè d’assai mali esempi per
          corrompere negl’individui la sempre buona natura ed indole primitiva; nascono, si può dir,
          gli uomini già corrotti; il primitivo, e seco la virtù ed ogni sorta di bontà effettiva, è
          sparito quasi onninamente dal mondo; il giovane, anzi pure il fanciullo, in brevissimo
          tratto è maturo e vecchio di malizia, <pb ed="aut" n="3523"/> di frode, di malvagità, e
          conosce il mondo assai più che i vecchi stessi per lo passato non facevano ec. Quindi per
          ben contrarie cagioni e con ben contrari effetti (veggasi la p. 3517-8.) son tornate le
          cose appresso a poco nel loro stato primiero. I giovani massimamente, sono ben più odiosi
          e dannosi de’ vecchi, perchè in essi alla disposizione intera e alla decisa volontà di mal
          fare si aggiunge il potere e la facoltà; e l’ardor giovanile, e la forza e l’impeto e il
          fiore delle passioni, che un dì conduceva gli uomini al bene, ora conducendogli
          dirittamente e pienamente e decisamente al male, rende gl’individui tanto più cattivi,
          perniciosi ed odiabili, quanto esso ardore è più grande. Laddove i vecchi sono, non dirò
          già più stimabili nè venerabili, ma più tollerabili e meno da essere odiati e fuggiti che
          quelli dell’altra età, siccome meno potenti di mal fare, benchè a ciò solo inclinati; e
          siccome anche meno desiderosi di nuocere e di far bene a se e male altrui, perchè più
          freddi, e di più sedate passioni, e dalla lunga esperienza più disingannati <pb ed="aut"
            n="3524"/> de’ piaceri e de’ vantaggi di questa vita, e fatti meno avidi, e di desiderii
          men vivi: essendo la freddezza e l’esperienza che un dì furon cagione d’ogni male e
          malvagità, divenute oggi cagione, non già di bene nè di bontà, ma di minor male e
          cattiveria, che non il calor naturale e l’inesperienza che già furon cagioni principali di
          bontà, ed or sono cagioni di maggiore ribalderia. Da principio dunque fu la vecchiezza
          rispetto alla gioventù (e proporzionatamente all’altre età), come il meglio al bene;
          poscia come il cattivo al buono; in ultimo è (e probabilmente sarà sempre) come il manco
          male al male, o come il cattivo al pessimo.</p>
        <p>Quel che s’è detto della vecchiezza e della gioventù ec. dicasi ancora di quei caratteri
          e disposizioni degl’individui, o naturali e primitive, o acquistate e avventizie, le quali
          hanno faccia e sembianza di vecchiezza, di gioventù ec. e rispondono all’indole e qualità
          proprie di queste età, benchè ad esse disposizioni ec. non corrisponda in fatto l’età <pb
            ed="aut" n="3525"/> reale de’ rispettivi individui, anzi sia loro ben diversa o
          contraria ec. (25. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uomo tanto può fare e patire quanto egli è assuefatto di fare e di patire (o che
          l’assuefazione continui, o che quantunque passata, ne restino gli effetti totalmente o in
          parte), niente più niente meno. (26. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutti hanno provato il piacere, o lo proveranno, ma niuno lo prova. Tutti hanno goduto o
          godranno, ma niuno gode. Questo pensiero spetta a quelli sopra il non darsi piacere se non
          futuro o passato. (26. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3141. marg. Ho detto che Argante, Solimano e Clorinda sono i soli Eroi
          degl’infedeli. Perocchè d’Altamoro e degli altri dell’esercito egizio, che non vengono, si
          può dire, in iscena prima dell’ultimo canto (si nominano nel 17<hi rend="apice">o</hi> e
          nel 19<hi rend="apice">o</hi> ma nulla operano) non pare che sia da tener conto, e
          l’interesse per loro non ha tempo di nascere perchè troppo poco conversano coi lettori,
          oltre che il Tasso li fa molto più barbari ancora e salvatichi, disumani ed odiosi di
          Argante e di Solimano, e più empi, <emph>dispregiatori degli uomini e degli Dei</emph> e
          d’ogni religione ec. Eroi Cristiani che soprassalgano, non v’ha nella Gerusalemme, oltre
          Goffredo, che Raimondo, Tancredi e Rinaldo. Ma questi sono ottimamente variati tra loro, e
          gli ultimi due squisitamente <foreign lang="fre" rend="italic">nuancés</foreign> a
          rispetto l’uno dell’altro. E la superiorità di Goffredo e di Rinaldo è ben decisa e tale
          che i lettori non possono nè dubitarne ciascuno fra se, nè contrastarne fra loro, nè
          ricusare al poeta di confessarla; e con tutto questo ella non si nuoce scambievolmente, nè
          fa torto neppure a Tancredi o a Raimondo ec. In tutta questa parte l’equilibrio,
          l’armonia, la <pb ed="aut" n="3526"/> bilanciata ed armonica e concertata e concordevole
          varietà che regnano ne’ caratteri del valore de’ diversi Eroi de’ Cristiani, sono
          mirabilissime. I quali caratteri erano sommamente difficili a variare, e però la lor
          differenza (massime fra Tancredi e Rinaldo) è piccolissima, ma, quel ch’è maraviglioso,
          ell’è nel tempo stesso sensibilissima. Vero è che questa diversificazione l’ha proccurata
          e ottenuta il Tasso non tanto col variare le qualità del valore, quanto colla dispensazion
          de’ successi e delle imprese, giudiziosissimamente variata e graduata; e coll’altre
          circostanze, come della cura del cielo per Rinaldo dimostrata con visioni spedite e tanti
          miracoli fatti per produrre il suo ritorno al campo ec. ec. (26. Sett. 1823.). V. p. 3590.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sopravvenendo il pericolo, ridere, diventare allegro fuor dell’uso, o più che il momento
          prima non si era, o di malinconico farsi giulivo; divenir loquace essendo taciturno di
          natura, o rompere il silenzio fino allora per qualunque ragione tenuto; scherzare,
          saltare, cantare, e simili cose, non sono già segni di coraggio, come si stimano, ma per
          lo contrario son segni di timore. Perciocchè dimostrano che l’uomo ha bisogno di distrarsi
          dall’idea del pericolo, e particolarmente di scacciarla col darsi ad intendere ch’e’ non
          sia pericolo, o non sia grave. E questo è ciò <pb ed="aut" n="3527"/> che l’uomo proccura
          di fare dando segni straordinarii d’allegrezza in tali occasioni; ingannar se stesso
          dimostrandosi di non aver nulla a temere, perocch’ei fa cose contrarie a quelle che il
          timore propriamente e immediatamente suol cagionare. Affine di non temere, l’uomo proccura
          di persuadersi ch’ei non teme, ond’ei possa dedurre che non v’è ragion sufficiente o
          necessaria di timore. Egli è un effetto molto ordinario di questa passione il muover
          l’uomo a cose contrarie a quelle a che immediatamente ella il moverebbe, ma e quelle e
          queste sono ugualmente effetti di vero timore. E quelle sono in gran parte, o sotto un
          certo aspetto, finte; queste veraci. Il timore muove l’uomo a far quasi una pantomima
          appresso se stesso. Per questo nelle solitudini e fra le tenebre e in luoghi, cammini,
          occasioni pericolose o che tali paiono, è uso naturale dell’uomo il cantare, non tanto ad
          effetto di figurarsi e fingersi una compagnia, o di farsi compagnia (come si dice) da se
          stesso; quanto perchè il cantare par proprio onninamente di chi non teme: appunto perciò
          chi teme, canta. (Vedi a tal <pb ed="aut" n="3528"/> proposito un luogo molto opportuno
          del Magalotti segnato da me nelle prime carte di questi pensieri, sul principio, se non
          erro, del 1819.). Dai medesimi principii (più che dal bisogno di distrazione) nasce che in
          un pericolo comune o creduto tale, e vero o immaginario assolutamente, piace, conforta,
          rallegra l’udire il canto degli altri, il vedergli intenti alle lor solite operazioni,
          l’accorgersi o il credere ch’essi o non istimino che vi sia pericolo, o nulla per sua
          cagione tralascino o mutino del loro ordinario, e di quello che infino allora facevano o
          che, senza il pericolo, avrebbero fatto; o che non lo temano, e sieno intrepidi ec. Il
          coraggio veduto o creduto negli altri, o l’opinione che non vi sia pericolo, veduta o
          creduta in essi, incoraggisce l’individuo che teme. Nello stesso modo il mostrar di non
          temere a se stesso è un farsi coraggio, o col persuadersi che non vi sia pericolo, o col
          dare a se stesso in se stesso un esempio di coraggio e di non temere questo pericolo,
          ancorchè vi sia. Or chi ha bisogno che gli sia fatto coraggio e di aver nello stesso
          pericolo esempi di coraggio, e altrimenti teme, non <pb ed="aut" n="3529"/> è certamente
          coraggioso, o in tale occasione non ha coraggio. E chi ha bisogno per non temere, di
          credere che non vi sia pericolo, cioè ragion di temere, o di sminuirsi l’opinion del
          pericolo, e di credere che questo pericolo, questa ragione sia piccola, o minore e più
          leggera ch’ella non è, ed altrimenti teme; non è coraggioso, perchè niun teme quello ch’ei
          non crede da temersi, e niun teme fuori dell’opinion del pericolo, vera o falsa, o ancor
          menoma ch’ella sia, o non ragionata, ma quasi istinto e passione (come quella di cui vedi
          la p. 3518-20. e massime 3519. marg.)</p>
        <p>Anche il dolore degli uomini si consola o si scema col persuadersi che il danno, la
          sventura ec. o non sia tale, o sia minore ch’ella non è, o ch’ella non apparisce, o
          ch’ella non fu stimata a principio; e forse (eccetto quella medicina che reca la lunghezza
          del tempo) il dolore si consola o mitiga più spesso così che altrimenti. Per questo nelle
          pubbliche calamità, quando importa che il popolo sia lieto, o non abbattuto, o men tristo
          che non sarebbe di ragione, si proibiscono e tolgono i segni di lutto, e si ordinano e
          introducono feste e segni (anche straordinarii) di allegria. <pb ed="aut" n="3530"/> E ciò
          bene spesso non tanto come cagioni, quanto appunto come segni di allegria; non tanto a
          produrla dirittamente, quanto a dimostrarla; non tanto a divertir gli animi dal dolore e
          dalla mestizia, quanto a persuaderli che non ve ne sia ragione, o che questa sia minore
          che non è. Nelle pesti o contagi si vieta il sonar le campane a morto. Nelle sconfitte si
          cela al popolo il successo, si proibisce ogni segno di lutto pubblico, si accrescono le
          feste, si fingono e spargono ancora delle novelle tutte contrarie al vero e piene di
          felicità. È proprio del buon capitano il mostrarsi lieto o indifferente a’ suoi soldati
          dopo un rovescio ricevuto, dopo la nuova di un disastro ec. (Queste cose appartengono
          ancora al discorso del timore). Così negl’individui. L’afflitto si consola bene spesso o
          si rallegra, non tanto colla distrazione, quanto col dar segni a se stesso d’esser lieto o
          consolato, col canto, con altri atti ed operazioni d’uomo allegro o indifferente. Alla
          prima nuova, o al primo avvedersi in qualunque modo di un danno, di una sciagura ec.,
          l’animo fa sovente ogni sforzo prima per non creder il fatto, ancorchè veduto cogli occhi
          propri, o con altri sensi ec. o per non <pb ed="aut" n="3531"/> credere che sia sciagura,
          poi per crederla molto minore ch’ei non è, poi alquanto minore, passando così più o meno
          rapidamente di mano in mano e di grado in grado per questi vani tentativi fino all’intera
          cognizione e forzata persuasione della vera grandezza del male, o fino a quell’ultimo
          tentativo che riesce, restando l’animo in una persuasione più o manco inferiore al vero.
          Chiunque nel pericolo in cui non v’è nulla a fare, comparisce diverso da quel ch’ei suole,
          qualunque ei soglia essere, e qual ch’ei divenga, e quanta che sia questa diversità, non è
          coraggioso, o in quel caso non ha vero coraggio.</p>
        <p>Tornando al discorso del coraggio, il vero e perfetto coraggio (quando si tratti di un
          pericolo dove l’individuo non abbia nulla a fare per ischivarlo o mandarlo a vuoto) dee
          tanto esser lontano dal muover l’uomo ad allegria o dimostrazione d’allegria straordinaria
          o diversa dalla disposizione in che egli era il momento prima dell’apprensione del
          pericolo, quanto dal muoverlo a palpitare, a impallidire, a tremare, a dolersi, a perdersi
          d’animo, a cadere in tristezza, a divenir taciturno o serio contro il suo solito o contro
          quel ch’egli era il momento prima, a piangere, e a provar gli altri effetti immediati, e
          dar gli altri segni espressi e formali del timore. Com’ei non può produrre gli effetti nè
          i segni propri del timore, e deve impedirli, <pb ed="aut" n="3532"/> così ed altrettanto
          ei non può produrre e deve impedire gli effetti e i segni che paiono più contrarii a
          quelli del timore: dico, in quanto questi effetti e questi segni abbiano relazione al
          presente pericolo, e da esso, in quanto proprio pericolo, sieno occasionati, e non vengano
          da altre cagioni indifferenti. Ad essere perfettamente e veramente coraggioso, o a fare
          una prova particolare di vero e perfetto coraggio (il quale può essere ed atto ed abito, e
          quello talora senza questo), si richiede da una parte conoscere pienamente tutta la vera
          qualità e la vera grandezza del pericolo, o esserne pienamente persuaso, vero o creduto
          ch’ei sia; dall’altra parte non mutarsi per tale cognizione ovvero opinione e per tal
          pericolo, non mutarsi, dico, in nessunissimo conto nè nell’animo, nè nell’esterno, ma
          conservare esattamente e veramente lo stato del momento prima, allegro o malinconico ch’ei
          fosse, e seguitare, quanto è materialmente possibile, le stesse operazioni ec. nello
          stesso modo, in quanto e come si sarebbero seguitate, se il pericolo o l’opinione <pb
            ed="aut" n="3533"/> o la cognizione di esso non fosse sopravvenuta; insomma perseverare
          e conservarsi, o essere o divenir per ogni parte tale nel pericolo o nell’opinione o
          cognizione di esso, come appunto sarebbe avvenuto se tal pericolo, opinione o cognizione
          non fosse in alcun modo sopraggiunta (eccetto solamente quello che le circostanze d’esso
          pericolo impediscono materialmente di fare, o in qualunque modo, o per non accrescerlo:
          come se in una tempesta di mare lo strepito dell’onde m’impedisce di dormire; o se in una
          battaglia navale, io a quell’ora in cui sarei certamente andato a passeggiare sulla
          coperta, me ne sto, non toccando a me il combattere, chiuso nella mia camera, per non
          espormi inutilmente alle palle). Tutto ciò dev’essere senz’alcuno sforzo, come è manifesto
          dagli stessi termini, perchè altrimenti lo stato dell’individuo non sarebbe onninamente lo
          stesso allora che prima, ma ben diverso. E dev’esser naturale e vero (che torna a dir lo
          stesso che senza sforzo), sì perchè lo stato non sia cangiato, sì perchè è proprio sovente
          del timore, come il muovere all’allegria ec., così ancora il portar l’individuo a fingersi
            <pb ed="aut" n="3534"/> a se stesso indifferente, e nulla mutato nè di fuori nè di
          dentro da quel di prima; a perseverare con sembianza di tranquillità nelle stesse azioni,
          nello stesso stato, e fino nella malinconia, o nell’apparenza esteriore di essa, nella
          taciturnità, ed in altre condizioni spesso occasionate dal timore, se in queste egli si
          trovava prima del pericolo. Ciò per farsi coraggio, per persuadersi che non vi sia che
          temere ec. nè più nè meno che chi dimostra allegria ec. Questa indifferenza o
          dimostrazione d’indifferenza, lungi da essere effetto o segno di coraggio, lo è anzi di
          timore. Forse la similitudine può parer vile, ma io non trovo più naturale immagine di un
          uomo veramente e perfettamente coraggioso nell’ora del pericolo, di quella che Pirrone
          navigando mostrò a’ suoi compagni spaventati nel tempo di una burrasca; e ciò fu un porco
          che in un cantone della nave attendea tranquillamente a mangiar le sue ghiande, mostrando
          bene all’esterno che anche il suo stato interiore si era appunto tale quale se la burrasca
          non fosse stata. Ma una gran differenza che v’ha tra questa similitudine e il nostro caso,
          si è che quell’animale <pb ed="aut" n="3535"/> non conosceva punto il suo pericolo,
          dovechè l’uomo coraggioso dee pienamente comprenderlo e giustissimamente stimarlo, senza
          però curarsene più di quanto facesse quell’animale.</p>
        <p>Un coraggio perfettamente corrispondente a quella idea che fin qui s’è descritta, com’è
          il solo che possa chiamarsi perfetto, anzi vero; così anche, senza fallo, è rarissimo, e
          forse in verità non se ne trova nè trovò mai nessun esempio reale fra gli uomini, che
          fosse con tutte le debite circostanze ec. da noi supposte ec. Onde si rileva che il vero
          coraggio tra gli uomini (e gli altri animali non ne sono capaci) o non esiste, come però
          si crede, o è di grandissima lunga più raro che non è creduto.</p>
        <p>Quando poi si tratti di pericolo dove l’uomo ha qualcosa a fare per ischivarlo, per
          impedirlo, o per mandarlo a vuoto, per tornarlo in bene, come il nocchiero e i marinai
          nella tempesta, il capitano e i soldati nella battaglia; allora la indifferenza esteriore
          e l’operar non altrimenti che se il pericolo non fosse, non è debito del coraggio, anzi
          all’opposto; ma è bensì debito del coraggio la perfettissima calma interiore, la quale
          lasci le facoltà dell’anima pienamente <pb ed="aut" n="3536"/> libere di attendere a
          quello che fa bisogno contra il pericolo, senza che alla cura che si dee porre in
          combatterlo, si mesca neppure il menomo turbamento per la dubbiosa aspettativa del
          successo. E le operazioni esteriori debbono esser così riposatamente fatte come quelle che
          si fanno a qualunque altro fine. E in esse operazioni una certa avventatezza, un ardir
          temerario, un affrontare il pericolo più che non bisogna, un prenderne maggior parte che
          non è duopo, un accrescere irragionevolmente esso pericolo, un gittarsi via fuor di
          proposito e simili azioni, che paiono segni ed effetti di sommo coraggio, sono assai
          sovente tutto l’opposto, cioè segni ed effetti del timore, come quell’allegria di cui s’è
          parlato di sopra. Perocchè tali atti vengono da un’impazienza, da una fretta di veder
          l’esito, cioè d’uscir del pericolo col passargli, per così dire, per lo mezzo; da una
          confusione dell’anima, dal non poter tollerare la calma della riflessione a causa del
          turbamento che si prova, e ch’essa riflessione accrescerebbe; dal non essere in istato di
          considerare come si dovrebbe, per aver l’animo sossopra; insomma dal <pb ed="aut" n="3537"
          /> non trovarsi in pieno riposo di spirito, e libero da ogni passione, come vuole il
          perfetto coraggio, ma per lo contrario sentire una passione, la quale preferisce e trova
          più facile e tollerabile uno sforzo ancorchè difficile e pericoloso, che una riposatezza,
          che le riesce intollerabile e troppo penosa, e non solo difficile ma impossibile (come
          ogni passione per natura è incapace di riposatezza e l’esclude per la sua propria nazione,
          e spinge all’energico, allo sforzo ec.). E questa tal passione qual è? e qual può essere?
          non altro che il timore. Un tal animo è turbato: dunque non fa prova di perfetto coraggio.
          Come colui che nel pericolo, essendo assalito, o dubitando di esserlo, si diffonde in
          minacce e in bravare il nemico. Le parole e gli atti di costui dimostrano il coraggio e il
          non aver timore alcuno. Ma la sostanza è ch’egli teme assai, e che cerca d’allontanare o
          di scemare il pericolo col mostrare di non temerlo. E così il timore produce in lui le
          apparenze del coraggio. Or non altrimenti accade nel caso suddetto, dove il timore produce
          una specie di disperazione <pb ed="aut" n="3538"/> (segno ed effetto di timore eccessivo,
          quand’ella non è giusta, e quelli che più facilmente e grandemente si disperano nel
          pericolo, e che perciò, dovendo necessariamente combatterlo, fanno opere di maggior
          ardire, sono appunto i più timidi: il timore è per essi, come per tutti gli uomini, più
          insopportabile e penoso del pericolo e del danno: essi non si precipitano in questo se non
          perchè hanno moltissimo di quello, e per fuggir esso timore) di disperazione, dico, che ha
          sembianza di straordinario coraggio, e non è che temerità e cecità di mente prodotta dalla
          paura; e così nel caso di chi dimostra allegria ec.</p>
        <p>Il perfetto coraggio ne’ pericoli ch’esigono operazione, ha molti più esempi reali che
          l’altro sopra descritto, e non è certamente una pura idea come forse l’altro lo è. L’uomo
          che pensa a combattere il pericolo, e che in effetto è occupato esteriormente a
          combatterlo, si può dir che non pensa al pericolo, bench’ei perfettamente l’intenda.
          Quella cura ed attività esteriore ed interiore è una specie di potentissima, efficacissima
          e total distrazione che diverte l’immaginativa <pb ed="aut" n="3539"/> e l’intelletto dal
          pensiero, dalla considerazione, dalla contemplazione, per così dire, e dalla vista di quel
          pericolo medesimo, a cui ella è tutta intenta di riparare, ed al qual solo ella è rivolta.
          Essa occupa tutto l’animo, essa è cura di provvedere al pericolo; ed occupando tutto
          l’animo non gli lascia luogo a considerare il pericolo per se stesso semplicemente. Egli è
          quasi impossibile a un uomo o ad un vivente il trovarsi in un gran pericolo, conosciuto e
          considerato come tale, e affissandosi in esso col pensiero senza distrazione alcuna, e
          pienamente e semplicemente comprendendolo per se stesso, e considerandone e
          rappresentandosene sia colla fantasia o anche col solo intendimento e ragione, tutta la
          qualità e la grandezza, e il danno che seguirebbe dal suo tristo esito, e riguardando
          questo come gran danno realmente; contuttociò non temere, e restare in perfettissima
          indifferenza e calma interiore ed esteriore.</p>
        <p>Quel che ho detto sin qui del coraggio e del timore nel pericolo, cioè nel dubbio del
          danno futuro, si applichi proporzionatamente al coraggio e al timore che hanno luogo nella
          certezza del danno futuro imminente, o più o men prossimo. E intendo <pb ed="aut" n="3540"
          /> di quel danno ch’è subbietto di ciò che propriamente si chiama timore, e timidità,
          viltà ec. non di quello ch’è materia solamente di afflizione, dispiacere, cordoglio, ec. o
          dubbiosamente o certamente aspettato ch’ei sia (nel qual caso questo dispiacere suole
          altresì chiamarsi timore), o ricevuto o presente ec.</p>
        <p>Il passato discorso spetta ai pericoli (o danni ec.) inevitabili e non dipendenti dalla
          volontà de’ rispettivi individui. Il coraggio d’affrontare o cercare i pericoli
          volontariamente e potendo a meno, procede per lo più, e principalmente da natura o abito
          d’irriflessione o di non riflettere profondamente; ovvero dal non curare il pericolo, cioè
          non considerar come male, o come assai piccolo e spregevol male, il danno che ne potrebbe
          seguire, (ancorchè tenuto generalmente grandissimo o sommo dagli uomini), il che viene a
          esser quanto non riguardare il pericolo come pericolo, o dal non credere che questo danno
          ne possa o debba facilmente o in niun modo seguire, il che torna il medesimo. Questo
          coraggio non ha che far colla idea del perfetto coraggio da noi proposta, il quale
          impedisce di temere il pericolo o il danno 1.<hi rend="apice">o</hi> riguardato
          com’effettivo danno e pericolo, 2.<hi rend="apice">o</hi> perfettamente conosciuto,
          compreso e considerato. Queste condizioni sono essenziali al perfetto, anzi al vero e
          proprio coraggio; e quel che n’è senza, o non è propriamente coraggio, o imperfetto ec.
          (26-7. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3541"/> Ho discorso altrove del verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >periclitor</foreign> mostrando ch’egli è continuativo di un antico <foreign lang="lat"
            rend="italic">periculor</foreign>, fatto dal participio di questo, cioè da <foreign
            lang="lat" rend="italic">periculatus</foreign> contratto in <foreign lang="lat"
            rend="italic">periclatus</foreign> come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >periculum</foreign> in <foreign lang="lat" rend="italic">periclum</foreign>, e mutata
            l’<emph>a</emph> in <emph>i</emph> secondo la solita regola, come in <foreign lang="lat"
            rend="italic">mussito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">mussatus</foreign>.
          Ora vedi appunto tal participio <foreign lang="lat" rend="italic">periculatus</foreign>
          nel Forcellini in essa voce. E nóta ch’ei dimostra il detto verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">periculor</foreign>, perocchè dice <foreign lang="lat" rend="italic"
            >periculatus sum</foreign>, tempo perfetto di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >periculor</foreign> come <foreign lang="lat" rend="italic">periclitatus sum</foreign>
          di <foreign lang="lat" rend="italic">periclitor</foreign>. (27. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altrove ho notato e raccolto parecchie metafore delle voci <foreign lang="lat"
            rend="italic">caput</foreign>, <emph>capo</emph> ec. Aggiungi <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> lib. 2. ediz. Flor. 1576. p. 159. fine</bibl>
          <foreign lang="grc">κατὰ κεφαλὴν</foreign>
          <emph>per testa, a testa</emph>, cioè <emph>per uno, per ciascuno, ciascuno,
          singuli</emph>. E v. la Crusca in <emph>Testa</emph>. ec. (27. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi latini. <foreign lang="lat" rend="italic">Pes, spes</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3571.</p>
          </note>, <foreign lang="lat" rend="italic">dies, nox, fax, nix, res</foreign>. Nótisi che
          questi e tutti gli altri monosillabi da me raccolti, sono radici (anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">rex, lex</foreign> ec. come ho mostrato). E che i nomi greci
          corrispondenti, bene spesso, oltre al non essere monosillabi, non sono radici: come
            <foreign lang="grc">ἥλιος</foreign> (lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sol</foreign> monosillabo) si deriva da <foreign lang="grc">ἅλς</foreign>
          <pb ed="aut" n="3542"/> ec. ec. e <foreign lang="grc">πρᾶγμα</foreign> (<foreign
            lang="lat" rend="italic">res</foreign>) viene da <foreign lang="grc">πράσσω</foreign>
          indubitabilmente. Ed essendo verisimile che i nomi delle cose più necessarie e frequenti a
          nominarsi, più materiali ec., delle cose che sembrano dover essere state le prime nominate
          ec. (come sono, almeno in gran parte, quelle significate ne’ monosillabi latini da me
          raccolti ec.) fossero radici, non meno che monosillabi; par che ne segua che in greco, ove
          tali nomi non sono radici, essi non siano i nomi primitivi greci delle dette cose, e che
          questi sieno perduti, e che il latino all’incontro gli abbia conservati; e così si
          confermi la maggior conservazione dell’antichità nel latino che nel greco. E probabilmente
          i detti nomi latini saranno stati una volta anche greci, e saranno venuti da quella lingua
          onde il greco e il latino scaturirono, ma il latino gli avrà sempre conservati, sino a
          trasmettergli alle lingue oggi viventi, e nel greco si saranno poi perduti o disusati ec.
          ec. (27. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi in <emph>uare</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">Perpetuo as</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">perpetuus</foreign>. (28. Sett. Domenica. 1823.).
            <foreign lang="lat" rend="italic">Continuo as, Obliquo as</foreign>. V. p. 3571.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Continuativo o frequentativo. <foreign lang="lat" rend="italic">Perpetuito as</foreign>
          da <foreign lang="lat" rend="italic">perpetuo asperpetuatus</foreign>. Vedi Forcell. in
            <foreign lang="lat" rend="italic">Perpetuitassint</foreign>. <pb ed="aut" n="3543"/> Se
          già questa voce non fosse fatta (che nol credo) da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >perpetuitas</foreign>, come forse <emph>necessitare</emph> ital. ec. da <foreign
            lang="lat" rend="italic">necessitas</foreign>, di che ho detto altrove. (28. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Tonsito as</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">tondeo-tonsus</foreign>, frequentativo. Il continuativo l’abbiamo noi;
            <emph>tosare</emph> (quasi <emph>tonsare</emph>). V. il Gloss. ec. (28. Sett. Domenica.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nella Bibbia bisogna considerare l’immaginazione orientale e l’immaginazione
          antichissima, (anzi di un popolo quasi primitivo affatto ne’ costumi ec. e certo la più
          antica immaginazione che si conosca oggidì). Ben attese e pesate e valutate quanto si deve
          queste due qualità che nella Scrittura si congiungono<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Di un’altra qualità che sommamente contribuisce allo stesso effetto vedi le pagg.
              3564-8.</p>
          </note>, niuno più si farà maraviglia della straordinaria forza ch’apparisce ne’ Salmi,
          ne’ cantici, nel Cantico, ne’ Profeti, nelle parti e nell’espressioni poetiche della
          Bibbia, alla qual forza basterebbe forse una sola di dette qualità. E veggansi le poesie
          orientali anche non antichissime, le sascrite antichissime ma de’ tempi civili dell’India.
          (28. Sett. 1823. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Intorno allo spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">pintar</foreign> ho detto altrove
          che il primitivo e regolare participio di <foreign lang="lat" rend="italic">pingo,
          tingo</foreign> e simili, fu <foreign lang="lat" rend="italic">pingitus,
          tingitus</foreign> ec.? Poi <foreign lang="lat" rend="italic">pinctus, tinctus</foreign>
          ec., poi <foreign lang="lat" rend="italic">pinctus</foreign>, (e quindi <foreign
            lang="spa" rend="italic">pintar</foreign>, quasi <emph>pinctare</emph>); <pb ed="aut"
            n="3544"/> e in questo 3.<hi rend="apice">o</hi> stato molti di tali participii
          rimasero, come <foreign lang="lat" rend="italic">tinctus, cinctus</foreign> ec. Molti
          altri passarono a un quarto stato, ove si fermarono, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">pictus, fictus</foreign> ec. Ma noi li conserviamo per lo più nel 3.<hi
            rend="apice">o</hi> stato: <emph>pinto, finto</emph>. franc. <foreign lang="fre"
            rend="italic">peint, feint</foreign>. Abbiamo anche <emph>pitto, fitto</emph>, ma
          antichi o poetici ec. Lo spagnuolo (regolarissimo ne’ participii passivi sopra ogni altra
          sorella, e sopra la stessa latina ec. nel modo che altrove ho detto<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>P. 3074. sgg.</p>
          </note>) conserva il primitivo <foreign lang="lat" rend="italic">fingitus</foreign> in
            <foreign lang="spa" rend="italic">fingido</foreign>. (28. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3341. Vedi a questo proposito <bibl>
            <author>Fabric.</author>
            <title>B. Lat. ed Ven.</title> t. 1. p. 76. princip. l. I c. 6. de <author>Corn.
            Nep.</author> par. 3. fine</bibl>. E nótisi che Catullo, come di stil familiare, inclina
          ai modernismi nella sua latinità. (28. Sett. 1823.). V. p. 3584.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3496. Platone nel cit. luogo non par che supponga i démoni un composto d’uomo e
          Dio, bensì un genere intermedio tra questo e quello, che serviva, com’egli espressam.
          dice, di gradazione, e a riempiere il vôto che sarebbe stato nella serie degli ésseri, tra
          il divino e l’umano genere. Pareva dunque agli antichi anche filosofi profondi che tra
          questi due generi, tra l’uomo e il Dio, avesse luogo ottimamente la gradazione, niente
          manco che tra <pb ed="aut" n="3545"/> specie e specie d’animali, tra il regno animale il
          vegetabile ec. Ed erano così lontani dal credere, come oggi si fa, che la distanza fra
          l’umano e ’l divino fosse infinita, e infiniti, o molto numerosi, i gradi intermedi; che
          anzi egli stimavano che un solo anello s’intrapponesse nella catena fra’ sopraddetti due,
          e bastasse a congiungerli o continuarli, e che dall’uomo al Dio un solo grado passasse,
          due soli gradi s’avesse a montare, e la serie nonpertanto fosse continua. Aggiungi gli
          amori degli Dei verso le mortali e delle Dee verso i mortali (tanto gli antichi stimavano
          la bellezza umana), e il congiungersi di quelli o di queste con quelle o con questi (come
          se il divino e l’umano non fossero pur due specie assai prossime, ma appresso a poco una
          stessa, così diversa, come in molte specie d’animali vi sono delle sottospecie, altre più
          forti, belle, maggiori ec. altre meno), e il generarsi o partorirsi figliuoli mortali
          dagli Dei e dalle Dee, mortali affatto, o semidei, come Bacco. ec. (28. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il più deciso effetto, e quasi la somma degli effetti che produce in un uomo di raro ed
          elevato spirito la cognizione e l’esperienza degli uomini, si è il renderlo
          indulgentissimo verso qualunque maggiore e più eccessiva debolezza, piccolezza,
          sciocchezza, ignoranza, stoltezza, malvagità, vizio e difetto altrui, naturale o
          acquisito; laddove egli era verso queste cose severissimo prima di tal cognizione; e il
          renderlo facilissimo ad apprezzare e lodare le menome virtù e i piccolissimi pregi, che
          innanzi alla detta esperienza ei soleva dispregiare, non curare, stimare indegni di lode,
          e quasi confondere o non distinguere dalle <pb ed="aut" n="3546"/> imperfezioni; insomma
          il renderlo facilissimo e solito a stimare, e difficilissimo, insolito, anzi quasi
          dimentico del dispregiare e del non curare, tutto all’opposto di quel ch’egli era per lo
          innanzi. Tanto poco vagliono gli uomini. E da ciò si può dedurre e far esatto giudizio
          quanto sia il valor vero e la virtù vera degli uomini. (28. Sett. 1823.). V. p. 3720.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In una città piccola, massime dove sia poca conversazione, non essendo determinato il
          tuono della società, (neppur un tuono proprio particolarmente d’essa città, qual sempre
          sarebbe in una città piccola, quando veggiamo che anche le grandi hanno sempre
          notabilissime <foreign lang="fre" rend="italic">nuances</foreign> di tuono lor proprio, e
          differenze da quello dell’altre, anche dentro una stessa nazione) ciascun fa tuono da se,
          e la maniera di ciascuno, qual ch’ella sia, è tollerata e giudicata per buona e
          conveniente. Così a proporzione in una nazione, dove non v’abbia se non pochissima
          società, come in Italia. Il tuono sociale di questa nazione non esiste: ciascuno ha il
          suo. Infatti non v’è tuono di società che possa dirsi italiano. Ciascuno italiano ha la
          sua maniera di conversare, o naturale, o imparata dagli stranieri, o comunque acquistata.
          Laddove in una nazione socievole, e così a proporzione in una città grande, non è, non
          solo stimato, ma neppur tollerato, chi non si <pb ed="aut" n="3547"/> conforma alla
          maniera comune di trattare, e chi non ha il tuono degli altri, perchè questa maniera
          comune esiste, e il tuono di società è determinato, più o meno strettamente, e non è
          lecito uscirne senza esser messo, nella società ec., fuor della legge, e considerato come
          da men degli altri, perchè dagli altri diverso, diverso dai più. (28. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa la radice monosillaba di <foreign lang="lat" rend="italic">jungo</foreign> da me
          notata altrove in <foreign lang="lat" rend="italic">con-iux</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">con-iunx</foreign> ec. aggiungi <foreign lang="lat"
            rend="italic">bi-iux</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">bi-iunx</foreign>, il
          quale io credo che sia il vero nominativo del genitivo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >biiugis</foreign>, e non, come scrive il Forcell., <foreign lang="lat" rend="italic"
            >biiugis biiuge</foreign>. Ben credo che il detto nominativo non si trovi, ma neanche,
          io credo, questo secondo, e quello mi par più conforme all’analogia di <foreign lang="lat"
            rend="italic">coniux</foreign> ec. Dicesi ancora <foreign lang="lat" rend="italic"
            >biiugus a um</foreign>. (29. Sett. Festa di S. Michele Arcangelo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Radice monosillaba di <foreign lang="lat" rend="italic">capio</foreign>, come altrove ec.
            <foreign lang="lat" rend="italic">For-ceps</foreign>. Di <foreign lang="lat"
            rend="italic">facio For-fex</foreign>. (29. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scambio del <emph>g</emph> e del <emph>v</emph> di cui altrove. <pb ed="aut" n="3548"/>
          <emph>Parvolo, parvulo, parvulino</emph> (vera pronunzia, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">parvulus</foreign>, e nondimeno disusata). — <emph>Pargolo</emph>
          (antico), <emph>pargoletto, pargoleggiare</emph> ec. (moderni ed usati). (29. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Insetare</emph> (che noi volgarmente ma più correttamente diciamo
          <emph>insitare</emph>, e forse così tutti fuor di Toscana, come anche diciamo
          <emph>insito</emph> per <emph>innesto</emph>) è continuativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">insero-insevi-insitus</foreign> (diverso da <foreign lang="lat"
            rend="italic">insero erui ertum</foreign>); e ben s’ingannerebbe chi lo facesse tutt’uno
          coll’altro <emph>insetare</emph> (da <foreign lang="lat" rend="italic">seta</foreign>)
          come par che faccia la Crusca. Il franc. <foreign lang="fre" rend="italic">enter</foreign>
          forse ha la stessa origine, se non è fatto dal nome <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ente</foreign>. Gli spagnuoli hanno in questo significato il verbo originale <foreign
            lang="spa" rend="italic">enxerir</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">insero,
            insitum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">ertum</foreign>), come ancor noi
          l’abbiamo oltre al sopraddetto, ma tra noi è tutto poetico, cioè introdotto da’ poeti, e
          da loro usato; benchè da essi pigliandolo, anche in prosa ben l’useremmo. (29. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il fine del poeta epico (e simili, e in quanto gli altri gli son simili), non dev’esser
          già di narrare, ma di descrivere, di commuovere, di destare <pb ed="aut" n="3549"/>
          immagini e affetti, di elevar l’animo, di riscaldarlo, di correggere i costumi,
          d’infiammare alla virtù, alla gloria, all’amor della patria, di lodare, di riprendere, di
          accender l’emulazione, di esaltare i pregi della propria nazione, de’ propri avi, degli
          eroi domestici ec. Tutti questi o parte di questi hanno da essere i veri e proprii fini
          del poeta epico, non il narrare; ma il poeta epico dee però fare in modo che apparisca il
          suo vero e proprio, o certo principal fine, non esser altro che il narrare. Appena merita
          il nome di poesia un poema il quale in verità non faccia altro che raccontare, cioè non
          produca altro effetto che di stuzzicare e pascere la semplice curiosità del lettore, ossia
          coll’intreccio bene intrigato e avviluppato, ossia con qualunque mezzo. Queste sono
          piuttosto novelle che poesie, per quanto l’azione raccontata potesse esser nobile sublime
          interessante ec. (Di questa specie sono l’Orlando innamorato, il Ricciardetto e simili). E
          possono ben essere di questa natura anche i poemi tessuti o sparsi d’invenzioni
          capricciose e di favole ec. come i veri poemi. Anche favoleggiando <pb ed="aut" n="3550"/>
          sempre o quasi sempre, un poema può non far veramente altro che raccontare. Questi tali
          non sono poemi perchè il poeta ha veramente e principalmente per fine quel ch’ei non dee
          senon far vista di avere, cioè il narrare. Ma per lo contrario i poemi pieni di lunghe
          descrizioni, di dissertazioni e declamazioni morali, politiche ec., di sentenze, di elogi,
          di biasimi, di esortazioni, di dissuasioni ec. in persona del poeta ec. e di simili cose,
          non sono poemi epici ec. perchè il poeta mostra veramente di avere per principali fini,
          quei ch’e’ non deve se non avere senza mostrarlo. (29 Sett. 1823.). V. p. 3552.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2861. fine. Questa proposizione corrisponde a quell’altra da me in più luoghi
          esposta, che il piacere è sempre o passato o futuro, non mai presente, e che quindi non
          v’ha momento alcuno di piacer vero, benchè possa parere. Così non v’ha nè vi può aver
          momento alcuno senza vero patimento, benchè possa parer che ve n’abbia (perocchè il
          patimento venendo a essere perpetuo, il vivente ci si avvezza per modo insin da’ primi
          istanti del vivere, che pargli di non sentirlo, e di non avvedersene). <pb ed="aut"
            n="3551"/> Anzi questa seconda proposizione è necessaria conseguenza della prima, e
          quasi la medesima diversamente enunziata. Perocchè dove non v’ha piacere, quivi ha
          patimento, perchè v’ha desiderio non soddisfatto di piacere, e il desiderio non
          soddisfatto è pena. Nè v’ha stato intermedio, come si crede, tra il soffrire e il godere;
          perchè il vivente desiderando sempre per necessità di natura il piacere, e desiderandolo
          perciò appunto ch’ei vive, quando e’ non gode, ei soffre. E non godendo mai, nè mai
          potendo veramente godere, resta ch’ei sempre soffra, mentre ch’ei vive, in quanto ei sente
          la vita: chè quando ei non la sente, non soffre; come nel sonno, nel letargo ec. Ma in
          questi casi ei non soffre perchè la vita non gli è sensibile, e perchè in certo modo ei
          non vive. Nè altrimenti ei può cessare o intermettere di soffrire, che o cessando
          veramente di vivere, o non sentendo la vita, ch’è quasi come intermetterla, e lasciare per
          un certo intervallo di esser vivente. In questi soli casi il vivente può non soffrire.
          Vivendo e sentendo di vivere, ei nol può mai; e ciò per propria essenza sua e della vita,
          e <pb ed="aut" n="3552"/> perciò appunto ch’egli è vivente, ed in quanto egli è tale, come
          nella mia teoria del piacere ec.? (29. Sett. Festa di San Michele Arcangelo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3550. Il narrare non dev’essere al poeta epico che un pretesto, la persona di
          narratore non dev’essere a lui che una maschera, come al didascalico la persona
          d’insegnatore. Ma questo pretesto, questa maschera ei deve sempre perfettamente
          conservarlo, ed esattamente (quanto all’apparenza e come al di fuori) rappresentarla in
          modo ch’ei sembri sempre essere narratore e non altro. E così fecero tutti i grandi,
          incluso Dante che non è epico, ma il cui soggetto è narrativo, sebben ei dà forse troppo
          talvolta in dissertazioni e declamazioni ma torno a dire, il suo poema non è epico, ed è
          misto di narrativo e di dottrinale, morale ec. (29. Sett. dì di S. Mich. Arcang. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3388. Il vino (ed anche il tabacco e simili cose) e tutto ciò che produce uno
          straordinario vigore o del corpo tutto o della testa, non pur giova all’immaginazione, ma
          eziandio all’intelletto, ed all’ingegno generalmente, alla facoltà di ragionare, di
          pensare, e di trovar delle verità ragionando (come ho provato più volte per esperienza),
          all’inventiva ec. Alle volte per lo contrario giova sì all’immaginazione, sì
          all’intelletto, alla mobilità del pensiero e della mente, alla fecondità, alla copia, alla
          facilità e prontezza dello spirito, del parlare, del ritrovare, del raziocinare, del
          comporre, alla prontezza della memoria, alla facilità di tirare le conseguenze, di
          conoscere i rapporti ec. ec. una certa debolezza di corpo, di nervi ec. <pb ed="aut"
            n="3553"/> una rilasciatezza non ordinaria ec. come ho pure osservato in me stesso più
          volte. Altre volte all’opposto.</p>
        <p>Le passioni che son cose indipendenti dalle idee, giovano pure assai volte, non solo
          all’immaginazione, ma eziandio all’ingegno in genere, alla ragione ec. perocchè negli
          accessi di passione si scuoprono non di rado, anche da’ piccoli o non esercitati o non
          riflessivi ingegni, delle verità così grandi come solide, secondo che ho detto altrove
          biasimando l’uso della nuda ragione o facoltà dialettica e ragionatrice nella filosofia,
          proprio de’ tedeschi ec. E per lo contrario le passioni mille volte nocciono, impediscono,
          offuscano, indeboliscono ec. ec. sì l’immaginazione, sì la facoltà ragionatrice, sì
          l’ingegno in genere, la memoria ec. come ognun sa ec. Così ancora il vino e le cose dette
          di sopra. ec. (29. Sett. dì di S. Michele Arcangelo. 1823.).</p>
        <p>Ho notato altrove che la debolezza per se stessa è cosa amabile, quando non ripugni alla
          natura del subbietto in ch’ella si trova, o piuttosto al modo in che noi siamo soliti di
          vedere e considerare la rispettiva specie di subbietti; o ripugnando, non distrugga però
          la sostanza d’essa natura, e non ripugni più che tanto: <pb ed="aut" n="3554"/> insomma
          quando o convenga al subbietto, secondo l’idea che noi della perfezione di questo ci
          formiamo, e concordi colle altre qualità d’esso subbietto, secondo la stessa idea (come
          ne’ fanciulli e nelle donne); o non convenendo, nè concordando, non distrugga però
          l’aspetto della convenienza nella nostra idea, ma resti dentro i termini di quella
          sconvenienza che si chiama grazia (secondo la mia teoria della grazia), come può esser
          negli uomini, o nelle donne in caso ch’ecceda la proporzione ordinaria, ec. La debolezza
          ordinariamente piace ed è amabile e bella nel bello. Nondimeno può piacere ed esser bella
          ed amabile anche nel brutto, non in quanto nel brutto, ma in quanto debolezza, (e talor lo
          è) purch’essa medesima non sia la cagione della bruttezza nè in tutto nè in parte. Ora
          l’esser la debolezza per se stessa, e s’altro fuor di lei non si oppone, naturalmente
          amabile, è una squisita provvidenza della natura, la quale avendo posto in ciascuna
          creatura l’amor proprio in cima d’ogni altra disposizione, ed essendo, come altrove ho
          mostrato, una necessaria e propria conseguenza dell’amor proprio in ciascuna creatura
          l’odio delle altre, ne seguirebbe che le creature deboli fossero troppo sovente la vittima
          delle forti. Ma la debolezza essendo naturalmente amabile e dilettevole altrui per se
          stessa, fa che altri ami il subbietto in ch’ella si trova, e l’ami per amor proprio, cioè
          perchè da esso riceve diletto. Senza ciò i fanciulli, <pb ed="aut" n="3555"/> massime dove
          non vi fossero leggi sociali che tenessero a freno il naturale egoismo degl’individui,
          sarebbero tuttogiorno <foreign lang="fre" rend="italic">écrasés</foreign> dagli adulti, le
          donne dagli uomini, e così discorrendo. Laddove anche il selvaggio mirando un fanciullo
          prova un certo piacere, e quindi un certo amore; e così l’uomo civile non ha bisogno delle
          leggi per contenersi di por le mani addosso a un fanciullo, benchè i fanciulli sieno per
          natura esigenti ed incomodi, ed in quanto sono (altresì per natura) apertissimamente
          egoisti, offendano l’egoismo degli altri più che non fanno gli adulti, e quindi siano per
          questa parte naturalmente odiosissimi (sì a coetanei, sì agli altri). Ma il fanciullo è
          difeso per se stesso dall’aspetto della sua debolezza, che reca un certo piacere a
          mirarla, e quindi ispira naturalmente (parlando in genere) un certo amore verso di lui,
          perchè l’amor proprio degli altri trova in lui del piacere. E ciò, non ostante che la
          stessa sua debolezza, rendendolo assai bisognoso degli altri, sia cagione essa medesima di
          noia e di pena agli altri, che debbono provvedere in qualche modo a’ suoi bisogni, e lo
          renda per natura molto esigente ec. Similmente discorrasi <pb ed="aut" n="3556"/> delle
          donne, nelle quali indipendentemente dall’altre qualità, la stessa debolezza è amabile
          perchè reca piacere ec. Così di certi animaletti o animali (come la pecora, i cagnuolini,
          gli agnelli, gli uccellini ec. ec.) in cui l’aspetto della lor debolezza rispettivamente a
          noi, in luogo d’invitarci ad opprimerli, ci porta a risparmiarli, a curarli, ad amarli,
          perchè ci riesce piacevole ec. E si può osservare che tale ella riesce anche ad altri
          animali di specie diversa, che perciò gli risparmiano e mostrano talora di compiacersene e
          di amarli ec. Così i piccoli degli animali non deboli quando son maturi, sono risparmiati
          ec. dagli animali maturi della stessa specie (ancorchè non sieno lor genitori), ed
          eziandio d’altre specie (eccetto se non ci hanno qualche nimicizia naturale, o se per
          natura non sono portati a farsene cibo ec.); ed apparisce in essi animali una certa o
          amorevolezza o compiacenza verso questi piccoli. Similmente negli uomini verso i piccoll
          degli animali che cresciuti non son deboli. E di questa compiacenza non n’è solamente
          cagione la piccolezza per se (ch’è sorgente di grazia, come ho detto altrove),nè la sola
          sveltezza che in questi piccoli suole apparire (siccome ancora nelle specie piccole di
          animali) e che è cagion di piacere per la vitalità che manifesta e la vivacità ec. secondo
          il detto altrove da me sull’amor della vita, onde segue quello del vivo ec. ma v’ha la <pb
            ed="aut" n="3557"/> sua parte eziandio la debolezza. (29-30. Sett. 1823.). v. p. 3765.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Untare, untar</foreign> (spagn.) da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ungo-unctus</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Unctito</foreign>
          dal medesimo. <foreign lang="fre" rend="italic">Urtare, heurter</foreign> (franc.) da un
            <foreign lang="lat" rend="italic">urtus</foreign> partic. di <foreign lang="lat"
            rend="italic">urgeo</foreign>, oda un <foreign lang="lat" rend="italic">ursus</foreign>
          mutato in <foreign lang="lat" rend="italic">urtus</foreign>, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">falsus</foreign> in <foreign lang="lat" rend="italic">faltus</foreign> ec.
          vedi la p. 3488. e quella a che essa si riferisce. (30. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2984. Anche il nostro <emph>vieto</emph> è il positivo <foreign lang="lat"
            rend="italic">vetus</foreign>. E la doppia terminazione francese <foreign lang="fre"
            rend="italic">vieil vieux</foreign> forse non ha altra origine che l’esser questi
          originalmente due nomi diversi, l’uno positivo, l’altro diminutivo. Ai diminutivi latini
          usati positivamente nello stesso fior della latinità, aggiungi <foreign lang="lat"
            rend="italic">oculus</foreign>, e vedi quello che altrove ne ho detto in proposito della
          voce russa <foreign lang="rus" rend="italic">oco</foreign>, citando l’Hager. (30. Sett.
          1823.). Noi ancora diciamo <emph>veglio, vegliardo</emph> ec. voci antiche, ora poetiche,
          o da <foreign lang="fre" rend="italic">vieil</foreign>, e d’origine provenzale ec. o da
            <foreign lang="lat" rend="italic">veculus</foreign> dirittamente, come
          <emph>periglio</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">periculum</foreign> del che
          vedi la pag. 3515 fine e marg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3341. princ. Dire p. e. <foreign lang="fre" rend="italic">livre deux, chapitre
            dix</foreign> e simili, sembra veramente esser uso de’ francesi più familiare che
          letterario. Trovo così scritto a lettere in libri modernissimi, ma di niun’autorità. In
          libri alquanto più antichi ma ben autorevoli, trovo p. e. <foreign lang="fre"
            rend="italic">chapitre dixième</foreign> ec. (30. Sett. 1823.). V. p. 3560.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3558"/> Alla p. 3003. mezzo. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Su-spicio</foreign>, il quale materialmente non si può dire se sia formato da <foreign
            lang="lat" rend="italic">sub</foreign>, o da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sursum</foreign> (quando s’ammettesse questa seconda sorta di formazione), vale
          certamente <emph>guardare di sotto in su</emph>, perchè <emph>guardare in alto</emph> non
          è nè si può fare altrimenti che guardando di sotto in su. Or così dite degli altri tali
          composti pretesi di <foreign lang="lat" rend="italic">sursum</foreign>. Fra’ quali i
          grammatici ripongono certamente ancor questo, e ciò perchè <foreign lang="lat"
            rend="italic">sursum</foreign> significa <emph>in alto, in su</emph>. Ora osservino i
          suoi derivati <foreign lang="lat" rend="italic">suspicor, suspicio onis</foreign>, ec.
          anzi pur lo stesso <foreign lang="lat" rend="italic">suspicere</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">suspectare</foreign> quando significano
          <emph>sospettare</emph>, e mi dicano se possono esser composti della voce <foreign
            lang="lat" rend="italic">sursum</foreign>. E mi neghino che non sieno composti della
          prep. <foreign lang="lat" rend="italic">sub</foreign>, come nè più nè meno il greco
          corrispondente <foreign lang="grc">ὑποπτεύω</foreign> ec. da <foreign lang="grc"
          >ὀπτεύω</foreign> (inusit.) <foreign lang="lat" rend="italic">specio, inspicio,
          inspecto</foreign> ec. <foreign lang="grc">ὑπόπτομαι</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">suspicor</foreign>. (30. Sett. 1823.). I quali vocaboli
          esprimono il guardar <emph>sott’occhio</emph> ec. che fa chi sospetta, il guardare con
          diffidenza ec. e tutta la forza e proprietà della metafora, e la ragione per cui <foreign
            lang="lat" rend="italic">spicio</foreign> in questi composti significa il sospettare, e
          la proprietà di tali voci ec. sta nella prepos. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sub</foreign>. (30. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dalle cose altrove dette (nel principio della <pb ed="aut" n="3559"/> teoria de’
          continuativi) intorno al verbo <emph>aspettare</emph> si può dedurre con verisimiglianza
          che nel volgare latino <foreign lang="lat" rend="italic">aspecto as</foreign> avesse il
          significato che ha oggi in italiano, come l’ebbe in lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >expecto</foreign>; massime considerando il corrispondente greco <foreign lang="grc"
            >προς-δοκάω</foreign> che letteralmente si renderebbe appunto <foreign lang="lat"
            rend="italic">ad-spectare</foreign>, e lo spagnolo <foreign lang="spa" rend="italic"
            >a-guardar</foreign> ec. <emph>Attendere</emph>
          <foreign lang="fre" rend="italic">attendre</foreign> per <emph>aspettare</emph>, è
          traslazione fatta appunto nello stesso modo, cioè dalla significazione di
          <emph>osservare</emph> a quella di <emph>aspettare</emph> (e notate anche in
            <emph>attendere</emph> la preposizione <emph>ad</emph> in conferma della sopraddetta
          congettura); siccome all’incontro può vedersi nel Forcell. un esempio di Tacito, dove
            <foreign lang="lat" rend="italic">aspectare</foreign> è preso per <foreign lang="lat"
            rend="italic">attendo is</foreign> (il che potrebbe anche in certo modo confermare la
          stessa congettura). I quali dati possono farci ancora congetturare che
          <emph>attendere</emph> nel significato d’<emph>aspettare</emph> ch’egli ha nelle due
          lingue figlie italiano e francese abbia la sua origine nel volgare latino ec. <bibl>V. il
              <author>Gloss.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">aspectare</foreign>,
              <emph>attendere</emph> ec.</bibl> se ha nulla. (30. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3401. La lingua francese quanto all’origine (non quanto all’indole, veggasi la p.
          2989. e altre) forma una famiglia colla greca, latina italiana spagnuola <pb ed="aut"
            n="3560"/> ma la letteratura francese appartiene ad un’altra famiglia, e le quattro
          letterature suddette formano una famiglia da se (aggiunta la portoghese ch’io comprendo ed
          intendo sotto la spagnuola). E questo non è contraddizione, come sarebbe, secondo i nostri
          principii, se la lingua francese appartenesse alla famiglia dell’altre quattro anche
          quanto all’indole. Laddove quanto all’indole, anche la lingua de’ moderni francesi
          appartiene a una famiglia diversa (ch’ella forma, si può dir, da se sola se non quanto
          ella, come la sua letteratura, ha corrotte e va corrompendo parecchie altre lingue, e
          letterature, e ad alcune che ancor non hanno carattere, come la russa, la svedese,
          olandese ec. ha impresso o imprime il suo, più o meno durevolmente ec.), e l’altre quattro
          suddette, formano una famiglia a parte. (30. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3557. fine. Del resto l’uso de’ nomi ordinali de’ numeri in vece de’ cardinali è
          anche comune in parte agl’italiani, sì nel discorso familiare (come l’anno mille, il
          reggimento quattro ec. ec.) sì nella scrittura anche elegante. V. fra gli altri lo Speroni
          nel Discorso o lettera del tempo del partorire delle Donne, che tiene il terzo luogo tra’
          suoi <bibl>
            <title>Dialoghi</title>, Ven. 1596. p. 49. lin. 16</bibl>. paragonata colle superiori,
            <bibl>p. 50. lin. 23. 24. p. 51. lin. 24. p. 52. lin. 1. 7. 9. 10. 18. 22. p. 56. lin.
            3. e altrove</bibl>. (30. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Francesismo ed italianismo (fors’anche spagnolismo) <pb ed="aut" n="3561"/> del genitivo
          plurale invece dell’accusativo del medesimo numero, appresso <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> l. 3. ed. Flor. ap. Iunt. 1576. p. 209</bibl>. mezzo, e veggasi
          quivi il commento di Pier Vettori. (30. Sett. 1823.). Noi ed i francesi usiamo il genit.
          plur. anche in vece del nominativo plurale. Anche in caso terzo ec. <emph>a di molti, con
            di molti</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">à des femmes</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3413. Infatti la scrittura dello Speroni è tutta sparsa e talor quasi tessuta,
          non pur di vocaboli, o d’usi metaforici ec. di parole, tutti propri di Dante e di
          Petrarca, ma di frasi intere e d’interi emistichi di questi poeti, dall’autore
          dissimulatamente appropriatisi e convertiti all’uso della sua prosa. Nè tali voci, frasi
          ec. riescono in lui punto poetiche, ma convenientissimamente prosaiche. Altrettanto fanno
          più o meno molti altri autori del cinquecento, massime i più eleganti, ma lo Speroni
          singolarmente. Or andate e ditemi che altrettanto potessero fare, non pur i prosatori
          greci con Omero, o altro lor poeta, ma i latini con Virgilio ec. benchè il latino non
          abbia <emph>linguaggio</emph> poetico distinto. Che vuol dir ciò dunque, se non che il
          linguaggio di Dante e Petrarca era poco o nulla distinto da quel della prosa? Onde i
          prosatori potevano farne lor pro, anche a sazietà, senza dar nel poetico. Le voci e frasi
          e significati più poetici ed eleganti di Petrarca Dante ec. tengono come un luogo di mezzo
          tra il prosaico e il poetico, onde in una prosa alta, com’è quella dello Speroni, ci
          stanno naturalissimamente. P. e. <emph>talento</emph> in quel significato <emph>Che la
            ragion sommettono al talento</emph>. Non si sa ben dire se sia più del verso che della
          prosa. Vedilo benissimo usato dallo <bibl>
            <author>Speroni</author> ne’ <title>Diall. Ven.</title> 1596. p. 69. fine</bibl>. Altri,
          e non pochi, prosatori del 500, siccome nel 300 il Boccaccio, davano nel poetico
          sconveniente <pb ed="aut" n="3562"/> alla prosa, adoperando a ribocco e senza giudizio le
          voci, le significazioni, le metafore, le frasi, gli ornamenti, l’epitetare ec. sì di Dante
          e Petrarca sì de’ poeti del 500. stesso. E ciò per la medesima ragione per cui i detti
          poeti adoperavano le frasi e voci ec. della prosa, come a pagg. 3414. segg. Ciò era perchè
          i termini fra il linguaggio della poesia e della prosa non erano ancora ben stabiliti
          nella nostra lingua. Onde come noi non avevamo ancora un linguaggio propriamente poetico
          bene stabilito e determinato, (p. 3414. 3416.), così nè anche un linguaggio prosaico.
          Nella stessa guisa (ma però molto meno) che i francesi non hanno quasi altra prosa che
          poetica, perchè appunto non hanno lingua propriamente poetica, distinta e determinata, e
          assegnata senza controversia alla poesia (veggansi le p. 3404-5. 3420-1. 3429. e il
          pensiero seguente). Nessun buon autore del seicento, del sette e dell’ottocento dà nel
          poetico come molti <emph>buoni e classici</emph> del 500 (non ostante nel 600 la gran
          peste dello stile derivata appunto dal cercare il florido, il sublime, il metaforico, lo
          straordinario modo di parlare e di esprimere checchessia, il fantastico, l’immaginoso,
          l’ingegnoso; e consistente in queste qualità ec. peste <pb ed="aut" n="3563"/> che nel 500
          ancor non regnava, eppur tanto regnava il florido e il poetico nella prosa, quanto non mai
          nelle buone e classiche prose del 600: segno che quel vizio nel 500. veniva da altra
          cagione, e ciò era quella che si è detta). Nessuno oggi (nè nei due ultimi secoli) per
          poco che abbia, non pur di giudizio, ma sol di pratica nelle buone lettere sarebbe capace
          di peccare, scrivendo in prosa, per poeticità di stile e linguaggio, altrettanto quanto
          nell’ottimo ed aureo secolo del 500. (mentre il nostro è ferreo) peccavano gli ottimi
          ingegni nelle classiche prose, sì nel linguaggio, sì nello stile, che quello si tira
          dietro (p. 3429. fine). E come ho detto a pagg. 3417-9. che il linguaggio propriamente
          poetico in Italia non fu pienamente determinato, stabilito, e distinto e separato dal
          prosaico, se non dopo il cinquecento, e massime in questo e nella fine dell’ultimo secolo;
          così si deve dire del linguaggio prosaico, quanto all’essere così esattamente determinato
          ch’ei non possa mai confondersi col poetico, nè dar nel poetico senza biasimo ec. Il che
          non ha potuto perfettamente essere finchè i termini fra questi due linguaggi non sono
          stati fermamente posti, e chiaramente precisamente <pb ed="aut" n="3564"/>
          incontrovertibilmente segnati, tirati, descritti. Onde il linguaggio perfettamente proprio
          e particolare della prosa, e il perfettamente proprio e particolare della poesia sono
          dovuti venire in essere a un medesimo tempo, e non prima l’uno che l’altro (o non prima
          esser perfetto ec. ec. l’uno che l’altro, e crescer del pari quanto alla loro prosaicità e
          poeticità); perchè ciascun de’ due è rispettivo all’altro ec. ec. (30. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2911. marg. La lingua ebraica è poetica ancor nella prosa, per quella sua estrema
          povertà, della quale altrove ho ragionato, mostrando come in ciascuna sua parola cento
          significati si debbano accozzare e si accozzino, conforme accadde a principio in
          ciascheduna lingua, finchè col variare o per inflessione, o per derivazione, o per
          composizione, o con altra modificazione le poche radici a seconda de’ loro vari
          significati, si venne d’una sola parola a farne moltissime, e di poche, infinite; per modo
          che ciascun significato de’ tanti che dapprima erano riuniti in un solo vocabolo, non per
          esser trasportato ad altra parola, ma come per suddivisione o emanazione o altra varia
          modificazione di <pb ed="aut" n="3565"/> quello stesso primo vocabolo, ebbe una parola per
          se, o con poca e discreta compagnia d’altri significati.</p>
        <p>Or dunque non potendo quasi la prosa ebraica usar parola che non formicolasse di
          significazioni, essa doveva necessariamente riuscir poetica e per la moltiplicità delle
          idee che doveva risvegliare ciascuna parola, (cosa poetichissima, come altrove ho detto);e
          perchè essa parola non poteva dare ad intendere il concetto del prosatore se non in modo
          vago e indeterminato e generale come si fa nella poesia; e perchè quasi tutte le cose,
          eccetto pochissime si dovevano esprimere con voci improprie e traslate (ch’è il modo
          poetico); cosa che in tutte le lingue intravviene, rigorosamente parlando, ma non si
          sente, se non alcune volte, la traslazione, perchè l’uso l’ha trasformata, quasi o del
          tutto, in proprietà; laddove ciò non poteva aver fatto nella lingua ebraica, la qual se
          toglieva a una parola il significato proprio in modo che il traslato divenisse padrone e
          paresse proprio esso, al vero proprio che cosa poteva restare in tanta povertà? <pb
            ed="aut" n="3566"/> sentivasi dunque sempre, anche nella prosa ebraica, la traslazione,
          perchè la voce, insieme co’ sensi traslati, riteneva il proprio. Tale pertanto essendo la
          lingua destinata alla prosa, necessariamente anche lo stile del prosatore doveva esser
          poetico, siccome per la contraria ragione i primitivi poeti latini italiani ec. non
          trovando nella lingua voci poetiche, furono necessitati a tenersi in uno stile che avesse
          del familiare, come altrove ho detto.</p>
        <p>La prosa ebraica era dunque poetica per difetto e mancamento, e perchè la lingua
          scarseggiava di voci. Non così la prosa francese, la qual è per lo più poetica, mentre la
          lingua abbonda di voci, come ho detto altrove. Ma essa prosa è poetica perchè la lingua
          francese scarseggia, e si può dir, manca di voci poetiche, cioè di voci antiche ed
          eleganti propriamente, cioè peregrine ec. E vedi il pensiero antecedente con quello a cui
          esso si riferisce. Le voci ebraiche sono tutte poetiche non appostatamente, nè perchè
          usate da’ poeti, nè perchè fatte ad esser poetiche e destinate all’uso della poesia, nè
          perchè peregrine o per antichità, o per <pb ed="aut" n="3567"/> traslazione ec. ma per
          causa materiale ed estrinseca, e semplicemente perchè son poche. E la lingua ebraica è
          tutta poetica materialmente, cioè semplicemente perciocch’è povera. E lo stile e la prosa
          ebraica sono poetiche stante la semplice povertà della lingua. Qualità comune a tutte le
          lingue ne’ loro principii, insieme colla conseguenza di tal qualità, cioè insieme
          coll’esser poetiche. Non intendo però di escludere le altre ragioni non materiali che
          certo anch’esse grandemente contribuirono a render poetica la lingua, stile e prosa
          ebraica, cioè l’orientalismo e la somma antichità, del che vedi la pag. 3543. E questa
          seconda condizione influisce altresì grandemente e produce l’effetto medesimo in
          ciascun’altra lingua ne’ di lei principii, in ciascuna lingua che conserva il suo stato
          primitivo, in ciascun’altra lingua antichissima ec. Del resto la somma forza e il sommo
          ardire che si ammira nelle espressioni della Bibbia, e che si dà per un segno di divinità,
          (veggasi la p. citata qui sopra) non proviene in gran parte d’altronde che da vera
          impotenza e necessità, cioè da estrema povertà che obbliga a <pb ed="aut" n="3568"/> un
          estremo ardire nelle traslazioni e in qualsivoglia applicazione di significati, a tirar le
          metafore di lontanissimo ec. (1 Ottobre, giorno in cui s’intese la creazione del nuovo
          Papa. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della corruzione, degenerazione, snaturamento, deterioramento ec. delle generazioni degli
          uomini civili, e degli animali dagli uomini dimesticati, cioè alterati, snaturati e
          corrotti, in quanto tal deterioramento viene da cause fisiche, e in quanto la civiltà
          dell’uomo ec. opera fisicamente sulla generazione, è da esser veduto il Discorso o Lettera
          del tempo del partorire delle donne di Sperone Speroni, che tiene il 3.<hi rend="apice"
          >o</hi>. luogo tra’ suoi Dialoghi, Venez. 1596. p. 53-54. principio. (1. Ottobre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Δῆλον δ' ὡς καρτεροῦσι πολλὴν κακοπάθειαν οἱ πολλοὶ τῶν ἀνθρώπων
              γλιχόμενοι τοῦ ζῆν, ὡς ἐνούσης τινὸς εὐημερίας</foreign> (<foreign lang="lat"
              rend="italic">prosperitatis. Victorius</foreign>) <foreign lang="grc">ἐν αὐτῷ καὶ
              γλυκύτητος φυσικῆς</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> l. 3. ed. Flor. Iunt. 1576. p. 211</bibl>. (1. Ottobre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A ciò che ho detto del nostro <emph>usare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >usar</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">user</foreign> continuativo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">utor-usus</foreign>, aggiungi <pb ed="aut" n="3569"/> il nostro
            <emph>abusare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">abusar</foreign>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">abuser</foreign>, continuativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">abutor abusus</foreign>, e v. il Gloss. se ha nulla. Oltre <emph>disusare,
            ausare</emph> o <emph>adusare</emph> ec. (1. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Cuso as</foreign> continuativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">cudo-cusus</foreign>. <bibl>V. il <author>Forcell.</author>
          </bibl> e le cose da me dette in proposito di <foreign lang="lat" rend="italic">accuso,
            excuso, recuso, incuso</foreign> e simili. (1. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Curtare</foreign> (<foreign lang="spa" rend="italic"
            >cortar</foreign> spagn. <emph>accortare</emph>, <emph>scortare</emph>
          coll’<emph>o</emph> stretto, <emph>accorciare</emph> ec. ital. <foreign lang="fre"
            rend="italic">accourcir</foreign> ec. franc.) viene da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >curtus</foreign>. Così <emph>decurtare</emph> ec. Ma <foreign lang="lat" rend="italic"
            >curtus</foreign> che cos’è? forse un semplice aggettivo? Signor no, ma egli è senza
          fallo originariamente un participio (come insinua anche la sua forma materiale e il modo
          della sua significazione e del suo uso assolutamente e generalmente considerato) di un
          verbo di cui <foreign lang="lat" rend="italic">curtare</foreign> è continuativo. E questo
          verbo perduto era un <foreign lang="lat" rend="italic">curo</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">cero</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ciro</foreign> o simile da <foreign lang="grc">κουρεύω</foreign> o da <foreign lang="grc"
            >κείρω</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">tondeo, scindo, abscindo</foreign>.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Curtare</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">tondere</foreign> vedilo nell’ultimo esempio del Forcellini; il qual luogo
          non sarebbe stato tentato dai critici, o forse guasto dagli amanuensi se avessero saputo e
          considerato questa certissima etimologia e formazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >curtare</foreign> che, secondo le norme della nostra teoria de’ continuativi, qui
          dichiariamo. La qual etimologia indica ancora il proprio significato di <foreign
            lang="lat" rend="italic">curtare</foreign>
          <pb ed="aut" n="3570"/> ch’è appunto <foreign lang="lat" rend="italic">tondere</foreign>,
          creduto finora al più metaforico, e il proprio significato di <foreign lang="lat"
            rend="italic">curtus</foreign> che è <foreign lang="lat" rend="italic">tonsus</foreign>.
          Questo verbo originario di <foreign lang="lat" rend="italic">curtare</foreign>, e affatto
          conforme a un verbo greco della stessa significazione è da riporsi insieme con quelli che
          abbiamo dimostrato per mezzo di <foreign lang="lat" rend="italic">gustare,
          potare</foreign> e s’altri tali n’abbiamo accennati, conformi ai greci <foreign lang="grc"
            >πόω γεύω</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="grc">γεύω</foreign> propriam. è <foreign lang="lat" rend="italic"
                >gustare facio</foreign>. Trovasi però in Erodoto p. <foreign lang="lat"
                rend="italic">gusto</foreign> ch’è (o dicesi da’ Lessicografi) il proprio di
                <foreign lang="grc">γεύομαι</foreign>. Così <foreign lang="grc">ἵζω</foreign> e
                <foreign lang="grc">ἱζάνω</foreign> co’ composti loro, che propriam. sono attivi, e
              valgono <foreign lang="lat" rend="italic">sedere facio</foreign> ec. s’usano a ogni
              tratto in senso neutro, p. <foreign lang="lat" rend="italic">sedere</foreign> ec. che
              è il proprio de’ loro passivi. E così, credo, avviene in altri tali verbi. Onde
                <foreign lang="lat" rend="italic">guo</foreign> in lat. potè ben essere propriam.
                <foreign lang="lat" rend="italic">gusto</foreign> neut.</p>
          </note> che altrettanto vagliono quanto essi verbi ignoti, e quanto i loro noti
          continuativi, non altrimenti che <foreign lang="grc">κείρω</foreign> vaglia il medesimo
          che <foreign lang="lat" rend="italic">curto</foreign>. E il discorso e le ragioni addotte
          per li suddetti verbi, si ripetano in proposito di questo. La forma di questo verbo doveva
          essere, s’io non m’inganno, e s’è lecito il congetturare, <foreign lang="lat"
            rend="italic">curo is, curti, curtum</foreign>, ovvero <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cureo es ui tum</foreign>, ovvero anche <foreign lang="lat" rend="italic">curo as curui
            curtum</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">neco as ui ctum, seco as ui
            ctum, eneco as ui ctum, reseco</foreign> ec. i quali supini sembrano contratti da
            <foreign lang="lat" rend="italic">necitum, secitum</foreign> (non già <foreign
            lang="lat" rend="italic">necatum, secatum</foreign>), fatti alla forma di <foreign
            lang="lat" rend="italic">domitum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">domo as
            ui, cubitum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">cubo as ui</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere la p. 2814-5. e 3715-7.</p>
          </note> ec. Onde il primitivo e intero sarebbe <foreign lang="lat" rend="italic">curitum,
            curitus</foreign> p. <foreign lang="lat" rend="italic">curtus</foreign>. (1. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Risito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >rideo-risus</foreign>. (1. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3571"/> Alla p. 3542. A questo discorso appartengono oltre i verbi in
            <emph>uare</emph>, e i nomi in <emph>uosus</emph>, anche i nomi in <emph>ualis</emph>
          che son sempre fatti da’ nomi della quarta o da’ nomi in uus ec. ec. altrimenti tali nomi
          fanno <emph>alis</emph> semplicemente<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Manuarius, Manuatus sum</foreign> (da <foreign
                lang="lat" rend="italic">manuo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
              >manuor</foreign>), Mortualia, Mortuarius, Mortuosus, Flexuosus, Flexuose. Portuosus,
              saltuosus, flatuoso.</p>
          </note>. Come <foreign lang="lat" rend="italic">ritualis, manualis, tonitrualis</foreign>
          ec. ec. da <foreign lang="lat" rend="italic">ritus us</foreign> ec..E così appartengono a
          questo discorso gli altri o nomi aggettivi o sustantivi, o avverbi, o voci qualunque
          derivative, che hanno l’<emph>u</emph> davanti alla desinenza propria della loro specie
          particolare, qualunque sia e la desinenza e la specie ec. (1. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3541. Il primitivo e proprio significato di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >spes</foreign> non fu già lo <emph>sperare</emph> ma l’<emph>aspettare</emph>
          indeterminatamente al bene o al male. V. Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">Spes,
            Spero</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">insperatus</foreign> ec. Sveton.
          in Iul. Caes. c. 60. par. 1. e quivi il Pitisco, i greci in <foreign lang="grc">Ἐλπὶς,
            ἐλπίζω</foreign> ec. gli spagn. in <foreign lang="spa" rend="italic">esperar,
          inesperado</foreign> ec. ec. gl’it. in <emph>speranza, sperare</emph> ec.
          <emph>insperato</emph> ec. (oggi nel discorso civile non mai, nella scrittura di rado, nel
          volgare e plebeo discorso conservatore perpetuo dell’antichità spessissimo e più
          frequentemente ancora che nelle nostre antiche scritture, si usa <emph>speranza,
          sperare</emph> ec. p. <emph>aspettare</emph> semplicemente<note resp="aut" n="c"
            place="foot">
            <p>Anche ne’ nostri antichi scrittori questo uso di <emph>sperare</emph> ec. non sembra
              esser che volgare.</p>
          </note> e anche per l’<emph>aspettativa</emph> determinata al male, ossia il
          <emph>timore</emph>, ma in tal caso non <pb ed="aut" n="3572"/> s’usa cred’io che
          negativamente, oppure non vuole indicar propriamente il timore, ma solo l’aspettativa del
          male, benchè questo naturalmente sia temibile: come in un autore spagnuolo, <foreign
            lang="spa" rend="italic">estavan esperando la muerte</foreign>, non vuol dir che la
          temessero, benchè certo la temevano, ma e’ vuol dir solo che s’aspettavano di dover
          morire, ed <foreign lang="spa" rend="italic">esperar</foreign> ha riguardo alla semplice
          opinione e giudizio del futuro, non al piacere o dispiacere che da tal giudizio e opinione
          ci deriva, e al male o bene che dal futuro ci verrà o si aspetta, ed al desiderio o
          nondesiderio e avversazione del medesimo ec. al che ha pur riguardo la voce
          <emph>timore</emph> ec. e la voce <emph>speranza</emph> ec. nel nostro senso, che vale
            <emph>aspettativa con piacere, con desiderio</emph> ec. ec.<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Altrettanto dicasi del greco, lat. spagn. franc. antico nelle quali lingue altresì
                <emph>sperare</emph> ec. non istà mai propriam. per <emph>temere</emph>, come
              dicono, ancorchè sia detto di male, ma solo p. <emph>aspettare</emph>. <bibl>V.
                  <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Spero</foreign>
              </bibl>.</p>
          </note>) Richelet in <foreign lang="fre" rend="italic">espérer</foreign> ec. Il detto
          significato ch’è certamente il primitivo e proprio di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >spes</foreign> (e non quello che le dà il Forcellini) rende più probabile che <foreign
            lang="lat" rend="italic">spes</foreign> sia voce delle primitive, perocchè
            <emph>l’aspettare, l’aspettativa</emph> è un’idea che dovette esser tra le prime
          dinominate, e innanzi allo sperare ec. ch’è una specie dell’aspettare, e un’idea troppo
          sottile e metafisica ec. ec. (1. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3077. È da notare che gli argomenti ch’io traggo da tali participii spagnuoli a
          dimostrare <pb ed="aut" n="3573"/> gli antichi participii latini regolari ec. (e così
          sempre che dallo spagnuolo io argomento all’antico latino, al volgare ec.), sono tanto più
          valevoli, quanto siccome la lingua francese è nell’estrinseco e nell’intrinseco, fra tutte
          le figlie della latina, la più remota e alterata dalla lingua madre (secondo ho detto
          altrove), così la spagnuola è nell’estrinseco la più vicina<note resp="aut" n="b"
            place="foot">
            <p>V. p. 3818.</p>
          </note>, mentre però nell’intrinseco lo è la italiana, come altrove ho distinto. Ma
          dell’intrinseco poco ha che fare il nostro discorso. La lingua spagnuola che per la forma
          esteriore delle parole ha più di tutte le sue sorelle ereditato dalla latina, e che più di
          tutte le lingue, a sentirla leggere o a vederla scritta, rappresenta l’esterna faccia e il
          suono della latina e può con essa esser confusa; dev’esser considerata come speciale e
          principale conservatrice dell’antichità, della latinità, del volgar latino ec. quanto alla
          material forma delle parole e alla proprietà delle loro inflessioni ec. che è quello che
          ora c’importa. La qual conformità particolare col latino si può notar nello spagnuolo da
          per tutto, ma nominatamente e singolarmente <pb ed="aut" n="3574"/> e forse più
          ch’altrove, nelle coniugazioni de’ verbi, il che fa appunto al nostro caso. <foreign
            lang="lat">
            <hi rend="sc">amo, amas, ama</hi>t, <hi rend="sc">amamus</hi>
          </foreign> (lo spagnuolo muta l’<emph>u</emph> in <emph>o</emph>, e questa è la sola
            <emph>mutazione</emph> in tutto questo tempo), <foreign lang="lat">
            <hi rend="sc">ama</hi>t<hi rend="sc">is, aman</hi>t</foreign>. Leggansi le sole
          maiuscole, e s’avrà la coniugazione spagnuola. La quale in questo tempo è tutta latina,
          salvo l’omissione del <emph>t</emph> in tre soli luoghi<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>È naturale agli organi degli spagn. di non amare la pronunzia del <emph>t</emph>,
              onde nelle voci venute dal lat. spessissimo lo mutano in <emph>d</emph> ch’è più dolce
              (come fanno anche gl’italiani in alcuni luoghi intorno alle voci italiane),
              spessissimo lo tralasciano, come in questo nostro caso fanno, in parte anche gl’ital.
              e i franc.</p>
          </note>, e la mutazione dell’<emph>u</emph> in <emph>o</emph> in un luogo, mutazione pur
          tutta latina (<foreign lang="lat" rend="italic">vulgus-volgus</foreign> ec. ec. ec.) e
          propria senz’alcun dubbio, anche in questo caso, o di tutto l’antico volgo che parlò
          latino, o di molte parti e dialetti di esso. Infatti tal mutazione non solo è propria e
          dell’italiano e del francese in questo medesimo caso sempre, ma ordinarissima e quasi
          perpetua (massime nell’italiano) in quasi tutti o nella più parte degli altri casi, sì
          nelle desinenze, sì nel mezzo delle parole o nel principio. <foreign lang="lat"
            >V-u-lg-u-s</foreign>-V-o-lg-o<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Sicchè <foreign lang="lat" rend="italic">amamos</foreign> p. <foreign lang="lat"
                rend="italic">amamus</foreign> non si dee neppure chiamar mutazione quanto allo
              spagnuolo, non essendo stata fatta da esso ma nel latino medesimo, anzi non essendo
              stata neppur in latino altro che un accidente, una qualità, una maniera di pronunzia.
              Insomma <foreign lang="lat" rend="italic">amamos</foreign> è latino; e lo spagn. in
              questa voce è puro (ed antico non men che moderno) latino conservato nel lat. volgare.
              ec.</p>
          </note>. La congiugazione italiana è ben più mutata, e molto più dell’italiana la
          francese. Basta a noi che le regole e le inflessioni della coniugazione latina sieno
          specialmente conservate nella spagnuola, ancorchè gli elementi del verbo che non toccano
          l’inflessione <pb ed="aut" n="3575"/> e la regola della coniugazione sieno alterati, o
          soppressi ec. Come <foreign lang="spa" rend="italic">leo</foreign> è mutato da <foreign
            lang="lat" rend="italic">lego</foreign>. Ma la coniugazione di quello essendo
          similissima alla coniugazione di questo, l’omissione del <emph>g</emph>, in cui consiste
          l’alterazione di quello, non indebolisce punto l’argomento che dal suo participio <foreign
            lang="spa" rend="italic">leido</foreign> si cava a dimostrare il latino corrispondente
            <foreign lang="lat" rend="italic">legitus</foreign>. E così discorrete degli altri casi
          e argomenti, o sieno dintorno a’ participii, o a checchessia ch’appartenga alle forme
          generali della congiugazione od’altro ec.</p>
        <p>È da notare che la suddetta specialissima conformità colla lingua latina, nella quale
          conformità la spagnuola vince tutte l’altre, fu da questa ed è propriamente
            conservata<note resp="aut" n="c" place="foot">
            <p>V. p. 3638.</p>
          </note>; e che avvenga che la conformità dell’intrinseco sia di molto maggior peso che non
          l’estrinseca, nondimeno se la lingua italiana nella conformità col carattere della latina,
          vince la spagnuola e con essa tutte l’altre moderne, questa conformità non si può dir
          propriamente da lei conservata, ma riacquistata, e non rimastagli naturalmente e
          spontaneamente da se, ma restituitagli con arte, dopo già perduta. Perocch’ella fu in
          grandissima <pb ed="aut" n="3576"/> parte opera de’ nostri letterati che la lingua
          italiana modellarono sulla latina. E così accade generalmente che il carattere di ciascuna
          lingua è formato e determinato dalla sua letteratura. (Ben è vero che il carattere di
          questa corrisponde al carattere nazionale, e ch’ella non potrebbe già andar contra la
          natura e l’inclinazione della lingua, o ciò facendo, non riuscirebbe, o malissimi effetti
          partorirebbe e poco durevoli). Ma l’estrinseca forma non si conserva se non se
          naturalmente, e perduta che fosse, quasi impossibile sarebbe il ricuperarla (siccome la
          forma intrinseca di nostra lingua, o s’attribuisca alla letteratura o a che che si voglia,
          dovrà sempre dirsi, non propriamente conservata, ma ricuperata). Laonde si può dire
          veramente che, quanto è alla natura e al popolo, la latinità si è meglio e in maggior
          parte e più propriamente conservata e conservasi in Ispagna che in alcun’altra parte del
          mondo. (Per lo meno quanto alle voci e alle norme e regole delle loro inflessioni e
          modificazioni, perchè quanto alle frasi, anche senza uscir del popolo, pare che la
          latinità rimanga e siasi sempre conservata ben più in Italia, com’è <pb ed="aut" n="3577"
          /> di ragione, che altrove, dove forse, parlando di locuzioni popolari, neppur
          s’introdusse mai quel che tra noi si conserva ancora, o se n’introdusse assai meno, o con
          differenze nate dalle lingue indigene e dalle diversità de’ climi e dall’altre
          circostanze. Or quel che mai non fu introdotto, o che fu diverso nell’introdursi, non
          potea conservarsi).</p>
        <p>Questa mirabile e così lunga conservazione di sì speciale conformità col latino nella
          lingua spagnuola, conformità che passa quella conservata nella stessa sede dell’antico
          latino, cioè in Italia, dee riconoscersi dalle stesse circostanze che rendono e sempre
          resero gli spagnuoli, o loro permisero e permettono di essere così tenaci de’ loro
          istituti, costumi, opinioni, religione ec.; così stazionari nel loro carattere, nel grado
          della loro civiltà; così lenti ne’ loro progressi sociali ec. tanto che oggidì, dopo il
          rapido corso incominciato e tenuto dalle altre nazioni nell’ultimo secolo, la Spagna, a
          paragone del resto d’Europa, viene ad aver più del barbaro che del civile: (onde è famoso
          il detto, mi pare, di Mons. de Pradt, che la Spagna appartenendo all’Africa, per <pb
            ed="aut" n="3578"/> isbaglio geografico si fa parte d’Europa). La stessa gravità e
          posatezza delle maniere negl’individui spagnuoli, la lunghezza delle lor cerimonie, de’
          loro preparativi alle operazioni manco importanti, e cose simili, sono indizio della
          stabilità del carattere, costumi e opinioni nazionali; perchè generalmente, come tutte le
          cose in natura osservano la legge dell’analogia, gl’individui delle nazioni lente ne
          progressi sociali, letterarii e simili, e tenaci del loro essere, sono tardi nell’operare
          e di carattere riposato, e dove gl’individui son tali, tale è la nazione, e per lo
          contrario nel caso opposto. E così discorrasi di ciascun’altra qualità nazionale, che suol
          generalmente trovarsi ritratta e quasi compendiata negl’individui.</p>
        <p>Or tornando al proposito, le dette circostanze si possono dividere in geografiche,
          naturali e storiche. Se guardiamo alle prime, il sito della Spagna ch’è in uno estremo
          d’Europa, facendola poco frequentata dagli stranieri, rende la nazione poco soggetta a
          variarsi. Le seconde sono il clima, e il carattere nazionale in quanto alla parte fisica.
          Questo negli spagnuoli è pigro e molle <pb ed="aut" n="3579"/> e vago del riposare e dello
          stare più che dell’azione e del movimento, o certo capace di contentarsi facilmente del
          riposo, per poco che l’operare gli sia impedito o reso difficile. Così suole ne’ climi
          caldi e felici. <quote>
            <emph>La terra molle e lieta e dilettosa Simili a se gli abitator produce</emph>
          </quote> (<bibl>
            <author>Tasso</author>
            <title>Gerus.</title>
            <hi rend="sc">i</hi>. 62.</bibl>) Le circostanze istoriche corrispondono alle suddette,
          e da esse sono influite e modificate ordinariamente, onde sono piuttosto da considerar
          com’effetti che come cagioni. Pur non lasciano talvolta di esser eziandio cagioni.
          Considerandole rispetto alla Spagna, le troveremo essere or l’uno or l’altro, onde
          talvolta le troveremo come sorelle di quell’effetto di cui cerchiamo l’origine (dico della
          singolare conservazione della latinità), talvolta come madri.</p>
        <p>Nella generale inondazione di barbari che infestò le contrade culte di Europa, la Spagna
          non ebbe (credo) che i Vandali, (o gli Ostrogoti) ec. i quali anche poco vi si mantennero;
          certo assai meno che in Italia non fecero i Goti, i Longobardi e i tanti e sì varii popoli
          che la travagliarono e vi fondarono e tennero regni ec. <pb ed="aut" n="3580"/> La Spagna
          ebbe lunghissimo tempo i mori, e questi, potenti e regnanti. Ma che, non le religioni, non
          le lingue, non i costumi, non il sangue di questi conquistatori stranieri e degl’indigeni
          e in gran parte sudditi, si mescolarono insieme mai. Due sangui, due religioni, due
          lingue, due maniere di vita, in somma due nazioni diversissime, contrarie, nemiche,
          perseverarono sempre in Ispagna, e sempre divise e ben distinte l’una dall’altra, benchè
          sempre l’una accanto all’altra, e materialmente confuse insieme, e sugli occhi l’una
          dell’altra. Nè il maomettano riconobbe mai Cristo, nè il Cristiano Maometto, nè l’arabo
          lasciò la sua lingua per la spagnuola, nè lo spagnuolo succhiò mai col latte altra lingua
          che l’indigena. Cosa mirabile e che non ha, credo, altro esempio oltre di questo, se non
          quello de’ greci e de’ turchi, il quale ancor dura, e che altrove ho considerato parlando
          della singolare tenacità de’ greci rispetto ai loro costumi, pratiche ec. come alla
          lingua. Tenacità in cui i greci non hanno forse pari altra nazione che la spagnuola, nè la
          spagnuola forse altra che la greca. E ben corrisponde la parità o somiglianza <pb ed="aut"
            n="3581"/> dei climi e delle qualità del cielo e del suolo in ambo i paesi. E
          corrisponde eziandio la qualità degli stranieri, ambo arabi, non di origine, ma di lingua
          (se non m’inganno), ed ambo maomettani di religione; i mori di Spagna e i turchi. Con
          questa differenza però a favor della Spagna, che laddove i turchi barbari e ignorantissimi
          vennero in un paese civile e dotto, e barbari regnano sopra una gente per lor cagione
          imbarbarita, e non più coltivata; i mori non barbari vennero in un paese già rozzo, e
          quasi civili regnarono in un paese molto men civile di loro. Ebbero i mori in Ispagna
          un’estesissima letteratura, e piene sono le biblioteche spagnuole e straniere delle loro
          opere (alcune, come quelle di Averroe, note per traduzioni e celebri in tutta Europa). Nè
          per tanto poterono essi introdurre nè lasciare la loro letteratura (ch’era pur l’unica a
          que’ tempi in Europa) tra gli spagnuoli che niuna ne avevano; nè la loro civiltà (altresì
          unica); nè col mezzo ed aiuto di questa e della letteratura, la loro lingua; nè poteron
          fare che nella Spagna mezza coperta e dominata da stranieri di diversissimo linguaggio e
          costume, <pb ed="aut" n="3582"/> e questi civili e letterati, e ciò per lunghissimo tempo,
          non si conservasse la lingua indigena, quanto è al popolo, assai meglio che nelle altre
          nazioni partecipi della stessa lingua, le quali non ebbero mai stranieri nè civili nè
          letterati, e quei barbari che ebbero, o gli ebbero per molto minore spazio di tempo, o ben
          tosto naturalizzati di costumi, di religione ec.</p>
        <p>Al contrario della Spagna, e della Grecia, i franchi nelle Gallie mescolarono ben tosto
          coi nazionali ogni cosa; genere, sangue, nozze, costumi, lingua, fede, mutando i vincitori
          barbari tutte le lor qualità e il lor carattere istesso in quello de’ vinti civili. Così
          proporzionatamente in Italia i goti, i Longobardi ec. Or questa mescolanza appunto nocque
          alla conservazione delle qualità indigene in questi due paesi, e nominatamente a quella
          della lingua, della qual discorriamo. I franchi non poterono divenir Galli, nè i goti ec.
          italiani, senza che i Galli divenissero in molte parti Franchi, (come appunto poi sempre
          si chiamarono e chiamano), e gl’italiani goti.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3583"/> Finalmente la Spagna non mai intieramente soggettata e
          signoreggiata da’ mori (a differenza della Grecia) estirpò e scacciò affatto gli stranieri
          dal suo seno. E non solo gli stranieri, ma con essi la lor fede, lingua, letteratura,
          costumi e tutto. E non solo tutto questo, ma eziandio il sangue e il genere straniero, che
          non mai potutosi mescolare col nazionale, tutto intero quasi, fu finalmente rigettato
          fuori dalla nazione, restando questa così puramente spagnuola di sangue (parlando senza
          guardare alle minuzie) come l’olio resta puro quando si separa da qualche liquore a cui
          non siasi mai punto commisto. (E voglia Dio che anche in quest’ultima parte la storia de’
          greci rispetto a’ maomettani sia conforme a quella degli spagnuoli, com’ella è nel resto,
          e come i greci oggi proccurano).</p>
        <p>Laddove nella Gallia i Franchi sempre regnarono, e spento il nome stesso de’ nazionali, e
          mutatolo nel loro proprio, e confusi intieramente con essi, ancora regnano, sicchè, quanto
          al sangue, non si può dir se quella nazione sia piuttosto Gallese o Franca, quanto alla
          religione è Gallese, quanto ai <pb ed="aut" n="3584"/> costumi e alla lingua è parte
          Gallese (cioè latina) parte franca, benchè l’indigeno prevalga, ma non quanto in Ispagna.
          Similmente discorrete dell’Italia.</p>
        <p>Della storia moderna di Spagna, della sua tenacissima fede e superstizione, onde quanto
          alla religione ella è ancora, si può dire, oggidì nè più nè meno qual fu quando scacciò i
          mori, e qual fu prima de’ mori e dello stesso Maometto, e qual fu la Cristianità
          generalmente ne’ bassi tempi, a differenza di tutte l’altre moderne nazioni cristiane, e
          anche non cristiane; della mirabile antichità, per così dir, di carattere da lei mostrata
          negli ultimi tempi, non accade parlare, essendo cose assai note. E veggansi le pagg.
          3394-6. (1-2. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Glisser</foreign>– <foreign lang="grc">γλίσχρος</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">lubricus</foreign>. (3. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3544. Di <foreign lang="lat" rend="italic">unus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">primus</foreign> ve n’ha un solo esempio nel Forcell. ed è l’ottavo da lui
          portato alla voce <foreign lang="lat" rend="italic">Unus</foreign>, preso da Cic. de
          Senect. c. 5. ma il Forcellini non vi nota il significato di <foreign lang="lat"
            rend="italic">primus</foreign>. Puoi vederlo ancora in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >duo, tres</foreign> ec. se avesse nulla in proposito. (3. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Assulito</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >assulto</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">assilio. Resilito</foreign>
          <pb ed="aut" n="3585"/> per <foreign lang="lat" rend="italic">resulto</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">resilio</foreign>. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> Ambedue queste voci sono bonissime, e dimostrano l’antico e vero ed intero
          participio di <foreign lang="lat" rend="italic">salio</foreign>, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">salitus</foreign> (<emph>salito</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
            >salido</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">sailli</foreign>), poi contratto in
            <foreign lang="lat" rend="italic">saltus</foreign> (o sup. <foreign lang="lat"
            rend="italic">saltum</foreign>). E confermano le mie osservazioni e opinioni sopra le
          primitive, regolari ed intere forme de’ participii o supini. Se avessero potuto
          considerare queste opinioni, e se avessero bene osservato che i continuativi e i
          frequentativi in <emph>ito</emph> si formano da’ participii o supini, i Critici non si
          sarebbero maravigliati dei suddetti due verbi, nè gli avrebbero tentati con diverse
          lezioni, e fors’anche scacciati assolutamente da’ testi ov’essi si trovano (de’ quali
          bisogna vedere l’ultime edizioni). (3. Ott. 1823.). V. p. 3845.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2821. Che tutto ciò sia vero, e della derivazione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">confutare</foreign> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fundo</foreign>, e del participio <foreign lang="lat" rend="italic">futus</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">fusus</foreign> ec. osservisi il nostro rifiutare,
          ossia il latino <foreign lang="lat" rend="italic">refutare</foreign> (che significa
          sovente lo stesso), dirsi nel francese, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >refuser</foreign> e nello spagnuolo, <foreign lang="spa" rend="italic">refusar</foreign>
          o <foreign lang="spa" rend="italic">rehusar</foreign>, come da <foreign lang="lat"
            rend="italic">refusus</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic">fusus</foreign>,
          noti participii di <foreign lang="lat" rend="italic">fundo</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">refundo</foreign>. Eppur tanto sono i verbi francese e spagnuolo quanto
          l’italiano e il latino. I francesi hanno anche <foreign lang="fre" rend="italic">réfuter</foreign>
          <pb ed="aut" n="3586"/> in altro senso, (ch’è il proprio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">refuto</foreign> e il più frequente) ma questo è certamente molto meno
          volgare e più moderno (benchè non moderno) di <foreign lang="fre" rend="italic"
          >refuser</foreign>, e non conservato ma ricuperato per mezzo degli scrittori ec. non del
          popolo, e non continuatamente pervenuto dalla lingua latina nella francese.</p>
        <p>Al qual proposito, parlando delle lingue moderne figlie, rispetto alla lingua madre, e
          volendo argomentare da questa a quelle, o viceversa, o tra loro ec. in materia di
          antichità ec. bisogna nelle lingue moderne molto accuratamente distinguere tra voci e
          frasi latine conservate, e voci e frasi ricuperate, per mezzo della letteratura,
          filosofia, politica, giurisprudenza, diplomatica ec. ec. che sono infinite, e possono
          anche essere molto antiche; ma da queste alle latine sarà sempre o nullo o debolissimo
          l’argomento, per chi pretenda investigarvi le antichità della lingua ec. Al contrario
          nelle voci e frasi conservate cioè trasmesse per continua e perpetua successione
          dall’antico e talora dall’antichissimo e primitivo latino fino alle lingue moderne per
          mezzo del latino volgare. V. p. 3637. Simile distinzione è quella che convien fare nella
          lingua <pb ed="aut" n="3587"/> latina rispetto alle voci greche, cioè tra quelle
          introdotte dagli scrittori ec. e quelle antiche e veramente popolari ec. Così nell’inglese
          rispetto alle voci francesi ec. (3. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diciamo volgarmente e con eleganza scriviamo, <emph>senz’altro pensare, senz’altro dire o
            fare, senz’altro preparativo, senz’altra cura senz’altro curarsene</emph> e simili, per
            <emph>senza nulla pensare, senza niun preparativo, niuna cura</emph> ec. Nelle quali
          frasi la voce <emph>altro</emph> ridonda, e s’usa per pleonasmo, venendo in somma quelle
          locuzioni a dire <emph>senza pensare</emph> (anche il <emph>nulla</emph> è inutile qui,
          perchè il <emph>senza</emph> privativo, unito a <emph>pensare</emph>, comprende il detto
          vocabolo, giacchè chi <emph>non pensa, nulla pensa</emph>), <emph>senza preparativo,
          cura</emph>, (e qui pure sarebbe pleonastico il <emph>niuno</emph>, sebben s’usa, come il
            <emph>nulla</emph> nel caso sopraddetto) <emph>senza curarsene</emph> ec. Veggasi lo
          Speroni, solertissimo raccoglitore, e larghissimo spenditore delle più fine e più varie e
          moltiplici eleganze di nostra lingua; nel Discorso o lettera Del tempo del partorire delle
          donne, che tiene il terzo luogo <pb ed="aut" n="3588"/> fra’ suoi <bibl>
            <title>Dialoghi Ven.</title> 1596. p. 53. lin. penultima</bibl>. Or confrontisi questo
          mero idiotismo italiano, e proprio tutto della lingua, e perciò elegante collo stessissimo
          idiotismo usitato nella lingua greca ed attica da’ più eleganti e studiati scrittori.
            <bibl>V. <author>Creuzer</author>
            <title lang="lat">Meletemata ex disciplina antiquitatis</title>, par. 1. Lips. 1817. p.
            86. not. 62.</bibl> e <bibl>
            <author>Platone</author> nel <title>Convito</title> ed. Astii Lips. 1819. sqq. t. 3. p.
            472. B. v. 1. e p. 532. v. 7</bibl>. Ai quali esempi è anche più conforme quello del
          Petrarca recato dalla Crusca alla voce <emph>Altro</emph> dalla Canz. 18.6. dove altra
          parimente e manifestissimamente ridonda, anzi pare affatto fuor di luogo e
          contraddittorio, come appunto in alcuni de’ passi greci che son da vedere ne’ luoghi
          accennati. E così un altro esempio dello <bibl>
            <author>Speroni</author> nel <title>Dialogo della Retorica</title>. <title>Diall.
            Ven.</title> 1596. p. 153. lin.26. e <title>Dial.</title> 10. p. 207. lin. ult.</bibl>
          Vedi ancora il Forcellini se ha nulla. <emph>Senz’altro</emph> vale similmente alcune
          volte <emph>senza nulla, semplicemente, onninamente</emph> ec. V. p. 3885. Così <foreign
            lang="grc">ἄλλως</foreign>, del che vedi le mie Annotaz. all’Eusebio del Mai. (3. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3080. <emph>Assaltare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >assaltar</foreign> è un continuativo latino-barbaro di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >assalire</foreign> pur latino-barbaro, ed è nella stessa significazione di questo. (V.
          il Glossar. in <foreign lang="lat" rend="italic">Assaltare, Assalire, Adsalire</foreign>
          ec.). Laddove <foreign lang="spa" rend="italic">sobresaltar</foreign> è in significato
          diverso da <foreign lang="spa" rend="italic">sobresalir</foreign> (<foreign lang="spa"
            rend="italic">saltar</foreign> conserva il significato latino, ma <foreign lang="spa"
            rend="italic">salir</foreign> non <pb ed="aut" n="3589"/> già, se non alla lontana o in
          parte ec. <bibl>V. il <author>Forcell.</author>
          </bibl>), e non ha con esso niuna analogia di significazione. Così <emph>risaltare</emph>
          e <emph>risalire</emph>; da ambedue i quali è affatto diverso e lontano di significato il
          nostro <emph>risultare</emph> o <emph>resultare</emph> (<foreign lang="spa" rend="italic"
            >resultar</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">résulter</foreign>), e da questo
          e da quelli il latino <foreign lang="lat" rend="italic">resulto</foreign> (<bibl>V. il
              <author>Glossar.</author>
          </bibl>). <foreign lang="lat" rend="italic">Resulto</foreign> però e
          <emph>risultare</emph> ec. sono per origine gli stessi che <emph>risaltare</emph>, e
          vengono entrambi da <foreign lang="lat" rend="italic">resilire</foreign>, che noi diciamo
            <emph>risalire</emph> con corrotta significazione. (<foreign lang="fre" rend="italic"
            >rejallir</foreign> forse è lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >resilire</foreign>, e <foreign lang="fre" rend="italic">jallir</foreign> per origine lo
          stesso che <foreign lang="fre" rend="italic">saillir</foreign>, e <emph>salire</emph> lat.
          come anche, in parte, per significato.) Così <emph>assaltare</emph> è per origine lo
          stesso che <foreign lang="lat" rend="italic">assultare</foreign> (vera forma latina di
          questo verbo), il quale ha anche talvolta una significazione o uguale o simile a quella di
            <emph>assaltare</emph>, come pure <emph>assilire</emph>. (V. Forc. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">assilio</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic"
          >assulto</foreign>, e il Gloss. in <foreign lang="lat" rend="italic">adsalire</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">assultare</foreign> ec.<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>
              <emph>Divenire-diventare</emph> fa a questo proposito.</p>
          </note>) Continuativo affatto italiano di un verbo affatto italiano, ma pur continuativo
          formato alla latina, cioè dal participio del verbo originale, si è <emph>scortare</emph>
            (coll’<emph>o</emph> largo) da <emph>scorto</emph> di <emph>scorgere</emph> in
          significato di <emph>guidare</emph> ec. (se pur non fosse <pb ed="aut" n="3590"/> da
            <emph>scorta</emph> sostantivo: i francesi hanno <foreign lang="fre" rend="italic"
            >escorte</foreign> ed <foreign lang="fre" rend="italic">escorter</foreign>). Il qual
          verbo <emph>scorgere</emph> fratello di <emph>accorgere</emph> (e s’altro n’abbiamo di
          cotali) è tutto italiano, non men che <emph>accorgere</emph> ec. ma forse questi verbi
          vengono originariamente per corruzione di forma e traslazione di significato ec. dal
          latino <foreign lang="lat" rend="italic">corrigere</foreign>. V. il Gloss. se ha niente in
          proposito. Forse vi fu un <foreign lang="lat" rend="italic">excorrigere</foreign>
            (<emph>scorgere</emph>), un <foreign lang="lat" rend="italic">adcorrigere</foreign>
            (<emph>accorgere</emph>) ec. E la metafora sarebbe al contrario di
          <emph>avvisare</emph>, che dal <emph>vedere</emph> è passato all’<emph>ammonire</emph> ec.
          (v. il detto altrove di questo verbo <emph>avvisare</emph>). Laddove <emph>scorgere</emph>
            dall’<emph>ammonire</emph> (correggere) sarebbe passato al <emph>vedere</emph>. Ma l’uno
          e l’altro significato si troverebbe appresso a poco in <emph>accorgere</emph>
          (accorgimento, accortezza ec.), come appunto in <emph>avvisare</emph> (avviso per
          opinione, accortezza; avvisamento; avvisato per accorto ec. ec.). Del resto
          <emph>scorgere</emph> sarebbe contratto da <emph>corrigere</emph> come
          <emph>porgere</emph> da <emph>porrigere</emph>, e simili. (3. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3526. Gran difetto però è nella Gerusalemme l’aver voluto compensare e bilanciare
          insieme i meriti, l’importanza, le parti di Goffredo e quelle di Rinaldo, e l’interesse
          per l’uno e per l’altro. Da ciò segue che l’interesse è <pb ed="aut" n="3591"/> veramente
          doppio, come nell’Iliade, ma non, come in questa diverso. E perciò appunto, contro quello
          che a prima vista si potrebbe giudicare, l’uno interesse nuoce all’altro e l’indebolisce;
          voglio dire perchè l’interesse è altro senza esser diverso, cioè concorre nella medesima
          parte, ch’è la cristiana, ed al medesimo fine, ch’è il buon esito dell’impresa de’
          Cristiani. Due interessi affatto diversi, e lontani l’uno dall’altro, possono non
          pregiudicarsi nè indebolirsi l’un l’altro. E così accade ne’ due interessi d’Ettore e
          d’Achille, i quali cadono sopra due contrarie parti la greca e la troiana, e l’uno nasce
          dalla sventura, l’altro dalla felicità. Ma due interessi posti strettamente a lato l’uno
          dell’altro, prodotti ambedue dalla fortuna ec. miranti ambedue ad un medesimo fine, non
          possono non farsi ombra e non impedirsi scambievolmente. Ed essi non producono il bello
          effetto del contrasto di passioni nell’animo de’ lettori, e gli altri bellissimi e
          poetichissimi risultati che nascono ancora dalla lettura dell’Iliade, o nascevano per lo
          meno, al tempo e ne’ lettori o uditori per li quali ella fu composta.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3592"/> Questa duplicità d’interesse, benchè paia non ripugnare all’unità
          (e così credette il Tasso, il quale si persuase poter con essa servire alla varietà e
          schivare l’uniformità, senza punto violar l’unità), o benchè paia, se non altro, ripugnare
          alla perfetta unità molto meno che non faccia la duplicità d’interesse nell’Iliade, nuoce
          però molto più di questa al fine per cui l’unità si prescrive. Il qual fine si è che
          l’interesse nell’animo de’ lettori non s’indebolisca col dividersi nè col distrarsi, e sia
          più forte come rivolto a un segno solo. Ora, come ho mostrato, la duplicità d’Eroe nella
          Gerusalemme indebolisce l’interesse nell’animo de’ lettori, molto più che non faccia
          nell’Iliade. E ciò appunto perchè quella duplicità concorre in una medesima parte, ed è
          rivolta a un segno medesimo, e perchè i due interessi son troppo vicini e del tutto
          concordi, e sono due, senza esser diversi. Nella Iliade dove essi sono tutto l’opposto,
          essi non solo s’indeboliscono meno, ma non s’indeboliscono punto, o certo l’interesse
          totale risultante dal poema nell’animo de’ lettori non pur non è indebolito dalla
          duplicità, ma a molti doppi <pb ed="aut" n="3593"/> accresciuto, e in buona parte
          assolutamente prodotto. Onde si confermano le mie osservazioni sulla necessità di un
          interesse veramente doppio, e di due interessi diversi, alla maniera che si vede
          nell’Iliade; e sul danno di quella unità che i precettisti hanno prescritta e che gli
          epici posteriori ad Omero si sono proposta. Perocchè, come ho mostrato in questo discorso,
          essa unità nuoce al suo medesimo fine, che è di far che l’interesse e l’effetto totale nel
          lettore sia più vivo essendo uno e indiviso, e mirando a un sol segno; chè altrimenti la
          prescritta unità non avrebbe ragione alcuna, ed il precetto sarebbe arbitrario, laddove il
          poeta dev’esser padrone della sua libertà in quanto l’esserlo e il disporne a suo modo non
          ripugna alla natura, e alla qualità e debito del poema epico. L’unità dunque da’
          precettisti prescritta nel poema epico, pregiudicando e ripugnando al suo medesimo fine, è
          qualità non pur dannosa, ma vana ed assurda in se stessa e ne’ proprii termini.</p>
        <p>Ritornando al Tasso, molto ingegnoso è quel modo in ch’egli proccura, quasi espressamente
          prevenendo le obbiezioni de’ rettorici, di mostrar <pb ed="aut" n="3594"/> l’accordo de’
          suoi due Eroi nella sua opera, e che dal loro esser due, non nasca nel suo poema duplicità
          d’interesse. Parla l’anima di Ugone a Goffredo, e dice di Rinaldo (c. 14. stanza 13.) <quote>
            <emph>Perchè-lece</emph>
          </quote>. Colle quali parole poste nell’altrui bocca il Tasso viene molto chiaramente a
          dire ai pedanti e a’ detrattori in persona propria: <quote>
            <emph>Gli eroi del mio poema son due, ma l’interesse è un solo, perchè una è l’impresa e
              uno il fine a cui servono entrambi</emph>
          </quote>. Ma questa distinzione metafisica, accettata ancora e predicata da’ precettisti
          (indipendentemente dal negozio del Tasso), e da molti ancora di buon giudizio, non si
          avvera mai nell’animo de’ lettori<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Dicono i precettisti che le persone d’ugual merito possano esser più, purchè
              l’interesse sia un solo (così ne’ drammi, così nell’epopea ec.). E si pregiano molto
              di questa distinzione, come acuta e sottile e ben giudiziosa. Ora i due suddetti
              termini non possono stare insieme.</p>
          </note>. Due Eroi d’ugual merito, o che servano alla stessa impresa, o che ad imprese
          diverse, fanno nell’animo de’ lettori due distinti interessi (che tanto più s’offuscano
          l’uno coll’altro, quanto men sono diversi, e più tra loro somiglianti od uguali, e
          concordi): perocchè questi due Eroi sono sempre per verità, nell’animo de’ lettori, due
          ben separate persone, e non già una sola, come vorrebbe il Tasso, della quale l’un degli
          Eroi sia capo, l’altro mano; o sieno che che si voglia.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3595"/> Provasi questa verità con effetto nella lettura della Gerusalemme.
          Ma siccome è soltanto supponibile, come il punto matematico, e non mai però vero il caso
          di un uomo che <quote>
            <emph>intra duo cibi distanti e moventi d’un modo, innanzi si muoia di fame</emph>
          </quote> che e’ si <quote>
            <emph>rechi a’ denti</emph>
          </quote> l’un d’essi cibi (<bibl>
            <author>Dante</author>
            <title>Par.</title> 4.</bibl>), e tra due o più cose da scegliere, l’uomo trova sempre,
          e trovò, alcuna diversità che l’inclini e determini ad elegger l’una, e l’altra rifiutare;
          o quando non sia in sua mano l’eleggere, o non si tratti di sceglier coll’opera, è
          impossibile che egli coll’affetto (sia il desiderio, sia l’amore, sia il compiacimento,
          sia qualunqu’altro) non s’inclini più ad una cosa ch’a un’altra, o più da una che da
          un’altra non fugga; così non potendo accader che di due o più Eroi, quanto si voglia pari
          di merito, l’uno, per qualsiasi cagione, non prevaglia nell’animo de’ lettori, massime
          quando il loro merito sia di specie diverso; però è ben lungi che l’interesse nella
          Gerusalemme (piccolo e quasi morto com’egli è, secondo che ho detto altrove, e seppur v’è
          interesse alcuno) sia quanto al lettore con esatta parità di misura diviso tra Goffredo e
          Rinaldo. Ben è vero che l’uno di questi Eroi nuoce all’interesse dell’altro, ma pure, se
          il lettor prova nella Gerusalemme qualche interesse, ei non manca di scegliere tra’ due
          Eroi quello in che egli ne ponga la maggior parte, e forse anche <pb ed="aut" n="3596"/>
          tutto. Or questo Eroe prescelto (e me n’appello al testimonio di qualsivoglia lettore
          della Gerusalemme), contro l’intenzione del poeta, o certo contro il manifesto scopo del
          poema, e quindi contro il suo debito, e in pregiudizio del dovuto effetto e dell’unità
          (molto più che nell’Iliade ella, e lo scopo e il debito della qualità del poema non sono
          pregiudicati); questo eroe, dico, è Rinaldo; laddove tutte le dette cose volevano, prima,
          che l’interesse fosse uguale, anzi indiviso tra i due; poi per lo meno (essendo questo
          veramente per natura impossibile, perchè da una parte la duplicità degli Eroi non si può
          palliare ed eludere, come vorrebbe il Tasso, in modo veruno, sia quale si voglia, nè fare
          che il lettore se la dissimuli, considerando le due persone come una sola; dall’altra
          parte non si può togliere che tra’ due o più, il lettore non iscelga e non ponga l’uno
          innanzi all’altro, e se son più, l’un dopo l’altro per gradi) ch’ei fosse maggiore per
          Goffredo.</p>
        <p>Ma Goffredo (e questo è un altro grandissimo, ed intimo, benchè poco o non mai osservato
          difetto della Gerusalemme, e benchè colpa della natura de’ tempi moderni e delle raffinate
          idee, anzi che del Tasso), Goffredo è personaggio pochissimo interessante, e forse nulla,
          perchè i suoi pregi e ’l suo valore son troppo morali. Egli è persona troppo seria, troppo
          poco, anzi niente amabile, benchè per ogni parte stimabile. E come può essere amabile un
          uomo assolutamente privo d’ogni passione, e tutto ragione? un carattere freddissimo?
          Difficilmente ancora può farsi amare chi non è o non apparisce <pb ed="aut" n="3597"/>
          capace per niun modo di amare. Ora il Tasso gli fa un pregio di questa incapacità.
            (<bibl>c. 5. st. 61-4.</bibl>) Achille è interessantissimo perch’egli è amabilissimo. Ed
          è amabilissimo non solamente a causa del suo sovrano valor personale, ma eziandio per la
          stessa ferocia, per la stessa intolleranza, per la stessa suscettibilità, veemenza ed
          impeto di carattere e di passioni, superbia, carattere e maniere disprezzanti (veri mezzi
          di farsi amare, e forse soli ec.) iracondo, incapace di sopportare un’ingiuria,
          soverchiatore, un poco <foreign lang="fre" rend="italic">étourdi, volage</foreign> ec. e
          per lo stesso capriccio, qualità che congiunte colla gioventù e colla bellezza, e di più
          col coraggio, la forza e i tanti altri pregi, fortune, circostanze, e meriti reali di
          Achille, sono sempre amabilissime, e fanno amatissimo chi le possiede. Ciò avviene anche
          oggidì e sempre avverrà. (E veramente Achille è un personaggio completamente amabile: non
          sarebbe tale se mancasse dei detti difetti). Nondimeno s’elle si trovassero oggi in una
          persona civile in quel grado in cui Omero le dipinge in Achille, esse parrebbero
          certamente eccessive, e mal riuscirebbero; ma ben bisogna distinguere i tempi antichissimi
          da’ moderni, e la misura conveniente a nazioni semirozze da quella che può star bene nelle
          civili. Del resto poi il poema epico in qualunque secolo dee proporre un personaggio che
          sia singolare, e le cui qualità eccedano le ordinarie anche quanto alla misura. Questo
          personaggio non dev’esser solamente amabile ed ammirabile ma mirabilmente amabile, e
          singolarmente ammirabile. Il Tasso si guardò bene dal dar negli eccessi per questa parte,
          rispetto a Rinaldo. Ei gli diede le dette qualità, per le quali lo fece amabile (mentre
          Goffredo non lo è) e perchè amabile, interessante assai più di Goffredo (quanto può essere
          quel leggiero interesse che si prende per uomini non isventurati, e in impresa che non può
          più starci a cuore, secondo il già detto in tal proposito). <pb ed="aut" n="3598"/> Se il
          Tasso eccedette in Rinaldo, ciò fu piuttosto dal lato contrario. Cioè nel farlo ancor
          troppo ragionevole, troppo pio e devoto. Colle quali qualità ei si credette di ornarlo e
          renderlo più interessante, e si stimò in dovere di attribuirgliele, e facendo altrimenti
          avrebbe creduto di peccare, non solo contro la morale o la religione, ma contro la poesia
          e contro il buon giudizio e contro la proprietà del poema epico. Egli arriva sino a farlo
          confessare e far la sua penitenza sul monte Oliveto, prima di andare all’impresa del bosco
            (<bibl>c. 18. stanza 6-17.</bibl>). Egli avrebbe creduto lasciare una gran macchia
          nell’onor di Rinaldo e una grande mancanza nella stima de’ lettori verso di lui, s’e’ non
          gli avesse fatto purgar la coscienza ed assolverlo de’ peccati dell’uccision di Gernando e
          delle fornicazioni con Armida. Contuttociò il carattere di Rinaldo riesce bene amabile. Ma
          Goffredo non ha nè ferocia, nè capriccio, nè impeto, nè passione veruna; non è giovane,
          non risplende per bellezza; il suo coraggio e la sua prodezza di cuore e di mano piuttosto
          si afferma di quello che si dimostri e si faccia operare; i suoi pregi eroici <pb ed="aut"
            n="3599"/> si riducono ad una somma pietà e devozione e cura e zelo religioso (ma non
          superstizioso nè <emph>passionato</emph> in niun modo) e quasi santità, sì di pensieri, sì
          di parole e sì di fatti che lo fanno degno di visioni celesti e di conversar cogli Angeli
          e co’ Beati, e d’impetrare o far miracoli (<bibl>v. fra gli altri luoghi c. 13. st. 70 e
            segg.</bibl>), e ad un eccellente senno; qualità niente amabili, perchè tutte, per così
          dire, immateriali. Adunque Goffredo non è amabile, ma stimabile solamente. Adunque non è
          che pochissimo interessante o nulla; massime oggidì ch’è svanito l’interesse dell’impresa,
          come ho già detto a suo luogo, e quel zelo o fanatismo di religione, nel quale il Tasso lo
          fa singolare.</p>
        <p>Difficilmente si può concepire vivo interesse per una persona, non solo finta, ma neppur
          vera e viva, senza una specie d’amore. Parlo di quello interesse che altrove ho distinto,
          cioè che ne’ poemi o romanzi o storie o simili non nasce dalla pura curiosità, e nella
          vita non nasce da qualche cosa di cotale o dalla cura de’ proprii vantaggi (il quale
          interesse sarebbe per se, non per altrui), o da che che si voglia di simil fatta. La
          semplice stima non ha sede nel cuore, e non tocca in alcun modo al <pb ed="aut" n="3600"/>
          cuore. Or l’interesse così inteso come noi dobbiamo e vogliamo intenderlo in questo
          discorso, o dev’esser tutto nel cuore, o il cuore non può far che non v’abbia parte. Si
          può veder nella vita, che non si prova interesse efficace e sensibile per persona alcuna,
          il quale risieda al tutto fuori del cuore. O gratitudine, o naturale consanguineità, o
          simpatia o altra cosa qualunque che produca tale interesse, il cuore v’ha sempre parte. E
          dov’ei non l’ha, o quello non è vero interesse, ma egoismo (come chi s’interessa per chi
          gli è utile o piacevole, o tale lo spera, e ci s’interessa con relazione diretta e
          immediata a se medesimo e al suo proprio vantaggio), o è ben debole, e per lo più
          inefficace, come quello ch’è prodotto dal solo dovere in quanto dovere, sia di natura sia
          di che che si voglia, o da altra tale cagione. Or quello interesse ch’è tutto nel cuore, o
          dove il cuore ha parte, o è amore o specie di amore. Non può dunque il poeta render molto
          interessante colui ch’e’ non sa o non si propone di rendere amabile. E proprio della
          poesia il destar la meraviglia e pascerla. Ma oltre che questa passione <pb ed="aut"
            n="3601"/> non può esser molto durevole, e quando pure lo fosse, il maraviglioso,
          s’altro non l’accompagna, presto sazia; l’interesse che può concepirsi per una persona
          solamente ammirabile, non può esser che debolissimo. Si può dir di questo interesse
          appresso a poco quel medesimo che abbiam detto dell’interesse prodotto e sostentato dalla
          curiosità (il quale può anche esser più durevole di quello, perchè la curiosità può durar
          molto più della meraviglia, la quale spesso, e ne’ poemi forse sempre, si è l’obbietto
          della curiosità, ch’è specie di desiderio, e l’obbietto conseguito, per poco spazio
          diletta). E tornando a mirar nella vita, possiamo veder tuttodì quanto sia debole e
          inefficace e passeggero l’interesse che producono l’ammirazione o la stima ancorchè somma;
          seppure interesse alcuno, degno veramente di tal nome, è mai prodotto da queste qualità.
          Or dunque volgendoci a’ poemi epici veggiamo nell’Odissea che Ulisse, molto stimabile, in
          molte parti ammirabile e straordinario, in nessuna amabile, benchè sventurato per quasi
          tutto il poema, niente interessa. Ei non è giovane, anzi n’è ben lontano, benchè Omero si
          sforza di <pb ed="aut" n="3602"/> farlo apparire ancor giovane e bello per grazia speciale
          degli Dei, di Minerva ec. o per una meraviglia (che niente ci persuade perchè
          inverisimile), piuttosto che per natura, anzi contro natura. Ma il lettore segue la
          natura, malgrado del poeta e Ulisse non gli pare nè giovane nè bello. Le qualità nelle
          quali Ulisse eccede, sono in gran parte altrettanto forse odiose quanto stimabili. La
          pazienza non è odiosa, ma tanto è lungi da essere amabile, che anzi l’impazienza si è
            amabile<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Certam. l’eccesso della pazienza, massime nella conversazione e nelle tenui relazioni
              giornaliere degli uomini si può dir che sia odiosa, o certo dispiacevole, o almen
              dispregevole, e lo spregevole è non solo inamabile, ma quasi odioso, e chi è
              disprezzato, oltre che non può essere amato nè interessare, difficilmente è senza un
              certo odio o avversione. La pazienza è di tutte le virtù forse la più odiosa o la meno
              amabile, e ciò massimamente doveva essere presso gli antichi, e presso noi ancora,
              quando la consideriamo in personaggi e circostanze antiche, come in Ulisse.</p>
          </note>. Insomma ne nasce che Ulisse malgrado delle sue tante e sì grandi e sì varie e sì
          nuove e sì continue sventure, e malgrado ch’ei comparisca misero fino quasi all’ultimo
          punto, non riesce per niun modo amabile. E per tanto ei non interessa. Ulisse è
          personaggio maraviglioso e straordinario. I pedanti vi diranno che ciò basta ad essere
          interessante. Ma io dico che no, e che bisogna che a queste qualità si aggiunga l’essere
          amabile, e che quelle conducano e cospirino a produr questa, o, se non altro con lei,
          sieno condite; e che il protagonista sia maravigliosamente e straordinariamente amabile,
          cioè straordinario e maraviglioso nell’amabilità, <pb ed="aut" n="3603"/> o per lo meno
          tanto amabile quanto maraviglioso e straordinario.</p>
        <p>Da questi discorsi si raccoglie essere un sostanziale e capitale (benchè non avvertito)
          difetto della Gerusalemme, che il suo principale Eroe, o quello che tale doveva essere,
          non solamente non riesca per niuna parte amabile, ma il suo carattere e le sue azioni
          sieno state espressamente delineate e composte in modo ch’ei non dovesse riuscire amabile,
          o senza l’intenzione di renderlo tale; essendosi il Tasso contentato di farlo ammirabile e
          fra tutti sommamente (insieme con Rinaldo) stimabile, e straordinario per qualità
          solamente stimabili. Goffredo è appresso a poco conforme ad Ulisse nel genere di eroismo e
          di superiorità (salva la differenza de’ tempi, de’ costumi e circostanze ec. tanto d’ambo
          gli Eroi, quanto de’ due poeti): conforme, dico, ad Ulisse, eccetto nell’odiosità, la
          quale ancora non so bene se manchi affatto al carattere di Goffredo, e se possa mancare ad
          un uomo incapace affatto di passioni, privo affatto d’illusioni, tutto ragione,
          austerissimo ne’ costumi, nelle azioni, nella disciplina militare o civile o privata ec.
          nelle <pb ed="aut" n="3604"/> massime di morale, di condotta ec. austero verso se e verso
          gli altri, verso i soggetti ec. irreprensibile in ogni cosa, grave, malinconico, e quasi
          tristo e accigliato ec. ec. Non so, dico, se il lettore della Gerusalemme lasci di
          concepire nel suo secreto, se non odio, pure una certa mal conosciuta, mal distinta, non
          confessata alienazion d’animo ed avversione per Goffredo.</p>
        <p>Richiedendosi necessariamente, come s’è mostrato, al poeta epico (e similmente al
          drammatico, al romanziere ec. ed anche allo storico) ch’egli renda in alcun modo,
          qualunque siasi, amabile colui ch’e’ voglia rendere interessante, e grandemente amabile,
          colui ch’abbia ad essere sommamente interessante; è da considerare che a tal effetto giova
          grandissimamente la sventura, la quale accresce a più doppi l’amabilità ove la trova, e
          rende spesse volte amabile chi non lo è, ancorchè sia meritevole delle disgrazie; molto
          più quando e’ ne sia immeritevole. L’uomo poi amabilissimo, che sia indegnamente
          sventuratissimo, è la più amabil cosa che possa concepirsi. <pb ed="aut" n="3605"/> L’uomo
          amabile e sventurato meritatamente, è sempre molto più caro e compatito e interessante,
          che il non amabile e immeritatamente sventurato, il quale può non esser nulla compatito e
          nulla interessare (e così spessisimo accade), quando eziandio le sue sventure sieno
          estreme, e quelle dell’altro menome, nel qual caso ancora, colui non può mancare d’esser
          compatito e riuscir più amabile dell’ordinario. Ma non entriamo in tante sottigliezze e
          distinzioni. La infelicità nel principal Eroe dell’impresa ch’è il proprio soggetto del
          poema, non può aver luogo, se non come accidentale, e risolvendosi all’ultimo in felicità,
          secondo che a suo luogo ho spiegato e mostrato. Per tanto queste osservazioni confermano
          grandemente il mio discorso sulla necessità di raddoppiar l’interesse nel poema epico, a
          voler ch’esso poema riesca sommamente interessante e produca grandissimo effetto; e
          giustificano ed esaltano il fatto di Omero nell’Iliade. Perocchè non dandosi sommo
          interesse senza somma amabilità, e la sventura essendo principalissima <pb ed="aut"
            n="3606"/> fonte di amabilità, e quasi perfezione e sommità di essa, e non potendo una
          grandissima e piena e finale infelicità aver luogo nell’eroe dell’impresa, resta che sia
          bisogno, a far che il poema sia sommamente interessante, duplicarne formalmente
          l’interesse, e diversificar l’uno interesse dall’altro, introducendo un altro eroe
          sommamente amabile, e sommamente sventurato, dalla cui finale sventura sia prodotto e
          intorno ad essa si aggiri, e ad essa sempre tenda e sia spinto, e in vista di essa per
          tutto il poema sia proccurato, questo secondo interesse di cui parliamo, il quale renda il
          poema sommamente interessante e capace di lasciar l’interesse nell’animo de’ lettori per
          buono spazio dopo la lettura ec. Questo è ciò che fece Omero nell’Iliade, nella quale
          Ettore è per le sue proprie qualità ed azioni, e per la sua somma, piena e finale
          sventura, sommamente amabile, e quindi sommamente interessante. Quanto ad Achille, ch’è
          l’altro protagonista, e l’Eroe dell’impresa (così lo chiameremo per esser brevi), Omero
          non potea farlo sfortunato e infelice, massime considerando la natura e le opinioni di
          quei tempi, che riponeano il sommo pregio degli uomini nella fortuna, ed anche ragionando
          (nel modo che altrove ho <pb ed="aut" n="3607"/> detto), dalla fortuna o buona o ria
          argomentavano o la malvagità o la bontà, o il merito o il demerito di ciascuno, non
          istimando che nè la sventura nè la buona sorte potesse toccare agl’immeritevoli. Pur
          quanto gli fu possibile, Omero non mancò di cercar di conciliare ad Achille, cogli altri
          affetti i più favorevoli, anche l’affetto dolcissimo della pietà, madre o mantice
          dell’amore. Ciò non solo coll’accidentale sventura della morte del suo amico Patroclo e
          con altre tali, ma col mostrare eziandio, come in lontananza, la finale sventura e
          l’infelice destino del bravo Achille, che per immutabile decreto del fato aveva a morire
          nel più bel fiore degli anni, e questo in prezzo della sua gloria, ch’egli scientemente e
          liberamente aveva scelta e preposta, insieme con una morte immatura, a una vita lunga e
          senza onore. Tratto sublime che perfeziona il poetico e l’epico del carattere di Achille,
          e della sua virtù, coraggio, grandezza d’animo, ec. e che finisce di renderlo un
          personaggio sommamente amabile e interessante.</p>
        <p>Il carattere di Enea partecipa molto de’ difetti di quel di Goffredo. Egli ha più fuoco,
          ma e’ <pb ed="aut" n="3608"/> non lascia però di essere alquanto freddo (e un carattere
          freddo sì nella vita sì ne’ poemi lascia freddo e senza interesse il lettore, o chi ha
          qualunque relazione reale con esso lui, o di lui ode o pensa); egli ha o mostra più
          coraggio personale e valor di mano, ma queste qualità ci appariscono in lui come
          secondarie, e poco spiccano, e tale si è l’intenzion di Virgilio, il quale volle che ad
          esse nel suo Eroe prevalessero altre qualità, che non molto conducono, o piuttosto nuocono
          all’essere amabile. La pazienza in lui è simile a quella di Ulisse. La prudenza e il senno
          soverchiano ed offuscano le altre sue doti, non quanto in Goffredo, ma tuttavia troppo
          risaltano, e troppo sono superiori all’altre sue qualità, e troppo è maggiore la parte
          ch’esse hanno. Troppa virtù morale, poca forza di passione, troppa ragionevolezza, troppa
          rettitudine, troppo equilibrio e tranquillità d’animo, troppa placidezza, troppa
          benignità, troppa bontà. Virgilio descrive divinamente l’amor di Didone per lui: da
          questo, e quasi da questo solo, ci accorgiamo ch’egli è ancor giovane e bello; e sebben
          questo in lui non ripugna alla <pb ed="aut" n="3609"/> natura e al verisimile naturale,
          come in Ulisse, pur tanta è la serietà dell’idea che Virgilio ci fa concepir del suo Eroe,
          che la gioventù e la bellezza ci paiono in lui fuor di luogo, e quasi ci giungono nuove e
          ci fanno meraviglia (la meraviglia poetica non dev’esser certo di questo genere), e quasi
          non ce ne persuadiamo, benchè sieno naturalissime; o per lo meno vi passiamo sopra, senza
          valutarle, senza fermarci il pensiero, senza formarne l’immagine, senza considerarli come
          pregi notabili di Enea, perchè Virgilio avrebbe creduto quasi far torto al suo eroe ed a
          se stesso, s’egli ce gli avesse rappresentati come pregi veramente importanti e degni di
          considerazione, e notabili in lui fra le altre doti. E così mentre Virgilio si ferma e si
          compiace in descrivere la passion di Didone e i suoi vari accidenti, progressi, andamenti,
          ed effetti; dà bene ad intendere ch’ella non era senza corrispondenza, e nella grotta,
          come ognun sa quel che Didone patisse, così niun si può nascondere quello ch’Enea
          facesse;ma Virgilio a riguardo d’Enea e della sua passione <pb ed="aut" n="3610"/> parla
          così coperto, anzi dissimulato, (dico della passione, e non di ciò che ne segue d’inonesto
          a descrivere, nel che giustamente egli è copertissimo anche rispetto a Didone), anzi serba
          quasi un così alto silenzio, che e’ non mostra essa passione se non indirettamente e per
          accidente, e in quanto ella si congettura e si lascia supporre per necessità da quel ch’ei
          narra di Didone, e sempre volgendosi alla sola Didone. E par che volentieri, se si fosse
          potuto, egli avrebbe fatto che il lettore non istimasse Enea per niun modo tocco dalla
          passion dell’amore (di donna pur sì alta e sì degna e sì magnanima e sì bella e sì amante
          e tenera), e giudicasse che Didone avesse ottenuto il piacer suo, senza che quegli avesse
          conceduto. E chi potesse così stimare seconderebbe il desiderio di Virgilio. Tanto egli
          ebbe a schivo di far comparire nel suo Eroe un errore, una debolezza, laddove non v’è cosa
          più amabile che la debolezza nella forza, nè cosa meno amabile che un carattere e una
          persona senza debolezza veruna. E tanto egli giudicò che dovesse nuocere <pb ed="aut"
            n="3611"/> appo i lettori alla stima non solo, ma all’interesse pel suo Eroe (che mal ei
          confuse colla stima), il concepirlo e il vederlo capace di passione, capace di amore,
          tenero, sensibile, di cuore. Come se potesse interessare il cuore chi non mostra, o
          dissimula a tutto potere, di averlo, o di averlo capace della più dolce, più cara, più
          umana, più potente, più universale delle passioni, che si fa pur luogo in chiunque ha
          cuore, e maggiormente in chi l’ha più magnanimo, e similmente ancora ne’ più gagliardi ed
          esercitati di corpo, e ne’ più guerrieri (<bibl>v. <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> l. 2. ed Flor. 1576. p. 142.</bibl>); e che sovente rende ancora
          amabili chi la prova, eziandio agl’indifferenti, al contrario di quel che fanno molte
          altre passioni per se stesse. Il giudizio del Tasso, rispetto a Rinaldo, fu in questa
          parte migliore assai di quel di Virgilio. Egli non si fece coscienza di mostrare Rinaldo
          soggetto alle passioni, alle debolezze e agli errori umani e giovanili. Egli non dissimula
          i suoi amori descrivendo quelli di Armida per lui, ma si ferma e si compiace in
          descrivergli anch’essi direttamente. Egli non ha neppure riguardo di farlo <pb ed="aut"
            n="3612"/> assolutamente reo di un grave, benchè perdonabile misfatto cagionato da una
          passione propria e degna dell’uomo, e quasi richiesta al giovane, e più al giovane d’animo
          nobile, e pronto di cuore e di mano, dico dall’ira mossa dalle contumelie. Passione, che,
          massime colle dette circostanze, suol essere amabilissima, malgrado i tristi effetti
          ch’ella può produrre, e malgrado ch’ella soglia altresì essere biasimata (perocchè altro è
          il biasimare altro l’odiare), e che i filosofi o gli educatori prescrivano di svellerla
          dall’animo o di frenarla. E certo in un giovane, e quasi anche generalmente, ella è molto
          più amabile che la pazienza. E ciò si vede tuttodì nella vita. Però il carattere di
          Rinaldo è molto più simile ad Achille, e molto più poetico, amabile e interessante che
          quello di Enea. O si può, se non altro, dire con verità che Rinaldo è tanto più amabile di
          Enea, quanto Enea di Goffredo. Del resto Enea ha passato e passa molte sciagure prima di
          giungere a stato felice. Ma la compassione ch’elle cagionano non è grande, perch’ella cade
          sopra un soggetto che il poeta ha creduto di dover fare più <pb ed="aut" n="3613"/>
          stimabile che amabile; e perchè in oltre non si compatisce molto colui che nella sciagura
          e nel male mostra quasi di non soffrire.</p>
        <p>Da tutte queste considerazioni risulta che l’Iliade oltre all’essere il più perfetto
          poema epico quanto al disegno, in contrario di quel che generalmente si stima, lo è ancora
          quanto ai caratteri principali, perchè questi sono più interessanti che negli altri poemi.
          E ciò perchè sono più amabili. E sono più amabili perchè più conformi a natura, più umani,
          e meno perfetti che negli altri poemi. Gli autori de’ quali, secondo la misera
          spiritualizzazione delle idee che da Omero in poi hanno prodotta e sempre vanno
          accrescendo i progressi della civiltà e dell’intelletto umano, hanno stimato che i loro
          Eroi dovessero eccedere il comune non nelle qualità che natura mediocremente dirozzata e
          indirizzata produce e promuove (le quali dalle nostre opinioni sono in gran parte e ben
          sovente considerate per vizi e difetti), ma in quelle che nascono e sono nutrite dalla
          civiltà e dalla coltura e dalle cognizioni e dall’esperienza <pb ed="aut" n="3614"/> e
          dall’uso degli affari e della vita sociale, e dalla sapienza e saviezza, e dalla prudenza
          e dalle massime morali e insomma dalla ragione. Or quelle qualità sono amabili, queste
          stimabili, e sovente inamabili ed anche odiose. Gli Eroi dell’Iliade sono grandi uomini
          secondo natura, gli eroi degli altri poemi epici sono grandi secondo ragione; le qualità
          di quelli sono più materiali, esteriori, appartenenti al corpo, sensibili; le qualità di
          questi sono tutte spirituali, interiori, morali, proprie dell’animo, e che dall’animo solo
          hanno ad esser concepite, e valutate. Dico tutte, e voglio intender le principali, e
          quelle che formano propriamente e secondo l’intenzion de’ poeti, il carattere di tali
          Eroi; perocchè se i poeti v’aggiunsero anche i pregi più esteriori e corporali, gli
          aggiunsero come secondarii e di minor conto, e vollero e ottennero che nell’idea de’
          lettori essi fossero offuscati dai pregi morali, e poco considerati a rispetto di questi;
          e in verità essi son quasi dimenticati, e, come ho detto in proposito di Enea, paion quasi
          fuor di luogo, e poco convenienti con gli altri pregi, o pare fuor di luogo <pb ed="aut"
            n="3615"/> il farne menzione e il fermarcisi, come cose degne da esser notate ed
            espresse<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Queste considerazioni hanno tanto maggior forza in favore di Omero, e in favor della
              nostra opinione che vuol che si segua il suo esempio, quanto che è natura della poesia
              il seguir la natura, e vizio grandiss. e dannosiss. anzi distruttivo d’ogni buono
              effetto, e contraddittorio in lei, si è il preferire alla nat. la ragione. La mutata
              qualità dell’idea dell’Eroe perfetto ne’ poemi posteriori all’Iliade, proviene da
              quello stesso principio che poi crescendo, ha resa la poesia allegorica, metafisica
              ec. e corrottala del tutto, e resala non poesia, perchè divenuta seguace onninam.
              della ragione, il che non può stare colla sua vera essenza, ma solo col discorso
              misurato e rimato ec. Puoi vedere la p. 2944. sgg.</p>
          </note>. E sembra, ed è vero, che i poeti l’han fatto più tosto per usanza e per
          conformarsi alle regole ed agli esempi, che perchè convenisse al loro proposito e al loro
          intento, e perchè la natura e lo spirito de’ loro poemi e de’ loro personaggi lo
          richiedesse, anzi lo comportasse. Or, siccome l’uomo in ogni tempo, malgrado qualsivoglia
          spiritualizzazione e qualunque alterazione della natura, sono sempre mossi e dominati
          dalla materia assai più che dallo spirito, ne segue che i pregi materiali e gli Eroi, dirò
          così, materiali dell’Iliade, riescano e sieno per sempre riuscire più amabili e quindi più
          interessanti degli Eroi spirituali e de’ pregi morali divisati negli altri poemi epici. E
          che Omero, ch’è il cantore e il personificatore della natura, sia per vincer sempre gli
          altri epici, che hanno voluto essere (qual più qual meno) i cantori e i personificatori
          della ragione. (Perocchè veramente gli Eroi dell’Iliade sono il tipo del perfetto
          grand’uomo naturale, e quelli degli altri poemi epici <pb ed="aut" n="3616"/> del perfetto
          grand’uomo ragionevole, il quale in natura e secondo natura, è forse ben sovente il più
          piccolo uomo).</p>
        <p>Del resto par che Omero medesimo sacrificasse e fosse strascinato dalla crescente ragione
          e civiltà, quando avendo nell’Iliade modellato il perfetto guerriero con sì felice
          successo, volle poi nella vecchiezza (per quanto si dice dell’epoca dell’Odissea)
          modellare il perfetto politico; un guerriero giovane, un maturo e quasi vecchio politico;
          certo con poco felice riuscimento, e men felice di quello degli altri poeti che lui
          seguirono, i quali fecero i loro Eroi poco amabili, dov’egli il fece poco meno che
          odievole. E ben era ragione che così fosse, perchè quella era ancor l’epoca della natura,
          e troppo imperfetta era la ragione perch’altri potesse con buono esito modellare un
          carattere che avesse ad esser perfetto secondo lei, ed avere in lei il principio e la
          ragion della sua bontà e perfezione, ossia del suo esser buono e lodevole ec. (3-6.
          Ottobre. 1823.). V. p. 3768.</p>
      </div1>
      <div1 n="3617 - 3810">
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Tostar</foreign> spagn. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">torreo-tostus</foreign>. (6. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3617"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Torto as</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >torqueo-tortus</foreign>. (6. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nomi in <emph>uosus</emph> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Impetuosus</foreign>, da
            <foreign lang="lat" rend="italic">impetus us</foreign>. Se quella voce, e <foreign
            lang="lat" rend="italic">impetuose</foreign>, non sono veramente nel buon latino
            (<bibl>v. <author>Forcell.</author>
          </bibl>) certo elle sono nelle lingue figlie. (<bibl>V. il <title>Gloss.</title>
          </bibl>) <foreign lang="lat" rend="italic">Tortuosus, tortuose</foreign> ec. da <foreign
            lang="lat" rend="italic">tortus us</foreign>. (6. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Andare</emph> per <emph>essere</emph>, del che altrove. <bibl>
            <author>Ar.</author>
            <title>Fur.</title> c. 11. st. 79</bibl>. <emph>Nè però fu tale pena, ch’al delitto</emph>
          <emph rend="sc">andasse</emph>
          <emph>eguale</emph>. (6. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il Tasso, descrivendo i momenti che precedono una battaglia campale, e i due campi
          ordinati in battaglia (<bibl>
            <title>Gerus. Liber.</title> c. 20. stanza 30.</bibl>): <quote>
            <emph>Bello in sì bella vista anco è l’orrore, E di mezzo la tema esce il diletto</emph>
          </quote>. Tant’è: ogni sensazion viva è gradevole perciocchè viva, benchè d’altronde, e
          pure per se, dolorosa o paurosa ec. Fuor di quelle che son dolorose al corpo. All’animo,
          eziandio dolorose, o altramente spiacevoli, sono sempre in qualche parte piacevoli. (6.
          Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito del diminutivo <emph>ginocchio</emph> a noi rimasto pel positivo, del che
          altrove. <foreign lang="fre" rend="italic">Genou</foreign> è il positivo <foreign
            lang="lat" rend="italic">genu</foreign>. Ma <foreign lang="fre" rend="italic"
            >agenouiller</foreign> viene dal diminutivo <pb ed="aut" n="3618"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">genuculum</foreign> o ec. non altrimenti che
            <emph>inginocchiare</emph>. Il Gloss. ha anche l’espresso <foreign lang="lat"
            rend="italic">ginochium</foreign>.</p>
        <p>Servirsi de’ diminutivi in luogo de’ positivi fu anche de’ greci. <foreign lang="grc"
            >Ποίμνιον</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">grex ovium</foreign> è diminutivo di <foreign lang="grc"
            >ποίμνη</foreign>, come <foreign lang="grc">κόριον</foreign> di <foreign lang="grc"
          >κόρη</foreign>, ma vale il medesimo. (6. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2983. I francesi chiamano <foreign lang="fre" rend="italic">cervelet</foreign>
          quello che gli anatomici appo noi <foreign lang="lat" rend="italic">cerebellum</foreign>.
          Sicchè quello è un diminutivo di diminutivo. Così noi diciamo <emph>cervellino</emph> e
            <emph>agnellino</emph> e cento diminutivi di diminutivi positivati. Ma noi sogliamo
          diminuire anche i diminutivi propri, come in <emph>fiorellino</emph> ec. fino anche a
          triplicar la diminuzione. (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La parola veneziana e marchigiana <emph>magari</emph> si fa venir dal greco <foreign
            lang="grc">μακάριος</foreign> o <foreign lang="grc">μάκαρ</foreign>. Ed io ne son
          persuasissimo. Così diciamo ancora <emph>beato me, beati noi, beato lui, loro, voi, te, se
            questo accadesse</emph>. Ch’equivale a <emph>magari</emph>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">utinam</foreign>. (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sciscitor</foreign> dimostra il proprio participio di
            <foreign lang="lat" rend="italic">scisco</foreign>, che or veramente non l’ha (siccome
          non l’hanno tanti altri del suo genere, p. e. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >hisco</foreign> ec. neanche il perfetto passato), benchè lo pigli in prestito, siccome
          anche il perfetto, da <foreign lang="lat" rend="italic">scio</foreign>. V. p. 3687. Così
            <foreign lang="lat" rend="italic">scisco</foreign> e così i suoi composti. <pb ed="aut"
            n="3619"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sciscitor</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sciscito</foreign>, dimostra il partic. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sciscitus</foreign> regolare e perfetto. Giacchè ben s’inganna il Forcellini che deriva
            <foreign lang="lat" rend="italic">sciscitor</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">scio</foreign>, da cui esso viene solo in quanto <foreign lang="lat"
            rend="italic">scisco</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic">scio</foreign>,
          come <foreign lang="lat" rend="italic">vivisco</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">vivo</foreign> ec. ec. (7. Ott. 1823.). Che <foreign lang="lat"
            rend="italic">sciscito</foreign> sia fatto per anadiplosi di <foreign lang="lat"
            rend="italic">scitus</foreign> (sia di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >scitus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">scio</foreign> o di quel di
            <foreign lang="lat" rend="italic">scisco</foreign>, che secondo me, non è che un
          medesimo participio) o di <foreign lang="lat" rend="italic">scitor</foreign> oltre l’altre
          improbabilità, e il suo evidente venir da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >scisco</foreign>, (il quale non è fatto per anadiplosi), e il non avervi, ch’io sappia,
          altro cotal esempio, ec.; lo dimostra per falso la brevità del secondo <emph>i</emph>,
          laddove l’<emph>i</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic">scitus</foreign>, e di
            <foreign lang="lat" rend="italic">scitor</foreign> ec. è lungo. Vedi il pensiero
          seguente. (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2865. marg. Queste osservazioni indebolirebbero o torrebbero l’argomento circa il
          continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">cio</foreign> e di <foreign lang="lat"
            rend="italic">cieo</foreign> da me recato a p. 2820. Nondimeno io trovo che da <foreign
            lang="lat" rend="italic">scitus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >scio</foreign> lungo, si fa <foreign lang="lat" rend="italic">scitor</foreign> (o
            <foreign lang="lat" rend="italic">scito</foreign>) altresì lungo. E quanto ai verbi in
            <emph>ito</emph> fatto da’ participi in <emph>itus</emph> della quarta congiugazione io
          credo che in tutti l’<emph>i</emph> sia lungo come in essi participii (7. Ott. 1823.).
            <foreign lang="lat" rend="italic">Equito</foreign> è da <foreign lang="lat"
            rend="italic">eques equitis</foreign>. Bisognerà dire che <foreign lang="lat"
            rend="italic">suppedito</foreign> sia similmente da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pedes peditis</foreign>, onde gli sia venuta la desinenza in <emph>ito</emph>. Pur non
          trovo in ciò gran ragionevolezza, e non rinunzio affatto all’altra mia opinione.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sancitus</foreign>, vero participio di <foreign
            lang="lat" rend="italic">sancio</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sanctus</foreign> che n’è contrazione, ancor si trova. Ovvero <foreign lang="lat"
            rend="italic">sancitum</foreign> ec. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3620"/> Alla p. 3477. <foreign lang="lat" rend="italic">Citus a um.
            Sanctus a um</foreign>, che nelle lingue figlie non è più che aggettivo. Servio
            (<bibl>v. <author>Forcell.</author>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Sancio</foreign> in fine</bibl>) par che derivi
            <foreign lang="lat" rend="italic">sancio</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Sanctus</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Minutus a um</foreign> particip. tanto aggettivato
              che se n’è fatto anche il diminut. <foreign lang="lat" rend="italic"
              >minutulus</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Quietus. Lautus</foreign>
              il quale ha anche variato la significaz. in modo che in questa non si potrebbe mai
              riconoscere p. partic. ed essa è diversiss. da quella che lautus ancora ha, propria
              sua, come participio. <foreign lang="lat" rend="italic">Certus</foreign>. <bibl>V.
                  <author>Forc.</author>
              </bibl>
            </p>
          </note>. In questo caso ei s’inganna assai, perocch’ei viene a derivare il verbo dal suo
          participio. (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Relictos atque desertos habere</foreign>
          </quote> espressamente per <foreign lang="lat" rend="italic">reliquisse ac
          deseruisse</foreign>. Frammenti dell’epistola di Cornelia madre de’ Gracchi, sulla fine; i
          quali frammenti, come antichi, e come di donna (che men si sapeva allontanare dal modo di
          parlar familiare e usitato in voce), in alcune parti sanno di frase italiana o vogliamo
          dir moderna. (7 Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Le voci e frasi greche che ho in più luoghi notate nelle lingue spagnuole francesi e
          italiane e che non si trovano nel buon latino, possono sì essere state introdotte nel
          latino volgare dagli scrittori grecizzanti fuor di modo, dalla moltitudine di greci
          inquilini (la massima parte de’ quali apparteneva all’infimo volgo, ai servigi domestici
          ec.), dal corrotto uso della conversazione romana ec. e non essere state adottate nel
          linguaggio <emph>illustre</emph> de’ <pb ed="aut" n="3621"/> buoni scrittori, nè anche de’
          mediocri generalmente, e quindi a noi non essere pervenute nel latino scritto; sì esser
          venute dalla stessa fonte nel Lazio che nella Grecia, cioè proprie dell’antichissimo
          latino, antiquate o non mai ammesse nello scritto, ammesse e perpetuamente conservate nel
          volgare, come di molte e frasi e voci, ancor viventi fra noi, o no, greche o qualunque,
          ec. s’è fatto da noi vedere manifestamente essere accaduto: massime ne’ nostri discorsi
          sui continuativi. ec. (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi latini. <foreign lang="lat" rend="italic">Falx, calx</foreign>
            (<emph>calcagno</emph>). (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii in <emph>us</emph> di verbi neutri in senso neutro. <bibl>V.
            <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Desitus</foreign>
          </bibl> confrontando quegli esempi col quarto esempio di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Desino</foreign> appresso il medesimo Forcellini. (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Materia</emph> p. <emph>legno, legname</emph>. Del qual significato ho detto altrove
          in proposito della voce <foreign lang="lat" rend="italic">silva</foreign> e d’<foreign
            lang="grc">ὕλη</foreign>. <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">materiarius, materiatio, materiatura, materiatus, materio,
            materior</foreign>
          </bibl>. In ispagnuolo oltre <foreign lang="spa" rend="italic">madera</foreign> per
            <emph>legno</emph>, v’è <foreign lang="spa" rend="italic">maderamen</foreign> per
            <emph>legname</emph>, ec. ec. (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3622"/> Sempre che l’uomo non prova piacere alcuno, ei prova noia, se non
          quando o prova dolore, o vogliamo dir dispiacere qualunque, o e’ non s’accorge di vivere.
          Or dunque non accadendo mai propriamente che l’uomo provi piacer vero, segue che mai per
          niuno intervallo di tempo ei non senta di vivere, che ciò non sia o con dispiacere o con
          noia. Ed essendo la noia, pena e dispiacere, segue che l’uomo, quanto ei sente la vita,
          tanto ei senta dispiacere e pena. Massime quando l’uomo non ha distrazioni, o troppo
          deboli per divertirlo potentemente dal desiderio continuo del piacere; cioè insomma quando
          egli è in quello stato che noi chiamiamo particolarmente di noia. V. p. 3713. (7. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Vermiglio</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">vermeil</foreign>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">vermejo</foreign> vien da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vermiculus</foreign>, come a pagg.3514. fine e 3515. fine. Or dunque questa voce
            <foreign lang="lat" rend="italic">vermiculus</foreign> è comune a tutte e tre le lingue
          figlie per significare il <emph>rosso</emph> ec. Dunque dico io che questo significato di
            <foreign lang="lat" rend="italic">vermiculus</foreign> dovette essere del volgare
          latino. E tanto più, quanto è noto che il color della porpora ec. si faceva appunto con
          certi vermicelli. V. gli antiquarii, e fra gli altri la Dissertaz. del Cav. Rosa sulla
          porpora. Onde è naturalissima la metafora da’ vermicelli, <foreign lang="lat"
            rend="italic">vermiculi</foreign>, al color rosso, e specialmente al rosso profondo,
            <emph>vermiglio</emph>, qual doveva essere <pb ed="aut" n="3623"/> quel della porpora,
          che noi ben potremmo chiamare <emph>vermiglia</emph>. Niente meno che sia naturale la
          metafora da’ vermicelli a quell’<foreign lang="lat" rend="italic">opus
          vermiculatum</foreign>, che si trova detto pure <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vermiculus</foreign> (<bibl>vedi <author>Forcell.</author>
          </bibl>). Anzi assai più naturale è quella che questa. E notisi che l’uso di fare il color
          della porpora ec. co’ vermetti, fu dismesso da gran secoli addietro, tanto che ora non si
          può certamente sapere che sorta di vermetti fossero quelli. E s’io non m’inganno, l’uso
          medesimo della porpora propria, fu tralasciato ne’ tempi bassi a causa del suo gran costo,
          e della povertà di que’ tempi, e dell’interrotto commercio colle Indie, donde, se non
          fallo, s’avevano que’ vermicelli, o dove le porpore si fabbricavano ec. Laonde, essendo
          evidentissimo che il significato di <emph>rosso</emph> a <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vermiculus</foreign> venne dal detto uso; ed essendo questo uso antichissimo, e fino ab
          antichissimo dimenticato o tralasciato; ed essendo detta significazione comune a tutte le
          tre lingue figlie della latina, le quali da’ tempi romani in poi, non ebbero fra loro
          alcun commercio diretto e notabile ec. se non negli ultimi tempi; ed essendo detta voce e
          significazione in tutte tre le lingue antica e propria <pb ed="aut" n="3624"/> e natia
          ec., parmi evidente che <foreign lang="lat" rend="italic">vermiculus</foreign> per
            <emph>rubicondo, purpureo</emph> ec. fu dell’<emph>antico</emph> volgare latino
          altrettanto che de’ moderni, e di là viene. V. il Gloss. se ha nulla. V. anche il Forcell.
          circa il proprio color della <emph>porpora</emph> o <emph>purpureo</emph>, in <foreign
            lang="lat" rend="italic">purpura, purpureus</foreign> ec. Secondo lui però la porpora si
          faceva non con vermi, ma con una sorta di conca marina detta <foreign lang="lat"
            rend="italic">purpura</foreign>. Il color <foreign lang="lat" rend="italic"
          >coccineus</foreign> si facea colla grana. Il <foreign lang="lat" rend="italic"
            >conchyliatus</foreign> colla stessa conchiglia detta <foreign lang="lat" rend="italic"
            >purpura</foreign>, o con altra simile ec. Certo la nostra <emph>cocciniglia</emph> è un
          color fatto d’una specie di vermi, che anch’essi si chiamano <emph>cocciniglie</emph>.
          Così <foreign lang="lat" rend="italic">conchylium</foreign> è la conchiglia e il colore
          che se ne fa. Così dunque <foreign lang="lat" rend="italic">vermiculus</foreign> fu il
          verme e il colore. Similmente <foreign lang="lat" rend="italic">coccum,
          conchylium</foreign>, <foreign lang="grc">κογχύλιον</foreign>, sono sì la grana o la
          conchiglia, sì la lana, il panno, la veste, il filo, tinti con esse. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Fucus</foreign> si trova eziandio pel colore fatto del fuco. (7. Ott.
          1823.). V. p. 3632.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Purgito as</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">purgo as</foreign>. (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il <emph>v</emph> non fu che un’aspirazione che si metteva, per evitare l’iato, fra più
          vocali; e tralasciavasi spessissimo ec. ec. come altrove in più luoghi. <pb ed="aut"
            n="3625"/> V. il Forcellini in <foreign lang="lat" rend="italic">Fuam</foreign>. (7.
          Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2821. fine. Nótisi il significato continuativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">confuto</foreign> nell’esempio di Titinnio appo il Forcell. dove questo
          verbo sta nel senso proprio, e questo si è quello di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >confundo</foreign>, ma continuato, come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >excepto</foreign> in un luogo di Virgilio da me altrove esaminato, per <foreign
            lang="lat" rend="italic">excipio</foreign>. Nótisi ancora che nell’improprio suo ma più
          comune significato, <foreign lang="lat" rend="italic">confuto</foreign> è vero
          continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">confundo</foreign>. Anche noi diciamo (e
          così i francesi ec.) <emph>confondere uno colle ragioni, confondere le ragioni di uno,
            confondere l’avversario</emph> ec. e ciò vale <emph>confutare</emph>, ma questo esprime
          azione e quello è quasi un atto, e quasi il termine e l’effetto del <emph>confutare</emph>
          ec. Le quali osservazioni confermano la derivazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >confuto</foreign> da noi e dagli etimologi stabilita. Così mi par di spiegare la
          traslazione del suo significato da quel di <emph>mescere insieme</emph> a quel di
            <emph>confutare</emph>, e così mi par di doverlo intendere; non ispiegarlo per <foreign
            lang="lat" rend="italic">compescere</foreign> e derivar la metafora da questo lato, come
          fa il Vossio (ap. Forcell.) il quale anche <pb ed="aut" n="3626"/> par che derivi <foreign
            lang="lat" rend="italic">confuto</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >futum</foreign> nome (dunque da questo anche <foreign lang="lat" rend="italic"
          >futo</foreign>?), per la solita ignoranza in materia de’ continuativi. E se tal
          derivazione egli dà (come è anche più naturale ch’ei faccia) anche al <foreign lang="lat"
            rend="italic">confuto</foreign> di Titinnio, e lo spiega pure per <foreign lang="lat"
            rend="italic">compesco</foreign>, s’inganna assai. Significazioni analoghe a quella
          nostra metaforica di <emph>confondere gli avversari</emph> ec. vedile nel Forcell. in
            <foreign lang="lat" rend="italic">confundo, confusio, confusus</foreign>, ec.<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3635.</p>
          </note> e nel Gloss. in <foreign lang="lat" rend="italic">Confundere</foreign>, avvertendo
          che la lingua latina antichissima aveva delle metafore e degli usi di parole molto più
          simili ai moderni che non ebbe poi l’aurea latinità, o piuttosto il latino più illustre
          scritto; e n’ebbe in grandissima copia; e che queste parole e questi usi, e generalmente
          le proprietà del volgare o familiar latino, più si veggono negli scrittori de’ bassi tempi
          (or v. gli esempi di Sulpicio Severo nel Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >confundo</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">confusus</foreign>), e ne’
          volgari moderni che negli aurei scrittori, perchè questi seguivano più l’illustre, e
          quelli il familiare, questi fuggivano il volgo, e quelli o per ignoranza o <pb ed="aut"
            n="3627"/> per elezione, gli andavan dietro, questi avevano una lingua illustre e una
          parlata, quelli non avevano già più una lingua illustre che fosse per essere intesa quando
          anche l’avessero saputa scrivere, ma lingua scritta e parlata era per loro una cosa sola,
          o tra se molto meno diversa che non nell’aureo secolo e ne’ prossimi a quello. Siccome
          eziandio tra gli scrittori aurei, i più antichi e i più familiari, semplici e rimessi di
          stile, più conservano dell’antico latino, più rappresentano della frase volgare e parlata,
          più hanno delle voci e locuzioni, e delle significazioni ed usi di voci, conformi ai
          volgari. Così Cornelio, Fedro, Celso ec. più somigliano quella degli scrittori bassi e de’
          volgari moderni. I più antichi (coi quali vanno quelli che più si tennero all’antico per
          loro instituto, come Varrone, Frontone ec.) perchè il linguaggio illustre e scritto non
          era ancor ben formato e determinato, nè molto nè ben distinto dal parlato e familiare. I
          più semplici e rimessi perchè o per istituto o per un poco meno di abilità nello scrivere
          e minore studio fatto della lingua, o minor diligenza posta nel comporre, non vollero o
          non seppero troppo scostarsi dal linguaggio più noto e succhiato da loro col latte, cioè
          dal familiare e parlato. Onde a noi <pb ed="aut" n="3628"/> paiono amabilissimi e
          pregevolissimi per la loro semplicità ec. ma certo a’ contemporanei dovettero riuscire
          poco colti. Osservo infatti che fra gli scrittori <emph>dell’aureo secolo</emph> quelli
          che fra noi tengono le prime lodi per la semplicità e dello stile e della lingua (la quale
          in loro è sempre notabilmente affine alla frase italiana e moderna, ed anche a quella de’
          tempi bassi), o non si trovano pur nominati dagli antichi, o appena, o in modo che la loro
          stima si vede essere stata come di autori, al più, di second’ordine. Tali sono Cornelio
          Nepote, Celso, Fedro, giudicato dal Le Fèvre il più vicino alla semplicità di Terenzio
            (<bibl>v. <author>Desbillons</author>
            <title lang="lat">Disputat. II. de Phaedro</title>, in fine</bibl>), e simili. De’ quali
          gli stessi moderni, vedendo la diversità della loro frase da quella degli altri aurei, e
          giudicandola non latina (perchè non molto illustre) hanno disputato se appartenessero al
          secol d’oro, ed anche se fossero antichi, ed hanno penato a riconoscerli per autori
          dell’aurea latinità; e le Vite di Cornelio sono state attribuite ad Emilio Probo (autore
          assai basso) per ben lungo tempo e in molte edizioni ec., Celso è stato creduto più
          moderno di quello che è, ec. Fedro è stato attribuito al Perotti, <pb ed="aut" n="3629"/>
          e negato da molti che la sua latinità fosse latina ec. (<bibl>v. la cit.
            <title>Disput.</title> del <author>Desbillons</author>
          </bibl>). Non così è accaduto nè anticamente accadde agli scrittori greci più semplici.
          Effetto e segno che il linguaggio illustre in Grecia era, come altrove ho sostenuto, assai
          men diviso dal volgare e parlato, e che la lingua e lo stile greco per sua natura e per
          sua formazione e circostanze è più semplice ec. Onde lo stile e la lingua p. e. di
          Senofonte fu subito acclamata, non men che fosse quella di Platone ch’è lavoratissima, ec.
          e gli scrittori greci più semplici e familiari non hanno aspettato i tempi moderni a
          divenir famosi e lodati ec. Senofonte e Platone nel loro secolo sono i due estremi quello
          della semplicità e bella sprezzatura, questo dell’eleganza, diligenza e artifizio. Pur
          l’uno e l’altro furono sempre quanto allo stile quasi parimente stimati da’ Greci e
          contemporanei e posteri, e così da’ latini e dagli altri in perpetuo ec. (8. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito del detto da me altrove sopra il verbo <emph>necessitare</emph>, notinsi i
          verbi <emph>felicitare, debilitare, nobilitare, impossibilitare, facilitare, difficultare,
            ereditare</emph> e simili che son fatti evidentemente da <pb ed="aut" n="3630"/>
          <emph>felicità, eredità</emph> e simili, ovvero da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >felicitas, hereditas</foreign> ec. (8. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto fosse incerta l’ortografia stessa italiana (che oggi è la più giusta di tutte)
          anche nel 600, cioè nel secolo dopo il miglior secolo della nostra letteratura, veggasi la
          prefazione all’ortografia del Bartoli, (uomo che fra tutti del suo tempo, e fors’anche di
          tutti i tempi, fu quello che e per teoria e scienza e per pratica, meglio e più
          profondamente e pienamente conobbe la nostra lingua), e il consiglio che quivi egli dà a
          chi vuole scrivere, di pigliarsi cioè o di formarsi un’ortografia a suo modo, e quella
          sempre seguire; consiglio che niuno certamente darebbe oggi in Italia ad alcuno, nè vi
          sarebbe più che una ortografia da poter <emph>pigliare</emph> cioè scegliere ec. Ma al
          contrario era allora, dopo tre secoli e più che si scriveva la nostra lingua, e ciò da
          letterati, non sol per uso della vita. (8. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Le forme regolari e perfette ec. de’ participii e supini (e anche de’ perfetti e lor
          dipendenze) della seconda e terza maniera massimamente, da me <pb ed="aut" n="3631"/>
          stabilite e richiamate nei verbi che più non le hanno, sono, oltre gli altri argomenti,
          confermate da’ verbi delle stesse maniere che ancor le hanno, e che ne’ participii o
          supini son regolari e perfetti, sia ch’essi abbiano anche degl’irregolari, o che
          gl’irregolari solamente; e ch’essi sieno regolari e perfetti in tutto, o che senza ciò lo
          sieno ne’ participii o supini. P. e. <foreign lang="lat" rend="italic">habeo habes
          habui</foreign>, verbo tutto regolare e perfetto, fa <foreign lang="lat" rend="italic"
            >habitum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">habitus a um</foreign>, non
            <foreign lang="lat" rend="italic">habtum</foreign>. Perchè dunque <foreign lang="lat"
            rend="italic">doceo doces docui, doctum</foreign>, non <foreign lang="lat" rend="italic"
            >docitum</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Exerceo, coerceo</foreign> ec. <foreign lang="lat"
                rend="italic">es ui itum</foreign>. Mentre che <foreign lang="lat" rend="italic"
                >arceo</foreign>, ch’è il semplice di questi verbi, fa <foreign lang="lat"
                rend="italic">arctum</foreign>, come si dimostra dall’aggett. <foreign lang="lat"
                rend="italic">arctus</foreign>, secondo il detto altrove in proposito. <foreign
                lang="lat" rend="italic">placeo-taceo-noceo es ui itum</foreign>. Perchè <foreign
                lang="lat" rend="italic">nocitum</foreign> e non <foreign lang="lat" rend="italic"
                >docitum</foreign>? se non per pura casualità d’uso nel pronunziare?</p>
          </note>? E da tali osservazioni si vede che questo paradigma e quello di <foreign
            lang="lat" rend="italic">lego</foreign> sono male scelti ad uso delle grammatiche,
          perchè ambo irregolari, o vogliamo dire alterati dalla prima lor forma, e dalla vera forma
          de’ loro pari, ne’ supini e ne’ participii in us. Il che di <foreign lang="lat"
            rend="italic">lego</foreign> si dimostra anche particolarmente col suo derivato <foreign
            lang="lat" rend="italic">legito</foreign>, come altrove. (8. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Mi pare di aver nella teoria de’ continuativi detto che il perfetto di <foreign
            lang="lat" rend="italic">lego</foreign> fu <foreign lang="lat" rend="italic"
          >legsi</foreign>. Notisi <pb ed="aut" n="3632"/> che oggi e’ non <emph>lexi</emph> come
            <emph>texi, rexi</emph> ec. ma <foreign lang="lat" rend="italic">legi</foreign>, ed è
          regolarissimo, e quello fu mio errore. (8. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3624. Sempre questa voce <emph>vermiglio</emph>, derivata certo dal latino, come
          mostrano le pagine 3514. fine, 3515. fine, e l’altre analoghe; derivatane molto ab antico,
          come mostra la p. 3623. fine, e l’altre analoghe; potrà e dovrà servire ad insegnare (chè
          forse per l’addietro non si sapeva, <foreign lang="fre" rend="italic">faute</foreign> di
          non avere osservato le cose da me dette in proposito, e i generali su cui esse si fondano)
          e a provare che anticamente ancora, siccome oggi la cocciniglia, si usava di fare un color
          rosso carico, con non so quali vermicelli. E molto anticamente, perch’egli è anche a
          notare che sebbene l’origine di <emph>vermiglio</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >vermeil</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">vermejo</foreign>, e del suo
          presente significato, e il modo della traslazione di questo, e la cagion d’essa ec. è
          indubitatamente quella che abbiamo spiegato, nondimeno oggi le dette voci sono già passate
          non solo a significare qualunque color rosso acceso, ancorchè non fatto con vermi, ma anzi
          più volentieri (v. in <pb ed="aut" n="3633"/> particolare i Diz. franc.) s’adoprano a
          significare un colorito naturale affatto che artifiziale; bench’elle per la loro
          etimologia, e propria forza, e primitiva qualità, non valgano a significare altro che un
          color fattizio, una tintura ec. Ma ora elle hanno mutato il loro valore nel detto modo, e
          ciò in tutte tre le lingue del pari, onde si rileva che questa medesima mutazione è bene
          antica. (8. Ott. 1823.). Ed ella può anche servire a dimostrare assolutamente l’antichità
          della voce ec. ch’è ciò ch’io ho inteso di provare nel pensiero a cui questo si riferisce.
          (8. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scriveva Voltaire al Principe Reale di Prussia, poi Federico II, in proposito di una
          frase di Orazio e del modo in cui Federico l’aveva renduta traducendo in francese l’ode in
          ch’ella si trova: <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Ces expressions sont bien plus nobles en français:
              elles ne peignent pas comme le latin, et c’est là le grand malheur de notre langue qui
              n’est pas assez accoutumée aux détails</foreign>.</quote> (<bibl>
            <title lang="fre">Lettres du Prince Royal de Prusse et de M. <pb ed="aut" n="3634"/> de
              Voltaire</title>, Lettre 118. le 6. avril 1740. Oeuvres complettes de Frédéric II roi
            de Prusse. 1790. tome 10, p. 500.</bibl>) Aveva detto Voltaire che l’espressione latina <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">serait très-basse en français</foreign>
          </quote>.</p>
        <p>Con buona pace di Voltaire la lingua francese è ed assuefatissima e proprissima ai
          dettagli, perch’ella ha parole per significare fino alle più menome differenze delle cose,
          come altrove ho detto, e vince in questo forse tutte l’altre lingue antiche e moderne,
          comprese le più poetiche, o quelle che meglio hanno linguaggio poetico e nobile. Ma non
          avendo sinonimi, nè parole o frasi antiche o poco usitate e correnti, e rimote dall’uso
          comune, nè significazioni cotali, ma vocaboli e frasi e significati triti continuamente
          dall’uso corrente del discorso e della conversazione, e tanto solo avendo quanto si trova
          in questo tal uso, ed essendo non che pregiato e buono e prescritto, ma vizioso e
          intollerabile e condannato e vietato in francese tutto ciò ch’è rimoto dall’uso del dir
          comune e presente, ella non può, quando vuol esser nobile, entrar ne’ dettagli, ma le
          conviene tenersi sempre all’espressioni generali, che son sempre nobili, o piuttosto, che
          non sono mai nè possono essere ignobili. Neanche <pb ed="aut" n="3635"/> la lingua latina,
          nè qual altra è più poetica, più capace di eleganza e maestà ec., più avvezza ai dettagli,
          ec. potrebbe mai nella poesia o in uno stile nobile, entrar gran fatto ne’ particolari,
          s’ella non avesse parole e modi per significarli, diversi da quelli con che l’uso corrente
          del parlare, e lo stil familiare ec. scritto o parlato, significa quei medesimi
          particolari. E l’espression latina che sarebbe bassissima in francese, sarebbe stata
          bassissima anche in latino, se fosse stata quella o conforme a quella con che l’uso
          corrente del dir latino significava quella tal cosa. (8. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3626. Queste osservazioni possono dimostrare che l’uso moderno metaforico del
          verbo <emph>confondere</emph> nel significato appresso a poco di <foreign lang="lat"
            rend="italic">confuto</foreign>, benchè non si trovi precisamente nell’antico latino
          noto, viene però da esso, per mezzo del volgare latino; giacchè tale si è il significato
          latinissimo e ordinario di un antichissimo verbo latino, che è continuativo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">confundo</foreign>, e che n’è continuativo appunto nel detto
          significato. Similmente nel primo principio della mia teoria de’ continuativi <pb ed="aut"
            n="3636"/> ho discorso in proposito di un significato dello spagnuolo <foreign
            lang="spa" rend="italic">traer</foreign> conforme a quello del suo continuativo <foreign
            lang="lat" rend="italic">tractare</foreign>, ma ignoto in latino ec. (9. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uso de’ diminutivi positivati (sì verbi che nomi ec.) o che i positivi non s’usino o
          non esistano ec., o che s’usino collo stesso valore o equivalente, è comune alle nostre
          lingue anche in vocaboli che non derivano dal latino, donde ch’egli abbiano origine. V. p.
          3946.3998. Come in francese <foreign lang="fre" rend="italic">fardeau</foreign> (it.
            <emph>fardello</emph>), <foreign lang="fre" rend="italic">marteau, martel</foreign>
            (<emph>martello</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">martillo</foreign>), <foreign
            lang="fre" rend="italic">roseau, berceau, tonneau</foreign> ec. ec. diminutivi per
          forma, sono tutti positivi di significato<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <emph>Fromba</emph> e <emph>frombola</emph>, coi derivati dell’uno e dell’altro. Puoi
              vedere la p. 3968-9. 3992. capoverso I. 3993. capov. ult. 3994. fin. 4000. fin. —
              4001. 4003. paquet empaqueter ec. Noi volgarm. pacco e pacchetto. V. l’Alberti e gli
              spagnuoli.</p>
          </note>. <foreign lang="fre" rend="italic">Fourreau</foreign>, diminutivo di un <foreign
            lang="fre" rend="italic">fourre</foreign>, onde <foreign lang="fre" rend="italic"
            >fourrer</foreign>, che rispondesse al nostro <emph>fodero</emph> o <emph>fodera</emph>.
          Infatti in spagnuolo si ha <foreign lang="spa">
            <hi rend="italic">a</hi>
            <hi rend="sc">forro</hi>
          </foreign> onde <foreign lang="spa">
            <hi rend="italic">a</hi>
            <hi rend="sc">forrar</hi>
          </foreign> ec. come noi da <emph>fodera, foderare</emph>. L’aggiunta dell’<emph>a</emph>
          nel principio delle voci è usitata assai in spagnuolo come in italiano (Monti Propos. in
            <emph>ascendere</emph>). Sicchè <foreign lang="spa" rend="italic">aforro</foreign> è
            <foreign lang="fre" rend="italic">fourre</foreign>. V. p. 3852. A proposito di <foreign
            lang="fre" rend="italic">berceau</foreign>, anche noi diciamo positivamente
          <emph>culla</emph>, ch’è altresì diminutivo, fatto da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cuna</foreign> (che noi pure abbiamo), o ch’e’ sia corruzione moderna di <foreign
            lang="lat" rend="italic">cunula</foreign> (che si trova in Prudenzio), o ch’e’ sia forma
          antica latina, diminutiva anch’essa, e contratta da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cunula</foreign>, o indipendente da questo. Vedi il Forcellini in <foreign lang="lat"
            rend="italic">trulla</foreign> diminutivo di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >trua</foreign>. (9. Ott. 1823.). V. p. 3897.3993.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3310. Non è propriamente (benchè si chiami) Amore quello che noi ponghiamo al
          cibo che ci pasce e diletta, e agl’istrumenti e <pb ed="aut" n="3637"/> alle cose tutte
          che servono ai nostri piaceri, comodi e utilità. Perocchè l’affetto che ci muove verso
          questi obbietti non ha nemmeno apparentemente per fine gli oggetti medesimi (che è il caso
          in cui il nostro affetto si chiama propriamente amore)<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Perocchè amor vero cioè che abbia effettivamente per proprio fine l’oggetto amato, o
              vogliamo dire il suo bene e la sua felicità, non si dà in alcuno essere, neppure in
              Dio, se non verso lo stesso amante.</p>
          </note>, ma noi soli apertamente e immediatamente o vogliam dire i nostri piaceri, comodi,
          vantaggi, in quanto nostri. (9. Ott. 1823.). V. p. 3682.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3586. Quanto più tai voci e frasi saranno e saranno sempre state, nelle moderne
          lingue, affatto volgari, e quanto meno proprie degli scrittori e delle moderne lingue
          illustri, o meno sospettabili di essere state introdotte dagli scrittori e dalla lingua
          illustre, tanto più forte e concludente sarà l’argomento da esse al latino, e dal latino a
          esse, poste l’altre debite circostanze ec. Onde i nostri dialetti volgari e non mai
          scritti (se non per giuoco ec.) e che non hanno linguaggio illustre, sono molto a
          proposito in queste materie, e se ne conferma quello che ho detto della loro utilità per
          investigar le origini della lingua latina ec. nella mia teoria de’ continuativi verso <pb
            ed="aut" n="3638"/> il fine. Altrettanto e più dicasi intorno alla lingua Valacca, che
          non è stata mai per niun modo, neppure indiretto, influita da niuna letteratura, ch’io
          sappia. (9. Ottobre 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3575. Ond’è tanto più forte, anzi fortissimo l’argomentare ch’io fo dallo
          spagnuolo (da’ participii spagnuoli ec.) all’antico latino. Vedi la pag. 3586. e il
          pensiero antecedente. (9. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Léser</foreign> o <foreign lang="fre" rend="italic"
            >lézer</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">laesus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">laedo</foreign>. (9. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Primos in orbe deos fecit timor</foreign>. Intorno a ciò
          altrove. Or si aggiunga, che siccome quanto è maggior l’ignoranza tanto è maggiore il
          timore, e quanta più la barbarie tanta è più l’ignoranza, però si vede che le idee de’ più
          barbari e selvaggi popoli circa la divinità, se non forse in alcuni climi tutti piacevoli,
          sono per lo più spaventose ed odiose, come di esseri tanto di noi invidiosi e vaghi del
          nostro male quanto più forti di noi. Onde le immagini ed idoli che costoro si fabbricano
          de’ loro Dei, sono mostruosi e di forme terribili, non solo per lo poco artifizio di chi
          fabbricolle, ma eziandio perchè tale si fu la intenzione e la idea dell’artefice. E vedesi
          questo medesimo anche in molte nazioni che benchè lungi da civiltà pur non sono senza
          cognizione ed <pb ed="aut" n="3639"/> uso sufficiente di arte in tali ed altre opere di
          mano ec. come fu quella de’ Messicani, i cui idoli più venerati eran pure bruttissimi e
          terribilissimi d’aspetto come d’opinione. Molte nazioni selvagge, o ne’ lor principii,
          riconobbero per deità questi o quelli animali più forti dell’uomo, e forse tanto più
          quanto maggiori danni ne riceveano, e maggior timore ne aveano, e minori mezzi di
          liberarsene, combatterli, vincerli ec. La forza superiore all’umana è il primo attributo
          riconosciuto dagli uomini nella divinità. V. p. 3878. E certo egli è segno di civiltà
          molto cresciuta e bene istradata il ritrovare in una nazione e la idea e le immagini o
          simboli o significazioni della divinità, piacevoli o non terribili. Come fu in Grecia,
          sebben molto a ciò dovette contribuire la piacevolezza e moderatezza di quel clima, che
          nulla o quasi nulla offre mai di terribile. Perocchè le forze della natura vedute negli
          elementi ec., riconosciute per superiori di gran lunga a quelle degli uomini, e, a causa
          dell’ignoranza, credute esser proprie di qualche cosa animata e capace, come l’uomo, di
          volontà, poichè è capace di movimento, di muovere ec.; sono state le cose che hanno
          suscitata l’idea della divinità (perchè gli uomini amano e son soliti di spiegar con un
          mistero un altro mistero, e d’immaginar cause indefinibili degli effetti che non
          intendono, e di rassomigliare l’ignoto al noto; come le cause ignote de’ movimenti
          naturali, alla volontà ed all’altre forze note che producono i movimenti animali ec.),
          ond’è ben naturale che tale <pb ed="aut" n="3640"/> idea corrispondesse alla natura di
          tali effetti, e fosse terribile se terribili, moderata se moderati, piacevole se piacevoli
          ec. e più e meno secondo i gradi ec. Se non che nell’idea primitiva dovette sempre
          prevalere o aver gran parte il terribile, perchè essendo l’uomo naturalmente inclinato più
          al timore che alla speranza, come altrove in più luoghi, una forza superiore affatto
          all’umana, dovette agl’ignoranti naturalmente aver sempre del formidabile. Oltre che in
          ogni paese v’ha tempeste, benchè più o meno terribili ec. E tra le varie divinità di una
          nazione che ne riconosca più d’una, di una mitologia ec., le più antiche son certamente le
          più formidabili e cattive, e le più amabili e benefiche ec. son certamente le più moderne.
          Le nazioni più civilizzate adoravano gli animali utili, domestici, mansueti ec. come gli
          egizi il bue, il cane, o loro immagini. Le più rozze, gli animali più feroci, o loro
          sembianze (<bibl>v. la parte <hi rend="sc">i</hi>. della <title>Cron. del Peru</title> di
              <author>Cieça</author>, cap. 55. fine. car.152. p. 2.</bibl>). Quelle p. e. il sole
            <emph>o solo o principalmente</emph>, queste, <emph>o sola o principalmente</emph> la
          tempesta ovvero ec. ec. E a proporzione della rozzezza o civiltà, gli Dei ec. malefici e
          benefici erano stimati più o men principali e potenti, ed acquistavano o perdevano
          nell’opinione e religion del popolo, e nelle mitologie, e riti ec. V. p. 3833. Come della
          mitologia greca e latina ec. senza dubbio si dee dire. Infatti anche indipendentemente da
          questa osservazione, s’hanno argomenti di fatto per asserire che p. e. Saturno, Dio
          crudele e malefico, e rappresentato per vecchio, brutto, e d’aspetto come d’indole e di
          opere, odioso, fu l’uno de’ più antichi Dei della Grecia o della nazione onde venne la
          greca e latina mitologia, e più antico di Giove ec. Effettivamente la detta mitologia
          favoleggia che Saturno regnò prima di Giove, <pb ed="aut" n="3641"/> e da costui fu
          privato del regno. La qual favola o volle espressamente significare la mutazione delle
          idee de’ greci ec. circa la divinità, e il loro passaggio dallo spaventoso all’amabile ec.
          cagionato dal progresso della civiltà, e decremento dell’ignoranza; o (più verisimilmente)
          ebbe origine e occasione da questo passaggio, di essere inventata naturalmente.</p>
        <p>Del resto, ho detto altrove che dalla considerazione della divinità come formidabile,
          odiosa, odiatrice, nemica ec. nacque l’uso de’ sacrifizi cruenti, comune alla massima
          parte degli antichi popoli e de’ selvaggi ch’ebbero o hanno una qualunque religione o
          tintura di religione. Ora è da notare che detti sacrifizi furono e sono tanto più crudeli,
          quanto i detti popoli furono o sono più barbari e ignoranti, perchè tanto più crudele,
          nemica, maligna, odiosa, terribile e’ si figuravano o si figurano la divinità. Onde per
          placarla e soddisfarla, tormentano le vittime, volendo pascere il di lei odio e sfamarlo,
          acciocch’esso risparmi i sacrificatori. E perciò ne’ più antichi tempi de’ greci e de’
          latini, così de’ Galli a’ tempi e nella religione de’ Druidi, tra’ Celti ec. furono propri
          di questi popoli <pb ed="aut" n="3642"/> ancor barbari e ignoranti, i sacrifizi d’uomini
          (che poi per l’uso durarono anche fino a tempi più civili), e lo sono e furono d’altri
          moltissimi popoli selvaggi; come che con tali sacrifizi meglio si soddisfacesse l’ira e
          l’odio della divinità verso gli uomini, cioè verso quel tal genere che a lei facea
          sacrifizi. E non pur d’uomini nemici, che non sarebbe gran meraviglia (uso anch’esso
          comunissimo tra’ selvaggi), o di colpevoli e malvagi, ma eziandio nazionali e probi,
          benchè questi sacrifizi sieno e fossero meno frequenti di quelli di nemici o di rei. Qua
          si può riferire lo spontaneo sacrifizio e <emph>devozione</emph> (cioè esecrazione di se
          stessi ec.) di Codro, de’ Decii, di Curzio (s’è vero) e simili. Tutti appartenenti a’ più
          antichi e barbari tempi della Grecia e di Roma, nè mai rinnovati ne’ tempi civili appo
          l’una nè l’altra nazione.</p>
        <p>È da considerare ancora che tra’ selvaggi e tra’ barbari antichi o moderni ch’ebbero o
          hanno più divinità, altre più odiose, altre meno, altre amabili e buone ec.; le più
          venerate e colte con sacrifizi e riti e cerimonie e preci ec. sono o furono le più
          cattive, <pb ed="aut" n="3643"/> terribili, odiose, brutte a vedere ec. perchè il timore è
          più forte, valevole, efficace, attivo che la speranza e l’amore. Al contrario accadde e
          accade ne’ men barbari ec. e tanto più quanto men barbari, e altresì in quelle medesime
          nazioni in tempi più civili, e a proporzione degl’incrementi della civiltà e delle
          conoscenze e del lume della ragione ec. e de’ progressi dello spirito umano. L’una e
          l’altra di queste verità è dimostrata dalla storia, dalle notizie dell’antichità, e dalle
          relazioni de’ viaggiatori ec. <bibl>V. fra gli altri mille, <author>D. Ant. de
            Solìs</author>, <title>Historia de la Conquista de Mexico</title> L. 1. c. 15. p. 43-45.
            L. 3. c. 13. p. 236-8. Madrid 1748</bibl>. (9. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Fuoco — Il suo uso è indispensabile necessità ad una vita comoda e civile, anzi pure ai
          primissimi comodi. — Or tanto è lungi che la natura l’abbia insegnato all’uomo, che fuor
          di un puro caso, e senza lunghissime e diversissime esperienze, ei non può averlo scoperto
          nè concepito — E non possono neppure i filosofi indovinare come abbia fatto l’uomo non
          pure ad accendere, ma a vedere e scoprire il primo fuoco. Chi ricorre a un incendio
          cagionato dal fulmine, chi al <foreign lang="fre" rend="italic">frottement</foreign>
          reciproco de’ rami degli alberi cagionato da’ venti nelle <pb ed="aut" n="3644"/> foreste,
          chi a’ volcani, e chi ad altre tali ipotesi l’una peggio dell’altra — E conosciuto il
          fuoco, come avrà l’uomo trovato il modo di accenderlo sempre che gli piaceva? Senza di che
          e’ non gli era di veruno uso. E di estinguerlo a suo piacere? Quanto avrà egli dovuto
          tardare a sapere e a trovar tutte queste cose — Gli antichi favoleggiavano che il fuoco
          fosse stato rapito al cielo e portato di lassù in terra. Segno che l’antica tradizione
          dava l’invenzione del fuoco e del suo uso e del modo di averlo, accenderlo, estinguerlo a
          piacere, per un’invenzione non delle volgari, ma delle più maravigliose; e che questa
          invenzione non fu fatta subito, ma dopo istituita la società, e non tanto ignorante,
          altrimenti ella non avrebbe potuto dar luogo a una favola, e a una favola la quale narra
          che il ratto del fuoco fu opera di chi volle beneficare la società umana ec. — Non solo la
          natura non ha insegnato l’uso del fuoco, nè somministrato pure il fuoco agli uomini se non
          a caso, ma ella lo ha fatto eziandio formidabile, e pericolosissimo il suo uso. E
          lasciando i danni morali, quanti infiniti ed immensi danni fisici non ha fatto l’uso del
          fuoco sì all’altre <pb ed="aut" n="3645"/> parti della natura sì allo stesso genere umano.
          Niuno de’ quali avrebbe avuto luogo se l’uomo non l’avesse adoperato, e contratto il
          costume di adoperarlo. Il fuoco è una di quelle materie, di quegli agenti terribili, come
          l’elettricità, che la natura sembra avere studiosamente seppellito e appartato, e rimosso
          dalla vista e da’ sensi e dalla vita degli animali, e dalla superficie del globo, dove
          essa vita e la vegetazione e la vita totale della natura ha principalmente luogo, per non
          manifestarlo o lasciarlo manifestare che nelle convulsioni degli elementi e ne’ fenomeni
          accidentali e particolari, com’è quello de’ vulcani, che sono fuor dell’ordine generale e
          della regola ordinaria della natura. Tanto è lungi ch’ella abbia avuto intenzione di farne
          una materia d’uso ordinario e regolare nella vita degli animali o di qualsivoglia specie
          di animali, e nella superficie del globo, e di sottometterlo all’arbitrio dell’uomo, come
          le frutta o l’erbe ec., e di destinarlo come necessario alla felicità e quindi alla
          natural perfezione della principale specie di esseri terrestri — <pb ed="aut" n="3646"/>
          Orazio (<bibl>
            <hi rend="sc">i</hi>. od. 3.</bibl>) considera l’invenzione e l’uso del fuoco come cosa
          tanto ardita, e come un ardire tanto contro natura, quanto lo è la navigazione, e
          l’invenzion d’essa; e come origine, principio e cagione di altrettanti mali e morbi ec. di
          quanti la navigazione; e come altrettanto colpevole della corruzione e snaturamento e
          indebolimento ec. della specie umana — Ma il fuoco è necessario all’uomo anche non
          sociale, ed alla vita umana semplicemente. Come si vivrebbe in Lapponia o sotto il polo,
          anzi pure in Russia ec. senza il fuoco? Primieramente, rispondo io, come dunque la natura
          l’ha così nascosto ec. come sopra? Come poteva ella negare agli esseri ch’ella produceva
          il precisamente necessario alla vita, all’esistenza loro? o render loro difficilissimo il
          procacciarselo? e pericolosissimo l’adoperare il necessario? pericolosissimo, dico, non
          meno a se stessi che altrui? Ed essendo quasi certo, secondo il già detto, che gli uomini
          non hanno potuto non tardare un pezzo (più o men lungo) a scoprire il fuoco, e più ad
          avvedersi che lor potesse <pb ed="aut" n="3647"/> servire ed a che, e più a trovare il
          come usarlo, il come averlo al bisogno ec. e a vincere il timore che e’ dovette ispirar
          loro, sì naturalmente, sì per li danni che ne avranno ben tosto provati e certo prima di
          conoscerne anzi pur d’immaginarne l’uso e la proprietà, sì ancora forse per le cagioni che
          lo avranno prodotto (come se fulmini o volcani o tali fenomeni ec.), sì per gli effetti
          che n’avranno veduto fuor di se, come incendi e struggimenti d’arbori, di selve ec. morti
          e consunzioni e incenerimento d’animali, o d’altri uomini ec. ec.; stante dico tutto
          questo, come avranno potuto vivere tanti uomini, o sempre, o fino a un certo tempo, senza
          il necessario alla vita loro? Secondariamente, chiunque non consideri il genere umano per
          più che per una specie di animali, superiore bensì all’altre, ma una finalmente di esse;
          chiunque si contenti e si degni di tener l’uomo non per il solo essere, ma per un degli
          esseri, di questa terra, diverso dagli altri di specie, ma non di genere nè totalmente, nè
          formante un ordine e una natura a parte, ma compreso nell’ordine e nella natura di tutti
          gli altri esseri sì della terra sì di <emph>questo</emph> mondo, <pb ed="aut" n="3648"/> e
          partecipante delle qualità ec. degli altri, come gli altri delle sue, e in parte conforme
          in parte diverso dagli altri esseri, e fornito di qualità parte comuni parte proprie, come
          sono tutti gli altri esseri di questo mondo, ed insomma avente piena e vera proporzione
          cogli altri esseri, e non posto fuor d’ogni proporzione e gradazione e rispetto e
          attinenza e convenienza e affinità ec. verso gli altri; chiunque non crederà che tutto il
          mondo o tutta la terra e ciascuna parte di loro sian fatte unicamente ed espressamente per
          l’uomo, e che sia inutile e indegna della natura qualunque cosa, qualunque creatura,
          qualunque parte o della terra o del mondo non servisse o non potesse nè dovesse servire
          all’uomo, nè avesse per fine il suo servigio; chiunque così la pensi, risponderà
          facilmente alla soprascritta obbiezione. S’egli v’ha, come certo v’avrà, una specie di
          pianta, che rispetto al genere de’ vegetabili ed alla propria natura loro generale, sia di
          tutti i vegetabili il più perfetto, e sia la sommità del genere vegetale, come lo è l’uomo
          dell’animale, non per questo <pb ed="aut" n="3649"/> seguirà nè sarà necessario ch’essa
          pianta nè si trovi nè prosperi, nè debba nè pur possa prosperare nè anche allignare nè
          nascere in tutti i paesi e climi della terra, nè in qualsivoglia regione de’ climi ov’ella
          più prospera e moltiplica, nè in qualsivoglia terreno e parte delle regioni a lei più
          proprie e naturali. Così discorrasi nel genere o regno minerale, e negli altri qualunque.
          Che all’uomo in società giovi la moltiplicazione e diffusione della sua specie, o per
          meglio dire che alla società giovi la moltiplicazione e propagazione della specie umana, e
          tanto più quanto è maggiore, questo è altro discorso<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Questo suppone lo stato di società ch’io combatto.</p>
          </note>, e certo s’inganna assai chi lo nega. Ma che la natura medesima abbia destinato la
          specie umana a tutti i climi e paesi, e tutti i climi e paesi alla specie umana, questo è
          ciò che nè si può provare, e secondo l’analogia, che sarà sempre un fortissimo, e forse il
          più forte argomento di cognizione concesso all’uomo, si dimostra per falsissimo. Niuna
          pianta, niun vegetale, niun minerale, niuno animale conosciuto si trova in tutti i paesi e
          climi <pb ed="aut" n="3650"/> nè in tutti potrebbe vivere e nascere, non che prosperare
          ec. Altre specie di vegetabili e di animali ec. si trovano e stanno bene in più paesi e
          più diversi, altre in meno, niuna in tutti, e niuna in tanti e così vari di qualità e di
          clima, in quanti e quanto vari è diffusa la specie umana. Tra la propagazione e diffusione
          di questa specie e quella dell’altre non v’ha proporzione alcuna. E notisi che la
          propagazione di molte specie di animali, di piante ec. devesi in gran parte non alla
          natura, ma all’uomo stesso, onde non avrebbe forza di provar nulla nel nostro discorso.
          Molte specie che per natura non erano destinate se non se a un solo paese, o a una sola
          qualità di paesi, o a paesi poco differenti, sono state dagli uomini trasportate e
          stabilite in più paesi, in paesi differentissimi ec. Ciò è contro natura, come lo è lo
          stabilimento della specie umana medesima in quei luoghi che a lei non convengono. Le
          piante, gli animali ec. trasportate e stabilite dall’uomo in paesi a loro non convenienti,
          o non ci durano, o non prosperano, o ci degenerano, ci si trovano male ec.
          Gl’inconvenienti <pb ed="aut" n="3651"/> a cui le tali specie sono soggette ne’ tali casi
          in siffatti luoghi, sono forse da attribuirsi alla natura? e se esse in detti luoghi, pur,
          benchè male, sussistono, si dee forse dire che la natura ve le abbia destinate? e il
          genere di vita ch’esse sono obbligate a tenere in siffatti luoghi, o che loro è fatto
          tenere, e i mezzi che impiegano a sussistere, o che s’impiegano a farle sussistere, si
          debbono forse considerare come naturali, come lor propri per loro natura? e argomentare da
          essi delle intenzioni della natura intorno a detta specie?</p>
        <p>Mentre pertanto non si può dubitare che la natura, quanto a se, ha limitato ciascuna
          specie di animali, di vegetabili ec. a certi paesi e non più; nel tempo stesso, al modo
          che nelle altre cose non si vuol riconoscere alcuna proporzione e analogia tra la specie
          umana e l’altre specie di esseri terrestri o mondani, così si pretende che la natura non
          abbia limitato la specie umana a niun paese, a niuna qualità di paesi; e a differenza di
          tutte l’altre specie terrestri, a ciascuna delle quali la natura ha destinato sol
          piccolissima parte del <pb ed="aut" n="3652"/> globo, si vuol ch’ella abbia destinato alla
          specie umana tutta quanta la terra. Che l’uomo infatto l’abbia occupata tutta, non si può
          negare. Così egli ha fatto milioni d’altre cose contrarie alla natura propria ed
          all’universale. Ma argomentar dal fatto, che tale occupazione sia secondo natura, è cosa
          stolta. Intorno a una specie di esseri che ha fatto e tuttogiorno fa tante cose
          evidentemente non pur diverse ma contrarie alla natura e propria ed universale, volendo
          discorrere della sua natura vera, e de’ suoi propri e primitivi destini, bisogna ragionare
            <emph>a maiori</emph>, perchè il ragionamento <emph>a minori</emph> diviene impossibile.
          Ragionare <emph>a maiori</emph> nel nostro caso, è considerare l’analogia, la quale
          abbiamo veduto che cosa dimostri. <emph>A minori</emph> si potrebbe confermare la stessa
          cosa, col veder le miserie fisiche a cui la specie umana è inevitabilmente soggetta in
          moltissimi paesi e climi, e le qualità e costituzioni fisiche p. e. de’ Samoiedi, la razza
          de’ quali, piccolissima e deforme, si può considerare come una degenerazione della specie
          umana, cagionata dal clima contrario alla sua natura propria <pb ed="aut" n="3653"/> e
          primitiva; degenerazione conforme a quella che manifestamente veggiamo in tante specie di
          animali, piante ec. stabilite da noi fuori de’ loro nativi, propri e naturali paesi,
          climi, terreni ec.</p>
        <p>Ed in verità, ragionando anche astrattamente, non vi par egli assurdo, e fuor d’ogni
          verisimiglianza, e d’ogni proporzione o convenienza o similitudine con quello che in tutte
          l’altre cose veggiamo, che la natura abbia destinato una medesima e identica specie
          d’animali a nascere e vivere e prosperare indifferentemente in tante e così immense
          diversità di climi e di qualità di paesi, quante si trovano in questa terra, quanta è
          quella (per considerare una sola di tali infinite diversità, cioè quella del caldo e del
          freddo) che passa tra le regioni polari e l’equinoziale? Che l’ardore, il gelo; l’estrema
          umidità, l’estrema secchezza; la terra affatto sterile, la sommamente feconda; il cielo
          sempre sereno, il sempre piovoso; tutte queste cose sieno state dalla natura rendute
          affatto indifferenti al bene e perfetto e felice e proprio essere della specie umana? <pb
            ed="aut" n="3654"/> Ch’ella abbia ugualmente disposta la detta specie a tutte queste
          cose, a tutti questi estremi? Or questo è ciò che seguirebbe dal fatto, cioè
          dall’universale diffusione di nostra specie, se dal fatto si dovesse argomentare la di lei
          natura: questo è ciò che suppone veramente e necessariamente nel fatto la detta universal
          diffusione, e senza cui essa non può non esser cosa snaturatissima e contrarissima al ben
          essere della specie. Qual altra specie di animali, di vegetali ec. è o può mai parere a un
          filosofo disposta naturalmente, non dico a tutti i diversi estremi delle qualità de’
          paesi, come si pretende o è necessario pretendere che lo sia indifferentemente la specie
          umana; non dico a due soli di tali estremi; ma pure a due differenze in tali qualità, che
          non sieno molto lontane dagli estremi? Qual proporzione, quale analogia sarebbe tra la
          detta natura fisica della specie umana, e quella di qualsivoglia altra specie, e di tutte
          insieme, e tra la natura universale?</p>
        <p>Io dico dunque per fermo, che la specie umana per sua natura, secondo le intenzioni della
          natura, volendo poter conservare il suo ben essere, <pb ed="aut" n="3655"/> non doveva
          propagarsi più che tanto, e non era destinata senon a certi paesi e certe qualità di
          paesi, de’ limiti de’ quali non doveva naturalmente uscire, e non uscì che contro natura.
          Ma come contro natura ella giunse a un grado di società fra se stessa, ch’è fuor d’ogni
          proporzione con quella che hanno l’altre specie, e che in mille luoghi s’è dimostrato
          esser causa del suo mal essere e corruzione ec., così contro natura si moltiplicò e
          propagò strabocchevolmente; perocchè questa moltiplicazione, come poi contribuì sommamente
          ad accelerare, cagionare, accrescere i progressi della società, cioè della corruzione
          umana, così dapprincipio non ebbe origine se non dal soverchio e innaturale progresso
          d’essa società. Quanto le specie sono meno socievoli o hanno minor società, tanto meno si
          moltiplicano; e viceversa. Vedesi ciò facilmente nelle varie specie d’animali, e anche di
          piante ec. Vedesi ancora ne’ selvaggi e ne’ popoli più naturali, il numero della cui
          popolazione è per lo più stazionario come il loro stato sociale, il loro carattere,
          costume ec. (e tale doveva egli essere, secondo <pb ed="aut" n="3656"/> natura, in tutta
          la specie umana; e tale par che sia nell’altre specie d’animali). Piccole isole, segregate
          affatto dall’altre terre, hanno da tempo immemorabile fino a’ dì nostri, sempre ugualmente
          bastato alla popolazione racchiusa in esse, e tale certo ve n’ha, non ancora scoperta, che
          ancor basta alla sua popolazione, e basteralle fino a tempo illimitato, o in perpetuo. Ne’
          paesi dove, dopo la prima occupazione fattane dagli uomini, la società non ha fatto altri
          progressi, non si è stretta niente di più che allor fosse, neanche il numero
          degl’individui umani è cresciuto, e la moltiplicazione appena v’ha luogo. Al contrario
          nelle società colte, e tanto più al contrario (salvo però molte altre circostanze naturali
          o sociali che giovano o nocciono per se alla moltiplicazione) quanto elle sono più colte.
          Dal che si vede che la soverchia moltiplicazione del genere umano, e la sua propagazione
          che da lei nasce e che ne è necessario effetto, non sono cose che vengono dalla natura, se
          non fino a un certo e conveniente grado. E necessaria alla soverchia diffusione del genere
          umano è stata, fra l’altre cose, la <pb ed="aut" n="3657"/> navigazione, così
          evidentissimamente contro natura; mentre questa anzi avrebbe dovuto insegnarla e renderla
          facilissima e non, com’è, pericolosissima ec. ec. ec., se la detta propagazione, a cui
          l’arte del navigare era necessaria, fosse stata secondo le sue intenzioni.</p>
        <p>Come ho detto, altre specie sono naturalmente più, altre meno atte a moltiplicarsi, altre
          destinate a più e più diversi paesi, altre a meno e men diversi. Che la specie umana sia
          piuttosto delle seconde che delle prime, si può per analogia dedurre dal suo stesso essere
          nel suo genere, cioè nel genere animale, la più perfetta e suprema e migliore. Perocchè
          veggiamo che in ogni genere di vegetali, di minerali ec. le specie migliori son le più
          rare, le meno trasferibili fuor de’ luoghi natii ec. Quella pianta più d’ogni altra
          perfetta, che abbiam supposto di sopra, sarebbe verisimilmente la più rara, la più
          limitata a certa sorta di paese, di terreno. Le men perfette, a proporzione. Così pure a
          proporzione nel genere animale. Le migliori specie sarebbero le <pb ed="aut" n="3658"/>
          più rare, le più scarse nell’intrinseco numero ec. (Se tra le migliori e superiori
          vogliamo contare la scimia, l’uomo selvatico ec. che più s’avvicinano all’uomo, il fatto
          confermerebbe la mia supposizione). Ed essendo il genere animale nella natura terrestre,
          il migliore; e la specie umana essendo la sommità del genere animale, e quindi di tutte le
          specie e generi di esseri terrestri; ne seguirebbe ch’ella naturalmente dovesse essere di
          tutte le specie terrestri la più rara, e la più limitata nel numero e ne’ luoghi.</p>
        <p>Con questi discorsi alla mano, e tenendo fermo che la propagazione della nostra specie
          accadde per la massima parte contro natura, io risponderò facilmente a chi dalle qualità
          di tali o tali paesi abitati ora dagli uomini, volesse dedurre che tali o tali istituti,
          costumi, usi, invenzioni ec. ec. non insegnati nè suggeriti, anzi contrariati dalla
          natura, e per lunghissimo tempo stati necessariamente ignoti ec. sieno, malgrado della
          natura, necessarii alla specie umana, alla sua vita, al suo ben essere. Io considererò
          tali costumi ec. come i rimedii dolorosi o disgustosi de’ morbi, i quali tanto <pb
            ed="aut" n="3659"/> sono naturali quanto essi morbi, che non sono naturali o avvengono
          contro le intenzioni e l’ordine generale della natura. La natura non ha insegnato i
          rimedii perchè neanche ha voluto i morbi; così s’ella ha nascosto p. e. il fuoco, non l’ha
          fatto perchè l’uomo dovesse di sua natura cercarlo con infinita difficoltà, usarlo con
          infinito pericolo ec. ma perch’ella non ha voluto che l’uomo vivesse e abitasse in luoghi
          dove gli facesse bisogno di fuoco, (nè si cibasse di ciò che senza fuoco non è mangiabile
          nè atto per lui ec.). E in questo modo e con questo mezzo ribatterò infinite obbiezioni di
          simil genere contro la mia teoria dell’uomo; chè certo il detto mezzo si estende a
          infinita diversità di cose.</p>
        <p>E quanto al fuoco in particolare, dal quale abbiam preso occasione di questo discorso;
          che ne’ luoghi temperati o caldi, soli destinati dalla natura all’uomo, e ne’ quali
          infatti si vede che la vita de’ popoli non corrotti ancora, o men corrotti, dalla società,
          fu ed è più naturale che altrove, e men bisognosa d’invenzioni e mezzi e usi <pb ed="aut"
            n="3660"/> ec. ascitizi, e meno effettivamente di essi contaminata e alterata (si sa
          d’altronde e si vede sempre più chiaro per le storie e i monumenti e avanzi delle memorie
          antichissime, che si vanno di dì in dì più scoprendo e intendendo, che un paese caldissimo
          fu la culla, ed io aggiungo, la propria e natural sede di nostra specie); che ne’ paesi
          caldi, dico, la specie umana non abbia mestieri di fuoco a vivere e a ben vivere secondo
          natura (non secondo società, chè la vita sociale senza fuoco non può stare), si vede con
          effetto v. g. ne’ Californii; i quali, ch’io sappia, non usano fuoco in alcun modo,
          vivendo in caldissima temperatura, che lor risparmia il fuoco non men che le vesti; e
          cibandosi solo d’erbe e radici e frutta e animali che colle proprie mani disarmate
          raggiungono, vincono e prendono, e altre tali cose, tutto crudo. Ma quivi proprio, accanto
          a loro e tra loro, i missionarii ed altri europei quivi stabiliti, morrebbero certo se non
          usassero fuoco. La necessità del fuoco non vien dunque da’ climi ec. Intanto quei
          Californii sono a cento doppi nel fisico più sani, forti, allegri d’aspetto, e certo nel
          morale e nell’interno felici, che non questi europei.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3661"/> Non sarà alieno da questo proposito il prevenir chi volesse
          obbiettare che moltissimi degli usi invenzioni ec. che hanno cagionato la corruzione del
          genere umano, o vi hanno contribuito, o da essa son nate, e l’hanno accresciuta ec. si
          trovano esser comuni o a tutti o a moltissimi popoli, anche selvaggi, anche affatto divisi
          tra loro, e diversissimi ec. anche privi fino agli ultimi momenti d’ogni commercio col
          resto del mondo ec., o alla massima parte dei popoli ec. (com’è l’uso del fuoco); e da ciò
          volesse dedurre che tali usi, invenzioni ec. benchè dalla natura contrariate, pur dalla
          natura dell’uomo erano richieste, ed a lei convengono, ed essa presto o tardi
          immancabilmente le scuopre, le adotta ec. Rispondo che tutte le cose persuadono una essere
          stata la culla del genere umano, e da un solo principio esser derivate tutte le nazioni, e
          da un solo paese uscite, e ad una sola origine doversi tutte riferire. Certo per
          lunghissimo tempo ebbe tutto il genere umano stretta relazione insieme, stante la
          prossimità de’ luoghi che esso, accrescendosi e dilatandosi, veniva di mano in mano <pb
            ed="aut" n="3662"/> occupando. Prima che alcuna parte dell’uman genere, o vogliamo dire
          alcun popolo, restasse così disgiunta dall’altre che niuna relazione avesse seco loro, era
          certamente già, non pur nata, ma notabilmente avanzata la corruzione del genere umano.
          Poichè, fra l’altre cose, questa medesima propagazione di esso genere, che le sue parti
          appoco appoco divise l’una dall’altra, non potè aver luogo senza ch’e’ fosse già corrotto,
          come dico nel pensiero antecedente, e la navigazione molto meno, senza cui non pare che il
          genere umano si potesse tanto diffondere, sino a perdere ogni communicazione tra le sue
          parti. Da qualunque causa per tanto e in qualunque modo nascesse e crescesse la corruzione
          e lo snaturamento di nostra specie, esso fu uno, e nacque e crebbe (fino a un notabil
          segno) in tutto il genere umano ad un tempo, siccome tutto il genere umano fu per immenso
          corso di secoli, una nazione sola, benchè sempre crescente. Dico dunque che questa
          corruzione è un fatto solo, e non più, tanto che dalla moltiplicità de’ fatti conformi, si
          possa raccogliere ch’essa <pb ed="aut" n="3663"/> corruzione era naturale e inevitabile.
          Dico che tutte le dette invenzioni, usanze ec. che si trovano esser comuni a tutti o alla
          più parte de’ popoli, ebbero una origine sola, (o il caso, o qualunque altra ch’ella si
          fosse); che una sola volta furono dagli uomini superate le immense difficoltà che la
          natura a tali invenzioni ec. opponeva; ch’elle si propagarono insieme coll’uman genere;
          che i più selvaggi popoli che fino al dì d’oggi si trovino nelle più remote isole e più
          divise da ogni commercio, erano, quando in esse si recarono, già notabilmente corrotti, e
          portarono seco le dette invenzioni ec. che lor sono comuni con tutti gli altri popoli,
          perchè tutti gli altri ancora dalla medesima fonte derivarono, e dal medesimo luogo e
          nazione ebbero quei tali usi e cognizioni ec., e non perchè queste nascessero tante volte
          quanti sono e furono i popoli della terra che le posseggono e possederono. Se l’uso del
          fuoco è comune a tutti i popoli, io dico che la sua origine fu sola una. Se la navigazione
          è comune anche a moltissimi selvaggi e barbari che da tempo immemorabile fino agli ultimi
          secoli <pb ed="aut" n="3664"/> o fino agli ultimi anni, non ebbero relazione alcuna coi
          popoli civili, o niuna per ancora ne hanno; io dico che la navigazione fu scoperta una
          volta sola, e che di questa scoperta tutti i popoli che navigano ne profittarono, e che da
          essa derivano non meno le <emph>canoe</emph> fatte di un sol tronco scavato, e mosse con
          un ramo d’albero per remo, che i bastimenti i più artifiziati e le barche a vapore. E
          certo quei popoli non sarebbero, cioè non abiterebbero in quei paesi, e non sarebbero
          disgiunti dagli altri popoli, se prima di divenir tali, essi non avessero conosciuta la
          navigazione, col cui mezzo si allontanarono dagli altri. Dunque s’ei la conobbero prima di
          separarsi dalla nazione ond’essi derivano, questa nazione la conosceva. Dunque se questa
          la conosceva, anche quella ond’essa venne. Dunque così di mano in mano si giungerà fino a
          quella nazione, onde tutte provennero, cioè al genere umano ancora indiviso, e formante
          per anche una sola nazione. Così discorrasi di tutte quell’altre scoperte ec. ch’essendo
          maravigliosissime e parendo quasi impossibili, pur si <pb ed="aut" n="3665"/> trovano
          esser comuni a tutti o quasi tutti i popoli, ancorchè incolti, remotissimi, disgiuntissimi
          ec. (Giacchè dell’altre che son facili, e poco contrariate dalla natura ec. non è
          necessario il suppor lo stesso, non è maraviglia se ciascun popolo, ancorchè rozzo, potè
          trovarle, se il caso che le mostrò, essendo facile e proclive ad accadere, ebbe luogo
          molte volte e in molti luoghi ec. più presto qua e là più tardi, ma pur dappertutto, in
          tanto spazio di tempo quanto è ch’esistono quei popoli; e niuno argomento se ne può trarre
          a provare ch’elle sieno naturali, per la moltiplicità delle loro origini; perocchè de’
          popoli bastantemente corrotti, era ben naturale che tutti, presto o tardi, le trovassero
          ugualmente; oltre che tali scoperte ec. facili e proclivi non sono mai causa di gran
          corruzione, nè molta ne richieggono, nè molto si oppongono alla natura, nè molto
          contribuirono a snaturare la nostra vita e la nostra specie).</p>
        <p>Tant’è. Popolo umano totalmente naturale e incorrotto, non esiste. Tutti i popoli, tutti
          gl’individui umani sono corrotti e alterati, perchè <pb ed="aut" n="3666"/> tutti hanno
          origine da un medesimo popolo, il quale fu corrotto prima di emetterli, o vogliamo dire
          prima di diffondersi e dividersi, nè si sarebbe tanto diffuso e tanto diviso se prima non
          fosse stato corrotto. Ma questa originaria corruzione che in moltissimi popoli si fermò e
          non passò più oltra, e dura anche oggidì, quasi corruzione primitiva (giacchè popoli o
          uomini di vita veramente primitiva non si trovano, nè si possono onninamente trovare,
          stante la corrotta origine di tutti, [indicata ancora dalla Scrittura ec.]); questa
          corruzione dico, secondo le diverse circostanze naturali o accidentali o qualunque, in
          altri passò più o meno avanti, poi si fermò e divenne stazionaria (come nel Messico, nella
          China); in altri retrocedette, poi risorse, poi seguitò e segue sempre a progredire, come
          in Europa.</p>
        <p>Questo mio discorso non è immaginazione. L’universale e costantissima tradizione e le
          memorie tutte della remotissima antichità provano che una in fatto fu l’origine dell’uman
            genere<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3811.</p>
          </note>. Esse e la ragione provano che l’unicità di nazione nell’uman genere durò e
          dovette <pb ed="aut" n="3667"/> naturalmente durare per lunghissimo tratto di secoli. Essa
          tradizione espressa, esse memorie, essa ragione provano che la prima corruzione del genere
          umano fu universale, cioè di tutto il genere insieme, che dalla nazione umana già
          corrotta, già <emph>degenerata</emph>, già ricca di moltissime invenzioni ec. (il che non
          potè essere che dopo lunghissimo spazio) si derivarono e si diffusero e separarono le
          varie nazioni in ch’ella poi si divise. (torre di Babele ec.)</p>
        <p>E venendo ad altri fatti, si trova che le scoperte ec. <emph>difficili</emph>, le quali
          furon proprie di qualche nazione particolare, e nacquero dopo la divisione del genere
          umano; benchè necessarissime alla vita civile, benchè tali che senza di esse la civiltà
          non sarebbe potuta crescere, nè pur giungere a un grado da meritare un tal nome, non si
          sono mai introdotte, se non presso le nazioni che hanno o hanno avuto relazione tra loro;
          e nell’altre, benchè giunte ancora fino a un certo segno di dirozzamento, come la China e
          il Messico ec., non si sono introdotte ancora, quantunque nelle civili nazioni esse sieno
            <pb ed="aut" n="3668"/> antichissime, e d’origine immemorabile; o non vi s’introdussero
          se non per mezzo delle nazioni civili che ve le recarono dopo innumerabili secoli. Il che
          prova evidentemente che tali scoperte ec. ebbero un’origine sola (o fosse il caso o
          qualunqu’altra), poich’esse non furono mai note se non a nazioni che scambievolmente
          conversarono; e che esse scoperte non si rinnovarono mai, poichè nelle nazioni separate da
          quelle, ancorchè colte, in immenso spazio di tempo, mai non nacquero. Onde se quelle
          nazioni le conobbero, ciò fu precisamente a causa del loro scambievole usare; sicchè
          quelle scoperte ec. ebbero un’origine sola, e non furon fatte più che una volta, e da
          detta origine provennero a tutte le nazioni che le conobbero e le conoscono. Dunque se
          altre tali scoperte ec. <emph>difficili</emph>, son comuni a tutti i popoli, anche
          separati, anche barbarissimi, si dee supporre ch’elle fossero fatte prima che tali popoli
          si separassero di là ond’essi vennero; e si deve parimente dire che anch’esse non ebbero
          più che una sola origine.</p>
        <p>Le scoperte ec. che ho detto esser <pb ed="aut" n="3669"/> solamente comuni ai popoli che
          tra loro hanno trattato, sono infinite. Bastimi una. L’uso della lingua è necessario alla
          società. Mirabilissima scoperta è quella della favella. Nondimeno tutti i popoli
          favellano. Appena gli uomini incominciarono a stringere una società, incominciarono a
          balbettare un linguaggio. La natura stessa lo insegna sino a un certo punto, non solo agli
          uomini, ma eziandio agli altri animali; agli uomini molto più, ch’ella ha fatto certo più
          socievoli. Stringendosi maggiormente la società, e crescendo lo scambievole usare degli
          uomini, fino a passare i termini voluti e prescritti dalla natura; crebbe necessariamente
          il linguaggio, e divenne più potente che la natura non voleva. Tutto ciò dovette
          necessariamente aver luogo prima che il genere umano si dividesse. Quando e’ si divise, ei
          parlava di già, non che favellasse. Ciò si prova <emph>a maiori</emph> e <emph>a
          minori</emph>; e perchè la società crescente produceva di necessità l’incremento della
          lingua, e perchè questo era necessario all’aumento di quella; perchè il genere umano non
          si sarebbe diffuso, se la società non fosse stata già bene <pb ed="aut" n="3670"/> stretta
          e cresciuta e adulta, nè questo poteva essere senza un sufficiente linguaggio, e senza un
          tal linguaggio il genere umano non si sarebbe diffuso ec. Quindi è che l’invenzione del
          linguaggio, così com’ella è maravigliosissima, è pur comune a tutti i popoli, anche a’ più
          separati e più barbari.</p>
        <p>Ma è forse altrettanto della scrittura alfabetica? Questa non era necessaria alla
          diffusione del genere umano. Bensì ell’è necessarissima alla sua civiltà, bensì ell’è
          comune a tutte le nazioni civili, e a quelle che il furono ec. moltissime di numero, bensì
          ell’è antichissima, e la caligine de’ tempi nasconde la sua origine; ma perciò ch’ella fu
          pur più moderna della divisione dell’uman genere, non si troverà nazione alcuna divisa
          dall’europee ec. ec., per molto sociale ec. ec. ch’ella sia, la quale conosca la scrittura
          alfabetica, o che la conoscesse prima di riceverla da noi. La China così colta, ha una
          scrittura, ha libri, ha letteratura ec., ma l’alfabeto non già. I Messicani avevano una
          scrittura, ma di alfabeto neppur l’immaginazione. E ciò perchè l’invenzione dell’alfabeto
          (come <pb ed="aut" n="3671"/> ho sostenuto altrove, e come si può confermare con questo
          discorso) fu sola una, e mai non si rinnovò, e chi non ebbe e non potè aver notizia
          dell’alfabeto, direttamente o indirettamente, dal primo o da’ primi che l’inventarono, o
          fin ch’e’ non l’ebbe di là, mai non ebbe alfabeto, mai non l’inventò esso (in immenso
          spazio di tempo), nè gliene venne pure in pensiero. La China ne ha avuto notizia, ma non
          l’ha adottato, per la natura sua, e per la difficoltà di mutare o distruggere le usanze
          antichissime e universali nella nazione, e collegate con cento altre che converrebbe pur
          mutare (come lo è la scrittura chinese colla letteratura, e quindi coi costumi,
          coll’istruzione popolare ec. ec.); e d’introdurne universalmente delle affatto nuove e
          troppo diverse di genere ec. ec.</p>
        <p>A questo proposito si consideri ancora quante invenzioni ec. che per lunghissimo tempo
          furono proprie degli antichi, ed anche comuni a molte nazioni, ed anche volgari; perdute
          ne’ tempi bassi, non si sono potute mai più rinnovare, nè mai probabilmente si
          rinnoveranno (com’è quella della pittura all’encausto); e ciò, non ostante che se n’abbia
          pur la notizia in genere, cioè la memoria ch’esse furono e quali furono, e sovente ancora
          parecchie notizie in ispecie, cioè vestigi del come furono, de’ metodi e processi ec. del
            <pb ed="aut" n="3672"/> modo ec. de’ mezzi, ingredienti ec. della forma di adoperarle
          ec., e le notizie particolari e distinte de’ loro effetti e fini ec. Contuttociò ad
          ingegni così civili, così raffinati, acuti, penetranti, esercitati, coltivati, così
          speculativi, così inventivi, così avvezzi e dediti a inventare, a speculare, a meditare, a
          riflettere, a osservare, a comparare, a ragionare ec. quali son divenuti gl’ingegni umani
          (ben altri erano certo e sono i primitivi e selvaggi ec.), non è bastato l’animo, dalla
          risorta civiltà in poi, di poterle ritrovare una seconda volta. (11. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il pensiero antecedente conferma le idee da me altrove esposte circa la primitiva unicità
          del linguaggio fra gli uomini, e la derivazione di tutte le lingue presenti e passate da
          una sola e primitiva (cosa appoggiata dalla Scrittura Santa); e circa l’unicità
          dell’invenzione dell’alfabeto, e dell’origine prima di tutti gli antichi e moderni
          alfabeti. (11. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La impotenza e strettezza della lingua francese e la sua inferiorità per rispetto
          all’altre di qui facilmente si può comprendere, che l’altre lingue possono, sempre che
          vogliono, <pb ed="aut" n="3673"/> agevolmente vestire la forma e lo stile della francese
          (com’effettivamente hanno fatto o fanno tutte le lingue colte d’Europa, o per un certo
          tempo massimamente, come l’inglese e la tedesca, o anche oggidì, come l’italiana, la
          spagnuola, la russa, la svedese, la olandese ec.; e bene avrebbero potuto farlo e
          potrebbero farlo sufficientemente anche senza corrompersi e senza violentare dirittamente
          la loro propria e caratteristica indole); laddove la francese non può per niun modo
          prendere la forma nè lo stile dell’altre lingue, nè altra forma alcuna che la sua propria.
          E non pur dell’altre lingue che da lei sono aliene, per così dire, di famiglia e di
          sangue, come l’inglese, la tedesca, la russa ec. le quali pur possono vestire ed hanno
          vestito o vestono la forma della francese; ma neanche delle cognate, nè delle sorelle,
          come dell’italiana e della spagnuola; nè della lingua stessa sua madre, come della latina.
          (12. Ott. Domenica. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Colla medesima proporzione che altri viene perfettamente e veramente conoscendo e
          intendendo le difficoltà del bene scrivere, egli impara <pb ed="aut" n="3674"/> a
          superarle. Nè prima si conosce e intende compiutamente, intimamente, distintamente e a
          parte a parte tutta la difficoltà dell’ottimo scrivere, che altri sappia già ottimamente
          scrivere. E ciò per la stessa ragione per cui l’arte di bene scrivere, e il modo, e che
          cosa sia il bene scrivere, non può essere compiutamente conosciuto e inteso se non da chi
          compiutamente possegga la detta arte, cioè sappia interamente metterla in opera. Sicchè in
          un tempo medesimo e si conosce la difficoltà del perfetto scrivere, e s’impara il modo di
          vincerla e se n’acquista la facoltà. E solo colui che sa perfettamente scrivere ne
          comprende sino al fondo tutta la difficoltà, nè altrimenti può mai bene scrivere,
          ancorch’ei già sappia compiutamente farlo, che con grandissima difficoltà. Coloro che male
          scrivono, stimano che il bene scrivere sia cosa facile, e scrivono al loro modo
          agevolmente, credendosi di scriver bene. E peggio e’ sogliono scrivere, più facile stimano
          che sia lo scriver bene, e più facilmente scrivono. Il considerare il bene scrivere per
          cosa molto difficile, è certissimo segno di esser già molto avanzato <pb ed="aut" n="3675"
          /> nel sapere scrivere, purchè questo tale sia veramente ed intimamente persuaso della
          difficoltà ch’ei dice, e non la affermi solamente a parole e mosso da quello ch’ei
          n’intende dire, e dalla voce comune. (Perocchè anche chi non sa scrivere, dice che il bene
          scrivere è molto difficile, ma e’ nol dice per coscienza nè per prova nè con vera
          persuasione, e s’egli è uno di quelli che s’intrigano di scrivere e che presumono di
          saperlo fare, certo è ch’egli in verità non crede che ciò sia difficile, come comunemente
          si dice, e com’ei pur dice cogli altri). Per lo contrario lo stimare che il bene scrivere
          sia cosa facile o poco difficile, e il confidarsi di poterlo e saperlo agevolmente fare, o
          poterlo apprender con poco, è certo segno di non saper far nulla, e di esser sui principii
          nel possesso dell’arte, o molto indietro. (Così è generalmente di tutte le arti, scienze
          ec.) Da queste osservazioni si dee raccogliere quanti possano esser quelli che
          perfettamente conoscano il pregio, e stimino il travaglio, il sapere, l’arte e l’artifizio
          di una perfetta scrittura e di un perfetto scrittore, del che a pagg. 2796-9. (12. Ott.
          1823. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3676"/> Alla p. 3349. Non è da trascurare una differenza che si trova fra
          il carattere, il costume ec. degli antichi settentrionali e abitatori de’ paesi freddi, e
          quel de’ moderni; differenza maggior di quella che suol trovarsi generalmente dagli
          antichi ai moderni. Perocchè gli antichi settentrionali ci sono dipinti dagli storici per
          ferocissimi, inquietissimi, attivissimi non solo di carattere, ma di fatto, per impazienti
          del giogo, sempre vaghi di novità, sempre macchinanti, sempre ricalcitranti e insorgenti,
          e per quasi assolutamente indomabili e indomiti. Germani, Sciti ec. I moderni al contrario
          sono così domabili, che certo niun popolo meridionale lo è altrettanto. E tanto son lungi
          dalla ferocia, che non v’ha gente più buona, più mansueta, più ubbidiente, più tollerante
          di loro. E se v’ha parte d’Europa dove meno si macchini, e si ricalcitri al comando, e si
          desideri novità e si odi la soggezione, ciò è per l’appunto fra i popoli settentrionali.
          In questa tanta diversità di effetti hanno certamente gran parte da un lato la diversità
          de’ governi antica e moderno, dall’altro la poca coltura del popolo nelle regioni
          settentrionali. Ma grandissima parte v’ha certamente ancora la differenza materiale della
          vita. Gli antichi <pb ed="aut" n="3677"/> settentrionali, ma difesi contra le inclemenze
          dell’aria dalle spelonche, proccurantisi il vitto colla caccia (<bibl>
            <title>Georg.</title> 3. 370. sqq. etc.</bibl>), alcuni anche erranti e senza tetto,
          come gli Sciti ec., erano anche più <foreign lang="grc">ὑπαίθριοι</foreign> di vita, che
          non sono i meridionali oggidì. Introdotti gli usi e i comodi sociali, i popoli civilizzati
          del Nord divennero naturalmente i più casalinghi della terra. Niuna cosa rende
          maggiormente quiete e pacifiche sì le nazioni che gl’individui, niuna men cupidi, anzi più
          nemici di novità, che la vita casalinga e le abitudini domestiche, le quali affezionano al
          metodo, rendono contenti del presente ec. come ho detto ne’ pensieri citati in quello a
          cui questo si riferisce. Quindi è seguìto che non per sole circostanze passeggere e
          accidentali, come la maggiore o più divulgata e comune coltura di spirito ec. ma
          naturalmente e costantemente, nel sistema di vita sociale, e dopo resa la civiltà comune
          al nord come al sud, i popoli del mezzogiorno, come meno casalinghi, sieno stati, sieno,
          ed abbiano a essere più inquieti e più attivi di quelli del settentrione, sì d’animo, sì
          di fatti, <pb ed="aut" n="3678"/> al contrario di quello che porterebbe la pura natura
          degli uni e degli altri comparativamente considerata. Ond’è che i settentrionali moderni e
          civili sieno in verità molto più diversi e mutati da’ loro antichi, che non sono i
          meridionali dagli antichi loro, sì di carattere, sì di usi, di azioni ec.</p>
        <p>Ed è a notare in proposito della vita casalinga, metodica e uniforme, ch’ella
          contribuisce a mettere in attività l’immaginazione, a destare e pascere le illusioni, a
          far che l’uomo abbondi d’immagini e di deliri, e con questi facilmente faccia di meno
          delle opere, e basti a se stesso, e trovi piaceri in se stesso, ad accrescere la vita e
          l’azione interna in pregiudizio dell’esterna; assai più che non fanno la bellezza e la
          vitalità della natura ne’ paesi meridionali. Qui gli uomini sono distratti e dissipati, e
          versati al di fuori, ed hanno sempre sotto gli occhi il mondo, e gli altri uomini, e la
          vita, e la società e la realtà delle cose; il che distrugge o impedisce l’immaginazione e
          l’illusione, e produce la noia, e quindi la scontentezza del <pb ed="aut" n="3679"/>
          presente e il desiderio di novità. Ma nella vita casalinga, la solitudine, l’esser sempre,
          o il più del tempo, raccolto in se stesso, l’esser privo o scarso di distrazioni, stante
          il metodo e l’uniformità della vita e la poca società, lascia libero il campo alle facoltà
          dell’anima di agire, di svilupparsi, di ripiegarsi sopra se stesse, di meditare, di
          pensare, di riflettere, d’immaginare, e produce necessariamente un’abitudine di pensiero,
          che nuoce sommamente, o anche esclude, sì l’abito sì l’inclinazione sì l’atto
          dell’operare. E d’altronde l’esser gran parte del tempo, lontano dal mondo, dalla società,
          dagli uomini di fuori; l’abitudine di veder la vita e le cose umane ordinariamente da
          lungi, produce naturalmente le illusioni e i bei sogni e i castelli in aria, e lascia
          libero l’immaginare e il figurarsi, e il crearsi il mondo e gli uomini e la vita a suo
          modo, e dà luogo alla speranza; o perduta ch’ella sia, le agevola il ritorno (perchè la
          speranza, purchè sia lasciata fare, e non sia continuamente respinta dalla realtà, per
          natura dell’uomo indubitatamente e presto ritorna); o indebolita, le dà agio di ristorarsi
          e rintegrarsi; <pb ed="aut" n="3680"/> o moribonda, la conserva, se non altro, in vita; o
          fa insomma, che in parità di circostanze, ella sia sempre maggiore che non sarebbe in una
          vita in mezzo al mondo; e tien lungi, o ritarda, o minora il disinganno, o ne indebolisce
          gli effetti, o ne ristringe l’estensione ec.</p>
        <p>Conseguenza e prova di queste osservazioni si è che infatti i settentrionali per una
          parte sono più profondi e sottili speculatori, più filosofi, massime nelle scienze
          astratte, o parti più astratte di esse, o generi più astratti ec., e insomma più
          pensatori, che i meridionali; onde la Staël chiama la Germania <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">la patrie de la pensée</foreign>
          </quote>. E per altra parte, cosa che sembra contraria sì alla detta qualità, sì alla
          natura rispettiva de’ settentrionali e meridionali, sono più immaginosi e più poeti
          veramente e più sensibili, entusiasti, e di fantasia più efficace e forte (quanto però al
          poetare, non quanto all’operare; e quanto a ciò ch’è opera del solo spirito, non del
          corpo), e più inventivi originali e fecondi che non sono i meridionali. Ma ciò, secondo le
          suddette osservazioni, si deve intendere, ed è infatti, de’ soli settentrionali e
          meridionali moderni, stante le moderne circostanze degli uni e degli altri. Negli antichi,
          stante la diversità di tali circostanze, doveva essere <pb ed="aut" n="3681"/> ed era
          tutto l’opposto, cioè i meridionali più immaginosi, fecondi ec. de’ settentrionali,
          conforme alla vera natura, e alla natural proprietà degli uni e degli altri. Sicchè la
          detta superiorità de’ settentrionali moderni ec. è veramente uno de’ tanti accidenti
          sociali; bensì di quelli costanti e connaturali all’essenza della civiltà assolutamente, e
          che durando la civiltà appo gli uni e appo gli altri popoli, non possono mai venir meno.</p>
        <p>Del resto l’immaginazione de’ settentrionali rispetto alla meridionale quanto è,
          generalmente e tutta insieme, più forte, viva, vigorosa, attiva, feconda e maggiore, tanto
          ancora è più <foreign lang="fre" rend="italic">sombre</foreign>, lugubre, trista,
          malinconica, funesta e, si può dir, brutta. Perocchè, lasciando l’altre circostanze, essa
          è nutrita dalla solitudine, dal silenzio, dalla monotonia della vita; e la meridionale
          dalle bellezze e dalla vitalità ed attività della natura; e le opere di quella nascono tra
          le pareti di una camera scaldata da stufe; le opere di questa nascono, per così dire,
          sotto un cielo azzurro e dorato, in <pb ed="aut" n="3682"/> campagne verdi e ridenti, in
          un’aria riscaldata e vivificata dal sole. (13. Ott. 1823.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3637. Anzi l’amore che noi portiamo al cibo e simili cose che o ci servono o ci
          dilettano, si potrebbe piuttosto chiamare odio, perocch’esso, mirando solamente al nostro
          proprio bene, ci porta a distruggere, in vista di esso bene, o a consumare in qualunque
          modo e logorare e disfare coll’uso, l’oggetto amato; o ad esser disposti a disfarlo o
          pregiudicarlo se, e quanto, e come il nostro bene, e l’uso che perciò abbiamo a farne, lo
          richiedesse. Quale è l’odio che il Lupo porta all’agnello, e il falcone alla starna, i
          quali veramente non odiano nè la starna nè l’agnello, anzi, secondo che noi sogliamo
          discorrere dell’altre cose, si dovrebbe dire ch’essi gli amassero. Ma perciocchè questo
          amore li porta a ucciderli e distruggerli per loro proprio bene, perciò noi lo chiamiamo
          odio e inimicizia. (<bibl>V. <author>Speroni</author>
            <title>Dialogo 5.<hi rend="apice">o</hi>
            </title> Ven. 1596. p. 87-8.</bibl>) Or tale nè più nè meno si è l’amore degli uomini
          primitivi verso le femmine, se non quanto il piacere ch’essi ne bramano e ricercano non
          richiede la distruzione di quelle. Ma <pb ed="aut" n="3683"/> s’e’ la richiedesse, l’amor
          delle donne porterebbe i primitivi a distruggerle, tanto è lungi ch’e’ ne gli ritenesse.
          Siccome infatti ei gli porta a non avere riguardo alcuno agl’incomodi e ai danni fisici
          che molte volte loro recano per soddisfare al desiderio proprio, nel proccurarsi il
          proprio piacere con esse ec., anche potendo far questo senza danneggiare. Ed accade pure
          (eziandio fra’ civili) che volendo con esse proccurarsi il proprio piacere, o potendo o
          non potendo a meno, o prevedendolo o non prevedendolo, e’ le uccidano, o loro sieno
          cagione di morire in breve o fra certo tempo, o di soffrir grandemente nella sanità
          corporale, anche per sempre. E non sono elle uccise tuttodì dagli amanti nell’onore? ec.
          ec. Così fatto e non altro si è l’amore de’ primitivi verso le donne; e delle donne
          altresì verso gli uomini, proporzionatamente alla natura e alle forze di quelle rispetto a
          questi. E forse solamente dei primitivi? Queste osservazioni si applichino a quelle in cui
          proviamo che dall’amor proprio nasce necessariamente l’odio verso altrui ec. (13. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Cattiva ortografia italiana nel 500. per troppo voler somigliarsi all’uso della scrittura
          latina. Machiavelli scrive alcune volte (o così portano le sue antiche stampe)
            <emph>sanctissimo</emph> per <emph>santissimo</emph>. (13. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3684"/> Non v’è persona che riesca più intollerabile e che meno sia
          tollerata nella società, di uno intollerante. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Mêler</foreign> ant. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >mesler</foreign>, secondo che ho detto altrove, è da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >misculare</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">mesculare</foreign>, come
            <foreign lang="fre" rend="italic">mâle</foreign>, ant. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >masle</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic">masculus</foreign>. (14. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Excusso as, excussabilis, excussatus</foreign>, da
            <foreign lang="lat" rend="italic">excutio is</foreign> (intorno al qual verbo e suoi
          affini, come <foreign lang="lat" rend="italic">concutio</foreign> ec. e loro continuativi,
          mi pare aver detto altrove), vedili nel Forcellini. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Intorno alla voce <foreign lang="lat" rend="italic">anceps</foreign>, di cui nella mia
          teoria de’ continuativi, vedi la voce <foreign lang="lat" rend="italic">am</foreign> nel
          Forcell. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Voci basse e volgari e del latino non illustre ma rustico, e riprovate dagli scrittori
          anche fino al tempo di S. Girolamo; due delle quali sono ora proprie delle lingue moderne.
            <bibl>V. il <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Annihilare</foreign>
          </bibl>, e il Gloss. ec. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nomi in <emph>uosus</emph>, verbi in <emph>uare</emph> ec. ec. come altrove in più
          luoghi. Aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic">amanuensis</foreign>. Casuale.
          Exercitualis. Casuiste, franc. Luctuosus. Fructuosus. Fatuité. fortuitus. mortualia,
          mortuarius, mortuosus. manualis. manuarius. Questi nomi o verbi o avverbi ec. ch’essendo
          fatti da nomi della quarta declinazione (come da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >manus</foreign>) conservano sempre l’<emph>u</emph>, mentre quelli fatti da’ nomi della
            <pb ed="aut" n="3685"/> seconda, sempre (o regolarmente) lo perdono, mostrano
          chiaramente che il genitivo ec. de’ nomi della quarta, ch’ora è in <emph>us</emph> lungo
          ec. o in <emph>u</emph> lungo ne’ neutri, anticamente fu in <emph>uus</emph> o in
          <emph>uu</emph> ec. V. p. 3752. Giacchè si vede che i derivati da’ nomi della quarta si
          formano al modo istesso che i derivati delle voci nelle quali il doppio <emph>u</emph>
          ancor si conserva ed è manifesto e fuori di controversia, come dire i derivati de’ nomi in
            <emph>uus</emph> ec. I quali due in valsero per una sola sillaba, come il doppio u degli
          ablativi singolari della prima. Sia che questo, e il doppio <emph>u</emph>, si
          pronunziassero doppi, o pur semplici, strascinando in certo modo la voce ec. In tutti i
          modi quest’osservazione si riferisca al mio discorso sui dittonghi latini non considerati
          da’ grammatici, o ch’essi nella pronunzia fossero monottonghi, o dittonghi veramente, o
          trittonghi ec. che tutto fa egualmente a quello ch’io voglio dimostrare in detto discorso.
          Perocchè s’anche e’ divennero col tempo monottonghi, e ciò fino nella migliore età della
          lingua latina (come i comuni <emph>ae oe</emph> ec.), ciò tuttalvolta, anzi più che mai,
          dimostra che gli antichi latini (de’ quali nel detto discorso si parla) pronunziavano sì
          rapidamente le vocali successive e concorrenti, ch’e’ le tenevano tutte insieme (o due o
          più che fossero) per una sillaba sola, e tale le facevano essere nella pronunzia, e
          sovente nella scrittura <pb ed="aut" n="3686"/> e ne’ versi più o men regolari, più o men
          rozzi e informi, e massime ne’ ritmici, che certo furono propri de’ più antichi, come poi
          de’ più moderni, invece de’ metrici, o più di questi ec. ma eziandio ne’ metrici, ec. ec.
          (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2903. — e <foreign lang="lat" rend="italic">conspico</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">conspicor, despico</foreign> (v. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">despicatus</foreign>) e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >despicor</foreign>, (e s’altro tale ve n’ha da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >specio</foreign> o da’ suoi vari composti), a proposito del quale, benchè <foreign
            lang="lat" rend="italic">conspicor</foreign> si trova ordinariamente in senso nè più nè
          meno di <foreign lang="lat" rend="italic">conspicio</foreign>, cioè per nulla
          continuativo, nondimeno è da notare il luogo di Varrone, ap. Forcell. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Contemplare et conspicare, idem esse apparet</foreign>
          </quote>. Dunque <foreign lang="lat" rend="italic">conspico</foreign> è propriamente di
          significazione continuativo. Vedi ancora l’altro luogo di Varrone dove <foreign lang="lat"
            rend="italic">conspicor</foreign> è passivo ap. Forcell. ibid. cioè in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Conspico</foreign>. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Ignotus</foreign>, ch’è specie di participio,
          attivamente preso per <foreign lang="lat" rend="italic">qui non novit</foreign>. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author>
          </bibl> (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nella mia teoria de’ continuativi ho discorso in differente luogo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">exercitare</foreign> e di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >arctare</foreign>, quello continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >exerceo</foreign>, questo di <foreign lang="lat" rend="italic">arceo</foreign>. Nótisi
          che <foreign lang="lat" rend="italic">exerceo</foreign> è un de’ composti di <foreign
            lang="lat" rend="italic">arceo</foreign> (almeno così giudico), come <foreign lang="lat"
            rend="italic">coerceo</foreign>, onde forse (sebbene ei <pb ed="aut" n="3687"/> fa
            <foreign lang="lat" rend="italic">coercitum</foreign>) è <foreign lang="lat"
            rend="italic">coarctare</foreign> ec. come ho detto parlando di <foreign lang="lat"
            rend="italic">arctare</foreign> ec. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sella</foreign> è certamente un diminutivo positivato di
            <foreign lang="lat" rend="italic">sedes</foreign> (o di <emph>sedia</emph>, di cui
          altrove), come tra noi <emph>seggiola</emph> e <emph>seggetta</emph> sono diminutivi
          positivati di <emph>seggia</emph>, corruzione di <emph>sedia</emph>, che parimente
          abbiamo, cioè <emph>seggia</emph> e <emph>sedia</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >siège</foreign> ec. Gli spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic">silla</foreign>,
          pur diminutivo positivato. <foreign lang="lat" rend="italic">Sella</foreign> it. <foreign
            lang="fre" rend="italic">selle</foreign> franc. in uno de’ significati del lat. <foreign
            lang="lat" rend="italic">sella</foreign>. Gli spagnuoli anche qui <foreign lang="spa"
            rend="italic">silla</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Sella</foreign> per
            <emph>sedia, sede</emph>, è di Dante. <foreign lang="lat" rend="italic">Sella</foreign>
          in senso lordo, v. la Crusca. <foreign lang="lat" rend="italic">Sella</foreign> lat. è
          diminutivo come <foreign lang="lat" rend="italic">trulla</foreign> e simili. Diminutivo
          del diminutivo, <foreign lang="lat" rend="italic">sellula</foreign>. Quindi <foreign
            lang="lat" rend="italic">sellularius</foreign>, il cui senso si può dir positivo. Così
          bene spesso <foreign lang="lat" rend="italic">formula</foreign> lat. <foreign lang="lat"
            rend="italic">formola</foreign> ec. per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >forma</foreign>. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3618. fine. Io credo che niun de’ verbi di questo genere abbia perfetto proprio,
          nè i tempi che ne dipendono, nè supino, nè participio in <emph>us</emph>, ma li tolgano in
            prestito<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3725.</p>
          </note> dal verbo originale. Che se questo non esiste, io credo che un tempo esistesse. P.
          es. di <foreign lang="lat" rend="italic">suesco, adolesco, cresco</foreign> ec. che hanno
          perfetto e supino, io credo che esistessero verbi originali, come sueo, adoleo ec.<note
            resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>V. p. 3696.</p>
          </note> di cui fossero propri i detti perfetti e participii, giacchè <pb ed="aut" n="3688"
          /> il perfetto e participio o supino regolare e dovuto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">suesco</foreign> ec. sarebbe <foreign lang="lat" rend="italic">suesci,
            suescitum</foreign>, non <foreign lang="lat" rend="italic">suevi, suetum</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3703.</p>
          </note>. Così dico di <foreign lang="lat" rend="italic">glisco</foreign>, il quale non ha
          nè perfetto nè supino. Così di <foreign lang="lat" rend="italic">adipiscor</foreign>, di
            <foreign lang="lat" rend="italic">nascor</foreign>, di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nosco</foreign>. Se ciò è vero, <foreign lang="lat" rend="italic">notus,
          natus</foreign>, non sarebbero contrazioni di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >noscitus</foreign> (questo esistè come prova il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >noscitare</foreign>), di <foreign lang="lat" rend="italic">nascitus</foreign> e questo
          ancora è provato da <foreign lang="lat" rend="italic">nasciturus</foreign> (nè <foreign
            lang="lat" rend="italic">adeptus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adipiscitus</foreign>) come ho detto altrove in più luoghi, ma participii e supini
          proprii d’ignoti verbi da cui <foreign lang="lat" rend="italic">nosco, nascor</foreign>
          ec. sarebbero stati formati. E <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign> non
          verrebbe da <foreign lang="grc">νοΐσκω</foreign>, come ho detto p. 2777., ma sarebbe stato
          anche in latino un verbo originale <foreign lang="lat" rend="italic">no</foreign> (diverso
          da <foreign lang="lat" rend="italic">nare</foreign>) conforme al greco <foreign lang="grc"
            >νοῶ</foreign> (come <foreign lang="grc">δόω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">do</foreign>, <foreign lang="grc">πόω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">po</foreign> che altrove abbiam dimostrato, e simili
          monosillabi di cui ho detto in più luoghi); dal qual <foreign lang="lat" rend="italic"
          >no</foreign> sarebbe stato fatto il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nosco</foreign>, non per uso greco, ma per uso latino, (e secondo la ragion latina di
          formazione e significato ec.) concordevole in questa parte quanto al materiale della
          formazione o della forma col greco, che ebbe pur <foreign lang="grc">νοΐσκω</foreign> e
            <foreign lang="grc">νώσκω</foreign>, onde <foreign lang="grc">γινώσκω</foreign> e
            <foreign lang="grc">γιγνώσκω</foreign> che suonan lo stesso di <foreign lang="lat"
            rend="italic">nosco</foreign>. Ma concordevole per pura combinazione particolare, anzi
          singolare forse. V. p. 3826.</p>
        <p>Io credo certo che tutti questi tali verbi <pb ed="aut" n="3689"/> sieno originariamente
          fatti da altri verbi ignoti, come <foreign lang="lat" rend="italic">vivesco</foreign> dal
          noto <foreign lang="lat" rend="italic">vivo</foreign>
          <note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>V. p. 3708.</p>
          </note>, <foreign lang="lat" rend="italic">hisco</foreign> dal noto <foreign lang="lat"
            rend="italic">hio</foreign>, e altri tali di questa desinenza in <emph>sco</emph>. E lo
          credo perchè, come <foreign lang="lat" rend="italic">vivesco</foreign> significa divenir
          vivo, cioè divenir quello che dal verbo <foreign lang="lat" rend="italic">vivo</foreign> è
          significato essere, cioè esser vivo, e come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >hisco</foreign> significa <emph>aprirsi</emph>, cioè divenire aperto, mentre <foreign
            lang="lat" rend="italic">hio</foreign> significa essere o stare aperto ec.; così tutti i
          detti verbi <foreign lang="lat" rend="italic">nosco, nascor, adipiscor, sinesco, adolesco,
            cresco</foreign> ec. di cui non si conoscono gli originali, significano però divenire,
          incominciare a essere o a fare quella tal cosa o azione, venir essendo o soffrendo
            ec.<note resp="aut" n="c" place="foot">
            <p>Secondo ch’e’ sono neutri o attivi ec. di senso, e così i rispettivi verbi originali
              ec.</p>
          </note> che è proprietà del significato de’ verbi latini in <emph>sco</emph>. E stimo che
          dovessero avervi per tutti questi, altrettanti verbi originali che significassero il pieno
            <emph>essere quella tal cosa</emph>, il pieno <emph>fare o patire quella tale azione o
            passione</emph>. Come <foreign lang="lat" rend="italic">vivo</foreign> rispetto a
            <foreign lang="lat" rend="italic">vivesco, hio</foreign> rispetto ad <foreign lang="lat"
            rend="italic">hisco</foreign>, ed altri tali non pochi. Così <foreign lang="lat"
            rend="italic">augesco</foreign> rispetto ad <foreign lang="lat" rend="italic"
          >augeo</foreign> neutro (v. Forcellini in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Augeo</foreign> sulla fine). Così <foreign lang="lat" rend="italic">scisco</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">scio</foreign>, è propriamente <pb ed="aut" n="3690"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">divenire sciens</foreign>, cioè quasi <emph>imparare,
            intendere, conscius, certior fieri, divenire, esser fatto consapevole</emph>, e quel che
          i latini dicono <emph>discere</emph>, il qual verbo (che manca del supino) spetta pure a
          questa categoria. E poichè i perfetti e supini di tali verbi (se e’ gli hanno) non sono
          regolari, io credo che ciò sia perchè questi non son loro, ma di altri verbi originali,
          ne’ quali essi sarebbero regolari, e stimo che tale irregolarità e tali perfetti e supini,
          convenienti ad altri verbi, e sconvenienti (per analogia grammaticale) a quei verbi a cui
          ora appartengono, dinotino altri verbi originali perduti. Massime che si trovano vestigi
          de’ supini ec. regolari di detti verbi ch’ora esistono, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">noscitare, nasciturus</foreign>, che mostrano i regolari supini di
            <foreign lang="lat" rend="italic">nascor</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nosco</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">noscitus</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">nascitus</foreign>; i quali non è verisimile che sieno stati
          contratti essi medesimi in <foreign lang="lat" rend="italic">natus</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">notus</foreign>, e che sieno grammaticalmente tutt’uno con
            questi<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Posco</foreign> ha <foreign lang="lat" rend="italic"
                >poposci</foreign>, cioè, tolta la duplicazione (ch’è un accidente), <foreign
                lang="lat" rend="italic">posci</foreign>, regolare, e non <foreign lang="lat"
                rend="italic">povi</foreign>. Perchè dunque <foreign lang="lat" rend="italic">nosco
                novi</foreign>? <foreign lang="lat" rend="italic">Posco</foreign> non ha il supino
              oggidì. Perchè <foreign lang="lat" rend="italic">scisco scivi, suesco evi</foreign>, e
              non <foreign lang="lat" rend="italic">suesci, nosci</foreign> ec.?</p>
          </note>. Il difettivo <foreign lang="lat" rend="italic">novi novisti</foreign>, usato in
          senso presente ec. (ond’e’ non si può considerare per parte di <foreign lang="lat"
            rend="italic">nosco</foreign>, come fanno i grammatici) è, secondo me, un avanzo e un
          segno <pb ed="aut" n="3691"/> evidente di <foreign lang="lat" rend="italic">no</foreign>
          verbo perduto, che nel perfetto fece <foreign lang="lat" rend="italic">novi</foreign>, e
          nel supino <foreign lang="lat" rend="italic">notum</foreign> (come <foreign lang="lat"
            rend="italic">po</foreign> fece <foreign lang="lat" rend="italic">potum</foreign> che
          ancor resta, onde <foreign lang="lat" rend="italic">potare</foreign>: resta anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">potus</foreign> participio. ec.), voci poi trasportate al suo
          derivato <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign>, che grammaticalmente è in
          verità difettivo, non men di <foreign lang="lat" rend="italic">novi isti</foreign> con cui
          egli è supplito, facendo d’ambo un solo<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Che <foreign lang="lat" rend="italic">novi novisti</foreign> spetti ad altro verbo
              che a <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign>, provasi e dal suo significato
              del presente (or perchè ciò s’e’ fosse il proprio perfetto di <foreign lang="lat"
                rend="italic">nosco</foreign>? il quale ha pure il presente ec.) e dell’imperf. nel
              piuccheperf. ec.; e dal veder che i grammatici, sebbene da un lato l’appropriano a
                <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign>, dall’altro lato tutti, antichi e
              mod.ni lo considerano e chiamano difettivo, come <foreign lang="lat" rend="italic"
                >memini</foreign>, nè più nè meno. Dunque gli suppongono un altro tema, e questo
              ignoto, come a <foreign lang="lat" rend="italic">memini, odi</foreign> ec.</p>
          </note>. Così <foreign lang="lat" rend="italic">memini</foreign> è avanzo e segno certo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign> perduto, anzi rimasto difettivo; da cui
            <foreign lang="lat" rend="italic">reminiscor</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">reminisco</foreign> (mancante di perfetto e supino) che spetta pure a
          questa categoria, e s’altri v’ha, suoi compagni; come, secondo me, <foreign lang="lat"
            rend="italic">comminiscor</foreign>, che viene, credo, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">meno</foreign> (non da <foreign lang="lat" rend="italic">mens</foreign>
          come Forcell.), a cui o a <foreign lang="lat" rend="italic">commeno</foreign> (ignoto)
          spetta, grammaticalmente parlando, il participio <foreign lang="lat" rend="italic"
            >commentus</foreign>, contratto da <foreign lang="lat" rend="italic">menitus</foreign> o
          da <foreign lang="lat" rend="italic">commenitus</foreign>. (Puoi vedere la p. 2774.)</p>
        <p>Del resto se in qualunque modo si volesse credere, come si è creduto finora, che p. e.
            <foreign lang="lat" rend="italic">suevi suetum</foreign> sieno propri perfetti e supini
          di <foreign lang="lat" rend="italic">suesco</foreign>, e non tolti in prestito, allora si
          dovrà dire che anche <foreign lang="lat" rend="italic">scivi scitum</foreign> che sono
          della <pb ed="aut" n="3692"/> stessa forma, sieno propri e veri di <foreign lang="lat"
            rend="italic">scisco</foreign>, ch’è della stessa forma, genere di significato e
          categoria di <foreign lang="lat" rend="italic">suesco</foreign>. Ma il verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">sciscitor</foreign> dimostrando il supino <foreign lang="lat"
            rend="italic">sciscitum</foreign> è un altro esempio che conferma, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">noscito</foreign>, la mia opinione. E la conferma altresì il
          vedere che il perfetto e il supino di <foreign lang="lat" rend="italic">scisco</foreign>
          sono infatti, grammaticalmente, gli stessi che quelli di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >scio</foreign>, verbo noto ed esistente e usitato, e verbo riconosciuto fuor di dubbio
          per origine di <foreign lang="lat" rend="italic">scisco</foreign>. V. p. 3763.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Niteo es ui</foreign> — <foreign lang="lat"
            rend="italic">nitesco is. Albeo es</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">albesco
            is. Nigreo es ui</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">nigresco is. Flaveo
          es</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">flavesco is. Horreo es ui</foreign> —
            <foreign lang="lat" rend="italic">horresco is. Candeo es ui</foreign> — <foreign
            lang="lat" rend="italic">candesco is</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >excandesco is ui</foreign> (notate lo stesso perfetto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">candeo</foreign>, che certo, almeno grammaticalmente, è di <foreign
            lang="lat" rend="italic">excandeo</foreign> ignoto, e non, come dicono, di <foreign
            lang="lat" rend="italic">excandesco</foreign>. Così dite di <foreign lang="lat"
            rend="italic">extimesco</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">pertimesco,
          is</foreign>, <pb ed="aut" n="3693"/> che hanno il perfetto <emph>ui</emph>, il quale
          grammaticalmente è certo di un <foreign lang="lat" rend="italic">pertimeo</foreign> e di
          un <foreign lang="lat" rend="italic">extimeo</foreign>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">timeo</foreign> che ha infatti <foreign lang="lat" rend="italic"
          >timui</foreign>. E trovasi veramente <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pertimens</foreign>, e fors’anche il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >extimeo</foreign>.) <foreign lang="lat" rend="italic">Notesco is ui</foreign> ec.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Vireo — Viresco. Valeo — Valesco — Convalesco, ui.
            Sanesco, Consanesco ui. Fluesco. Liquesco. Seneo, Senesco, Consenesco ui. Crebresco is
            ui. Flammesco is</foreign>. (14. Ott. 1823.). Tutti questi verbi in <emph>esco</emph>
          significano <foreign lang="lat" rend="italic">fio</foreign> col participio attivo de’
          rispettivi verbi in <emph>eo</emph>. Cioè <foreign lang="lat" rend="italic">nitens fio,
            candens fio</foreign>. ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Concupisco is —
          concupio</foreign>. Il proprio senso de’ verbi in <emph>sco</emph>, è quale l’abbiam
          definito: pur se ne troverà che o sempre o per lo più o talvolta abbiano un senso diverso,
          p. e. conforme a quel de’ loro verbi originali noti o ignoti<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>V. p. e. la definiz. di <foreign lang="lat" rend="italic">tremisco</foreign> nel
              Forcell.</p>
          </note>. Ciò non fa meraviglia. Il simile ho notato accadere ne’ continuativi. E questo
          esempio de’ verbi in <emph>sco</emph>, del cui proprio significato non v’è
            controversia<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Vi sono anche molti altri esempi simili di molti generi di verbi che p. negligenza
              degli scrittori, o per dimenticanza del lor primo destino ec. ec. escono sovente de’
              termini del modo e proprietà generali del loro significato ec. ec.</p>
          </note>, può servire a rispondere a chi dal non continuativo senso di molti continuativi,
          o in molti casi ec., volesse trarre argomento di riprovare la nostra teoria della vera e
          propria e regolare significazione de’ continuativi ec. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Credito as</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">credo itus</foreign>. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">nicto</foreign>, di cui altrove, vedi
          Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">nico is</foreign>. Inclino molto a credere che
          quello sia continuativo di questo, anzi che d’altro verbo; dico <pb ed="aut" n="3694"/>
          quel <foreign lang="lat" rend="italic">nicto</foreign> che sta appresso a poco per
            <foreign lang="grc">μύω</foreign> ec. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2819. marg. <foreign lang="lat" rend="italic">Vado</foreign> che è <foreign
            lang="grc">βάδω</foreign> (derivativo di <foreign lang="grc">βάω</foreign>, o piuttosto
          lo stesso verbo diversamente pronunziato ec.) verrebbe a essere originalmente stretto
          affine di <foreign lang="lat" rend="italic">bito</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">beto</foreign> per etimologia, come lo è per significato compagno. Del
          resto il significato di <foreign lang="lat" rend="italic">bito</foreign> e <foreign
            lang="grc">βαίνω</foreign> (alterazione di <foreign lang="grc">βάω</foreign> come
            <foreign lang="grc">φαίνω</foreign> di <foreign lang="grc">φάω</foreign> ec. ec. del che
          altrove) è propriamente lo stesso. <foreign lang="lat" rend="italic">Bito is</foreign>
          continuativo sarebbe come <foreign lang="lat" rend="italic">nicto is, piso is</foreign> e
          simili di cui a’ lor luoghi. Dell’esistenza de’ quali però, o di alcuni di loro, si
          dubita. Pur gli uni possono servir di appoggio agli altri, e i certi ai dubbi,
          riportandoli alla nostra teoria, ed a’ nostri principii di formazione ec. i quali mostrano
          l’analogia che v’è tra gli uni e gli altri, sinora non osservata. ec. (15. Ott. 1823.). V.
          p. 3710.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Aiguille</foreign>, <emph>aguglia</emph>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">aguja</foreign>, <emph>guglia</emph> (co’ lor derivati ec.)
          diminutivo sovente positivato, dal lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aculeus</foreign>, altresì diminutivo come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >equuleus</foreign>. Anche il greco <foreign lang="grc">ὀβελίσκος</foreign> quando
          significa <emph>guglia</emph> è un diminutivo positivato. <foreign lang="grc"
          >Ὀβελίσκος</foreign> e <emph>aguglia</emph> o <emph>guglia</emph>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">aiguille</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">aguja</foreign>
          suonano cose simili tra loro anche nel senso proprio. (15. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3695"/> Alla p. 2777. fine. Il <emph>g</emph> protatico avanti la
          <emph>n</emph>, trovasi nel latino aggiunto eziandio a voci semplicemente latine, non
          greche, come al tema <foreign lang="lat" rend="italic">nascor</foreign> in molti de’ suoi
          composti: <foreign lang="lat" rend="italic">adgnascor, agnatus, prognatus, cognatus,
            cognatio</foreign> ec. ed anche nel semplice <foreign lang="lat" rend="italic"
          >gnatus</foreign>. Così <foreign lang="lat" rend="italic">gnavus, gnavare</foreign> ec.
          per <foreign lang="lat" rend="italic">navus, navare</foreign>, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">ignavus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">iñavus</foreign>.
            <bibl>V. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">gnarus,
            ignarus</foreign>, e nelle voci suddette e simili ec.</bibl> (15. Ott. 1823.). V. p.
          3727.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2996. marg. <foreign lang="lat" rend="italic">Nigreo — nigrico — nigro
          as</foreign>. Se <foreign lang="lat" rend="italic">nigro</foreign> venisse da <foreign
            lang="lat" rend="italic">nigreo</foreign> apparterrebbe forse alla nostra teoria, almen
          quanto alla derivazione e formazione, e sarebbe a notare che il suo verbo originale
          sarebbe della seconda, non della 3.<hi rend="apice">a</hi>. Ma forse <foreign lang="lat"
            rend="italic">nigro</foreign> viene a dirittura da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >niger gri. Nigrico</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic">nigreo</foreign>, o
          da <foreign lang="lat" rend="italic">nigro</foreign>. (15. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Obsoleto as</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">obsolesco — obsoletus</foreign>. (15. Ott. 1823.). Ma questo non è
          continuativo. Esso significa <foreign lang="lat" rend="italic">obsoletum
          reddere</foreign>, significato alienissimo della sua formazione. Ei non è che di
          Tertulliano e d’altri d’inferior latinità (Forcell. e Gloss.). La sua barbarie è
          maggiormente manifesta per la nostra <pb ed="aut" n="3696"/> teoria de’ continuativi la
          quale fa vedere l’improprietà e disanalogia totale (perchè niuno altro esempio ve n’ha,
          ch’io sappia, nel buon latino) del suo significato ed uso<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>
              <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">oleto</foreign>
              </bibl>.</p>
          </note>. <emph>Completare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">compléter</foreign>
          ec. voce moderna, sarebbe di simile genere di significazione perocch’ella propriamente
          vale <emph>far completo</emph>; benchè questo viene a coincidere col senso del verbo
          originario <foreign lang="lat" rend="italic">complere</foreign>, il che non accade in
            <foreign lang="lat" rend="italic">obsoletare</foreign>, perchè <foreign lang="lat"
            rend="italic">obsolesco</foreign> è neutro e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >obsoleto</foreign> attivo. Di <emph>completare</emph> mi ricordo aver detto altrove.
          Questi tali verbi son fatti da’ rispettivi participii (come <foreign lang="lat"
            rend="italic">obsoletus, completus</foreign>) già passati in aggettivi, e non come
          participi ma come aggettivi, onde e’ non spettano alla nostra teoria. E’ sono assaissimi.
          Forse ve n’ha anche nel buon latino, sotto questo aspetto. Ma meno, cred’io, che nel basso
          latino, e fra’ moderni. (15. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2996. fine. <foreign lang="lat" rend="italic">Obsoleo, obsolesco</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">obs</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >oleo, olesco</foreign>. Vedi il pensiero seguente. (15. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3687. Che <foreign lang="lat" rend="italic">adoleo</foreign> o certamente il
          semplice <foreign lang="lat" rend="italic">oleo</foreign> esistesse una volta, vedi il
          Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Obsolesco</foreign>, principio. Dico un
            <foreign lang="lat" rend="italic">oleo</foreign> e un <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adoleo</foreign> diverso <pb ed="aut" n="3697"/> da quelli che ancora esistono, o con
          diverso significato. Qual fosse questo significato nol saprei dire. Il Forc. l. c. dice
            <foreign lang="lat" rend="italic">cresco</foreign>, ma questo è il significato de’
          derivativi <foreign lang="lat" rend="italic">adolesco</foreign> ec. e proprio del genere e
          forma grammaticale d’essi derivativi. Si può anzi dire che il tema che noi cerchiamo
          esista ancora; in <foreign lang="lat" rend="italic">obsoleo</foreign> cioè ed in <foreign
            lang="lat" rend="italic">exoleo</foreign>, de’ quali però v. il Forc. Se <foreign
            lang="lat" rend="italic">obsolesco</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >obsoleo, exolesco</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">exoleo</foreign>, ciò
          è lo stesso che dire che <foreign lang="lat" rend="italic">adolesco, inolesco</foreign>
          ec. sono da <foreign lang="lat" rend="italic">adoleo inoleo</foreign> ec. Tutti questi da
          un medesimo tema, e la ragion degli uni è quella degli altri. Da ben diverso tema deriva
          il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">obsolesco</foreign> chi lo deriva (e fors’anche
            <foreign lang="lat" rend="italic">obsoleo</foreign>) da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ob</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">soleo</foreign> (<bibl>
            <author>Forcell.</author> l. c.</bibl>). Ma chi fa così mostra non aver considerato i
          fratelli carnali di <foreign lang="lat" rend="italic">obsolesco</foreign> ne’ quali la
          prima s non comparisce; nè il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">exoleo</foreign>,
          fratello di <foreign lang="lat" rend="italic">obsoleo</foreign>, il quale non può esser
          che da <foreign lang="lat" rend="italic">ex</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >oleo</foreign>. Negar che questi verbi sieno fratelli è da stolto. Il significato lo
          prova. <foreign lang="lat" rend="italic">Exolesco</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">obsolesco</foreign> vagliono, si può dire, altrettanto. Gli altri
          corrispondono, secondo le preposizioni rispettive. <pb ed="aut" n="3698"/> Di più,
            <foreign lang="lat" rend="italic">soleo</foreign> ha forse il perfetto <foreign
            lang="lat" rend="italic">solui</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >solevi</foreign>? fa forse nel supino <foreign lang="lat" rend="italic"
          >soletum</foreign>? nel participio <foreign lang="lat" rend="italic">soletus</foreign>? Or
          così fa ed ha <foreign lang="lat" rend="italic">obsoleo</foreign>. E se <foreign
            lang="lat" rend="italic">obsoleo</foreign> non ha che fare con <foreign lang="lat"
            rend="italic">soleo</foreign>, come dunque <foreign lang="lat" rend="italic"
          >obsolesco</foreign>? si potrà negare che questo venga da <foreign lang="lat"
            rend="italic">obsoleo</foreign>? oltre che ciò è più ch’evidente per se, e per tanti
          altri esempi analoghi, nol mostra l’esempio affatto compagno, di <foreign lang="lat"
            rend="italic">exolesco</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">exoleo</foreign>?
          Finalmente che la prima <emph>s</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >obsolesco</foreign> e di <foreign lang="lat" rend="italic">obsoleo</foreign> spetti alla
          preposizione <foreign lang="lat" rend="italic">ob</foreign>, vedi la p. 2996. e le quivi
          richiamate.</p>
        <p>Del resto chi volesse dire che il proprio preterito perfetto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">oleo, adoleo</foreign> e simili fosse e dovesse essere <foreign lang="lat"
            rend="italic">olui, adolui</foreign> ec. onde <foreign lang="lat" rend="italic">adolevi
            inolevi</foreign> ec. non sieno propri di <foreign lang="lat" rend="italic">adoleo,
            inoleo</foreign> (ignoto), ma di <foreign lang="lat" rend="italic">adolesco</foreign>
          veramente e di <foreign lang="lat" rend="italic">inolesco</foreign> ec., osservi che anche
          l’altro <foreign lang="lat" rend="italic">oleo</foreign> ne’ composti fa <foreign
            lang="lat" rend="italic">olevi</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >olui</foreign> (Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">oleo</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Neo-nevi, fleo-flevi</foreign> ec. ec.</p>
          </note>); e che queste desinenze <emph>evi</emph> ed <emph>ui</emph>, sono in verità una
          sola, cioè varie solamente di pronunzia, perchè gli antichi latini massimamente, e poi
          anche i non antichi, o meno antichi, ed anche i moderni ec., confondevano spessissimo
            l’<emph>u</emph> e il <emph>v</emph>
          <note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>V. p. 3708.</p>
          </note> (che già non ebbero se non un solo e comune carattere): sicchè <foreign lang="lat"
            rend="italic">olevi</foreign> è lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >olui</foreign>, interposta la <emph>e</emph> per dolcezza, ovvero <foreign lang="lat"
            rend="italic">olui</foreign> è lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >olevi</foreign>, omessa la e per proprietà di pronunzia. Giacchè il <emph>v</emph> di
          questo e l’<emph>u</emph> di quello non furono mai considerate <pb ed="aut" n="3699"/> da’
          latini se non come una stessa lettera. Così nell’ebraico, così nelle lingue moderne, sino
          agli ultimi tempi, e dura ancora ne’ Dizionari delle nostre lingue (come ne’ latini) il
          costume di ordinar le parole come se l’<emph>u</emph> e il <emph>v</emph> nell’alfabeto
          fossero una lettera stessa, ec. ec. ec. Dunque non saprei dire, nè credo che si possa
          dire, se il vero e regolare e primitivo perfetto della seconda coniugazione abbia la
          desinenza in <emph>evi</emph> o in <emph>ui</emph>, se sia <foreign lang="lat"
            rend="italic">docui</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">docevi</foreign>: e
          piuttosto si dee dire che, se non ambo primitive, ambo queste desinenze son regolari, anzi
          che sono ambo una stessa. Io per me credo che la più antica sia quella in
          <emph>evi</emph>, anticamente <emph>ei</emph> (conservata nell’italiano: <emph>potei,
            sedei</emph> ec. che per adottata corruzione e passata in regola, si dice anche
            <emph>sedetti</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Tutti i nostri perf. in <emph>etti</emph> sono primitivam. e veram. in
              <emph>ei</emph>, quando anche questa desinenza in molti verbi non si possa più usare,
              e sia divenuta irregolare, perchè posta fuor dell’uso, da quell’altra benchè corrotta
              e irregolare in origine, come appunto lo fu <emph>evi</emph> introdotta p. evitar
              l’iato, come <emph>etti</emph>. E qui ancora si osservi la conservaz.
              dell’antichissimo e vero uso fatta dal volgar latino sempre, sino a trasmettere a noi
              i perf. della 2.<hi rend="apice">a</hi> in <emph>ei</emph>. Puoi vedere la p.
            3820.</p>
          </note> ec.), poi per evitar l’iato <emph>eFi</emph>, e poi <emph>evi</emph> (come ho
          detto altrove del perfetto della prima: <emph>amai</emph>, conservato nell’italiano ec.
            <emph>amaFi, amavi</emph>), indi <emph>vi</emph> (<emph>docvi</emph>) o <emph>ui</emph>
            (<emph>docui</emph>), ch’è tutt’uno, e viene a esser contrazione di quella in
          <emph>evi</emph> (<emph>docevi</emph>). Ed è ben consentaneo che da <foreign lang="lat"
            rend="italic">doceo</foreign> si facesse primitivamente nel perfetto, <foreign
            lang="lat" rend="italic">docei</foreign>, <pb ed="aut" n="3700"/> conservando la
          <emph>e</emph>, lettera caratteristica della 2.<hi rend="apice">da</hi> coniugazione come
            l’<emph>a</emph> nella prima, onde l’antico <emph>amai</emph>. Ma l’<emph>u</emph>
          com’ebbe luogo nella desinenza de’ perfetti della seconda, essendo una lettera affatto
          estranea alle radici (come a <foreign lang="lat" rend="italic">doceo</foreign>) ec.<note
            resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Impleo</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic"
                >compleo</foreign> ec.) — <foreign lang="lat" rend="italic">deleo</foreign> (v. la
              p. 3702.) <foreign lang="lat" rend="italic">es evi etum</foreign>. Perchè dunque p. e.
                <foreign lang="lat" rend="italic">dolui</foreign> e non <foreign lang="lat"
                rend="italic">dolevi</foreign>? come <foreign lang="lat" rend="italic"
              >delevi</foreign> che v’è sola una lettera di svario. Perchè <foreign lang="lat"
                rend="italic">dolitum</foreign> e non <foreign lang="lat" rend="italic"
              >doletum</foreign>? O se <foreign lang="lat" rend="italic">dolui</foreign>, perchè
                <foreign lang="lat" rend="italic">delevi</foreign> e non <foreign lang="lat"
                rend="italic">delui</foreign>? (v’ha però forse <foreign lang="lat" rend="italic"
                >abolui</foreign>, ed anche <foreign lang="lat" rend="italic">adolui</foreign> ec.
              p. 3702. e ivi marg.) V. p. 3715.</p>
          </note>? Si risponde facilmente se si adottano le cose sopraddette: altrimenti non si può
          spiegare. L’<emph>u</emph> ebbe luogo nella seconda, come il <emph>v</emph>, ch’è la
          stessa lettera, ebbe luogo nella prima e nella quarta: per evitar l’iato. L’<emph>u</emph>
          e il <emph>v</emph> ne’ perfetti di queste coniugazioni e nelle dipendenze de’ perfetti
          sono dunque lettere affatto accidentali, accessorie, estranee, introdotte dalla proprietà
          della pronunzia, contro la primitiva forma d’essi verbi, benchè poi passate in regola nel
          latino scritto. Passate in regola nelle due prime. La quarta è l’unica che conservi ancora
          il suo perfetto primitivo (come la terza generalmente e regolarmente, che non patì nè
          poteva patire quest’alterazione) insieme col corrotto: <emph>audii, audivi</emph>. Il
          latino volgare per lo contrario non conservò, e l’italiano non conserva, che i primitivi:
            <emph>amai, dovei, udii</emph>. Queste osservazioni mostrano l’analogia (finora, <pb
            ed="aut" n="3701"/> credo sconosciuta) che v’ebbe primitivamente fra la ragion
          grammaticale, la formazione la desinenza de’ perfetti della 1. 2. e 4. e che v’ha
          effettivamente fra l’origine delle forme e desinenze di tutti e tre. Analogia oscurata
          poscia e resa invisibile dalle alterazioni che dette desinenze variamente ricevettero
          nella pronunzia, nell’uso ec., le quali alterazioni passate in regola, furono poi credute
          forme primitive ec. Forse la coniugazione in cui più verbi si trovino che abbiano il
          perfetto (e sue dipendenze) veramente primitivo, e ciò senz’averlo doppio come que’ della
          quarta, ne’ quali l’un de’ perfetti non è primitivo, si è la 3.<hi rend="apice">a</hi>.</p>
        <p>Tornando a proposito, <foreign lang="lat" rend="italic">adultum</foreign> mutato
            l’<emph>o</emph> in <emph>u</emph> al solito: <foreign lang="lat" rend="italic"
          >volgus</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">vulgus</foreign> ec. come ho detto
          in 100 altri luoghi. Così da <foreign lang="lat" rend="italic">colo colui,
          colitum</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">coltum</foreign> — <foreign
            lang="lat" rend="italic">cultum</foreign>. Vedi la pag. 3853-4. di <foreign lang="lat"
            rend="italic">adolesco</foreign> e di <foreign lang="lat" rend="italic">adoleo</foreign>
          è contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">adoletum</foreign>, anzi di <foreign
            lang="lat" rend="italic">adolitum</foreign>, supino regolare di <foreign lang="lat"
            rend="italic">adoleo</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">docitum</foreign>
          di <foreign lang="lat" rend="italic">doceo</foreign>, poi contratto in <foreign lang="lat"
            rend="italic">doctum</foreign>. Infatti <foreign lang="lat" rend="italic"
          >inolesco</foreign> (o piuttosto l’ignoto <foreign lang="lat" rend="italic"
          >inoleo</foreign>) ha <foreign lang="lat" rend="italic">inolitum</foreign> non <foreign
            lang="lat" rend="italic">inoletum. Obsoletum, exoletum</foreign> e simili, sono
          irregolari, e corruzioni dell’ignoto <foreign lang="lat" rend="italic">exolitum,
          obsolitum</foreign>. Se però <foreign lang="lat" rend="italic">docitum</foreign> non è
          corruzione di <foreign lang="lat" rend="italic">docetum</foreign>, che sarebbe regolare
          come <foreign lang="lat" rend="italic">amatum</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">amare</foreign>. Ovvero <pb ed="aut" n="3702"/> se <foreign lang="lat"
            rend="italic">doctum</foreign> non è contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >docetum</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">docui</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">docevi</foreign>. Onde il regolare e primitivo supino della 2.
          sia in <emph>etum</emph> da <emph>ere</emph>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >exoletum, netum, fletum, suetum</foreign> (dall’ant. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sueo</foreign>) ed altri tali, e come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >amatum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">amare</foreign>; e quelli in
            <emph>itum</emph>, come <foreign lang="lat" rend="italic">exercitum, habitum</foreign>
          ec. sieno corruzioni, come <foreign lang="lat" rend="italic">domitum</foreign> e simili
          sono corruzioni di <foreign lang="lat" rend="italic">domatum</foreign> ec. Io così credo.
          V. p. 3704. e 3853. 3871.</p>
        <p>Si attribuisce ad <foreign lang="lat" rend="italic">adolesco</foreign> anche il perfetto
            <foreign lang="lat" rend="italic">adolui</foreign>. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">adolesco</foreign>.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Aboleo es evi itum</foreign> pur da <foreign lang="lat"
            rend="italic">oleo</foreign>. Prisciano ammette anche <foreign lang="lat" rend="italic"
            >abolui</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Abolesco</foreign> neutro. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Deleo es evi etum</foreign> pur da <foreign lang="lat"
            rend="italic">oleo</foreign>. <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Deleo</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">Leo es. Oboleo es
              ui. Obolitio. Suboleo es ui</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">Subolesco
            is</foreign>
          </bibl>.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Adoleo</foreign> nel senso nel quale ei può aver
          generato <foreign lang="lat" rend="italic">adolesco</foreign> si trova veramente ancora.
          Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">Adoleo</foreign>. Siccome <foreign lang="lat"
            rend="italic">adolesco</foreign> trovasi ancora in senso conforme all’usitato di
            <foreign lang="lat" rend="italic">adoleo</foreign>. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">adolesco</foreign>.</p>
        <p>Il senso di <foreign lang="lat" rend="italic">oleo</foreign> (diverso o tutt’uno con
            l’<foreign lang="lat" rend="italic">oleo</foreign> che ancora abbiamo) dovette esser
          poco diverso da <foreign lang="lat" rend="italic">cresco</foreign>. Infatti <foreign
            lang="lat" rend="italic">obsoleo</foreign> di senso appena o nulla differisce da
            <foreign lang="lat" rend="italic">obsolesco</foreign>. Così dunque dovette essere
            <foreign lang="lat" rend="italic">adoleo</foreign> rispetto a <foreign lang="lat"
            rend="italic">adolesco</foreign>. ec. <bibl>V. <author>Forcell.</author> in <foreign
              lang="lat" rend="italic">Adoleo</foreign>
          </bibl>. Il quale forse da <emph>bruciare ne’ sacrifizi</emph> fu trasferito ad
            <emph>accrescere</emph>, come per lo contrario <foreign lang="lat" rend="italic">mactare</foreign>
          <pb ed="aut" n="3703"/> da <emph>accrescere</emph> ad <emph>immolare, sacrificare</emph>
          ec. E similmente si potrà dire di <foreign lang="lat" rend="italic">oleo</foreign> ec. ec.
          Cioè che il suo primo significato fosse <emph>ulire</emph> (com’è oggi), indi
            <emph>abbruciar cose odorifere</emph> ec. (come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >adoleo</foreign>), indi <emph>accrescere</emph> o <emph>crescere</emph>, nel qual ultimo
          senso ei sarà stato preso ne’ composti-derivati, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adolesco, exolesco</foreign> ec. nel composto <foreign lang="lat" rend="italic"
          >obsoleo</foreign>, in <foreign lang="lat" rend="italic">exoleo</foreign> ec. ed avrà
          prodotto il derivato <foreign lang="lat" rend="italic">olesco</foreign>, cioè <foreign
            lang="lat" rend="italic">cresco</foreign>, di cui v. Forcell. e vedilo ancora in
            <foreign lang="lat" rend="italic">macto</foreign> ec. ec. e in <foreign lang="lat"
            rend="italic">sobolesco</foreign>. (15. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3688. principio. Che <foreign lang="lat" rend="italic">cretum</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">cretus</foreign> non sieno propri di <foreign
            lang="lat" rend="italic">cresco</foreign> (v. Forc. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cresco</foreign> fine), ma di altro verbo, lo dimostra la differenza del significato.
            (<foreign lang="lat" rend="italic">cretus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cerno</foreign> è altra voce). <foreign lang="lat" rend="italic">Cretus</foreign> vale
            <emph>generato</emph>. Io tengo certo ch’esso sia contrazione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">creatus</foreign>; che <foreign lang="lat" rend="italic">cresco</foreign>
          sia fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">creo as</foreign>, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">hisco</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">hio as</foreign>; e
          ch’ei vaglia propriamente quasi <emph>venirsi creando, generando, formando</emph>; che è
          veramente quello che fa chi cresce; a ciascun momento si forma e genera quello che a lui
          aggiungi e in che consiste il suo incremento. L’incremento è una continua formazione e
          generazione, <pb ed="aut" n="3704"/> non del tutto, ma delle parti accedenti ec. ec.
            <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Crementum</foreign>
            e <foreign lang="lat" rend="italic">cretus</foreign>
          </bibl>. Quest’etimologia non è stata forse data da alcuno. E ciò perchè niuno, credo, ha
          considerato <foreign lang="lat" rend="italic">cresco</foreign> come un verbo della nostra
          categoria de’ verbi in <emph>sco</emph> fatti da altri originali, con analoga variazione
          di significato ec. Noi e la troviamo e la confermiamo per mezzo dell’analogia e proprietà
          generale del significato, formazione ec. de’ verbi in <emph>sco</emph>. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Cretus</foreign> non è dunque di <foreign lang="lat"
            rend="italic">cresco</foreign> ma di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >creatus</foreign>, e ciò anche per la significazione, laddove gli altri tali, <foreign
            lang="lat" rend="italic">suetus</foreign>, p. grammatica è di <foreign lang="lat"
            rend="italic">sineo</foreign>, per significazione però, di <foreign lang="lat"
            rend="italic">suesco</foreign> ec. (15. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3702. Queste osservazioni, e i confronti di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fletum, netum</foreign> e tali altri supini tutti della seconda, confermano che
            <foreign lang="lat" rend="italic">suetum, exoletum</foreign>, e simili, non sono di
            <foreign lang="lat" rend="italic">sinesco, exolesco</foreign> ec. verbi della terza,
          alla quale punto non conviene questa desinenza, ma di altri della seconda da cui essi
          derivano. <foreign lang="lat" rend="italic">Cretum</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">cerno</foreign> e suoi composti è corrottissimo, per <foreign lang="lat"
            rend="italic">cernitum</foreign>, ch’è il vero, e la desinenza in <emph>etum</emph> v’è
          accidentale ec. (15. Ott. 1823.). V. p. 3731. Altresì quel che s’è detto de’ perfetti
          della seconda, e il confronto di <foreign lang="lat" rend="italic">nevi, flevi</foreign>
          ec. mostra che <foreign lang="lat" rend="italic">suevi, crevi, adolevi</foreign> ec. non
          sono di <foreign lang="lat" rend="italic">suesco</foreign> ec. verbi della terza. (15.
          Ott. 1823.). V. p. 3827. La desinenza de’ perfetti in <emph>evi</emph> o <pb ed="aut"
            n="3705"/> in <emph>vi</emph>, propria della prima coniugazione e, come abbiamo
          mostrato, della seconda, che ora ha più sovente <emph>ui</emph>, ch’è il medesimo, e
          finalmente eziandio della quarta che conserva però anche quella in <emph>ii</emph>, è al
          tutto aliena da’ verbi della terza, se non se per qualche rara anomalia, come in <foreign
            lang="lat" rend="italic">crevi</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cerno</foreign>, e suoi composti perfetto irregolarissimo, per <foreign lang="lat"
            rend="italic">cerni</foreign>, e in <foreign lang="lat" rend="italic">sevi</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">sero</foreign>, e suoi composti verbo d’altronde
          ancora irregolarissimo, come si vede nel suo supino <foreign lang="lat" rend="italic"
            >satum</foreign>, ne’ composti <foreign lang="lat" rend="italic">situm</foreign>, solita
          mutazione in virtù della composizione ec. V. p. 3848. ec. Ovvero per qualche altra ragione
          come dal verbo <foreign lang="lat" rend="italic">no</foreign> (di cui p. 3688.) che
          dovette essere della terza, il perfetto <foreign lang="lat" rend="italic">novi</foreign>
          per evitare la voce poco graziosa <emph>ni</emph>, che sarebbe stata il suo perfetto
          regolare, e che d’altronde concorreva colla particella <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ni</foreign>: oltre che niun perfetto latino, se ben mi ricordo, è monosillabo,
          ancorchè fatto da tema monosillabo: eccetto <foreign lang="lat" rend="italic">ii</foreign>
          da <foreign lang="lat" rend="italic">eo</foreign>, e da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fuo, fui</foreign>, i quali furono monosillabi, e forse ancora lo sono talvolta presso
          i poeti latini del buon tempo ec. secondo il mio discorso altrove fatto della antica
          monosillabia di tali dittonghi ec. Da’ monosillabi <foreign lang="lat" rend="italic">do,
            sto</foreign> ec. si fece il perfetto dissillabo per duplicazione: <foreign lang="lat"
            rend="italic">dedi, steti</foreign>, ec. Onde avrebbe da <foreign lang="lat"
            rend="italic">no</foreign> potuto anche farsi <emph>neni</emph>. O forse il verbo da cui
          viene <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign>, non fu <emph>no</emph>, ma
            <foreign lang="lat" rend="italic">noo</foreign> ((<foreign lang="grc">νοῶ</foreign>),
          onde il perfetto <pb ed="aut" n="3706"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">novi</foreign> invece del regolare <foreign lang="lat"
            rend="italic">noi</foreign> sarà stato fatto (come que’ della 1. in <emph>avi</emph> per
            <emph>ai</emph>, della 2. in <emph>evi</emph> per <emph>ei</emph>, della 4. in
          <emph>ivi</emph> per <emph>ii</emph>) per evitare l’iato; il quale iato però non può
          essere che affatto accidentale ne’ perfetti di questa coniugazione. V. p. 3756. Così per
            <foreign lang="lat" rend="italic">fui</foreign>, regolare perfetto dell’antico <foreign
            lang="lat" rend="italic">fuo</foreign>, verbo della terza, il qual perfetto anche oggidì
          si conserva<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Suo is</foreign> ha <foreign lang="lat"
                rend="italic">sui</foreign>, e non ha che questo. <foreign lang="lat" rend="italic"
                >Abluo Diluo</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">lui</foreign>. Veggasi
              la p. 3732. <foreign lang="lat" rend="italic">Assuo assui</foreign> ec. e gli altri
              composti di <foreign lang="lat" rend="italic">suo</foreign>.</p>
          </note>, e solo esso, e tutto regolare, Ennio disse <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fuvi</foreign>, non <foreign lang="lat" rend="italic">metri causa</foreign>, come crede
          il Forcellini, (in <foreign lang="lat" rend="italic">fuam</foreign>), ma secondo me, per
          evitare l’iato<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>V. p. 3885.</p>
          </note>. L’evitazion del quale stette a cuore principalmente agli scrittori (come anche in
          altre lingue), e ad essi, cred’io, si deve attribuire l’esser passate in regola le
          desinenze <emph>avi</emph> ed <emph>evi</emph> (poi <emph>ui</emph>) della 1. e 2. ne’
          perfetti e lor dipendenze, ed in parte la desinenza <emph>ivi</emph> nella quarta, in vece
          delle primitive <emph>ai</emph>, <emph>ei</emph>, <emph>ii</emph>. E quelle in <emph>avi,
            evi, ivi</emph>, secondo me, non furon proprie che della scrittura, o certo del
          linguaggio illustre, o di esso principalmente, e nulla o poco le adottò il plebeo,
          perocch’esso conservò le primitive <emph>ai, ei, ii</emph>, come lo dimostra l’italiano (e
          anche il franc. <pb ed="aut" n="3707"/>
          <foreign lang="fre" rend="italic">aimai</foreign>, onde lo spagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">amè</foreign>, come ho detto nella mia teoria de’ continuativi). Tornando
          a proposito la desinenza in <emph>vi</emph>, fuori de’ detti casi, anomalie ec. non è
          propria punto, anzi impropria, de’ perfetti della terza, se non per puro accidente, come
          in <foreign lang="lat" rend="italic">solvi, volvi</foreign> e simili. Ne’ quali casi il
            <emph>v</emph> non è di tal desinenza, nè del perfetto, nè dell’inflessione ordinaria
          de’ verbi della 3.<hi rend="apice">a</hi>. nel perfetto ec. ma del tema (<foreign
            lang="lat" rend="italic">solvo, volvo</foreign>), ed è lettera radicale di tutto il
          verbo ec. Trovansi però molti verbi della 3.<hi rend="apice">a</hi> che (per anomalia)
          fanno il perfetto in <emph>ui</emph> (come il più di quelli della seconda): e questi sono
          in molto maggior numero che quelli della 3.<hi rend="apice">a</hi> che facciano il
          perfetto in <emph>vi</emph> (siccome anche nella 2.<hi rend="apice">a</hi> oggi son più
          quelli in <emph>ui</emph> che quelli in <emph>vi</emph>). Per esempio l’altro <foreign
            lang="lat" rend="italic">sero</foreign> (diverso dal sopraddetto a p. 3705.) che ha il
          supino <foreign lang="lat" rend="italic">sertum</foreign>, nel perfetto fa <foreign
            lang="lat" rend="italic">serui</foreign>, e così i suoi composti. Così <foreign
            lang="lat" rend="italic">colo is ui</foreign>. Ed altri molti. Ma questa desinenza è
          pure affatto impropria della 3. e vi è sempre anomala, come quella in <emph>vi</emph> o in
            <emph>evi</emph> ec. che originalmente son tutt’una con quella in <emph>ui</emph>.</p>
        <p>Del resto dalle soprascritte osservazioni si potrebbe conchiudere che i veri e regolari e
          primitivi supini delle 4. coniugazione son questi: 1.<hi rend="apice">a</hi>
          <emph>atum</emph>, 2.<hi rend="apice">a</hi>. <emph>etum</emph>, 3.<hi rend="apice">a</hi>
          <emph>itum</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere il pensiero seg. e p. 3710. capoverso I. ec. ec.</p>
          </note>, 4.<hi rend="apice">a</hi>
          <emph>itum</emph>. <pb ed="aut" n="3708"/> E i perfetti (con lor dipendenze): 1.<hi
            rend="apice">a</hi>
          <emph>avi</emph> (antic. <emph>ai</emph>), 2.<hi rend="apice">a</hi>
          <emph>evi</emph> (ant. <emph>ei</emph>, più mod. <emph>ui</emph>), 3.<hi rend="apice">a</hi>
          <emph>i</emph> preceduto dalla ultima radicale del tema, 4.<hi rend="apice">a</hi>
          <emph>ii</emph> (antica ma conservata) ed <emph>ivi</emph> (posteriore). (16. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3698. P. e. <foreign lang="lat" rend="italic">solutum, volutum</foreign>, non
          sono che o modi di pronunziare o scrivere o di pronunziare e di scrivere i regolari supini
            <foreign lang="lat" rend="italic">volvitum, solvitum</foreign> e simili, che non son
          pochi; o contrazione di essi supini regolari, fatta per l’elisione dell’<emph>i</emph> e
          non altro (giacchè l’<emph>u</emph> e il <emph>v</emph>, come dico, sono una stessa
            lettera<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Così <foreign lang="lat" rend="italic">sutum</foreign> da <foreign lang="lat"
                rend="italic">suo</foreign> è contraz. di <foreign lang="lat" rend="italic"
              >suitum</foreign>. V. la fine del pensiero precedente. <foreign lang="lat"
                rend="italic">Ablutum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">abluo.
              Dilutum</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Lautum</foreign> (onde
                <foreign lang="lat" rend="italic">lotum</foreign>) è contraz. di <foreign lang="lat"
                rend="italic">lavitum</foreign>, e dimostra quel che ho detto della confusione tra
                l’<emph>u</emph> e ’l v. V. p. 3731.</p>
          </note>) contrazione ed elisione ordinaria, e si può dir, regolare (per il suo grand’uso)
          sì ne’ verbi della terza, come <foreign lang="lat" rend="italic">dictum</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">dicitum</foreign> ec. ec., sì in quelli della seconda,
          come <foreign lang="lat" rend="italic">doctum</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">docitum</foreign> (che non si ha, mentre si ha <foreign lang="lat"
            rend="italic">nocitum, placitum, tacitum, habitum</foreign> ec. e non <foreign
            lang="lat" rend="italic">noctum</foreign> ec.: vedi la p. 3631) ec. ec. (16. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3689. princ. <foreign lang="lat" rend="italic">Vivesco</foreign> non ha perfetto
          nè supino neppur tolto in prestito. Ma il suo composto <foreign lang="lat" rend="italic"
            >revivisco</foreign> ha <foreign lang="lat" rend="italic">revixi</foreign>. Ora il
          Forcell. conviene che questo non è suo ma di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >revivo</foreign>, e ne conviene quantunque <foreign lang="lat" rend="italic"
          >revivo</foreign>, com’ei dice, <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">a nemine est, quod sciam, usurpatum, si unum excipias
              Paulin. Nolan</foreign>.</quote> ec. <pb ed="aut" n="3709"/> (e <bibl>v. il
              <title>Gloss.</title>
          </bibl>). Perchè dunque non conviene egli che p. e. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >scivi scitum</foreign> non sia di <foreign lang="lat" rend="italic">scisco</foreign> ma
          di <foreign lang="lat" rend="italic">scio</foreign>, ch’è pur verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">ab omnibus usurpatum</foreign>? che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >suevi suetum</foreign> non sia di <foreign lang="lat" rend="italic">suesco</foreign> ma
          di <foreign lang="lat" rend="italic">sueo</foreign>, benchè questo <foreign lang="lat"
            rend="italic">a nemine sit usurpatum</foreign>? Del resto il trovarsi pure <foreign
            lang="lat" rend="italic">revivo</foreign>, conferma la mia sentenza che tutti i verbi in
            <emph>sco</emph> sieno fatti da un altro analogo, sebbene non sempre noto; e il vedere
          che <foreign lang="lat" rend="italic">revivisco</foreign> fa <foreign lang="lat"
            rend="italic">revixi</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">revictum</foreign>
          (dimostrato da <foreign lang="lat" rend="italic">revicturus</foreign>, se questo non è di
            <foreign lang="lat" rend="italic">revivo</foreign>), come appunto <foreign lang="lat"
            rend="italic">revivo</foreign>, conferma che i perfetti e supini de’ verbi in
          <emph>sco</emph>, se gli hanno, sieno sempre tolti in prestito da’ verbi originali, e non
          mai loro propri, o ch’essi mai non gli ebbero (ma <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nosco</foreign> p. e. ebbe il supino suo proprio, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >noscitus</foreign>, come a pp. 3688. 3690.), o che gli hanno perduti. Sebbene non vi
          era bisogno di <foreign lang="lat" rend="italic">revivo</foreign> a mostrar tutto questo
          nel nostro caso, bastando che vi fosse, e fosse noto, il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">vivo</foreign>, da cui a dirittura, senza <foreign lang="lat"
            rend="italic">revivo</foreign>, o da <foreign lang="lat" rend="italic">vivesco</foreign>
          (che vien da <foreign lang="lat" rend="italic">vivo</foreign>) per composizione, poteva
          ben esser fatto il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">revivisco</foreign>, e forse e’
          lo è in effetto.</p>
        <p>Del resto, sì <foreign lang="lat" rend="italic">revivisco</foreign>, sì l’analogia
          (perchè l’<emph>e</emph> nella desinenza de’ verbi in <emph>sco</emph> non ha luogo s’e’
          non son fatti <pb ed="aut" n="3710"/> da verbi in <emph>eo</emph>
          <note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Fors’anche da quei della prima, come p. e. se <foreign lang="lat" rend="italic"
                >consanesco</foreign> fosse fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">consano
              as</foreign> neutro (<bibl>v. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat"
                  rend="italic">consano</foreign>
              </bibl>) nel qual caso anche <foreign lang="lat" rend="italic">sanesco</foreign>
              sarebbe fatto da un <foreign lang="lat" rend="italic">sano</foreign> neutro.</p>
          </note>; e p. e. da <foreign lang="lat" rend="italic">meno is</foreign> ch’è della
          coniugione di <foreign lang="lat" rend="italic">vivo is</foreign>, si fa <foreign
            lang="lat" rend="italic">reminisco</foreign>, come a p. 3691., e non <foreign lang="lat"
            rend="italic">reminesco</foreign>), da <foreign lang="lat" rend="italic">tremo is,
            tremisco</foreign> e composti; <foreign lang="lat" rend="italic">ingemisco</foreign> ec.
          Vedi al proposito Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">tremisco</foreign> ec. mi
          persuadono che vada detto <foreign lang="lat" rend="italic">vivisco</foreign> anzi che
            <foreign lang="lat" rend="italic">vivesco</foreign>; e v. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">vivesco</foreign>, fine; e il Gloss. in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vivescere</foreign>. (16. Ott. 1823.). V. p. 3828.3869.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Viviturus</foreign> regolare, per <foreign lang="lat"
            rend="italic">victurus</foreign> del buon latino, dimostrante il vero supino <foreign
            lang="lat" rend="italic">vivitum</foreign> (vivuto), secondo le nostre teorie (v. fra
          l’altre, p. 3709. fine), vedilo in una carta del secolo del mille nel Gloss. Cang. (16.
          Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3694. Conferma la nostra congettura sull’origine del verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">bito</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">beto</foreign>, il
          latino-barbaro <foreign lang="lat" rend="italic">rebitare</foreign>, dove si vede appunto
          la coniugazione propria de’ continuativi ond’egli sarebbe più regolare dell’antico
            <foreign lang="lat" rend="italic">bitere</foreign> ec., e può servire a mostrare che
          questo (ond’esso pur viene, o a cui è affine) sia altresì un continuativo come certo lo è
            <foreign lang="lat" rend="italic">rebitare</foreign> ec. ec. <bibl>V. il <title>Gloss.
              Cang.</title> in <foreign lang="lat" rend="italic">revidare</foreign>
          </bibl>, rettificandolo secondo la nostra teoria e osservazioni ec. e con queste
          confermando la lezione di <foreign lang="lat" rend="italic">rebitare</foreign> (da cui
            <foreign lang="lat" rend="italic">revidare</foreign> non varia che per pronunzia,
          propria degli spagnuoli ec. sicchè ben può stare nel latino barbaro), e dilucidando i
          dubbi ec. E chi sa che <foreign lang="lat" rend="italic">bitere</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">betere</foreign> ec. <pb ed="aut" n="3711"/> non sia veramente
            <foreign lang="lat" rend="italic">bitare</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >betare</foreign> (ma piuttosto quello, sì a causa di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >rebitare</foreign>, sì che da <foreign lang="lat" rend="italic">batus</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">bo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >bao</foreign> doveva farsi, secondo la regola, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >bitare</foreign> anzi che <foreign lang="lat" rend="italic">betare</foreign>) corrotto
          dagli scrivani per ignoranza della nostra teoria, e per la stessa cagione non restituito
          da’ critici ec. Infatti che questi e quelli abbiano esitato su questo verbo, lo dimostra
          la sua diversa scrittura, <foreign lang="lat" rend="italic">bitere, betere,
          bitire</foreign>, e il trovarsi in molti codici <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vivere</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">bitere</foreign> (vedi Forc.) ec.
          ec. Nel Curcul. 1. 2. 52. <foreign lang="lat" rend="italic">bitet</foreign> può così
          essere presente congiuntivo di <foreign lang="lat" rend="italic">bitare</foreign>, come
          futuro indicativo di <foreign lang="lat" rend="italic">bitere</foreign> ec. (16. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Excisare</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >excissare</foreign>. <bibl>V. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Excissatus</foreign>
          </bibl>. (16. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A quello che altrove ho detto del verbo <foreign lang="lat" rend="italic">cillo</foreign>
          a proposito di <foreign lang="lat" rend="italic">oscillo</foreign> parrebbe che si
          opponesse il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">percello</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">procello</foreign> ec. Ma io, qualunque sia l’origine di
          questi, non credo abbiano che fare con <foreign lang="lat" rend="italic">cillo</foreign>,
          stante la differenza (oltre le lett. <emph>e</emph> ed <emph>i</emph>) della coniugazione
          de’ perfetti e supini ec. Ben crederò che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >percello</foreign> ec. sia da <foreign lang="grc">κέλλω</foreign>, e così il semplice
            <foreign lang="lat" rend="italic">cello is</foreign> perduto, ma non già <foreign
            lang="lat" rend="italic">cillo as</foreign> ec. <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Quod os</hi>
              <hi rend="sc">cillent</hi>, <hi rend="italic">idest</hi>
              <hi rend="sc">inclinent</hi>, <hi rend="italic">praecipitesque <pb ed="aut" n="3712"/>
                in os</hi>
              <hi rend="sc">ferantur</hi>
            </foreign>
          </quote>. (Fest. ap. <bibl>
            <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Cillo</foreign>
          </bibl>). Non è chiaro a un fanciullo che quel <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cillent</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic">cillare</foreign> non da
            <foreign lang="lat" rend="italic">cilleo</foreign> nè da <foreign lang="lat"
            rend="italic">cillo is</foreign>? Donde dunque s’ha preso il Forc. quel suo <foreign
            lang="lat" rend="italic">cillo is</foreign>? Se già non fosse, come io penso, errore di
          stampa <emph>is</emph> per <emph>as</emph>. Quanto a <emph>cilleo</emph> che sta in Servio
          (se non v’è errore) ei potrebbe pur esser da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cio</foreign>, fatto come <foreign lang="lat" rend="italic">conscribillo</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">conscribo</foreign> ec., benchè d’altra coniugazione
          (cioè della 2. invece della prima) per anomalia, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >viso is</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">video</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">viso as</foreign>, e gli altri tali continuativi d’anomala
          formazione, cioè d’altra coniugazione che della prima, da me in più luoghi accennati,
          insieme e separatamente. O forse <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">cill</hi>
            <hi rend="sc">eo</hi>
          </foreign> è da <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">ci</hi>
            <hi rend="sc">eo</hi>
          </foreign>? (16. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutte le qualità e cagioni che producono la grazia nelle persone o portamenti o azioni
          ec. umane, sono più efficaci, e gli effetti loro più notabili negli osservatori ec. di
          sesso diverso. I quali concepiscono quella tal grazia per molto maggiore ch’essa medesima
          non apparisce agli osservatori del sesso stesso. Ma tal differenza d’idee non ha punto che
          fare colla natura nè della grazia in genere, nè <pb ed="aut" n="3713"/> di quella tale in
          ispecie. E quel grand’effetto non è della grazia, ma della diversità del sesso aiutata
          dalla grazia, o viceversa della grazia aiutata ec. in quanto aiutata ec. Tutto ciò dicasi
          ancora della bellezza ec. (17. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Advento as</foreign>. N’ho discorso, mi pare, nella mia
          teoria de’ continuativi. Aggiungo. Qual cosa v’ha mai nel suo significato, che possa,
          neppure per somiglianza, farlo chiamare frequentativo? quale che non sia continuativa, e
          che non convenga a questo nome, e lo giustifichi, e ne sia bene dinotata? E con qual altro
          nome generalmente potrebb’essere indicata quella significazione, se non con quello di
          continuativo? (17. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3622. L’idea e natura della quale esclude essenzialmente sì quella del piacere
          che quella del dispiacere, e suppone l’assenza dell’uno e dell’altro; anzi si può dire la
          importa; giacchè questa doppia assenza è sempre cagione di noia, e posta quella, v’è
          sempre questa. <pb ed="aut" n="3714"/> Chi dice assenza di piacere e dispiacere, dice
          noia, non che assolutamente queste due cose sieno tutt’una, ma rispetto alla natura del
          vivente, in cui l’una senza l’altra (mentre ch’ei sente di vivere) non può assolutamente
          stare. La noia corre sempre e immediatamente a riempiere tutti i vuoti che lasciano negli
          animi de’ viventi il piacere e il dispiacere; il vuoto, cioè lo stato d’indifferenza e
          senza passione, non si dà in esso animo, come non si dava in natura secondo gli antichi.
          La noia è come l’aria quaggiù, la quale riempie tutti gl’intervalli degli altri oggetti, e
          corre subito a stare là donde questi si partono, se altri oggetti non gli rimpiazzano. O
          vogliamo dire che il vuoto stesso dell’animo umano, e l’indifferenza, e la mancanza d’ogni
          passione, è noia, la quale è pur passione. Or che vuol dire che il vivente, sempre che non
          gode nè soffre, non può fare che non s’annoi? Vuol dire ch’e’ non può mai fare ch’e’ non
          desideri la felicità, cioè il piacere e il godimento. Questo <pb ed="aut" n="3715"/>
          desiderio, quando e’ non è nè soddisfatto, nè dirittamente contrariato dall’opposto del
          godimento, è noia. La noia è il desiderio della felicità, lasciato, per così dir, puro.
          Questo desiderio è passione. Quindi l’animo del vivente non può mai veramente essere senza
          passione. Questa passione, quando ella si trova sola, quando altra attualmente non occupa
          l’animo, è quello che noi chiamiamo noia. La quale è una prova della perpetua continuità
          di quella passione. Che se ciò non fosse, ella non esisterebbe affatto, non ch’ella si
          trovasse sempre ove l’altre mancano. (17. Ott. 1823.). V. p. 3879.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3700. marg. Che la desinenza <emph>ui</emph> nel perfetto della 2.<hi
            rend="apice">da</hi>, sia stata introdotta nel modo che abbiam detto, mostrasi ancora
          col considerarla in alcuni verbi della 1.<hi rend="apice">a</hi>. Della quale niuno dubita
          che il perfetto regolare e proprio non sia quello in <emph>avi</emph>. Ma pur parecchi
          suoi verbi l’hanno in <emph>ui</emph>: <foreign lang="lat" rend="italic">domui, secui,
            vetui, necui, crepui</foreign> ec. co’ loro composti <foreign lang="lat" rend="italic"
            >enecui, perdomui</foreign> ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere p. 2814-5. e 3570.</p>
          </note> Or da che è venuta quest’anomalia? Dalla stessa cagione che l’ha introdotta ne’
          verbi della 2.<hi rend="apice">da</hi>, <pb ed="aut" n="3716"/> nella quale ella, per
          esser più comune assai che nella prima, e più comune che non è ciascuna dell’altre
          desinenze, non si chiama anomalia, anzi regola; e piuttosto chiamasi anomalia quella in
            <emph>evi</emph> perchè divenuta più rara, e una di quell’altre meno comuni. Ma parlando
          esattamente e guardando all’origine, quella in <emph>ui</emph> è anomalia o alterazione
          nella seconda non meno che nella prima, e quella in <emph>evi</emph> è così regolare nella
          2. come nella prima quella in <emph>avi</emph>. E più comune si è la desinenza in
          <emph>ui</emph> nella seconda che nella prima, perchè l’ommissione della vocale, da cui
          essa deriva, era ed è più facile e naturale circa la <emph>e</emph> che circa la
          <emph>a</emph>, lettera più vasta, per servirmi dell’espressione di Cicerone in altro
          proposito (Orat. c. 45. circa l’<emph>x</emph>.). Del resto, come parecchi della seconda
          hanno il perfetto così in <emph>evi</emph> come in <emph>ui</emph>, qualunque de’ due sia
          più comune, così tutti o quasi tutti quelli della 1. che l’hanno in <emph>ui</emph>,
          conservano pur quello in <emph>avi</emph>, o che questo sia in essi il più usitato, o
          viceversa. <pb ed="aut" n="3717"/> E tutti altresì, se non erro, hanno il supino in
            <emph>itum</emph>, come quelli della seconda ch’hanno il perfetto in <emph>ui</emph>
          (mentre quelli che l’hanno in <emph>evi</emph> conservano altresì il vero supino in
            <emph>etum</emph>, credo, tutti); ovvero in <emph>ctum</emph> contratto da
          <emph>citum</emph> (<emph>nectum, sectum</emph> ec.) come appunto lo sogliono avere quelli
          della seconda che hanno il perfetto in <emph>ui</emph>, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">docui-doctum</foreign> contratto da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >docitum</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3723.</p>
          </note>. <foreign lang="lat" rend="italic">Plico as</foreign> (v. Forc.) <foreign
            lang="lat" rend="italic">plicatus. Adplico, explico ec. avi atum, ui itum. Frico as ui
            ctum, fricatum. Perfrico</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Sono as avi
            atum, ui, sonitus us</foreign>. V. p. 3868. <foreign lang="lat" rend="italic">Mico as
            ui, micatus us. Emico as ui, emicatio, emicatim</foreign>. Ma molti di que’ della 1. che
          hanno il supino in <emph>itum</emph>, conservano altresì, come il vero perfetto in
            <emph>avi</emph>, così il vero supino in <emph>atum</emph> (o il participio in
            <emph>atus</emph> o in <emph>aturus</emph> ec. ch’è tutt’uno, e lo dimostra) più o meno
          usitato di quello in <emph>itum</emph>, non altrimenti che alcuni della seconda conservino
          forse accanto del supino in <emph>etum</emph> il vero in <emph>etum</emph>. Dico, forse,
          perchè ora non me ne soccorre esempio. (17. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2980. Immaginazione continuamente fresca ed operante si richiede a poter <foreign
            lang="fre" rend="italic">saisir</foreign> i rapporti, le affinità, le somiglianze ec.
          ec. o vere, o apparenti, poetiche ec. degli oggetti e delle cose tra loro, o a scoprire
          questi rapporti, o ad <pb ed="aut" n="3718"/> inventarli ec. cose che bisogna
          continuamente fare volendo parlar metaforico e figurato, e che queste metafore e figure e
          questo parlare abbiano del nuovo e originale e del proprio dell’autore. Lascio le
          similitudini: una metafora nuova che si contenga pure in una parola sola, ha bisogno
          dell’immaginazione e invenzione che ho detto. Or di queste metafore e figure ec. ne
          dev’esser composto tutto lo stile e tutta l’espressione de’ concetti del poeta. Continua
          immaginazione, sempre viva, sempre rappresentante le cose agli occhi del poeta, e
          mostrantegliele come presenti, si richiede a poter significare le cose o le azioni o le
          idee ec. per mezzo di una o due circostanze o qualità o parti di esse le più minute, le
          più sfuggevoli, le meno notate, le meno solite ad essere espresse dagli altri poeti, o ad
          esser prese per rappresentare tutta l’immagine, le più efficaci ed atte o per se, per
          questa stessa novità o insolitezza di esser notate o espresse, o della loro <pb ed="aut"
            n="3719"/> applicazione ed uso ec., le più atte dico a significar l’idea da esprimersi,
          a rappresentarla al vivo, a destarla con efficacia ec. Tali sono assai spesso le
          espressioni, o vogliamo dire i mezzi d’espressione, e il modo di rappresentar le cose e
          destar le immagini ec. nuove o novamente, e per virtù della novità del modo ec. ec. usati
          da Virgilio, e massime, anzi peculiarmente, e come caratteristici del suo stile e poesia,
          da Dante ec. ec. Tutte queste cose si richiedono in uno stile come quel di Virgilio (e più
          o meno negli altri: ma quel di Virgilio, in quanto stile, è precisamente il più poetico di
          quanti si conoscono, e forse il non plus ultra della poetichità); e questi infatti sono i
          mezzi ch’egli adopera e gli effetti ch’egli consegue. Or non si possono adoperar tali
          mezzi, nè produr tali effetti (che con altri mezzi, nello stile, non si ottengono) senza
          una continua e non mai interrotta azione, vivacità e freschezza d’immaginazione. E sempre
          ch’essa langue, langue lo stile, sia pure immaginosissima e poetichissima l’invenzione e
          la qualità delle cose in esso trattate ed espresse. Poetiche saranno le cose, lo stile no;
          e peggiore sarà l’effetto, che se quelle ancora fossero impoetiche; per il contrasto e
          sconvenienza ec. che sarà tanto maggiore quanto quelle e l’invenzione ec. saranno più
          immaginose e poetiche. <pb ed="aut" n="3720"/> Del resto è da vedere la p. 3388-9. (17.
          Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3546. I detti effetti accadono in un gran letterato, in un gran filosofo, in un
          gran poeta, in un gran professore di qualsivoglia o letteratura o arte o scienza o abilità
          ec. verso quelli che si arrogano quella medesima arte, e la professano. ec. Severissimi,
          disprezzantissimi, intollerantissimi a principio, non per superbia (anzi questi tali sono
          sempre modestissimi) ma per non trovar niuno che non sia indegnissimo di stima per se, o
          che meriti più che pochissimo nella sua professione; e disprezzanti nel cuor loro,
          piuttosto ch’esternamente; a poco a poco persuadendosi che insomma non v’è di meglio di
          coloro ch’ei disprezzava, dalla mancanza de’ veramente stimabili piglia argomento e in
          ultimo abitudine di tollerare il niun merito, e di stimare e lodare il piccolissimo, e di
          celebrare e fino ammirare il mediocre (non per se ma per la sua rarità, finalmente
          conosciuta, e conosciuta per universale) e insomma di contentarsi del poco e pochissimo, e
          di dare alle cose non il <pb ed="aut" n="3721"/> peso assoluto ma il peso relativo che
          meritano. Sicchè gli si viene a fare ben raro il caso nel quale ei possa e sappia
          totalmente disprezzare.</p>
        <p>Passo più oltre, e dico che l’essere disprezzante, non curante, severissimo, esigente,
          incontentabile, intollerante ec. o verso gli uomini in genere, o verso quelli della
          propria professione, è segno certo, vista la qualità del mondo, o d’inesperienza, e poca o
          niuna cognizione e pratica degli uomini, o di poco talento, che dall’esperienza non è
          persuaso e non ne cava il profitto e le conseguenze che deve, e non sa mai da pochi
          particolari generalizzare, ma per ciascun particolare che gli occorre nella vita ha
          bisogno di nuova ed apposita esperienza, ch’è il caso, la proprietà e il distintivo degli
          uomini di poco ingegno; o finalmente è segno di poco o niun valore sia in genere, sia
          nella sua professione, perchè sempre chi poco vale, non potendo giustamente estimar se
          stesso nè gli altri, è superbo verso se, e verso gli altri disprezzante. Laddove chi molto
          vale, ben potendo intendere ed estimare il suo valore e l’altrui, sia in genere sia nella
          sua professione, e compararlo <pb ed="aut" n="3722"/> ec. può giustamente dispensare e
          dispensa, almeno nel suo interno, tanto a se stesso quanto agli altri, il grado di stima o
          assoluta o almen rispettiva, che a ciascun si conviene, e si mette al disopra o al disotto
          degli altri, e questi al disopra gli uni degli altri, secondo il merito rispettivo ec.
          (17-18. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alle cose da me dette nella teoria de’ continuativi (sul principio) ed altrove, circa il
          verbo <foreign lang="lat" rend="italic">exspectare</foreign> ec. aggiungi il franc.
            <foreign lang="fre" rend="italic">guetter</foreign> che propriamente vuol dire
            <emph>osservare</emph> ec. e per metafora <emph>aspettare</emph> ec. (18. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii in <emph>us</emph> de’ verbi attivi in senso attivo, ovvero neutro, o attivo
          intransitivo. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Desperatus</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Corn. Nep.</author> in <title>Attico</title> c. 8. lin. ult.</bibl> Dove pare
          che <foreign lang="lat">desperatus</foreign> sia <foreign lang="lat" rend="italic">qui
            desperavit</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Certus: qui crevit</foreign>. <quote>
                <foreign lang="lat" rend="italic">Certa mori</foreign>
              </quote>: <foreign lang="lat" rend="italic">quae crevit</foreign>, cioè <foreign
                lang="lat" rend="italic">decrevit, mori</foreign>, senso attivo, anzi in certo modo,
              transitivo ec. E qui e in simili moltiss. casi, <foreign lang="lat" rend="italic"
                >certus</foreign> è adoprato in senso di participio, non di aggettivo, come in altri
              molti casi, massime quando si dice di cose. Ma quando di persone, dubito ch’e’ sia mai
              altro che participio, onde anche <foreign lang="lat" rend="italic">certior</foreign>
              può forse fare al caso nostro ec. ec.</p>
          </note>. (18. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Radice monosillaba di <foreign lang="lat" rend="italic">dico</foreign>. Carisio, e il
          Vossio credono che il genitivo <foreign lang="lat" rend="italic">dicis</foreign> non venga
          da <foreign lang="grc">δίκη</foreign>, ma da un <foreign lang="lat" rend="italic"
          >dix</foreign>, e spetti a <foreign lang="lat" rend="italic">dico</foreign> ec. <pb
            ed="aut" n="3723"/> Probabilmente essi vorranno che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >dix</foreign> venga da <foreign lang="lat" rend="italic">dico</foreign>, ma sarebbe il
          contrario, come nella teoria de’ continuativi s’è detto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">lex, rex</foreign> ec. Aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic"
          >grex</foreign> monosillabo, significante un’idea primitivissima, e radice di più voci
          semplici e composte, come <emph>congregare</emph> ec. Simile dicasi di <foreign lang="lat"
            rend="italic">nubs</foreign>. V. Forc. (18. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3717. Quest’osservazione circa il trovarsi costantemente o quasi costantemente il
          supino in <emph>itum</emph> ne’ verbi della 1. e della 2. ch’hanno il perfetto in
          <emph>ui</emph>, ancorchè e quel supino e quel perfetto ne’ verbi della 1. senza
          controversia, e ne’ verbi della 2. giusta le nostre osservazioni, sieno anomali ec.; par
          che dimostri una corrispondenza, una dipendenza che passasse nella lingua latina fra il
          perfetto e il supino (come fra il perfetto e i tempi che è già noto formarsi da questo,
          fra’ quali niuno, ch’io sappia, ha mai ancora contato il supino); e che la formazione del
          supino seguisse e fosse determinata e modificata dalla forma del perfetto, e che in somma
          anche il supino nascesse in qualche modo dal perfetto, come assolutamente, in tutto, e
          senza controversia ne nasce il più che perfetto, il futuro dell’ottativo ec. ec. Questo
          sospetto si potrebbe anche, <pb ed="aut" n="3724"/> cred’io, confermare con molte altre
          osservazioni P. e. <foreign lang="lat" rend="italic">juvo as</foreign> fa il perfetto
            <foreign lang="lat" rend="italic">iuvi</foreign>, contratto da <foreign lang="lat"
            rend="italic">iuvavi</foreign> o per evitare quel doppio <emph>v</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Anzi gli <emph>u</emph> in <foreign lang="lat" rend="italic">iuvavi</foreign>
              sarebbero tre, giacchè tanto era p. gli antt. l’<emph>u</emph> che il <emph>v</emph>
              ec., onde, p. es. in <foreign lang="lat" rend="italic">pluvi</foreign> si chiamava
                <foreign lang="lat" rend="italic">duplex u</foreign> ec. <bibl>V.
                <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Luo</foreign> fine, in
                  <emph>U</emph>
              </bibl> ec. e l’<bibl>
                <title>Encyclopédie</title> in <emph>U</emph>
              </bibl> ec. e l’Hofman in <emph>U</emph> ec.</p>
          </note>, o per effetto della pronunzia accelerata e confondente que’ due <emph>v</emph>
          insieme: confusione e accelerazione passata poi in regola, onde venne <foreign lang="lat"
            rend="italic">iuvi</foreign> solo perfetto di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >iuvo</foreign>, e con un <emph>v</emph> solo e semplice. Perfetto che viene a essere
          anomalo, ma anomalia di cui ben si conosce l’origine e la cagione. Ora nel supino <foreign
            lang="lat" rend="italic">iuvo</foreign> ha <foreign lang="lat" rend="italic"
          >iutum</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">iuvatum</foreign>. Participio
          anomalo, della cui anomalia non si conosce origine nè cagione, se non dicendo ch’egli è
          formato dal perfetto, il quale essendo <foreign lang="lat" rend="italic">iuvi</foreign>,
          ne vien di ragione <foreign lang="lat" rend="italic">iutum</foreign>, così bene come da
            <foreign lang="lat" rend="italic">iuvavi</foreign> verrebbe <foreign lang="lat"
            rend="italic">iuvatum</foreign>. <bibl>V. <author>Forcell.</author> in <foreign
              lang="lat" rend="italic">Juvo</foreign> fine</bibl>. Si potrebbe però dire che
            <emph>iutum</emph> è fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">iuvatum</foreign> per
          evitare quel doppio <emph>u</emph>, benchè l’uno consonante l’altro vocale, e per sincope
          ed elisione dell’<emph>a</emph>, e per effetto di pronunzia ec. E certo non si può negare,
          perchè dà negli occhi, che qui il supino corrisponde al perfetto (e così in tutti i
          composti di <foreign lang="lat" rend="italic">iuvo; adiuvi, adiutum</foreign> ec. ec.), e
          stolto sarebbe l’attribuire questa corrispondenza al caso, e il non volere, come sembra
          evidente, che l’anomalia del supino della quale non si vede ragione, venga <pb ed="aut"
            n="3725"/> da quella del perfetto la cui ragion si vede, e comparato col qual perfetto,
          e in ragione di lui, esso supino non è anomalo ec. ec. e il voler piuttosto che l’anomalia
          del supino sia casuale ec. (18. Ott. 1823.). V. p. 3732.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3687. Quando però n’hanno alcuno. Giacchè grandissima e forse la maggior parte
          de’ verbi in <emph>sco</emph>, non hanno nè perfetto nè supino alcuno, e niuno gliene
          attribuiscono i grammatici. Altra prova che niun di loro abbia perfetto nè supino proprio.
          Voglio dire che niun l’abbia oggidì, e avendolo, non sia il proprio. Giacchè anticamente
          l’ebbero, e proprio, ma diverso da quel che hanno oggi (se l’hanno), e diverso da quel che
          conviene o converrebbe a’ lor verbi originali, e da quel d’essi verbi (se esistono ed
          hanno perfetto e supino), e regolare ec. come s’è dimostrato con <foreign lang="lat"
            rend="italic">noscitus, nascitus</foreign> ec. p. 3690.3692.3758. Siccome pur n’è una
          gran prova, che tutti i verbi in <emph>sco</emph> i cui originali si conoscono, se hanno
          perfetto e supino (o l’un de’ due solamente come spesso accade) che per significato sia
          loro, o che da’ grammatici lor venga attribuito, questo perfetto e questo supino non è
          mai, quanto alla material forma, diverso nè altro da quello de’ detti originali, di
          qualunque coniugazione si sieno questi ultimi. La quale osservazione conferma l’altra
          parte della mia proposizione (anzi la dimostra, si può dire, affatto), cioè che tutti i
          perfetti e supini dei verbi in <emph>sco</emph> che gli hanno, <pb ed="aut" n="3726"/> o
          a’ quali i grammatici n’attribuiscono, sieno tolti in prestito da’ verbi originali (ne’
          quali essi sarebbero o sono regolari ec. laddove in essi nol sono), noti o ignoti che
          sieno questi verbi. Giacchè da quello che accade universalmente sempre che i verbi
          originali son noti, ben si argomenta quello che dovette accadere quando e’ sono ignoti, e
          che benchè ignoti oggidì, esistessero una volta ec. Perchè insomma i verbi in sco o non
          hanno perfetto nè supino alcuno, o tale che ad essi grammaticalmente non conviene, ma ben
          converrebbe a un verbo loro originale, e se questo verbo si trova, il perfetto o supino
          del verbo in <emph>sco</emph> (che ne abbia) è sempre materialmente lo stesso.</p>
        <p>Del resto per verbo originale intendo un tema non in <emph>sco</emph> che abbia dato
          origine al verbo in <emph>sco</emph> o immediatamente o mediatamente. P. e. trovandosi il
          verbo <foreign lang="lat" rend="italic">reminiscor</foreign> non è bisogno supporre
          l’originale <foreign lang="lat" rend="italic">remeno</foreign> immediato: basta il mediato
            <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign>, di cui già s’ha notizia più
          particolare, anzi degli avanzi. <pb ed="aut" n="3727"/> Trovandosi <foreign lang="lat"
            rend="italic">dignosco</foreign>, non è bisogno supporre il verbo originale immediato
            <foreign lang="lat" rend="italic">dignoo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >digno</foreign>: basta il mediato <foreign lang="lat" rend="italic">no</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">noo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >gnoo</foreign>; ovvero il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign> che da
          lui nasce, dal quale senz’altro potè per composizione esser fatto il verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">dignosco</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cognosco</foreign> ec. ec. (p. 3709.) e probabilmente così fu. (18. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3695. E quanto a <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign>, non solamente
          ne’ suoi composti, ma eziandio nel semplice si trova il <emph>g</emph>. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">gnosco,
            gnobilis</foreign>
          </bibl> ec. Del resto il vedere che questo <emph>g</emph> protatico è d’uso non men
          proprio latino che greco, servirà di risposta a chi dal trovarlo nel semplice e ne’
          composti di <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign>, come nel greco <foreign
            lang="grc">γνόω</foreign> e <foreign lang="grc">γιγνώσκω</foreign> ec., volesse dedurre
          che <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign> deve essere immediatamente di
          origine greca, e fatto da <foreign lang="grc">νοΐσκω</foreign> ec. contro il detto a p.
          3688. Qual sia poi l’origine in generale dell’uso del <emph>g</emph> protatico appo i
          latini, o venuto dagli Eoli, o da un fonte comune a questi e a quelli ec. nulla importa al
          nostro caso. E ben poterono i latini antichi per un uso ricevuto dagli <pb ed="aut"
            n="3728"/> Eoli, e quindi d’origine greca, preporre (o interporre) il <emph>g</emph> a
          voci d’altronde non per tanto affatto latine, o vogliamo dire non greche, come si vede
          infatti che fecero in <foreign lang="lat" rend="italic">adgnascor</foreign> ec. (la qual
          voce <foreign lang="lat" rend="italic">nascor</foreign> si dimostra anche affatto propria
          latina per le cose dette a p. 3688-9. nello stesso modo che <foreign lang="lat"
            rend="italic">nosco</foreign>) ec. ec. (18. Ott. 1823.). V. p. 3754.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3390. Anche ne’ nostri più antichi, cioè ne’ trecentisti e così in que’ del 500
          che più gl’imitano, o in quanto egli adoprano le voci antiquate (come spesso il Davanzati
          e altri assai), e fors’anche ne’ ducentisti si trovano moltissime parole spagnuole, oggi
          fra noi disusate affatto, o rare più o meno, e tra gli spagnuoli ancora correnti e usuali,
          o ancor fresche più o meno; le quali anche chi sa spagnuolo e italiano, non sa che sieno o
          sieno state comuni ad ambe le lingue, e trovandole ne’ nostri antichi se ne maraviglia,
          perchè son prettissime spagnuole. Queste o furon tolte dallo spagnuolo (forse per mezzo
          de’ provenzali ch’ebbero <pb ed="aut" n="3729"/> a fare coi catalani, ec. e ne presero e
          dieder loro voci e modi e poesia e stile e metri ec. ec.: v. Andres); o forse più
          probabilmente vengono dalla comun fonte d’ambo gl’idiomi, o ciò fosse il latin volgare, o
          qualchessia altra delle tante secondarie che diedero de’ vocaboli alle nostre lingue,
          potendo essere che da una di queste le ricevesse sì l’Italia, come la Spagna
          indipendentemente l’una dall’altra. P. e. da’ provenzali ec. ec. Del resto lo stesso ci
          accade di vedere ne’ nostri antichi rispetto alle parole e frasi francesi ec. Ma quanto a
          queste le cagioni parte son note, parte l’ha spiegate Perticari nell’Apologia. V. p. 3771.
          e già fur propri italiani (senza esser punto presi dalla Spagna), indi passarono in
          disuso, mentre in Ispagna si conservano ancora: e chi sa che questa non li ricevesse
          originariamente dalla lingua italiana. Come che sia, tali voci (o frasi ec.) appo i nostri
          antichi non hanno punto del forestiero, se non per chi sappia che or sono spagnuole, e sia
          avvezzo a sentirle, leggerle, parlarle nello spagnuolo, e di là le creda venute ec. ma per
          se stesse hanno tutta l’aria naturale.</p>
        <p>Molte ancora delle voci, frasi ec. spagnuole che si trovano ne’ cinquecentisti (e anche
          secentisti) italiani, ed ora son fuor d’uso, è probabilissimo che nè allora fossero
          antiquate e prese da autori del 300 ec. ma usitate ancora (il che è facile a vedere, se
          ne’ trecentisti non si trovano, i quali erano forse meno <pb ed="aut" n="3730"/> studiati,
          (fuor de’ tre grandi) e certo in assai minor numero noti ed editi, che oggidì, sicchè gli
          scrittori del 500 o 600 non potessero conoscerne quello che noi non ne conosciamo, anzi
          assai meno di noi); nè fossero prese dallo spagnuolo, ma proprie e native italiane, benchè
          alle spagnuole conformi affatto, ed oggi antiquate tra noi e non nello spagnuolo.</p>
        <p>Del resto gli spagnuoli ancora, massime nel 500 e 600, pigliarono dall’italiano
          moltissime voci e frasi ec., sì gli scrittori, sì l’uso del favellare spagnuolo (pel
          commercio scambievole sì delle due letterature sì delle due nazioni e insomma per le cause
          medesime che introdussero tanto spagnuolo nell’italiano). Or queste voci e frasi italiane
          stettero e in grandissima parte stanno ancora nello spagnuolo così naturalmente che nulla
          hanno del forestiero per se, e per chi non sappia che tali sono; e non parvero nè paiono
          (agli spagnuoli nè agl’italiani nè agli altri) adottive (com’erano e sono) ma naturali,
          secondo l’espressione dello Speroni in altro proposito (Diall. p. 115.). <pb ed="aut"
            n="3731"/> (Non altrimenti che accadde e accade nell’italiano alle voci e frasi
          spagnuole sì per rispetto a noi, sì agli spagnuoli sì agli altri). Il che si applichi allo
          scopo del pensiero a cui il presente si riferisce. (18. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3704. E se ne sa l’origine, perocchè <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cretus</foreign> è metatesi di <foreign lang="lat" rend="italic">certus</foreign> (che
          ancor rimane in aggettivo, ed anche in certo senso di participio, e come participio ha
          prodotto il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">certare</foreign> di cui altrove ec.),
          contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">cernitus</foreign>. (19. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scambio tra il <emph>v</emph> e il <emph>g</emph> ec. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Trève</foreign>-<emph>tregua</emph>. (19. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Laxus</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic"
            >laxare</foreign>, <emph>lassare, lasciare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >lasser</foreign> ec. è un di quelli aggettivi, che come ho detto nella mia teoria de’
          continuativi, mi sanno di participio di verbi ignoti, o non noti come padri di tali
          aggettivi ec. e <foreign lang="lat" rend="italic">laxare</foreign> mi sa pur di
          continuativo per origine ec. V. Forc. ec. (19. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3708, marg. <foreign lang="lat" rend="italic">Lavitum</foreign> è dimostrato dal
          verbo <foreign lang="lat" rend="italic">lavito</foreign>. Così <foreign lang="lat"
            rend="italic">fautum</foreign> è contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >favitum</foreign> dimostrato (se bisognasse) da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >favitor</foreign> ec. Ma il detto <pb ed="aut" n="3732"/> scambio tra il <emph>v</emph>
          e l’<emph>u</emph> è dimostrato piucchè mai chiaramente da tutti o quasi tutti i verbi
          (ec.) composti di <foreign lang="lat" rend="italic">lavo</foreign>, in cui <foreign
            lang="lat" rend="italic">lavo</foreign> diventa <foreign lang="lat" rend="italic"
          >luo</foreign>. Contrazione la qual conferma mirabilmente e pienamente quella ch’io ho
          supposta ne’ perfetti in <emph>ui</emph> della seconda e massime della prima. P. e.
            <foreign lang="lat" rend="italic">domui</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >domavi</foreign> nello stessissimo modo che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >abluo</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">ablavo</foreign>, soppressa la
            <emph>a</emph> e volto il <emph>v</emph> in <emph>u</emph>. Del resto <foreign
            lang="lat" rend="italic">pluit ebat</foreign> ha il perfetto <foreign lang="lat"
            rend="italic">pluit</foreign> ed anche <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pluvit</foreign> per evitar l’iato, come a p. 3706. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Exuo is ui utum. Ruo is ui utum</foreign> contrazione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">ruitum</foreign>, che anche esiste: prova delle mie asserzioni. <bibl>V.
              <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Ruo</foreign> e
          composti</bibl>. <foreign lang="lat" rend="italic">Fruor, itus e ctus sum</foreign>, ma
            <foreign lang="lat" rend="italic">fruitus</foreign> è più usato, e così <foreign
            lang="lat" rend="italic">fruiturus</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Luo
            is ui luitum</foreign> dimostrato da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >luiturus</foreign>. Anche si disse o scrisse <foreign lang="lat" rend="italic"
          >luvi</foreign>. <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >luo</foreign>, verso il fine</bibl>. <foreign lang="lat" rend="italic">Fluo is fluxi,
            fluctum, fluxum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">fluitum</foreign>
          dimostrato da <foreign lang="lat" rend="italic">fluito</foreign> e da <foreign lang="lat"
            rend="italic">fluitans. Tribuo, Minuo, Statuo, Induo, Arduo, Acuo, Annuo,
          Innuo</foreign> ec., <foreign lang="lat" rend="italic">Imbuo</foreign> ec. <foreign
            lang="lat" rend="italic">ui utum</foreign>, co’ loro composti, e così con quelli di
            <foreign lang="lat" rend="italic">Sino</foreign> ec. In tutti questi supino
          l’<emph>i</emph> è stato mangiato per evitar l’iato, o come in <foreign lang="lat"
            rend="italic">docitum</foreign> ec. Notisi che laddove l’<emph>u</emph> in tutti gli
          altri tempi di questi verbi, compreso il perfetto, è sempre breve. V. p. 3735. (19. Ott.
          1823.). Così i composti di <foreign lang="lat" rend="italic">fluo</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Lavito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >lavare</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic">lavere</foreign>. (19. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3725. Queste osservazioni confermano il mio discorso<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>P. 2982-30.</p>
          </note> sull’antico <foreign lang="lat" rend="italic">vexus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">veho</foreign>
          <pb ed="aut" n="3733"/> (fatto da me in proposito di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vexare</foreign>). Ben è ragione che <foreign lang="lat" rend="italic">veho</foreign>
          abbia <foreign lang="lat" rend="italic">vexum</foreign> poich’egli ha <foreign lang="lat"
            rend="italic">vexi</foreign>, e poich’il supino corrisponde al perfetto. Viceversa quel
          discorso conferma grandemente queste osservazioni. Le conferma <foreign lang="lat"
            rend="italic">flexus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">flexi,
          nexus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">nexi</foreign>, e gli altri quivi
          notati. Le conferma lo stesso <foreign lang="lat" rend="italic">vectus</foreign>, noto,
          certo e moderno participio di <foreign lang="lat" rend="italic">veho</foreign>, nel qual
            <foreign lang="lat" rend="italic">vectus</foreign>, donde viene il <emph>c</emph>, che
          niente ha che fare con questo tema, se non dal perfetto <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vecsi</foreign>? Così dite di <foreign lang="lat" rend="italic">victus</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">vivitus</foreign> (vedi la p. 3710.), dove il
          <emph>c</emph> viene da <foreign lang="lat" rend="italic">vixi</foreign> che sta pel
          regolare <foreign lang="lat" rend="italic">vivi</foreign>. Così in mille altri di questo
          genere. <foreign lang="lat" rend="italic">Fluo</foreign> ha <foreign lang="lat"
            rend="italic">fluxi</foreign>; dunque <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fluxum</foreign>; ed anche <foreign lang="lat" rend="italic">fluctum</foreign>
          antichissimo (<bibl>v. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fluo</foreign> fine</bibl>), onde anche oggi <foreign lang="lat" rend="italic">fluctus
            us, fluctuare</foreign> ec. (E così appunto è <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vectus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">vexus</foreign>). Ma il suo
          regolare perfetto sarebbe <emph>flui</emph>: or dunque egli ebbe pur <foreign lang="lat"
            rend="italic">fluitum</foreign> dimostrato da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fluito</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">fluitans</foreign> ec. Così per
          diversi perfetti, diversi corrispondenti supini si troveranno, cred’io, in molti verbi. Ai
          perfetti in <emph>xi</emph> corrisponde egualmente il supino in <emph>xum</emph> e <pb
            ed="aut" n="3734"/> quello in <emph>ctum</emph>. L’uno e l’altro si troverà insieme in
          non pochi verbi che abbiano il perfetto in <emph>xi</emph> (negli altri nol saprei ora
          dire). Forse o da <emph>xi</emph> direttamente, o poscia da <emph>xum</emph>, si disse
            <emph>ctum</emph> per accostarsi alla desinenza regolare de’ supini che dovrebb’essere
          universalmente in <emph>tum</emph>. Forse <emph>xum</emph> fu corruzione di
          <emph>ctum</emph>, o viceversa, e <emph>xum</emph> fu il vero e primo supino de’ verbi che
          fecero il perfetto in <emph>xi</emph> ec. Insomma quale di questi due, <emph>xum</emph> e
            <emph>ctum</emph>, sia più antico, non lo so. Forse ambo sono una cosa stessa (benchè
          non sempre si conservino ambedue, o forse non sempre sieno stati messi in uso ambedue),
          diversi solo per accidente di pronunzia ec. ec. Ciò si applichi al mio discorso sopra
            <foreign lang="lat" rend="italic">vexus</foreign>, avendosi già <foreign lang="lat"
            rend="italic">vectus</foreign> ec. V. p. 3745. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Iubeo</foreign> ha <foreign lang="lat" rend="italic">iussi</foreign>, anomalo per
            <foreign lang="lat" rend="italic">iubevi iubesi</foreign>: dunque il suo supino è
            <foreign lang="lat" rend="italic">iussum</foreign>, e niun altro, benchè anomalo
          anch’esso. Così infiniti: e la corrispondenza fra il perfetto e il supino, e la formazione
          e dipendenza di questo da quello, almeno il più delle volte, ancorchè quello sia anomalo,
          ancorchè moltiplice, ancorchè forse talvolta perduto affatto, restando il supino, o
          perduto quel tal perfetto restandone un altro o più d’uno, non corrispondente al supino o
          ai supini ec. ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3736.</p>
          </note>; tal corrispondenza, dico, è evidente e fuor di controversia. (19. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3735"/> Alla p. 3732. marg. — (fuorchè ne’ perfetti di <foreign lang="lat"
            rend="italic">luo</foreign> ec. <bibl>V. <author>Forc.</author>
            <foreign lang="lat" rend="italic">luo</foreign>
          </bibl>: <foreign lang="lat" rend="italic">fui</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">fuo</foreign> è breve), ne’ supini in <emph>utum</emph> è sempre lungo
          (dico l’<emph>u</emph> radicale), fuorchè ne’ composti di <foreign lang="lat"
            rend="italic">ruo</foreign>; dico ne’ composti, ma in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ruo</foreign> no. (<bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic"
              >ruo</foreign> fin. e in <foreign lang="lat" rend="italic">Ruta caesa</foreign>
          </bibl>). Anche l’antico <foreign lang="lat" rend="italic">futum</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">fuo</foreign> (per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fuitum</foreign>) dovette aver la prima breve, come l’ha <foreign lang="lat"
            rend="italic">futurus</foreign> che da esso viene, e che sta per <foreign lang="lat"
            rend="italic">fuiturus</foreign>. Vedi la pag. 3742. Il che par che dimostri che
            quell’<emph>u</emph> radicale in <emph>utum</emph> tien luogo di due vocali
          (<emph>ui</emph>); altrimenti non avrebbe alcuna ragione di esser lungo quivi, e in tutto
          il resto del verbo, breve. E infatti se il supino si conserva primitivo e non contratto,
          cioè desinente in <emph>uitus</emph>, l’<emph>u</emph> è breve non men che
          l’<emph>i</emph>, come in <foreign lang="lat" rend="italic">ruitus</foreign> (Aeg.
          Parnas.) e in <foreign lang="lat" rend="italic">fluito, fluitans</foreign> ec. (20. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che fino ad ora sia stata poco bene osservata la formazione costante de’ continuativi e
          frequentativi da’ participii o supini, me lo persuade fra gli altri il vedere che Forcell.
          da <foreign lang="lat" rend="italic">fluctus us</foreign> ec. deduce l’inusitato supino
            <foreign lang="lat" rend="italic">fluctum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fluo</foreign> (<bibl>v. <foreign lang="lat" rend="italic">Fluo</foreign> fin.</bibl>),
          ma dal verbo <foreign lang="lat" rend="italic">fluito</foreign> (ch’e’ pur chiama
          frequentativo di <foreign lang="lat" rend="italic">fluo</foreign>) non si avvisa punto di
          dedurne l’inusitato <foreign lang="lat" rend="italic">fluitum</foreign>, che n’è
          evidentemente dimostrato. Sebbene il medesimo non lascia in parecchi continuativi o
          frequentivi di ammonire ch’e’ son fatti dal supino de’ rispettivi verbi originali. (20.
          Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3736"/> Alla p. 3734. fine. Per es. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fusum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">fundo</foreign> potrebbe mostrare
          un antico perfetto <foreign lang="lat" rend="italic">fusi. Fluitus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">fluo</foreign> un antico perfetto <foreign lang="lat"
            rend="italic">flui</foreign> che sarebbe il regolare e corrispondente agli altri notati
          p. 3706. 3732. ec. E così, osservata la corrispondenza tra i perfetti e i supini in
          latino, tanto ci possiamo servire de’ perfetti noti a dimostrare o congetturare i supini
          ignoti, (come abbiam fatto p. 3733.) quanto viceversa ec. (massime quando i supini noti
          sieno regolari ec. e i perfetti noti nol sieno, o viceversa ec.). Anzi tanto meglio da’
          supini si conghiettureranno i perfetti, quanto che quelli derivano da questi, ma non
          questi da quelli. Onde dati i supini par necessario supporre i perfetti; ma non v’è tanta
          necessità nel caso inverso. (20. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii in <emph>us</emph> di verbi attivi o neutri, in senso attivo intransitivo, o
          attivo transitivo, o neutro ec. Si esaminino gli esempi d’<foreign lang="lat"
            rend="italic">Indutus</foreign> e di <foreign lang="lat" rend="italic">Exutus</foreign>
          nel Forc. paragonandoli con quelli di <foreign lang="lat" rend="italic">Exuo,
          Induo</foreign>, e anche coll’uso italiano antico ed elegante moderno delle voci
            <emph>Spogliare, Vestire, Spogliato</emph> (o <emph>Spoglio</emph>),
          <emph>Vestito</emph> ec. (20. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3737"/> Altrove ho detto che non si dà reminiscenza senza attenzione, e
          che dove non fu attenzione veruna, di quello è impossibile che resti o torni ricordanza.
          L’attenzione può esser maggiore o minore e secondo la memoria (naturale o acquisita) della
          persona, e secondo la maggiore o minore durevolezza e vivacità della ricordanza che ne
          segue. Può essere anche menoma, ma se una ricordanza qualunque ha pur luogo, certo è che
          una qualunque attenzione la precedette. Può essere eziandio che l’uomo non si avvegga, non
          creda, non si ricordi di aver fatta attenzione alcuna a quella tal cosa ond’e’ si ricorda,
          ma in tal caso, che non è raro, e’ s’inganna. Forse l’attenzione non fu volontaria,
          fors’ella fu anche contro la volontà, ma ella non fu perciò meno attenzione. Se quella tal
          cosa lo colpì, lo fermò, anche momentaneamente, anche leggerissimamente, anche decisamente
          contro sua voglia, ancorch’ei ne distogliesse subito l’animo; ciò basta, l’attenzione vi
          fu, l’averlo colpito non è altro che averlo fatto attendere, comunque pochissimo e per
          pochissimo, comunque obbligandovelo mal grado suo. (20. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3738"/> Alla p. 3409. Similmente la lettura di que’ nostri classici (e son
          quasi tutti) che hanno arricchita la lingua col derivar prudentemente vocaboli e modi dal
          latino, dal greco, dallo spagnuolo o donde che sia, ci giova sommamente ad arricchirci
          nella lingua, non in quanto noi con tale lettura apprendiamo que’ vocaboli e modi come
          usati da quegli scrittori, e perciò come usabili da noi ancora, per esser quegli
          scrittori, autentici in fatto di lingua; chè questa sarebbe maniera di utilità pedantesca,
          e nel vero se quei vocaboli e modi riuscissero nell’italiano latinismi e spagnolismi ec.
          non dovremmo imitar quelli che gli usarono, benchè classici ed autentici scrittori, nè
          l’autorità loro ci gioverebbe presso i sani, quando noi volessimo usar di nuovo quelle
          voci e quei modi. Ma detta lettura ci giova in quanto ella ci ammonisce per l’esperienza
          presente che ne veggiamo negli scrittori, la lingua italiana esser capacissima di quelle
          voci e maniere; perocchè noi veggiamo sotto gli occhi, che sebben forestiere di origine,
          elle <pb ed="aut" n="3739"/> stanno in quelle scritture come native del nostro suolo, ed
          hanno un abito tale che non si distinguono dalle italiane native di fatto, e vi riescono
          come proprie della lingua, e così sono italiane di potenza, come l’altre lo sono di fatto,
          onde il renderle italiane di fatto non dipende che da chi voglia e sappia usarle; e per
          esperienza veggiamo che quegli scrittori, trasportandole nell’italiano, le hanno benissimo
          potute rendere, e le hanno effettivamente rese, italiane di fatto, come lo erano in
          potenza, e come lo sono l’altre italiane natie. Or questo medesimo è quello che nello
          studio delle lingue altrui dee fare in noi, in luogo dell’esperienza, l’ingegno e il
          giudizio nostro; cioè mostrarci, non per prova, come fanno gli scrittori nostri classici,
          ma per discernimento e forza di penetrazione, e finezza e giustezza di sentimento, benchè
          sprovveduto di prova pratica, che tali e tali vocaboli e modi sono italianissimi per
          potenza, onde a noi sta il renderli tali di fatto, sieno o non sieno ancora stati resi
          tali dall’uso, o da parlatore, o da scrittore veruno; chè ciò a’ soli pedanti dee far
          differenza, e soli <pb ed="aut" n="3740"/> essi ponno disdire o riprendere che tali voci e
          forme (greche, latine, spagnuole, francesi, o anche tedesche ed arabe ed indiane
          d’origine, di nascita e di fatto) italianissime per potenza, si rendano italiane di fatto,
          senza l’esempio di scrittori d’autorità; siccome essi soli ponno concedere e lodare che
          mille e mille vocaboli e modi niente italiani per potenza, (qualunque sia la loro
          origine), pur si usino, perchè usati da scrittori classici che infelicemente li derivarono
          d’altronde, o dalle italiane voci e maniere, o li inventarono. Questi mai non furono nè
          saranno veramente italiani di fatto (se non quando l’uso e l’assuefazione appoco appoco li
          rendesse tali ancor per potenza); quelli per solo accidente sono nati in Francia o in
          Ispagna o in Grecia ec. piuttosto che in Italia, ma per propria loro natura non sono manco
          italiani che spagnuoli ec. nè manco italiani di quelli che nacquero in Italia (e di quelli
          che dall’Italia altrove passarono), e forse talora ancor più di alcuni di questi, che per
          solo accidente nacquero tra noi. Siccome per solo accidente e contro la lor natura vennero
          tra noi que’ vocaboli <pb ed="aut" n="3741"/> e modi che nell’italiano son latinismi o
          francesismi ec., o che i classici scrittori, o che i mediocri, o che i cattivi, o che la
          corrotta favella gli abbia introdotti e usati, chè queste differenze altresì sono affatto
          accidentali, e nulle per la ragione. (20. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della bassa opinione in cui fino nel 500 era tenuta la lingua italiana (detta allora,
          quasi per disprezzo, volgare) e la sua capacità e nobiltà e degnità ed efficacia e
          ricchezza e potenza e possibilità di crescere ec. e il suo stato d’allora (ch’era pur
          certo assai più potente ed efficace e forte ed espressivo e ricco e nobile e capace ed
          idoneo, che non fu prima nè poscia e non è oggi, dopo sì lungo tempo e tanto accrescimento
          del numero e varietà degli scrittori che la trattarono, e delle materie che vi si
          trattarono, e delle idee che vi furono e sono, tuttodì in maggior copia e varietà,
          significate, non solo rispetto a letteratura, ma a filosofia e politica, e maneggi e
          trattati civili, e storie, ed arti e scienze d’ogni maniera; onde questa lingua in quel
          tempo fu meno stimata in ch’ella più valse per ogni verso che in qualsivoglia altra età e
          ch’ella sia forse mai per valere), vedi il Dialogo delle Lingue dello Speroni, tutto, ma
          particolarmente dal principio del Discorso tra il Lascari e il Peretto, sino al fine del
          Dialogo. (20. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3742"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Mutolo</foreign>, quasi <foreign lang="lat"
            rend="italic">mutulus</foreign>, per <foreign lang="lat" rend="italic">muto</foreign>;
          diminutivo positivato, restando anche il positivo. Quindi <emph>ammutolire</emph> ec. per
            <emph>ammutire</emph> ec. che pur si ha. (20. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il supino <foreign lang="lat" rend="italic">futum</foreign> dell’antico <foreign
            lang="lat" rend="italic">fuo</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic"
          >futare</foreign> ec. come altrove, è dimostrato eziandio chiaramente dal participio
            <foreign lang="lat" rend="italic">futurus</foreign>. Sicchè non si dubiti che <foreign
            lang="lat" rend="italic">futare</foreign> non venisse da <foreign lang="lat"
            rend="italic">futum</foreign> supino di <foreign lang="lat" rend="italic">fuo</foreign>
          come tutti gli altri continuativi benchè oggi non si trovi supino alcuno del difettivo
            <emph>fum</emph>, di cui il difettivo <foreign lang="lat" rend="italic">fuo</foreign> è
          ausiliare o suppletorio ec. ma non già il medesimo in origine ec. (21. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altrove ho detto che l’antico participio di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sum</foreign>, desinenza attiva, vi fu, e non fu <emph>ens</emph> ma <emph>sens</emph>.
          Non si creda che <foreign lang="lat" rend="italic">potens</foreign> possa provare il
          contrario. Questa voce anch’essa contiene il detto participio, ma detrattane la
          <emph>s</emph>, come l’<emph>f</emph> in <foreign lang="lat" rend="italic">potui</foreign>
          ec. ch’è fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">potis</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">pote</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">fui</foreign>
          nientemeno che <foreign lang="lat" rend="italic">possum</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">potis</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign>, e
            <foreign lang="lat" rend="italic">potens</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >potis</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">sens</foreign>. Del resto è ben
          vero che, come <foreign lang="lat" rend="italic">possum</foreign> non <foreign lang="lat"
            rend="italic">potum</foreign>, così si avrebbe avuto a dire <emph>possens</emph> anzi
          che <foreign lang="lat" rend="italic">potens</foreign>.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3743"/> Or che diremo che in tutte tre le lingue figlie si conserva quella
          verissima pronunzia e forma di <foreign lang="lat" rend="italic">potens</foreign>? Noi
          diciamo <emph>potente</emph> e <emph>possente</emph>, ma questo è più proprio antico,
          perchè ora non sarebbe della prosa (se non in qualche caso ec.) bensì del verso. E questa
          antichità fa tanto meglio al caso nostro. Simile si dica di <emph>possanza</emph> e
            <emph>potenza, possentemente, onnipossente</emph> ec. E notisi che non è per niente il
          costume della lingua o pronunzia di veruna parte d’Italia il mutare in due <emph>ss</emph>
          il <emph>t</emph>, sia nelle parole italiane, sia da principio nella formazione di nostra
          lingua, rispetto alle voci latine ec. Insomma mai in nessun tempo noi non avemmo
          quest’uso, e però bisogna riferire in questo caso la detta mutazione da <foreign
            lang="lat" rend="italic">potens</foreign> a <emph>possente</emph>, ad altra cagione,
          perch’ella non è delle solite, anzi affatto insolita ec. Qual cagione dunque? Ch’ella non
          è mutazione ma vera pronunzia antica latina, anteriore ancora a quella di <foreign
            lang="lat" rend="italic">potens</foreign>. Perocch’ella è più regolare, e ci fu
          trasmessa dal volgo, il quale certo non la usò per parlar più regolare delle <pb ed="aut"
            n="3744"/> persone colte, nè per correggere la falsa pronunzia de’ più antichi, ma anzi
          per conservar l’uso più antico. I francesi hanno solamente <foreign lang="fre"
            rend="italic">puissant</foreign> cioè <emph>possens</emph>, e non <foreign lang="lat"
            rend="italic">potens</foreign>. Così <foreign lang="fre" rend="italic"
          >puissance</foreign> cioè <emph>possentia</emph> solamente, e non <foreign lang="lat"
            rend="italic">potentia</foreign>; <foreign lang="fre" rend="italic">tout-puissant,
            puissamment</foreign> ec. Gli spagnuoli non hanno il participio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">posse</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Gli spagn. hanno veram. anche <foreign lang="spa" rend="italic">pujante</foreign>.
              Hanno pure <foreign lang="spa" rend="italic">potente, potencia, potentem</foreign>.
              ec. ma questi probabilm. sono tolti poi dal latino: <foreign lang="spa" rend="italic"
                >pujante</foreign> e <foreign lang="spa" rend="italic">pujanza</foreign> ec. sono i
              propri spagnuoli: bensì torti alquanto di significaz. cioè usati, almeno comunem., p.
                <emph>forte, robusto, forza, robustezza</emph> ec.</p>
          </note>, nè in senso di aggettivo, come i francesi e noi, nè in quello di participio, come
          noi talvolta (<emph>esser potente di fare una cosa</emph> ec. Speroni spesso), ma hanno
            <foreign lang="spa" rend="italic">pujanza</foreign> cioè <emph>possentia</emph>, mutati
          i due <emph>ss</emph> nell’aspirata, come è loro ordinario. Nè i francesi nè gli spagnuoli
          sono punto soliti di mutare il <emph>t</emph> in due <emph>ss</emph> o nell’aspirata ec.
          come ho detto degl’italiani.</p>
        <p>Del resto anche <foreign lang="lat" rend="italic">potens</foreign> serve a mostrar
          l’esistenza antica del participio attivo di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sum</foreign> ec. (21. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il <emph>v</emph> non è che aspirazione nell’antico latino ec.: sta in vece dello spirito
          nelle parole tolte dal greco, e non pur dell’aspro ma del lene ec. come nella mia teoria
          de’ continuativi <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Paphlagonia insignis Roco</hi>
              <hi rend="sc">heneto</hi>, <hi rend="italic">a quo, ut Cornelius <pb ed="aut" n="3745"
                /> Nepos perhibet, Paphlagones in Italiam transvecti, mox</hi>
              <hi rend="sc">veneti</hi>
              <hi rend="italic">sunt nominati</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Solin</author>. c. 44. ed. Salmas. 46. al.</bibl>, <bibl>
            <author>Plin.</author> l. 6. c. 2</bibl>. <bibl>V. <author>Menag.</author>
            <title>ad Laert.</title> II. segm.113</bibl>, e notate che ivi il greco <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐνετὸς</foreign>
          </quote> è sempre collo spirito lene, benchè nell’addotto luogo si scriva <foreign
            lang="lat" rend="italic">Heneto</foreign>. <bibl>V. anche <author>Cellar.</author>
          </bibl> ec. Del resto quelle mie osservazioni potrebbero confermare questa etimologia e
          questa storia. (21. Ott. 1823.). <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Veneti</foreign> e in <foreign lang="lat" rend="italic">Velia</foreign>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3734. marg. Qua spetta <foreign lang="lat" rend="italic">futum</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">fusum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fundo, confutum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">confusum</foreign>, ec.
          come altrove in proposito di <foreign lang="lat" rend="italic">confuto</foreign>; e
          conferma queste osservazioni, e da queste può esser confermata notabilmente la derivazione
          di <foreign lang="lat" rend="italic">confuto</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">fundo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">confundo</foreign> e
          l’esistenza di un antico <foreign lang="lat" rend="italic">confutum</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">futum</foreign> ec. di che altrove in più luoghi. (21. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il piacere è sempre passato o futuro, e non mai presente, nel modo stesso che la felicità
          è sempre altrui e non mai di nessuno, o sempre condizionata e non mai assoluta: e così è
          impossibile che altri dica con pieno sentimento di vero <pb ed="aut" n="3746"/> dire, e
          con piena sincerità e persuasione, <emph>io provo un piacere</emph>, ancorchè menomo,
          quantunque tutti dicono <emph>io n’ho provato e proverò</emph>; quanto è impossibile che
          alcun dica di cuore <emph>io son felice, o Beato me</emph>, quando però tutti dicono
            <emph>beato il tale o il tal altro, e io sarei felice se mi trovassi tale o tale, e
            beato me se ottenessi tale o tal cosa, e se fosse questo o questo</emph>. E le cagioni
          per cui sono impossibili parimente le due cose sopraddette, sono appresso a poco le
          stesse. E come il non esser niuno che dica <emph>me beato</emph>, dimostra che tutti
          s’ingannano quelli che dicono <emph>beato te o lui, e io sarei beato in tale o tal
          caso</emph> (e tutti gli uomini così parlano e parleranno sempre e di cuore); così il non
          esser chi dica di vero animo <emph>io provo piacere presentemente</emph>, dimostra che
          niuno provò nè proverà mai piacere alcuno, benchè tutti si pensino e moltissimi affermino
          con sentimento di verità, di averne provato e di averne a provare. (21. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3747"/> Come la lingua francese illustre è dominata, determinata e
          regolata quasi interamente dall’uso, e certo più che alcun’altra lingua illustre, così,
          perocchè l’uso è variabilissimo e inesattissimo, essa lingua illustre non solo non può
          esser costante, nè molto durare in uno essere, come ho notato altrove, ma veggiamo
          eziandio che la proprietà delle parole in essa lingua è trascurata più che nell’altre
          illustri, e trascurata per regola, cioè presso gli ottimi scrittori costantemente, non
          meno che nel parlare ordinario. Voglio dir che gli usi di moltissime parole e modi ec.
          anche presso gli ottimi scrittori, sono più lontani dall’etimologia e dall’origine e dal
          valor proprio d’esse parole ec. meno corrispondenti ec. che non sogliono esser gli usi de’
          vocaboli nell’altre lingue illustri presso, non pur gli ottimi, ma i buoni scrittori, e in
          maggior numero di voci ec. che nelle altre lingue illustri non sono. Che vuol dir ch’essi
          usi e significati sono più corrotti ec. E non potrebb’essere altrimenti perchè l’uso
          corrente cotidiano e volgare e generalmente la lingua parlata, anche dai colti, (che è
          quella cui segue il francese scritto) corrompe ed altera ogni cosa e non mai non cessa di
          rimutare e logorare ec. P. e. per dire il materiale e lo spirituale, o il sensibile e
          l’intellettuale, i francesi dicono il fisico e il morale. (le physique et le moral, le
          physique et le moral de l’homme, le monde physique et le <pb ed="aut" n="3748"/> monde
          moral etc.). Qual cosa più impropria di queste significazioni, o che si considerino in se
          stesse o nella loro scambievole opposizione e in rispetto l’una all’altra?
          <emph>Fisico</emph> propriamente significa forse <emph>materiale</emph> o
          <emph>sensibile</emph>? E il <emph>fisico</emph>, che vuol dir <emph>naturale</emph>, è
          forse l’opposto dello <emph>spirituale</emph> o <emph>intelligibile</emph>? Quasi che
          questo ancora non fosse naturale, ma fuori della natura, e vi potesse pur esser cosa non
          naturale e fuori della <emph>natura</emph>, che tutto abbraccia e comprende, secondo il
          valor di questa parola e di questa idea, e che si compone di tutto ch’esiste o può
          esistere, o può immaginarsi ec. E il <emph>morale</emph> com’è l’opposto del
            <emph>naturale</emph>? Sia che riguardiamo la propria significazione di
          <emph>morale</emph> sia la francese. E che hanno che far l’idee, l’intelletto, lo spirito
          umano, gli altri spiriti, il mondo e le cose astratte ec. coi costumi, ai quali soli
          propriamente appartiene la voce <emph>morale</emph>? e gli appartiene pure anche in
          francese, e anche nel parlare e scriver francese ordinario (la morale, moralité, etc.).
          Così dite degli avverbi <foreign lang="fre" rend="italic">physiquement</foreign> o
            <foreign lang="fre" rend="italic">moralement</foreign> ec.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3749"/> Di tali esempi se ne potrebbero addurre infiniti.</p>
        <p>La lingua latina illustre fu, non solo tra le antiche, ma forse fra tutte, la più
          separata e diversa, e la meno influita e dominata dalla volgare. Parlo della lingua latina
          illustre prosaica (ch’è poco dissimile dalla poetica) rispetto all’altre pur prosaiche
          perchè p. e. la lingua poetica greca fu certo (almen dopo Omero ec.) anche più divisa ec.
          dalla greca volgare. Ma ciò come poetica, non come illustre, e qualunque linguaggio appo
          qualunque nazione è veramente poetico e proprio della poesia, di necessità e per natura
          sua è distintissimo dal volgare; chè tanto è quasi a dir linguaggio proprio poetico,
          quanto linguaggio diverso assai dal volgare. S’egli ha ad esser assai diverso dal prosaico
          illustre, molto più dal volgare. Fra le lingue illustri moderne, la più separata e meno
          dominata dall’uso è, cred’io, l’italiana, massime oggi, perchè l’Italia ha men società
          d’ogni altra colta nazione, e perchè la letteratura fra noi è molto più esclusivamente che
          altrove, propria de’ letterati, e perchè l’Italia non ha lingua illustre moderna ec. Per
          tutte queste ragioni la <pb ed="aut" n="3750"/> lingua italiana illustre è forse di tutte
          le moderne quella che meglio e più generalmente osserva e conserva la proprietà delle voci
          e modi. Ciò presso i buoni scrittori, cioè quelli che ben posseggono e trattano la lingua
          illustre, i quali oggi son men che pochissimi, e quelli che scrivono la lingua illustre, i
          quali oggi sono in minor numero di quelli che non la scrivano, o il fanno più di rado che
          non iscrivono la volgare. Perocchè oggi la lingua più comunemente scritta e intesa in
          Italia nelle scritture, non è l’illustre ma la barbara e corrotta volgare; e però ella non
          conserva punto la proprietà delle parole ec. ma sommamente se n’allontana, come fa la
          volgare. E p. e. quel <emph>fisico</emph> e <emph>morale, fisicamente</emph> e
            <emph>moralmente</emph> ec. nel senso francese, è oggi del volgare italiano, e dello
          scritto non illustre, non men ch’e’ sia dell’illustre e del volgare francese ec. Ma presso
          i nostri buoni scrittori di qualunque secolo (non che gli ottimi), si vedrà forse più che
          in niun’altra lingua illustre moderna, <pb ed="aut" n="3751"/> osservata e conservata la
          proprietà delle parole e dei modi ec. Cioè l’uso loro esser totalmente e sempre, o quasi
          totalmente e quasi sempre, o più e più spesso che nell’altre lingue illustri, e in assai
          maggior numero di parole e modi ec., conforme al significato ch’essi ebbero da principio
          nella lingua e ne’ primitivi scrittori italiani, ed anche alla loro nota etimologia, ed al
          senso ed uso ch’essi ebbero nella lingua onde alla nostra derivarono, cioè massimamente
          nella latina, madre della nostra. Certo la proprietà latina nell’uso e significato delle
          parole e dei modi, (siccome la forma, lo spirito ec. della latinità, della dicitura
          latina, il modo dell’orazione in genere, del compor le parole, dell’esporre e ordinar le
          sentenze, dello stile ec. ec. E quanto a queste cose, anche in ordine alla lingua greca
          l’italiano illustre è la lingua più simile ch’esista ec. ec.) è molto meglio e in assai
          maggior parte conservata nell’italiano veramente illustre, per insino al dì d’oggi, che in
          alcun’altra lingua; e forse più nell’italiano illustre degli ultimi nostri buoni
          scrittori, che nel linguaggio de’ più antichi e migliori scrittori francesi, spagnuoli ec.
          (21. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Novello</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >nouveau</foreign>, <emph>Novella, rinnovellare</emph> ec. ec. <bibl>V. il
            <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Novellus</foreign>
          </bibl> (quasi <foreign lang="lat" rend="italic">iuvenculus</foreign>) e i derivati sopra
          e sotto la detta voce: gli spagnuoli ec. (22. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3752"/> Alla p. 3685. Ho detto il genitivo ec. Tutti i nomi o verbi o
          avverbi ec. latini che son fatti immediatamente da qualche nome, son fatti dal genitivo o
          da’ casi obliqui di questo nome, non mai dal nominativo (nè dal vocativo s’egli è conforme
          al nominativo, nè dall’accusativo come da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >manum</foreign> onde sarebbe <emph>manalis</emph> non <foreign lang="lat" rend="italic"
            >manualis</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic">tempus</foreign> accusativo
          onde sarebbe <emph>tempalis</emph> non <foreign lang="lat" rend="italic"
          >temporalis</foreign> ec. ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Tempestas</foreign> però
          par che venga da <foreign lang="lat" rend="italic">tempus</foreign> accusativo o
          nominativo). Ciò in moltissimi casi (come in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >dominor</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">dominus i</foreign> ec.) non si
          può conoscere nè distinguere, ma in moltissimi sì. <foreign lang="lat" rend="italic">Miles
            itis</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">milito, militia, militaris</foreign>
          ec. <foreign lang="lat" rend="italic">nomen inis</foreign> — <foreign lang="lat"
            rend="italic">nomino</foreign> ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Nomenclator</foreign> p. <foreign lang="lat"
                rend="italic">nominclator</foreign> ec. non è che alteraz. di pronunzia, e così
              mille casi simili. (come quello di cui nel marg. della pag. seg. cioè <foreign
                lang="lat" rend="italic">imaguncula</foreign>).</p>
          </note>
          <foreign lang="lat" rend="italic">salus utis</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >saluto</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Imago inis</foreign> — <foreign
            lang="lat" rend="italic">imagino</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Virgo
            inis</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">virgineus</foreign> ec. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Magister istri</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >magistratus</foreign> ec. Sempre che si può distinguere, troverete che così è. (V. la
          p. 3006. marg.) Eccezione. <foreign lang="lat" rend="italic">Propago inis</foreign> —
            <foreign lang="lat" rend="italic">propagare</foreign> in vece di <foreign lang="lat"
            rend="italic">propaginare</foreign> (che noi però abbiamo altresì, e l’ha anche Tertull.
          V. Forc. e il Gloss. ec.), se però <foreign lang="lat" rend="italic">propagare</foreign>
          non è piuttosto fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">propages is</foreign>, o se
            <foreign lang="lat" rend="italic">propago</foreign> non viene anzi da <foreign
            lang="lat" rend="italic">propagare</foreign> (il che mi è molto verisimile, se
          l’etimologia è da <foreign lang="lat" rend="italic">pango</foreign>, come il Forcell. in
            <foreign lang="lat" rend="italic">propago inis</foreign>. Allora <foreign lang="lat"
            rend="italic">propago as</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">propango
          is</foreign> apparterrebbe a quella categoria di verbi di cui p. 2813. sqq. e nelle ivi
          richiamate ec. <pb ed="aut" n="3753"/> E in esse pagg. si vedrebbero gli esempi e
          l’analogia e la ragione per cui <foreign lang="lat" rend="italic">pango</foreign> in
            <foreign lang="lat" rend="italic">propago as</foreign> o in <foreign lang="lat"
            rend="italic">propago inis</foreign> abbia perduta la <emph>n</emph>, e perchè mutata
          coniugazione ec. che altrimente non son cose facili a dirsi. E certo l’osservazione fatta
          qui dietro, persuade che <foreign lang="lat" rend="italic">propagare</foreign> non debba
          venir da <foreign lang="lat" rend="italic">propago inis</foreign>: bensì <foreign
            lang="lat" rend="italic">propaginare</foreign>). E s’altre tali eccezioni si trovano; ma
          saranno ben poche, s’io non m’inganno<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Imaguncula, icuncula, homuncio, homunculus,
                latrunculus</foreign> è lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic"
              >imagincula</foreign> (v. la p. 3007. fra l’altre), e però fatto dagli obliqui
                d’<foreign lang="lat" rend="italic">imago</foreign>, e non dal retto, come parrebbe
              a prima vista. E così dicasi dell’altre simili voci.</p>
          </note>. Eccettuo ancora quei derivati che piuttosto sono inflessioni ec. de’ rispettivi
          nomi, che altri nomi fatti da questi, come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >lapillus</foreign>, (se questa e simili non sono contrazioni, v. p. 3901) <foreign
            lang="lat" rend="italic">vetusculus</foreign> dal nominativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">vetus eris</foreign> ec. Ma questo diminutivo è di Sidonio. Gli antichi
            <foreign lang="lat" rend="italic">vetulus. Nigellus</foreign> potrebb’esser da <foreign
            lang="lat" rend="italic">nigeri</foreign> non da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >niger</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">puellus</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pueri</foreign> non da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >puer</foreign>. V. p. 3909.; <foreign lang="lat" rend="italic">nigellus</foreign> ch’è
          dal nominativo di <foreign lang="lat" rend="italic">niger</foreign>, e altri tali
          diminutivi ec. Se già gli antichi non dissero <foreign lang="lat" rend="italic">magister
            isteri, niger eri</foreign> ec. (22. Ott. 1823.). E così tengo per fermo; ond’è <foreign
            lang="lat" rend="italic">magisterium, ministerium</foreign> ec. per <foreign lang="lat"
            rend="italic">magistrium</foreign>, piuttosto dall’obliquo <foreign lang="lat"
            rend="italic">magìsteri, magìstero</foreign> ec. poi contratti, che da <foreign
            lang="lat" rend="italic">magistrium, ministrium</foreign> per epentesi della
          <emph>e</emph>. Infatti gli antichi dissero <foreign lang="lat" rend="italic"
          >magisterare</foreign>, ma i più moderni <foreign lang="lat" rend="italic"
          >magistrare</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic">magistratus us</foreign>
          ec., come <foreign lang="lat" rend="italic">ministrare</foreign>
          <pb ed="aut" n="3754"/> ec. Insomma queste non mi paiono eccezioni, perchè si riducono
          alla regola coll’osservare il modo dell’antichità e lo stato primitivo delle voci, mutato
          poscia, e così si potranno risolvere mill’altre tali eccezioni apparenti. In ogni modo il
          più delle volte è vero che i derivati de’ nomi vengono da’ casi obliqui, come ho detto, di
          qualunque declinazione sieno i nomi originali, come si è mostro cogli esempi, e non
          solamente se essi nomi son della quarta, chè allora si potrebbe negare quello che noi
          affermiamo dei derivati di questi, cioè che vengano da’ casi obbliqui e fra questi
          derivati da’ casi obliqui sono certamente quelli fatti da’ nomi della quarta e notati da
          noi ec. Il che basta al caso nostro. (22. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3728. Quest’uso latino di mutare alle volte il primo <emph>n</emph> in
          <emph>g</emph>, quando concorrerebbero due <emph>n</emph>, uso che si vede in <foreign
            lang="lat" rend="italic">agnatus, cognatus, cognosco, ignosco, ignotus, ignobilis,
            ignarus, ignavus</foreign> ec. per <foreign lang="lat" rend="italic">annatus,
          connatus</foreign>, (che anche si trova), <foreign lang="lat" rend="italic">connosco,
            innosco, innotus</foreign> (<bibl>v. <author>Forc.</author>
          </bibl>), <foreign lang="lat" rend="italic">innobilis, innarus, innavus</foreign> (che
          sarebbero come <foreign lang="lat" rend="italic">innocens, innumerus,
          innobilitatus</foreign>) ec. ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Agnomen, agnomentum</foreign>, ec. <foreign
                lang="lat" rend="italic">cognomen</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
                >ignotitia</foreign> (p. <foreign lang="lat" rend="italic">innotitia</foreign>),
              tutti derivati da <foreign lang="lat" rend="italic">noo</foreign>. <foreign lang="lat"
                rend="italic">Ignoro</foreign> ec.</p>
          </note> (p. 3695.) corrisponde all’uso della pronunzia spagnuola che suol mutare in
            <emph>gn</emph> il doppio <emph>n</emph> delle parole latine o qualunque (come <foreign
            lang="spa" rend="italic">año, caña</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >canna</foreign> ec.), e che generalmente <pb ed="aut" n="3755"/> rappresenta il suo
            <emph>gn</emph> col carattere <emph>ñ</emph> che è il segno di un doppio <emph>n</emph>.
          (Se però i latini pronunziavano <foreign lang="lat" rend="italic">ig-navus</foreign> ec.
          come a p. 2657., l’uso spagnuolo di dir <emph>agno</emph> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">annus</foreign> ec. non ha che far niente col lat. <foreign lang="lat"
            rend="italic">ig-navus</foreign> per <emph>innavus</emph>. Tuttavia può pur avervi che
          fare, in quanto anche appo gli spagnuoli quell’ <foreign lang="spa" rend="italic"
          >año</foreign> ha sempre una pronunzia di <emph>g</emph>).</p>
        <p>Del resto non solo nel concorso delle due <emph>n</emph>, ma anche fuor di questo caso, i
          latini usavano di preporre o frapporre avanti la <emph>n</emph> il <emph>g</emph>. Come in
            <foreign lang="lat" rend="italic">prognatus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">pronatus</foreign> (che anche si trova), <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adgnascor</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">adnascor, adgnatus</foreign>
          per <foreign lang="lat" rend="italic">adnatus</foreign> ec. (i quali perciò dimostrano un
          semplice <emph>gnascor</emph>), e in <foreign lang="lat" rend="italic">gnarus, gnavus,
            gnavo, gnosco, gnobilis</foreign> ec. (sicchè forse <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ignarus</foreign> ec. non sono per <emph>innarus</emph> ec. ma più probabilmente per
            <foreign lang="lat" rend="italic">i-gnarus, i-gnavus</foreign> ec. cioè per <foreign
            lang="lat" rend="italic">ingnavus, ingnarus</foreign> ec.). Onde resta fermo quel ch’io
            <add resp="ed">ho</add> detto p. 3695. che i latini usavano, come gli Eoli, il
          <emph>g</emph> veramente protatico (perchè anche in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pro-gnatus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">pro-natus</foreign>, in
            <foreign lang="lat" rend="italic">i-gnobilis</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">in-nobilis</foreign> ec. ei viene a esser protatico.). E quest’uso ancora
            <pb ed="aut" n="3756"/> avrebbe qualche corrispondenza coll’uso spagnuolo di mutare alle
          volte, se non erro, anche l’<emph>n</emph> semplice delle voci latine ec. in
          <emph>ñ</emph> (22. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Prolicio, prolecto as</foreign> ec. Aggiungansi alle
          cose dette nella mia teoria de’ continuativi (sul principio) circa i verbi <foreign
            lang="lat" rend="italic">allicio, allecto</foreign> ec. (22. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbo diminutivo in senso positivo. <foreign lang="lat" rend="italic">Nidulor</foreign>
          per <foreign lang="lat" rend="italic">nidor aris</foreign> (che non esiste) da <foreign
            lang="lat" rend="italic">nidulus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nidus</foreign>. Noi abbiamo <emph>annidare</emph> ec. (22. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3706. Senza fallo il nostro verbo fu <foreign lang="lat" rend="italic">noo
          is</foreign>, non <foreign lang="lat" rend="italic">no nis</foreign>. (e altrettanto si
          dica di <foreign lang="lat" rend="italic">poo</foreign>, non <foreign lang="lat"
            rend="italic">po</foreign>, da <foreign lang="grc">πόω</foreign>, il quale dovette
          essere <foreign lang="lat" rend="italic">poo pois povi potum</foreign> secondo le ragioni
          che or si diranno). 1. Da <foreign lang="lat" rend="italic">no</foreign> non si sarebbe
          fatto <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign> ma <foreign lang="lat"
            rend="italic">nisco</foreign>. Veggasi la p. 3709. fine— 10. principio. 2. <foreign
            lang="lat" rend="italic">No</foreign> non avrebbe fatto nel preterito <emph>novi</emph>
          ma <emph>ni</emph> (o per duplicazione <emph>neni</emph>), come <foreign lang="lat"
            rend="italic">suo sui, luo lui</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Noo</foreign> bensì doveva far <emph>noi</emph>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >suo sui</foreign> ec. (p. 3731. seg. 3706. marg.), poi per evitar l’iato fece <foreign
            lang="lat" rend="italic">novi</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">amai
            amavi, docei docevi</foreign>, <pb ed="aut" n="3757"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">lui luvi</foreign> ec. (p. 3706.3732. <bibl>V.
              <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">luo</foreign> verso il
            fine</bibl>). 3. Così <foreign lang="lat" rend="italic">no</foreign> non avrebbe fatto
            <foreign lang="lat" rend="italic">notum</foreign> ma <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nitum</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Ne’ composti <foreign lang="lat" rend="italic">notum</foreign> o <foreign lang="lat"
                rend="italic">gnotum</foreign> si cambia in <foreign lang="lat" rend="italic"
              >gnitum</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">cognitum</foreign> ec.) fuorchè
              in <foreign lang="lat" rend="italic">ignotus</foreign> nome, e in <foreign lang="lat"
                rend="italic">ignotus</foreign> partic. e supino. V. anche <foreign lang="lat"
                rend="italic">agnotus</foreign> ec.</p>
          </note>. Nè questo si sarebbe mai mutato in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >notum</foreign>, nè <emph>ni</emph> o <emph>neni</emph> in <foreign lang="lat"
            rend="italic">novi</foreign>. Bensì <emph>noi</emph> in <foreign lang="lat"
            rend="italic">novi</foreign> nel modo detto; e in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >notum</foreign> il regolare <foreign lang="lat" rend="italic">noitum</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">noo</foreign> (p. 3708. marg. 3731-2. 3735.). Anche
            <foreign lang="lat" rend="italic">Nomen, agnomen, cognomen</foreign> ec. vien da
            <foreign lang="lat" rend="italic">noo</foreign>, e serve a mostrare, primo, <foreign
            lang="lat" rend="italic">noo</foreign> non <foreign lang="lat" rend="italic"
          >no</foreign> (onde sarebbe <foreign lang="lat" rend="italic">nimen</foreign>, come da
            <foreign lang="lat" rend="italic">rego, regimen</foreign> ec.); secondo, <foreign
            lang="lat" rend="italic">noo</foreign> da cui esso viene, non da <foreign lang="lat"
            rend="italic">nosco</foreign>, checchè dica il <bibl>
            <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">nomen</foreign>,
          princip.</bibl> e quivi <bibl>
            <author>Festo</author> ec. 4.</bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Nobilis</foreign> non potrebbe venir da <foreign
            lang="lat" rend="italic">no</foreign>. Bensì da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >noo</foreign>. Perocchè i verbali in <emph>bilis</emph> nel buon latino non si fanno se
          non da supino in <emph>tum</emph> (o partic. in <emph>tus</emph>), e non da altri, mutato
          il <emph>tum</emph> (o <emph>tus</emph>) in <emph>bilis</emph>. V. p. 3825. Bensì tali
          supini (o participii) non sono sempre noti, ma dato il verbale in <emph>bilis</emph>, e’
          si possono conoscere mediante l’analogia e la cognizione dell’antichità e della regola
          della lingua latina, le quali anche da se li possono mostrare, e il verbale in
          <emph>bilis</emph> li conferma, sempre ch’egli esista. P. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Docibilis</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >doci-tum</foreign>. Questo supino già lo conoscevamo per altra via, benchè inusitato,
          cioè per altri argomenti ec. Il verbale <foreign lang="lat" rend="italic"
          >docibilis</foreign> lo conferma. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Immarcescibilis</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">marcescitus</foreign>
          inusitato. Già abbiam detto e sostenuto che il proprio participio <pb ed="aut" n="3758"/>
          o supino de’ verbi in <emph>sco</emph> era in <emph>scitus</emph>. Eccone altra prova in
            <foreign lang="lat" rend="italic">marcescitum</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">marcesco</foreign> (che ora non ha o non gli s’attribuisce supino alcuno)
          dimostrato da <foreign lang="lat" rend="italic">immarcescibilis. Solu-tum, volu-tum,
            solu-bilis, volu-bilis</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Labilis, nubilis,
            habilis</foreign> ec. sono dai regolari, veri ed interi, benchè inusitati supini,
            <foreign lang="lat" rend="italic">labitum, nubitum</foreign>, (<foreign lang="lat"
            rend="italic">habitum</foreign> è usitato, anzi solo usitato, ma non è il primitivo)
          ec., secondo la regola, fuor solamente ch’e’ son contratti da <foreign lang="lat"
            rend="italic">labi-bilis, nubi-bilis</foreign> per effetto di pronunzia accelerata o
          confusa ec. o per evitare il cattivo suono ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3851.</p>
          </note> Or dunque da <foreign lang="lat" rend="italic">no nitum</foreign> avremmo <foreign
            lang="lat" rend="italic">nibilis. Nobilis</foreign> non può essere che da <foreign
            lang="lat" rend="italic">no-tum, gnobilis</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >no-tum</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic">gnotum, ignobilis</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">no-tum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >gno-tum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">igno-tus</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">gnobilis</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nobilis</foreign>. Ovvero <foreign lang="lat" rend="italic">nobilis</foreign> ec. sono
          contrazioni di <foreign lang="lat" rend="italic">noibilis</foreign> come <foreign
            lang="lat" rend="italic">notum</foreign> lo è di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >noitum</foreign>. Vedi la pag. 3832. fine.</p>
        <p>Secondo queste osservazioni, <foreign lang="lat" rend="italic">nobilis, gnobilis,
            ignobilis</foreign> confermano l’esistenza di un verbo originario di <foreign lang="lat"
            rend="italic">nosco</foreign>, al quale è chiaro ch’essi hanno attinenza; ma se
          venissero da <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign> farebbero <foreign
            lang="lat" rend="italic">noscibilis</foreign> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >noscitum</foreign>, ed anche il Forc. che certo non aveva osservata la formazione de’
          verbali in <emph>bilis</emph> da’ supini in <emph>tum</emph>, pur vide che <foreign
            lang="lat" rend="italic">nobilis</foreign> era quasi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >noscibilis</foreign> (vedilo in <pb ed="aut" n="3759"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">nobilis</foreign> princip. dove ha vari spropositi,
          secondo le nostre osservazioni). Nè da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >noscibilis</foreign> sarebbe stata punto naturale nè latina la contrazione in <foreign
            lang="lat" rend="italic">nobilis ignobilis</foreign> ec. V. <foreign lang="lat"
            rend="italic">ignoscibilis</foreign>, antica voce, nel Forc. la quale conferma il supino
            <foreign lang="lat" rend="italic">noscitum</foreign>, secondo le presenti osservazioni,
          e che da <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign> si sarebbe fatto <foreign
            lang="lat" rend="italic">noscibilis</foreign>, non <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nobilis</foreign>, come anche da <foreign lang="lat" rend="italic">marcesco
            immarcescibilis</foreign>, non <emph>immarcibilis</emph> ec. <bibl>V. anche nel
              <author>Forc.</author>
            <foreign lang="lat" rend="italic">noscibilis, agnoscibilis</foreign> ec.</bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">irascibilis</foreign>. Del resto <foreign lang="lat"
            rend="italic">nobilis, gnobilis</foreign> ec. sono voci antichissime, onde ben poterono
          venire dall’antichissimo e poscia inusitato <foreign lang="lat" rend="italic"
          >noo</foreign>.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Possibilis</foreign> (e <foreign lang="lat"
            rend="italic">impossibilis, possibilitas</foreign> ec.) dimostra <foreign lang="lat"
            rend="italic">possitus</foreign>, e quindi il participio o supino <foreign lang="lat"
            rend="italic">situm</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign>,
          confermando il detto da noi in proposito di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sto</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">potens</foreign> dimostra il
          participio <foreign lang="lat" rend="italic">sens</foreign> (pag. 3742-4.).</p>
        <p>Del resto <foreign lang="lat" rend="italic">noo, poo</foreign> e simili andarono presto
          in disuso probabilmente per il cattivo suono di quel doppio <emph>o</emph> l’un dietro
          l’altro, onde si preferì l’uso de’ verbi lor derivati, i quali restarono, e quasi o senza
          quasi nel senso degli originarii (massime <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nosco</foreign> e composti ec.), o anche <pb ed="aut" n="3760"/> in esso senso ec.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Nosco</foreign> però non restò tutto, nè <foreign
            lang="lat" rend="italic">noo</foreign> perì tutto, ma ne restò <foreign lang="lat"
            rend="italic">novi</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">notum</foreign> ec.
          insomma una gran parte (dove non aveva luogo, o n’era stato scacciato, il cattivo suono),
          la quale supplì ai mancamenti e perdite sofferte dal derivato ec. Così di <foreign
            lang="lat" rend="italic">poo</foreign> restò <foreign lang="lat" rend="italic">potus,
            epotus, potum, poturus</foreign> ec. anche più usati di <foreign lang="lat"
            rend="italic">potatus</foreign> ec., e <foreign lang="lat" rend="italic">potus
          sum</foreign> ec. (22. Ott. 1823.). V. p. 3850.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Niente d’assoluto. Qual cosa par più assoluta e generale, almen fra gli uomini, di quello
          che la corruzione sia nauseosa? Or le sorbe e le nespole, perocchè nello stato che per
          loro è vera maturità e perfezione, per noi non son buone a mangiare; bensì nello stato che
          per loro è vera, non pur vecchiezza, ma morte e corruzione; perciò mezze e corrotte si
          mangiano. — Lo schifoso è interamente relativo. La lumaca non fa schifo a se stessa. Non è
          schifoso a noi quello che in noi, o da noi uscito o prodotto ec. è schifoso agli altri. Il
          porco si diletta di ravvolgersi nel fango e lordure ec. E quanti uomini trattano e amano,
          e mangiano e gustano ec. <pb ed="aut" n="3761"/> cose che agli altri (a tutti o a più o ad
          alcuni, nella stessa nazione o in diverse) riescono schifosissime. — La sorba, la nespola,
          secondo noi, è perfetta quando è corrotta, misurando noi la perfezione di queste, come
          d’infinite altre cose, dall’uso nostro ec. Ma chi non vede che questa perfezione è al
          tutto relativa? e relativa a noi soli, anzi al solo uso del nostro palato e stomaco, ed in
          quanto la sorba è atta a divenirci una volta cibo, cosa a lei affatto accidentale ed
          estrinseca? E che la sorba non ne è perciò meno corrotta e degenerata? nè, per se stessa e
          per sua natura, meno perfetta allor quando ec. e non in altro tempo ec. (23. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Si può applicare all’uomo in generale avendo riguardo alle illusioni e al modo in che la
          natura ha supplito coi felici errori ec. alla felicità reale, anzi può applicarsi ad ogni
          genere di viventi, quel verso del Tasso (<bibl>
            <author>Gerus.</author> I. 3.</bibl>) <quote>
            <emph>E da l’inganno suo vita riceve</emph>
          </quote>. (23. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Forte, fortemente</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">fort, force</foreign>
          ec. per <emph>molto, molti</emph> ec. <foreign lang="grc">Κάρτα</foreign> Vedi lo Scapula,
          e Arriano nell’Indica e nella Spediz. d’Alessandro ec. E nótisi che <foreign lang="grc"
            >κάρτα</foreign> per valde mostra d’essere antichissimo, ond’egli è poetico piucch’altro
          ec. <bibl>V. <author>Forcell.</author> Gloss. Diz. franc. spagn. ital.</bibl> Anche i
          latini <foreign lang="lat" rend="italic">vehementer, vehemens</foreign> ec. E <foreign
            lang="lat" rend="italic">valde</foreign> è contrazione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">valide</foreign> ec. Onde nelle lingue moderne dicendo
          <emph>fortemente</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic">valde</foreign> si conserva
          la etimologia di questa parola ec. (23. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A quello che altrove ho detto di <foreign lang="fre" rend="italic">dompter</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">domitare</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3071.</p>
          </note>, aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic">promtus</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">promptus, promsi</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >prompsi</foreign>, <pb ed="aut" n="3762"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">promtum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >promptum, demsi</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">dempsi, demtum</foreign>
          e <foreign lang="lat" rend="italic">demptum, temptare</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">tentare</foreign> (<bibl>v. <author>Forcell.</author> e il Cod.
              <author>Cic.</author>
            <title>de republ.</title> col Conspectus Orthograph. del Niebuhr</bibl>), <foreign
            lang="lat" rend="italic">comsi</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">compsi,
            comptum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">comtum, comptus</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">comtus, compte</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">comte</foreign>, ec. ec. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> I francesi scrivono anche <foreign lang="fre" rend="italic">domter
          domtable</foreign> ec. e forse oggi più frequentemente. Il Richelet non ha che <foreign
            lang="fre" rend="italic">domter</foreign>, l’Alberti che <foreign lang="fre"
            rend="italic">dompter</foreign>. <bibl>Vedi il <author>Richelet</author> in <foreign
              lang="lat" rend="italic">Compte, compter</foreign>
          </bibl> ec. che scrivevasi ancora, com’egli dice, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >comter, comte</foreign> ec. Notisi peraltro che <foreign lang="fre" rend="italic"
            >compter</foreign> ec. viene da <foreign lang="lat" rend="italic">computare</foreign>,
          sicchè il <emph>p</emph> vi è naturale e non ascitizio come in <foreign lang="fre"
            rend="italic">dompter</foreign> ec. Infatti oggi i francesi, i quali scrivono <foreign
            lang="fre" rend="italic">Comte</foreign> (da <foreign lang="lat" rend="italic">comes
            itis</foreign>), <foreign lang="fre" rend="italic">comtat</foreign> ec. scrivono sempre,
          ch’io sappia, <foreign lang="fre" rend="italic">compte</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">computus</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">compter</foreign>
          ec. (23. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito di <foreign lang="lat" rend="italic">sylva</foreign> da <foreign lang="grc"
            >ὕλη</foreign>, del che altrove. <foreign lang="lat" rend="italic">Sulla</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">Sylla, Symmachus</foreign> e nel Cod. Ambros. delle
          Orazioni <foreign lang="lat" rend="italic">Summachus</foreign> costantemente. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author>
          </bibl> ec. (23. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi vorrà credere che <foreign lang="lat" rend="italic">apto</foreign> ed <foreign
            lang="grc">ἅπτω</foreign> (de’ quali altrove) essendo gli stessissimi materialmente, e
          significando propriamente la stessissima cosa, non abbiano a far nulla tra loro per
          origine ec. converrà supporre un’assoluta casualità che troverà pochi fautori ec. (23.
          Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2657. marg. E se in Italia, in che parte, (avendo noi tanti e sì diversi
          dialetti), come ne’ paesi ove la pronunzia tien più dello straniero, ne’ paesi di confine,
          nel Piemonte (ove forse è probabile che sia stato scritto il <pb ed="aut" n="3763"/> Cod.
          de rep. e così di Frontone ec.) nell’alta Lombardia e Venezia, o generalmente nella
          Lombardia o nel Veneziano. E se nel cuor d’Italia, ed anche in Roma, a che tempo, come ne’
          vari tempi che vi furono più stranieri, e più influenti ec. E finalmente da chi, se da
          italiani o stranieri, e italiani di che parte d’Italia, e di buona pronunzia o cattiva, e
          periti dell’ortografia o no, e vissuti fra gli stranieri o no ec. ec. (23. Ott. 1823.).
          Puoi vedere la p. 3754.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3692. Aggiungasi che <foreign lang="lat" rend="italic">scivi scitum</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">scisco</foreign>, e de’ suoi composti (<foreign
            lang="lat" rend="italic">ascitum, conscitum, plebiscitum</foreign>) ec. hanno tutti
            l’<emph>i</emph> lungo. Or la desinenza in <emph>itum</emph> è affatto improprissima de’
          verbi della terza. (Lascio quella in <emph>ivi</emph>, che n’è parimente impropria, ma
          altresì quella in <emph>ivi</emph> il sarebbe). Che segno è questo, se non che <foreign
            lang="lat" rend="italic">scitum</foreign> grammaticalmente non è di <foreign lang="lat"
            rend="italic">scisco</foreign>, ma di <foreign lang="lat" rend="italic">scio</foreign>,
          di cui, come verbo della 4. è propria e debita peculiarmente la desinenza del supino in
            <emph>itum</emph>? Così dicasi di qualunqu’altro verbo in <emph>sco</emph> che sia fatto
          da un verbo della quarta, noto o ignoto: che se tal verbo in <emph>sco</emph> ha supino, o
          se gli si attribuisce, esso è certamente in <emph>itum</emph>, e però è certamente tolto
          in prestito dal suo verbo originale, il quale, se non esiste, da ciò n’è dimostrato ec. E
          può vedersi la p. 3707. fine 08. principio. (23. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3764"/> Necessità di nuove o forestiere voci, volendo trattar nuove o
          forestiere discipline. Impossibilità e danno del mutare i termini ricevuti in una
          disciplina che da’ forestieri sia stata trovata, o principalmente coltivata, o trasmessaci
          ec. di sostituire cioè altri termini a quelli con che i forestieri che ce la tramettono,
          sono usi di trattare quella disciplina, quando bene fosse facile alla nostra lingua il
          trovar termini suoi, novi o vecchi, da sostituir loro, anzi quando ella già ne avesse
          degli altri (sian termini sian vocaboli) con quel medesimo significato ec. V. Speroni
          Dial. della Retorica, ne’ suoi Diall. Venez. 1596. p. 139. a dieci pagg. dal principio, e
          23. dal fine. (23. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli spettacoli gladiatorii, così sanguinarii ec. appartengono a quel diletto delle
          sensazioni vive, di cui dico in tanti luoghi. (23. Ott. 1823.). Così le cacce di tori ec.
          ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Disperser</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >dispergo-dispersus</foreign> (24. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ai verbi diminutivi o frequentativi italiani da me altrove raccolti, aggiungi per esempio
          di quelli in <emph>olare</emph>, <emph>crepolare</emph> da <emph>crepare,
          screpolare</emph> ec. (24. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Quaero is, quaesitum</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">itus</foreign>. Perchè dunque da <foreign lang="lat" rend="italic">queror,
            questus</foreign>, ch’è verbo differente sol d’una lettera nella scrittura, e di nulla
          nella pronunzia? E da <foreign lang="lat" rend="italic">quaesitum</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaesitus</foreign> che pur restano e son fuori di
          controversia, <pb ed="aut" n="3765"/> e non si potrebber dire altrimenti, abbiamo <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaestus us</foreign> e quaestor ec. ec. L’uso dunque delle
          contrazioni de’ supini che altrove in tanti luoghi io suppongo, è evidente; perocchè qui
          restando il supino e il participio intero, le voci quindi formate sono, le più, contratte
          al modo appunto degli altri supini e participi ec. i quali molte volte per lo contrario
          son dimostrati da voci derivate o affini ec. non contratte. Come qui vale l’argomento da
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaesitum</foreign> a <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaestus us</foreign> ec. così dovrà valere ne’ casi contrarii ec. (24.
          Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3557. principio. L’aspetto della debolezza riesce piacevole e amabile
          principalmente ai forti, sia della stessa specie sia di diversa. (forse per quella
          inclinazione che la natura ha messa, come si dice, ne’ contrarii verso i contrarii).
          Quindi la debolezza in una donna riesce più amabile all’uomo che all’altre donne, in un
          fanciullo più amabile agli adulti che agli altri fanciulli. E la donna è più amabile
          all’uomo che all’altre donne, anche pel rispetto della debolezza ec. Ed all’uomo tanto più
          quanto egli è più forte, non solo per altre cagioni, ma anche per questa, che l’aspetto
          della debolezza gli riesce tanto più piacevole, quando è in un oggetto altronde amabile
          ec. Ed anche per questa causa i militari, e le <pb ed="aut" n="3766"/> nazioni militari
          generalmente sono più portate verso le donne, o verso <quote>
            <foreign lang="grc">τὰ παιδικά</foreign>
          </quote> ec. (<bibl>V. <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> 2. Flor. 1576. p. 142.</bibl>). Le cose dette della debolezza si
          possono anche dire della timidità. Piace l’aspetto della timidità in un oggetto d’altronde
          amabile, e quando essa medesima non disconvenga. Piace p. e. ne’ lepri, ne’ conigli ec.
          Piace massimamente ai forti o assolutamente o per rispetto a quei tali oggetti. Piace ai
          più coraggiosi, e questo ancora si riferisca a quel che ho detto de’ militari. Il veder
          che uno teme e ha ragion di temere, e ch’e’ non si può difendere, è cosa amabile, e induce
          i forti e i coraggiosi, o della stessa specie o di diversa, a risparmiare quei tali
          oggetti; quando non v’abbia altra causa che operi il contrario, come nel lupo verso la
          pecora ec. Cause indipendenti dalla timidità e dal coraggio. E da ciò, almeno in parte,
          deriva che gl’individui e le nazioni forti e coraggiose sogliono naturalmente essere le
          più benigne; e in contrario è stato osservato che gl’individui e i popoli più deboli e
          timidi sogliono essere i più crudeli verso i viventi più deboli di loro, verso i loro
          stessi individui più deboli ec. Ed <pb ed="aut" n="3767"/> è proposizione costante e
          generale che la timidità la codardia e la debolezza amano molto di accompagnarsi colla
          crudeltà, colla inclemenza e spietatezza e durezza de’ costumi e delle azioni ec. (Che il
          timore sia naturalmente crudele, perchè sommamente egoista, e così la viltà ec. l’ho
          notato in più luoghi). Ciò non solo si osserva negli uomini, ma eziandio negli altri
          animali. E con molta verisimiglianza, se non anche con verità, si attribuisce al leone la
          generosità verso gli animali di lui più deboli e timidi ec. quando la natura, cioè una
          nimistà naturale, o la fame ec. non lo spinga ad opprimerli ec. o ve lo spinga talora, ma
          non in quel tal caso, o quando la natura non glieli abbia destinati particolarmente per
          cibo, chè allora sarà ben difficile ch’ei se ne astenga, o se ne astenga p. altro che per
          sazietà. Si applichino queste osservazioni a quelle da me fatte circa la
          compassionevolezza naturale ai forti, e la naturale immisericordia e durezza dei deboli
          ec. e viceversa quelle a queste (p. 3271. segg.). Si suol dire, e non è senza esempio
          nelle storie che le donne <pb ed="aut" n="3768"/> divenute potenti in qualunque modo, sono
          state e sono generalmente come più furbe e triste, così più crudeli e meno compassionevoli
          verso i loro nemici, o generalmente ec. di quel che sieno stati o sieno, o che sarebbero
          stati o sarebbero, gli uomini, in parità d’ogni altra circostanza. Ed è ben noto che i
          Principi più deboli e vili sono sempre stati i più crudeli proporzionatamente alle varie
          qualità ed al vario spirito de’ tempi a cui sono vissuti o vivono, e alle varie
          circostanze in cui si sono rispettivamente trovati o trovansi, e secondo le varie epoche e
          vicende della vita di ciascheduno ec. (24. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3616. fine. Un’altra osservazione confermante il mio parere, che l’Iliade se cede
          agli altri poemi in qualche cosa, ciò possa essere ne’ dettagli, ma tutti li vinca
          nell’insieme, e nella tessitura medesima e disposizione e condotta, non che
          nell’invenzione (al contrario del comun giudizio), si è che nell’Iliade l’interesse cresce
          sempre di mano in mano, sin che nell’ultimo arriva al più alto punto. Laddove nella
          Gerusalemme egli <pb ed="aut" n="3769"/> è, si può dire, onninamente stazionario;
          nell’Eneide assolutamente retrogrado dal settimo libro in poi, e così nell’Odissea: errore
          e difetto sommo ed essenzialissimo e contrario ad ogni arte. Nella Lusiade nol saprei ora
          dire, nè nella Enriade, dove però l’interesse non può essere nè stazionario nè retrogrado
          nè crescente, essendo affatto nullo, almeno per tutti gli altri fuor de’ francesi. Puoi
          vedere a proposito del crescente interesse l’ <bibl>
            <title>Elogio di Voltaire</title> nelle opp. di <author>Federico II</author>. 1790. tome
            7. p. 75</bibl>.</p>
        <p>Ho detto in questo discorso come sia necessario che il soggetto dell’epopea sia
          nazionale, e come dannoso sarebbe ch’ei fosse universale ec. (se non nel modo usato dal
          Tasso ec.). Ma per altra parte la nazionalità del soggetto limita, quanto a se,
          l’interesse e il grand’effetto del poema, a una sola nazione. Non v’è altro modo di
          ovviare a questo gran male (il qual fa ancora che i posteri, dopo le tante mutazioni
          politiche che cagiona il tempo, distruttore o cangiatore delle nazioni, o de’ loro nomi,
          ch’è tutt’uno, <pb ed="aut" n="3770"/> e loro carattere nazionale ec. non considerino più
          quegli antichi, nè possano considerarli, come lor nazionali, e che a lungo andare,
          immancabilmente, non vi sia più nazione a cui quel poema sia nazionale), se non di
          costringere l’immaginazion de’ lettori qualunque a persuaderli di esser compatrioti e
          contemporanei de’ personaggi del poeta, a trasportarli in quella nazione e in quei tempi
          ec. Illusione conforme a quella che deono proccurare i drammatici ec. Or tra tutti gli
          epici quel che meglio l’ha proccurata si è Omero nell’Iliade, siccome fra tutti gli
          storici Livio. Vero è che questo viene in grandissima parte da quelle tante cagioni
          altrove da me esposte, le quali fanno che tutte le nazioni civili in tutti i tempi sieno
          state e sieno p. essere connazionali e contemporanee de’ troiani, greci antichi romani
          antichi ed ebrei antichi. Infatti dopo l’Iliade, il poema epico che meglio proccura la
          detta illusione universale, si è l’Eneide, perchè di soggetto troiano e romano. Ma vero è
          ancora che, massime quanto ai troiani, le dette cagioni si riducono alla sola Iliade (ed
          all’Eneide), <pb ed="aut" n="3771"/> onde l’illusione ch’essa proccura, non viene da cause
          a lei affatto estrinseche, anzi l’Iliade è tanto più mirabile quanto essa sola, o essa
          principalmente (cioè aiutata dall’Eneide ec.), ha potuto rendere e rende tutti gli uomini
          civili d’ogni nazione e tempo compatrioti e contemporanei de’ troiani. Questo ella
          consegue mediante le reminiscenze della fanciullezza ec. le quali l’accompagnano perchè
          sin da fanciulli conosciamo l’Iliade, o i fatti da essa narrati e inventati, e la
          mitologia in essa contenuta, ec. e le prime nozioni della mitologia che apprendiamo, sono
          strettamente legate e in buona parte composte delle invenzioni d’Omero ec. ec. Ma tutto
          questo non sarebbe nè sarebbe stato se l’Iliade non fosse sempre stata così celebre. Nè
          così celebre sarebbe stata sempre senza il suo sommo merito. Vero è che questo non ha che
          fare in particolare colla condotta ec. ec. (25. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3729. marg. Trovansi eziandio ne’ nostri antichi parecchie voci o significazioni
          ec. proprie del latino noto, ma che ora non potremmo in alcun modo usare, ben sono usate e
          familiari appo gli spagnuoli: il che <pb ed="aut" n="3772"/> pare che provi ch’elle fecero
          parte di quel volgare che precedette ambo le lingue, del volgar latino ec. se non vogliamo
          supporre che l’antico italiano allo spagnuolo, o l’antico spagnuolo all’antico italiano le
          comunicasse, che nè l’uno nè l’altro è molto verisimile. (25. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3488. marg. Trovo in un cinquecentista spagnuolo, ma di poca autorità, <foreign
            lang="spa" rend="italic">falsar la paz</foreign> per rompere frodolentemente la pace, o
          violar le condizioni della pace, mancare ai trattati ec. Del resto <foreign lang="lat"
            rend="italic">falsare</foreign> in questi sensi è quasi un continuativo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">fallere</foreign>. <quote>
            <emph>Falsar la fede</emph>
          </quote> nell’esempio dello Speroni è lo stesso che il <emph>fallire</emph>, cioè <foreign
            lang="lat" rend="italic">fallere</foreign>, <emph>la promessa</emph> nell’altro esempio.
          E anche in se stesso, <emph>falsare</emph> nelle dette significazioni ha un certo senso
          d’ingannare, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">fallere</foreign>, benchè forse si
          vorrà piuttosto dargli quello di <emph>mancare</emph>. Ma in questo senso non si vede come
          nè <emph>fallire</emph> nè <emph>falsare</emph> nè <foreign lang="spa" rend="italic"
            >faltar</foreign> ec. possano essere attivi ec. ec. (25. Ott. 1823.).
          <emph>Falsare</emph> in altri sensi, (come in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >falsatus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">falsatio</foreign> ap. Forc.) è
          bensì da <foreign lang="lat" rend="italic">falsus</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">fallere</foreign> ma preso in senso di aggettivo; laddove ne’ detti
          significati <emph>falsare</emph> sarebbe da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >falsus</foreign> in senso di participio ec. (25. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3773"/> Vogliono che l’uomo per natura sia più sociale di tutti gli altri
          viventi. Io dico che lo è men di tutti, perchè avendo più vitalità, ha più amor proprio, e
          quindi necessariamente ciascun individuo umano ha più odio verso gli altri individui sì
          della sua specie sì dell’altre, secondo i principii da me in più luoghi sviluppati. Or
          qual altra qualità è più antisociale, più esclusiva per sua natura dello spirito di
          società, che l’amore estremo verso se stesso, l’appetito estremo di tirar tutto a se, e
          l’odio estremo verso gli altri tutti? Questi estremi si trovano tutti nell’uomo. Queste
          qualità sono naturalmente nell’uomo in assai maggior grado che in alcun’altra specie di
          viventi. Egli occupa nella natura terrestre il sommo grado per queste parti, siccome
          generalmente egli tiene la sommità fra gli esseri terrestri.</p>
        <p>Il fatto dimostra, al contrario di quel che gli altri lo interpretano, che l’uomo è per
          natura il più antisociale di tutti i viventi che per natura hanno qualche società fra
          loro. Da che il genere umano ha passato i termini di quella scarsissima e larghissima
          società che la natura gli avea destinata, più scarsa ancora e più larga che non è <pb
            ed="aut" n="3774"/> quella destinata e posta effettivamente dalla natura in molte altre
          specie di animali; filosofi, politici e cento generi di persone si sono continuamente
          occupati a trovare una forma di società perfetta. D’allora in poi, dopo tante ricerche,
          dopo tante esperienze, il problema rimane ancora nello stato medesimo. Infinite forme di
          società hanno avuto luogo tra gli uomini per infinite cagioni, con infinite diversità di
          circostanze. Tutte sono state cattive; e tutte quelle che oggi hanno luogo, lo sono
          altresì. I filosofi lo confessano; debbono anche vedere che tutti i lumi della filosofia,
          oggi così raffinata, come non hanno mai potuto, così mai non potranno trovare una forma di
          società, non che perfetta, ma passabile in se stessa. Nondimeno ei dicono ancora che
          l’uomo è il più sociale de’ viventi. Per società perfetta non intendo altro che una forma
          di società, in cui gl’individui che la compongono, per cagione della stessa società, non
          nocciano gli uni agli altri, o se nocciono, ciò sia accidentalmente, e non
          immancabilmente; una società i cui individui non cerchino sempre e inevitabilmente di
          farsi male gli uni agli altri. Questo è ciò che vediamo accadere fra le api, fra le
          formiche, fra i <pb ed="aut" n="3775"/> castori, fra le gru e simili, la cui società è
          naturale, e nel grado voluto dalla natura. I loro individui cospirano tutti e sempre al
          ben pubblico, e si giovano scambievolmente, unico fine, unica ragione del riunirsi in
          società; e se l’uno nuoce mai all’altro, ciò non è che per accidente, nè il fine e lo
          scopo di ciascheduno è immancabilmente e continuamente quello di soverchiare o di nuocere
          in qualunque modo altrui. E talora gli uni fanno male ad alcun degli altri, o tutti ad un
          solo o a pochi, per lo solo oggetto del ben comune o del ben dei più, come quando le api
          puniscono le pigre. Nol fanno già esse per il bene di un solo. Nè chi ’l fa, lo fa pel
          solo ben suo, anzi pel bene ancora di chi è punito. Ed anche questo far male ad alcuno è
          un cospirare al ben comune. Ma nelle società umane quello non si trovò mai, questo sempre.
          Leggi, pene, premi, costumi, opinioni, religioni, dogmi, insegnamenti, coltura,
          esortazioni, minacce, promesse, speranze e timori di un’altra vita, niente ha potuto far
          mai, niente è nè sarà bastante di fare, che l’individuo di qualsivoglia società umana,
          conformata come si voglia, non dico giovi altrui, ma si astenga dall’abusarsi, o vogliamo
          dire dal servirsi di qualunque vantaggio egli abbia sugli altri, per far bene a se col
          male altrui, dal cercare di aver più degli altri, di soverchiare, di volgere in somma
          quanto è possibile, tutta la società al suo solo utile o piacere, il che non può avvenire
          senza disutile e dispiacere degli altri individui. Infinite e diversissime furono <pb
            ed="aut" n="3776"/> e sono le forme dei costumi, delle opinioni, delle istituzioni, de’
          governi, le varietà delle leggi ec. infinite e diversissime quelle che i filosofi ec. in
          tutti i secoli e nazioni civili hanno immaginato ed immaginano e che non sono mai state
          poste in effetto, ma in ciascuna di queste forme è sempre avvenuto, o certo sempre
          avverrebbe il medesimo. Quali mezzi, quali artifizi non si sono immaginati o impiegati per
          impedirlo? che studio, che dottrina, che esperienza, che fatica, che forza d’ingegno si è
          risparmiata per ottener questo effetto? quanti geni sommi non vi si sono applicati? ma
          tutto è stato pienissimamente indarno; e chiunque abbia fior di giudizio dee senza
          difficoltà convenire, che tutto lo sarà sempre ugualmente, qualunque affatto nuova e
          strana circostanza si possa mai offrire, e qualunque novissima arte e via ritrovare. Il
          che insomma vuol dire che una società perfetta, e niente più perfetta che nel modo
          spiegato di sopra, senza il quale l’idea della società è contraddittoria ne’ termini; una
          società, dico, perfetta fra gli uomini, anzi pure una società vera è impossibile. Or come
          può star che sia impossibile, se la natura ce l’avesse <pb ed="aut" n="3777"/> destinata,
          e se l’uomo fuor di una tal società non potesse conseguire la sua perfezione e felicità
          naturale? Veggiamo pur che quella società ch’è stata destinata dalla natura ad animali
          tanto inferiori a noi, è stata sempre fin dal principio, ed è costantemente, perfetta nel
          suo genere, bench’essi non abbiano avuti e non abbiano nè legislatori, nè filosofi, nè
          esperienze d’altre forme di società ec. Veggiamo eziandio ch’ella è perfetta, non pure nel
          genere suo, ma rispetto al genere ed all’idea della società assolutamente, la quale
          importa, moltitudine maggiore o minore d’individui cospiranti in una o altra forma al bene
          di tutta la moltitudine, e ad essa in niun modo mai, se non accidentalmente,
          pregiudicanti; del resto poi comunicanti tra se più o meno, e moltissimo o pochissimo; ciò
          nulla rileva, purchè in tanto cospirino al ben comune, in quanto e’ comunicano insieme,
          poco o molto che ciò sia. Non dobbiamo dunque dedurre da tutto il sopraddetto, sì ragioni,
          sì esperienze di tanti e tanti secoli, che il genere umano per natura, o non è destinato a
          società veruna tra se, o (com’è vero) è destinato ad un genere, o per meglio dire, ad un
          grado di società diverso affatto da tutti quelli che in esso lui ebbero luogo dal
          primissimo principio del suo (così detto) dirozzamento, fino al dì d’oggi? Cioè ad una
          scarsissima comunione de’ suoi individui tra loro, nella qual comunione, in quanto ella si
          stendeva ed esigeva, ciascuno avrebbe cospirato al comun bene degl’individui in essa
          compresi, e niuno, se non <pb ed="aut" n="3778"/> per caso, gli avrebbe nociuto; onde
          sarebbe risultata agli uomini una specie di società perfetta in se stessa e relativamente
          ai subbietti suoi proprii, e perfetta in ordine all’idea ed alle condizioni essenziali
          della società assolutamente considerata. La quale specie di società essendosi bentosto
          perduta, niun’altra specie di società perfetta ha potuto mai rimpiazzarla in non so quante
          migliaia d’anni, nè mai la rimpiazzerà, perchè la natura non si rimpiazza, nè più d’una
          sola perfezione (cioè del suo naturale stato) può convenire a niuna specie d’esseri
          creati, e quindi non più d’una felicità.</p>
        <p>Stante la natura generale de’ viventi, e massime quella dell’uomo in particolare, una
          società stretta, la quale è cosa dimostrata che necessariamente produce tra gli uomini la
          disuguaglianza di mille generi e intorno a mille beni e mali, non può a meno di eccitare e
          di mettere in movimento, com’ella fa in effetto, le passioni dell’invidia,
          dell’emulazione, della gara, della gelosia, conseguenze necessarie, o piuttosto specie e
            <foreign lang="fre" rend="italic">nuances</foreign> dell’odio verso gli altri, naturale
          ad ogni essere che ami naturalmente se stesso. Or qual cosa è più antisociale di queste
          passioni? Elle non avrebbero avuto luogo nella società scarsa e larga destinataci dalla
          natura, il cui uffizio sarebbesi limitato al vero fine d’ogni società, quello di
          soccorrersi scambievolmente ne’ bisogni (che in natura son pochi), e massime in quei
          bisogni (che sono anche meno) i quali esiggono la cospirazione di più individui, come
          sarebbe il difendersi dagli altri animali nemici, al qual effetto anche gli animali meno
          socievoli, si riuniscono e fanno tra loro una società temporanea, che dura quanto il
          pericolo, come i cavalli si stringono insieme in una ruota, ove ciascuno resta co’ piedi
          di dietro al di fuori, per difendersi dal lupo, ec. Le dette passioni, <pb ed="aut"
            n="3779"/> ripeto, non avrebbero avuto luogo, sì per la poca strettezza di quella
          società, sì perchè in essa e nello stato naturale dell’uomo, i vantaggi naturali dell’uno
          individuo sull’altro sarebbero stati pochi, rari, e piccoli, e i sociali non vi sarebbero
          stati affatto. La disuguaglianza tra gli uomini che la società rende naturalmente somma e
          di mille generi, sarebbe stata quasi nulla, e limitata a ben poche cose. Infatti fra gli
          altri animali, fra cui la società è scarsa, la disuguaglianza fra gli individui è rara e
          sempre scarsissima; così i vantaggi degli uni sugli altri. Quindi le dette passioni, che
          sono necessariamente suscitate da’ vantaggi e dalla disuguaglianza ch’è inevitabilmente
          prodotta da una società stretta, sono fra gli altri animali rarissime e debolissime. E
          quelle che nascono dall’orgoglio naturale di ciascheduno individuo, necessariamente punto
          ed afflitto e molestato dal comando, dalle dignità, dalle preminenze qualunque, dalla
          stima e dalla gloria degli altri individui della stessa specie e compagnia, non avrebbero
          avuto luogo nella società scarsa in modo alcuno, nè l’hanno tra gli animali i più
          socievoli, perchè nè in quella si sarebbero trovati, nè fra questi si trovano gli oggetti
          che le suscitano, anzi neppur l’idea loro, non che il desiderio. E quanto al comando, se
          ve n’ha vestigio alcuno tra gli animali, come tra le api, tra’ buoi, tra gli elefanti
            (<bibl>v. <author>Arriano</author>
            <title>Indica</title>
          </bibl>), esso viene da superiorità di natura e quasi di specie, intorno a cui non ha
          luogo invidia nè emulazione; come le pecore non possono invidiare al montone che le
          conduce e quasi governa perch’egli è di sesso più forte, nè le donne invidiano agli uomini
          la loro maggior fortezza, nello stesso modo che noi non l’invidiamo al leone. Oltre di che
          il comando <pb ed="aut" n="3780"/> e qualunque specie di preminenza fra gli animali, come
          dalla natura fu posta, così da tutti gli altri individui soggetti è sempre riconosciuta
          per utile a tutti loro, ed utile non solo in potenza non solo in destinazione, ma in atto
          e in effetto continuamente, e come a tale essi vi si soggettano naturalmente, non pur
          senza la menoma ripugnanza, ma con piacere, e molto si dolgono s’ella, per qualche
          accidente, vien loro a mancare, come alle api il re ec. Ma in una società stretta, massime
          umana, è d’inevitabile necessità che abbiano luogo tutte le dette preminenze, come altresì
          è necessario ch’elle sempre offendano grandemente l’orgoglio naturale degli altri
          individui. E fra esse preminenze è d’indispensabile necessità che v’abbia luogo il
          comando, e questo fra gli uomini non può esser effetto di superiorità di natura o di
          specie, ma è necessario che l’uguale per natura, sia signor degli uguali. E il comando e
          la soggezione fra gli uomini è incontrastabilmente inevitabile che sebbene utili per
          istituto, il più delle volte sieno anzi dannosissime in effetto a chi ubbidisce e
          sottostà, e per tale siano riconosciute da loro, seguendone naturalmente un’invidia e un
          odio sommo verso chi comanda; odio antisocialissimo, massimamente che il comando è
          necessario, ec. Ed è ancora inevitabile che non di rado, (anzi quasi sempre), il comando e
          la signoria per l’origine medesima e per istituto sieno dirette al danno de’ sottoposti ed
          al solo bene de’ signori: come sono le signorie acquistate per viva forza o per arte,
          contro il volere e l’intenzione de’ subbietti, le quali si chiamano tirannie. E certo è
          che tutti o la più parte de’ principati passati e presenti hanno avuto principio dalla
          forza o dall’artifizio, e che tutti i troni d’Europa <pb ed="aut" n="3781"/> si possono,
          genealogizzando, far risalire a queste radici. Insomma, com’egli è cosa certissima che
          tutto il mondo è il patrimonio della forza (sia fisica, cioè vigore, sia morale, cioè
          ingegno, arte ec. ch’è tutt’uno), e ch’egli è fatto per li più forti, ne segue che in una
          società stretta, inevitabilmente, qualunque forma se gli possa mai dare, i più deboli
          individui denno essere, furono sono e saranno la preda, la vittima, il retaggio de’ più
          forti. Onde non si può assolutamente dare, molto meno fra uomini, una società stretta, che
          ottenga il fine della società, cioè il ben comune degl’individui che la compongono, ed il
          cui risultato sia il detto ben comune. Senza di cui la società non può avere ragione
          alcuna. In una società larga i più forti non hanno nè mezzo nè occasione nè desiderio nè
          stimolo alcuno di esercitare e porre in opera la superiorità delle loro forze sopra
          gl’individui di essa società, se non solamente alcuna volta per accidente, in modo scarso
          e passeggero. Ciò ch’ei si propongono di ottenere, non è a spese della lor società, nè di
          alcuno de’ suoi individui; esso è fuori di lei; la lor società è troppo scarsa perchè
          alcuno possa farci sopra dei disegni, e riporre la sua felicità in beni dipendenti o
          appartenenti in alcun modo alla medesima società, di cui appena si avveggono di esser
          parte, e che loro è, per così dire, fuori degli occhi, e quindi anche del pensiero, almeno
          il più del tempo. ec. I lupi fanno società per attaccare un ovile, ma i disegni ch’essi
            <pb ed="aut" n="3782"/> formano sì nel tempo di questa passeggera società, sì nel resto,
          e i vantaggi che essi, e tra essi massimamente i più forti, si propongono di ottenere, non
          sono sopra gli altri lupi, ma sopra le pecore. Se poi nella division della preda, nasce
          fra loro qualche discordia, e se in questa i più forti hanno il più, queste son cose
          accidentali e poco durevoli, e che non lasciano ne’ più deboli alcun rancore, perchè la
          società subito si discioglie, sicchè l’effetto della discordia si limita a quei pochi
          momenti, e in ultimo è maggior l’utile che quei lupi hanno riportato da quella società,
          senza cui non avrebbero penetrato l’ovile, e maggior l’utile che i più deboli hanno
          ricevuto da’ più forti che han combattuto più di loro ec., di quello che sia il danno che
          quei lupi hanno riportato da tal discordia, e i più deboli da’ più forti. Ma tutto
          l’opposto accade nelle società umane: dove i più forti non servono ad altro che a far male
          ai più deboli e alla società, e la superiorità qualunque di forze è sempre dannosa altrui,
          perchè sempre (almeno oggidì, e per lo passato il più delle volte) adoperata in solo bene
          di chi la possiede.</p>
        <p>La società stretta, ponendo gl’individui a contatto gli uni degli altri, dà
          necessariamente l’<foreign lang="fre" rend="italic">essor</foreign> all’odio innato di
          ciascun vivente verso altrui, il qual odio in nessuno animale è tanto, neppur verso
          gl’individui di specie diversa e naturalmente nemica, quanto egli è negl’individui di una
          società stretta verso gli altri individui della medesima società! Perchè ogni <pb ed="aut"
            n="3783"/> odio naturalmente si accresce a mille doppi colla continua presenza
          dell’oggetto odiato, e delle sue azioni ec. massime quando quest’odio sia naturale, in
          modo che, per natura, e’ non possa esser mai deposto. Ora, checchè si voglia dire, e in
          qualunque modo (anche sotto l’aspetto di amore) si mascheri l’odio verso altrui (così
          fecondo in trasfigurazioni come l’amor proprio suo gemello), egli è così vero che l’uomo è
          odioso all’uomo naturalmente, com’è vero che il falcone è odioso naturalmente al passero.
          E quindi tanto è consentaneo riunire insieme in una repubblica sotto buone leggi i falconi
          e i passeri (quando anche ai falconi si tagliassero gli artigli, e si operasse in modo che
          di forza fisica non eccedessero i loro compagni), quanto riunire gli uomini insieme in
          istretta società sotto qualsivoglia legislazione. E quando anche la società stretta non
          accrescesse il detto odio, certo non si potrà negare ch’ella lo sveglia e l’accende, e
          ch’ella sola somministra le occasioni di esercitarlo, rendendo così fatalissimo alla
          specie e mettendo in opera l’odio scambievole innato negl’individui d’essa specie, il
          quale senza società o in società larga, sarebbe stato affatto o quasi affatto innocuo alla
          specie, ed inefficace, e per mancanza o insufficienza di occasioni e di stimoli neppur
          sentito. Il che sarebbe stato conforme alle intenzioni della natura, ed anche alla ragione
          assoluta, non essendo presumibile che la natura abbia voluto che niuna specie (molto manco
          l’umana) perisse per le sue medesime mani, o fosse infelicitata (e per conseguenza
          impeditagli la perfezione e il fine del suo essere) da’ suoi <pb ed="aut" n="3784"/>
          propri individui; sicchè ella medesima fosse causa di distruzione e d’infelicità, e quindi
          imperfezione, a se stessa, e la sua medesima esistenza cagionasse direttamente e come
          propria, non altrui, opera la sua non esistenza, sia col distruggersi, sia
          coll’infelicitarsi, che è privarsi del proprio fine e complemento, e quindi rendersi non
          esistenza, e peggio ancora<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Come il suicidio, o il tormentar se stesso p. odio proprio, quello è, questo, se
              potesse essere, sarebbe evidentem. contro natura, così la guerra tra gl’individui
              d’una specie medesima, le uccisioni scambievoli, e i mali qualunque proccurati da’
              simili ai simili, sono cose evidentemente contro natura, mentre pur sono assolutam.
              inevitabili, e non accidentali (se non a una p. una, non generalmente e tutte
              insieme), ma essenziali e costanti in qualsivoglia società stretta. V. p. 3928.</p>
          </note>. Queste, essendo contraddizioni evidentissime e formalissime, sono escluse dal
          ragionamento assoluto; il principio stesso della nostra ragione, o si riconosce per falso,
          e non possiamo più discorrere, o impedisce di supporre queste contraddizioni nella natura;
          le quali però vi avrebbero necessariamente luogo s’ella avesse voluto in qualunque specie
          una società stretta, siccome sempre in una società stretta, qualunque sia stata o sia o
          sia per essere la sua forma, hanno avuto ed avranno luogo le cose sopraddescritte. Dal che
          si deduce efficacissimamente che il supporre nella natura l’intenzione di una società
          stretta in qualsivoglia specie, e massime nell’umana (che da una parte, essendo la prima,
          doveva esser la più felice e perfetta, dall’altra, in una società stretta, è
          necessariamente più di tutte sottoposta ai detti inconvenienti) ripugna dirittamente al
          principio stesso della ragione. La natura non ha posto nel vivente l’odio verso gli altri,
          ma esso da se medesimo è nato dall’amor proprio per natura di questo. Il quale amor
          proprio è un bene sommo e necessario, e in ogni modo nasce per se medesimo dall’esistenza
          sentita, e sarebbe contraddizione un essere che sentisse di essere e non si amasse, come
          altrove ho dichiarato. Ma da questo principio ch’è un bene e che la natura non poteva a
          meno di porre nel vivente, e che <pb ed="aut" n="3785"/> anzi, senza l’opera diretta della
          natura, nasce necessariamente dalla stessa vita (onde la natura medesima, per così dire,
          lo aveva e lo ha, verso se stessa, indipendentemente dal suo volere)<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Vedi la pag. 3813.</p>
          </note>; ne nasce necessariamente l’odio verso altrui, ch’è un male, perchè dannoso di sua
          natura alla specie, come ne nascono cento altre conseguenze, che sono mali, e producono di
          lor natura effetti dannosissimi, non pure alla specie e agli altri individui, ma
          all’individuo medesimo. Or questi effetti non sono stati voluti dalla natura, nè ella n’ha
          colpa, (come l’avrebbe), perchè ella ha provveduto che quelle cattive conseguenze
          dell’amor proprio fossero inefficaci, e tali sarebbero state nell’esser naturale di quel
          tale individuo e specie. Così ella dunque ha provveduto che l’odio verso gli altri
          individui della stessa specie fosse inefficace, se non per qualche assoluto accidente,
          perchè privo di occasione e di stimolo e di circostanza ove potesse operare. E ciò ha
          fatto destinando agl’individui di una stessa specie, e fra questi agli uomini, o niuna
          società, o scarsa e larga.</p>
        <p>Una società stretta pone necessariamente in contrasto gl’interessi degl’individui, rende
          necessario alla soddisfazione dei desiderii degli uni, il male degli altri; alla
          superiorità, ai vantaggi, alla felicità degli uni, l’inferiorità, gli svantaggi,
          l’infelicità degli altri; desta il desiderio di beni che non si possono conseguire senza
          il male degli altri, di beni che consistono nel male altrui, che corrispondono per lor
          natura ad altrettanti mali <pb ed="aut" n="3786"/> degli altri individui, ed altrettali,
          anzi, per lo più, maggiori che quei beni non sono. Dunque una società stretta nuoce
          necessariamente a grandissima parte (e la maggiore, perchè i più deboli sono sempre i più)
          de’ suoi individui: dunque il suo effetto è il contrario del fin proprio ed essenziale
          della società, ch’è il bene comune de’ suoi individui, o almeno dei più: dunque ella è il
          contrario di società, e ripugna per essenza non pure alla natura in genere, ma alla natura
          e alla nozione stessa della società.</p>
        <p>Sì il contrasto degl’interessi, sì l’altre cose qui dietro esposte, fanno in modo che
          l’odio naturale d’ogn’individuo verso gli altri, in una società stretta, non pur si
          sviluppa tutto intero, e riceve tanta efficacia e tanto atto quanto egli ha di potenza, ma
          fa necessariamente, che, contro le intenzioni della natura e il ben essere della specie,
          quell’odio naturale che in potenza e in natura è molto minore verso i suoi simili che
          verso gli altri viventi, in atto sia molto maggiore verso i suoi simili, anzi quasi tutti
          i suoi atti e i suoi effetti sieno rivolti contro i soli suoi simili. Perocchè l’individuo
          di una società stretta, coi soli suoi simili ha stretto e quotidiano commercio ed affare.
          Or l’odio verso altrui non si può sviluppare nè porre in atto se non quando si abbia o si
          abbia avuto affare coll’oggetto odioso. E tanto più si sviluppa ed opera quanto questo
          affare è o è stato maggiore, e più frequente, più lungo, più continuo. E in conformità di
          questi evidenti principii, veggiamo infatti che mentre l’individuo umano da principio
          odiava assai più sì in potenza sì in atto gli altri viventi, <pb ed="aut" n="3787"/>
          massime gli a lui dannosi ec. ora in atto odia senza alcun paragone più i suoi simili che
          gli altri viventi qualunque, anche gli a lui più micidiali, perchè da questi è lontano, o
          poco affar ci può avere, e niun commercio di spirito; a quelli è sempre presente, e sempre
          ha affar seco loro, e commercio continuo e grandissimo, sì di corpo, sì, che è molto più,
          di spirito. Per le quali cose è veramente un zucchero l’odio che oggidì l’uomo porta a
          qualsivoglia più misantropo animale rispetto a quello ch’ei porta a’ suoi simili, e
          ciascun vede quanto sarebbe ridicolo il farne paragone. Sicchè l’odio verso gli altri,
          qualità come naturale, così distruttiva della vera società, non solo in una società
          stretta non si scema nulla rispetto ai suoi simili da quel ch’egli era in natura, ma anzi,
          se non in potenza, certo in atto s’accresce a mille doppi, anzi pure svolgendosi da tutti
          gli altri viventi, si raccoglie tutto, si termina e si rivolge ne’ soli suoi simili. Onde
          se il vivente, stante il detto odio, è antisociale per natura, in virtù della società
          stretta, non pur diviene più sociale, ma infinitamente più antisociale che da principio,
          perchè da principio egli odiava i suoi simili quasi solo in potenza, e in atto soli o
          molto più gli altri viventi, e nella società stretta il suo odio dimentica quasi affatto
          gli altri viventi, ed in atto odia, si può dir, soli i suoi simili, e gli odia più assai
          che da principio non fece i dissimili, co’ quali ebbe sempre molto meno affare ed intimo
          commercio, che non ha ora co’ simili suoi.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3788"/> Dalle quali cose tutte, parlando in somma, si raccoglie che il dir
            <emph>società stretta</emph>, massime <emph>umana</emph>, è contraddizione, non solo
          rispetto alla natura ec. ma assolutamente, rispetto a se stessa, ne’ termini, e rispetto
          alla nozione di queste parole. Perocchè <emph>società</emph> importa quello che disopra
          (p. 3777.) si è definito; e società stretta importa communione d’individui sommamente
          nocentisi scambievolmente, e odiantisi in atto gli uni gli altri sopra ogni altra cosa,
          giacchè, stante la natura de’ viventi, non vi può essere società stretta i cui individui
          non sieno tali, come si è dimostrato.</p>
        <p>Quindi non è maraviglia se mai non si è trovata nè mai si troverà, fra le infinite
          eseguite, immaginate, eseguibili e immaginabili, forma alcuna di società perfetta, da
          quella primitiva e naturale in fuori. Perocchè gli elementi di tali forme dovevano ben
          sempre esser discordi, poichè la idea medesima d’esse forme è contraddittoria per natura.
          E quella prima società non è stata mai potuta nè si potrà mai rimpiazzare, perchè la
          natura universale, nè particolare e speciale, non si rimpiazza, nè si rimpiazza la
          felicità e la perfezione destinata a qualsivoglia essere o specie dalla natura, nè veruna
          specie e veruno esser creato è capace di più che una sola e determinata felicità e
          perfezione, la quale non altrove si può trovare nè può consistere, che nel suo naturale
          stato, nè d’altronde derivare. Nè volle il destino, nè comporta la natura delle cose che
            <pb ed="aut" n="3789"/> niuna specie e niuno essere mortale e creato sia l’autore del
          sistema e dell’ordine che dee condurlo alla propria felicità e perfezione (come avverrebbe
          se l’uomo fosse destinato a quella società che noi pensiamo, la quale è capace e
          bisognevole di una forma, non che eseguita ma immaginata dagli uomini, e infinite ne può
          ricevere e n’ha ricevute, tutte parimente buone o cattive, tutte o quasi tutte a lei ed
          alla sua idea convenienti, [cioè tutte contraddittorie e discordevoli in se stesse ec.] e
          la natura niuna forma le prescrisse nè potè prescriverle, non avendola voluta; quando però
          ella ben ne prescrisse, ed intere, e costanti, a quelle società ch’ella volle, come a
          quella de’ castori, e delle gru ec.): ma la natura stessa e sola, o vogliamo dire il
          Creatore, dovette esser l’autore, come di ciascuna creatura, così del sistema, ordine e
          modo che la dovesse condurre alla perfezione della sua esistenza, vale a dire alla
          felicità, e render compiuta l’opera di Lui.</p>
        <p>Tutto questo discorso esclude una società stretta, non solo dalla specie umana, ma da
          tutte le specie viventi; tanto però maggiormente, quanto elle sono in maggior grado
          viventi, contro quello che si presume, e quindi hanno più vivo amor proprio, e quindi più
          vive passioni e più vivo e maggiore odio verso altrui. Il che vuol dire che il detto
          discorso esclude la società stretta, dalla specie umana massimamente. Venendo ora più da
          presso a mostrare quanto sia vero che l’odio verso gli altri, specialmente verso i simili,
          è <pb ed="aut" n="3790"/> assai maggiore nell’uomo che negli altri animali, e quindi
          l’uomo è il più insociale di tutti gli animali, perchè una società stretta di uomini, al
          comune degl’individui che la compongono, nuoce assai più che non farebbe in niun’altra
          specie; considereremo la guerra, male affatto inevitabile in una società stretta di
          uomini, e niente accidentale, al che dimostrare se non bastasse l’esperienza di tutte le
          nazioni e di tutti i secoli, sì dee bastare il riflettere che siccome una stretta società
          pone necessariamente in atto l’odio naturale degl’individui verso gl’individui simili nel
          modo e per le cagioni mostrate di sopra, altrettanto ella fa necessariamente fra classe e
          classe, ceto e ceto, ordine ed ordine, compagnia e compagnia, popolo e popolo. E come la
          guerra nasca inevitabilmente da una società stretta qual ch’ella sia, nótisi che non v’ha
          popolo sì selvaggio e sì poco corrotto, il quale avendo una società, non abbia guerra, e
          continua e crudelissima. Videsi questo, per portare un esempio, nelle selvatiche nazioni
          d’America, tra le quali non v’aveva così piccola e incolta e povera borgatella di quattro
          capannucce, che non fosse in continua e ferocissima guerra con questa o quell’altra simile
          borgatella vicina, di modo che di tratto in tratto le borgate intere scomparivano, e le
          intere provincie erano spopolate di uomini per man dell’uomo, e immensi deserti si
          vedevano e veggonsi ancora da’ viaggiatori, dove pochi vestigi di coltivazione e di luogo
          anticamente o recentemente abitato, <pb ed="aut" n="3791"/> attestano i danni, la
          calamità, e la distruzione che reca alla specie umana l’odio naturale verso i suoi simili
          posto in atto e renduto efficace dalla società. Vedi l’op. cit. da me a p. 3795., passim,
          e sommariamente nel cap. 116. E certo non v’ha nè v’ebbe al mondo così piccola e remota
          isoletta, così scarsa d’abitatori, e così poco di costumi corrotta, dove tra quelle decine
          d’abitanti umani stretti in società, non sia stata e non sia divisione, discordia e guerra
          mortalissima, e diversità di parti e moltiplicità di nazioni. Come sia nata e dovesse
          necessariamente nascere la guerra tra gli uomini, l’ho detto p. 2677. segg. dove si può
          vedere che la colpa di questo nascimento è tutta della società stretta, posta la quale, ei
          non poteva mancare. E tanto è l’odio dell’uomo verso l’uomo, e tanto il danno che
          inevitabilmente ne nasce in una società stretta, che la divisione in popoli diversi, e la
          nimistà tra popolo e popolo, posta una società stretta, è piuttosto utile che dannosa al
          genere umano, tenendo lontana la molto più terribile e fiera guerra intestina, sia aperta,
          come ho detto nel citato luogo, sia la coperta guerra dell’egoismo, che infelicita tutti
          gl’individui d’una stessa nazione, gli uni per opera degli altri, come lungamente ho
          disputato parlando dell’utilità dell’amor patrio e nazionale e quindi dell’odio verso gli
          estrani, e del danno che nasce dalla mancanza di nazionalità e dal preteso amore
          universale ec. Il tutto, supposta una società stretta, e che questa non si possa più (come
          già non puossi) evitare.</p>
        <p>Or che la specie umana costantemente e regolarmente perisca per le sue proprie mani, e ne
          perisca in questo modo così gran parte e così ordinatamente come avviene per la guerra, è
          cosa da un lato <pb ed="aut" n="3792"/> tanto contraria e ripugnante alla natura quanto il
          suicidio, conforme di sopra (p. 3784.) si è detto, dall’altro lato priva affatto di
          esempio e di analogia in qualsivoglia altra specie conosciuta, sia inanimata o animata,
          sia d’animali insocievoli o de’ più socievoli dopo l’uomo. Che una specie di cose
          distrugga e consumi l’altra, questo è l’ordine della natura, ma che una specie qualunque
          (e massime la principale, com’è l’umana) distrugga e consumi regolarmente se stessa, tanto
          può esser secondo natura, quanto che un individuo qualunque sia esso stesso regolarmente
          la causa e l’istrumento della propria distruzione. Cani, orsi e simili animali vengono
          molte fiate a contesa tra loro, e fannosi non di rado del male ma rado è che una bestia
          sia uccisa dalla sua simile, anzi pur che ne soffra più che un male passeggero e curabile.
          E quando pur ne rimanga uccisa, primieramente questo è un di quei disordini affatto
          accidentali, non voluti, ma neanche provvedibili dalla natura, e di cui ella non ha colpa,
          accadendo e contro le sue intenzioni e contro le sue provvisioni, che, benchè non in quel
          caso particolare, nel generale però riescono sufficienti ed ottengono il loro fine. Questo
          caso, rispetto alla natura e all’ordine sì generale delle cose, sì generale della specie,
          è così accidentale come se un animale ammazza un suo simile involontariamente
          inscientemente ec., o se ammazza nello stesso modo qualche animale d’altra specie ec., o
          s’è ucciso dalla caduta di un albero, o da un fulmine, o da morbo ec. ec. ec.
          Secondariamente che proporzione, anzi che simiglianza può aver l’uccisione di uno o di
          quattro o dieci animali fatta da’ loro simili qua e là sparsamente, in lungo intervallo, e
          per forza di una passione momentanea e soverchiante, con quella di migliaia d’individui
          umani fatta in mezz’ora, in un luogo stesso, da altri individui lor simili, niente
          passionati, che combattono per una querela o altrui, o non propria d’alcun di loro, ma
          comune (laddove niuno <pb ed="aut" n="3793"/> animale combatte mai per altro che per se
          solo; al più, ma di rado co’ suoi simili, per li figli, che son come cosa, anzi parte di
          lui), e che neppur conoscono affatto quelli che uccidono, e che di là ad un giorno, o ad
          un’ora, tornano all’uccisione della stessa gente, e seguono talvolta finchè non l’hanno
          tutta estirpata ec. ec.? lasciando gli altri infiniti mali e infelicità che reca la guerra
          ai popoli; mali e infelicità parte reali in ogni caso, e che tali sarebbero anche nello
          stato naturale del genere umano (come le mutilazioni ec.); parte che son tali, posta fra
          gli uomini una società stretta, e le abitudini, e quindi i bisogni, di questa (come la
          devastazione de’ campi, e ruina delle città, e le carestie, oltre le pesti ec. ec.): i
          quali deono essere riconosciuti per mali massimamente da quelli che sostengono esser
          propria dell’uomo una società com’è la presente, e com’è quella che cagiona la guerra; ma
          oltre di ciò eziandio da chi negandola, per così dire, in diritto, dee pur supporla nel
          fatto, supponendo la guerra ec. e quindi supporre tutte le abitudini e i bisogni ch’ella
          non può a meno di produrre negli uomini ec. Solamente fra le api, la cui società è
          naturale, si potrebbe voler trovare un esempio della nostra guerra, fatta in più persone
          da ciascuna parte ec. Ma ben guardando, anche le battaglie dell’api, oltre che son
          rarissime e niente regolari e inevitabili (a paragon delle nostre), sono effetto di
          passione momentanea, come le battaglie singolari o poco più che singolari, e inordinate e
          confuse de’ cani, orsi ec. onde per l’una e per l’altra cagione son da considerarsi per
          disordini accidentali, <pb ed="aut" n="3794"/> come di quelle dei cani ec. si è detto. Del
          combattere in due partiti d’una stessa specie, fuor dell’api, non si troverà credo altro
          esempio che negli uomini, perchè gli altri animali quando anche combattano tra loro in
          molti, combattono uno contro un altro confusamente senza veruno amico, o ciascuno contro
          tutti, perchè ciascuno combatte per se solo, mosso dalla propria passione, e a fine del
          proprio, non dell’altrui nè di commun bene.</p>
        <p>Quanto sia maggiore la facoltà di odiare che ha l’uomo verso tutti, e posta la società
          stretta, verso i suoi simili; maggiore, dico, di quella che ha verun’altra specie di
          animali, basti osservare le orribili e smisuratissime crudeltà che l’uomo col fatto si è
          mostrato e mostrasi infinite volte capace di esercitare verso i suoi simili a se nemici,
          sieno d’altra nazione, e questa nemica o amica, ed in tal caso esercitate dalle nazioni
          intere per costume o straordinariamente, ovver dagl’individui in particolare; sieno della
          stessa nazione e società qualunque. Nè l’uomo primitivo verso gli altri animali a lui più
          nemici, nè animale alcuno (per feroce, per insociale ch’ei sia), non pure verso i suoi
          simili, ma verso l’altre specie a lui più nemiche, esercitò nè esercita mai (se non per
          bisogno, come nel cibarsene ec. ma non per odio, nè a fine di straziarlo, benchè lo
          strazi), neppur nel più caldo dell’ira e nello stesso combattimento crudeltà così grande
          che sia degna d’esser comparata a quelle che gl’individui umani di una stessa nazione
          verso i loro compagni, le nazioni verso le nazioni nemiche, i governi verso i lor sudditi
          colpevoli o supposti tali, i tiranni ec. ec. esercitarono infinite volte ed esercitano
          dopo la vittoria, dopo il pericolo, a sangue freddo, spesse volte senza passione veruna,
          neppur passata, (come nelle pene de’ rei), per <pb ed="aut" n="3795"/> uso, per regola,
          per legge, per tradizione de’ maggiori ec. ec. ec.</p>
        <p>Chi non sa che cosa possa nell’uomo lo spirito di vendetta? il quale rende eterna l’ira e
          l’odio verso i suoi simili cagionato da una piccolissima offesa, vera o falsa, giusta o
          ingiusta ec. e dalle altre cagioni che adirano gli uomini verso gli uomini sia nelle
          nazioni, sia negl’individui, sia privato sia pubblico ec. Or questo spirito ch’è
          inevitabile in qualunque società umana stretta, fu ignoto all’uomo primitivo, è ignoto a
          qualunque altro animale, in cui l’ira non dura più che qualunque altra passione
          momentanea, e la ricordanza dell’ingiuria non più dell’ira; e la vendetta o è subito
          ottenuta e fatta (e basta ben poco a placarli e soddisfarli), o di poi non è ricercata
          niente più che se l’ingiuria non avesse avuto luogo.</p>
        <p>Questo spirito di vendetta ec. le crudeltà sopraddette ec. sono così naturali all’uomo
          posto in società stretta, la quale sviluppi il suo odio innato verso i simili ec., che non
          v’è bisogno di molta corruzione a cagionarle, anzi elle si trovano immancabilmente in
          qualunque più primitiva e più bambina società. Non si manchi di vedere intorno a questo
          proposito, e intorno ad altri orribilissimi costumi, propri solo dell’uomo verso i suoi
          simili, e dell’uomo anche mezzo naturale e quasi primitivo, la <title lang="spa">Parte
            primera de la Chronica del Peru di Pedro de Cieça de Leon</title> (soldato spagnuolo che
          fu alla conquista e scoprimenti di quei paesi, ove visse più di diciassett’anni<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Terminò questa prima parte nel Perù l’anno 1550, in età d’anni 32. de’ quali n’avea
              passati 17. nell’Indie meridionali, come dice nell’ultime linee del tomo.</p>
          </note>, e vide esso medesimo, ed ebbe parte o udì da testimonii di vista e dagl’indiani
          stessi, ec. le cose, i costumi, gli avvenimenti, i luoghi ec. ch’esso racconta; e protesta
          sì nella <pb ed="aut" n="3796"/> prefazione sì in altri molti luoghi, e dimostra col suo
          scrivere semplicissimo e inornato, anzi incolto e senza niuna arte, di narrare la
          purissima verità: mostra ancora molto buon giudizio, eccetto solamente in ordine a
          superstizioni, dove manifesta quella credulità che in tali materie è propria della sua
          nazione e fu propria del suo secolo e de’ passati) <title lang="spa">en Anvers 1554 en
            casa de Jinan Steelsio. Impresso por Juan Lacio</title>. in <bibl>8.<hi rend="apice"
            >vo</hi> piccolo, cap. 12. 16. (p. 41.) 19. (car.49. p. 2.) principalmente</bibl>, oltre
          gli altri luoghi che si trovano notati nell’indice sotto il titolo <title>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Indios amigos de comer carne humana</foreign>
          </title>.</p>
        <p>Tutte queste cose dimostrano che, come si è detto di sopra, la società stretta, in luogo
          di scemare, accresce per sua natura in mille doppi l’odio naturale dell’uomo verso i di
          lui simili, il qual è incompatibile coll’idea, colla nozione, ragione, fine, natura ec. di
          qualsivoglia società. Dico, accresce l’odio, non l’ira, se non in quanto mette anche
          questa in atto assai più spesso, e le dà molto più frequenti e maggiori occasioni e
          cagioni ec. ec. Gli altri animali verso i lor simili non <emph>provano</emph> mai o quasi
          mai, e ben pochi di loro, odio, ma sola ira (ch’è cosa accidentale, e disordine
          accidentale ch’ella si volga sopra i simili ec.). Eccetto talvolta alcuni di quelli che
          noi contra la natura loro stringiamo in società e sforziamo a vivere insieme: come talora
          un cane odia abitualmente per invidia un altro cane suo compagno, e i tori nella mandra si
          odiano per gelosia ec. E questo stesso dimostra come la società stretta ponga subito in
          azione l’odio naturale anche negl’individui <pb ed="aut" n="3797"/> e specie ec. che fuori
          di essa società mai non <emph>provano</emph> odio, o mai verso i loro simili, e sono anche
          mansuetissimi per natura, e verso gli estrani ec. ec.</p>
        <p>Io noto che generalmente parlando, le dette crudeltà ec. tanto sono più frequenti e
          maggiori, e le guerre tanto più feroci e continue e micidiali ec. quanto i popoli sono più
          vicini a natura. E astraendo dall’odio e dagli effetti suoi, non si troverà popolo alcuno
          così selvaggio, cioè così vicino a natura, nel quale se v’è società stretta, non regnino
          costumi, superstizioni ec. tanto più lontani e contrarii a natura quanto lo stato della
          lor società ne è più vicino, cioè più primitivo. Qual cosa più contraria a natura di
          quello che una specie di animali serva al mantenimento e cibo di se medesima? Altrettanto
          sarebbe aver destinato un animale a pascersi di se medesimo, distruggendo effettivamente
          quelle proprie parti di ch’ei si nutrisse. La natura ha destinato molte specie di animali
          a servir di cibo e sostentamento l’une all’altre, ma che un animale si pasca del suo
          simile, e ciò non per eccesso straordinario di fame, ma regolarmente, e che lo appetisca,
          e lo preferisca agli altri cibi; questa incredibile assurdità non si trova in altra specie
          che nell’umana. Nazioni intere, di costumi quasi primitive, se non che sono strette in una
          informe società, usano ordinariamente o usarono per secoli e secoli questo costume, e non
          pure verso i nemici, ma verso i compagni, i maggiori, i genitori vecchi, le mogli, i
            figli<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>L’antropofagia era e fu p. lunghissimi secoli propria di forse tutti i popoli
                <emph>barbari</emph> e selvaggi d’America, sì meridionale che settentrionale
              (escludo il paese comandato dagl’<emph>incas</emph>, i quali tolsero questa barbarie,
              e l’imperio messicano e tutti i paesi un poco colti ec.) e lo è ancora di molti, e lo
              fu ed è di moltissimi altri popoli selvaggi affatto separati tra loro e dagli
              americani. L’antropofagia fu ben conosciuta da Plinio e dagli altri antichi ec. ec. E
              forse forse tutti i popoli ne’ loro principii (cioè p. lunghissimo tempo) furono
              antropofagi. V. p. 3811.</p>
          </note>. (Veggansi i luoghi citati nella pagina antecedente). <pb ed="aut" n="3798"/> Le
          superstizioni, le vittime umane, anche di nazionali e compagni, immolate non per odio, ma
          per timore, come altrove s’è detto, e poi per usanza; i nemici ancora immolati
          crudelissimamente agli Dei senza passione alcuna, ma per solo costume; il tormentare il
          mutilare ec. se stessi per vanità, per superstizione, per uso; l’abbruciarsi vive le mogli
          spontaneamente dopo le morti de’ mariti; il seppellire uomini e donne vive insieme co’ lor
          signori morti, come s’usava in moltissime parti dell’America meridionale; ec. ec. son cose
          notissime. Non v’è uso, o azione, o proprietà o credenza ec. tanto contraria alla natura
          che non abbia avuto o non abbia ancor luogo negli uomini riuniti in società. E sì i viaggi
          sì le storie tutte delle nazioni antiche dimostrano che quanto la società fu o è più
          vicina a’ suoi principii, tanto la vita degl’individui e de’ popoli fu o è più lontana e
          più contraria alla natura. Onde con ragione si considerano tutte le società primitive e
          principianti, come barbare, e così generalmente si chiamano, e tanto più barbare quanto
          più vicine a’ principii loro. Nè mai si trovò, nè si trova, nè troverassi società, come si
          dice, di selvaggi, cioè primitiva, che non si chiami, e non sia veramente, o non fosse,
          affatto barbara e snaturata. (o vogliansi considerar quelle che mai non furon civili, o
          quelle che poscia il divennero, quelle che il sono al presente ec. ec.). Dalle quali
          osservazioni si deduce per cosa certa e incontrastabile che l’uomo non ha potuto arrivare
          a quello stato di società che or si considera come a lui conveniente e naturale, e come
          perfetto o manco <pb ed="aut" n="3799"/> imperfetto, se non passando per degli stati
          evidentemente contrarissimi alla natura. Sicchè se una nazione qualunque, si trova in
          quello stato di società che oggi si chiama buono, s’ella è o fu mai, come si dice, civile;
          si può con certezza affermare ch’ella fu, e per lunghissimo tempo, veramente barbara, cioè
          in uno stato contrario affatto alla natura, alla perfezione, alla felicità dell’uomo, ed
          anche all’ordine e all’analogia generale della natura. I primi passi che l’uomo fece o fa
          verso una società stretta lo conducono di salto in luogo così lontano dalla natura, e in
          uno stato così a lei contrario, che non senza il corso di lunghissimo tempo, e l’aiuto di
          moltissime circostanze e d’infinite casualità (e queste difficilissime ad accadere) ei si
          può ricondurre in uno stato, che non sia affatto contrario alla natura ec.</p>
        <p>Or dunque, poichè tutto questo è certo e dimostrato da tutte le storie e notizie di tutte
          le nazioni antiche o moderne ec., poichè da un lato è da tenere per fermissimo che la
          società e l’uomo non ha potuto nè può divenir civile senza divenir prima e durare per
          lunghissimo tempo, affatto barbaro, cioè in istato affatto contro natura; e dall’altro
          lato si vuole che nello stato di società civile consista la perfezione e felicità
          dell’uomo, e la condizione sua propria e vera e destinatagli ed intesa in principio dalla
          natura ec.; io domando se è possibile, se è ragionevole, il credere che la natura abbia
          destinato ad una specie di esseri (e massime alla più perfetta) una perfezione e felicità,
          per ottener la quale le convenisse assolutamente passare p. uno e più stati onninamente
          contrari alla <pb ed="aut" n="3800"/> natura sua ed alla natura universale, e quindi per
          uno e più stati di somma infelicità, di somma imperfezione sì rispetto a se medesima e sì
          a tutto il resto della natura. Una perfezione e felicità della quale essa specie per
          lunghissimi secoli, e infiniti individui suoi per tutta la vita loro, non solo non
          dovessero esser partecipi, ma averne anzi necessariamente tutto il contrario. Una
          perfezione e felicità le quali esigessero assolutamente gli estremi delle cose a loro
          contrarie, cioè gli estremi dell’imperfezione e dell’infelicità, senza i quali estremi
          essa perfezione e felicità della specie non avrebbero mai potuto aver luogo. Una
          perfezione e felicità di cui fosse proprio ed essenziale il dover nascere dall’estrema
          imperfezione e infelicità della specie, e il non poter nascere d’altronde nè senza queste.
          Una perfezione e felicità ch’essenzialmente supponesse la somma corruzione e
          infelicitazione della specie per moltissimi secoli, e d’infiniti suoi individui per
          sempre. Conseguentemente domando se l’estrema barbarie e corruttela ch’ebbe luogo
          anticamente nelle nazioni antiche o moderne, spente o superstiti, passate o presenti, che
          divennero poi civili; e quella che ancora ha luogo in tanto innumerabile quantità di
          popoli ancor selvaggi ec. ec. e che durerà per tempo indeterminabile e forse per sempre
          ec. domando, dico, se questa barbarie e corruzione, senza cui la civiltà non può nè potè
          nascere, fu voluta e ordinata dalla natura, la quale, secondo costoro, volle e ordinò la
          civiltà dell’uomo. Domando pertanto se tutto ciò che di contrario alla natura ebbe ed ha
          luogo nelle società selvagge, primitive ec., fu ed è secondo natura. Domando se la natura
          rispetto <pb ed="aut" n="3801"/> all’uomo ha bisogno del suo contrario, lo esige, lo
          suppone. Se fu intenzione della natura, se è cosa naturale che l’uomo divenisse e divenga
          naturale (cioè perfetto) mediante l’essere stato sommamente contrario e diverso dalla
          natura sua e generale. Se è proprietà dell’uomo l’acquistare la sua vera proprietà,
          mediante l’averla affatto deposta e contrariata ec. ec. Se l’antropofagia, se i sacrifizi
          umani, se le superstizioni, le infinite opinioni ed usi barbari ec. ec. le guerre
          mortalissime che nell’America, unite all’antropofagia ec., sino agli ultimi secoli,
          distrussero innumerabili popolazioni e spopolarono d’uomini molti e vasti paesi, e che una
          volta essendo state comuni a tutti i popoli, e ciò quando il genere umano era ancora
          scarso, misero necessariamente l’intera specie in pericolo di scomparire affatto dal mondo
          per sua propria opera; sono cose secondo natura, intese dalla natura, supposte, volute,
          ordinate dalla natura; non accidenti, non disordini, ma secondo l’ordine, e derivanti dal
          sistema naturale e da’ naturali principii; necessarie al conseguimento ed effettuamento
          della perfezione e felicità della specie. V. p. 3882. e vedi la pag. 3920. 3660-1.</p>
        <p>I Californi, popoli di vita forse unico, non avendo tra loro società quasi alcuna, se non
          quella che hanno gli altri animali, e non i più socievoli (come le api ec.), quella ch’è
          necessaria alla propagazione della specie ec. e credo, nessuna o imperfettissima lingua,
          anzi linguaggio, sono selvaggi e non sono barbari, cioè non fanno nulla contro natura
          (almeno per costume), nè verso se stessi, nè verso i lor simili, nè verso checchessia. Non
          è dunque la natura, ma la società stretta la qual fa che tutti gli altri selvaggi sieno o
            <pb ed="aut" n="3802"/> sieno stati di vita e d’indole così contrari alla natura. La
          scambievole communione, voglio dire una società stretta, non può menomamente incominciare
          in un pugno d’uomini, che ciascheduno di questi non ne divenga subito, non che lontano e
          diverso, come siam noi, ma contrario dirittamente alla natura. Tanto la società stretta
          fra gli uomini è secondo natura.</p>
        <p>Non è dubbio che l’uomo civile è più vicino alla natura che l’uomo selvaggio e sociale.
          Che vuol dir questo? La società è corruzione. In processo di tempo e di circostanze e di
          lumi l’uomo cerca di ravvicinarsi a quella natura onde s’è allontanato, e certo non per
          altra forza e via che della società. Quindi la civiltà è un ravvicinamento alla natura. Or
          questo non prova che lo stato assolutamente primitivo, ed anteriore alla società ch’è
          l’unica causa di quella corruzione dell’uomo, a cui la civiltà proccura per natura sua di
          rimediare, è il solo naturale e quindi vero, perfetto, felice e proprio dell’uomo? Come
          mai quello stato ch’è prodotto dal rimedio si dee, non solo comparare, ma preferire a
          quello ch’è anteriore alla malattia? Il quale già nel nostro caso, voglio dir lo stato
          veramente primitivo e naturale, non è mai più ricuperabile all’uomo una volta corrotto
          (non da altro che dalla società), e lo stato civile (socialissimo anch’esso, anzi
          sommamente sociale) n’è ben diverso. Bensì egli è preferibile al corrotto stato selvaggio:
          questa preferenza è ben ragionevole, e segue ed è secondo il nostro e il sano discorso: ma
          non al vero primitivo ec. ec. V. p. 3932.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3803"/> Dai superiori ragionamenti appoggiati e accompagnati ai fatti e
          alle storie degli uomini, e queste paragonate con quello che avviene negli altri animali
          ec. si dee dedurre che dalla società che passa p. e. tra le api e i castori, e gli altri
          animali che per natura hanno tra loro più stretta comunione di vita, e dagli esempi
          naturali siffatti, ben si può argomentare che agli uomini non si convenga una società più
          stretta di quella; ma non già perch’ella si trovi in parecchie specie naturalmente, si può
          argomentare che agli uomini convenga neppure una società altrettanto stretta, giacchè gli
          uomini, contro quello che si stima, cioè che sieno per natura i più socievoli animali,
          sono anzi i meno socievoli, o certo manco socievoli di quello che sieno parecchi altri,
          cioè gli animali che veramente sono i più socievoli per natura. Onde, non che all’uomo
          convenga una società più stretta che all’api ec., come lo è di gran lunga quella ch’egli
          ha presentemente, ed ebbe da tempo immemorabile, si dee concludere che non gliene conviene
          se non una molto più larga ec. come ho accennato p. 3773. fine, e come risulta dagli
          estremi danni dell’umana società stretta (danni verso se stessa e la specie umana, e verso
          l’altre specie ancora e l’ordine della natura terrestre, in quanto egli può essere ed è
          influito dall’uomo, massime dall’uomo in società) considerati di sopra, e dall’estrema
          insociabilità dell’uomo, dimostrata in tutto il passato discorso.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3804"/> — Moltissimi, anzi la più parte degli argomenti che si adducono a
          provare la sociabilità naturale dell’uomo, non hanno valore alcuno, benchè sieno molto
          persuasivi; perciocch’essi veramente non sono tirati dalla considerazione dell’uomo in
          natura, che noi pochissimo conosciamo, ma dell’uomo quale noi lo conosciamo e siamo soliti
          di osservarlo, cioè dell’uomo in società ed infinitamente alterato dalle assuefazioni. Le
          quali essendo una seconda natura, fanno che tuttodì si pigli per naturale, quello che non
          è se non loro effetto, e bene spesso contrario onninamente a natura, o da lei
          diversissimo. Onde gli effetti della società, quello che sola la società ha reso
          necessario, quello che non è vero se non posta la società, che senza questa non avrebbe
          avuto luogo ec., si fanno tuttogiorno servire nelle argomentazioni de’ filosofi a
          dimostrare la naturale sociabilità dell’uomo, la necessità della società assolutamente e
          secondo la nostra natura ec. Di questo genere è quella inclinazione che tutti abbiamo a
          far parte ad altrui delle nostre sensazioni vive e non ordinarie, piacevoli o dispiacevoli
          ec., inclinazione della quale ho parlato altrove più volte, ed osservato, che bench’ella
          sembri affatto spontanea ed innata, non è che l’effetto dell’assuefazione e del nostro
          vivere in società, e nell’uomo posto fuori di essa per qualunque circostanza, e massime
          nell’uomo primitivo e veramente incorrotto, non ha luogo e gli è ignota. Ed infiniti altri
          sono gli effetti di questo genere che paiono naturalissimi, e dimostrativi della naturale
          sociabilità dell’uomo, e che per tali <pb ed="aut" n="3805"/> si recano tuttogiorno, ma
          che per vero non sono naturali, se non in quanto naturalmente hanno luogo, posta la
          società, e le rispettive circostanze ed assuefazioni non naturali; e naturalmente nascono
          da tali cagioni; nè possono non nascere, supposte queste. È cosa onninamente e
          naturalmente difficilissima il discernere tra l’assoluto naturale, e gli effetti
          dell’assuefazione, massime dell’assuefazione universale, e contratta o cominciata a
          contrarre fin dalla nascita o da’ primi momenti del vivere, com’è l’assuefazione della
          società, e infinite assuefazioni subalterne da questa dipendenti e cagionate ec. o parti
          di lei, o da lei supposte ec.; e massime ancora nell’uomo, ch’essendo di gran lunga più
          conformabile e modificabile d’ogni altro animale, facilissimamente e presto si adatta alle
          assuefazioni, per innaturali ch’elle sieno, e se le converte in natura, e le abbraccia ed
            <foreign lang="lat" rend="italic">arripit</foreign>, e seco loro s’immedesima in modo
          che appena l’occhio del più acuto filosofo è bastante a distinguerle dalle disposizioni
          naturali, e gli effetti loro dalle naturali qualità ed operazioni ec. Quindi non è
          maraviglia se tanti argomenti ci paiono dimostrativi della naturale sociabilità dell’uomo,
          e se di questa quasi tutti sono persuasi intimamente, e credono assurdo e impossibile il
          contrario, e stimano questa persuasione naturalissima, e fondata sopra il più certo ed
          intimo e spontaneo senso, ed autenticata dalla più chiara e sincera e manifesta voce della
          natura; e mai non deporranno questa credenza. Perocchè <pb ed="aut" n="3806"/> tutti gli
          uomini che di queste cose possono discorrere o pensare in qualsivoglia modo, filosofi o
          non filosofi o plebei, sono nati, allevati, formati e vissuti sempre nella società e nelle
          assuefazioni ad essa appartenenti. Onde, non veramente per prima natura, ma per seconda
          natura, essi sono tutti in verità esseri sociali, ed a cui la società è propria e
          necessaria. E s’alcuno è nato e cresciuto fuori della società esso non discorre nè pensa
          di queste cose, o non prima che la società e le sue assuefazioni, coll’abitudine, gli si
          sieno convertite in natura. Sicchè nel creder l’uomo naturalmente sociale, e fatto per la
          società, e di lei bisognoso assolutamente, e la società natural cosa e indispensabile
          all’uomo, i saggi e gl’idioti, i civili e i barbari, gli antichi e i moderni, e tutte le
          diversissime nazioni e tutte le classi dissimilissime di persone, consentono insieme e
          consentirono e consentiranno forse più interamente, fortemente, costantemente e per più
          lungo tempo, che non fecero non fanno e non sono per fare intorno ad alcun’altra quistione
          speculativa. Ma questo consenso quanto vaglia a dimostrar la proposizione da lui favorita,
          le cose sopraddette il deggiono fare giustamente e adeguatamente estimare.</p>
        <p>— <quote>
            <foreign lang="eng" rend="italic">Amongst unequals no society</foreign>
          </quote>, dice Milton, cioè <emph>fra disuguali non è società</emph> ec. ec. Or quello che
          si suol dire dell’amicizia e delle secondarie società fra gli uomini, io lo trasporto, e
          dee parimente valere circa la società del genere umano generalmente <pb ed="aut" n="3807"
          /> considerata<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere la pag. 3891.</p>
          </note>. Di tutte le specie d’animali (così degli altri esseri) l’umana è quella i cui
          individui sono, non solo accidentalmente, ma naturalmente, costante e inevitabilmente, più
          vari tra loro. Come l’uomo è di gran lunga più conformabile d’ogni altro animale, e quindi
          più modificabile, ogni menoma circostanza, ogni menomo accidente (sia individuale, sia
          nazionale ec. sia fisico sia morale ec.) basta a produrre tra l’uno uomo e l’altro (e così
          fra l’una nazione e l’altra) notabilissime diversità. E come è assolutamente inevitabile
          la menoma varietà delle menome circostanze e accidenti, così è inevitabile la diversità
          degli umani individui ec. che ne deriva. Inevitabile si è l’una e l’altra in tutte le
          specie di animali, ma la seconda è molto maggiore nell’uomo perchè dal poco diverso nasce
          in lui il diversissimo, stante la sua somma modificabilità estremamente moltiplice, e la
          somma delicatezza e quindi suscettibilità della sua natura rispetto agli altri animali,
          come si è detto. Nel modo che la specie umana è divenuta, per la sua conformabilità, più
          diversa da tutte l’altre specie animali e da ciascuna di loro, che non è veruna di queste
          rispetto ad altra veruna di esse; e nel modo che l’uomo nelle sue diverse età, e in
          diversi tempi, anche naturalmente, è più diverso da se medesimo che niuno altro animale;
          più diverso l’uomo giovane da se stesso fanciullo, che non è niuno animale decrepito da se
          stesso appena nato; tanto che un uomo in diverse età o in diverse circostanze naturali o
          accidentali, locali, fisiche, morali, ec. di clima ec. native, cioè di nascita ec. o
          avventizie ec. volontarie o no ec. appena si può dire esser lo stesso <pb ed="aut"
            n="3808"/> uomo, ed il genere umano universalmente in diverse età, o in diverse
          circostanze naturali o accidentali, locali ec. appena si può dire esser lo stesso genere;
          nel modo stesso gl’individui di nostra specie sono per natura di essa specie molto più
          vari tra loro che non son quelli di verun’altra. Ciò accade ancora, ed inevitabilmente, e
          naturalmente, nell’uomo naturale, nel selvaggio ec. Onde anche considerando l’uomo in
          natura, si può, eziandio per questa parte, conchiudere che la sua specie è meno di
          verun’altra, disposta a società, perchè composta d’individui naturalmente più diversi tra
          loro, che non son quelli d’altra specie veruna. Ma come la società introduce e porta al
          colmo tra gli uomini quella disuguaglianza che si considera negli stati, nelle fortune,
          nelle professioni ec. così ella accresce a mille doppi, promuove inevitabilmente e porta
          per sua natura al colmo la diversità sì fisica sì morale, di facoltà, d’inclinazioni, di
          carattere, di forze, corpo ec. ec. degl’individui, delle nazioni, de’ tempi, delle varie
          età di un individuo ec. ec. Ella accresce le diversità naturali ed ingenite di uomo ad
          uomo, ed altre infinite e grandissime che nello stato naturale dell’uomo non avrebbero
          avuto luogo, necessariamente e per sua natura ne introduce e cagiona. Ella distrugge mille
          conformità e somiglianze naturali di uomo ad uomo. La natura è un canone generale e
          costante, indipendente dall’arbitrio, poco soggetta agli <pb ed="aut" n="3809"/> accidenti
          (rispetto alla dipendenza che hanno dagli accidenti e circostanze le opere ec. dell’uomo),
          una da per tutto, una sempre rispetto a ciascuna specie, consistente in leggi certe ed
          eterne, ec. La società, opera dell’uomo, dipendente dalla volontà che non ha niuna legge
          certa, altrimenti non sarebbe volontà, arbitraria, incostante, varia secondo gli accidenti
          e le circostanze de’ tempi, de’ luoghi, de’ voleri, delle mille cose che la cagionano e
          che determinano la sua forma e il modo del suo essere, non è una in se stessa, perchè ha
          avuto ed ha necessariamente infinite forme, e queste sempre variabili e variate; non è una
          in nessuna delle sue forme, perchè in ciascuna di queste v’ha mille varietà che
          diversificano l’una dall’altra necessariamente le parti che la compongono, chi comanda da
          chi ubbidisce, chi consiglia da chi è consigliato, ec. ec. Nella società l’uomo perde
          quanto è possibile l’impronta della natura. Perduta questa, ch’è la sola cosa stabile nel
          mondo, la sola universale, o comune al genere o specie, non v’ha altra regola, filo,
          canone, tipo, forma, che possa essere stabile e comune, alla quale tutti gl’individui
          agguagliandosi, sieno conformi tra loro ec. ec. La società rende gli uomini, non pur
          diversi e disuguali tra loro, quali essi sono in natura, ma dissimili. Onde anche per
          questo argomento si conchiude che l’essenza e natura della società, massime umana,
          contiene contraddizione in se stessa; perocchè la società umana naturalmente distrugge il
          più necessario elemento, <pb ed="aut" n="3810"/> mezzo, nodo, vincolo della società, ch’è
          l’uguaglianza e parità scambievole degl’individui che l’hanno a comporre; o vogliamo dire
          accresce per proprietà sua la naturale disparità de’ suoi subbietti, e l’accresce tanto
          che li rende affatto incapaci di società scambievole, di quella medesima società che gli
          ha così diversificati, anzi d’ogni società, anche di quella che per natura sarebbe stata
          loro e possibile e destinata e propria; insomma, per tornare al principio di questo
          discorso, rende i suoi soggetti quali son quelli tra’ quali naturalmente <quote>
            <foreign lang="eng" rend="italic">no society</foreign>
          </quote>, anzi fa più, perchè se la società, secondo Milton, è impossibile tra disuguali,
          essa li rende dissimili. E in verità niuno animale meno che l’uomo ha ragion di chiamare
            <emph>suoi simili</emph> gl’individui della sua specie, nè ha più ragione di trattarli
          come dissimili, e come individui di specie diversa. Il che egli non manca di fare. E il
          farlo, com’ei lo fa ordinariamente, massime nella società, è ben prova effettiva del
          sopraddetto ec. ec. (25-30. Ottobre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Vomito as</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vomo is itum. Arguto as</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">argutor
          aris</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">arguo is utum</foreign>, o
          dall’aggett. <foreign lang="lat" rend="italic">argutus</foreign>, che di là viene ec.
            <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> e i due pensieri seguenti. (31. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii in <emph>us</emph> di verbi attivi ec. in senso attivo, transitivo o no ec.
            <bibl>V. <author>Forcellini</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Odi isti osus,
              Exosus, Perosus</foreign> ec. e in <foreign lang="lat" rend="italic">Argutus</foreign>
          </bibl>. (31. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Veri participii passati poi in aggettivi ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Argutus</foreign>. (31. Ott. 1823.). V. il pensiero precedente.</p>
      </div1>
      <div1 n="3811 – 4000">
        <p>
          <pb ed="aut" n="3811"/> Nomi in <emph>uosus ualis</emph> ec. <bibl>V.
            <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Cornuatus,
            cornuarius</foreign>
          </bibl>. (31. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Cornacchia</emph> (poet. <emph>cornice</emph>), <foreign
            lang="spa" rend="italic">corneja</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >corneille</foreign>, per lo positivo <foreign lang="lat" rend="italic">cornix.
          Cornicula</foreign> è di Orazio. <bibl>V. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Corniculans</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >corniculatus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">corniculum</foreign>
            diminutivo di <foreign lang="lat" rend="italic">cornu</foreign>
          </bibl>, e la <bibl>
            <title>Crusca</title> in <emph>cornicolare, cornicolato, corniculato</emph> ec.</bibl> A
          quel che si è detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic">flagellum</foreign>
          aggiungi il verbo da lui fatto, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">flagello
          as</foreign>, mentre da <foreign lang="lat" rend="italic">flagrum</foreign> non si disse
            <foreign lang="lat" rend="italic">flagrare</foreign>. Vero è che <foreign lang="lat"
            rend="italic">flagrum</foreign> si crede anzi derivato da <foreign lang="lat"
            rend="italic">flagrare ardere</foreign> ec. Da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >flabellum flabellare</foreign>, ma non da <foreign lang="lat" rend="italic">flabrum
            flabrare</foreign>, il qual verbo, seppur esiste, è in altro senso ec.<note resp="aut"
            n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="fre" rend="italic">Fuseau</foreign>. <emph>Figliuolo</emph> (<foreign
                lang="lat" rend="italic">filiolus</foreign>), <emph>figliuolanza</emph> ec. Al detto
              altrove di <foreign lang="lat" rend="italic">scabellum</foreign>,
              <emph>sgabello</emph> ec. aggiungi il franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
                >escabeau</foreign> ed <foreign lang="fre" rend="italic">escabelle</foreign>.</p>
          </note> (31. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3797. marg. Cioè mentre la pigrizia e l’ignoranza dell’agricoltura ec. impediva
          loro o rendeva difficile il sostentarsi sufficientemente de’ frutti della terra; la
          pigrizia e la codardia e la mancanza d’armi sufficienti l’affrontare o l’inseguire, il
          domare o il raggiungere gli animali più veloci o più forti dell’uomo, o più veloci e forti
          insieme, o anche altrettanto veloci e forti ec. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3666. Provano l’unicità di origine nel genere umano le conformità di tradizioni,
          di religioni, di opinioni non naturali, di mitologie, dì certe usanze, di certi dogmi,
          riti ec. conformità e corrispondenze che si trovano fra popoli del cui scambievole
          commercio non si ha memoria alcuna (fino agli ultimi momenti) nè se ne vede il come, in
          popoli affatto disgiunti dagli altri, come in isole remotissime ec. recentemente scoperte,
          e non mai, a memoria alcuna d’uomini, per l’avanti calcate da forestieri, e in cui tutto
          dà a vedere che non mai furono calcate da forestieri; <pb ed="aut" n="3812"/> conformità,
          corrispondenze, e unicità o medesimezze di origine ora più ora meno patenti, ora più ora
          meno svisate, lontane, leggere e difficili a riconoscersi, com’è naturale in tanti secoli
          e tanta diversificazione accaduta ne’ vari popoli, ma non però men vere, nè meno atte a
          dimostrare il nostro proposito, (poichè basta una menoma conformità, la quale non possa
          essere o non si possa credere accidentale, a provare l’unicità e medesimezza dell’origine
          ec.) e molte volte incontrastabili ec. Come son quelle che i critici hanno riconosciuto, e
          vengono sempre più riconoscendo tra la mitologia ec. indiana e la greca ec. tra l’egiziana
          e la greca ec. e quelle di moltissime altre nazioni antiche ec. <bibl>V. <title>Annali di
              Scienze e lettere di Milano</title>. Gennaio 1811 num.13. vol. 5. p. 37.</bibl> ec.
          Dove troverai osservazioni concorrenti a dimostrare l’unicità dell’origine di molti popoli
          la cui unica radice è generalmente sconosciutissima. Or da questa unicità, e da quella di
          altri ivi mentovati, che si dicono di altra origine dai primi ma comune tra loro (benchè
          parimente sogliano essere reputati diversissimi di radice), si può, se non istoricamente e
          per certe dimostrazioni o congetture critiche, ben però filosoficamente argomentare la più
          remota unicità dell’origine sì de’ secondi popoli rispetto ai primi, sì di tutti i popoli
          insieme. Alcuni popoli si diramarono e divisero in tempi a noi più prossimi o di cui ci
          restano più monumenti e più noti. Questi popoli son tenuti generalmente per conformi di
          origine. Altri in tempi più remoti e di cui ci restano meno o men noti monumenti, furon
          tutt’uno. Questi non son tenuti per conformi di origine se non da’ più dotti. Così
          salendo, si argomenta che anche <pb ed="aut" n="3813"/> dove l’unicità dell’origine non
          può (almen finora) per niun modo apparire, ella non è per tanto men vera, benchè non
          apparisca o per maggior lontananza de’ tempi, o per mancanza o scarsezza o oscurità o poca
          cognitezza di monumenti ec. Il filosofo da’ particolari inferisce i generali, da’ simili i
          simili, dal noto l’ignoto, e se neppure il critico, molto meno il filosofo ha bisogno di
          mostrar co’ fatti ogni particolare, ovvero ogni generale con fatti generali o con tutti i
          particolari che cadono sotto quel tal generale ec. ma spesso e bene dimostra co’
          particolari il generale, e non con tutti i particolari, ma con alcuno, e i particolari con
          altri particolari o col generale ec. (31. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’amor della vita, il piacere delle sensazioni vive, dell’aspetto della vita ec. delle
          quali cose altrove è ben consentaneo negli animali. La natura è vita. Ella è esistenza.
          Ella stessa ama la vita, e proccura in tutti i modi la vita, e tende in ogni sua
          operazione alla vita. Perciocch’ella esiste e vive. Se la natura fosse morte, ella non
          sarebbe. Esser morte, son termini contraddittorii. S’ella tendesse in alcun modo alla
          morte, se in alcun modo la proccurasse, ella tenderebbe e proccurerebbe contro se stessa.
          S’ella non proccurasse la vita con ogni sua forza possibile, s’ella non amasse la vita
          quanto più si può amare, e se la vita non fosse tanto più cara alla natura, quanto
          maggiore e più intensa e in maggior grado, la natura non amerebbe se stessa (vedi la
          pagina 3785. principio), non proccurerebbe se stessa o il proprio bene, o non si amerebbe
          quanto più può (cosa impossibile), nè amerebbe il suo maggior <pb ed="aut" n="3814"/>
          possibile bene, e non proccurerebbe il suo maggior bene possibile (cose che parimente,
          come negl’individui e nelle specie ec., così sono impossibili nella natura). Quello che
          noi chiamiamo natura non è principalmente altro che l’esistenza, l’essere, la vita,
          sensitiva o non sensitiva, delle cose. Quindi non vi può esser cosa nè fine più naturale,
          nè più naturalmente amabile e desiderabile e ricercabile, che l’esistenza e la vita, la
          quale è quasi tutt’uno colla stessa natura, nè amore più naturale, nè naturalmente
          maggiore che quel della vita. (La felicità non è che la perfezione il compimento e il
          proprio stato della vita, secondo la sua diversa proprietà ne’ diversi generi di cose
          esistenti. Quindi ell’è in certo modo la vita o l’esistenza stessa, siccome l’infelicità
          in certo modo è lo stesso che morte, o non vita, perchè vita non secondo il suo essere, e
          vita imperfetta ec. Quindi la natura, ch’è vita, è anche felicità.). E quindi è necessario
          alle cose esistenti amare e cercare la maggior vita possibile a ciascuna di loro. E il
          piacere non è altro che vita ec. E la vita è piacere necessariamente, e maggior piacere,
          quanto essa vita è maggiore e più viva. La vita generalmente è tutt’uno colla natura, la
          vita divisa ne’ particolari è tutt’uno co’ rispettivi subbietti esistenti. Quindi ciascuno
          essere, amando la vita, ama se stesso: pertanto non può non amarla, e non amarla quanto si
          possa il più. L’essere esistente non può amar la morte, (in quanto la morte abbia rispetto
          a lui) veramente parlando, non può tendervi, non può proccurarla, non può non odiarla il
          più ch’ei possa, in veruno istante dell’esser suo; per la stessa ragione per cui egli non
          può <pb ed="aut" n="3815"/> odiar se stesso, proccurare, amare il suo male, tendere al suo
          male, non odiarlo sopra ogni cosa e il più ch’ei possa, non amarsi, non solo sopra ogni
          cosa, ma il più ch’egli possa onninamente amare. Sicchè l’uomo, l’animale ec. ama le
          sensazioni vive ec. ec. e vi prova piacere, perch’egli ama se stesso. (31. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al mio discorso sopra <emph>avvisare, divisare</emph> ec. aggiungi il franc. <foreign
            lang="fre" rend="italic">deviser</foreign> (31. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2928. fine. Noi abbiamo ancora, bensì in diversi significati,
          <emph>intenso</emph> ed <emph>intento</emph>. (<emph>intensità</emph> ec.). V. i francesi
          e gli spagnuoli. Nel lat. <foreign lang="lat" rend="italic">intensus</foreign> è ben raro.
            <bibl>V. <author>Forcell.</author>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Tensus</foreign>
          </bibl> è de’ più moderni. <foreign lang="lat" rend="italic">Extensus</foreign> ec. e gli
          altri composti, veggasene il Forcellini. (1. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come altrove ho congetturato dalla voce <foreign lang="grc">σῦκον</foreign>, anche nel
          greco, come sì sovente in latino, lo spirito denso si cangia talora in <emph>s</emph>. P.
          e. da <foreign lang="grc">ἃλς</foreign>, <foreign lang="grc">σαλεύω</foreign> ec. <bibl>V.
            i <title>Lessici</title>
          </bibl>. Così in lat. <foreign lang="lat" rend="italic">sal, salum</foreign> ec. dalla
          stessa voce. (1. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A quello che nella teoria de’ continuativi ho detto per mostrare che <foreign lang="lat"
            rend="italic">sector aris</foreign> è contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >secutor</foreign>, aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic">persector aris</foreign>,
          che i francesi dicono infatti <foreign lang="fre" rend="italic">persécuter</foreign>, noi
            <emph>perseguitare</emph>, e gli spagnuoli se non fallo, <foreign lang="spa"
            rend="italic">persecutar</foreign>. (1. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3036. marg. <foreign lang="lat" rend="italic">Periurus</foreign>, cioè <foreign
            lang="lat" rend="italic">qui peieravit</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >periuravit</foreign>, non sembra essere altro che contrazione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">periuratus</foreign> (che pur si trova, come anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">peieratus</foreign>, in senso passivo), siccome <foreign lang="lat"
            rend="italic">coniuratus, qui coniuravit; iuratus, qui iuravit</foreign> ec. (<foreign
            lang="lat" rend="italic">iuratus</foreign> ha pure il senso passivo: non così <foreign
            lang="lat" rend="italic">periurus</foreign>). (1. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3816"/> Participii in <emph>us</emph> in senso attivo o neutro ec.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Periurus</foreign>. V. il pensiero precedente (1. Nov.
          1823.). <emph>Giurato</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">juré</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2779. Al contrario da <foreign lang="grc">φὼρ</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">fur</foreign> ec. (1. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Libella</foreign> (it.
            <emph>livella, livello</emph>, franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >niveau</foreign>, spagn. se non erro, <foreign lang="spa" rend="italic">nivel</foreign>;
            <emph>livellare</emph> ec., <foreign lang="spa" rend="italic">niveler</foreign> ec.,
          ec.) per <foreign lang="lat" rend="italic">libra</foreign> che pur si dice nello stesso
          significato. <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>. <foreign lang="lat" rend="italic">Circulus</foreign> (<foreign lang="lat"
            rend="italic">circulo as, circularis</foreign> ec. ec.) per <foreign lang="lat"
            rend="italic">circus</foreign>, voce antiquata ec. (benchè pur si trova) se non nel
          senso dell’<emph>anfiteatro romano</emph> ec. ec. V. Forc. (2 Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Mestare, rimestare</emph> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >misceo-mixtus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">mistus</foreign>, quasi
            <foreign lang="lat" rend="italic">mistare</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mixtare</foreign>. V. il Gloss. i Diz. franc. e spagn. ec. (2. Nov. dì de’ morti.
          1823.). <foreign lang="fre" rend="italic">Expulser</foreign> franc. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">expellere-expulsus</foreign>, come da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pello-pulsus, pulso as</foreign> ec. <bibl>V. <author>Forcell.</author> in <foreign
              lang="lat" rend="italic">expulso</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic"
              >expulsatus</foreign>
          </bibl>. (2. Nov. dì de’ morti. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3067. Non altrimenti, al tempo di Voltaire e in quei contorni (quando l’unica
          letteratura d’Europa era, si può dir, la francese, benchè già ben decaduta; essendo spenta
          l’italiana e la spagnuola; la tedesca non ancor nata, o bambina, o tutta francese;
          l’inglese quasi interrotta, o francese anch’essa, ma già priva de’ capi di quella scuola
          anglo-gallica, cioè Pope, Addison, ec.: e parlo qui della letteratura non delle scienze e
          filosofia, dove gl’inglesi anche allora fiorivano), le epistole e poesie indirizzate o da
          Voltaire medesimo o dagli altri poeti francesi ai principi di Svezia, di Russia,
          d’Alemagna ec. o composte in loro lode, o su di loro, o sui loro affari, o sugli
          avvenimenti ec. si leggevano, si applaudivano, si ricercavano, si diffondevano, davano
          materia di discorso nelle rispettive corti e capitali, e nell’altre corti d’Europa ec. e
          da’ rispettivi principi ec. (lasciando anche da parte il re e la corte <pb ed="aut"
            n="3817"/> e capitale, e quasi tutto il regno, di Prussia, ch’era tutta francese ec.).
          Così anche l’altre opere in versi o in prosa, di francesi o scritte in francese, di
          letteratura e di poesia, non che di filosofia ec. Sicchè la lingua italiana occupava nel
          sopraddetto tempo il grado che la francese non solo occupa presentemente, ma quello ancora
          che occupò quando essa letteratura francese era unica; sì per universalità e diffusione,
          sì per riputazione, dignità, gusto e cura diffusane generalmente ec. come si vede anche
          per questa somiglianza d’esser ella in quei tempi così e sopra tutte gradita nelle corti,
          come lo fu nel 700, oltre la lingua, che ancor lo è sopra tutte, anche la letteratura
          francese, che or non lo è più se non di pari coll’altre <emph>moderne</emph> (dal qual
          numero l’italiana d’oggidì è fuori niente meno che la spagnuola). (2. Nov. dì de’ morti.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2685. marg. <foreign lang="grc">Δέω</foreign>, <foreign lang="grc">δέον</foreign>
          ec. significa anche <emph>mancare mancante</emph> ec., e tale si è appresso appoco il suo
          significato nelle dette frasi, onde elle sono le stesse che le addotte italiane.
          Similmente il francese <foreign lang="fre" rend="italic">falloir</foreign> vale
          propriamente <emph>mancare</emph> (dal lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fallere</foreign>, spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">faltar</foreign>, it.
            <emph>fallire, fallare</emph> ec. ed anche in franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >faillir</foreign>), e riunisce i significati di <emph>mancare</emph> e
          <emph>bisognare</emph> appunto come il greco <foreign lang="grc">δέω</foreign>, o
          l’impersonale <foreign lang="grc">δεῖ</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Poco manca che Senofonte non ci ritragga ec. <bibl>
                <author>Speroni</author>
                <title>Diall. Ven.</title> 1596. p. 224. fine</bibl>. <quote>
                <foreign lang="fre" rend="italic">Il s’en faut tant ou tant, il s’en faut plus de la
                  moitié, il s’en faut peu, il s’en faut la moitié ec., il s’en faut bien, il s’en
                  faut de beaucoup, il s’en faut beaucoup ec. il s’en faudrait beaucoup</foreign>
              </quote> ec.</p>
          </note>. Simiglianza che non è da trascurare nè dev’esser casuale ec. Nelle addotte frasi
          il suo significato è parimente di <emph>mancare</emph>. In greco si dice anche
          semplicemente <foreign lang="grc">ὀλίγου</foreign>, <foreign lang="grc">ὀλίγον</foreign>,
            <foreign lang="grc">μικροῦ</foreign>, senza il verbo <foreign lang="grc">δεῖν</foreign>
          per <foreign lang="lat" rend="italic">fere</foreign>, <emph>quasi</emph> ec. come noi per
          poco e di poco senz’altro verbo. <bibl>V. la <title>Crusca</title> in <emph>di poco</emph>
            e in <emph>per</emph> par. 98.</bibl> e i Lessici greci. Si dice ancora in greco
          assolutamente <foreign lang="grc">ὀλίγου</foreign>
          <pb ed="aut" n="3818"/>
          <foreign lang="grc">δέον, μικροῦ, πολλοῦ δέον</foreign> Ovvero concordato col subbietto
            <foreign lang="grc">ὀλίγου δέοντα, δέοντες</foreign> ec. Ovvero p. e. <foreign
            lang="grc">δυοῖν δέοντα εἴκοσι</foreign> cioè <emph>diciotto</emph> ec., <foreign
            lang="grc">ὀλίγου δέον ἶσος</foreign> cioè <emph>quasi uguale</emph> ec. Anche si dice
            <foreign lang="grc">παρὰ μικρὸν ἐδέησα τοῦτο ποιεῖν</foreign> che risponde precisamente
          al nostro <emph>per poco mancai di far questo</emph>: ovvero <emph>di poco</emph> ec.
            <bibl>V. i <title>Lessici</title> in <foreign lang="grc">δέω</foreign>
          </bibl>. Qua si dee riferire il nostro <emph>di gran lunga</emph> e <emph>d’assai</emph>
            (<foreign lang="fre" rend="italic">à beaucoup près</foreign>) in quelle frasi:
            <emph>egli non è di gran lunga</emph>, o <emph>d’assai, così grande</emph> (<foreign
            lang="fre" rend="italic">beaucoup s’en faut</foreign>). Ovvero <emph>ei non fu</emph>
          ec. (<foreign lang="fre" rend="italic">beaucoup s’en fallut</foreign> ec.). Dove il verbo
            <emph>mancare</emph> o simile, è soppresso, come nelle frasi greche <foreign lang="grc"
            >ὀλίγου</foreign> ovvero <foreign lang="grc">ὀλίγον ἀπέθανεν, μικροὺ ἀπόλωλα</foreign> e
          simili, dove è taciuto il verbo <foreign lang="grc">δεῖν. Πολλοῦ</foreign> così assoluto
          non mi par che si dica<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Vedi delle frasi appartenenti a questo discorso nel Diz. dell’Alberti ec. in <foreign
                lang="fre" rend="italic">faillir</foreign>, e <foreign lang="fre" rend="italic"
                >manquer</foreign>, e v. gli spagn. in <foreign lang="spa" rend="italic"
              >faltar</foreign> ec.</p>
          </note>. (3. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3573. Questa proposizione è molto azzardata. Bisogna intenderla lassamente. Per
          rispetto alla lingua francese è vera, parlando generalmente. Ma per rispetto all’italiana,
          dubito che sia vero neppur generalmente, ben compensate che sieno insieme le conformità
          estrinseche che hanno le lingue italiana e spagnuola colla latina. Il suono della lingua
          spagnuola ha più del latino, ma questa è quasi un’illusione de’ sensi. Perchè quei tali
          suoni latini non sono nello spagnuolo a quei luoghi in cui erano nel latino. Per esempio
          la moltitudine degli <emph>s</emph> contribuisce, e forse principalmente, a rassomigliare
          il suon dell’una lingua a quello dell’altra. Ma lo spagnuolo abbonda di <emph>s</emph>,
          principalmente perchè in essa <pb ed="aut" n="3819"/> lingua tutti i plurali terminano in
          quella lettera. Non così in latino. (Vero è però che in latino la terminazione in
          <emph>s</emph> è propria di tutti gli accusativi plurali non neutri. Ora, secondo
          Perticari, i nomi latini trasportati nelle lingue figlie, son tutti fatti dagli accusativi
          delle declinazioni rispettive latine. Quindi che nello spagnuolo la terminazione in
            <emph>s</emph> sia caratteristica de’ plurali, potrebb’esser preso dal latino, e cosa
          anch’essa latina. E quest’osservazione può essere di non poco peso a confermare l’opinione
          di Perticari; (sebben ei parla solamente de’ singolari, i quali fatti dall’accusativo
          latino generano poi i plurali al modo nostro) mentre altri con più apparenza di ragione,
          ma forse men verità, vogliono che i nostri nomi sieno gli ablativi latini. P. e.
            <emph>amore</emph> ec. Ma veramente non si vede perchè, dovendosi perder l’uso degli
          altri casi, e restare un solo per tutti, com’è avvenuto nelle lingue moderne, e come,
          certo in gran parte, dovette avvenire anche nell’antico latino volgare e parlato, avesse a
          prevaler l’uso dell’ablativo. Ben è consentaneo che l’accusativo si usasse in vece degli
          altri casi ec. v. p. 3907. L’aggiunger sempre la <emph>es</emph> ai singolari terminati in
          consonante non è uso latino, se non in certi casi, e nella terza declinazione. (Noi per la
          terminazione de’ plurali imitiamo i nominativi latini della seconda e della prima. Sicchè
          quanto alla terminazione de’ plurali, la conformità dello spagnuolo col latino, supposta
          eziandio e conceduta, come sopra, non si può dire che superi punto quella dell’italiano.
          Del resto quel continuo s che si sente nello spagnuolo fa un suono che tutto insieme
          considerato è così poco, o tanto, latino, quanto le continue terminazioni vocali
          dell’italiano. Il latino è temperato di queste e di quelle, ed eziandio insieme d’altre
          molte terminazioni; sicchè veramente il suo suono, parlando pure in generale e
          astrattamente non è nè quello dell’italiano nè anche quello dello spagnuolo. Ben è vero
          che nello spagnuolo le terminazioni consonanti sono miste come in latino, alle vocali,
          laddove in italiano non v’ha quasi che le vocali; e nello spagnuolo, benchè la
          terminazione in <emph>s</emph> sia, almeno tra le consonanti, la più frequente, pur v’ha
          diverse terminazioni consonanti, come in latino; e niuna terminazione in consonante, che
          non sia propria, credo, anche del latino (al contrario che in francese in tedesco ec.),
          benchè non sempre, anzi non il più delle volte, ne’ casi stessi; e le terminazioni vocali
          son piane come in latino e non acute ossia tronche come in francese. Sotto questi aspetti
          il suono dello spagnuolo è veramente più conforme al latino che non è non solo il francese
          ma neppur l’italiano. E da queste ragioni nasce che udendo lo spagnuolo si possa più
          facilmente confonderlo col latino che non fa il francese nè anche l’italiano. E questo
          effetto, sotto questi aspetti, non è un’illusione, nè una cosa che non meriti esser
          considerata, e che non abbia un principio e una ragione di conformità o simiglianza reale.
          La terminazione consonante in <emph>d</emph> frequente nello spagnuolo è rara in latino ma
          pur v’è, come in <foreign lang="lat" rend="italic">ad, illud, id, istud, sed</foreign>
          ec.). Del resto anche in francese (bensì nel solo francese scritto) la terminazione in
            <emph>s</emph> (e a’ singolari terminati in consonante, si aggiunge talvolta la
          <emph>es</emph>, se non m’inganno) è caratteristica del plurale (quella in <emph>x</emph>
          vien pure a essere in <emph>s</emph>); sicchè lo spagnuolo in questa parte non prevarrebbe
          al francese se non in quanto ei pronunzia sempre la <emph>s</emph>, e il francese solo
          talvolta, e piuttosto per accidente che per altro. Quanto all’italiano, <pb ed="aut"
            n="3820"/> anche nelle forme regolari delle coniugazioni, esso in molte cose <add
            resp="ed">è</add> assai più conforme al latino che non è lo spagnuolo. V. p. e. le pag.
          3699-701. e la mia teoria de’ continuativi dove si parla del digamma eolico in <foreign
            lang="lat">
            <hi rend="italic">ama</hi>
            <hi rend="sc">f</hi>
            <hi rend="italic">i</hi>
          </foreign> ec. E basti osservare che lo spagnuolo non ha che tre coniugazioni; l’italiano
          le ha tutte quattro, e tutte, in molti caratteri, corrispondenti alle rispettive latine,
          come negl’infiniti <emph>are, ere, ere, ire</emph> (lo spagnuolo manca del 3.<hi
            rend="apice">o</hi> e gli altri non gli ha che tronchi), e in altre cose. Anche il
          francese ha 4. coniugazioni, ma non corrispondono alle latine (eccetto quella in
          <emph>ir</emph> quanto all’infinito ec.), e la conformità del numero (cioè l’esser 4. come
          in latino) sembra, ed è forse, un puro caso; il che non si può certo dire dell’italiano. E
          quanto alla conservazione della latinità in mille e mille altre sì regole, sì voci
          particolari materialmente considerate, sì frasi considerate pure materialmente (chè ora
          parliamo dell’estrinseco), significati ed usi delle parole e frasi, anche propri
          originalmente o sempre del popolo e del parlato, non del solo illustre ec. dubito assai
          che lo spagnuolo possa esser preposto, anzi pure agguagliato all’italiano. Questa e
          quell’altra voce ec. sarà più latina in ispagnuolo che in italiano (così avverrà alcune
          volte che nello stesso francese una voce ec. sia più latina che nelle due sorelle, o in
          una di loro, o che queste o l’una di esse, non abbiano una voce ec. nel francese
          conservata, nè pertanto sarà chi dica la latinità conservarsi più nel francese che nelle
          sorelle, o che nell’una di esse); questa e quella voce latina resterà nello spagnuolo, e
          all’italiano mancherà; ma, raccolti i conti e computati i casi contrarii, e posto tutto
          insieme, io credo che in tutte queste cose l’italiano soverchi lo spagnuolo di grandissima
          lunga. (3. Novembre 1823.).</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3821"/> Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Orbiculatus, orbiculatim, reticulatus, venniculatus</foreign> ec. (3. Nov. 1823.) se
          già non sono frequentativi di significato come altrove generalmente ho avvertito.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3156. — quando eziandio il sentimentale di Lord Byron, quello che spetta al
          giuoco delle passioni, al cuore, all’espressione alla pittura all’imitazione de’ caratteri
          e de’ sentimenti degli uomini, alla scienza e considerazione dello spirito dell’uomo,
          dell’uomo interno ec. (del che le poesie di Lord Byron sommamente abbondano, anzi sono
          composte) pochissimo si communica a’ lettori, e veramente è poco fatto per comunicarsi
          agli animi altrui. E ciò appunto perchè esso pare, e forse è, piuttosto dettato
          dall’immaginazione che dal sentimento e dal cuore, piuttosto immaginato che sentito,
          immaginato che vero, inventato che imitato o congetturato, creato che ritratto ed
          espresso, e insomma ha certamente più dell’immaginoso che del passionato e sentimentale,
          ed è per sua natura più atto e disposto ad operare sulla immaginazione che sul cuore di
          chi legge. E così parrebbe che Lord Byron avesse voluto, e così certo accade. E perciò il
          suo effetto è debole, cioè poco intimo, e quindi poco durevole, benchè possa esser
          fortissimo al primo tratto, il che non è incompatibile col superficiale. L’effetto delle
          poesie di Lord Byron, tanto e così perpetuamente ed estremamente sentimentali, l’effetto
          del sentimentale di esse, non è sentimentale per le dette ragioni. Or veggiamo che per ciò
          è poco intimo, e poco si comunica il movimento dell’autore e di esse, perchè questo non
          essendo quasi proprio ad agire che sull’immaginazione, l’immaginazione <pb ed="aut"
            n="3822"/> de’ lettori oggidì è generalmente poco atta a ricevere forti, cioè intime e
          durevoli impressioni: il che è quello ch’io diceva, e il proposito di questo discorso. E
          quel movimento delle poesie e de’ poeti che spetta solamente o principalmente
          all’immaginazione, sia che nasca da essa sola nel poeta, e in essa sola abbia avuto luogo,
          sia che in essa sola possa agir ne’ lettori e ad essa sola comunicarsi, (questo è più
          probabilmente il caso nostro, perchè io credo che Lord Byron veramente senta, non solo
          imagini, anzi l’eccesso e la straordinaria forza e qualità de’ suoi sentimenti sia quel
          che gli noccia) difficilmente e in piccola parte e poco gagliardamente si comunica ai
          lettori d’oggidì. Diversamente certo accadeva negli antichi (lo vediamo infatti anche oggi
          ne’ fanciulli e ne’ giovani ancora inesperti del mondo, o nella prima gioventù, quando
          ella, in pratica, ancor non filosofa, come tutti fanno nell’altre età, o dopo
          l’esperienza; cioè tutti oggi filosofano, quanto alla vita ec. chi in teoria e in pratica,
          chi in questa sola). Oggi anche gli antichi sommi poeti presto ci stancano e lasciano in
          secco, se e quando non sono che immaginosi, ancorchè in questo medesimo sommi,
          straordinarii e pieni d’arte. Le poesie di Lord Byron molto più e più presto ci stufano e
          lascian freddi, per la grande uniformità che vi si sente, la quale può esser vera, e
          nascere da mancanza della vera e sottile arte poetica (sì bene e distintamente conosciuta
          e sì eccellentemente e maestrevolmente praticata dagli antichi); e può anche esser che sia
          apparente, e nasca solo dal continuo eccesso in ogni cosa, dalla continua intensità, dal
          continuo risalto <pb ed="aut" n="3823"/> straordinario di ciascuna parte. Il che da un
          lato produce l’effetto dell’uniformità, e lo è veramente, in quanto è <emph>continuo
            eccesso</emph> ec. benchè variato, quanto si voglia, ne’ suoi subbietti, qualità ec.
          Dall’altro lato stanca come l’uniformità, perchè troppo affatica gli animi, che ben tosto
          non possono più tener dietro all’entusiasmo del poeta, come la vista presto si stanca di
          colori tutti vivissimi, benchè e belli e varii; e perchè il molto ed <foreign lang="grc"
            >ἀθρόον</foreign>, sia pur bonissimo, presto sazia; come chi bee ad un tratto un boccale
          di liquore, ha subito estinta la sete, nè perchè tu gli offra altro liquore diverso e
          squisitissimo, ha voglia di gustarlo, ma egli ha perduto per allora la facoltà di provar
          piacere dal bere, e da’ grati liquori. Come nel corpo così nell’animo la facoltà la virtù
          di provar piacere è scarsa; bisogna risparmiarla, o ch’ella è ben tosto esaurita. Il corpo
          e l’animo cede e vien meno al soverchio piacere, come al soverchio dolore. Ben rare sono
          le cose piacevoli, e i piaceri ben piccoli. Ma fossero pur frequentissimi e grandissimi.
          Nè il corpo nè l’animo umano hanno la forza di goder più che tanto, e anche
          indipendentemente dall’assuefazione che rende indifferenti le sensazioni da principio
          piacevoli o dolorose, anche restando ai piaceri e ai dolori la lor forza, manca all’uomo
          la facoltà di sentirli, se e’ son troppo grandi, o se son troppi ec. La facoltà di
          soffrire è assai maggiore nell’uomo. Pur se il dolore è soverchio, nè il corpo nè l’animo
          umano non è capace di sentirlo, e non soffre, o per poco spazio, dopo il quale la sua
          facoltà di soffrire vien meno. L’uomo non può molto godere, non solo perchè pochi e
          piccoli sono <emph>i piaceri</emph>, <pb ed="aut" n="3824"/> ma anche rispetto a se
          stesso, perchè egli è molto limitatamente capace <emph>del piacere</emph>, e quegli stessi
          che vi sono, così piccoli e pochi, bastano a vincere di gran lunga la sua capacità. Bacco
          e Venere sono piaceri, ma l’uomo dopo un quarto d’ora ec. diviene incapace di gustarli, e
          soccombe alla loro forza niente meno che a quella de’ tormenti e de’ morbi. (3. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Somma conformabilità dell’uomo ec. Tutto in natura, e massime nell’uomo, è disposizione.
          ec. Straordinaria, ed, apparentemente, più che umana facoltà e potenza che i ciechi, o
          nati o divenuti, hanno negli orecchi, nella ritentiva, nell’inventiva, nell’attendere,
          nella profondità del pensare, nell’apprender la musica ed esercitarla e comporne ec. ec.
          Similmente dei sordi nell’attenzione, nella contenzione e concentrazione del pensiero,
          nell’imparar cose che paiono impossibili ai sordi nati, fino a leggere, a scrivere, a
          parlare fors’anche ec. come nelle scuole de’ sordi muti ec. Le quali straordinarie potenze
          delle parti morali, che si scuoprono nell’uomo per la sola forza delle circostanze, e
          talora in un individuo medesimo che dapprima non le aveva, come in uno divenuto cieco a
          una certa età, ec.; sono analoghe a quelle, altrettanto straordinarie, delle parti
          fisiche, occasionate pur dalle sole circostanze, e che in tanto si credono possibili
          fisicamente all’uomo, in quanto solamente si vede in fatti qualche individuo che per forza
          delle sue circostanze, è giunto a possederle. Come quello che nato senza braccia, suppliva
          co’ piedi a tutte le funzioni delle mani, fino alle più squisite. Delle quali potenze
          niuno pure immagina che l’uomo e le rispettive sue parti morali <pb ed="aut" n="3825"/> o
          fisiche sieno in alcun modo capaci, se non vede o non conosce i fatti a uno per uno. Così
          dico di centomila altre facoltà straordinarie morali o fisiche possedute oggi o ne’ tempi
          addietro da individui, o da razze, o da nazioni particolari, per sola forza di
          circostanze, o di esercizio, o di costumi ec. Come son quelle de’ giocolieri indiani, ed
          eran quelle de’ giocolieri messicani ec. de’ nostri saltatori, giuocatori di forze, ed
          anche di lestezza di mano ec. E quel che dico delle facoltà dicasi ancora delle qualità
          straordinarie morali o fisiche, de’ costumi, delle abitudini d’ogni sorta ec.
          straordinarie, o che a noi son tali ec. (4. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non solamente in italiano e in francese ec. (come in <foreign lang="fre" rend="italic"
            >châtelet</foreign>) si diminuiscono i diminutivi positivati, come ho detto altrove,
          venuti dal latino o no, positivati nel latino o nelle lingue moderne ne ec.; ma eziandio
          nel latino medesimo, come <foreign lang="lat" rend="italic">flabellulum</foreign>, s’è
          vera voce, e credo altre parecchie<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Sellula. Asellulus.</p>
          </note>. Del resto anche i diminutivi non positivati si tornano a diminuire talvolta in
          latino come in italiano ec. s’io non m’inganno. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Puella</foreign>, benchè sia voce esprimente una cosa piccola e da vezzeggiare ec. pur è
          un diminutivo positivato in quanto restò solo in uso in vece dell’antiquato suo positivo
            <foreign lang="lat" rend="italic">puera</foreign>, di cui <bibl>v.
            <author>Forcell.</author>
          </bibl> E <foreign lang="lat" rend="italic">puella</foreign> si diminuisce in <foreign
            lang="lat" rend="italic">puellula</foreign>. (4. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3757. Dagli altri supini, si fanno, ma son più rari, mutato l’<emph>um</emph> in
            <emph>ibilis</emph>, come da <foreign lang="lat" rend="italic">flexum flexibilis,
            inflexibilis</foreign>, ec. <foreign lang="lat" rend="italic">passibilis</foreign> ec.
            <foreign lang="lat" rend="italic">sensibilis, insensibilis</foreign> ec. Nel latino
          barbaro, e nelle lingue moderne s’usa di far tali verbali <pb ed="aut" n="3826"/> allo
          stesso modo da’ supini in <emph>tum</emph> impuro, cioè sostituendo all’<emph>um</emph>
            l’<emph>ibilis</emph>, come <emph>fattibile, perfettibile, indefettibile</emph>, ec. da
            <foreign lang="lat" rend="italic">perfectum, defectum, factum</foreign>. Ma non così in
          latino buono, o seppur v’avesse qualch’esempio simile, sarebbe de’ tempi più moderni ec. I
          buoni latini avrebbero detto <foreign lang="lat" rend="italic">facibilis</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">facitum</foreign>, come anche noi diciamo
            <emph>concepibile inconcepibile</emph> ec. (<foreign lang="fre" rend="italic"
          >concevable</foreign> ec.) da <foreign lang="lat" rend="italic">concepitum</foreign>,
          mentre però diciamo <emph>percettibile impercettibile</emph> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">perceptum</foreign>; e diciamo <emph>reperibile</emph> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">reperitum</foreign>, non <emph>repertibile</emph> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">repertum</foreign> ec. Regolarmente e primitivamente niun
          supino latino finisce in <emph>tum</emph> impuro. Sicchè questa formazione non è latina.
          V. p. 3904.3928.</p>
        <p>Del resto, queste osservazioni sopra la formazione de’ verbali in <emph>bilis</emph>
          servono anch’esse a confermare le nostre proposizioni circa l’antico e regolare stato de’
          supini, sì in generale, sì per ciascuno di tai verbali in particolare, cioè di quelli che
          fanno al proposito ec. (4. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3688. fine. Come il significato di <foreign lang="grc">νοέω</foreign> abbia a
          fare con quel di <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign>, <bibl>vedi i
              <title>Lessici</title>
          </bibl>. E in ogni modo o che <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign> fosse da
            <foreign lang="grc">νοΐσκω</foreign>, o che sia da <foreign lang="grc">νοέω</foreign>,
          sarebbe la stessa cosa, quanto alla ragion del significato ec. perchè <foreign lang="grc"
            >νοέω</foreign> e <foreign lang="grc">νοΐσκω</foreign> sono lo stesso verbo. E <foreign
            lang="grc">γιγνώσκω</foreign>, che vale <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nosco</foreign>, vien certamente da <foreign lang="grc">νοΐσκω</foreign> ec. (4. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Reperito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >reperio-ertum</foreign>, ant. <foreign lang="lat" rend="italic">reperitum</foreign>.
            <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Manto as</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >maneo-mansum</foreign>, ant. <foreign lang="lat" rend="italic">manitum</foreign>
          regolare, contratto in <foreign lang="lat" rend="italic">mantum</foreign>. Ovvero <foreign
            lang="lat" rend="italic">mantum</foreign> sta per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mansum</foreign> mutato l’<emph>s</emph> in <emph>t</emph>. Vedi ciò che altrove s’è
          detto in più luoghi circa tal mutazione ne’ supini e participii, a proposito di <foreign
            lang="lat" rend="italic">vectum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vexum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">veho</foreign>, onde <pb ed="aut"
            n="3827"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">vectare</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vexare</foreign>, e ad altri propositi; e quello si riferisca a <emph>manto</emph>, e
            <emph>manto</emph> a quel che ivi si è detto. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Mansum</foreign> anomalo è dall’anomalo <foreign lang="lat" rend="italic">mansi</foreign>
          per <foreign lang="lat" rend="italic">manui</foreign>, secondo il detto altrove della
          formazione de’ supini da preteriti perfetti, al che si aggiunga anche questo esempio. Da
            <foreign lang="lat" rend="italic">mansum</foreign> è <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mansitare</foreign> fratello di <foreign lang="lat" rend="italic">mantare</foreign>,
          come <foreign lang="lat" rend="italic">vexare</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">vectare</foreign> ec. (4. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3704. fine. E qualcosa similmente è più aliena dalla terza coniugazione, e più
          propria e caratteristica della prima, che la desinenza in <emph>avi</emph> nel perfetto e
          in <emph>atum</emph> nel supino? (<foreign lang="lat" rend="italic">sero is</foreign>
          anomalo ha <foreign lang="lat" rend="italic">satum</foreign>, anomalo come il perfetto
            <foreign lang="lat" rend="italic">sevi</foreign>; ma oltre che questo supino è anomalo,
          ei non è in <emph>atum</emph> ma in <emph>atum</emph>). Or eccovi <foreign lang="lat"
            rend="italic">nascor</foreign> della terza fa <foreign lang="lat" rend="italic"
          >natus</foreign> participio e sostantivo e <foreign lang="lat" rend="italic">natus
          sum</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">natum</foreign>, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">natu</foreign> ec. E tutti i verbi in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >asco</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">ascor</foreign>, o non hanno
          perfetto nè supino, o se n’hanno o che se gli attribuiscano, e’ sono in <emph>avi</emph> e
          in <emph>atum</emph>. Qual più chiaro segno che questi non sono proprii loro, ma d’altro
          verbo, e questo della prima? <foreign lang="lat" rend="italic">Veterasco is</foreign> ha,
          o se gli attribuisce, <foreign lang="lat" rend="italic">veteravi</foreign>. Pare però che
          lo stesso Forcell. che glielo attribuisce, abbia veduto ch’e’ non può esser proprio suo,
          ma di un <foreign lang="lat" rend="italic">vetero as</foreign>, il quale ei segna
          senz’alcun esempio, rimettendo a <foreign lang="lat" rend="italic">veterasco</foreign>,
          dove di <foreign lang="lat" rend="italic">vetero</foreign> non è parola; solo vi sono
          esempi di <foreign lang="lat" rend="italic">veteravi</foreign> frammisti a quelli di
            <foreign lang="lat" rend="italic">veterasco</foreign>. (Trovasi anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">veteratus</foreign>, <bibl>v. <author>Forc.</author> in questa
            voce</bibl>). Infatti abbiamo <foreign lang="lat" rend="italic">inveterasco is</foreign>
          fatto evidentemente da <foreign lang="lat" rend="italic">invetero as avi atum</foreign>,
          il quale ancora sussiste (tutto intiero), e così <foreign lang="lat" rend="italic"
            >inveteratus</foreign> (che il Forc. attribuisce giustamente ad <foreign lang="lat"
            rend="italic">invetero</foreign>, sì come anche il perfetto <foreign lang="lat"
            rend="italic">inveteravi</foreign> e il supino <foreign lang="lat" rend="italic"
            >inveteratum</foreign>, segnando <pb ed="aut" n="3828"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">inveterascere</foreign> senza perfetto nè supino), e
          così forse altri composti di <foreign lang="lat" rend="italic">vetero</foreign>. Dunque se
            v’<foreign lang="lat" rend="italic">invetero</foreign>, e se a questo spetta <foreign
            lang="lat" rend="italic">inveteravi, atum, atus</foreign>, dovette avervi anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">vetero</foreign>, e suo esser <foreign lang="lat" rend="italic"
            >veteravi, atus</foreign> ec. E così discorrasi di tanti altri verbi originali di quelli
          in <emph>sco</emph>, de’ quali mancando il semplice si trovano però i loro composti, a’
          quali ordinariamente si attribuiscono i perfetti e supini che loro convengono, mentre
          quelli de’ semplici, se i semplici non si trovano, s’attribuiscono ai loro semplici
          derivati in <emph>sco</emph>.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Irascor</foreign> sta nel Forcell. senza supino nè
          perfetto. Trovasi <foreign lang="lat" rend="italic">iratus</foreign>. Vero participio,
          benchè forse, almeno in certi casi, aggettivato, come tanti altri. Or donde viene questo
          participio? Non dimostra egli un verbo della prima? un verbo onde venga sì egli sì
            <foreign lang="lat" rend="italic">irascor</foreign>? Cioè un antico <foreign lang="lat"
            rend="italic">iror</foreign>, conservato nell’italiano (<emph>irare, adirare,
          airare</emph> ec. con lor derivati ec.), e v. gli spagn. (4. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3710. Da’ verbi della 2.<hi rend="apice">da</hi> si fanno quelli in
          <emph>esco</emph>, dalla terza si fanno in <emph>isco</emph>, così dalla quarta, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">scisco</foreign>; dalla prima, in <emph>asco</emph>;
          del che vedi gli esempi nel pensiero precedente, ed aggiungi <foreign lang="lat"
            rend="italic">labasco</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">labascor</foreign>
          da <foreign lang="lat" rend="italic">labo as</foreign>, e simili. In <foreign lang="lat"
            rend="italic">Labasco</foreign> nel Forcell. trovo il nome appellativo e speciale de’
          verbi in <emph>sco</emph>. Essi si chiamano presso i grammatici, <foreign lang="lat"
            rend="italic">verba inchoativa</foreign>. (4. Nov. 1823.). V. p. 3830. fine.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Adito as</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adeo is-itum</foreign>. (4. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove del verbo <foreign lang="lat" rend="italic">bitere</foreign>, aggiungi
          quello che ha il Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">adito as</foreign>. E nóta
          come anche <add resp="ed">in</add> quell’esempio, <pb ed="aut" n="3829"/> il quale,
          secondo il Forcell. , è appoggiato <emph>da tutte l’ottime edizioni</emph>, la
          coniugazione di <foreign lang="lat" rend="italic">bito</foreign> fu la prima. Si <foreign
            lang="lat" rend="italic">adbites</foreign>. Certo questo è presente congiuntivo e non
          futuro indicativo. Almeno sen può ben dubitare. E veramente io mi maraviglio come nè per
          questo, nè per gli altri esempi, altrove da me esaminati, il Forcellini (e forse niun
          altro) si sia avveduto che <foreign lang="lat" rend="italic">bito</foreign> è della prima,
          o anche della prima, e l’abbia pur creduto della terza, o della sola terza, oltre <foreign
            lang="lat" rend="italic">bitio is</foreign> della 4.<hi rend="apice">ta</hi> ec. s’è
          vera voce<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Anche in <foreign lang="lat" rend="italic">adbito</foreign> (che veggasi) il Forc. ha
                <foreign lang="lat" rend="italic">adbito is</foreign> con questo solo es. di
            Plauto.</p>
          </note>. (4. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Lo stato della letteratura spagnuola oggidì (e dal principio del 600 in poi), è lo stesso
          affatto che quello dell’italiana, eccetto alcuni vantaggi di questa, ed alcune diversità
          di circostanze, che non mutano la sostanza del caso. Come noi (al paro di tutti gli altri
          stranieri) non dubitiamo che la Spagna non abbia nè lingua nè letteratura moderna propria,
          e dal 600. in poi non l’abbia mai avuta, così non dobbiamo dubitare che non sia
          altrettanto in Italia, e ciò dal 600. in poi, come gli stranieri, e forse tra questi anche
          gli spagnuoli (che del fatto loro non converranno), punto non ne dubitano. Quello che noi
          vediamo chiaro in altrui e nel lontano, ci serva di specchio e di esempio per ben vedere,
          per accorgerci, per conoscere e concepire il fatto nostro, e quello ch’essendoci proprio e
          troppo vicino, non suol vedersi nè conoscersi mai bene, sì per l’inganno dell’amor
          proprio, sì perchè la stessa vicinanza nuoce alla vista, e l’abitudine di continuamente
          vedere impedisce o difficulta l’osservare, il notare, l’attendere, il por mente,
          l’avvedersi. L’opinione che abbiamo di quelli stranieri c’istruisca <pb ed="aut" n="3830"
          /> di quella che dobbiamo avere di noi, e le ragioni di quella si applichino al caso
          nostro, chè ben vi sono applicabili ec.</p>
        <p>Del resto tutto quello ch’io <add resp="ed">ho</add> ragionato in più luoghi circa la
          presente (ec.) condizione della letteratura e lingua italiana; circa il mancar noi di
          lingua e letteratura moderna, di filosofia ec.; circa la condizione in cui si troverebbe
          oggidì un grande e perfettamente colto ingegno italiano, la necessità che avrebbe di
          crearsi una lingua, di creare una letteratura ec., il come e quale gli converrebbe
          crearle, e con quali avvertenze ec. ec. tutto, con lievi e accidentali diversità intendo
          altresì dirlo degli spagnuoli. E viceversa la considerazione di questi può e dee molto
          servire, sì a noi, sì anche agli stranieri, per giudicare e formarsi una giusta idea dello
          stato d’Italia e degl’ingegni italiani (se ve ne fossero) rispetto alla lingua,
          letteratura, filosofia ec. Le lingue e letterature italiana e spagnuola, le più conformi
          forse del mondo per mille altri titoli, come ho mostrato altrove (e così le nazioni ec.),
          lo sono altresì per la loro storia, e pel loro stato presente e passato ec. Ed altrimenti
          infatti non avrebbero avuto fra loro quelle conformità intrinseche che hanno, o certo non
          in tal grado, nè così durevolmente ec. ec. (4. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3828. fine. Sicchè di ciascun verbo in <emph>asco</emph> si può sicuramente dire
          che viene da un verbo della prima, e non d’altra coniugazione, della quale è segno
          caratteristico l’<emph>a</emph> precedente la desinenza in <emph>sco</emph>; e così
          rispettivamente dite de’ verbi <pb ed="aut" n="3831"/> in <emph>esco</emph> ed
          <emph>isco</emph> ec. (se pur non v’ha qualche verbo in <emph>sco</emph> che non sia
          incoativo, neppur per origine, (giacchè per significato ed uso molti nol sono o nol sono
          sempre, come altrove dico) il quale sarebbe fuori del nostro discorso). <emph>Pasco</emph>
          è certamente da un antico <foreign lang="lat" rend="italic">pare</foreign> da <foreign
            lang="grc">πάω</foreign> (e non da <foreign lang="grc">βόσκω</foreign>, come dubita il
          Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Pasco</foreign> princip.) come l’antico
            <foreign lang="lat" rend="italic">poo</foreign> da <foreign lang="grc">πόω</foreign>, e
          altri tali di cui altrove sparsamente ed insieme. Dimostralo sì la sua desinenza in
            <emph>asco</emph>, sì il perfetto <foreign lang="lat" rend="italic">pavi</foreign>,
          affatto anomalo rispetto a <foreign lang="lat" rend="italic">pasco</foreign> e rispetto
          alla sua coniugazione, cioè alla terza, perchè tolto in prestito da quell’antico verbo
          della prima, di cui è proprio. Ecco come le nostre osservazioni scuoprono e illustrano le
          antichissime voci e radici della lingua latina, e la sua analogia, e le sue antichissime
          conformità colla greca, e la medesimezza di voci greche e latine che non paiono più aver
          nulla che fare (e ciò non per stiracchiate etimologie, come tanti altri han fatto, ma per
          accurato ed evidente ragionamento, e per mille confronti ec. e per regole grammaticali ec.
          trovate, o illustrate nuovamente e nuovamente applicate, ampliate, meglio stabilite,
          spiegate ec.), e le origini della lingua latina, e la proprietà vera e primitiva sua e
          delle sue voci, e le sue vere norme e regole, forme ec.; e le ragioni ed origini delle
          anomalie sue e delle sue voci ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Pastum</foreign> è
          contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">pascitum</foreign> dimostrato da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pascito</foreign>. L’uno e l’altro è supino (e participio)
          proprio di <foreign lang="lat" rend="italic">pasco</foreign>, non di <foreign lang="lat"
            rend="italic">pao</foreign>. Nuova prova che il vero e proprio supino di tutti i verbi
          in <emph>sco</emph> è in <emph>scitum</emph>, benchè per lo più perduto, e sostituitigli
          degli altri ec.; e quindi ancora che il lor proprio perfetto sarebbe in <emph>sci</emph>,
          giacchè il supino si fa dal perfetto, come <pb ed="aut" n="3832"/> altrove. Il composto di
            <foreign lang="lat" rend="italic">pasco, compesco</foreign>, s’egli però è veramente
          composto di <foreign lang="lat" rend="italic">pasco</foreign>, come crede il Forcell.
          (vedilo in <foreign lang="lat" rend="italic">pasco</foreign> fin. e in <foreign lang="lat"
            rend="italic">compesco</foreign>), non fa <foreign lang="lat" rend="italic"
          >compavi</foreign>, ma <foreign lang="lat" rend="italic">compescui</foreign>, anomalo
          anch’esso, (v. la pag. 3707.) ma, benchè anomalo, proprio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">compesco</foreign> e di un verbo in <emph>sco</emph>, non di <foreign
            lang="lat" rend="italic">compao</foreign> nè di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pao</foreign>, e che pur serve a mostrare che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pavi</foreign> non è proprio di <foreign lang="lat" rend="italic">pasco</foreign>. Per
          supino Prisciano gli dà <foreign lang="lat" rend="italic">compescitum</foreign>, e a
            <foreign lang="lat" rend="italic">dispesco, dispescitum</foreign>; nuova prova e di
            <foreign lang="lat" rend="italic">pascitum</foreign> e della qualità de’ proprii supini
          de’ verbi in <emph>sco</emph> ec. Prisciano riconosce anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">dispescui</foreign>. Se <foreign lang="lat" rend="italic"
          >dispesco</foreign> sia composto di <foreign lang="lat" rend="italic">pasco</foreign>, ne
          dico quello stesso che di <foreign lang="lat" rend="italic">compesco</foreign>.</p>
        <p>Del resto ne’ verbi in <emph>sco</emph> fatti da quelli della terza, non è essenziale la
          desinenza in <emph>isco</emph>. Da <foreign lang="lat" rend="italic">noo is</foreign> si
          fa <foreign lang="lat" rend="italic">nosco: posco</foreign> ec. ec. O che queste desinenze
          sieno primitive, ovvero, che m’è più probabile, l’<emph>i</emph> che dovrebb’esservi, vi è
          mangiato, e ciò per evitare il concorso delle vocali, giacchè tali desinenze han luogo
          quando la desinenza in <emph>isco</emph> sarebbe stata preceduta da una vocale. P. e. da
            <foreign lang="lat" rend="italic">noo is</foreign>, regolarmente sarebbe stato <foreign
            lang="lat" rend="italic">noisco</foreign> (intieramente conforme al greco <foreign
            lang="grc">νοΐσκω</foreign>, e ciò per puro accidente, come a pag. 3688.). Ma siccome
            <foreign lang="lat" rend="italic">noo</foreign> e simili andarono in disuso per la
          spiacevolezza del suono, cagionata dal concorso delle vocali, siccome altrove ho detto,
          così ne’ lor derivati che restarono in loro luogo, per evitar lo stesso concorso, fu
          soppresso l’<emph>i</emph>, ch’era la vocale più esile. Del resto <foreign lang="lat"
            rend="italic">nosco</foreign> è per <foreign lang="lat" rend="italic">noisco</foreign>,
          come <foreign lang="lat" rend="italic">notum</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">noitum, nobilis</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">noibilis,
            potum</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">poitum, sutum</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">suitum</foreign> ec. ec. come altrove in più luoghi. E
          questi sono così ridotti per la detta ragione. (4. Novembre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3833"/> Alla p. 3640. marg. Gl’Inca furono i civilizzatori di quella parte
          non piccola dell’America meridionale ond’essi in varie maniere s’insignorirono.
          Civilizzatori per rispetto alla barbarie estrema de’ popoli di quella parte non soggetti
          alla loro dominazione, anche de’ confinanti, ed alla barbarie de’ popoli da lor
          soggettati, prima della soggezione. La civilizzazione operata dagl’Incas, o da essi
          diffusa, fu principalmente nelle provincie più vicine alla lor capitale; nell’altre tanto
          minore proporzionatamente quanto più lontane, men soggette, e più recentemente riunite al
          loro impero. Or gl’Inca adorarono unicamente o principalmente il sole; e così la lor
          capitale e le più antiche provincie del loro regno. Essi introdussero il culto del sole
          per tutto insieme col lor dominio. L’altre provincie lor soggette massime le più lontane,
          o le men soggette, o le più recentemente, e ne’ principii della lor soggezione tutte o
          quasi tutte, lo riunirono ai culti lor naturali, ch’erano d’idoli orribili a vedere, e de’
          quali avevano formidabili e odiosissime idee di figure d’animali feroci, o d’idee semplici
          di qualche essere spaventevole non rappresentato in niun modo. Le provincie non soggette
          agl’Inca non ebbero che questi o simili culti e mai non conobbero quello del sole. Quando
          gli Europei scoprirono il Perù e suoi contorni, dovunque trovarono alcuna parte o segno di
          civilizzazione e dirozzamento, quivi trovarono il culto del sole; dovunque il culto del
          sole, quivi i costumi men fieri e men duri che altrove; dovunque non trovarono il culto
          del sole, quivi (ed erano pur provincie, valli, ed anche borgate, confinanti non di rado
            <pb ed="aut" n="3834"/> o vicinissime alle sopraddette) una vasta, intiera ed orrenda e
          spietatissima barbarie ed immanità e fierezza di costumi e di vita. E generalmente i
          tempii del sole erano come il segno della civiltà, e i confini del culto del sole, i
          confini di essa ec. (5. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove che noi sogliamo cangiare l’<emph>i</emph> de’ participii latini in
          <emph>us</emph>, usitati o inusitati, nella lettera <emph>u</emph>. Che questa mutazione
            dell’<emph>i</emph> in <emph>u</emph> (mutazione propria della voce umana, come ho detto
          altrove in più d’un luogo) ci sia naturale segnatamente in questo caso, veggasi che noi
          diciamo <emph>concepito</emph> (regolare lat. ant. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >concepitus</foreign>), e <emph>conceputo</emph> (diciamo anche <emph>concetto</emph>,
          voce tolta dal latino dagli scrittori e dalla letteratura). Ma questo secondo è più
          italiano ed elegante. Così <emph>empiuto, compiuto, riempiuto</emph> ec. rispetto ad
            <emph>empìto, compìto</emph> (in alcuni sensi però non si potrebbe dir
          <emph>compiuto</emph> per <emph>compito</emph> ma questi sono anzi forestieri che no) ec.
          Così forse altri ec. Nótisi però che i grammatici distinguono <emph>empiere</emph> ec. ed
            <emph>empire</emph> (meno elegante) ec.; <emph>concepere</emph> e
          <emph>concepire</emph>; e ad <emph>empiere</emph> danno <emph>empiuto</emph> ec., a
            <emph>concepere conceputo</emph>; ad <emph>empire empìto</emph> ec. (5. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Rameau</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Anche tra noi <emph>ramoscello</emph> ec. molte volte è positivato, massime nel dir
              moderno.</p>
          </note>, <foreign lang="fre" rend="italic">Taureau</foreign>. (5. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii affatto aggettivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Acutus a um</foreign>.
          E v. Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">Acuo</foreign> sulla fine. (5. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi in <emph>uo</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">Tribuo</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">tribus us</foreign>; verbo della terza, siccome <pb ed="aut"
            n="3835"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">acuo</foreign> che forse è da <foreign lang="lat"
            rend="italic">acus us, statuo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">status
          us</foreign> ec. del che altrove. (5. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’esaltamento di forze proveniente da’ liquori o da’ cibi o da altro accidente (non
          morboso), se non cagiona<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Puoi vedere la p. 3842. seg.</p>
          </note>, come suole sovente, un torpore e una specie di assopimento letargico (come diceva
          il Re di Prussia), essendo un accrescimento di vita, accresce l’effetto essenziale di
          essa, ch’è il desiderio del piacere, perocchè coll’intensità della vita cresce quella
          dell’amor proprio, e l’amor proprio è desiderio della propria felicità, e la felicità è
            piacere<note resp="aut" n="c" place="foot">
            <p>V. p. 3905.</p>
          </note>. Quindi l’uomo in quello stato è oltre modo, e più ch’ei non suole, avido e
          famelico di sensazioni piacevoli, e inquieto per questo desiderio, e le cerca, e tende con
          più forza e più direttamente e immediatamente al vero fine della sua vita e del suo essere
          e di se stesso, e alla vera somma e sostanza ultima della felicità, ch’è il piacere, poco,
          o men del suo solito, curando le altre cose, che spesso son fini delle operazioni e
          desiderii umani, ma fini secondarii, benchè tuttogiorno si prendano per primarii e per
          felicità; perch’essi stessi tendono essenzialmente ad un altro fine, e tutti ad un fine
          medesimo, cioè a dire al piacere. In somma l’uomo è allora rispetto a se stesso ed al
          solito suo, quello che sono sempre i più forti rispetto agli altri, cioè più sitibondi
          della felicità, e più inquieti da’ desiderii, cioè dal desiderio della propria felicità, e
          più immediatamente e specialmente, e in modo più espresso, sensibile e manifesto sì agli
          altri che a se medesimi, avidi del piacere <pb ed="aut" n="3836"/> (al quale tutti tendono
          e sempre, ma i più forti più, e più immediatamente e chiaramente, o ciò più spesso e più
          ordinariamente degli altri), perocch’essi sono abitualmente più vivi degli altri.</p>
        <p>Similmente, come in generale i più forti per l’ordinario, così gl’individui in quel
          punto, sogliono essere (proporzionatamente alle loro rispettive abitudini e caratteri,
          età, circostanze morali, fisiche, esteriori, di fortuna, di condizione e grado sociale, di
          avvenimenti ec. costanti, temporarie, momentanee ec.) più del lor solito disposti alle
          grandi e generose azioni, agli atti eroici, al sacrifizio di se stessi, alla beneficenza,
          alla compassione (dico più disposti, e voglio dire la potenza, non l’atto, che ha bisogno
          dell’occasione e di circostanze, che mancando, come per lo più, fanno che l’uomo neppur si
          avveda in quel punto di tal sua disposizione e potenza, ed anche in tutta la sua vita non
          si accorga che in quei tali punti egli ebbe ed ha questa disposizione ec.); perocchè la
          sua vita in quel punto è maggiore, e quindi più potente l’amor proprio, e quindi questo è
          meno egoista, secondo le teorie altrove esposte. Lasciando le illusioni proprie e naturali
          di quello stato, proporzionatamente all’abitual condizione morale dell’individuo ec.</p>
        <p>E così troverassi che gli altri effetti che accompagnano o seguono la maggiore intensità
          della vita, la maggior forza corporale ec., avuta ragione de’ vari caratteri e circostanze
          morali e fisiche degl’individui ec. da me altrove considerati in più luoghi ec. hanno
          tutti luogo proporzionatamente nelle dette occasioni ec. (5. Novembre 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3837"/> Il giovane che al suo ingresso nella vita, si trova, per qualunque
          causa e circostanza ed in qual che sia modo, ributtato dal mondo, innanzi di aver deposta
          la tenerezza verso se stesso, propria di quell’età, e di aver fatto l’abito e il callo
          alle contrarietà, alle persecuzioni e malignità degli uomini, agli oltraggi, punture,
          smacchi, dispiaceri che si ricevono nell’uso della vita sociale, alle sventure, ai cattivi
          successi nella società e nella vita civile; il giovane, dico, che o da’ parenti, come
          spesso accade, o da que’ di fuori, si trova ributtato ed escluso dalla vita, e serrata la
          strada ai godimenti (di qualsivoglia sorta) o più che agli altri o al comune de’ giovani
          non suole accadere; o tanto che tali ostacoli vengano ad essere straordinari e ad avere
          maggior forza che non sogliono, a causa di una sua non ordinaria sensibilità,
          immaginazione, suscettibilità, delicatezza di spirito e d’indole, vita interna, e quindi
          straordinaria tenerezza verso se stesso, maggiore amor proprio, maggiore smania e bisogno
          di felicità e di godimento, maggior capacità e facilità di soffrire, maggior delicatezza
          sopra ogni offesa, ogni danno, ogn’ingiuria, ogni disprezzo, ogni puntura ed ogni lesione
          del suo amor proprio; un tal giovane trasporta e rivolge bene spesso tutto l’ardore e la
          morale e fisica forza o generale della sua età, o particolare della sua indole, o l’uno e
          l’altro insieme, tutta, dico, questa forza e questo ardore che lo spingevano verso la
          felicità, l’azione, la vita, ei la rivolge a proccurarsi l’infelicità, l’inattività, la
          morte morale. <pb ed="aut" n="3838"/> Egli diviene misantropo di se stesso e il suo
          maggior nemico, egli vuol soffrire, egli vi si ostina, i partiti più tristi, più acerbi
          verso se stesso, più dolorosi e più spaventevoli, e che prima di quella sua poca
          esperienza della vita egli avrebbe rigettati con orrore, divengono del suo gusto, ei li
          abbraccia con trasporto, dovendo scegliere uno stato, il più monotono, il più freddo, il
          più penoso per la noia che reca, il più difficile a sopportarsi perchè più lontano e men
          partecipe della vita, è quello ch’ei preferisce, ei vi si compiace tanto più quanto esso è
          più orribile per lui, egl’impiega tutta la forza del suo carattere e della sua età in
          abbracciarlo, e in sostenerlo, e in mantenere ed eseguire la sua risoluzione, e in
          continuarlo, e si compiace fra l’altre cose in particolare nell’impossibilitarsi a poter
          mai fare altrimenti, e nello abbracciar quei partiti che gli chiudano per sempre la strada
          di poter vivere, o soffrir meno, perchè con ciò ei viene a ridursi e a rappresentarsi come
          ridotto in uno estremo di sciagura, il che piace, come altrove ho detto, e se qualche cosa
          mancasse e potesse aggiungersi al suo male, ei non sarebbe contento ec. egl’impiega tutta
          la sua vita morale in abbracciare, sopportare e mantenere costantemente la sua morte
          morale, tutto il suo ardore in agghiacciarsi, tutta la sua inquietezza in sostenere la
          monotonia e l’uniformità della vita, tutta la sua costanza in scegliere di soffrire, voler
          soffrire, continuare a soffrire, tutta la sua gioventù in invecchiarsi l’animo, e vivere
          esteriormente da vecchio, ed abbracciare e seguir gl’istituti, le costumanze, i modi, le
          inclinazioni, il pensare, la vita de’ vecchi. Come tutto ciò è un effetto del suo ardore e
          della sua forza naturale, egli va molto al di là del necessario: se il mondo a causa di
          suoi difetti o morali o fisici, o di sue circostanze, gli nega tanto di godimento, egli se
          ne toglie il decuplo; se la necessità l’obbliga a soffrir tanto, egli elegge di soffrir
          dieci volte di più; se gli nega un bene ei se ne interdice uno assai maggiore; se gli
          contrasta qualche godimento, egli si priva di tutti, e rinunzia affatto al godere.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3839"/> Il giovane è in queste cose così costante, risoluto, forte,
          durevole, che gli educatori e quelli che han cura di lui, anche sommamente benevoli, assai
          spesso e il più delle volte, stimano tali risoluzioni e tali forme di vita essergli
          naturali, nascere dalle sue inclinazioni, esser conformi al suo vero carattere, al suo
          vero piacere, e però determinano di non distornelo, non impedirnelo, di confermarvelo, di
          secondarlo, e così fanno, anche talora senz’alcun proprio interesse per sola premura ed
          affezione verso di lui. E’ s’ingannano sommamente e in tali casi la lor poca cognizione
          del cuore umano e de’ suoi mirabilissimi accidenti, de’ fenomeni dell’amor proprio e delle
          sue sottilissime e sfuggevolissime operazioni e modi di agire, e stravagantissimi effetti
          e trasformazioni, nuoce grandemente a quei poveri giovani, i quali ben potrebbero ancora,
          ma non senza molta forza e molto artifizio, essere strappati a quelle dure risoluzioni,
          azioni e abitudini, e riconciliati con se stessi e con la vita, vero partito che si
          dovrebbe prendere in tali casi da un prudente e filosofo e pietoso curatore, e solo mezzo
          di svolgere il giovane da’ tristi partiti ch’egli ha abbracciati o è per abbracciare, e di
          sottrarlo dalla vera infelicità che glien’è per seguire, massime calmato il
          <emph>furore</emph> e intiepidito l’<emph>ardore</emph> dell’età, che sono appunto quelli
          che cagionano quella tal sua <emph>pazienza</emph> e che l’<emph>agghiacciano</emph>, e
          che lo sostengono e nutrono in quella gelata, sterile, ed arida vita ch’egli ha
          intrapreso, o nella risoluzione d’intraprenderla; ma poco potranno durare a sostentarlo, e
          consumati o diminuiti, egli sentirà tutta <pb ed="aut" n="3840"/> la pena del suo stato, e
          gli mancherà la virtù di soffrirlo, dopo impostasene la necessità. La qual virtù manca
          insieme colla compiacenza ch’ei prova in soffrire o in voler soffrire, la qual compiacenza
          non può essere perpetua, e il tempo e l’età, se non altro, l’estingue. Massime ch’egli non
          potrà esser consolato e reso indifferente verso le sue privazioni dal disinganno, non
          avendo mai provato quello di ch’ei si privò, e non essendosene privato per disinganno e
          per dispregio ch’e’ n’avesse, anzi al contrario per inganno, perch’ei ne faceva gran
          conto, perchè assaissimo gli costava il privarsene. Chè questa è la differenza da questa
          sorta di sacrifizi che or discorriamo, e quella più facile e più nota, (perchè proveniente
          da causa più manifesta e facile a comprendere e a vederne la connessione coll’effetto) e
          forse più ordinaria, o altrettanto, che nasce dal disinganno, dall’esperienza de’
          godimenti, dal disgusto della vita tutta felice com’ella può essere.</p>
        <p>Quindi accade che tali giovani i quali nella gioventù son vecchi per lor volontà, e più
          fortemente vecchi de’ vecchi medesimi, perchè la lor morale vecchiezza viene a nascere
          appunto dalla lor gioventù fisica, e dalla forza e ardore di questa e del loro carattere,
          nella maturità e nella vecchiezza (posto che abbiano effettuato quelle loro risoluzioni)
          sono moralmente giovani, e più giovani assai de’ giovani stessi che abbiano fatta un poco
          di esperienza, o che sieno di men fervida e sensitiva natura. Perchè questi sono in parte
          disingannati, o meno avidi e smaniosi del godimento. Quelli continuano e serbano tutto
          intero e fresco il loro inganno giovanile <pb ed="aut" n="3841"/> e le loro illusioni, e
          come frutta l’inverno, conservate nella cera, state sempre escluse dal contatto dell’aria,
          sotto la vecchiezza del corpo conservano quasi intatta ed intera la gioventù dell’anima
          (mantenuta lungi dall’influenza esteriore ec. nel ritiro ec.) già vera gioventù, perchè
          cessata la gioventù del corpo che li spingeva a soffrire, e ne li facea compiacere, e
          gliene dava il valore. Questi tali, bene attempati, sono smaniosi del godimento, avidi e
          sitibondi della felicità senza sperarla, ma ben persuasi, come da principio, ch’ella sia
          possibile e non difficile nè rara, hanno ripreso i desiderii proprii dell’uomo, e massime
          della gioventù, con tutto il loro ardore ec. Quindi e’ vivono e muoiono disperati e
          infelici, tanto più quanto e’ credono felici gli altri, e che la loro infelicità, il lor
          soffrire, il loro non godere, o il non aver mai goduto e sempre sofferto, sia provenuto da
          loro, e ch’essi avessero potuto altrimenti se avessero voluto; la quale opinione e il qual
          pentimento è la più amara parte che possa trovarsi in qualunque abituale o attuale
          infelicità o sventura o privazione ec. e il colmo dell’infelicità.</p>
        <p>Spettano a questo discorso e nascono dalle psicologiche cagioni e principii, e
          dagl’interni avvenimenti e circostanze sviluppate di sopra, gran parte delle monacazioni
          ec. di giovani, e lo sceglier di vivere in casa o in campagna, e i ritiri dalla società
          ec. fatti nel principio della gioventù, massime da persone vive e sensibili ec. e resi poi
          necessarii a continuarsi, per l’abitudine, per li rispetti umani, per l’imperizia, che ne
          segue, del conversare, per il timor <pb ed="aut" n="3842"/> panico dell’opinione, del
          ridicolo ec. che suole accompagnare lo straordinario, la novità, il cominciare, il mutar
          proposito e vita in tempo, in età non conveniente, non ordinaria al cominciare, o al nuovo
          proposito e vita per se medesima ec. ec. (5. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2779. marg. fine. Che <foreign lang="grc">βούλω</foreign> attivo esistesse una
          volta confermasi con argomento non solo di analogia, ma di fatto; cioè che <foreign
            lang="grc">βούλομαι</foreign> trovasi anche usato in senso passivo. Dunque s’egli è
          passivo, ei dovette nascere da un attivo, ed avere il suo attivo onde egli fosse il
          passivo. <bibl>Vedi <author>Creuzer</author>
            <title>Meletemata e disciplina antiquitatis</title>, par. 2. Lips. 1817. p. 55. fin.-56.
            init.</bibl> (6. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sempre che l’uomo pensa, ei desidera, perchè tanto quanto pensa ei si ama. Ed in ciascun
          momento, a proporzione che la sua facoltà di pensare è più libera ed intera e con minore
          impedimento, e che egli più pienamente ed intensamente la esercita, il suo desiderare è
          maggiore. Quindi in uno stato di assopimento, di letargo, di certe ebbrietà<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. la pag. 3835. seg. e 3846. fine-8.</p>
          </note>, nell’accesso e recesso del sonno, e in simili stati in cui la proporzione, la
          somma, la forza del pensare, l’esercizio del pensiero, la libertà e la facoltà attuale del
          pensare, è minore, più impedita, scarsa ec. l’uomo desidera meno vivamente a proporzione,
          il suo desiderio, la forza, la somma di questo, è minore; e perciò l’uomo è
          proporzionatamente meno infelice. Quanto si stende quell’azione della mente ch’è
          inseparabile dal sentimento della vita, e sempre proporzionata <pb ed="aut" n="3843"/> al
          grado di questo sentimento, tanto, e sempre proporzionato al di lei grado, si stende il
          desiderio dell’uomo e del vivente, e l’azione del desiderare. Ogni atto libero della
          mente, ogni pensiero che non sia indipendente dalla volontà, è in qualche modo un
          desiderio attuale, perchè tutti cotali atti e pensieri hanno un fine qualunque, il quale
          dall’uomo in quel punto è desiderato in proporzione dell’intensità ec. di quell’atto o
          pensiero, e tutti cotali fini spettano alla felicità che l’uomo e il vivente per sua
          natura sopra tutte le cose necessariamente desidera e non può non desiderare. (6. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Mamilla</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">mammilla</foreign> diminutiv di <foreign lang="lat"
            rend="italic">mamma</foreign> (<emph>mammella</emph> ec.). <foreign lang="lat"
            rend="italic">Papilla</foreign> diminutivo di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >papula</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">fabella</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">fabula</foreign> e simili, del che altrove<note resp="aut"
            n="a" place="foot">
            <p>V. la p. seg.</p>
          </note>; e diminutivo in <emph>illa</emph>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mammilla</foreign> che il Forc. chiama <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">diminut. a</hi>
            <hi rend="sc">mamma</hi>, <hi rend="italic">atq. idem saepe significans</hi>
          </foreign> (<foreign lang="lat">scil. idem ac <hi rend="italic">mamma</hi>
          </foreign>). (6. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Convexo as</foreign> vedilo nel Forcell. e applicalo a
          quello che ho detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic">convexus</foreign>
          derivandolo da <foreign lang="lat" rend="italic">veho</foreign>, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">vexare</foreign>, da cui è <foreign lang="lat" rend="italic"
          >convexare</foreign> che vale altrettanto ec. (6. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La differenza che fa Prisciano tra <foreign lang="lat" rend="italic">nectus</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">necatus</foreign> non sussiste. (<bibl>ap.
              <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Neco</foreign>
          </bibl>). Seppur ei non intende di farla ancora tra <foreign lang="lat" rend="italic"
            >necui</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">necavi</foreign>. Perocchè <foreign
            lang="lat" rend="italic">nectus</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >necui</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">necatus</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">necavi</foreign>, secondo il detto da me altrove della
          formazione <pb ed="aut" n="3844"/> de’ supini e participii passivi da’ perfetti. È anche
          certo che <foreign lang="lat" rend="italic">necui</foreign> onde <foreign lang="lat"
            rend="italic">nectus</foreign>, non è che corruzione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">necavi</foreign> onde <foreign lang="lat" rend="italic">necatus</foreign>,
          sì che <foreign lang="lat" rend="italic">nectus</foreign> viene a esser non altro che
          corruzione di <foreign lang="lat" rend="italic">necatus</foreign>. Questo è almeno quanto
          all’origine e alla ragione grammaticale. Che l’uso e il significato de’ due detti
          participii sia diverso si potrebbe credere a Prisciano quando e’ ne recasse esempii
          idonei, o quando quelli che noi abbiamo favorissero o non contraddicessero la sua
          distinzione. Ora, di <foreign lang="lat" rend="italic">nectus</foreign> non abbiamo esempi
          certi; ma <foreign lang="lat" rend="italic">necatus</foreign> in un luogo di Ovidio (<bibl>
            <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">necatus</foreign>
          </bibl>), detto delle api, non vuol certamente dire <emph>ucciso col ferro</emph>. E
            <bibl>v. nel <author>Forc.</author> gli esempi di <foreign lang="lat" rend="italic"
              >Enecatus</foreign> e di <foreign lang="lat" rend="italic">Enectus</foreign>
          </bibl>. Del resto par veramente nel cit. luogo del Forcell. cioè in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Neco</foreign>, che Prisciano faccia anche tra’ due (che in origine sono
          uno solo) perfetti di <foreign lang="lat" rend="italic">neco</foreign> la stessa
          distinzione di significato che tra’ due participii, i quali altresì per origine sono un
          solo, ma mediatamente, cioè in quanto vengono da perfetti che sono in origine uno stesso.
          (6. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A quello che altrove ho detto di <foreign lang="lat" rend="italic">asinus-asellus, fabula
            fabella, populus-popellus</foreign> ec. aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pagina-pagella, Poculum-pocillum, Papula-papilla, Geminus-gemellus, Tabula tabella,
            Femina-femella, Baculum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >us-bacillum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">us, Pulvinus-pulvillus</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Aggiungi ancora il detto a pag. 3875. dimostrante che moltissimi nomi lat. in
                <emph>ulus, culus</emph> ec. non sono diminutivi neppur p. origine e regola di
              formazione.</p>
          </note>. E nóta il nostro diminutivo positivato <emph>favella, favellare</emph> ec. (V. la
          pag. 3896.) de’ quali verbi altrove ad altro proposito. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Catulus-catellus. Anellus</foreign> (<emph>anello</emph> ec.) è diminutivo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">anulus</foreign> (il quale ancora è forse diminutivo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">annus</foreign>, ma di senso diverso dal suo positivo
          onde non ha che fare col nostro discorso de’ diminutivi positivati). Sicchè il nostro
            <emph>anello</emph> ec. (e <bibl>v. il <title>Gloss.</title>
          </bibl>) è un diminutivo positivato<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Veggasi la pag. 3901. capoverso 2.° e il luogo a cui esso capoverso si riferisce.</p>
          </note>. (7. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3845"/> Nomi in <emph>uosus</emph>. <bibl>V. <author>Forcell.</author> in
              <foreign lang="lat" rend="italic">fetuosus</foreign>
          </bibl>. (7. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3585. I quali testi, e per conseguenza questi due verbi, sono antichi, cioè l’uno
          di Catullo, l’altro di Paolo Diacono da Festo. Del rimanente <foreign lang="lat"
            rend="italic">assulito</foreign> è per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >assilito</foreign>, mutato l’<emph>i</emph> in <emph>u</emph>, per la grande affinità di
          queste due vocali, altrove considerata. La quale affinità non è fra l’<emph>a</emph> e
            l’<emph>u</emph>, nè in composizione nè altrove l’<emph>a</emph> (ch’io mi ricordi) si
          muta mai in <emph>u</emph>, nè viceversa. Sicchè <foreign lang="lat" rend="italic"
            >assulito</foreign> non può esser per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >assalito</foreign>, nè <foreign lang="lat" rend="italic">assulto, resulto</foreign> ec.
          per <foreign lang="lat" rend="italic">assalto, resalto</foreign> ec. ma per <foreign
            lang="lat" rend="italic">resilto, assilto</foreign> ec. E così tutti i composti di
            <foreign lang="lat" rend="italic">salto</foreign>, i quali tutti (ch’io sappia) fanno in
            <emph>ulto</emph> (fuorchè <foreign lang="lat" rend="italic">resilito</foreign>, che
          sarebbe da <foreign lang="lat" rend="italic">salito</foreign>). O che essi vengano a
          dirittura da <foreign lang="lat" rend="italic">salto</foreign>, nel qual caso
          l’<emph>a</emph> sarebbe stato cangiato in <emph>u</emph>, ma mediatamente, cioè prima in
            <emph>i</emph> (mutazione ordinaria nella composizione, come ho detto altrove in più
          luoghi, e come appunto l’<emph>a</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >salio</foreign>, ne’ suoi composti), poscia l’<emph>i</emph> in <emph>u</emph> (sicchè
          veramente non l’<emph>a</emph> ma l’<emph>i</emph> fu cambiato in <emph>u</emph>); o, quel
          ch’è più verisimile, essi vengono da’ participii o supini de’ rispettivi composti
          originali, cioè da <foreign lang="lat" rend="italic">assultum, resultum</foreign> ec. di
            <foreign lang="lat" rend="italic">assilio, resilio</foreign> ec. Così <foreign
            lang="lat" rend="italic">facul, difficul, facultas, difficultas</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">facilitas, difficilitas</foreign> ec. mutato l’<emph>i</emph>
          in <emph>u</emph>, e soppresso l’altro <emph>i</emph>. V. p. 3852. I quali participii o
          supini regolarmente sarebbero <foreign lang="lat" rend="italic">resilitum,
          assilitum</foreign> ec. (e lo dimostra appunto col fatto il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">resilito</foreign>), ma ebbero il primo <emph>i</emph> cambiato in
          <emph>u</emph>, come <foreign lang="lat" rend="italic">maximus maxumus</foreign> (e in
          tale stato, cioè da <foreign lang="lat" rend="italic">assulitum</foreign>, viene <foreign
            lang="lat" rend="italic">assulito</foreign>, e dimostra la nostra asserzione), e il
          secondo <emph>i</emph> soppresso, come nel semplice <foreign lang="lat" rend="italic"
            >salitum-saltum</foreign>: onde divennero <foreign lang="lat" rend="italic">assultum,
            resultum</foreign> ec. onde <foreign lang="lat" rend="italic">assultare</foreign>
          contratto d’<foreign lang="lat" rend="italic">assulitare</foreign>. Potrebbe anch’essere
          che i più antichi, prima di <pb ed="aut" n="3846"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">assilio</foreign> ec. pronunziassero <foreign lang="lat"
            rend="italic">assulio, resulio</foreign> ec., come forse <foreign lang="lat"
            rend="italic">maxumus</foreign> ec. ec. e più antica pronunzia o scrittura ec. che
            <foreign lang="lat" rend="italic">maximus</foreign>; e per conseguenza <foreign
            lang="lat" rend="italic">assulitum, resulitum</foreign> (che poi anche nella successiva
          lor contrazione conservarono la pronunzia e scrittura ec. dell’<emph>u</emph>) ec. In tal
          caso <foreign lang="lat" rend="italic">assulito</foreign> sarebbe la più antica forma de’
          composti di <foreign lang="lat" rend="italic">salto</foreign>, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">resilito</foreign> sarebbe più moderna, dal più moderno <foreign
            lang="lat" rend="italic">resilitum</foreign>. (7. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3281. La somma e la forza di questo pensiero si è che la compassionevolezza, la
          beneficenza, la sensibilità ec. da tutti (e in particolare da Rousseau) considerate come
          proprie generalmente de’ giovani (massime uomini), e l’insensibilità, la durezza ec.
          considerate come proprie de’ maturi, e più, de’ vecchi (massime donne)<note resp="aut"
            n="a" place="foot">
            <p>Vedi la pag. 3520-5.</p>
          </note>, non tanto derivano dall’innocenza, inesperienza e poca cognizione mondana degli
          uni, e dall’esperienza e scienza mondana, dal disinganno morale ec. degli altri, come
          ordinariamente si crede e si dice, quanto dalle altre cagioni sì fisiche sì morali
          accennate in questo discorso, o certo da esse ancora in gran parte, e forse
          principalmente; se non da ciascuna, posta per se sola al paragone della suddetta, che
          certo è grandissima, ed a cui spetta la differenza di virtù fra gli antichi e i moderni
          ec. almen dalla somma di esse. Infatti di un uomo e una donna egualmente giovani e
          inesperti e in parità d’ogni altra qualità e circostanza, quello, perchè più forte, ec. è
          naturalmente più dell’altra compassionevole, benefico ec. e più inclinato alla
          compassione, all’interessarsi per altrui ec. Così di due giovani, pari in ogni altra cosa
          e circostanza, il più forte è più portato a soccorrere altrui, a compatire, a ben fare ec.
          ec. (7. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sempre che il vivente si accorge dell’esistenza, e tanto più quanto ei più la sente, egli
          ama se stesso<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere p. 3835. seg. 3842. seg.</p>
          </note>, e sempre attualmente, <pb ed="aut" n="3847"/> cioè con una successione continuata
          e non interrotta di atti, tanto più vivi, quanto il detto sentimento è attualmente o
          abitualmente maggiore. Sempre e in ciascuno istante ch’egli ama attualmente se stesso,
          egli desidera la sua felicità, e la desidera attualmente, con una serie continua di atti
          di desiderio, o con un desiderio sempre presente, e non sol potenziale, ma posto sempre in
          atto, tanto più vivo, quanto ec. come sopra. Il vivente non può mai conseguire la sua
          felicità, perchè questa vorrebb’essere infinita, come s’è spiegato altrove, e tale ei la
          desidera; or tale in effetto ella non può essere. Dunque il vivente non ottiene mai e non
          può mai ottenere l’oggetto del suo desiderio. Sempre pertanto ch’ei desidera, egli è
          necessariamente infelice, perciò appunto ch’ei desidera inutilmente, esclusa anche ogni
          altra cagione d’infelicità; giacchè un desiderio non soddisfatto è uno stato penoso,
          dunque uno stato d’infelicità. E tanto più infelice quanto ei desidera più vivamente. Non
          v’è dunque pel vivente altra felicità possibile, e questa solamente negativa, cioè
          mancanza d’infelicità; non è, dico, possibile al vivente il mancare d’infelicità positiva
          altrimenti che non desiderando la sua felicità, nè per altro mezzo che quello di non
          bramar la felicità. Ma sempre ch’ei si ama, ei la desidera; e mentre ch’ei sente di
          esistere, non può, nè anche per un istante, cessare di amarsi; e più ch’ei sente di
          esistere, più si ama e più desidera. Il discorso dunque della felicità umana e di
          qualunque vivente si riduce per evidenza a questi termini, e a questa conclusione. Una
          specie di <pb ed="aut" n="3848"/> viventi rispetto all’altra o all’altre generalmente ec.,
          è tanto più felice, cioè tanto meno infelice, tanto più scarsa d’infelicità positiva,
          quanto meno dell’altra ella sente l’esistenza, cioè quanto men vive e più si accosta ai
          generi non animali. (Dunque la specie de’ polipi zoofiti ec. è la più felice delle
          viventi). Così un individuo rispetto all’altro o agli altri. (Dunque il più stupido degli
          uomini è di questi il più felice: e la nazion de’ Lapponi la più felice delle nazioni
          ec.). E un individuo rispetto a se stesso allora è più felice quando meno ei sente la sua
          vita e se stesso; dunque in una ebbrietà letargica, in uno alloppiamento, come quello de’
          turchi, debolezza non penosa, ec. negl’istanti che precedono il sonno o il risvegliarsi
          ec. Ed allora solo sì l’uomo, sì il vivente è e può essere pienamente felice, cioè
          pienamente non infelice e privo d’infelicità positiva, quando ei non sente in niun modo la
          vita, cioè nel sonno, letargo, svenimento totale, negl’istanti che precedono la morte,
          cioè la fine del suo esser di vivente ec. Ciò vuol dire quando ei non è capace neanche di
          felicità veruna, nè di piacere o bene veruno, assolutamente; quando ei vivendo, non vive;
          allora solo egli è pienamente felice. S’ei desidera la felicità, non può esser felice;
          meno ei la desidera, meno è infelice; nulla desiderandola, non è punto infelice. Quindi
          l’uomo e il vivente è anche tanto meno infelice, quanto egli è più distratto dal desiderio
          della felicità, mediante l’azione e l’occupazione esteriore o interiore, come ho spiegato
          altrove. O distrazione o letargo: ecco i soli mezzi di felicità che hanno e possono mai
          aver gli animali. (7. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3705. marg. Così <foreign lang="lat" rend="italic">sino is</foreign> fa nel
          perfetto <foreign lang="lat" rend="italic">sivi</foreign>. Ma <pb ed="aut" n="3849"/>
          notisi che il primo <emph>i</emph> quivi è breve, al contrario di quelle voci di cui or
          discorriamo, cioè de’ perfetti di <foreign lang="lat" rend="italic">cresco,
          suesco</foreign> ec. ed anche di <foreign lang="lat" rend="italic">sevi</foreign> e di
            <foreign lang="lat" rend="italic">crevi</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cerno. Sterno is stravi atum</foreign>. Quest’anomalia forse viene che <foreign
            lang="lat" rend="italic">sterno</foreign> è difettivo, e supplito coll’avanzo di un
          antico <foreign lang="lat" rend="italic">stro as</foreign> dall’inusitato <foreign
            lang="grc">στρώω</foreign>, onde <foreign lang="grc">στρώσω, ἔστρωσα</foreign> ec.
          Simile dico de’ composti <foreign lang="lat" rend="italic">prosterno, insterno</foreign>
          ec. Le lettere vocali che precedono il <emph>vi</emph> ne’ perfetti delle altre
          coniugazioni sono sempre per lor natura lunghe (eccetto forse alcune anomalie), dico
          quelle che lo precedono regolarmente, cioè l’<emph>a</emph> nella prima, l’<emph>e</emph>
          nella seconda, l’<emph>i</emph> nella quarta (perocchè p. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">fovi, cavi</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">foveo,
          caveo</foreign> sono contrazioni di <foreign lang="lat" rend="italic">fovevi,
          cavevi</foreign>, sicchè non regolarmente il <emph>vi</emph> è preceduto in <foreign
            lang="lat" rend="italic">fovi</foreign> dall’<emph>o</emph>, in <foreign lang="lat"
            rend="italic">cavi</foreign> dall’<emph>a</emph>: per altro l’<emph>a</emph> e
          l’<emph>o</emph> di queste e simili voci, sono altresì lunghi). Insomma la desinenza di
            <foreign lang="lat" rend="italic">sivi</foreign> non è veramente propria della 3. ma
          neanche di verun altra coniugazione. Al contrario di quella de’ perfetti de’ verbi in
            <emph>sco</emph>, i quali se sono in <emph>vi</emph>, la vocale che precede questa
          desinenza, è sempre (credo) lunga. Cosa affatto impropria della 3. e chiaro segno che tali
          perfetti sono propri di verbi d’altre coniugazioni. (8. Nov. 1823.). V. p. 3852.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Restito</foreign> (onde <foreign lang="lat"
            rend="italic">restitrix</foreign>) di cui v. Forcell. è notabile in quanto egli è
          continuativo o frequentativo di un verbo ch’esso medesimo in origine è continuativo,
          essendo composto del continuativo <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign>. Veggasi
          la p. 3298. (8. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi latini. <foreign lang="lat" rend="italic">Lax. Mors</foreign>, onde <foreign
            lang="lat" rend="italic">morior</foreign> ec. ec. idee ben primitive. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Ius</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic">iuro,
            iniuria</foreign> ec. ec. tutte idee primitive nella società. Or la lingua non
          antecedette la società. <foreign lang="lat" rend="italic">Fraus. Res</foreign>. (8. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Nuo</foreign> di cui altrove, oltre il suo continuativo
            <foreign lang="lat" rend="italic">nutare</foreign>, e i suoi composti, <foreign
            lang="lat" rend="italic">annuo, innuo, renuo, abnuo</foreign> ec. e loro continuativi
            <foreign lang="lat" rend="italic">adnuto</foreign>, <pb ed="aut" n="3850"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">renuto</foreign> ec., è dimostrato ancora sì dagli altri
          suoi derivati, sì dal verbale <foreign lang="lat" rend="italic">nutus us</foreign>, ch’è
          fatto dal supino di <foreign lang="lat" rend="italic">nuo</foreign>, secondo la regola
          altrove assegnata della formazione di tali verbali della 4. declinazione. Del resto, come
          da <foreign lang="grc">νεύω</foreign> si fece indubitatamente <foreign lang="lat"
            rend="italic">nuo</foreign>, così da <foreign lang="grc">γεύω</foreign> potè bene e
          verisimilmente e secondo l’analogia, farsi <foreign lang="lat" rend="italic"
          >guo</foreign>, di cui altrove. E viceversa <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nuo</foreign> da <foreign lang="grc">νεύω</foreign> come <foreign lang="lat"
            rend="italic">guo</foreign> da <foreign lang="grc">γεύω</foreign>. ec. (8. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3760. Similmente a <foreign lang="lat" rend="italic">guo</foreign> andato in
          disuso, fu preferito il suo continuativo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >gusto</foreign>, de’ quali verbi altrove. Similmente andò in disuso il verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">nuo</foreign>, restando il suo continuativo <foreign lang="lat"
            rend="italic">nuto</foreign> (e i derivati <foreign lang="lat" rend="italic">nutus,
            gustus us</foreign> ec. ne’ quali non avea luogo l’iato). Restarono ancora i suoi
          composti (vedi il pensiero precedente) perchè l’iato nei non monosillabi è men duro e
          appariscente che ne’ monosillabi<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>S’intendono qui p. monosillabi anche i formati di più d’una vocale contigue, e senza
              intermissione di consonante, secondo il detto altrove. Altrim. l’iato non potrebbe
              aver luogo ne’ monosillabi ec. ec.</p>
          </note>, giacchè se in questi v’è l’iato, essendo essi d’una sillaba sola, son tutti
          formati d’un iato, e son quasi un puro iato essi stessi. Infatti l’osservazione della p.
          3759. fine. — 3760. si verifica principalmente ne’ monosillabi, e di questi massimamente
          si deve intendere. Dove il tema monosillabo riceve un incremento restando l’iato, la voce
          benchè non più monosillaba, ha sempre men sillabe che la corrispondente ne’ verbi
          composti, e però l’iato in quella apparisce tuttavia ed offende maggiormente che in
          questa. Del resto essa talvolta, perito il tema, si è conservata, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">noitum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">noo,
          poitum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">poo</foreign> ec. bensì in queste e
          simili fu soppresso l’iato per contrazione, facendo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >notum, potum</foreign> ec. (8. Nov. 1823.). V. p. 3881.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3851"/> Alla p. 3758. marg. Se non si volesse che <foreign lang="lat"
            rend="italic">nubi-lis, labi-lis</foreign>, fossero come <foreign lang="lat"
            rend="italic">doci-lis faci-lis</foreign> ec. de’ quali verbali in <emph>lis</emph>,
          loro formazione ec. mi par che si possa discorrere come di quelli in <emph>bilis</emph>, e
          però trarne gli stessi argomenti ec. (10. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii passivi di verbi attivi o neutri, in senso attivo o neutro ec. Ho detto
          altrove dello spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">parida</foreign> participio sovente
          (o sempre; v. i Diz.) attivo intransitivo di senso. Simili ne abbiamo ancor noi parecchi,
          e molto elegantemente gli usiamo, in luogo de’ participii veramente attivi di forma, il
          cui uso è poco grato alla nostra lingua, non altrimenti che alla francese e spagnuola.
            <emph>Uomo considerato, avvertito, avvisato</emph> vagliono <emph>considerante,
            avvertente</emph> ec. cioè <emph>che considera</emph> ec. veri attivi di significato,
          benchè intransitivi. Simili credo che si trovino ancora nel francese e più nello spagnuolo
          che se ne servono parimente in luogo de’ participii di forma attiva poco accetti a esse
            lingue<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="spa" rend="italic">Avisado</foreign> p. prudente, accorto, è anche
              dello spagn. ma dubito che in ispagn. avisar abbia quel tal senso attivo analogo a
              questo di accorto ec., il quale egli ha tra noi. V. p. 3899.</p>
          </note>. La detta sorta di participii passivi attivati, fatti da’ verbi attivi ec. (ed
          infatti essi o sempre o per lo più, hanno ancora il proprio lor significato, cioè il
          passivo) è massimamente usata da’ nostri antichi del 300. e del 500. che ne hanno in molto
          più copia che noi oggidì non sogliamo usare o punto, o solo in senso passivo. La nostra
          lingua somigliava anche in questo alla spagnuola la quale mi pare che anche oggidì
          conservi quest’uso più <pb ed="aut" n="3852"/> frequente che non facciam noi, accostatici
          ora ai francesi, a’ quali esso è men frequente che agli altri, siccome esso pare
          singolarmente proprio della lingua spagnuola ec. ec. (10. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3845. marg. Non credo, come il Forcellini, che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >facultas, difficultas</foreign> venga da <foreign lang="lat" rend="italic">facul,
            difficul</foreign>; ma che sieno contrazioni di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >facilitas, difficilitas</foreign>, pronunziati <foreign lang="lat" rend="italic"
            >difficulitas, faculitas. Facul</foreign> ec. non sono che apocopi di <foreign
            lang="lat" rend="italic">facilis, facile</foreign> avverbio ec. (pronunziati <foreign
            lang="lat" rend="italic">faculis</foreign> ec.) dello stesso genere che <foreign
            lang="lat" rend="italic">volup</foreign> ec. (<bibl>v. <author>Frontone</author> e
              <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">famul</foreign>
          </bibl>, il quale non è già da <foreign lang="lat" rend="italic">famel</foreign> (<bibl>v.
              <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">familia</foreign>
          </bibl>) ma da <foreign lang="lat" rend="italic">famulus</foreign>.) (10. Nov. 1823.). E
          son le stesse voci identiche che sarebbero <emph>facil, difficil</emph>, mutata sol la
          pronunzia.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3636. marg. Forse però <foreign lang="fre" rend="italic">fourre</foreign> valeva
            <emph>fodera</emph>, e quindi <foreign lang="fre" rend="italic">fourreau</foreign>,
          quasi <emph>foderetta</emph>, per <emph>fodero</emph>, onde il diminutivo sarebbe d’un
          senso distinto dal positivo, e però non apparterrebbe al nostro discorso che considera i
          diminutivi usati in iscambio de’ positivi. (10. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="spa" rend="italic">Ladrillo</foreign> (diminutivo
            <foreign lang="spa" rend="italic">ladrillejo</foreign>) con tutti i suoi derivati da
            <foreign lang="lat" rend="italic">later</foreign>, quasi <foreign lang="lat"
            rend="italic">latericulus</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >laterculus</foreign>. E vedi appunto il Forc. circa l’uso positivato di <foreign
            lang="lat" rend="italic">laterculus</foreign>. (10. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Contracter</foreign> franc. per <emph>contrarre</emph>,
          come in contrario lo spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">traher</foreign> alle volte
          nel senso di <foreign lang="lat" rend="italic">tractare</foreign>, secondo che ho detto
          nel principio della teoria de’ continuativi. (10. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3849. Il vero perfetto di <foreign lang="lat" rend="italic">sino</foreign> è
            <foreign lang="lat" rend="italic">sini</foreign>. Questo infatti si trova ancora. Da
          questo, cred’io, per soppressione della <emph>n</emph> (della qual soppressione credo
          v’abbiano altri esempi)<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <bibl>V. p. e. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic"
                  >fruniscor</foreign> p. <foreign lang="lat" rend="italic">fruiscor</foreign>
              </bibl>, qualunque de’ due sia anteriore. E chi sa che prima non fosse <foreign
                lang="lat" rend="italic">sio</foreign>, interposta poscia la <emph>n</emph> p.
              evitare l’iato, come in greco nel fine delle voci, e come forse v’hanno altri es.<hi
                rend="apice">i</hi> in latino, e fra questi forse il predetto <foreign lang="lat"
                rend="italic">fruniscor</foreign>.</p>
          </note>, si fece <pb ed="aut" n="3853"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">sii</foreign> che ancor si trova eziandio, massime ne’
          composti (come <foreign lang="lat" rend="italic">desino is ii</foreign> ed <foreign
            lang="lat" rend="italic">ivi</foreign>). Da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sii</foreign> per evitar l’iato <foreign lang="lat" rend="italic">siFi</foreign>, cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">sivi</foreign>, come da <foreign lang="lat"
            rend="italic">audii audivi</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic">amai
          amavi</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic">docei docevi</foreign>. Questo mi è
          più probabile che il creder <foreign lang="lat" rend="italic">sii</foreign> posteriore a
            <foreign lang="lat" rend="italic">sivi</foreign>, come gli altri fanno, e come fanno
          eziandio circa i preteriti perfetti della 4. coniugazione. Il supino nasce, come altrove
          dico, dal perfetto. Quindi da <foreign lang="lat" rend="italic">sii</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">sivi</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >situm</foreign> (come da <foreign lang="lat" rend="italic">audii</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">audivi, auditum</foreign> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ama-vi ama-tum</foreign> ec.), in luogo del regolare <foreign lang="lat"
            rend="italic">sinitum</foreign>. Questo mi è più probabile che il creder <foreign
            lang="lat" rend="italic">situm</foreign> contrazione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">sinitum</foreign>, fatto o per soppressione assoluta della sillaba
            <emph>ni</emph>, contrazione, che sappia io, non latina o per soppressione della
          <emph>n</emph>, onde <foreign lang="lat" rend="italic">siitum</foreign>, come da <foreign
            lang="lat" rend="italic">sini sii</foreign>, poi contratto in <foreign lang="lat"
            rend="italic">situm</foreign>, nel qual caso l’<emph>i</emph> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">situm</foreign> parrebbe avesse ad esser lungo. (10. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3702. La considerazione da me altrove fatta che i supini vengono dai perfetti,
          facilmente spiega il perchè l’<emph>etum</emph>, propria e regolare desinenza della 2. sia
          stato per lo più cambiato in <emph>itum</emph>, soppresso poi sovente, e forse il più
          delle volte, l’<emph>i</emph>. La cagione si è che l’<emph>evi</emph> de’ perfetti di essa
          coniugazione fu cangiato in <emph>ui</emph>, e il come, si è benissimo dichiarato di
          sopra. Con ciò si dichiara facilissimamente e bene, il come l’<emph>etum</emph> de’ supini
          (che in molti di essi ancor trovasi) sia passato in <emph>itum</emph> ec. mutazione che
          senza ciò difficilmente si spiegarebbe, non solendo l’<emph>e</emph> passare in
          <emph>i</emph> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Docitum</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">docetum</foreign>, (<foreign lang="lat" rend="italic"
          >meritum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">mereo</foreign> e simili che ancor
          si trovano e sono anche per lo più gli unici supini superstiti de’ rispettivi verbi, o i
          più usitati ec.) onde <foreign lang="lat" rend="italic">doctum</foreign>, è da <foreign
            lang="lat" rend="italic">docui</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >docevi</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">domitum</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">domatum</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >domui</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">domavi</foreign>, nè <pb ed="aut"
            n="3854"/> più nè meno (v. la p. 3715-7. 3723. ec.). E chi vuol vedere la contrazione di
            <foreign lang="lat" rend="italic">doctum</foreign> anche ne’ supini della prima in
            <emph>itum</emph>, fatti dai perfetti in <emph>ui</emph>, come è <foreign lang="lat"
            rend="italic">doctum</foreign>, osservi <foreign lang="lat" rend="italic">sectum,
          nectum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">secui, necui, enecui</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">secare, necare</foreign> ec. Se il perfetto de’ verbi
          della 2. si conserva in <emph>evi</emph>, il supino che ne nasce è in <emph>etum</emph> e
          non altrimenti, come <foreign lang="lat" rend="italic">deleo es evi etum</foreign> Se il
          supino è in <emph>itum</emph> o contratto, mentre il preterito è in <emph>evi</emph>, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">abolitum</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">aboleo abolevi, adultum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adoleo evi</foreign> (comparato con <foreign lang="lat" rend="italic"
          >adolesco</foreign>: <foreign lang="lat" rend="italic">adolesco</foreign> ha
          <emph>evi</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">adoleo</foreign> ha <emph>ui</emph>),
          allora esso supino non nasce certo dal perfetto in <emph>evi</emph>, ma nasce ed è segno
          certo di un altro perfetto noto o ignoto, in <emph>ui</emph>. Infatti ne’ citati esempi,
          Prisciano riconosce ad <foreign lang="lat" rend="italic">aboleo</foreign> un <foreign
            lang="lat" rend="italic">abolui</foreign>, e bene: <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adolui</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">adoleo</foreign> è noto e
          usitato; è noto anche <foreign lang="lat" rend="italic">adolui</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">adolesco</foreign>, benchè rarissimo, dice il Forcell. V. p.
          3872.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Mi pare che queste osservazioni sieno mirabilmente utili a scoprire l’analogia, la
          ragione, le cause della lingua e grammatica latina, e delle sue apparenti anomalie ec. ec.
          e a stabilir regola e cagione dove gli altri non veggono che capriccio, varietà,
          disordine, arbitrio e caso ec. (10. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quello che noi chiamiamo <emph>spirito</emph> nei caratteri, nelle maniere, ne’ moti ed
          atti, nelle parole, ne’ motti, ne’ discorsi, nelle azioni, negli scritti e stili ec. ci
          piace, e ciò a tutti, perch’egli è vita, e desta sensazioni vive sotto qualche rispetto, o
          desta sensazioni qualunque, e molte, e spesse, il che è cosa viva, perchè il sentire lo è.
          Infatti lo <emph>spirito</emph> si chiama anche <emph>vivacità</emph> ec. o semplicemente,
          o <emph>vivacità di spirito</emph>, di carattere, stile, modi ec. ec. Il suo contrario in
          certo modo è morte, e non desta sensazioni, o poche, leggere, <pb ed="aut" n="3855"/> non
          rapide, non varie, non rapidamente succedentisi e variantisi, il che è cosa morta. Noi lo
          chiamiamo <emph>spirito</emph> perchè siamo soliti di considerar la vita come cosa
          immateriale, e appartenente a cose non materiali, e di chiamare spirito ciò ch’è vivo e
          vive e cagiona la vita ec.; e la materia siamo soliti di considerarla come cosa morta, e
          non viva per se, nè capace di vita ec. (10. Nov. ottava del dì de’ Morti. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tra le cagioni del mancar noi (e così gli spagnuoli) di lingua e letteratura moderna
          propria, si dee porre, e per prima di tutte, la nullità politica e militare in cui è
          caduta l’Italia non men che la Spagna dal 600 in poi, epoca appunto da cui incomincia la
          decadenza ed estinzione delle lingue e letterature proprie in Italia e in Ispagna. Questa
          nullità si può considerare e come una delle cagioni del detto effetto, e come la cagione
          assoluta di esso. Come una delle cagioni, perocchè se noi manchiamo oggi affatto di voci
          moderne proprie italiane e spagnuole, politiche e militari, ciò viene perchè gl’italiani e
          spagnuoli non hanno più, dal 600 in poi, nè affari politici propri, nè milizia propria.
          Fino dall’estinzione dell’imperio romano, l’Italia è stata serva, perchè divisa; ma sino a
          tutto il 500 la milizia italiana propria ha esistito, e le corti e repubbliche italiane
          hanno operato da se, benchè piccole e deboli. Il governo era in mano d’italiani, le
          dinastie erano italiane in assai maggior numero che poi non furono <pb ed="aut" n="3856"/>
          ed or non sono. Influiti e dominati da’ governi e dagli eserciti stranieri, i governi e
          gli eserciti italiani, chè tali essi erano ancora, agivano tuttavia essi medesimi, ed
          avevano affari. Essi erano che si davano agli stranieri, quando a questo, quando a quello,
          che li chiamavano, che gli scacciavano, o contribuivano a ciò fare, che si alleavano cogli
          stranieri, o contro di loro, con altri stranieri, o con altri italiani, contro altri
          italiani, o a favore. L’amicizia de’ governi italiani, ancorchè piccolissimi, delle stesse
          singolari città, era considerata e ricercata dagli stranieri, e la nemicizia temuta; e in
          qualunque modo i governi e le città italiane erano allora nemiche o amiche di questa o
          quella straniera potenza. Gl’italiani agivano per se presso o nelle corti straniere, e gli
          stranieri presso gl’italiani. V. p. 3887. Quindi è che noi avevamo allora a dovizia voci
          politiche e militari; più a dovizia ancora delle altre nazioni, perchè la politica e il
          militare, ridotti ad arte e scienza tra noi, non lo erano presso gli altri. Negli storici,
          negli scrittori tecnici di politica o di milizia, o d’altre materie appartenenti, e
          generalmente negli scrittori italiani avanti il seicento, non troverete mai difficoltà
          veruna di esprimersi in checchessia che spetti agli affari pubblici, economia pubblica,
          diplomatica, negoziazioni, politica, e a qualsivoglia parte dell’arte militare; mai
          povertà; e mai li vedrete ricorrere a voci straniere, o che possano pur sospettarsi tali:
          al contrario li vedrete franchissimi <pb ed="aut" n="3857"/> nell’espressione di tali
          materie, anzi ricchissimi e abbondantissimi, esattissimi, provvisti di termini per
          ciascuna cosa e parte di essa, ed anche di più termini per ciascuna, voci tutte
          italianissime e tanto italiane quanto or sono francesi quelle di cui i francesi e noi ed
          anche altri in tali materie si servono; e queste voci e questi termini ben si vede che non
          erano inventati da quegli scrittori, nè debbonsi al loro ingegno, ma all’uso della favella
          italiana d’allora, e che erano fra noi (come anche fuori non pochi) comunissimi,
          notissimi, e di significato ben certo e determinato. La più parte di questi, dal 600. in
          poi, perduti nell’uso del favellare, lo furono e lo sono conseguentemente nelle scritture,
          di modo che le stesse cose ancora, che noi a que’ tempi con parole italianissime, e con
          più parole eziandio, chiarissimamente e notissimamente esprimevamo, or non le sappiamo
          esprimere che con voci straniere affatto, o se queste ci mancano, e son troppo straniere
          per potersi introdurre, o non furono ancora introdotte, non possiamo esprimer quelle cose
          in verun modo. Moltissime di quelle voci, usandole, sarebbero intese fra noi anche oggidì
          nel lor proprio e perfetto senso, come allora, e non farebbero oscurità. Ma moltissime,
          sostituite alle straniere che or s’usano, riuscirebbero oscure, parte per la nuova
          assuefazione fatta a queste altre voci, parte perchè il loro senso non sarebbe più inteso
          così determinatamente come <pb ed="aut" n="3858"/> allora. E il simile dico di molte voci
          con cui potremmo esprimer cose per cui non abbiamo nemmen voci straniere, o che a questi
          pur manchino, o che tra noi non sieno state ancora introdotte. Moltissime voci militari,
          civili e politiche sì del nostro 300, sì dello stesso 500, benchè significative di cose or
          notissime e comunissime, son tali che noi ora, leggendole negli antichi, o non le
          intendiamo, o non senza studio, o non avvertiamo, almen senza molta acutezza e attenzione,
          o imperfettamente la loro corrispondenza con quelle che oggi ne’ medesimi casi comunemente
          usiamo. Altresì ci accade non di rado tale incertezza nelle voci significative di cose, or
          non più comuni, e spesso in queste ci accade più che nell’altre. Ecco come, mancati gli
          affari politici e la milizia in Italia, la nostra nazione non ha nè può avere, nè ebbe dal
          600 in poi, lingua moderna propria per significar le cose politiche e militari, non
          ch’ella mai non l’abbia avuta, anzi l’ebbe, ma l’ha perduta, o non l’ha se non antica. E
          nello stesso modo proporzionatamente e ragguagliatamente discorrasi della Spagna.</p>
        <p>Come cagione assoluta, la nullità politica e militare degl’italiani e spagnuoli ha
          prodotto il mancar essi di lingua e letteratura moderna dal 600 in qua, ed il mancarne
          oggi. Essa nullità è cagione che l’Italia e la Spagna abbiano perduto d’allora in poi il
          loro essere di nazione. Quindi essa è cagione che l’Italia e la Spagna non abbiano, e
          d’allora in qua, nè letteratura moderna, nè filosofia ec. Esse non hanno <pb ed="aut"
            n="3859"/> lingua moderna propria, perchè mancano di propria letteratura e filosofia
          moderna; ma di queste perchè ne mancano? perchè non sono più nazioni; e nol sono, perchè
          senza politica e senza milizia, non influiscono più nè sulla sorte degli altri, nè sulla
          lor propria, non governano nè si governano, e la loro esistenza o il lor modo di essere è
          indifferente al resto d’Europa. Quanto al non influir sugli altri nè aver parte agli
          affari comuni d’Europa, è manifesto. Quanto al non influir sopra se stessi nè governarsi,
          gl’italiani o soggiacciono a un principe e ad un governo decisamente straniero, o
          italianizzato il principe ma non il governo, o se il governo e il principe sono italiani,
          come in Ispagna spagnuoli, lasciando star la continua influenza straniera che li
          determina, modifica, volge a piacer suo, e che agisce insomma essa per mano italiana, sì
          in Italia che in Ispagna la forma del governo è tale che la nazione non v’ha alcuna parte,
          gli affari sono in man di pochissimi e separatissimi dal resto de’ nazionali, tutto si
          passa senza pur venire a notizia della nazione, sicchè la politica è affatto ignota ed
          aliena alla nazione medesima, i suoi affari sono per essa come gli altrui, ed oltre di ciò
          la libertà di ciascheduno massime privato, cioè de’ più e del vero corpo della nazione, è
          così circoscritta che ciascheduno è ben poco in grado di determinar la sua sorte, e di
          governarsi, ma quanto più si può è governato veramente da altrui, e ciò non dalla nazione,
          non dal comune, non ciascuno da tutti, ma tutti da uno o <pb ed="aut" n="3860"/> da
          pochissimi particolari, e il pubblico, per così dir, da’ privati. Quanto alla milizia,
          ognun sa che l’Italia e la Spagna dal 600 ne mancano.</p>
        <p>Questa politica condizione dell’Italia e della Spagna ha prodotto e produce i soliti e
          immancabili effetti. Morte e privazione di letteratura, d’industria, di società, di arti,
          di genio, di coltura, di grandi ingegni, di facoltà inventiva, d’originalità, di passioni
          grandi, vive, utili o belle e splendide, d’ogni vantaggio sociale, di grandi fatti e
          quindi di grandi scritti, inazione, torpore così nella vita privata e rispetto al privato,
          come rispetto al pubblico, e come il pubblico è nullo rispetto alle altre nazioni. Questi
          effetti nati subito, sono andati dal 600 in poi sempre crescendo sì in Italia che in
          Ispagna, ed oggi sono al lor colmo in ambo i paesi, benchè le cagioni assegnatene, forse
          non sieno maggiori oggi che nel principio, anzi forse al contrario (sebbene però la
          placidezza del dispotismo, propria dell’ultimo secolo, e quindi la blandizia di esso, n’è
          anzi la perfezione, la sommità e il massimo grado, che un grado minore). Questo è avvenuto
          perchè niente in natura si fa per salto, e perchè un vivente colpito dalla morte, si
          raffredda appoco appoco, ed è più caldo assai a pochi momenti dalla morte che un pezzo
          dopo. Nel 600, ed anche nel 700, l’Italia già uccisa, palpitava e fumava ancora. Così
          discorrasi della Spagna. Or l’una e l’altra sono immobili e gelate, e nel pieno dominio
          della morte.</p>
        <p>Egli è costante, ed io in molti luoghi l’ho sostenuto, <pb ed="aut" n="3861"/> che
          crescendo le cose, la lingua sempre si accresce e vegeta. Ma appunto per la stessa
          ragione, arrestandosi e mancando la vita, si ferma e impoverisce e quasi muore la lingua,
          com’è avvenuto infatti dal 600 in qua agli spagnuoli ed a noi, le cui lingue di
          ricchissime e potentissime che furono, si sono andate e si vanno di mano in mano
          continuatamente scemando, restringendo e impoverendo, e sempre più s’impoveriscono e
          perdono il loro esser proprio, e le ricchezze lor convenienti, cioè le proprie, perchè le
          altrui ch’esse acquistano, molto incapaci d’altronde di compensare le loro perdite, non
          sono di un genere che si convenga alla natura loro. Veramente le dette lingue vanno
          morendo. Perchè in fatti la Spagna e l’Italia, dal 600 in qua, e negli ultimi tempi
          massimamente, non ebbero e non hanno più vita, non solo nazionale, ch’elle già non sono
          nazioni, ma neanche privata. Senz’attività, senza industria, senza spirito di letteratura,
          d’arti ec. senza spirito nè uso di società, la vita degli spagnuoli e degl’italiani si
          riduce a una <foreign lang="fre" rend="italic">routine</foreign> d’inazione, d’ozio,
          d’usanze vecchie e stabilite, di spettacoli e feste regolate dal Calendario, di abitudini
          ec. Mai niuna novità fra loro nè nel pubblico nè nel privato, di sorta nessuna che
          dimostri in alcun modo la vita. Tutto quello ch’e’ possono fare si è di ricevere in
          elemosina un poco di novità sia di cose, sia di costumi, sia di pensieri, e quasi un fiato
          di falsa ed aliena vita, dagli stranieri. Questi sono che ci muovono <pb ed="aut" n="3862"
          /> quel pochissimo che noi siamo mossi. Se noi non siamo ancora dopo un sì rapido corso
          del resto d’Europa allo stato e grado in cui era la civiltà umana due o tre secoli
          addietro, (e gli spagnuoli vi sono quasi ancora, e noi siam pure addietro delle altre
          nazioni), son gli stranieri soli che ci hanno portati avanti. Noi non abbiam fatto un
          passo nella carriera, nè abbiamo nulla contribuito all’avanzamento degli altri, come gli
          altri hanno fatto ciascuno per la sua parte. Noi non abbiam camminato, noi siamo stati
          trasportati e spinti. Noi siamo e fummo affatto passivi. Quindi è ben naturale che noi
          siam passivi nella lingua eziandio, la quale segue sempre e corrisponde perfettamente alle
          cose. Noi abbiam pochissima conversazione, ma questa pochissima è straniera; conversazione
          italiana non esiste; quindi è ben naturale che la conversazione d’Italia non sia fatta in
          lingua italiana, e tutto ciò che ad essa appartiene, e questo è moltissimo, e di generi
          assai moltiplice, e coerente con molte parti della vita, costumi, letteratura ec. sia
          espresso in voci straniere, e non abbia in italiano parole nè modi che lo significhino.
          Noi non possiamo avere lingua propria moderna perchè oggi non viviamo in noi, ma quanto
          viviamo è in altri, e per altrui mezzo, e di vita altrui, ed anima e spirito e fuoco non
          nostro. Poichè la vita ci vien d’altronde, è ben naturale che di fuori e non altrimenti,
          ci venga la lingua che in questa vita usiamo. E così dico della letteratura. E quel che
          dico dell’Italia, dico <pb ed="aut" n="3863"/> altresì della Spagna, la quale però, dal
          600 in poi (come anche al suo buon tempo), vive e ha vissuto men dell’Italia, non per
          altro se non perchè meno communicando cogli stranieri, men vita ha ricevuto di fuori, non
          che per se stessa ell’abbia avuto molto men vita di noi, e forse anche per suo carattere è
          meno atta a tal comunione, e a ricevere la vita altrui. E quindi la sua lingua e
          letteratura, isterilendosi, decrescendo, scemando, perdendo e riducendosi a nulla quanto
          la nostra ha fatto, si è forse contuttociò meno imbarbarita ec. della nostra: che non so
          se si debba contare per maggior male o bene ec. (10-11. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A quello che altrove ho detto del latino diminutivo positivato <foreign lang="lat"
            rend="italic">sella</foreign>, aggiungi il francese <foreign lang="fre" rend="italic"
            >selle</foreign>, col suo diminutivo <foreign lang="fre" rend="italic"
          >sellette</foreign>, ec. e v. gli spagnuoli ec. (11. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Accade nelle lingue come nella vita e ne’ costumi; e nel parlare come nell’operare, e
          trattare con gli uomini (e questa non è similitudine, ma conseguenza). Nei tempi e nelle
          nazioni dove la singolarità dell’operare, de’ costumi ec. non è tollerata, è ridicola ec.
          lo è similmente anche quella del favellare. E a proporzione che la diversità
          dall’ordinario, maggiore o minore, si tollera o piace, ovvero non piace, non si tollera, è
          ridicola ec. più o meno; maggiore o minore o niuna diversità piace, dispiace, si tollera o
          non si tollera nel favellare. Lasceremo ora il comparare a questo proposito le lingue
          antiche colle moderne, e il considerare come corrispondentemente <pb ed="aut" n="3864"/>
          alla diversa natura dello stato e costume delle nazioni antiche e moderne, e dello spirito
          e società umana antica e moderna, tutte le lingue antiche sieno o fossero più ardite delle
          moderne, e sia proprio delle lingue antiche l’ardire, e quindi esse sieno molto più delle
          moderne, per lor natura, atte alla poesia; perocchè tra gli antichi, dove e quando più,
          dove e quando meno, <foreign lang="grc">ηὐδοκίμει</foreign> la singolarità dell’opere,
          delle maniere, de’ costumi, de’ caratteri, degl’istituti delle persone, e quindi eziandio
          quella del lor favellare e scrivere. La nazion francese, che di tutte l’altre sì antiche
          sì moderne, è quella che meno approva, ammette e comporta, anzi che più riprende ed odia e
          rigetta e vieta, non pur la singolarità, ma la nonconformità dell’operare e del conversare
          nella vita civile, de’ caratteri delle persone ec.; la nazion francese, dico, lasciando le
          altre cose a ciò appartenenti, della sua lingua e del suo stile; manca affatto di lingua
          poetica, e non può per sua natura averne, perocchè ella deve naturalmente inimicare e
          odiare, ed odia infatti, come la singolarità delle azioni ec. così la singolarità del
          favellare e scrivere. Ora il parlar poetico è per sua natura diverso dal parlare
          ordinario. Dunque esso ripugna per sua natura alla natura della società e della nazione
          francese. E di fatti la lingua francese è incapace, non solo di quel peregrino che nasce
          dall’uso di voci, modi, significati tratti da altre lingue, <pb ed="aut" n="3865"/> o
          dalla sua medesima antichità, anche pochissimo remota, ma eziandio di quel peregrino e
          quindi di quella eleganza che nasce dall’uso non delle voci e frasi sue moderne e comuni,
          cioè di metafore non trite, di figure, sia di sentenza, sia massimamente di dizione, di
          ardiri di ogni sorta, anche di quelli che non pur nelle lingue antiche, ma in altre
          moderne, come p. e. nell’italiana, sarebbero rispettivamente de’ più leggeri, de’ più
          comuni, e talvolta neppure ardiri. Questa incapacità si attribuisce alla lingua; ella in
          verità è della lingua, ma è ancora della nazione, e non per altro è in quella, se non
          perch’ella è in questa. Al contrario la nazion tedesca, che da una parte per la sua
          divisione e costituzion politica, dall’altra pel carattere naturale de’ suoi individui,
          pe’ lor costumi, usi ec. per lo stato presente della lor civiltà, che siccome assai
          recente, non è in generale così avanzata come in altri luoghi, e finalmente per la
          rigidità del clima che le rende naturalmente propria la vita casalinga, e l’abitudine di
          questa, è forse di tutte le moderne nazioni civili la meno atta e abituata alla società
          personale ed effettiva; sopportando perciò facilmente ed anche approvando e celebrando,
          non pur la difformità, ma la singolarità delle azioni, costumi, caratteri, modi ec. delle
          persone (la qual singolarità appo loro non ha pochi nè leggeri esempi di fatto, anche in
          città e corpi interi, come in quello de’ fratelli moravi, e in altri molti istituti ec.
          ec. tedeschi, che per verità non hanno <pb ed="aut" n="3866"/> punto del moderno, e
          parrebbero impossibili a’ tempi nostri, ed impropri affatto di essi), sopporta ancora, ed
          ammette e loda ec. una grandissima singolarità d’ogni genere nel parlare e nello scrivere,
          ed ha la lingua, non pur nel verso, ma nella prosa, più ardita per sua natura di tutte le
          moderne colte, e pari in questo eziandio alla più ardita delle antiche. La qual lingua
          tedesca per conseguenza è poetichissima e capace e ricca d’ogni varietà ec. (11. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il pellegrino e l’elegante che nasce dall’introdurre nelle nostre lingue voci, modi, e
          significati tolti dal latino, è quasi della stessa natura ed effetto con quello che nasce
          dall’uso delle nostre proprie voci, modi e significati antichi, o passati dall’uso
          quotidiano, volgare, parlato ec. Perocchè siccome queste, così quelle (e talor più delle
          seconde, che siccome erano, così conservano talvolta del barbaro della loro origine o
          dell’incolto di que’ tempi che le usarono ec.) hanno sempre (quando sieno convenientemente
          scelte, ed atte alle lingue ove si vogliono introdurre) del proprio e del nazionale,
          quando anche non sieno mai per l’addietro state parlate nè scritte in quella tal lingua. E
          ciò è ben naturale, perocch’esse son proprie di una lingua da cui le nostre sono nate ed
          uscite, e del cui sangue e delle cui ossa queste sono formate. Onde queste tali voci ec.
          spettano in certo modo all’antichità delle nostre lingue, e riescono in queste quasi come
          lor proprie voci antiche. Sicchè non è senza ragione verissima, se biasimando l’uso o
          introduzione di voci ec. tolte dall’altre lingue, sieno antiche sieno moderne, (eccetto le
          voci ec. già naturalizzate) lodiamo quella delle voci ec. latine. Perocchè quelle a
          differenza di queste, sono come di sangue, così di aspetto e di effetto straniero, e
          diverso <pb ed="aut" n="3867"/> da quello delle altre nostre voci, e delle nostre lingue
          in genere, e del loro carattere ec. La novità tolta prudentemente dal latino, benchè
          novità assolutissima in fatto, è per le nostre lingue piuttosto restituzione
          dell’antichità che novità, piuttosto peregrino che nuovo; e veramente (anche quando non
          sia troppo prudente nè lodevole) ha più dell’arcaismo che del neologismo. Al contrario
          dell’altre novità, e degli altri stranierismi ec. E per queste ragioni, oltre l’altre, è
          ancor ragionevole e consentaneo che la lingua francese sia, com’è, infinitamente men
          disposta ad arricchirsi di novità tolta dal latino, che nol son le lingue sorelle.
          Perocchè essa lingua è molto più di queste sformata e diversificata dalla sua origine,
          degenerata, allontanata ec. Onde quel latinismo che a noi sarebbe convenientissimo e
          facilissimo perchè consanguineo e materno ec. alla lingua francese, tanto mutata dalla sua
          madre, riescirebbe affatto alieno e straniero e non materno ec. Meglio infatti
          generalmente riesce e fa prova e si adatta e s’immedesima e par naturale nella lingua
          francese la novità tolta dall’inglese e dal tedesco (che agl’italiani e spagnuoli sarebbe
          insopportabile e barbara) che quella dal latino. Questo può vedersi in certo modo anche
          ne’ cognomi e nomi propri inglesi, tedeschi, ec. che si nominino nel francese. Paiono
          sovente e gran parte di loro molto men forestieri che tra noi, e men diversi ed alieni da’
          nazionali.</p>
        <p>Quello ch’io dico della novità tolta dal latino, si può anche dire intorno a quella tolta
          dalle lingue sorelle, la quale pure noi difendiamo, condannando gli altri stranierismi. Ma
          bisogna però in questo particolare far distinzione tra quello ch’è proprio delle lingue
          sorelle <pb ed="aut" n="3868"/> in quanto sorelle, e quello ch’è proprio loro in quanto
          lingue diverse dalla nostra; quello che conviene al carattere generale della famiglia, e
          quello che al carattere dell’individuo; quello che spetta in certo modo a tutta la
          famiglia, e che solo per caso si trova esser proprietà e possessione di un solo individuo
          di essa e non d’altri, o di alcuni sì, d’altro no, e quello che ec.; quello che spetta a
          quella tal lingua, in quanto ella si confa colla nostra, come che sia, e quello che le
          appartiene in quanto ella dalla nostra si diversifica; ec. ec. Quello è atto alla nostra
          lingua, qual ch’esso si sia per origine e per qualunque cosa, e può presso noi parere un
          arcaismo, ed avere un peregrino non diverso da quello de’ nostri effettivi arcaismi, e
          servire all’eleganza ec.; questo no, e non parrà che un neologismo ec. e un barbarismo,
          come se fosse tolto dalle lingue affatto straniere ec. La novità tolta dalle lingue
          sorelle dev’esser tale che per l’effetto riesca quasi un arcaismo, cioè il pellegrino e
          l’elegante che ne risulta somigli a quello che nasce dall’uso conveniente dell’arcaismo
          moderato ec. (11. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3717. marg. V. il Forc. sì ne’ composti di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sono</foreign>, e sì in <foreign lang="lat" rend="italic">sono as</foreign> fine, dalle
          cose dette nel qual luogo, e in <foreign lang="lat" rend="italic">Tono as ui</foreign>
          fine, e in <foreign lang="lat" rend="italic">Crepo as</foreign> fine ec. si potrebbe forse
          dubitare che la cagione dell’anomalia di cui discorriamo in tali verbi della prima, non
          sia quella che noi supponiamo, ma un’altra, ch’io però, generalmente almeno, non
            credo<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Detonat uit. Intono avi</foreign> ed <emph>ui</emph>
              ec.</p>
          </note>. E certo quest’anomalia non è in pochi della prima, e nella più parte di questi,
          non si trova vestigio alcuno di terza coniugazione se non nel perfetto ec. e supino. E la
          desinenza in <emph>ui</emph> trovasi veramente in molti verbi della 3.<hi rend="apice"
          >a</hi>. <pb ed="aut" n="3869"/> (p. 3707.) ma ella è anche in essi anomala, e bisognosa
          essa stessa che se ne renda ragione e se ne assegni l’origine. E chi sa che anzi per lo
          contrario tali verbi della terza non abbiano ricevuto tali perfetti dalla prima o dalla
            2.<hi rend="apice">da</hi> cioè si coniugasse una volta p. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">coleo es</foreign>, in vece o non meno che <foreign lang="lat"
            rend="italic">colo is</foreign>, e di quello sia il perfetto <foreign lang="lat"
            rend="italic">colui</foreign>: in luogo di dire che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sonui</foreign> sia di <foreign lang="lat" rend="italic">sono is, crepui</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">crepitum</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">crepo is</foreign> ec. Il qual <foreign lang="lat" rend="italic">crepo
          is</foreign> dev’essere stato supposto da quel grammatico del Forcell. per non essersi
          ricordato di tanti altri verbi della 1. che fanno in <emph>ui itum</emph>, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">crepo as</foreign>
          <note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Vedi la pag. 3871.</p>
          </note>. (12. Nov. 1823.). <foreign lang="lat" rend="italic">Lacesso is, ivi</foreign> ed
            <foreign lang="lat" rend="italic">ii, itum, ere</foreign>. Senza dubbio il perfetto e
          supino di <foreign lang="lat" rend="italic">lacessere</foreign> non è suo, ma in origine è
          di un <foreign lang="lat" rend="italic">lacessio</foreign> della quarta. Infatti si ha
            <foreign lang="lat" rend="italic">lacessiri</foreign>. <bibl>V. <author>Forc.</author>
            in <foreign lang="lat" rend="italic">lacesso</foreign> princ.</bibl> Così dite di
            <foreign lang="lat" rend="italic">peto is, ivi</foreign> ed <foreign lang="lat"
            rend="italic">ii, itum</foreign>, e s’altri simili ve n’ha. V. p. 3900.</p>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic">tosare, tonsito</foreign> ec.
          aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic">detonso as</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">detondeo</foreign>. (12. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3710. I verbi incoativi si formano da’ supini regolari e primitivi, usitati o
          inusitati, de’ verbi positivi noti o ignoti, cioè da’ supini in <emph>atum</emph> della
          prima, <emph>etum</emph> della 2. <emph>itum</emph> della 3. ed <emph>itum</emph> della
          quarta; mutato il <emph>tum</emph> in <emph>sco</emph>. Quindi dalla prima gl’incoativi
          fanno in <emph>asco</emph>, dalla 2. in <emph>esco</emph>, dalla 3. e 4. in
          <emph>isco</emph>. Queste sono desinenze caratteristiche e dimostrative della
          congiugazione del verbo positivo ond’essi incoativi sono formati. E attendendo a queste,
          non si può sbagliare la coniugazione del rispettivo verbo positivo (se ciò non è tra la 3.
          e la 4. onde viene una sola desinenza, cioè in <emph>isco</emph>)<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>V. p. 3900.</p>
          </note>. E noto il verbo positivo, non si può dubitar della desinenza dell’incoativo. Da’
          supini in <emph>tum</emph> irregolari o contratti ec. e dagli altri irregolari supini in
            <emph>sum</emph>, in <emph>xum</emph> ec. ec. non mi sovviene che si faccia alcuno
          incoativo. Del rimanente attendendo a questa osservazione, gl’incoativi, non meno che <pb
            ed="aut" n="3870"/> i continuativi, e le altre specie di verbi o voci qualunque
          derivanti da’ supini, debbono servire a conoscere i veri supini regolari de’ verbi sì in
          generale sì ne’ casi particolari, e nell’uno e nell’altro modo appoggiano le mie
          asserzioni circa le vere primitive forme d’essi supini ec. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Callisco</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">calleo</foreign> è
          detto, come il Forc. osserva <foreign lang="grc">ἀρχαϊκῶς</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">callesco</foreign>. Tali varietà di pronunzia ec. non debbono
          intendersi ostare alla regola da me proposta circa la formazione degl’incoativi.
          Fors’anche si potrebbe dire che <foreign lang="lat" rend="italic">callisco</foreign>
          venisse dal non regolare e secondario supino <foreign lang="lat" rend="italic"
          >callitum</foreign> (inusitato) per <foreign lang="lat" rend="italic">calletum</foreign>
          (inusitato). Dubito infatti che da’ supini in <emph>itum</emph> della prima e 2.<hi
            rend="apice">da</hi> benchè non regolari o non primitivi ec. pur si faccia qualche
          incoativo, sebbene niun esempio me ne soccorre, se non fosse il sopraddetto.</p>
        <p>Del resto la detta regola porta questo corollario, che non solo gl’incoativi dimostrano i
          verbi positivi ancorchè ignoti, cosa confermata da me con tante altre prove, ma ne
          dimostrano eziandio la coniugazione. E che se v’ha un verbo positivo il cui supino
          regolare e primitivo non sia capace di produrre un incoativo colla desinenza che si trova
          in quello ch’esiste, questo incoativo (eccetto le differenze di pronunzia o qualche
          irregolarità come sopra) dimostra un altro verbo positivo diverso da quello che
          generalmente forse sarà creduto essere il suo originale, o una diversa forma di questo
          verbo. Per es. <foreign lang="lat" rend="italic">fluesco</foreign> parrà venir da <foreign
            lang="lat" rend="italic">fluo</foreign>. Ma la desinenza in <emph>esco</emph> e non in
            <emph>isco</emph> (se già non fosse una variazione <pb ed="aut" n="3871"/> di pronunzia
          al contrario di <foreign lang="lat" rend="italic">callisco</foreign> ch’è per <foreign
            lang="lat" rend="italic">callesco</foreign>, variazione che potrebbe anche avere avuto
          luogo in <foreign lang="lat" rend="italic">vivesco</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">vivisco</foreign>; ovvero un error di codici, come è creduto da alcuni
          quello di scriver <foreign lang="lat" rend="italic">vivesco</foreign>) dimostra un
            <foreign lang="lat" rend="italic">flueo-etum</foreign>, cioè un verbo diverso da fluo
          d’altro significato ec. ovvero un’altra forma dello stesso <foreign lang="lat"
            rend="italic">fluo</foreign>, al qual proposito v. la pag. 3868-9. E vedila ancora per
            <foreign lang="lat" rend="italic">tonesco</foreign>, se questo non è errore o varietà di
          pronunzia per <foreign lang="lat" rend="italic">tonisco</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">tonitum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">tono is</foreign> o
          di <foreign lang="lat" rend="italic">tono as ui</foreign>. Io dico che i verbi in
            <emph>sco</emph> regolarmente debbono avere, ed anticamente ebbero, il supino in
            <emph>itum</emph>, e il perfetto in <emph>sci</emph>. Che regolarmente non possano avere
          se non questi perfetti e supini, è chiaro. Che anticamente l’avessero infatti, sebben
          questo non è necessario, e la prima proposizione può stare senza questa seconda, e ben
          poterono i verbi in <emph>sco</emph>, tutti o alcuni, esser difettivi anche anticamente;
          pure, almen quanto ad alcuni, si è già dimostrato altrove per quel che tocca al supino.
          Per ciò che spetta al perfetto gli esempi di fatto ne son più rari. Vero è che i supini
          dimostrano i perfetti, secondo il detto altrove della formazion di quelli da questi. Ma
          eziandio un effettivo perfetto in <emph>sci</emph> vedilo in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Callisco</foreign> appo il Forcell. (12. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3702. Ben è consentaneo che da un tema in <emph>eo</emph> venisse un supino in
            <emph>etum</emph>, conservandosi l’<emph>e</emph> caratteristica della coniugazione,
          come s’è detto, p. 3699 fine, circa il perfetto in <emph>ei</emph> ed <emph>evi</emph>. E
          tanto più è consentaneo che il proprio supino della 2.<hi rend="apice">da</hi> sia in
            <emph>etum</emph>, e questo, lungo, quanto che il suo proprio perfetto è in
          <emph>ei</emph> o <emph>evi</emph>; atteso <pb ed="aut" n="3872"/> che i supini si formano
          dai perfetti, come altrove dimostro. Onde anche viceversa i supini in <emph>etum</emph>
          lungo, dimostrano che il proprio perfetto della 2. è in <emph>ei</emph> o
          <emph>evi</emph>, ec. (12. Nov. 1823.). V. p. 3873.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3854. Nondimeno i supini contratti della 2. poterono anche direttamente venire
          dai rispettivi supini in <emph>etum</emph> senza passare per la forma in
          <emph>itum</emph>, cioè p. e. <foreign lang="lat" rend="italic">doctum</foreign> esser
          contratto da <foreign lang="lat" rend="italic">docetum</foreign>, non da <foreign
            lang="lat" rend="italic">docitum</foreign>, soppressa la <emph>e</emph>, come nei
          perfetti in <emph>ui</emph> della stessa coniugazione, cioè p. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">docui</foreign> ossia <foreign lang="lat" rend="italic">docvi</foreign>,
          ch’è contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">docevi</foreign>. Onde <foreign
            lang="lat" rend="italic">adultum</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adoltum</foreign>, potrebbe benissimo venire da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adolevi</foreign> senza <foreign lang="lat" rend="italic">adolui</foreign>, cioè essere
          una contrazione immediata di <foreign lang="lat" rend="italic">adoletum</foreign> fatto da
            <foreign lang="lat" rend="italic">adolevi</foreign>. Anzi siccome per una parte non
          suole l’<emph>e</emph> passare in <emph>i</emph> , dall’altra non veggo ragion sufficiente
          per cui da’ perfetti in <emph>ui</emph> sì della seconda sì della prima, si debba fare un
          supino in <emph>itum</emph>, io dico che tutti i supini in <emph>itum</emph> usitati o no
          della 2. e della 1. vengono bensì da’ perfetti in <emph>ui</emph>, ma non immediatamente.
          Da’ perfetti in <emph>ui</emph> che sono contratti, p. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">domvi</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">domavi,
          mervi</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">merevi</foreign>, vennero dei supini
          contratti, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">domtum, mertum</foreign> (che noi
          infatti ancora abbiamo, e i franc. <foreign lang="fre" rend="italic">domter</foreign>
          ec.), ne’ quali era soppresso l’<emph>e</emph> e l’<emph>a</emph> come ne’ perfetti. Da
          questi supini poi, interpostavi per più dolcezza la lettera <emph>i</emph>, solita
          (com’esilissima ch’ella è tra le vocali) sì nel latino sì altrove ad interporsi tra più
          consonanti, quando non si cerca altro che un appoggio e un riposo momentaneo e passeggero
          alla pronunzia, riposo fuor di regola e originato ed autorizzato solo dalla comodità della
          pronunzia, onde quella vocale non ha che far col tema, ed è accidentale affatto, e un
          semplice affetto e accidente di pronunzia; vennero i supini in <emph>itum</emph>, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">domitum, meritum</foreign>. Sicchè al contrario di
          quel ch’io ho detto per lo passato, <pb ed="aut" n="3873"/> i supini contratti precederono
          quelli in <emph>itum</emph>, e questi vengono da quelli, e li suppongono e dimostrano, ma
          non viceversa. Sicchè <foreign lang="lat" rend="italic">doctum</foreign> non dimostra nè
          esige che vi fosse un <foreign lang="lat" rend="italic">docitum</foreign>, bensì <foreign
            lang="lat" rend="italic">meritum</foreign> un <foreign lang="lat" rend="italic">mertum;
            sectum</foreign> non dimostra un <foreign lang="lat" rend="italic">secitum</foreign>,
          bensì <foreign lang="lat" rend="italic">domitum</foreign> un <foreign lang="lat"
            rend="italic">domtum</foreign> (simile ad <foreign lang="lat" rend="italic"
          >emtum</foreign> ec. onde <foreign lang="lat" rend="italic">domter</foreign> ec.). Bensì i
          supini contratti, e per conseguenza anche quelli in <emph>itum</emph>, che ne derivano,
          suppongono e dimostrano i perfetti in <emph>ui</emph>. Da’ quali immediatamente e
          regolarmente vengono i supini contratti, e mediatamente e irregolarmente quelli in
            <emph>itum</emph> (specie di pronunzia de’ contratti, e però contratti essi stessi;
          avendo l’esilissima <emph>i</emph> e breve, in cambio dell’<emph>a</emph> o
          <emph>e</emph>): e non viceversa, come per l’addietro io diceva. (12. Nov. 1823.). V. p.
          3875.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3872. Secondo queste mie osservazioni i temi della seconda avrebbero in tutta la
          coniugazione conservato l’e. Ed è ben giusto, perocch’ella in essi è radicale. Così
            l’<emph>i</emph> penultimo nella quarta, che si conserva in essa coniugazione tutta
          intera, ne’ verbi regolari<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3875. fine.</p>
          </note>. Non così l’<emph>a</emph> nella prima, dove essa lettera non è caratteristica,
          benchè propria dell’infinito. Infatti manca nel tema, e nel presente ottativo ec. ec.
          Similmente il penultimo <emph>e</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >legere</foreign>. Ne’ temi de’ verbi son radicali tutte le lettere eccetto l’ultima, cioè
            l’<emph>o</emph>, ch’è la desinenza non del tema in quanto tema, ma in quanto voce
          presente indicativo singolare prima persona attiva del verbo rispettivo. Or come la prima
          e la 3. finiscono per lo più in <emph>o</emph> impuro, esse coniugazioni per se stesse non
          hanno vocale alcuna che sia radicale generalmente in tutti i temi della coniugazione. <pb
            ed="aut" n="3874"/> Ma ne’ temi della 2. e 4. l’<emph>e</emph> e l’<emph>i</emph>
          penultimi son propri elementi del tema in quanto tema, non in quanto prima persona ec.
          Dunque come propri e radicali elementi del tema, si debbono conservare in tutta la
          coniugazione, considerata regolare e non contratta. E la propria forma, in somma, della
          coniugazione li deve conservar sempre, come la prima e la 3. conserva tutti gli elementi
          proprii de’ suoi temi, cioè <emph>am</emph> in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >amo</foreign>, <emph>leg</emph> in <foreign lang="lat" rend="italic">lego</foreign> ec.
          Li conserva, dico, sempre, se non quando è o irregolare o contratta, il che non ha che far
          colla sua proprietà, ed è accidente non regola nè natura. E quando ne’ verbi della prima o
          della terza, benchè in essi non sia costante nè proprio della coniugazione che l’ultima
          radicale del tema sia una vocale, come lo è nella 2. e 4., quando, dico, questo
          s’incontra, essa vocale si conserva per tutta la coniugazione del verbo, purch’ella sia
          regolare giacchè per anomalia spesse volte la sopprime, come in <foreign lang="lat"
            rend="italic">sapio, capio</foreign> (verbi della 3.) e loro composti <foreign
            lang="lat" rend="italic">desipio, recipio</foreign> ec. ec. come in <foreign lang="lat"
            rend="italic">meo as, fluo is</foreign> (benchè non sia primitiva la coniugazione di
          questo ec.), <foreign lang="lat" rend="italic">ruo, tribuo</foreign> ec. Or dunque perchè
          l’ultima vocale radicale del tema, che, regolarmente, si conserva in tutta la coniugazione
          de’ verbi sì della quarta, sì della 1. e 3. quando in queste ha luogo (e se non la vocale
          si conserva la consonante, quando questa è l’ultima radicale), perchè, dico, non si dee
          conservare nella seconda? anzi regolarmente e costantemente si dee perdere? e se non si
          perde, ha da essere irregolarità? Or tutto questo avverrebbe se non si ammettono le nostre
          osservazioni e regole, secondo le quali la presente forma della coniugazione 2. è
          contratta e non primitiva. E solo le nostre osservazioni mostrano, <pb ed="aut" n="3875"/>
          ciò, cred’io, per la prima volta, la primitiva analogia della seconda con tutte l’altre
          nel conservare l’ultima lettera radicale del tema, e le ragioni e i modi per li quali è
          avvenuto che nella sua presente più usitata forma ella sola, fra tutte, non lo conservi.
          (13. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che <foreign lang="lat" rend="italic">patulus</foreign> sembra
          diminutivo positivato di un <foreign lang="lat" rend="italic">patus</foreign>. Male. Non
          tutti i nomi in <emph>ulus</emph>, nè tutti i verbi in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ulare</foreign> sono diminutivi neppur per origine e regola di formazione: p. e.
            <foreign lang="lat" rend="italic">iaculum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >iacio, speculum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">specula</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">specio, vehiculum, curriculum, adminiculum,
          amiculum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">amicio, periculum</foreign> da
            <foreign lang="grc">πειράω</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">iaculari,
            speculari, famulus, famulor</foreign> ec., <foreign lang="lat" rend="italic"
            >retinaculum, miraculum, obstaculum, stimulus, stimulo, stabulum, stabulo, pabulum,
            poculum, fabula, fabulor</foreign> ec. (v. la p. 3844.), <foreign lang="lat"
            rend="italic">crepitaculum, sustentaculum, baculum, baculus, osculum</foreign>, ec.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Patulus</foreign> è di questi, fatto a dirittura da
            <foreign lang="lat" rend="italic">pateo</foreign> ec. (13. Nov. 1823.). Fors’anche
            <foreign lang="lat" rend="italic">oculus</foreign> è di questi, contro il detto altrove.
          V. Forc. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3873. Resta però quello che io per l’addietro ho sempre detto circa i supini
          della 3. e 4. E la presente correzione non riguarda che la 1. e 2. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Lectum</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">legtum</foreign> è
          vera contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">legitum</foreign>, è fatto per
          soppressione dell’<emph>i</emph>, suppone e dimostra <foreign lang="lat" rend="italic"
            >legitum</foreign>, gli è posteriore, i supini veri e regolari e non contratti della 3.
          e 4. sono in <emph>itum</emph> e <emph>itum</emph> e non altrimenti ec. I contratti della
          terza e quarta, come <foreign lang="lat" rend="italic">lectum, quaestum</foreign>, sono
          contrazioni de’ supini in <emph>itum</emph> e fatti per soppressione dell’esilissima
          vocale <emph>i</emph> o <emph>i</emph>. I supini in <emph>itum</emph> della 1. e 2.
          vengono da’ contratti, e son fatti al contrario di quelli per addizione dell’esilissimo
          suono <emph>i</emph> (13. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3873. marg. — e non contratti. Come <foreign lang="lat" rend="italic">venio is
            veni</foreign>. <pb ed="aut" n="3876"/> Perde spesso la <emph>i</emph>, come in <foreign
            lang="lat" rend="italic">venerunt, veneram</foreign> ec. per <foreign lang="lat"
            rend="italic">venierunt venieram</foreign> ec. che sarebbe il regolare; o ciò sia
          anomalia, o contrazione, ch’io piuttosto credo. La qual contrazione ha principio nella
          stessa prima voce del perfetto <foreign lang="lat" rend="italic">veni</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">venii</foreign>. Anzi da questa nasce il tutto ec.
          Così ne’ composti, come <foreign lang="lat" rend="italic">invenio</foreign> ec. e in altri
          molti verbi. (13. Nov. 1823.). V. p. 3895.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico che l’uomo è sempre in istato di pena, perchè sempre desidera invano ec. Quando
          l’uomo si trova senza quello che positivamente si chiama dolore o dispiacere o cosa
          simile, la pena inseparabile dal sentimento della vita, gli è quando più, quando meno
          sensibile, secondo ch’egli è più o meno occupato o distratto da checchessia e massime da
          quelli che si chiamano piaceri, secondo che per natura o per abito o attualmente egli è
          più vivo e più sente la vita, ed ha maggior vita abituale o attuale ec. Spesso la detta
          pena è tale che, per qualunque cagione, e massime perch’ella è continua, e l’uomo v’è
          assuefatto fino dal primo istante della sua vita, non l’osserva, e non se n’avvede
          espressamente, ma non però è men vera. Quando l’uom se n’avvede, e ch’ella sia diversa da’
          positivi dolori, dispiaceri ec., ora ella ha nome di noia, ora la chiamiamo con altri
          nomi. Sovente essa pena, che non vien da altro se non dal desiderare invano, e che in
          questo solo consiste, e che per conseguenza tanto è maggiore e più sensibile quanto il
          desiderio abitualmente o attualmente è più vivo, sovente, dico, ella è maggiore nell’atto
          e nel punto medesimo del piacere, che nel tempo <pb ed="aut" n="3877"/> della indifferenza
          e quiete e ozio dell’animo, e mancanza di sensazioni o concezioni ec. passioni ec.
          determinatamente grate o ingrate; e talvolta maggiore eziandio che nel tempo del positivo
          dispiacere, o sensazione ingrata sino a un certo segno. Ella è maggiore, perchè maggiore e
          più vivo in quel tempo è il desiderio, come quello ch’è punto e infiammato dalla presente
          e attuale apparenza del piacere, a cui l’uomo continuamente sospira; dalla vicina anzi
          presente, straordinaria e fortissima, e fermissima e vivissima anzi si può dir certa
          speranza e quasi dal vedersi vicinissima e sotto la mano la felicità, ch’è il suo perpetuo
          e sovrano fine, senza però poterla afferrare, perocchè il desiderio è ben più vivo allora,
          ma non più fruttuoso nè più soddisfatto che all’ordinario. Il desiderio del piacere, nel
          tempo di quello che si chiama piacere è molto più vivo dell’ordinario, più vivo che nel
          tempo d’indifferenza. Non si può meglio definire l’atto del piacere umano, che chiamandolo
          un accrescimento del naturale e continuo desiderio del piacere, tanto maggiore
          accrescimento quanto quel preteso e falso piacere è più vivo, quella sembianza è sembianza
          di piacer maggiore. L’uomo desidera allora la felicità più che nel tempo d’indifferenza
          ec. e con assolutamente eguale inutilità. Dunque il desiderio essendo più vivo da un lato,
          ed egualmente vano dall’altro, la pena compagna naturale del sentimento della vita, la
          qual nasce appunto e consiste in questo desiderio di felicità e quindi di piacere,
          dev’esser maggiore e più sensibile nell’atto del piacere (così detto) che all’ordinario.
          Essa lo è infatti (se non quando e quanto la sensazione piacevole, o l’immaginazione <pb
            ed="aut" n="3878"/> piacevole, o quella qualunque cosa in cui consiste e da cui nasce il
          così detto piacere, serve e debb’esser considerata come una distrazione e una forte
          occupazione ec. dell’animo, dell’amor proprio, della vita e dello stesso desiderio; e
          questo è il migliore e più veramente piacevole effetto del piacere umano o animale;
          occupare l’animo, e, non soddisfare il desiderio ch’è impossibile, ma per una parte, e in
          certo modo, quasi distrarlo, e riempiergli quasi la gola, come la focaccia di Cerbero
          insaziabile). E l’uomo, che in uno stato ordinario bene spesso, anzi forse il più del
          tempo, appena si avvede di detta pena, nell’atto del piacere, se ne avvede sempre o quasi
          sempre, ma non sempre l’osserva nè ha campo di porvi mente, e ben di rado l’attribuisce
          alla sua vera cagione e ne conosce la vera natura; di radissimo poi nè in quel punto, nè
          mai, o ch’ei rifletta sul suo stato d’allora in qualche altro tempo, o che mai non lo
          consideri ec. rimonta al principio e generalizza ec. nel qual caso egli ritroverebbe
          quelle universali e grandi verità che noi andiamo osservando e dichiarando, e che niuno
          forse ancora ha bene osservate, o interamente e chiaramente comprese e concepute ec. (13.
          Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3639. marg. Esseri più forti dell’uomo; ecco i primi Dei adorati dagli uomini, o
          da loro riconosciuti e immaginati e considerati per tali; ecco la prima idea della
          divinità. E come i più forti per lo più anzi, naturalmente e primitivamente, sempre si
          prevalgono di questo, come di ogni altro, vantaggio, in loro proprio bene, e quindi
          sovente in danno de’ più deboli, e però essi sono, appunto in quanto più forti, malefici e
          formidabili ai più deboli; e come gli stessi individui umani, massime nella società
          primitiva e selvaggia (che fu quella in cui nacque <pb ed="aut" n="3879"/> l’idea della
          Divinità) così ne usavano e ne usano verso i più deboli per qualunque lato, sì loro
          simili, sì d’altre specie; quindi nell’idea primitiva della Divinità che consisteva nella
          maggior forza e soprumana, dovette necessariamente entrare l’idea della maleficenza e
          della terribilità, naturali effetti e conseguenze e compagne della maggior forza. Anche
          gli uomini ch’erano o erano stati straordinariamente superiori e più forti degli altri,
          sia di forza corporale, sia di quella che nasce da qualunqu’altro vantaggio, ancorchè
          malefici, temuti e odiati, furono non di rado nelle società primitive, e lo sono forse
          ancora nelle selvagge, divinizzati sì nell’idea, sì talora nel culto, vivi o morti; e
          questo si può anche riconoscere presso i critici che indagano le origini della stessa
          mitologia greca, men feroce e terribile e odiosa, anzi più molle ed umana e ridente e
          amena e vaga e graziosa ed amabile di tutte l’altre ec. (13. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3715. Sono molte volte che la noia è un non so che di più vivo, che ha più
          sembianza perciò di passione, e quindi avviene che non sia sempre in tali casi chiamata
          noia, benchè filosoficamente parlando, ella lo sia, consistendo in quel medesimo in cui
          consiste quel che si chiama noia, cioè nel desiderio di felicità lasciato puro, senza
          infelicità nè felicità positiva, e differendo solo nel grado da quella che noia
          comunemente è chiamata. E differisce nel grado, in quanto ell’è noia, in certo modo più
          intensa, sensibile e viva, qualità che l’avvicinano all’infelicità così chiamata
          positivamente, e che paiono poco convenevoli <pb ed="aut" n="3880"/> alla noia. Ella
          infatti, benchè del genere stesso, è più passione è più penosa, che la noia, così
          comunemente chiamata, non è. Ed è tale perch’ella nasce e consiste in un desiderio più
          vivo, e al tempo stesso ugualmente vano. Questa sorta di passione è quella che provano
          generalmente i giovani quando sono in istato di non piacere e non dispiacere. Essi sono
          poco capaci della noia comunemente detta. Essi sono poco capaci di trovarsi giammai senza
          un’attuale, ancorchè indeterminata passione<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Se non in quanto essi sono più capaci di occupazione e distrazion forte dell’animo, e
              quando essi si trovano attualmente in tale stato (che accade loro più frequentem. che
              agli altri p. molte ragioni) del che vedi la pag. 3878. principio.</p>
          </note>, più viva d’essa noia, perchè il loro amor proprio, e quindi il lor desiderio di
          felicità e di piacere, ugualmente vano che nell’altre età, è molto più vivo, generalmente
          parlando. Incapaci di noia comunemente detta, benchè privi di piacere e dispiacere, sono
          ancora similmente quegli stati dell’individuo, di cui ho detto p. 3835-6. 3876-8. e
          simili. Altresì lo stato di desiderio presente e vivo determinato a qual si sia cosa;
          benchè privo anche questo stato, di piacere e dispiacere positivo ec. E così discorrendo.
          Questa sorta di passione, diversa dalla noia comunemente detta, ma dello stesso genere
          ec., questa ancora io voglio comprendere sotto il nome di noia, e ad essa ancora si deve
          intendere ch’io abbia riguardo quando affermo che la noia corre immancabilmente e
          immediatamente a riempiere qualunque vuoto lasciato dal piacere o dispiacer così detto ec.
          e che l’assenza dell’uno e dell’altro è noia per sua natura, e che mancando essi, v’è la
          noia necessariamente, e che posta tal mancanza è posta la noia ec. come alle p. 3713-5.
          (13. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3881"/> Come fra gli antichi le cose e funzioni sacre fossero in mano de’
          profani ec. del che altrove, <bibl>vedi la <title>Polit.</title> di
            <author>Aristotele</author>, l. 6. fine, Florent. 1576. p. 543.</bibl> massime in fine,
          e quivi il Vettori. (14. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi latini. <foreign lang="lat" rend="italic">Pluo</foreign>, secondo le nostre
          osservazioni sulla monosillabia antica e volgare di tali dittonghi (come <emph>uo</emph>)
          non riconosciuti da’ grammatici. (14. Nov. 1823.). V. il pens. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3850. fine. <foreign lang="lat" rend="italic">Buo</foreign> è andato in disuso
          restando il composto <foreign lang="lat" rend="italic">imbuo</foreign>. Se però <foreign
            lang="lat" rend="italic">imbuo</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >in</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">buo</foreign> (v. Forc.) e non piuttosto
          corruzione e pronunzia d’<foreign lang="lat" rend="italic">imbibo</foreign> (che pur
          sussiste) pronunziato <foreign lang="lat" rend="italic">imbivo</foreign> (<emph>imbevere,
            imbevo</emph> che vale appunto <foreign lang="lat" rend="italic">imbuo</foreign>, ed è
          certo da <foreign lang="lat" rend="italic">bibo</foreign>, e v. i francesi e spagnuoli) —
            <foreign lang="lat" rend="italic">imbiuo</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >imbuo</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">lavo</foreign> ne’ composti e
          nel greco è <foreign lang="lat" rend="italic">luo</foreign>, e per lo contrario da
            <foreign lang="lat" rend="italic">pluere</foreign> noi facciamo piovere, llover ec. E
          mille esempi in questi propositi si potrebbero addurre<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere la p. 3885.</p>
          </note>. Così <foreign lang="lat" rend="italic">exbuae</foreign> sarebbe corruzione o
          pronunziazione di <foreign lang="lat" rend="italic">exbibae, vinibuae</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">vinibibae</foreign>, fors’anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">bua</foreign> (<emph>bumba</emph>) di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >biba</foreign>. Di tali cangiamenti nati dall’affinità ec. tra il <emph>v</emph> e
            l’<emph>u</emph>, ho detto altrove. Ovvero <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Imbuo</foreign> può esser fatto direttamente da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >in</foreign> e da <foreign lang="lat" rend="italic">bua</foreign> (bevanda), sia che
          questa voce sia alterazione di <foreign lang="lat" rend="italic">biba</foreign>, o che sia
          un antico monosillabo significante <emph>bevanda</emph>, restato poi solo per usi puerili,
          sia anche in origine una voce puerile. (14. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il vino, il cibo ec. dà talvolta una straordinaria prontezza vivacità, rapidità,
          facilità, fecondità d’idee, di ragionare, d’immaginare, di motti, d’arguzie, sali,
          risposte ec. vivacità di spirito, furberie, risorse, trovati, sottigliezze grandissime di
          pensiero, profondità, verità astruse, tenacità <pb ed="aut" n="3882"/> e continuità ed
          esattezza di ragionamento anche lunghissimo e induzioni successive moltissime, senza
          stancarsi, facilità di vedere i più lontani e sfuggevoli rapporti, e di passare
          rapidamente dall’uno all’altro senza perderne il filo ec. volubilità somma di mente ec.
          Questo secondo le condizioni particolari delle persone, ed anche le loro circostanze sì
          attuali in quel punto, sì abituali in quel tempo, sì abituali nel resto della vita ec. Ma
          quello accrescimento di facoltà prodotto dal vino, ec. è indipendente per se stesso
          dall’assuefazione. E gli uomini più stupidi di natura, d’abito ec. divengono talora in
          quel punto spiritosi, ingegnosissimi ec. V. p. 3886. Questo si applichi alle mie
          osservazioni dimostranti che il talento e le facoltà dell’animo ec. essendo in gran parte
          cosa fisica, e influita dalle cose fisiche ec. la diversità de’ talenti in gran parte è
          innata, e sussiste anche indipendentemente dalla diversità delle assuefazioni, esercizi,
          circostanze, coltura ec. (14. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3801. Sì nelle nazioni barbare o selvagge sì nelle civili, sì nelle corrotte ec.
          la società ha prodotto infiniti o costumi o casi fatti ec. particolari, volontari o
          involontarii ec. che o niuno può negare esser contro la natura sì generale, sì nostra,
          contro il ben essere della specie, della società stessa ec. contro il ben essere eziandio
          delle altre creature che da noi dipendono ec.; ovvero se ciò si nega, ciò non viene che
          dall’assuefazione, e dall’esser quei costumi ec. nostri propri: onde dando noi del barbaro
          ai costumi e fatti d’altre nazioni e individui, ec. meno snaturati talora de’ nostri, non
          lo diamo a questi ec. E generalmente noi chiamiamo barbaro quel ch’è diverso <pb ed="aut"
            n="3883"/> dalle nostre assuefazioni ec. non quel ch’è contro natura, in quanto e
          perciocch’egli è contro natura. Ma tornando al proposito, tali costumi o fatti
          snaturatissimi che senza la società non avrebbero mai avuto luogo, nè esempio alcuno in
          veruna delle specie dell’orbe terracqueo, hanno avuto ed hanno ed avranno sempre luogo in
          qualsivoglia società, selvaggia, civile, civilissima, barbara, dove e quando gli uni,
          quando gli altri, ma da per tutto cose snaturatissime. Il che vuol dire che la società gli
          ha prodotti, e che non potea e non può non produrli, cioè non produr costumi e fatti
          snaturati, e se non tali, tali, e se non questi, quelli, ma sempre ec. P. e. Il suicidio,
          disordine contrario a tutta la natura intera, alle leggi fondamentali dell’esistenza, ai
          principii, alle basi dell’essere di tutte le cose, anche possibili; contraddizione ec. da
          che cosa è nato se non dalla società? ec. ec. V. p. 3894. Ora in niuna specie d’animali,
          neanche la più socievole, si potrà trovare che abbiano mai nè mai avessero luogo non pur
          costumi, ma fatti particolari, non pur così snaturati come quelli degl’individui e popoli
          umani in qualunque società, ma molto meno. Eccetto solo qualche accidentalissimo
          disordine, o involontario, e quindi da non attribuirsi alla specie, o volontario, ma di
          volontà determinata da qualche straordinarissima circostanza e casualissima. E la somma di
          questi casi non sarà neppure in una intera specie, contando dal principio del mondo,
          comparabile a quella de’ casi di tal natura in una sola popolazione di uomini dentro un
          secolo, <pb ed="aut" n="3884"/> anzi talora dentro un anno. Questo prova bene che la
          naturale società ch’è tra gli animali non è causa di cose contrarie a natura per se
          medesima e necessariamente, ma per solo accidente, e il contrario circa la società umana.
          E si conferma che l’uomo è per natura molto men disposto a società che moltissimi altri
          animali ec. (14. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les Dames vous devront ce que la langue italienne devait au Tasse;
              cette langue d’ailleurs molle et dépourvue de force, prenait un air male et de
              l’énergie lorsqu’elle était maniée par cet habile poëte</foreign>
          </quote>. Così scriveva il principe reale di Prussia, poi Federico II alla marchesa du
          Châtelet, da Rémusberg agli 9. Nov. 1738. (<bibl>
            <title lang="fre">Oeuvres complettes de Frédéric II. Roi de Prusse</title>. 1790. tome
            16. <title>Lettres du Roi de Prusse et de la Marquise du Châtelet</title>. Lettre 5.<hi
              rend="apice">e</hi> p. 307.</bibl>) E nóto queste parole perchè si veda l’esattezza
          del giudizio degli stranieri sulla nostra letteratura, e la verità della material
          cognizione ch’essi ne hanno. Lascio quello che Federico dice in generale sulla nostra
          lingua, ma il particolare del Tasso, ch’è un fatto, e che poco si richiedeva a essere
          istruito come stésse, non è egli tutto il contrario del vero? Federico dice del Tasso quel
          ch’è vero di Dante, del quale il Tasso è tutto il contrario, anche più dell’Ariosto, e
          quasi dello stesso Petrarca ec. V. p. 3900. (14. Nov. 1823.). Eccetto se Federico non
          considera o non intende di parlare del Tasso in comparazione del Metastasio, e più se de’
          frugoniani, degli arcadici de’ nostri poeti e prosatori sia puristi sia barbaristi del <pb
            ed="aut" n="3885"/> passato secolo, insomma di quelli che nè scrissero nè seppero
          l’italiano; nel qual caso il suo detto è certamente esente da ogni rimprovero e
          controversia. (15. Nov. 1823.). V. p. 3949.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3706. Se però, come dubito, <foreign lang="lat" rend="italic">fuvi</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">fui</foreign> non è un raddoppiamento
          dell’<emph>u</emph>, fatto per proprietà di pronunzia, della qual proprietà in questo e
          simili casi v’hanno molti altri esempi ec. (v. la pag. 3881. ec.). Il qual raddoppiamento
          bensì può avere avuto luogo e occasione dal voler evitare l’iato, ma in modo che ad
          evitarlo sia stato interposto il <emph>v</emph>, non in quanto semplicemente atto e solito
          ad interporsi tra le vocali ianti, ma in quanto l’una e la più sonante di queste nel
          nostro caso era l’<emph>u</emph>, cioè appunto un altro <emph>v</emph>, secondo il detto
          altrove circa la medesimezza di queste lettere <emph>u</emph> e <emph>v</emph> presso i
          latini massimamente. I quali non usavano che un carattere per esprimer l’una e l’altra,
          cioè anticamente e nel maiuscolo il <emph>V</emph>, più recentemente e nel semimaiuscolo o
          unciale, o forse in quello ch’era allora, o anche anticamente, il corsivo e l’usuale, sia
          tutt’uno coll’unciale, sia diverso, ec. l’<emph>u</emph>, come ne’ palimpsesti vaticani,
          ambrogiani, sangallesi, veronesi ec. (15. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3588. marg. <quote>
            <emph>Di ciò che io, sapendo essere vostro servitio</emph>, <emph rend="sc">senza altri
              vostri commandamenti</emph>
            <emph>era tenuto di fare. Cioè senz’alcun vostro comandamento, di proprio moto</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Bernardo Tasso</author>
            <title>Lettere</title>. Venetia 1603</bibl>. appresso <bibl>Lucio Spineda. Libro primo
            car.27. pag. 2. in 8.<hi rend="apice">vo</hi> piccolo</bibl>. (17. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3886"/> Altrove osservo che il <emph>cul</emph> de’ latini si cangia assai
          sovente nell’italiano in <emph>chi</emph> o <emph>cchi</emph> (<foreign lang="lat"
            rend="italic">o-cu-lus</foreign>, <emph>o-cchi-o</emph>) o <emph>gli</emph> (<foreign
            lang="lat" rend="italic">pe-ri-cul-um</foreign>, <emph>peri-gli-o</emph>), nello
          spagnuolo in <emph>i</emph> (<foreign lang="lat" rend="italic">o-cu-lus</foreign>,
            <foreign lang="spa" rend="italic">o-j-o</foreign>) nel francese in <emph>ill</emph> o
            <emph>il</emph> o <emph>eil</emph> o <emph>eill</emph> o <emph>ail</emph> o
          <emph>aill</emph> ec. (<foreign lang="fre" rend="italic">péril, abeille, vermeil,
          ouaille</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">o-cul-us</foreign>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">o-eil</foreign> ec.). Nótisi che tali cangiamenti non sono
          certo direttamente stati fatti da <emph>cul</emph>, ma da <emph>cl</emph> contratto nella
          volgar pronunzia latina, come si vede anche non di rado nel latino illustre e scritto,
          massime appo i poeti; come <foreign lang="lat" rend="italic">seclum, periclum</foreign>
          ec. (17. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Saltuaris, saltuarius, saltuatim, saltuensis,
          saltuosus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">saltus us</foreign>. (17. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Salitio</foreign> voce di Vegezio dimostra l’antico
          supino <foreign lang="lat" rend="italic">salitum</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">salio</foreign> pel contratto irregolare, ma solo superstite, <foreign
            lang="lat" rend="italic">saltum</foreign>, da cui si farebbe <foreign lang="lat"
            rend="italic">saltio</foreign>, non <foreign lang="lat" rend="italic">salitio</foreign>,
          giacchè tali verbali son fatti da’ supini o seguono la forma del supino (17. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3882. E quelli che per l’ordinario non dimostrano ingegno nè talento se non per
          le cose gravi e serie, allora lo dimostrano non di rado notabilissimo per lo scherzo ec. E
          gli uomini di talento profondo ec. ma scarsissimi o alienissimi da quello che si chiama
          spirito, e fors’anche tutto l’opposto che spiritosi; tardi, bisognosi di molto tempo a
          concepire a inventare ec. freddi, secchi ec. allor divengono spiritosissimi, prontissimi
          ec. E gli uomini d’ingegno riflessivo o simile, ma non inventivo non immaginoso ec. allor
          dimostrano e veramente acquistano per quel poco di tempo una notabile facoltà
          d’invenzione, immaginazione ec. ec. E così discorrendo sulle diversità dei talenti ec.
          (17. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3887"/> Alla p. 3856. L’Italia produsse nel 500 ec. molti capitani
          illustri, come il Trivulzio, il Montecuccoli ec. sia che questi servissero alle loro
          rispettive nazioni italiane, o ad altra nazione italiana diversa dalla propria, come la
          Repubblica di Venezia spesso conduceva Generali italiani d’altri stati, a comandar le sue
          forze di terra o di mare; o a principi stranieri, i quali in quel tempo si servirono
          spessissimo di Generali e uffiziali italiani pel governo de’ loro eserciti, conducendoli,
          anche con grossi partiti, al loro servizio. Del che è curiosa a leggere
          un’osservazioncella di <bibl>
            <author>Bernardo Tasso</author>, <title>Lettere</title> citate qui dietro (p. 3885.
            fine), lib.1. car.29</bibl>. e tutta quella lettera. Similmente dico de’ politici e
          ministri ec. italiani, e negoziatori italiani ec. di quel secolo, e anche de’ seguenti,
          fino agli ultimi tempi, in cui siamo veramente arrivati all’estremo della nullità
          politica, e passività, ed incapacità di ogni sorta di operazione, o certo totale inazione
          di fatto, sì in casa sì fuori. Come il Mazarino, l’Alberoni, il Bentivoglio, ed anche il
          Lucchesini ec. Il dominio della religione ai tempi passati, e fino alla rivoluzione,
          (benchè sempre decrescente, ma non estinto fino ad essa rivoluzione) ma specialmente prima
          del 600, e per conseguenza il credito, l’influenza, e l’importanza del Papa e della Corte
          di Roma, contribuirono grandemente, e forse, massime in certi tempi, principalmente, a
          tener l’Italia in azione, a darle campo di esercitarsi nella politica e negli affari,
          materia e modo di negoziare, importanza e peso, negoziatori, diplomatici, politici, uomini
          che ebbero parte attiva negli avvenimenti e ne’ destini d’Europa, e i cui nomi divennero
          propri della storia. <pb ed="aut" n="3888"/> Sia nelle materie strettamente religiose, che
          allora erano strettamente legate colle politiche, e di grande importanza temporale, sia
          nelle materie anche puramente politiche, gl’italiani ebbero allora dalla religione grandi
          e continue opportunità occasioni e necessità di agire e di pensare. Quanta politica ec.
          non fu dovuta mettere in opera dagl’italiani nel Concilio di Trento e in tutti gli affari
          del Luteranismo, Calvinismo ec. Grandi negoziazioni e trattative e maneggi e grandi e
          gravi affari furono allora operati dagl’italiani, o da una Corte italiana, qual era quella
          del Papa, e da membri che ad una corte italiana appartenevano; e tra questi brillarono non
          pochi politici ec. Cardinali e nunzi e prelati e Vescovi ec. potenti appo i forestieri ec.
          Negoziazioni ec. degli stranieri appo noi, che conservavano l’uso e l’esercizio della
          politica e degli affari in casa nostra ec. ec. Questa causa di azione e di qualche vita
          per l’Italia non si ristringeva ne’ suoi effetti alla sola politica, diplomatica, affari
          pubblici. Naturalmente i suoi effetti si stendevano a tutte le parti della società e del
          civile consorzio. V’era una vita in Italia. Or dunque tutte le parti della nazione e della
          società ne partecipavano, come suole accadere. Quindi lo splendor delle arti, le grandi
          imprese di edifizi ec. massime in Roma, sede della più importante politica italiana ec. la
          chiesa di S. Pietro, le scolture, le pitture, le poesie, le orazioni, le storie, il secolo
          di Leon X, la industria, il commercio ec. Massime nel 500. ma dipoi ancora, fino alla
          rivoluzione, <pb ed="aut" n="3889"/> Roma riunendo e ponendo in azione gli spiriti di
          conto sì propri, sì italiani, sì forestieri, e dando materia agl’ingegni di svilupparsi, e
          occasione ai già sviluppati di concorrere ad essa e quivi esercitarsi, stante l’esser sede
          d’importanti affari; ebbe spirito di società, e conversazioni ec. sempre decrescenti, fino
          ad estinguersi, ma pur non estinte affatto fino agli ultimi anni. ec. ec. (17. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come altrove ho dimostrato, il solo perfetto stato di una società umana stretta, si è
          quello di perfetta unità, cioè d’assoluta monarchia, quando il monarca viva e governi e
          sia monarca pel ben essere de’ suggetti, secondo lo spirito la ragione e l’essenza della
          vera monarchia, e secondo che accadeva in principio. Ma quando l’effetto della monarchia
          si riduca in somma a questo, che un solo nella nazione, viva, e tutti gli altri non vivano
          se non se in un solo e per un solo, e i suggetti servano unicamente al ben essere del
          monarca, in vece che questo a quelli, e che l’effetto e la sostanza dell’unità della
          nazione sia questo, che quanto essa unità è più perfetta, tanto la vita e il ben essere
          più si ristringa in un solo, o almeno lo spirito d’essa unità e il proposito della
          costituzion nazionale miri <emph>in effetto</emph> a questo fine; allora è certamente
          meglio qualsivoglia altro stato; perocchè senza la perfetta unità, gli uomini in società
          stretta non possono veramente godere del perfetto <pb ed="aut" n="3890"/> ben esser
          sociale, nè la nazione è capace di perfetta vita; ma egli è peggio non vivere e non essere
          (or la nazione sotto una tal monarchia, non è) che non vivere perfettamente e non essere
          perfetta. Or, come ho altresì provato altrove, non può assolutamente accadere che
          l’assoluta monarchia non cada nel detto stato, nè che conservi il suo stato vero per
          alcuna cagione intrinseca ed essenziale, e per altro che per caso, il quale è
          straordinariamente difficile che abbia luogo, e mille cagioni intrinseche ed essenziali
          alla monarchia assoluta considerata rispettivamente alla natura dell’uomo, si oppongono
          positivamente alla detta conservazione ec. (17. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Σχεδὸν μὲν οὖν καὶ τὰ ἄλλα δεῖ νομίζειν εὑρῆσθαι πολλάκις ἐν τῷ
              πολλῷ χρόνῳ, μᾶλλον δὲ ἀπειράκις• τὰ μὲν γὰρ ἀναγκαῖα τὴν χρείαν διδάσκειν εἰκὸς
              αὐτήν, τὰ δὲ εἰς εὐσχημοσύνην καὶ περιουσίαν</foreign>
          </quote> (Victor. <foreign lang="lat" rend="italic">splendorem et ubertatem</foreign>), <quote>
            <foreign lang="grc">ὑπαρχόντων ἤδη τούτων</foreign>
          </quote> (scil. <foreign lang="grc">τῶν ἀναγκαίων</foreign>), <quote>
            <foreign lang="grc">εὔλογον λαμβάνειν τὴν αὔξησιν. Ὥστε καὶ τὰ περὶ τὰς πολιτείας
              οἴεσθαι δεῖ ἔχειν τὸν τρόπον τοῦτον. Ὅτι δὲ πάντα ἀρχαῖα, σημεῖον τὰ περὶ αἴγυπτον
              ἐστίν• οὗτοι γὰρ ἀρχαιότατοι μὲν δοκοῦσιν εἷναι, νόμων δὲ τετυχήκασι καὶ τάξεως
              πολιτικῆς. Διὸ δεῖ τοῖς μὲν εἰρημένοις ἱκανῶς, χρῆσθαι, τὰ δὲ παραλελειμμένα πειρᾶσθαι
              ζητεῖν.</foreign>.</quote>
          <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> l. 7. Florent. 1576. p. 593</bibl>. (<quote>
            <foreign lang="lat">iis quae tradita sunt ita ut satis esse possint</foreign>
          </quote>. Victor.) (18. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3891"/> Quelli che ci dicono che le cose di questa vita, la gloria, le
          ricchezze e l’altre illusioni umane, beni o mali ec. nulla importano, convien che ci
          mostrino delle altre cose le quali importino veramente. Finchè non faranno questo, noi,
          malgrado i loro argomenti, e la nostra esperienza, ci attaccheremo sempre alle cose che
          non importano, perciò appunto che nulla importa, e quindi nulla è che meriti più di loro
          il nostro attaccamento e sia più degno di occuparci. E così facendo, avrem sempre ragione,
          anche, anzi appunto, parlando filosoficamente. (18. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il carattere ec. ec. degli uomini è vario, e riceve notabili differenze non solo da clima
          a clima, ma eziandio da paese a paese, da territorio a territorio, da miglio a miglio; non
          parlando che delle sole differenze naturali. Ne’ luoghi d’aria sottile, gl’ingegni
          sogliono esser maggiori e più svegliati e capaci, e particolarmente più acuti e più
          portati e disposti alla furberia. I più furbi per abito e i più ingegnosi per natura di
          tutti gl’italiani, sono i marchegiani: il che senza dubbio ha relazione colla sottigliezza
          ec. della loro aria. Similmente gl’italiani in generale a paragone delle altre nazioni.
          Mettendo il piede ne’ termini della Marca si riconosce visibilmente una fisonomia più
          viva, più animata, uno sguardo più penetrante e più arguto che non è quello de’ convicini,
          nè de’ romani stessi che pur vivono nella società e nell’uso di una gran capitale. Così
          discorrasi delle altre <pb ed="aut" n="3892"/> differenze ec. Gli abitatori de’ monti
          differiscono notabilmente, se non di corpo, certo di spirito, carattere, inclinazione ec.
          da quelli degli stessi piani e valli lor sottoposte; i littorani da’ mediterranei lor
          confinanti ec. ec. anche parlando delle sole differenze cagionate dalle diversità
            <emph>naturali</emph> de’ luoghi ec. Infinito è il numero delle cagioni anche
          semplicemente naturali che producono differenze tra gli uomini, e queste, benchè or
          maggiori or minori, sempre notabili, e più notabili assai che in niun’altra specie di
          viventi, a causa dell’estrema conformabilità e modificabilità dell’uomo, e quindi
          suscettibilità di essere influito dalle cagioni anche menome di varietà, di alterazione
          ec. che in altri esseri o non producono niuna varietà, o piccolissima ec. Le dette cagioni
          di varietà s’incrociano per così dir tra loro, perchè il calor del clima produce un
          effetto, la grossezza dell’aria un altro contrario, e ambedue le dette cagioni
          s’incontrano bene spesso insieme; e così discorrendo. Esse si temperano, si modificano, si
          alterano, si diversificano, s’indeboliscono, si rinforzano scambievolmente in mille guise
          secondo le infinite diversità loro, e de’ loro gradi, e delle loro combinazioni
          scambievoli ec. ec. e altrettante diversità, cioè infinite, e diversità di diversità, e
          tutte notabili, ne seguono ne’ caratteri degli uomini. Queste osservazioni si applichino a
          quelle della p. 3806-10. e a quelle sopra le differenze vere, cioè naturali, de’ talenti,
          o innate, o acquisite e contratte <pb ed="aut" n="3893"/> naturalmente, e per cause e
          circostanze semplicemente naturali e indipendenti nell’esser loro dalle sociali, dagli
          avvenimenti ec. e che avrebbero operato ed operano per se stesse proporzionatamente anche
          negli uomini primitivi, ne’ selvaggi ec. che operano ancora, benchè infinitamente meno,
          negli animali, piante ec. ec. a proporzione, e secondo la loro suscettibilità, e la
          qualità e il grado e le combinazioni ec. d’esse cause e circostanze ec. ec. (18. Nov.
          823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Tio</foreign> spagn. <emph>Zio</emph> ital. <foreign
            lang="grc">θεῖος</foreign> grec. (19. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito del danno recato al valore dall’invenzione delle armi da fuoco, vedi il detto
          di Archidamo appresso il Vettori ad <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> l. 7. Florent. 1576. p. 602.</bibl> il qual detto è riportato da
          Senofonte, s’io non m’inganno, nell’Agesilao, ed attribuito forse a costui; ovvero nella
          Repubbl. de’ Lacedemonii. Oltre le invettive dell’Ariosto contro l’armi da fuoco in uno
          de’ dieci primi Canti del Furioso, a proposito di Cimosco ec. (19. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli Americani consideravano per mostruosità la barba negli europei perocchè quei popoli
          naturalmente erano sbarbati, come i mori e altri popoli d’Affrica ec. Si applichi alle
          osservazioni sul bello. <bibl>
            <author>Solìs</author>, <title>Hist. de Mexico</title>
          </bibl>; <bibl>
            <author>De Cieça</author>
            <title>Chron. del Peru</title>
          </bibl>, ec. (19. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Gesticulor</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Questo però, se non viene da <foreign lang="lat" rend="italic">gesticulus</foreign>
              (ch’è voce moderna e solo di Tertulliano) può esser piuttosto frequentativo che
              diminut. o un misto dell’uno e dell’altro, come tanti nostri verbi italiani, di cui
              altrove ex professo.</p>
          </note>, ec. Vedi il Forcellini. Franc. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >gesticuler</foreign>. Noi ancora volgarmente <emph>gesticolare</emph>. <pb ed="aut"
            n="3894"/> Vedi l’Alberti. ec. (19. Nov. 1823.). <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Corbeau</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">corvus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Gero-gestum, gesto, gestito</foreign>. (19. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3883. La superstizione sia speculativa sia pratica è figlia della società, ed
          inseparabile da essa società quanto si voglia civile come dimostrano tutte le istorie.
          Anzi par ch’ella, a differenza di tanti altri incomodi e barbarie della società primitiva,
          cresca a proporzione della civiltà; e certo si son trovati e trovano alcuni popoli
          selvaggi senza superstizione alcuna, almeno efficace e che influisca sulla vita in niun
          modo, e che sia causa di veruna infelicità esteriore nè interiore; ma niun popolo civile
          si trovò mai nè si trova nè troverassi in cui la superstizione più o manco, e in uno o
          altro modo, non regni, per civilissimo ch’ei si fosse, o si sia, o che sia per essere<note
            resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Puoi vedere le <bibl>
                <title>Lettere di Federico II. e d’Alembert</title>, Lett. 49. p. 125. seg.</bibl>
              paragonandola colla <bibl>lett. 45. p. 117. e lettera 47. p. 120. fine-121. e lett.
                53. p. 135. fin e lett. 70. p. 185. fine.</bibl>
            </p>
          </note>. Or di quanti e quanto gran mali sia stata e sia causa la superstizione per sua
          natura sì a’ popoli sì agl’individui, sì verso gli altri sì verso se stessi,
          travagliandoli sì esternamente sì internamente, per rispetto ai costumi, agl’istituti,
          alle azioni, alle opinioni ec.; quanti beni e quanto grandi abbia impedito e impedisca per
          sua natura ec. non accade dilungarsi a mostrarlo, anzi neppure a ricordarlo, essendo già e
          provato e notissimo. (19. Nov. 1823.). Certo la superstizione non ha luogo negli animali
          anche i più socievoli. Dunque l’uomo per natura è men sociale che alcun’altra specie ec.
          V. la p. 3896.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Faisceau</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">fascis</foreign> e per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fascis</foreign>. Similmente <emph>fastello</emph>, quasi <emph>fascettello</emph>.
            <emph>Gocciola, gocciolare sgocciolare</emph> ec. diminutivi equivalenti ai positivi
            <emph>goccia, gocciare, sgocciare</emph> ec. da <emph>gutta</emph>. Questi diminutivi
          cioè <emph>gocciola</emph> (e così <emph>frombola</emph>
          <pb ed="aut" n="3895"/> di cui p. 3636. marg. benchè <emph>fromba</emph> non sia nome
          latino), ec. e simili altri in <emph>olo</emph> ec. breve, sono alla latina; il che è da
          notare. (20. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il sonno e tutto quello che induce il sonno, ec. è per se stesso piacevole, secondo la
          mia teoria del piacere ec. Non c’è maggior piacere (nè maggior felicità) nella vita, che
          il non sentirla. (20. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3876. <foreign lang="lat" rend="italic">Venio</foreign> ha già perduto il suo
            <emph>i</emph> in <foreign lang="lat" rend="italic">veni</foreign> il cui <emph>i</emph>
          non è il radicale, ma quello della terminazione del perfetto, se già esso non comprende
          ambo gl’<emph>i</emph>, come negli antichi codici e monumenti si trova assai spesso
            <foreign lang="lat" rend="italic">audi</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >audii, Tulli</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">Tullii</foreign>, anzi
          regolarmente <foreign lang="lat" rend="italic">Tulli</foreign> e non <foreign lang="lat"
            rend="italic">Tullii</foreign> ec. del che vedi il <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Conspectus orthographiae cod. vaticani de
            republica</foreign>
          </quote> di Niebuhr. In ogni modo è certo che virtualmente l’<emph>i</emph> p. e. di
            <foreign lang="lat" rend="italic">Tulli</foreign>, contiene due <emph>i</emph>, come il
          moderno nostro (e latino) <emph>j</emph>. Del resto, anomalie che faccian perdere
            l’<emph>i</emph> radicale ai temi della quarta, sono moltissime. P. e. <foreign
            lang="lat" rend="italic">vincio-vinxi</foreign> (dove l’<emph>i</emph> secondo, non è il
          radicale) <foreign lang="lat" rend="italic">sentio-sensi</foreign> ec. Contrazioni altresì
          moltissime, come <foreign lang="lat" rend="italic">saltum</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">salio</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">salitum</foreign>
          ec. ec. ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Audisti audistis</foreign> ec. sono
          contrazioni, non, cred’io, di <foreign lang="lat" rend="italic">audiistis</foreign> ec. ma
          di <foreign lang="lat" rend="italic">audivisti</foreign>, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">amasti</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">amavisti</foreign>;
          onde in <foreign lang="lat" rend="italic">audisti audistis</foreign> ec. l’<emph>i</emph>
          radicale non sarebbe perduto, ma sola la sillaba interposta, <emph>vi</emph>. (20. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3896"/>
          <foreign lang="fre" rend="italic">D’emblée</foreign> viene evidentemente dal greco
            <foreign lang="grc">ἐμβάλλω</foreign>. Grecismi del volgare italiano vedine ap. il
          Vettori Commentar. in <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> Lib. 7. fin. Florent. 1576. p. 646 fin.-647 princip.</bibl> Il
          luogo di Aristot. quivi citato è ib. p. 641. fine. (21. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati: <foreign lang="lat" rend="italic">pocillator</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pocillum</foreign>, invece di dir <foreign lang="lat"
            rend="italic">poculator</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >poculum</foreign>, ma collo stesso senso, cioè di <foreign lang="grc">οἰνοχόος</foreign>.
          (21. Nov. 1823.). <foreign lang="lat" rend="italic">Gemellus</foreign> coi derivati,
          diminutivo di <foreign lang="lat" rend="italic">geminus</foreign> (come
          <emph>pagella</emph> di <emph>pagina</emph>. <emph>Gemello</emph>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">iumeau</foreign>, v. gli spagn. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >Femelle</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">femella</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">femina</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >femme</foreign>, passato in francese al semplice significato di <emph>donna</emph>. Così
            <emph>favellare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">fabella</foreign>, in vece e
          nel senso di <foreign lang="lat" rend="italic">fabulare</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">fabula</foreign>, del che vedi la p. 3844. (21. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi latini. <bibl>V. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Leo es</foreign>
          </bibl>. (21. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3894. marg. La ragione di cui l’uomo solo è provveduto (ossia quel grado di
          facoltà intellettuale che si chiama ragione, ed a cui il solo intelletto dell’uomo arriva
          e può arrivare), come per mille parti è utile, per mille necessaria alla società, ed
          origine e cagione effettiva di essa, così per mille altre parti (come p. e. per la
          superstizione la qual non sarebbe senza il grado di facoltà mentale che noi abbiamo, e che
          le bestie non hanno, e per cento mila altri effetti) è di sua natura nocevole e anche
          direttamente contraria alla società degli uomini, e al lor ben essere e lor perfezione
          nello stato sociale ec. ec. Parlo qui di quella facoltà di ragione che l’uomo ha per
          natura, anche nello stato primitivo, e dico che questa medesima dimostra che l’uomo per
          natura è men disposto a società che gli altri animali, benchè per altra parte ella sembri
          invitta e principalissima prova del contrario ec. ec. (21. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3897"/> La negativa francese <foreign lang="fre" rend="italic"
          >ne</foreign> è l’antichissima de’ latini, i quali dicevano <foreign lang="lat"
            rend="italic">ne</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">nec</foreign> per
            <emph>non</emph>, come ho discorso in proposito di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nihilum</foreign> parlando della voce <foreign lang="lat" rend="italic">silva</foreign>
          e della sua origine, e mostrato ancora che <foreign lang="lat" rend="italic">ne</foreign>
          serviva in composizione di particella privativa, come in greco <foreign lang="grc">νη, νε,
            ν</foreign>, e per conseguenza sì essa che le dette greche originariamente dovettero
          certo essere particelle negative, cioè assolutamente servienti alla negazione ec.<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat">Ne quidem</foreign> p. <foreign lang="lat">nec quidem,
              nequam</foreign> ec. dove il <foreign lang="lat" rend="italic">ne</foreign> è
              privativo, ec.</p>
          </note> E <bibl>v. il <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Ne,
            Nec</foreign>
          </bibl> ec. e i Lessici greci in <foreign lang="grc">νη</foreign> ec. (22. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Febricito as</foreign>, viene forse da un <foreign
            lang="lat" rend="italic">febrico as atum</foreign>, ovvero <emph>ui itum</emph> (come
            <foreign lang="lat" rend="italic">applico, explico</foreign> ec. <foreign lang="lat"
            rend="italic">ui itum</foreign> ec. e simili, di cui altrove) che sarebbe affine a
            <foreign lang="lat" rend="italic">febricosus</foreign>? (22. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non solo aggettivi si son fatti da’ participii in <emph>us</emph>, come altrove più
          volte, ma spessissimo essi participii son passati in sostantivi, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">factum, actum, iussum</foreign> ec. ec. Onde anche da tali sostantivi si
          può talora argomentare e de’ veri participii, e dell’esistenza di verbi ignoti, di cui
          questi sostantivi saranno stati originalmente participii, benchè or non si sappia, ec. ec.
          (22. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3636. È da notare che quando il positivo de’ diminutivi positivati (come di
            <emph>martello</emph> ec.), sieno latini, sieno moderni, latini di origine, o di origine
          moderna ec., non si trova, <pb ed="aut" n="3898"/> o non se ne sa almeno il significato
          (sia nella stessa lingua, sia nella latina, o nelle altre ec.), allora può essere che
          questo fosse diverso da quello de’ loro diminutivi noti, o diverso affatto, o diverso in
          quanto più generale, o appartenente ad una specie di cose dello stesso genere ma pur
          diversa da quella significata dal diminutivo ec. Onde tali diminutivi non possono con
          certezza chiamarsi positivati, con tutto che nella loro significazione non si vegga causa
          nè vestigio alcuno di diminuzione; perocchè positivati si vogliono intendere quei
          diminutivi che son giunti ad essere usati in vece de’ loro positivi (o coesistenti, o
          andati in disuso), e per conseguenza nel medesimo senso di questi. E i diminutivi de’
          quali io raccolgo gli esempi, han da esser di questo genere, e non altro. (22. Nov.
          1823.). V. p. 3945.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3513. Come le donne naturalmente e generalmente parlando (e basta all’effetto,
          che così sia pernatura) vivono alquanto meno degli uomini, o son destinate ad uno spazio
          di vita alquanto più breve, ed infatti il loro sviluppo, e la decadenza ed estinzione
          delle loro facoltà e della giovanezza loro, è certamente più pronto, e la loro carriera
          fisica generalmente più rapida; così è ben verisimile che le date quantità di tempo, ad
          esse paiono alquanto maggiori che agli uomini, secondo la piccola proporzione che risulta
          dal poco svantaggio di lunghezza che ha la lor vita naturalmente dalla nostra; la qual
          differenza e proporzione essendo assai piccola, non è maraviglia se il detto effetto non
          si nota, <pb ed="aut" n="3899"/> e se riesce impercettibile, essendo quasi menomo ec.
          Forse anche simili differenze impercettibili si potrebbero supporre tra diversi individui
          di uno stesso sesso, nazione ec. come derivanti e proporzionate a certe relative
          differenze fisiche o morali, ec. che si potrebbe forse notare a questo proposito, e come
          atte a cagionare detto effetto ec. ec. (22. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Je me rappelle souvent ce vers anglais: <hi rend="italic">L’homme
                est fait pour agir, et tu prétends penser</hi>
            </foreign>?</quote>
          <bibl>
            <author>Frédéric II</author>
            <title>Lettres à d’Alembert</title>, tome XIII. p. 203.</bibl> (22. Nov. 1823.). V. p.
          3931.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Voce comune alle tre lingue: <emph>Ciabatta</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
            >zapato</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">savate</foreign> (è noto che il
          nostro <emph>c</emph> molle, in ispagnuolo è <emph>z</emph>, in francese vale
          <emph>s</emph>), <foreign lang="fre" rend="italic">savaterie, savetier</foreign>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">zapatero</foreign>, <emph>ciabattino, acciabattare</emph> ec.
          ec. Anche le metafore di tali voci, come di <foreign lang="fre" rend="italic"
          >saveter</foreign> e <emph>acciabattare</emph>, di <emph>ciabattino</emph> e <foreign
            lang="fre" rend="italic">savetier</foreign> per <foreign lang="fre" rend="italic"
            >mauvais ouvrier</foreign> ec. ec. sono conformi, almeno tra l’italiano e il francese,
          giacchè il significato di <emph>ciabatta</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >savate</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">zapato</foreign>, benchè simile, è
          alquanto diverso nello spagnuolo ec. (23. Nov. Domenica. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3851. marg. Anche tra noi però <emph>avvisato</emph> per <emph>prudente</emph>,
          può essere participio di <emph>avvisarsi</emph>, verbo reciproco, o neutro passivo, in
          senso di <emph>avvedersi</emph> ec., e in tal caso non apparterrebbe al nostro discorso,
          niente più di quello che gli appartenga appunto <emph>avveduto</emph> di
          <emph>avvedersi</emph> (che vale lo stesso che <emph>avvisato</emph>),
          <emph>accorto</emph> di <emph>accorgersi</emph> (che vale altresì lo stesso: dico
          aggettivamente presi <emph>accorto, avveduto, avvisato</emph>), e gli altri participi de’
          neutri passivi o reciprochi. (23. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3900"/> Alla p. 3869. marg. Da queste osservazioni è chiaro che si dee dir
            <foreign lang="lat" rend="italic">vivisco</foreign> e non <foreign lang="lat"
            rend="italic">vivesco</foreign>, anche per regola e analogia e ragion generale. — Es. di
          verbo incoativo fatto da verbo della 4. può essere <foreign lang="lat" rend="italic"
            >scisco</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">scio</foreign> — <foreign
            lang="lat" rend="italic">Hisco</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >hio-hiatum</foreign>, non è che corruzione d’<foreign lang="lat" rend="italic"
          >hiasco</foreign> che pur si trova, e che è proprio degli antichi; come <foreign
            lang="lat" rend="italic">hieto</foreign> è corruzione d’<foreign lang="lat"
            rend="italic">hiato</foreign>, che pur si trova, del che altrove. (23. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove sopra il continuativo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >hietare</foreign>, aggiungi quello che puoi vedere nel pensiero precedente. (23. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3869. marg. principio. <foreign lang="lat" rend="italic">Arcesso</foreign>, —
            <foreign lang="lat" rend="italic">Capesso</foreign>, — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Facesso</foreign> (<bibl>v. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Facesso</foreign> princ. e fin.</bibl>) — <foreign lang="lat"
            rend="italic">is ivi itum</foreign>. E credo che anche gli altri tali verbi
          frequentativi o desiderativi o come si chiamino (<bibl>v. <author>Forc.</author> in
              <foreign lang="lat" rend="italic">Facesso</foreign> princ.</bibl>), se altri ve n’ha,
          facciano allo stesso modo, cioè una mescolanza della 3. e 4. coniugazione Anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">Arcesso</foreign> fa nell’infinito passivo <foreign lang="lat"
            rend="italic">arcessi</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">arcessiri</foreign>.
          E <bibl>v. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >arcesso</foreign> princ.</bibl> (23. Nov. 1823.). V. p. 3904.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3884. Se la qualità dello stile del Tasso, considerato in generale, pecca in
          qualche cosa, questo si è più che in altro, nel molle. E certo non di rado esso dà nel
          debole, anzi pur nel freddo, e in quel basso che nasce da debolezza, da mancanza di nervo
          e di forza per sostenersi in alto e ritto ec. ec., in poca sostenutezza ec. Questo è molto
          più frequente nel Tasso che o in Dante o in Petrarca, e più ancora che in parecchi poeti
          del 2. ordine. (23. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2843. Che <foreign lang="lat" rend="italic">inceptare</foreign> in questo senso
            d’<emph>incettare</emph>, cioè <pb ed="aut" n="3901"/> come composto di <foreign
            lang="lat" rend="italic">capto</foreign>, non sia alieno dall’antica latinità, secondo
          che ho detto in una delle pagg. citate in quella a cui questo pensiero appartiene, me lo
          persuade eziandio il vedere che detto senso è tutto latino, e alla latina ec. e quasi è lo
          stesso che quello del semplice <foreign lang="lat" rend="italic">captare</foreign>, se non
          che è determinato ad un certo modo di far quello che si denota col verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">captare</foreign>. Del resto che la mutazione
          dell’<emph>a</emph> in <emph>e</emph> ne’ composti, e l’altre tali, usitate regolarmente
          nell’antico e buon latino, fossero trascurate ne’ composti de’ tempi bassi e delle lingue
          moderne, ne può essere una prova appunto <emph>accattare</emph> (<foreign lang="fre"
            rend="italic">acheter</foreign>). Vedi Glossar. in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >accaptare</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Anche abbiamo <emph>accettare</emph> (<foreign lang="fre" rend="italic"
              >accepter</foreign> ec.) da <foreign lang="lat" rend="italic">acceptare</foreign>, ma
              non di <foreign lang="lat" rend="italic">capto</foreign> bensì di <foreign lang="lat"
                rend="italic">accipio acceptus</foreign> ec.</p>
          </note>. (23. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Simile esempio a quello di <foreign lang="spa" rend="italic">traer</foreign> usato talora
          dagli spagnuoli nel senso di <foreign lang="lat" rend="italic">tractare</foreign>, come
          nel primo principio della mia teoria de’ continuativi, si è quello di <foreign lang="fre"
            rend="italic">affecter</foreign> spesso usato da’ francesi nel significato stesso (o
          simile) di <foreign lang="lat" rend="italic">afficere</foreign>. <bibl>V.
            <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">affecto</foreign> fin. e
              <foreign lang="lat" rend="italic">inaffector aris</foreign>
          </bibl>; il Gloss., gli spagn. ec. (23. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3753. marg. — come forse sono contrazioni quei diminutivi di cui a p. 3844. ec.,
          cioè a dire <foreign lang="lat" rend="italic">pagella</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">paginella, asellus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >asinellus</foreign>, che noi diciamo, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fabella</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">fabulella</foreign> ec. (23. Nov.
          1823.). V. p. 3992.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alle cose dette altrove in più luoghi sopra il <emph>g</emph> protetico dei latini avanti
          la <emph>n</emph>, aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic">gnatus</foreign>, participio
          o aggettivo, e sostantivo, e <foreign lang="lat" rend="italic">gnatula</foreign>, e v.
          Forcell. in queste voci. (23. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove sopra l’uso dello spagn. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >luego</foreign> simile a quello che i greci fanno degli avverbi significanti <foreign
            lang="lat" rend="italic">statim</foreign> ec. aggiungi un esempio di <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> l. 8. Florent. 1576 p. 615. princip. 652. fine. p. 675.
          fine</bibl>, <quote>
            <foreign lang="grc">εὺθὺς γὰρ</foreign>
          </quote> ec. male inteso dal Vettori in tutti i tre luoghi, in un de’ quali ridonda. (23.
          Nov. Domenica. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3902"/>
          <emph>Andare</emph> per <emph>essere</emph> del che altrove. <bibl>
            <author>Petr.</author>
            <title>Sestina <hi rend="sc">i</hi>
            </title> verso penult.</bibl> E <quote>
            <emph>’l giorno andrà</emph> (sarà) <emph>pien di minute stelle Prima ch’</emph>
          </quote> ec. (24. Nov. dì di San Flaviano. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito del diminutivo positivato <foreign lang="grc">ποίμνιον</foreign>, di cui
          altrove, si può notare che anche in francese il vocabolo che significa gregge, e
          particolarmente gregge di pecore (come <foreign lang="grc">ποίμνιον</foreign> e <foreign
            lang="grc">ποίμνη</foreign>) o di montoni, è originariamente diminutivo, cioè <foreign
            lang="fre" rend="italic">troupeau</foreign> per <foreign lang="fre" rend="italic"
          >troupe</foreign>, la quale seconda voce equivarrebbe a <foreign lang="lat" rend="italic"
            >grex</foreign> che forse propriamente è generica come <foreign lang="fre" rend="italic"
            >troupe</foreign>, e significa moltitudine, adunanza ec. secondo che in latino e in
          italiano tuttogiorno s’adopera. (24. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi latini. <foreign lang="lat" rend="italic">Lac</foreign>: idea primitiva ec.
          Gr. <foreign lang="grc">γάλα γάλακτος</foreign>, dalla qual voce gli etimologi derivano la
          latina. (24. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove che la lingua ebraica non ha voci composte. Si eccettuino molti nomi propri,
          come <emph>Ab-raham, Ben-iamin, Mi-cha-el, Ierusalem</emph> (non è dell’antico ebraico)
          ec. e forse anche alcuni nomi, non propri, ma appellativi o cosa simile. (24. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uomo che ha molta capacità e quindi facilità, prontezza e moltiplicità di assuefazione,
          per questa medesima causa ha altrettanta capacità, facilità ec. di dissuefazione.
          Viceversa nel caso contrario. E sempre proporzionatamente, anzi sempre ugualmente, alla
          misura dell’una capacità risponde quella dell’altra. L’una <pb ed="aut" n="3903"/> e
          l’altra o sono la cosa stessa diversamente considerata, o due effetti gemelli d’una stessa
          causa, che non può produr l’uno senza produr l’altro nel medesimo grado. Dalle medesime
          cagioni fisiche, morali ec. che producono l’assuefabilità di un uomo o dell’uomo ec. nasce
          altrettanta sua dissuefabilità. E dall’una si può argomentare all’altra. L’uomo è
          assuefabile; dunque egli è dissuefabile; o viceversa. Il tale individuo ha tanta capacità
          di assuefazione; dunque tanta di dissuefazione nè più nè meno.</p>
        <p>Questo principio, il quale risulta ed è dimostrato e sviluppato dalle osservazioni da me
          fatte altrove, si dee notare diligentemente, perchè nel corso delle nostre teorie sarà
          forse suscettibile di molte applicazioni. (24. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A ciò che ho detto altrove in proposito di <foreign lang="spa" rend="italic"
          >pintar</foreign> e dell’antico participio latino di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pingo</foreign> e de’ verbi simili, aggiungasi <emph>dipinto</emph> (non
          <emph>dipitto</emph>) sostantivo e aggettivo o participio, <emph>dipintura</emph> ec.
            <foreign lang="fre" rend="italic">peint</foreign>, e quindi <foreign lang="fre"
            rend="italic">peintre, peinture</foreign> ec. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >dépeint</foreign> ec. <emph>Pitto</emph> per <emph>pinto</emph>, non è che degli
          scrittori. Abbiamo però <emph>pittura, pittore</emph> ec. Ma anche <emph>pintore,
          pintura</emph>. Gli spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic">pintor</foreign> ec.
            <emph>Fitto</emph> per <emph>finto</emph> (universale tra noi) non so se mai fosse del
          volgo e della lingua parlata. Da <emph>finto</emph>, e non da <foreign lang="lat"
            rend="italic">fictus</foreign> o <emph>fitto</emph>, <emph>finzione, fintamente</emph>
          ec. <emph>infinto</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">fractus</foreign>
          <emph>franto infranto</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">enfreint</foreign> ec.
          Abbiamo però anche <emph>fizione</emph> ec. I franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >feint</foreign> ec. Gli spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic">fingido</foreign>
            (<foreign lang="lat" rend="italic">fingitus</foreign> primitiva forma) ec.
          <emph>Vinto</emph>, non <emph>vitto</emph> (<foreign lang="lat" rend="italic"
          >victus</foreign>) se non poeticamente, ed or neanche ben si direbbe in poesia. Gli
          spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic">vencido</foreign>, i francesi <foreign
            lang="fre" rend="italic">vaincu</foreign>, che rispondono al <pb ed="aut" n="3904"/>
          primitivo <foreign lang="lat" rend="italic">vincitus</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">vinco</foreign>, secondo il detto altrove della mutazione
          dell’<emph>itus</emph> latino in <emph>u</emph>, nella desinenza di molti participii
          francesi ec. (24. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3900. <foreign lang="lat" rend="italic">Incesso is ivi</foreign>, (<quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">frequentativum ab</hi>
              <hi rend="sc">incedo</hi>
            </foreign>
          </quote>, dice il Forcell.). Quanto al suo preterito <foreign lang="lat" rend="italic"
            >incessi</foreign> (onde l’<quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">incesserint</foreign>
          </quote> nell’esempio di <bibl>
            <author>Tacito</author>
            <title>hist.</title> 3. 77.</bibl>), <bibl>vedi il <author>Forcell.</author> in <foreign
              lang="lat" rend="italic">Incedo</foreign> ne’ due ult. paragrafi</bibl>, e confrontisi
          ciò ch’egli dice del perf. facessi in Facesso. (24. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Incessare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >incedere</foreign>. <bibl>V. il <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Incesso is</foreign>
          </bibl>, fine, e il pensiero antecedente, se vuoi. (24. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3826. Il barbaro <foreign lang="lat" rend="italic">incapabilis</foreign> (v.
          Forcell. e Gloss. ec.) o è voce falsa, o affatto barbara di formazione e fuor d’ogni
          regola, (come centomila simili delle latino-barbare, o delle moderne, anche in
          <emph>bilis</emph>), o dimostra un <foreign lang="lat" rend="italic">capo as
          atum</foreign>, se non si dee leggere <foreign lang="lat" rend="italic"
          >incapibilis</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">capitum</foreign> (primitivo
          per <foreign lang="lat" rend="italic">captum</foreign>), come io dubiterei. (24. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Dice</emph> per <emph>dicono</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aiunt</foreign>, del che altrove. <bibl>V. la <title>Crusca</title> in <emph>Fitto</emph>
            par. 3. esempio ult.</bibl> e cercalo nel suo autore. (24. Nov. 1823.). Sta <bibl>
            <title>Orl. Innam.</title> c. 37. st. 1</bibl>, e non ha che far col proposito. (24.
          Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto che tutte le lingue nascendo dai volgari, le nostre sono nate dal latino volgare
          e parlato e non dal latino scritto. Da questo principio segue, fra gli altri molti, questo
          corollario che tutte le voci, frasi, significazioni ec. italiane, francesi spagnuole, e
          tutte le proprietà di queste tre lingue, o di qualunque di <pb ed="aut" n="3905"/> esse,
          che si trovano ancora, in qualsivoglia modo, nel latino scritto di qualunque età, e che
          nelle dette lingue non sono state introdotte dagli scrittori, dalla letteratura, da’
          letterati, dalla favella de’ dotti o colti ec. nè passati dall’una di esse lingue
          nell’altra per qualunque mezzo, dopo essere in quella stati introdotti dagli scrittori o
          dal parlar letterato ec., ma che vengono originariamente dal semplice uso del favellare
          ec.; furono tutte proprie del latino volgare e parlato, non meno che dello scritto; e
          quindi chi cerca l’antico volgar latino, ha diritto di considerarle come sue parti e
          qualità ec. (24. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3835. È da notare però che l’ubbriachezza ec. anche quando esalta le forze, e
          cagiona una non ordinaria vivacità ed attività ed azione esteriore o interiore, o l’uno e
          l’altro, sempre però o quasi sempre cagiona eziandio nel tempo stesso una specie di
          letargo, d’irriflessione, d’<foreign lang="grc">ἀναισθησία</foreign>, ancorchè l’uomo per
          altra parte sia allora straordinariamente sensibile, e riflessivo e profondo sopra ogni
            cosa<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi la pag. 3921-27.</p>
          </note>. Ella infatti per sua proprietà trae l’uomo più o meno, ed in uno o in altro modo,
          fuor di se stesso, e in certa maniera, quando più quando meno, lo accieca, lo trasporta,
          lega le sue facoltà, ne sospende l’uso libero ec. Perciò appunto ella è ordinariamente
          piacevole, perocchè sospendendo o scemando in certo modo il sentimento della vita nel
          tempo stesso ch’ella accresce la forza, l’energia, l’intensità, il grado, la somma, la
          vitalità d’essa vita, sospende o scema o rende insensibile o men sensibile l’azione,
          l’effetto, l’efficacia, <pb ed="aut" n="3906"/> le funzioni, l’attualità dell’amor
          proprio, e quindi il desiderio vano della felicità ec., secondo il detto nella mia teoria
          del piacere sopra l’essenziale piacevolezza di qualunque assopimento, in quanto sospensivo
          del sentimento della vita, e quindi del sentimento, anzi dell’attuale esistenza dell’amor
          proprio, e del desiderio della felicità. L’ubbriachezza e tutto ciò che le si assomiglia o
          le appartiene ec. è piacevole per sua natura, principalmente in quanto ell’è (per sua
          natura) assopimento<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>L’ubbriachezza accrescendo la vita e il sentimento di essa, fa nel med. tempo che
              l’individuo non rifletta (naturalmente), non consideri questa vita e questo
              sentimento, che il suo spirito consideri e s’interessi a questo sentimento
              accresciuto, assai meno ancora ch’ei non suole al sentimento ordinario e minore, e
              tanto meno quanto egli è più cresciuto. V. p. 3931.</p>
          </note>. Massime che questo nasce allora dall’eccesso medesimo della vita e del sentimento
          di lei, il qual eccesso è nella ubbriachezza quello che scema e mortifica più o meno esso
          sentimento (secondo che il troppo è padre del nulla, come altrove) e quasi estingue
          l’animo. (<bibl>V. <title>Victor. Commentar.</title> in <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> Flor. 1576. pag. ult. lin.5. 6.</bibl>).Ond’è sommamente piacevole
          per se stesso, astraendo dalle circostanze che possono produrre in qualche parte il
          contrario, e dall’altre qualità, ed effetti, anche essenziali, dell’ubbriachezza ec. ec.
          fra tutti gli assopimenti quello prodotto dall’ubbriachezza e simili cause, perch’esso
          solo include, suppone e porta seco ed ha per madre l’abbondanza relativa della vita e del
          sentimento di lei, la qual vita e sentimento è per natura e necessità supremamente
          piacevole al vivente, come altrove in più luoghi, se non che negli altri casi la maggior
          vita e il maggior sentimento di essa è proporzionatamente maggiore amor proprio, e quindi
          desiderio di felicità, e questo vano, e quindi maggiore infelicità ec. (24. Nov. Festa di
          S. Flaviano 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla lista de’ verbi frequentativo-diminutivi, disprezzativi, vezzeggiativi ec.,
          frequentativi o diminutivi semplicemente ec. italiani, data da me altrove, aggiungi: in
            <emph>ettare</emph>, come da <foreign lang="lat" rend="italic">balbo</foreign>,
            <emph>balbettare</emph>. (25. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3907"/> Alla p. 2924. Personale: <quote>
            <foreign lang="grc">ταῦτα μὲν οὕτως ἔχει, οὕτως ἐχέτω</foreign>
          </quote> ec. ec. Impersonale <quote>
            <foreign lang="grc">εἴπερ τὸν τρόπον τοῦτον</foreign>
          </quote> (se così è). <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> Flor. 1576. p. 557. fin.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν αἰγύπτῳ τε γὰρ ἔχει τὸν τρόπον τοῦτον</foreign>
          </quote>
          <bibl>p. 590 fin.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ὅπου μὴ τοῦτον ἔχει τὸν τρόπον</foreign>
          </quote>
          <bibl>p. 595. 3</bibl> In italiano non credo che avere per essere sia mai veramente
          impersonale. <emph>Ci ha molti</emph> è il singolare pel plurale, come in greco co’ nomi
          neutri, e in italiano, massimo antico o volgare, assai spesso. Dunque in questa frase v’è
          la persona, cioè <emph>molti. Ebbevi di quelli che</emph> ec. Si sottintende alcuni. Pur
          questa frase (e simili) per se stessa è impersonale, e può chiamarsi così, giacchè in
          origine in tutte le frasi impersonali qualche cosa si sottintende, come nelle soprascritte
          greche <foreign lang="grc">τὰ πρὰγματα</foreign> e simile. (26. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Cultellus</foreign>
            (<emph>coltello</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">couteau</foreign> ec. <bibl>V.
            i Diz. in <foreign lang="fre" rend="italic">coutre</foreign>
          </bibl>. Trovo in 2. lett. di Feder. II. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >coutelet</foreign>, per <emph>coltellino</emph>.) <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cultellare, cultellatus</foreign> ec. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> (26. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3819. I nomi latini neutri della 3. che hanno l’accusativo come il nominativo, e
          ben diverso dall’ablativo, si vede che nelle nostre lingue non hanno a far niente (in
          generale) cogli ablativi latini, ma ben co’ nominativi e accusativi Come <foreign
            lang="lat" rend="italic">tempus-tempore</foreign>, <emph>tempo</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">temps</foreign> ec.; <foreign lang="lat" rend="italic"
            >semen-semine</foreign>, <emph>seme</emph> ec., ec. (26. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Bisogna notare che i diminutivi positivati (verbi o nomi ec.) da me raccolti non sieno di
          senso neanche frequentativo, nè disprezzativo, nè vezzeggiativo, nè simile, eccetto se
          tale non fosse anche quello del positivo, al quale esso deve insomma essere totalmente
          conforme. <foreign lang="lat" rend="italic">Misculare</foreign> (a proposito di cui ho
          preso a discorrere de’ diminutivi <pb ed="aut" n="3908"/> positivati) a principio ebbe
          forse un senso frequentativo, che poi perdè, restandogli quello del positivo. E così gli
          altri, ciascuno de’ quali (nomi o verbi) in origine dovettero in qualunque modo differire
          nel senso dai positivi. Del resto i verbi in <emph>ulare</emph> ec. propriamente sono
          diminutivi e perciò spettano al mio discorso. Hanno però talora un senso simile al
          frequentativo (come tanti verbi italiani altrove da me notati), ma non perciò si possono
          men giustamente porre fra’ diminutivi, giacchè solo dalla diminuzione ricevono quel tal
          potere di significar la frequenza ec. il qual significato è come una specie de’
          significati diminutivi ec. (26. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3520. E bene spesso l’irriflessione de’ fanciulli, degl’ignoranti, degl’inesperti
          ec. fa quello stesso, e così perfettamente, o assai meglio ancora, che può fare e fa la
          riflessione, la prudenza, la provvidenza, l’accorgimento, l’abilità, la prontezza ec. e la
          presenza di spirito acquistata a forza di pratica ec. trova gli stessi partiti che
          potrebbe abbracciare dopo maturissima considerazione l’uomo il più riflessivo, e dov’è
          bisogno di prontezza, con altrettanta e maggior prontezza li trova e li eseguisce, che
          possa fare l’abito della riflessione ec. (26. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Causare</emph> per <emph>accusare, accagionare</emph>, del che altrove in proposito
          dell’antico lat. <foreign lang="lat" rend="italic">cuso</foreign>. <bibl>
            <author>Machiavelli</author>
            <title>Vita di Castruccio Castracani</title>, non molto avanti il mezzo, <title>tutte le
              Opere</title>, 1550, parte 2.a p. 73</bibl>. principio. <quote>
            <emph>Occorse in questi tempi che il popolo di Roma cominciò a tumultuare per il vivere
              caro, causandone l’assenza del Pontifice che si trovava in Avignone, et biasimavono i
              governi Tedeschi</emph>
          </quote>. (26. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3909"/> Alla p. 3753. E forse del resto, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >puellus</foreign> è contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >puerulus</foreign>, che pur si dice; e allo stesso modo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nigellus</foreign> di un <foreign lang="lat" rend="italic">nigerulus</foreign>, e
            <emph>fratello</emph> è per <foreign lang="lat" rend="italic">fraterulus</foreign>,
            <foreign lang="lat">culter cultri-cultellus</foreign>, e tutti i simili similmente. (26.
          Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3310. Quanto influisca sempre l’immaginazione, l’opinione, la prevenzione ec.
          sull’amore anche corporale, sui sentimenti che un uomo prova in particolare verso una
          donna, o una donna verso un uomo, è cosa notissima. E in particolare ha forza sull’amore,
          non solo platonico o sentimentale, ma eziandio corporale verso gl’individui particolari,
          tutto ciò che ha del misterioso, e che serve a rendere poco noto all’amante l’oggetto del
          suo amore, e quindi a dar campo alla sua immaginazione di fabbricare, per dir così,
          intorno ad esso oggetto. Perciò moltissimo contribuisce all’amore e al desiderio anche
          corporale, tutto ciò che ha relazione ai pregi o alle qualità comunque amabili dell’animo
          nell’oggetto amabile, e in particolare un certo carattere profondo, malinconico,
          sentimentale, o un mostrar di rinchiudere in se più che non apparisce di fuori. Perocchè
          l’animo e le sue qualità, e massimamente queste che ho specificate, son cose occulte, ed
          ignote all’altre persone, e dan luogo in queste all’immaginare, ai concetti vaghi e
          indeterminati; i quali concetti e le quali immaginazioni congiungendosi al natural
          desiderio che porta l’individuo dell’un sesso verso quello dell’altro, danno un infinito
          risalto a questo desiderio, accrescono strabocchevolmente <pb ed="aut" n="3910"/> il
          piacere che si prova nel soddisfarlo; le idee misteriose e naturalmente indeterminate, che
          hanno relazione all’animo dell’oggetto amato, che nascono dalle qualità e parti apparenti
          del suo spirito, e massime se da qualità che abbiano del profondo e del nascosto e
          dell’incerto, e che promettano o dimostrino altre lor parti o altre qualità occulte ed
          amabili ec., queste idee dico, congiungendosi alle idee chiare e determinate che hanno
          relazione al materiale dell’oggetto amato, e comunicando loro del misterioso e del vago,
          le rendono infinitamente più belle, e il corpo della persona amata o amabile,
          infinitamente più amabile, pregiato, desiderabile; e caro quando si ottenga.</p>
        <p>Generalmente una delle grandi cagioni che hanno prodotto il sentimentale, l’amore
          spirituale ec., oltre quella notata nel pensiero a cui questo si riferisce, si è che gli
          uomini civilizzandosi di più in più, e sempre colla stessa proporzione acquistandone ed
          aumentandosene di consistenza, di efficacia, di valore, d’importanza, di estensione, di
          attività, d’influenza, forza, e potere, di facoltà, la parte spirituale ed interna
          dell’uomo, si è venuto primieramente a riconoscere e supporre nell’uomo una parte nascosta
          e invisibile che i primitivi o non supponevano affatto o molto leggieramente, e poco
          distintamente dalla parte visibile e sensibile; poscia a considerarla altrettanto quanto
          la parte esteriore; poi più di questa, e di mano in mano tanto più, che oggimai nell’uomo
          e in ciascuno individuo umano, se la natura non ripugnasse (la quale all’ultimo <pb
            ed="aut" n="3911"/> non può mai totalmente essere nè spenta nè superata) non altro quasi
          si considererebbe che l’interiore, e per uomo non s’intenderebbe in nessun caso altro che
          il suo spirito. Ora in proporzione di questa spiritualizzazione delle cose, e della idea
          dell’uomo, e dell’uomo stesso, è cominciata e cresciuta quella spiritualizzazione
          dell’amore, la quale lo rende il campo e la fonte di più idee vaghe, e di sentimenti più
          indefiniti forse che non ne desta alcun’altra passione, non ostante ch’esso e in origine,
          e anche oggidì quanto al suo fine, sia forse nel tempo stesso e la più materiale e la più
          determinata delle passioni, comune, quanto alla sua natura, alle bestie, ed agli uomini i
          più bestiali e stupidi ec. e che meno partecipano dello spirito. Fino a tanto che giunta
          in questi ultimi tempi al colmo la spiritualizzazione delle cose umane, è, si può dir,
          nato a nostra memoria, o certamente in questi ultimi anni si è reso per la prima volta
          comune quell’amore che con nuovo nome, siccome nuova cosa, si è chiamato sentimentale;
          quell’amore di cui gli antichi non ebbero appena idea, o che sotto il nome di platonico,
          apparendo talora in qualche raro spirito, o disputandosene tra’ filosofi e gli scolastici,
          è stato finora riputato o una favola e un ente di ragione e chimerico, o un miracolo, e
          cosa ripugnante alla universal natura, o un impossibile, o una cosa straordinarissima, o
          una parola vuota di senso, e un’idea confusa; e veramente ella è stata, si può dir, tale
          finora, cioè confusissima e da’ filosofi piuttosto nominata che concepita, e da’ più savi,
          come tale, derisa e stimata incapace di mai divenir <pb ed="aut" n="3912"/> chiara. Questa
          eccessiva moderna spiritualizzazione dell’amore, la quale con proprio vocabolo chiamiamo
          amore sentimentale, risponde alla suprema spiritualizzazione delle cose umane, che in
          questi ultimi tempi ebbe ed ha luogo.</p>
        <p>E come dalla spiritualizzazion delle cose umane sia nata e dovuta nascere, e seco sempre
          in esatta proporzione crescere, e finalmente venire al colmo la spiritualizzazione
          dell’amore, e quindi il vago e l’indefinito che ora è proprio di questa passione e de’
          sentimenti dell’un sesso verso l’altro, è manifesto e facile a spiegare colle cose
          predette. L’uomo da principio, siccome in se stesso e negli altri uomini, così
          naturalmente anche nella donna, e viceversa la donna nell’uomo, non consideravano che
          l’esteriore. Ma col principiar della civilizzazione, nascendo l’idea dello spirito, a
          causa della forza ed azione che la parte interna incominciava ad acquistare e sviluppare,
          e di mano in mano, come questa parte all’esterna, così l’idea dello spirito a quella del
          corpo, prima agguagliandosi, e poi appoco a poco strabocchevolmente prevalendo,
          l’individuo dell’un sesso in quello dell’altro dovette necessariamente prima incominciare
          a considerare anche lo spirito, e poi seguendo, considerarlo quanto il corpo, e finalmente
          più del corpo medesimo, almeno in un certo senso e modo. Sicchè l’oggetto amabile dell’un
          sesso fu all’individuo dell’altro, non più un oggetto semplicemente materiale, come in
          principio, ma un oggetto composto di spirito e di corpo, di parte occulta e di parte
          manifesta, e poscia di mano in mano un oggetto più spirituale che <pb ed="aut" n="3913"/>
          materiale, più occulto e immaginabile che manifesto e sensibile, più interiore che
          esteriore. E come le idee che hanno relazione alla parte interna ed occulta dell’uomo,
          sono naturalmente vaghe ed incerte, quindi l’idea dell’oggetto amabile, considerato nel
          detto modo, cominciò necessariamente ad avere del misterioso, congiungendosi in essa idea
          la considerazion dello spirito a quella del corpo; e acquistando di mano in mano la prima
          considerazione sopra la seconda, sempre più misteriosa ne dovea divenire l’idea
          dell’oggetto amato, sino ad aver finalmente più del mistico, dell’incerto e del vago, che
          del chiaro e determinato. Così i sentimenti e le idee che appartengono alla passion
          dell’amore, pigliarono sempre più dell’indefinito a proporzion della civilizzazione (e
          quindi essa passione divenne, non v’ha dubbio, incomparabilmente più dilettosa); tanto
          che, quantunque il principio dell’amore sia quel medesimo necessariamente oggi che fu ne’
          primitivi, che è ne’ selvaggi, che è e fu sempre ne’ bruti, ed altrettanto materiale e
          animale, nondimeno essa passione adunando in se lo spirituale col materiale, è divenuta
          così diversa da quelle, che certo l’amor propriamente sentimentale non sembra aver nulla
          che fare nè coll’amore de’ selvaggi, nè con quello dei bruti, ma essere di natura e di
          principio e di origine affatto diverso e distinto. Ed oggidì anche l’amore il meno
          platonico e il più sensuale pur tiene necessariamente nelle sue idee e ne’ suoi sentimenti
          assaissimo dello spirituale, e quindi dell’immaginoso, e quindi del vago e
          dell’indefinito; e nell’oggetto amato <pb ed="aut" n="3914"/> o goduto o amabile anche la
          persona più brutale sempre considera alquanto e in qualche modo una parte occulta di esso
          oggetto che accompagna ed anima e strettamente appartiene, abbraccia ed è congiunta a
          quella parte e a quelle membra che egli desidera, o ch’ei si gode, o ch’ei riguarda come
          amabili e desiderabili; perchè in fatti quella parte vi è, ed ha grandissima parte
          nell’essere di quell’oggetto, e l’interno è una grandissima porzione di questo, per
          brutale o insensato che anch’esso si sia; e l’amante il vede assai bene tuttodì. Parlo di
          oggetti amati e di amanti che quantunque brutali, o incolti, e poco esistenti per lo
          spirito, pur sieno de’ civili.</p>
        <p>Del resto, tornando al primo proposito, come l’immaginazione e il mistero particolare ec.
          influisce sommamente e modifica ec. l’amore anche il più corporale verso gl’individui
          particolari d’altro sesso (o anche del medesimo sesso, secondo l’uso de’ greci), così
          l’immaginazione e il mistero generale derivante dall’uso delle vesti, influì nel modo che
          si è detto nel pensiero a cui questo si riferisce, e sempre e del continuo influisce
          generalmente sopra l’amore e i sentimenti (anche i più materiali per principio, per iscopo
          ec.) dell’un sesso verso l’altro, considerato tutto insieme. E come la considerazione
          dello spirito che è cosa occulta, influisce su quella del corpo, e rende misteriosi e
          vaghi i sentimenti e le idee che da questo naturalmente e principalmente hanno origine, ed
          a questo propriamente, benchè or più or meno apertamente e immediatamente e principalmente
          si riferiscono; così la considerazione del corpo divenuto anch’esso cosa, per la maggior
          sua parte, occulta e sottoposta all’immaginazione altrui più ch’ai sensi, rende misteriosi
          ec. e spiritualizza nel modo il più naturale i sentimenti e le idee ec.: e da una causa
          tutta materialissima nasce <pb ed="aut" n="3915"/> un effetto che ha dello
          spiritualissimo, del semplicemente spirituale, del più spirituale ch’alcuno altro ec.</p>
        <p>Quanto poi l’immaginazione, l’opinione, la preoccupazione e cento cause affatto e per lor
          natura e principio aliene ed estrinseche ai soggetti medesimi, influiscano e possano
          sull’amore e sui sentimenti dell’un sesso verso l’altro ne’ casi particolari, mi basti
          considerarne fra gl’infiniti, un esempio. Suppongansi un fratello e una sorella, ambo
          giovanissimi, bellissimi, sensibilissimi, e per ogni parte dispostissimi, ed espertissimi
          eziandio, dell’amore verso gl’individui d’altro sesso. Supponghiamo che dopo lunga
          assenza, si riveggano l’un l’altro, e ponghiamo che ciò sia in tempi o in circostanze che
          il lor cuore, la loro sensibilità, la loro facoltà di passione non sieno state per niun
          modo <foreign lang="fre" rend="italic">blasées, usées</foreign>, istupidite, indebolite
          ec. o dal commercio del mondo o da checchè sia. Certo è ch’essi proveranno l’un verso
          l’altro de’ sentimenti vivissimi, tenerissimi, amorosissimi, piangeranno di affetto ec. Ma
          in questa passione o momentanea o durevole che proveranno l’uno verso l’altro, benchè
          certamente v’avrà molto di corporale, perchè gli ho supposti bellissimi e giovanissimi,
          oltre sensibilissimi, non v’avrà però nulla di sensuale, e quel corporale prenderà forma
          della più spiritual cosa del mondo; e non per tanto la detta passione, come dall’amor
          sensuale di qualsivoglia specie, così sarà di genere e di natura sensibilissimamente
          diverso da qualunque di quegli amori verso un altro sesso, che si chiamano sentimentali,
          incominciando <pb ed="aut" n="3916"/> dal più imperfetto, fino al più puro, spirituale,
          platonico, ed apparentemente più casto ed angelico, insomma il più veramente e
          semplicemente sentimentale che si possa trovare o pensare. Ed essi medesimi o
          espressamente o implicitamente si accorgeranno di questa differenza in modo che non sarà
          loro possibile di confondere neanche per un momento quella passione che allor proveranno
          con nessuna di quelle altre, le quali pur saranno capacissimi di provare, come ho
          supposto, e quindi ben le concepiranno, e di più le avranno effettivamente provate, come
          ho anche supposto. Anzi voglio anche supporre che ambedue si trovino attualmente in una di
          queste altre passioni, e che sia delle vivissime dall’un lato, e dall’altro delle più pure
          e sentimentali possibili. Nè questa nocerà a quella, nè essi lasceranno di sentire, in
          modo da non poter dubitarne, una decisa ed intera differenza di specie dall’una all’altra.
          Certo è che tutte queste supposizioni non sono chimeriche, e che generalmente parlando, si
          son date e si danno effettivamente nelle nazioni civili delle passioni di amore vivissime,
          tenerissime, purissime costantissime, tra fratello e sorella, belli e giovani; di un padre
          verso una figlia bellissima, di una madre ec. e così discorrendo; e che queste passioni
          possono essere e furono e sono distintissime da qualunque altra di quelle che si provano o
          possono provare verso gl’individui d’altro sesso. Certo è insomma che si dà un amor
          fraterno, un amor paterno ec. più o men vivo, ma anche vivissimo e tenerissimo <pb
            ed="aut" n="3917"/> tra persone diverse di sesso, il quale è sensibilissimamente e
          totalmente distinto da qualunque altro di quegli amori più propriamente detti, che si
          provano verso gl’individui d’altro sesso verso i quali essi non sono vietati da certe
          leggi, pretese naturali, cioè dall’opinione ec. Si dà, dico, il detto amore nelle persone
          civili, o semicivili ec. cioè in quegli uomini in cui possono le leggi e quindi le
          opinioni relative ec. E si dà or più or meno durevole; più frequentemente però poco
          durevole (nel suo stato di così vivo e tenero, e di così distinto nel tempo stesso da
          quegli altri amori): ma basta al nostro argomento ch’esso sia e possibile e sovente (e
          foss’anche stato una sola volta) reale, eziandio per un solo istante. (Del resto, tutto
          ciò non toglie che non si dieno e si sien dati forse anche più spesso amori o sensuali o
          sentimentali, ma d’altro genere, tra fratelli e sorelle, padri e figlie, madri e figli ec.
          eziandio civilissimi.)</p>
        <p>Or da queste osservazioni si deduce 1.<hi rend="apice">o</hi> parlando dell’amore tra
          l’un sesso e l’altro generalmente, come esso dipenda e sia modificato, senza alcuna
          influenza della natura propria, dall’immaginazione e dall’opinione. Poichè quel fratello
          che alla vista di quella tal persona, se non fosse stata sua sorella, anzi pur solamente
          s’esso non lo avesse saputo, avrebbe certo provata tutt’altra specie di amore, o se non
          altro, si sarebbe sentito spinto o capace di tutt’altra specie di sentimenti verso lei;
          solo per sapere e pensare quella essere sua sorella, prova un amore e una sorta di
          sentimenti di diversissima e distintissima specie. Giacchè che questa differenza e il
          provar questi sentimenti e il non provar quelli, sia effetto dell’opinione e prevenzione
          ec., e non di un secreto istinto <pb ed="aut" n="3918"/> naturale, come dicono, per modo
          che quel fratello, anche non sapendo quella essere sua sorella, dovesse provare affetto
          (ancorchè menomo) verso lei, e questo fraterno, e non provare affetto d’altra sorta, e
          così un padre verso una figlia ignota, o verso un figlio del medesimo sesso, e cose
          simili, sono tutte stoltezze, e dimostrate per falsissime, oltre dalla ragione, da mille
          esperimenti.</p>
        <p>2. Le dette osservazioni servono d’altro esempio confermante la prima mia proposizione,
          cioè quante passioni sentimenti ec. anche tenerissimi ec. che paiono assolutamente
          naturali, anzi pure quante specie di passioni assolutamente e per origine e principio
          sieno puri effetti di circostanze, opinioni ec. e di accidenti che in natura non avrebbero
          avuto luogo. Infatti questo amor fraterno o paterno ec. verso individui d’altro sesso,
          così vivo per una parte, e per l’altra così distinto dagli altri amori verso il sesso
          differente, anche da’ più puri, sembra bensì la più natural cosa del mondo, eppure è mero
          effetto delle circostanze, delle opinioni, delle leggi, le quali sono le vere madri di
          questa sorta di amore, che non par poter essere altro che opera e figlia della natura, e
          questa averla messa negli animi di propria mano, laddove senza le opinioni, costumi e
          leggi essa sorta di amore non avrebbe esistito, almeno in quel tal grado ec., e il genere
          umano ne sarebbe al tutto inesperto, e non saprebbe che cosa ella si fosse. Siccome accade
          veramente ne’ selvaggi ec. che non abbiano leggi o costumi relativi ec. i quali non
          faranno mai difficoltà di usare colle sorelle, e amandole vivamente ciò non <pb ed="aut"
            n="3919"/> sarà in altra guisa che carnalmente (poichè essi non sono capaci nemmeno
          degli altri amori sentimentali), altrimenti non le ameranno, o solo leggermente e senza
          trasporto, e come e in quanto compagne abituate fin dalla nascita a convivere seco loro,
          come accade anche agli altri animali verso i loro abituali compagni, senza alcuna
          relazione alla conformità del sangue, e senza che questa abbia alcuna parte nel produrre
          quell’affezione, eccetto in quanto ella può esser causa di somiglianza ec. che serve
          all’amicizia, e in quanto ad altre circostanze estrinseche, e in somma diverse dalla
          semplice e propria consanguineità per se stessa, benchè sieno anche suoi effetti. E tale
          non calda amicizia avrà luogo, come tra gli animali, così tra’ selvaggi (ed anche tra
          noi), più tra’ compagni abituati a vivere insieme, che tra’ fratelli, o tra padri e figli,
          posto il caso che questi non abbiano avuto o non abbiano tale abitudine, ed altri ed
          alieni sì. Perocchè essa amicizia è tra loro in quanto compagni abituati (accidente, e
          cosa i cui effetti appartengono all’assuefazione), non in quanto consanguinei, o in quanto
          simili di naturale, di carattere, inclinazioni, età ec., non in quanto consanguinei ec.
          ec. Del resto quel che ho detto dell’amor fraterno o paterno ec. tra individui di sesso
          diverso si stenda ancora a quello tra fratello e fratello, padre e figlio ec., chè
          anch’esso in grandissima parte è opera ed assoluta creatura, o delle leggi, costumi,
          opinioni ec. o dell’assuefazioni, del convitto, della somiglianza, e di cose diverse
          insomma dalla consanguineità per se stessa. Massime un amor vivo, sentimentale, tenero,
          fervido ec. Il quale parimente non suol <pb ed="aut" n="3920"/> aver luogo che ne’ civili
          ec. Tra’ selvaggi, come tra gli animali, l’amore, o almeno l’amor vivo tra’ genitori e’
          figliuoli, anzi de’ genitori verso i figliuoli, non dura se non quanto è bisogno alla
          conservazione di questi ec<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere a questo proposito le pagg. 3797-802. e sopra alcune anche più orribili
              barbarie, uno o due de’ luoghi del Cieça citati a p. 3796.</p>
          </note>. In quel tempo egli è veramente naturale e d’istinto ec. Ma i selvaggi per
          barbarie non lasciano di avere talora anche in costume di abbandonare i figli appena nati,
          o poco appresso ec. di esporli ec. ec., come anche usavano molti antichi civili, e come
          pur troppo s’usa anche oggi tra noi in mille casi ec. ec.; e Rousseau espose o tutti o non
          pochi de’ figli che ricevette dalla sua Teresa Levasseur ec., cose tutte ignote in
          qualunqu’altra specie di animali, e contro natura se altra mai, e di cui non è capace se
          non l’uomo ridotto comunque in società, cioè corrotto, e perniciose di lor natura alla
          specie ec. ec. Puoi vedere <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> Florent. 1576. lib. 7. p. 638-40.</bibl> dove si dà per legge
          conveniente e necessaria alle repubbliche l’esposizione dei figli, non solo imperfetti,
          come in Lacedemone, ma eziandio generati dopo una certa età ec., e di più dove
          l’esposizione per legge non sia permessa, si consiglia e prescrive da quel filosofo
            l’<foreign lang="grc">ἄμβλωσις</foreign> artificiale e volontaria, ec. E vedi anche i
          commentari del Vettori ai detti luoghi. (26. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ortografia italiana peccante per latinismo. Machiavelli in una dell’edizioni della
          testina (che sono le originali, e dove l’ortografia non è rimodernata, come poi, per altre
          mani) scrive mille voci difformemente per latinismo, benchè certo al suo tempo non si
          pronunziassero così, ma come oggi ec., per esempio <quote>
            <emph>Pontifice</emph>
          </quote> (par. 2. p. 73. principio e in tutta la storia, ec.) e simili. (26. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3921"/> Dico altrove in più luoghi che gli uomini e i viventi più forti o
          per età o per complessione o per clima o per qualunque causa, abitualmente o attualmente o
          comunque, avendo più vita ec. hanno anche più amor proprio ec. e quindi sono più infelici.
          Ciò è vero per una parte. Ma essi sono anche tanto più capaci e di azion viva ed esterna,
          e di piaceri forti e vivi. Quindi tanto più capaci di viva distrazione ed occupazione, e
          di poter fortemente divertire l’operazione interna dell’amor proprio e del desiderio di
          felicità sopra loro stessi e sul loro animo. La qual potenza ridotta in atto è uno de’
          principalissimi mezzi, anzi forse il principal mezzo di felicità o di minore infelicità
          conceduto ai viventi. (Io considero quelli che si chiamano piaceri come utili e conducenti
          alla felicità, solo in quanto distrazioni forti, e vivi divertimenti dell’amor proprio,
          (chè infatti essi non sono utili in altro modo) e tanto più forti distrazioni, quanto più
          vivi e forti sono essi piaceri, così chiamati, e maggiore il loro essere di piacere, e la
          sensazion loro più viva. I deboli sono incapaci di piaceri forti, o solo di rado e poco
          frequenti, e men forti sempre che non ne provano i vigorosi, perchè la lor natura non ha
          la facoltà o di sentire più che tanto vivamente, o di sentire piacevolmente quando le
          sensazioni sieno più che tanto vive.) Se l’uomo forte in qualunque modo, è privo, per
          qualunque cagione, di piaceri, o di piaceri abbastanza forti, e di sensazioni vive, e di
          poter mettere in opera la sua facoltà di azione, o di metterla in opera più che il debole,
          egli è veramente più infelice che il debole, e soffre <pb ed="aut" n="3922"/> di più.
          Perciò, fra le altre cose, nel presente stato delle nazioni e quanto alla sua natura, i
          giovani sono generalmente più infelici dei vecchi, e questo stato è più conveniente e
          buono alla vecchiezza che alla giovanezza. L’uomo forte è meno infelice del debole in
          uguali dispiaceri e dolori; più infelice s’egli è privo di piaceri, o di piaceri più vivi
          e frequenti che non son quelli del debole. Egli è più atto a soffrire, e meno atto a non
          godere; o vogliamo dire men disadatto all’uno, e più disadatto all’altro.</p>
        <p>Ma oltre di tutto ciò, bisogna accuratamente distinguere la forza dell’animo dalla forza
          del corpo. L’amor proprio risiede nell’animo. L’uomo è tanto più infelice generalmente,
          quanto è più forte e viva in lui quella parte che si chiama animo. Che la parte detta
          corporale sia più forte, ciò per se medesimo non fa ch’egli sia più infelice, nè accresce
          il suo amor proprio, se non in quanto il maggiore o minor vigore del corpo è per certe
          parti e rispetti, e in certi modi, legato e corrispondente e proporzionato a quello della
          parte chiamata animo. Ma nel totale e sotto il più de’ rispetti, tanto è lungi che la
          maggior forza del corpo sia cagione di maggiore amor proprio e infelicità, che anzi questa
          e quello sono naturalmente in ragione inversa della forza propriamente corporale, sia
          abituale sia passeggera. L’amor proprio e quindi l’infelicità sono in proporzione diretta
          del sentimento della vita. Ora accade, generalmente e naturalmente parlando, che ne’ più
          forti di corpo la vita sia bensì maggiore, ma il sentimento della vita minore, e tanto
          minore quanto maggiore si è e la somma della vita e la forza. Ne’ più deboli di corpo
          viceversa. O volendoci esprimere in altro modo, e forse più chiaramente, ne’ più forti <pb
            ed="aut" n="3923"/> di corpo la vita esterna è maggiore, ma l’interna è minore; e al
          contrario ne’ più deboli di corpo. Infatti è cosa osservata che generalmente,
          naturalmente, e in parità di altre circostanze, le nazioni e gl’individui più deboli di
          corpo sono più disposti e meno impediti a pensare, riflettere, ragionare, immaginare, che
          non sono i più forti; e un individuo medesimo lo è più in uno stato e tempo di debolezza
          corporale o di minor forza, che in istato di forza corporale, o di forza maggiore. Gli
          uomini sensibili, di cuore, di fantasia; insomma di animo mobile, suscettibile, e più vivo
          in una parola che gli altri, sono delicati e deboli di complessione, e ciò così
          ordinariamente, che il contrario, cioè molta e straordinaria sensibilità ec. in un corpo
          forte, sarebbe un fenomeno<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3945.</p>
          </note>. La vita è il sentimento dell’esistenza. Questo è tutto in quella parte dell’uomo,
          che noi chiamiamo spirituale. Dunque la maggiore o minor vita, e quindi amor proprio e
          infelicità, si dee misurare dalla maggior forza non del corpo ma dello spirito. E la
          maggior forza dello spirito consiste nella maggior delicatezza, finezza ec. degli organi
          che servono alle funzioni spirituali. Delicatezza d’organi difficilmente si trova in una
          complessione non delicata; e viceversa ec. La delicatezza del fisico interno corrisponde
          naturalmente ed è accompagnata da quella dell’esterno. Di più la forza del corpo rende
          l’uomo più materiale, e quindi propriamente parlando, men vivo, perchè la vita, cioè il
          sentimento dell’esistenza, è nello spirito e dello spirito. Così le passioni ed azioni, le
          sensazioni e piaceri ec. materiali, tanto più quanto sono più forti; (rispettivamente alla
          capacità ed agli abiti fisici e morali, ec. dell’individuo); le attuali attualmente, le
          abituali abitualmente. Le sensazioni materiali in un corpo forte, o in un individuo che
          per esercizio o per altra <pb ed="aut" n="3924"/> cagione ha acquistato maggior forza
          corporale ch’ei non aveva per natura, o in un corpo debole che si trovi in passeggero
          stato di straordinaria forza, sono più forti, ma non perciò veramente più vive, anzi meno
          perchè più tengono del materiale, e la materia (cioè quella parte delle cose e dell’uomo
          che noi più peculiarmente chiamiamo materia) non vive, e il materiale non può esser vivo,
          e non ha che far colla vita, ma solo colla esistenza, la quale considerata senza vita, non
          è capace nè di amor proprio nè d’infelicità. Così la materia non è capace di vita, e una
          cosa, un’azione, una sensazione ec. quanto è più materiale, tanto è men viva. Insomma
          ciascuna specie di viventi rispetto all’altre, ciascuno individuo rispetto a’ suoi simili,
          ciascuna nazione rispetto all’altre, ciascuno stato dell’individuo sia naturale, sia
          abituale, sia attuale e passeggero, rispetto agli altri suoi stati, quanto ha più del
          materiale, e meno dello spirituale, tanto è, propriamente parlando, men vivo, tanto meno
          partecipa della vita e per quantità e per intensità e grado, tanto ha minor somma e forza
          di amor proprio, e tanto è meno infelice. Quindi tra’ viventi le specie meno organizzate,
          avendo un’esistenza più materiale, e meno di vita propriamente detta, sono meno infelici.
          Tra le nazioni umane le settentrionali, più forti di corpo, men vive di spirito, sono meno
          infelici delle meridionali. Tra gl’individui umani i più forti di corpo, men delicati di
          spirito, sono meno infelici. Tra’ vari stati degl’individui, quello p. e. di ebbrietà,
          benchè più vivo quanto al corpo, essendo però men vivo quanto <pb ed="aut" n="3925"/> allo
          spirito (che in quel tempo è <emph>obruto</emph> dalla materia, e le sensazioni spirituali
          dalle materiali, e le azioni stesse dello spirito, benchè più forti ec., hanno allora più
          del materiale che all’ordinario), e quindi la vita essendo allora più materiale, e quindi
          propriamente men vita (come in tempo di sonno o letargo, benchè questo sia inerte, e
          l’ebbrietà più svegliata ancora e più attiva <emph>talvolta</emph> che lo stato sobrio), è
          meno infelice.</p>
        <p>Del resto egli è ben vero, come ho detto, che la forza del corpo rende il vivente più
          materiale, e gl’impedisce o indebolisce l’azione e la passione interna, e quindi scema,
          propriamente parlando, la vita. Ond’è che, generalmente parlando, quanto nel vivente è
          maggiore la forza e l’operazione e passione e sensazione del corpo particolarmente detto
          (sia per natura, o per abito, o per atto), tanto è minore la vita, l’azione e la passione
          dello spirito, cioè la vita propriamente detta. Ma questo si deve intendere, posta una
          parità di circostanze nel rimanente. Voglio dire, se il leone ha più forza di corpo che il
          polipo, non per questo egli è men vivo del polipo. Perocchè egli è nel tempo stesso assai
          più organizzato del polipo, e quindi ha molto più vita. Onde tanto sarebbe falso il
          conchiudere dalla sua maggior forza corporale che egli abbia più vita, e quindi sia più
          infelice, del polipo, quanto il conchiuderne ch’ei sia più infelice dell’uomo, come si
          dovrebbe conchiudere se la vita si avesse a misurare dalla forza comunque, o dalla forza
          estrinseca (nel che il leone passa l’uomo d’assai) e non dalla organizzazione <pb ed="aut"
            n="3926"/> ec. in cui l’uomo è molto superiore al leone. Se la donna è di corpo più
          debole dell’uomo, e la femina del maschio, non ne segue che generalmente e naturalmente la
          donna e la femmina abbia più vita, e sia più infelice del maschio. Converrebbe prima
          affermare che di spirito la femmina sia o più o altrettanto forte, cioè viva ec., che il
          maschio; ed accertarsi o mostrare in qualunque modo, che al minor grado della sua forza
          corporale rispetto al maschio non risponda generalmente nel suo spirito una certa qualità
          di organizzazione un certo minor grado di delicatezza ec. ec. da cui risulti che
          generalmente e naturalmente lo spirito della femmina sia minore, men vivo, che la femmina
          abbia men vita interna, e quindi propriamente men vita, del maschio, con un certo e
          proporzionato ragguaglio al minor grado di forza corporale che ha la femmina rispetto al
          maschio. Io credo onninamente che sia così e che il maschio in somma viva propriamente
          (per natura e in generale) più che la femmina, ed è ben ragione ec<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>V. p. 3938.</p>
          </note>. Similmente discorrasi delle nazioni, degl’individui, e de’ vari stati di un
          medesimo individuo, avendo riguardo alle lor varie nature, caratteri ed abiti sì quanto al
          corpo sì quanto allo spirito<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>V. p. 3932.</p>
          </note>, le quali disparità, e quelle de’ loro gradi, e le diverse combinazioni di questi
          e di quelle producono in questo nostro proposito, come, si può dire, in ogni altra cosa,
          (e in tutta la natura e in tutte le parti di lei similmente accade), infinite e
          grandissime diversità di risultati. Tutti i quali però, benchè impossibile sia lo
          specificarli e spiegarli a uno a uno, e benchè, stante la moltiplicità e sfuggevolezza
          delle cause che contribuiscono a modificarli in questa e questa e questa forma (una delle
          quali che mancasse, o non fosse appunto tale e tale, o in quel tal grado, o in quella
          proporzione coll’altre, o <pb ed="aut" n="3927"/> così combinata ec., il risultato non
          sarebbe quello) sieno anche bene spesso difficilissimi a spiegarsi, e a rivocarsi ai
          principii, ed a conoscerne il rapporto e somiglianza cogli altri risultati, chi non sia
          abilissimo, acutissimo e industriosissimo nel considerarli; nondimeno in sostanza
          corrispondono ai principii da me esposti, e non se gli debbono riputare contrarii, come
          non dubito che potranno parere mille di loro e in mille casi, alla prima vista, ed anche
          dopo un accurato, ma non idoneo nè giusto nè sufficiente esame. Bisogna aver molta pratica
          ed abilità ed abitudine di applicare i principii generali agli effetti anche più
          particolari e lontani, e di scoprire e conoscere e d’investigare i rapporti anche più
          astrusi e riposti e più remoti. Questa protesta intendo di fare generalmente per tutti gli
          altri principii e parti del mio sistema sulla natura. V. p. 3936.3977.</p>
        <p>L’esistenza può esser maggiore senza che lo sia la vita. L’esistenza del leone può dirsi
          maggiore di quella dell’uomo. La vita al contrario. L’esistenza insieme e la vita del
          leone è maggiore rispetto all’ostrica, alla testuggine, alla lumaca, al giumento, al
          polipo. La vita del leone è maggiore che non è quella delle piante anche più grandi, de’
          globi celesti ec. L’esistenza al contrario.</p>
        <p>Vedi al proposito di questo pensiero le pagg. 3905-6. (27. Nov. 1823.) e la p. 3929.
          lin.11.12.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto nella teoria de’ continuativi sul principio, circa <foreign lang="lat"
            rend="italic">sectari</foreign>, <emph>seguitare</emph> ec. aggiungi il nostro
            <emph>conseguitare</emph>, lo stesso che <emph>conseguire</emph>
          <pb ed="aut" n="3928"/> ne’ suoi vari sensi. V. la Crusca. (27. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii in <emph>us</emph> di senso neutro ec. Al detto altrove di <foreign lang="lat"
            rend="italic">defectus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">deficio</foreign>,
          aggiungi il suo composto <foreign lang="lat" rend="italic">indefectus</foreign>, di cui v.
          Forcell., onde il moderno <emph>indefettibile</emph> (<foreign lang="fre" rend="italic"
            >indéfectible</foreign> ec.) in senso non passivo ma neutro, siccome anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">indefectivus, defectivus</foreign>, <emph>defettibile</emph>
            ec<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <bibl>V. <author>Forc.</author>
                <foreign lang="lat" rend="italic">fisus, confisus, diffisus</foreign>
              </bibl>, ec.</p>
          </note>. V. Forcell. Gloss. Crus. Diz. franc. e spagn. (27. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove in più luoghi in proposito di <emph>avvisare</emph>, aggiungi
            <emph>ravvisare</emph> di cui v. Crusca, e <foreign lang="fre" rend="italic">se
          raviser</foreign>, e v. gli spagnuoli.</p>
        <p>Nóta ancora che <emph>avvedere-avvisare</emph> spettano anch’essi a quella categoria
          della quale è <emph>scorgere-scortare, assalire-assaltare</emph> ec. da me distinta
          altrove. (27. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3826. E il non esser essa del buon latino, e l’esserlo al contrario, e
          costantemente, quell’altra sopraddetta, cioè <foreign lang="lat" rend="italic"
          >facibilis</foreign> e non <foreign lang="lat" rend="italic">factibilis</foreign> (se i
          latini antichi avessero fatto questa sorta di verbale da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >facio</foreign>, come da <foreign lang="lat" rend="italic">doceo</foreign> fecero
            <foreign lang="lat" rend="italic">docibilis</foreign> e non <foreign lang="lat"
            rend="italic">doctibilis</foreign>; ora <foreign lang="lat" rend="italic"
          >factum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">doctum</foreign> sono la stessa
          forma), e simili<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <emph>Impercettibile</emph> ec. (da <foreign lang="lat" rend="italic"
              >perceptum</foreign>) — <emph>concepibile</emph> ec. da <foreign lang="lat"
                rend="italic">concepitum</foreign>.</p>
          </note>, dimostra che la propria forma de’ supini fu quale noi la diciamo, e non la più
          moderna ec. (27. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3784. La guerra e qualsivoglia volontario omicidio è contrario e ripugna
          essenzialmente alla natura non men particolare degli uomini, che generale degli animali, e
          universale delle cose e della esistenza, per gli stessi principii per cui le ripugna
          essenzialmente il suicidio. Perocchè, come ciascun individuo, così ciascuna specie presa
          insieme è incaricata dalla natura <pb ed="aut" n="3929"/> di proccurare in tutti i modi
          possibili la sua conservazione, e tende naturalmente sopra ogni cosa alla sua
          conservazione e felicità: quanto più di non proccurare ed operare essa stessa per quanto,
          si può dire, è in lei, la sua distruzione. E questa legge è necessaria e consentanea per
          se stessa, e implicherebbe contraddizione ch’ella non fosse, ec. come altrove circa l’amor
          proprio ec. degl’individui. L’individuo, p. e. l’uomo, in quanto individuo, odia gli altri
          membri della sua specie; in quanto uomo, gli ama, ed ama la specie umana. Quindi quella
          tendenza verso i suoi simili più che verso alcun’altra creatura sotto certi rispetti, e
          nel tempo stesso quell’odio verso i suoi simili, maggiore sotto certi rispetti che verso
          alcun’altra creatura, i quali non men l’uno che l’altra, e ambedue insieme in tanti modi,
          con sì vari effetti, e in sì diverse sembianze si manifestano ne’ viventi, e massime
          nell’uomo, che di tutti è il più vivente (p. 3921-7.). E come il secondo, ch’è non men
          necessario e naturale della prima, nuoce per sua natura e alla conservazione e alla
          felicità della specie, e d’altra parte questo è direttamente contrario alla natura
          particolare e universale, e la specie presa insieme dee tendere e servir sempre
          (regolarmente) alla sua conservazione e felicità, non restava alla natura altro modo che
          il porre i viventi verso i loro simili in tale stato che la inclinazione degli uni verso
          gli altri operasse e fosse, l’odio verso i medesimi non operasse, non si sviluppasse, non
          avesse effetto, non venisse a nascere, e propriamente, quanto all’atto non fosse, ma solo
          in potenza, come tanti altri mali, che essendo sempre, o secondo natura, solamente in
          potenza, la natura non ne ha colpa nessuna. Questo stato non poteva esser altro che quello
          o di niuna società, o di società non <pb ed="aut" n="3930"/> stretta. E meno stretta in
          quelle specie in cui l’odio degl’individui, come individui, verso i lor simili, era per
          natura della specie, maggiore in potenza, e riducendosi in atto, ed avendo effetto,
          avrebbe più nociuto alla conservazione e felicità della specie: nel che fra tutti i
          viventi l’odio degl’individui umani verso i lor simili occupa, per natura loro e
          dell’altre specie, il supremo grado. In questa forma adunque la natura regolò infatti
          proporzionatamente le relazioni scambievoli e la società degl’individui delle varie
          specie, e tra queste dell’umana; e dispose che così dovessero stare, e lo proccurò, e mise
          ostacoli perchè non succedesse altrimenti. Sicchè la società stretta, massime fra
          gl’individui umani, si trova, anche per questa via d’argomentazione, essere per sua
          essenza e per essenza e ragion delle cose, direttamente contraria alla natura e ragione,
          non pur particolare, ma universale ed eterna, secondo cui le specie tutte debbono tendere
          e servire quanto è in loro alla propria conservazione e felicità, dovechè la specie umana
          in istato di società stretta necessariamente (e il prova sì la ragione sì ’l fatto di
          tutti i secoli sociali) non pur non serve ma nuoce alla propria conservazione e felicità,
          e serve quasi quanto è in lei alla propria distruzione e infelicità essa medesima: cosa di
          cui non vi può essere la più contraddittoria in se stessa, e la più ripugnante alla
          ragione, ordine, principii, natura, non men particolare della specie umana e di ciascuna
          specie di esseri, che universale e complessiva di tutte le cose, e della esistenza
          medesima, non che della vita. (27. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3931"/> Al detto altrove sopra i dialetti d’Omero, e quello d’Empedocle,
          che benchè Dorico usò il dialetto Jonico, aggiungi che nello stesso caso è Ippocrate, e
            <bibl>vedi <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> edit. vet. in Hippocr. par. 1. t. 1. p. 844. lin.4-6. e nott. i.
          k.</bibl> (27. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3906. marg. L’ebbro ancorchè vivente, operante e pensante e parlante, non
          riflette sopra se stesso, nè sulla sua vita, azioni, pensieri e parole, o men del suo
          solito e più rapidamente e correndo via. — Infatti il timido suol divenir franco, sciolto
          ec. in quel punto. Segno ch’egli acquista allora una facoltà d’irriflessione, necessaria e
          madre della franchezza (anche de’ migliori spiriti, e in chicchessia), e la cui mancanza e
          il cui contrario, è talor la sola talora la principal cagione della timidità. Nondimeno
          egli è nel tempo stesso più spiritoso, pronto, ingegnoso, ed anche profondo ec.
          dell’ordinario suo: il che sembra mostrare per lo contrario una maggior facoltà ed atto di
          riflessione. Ma questa è una riflessione non riflettuta e quasi organica, e un’azione
          quasi meccanica del suo cervello e della sua lingua, leggermente influita e guidata appena
          appena dall’animo e dalla ragione, e un effetto quasi materiale e spontaneo ed <foreign
            lang="grc">αὐτόματος</foreign> delle abitudini contratte ed esercitate e possedute fuori
          di quello stato, le quali agiscono allora con pochissimo intervento della volontà e dello
          stesso intelletto, a cui pure, gran parte di loro, totalmente appartengono, e da cui
          vengono o in cui si operano quelle tali azioni, pensieri, parole ec. (27. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3899. <quote>
            <foreign lang="fre">L’homme est fait pour agir, non pour philosopher</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Frédéric II</author>. <title lang="fre">Épître I. à d’Argens, Sur la faiblesse
              de l’esprit humain</title>. Oeuvres complettes 1790. tome 15. p. 9</bibl>. (28. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3932"/>
          <quote>
            <foreign lang="spa">Verdaderamente yo tengo que ay muchos tiempos y años que ay gentes
              en estas Indias (la America meridional), segun lo demuestran sus antiguedades y
              tierras tan anchas y grandes como han poblado; y aunque todos ellos son morenos
              lampiños, y se parecen en tantas cosas unos a otros: <emph>ay tanta multitud de
                lenguas entre ellos que casi a cada legua y en cada parte ay nuevas lenguas</emph>
            </foreign>.</quote>
          <bibl lang="spa">
            <title lang="spa">Chronica del Peru, parte primera</title> (della quale opera vedi la
            pag. 3795-6.) hoja 272. capitulo 116 principio</bibl>. (28. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3926. — età, condizioni, malattie, climi, circostanze qualunque morali o fisiche,
          sì proprie sì esteriori, nazionali, locali, comuni al secolo, alla nazione, o particolari
          e individuali, comuni all’età, o non comuni, naturali, o acquisite, accidentali, abituali
          o attuali, durevoli o passeggere ec. ec. (28. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3802. fine. Sebben però quanto all’animo, alla cognizione della verità, alla
          spiritualizzazione dell’uomo (p. 3910. segg.) che son tutte cose parte necessarie alla
          civilizzazione, parte suoi naturali effetti, parte sostanza e quasi sinonimi di essa, lo
          stato dell’uomo civile è indubitatamente di gran lunga inferiore a quello delle più
          selvagge e brutali società, e più lontano incomparabilmente dalla natura, e sotto questo
          rispetto non meno che per se medesimo infinitamente più infelice. L’individuo nella
          società civile nuoce meno agli altri, ma molto più a se stesso. Ed anche quanto agli
          altri, ei nuoce meno al lor fisico ma al morale molto più, ei li danneggia fisicamente
          meno, ma moralmente in mille guise e sotto mille rispetti, molto davantaggio. Ora il
          morale nell’uomo civile, lo spirito ec. è per natura dell’uomo in tale stato la parte
          principale e <foreign lang="grc">τὸ κυριώτατον</foreign> dell’uomo, anzi quasi tutto
          l’uomo, non altrimenti e niente manco <pb ed="aut" n="3933"/> che nell’uomo primitivo o di
          società salvatica, la parte principale e quasi il tutto, sia il corpo. Dunque nella
          società civile, nuocendo gl’individui a’ lor simili moralmente assai più che nella
          selvaggia, e contribuendo alla infelicità dello spirito gli uni degli altri, essi non si
          nocciono scambievolmente meno, nè si cagionano l’un l’altro minore infelicità, nè di
          questa ne son manco cagione essi, di quel che avvenga nella società barbara, dove il
          nocumento scambievole, e l’infelicità che risulta dalla società stessa è più fisica che
          morale, perchè i lor subbietti cioè quegli uomini sono altresì più materia che spirito
          nella stessa proporzione. Anzi quanto e maggiore l’infelicità dello spirito che quella del
          corpo, tanto è maggiore il danno morale, o influente principalmente sul morale, e
          affliggente il morale, che gli uomini civili si recano scambievolmente (anche quando
          offendono in cose e con mezzi fisici); e quindi tanto maggiore è l’infelicità che gli uni
          agli altri in tal società si proccurano, di quella che nelle società barbare, o
          semibarbare, o semicivili, a proporzione. E quanto a se stessi, niuno nella società
          selvaggia nuoce a se moralmente, come inevitabilmente accade nella civile. Fisicamente già
          non può nuocersi il selvaggio se non per accidente. Il civile arriva fino al suicidio.
          Insomma si conchiude che tutto compensato, la società civile per sua natura è cagione
          all’uomo, benchè di minore infelicità fisica ed appariscente (o piuttosto di minori
          sciagure fisiche, perchè com’ella noccia generalmente al fisico, e particolarmente colle
          malattie, che a lei quasi tutte si debbono ec. si è mostrato in più luoghi), pur di
          maggiori sciagure morali, e tutto insieme <pb ed="aut" n="3934"/> di molto maggiore
          infelicità, che non è la società selvaggia o mal civile, altresì per sua natura. E
          similmente, compensato il tutto insieme, è molto più lontana dalla natura, benchè le
          snaturatezze della società selvaggia diano molto più nell’occhio, non per altro che perchè
          sono più materiali e fisiche, siccome gli uomini che compongono tali società, e siccome le
          sciagure e la infelicità generale che ne risulta. Non v’è cosa più contro natura, di
          quella spiritualizzazione delle cose umane e dell’uomo, ch’è essenzial compagna, effetto,
          sostanza della civiltà. Come le snaturatezze, le calamità, e la infelicità delle società
          selvagge, per esser naturalmente più fisiche, anzi tutte fisiche e materiali, sono più
          evidenti e tali che ognuno le può riconoscere per quel che sono, non v’è uomo il quale non
          convenisse che se la società umana non potesse esser altra che la selvaggia, la società
          nel gener nostro sarebbe cosa contro natura, e l’uomo non esser fatto per la società, ed
          in questa esser necessariamente imperfettissimo e infelicissimo. Ma perchè i danni e le
          snaturatezze della società civile sono più morali e spirituali, il che è ben consentaneo,
          perchè tale si è altresì l’uomo civile, ed e’ non può esser altrimenti, perciò, quantunque
          tali danni sieno molto più gravi veramente e contro natura, e tali snaturatezze molto
          maggiori, niuno però conviene che la società civile sia contro natura, e l’uomo non esser
          fatto per lei, e ch’ella sia necessariamente infelice, e molto meno ch’ella per propria
          essenza sia più contraria alla natura, e complessivamente più infelice che la società
          selvaggia. Questo veramente non è un ragionare da uomini civili, cioè spiritualizzati, ma
          appunto da primitivi o selvaggi, cioè materiali, non avendo riguardo che alle <pb ed="aut"
            n="3935"/> snaturatezze e infelicità materiali e sensibili, e che si riconoscono senza
          ragionamento, o stimandole sempre assai minori di quelle che il ragionamento dimostra
          essere molto maggiori, o negando affatto di riconoscere quelle che in verità sono molto
          maggiori, e negandolo perchè solo il ragionamento può mostrarle per tali e per infelicità
          e snaturatezze. Gli uomini anche i più civili e filosofi, così facendo (come quasi tutti,
          anche i sommi, fanno), somministrano nello stesso eccesso della lor civiltà e
          spiritualizzazione, una forte conferma di questa nostra proposizione che non vi sia cosa
          più contraria alla natura che la spiritualizzazione dell’uomo e di qualsivoglia cosa, e
          che tutto insomma per natura è materiale, e che la materia sempre vince, e che quindi essi
          così civili e spiritualizzati sono corrottissimi, perchè nello stesso loro ragionamento
          con cui vogliono difendere questo loro stato, e che loro è inspirato da questo, dànno la
          preferenza alla materia e non vogliono ragionare che materialmente.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Tout homme qui pense est un animal dépravé</foreign>
          </quote>. Dunque l’uomo e la società civile lo è più che mai, e tanto più quanto più
          civile, non essendo quasi altro che spirito, ed éssere pensante, o adunanza di tali
          esseri.</p>
        <p>Tutto questo discorso conviene colle osservazioni e prove che in mille di questi miei
          pensieri si sono fatte sopra la snaturatezza e infelicità vera dell’uomo corrispondente in
          proporzione alla sua maggior civiltà. Del che vedi in particolare il pensiero seguente, e
          quello a cui esso si riporta, come per natura sua, la civiltà sia supremamente contraria
          alla natura sì dell’uomo sì universale, e causa d’infelicità somma più che non è lo stato
          selvaggio, per una conseguenza della teoria e delle leggi universali di tutte le cose, <pb
            ed="aut" n="3936"/> e dell’esistenza. (28. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3927. Non è difficile il concepire le per altro grandissime e moltiplici
          conseguenze che scaturiscono da’ suesposti principii, in ordine al dimostrare che la
          civiltà la quale per sua natura rende l’uomo, per così dire, tutto spirito (p. 3910.
          segg.), ed accresce per conseguenza infinitamente la vita propriamente detta, e l’amor
          proprio, accresce anche sommamente per sua natura l’infelicità dell’uomo e della società.
          E similmente in mille modi trasportando l’azione dalla materia allo spirito, l’attività,
          l’energia, ec. e, mettendo mille ostacoli all’attuale ed effettiva attività corporale (i
          governi, i costumi, la mancanza di bisogni, lo scemamento di forze, il gusto dello studio,
          ec. ec.), e scemando il grado e la forza e la frequenza delle sensazioni, passioni,
          azioni, e piaceri materiali, e la capacità di essi ec.; riconcentra orribilmente l’amor
          proprio, lo rivolge tutto sopra se stesso e in se stesso, per conseguenza l’aumenta sopra
          ogni credere, lo spoglia o impoverisce di distrazione ed occupazione ec. ec. Il selvaggio
          e per natura del suo corpo e de’ suoi costumi e della sua società, essendo men vivo di
          spirito, cioè propriamente men vivo, è meno infelice del civile, senza paragone alcuno.
          Così il villano, l’ignorante, l’irriflessivo, l’uom duro, stupido, è o per natura o per
          abito, inerte di mente, d’immaginazione di cuore ec. ec. a paragone dell’uomo ec. La
          civiltà aumenta a dismisura nell’uomo la somma della vita (s’intende l’interna) scemando a
          proporzione l’esistenza (s’intende la vita esterna). La natura non è vita, ma esistenza, e
          a questa tende, non a quella. Perocchè ella è materia, non spirito, o la materia in essa
          prevale e dee prevalere allo spirito (e così accade infatti costantemente in tutte l’altre
          sue parti sì animate che inanimate, e <pb ed="aut" n="3937"/> vedesi che tale è la sua
          intenzione, e che le cose sono ordinate a questo risultato universalmente e
          particolarmente, secondo le loro specie e lor differenze e proporzioni scambievoli, ma nel
          tutto il risultato è quello che ho detto), al contrario di ciò che accade nell’individuo e
          nel genere umano civilizzato, per propria natura della civiltà — ec. ec. — Vedi il
          pensiero precedente. (28. Nov. 1823.). — Segue ancora da questi principii che la vita
          attiva, come più materiale, e abbondante più di esistenza che di vita propria, la vita
          ricca di sensazioni ec. è naturalmente, e secondo la natura sì propria sì universale, più
          felice che la contemplativa ec. la qual è il contrario. V. p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <emph>possente</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >puissant</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">pujanza</foreign> ec. aggiungi
            <foreign lang="spa" rend="italic">sobrepujar</foreign>. (29. Nov. anniversario della
          morte di mia Nonna. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho posto altrove <emph>tremolare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >trembler</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">temblar</foreign> ec. fra’
          diminutivi positivati (o fossero frequentativi, o cose simili, in origine). Se però questi
          verbi son fatti da <foreign lang="lat" rend="italic">tremulus</foreign>, e’ non sono
          diminutivi, perchè <foreign lang="lat" rend="italic">tremulus</foreign> è da <foreign
            lang="lat" rend="italic">tremere</foreign> come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >speculum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">specere</foreign>, e nè l’uno
          nè l’altro è diminutivo, e <foreign lang="lat" rend="italic">tremulare</foreign> non
          sarebbe più diminutivo che <foreign lang="lat" rend="italic">speculare, jaculari</foreign>
          e simili, del che vedi la pag. 3875. (29. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove in più luoghi che la francese per l’estrinseco e per l’intrinseco è di
          tutte le lingue sorelle la più lontana dalla madre. Molto più vicina le fu ne’ passati
          secoli (come nel 500 ec.) per l’intrinseco, siccome per l’estrinseco ancora, cioè per la
          pronunzia della loro scrittura (ch’è tanto più simile al latino che la loro favella) erano
          più vicini al latino non solo nel 300 ec. come ho detto altrove, e ne’ principii della
          lingua, ma nel 500 ancora e nel 600 di mano in mano ec. (29. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3938"/> Alla p. antecedente, marg. Or da ogni parte si vede che la natura
          avea destinato sì l’uomo, sì gli animali, nel modo stesso che ha evidentemente ordinato
          tutte le cose, all’azione esterna e materiale, e alla vita attiva. ec. E i detti principii
          cospirano ottimamente con tutto il corso de’ nostri pensieri che da per tutto preferiscono
          l’attivo al contemplativo in mille modi ec. (29. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3926. Similmente si ragioni de’ vecchi rispetto ai giovani. Quelli hanno men
          vigore assai di corpo, ma anche assai men vigore di spirito, sì che la condizione dell’uno
          è temperata e compensata con quella dell’altro, sono men forti di corpo, ma eziandio assai
          men vivi di spirito, per ragioni fisiche, cioè decadenza fisica e logoramento della loro
          organizzazione e facoltà interne, corrispondente a quello dell’esterno ec. (29. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa l’usarsi in latino frequentissimamente i participii sì passivi sì ancora attivi in
          forma aggettiva, del che altrove in più luoghi, vedi la mia annotazione alla Canzone VI
            (<title>Bruto minore</title>) strofe 3. verso 1. e le osservazioncelle marginali e
          postille volanti sopra la medesima annotazione. (29. Nov. anniversario della morte di mia
          Nonna. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi latini. <foreign lang="lat" rend="italic">Lux</foreign>, idea primitiva. Gr.
            <foreign lang="grc">φάος, φῶς</foreign>. (30. Nov. 1823.). <foreign lang="lat"
            rend="italic">Falx</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic">fictus, fixus</foreign> ec.
          aggiungi <emph>confitto</emph> da <emph>configgere</emph> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">configere</foreign> (non da <emph>conficcare</emph>, come dice la Crusca).
          Non si dice <emph>confisso</emph>. Per lo contrario <emph>affisso</emph> e non
            <emph>affitto</emph> participio. V. però la Crus. in <emph>affitto</emph> aggett. , se
          quello non è un luogo male scritto, come pare ec. (1 Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3939"/> Al detto altrove circa <foreign lang="lat" rend="italic"
            >intentatus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">intento</foreign>, e in senso
          di <foreign lang="lat" rend="italic">non tentatus</foreign>, aggiungi <foreign lang="lat"
            rend="italic">inauratus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">inauro</foreign>
          e in senso di <foreign lang="lat" rend="italic">non auratus</foreign>. (1 Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scambio del <emph>v</emph> col <emph>g</emph>, di cui altrove. <bibl>V.
            <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">erivo. Rigo,
            irrigo</foreign> ec.</bibl> e per <foreign lang="lat" rend="italic">rivo, irrivo,
            irrivus</foreign> (per <foreign lang="lat" rend="italic">irriguus</foreign>), come
            <foreign lang="lat">de-rivo</foreign> ec. E v. il Forc. in tutte queste voci ec. (4.
          Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Andare</emph> per <emph>essere</emph>, del che altrove. <bibl>V. <author>Virg.</author>
            <title>Aen.</title> 1. 50.</bibl> e il <bibl>
            <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">incedo</foreign>
          </bibl>. (5. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non solamente i verbali in <emph>ibilis</emph> o in <emph>bilis</emph>, come altrove s’è
          detto, ma anche altri generi di verbali, come quelli in <emph>ilis</emph> breve (<foreign
            lang="lat" rend="italic">docilis, facilis, missilis, fissilis, fictilis, coctilis,
            versatilis, aquatilis</foreign> ec.) o lungo (<foreign lang="lat" rend="italic"
          >mictilis</foreign> ed altri molti), in <emph>alis</emph> (<foreign lang="lat"
            rend="italic">genitalis</foreign> ec.), in <emph>ivus</emph> (<foreign lang="lat"
            rend="italic">defectivus</foreign> ec.), in <emph>itius</emph> o <emph>icius</emph>
            (<foreign lang="lat" rend="italic">emptitius</foreign> ec.), in <emph>bundus</emph>
            (<foreign lang="lat" rend="italic">errabundus, ludibundus, pudibundus</foreign> ec.),
          tutti fatti da’ supini regolari o irregolari, noti o ignoti ec. possono e debbono servire
          al discorso de’ supini e a confermare le nostre osservazioni su di questi, sì ne’ casi
          particolari, sì nel generale, osservando la più frequente, comune, antica, regolare,
          intera, e propria forma di ciascuno di tali generi di verbali collettivamente considerato
          ec. (5. Decembre. 1823.). V. p. 3984.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove sul vero supino di <foreign lang="lat" rend="italic">pingo,
          fingo</foreign> ec. aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic">mingo</foreign> che fa
            <foreign lang="lat" rend="italic">minctum</foreign> onde <foreign lang="lat"
            rend="italic">minctio</foreign> ec. e pure si trova <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mictus us</foreign> ec. corruzioni, come quella accaduta nello stesso supino di
            <foreign lang="lat" rend="italic">fingo, pingo</foreign> ec. dove il supino corrotto ha
          scacciato affatto il regolare ec. (5. Dec. 1823.). <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Commingo inxi ictum inctum, commictus a um, commictilis</foreign>. E v. gli altri
          composti. V. p. 3986.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3940"/> A proposito dell’antico <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fuo</foreign> di cui altrove, osservisi ch’egli è originariamente lo stesso di <foreign
            lang="lat" rend="italic">fio</foreign> da <foreign lang="grc">φύω</foreign>, mutato
            l’<foreign lang="grc">υ</foreign> in <emph>i</emph>, come in <foreign lang="lat"
            rend="italic">silva</foreign>, laddove in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fuo</foreign> è mutato in <emph>u</emph>. E questa osservazione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">fuo</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">fio</foreign> si
          applichi al detto da me in più luoghi sì circa lo scambio reciproco delle vocali
          <emph>u</emph> ed <emph>i</emph>, sì circa la pronunzia latina del greco <foreign
            lang="grc">υ</foreign>, la quale forse, anche antichissimamente, come poi (a’ tempi di
          Cicerone di Marziano ec.) quella dell’<emph>y</emph>, fu tra l’<emph>i</emph> e
          l’<emph>u</emph> (cioè pronunzia di <emph>u</emph> gallico), come si può congetturare sì
          dal veder l’<foreign lang="grc">υ</foreign> greco ora cambiato in <emph>u</emph> ora in
            <emph>i</emph>, sì dal vederlo talora in una stessa parola cambiato nell’uno e
          nell’altro, come in <foreign lang="grc">φύω</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fuo-fio</foreign>, che antichissimamente dovettero esser un sol verbo e per significato
          e per tutto, sì dallo stesso scambio reciproco dell’<emph>u</emph> e dell’<emph>i</emph>
          sì frequente in latino, come appunto tra <foreign lang="lat" rend="italic">fuo</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">fio</foreign>, e in mille altre voci. ec. ec. (5. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che <foreign lang="lat" rend="italic">titillo</foreign>, come altrove dico<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi ved. la p. 3986.</p>
          </note>, sia duplicazione (nata nel Lazio, o fatta p. e. dagli Eoli o da altro greco
          dialetto, o propria dell’antica lingua madre del latino e del greco, o dell’antico greco
          comune ec. ec.) del greco <foreign lang="grc">τίλλω</foreign>, fatta all’uso greco, lo
          conferma l’osservare che la vocale di tal duplicazione cioè l’<emph>i</emph> è quella
          appunto che il greco usa in tali duplicazioni, come in <foreign lang="grc"
          >τρώσκω</foreign> ec. V. p. 3979. Laddove nell’altre duplicazioni latine, come in <foreign
            lang="lat" rend="italic">dedi, cecidi</foreign> ec. la vocale della duplicazione è la
            <emph>e</emph>. E questo ancora è all’uso greco, che nella duplicazione de’ perfetti usa
          la <foreign lang="grc">ε</foreign>. E notisi che come questa, così quella <emph>e</emph> è
          breve, fuorchè in <foreign lang="lat" rend="italic">cecidi</foreign> che molti scrivono
            <foreign lang="lat" rend="italic">caecidi</foreign>, dove forse non sarà breve per
          distinguerlo da <foreign lang="lat" rend="italic">cecidi</foreign>. Del resto <pb ed="aut"
            n="3941"/> tal uso affatto conforme al greco ha luogo in molti verbi latini che non
          hanno a far niente con alcuna voce greca nota, ed è un uso antichissimo nel latino, e non
          introdottovi da’ letterati. Il che conferma l’antica conformità dell’origine, e
          fratellanza tra il greco e latino. Dalla quale origine dovette venir quest’uso nell’una e
          nell’altra lingua, in quella più conservato e steso, in questa meno, e sì può dire,
          perduto, se non in certe voci determinate, di cui si conservò sempre la forma antica,
          senza però mai applicar tal forma ad altri verbi, o a’ verbi di mano in mano
          introducentisi da quegli antichissimi tempi in poi. ec. Tal uso trovasi ancora nella
          lingua sascrita, come negli Annali di Scienze e lettere di Milano, altrove citati in
          proposito d’essa lingua ec. (5. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Anche <foreign lang="grc">τιτρώσκω</foreign>, come altrove ho detto di <foreign
            lang="grc">ὀφλισκάνω</foreign>, è doppia alterazione, cioè da <foreign lang="grc"
          >τράω,</foreign>, <foreign lang="grc">τιτράω</foreign> (che ancor si trova, <bibl>v. Scap.
            in <foreign lang="grc">τιτράω</foreign>
          </bibl>) e poi <foreign lang="grc">τιτρώσκω</foreign> (così lo Schrevel.), ovvero da un
            <foreign lang="grc">τρώω, τιτρώω</foreign> e poi <foreign lang="grc">τιτρώσκω</foreign>.
          Così da <foreign lang="grc">τράω</foreign> e <foreign lang="grc">τιτράω,
          τιτραίνω</foreign>, è doppia alterazione: sempre però collo stesso senso del primitivo.
          Così altri non pochi. (5. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Pretto</emph> (<emph>puretto</emph>) per <emph>puro</emph>.
          (6. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La facoltà d’imitazione non è che facoltà di assuefazione; perocchè chi facilmente si
          avvezza, vedendo o sentendo o con qualunque senso apprendendo, o finalmente leggendo,
          facilmente, ed anche in poco tempo, riducesi ad abito quelle tali sensazioni <pb ed="aut"
            n="3942"/> o apprensioni, di modo che presto, e ancor dopo una volta sola, e più o manco
          perfettamente, gli divengono come proprie; il che fa ch’egli possa benissimo e facilmente
          rappresentarle ed al naturale, esprimendole piuttosto che imitandole, poichè il buono
          imitatore deve aver come raccolto e immedesimato in se stesso quello che imita, sicchè la
          vera imitazione non sia propriamente imitazione, facendosi d’appresso se medesimo, ma
          espressione. Giacchè l’espressione de’ propri affetti o pensieri o sentimenti o
          immaginazioni ec. comunque fatta, io non la chiamo imitazione, ma espressione. Or come la
          facoltà d’imitare sia qualità e parte principalissima e forse il tutto de’ grandi ingegni,
          e così degli altri talenti in proporzione, è cosa da molti osservata e spiegata. Dunque
          riconfermasi che l’ingegno è facoltà di assuefazione. (6. Dec. 1823.). V. p. 3950.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scambio del <emph>g</emph> e del <emph>v</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Nivis</foreign>-<foreign lang="fre" rend="italic">neige</foreign>-<foreign lang="lat"
            rend="italic">ningit</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">ninguit</foreign>
          (onde il nostro <emph>negnere</emph>) e <foreign lang="lat" rend="italic">nivit</foreign>,
          onde il nostro <emph>nevicare</emph>, quasi <emph>nivicare</emph>, come da <foreign
            lang="lat" rend="italic">vello vellico</foreign> ec. frequentativi, di cui vedi la p.
          2996. marg.: e vedi il Gloss. se vuoi. (6. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3275. marg. Anzi molti di questi amano più di aver de’ nemici che degli amici,
          son più contenti di essere odiati che amati, e si attaccano volentieri con chicchessia,
          non per sensibilità, neanche per misantropia, per l’odio naturale verso gli altri ec., ma
          perchè il loro stato naturale è lo stato di guerra, ed amano più di combattere che di
          stare in pace e posarsi, e più la vita inquieta che la tranquilla. E ciò
          semplicissimamente, senza malignità, senza carattere nè passioni nere e odiose. Infatti
          essi sono apertissimi, sincerissimi, compassionevolissimi, e beneficano più degli altri,
          ma le stesse persone che essi compatiscono o beneficano, amerebbero più <pb ed="aut"
            n="3943"/> di averle a combattere e di esserne odiati. E similmente cogli altri uomini i
          quali hanno più caro di averli contrarii che affezionati o indifferenti, e però
          tuttogiorno, senza passione alcuna, o ben leggera, e sopra menomissime bagattelle gli
          stuzzicano e provocano ed offendono o con parole o con fatti, per avere il piacer di
          combatterli e di stare in guerra. E come ciascuno s’immagina ordinariamente quello che più
          desidera, così essi ordinariamente si compiacciono in pensare che gli altri vogliano loro
          male, e in torcere ogni menoma azione e parola altrui verso loro a cattiva intenzione ed
          ostile, e pigliano occasione da tutto di entrare in lizza con chicchessia, anche coi più
          familiari, intrinseci, compagni ed amici. Torno a dire che tutto ciò è con grandissima
          semplicità ed anche nobiltà, o certo non doppiezza e non viltà, di carattere; senza umor
          tetro e malinconico (anzi questi tali sono per l’ordinario allegrissimi o tirano
          all’allegria) senza carattere atrabilare, nè quella che si chiama <foreign lang="grc"
            >δυσκολία</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">morositas</foreign>, carattere
          acre ec. indole e costume puntiglioso<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Chi sia accorto, facilmente distingue e nella speculazione e nella pratica, e in
              ciascuna persona e caso particolare, e nel generale, il carattere e costume
              puntiglioso, e i fatti puntigliosi, dal carattere ec. ch’io qui descrivo (il quale non
              è neppur lo stesso che quello del Burbero benefico di Goldoni) che certo in realtà
              sono cose molto diverse e distinte.</p>
          </note>, anzi tutte queste cose son proprie degli uomini deboli e sfortunati (e quindi con
          verità si attribuiscono pariticolarmente a’ vecchi, massime donne), senza
          incontentabilità, malumore, scontentezza, senza umore soverchiamente collerico ed
          accensibile. La forza del corpo e dell’età e la prosperità delle circostanze, dà a questi
          tali tanta confidenza in se stessi, che non che cerchino o curino il favor degli altri,
          sono più soddisfatti di averli contrarii, e godono di riguardar gli altri piuttosto come
          nemici che come amici o indifferenti, ed anche di averli veramente nemici più o meno,
          secondo la qualità delle occasioni <pb ed="aut" n="3944"/> e la forza fisica di questi
          tali. La loro conversazione e compagnia e convitto, massime a lungo andare, è veramente
          molto difficile e dispiacevole, benchè essi sieno incapaci di tradimento, e servizievoli e
          benefici e compassionevoli e generosi. Essi sono, malgrado questo, poco capaci di amare, e
          poco fatti per essere amici, ma essi sono altresì più capaci e desiderosi di aver de’
          nemici, che atti ad esserlo, perchè son più buoni all’ira che all’odio, a combattere che a
          odiare, a vendicarsi che a perseguitare. Anzi costoro son quasi incapaci di odiare, e
          l’ira eziandio propriamente presa in essi è molto blanda e breve, forse perchè
          frequentissima. (6. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La memoria, l’immaginazione e oltre di queste, anche l’altre facoltà dell’animo e
          dell’ingegno s’indeboliscono e talora si estinguono coll’età, anche indipendentemente
          dalle circostanze estrinseche della vita, dall’esperienza, e dalle altre cose che
          influiscono sul carattere, spirito, ingegno, e lo modificano ec. Il rimbambimento de’
          vecchi è cosa molte volte reale, molte volte anche prematuro per malattie, che rendono
            <foreign lang="fre" rend="italic">radoteurs</foreign> a 50 anni e poco prima o poco poi.
          Questi tali sono facilissimi a piangere come i fanciulli. Ciò può accadere anche nel fiore
          e vigor dell’età per debilitamento passeggero o durevole delle forze fisiche, e con esse
          delle facoltà mentali. Io n’ho veduto gli esempi. Tutto ciò si applichi al mio discorso
          fatto per provare che v’ha differenze naturali ed ingenite fra’ talenti, al qual proposito
          veggasi ancora la <pb ed="aut" n="3945"/> p. 3891, e 3806-10. e il pensiero seguente. (6.
          Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3923. marg. Similmente i gran talenti di rado si trovano in corpi forti. In
          parità di circostanze e d’altro, i più deboli son più furbi de’ più forti, anche per
          naturale disposizion fisica, non considerando le abitudini ec. di cui altrove in proposito
          delle donne. Difficilmente si troverà gran furberia in uomo pingue (se la pinguedine non
          gli è malattia ed accidente ec.) ancorchè esercitato in tutto quello che più favorisce e
          più richiede furberia. Neanche gran talento nè fino in un corpo grosso, e meno in corpo
          pingue ec. ec. Le diversità de’ talenti si conoscono in gran parte e sogliono
          corrispondere, non solo alle varie conformazioni e disposizioni del cranio ec. interiori o
          esteriori ec. ma eziandio del resto della persona in genere, e di parecchie sue parti in
          particolare. Queste osservazioni si applichino alla materia del pensiero precedente. (6.
          Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3898. <foreign lang="fre" rend="italic">Museau</foreign>. <emph>Niffolo</emph>,
            <bibl>v. la <title>Crus.</title> in <emph>Niffo</emph>
          </bibl>. Questa voce è anche del Rucellai, Api, v. 990, il quale scrive
          <emph>nifolo</emph>, da <emph>nifo</emph>, ch’è pur della Crusca. — Bisogna notare, quando
          il positivo non si trovi nella lingua a cui spettano i diminutivi che paiono positivati,
          se forse anticamente quel positivo vi si trovò, proprio di essa lingua, o venuto di dove
          che sia, e trovandovisi non ebbe lo stesso senso che ha oggi quel diminutivo. E ciò quando
          anche in altre lingue si trovi quel positivo col medesimissimo senso di quel tale
          diminutivo. P. e. in italiano <pb ed="aut" n="3946"/> si trova <emph>muso</emph> e vuol
          dir lo stessissimo che <foreign lang="fre" rend="italic">museau</foreign>, che certo viene
          da una voce simile; ma chi sa che in francese una volta non si trovasse <foreign
            lang="fre" rend="italic">muse</foreign> in senso diverso? (v. gli spagnuoli). E veggasi
          a questo proposito il detto a pag. 3152. sulla voce <foreign lang="fre" rend="italic"
            >fourreau</foreign>. (6. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla stessa pag. margine. Alcune di queste voci potrebbero anche venire dal latino o
          ignoto, o volgare, o barbaro ec. e se ne vegga il Gloss. ed anche il Forcell. ec. (6. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La lingua greca appartiene veramente e propriamente alla nostra famiglia di lingue
          (latina, italiana, francese, spagnuola, e portoghese), non solo perch’ella non può
          appartenere ad alcun’altra, e farebbe famiglia da se o solo colla greca moderna; non
          solamente neppure per esser sorella o, come gli altri dicono, madre della latina (nel
          primo de’ quali casi ella dovrebbe esser messa almeno colla latina, e nel secondo è chiaro
          ch’ella va posta nella nostra famiglia), ma specialmente e principalmente perchè la sua
          letteratura è veramente madre della latina, la qual è madre delle nostre, e quindi la
          letteratura greca è veramente l’origine delle nostre, le quali in grandissima parte non
          sarebbero onninamente quelle che sono e quali sono (se non se per un incontro affatto
          fortuito) s’elle non fossero venute di là. E come la letteratura è quella che dà forma e
          determina la maniera di essere delle lingue, e lingua formata e letteratura sono quasi la
          stessa cosa, o certo <pb ed="aut" n="3947"/> cose non separabili, e di qualità compagne e
          corrispondenti; e come per conseguenza la letteratura greca (oltre le tante voci e modi
          particolari) fu quella che diede veramente e principalmente forma alla lingua latina, e ne
          determinò la maniera di essere, il carattere e lo spirito, di modo che la lingua e
          letteratura latina, quando anche fossero nate, formate e cresciute senza la greca, non
          sarebbero certamente state quelle che furono, ma altre veramente, e in grandissima parte
          diverse per natura e per indole e forma, e per qualità generali e particolari, e sì nel
          tutto, sì nelle parti maggiori o minori, da quelle che furono; stante, dico, tutto questo,
          la letteratura greca (oltre lo studio immediato fattone da’ formatori delle nostre lingue,
          come da quelli della latina) viene a esser veramente la madre e l’origine prima delle
          nostre lingue, come la latina n’è la madre immediata; le quali lingue (anche la francese
          che insieme colla sua letteratura è la più allontanata dalla sua origine, e dalla forma
          latina, e dall’indole della latina, e quindi eziandio della greca) non sarebbero
          assolutamente tali quali sono, ma altre e in grandissima parte diverse sì nello spirito,
          sì in cento e mille cose particolari, se non traessero primitivamente origine in
          grandissima parte dal greco per mezzo del latino. E veramente la lingua greca mediante la
          sua letteratura è prima (quanto si stende la nostra memoria dell’antichità) e vera ed
          efficacissima causa dell’esser sì la lingua e letteratura latina, sì le nostre lingue e
          letterature, anche la francese, tali quali elle sono, <pb ed="aut" n="3948"/> e non altre;
          chè per natura elle ben potrebbero essere diversissime in molte e molte cose, anche
          essenziali ed appartenenti allo spirito ed all’indole ec. e alquanto diverse più o meno in
          altre molte cose più o meno essenziali o non essenziali. E forse non mancano esempi di
          altre letterature e lingue antiche o moderne, anche meridionali ec., che non essendo
          venute dal greco, sono diversissime, anche per indole ec. e nel generale ec. non meno o
          poco meno che ne’ particolari, dalla latina e dalle nostrali. E ne può esser prova il
          vedere quanto la francese si è allontanata, anche di spirito, dalla latina e dalla greca
          alle quali era pur conformissima nel 500 ec. (vedi la p. 3937.), senz’aver mutato clima
          ec. Certo i tempi nostri son diversissimi da quelli de’ greci e de’ latini, quando anche
          il clima sia conforme, diversissime sono state e sono le nostre nazioni, loro governi,
          opinioni, costumi, avvenimenti e condizioni qualunque, sì tra loro, sì ciascuna di esse da
          se medesima in diversi tempi, sì dalla greca, e dalla latina eziandio. Nondimeno le loro
          lingue e letterature sono state conformi, massime fino agli ultimi secoli, e tra loro, e
          tra’ vari lor tempi, e colla greca e latina ec. Sicchè tal conformità non si deve
          attribuire nè solamente nè principalmente al clima, nè ad altre circostanze naturali o
          accidentali, ma all’accidente di esser derivate effettivamente dal greco e latino, chè ben
          potevano non derivar da nessuno, o derivare d’altronde ec. ec.</p>
        <p>Lascio che, come ho detto altrove, le lingue e letterature italiana e spagnuola, massime
          antiche, e più quanto più si considerano nel loro antico ed anche informe stato, e la
          francese antica ec., somigliano per l’indole ec. al greco forse più <pb ed="aut" n="3949"
          /> che il latino, e quasi senza forse più che al latino, e tengono del greco ec. (6.
          Decembre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Disserto as</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">dissero ertum</foreign>. (7. Dec. Vigilia dell’Immacolata Concezione della
          SS. Vergine Maria).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3885. Allora l’italiano era principalmente noto e considerato dagli stranieri
          come lingua del Metastasio, e per li drammi del Metastasio<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Puoi ved. la <bibl>
                <title>lett. 101. del Re di Pruss. a d’Alembert</title>
              </bibl>, onde apparisce che il Metastasio s’avea fuor d’Italia pel principale ingegno
              italiano di que’ tempi.</p>
          </note>, insomma come lingua dell’<emph>Opera</emph>. Peggio sarebbe se Federico avesse
          pigliato idea dell’italiano, com’è pur verisimile, da quello del suo Algarotti ec. (7.
          Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii aggettivati ec. di che altrove in più luoghi. Da molti participii si son fatti
          de’ vocaboli che non son che aggettivi, perchè non hanno alcun verbo di cui poter essere
          participj, come <foreign lang="lat" rend="italic">innocens, invictus, intentatus</foreign>
          (che non hanno <foreign lang="lat" rend="italic">innoceo, invinco</foreign> ec.) e cento
          mila altri. E vedi a proposito d’<foreign lang="lat" rend="italic">invictus</foreign> e
          simili, il luogo citato a p. 3938. Nondimeno questi tali vocaboli conservano ancora un
          senso di participio, eccetto alcuni alcune volte (come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >illaudatus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">illaudabilis</foreign>, vedi
          il Forcell.), che oltre al non essere più participii perchè non hanno verbo, hanno anche
          ricevuto un secondo cangiamento cioè nella significazione. (7. Dec. Vigilia della
          Concezione. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii passivi in senso attivo o neutro ec. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >Dañado</foreign> da <foreign lang="spa" rend="italic">dañar</foreign> per <foreign
            lang="spa" rend="italic">dañante</foreign>, cioè <emph>nocente, dannoso</emph>. S’usa in
          forma aggettiva, come si deve anche intendere d’altri moltissimi di tali participii, o
          latini o moderni, sempre così usati, o per lo più, o talvolta, dico, in forma aggettiva.
          (7. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3950"/> Alla p. 3942. Anzi l’uomo, e lo spirito umano massimamente e i
          suoi progressi, e quelli dell’individuo, e delle sue facoltà, manuali o intellettuali ec.
          e lo sviluppo delle sue disposizioni, del suo spirito, talento, immaginazione ec. tutto è,
          si può dire, imitazione — Viceversa di quel che si è detto l’assuefazione è una specie
          d’imitazione; come la memoria è un’assuefazione, e viceversa ogni assuefazione una specie
          di memoria e ricordanza, secondo che ho detto altrove. (7. Dec. Vigilia dell’Immacolata
          Concezione. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non si dà ricordanza senza previa attenzione, ec. come altrove. Questa è una delle
          principali cagioni per cui i fanciulli, in principio massimamente, stentano molto a
          mandare a memoria, e più degli uomini maturi, o giovani. Perocchè essi sono distratti e
          poco riflessivi ed attenti, per la stessa moltiplicità di cose a cui attendono, e
          facilità, rapidità e forza con cui la loro attenzione è rapita continuamente da un oggetto
          all’altro. Gli uomini distratti, poco riflessivi ec. non imparano mai nulla. Ciò non prova
          la lor poca memoria, come si crede, ma la lor poca o facoltà o abitudine di attendere, o
          la moltiplicità delle loro attenzioni, il che si chiama distrazione. Perocchè la stessa
          troppa facilità di attendere a che che sia, o per natura o per abitudine, la stessa
          suscettibilità della mente di esser vivamente affetta e rapita da ogni sensazione, da ogni
          pensiero; moltiplicando le attenzioni, e rendendole tutte deboli, sì per la moltitudine, e
          confusione, sì per la necessaria brevità di ciascuna, <pb ed="aut" n="3951"/> da cui ogni
          piccola cosa distoglie l’animo, applicandolo a un altro, e per la forza stessa con cui
          questa seconda attenzione succede alla prima, cancellando la forza di questa, rende nulla
          o scarsissima la memoria, deboli e poche le reminiscenze. E così la stessa facilità e
          forza eccessiva di attendere produce o include l’incapacità di attendere, e così suol
          essere chiamata, benchè abbia veramente origine dal suo contrario, cioè dalla troppa
          capacità di attendere (come sempre il troppo dà origine o equivale e coesiste al nulla o
          alla sua qualità o cosa contraria); e l’eccesso della facoltà di attendere si riduce alla
          mancanza o alla scarsezza di questa facoltà, secondo che detto eccesso è maggiore o
          minore. Ciò ha luogo principalmente, per regola e ordine di natura, ne’ fanciulli. —
          Laddove una sensazione ec. una sola volta ricevuta ed attesa, basta sovente alla
          reminiscenza anche più viva, salda, chiara, piena e durevole, essa medesima mille volte
          ripetuta e non mai attesa non basta alla menoma reminiscenza, o solo a una reminiscenza
          debole, oscura, confusa, scarsa, manchevole, breve e passeggera. Perciò venti ripetizioni
          non bastano a chi non attende per fargli imparare una cosa, che da chi attende è imparata
          talora dopo una sola volta, o con pochissime ripetizioni estrinseche ec. (7. Dec. Vigilia
          della Concezione. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3952"/> Dal detto altrove circa le idee concomitanti annesse alla
          significazione o anche al suono stesso e ad altre qualità delle parole, le quali idee
          hanno tanta parte nell’effetto, massimamente poetico ovvero oratorio ec., delle scritture,
          ne risulta che necessariamente l’effetto d’una stessa poesia, orazione, verso, frase,
          espressione, parte qualunque, maggiore o minore, di scrittura, è, massime quanto al
          poetico, infinitamente vario, secondo gli uditori o lettori, e secondo le occasioni e
          circostanze anche passeggere e mutabili in cui ciascuno di questi si trova. Perocchè
          quelle idee concomitanti, indipendentemente ancora affatto dalla parola o frase per se,
          sono differentissime per mille rispetti, secondo le dette differenze appartenenti alle
          persone. Siccome anche gli effetti poetici ec. di mille altre cose, anzi forse di tutte le
          cose, variano infinitamente secondo la varietà e delle persone e delle circostanze loro,
          abituali o passeggere o qualunque. Per es. una medesima scena della natura diversissime
          sorte d’impressioni può produrre e produce negli spettatori secondo le dette differenze;
          come dire se quel luogo è natio, e quella scena collegata colle reminiscenze dell’infanzia
          ec. ec. se lo spettatore si trova in istato di tale o tal passione, ec. ec. E molte volte
          non produce impressione alcuna in un tale, al tempo stesso che in un altro la fa
          grandissima. Così discorrasi delle parole e dello stile che n’è composto e ne risulta, e
          sue qualità e differenze ec. e questa similitudine è molto a proposito.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3953"/> Queste osservazioni si applichino al detto da me altrove sopra
          quanto debba naturalmente esser diverso il giudizio degli uomini circa il pregio ec. delle
          scritture, siccome è naturalmente diversissimo l’effetto loro (anche lasciando affatto da
          parte l’invidia l’ignoranza e cose tali che variano o falsificano i giudizi per colpa
          umana, sebbene anch’esse inevitabili e naturali); e quanto la fama degli scritti,
          scrittori, stili ec. dipenda dalle circostanze, e da infinite e diversissime circostanze,
          e combinazioni di circostanze. L’arte dello scrittore si riduce e deve ridurre a osservar
          qual effetto quali idee, appresso a poco ed in grosso e confusamente parlando, producano o
          sogliano produrre tali o tali parole e combinazioni e usi loro nel più degli uomini o de’
          nazionali generalmente considerati, nel più delle circostanze di ciascheduno e nelle più
          ordinarie, per natura o per gli abiti più invalsi ec. ec. E gli scritti, scrittori e stili
          che sono in maggior fama e pregio, son quelli che meglio e più felicemente hanno osservato
          le dette cose e regolatisi secondo le dette osservazioni e saputo trarne vantaggio ed
          applicarle all’uso e conformarvi i loro modi di scrivere; non quelli che a tutti, neanche
          a’ nazionali, in ogni tempo e circostanza loro, piacciono e producono lo stesso effetto, e
          nello stesso grado, o pur solamente producono effetto qualunque, o una stessa sorte di
          effetto; chè tutto questo è impossibile ad uomo nato e di niuno o poeta o scrittore ec.
          libro, stile ec. si verifica, nè è per verificarsi mai, <pb ed="aut" n="3954"/> nè mai si
          verificò.</p>
        <p>Si applichino eziandio le dette osservazioni alla difficoltà o impossibilità di ben
          tradurre, a ciò che perde un libro nelle traduzioni le meglio fatte, all’assoluta
          impossibilità, e contradizione ne’ termini, dell’esistenza di una <emph>traduzione
            perfetta</emph>, massime in riguardo ai libri il cui principal pregio, o tutto il pregio
          o buona parte spetti allo stile, all’estrinseco, alle parole ec. o col cui effetto queste
          sieno particolarmente ed essenzialmente legate ec., come debbono esser necessariamente più
          o meno tutti i libri di vera poesia in verso o in prosa ec. ec. (7. Dec. 1823.). — Si
          estendano ancora le dette osservazioni alla diversità delle idee concomitanti di una
          stessa parola ec. e quindi dell’effetto di una stessa scrittura ec. secondo i tempi, e le
          nazioni, i forestieri o nazionali, posteri più o meno remoti, o contemporanei ec. E quindi
          alla poca durevolezza ed estensione possibile della fama e stima di una scrittura per
          ottima ch’ella sia, almeno dello stesso grado e qualità di fama e stima, e del giudizio di
          essa ec., massime essendo impossibili le traduzioni perfette, o dall’antico nel moderno, o
          d’uno in altro moderno ec., come di sopra. E le differenze occasionate ne’ lettori da
          quelle de’ tempi, costumi, climi, luoghi ec. ec. ec. (7. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Quoi qu’on en dise, il vaut mieux être heureux par l’erreur que
              malheureux par la vérité</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <title>Lettres du Roi de <pb ed="aut" n="3955"/> Prusse et de M. d’Alembert</title>.
            Lettre 101. du Roi, fin</bibl>. Parla del vantaggio delle illusioni. (8. Dec. Festa
          della Concezione Immacolata di Maria Vergine Santissima. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grazia dal contrasto. Parolacce in bocca di donne o di forme e maniere maschili, o
          gentili e delicate ec. Parole, discorsi, modi, atti, pensieri ec. tiranti al maschile,
          assennati, dotti ec. in donne di forme ec. maschili o all’opposto ec. S’intende di donne
          avvenenti ec. e che la maschilità non passi i termini del grazioso nello sconveniente ec.
          V. p. 3961. (8. Dec. Festa della Concezione. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Da <foreign lang="fre" rend="italic">chaudron</foreign> (caldaio), diminutivo di <foreign
            lang="fre" rend="italic">chaudière</foreign> (calderone), <foreign lang="fre"
            rend="italic">chaudronnier</foreign> in senso positivo cioè <emph>calderaio</emph>.
          Infiniti sono e in latino e massime nel latino basso e nelle lingue figlie i derivati e di
          questo e d’altri molti generi, e sorte di significati ec. V. p. 4006. ec. che avendo un
          senso positivo, e corrispondente a quello del positivo da cui hanno origine, sono però
          fatti da un diminutivo (usitato o no, ed anche semplicemente supposto) di esso positivo,
          sia ch’esso diminutivo abbia un uso positivato, o no, ec. e che tali voci derivino dal
          latino, o no, ec<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Vedi la pag. 3963. lin. 18. 3980. lin. 3. 4.</p>
          </note>. Forse la ragione di tali derivativi che in senso positivo sono formati da’
          diminutivi, si è che essi e fors’anche i diminutivi da cui derivano, hanno un senso
          frequentativo o cosa simile<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat">Purulentus, purulentia</foreign> ec., <foreign lang="lat"
                >esculentus, virulentus, vinolentus</foreign> v. la pag. 3968-9. 3992. <foreign
                lang="lat">temulentus</foreign> ec. <foreign lang="lat">nidulor</foreign>, se non è
              freq. o frequen-dimin.</p>
          </note>. Infatti la diminuzione in senso di frequentazione assolutamente e unicamente,
          ovvero in compagnia di questo senso, è comunissima nel latino nell’italiano ec. come
          altrove in più luoghi. E molti assoluti frequentativi (verbi o nomi ec.) non sono che per
          la forma diminutiva che hanno, e questa si è la sola che in essi indica la frequenza ec.
          sia che i positivi di senso o di forma o d’ambedue ec. si trovino ed usino, o no, neanche
          vi possano essere, come spesso accade in italiano, ec. p. e. <emph>balbettare</emph> non
          ha nè potrebbe <pb ed="aut" n="3956"/> avere <emph>balbare</emph>, al quale però
          equivarrebbe ec. (8. Dec. Festa dell’immacolata Concezione di Maria. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove che i verbali in <emph>us us</emph> derivano da’ supini, ec. Osservisi il
          supino in <emph>u</emph>. Questo non sembra esser altro che l’ablativo del verbale in
            <emph>us us</emph>. Di modo che io credo che il supino in <emph>um</emph> altresì
          originariamente non sia altro che l’accusativo singolare del verbale rispettivo in
            <emph>us us</emph>, usitato o inusitato che sia, poichè il supino in <emph>u</emph> non
          è altro che l’ablativo di quello in <emph>um</emph>, e che il supino in <emph>u</emph>
          sembra evidentemente appartenere a un nome della quarta. ec. (8. Dec. 1823. Festa della
          Concezione.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Italianismi nello Spagnuolo, del che altrove. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >Quizà</foreign> (cioè forse) voce che fino ne’ Vocabolari del 600 si dà per antica
          (bench’io la trovo in uso, anche frequente, presso i moderni eziandio). Pretto e manifesto
          italianismo, sì per la forma (in ispagnuolo si direbbe <foreign lang="spa" rend="italic"
            >quien sabe</foreign>?), sì pel significato, poichè anche noi, massime nel linguaggio
          parlato, e questo familiare, usiamo non di rado <emph>chi sa? chi sa che non, chi sa
          se</emph> ec. per <emph>forse</emph> o in sensi simili. (8. Dec. Festa della immacolata
          Concezione di Maria. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Si dice con ragione, massime delle cose umane, e terrene, che tutto è piccolo. Ma con
          altrettanta ragione si potrebbe dire, anche delle menome cose, che tutto è grande,
          parlando cioè relativamente, come ancor parlano quelli che chiamano tutto piccolo, perchè
          nè piccola nè grande non è cosa niuna assolutamente. Sicchè non è per vero dire nè più
          ragionevole nè più filosofico il considerare qualsivoglia cosa umana o qualunque, come
          piccola, che il considerare essa medesima cosa come grande, e grandissima ancora, se così
          piace. E ben vi sono quasi altrettanti aspetti e riguardi, tutti egualmente <pb ed="aut"
            n="3957"/> degni di filosofo, altrettanti, dico, per la seconda affermazione che per la
          prima. Ed anche il mondo intero e universo e tutta la università delle cose o esistenti o
          possibili o immaginabili, a paragone di cui chiamiamo piccole e menome le cose umane,
          terrene, sensibili, a noi note, e simili, può nello stesso modo esser considerata come
          piccola e menoma cosa, e d’altro lato come grande e grandissima. Niente manco che mentre
          delle cose umane si chiamano piccole verbigrazia quelle degli oscuri privati a paragone di
          quelle de’ vastissimi e potentissimi regni, e nondimeno queste ancora, grandissime a
          paragon di quelle, si chiamano da’ filosofi piccolissime e nulle sotto altro rispetto, è
          ben ragionevole che sotto diversi rispetti, quelle eziandio de’ privati ed oscurissimi
          individui, sieno chiamate, anche da’ filosofi, grandi e grandissime, di grandezza niente
          men vera o niente più falsa che quella delle cose de’ massimi imperii. (8. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In tutta l’America, abitata certo e frequentata da tempi remotissimi, poichè non s’ha
          notizia nè memoria alcuna del quando incominciasse, non si è trovato alcuna sorta di
          alfabeto nè orma alcuna di alfabeto, nè cosa che alla natura di esso si avvicinasse. Non
          ostante la molta e maravigliosa coltura, le arti, manifatture, fabbriche ammirabili,
          politica squisita e legislazione, ed altre grandi e numerose parti di civiltà che si
          trovarono nel paese soggetto al regno degl’Incas<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <bibl>V. il <title>Saggio</title> di <author>Algarotti</author> sugl’Incas</bibl>.</p>
          </note>, cominciato da tre secoli prima della scoperta e conquista d’esso paese (cioè nel
          sec. 13.); e più ancora nel Messico, la cui civilizzazione credo che sia ancora più
          antica. Dico <pb ed="aut" n="3958"/> dell’ultima e più nota civiltà, poichè s’hanno molti
          indizi, e di tradizioni patrie, e d’avanzi d’edifizi e monumenti di gusto e maniera
          diversa da quelli dell’ultima epoca di civiltà, e d’altre cose, che dimostrano esservi
          state altre epoche in cui questa o quella parte dell’America (in particolare il Perù) fu,
          non si sa fino a qual segno, civile o dirozzata. Massime che l’America fu soggetta a
          rivoluzioni frequentissime e totali ne’ paesi ov’elle accadevano, trasmigrazioni e totali
          estinzioni d’interi popoli e città, e devastazioni e assolamenti d’intere provincie, per
          la ferocia e frequenza e quasi continuità delle guerre, come ho detto altrove in più
          luoghi (v. la pag. 3932. fra l’altre, con quelle ivi citate, e il pensiero a cui
          quest’ultime appartengono). La scrittura del regno degl’incas si faceva con certi nodi (<bibl>
            <author>Algarotti</author>
            <title>Saggio sugl’Incas.</title> opp. Cremona t. 4. p. 170-1</bibl> ); quella del
          Messico consisteva in pitture. Queste osservazioni si applichino al detto altrove 1. sopra
          l’unicità dell’invenzione dell’alfabeto, 2. sopra la difficoltà di questa invenzione tanto
          necessaria alla civiltà, e quindi tanto principal cagione dello snaturamento dell’uomo
          ec., 3. sopra le differenze essenziali tra lo stato de’ popoli anche civili, che non
          abbiano avuto relazioni tra loro, 4. sopra l’unicità di tutte o quasi tutte le invenzioni
          più difficili, e più contribuenti alla civiltà, dimostrata dall’esser esse, benchè
          necessarissime, state sempre ignote ai popoli, anche fino a un certo segno civili, che non
          hanno avuto che fare cogli europei ec. dopo esse invenzioni, o viceversa agli europei ec.
          benchè civilissimi, quelle degli altri popoli, ancorchè molto addietro in coltura, e ciò
          per lunghissimi secoli, fino al cominciamento delle relazioni scambievoli degli europei
          ec. e di tali popoli. (8. Dec. Festa della Concezione. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3959"/> Quanta fosse la difficoltà e dell’invenzione dell’alfabeto, e
          della sua applicazione alla scrittura, e alle diverse lingue antiche successivamente, e
          quanta dovesse essere l’irregolarità e falsità delle prime scritture alfabetiche e delle
          prime ortografie (difetti che si veggono ancora notabilissimi nelle più antiche scritture,
          cioè nell’orientali, come ho detto altrove, p. e. nell’ebraica, ch’è senza vocali, come
          molte altre orientali ec., difetti perpetuati poi in esse scritture, fino anche a’ nostri
          tempi, in quelle che sono ancora in uso ec.), si può congetturare dalle cose dette da me
          altrove in più luoghi circa la difficoltà dell’applicare primieramente la scrittura alle
          lingue moderne, e regolarne l’ortografia, e farla corrispondere al vero suono ec. delle
          parole, e circa l’irregolarità e falsità delle ortografie moderne ne’ loro principii, anzi
          pur fino all’ultimo secolo in Italia, ed altrove, massime in Francia, sino al dì d’oggi;
          non ostante e che si avessero modelli chiarissimi, completissimi e perfettissimi di
          scrittura e ortografia nel latino e nel greco; e che l’uso dello scrivere fosse da tanti
          secoli fino a quel tempo inclusivamente, così comune; e che gli uomini fossero tanto men
          rozzi e più sperti in ogni cosa che non al tempo della prima invenzione ed uso
          dell’alfabeto e sua successiva applicazione alle varie lingue; e queste benchè bambine,
          pure certamente più formate, e meno incerte, arbitrarie, istabili, informi che al detto
          tempo, in cui l’uomo non aveva ancora mai usato nè conosciuto nè avuto esempio alcuno di
          lingua non che perfetta, ma degna del nome di lingua, al contrario di allora che si
          conoscevano e s’erano <pb ed="aut" n="3960"/> parlate, scritte ec. ec. sì generalmente per
          tanti secoli le lingue greca e latina sì perfette, oltre tante altre colte; e finalmente
          non ostante la somma civiltà e il punto di perfezione a cui sono arrivate e in cui si
          trovano le cognizioni ec. dello spirito umano in questi tempi, e la tanta esattezza
          divenuta sua propria in ogni cosa, e caratteristica di questi secoli, e la facoltà
          d’invenzione e di applicazione ec. e gusto e frequenza di riforme e di perfezionamenti ec.
          ec. Si giudichi dunque con queste proporzioni della difficoltà, irregolarità ec. delle
          scritture antiche ec. come sopra. (8. Dec. 1823. Festa della immacolata Concezione di
          Maria Vergine Santissima.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Disperser</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >dispergo-dispersum</foreign>. (8. Dec. 1823. Festa della immacolata Concezione di Maria
          Vergine Santissima.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il <emph>v</emph> non è che un’aspirazione ec. <emph>Tovaglia</emph> it. — <foreign
            lang="spa" rend="italic">toalla</foreign>, che anche si scrive <foreign lang="spa"
            rend="italic">toballa</foreign> (<bibl>
            <author>Cervantes</author>, <title>D. Quijote</title>
          </bibl>), e <foreign lang="spa" rend="italic">toaja</foreign> spagn. (9. Dec. Vigilia
          della Venuta della S. Casa. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii passivi in senso attivo o neutro ec. <foreign lang="spa" rend="italic"
            >Atentado</foreign> cioè <emph>prudente accorto cauto</emph> ec. da <foreign lang="spa"
            rend="italic">atentar</foreign> cioè <emph>tastare</emph>. Corrisponde appunto al lat.
            <foreign lang="lat" rend="italic">cautus</foreign>, voce che originariamente è
          participio, e che spetta a questa medesima categoria, come altrove. Similmente l’ital.
            <emph>avvisato</emph> e simili, di cui altrove. <bibl>V. ancora i <title>Diz.
            spagn.</title> in <foreign lang="spa" rend="italic">recatado, recatar</foreign>
          </bibl> ec. (9. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che <foreign lang="spa" rend="italic">mentar</foreign>, <emph>rammentare,
          ammentare</emph> ec., o se non altro il primo, non venga da <foreign lang="lat"
            rend="italic">mente</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. il Gloss. ec. Ramentevoir franc. antico.</p>
          </note>, ma dal sup. <foreign lang="lat" rend="italic">mentum</foreign> dell’inusitato
            <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign> di cui non sussiste in latino che il
          perf. <foreign lang="lat" rend="italic">memini</foreign>, e del quale altrove? (9. Dec.
          Vigilia della Venuta della S. Casa. 1823.). V. p. 3985.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3961"/> Che <foreign lang="spa" rend="italic">recatar</foreign> ec. sia
          quasi <emph>recautare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">recautum</foreign> di un
            <foreign lang="lat" rend="italic">recaveo</foreign>? <bibl>V. i Diz. spagn. e il
          Gloss.</bibl> ec. (9. Dec. 1823.). V. p. 3964.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altrove ho notato non so qual verbo composto con preposizione latina inusitata nelle
          lingue moderne, ch’è usitato nelle lingue moderne e non si trova nel latino. Di questi
          tali sì verbi sì vocaboli qualunque, ve ne sono moltissimi nelle lingue nostre, e
          l’argomento da me fatto intorno al suddetto verbo si deve stendere a tutti questi altri.
          (9. Dec. 1823.). V. p. 3969.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3955. marg. Ovvero che la sua straordinarietà sia di quelle che producono un
          bello straordinario (e quindi grazioso, anzi tale che si chiama piuttosto grazia che
          bellezza) cioè un accozzamento di parti ec. che non sogliono riunirsi insieme a produrre e
          formare il bello, ma tra cui non v’ha sconvenienza veruna, del qual genere di bellezza, e
          di grazia, che può però essere di molte specie, ho detto altrove, non so se estensivamente
          a tutte le specie di cui tal genere è capace. (9. Dec. 1823.). V. p. 3971.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ippocrate nel libro <title lang="lat">de aere, aquis et locis</title> (p. 29. class.1
          dell’ediz. del Mercuriale. Venet. 1588. fol. ap. Iuntas, in due tomi, ciascuno diviso in
          due classi) parla di una nazione che chiama de’ Macrocefali, presso i quali stimandosi
            <foreign lang="grc">γενναιότατοι</foreign> quelli ch’avessero la testa più lunga, era
          legge che a’ bambini ancor teneri, quanto più presto colle mani si riducesse la figura
          della testa in modo che fosse lunga e così si facesse crescere obbligandola con fasce e
          altre stretture. Aggiunge ch’al tempo suo questa legge e questo costume non s’osservavano
          più, ma che i bambini naturalmente nascevano colla testa così figurata, perchè prodotti da
          genitori che tale l’avevano. Che però negli ultimi tempi già non nascevano e non erano più
          tutti <pb ed="aut" n="3962"/> nè tanti, come prima, di lunga testa, per lo disuso della
          legge.</p>
        <p>Or <bibl>vedi la par. 1. della <title>Cronica del Peru</title> di <author>Pietro de
            Cieça</author> (della quale op. v. la p. 3795-6.), capitulo 26. car. 66. p. 2-67. p. 1.
            e cap. 50. car. 136. p. 2.</bibl> ed altrove, circa la stessa costumanza di figurar le
          teste de’ bambini a lor modo, propria di molte popolazioni selvagge dell’America
          meridionale. Or che relazione ebbero mai questi coi Macrocefali? E questo costume è forse
          cosa che la natura l’insegna, e in cui gli uomini facilmente, benchè per solo caso,
          debbano concorrere? Si applichi questa osservazione a quelle sopra l’unicità dell’origine
          del genere umano; l’antica e ignota divisione di popoli già <foreign lang="grc"
          >ὁμόφυλοι</foreign>, poi, fino da quando comincia la memoria delle storie, lontanissimi e
          separatissimi e diversissimi; l’unicità delle invenzioni e scoperte, dell’origine di
          moltissimi usi o abusi ec. ec. molti de’ quali si danno oggi per naturali solo per esser
          comuni, e son comuni solo per esser nati prima della divisione del genere umano, o dello
          allontanamento delle sue parti, e sua dilatazione ec<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi ved. la p. 3988. Si può anche applicare al discorso sopra le barbarie della
              società umana ec. (p. 3797-802.).</p>
          </note>. E a questo medesimo proposito si applichi il luogo greco da me citato a pag.
          2799. dove si narra un costume simile o conforme a quello di tanti e tanti altri selvaggi
          antichi, moderni, presenti, che nulla hanno avuto a far mai (in tempi che si sappiano) nè
          cogli Sciti di cui quivi si parla, nè tra loro. V. p. 3967. E quanti altri sono i costumi,
          credenze ec. affatto conformi tra selvaggi i quali non si può vedere come abbiano mai
          potuto aver, non ch’altro, notizia, gli uni degli altri; isolani, remotissimi. Eppur le
          dette conformità sono sovente tali e tante, ed anche così diffuse, e per altra parte così
          lontane, contrarie ec. alla natura, che <pb ed="aut" n="3963"/> per una parte sarebbe
          stolto l’attribuirle al caso, per l’altra non se <add resp="ed">ne</add> può trovare
          cagione alcuna probabile, se non se ec. — Uso delle settimane ec. ec. (9. Dec. Vigilia
          della Venuta della S. Casa. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Situla-sitella, tabula-tabella</foreign>. V. la pag.
          3844, (9. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il Forc. dice che <foreign lang="lat" rend="italic">sportella</foreign> è diminutivo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">sportula</foreign>, benchè pur si trova <foreign
            lang="lat" rend="italic">sporta</foreign>, di cui <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sportula</foreign> è diminutivo. Forse si troverà che tutti i diminutivi in <foreign
            lang="lat" rend="italic">ellus ella ellum</foreign> sono fatti da nomi (o verbi ec.) in
            <emph>ulus</emph>, noti o ignoti, diminutivi o no, positivati o assoluti ec<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Capsula, parva capsa; capsella, parva
              capsula</foreign>. Forc. Pare che, se non altro, il Forc. creda che il diminut. in
                <emph>ellus</emph> ec. dinoti maggior diminuz. che quello in <emph>ulus</emph> ec.,
              quando anche ei non lo creda sempre o non mai un <emph>sopraddiminutivo</emph>.
                <foreign lang="lat" rend="italic">Oculus-ocellus</foreign> (<foreign lang="lat"
                rend="italic">oculus</foreign>, come dico altrove, non è diminut. come altrove io
              aveva detto, o è positivato ec. sicchè <foreign lang="lat" rend="italic"
              >ocellus</foreign> non è sopraddiminutivo ec.).</p>
          </note>. In tal caso <foreign lang="lat" rend="italic">sportella</foreign> sarebbe un
          sopraddiminutivo di <foreign lang="lat" rend="italic">sporta</foreign>, giusta l’uso sì
          frequente in italiano de’ doppi e tripli diminutivi, e come ho detto altrove di <foreign
            lang="lat" rend="italic">anellus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >anulus</foreign>, se non che <foreign lang="lat" rend="italic">anulus</foreign> è in
          significato diverso o per natura o per estensione dal suo positivo ec. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Catena-catella. Catus-catulus catellus catellulus</foreign> (v. il Forc.
          in tutte queste voci). <foreign lang="lat" rend="italic">Vitulus vitellus</foreign>.
            (<bibl>v. il <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Catellus</foreign>
          </bibl>). <foreign lang="lat" rend="italic">Vitellus</foreign> è positivato, almeno nelle
          nostre lingue, ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Catinus catillus, catinum-catillum,
            catillo as, catillo onis</foreign>, ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Patina</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">patena-patella</foreign>
          (positivato; v. il Forc.). Pare che da <foreign lang="lat" rend="italic">patina</foreign>
          sarebbe piuttosto <foreign lang="lat" rend="italic">patilla</foreign> che <foreign
            lang="lat" rend="italic">patella</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Patellarius</foreign> ec. vedi la pag. 3955. Se fosse vero che i diminutivi in
            <emph>ellus</emph> non fossero che da’ vocaboli in <emph>ulus</emph> (e i verbi in
            <emph>ellare</emph> diminutivo, da quelli in <emph>ulare</emph>, e così gli avverbi
          ec.), <foreign lang="lat" rend="italic">catillus</foreign> e gli altri simili, o sarebbero
          contrazioni di <foreign lang="lat" rend="italic">catinulus</foreign> (e allora non
          deriverebbero, ma sarebbero tutt’uno col nome in <emph>ulus</emph>) o vero di <foreign
            lang="lat" rend="italic">catinellus</foreign> fatto da un <foreign lang="lat"
            rend="italic">catinulus</foreign> (che pur si trova). (9. Dec. 1823.). <foreign
            lang="lat" rend="italic">Cistella</foreign> sarebbe diminutivo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">cistula</foreign> e non di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cista</foreign> ec. (9. Dec. Vigilia della Venuta della Santa Casa. 1823.). V. p. 3968.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3964"/> Alla p. 3961. principio. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Catus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">cautus</foreign>, v. Forcell.
            <foreign lang="spa" rend="italic">Recatar</foreign> per <foreign lang="spa"
            rend="italic">recautar</foreign> sarebbe un grandissimo arcaismo (quanto alla
          soppressione dell’u) conservato in una lingua moderna ec. (9. Dec. 1823.). V. p. 3980.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove che bisogna esattamente distinguere tra’ vocaboli e modi latini
            <emph>conservati</emph> nelle lingue moderne, o <emph>ricuperati</emph> per mezzo della
          letteratura, scienze, diplomatica, politica, canoni, giurisprudenza, cose ecclesiastiche,
          liturgie ec. (o conservati ancora per questi mezzi, ma non per l’uso della favella
          ordinaria ec.). La stessa distinzione bisogna fare circa le forme delle parole ec. atteso
          massimamente che le ortografie moderne sono state da principio ed anche in seguito lungo
          tempo modellate sul latino, peccarono assai e lungamente per latinismo che nella
          rispettiva lingua parlata non si trovava, furono inesattissime ec. di tutte le quali cose
          ho detto in più luoghi. (9. Dec. Vigilia della Venuta. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Parlo altrove de’ dialetti d’Omero. Posto che il dialetto Ionico non fosse il comune o il
          più comune, e perciò prescelto, l’avere Omero scritto in un dialetto piuttosto che nella
          lingua comune, non prova altro se non che questa a’ suoi tempi non v’era; e il non esservi
          prova che non vera ancora letteratura greca formata, perchè nè questa poteva esservi senza
          quella, e la mancanza di lingua comune è segno certo ed effetto non d’altro che della
          mancanza di letteratura nazionale o della sua infanzia, poca diffusione ec. Similmente
          dico di Democrito ec. Ctesia è più moderno, ma forse anteriore al pieno della letteratura
          ateniese, <add resp="ed">di</add> Erodoto<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3982.</p>
          </note> e degli altri che ne’ più antichi tempi scrissero ne’ dialetti loro nativi e non
          in lingua comune. Del resto se Omero usò e mescolò anche gli altri dialetti più di quello
          che poi fosse fatto dagli altri scrittori greci, anche poeti, prevalendo però in lui
          l’ionico, il simile fece Dante, che <pb ed="aut" n="3965"/> usò e mescolò i dialetti
          d’Italia molto più che poi gli altri, anche poeti, e a lui vicini, non fecero, e che oggi
          niuno farebbe, perchè v’è lingua comune, e questa certa e formata e determinata, e tutto
          ciò principalmente a causa della letteratura. Se poi alcuni, come Empedocle e Ippocrate,
          non essendo ioni ec., scrissero nell’ionico<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>V. p. 3982.</p>
          </note>, ciò fu perchè Omero l’aveva usato e fatto famoso e atto alla scrittura, e creduto
          solo o principalmente capace di essere scritto, nel modo stesso che poi l’abbondanza degli
          scrittori ateniesi, maggiore che quella degli altri, rese comune, e per sempre, il
          dialetto attico, o una lingua partecipante massimamente dell’attico, e lo ridusse ad
          essere il greco propriamente detto sì nell’uso dello scrivere, sì in quello del parlare,
          massime delle persone colte<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Del resto l’uso dell’ionico fatto anticam. dagli non ionici prova con certezza che il
              ionico o era il greco comune, o il più comune, o il solo o il più applicato e quindi
              atto alla letterattura e al dir colto ec. o il più famoso ec. V. p. 3991.</p>
          </note>; e nel modo stesso che in Italia per simil cagione è avvenuto rispetto al toscano,
          mentre prima, come in Grecia l’ionico invece dell’attico, così in Italia si era fatto
          comune ec. non il toscano, ma il siculo ec. per la coltura di quella corte e poeti ec. e
          loro abbondanza preponderante ec. Onde molto s’ingannano, secondo me, quelli sì antichi
          (vedi i luoghi cit. alla pagina 3931.) sì moderni (che sono, io credo, non pochi) i quali
          riconoscono l’uso o preponderanza del dialetto ionico in Omero, in Ippocrate ec. e nelle
          scritture dell’antica Grecia da questo, che il dialetto ionico, secondo loro, o almen
          quello di detti scrittori quale egli si è ec. era l’antico dialetto attico, e usato dagli
          ateniesi. Il che, se non hanno altri argomenti per provarlo, certamente non è provato
          dall’uso di quegli scrittori, poichè che diritto e che mezzo aveva allora il dialetto
          ateniese per esser preferito agli altri nelle scritture? Essi cadono nel solito errore,
            <pb ed="aut" n="3966"/> sì comune per sì lungo tempo (e fin oggi) in Italia, anche fra’
          più dotti e imparziali, circa il dialetto toscano, cioè di credere che l’attico prevalesse
          agli altri dialetti per se (mentre niun dialetto prevale per se, giacchè quanto
          all’ordine, forma ec. esso non l’ha prima della letteratura, quanto alla bellezza del
          suono materiale ec. questo è un sogno, perchè a tutti i popoli e parti di essi è più bello
          degli altri suoni quello che gli è dettato dalla natura, e quindi quello del dialetto
          nativo, e imparato nella fanciullezza ec.), e non per causa della preponderante
          letteratura e scrittori attici, la qual causa a’ tempi d’Omero ec. non esisteva, anzi
          Atene non aveva, che si sappia, scrittore alcuno, non che n’abbondasse particolarmente ec.
          Neanche era potente, nè commerciante, nè che si sappia, assai culta, o più culta degli
          altri, seppure aveva coltura alcuna notabile. Bensì lo erano gl’ioni ec. e questo appunto
          produsse o fece possibile un Omero ec. Se poi hanno altre prove della detta proposizione,
          certo ragionano a rovescio pigliando per effetto la causa, e per causa l’effetto. Poichè
          se quello fu allora il dialetto attico, ciò venne appunto perch’esso aveva avuto scrittori
          e letteratura, e così fattosi comune ec., ovvero a causa del commercio e potenza e della
          coltura degl’ioni, alla qual coltura non avrà poco contribuito la stessa letteratura che
          n’aveva avuto origine ec. Del resto gli attici erano molto facili ad adottare le voci e
          modi greci stranieri, e anche i barbari, almeno ne’ tempi susseguenti; e lo dice Senofonte
          in un luogo da me citato e discusso altrove. (9. Dec. 1823. Vigilia della Venuta della
          Santa Casa di Loreto.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3967"/> L’infinito per l’imperativo, del che altrove. Hippocrates in fine
          libri <title lang="lat">de aere aquis et locis</title>. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀπὸ δὲ τουτέων τεκμαιρόμενος, τὰ λοιπὰ ἐνθυμέεσθαι, καὶ οὐχ
            ἁμαρτήση</foreign>
          </quote>. Sono le ultime parole del libro. (10. Dec. dì della Venuta della S. Casa.
          1823.). Questo modo è frequentissimo in Ippocrate da per tutto, come precettista ch’egli
          è.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Taureau</foreign>. Molti de’
          diminutivi ch’io chiamo positivati potranno ben trovarsi usati alle volte, più o men
          sovente, o da’ più antichi o da’ più moderni ec. ed usarsi ancora, in senso veramente
          diminutivo, o pur frequentativo ec. ec. E sia anche il più delle volte. A me basta che
          talora abbiano o abbiano avuto ec. senso positivo, conforme al positivo ec. (10. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3962. È noto che Alboino re de’ Longobardi <quote>
            <emph>fece del teschio di Comundo</emph> (re de’ Zepidi, suo nemico) <emph>una tazza,
              con la quale in memoria di quella vittoria</emph> (sopra i Zepidi) <emph>bevea</emph>
          </quote> (<bibl>
            <author>Machiav.</author>
            <title>Istorie fiorent.</title> lib.1. opp. 1550. p. 9</bibl>.), e come da questo ebbe
          origine la sua uccisione ordinata da Rosmunda sua moglie e figlia di Comundo, per mano di
          Almachilde (id. ib.). Da ciò si vede che questo costume dovette anche esser proprio de’
          Longobardi (giacchè io non convengo col Machiavelli che attribuisce questo fatto in
          particolare all’ <quote>
            <emph>efferata natura</emph>
          </quote> di Alboino), popolo settentrionale e forse non estremamente lontano dagli Sciti,
          benchè d’altra razza e d’altro genere di lingua a quello ch’io credo. Poichè gli Sciti
          spettano alla razza slava. I Longobardi, cred’io, alla tedesca. (10. Dec. dì della Venuta
          della S. Casa di Loreto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3968"/> Alla p. 3963. fine. Se i diminutivi in <emph>ellus</emph> ec.
          fossero fatti sempre da voci in <emph>ulus</emph>, lo stesso si dovrebbe dire di quelli in
            <emph>illus, illare</emph> ec. Quindi p. e. <foreign lang="spa" rend="italic"
            >conscribillo</foreign> sarebbe da un <foreign lang="lat" rend="italic"
          >conscribulo</foreign>. — Al detto di <emph>patella</emph>, aggiungi l’ital.
          <emph>padella</emph>, positivato (restando <emph>patena</emph> pel vaso sacro ec.), benchè
          forse quello che oggi si chiama <emph>padella</emph> non sia precisamente conforme a
          quello o quei vasi che si chiamavano in lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >patinae</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">patenae</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">patellae</foreign>, e quindi il significato di tal diminutivo
          positivato <emph>padella</emph> non sia forse precisamente il medesimo del suo positivo
          latino, cosa inevitabile quasi in quelle voci che appartengono a oggetti di usi ec. sempre
          variabilissimi più d’ogni altra cosa. Ma in tal caso la significazion del diminutivo
            <emph>padella</emph> non sarebbe neppur la medesima del diminutivo <emph>patella</emph>,
          ch’è pur certamente positivato, e con cui <emph>padella</emph> è materialmente una stessa
          voce. Insomma <emph>padella</emph> è certamente un diminutivo positivato. V. i francesi e
          gli spagnuoli e il Gloss. ec. (10. Dec. dì della Venuta. 1823.). V. p. 3971.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove del diminutivo o vezzeggiativo ec. positivato <emph>figliuolo</emph>,
          aggiungi i suoi derivativi ec. pur positivati, come <emph>figliolanza</emph>. (10. Dec.
          Festa della Venuta. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto, non mi ricordo il dove, di un diminutivo, mi pare, italiano che la sua
          inflessione in <emph>ol</emph> (sia verbo o sia nome ec. che non mi sovviene) dimostrava
          lui essere originariamente latino. Ma si osservi che la diminuzione in <emph>olo,
          olare</emph> ec. è non men propria dell’italiano moderno di quel che sia del latino quella
          in <foreign lang="lat" rend="italic">ulus, ulare, olus</foreign> (come in <foreign
            lang="lat" rend="italic">filiolus</foreign>) ec. Ben è vero ch’essa deriva onninamente
          da <pb ed="aut" n="3969"/> questa latina, anzi è la medesima con lei. Del resto l’aggiunta
            dell’<emph>u</emph> in questa nostra inflessione (come in <emph>figliuolo</emph> ec.).
          1. è una gentilezza della scrittura e ortografia, un toscanesimo, non è proprio della
          favella, seppur non lo è della toscana, e in tal caso, che non credo neanche in Toscana
          sia troppo frequente e’ sarebbe un accidente della pronunzia. 2. non si trova nelle più
          antiche scritture, nè in moltissime delle meno antiche, benchè esatte, anzi fuorchè nelle
          moderne, forse nel più delle scritture ella manca, e credo ancora che manchi regolarmente
          anche oggidì, almeno secondo l’ortografia della Crusca, in molte parole dove
          l’<emph>olo</emph> è pur lungo. 3. ella svanisce regolarmente (per la regola de’ dittonghi
          mobili) sempre che l’accento non è sull’<emph>o</emph>: quindi da <emph>figliuolo
            figliolanza</emph> ec. 4. essa è veramente una proprietà italiana onde anche da
            <emph>sono, bonus</emph> e tali altri o semplici, facciamo <emph>uo</emph>, come
            <emph>suono, buono</emph> ec. siccome gli spagnuoli <emph>ue</emph>, che pur si risolve,
          o ritorna, in <emph>o</emph> sempre che l’accento non è sull’<emph>e</emph>, come da
            <foreign lang="spa" rend="italic">volvo buelvo</foreign> e poi <foreign lang="spa"
            rend="italic">bolver</foreign> ec. V. p. 4008. E anche quando la desinenza ec. in
            <emph>olus</emph> o <emph>ulus</emph> ec. non è diminutiva, noi ne facciamo sovente
            <emph>uolo</emph> ec. come da <foreign lang="lat" rend="italic">phaseolus</foreign>,
            <emph>fagiuolo</emph> ec. 5. Essa manca sempre in moltissime parole italiane, come in
          tanti verbi diminutivi o frequentativi ec. in <emph>olare</emph> de’ quali ho detto
          altrove, che sarebbe sproposito scrivere in <emph>uolare</emph>. Insomma essa giunta non è
          propria di questa tale italiana inflessione diminutiva derivante dal latino, ma è un
          accidente di pronunzia o di ortografia italiana o toscana, che ha luogo anche in infiniti
          altri casi alienissimi da questa inflessione, e che in questa medesima non ha sempre luogo
          ec. (10. Dec. dì della Venuta della S. Casa di Loreto. 1823.). V. p. 3984.3992.3993.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3961. Così discorrasi ancora di cento altri generi di formazioni ec. latine e non
          proprie delle lingue moderne, che si trovano in mille parole moderne <pb ed="aut" n="3970"
          /> ignote nel latino, o solo note nel latino barbaro, mentre quelle formazioni ec. non
          sono proprie di questo e furono assolutamente proprie del buon latino, o speciali del
          latino antico ec. ec. (10. Dec. dì della Venuta della S. Casa di Loreto. 1823.). V. p.
          seguente, e 3985.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che <emph>male</emph> nelle nostre lingue spesso si usa per
          <emph>non</emph>, per particella privativa, ec. Questo è proprio particolarmente
          dell’antico delle nostre lingue, e fors’anche più in particolare, dell’antico francese. I
          francesi ora dicono <foreign lang="fre" rend="italic">mal</foreign>— ora <foreign
            lang="fre" rend="italic">mé</foreign>—, ch’è lo stesso (<foreign lang="fre"
            rend="italic">médire</foreign>, dir male), e così il nostro <emph>mis</emph>
            (<emph>misdire, misfare</emph>). Le quali particelle corrotte da <emph>mal</emph> e
          destinate alla composizione, ora significano veramente <emph>male</emph>, ora sono
          assolutamente negative o privative, come in <foreign lang="fre" rend="italic">mépriser,
            mépris</foreign>, <emph>miscredente, misleale</emph> ec. Questa particella
          <emph>mis</emph> (o simile) collo stesso uso è anche comune agl’inglesi, il che conferma
          il sopraddetto, cioè ch’ella e così <emph>mal</emph> ec. ond’ella è corrotta, fosse
          specialmente propria dell’antico delle nostre lingue, e particolarmente dell’antico
          francese. V. gli spagnuoli i quali se ne mancassero, sarebbero nuova prova di ciò, perchè
          lo spagnuolo non ha forse tanto tolto dal provenzale ec. quanto il nostro antico
          linguaggio, massimamente scritto ec. ec. Salvo sia sempre che <emph>mis</emph> ec. non si
          trovi essere di origine settentrionale, e di là venuta nell’inglese e nel francese ec.
          (10. Dec. Festa della Venuta. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii passivi in senso neutro. — Aggettivazione de’ participii. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Tacitus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">taceo</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">tacens</foreign>. Similmente in ispagnuolo <foreign
            lang="spa" rend="italic">callado</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic"
            >callante</foreign>, zitto (<quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">à todo havia estado suspenso y callado</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cervant.</author>
            <title>D. Quijote</title>
          </bibl>). Bisogna però osservare intorno a questo e simili participii di verbi neutri
          delle lingue moderne, usati nel senso del participio di forma attiva, se quel tal verbo
          non è o non <pb ed="aut" n="3971"/> fu neutro passivo, fatto poi assoluto per ellissi del
          pronome o sempre o talvolta. Cosa ch’è avvenuta ed avviene infinite volte nelle nostre
          lingue. P. e. <foreign lang="spa" rend="italic">callar</foreign> forse si disse ancora o
          solamente <foreign lang="spa" rend="italic">callarse</foreign>, come in fr. <foreign
            lang="fre" rend="italic">se taire</foreign>, e spesso anche in ital. <emph>tacersi, si
            tacque</emph> ec. benchè qui il pronome piuttosto ridonda, per proprietà di nostra
          lingua, come in altri assai casi, la qual proprietà non appartiene a questo discorso, e
          bisogna notare che un neutro assoluto non si pigli per neutro passivo a causa di essa, che
          sarebbe falso, onde tra noi il trovare un neutro col pronome, o presso gli antichi o
          presso i moderni non sempre è segno che quello sia neutro passivo, o lo sia stato ec. e
          poi soppresso il pronome, <foreign lang="spa" rend="italic">callar</foreign> o sempre o
          per lo più. In tal caso <foreign lang="spa" rend="italic">callado</foreign> nel senso
          suddetto, non sarebbe che in senso passivo, e non apparterrebbe al nostro discorso. (11.
          Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3968. Se i diminutivi in <emph>ellus</emph> ec. o <emph>illus</emph> ec. son
          fatti dalle voci in <emph>ulus</emph> ec. o sempre, o talvolta (ch’è fuor di controversia
          il talvolta), essi sono contrazioni di <emph>ulellus</emph> ec. <emph>ulillus</emph> ec.
          (11. Dec. 1823.). V. p. 3987.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. anteced. S’intende che tali composti, derivati ec. non sieno stati formati ec.
          dagli scrittori ec. ma propri della favella volgare, e tali che si possano credere
            <emph>conservati</emph>; come infatti ve ne sono, anche propri esclusivamente del solo
          dir familiare o parlato ec. o de’ più antichi e rozzi scrittori, e quindi certo delle
          favelle volgari di allora ec., in assai buon numero. (11. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3961. Spettano a detta categoria la grazia e l’effetto spesse volte singolare
          delle <emph>bellezze</emph> forestiere o che hanno del forestiero, sia che questo
            <emph>bello</emph> spetti alla fisonomia, al personale ec. ovvero alle maniere ec.,
          ovvero che le maniere sien forestiere e non il fisico, o viceversa ec. ec. ec. (11. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3972"/> Risulta da quello che in più luoghi si è detto circa la natura di
          una lingua atta (massime ne’ nostri tempi) veramente alla universalità, che ella non solo
          non può esser più delle altre lingue capace di traduzioni, di assumer l’abito dell’altre
          lingue, o tutte o in maggior numero o meglio che ciascun’altra, di piegarvisi più d’ogni
          altra, di rappresentare in qualunque modo le altre lingue; ma anzi ella dev’essere per sua
          natura l’estremo contrario, cioè sommamente unica d’indole, di modo ec. e sommamente
          incapace d’ogni altra che di se stessa, ed in se stessa minimamente varia, e da se
          medesima in ogni caso il men che si possa diversa. E una lingua che tenga l’estremo
          contrario è di sua natura, massime a’ tempi nostri, estremamente incapace
          dell’universalità. Non bisogna dunque figurarsi che una lingua universale nè debba nè
          possa portare questa utilità di supplire alla cognizione di tutte le altre lingue, di
          esser come lo specchio di tutte l’altre, di raccoglierle, per così dir, tutte in se
          stessa, col poterne assumer l’indole ec.; ma solo di servire <emph>in vece</emph> di tutte
          le altre lingue, e di esser loro <emph>sostituita</emph>. Anzi ella non può veramente
          altro ch’esser sostituita all’uso dell’altre e di ciascuna altra, e non supplire ad esse
          ec. Ben grande sarebbe quella utilità, ma essa è contraria direttamente alla natura di una
          lingua universale. Tale si è infatti la francese. Nè i francesi dunque nè gli stranieri si
          lusinghino di avere in quella lingua tutto ciò che potrebbero avere nell’altre, ma una
          lingua diversissima per sua natura dall’altre, il cui uso a quello di tutte l’altre
          possono facilmente sostituire. Nè stimino che volendo conoscer <pb ed="aut" n="3973"/>
          l’altre lingue, autori ec. il possederla francese, li dispensi più che alcun’altra lingua
          dallo studio di tutte l’altre, anzi per questo effetto la francese non serve a nulla, ed i
          francesi per parlare come nativa una lingua sommamente disposta alla universalità, si
          debbono contentare di avere una lingua incapacissima di traduzioni, inettissima a servir
          loro di specchio e di esempio, e fin anche di mezzo, per conoscere qualunque altra lingua,
          autore ec. Il fatto della lingua francese dimostra queste asserzioni. Sebbene i francesi
          coll’estrema trascuranza che hanno dell’altre lingue mostrano essere persuasi del
          contrario. La natura della greca era appunto l’opposto. Ella infatti perciò, anche nel
          tempo antico, non potè essere universale che debolissimamente e incomparabilmente alla
          possibile universalità di una lingua, ed anche all’effettiva presente universalità della
          francese, malgrado le molte qualità, e massimamente le infinite circostanze estrinseche
          (potenza, commercio, letteratura e civiltà unica della nazione che la parlava) che
          favorirono, (e per lunghissimo tempo), e quasi necessitarono la sua universalità, molto
          più che le circostanze estrinseche della francese ec. (11. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non è dubbio che la civiltà, i progressi dello spirito umano ec. hanno accresciuto
          mirabilmente e in numero e in grandezza e in estensione le facoltà umane, e generalmente
          le forze dell’uomo, il quale essendo ora, al contrario che da principio, più spirito che
          corpo, come dico altrove, può veramente, anche nelle cose materiali, infinitamente più che
          da principio. Ma bisogna vedere se queste nuove facoltà, questo accrescimento di forze ec.
          corrisponde ed era destinato dalla natura <pb ed="aut" n="3974"/> sì generale sì della
          specie umana in particolare, e giova o nuoce alla felicità d’essa specie, chè nocendo, è
          certo che non corrisponde alla natura ec. Di quante incredibili abilità vediamo noi col
          fatto che moltissimi animali (fino ai pulci addestrati da non so chi a tirare un
          cocchietto d’oro) sono capaci, e lo videro gli antichi che ne raccontano maraviglie,
          corrispondenti alle moderne, benchè alcune maggiori, per la maggiore industria degli
          antichi, in questa come in tante altre cose, manifatture, lavori d’arte ec. Chi non le
          avesse udite da testimonii irrecusabili, o vedute cogli occhi propri o ascoltate co’
          propri orecchi, neppur le avrebbe immaginate, nè figuratasene la possibilità, la capacità,
          l’attitudine fisica in quella specie di animali, come p. e. elefanti, cani, orsi, gatti,
          topi (cosa vera) ec. ec., anche ferocissime, e apparentemente le più incapaci di
          disciplina e di mutar costumi ec. e di mansuefarsi e obbedire agli uomini ec. Or chi dirà
          che tali abilità le quali accrescono le facoltà di quelli animali ec. fossero per ciò
          destinate dalla natura o generale, o loro particolare ec. giovino alla loro felicità ec. e
          che le loro rispettive specie sarebbero più perfette o meno imperfette, se tali abilità
          fossero in esse più comuni, o universali ec.? E senz’andar troppo lontano, quante
          proprietà abilità ec. lontanissime dalla sua primitiva condizione, non acquistano tuttodì
          sotto i nostri occhi, e tuttodì esercitano, i cavalli da tiro, da maneggio ec. proprietà
          ed abilità che non ci fanno più meraviglia alcuna, a causa dell’abitudine e frequenza, e
          che l’arte d’insegnar loro siffatte cose è comunissima e presentemente e da lungo tempo,
          facile; ma nè questa nè quelle sono perciò men degne di maraviglia. <pb ed="aut" n="3975"
          /> Or con tutto questo, e con tutto che il numero degl’individui così ammaestrati sia
          tanto, e così continuo e successivo ec. chi dirà che ec. come sopra? se non chi stima che
          tutto il mondo, e in questo la specie de’ cavalli, sia fatta di natura sua per servizio
          dell’uomo, e tenda a questo come a suo fine, e non abbia la sua perfezione fuor di questo,
          onde sia destinata e disposta naturalmente all’acquisto di quelle facoltà e qualità che si
          richiedono o convengono e giovano a tal servizio, di modo che un cavallo non sia
          perfettamente cavallo se e fino ch’ei non sa portare un uomo sul suo dosso, e obbedire a’
          suoi segni e prevenirli e indovinarli ec. ec. e far tutto questo perfettamente. (11. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Corbeau, corbin</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">corvus</foreign>. (11. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati greci. <foreign lang="grc">θηρίον, βιβλίον, σιτίον</foreign> co’
          loro derivati. Altri che forse pur sono, almen talvolta, positivati, <bibl>vedili nella
              <title>Gramm.</title> del <author>Weller</author>, Lips. 1756. p. 82.</bibl>, co’ lor
          derivati o composti ec. (12. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In Omero tutto è vago, tutto è supremamente poetico nella maggior verità e proprietà e
          nella maggior forza ed estensione del termine; incominciando dalla persona e storia sua,
          ch’è tutta involta e seppellita nel mistero, oltre alla somma antichità e lontananza e
          diversità de’ suoi tempi da’ posteriori e da’ nostri massimamente e sempre maggiore di
          mano in mano (essendo esso il più antico, non solo scrittore che ci rimanga, ma monumento
          dell’antichità profana; la più antica parte dell’antichità superstite), che tanto
          contribuisce per se stessa a favorire l’immaginazione. Omero stesso è un’idea vaga e
          conseguentemente poetica. Tanto che si è anche dubitato e si dubita ch’ei non sia stato
          mai altro veramente che un’idea. (12. Dec. 1823.). Il qual dubbio, <pb ed="aut" n="3976"/>
          stoltissimo benchè d’uomini gravissimi, non lo ricordo se non per un segno di questo
          ch’iodico.(12. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non è propria de’ tempi nostri altra poesia che la malinconica, nè altro tuono di poesia
          che questo, sopra qualunque subbietto ella possa essere. Se v’ha oggi qualche vero poeta,
          se questo sente mai veramente qualche ispirazione di poesia, e va poetando seco stesso, o
          prende a scrivere sopra qualunque soggetto, da qualunque causa nasca detta ispirazione,
          essa è certamente malinconica, e il tuono che il poeta piglia naturalmente o seco stesso o
          con gli altri nel seguir questa inspirazione (e senza inspirazione non v’è poesia degna di
          questo nome) è il malinconico. Qualunque sia l’abito, la natura, le circostanze ec. del
          poeta, pur ch’ei sia di nazione civile, così gli accade, e come a lui così a un altro che
          non avrà di comune con lui se non questo solo. ec. Fra gli antichi avveniva tutto il
          contrario. Il tuono naturale che rendeva la loro cetra era quello della gioia o della
          forza della solennità ec. La poesia loro era tutta vestita a festa, anche, in certo modo,
          quando il subbietto l’obbligava ad esser trista. Che vuol dir ciò? O che gli antichi
          avevano meno sventure reali di noi, (e questo non è forse vero), o che meno le sentivano e
          meno le conoscevano, il che viene a esser lo stesso, e a dare il medesimo risultato, cioè
          che gli antichi erano dunque meno infelici de’ moderni. E tra gli antichi metto anche,
          proporzionatamente, l’Ariosto ec. (12. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3977"/> Alla p. 3927. Questa moltiplicità incalcolabile di cause e di
          effetti ec. nel mondo morale non deve nè parere assurda o difficile ad ammettersi nè far
          meraviglia a chi consideri com’ella si trova evidentemente, e del pari infinita e
          incalcolabile nel mondo fisico. Nè la medicina, nè la fisiologia, nè la fisica, nè la
          chimica, nè veruna anche più esatta e più materiale scienza che tratti delle più sensibili
          e meno astruse parti ed effetti della natura<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. seg.</p>
          </note>, non possono mai specificare nè calcolare nemmeno per approssimazione, se non in
          modo larghissimo, nè il numero nè il grado e il più e il meno, nè tutti i rapporti ec.
          delle infinite diversità di effetti che secondo le infinite combinazioni e rapporti
          scambievoli ec. e influenze e passioni scambievoli ec. che possono avere ed hanno
          effettivamente luogo, risultano dalle cause anche più semplici più poche e limitate, che
          dette scienze assegnano; nè le infinite modificazioni di cui dette cause, secondo esse
          combinazioni, sono suscettibili, ed a cui sono effettivamente soggette. E non per tanto,
          almeno in grandissima parte, esse cause non si possono volgere in dubbio, e nessuno dalla
          detta impossibilità di specificare e calcolare esattamente e pienamente, risolve ch’esse
          cause non sieno le vere, e moltissime sono evidenti e sotto gli occhi, e così il loro modo
          di agire, le loro relazioni cogli effetti ec., i quali tuttavia non sono più calcolabili
          nè numerabili. Basti solamente osservare le cause e gli effetti che agiscono ed hanno
          luogo nel corpo umano, e le infinite diversità ed anche contrarietà che per differenze,
          sovente impercettibili, di combinazioni, hanno luogo negli accidenti e passioni d’esso
          corpo anche in individui conformissimi<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>V. p. 3990.</p>
          </note>, in un tempo medesimo, in circostanze che possono parere conformissime, <pb
            ed="aut" n="3978"/> in un medesimo individuo ec. Nè per tanto si può dubitare di quelle
          cause, purchè d’altronde ec. nè se ne dubita, nè si condannano quei sistemi e quei metodi
          ec. de’ quali in quanto a questo particolare niuno uomo potrebbe pensarne o usarne un
          migliore. (12. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. antecedente. — niuna parte, niun sistema di esse scienze, anche il più
          dimostrato, niun ordine, niun metodo di trattarle, per efficace, accurato, minutissimo,
          ordinatissimo, solertissimo che possa essere; se esse scienze o sistemi non si fingono e
          suppongono, determinano, conformano e circoscrivono i subbietti e lor qualità vere o
          immaginarie a modo loro, come fanno le matematiche e, p. e. la meccanica nella
          considerazione delle forze fisiche e de’ loro effetti.</p>
        <p>Le scienze e i sistemi non possono andare che per via di paradigmi e di esempi,
          supponendo tali e tali subbietti, di tali e tali qualità in tali e tali circostanze ec.
          ovvero generalizzando, sia col salire da questi particolari esempi alla università de’
          subbietti in qualche modo diversi, e delle combinazioni diverse, sì nelle cause sì negli
          effetti; sia in qualunque altra guisa. E tutte sono obbligate di fare più o meno come le
          matematiche, che per considerare gli effetti delle forze, suppongono i corpi perfettamente
          duri, e perfettamente levigati, e l’assenza del mezzo, ossia il vóto, ec.; e così il punto
          indivisibile ec. (12. Dec. 1823.). <bibl>V. <author>Thomas</author>
            <title lang="fre">Éloge de Descartes</title>, Oeuvres, Amsterdam 1774. t. 4. p. 47.
          seg.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Grappo-grappolo</emph>. Franc. <foreign lang="fre"
            rend="italic">grappe</foreign>. (13. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Fusa</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fusi</foreign> plur. lat. sostantivi di cui altrove. Così <foreign lang="lat"
            rend="italic">locus-loci</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">loca</foreign>.
          Il che è segno di un ant. <foreign lang="lat" rend="italic">locum</foreign>. Così <foreign
            lang="lat" rend="italic">fusa</foreign> di un <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fusum</foreign>. <pb ed="aut" n="3979"/> Così, credo, altri nomi vi sono che hanno
          diversi generi o in ambo i numeri o in un solo, senza diversa significazione. Così
            <foreign lang="lat" rend="italic">caelus</foreign> onde <foreign lang="lat"
            rend="italic">caeli</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">caelum</foreign> che
          oggi non ha plurale siccome il singolare di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >caelus</foreign> è antiquato. (14. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come la lingua e letteratura italiana si stimassero nel 500 da molti anche dotti e gravi
          uomini non dovere nè potere uscire de’ termini in che le posero i 3. famosi trecentisti,
          anzi solamente il Petrarca e il Boccaccio, nè delle lor parole e modi e artifizi e stili,
          e dell’abito ch’essi avevan dato all’una e all’altra ec. del che altrove, <bibl>vedi il
              <title>Dial. della Rettorica</title> dello <author>Speroni</author>, <title>Diall.
              Ven.</title> 1596. p. 147-150. p. 157. fine. — 158. principio, p. 162. verso il
          fine</bibl>. (14. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3940. Non sempre però usa l’<emph>i</emph>. Alle volte usa la vocale stessa ch’è
          la prima della parola raddoppiata, come in <foreign lang="grc">κάρχαρος</foreign> da
            <foreign lang="grc">χαράσσω</foreign> (dove anche è aggiunto l’ <foreign lang="grc"
          >ρ</foreign>, <foreign lang="grc">καρ</foreign>), e credo in molti altri casi. Fors’anche
          usa altre vocali, e altri modi di duplicazione. Ma uno di tali modi è certo il
          sopraddetto, cioè la prima consonante della voce raddoppiata, e un <emph>i</emph>, e
          questo è regolare, e forse il più frequente e regolare e uniforme ec. (14. Dec. 1823.). E
          chi sa anche se quel <foreign lang="grc">κάρχαρος</foreign> ha veramente l’etimologia che
          gli attribuiscono ec. E la forma della voce raddoppiata, cioè <foreign lang="grc"
          >χάρος</foreign> è molto irregolare quanto alla sua derivazione da <foreign lang="grc"
            >χαράσσω</foreign>, se questa è vera ec. Laddove le forme delle voci raddoppiate
            coll’<emph>i</emph> (come <foreign lang="grc">τιτρώσκω</foreign>) sono regolari ec. (14.
          Dec. 1823.). V. p. 3989. 3994. 4009. capoverso 8.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto alla particella negativa o privativa <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ne</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">nec</foreign> per <emph>non</emph>, del
          che altrove, dà un’occhiata nel Forcellini a tutte le voci <pb ed="aut" n="3980"/>
          comincianti massimamente per <foreign lang="lat" rend="italic">ne</foreign>, e così nello
          Scapula alle voci comincianti massimamente per <foreign lang="grc">νη</foreign> e <foreign
            lang="grc">νε</foreign>. (14. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Genou</foreign> sembra esser da <foreign lang="lat"
            rend="italic">genu</foreign>, come altrove. Ma <foreign lang="fre" rend="italic"
            >agenouiller</foreign> è da un <foreign lang="fre" rend="italic">genouille</foreign>
            diminutivo<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Diminutivo non in franc. ma fatto da una forma diminut. lat.a Vedi però la p. 3991.
              capoverso I. e 3985. princip.</p>
          </note>. Vedi la pag. 3955. Trovo nel D. Quijote <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">finojo</foreign>
          </quote> per <emph>ginocchio</emph>, voce che mi par quivi affettatamente antiquata, come
          molte altre, per contraffare il linguaggio degli antichi libri di Cavalleria, ed è posta
          in bocca di Sancho. In ogni modo mostra che anche l’antico spagnuolo (se già non prese
          questa voce dall’italiano) usava il diminutivo di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >genu</foreign> nel senso positivo e in vece del positivo latino. Sta la detta voce nella
            <bibl>Parte I. del <title>D. Quijote</title>, lib.4. cap. 31. p. 343. ediz.
              <emph>d’Amberes</emph> 1697. t. 1.</bibl> (14. Dec. 1823.). V. p. 3983.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3964. principio. <foreign lang="spa" rend="italic">Catar</foreign> da cui è
            <foreign lang="spa" rend="italic">recatar</foreign> (riguardare), se già non è da
            <foreign lang="lat" rend="italic">captare</foreign>, che non credo, sarà da <foreign
            lang="lat" rend="italic">calus</foreign>, il quale da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >caveo</foreign>, e quindi quasi <foreign lang="spa" rend="italic">caular</foreign>, e
          continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">caveo</foreign>. <foreign lang="spa"
            rend="italic">Cata</foreign> (<foreign lang="fre" rend="italic">gare</foreign>,
          guardati) equivale propriamente a <foreign lang="lat" rend="italic">cave</foreign>. (14.
          Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii aggettivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Catus, cautus</foreign>.
            <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> (14. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’ortografia francese fu da principio ed anche per lungo tempo proporzionatam., molto più
          simile alla scrittura latina che non è oggi, anzi sempre più se ne va scostando per
          accostarsi alla pronunzia. Fu, dico, molto più simile, sì perchè anche la pronunzia lo
          era, e sì per l’inesattezza e latinismo comuni a tutte le ortografie moderne, come altrove
          in più luoghi. Ora, se cambiandosi la pronunzia e correggendosi il barbaro latinismo
          dell’ortografia, la scrittura francese si è mutata <pb ed="aut" n="3981"/> non poco,
          perchè non si dovrà mutarla affatto sin tanto ch’ella si conformi onninamente alla
          pronunzia e francese e presente, qual ella è in fatti, e rinunzi del tutto alla forma
          latina delle parole scritte in quanto ell’è diversa da quella di esse parole pronunziate,
          ed all’aver riguardo in qualunque modo al latino? Se ciò non si è ancor fatto, e se non si
          farà, vuol dire che l’ortografia francese non è ancora o non sarà mai perfetta, nè
          interamente rettificata, anzi è imperfettissima e scorrettissima. Il contrario è avvenuto
          ed avviene ancor tuttavia (conformandosi sempre al nuovo modo di pronunziare, o
          conformandosi alla pronunzia dove l’antica ortografia non vi si conformava; come p. e.
          oggi tutti scrivono <emph>ispirare</emph> e simili, laddove tutti gli antichi
            <emph>inspirare</emph>, sia che così pronunziassero, sia che latinizzassero in questa
          scrittura) nell’ortografia spagnuola e massimamente nell’italiano che perciò sono
          perfette, o quasi, e certo assai più della francese vicine alla perfezione. Non così
          nell’inglese, nella tedesca ec. perciò imperfette come la francese, ma forse meno,
          perch’esse da principio non ebbero occasione nè modo di guardare al latino, con cui non
          hanno che fare le loro lingue, massime il tedesco, o certo di guardarvi meno, e quindi
          minor cagione d’allontanarsi dalla pronunzia e dalla forma reale delle voci propria della
          loro lingua, e d’uscire dei termini e vera proprietà di questa ec. (14. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3982"/> Alla p. 3964. Anacreonte ionico scrisse nell’ionico, mescolato
          però, secondo il comun modo di dire degli eruditi, e temperato cogli altri dialetti,
          (massime il Dorico), al modo di Omero. V. il Fabric. e la pref. ad Anacr. del De Rogati
          ec. (14. Dec. 1823.). V. p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3965. I posteriori poi (com’Abideno, Arriano nell’Indica, Teocrito ec.), benchè
          già nato e stabilito e formato il dialetto comune e la letteratura nazionale, e prevaluto
          eziandio l’Attico, scrissero negli altri dialetti particolari nativi loro o alieni, perchè
          nobilitati da autori di grido che gli avevano usati quando ancor non v’era dialetto
          comune, o non ben formato nè fermamente applicato e aggiustato adequatamente alla
          letteratura. Il qual mal vezzo non ha avuto luogo in Italia, se non se in qualche
          scrittorello non mai divenuto (come Teocrito ec.) nazionale, e di poco giudizio; perchè
          buoni scrittori non si son dati a scrivere in altra lingua che nella comune, e ciò a causa
          che i dialetti particolari non avevano avuta la sorte di esser nobilitati da veruno
          insigne scrittore (benchè molti scrittori avessero) prima della formazione ec. del
          linguaggio comune e della letteratura. (Del resto non pare che <emph>opere gravi</emph>
          scritte in dialetti particolari, fuorchè nell’Attico, dopo la esistenza ec. del comune,
          avessero gran fortuna nè fama nè pure in Grecia, nè che veramente grandi o insigni ne
          fossero mai gli autori. Luciano <title lang="lat">de scribenda historia</title> si burla
          di uno suo contemporaneo che avea scritto in dialetto ionico, come anche dell’affettato
          Atticismo di altri. Dionigi d’Alicarnasso compatriota d’Erodoto scrisse sì la storia sì il
          resto nell’attico o comune). <pb ed="aut" n="3983"/> Bensì quanto al toscano considerato
          come dialetto particolare, l’Italia si rassomiglia alla Grecia ed al suo attico
            <emph>proprio</emph>, per l’uso che gli autori anche insigni ne fecero, sì toscani
          nativi o attici nativi, sì forestieri, adoprandolo esclusivamente o principalmente ec.
          Però anche in Grecia come in Italia questo usare un dialetto, ancorchè nobilitato da molti
          scrittori ec. e prevalente ec., invece del comune, e massime l’abuso di esso e le smorfie,
          e massime nei non nativi, fu deriso dai più savi ec. benchè più ragionevole ciò fosse in
          Grecia che in Italia per molte cagioni, e fra l’altre che il dialetto attico propriamente
          detto era stato usato, e fu usato di mano in mano da autori veramente insigni e sommi,
          come Platone ec. Non così, strettamente parlando, il toscano proprio ec. che non è
          veramente la lingua neppur de’ sommi italiani scrittori, nativi toscani, Dante, Petrarca e
          Boccaccio, nè d’altri sommi toscani ec. (14. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3980. <foreign lang="fre" rend="italic">Genouil</foreign> antico, si trova. Vedi
          i Diz. e vedi i diversi suoi derivati, che sono parecchi, oltre <foreign lang="fre"
            rend="italic">agenouiller</foreign>, incomincianti per <foreign lang="fre" rend="italic"
            >genouill</foreign>—. (14. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. anteced. principio. Certo è però che Anacreonte si accosta assai più di Omero, e
          forse più di qualunque altro poeta greco al dialetto comune, anzi pochissimo se ne scosta
          nè per accostarsi all’ionico (se già le sue odi in questa parte de’ dialetti e massime
          nell’ortografia ad essi spettante non sono alterate) nè ad altro veruno. Segno che al suo
          tempo benchè molto antico, il dialetto comune esisteva già, per mezzo della letteratura
          ec. o piuttosto che il dialetto <pb ed="aut" n="3984"/> ionico (il quale probabilmente fu
          quello che poi divenne il comune, e produsse l’attico ec. come pare a molti eruditi) era
          allora per la maggior vicinanza de’ tempi (rispetto a quelli d’Omero) quasi uguale
          (eccetto nello scioglier de’ dittonghi, che in Anacreonte però di rado si sciogliono, e
          quando si sciolgono, è manifestamente per la necessità o comodità del metro, nel qual caso
          è ben naturale e in altre cose tali, che si posson chiamar di pronunzia, e in queste
          ancora Anacreonte è molto parco, se non dove l’uso del verso l’esige, di modo ch’egli usa
          il dialetto suo, e si scosta dal comune piuttosto come poeta che come scrittore, e come
          linguaggio e licenze poetiche, non come dialetto) a quello che poi fu il comune, come si
          vede in Ippocrate ec. ec. (15. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Commeto as</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">commeo</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">commeato</foreign>.
          V. Forc. e il detto altrove sopra <foreign lang="lat" rend="italic">hieto</foreign> ec.
          (15. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Bello non assoluto. Diversissime usanze, opinioni, gusti ec. circa le chiome, sì sopra
          l’acconciamento loro, come sopra il portarle o no, raderle, lasciare crescerle fino a
          terra, fino agli omeri, fino al collo, tagliarle all’intorno della testa ec. ec. presso
          gli antichi e i moderni e le varie nazioni, selvagge, barbare, civili ec. ec. ec. in vari
          tempi ec. anche egualmente colti e di buon gusto ec. ec. (15. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3939. Così anche i verbali sostantivi formati da’ supini come quelli in <emph>us
            us</emph>. Così gli avverbi e tutte le (non poche) voci e sorte di voci che si fanno
          regolarmente da’ supini regolari o irregolari, usitati o inusitati, de’ verbi. (15. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3969. fin. Anche la nostra diminuzione in <emph>ello ellare</emph> ec. viene dal
          latino, ed è latina, e così la spagnuola in <foreign lang="spa" rend="italic">illo,
          illar</foreign> (lat. <foreign lang="lat" rend="italic">cantillare</foreign> ec.) ec. (15.
          Dec. 1823.). Così la francese in <foreign lang="fre" rend="italic">el, eler</foreign>, o
            <foreign lang="fre" rend="italic">eller</foreign> (femin. <foreign lang="fre"
            rend="italic">elle</foreign>) ec. (15. Dec. 1823.). V. p. 3991. e il pens. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove che tutti i nostri verbi diminutivi frequentativi disprezzativi ec. sono <pb
            ed="aut" n="3985"/> della 1. coniugazione come i più di tali generi in latino. Così gli
          spagn. e i franc.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>P. e. molti verbi in <foreign lang="fre" rend="italic">ailler</foreign>, come
                <foreign lang="fre" rend="italic">ferrailler, tirailler, rimailler, grappiller,
                folâtrer</foreign> ec. (puoi ved. la p. 3980. capoverso I.) <foreign lang="fre"
                rend="italic">babiller</foreign>.</p>
          </note> V. il pens. preced. ec. (15. Dec. 1823.). e la pag. 3991. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3970. principio. Si trovano ancora nelle nostre lingue parecchi semplici di cui
          in latino noto, non si hanno che i composti (e questi sono, più o meno, evidentemente
          tali, cioè composti e non semplici, e più o meno evidentemente formati da un semplice qual
          è il nostro ec.), e parecchie voci che nel latino noto non si hanno, ma se ne hanno le
          derivative ec. (più o meno evidentemente derivate, formate ec. da voci quali sono le
          nostre ec.). L’argomento in questi casi, massime ne’ primi (perchè il composto suppone
          necessariamente il semplice) è più forte che mai. (15. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3960. fine. Tali verbi possono essere o da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >meno</foreign> (o da <foreign lang="lat" rend="italic">remeno</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">remino-rementum</foreign>: v. la pag. seg. ec.) ovvero da
            <foreign lang="lat" rend="italic">miniscor, reminiscor</foreign> ec. i quali verbi
          avranno tolto facilmente in prestito il supino o participio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">meno</foreign> ec. secondo l’uso de’ verbi incoativi del quale altrove
          lungamente. Stimo dunque che <emph>rammentare</emph> sia quasi <emph>rementare</emph> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">rementus sum</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">reminiscor</foreign> (il qual verbo oggi non ha participio ossia perfetto
          deponente ma <emph>rammentare</emph> può dimostrarcelo) appunto al modo che <foreign
            lang="lat" rend="italic">commento as</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >commentor aris</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic">commentus sum</foreign>
          di <foreign lang="lat" rend="italic">comminiscor</foreign> (ovvero da <foreign lang="lat"
            rend="italic">commentum</foreign> di ant. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >commeno</foreign>, o da <foreign lang="lat" rend="italic">mentum</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">meno</foreign>, aggiuntaci la prep. <foreign lang="lat"
            rend="italic">cum</foreign> ec.). Veggasi il Gloss. <emph>Ammentare</emph> è da <foreign
            lang="spa" rend="italic">mentare</foreign> (spagn.), usitato forse un tempo in italiano
          come in ispagnuolo aggiuntaci l’<emph>a</emph> per vezzo di nostra lingua (v. Monti
          Proposta in <quote>
            <emph>ascendere</emph>
          </quote>); ovvero da un <foreign lang="lat" rend="italic">Adminiscor</foreign> ec. <pb
            ed="aut" n="3986"/> V. il Gloss. <foreign lang="spa" rend="italic">Mentar</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >miniscor</foreign>. V. il Gloss.</p>
        <p>Il qual <foreign lang="lat" rend="italic">miniscor</foreign> è notato da Festo. Nuova
          prova del verbo <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign> da me congetturato
          altrove. Mostrerebbe però che si dicesse <foreign lang="lat" rend="italic">mino</foreign>
          non <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign>. Ma forse Festo dedusse <foreign
            lang="lat" rend="italic">miniscor</foreign> per sola congettura da <foreign lang="lat"
            rend="italic">reminiscor</foreign> (v. Forc.), dove l’<emph>e</emph> deve esser cambiato
          in <emph>i</emph> per la composizione, e così in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >comminiscor</foreign> ec. Se vi fu un incoativo semplice da <foreign lang="lat"
            rend="italic">meno</foreign>, questo crederei che dovesse essere un <foreign lang="lat"
            rend="italic">meniscor</foreign> non <foreign lang="lat" rend="italic"
          >miniscor</foreign>. (15. Dec. 1823.). Vero è però ch’io non ho forse ragione alcuna per
          dire <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign> piuttosto che <foreign lang="lat"
            rend="italic">mino</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Memini</foreign> può
          esser da <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign> (come <foreign lang="lat"
            rend="italic">cecidi</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">caedo</foreign> ec.)
          e da <foreign lang="lat" rend="italic">mino</foreign> ugualmente. Ma pur <foreign
            lang="lat" rend="italic">commentus</foreign> (che ben può esser da <foreign lang="lat"
            rend="italic">commino</foreign>, ma da un <foreign lang="lat" rend="italic"
          >commino</foreign> fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign>, che ripiglia
          nel participio la sua vocale, come <foreign lang="lat" rend="italic">contineo
          contentum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">teneo</foreign> non <foreign
            lang="lat" rend="italic">tineo</foreign> ec.) e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >memento</foreign> ec. par che dimostrino un <foreign lang="lat" rend="italic">meno.
            Memento</foreign> ec. par che dimostri un <foreign lang="lat" rend="italic"
          >memeno</foreign> per reduplicazione del che p. 3940-1. e altrove. O forse è fatto
          anomalamente da <foreign lang="lat" rend="italic">memini</foreign> dopo la perdita degli
          altri tempi ec. e l’uso <emph>presente</emph> di questo perfetto venuto a divenir prima
          voce e tema del verbo; ovvero anche prima. (15. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Bito is</foreign>, di cui altrove. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Combitere</foreign>
          </bibl>. (15. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3939. fine. Il supino è dal perfetto come provo altrove. Ma <foreign lang="lat"
            rend="italic">pingo, fingo, mingo</foreign> ec. fanno <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pinxi</foreign> ec. (e non altrimenti); dunque il lor vero supino è <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinctum</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Mingo</foreign> ha
          veramente <foreign lang="lat" rend="italic">mictum</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat">mungo, pungo, fungo, iungo</foreign> ec. — <emph>nctum</emph>.</p>
          </note>. Così almeno lo segna il Forcell. V. però quivi la varia lezione all’esempio di
          Caio Tizio, e i composti di <foreign lang="lat" rend="italic">mingo</foreign>, e i
          derivati <pb ed="aut" n="3987"/> dal suo supino come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >minctio</foreign> ec. Così i composti di <foreign lang="lat" rend="italic">pingo
          fingo</foreign> ec. e lor derivati ec. (15. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3971. Ma che <foreign lang="lat" rend="italic">pagella</foreign> p. e., e
            <foreign lang="lat" rend="italic">catella</foreign> e simili sieno contrazioni di
            <foreign lang="lat" rend="italic">catenulella, paginulella</foreign> (benchè <foreign
            lang="lat" rend="italic">catenula</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >paginula</foreign> pur si trovino) e simili, non mi par credibile; bensì di <foreign
            lang="lat" rend="italic">paginella, catenella</foreign> ec. o anche di <foreign
            lang="lat" rend="italic">paginula, catenula</foreign> ec. E poi che ragione v’ha per
          dire che il diminutivo in <emph>ellus</emph> ec. non si possa fare che dalle voci in
            <emph>ulus</emph> ec.? Forse che essa diminuzione in <emph>ellus</emph> ec. non può
          esser altro che sopraddiminutiva? Ma da <foreign lang="lat" rend="italic">tabula,
          fabula</foreign> ec. che non sono diminutivi, benchè in <emph>ul</emph>, si fa <foreign
            lang="lat" rend="italic">tabella, fabella</foreign> ec. che non sono sopraddiminutivi ma
          diminutivi semplici. O forse vorremmo che tabella ec. sia contrazione di <foreign
            lang="lat" rend="italic">tabululella</foreign> ec.? Al contrario spesso si dice
            <emph>ellulus</emph> come <foreign lang="lat" rend="italic">asellulus,
          catellulus</foreign> ec. Or queste sarebbero elleno contrazioni di <foreign lang="lat"
            rend="italic">asinulellulus, catululellulus</foreign>, cioè ripetizioni
          dell’<emph>ul</emph>, e diminutivi tripli? <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Tenellulus</foreign>. Vedi la pag. 3753. 3901. 3992. 3994. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Agellulus</foreign>. Impossibile: bensì di <foreign lang="lat"
            rend="italic">tabulella</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pagella</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">paginella</foreign> ec. (15. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3235. <foreign lang="lat" rend="italic">Metior</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">metio</foreign> (avverti che questo è verbo della quarta e non della 3.) —
            <foreign lang="lat" rend="italic">metor aris e meto as, castrametari</foreign> ec. (16.
          Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sella</foreign> che ho contato altrove fra’ diminutivi
          positivati, non lo è propriamente, se vien da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sedes</foreign>, perchè ha un senso molto più speciale di questo, benchè anch’esso molto
          esteso e vario. (16. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito dello spirito denso dei greci mutato in <emph>s</emph> ec. si può notare lo
          spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">sombra</foreign> (coi derivati) cioè <foreign
            lang="spa" rend="italic">ombra</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >umbra</foreign>. E forse qua spetta anche il franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >sombre</foreign>. V. il Gloss. ec. ec. (16. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3988"/> Bello non assoluto. I greci e i romani (erano nazioni di buon
          gusto?) pregiavano, almeno nelle donne, la fronte bassa, e l’alta stimavano difettosa, per
          modo che le donne se la coprivano ec. V. le note del De Rogati alla sua traduzione di
          Anacr. od. 29. sopra Batillo. Sul coprire o mostrar la fronte <emph>il che e la quale ha
            tanta parte nel differenziare le fisonomie</emph>, nè gli antichi nè i moderni, nè la
          moda oggidì è mai d’accordo con se stessa. Non è dubbio che quella nazione di cui parla
          Ippocrate (v. la p. 3961.), avvezza a non vedere che teste lunghe, benchè tali essi ed
          esse a dispetto della natura, pur contuttociò naturalmente avrebbe e avrà
          <emph>sentita</emph> una mostruosità e bruttezza notabilissima e, secondo lei,
          incontrastabile ogni volta che avrà veduto teste, non dico piatte, ma discrete ec. Così
          dite degli altri barbari di cui p. 3962. E così di cento mila altri usi contro natura,
          selvaggi o civili, antichi (greci, romani ec.) o moderni ec. spettanti alla conformazione
          o reale o apparente (come quella de’ guardinfanti ec.) del corpo umano. (16. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il v non è che aspirazione ec. Del Digamma eolico v. la Gramm. del Weller, Lips. 1756. p.
          65.— È uso della lingua italiana l’omettere o l’aggiungere il v nei nomi, massime
          aggettivi in <emph>ío</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Così in latino: p. e. <bibl>v. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
                  rend="italic">Dium</foreign>
              </bibl>. E certo da <foreign lang="grc">δῖος</foreign> dev’essere <foreign lang="lat"
                rend="italic">divus</foreign>; e <bibl>v. <author>Forc.</author> in <foreign
                  lang="lat" rend="italic">Divus</foreign>
              </bibl>.</p>
          </note>. Nel dire <emph>ío</emph> o <emph>ivo</emph> spessissimo varia sì la lingua
          scritta da se stessa (<emph>natio-nativo</emph>), sì il volgare dalla scritta
            (<emph>stantio</emph>, volg. <emph>stantivo</emph>, e viceversa in altri casi) e da se
          stesso, sì l’italiano scritto o parlato o entrambo dall’altre lingue, sì dalla latina o
          dall’originaria della rispettiva parola (<foreign lang="fre" rend="italic"
            >joli</foreign>-<emph>giulivo</emph> per <emph>giulío</emph>, che <pb ed="aut" n="3989"
          /> anche si disse anticamente, oggi è perduto affatto) sì da altre (<foreign lang="fre"
            rend="italic">rétif-rétive</foreign>-<emph>restio</emph>), e viceversa queste dalla
          nostra, e tra loro, e in se stesse ec. (16. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Si dans un pays on pouvait découvrir tous les talens
              que la nature se plait à distribuer au hasard, et qu’on pût employer chacun dans son
              genre, ce pays deviendrait bientôt le premier de l’Europe. Mais que de sagacité, de
              soins infinis et de patience faudrait-il pour de telles découvertes? Le Fatum s’est
              réservé la direction de nos destinées. À bien examiner la chose, nous y avons moins de
              part que notre orgueil ne nous en attribue</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title lang="fre">Lettres du Roi de Prusse et de M. d’Alembert</title>. Lettre 188. du
            Roi</bibl>. (16. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Sculpter</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sculpto-ptum</foreign>. (16. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Ungula</foreign> (onde
            <emph>unghia</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">ongle</foreign>, e non da
            <foreign lang="lat" rend="italic">unguis</foreign>): vedi però il Forcell. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Unguis</foreign>. Quanto a <emph>unghia</emph> è certo ch’egli
          è positivato. Di <foreign lang="fre" rend="italic">ongle</foreign> ancora è certo
          ch’equivale al positivo lat. <foreign lang="lat" rend="italic">unguis</foreign>; non credo
          però ad <foreign lang="lat" rend="italic">ungula</foreign> che si dice in franc. <foreign
            lang="fre" rend="italic">corne</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. ancora i derivati ec. di <foreign lang="lat" rend="italic">ungula</foreign>,
                <emph>unghia</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">ongle</foreign>.</p>
          </note>. (17. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3979. fine. I verbi poi (come <foreign lang="grc">τεθνήκω</foreign> ec.) o nomi
          (come <foreign lang="grc">κεκρύφαλος</foreign> ec.) o altre voci fatte da’ perfetti, hanno
          per lo più e regolarmente nella duplicazione la <foreign lang="grc">ε</foreign> e non la
            <foreign lang="grc">ι</foreign>, secondo la forma de’ perfetti onde son fatti. (17. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3990"/> Alla p. 3977. Basti solamente notare le infinite circostanze,
          qualità ec. ec. della persona, sì nel fisico sì nel morale, del clima, dell’anno, della
          stagione, degli avvenimenti ec. ec. che i buoni e veri medici e in particolare Ippocrate
          prescrive in molti luoghi di osservare in ciascuna malattia e in ciascun malato, per
          poterne fare retto giudizio, e applicare il rimedio, il cui effetto ognuna delle dette
          circostanze, ancorchè menoma, male osservata, ec. potrebbe impedire o render dannoso ec. e
          altresì falsificare affatto il giudizio della malattia il prognostico de’ suoi effetti e
          successi ec. ec. (17. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutto è follia in questo mondo fuorchè il folleggiare. Tutto è degno di riso fuorchè il
          ridersi di tutto. Tutto è vanità fuorchè le belle illusioni e le dilettevoli frivolezze.
          (17. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Teschio</emph> non è certamente altro che un <foreign lang="lat" rend="italic"
            >testulum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">testulus</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">testa</foreign> per <emph>capo</emph>, mutato al solito
            l’<emph>ul</emph> in <emph>i</emph>, e il <emph>t</emph> in <emph>ch</emph> per
          proprietà della nostra lingua, massime antica e toscana che dice p. e.
          <emph>schiantare</emph> e <emph>stiantare, schiacciare</emph> e <emph>stiacciare</emph>, e
            <emph>mastio</emph> per <emph>maschio</emph> (mutando per lo contrario il
          <emph>ch</emph> in <emph>t</emph>) ec. ec. Come da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vetulus</foreign>, <emph>vecchio</emph>, del che altrove<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Puoi ved. la p. 3992. capoverso 3. e la p. 3753. marg.</p>
          </note>, così da <foreign lang="lat" rend="italic">testulum</foreign>
          <emph>teschio</emph>; e se <emph>vecchio</emph> è da un <foreign lang="lat" rend="italic"
            >veculus</foreign> o contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vetusculus</foreign> ec. (e così <foreign lang="spa" rend="italic">viejo</foreign>,
            <foreign lang="fre" rend="italic">vieil</foreign>) nello stesso modo da <foreign
            lang="lat" rend="italic">testa</foreign> potrà essersi fatto <foreign lang="lat"
            rend="italic">tesculum</foreign> (come da <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">ve</hi>
            <hi rend="sc">t</hi>
            <hi rend="italic">us ve</hi>
            <hi rend="sc">c</hi>
            <hi rend="italic">ulus</hi>
          </foreign>) o <emph>teschio</emph> esser contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >testiculum</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Testula</foreign> si trova
          da <foreign lang="lat" rend="italic">testa</foreign> femmin. Or avvi anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">testum</foreign> e <pb ed="aut" n="3991"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">testu</foreign> neutro. V. Forc. E pel latino <foreign
            lang="lat" rend="italic">testa</foreign> noi diciamo <emph>testo</emph> masch. V. il
          Gloss. i franc. spagn. ec. La parola <emph>teschio</emph> par che mostri che la voce
            <emph>testa</emph> nel volg. lat. si usava particolarmente per denotare il cranio ec. e
          ciò rende tanto più verisimile la metafora da <emph>testa</emph> (coccia) a
          <emph>testa</emph> (capo) e l’analogia ec. Siccome viceversa le cose da me dette intorno a
            <emph>testa</emph> ec. confermano le presenti. Da <emph>teschio</emph> ben si può
          argomentare a <emph>testa</emph> e viceversa, essendosi già dimostrato con tanti esempi
          l’uso de’ diminutivi in vece e nel senso appunto de’ positivi in latino e nelle lingue
          moderne. <emph>Teschio</emph> o <foreign lang="lat" rend="italic">testulum</foreign>
          dovette forse essere in principio un mero diminutivo positivato cioè significare il
          medesimo che <emph>testa</emph> preso o per <emph>capo</emph> o per <emph>cranio</emph>
          particolarmente ec. Del resto circa questa voce v. il Gloss. i francesi e spagnuoli ec.
          (17. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3984. fine. I francesi hanno anche de’ diminutivi o frequentativi in <foreign
            lang="fre" rend="italic">il ille iller</foreign> ec. (come <foreign lang="fre"
            rend="italic">grappiller pétiller</foreign> ec. ec.) come gli spagnuoli e come i lat.
            <foreign lang="lat" rend="italic">catillus, pusillus, pocillum</foreign>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">conscribillo, sorbillo, cantillo</foreign> ec. ec. (17. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3965. marg. È da notare che molto più antichi di Empedocle, Ippocrate ec. furono
          Saffo ed altri, massime poeti, famosi, i quali scrissero ne’ dialetti natii diversi
          dall’ionico. Mostra dunque che non Omero, ma la preponderante civiltà, coltura (della
          quale ne dan chiaro segno e le cose e lo stile e lingua delle odi di Anacreonte, molto, se
          non altro, più giovane di Saffo), commercio, ricchezza, lusso, mollezza ec. e quindi arti,
          mestieri, scienze, belle arti, v. p. 3995. letteratura ec. degli Ioni rendesse comune il
          loro dialetto, e ciò molto dopo Omero, ed essendo <pb ed="aut" n="3992"/> già sparsa la
          letteratura per la Grecia, e varia di dialetti, ed altri dialetti applicati propriamente e
          per se stessi (non confusamente cogli altri, come in Omero) alla letteratura, almeno alla
          poesia. Erodoto fu circa contemporaneo d’Ippocrate. (18. Dec. 1823.). Simonide
          contemporaneo all’incirca di Anacreonte, dice il Fabric. che scrisse in dorico. Si veggano
          i suoi frammenti, e più vi si troverà dell’ionico che del dorico; in particolare poi i
          suoi giambi ed alcuni altri frammenti sono al tutto o ionici o comuni, cioè attici: parte
          l’uno, parte l’altro. Come però Simonide scrivea per mercede in lode di questo o di quello
          (v. il Fabr.), è naturale che in tali casi seguisse i dialetti di chi pagava. Quindi i
          suoi epigrammi, fatti pure per mercede o per casi particolari e luoghi ec., erano forse e
          si trovano in dorico, e così altri frammenti. V. p. 3997.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3969. La nostra diminuzione in <emph>olo olare</emph> ec., <emph>uolo</emph> ec.
          e la lat. in <emph>olui</emph> ec. (<foreign lang="lat" rend="italic">filiolus,
            vinolentus, vinolentia</foreign> ec. ec. per <foreign lang="lat" rend="italic">filiulus,
            vinulentus</foreign> ec. v. la p. 3955.) sono la stessa che quella in <emph>ulus
          ulare</emph> ec. Solito scambio dell’<emph>u</emph> ed <emph>o</emph> (come <foreign
            lang="lat" rend="italic">volgus-vulgus</foreign> ec.) di cui ho detto in mille luoghi.
          (18. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Lusito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ludo-lusum</foreign>. (19. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3901. Contrazioni, voglio dire, da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >lapidillus</foreign> e simili. <foreign lang="lat" rend="italic">Vetulus</foreign>
          potrebb’essere per <foreign lang="lat" rend="italic">veterulus</foreign>, (quanto a questa
          voce puoi vedere la p. 3990. ec.). <foreign lang="lat" rend="italic">Puellus</foreign>
            (<foreign lang="lat" rend="italic">agellus</foreign> ec.) fors’è contrazione di <foreign
            lang="lat" rend="italic">puerulus</foreign>, che pur si trova, fatto dal genitivo come
          gli altri nomi o voci che vengono da’ nomi della seconda. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Nigellus</foreign> potrebb’essere per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nigerulus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">nigeri</foreign> genitivo non
          da <foreign lang="lat" rend="italic">niger. Tenellus</foreign> (<foreign lang="lat"
            rend="italic">misellus</foreign> ec.) per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >tenerulus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">teneri</foreign> genitivo non da
            <foreign lang="lat" rend="italic">tener</foreign> ec. ec. Vedi le pag. 3963. 3968. 3971.
          3987. (19. Dec. 1823.). V. p. 3994.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Mulet</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">mulus</foreign>. Nel femminino <foreign lang="lat"
            rend="italic">mule</foreign>. (19. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participio passato in senso neutro o attivo. <emph>Avvertito</emph> per <emph>avvisato,
            accorto, avvertente</emph> da <emph>avvertire</emph> in senso di <emph>por mente</emph>.
          Così <foreign lang="spa" rend="italic">advertido</foreign> in ispagnuolo dove credo che
            <foreign lang="spa" rend="italic">advertir</foreign> abbia pure questo senso come tra
            noi<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Così è infatti: <foreign lang="spa" rend="italic">advertid que</foreign> ec. <bibl>
                <author>D. Quijote</author>
              </bibl>.</p>
          </note>. Credo ancora che <emph>avvertito</emph> nel detto senso sia preso dallo spagnuolo
          al quale è più che mai proprio l’usare questi cotali participii passati in cotali sensi
          attivi o neutri ec. Trovo <foreign lang="spa" rend="italic">advertido</foreign> così preso
          nel D. Quijote. <foreign lang="fre" rend="italic">Avisé</foreign>. V. i Diz. <emph>Saputo,
            Saputello</emph> ec. V. la Crus. e gli spagn. <pb ed="aut" n="3993"/> (19. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Il me semble que l’homme est plutôt fait pour agir que
              pour connaître</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Lettres du Roi de Prusse et de M. d’Alembert</title>. Lettre CCXXXVII. du
          Roi</bibl>. (19. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove sopra i diminutivi positivati di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >acus</foreign>, aggiungi <foreign lang="fre" rend="italic">aiguillon</foreign> che
          grammaticalmente è un sopraddiminutivo, e corrisponde ad <foreign lang="lat" rend="italic"
            >aculeus</foreign> diminutivo semplice. L’uno e l’altro però differiscono dal positivo
          nel significato. Del resto <foreign lang="fre" rend="italic">aiguille</foreign>
          originariamente e materialmente è lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aculeus</foreign>. (19. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Poisson</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">piscis</foreign> per <foreign lang="fre" rend="italic"
          >poisse</foreign>. (20. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3636. Notate che v’hanno in francese molti diminutivi di questa sorta, positivati
          ec. non solo in <foreign lang="fre" rend="italic">eau</foreign>, o in <foreign lang="fre"
            rend="italic">el elle</foreign>, o in <foreign lang="fre" rend="italic">et
          ette</foreign> (<foreign lang="fre" rend="italic">noisette</foreign> ec. ec.) <add
            resp="ed">o</add> in <foreign lang="fre" rend="italic">in ine</foreign> (<foreign
            lang="fre" rend="italic">médecin</foreign>), V. la pag. 3995. capoverso 1. princip. e
          quivi il marg. ec. ec. ec. ma in <foreign lang="fre" rend="italic">on</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. il pens. precedente e p. 3996. capoverso I. 2. e ult. ec. questa desin. in
                <foreign lang="fre" rend="italic">on</foreign> è comune cioè tanto masc. che fem. o
              l’uno e l’altro insieme ec. Se il nome in <foreign lang="fre" rend="italic"
              >on</foreign>, essendo aggettivo ha il femm. in <foreign lang="fre" rend="italic"
              >one</foreign> o <foreign lang="fre" rend="italic">onne</foreign>, non è diminut. anzi
              dubito che un aggett. in on sia mai de’ diminut. — <foreign lang="fre" rend="italic"
                >Compagnon</foreign> (fem. <foreign lang="fre" rend="italic">compagne</foreign>)
              sostantivo.</p>
          </note>, <foreign lang="fre" rend="italic">ot ote, otte</foreign> ec. P. e. <foreign
            lang="fre" rend="italic">oignon</foreign> dev’essere originariamente un diminutivo. (20
          Dec. 1823.). V. la fine del pens. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3969. fine. La diminuzione però in <emph>olo</emph> breve, nei nomi, non par
          propria dell’italiano. Pur se ne trovano assai esempi di voci che non possono esser
          latine, o non v’è ragione per credere che lo siano. <emph>Zufolo, cicciolo, sdrucciolo,
            gomitolo</emph>, ec. ec. Ne’ verbi poi essa diminuzione è assolutamente italiana. (Dico
          diminuzione, che ora è in senso diminutivo ora frequentativo ec.). <emph>Sventolare</emph>
          che fa io <emph>svéntolo, tu svéntoli</emph> ec. Anzi tutti i nostri diminutivi o
          frequentativi ec. in <emph>olare</emph>, mi par che sieno in <emph>ol</emph> breve. Del
          resto mi pare che anche in francese la desinenza in <foreign lang="fre" rend="italic">ol
              <pb ed="aut" n="3994"/> ole, oler</foreign> ec. sia non di rado diminutiva o
          frequentativa o disprezzativa ec. <foreign lang="fre" rend="italic">Prestolet</foreign>
          (pretazzuolo) da <foreign lang="fre" rend="italic">prestre. Babiole</foreign> ec. (20.
          Dec. 1823.). V. qui sotto.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3992. <foreign lang="lat" rend="italic">Nigellus</foreign> (e così tutti gli
          altri simili) è da <foreign lang="lat" rend="italic">nigri</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">nigrellus</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >flabellum, flagellum, lucellum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">flabrum,
            flagrum, lucrum. Labrum labellum, monstrum-mostellum, tenebrae-tenebellae</foreign>
          (Claud. Mamert.). Bensì può esser che <foreign lang="lat" rend="italic">nigri</foreign>
          sia contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">nigeri</foreign>, e quindi per questo
          rispetto fors’anche <foreign lang="lat" rend="italic">nigellus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">nigerellus</foreign>, e simili. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Tenellus</foreign> è certamente per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >tenerellus, puer</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">puerellus</foreign> e
          simili, soppressa la <emph>r</emph> come in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >flabellum</foreign> ec. (20. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3979. fine. La duplicazione del genere di quella di <foreign lang="grc"
          >κάρχαρος</foreign> (eccetto che qui v’è un <foreign lang="grc">ρ</foreign> di più) è
          comunissima in greco e si fa col raddoppiare la prima sillaba della voce, cioè la prima
          consonante e la prima vocale qual è, e fors’anche un’altra consonante prima o dopo essa
          vocale, se la prima sillaba della voce ha più consonanti ec. Se la consonante è aspirata,
          se le sostituisce nella sillaba che si aggiunge la corrispondente non aspirata. Se la voce
          comincia per vocale, anche pura, si ripete la prima vocale e la prima consonante, ancorchè
          questa spetti a un’altra sillaba. V. lo Scap. in <foreign lang="grc">ἀλαλή</foreign>.
          Oppure la <foreign lang="grc">ε</foreign> o <foreign lang="grc">α</foreign> si cambia in
            <foreign lang="grc">η</foreign>, l’<emph>o</emph> in <foreign lang="grc">ω</foreign> ec.
          ec. ec. (20. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al pensiero ult. della pag. preced. Massimamente poi è proprio dell’italiano la desinenza
          in <emph>olo</emph> ec. breve, quando questa è frequentativa o frequentativo-diminutiva
          come in <emph>trottola</emph> ec. In tali casi non ha luogo la desinenza in
          <emph>ólo</emph> nè in <emph>uólo</emph> ec. <pb ed="aut" n="3995"/> (20. Dec. 1823.). V.
          p. 4000. fine.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Comignolo</emph> quasi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >culminulus</foreign>. V. il Gloss. ec. <emph>Colmigno</emph> o è corruzione di
            <emph>culmine</emph> (che pure abbiamo, ma è voce della scrittura), o di <foreign
            lang="lat" rend="italic">culminulus</foreign>, o apocope di <emph>colmignolo</emph>, che
          fu poi corrotto in <emph>comignolo</emph> ec. (20. Dec. 1823.). <foreign lang="lat"
            rend="italic">Capitulum, capitulo</foreign>, <emph>capitolo</emph>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">chapitre</foreign>, per articolo di scrittura ec., s’anche da principio
          non fu così, oggi valgono lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic">caput</foreign>,
            <emph>capo</emph> nel medesimo senso, nel quale in francese e in ispagnuolo non sussiste
          più il positivo (veggansi però i Dizionarii). (20. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Médecin</foreign> francese<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Dubito però che in franc. la desinenza in <emph>in ine</emph> ec. nè abbia, ora nè
              abbia mai avuto la forza diminutiva in nessun modo. V. la pag. 3993. capoverso 4.
              marg.</p>
          </note>. <emph>Fiaccola</emph> quasi <foreign lang="lat" rend="italic">facula</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">fax</foreign>. <bibl>V. il <title>Gloss.</title> in
              <foreign lang="lat" rend="italic">facula</foreign>
          </bibl> ec. e la <bibl>
            <title>Crus.</title> in <emph>facella</emph>
          </bibl>. <emph>Faccellina</emph> vuol dir quasi lo stesso che <emph>fascina. Falcola e
            falcolotto</emph> (che il Monti nella Proposta condanna come voci inaudite, ma che sono
          frequentissime nella Marca, come debbono essere in Toscana, perchè la Crus. le porta senza
          esempio, ed hanno anche un senso proprio che non si può totalmente confondere con quello
          di <emph>candela</emph>) sono corruzioni di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >facula</foreign>, ma non hanno precisamente il senso del positivo, ma più ristretto, ed
          anche indicano cosa piccola a rispetto delle <emph>faci</emph> di legno, come di
            <emph>pino</emph> ec. (<bibl>v. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">fax</foreign>
          </bibl>) giacchè <foreign lang="lat" rend="italic">falcola</foreign> è solo di cera. (21.
          Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3991. marg. fine. Si osservano dagl’interpreti anche in Anacreonte le espressioni
          o indicazioni ec. di usanze ec. che dimostrano l’alto grado in cui si trovava al suo tempo
          il lusso, l’opulenza, la mollezza, le arti belle ec. appo gl’Ioni. (21. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3996"/> Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Menton,
            mentonnière</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">mentum</foreign>. Puoi ved.
          p. 3993. capoverso 4. (21. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <emph>vermiglio</emph> ec. aggiungi il franc. <foreign lang="fre"
            rend="italic">vermillon</foreign> in quanto significa <emph>rosso</emph> (propriamente e
          originariamente <emph>rossetto</emph>). Vedi ancora <foreign lang="fre" rend="italic"
            >vermiller</foreign> che forse è da <foreign lang="lat" rend="italic">vermis,
          vermiculus</foreign>. (20. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove in più luoghi di <foreign lang="lat" rend="italic">falsus</foreign>
          aggiungi. <emph>Falso</emph> per <emph>menzognero, finto, ingannatore</emph>, insomma per
            <foreign lang="lat" rend="italic">qui fallit</foreign>, laddove <foreign lang="lat"
            rend="italic">falsus</foreign> suonerebbe passivamente <foreign lang="lat" rend="italic"
            >qui fallitur</foreign>, detto di persona, è del latino, dell’italiano, dello spagnuolo
          (D. Quijote). V. i francesi. E anche generalmente nel suo significato aggettivo ordinario,
          cioè detto di cosa ec. sì <foreign lang="lat" rend="italic">falsus</foreign>, sì
            <emph>falso</emph> ec. ha senso attivo e viene a dire <emph>ingannante</emph>, laddove
          parrebbe a causa della sua forma grammaticale passiva, ch’ei non potesse valer altro che
            <emph>ingannato</emph>. (22. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa <foreign lang="lat" rend="italic">potus a um</foreign> aggiungi. Si dice anche
            <foreign lang="lat" rend="italic">potus sum</foreign>, in forma deponente come <foreign
            lang="lat" rend="italic">gavisus sum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >gaudeo</foreign>. <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic"
              >poto</foreign>
          </bibl> ec. Vedilo anche in <foreign lang="lat" rend="italic">prandeo</foreign> fin. e in
            <foreign lang="lat" rend="italic">pransus</foreign>, e simili. (22. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa <foreign lang="lat" rend="italic">appariculus</foreign>, <emph>apparecchio</emph>
          ec. di cui altrove, si osservi che non v’è alcuna necessità di crederlo diminutivo
          originariamente, malgrado la sua desinenza in <emph>ulus</emph>, come pure altrove ec.
          (22. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Chardon</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">carduus</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cardus</foreign>. Noi <emph>cardo</emph>. <emph>Cardone</emph> nella Crus. è
          dell’Alamanni, forse suo francesismo al suo solito, ovvero è un accrescitivo indicante la
          salvaticità della pianta, positivato ec. come altri molti. Ma in francese al contrario è
          diminutivo. V. lo spagnuolo. È da <pb ed="aut" n="3997"/> notare in proposito de’
          diminutivi positivati, che anche il contrario de’ diminutivi cioè gli accrescitivi si
          positivano sovente nell’uso latino italiano spagnuolo francese greco ec. Così anche i
          dispregiativi e altri tali generi e modificazioni di nomi, verbi ec. peggiorativi ec. ec.
          (22. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove intorno all’uso dell’avv. spagn. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >luego</foreign> aggiungi un es. d’Ippocr. nel princ. del libello <title lang="lat">de
            flatibus</title>. <quote>
            <foreign lang="grc">Αὐτίκα γὰρ λιμὸς νοῦσος ἐστίν</foreign>
          </quote>
          <emph>Verbigrazia</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>In simil senso di <emph>verbigrazia</emph> ec. o analogo a questo, mi par che si usi
              eziandio lo spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">luego</foreign>.</p>
          </note>
          <emph>la fame si è un’infermità</emph>. Scioccamente la versione emendata dal Mercuriale: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Quare statim ubi fames molestat, morbus fit</foreign>
          </quote>. E più scioccamente quanto quel <foreign lang="lat" rend="italic">quare</foreign>
          non può ragionevolmente aver relazione a niuna delle cose precedenti. (22. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">Χρυσίον, ἀργύριον</foreign>, che alle
          volte hanno un senso più circoscritto e particolare ec. che i positivi, alle volte lo
          stesso. V. Scapula. (22. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3992. marg. Questo medesimo vale per gli altri poeti di quelli o de’ più antichi
          o più moderni tempi, i più de’ quali scrivevano o sempre o spessissimo per mercede, e
          commissione. Non si può dunque troppo ragionevolmente argomentare dello stato della lingua
          e letteratura greca di que’ tempi in ordine ai dialetti, dal dialetto che tali poeti,
          massime lirici, epigrammatici, elegiaci o trenici seguono in tali composizioni; ma bensì
          da quelle che si veggono essere state fatte per iscelta e genio ec. dell’autore. Tali
          sembrano esser quelle di Simonide i cui frammenti sono affatto o quasi affatto (quanto può
          il linguaggio greco poetico stringersi a un dialetto ec. ec.) ionici. E per contrario
          quelli che son dorici spettano evidentemente all’altro genere sopraddetto ec. (23. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3998"/> Alla p. 3636. — o che derivando dal latino, non hanno lo stesso
          significato, uso ec. che in latino ma diverso affatto come p. e. <emph>cintola</emph>
          diminutivo positivato da <emph>cinta</emph>, nome. V’è però in lat. <foreign lang="lat"
            rend="italic">cinctus us</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">cinctum
          i</foreign>, onde pur noi <emph>cinto</emph> e il diminutivo (alla latina) positivato
            <emph>cintolo</emph>, con <emph>cintolino</emph> ec. Forse però <emph>cinta</emph> per
            <emph>cinto</emph> non è che una corruzione di questo ec. E <bibl>vedi il
            <title>Gloss.</title> in <emph>cincta</emph>
          </bibl> ec. se ha nulla, cioè se fosse latino barbara essa medesima voce. (24. Dec.
          Vigilia di Natale. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">Μόριον</foreign>. V. il Lessico con
          tutti i suoi composti, derivati ec. (e così i composti, derivati ec. degli altri
          diminutivi greci positivati, altrove notati da me). <foreign lang="grc">Μορὶς ίδος, μερὶς
            μερίδος. Ἀγγεῖον</foreign>. Se questo è veramente diminutivo come dice la Gramm. di
          Padova, non solo è positivato, ma se ne fa un sopraddiminutivo, cioè <foreign lang="grc"
            >ἀγγείδιον</foreign>, e notisi anche in greco l’uso de’ sopraddiminutivi ec. benchè qui
          una sola delle due diminuzioni avrebbe vigore ec. Si può credere che moltissime voci
          greche in <foreign lang="grc">ιον</foreign>, in <foreign lang="grc">ὶς ίδος</foreign>, o
          in alcuna delle tante forme diminutive usitate in questa lingua (v. il Weller), sieno
          diminutivi positivati, benchè non si abbiano i positivi, o questi non si usino ora che in
          senso ben diverso, e per tali e simili e qualunque cagioni quei nomi non sieno considerati
          dai Gramm. per originariamente diminutivi (p. e. <foreign lang="grc">ἰσχίον,
          κοράλλιον</foreign> (il derivato <foreign lang="grc">κουράλιον, βαλάντιον,
          σίλφιον</foreign>; il derivato <foreign lang="grc">σιλφῶδες</foreign> mostra un posit. di
            <foreign lang="grc">σίλφιον</foreign>, perchè da questo sarebbe <foreign lang="grc"
            >σιλφιῶδες</foreign>). V. p. 4018. ec.). Così accade nel latino nelle lingue moderne ec.
          E quel che dico de’ nomi si può stendere all’altre voci ec. (24. Dec. Vigilia del S.
          Natale. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="spa" rend="italic">gozar</foreign>, aggiungi <foreign
            lang="spa" rend="italic">gozoso</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic"
            >gaudiosus</foreign>, quasi <foreign lang="lat" rend="italic">gavisosus</foreign>. (24.
          Dec. Vigil. del Santo Natale. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii passivi in senso attivo o neutro ec. <foreign lang="spa" rend="italic"
            >Agradecido</foreign>
          <pb ed="aut" n="3999"/> per <foreign lang="spa" rend="italic">agradeciente</foreign>, e lo
          trovo anche, nel D. Quijote, per <emph>piacevole, urbano, gentile, cortese</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p> Altra volta ve lo trovo per <emph>benigno, favorevole</emph> (<quote>
                <foreign lang="spa">fue mas agradecida y liberal la natura que la fortuna</foreign>
              </quote>). <quote>
                <foreign lang="spa" rend="italic">Desagradecido</foreign>
              </quote> p. <emph>ingrato</emph>. D. Quij. Leido p. <emph>che ha letto,
              alletterato</emph> (ib. <quote>
                <foreign lang="spa" rend="italic">leido en cosas de Caballeria andantesca</foreign>
              </quote>, cioè, che ha letto romanzi di Cavalleria come quivi si vede).</p>
          </note>. Del resto questo participio è aggettivato e così tutti o quasi tutti gli altri
          tali participii così usati ec., come mi pare aver detto altrove, ma ciò non toglie ec. ec.
          (24. Dec. 1823. Vigilia del Santo Natale).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che <foreign lang="spa" rend="italic">amarillo</foreign>, voce evidentemente diminutiva,
          venga da un <foreign lang="lat" rend="italic">amaro</foreign> (diverso da <foreign
            lang="lat" rend="italic">amargo</foreign>) e questo da <foreign lang="grc"
          >ἀμαυρός</foreign>? Del resto l’esser voce diminutiva non dee far maraviglia, o che si
          consideri come voce significante colore (così <emph>rossetto</emph> ec. ec. nel qual caso
          ella sarebbe positivata, perchè non suona <emph>pallidetto</emph> ma <emph>pallido</emph>,
          che dovea pur essere il significato di <foreign lang="lat" rend="italic">amaro</foreign>),
          o come significante mal essere, stato, colore ed aspetto infermiccio ec. (nel qual caso
          non sarebbe positivata ec.). Del resto sì il proprio sì il metaforico di <foreign
            lang="grc">ἀμαυρός</foreign>, da qualunque de’ due sensi si voglia derivare <foreign
            lang="spa" rend="italic">amarillo</foreign>, e qualunque sia il proprio e primitivo di
          questa voce, le conviene e corrisponde a maraviglia. Or la Spagna donde avrebbe avuta mai
          questa voce greca? Certo, ch’io sappia, ella non ebbe mai nè colonie greche, nè commercio
          co’ greci ec. e la sua posizione geografica la rese sempre per così dire ritirata, anche
          anticamente, fino alla venuta de’ Romani ec. ec. (24. Dec. 1823. Vigilia del S. Natale.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Empujar</foreign> cioè <emph>impellere</emph>, ma viene
          da un <emph>impulsare</emph>. V. i suoi derivati. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Pousser</foreign>, (<emph>pellere</emph>) da <emph>pulsare</emph>, co’ suoi derivati.
            <foreign lang="spa" rend="italic">Pujar</foreign> e certi suoi derivati, <foreign
            lang="spa" rend="italic">sobrepujar</foreign> parimente, o son fatti da <foreign
            lang="fre" rend="italic">pousser</foreign>. V. i Diz. spagn. e correggi certe cose che
          ne ho dette parlando di <pb ed="aut" n="4000"/>
          <foreign lang="spa" rend="italic">pujanza</foreign> in proposito di <foreign lang="lat"
            rend="italic">potens</foreign>. La qual voce <foreign lang="spa" rend="italic"
          >pujanza</foreign> ha tutt’altra origine, cred’io, nè viene, come parrebbe a tutti, da
            <foreign lang="spa" rend="italic">pujar</foreign>, nel modo che <foreign lang="fre"
            rend="italic">puissance, puissant</foreign> ec. non ha che far niente con <foreign
            lang="fre" rend="italic">pousser</foreign> e suoi derivati. (24. Dec. Vig. di Nat.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito della ridondanza del pronome <emph>altro</emph> nell’italiano e nel greco,
          notata altrove, osservivi che <emph>altro</emph> presso noi spesso vale semplicemente
          alcuna cosa, massime nella negazione, onde <emph>senz’altro</emph> vale sovente
            <emph>senz’alcuna cosa</emph>, cioè <emph>senza nulla</emph>, e <emph>altri</emph>
          quando si usa al modo del franc. <foreign lang="fre" rend="italic">on</foreign> (e
          dell’ital. <emph>l’uomo, uno, la persona, si</emph> ec.) vale <emph>alcuno</emph>, che pur
          molte volte si dice ne’ casi stessi. V’ha un luogo nel Petrarca Canz. <title>Una donna più
            bella</title>, stanza 3. v. 12. dove <quote>
            <emph>altro</emph>
          </quote>, ben considerando il luogo, mi pare (e non credo che niuno fin qui l’abbia
          inteso) che non significhi se non <emph>alcuna cosa</emph>, cioè, poichè sta colla
          negazione virtualmente presa, nulla. (24. Dec. 1823. Vigil. del S. Natale.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Gomitolo, aggomitolare</emph> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">glomus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">glomer</foreign>. V.
          la Crus. e il Forcell. col Gloss. ec. e osserva se <foreign lang="lat" rend="italic"
            >glomus</foreign> ec. vale lo stesso. (24. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi frequentativi o diminutivi ec. italiani. <emph>Penzolare</emph> e
          <emph>spenzolare</emph> coi derivati. Paiono però fatti da <emph>penzolo</emph>, e questo
          da <emph>pendulus</emph> che non è diminutivo. <emph>Rotolare, rotolone</emph> ec. (24.
          Dec. 1823.). <emph>Penzigliare, penzigliante</emph>. V. il pens. seg.</p>
      </div1>
      <div1 n="4001 - 4200">
        <p>Alla p. 3995. princ. <emph>Coccolone</emph>, o <emph>coccoloni</emph> da <emph>coccare,
            penzolone</emph> o <emph>penzoloni</emph> (v. il pens. precedente),
          <emph>rotolone</emph> ec. Tutte forme frequentative. E questa forma è usitatissima in
          cotali avverbi in <emph>one</emph> o <emph>oni</emph> propri della nostra lingua, che
          equivalgono a’ gerundi <pb ed="aut" n="4001"/> de’ rispettivi verbi (sieno frequentativi o
          diminutivi ec. in <emph>olare</emph> o comunque, o non lo sieno punto) da cui sono formati
          (se sono formati da verbo). Dunque la forma in <emph>ol</emph> breve, è ben propria della
          nostra lingua, e vi è frequentativa, diminutiva ec. come in latino ec.
          <emph>Ruotolo</emph> o <emph>rotolo</emph>. <emph>Coccola, coccolina</emph>.
          <emph>Concola</emph> (i romani <foreign lang="lat" rend="italic">concolina</foreign>
          sempre, per quello che noi diciamo <emph>catino</emph> da lavar le mani e il viso) da
            <emph>conca</emph>. V. il Forc. e i Less. gr. dove <foreign lang="grc"
          >κογχύλιον</foreign> è diminutivo. E vedi alla pag. 3636. marg. <emph>fromba</emph>
          diminuito in <emph>frombola</emph>, voci l’una e l’altra, che non hanno a far col
            latino<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Così <emph>grappo</emph> e <emph>grappolo</emph>, di cui altrove; e v. il Gloss.</p>
          </note>. <bibl>
            <author>V. il Gloss.</author>
            <emph>Goccia</emph> e <emph>gocciola, gocciolare</emph> e <emph>gocciare,
            sgocciolare</emph>
          </bibl> ec. da <emph>gutta</emph>, del che altrove<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>
              <emph>Seggia, seggio</emph> e <emph>seggiola, seggiolo</emph>, co’ derivati ec. del
              che altrove. <emph>Cuccio</emph> e <emph>cucciolo, ciotto</emph> e
              <emph>ciottolo</emph> coi derivati, composti ec. <emph>Ciccia</emph> e
              <emph>cicciolo</emph> o <emph>sicciolo. Chiappole, bruscoli, pappolate</emph>, ec.
                <emph>Frotta</emph> e <emph>frottola. Tetta</emph> e <emph>tettola</emph>: v. la
              pag. 4007.</p>
          </note>. <emph>Snocciolare</emph> da <emph>nócciolo</emph> ec.<note resp="aut" n="c"
            place="foot">
            <p>Così scrive l’Alberti, <quote>
                <emph>nócciolo</emph>
              </quote>. Così da <emph>cochlea, chiócciola</emph>: noi marchegiani
              <emph>cuccióla</emph>.</p>
          </note>; v. la Crusca: <emph>nócciolo</emph> par che sia da <foreign lang="lat"
            rend="italic">nucleus</foreign> che non è diminutivo: quindi neanche
          <emph>snocciolare</emph> cioè <emph>enucleare</emph>. (24. Dec. 1823.). V. p. 4003.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito delle divinità benefiche, che altrove ho detto essere ed essere state
          venerate, inventate ec. dalle nazioni civili, e più quanto più civili, si aggiunga che non
          solo benefiche, ma graziose, amabili ec. ancorchè non benefiche, o indifferenti ec. come
          tante divinità, allegorici personaggi, personificazioni di qualità o soggetti ec.
          naturali, umani ec. nella mitologia greca ec. ec. (24. Dec. Vigilia del S. Natale. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Delle colonie greche in Italia, Sicilia ec. e antico commercio ec. greco in Italia,
          avanti il dominio de’ romani, la diffusione o formazione di quella lingua latina, che noi
          conosciamo, cioè romana ec. e del grecismo che per tali cagioni può esser rimasto nel
          volgare latino in quelle parti, e quindi ne’ volgari moderni in quelle parti, e quindi nel
          comune italiano eziandio, massime che la formazione e letteratura di questo ebbe principio
          in Sicilia e nel <pb ed="aut" n="4002"/> regno, come mostra il Perticari nell’Apologia,
          ec. ec., discorrasene proporzionatamente nel modo che altrove s’è discorso delle Colonie
          greco-galliche, di Marsiglia ec. in rispetto ai grecismi della lingua francese non comuni
          al latino noto ec. (24. Dec. 1823. Vigil. del S. Natale.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Κρεῖττον ἑλέσθαι ψεῦδος ἢ ἀληθὲς κακόν</foreign>
          </quote>. Menander ap. S. Maxim. Capit. Theolog. serm.35. fin. (24. Dec. 1823. Vigilia del
          S. Natale.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">Προβάτιον</foreign>. V. lo Scap. Il
          luogo d’Ippocrate quivi cit. è nel principio del lib. de morbo sacro: <quote>
            <foreign lang="grc">οὐ γάρ ἐστιν αὐτοῖς ἄλλο προβάτιον οὐδὲν ἢ αἶγες καὶ βόες.</foreign>
          </quote>. <foreign lang="grc">Ἱμάτιον</foreign> da <foreign lang="grc">εἷμα ατος</foreign>
          o da un <foreign lang="grc">ἷμα ατος</foreign> (come da <foreign lang="grc">ἀπόσπασμα
            ατος, ἀποσπασμάτιον</foreign> diminutivo e simili), diminutivo positivato, eccetto che
            <foreign lang="grc">εἷμα</foreign>. (poetico, cioè a dire antico) è forse un po’ più
          generico. Così forse dicasi di <foreign lang="grc">φόρτος</foreign> e <foreign lang="grc"
            >φορτίον</foreign>. V. lo Scapula. (25. Dec. dì del Santo Natale. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove del nostro cangiar talora il <foreign lang="lat" rend="italic">cul</foreign>
          latino in <emph>gli</emph>, coll’es. di <emph>periglio</emph> ec. Aggiungi
          <emph>spiraglio</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">spiraculum</foreign> che anche
          si dice <emph>spiracolo</emph>, come pure <emph>pericolo</emph>. (25. Dec. dì del S.
          Natale. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Volere</emph> per <emph>potere</emph>, idiotismo greco e italiano, di cui altrove.
          Ippocrate o chiunque sia l’autore del libro <title lang="lat">de morbo sacro</title> a lui
          attribuito, ediz. del Mercuriale Ven. 1588. opp. d’Ippocr. classe 3. p. 347. D. terza pag.
          del detto libello. <quote>
            <foreign lang="grc">Οὐ μέντοι ἔγωγε ἀξιῶ ὑπὸ θεοῦ ἀνθρώπου σῶμα μιαίνεσθαι, τὸ
              ὑποκηρότατον ὑπὸ τοῦ ἁγνοτάτου, ἀλλὰ κ' ἢν τυγχάνῃ ὑπὸ</foreign>
            <pb ed="aut" n="4003"/>
            <foreign lang="grc">ἑτέρου μεμιασμένον ἢ τὶ πεπονθός, ἐθέλοι</foreign> (posset) <foreign
              lang="grc">ἂν ὑπὸ τοῦ θεοῦ καθαίρεσθαι καὶ ἁγνίζεσθαι μᾶλλον ἢ μιαίνεσθαι</foreign>
          </quote>. Cioè <foreign lang="lat" rend="italic">purgaretur et purificaretur magis quam
            inquinaretur</foreign>, ovvero <foreign lang="lat" rend="italic">posset
          purgari</foreign> ec. L’<foreign lang="grc">ἐθέλοι</foreign> si potrebbe facilmente
          ommettere risolvendo nell’ottativo colla particella <foreign lang="grc">ἂν</foreign> i
          verbi infiniti che da lui pendono, e il luogo avrebbe quasi lo stesso valore. Ma la
          locuzione è elegantissima. (25. Dec. Festa del S. Natale. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4001. Nótisi che la desinenza in <emph>olare</emph>, dove l’<emph>ol</emph> è
          breve ec., sia diminutiva, sia frequentativa ec. si dà presso noi a moltissime voci che
          non hanno nè poterono avere a far col latino. Si unisce eziandio ad altre desinenze e
          forme affatto italiane e per nulla latine, come da <emph>ballonzare</emph>, formazione
          italiana (o toscana) da <emph>ballare</emph>, si fa <emph>ballonzolare</emph> (anche la
          forma in <emph>olare</emph> sembra essere propriamente o più particolarmente toscana che
          altro). Così da <emph>pallotta pallottola</emph>, e simili. <emph>Collottola, frottola.
            Viottolo, viottola</emph> (questa è veramente una diminuzione in <emph>ottolo</emph>
          tutta italiana tanto è vero che l’<emph>olo</emph> breve è italiano ec.) diminutivi di
          via, e molti simili ec. L’<emph>uolo</emph> poi accoppiasi in mille modi ec. non mi par
          però che possa esser sopraddiminutivo (al contrario mi par dell’<emph>olo</emph>), bensì
          riceverlo ec. (25. Dec. 1823.). V. qui sotto.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Vedi il pensiero precedente, e osserva che la formazione in <emph>olare</emph> è anche
          oggi, fra l’altre, al discreto arbitrio dello scrittore, o parlatore ec. e di questo
          arbitrio se ne prevalgono anche i volgari, specialmente in Toscana ec. che non conoscono
          il latino ec. (25. Dec. 1823. dì del S. Natale.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Frequentativi italiani ec. Vedi nell’anteced. pensiero un verbo sopraffrequentativo o
          sopraddiminutivo ec., come anche altri ve ne sono, o ne possiamo formare a piacere e
          giudizio dello scrittore parlatore ec. (25. Dec. 1823.). V. la p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4004"/> Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">Χωρίον</foreign>.
          V. Scap. (25. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. preced. — In <emph>icare</emph>, come <emph>verzicare</emph> o
          <emph>verdicare</emph> (<emph>inverzicare</emph> attivo a quel che pare) per
            <emph>verdeggiare</emph> ed altri molti (qua spetta <emph>dimenticare</emph>). Questa
          forma di frequentativi è affatto latina. V. la p. 2996. marg., ec. Ed altri molti esempi
          ve n’hanno, oltre i quivi citati<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <emph>Voltolare, rivoltolare, avvoltolatamente. Vagellare</emph> (Crus.),
                <emph>vagolare</emph> e <emph>svagolare</emph> (Alberti), da <foreign lang="lat"
                rend="italic">vagari</foreign>.</p>
          </note>. Particolarmente poi s’usa nel latino appunto in fatto di colori, come quivi
          altresì puoi conoscere. V. appunto nel Forc. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >viridicans</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">viridicatus</foreign>. Male dice
          il Forc. che <foreign lang="lat" rend="italic">viridicans</foreign> è per <foreign
            lang="lat" rend="italic">viridans</foreign>, questo attivo e quello neutro ed
          equivalente affatto al nostro <emph>verzicante</emph> o <emph>verdicante</emph> (Crus.),
          oltre che se <foreign lang="lat" rend="italic">viridans</foreign> fosse anche neutro, non
          sarebbe però, come quello, frequentativo ec. V. il Gloss. ec. (25. Dec. Festa del S.
          Natale. 1823.). Così da <foreign lang="lat" rend="italic">nivo is</foreign> e da
            <emph>nevare</emph> (ital.) <emph>nevicare</emph> (volgarmente <emph>nevigare</emph>, e
          v. il Gloss.) frequentativo alla latina, delle quali voci mi pare aver detto altrove.
            <emph>Morsicare</emph>; ma non ha più il senso frequentativo ec. anzi ha quello
          stessissimo del positivo <emph>mordere</emph>, sebben la Crusca lo definisce
            <emph>morsecchiare</emph>. Vedila, e in <emph>morsicatura</emph> ec.
          <emph>Masticare</emph>. V. Forc. e il Gloss. Vedi la p. 4008. capoverso 4. fine.
            <emph>Mordicare</emph> co’ deriv. <emph>Rampicare arrampicare arpicare</emph> da
            <emph>rampare-rampante</emph>, o da <emph>rampa</emph> o da <emph>rampo</emph>.
            <emph>Inerpicare, inarpicare. Luccicare, sbarbicare</emph> — <emph>lucere,
          sbarbare</emph>. Vedi la pag. 4019. capoverso 1. <emph>Zoppicare, impetricato</emph>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">nutrico as</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">nutricor</foreign> di cui altrove.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tetta tettare</emph> — <foreign lang="grc">τιτθὸς</foreign> o <foreign lang="grc"
            >τίτθη</foreign> o <foreign lang="grc">τιτθὴ</foreign> (che vale anche
          <emph>nutrice</emph> ed <emph>ava</emph>: ora in questi sensi si dice anche <foreign
            lang="grc">τηθὴ</foreign>) coi derivati. V. p. 4007. <foreign lang="grc"
          >Εὐθὺ,</foreign>, <foreign lang="grc">εὐθὺς</foreign> ec. per <emph>subito</emph> ec. —
            <emph>a dirittura, dirittamente</emph> ec. per <emph>subito</emph>. (26. Dec. Festa di
          S. Stefano. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Usi familiari del lat. <foreign lang="lat" rend="italic">recte</foreign> conformissimi a
          quelli del nostro <emph>bene</emph>, franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >bien</foreign> ec. (che secondo il più comune significato di <foreign lang="lat"
            rend="italic">recte</foreign>, vagliono lo stesso, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">probe</foreign> ec.), veggansi nel Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">recte</foreign> ne’ due ultimi paragrafi della seconda colonna di detto
          articolo. (26. Dec. Festa di S. Stefano. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Setola</emph> per il lat. <foreign lang="lat" rend="italic">seta</foreign>,
            <emph>setoloso setoluto</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic">setosus</foreign>,
          e v. gli altri derivati di <foreign lang="lat" rend="italic">setola</foreign>, e il Forc.
          in <foreign lang="lat" rend="italic">setula</foreign> . (26. Dec. 1823. Festa di S.
          Stefano.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Nivitari</foreign> pass. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">nivo is</foreign>. Gloss. Cang. (27. Dec. 1823. Festa di S. Giovanni
          Evangelista.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4005"/> Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">Εἰρίον,
          ἔριον</foreign>, da <foreign lang="grc">εἶρος</foreign> (27. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi diminutivi positivati. <emph>Ringhiare</emph> cioè <emph>ringulare</emph> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">ringere</foreign>. V. i franc. e spagn. (27. Dec.
          1823.). <emph>Avvinchiare, avvinghiare, succhiare, succiare</emph> (<foreign lang="lat"
            rend="italic">sugo is, suggere, sucer</foreign> ec.). e molti altri simili verbi
          italiani in <emph>ghiare</emph> e <emph>chiare, iare</emph> ec. sono assoluti diminutivi
          (quasi tutti e per lo più o tutti e sempre positivati), e diminutivi non in italiano ma in
          latino donde mostrano assolutamente esser venuti, cioè da de’ rispettivi verbi in
            <emph>ulare</emph>, noti o ignoti. Così molti verbi spagn. in <foreign lang="spa"
            rend="italic">jar</foreign>, franc. in <foreign lang="fre" rend="italic"
          >iller</foreign>, ec. Così anche nomi e altre voci ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <emph>Morchia</emph> (noi marchigiani <emph>morca</emph>) — <emph>amurca</emph>.</p>
          </note> (27. Dec. 1823.). — Possono però tali verbi ec. esser fatti anche da nomi o latini
          o italiani ec. noti o ignoti, come p. e. <emph>ringhiare</emph> da <emph>ringhio</emph>
          (nome usato), il quale quando anche fosse da un <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ringulus</foreign>, questo non sarebbe diminutivo, o da nomi che essendo diminutivi in
          latino, in <emph>ulus</emph>, non lo sieno in italiano ec. (27. Dec. 1823. Festa di San
          Giovanni Apostolo ed Evangelista.). Tali sono i verbi <emph>rugghiare</emph> e
            <emph>mugghiare, mugliare</emph>
          <note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 4014. capoverso 4.</p>
          </note>, <emph>mugolare, mugiolare, muggiolare</emph> coi derivati ec. di questi e di
            <emph>mugghiare, rugghiare</emph> ec. del quale però mi ricordo aver parlato altrove e
          veggasi il detto quivi. (28. Dec. giorno degl’Innocenti. 1823.). Veggasi la pag. 4008.
          capoversi 4. e ultimo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Vasello</emph>. V. la Crusca, co’ suoi derivati, e in
            <emph>Vagello</emph> co’ derivati. (28. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Plurali italiani in <emph>a</emph>. <emph>Vasella</emph> plur. di <emph>vasello</emph>.
          (28. Dec. 1823.). <emph>Vasa</emph> plur. di <emph>vaso</emph>. Crus. e Arios. Sat. 3.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii passivi in senso att. o neut. ec. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >Apercibido</foreign> per <emph>fatto inteso, che sta sull’avviso</emph> ec. (D. Quijote).
            <emph>Inteso</emph> per <emph>informato, intendente</emph>, ec. (<foreign lang="spa"
            rend="italic">entendido</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">entendu</foreign>.
          V. spagn. e franc. : se però in questo senso appartenesse al neut. pass.
          <emph>intendersi</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">entenderse</foreign> ec. non
          spetterebbe <pb ed="aut" n="4006"/> al nostro proposito.). <emph>Discreto</emph> it.
          spagn. (di cui par che, almeno principalmente sia proprio) e franc. per
          <emph>discernente</emph> ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="spa" rend="italic">Conocido, desconocido</foreign>, p.
              <emph>conoscente</emph>, cioè <emph>grato</emph>, e <emph>sconoscente</emph>, come
              diciamo noi l’uno e l’altro, come anche <emph>disconoscente</emph>. V. la Crusca in
                <emph>disconosciuto</emph> esempio 2. dove vale <emph>che non conosce, ch’è privo di
                conoscimento</emph>, e nota ch’è di Guittone, cioè antichissimo.</p>
          </note> V. il Gloss. ec. (29. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3955. marg. — di questo però particolarmente. — <emph>Coltellinaio</emph> ec. ec.
          (29. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Avvisato</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">avisado</foreign> ec. nel senso
          di <emph>accorto</emph> ec. molto s’ingannerebbe chi lo credesse un significato passivo
          dall’attivo di <emph>avvisare</emph> cioè <emph>avvertire</emph> ec. (29. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii passati in senso attivo o neutro, aggettivato. V. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">consultus</foreign> dove non approvo il modo in ch’egli spiega l’origine
          del significato attivo o neutro di questa voce, per non aver considerato i tanti altri es.
          che v’hanno di tali participii così usati, aggettivamente o no, ne’ quali non ha punto
          luogo una simile spiegazione. In particolare poi v’hanno esempi in significati simili a
          quello di <foreign lang="lat" rend="italic">consultus</foreign>, sì nel latino sì nelle
          lingue moderne, come <foreign lang="lat" rend="italic">cautus</foreign>, <emph>avvisato,
            avvertito</emph> ec. da me sparsamente notati altrove, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">consideratus</foreign> attivamente nel latino e nell’italiano ec. di cui
          v. il Forc. la Crus. gli spagnuoli e francesi. V. ancora i composti ec. di <foreign
            lang="lat" rend="italic">consultus</foreign> in tal senso, come
          <emph>jurisconsultus</emph> ec. e di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >consideratus</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">inconsideratus</foreign>
          ec. e così degli altri tali participii. (29. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Appellito as</foreign>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">apellidar</foreign> ec. (30. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">τιτθὸς</foreign> ec. <foreign lang="grc"
            >τιτθίον</foreign>, (come in lat. <emph>mamma</emph> e <emph>mammilla</emph> nello
          stesso senso, del che altrove), <foreign lang="grc">τιτθὴ</foreign> ec. e <foreign
            lang="grc">τιτθὶς ίδος</foreign>, quasi <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nutricula</foreign> ec. (30. Dec. 1823.). Vedi la pag. seg. capoverso 1</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="spa" rend="italic">Sencillo</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">sincerus</foreign>. Così <emph>pretto</emph> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">purus</foreign> del che altrove, nel medesimo senso, e ambo
          diminutivi aggettivi il che è raro ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Tenellus,
            tenellulus, lascivulus, blandulus, misellus</foreign> ec. ec. <emph>miserello</emph> ec.
          ec. ma è raro che gli aggettivi diminutivi sieno positivati ec. ec. <pb ed="aut" n="4007"/>
          <emph>Seggiola, seggiolo</emph> (v. i derivati sopraddiminutivi, e anche accrescitivi,
          come <emph>seggiolone</emph>, fatti dal diminutivo, il che è notabile, nè potrebbe
          ragionevolmente aver luogo se il diminivo non fosse positivato, o non avesse un senso
          disgiunto da diminuzione ec. e in tali casi è frequente) per <emph>sedia, seggia,
          seggio</emph>, sebbene hanno forse un senso più circoscritto ec. e vedi il detto altrove
          del lat. <foreign lang="lat" rend="italic">sella</foreign>, e la Crusca ec. (1. Gen.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4004. Dicesi anche <emph>tettola</emph>, che la Crus. chiama espressamente
          diminutivo di <emph>tetta</emph>, come in lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >mamma</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">mammilla</foreign> nel senso stesso,
          e come appunto in greco <foreign lang="grc">τίτθη</foreign> ec. e <foreign lang="grc"
            >τιτθίον</foreign>, collo stesso significato. Vedi la pag. anteced. fine. e 4001. (2.
          Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Porcello</emph> ec. V. Crus. e nota che questa positivazione
          è massimamente propria de’ nostri antichi e trecentisti più che del moderno linguaggio.
          Forc. ec. (2. Gen. 1824.). <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Puera</foreign>, esemp. 1</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sopraddiminutivi latini. <foreign lang="lat" rend="italic">Agellulus. Asellulus</foreign>
          ec. (2. Gen. 1824.). <foreign lang="lat" rend="italic">Tenellulus</foreign>. Vedi la p.
          3987.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alle varie alterazioni de’ verbi greci quanto alla forma (sia nel tema, sia altrove ec.)
          senz’alterar punto il significato, delle quali altrove, aggiungi in <foreign lang="grc"
            >ννύω</foreign> o <foreign lang="grc">ννυμι</foreign>, come <foreign lang="grc">κεράω,
            κεραννύω, κεράννυμι;; χρώω, χρωννύω, χρώννυμι</foreign>; che valgono tutti tre lo
          stesso, e sono un sol verbo. Lascio poi l’alterazione sì comune in <foreign lang="grc"
          >μι</foreign>, ch’è pur di tante forme, e sì di regola e proprietà dell’uso greco ec. ec.
          e che parimente non muta punto il significato, che moltissime volte ha fatto dimenticare,
          disusare, o anche ignorare affatto il vero tema in <foreign lang="grc">ω</foreign>, che in
          molti verbi si congettura o si dee congetturare, benchè espressamente non si trovi, essere
          stata usata ec. (2. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii passati in senso attivo o neutro ec. <emph>Trascurato, tracutato, tracotato,
            straccurato</emph> ec. V. la Crus. in <emph>Tracotare</emph>, sebbene quell’etimologia è
          falsissima perchè <emph>tracotare</emph> è da <foreign lang="fre" rend="italic"
          >cuite</foreign> o <foreign lang="fre" rend="italic">cuyte, cuyter</foreign> ec. provenz.
          ec. <foreign lang="spa" rend="italic">cuita, cuitar</foreign> ec. spagn. ant. <foreign
            lang="spa" rend="italic">cuidado cuidar</foreign> ec. spagn. mod. (4. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">φρούριον</foreign>. V. Scap. (4. Gen.
          Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4008"/> Alla p. 3969. Appunto hanno anche gli spagnuoli il diminutivo in
            <emph>uelo</emph>, che come il nostro <emph>uolo</emph> vale <emph>olo</emph> e viene
          dal latino in <emph>olus</emph> o <emph>ulus</emph>. (5. Gen. Vigilia della Santa
          Epifania. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati: <foreign lang="grc">ἀκόντιον</foreign> che ha cacciato l’uso
          del posit. V. Scap. <foreign lang="grc">πεδίον</foreign>. V. Scap. (5. Gen. Vigilia della
          S. Epifania. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participi italiani in <emph>ito</emph> ed <emph>uto</emph>, del che altrove.
            <emph>Apparito</emph> e <emph>apparuto</emph> (<bibl>
            <author>Machiav.</author>
            <title>Istor.</title> l. 7. opp. 1550. par. 1. p. 268. mezzo</bibl>). Questo secondo
          però, oltre a non avere, ch’io sappia, altra autorità che di uno scrittore molto poco
          diligente nella lingua, in particolare nella Storia, dov’anche potrebb’esser fallo di
          stampa, può essere da <emph>apparere</emph> (laddove il primo da <emph>apparire</emph>),
          onde anche <emph>apparso</emph>, come da <emph>parere, paruto</emph> e <emph>parso</emph>.
            <emph>Comparere</emph> non si trova, almeno nella Crus., bensì però
          <emph>comparso</emph>, oggi assai più frequente di <emph>comparito</emph> ch’è di
            <emph>comparire</emph>, da cui però non viene <emph>comparso</emph>, il quale forse è
          moderno e fatto solo per analogia di <emph>apparso</emph> e <emph>parso</emph>, che sono
          oggi i più usitati. (5. Gen. Vigilia della S. Epifania. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi frequentativi ec. italiani. <emph>Sputacchiare, stiracchiare</emph> da
            <emph>sputare, stirareù</emph>. Questa forma in <emph>acchiare</emph>, e in
            <emph>occhiare, icchiare, ecchiare, ucchiare</emph> e in <emph>ghiare</emph> ec. (v. il
          pens. ult. di questa pag.) e simili, han tutte origine dal buon latino (essendo
          equivalenti al lat. <foreign lang="lat" rend="italic">culare</foreign>) nel quale ancora,
          questa forma è diminutiva o disprezzativa o frequentativa ec., e immediatamente poi hanno
          forse origine dal latino barbaro, almeno molte di tali voci, p. e.
          <emph>sputacchiare</emph> da <emph>sputaculare</emph> ec. Vedi la pag. 4005. capoverso 2.
          — Al detto altrove di <emph>crepolare</emph>, aggiungi <emph>screpolare</emph> ec. —
            <emph>Sghignazzare, ghignazzare</emph> da <emph>sghignare, ghignare</emph>. (6. Gen.
          Festa della S. Epifania. 1824.). <emph>Ammontare</emph> — <emph>ammonticare</emph> (vedi
          la pag. 4004. capoverso 2), <emph>ammonticchiare, ammonticellare. Raggruzzare</emph> —
            <emph>raggruzzolare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove d’<foreign lang="lat" rend="italic">inopinus, necopinus</foreign> ec.
          aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic">odorus</foreign>, il quale non mi sembra altro
          che contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">odoratus</foreign>, e in fatti è voce
          propria de’ poeti come le sopraddette ec. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> (6. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quel che altrove si è detto in più luoghi, cangiarsi nell’italiano regolarmente il
            <emph>cul</emph> de’ latini in <emph>chi</emph>, dicasi pur del <emph>gul</emph> in
            <emph>ghi</emph> ec. V. la pag. 4005. capoverso 2. (6. Gen. 1824. dì della S.
          Epifania.). V. p. 4109.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4009"/> Diminutivi positivati. <emph>Fragola</emph> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">fraga</foreign>. V. Crus. Forc. Gloss. e franc. spagn. ec.
          <emph>Ugola</emph> e <emph>uvola</emph> per <emph>uva</emph>. (7. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scambio del <emph>v</emph> e del <emph>g</emph>. V. il pensiero precedente. (7. Gen.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">οἰκίον</foreign> per <foreign lang="grc"
            >οἶκος</foreign> o <foreign lang="grc">οἰκία</foreign>. Notisi ch’egli è antichissimo,
          perchè proprio di Omero. O forse degl’ioni, massime antichi. Arriano imitatore di questi
          l’usa nell’Indica 29.16, 30.9. Lo Scap. non cita che Omero. È positivato anche presso
          Arriano. (7. Gen. 1824.). Lo stesso discorso o dell’antichità o del dialetto ionico,
          massime antico, si può fare intorno al diminutivo positivato <foreign lang="grc"
          >προβάτιον</foreign>, ch’è d’Ippocrate, o di chi altro è l’autore del libro ec., e di cui
          altrove. La quale osservazione unita con questa della voce <foreign lang="grc"
          >οἰκίον</foreign>, e coll’altre che si potranno fare, può dar luogo a buone conghietture
          circa l’uso de’ diminutivi positivati nell’antico greco o ionico ec. (7. Gen. 1824.).
            <foreign lang="grc">πλημμυρὶς ίδος. φυκίον</foreign>. (7. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi frequentativi o diminutivi ec. ital. <emph>Morsecchiare, morseggiare</emph> (coi
          derivati ec.) che la Crusca chiama quello diminutivo e questo frequentativo di
            <emph>mordere. Aggrumolare</emph> da <emph>aggrumare</emph> che non è della Crus., bensì
            <emph>aggrumato, digrumare</emph> ec. (8. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>V aspirazione. <emph>Tardivo</emph> ital. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >tardío</foreign> spagn. (<bibl>
            <author>Cervantes</author>
            <title>D. Quij.</title> par. <hi rend="sc">i</hi>. cap. 47. principio, ed. di Madrid
            ch’io ho</bibl>.). (8. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove sopra la frase <quote>
            <foreign lang="grc">ὀλίγου</foreign> o <foreign lang="grc">πολλοῦ δεῖν</foreign>
          </quote> ec. aggiungi <bibl>
            <author>Arriano</author>
            <title>Ind.</title> 43. 6</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">τοσούτου δεῖ τά γε ἐπέκεια ταύτης τῆς χώρης οἰκεόμενα
            εἶναι</foreign>
          </quote>; e altre simili frasi dello stesso genere <quote>
            <foreign lang="grc">τοσούτου ἔδει, ἐδέησεν, δέον</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Luc.</author>
            <title>Nigrin.</title> opp. <hi rend="sc">i</hi>. 35.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="grc">πόσου δεῖ</foreign>
          </quote> ec. ec. (8. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="spa" rend="italic">juntar</foreign> aggiungi <foreign
            lang="spa" rend="italic">ayuntar</foreign> (<emph>aggiuntare</emph>) co’ derivati ec. e
          fors’anche <foreign lang="spa" rend="italic">coyuntar</foreign> (v. i Dizionari) e simili
          composti, se ve n’ha. Vedi pur la Crus. in <emph>giuntare</emph> co’ derivati ec. (8. Gen.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3979. Al detto di <foreign lang="grc">κάρχαρος</foreign>, aggiungi i suoi
          derivati, e il composto <foreign lang="grc">καρχαρόδους</foreign> ec. (8. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grecismo. <emph>Per parte mia, per la mia parte</emph> ec. ec. <bibl>V. la seconda annot.
            del <title>Gronov. al Nigrino</title> di <author>Luciano</author>
          </bibl>, opp. <bibl>
            <author>Luc.</author>
            <title>Amst.</title> 1687. t. 1. p. 1005. init.</bibl> (8. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4010"/> Participii passati in senso attivo o neutro ec. <foreign
            lang="spa" rend="italic">Entendido</foreign> per <emph>intendente</emph>. <bibl>
            <author>Cervantes</author>
            <title>D. Quij.</title> cap. 47. o 48. par. 1</bibl>. V. i Diz. <foreign lang="spa"
            rend="italic">Mirado</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic">mirante</foreign>:
            <foreign lang="spa" rend="italic">mal mirado</foreign> ec. V. i Diz. (10. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Male</emph> per <emph>non</emph> ec. di cui altrove. V. il pensiero precedente e gli
          spagnuoli ec. (10. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Avvi due sorte di coraggio ben contrarie fra loro. L’una che dirittamente e propriamente
          nasce dalla riflessione, l’altra dall’irriflessione. Quello è sempre e malgrado qualunque
          sforzo, debole, incerto, breve e da farci poco fondamento sì dagli altri, sì da quello in
          cui esso si trova ec. (10. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">κρανίον</foreign>, in senso di
            <emph>capo</emph> per <foreign lang="grc">κράνον</foreign> o <foreign lang="grc"
          >κάρηνον</foreign>, (da cui è fatto <foreign lang="grc">κράνον</foreign> per metatesi) o
          ec. V. Scap. — <foreign lang="grc">τεύτλιον</foreign> e <foreign lang="grc"
          >τευτλὶς</foreign> per <foreign lang="grc">τεῦτλον</foreign>. Appo Ateneo trovo anche
            <foreign lang="grc">σεύτλιον</foreign> nello stesso senso per <foreign lang="grc"
            >σεῦτλον</foreign>. V. Scap. E appunto noi abbiamo <emph>bietola</emph> (onde
            <emph>bietolone</emph>) da <emph>beta</emph>, diminutivo positivato, in cui luogo
          poeticamente si dice anche <emph>bieta</emph>, come osserva la Crusca ec. V. il Gloss. ec.
          in <emph>betula</emph>, se v’è, ec. (10. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove circa la ridondanza del pronome <foreign lang="grc">ἄλλος</foreign> e
            <emph>altro</emph> appo i greci e gl’italiani in molte dizioni, e circa il significato
          di <emph>nulla</emph> o <emph>nessuno</emph> ec. assoluto o virtuale ec. che ha molte
          fiate nel nostro parlare il detto pronome, aggiungi le frasi <emph>non ne fece altro, non
            ne fate altro</emph> e simili, <emph>dove altro</emph> sta per <emph>niente</emph>, ed
          aggiungi eziandio che anche siffatto uso di questo pronome, oltre all’essere analogo alla
          predetta sua ridondanza usitata e nel greco e nell’italiano, è anche analogo a un uso
          particolare della voce plur. <foreign lang="grc">ἄλλα</foreign> che i greci adoprano
          talora per <emph>cose frivole, vane, da nulla</emph>, cioè insomma <emph>nulla</emph>,
          come in un luogo di Fenice Colofonio, poeta, appresso <bibl>Ateneo l. 12. p. 530. F.</bibl>
          <pb ed="aut" n="4011"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">οὐ γὰρ ἄλλα κηρύσσω</foreign>
          </quote>, che il Dalechampio traduce <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">frivola non denuntio</foreign>
          </quote>: bene, ma propriamente sarebbe <foreign lang="lat" rend="italic">non enim
          nihil</foreign> (cioè <foreign lang="lat" rend="italic">rem</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">res nihili</foreign>) <foreign lang="lat" rend="italic"
            >denuntio</foreign>. E certamente qua spetta quel che dice lo Scapula che appresso
          Euripide <foreign lang="grc">ἄλλα</foreign> si spiega per <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">rationi non consentanea</foreign>
          </quote>. E qua eziandio l’uso dell’avverbio <foreign lang="grc">ἄλλως</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">incassum, frustra, temere</foreign> ec.; (del qual uso
          v. lo Scapula e l’indice greco a Dione Cassio coi luoghi quivi indicati, ad uno de’ quali
          v’è una nota, dove si dice che tal uso è stato illustrato, dimostrato ec. dal Perizonio ad
          AElian. ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="grc">ἄλλως</foreign> p. <emph>falso, frustra</emph> in un luogo di
              Alessi Comico ap. <bibl>Ateneo l. 13. p. 562. D. fin.</bibl> male inteso dal
              Dalechampio.</p>
          </note>) e in parte ancora l’uso del medesimo avverbio ne’ significati da me notati e
          illustrati nelle Annotazioni all’Eusebio del Mai, e nelle postille al Fedone di Platone
          sul fine ec. (10. Gen. 1824.). Presso Euripide il Tusano spiega <quote>
            <foreign lang="grc">ἄλλα</foreign>
          </quote> per <quote>
            <foreign lang="grc">οὐκ ἐοικότα</foreign>
          </quote>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">aberrantia a proposito</foreign>
          </quote>. Ben può essere che questo sia il proprio senso, e l’origine di tal uso della
          voce <foreign lang="grc">ἄλλα</foreign> sì presso Euripide sì presso Fenice. Con tutto ciò
          non credo tal uso alieno dal nostro proposito e dall’analogia col sopraddetto uso italiano
          ec. (10. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Scintilla</emph> e suoi deriv. ec. V. l’etimolog. di
            <emph>scintilla</emph> nel Forcell. e nelle note al Timone di Luciano principio, opp.
          ed. Amstel. 1687. t. 1. p. 55. not. 7. (11. Gen. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove dell’antico <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign> (tema di
            <foreign lang="lat" rend="italic">memini</foreign>) e del nostro <emph>rammentare</emph>
          ec. che forse ne deriva ec. aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic">mentio</foreign>,
          verbale dimostrativo del supino <foreign lang="lat" rend="italic">mentum</foreign>, onde
          noi ec. <emph>menzionare</emph> ec. — <emph>Mentovare</emph> ec. (11. Gen. Domenica.
          1824.). V. p. 4016.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Ayrarse</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic"
            >airarse, airado</foreign> ec. <emph>airarsi, adirarsi</emph> ec. da aggiungersi <pb
            ed="aut" n="4012"/> al detto altrove in proposito dell’antico lat. <foreign lang="lat"
            rend="italic">iror aris</foreign>. E v. il Gloss. in <emph>adirari, irari</emph> ec. se
          ha nulla. (11. Gen. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non mi ricordo a qual proposito, ho detto altrove che noi siam soliti di usare gli
          aggettivi singolari mascolini in forma di avverbi. Così anche gli spagnuoli, p. e.
            <foreign lang="spa" rend="italic">demasiado</foreign> per <foreign lang="spa"
            rend="italic">demasiadamente</foreign> (che credo si dica altresì), <foreign lang="spa"
            rend="italic">infinito</foreign> (<bibl>
            <title>D. Quijote</title> par. <hi rend="sc">i</hi>. c. 49.</bibl>) per
            <emph>infinitamente</emph> (che pur credo si dica) ec. Massime l’antico, cioè il buono e
          vero, spagnuolo, come pur s’ha a dire circa l’italiano in cui quest’uso è proprio più
          particolarmente dell’antico, e quindi, anche oggi, familiare singolarmente ai poeti ec.
          Così i francesi <foreign lang="fre" rend="italic">fort</foreign> per <foreign lang="fre"
            rend="italic">fortement</foreign>, in senso di <emph>molto</emph> (come anche noi
            <emph>forte</emph> ec.). Pare però che quest’uso sia molto più frequente nell’italiano,
          massime antico, buono, poetico, elegante ec. che nello spagnuolo qualunque, e massime nel
          francese. (12. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Uso di porre i genitivi plurali, in vece de’ nominativi, col pronome <emph>alcuni</emph>,
          ovvero di questo pronome co’ detti genitivi, nel qual caso quest’uso verrebbe a essere
          ellittico. Proprissimo de’ francesi, proprio ancor sommamente degli italiani, non solo
          moderni e francesizzati, come si crede, ma antichi, di tutti i tempi, ed ottimi e
          purissimi. Credo ancora degli spagnuoli. Mi pare aver detto altrove come quest’uso è un
          pretto grecismo. Aggiungici ora l’esempio di <bibl>
            <author>Luciano</author>, <title>Nigrin.</title> opp. Amstel. 1687. t. 1. p. 34.
            lin.15-6.</bibl> e vedi i grammatici greci dove parlano della Sintassi, che certo denno
          aver qualche cosa sopra questo genere di frasi ec. (12. Gen. 1824.). Nel cit. esempio <quote>
            <foreign lang="grc">τῶν φιλοσοφεῖν προσποιουμένων</foreign>
          </quote> si sopprime evidentemente il <foreign lang="grc">τινὰς</foreign> al nostro modo e
          de’ francesi. (12. Gen. 1824.)<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. ancora lo stesso <bibl>
                <author>Luc.</author>
                <hi rend="sc">i</hi>. 178. lin. 25.26.</bibl> dove pur sottintendesi <foreign
                lang="grc">τὶ</foreign> o <foreign lang="grc">τινὰ</foreign>.</p>
          </note>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">ὀχεῖον</foreign> da <foreign lang="grc"
            >ὄχος εος</foreign>, come <foreign lang="grc">ἀγγεῖον</foreign> da <foreign lang="grc"
            >ἄγγος εος</foreign>. (12. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4013"/> A proposito del detto altrove circa il vario modo di significare
          la probità e bontà degli uomini usato nelle varie nazioni e lingue e tempi, secondo le
          differenze de’ costumi, opinioni, caratteri, istituti e vita e costituzione loro, osserva
          che come i romani dissero <foreign lang="lat" rend="italic">fringi</foreign>, così i greci
          oltre <foreign lang="grc">καλὸς κ' ἀγαθός</foreign> anche <foreign lang="grc"
          >χρηστὸς</foreign> che propriamente vale <emph>utile</emph> (e s’usa anche in questo senso
          ec. v. i Lessici), e per lo contrario <foreign lang="grc">ἄχρηστος</foreign> che
          propriamente è <emph>inutile</emph> e così per l’ordinario usato, fu anche detto per
          cattivo ec. (V. i Lessici, e quivi anche gli altri composti e i derivati di <foreign
            lang="grc">χρηστός</foreign>). Ed è ben ragione, perchè l’utilità delle persone doveva
          esser valutata anche dai greci sommamente, costituiti, come romani, in istato franco ec.
          secondo che ho detto circa la parola <foreign lang="lat" rend="italic">frugi</foreign> al
          suo luogo. (12. Gennaio 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che i perfetti in <emph>ui</emph> sien fatti da quelli in <emph>avi</emph> o
          <emph>evi</emph> o <emph>ivi</emph> ancorchè ignoti, come ho detto altrove, e ciò anche
          nella terza coniugazione, in cui tal desinenza (come pur quella in <emph>ivi</emph>, o
          qualunqu’altra in <emph>vi</emph>), è sempre anomala, vedi Forcell. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">pono is</foreign> fin. circa l’antico <foreign lang="lat" rend="italic"
            >posivi, apposivi</foreign> ec. per <foreign lang="lat" rend="italic">posui,
          apposui</foreign> ec. (13. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <emph>mescolare</emph> ec. aggiungi <emph>rimescolare</emph> ec. e
          composti e derivati dell’uno e dell’altro ec. (13. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Digamma eolico. <foreign lang="lat" rend="italic">Levis</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">laevis</foreign> da <foreign lang="grc">λεῖος</foreign>, come si osserva
          nelle note a <bibl>
            <author>Luciano</author> opp. t. 1. p. 113. not. 9</bibl> (14. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi italiani frequentativi o diminutivi ec. <emph>Abbrostire abbrostolire,
            abbrustolare, abbrustiare</emph>. (14. Gen. 1824.). <emph>Bezzicare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminut. greci positivati. <foreign lang="grc">Ὅριον, οὕρια, μεθόριον,
          μεσούριον</foreign> da <foreign lang="grc">ὅρος</foreign>. (14. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4014"/>
          <quote>
            <emph>Tacendo Un gran piacer</emph> (cioè, s’egli è taciuto), <emph>non è piacer
            intero</emph>
          </quote>. Machiavelli Asino d’oro, Capitolo 4. verso 86-7 (14. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Senz’altro puntello</emph>
          </quote> per senz’alcun puntello. Machiav. Asino d’oro, cap. 5. v. penult. Di tal modo di
          dire, altrove. (14. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Senz’altra</emph> (senz’alcuna) <emph>disciplina</emph>
          </quote>. ibid. capitolo 8. verso 4 (15. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Digamma eolico. <foreign lang="lat" rend="italic">Viscum</foreign> (raro <foreign
            lang="lat" rend="italic">Viscus</foreign>) da <foreign lang="grc">ἰξὸς</foreign> colla
          metatesi delle lettere <foreign lang="grc">κσ</foreign> incluse nel <foreign lang="grc"
          >ξ</foreign>. Nóta che lo spirito è lene, e il genere (almeno in <foreign lang="lat"
            rend="italic">viscum</foreign>) mutato, come in <foreign lang="grc"
            >οἶνος</foreign>-<foreign lang="lat" rend="italic">vinum</foreign> ec. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Vivo</foreign> da <foreign lang="grc">βιῶ</foreign> (<foreign
            lang="grc">βιϜῶ</foreign>). Forcell. e not. a Lucian. opp. 1687. t. 1. p. 143. not. 3
          (15. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A quel che ho detto altrove, che talora il <emph>cul</emph> latino si cangia in
          <emph>gli</emph> italiano (come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >periculum</foreign>-<emph>periglio</emph> ec.) in <emph>il</emph> francese ec.
          <emph>j</emph> spagnuolo ec., dicasi ancora del <emph>gul</emph>. Vedi, se vuoi la pag.
          4005. capoverso 2., nel marg. al numero 1. (15. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2779. lin. 1. Da <foreign lang="grc">βόρος</foreign> o <foreign lang="grc"
          >βορὸς</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">vorax</foreign> ec. V. lo Scapula e
          il Forcell. Da <foreign lang="grc">βιῶ</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">vivo</foreign>. V. il capoverso 3. in questa presente
          pag. Nelle note quivi citate si fa anche venire <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vis</foreign> da <foreign lang="grc">βιὰ</foreign>, che altrove parlando del digamma
          eolico, ho fatto venire, e così credo meglio, da <foreign lang="grc">ἲς ἰνὸς</foreign>.
            <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> ec. (15. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Intorno al verbo italiano <emph>rotolare</emph> frequentativo o diminutivo ec. di
            <emph>rotare</emph>, (<emph>rotolone</emph> ec.) del quale mi pare aver detto altrove,
          osservisi il francese <foreign lang="fre" rend="italic">rouler</foreign>. Se questo verbo
          co’ suoi molti derivati (o anche voci originarie e anteriori ad esso) di cui v. il Diz. e
          colla voce <foreign lang="fre" rend="italic">rôle</foreign> e derivati
          (<emph>ruotolo</emph> o <emph>rotolo</emph>) non vengono originariamente dall’italiano,
          come poi noi dal franc. <emph>ruolo, arruolare</emph> ec. ne segue che la diminuzione
          latina in <emph>ol</emph> o <emph>ul</emph> dovesse anche esser propria in certo modo del
          francese, non solo dell’italiano come s’è dimostrato altrove, giacchè non pare che queste
          voci francesi vengano immediatamente dal latino. V. però Forcell. il Gloss. ec. Esse sono
          certo originariamente diminutive o frequentative ec. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Rouler</foreign> è frequent. anch’oggi in certo modo ec. (15. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4015"/> Come la preposizione <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sub</foreign> nella composizione spesso dinoti <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sursum</foreign>, o sia <emph>di sotto in su</emph>, del che ho detto altrove in
          proposito di <foreign lang="lat" rend="italic">sustollo</foreign> ec. vedi nel Forcell. la
          definizione e gli esempi di <foreign lang="lat" rend="italic">subduco</foreign>, la prova
          che risulta dal quale non può esser più chiara nè piena. (16. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Errato</emph> per <emph>errante</emph>, come <emph>andar errato</emph> ec. V. la
          Crusca. E in ispagn. <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">ir errado</foreign>
          </quote> (Cervantes), <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">pensamiento errado</foreign>
          </quote>, (ib.) ec. Fra noi però <emph>errare</emph> è per lo più neutro, (benchè si dice
            <emph>errar la strada</emph> ec.) e così credo in ispagnuolo. Il Forcell. lo chiama
          attivo. V. <foreign lang="lat" rend="italic">Erratus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">qui erravit</foreign> appo il medesimo in <emph>erro</emph> fin. e vedilo
          pure esso Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Certatus a um</foreign>. (16. Gen.
          1824.). <foreign lang="lat" rend="italic">Impransus, incoenatus</foreign> ec. V. il Forc.
          Si aggiungano al detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic">pransus,
          coenatus</foreign> ec. e così gli altri loro composti, se ve n’ha. (16. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ridondanza del pronome <emph>altro</emph>, ed <foreign lang="grc">ἄλλος</foreign>,
          usitata nell’italiano e nel greco, come altrove. Così <foreign lang="spa" rend="italic"
            >otro</foreign> nello spagnuolo. Cervant. D. Quij. par. 1. capit. 51. <quote>
            <foreign lang="spa">
              <hi rend="italic">Cerca de aqui tengo mi majada, y en ella tengo fresca leche, y muy
                sabrosissimo queso, con</hi>
              <hi rend="sc">otras</hi>
              <hi rend="italic">varias y sazonadas frutas, no menos à la vista que al gusto
                agradables</hi>
            </foreign>
          </quote>. (16. Gen. 1824.). Son le ult. parole del capitolo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <emph>avvedere-avvisare</emph> ec. aggiungi <foreign lang="spa"
            rend="italic">divisar</foreign> spagn. (<bibl>
            <title>D. Quij.</title> par. 1. cap. 51.</bibl> e v. i Dizionari) e nóta che noi ec.
          abbiamo anche <emph>divedere</emph>. E che il participio <foreign lang="lat" rend="italic"
            >visus</foreign> da cui è <emph>avvisare, divisare</emph> ec. (se non sono da <foreign
            lang="lat" rend="italic">viso</foreign> sost. o da <emph>guisa-visa</emph> ec. come
          altrove) e così <foreign lang="spa" rend="italic">avisar</foreign>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">aviser</foreign> ec. è proprio solo del latino e non dell’italiano nè
          dello spagnuolo<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="spa" rend="italic">Desaguisar, desaguisado, aguisado</foreign> ec.</p>
          </note> nè del francese. Abbiamo bensì anche <emph>avvistare</emph> da <emph>visto</emph>,
          nostro participio, o da <emph>avvisto</emph> pur nostro, se non è da <emph>vista</emph>
          sostantivo. (16. Gen. 1824.). <emph>Avvistato</emph> (ch’è però in altro senso da
            <emph>avvistare</emph> nella Crus.) par certo venire da <emph>vista</emph>, come
            <emph>svistare</emph> (uso ital.) da esso <emph>vista</emph> o da <emph>svista</emph>
          ec. (16. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4016"/> Alla p. 4011. <emph>Rammentare, ammentare</emph> ec. di cui
          altrove, si paragonino co’ verbi latini <foreign lang="lat" rend="italic"
          >commentari</foreign> e s’altri tali ve n’ha, da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >meno</foreign> poi <foreign lang="lat" rend="italic">memini</foreign>, o da <foreign
            lang="lat" rend="italic">miniscor</foreign> o da’ composti di questo o quello ec. (16.
          Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Nascere</emph> per <emph>avvenire</emph>, grecismo proprio anche dell’antico latino,
          come in quello o <foreign lang="lat" rend="italic">fortunatam natam</foreign> cioè
            <foreign lang="grc">γενομένην</foreign>. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> ec. È proprissimo dell’italiano. Fra i mille esempi, hassi nel Guicciardini lib.
          1. t. 1. p. 111. ediz. di Friburgo, 1775-6. <quote>
            <emph>nata la perdita di S. Germano</emph>
          </quote>, cioè <emph>accaduta</emph> semplicemente<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>
              <quote>
                <emph>Nascere</emph> per <emph>procedere, provenire</emph> ec. <emph>ne nacque
                un</emph> ec. <emph>questa cosa nasce, nacque da</emph> ec. <emph>ne nascerà</emph>
                ec. per alcune difficoltà nate nella consegnazione delle Fortezze, non era ancora
                partito</quote>. <bibl>
                <author>Guicc.</author> I. 280.</bibl>
            </p>
          </note>. E in molti altri modi e casi si usa da noi il verbo <emph>nascere</emph> come il
          greco <foreign lang="grc">γίγνεσθαι</foreign>, p. e. nella frase <emph>di qui</emph> o
            <emph>da ciò</emph> o <emph>quindi nasce che</emph> ec. <emph>il, la</emph> ec. <foreign
            lang="grc">ἐκ τούτου γίγνεται</foreign> o <foreign lang="grc">γίνεται</foreign>. V. i
          franc. e gli spagn. e il Gloss. e i Less. greci. (16. Gen. 1824.). V. per seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non solo in italiano e in latino, come altrove in più luoghi è detto, ma in ispagnuolo
          altresì ed in francese adopransi spessissimo i participii, non solo aggettivamente, ma in
          significazione non propria loro, e propria di aggettivi a loro propinqui o simili, per
          catacresi o abusione (ch’è l’<quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">abuti verbis propinquis</foreign>
          </quote>, come dice Cic. ap. Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Abusio</foreign>, o l’<quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">abuti verbo simili et propinquo pro certo et
            proprio</foreign>
          </quote>, come dice l’Autore ad Herenn. ibid. p. e. l’<quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">aedificare equum</foreign>
          </quote> di Virgilio Aen. 2. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">aedificare classem</foreign>
          </quote> di Cesare, <quote>
            <foreign lang="grc">οἰκοδομεῖν πυργίον</foreign>
          </quote> di <bibl>
            <author>Luciano</author> in <title>Timone</title>, opp. Amst. 1687. t. 1. p. 135. dove
            vedi la nota 6.</bibl>) come <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">honrado</foreign>
          </quote> per <emph>onorevole, uomo d’onore</emph> (D. Quij.), (in it. ancora
          <emph>onorato</emph>, e v. i latt. e il Gloss. ec.), simile all’<foreign lang="lat"
            rend="italic">invictus</foreign>, <emph>invitto, invicto</emph> o <foreign lang="spa"
            rend="italic">invito</foreign> spagn. (v. i Diz. spagn.) per <emph>invincibile</emph>,
          che però non è participio, voglio dire <emph>invitto</emph>, benchè fatto da
            participio<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <emph>Pregiato</emph> p. <emph>prezioso</emph> o <emph>pregevole</emph>, <foreign
                lang="lat" rend="italic">immensus</foreign> p. <foreign lang="lat" rend="italic"
                >immetibilis</foreign>.</p>
          </note> ec. ec. (16. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Bisavolo</emph> ec. aggiungasi al detto altrove di <emph>avolo</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">ayeul</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >abuelo</foreign> ec. e v. ancora i francesi e gli spagnuoli. <emph>Trisavolo,
          terzavolo</emph> e <emph>terzavo, quintavolo</emph> ec. (16. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4017"/> Grecismo dell’italiano. <bibl>
            <author>Lucian.</author>
            <title>Timon.</title> opp. 1687. t. 1. p. 77-79</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ αὖθις μὲν σκέψομαι, ἐπειδὰν τὸν κεραυνὸν ἐπισκευάσω πλὴν ἱκανὴ
              ἐν τοσούτῳ καὶ αὕτη τιμωρία ἔσται αὐτοῖς</foreign>
          </quote>, cioè <emph>in questo mezzo</emph>. Noi appunto <emph>in tanto, fra tanto, in
            quel tanto, in questo tanto</emph> ec. Vedi gli spagn. e i francesi. Qui <foreign
            lang="grc">ἐν τοσούτῳ</foreign> viene a essere <foreign lang="grc">ἐν ὅσῳ</foreign>
            (<foreign lang="grc">χρόνῳ</foreign>) <foreign lang="grc">ὁ κεραυνὸς ἐπεσκευασμένος
            ἔσταί μοι</foreign>. E di questo genere è ancora la propria significazione del nostro
            <emph>intanto</emph>, secondo i casi, e tale si è l’origine di questo modo di dire preso
          nel senso d’<foreign lang="lat" rend="italic">interea, interim</foreign>. (17. Gen.
          1824.). Esempi simili al riferito di Luciano non mancano. V. p. 4022.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. anteced. capoverso 2. La frase <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">o fortunatam natam</foreign>
          </quote>, sembra essere una vera imitazione del modo greco, e così alcune di quelle dove
            <foreign lang="lat" rend="italic">nasci</foreign> sta per <foreign lang="lat"
            rend="italic">initium ducere</foreign> ec. ap. il Forcell. Non così certo le nostre
          frasi sopraddette. <foreign lang="lat" rend="italic">E re nata, pro re nata</foreign>,
          queste son frasi ben e propriamente latine, (cioè non de’ soli letterati, a quel che
          pare), e spettano al presente proposito. (17. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3176. marg. fin. <bibl>Vedi la <title>Storia</title> del
            <author>Guicciardini</author>, ediz. di Friburgo, lib. 1. tom.1. p. 23. 27-28. 49. 55.
            56. 64-5. 105-6. l. 2. p. 138-9. 142. l. 5. p. 422. 430. 431.</bibl> da’ quali luoghi si
          rileva che Carlo ottavo di Francia ebbe inutilmente, come Filippo contro i Persiani, il
          disegno di passare contro i turchi, e far la grande impresa dell’Asia e Grecia ec.
          Principe non comparabile per altro a Filippo nè di valore nè di fortuna, la qual ebbe
          infelicissima all’Italia, anzi indegno di pure esser proposto a tal paragone. (17. Gen.
          1824.). V. p. 4025.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Esperimentato</emph>
          </quote> per <emph>che ha fatto esperienza, perito</emph>. <bibl>
            <author>Guicciard.</author> t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 128. mezzo circa, ediz. di
            Friburgo, t. 2. p. 240.</bibl> principio. e altrove spessissimo e vedi la Crus. <quote>
            <emph>Esperimentato nelle guerre, nel governo, a</emph>
          </quote> ec. <quote>
            <emph>Sperimentato</emph>
          </quote> ib. p. 131. mezzo circa ec. (17. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sopraddiminut. greci. <foreign lang="grc">πόλις-πολίχνη-πολίχνιον</foreign>. (18. Gen.
          Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4018"/> Spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">tragar</foreign> —
            <foreign lang="grc">τρώγω</foreign> aor. 2 <foreign lang="grc">ἔτραγον</foreign>, onde
            <foreign lang="grc">τράγημα</foreign> ec. e fors’anche <foreign lang="grc"
          >τράγος</foreign>. (18. Gen. 1824. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I participii passivi di verbi transitivi usati in forma attiva, sì in lat. sì quelli
          massime delle lingue moderne, s’usano per lo più (e nelle lingue moderne forse tutti)
          assolutamente, o almeno senz’accusativo, insomma intransitivamente, sia che s’usino in
          forma aggettiva o di participio o comunque. (18. Gen. 1824. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>nessuno</emph> o <emph>alcuno</emph> o ridondante, del che
          altrove. <quote>
            <emph>Non sì ch’io speri averne altra corona</emph>
          </quote>. Macchiavelli, Capitolo della ingratitudine v. 7. cioè <emph>averne
          corona</emph>, o <emph>averne nessuna</emph> o <emph>alcuna corona</emph>. (18. Gen.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Nascere</emph> per <emph>avvenire</emph>, del che altrove non molto addietro. <quote>
            <emph>Dunque se spesso qualche cosa è vista Nascere impetuosa ed importuna Che ’l petto
              di ciascun turba e contrista, Non ne pigliare ammiration alcuna</emph>
          </quote>. (qualche tristo avvenimento). <bibl>
            <author>Macchiavelli</author>
            <title>Capitolo dell’Ambitione</title>, v. 172-5.</bibl> (18. Gen. 1824. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Latinismi dell’ortografia italiana nel 500. del che altrove. Macchiavelli opp. 1550. par.
          5. p. 47. fin. <emph>adverso</emph>; p. 49. fin. <emph>admiration</emph>, e cento simili
          scritture. (18. Gen. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Plurali in <emph>a</emph>. <emph>Urla, strida</emph>. (18. Gen. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3998. marg. fine. <foreign lang="grc">τρύβλιον</foreign> o <foreign lang="grc"
            >τρυβλίον</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">catillus</foreign> (sebben l’interpretano <foreign
            lang="lat" rend="italic">catinus</foreign>), <emph>patella</emph>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">trulla, ollula</foreign> (v. Scap.) tutte voci diminutive. E forse questa
          voce greca è veramente diminutivo anche per significato, ma la sua voce positiva
          contuttociò non si trova, il che serve a confermare il nostro sospetto circa gli altri
          simili vocaboli, che sono però di senso positivo, cioè positivati, secondo noi. Lo stesso
          dico di <foreign lang="grc">θρυαλλὶς</foreign> diminutivo forse e di origine e di
          significato, ma che non trovandosene il positivo, non si ha per tale, nè quanto alla prima
          nè quanto al secondo. Luciano <pb ed="aut" n="4019"/> 1. 88. ha <foreign lang="grc"
            >θρυαλλίδιον</foreign> (come 1. 55. <foreign lang="grc">θρυαλλίδα</foreign>) dove puoi
          veder le note. <foreign lang="grc">Ἰσχίον</foreign>, forse è diminutivo positivato di
            <foreign lang="grc">ἴσχις</foreign>, o che questo volesse anche dir <emph>coscia</emph>,
          ec. o <foreign lang="grc">ἰσχίον</foreign> originariamente volesse dir <emph>lombo</emph>
          o anche <emph>lombo</emph>. Certo <foreign lang="grc">ἴσχις</foreign> è voce poco nota, e
          che si ha, credo io, solamente da Esichio, onde ben potrebbe avere avuto uno o più de’
          significati d’<foreign lang="grc">ἰσχίον</foreign>, senza che noi lo sappiamo. (19. Gen.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Bouillon</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">bulla, bolla</foreign>. (19. Gen. 1824.). <foreign lang="fre"
            rend="italic">Bouillonnement, bouillonner</foreign>. <emph>Bulicare</emph> è corruzione
          di <emph>bollicare</emph>, dal quale abbiamo infatti <emph>bollicamento</emph>, e così
            <emph>bulicame</emph> è per <emph>bollicame</emph> che non si trova, sia che queste voci
          vengano a dirittura da <emph>bolla</emph> come le suddette francesi, sia da
          <emph>bollire</emph> (che vien da <emph>bolla</emph>), come par voglia la Crusca, che
          spiega <emph>bollicamento</emph> per <emph>leggier bollimento</emph> (sarebbe dunque
          diminutivo), e <emph>bulicare</emph> per <emph>bollire</emph>, di cui sarebbe
          frequentativo o diminutivo o frequentativo-diminutivo. <emph>Bulicame</emph> però non ha
          che far con <emph>bollire</emph>, bensì con <emph>bolla</emph>. Eccetto pigliando
            <emph>bollire</emph>, per <emph>far bolle senza fervore</emph>: v. <emph>Bollire</emph>
          par. 4. e il Forcell. Pare però che <emph>bulicame</emph> si dica propriamente delle
            <emph>acque bollenti</emph> benchè senza fuoco. ec. (19. Gen. 1824.). Vedi la pag. 4004.
          capoverso 2. <foreign lang="fre" rend="italic">Moisson</foreign> diminutivo positivato di
            <foreign lang="lat" rend="italic">messis</foreign>. (19. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Sufrido</foreign> per <emph>sofferente</emph>. (20. Gen.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Gragnuola</emph>. V. Crus. franc. spagn. Gloss. Forc. ec.
          (20. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Passava un pescivendolo, con un paniere di pesci sul capo, vicino a un filare d’alberi
          che costeggiava la sua strada, e da un ramo d’olmo che sporgeva in fuori, fugli infilzato
          un pesce. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Piscium et summa genus haesit ulmo</foreign>
          </quote>. Ecco rinovato questo prodigio, o dimostrato possibile questo impossibile, di cui
          vedi Archiloco appo Stobeo nel capitolo della speranza. (20. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4020"/> Al detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >metari</foreign> aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic">immetatus</foreign>. (21.
          Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della differenza naturale e artificiale del gusto e del bello presso le varie nazioni e
          tempi, nelle arti, letterature, fattezze del corpo ec. ec. vedi il primo capitolo del
          Saggio sull’epica poesia del Voltaire ne’ suoi opuscoli tradotti e stampati in Venezia
          appresso il Milocco colla data di Londra nel 1760 (volumi 3), volume 2.o principio. (21.
          Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grecismo. <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Soplandole, le ponìa</foreign>
          </quote> (cioè <foreign lang="spa" rend="italic">le hazia</foreign>, lo rendeva) <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">redondo como una pelota</foreign>
          </quote>, <bibl>
            <author>Cervantes</author>, <title>Prologo al Letor de la segunda parte del Don
            Quijote</title>, p. 3.</bibl> Frase familiare agli spagnuoli e tutta greca. Nel latino
            <foreign lang="lat" rend="italic">ponere</foreign> per <emph>efformare</emph> non è col
          doppio accusativo, cioè sostantivo o pronome ec. e aggettivo, e non equivale a
            <emph>rendere, far divenire</emph>, benchè spetti a questo genere di significazione ed
          uso del greco <foreign lang="grc">τίθημι</foreign>, e del resto è una frase tolta a
          dirittura dal greco e imitata, laddove la spagnuola è volgare e non è certo imitata dal
          greco. (21. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati greci. <foreign lang="grc">μηρίον</foreign> per <foreign lang="grc"
            >μηρός</foreign>. Nóta ch’è proprio di Omero e di Esiodo (antichissimo cioè, o ionico,
          come altrove) da’ quali, al suo solito, lo piglia Luciano nel <title lang="lat">Prometheus
            sive Caucasus</title>, opp. 1687. Amstelodami, t. 1. p. 183. e <title lang="lat">de
            Sacrificiis</title> p. 363. (21. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <bibl>V. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Spatha, spatula, spathalium</foreign>
          </bibl>, lo <bibl>Scap. in <foreign lang="grc">σπάθη, σπαθίον, σπαθὶς</foreign>
          </bibl> ec. la <bibl>Crus. in <emph>spatola, spazzola</emph>
          </bibl> ec. il Gloss. i franc. gli spagn. (21. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito di <foreign lang="lat" rend="italic">fusa</foreign> lat. ho notato altrove il
          plur. <foreign lang="lat" rend="italic">loci</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >loca</foreign> e simili. Da <quote>
            <foreign lang="grc">μηρὸς</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">in plur</foreign>. <foreign lang="grc">μηροὶ</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">et</foreign>
            <foreign lang="grc">μηρὰ</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">apud poetas per metaplasmum</foreign>
          </quote>, dice lo Scapula. E così altri plurali assai, greci, o doppi (sia neutri e masc.
          sia fem. e masc. ec.) o diversi dal genere del sing. ec. de’ quali v. i grammatici. (21.
          Gen. 1824.). <foreign lang="lat" rend="italic">Loca</foreign> in lat. dal sing. <foreign
            lang="lat" rend="italic">locus</foreign>, è anche de’ prosatori.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4021"/>
          <foreign lang="grc">Κακοδαίμων</foreign> per <emph>che ha gli déi nemici</emph>, del che
          altrove. Luciano <title lang="lat">de Sacrificiis</title>. t. 1. p. 362. init. (21. Gen.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Figliuolo</emph> per <emph>figlio</emph>, diminutivo o vezzeggiativo positivato, di
          cui altrove. Credo anche in greco si dica talora <foreign lang="grc">τεκνίον</foreign>
          senza intenzione nè di diminuire nè di vezzeggiare. (21. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Desapercebido</foreign> per <emph>isprovvisto</emph>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">imprudens</foreign>. <bibl>
            <author>Cervant.</author>
            <title>D. Quij.</title> par. 2. cap. 1. p. 4. ed. di Madrid.</bibl> V. il detto altrove
          di <foreign lang="spa" rend="italic">apercebido</foreign>. E simili altri participii
          s’intenda che hanno tali significazioni anche coll’aggiunta del <foreign lang="lat"
            rend="italic">des</foreign> ec. privativo in ispagnuolo, dell’<emph>in</emph> ec. in
          italiano ec. ec. (22. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Rinnovellare, innovellare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >renouveler</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">renovello</foreign>, lat. (v. gli
          spagn.) ec. diminutivi positivati; si aggiungano al detto altrove di <foreign lang="lat"
            rend="italic">novellus</foreign> ec. (22. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto allo stile e al bene scrivere, immensa fatica è bisogno per saper fare, ed
          ottenuto questo, non meno grande si richiede sempre per fare. E tanto è lungi che il saper
          fare tolga la fatica del fare, che anzi quanto quello è maggiore, con maggior fatica si
          compone, perchè tanto meglio si vuol fare e si fa, il che costa tanto di più a
          proporzione. Così nelle arti belle e in altre faccende d’ingegno ec. (23. Gen. 1824.). Non
          così riguardo all’invenzione sì nello scrivere sì nelle arti. ec. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Fora</foreign> plurale di <foreign lang="lat"
            rend="italic">foro</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">foramen</foreign>). (23.
          Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Piacere della vita. Una statua, una pittura ec. con un gesto, un portamento, un moto
          vivo, spiccato ed ardito, ancorchè non bello questo, nè bene eseguita quella, ci rapisce
          subito gli occhi a se, ancorchè in una galleria d’altre mille, e ci diletta, almeno a
          prima vista, più che tutte queste altre, s’elle sono di atto riposato ec., sieno pure
          perfettissime. E in parità di perfezione, quella, anche in seguito, ci diletta più di
          queste. <pb ed="aut" n="4022"/> Così non la pensa la Staël nella Corinna dove pretende che
          sia debito e proprio della pittura e scultura il riposo delle figure, ma s’inganna,
          testimonio l’esperienza. ec. ec. (24. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4017. <quote>
            <foreign lang="grc">Ὁ δὲ μάγος ἐν τοσούτῳ</foreign> (intanto) <foreign lang="grc">δᾷδα
              καιομένην ἔχων</foreign>
          </quote> ec. <bibl>
            <author>Luciano</author> in <title>Necyomantia</title>. t. 1. p. 331.</bibl> (25. Gen.
          Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Composti spagnuoli. <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Cariredondo</foreign>
          </quote> (facciatonda). D. Quij. par. 2. cap. 3. principio. (25. Gen. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Bobo</foreign> spagn. co’ derivati aggiungasi, se v’ha
          punto che fare, al detto altrove di <foreign lang="spa" rend="italic">baubari</foreign>
          ec. (26. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I participii passivi di verbi attivi o neutri usati nelle lingue moderne in senso att. o
          neutro, sono quelli per lo più o tutti e questi molte volte nell’italiano, e massime nello
          spagn. ec. di senso non passato, ma presente o significante abitudine di quella tal cosa
          che è significata dal verbo. Così <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">bien hablado</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <title>D. Quij.</title> par. 2. cap. 7. principio</bibl>) per <foreign lang="spa"
            rend="italic">buen hablador</foreign> ec. Così <emph>errato</emph>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">errado</foreign> per <emph>errante</emph>, di cui altrove.
          <emph>Sudato</emph> per <emph>sudante</emph> ec. Così <foreign lang="spa" rend="italic"
            >pesado</foreign> per <emph>pesante</emph>. Così tanti altri participii neutri, massime
          spagnuoli, che per questa qualità di significazione presente o indicante abitudine ec.
          meritano di esser considerati, giacchè i participii passivi di verbi neutri in
          significazione passata, come <emph>caduto, morto</emph> ec. sono regolari e ordinarissimi
          e infiniti sì nello spagnuolo che nell’italiano e francese ec. (26. Gen. 1824.), come dico
          altrove.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic">excito</foreign>,
          <emph>suscito</emph> ec. in più luoghi, aggiungi nel Forc. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Procitant</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Procitare</foreign>. (26. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sopraddiminut. franc. <foreign lang="fre" rend="italic">Feuilleton</foreign>
          (fogliettino). (27. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi frequentativi o diminutivi o frequentativi-diminutivi o diminutivi positivati,
          italiani. <emph>Rinfocolare, rinfocolamento</emph>, da <emph>rinfocare</emph> ec. (27.
          Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4023"/> Diceva il tale che da giovanetto quando da principio entrò nel
          mondo aveva proposto di non mai adulare, ma che presto se n’era rimosso, perchè essendo
          stato più tempo senza lodar mai nessuna persona e nessuna cosa, e vedendo che non
          troverebbe nulla a lodare se voleva durare nel suo proposito, temette disimparare per
          difetto d’esercizio quella parte della rettorica che tratta dell’encomiastica, la qual
          cosa, come fresco ch’egli era allora di studi, gli era a cuore che non succedesse,
          premendogli di conservarsi coll’esercizio le cose che aveva recentemente imparate. (27.
          Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla osservazione del Mai sopra il modo in cui ne’ codici è scritto il <emph>gn</emph>
          indicante esser più vera la pronunzia spagnuola, tedesca ec. cioè <emph>g-n</emph>, che
          l’italiana, osservisi, oltre il detto altrove, che molte voci latine o dal latino venute
          che hanno in latino il <emph>gn</emph>, in ispagnuolo si scrivono <emph>ñ</emph>, cioè
          pronunziansi <emph>gn</emph> all’italiana, come parmi aver detto altrove coll’esempio di
            <foreign lang="spa" rend="italic">cuñado</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic"
            >cognatus</foreign>), a cui si può aggiungere <foreign lang="spa" rend="italic"
          >leña</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">ligna</foreign>) femin. eccetto se tali
          voci non son prese in ispagnuolo dall’italiano o dal francese piuttosto che dal latino a
          dirittura da cui hanno la prima origine. Infatti p. e. noi appunto diciamo
          <emph>legna</emph> femmin. nel senso spagnuolo, ed è voce propria nostra (<foreign
            lang="lat" rend="italic">lignum</foreign> si dice in ispagnuolo altrimenti, cioè
            <foreign lang="spa" rend="italic">madera</foreign> ec. come in francese <foreign
            lang="fre" rend="italic">bois</foreign> ec.) e <foreign lang="spa" rend="italic"
          >cuñado</foreign> sta nel senso italiano per fratello o sorella della moglie o del marito
          ec. Ed è a notare che la maggior parte forse delle voci spagnuole derivanti dal latino e
          che in latino hanno il <emph>gn</emph>, si scrivono in ispagn. <emph>gn</emph>,
          pronunziando <emph>g-n</emph>, come <emph>digno, ignorante, magnifico</emph> (però
            <foreign lang="spa" rend="italic">tamaño</foreign> e <foreign lang="spa" rend="italic"
            >quamaño</foreign> ec.) ec. ovvero <emph>n</emph> semplice per ellissi della
          <emph>n</emph>, che indica l’antica pronunzia spagnuola in quelle voci essere stata
            <emph>g-n</emph> e non all’italiana. <pb ed="aut" n="4024"/> (28. Gen. 1824.). <foreign
            lang="spa" rend="italic">Señal</foreign> co’ derivati ec. è dal latino o dall’italiano?</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Frequentativo o diminut. positivato ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Modulor</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">modus</foreign>, se già questo e
          gli altri simili, come <foreign lang="lat" rend="italic">nidulor</foreign> di cui altrove,
          non sono di formazione in <emph>ul</emph> non diminutiva, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">iaculus, speculum</foreign> ec. da cui <foreign lang="lat" rend="italic"
            >iaculor, speculor</foreign> ec. ma <foreign lang="lat" rend="italic">modulor</foreign>
          sarebbe a dirittura da <foreign lang="lat" rend="italic">modus</foreign>, del che non so
          altro esempio, se <foreign lang="lat" rend="italic">modulor</foreign> è non diminutivo, e
          così <foreign lang="lat" rend="italic">nidulor</foreign> ec., e se sono da un <foreign
            lang="lat" rend="italic">modulus, nidulus</foreign> ec. (v. Forcell.) in tal caso sono
          diminutivi positivati, o frequentativi piuttosto. (29. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>I nostri viaggiatori hanno raccolto un dizionario delle loro parole</emph>
          </quote> (degli esquimesi popolo verso la Groenlandia, <quote>
            <emph>il meno stupido di tutti i selvaggi del Nord</emph>
          </quote>), <quote>
            <emph>che son più di 500. Quanto ai numeri le loro cognizioni sono molto limitate</emph>
          </quote>. Notizia del secondo viaggio (1821-3.) e ritorno del Cap. Parry, estratta dalla
          gazzetta letteraria di Londra del 25. Ott. e dell’1. Nov. 1824. nell’Antologia di Firenze.
          num. 36. p. 120. (29. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Dice</emph> per <emph>dicono</emph>, ovvero per <emph>un dice</emph> (<foreign
            lang="fre" rend="italic">on</foreign> cioè <foreign lang="fre" rend="italic">un
          dit</foreign>), <emph>l’uom dice, alcun dice</emph> (come hanno buoni autori nello stesso
          senso), <emph>altri dice, la persona dice</emph> (Passavanti usa <emph>la persona</emph>
          in questo senso), <emph>la gente dice</emph> (buoni autori) <emph>si dice</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 4026. capoverso 5.</p>
          </note>; nel qual caso ella sarebbe un’ellissi, come anche in greco <foreign lang="grc"
            >φησὶ</foreign> ec. per <foreign lang="grc">φασὶ</foreign>, sarebbe ellissi di <foreign
            lang="grc">φησὶ τὶς</foreign> ec. del che altrove. Cervantes nel <bibl>
            <title>D. Quijote</title> par. 1. cap. 50. ed. d’Amberes o Anversa 1697. p. 584. tom.1.
            lin. 4. avanti il fine</bibl>, dove si legge <foreign lang="spa" rend="italic"
          >dizen</foreign>, la mia edizione di Madrid ha <foreign lang="spa" rend="italic"
          >dice</foreign>. (30. Gen. 1824.). V. p. 4026.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="spa" rend="italic">despertar</foreign> aggiungi che
          gli spagnuoli hanno anche l’agg. <foreign lang="spa" rend="italic">despierto</foreign>
          cioè <foreign lang="spa" rend="italic">experrectus</foreign>. (31. Gen. 1824.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli uomini di natura, costume, o circostanza ed occasione, allegri, sono generalmente
          disposti a far servigio o beneficio, e compatire, <pb ed="aut" n="4025"/> e i malinconici
          in contrario, o certo meno. Di ciò equivalentemente ho detto altrove molto a lungo. (31.
          Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Qual cosa più snaturata che il non allattare le madri i propri figliuoli? Ma egli è certo
          per mille esperienze che le donne civilmente nutrite di radissimo possono sostenere senza
          gran detrimento della salute loro, e pericolo eziandio della vita, il travaglio
          dell’allattare. Il che è lo stesso quanto a loro che se fossero impotenti a generare. E
          questo costume è antichissimo (a quel che credo), sin da quando incominciarono le donne
          nobili o benestanti a far vita sedentaria e non faticata. Raccolgasene se lo stato civile
          convenga all’uomo. (1. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Abbraciare, bragia, brage, brace</emph> ec. co’ derivati (e v. i franc. spagn. Forc.
          Gloss.) aggiungansi al detto altrove in proposito delle lettere <emph>br</emph> usitate
          nelle nostre lingue nelle voci significanti arsione ec. (2. Feb. Festa della Purificazione
          di Maria SS. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4017. V. pure il Guicc. l. 3. p. 271. sopra Massimiliano Imp. in cui quel voler
          fare l’impresa degl’Infedeli pare fosse un semplice pretesto, e mostra che questo pretesto
          o discorso qualunque era allora e in simili tempi uno degli spedienti della politica, o
          diplomatica, un luogo comune, usitato e valevole con tutte le corti o potentati cristiani
          e con tutti i popoli cristiani. (2. Feb. Festa della Purificazione di Maria SS. 1824.). V.
          p. 4044.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>niuno</emph> ec. come altrove. Guicc. 1. 274. ed. di Friburgo
          lib.3. <emph>senza cercare altra risposta</emph> per <emph>senza più cercare la
          risposta</emph>. (2. Feb. Festa della Purificazione di Maria SS. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Divisato</emph> per <foreign lang="fre" rend="italic">déguisé</foreign>, del che
          altrove. V. la Crusca in <emph>dissimigliato</emph>, esempio primo. (2. Feb. Festa della
          Purificazione di Maria Santissima. 1824.). <foreign lang="spa" rend="italic"
          >Divisar</foreign> per <emph>vedere, discernere, scorgere cogli occhi</emph>. D. Quij.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4026"/> Alla p. 4024. Del resto anche <foreign lang="grc">φασὶ</foreign>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">aiunt</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic"
            >dicen</foreign>, <emph>dicono, narrano, vogliono, credono</emph> ec. ec. è un’assoluta
          ellissi degli stessi nomi o pronomi sopraddetti, o d’altri simili, o diversi, fatti
          plurali. (3. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign> in modo simile allo spagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">luego</foreign>, del che altrove. V. Plat. in Phaedro, opp. ed. Astii t.
          1. p. 144. E. (4. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Gergo</emph>-<foreign lang="spa" rend="italic"
          >jargon</foreign>. V. gli spagn. ec. (7. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Nascere</emph> per <foreign lang="grc">γενέσθαι</foreign>, di che altrove. <bibl>V.
              <author>Guicciardini</author>, ed. Friburgo t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 339. lin.5. a
            fine</bibl>. (7. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>niuno</emph>, del che altrove. V. il med. ib. p. 340. lin.13.
          (7. Feb. 1824.). E notisi il nostro uso del pronome <emph>altri</emph> sing. nel
          significato di cui v. la pag. 4024. capoverso 3., significato che spetta a questo
          proposito, e talora è anche de’ francesi, i quali dicono per es. (credo in linguaggio
          familiare o burlesco) <foreign lang="fre" rend="italic">comme dit l’autre</foreign>,
          parlando, v. g., d’un proverbio ec., cioè <foreign lang="fre" rend="italic">comme on
          dit</foreign>. V. i Diz. franc. e spagn. (9. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La eccessiva potenza di attenzione è al tempo stesso e per se medesima, potenza di
          distrazione, perchè ogni oggetto vi rapisce facilmente e potentemente la attenzione
          distogliendola dagli altri, e l’attenzione si divide; sicchè è anche, per se medesima,
          impotenza o difficoltà di attenzione, e facilità di attenzione, cose contrarie
          dirittamente a lei, onde sembra impossibile ch’ella sia insieme l’uno e l’altro, ma il
          troppo è sempre padre del nulla o volge al suo contrario, come altrove. Quindi
          principalmente nasce la incapacità di attenzione ne’ fanciulli ec. ec. (9. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>P. 2827.</p>
          </note> che la mutata pronunzia della lingua greca, dovette di necessità ne’ secoli
          inferiori, alterandone l’armonia, alterarne la costruzione l’ordine e l’indole ec. perchè
          da un medesimo periodo o costrutto diversamente <pb ed="aut" n="4027"/> pronunziato, non
          risultava più o niuna, o certo non la stessa armonia di prima. Aggiungi che anche
          indipendentemente da questo, gli scrittori, ed anche i poeti greci de’ secoli inferiori
          (come pure i latini, gl’italiani, e tutti gli altri ne’ tempi di corrotto gusto e
          letteratura) amavano e volevano un’armonia diversa per se ed assolutamente e in quanto
          armonia da quella degli antichi, cioè sonante, alta, sfacciata, uniforme, cadenziosa ec.
          Questa dagli esperti si ravvisa a prima vista in tutti o quasi tutti i prosatori e poeti
          greci di detti secoli, anche de’ migliori, ed anch’essi atticisti, formati sugli antichi,
          imitatori, ec. Tanto che questo numero, diverso dall’antico e della qualità predetta, che
          quasi in tutti, più o meno, e più o men frequente, vi si ravvisa, è un certo e de’
          principali e più appariscenti segni, almeno a un vero intendente, per discernere
          gl’imitatori e più recenti, che spesso sono del resto curiosissimamente conformi agli
          antichi, da’ classici originali e de’ buoni tempi della greca letteratura. Ora il diverso
          gusto nell’armonia e numero di prosa e verso (nel quale aggiungi i nuovi metri,
          occasionati da tal gusto e dalla mutata pronunzia della lingua) contribuì non poco ad
          alterare, anche negli scrittori diligenti ed archeomani i costrutti e l’ordine della
          lingua, come era necessario, e come si vede, guardandovi sottilmente, per es. in Longino,
          perchè vi trovi non di rado in parole antiche un costrutto non antico, e si conosce ch’è
          fatto per il numero che ne risulta, e altrimenti non sarebbe risultato, e il quale altresì
          non è antico. (Così dicasi dell’alterazione cagionata ne’ costrutti ec. dalla mutata
          pronunzia). Questa causa di corruzione è da porsi fra quelle che produssero e producono
          universalmente l’alterazione e corruttela di tutte le lingue, nelle quali tutte (o quasi
          tutte) i secoli di gusto falso e declinato pigliarono un numero conforme al descritto di
          sopra e diverso da quello de’ loro antichi. Si <pb ed="aut" n="4028"/> conosce a prima
          vista, e indubbiamente, (almen da un intendente ed esercitato) per la differenza e per la
          detta qualità del numero, un secentista da un cinquecentista, ancorchè quello sia de’
          migliori, ed anche conforme in tutto il resto agli antichi. Il Pallavicini, ottimo per se
          in quasi tutto il restante, pecca moltissimo nella sfacciataggine e uniformità (vera o
          apparente, come dico altrove) del numero, alla quale subito si riconosce il suo stile,
          diverso principalmente per questo (quanto all’estrinseco, cioè astraendo dalle antitesi e
          concettuzzi che spettano piuttosto alle sentenze e ai concetti, come appunto si chiamano)
          da’ nostri antichi, da lui tanto studiati, e tanto e così bene espressi e seguiti. Che
          dirò del numero di Apuleio, Petronio ec. rispetto a quello di Cicerone e di Livio? non che
          di Cesare, e de’ più antichi e semplici, che Cicerone nell’Oratore dice mancar tutti del
          numero, s’intende del colto, perchè senza un numero non possono essere. V. p. seg. Che
          dirò di Lucano, dell’autore del <title lang="lat">Moretum</title>, Stazio ec. rispetto a
          Virgilio? Marziale a Catullo ec.? Or questa mutazione e depravazione del numero dovette
          necessariamente essere una delle maggiori cagioni dell’alterazione della lingua sì greca,
          sì latina e italiana, sì ec., massime quanto ai costrutti e l’ordine, e quindi alla frase
          e frasi, e quindi all’indole, insomma al principale. Anche si dovettero depravar le
          semplici parole per servire al numero, e grattar l’orecchio avido di nuovi e spiccati
          suoni, o sformando le vecchie, o inducendone delle nuove e strane, o componendone, come in
          greco, o troncandole come tra noi (l’uso de’ troncamenti è singolarmente proprio del
          Pallavicini, e de’ secentisti e de’ più moderni da loro in poi), avendo riguardo sì al
          suono della parola in se, sì al suo effetto nella composizione e nel periodo. (9. Feb.
          1824.). Veggasi il detto altrove su d’alcuni sforzati costrutti d’Isocrate per evitare il
          concorso (conflitto) delle vocali ec. ec. (9. Feb. 1824.). (Riferiscasi ancora a questo
          proposito per quanto gli può toccare, il detto altrove sul vario gusto de’ greci, lat. e
          ital. in diversi tempi, circa il concorso, l’abbondanza ec. delle vocali). Ora se questo
          accadeva a Isocrate ottimo giudice, ed esposto <add resp="ed">a</add>
          <pb ed="aut" n="4029"/> migliaia d’altri tali, e scrivente per piacere a essi, nel centro
          della lingua pel tempo e pel luogo, fiorente la lingua e la letteratura, nel suo gran
          colmo ec. ec. che cosa doveva accadere ne’ secoli bassi ne’ quali ec. fra gl’imitatori ec.
          la più parte, com’era allora non greci di patria, ma dell’Asia, e questa anche alta, non
          la minore ec. ec. molti ancora non greci neppur di genitori, come Gioseffo, Porfirio e
          tanti altri ec. ec.? (10. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. preced. marg. In verità ed essi, e i greci ripresi da Cicerone ibid. di mancar di
          numero, che sono molti e classici, e i nostri trecentisti, e i cinquecentisti, (la più
          parte non numerosi, e tutti, [salvo lo Speroni, in ciò affettato e falso, ma diversamente
          da’ posteri,] poco solleciti del numero) hanno pure un numero benchè incolto più o meno, e
          casuale, pur proprio e certo e riconoscibile, o loro, o della lingua ec. e da questo è
          diverso quello degl’inferiori corrotti ec. ec. (10. Feb. 1824.). V. p. 4034.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grecismo. <emph>Colla</emph> — <foreign lang="grc">κόλλα</foreign> e <foreign lang="grc"
            >κόλλη</foreign> coi derivati e composti della voce ital. e della greca. E vedi Forc.
          Gloss. i franc. gli spagn. Potrebbe però essere stata tolta questa voce a dirittura dal
          greco, anche ne’ bassi tempi, se si considera come assolutamente tecnica, ma ella è in
          verità, almeno oggi, di volgarissimo uso, come ciò che ella significa. (11. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Plurali in <emph>a</emph>. <emph>Mantella</emph> plur. di <emph>mantello</emph>. (11.
          Feb. 1824.). <emph>Peccata</emph>. <emph>Uscia</emph>. (Machiavelli par. 5. p. 151.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sbarbare-sbarbicare, abbarbicare</emph> o <emph>abbarbicarsi</emph>. Al detto
          altrove sopra i nostri verbi in icare, fatti da verbi originali usati o no, o pur da nomi
          ec. (11. Feb. 1824.). <emph>Barbare-barbicare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. Vedi <foreign lang="grc">σωμάτιον</foreign> per <foreign
            lang="grc">σῶμα</foreign> senza niuna causa di diminuzione, in Apollon. Dysc. Mirabil.
          c. 3. ed appresso altri, e v. lo Scapula. (11. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4030"/>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Claquer-claqueter</foreign> che l’Alberti chiama
          frequentativo di quello. <foreign lang="fre" rend="italic">Crier-criailler</foreign>,
          della qual sorta di verbi dico altrove. (12. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Clientolo</emph>. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Maillet-mail</foreign>, <emph>maglio</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >malleus</foreign>. Che la <foreign lang="fre" rend="italic">et</foreign> in francese ne’
          verbi e ne’ nomi sia per se diminutivo o frequentativo ec. come la <emph>ett</emph> in
          italiano vedesi per lo pensiero precedente e per mille altri esempi ec. (13. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Nascere</emph> per <emph>accadere</emph>. ec. <quote>
            <emph>Se altro di meglio non nasce</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Machiav.</author>
            <title>Clitia At.</title> 5. sc. 2. fine</bibl>. (13. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>nulla</emph> o <emph>alcuna cosa</emph> ec. V. il pens.
          preced. e le molte nostre frasi simili. (13. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Faventia</foreign>-<emph>Faenza</emph>. (14. Feb.
          1824.). <emph>Faentini</emph> (<bibl>
            <author>Guicc.</author> 1. 418. 419. ec.</bibl>
          <quote>
            <emph>Faventini</emph>
          </quote>, come in lat.). <foreign lang="fre" rend="italic">Fayence</foreign> per
            <emph>Faenza</emph> e per una città di Francia, lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Faventia</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Immutatus, immixtus</foreign> affermativi e negativi. Al
          detto altrove in proposito d’<foreign lang="lat" rend="italic">intentatus</foreign>. (14.
          Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Raddoppiamenti greci, del che altrove. <foreign lang="grc">ἐληλαμένος, ἐληλεγμένος,
            ὀρωρυγμένος, ἀληλειμμένος, ἀλήλειμμαι</foreign> ec. <foreign lang="grc">ἄραρε</foreign>
          ec. (14. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Cangiamento del <emph>cul</emph> lat. in <emph>chi</emph> ital. <emph>Bernoccolo</emph>
          (voce affatto italiana, v. però il Gloss. e i vari dizionari) co’ suoi derivati
            <emph>bernocchio</emph> che vale lo stesso. (15. Feb. Domenica di Settuagesima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">Συγγραμμάτιον</foreign>. V. Luciano in
          principio dell’Erodoto, dove pare che sia positivato, e lo Scapula ec. se v’ha nulla a
          proposito. (15. Feb. Domenica di Settuagesima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Neanche ad Erodoto par che fosse nativo il dialetto ionico (a proposito del detto
          altrove), a quanto osservo nella nota del Palmerio al principio dell’<title lang="lat"
            >Herodotus sive Aetion</title> di Luciano. (15. Febbraio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4031"/> Certo le condizioni sociali e i governi e ogni sorta di
          circostanze della vita influiscono sommamente e modificano il carattere e i costumi delle
          varie nazioni, anche contro quello che porterebbe il rispettivo loro clima e l’altre
          circostanze naturali, ma in tal caso quello stato o non è durevole, o debole, o cattivo, o
          poco contrario al clima, o poco esteso nella nazione, o ec. ec. E generalmente si vede che
          i principali caratteri o costumi nazionali, anche quando paiono non aver niente a fare col
          clima, o ne derivano, o quando anche non ne derivino, e vengano da cagioni affatto
          diverse, pur corrispondono mirabilmente alla qualità d’esso clima o dell’altre condizioni
          naturali d’essa nazione o popolo o cittadinanza ec. Per es. io non dirò che il modo della
          vita sociale rispetto alla conversazione e all’altre infinite cose che da questa dipendono
          o sono influite, proceda assolutamente e sia determinato nelle varie nazioni d’Europa dal
          loro clima, ma certo ne’ vari modi tenuti da ciascuna, e propri di ciascuna quasi fin da
          quando furono ridotte a precisa civiltà e distinta forma nazionale, ovvero da più o men
          tempo, si scopre una curiosissima conformità generale col rispettivo clima in generale
          considerato. Il clima d’Italia e di Spagna è clima da passeggiate e massime nelle lor
          parti più meridionali. Ora queste nazioni non hanno conversazione affatto, nè se ne
          dilettano: e quel poco che ve n’è in Italia, è nella sua parte più settentrionale, in
          Lombardia, dove certo si conversa assai più che in Toscana, a Napoli, nel Marchegiano, in
          Romagna, dove si villeggia <pb ed="aut" n="4032"/> e si fanno tuttodì partite di piacere,
          ma non di conversazione, e si chiacchiera assai, e si donneggia assaissimo, ma non si
          conversa; in Roma ec. Il clima d’Inghilterra e di Germania chiude gli uomini in casa
          propria, quindi è loro nazionale e caratteristica la vita domestica, con tutte l’altre
          infinite qualità di carattere e di costume e di opinione, che nascono o sono modificate da
          tale abitudine. Pur vi si conversa più assai che in Italia e Spagna (che son l’eccesso
          contrario alla conversazione) perchè il clima è per tale sua natura meno nemico alla
          conversazione, poichè obbligandoli a vivere il più del tempo sotto tetto e privandoli de’
          piaceri della natura, ispira loro il desiderio di stare insieme, per supplire a quelli, e
          riparare al vôto del tempo ec. Il clima della Francia ch’è il centro della conversazione,
          e la cui vita e carattere e costumi e opinioni è tutto conversazione, tiene appunto il
          mezzo tra quelli d’Italia e Spagna, Inghilterra e Germania, non vietando il sortire, e il
          trasferirsi da luogo a luogo, e rendendo aggradevole il soggiornare al coperto: siccome la
          vita d’Inghilterra e Germania tiene appunto il mezzo, massime in quest’ultimi tempi, per
          rispetto alla conversazione, tra la vita d’Italia e Spagna e quella di Francia, e così il
          carattere ec. che ne dipende. E già in mille altre cose la Francia, siccome il suo clima,
          tiene il mezzo fra’ meridionali e settentrionali, del che altrove in più luoghi. Non parlo
          delle meno estrinseche e più spirituali influenze del clima sulla complessione e abitudine
          del corpo e dello spirito, anche fin dalla nascita, che pur grandissimamente <pb ed="aut"
            n="4033"/> contribuiscono a cagionare e determinare la varietà che si vede nella vita
          delle nazioni, popolazioni, individui tutti partecipi (come son oggi) di una stessa sorta
          di civiltà, circa il genio e l’uso della conversazione. (15. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Οὐδὲν ξένον εἰ πάνυ ἐσπουδακὼς ἐπὶ τοῖς ἀρίστοις ὑπὸ σοῦ
              γνωρίζεσθαι, ἐκ τῆς ἄγαν ἐπιθυμίας εἰς τοὐναντίον, διαταραχθείς, ἐνέπεσον</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author>
            <foreign lang="lat" rend="italic">pro lapsu inter salutandum</foreign>. opp. t. 1. 502.
            Amstel. 1687</bibl>. (16. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Appartiene al detto altrove sopra lo spagn. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >luego</foreign> ec. la frase <foreign lang="grc">εὐθὺς ἀρχόμενος</foreign>, e la
          corrispondente lat. <foreign lang="lat" rend="italic">statim ab initio</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">a principio</foreign> ec. e quella di Luciano, loc.
          sup. cit. p. 498. <quote>
            <foreign lang="grc">εὐθὺς ἐν τῇ ἀρχῇ</foreign> e <foreign lang="grc">πρῶτον
            εὐθὺς</foreign>
          </quote>, e simili che puoi cercare nel Forcell. Scap. ec. (16. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fiorito</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">fleuri</foreign> ec. per
            <emph>fiorente</emph>, come <emph>età fiorita</emph> cioè che <emph>fiorisce</emph>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">floret</foreign>. (16. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Giuntare</emph> per <emph>truffare</emph> ec. viene da <foreign lang="lat"
            rend="italic">iungo iunctum</foreign> come <foreign lang="spa" rend="italic"
          >juntar</foreign> spagn. in altro senso, poichè anche <emph>giungere</emph> si usa per
            <emph>giuntare</emph> che in questo senso, tutto italiano, n’è un continuativo. Pur da
            <foreign lang="lat" rend="italic">iungere</foreign> viene <emph>aggiuntare</emph> per
            <emph>giuntare</emph> (<bibl>
            <author>Machiav.</author>
            <title>Mandrag.</title> at. 3. sc. 9.</bibl> la Crus. ha il verbale
          <emph>aggiuntatore</emph>), come il nostro volgare <emph>aggiuntare</emph> e lo spagn.
            <foreign lang="spa" rend="italic">ayuntar</foreign> ec. in altro senso. E v. il Gloss.
          Giunto per <emph>giunteria</emph>. Crus. (17. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4034"/>
          <emph>Imprenta, imprentare</emph> ec. <emph>impronta, improntare</emph> ec. quasi
            <emph>imprimita, imprimitare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >imprimitum</foreign>, supino regolare inusitato, per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >impressum</foreign>. (17. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐθέλω</foreign> per <foreign lang="grc">δύναμαι</foreign> o piuttosto
          per <foreign lang="grc">μέλλω</foreign>, del che altrove. <bibl>V. <author>Plat.</author>
            <title>de Rep.</title> 4. opp. ed. Ast. t. 4. p. 200. B.</bibl> (18. Febbraio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Compagnon</foreign>. (20. Feb.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Bequeter</foreign> (beccare) frequentativo o diminutivo.
          Gresset Ver-vert, <foreign lang="fre">Chant premier</foreign>. (20. Feb. 1824.). <foreign
            lang="fre" rend="italic">Feuilleter</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Avorton, menton
          mentonnière</foreign> ec. (20. Feb. 1824.). <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Flacon</foreign>-<emph>fiasco</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ ὅλως ἁπάντων ὁ πολυψηφότατος ἐν παιδείᾳ σύ γε, καὶ μάλιστα ὅσῳ
              τὴν λευκὴν ἀεὶ καὶ σώζουσαν φέρεις</foreign>
          </quote> (Lucian. in Harmonide ad. fin.) <emph>E massime in quanto, o in quanto
          che</emph>. Grecismo dell’italiano in questa e molte simili nostre frasi. (21. Feb.
          1824.). V. franc. e spagn. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4029. Il numero o suono del periodo de’ trecentisti è un tale proprio loro, e ben
          diverso generalmente da quello de’ Cinquecentisti; e così non solo tutte le lingue, ma
          ciascun secolo di esse, anche quelli in cui non si coltiva il numero, hanno un periodo
          loro proprio quanto al suono, e diverso da quello degli altri secoli, anzi tanto più
          proprio loro e più diverso dagli altri, quanto il numero v’è meno studiato, perchè l’arte,
          sempre la stessa, induce conformità, onde due secoli studiosi del numero, ancorchè
          distanti, possono facilmente rassomigliarsi insieme, più che gli altri: quando infatti
          veggiamo anche tra diverse lingue tal somiglianza, come tra greco e latino e tra latino e
          italiano negli scrittori che sono studiosi <pb ed="aut" n="4035"/> del numero. (21. Feb.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Vallon, coteau</foreign>,
            <emph>costola</emph> ec. (21. Feb. 1824.). <foreign lang="fre" rend="italic">Rayon,
            pavot</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Genitivo plurale in vece dell’accusativo col pronome <emph>alcuni</emph> o
          <emph>alcuno</emph> del che altrove. <bibl>
            <author>Luciano</author> in <title>Scytha</title>, opp. 1687. t. I. p. 598. init.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">δεῖξαι τῶν λόγων ὑμῖν</foreign>
          </quote> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">ex meis orationibus</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">doctrinis</foreign>, il qual luogo è bene interpretato dal
          Grevio nella fine del tomo, il quale è da vedere. (22. Feb. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grecismo dell’italiano. <emph>Se non quanto</emph> o <emph>in quanto</emph> o quanto che,
          o <emph>in quanto che</emph>- <foreign lang="grc">παρ' ὅσον</foreign>. V. Luciano loc.
          cit. qui sopra, ad fin. p. 599. e lo Scapula ec. e i franc. e spagn. ec. (22. Feb. 1824.
          Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Σίλλος, σίλλοι</foreign> o <foreign lang="grc">σιλλοὶ</foreign> si fa
          derivare da <foreign lang="grc">ἴλλος</foreign>
          <emph>occhio</emph>
          <foreign lang="grc">παρὰ τὸ διασείειν τοὺς ἴλλους</foreign>. <bibl>V.
            <author>Scap.</author>
          </bibl> e <bibl>
            <author>Menag. ad Laert.</author> in <title>Timon.</title> IX. III</bibl>. Consento che
          venga da <foreign lang="grc">ἴλλος</foreign>, ma non che ci abbia a fare il <foreign
            lang="grc">σείειν</foreign>, formazione d’altronde molto inverisimile. Io credo che
            <foreign lang="grc">σίλλος</foreign> sia lo stesso affatto che <foreign lang="grc"
          >ἴλλος</foreign> in origine, aggiuntoci il sigma in luogo dello spirito, benchè lene,
          all’uso latino circa lo spirito denso e al modo che gli Eoli usavano il digamma, ossia il
          v latino (e quindi i latini il v) in vece anche dello spirito lene, nel principio delle
          parole. Veggasi il detto altrove di <foreign lang="grc">σῦκον</foreign> ch’io credo essere
          venuto da un <foreign lang="grc">ὗκον</foreign> o <foreign lang="grc">ὖκον</foreign>. Da
            <foreign lang="grc">σίλλος</foreign> occhio la metafora trasportò il significato a
            <emph>derisione</emph> ec. quasi dicesse, come diciamo noi, occhiolino ec. onde <foreign
            lang="grc">σιλλαίνειν</foreign> sarebbe quasi <emph>far l’occhiolino</emph>, in senso
          però di deridere ec. La metafora è naturale, perchè il riso generalmente, ma in ispezieltà
          la derisione risiede e si esprime cogli occhi principalmente e molte volte con essi
          unicamente. (22. Febbraio 1824. Domenica di Sessagesima.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἔξω τῶν ὤτων</foreign>
          </quote>
          <emph>fuorchè l’orecchie</emph>. Luciano opp. 1687. p. 580. ad fin. t. 1. Di quest’uso del
          greco <foreign lang="grc">ἔξω</foreign> conforme all’italiano <emph>fuori, fuorchè,
            infuori</emph> ec. e al francese <foreign lang="fre" rend="italic">hors,
          hormis</foreign> ec. e allo spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">fuera, fuera de
          que</foreign> (oltre di che) ec. (anche in greco s’usa, mi pare, <foreign lang="grc"
          >ἔξω</foreign> o simil voce per oltre. V. lo Scap. e il Forcell. ec.) dico altrove, se ben
          mi ricordo. (22. Feb. Domenica di Sessagesima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4036"/>
          <emph>Accortare, scortare</emph>. Al detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >curto as</foreign>. (23. Feb. 1824.). <emph>Accorciare, scorciare</emph> ec. co’
          derivati ec. non sono che corruzioni, e vengono pur da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >curtare</foreign>. (23. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Capter, Cattare</foreign> ec. Al detto altrove di
            <foreign lang="lat" rend="italic">captare</foreign>. (25. Feb. 1824.).
          <emph>Riscattare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">rescatar</foreign> ec. <foreign
            lang="spa" rend="italic">catar</foreign>, di cui altrove, è forse da <foreign lang="lat"
            rend="italic">captare</foreign>?</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Faventini</emph>, del che altrove. <bibl>
            <author>Guicc.</author> t. 2. p. 34-36</bibl>. (25. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Rilevato</emph> per <emph>che rileva</emph>, cioè <emph>pesa</emph>, cioè
            <emph>importa</emph>. Nardi spesso nella Vita del Giacomini. (25. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <emph>suppeditare</emph> aggiungi che nel <bibl>
            <title>D. Quij.</title> par. 2. cap. 18. fine</bibl>, io trovo <foreign lang="spa"
            rend="italic">supeditar</foreign> per <emph>calpestare</emph>. (28. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uso della sinizesi da me altrove in moltissimi luoghi distesamente notato ne’ latini e
          dimostrata volgare fra loro e familiare ec. osservisi essere un’altra delle conformità del
          volgar latino colle nostre lingue, in cui essa sinizesi non è pur volgare, ma regolare ec.
          ec. (28. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Struzzo-struzzolo</emph>. (28. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi frequentativi o diminutivi ital. <emph>Balzare balzellare</emph>. (28. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Pelle</emph> per <emph>donna</emph> ec. nostro modo osceno. V. il Forc. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Scortum</foreign> e in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Pellex</foreign> ec. e la Crus. se ha nulla. (28. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἄλλο</foreign> per <foreign lang="grc">οὐδὲν</foreign> ridondante come
          in italiano, del qual modo italiano corrispondente anche ad un altro analogo modo greco,
          ho detto altrove in più luoghi. Luciano nel fine del libretto <title>
            <foreign lang="grc">περὶ ἀσρτρολογίας</foreign>
          </title> (se però è suo): <quote>
            <foreign lang="grc">Ψπὸ δὲ τῇ δίνῃ τῶν ἀστέρων μηδὲν ἄλλο γίγνεσθαι</foreign>
          </quote>; per <foreign lang="grc">μηδὲν γίγνεσθαι</foreign>; E questo luogo dimostra
          l’origine di questa frase ed uso del pronome <foreign lang="grc">ἄλλος</foreign>
          <emph>altri</emph> o <foreign lang="grc">ἄλλο</foreign>
          <emph>altro</emph>, sì quanto al greco, sì quanto all’italiano. Perocchè viene
          propriamente a dire: <foreign lang="grc">μηδὲν ἄλλο ἢ αὐτὸ τοῦτο τὸ δινέεσθαι</foreign>;
          così <emph>senz’altro</emph> val propriamente <emph>senz’altro fuor della cosa
          medesima</emph> o <emph>delle cose</emph> di cui si parla. Vedi il detto da me lungamente
          circa la frase <quote>
            <foreign lang="grc">οὐδὲν πλέον</foreign>
          </quote> sulla fine del Fedone, nelle mie note sopra Platone. E vedi anche il contesto del
          cit. luogo di Luciano. (28. Feb. 1824.). V. la p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4037"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Εὐθὺς ἐν ἀρχῇ τῶν λόγων</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Luciano</author> opp. 1687. t. 1. p. 861: del che altrove</bibl>. (28. Febbraio.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. preced. Qua spetta quel luogo del <bibl>
            <author>Guicc.</author> lib.6. t. 2. ed. Friburgo p. 74</bibl>. <quote>
            <emph>Ai Veneziani non pareva piccola grazia se non fossero molestati dagli altri</emph>
          </quote>. Cioè semplicemente <emph>non fossero molestati</emph>. Quel <emph>dagli
          altri</emph> ha relazione ai Veneziani medesimi, e vale insomma da nessuno, cioè infine
          ridonda affatto. Questo modo è ordinarissimo massime nel dir familiare<note resp="aut"
            n="a" place="foot">
            <p>Così diciamo l’amicizia altrui, la conoscenza altrui, le offese altrui e simili frasi
              dove l’altrui ha relazione a colui solo di cui si parla, sia persona o cosa, cioè in
              somma ridonda. E così mill’altre frasi.</p>
          </note>. E così credo che sia anche in greco e in latino<note resp="aut" n="b"
            place="foot">
            <p>V. per es. <bibl>
                <author>Lucrez.</author> l. 2. v. 9</bibl>.</p>
          </note> ed altresì in francese e spagnuolo le quali due lingue si osservino ancora circa
          gli altri modi notati di sopra ed altrove a questo proposito ec. (29. Feb. Domenica di
          Quinquagesima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Halo ai avi atum</foreign> — <foreign lang="lat"
            rend="italic">halitans</foreign>, <emph>alitare</emph> (verbo e sostantivo ossia
          infinito sostantivato), <foreign lang="fre" rend="italic">haleter</foreign>. V. gli Spagn.
          e il Gloss. ec. (29. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Lino linis, livi, et lini, et levi, litum</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">linitum</foreign>. Osservisi questo verbo quanto alla
          sua coniugazione che mi par faccia a proposito d’altri miei pensieri. Ed osservisi ancora
          insieme con esso il suo compagno <foreign lang="lat" rend="italic">linio is ivi
          linitum</foreign>, coi composti ec. dell’uno e dell’altro. (29. Feb. 1824.). <foreign
            lang="lat" rend="italic">Alo alis alui alitum altum alere</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Osado</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic"
            >ossado</foreign> per <emph>che osa</emph>, <emph>ardito</emph> per <emph>che
          ardisce</emph> (aggettivati), <foreign lang="fre" rend="italic">hardi</foreign> ec.
            <foreign lang="spa" rend="italic">atrevido</foreign> per <foreign lang="spa"
            rend="italic">quien se atreve</foreign> presente, anch’esso aggettivato: e simili. (29.
          Feb. Domenica di Quinquagesima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Parrebbe che gli uomini sciolti, franchi nel conversare, e massime gli sprezzanti
          avessero più amor proprio degli altri e più stima di se, e i timidi meno. Tutto al
          contrario. I timidi per eccesso di amor proprio e per il troppo conto che fanno di se,
          temendo sempre di sfigurare e perdere la stima altrui o desiderando soverchiamente di
          acquistarla e di figurare, hanno sempre innanzi agli occhi il rischio del proprio onore,
          del proprio concetto, del proprio amore, e occupati e legati da questo pensiero, sono
          senza coraggio, e non si ardiscono mai. I franchi e gli sprezzanti fanno al contrario <pb
            ed="aut" n="4038"/> per la contraria cagione, cioè per aver poca cura e poco concetto di
          se, o desiderio della stima degli altri (che viene a essere il medesimo), sia che essi
          sieno tali per natura, o per abito acquisito. Così che essi offendono spesse volte e
          facilmente, o rischiano di offendere l’amor proprio degli altri, e n’hanno poca cura, per
          poco amor di se stessi. E i timidi lo risparmiano sempre con mille scrupoli e riguardi, e
          non impetrano mai da se stessi non che di lederlo menomamente, ma di porsene a rischio
          benchè leggero e lontano, e ciò per soverchio amor proprio, il quale parrebbe che dovesse
          principalmente offendere e muoverli ad offendere quello degli altri. E così per soverchia
          stima di se stessi, si guardano di mostrar dispregio degli altri, e infatti non gli
          spregiano, anzi gli stimano eccessivamente non per altro che per lo smisurato desiderio e
          conto che fanno della loro stima, anche conoscendoli di niun valore, o almeno per la gran
          tema che hanno di perderla, eziandio vedendo che la sarebbe piccola perdita per rispetto
          al merito di coloro. Tali sono ordinariamente i fanciulli e i giovani ancora inesperti e
          inesercitati nel commercio umano e nelle palestre dell’amor proprio, dov’esso riporta
          tanti colpi, che alla fine incallisce; e tali sono più o manco, per più o men lungo tempo,
          ed alcune per tutta la vita, le persone sensibili e immaginose, le quali restano sovente
          fanciulle anche in età matura, e vecchia, sì quanto a molte altre cose, sì quanto a questa
          della timidità nel consorzio umano, che in esse è sempre difficile a vincere più assai che
          negli altri, e in alcune è assolutamente invincibile, come fu in Rousseau. La cagione si è
          l’eccesso dell’amor proprio, inseparabile dalla soprabbondanza della vita e forza
          dell’animo; ed insieme la vivacità della immaginazione, la quale non mai veramente spenta
          in loro, nè anche quando pare affatto agghiacciata, e quando effettivamente ha cessato
          affatto di partorire alcun piacere all’individuo medesimo, continuamente, <pb ed="aut"
            n="4039"/> secondo la sua natura, va fingendo ad esso amor proprio che è per se
          vivissimo, mille falsi pericoli e difficoltà, o smisuratamente accrescendo e moltiplicando
          i veri. Sì, Rousseau e gli altri tali uomini sensibili e virtuosi e magnanimi, occupati
          sempre e legati da un’invincibile e irrepugnabile timidità, anzi <foreign lang="fre"
            rend="italic">mauvaise honte</foreign> ed erubescenza, non furono e non son tali se non
          per eccesso di amor proprio e d’immaginazione. Altro danno e infelicità somma della
          soprabbondanza della vita interna dell’anima (oltre i tanti da me altrove notati), della
          sensibilità, della squisitezza dell’ingegno, della natura riflessiva, immaginosa ec.
          Poichè in essa l’amor proprio essendo eccessivo e però tanto più bisognoso di successi, e
          desiderando la stima altrui e temendo la disistima molto più che gli altri non fanno, e
          impedito di conseguire e costretto ad incontrare quelli che gli altri con molto minor
          desiderio e bisogno conseguono facilissimamente ogni dì, ed evitano con molto minor tema,
          e che quando nol conseguissero o non lo evitassero, ne sarebbero molto meno afflitti e
          infelicitati, per la minore vivacità e sensibilità dell’amor proprio, ed anche della
          immaginazione, la quale a quegli altri accresce eziandio per se stessa e con mille false
          esagerazioni e finzioni la grandezza delle perdite fatte, di quello che essi desiderano
          naturalmente di conseguire, di quello che non ottengono, dei mali successi incontrati
          nella società, delle <foreign lang="grc">ἀσχημοσύναι</foreign>, che anche bene spesso non
          son vere affatto, ma fabbricate di pianta dall’immaginazione, e non esistono se non
          nell’idea di questi tali, e così anche i buoni successi o gli oggetti che essi si
          propongono di conseguire che spessissimo sono vani e immaginari, e da niuno ottenuti nè
          possibili ad ottenere ec. ec. (1. Marzo. penultimo dì di Carnevale. 1824.) Ciò che ho
          detto dell’immaginazione, dico <pb ed="aut" n="4040"/> dell’amor proprio, il quale in
          questi tali, anche quando sembra rotto e fiaccato dall’uso de’ mali, dispiaceri, punture
          ec. anzi minore assai che non è negli altri, e quasi al tutto agghiacciato, addormentato e
          spento, è sempre in verità vivissimo assai più che negli altri anche giovani e
          principianti, caldissimo, e ancora in istato da esser chiamato tenerezza di se stesso
          (come suol essere nella gioventù) benchè sia in loro più negativo che positivo, più atto a
          impedire che a cagionare, piuttosto causa di passione che d’azione ec. quale egli è
          proporzionatamente anche ne’ primi anni di questi tali. (3. Marzo. Mercoledì delle S.
          Ceneri. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Infundo infusus</foreign>- <foreign lang="fre"
            rend="italic">infuser</foreign>. (3. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Lucerta-lucertola, lucertolone</emph>. (3. Marzo. 1824.).
            <foreign lang="lat" rend="italic">Lacerta</foreign>-<emph>lacertola</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Φάω, φαείνω, φαείνομαι</foreign>. Alterazione di desinenza collo
          stesso significato, del che altrove. (3. Marzo. Mercoledì delle S. Ceneri. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Fou-follet</foreign>. V. i Diz.
          franc. in questa voce, e nóta che questo è un aggettivo. Noi pure <emph>folletto</emph>
          benchè per lo più sostantivato per la soppressione del nome <emph>spirito</emph>. E questa
          nostra voce (come fors’anche <emph>folle</emph>) par che venga dal francese o dal
          provenzale. Del resto v. la Crus. in <emph>folletto</emph> esem.2. e par. 2. e gli
          spagnuoli. (3. Marzo. dì delle S. Ceneri. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Spiare-spieggiare</emph>. (3. Marzo, dì delle S. Ceneri. 1824.). <emph>Scoppiare,
            scoppiata</emph> sustantivo — <emph>scoppiettare, scoppiettata, scoppiettio</emph>. (4.
          Marzo. 1824.). <emph>Incrociare-incrocicchiare, croce-crocicchio</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="grc">ὀλίγου</foreign> o <foreign lang="grc">μικροῦ
            δεῖν</foreign> ec. aggiungi. Si dice anche assolutamente <foreign lang="grc"
          >ὀλίγου</foreign> (fors’anche <foreign lang="grc">μικροῦ</foreign>) sottintendendosi il
            <foreign lang="grc">δεῖν</foreign> o <foreign lang="grc">δέον</foreign>, in senso di
            <foreign lang="grc">σχεδὸν</foreign> ec. come appunto in italiano <emph>per poco</emph>. <bibl>
            <author>Plat.</author> in <title>Phaedro</title>
          </bibl> ec. (4. Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Inadvertido, inavveduto, desconocido</foreign> per
            <emph>sconoscente, malaccorto</emph> e <pb ed="aut" n="4041"/> simili si aggiungano al
          detto altrove circa i participii <emph>avveduto</emph> ec. aggettivati ec. <foreign
            lang="spa" rend="italic">Condolido</foreign> per <emph>condolente</emph>, participio
          vero e non in senso d’aggettivo. <bibl>
            <title>D. Quij.</title> par. 2 cap. 21. avanti il mezzo</bibl>. (4. Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Senz’altro patto</emph>
          </quote> per <emph>senza niun patto</emph>. <bibl>
            <author>Guicc.</author> l. 7. ed. Friburgo t. 2. p. 124. principio.</bibl> ed aggiunge
            <emph>assolutamente</emph> ch’è l’interpretazione espressa dell’anzidette parole. (5.
          Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’<foreign lang="lat" rend="italic">ulus</foreign> de’ lat. si cambia ordinariamente
          dagl’italiani in <emph>io</emph> (così l’<foreign lang="lat" rend="italic">ulum</foreign>,
          e in <emph>ia</emph> l’<foreign lang="lat" rend="italic">ula</foreign>), raddoppiando la
          consonante che lo precede, se ella in latino è pura, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">oculus</foreign>-<emph>occhio</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nebula</foreign>-<emph>nebbia</emph> ec.; se impura non si raddoppia, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">masculus</foreign>-<emph>maschio</emph> ec. (5. Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Vischio, succhio</emph> sost. e molti simili, sembrano esser tutti diminutivi
          positivati, fatti nel modo detto nel pensiero precedente, e però venuti certo dal latino e
          probabilmente stati usati nel volgar latino in luogo de’ loro positivi <foreign lang="lat"
            rend="italic">succus, viscum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >viscus</foreign> ec. ec. (5. Marzo 1824.). Così ho detto altrove de’ nostri verbi in
            <emph>iare</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Tomber</foreign>-<emph>tombolare, tombolata</emph> ec.
          (5. Marzo 1824.). Di tali verbi italiani, oltre diminutivi frequentativi vezzeggiativi ec.
          alcuni, anzi forse, almeno in molti casi, non pochi, sono disprezzativi. (6. Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <emph>apparecchiare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
            >aparejar</foreign> ec. aggiungi <emph>sparecchiare</emph> e simili composti ec. ital.
          spagn. e franc. (6. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">ἴχνος-ἴχνιον</foreign> diminutivo
          assolutamente positivato, e proprio, a quel che sembra, di Omero, (sopra il che altrove)
          benchè si trovi anche in Senof. nel Cineg. dove bisogna però vedere se è veramente
          positivato, o se essendo, non è preso da Omero. (6. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli uomini sarebbono felici se non avessero cercato e non cercassero di esserlo. Così
          molte nazioni o paesi sarebbero ricchi e felici (di felicità nazionale) se il governo,
          anche con ottima e sincera intenzione, non cercasse <pb ed="aut" n="4042"/> di farli tali,
          usando a questo effetto dei mezzi (qualunque) in cose dove l’unico mezzo che convenga si è
          non usarne alcuno, lasciar far la natura, come p. e. nel commercio ch’è più prospero
          quanto è più libero, e men se ne impaccia il governo. Similmente dicasi de’ filosofi ec.
          Del resto la vita umana è come il commercio; tanto più prospera quanto men gli uomini, i
          filosofi ec. se ne impacciano, men proccurano la sua felicità, lasciano più far la natura.
          (7. Marzo. prima Domenica di Quaresima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>nessuno</emph> o ridondante. Guicc. t. 2. ed. Friburgo p.
          144. lin. penult. (7. Marzo. I. Domenica di Quaresima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Εὐθὺς γενόμενος</foreign> ec. Questa forma è propria del greco, ed
          usasi eziandio con molti altri avverbi o significanti il med. che <foreign lang="grc"
            >εὐθὺς</foreign>, o d’altro significato, come <foreign lang="grc">ἅμα, μεταξὺ</foreign>
          (i quali ricevono anche il participio presente, secondo la natura del loro significato, ed
          altri participii, oltre i passati) ec. ed è chiamata, se non erro, propria degli attici
          (benchè si trova anche in autori anteriori, per dir così, all’atticismo, come in Anacr.
          od. 33. <quote>
            <foreign lang="grc">εὐθὺς τραφέντες</foreign>
          </quote> od. 55 <quote>
            <foreign lang="grc">εὐθὺς ἰδών</foreign>
          </quote> ec.) — <emph>subito nato, dopo nato, appena nato</emph> ec. <foreign lang="fre"
            rend="italic">né à peine</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">vix
          natus</foreign>) ec. <foreign lang="spa" rend="italic">despues de nacido</foreign> ec. V.
          i Diz. franc. e spagn. e il Forcell. negli avv. corrispondenti <emph>a subito, dopo</emph>
          ec. <foreign lang="lat" rend="italic">simul</foreign> ec. (8. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Indigesto</emph> per <emph>indigeribile</emph> o <emph>difficile a digerire</emph>.
          — <emph>Indigesto</emph> per <emph>che non ha digerito</emph> o <emph>che non
          digerisce</emph>. (8. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Μινύθω</foreign>-<foreign lang="lat" rend="italic">minuo</foreign>,
          forse l’uno e l’altro da <foreign lang="grc">μινύω</foreign>, alterato nel greco colla
          interposizione del <foreign lang="grc">θ</foreign>, (cosa usata), conservato purissimo in
          latino, eziandio ne’ composti: della qual conservazione dell’antichità appo i latini più
          che appo i greci, dico diffusamente altrove. (8. Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4043"/>
          <foreign lang="grc">Ἀργεῖος</foreign>-<foreign lang="lat" rend="italic"
          >argi-v-us</foreign>. Orazio e Ovidio alla greca comune, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >argeus</foreign>, l’uno in un luogo, e l’altro in un altro. Così da <foreign lang="grc"
            >ἀχαιός</foreign>, oltre <foreign lang="lat" rend="italic">achaeus, achivus</foreign>
          che forse è più proprio latino e più volgare, e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >achaeus</foreign> sarà solamente letterario, come anche <foreign lang="lat" rend="italic"
            >argeus</foreign> senza fallo; e forse altri simili. (8. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nè la occupazione nè il divertimento qualunque, non danno veramente agli uomini piacere
          alcuno. Nondimeno è certo che l’uomo occupato o divertito comunque, è manco infelice del
          disoccupato, e di quello che vive vita uniforme senza distrazione alcuna. Perchè? se nè
          questi nè quelli sono punto superiori gli uni agli altri nel godimento e nel piacere, ch’è
          l’unico bene dell’uomo? Ciò vuol dire che la vita è per se stessa un male. Occupata o
          divertita, ella si sente e si conosce meno, e passa, in apparenza più presto, e perciò
          solo, gli uomini occupati o divertiti, non avendo alcun bene nè piacere più degli altri,
          sono però manco infelici: e gli uomini disoccupati e non divertiti, sono più infelici, non
          perchè abbiano minori beni, ma per maggioranza di male, cioè maggior sentimento,
          conoscimento, e diuturnità (apparente) della vita, benchè questa sia senza alcun altro
          male particolare. Il sentir meno la vita, e l’abbreviarne l’apparenza è il sommo bene, o
          vogliam dire la somma minorazione di male e d’infelicità, che l’uomo possa conseguire. La
          noia è manifestamente un male, e l’annoiarsi una infelicità. Or che cosa è la noia? Niun
          male nè dolore particolare, (anzi l’idea e la natura della noia esclude la presenza di
          qualsivoglia particolar male o dolore), ma la semplice vita pienamente sentita, provata,
          conosciuta, pienamente presente all’individuo, ed occupantelo. Dunque la vita è
          semplicemente un male: e il non vivere, o il viver meno, sì per estensione che per
          intensione è semplicemente un bene, o un minor male, ovvero preferibile per se ed
          assolutamente alla vita ec. (8. Marzo. 1824.). V. p. 4074.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4044"/> Forse diminutivo positivato: <foreign lang="grc"
          >σπήλαιον</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">spelaeum</foreign>). V. i Less. (9.
          Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4025. Vedilo pure tom.2. lib.7. p. 18. l. 8. p. 219. analoghi a’ quali v’ha
          diversi altri luoghi nello stesso autore. (9. Marzo. 1824.). V. qui sotto.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Menare, portare, tirare</emph> ec. <emph>pel naso</emph> — <foreign lang="grc">τῆς
            ῥινὸς ἕλκειν</foreign> nello stesso senso. <bibl>
            <author>Lucian.</author>
            <title>Dial. Deor.</title>, <title>Iov. et Iunon.</title> t. 1. opp. 1687. p.
          196</bibl>. V. i Less. e la Crus. e il Forcell. e i francesi e gli spagnuoli (9. Marzo.
          1824.). Nóta che Luciano lo usa come proverbio o modo di dire vulgato, colla voce <foreign
            lang="grc">φασὶ</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Λαιὸς</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
          >lae-v-us</foreign>. (9. Marzo 1824.). <foreign lang="grc">σκαιός</foreign>— <foreign
            lang="lat" rend="italic">scae-v-us</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove dei verbali in <emph>bilis</emph> in <emph>ilis</emph> ec. ec. si
          aggiungano quelli formati da essi in <emph>ilitas, bilitas</emph>, e altri generi, siano
          del buono o del barbaro latino o delle lingue moderne, sia che i verbali da cui essi sono
          formati sieno individualmente noti o ignoti ec. ec., sia pure che tali nomi sostantivi
          verbali, derivino immediatamente dai verbi, e in tal caso bisogna vedere da che voce dei
          verbi e in che modo, secondo i rispettivi generi d’essi verbali. (10. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al capoverso 2. di questa pagina. Anche nella lega di Cambrai contro i Veneziani fu presa
          per pretesto, o maggior coonestazione, secondo l’uso di quelli e de’ passati tempi, il
          voler far guerra contro i Turchi. <bibl>V. il <author>Guicc.</author> t. 2. p. 180. e
            quivi le note, e p. 186. sulla fine</bibl>. Ed è notabile in questo caso tanto più
          questo pretesto, quanto per distruggere i Veneziani allegavano la necessità di farlo a
          volere opprimere i Turchi, de’ quali i Veneziani erano i maggiori nemici, e quelli che
          avevano avuti seco maggiori guerre (come pur n’ebbero appresso), e fatti loro e
          riportatine maggiori danni. (10. Marzo. 1824.). V. p. 4073.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Non ne fece altro per non ne fece nulla; non se ne fece altro; non se ne farà, se ne
            fa altro</emph>; modi consueti del nostro favellare. <quote>
            <emph>Non volle farne altro</emph>
          </quote> cioè <emph>nulla</emph>: <bibl>nelle note al <author>Guicciard.</author> t. 2. p.
            183. 191. 363</bibl>. (10. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In tutta l’Europa (massime in Italia, dove tutti gli assurdi e gl’inconvenienti sociali
          sono maggiori che altrove) non reca infamia l’essere <pb ed="aut" n="4045"/> o essere
          stato vizioso, nè l’aver commesso delitti (massime trattandosi di alcuni tali vizi e
          delitti, certi dei quali, anche atroci, fanno piuttosto onore, stima, e rispetto, che
          altro); ma bensì l’essere o l’essere stato punito di qualsivoglia vizio o misfatto, anzi
          pure della virtù o di azioni virtuose e degne di lode e di premio<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Certo la puniz. porta seco più infamia che la colpa.</p>
          </note>. Negli Stati Uniti d’America l’opinione pubblica non attacca veruna infamia alla
          punizione, e il colpevole che è stato punito e rientra nella società, v’è tanto più esente
          da obbrobrio che l’impunito che in essa si aggira, quanto che 1. si considera ch’egli ha
          espiato colla pena subita il suo fallo, e riparato e data soddisfazione del torto fatto
          alla società, e pagato il debito contratto seco lei: 2. si giudica, come in fatti
          ordinariamente succede, che la pena, la quale colà si considera e si chiama penitenza (le
          prigioni si chiamano case di penitenza), e le cure che nel tempo di essa espressamente si
          usano per curare con rimedi sì fisici che morali il morale del colpevole, abbiano corretto
          e riformato il suo carattere, i suoi costumi, le sue inclinazioni, i suoi principii, e
          ridottolo alla buona strada, con che e di diritto e di fatto e di opinione egli torna
          intieramente a paro e a livello degli altri cittadini o forestieri. Vedi il racconto sulle
          prigioni di Nuova York nell’Antologia di Firenze num. 37. Gen. 1824. e in particolare la
          pag. 54. (11. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐθέλω ἐγρηγορέω-θέλω γρηγορέω</foreign> possono essere esempi o di
          accrescimenti o di troncamenti fatti da’ greci ai loro temi senz’alterazione di
          significato. Così <foreign lang="grc">λῶ</foreign> p. <foreign lang="grc">ἐθέλω</foreign>,
          o quella sia la radice, o un troncamento, del che altrove. (12. Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4046"/>
          <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Acertado</foreign>
          </quote> per <foreign lang="spa" rend="italic">que acierta</foreign> o <foreign lang="spa"
            rend="italic">que suele acertar</foreign>, tanto di persona, quanto di cosa. <bibl>
            <title>D. Quij.</title> par. 2. cap. 25. verso il fine, cap. 26. un poco sotto il
            principio</bibl>. ec. (12. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐθέλω</foreign> per <foreign lang="grc">δύναμαι</foreign> ec. del che
          altrove. <bibl>V. <author>Luciano</author> opp. 1687. tom. <hi rend="sc">i</hi>. p. 222.
            linea 10.</bibl> in <title lang="lat">Dearum iudicio</title>, e <bibl>
            <author>Plat.</author>
            <title>Phaedon.</title> opp. ed. Astii, t. 1. p. 478. B.</bibl> (12. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il nostro pronome <emph>si</emph>, massime nel dir toscano, spessissimo ridonda per
          grazia e proprietà di lingua e per idiotismo, contro le leggi grammaticali delle favelle.
          Così fra’ latini il pronome <foreign lang="lat" rend="italic">sibi</foreign> (a cui
          risponde il nostro <emph>si</emph>, che ne’ detti casi non so se tutti, è dativo, come in
            <emph>se n’andò</emph> e simili), massime appo gli antichi, e questi, comici, onde
          siffatto uso dovette esser proprio del dir volgare o familiare. V. il Forcell. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Sui</foreign> . (13. Marzo. 1824.). V. qui sotto.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Essere in se</emph> (<foreign lang="fre" rend="italic">être en soi</foreign> ec. V.
          i Diz. franc. e spagn.). <foreign lang="grc">ἐν ἑαυτῷ εἶναι</foreign> — <bibl>V.
              <author>Luciano</author> nel <title>Dial. di Nettuno e Polifemo</title>, opp. 1687. t.
            1. p. 241. fine</bibl>. Così esso ed altri sovente. Il Forcellini non ha nulla in
          proposito, nè in <foreign lang="lat" rend="italic">Sui</foreign> , nè in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Sum</foreign> . (13. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Carra</emph> plur. di <emph>carro</emph>. (14. Marzo. 2.a Domenica di Quaresima.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Necessitado</foreign>
          </quote> per <foreign lang="spa" rend="italic">que necessita</foreign>, cioè <foreign
            lang="spa" rend="italic">ha menester</foreign>, e si unisce anche col genitivo, come il
          suo verbo. D. Quij. in più luoghi. Quanto ad <foreign lang="spa" rend="italic"
          >errado</foreign>, di cui altrove, notisi che in ispagnuolo si dice anche <foreign
            lang="spa" rend="italic">errarse</foreign>. <bibl>
            <title>D. Quij.</title> par. 2. cap. 27.</bibl>
          <foreign lang="spa" rend="italic">se havia errado</foreign> (avea sbagliato). (14. Marzo.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al capoverso 3. di questa pag. Dubito che anche in franc. e in ispagn. anche più vi sieno
          usi simili. V. per esempio il fine del pensiero preced. (14. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I nostri nomi diminutivi o disprezzativi ec. in <emph>acchio ecchio</emph> ec. e i verbi
          diminutivi o frequentativi o disprezzativi ec. in <emph>acchiare ecchiare</emph> ec. sono
          di una forma espressamente originata dal latino, cioè dalla forma diminutiva o
          frequentativa <pb ed="aut" n="4047"/> ec. in <emph>culus</emph> e <emph>culare</emph>. Lo
          stesso dico de’ nomi e verbi francesi diminutivi o frequentativi o disprezzativi ec. in
            <foreign lang="fre" rend="italic">ail aille ailler iller eiller</foreign> (<foreign
            lang="fre" rend="italic">sommeiller</foreign>) ec. de’ quali altrove. E credo che anche
          lo spagn. in <foreign lang="spa" rend="italic">illo</foreign> o <foreign lang="spa"
            rend="italic">illar</foreign> ec. venga da essa forma latina (come <emph>periglio</emph>
          <foreign lang="fre" rend="italic">péril</foreign> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >periculum</foreign>, del che in più luoghi) più tosto che da quella in <emph>illus
            illare</emph> ec. (15. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alle altre barbarie umane da me altrove notate si aggiunga la pederastia, snaturatezza
          infame che fu pure ed è comunissima in Oriente (per non dir altro) e non fu solo propria
          de’ barbari ma di tutta una nazione così civile come la greca, e per tanto tempo
          (lasciando i romani), e sì propria che sempre che i greci scrivono d’amore in verso o in
          prosa, intendono (eccetto ben rade volte) di parlar di questo siffatto, voluto fino
          ridurre in sentimentale da Platone massimamente, nel Convivio e più nel Fedro, e altrove,
          e da Senofonte poi nel Convivio. E Saffo con tanta tenerezza canta la sua innamorata.
          Quanto noccia questo infame vizio alla società ed alla moltiplicazione del genere umano, è
          manifesto ec. ec. Aggiungansi similmente gli spettacoli de’ gladiatori, e l’altre barbarie
          romane ec. ec. (15. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. Luciano nel Dialogo di Doride e di Teti dice prima <quote>
            <foreign lang="grc">ἐς κιβωτὸν</foreign>
          </quote> e poi indifferentemente parlando della medesima arca <quote>
            <foreign lang="grc">τὸ κιβώτιον</foreign>
          </quote>, e poi di nuovo <quote>
            <foreign lang="grc">τὴν κιβωτὸν</foreign>
          </quote> ed <quote>
            <foreign lang="grc">ἡ κιβωτός</foreign>
          </quote>, e così anche nel Dial. di un Tritone e delle Nereidi <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν τῇ κιβωτῷ</foreign>
          </quote> parlando della stessa arca. V. i Lessici ec. Ciò mostra che il significato di
          questo diminutivo e di questo positivo era conforme, o che anche in greco si usava
          elegantemente il diminutivo pel positivo o a piacere, o come catacresi o enallage ec., o
          comunque. Luciano non usa qui il diminutivo se non per variare o per grazia ed eleganza
          semplicemente senz’altra cagione, e senz’alcuna diversità di significato dal positivo che
          insieme adopera. (15. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4048"/> Duplicazioni greche. <foreign lang="grc">ἄγω-ἤγαγεν, ἄγηχα,
            ἀγήοχα, ἀγαγεῖν</foreign> ec. Si chiamano modi attici, ma sono anche (con certe
          mutazioni, salvo però il raddoppiamento) anche degli Joni, dei Dori ec. V. lo Schrevel. e
          lo Scap. nell’indice delle voci de’ verbi anomali a’ piè del Lessico, ec. (15. Marzo
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Prolato as</foreign> in senso di <emph>differire</emph>
          ec. da <foreign lang="lat" rend="italic">profero</foreign> che ha pur questo senso.
            <bibl>V. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Prolato,
              Prolatatio, Prolatatus</foreign>
          </bibl>. (16. Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Luciano nel Dialogo di Menippo Amfiloco e Trofonio. <quote> M. <foreign lang="grc">τί
            δὲ</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat" rend="italic">lego</foreign>
          <foreign lang="grc">δὴ</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">ut contextus expetit</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">ὁ ἥρως ἐστίν;; ἀγνοῶ γάρ. Τ. ἐξ ἀνθρώπου τι καὶ θεοῦ σύνθετον. Μ. ὃ
              μήτε ἄνθρωπός ἐστιν, ὡς φῄς, μήτε θεός, καὶ συναμφότερόν ἐστι</foreign>
          </quote>. Rechisi al detto altrove sopra l’opinione degli antichi circa i semidei, segno
          dell’alto concetto che avevano della natura umana. (16. Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">ῥάκος-ῥάκιον</foreign>, se questo non è
          disprezzativo più di quello. (20. Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alterazioni de’ temi greci, senza mutazione di significato. <foreign lang="grc"
            >στρέφω-στροφάω, στρωφάω</foreign> (coi composti), i quali verbi originariamente (come
          anche poi in parte) dovettero significare ed essere onninamente gli stessi che <foreign
            lang="grc">στρέφω</foreign>. V. i Lessici. E così si potrà di molti altri tali verbi
          alterati, che ora di senso differiscono alquanto dal primo tema, o hanno una
          significazione più determinata, o due ec. mentre quello ne ha di più, o viceversa, ec. ec.
          ma che in origine forse valsero nè più nè meno altrettanto che esso. (20. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Una nuova prova dell’antica tradizione, di cui altrove, che la popolazione del mondo, o
          certo quella d’Europa, venisse dall’Asia, si deduce dalla favola (o storia) che l’Europa
          pigliasse il nome da una donna d’Asia così chiamata. V. il sogno d’Europa nel 2.<hi
            rend="apice">do</hi> idillio di Mosco ec. (20. Marzo. 1824.). V. ancora i mitologi e
          critici ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4049"/>
          <foreign lang="grc">Στλεγγὶς</foreign> forse da principio fu un diminut. di positivo ora
          ignoto. (20. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Troia</emph> per <emph>scrofa</emph>, del che altrove. In franc. <foreign lang="fre"
            rend="italic">truye</foreign> o <foreign lang="fre" rend="italic">truie</foreign>. Mi
          ricordo ancora aver trovato nella seconda parte del D. Quij. la voce <foreign lang="spa"
            rend="italic">troya</foreign>, che mi parve dovere aver questo o simile significato,
          benchè usata, in tal supposizione, metaforicamente. (20. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fante</emph> per <emph>uomo adulto</emph> con tutti i suoi derivati e diminutivi ec.
          (tra’ quali è <emph>fancello</emph> per <emph>fanciullo</emph> che n’è forse una
          corruzione, onde <emph>fanciullo</emph> sarebbe propriamente <emph>piccolo uomo</emph>,
          seppur non è corruzione d’<emph>infanticello</emph>, che non credo; e così dicasi degli
          altri diminutivi di <emph>fante</emph>) opposto d’<emph>infante</emph>, è proprio non solo
          de’ nostri antichi, (v. la Crus.) ma eziandio del volgare e familiar moderno, in cui resta
          ancora per proverbio <emph>lesto fante</emph> (il che si trova anche nell’Alberti.). Or
          questa voce e questo suo significato è certamente affatto latino, poichè
          <emph>fante</emph> non è che il partic. <foreign lang="lat" rend="italic">fans</foreign>
          di <foreign lang="lat" rend="italic">for faris</foreign>, verbo che non si trova nelle
          lingue moderne, e non dovette neppure esser proprio de’ bassi tempi. Oltre ch’egli è
          l’opposto d’<foreign lang="lat" rend="italic">infans</foreign> cioè <emph>non
          parlante</emph> (<foreign lang="grc">νήπιος</foreign>), e significa <emph>parlante</emph>,
          e perciò solo ha forza e ragione di significare uomo. E nondimeno essa voce non si trova
          in tal senso negli scrittori latini, se non solamente in senso molto analogo, in un luogo
          di Plauto, il quale può anche servire a dimostrar l’antichità di questa voce in siffatto
          senso e come opposta d’<emph>infante</emph>. Anche in tutti gli altri suoi sensi essa non
          è che metafora, o ec. di quel di <emph>uomo</emph>; p. e. <emph>fante</emph> per
            <emph>soldato pedone</emph> val propriamente <emph>uomo</emph> (così si dice <emph>mille
            uomini</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">mille bommes</foreign> ec. per
            <emph>mille soldati; uomini d’arme</emph>, cioè soldati grevi a cavallo ec. ec.
            <emph>gente</emph> o <emph>genti</emph> per <emph>esercito; gente a piè, d’arme</emph>
          ec. <foreign lang="fre" rend="italic">gendarmes</foreign> ec. ec.). I francesi <foreign
            lang="fre" rend="italic">fantassin</foreign>, dall’italiano <emph>fantaccino</emph> ch’è
          un diminutivo o disprezzativo positivato. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >Infanterie</foreign> non sembra che una corruzione di <emph>fanteria</emph>. V. gli
          spagn. Così dico del significato di <emph>servo</emph> o <emph>serva</emph>, divenuto pur
          proprio di <emph>fante</emph>, nel qual senso ne deriva <emph>fantesca</emph> ec. V. ancor
          qui gli spagnuoli ec. V. pure il Gloss. e l’articolo di Foscolo sopra l’Odissea <pb
            ed="aut" n="4050"/> di Pindemonte negli Annali di Scienze e Lettere di Milano 1810. (21.
          Marzo. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Taurus</foreign>-<foreign
            lang="fre" rend="italic">taureau</foreign>. <emph>Fante fantaccino</emph> (forse anche
          disprezzativo in origine) onde <foreign lang="fre" rend="italic">fantassin</foreign>, cioè
            <emph>fante</emph>. V. il pensiero precedente. (21. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dell’antiche opinioni circa i semidei e gli eroi, delle quali altrove, vedi ancora il
          Dialogo di Diogene ed Ercole ne’ Dial. de’ morti di Luciano. (21. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Οὐκ ἔστι μαθεῖν τοῦτο ῥᾴδιον, συνθέτους δύ' ὄντας Ἡρακλέας, ἐκτὸς εἰ
              μὴ ὥσπερ ἱπποκενταυρός τις ἦτε</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> in <title>Dial. mort. Dial. Diog. et Herculis</title>
          </bibl>. Di questo italianismo del greco dico altrove. (21. Marzo. 1824.). V. p. 4054.
          Vedilo ancora in Reviviscent. opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 393.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Θανέω</foreign> o <foreign lang="grc">θάνω-θνήσκω</foreign>. Qui
          l’alterazione non solo è nella desinenza, ma eziandio nella omissione dell’<foreign
            lang="grc">α</foreign>, onde <foreign lang="grc">θνήσκω</foreign> per <foreign
            lang="grc">θανήσκω</foreign> dal fut. <foreign lang="grc">θανήσω</foreign> donde si
          fanno questi verbi in <foreign lang="grc">σκω</foreign>, secondo il Weller. (21. Marzo.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Delle cause della universalità della lingua francese, vedi <bibl>
            <author>Voltaire</author>
            <title>delle Lingue</title>, nelle sue opere scelte Londra (Venezia) a spese del
            Milocco, tomi 3. in italiano, 1760. tom. 3. <hi rend="apice">o</hi> p. 136-9</bibl>.
          (21. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come anticamente i francesi pronunziassero conforme scrivevano e in parte scrivono, vedi
          il cit. luogo del Voltaire p. 139-140. (21. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Povertà <emph>di parole</emph> nella lingua francese appetto all’italiana. <bibl>V. il
            cit. tomo di <author>Voltaire</author> p. 207. nella nota, numero 3</bibl>. (21 Marzo.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della superiorità della lingua latina sulla greca per certe parti e qualità, del che ho
          detto in proposito dei continuativi di cui i greci mancano, cioè non ne hanno un genere
          determinato, si può dire lo stesso <pb ed="aut" n="4051"/> rispetto agl’incoativi, di cui
          i greci non hanno un genere e forma così determinata e assegnata come i latini, sebbene si
          servono molto spesso, a significar l’incoazione, di verbi in <foreign lang="grc"
          >ίζω</foreign> fatti da quelli che significano l’azione o passione positiva, o aggiungono
          a’ temi in <foreign lang="grc">άω, έω</foreign> ec. il <foreign lang="grc">ζ</foreign>
          facendone <foreign lang="grc">άζω, έζω</foreign> ec. Ma queste forme non sono così
          precisamente determinate alla significazione incoativa, perchè infiniti verbi così formati
          ne hanno tutt’altra, infiniti significano lo stesso che il primo tema (del che altrove,
          sebben forse in origine potranno avere avuto diverso senso), infiniti non hanno altro
          tema, almen noto, e non significano cosa incoativa ec. sia che questi e i sopraddetti
          abbiano perduta col tempo siffatta significazione, e confusala ec. sia che mai non
          l’abbiano avuta, il che, di moltissimi almeno, è certo, perchè molte volte la desinenza in
            <foreign lang="grc">ίζω</foreign> o <foreign lang="grc">ζω</foreign> è frequentativa.
          Anche de’ frequentativi determinati ec. mancano i greci, mentre gli hanno non solo i
          latini ma gl’italiani (e moltissimi generi, come pure in latino ve n’è più d’uno), i
          francesi ec. Mancano ancora de’ verbi disprezzativi, vezzeggiativi ec. ec. che i latini e
          gl’italiani ec. hanno, e più d’un genere. (21. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Molti di quelli che io chiamo diminutivi positivati, si potranno chiamare in vece
          disprezzativi o vezzeggiativi o frequentativi ec. positivati, sì verbi che nomi, sì
          sostantivi che aggettivi ec. Ma chiamarli generalmente diminutivi non è da potersi
          riprendere, perchè tali sono propriamente tutti, e la diminuzione è il mezzo con cui essi
          significano disprezzo, vezzeggiamento ec. secondo che ella è applicata ed intesa. (21.
          Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Imperfezione dell’ortografia italiana ne’ passati secoli. È noto che <pb ed="aut"
            n="4052"/> i manoscritti originali anche de’ più dotti uomini de’ migliori secoli, e in
          particolare e nominatamente quelli dell’Ariosto e del Tasso, che son pur tanto ripieni di
          correzioni, presentano una stortissima e scorrettissima ortografia, con errori tali che
          oggi non commetterebbe il più imperito scrivano o fanciullo principiante, e una stessa
          voce v’è scritta ora con una ora con altra ora con altra ortografia. (21. Marzo. Domenica
          terza di Quaresima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La ricchezza e varietà e potenza e fecondità della lingua italiana non solo s’ha a
          considerare nella copia de’ suoi vocaboli e modi e nella gran facoltà di formarne, ma
          eziandio nella gran moltitudine e varietà di tipi per così dire o coni che ella ha per
          poter formare voci e modi di uno stesso genere di significazione. (formati già moltissimi,
          e da potersene formar con giudizio, sempre che si voglia e bisogni). Servano di esempio le
          tante desinenze frequentative o diminutive o disprezzative ec. de’ verbi, da me annoverate
          altrove. Le tante diminutive de’ nomi ec. ec. Nella quale abbondanza di coni la lingua
          nostra vince d’assai, non che le lingue sorelle, ma la latina e la greca, e forse
          qualunque lingua del mondo antica o moderna. Nè questa abbondanza produce confusione nè
          indeterminazione, perchè detti coni sebbene sommamente moltiplici in ciascun genere, sono
          però di qualità e di valore ben determinato ed applicato e appropriato al suo genere di
          significazione. (21. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Κύμβον, κύμβη</foreign> – <foreign lang="grc">κυμβίον, κυμβαῖον,
            κυμβεῖον</foreign>, diminutivi positivati in certe significazioni. V. lo Scapula. (22.
          Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Limon,
            limoneux</foreign>-<foreign lang="lat" rend="italic">limus</foreign>. (23. Marzo.
          1824.). V. la p. seg. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Lixi-v-ia, lixi-v-ium</foreign> – <foreign lang="spa"
            rend="italic">lexia</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic">legia</foreign> spagn.
          (23. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Tomber, tumbar</foreign> spagn. co’ derivati e composti
          ec. – <emph>tombolare</emph> coi medesimi. (23. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4053"/>
          <emph>Tomba</emph> da <foreign lang="grc">τύμβος</foreign>, del che altrove. Spagn.
            <foreign lang="spa" rend="italic">tumba</foreign>, franc. <foreign lang="fre"
            rend="italic">tombeau</foreign>, ch’è originariamente lo stesso, cioè ne è un diminutivo
          positivato come tanti altri. (23. Marzo. 1824.). I francesi hanno anche <foreign
            lang="fre" rend="italic">tombe</foreign> ant. e poet. ed ora con un significato alquanto
          diverso. V. i Diz. V. p. 4076.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Venire</emph> per <emph>essere</emph> a modo di verbo ausiliare, congiunto co’
          participii passivi degli altri verbi, s’usa non solo in italiano, anche antico, del che mi
          pare aver detto altrove, ma anche in ispagn., forse a imitazione dell’italiano. <bibl>Vedi
              <title>D. Quij.</title> par. 2.</bibl> (la qual parte è straordinariamente sparsa di
          manifestissimi italianismi, più assai che la prima ec.) <bibl>cap. 32. ed. Madrid 1765.
            tomo 3. p. 370</bibl>. (23. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La galanteria degli antichi italiani può esser dimostrata dall’etimologia del nome
          generico di <emph>donna</emph>, etimologia che in nessun’altra lingua cred’io, nè moderna
          nè antica si troverà nel corrispondente nome. (24. Marzo. Vigilia della SS. Annunziata.
          1824.). V. p. 4067.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="spa" rend="italic">sencillo</foreign> diminutivo
          positivato, aggiungi <foreign lang="spa" rend="italic">sencillamente</foreign>, e
          considerinsi siffatti avverbi anche negli altri nomi ec. (24. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Origliare, origliere</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">auricula</foreign>.
          Nuova prova del cangiarsi spesso il <emph>cul</emph> de’ latini in <emph>gli</emph>
          italiano benchè per <foreign lang="lat" rend="italic">auricula</foreign> noi diciamo
            <emph>orecchia</emph>, non <emph>oreglia</emph>, come i francesi. (25. Marzo. dì della
          SS. Annunziata 1824.). Diciamo anche, ed oggi meglio, <emph>orecchiare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Speculum</foreign>-<emph>speglio</emph> antico e
          poetico. (26. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Discursos entretenidos</foreign> per <foreign lang="spa"
            rend="italic">entretenientes</foreign>, cioè di trattenimento, di passatempo. D. Quij.
          (26. Marzo. ultimo Venerdì. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Continuo</foreign> per <emph>continuamente</emph>. D.
          Quij. Nome aggettivo in luogo d’avverbio, del che altrove. (26. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii in <emph>us</emph> di verbi neutri. <foreign lang="lat" rend="italic">Licitus,
            licitum est</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">fuit</foreign>
          dall’impersonale <foreign lang="lat" rend="italic">licet</foreign>, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">gavisus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">gavisus
            sum</foreign> dal personale <foreign lang="lat" rend="italic">gaudeo</foreign>. Vedi il
          Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">Licitus, licet ebat, liceor, liceo,
          licito</foreign> avverbio fatto da questo participio, ec. (27. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4054"/> Alla p. 4050. Noi diciamo <emph>eccetto se non, se pure non, se
            però non, fuorchè se</emph> o <emph>se non, quando non, salvo se non</emph> ec. E queste
          frasi e la greca rispondono alla latina <foreign lang="lat" rend="italic">nisi</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">nisi si</foreign>. Il <emph>non</emph> sì nel greco
          che nell’italiano vi sta fuor di ragione e per comun proprietà d’ambe le lingue. (28.
          Marzo. Domenica quarta di Quaresima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Ri-v-us</foreign>, <emph>ri-v-o</emph> –
            <emph>ri-g-agnolo</emph> ec. – <emph>rio</emph> ital. e spagn. (28. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati <foreign lang="lat" rend="italic">Rivus</foreign> — <foreign
            lang="fre" rend="italic">ruisseau</foreign> e <emph>ruscello</emph> che sono in parte e
          sovente positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Ascia</foreign> lat.
          <emph>ascia</emph> e <emph>asce</emph> ital. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >hâche</foreign> franc. ec. — <emph>accetta</emph> quasi <emph>ascetta</emph>, spesso
          positivato ec. perchè s’usa promiscuamente <emph>ascia</emph> e <emph>accetta</emph>,
          l’uno in cambio dell’altro, benchè forse abbiano differenza di significato proprio, che
          non ebbero però in origine, eccetto quanto alla diminuzione. (28. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Dormido</foreign> per <emph>dormiente</emph> (fors’anche
            <foreign lang="spa" rend="italic">durmido</foreign>). <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Voz algo dormida</foreign>
          </quote>. D. Quij. E in altre maniere. Se però <foreign lang="spa" rend="italic"
          >dormir</foreign> non è anche neut. pass. (28. Marzo. Domenica quarta di Quaresima.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">τειχίον</foreign>. Luciano in
          Reviviscent. t. <hi rend="sc">i</hi>. opp. 1687. p. 418. Notisi in proposito di questo e
          altri diminutivi positivati di Luciano, da me altrove segnati, che Luciano usa il
          linguaggio in gran parte familiare. Nel detto luogo si parla del muro dell’acropoli o
          cittadella di Atene. In due di Omero (<bibl>
            <title>Odiss.</title>
            <foreign lang="grc">π</foreign> V. 165.343</bibl>) <foreign lang="grc">τειχίον</foreign>
          si unisce con <foreign lang="grc">μέγα</foreign>. Parrebbe ridicolo l’interpretarlo
            <foreign lang="lat" rend="italic">parvus murus</foreign>, come fa lo Scapula, e
          sembrerebbe che non si potesse trovar luogo dove fosse più evidente la positivazione di
          voci diminutive greche. Nondimeno (oltre che v’ha varietà di lezione, o dubbio degli
          eruditi sulla voce <foreign lang="grc">τειχίον</foreign>, almeno nel primo di questi
          luoghi, come rilevo dall’Indice delle voci omeriche), si potrà forse dire che <foreign
            lang="grc">τειχίον</foreign> è detto da Omero a differenza dei muri di città, e simili,
          detti <pb ed="aut" n="4055"/>
          <foreign lang="grc">τείχη</foreign>, poichè egli quivi parla dei muri di un cortile, e che
            <foreign lang="grc">μέγα</foreign> si riferisca alla grandezza di que’ muri in quanto
          muri di cortile. Non per tanto il luogo di Luciano e altri di Tucidide appo lo Scap.
          mostrano che <foreign lang="grc">τειχίον</foreign> si diceva anche de’ muri di città
          fortezza ec. (moenia), e possono servire a illustrare quelli d’Omero, confermar la
          lezione, (massime il luogo di Luciano che è evidente), e provando che quivi <foreign
            lang="grc">τειχίον</foreign> sta semplicemente per <foreign lang="grc">τεῖχος</foreign>,
          benchè unito con <foreign lang="grc">μέγα</foreign>, aggiungere una insigne prova alla mia
          opinione circa la positivazione di molti diminutivi greci, in particolare nel dir poetico,
          o piuttosto antico o ionico ec. (28. Marzo. Domenica quarta di Quaresima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Τῆς ῥινὸς ἕλκειν</foreign>
          <emph>menar pel naso</emph> proverbio greco conforme all’italiano, del che altrove, con un
          luogo di Luciano, ove vi si aggiunge il <foreign lang="grc">φασὶ</foreign>. Aggiungi lo
          stesso <bibl>
            <author>Luciano</author> in <title>Reviviscentibus</title> opp. 1687. t. 1. p.
          396</bibl>. V. il Forcell. i Lessici e gli scrittori di adagi e proverbi ec. (29. Marzo.
          1824.). Lucian. ib. 556. 560.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Plurali in <emph>a</emph>. <emph>Martella</emph>. Crusca in <emph>Asce</emph>. (29.
          Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Lens-lenticula</foreign> (lente,
          lenticchia ec.). (31. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Dita</emph> plur. di <emph>dito</emph>. Nota che il corrispondente nome latino non è
          neutro ma mascolino. (1. Aprile. 1824.). <emph>Nocca, Uova</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come in italiano l’<emph>uomo</emph> per <emph>on</emph> franc. , per <emph>si</emph>
          ec., del che altrove, così anche in ispagn. <foreign lang="spa" rend="italic">el
          hombre</foreign> nel modo stesso. <bibl>
            <title>D. Quij.</title> par. 2. cap. 40. ed. Madrid. 1765. tomo 3. p. 446</bibl>. (1.
          Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La lingua spagnuola è già conformissima all’italiana per indole (oltre all’estrinseco)
          quanto possa esser lingua a lingua. Ma più conforme sarebbe, se ella fosse stata
          egualmente coltivata, formata e perfezionata, cioè avesse avuto ugual numero e varietà e
          capacità di <pb ed="aut" n="4056"/> scrittori che ebbe l’italiana. Dalla piega che ella
          prese effettivamente si raccoglie che quando avesse progredito, la forma e l’indole che
          avrebbe avuta in uno stato di perfezione non sarebbe stata punto diversa dall’italiana,
          alla quale per conseguenza la lingua spagnuola sarebbe stata tanta più conforme che ora
          per la maggior conformità di grado e di perfezione, perchè ora la maggiore, anzi forse
          unica differenza che passi tra il genio o piuttosto la forma intrinseca di queste due
          lingue, si è che l’una è molto meno formata e perfezionata dell’altra, e anche men ricca,
          il che con la copia degli scrittori e delle materie non sarebbe stato. (1. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Moveo</foreign> — <emph>moto, motito</emph>. (1. Aprile.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Cessatus</foreign> partic. di <foreign lang="lat"
            rend="italic">cesso</foreign> verbo neutro. V. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Cessatus</foreign> e in particolare il secondo es. paragonandolo col
          secondo par. di Cesso. (3. Aprile 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto di <emph>acquistare</emph> in proposito di <foreign lang="spa" rend="italic"
            >quisto</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">quaesitus</foreign> ec. aggiungi lo
          spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">aquistar</foreign>. D. Quij. V. i Dizionari. (4.
          Aprile. Domenica di Passione. Nevica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grandissima, e forse la maggior prova e segno del progresso che ha fatto negli ultimi
          tempi lo spirito e il sapere umano in generale e le scienze fisiche in particolare, è che
          per ispazio di quasi un secolo e mezzo, quanto ha dalla pubblicazione de’ Principii
          matematici di filosofia naturale a’ dì nostri (1687), non è sorto sistema alcuno di fisica
          che sia prevaluto a quello di Newton, o quasi niun altro sistema di fisica assolutamente,
          almeno che abbia pur bilanciato nella opinione per un momento quello di Newton, benchè
          questo sia tutt’altro che certo <pb ed="aut" n="4057"/> e perfetto, anzi riconosciuto ben
          difettoso in molte parti, oltre alla insufficienza generale de’ suoi principii per
          ispiegare veramente a fondo i fenomeni naturali. Nondimeno i fisici e filosofi moderni,
          anche spento il primo calor della fama e della scuola e partito di Newton, si sono
          contentati e contentansi di questo sistema, servendosene in quanto ipotesi opportuna e
          comoda nelle parti e occasioni de’ loro studi che hanno bisogno, o alle quali è utile una
          ipotesi. Ciò nasce e dimostra che gli spiriti e nella fisica e nell’altre scienze e in
          ogni ricerca del vero e in ogni andamento dell’intelletto si sono volti all’esame fondato
          dei particolari (senza cui è impossibile generalizzare con verità e profitto) e alla
          pratica ed esperienza e alle cose certe, rinunziando all’immaginazione, all’incerto, allo
          splendido, ai generali arbitrarii, tanto del gusto de’ secoli antecedenti e padri di tanti
          sistemi a quei tempi, che rapidamente brillavano e si spegnevano, e succedevansi e
          distruggeansi l’un l’altro. (4. Aprile 1824. Domenica di Passione. Nevica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>alcuno</emph> o ridondante, del che altrove. Aggiungasi
          quell’uso dell’avv. <emph>altrimenti</emph> o <emph>altramente</emph> ec., uso
          frequentissimo appresso i nostri, massime de’ buoni secoli, e non raro neanche oggidì, nel
          qual uso quell’avverbio sembra un assoluto pleonasmo, quando cioè egli è congiunto alla
          negazione, p. e. così: <emph>non v’andò altrimenti</emph>, cioè <emph>non v’andò</emph>.
          (In altro modo egli può esser congiunto alla negazione con significati diversi, come
          quando si dice <emph>non altrimenti</emph> per <emph>parimente, non altrimenti che</emph>
          per <emph>come</emph>.) Par ch’esso avv. in tali casi equivalga al <emph>punto</emph>, al
            <emph>guari</emph> e simili italiani e francesii ec. aggiunti sì spesso alla negazione
          senz’alcuna maggior forza. In fatti spesso, o il più <pb ed="aut" n="4058"/> delle volte
          esso avverbio in questo caso non importa nulla, ma originariamente e veramente, e forse
          talvolta effettivamente massime presso gli antichi, vale <emph>in alcun modo</emph>. Gli
          altri l’usarono e l’usano senza certo aver mai neppure immaginato o sospettato quel che ei
          significhi in tali casi. Nei quali egli ha alcun chè a fare con quell’uso dell’avverbio
            <foreign lang="grc">ἄλλως</foreign>, di cui altrove. (5. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È un grand’errore di quelli che hanno a congetturare o indovinare le risoluzioni o gli
          andamenti d’altri, sia nelle cose private sia nelle pubbliche, e queste o politiche o
          militari, e sia con dati o senza dati, il considerare con ogni sorta di acutezza e di
          prudenza quello che sia più utile a quei tali di risolvere o di fare, più conveniente, più
          secondo lo stato loro e delle cose, più giusto, più savio, e trovatolo, risolversi che
          essi faranno o determineranno, ovvero fanno e determinano appunto questa o queste cose o
          l’una di queste in ogni modo. Diamo uno sguardo all’intorno alla vita, alle azioni e
          risoluzioni degli uomini, e vedremo che per dieci ben fatte, convenienti ed utili a quei
          che le fanno, ve n’ha mille malissimo fatte, sconvenientissime, inutilissime, dannosissime
          a essi medesimi, più o meno, contrarie alla prudenza, a quello che avrebbe risoluto o
          fatto un uomo savio e perfetto, trovandosi nel caso loro. Vedremo che gli uomini il più
          delle volte non deliberano maturamente quando v’ha bisogno di maturità, non conoscono
          l’importanza delle cose che hanno a risolvere o a fare, non sospettano nemmeno che sia
          loro utile o necessario di consultare intorno ad esse, e non entrano affatto in alcuna
          consulta. Parlo egualmente de’ grandi e de’ piccoli, <pb ed="aut" n="4059"/> delle cose
          pubbliche e delle private, piccole relativamente e grandi. È certissimo che gli affari
          degli uomini qualunque, che vanno male, non vanno così (se non di rado) senza loro colpa o
          insufficienza; or come dunque dovrà essere regola per indovinare le opere o risoluzioni
          loro, il cercare quello che lor sia più utile e conveniente? Il numero o degli sciocchi
          assolutamente, o degl’inetti ai carichi e alle cose che hanno a maneggiare, benchè
          valorosi nel resto, o di quelli che anche al loro carico sono adattati, ma non perfetti, o
          insomma delle risoluzioni e delle azioni mal prese e mal fatte, inutili o dannose a chi le
          ha fatte o prese, sconvenienti al caso, o finalmente tali che nelle date circostanze non
          erano le migliori; il numero dico di tali azioni, risoluzioni ed uomini soverchia ed ha
          sempre soverchiato di grandissima lunga quello delle azioni, risoluzioni ed uomini loro
          contrarii, come apparisce da tutte le antiche e moderne storie sì civili sì militari sì
          private, e dall’osservazione della vita e avvenimenti giornalieri privati o pubblici. Onde
          quella regola in vece di condurre alla probabilità dell’indovinare, conduce chi la segue
          ad avere cento probabilità per una, contro quella o quelle cose che egli sceglie e quel
          giudizio o congettura che ei forma. Di più, assolutamente parlando, è falsissimo e
          malissimo considerato il persuadersi che gli uomini nel caso proprio veggano quel medesimo
          che in esso caso veggono gli altri posti fuori di esso, e pensino e sentano e sieno
          disposti allo stesso modo. Onde ancorchè pognamo in due persone perfetta parità di
          prudenza, di esperienza, insomma di attitudine a risolvere e fare in un dato caso quello
          che si conviene, è certissimo che se di queste due persone l’una <pb ed="aut" n="4060"/>
          si troverà nel caso e l’altra fuori considerandolo senza comunicare con quella, il più
          delle volte la risoluzione o il modo dell’azione dell’una sarà diversissima più o meno da
          quello che all’altra parrà si fosse convenuto. Aggiungasi la diversità dei principii,
          delle abitudini e di mille altre cose anche minime che diversificando gli spiriti (giacchè
          non si dà spirito perfettamente uguale ad un altro, più che si dieno due fisonomie al
          tutto conformi), diversificano altresì con mille modi le risoluzioni ed azioni di uno da
          quelle di un altro, anche supponendo in ambedue ugual capacità, e parità di caso, anzi
          diversificano le risoluzioni e azioni di una persona stessa in casi uguali o simiglianti.
          Senza poi parlare delle passioni e delle occasioni e circostanze del momento, spesso
          minime, che così minime modificano sovente e sovente cagionano al tutto e determinano le
          risoluzioni ed azioni di uno, mentre che l’altro che vuole indovinarle non è affetto da
          tali circostanze, sia fisiche, sia morali, sia qualunque. La vera regola per isbagliare il
          meno possibile, e la vera politica in tali casi, è conoscere quanto si può il carattere,
          le abitudini, le qualità della data persona, applicarle al caso di cui si tratta, e
          rinunziando a ogni prudenza propria, mettendosi ne’ piedi di quella, piuttosto come poeta,
          che come ragionatore, congetturar quello ch’egli è per fare o risolvere, anzi risolvere,
          per così dire, in vece sua, come il drammatico congettura quello che un dato uomo di un
          dato carattere in un dato caso sarebbe per dire, e congetturatolo parla in persona di
          esso. (5. Aprile. 1824.). <bibl>V. il <author>Guicc.</author> ed. Friburgo. t. 4. p.
          106</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uomo (per l’amor della vita) ama naturalmente e desidera e abbisogna di sentire, o
          gradevolmente, o comunque purchè sia vivamente (la qual vivezza qualunque, non può essere
          senza positivo diletto, nè sensazione indifferente <pb ed="aut" n="4061"/> veramente). Sì
          il sentire dispiacevolmente come il non sentire sono cose assolutamente penose per lui. E
          talora è men penosa, anzi più grata una sensazione con alquanto di dispiacevole, che la
          privazion di sensazioni. Se l’uomo potesse sentire infinitamente, di qualunque genere si
          fosse tal sensazione, purchè non dispiacevole, esso in quel momento sarebbe felice, perchè
          la sensazione è così viva, il vivo (non dispiacevole in se) è piacevole all’uomo per se
          stesso e qualunque ei sia. Dunque l’uomo proverebbe in quel momento un piacere infinito, e
          quella sensazione, benchè d’altronde indifferente, sarebbe un piacere infinito, quindi
          perfetto, quindi l’uomo ne saria pago, quindi felice.</p>
        <p>Segue dal sopraddetto che universalmente non si dà sensazione indifferente. Questo
          pensiero si sviluppi. (5. Aprile 1824.). Una sensazione (interna o esterna) è
          necessariamente per se e in quanto sensazione, o piacevole o dispiacevole, e in quanto
          sensazione senz’altro, è necessariamente e insitamente ed essenzialmente piacere. (5.
          Aprile 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Ghiotto</emph>-<foreign lang="fre" rend="italic"
          >glouton</foreign> co’ derivati, e anche noi <emph>ghiottoneria</emph> ec. forse dal
          francese se viceversa <foreign lang="fre" rend="italic">glouton</foreign> non è da
            <emph>ghiottone</emph> che noi pur diciamo per <emph>ghiotto</emph> e potrebbe anche
            <emph>ghiottone</emph> venir dal francese. V. gli spagnuoli ec.<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">gloton, glotoneria, glotonear</foreign>
            ec.</p>
          </note> Nota che questo diminut. positivato (se è tale) è aggettivo. (6. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>In tanto</emph>, gr. <foreign lang="grc">ἐν τοσούτῳ</foreign>, del che altrove.
          Aggiungi <emph>intantochè, fra tanto, tra tanto</emph> (Guicc.) <emph>infra tanto, in quel
            tanto</emph> ec. E lo spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">en tanto que</foreign>
          (Don Quij.), <foreign lang="spa" rend="italic">entre tanto</foreign> ec. v. i Diz. spagn.
          V. pur la Crus. e i Diz. franc. (7. Aprile. 1824.). V. p. seg. <foreign lang="spa"
            rend="italic">En este entretanto</foreign>. D. Quij. Madrid 1765. t. 4. p. 244.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Moggia</emph> plur. Lat. <foreign lang="lat" rend="italic">modius</foreign> masc.
          (7. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto di <foreign lang="fre" rend="italic">moisson</foreign>, diminutivo positivato di
            <foreign lang="lat" rend="italic">messis</foreign>, aggiungi i derivati ec. come
            <foreign lang="fre" rend="italic">moissonner</foreign>, e così ad altri simili
          diminutivi positivati. (7. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4062"/> Chiunque gode molta fama e la merita, è stimato più dagli altri
          che da se stesso. E così tutti quei che già furono, e lasciarono degnamente agli uomini la
          lor gloria, sono più stimati che essi non si stimarono. (7. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. preced. <emph>Finattanto, finattantochè, fin tanto, infinoattantochè</emph> ec. — <quote>
            <foreign lang="grc">ἐς τοσοῦτον ἄχρις ἂν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 505</bibl>. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author> Crus. franc. spagn. Gloss.</bibl> ec. (7. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἔξω</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">praeter</foreign>,
          del che altrove. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 566</bibl>. <foreign
            lang="grc">τὰ ἄλλα ἔξω τῶν λόγων</foreign>. (7. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il costume latino di servirsi de’ participii in <emph>us</emph> de’ verbi neutri e anche
          attivi in significato neutro o attivo, aggettivato, e ridotto anche a dinotar consuetudine
          e qualità abituale nel soggetto, come <foreign lang="lat" rend="italic">tacitus</foreign>
          per <foreign lang="lat" rend="italic">qui tacet, cautus, qui solet cavere</foreign> ec.
          ec., è se non altro una prova che il corrispondente costume tanto proprio della lingua
          spagnuola e frequente ancora nell’italiana, e non improprio forse della francese, ha
          esempio nella latina scritta, e quindi probabilmente viene affatto dal latino parlato e
          volgare, e di lui fu proprio e familiare. (8. Aprile 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La vita degli orientali e di coloro che vivono ne’ paesi assai caldi è più breve di
          quella dei popoli che abitano ne’ paesi freddi o temperati. Ma ciò non impedisce che la
          somma della vita di quelli non sia, non che uguale, ma superiore alla somma della vita di
          questi. Anzi non per altro è più breve la vita degli orientali se non perchè ella è molto
          più intensa, tanto che in pari spazio di tempo è maggiore la somma della vita che provano
          gli orientali che non è quella che provano <pb ed="aut" n="4063"/> gli altri popoli. Ora
          generalmente parlando, si scuopre nella natura quest’ordine che la durata della vita (sì
          negli animali sì nelle piante) sia in ragione inversa della sua intensità ed attività. La
          testuggine, l’elefante e altri animali tardissimi hanno lunghissima vita. I più veloci ed
          attivi, ancorchè più forti degli altri (come è per es. il cavallo rispetto all’uomo) hanno
          vita più corta. Ed è ben naturale, perchè quell’attività e intensità di vita importa
          maggiore rapidità di sviluppo della medesima, e quindi di decadenza. Infatti lo sviluppo
          sì degli uomini, sì degli animali, sì delle piante ne’ paesi assai caldi è molto più
          rapido che negli altri. Or dunque considerando queste condizioni fisiche della vita per
          rapporto al morale, si può ragionevolmente affermare che la sorte di quelli che vivono ne’
          paesi assai caldi è preferibile quanto alla felicità a quella degli altri popoli.
          Primieramente la somma della loro vitalità, quantunque minore nella durata, è però
          assolutamente maggiore di quella degli altri, presa l’una e l’altra nel totale.
          Secondariamente, posto ancora che ella fosse uguale, a me par molto preferibile il
          consumare p. e. in 40 anni una data quantità di vita che il consumarla in 80. Ella riempie
          i 40, e lascia negli ottanta mille intervalli, gran vuoto, gran freddezza, gran languore.
          La vita assolutamente non ha nulla di desiderabile sicchè la più lunga sia da preferirsi.
          Da preferirsi è la meno infelice, e la meno infelice è la più viva. Or la vita degli
          orientali, pognamola di 40 anni, è molto più viva che quella degli altri, pognamola di 80,
          quando bene la somma della vivacità dell’una vita e dell’altra sia la stessa. Or questo
          paragone di <pb ed="aut" n="4064"/> climi io lo applico ai tempi, e mettendo gli antichi
          in luogo de’ popoli di clima caldo e i moderni in cambio de’ popoli di clima freddo, dico
          che sebben la vita degli antichi era forse generalmente più breve che quella dei moderni,
          per le turbolenze sociali e i continui pericoli dello stato antico, nondimeno perchè molto
          più intensa, ella è da preferirsi, contenendo nella sua minore durata maggior somma di
          vitalità, o quando anche in minore spazio contenesse ugual somma che la moderna in ispazio
          maggiore. Del che, senza il surriferito esempio, ho discorso particolarmente in altro
          pensiero. (8. Aprile 1824.). V. p. 4092. e v. la pag. 4069.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ciascuno, e massimamente gli spiriti più delicati, sensibili e suscettibili, pervenuto a
          una certa età ha fatto esperienza in se stesso di più e più caratteri. Le circostanze
          fisiche, morali e intellettuali, cambiandosi continuamente nello spazio della vita di un
          uomo, e nelle sue diverse età, cambiandosi, dico, per rispetto a lui, cambiano
          continuamente il suo carattere, di modo che di tempo in tempo egli è uomo veramente nuovo
          di spirito, come dicono i fisici che di sette in sette anni (se non erro) egli è rinnovato
          di corpo. Gli uomini sensibili in particolare non solo cambiano carattere e più
          rapidamente degli altri, ma facilmente e ordinariamente acquistano caratteri contrari tra
          se, e massime a quel primo carattere che si sviluppò in essi, a quello più conforme alla
          loro natura, a quello che il primo potè in loro esser chiamato carattere. La coltura
          dell’intelletto fra l’altre cose cagiona in una persona stessa a proporzione de’ suoi
          progressi, e coll’andar del tempo, una <pb ed="aut" n="4065"/> variazione singolarmente
          rapida e singolarmente grande. Chi non sa quanto i principii, le opinioni e le persuasioni
          influiscano e determinino i caratteri degli uomini? Ora ciascuno individuo quando nasce è
          precisamente, quanto all’intelletto nello stato medesimo in cui fu il primo uomo.
          Quegl’individui che coll’andar del tempo si sono posti a livello delle cognizioni del
          nostro tempo, sono necessariamente passati per tutti quegli stati per cui lo spirito umano
          è passato dal principio del mondo fino al dì d’oggi (almeno per quei gradi per cui egli è
          passato progredendo e avanzando), e ha sperimentato in se tutti gli avvenimenti
          dell’intelletto che il genere umano ha sperimentato in tanti secoli quanti sono corsi
          dalla sua origine insino a ora. La storia del suo intelletto è quella appunto di tutti
          questi secoli ristretta e compresa in venti o trent’anni di tempo. Laonde da tutti i
          cambiamenti che il suo intelletto ha provati, cambiamenti che più volte l’hanno portato a
          persuasioni e stati contrarissimi ai passati, e in ultimo a un sistema di persuasioni ed a
          uno stato contrarissimo al suo primitivo; da tutti questi cambiamenti, dico, deggiono di
          necessità essere risultate in lui tante diversità e successivi cambiamenti di carattere,
          quanti ne sono stati prodotti nelle nazioni e nel genere umano in generale dai diversi
          principii e opinioni e dal diverso progresso e stato di cognizioni in tutto il tempo che
          ci è bisognato per portarlo dal suo primitivo stato al presente. (8. Aprile. 1824.). Onde
          questo tale individuo rinchiude e compendia in se, non solo la storia dello spirito umano,
          ma quella eziandio de’ caratteri successivi delle nazioni, in quanto essi ebbero origine e
          dipendenza dalle opinioni e conoscenze, che certo è grandissima e forse la massima parte.
          (8. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4066"/> La maniera familiare che come più volte ho detto, fu
          necessariamente scelta da’ nostri classici antichi, o necessariamente v’incorsero
          senz’avvedersene ed anche fuggendola, può ora in parte o in tutto sfuggire massimamente
          alle persone di naso poco acuto, e a quelle non molto esercitate e profonde nella
          cognizione, nel sentimento e nel gusto dell’antica e buona lingua e stile italiano, che è
          quanto dire a quasi tutti i presenti italiani. Ciò viene, fra l’altre cose, perchè quello
          che allora fu familiare nella lingua, or non lo è più, anzi è antico ed elegante, ovvero è
          arcaismo. Non per tanto è men vero quel che io altrove ho detto. Anzi è tanto vero, che
          anche dopo che la lingua aveva acquistato la materia e i mezzi e la capacità della
          eleganza e del parlar distinto da quello del volgo e dall’usuale, si è pur seguitato sì
          nel 500 e 600 sì nel presente secolo da molti cultori e amatori dello scriver classico, a
          usare una maniera familiare, sovente non avvedendosene o non intendendo bene la proprietà
          e qualità della maniera che sceglievano e usavano, e sovente anche intendendo, credendo di
          usare una maniera elegante. E ciò si è fatto in due modi. O adoperando le stesse forme
          antiche, le quali oggi non sono più familiari, anzi eleganti, onde n’è risultata opinione
          di eleganza a tali stili ed opere modellate sull’antico, ma veramente esse hanno del
          familiare, perchè il totale dello stile antico da essi imitato necessariamente ne aveva
          anche indipendentemente dalle forme, bensì per cagion loro e per conformarsi e
          corrispondere ad esse forme che allora erano necessariamente familiari. Ovvero adoperando
          le forme familiari moderne a esempio e imitazione degli antichi, e della familiarità che
          nelle forme e nello stile loro si scorgeva, benchè non bene intendendola, e sovente
          confondendo sì la familiarità imitata sì quella <pb ed="aut" n="4067"/> che adoperavano ad
          imitarla, colla eleganza, dignità e nobiltà e col dir separato dall’usuale, perciò appunto
          che la familiarità in genere non era e non è più usuale, e l’uso della medesima è proprio
          degli antichi. Il terzo modo, che sarebbe quello di usar l’antico e il moderno e tutte le
          risorse della lingua, in vista e con intenzione di fare uno stile e una maniera nè
          familiare nè antica, ma elegante in generale, nobile, maestosa, distinta affatto dal dir
          comune, e proprio di una lingua che è già atta allo stile perfetto, quale è appunto quello
          di Cicerone nella prosa e di Virgilio nella poesia (stile usato quando la lingua latina
          era appunto in quelle circostanze e quello stato di capacità in cui è ora la lingua
          nostra); questo terzo modo non è stato non che usato, ma concepito nè inteso da quasi
          niuno, comechè egli è forse il solo conveniente, il solo perfetto, e convenevole a una
          lingua e letteratura già perfetta. (8. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Bien</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic">mal
            mirado</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic">que bien</foreign> o <foreign
            lang="spa" rend="italic">mal mira</foreign>. Anche noi diciamo in simil senso
            <emph>riguardato, mal riguardato, poco riguardato</emph>, ec. e così pur gli spagnuoli
          altri tali participii in simil senso, notati altrove. Così i latini <foreign lang="lat"
            rend="italic">circumspectus</foreign> in senso att. o neut. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">circumspicio</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cautus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">caveo</foreign> att. ec. (9.
          Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Εὐθὺς ἐν ἀρχῇ</foreign>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 515</bibl>. (9. Aprile,
          Venerdì di Passione. Festa di Maria SS. Addolorata. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4053. Vedi però i Diz. spagn. buoni, alla voce <foreign lang="spa" rend="italic"
            >dueña</foreign> che mi pare in un luogo del D. Quij. significhi <emph>donna</emph>, e
          il Gloss. lat. in <foreign lang="lat" rend="italic">domina</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">domna</foreign>, e il Forcell. e l’antico francese se hanno nulla in
          proposito. Del resto non solo etimologicamente ma anche presentemente <emph>donna</emph>
          significa pur <emph>signora</emph> in italiano, e <emph>donno, signore, padrone</emph>.
          (10. Aprile. 1824. Sabato di Passione.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4068"/>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Divertido cuento</foreign> ec. per <foreign lang="spa"
            rend="italic">que divierte</foreign>. (13. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto di <foreign lang="spa" rend="italic">quisto</foreign>, <emph>chiesto</emph> ec.
          aggiungi <foreign lang="fre" rend="italic">requête</foreign>, ant. <emph>requeste</emph>.
          (13. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Couper</foreign>-<foreign lang="grc">κόπτειν</foreign>,
          aor. 2. <foreign lang="grc">κοπεῖν</foreign>, co’ derivati, ne’ più de’ quali si omette il
            <foreign lang="grc">τ</foreign>. (13. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Conforme</emph> per <emph>conformemente</emph>, avv. e preposiz. spagn. e italiano,
          forse di origine spagnuola. Al detto degli aggettivi usati avverbialmente. (13. Apr.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Honrado</foreign> per <emph>onorevole</emph>, come in
          ital. <emph>onorato</emph>, del che altrove. (13. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="spa" rend="italic">Laurel</foreign>-<foreign
            lang="lat" rend="italic">laurus</foreign>. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >Laurel</foreign> non è diminutivo in spagnuolo per la forma, ma lo è in lat. V. il Forc.
          se ha <foreign lang="lat" rend="italic">Laurellus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Abortus</foreign>-<foreign lang="fre" rend="italic"
            >avorton</foreign> franc. (14. Aprile. Mercordì Santo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove d’<foreign lang="lat" rend="italic">ignotus</foreign> (per <foreign
            lang="lat" rend="italic">innotus</foreign>) aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ignotitia</foreign> p. <foreign lang="lat" rend="italic">innotitia</foreign>, di cui v.
          il Forcell. Vedilo anche in <foreign lang="lat" rend="italic">innotus</foreign>. (15.
          Aprile. Giovedì Santo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A un giovane sventatello che per iscusarsi di molti errori e cattive riuscite e vergogne
          e male figure fatte nella società e nel mondo, diceva e ripeteva sovente che la vita è una
          commedia, replicò un giorno N.N., anche nella commedia è meglio essere applaudito che
          fischiato, e un commediante che non sappia fare il suo mestiere (professione), all’ultimo
          si muor di fame. (17. Aprile 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Le persone avvezze a versarsi sempre al di fuori, esclamano naturalmente anche quando
          sono solissime, se una mosca le punge, o si versa loro un vaso o si spezza; quelle
          assuefatte a convivere con se medesime, e ritenersi tutte al di dentro, anche in grande
            <pb ed="aut" n="4069"/> compagnia, se si sentono cogliere da un accidente non aprono
          bocca per lamentarsi o chiedere aiuto. (17. Aprile. Sabato Santo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Comidos y hebidos, como suele decirse</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>D. Quij.</author> par. 2. ed. Madrid. 1765. tom.4. p. 169</bibl>. cioè <foreign
            lang="spa" rend="italic">que han comido y bebido</foreign>. (17. Aprile. Sabato Santo.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non molto addietro ho notato in questi pensieri p. 4062. segg. la maggior disposizione
          naturale alla felicità che hanno i popoli di clima assai caldo e gli orientali, rispetto
          agli altri. Notisi ora che in verità questi erano i climi destinati dalla natura alla
          specie umana, come si dimostra quanto all’oriente, dalle antiche tradizioni che provano
          l’origine del genere umano essere stata in quei paesi, secondo il detto da me altrove in
          più luoghi, e quanto ai climi assai caldi in generale, dall’essere essi i soli in cui
          l’uomo possa viver nudo, come la natura lo ha posto, e senza altri soccorsi contro gli
          elementi, di cui la natura l’ha lasciato sfornitissimo, e che in altri paesi gli sono di
          prima necessità e non pochi nè facili a procacciare, nè insegnati dalla natura, ma
          bisognosi di molte esperienze, casi ec. La costruzione ec. degli altri animali qualunque,
          e delle piante, ci fa conoscere chiaramente la natura de’ paesi, de’ luoghi, dell’elemento
          ec. in cui la natura lo ha destinato a vivere, perchè se in diverso clima, luogo, ec.
          quella costruzione, quella parte, membro ec. e la forma di esso ec. non gli serve, gli è
          incomoda ec. non si dubita punto che esso naturalmente non è destinato a vivervi, anzi è
          destinato a non vivervi. Ora perchè simili argomenti saranno invalidi <pb ed="aut"
            n="4070"/> nell’uomo solo? quasi ei non fosse un figlio della natura, come ogni altra
          cosa creata, ma di se stesso, come Dio. (17. Aprile. Sabato Santo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli uomini governati in pubblico o in privato da altri, e tanto più quanto il governo è
          più stretto, (i fanciulli, i giovani ec.) accusano sempre, o tendono naturalmente ad
          accusare de’ loro mali o della mancanza de’ beni, delle noie e scontentezze loro, quelli
          che li governano, anche in quelle cose nelle quali è evidentissima l’innocenza di questi,
          e la impossibilità o d’impedire o rimediare a quei mali o di proccurar quei beni, e la
          totale indipendenza e irrelazione di queste cose con loro. La cagione è che l’uomo essendo
          sempre infelice, naturalmente tende ad incolparne altresì sempre non la natura delle cose
          e degli uomini, molto meno ad astenersi dall’incolpare alcuno, ma ad incolpar sempre
          qualche persona o cosa particolare in cui possa sfogar l’amarezza che gli cagionano i suoi
          mali, e che egli possa per cagione di questi fare oggetto e di odio e di querele, le quali
          sarebbero assai men dolci di quello che sono a chi soffre se non cadessero contro alcuno
          riputato in colpa del suo soffrire. Questa naturale tendenza opera poi che il misero si
          persuade anche effettivamente di quello che egli immagina, e quasi desidera che sia vero.
          Da ciò è nato che egli ha immaginato i nomi e le persone di fortuna, di fato, incolpati sì
          lungamente dei mali umani, e sì sinceramente odiati dagli antichi infelici, e contro i
          quali anche oggi, in mancanza d’altri <pb ed="aut" n="4071"/> oggetti, rivolgiamo
          seriamente l’odio e le querele delle nostre sventure. Ma molto più dolce fu agli antichi
          ed è a’ moderni l’incolpare qualche cosa sensibile, e massime qualche altro uomo, non solo
          per la maggior verisimiglianza, e quindi facilità di persuaderci della sua colpa, che è
          quello che ci bisogna, ma più ancora perchè l’odio e le querele sono più dolci quando si
          rivolgono sopra cose presenti che ne possano essere testimoni, e sottoposte alla vendetta
          che noi con esso odio vano e con esse vane querele intendiamo fare di loro. Massimamente
          poi è dolce l’odio e il lamento quando è rivolto sui nostri simili, sì per altre cagioni,
          sì perchè la colpa non può veramente appartenere se non a esseri intelligenti. Quelli che
          ci governano sono da noi facilmente scelti a far questa persona di rei de’ nostri mali,
          che non hanno altro reo manifesto o accusabile, e a servir di soggetto e scopo della vana
          vendetta che ci è dolce fare de’ medesimi mali. Essi sono in fatti in tali casi i più
          adattati, e quelli di cui ci possiamo dolere esteriormente e interiormente con più di
          verisimilitudine. Quindi è che chi governa in pubblico o in privato è sempre oggetto
          d’odio e di querele de’ governati. <emph>Gli uomini sono sempre scontenti perchè sono
            sempre infelici</emph>. Perciò sono scontenti del loro stato, perciò medesimo di chi li
          governa. (Essi sentono e sanno bene di essere infelici, di patire, di non godere, e in ciò
          non s’ingannano. Essi pensano aver diritto di esser felici, di godere, di non patire, e in
          ciò ancora non avrebbero il torto, se non fosse che in fatto questo che essi pretendono è,
          non che altro, impossibile.) <pb ed="aut" n="4072"/> E come non si può fare che gli uomini
          sieno mai felici, e però nè anche che sieno contenti, così niun governante nè pubblico nè
          privato, qualunque amore abbia a’ soggetti, qualunque cura del loro bene, qualunque
          sollecitudine di scamparli o sollevarli dai mali, qualunque merito insomma verso di loro,
          non può mai ragionevolmente sperare che essi non l’odino e non lo querelino, anche i più
          savi, perchè è natura nell’uomo il lagnarsi di qualcuno, quasi altrettanto che l’essere
          infelice, e questo qualcuno è per l’ordinario e molto naturalmente quello che li governa.
          Però circa il governare non v’ha pur troppo che due partiti veramente savi, o astenersi
          dal governo, sia pubblico sia privato, o amministrarlo totalmente a vantaggio proprio e
          non de’ governati. (17. Aprile. 1824. Sabato Santo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Piscis</foreign>-<foreign
            lang="fre" rend="italic">poisson</foreign>. Notisi che de’ diminutivi positivati delle
          lingue moderne altri hanno la diminuzione latina e questa o sonante diminuzione anche
          nelle lingue moderne o no, altre la diminuzione moderna affatto e non latina (18. Aprile.
          Pasqua. 1824.) e questa talora è diminuzione in quella tal lingua, talora in essa no, ma
          in altre moderne o in altra, sia sorella sia straniera, e sia che quella tal parola si
          trovi veramente in quest’altra lingua o non vi si trovi più, almeno con quella
          diminuzione. P. e. potrebb’essere che alcune voci francesi in <emph>in ine</emph> ec. in
          cui questa desinenza è additizia, perchè esse parole si trovano senza tal desinenza in
          latino o in italiano ec. sieno originariamente diminutivi positivati presi dall’italiano,
          quando <pb ed="aut" n="4073"/> bene in questo non si trovino più, almeno colla
          diminuzione, nè positivata nè veramente diminutiva. (19. Aprile 1824.). Così dicasi de’
          verbi, ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4044. Ferdinando il Cattolico non solamente al tempo della lega di Cambrai, ma
          anche più anni dopo, e sciolta già la lega, seguitò sempre a spacciare di volere andar
          contro gl’infedeli, non pur Mori d’Affrica, come diceva altresì, ma eziandio contro i
          turchi a Gerusalemme. <bibl>Vedi <author>Guicc.</author> t. 3. p. 109</bibl>. (19. Aprile.
          Lunedì di Pasqua. 1824.). Del resto v. ancora ivi p. 128. fine. V. p. 4081.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Senza</emph> per <emph>oltre</emph> (vedi i franc. e gli spagn. i quali dicono anche
          nel senso stesso <emph>a men de, oltre di</emph>, e viene a essere il medesimo). V. p.
          4081. — Così i greci <foreign lang="grc">ἄνευ</foreign>. <bibl>V. <author>Lucian.</author>
            <title>Ver. Hist.</title> l. 1. opp. 1687. p. 647. t. <hi rend="sc">i</hi>
          </bibl> e lo Scap. in <foreign lang="grc">ἄνευ</foreign> e ne’ suoi sinonimi e il Forcell.
          in <foreign lang="lat" rend="italic">absque</foreign> che si usa per <emph>eccetto</emph>,
          ma ciò non è precisamente il medesimo. (19. Aprile 1824. Lunedì di Pasqua.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="grc">ῥάφανος, ῥαφανὶς ίδος</foreign> co’ suoi
          composti e derivati, i quali vedi nello Scap. che dice <foreign lang="grc"
          >ῥαφανὶς</foreign> per <foreign lang="grc">ῥάφανος</foreign> essere attico. In tal caso la
          positivazione de’ diminutivi sarebbe anche propria dell’attico in particolare. I latini
          dicono <foreign lang="lat" rend="italic">rhaphanus</foreign>. Che <foreign lang="grc"
            >ῥαφανὶς</foreign> sia veramente positivato, <bibl>v. <author>Luciano</author>
            <title>Ver. Hist.</title> l. <hi rend="sc">i</hi> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p.
            649</bibl>. <foreign lang="grc">ῥαφανίδας ὑπερμεγέθεις</foreign>. E notabile che noi che
          abbiamo preso dal latino <foreign lang="lat" rend="italic">rafano</foreign>, e più
          volgarmente benchè corrottamente <emph>ravano</emph>, l’abbiamo anche come gli attici
          diminuito e positivato, facendone <emph>ravanello</emph>, che vale in tutto lo stesso che
          le due voci suddette, ed è molto più comune di ambedue loro, anzi ormai il solo in uso,
          almeno nel dir familiare e parlato. V. gli spagnuoli e i francesi. (19. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4074"/> Alla p. 4043. Qualunque poesia o scrittura, o qualunque parte di
          esse esprime o collo stile o co’ sentimenti, il piacere e la voluttà, esprime ancora o
          collo stile o co’ sentimenti formali o con ambedue un abbandono una noncuranza una
          negligenza una specie di dimenticanza d’ogni cosa. E generalmente non v’ha altro mezzo che
          questo ad esprimere la voluttà! Tant’è, il piacere non è che un abbandono e un oblio della
          vita, e una specie di sonno e di morte. Il piacere è piuttosto una privazione o una
          depressione di sentimento che un sentimento, e molto meno un sentimento vivo. Egli è quasi
          un’imitazione della insensibilità e della morte, un accostarsi più che si possa allo stato
          contrario alla vita ed alla privazione di essa, perchè la vita per sua natura è dolore.
          Onde è piacevole l’esserne privato in quanta parte si può, senza dolore e senz’altro
          patimento che nasca o sia annesso a questa privazione. Quindi il piacere non è veramente
          piacere, non ha qualità positiva, non essendo che privazione, anzi diminuzione semplice
          del dispiacere che è il suo contrario. Tali almeno sono i maggiori e più veraci piaceri. I
          piaceri vivi sono anche manco piaceri. Sempre portano seco qualche pena, qualche
          sensazione incomoda, qualche turbamento, e ciò annesso cagionato e dipendente
          essenzialmente da loro. (19. Aprile Lunedì di Pasqua 1824.). Dunque la vita è un male e un
          dispiacere per se, poichè la privazione di essa in quanto si può è naturalmente piacere.
          Infatti la vita è naturalmente uno stato violento, poichè naturalmente priva del suo sommo
          e naturale <pb ed="aut" n="4075"/> bisogno, desiderio, fine, e perfezione che è la
          felicità. E non cessando mai questa violenza, non v’è un solo momento di vita sentita che
          sia senza positiva infelicità e positiva pena e dispiacere. (20. Aprile. Martedì di
          Pasqua. 1824.). Massimamente poi quando da una parte colla civilizzazione è accresciuta la
          vita interna, la finezza delle facoltà dell’anima e del sentimento, e quindi l’amor
          proprio e il desiderio della felicità, da altra parte moltiplicata l’impossibilità di
          conseguirla, i mali fisici e morali, e finalmente diminuita l’occupazione, l’azione
          fisica, la distrazione viva e continua. (20. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Percussare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">percutio</foreign>. Crusca.
          V. il Gloss. (20. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quelli che non hanno bisogni sono ordinariamente molto più bisognosi di coloro che ne
          hanno. Uno de’ grandissimi e principalissimi bisogni dell’uomo è quello di occupare la
          vita. Questo è altrettanto reale quanto qualunque di quelli a’ quali occupandola si
          provvede; anzi è più reale, e maggiore eziandio assai, perchè il soddisfare a questo
          bisogno è l’unico o il principal mezzo di far la vita meno infelice che sia possibile,
          laddove il soddisfare a qualsivoglia di quegli altri per se, non è che un mezzo di
          mantenere la vita, la qual per se stessa nulla importa. Importa sibbene la felicità, o
          posta la vita, il menarla meno infelicemente che si possa. Ora al detto massimo bisogno,
          che è continuo ed inseparabile dalla vita umana, quelli che non hanno bisogni, o che per
          dir meglio non sono necessitati di provvedere essi medesimi a’ bisogni che hanno, gli
          suppliscono molto più difficilmente, <pb ed="aut" n="4076"/> e più di rado, e per lo più
          per molto minore spazio della loro vita, e in generale molto più incompletamente di quelli
          che hanno a provvedere da se a’ propri bisogni naturali e della vita. (20. Aprile. Martedì
          di Pasqua. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="spa">
              <hi rend="italic">Cuerpo mal sustentado y peor</hi>
              <hi rend="sc">comido</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>D. Quij.</author> ed. Madrid 1765. t. 4. p. 220</bibl>. <foreign lang="spa"
            rend="italic">Muger parida</foreign> cioè <foreign lang="spa" rend="italic">que ha
            parido</foreign>. ib. p. 226. (21. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4053. Nel Secolo di Luigi 14. di Voltaire ed. della Haye 1752. tome 2. fine del
          cap. 33. du jansénisme, p. 254. trovo <foreign lang="fre" rend="italic">tombeau</foreign>
          e subito dopo <foreign lang="fre" rend="italic">tombe</foreign> due volte, collo
          stessissimo senso di <foreign lang="fre" rend="italic">tombeau</foreign>. (21. Apr.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito del detto altrove circa i semidei dimostranti l’alta opinione che gli antichi
          avevano della natura umana, osservisi con quanta facilità si divinizzavano appresso i
          romani gl’imperatori o altri della loro famiglia, o loro liberti e favoriti, o vivi
          ancora, o morti al tempo e sotto gli occhi di quelli che li divinizzavano, anzi allora
            allora<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Anche Cesare Dittat. fu divinizzato, con flamine ec. ec., dopo la morte almeno. V.
              gli storici e Sveton. in fine della sua vita.</p>
          </note>. Non dirò già io che nè quelli che li divinizzavano, nè le altre persone
          intelligenti, nè forse anche la più ignorante feccia del popolo e la più superstiziosa,
          massime in quei tempi già illuminati e disingannati in tante cose (sebbene anche a quei
          tempi v’aveano persone, eziandio tra’ nobili e senatori, di maravigliosa superstizione,
          come e più che non fu Senofonte, spirito sì colto e istruito, fra’ greci in tempi simili)
          credessero veramente alla divinità di quei tali imperatori o parenti o favoriti di essi,
          vivi o morti. Ma quest’uso solo di divinizzare delle persone <pb ed="aut" n="4077"/>
          contemporanee, cosa che poichè era tanto ricercata da un canto dall’ambizione, dall’altro
          dall’adulazione, non doveva essere al tutto senza qualche effetto di persuasione in
          qualche parte del popolo, dimostra quanto poca distanza e diversità di natura ponessero
          gli antichi fra il divino e l’umano, senza di che non sarebbe stato possibile che una tale
          assurdità fosse pur venuta loro nella mente. Certo nè anche a’ più barbari, ignoranti e
          superstiziosi tempi del Cristianesimo, niuno pensò nè avrebbe potuto pensare o di far
          credere ad alcuno o solamente di dire per adulazione o per altro qualunque motivo che una
          persona non solo contemporanea, non solo viva, ma morta ed antica e famosa pure per
          santità e per qualsivoglia virtù o dignità, potenza ed opere vere o credute, fosse stato
          trasformato o dovesse trasformarsi, non dirò nella natura divina, ma neanche
          nell’angelica. E qual Cristiano avrebbe osato fare sopra qualsivoglia Principe Cristiano o
          no, fosse stato anche molto più grande e formidabile e più despotico di Augusto, ed esso
          molto più adulatore e più vile di tutti gli uomini di quel secolo, un distico simile a
          quello attribuito a Virgilio: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Nocte pluit tota</foreign>
          </quote> ec.? Qual Principe Cristiano sarebbesi fatto rappresentare cogli attributi non
          dirò dell’Eterno Padre o del Figliuolo, ma d’un Angelo o di un Apostolo, come
          gl’Imperatori, i loro parenti, i loro favoriti, si facevano scolpire, dipingere ec. o
          erano dipinti e scolpiti per adulazione, non pur dopo morte, ma in vita, cogli attributi e
          sotto la forma di Ercole, (anche una donna è nel Museo Vaticano rappresentata in istatua
          sotto questa forma, cioè con clava, pelle di leone ec.) di Venere, di Mercurio e simili.
          Lascio i templi, gl’idoli ed altari eretti a’ viventi appo i Romani, con culto sacrifizi e
          onori regolari e giornalieri al tutto divini, con flamine apposta <pb ed="aut" n="4078"/>
          destinato al particolar culto di quella divinità ancor vivente (flamen augustalis ec.), le
          pene decretate ed eseguite contro i bestemmiatori o violatori qualunque d’esse divinità
          morte o vive, come rei di religione, non di politica, le accuse e giudizi contro
          gl’incolpati di tali delitti ec. ec. Anche Alessandro si fece passare per figlio di Giove
          Ammone, e pare che da qualche parte del popolaccio fosse creduto, non solo de’ barbari, ma
          de’ greci e macedoni, ed è ben verisimile, o certo egli usò questa finzione come un mezzo
          politico per farsi rispettare e temere ec. e tenere in dovere ec. onde mostra che egli
          giudicò dovergli essere creduto, e ciò dai greci principalmente e dai macedoni, poichè i
          barbari non riconosceano gli stessi déi. Vedi in Luciano tra i Diall. de’ Morti, quello di
          Alessandro e Diogene, Alessandro e Filippo, Alessandro, Annibale, Scipione e Minosse. (21.
          Aprile. 1824.). E certo la Grecia allora non era una sciocca nè meno illuminata che fosse
          Roma al tempo degl’Imperatori (21. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. Non solo in franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >pistolet</foreign> per <emph>pistola</emph>, ma anche in ispagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">pistolete</foreign>, forse dal franc. poichè in ispagn. <emph>ete</emph>
          non è diminuzione. (22. Aprile. 1824.). Si dice anche in ispagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">pistola</foreign>. <bibl>
            <title>D. Quij.</title> ed. Madrid 1765. t. 4. p. 237-238</bibl>. dove poco avanti, p.
          235. trovi <foreign lang="spa" rend="italic">pistolete</foreign>. (23. Aprile 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3106. Niuna cosa è forse più atta di questa a mostrare la differenza del pensar
          moderno e del pensare antico (massime molto antico, al qual tempo appartiene Frinico e più
          che mai Omero) intorno a questi punti di cui qui discorriamo, differenza che tiene
          strettamente alla diversità generale dello stato dello spirito umano a’ tempi antichi e a’
          moderni. Quando negli ultimi anni, dopo <pb ed="aut" n="4079"/> il ritorno de’ Borboni, fu
          rappresentata a Parigi la Tragedia del Vespro Siciliano, tragedia che ebbe un successo
          distinto, qual mai o francese o straniero, pensò ad accusare il poeta di poco amor
          nazionale o di mancamento alcuno verso la patria, per aver commosso o cercato di
          commuovere sopra una sventura de’ suoi nazionali seguìta per opera di stranieri? Anzi chi
          non riputò e questo proposito e la scelta del soggetto nazionalissima e degnissima quanto
          qualunque altra di un buon cittadino? perocchè il poeta non volle far piangere sopra i
          nemici della Francia, ma sopra i Francesi sventurati. Or questo appunto fece Frinico, il
          quale non commosse le lagrime sopra i barbari nè per li barbari, ma sopra i greci e per li
          greci. E per questo medesimo fu condannato, e sarebbe stato applaudito per lo contrario, e
          stimato buon cittadino, se avesse fatto piangere e rivolta la compassione e pietà degli
          uditori sopra i nemici della nazione, come fece Eschilo ne’ Persiani tragedia che ha per
          soggetto e per materia unica di pietà e di terrore i mali de’ nemici della Grecia, nè però
          fu condannata da alcuno, nè stimata altro che nazionalissima. Tale appunto nè più nè meno
          si è il caso della Iliade, che fa piangere quasi unicamente o certo principalmente sopra e
          per li troiani nemici de’ suoi. (23. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nel Dialogo della Natura e dell’Anima ho considerato come la ragione e l’immaginazione e
          in somma le facoltà mentali eccellenti nell’uomo sopra quelle di ciascun altro vivente,
          gli sieno causa di non poter mai o quasi mai, e in ogni modo difficilmente, far uso di
          tutte le sue forze naturali, come fanno tutto dì e <pb ed="aut" n="4080"/> senza
          difficultà veruna tutti gli altri animali. Aggiungi. Si dice che i pazzi hanno una forza
          straordinaria, a cui non si può resistere, massime da solo a solo. Si crede che la loro
          malattia dia questa forza per se stessa, al contrario di tutte l’altre infermità. Non è
          egli chiaro che ciò procede dal non aver essi in se medesimi niuno impedimento a usare
          tutte le loro forze naturali? che i pazzi hanno più forza degli altri, solo perchè usano
          tutte quelle che hanno, o maggior parte che gli altri non usano? appunto come fa un
          animale nè più nè meno. Dal che deduco: quanti animali che si dicono fisicamente essere
          più forti dell’uomo, in verità non lo sono! quante forze debbe avere perdute l’uomo per i
          progressi del suo spirito, non solo radicalmente, ma anche per essere impedito a usare
          quelle che gli rimangono! quanto è più forte l’uomo, anche corrotto e indebolito, di quel
          che egli si crede. I pazzi lo dimostrano, che sovente superano di forze fisiche persone
          molto più robuste di loro, ed animali creduti ordinariamente più forti dell’uomo a corpo a
          corpo. L’ubbriachezza accresce le forze non solo radicalmente, ma eziandio negativamente
          per l’uso, che ella impedisce o turba, della ragione. Senza un’assoluta mancanza o
          sospensione di quest’uso, niuno uomo nè anche irriflessivo, nè anche fanciullo, nè anche
          selvaggio, nè anche disperato (i quali però tutti si vede per esperienza che hanno o
          piuttosto mostrano di avere a proporzione molta più forza de’ loro contrari), non usa, nè
          anche ne’ maggiori bisogni, ne’ maggiori pericoli, tutte le forze precisamente che egli ha
          in tutte le loro specie e in tutta la loro estensione. Non così gli animali: o certo essi
          risparmiano infinitamente minor parte delle loro <pb ed="aut" n="4081"/> forze, anche ne’
          menomi pericoli, bisogni, desiderii, propositi, che non risparmia l’uomo, anche il più
          disperato ec., ne’ maggiori. (23. Apr. 1824.). Il detto de’ pazzi dicasi
          proporzionatamente de’ disperati. V. p. 4090.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4073. capoverso 2. Così i franc. <foreign lang="fre" rend="italic">à moins que...
            ne</foreign>, che vale <emph>eccetto se... non</emph> ec. V. i Diz. (24. Aprile. Sabato
          in Albis. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4073. capoverso 1. È noto che per lunghissimo tempo, almeno sino alla fine del
          400 e ai principii del 500, si continuò in Ispagna, in Germania, e credo in tutta la
          Cristianità (che allora era o tutta o quasi tutta Cattolica) a fare questue annue per le
          crociate da farsi quando che fosse, le quali questue si chiamavano anche
          <emph>crociate</emph>, e montavano a grossissime somme (considerata specialmente la
          maggiore rarità della moneta a quei tempi), che i Pontefici, a cui disposizione pare che
          esse rimanessero, concedevano talvolta, ma con grandissime difficultà (e non di rado lo
          negavano) ai rispettivi Re di potere usare ne’ loro bisogni, massime quando erano loro
          collegati aperti od occulti, favoriti, per qualche impresa che premeva al Pontefice
            ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <bibl>V. <title>Saavedra Idea de un Principe politico Christiano</title>, Amst. 1659.
                ap. Iansson Iuniorem. empresa 25. p. 225-6.</bibl>
            </p>
          </note> Così il Guicc. più volte, e fra l’altre t. 3. p. 143. (24. Aprile. Sabato in
          Albis. 1824.). Io non so però bene se fossero questue o taglie determinate, e forzose, con
          obblighi di coscienza, o altro. V. gli Storici. (24. Aprile. 1824.). V. p. 4083.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito dei verbi in <emph>are</emph> fatti da quelli della 3., del che altrove,
            <bibl>v. il <author>Meurs.</author> t. 5. opp. p. 419</bibl>. dove però erra deducendo
          da <emph>vellicare</emph> che v’abbia a essere stato un vellare, mentre quello è
          frequentativo di <foreign lang="lat" rend="italic">vellere</foreign> (o diminutivo ec.) ed
          è della prima, perchè tutti i frequentativi o diminutivi di questo genere, da qualunque
          congiugazione di verbi sieno fatti, sono della 1.ma (24. Apr. Sabato in Albis. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4082"/> Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Perpétuel, perpétuellement. Continuel, continuellement</foreign>. Si dice anche
            <foreign lang="fre" rend="italic">continuement</foreign> o <foreign lang="fre"
            rend="italic">continûment</foreign>, e c <foreign lang="fre" rend="italic"
          >ontinu</foreign>. V. i Diz. Nota che questi sono diminutivi aggettivi. <emph>Struzzo
            struzzolo. Struffo strufolo</emph>. (25. Apr. 1824. Domenica in Albis.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Apprendre plusieurs langues médiocrement, c’est le fruit du travail
              de quelques années; parler purement et éloquemment la sienne c’est le travail de toute
              la vie</foreign>
          </quote>. Così dice Voltaire, la cui lingua pur non era che la francese, riputata la più
          facile delle lingue antiche e moderne. <bibl>
            <title>Histoire du Siècle de Louis XIV</title>. chap. 36. Écrivains, art. de Longueruë.
            (à la Haye 1752-3. t. 3. dans les additions. p. 195-196.)</bibl>. (26. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐν τοσούτῳ</foreign> per <emph>intanto</emph>, del che altrove. <bibl>
            <author>Luciano</author> opp. t. <hi rend="sc">i</hi> p. 686</bibl>. verso il fine.
          Simile è la frase <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν ὅσῳ δὲ ταῦτα ἐλογιζόμεθα</foreign>
          </quote>, <bibl>ib. p. 692. ed. Amst. 1687</bibl>. (26. Apr. 1824.). <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">En tanto que</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>D. Quij.</title> Madrid 1765. t. 4. p. 281</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Anche i latini nominavano <emph>be ce</emph> ec. non <emph>bi ci</emph>, come confessa il
          Corticelli nel principio della Gramm. Toscana, il qual vedi, e v. anche il Buommattei e
          gli altri grammatici latini italiani francesi spagnuoli ec. (26. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ser-v-ente — ser-g-ente</emph>. V. la Crus. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Ser-v-ant — ser-g-ent</foreign>. V. i Diz. franc. (26. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐκτὸς εἰ μὴ</foreign>, della qual frase (simile all’italiana) altrove <bibl>
            <author>Luciano</author>, opp. 1687. t. 1. p. 700. mezzo circa</bibl>. (27. Aprile.
          1824.). p. 701. princ.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Compagnon</emph>, di cui altrove è anche antico italiano e spagnuolo (D. Quij.) per
            <emph>compagno</emph>, forse l’uno e l’altro dal francese. (28. Aprile 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4083"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Exhaustare</foreign>. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Exhaustant</foreign>. (28. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Μεταξὺ</foreign> per <emph>nondimeno, con tutto ciò, al
          contrario</emph>, vedilo in Luciano nel Tirannicida, poco sotto il principio, opp. 1687.
          t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 694. fine. Questo significato è ignoto allo Scapula.
          L’interprete lo traduce <foreign lang="lat" rend="italic">interim</foreign>, che è il suo
          proprio, ma qui non ha che fare. <foreign lang="lat" rend="italic">Interim
          Interea</foreign> non hanno mai questo senso nel Forcell. Puoi vedere il Gloss. Certo è
          che in franc. <foreign lang="lat" rend="italic">cependant</foreign> cioè <foreign
            lang="grc">μεταξὺ</foreign> si adopra appunto nel senso ancora di
          <emph>nondimeno</emph>. Onde corrottamente gl’italiani moderni dicono e scrivono
            <emph>intanto, frattanto</emph> per <emph>nondimeno</emph>. V. gli Spagnuoli. (29. Apr.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4081. V. pure il Guicc. 3. 216. e che cosa fosse la decima di cui quivi parla,
          vedilo <bibl>ib. p. 96. 209. 254.</bibl> (30. Aprile 1824.). <bibl>V. pure il
              <author>Guicc.</author> 3. 248-53. 395. 397./4. 154. 172-4.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐξ ἀρχῆς εὐθὺς</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 728</bibl>. (30. Apr.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove circa il nostro uso italiano di adoperare pleonasticamente e per
          idiotismo e grazia di lingua il pronome <emph>si, mi, ti</emph>, dativo, uso che abbiamo
          pur trovato nell’antico e familiare latino, aggiungi che noi italiani adoperiamo detto
          pronome in molti verbi neutri, o attivi, che quando sono congiunti con esso, mal si
          chiamano da’ grammatici e vocabolaristi, neutri passivi, come <emph>dimenticare</emph> che
          anche si dice <emph>dimenticarsi</emph> col genitivo o accusativo o col <emph>che</emph>
          ec., <emph>immaginare</emph> che anche si dice <emph>immaginarsi</emph> coll’accusat. o
          col che ec. Questi verbi col <emph>si</emph> che sono moltissimi, non sono punto neutri
          passivi, <pb ed="aut" n="4084"/> perchè il <emph>si</emph> in essi non è accusativo, e
          però non indica passione nè transizione dell’azione nel suggetto stesso che la fa, ma è
          dativo e assolutamente ridondante per grazia di lingua, come in lat. il <foreign
            lang="lat" rend="italic">sibi</foreign>, onde essi verbi col <emph>si</emph>, restano
          quali sono senza di esso, neutri assoluti o attivi, e non sono neutri passivi più di
          quello che sia neutro passivo <emph>andarsi</emph> o <emph>andarsene, starsi</emph> o
            <emph>starsene</emph> e simili. E però quando i detti verbi sieno attivi, accoppiati col
            <emph>si</emph>, non debbono, p. e. nel più che perfetto, fare <emph>io me l’era
            immaginato</emph>, come è regola de’ neutri e de’ neutri passivi, ma <emph>io me lo
            aveva immaginato, io me lo aveva dimenticato</emph>, perchè quivi il verbo è tanto
          attivo quanto se senza il pronome <emph>si, mi, ti</emph>, che nulla altera e nulla vale
          in questi casi, si dicesse <emph>io l’aveva dimenticato</emph> ec. E così in fatti
          scrivono i buoni scrittori, cioè <emph>io me lo aveva immaginato</emph> ec. e così si dee
          scrivere, nè più nè meno che in quei verbi attivi in cui il pronome <emph>si, ti,
          mi</emph> ha vero significato, come p. e. <emph>io mi avea fabbricata una casa</emph>,
          cioè <emph>avea fabbricata una casa a me</emph>. Ma moltissime e forse le più volte
          sbagliano in questo anche gl’intendenti, scrivendo <emph>io me l’era immaginato</emph>. E
          non è maraviglia, perchè similmente sogliono per lo più scrivere <emph>io m’era fabbricata
            una casa</emph>, come se <emph>fabbricarsi</emph> fosse qui neutro passivo, quando è
          manifesto e fuori di controversia, che è assolutissimo attivo come
          <emph>fabbricare</emph>, essendo il <emph>mi</emph> dativo non accusativo, e lo stesso che
          si dicesse <emph>io gli avea fabbricata una casa</emph>, <pb ed="aut" n="4085"/> che certo
          niuno direbbe nè dice, nemmeno i più idioti, <emph>io gli era fabbricata</emph>. Del resto
          la detta ridondanza del <emph>si, mi, ti</emph>, dativo, credo sia anche comune in genere
          ai francesi e agli spagnuoli (30. Aprile 1824.). V. p. 4098.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come la fisonomia degli uomini, e animali sia determinata dagli occhi, secondo il detto
          altrove, osserva che se tu disegni un volto umano o animalesco e non vi poni gli occhi, tu
          non vedi punto che fisonomia abbia quel volto, e appena senti (se ben conosci) che sia un
          volto. Così i ritratti levati dall’ombra in profilo non paiono ritratti finchè non vi si
          aggiunga convenientemente quello che dall’ombra non si può ricavare, dico l’occhio. Al
          contrario se ponendovi gli occhi, lasci qualche altro membro, tu senti benissimo che
          quello è un volto e ne comprendi la fisonomia; solamente ti parrà mostruosa, ma sempre ti
          riuscirà un volto e una fisonomia. E così dico a proporzione, del disegnare o accennar gli
          occhi più o meno imperfettamente, paragonando l’effetto di questa imperfezione in ordine
          al determinar la fisonomia, coll’effetto di una simile imperfezione in altra qualunque
          parte del volto. (30. Aprile 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Παρ' ὀλίγον</foreign>
          </quote>, <foreign lang="lat" rend="italic">fere</foreign>
          <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 718</bibl>. V. i Less.
            <emph>per poco</emph> nel senso stesso. (1. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ignominia</emph> per <emph>innominia</emph>. Come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ignotus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">innotus</foreign> ec. del che
          altrove. (2. Maggio. 1824. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Nascere</emph> per <emph>accadere</emph> del che altrove. 3 Guicc. 3. 255. (2.
          Maggio. 1824. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4086"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Implicito as</foreign>. Vedi Forc. (2. Mag. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che da’ partic. pass. della prima si facciano i continuativi o frequentativi in
            <emph>itare</emph> piuttosto che in <emph>atare</emph>, non dee parer maraviglia quando
          si consideri l’uso lat. di scambiare per regola l’<emph>a</emph> in <emph>i</emph> breve,
          in tante altre cose, come ne’ composti (<foreign lang="lat" rend="italic">facio jacio —
            conficio, conijcio</foreign> ec.) ec. Oltre che anche nella prima v’ha molti supini e
          participii passati in <emph>itus</emph>, de’ quali altrove, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">domitus</foreign> ec. (2. Mag. Domenica. 1824.). Anche l’<emph>ae</emph>
          in <emph>i</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">Ae-quus in-i-quus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">En tanto que</foreign>. <bibl>
            <title>D. Quijote</title> ed. Madrid 1765. t. 4. p. 325. 334. più volte</bibl>. (4.
          Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il verbo <emph>stare</emph>, che ha tanta relazione al verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">esse</foreign> per l’uso, pel significato, alcune volte sinonimo ec. che
          in italiano supplisce col suo participio al difetto del verbo <emph>essere</emph>, e
          spesso si usa altresì, come anche più nello spagnuolo, in luogo di questo verbo, ec. non
          ha tuttavia nessunissima relazione grammaticale con lui, senza la mia osservazione che lo
          fa derivare da un antico participio o supino di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sum</foreign>. Similmente in greco <foreign lang="grc">ἵστημι, στάω</foreign>, ec. che in
          se, e ne’ loro composti e derivati, e nel lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sisto</foreign> che ne deriva, e suoi composti, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >exsisto, subsisto, exsistentia</foreign> ec. e nella voce <foreign lang="grc"
          >ὑπόστασις</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">substantia, subsistentia</foreign>
          ec.), ha tanta relazione col verbo <emph>essere</emph>, non ha alcuna attinenza
          grammaticale con lui, senza la mia osservazione che lo fa derivare dal lat. <foreign
            lang="lat" rend="italic">sto</foreign>, derivato da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sum</foreign>. Anche i composti e derivati di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sto</foreign> (come <foreign lang="lat" rend="italic">exsto, exstantia, substantia,
            substantivus, substo</foreign> ec. ec.) manifestano nel significato ec. grandissima
          relazione col verbo <emph>essere</emph>. (4. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4087"/>
          <emph rend="sc">g</emph>
          <emph>omire</emph>-<emph rend="sc">v</emph>
          <emph>omire</emph>. Crus. (6. Maggio. 1824.). <emph rend="sc">g</emph>
          <emph>olpe</emph> co’ derivati, composti ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Gomita</emph> plur. di <emph>Gomito</emph>. (6. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Fello-fellico as, fellito as</foreign>. (7. Maggio.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">En tanto que</foreign>. <bibl>
            <title>D. Quij.</title> Madrid. 1765. t. 4. p. 315. titolo.</bibl> (9. Maggio. Domenica.
          1824.). <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐν τοσούτῳ</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. <hi rend="sc">i</hi> .777. fin.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Enquérir, s’enquérir</foreign> (<foreign lang="lat"
            rend="italic">inquirere</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">enquirir</foreign>,
            <emph>inchiedere</emph>) — <foreign lang="fre" rend="italic">enquêter,
          s’enquêter</foreign> (quasi <emph>inquisitare, inchiestare</emph>), <foreign lang="fre"
            rend="italic">enquête</foreign> (<emph>inchiesta</emph>, come <foreign lang="fre"
            rend="italic">requête</foreign>
          <emph>richiesta</emph>), <foreign lang="fre" rend="italic">enquêteur</foreign> (<foreign
            lang="lat" rend="italic">inquisitor</foreign>, <emph>inchieditore</emph>), <foreign
            lang="fre" rend="italic">enquérant, enquis</foreign> participio. Riferiscasi al detto
          altrove in proposito di <foreign lang="lat" rend="italic">quaeritare, quaesitus,
          quisto</foreign> ec. (10. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non è forse cosa che tanto consumi ed abbrevi o renda nel futuro infelice la vita, quanto
          i piaceri. E da altra parte la vita non è fatta che per il piacere, poichè non è fatta se
          non per la felicità, la quale consiste nel piacere, e senza di esso è imperfetta la vita,
          perchè manca del suo fine, ed è una continua pena, perch’ella è naturalmente e
          necessariamente un continuo e non mai interrotto desiderio e bisogno di felicità cioè di
          piacere. Chi mi sa spiegare questa contraddizione in natura? (11. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’infinito in luogo dell’imperativo, del che ho detto altrove, si usa in greco
          massimamente colla negazione, il che è al tutto conforme all’uso italiano. Vedi per es.
          alcuni pseudoracoli in versi nel <bibl>
            <title>Pseudomantis</title> di <author>Luciano</author>, opp. 1687. t. <hi rend="sc"
            >i</hi> pag. 765. lin. 14. 28. 778. fin.</bibl> in due de’ quali luoghi notisi il
          nominativo coll’infinito, come in italiano. (12. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4088"/>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Bien razonado</foreign>, cioè <foreign lang="spa"
            rend="italic">que razona bien</foreign>. <bibl>
            <author>Cervantes</author>
            <title>Novelas exemplares</title>. Milan. p. 2.</bibl> (13. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Malheureux</foreign> per <emph>scellerato</emph> e
          peggio ancora, cioè aggiuntovi il disprezzo. Aggiungasi al detto altrove in questo
          proposito. (14. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Affidé</foreign> cioè <emph>fidato</emph> per
            <emph>fido, fedele</emph>. Aggiungasi al detto altrove sui participii aggettivati o
          sostantivati, come anche <foreign lang="fre" rend="italic">affidé</foreign> talora è
          sostantivo. (14. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ai frequentatativi in esso altrove notati, aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >petesso</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">petisso</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">peto</foreign>, del quale v. Forcell. aggiungendo a’ suoi
          esempi due che si trovano nel lungo frammento di Cicerone de suo Consulatu, che sta nel
          primo de Divinat. , i quali esempi dimostrano pur la forza frequentativa di <foreign
            lang="lat" rend="italic">petesso</foreign>. (15. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nei frammenti delle poesie di Cicerone massime in quelli delle sue traduzioni di Arato,
          che si trovano principalmente citati da lui, come nei libri de Divinat. ec., sono
          abbondantissimi i composti, e in particolare quelli fatti di più nomi, alla greca (come
            <foreign lang="lat" rend="italic">mollipes</foreign>), gran parte de’ quali, se non la
          massima, non debbono avere esempio anteriore, e mostrano essere coniati da lui ad esempio
          del greco, e forse per corrispondere a quelli appunto che traduceva. (15. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Εὐθὺς ἐν ἀρχῇ τοῦ λόγου</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 887</bibl>. (15. Maggio.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Ranunculus</foreign> (onde
            <emph>ranocchio</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">grénouille</foreign> ec. di
          cui altrove). Vedine la definizione nel Forcell. (15. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4089"/> Ai composti di <foreign lang="lat" rend="italic">jugare</foreign>
          notati altrove, aggiungi <emph>seiugare</emph>, cioè <emph>seiungere</emph>. (17. Maggio.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Clepo is psi ptum</foreign> — <foreign lang="grc"
          >κλέπτω</foreign>, quasi <foreign lang="lat" rend="italic">clepto as</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">cleptum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >clepo</foreign>. Il caso è al tutto simile a quel di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >apo-aptum-apto</foreign>-<foreign lang="grc">ἅπτω</foreign>, di cui lungamente altrove,
          eccetto che <foreign lang="lat" rend="italic">clepto</foreign> lat. non si conosce (è però
          ben verisimile), e viceversa <foreign lang="lat" rend="italic">clepo</foreign> è più noto
          e certo di <foreign lang="lat" rend="italic">apo</foreign> benchè parimente antiquato.
          Avvi anche <foreign lang="lat" rend="italic">clepso is</foreign>, se è vero. Vedi Forcell.
          (17. Maggio. 1824.). V. pag. 4115.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il diminuimento spagnuolo in <emph>ico ica</emph> dee venire dal lat. <foreign lang="lat"
            rend="italic">iculus, icula, iculum</foreign>, come ho detto altrove di altre
          diminuzioni spagnuole italiane francesi (17. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Cosa</emph> cioè <emph>causa</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >res</foreign>. Uso proprio di tutte tre le lingue figlie. V. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Causa</foreign> se ha nulla; il Gloss. ec. Anche <emph>causa</emph> si
          dice in italiano e in francese ec. spessissime volte per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >res</foreign>, come <emph>la causa pubblica, in causa propria, giovava alla sua
          causa</emph> (<foreign lang="lat">rei suae</foreign> o <foreign lang="lat">rebus
          suis</foreign>), e nel Guicciardini è frequente questo parlare. (17. Magg. 1824.). Vedi la
          pag. 4294.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Premo-pressum</foreign>-<foreign lang="fre"
            rend="italic">presser</foreign>, <emph>pressare</emph> co’ derivati. Aggiungilo al detto
          altrove de’ composti <emph>oppressare, soppressare</emph> ec. e v. gli spagnuoli. (17.
          Magg. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Marceo</foreign>, ant. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >marcitum</foreign>; <emph>marcire marcito</emph>; <foreign lang="spa" rend="italic"
            >marchito</foreign> spag. — <emph>marchitarse, marchitable</emph>. (18. maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign> nel modo e senso dello spagnuolo <foreign lang="spa"
            rend="italic">luego</foreign>, del che altrove. <bibl>
            <author>Luciano</author> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 897</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν ἀρχῇ μὲν ἐυθὺ τοῦ βίου</foreign>
          </quote> ib. (18. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4090"/>
          <emph>Altro</emph> per <emph>niuno</emph>, del che altrove. <emph>Senz’altro mezzo</emph>.
          Speroni Dialoghi, Ven. 1596. p. 275. verso il fine. (20. Maggio. 1824.). Nel Petrarca
          Canz. <title>Una donna più bella</title> ec. strofe 3. <quote>
            <emph>Altro volere</emph>
          </quote> o <quote>
            <emph>disvoler m’è tolto</emph>
          </quote>; <emph>altro</emph> sta per <emph>alcuna cosa, nulla</emph>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">quidquam</foreign>. (21. Maggio 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Si riprende l’uomo che non sia mai contento del suo stato. Ma in vero questo non è che la
          sua natura sia incontentabile, ma incapace di esser felice. Se fossero veramente felici,
          il povero, il ricco, il Re, il suddito si contenterebbero egualmente del loro stato, e
          l’uomo sarebbe contento come possa essere qualunque altra creatura, perch’egli è
          altrettanto contentabile. (20. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Rodo-rosum</foreign>-<emph>rosicchiare</emph>,
            <emph>rosecchiare, rosicare</emph> (volg.). Frequentativo o diminutivo. (20. Maggio.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4081. L’uomo sarebbe onnipotente se potesse esser disperato tutta la sua vita, o
          almeno per lungo tempo, cioè se la disperazione fosse uno stato che potesse durare. (21.
          Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>S’è veduto altrove come la irregolarità e i vizi palpabili delle ortografie straniere
          vengano in gran parte dall’aver voluto accomodare le loro scritture alla latina. Ora egli
          è pur curioso che gli stranieri vogliano poi pronunziare la scrittura latina nel modo in
          cui pronunziano la propria. Questa non corrisponde alla parola pronunziata perchè l’hanno
          voluta scrivere alla latina, e le parole latine le vogliono poi pronunziare <pb ed="aut"
            n="4091"/> colla stessa differenza dalla scrittura, che usano nel pronunziar le loro
          parole, perchè sono male scritte. Ma se esse sono male scritte, le latine sono scritte
          bene; però s’hanno a pronunziar come sono scritte e non altrimenti; e gli stranieri
          mostrano di non ricordarsi che essi non pronunziano diversamente da quel che scrivono, se
          non perchè vollero scrivere alla latina, e che l’origine di questa differenza tra il loro
          scritto e il parlato, e della loro scrittura falsa, fu l’aver voluto scrivere alla latina
          mentre parlavano in altro modo, e l’aver voluto seguitare materialmente la scrittura
          latina, non falsa ma vera. Ora avendola malamente voluta prendere per modello, e con ciò
          falsificata la loro scrittura, pretendono poi per questa cagione medesima che quella sia
          falsa come la loro, e perchè la loro è falsa perciocchè segue quella; il che è ben lepido.
          (21. Maggio. 1824.). Quelli poi che non hanno tolta l’ortografia loro da’ latini (sebben
          tutti in parte l’han tolta o immediatamente o mediatamente), e quelli che l’han tolta, in
          quelle cose in cui la loro non deriva da quella, ma è pur viziosa manifestamente perchè
          ripugna al lor proprio alfabeto, tralascia lettere e sillabe che s’hanno a profferire, ne
          scrive che non s’hanno a pronunziare; come mai, dico, questi tali hanno da credere che
          l’ortografia latina sia e viziosa perchè la loro lo è, e macchiata di quei vizi appunto
          che ha la loro, diversissimi poi in ciascuna, di modo che ciascuna nazione straniera
          pronunzia il latino diversamente? (21. Mag. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4092"/> Alla p. 4064. Da questo ragionamento segue che la maggior parte
          degli altri animali (poichè la vita naturale dell’uomo è delle più lunghe, e il suo
          sviluppo corporale è de’ più tardi)<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Similm. discorrasi delle donne, in proporzione ec.</p>
          </note> sono anche per questa parte naturalmente più felici di noi, tanto più quanto il
          loro sviluppo è più rapido, al che corrisponde in ragion diretta la brevità della vita,
          perchè il Buffon osserva ch’ella è tanto più breve quanto più rapida è la vegetazione
          dell’animale (s’intende del genere, e spesso anche degl’individui rispetto al genere)
          l’accrescimento del suo corpo e facoltà, le sue funzioni animali per conseguenza, e il
          giungere allo stato di perfezione e maturità; e viceversa. Questo si osserva per lo meno
          in quasi tutti i generi anche vegetali. (Buffon, nel capitolo, se non erro, della
          Vecchiezza). Ond’è che p. e. i cavalli e poi di mano in mano gli altri di sviluppo più
          rapido, sino a quegl’insetti che non vivono più d’un giorno (v. il mio Dial. d’un Fisico e
          di un Metafisico) sieno tutti di mano in mano più e più disposti naturalmente alla
          felicità che non è l’uomo, nonostante che la brevità della vita loro sia nella stessa
          proporzione; la qual brevità o lunghezza non aggiunge e non toglie nè cangia un apice
          nella felicità d’alcun genere di animali (nè anche negl’individui), come ho dimostrato nel
          Dial. succitato e nel pensiero a cui questo si riferisce. (21. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4093"/>
          <emph>Le mulina</emph>. Crus. e Guicc. t. 3. p. 361. bis. (23. Maggio. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Sciurus</foreign>- <foreign
            lang="fre" rend="italic">écureuil</foreign> (ant. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >escureuil</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">sciuriculus</foreign> o altro
          simile), <emph>schiratto</emph> (Pozzi nel Bertoldo; noi volgarmente
          <emph>schiriatto</emph>) diminutivo o disprezzativo, <emph>scoiatto</emph> (Pulci nella
          Crus.), <emph>scoiattolo</emph> sopraddiminutivo, o sopraddisprezzativo. Gli spagnuoli
            <foreign lang="spa" rend="italic">harda, hardilla</foreign>. (23. Maggio. Domenica.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">En tanto</foreign> in ispagnuolo (del che altrove) o
          spesso o sempre vuol dire <emph>infino a tanto</emph>, come nelle <title lang="spa"
            >Novelas exemplares</title> di Cervantes p. 79. ediz. citata alcuni pensieri più sopra.
          (23. Maggio. Domenica. 1824.). Così noi <emph>mentre</emph> per <emph>finchè</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Retinere</foreign> per <emph>ricordarsi</emph>, come in
          ital. ec. <emph>ritenere</emph>. Così anche il suo continuativo <foreign lang="lat"
            rend="italic">retentare</foreign> sta espressamente per <emph>ricordarsi</emph> in un
          luogo di <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>de Divinat.</title> l. 2. c. 29.</bibl> tradotto da Omero, il quale vedi, <bibl>
            <title>Il.</title> 2 v. 301.</bibl> (23. Maggio. 1824. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Inconsideratus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">non considerans, qui considerare non solet</foreign>. <bibl>Vedi
              <author>Forcell.</author>
          </bibl> e <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>de Divinat.</title> 2. c. 27</bibl>. Così <foreign lang="lat" rend="italic"
            >consideratus</foreign> nel senso contrario. <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>. (23. Maggio. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Cieo cies civi citum</foreign> (diverso da <foreign
            lang="lat" rend="italic">cio iis ivi itum</foreign>)<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat">Neo nes nevi netum</foreign>.</p>
          </note> co’ suoi composti, aggiungasi ai verbi della seconda che hanno il perfetto in
            <emph>vi</emph>, e il supino in <emph>itum</emph> breve, de’ quali altrove. E v. il
          Forcell. in <emph>cieo</emph> fine. (27. Maggio. Festa dell’Ascensione. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4094"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Periurus</foreign> sembra esser contrazione di <foreign
            lang="lat" rend="italic">periuratus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >peieratus</foreign> che pur si trovano, benchè in altro senso (per <foreign lang="lat"
            rend="italic">peiero</foreign> si disse anche <foreign lang="lat" rend="italic"
          >periero</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">periuro</foreign>). Così <foreign
            lang="lat" rend="italic">iuratus, coniuratus</foreign> ec. in sensi analoghi. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Exanimus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >inanimus</foreign> debbono esser contrazioni di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >exanimatus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">inanimatus</foreign>, che pur
          si trovano. Similmente <foreign lang="lat" rend="italic">semianimus</foreign> di un
            <foreign lang="lat" rend="italic">semianimatus</foreign> dal semplice <foreign
            lang="lat" rend="italic">animatus. Innumerus</foreign> debb’esser contrazione di un
            <foreign lang="lat" rend="italic">innumeratus</foreign> dal semplice <foreign lang="lat"
            rend="italic">numeratus</foreign>, con significato d’<foreign lang="lat" rend="italic"
            >innumerabilis</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">invictus</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">invincibilis</foreign> e tanti altri simili, di cui
          altrove, e v. il Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">illaudatus</foreign>. Queste
          contrazioni aggiungansi al detto d’<foreign lang="lat" rend="italic">inopinus
          necopinus</foreign> ec. dove si prova che anche in latino vi fu il costume di contrarre il
          participio della prima colla detrazione delle lettere <emph>at</emph>, costume
          frequentatissimo nell’italiano anche in voci per niente latine di origine. (27.-28.
          Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non solo gli antichi avevano tanto alta idea della natura umana che la stimavano poco
          inferiore alla divina, come ho detto altrove parlando de’ semidei, ma credevano ancora le
          anime nostre parenti, emanazioni, parti della divinità, divine esse stesse, e quasi dee
            (<foreign lang="grc">τὸ ἐν ἡμῖν θεῖον</foreign>). Della quale opinione non già volgare,
          anzi propria de’ filosofi, e questi molti e diversi, vedi fra i mille luoghi degli
          antichi, <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>de Divin.</title> l. <hi rend="sc">i</hi>. c. 30. 49. l. 2. c. 11. 58</bibl>. <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Georg.</title> l. 4. v. 219. sqq.</bibl> e quivi Servio ec. (28. Maggio. 1824.). <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>de nat. deor.</title> l. <hi rend="sc">i</hi>. c. 11. 12</bibl>. Vedilo anche
            <bibl>ib. 2. c. 53. fin. 62. principio</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4095"/> Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">κυψέλη-κυψέλιον,
            κυψελὶς ίδος</foreign>. <bibl>V. <author>Scap.</author>
          </bibl> e <bibl>
            <author>Luciano</author> in <title>Lexiphane</title> p. 2</bibl>. (29. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il tale rassomigliava i piaceri umani a un carcioffo, dicendo che conveniva roderne prima
          e inghiottirne tutte le foglie per arrivare a dar di morso alla castagna. E che anche di
          questi carcioffi era grandissima carestia, e la più parte di loro senza castagna. E
          soggiungeva che esso non volendosi accomodare a roder le foglie si era contentato e
          contentavasi di non gustarne alcuna castagna. (30. Maggio. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Rassomigliava qualunque (Comparava ogni) piacere umano a un carcioffo dicendo che ne
          bisogna rodere e trangugiare tutte le foglie volendo arrivare a dar di morso nella
          castagna, e che di questi carcioffi è carestia grandissima, ed anche la maggior parte di
          loro è sole foglie senza castagna. E soggiungeva che esso non si potendo accomodare a
          ingoiarsi le foglie ec. (31. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἔτι γὰρ τοῦτό μοι τὸ λοιπὸν ἦν</foreign>
          </quote>
          <emph>ci mancherebbe questo</emph>. Idiotismo comune al greco e italiano. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 787. init</bibl>. V.
          Crus. e Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">supersum</foreign> se hanno nulla. — <quote>
            <foreign lang="grc">παρ' ὅσον</foreign>
          </quote>
          <emph>in quanto che</emph>. <bibl>V. <author>Lucian.</author> ib. 786</bibl>. e lo Scap.
          ec. modo pur comune, e del quale o cosa simile ho detto anche altrove. (31. Maggio.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. Vedi <bibl>
            <author>Creuzer</author>
            <title>Meletemata e Disciplina antiquitatis</title> Lips. 1817. sqq. par. 3. p. 112.
            lin.28. p. 130. lin.23-24</bibl>. dove però s’inganna quanto al supporlo necessario,
          perchè non sempre <pb ed="aut" n="4096"/> questi tali sono diminutivi, come ho provato
          altrove coll’esempio di <foreign lang="lat" rend="italic">iaculum, speculum</foreign> ec.
          (1. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sisto</foreign> in vece di venire dal greco <foreign
            lang="grc">ἱστάω</foreign>, come si crede e ho detto altrove, ben potrebbe venire da
            <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> per duplicazione, non ignota neppure ai
          latini (come usitatissimo fra i greci), massime antichi, come ho mostrato altrove coll’es.
          di <foreign lang="lat" rend="italic">titillo</foreign> da <foreign lang="grc"
          >τίλλω</foreign>, e dei perf. <foreign lang="lat" rend="italic">cecidi</foreign> ec. ec. E
          la mutazione della coniugazione dalla prima nella terza, sarebbe appunto come nei composti
          di <foreign lang="lat" rend="italic">do</foreign> (del che pure altrove) anch’esso
          monosillabo come <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign>. E quanto al significato
          e all’uso ec. chi non vede l’analogia fra <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign>
          e <foreign lang="lat" rend="italic">sisto</foreign>? (1. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il tale diceva non esser ben detto quel che si afferma comunemente che basta l’apparenza
          p. e. a un letterato per essere stimato, benchè manchi della sostanza. Ora l’apparenza non
          solo basta, ma è la sola cosa che basti, ed è necessaria e la sola necessaria. Perocchè la
          sostanza senza l’apparenza non fa effetto alcuno e nulla ottiene, e l’apparenza colla
          sostanza non fa nè ottiene niente di più che senza essa: onde si vede la sostanza essere
          inutile, e il tutto stare nella sola apparenza. (1. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi vuol vedere la differenza che passa tra l’antica filosofia e la moderna, e quel che
          di questa ci possiamo promettere, le consideri ambedue sul trono, cioè <foreign lang="grc"
            >ἐξουσίαν</foreign>
          <pb ed="aut" n="4097"/>
          <foreign lang="grc">λαβούσας</foreign>, la quale non hanno i filosofi privati. Ora se egli
          è vero che la qualità d’ogni cosa non d’altronde si conosca meglio e più veramente che
          dagli effetti, da quelli de’ principi filosofi si dovrà giudicare delle due filosofie
          meglio che da’ privati, i quali hanno per necessità più parole che effetti, o effetti più
          deboli, e più desiderii e progetti che esecuzioni, perchè quel che vogliono, massime in
          cose grandi e rilevanti, nol possono. Paragoninsi dunque fra loro Marcaurelio e Federico,
          ambedue, si può dire, perfetti nella rispettiva filosofia, ambedue filosofi in parole e in
          opere, e corrispondenti ne’ loro fatti alle loro massime. E si troverà quello in un secolo
          inclinante alla barbarie essere stato il padre de’ suoi popoli ed esempio di virtù morali
          d’ogni genere anche a’ privati ed a tutti i tempi. Questo in un secolo sommamente civile
          essere stato il maggior despota possibile, il più freddo egoista verso i suoi popoli, il
          più indifferente al loro bene e curante del proprio, e solito e determinato ad antepor
          questo a quello, il maggior disprezzatore dico ne’ fatti e in parte eziandio ne’ detti,
          della morale in quanto morale, della virtù in quanto virtù, e del giusto come giusto; in
          somma, se non il più vizioso (chè egli non l’era per calcolo), certo il men virtuoso
          principe del suo tempo, e forse di tutti i tempi, perchè non avendo niuna delle virtù che
          vengono, o vogliamo dir venivano dalla forza della mente, mancava anche di quelle che
          nascono dalla debolezza (come n’erano in Luigi XV.). Fu anche disaffezionato stranamente
          alla sua patria, come gli è stato <pb ed="aut" n="4098"/> agramente rimproverato dai
          Tedeschi e fra gli altri da Klopstock, decisamente vago delle cose straniere, e solito
          d’antepor gli stranieri ai suoi nell’affetto, nella inclinazione e nei fatti. (1. Giugno.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4085. Qua si dee riferire il nostro elegante uso di aggiungere il pronome
          pleonastico nelle frasi indeterminate, coll’ottativo, come, <quote>
            <emph>che che egli si voglia, comunque ciò si accada, per quanto egli si dica, non meno
              che me le sia servitore</emph>
          </quote>
          <bibl>
            <author>Caro</author>, <title>lettera a nome del Guidiccioni</title> lett. 35.</bibl> o
          neutri o attivi che sieno i verbi. Ne’ quali casi il pronome è sempre dativo ed
          accidentale al verbo, e s’inganna a partito chi sopra alcuno esempio sì fatto, battezza
          quel tal verbo per neutro passivo, come par che voglia fare il Rabbi o il Bandiera ne’
          Sinonimi v. <emph>Affermare</emph>, dove allegando il <bibl>
            <author>Bocc.</author>
            <title>Nov.</title> 19.</bibl>
          <quote>
            <emph>quantunque tu te l’affermi</emph>
          </quote> (cioè <emph>per quanto tu te lo affermi</emph>, maniera indeterminata) e
          chiamandolo modo toscano, ne cava il verbo <emph>affermarselo</emph>, verbo nullo, perchè
          in tale e simili frasi indeterminate tutti o quasi tutti i verbi attivi o neutri passivi
          possono ricevere questa forma e ricevonla elegantemente (sia ciò proprietà toscana o
          altrimenti), ma fuor di tali casi in niun modo si direbbe <emph>affermarselo</emph> o
            <emph>affermarsi</emph>, come <emph>io mi affermo che tu</emph> ec. o <emph>egli se lo
            afferma asseverantemente</emph>, (1. Giugno. 1824.); e il luogo del Boccaccio non prova
          che ciò si possa dire. <quote>
            <emph>Chi che si fosse, qual o qualche se ne fosse la cagione, qual si sia o qualsisia,
              non so chi si fosse che ec. non so <pb ed="aut" n="4099"/> che o quello che si faccia
              o si voglia</emph>
          </quote> ec. (2. Giugno. 1824.). V. p. 4103.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Pesado</foreign> per <emph>pesante</emph>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">que pesa</foreign>, tanto nel proprio come nel figurato. (2.
          Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non si può meglio spiegare l’orribile mistero delle cose e della esistenza universale (v.
          il mio Dialogo della Natura e di un Islandese, massime in fine) che dicendo essere
          insufficienti ed anche falsi, non solo la estensione, la portata e le forze, ma i
          principii stessi fondamentali della nostra ragione. Per esempio quel principio, estirpato
          il quale cade ogni nostro discorso e ragionamento ed ogni nostra proposizione, e la
          facoltà istessa di poterne fare e concepire dei veri, dico quel principio. Non può una
          cosa insieme essere e non essere, pare assolutamente falso quando si considerino le
          contraddizioni palpabili che sono in natura. L’essere effettivamente, e il non potere in
          alcun modo esser felice, e ciò per impotenza innata e inseparabile dall’esistenza, anzi
          pure il non poter non essere infelice, sono due verità tanto ben dimostrate e certe
          intorno all’uomo e ad ogni vivente, quanto possa esserlo verità alcuna secondo i nostri
          principii e la nostra esperienza. Or l’essere, unito all’infelicità, ed unitovi
          necessariamente e per propria essenza, è cosa contraria dirittamente a se stessa, alla
          perfezione e al fine proprio che è la sola felicità, dannoso a se stesso e suo proprio
          inimico. Dunque l’essere dei viventi è in contraddizione naturale essenziale e necessaria
          con se <pb ed="aut" n="4100"/> medesimo. La qual contraddizione apparisce ancora nella
          essenziale imperfezione dell’esistenza (imperfezione dimostrata dalla necessità di essere
          infelice, e compresa in lei); cioè nell’essere, ed essere per necessità imperfettamente,
          cioè con esistenza non vera e propria. Di più che una tale essenza comprenda in se una
          necessaria cagione e principio di essere malamente, come può stare, se il male per sua
          natura è contrario all’essenza rispettiva delle cose e perciò solo è male? Se l’essere
          infelicemente non è essere malamente, l’infelicità non sarà dunque un male a chi la soffre
          nè contraria e nemica al suo subbietto, anzi gli sarà un bene poichè tutto quello che si
          contiene nella propria essenza e natura di un ente dev’essere un bene per quell’ente. Chi
          può comprendere queste mostruosità? Intanto l’infelicità necessaria de’ viventi è certa. E
          però secondo tutti i principii della ragione ed esperienza nostra, è meglio assoluto ai
          viventi il non essere che l’essere. Ma questo ancora come si può comprendere? che il nulla
          e ciò che non è, sia meglio di qualche cosa? L’amor proprio è incompatibile colla
          felicità, causa della infelicità necessariamente, se non vi fosse amor proprio non vi
          sarebbe infelicità, e da altra parte la felicità non può aver luogo senz’amor proprio,
          come ho provato altrove, e l’idea di quella suppone l’idea e l’esistenza di questo.</p>
        <p>Del resto e in generale è certissimo che nella natura delle cose si scuoprono mille
          contraddizioni in mille generi e di mille qualità, non delle apparenti, ma delle
          dimostrate con tutti i lumi e l’esattezza la più geometrica della metafisica e della
          logica; e tanto evidenti per noi quanto lo è la verità della proposizione Non può una cosa
          a un tempo essere e non essere. Onde ci bisogna rinunziare alla credenza o di questa o di
          quelle. E in ambo i modi rinunzieremo alla nostra ragione. (2. Giugno. 1824.). — Vedi
          un’altra evidente contraddizione della natura, e si può dire, in cose fisiche, <pb
            ed="aut" n="4101"/> notata alla p. 4087. e anche nel citato dialogo. (3. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Καθ' ὅσον</foreign> in senso simile all’italiano <emph>in
          quanto</emph> o <emph>in quanto che</emph>, del che, e simili altre frasi, ho detto
          altrove. <bibl>
            <author>Luciano</author> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 800</bibl>. (3. Giugno.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Εὐθὺς</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >primum</foreign>. <bibl>
            <author>Luciano</author> ib. p. 805</bibl>. (3. Giugno 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Radium</foreign>-<foreign
            lang="fre" rend="italic">rayon</foreign>. (4. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Oficio descansado</foreign>, cioè <foreign lang="spa"
            rend="italic">donde el hombre descansa</foreign>. <bibl>
            <author>Cervantes</author>
            <title>Novelas exemplares</title>, Milan 1615. p. 192</bibl>. (4. Giugno 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito di quel che ho scritto altrove sopra un luogo di Donato ad Terent. relativo
          al digamma, dove si parla di <foreign lang="lat" rend="italic">Davus</foreign>,
          anticamente <foreign lang="heb">***</foreign> ec. notisi che i Greci dicevano infatti
            <foreign lang="grc">Δάος</foreign>, o <foreign lang="grc">Δᾷος</foreign> o <foreign
            lang="grc">Δᾶος</foreign> o <foreign lang="grc">Δαὸς</foreign>, e <bibl>v.
              <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. 1. p. 797. e not. e p. 996</bibl>. (4. Giugno.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">En el entretanto que</foreign>. Cervantes loc. cit. qui
          sopra, p. 195. (5. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Divido</foreign>-<foreign lang="fre" rend="italic"
            >diviser</foreign>. (7. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>In quanto</emph> per <emph>poichè</emph> alla greca, del che altrove in più luoghi.
            <bibl>Vedi <author>Bembo</author> opp. t. 3. p. 129. col. 2. fine</bibl> e Rabbi
          Sinonimi v. <emph>poichè</emph>, e Crusca se ha nulla. (9. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>nulla</emph> ec. <bibl>V. <author>Caro</author>
            <title>Lettera a nome del Guidiccioni</title>, lett. 15. fine</bibl>. <quote>
            <emph>finchè non ho altro in contrario</emph>
          </quote> (modo comunissimo: <emph>avere</emph> o <emph>non avere altro in
          contrario</emph>, coll’interrogazione o positivo ec.), lett. 7. fine. <quote>
            <emph>senza darne altra</emph>
          </quote> (niuna) <quote>
            <emph>notizia al Padrone</emph>
          </quote>. (10. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Rilevato</emph> per <emph>rilevante</emph>, e così <foreign lang="spa" rend="italic"
            >relevado</foreign> in <bibl>
            <author>Cervantes</author>
            <title lang="spa">Novelas <pb ed="aut" n="4102"/> exemplares</title>. Milan 1615. p.
          252</bibl>. (11. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Hasta tanto</foreign> come in ital. <emph>fino a
          tanto</emph> ec. di cui altrove. <bibl>
            <author>Cervantes</author> loc. cit. qui sopra, p. 263</bibl>. (11. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Illustratus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">illustris</foreign>, il participio per l’aggettivo. V. l’<foreign
            lang="lat" rend="italic">index latinitatis</foreign> a Cic. de rep. e il Forcell. (12.
          Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il tale negava che si potesse amare senza rivale. E domandato del perchè, rispondeva:
          perchè sempre l’amato o l’amata è rivale ardentissimo dell’amante (del proprio amante).
          (13. Giugno. Domenica della SS. Trinità. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐχτὸς εἰ μὴ</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> op. 1687. t. 2. p. 28. verso il fine. p. 31. princip.</bibl>
          (14. Giugno. Vigilia di S. Vito Protettore di Recanati. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove della somma facoltà e fecondità della lingua greca, non ancora esaurita
          nè spenta, aggiungi che oggidì chi vuol sostituire al suo proprio qualche nome finto
          espressivo di qualche cosa, o dar nome significativo a qualche personaggio immaginario,
          come Moliere nel Malato immaginario, nei nomi de’ medici, o nominar qualche nuovo essere
          allegorico, o nuovamente nominare i già consueti ec. ec. non ricorre ordinariamente ad
          altra lingua (qualunque sia la sua propria, in tutta l’Europa e America civile) che alla
          greca. (15. Giugno. Festa di S. Vito Protettore di Recanati. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Τὸ μὲν γὰρ πρῶτον εὐθὺς</foreign>. <bibl>
            <author>Luciano</author> opp. 1687. t. 1. p. 41-42</bibl>. (16. Giugno. Vigilia della
          Festa del <foreign lang="lat" rend="italic">Corpus-Domini</foreign>. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ὅσον ἐν τῷ πλῷ</foreign>
          </quote>
          <emph>quanto, per ciò che spetta alla navigazione</emph>. <bibl>
            <author>Luciano</author> loc. cit. qui sopra. p. 34.</bibl> (16. Giugno. Vigilia della
          Festa del Corpus-Domini. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4103"/>
          <emph>Tutto quanto, tutti quanti</emph> — <foreign lang="grc">πᾶν ὅσον, πάντες ὅσοι,
            μικρὸν ὅσον, μύριοι ὅσοι, ὀλίγοι ὅσοι, πλεῖστον ὅσον</foreign> ec. ec. V. lo Scapula ec.
          ec. (20. Giugno. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4099. Qua spetta il nostro idiotismo sempre comune tra noi, massime nello
          scritto, dal 300 a oggi, di aggiungere il <emph>si</emph> (dativo) al verbo <emph>essere.
            Questo si è, questa si fu la cagione</emph> ec. (21. Giugno. Festa di S. Luigi Gonzaga.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Ficulneus — ficulnus</foreign> appo Orazio, e nóta che
            l’<emph>us</emph> vi è breve. (21. Giugno. Festa di S. Luigi Gonzaga. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Experimentado</foreign> per <emph>esperto</emph>, come
          noi <emph>sperimentato</emph> ed <emph>esperimentato</emph>, del che altrove. <bibl>
            <author>Cervantes</author>
            <title>Novelas exemplares</title>. p. 354. Milan 1615. 432</bibl>. (22. Giug. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>nulla, cosa alcuna</emph>. <bibl>
            <author>Guicc.</author> t. 4. p. 50. ediz. di Friburgo</bibl>: <quote>
            <emph>innanzi tentasse altro</emph>
          </quote>: e non aveva ancora tentato niente. (23. Giugno. Vigilia di S. Giovanni Battista.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il est aisé de voir la prodigieuse révolution que cette époque
              (celle du Christianisme) dut produire dans les moeurs. Les femmes, presque toutes
              d’une imagination vive et d’une ame ardente, se livrèrent à des vertus qui les
              flattoient d’autant plus, qu’ elles étoient pénibles. Il est presque égal pour le
              bonheur de satisfaire de grandes passions, ou de les vaincre. L’ame est heureuse par
              ses efforts; et pourvu qu’elle s’exerce, peu lui importe d’exercer son activité contre
              elle-même</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Thomas</author>
            <title lang="fre">Essai sur les Femmes</title>. Oeuvres, Amsterdam 1774. tome 4. p.
          340</bibl>. (24. Giugno. Festa di S. Giovanni Battista. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4104"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Agnomen, cognomen</foreign>, coi derivati ec.
          aggiungansi al detto altrove circa il <emph>g</emph> premesso a varie voci latine, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">nosco agnosco</foreign> ec. Anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">nomen</foreign> viene da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nosco</foreign>. (25. Giug. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il tale diceva che noi venendo in questa vita, siamo come chi si corica in un letto duro
          e incomodo, che sentendovisi star male, non vi può star quieto, e però si rivolge cento
          volte da ogni parte, e proccura in vari modi di appianare, ammollire ec. il letto,
          cercando pur sempre e sperando di avervi a riposare e prender sonno, finchè senz’aver
          dormito nè riposato vien l’ora di alzarsi. Tale e da simil cagione è la nostra
          inquietudine nella vita, naturale e giusta scontentezza d’ogni stato; cure, studi ec. di
          mille generi per accomodarci e mitigare un poco questo letto; speranza di felicità o almen
          di riposo, e morte che previen l’effetto della speranza. (25. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐν τοσούτῳ</foreign> — <emph>intanto</emph>, del che altrove. <bibl>
            <author> Luciano</author> opp. 1687. t. 2. p. 48. principio, 51. dopo il mezzo.
          64</bibl>. (25. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Plus le lien général s’étend, plus tous les liens particuliers se
              relâchent. On paroît tenir à tout le monde, et l’on ne tient à personne. Ainsi la
              fausseté s’augmente. Moins on sent, plus il faut paroître sentir</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Thomas</author>, loc. cit. qui dietro, p. 448</bibl>. Questo ch’ei dice dei
          legami di società sostituiti a quei di famiglia, di ristrette amicizie ec. ben puossi
          applicare all’amore universale sostituito al patrio al domestico ec. (27. Giugno.
          Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic"> Callado</foreign> per <emph>tacente</emph>, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">tacitus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >taceo itum</foreign>, del <pb ed="aut" n="4105"/> che altrove. Cervantes Novelas
          exemplares, Milan 1615. p. 431. (27. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Dilettare</emph>-<foreign lang="lat" rend="italic">dileticare</foreign> coi derivati
          ec. frequentativo o diminutivo alla latina, e può anche aggiungersi agli esempi delle
          forme frequentative italiane di verbi, da me altrove raccolte<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>
              <emph>Farneticare</emph>.</p>
          </note>. Avvertasi però che ha un significato diverso da <emph>dilettare</emph>, e forse è
          corruzione di <emph>solleticare</emph>, e così <emph>diletico</emph>, che altrimenti sarà
          un diminutivo o frequentativo di <emph>diletto</emph>. (29. Giugno. Festa di S. Pietro.
          giorno mio natalizio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’infelicità abituale, ed anche il solo essere abitualmente privo di piaceri e di cose
          che lusinghino l’amor proprio, estingue a lungo andare nell’anima la più squisita
          ogn’immaginazione, ogni virtù di sentimento, ogni vita ed attività e forza, e quasi ogni
          facoltà. La cagione è che una tale anima, dopo quella prima inutile disperazione, e
          contrasto feroce o doloroso colla necessità, finalmente riducendosi in istato tranquillo,
          non ha altro espediente per vivere, nè altro produce in lui la natura stessa ed il tempo,
          che un abito di tener continuamente represso e prostrato l’amor proprio, perchè
          l’infelicità offenda meno e sia tollerabile e compatibile colla calma. Quindi
          un’indifferenza e insensibilità verso se stesso maggior che è possibile. Or questa è una
          perfetta morte dell’animo e delle sue facoltà. L’uomo che non s’interessa a se stesso, non
          e capace d’interessarsi a nulla, perchè nulla può interessar l’uomo se non in relazione a
          se stesso, più o men vicina e palese, e di qualunque sorte ella sia. Le bellezze della <pb
            ed="aut" n="4106"/> natura, la musica, le poesie più belle, gli avvenimenti del mondo,
          felici o tragici, le sventure o le fortune altrui, anche dei suoi più stretti, non fanno
          in lui nessuna impressione viva, non lo risvegliano, non lo riscaldano, non gli destano
          immagine, sentimento, interesse alcuno, non gli danno nè piacere nè dolore, se bene pochi
          anni avanti lo empievano di entusiasmo e lo eccitavano a mille creazioni. Egli stupisce
          stupidamente della sua sterilità e della sua immobilità e freddezza. Egli è divenuto
          incapace di tutto, inutile a se e agli altri, di capacissimo ch’egli era. La vita è finita
          quando l’amor proprio ha perduto il suo <foreign lang="fre" rend="italic"
          >ressort</foreign>. Ogni potenza dell’anima si estingue colla speranza. Voglio dire colla
          disperazione placida, perchè la furiosa è pienissima di speranza, o almeno di desiderio,
          ed anela smaniosamente alla felicità nell’atto stesso che impugna il ferro o il veleno
          contro se medesimo. Ma il desiderio è più spento che sia possibile in un’anima avvezza a
          vederli sempre contrariati, e ridotta o per riflessione o per abito o per ambedue a
          sopirli e premerli. L’uomo che non desidera per se stesso e non ama se stesso non è buono
          agli altri. Tutti i piaceri, i dolori, i sentimenti e le azioni che gl’inspiravano le cose
          dette di sopra, cioè la natura e il resto, si riferivano in un modo o nell’altro a se
          stesso, e la loro vivezza consisteva in un ritorno vivo sopra se medesimo. Sacrificandosi
          ancora agli altri, non d’altronde egli ne aveva la forza se non da questo ritorno e
          rivolgimento sopra di se. Ora <pb ed="aut" n="4107"/> senz’alcuna ferocia, nè misantropia
          nè rancore nè risentimento, senza neppure egoismo, quell’anima già poco prima sì tenera è
          insensibile alle lagrime, inaccessibile alla compassione. Si moverà anche a soccorrere, ma
          non a compatire. Beneficherà o sovverrà, ma per una fredda idea di dovere o piuttosto di
          costume, senza un sentimento che ve lo sproni, un piacere che gliene venga. La noncuranza
          vera e pacifica di se stesso è noncuranza di tutto, e quindi incapacità di tutto, ed
          annichilamento dell’anima la più grande e fertile per natura.</p>
        <p>Questo medesimo effetto che produce la infelicità, lo produce, come ho detto, l’abito di
          non provare o non vedersi d’innanzi alcuna apparenza di felicità, alcun dolce futuro,
          alcun piacere grande o piccolo, alcuna fortuna della giornata o durevole, alcuna carezza e
          lusinga degli uomini o delle cose. L’amor proprio non mai lusingato, si distacca
          inevitabilmente dalle cose e dagli uomini (fosse pur sommamente filantropo e tenero), e
          l’uomo abituandosi a non veder nella vita e nel mondo nulla per se, si abitua a non
          interessarvisi, e tutto divenendogli indifferente, il più gran genio diventa sterile e
          incapace anche di quello di cui sono capacissimi gli animi per natura più poveri,
          infecondi, secchi ed inetti. (29. Giugno. Festa di S. Pietro. giorno mio natalizio.
          1824.). Il che sempre più privandolo d’ogni illusione e successo dell’amor proprio, sempre
          più conferma in lui l’abito di noncuranza, e d’inettitudine e spiacevolezza. Trista
          condizione del genio, tanto più facile a cadere in questo stato (che certo <pb ed="aut"
            n="4108"/> non è strettamente proprio se non di lui), quanto da principio il suo amor
          proprio è più vivo, e quindi più avido e bisognoso di lusinghe e piaceri e speranze, meno
          facile ad apprezzare e soddisfarsi di quelle e quelli che agli altri bastano, e più
          sensibile alle offese e punture che i volgari non sentono. (29. Giugno. Festa di S.
          Pietro. dì mio natalizio. 1824.). V. p. 4109.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Φρύσσω</foreign> o <foreign lang="grc">φρύττω</foreign>- <foreign
            lang="fre" rend="italic">frissonner</foreign>. Notinsi in questo verbo due cose. La
          derivazione manifesta dal greco, e la forma diminutiva o frequentativa. (30. Giugno. 1824.
          Anniversario del mio Battesimo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della lingua universale, o piuttosto scrittura universale progettata da alcuni filosofi,
          vedi <bibl>
            <author>Thomas</author>
            <title lang="fre">Éloge de Descartes</title>, Oeuvres, Amsterdam 1774, t. 4. p.
          72</bibl>. (2. Luglio, Festa della Visitazione di Maria Vergine Santissima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come tutte le facoltà dell’uomo siano acquisite per mezzo dell’assuefazione, e nessuna
          innata, fin quella di far uso de’ sensi, da’ quali ci vengono tutte le facoltà; insomma,
          come l’uomo impari a vedere, e nascendo non abbia questa facoltà, benchè egli non si
          accorga mai d’impararla, e naturalmente creda che ella sia nata con lui, vedi fra gli
          altri il Thomas loc. cit. qui sopra, p. 59-60. (2. Luglio. dì della S. Visitazione di
          Maria. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">C’est ainsi que les grands Hommes découvrent, comme par inspiration,
              des vérités que les hommes ordinaires n’entendent quelquefois qu’au bout de cent ans
              de pratique et d’étude; et celui qui démontre ces vérités après eux, acquiert encore
              une gloire immortelle</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Thomas</author>
            <pb ed="aut" n="4109"/> loc. cit. qui dietro, p. 37</bibl>. <quote>
            <foreign lang="fre">Sa géometrie étoit si fort au dessus de son siècle qu’il n’y avoit
              réellement que très peu d’hommes en état de l’entendre. C’est ce qui arriva depuis à
              Newton; c’est ce qui arrive à presque tous les grands hommes. Il faut que leur siècle
              coure après eux pour les atteindre</foreign>
          </quote>. <bibl>Id. ib. not. 22. p. 143</bibl>. (2. Luglio. Festa della Visitazione di
          Maria Santissima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2811. marg. E così anche <foreign lang="grc">δείδω</foreign> potrà esser fatto da
          un preterito di <foreign lang="grc">δέω</foreign> o <foreign lang="grc">δέομαι</foreign>,
          da <foreign lang="grc">δέδια</foreign> ec. (2. Luglio. Festa della Visitazione della
          Beatissima Vergine Maria. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4008. fine. Così il <emph>bul</emph> in <emph>bbi</emph>, (<foreign lang="lat"
            rend="italic">nebula</foreign>, <emph>nebbia</emph>), ec. Insomma generalmente
            l’<emph>ul</emph> in <emph>i</emph>, con duplicazione della consonante precedente, se la
          sillaba in latino è pura come in <foreign lang="lat">
            <emph>ne</emph>-<emph rend="sc">bu</emph>-<emph>la</emph>
          </foreign>, e non impura, come in <foreign lang="lat" rend="italic">misculare</foreign>
            (<foreign lang="lat">
            <emph>mi</emph>-<emph rend="sc">scu</emph>-<emph>lare</emph>
          </foreign>), onde si fa <foreign lang="lat">
            <emph>mi</emph>-<emph rend="sc">schi</emph>-<emph>are</emph>
          </foreign>, e non <foreign lang="lat">
            <emph>mis</emph>-<emph rend="sc">cchi</emph>-<emph>are</emph>
          </foreign>. (3. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4108. Come l’uomo non è capace d’imprender nulla che non abbia in qualunque modo
          per fine se stesso, così i cattivi successi continui in quanto a se stesso, o la continua
          mancanza di successi qualunque dell’amor proprio, scoraggisce naturalmente l’uomo
          dall’intraprender più nulla, nè anche il sacrifizio di se stesso, e lo rende incapace e
          inabile a tutto per la mancanza di coraggio. Lo scoraggimento è proprio e facile sopra
          tutto agli animi dilicati e grandi. (3. Luglio. 1824.). V. p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Anche tra i greci fu in uso in certi luoghi lo spettacolo di combattenti mercenarii.
            <bibl>V. <author>Luciano</author> sulla fine del <title lang="lat">Toxaris sive de
              Amicitia</title>, opp. 1687. t. 2. p. 72</bibl>. Furono poi introdotti a’ tempi romani
          in alcune città greche (d’Asia o d’Europa) i circhi e i ludi gladiatorii <pb ed="aut"
            n="4110"/> usati in Roma. E forse di questi tempi intende Luciano di parlare, anzi
          certo, poichè dal resto del Dialogo apparisce che egli finge il Dialogo a’ tempi romani.
          Del rimanente, <bibl>v. <author>Fusconi</author>
            <title>Dissertat. de Monomachia Rom.</title> 1821. p. 9. not. 43</bibl>. (4. Luglio.
          Domenica. 1824. infraottava della Visitazione di Maria Vergine Santissima.). <bibl>V.
            anche <author>Luciano</author> 2. <hi rend="sc">iii</hi>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Calcagna (4. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla per antecedente. Un tal uomo ha tanto coraggio a operare o a risolversi di operare
          quanto chi è certo o quasi certo di non conseguire il fine di una operazione particolare.
          (4. Luglio. Domenica infraottava della Visitazione. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il titolo di <emph>divino</emph> (<emph>divinamente</emph> ec.) solito darsi in greco, in
          latino e nelle lingue moderne per una conseguenza dell’uso di quelle, agli uomini e alle
          cose singolari, eccellenti ec. ancorchè in niente sacre nè appartenenti alla Divinità, non
          avrebbe certamente avuto mai principio nè luogo nel Cristianesimo. Esso uso è un residuo
          dell’antica opinione che innalzava gli uomini poco più sotto degli Dei ec., del che
          altrove in più luoghi. (6. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove circa l’uso latino conforme all’italiano di usare pleonasticamente il
          pronome dativo <foreign lang="lat" rend="italic">sibi</foreign>, v. anche il Forcell. in
            <foreign lang="lat" rend="italic">mihi, tibi, nobis</foreign> e simili altri dativi di
          pronomi personali. (7. Luglio. infraottava della Visitazione di Maria Vergine Santissima.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Sommolo</emph>. <bibl>V. la <title>Crusca</title>
          </bibl>. (7. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4111"/>
          <foreign lang="fre">
            <hi rend="italic">Expérimenté</hi> (instruit par l’expérience) <hi rend="italic"
              >inexpérimenté</hi> (qui n’a point d’expérience)</foreign>. (11. Luglio. Domenica.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Myrtus</foreign>, –
            <emph>mortella</emph> (se è però la stessa pianta). V. franc. spagn. ec. ec. (11.
          Luglio. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quando noi diciamo che l’anima è spirito, non diciamo altro se non che ella non è
          materia, e pronunziamo in sostanza una negazione, non un’affermazione. Il che è quanto
          dire che <emph>spirito</emph> è una parola senza idea, come tante altre. Ma perocchè noi
          abbiamo trovato questa parola grammaticalmente positiva, crediamo, come accade, avere
          anche un’idea positiva della natura dell’anima che con quella voce si esprime. Nel
          metterci però a definire questo spirito, potremo bene accumulare mille negazioni o
          visibili o nascoste, tratte dalle idee e proprietà della materia, che si negano nello
          spirito, ma non potremo aggiungervi niuna vera affermazione, niuna qualità positiva, se
          non tratta dagli effetti sensibili, e quindi in certa guisa materiali, (il pensiero, il
          senso ec.) che noi <emph>gratis</emph> ascriviamo esclusivamente a esso spirito. E quel
          che dico dell’anima dico degli altri enti immateriali, compreso il Supremo. (11. Luglio.
          Domenica. 1824.). — Tanto è dire <emph>spirituale</emph>, quanto <emph>immateriale</emph>;
          questa, voce affatto negativa grammaticalmente, quella ideologicamente. (11. Luglio.
          Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">στύπη</foreign> o <foreign lang="grc"
            >στύππη-στυππεῖον</foreign> o <foreign lang="grc">στυπεῖον</foreign>
          <bibl>V. Scapula e <author>Luciano</author> opp. Amsterdam 1687. t. 2. p. 98.99. più
            volte.</bibl> (12. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4112"/>
          <emph>Sensato</emph> per <emph>sentito</emph> o per <emph>sensibile</emph> (come
            <emph>invitto</emph> per <emph>invincibile</emph> ec. del che altrove) quasi da un
            <foreign lang="lat" rend="italic">senso as</foreign> continuativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">sentio sensum</foreign>, vedilo nella Crusca. Vedi ancora Forcell. Gloss.
          ec. (14. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove che i derivativi latini si formano dagli obbliqui e non dal retto dei
          nomi originali, aggiungi una prova evidente più che mai <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Jovialis</foreign> e simili da <foreign lang="lat" rend="italic">Juppiter
          Jovis</foreign>. (Vi saranno ancora altri simili esempi da simili nomi). Così in greco
            <foreign lang="grc">Διιὸς</foreign> da <foreign lang="grc">Ζεὺς Διὸς</foreign>. (<bibl>
            <author>Plat.</author> in <title lang="lat">Phaedro</title> ec.</bibl>) (14. Luglio.
          1824.). Anche in greco i derivativi sono sempre, se non erro, dal genitivo (o noto o
          ignoto, o di un dialetto o comune ec.) <foreign lang="grc">φυσικὸς</foreign> non è da
            <foreign lang="grc">φύσι-ς</foreign> (gen. <foreign lang="grc">φύσεως</foreign>) ma o da
            <foreign lang="grc">φύσι-ος</foreign> (genit.), o piuttosto è come <foreign lang="grc"
            >μουσ -ικὸς</foreign> da <foreign lang="grc">μοῦσα</foreign> ec. ec. (15. Luglio.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="grc">γόνυ-γονάτιον</foreign>. (<bibl>V.
              <author>Lucian.</author> opp. 1687. 2. 83.</bibl>) <foreign lang="grc">γουνὶς
          ίδος</foreign>. Così <emph>ginocchio</emph> è diminutivo positivato di <foreign lang="lat"
            rend="italic">genu</foreign>. (14. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Descansado</foreign>, che ha riposato, detto di persona. <bibl>
            <author>Cervantes</author>, <title lang="spa">Novelas exemplares</title>, Milan. p.
          580.</bibl> (15. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Adultus</foreign> o venga da <foreign lang="lat"
            rend="italic">adolesco</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic">adoleo</foreign>
          è originariamente participio neutro passato, di un verbo neutro. (15. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Muscus</foreign>–<emph>muschio</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Desatentado</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cervantes</author> loc. cit. qui sopra p. 605.</bibl> (16. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4113"/>
          <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Entreabrir, entre oscuro</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Cervantes</author> loc. cit. qui dietro, p. 588.</bibl>) e simili (<bibl>v. il
            Diz. spagnuolo in <emph>entre</emph>...</bibl>) aggiungasi al detto altrove dell’antico
          uso d’<foreign lang="lat" rend="italic">inter</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">fere</foreign> ec., conservato ne volgari moderni. Così in franc. <foreign
            lang="fre" rend="italic">entrevoir</foreign> ec. ec. (16. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Apercebido</foreign>, di cui altrove, notisi che non è
          participio di verbo neutro, ma attivo, ed è participio passivo. (17. Lugl. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Del bello esterno come sia relativo vedi un luogo insigne di Cicerone De Natura Deorum 1.
          27-29.(19. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">σάκχαρ-σακχάριον</foreign>. (20. Luglio
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Frequentativo. <foreign lang="fre" rend="italic">Tâter — tâtonner</foreign> coi derivati.
          (20. Lugl. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Capella, capretta</emph> coi derivati, metafore ec. Così
            <foreign lang="spa" rend="italic">oveja</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic"
            >ovicula</foreign>) per <foreign lang="lat" rend="italic">ovis</foreign>. Così <foreign
            lang="fre" rend="italic">ouaille</foreign> ec. Così <emph>vitello</emph> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">vitulus</foreign>. Così <emph>agnello</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">agneau</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >agnus</foreign>. Così <foreign lang="fre" rend="italic">mulet</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">mulus</foreign>. Così <foreign lang="lat" rend="italic"
          >asellus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">asinus</foreign>. Così <foreign
            lang="fre" rend="italic">femelle</foreign> per <emph>femina</emph> di bestie. (<bibl>v.
              <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Femella</foreign>
          </bibl>). Così <foreign lang="lat" rend="italic">catellus</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">catulus</foreign>. Così <emph>uccello, augello</emph> ec.
            <foreign lang="fre" rend="italic">oiseau</foreign>, per <foreign lang="lat"
            rend="italic">avis</foreign>. Così <foreign lang="fre" rend="italic">poulet</foreign>
          per <foreign lang="lat" rend="italic">pullus</foreign>. Così noi <emph>muletto,
          muletta</emph>. (<bibl>V. la Crusca.</bibl>) Così <emph>usignuolo, rosignuolo</emph> ec.
            <foreign lang="fre" rend="italic">rossignol</foreign> franc. (v. gli spagnuoli e
          Forcellini in <foreign lang="lat" rend="italic">Lusciniola</foreign>) per <foreign
            lang="lat" rend="italic">luscinia</foreign>. Così <emph>cardellino, cardelletto,
            calderugio, caderino, calderello</emph> (v. gli spagnuoli e i francesi) per <foreign
            lang="lat" rend="italic">carduelis</foreign>. Così <foreign lang="fre" rend="italic"
            >poisson</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">piscis</foreign>. Così <foreign
            lang="fre" rend="italic">taureau</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >taurus</foreign>. (<bibl>v. la Crus. in <emph>torello</emph> se ha niente a
          proposito</bibl>). ec. ec. (22. Luglio. 1824.). Così <emph>chiocciola</emph> ec. Così
            <emph>allodola, lodola</emph> ec. (v. spagnuoli e francesi) per <foreign lang="lat"
            rend="italic">alauda</foreign>. Così <foreign lang="grc">ποίμνιον, προβάτιον</foreign>
          ec. Così <foreign lang="fre" rend="italic">hirondelle</foreign>, <emph>pecchia</emph>,
            <foreign lang="fre" rend="italic">abeille</foreign> ec. <emph>struzzolo</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">passereau</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >passerculus</foreign>, <foreign lang="grc">στρουθίον</foreign> ec. <pb ed="aut"
            n="4114"/> Così forse anche nei nomi di piante, come <emph>bietola</emph> ec., e d’altri
          generi di cose naturali, usuali ec. (22. Luglio. 1824.). V. p. 4115.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">κάλως-καλώδιον</foreign>. V. Scap. (22.
          Luglio 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove delle porpore ec. in proposito di <emph>vermiglio</emph>, aggiungi
            <foreign lang="grc">κάλχη</foreign> che è quel donde si fa il colore, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">vermis</foreign>, e <foreign lang="grc">κάλχιον</foreign>
          diminutivo che è quel che si tinge, come <emph>vermiglio</emph>. V. lo Scapula. (22.
          Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Coltare, coltato</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">colo-cultum</foreign>.
          V. la Crusca, e il Gloss. Forcellini, Dizionari franc. e spagn. (23. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Immensus</foreign>, <emph>smisurato</emph> ec. per
            <emph>immensurabile</emph>. (24. Lugl. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Amaricare</emph> frequentativo alla latina, come <emph>fodicare</emph> ec. V. Crus.
          Forcell. ec. ec. (24. Luglio. 1824. Vigilia di S. Giacomo Apost.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">Κὼς</foreign> o <foreign lang="grc"
          >κῶας</foreign> o <foreign lang="grc">κῶος κωΐδιον</foreign> o <foreign lang="grc">κῴδιον,
            κωδάριον</foreign>. <bibl>V. i Lessici</bibl>, e <bibl>
            <author>Luciano</author> opp. 1687. init. Galli, t. 2. p. 158. fine.</bibl> (24. Luglio.
          1824. Vigilia di S. Giacomo Apostolo, mio omonimo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐν ἀρχῇ εὐθὺς τοῦ</foreign>
          </quote> ec. <bibl>
            <author>Luciano</author> ib. p. 165.</bibl> (24. Luglio. 1824. Vigilia di San Giacomo
          Apostolo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Absortar</foreign>
          </quote> da <foreign lang="lat" rend="italic">absorbeo</foreign>. <bibl>
            <author>Cervantes</author>
            <title lang="spa">Novelas exemplares</title>. Milan 1615 p. 733.</bibl> (27. Lugl.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbo diminutivo. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Rado-rasum</foreign>-<emph>raschiare</emph>. (27. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Chorea</foreign>, <emph>carola,
            caroletta</emph>, quasi <foreign lang="lat" rend="italic">choreola</foreign>. V. il
          Forc. e gli etimologisti, e nóta che <emph>carola</emph> è propriamente ballo tondo,
          com’era quello dei <emph>cori</emph>, onde <foreign lang="grc">χορεία, χορεύειν</foreign>,
          e <foreign lang="lat" rend="italic">chorea</foreign> ec. (27. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4115"/> Un notabile esempio di verbo continuativo usato in senso affatto
          continuativo ec. vedilo in <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title lang="lat">de Nat. Deor.</title> 2. 49. fine</bibl>, <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">ut in pastu circumspectent</foreign>
          </quote>. (29. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4114. principio. Così <emph>cornacchia</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >corneille</foreign> ec. per <foreign lang="lat" rend="italic">cornix; araneola,
            araneolus</foreign> (v. gli spagnuoli) per <foreign lang="lat" rend="italic">aranea,
            araneus</foreign>; <foreign lang="grc">ἀράχνιον</foreign>; <emph>ranocchio</emph>,
            <foreign lang="fre" rend="italic">grénouille</foreign> ec. per <emph>rana</emph>. (29.
          Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τοσοῦτον ἄρα ἐδέησάν με - ἀπαλλάξαι, ὥστε καὶ -ἐνέβαλον</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. 2. p. 189. fine.</bibl> (29. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Inauditus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">qui non audit</foreign>. V. Forc. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Odorus, inodorus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">qui odoratur</foreign>
          ec. (<foreign lang="lat" rend="italic">odorus</foreign> ec. è lo stesso che <foreign
            lang="lat" rend="italic">odoratus</foreign> ec.) in senso abituale. <bibl>V.
              <author>Forcellini</author>
          </bibl>. (2. Agosto, secondo dì del Perdono. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Θαρρῶ τι ποιεῖν</foreign>
          </quote> — mi rincuoro, mi assicuro, ec. di fare una cosa, cioè confido di poterla fare.
            <bibl>V. <author>Lucian.</author> opp. 1687. 2. 226.</bibl> lo Scap. ec. Un altro
          italianismo vedilo <bibl>ib. p. 884. fin.</bibl> dove <quote>
            <foreign lang="grc">ἐπὶ κεφαλαίῳ τῶν πόνων</foreign>
          </quote> credo ben che sia la vera lezione ma falsissima la interpretazione del Grevio, e
          tengo che significhi <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">al cabo de los trabajos</foreign>
          </quote>, come noi pur diciamo <emph>in capo a</emph> o <emph>di</emph>, cioè <emph>in
            termine, alla fine di</emph>. (5. Agos. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Percussare</emph>. Crusca. (6. Agosto. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4089. <foreign lang="lat" rend="italic">Clepo-cleptum</foreign> onde <foreign
            lang="lat" rend="italic">clepso is</foreign>, ben potrebbe esser esso l’origine del gr.
            <foreign lang="grc">κλέπτω</foreign> in vece che viceversa, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">apo</foreign> di <foreign lang="grc">ἅπτω</foreign> ec. O se ciò in
            <foreign lang="lat" rend="italic">clepo</foreign> non si ammette, neppure in <foreign
            lang="lat" rend="italic">apo</foreign>, sebbene di questo veggiamo anche in latino il
          continuativo <foreign lang="lat" rend="italic">apto</foreign>, laddove <foreign lang="lat"
            rend="italic">clepto</foreign>, onde <foreign lang="grc">κλέπτω</foreign>, non sarebbe
          stato conservato dai latini. <pb ed="aut" n="4116"/> Del resto <foreign lang="lat"
            rend="italic">clepso is</foreign> potrebb’essere un continuativo anomalo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">clepo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >clepsum</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">cleptum</foreign>, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">vexo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vexum</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">vectum</foreign> ec. del che
          altrove. (10. Agos. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <title>Dell’amor dei vecchi alla vita</title> v. il capo 118. di <author>Stobeo</author>
            (ed. Gesn.)</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Laus vitae</foreign>
          </quote>, e massime il luogo di Licofrone. (10. Agos. Festa di San Lorenzo Martire.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ τὸ δῆγμα λαθραῖον, ὅσῳ</foreign>
          </quote> (in quanto che, cioè poichè <foreign lang="grc">ἐπεὶ</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ γελῶν ἅμα ἔδακνε</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. 2. p. 236.</bibl> (10. Agos. Festa di San Lorenzo
          Martire. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Vinciturus</foreign>. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Vinco</foreign> fin. (12. Agosto. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Dissimulatus</foreign> in senso attivo. Forcell. (12.
          Agos. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Reconocido</foreign> per <emph>riconoscente</emph>.
            <foreign lang="spa" rend="italic">Omisso</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >que omite</foreign>, <emph>trascurato</emph>. Nota che il participio di <foreign
            lang="spa" rend="italic">omitir</foreign>, se vi ha questo verbo in ispagnuolo, è
            <foreign lang="spa" rend="italic">omitido</foreign>. <foreign lang="spa">Idea de un
            Principe politico Christiano representada en cien empresas por Don Diego de Saavedra
            Faxardo. Amstelodami</foreign>. <bibl lang="lat">Apud Joh. Janssonium iuniorem 1659. p.
            115. lin. 23</bibl>. <emph>Trascurato, straccurato</emph> ec. per <emph>che suol
            trascurare, negligente</emph> ec. (13. Agosto. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Πωγώνιον</foreign>
          </quote> diminutivo positivato per <foreign lang="grc">πώγων</foreign>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. p. 263. t. 2.</bibl> Anzi è aggiunto all’aggettivo
            <foreign lang="grc">μακρὸν</foreign>. Forse però è disprezzativo, e così, o come un
          diminutivo positivato di <foreign lang="grc">θώραξ</foreign>, intendo nella per
          antecedente verso il fine la parola <foreign lang="grc">θωράκιον</foreign>, piuttosto che
          nel senso distinto che lo Scap. le attribuisce, il quale non debbe esser proprio se non
          degli Scrittori militari, se pur nello Scap. <emph>lorica</emph> sta per arma di uomo, e
          non per riparo murale ec. Vedilo. <foreign lang="grc">Πωγώνιον</foreign> non è dello
          Scapula, nè del Tusano, Budeo, Schrevelio. (13. Agosto. 1824.). <foreign lang="grc"
            >Σωμάτιον</foreign>. V. lo Scap. , Longino sect. 9. p. 24. e quivi il Toup. p. 174. ec.
          (14. Agos. Vigilia dell’Assunta. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4117"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ὅμηρος γάρ μοι δοκεῖ... τοὺς μὲν ἐπὶ τῶν Ἰλιακῶν ἀνθρώπους, ὅσον ἐπὶ
              τῇ δυνάμει, θεοὺς πεποιηκέναι, τοὺς θεοὺς δὲ ἀνθρώπους</foreign>
          </quote>. <bibl>Longin. sect. 9. ed. Toup. Oxon. 1778. p. 21.</bibl> (14. Agos. Vigilia
          dell’Assunzione di Maria Santiss. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">S’enquérir</foreign> (inquirere). Al detto di <foreign
            lang="spa" rend="italic">quaerito</foreign>. (17. Agos. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Vermiglione</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">vermillon</foreign>. Al detto
          di <emph>vermiglio</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbo diminutivo o frequentativo. <foreign lang="fre" rend="italic">Trembloter</foreign>.
          (17. Agos. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Καταρχὰς εὐθὺς</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> init. lib. <title lang="lat">De Gymnas.</title>
          </bibl> (17. Agos. 1824.). <bibl>
            <foreign lang="grc">εὐθὺς ἐν ἀρχῇ</foreign>. t. 2. p. 536.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scappare-scapolare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Uomo ben considerato</emph>
          </quote>, per savio, prudente ec. <bibl>
            <author>Tacit.</author>
            <title lang="lat">Davanz. Stor.</title> l. 3. c. 3.</bibl> (18. Agos. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐξαρχῆς εὐθὺς</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. 2. p. 280.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della pretesa <foreign lang="grc">αὐτοχθονία</foreign> degli ateniesi ed attici, v.
          Luciano l. c. e quivi la nota. (19. Agosto. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Retinere</foreign> per <emph>ricordarsi</emph>, del che
          altrove, è anche dei francesi, e vedi gli spagnuoli. (24. Agos. Vigilia di S. Bartolomeo
          Apostolo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Delle idee concomitanti annesse a certe parole, del che dico altrove, <bibl lang="fre">v.
              <author>Thomas</author>, <title>Essai sur les Éloges</title>, chap. 7. fin. p. 78.
            oeuvres t. 1. Amst. 1774</bibl>. Dell’influenza della letteratura e filosofia sulla
          lingua, e della formazione della lingua latina <bibl>ib. p. 112-6. chap. 10.</bibl> (25.
          Agosto. Festa di S. Bartolomeo Apostolo. 1824.). e p. 214-215.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4118"/>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Resabido</foreign>, spagnuolo, <emph>saputo,
          saputello</emph> ec. per saccente, cioè sapiente, che sa, ec. V. la Crus. ec. (25. Agos.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Compassione nata dalla bellezza anche verso chi per molti capi non la merita, perpetuata
          anche nella posterità che si stima esser sempre un giudice giusto. Vedi Thomas loc. cit.
          qui dietro, chapitre 26. p. 46-47. (26. Agos. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Delle vicende della lingua francese, <bibl>v. <author>Thomas</author> l. c. chap. 28. p.
            85-97.</bibl> (26. Agosto. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐκτὸς εἰ μὴ</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. 2. p. 306. principio.</bibl> (28. Agosto. 1824.)
          p. 516.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Πλὴν ὅσον</foreign>
          <emph>se non quanto</emph> per <emph>se non che</emph> ec. V. un luogo di Eliodoro nelle
          Var. Lez. del Mureto l. 9. c. 4. Il luogo è delle Etiopiche lib.3. (28 Agos. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Εὐθὺς ἐξ ἀρχῆς</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Senofonte</author>
            <foreign lang="grc">ἀπομνημονευμάτων</foreign> l. 1. cap. 2. par. 39.</bibl> (29.
          Agosto. Domenica. 1824.). <bibl>
            <author>Luciano</author> 2. p. 545.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Pendo-penso as</foreign>, <emph>pesare</emph>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">pesar</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >peser</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Declamitare</foreign>. (31. Agosto. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐν τούτῳ</foreign>
          <emph>in questo, in questa</emph> (avverbio), <foreign lang="spa" rend="italic">en
          esto</foreign>. <bibl>
            <author>Senof.</author> loc. sup. cit. l. 2. c. 1. par. 27. init. Lucian. t. 2. p. 638.
            652.</bibl> (1. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Εὐθὺς</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic">luego</foreign>,
            <bibl>ib. c. 6. par. 32.</bibl> luogo notabile, non inteso dal Leunclavio. (1. Sett.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Perpétuel, éternel</foreign> ec. non sono diminutivi
          positivati, come dico altrove, ma vengono da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >perpetualis, aeternalis</foreign> ec. (2. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐθέλειν</foreign> per <foreign lang="grc">δύνασθαι</foreign> ec.
            <bibl>V. <author>Senofonte</author>
            <foreign lang="grc">ἀπομνημονευμάτων</foreign> l. 3. cap. 12. par. 8. fin. del
          capo.</bibl> (3. Settembre. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Dispettare, rispettare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">respecter</foreign>
          ec. da <foreign lang="lat" rend="italic">despicio despectum</foreign> ec. (3. Settembre.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Osservato</emph> per <emph>osservante</emph>. V. la Crusca. (5. Sett. 1824.
          Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4119"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Observito as</foreign>. Forcellini. (5. Sett. Domenica.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ὡς γὰρ συνελόντι εἰπεῖν, οὐδὲν ἀξιόλογον ἄνευ πυρὸς οἱ ἄνθρωποι τῶν
              πρὸς τὸν βίον χρησίμων κατασκευάζονται</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Socrates</author> ap. <author>Xenoph.</author>
            <foreign lang="grc">ἀπομν</foreign>. IV. 3. 7.</bibl> (7. Sett. Vigilia della Natività
          di Maria Vergine SS. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >primum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">verbigratia</foreign>, luogo
          notabile. <bibl>
            <author>Senof.</author>
            <foreign lang="grc">ἀπομν</foreign>. IV. 7. 2</bibl> (7. Sett. Vigilia della Natività di
          Maria Vergine Santissima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A quello che ho detto altrove sul proposito che tra gli antichi felicità e bontà si
          stimavano per lo più o sempre congiunte, e per lo contrario infelicità e malvagità, v. fra
          l’altre cose Senofonte nel fine dei Memorabili e dell’Apologia dove prova che Socrate fu
          fortunato nella morte, mostrando che il provare la sua felicità anche a’ suoi tempi era
          parte e forma di apologia e di lode. E mille altri esempi se ne trovano negli antichi, chi
          ha pratica di loro ed osserva bene. (7. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Cura</foreign> spagn. per <emph>curato</emph>. V. un es.
          simile di Ovid. e altri nel Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Cura</foreign>
          fine. (11. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Curato</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">curé</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">qui curat, curator</foreign>. (11. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ὀλίγου δεῖν</foreign> ec. — <quote>
            <emph>la lunghezza di lei di poco non aggiugne a cento miglia</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Porzio</author>
            <title>Congiura de’ Baroni</title> ec. Lucca 1816. lib.1. p. 35.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐκτὸς εἰ μὴ</foreign>
          </quote>
          <bibl>
            <author>Luciano</author> opp. 1687, t. 2. p. 338. mezzo.</bibl> (15. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della stolta opinione che negli animali la natura sia stata più larga di bellezza a’
          maschi che alle femmine, come è ragione, ma negli uomini per lo contrario, il che è
          assurdo, e nasce questa opinione dalla idea del bello assoluto, e dal credere che
          assolutamente sia bellezza maggiore quella che a noi per cagioni relative par tale, onde
          il donnesco è chiamato il bel sesso, laddove se le sole donne giudicassero, o chi non
          fosse donna nè uomo, chiamerebbe senza dubbio bello il sesso degli uomini maschi, come
          negli altri animali, vedi il <bibl>
            <author>Tasso</author>
            <title>Dial. del Padre di famiglia</title>, opp. Venezia 1735. ec. vol. 7. p.
          379.</bibl> che è prima del mezzo del Dialogo. (15. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἑλκόμενοι τῆς ῥινός</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Luciano</author> opp. 1687. t. 2. p. 342.</bibl> (16. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">Ὀθόνη - ὀθόνιον</foreign>. <bibl>V. ib.
            350.</bibl> e notisi che Luciano è solito usare tali positivazioni. (16. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4120"/>
          <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >primum</foreign>. <bibl>
            <author>Luciano</author> ib. 363. fine</bibl> (19. Sett. Festa di Maria Vergine
          Santissima Addolorata. 1824.) 666. 669. <bibl>
            <author>Plato</author> Lugd. 1590. p. 745. B. 744. G.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sentimenta</emph>. (20. Sett. 1824.). <emph>Vizia, moggia</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sedeo es, sido is — sedo as</foreign>. (21. Sett.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Necessitado</foreign> per
            <emph>bisognoso</emph>,<foreign lang="spa" rend="italic"> que necessita</foreign>. (22.
          Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Verberito as</foreign>. (22. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Lucian.</author> 2. 385.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">παρ' ὅσον</foreign>
          </quote> — <emph>se non quanto, eccetto che</emph>. Male l’interprete. Bene p. 559.
            <foreign lang="grc">παρ' ὅσον</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">nisi quod</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diciamo volgarmente <emph>quanto</emph> per <emph>solo</emph>, come <emph>un po’ d’acqua
            quanto per estinguere la sete</emph> ec. Così in greco <foreign lang="grc"
          >ὅσον</foreign>, e <foreign lang="grc">οὐχ ὅσον</foreign>
          <emph>non solo</emph>. (25. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τῆς ῥινὸς ἕλκεσθαι</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Luciano</author> 2. 389.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Πάντα ἐν βραχεῖ</foreign>
          </quote> — <emph>in breve, brevemente</emph>, (cioè <emph>in una parola, uno verbo</emph>,
          e non <foreign lang="lat" rend="italic">brevi temporis spatio</foreign>, come
          l’interprete) <emph>ogni cosa</emph>. <bibl>
            <author>Luciano</author> 2. 390. 361. 567. e ivi not.</bibl> Di tal frase
          greco-italiana, altrove. (25. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Turbo</foreign>–<foreign lang="fre" rend="italic"
            >tourbillon</foreign>, diminutivo positivato. (29. Sett. Festa di S. Michele Arcangelo.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Simulato, dissimulato</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">disimulado</foreign>
          ec. per <emph>che simula</emph> ec. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> e i Diz. spagnuoli e francesi. (30. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">For, fatum-fator fataris</foreign>. (1. Ott. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Πλὴν παρ' ὅσον</foreign>
          </quote>
          <emph>se non quanto, eccetto che</emph>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> 2. 455. fine.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Βαστάζω</foreign>
          </quote> — <emph>bastasiare</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">bastaggiator
          oris</foreign>. Voci latino-barbare usitate negli annali antichi e carte antiche pubbliche
          di Recanati, per <emph>facchino</emph> ec. <emph>Basto</emph> sost. viene dalla stessa
          fonte. V. Forc. Gloss. Crus. ec. (3. Ott. Festa di Maria Vergine Santissima del Rosario.
          Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Εὐθὺς ἐν τῇ πρώτῃ ἐπιβάσει</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> 2. 496.</bibl> (4. Ott. 1824. Festa di San Francesco di
          Assisi.). <quote>
            <foreign lang="grc">Εὐθὺς τὸ πρῶτον</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. 500. fine.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Παρ' ὅσον, ἐς ὅσον</foreign>
          </quote> — <emph>in quanto, poichè</emph>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> 2. 510. 512.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐν τοσούτῳ</foreign>
          </quote> — <emph>intanto</emph>. <bibl>
            <author>Luciano</author> 2. 507.</bibl> (6. Ottobre. 1824.). 536.557.640.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Storno-stornello</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">étourneau</foreign> —
          (sturnus). V. gli spagnuoli. (8. Ottobre. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ρυτὶς ίδος</foreign> probabilmente diminutivo positivato —
          <emph>ride</emph> (franc.). (10. Ott. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non solo, come ho detto altrove, nessun secolo barbaro si credette esser tale, ma ogni
          secolo si credette e si crede essere il <foreign lang="lat" rend="italic">non plus
          ultra</foreign> dei progressi dello spirito umano, e che le sue cognizioni, scoperte ec. e
          massime la sua civilizzazione difficilmente o in niun modo possano essere superate dai
          posteri, certo non dai passati. (10. Ott. Domenica. 1824.). V. la p. 4124. Così non v’è
          nazione nè popoletto così barbaro e selvaggio che <pb ed="aut" n="4121"/> non si creda la
          prima delle nazioni, e il suo stato, il più perfetto, civile, felice, e quel delle altre
          tanto peggiore quanto più diverso dal proprio. <bibl>V. <author>Robertson</author>
            <title>Stor. d’America</title>, Venez. 1794. t. 2. p. 116. 232-33</bibl>. Così le
          nazioni mezzo civili, o imperfette, anche in Europa ec. E così sempre fu. (15. Ottobre.
          Festa di Santa Teresa di Gesù. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sfidato</emph> per <emph>diffidente</emph>. Crusca. (22. Ottobre. 1824.).
            <emph>Provveduto</emph> per <emph>provvido, provvidente</emph>. <bibl>
            <author>Pandolfini</author>, Mil. 1811. p. 114. 169.</bibl> e altrove, sebbene non così
          formalmente o evidentemente. <bibl>V. la Crusca.</bibl> (22. Ott. 1824.).
          <emph>Biasimato</emph> per <emph>biasimevole</emph>. <bibl>
            <author>Pandolfini</author> p. 194.</bibl> (24. Ottobre. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Τρίβων-τριβώνιον</foreign>. (25. Ott. 1824.). <foreign lang="grc"
            >Μηλέα μηλὶς ίδος</foreign>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τὸ μὲν πρῶτον εὐθὺς ἐλθοῦσαν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Luciano</author>, o di chiunque è il Dialogo, <title lang="lat">in
            Fugitivis</title>, t. 2. opp. p. 595.</bibl> (26. Ott. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Οὐτωσὶ</foreign> ridondante, nel significato e modo che noi pur
          diciamo, massime toscanamente <emph>così</emph>, del che mi pare aver detto anche altrove;
            <bibl>vedi <author>Luciano</author>, o chiunque è l’autore, nei
            <title>Fuggitivi</title>, t. 2. opp. p. 598.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Presumido</foreign> per <emph>presuntuoso</emph>. (28.
          Ott. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della pretesa <foreign lang="grc">αὐτοχθονία</foreign> degli Ateniesi vedi <bibl>
            <author>Goguet</author>
            <title>Origine</title> ec. ed. di Lucca 1761. p. 52. not. a. tom.1.</bibl> (7. Novembre.
          Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della invenzione dell’uso del fuoco, della quale ho parlato altrove, quanto fosse
          difficile e tarda ec. <bibl>v. <author>Goguet</author> loc. cit. qui sopra, p.
          58-60.</bibl> (7. Nov. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Succus</foreign>,
            <emph>succo-succhio</emph>. (10. Nov. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Risentito, sentito</emph> in senso neutro. V. la Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ μάλιστα ὅσῳ</foreign>
          </quote> ec. — <emph>massime in quanto o in quanto che</emph> ec. <bibl>
            <author>Luciano</author> 2. 634.</bibl> (12. Nov. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Issuto, essuto</emph>, antichi participii italiani per <emph>stato</emph> del verbo
            <emph>essere</emph>. Aggiungansi al detto altrove di <emph>suto, sido</emph> ec. (14.
          Nov. Festa della B. Vergine del Patrocinio. 1824. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Rastrum</foreign>–<emph>rastello</emph> ec. (14. Nov. Festa del Patrocinio di Maria
          Santissima. 1824. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Scossare</emph>
          </quote> da <emph>scuotere</emph>. <bibl>
            <author>Poliziano</author>
            <title>Orfeo</title> atto I, ed. dell’Affò, verso 14.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Esoso</emph> in senso attivo. <bibl>
            <author>Guicciard.</author> 4. p. 373</bibl>. <bibl>V. Forc.</bibl>ec. (17. Nov. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4122"/>
          <emph>Altro</emph> per <emph>niuno</emph>. <bibl>
            <author>Guicciard.</author> 4. 378. 389</bibl>. <bibl>
            <author>Casa</author>
            <title>Galateo</title> capo 1. fine. opp. Ven. 1752. t. 3. p. 239.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Deficere</foreign>–<emph>difettare</emph>. (19. Nov.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐφόδιον</foreign>–<emph>fodero</emph>, usato, in senso di provvisione
          di città o piazza per assedio, anche dal <bibl>
            <author>Botta</author> nella <title>Storia d’Italia</title> libro 7. Ital. 1824. tom.1.
            p. 514.</bibl> (19. Nov. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Abundado</foreign>, voce antica spagnuola per
            <emph>abbondante</emph>. <bibl>
            <author>Saavedra Faxardo</author>, <title>Idea de un principe politico
            Christiano</title>, Amsterdam 1659. in 16.<hi rend="apice">mo</hi> p. 655. 663.
          bis.</bibl> (20. Nov. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Implicitus, implicatus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Implicito as</foreign>. (24. Nov. Festa di San Flaviano
          Protettore di Recanati. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Nepeta</foreign> lat. —
            <emph>nepitella</emph> ec. ital. , <foreign lang="lat" rend="italic"
            >aratrum</foreign>–<emph>aratolo</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>nessuno</emph> o ridondante. <bibl>
            <author>Guicc.</author> 4. 398</bibl>. Di quella <emph>altra</emph> (cioè niuna)
            <emph>dichiarazione</emph>
          <bibl>v. la pag. preced. di esso <author>Guicc.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Privus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >privatus</foreign>, participio. <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">privus</foreign> fine.</bibl> (30. Nov. Festa di S. Andrea. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Vilipeso</emph> per <emph>disprezzabile</emph>. <bibl>Crusca</bibl>. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Contemtus</foreign> nello stesso senso. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Liceor-licitor</foreign>. (5. Dic. Domenica. 1824.).
            <foreign lang="lat" rend="italic">Solito as</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dell’italianismo <quote>
            <foreign lang="grc">ἐκτὸς εἰ μὴ, πλὴν εἰ μὴ</foreign>
          </quote> ec. dove il <foreign lang="grc">μὴ</foreign> ridonda, vedi <bibl>
            <author>Luciano</author>, Soloeicist. opp. 1687. t. 2. p. 748. nota 1. del
          Grevio.</bibl> (6. Dic. 1824. ottava dell’anniversario della morte di mia nonna.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Gli occhi infra ’l mare sospinse</emph>
          </quote> (stando sul lido), cioè <emph>nel mare</emph>. <bibl>
            <author>Bocc.</author>
            <title>Novella di Mad. Beritola e dei cavriuoli</title>. 30. nov. scelte, Ven. 1770. p.
            68.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Andava disposto di fargli vituperosamente morire</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Bocc.</author> loc. cit. p. 76.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Trasandato</emph> per negligente, che trasanda. (8. Dic. Concezione di Maria V.
          Santiss. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Μηρὸς-μηρίον</foreign>, diminutivo positivato, (9. Dic. Vigilia della
          Venuta della S. Casa di Loreto. 1824.), poetico. <foreign lang="grc"
          >Ἴχνος-ἴχνιον</foreign>. (10. Dic. Festa della Venuta. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Pseudo-Luciano</author> nella fine del <title lang="lat">Philopatris</title>
          </bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">ἐδυσχέραινον γὰρ τί τοῖς τέκνοις καταλιπεῖν</foreign>
          </quote> per <foreign lang="grc">καταλίποιμι</foreign>. Italianismo. (13. Dic. 1824.). V.
          la p. 4163. capoverso 5.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>alcuna cosa</emph> o per <emph>nulla</emph> in senso di
            <foreign lang="lat" rend="italic">aliquid</foreign>. <bibl>V. la Crus. in
            <emph>Altro</emph> par. 1.</bibl> e <bibl>
            <author>Bocc.</author> 30. nov. scelte Ven. 1770. p. 173. principio.</bibl> (18. Dic.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Germen</foreign>-<emph>germoglio</emph>, <emph>germogliare</emph> ec. V. gli spagnuoli e
          il Gloss. ec. <foreign lang="fre" rend="italic">Rejet-rejeton</foreign> ec. (23. Dic.
          Antivigilia di Natale. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4123"/>
          <foreign lang="grc">Κλείω-κλεΐζω, κληΐζω, κλῄζω</foreign>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="grc">Βωμίον</foreign> per <foreign lang="grc"
          >βωμὸς</foreign> in <bibl>
            <author>Luciano</author>, <title>Tragopodagr.</title> p. 812. lin.14.</bibl> se non è
          sbaglio di <foreign lang="grc">βωμίοις</foreign> per <foreign lang="grc">βωμοῖς</foreign>,
          come pare in fatti che voglia il metro, (25. Dic. dì di Natale. 1824.), poichè non credo
          che ivi <foreign lang="grc">Βωμίοις</foreign> sia aggettivo ed <foreign lang="grc"
            >ἐμπύροις</foreign> sostantivo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sfondare-sfondolare</emph> coi derivati ec. (30. Dic. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Conviso is</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Soverchiare, soperchiare</emph>, quasi <foreign lang="lat" rend="italic"
          >superculare</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic">supero as</foreign> che vale
          lo stesso. V. il Glossario ec. (2. Gen. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Pesado</foreign> per <emph>pesante</emph>. E <bibl>v. la
            Crus. in <emph>pesato</emph>.</bibl> (3. Gen. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">&gt;Honoratus, honorate</foreign> per
            <emph>onorevole, onorevolmente</emph>, come in italiano.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Honorus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >honoratus</foreign> in senso di <foreign lang="lat" rend="italic">honorabilis
            honorificus</foreign>. (10. Gen. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che gli uomini siano più inclinati al timore che alla speranza, o provino almeno assai
          più spesso quello che questa, si può anche dedurre dal considerar la grande abbondanza di
          parole che hanno le lingue (almeno quelle che io conosco, e in particolare il greco, il
          latino lo spagnuolo l’italiano e l’inglese) per esprimere il timore, il temere, lo
          intimorire, lo spaventoso, il timoroso, ec. e i suoi diversi gradi qualità ec. laddove
          esse lingue non hanno che una parola o al più due per esprimere la speranza, lo sperare
          ec. e queste stesse voci sono originariamente di significato comune anche al timore,
          perchè significano solo l’aspettazione del futuro, e però anche del male, in latino in
          greco, in italiano in ispagnuolo (anche nello spagnuolo moderno) e credo anche in francese
          e forse pure in inglese antico, del che ho detto altrove. (21. Gennaio. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Corpusculum</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">corpus</foreign>, come <foreign lang="grc">σωμάτιον</foreign> per <foreign
            lang="grc">σῶμα</foreign>. <bibl>V. l’indice dei <title>Papiri diplomatici</title> del
              <author>Marini</author>
          </bibl>. (22. Gennaio. 1825.). <bibl>V. anche <author>Longin.</author> sect. 9. e ivi il
            Toup.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="spa" rend="italic">Caudillo</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Εὐθὺς ἐν τῇ εἰσβολῇ τῶν νόμων</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Longin.</author> sect. 9. 38.</bibl> (3. Feb. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Digiuna</emph> (<foreign lang="lat">ieiunia</foreign>), cioè le 4 tempora (<bibl>v.
            Crus. in <emph>Digiune</emph>
          </bibl>). <bibl>
            <author>Dino Compagni</author>
            <title>Cron.</title>
            <pb ed="aut" n="4124"/> ed. Pisa. 1818. p. 98.</bibl> (6. Feb. Domenica penultima di
          Carnevale. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἔξω</foreign>
          </quote> per <emph>eccetto</emph>. <bibl>
            <author>Longino</author> sect. 34.</bibl> (8. Feb. 1825.). <quote>
            <foreign lang="grc">ἐκτὸς</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Plat.</author>
            <title>Gorg.</title> p. 328. D. opp. ed. Astii.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign>
          </quote> per <foreign lang="spa" rend="italic">luego</foreign> ec. <bibl>
            <author>Procopio Gazeo</author>
            <title lang="lat">Proem. scholior.</title> in 1. Reg. in Meurs. opp. t. 8.</bibl> (11.
          Feb. 1825.). <bibl>
            <author>Platone</author>
            <title>Gorg.</title> p. 322. D. 354. D. opp. ed. Astii.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Corpusculum</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">corpus</foreign>, sebbene con qualche significanza diminutiva o
          dispregiativa. S. Girolamo <bibl>ap. <author>Menag.</author>
            <title lang="lat">ad Laert.</title> VI. 38</bibl> (13. Feb. ultima Domenica di
          Carnevale. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito di quello che altrove ho detto (p. 4120-1.) della opinione avuta da tutti i
          secoli (e così dalle nazioni) anche i più barbari, di essere superiori in civiltà, in
          perfezione, anche in letteratura (benchè ignorantissimi), a tutti i secoli precedenti, e a
          ciascun d’essi, anche civilissimo e letteratissimo, vedi un bel luogo del Petrarca, citato
          e tradotto elegantemente da <bibl>
            <author>Perticari</author> nel <title>Trattato degli Scrittori del 300</title>, lib. 1.
            capit. 16. p. 92. 93.</bibl> (14. Feb. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐξ ἀρχῆς</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >rursus</foreign>, appunto come noi <emph>da capo</emph> (che altrimenti si disse <foreign
            lang="grc">πάλιν ἐξ ἀρχῆς</foreign>). <bibl>V. <author>Flegone</author>
            <title lang="lat">de Mirabil.</title> c. 1. ap. <author>Meurs.</author> opp. t. 7. col.
            81. lin.32-3. 62</bibl>. Dissero i nostri antichi anche di <emph>ricapo</emph>. <bibl>V.
            anche <author>Arrian.</author>
            <title>Alexand.</title> l. 5. c. 27. par. 14</bibl>. Dissero ancora <foreign lang="grc"
            >αὖθις ἐξ ἀρχῆς</foreign>, come ha lo stesso <bibl>
            <author>Arriano</author> l. 5. c. 26. par. 6.</bibl> ovvero <foreign lang="grc"
          >ἐξαρχῆς</foreign> unito, come in Demost. <foreign lang="grc">αὖθις ἐξαρχῆς</foreign>.
          Tusano. (15. Feb. ultima di Carnevale. 1825.). V. le mie Observationes a Flegone loc. cit.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> ridondante. Ricordano Malespini <bibl>
            <title>Cronica o Storia Fiorentina</title> ed. Fir. 1816. di <author>Vincenzio
            Follini</author>, p. 219. nota 2. al capitolo 12.</bibl>
          <quote>
            <emph>Ora incomincieremo a dire delle divisioni grandi le quali vennono in Roma tra il
              popolo minuto e gli ALTRI maggiori</emph>
          </quote> (cioè i grandi, i potenti, gli ottimati, i reggenti) <quote>
            <emph>di Roma</emph>
          </quote>. Appunto alla greca. (17. Feb. primo Giovedì di Quaresima 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Σωμάτιον</foreign>
          </quote> per <foreign lang="grc">σῶμα</foreign>. <bibl>
            <author>Apollon. Dyscol.</author>
            <title lang="lat">Histor. commentit.</title> c. 3.</bibl> due volte, dove anche 2 volte
            <foreign lang="grc">σῶμα</foreign> indifferentemente e col senso stesso. (17. Feb.
          1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Anche i greci dissero (almeno in tempi alquanto bassi) <quote>
            <foreign lang="grc">ὠτάριον</foreign>
          </quote>
          <foreign lang="lat" rend="italic">auricula</foreign> per <foreign lang="grc">οὖς</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">auris</foreign>. <bibl>V. <author>Apollon.
            Dysc.</author> l. c. c. 28.</bibl> ex Aristot. <bibl>V. anche lo Scap. in <foreign
              lang="grc">ὠτάριον</foreign> e <foreign lang="grc">ὠτίον</foreign>
          </bibl>. <bibl>Vedi pure il Gloss. se ha nulla.</bibl> (17. Feb. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Le prime sillabe di <foreign lang="fre" rend="italic">chri-stianisme</foreign> e di
            <foreign lang="fre" rend="italic">cry-pte</foreign> si pronunziano al modo stessissimo.
          Perchè dunque sì diversamente scrivonsi? Ciò non accade certo in italiano (dove, eccetto
          alcuni pochissimi casi in cui si scrive diversamente per distinzione, come
          <emph>ho</emph>, — <emph>o</emph>, quel che è diversamente scritto, diversamente sempre si
          pronunzia, e viceversa) e non è da credersi che accadesse nè in latino nè in greco. Questo
          è un altro dei principali difetti <pb ed="aut" n="4125"/> che può avere un’ortografia, che
          le parole o sillabe ugualmente pronunziate, diversamente si scrivano; e viceversa che le
          ugualmente scritte si pronunzino diversamente. Il che per ambe le parti accade spessissimo
          in francese in inglese ec. e anche in ispagnuolo. (18. Feb. 1. Venerdì di Quaresima
          1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Trovasi nella storia commentizia d’Apollonio Discolo cap. 24. un tratto il quale fa
          credere che anche gli antichi conoscessero quella razza d’uomini detti <emph>mori
          bianchi</emph>, della quale <bibl>v. <author>Voltaire</author>
            <title>opere scelte</title>, Londra (Venezia) 1760. in 3. tomi, tom.5, p. 113<note
              resp="aut" n="a" place="foot">
              <bibl>V. <title lang="fre">Hist. de l’Acad. des Sciences</title>, an. 1734. p. 20-23.
                t. I. ed. d’Amsterdam in 12.<hi rend="apice">o</hi>
              </bibl>
            </note>.</bibl> e <bibl>
            <author>Robertson</author>
            <title>Stor. d’Amer.</title> Ven. 1794. tom. 2. p. 125. seg.</bibl> e che questa razza
          si trovasse anche in Europa. Vi si cita Eudosso rodio. V. anche Plin. Buffon ec. se hanno
          cosa in proposito. (18. Feb. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Σμηνίον</foreign> diminutivo per <foreign lang="grc">σμῆνος</foreign>
          Scap. Così in <bibl>
            <author>Apollon.</author> loc. sup. cit. c. 44.</bibl>
          <foreign lang="grc">σμηνιῶνος</foreign>, dove forse s’ha a leggere <foreign lang="grc"
            >σμηνίωνος</foreign> da <foreign lang="grc">σμηνίων</foreign> diminutivo V. i grammatici
          i Lessici e Aristotele nel luogo quivi cit. dall’aut. e dal Meurs.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi attivi richiedenti l’accusativo, usati col genitivo al modo italiano, francese ec.
          (come <emph>mangiar del pane, prendere della tersa</emph>). <bibl>V. <author>Antigono
              Caristio.</author>
            <title lang="lat">Hist. mirabil.</title> c. 40. 41. 44. 56. fine.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nel detto Antigono c. 56. pare che si trovi <foreign lang="grc">καινὸν</foreign> usato
          avverbialmente per <emph>di nuovo</emph>. Il luogo è corrotto e bisogna vederlo nelle ult.
          edizioni. (20. Feb. Domenica. 1825).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati <foreign lang="grc">ἤρυγγον-ἠρύγγιον</foreign>. <bibl>V.
              <author>Meurs.</author>
            <title lang="lat">ad Antig. Caryst. Mirabil.</title> cap. 115.</bibl>
          <foreign lang="grc">Κώρυκος-κωρυκὶς</foreign>. Scap. <foreign lang="grc"
          >Πετρίδιον</foreign>. V. Scap. et Antigon. l. c. cap. 174.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τιθέναι</foreign>
          </quote> per <foreign lang="lat" rend="italic">efficere, reddere</foreign>, come in
          ispagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">poner</foreign>, del che altrove, <bibl>v.
              <author>Plat.</author>
            <title>Gorgia</title>, opp. ed. Astii, tom.1. p. 360. lin. 24.</bibl> (27. Feb. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Mille-mila</emph> plur. da <foreign lang="lat" rend="italic">millia</foreign>: e
          così <emph>miglio miglia</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Gerere</foreign> — <emph>belli-gerare,
          fami-gerare</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> ridondante. Ricordano Malispini <bibl>
            <title>Stor. Fior. Firenze</title> 1816. c. 96. fine</bibl>. Il <bibl>
            <author>Villani</author> nel luogo parallelo lib.5. c. 33.</bibl> omette
          <emph>altri</emph>. (3. Marzo. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐμβαλοῦσα εἰς κύλικα τοῦ φαρμάκου</foreign>
          </quote>, il genitivo per l’accusativo. <bibl>
            <author>Herodian.</author>
            <title lang="lat">Histor.</title> lib.1. ed. Lugd. 1611. p. 50.</bibl> (5. Marzo.
          1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="grc">Ἀτμὸς-ἀτμὶς ίδος</foreign>. <bibl>
            <author>Scap.</author>
          </bibl> ed <bibl>
            <author>Erodiano</author> l. c. p. 13. fin.</bibl>
          <foreign lang="grc">ὅρος-ὅριον</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Σωμάτιον</foreign>
          </quote> per <foreign lang="grc">σῶμα</foreign> (come dice poco dopo). <bibl>
            <author>Erodiano</author>
            <title lang="lat">Histor.</title> l. 2. init.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4126"/>
          <foreign lang="grc">Χωρὶς, ἄνευ</foreign> per <emph>oltre</emph>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">praeter</foreign>, come il nostro <emph>senza</emph>, e il franc. <foreign
            lang="fre" rend="italic">sans</foreign>, e <foreign lang="fre" rend="italic">à
          moins</foreign> e lo spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">sin</foreign> e <foreign
            lang="spa" rend="italic">a men</foreign> (o <foreign lang="spa" rend="italic"
          >amen</foreign>) <foreign lang="spa" rend="italic">de</foreign> ec. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author>
          </bibl> se ha nulla ec. (8. Mar. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ferramenta, vasellamenta</emph>, e simili, da’ nomi in <emph>ento</emph>.
            <emph>Comandamenta</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dalla mia teoria del piacere séguita che l’uomo e il vivente anche nel momento del
          maggior piacere della sua vita, desidera non solo di più, ma infinitamente di più che egli
          non ha, cioè maggior piacere in infinito, e un infinitamente maggior piacere, perocchè
          egli sempre desidera una felicità e quindi un piacere infinito. E che l’uomo in ciascuno
          istante della sua vita pensante e sentita desidera infinitamente di più o di meglio di ciò
          ch’egli ha. (12. Marzo. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Discordato per discordante, discorde.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Cinta</emph> plurale di <emph>cinto</emph>. Ricordano Malespini c. 162.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa l’origine, se non della religione (cioè dell’opinione della divinità), almeno del
          culto, dal timore <bibl>v. nell’<title lang="fre">Abrégé de l’origine de tous les cultes,
              par Dupuis</title>. Parigi 1821. chap. 4. p. 86-93.</bibl> come quasi tutti i popoli
          avendo ammesso due principii, due generi di divinità, le une buone e benefiche, le altre
          cattive e malefiche, i più selvaggi riducevano o riducono del tutto o principalmente il
          loro culto alle seconde, ed alcuni anche le stimavano più potenti delle prime, laddove i
          più civilizzati, (come i Greci nella favola dei Giganti) hanno supposto il principio
          cattivo vinto e sottomesso dal buono. (19. Marzo. 1825. Festa di S. Giuseppe.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Improvviso</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic">qui non providit</foreign>,
          o <foreign lang="lat" rend="italic">non providet</foreign>, <emph>sprovvisto</emph> (e
          questo ancora è piuttosto per <emph>chi non ha provvisto</emph> che per <emph>chi non si è
            o non è provvisto</emph>, e così <emph>sprovveduto</emph>). Ricordano Malespini.
            <bibl>Fir. 1816. c. 49. p. 44. fine. c. 168. p. 134.</bibl>
          <emph>non provveduto</emph> nello stesso senso. Ricordano <bibl>c. 198. G. Vill. l. 7. c.
            24.</bibl>
          <bibl>V. Forc. Crusca</bibl> ec. (21. Marzo. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Gioia-gioiello</emph>, <foreign lang="eng" rend="italic">jewel</foreign> (ingl.).
          Vedi Franc. Spagn. ec. <foreign lang="eng" rend="italic">Bush</foreign> (ingl.) — <foreign
            lang="fre" rend="italic">buisson</foreign>. V. i Diz. franc.</p>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Porfiado</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic"
            >que porfia</foreign>. <emph>Profuso</emph> per <emph>che profonde</emph>. V. Crus.
          Forc. spagn. franc. ingl.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Obliviscor</foreign> da un perduto verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">oblivio</foreign>-<emph>obbliare</emph> per
          <emph>obbliviare</emph>, mangiato il <emph>v</emph> al solito, e congiunti i due
          <emph>i</emph> in uno, come <emph>obblio</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >oblivium</foreign>. V. Forc. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sporgere — sportare</emph>. (23. Marzo. 1825.). Che <foreign lang="lat"
            rend="italic">porto as</foreign> venga da <pb ed="aut" n="4127"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">porrigo</foreign>, contratto il suo <foreign lang="lat"
            rend="italic">porrectus</foreign> in <foreign lang="lat" rend="italic">portus</foreign>
            (<bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> ec.) come appresso di noi (<emph>porgere — pórto, sporgere — spórto</emph>), e
          come <foreign lang="lat" rend="italic">perrectus</foreign> è contratto in <foreign
            lang="lat" rend="italic">pertus</foreign> nel <foreign lang="spa" rend="italic"
            >despierto</foreign> e <foreign lang="spa" rend="italic">despertar</foreign> spagn. da
            <foreign lang="lat" rend="italic">espergiscor</foreign>, del che abbiamo detto altrove?
          (24. Marzo. Vigilia dell’Annunziazione di Maria SS. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Bollito</emph> per <emph>bollente. Fiorito</emph> per <emph>fiorente</emph>:
            <emph>florido</emph> spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">fleuri</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Particolare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">particulier</foreign> ec.
          (come <foreign lang="fre" rend="italic">chose particulière</foreign> ec.) si dice spesso
          per <emph>singolare, straordinario, non comune</emph> ec. V. questo medesimo uso del greco
            <foreign lang="grc">ἴδιος</foreign> nelle mie osservazioncelle sugli autori greci
            <foreign lang="lat" rend="italic">de mirabilibus</foreign> meursiani, p. 9. linea 6. di
          esse osservazioni e la giunta fattavi in un polizzino. (27. Marzo 1825. Domenica delle
          Palme.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Detenido</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic"
            >que se detiene, cunctator (otro detenido Fabio)</foreign>, e così <emph>ritenuto</emph>
          ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Reprimo is</foreign> — <foreign lang="spa" rend="italic"
            >repressar</foreign> spagn.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ciascun vizio per se senza altra cagione</emph> (cioè senza estrinseca cagione,
          senza cagione alcuna di fuori di lui). <bibl>
            <author>Casa</author>
            <title>Galat.</title> c. 28. opp. Ven. 1752. t. 3. p. 298.</bibl> (29. Marzo. Martedì
          Santo. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Vallon</foreign> franc.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Senza altro pane o biada</emph>
          </quote> per <emph>senza punto di pane o biada</emph>. <bibl>
            <author>G. Villani</author> l. 7. c. 7.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Arrojado hombre</foreign>, <emph>Uomo avventato</emph>.
          (2. Apr. Sab. Santo. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">D. Le plaisir est-il l’objet principal et immédiat de notre
              existence, comme l’ont dit quelques philosophes? R. Non: il ne l’est pas plus que la
              douleur; le plaisir est un encouragement à vivre, comme la douleur est un repoussement
              à mourir. D. Comment prouvez-vous cette assertion? R. Par deux faits palpables: l’un,
              que le plaisir, s’il est pris au-delà du besoin, conduit à la destruction: par
              exemple, un homme qui abuse du plaisir de manger ou de boire, attaque sa santé, et
              nuit à sa vie. L’autre, <pb ed="aut" n="4128"/> que la douleur conduit quelquefois à
              la conservation: par exemple un homme qui se fait couper un membre gangrené, souffre
              de la douleur, et c’est afin de ne pas périr tout entier</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <author>Volney</author>, <title>La loi naturelle, ou Catéchisme du citoyen
            français</title>, chap. 3. à la suite <title>des Ruines (Les Ruines) ou Méditation sur
              les Révolutions des Empires</title>, par le même auteur, 4.<hi rend="apice">me</hi>
            édition. Paris 1808. p. 359-360</bibl>. Bisogna distinguere tra il fine della natura
          generale e quello della umana, il fine dell’esistenza universale, e quello della esistenza
          umana, o per meglio dire, il fine naturale dell’uomo, e quello della sua esistenza. Il
          fine naturale dell’uomo e di ogni vivente, in ogni momento della sua esistenza sentita,
          non è nè può essere altro che la felicità, e quindi il piacere, suo proprio; e questo è
          anche il fine unico del vivente in quanto a tutta la somma della sua vita, azione,
          pensiero. Ma il fine della sua esistenza, o vogliamo dire il fine della natura nel
          dargliela e nel modificargliela, come anche nel modificare l’esistenza degli altri enti, e
          in somma il fine dell’esistenza generale, e di quell’ordine e modo di essere che hanno le
          cose e per se, e nel loro rapporto alle altre, non è certamente in niun modo la felicità
          nè il piacere dei viventi, non solo perchè questa felicità è impossibile (Teoria del
          piacere), ma anche perchè sebbene la natura nella modificazione di ciascuno animale e
          delle altre cose per rapporto a loro, ha provveduto e forse avuto la mira ad alcuni
          piaceri di essi animali, queste cose sono un nulla rispetto a quelle nelle quali il modo
          di essere di ciascun vivente, e delle altre cose rispetto a loro, risultano
          necessariamente e costantemente in loro dispiacere; sicchè e la somma e la intensità del
          dispiacere nella vita intera di ogni animale, passa senza comparazione <pb ed="aut"
            n="4129"/> la somma e intensità del suo piacere. Dunque la natura, la esistenza non ha
          in niun modo per fine il piacere nè la felicità degli animali; piuttosto al contrario; ma
          ciò non toglie che ogni animale abbia <emph>di sua natura</emph> per necessario, perpetuo
          e solo suo fine il suo piacere, e la sua felicità, e così ciascuna specie presa insieme, e
          così la università dei viventi. Contraddizione evidente e innegabile nell’ordine delle
          cose e nel modo della esistenza, contraddizione spaventevole; ma non perciò men vera:
          misterio grande, da non potersi mai spiegare, se non negando (giusta il mio sistema) ogni
          verità o falsità assoluta, e rinunziando in certo modo anche al principio di cognizione,
            <foreign lang="lat" rend="italic">non potest idem simul esse et non esse</foreign>.
          Un’altra contraddizione, o in altro modo considerata, in questo essere gli animali
          necessariamente e regolarmente e per natura loro e per natura universale,
          <emph>infelici</emph> (essere — infelicità, cose contraddittorie), si è da me dichiarata
          altrove.</p>
        <p>Del resto l’argomento di Volney vale egualmente contro quello che egli dice essere <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">le but immédiat et direct de la nature</foreign>
          </quote> (intenderà, credo, la natura dell’uomo), cioè <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">la conservation de soimême</foreign>
          </quote>, (negando espressamente che <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">le bonheur</foreign>
          </quote> sia <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">le but immédiat et direct de la nature</foreign>
          </quote>, bensì <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">un objet de luxe, surajouté à l’objet NÉCESSAIRE ET
              FONDAMENTAL de la conservation</foreign>
          </quote>). Poichè, dato ancora, che è falsissimo, che la propria conservazione sia
          l’oggetto immediato e necessario della natura dell’animale, certo essa non lo è della
          natura universale, nè di quella degli altri animali rispetto a ciascuno di loro (il che
          dee servire anche per il detto <pb ed="aut" n="4130"/> di sopra). Anzi il fine della
          natura universale è la vita dell’universo, la quale consiste ugualmente in produzione
          conservazione e distruzione dei suoi componenti, e quindi la distruzione di ogni animale
          entra nel fine della detta natura almen tanto quanto la conservazione di esso, ma anche
          assai più che la conservazione, in quanto si vede che sono più assai quelle cose che
          cospirano alla distruzione di ciascuno animale che non quelle che favoriscono la sua
          conservazione; in quanto naturalmente nella vita dell’animale occupa maggiore spazio la
          declinazione e consumazione ossia invecchiamento (il quale incomincia nell’uomo anche
          prima dei trent’anni) che tutte le altre età insieme (<bibl>v. <title>Dial. della natura e
              di un Islandese</title>, e <title>Cantico del Gallo silvestre</title>
          </bibl>), e ciò anche in esso animale medesimo indipendentemente dall’azione delle cose di
          fuori; in quanto finalmente lo spazio della conservazione cioè durata di un animale è un
          nulla rispetto all’eternità del suo non essere cioè della conseguenza e quasi durata della
          sua distruzione. Similmente mille cose e mille animali che non hanno in niun modo per fine
          la conservazione di un tale animale, hanno bensì una tendenza assoluta a distruggerlo, o
          per la conservazione propria o per altro. E ciò s’intenda di individui e di specie. E il
          numero di tali individui o specie animali o no, tendenti naturalmente alla distruzione di
          una qualsisia specie o individuo di animale (siccome di quelle tendenti al suo dispiacere)
          è maggiore di quello tendente alla sua conservazione (siccome al suo piacere).</p>
        <p>Del resto che il fine naturale dell’animale non sia la propria conservazione direttamente
          e immediatamente cioè per causa di se medesima, <pb ed="aut" n="4131"/> si è dimostrato
          nel Dial. di un Fisico e un Metafisico. L’uomo ama naturalmente e immediatamente solo il
          suo bene, e il suo maggior bene, e fugge naturalmente e immediatamente solo il suo male e
          il suo maggior male: cioè quello che per tale egli giudica. Se gli uomini preferiscono la
          vita a ogni cosa, e fuggono la morte sopra ogni cosa, ciò avviene solo perchè ed in quanto
          essi giudicano la vita essere il loro maggior bene (o in se, o in quanto senza la vita
          niun bene si può godere), e la morte essere il loro maggior male. Così l’amor della vita,
          lo studio della propria conservazione, l’odio e la fuga della morte, il timore di essa e
          dei pericoli d’incontrarla, non è nell’uomo l’effetto di una tendenza immediata della
          natura, ma di un raziocinio, di un giudizio formato da essi preliminarmente, sul quale si
          fondano questo amore e questa fuga; e quindi l’una e l’altra non hanno altro principio
          naturale e innato, se non l’amore del proprio bene il che viene a dire della propria
          felicità, e quindi del piacere, principio dal quale derivano similmente tutti gli altri
          affetti ed atti dell’uomo. (E quel che dico dell’uomo intendasi di tutti i viventi).
          Questo principio non è un’idea, esso è una tendenza, esso è innato. Quel giudizio è
          un’idea, per tanto non può essere innato. Bensì egli è universale, e gli uomini e gli
          animali lo fanno naturalmente, nel qual senso egli si può chiamar naturale. Ma ciò non
          prova che egli sia nè innato nè vero. P. e. l’uomo crede e giudica naturalmente che il
          sole vada da oriente a occidente, e che la terra non si muova: tutti i fanciulli, tutti
          gli uomini che veggano da prima il fenomeno del <pb ed="aut" n="4132"/> giorno e che vi
          pongano mente, (se non sono già preoccupati dalla istruzione) concepiscono questa idea,
          formano questo giudizio, ciò immantinente, ciò immancabilmente, ciò con loro piena
          certezza: questo giudizio è dunque naturale e universale, e pure non è nè innato (perocchè
          è posteriore alla esperienza dei sensi, e da essa deriva), nè vero, perocchè in fatti la
          cosa è al contrario. Così di mille altri errori e illusioni, mille falsi giudizi, in cose
          fisiche, e più in cose morali, naturali, universali, immancabilmente concepiti da tutti, e
          ciò con piena certezza di persuasione, e la cui naturalità e universalità non per tanto
          non prova per niente la loro verità nè il loro essere innati. Conchiudo che l’amore e
          studio della propria conservazione non è nell’uomo una qualità ec. immediata, ma derivante
          dall’amore della propria felicità (che è veramente immediato), e derivantene per mezzo di
          un’idea, di un giudizio (e questo falso), il quale mancando o cangiandosi, l’uomo manca
          dell’amore della propria conservazione, lo converte in odio della medesima, fugge la vita,
          segue la morte; il che egli non fa nè può fare mai, nè pure un momento, verso la sua
          propria felicità, ossia piacere, da un lato, e la sua propria infelicità dall’altro; nè
          anche quando egli sia pazzo e furioso; nel quale stato bene egli talvolta volontariamente
          si uccide, ma non lascia mai di amare sopra ogni cosa e proccurare altresì quello che egli
          giudica essere sua felicità, e sua maggiore felicità. (5-6. Aprile. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sa-v-ona</emph>. Molti antichi, come G. Villani (per es. l. 7. c. 23.)
          <emph>Sa-ona</emph>, come <emph>Faenza</emph> anche oggi per <emph>Faventia</emph>,
          dicendosi però dal Guicc. e altri antichi <emph>Faventino</emph> per
          <emph>Faentino</emph>, del che altrove. (6. Aprile. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4133"/> Diminutivi positivati. <foreign lang="grc">Νόννα-νονὶς</foreign>.
            <bibl>V. <author>Du Cange</author>
            <title>Gloss. graec.</title>
          </bibl> e <bibl>
            <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> ed. vet. t. 7. p. 682. not. a</bibl>. Probabilmente corrotto da
            <foreign lang="lat" rend="italic">Domna</foreign> (siccome il <foreign lang="fre"
            rend="italic">Nonne</foreign> dei Francesi), come stima il Du Cange, Gloss. lat. in
            <foreign lang="lat" rend="italic">Nonnus</foreign>, e non venuto dall’egiziano, come
          dice il Fabricio, se pure anche in Egitto non si usò questa medesima corruzione, o se ella
          non fu fatta originariamente in Egitto, cioè nella lingua copta, ma sempre però dalla voce
          latina <foreign lang="lat" rend="italic">Domnus</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">Domna</foreign>. (6. Aprile. 1825.). I francesi hanno anche <foreign
            lang="fre" rend="italic">Nonnette</foreign>, ma <foreign lang="fre" rend="italic"
          >Nonne</foreign> e <foreign lang="fre" rend="italic">Nonnette</foreign> sono ambedue
          burleschi e disprezzativi al presente, sicchè tra l’uno e l’altro vi ha poca o niuna
          differenza di significato. (6. Apr. 1825.). — <foreign lang="grc"
          >Σχοῖνος-σχοινίον</foreign>. V. l’indice graecitatis di Dione Cassio. (8. Apr. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutta la natura è insensibile, fuorchè solamente gli animali. E questi soli sono
          infelici, ed è meglio per essi il non essere che l’essere, o vogliamo dire il non vivere
          che il vivere. Infelici però tanto meno quanto meno sono sensibili (ciò dico delle specie
          e degli individui) e viceversa. La natura tutta, e l’ordine eterno delle cose non è in
          alcun modo diretto alla felicità degli esseri sensibili o degli animali. Esso vi è anzi
          contrario. Non vi è neppur diretta la natura loro propria e l’ordine eterno del loro
          essere. Gli enti sensibili sono per natura enti <foreign lang="fre" rend="italic"
            >souffrants</foreign>, una parte essenzialmente <foreign lang="fre" rend="italic"
            >souffrante</foreign> dello universo. Poichè essi esistono e le loro specie si
          perpetuano, convien dire che essi siano un anello necessario alla gran catena degli
          esseri, e all’ordine e alla esistenza di questo tale universo, al quale sia utile il loro
          danno, poichè la loro esistenza è un danno per loro, essendo essenzialmente una <foreign
            lang="fre" rend="italic">souffrance</foreign>. Quindi questa loro necessità è
          un’imperfezione della natura, e dell’ordine universale, imperfezione essenziale ed eterna,
          non accidentale. Se però la <foreign lang="fre" rend="italic">souffrance</foreign> d’una
          menoma parte della <pb ed="aut" n="4134"/> natura, qual è tutto il genere animale preso
          insieme, merita di esser chiamata un’imperfezione. Almeno ella è piccolissima e quasi un
          menomo neo nella natura universale nell’ordine ed esistenza del gran tutto. Menomo perchè
          gli animali rispetto alla somma di tutti gli altri esseri, e alla immensità del gran tutto
          sono un nulla. E se noi li consideriamo come la parte principale delle cose, gli esseri
          più considerabili, e perciò come una parte non minima, anzi massima, perchè grande per
          valore se minima per estensione; questo nostro giudizio viene dal nostro modo di
          considerar le cose, di pesarne i rapporti, di valutarle comparativamente, di estimare e
          riguardare il gran sistema del tutto; modo e giudizio naturale a noi che facciamo parte
          noi stessi del genere animale e sensibile, ma non vero, nè fondato sopra basi indipendenti
          e assolute, nè conveniente colla realtà delle cose, nè conforme al giudizio e modo
          (diciamo così) di pensare della natura universale, nè corrispondente all’andamento del
          mondo, nè al vedere che tutta la natura, fuor di questa sua menoma parte, è insensibile, e
          che gli esseri sensibili sono per necessità <foreign lang="fre" rend="italic"
          >souffrants</foreign>, e tanto più sempre, quanto più sensibili. Onde anzi si dovrebbe
          conchiudere, che essi stessi, o la sensibilità astrattamente, sono una imperfezione della
          natura, o vero gli ultimi, cioè infimi di grado e di nobiltà e dignità nella serie degli
          esseri e delle proprietà delle cose. (9. Aprile. Sabato in Albis. 1825.). V. p. 4137.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Sentido de la perdita</foreign> per <foreign lang="spa"
            rend="italic">que siente</foreign> (senziente, che si duole) <foreign lang="spa"
            rend="italic">la perdida</foreign>. <emph>Penato</emph> per <emph>penante</emph>. Crus.
          in <emph>penato</emph> e in <emph>penare</emph> es. ult.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Halo as-halitans</foreign>. (10. Apr. Domenica in Albis.
          1825.). <emph>Alitare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Σανὶς ίδος</foreign>, forse in origine diminutivo, poscia positivato.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Più tempo</emph> per <emph>del tempo</emph>, frase frequente presso i nostri (p. e.
          Ricordano, <pb ed="aut" n="4135"/>
          <bibl>cap. 178. <author>Villani</author> l. 6. c. 88. principio</bibl>) sì del 300, sì del
          500. — <foreign lang="grc">πλείονα χρόνον</foreign> nello stesso senso. <bibl>V. le mie
            osservazioni a <author>Flegonte</author>
            <title lang="lat">de mirabil.</title> c. 1. col. 81. lin. 2.</bibl> (14. Aprile. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Calza-calzetta, calzino. Bruzzo-bruzzolo</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Filo-fila. Uova</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Senza altra</emph> (cioè niuna) <emph>considerazione avere dei suoi meriti</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Casa</author>
            <title>Galateo</title> c. 14. opp. Ven. 1752. t. 3. p. 261. fine.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Φησὶ, φήσει</foreign>, sottinteso <foreign lang="grc">τις</foreign>,
          per <foreign lang="grc">φασὶ, φήσουσι</foreign>. <bibl>V. <author>Toup.</author>
            <title lang="lat">ad Longinum</title> sect. 2. init. sect. 9. init. sect. 29. fin. 44.
            p. 234. fin.</bibl> dove non approvo le sue emendazioni.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La società contiene ora più che mai facesse, semi di distruzione e qualità incompatibili
          colla sua conservazione ed esistenza, e di ciò è debitrice principalmente alla cognizione
          del vero e alla filosofia. Questa veramente non ha fatto quasi altro, massime nella
          moltitudine, che insegnare e stabilire verità negative e non positive, cioè distruggere
          pregiudizi, insomma torre e non dare. Con che ella ha purificato gli animi, e ridottigli
          quanto alle cognizioni in uno stato simile al naturale, nel quale niuno o ben pochi
          esistevano dei pregiudizi che ella ha distrutto. Come dunque può ella aver nociuto alla
          società? La verità, vale a dire l’assenza di questo o di quell’errore, come può nuocere?
          Sia nociva la cognizione di qualche verità che la natura ha nascosto, ma come sarà nocivo
          l’esser purificato da un errore che gli uomini per natura non avevano, e che il bambino
          non ha? Rispondo: l’uomo in natura non ha nemmeno società stretta. Quegli errori che non
          sono necessari all’uomo nello stato naturale, possono ben essergli necessari nello stato
          sociale; egli non gli aveva per natura; ciò non prova nulla; mille altre cose egli non
          aveva in natura, che gli sono necessarie per conservar lo stato sociale. Ritornare gli
          uomini alla condizione naturale <pb ed="aut" n="4136"/> in alcune cose, lasciandolo nel
          tempo stesso nella società, può non esser buono, può esser dannosissimo, perchè quella
          parte della condizione naturale può essere ripugnante allo stato di stretta società, il
          quale altresì non è in natura. Non sono naturali molte medicine, ma come non sono in
          natura quei morbi a cui elle rimediano, può ben essere ch’elle sieno convenienti all’uomo,
          posti quei morbi. La distruzione delle illusioni, quantunque non naturali, ha distrutto
          l’amor di patria, di gloria, di virtù ec. Quindi è nato, anzi rinato, uno universale
          egoismo. L’egoismo è naturale, proprio dell’uomo: tutti i fanciulli, tutti i veri selvaggi
          sono pretti egoisti. Ma l’egoismo è incompatibile colla società. Questo effettivo ritorno
          allo stato naturale per questa parte, è distruttivo dello stato sociale. Così dicasi della
          religione, così di mille altre cose. Conchiudo che la filosofia la quale sgombra dalla
          vita umana mille errori non naturali che la società aveva fatti nascere (e ciò
          naturalmente), la filosofia la quale riduce gl’intelletti della moltitudine alla purità
          naturale, e l’uomo alla maniera naturale di pensare e di agire in molte cose, può essere,
          ed effettivamente è, dannosa e distruttiva della società, perchè quegli errori possono
          essere, ed effettivamente sono, necessari alla sussistenza e conservazione della società,
          la quale per l’addietro gli ha sempre avuti in un modo o nell’altro, e presso tutti i
          popoli; e perchè quella purità e quello stato naturale, ottimi in se, possono esser
          pessimi all’uomo, posta la società; e questa può non poter sussistere in compagnia loro, o
          sussisterne in pessimo modo, come avviene in fatti al presente. (18. Aprile 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic"
          >luego</foreign>. <bibl>V. <author>Toup.</author>
            <title lang="lat">ad Longin.</title> sect. 23. init.</bibl>
        </p>
        <p>
          <foreign lang="grc">Σακκία ἁδρά</foreign>. <bibl>V. ib. p. 229. fine</bibl>. Diminutivo
          positivato. (27. Apr. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4137"/> Alla p. 4134. Siccome la felicità non pare possa sussistere se non
          in esseri senzienti se medesimi, cioè viventi; e il sentimento di se medesimo non si può
          concepire senza amor proprio; e l’amor proprio necessariamente desidera un bene infinito;
          e questo non pare possa essere al mondo, resta che non solo gli uomini e gli animali, ma
          niun essere vi sia, che possa essere nè sia felice, che la felicità (la quale di natura
          sua non potrebb’essere altro che un bene ossia un piacere infinito) sia di sua natura
          impossibile, e che l’universo sia di propria natura incapace della felicità, la quale
          viene a essere un ente di ragione e una pura immaginazione degli uomini. E siccome
          d’altronde l’assenza della felicità negli esseri amanti se medesimi importa infelicità,
          segue che la vita, ossia il sentimento di questa esistenza divisa fra tutti gli esseri
          dell’universo, sia di natura sua, e per virtù dell’ordine eterno e del modo di essere
          delle cose, inseparabile e quasi tutt’uno colla infelicità e importante infelicità, onde
          vivente e infelice sieno quasi sinonimi. (3. Maggio. Festa della Invenzione della Santa
          Croce. 1825.). V. p. 4168.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Una corona d’oro, che, secondo una tradizione degli Ungheri era discesa dal cielo, e che
          conferiva a chi la portava un diritto incontrastabile al trono. Robertson Stor. del regno
          dell’Imp. Carlo <bibl>V. lib.10. traduz. ital. dal franc. Colonia 1788. t. 5. p.
          440</bibl>. Ecco pur finalmente il vero fondamento dei diritti al trono e della
          legittimità di tutti i Sovrani antichi e moderni. Esso consiste nella corona che portano.
          E chiunque la toglie loro e se la può mettere in capo, sottentra ipso facto nella pienezza
          dei loro diritti e legittimità. (3. Mag. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4138"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Pauso as</foreign> forse da un antico <foreign
            lang="lat" rend="italic">pauo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pavo</foreign> (<foreign lang="grc">παύω, παύομαι</foreign>), <foreign lang="lat"
            rend="italic">pausum</foreign>. (7. Mag. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto più l’uomo cresce (massime di esperienza e di senno, perchè molti sono sempre
          bambini), e crescendo si fa più incapace di felicità, tanto egli si fa più proclive e
          domestico al riso, e più straniero al pianto. Molti in una certa età (dove le sventure
          sono pur tanto maggiori che nella fanciullezza) hanno quasi assolutamente perduta la
          facoltà di piangere. Le più terribili disgrazie gli affliggeranno, ma non gli potranno
          trarre una lagrima. Questa è cosa molto ordinaria. Tanta occasione ha l’uomo di farsi
          familiare il dolore. (12. Maggio 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ad ogni filosofo, ma più di tutto al metafisico è bisogno la solitudine. L’uomo
          speculativo e riflessivo, vivendo attualmente, o anche solendo vivere nel mondo, si gitta
          naturalmente a considerare e speculare sopra gli uomini nei loro rapporti scambievoli, e
          sopra se stesso nei suoi rapporti cogli uomini. Questo è il soggetto che lo interessa
          sopra ogni altro, e dal quale non sa staccare le sue riflessioni. Così egli viene
          naturalmente ad avere un campo molto ristretto, e viste in sostanza molto limitate, perchè
          alla fine che cosa è tutto il genere umano (considerato solo nei suoi rapporti con se
          stesso) appetto alla natura, e nella università delle cose? Quegli al contrario che ha
          l’abito della solitudine, pochissimo s’interessa, pochissimo è mosso a curiosità dai
          rapporti degli uomini tra loro, e di se cogli uomini; ciò gli pare naturalmente un
          soggetto e piccolo e frivolo. Al contrario moltissimo l’interessano i suoi rapporti col
          resto della natura, i quali tengono per lui il primo luogo, come per chi vive nel mondo i
          più interessanti e quasi soli interessanti rapporti sono quelli cogli uomini; l’interessa
          la speculazione e cognizion di se stesso come se stesso; degli uomini come parte
          dell’universo; della <pb ed="aut" n="4139"/> natura, del mondo, dell’esistenza, cose per
          lui (ed effettivamente) ben più gravi che i più profondi soggetti relativi alla società. E
          in somma si può dire che il filosofo e l’uomo riflessivo coll’abito della vita sociale non
          può quasi a meno di non essere un filosofo di società (o psicologo, o politico ec.)
          coll’abito della solitudine riesce necessariamente un metafisico. E se da prima egli era
          filosofo di società, da poi, contratto l’abito della solitudine, a lungo andare egli si
          volge insensibilmente alla metafisica e finalmente ne fa il principale oggetto dei suoi
          pensieri e il più favorito e grato. (12. Maggio. Festa dell’Ascensione. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tetta, tettare</emph> ec. — <foreign lang="grc">τιτθὴ</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Brachium</foreign> — <foreign
            lang="grc">βραχίων</foreign> quasi da un <foreign lang="grc">βράχιον</foreign> o
            <foreign lang="grc">βράχιος</foreign> o <foreign lang="grc">βραχιὸς</foreign> ec.
          perduto. (21. Maggio Vigilia della Pentecoste. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Παρ' ὀλίγον διαφθαρείην</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Joseph.</author>
            <title lang="lat">de vita sua</title> par. 59.</bibl> (27. Mag. 1825.). par. 68. <quote>
            <foreign lang="grc">θάνατον αὐτοῦ παρ'ολίγας ψήφους κατέγνωσαν</foreign>
          </quote>
          <bibl>c. <title>Apion.</title> 2.37. p. 493. lin. 7.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Κατὰ νώτου δ' αὐτὸν λαμβάνουσιν οἱ ἐκ τῆς ἐνέδρας</foreign>
          </quote>. Italianismo. <emph>Lo prendono</emph> (cioè lo colgono, lo soprapprendono)
            <emph>alle spalle</emph>. <bibl>
            <author>Joseph.</author>
            <title lang="lat">de vita sua</title> par. 72.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Senz’altro</emph> (niun) <emph>fine</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Casa</author>
            <title>Istruz. al Card. Caraffa</title>. opp. t. 2. p. 4. lin.19. ed. Ven. 1752.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign>
          </quote> per <foreign lang="lat">primum</foreign>, <foreign lang="spa">luego</foreign> ec. <bibl>
            <author>Pseudo-Joseph.</author>
            <title>de Maccabeis</title> par. 1. fin. par. 3. p. 499. lin.4. ante fin.</bibl> (31.
          Maggio 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Grado-gradino. Pisum-pisello. Struffo-strufolo</emph> ec. V. Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi latini. <foreign lang="lat" rend="italic">Flo</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Arrischiato</emph> (<bibl>
            <author>Baldi</author>
            <title>Vita di Federigo di Montefeltro</title>, Roma 1824. tom. 1. p. 89.
          princ.</bibl>), <emph>arrisicato</emph> (<bibl>Crus.</bibl>) per <emph>che suole
            arrischiarsi, che si arrischia</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Disonorato, Inonorato, Inhonoratus ec. per disonorevole.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Honorus, inhonorus</foreign> per <foreign lang="lat">honoratus,
            inhonoratus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἔξω</foreign> per <foreign lang="lat">praeter</foreign>. <bibl>
            <author>Isocr.</author>
            <title>Paneg.</title> ed. Cantabrig. 1729. p. 175. lin. 1.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4140"/>
          <emph>Stella</emph> quasi <emph>astella</emph> o <emph>astellum</emph> da <foreign
            lang="grc">ἀστὴρ</foreign> o da <foreign lang="grc">ἄστρον</foreign>. (12. Luglio. dì di
          S. Gio. Gualberto. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tanto è necessaria l’arte nel viver con gli uomini che anche la sincerità e la
          schiettezza conviene usarla seco loro con artificio. (Milano. 22. Sett. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Spasimato per spasimante. Crus. Entendu per intendente. Innamorato per che innamora.
          Petr. Son. Ma poi che ’l dolce riso. v. penult. e Canz. Poi che per mio destino, stanza 5.
          v. 9.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sì ch’io <emph>vo</emph> già della speranza altiero. Petr. Son. Quando fra l’altre dame.
          V. anche Sestina A qualunque animale, v. penult. e Canz. Sì è debile il filo, stanza 6. v.
          2 e Canz. Lasso me, st. 4. v. 9.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gaio, gai franc. ec. — <foreign lang="grc">γαίων</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Miglio</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">milium</foreign> ec. — <foreign
            lang="fre" rend="italic">millet</foreign>, diminutivo positivato. <foreign lang="fre"
            >Entrailles</foreign> — <foreign lang="grc">ἔντερον</foreign>, interiora ec. <foreign
            lang="spa">Ladrillo</foreign> spagn. <foreign lang="lat">Laterculus</foreign> ec. —
            <foreign lang="lat">later</foreign>. Scalino — scala, scaglione ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tra</emph> via, per in via. Petr. Son. A piè de’ colli. e altrove spessissimo
            <emph>fra via</emph>, e <emph>tra via</emph>, esso Petrarca, ed altri, prosatori e
          poeti.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Poi</emph> per <foreign lang="grc">εἶτα</foreign>, cioè nondimeno ec. del che
          altrove. Petr. Son. Perch’io t’abbia guardato.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Εὐθὺ πρῶτον</foreign>
          </quote>. Eupolis Comicus ap. <bibl>
            <author>Stob.</author>
            <foreign lang="grc">λόγ. β'</foreign>. p. 32. ed. princeps Gesneri, Tiguri 1543.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἡσσημένων δὲ ἀνδρῶν οὐκ ἐθέλουσιν αἱ γνῶμαι πρὸς τοὺς αὐτοὺς
              κινδύνους ὅμοιαι εἶναι</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Thucydid.</author> ap. <author>Stob.</author> serm. 6. <foreign lang="grc">περὶ
              δειλίας</foreign>.</bibl> (Milano. 22. Sett. 1825.) <bibl>lib.2. in concione
            Phormionis</bibl>. <bibl>V. <author>Plat.</author> ed. Astii. t. 4. p. 228. lin. 12. p.
            236. lin. 30. p. 358. lin. 20. 23.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Se Dio facesse altro di me, vale, facesse alcuna cosa, nulla</emph>
          </quote>. Così, <bibl>
            <author>Machiavelli</author>, Commedia in prosa senza titolo, opp. Italia 1819. vol. e
            6.o at. 2. sc. 1. p. 328</bibl>. <quote>
            <emph>Io guarderei molto ben chi egli fusse, prima ch’io facessi altro, cioè nulla, cioè
              cosa alcuna. Senza pensare altro, io mi avvierò là</emph>
          </quote>. <bibl>ib. 2. 7. 337-8</bibl>. <quote>
            <emph>E del vecchio eramo come certissimi che prestatomi indubitata fede, ne dovesse
              andar la senza pensare altro</emph>
          </quote>. Cioè nulla. <bibl>3. 1. 340</bibl>. <quote>
            <emph>La padrona subito si spoglia, e senza pensare ad altro</emph> (a nulla) <emph>nel
              letto si corica</emph>
          </quote>. <bibl>ib. 341.</bibl> (Milano.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4141"/>
          <foreign lang="fre" rend="sc">aggresser</foreign>, v. a. (<foreign lang="fre">verbe
          actif</foreign>). <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Attaquer, être aggresseur</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Jean Molinet</author>, <title lang="fre">Dicts et faits notables</title>, p.
            125. Articolo dell’<title lang="fre">Archéologie française par Charles Pougens,
              appendice à la suite de la lettre a</title>. Paris 1821-25. tom. I. p. 48.</bibl>
          (Bologna. 6. Ottobre. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dissimulato, Simulato, Dissimulé ec. per dissimulatore ec. <bibl>V.
            <author>Forcellini</author>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nel corso del sesto lustro l’uomo prova tra gli altri un cangiamento sensibile e doloroso
          nella sua vita, il quale è che laddove egli per lo passato era solito a trattare per lo
          più con uomini di età o maggiore o almeno uguale alla sua, e di rado con uomini più
          giovani di se, perchè i più giovani di lui non erano che fanciulli, allora spessissimo si
          trova a trattare con uomini più giovani, perchè egli ha già molti inferiori di età, che
          non sono però fanciulli, di modo che egli si trova quasi cangiato il mondo dattorno, e non
          senza sorpresa, se egli vi pensa, si avvede di essere riguardato da una gran parte dei
          suoi compagni come più provetto di loro, cosa tanto contraria alla sua abitudine che
          spesso accade che per un certo tempo egli non si avveda ancora di questa cosa, e séguiti a
          stimarsi generalmente o più giovane o coetaneo dei suoi compagni, come egli soleva, e con
          verità, per l’addietro. (Bologna. 8. Ottobre. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi di noi sarebbe atto a immaginare, non che ad eseguire, il piano dell’universo,
          l’ordine, la concatenazione, l’artifizio, l’esattezza mirabile delle sue parti ec. ec.?
          Segno certo che l’universo è <pb ed="aut" n="4142"/> opera di un intelletto infinito. — Ma
          sapete voi che dalla estensione e forza dell’intelletto dell’uomo, a un’estensione e forza
          infinita ci corre uno spazio infinito? L’intelletto umano non è atto a immaginare un piano
          come quello dell’universo. Ma un intelletto mille volte più forte ed esteso dell’umano,
          potrà pure immaginarlo. Non vi pare che possa? Dite dunque un intelletto maggiore
          dell’umano un millone di volte, un bilione, un trilione, un trilione di trilioni. Non
          arriverete mai ad un intelletto infinito, e però mai ad un intelletto grande, se non
          relativamente (giacchè un intelletto anche un trilion di volte maggior del nostro, non
          sarebbe già un intelletto grande per se, ma solo relativamente al nostro, e sarebbe
          infinitamente minore di un intelletto infinito), e però mai ad un intelletto divino. Lo
          stesso dico della potenza. L’uomo non può fare il mondo. Non però il farlo richiede una
          potenza infinita, ma solo maggiore assai dell’umana. Deducendo dalla esistenza del mondo
          la infinità e quindi la divinità del suo creatore, voi mostrate supporre che il mondo sia
          infinito, e d’infinita perfezione, e che manifesti un’arte infinita, il che è falso, e se
          ciò è falso, niente d’infinito si dee attribuire all’autore della natura. V. p. 4177.
          Lascio anche stare le innumerabili imperfezioni che si ravvisano, non pur fisicamente, ma
          metafisicamente e logicamente parlando, nell’universo.</p>
        <p>Del resto quello che nella struttura ec. del mondo e delle sue parti, p. e. di un
          animale, a noi pare ammirabile, e di estrema difficoltà ad essere immaginato, non fu
          infatti niente difficile. Le cose <pb ed="aut" n="4143"/> sono come sono perchè così
          debbono essere, stante la natura loro assoluta, o quella delle forze e dei principii
          (qualunque essi sieno) che le hanno prodotte. Se questa natura fosse stata diversa, se le
          cose dovessero essere altrimenti, altrimenti sarebbero, nè però sarebbero men buone e men
          bene andrebbero (o vogliamo dir più cattive e camminerebbero peggio) di quel che fanno ora
          che sono così come noi le veggiamo. Anzi allora questo che noi chiamiamo ordine e che ci
          pare artifizio mirabile, sarebbe (e se noi lo potessimo concepire, ci parrebbe) disordine
          e inartifizio totale ed estremo. Niuno artifizio insomma è nella natura, perchè la natura
          stessa è cagione che le cose vadan bene essendo ordinate in un tal modo piuttosto che in
          un altro, e questo modo non è necessario assolutamente all’andar bene, ma solo
          relativamente al tale e non altrimenti essere della natura, la quale se altrimenti fosse,
          le cose non andrebbero bene, non potrebbero conservarsi ec., se non con altro modo ec.
          (Bologna. 8. Ottobre. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Εὐθὺς</foreign> per <foreign lang="lat">primum</foreign>. <bibl>
            <author>Epictet.</author>
            <title>Enchirid.</title> cap. 5.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Κτῆσαι οὗν</foreign> (para, acquire, compara tibi), <foreign
            lang="grc">φησὶν, ἵνα καὶ ἡμεῖς ἔχωμεν</foreign>. <bibl>
            <author>Epictet.</author>
            <title>Enchirid.</title> cap. 31.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Κᾂν σὺν τούτοις ἐλθεῖν καθήκῃ, φέρε τὰ γινόμενα</foreign>
          </quote>. <emph>E se con queste cose, cioè con tutto questo, ti conviene andare, porta in
            pace quel che ti accadrà, che te ne accade</emph>. Così il Bartoli nel Mogol, <emph>con
            essere</emph>, per <emph>con tutto l’essere, non ostante l’essere</emph>. Italianismo di <bibl>
            <author>Epitteto</author>, <title>Enchiridio</title>, cap. 52.</bibl> (Bologna. 9. Ott.
          Domenica. 1825.). La stessa frase col senso medesimo si trova anche cap. 39. fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4144"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τῷ μὲν σωματίῳ</foreign>
          </quote> (per <foreign lang="grc">σώματι</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">πάντα ἀδιάφορα</foreign>
          </quote>. <bibl>M. Antonin. VI. 2.</bibl> Del resto <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">amant stoici extenuandarum rerum causa,
            deminutiva</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Simpson</author> not. in Epictet. c. 12.</bibl>): e <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">in Arriano et Epicteto diminutiva significant
              extenuationem et vilitatem ipsius rei, non autem parvitatem</foreign>
          </quote> (<bibl>id. ad c. 24.</bibl>). V. p. 4145.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Museau</foreign> — <emph>muso</emph>. <foreign
            lang="fre" rend="italic">Goupil</foreign> o <foreign lang="fre" rend="italic"
          >golpil</foreign>, e per la femmina <foreign lang="fre" rend="italic">goupille</foreign>,
          quasi <emph>vulpilla</emph>, cangiato al solito il <emph>v</emph> in <emph>g</emph>;
          antica voce francese per <foreign lang="fre" rend="italic">renard</foreign>, appresso <bibl>
            <author>Pougens</author>, <title lang="fre">Archéologie française</title>, art. <title
              lang="fre">Goupil</title>
          </bibl>, con parecchi derivati, cioè <foreign lang="fre" rend="italic">goupiller</foreign>
          verbo neutro, <foreign lang="fre" rend="italic">goupillage</foreign> e <foreign lang="fre"
            rend="italic">goupilleur</foreign>, dei quali pur si hanno esempi loc. cit. t. 1.
          (Bologna. 10. Ott. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Si sa quanto poco fossero considerate le donne presso i Greci e i Romani, e come il
          servirle e trattarle quasi superiori agli uomini, come si fa oggi, non avesse origine,
          secondo il Thomas (<bibl>
            <title lang="fre">Essai sur les femmes</title>
          </bibl>), se non nei tempi cavallereschi dai costumi dei settentrionali conquistatori di
          Europa, i quali avevano un’antica loro superstizione che riguardava le donne come tante
          deità. Nondimeno pare che a tempo degl’Imperatori romani la condizione delle donne fosse
          già molto simile alla presente. Lascio le odi di Orazio e i libri di Ovidio, Tibullo,
          Properzio ec. <bibl>
            <author>Epitteto</author>
            <title>Enchirid.</title> cap. 62.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Αἱ γυναῖκες εὐθὺς ἀπὸ τεσσαρεσκαίδεκα ἐτῶν ὑπὸ τῶν ἀνδρῶν κυρίαι
              καλοῦνται. τοιγαροῦν ὁρῶσαι ὅτι ἄλλο μὲν οὐδὲν αὐταῖς πρόσεστι, μόνον δὲ συγκοιμᾶσθαι
              τοῖς ἀνδράσιν, ἄρχονται καλλωπίζεσθαι καὶ ἐν τούτῳ πάσας ἔχειν τὰς ἐλπίδας</foreign>
          </quote> Dove trovo nelle note: <bibl>V. Serv. ad. Virg. En. 6.397. Suet. in Claud. c.
          39.</bibl> (Bologna. 1825. 10. Ottobre.). V. p. 4246.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Somiglianza di costumi antichi e moderni, ovvero antichità di costumi che si credono
          moderni. — La lucerna di terra cotta (fittile) <pb ed="aut" n="4145"/> di cui si era
          servito Epitteto, fu venduta per 3000 dramme. V. p. 4166. fin. I ricchi Ateniesi per lusso
          usavano di tener servi negri. Teofrasto Caratteri cap. 21. Terenz. Eunuch. 1. 2. 85.
          Auctor ad Herenn. IV. 50. Visconti Museo Pio Clem. t. 3. fig. 35. rappresentante la statua
          di un Negro servente al bagno. Negli spettacoli antichi si gridava <emph>da capo</emph>
            (<foreign lang="grc">αὖθις</foreign>) come da noi. V. le mie noterelle latine sul
          Simposio di Senofonte. Similmente di tenere in casa una scimmia o più d’una ancora. Ib. c.
          5. V. p. 4170.4298.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4144. capoverso 1. In questo senso bisogna intendere quel luogo di <bibl>
            <author>Epitteto</author>
            <title>Enchirid.</title> c. 24.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">τούτων ἐμοὶ οὐδὲν ἐπισημαίνεται, ἀλλ' ἢ τῷ κτησιδίῳ μου ἢ τῷ δοξαρίῳ
              ἢ τοῖς τέκνοις ἢ τῇ γυναικί</foreign>
          </quote>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>E comandolle che senza <emph>altro</emph> (nulla) dire, per sua propria
          l’allevasse</quote>. <bibl>
            <author>Caro</author>
            <title>Gli Amori pastorali di Dafni e Cloe</title> di Longo Sofista, ragionamento primo,
            p. 6. ediz. di Crisopoli (Pisa) 1814. nel volume 2.<hi rend="apice">do</hi> della
              <title>Collezione degli Erotici greci tradotti in volgare</title>.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">MORDILLER. <hi rend="italic">Mordre légèrement et frequemment; faire
                un grand nombre de petites morsures</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Pougens</author>
            <title lang="fre">Archéologie française</title> art. <title>mordiller</title>, Paris
            1821-5. tom.2. p. 29</bibl>. Antica voce francese, adoperata anche da Scarron e dalla
          Sévigné, e inserita anche nel Dizionario dell’Accademia francese nell’ediz. del 1798.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ella è cosa forse o poco o nulla o non abbastanza osservata che la speranza è una
          passione, un modo di essere, così inerente e inseparabile dal sentimento della vita, cioè
          dalla vita propriamente detta, come il pensiero, e come l’amor di se stesso, e il
          desiderio del proprio bene. Io vivo, dunque io spero, è un sillogismo giustissimo, eccetto
          quando la vita non si sente, come nel sonno ec. Disperazione, rigorosamente parlando, non
          si dà, ed è così impossibile a ogni <pb ed="aut" n="4146"/> vivente, come l’odio vero di
          se medesimo. Chi si uccide da se, non è veramente senza speranza, non più che egli odii
          veramente se stesso, o che egli sia senz’amor di se stesso. Noi speriamo sempre e in
          ciascun momento della nostra vita. Ogni momento è un pensiero, e così ogni momento è in
          certo modo un atto di desiderio, e altresì un atto di speranza, atto che benchè si possa
          sempre distinguere logicamente, nondimeno in pratica è ordinariamente un tuttuno, quasi,
          coll’atto di desiderio, e la speranza una quasi stessa, o certo inseparabil, cosa col
          desiderio. (Bologna. 18. Ottobre. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Voleter</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >volitare</foreign>. Gill. Durant antico poeta francese, ap. <bibl>
            <author>Pougens</author>
            <title lang="fre">Archéolog. franç.</title> art. <foreign lang="fre" rend="italic"
              >oiselet</foreign>, tom. 2. p. 63. ed. Ét. Pasquier ap. lo stesso, t. 2. p. 162. art.
              <foreign lang="fre" rend="italic">Pucette</foreign>
          </bibl>. (Bologna. 19. Ott. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">Τεῦτλον-τεύτλιον, τευτλὶς
          ίδος</foreign>; o vero <foreign lang="grc">σεῦτλον-σευτλίον, σευτλὶς ίδος</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il genitivo per l’accusativo. Teofrasto Caratteri, cap. 16. <quote>
            <foreign lang="grc">περὶ δεισιδαιμονίας: δάφνης εἰς τὸ στόμα λαβών</foreign>
          </quote>, <emph>preso del lauro in bocca</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Faux-faucille</foreign>. <emph>Clientolo.
            Truogo-truogolo-trogolo</emph>. <foreign lang="fre" rend="italic">Grillon</foreign>. V.
          i Diz. francesi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">PILLOTER, <hi rend="italic">verbe actif et neutre. Exercer de petits
                pillages multipliés; piller de côté et d’autre par petites portions</hi>
            </foreign>
          </quote>. Antico verbo francese, col suo derivato <foreign lang="fre" rend="italic"
            >pilloterie</foreign>, ap. <bibl>
            <author>Pougens</author>, <title lang="fre">Archéologie française</title>, art. <foreign
              lang="fre">pilloter</foreign>, tom.2. p. 119-120</bibl>. (21. Ottobre. 1825.
          Bologna.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Contemptus, contemptior</foreign> ec. per <foreign
            lang="lat" rend="italic">contemptibilis</foreign> ec. <emph>Infamato</emph> per
            <emph>infame</emph>. V. Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Profusus</foreign> per che profonde. (<bibl>
            <author>Sallust.</author>
            <title>Catil.</title> 5.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">alieni appetens, sui profusus</foreign>
          </quote>). <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> Ital. <emph>profuso</emph>. Spagn. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >profuso</foreign>. Franc. antico <foreign lang="fre" rend="italic">profus</foreign>, ap. <bibl>
            <author>Pougens</author>, <title lang="fre">Archéologie française</title> tom. 2. p.
            152.</bibl> art. <foreign lang="fre" rend="italic">profus</foreign>. Inglese, <foreign
            lang="eng" rend="italic">profuse</foreign>. Tutti nello stesso senso attivo. (Bologna.
          23. Ott. Domenica. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Vivuola-vivola viola: strumento musico, e fiore. Spagn. <foreign lang="spa" rend="italic"
            >viHuela</foreign>. V. la giunta L. nella Crus. Veron. all’articolo H. e la Crus. V.
            <emph>vivuola</emph> e <emph>gargagliare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Κηλὶς ίδος</foreign>, probabilmente diminutivo positivato.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4147"/>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Réviser, raviser</foreign> franc. da aggiungersi al
          detto da me sopra <emph>divisare avvisare</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Rétentive</foreign>
          </quote> per <foreign lang="fre" rend="italic">faculté de retenir, mémoire</foreign>,
          substantif fém. antica voce francese presso <bibl lang="fre">
            <author>Pougens</author>
            <title>Archéol. franç.</title> tom. 2. p. 203. Appendice à la suite de la lettre
            <emph>R</emph>. art. <foreign lang="fre">Rétenteur</foreign>
          </bibl>. <foreign lang="spa" rend="italic">Retentiva</foreign> spagn. e <foreign
            lang="eng" rend="italic">retentive</foreign> ingl. col senso stesso. Da aggiungersi al
          detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic">retinere</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἄγνωστος</foreign> per <emph>che non conosce</emph>, attivo, come in
          lat. <foreign lang="lat" rend="italic">ignotus</foreign>, del che altrove. Teofrasto,
          Caratt. cap. 23. mezzo, dove male il Coray cogli altri interpreti lo spiega passivamente,
            <foreign lang="fre" rend="italic">inconnu</foreign>. La Bruyere <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">des gens qu’il ne connoît point et dont il n’est pas
              mieux connu</foreign>
          </quote>. (Bologna. 26. Ottobre. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Trafelato</emph> per che <emph>trafela, trafelante. Scialacquato</emph> v. Crus.
          par. 1. e 2.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Moscolo</emph>, <emph>muschio</emph>-<foreign lang="lat" rend="italic"
          >muscus</foreign>, <emph>musco</emph>. <emph>Lucerta-lucertola, lucertolone</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Posidippe, rival de Ménandre, reproche aux Athéniens comme une
              grande incivilité leur affectation de considérer l’accent et le langage d’Athènes
              comme le seul qu’il soit permis d’avoir et de parler, et de reprendre ou de tourner en
              ridicule les étrangers qui y manquoient. L’atticisme, dit-il à cette occasion, dans un
              fragment cité par ce Dicéarque, ami de Théophraste, dont j’ai parlé plus
            haut</foreign>
          </quote> (credo, nei Geografi<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <bibl>V. <author>Creuzer</author>, <title>Meletemata</title>
              </bibl>, dov’è il framm. di Dicearco.</p>
          </note> greci minori si trova il pezzo di Dicearco), <quote>
            <foreign lang="fre">est le langage d’une des villes de la Grèce; l’hellénisme celui des
              autres</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>I. G. Schweighaeuser</author>, note 24. sur le <title lang="fre">Discours de La
              Bruyere sur Théophraste. Les Caractères de Théophraste</title>, traduits par La
            Bruyere, avec des additions et des notes nouvelles par I. G. Schweighaeuser. Paris
            Renouard. 1856. tome 3.e des oeuvres de La Bruyere, p. LIII-IV.</bibl> (Bologna. 26.
          Ottob. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4148"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Verba</foreign> plur. Autore del poema <title>La
            Passione di Cristo N. S.</title> attribuito al Boccaccio, presso il Perticari, opp. Lugo
          1823. vol. 3. p. 453. — <emph>Calcagna. Lineamenta. Sacca</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ogli</emph> si disse anticamente per <emph>occhi</emph> (come <emph>periglio</emph>
          da <foreign lang="lat" rend="italic">periculum</foreign>) (e quindi forse anche
            <emph>oglio</emph> per <emph>occhio</emph>), benchè manchi ne’ Vocabolari, e ciò con tre
          esempi provò il Perticari in una sua lettera, <bibl>opp. Lugo 1823. vol. 3. p. 577.
          nota.</bibl> (Bologna. 1825. 27. Ott.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ronzino, ronzone</emph>, probabilmente diminutivi positivati. Così sillon, sillonner
          ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">TROTTINER, <hi rend="italic">trotter à petits pas</hi>.</foreign>
          </quote> Antico verbo francese, portato anche nel Diz. di Richelet e in quello di Trévoux,
          e usato anche da Piron. <bibl>
            <author>Pougens</author>, <title lang="fre">Archéol. franç.</title> art. <foreign
              lang="fre" rend="italic">trottiner</foreign>, t. 2. p. 249.</bibl> — <foreign
            lang="fre" rend="italic">Sautiller</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Tance-tançon</foreign>. Parole sinonime, francesi
          antiche, significanti <foreign lang="fre" rend="italic">action de tancer, de réprimander;
            gronderie, dispute, querelle</foreign>. <bibl lang="fre">Id. ib. Appendice à la suite de
            la lett. T. art. <foreign lang="fre" rend="italic">Tanceur</foreign>, t. 2. p.
          251.</bibl> (Bologna. 1825. 28. Ott.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Pouvoir</foreign> — francese antico <foreign lang="fre"
            rend="italic">pooir</foreign>, sostantivo, come si vede <bibl>ib. art. <foreign
              lang="fre" rend="italic">Triplication</foreign>, t. 2. p. 248.</bibl>
          <emph>Gengia gengiva</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Rado, rasum</foreign>- <foreign lang="fre" rend="italic"
            >raser</foreign> francese, <emph>raschiare</emph> frequentativo-diminutivo quasi
            <emph>rasculare, raschiatura</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Adulater</foreign>, antico verbo franc. per
            <emph>adulare</emph>, usato da <bibl lang="fre">
            <author>Brantome</author>, <title>Dam. gal.</title>, t. 1. p. 322. ap.
            <author>Pougens</author>, <title>Archéol. franç.</title> Additions et corrections du
            tome premier, page 8. art. <emph>Aduler</emph>, tom.2. p. 274.</bibl> (Bologna. 1825.
          29. Ottob.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Tournoyer</foreign> frequentativo ec. come <foreign
            lang="fre" rend="italic">flamboyer</foreign> ec. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Numéroter</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Voglioloso, vogliolosamente. Freddoloso</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Nonpareil</foreign>, o <foreign lang="fre" rend="italic"
            >non pareil</foreign> (v. i Diz. franc.) — <bibl>
            <author>Teofr.</author> Caratt. cap. 28.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἡ δὲ πονηρία οὐδὲν ὅμοιον</foreign>
          </quote> (il man. Vaticano ha <foreign lang="grc">οὐ ὅμοιον</foreign>). <emph>La sua
            spilorceria, miseria</emph> (così va qui spiegato <foreign lang="grc">πονηρία</foreign>)
            <emph>è cosa senza uguale, senza pari</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="italic">Enfantiller</hi>. Faire des enfantillages, jouer d’une manière
              enfantine</foreign>
          </quote>. Antico verbo franc. ap. <bibl lang="fre">
            <author>Pougens</author>
            <title>Archéol. franç.</title> Appendice à la suite de la lettre E, art. <pb ed="aut"
              n="4149"/>
            <hi rend="italic">Enfantiller</hi> tom.1. p. 194.</bibl> — <quote>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="italic">Fendiller</hi> (<hi rend="italic">se</hi>). Se gercer, s’entr’ouvrir
              par de petites fentes ou crevasses</foreign>
          </quote>. Antico verbo franc. <bibl lang="fre">ap. le même, même ouvrage, art. <foreign
              lang="fre" rend="italic">Fendiller</foreign> p. 202. tom.1. et dans les
              <title>Additions et corrections</title> du tome premier, page 202. ligne 16. tom. 2.
            p. 300.</bibl> (Bologna. 1825. 30. Ott.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Strascinare — strascicare, strascico</emph> ec. <emph>Biasciare biascicare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nota il Coray (<bibl>
            <title lang="fre">Notes sur les Caractères de Théophraste</title>, ch. 26. note 9. à
            Paris 1799. p. 314.</bibl>) che <quote>
            <foreign lang="grc">παχὺς</foreign>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="sc">gros</hi>
              <hi rend="italic">signifie au figuré</hi>
              <hi rend="sc">riche</hi>
            </foreign>
          </quote>, citando appiè di pagina <title>Schol. Aristoph. Vesp.</title> 287 e però nel 26.
          capo dei Caratteri di Teofrasto, rende <quote>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="italic">par</hi> PAUVRE <hi rend="italic">le mot</hi>
            </foreign>
            <foreign lang="grc">λεπτὸς</foreign>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="italic">qui signifie au propre</hi> MINCE <hi rend="italic">ou</hi>
            MAGRE</foreign>
          </quote>, in quelle parole cioè di Teofrasto sopra il <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">partisan de l’oligarchie</foreign>
          </quote> (<quote>
            <foreign lang="grc">περὶ ὀλιγαρχίας</foreign>
          </quote>), <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ ὡς αἰσχύνεται ἐν τῇ ἐκκλησίᾳ</foreign>
          </quote> (dice <quote>
            <foreign lang="grc">ὁ ὀλίγαρχος</foreign>
          </quote> di se memdesimo) <quote>
            <foreign lang="grc">ὅτ' ἄν τις παρακάθηται αὐτῷ λεπτὸς καὶ αὐχμῶν</foreign>
          </quote> (<quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">pauvre, mal mis et sale</foreign>
          </quote>. Coray). <bibl>V. i Lessici in <foreign lang="grc">παχὺς</foreign>
          </bibl>. Similmente appunto noi diciamo <emph>grosso mercante, possidente grosso, famiglia
            grossa</emph> e simili, per ricca. (Bologna. 31. Ottobre. 1825.). V. i francesi e
          spagnuoli.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Soletto</emph> diminutivo positivato aggettivo, e così nell’antico francese,
            <foreign lang="fre" rend="italic">seulet</foreign>. <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Timon, cest insigne et beau haysseur d’homme, qui,
              tant envieusement, mangea son pain seulet</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <author>Noël Dufail</author>. Cont. d’Eutrapel (gros débat entre Lupold etc.) fol. 154.
              v<hi rend="apice">o</hi>. ap. <author>Pougens</author>
            <title>Archéol. franç.</title> Additions et correct. tom. 2. p. 302. à la page 243,
            ligne 6. du tome 1.<hi rend="apice">r</hi>.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Coccola. Rastro-rastrello</emph> ec. <emph>Fraga-fragola. Cocuzzolo</emph> o
            <emph>cucuzzolo. Razzare-razzolare</emph>. <emph>Curata</emph> o <emph>corata
          coratella</emph> o <emph>curatella</emph> o <emph>coradella</emph> ec. V. la Crusca.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fiasco</emph>-<foreign lang="fre" rend="italic">flacon</foreign>.
            <emph>Pila</emph>-<foreign lang="fre" rend="italic">pilon</foreign>. V. i Diz. franc.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Radium</foreign>
          <foreign lang="fre" rend="italic">rayon</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Io sono, si perdoni la metafora, un sepolcro ambulante, che porto dentro di me un uomo
          morto, un cuore già sensibilissimo che più non sente ec. (Bologna. 3. Nov. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4150"/>
          <emph>Satollo</emph> diminutivo positivato aggettivo da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >satur</foreign>, quasi <foreign lang="lat" rend="italic">saturellus</foreign>, o
            <foreign lang="lat" rend="italic">satullus</foreign>, formandosi dalla desinenza in
            <emph>ur</emph> la diminutiva in <emph>ullus</emph>, collo stesso andamento con cui da
          quella in <emph>er</emph> si forma la diminutiva in <emph>ellus</emph> (<foreign
            lang="lat" rend="italic">puer-puellus</foreign>) e forse da quella in <emph>ir</emph>
          quella in <emph>illus</emph>, del che per ora non mi sovvengono esempi. V. Forc. e Gloss.
          in satullus se hanno nulla. (Bologna. 3. Novembre. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ὀρθία ἰσχυρῶς</foreign>
          </quote>
          <emph>fortemente</emph>, cioè <emph>molto, erta</emph>. <bibl>
            <author>Senofonte</author>
            <foreign lang="grc">Ἀναβάς</foreign> 1. 2. 21.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Arrampicare, rampicare, arpicare</emph> (forse piuttosto da <foreign lang="grc"
          >ἕρπω</foreign>, come <emph>inerpicare</emph> ec.) — <emph>rampare</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">ramper</foreign> ec. <emph>Biancicare. Luccicare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Variato</emph> o <emph>vaiato, svariato, disvariato, divariato</emph> per
            <emph>vario</emph> o <emph>vaio</emph> (Bologna. 4. Nov. 1825.) o <emph>svario</emph>,
          agg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Uva-ugola</emph>. Notisi, oltre alla positivazione del diminutivo il cambiamento del
            <emph>v</emph> in <emph>g</emph>. I nostri antichi dissero anche <emph>uvola</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Scalprum</foreign>, <emph>scalpro-scarpello</emph> coi
          derivati. V. i francesi e gli spagnuoli.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Rinfocolare. Razzare-Razzolare. Brancolare. Ruzzare ruzzolare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Anche i verbi desiderativi (o comunque li chiamino) si formano dai supini. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Edo-esum-esurio, pario-partum parturio,
          mingo-mictum-micturio</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Agiato, agiatamente, disagiato</emph> ec. <foreign lang="fre" rend="italic">aisé,
            aisément, mal-aisé</foreign> ec. per <emph>agevole</emph> cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">agibilis</foreign> (che corrisponde a <foreign lang="lat" rend="italic"
            >facilis</foreign>, cioè <emph>fattibile</emph>), non sono altro che participii in luogo
          di aggettivi, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">actus</foreign> in cambio e in senso
          di <foreign lang="lat" rend="italic">agibilis</foreign> ec. (Bologna. 6. Nov. 1825.).
            <foreign lang="lat" rend="italic">Inexoratus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">inexorabilis</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Burchio-burchiello. Marco, marca-marchio; marcare marchiare. Sarda-sardella</emph>,
          e noi volgarmente <emph>sardone</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tratteggiare</emph> frequentativo. <emph>Atteggiare. Tasteggiare. Aleggiare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Adombrato</emph> neutro, per <emph>che adombra</emph>. V. la Crus. e anche
            <emph>aombrato. Trasognato</emph> per <emph>che trasogna</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ghignare, sghignare</emph> — <emph>ghignazzare, sghignazzare. Svolazzare.
            Ammalazzato. Strombazzare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4151"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Germer</foreign>, <emph>germinare</emph> lat. e ital. —
            <emph>germogliare</emph> quasi <emph>germiculare</emph> o <emph>germuculare</emph>, o
            <emph>germinuculare</emph>. Così <emph>germoglio</emph>, quasi <foreign lang="lat"
            rend="italic">germiculus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >germuculus</foreign>, diminutivo positivato di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >germen</foreign>, <emph>germe</emph>. — <emph>Spiccare-spicciolare, spicciolato</emph>
          ec. <emph>Abbrustolare, abbrustolire</emph> ec. <emph>Aggrumolare. Aggroppare
            aggrovigliare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Strida, grida, pera, mela</emph> plur. <bibl>V. la Crus. <emph>Staia</emph>
              (<emph>sextaria</emph>).</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Scricchio-scricchiolo</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">Nubes</foreign>,
            <emph>nube-nuvola, nuvolo, nugolo</emph> ec. <bibl>V. Crus.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Scricchiolare. Suggere-succhiare, succiare</emph> ec. <emph>Disgocciolare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Visco, viscoso, vesco</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">viscus</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">viscum</foreign>-<emph>vischio, vischioso,
          veschio</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">Lens</foreign>-<emph>lenticula</emph>;
            <foreign lang="lat" rend="italic">lente</foreign>-<emph>lenticchia</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">lentille</foreign> franc. V. gli spagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">Inviscare</foreign> — <emph>invischiare</emph> ec. <emph>invescare —
            inveschiare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Prezzolare. Trombettare</emph> e <emph>strombettare</emph>, coi derivati.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sacrato</emph> per <emph>sacro</emph>, e così <foreign lang="fre" rend="italic"
            >sacré</foreign> e <foreign lang="spa" rend="italic">sagrado</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">sacer</foreign>. V. Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sacratus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Tero is tritum</foreign>-<emph>tritare</emph> ital.
            (<bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>) — <emph>stritolare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >dicere</foreign>-<emph>dicare</emph> aggiungansi i composti <foreign lang="lat"
            rend="italic">praedicare, dedicare</foreign> ec. E notisi che <emph>sedare</emph>
          sebbene è della stessa famiglia che <emph>sedere</emph>, nondimeno non appartiene al
          nostro discorso più che <emph>fugare</emph> — <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fugere</foreign>. Gli uni (<emph>sedare-fugare</emph>) sono attivi, gli altri
            (<emph>sedere-fugere</emph>) neutri. (Bologna. 13. Nov. 1825. Domenica.). Così <foreign
            lang="lat" rend="italic">placere</foreign>-<emph>placare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sbarbare-sbarbicare, abbarbicare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">καλεῖται δὲ κατὰ μὲν τὸν Ἄρατον Ἠριδανός• οὐδεμίαν δὲ ἀπόδειξιν περὶ
              αὐτοῦ φέρει</foreign>
          </quote> (<foreign lang="grc">Ἄρατος</foreign>) non <emph>porta</emph> di ciò alcuna
          prova. <bibl>
            <author>Eratostene</author>. <title>Catasterismi</title> cap. 37.</bibl> (Bologna. 14.
          Nov. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Più tempo</emph> per <emph>del tempo</emph> come <emph>più anni</emph> per
            <emph>parecchi anni</emph> (<foreign lang="lat" rend="italic">plures anni</foreign>)
          frase di classici. — V. le giunte alle mie osservazioni sui taumasiografi greci, cioè al
            <bibl>cap. 1. col. 81. lin. 2. di <author>Flegone</author>
          </bibl>; <foreign lang="grc">πλείονα χρόνον</foreign> ec. (Bologna, 14. Nov. 1825.).
          Similmente <emph>i più, le più</emph> ec. — <foreign lang="grc">οἱ πλέιους</foreign> per
            <foreign lang="grc">οἱ πλεῖστοι</foreign>. V. le cit. osservaz. ad Antigono, cap. 127.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4152"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Πρώτον μὲν ὦν χρὴ τοῦτο γινώσκειν ὅτι ὁ μὲν ἀγαθὸς ἀνὴρ οὐκ
            εὐθέως</foreign>
          </quote> (idcirco, <foreign lang="spa" rend="italic">luego</foreign>, non <foreign
            lang="lat" rend="italic">statim</foreign>, come rende il Gesnero) <quote>
            <foreign lang="grc">εὐδαίμων ἐξ ἀνάγκας ἐστίν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Archytas Pythagoreus</author>, <title lang="lat">de viro bono et beato</title>
            ap. <author>Stob.</author> serm. 1. ed. Gesner. Basileae 1549. p. 13.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἀγκύριον</foreign> per <foreign lang="grc">ἄγκυρα</foreign>
          <emph>áncora</emph>. <bibl>
            <author>Socrate</author> ap. <author>Stob.</author> loc. cit. p. 21. e c. 2. p.
          33.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Bozzo</emph> volg. — <emph>bozzolo</emph>; e <emph>bozzolo</emph> in altri
          significati, coi derivati. V. Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Una delle maggiori difficoltà</emph>
          </quote> ec. <quote>
            <emph>consiste nella soppressione delle vocali</emph>
          </quote> e nel non essersi scoperta sin ad ora la regola costante per <quote>
            <emph>poterle supplire</emph>
          </quote>, dice il Ciampi parlando della lingua etrusca in generale nell’<bibl>
            <title>Antologia di Firenze</title> N. 58. Ottobre 1825. p. 55</bibl>. <quote>
            <emph>Quali regole sicure abbiamo, non per la lezione letterale ma per la
            grammaticale?</emph>
          </quote> (della scrittura etrusca). <quote>
            <emph>È certo che le vocali spesso son tralasciate; ma ciò facevasi egli a capriccio
              degli scarpellini, o per seguitare la pronunzia, ovvero per qualche regola
              stenografica od ortografica, come la scrittura massoretica degli Ebrei? Nulla ne
              sappiamo; e molto meno sappiamo in qual modo si abbiano da supplire</emph>.</quote>
          <bibl>Ib. p. 57</bibl>. Ciò serva per il mio discorso sopra la cagione della soppression
          delle vocali nelle scritture più antiche e più rozze e imperfette. (Bologna. 15. Nov.
          1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>In questo</emph> (in questa) <emph>in quello</emph> (in quella) ec. avverbi di
          tempo. — grec. <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν τούτῳ. Καὶ ἐντούτῳ ἡ ἑτέρα γυνὴ προσελθοῦσα εἶπεν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Senofonte</author>, <title>Memorab. nella favola dell’Ercole di Prodico</title>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Stobeo</author>, sermone 7. <foreign lang="grc">περὶ ἀνδρείας</foreign>
            <title lang="lat">de Fortitudine</title>, ed. Gesner. Basilea 1549. p. 91</bibl>. In
          margine: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Agatarsidae (sic) Samii in 4. rerum
            Persicarum</foreign>
          </quote>. Nel testo: <quote>
            <foreign lang="grc">Ξέρξης μετὰ πεντακοσίων μυριάδων Ἀρτεμισίῳ προσορμίσας</foreign>
            <pb ed="aut" n="4153"/>
            <foreign lang="grc">πόλεμον τοῖς ἐγχωρίοις κατήγγειλεν. Ἀθηναῖοι δὲ συγκεχυμένοι,
              κατάσκοπον ἔπεμψαν Ἡγησίλαον</foreign>
          </quote> (in marg. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀγησίλαον</foreign>
          </quote>) <quote>
            <foreign lang="grc">τὸν Θεμιστοκλέους ἀδελφόν• καί περ Νεοκλέους τοὺ πατρὸς αὐτοῦ κατ'
              ὄναρ ἑωρακότος ἀμφοτέρας ἀποβεβηκέναι</foreign>
          </quote> (in marg. <quote>
            <foreign lang="grc">ἀποβεβληκότα</foreign>
          </quote>) <quote>
            <foreign lang="grc">τὰς χεῖρας. παραγενόμενος δὲ ὁ ἀνὴρ εἰς πλῆθος τῶν βαρβάρων ἐν
              σχήματι Περσικῷ, Μαρδώνιον ἕνα τῶν σωματοφυλάκων ἀνεῖλεν, ὑπολαβὼν Ξέρξην ὑπάρχειν.
              συλληφθεὶς δὲ ὑπὸ τῶν δορυφόρων</foreign>
          </quote> (Gens. <foreign lang="lat" rend="italic">a satellitibus</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">πρὸς τὸν βασιλέα δέσμιος ἤχθη. βουθυτεῖν δὲ τοῦ προειρημένου
              μέλλοντος, ἐπὶ τὸν βωμὸν τοῦ ἡλίου τὴν δεξιὰν ἐπέθηκε χεῖρα, καὶ ἀστένακτος ὑπομείνας
              τὴν ἀνάγκην τῶν βασάνων, ἐλευθερώθη τῶν δεσμῶν εἰπών• Τοιοῦτοι πάντες ἐσμὲν Ἀθηναῖοι•
              εἰ δ' ἀπιστεῖς, καὶ τὴν ἀριστερὰν ἐπιθήσω. φοβηθεὶς δ' ὁ Ξέρξης, φρουρεῖσθαι τὸν
              Ἀγησίλαον προσέταξεν</foreign>
          </quote>. Il fatto di Regolo è stato condannato per favola; quello di Muzio Scevola potrà
          esserlo parimente, se non altro, col confronto di questo luogo, forse non osservato
          finora. (Bologna. 19. Nov. 1825.). V. p. 4193.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Μεγάλα γὰρ πρήγματα μεγάλοισι κυνδύνοισιν ἐθέλει καὶ
            αἱρέεσθαι</foreign>
          </quote>
          <bibl>
            <author>Herodot.</author> l. 7. c. 50. ap. <author>Stob.</author> serm. 7.</bibl>
          <foreign lang="grc">περὶ ἀνδρείας</foreign> In Erodoto si legge <quote>
            <foreign lang="grc">ἐθέλει καταιρέεσθαι</foreign>
          </quote>. (Bologna. 9 Nov. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Exhaustare</foreign> ec. <bibl>V.
            <author>Forcell.</author>
          </bibl>
          <emph>Coltare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">colo</foreign>. Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Inhonorus — inhonoratus</foreign>. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign> per verbigrazia ec. <bibl>
            <author>Eschine</author>, Dial. 2. cioè <foreign lang="grc">περὶ πλούτου</foreign>,
            sect. 24. bis.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il mezzo più efficace di ottener fama è quello di far creder al mondo di esser già
          famoso. (Bologna. 21. Nov. 1825.). Analogo e confermativo <pb ed="aut" n="4154"/> di
          questo detto è quello di Labruyère, che più facile è far passare un’opera mediocre in
          grazia di una riputazione dell’autore già ottenuta e stabilita, che l’ottenere o stabilire
          una riputazione con un’opera eccellente.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Stefano Bizantino in <foreign lang="grc">Ἴτων</foreign> dice che la città d’Itone fu
          anche detta <foreign lang="grc">Σίτων</foreign> Sitone.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Eschine</author>, <title>Dialogo</title> 3. Assioco, sezione 8.</bibl> parlando
          dei mali della vita nelle diverse età: <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ τοῖς</foreign>
          </quote> (rispetto, appetto a) <quote>
            <foreign lang="grc">ὕστερον χαλεποῖς ἐφάνη τὰ πρῶτα παιδικὰ, καὶ νηπίων ὡς ἀληθῶς
              φόβητρα</foreign>
          </quote>. Il Wolfio stampò <foreign lang="grc">χαλεποῖς παραβαλλόμενα ἐφάνη</foreign>, e
          disse che in vece di <foreign lang="grc">παραβαλλόμενα</foreign> si poteva anche supplire
            <foreign lang="grc">συγκρινόμενα</foreign> o <foreign lang="grc"
          >ἀντεξεταζόμενα</foreign>. Il Fischer, not. 52. ed. Lips. (Aeschin. Socrat. Diall. tres)
          1766. non approva il Wolfio, e dice <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">nam Dativus ille quidni pendere a verbo</foreign>
            <foreign lang="grc">ἐφάνη</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">possit</foreign>
          </quote>? Fatto è che questo è un italianismo, cioè il dativo solo in vece di
            <emph>rispetto</emph> o <emph>appetto a</emph>. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> in <emph>ad</emph> se ha nulla a proposito. (Bologna. 1825. 22. Nov.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">To look for</foreign>. — <emph>aspettare</emph>
            (<foreign lang="lat" rend="italic">ad-spectare</foreign>).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Rubacchiare</emph>. <emph>Scrivacchiare. Sforacchiare. Schiamazzare.
          Mormoracchiare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Crocire-crocitare</emph>. <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>. <emph>Sorbire sorsare</emph>. V. Crus. e Forc. e Gloss.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Vagina-gUaina, eVaginare-sgUainare</emph> ec. Spagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">vayna</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sopracciglia</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Βρυττὸν-βρύττιον</foreign> (bevanda d’orzo, birra) diminutivo
          positivato. Significano ambedue le voci lo stesso. Esichio. (Bologna. 27. Nov. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Juxta meam sententiam</foreign>
            <foreign lang="grc">βρύω</foreign> et <foreign lang="grc">βρύζω</foreign>
            <foreign lang="lat">idem verbum est, ut</foreign>
            <foreign lang="grc">βλύω</foreign>
            <foreign lang="lat">et</foreign>
            <foreign lang="grc">βλύζω, βύω βύζω, μύω μύζω, φλύω φλύζω</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">et alia</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Ignatius Liebel</author>
            <title lang="lat">ad Archilochi</title> fragm. 5. p. 70. ed. Vindobon. 1818.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Freno-Frenello</emph>. <bibl>V. Crusca.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Plutarch.</author>
            <title lang="lat">de Exil.</title> t. 8. p. 383. ed. Reiske</bibl>: <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀρχίλοχος τῆς<pb ed="aut" n="4155"/> Θάσου τὰ καρποφόρα καὶ οἰνόπεδα
              παρορῶν, διὰ τὸ τραχὺ καὶ ἀνώμαλον διέβαλε τὴν νῆσον, εἰπών.</foreign>
          </quote>.</p>
        <quote>
          <lg>
            <l>
              <foreign lang="grc">Ἥδε ὡς ὄνου ῥάχις</foreign>
            </l>
            <l>
              <foreign lang="grc">Ἕστηκεν ὕλης ἀγρίας ἀπιστεφής</foreign>.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p>(Taso era nome di un’isola aggiacente alla Tracia.) A questo frammento di Archiloco il
          Jacobs fa questa osservazione. <quote>
            <foreign lang="grc">Ὄνου ῥάχις</foreign>. <foreign lang="lat">Propter montium iuga poeta
              sic appellasse videtur insulam. Plurimas partium corporis appellationes ad terrarum
              situm et conditionem significandam translatas diligenter collegit Eustath. ad. Il. p.
              233. seqq. quaedam schol. Sophocl. in Oed. Col. 691. conf. Wesseling ad Herod. 1. p.
              35. 86. Promontorium Laconiae</foreign>
            <foreign lang="grc">ὄνου γνάθον</foreign>
            <foreign lang="lat">appellatum commemorat Pausanias III. 22. p. 431. edit. Facii. Nec
              hoc</foreign>
            <foreign lang="grc">ὄνου ῥάχις</foreign>
            <foreign lang="lat">tam Archilocho proprium fuisse puto, quam potius montosarum regionum
              appellationem</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Jacobs</author>, <title>Animadverss.</title> in <title>Antholog.</title> vol. 1.
            par. 1. p. 165. seq. ap. <author>Liebel</author> loc. cit. qui dietro, fragm. 9. p.
          79</bibl>. Or notisi il nostro <emph>schiena d’asino</emph> o <emph>a schiena
          d’asino</emph>, detto di strade ec. (Bologna 27. Nov. 1825. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἕστηκεν</foreign>
          </quote> i. e. <quote>
            <foreign lang="grc">ἐστὶν</foreign>
          </quote>
          <bibl>
            <title>Odyss</title>
            <foreign lang="grc">ρ</foreign>. 439.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">περὶ κακὰ πάντοθεν ἔστη</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Chariton</author> l. 3. c. 5. p. 51. 10.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">τότε γὰρ ἔτι χειμὼν ἑστήκει</foreign>, <foreign lang="lat">ubi vid.
              Dorvillium, qui ostendit hoc ve saepe pro <foreign lang="grc">εἰμὶ</foreign> cum
              emphasi adhiberi, ut stare apud Latinos p. 303. Sic Horat l. 2. od.9. 5. Nec stat
              glacies iners Menses per omnes</foreign>
          </quote>. <bibl lang="lat">Cfr. ibi Mitscherlich</bibl> (interprete ossia commentatore di
          Orazio) <bibl>
            <author>Liebel</author>, loc. cit. qui sopra.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Mercari</emph>, it. <emph>mercare-mercatare</emph>, (spagn. se non fallo, <foreign
            lang="spa" rend="italic">mercatar</foreign>), onde <emph>mercatante</emph> particip.
          sostantivato, e quindi <emph>mercatantare, mercatanzia</emph> ec. e
          <emph>mercadante</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4156"/>
          <emph>Sfallare, sfalsare, sfallire</emph>, aggiungansi al mio discorso sopra
          <emph>falsare</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Calcagna</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sorbillo as</foreign>. V. Forc.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Frega-fregola</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀλλ' ἄνα</foreign>
          </quote> per <emph>ma su, coraggio</emph>. <bibl>Omero Il. <foreign lang="grc">ι</foreign>
            v. 247. Odyss. <foreign lang="grc">σ.</foreign>. 13.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἄνα</foreign>
          </quote> (<emph>Su</emph>) <quote>
            <foreign lang="grc">δυσδαίμων πεδόθεν κεφαλὴν ἐπάειρε</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Eurip.</author> in <title>Troasi</title>, v. 98.</bibl> (<bibl>
            <author>Liebel</author>, l. sup. cit. p. 105. fragm. 32.</bibl>) — <emph>Su, orsu</emph>
          ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐπειδὴ Ζεὺς πατὴρ Ὀλυμπίων Ἐκ μεσημβρίας ἔθηκε</foreign>
          </quote> (fece) <quote>
            <foreign lang="grc">νυκτ', ἀποκρύψας φάος Ἡλίου λάμποντος</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Archiloch.</author> ap. <author>Stob.</author> serm. CIX.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">περὶ ἐλπίδος</foreign>
          </quote>, ap. <bibl>
            <author>Liebel</author>. fragm.31. p. 100., loc. sup. cit.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Καρδίης πλέως</foreign>
          </quote>, dice Archiloco (<bibl>fragm. 34. p. 110. loc. sup. cit. ap.
            <author>Galen.</author> Dion. Schol. Theocr. ec.</bibl>) che dev’essere un Generale, e
          noi diremmo, <emph>pien di cuore</emph>. Italianismo. V. i Lessici.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dolore antico. Era frase usitata per esprimere le sventure ec. il dire che il tale
            <emph>giaceva in terra</emph>, cioè si voltolava tra la polvere, e Archiloco (<bibl>ap.
              <author>Stob.</author>, serm. 20. <foreign lang="grc">περὶ ὀργῆς</foreign>, fragm. 32.
            p. 103. loc. sup. cit.</bibl>) dice: <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ μήτε νικῶν ἀμφάδην (φανερῶς) ἀγάλλεο, Μηδὲ νικηθεὶς ἐν οἴκῳ
              καταπεσὼν ὀδύρεο</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Aristofane</author>, <title>Nub.</title> v. 126.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀλλ' οὐδ' ἐγὼ μέντοι πεσών γε κείσομαι</foreign>
          </quote> i. e. <quote>
            <foreign lang="grc">ἀθυμήσω</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Liebel</author>, loc. sup. cit. p. 106. ad fragm. 32.</bibl>) Archiloco medesimo
            (<bibl>fragm. 33. p. 107. ap. <author>Stob.</author> serm. 103.</bibl>) volendo dire
          uomini sventurati e calamitosi, dice: <quote>
            <foreign lang="grc">Ἄνδρας μελαίνῃ κειμένους ἐπὶ χθονί</foreign>
          </quote>. Presso Omero (<bibl>
            <title>Il.</title>
            <foreign lang="grc">σ</foreign> 26.</bibl>) Achille udita la morte di Patroclo si gitta
          in terra, e così Priamo per quella di Ettore; ed Ecuba (nell’Ecuba di Sofocle o di
          Euripide v. 486.496.) sta prostesa in terra piangendo le sventure sue e dei suoi, e
          Sisigambe madre di Dario, udita la morte di Alessandro, si gittò in terra. <bibl>Curt. X.
            5. p. 4243.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4157"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἄλλ' ἔνι λόγος</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat">ratio docet</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ σὺν τούτοις</foreign>
          </quote> (con tutto questo, ciò non ostante, con questo) <quote>
            <foreign lang="grc">παρίστασθαι τῷ φίλῳ καὶ πατρίδι συγκινδυνεύειν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Epictet.</author>
            <title>Enchirid.</title> c. 39.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Κᾂν σὺν τούτοις</foreign>
          </quote> (e se contuttociò) <quote>
            <foreign lang="grc">ἐλθεῖν καθήκῃ, φέρε τὰ γινόμενα</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. cap. 52.</bibl> (Bologna 3. Dic. Festa di S. F. Saverio. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Roma, la prima e più potente città che sia stata al mondo, è stata anche l’unica
          destinata e quasi condannata a ubbidire a signori stranieri regolarmente, e non per
          conquista nè per alcuno accidente straordinario. Ciò negli antichi tempi, sotto gl’Impp.
          (Traiano, Massimino ec. ec.), e ciò di nuovo ne’ moderni sotto i Papi (moltissimi dei
          quali furono non italiani), e l’una e l’altra volta ciò passò in costumanza ed ordine
          fondamentale dello Stato, cioè che il Principe di Roma potesse essere non romano e non
          italiano. Così la prima città del mondo, e così l’Italia, prima provincia del mondo, pare
          per una strana contraddizione e capriccio della fortuna essere stata (nel tempo medesimo
          del maggior fiorire del suo impero, sì del temporale e sì dello spirituale) condannata a
          differenza di tutte le altre ad una legittima e pacifica e non cruenta schiavitù, e quasi
          conquista. (Bologna 1. Dec. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Onestato</emph> per <emph>onesto</emph>. Crus. <emph>Curato, curè</emph> ec. per
            <emph>che cura</emph>, participio sostantivato.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Causado</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic"
            >que causa. Divertido</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic">que
          divierte</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Laurus</foreign>- <foreign lang="spa" rend="italic"
            >laurel</foreign>. (spagn.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Σκύτος</foreign> o <foreign lang="grc">σκύτη</foreign> ec. — <foreign
            lang="grc">σκυτὶς. κύρτη-κυρτὶς. κιθάρα κίθαρις</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4158"/>
          <quote>
            <bibl>Eustathius Odyss. <foreign lang="grc">ε</foreign> t. 3. p. 1542. ed. rom.</bibl>
            <foreign lang="lat">ubi docet</foreign>
            <foreign lang="grc">τρὶς</foreign>
            <foreign lang="lat">in compositis multitudinem</foreign>
            <foreign lang="grc">πολὺ,πολλάκις, ἄγαν</foreign>
            <foreign lang="lat">significare, ad quod illustrandum Archilochi hunc locum
            adfert</foreign> (<foreign lang="grc">Θάσον δὲ τὴν τρισοϊζυρὴν πόλιν</foreign>),
              <foreign lang="lat">et per</foreign>
            <foreign lang="grc">λίαν ὀϊζυρὰν</foreign>
            <foreign lang="lat">explicat. Item t. 1. p. 725. Sic et Virgil. O ter quaterque beati.
              Et poeta Germanus</foreign>: <foreign lang="ger">O dreymal glückliches Land</foreign>!</quote>
          <bibl>
            <author>Liebel</author>, loc. sup. cit. fragm. 92. p. 202.</bibl> Così <foreign
            lang="grc">τρισιόλβιος, τρισμάκαρ</foreign> ec. ec. (Bologna, 6. Dic. 1825.).
          Francesismo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Perocchè (l’uomo) non era servo se non di Dio, il quale doveva amare con tutto il
            cuore, senza <emph>altro</emph> compagno</quote>. <bibl>
            <author>Cavalca</author>
            <title>Specchio di croce</title>, capit. 4. verso il fine, ediz. di Brescia, 1822. p.
            13.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Uomo pesato</emph> cioè considerato ec. Crus. e v. la Crus. veron. in <emph>posato.
            Riposato, posato</emph>. V. la Crusca. <emph>Riserbato</emph> ib.
          <emph>Perversato</emph> per <emph>perverso</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Spiare-spieggiare. Sortire-sorteggiare. Stormeggiare, stormeggiata</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Divenire-diventare</emph> (da <foreign lang="lat" rend="italic">ventum</foreign>
          sup. di <foreign lang="lat" rend="italic">venio</foreign>). <foreign lang="lat"
            rend="italic">Cupio cupitum-cupitare, covidare, convitare</foreign> (Crus.), <foreign
            lang="fre" rend="italic">convoiter</foreign> ec. v. gli spagn.
            <emph>Pervertire-perversare</emph>. V. Crus. in <emph>perversare</emph> e
            <emph>perversato</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fa</emph>
          <emph rend="sc">v</emph>
          <emph>ola</emph>-<emph>fa</emph>
          <emph rend="sc">o</emph>
          <emph>la</emph>-fola.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Invaghire-invaghicchiare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Notasi che gli antichi greci diedero spesso il nome di <foreign lang="grc"
          >πόλις</foreign> a regioni e paesi. <foreign lang="grc">Πάρος, νῆσος, ἣν καὶ πόλιν
            Ἀρχίλοχος αὐτὴν καλεῖ ἐν ἐπῳδοῖς</foreign>. Steph. Byz. voc. <foreign lang="grc"
          >Πάρος</foreign>. <foreign lang="lat">Insulas et regiones etiam</foreign>
          <foreign lang="grc">πόλεις</foreign>
          <foreign lang="lat">ab auctoribus dictas esse, observat Strabo</foreign> l. 8. p. 546.
            <foreign lang="grc">Στησίχορος δὲ καλεῖ πόλιν τὴν χώραν Πίσαν λεγομένην, ὡς ὁ ποιητὴς
            τὴν Λέσβον Μάκαρος πόλιν. Εὐριπίδης ἐν Ἴωνι Εὔβοι' Ἀθήναις ἐστὶ τις γείτων πόλις.
          κτλ.</foreign>.. <foreign lang="lat">quae vid.</foreign>
          <bibl>Cf. ibid. Casaub. not. 2.</bibl>
          <foreign lang="lat">Sic et insula Cos Il.</foreign>
          <foreign lang="grc">β</foreign>, 676. <foreign lang="lat">et Lemnus, Od.</foreign>
          <foreign lang="grc">θ</foreign>
          <pb ed="aut" n="4159"/> 284. <foreign lang="lat">ab Homero nominatur. Ipse Archilochus
            fragm. 92</foreign>. (<foreign lang="grc">Θάσον δὲ τὴν τρισοϊζυρὴν πόλιν</foreign>, ap.
            <bibl>Eustath. Od. <foreign lang="grc">ε</foreign> t. 3. p. 1542. ed. Rom.</bibl>)
            <foreign lang="lat">insulam Thasum</foreign>
          <foreign lang="grc">πόλιν</foreign>
          <foreign lang="lat">dicit. Lysias contra Andocid.</foreign>
          <foreign lang="grc">ἔπειτα δὲ καὶ διώχληκε πόλεις πολλὰς ἐν τῇ ἀποδημίᾳ, Σικελίαν,
            Ἰταλίαν, Πελοπόννησον κ. τ. λ.</foreign>. <foreign lang="lat">Aristides de Neptuno t. 1.
            p. 20. ed. Jebbii Oxon. 1722</foreign>. <foreign lang="grc">καὶ πόλεις δὲ ἐπολίσατο τοῖς
            ἀνθρώποις, ἃς καὶ νήσους νυνὶ καλοῦμεν</foreign> Aeschil. <foreign lang="grc"
          >Εὐμεν</foreign>. 75. <foreign lang="lat">insulas</foreign>
          <foreign lang="grc">περιῥῤύτους πόλεις</foreign>
          <foreign lang="lat">vocat. Sic Propert. l. 3. el. 9.16. observante Huschke Miscell.
            philol. P. 1. p. 24. Praxitelem Paria vindicat urbe lapis</foreign>. — <bibl>
            <author>Liebel</author> loc. sup. cit. fragm.76. p. 179-80</bibl>. Simili cause, simili
          effetti: tempi simili, costumi simili, e lingua e parole sempre analoghe ai costumi.
          Questo chiamar città i paesi, probabilmente derivò dal modo in cui vivevano gli uomini
          prima delle prime città; già bastantemente civili, bastantemente riuniti insieme, ma non
          però tanto da far città in corpo, bensì borghi, e villette in gran numero, occupanti gran
          tratto di paese. Tutto questo tratto si dovette da principio chiamar <foreign lang="grc"
            >πόλις</foreign>, onde poi fu trasferita la significazione a <emph>città</emph> (quando
          cioè le città vi furono), e non già viceversa. Questi erano i tempi in cui Atene non era
          altro che quattro (<bibl>
            <author>Plutar.</author> in Thes. Euripid. Heraclid. 81.</bibl>), o 11. (<bibl>Steph.
            Byz. <foreign lang="grc">Ἀθῆναι</foreign>
          </bibl>) o 12. (Theophr. Charact. c. 26. fin. in addition. ex ms. Vat.) borgate sparse per
          l’Attica, poi riunite da Teseo, (v. Meurs. in Theseo) e chiamate con un solo nome Atene; e
          Mantinea similmente in Arcadia ec. Ora sappiamo dalla storia che lo stesso modo di abitare
          a borgate si usò nei bassi tempi; allo stesso modo poi, crescendo la nuova civiltà, le
          città si formarono (v. Robertson, introduz. alla <pb ed="aut" n="4160"/> Stor. di Carlo
          V), ed appunto allo stesso modo, troviamo negli antichi fino al 500, ec. le città chiamate
          generalmente con nome di <emph>terre</emph>, voce significativa propriamente di paesi, nel
          qual modo si chiamano anche oggi nello scrivere con eleganza, eziandio le città grandi, in
          volgar comune e favellato, i castelli, e i così detti <emph>paesi</emph>. Così in francese
          anche oggi <foreign lang="fre" rend="italic">pays</foreign> per città, benchè proprio nome
          di regione. (V. del resto i Diz. franc. e spagn. e ingl. ec. in <emph>Terra</emph> ec. e
          nei nomi di <emph>città</emph>, e così Forcell. Gloss. ec. Da <emph>terra</emph> per
          città, <emph>terrazzano</emph> p. cittadino. ec.) Cosa che anche conferma la mia opinione
          sopra il vero primitivo significato di <foreign lang="grc">πόλις</foreign>. (Bologna.
          1825. 9. Dec. Vigilia della Venuta della Santa Casa.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tiglio</emph>- <foreign lang="fre" rend="italic">tilleul</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Selva</emph> per <emph>albero</emph> cioè per lauro. <bibl>
            <author>Petr.</author>
            <title>Sestina</title> 1. stanza 6</bibl>. E per <emph>legno</emph>, <bibl>ib.
          chiusa.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Sentido</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic"
            >que siente</foreign>, (così <emph>risentito</emph> ec.), e quindi sostantivato per
            <emph>sentimento, senso</emph>. <foreign lang="spa" rend="italic">Esclarecido</foreign>.
          V. i Diz. spagn.</p>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Pausar</foreign> spagn.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sentimenta</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Aerugo</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic"
            >rubigo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">robigo</foreign>- <foreign
            lang="fre" rend="italic">rouille</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἡττημένη τοῖς πρώην ἡ τύχη καθ' ἕνα τῶν ἀγώνων προσφέρουσα, νῦν τι
              καινὸν ἐτεχνάσατο καθ' ἡμῶν</foreign>. <foreign lang="lat">Severus Sophista
              Alexandrinus in Ethopoeiis editis a Galeo in libello cui tit. Rhetores selecti nempe
              cum Demetrio</foreign>
            <foreign lang="grc">περὶ ἑρμηνείας</foreign>
          </quote> ec. <bibl>Oxon. 1676., Ethop. 3. pag. 221.</bibl> Il genitivo per l’accusativo.
          (Bologna. 16. Dic. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Summittere</foreign> per mandare in alto; o vero
            <foreign lang="lat" rend="italic">submittere</foreign>. <bibl>V.
            <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Marceo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >marcesco, marcitum</foreign>; <emph>marcire</emph>, <emph>marcito</emph>
          <foreign lang="spa" rend="italic">marchitar</foreign> spagn.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Siccome ad essere vero e grande filosofo si richiedono i naturali doni <pb ed="aut"
            n="4161"/> di grande immaginativa e gran sensibilità, quindi segue che i grandi filosofi
          sono di natura la più antifilosofica che dar si possa quanto alla pratica e all’uso della
          filosofia nella vita loro, e per lo contrario le più goffe o dure, fredde e
          antifilosofiche teste sono di natura le più disposte all’esercizio pratico della
          filosofia. Sommo filosofo fu il Tasso pei suoi tempi quanto alla contemplazione. Ma chi
          meno di lui disposto per natura alla pratica della filosofia? chi più disposto anzi alla
          pratica delle dottrine più illusorie, di quelle dell’entusiasmo ec.? E infatti chi meno
          filosofo di lui nella pratica, e nell’effetto che gli accidenti della vita producevano nel
          suo spirito? Viceversa chi meno filosofo in teoria che certi spensierati e imperturbabili
          e sempre lieti e tranquilli uomini, che pur nella pratica sono il modello e il tipo del
          carattere e della vita filosofica? Veramente, siccome la natura trionfa sempre, accade
          generalmente che i più filosofi per teoria, sono in pratica i meno filosofi, e che i men
          disposti alla filosofia teorica, sono i più filosofi nell’effetto. E si potrebbe anzi dire
          che la mira, l’intenzione e la somma della filosofia teorica e de’ suoi precetti ec. non
          consiste effettivamente in altro che nel proposito di rendere la vita e il carattere di
          quelli che la posseggono, conforme a quello di coloro che non ne sono capaci per natura.
          Effetto che ella difficilmente ottiene. (Bologna. 20. Dic. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Bebido</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic"
            >que ha bebido. Estar reñidos. Lucido</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic"
            >luciente</foreign>, spagn.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Pro<hi rend="italic">v</hi>idens-pr<hi rend="italic"
          >u</hi>dens</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Νικίας δ' ὁ ζωγράφος καὶ τοῦτο εὐθὺς ἔλεγεν εἶναι τῆς γραφικῆς <pb
                ed="aut" n="4162"/> τέχνης οὐ μικρὸν μέρος, τὸ λαβόντα ὕλην εὐμεγέθη
            γράφειν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Demetr.</author>
            <title lang="lat">de Elocut.</title> sect. 76. ed. Gale p. 53.</bibl> (Bologna. 22. Dic.
          1825). <quote>
            <foreign lang="grc">Εὐθὺς οὖν πρώτη ἐστὶ χάρις ἡ ἐκ συντομίας</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. sect. 137. p. 85.</bibl> (24. Dic. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Gradito, aggradito</emph> ec. per <emph>gradevole, grato</emph>. (25. Dic. dì del S.
          Natale. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Favorito</emph> per <emph>favorevole</emph>. V. le Giunte Veron. alla Crus. in
            <emph>Favoritissimo</emph>, e la Crus. in <emph>Favorato</emph> per <emph>prospero.
            Scaltrito</emph> da <emph>scaltrire</emph> per <emph>scaltro. Scalterito</emph>;
            <emph>scalteritamente</emph> o <emph>scaltritamente</emph> per <emph>scaltramente</emph>
          ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Degnò mostrar del suo lavoro in terra. Petr. Canz. Gentil mia donna, l’veggio, stanza 2.
          v. 3. (27. Dic. Festa di S. Giovanni Evangelista. 1825. Bologna.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Comparatus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">par, comparabilis</foreign>. V. Forc. Crus. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Demetrio</author>
            <title>
              <foreign lang="grc">περὶ ἑρμηνείας</foreign>
            </title>, sect. 240. ed. Gale, Oxon. 1676. p. 134</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">φιλοφρόνησις γάρ τις βούλεται εἶναι</foreign>
          </quote> (<emph>vuol essere</emph>, cioè dev’essere) <quote>
            <foreign lang="grc">ἡ ἐπιστολὴ σύντομος</foreign>
          </quote>. <bibl>Id. sect. 2. p. 2.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">βούλεται</foreign>
          </quote> (<emph>vogliono</emph> cioè debbono) <quote>
            <foreign lang="grc">μέντοι διάνοιαν ἀπαρτίζειν τὰ κῶλα ταῦτα</foreign>
          </quote> (Bologna. 28. Dic. 1825.). V. la per seg. capoverso 8. e qui sotto e p. 4224.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto di <foreign lang="grc">θέλειν</foreign> o <foreign lang="grc">ἐθέλειν</foreign>
          per <emph>potere</emph> ha attinenza il nostro <emph>malvolentieri</emph> per
          difficilmente (Crus.) e <emph>volentieri</emph> per facilmente (Giunte Veronesi).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἁπλοῦν γὰρ εἶναι βούλεται</foreign>
          </quote> (<emph>vuole</emph> cioè dee) <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ ἀποίητον τὸ πάθος</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Demetr.</author>
            <title lang="lat">de elocut.</title> sect. 28. p. 22.</bibl> (Bologna. 31. Dic. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Onde</emph> per <emph>dove</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">quo</foreign>. <bibl>
            <author>Petr.</author> Son. <title>Occhi piangete</title>, v. 6.</bibl> (Bologna 1. del
          1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Crates</foreign>, <emph>grata, grada-graticcio,
            graticcia, gradella, graticola, ingraticolato, craticcio</emph> (Crus. Veron.) ec.
            <bibl>V. Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">craticula</foreign>, i franc. spagn.
            ec.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Éploré</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >qui plorat</foreign> da <foreign lang="fre" rend="italic">s’épleurer. Zélé</foreign>
          per <foreign lang="fre" rend="italic">qui zèle</foreign>, <emph>zelante</emph>. <foreign
            lang="fre" rend="italic">Homme réfléchi</foreign> o <foreign lang="fre" rend="italic"
            >irréfléchi</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Così <emph>avestu</emph> riposti <emph>De</emph>’ bei vestigi sparsi</quote>. <bibl>
            <author>Petr.</author> Canz. <title>Se ’l pensier che mi strugge</title>. Stanz. 5. v.
            7. 8.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Smoccare</emph> (Crus. Veron.) — <emph>Smoccolare</emph>, coi derivati.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Boves</foreign>, bovi — buoi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che cosa è la vita? Il viaggio di un zoppo e infermo che con un gravissimo carico in sul
          dosso per montagne ertissime e luoghi sommamente aspri, faticosi e difficili, alla neve,
          al gelo, alla pioggia, al vento, all’ardore del sole, cammina senza mai riposarsi dì e
          notte uno spazio di molte giornate <pb ed="aut" n="4163"/> per arrivare a un cotal
          precipizio o un fosso, e quivi inevitabilmente cadere. (Bologna. 17. Gen. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Homme réservé</foreign>. <emph>Riservato</emph>. V. gli
          spagn. <foreign lang="fre" rend="italic">Enjoué</foreign>. <foreign lang="spa"
            rend="italic">Cabalgado</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic">que
          cabalga</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic">que està a caballo</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Torso-torsolo. Bitorzo-bitorsolo, bitortolato, bitortoluto</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Incrociare-incrocicchiare</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Segnalato</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">señalado</foreign>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">signalé</foreign> per <emph>da segnalarsi</emph> o <emph>che si
            segnala</emph> o <emph>si è segnalato</emph> ec. coi derivati. <emph>Valido</emph> per
            <foreign lang="spa" rend="italic">que vale</foreign> appresso qualcuno ec. V. i Diz.
            <foreign lang="spa" rend="italic">Desvalido</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Παραφυλακτέον δὲ</foreign> (<foreign lang="lat">cavendum</foreign>)
              <foreign lang="grc">καὶ τὸ παραλλήλους τιθέναι τὰς πτώσεις</foreign> (<foreign
              lang="lat">pares casus</foreign>) <foreign lang="grc">ἐπὶ διαφόρων προσώπων
            ἀμφίβολον</foreign> (<foreign lang="lat">anceps, dubium</foreign>) <foreign lang="grc"
              >γὰρ γίνεται τὸ ἐπὶ τίνα φέρεσθαι</foreign>
          </quote>, <emph>a chi riferire i detti casi</emph>. <bibl lang="lat">
            <author>Theo sophist.</author> Progymnasm. 2. hoc est de narrat. ed. Basileae 1541. p.
            36</bibl>. L’infinito usato in modo affatto italiano. (Bologna. 24. Gen. 1826.). V. p.
          seg. capoverso 3.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Hombre</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic"
            >cosa arriesgada</foreign>, <emph>arrischiato, arrisicato</emph> ec. per
          <emph>rischioso</emph> o <emph>che si arrischia</emph>. V. i francesi in <foreign
            lang="fre" rend="italic">hasardé</foreign> ec. <emph>Agiato</emph> per
          <emph>pigro</emph>, cioè <emph>che opera ad agio, che si adagia</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Affettato</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">affecté</foreign> ec. per
            <emph>che affetta</emph>, o <emph>che ha affettazione</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>Alla p. 4162. capoverso 5</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐν μὲν τοῖς ἐγκωμίοις καὶ ψόγοις φροντιστέον καὶ προοιμίων, ἐπὶ δὲ
              τοῦ τόπου</foreign> (<foreign lang="lat">in loco communi</foreign>) <foreign
              lang="grc">ἐπίνοια τοιαύτη τὶς εἶναι βούλεται</foreign> (<foreign lang="lat"
            >absolute</foreign>) <foreign lang="grc">ὥστε ἀποκοπὴν εἶναι δοκεῖν, καὶ μέρος λόγου
              ἑτέρου προειρημένου</foreign>
          </quote>. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">In laudando et vituperando, ne exordia quidem
              negligenda, loci vero huiusmodi quaedam est consideratio, ut amputatum quiddam
              videatur, atque pars orationis alterius iam habitae</foreign>
          </quote>. (<foreign lang="lat">versio Joachimi Camerarii</foreign>). <bibl lang="lat">
            <author>Theo sophista</author>, Progymnasm. 5. de loco communi, ed. Basileae 1541. p.
            71.</bibl> (30. Gen. 1826. Bologna.). V. p. 4212. fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli spagnuoli dicono <foreign lang="spa" rend="italic">mas</foreign> ridondante o vero
          per <emph>niuno</emph> come noi <emph>altro</emph>. <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Sin mas oro ni mas seda</foreign>
          </quote>, cioè <emph>senza punto d’oro nè di seta</emph>. <bibl>
            <author>Augustin de Roxas</author>, <title>Viage entretenido</title>.</bibl> (Bologna.
          1. Feb. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il genitivo per l’accusativo <bibl>
            <author>Epitteto</author> cap. 70.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἐπίσπασαι ψυχροῦ ὕδατος</foreign>
          </quote>, <emph>piglia una boccata d’acqua fresca</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4164"/>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Avenido, estar avenidos</foreign> ec. per conveniente,
          concorde, avvenente ec. V. i Diz. <foreign lang="spa" rend="italic">Visto</foreign> spagn.
          per avveduto ec. <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Terencio fuè mas visto en los preceptos</foreign>
          </quote> (poco sotto dice: <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Porque en esto Terencio fuè mas CAUTO</foreign>
          </quote>). <bibl>
            <author>Lope de Vega</author>, <title lang="spa">Arte nuevo de hacer comedias</title>
          </bibl>. <foreign lang="fre" rend="italic">Négligé</foreign>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">Desabrido</foreign>. <emph>Consigliato, sconsigliato, bene</emph> o
            <emph>mal consigliato</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Spessissimo noi, come un malato, un convalescente, che si cura, un povero che si
          procaccia il vitto con gran fatica, usando una infinita pazienza per solo conservarci la
          vita, non facciamo altro che patire infinitamente per conservarci, per non perdere, la
          facoltà di patire, ed esercitar la pazienza per preservarci il potere di esercitarla, per
          continuarla ad esercitare. (Bologna. 4. Feb. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4163. capoverso 5. Analogo è questo luogo del medesimo <bibl>
            <author>Teone</author>, <title lang="lat">Exempl. progymnasm.</title> chria 1. p. 116.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν ταῖς ἀποβολαῖς τῶν παίδων καὶ τῶν ἀναγκαιοτάτων, οὗ</foreign>
              (<foreign lang="lat">ubi</foreign>) <foreign lang="grc">πολλάκις τὸ πάθος μεῖζον ἢ
              φέρειν</foreign>
          </quote> V. p. 4190.4299.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Homme mésuré</foreign>, <emph>misurato,
            smisurato</emph>,<foreign lang="spa" rend="italic"> mesurado, desmedido</foreign> ec. V.
          i Diz.</p>
        <p>
          <emph>Affidato, sfidato</emph> per <emph>che si affida o sconfida</emph> ec.
            <emph>Confiado, desconfiado</emph> ec. <foreign lang="spa" rend="italic">Desasosegado.
            Resentido</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Coyuntar, descoyuntar</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">coniunctus</foreign>, come <foreign lang="spa" rend="italic"
          >juntar</foreign> ec. V. i Diz. <foreign lang="fre" rend="italic">Compulser,
          expulser</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Αὐτῶν δέ γε τῶν ὑποθήκων</foreign> (<foreign lang="lat"
            >monitorum</foreign>) <foreign lang="grc">τὰς μὲν ἐν γράμμασι, τὰς δὲ ἀπὸ στόματος
              οὑτωσὶ</foreign>
          </quote> (<emph>così</emph> ridondante, della qual frase, altrove) <quote>
            <foreign lang="grc">πρὸς τοὺς συνόντας εἰπὼν, ἐν μνήμῃ κατέλιπε</foreign> (<foreign
              lang="grc">Ἰσοκράτης</foreign>)</quote>. <bibl>
            <author>Theo sophist.</author> Exempl. progymnasm. chria 3. sub init. ed. Basil. 1541.
            p. 129-30.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τίς οὐκ ἂν θαυμάσειε πρὸ τῶν ἄλλων εὐθὺς τὴν ἀλήθειαν</foreign>
              (<foreign lang="lat">primum ante cetera veritatem huius sententiae
            Isocratis</foreign>)</quote>. <bibl>
            <author>Theo</author>, loc. sup. cit. p. 130.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τί δὲ θαυμαστὸν εἰ προσδεῖται πόνων ἐκείνη (ἡ παιδεία), μηδὲ τῶν
              ἐλαττόνων ἄνευ ταλαιπωρίας ἐθελόντων περιγίνεσθαι</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. p. 137.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Dilatado</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >latus</foreign>, v. p. 4167. come <foreign lang="fre" rend="italic">éloigné</foreign>
          per lontano: <foreign lang="fre" rend="italic">dénué, assuré, rapproché, reculé, varié,
            prématuré, approfondi, élevé, prolongé, rembruni, azuré, rafiné, arrondi,
          infecté</foreign>, participii in luogo di aggettivi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐν ἄλλοις τε οὐκ ὀλίγοις, καὶ οὐχ ἥκιστα τοῖς πρώτοις τῆς Ἰλιάδος
              εὐθὺς</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. sentent. 2. p. 151.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Malinteso</emph> per male, cioè poco, intendente. V. i franc. ec. <foreign
            lang="fre" rend="italic">Homme</foreign> etc. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >recherché</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἤκουε γὰρ ἴσως (ὁ Χρύσης) τὴν περὶ τὸ γύναιον (τῆς Βρισήϊδος) τοῦ
              βασιλέως (Ἀγαμέμνονος) σπουδήν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Theo</author> loc. sup. cit. Destruct. p. 152. V. p. seg. e p. 4166.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τῶν ἀπολωλότων, τὸ ἐκείνου μέρος</foreign>
          </quote>, che erano periti, <emph>per la sua parte</emph>, cioè per quanto era in lui.
            <bibl>Ib. Assert. 1. p. 158 V. p. 4166.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4165"/>
          <emph>Sperimentato</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">experimentado</foreign>,
            <foreign lang="fre" rend="italic">expérimenté, inexpérimenté</foreign>,
            <emph>esperimentato, inesperimentato</emph> ec. per <emph>che ha</emph> o <emph>non ha
            sperimentato</emph>. V. anche <emph>provato</emph> nella Crusca.
          <emph>Circospetto</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic">qui circumspicit</foreign>.
          V. Forc. Gloss. i francesi spagnuoli ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Risentire-risensare</emph>. <bibl>V. Crusca.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ὥστε καὶ εἰκότως σιγᾷ τὴν πρώτην, καὶ μετὰ τοῦτο φθέγγεται</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Theo</author>, loc. sup. cit. Assert. 2. p. 164</bibl>. <emph>Alla prima</emph>.
            <foreign lang="grc">Τὴν πρώτην</foreign> per <emph>da prima, da principio</emph> ec. è
          usato dallo stesso anche <bibl>Loc. commun. 1 p. 171. V. p. 4211.4226.</bibl> (Bologna 16.
          Feb. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Οὕτως ἰὼν</foreign>
          </quote> (<emph>andando, procedendo</emph>, cioè governandosi, adoperando) <quote>
            <foreign lang="grc">σωφρόνως</foreign>
          </quote> (prudentemente, saviamente) <quote>
            <foreign lang="grc">ὁ Βασιλεὺς, ὑπερεῖδε τῆς ἱκετηρίας</foreign> (<foreign lang="grc">ὁ
              Ἀγαμέμνων τοῦ Χρύσου</foreign>)</quote>. <bibl>Ib. p. 162</bibl>. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Itaque considerate progressus rex, supplicationem
              illam despexit</foreign>
          </quote>. (<foreign lang="lat">Versio Camerarii</foreign>.). <bibl>V. p. 4464.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4164. capoverso penult. Così anche <bibl>Loc. commun. 1. p. 172. lin. 2.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sbadato</emph> coi derivati per <emph>che non bada, non suol badare. Accorto,
            avveduto, malaccorto, malavveduto, inaccorto</emph> ec. <emph>disavveduto.
          Saporito</emph> per <emph>saporoso</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Mulina</emph> plur. V. le Giunte Veronesi alla Crusca. <emph>Le fata, le fondamenta,
            le pera</emph> ec. <emph>le prestigia</emph>. <bibl>V. <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title>, in questa voce</bibl>. <emph>Le uova</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <quote>
          <lg>
            <l>
              <foreign lang="grc">Κεῖνος φέριστος ὅστις ἀγνοεῖ βροτῶν</foreign>
            </l>
            <l>
              <foreign lang="grc">Ὡς ἔστιν ἐξαμαρτόντα μὴ δοῦναι δίκην•</foreign>
            </l>
            <l>
              <foreign lang="grc">Χείριστος δ' ὁ μεγίστην ἐξουσίαν λαβών</foreign>.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p rend="noindent">(<quote>
            <foreign lang="grc">Νέωντα δ' ὅστις οὐ δοκεῖ βροτῶν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Simonid</author>. ap. <author>Stob.</author>
          </bibl>). (18. Feb. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Chiovo-chiovello</emph> coi derivati,
          <emph>chiavo-chiavello</emph> coi derivati, <emph>chiavare-chiavellare</emph> ec. <foreign
            lang="fre" rend="italic">Sommeil, soleil</foreign>, (<foreign lang="lat" rend="italic"
            >somniculus, soliculus</foreign>), e simili.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Spe-cu-lum</foreign> — <emph>spe-gli-o</emph> —
            <emph>spe-cchi-o. Ventricolo — ventriglio</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ratto</emph> per <emph>rapido</emph> è il lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >raptus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">rapio</foreign> (v. questi
          pensieri p. 2789.), e vale <foreign lang="lat" rend="italic">qui rapit</foreign> in senso
          att. o neutro, ed è un participio aggettivato.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Idolum aliquandiu</hi>
              <hi rend="sc">retro</hi>
            </foreign>
          </quote> (qualche tempo <emph>addietro</emph>) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">non erat</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Tertull.</author>
            <title lang="lat">de Idololat.</title> c. 3.</bibl> V. Forc. ec. (Bologna 19. Feb.
          Domenica 2. di Quaresima. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4166"/>
          <emph>Vinco-vinciglio. Avvincere — avvinchiare, avvinghiare, avvincigliare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4164. capoverso ult. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐλεεῖσθαι ἀξιοῖς παρὰ τούτων οἵ, τὸ σὸν μέρος, οὐκ εἰσί</foreign>
          </quote>; (non esistono più, cioè sono periti). V. p. 4211.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἄθλιος</foreign> vale a un tempo <emph>infelice</emph>, e
            <emph>malvagio</emph>, del che altrove.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non solo noi (Tanto è lungi che ec.) non possiamo sapere nè anche sufficientemente
          congetturare tutto quello di cui sia capace, aiutata da circostanze favorevoli, la natura
          umana in universale, ma eziandio di un solo individuo, o passato o presente o futuro, noi
          non possiamo sapere esattamente nè congetturare quanta estensione, in circostanze
          appropriate, avessero potuto o pur potranno acquistare le sue facoltà. (Bologna. 21. Feb.
          1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign> in principio di periodo ec. del che altrove. <bibl>
            <author>Teone Sofista</author>, loc. sup. cit. Comparat. 2. h. e. <title lang="lat"
              >Achillis et Diomedis</title>, initio, p. 204. lin.1.</bibl> (Bologna. 22. Feb.
          1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Scempio-scempiato</emph>, coi derivati.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Fugio</foreign>-<foreign lang="lat" rend="italic"
          >fugito</foreign>. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">ἄρνος-ἄρνειον</foreign> (come in ital.
            <emph>agnello</emph>, e <foreign lang="fre" rend="italic">agneau</foreign> ec.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4164. capoverso penult. Così <emph>in Proposito</emph> p. 221. lin. 4 a fin. e
          225. lin. 3. <quote>
            <foreign lang="grc">τὸ γύναιον</foreign>
          </quote> per <emph>moglie</emph> semplicemente.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ventolare</emph> att. e neutro. <emph>Sventolare. Bezzicare. Bazzicare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>alcuno, niuno</emph>. <bibl>V. Crus. in <emph>Fare
              contrappunto</emph>.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Conto</emph>, sincope di <foreign lang="lat" rend="italic">cognitus</foreign>, per
            <emph>conoscente, ammaestrato</emph> ec. V. la Crus. ed anche <emph>acconto.
          Sparuto</emph> per <emph>sparvente</emph> poichè in origine non è che il contrario di
            <emph>parvente, appariscente, vistoso</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fondamenta</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Concordato</emph> per concorde, o concordante, coi derivati. <emph>Accordato,
            discordato, scordato</emph> per <emph>che scorda, scordante</emph>. V. Crus.
            <emph>Riguardato</emph> per <emph>che ha riguardo</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Frettoloso. Freddoloso</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">Meticulosus.
            Formidolosus. Fraudulentus. Frauduleux. Turbulentus. Truculentus. Succulentus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tigna, tinea-tignuola. Aranea-araneola</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4145. lin.1. Ciò è riferito da Luciano <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">adversus indoctum plures libros ementem</foreign>
          </quote>, dove narra anche di un’altra compera simile, che fa anche più al caso di esser
          paragonata con quelle che fanno i curiosi inglesi di oggidì.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4167"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Voveo-votum-votare</foreign>, ital. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author>
          </bibl> spagn. ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Transire</foreign>-<emph>transitare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Senza altrimenti</emph> (cioè punto, in niun modo) <emph>ordinare sua
          famiglia</emph>. Vit. SS. PP. nelle Giunte Veronesi v. <emph>In trasatto</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Cutretta-cutrettola</emph>. <emph>Costa</emph> lat. e ital. <emph>costola. Ragnolo,
            ragnuolo</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Indefessus</foreign>, <emph>indefesso</emph> ec. per
          infaticabile. V. anche Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">indefatigatus,
            infatigatus</foreign> ec. (Bologna. 4. Marzo. 1826.). <emph>Rilevato</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">relevé</foreign> per <emph>alto</emph>. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Inexhaustus</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4164. capoverso 9. Così <foreign lang="fre" rend="italic">étendu</foreign> nello
          stesso senso; <emph>disteso, distesamente</emph> ec. E v. l’es. di Dante e del Tasso nella
          Crusca in <emph>Dilatato</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sbevazzare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fare</emph> con accusativo di tempo, per <emph>passare</emph>, vedi la Crusca. —
          Schol. Euripid. ad Hippolyt. v. 35. <quote>
            <foreign lang="grc">ἔθος γὰρ τοῖς ἐφ' αἵματι</foreign> (<foreign lang="lat">ob caedem
              patratam</foreign>) <foreign lang="grc">φεύγουσι</foreign> (<foreign lang="lat"
              >exulantibus</foreign>) <foreign lang="grc">ἐνιαυτὸν ποιεῖν ἐκτὸς τῆς
            πατρίδος</foreign>
          </quote>. V. p. 4210. fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Serpere</emph> lat. e ital. — <emph>serpeggiare. Pasteggiare</emph> cioè far pasti
          ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Riferisce Cicerone <title lang="lat">de Divinat.</title> un detto di Catone che egli si
          maravigliava come l’uno aruspice scontrandosi coll’altro si tenesse dal ridere. Applichisi
          questo detto ai Principi nei loro congressi, e massimamente in quelli degli ultimi tempi.
          (Bologna. 6. Marzo. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Scappare-scapolare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Curvatus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >curvus</foreign>. Virgil. nella descrizione del <emph>turbo</emph> giuoco dei
          fanciulli. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Molti divengono insensibili alle lodi, e restano però sensibili al biasimo ed al
          ridicolo, sensibilità che essi perdono assai più tardi o non mai. E ben più difficilmente
          si perde questa sensibilità che quella. Certamente poi niuno si trova che essendo
          sensibile alle lodi, sia insensibile ai biasimi, alle censure, alle male voci o calunnie,
          ai motteggi; bensì viceversa si trovano molti. Tanto, anche nelle cose puramente sociali,
          la facoltà di provar piacere è nell’uomo più caduca e più limitata che quella di sentir
          dispiacere. (Bologna. 9. Marzo. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4168"/>
          <emph>Pece-pegola, impegolare</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Maledetto, esecrato, odiato, abbominato, abborrito</emph> ec. per <emph>degno di
            maledizione</emph> ec., o <emph>che suole essere maledetto</emph> ec. e <bibl>V.
              <author>Forcell.</author>
          </bibl> E per contrario <emph>amato, desiderato, sospirato</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4137. L’uomo tende ad un fine principale e unico. Ogni suo atto volontario o di
          pensiero o d’opera è indirizzato a questo fine. Questo fine è dunque il suo sommo bene. E
          questo sommo bene che è? Certamente la felicità. Sin qui tutti i filosofi sono d’accordo,
          antichi e moderni. Ma che è, ed in che consiste, e di che natura è la felicità conveniente
          e propria alla natura dell’uomo, desiderata sommamente e supremamente, anzi per verità
          unicamente, dall’uomo, cercata e procacciata continuamente dall’uomo? Che cosa è per
          conseguenza il sommo bene dell’uomo, il fine dell’uomo? Qui non v’è setta, non v’è
          filosofo, nè tra gli antichi nè tra i moderni, che non discordi dagli altri. Sonovi alcuni
          che si maravigliano di tanta discordia dei filosofi in questo punto, dopo tanta loro
          concordia nel rimanente. Ma che maraviglia? Come trovare, come determinare, quello che non
          esiste, che non ha natura nè essenza alcuna, ch’è un ente di ragione? Il fine dell’uomo,
          il sommo suo bene, la sua felicità, non esistono. Ed egli cerca e cercherà sempre
          sommamente ed unicamente queste cose, ma le cerca senza sapere di che natura sieno, in che
          consistano, nè mai lo saprà, perchè infatti queste cose non esistono, benchè per natura
          dell’uomo sieno il necessario fine dell’uomo. Ecco spiegate le famose controversie intorno
          al sommo bene. Il sommo bene è voluto, desiderato, cercato di necessità, e ciò sempre e
          sommamente anzi unicamente, dall’uomo; ma egli nel volerlo, cercarlo, desiderarlo, non ha
          mai saputo nè mai saprà che cosa esso sia (le dette controversie medesime ne sono prova);
          e ciò perchè il suo sommo bene non esiste in niun modo. Il fine della natura dell’uomo
          esisterà forse in natura. Ma bisogna ben distinguerlo dal fine cercato <pb ed="aut"
            n="4169"/> dalla natura dell’uomo. Questo fine non esiste in natura, e non può esistere
          per natura. E questo discorso debbe estendersi al sommo bene di tutti gli animali e
          viventi. (11. Marzo. Vigil. della Domenica di Passione. 1826. Bologna.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uomo (e così gli altri animali) non nasce per goder della vita, ma solo per perpetuare
          la vita, per comunicarla ad altri che gli succedano, per conservarla. Nè esso, nè la vita,
          nè oggetto alcuno di questo mondo è propriamente per lui, ma al contrario esso è tutto per
          la vita. — Spaventevole, ma vera proposizione e conchiusione di tutta la metafisica.
          L’esistenza non è per l’esistente, non ha per suo fine l’esistente, nè il bene
          dell’esistente; se anche egli vi prova alcun bene, ciò è un puro caso: l’esistente è per
          l’esistenza, tutto per l’esistenza, questa è il suo puro fine reale. Gli esistenti
          esistono perchè si esista, l’individuo esistente nasce ed esiste perchè si continui ad
          esistere e l’esistenza si conservi in lui e dopo di lui. Tutto ciò è manifesto dal vedere
          che il vero e solo fine della natura è la conservazione delle specie, e non la
          conservazione nè la felicità degl’individui; la qual felicità non esiste neppur punto al
          mondo, nè per gl’individui nè per la specie. Da ciò necessariamente si dee venire in
          ultimo grado alla generale, sommaria, suprema e terribile conclusione detta di sopra.
          (Bologna 11. Marzo. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Negletto</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">contemptus</foreign> (<bibl>v.
              <author>Fedro</author>, fab. <title lang="lat">Calvus et musca</title>
          </bibl>), <emph>spregiato, dispregiato</emph> o <emph>disprezzato</emph> ec. ec. per
          dispregevole. <emph>Implacato</emph> per <emph>implacabile</emph>. V. Forc. ec.
            <emph>Provvisto</emph> per <emph>che provvede</emph> o <emph>ha provveduto</emph>, del
          che altrove. <bibl>V. <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title>
          </bibl>, in <emph>provvisto</emph>, dove nel 2.<hi rend="apice">do</hi> esempio trovi
          anche <emph>avvisato</emph> in senso simile.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Puretto</emph> diminutivo positivato, aggettivo per <emph>puro</emph>, come
            <emph>pretto</emph>. <bibl>V. Crusca.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4170"/> Inconcusso per inconcutibile. V. Forc. ec. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Inaccessus</foreign>, <emph>inaccesso</emph> ec. per inaccessibile.
          Rampare; radice di rampicare, di cui altrove. <bibl>V. <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title>
          </bibl>, v. rampare. Fastello, affastellare ec. diminutivi positivati da
          <emph>fascio</emph> per peso. Cespo-cespuglio. Vituperato per vituperoso, ec. o degno di
          vitupero, di esser vituperato, vituperevole ec. V. la Crus. non solo nel par. 2. ma in
          tutti gli altri esempi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Poco restò</emph> per <emph>poco mancò</emph> o <emph>manca</emph> ec. <bibl>V.
              <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title>
          </bibl>, in Restare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Πῖλος-πιλίον, σάνδαλον-σανδάλιον, τρίβων-τριβώνιον,
            ὅρκος-ὅρκιον</foreign>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Corona-corolla</emph>, lat. diminut. come da asinus, asellus, ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Abbreviato</emph> per <emph>breve</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Febbricare o febricare per febricitare. V. Crus. in febbricare, febbricante, febricante
          ec. Sembra esser la radice di <emph>febricito</emph>. V. Forc. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Erpicare</foreign> per <emph>inerpicare</emph> o <emph>inarpicare</emph>.
          Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Per poco è</emph> o <emph>fu</emph> ec. <emph>che non</emph>. <bibl>V. <author>Dante</author>
            <title>Inf.</title> c. 30.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Rocco-Rocchetto</emph>. <bibl>V. <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title>
          </bibl>, v. Rocco. <emph>Pelliccia</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pellicula</foreign> per <emph>pelle</emph> di animali ec. V. i franc. spagn. ec.
            <emph>Benda</emph> — <foreign lang="fre" rend="italic">bandeau</foreign>. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Floccus</foreign>- <foreign lang="fre" rend="italic">flocon.
            Linon</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Infamato per infame. Crus. Incolpato per incolpabile o per colpevole ec. V. Crus. e <bibl>
            <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title>
          </bibl> v. Incolpato, e nella Bibliot. ital. Dial. di Matteo, Taddeo ec.
          <emph>Temuto</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">formidatus</foreign>,
            <emph>paventato</emph> ec. per formidabile, massime in poesia.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">σωμάτιον</foreign>
          </quote> per <foreign lang="grc">σῶμα</foreign>. Ateneo l. 4. p. 178 E. ed. Commelin.
          1598.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Praetexo, praetextum</foreign>- <foreign lang="fre"
            rend="italic">prétexter</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Eximo, exemptum</foreign>
          <foreign lang="fre" rend="italic">exempter</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4145. lin. 4. <quote>
            <foreign lang="lat">Quin et factitii canes ad fores collocati; quales illi quos ex auro
              et argento fabricarat Vulcanus</foreign>
          </quote>
          <bibl>
            <title>Odyss.</title> 7. 93.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Δῶμα φυλασσέμεναι μεγαλήτορος Ἀλκινόοιο</foreign>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Domum ut custodirent magnanimi Alcinoi</hi>. Quod Romanis etiam in
              more fuisse docet Petronius Arbiter, c. 29. p. 104. ed. Burman. <hi rend="italic">Non
                longe</hi>, inquit, <hi rend="italic">ab ostiarii cella canis ingens catena vinctus
                in pariete erat pictus, superque quadrata litera scriptum</hi>: Cave, Cave
            Canem</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Feithius</author>, <title>Antiquitat. Homericar.</title> lib. 3. c. 11. par.
          2</bibl>. Uso conservato dai moderni. V. p. 4364. (20. Marzo. Lunedì Santo. Bologna.
          1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Rinegato, renegado</foreign> ec. per che ha rinegato.
            <foreign lang="fre" rend="italic">Homme déterminé. Pensées</foreign>, o <foreign
            lang="fre">
            <hi rend="italic">idées suivies</hi>, per qui se suivent, conséquentes</foreign>,
          conseguenti le une dalle altre. <pb ed="aut" n="4171"/>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Raisonnement suivi</foreign> etc.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La civiltà moderna non deve esser considerata come una semplice continuazione
          dell’antica, come un progresso della medesima. Questo è il punto di vista sotto cui e gli
          scrittori e gli uomini generalmente la sogliono riguardare; e da ciò segue che si
          considera la civiltà degli Ateniesi e dei Romani nei loro più floridi tempi, come
          incompleta, e per ogni sua parte inferiore alla nostra. Ma qualunque sia la filiazione
          che, istoricamente parlando, abbia la civiltà moderna verso l’antica, e l’influenza
          esercitata da questa sopra quella, massime nel suo nascimento e nei suoi primi sviluppi;
          logicamente parlando però, queste due civiltà, avendo essenziali differenze tra loro,
          sono, e debbono essere considerate come due civiltà diverse, o vogliamo dire due diverse e
          distinte specie di civiltà, ambedue realmente complete in se stesse. Sotto questo punto di
          vista, diviene più che mai utile e interessante il parallelo tra l’una e l’altra. E
          veramente l’uomo e le nazioni sono capaci, come di stato selvaggio, di barbarie, di
          civiltà, tutti stati ben distinti tra loro per genere, così di diverse specie di civiltà,
          distinte non solo per semplici <foreign lang="fre" rend="italic">nuances</foreign>, come
          quelle che distinguono ora la civiltà presso le diverse nazioni colte, ma per caratteri
          speciali, essenziali, determinati dalle circostanze, e spesso e in gran parte dal caso. Ed
          è quasi impossibile, come il trovare due fisonomie perfettamente uguali, benchè tutti
          sieno generati in uno stesso modo, così il trovare in due popoli qualunque, (o in due
          tempi) che non abbiano avuto grande ed intima relazione scambievole, una civiltà medesima,
          e non due <pb ed="aut" n="4172"/> distinte di specie. — Intendo per civiltà antica, e per
          termine di comparazione colla moderna, la civiltà dei Greci e dei Romani, e dei popoli
          antichi da essi governati e civilizzati, o ridotti ai loro costumi. — Può servir di
          preliminare ad una Comparazione degli antichi e dei moderni. (Bologna. Martedì Santo.
          1826. 21. Marzo.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Mando, mansum-mansare</foreign> corrotto in
            <emph>mangiare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">manger</foreign>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">manjar</foreign>. V. Forc. e Gloss. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Manducare</foreign> (che noi dicemmo anche <emph>manicare</emph>, quasi
            <emph>mandicare</emph>) sembra un frequentativo di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mandere</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">fodicare</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">fodere</foreign> ec. Credo però che l’<emph>u</emph>
          di <foreign lang="lat" rend="italic">manduco</foreign> sia lungo. Del resto dello scambio
            dell’<emph>u</emph> coll’<emph>i</emph>, ho detto altrove.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Colpire-colpeggiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">En métaphysique, en morale, les anciens ont tout dit. Nous nous
              rencontrons avec eux, ou nous les répétons. Tous les livres modernes de ce genre ne
              sont que des redites</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Voltaire</author>, <title lang="fre">Dict. philosoph. art.
          Emblème</title>.</bibl> (Bologna. Giovedì Santo. 1826. 23. Marzo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Eruca-ruchetta</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">roquette</foreign> ec.
            <emph>Falco</emph>- <foreign lang="fre" rend="italic">faucon</foreign>,
          <emph>falcone</emph> ec. <emph>Nepita</emph> o <emph>nepeta</emph> lat. <emph>nepitella,
            nipitella</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Entortiller. Naziller. Bouillir-bouillonner</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Maereo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >moereo — moestus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">maestus</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">maerens</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Attorcere</emph> — <emph>attorcigliare, attortigliare, intorticciato.
          Squartare</emph>- <foreign lang="fre" rend="italic">écarteler</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Et qui rit de nos moeurs ne fait que prévenir Ce qu’en doivent
              penser les siècles à venir</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>M. de Rulière</author>, <title lang="fre">Discours en vers sur les
            Disputes</title>, rapporté par Voltaire Dict. phil. au mot Dispute</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Dieu puissant! permettez que ces tems déplorables Un jour par nos
              neveux soient mis au rang des fables</foreign>
          </quote>. Ibidem.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Corata-coratella, curatella, coradella</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Grattare-grattugiare. Sciorinare</emph> verbo diminut. <bibl>V. <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title>.</bibl>
        </p>
        <p>
          <emph>Macinare, macerare, macina-maciullare, maciulla. Spilluzzicare</emph> (da spelare).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sarmata</emph>, stando all’etimologia del nome, significa <emph>carrettiere</emph>
          da <foreign lang="grc">ἅρμα</foreign>, che in greco vuol dir <emph>carro</emph>, ed
          aggiuntavi l’aspirazione <emph>sarma</emph>. Dal non aver usato que’ popoli (dell’alto ed
          ultimo settentrione dell’Europa e dell’Asia) abitazioni fisse, per aver avuto case
          traslocabili come specie di carri, <pb ed="aut" n="4173"/> furono da’ Greci chiamati
            <emph>Sarmati</emph>. Ciampi, nell’Antolog. di Firenze. Febbraio 1826. num.62. p. 28.
          not. 6. (30. Marzo. 1826. Bologna.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Piaggia, spiaggia</emph>, diminutivi positivati di <emph>plaga</emph>, da
            <emph>plagula</emph>, come <emph>nebbia</emph> da <emph>nebula</emph>, ec. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Elevato, sollevato</emph>, per <emph>alto</emph>. V. Crus. in Elevatissimo e
          Sollevatissimo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A voler che uno possa esser buon comico o buon satirico, è di tutta necessità che questo
          tale sia, o sia stato degno di satira e di commedia, e ciò per non poco tempo, e in quelle
          cose medesime che egli ha da porre in riso. (Bologna. Domenica in Albis. 2. Aprile.
          1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Homme emporté per qui s’emporte, che è solito s’emporter.
            Empressé</foreign>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Accuratus</foreign>, accurato ec. per <foreign lang="lat">qui
          curat</foreign>, o <foreign lang="lat">qui accurat</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sappiamo da Plinio che chiamavansi <foreign lang="lat" rend="italic">pernae</foreign>
          dalla lor forma di presciutto alcune conchiglie frequentissime nelle isole <foreign
            lang="lat" rend="italic">Ponticae</foreign>, o come altri leggono <foreign lang="lat"
            rend="italic">Pontiae</foreign>. Da esse traevasi la <emph>madre perla</emph>: e questo
          nome italiano di <emph>perla</emph> non viene certamente da altro che da <foreign
            lang="lat" rend="italic">perna</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pernula</foreign>. (Diminutivo positivato.) Amati, Iscrizioni antiche scoperte da non
          molto tempo, e meritevoli di esser poste a notizia de’ dotti. (<bibl>
            <title>Articolo del Giornale arcadico</title>, Roma Dicembre 1825. N.84. tom.
          28.</bibl>) num.25. p. 358. (Bologna 7. Aprile. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Testis-testiculus</foreign>, <emph>testicolo,
          testicule</emph> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Citrus citron.
          Hirundo-hirondelle</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Magnum videlicet illis (Athenaei) temporibus videbatur, duabus
              linguis posse loqui: quod in nescio quo habitum loco miraculi refert
            Galenus</foreign>: <foreign lang="grc">δίγλωττός τις</foreign>, inquit, <foreign
              lang="grc">ἐλέγετο πάλαι, καὶ θαῦμα τοῦτ' ἦν, ἄνθρωπος εἷς, ἀκριβῶν διαλέκτους
            δύο</foreign>. <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Bilinguis olim quidam dicebatur: eratque res miraculo mortalibus,
                homo unus duas exacte linguas tenens</hi>. Haec Galenus in secundo de Differentiis
              pulsuum</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">Animadv. in Athenae</title>. lib.1. cap. 2.</bibl> (Bologna 14.
          Aprile. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4174"/>
          <foreign lang="grc">Οὐκ ἐθέλειν</foreign> per <emph>non potere</emph>, <foreign lang="grc"
            >οὐ πεφυκέναι</foreign>, vedilo nel <bibl>
            <author>Casaub.</author> loc. sup. cit. cap. 5.</bibl> in un verso di Filosseno.
          (Bologna 17. Aprile. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male;
          ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine
          dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo
          non sono altro che male, nè diretti ad altro che al male. Non v’è altro bene che il non
          essere; non v’ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le
          cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono;
          l’universo; non è che un neo, un bruscolo in metafisica. L’esistenza, per sua natura ed
          essenza propria e generale, è un’imperfezione, un’irregolarità, una mostruosità. Ma questa
          imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perchè tutti i mondi che esistono, per
          quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti nè di numero
          nè di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che
          l’universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo
          a paragone della infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla.</p>
        <p>Questo sistema, benchè urti le nostre idee, che credono che il fine non possa essere
          altro che il bene, sarebbe forse più sostenibile di quello del Leibnitz, del Pope ec. che
            <emph>tutto è bene</emph>. Non ardirei però estenderlo a dire che l’universo esistente è
          il peggiore degli universi possibili, sostituendo così all’ottimismo il pessimismo. Chi
          può conoscere i limiti della possibilità?</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4175"/> Si potrebbe esporre e sviluppare questo sistema in qualche
          frammento che si supponesse di un filosofo antico, indiano ec.</p>
        <p>Cosa certa e non da burla si è che l’esistenza è un male per tutte le parti che
          compongono l’universo (e quindi è ben difficile il supporre ch’ella non sia un male anche
          per l’universo intero, e più ancora difficile si è il comporre, come fanno i filosofi,
            <title lang="fre">Des malheurs de chaque être un bonheur général</title>. Voltaire,
            <foreign lang="fre">épître sur le désastre de Lisbonne</foreign>. Non si comprende come
          dal male di tutti gl’individui senza eccezione, possa risultare il bene dell’universalità;
          come dalla riunione e dal complesso di molti mali e non d’altro, possa risultare un bene.)
          Ciò è manifesto dal veder che tutte le cose al lor modo patiscono necessariamente, e
          necessariamente non godono, perchè il piacere non esiste esattamente parlando. Or ciò
          essendo, come non sì dovrà dire che l’esistere è per se un male?</p>
        <p>Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non
          il genere umano solamente ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli
          altri esseri al loro modo. Non gl’individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i
          sistemi, i mondi.</p>
        <p>Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia
          nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che
          voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di
            <foreign lang="fre" rend="italic">souffrance</foreign>, qual individuo più, qual meno.
          Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce.
          Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più
          vitali. <pb ed="aut" n="4176"/> Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti,
          buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage
          spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da
          bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato
          dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici;
          quell’altro ha più foglie secche; quest’altro è roso, morsicato nei fiori; quello
          trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco;
          troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L’una patisce incomodo e trova
          ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l’altra non trova dove appoggiarsi, o
          si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola
          in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso;
          là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una
          parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe
          co’ tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella
          donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il
          giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro.
          (Bologna. 19. Aprile. 1826.). Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro
          infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli
          animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta
          copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questo ci
          pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni
          giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se
          questi esseri <pb ed="aut" n="4177"/> sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il
          non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere. (Bologna. 22. Apr. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Avisé</foreign> per accorto ec. <foreign lang="fre"
            rend="italic">Ëtre osé</foreign> per <foreign lang="fre" rend="italic">oser</foreign>.
          Voltaire.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il piacere delle odi di Anacreonte è tanto fuggitivo, e così ribelle ad ogni analisi, che
          per gustarlo, bisogna espressamente leggerle con una certa rapidità, e con poca o ben
          leggera attenzione. Chi le legge posatamente, chi si ferma sulle parti, chi esamina, chi
          attende, non vede nessuna bellezza, non sente nessun piacere. La bellezza non istà che nel
          tutto, sì fattamente che ella non è nelle parti per modo alcuno. Il piacere non risulta
          che dall’insieme, dall’impressione improvvisa e indefinibile dell’intero. (Bologna. 22.
          Aprile. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Poi che <emph>s’accorse chiusa</emph> dalla spera Dell’amico più bello. <bibl>
            <author>Petrar.</author> Son. 79. della I. Parte</bibl>: <quote>In mezzo di duo amanti
            onesta, altera</quote>. Grecismo manifesto. Notisi che il Petrarca non sapeva il greco.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Transgredior, transgressus</foreign>- <foreign lang="fre"
          >transgresser</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Réviser</foreign> (rivedere): al detto altrove di
            <emph>avvisare</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Frango is</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nau-fragor aris</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4142. Niente infatti nella natura annunzia l’infinito, l’esistenza di alcuna cosa
          infinita. L’infinito è un parto della nostra immaginazione, della nostra piccolezza ad un
          tempo e della nostra superbia. Noi abbiam veduto delle cose inconcepibilmente maggiori di
          noi, del nostro mondo ec., delle forze inconcepibilmente maggiori delle nostre, dei mondi
          maggiori del nostro ec. Ciò non vuol dire che esse sieno grandi, ma che noi siamo minimi a
          rispetto loro. Or quelle grandezze (sia d’intelligenza, sia di forza, sia d’estensione
          ec.) che noi <pb ed="aut" n="4178"/> non possiamo concepire, noi le abbiam credute
          infinite; quello che era incomparabilmente maggior di noi e delle cose nostre che sono
          minime, noi l’abbiam creduto infinito; quasi che al di sopra di noi non vi sia che
          l’infinito, questo solo non possa esser abbracciato dalla nostra concettiva, questo solo
          possa essere maggior di noi. Ma l’infinito è un’idea, un sogno, non una realtà: almeno
          niuna prova abbiamo noi dell’esistenza di esso, neppur per analogia, e possiam dire di
          essere a un’infinita distanza dalla cognizione e dalla dimostrazione di tale esistenza: si
          potrebbe anche disputare non poco se l’infinito sia possibile (cosa che alcuni moderni
          hanno ben negato), e se questa idea, figlia della nostra immaginazione, non sia
          contraddittoria in se stessa, cioè falsa in metafisica. Certo secondo le leggi
          dell’esistenza che noi possiamo conoscere, cioè quelle dedotte dalle cose esistenti che
          noi conosciamo, o sappiamo che realmente esistono, l’infinito cioè una cosa senza limiti,
          non può esistere, non sarebbe cosa ec. (Bologna 1. Maggio. Festa dei SS. Filippo e
          Giacomo. 1826.). Pare che solamente quello che non esiste, la negazione dell’essere, il
          niente, possa essere senza limiti, e che l’infinito venga in sostanza a esserlo stesso che
          il nulla. Pare soprattutto che l’individualità dell’esistenza importi naturalmente una
          qualsivoglia circoscrizione, di modo che l’infinito non ammetta individualità e questi due
          termini sieno contraddittorii; quindi non si possa supporre un ente individuo che non
          abbia limiti. (2. Maggio 1826.). V. p. 4181. e p. 4274. capoverso ult.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tetta-teton</emph> (come da <emph>mamma, mammella</emph> ec.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4179"/>
          <quote>Fammi <emph>sentir di</emph> quell’aura gentile</quote>. <bibl>
            <author>Petr.</author> Canz. <title>Amor, se vuo’ ch’i’ torni al giogo antico</title>.
            v. 31. cioè stanza 3. v. 1</bibl>. Il genitivo per l’accusativo. <bibl>V. ancora Canz.
              <title>Quando il soave</title>, stanza 4. v. 4</bibl> e <bibl>Son. <title>S’io
            fossi</title>, v. ult.</bibl> (3. Maggio. Festa della S. Croce. Vigilia dell’Ascensione.
          Bolog. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Scorto</emph> per accorto, da <emph>scorgere</emph> per vedere ec. ovvero da
            <emph>scorgere</emph> per guidare, avvisare ec. come <foreign lang="fre" rend="italic"
            >avisé</foreign> ec. V. la Crusca.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀλλὰ τὶ καὶ λέσχης</foreign> (<foreign lang="lat"
            >confabulationis</foreign>) <foreign lang="grc">οἶνος</foreign> (<foreign lang="lat"
              >i.e. potatio</foreign>) <foreign lang="grc">ἔχειν ἐθέλει</foreign>
          </quote>. <bibl>Ap. Athenaeum. Vid. Casaub. Animadvers. l. 1. cap. ult. init.</bibl>
          <emph>Volere</emph> per <emph>dovere</emph> (Bologna. 6. Maggio. 1826.). <emph>Non
            vogliono</emph> per <emph>non debbono</emph>. <bibl>V. <author>Rucellai</author>,
              <title>Api</title> v. 621.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Già è gran tempo che nè i principi nominano, nè ai principi si nomina, sia lodandoli, sia
          consigliandoli, sia in qualsivoglia discorso, la loro patria. È gran tempo che le città e
          le nazioni hanno cessato di esser le patrie dei principi. Esse sono i loro stati, o nativi
          o no che i principi sieno. Ciò è tanto vero che anche in Inghilterra, anche in Francia,
          dove, ed esiste una patria, ed i principi, vogliano o non vogliano, sono per li sudditi, e
          non i sudditi pel principe, pure nè essi nè altri parlando o scrivendo ad essi (e di raro
          anche, di essi), chiamano o l’Inghilterra o la Francia, loro patria. Si crederebbe
          abbassarli, offenderli, se si pronunziasse loro questo nome che mostra di avere una certa
          superiorità sopra di essi. I principi già da gran tempo si stimano, e da molti sono
          stimati essere, la patria essi medesimi. Distinguendoli dalla patria, si crederebbe
          oltraggiarli. Non così gli antichi. I Neroni e i Domiziani con nome falso, e di più
          superbo, ma che pur conservava l’idea della patria, s’intitolavano P. P. <foreign
            lang="lat" rend="italic">pater patriae</foreign> (nelle medaglie, iscrizioni ec.).
          (Bologna 10. Maggio. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4180"/> Del digamma eolico vedi Casaubon. animadv. in Athenae. lib.2. cap.
          16.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Picus</foreign>-<emph>picchio</emph>, da un <foreign
            lang="lat" rend="italic">piculus</foreign>, e non dal <emph>picchiare</emph> come dice
          la Crusca e stimasi comunemente. V. i franc. spagn. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tre stati della gioventù: 1. speranza, forse il più affannoso di tutti: 2. disperazione
          furibonda e renitente: 3. disperazione rassegnata. (Bologna. 3. Giugno. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che guadagno fa l’uomo perfezionandosi? Incorrere ogni giorno in nuovi patimenti (i
          bisogni non sono per lo più altro che patimenti) che prima non aveva, e poi trovarvi il
          rimedio, il quale senza il perfezionamento dell’uomo non saria stato necessario nè utile,
          perchè quei patimenti non avrebbero avuto luogo. Proccurarsi nuovi piaceri, forse più vivi
          che i naturali, non però altrettanto 1. comuni, 2. durevoli, 3. facili ad acquistarsi,
          anzi i più, difficilissimi, perchè, se non altro, esigono una studiatissima educazione, e
          una lunga formazione dell’animo, e per ciò stesso non possono esser comuni a tutti, anzi
          ristretti a certe classi solamente, ed alcuni a certi individui. Nel tempo stesso
          distruggere in se la facoltà di provare, almeno durevolmente, i piaceri naturali. Lo stato
          naturale dell’uomo ha veramente dei piaceri, facili, comuni a tutti, durevoli, che non
          sono men veri perciò che noi non li possiamo più sentire, e però non concepiamo come sieno
          piaceri. Il solo stato di quiete e d’inazione sì frequente e lungo nel selvaggio
          (insopportabile al civile) è certamente un piacere, non vivo, ma atto e sufficiente a
          riempiere una grande e forse massima parte della vita del selvaggio. Vedesi ciò anche
          negli altri animali. Vedesi (tra i domestici, e più a portata della nostra osservazione)
          nei cani, che se non sono turbati o forzati a muoversi, passano volentierissimo <pb
            ed="aut" n="4181"/> le ore intiere, sdraiati con gran placidezza e serenità di atti e di
          viso, sulle loro zampe. (Bologna. 3. Giugno. 1826.). Moltissimi patimenti poi, massime
          morali, che senza la civilizzazione non avrebbero luogo, quantunque abbiano il loro
          rimedio, proccurato dalla stessa civilizzazione, p. e. la filosofia pratica, è ben noto
          che sono senza comparazione più facili, più frequenti, più comuni essi, che l’applicazione
          effettiva e l’uso efficace di tali rimedi. (Bologna. 3. Giugno. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4178. fine. L’ipotesi dell’eternità della materia non sarebbe un’obbiezione a
          queste proposizioni. L’eternità, il tempo, cose sulle quali tanto disputarono gli antichi,
          non sono, come hanno osservato i metafisici moderni, non altrimenti che lo spazio, altro
          che un’espressione di una nostra idea, relativa al modo di essere delle cose, e non già
          cose nè enti, come parvero stimare gli antichi, anzi i filosofi fino ai nostri giorni. La
          materia sarebbe eterna, e nulla perciò vi sarebbe d’infinito. Ciò non vorrebbe dire altro,
          se non che la materia, cosa finita, non avrebbe mai cominciato ad essere, nè mai
          lascerebbe di essere; che il finito è sempre stato e sempre sarà. Qui non vi avrebbe
          d’infinito che il tempo, il quale non è cosa alcuna, è nulla, e però la infinità del tempo
          non proverebbe nè l’esistenza nè la possibilità di enti infiniti, più di quel che lo provi
          la infinità del nulla, infinità che non esiste nè può esistere se non nella immaginazione
          o nel linguaggio, ma che è pure una qualità propria ed inseparabile dalla idea o dalla
          parola nulla, il quale pur non può essere se non nel pensiero o nella lingua, e quanto al
          pensiero o <pb ed="aut" n="4182"/> alla lingua. (Bologna. 4. Giugno. 1826. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ὑ ρίσκος - συ ρίσκος</foreign>
          </quote>. <bibl>V. <author>Casaubon.</author>
            <title>ad Athen.</title> l. 3. c. 4. init.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Litterato</emph> per letterario. <bibl>
            <author>Petr.</author>
            <title>Tr. della Fama</title>, cap. 3. v. 102</bibl>. <bibl>V. Crusca.</bibl>
          <bibl>
            <author>Tasso</author> opp. ed. del Mauro, tom.4. p. 304. t. 10. p. 297. t. 9. p.
          419.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Oreglia, origliare, origliere, per orecchia, orecchiare, orecchiere.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">γραφεὺς</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">scriba</foreign>)
          — <foreign lang="fre" rend="italic">greffier</foreign> (se non viene da <foreign
            lang="fre" rend="italic">grief</foreign>.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Fallir la promessa</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Petr.</author>
            <title>Tr. d. Divinità</title>. v. 4-5.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Senz’altra pompa</emph>
          </quote>, per senza niuna. <bibl>ib. V. 120</bibl>. <bibl>V. anche Son. <title>Il
              successor di Carlo</title>, v. 7.</bibl> e <bibl>Canz. <title>Una donna più
            bella</title>, st. 3. v. 12.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Mantua, Genua, Mantuanus ec. — Mantova, Genova, ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Vergheggiare. V. Crus. Vagheggiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Burchiellesco. Genere burchiellesco, Frottole, in uso anche tra i greci. <bibl>
            <author>Demetr.</author>
            <title lang="lat">de elocut.</title>, sect. 153.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἔστι δέ τις καὶ ἡ παρὰ τὴν προσδοκίαν χάρις ὡς ἡ τοῦ Κύκλωπος, ὅτι
              ὕστατον ἔδομαι Οὖτιν. οὐ γὰρ προσεδόκα τοιοῦτο ξένιον οὔτε Ὀδυσσεὺς οὔτε ὁ
              ἀναγινώσκων. καὶ ὁ Ἀριστοφάνης ἐπὶ τοῦ Σωκράτους, Κάμψας ὀβελίσκον, φησὶν, εἶτα
              διαβήτην λαβὼν, Ἐκ τῆς παλαίστρας θοιμάτιον ὑφείλετο</foreign>
          </quote>. <bibl>sect. 154</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἤδη μέν τοι ἐκ δύο τόπων ἐνταῦθα ἐγένετο ἡ χάρις. οὐ γὰρ παρὰ
              προσδοκίαν μόνον ἐπηνέχθη, ἄλλ' οὐδ' ἠκολούθει τοῖς προτέροις. ἡ δὲ τοιαύτη
              ἀνακολουθία καλεῖται γρῖφος. ὥσπερ ὁ παρὰ Σώφρονι ῥητορεύων Βουλίας (οὐδὲν γὰρ
              ἀκόλουθον αὑτῷ λέγει) καὶ παρὰ Μενάνδρῳ δὲ ὁ πρόλογος τῆς Μεσσηνίας</foreign>
          </quote>. I versi di <bibl>
            <author>Aristofane</author> sono i 53. 54. della scena 2. atto 1. delle Nubi, edit.
            Aureliae Allobrogum 1608</bibl>. Gli Scoli antichi però, dànno loro un senso, e gli
          spiegano come il resto. Simili ai commentatori della frottola del Petrarca. (Bologna. 5.
          Luglio. 1826.). Dei <emph>grifi</emph>
          <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>.</bibl>. indice delle materie.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4183"/> Esempio curioso di costanza spartana mista di <foreign lang="fre"
            rend="italic">bêtise</foreign>. <quote>
            <foreign lang="lat">Lacone dignum est apophthegma illius Spartani, qui in os iniecto per
              summam rerum imperitiam, echino (pesce) cum omnibus spinis</foreign>, <foreign
              lang="grc">ὦ φάγημα</foreign>, <foreign lang="lat">inquit</foreign>, <foreign
              lang="grc">μιαρὸν, οὔτε μὴ νῦν σε ἀφέω μαλακισθεὶς, οὔτ' αὖθις ἔτι λάβοιμι</foreign>.
              <foreign lang="lat" rend="italic">O cibe impure, neque nunc ego te prae mollitie animi
              dimittam, neque iterum posthac sumam</foreign>
          </quote>. (sono parole riferite da Ateneo.) <quote>
            <foreign lang="lat">Putavit homo durus suae constantiae interesse, ne vinci ab echini
              aculeis videretur</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 3. c. 13.</bibl> (Bologna. 6. Luglio. 1826.).V.
          p. 4206.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il mangiar soli, <foreign lang="grc">τὸ μονοφαγεῖν</foreign>, era infame presso i greci e
          i latini, e stimato <foreign lang="lat" rend="italic">inhumanum</foreign>, e il titolo di
            <foreign lang="grc">μονοφάγος</foreign> si dava ad alcuno per vituperio, come quello di
            <foreign lang="grc">τοιχωρύχος</foreign>, cioè di ladro. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 2. c. 8.</bibl> e gli <foreign lang="lat"
            rend="italic">Addenda</foreign> a quel luogo. Io avrei meritata quest’infamia presso gli
          antichi. (Bologna. 6. Luglio. 1826.). Gli antichi però avevano ragione, perchè essi non
          conversavano insieme a tavola, se non dopo mangiato, e nel tempo del simposio propriamente
          detto, cioè della comessazione, ossia di una compotazione, usata da loro dopo il mangiare,
          come oggi dagl’inglesi, e accompagnata al più da uno spilluzzicare di qualche poco di cibo
          per destar la voglia del bere. Quello è il tempo in cui si avrebbe più allegria, più brio,
          più spirito, più buon umore, e più voglia di conversare e di ciarlare<note resp="aut"
            n="a" place="foot">
            <p>Così appunto la pensavano gli antichi. <bibl>V. <author>Casaub.</author> ib. l. 8. c.
                14. init.</bibl>
            </p>
          </note>. Ma nel tempo delle vivande tacevano, o parlavano assai poco. Noi abbiamo dismesso
          l’uso naturalissimo e allegrissimo della compotazione, e parliamo mangiando. Ora io non
          posso mettermi nella testa che quell’unica ora <pb ed="aut" n="4184"/> del giorno in cui
          si ha la bocca impedita, in cui gli organi esteriori della favella hanno un’altra
          occupazione (occupazione interessantissima, e la quale importa moltissimo che sia fatta
          bene, perchè dalla buona digestione dipende in massima parte il ben essere, il buono stato
          corporale, e quindi anche mentale e morale dell’uomo, e la digestione non può esser buona
          se non e ben cominciata nella bocca, secondo il noto proverbio o aforismo medico), abbia
          da esser quell’ora appunto in cui più che mai si debba favellare; giacchè molti si
          trovano, che dando allo studio o al ritiro per qualunque causa tutto il resto del giorno,
          non conversano che a tavola, e sarebbero <foreign lang="fre" rend="italic">bien
          fachés</foreign> di trovarsi soli e di tacere in quell’ora. Ma io che ho a cuore la buona
          digestione, non credo di essere <emph>inumano</emph> se in quell’ora voglio parlare meno
          che mai, e se però pranzo solo. Tanto più che voglio potere smaltire il mio cibo in bocca
          secondo il mio bisogno, e non secondo quello degli altri, che spesso divorano e non fanno
          altro che imboccare e ingoiare. Del che se il loro stomaco si contenta, non segue che il
          mio se ne debba contentare, come pur bisognerebbe, mangiando in compagnia, per non fare
          aspettare, e per osservar le <foreign lang="fre" rend="italic">bienséances</foreign> che
          gli antichi non credo curassero troppo in questo caso; altra ragione per cui essi facevano
          molto bene a mangiare in compagnia, come io credo fare ottimamente a mangiar da me.
          (Bologna. 6. Luglio. 1826.). V. p. 4245. 4248. 4275.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4185"/> La barbarie suppone un principio di civiltà, una civiltà incoata,
          imperfetta; anzi l’include. Lo stato selvaggio puro, non è punto barbaro. Le tribù
          selvagge d’America che si distruggono scambievolmente con guerre micidiali, e si spengono
          altresì da se medesime a forza di ebrietà, non fanno questo perchè sono selvagge, ma
          perchè hanno un principio di civiltà, una civiltà imperfettissima e rozzissima; perchè
          sono incominciate ad incivilire, insomma perchè sono barbare. Lo stato naturale non
          insegna questo, e non è il loro. I loro mali provengono da un principio di civiltà. Niente
          di peggio certamente, che una civiltà o incoata, o più che matura, degenerata, corrotta.
          L’una e l’altra sono stati barbari, ma nè l’una nè l’altra sono stato selvaggio puro e
          propriamente detto. (Bologna. 7. Luglio. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pare affatto contraddittorio nel mio sistema sopra la felicità umana, il lodare io sì
          grandemente l’azione, l’attività, l’abbondanza della vita, e quindi preferire il costume e
          lo stato antico al moderno, e nel tempo stesso considerare come il più felice o il meno
          infelice di tutti i modi di vita, quello degli uomini i più stupidi, degli animali meno
          animali, ossia più poveri di vita, l’inazione e la infingardaggine dei selvaggi; insomma
          esaltare sopra tutti gli stati quello di somma vita, e quello di tanta morte quanta è
          compatibile coll’esistenza animale. Ma in vero queste due cose si accordano molto bene
          insieme, procedono da uno stesso principio, e ne sono conseguenze necessarie non meno
          l’una <pb ed="aut" n="4186"/> che l’altra. Riconosciuta la impossibilità tanto dell’esser
          felice, quanto del lasciar mai di desiderarlo sopra tutto, anzi unicamente; riconosciuta
          la necessaria tendenza della vita dell’anima ad un fine impossibile a conseguirsi;
          riconosciuto che l’infelicità dei viventi, universale e necessaria, non consiste in altro
          nè deriva da altro, che da questa tendenza, e dal non potere essa raggiungere il suo
          scopo; riconosciuto in ultimo che questa infelicità universale è tanto maggiore in
          ciascuna specie o individuo animale, quanto la detta tendenza è più sentita; resta che il
          sommo possibile della felicità, ossia il minor grado possibile d’infelicità, consista nel
          minor possibile sentimento di detta tendenza. Le specie e gl’individui animali meno
          sensibili, men vivi per natura loro, hanno il minor grado possibile di tal sentimento. Gli
          stati di animo meno sviluppato, e quindi di minor vita dell’animo, sono i meno sensibili,
          e quindi i meno infelici degli stati umani. Tale è quello del primitivo o selvaggio. Ecco
          perchè io preferisco lo stato selvaggio al civile. Ma incominciato ed arrivato fino a un
          certo segno lo sviluppo dell’animo, è impossibile il farlo tornare indietro, impossibile,
          tanto negl’individui che nei popoli, l’impedirne il progresso. Gl’individui e le nazioni
          d’Europa e di una gran parte del mondo, hanno da tempo incalcolabile l’animo sviluppato.
          Ridurli allo stato primitivo e selvaggio è impossibile. Intanto dallo <pb ed="aut"
            n="4187"/> sviluppo e dalla vita del loro animo, segue una maggior sensibilità, quindi
          un maggior sentimento della suddetta tendenza, quindi maggiore infelicità. Resta un solo
          rimedio: La distrazione. Questa consiste nella maggior somma possibile di attività, di
          azione, che occupi e riempia le sviluppate facoltà e la vita dell’animo. Per tal modo il
          sentimento della detta tendenza sarà o interrotto, o quasi oscurato, confuso, coperta e
          soffocata la sua voce, ecclissato. Il rimedio è ben lungi dall’equivalere allo stato
          primitivo, ma i suoi effetti sono il meglio che resti, lo stato che esso produce è il
          miglior possibile, da che l’uomo è incivilito. — Questo delle nazioni. Degl’individui
          similmente. P. e. il più felice italiano è quello che per natura e per abito è più
          stupido, meno sensibile, di animo più morto. Ma un italiano che o per natura o per abito
          abbia l’animo vivo, non può in modo alcuno acquistare o ricuperare la insensibilità. Per
          tanto io lo consiglio di occupare quanto può più la sua sensibilità. — Da questo discorso
          segue che il mio sistema, in vece di esser contrario all’attività, allo spirito di energia
          che ora domina una gran parte di Europa, agli sforzi diretti a far progredire la
          civilizzazione in modo da render le nazioni e gli uomini sempre più attivi e più occupati,
          gli è anzi direttamente e fondamentalmente favorevole (quanto al principio, dico, di
          attività e quanto alla civilizzazione considerata come aumentatrice di occupazione, di
          movimento, di vita reale, di azione, e somministratrice dei mezzi analoghi), non ostante e
          nel tempo stesso che esso sistema considera lo stato selvaggio, l’animo il meno
          sviluppato, il meno sensibile, il meno attivo, come la miglior condizione possibile <pb
            ed="aut" n="4188"/> per la felicità umana. (Bologna 13. Luglio 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tabacco. Sua utilità. Suoi piaceri: più innocenti di tutti gli altri al corpo e
          all’animo; meno vergognosi a confessarsi, immuni dal lato dell’opinione; più facili a
          conseguirsi, di poco prezzo e adattati a tutte le fortune; più durevoli, più replicabili.
          (Bologna 13. Lug. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Ser-g-ius — Ser-v-ius</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Smiris — smeriglio.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Lampare-lampeggiare. Volgere-voltare-volteggiare, voltiger.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Avvolticchiare. Smiracchiare. <bibl>V. <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title> p. XXXIV. v. not.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Malastroso</emph>
          </quote>, cioè infelice, per <emph>ribaldo</emph>. <bibl>V. <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title> t. 6. p. XLIX. not.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Caro</author>
            <title>Eneide</title> l. 4. v. 452</bibl>. <quote>E più non disse, <emph>Nè più</emph>
            (nè altra, cioè nè alcuna) risposta attese; anzi dicendo, Uscìo d’umana forma e
            dileguossi.</quote> (Bologna. 15. Luglio. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Propterea dicebat Bion</foreign>
            <foreign lang="grc">μὴ δυνατὸν εἶναι τοῖς πολλοῖς ἀρέσκειν, εἰ μὴ πλακοῦντα γενόμενον ἢ
              Θάσιον</foreign>: <foreign lang="lat">non posse aliquem vulgo omnibus placere, nisi
              placenta fieret aut vinum Thasium</foreign>.</quote>
          <bibl>
            <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 3. c. 29.</bibl> (Bologna. 17. Luglio. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἦτρον-ἤτριον</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>V. <foreign lang="grc">πλύνειν</foreign> e suoi composti usati per biasimare, sparlare
          ec. ap. <bibl>
            <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 3. c. 32.</bibl> modo analogo al nostro
            <emph>lavare il capo</emph> ec. (Bologna. 20 Luglio. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Tero-tritum</foreign>-tritare-stritolare, <emph>triturare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sclamare-schiamazzare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>E ciò che forse potrebbe sorprendere si è che l’insalubrità dell’aria è quasi sempre
          sicuro indizio di straordinaria fertilità del suolo. <bibl>
            <author>Gioia</author>, <pb ed="aut" n="4189"/>
            <title>Filosofia della statistica</title>, Milano 1826. tom.1. ap. l’<title>Antologia di
              Fir.</title> Giugno 1826. N. 66. p. 84</bibl>. Narra (il Gioia) dell’Harmattan, vento
          soffiante sopra una parte della costa d’Affrica fra il capo Verde e il capo Lopez,
          pestifero a’ vegetabili e saluberrimo agli animali. Quelli che sono travagliati dal flusso
          di ventre, dalle febbri intermittenti, guariscono al soffio dell’Harmattan. Quelli le cui
          forze furono esauste da eccessive cavate di sangue, ricuperano le loro forze a dispetto e
          con grande sorpresa del medico. Questo vento discaccia le epidemie, fa sparire il vaiuolo
          affatto, e non si riesce a comunicarne il contagio neanche col soccorso dell’arte. Tanto è
          vero che ciò che nuoce alla vita vegetativa è utilissimo alla vita animale, ed
          all’opposto. (<bibl>
            <title lang="fre">Journal des voyages</title> t. 19, p. 111.</bibl>) Ivi, p. 85. Questa
          opposizione tra due regni così analoghi, così vicini, anzi prossimi, nell’ordine naturale;
          e così necessarii reciprocamente; così inevitabilmente, per dir così, conviventi; è una
          nuova prova <emph>della somma provvidenza, bontà, benevolenza</emph> della Natura verso i
          suoi parti. (28. Luglio. 1826. Bologna.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nominiamo francamente tutto giorno le leggi della natura (anche per rigettare come
          impossibile questo o quel fatto) quasi che noi conoscessimo della natura altro che fatti,
          e pochi fatti. Le pretese leggi della natura non sono altro che i fatti che noi
          conosciamo. — Oggi, con molta ragione, i veri filosofi, all’udir fatti incredibili,
          sospendono il loro giudizio, senza osar di pronunziare della loro impossibilità. Così
          accade p. e. nel Mesmerismo, che tempo addietro, ogni filosofo avrebbe rigettato come
          assurdo, senz’altro esame, come contrario alle leggi della natura. Oggi si sa abbastanza
          generalmente che le leggi della natura non si sanno. Tanto è vero che il progresso <pb
            ed="aut" n="4190"/> dello spirito umano consiste, o certo ha consistito finora, non
          nell’imparare ma nel disimparare principalmente, nel conoscere sempre più di non
          conoscere, nell’avvedersi di saper sempre meno, nel diminuire il numero delle cognizioni,
          ristringere l’ampiezza della scienza umana. Questo è veramente lo spirito e la sostanza
          principale dei nostri progressi dal 1700 in qua, benchè non tutti, anzi non molti, se ne
          avveggano. (Bologna. 28. Luglio. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Insatiatus</foreign>
          </quote> per <foreign lang="lat">insatiabilis</foreign>. <bibl>
            <author>Stazio</author>
            <title>Thebaid.</title> l. 6. nel luogo cit. alla nota 7. del mio <title>Inno a
            Nettuno</title>.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Smerletto</emph>, diminutivo positivato di <emph>smerlo</emph> o forse di
            <emph>merlo</emph>. Folgore da S. Geminiano, Corona 1. di Sonetti, Sonetto di Settembre,
          v. 2. nei <bibl>
            <title>Poeti del primo secolo della lingua italiana</title>, Firenze 1816. ap. il
              <author>Monti</author>, <title>Proposta</title>, vol. ult. p. CXCIX.</bibl> (Bologna
          31. Luglio. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Concordanza delle antiche filosofie pratiche (anche discordi) nella mia; p. e. della
          Socratica primitiva, della cirenaica, della stoica, della cinica, oltre l’accademica e la
          scettica ec. (Bologna 1. Agosto, Giorno del Perdono. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Offensus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >qui offendit</foreign> neutro. <bibl>V. <author>Catullo</author> l. 1. eleg. 3. v.
          20.</bibl>— e Forcell. Similmente <foreign lang="lat" rend="italic">inoffensus</foreign>,
          come <foreign lang="lat" rend="italic">inoffenso pede</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Le destina</emph>, plur. <bibl>V. <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title> vol. ult. p. CCXIV. col. 2. lin. 3.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4164. capoverso 3. Luogo notabile di Fazio degli Uberti presso il <bibl>
            <author>Monti</author> loc. cit. qui sopra, p. CCXVII. col. 2. lin. 6.</bibl>
          <quote>
            <emph>Che mi vendrei se fosse chi comprare</emph>
          </quote>, cioè chi mi comperasse. Parla Roma, che riferisce il detto di Giugurta sopra di
          lei: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">urbem venalem, et mature perituram si emptorem
              invenerit</foreign>.</quote> (Bologna 13. Agosto. 1826. Domenica; tornato questa
          mattina or ora da Ravenna.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐν τοσούτῳ</foreign>
          <emph>intanto</emph>. <foreign lang="lat">Vetus argument. Ranarum Aristophanis, circa
            medium, et Argument. Pacis Aristophan.</foreign>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Πρότερον</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >potius</foreign>, come noi <emph>prima, anzi, innanzi</emph> ec. <bibl>
            <author>Aristophan.</author>
            <title>Nub.</title> v. 24. (Act. 1. sc. 1.)</bibl>. <bibl>
            <author>Dio Chrysost.</author> Orat. 1. <title lang="lat">de Regno</title>, init. , p.
            2. A. ed. Lutet. 1604. Morell.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4191"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ τοῦτον ὑπέρχεται τὸν ἀγῶνα ὁ λόγος (Δίωνος τοῦ χρυσοστόμου, πρὸς
              Νικομηδεῖς περὶ ὁμονοίας πρὸς τοὺς Νικαεῖς), εὐκαίρως διὰ τῆς ἡδονῆς προενηνεγμένος.
              μᾶλλον γὰρ οὕτω ταῖς ψυχαῖς τὸ πιθανὸν ἐθέλει διαδύειν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Phot.</author> Biblioth. Cod. 209. ed. gr.-lat. 1611. col. 533.</bibl> (Bologna.
          18. Agosto. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Tacheté, Marqueté. Déchiqueter</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Immotus</foreign>, <emph>immoto</emph> ec. per immobile.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altro è che una lingua sia pieghevole, adattabile, duttile; altro ch’ella sia molle come
          una pasta. Quello è un pregio, questo non può essere senza informità, voglio dire, senza
          che la lingua manchi di una forma e di un carattere determinato, di compimento, di
          perfezione. Questa informe mollezza pare che si debba necessariamente attribuire alla
          presente lingua tedesca, se è vero, come per modo di elogio predicano gli alemanni, che
          ella possa nelle traduzioni prendere tutte le possibili forme delle lingue e degli autori
          i più disparati tra se, senza ricevere alcuna violenza. Ciò vuol dire ch’ella è una pasta
          informe e senza consistenza alcuna; per conseguente, priva di tutte le bellezze e di tutti
          i pregi che risultano dalla determinata proprietà, e dall’indole e forma compiuta,
          naturale, nativa, caratteristica di una lingua. La pieghevolezza, la duttilità, la
          elasticità (per così dire), non escludono nè la forma determinata e compiuta nè la
          consistenza; ma certo non ammettono i vantati miracoli delle traduzioni tedesche. La
          lingua italiana possiede questa pieghevolezza in sommo grado fra le moderne colte. La
          greca non possedeva quella vantata facoltà della tedesca. (Bologna 26. Agosto. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Felicità</emph> non è altro che contentezza del proprio essere e del proprio modo di
          essere, soddisfazione, amore perfetto del proprio stato, qualunque del resto esso stato si
          sia, e fosse pur anco il più spregevole. Ora da questa <pb ed="aut" n="4192"/> sola
          definizione si può comprendere che la felicità è di sua natura impossibile in un ente che
          ami se stesso sopra ogni cosa, quali sono per natura tutti i viventi, soli capaci
          d’altronde di felicità. Un amor di se stesso che non può cessare e che non ha limiti, è
          incompatibile colla contentezza, colla soddisfazione. Qualunque sia il bene di cui goda un
          vivente, egli si desidererà sempre un ben maggiore, perchè il suo amor proprio non
          cesserà, e perchè quel bene, per grande che sia, sarà sempre limitato, e il suo amor
          proprio non può aver limite. Per amabile che sia il vostro stato, voi amerete voi stesso
          più che esso stato, quindi voi desidererete uno stato migliore. Quindi non sarete mai
          contento, mai in uno stato di soddisfazione, di perfetto amore del vostro modo di essere,
          di perfetta compiacenza di esso. Quindi non sarete mai e non potete esser felice, (30.
          Agosto. 1826. Bologna.) nè in questo mondo, nè in un altro.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il detto del Bayle, che la ragione è piuttosto uno strumento di distruzione che di
          costruzione, si applica molto bene, anzi ritorna a quello che mi par di avere osservato
          altrove, che il progresso dello spirito umano dal risorgimento in poi, e massime in questi
          ultimi tempi, è consistito, e consiste tutto giorno principalmente, non nella scoperta di
          verità positive, ma negative in sostanza; ossia, in altri termini, nel conoscere la
          falsità di quello che per lo passato, da più o men tempo addietro, si era tenuto per
          fermo, ovvero l’ignoranza di quello che si era creduto conoscere: benchè del resto, faute
          de bien observer ou raisonner, molte di siffatte scoperte negative, si abbiano per
          positive. E che gli antichi, in metafisica e in morale principalmente, ed anche in
          politica (uno de’ cui più veri principii è quello di lasciar fare più che si può, libertà
          più che si può), erano o al pari, o più avanzati di noi, unicamente perchè ed in quanto
          anteriori alle pretese <pb ed="aut" n="4193"/> scoperte e cognizioni di verità positive,
          alle quali noi lentamente e a gran fatica, siamo venuti e veniamo di continuo rinunziando,
          e scoprendone, conoscendone la falsità, e persuadendocene, e promulgando tali nuove
          scoperte e popolarizzandole. (Bologna 1. Settembre. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ὅτι δὲ αὐτὸς (ὁ Λουκιανὸς) τῶν μηδὲν ἦν ὅλως δοξαζόντων, καὶ τὸ τῆς
              βίβλου ἐπίγραμμα δίδωσιν ὑπολαμβάνειν ἔχει γὰρ ᾧδε<hi rend="enlarged">δίδωσιν
                ὑπολαμβάνειν·</hi> ἔχει γὰρ ᾧδε</foreign>
          </quote>. ec. <bibl>Photius, Biblioth. cod. 128.</bibl> — <emph>Dare a vedere, dare a
            conoscere, ad intendere</emph> ec. V. p. 4196. fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4153. Questo passo di Agatarchide è un nuovo esempio di quello che la critica
          osserva o deve osservar nella storia, cioè che spessissimo la storia d’una nazione s’è
          appropriata i fatti, veri o finti, narrati dagli storici di un’altra. Tale è ancor quello
          di Suetonio, Octav. Caes. Augustus, cap. 94. <quote>
            <foreign lang="lat">Auctor est Julius Marathus, ante paucos quam (Augustus) nasceretur
              menses, prodigium Romae factum publice, quo denuntiabatur regem populo romano naturam
              parturire; senatum exterritum censuisse ne quis illo anno genitus educaretur; eos qui
              gravidas uxores haberent, quod ad se quisque spem traheret, curasse ne
              senatusconsultum ad aerarium referretur</foreign>
          </quote> (<foreign lang="fre">que le décret ne passât et ne fût mis dans les
          archives</foreign>. La Harpe). Questa istorietta è visibilmente sorella di quella d’Erode
          e degl’innocenti, qualunque delle due sia l’<foreign lang="fre" rend="italic"
          >ainée</foreign>. Nè mancano esempi simili nelle più moderne storie, anzi abbondano più
          che mai. Tra mille, si può citare l’avventura del pomo attribuita dagli storici svizzeri a
          Guglielmo Tell, benchè già narrata da un <title lang="lat">Saxo Grammaticus</title>,
          Danese, morto del 1204, che scrisse in latino una storia della sua nazione, più di un
          secolo prima della nascita di Tell, e attribuì la detta avventura ad un Danese, ponendola
          in Danimarca, con altri nomi di persone; e che probabilmente non fu neppur esso
          l’inventore di tal novella, nè la storia di Danimarca fu la prima ad attribuirsela. <pb
            ed="aut" n="4194"/> La sua storia danica è stampata. (<foreign lang="fre">Des dragons et
            des serpens monstrueux</foreign> etc. trattatello di <bibl>
            <author>Eusebio Salverte</author> nella <title>Rivista Enciclopedica di Parigi</title>,
            tom. 30. Maggio e Giugno, 1826.</bibl> degno di esser veduto al nostro proposito).
          (Bologna. 1826. 3. Settembre. Domenica.). V. p. 4209. 4264. fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La condotta di Tiberio nell’impero, da principio non pur affabile, benigna, moderata, ma
          eziandio umile; insomma più che <foreign lang="lat" rend="italic">civilis</foreign>
            (<bibl>v. <author>Sueton.</author>
            <title>Tiber.</title> c. 24-33</bibl>), le sue difficoltà di accettar l’impero ec.
          paragonate colla seguente condotta tirannica, si attribuiscono a profonda politica,
          dissimulazione e simulazione. Io non vi so veder niente di finto, nè di artifiziale.
          Tiberio era certamente, a differenza di Cesare, di natura timida. A differenza poi e di
          Cesare che fin da giovanetto andò continuamente elevandosi, ed abituando successivamente
          l’animo e il carattere a grandezze sempre maggiori; e di Augusto che pure fin da
          giovanetto si vide alla testa degli affari; Tiberio, nato privato, vissuto la gioventù e
          l’età matura in sospetto di Augusto e de’ costui parenti, ed anche in non piccolo pericolo
          (otto anni passò ritirato in Rodi per fuggirlo o scemarlo), non aveva l’animo nè il
          carattere formato al potere, quando la fortuna gliel pose in mano. Però nel principio fu
          modesto, anzi timido ed umile, anche dopo liberato da ogni timore, come dice espressamente
          Suetonio (c. 26.); v. p. 4197. capoverso 6. nè qui v’era dissimulazione: io non ci veggo
          altro che un uomo avvezzo a soggiacere, avvezzo a temere ed evitar di offendere, che
          ridotto a soprastare, conserva ancora l’abito di tal timore e di tale evitamento. Egli lo
          perdè col tempo, e coll’esperienza continuata del suo potere, e della soggezione, anzi
          abbiezione, degli altri. Questo non è smascherarsi; questo è mutar carattere e natura, per
          mutazione di circostanze. <pb ed="aut" n="4195"/> Tiberio era certamente cattivo, perchè
          vile, e debole. V. p. 4197. capoverso 7. Questo fu causa che il potere lo rendesse un
          tiranno, perchè la sua natura era tale che l’influenza del principato doveva farne un
          cattivo carattere di principe. Ma qui non ci entra simulazione. Io non sono mai stato nè
          principe nè cattivo. Pur disprezzato e soggetto sempre fino all’età quasi matura; vedutomi
          poi per le circostanze, uguale a molti e superiore ad alcuni; da principio benignissimo ed
          umile cogl’inferiori, sono poi divenuto verso loro un poco esigente, un poco intollerante,
            <foreign lang="grc">φιλόνεικος, μεμψίμοιρος</foreign>, ed anche cogli uguali un poco
            <foreign lang="fre" rend="italic">chagrin</foreign>, e più difficile a perdonare
          un’ingiuria, una piccola mancanza, più risentito, più facile a concepir qualche seme di
          avversione, più desideroso, se non altro, di vendettucce, ec. Se la mia natura fosse stata
          cattiva, io sarei divenuto tanto più insopportabile quanto più tardi sono pervenuto alla
          superiorità, ed in età men facile ad accostumarmici. Noi siamo tutti inclinati a suppor
          negli uomini antichi o moderni, assenti o presenti, noti o ignoti, e nelle loro azioni e
          condotta, una politica, un’arte, una simulazione quasi continua, e qualche fine occulto.
          Ma credete a me che v’è al mondo assai meno politica, assai meno finzione, assai meno
          tendenze occulte, meno intrighi, meno maneggi, meno arte, e più di sincerità e di vero che
          non si crede. 1. Gli uomini di talento (indispensabile fondamento a simil condotta) sono
          assai più rari che non si stima. 2. Anche gli uomini i più persuasi della necessità o
          utilità dell’arte nel consorzio umano, e i più disposti ad essa per volontà, non hanno la
          pazienza di usarla troppo spesso, di fingere, di nascondere e dissimulare troppo a lungo.
          3. Condotte calcolate e dirette costantemente a qualche fine, sono più immaginarie che
          reali, perchè è natura di qualunque uomo d’essere incostante, ne’ suoi gusti, desiderii,
          opinioni, in tutto; di esser contraddittorio <pb ed="aut" n="4196"/> ed incoerente nelle
          sue azioni, massime ec.; di operare contro i proprii principii; di operare contro i
          proprii interessi. ec. 4. Finalmente la natura per combattuta che sia, per quanto la
          vogliam credere abbattuta, può ancora, ed opera nel mondo, assai più che non si crede. Ora
          la natura è l’opposto dell’arte: la finzione tende a nasconder la natura, ma questa
          trapela ad ogni momento, in dispetto d’ogni massima, d’ogni volontà, d’ogni disciplina.
          (Bologna. 3. Sett. Domenica. 1826.). Del resto le atrocissime crudeltà usate scopertamente
          in seguito da Tiberio, e gran parte di queste senza nessuna utilità proposta, ma per solo
          piacere e soddisfazione del gusto e dell’animo suo, mostrano che l’anima di Tiberio era
          più vile che doppia per sua natura, e col regno era divenuta più malvagia che politica.
          (Bologna 4. Sett. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dove parlo di <foreign lang="lat" rend="italic">repo, repto</foreign>,
          <emph>inerpicare</emph> ec. osservisi che i Latini hanno anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">erepo</foreign>. <bibl>
            <author>Sueton.</author>
            <title>Tiber.</title> cap. 60.</bibl>
          <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>. <foreign lang="lat" rend="italic">Irrepo, subrepo, adrepo</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Gerere-belligerare, morigerare</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >famigeratus</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Laevo as — laevigo</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">κέχρηται δὲ (Ἡρόδοτος) μυθολογίαις καὶ παρεκβάσεσι πολλαῖς, δι' ὧν
              αὐτῷ ἡ κατὰ διάνοιαν γλυκύτης διαῤῥεῖ</foreign> (<foreign lang="lat">per quae sensus
              ipsi atque sententiae dulcedo fluit. Schott.</foreign>), <foreign lang="grc">εἰ καὶ
              πρὸς τὴν τῆς ἱστορίας κατάληψιν καὶ τὸν οἰκεῖον αὐτῆς καὶ κατάλληλον</foreign>
              (<foreign lang="lat">convenientem ita Photius usurpare solitus hanc vocem, et ita
              reddit Schott.</foreign>) <foreign lang="grc">τύπον ἐνίοτε ταῦτα ἐπισκοτεῖ, οὐκ
              ἐθελούσης τῆς ἀληθείας μύθοις αὐτῆς ἀμαυροῦσθαι τὴν ἀκρίβειαν, οὐδὲ πλέον τοῦ
              προσήκοντος ἀποπλανᾶσθαι ταῖς παρεκβάσεσιν<hi rend="enlarged">ἐžελοᾣύσης</hi> τῆς
              ἀληžείας μᾣύžοις αὐτῆς ἀμαυροῦσžαι τὴν ἀκρίβειαν, οὐδὲ πλέον τοῦ προσήκοντος
              ἀποπλανᾶσžαι ταῖς παρεκβάσεσιν</foreign> (<foreign lang="lat"
            >digressionibus</foreign>)</quote>. <bibl>
            <author>Phot.</author> Biblioth. cod. 60.</bibl> (Bologna. 5. Sett. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Egesta-Segesta</foreign>. <bibl>V.
            <author>Forcellini</author>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4193. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἔστι δὲ ὁ λόγος αὐτῷ (Αἰσχίνῃ τῷ ῥήτορι) ὥσπερ αὐτοφυὴς καὶ
              αὐτοσχέδιος, οὐ τοσοῦτον διδοὺς ἀποθαυμάζειν τὴν τέχνην τοῦ ἀνδρός, ὅσον τὴν φύσιν<hi
                rend="enlarged">διδοὺς</hi> ἀποžαυμάζειν τὴν τέχνην τοῦ ἀνδρός, ὶἐἶᾳἲ;;σον τὴν
              φᾣύσιν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Phot.</author> Biblioth. cod. 61. V. p. 4208.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4197"/>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Subire Tiberim</foreign>
          </quote>, <foreign lang="fre">remonter le Tibre</foreign>. <bibl>
            <author>Sueton.</author>
            <title>Claud.</title> cap. 38.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati aggettivi. <foreign lang="lat" rend="italic">Bimulus, trimulus,
            quadrimulus</foreign>. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Conspiratus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">qui conspiravit</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >conspirat</foreign>, <bibl>
            <author>Sueton.</author>
            <title>Galba</title>, c. 19. Domitian. c. 17.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Rasitare</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Sueton.</author>
            <title>Otho</title>, c. ult. i. e. 12.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐξ ἀρχῆς</foreign>
          <emph>da capo</emph>, per <emph>di nuovo</emph> ec. Di ciò altrove. Si dice anche <foreign
            lang="grc">αὖθις ἐξ ὑπαρχῆς</foreign>. Vedi. per es. <bibl>
            <author>Sueton.</author>
            <title>Vespas.</title> c. 23</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐπὰν ἀποθάνῃς, αὖθις ἐξ ἀρχῆς ἔσῃ</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Menander</author> ap. <author>Stob.</author> serm. 104.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">περὶ τῶν παρ' ἀξίαν εὐτυχούντων</foreign>
          </quote>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4194 — il quale frattanto attribuisce anch’esso a politica e simulazione la sua
          moderazione nel principio del suo governo (cap. 57.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4195. Teodoro Gadareno, suo maestro di rettorica in fanciullezza, <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">subinde in obiurgando</hi> appellabat <hi rend="italic">eum</hi>
            </foreign>
            <foreign lang="grc">πηλὸν αἵματι πεφυραμένον</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Sueton.</author> cap. 57</bibl>. E Suetonio stesso chiama la sua indole <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">saeva ac lenta natura</foreign>
          </quote>. (<bibl>ib. init.</bibl>)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che gli uomini abbiano trovate e pongano in opera delle arti per combattere, soggiogare,
          recare al loro uso e servigio il resto della natura animata o inanimata, non è cosa
          strana. Ma che abbiano trovato ed usino arti e regole per combattere e vincere gli uomini
          stessi, che queste arti sieno esposte a tutti gli uomini, e tutti ugualmente le apprendano
          ed usino, o le possano apprendere e usare, questo ha dell’assurdo; perchè se due uomini
          sanno ugualmente di scherma, che giova la loro arte a ciascuno de’ due? che superiorità ne
          riceve l’uno sopra l’altro? non sarebbe per ambedue lo stesso, che ambedue fossero
          ignoranti della scherma, o che tutti e due combattessero alla naturale? V. p. 4214. Un
          libro, una scoperta di Tattica o di strategica o di poliorcetica ec. pubblicata ed esposta
          all’uso comune, a che giova? se l’amico e il nemico l’apprendono del pari, ambedue con più
          arte e più fatica di prima, si trovano nella stessissima condizione rispettiva di prima.
          Il coltivare queste tali arti, o scienze che si vogliano dire, il proccurarne
          l’incremento, <pb ed="aut" n="4198"/> e molto più il diffonderne la coltura e la
          conoscenza, è la più inutile e strana cosa che si possa fare; è propriamente il metodo di
          ottener con fatica e spesa quello che si può ottenere senza fatica nè spesa; di eseguire
          artificialmente e di render necessaria l’arte laddove la natura bastava, e laddove col
          metodo artificiale non si ottiene il menomo vantaggio sopra il naturale. Insomma è il
          metodo di moltiplicare e complicar le ruote e le molle di un orologio, e di far con più
          quel medesimo che si poteva fare e già si faceva con meno. Il simile dico della politica,
          del macchiavellismo ec. e di tutte le arti inventate per combattere e superchiare i nostri
          simili. (Bologna. 10. Sett. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Se una volta in processo di tempo l’invenzione p. e. dei parafulmini (che ora bisogna
          convenire esser di molto poca utilità), piglierà più consistenza ed estensione, diverrà di
          uso più sicuro, più considerabile e più generale; se i palloni aereostatici, e
          l’aeronautica acquisterà un grado di scienza, e l’uso ne diverrà comune, e la utilità (che
          ora è nessuna) vi si aggiungerà ec.; se tanti altri trovati moderni, come quei della
          navigazione a vapore, dei telegrafi ec. riceveranno applicazioni e perfezionamenti tali da
          cangiare in gran parte la faccia della vita civile, come non è inverisimile; e se in
          ultimo altri nuovi trovati concorreranno a questo effetto; certamente gli uomini che
          verranno di qua a mille anni, appena chiameranno civile la età presente, diranno che noi
          vivevamo in continui ed estremi timori e difficoltà, stenteranno a comprendere come si
          potesse menare e sopportar la vita essendo di continuo esposti ai pericoli delle tempeste,
          dei fulmini ec., navigare con tanto rischio di sommergersi, commerciare <pb ed="aut"
            n="4199"/> e comunicar coi lontani essendo sconosciuta o imperfetta la navigazione
          aerea, l’uso dei telegrafi ec., considereranno con meraviglia la lentezza dei nostri
          presenti mezzi di comunicazione, la loro incertezza ec. Eppur noi non sentiamo, non ci
          accorgiamo di questa tanta impossibilità o difficoltà di vivere che ci verrà attribuita;
          ci par di fare una vita assai comoda, di comunicare insieme assai facilmente e
          speditamente, di abbondar di piaceri e di comodità, in fine di essere in un secolo
          raffinatissimo e lussurioso. Or credete pure a me che altrettanto pensavano quegli uomini
          che vivevano avanti l’uso del fuoco, della navigazione ec. ec. quegli uomini che noi,
          specialmente in questo secolo, con magnifiche dicerie rettoriche predichiamo come esposti
          a continui pericoli, continui ed immensi disagi, bestie feroci, intemperie, fame, sete;
          come continuamente palpitanti e tremanti dalla paura, e tra perpetui patimenti ec. E
          credete a me che la considerazione detta di sopra è una perfetta soluzione del ridicolo
          problema che noi ci facciamo: come potevano mai vivere gli uomini in quello stato; come si
          poteva mai vivere avanti la tale o la tal altra invenzione. (Bologna. 10. Settembre.
          Domenica. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Paragrandini, parafulmini ec. <bibl>
            <author>Fozio</author>, Biblioteca, cod. 72.</bibl> analizzando <foreign lang="grc"
            >Κτησίου τὰ Ἰνδικὰ</foreign>, e parlando di una fonte che Ctesia diceva esser
          nell’India, senz’altra indicazione di luogo, dice fra l’altre cose: <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ (λέγει Κτησίας) περὶ τοῦ ἐν τῷ πυθμένι τῆς κρήνης σιδήρου, ἐξ οὗ
              καὶ δύο ξίφη Κτησίας φησὶν ἐσχηκέναι, ἓν παρὰ βασιλέως (Ἀρταξέρξου τοῦ Μνήμονος
              ἐπικληθέντος), καὶ ἓν παρὰ τῆς τοῦ βασιλέως μητρὸς Παρυσάτιδος (ἧς ἰατρὸς γέγονεν ὁ
              Κτησίας). φησὶ δὲ περὶ αὐτοῦ, ὅτι πηγνύμενος ἐν τῇ γῇ, νέφους καὶ χαλάζης καὶ
              πρηστήρων ἐστὶν ἀποτρόπαιος. καὶ ἰδεῖν αὐτὸν ταῦτα φησὶ, βασιλέως δὶς
            ποιήσαντος</foreign>. <pb ed="aut" n="4200"/>
            <foreign lang="lat">De ferro, quod in huius fontis fundo reperitur; ex quo duos se
              habuisse aliquando gladios ipse Ctesias commemorat; unum a rege</foreign>, (in marg.
              <foreign lang="lat" rend="italic">Artaxerxe</foreign>, <foreign lang="grc">τῷ</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Mnemone</foreign>), <foreign lang="lat">alterum a
              Parysatide regis ipsius matre sibi donatum. Ferri autem huius eam esse vim, ut in
              terram depactum nebulas, et grandines, turbinesque avertat. Hoc semel se iterumque
              vidisse, cum rex ipse eius rei periculum faceret. Versio Andreae
          Schotti</foreign>.</quote> (Bologna. 1826. 12. Settembre.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Inesorato</emph> ec. per <emph>inesorabile</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ τροπαῖς μὲν κέχρηται (Εὐνάπιος ἐν χρονικῇ ἱστορίᾳ) παραβόλως,
              ὅπερ ὁ τῆς ἱστορίας οὐ θέλει νόμος</foreign>. <foreign lang="lat">Tropos ad haec
              praeter modum adhibet, quod historiae lex vetat</foreign>
          </quote> (Schott.) <bibl>
            <author>Phot.</author> Biblioth. Cod. 77.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il genitivo per l’accusativo. <bibl>
            <author>Petr.</author> Sestina 6. <title>Anzi tre dì</title>, v. 3</bibl>. <quote>
            <emph>Di state vi sono DE’ papaveri, DELLE pere e DI quante mele si trovano</emph>
          </quote> (genitivo pel nominativo). <bibl>
            <author>Caro</author>, <title>Gli amori pastorali di Dafni e Cloe</title>, lib.
          2.</bibl> non lungi dal principio, p. 8. ediz. di Pisa 1814. <quote>
            <emph>Presentando loro per primizia della vendemmia a ciascuna statua il suo tralcio con
              DI molti grappoli e con DE’ pampini suvvi</emph>
          </quote>. (genitivo per l’ablativo). <bibl>ib. p. 27.</bibl> E così assai spesso il
          medesimo ed altri classici. V. p. 4214.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È stato negli eserciti e <emph>provveduto</emph> capitano e coraggioso guerriero.
            <bibl>ib. p. 41.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Riavere</emph> per ricreare, ristorare, fare riavere. <bibl>Vedi Crus. par. 1.</bibl>
          <bibl>
            <author>Caro</author> l. c. lib. 2. p. 38.</bibl> poichè col cibo l’ebbe alquanto
          confortato, con saporitissimi baci ed altre dolcissime accoglienze tutto <emph>lo
          riebbe</emph>. Cioè lo ristorò, non come dice il Monti nella Proposta, lo fece tornare nei
          sensi, chè Dafni non era punto venuto meno, ma percosso, battuto e malconcio da alcuni
          giovani. — Similmente dicono i greci <foreign lang="grc">ἀνακτᾶσθαι</foreign>, per
            <foreign lang="grc">ποιεῖν ἀνακτᾶσθαι ἑαυτόν</foreign>, come molto elegantemente <bibl>
            <author>Fozio</author> Bibliot. cod. 83.</bibl> parlando delle Antichità Romane di
          Dionigi d’Alicarnasso: <quote>
            <foreign lang="grc">κέχρηται δὲ καὶ παρεκβάσει οὐκ ὀλίγῃ</foreign> (<foreign lang="lat"
              >digressionibus utitur non raro</foreign>), <foreign lang="grc">τὸν ἀκροατὴν ἀπὸ τοῦ
              περὶ τὴν ἱστορίαν κόρου διαλαμβάνων ταύτῃ, καὶ ἀναπαύων καὶ ἀνακτώμενος</foreign>
              (<foreign lang="lat">reficiens</foreign>)</quote>. V. p. 4217.</p>
      </div1>
      <div1 n="4201 - 4400">
        <p>
          <pb ed="aut" n="4201"/>
          <emph>Volere</emph> per <foreign lang="grc">μέλλειν</foreign>. Anguillara, Metam. l. 4.
          st. 105. (Bologna. 16. Sett. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Incespitare</emph> per <emph>incespicare</emph> di cui altrove. <bibl>
            <author>Caro</author> loc. sup. cit. lib. 2. p. 48. fin.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Risicato per che si arrischia, che si suole arrischiare. <bibl>
            <author>Caro</author>. ib. l. 3. p. 53. 59.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Arreticato (<foreign lang="lat">irretitus</foreign>, preso nella rete). ib. p. 54.
          Sanicare, sanicato. <bibl>V. Crus. Affumicare.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Insertare ghirlande. <bibl>
            <author>Caro</author>. ib. l. 1. p. 25.<hi rend="apice">a</hi>
          </bibl> ed ult. Con le foglie tessute e consertate in modo che facevano come una grotta.
          ib. l. 3. p. 53. I rami si toccavano e s’inframmettevano insieme insertando le chiome.
          lib. 4. principio. p. 77.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grufare, grufolare. <bibl>
            <author>Caro</author> l. c. lib. 4. p. 80.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Mele appie — Mele appiole, o appiuole. Diminutivo aggettivo. V. Crus. in Mela, Appio,
          Appiola. <quote>
            <emph>Mele appiole</emph>
          </quote>, <bibl>
            <author>Caro</author> l. c. lib.1. p. 20.</bibl>
          <quote>
            <emph>mele appiuole</emph>
          </quote>, <bibl>l. 3. fin. p. 74.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Εὐήθης, εὐήθεια</foreign>, ec. <foreign lang="lat">bonitas, bonus
          vir</foreign> ec. <foreign lang="fre">bonhomme, bonhomie</foreign> ec. dabben uomo,
          dabbenaggine ec. Parole il cui significato ed uso provano in quanta stima dagli antichi e
          dai moderni sia stato veramente e popolarmente (giacchè il popolo determina il senso delle
          parole) tenuta la bontà. E in vero io mi ricordo che quando io imparava il greco,
          incontrandomi in quell’<foreign lang="grc">εὐήθης</foreign> ec., mi trovava sempre
          imbarazzato, parendomi che siffatte parole suonassero lode, e non potendomi entrare in
          capo ch’elle si prendessero in mala parte, come pur richiedeva il testo. Avverto che io
          studiava il greco da fanciullo. (Bologna. 18. Sett. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ὀβελίας</foreign>- <foreign lang="fre" rend="italic">oublie</foreign>.
            <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 3. c. 25.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Spesse volte in occasioni di miei dispiaceri, anche grandi, io ho dimandato a me stesso:
          posso io non affliggermi di questa cosa? E l’esperienza avutane già più volte, mi sforzava
          a risponder di sì, che io poteva. Ma il non affliggersene sarebbe contro ragione: non vedi
          tu il male come è grave, come è serio e vero? — Lasciamo star che nessun male è vero per
          se, poichè se uno non lo conosce o non se ne affligge, ei non è più male. Ma
          l’affliggertene può forse rimediarvi o diminuirlo? — No. — Il non affliggertene può forse
          nuocerti? — No certo. — E non è meglio assai per te il non pensarne, il non pigliarne
          dolore, che il pigliarlo? — Meglio assai. — Come dunque sarà contro ragione? Anzi sarà
          ragionevolissimo. E se egli è ragionevole, se utile, <pb ed="aut" n="4202"/> se tu lo
          puoi, perchè non lo fai? che ti manca se non il volerlo? — Io vi giuro che queste
          considerazioni mi giovavano veramente, ed avevano reale effetto, sicchè io ricusando di
          affliggermi di una mia sventura, per notabile ch’ella fosse, non me ne affliggeva in
          verità, e ne pativa per conseguenza assai poco. (Bologna 25. Sett. 1826.). V. p. 4225.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La ricchezza della lingua greca, e la decisa differenza di stili che ella ammetteva,
          differenza così grande, che faceva quasi di ciascuno stile una lingua diversa, si può
          conoscere anche dal veder che gli antichi ebbero dei lessici voluminosi dedicati a un
          qualche stile in particolare, come noi potremmo far lessici a parte per la nostra lingua
          poetica o prosaica (due divisioni che la nostra lingua ammette, ma la greca assai più).
          Eccovi in <bibl>
            <author>Fozio</author> Bibliot. i capi o codici 146. 147.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Λεξικὸν τῆς καθαρᾶς ἰδέας</foreign>
          </quote> (cioè <foreign lang="lat" rend="italic">styli simplicis</foreign> o cosa simile). <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀνεγνώσθη λεξικὸν κατὰ στοιχεῖον καθαρᾶς ἰδέας. μέγα καὶ πολύστιχον
              τὸ βιβλίον μᾶλλον δὲ πολύβιβλος ἡ πραγματεία. καὶ χρήσιμον, εἴπερ τι ἄλλο, τοῖς τὸν
              χαρακτῆρα μεταχειριζομένοις τῆς τοιαύτης ἰδέας </foreign> 147 <foreign lang="grc"
              >Λεξικὸν σεμνῆς ιδέας. Ἀνεγνώσθη λεξικὸν σεμνῆς ἰδέας. εἰς μέγεθος ἐξετείνετο τὸ
              τεῦχος, ὡς ἄμεινον εἶναι δυσὶ μᾶλλον τεύχεσιν ἢ τρισὶ τοῖς ἀναγινώσκουσι τὸ
            φιλοπόνημα</foreign> (<foreign lang="lat">solemnis Photio vox hoc sensu</foreign>)
              <foreign lang="grc">περιέχεσθαι. κατὰ στοιχεῖον δὲ ἡ πραγματεία. καὶ δῆλον ὡς χρησίμη
              τοῖς εἰς μέγεθος καὶ ὄγκον ἐπαίρειν τοὺς λόγους αὐτῶν ἐν τῷ συγγράφειν
            ἐθέλουσιν</foreign>. 146. <foreign lang="lat">Lexicon Purae Ideae. Lexicon legi Ideae
              purae litterarum ordine. Magnus est hic liber, ut multi potius, quam unus esse
              videatur. Utilis autem, si quis alius, iis est, qui hanc Ideam tractant. 147. Lexicon
              Gravis styli. Legi Ideae gravioris Lexicon, quod ipsum quoque in immensum crevit, ut
              legentibus aptius fore arbitrer, si in duos opus illud, aut tres tomos distribuatur.
              Digestum item est litterarum ordine, patetque utile esse iis, qui sublimi tumidoque
              dicendi genere excellere studio habent. (Schotti versio.)</foreign>
          </quote> (Bologna. 22. Settembre. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4203"/> Ebbero i Greci, come i moderni, anche delle voluminose storie
          teatrali e drammatiche (come ne ebbero delle filosofiche, geometriche, pittoriche,
          statuarie, e d’ogni genere di discipline). <bibl>
            <author>Fozio</author> nella Bibliot. cod. 161.</bibl> dando conto dei libri di Ecloghe
          o Estratti di Sopatro sofista, dice che il quarto suo libro contiene degli estratti, fra
          gli altri, <quote>
            <foreign lang="grc">ἐκ τοῦ ὀγδόου λόγου τῆς τοῦ ῾Ρούφου δραματικῆς ἱστορίας, οἷς
              παράδοξά τε καὶ ἀπίανα ἐστὶν εὑρεῖν, καὶ τραγωδῶν καὶ κωμωδῶν πράξεις τε καὶ λόγους
              καὶ ἐπιτηδεύματα, καὶ τοιαῦθ' ἕτερα</foreign>
          </quote>. E che il quinto libro <quote>
            <foreign lang="grc">σᾣύγκειται αὐτῷ ἔκ τε τῆς ‘Ροᾣύφου μουσικῆς ἱστορίας πρώτου καὶ
              δευτέρου καὶ τρίτου βιβλίου. ἐν ᾧ τραγικῶν τε καὶ κωμικῶν ποικίλην ἱστορίαν
              εὑρήσειςσύγκειται αὐτῷ ἔκ τε τῆς ῾Ρούφου μουσικῆς ἱστορίας πρώτου καὶ δευτέρου καὶ
              τρίτου βιβλίου. ἐν ᾧ τραγικῶν τε καὶ κωμικῶν ποικίλην ἱστορίαν εὑρήσεις</foreign>
          </quote>. (Tragicor. ac Comicor. Schott.) <quote>
            <foreign lang="grc">οὐ μὴν δὲ ἀλλὰ καὶ διθυραμβοποιῶν τε καὶ αὐλητῶν καὶ κιθαρωδῶν•
              ἐπιθαλαμίων τε ᾠδῶν καὶ ὑμεναίων καὶ ὑπορχημάτων ἀφήγησιν</foreign>, (<foreign
              lang="lat">epithalamiorumq. carminum et hymenaeorum atq. cantilenarum in chorea
              enumerationem. Schottus</foreign>) <foreign lang="grc">περί τε ὀρχηστῶν καὶ τῶν ἄλλων
              τῶν ἐν τοῖς Ἑλληνικοῖς θεάτροις ἀγωνιζομένων ὅθέν τε καὶ ὅπως οἱ τούτων ἐπὶ μέγα κλέος
              παρ' αὐτοῖς ἀναδραμόντες γεγόνασιν, εἴ τε ἄῤῥενες εἴ τε καὶ τὴν θήλειαν φύσιν
              διεκληρώσαντο• τίνες τε τίνων ἐπιτηδευμάτων ἀρχὴ διεγνώσθησαν</foreign> (<foreign
              lang="lat">quinam etiam singulorum auctores ac principes studiorum exstiterint.
              Schott.</foreign>), <foreign lang="grc">καὶ τούτων δὲ τίνες τυράννων ἢ βασιλέων
              ἐρασταὶ καὶ φίλοι γεγόνασιν. οὐ μὴν ἀλλὰ καὶ τίνες τε οἱ ἀγῶνες, καὶ ὅθεν, ἐν οἷς
              ἕκαστος τὰ τῆς τέχνης ἐπεδείκνυτο. καὶ περὶ ἐορτῶν δὲ ὅσαι πάνδημοι τοῖς Ἀθηναίοις.
              ταῦτα δὴ πάντα καὶ εἴ τι ὅμοιον, ὁ πέμπτος (τοῦ Σωπάτρου) ἀναγινώσκοντί σοι παραστήσει
              λόγος. Ὁ δὲ ἕκτος αὐτῷ συνελέγη λόγος ἔκ τε τῆς αὐτῆς ῾Ρούφου μουσικῆς (ἱστορίας)
              βίβλου πέμπτης καὶ τετάρτης. αὐλητῶν δὴ καὶ αὐλημάτων ἀφήγησιν ἔχει, ἄνδρες τε ὅσα
              ηὔλησαν καὶ δὴ καὶ γυναῖκες. καὶ Ὅμηρος δὲ αὐτῷ καὶ Ἡσίοδος καὶ Ἀντίμαχος οἱ ποιηταὶ
              τῆς διηγήσεως μέρος</foreign>, (<foreign lang="lat">huius narrationis partem <pb
                ed="aut" n="4204"/> efficiunt. Schott.</foreign>) <foreign lang="grc">καὶ τῶν ἄλλων
              πλεῖστοι τῶν εἰς τοῦτο τὸ γένος τῶν ποιητῶν ἀναγομένων</foreign>
          </quote>. E segue dicendo di altri libri di altri scrittori dai quali era estratto il
          sesto libro di Sopatro. E l’undecimo dice essere estratto, fra gli altri, <quote>
            <foreign lang="grc">ἐκ τῆς τοῦ Ἰώβα</foreign> (<foreign lang="lat">Iubae</foreign>)
              <foreign lang="grc">τοῦ βασιλέως θεατρικῆς ἱστορίας ἑπτακαιδεκάτου λόγου</foreign>
          </quote>, della quale opera fa menzone anche Ateneo, lib.4. (Bologna. 1826. 24. Sett.
          Domenica.). V. p. 4238.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Contraddizioni innumerabili, evidenti e continue si trovano nella natura considerata non
          solo metafisicamente e razionalmente, ma anche materialmente. La natura ha dato ai tali
          animali l’istinto, le arti, le armi da perseguitare e assalire i tali altri, a questi le
          armi da difendersi, l’istinto di preveder l’attacco, di fuggire, di usar mille diverse
          astuzie per salvarsi. La natura ha dato agli uni la tendenza a distruggere, agli altri la
          tendenza a conservarsi. La natura ha dato ad alcuni animali l’istinto e il bisogno di
          pascersi di certe tali piante, frutta ec., ed ha armato queste tali piante di spine per
          allontanar gli animali, queste tali frutta di gusci, di bucce, d’inviluppi d’ogni genere,
          artificiosissimi e diligentissimi, o le ha collocate nell’alto delle piante ec. La natura
          ha creato le pulci e le cimici perchè ci succino il sangue, ed a noi ha dato l’istinto di
          cercarle e di farne strage. L’enumerazione di tali ed analoghe contrarietà si estenderebbe
          in infinito, ed abbraccierebbe ciascun regno, ciascuno elemento, e tutto il sistema della
          natura. Io avrò torto senza dubbio, ma la vista di tali fenomeni mi fa ridere. Qual è il
          fine, qual è il voler sincero e l’intenzione vera della natura? Vuol ella che il tal
          frutto sia mangiato dagli animali o non sia mangiato? Se sì, perchè l’ha difeso con sì
          dura crosta e con tanta cura? se no, <pb ed="aut" n="4205"/> perchè ha dato ai tali
          animali l’istinto e l’appetito e forse anche il bisogno di procacciarlo e mangiarselo? I
          naturalisti ammirano la immensa sagacità ed arte della natura nelle difese somministrate
          alla tale o tale specie animale o vegetabile o qualunque, contro le offese esteriori di
          qualunque sia genere. Ma non pensano essi che era in poter della natura il non crear
          queste tali offese? che essa medesima è l’autrice unica delle difese e delle offese, del
          male e del rimedio? E qual delle due sia il male e quale il rimedio nel modo di vedere
          della natura, non si sa. Si sa ben che le offese non sono meno artificiosamente e
          diligentemente condotte dalla natura che le difese; che il nibbio o il ragno non è meno
          sagace di quel che la gallina o la mosca sia amorosa o avveduta. Intanto che i naturalisti
          e gli ascetici esaminando le anatomie de’ corpi organizzati, andranno in estasi di
          ammirazione verso la provvidenza per la infinita artificiosità ed accortezza delle difese
          di cui li troverà forniti, io finchè non mi si spieghi meglio la cosa, paragonerò la
          condotta della natura a quella di un medico, il quale mi trattava con purganti continui,
          ed intendendo che lo stomaco ne era molto debilitato, mi ordinava l’uso di decozioni di
          china e di altri attonanti per fortificarlo e minorare l’azione dei purganti, senza però
          interromper l’uso di questi. Ma, diceva io umilmente, l’azione dei purganti non sarebbe
          minorata senz’altro, se io ne prendessi de’ meno efficaci o in minor dose, quando pur
          debba continuare d’usarli? (Bologna. 25. Sett. 1826.). V. p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἴχνος- ἴχνιον</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Phot.</author> Biblioth. cod. 166. col. 360</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">ὡς Παάπις διώκων μετ' ἴχνια τοὺς περὶ Δερκυλλίδα, ἐπέστη αὐτοῖς ἐν
              τῇ νήσῳ</foreign>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4206"/> Relativo ai Mori bianchi, dei quali dico altrove, può essere anche
          quel luogo dell’antico romanziere Antonio Diogene (Fozio lo crede non molto posteriore ad
          Alessandro), il quale presso <bibl>
            <author>Fozio</author> cod. 166. col. 357.</bibl> introduce la viaggiatrice Dercillide a
          raccontare <quote>
            <foreign lang="grc">ὡς περιπέσοι (αὐτὴ) ἀνžπρώπων πόλει κατὰ τὴν ’Ιβηρίαν, οἵ ἑώρων μὲν
              ἐν νυκτί, τυφλοὶ δὲ ὑπὶῖἶᾳἲ;; ἡμέραν ἑκάστην ἐτᾣύγχανον</foreign>
          </quote>. (Bolog. 25. Sett. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. preced. Si ammiri quanto si vuole la provvidenza e la benignità della natura per
          aver creati gli antidoti, per averli, diciam così, posti allato ai veleni, per aver
          collocati i rimedi nel paese che produce la malattia. Ma perchè creare i veleni? perchè
          ordinare le malattie? E se i veleni e i morbi sono necessari o utili all’economia
          dell’universo, perchè creare gli antidoti? perchè apparecchiare e porre alla mano i
          rimedi? (Bologna. 1826. 26. Sett.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4183. Questa novelletta, poichè per tale io la tengo, mi fa ravvisare una nuova
          somiglianza tra i costumi antichi e i moderni; cioè mi fa credere che i greci antichi
          inventassero degli esempi di ridicola e bestiale costanza da apporre agli spartani, come
          noi ne inventiamo di <foreign lang="fre" rend="italic">bêtise</foreign> e di sciocchezza
          da apporre ai tedeschi e agli svizzeri (<emph>addietro tu e muro</emph>); come altri ne
          inventano di scelleraggine vile, feroce, traditrice e coperta, da apporre agl’italiani,
          ec.: in somma che gli Spartani fossero per gli antichi belli spiriti, ed anche
          popolarmente nella opinione della Grecia, il soggetto di motteggi e di novelle, al quale
          si riportassero anche degli esempi veri, ma appartenenti ad altre persone; come noi
          italiani siamo il tipo della ferocia traditrice per altre nazioni ec. (Bologna. 26. Sett.
          1826.). V. p. 4217.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È chiaro e noto che l’idea e la voce <emph>spirito</emph> non si può in somma e in
          conclusione definire altrimenti che <emph>sostanza che non è materia</emph>, giacchè niuna
          sua qualità positiva possiamo noi nè conoscere, nè nominare, <pb ed="aut" n="4207"/> nè
          anco pure immaginare. Ora il nome e l’idea di materia, idea e nome anch’essa astratta,
          cioè ch’esprime collettivamente un’infinità di oggetti, tra se differentissimi in verità
          (e noi poi non sappiamo se la materia sia omogenea, e quindi una sola sostanza identica, o
          vero distinta in elementi, e quindi in altrettante sostanze, di natura ed essenza
          differentissimi, com’ella è distinta in diversissime forme), l’idea dico ed il nome di
          materia abbraccia tutto quello che cade o può cader sotto i nostri sensi, tutto quello che
          noi conosciamo, e che noi possiamo conoscere e concepire; ed essa idea ed esso nome non si
          può veramente definire che in questo modo, o almeno questa è la definizione che più gli
          conviene, in vece dell’altra dedotta dall’enumerazione di certe sue qualità comuni, come
          divisibilità, larghezza, lunghezza, profondità e simili. Per tanto il definire lo spirito,
            <emph>sostanza che non è materia</emph>, è precisamente lo stesso che definirla
            <emph>sostanza che non è di quelle che noi conosciamo o possiamo conoscere o
          concepire</emph>, e questo è quel solo che noi venghiamo a dire e a pensare ogni volta che
          diciamo <emph>spirito</emph>, o che pensiamo a questa idea, la quale non si può, come ho
          detto, definire altrimenti. Frattanto questo spirito, non essendo altro che quello che
          abbiam veduto, è stato per lunghissimo spazio di secoli creduto contenere in se tutta la
          realtà delle cose; e la materia, cioè quanto noi conosciamo e concepiamo, e quanto
          possiamo conoscere e concepire, è stata creduta non essere altro che apparenza, sogno,
          vanità appetto allo spirito. È impossibile non deplorar la miseria dell’intelletto umano
          considerando un così fatto delirio. Ma se pensiamo poi che questo delirio si rinnuova oggi
          completamente; che nel secolo 19.o risorge da tutte le parti e si ristabilisce
          radicatamente lo spiritualismo, forse anche più spirituale, per dir così, che in addietro;
          che i filosofi più illuminati della più illuminata nazione moderna, si congratulano di
          riconoscere per caratteristica di questo secolo, l’essere esso <foreign lang="fre"
            rend="italic">éminemment <pb ed="aut" n="4208"/> religieux</foreign>, cioè
          spiritualista; che può fare un savio, altro che disperare compiutamente della
            <emph>illuminazione</emph> delle menti umane, e gridare: o Verità, tu sei sparita dalla
          terra per sempre, nel momento che gli uomini incominciarono a cercarti. Giacchè è
          manifesto che questa e simili innumerabili follie, dalle quali pare ormai impossibile e
          disperato il guarire gl’intelletti umani, sono puri parti, non mica dell’ignoranza, ma
          della scienza. L’idea chimerica dello spirito non è nel capo nè di un bambino nè di un
          puro selvaggio. Questi non sono spiritualisti, perchè sono pienamente ignoranti. E i
          bambini, e i selvaggi puri, e i pienamente ignoranti sono per conseguenza a mille doppi
          più savi de’ più dotti uomini di questo secolo de’ lumi; come gli antichi erano più savi a
          cento doppi per lo meno, perchè più ignoranti de’ moderni; e tanto più savi quanto più
          antichi, perchè tanto più ignoranti. (Bologna. 26. Sett. 1826.). V. p. 4219.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Ovidio</author>
            <title>Metam.</title> l. 4.</bibl> parlando delle anime che sono nell’Eliso: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Pars alias artes, antiquae imitamina vitae,
            Exercent</foreign>
          </quote> ec. Vedilo. V. p. 4210. capoverso 4.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4196. fin. <quote>
            <foreign lang="grc">τὴν δὲ θρησκείαν ὁ ἀνὴρ (Ἰωάννης Λαυρέντιος φιλαδελφεὺς ὁ Λυδὸς)
              ἔοικε δεισιδαίμων</foreign> (superstitiotus) <foreign lang="grc">εἶναι. σέβεται μὲν τὰ
              Ἑλλήνων καὶ θειάζει, θειάζει δὲ καὶ τὰ ἡμέτερα μὴ διδοὺς τοῖς ἀναγινώσκουσιν ἐκ τοῦ
              ῥᾴστου συμβαλεῖν πότερον οὕτω νομίζων θειάζει, ἢ ὡς ἐπὶ σκηνῆς</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Phot.</author> cod. 180. fin. v. qui sotto.</bibl>
        </p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">περιεῖχε</foreign>
          </quote> (Apollodori Bibliotheca) <quote>
            <foreign lang="grc">τὰ παλαίτατα τῶν Ἑλλήνων, ὅσα τὲ περὶ θεῶν καὶ ἡρώων ὁ χρόνος αὐτοῖς
              δοξάζειν</foreign>
          </quote> (i. e. <foreign lang="grc">μυθολογεῖν</foreign> etc.) <quote>
            <foreign lang="grc">ἔδωκεν</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. cod. 186. fin. V. p. 4210.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Conone appresso <bibl>
            <author>Fozio</author>, Bibliot. cod. 186. narrat. 10.</bibl> chiama <foreign lang="grc"
            >Οἴθων (Οἴθωνα)</foreign> il re del Chersoneso di Tracia padre di Pallene, il quale da
          Stefano Biz. v. <foreign lang="grc">Παλλήνη</foreign> è chiamato col sigma iniziale
            <foreign lang="grc">Σίθων</foreign> (<foreign lang="grc">Σίθωνα</foreign>), e così da
          Partenio, <foreign lang="grc">ἐρωτικῶν</foreign> cap. 6. (<foreign lang="grc"
          >Σίθονα</foreign>). (Bolog. 30. Sett. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4209"/>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Plat</foreign>, sost. e aggettivo, <emph>piatto</emph>,
          (ingl. <foreign lang="eng" rend="italic">flat</foreign>.) (v. gli spagn.) — <quote>
            <foreign lang="grc">πλάτος, πλατὺς</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Phot.</author> Biblioth. cod. 186. ed. gr. lat. col. 444</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">
              <hi rend="enlarged"> πλατεῖ τῷ ξίφει</hi> οὐκ ἐθέλοντα προιέναι, τύπτων τὰ νῶτα,
              ἤλαυνεν</foreign>
            <emph>lo cacciava innanzi per forza, non volendo egli andar oltre, battendogli la
              schiena</emph>
            <emph rend="sc">colla spada piatta, col piatto della spada, a forza di piattonate,
              battendolo colla spada di piatto</emph>
          </quote>. (Bologna 2. Ott. 1826.). V. p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4194. <bibl>
            <author>Fozio</author>, Bibliot. cod. 186.</bibl> dando il sommario delle <foreign
            lang="grc">διηγήσεις</foreign> o Narrazioni di Conone, ed. grec. lat. col. 449-52. alla
          narrazione 43. dice così: <quote>
            <foreign lang="grc">Ἡ μγ.' Οἱ τῆς Αἴτνης τοῦ πυρὸς κρατῆρες ἀνέβλυσάν ποτε</foreign>
              (<foreign lang="lat">effuderunt</foreign>), <foreign lang="grc">ποταμοῦ δίκην, φλόγα
              κατὰ τῆς χώρας, καὶ Καταναίοις (πόλις δ' Ἑλλὰς ἐν Σικελίᾳ ἡ Κατάνη), ἔδοξε παντελὴς
              ἔσεσθαι φθορὰ τῆς πόλεως. καὶ ἀπὸ ταύτης φεύγοντες ὡς εἶχον τάχους, οἱ μὲν χρυσὸν, οἱ
              δὲ ἄργυρον ἔφερον, οἱ δὲ ὅ τι ἄν τις βούλοιτο ἐπικούρημα τῆς φυγῆς</foreign>.
              (<foreign lang="lat">subsidium in exsilio allatura</foreign>). <foreign lang="grc"
              >Ἀναπίας δὲ καὶ Ἀμφίνομος ἀντὶ πάντων τοὺς γονεῖς γηραιοὺς ὄντας ἐπὶ τοὺς ὤμους
              ἀναθέμενοι ἔφευγον. καὶ τοὺς μὲν ἄλλους ἡ φλὸξ ἐπικαταλαβοῦσα, ἔφθειρεν. αὐτοὺς δὲ
              περιεσχίσθη τὸ πῦρ, καὶ ὥσπερ νῆσος ἐν τῇ φλογὶ πᾶς ὁ περὶ αὐτοὺς χῶρος ἐγένετο. διὰ
              ταῦτα οἱ Σικελιῶται τόν τε χῶρον ἐκεῖνον, εὐσεβῶν χώραν ἐκάλεσαν, καὶ λιθίνας εἰκόνας
              ἐν αὐτῷ τῶν ἀνδρῶν τῷ μνημείῳ</foreign> (<foreign lang="lat">in monumento</foreign>),
              <foreign lang="grc">θείων τε ἅμα καὶ ἀνθρωπίνων ἔργων</foreign> (<foreign lang="lat"
              >Schott. suppl. testes</foreign>), <foreign lang="grc">ἀνέθεσαν</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Strabo</author> lib.6. <title lang="lat">Sicil. in Catana. Seneca de
            benefic.</title> lib.3. c. 37. Silius, lib.14. et auctor Aetnae in Catalect. Virgil.</bibl>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <bibl>V. anche <author>Eliano</author>
              <title>Var. Ist.</title>
            </bibl>
          </note>. Nota marginale dello Schotto alle parole <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Anapias et Amphinomus</foreign>
          </quote>). Qual è plagio di queste due favole; la presente, o quella di Enea? (Bologna
          1826. 2. Ottobre.). Del resto simili plagi, racconti, tradizioni, favole parallele sono
          frequentissime nelle istorie greche, massime in quel che spetta alle origini o ai fasti
          delle <pb ed="aut" n="4210"/> diverse città della Grecia o greche. V. p. 4213.4224.4225.
          fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4208. fin. <quote>
            <foreign lang="grc">ἔχει γὰρ</foreign>
          </quote> (parla di un’opera di Tolomeo Efestione) <quote>
            <foreign lang="grc">δοῦναι βραχεῖ χρόνῳ συνειλεγμένα εἰδέναι, ἃ σποράδην τὶς τῶν βιβλίων
              ἀναλέγειν πόνον δεδεγμένος, μακρὸν κατατρίψει χρόνον</foreign>. <foreign lang="lat"
              >Brevi enim tempore, collecta simul, cognoscenda suppeditat quae nonnisi longo
              temporis intervallo quispiam per libros passim dispersa laboriose comportare
            possit</foreign>. (Schott.)</quote>
          <bibl>Ib. cod. 190. init. , col. 472. V. p. seg.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tè</emph>, voce popolare per <emph>tieni, prendi</emph>. <bibl>V. Crusca.</bibl> — <quote>
            <foreign lang="grc">Τῆ</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Hom.</author>
            <title>Odyss.</title> 9. 347.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. qui dietro. Che questo sia il valor della frase <quote>
            <foreign lang="grc">πλατεῖ τῷ ξίφει τύπτειν</foreign>
          </quote> è manifestissimo dal contesto, nel quale essa viene ad essere opposta ad <quote>
            <foreign lang="grc">ἀναιρεῖν τῷ ξίφει</foreign>
          </quote>, ed a <quote>
            <foreign lang="grc">πληγὴν</foreign>
          </quote> (cioè <emph>ferita</emph>) <quote>
            <foreign lang="grc">ἐμβαλεῖν τῷ ξίφει</foreign>
          </quote> per fine di ammazzare. Lo Schotto traduce <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">gladii lamina verberans</foreign>
          </quote>: non so se intese bene il senso, non avendo forse posto mente all’italianismo,
          francesismo ec. della locuzione di Fozio (o di Conone, che Fozio quivi compendia).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4208. capoverso 1. Nè ciò solo; ma credevano anche che le anime s’innamorassero,
          e usassero insieme e avessero figliuoli. Tolomeo Efestione nel quarto libro <quote>
            <foreign lang="grc">περὶ τῆς εἰς πολυμάθειαν καινῆς ἱστορίας</foreign> (<foreign
              lang="lat">Novae ad variam eruditionem historiae</foreign>)</quote> appresso <bibl>
            <author>Fozio</author>, cod. 190. ed. gr. lat. col. 480.</bibl>, dice <quote>
            <foreign lang="grc">ὡς Ἑλένης καὶ Ἀχιλλέως ἐν μακάρων νήσοις παῖς πτερωτὸς
            γεγόνοι</foreign> (<foreign lang="lat">cum alis</foreign>), <foreign lang="grc">ὃν διὰ
              τὸ τῆς χώρας εὔφορον</foreign> (<foreign lang="lat">fertilitatem</foreign>), <foreign
              lang="grc">Εὐφορίωνα ὠνόμασαν. καὶ ὡς ἐρᾷ τούτου Ζεὺς, καὶ ἀποτυχών</foreign>,
              (<foreign lang="lat">minime potiens</foreign>) <foreign lang="grc">κεραυνοῖ ἐν Μήλῳ τῇ
              νήσῳ καταλαβών διωκόμενον. καὶ τὰς νύμφας, ὅτι θάψειαν αὐτόν, εἰς βατράχους
            μετέβαλε</foreign>
          </quote>. (Bologna. 3. Ott. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Juillet</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4167. <bibl>
            <author>Aristides</author>, Orat. <title>
              <foreign lang="grc">εἰς βασιλέα</foreign>
            </title> (M. Aurel.) ed. Canter. t. 1. p. 114-5.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἀπελθούσης τῆς Βρισηΐδος παρ' αὐτοῦ (Αχιλλέως), καὶ χρόνον <pb
                ed="aut" n="4211"/> τινὰ ποιησάσης παρ' Ἀγαμέμνονι</foreign> (<foreign lang="lat"
              >cum Agamem. vixisset. Canter</foreign>.)</quote>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fare</emph> per <emph>giovare, servire</emph>. <bibl>
            <author>Phot.</author> cod. 190. fin. col. 493. ed. gr. lat.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν τούτῳ (τῷ ἰχθῦϊ) λίθον εὑρίσκεσθαι (φησὶ Πτολεμαῖος ὁ Ἡφαιστίων)
              τὸν ἀστερίτην, ὃν εἰς ἥλιον τεθέντα, ἀνάπτεσθαι</foreign> (<foreign lang="lat"
            >incendi</foreign>) <foreign lang="grc">ποιεῖν δὲ καὶ πρὸς φίλτρον</foreign> (<foreign
              lang="lat">valere etiam ad philtrum. Schottus.</foreign>)</quote> V. p. 4225.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Così</emph> ridondante. <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ ἡ μεταφορὰ αὐτῷ τῶν λέξεων οὐκ εἰς τὸ χάριεν καὶ γεγοητευμένον
              περιήνθισται, ἄλλ' οὕτως ἁπλῶς καὶ ἀπεριμερίμνως παραλαμβάνεται</foreign>
          </quote>. Dove lo Schotto assai male trasporta la voce <foreign lang="grc">οὕτως</foreign>
          più sotto, per non avere inteso qui il senso di essa, nè quello del periodo seguente, nel
          quale va letto <foreign lang="grc">ὃ δ' ἐγγὺς</foreign> per <foreign lang="grc">ὁ
          δ'ἐγγὺς</foreign>, e non come corregge lo Schotto. <bibl>
            <author>Phot.</author> Cod. 192. col. 501. ed. graec. lat.</bibl> V. p. 4224.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ταῦτα μὲν, εἰ καὶ κατὰ τὸ μᾶλλον καὶ ἧττον ἀλλήλων διαφέροντα, ὅμως
              εἰς τὴν πρακτικὴν χειραγωγεῖ φιλοσοφίαν τὰ ὀκτὼ τῶν λογίων </foreign>
          </quote>. Questi otto libricciuoli, o vero sermoncini, (<foreign lang="grc">λόγοι
            ἀσκητικοὶ</foreign> di un tal Marco Monaco), tutti, sebben <emph>colla differenza tra
            loro del più e del meno</emph>, conducono, sono conducenti, all’esercizio della
          filosofia pratica (intende delle virtù cristiane ed ascetiche). <bibl>
            <author>Fozio</author>, cod. 200. verso il fine. col. 522. ed. grec.-lat.</bibl> Male lo
          Schotto: <quote>
            <foreign lang="lat">Qui quidem octo libri, <hi rend="italic">etsi plus minusve sint
                inter se diversi</hi>; omnes tamen ad operantem sapientiam quasi manu
            ducunt</foreign>.</quote> (Bologna 4. Ott. Festa di S. Petronio. 1826.). V. p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4165. capoverso 5. Similmente da <bibl>
            <author>Aristide</author> Orat. <title>
              <foreign lang="grc">εἰς βασιλέα</foreign>
            </title> cioè in lode di M. Aurelio, ed. Canter. t. 1. p. 106. lin. penult. -ult.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4166. Usasi la stessa locuzione, <quote>
            <foreign lang="grc">τὸ αὐτοῦ μέρος</foreign>
          </quote>, nello stesso senso e modo, da <bibl>
            <author>Fozio</author>, Cod. 219. col. 564. ed. gr.-lat.</bibl>
          <bibl>V. <author>Plat.</author> ed. Astii, t. 1. p. 192. lin. 11.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. qui dietro. Così <bibl>cod. 240. col. 993.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">δίδωσιν ἐννοεῖν</foreign>
          </quote> V. p. 4213.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’autor greco della Vita di S. Gregorio Papa, detto il Magno, avendo parlato delle opere
          di questo Santo, e particolarmente de’ suoi Dialoghi, <pb ed="aut" n="4212"/> soggiunge
          (appresso <bibl>
            <author>Fozio</author>. cod. 252. col. 1400. ed. grec. lat.</bibl> Credo però che questa
          Vita si trovi stampata intera, e sarà in fronte alle opp. di S. Gregorio): <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀλλὰ γὰρ πέντε καὶ ἑξήχοντα καὶ ἑκατὸν ἔτη οἱ τὴν ῥωμαίαν φωνὴν
              ἀφιέντες τῆς ἐκ τῶν πόνων αὐτοῦ ὠφελείας μόνοι ἀπήλαυον. Ζαχαρίας δὲ, ὃς τοῦ
              ἀποστολικοῦ ἀνδρὸς ἐκείνου χρόνοις ὕστερον τοῖς εἰρημένοις κατέστη διάδοχος, τὴν ἐν τῇ
              ῥωμαϊκῇ μόνῃ συγκλειομένην γνῶσιν καὶ ὠφέλειαν, εἰς τὴν Ἐλλάδα γλῶσσαν ἐξαπλώσας,
              κοινὸν τὸ κέρδος τῇ οἰκουμένῃ πάσῃ φιλανθρώπως ἐποιήσατο. οὐ τοὺς διαλόγους δὲ
              καλουμένους μόνους, ἀλλὰ καὶ ἄλλους αὐτοῦ ἀξιολόγους πόνους ἐξελληνίσαι ἔργον
            ἔθετο</foreign>
          </quote>. Ma per ispazio di 165 anni, solamente quelli che parlano latino godettero della
          utilità delle sue opere. Poi Zacaria, che in capo al detto spazio di tempo successe a
          quell’apostolico uomo (nel papato), trasportati in lingua greca i colui scritti, fece
          cortesemente comune a tutta la terra la notizia e la utilità di quelli, ristretta fino
          allora ai soli Latini. E non solo i così detti dialoghi, ma prese anche a voltare in greco
          altri scritti del medesimo degni di considerazione. — Testimonianza insigne della
            <emph>universalità della lingua greca</emph> eziandio ai tempi dello scrittore di questa
          Vita, cioè, credo, nel sesto secolo, se costui fu contemporaneo o poco posteriore al detto
          Zaccaria papa. (Bologna. 5. Ott. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. qui dietro. Proclo nella Crestomazia, appresso lo stesso <bibl>
            <author>Fozio</author>, cod. 239. init. col. 981.</bibl>, dice <quote>
            <foreign lang="grc">ὡς</foreign>
          </quote> (che) <quote>
            <foreign lang="grc">αἱ αὐταί εἰσιν ἀρεταὶ λόγου καὶ ποιήματος</foreign>
          </quote> (della prosa e del verso), <quote>
            <foreign lang="grc">παραλλάσσουσι δὲ</foreign>
          </quote> (differiscono) <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν τῷ μᾶλλον καὶ ἦττον</foreign>
          </quote> nel più e nel meno. Lo Schotto: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">in eo, quod plus, minusve est</foreign>
          </quote>. (Bologna. 6. Ottobre. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4163. <bibl>
            <author>Phot.</author> cod.279. col. 1588. ex Helladii Besantinoi Chrestomathiis, ed.
            gr. lat.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">πᾶσα γὰρ πρόθεσις βραχυκαταληκτεῖν θέλει</foreign>
          </quote>
          <emph>perocchè ogni preposizione vuole</emph> (cioè dee) <emph>finire in sillaba
          breve</emph>. V. p. 4226.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4213"/> Dell’uso del verbo <foreign lang="grc">τιθέναι</foreign> per
            <emph>fare</emph>, come in ispagnuolo, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >poner</foreign>. Elladio Besantinoo ne’ libri delle Crestomazie, appresso <bibl>
            <author>Fozio</author>, cod. 279. col. 1588. ed. gr. lat.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ὁ παρ' ἄλλοις μισθοῦ δουλεύων θὴς καλεῖται, ἢ παρὰ τὸ θεῖναι, ὃ
              δηλοῖ τὸ χερσὶν ἐργάζεσθαι καὶ ποιεῖν (καὶ γὰρ τοῖς παλαιοῖς λέγειν ἔθος τὸ ἔθηκεν ἐπὶ
              τοῦ τὶ δρᾶν, ὡς καὶ δραστικώτατος ἥρως διὰ τοῦτο κέκληται Θησεύς)• ἢ κατὰ μετάθεσιν κ.
              τ. λ.</foreign>
          </quote>. Anche Orazio per grecismo: <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">nunc hominem</hi>
              <hi rend="sc">ponere</hi>
            </foreign>
          </quote> (cioè <foreign lang="lat" rend="italic">facere, fabricare, fabrefacere</foreign>) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">nunc deum</foreign>
          </quote>. (Bologna. 8. Ott. Domenica. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Πονηρος</foreign> che vale ora <emph>laborioso, infelice</emph> ec. ed
          ora <emph>malvagio</emph>, del che altrove, ha diversa accentazione secondo il diverso
          significato. Veggansi i Lessici.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ὅρος-ὁρίον, μεθόριον</foreign> ec.; <foreign lang="grc">φῦκος-φυκίον;;
            ὅρκος ὅρκιον</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4210. Il fatto riferito da Agatarchide presso Stobeo, trovasi anche presso
          Plutarco nel principio del Parallelo dei fatti greci e romani (operetta da consultarsi al
          nostro proposito), il qual Plutarco lo paragona a quello di Muzio Scevola, e cita
          Agatarchide Samio <quote>
            <foreign lang="grc">'εν β' τῶν περσικῶν</foreign>
          </quote>. (Bolog. 9. Ott. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Diluere</foreign>-<emph>diluviare</emph> activ. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4211. E <bibl>cod. 224. col. 708.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἐδίδου τοῖς ὁρῶσιν ἐννοεῖν</foreign>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Οἱ γὰρ πάλαι ῥήτορες ἱκανὸν αὐτοῖς ἐνόμιζον εὑρεῖν τε τὰ ἐνθυμήματα,
              καὶ τῇ φράσει περιττῶς ἀπαγγεῖλαι</foreign> (<foreign lang="lat">phrasi
            eximia</foreign>) <foreign lang="grc">ἐσπούδαζον γὰρ τὸ ὅλον περί τε τὴν λέξιν καὶ τὸν
              ταύτης κόσμον• πρῶτον μὲν ὅπως εἴη σημαντικὴ καὶ εὐπρεπής</foreign> (<foreign
              lang="lat">significativa et venusta</foreign>) <foreign lang="grc">εἶτα καὶ ἐναρμόνιος
              ἡ τούτων σύνθεσις</foreign> (<foreign lang="lat">compositio</foreign>). <foreign
              lang="grc">ἐν τούτῳ γὰρ αὐτοῖς καὶ τὴν πρὸς τοὺς ἰδιώτας διαφορὰν ἐπὶ τὸ κρεῖττον
              περιγίνεσθαι</foreign> (<foreign lang="lat">ex hoc enim se praestituros vulgo
              loquentium</foreign>)</quote>. Cecilio rettorico siciliano, parlando di Antifonte, uno
          dei 10. Oratori Greci, ap. <bibl>
            <author>Phot.</author> cod. 259. col. 1452. ed. graec. lat.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4214"/> Alla p. 4197. In inghilterra vi sono da qualche tempo scuole di
          pugilato (boxing), e vi vanno ad apprender l’arte, non già solo quelli che hanno
          intenzione di fare il mestier di <emph>boxer</emph> per guadagno, ma galantuomini d’ogni
          condizione in gran numero, per servirsene nell’uso della vita, la quale in quel paese
          offre assai spesso l’occasione di adoperar le pugna; e per difendersi dalle pugna degli
          altri.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4200. Solevano portar le donne intorno al collo e alle maniche <emph>de’</emph>
          bottoncelli d’ariento indorato. Franc. da Buti ap. la Crus. in Bottoncello.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I francesi non hanno lingua poetica perchè hanno rigettata la lingua antica, perchè non
          sopportano l’antico nel verso niente più che nella prosa: e senza l’antico non vi può
          esser <emph>lingua</emph> poetica. I Latini che ebbero pochissima antichità di lingua,
          perchè il progresso della loro letteratura fu rapidissimo, e che rigettarono, ad eccezione
          di pochissime e piccolissime parti conservate nel verso, quella poca antichità che
          avevano, non ebbero lingua poetica propriamente, nè avrebbero avuto dicitura e stile
          poetico se non avessero usato nella poesia costruzioni ardite, e nuovi significati e
          metafore di parole, che i francesi non sopportano nella loro<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Notisi quindi che presso i latini ciascun poeta era artefice della sua lingua
              poetica; la lingua poetica dei latini era opera individuale del poeta, e se il poeta
              non se la facea, non l’aveva: dove in italiano e in greco ella era cosa universale, e
              il poeta l’avea già prima di porsi a comporre. E da ciò forse può nascere l’abuso e la
              soverchia copia del verseggiare e dei verseggiatori ec. ec.</p>
          </note>. Del resto l’avere i latini e i francesi a differenza dei greci e degl’italiani,
          rigettata ne’ loro buoni e perfetti secoli l’antichità della lingua, venne, fra l’altre
          cose, dal non aver essi avuto nelle loro lingue antiche scrittori veramente sommi, a
          differenza dei greci, che ebbero Omero, Esiodo, Archiloco, Ippocrate, Erodoto ec. e
          degl’italiani, ch’ebbero Dante, Petrarca, Boccaccio, insomma (come i greci) la letteratura
          già stabilita, fissata e formata prima della lingua e della maturità della civilizzazione.
          (Bolog. 12. Ott. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Istoria naturale. Curioso è l’osservare da quanto piccole, quanto disparate e lontane
          cause sieno determinate le assuefazioni e le <pb ed="aut" n="4215"/> idee degli uomini le
          più costanti, e le più universali. La così chiamata istoria naturale è una vera scienza,
          perocch’ella definisce, distingue in classi, ha principii e risultati. Se la si dovesse
          chiamare storia perch’ella narra le proprietà degli animali, delle piante ec., il medesimo
          nome si dovrebbe dare alla chimica, alla fisica, all’astronomia, a tutte le scienze non
          astratte. Tutte queste scienze narrano, cioè insegnano quello che si apprende
          dall’osservazione, la quale è il loro soggetto, come altresì della istoria naturale. Solo
          le arti possono dispensarsi dal narrare, bastando loro il dar precetti. Anche l’ideologia
          narra, benchè scienza astratta. Oltre che il nome di storia, secondo la sua generale
          accezione, significa racconto di avvenimenti successivi e susseguenti gli uni agli altri,
          non di quel che sempre accadde ed accade ad un modo. Questo racconto appartiene alle
          scienze. Esso è insegnamento. Or tale è il raccontar che fa la storia naturale. Perchè
          dunque si dà a questa scienza il nome di storia? Perocch’essa fu fondata da Aristotele: il
          quale la chiamò istoria, perchè questo nome in greco viene da <emph>istor</emph>
          (conoscente, intendente dotto), verbale fatto dal verbo <emph>isémi</emph> (scio) e vale
            <emph>conoscenza, notizia, erudizione, sapere, dottrina, scienza</emph>, <foreign
            lang="grc">φυσικὴ ἱστορία</foreign>, <emph>notizia della natura</emph>. Così la Varia
          istoria d’Eliano, non è altro che Varia erudizione; così i libri <foreign lang="grc"
            >παντοδαπῆς ἱστορίας</foreign> d’altri scrittori greci, opere filologiche. E
            <emph>istoria</emph> equivale in certo modo in greco a filosofia, e spesso si prende per
          questa, specialmente da’ più antichi, o da’ sofisti-arcaisti. Quindi Aristotele intitolò
          anche <title>istoria degli animali</title> altra sua opera di zoologia, Teofrasto
            <title>istoria delle piante</title> opera di fitologia ec. Plinio <title>Istoria
            naturale</title> opera enciclopedica e non ristretta nei termini della Scienza così
          nominata. V. p. 4234. Ma noi che annettiamo tutt’altra idea al nome <emph>istoria</emph>,
          avremmo dovuto tradurlo <pb ed="aut" n="4216"/> , massime trattandosi del nome di una
          scienza; chè se nelle scienze ogni termine dev’esser preciso e non dar luogo ad equivoco,
          molto più il nome suo stesso. Nondimeno l’abbiamo adottato tal quale; e per effetto di
          questa disparatissima causa, il nome di questa scienza, nome che le è stato e sarà sempre
          e universalmente fisso e inseparabile, produce in tutti un’idea equivoca, che mescola le
          nozioni di storia a quella di scienza; che fa dare ai cultori e scrittori di questa il
          nome di storici della natura, il quale niun pensò mai di dare a Lavoisier nè a Volta, nè
          di chiamar Cassini o Galileo storici degli astri o del cielo. Confusione e imprecisione di
          idea, da cui niuno si potrà difendere finchè sarà conservato alla detta scienza il detto
          nome, che non le potrà essere mai tolto presso nazione alcuna sino all’estinzione della
          presente civiltà, (Bolog. 13. Ott. 1826.) e al sorgimento di un’altra che non derivi da
          questa.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Rettorica. Citiamo qui un esempio di acutezza e di filosofia de’ rettorici. Demetrio
          (rettorico de’ più stimati) <bibl>
            <title>
              <foreign lang="grc">περὶ ἑρμηνείας</foreign>
            </title>
            <title>della elocuzione</title>, sezione 67.</bibl> parlando delle figure della dizione (<quote>
            <foreign lang="grc">σχήματα τῆς λέξεως</foreign>
          </quote> opposte a <quote>
            <foreign lang="grc">σχήματα τῆς διανοίας</foreign>
          </quote>
          <foreign lang="lat" rend="italic">sententiarum</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">sententiae</foreign>: <quote>
            <foreign lang="grc">λέξεως</foreign>
          </quote>
          <foreign lang="lat" rend="italic">verborum</foreign>), le quali non sono altro che
          costrutti e frasi fuor di regola, di ragione, d’uso ec. sgrammaticature, direbbe
          l’Alfieri. <quote>
            <emph>Bisogna servirsi di tali figure non in troppa abbondanza <note resp="aut" n="a"
                place="foot">
                <p>Non bisogna tuttavolta usar le figure a man piena: cosa goffa e che ec.</p>
              </note>, chè ella è cosa poco elegante, e dà una certa disuguaglianza al discorso, e
              fa il discorso disuguale. Gli antichi, i quali usano però gran quantità di figure,
              riescono nel dir loro più familiari e correnti che non fanno i moderni quando sono
              senza figure. La cagione è che quelli le adoperano con arte</emph>
          </quote>. (<quote>
            <foreign lang="grc">χρῆσθαι μέν τοι τοῖς σχήμασι μὴ πυκνοῖς• ἀπειρόκαλον γὰρ καὶ
                παρεμφαῖνόν<pb ed="aut" n="4217"/> τινα τοῦ λόγου ἀνωμαλίαν. Οἱ γοῦν ἀρχαῖοι, πολλὰ
              σχήματα ἐν τοῖς λόγοις τιθέντες, συνηθέστεποι τῶν ἀσχηματίστων εἰσί, διὰ τὸ ἐντέχνως
              τιθέναι</foreign>
          </quote>.) L’osservazione è verissima in tutte le lingue; la causa, proprio il contrario
          di quel che dice Demetrio. Gli antichi usavano le figure naturalmente, senz’arte, e per
          non saper bene le regole generali della grammatica: i moderni le pescano negli antichi, le
          usano a posta, sono irregolari per arte. Perciò paiono, come sono, artifiziati, affettati,
          stentati, diversi dal dir corrente. Caro Demetrio, non ogni buon effetto o successo è da
          attribuirsi all’arte. Concedete qualche coserella alla natura, ed anche all’ignoranza,
          benchè voi siate un maestro di <emph>arte rettorica</emph>. V. p. 4222.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4206. Quell’altra storiella nota, dello Spartano: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quo fugis, anima bis moritura</foreign>
          </quote>; sarà parimente inventata ad esaggerazione e derision di goffaggine, e di
          coraggio materiale e stupido.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Μέδω, μέδομαι, μήδω, μήδομαι, μηδέω</foreign> ec. (dei quali verbi
          dico altrove, parlando di <foreign lang="lat" rend="italic">medeor, meditor</foreign> ec.)
          debbono originariamente essere stati un verbo solo e medesimo, non pur tra di loro, ma
          eziandio con <foreign lang="grc">μέλω, μελέω, μέλομαι, μελέομαι</foreign>, distinti
          solamente per la pronunzia, come <foreign lang="grc">δ ασύς - λ ασὺς, λάσιος</foreign> e
          come in ispagn. <foreign lang="spa" rend="italic">dexar</foreign> (oggi si scrive <foreign
            lang="spa" rend="italic">dejar</foreign> coll’iota, che risponde al nostro
          <emph>sci</emph> e al franc. <emph>ch</emph>) da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Laxare</foreign>, <emph>lasciare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">laisser,
            lâcher</foreign>. <foreign lang="grc">Δ άκρυον</foreign> — <emph>lacrima</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4200. Dicono anche i greci nello stesso senso <foreign lang="grc"
          >ἀναλαμβάνειν</foreign>. Ménnone storico, Istoria della città di Eraclea pontica cioè di
          Ponto, ap. <bibl>
            <author>Foz.</author> cod. 224. col. 724. ed. gr. lat.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ ἀπορίας αὐτοὺς καταλαβούσης, ἀνελάμβανον οἱ ἀπὸ τῆς Ἡρακλείας,
              σῖτον εἰς Ἀμισὸν πέμποντες</foreign>
          </quote>. Trovandosi in iscarsezza di vittovaglie, quelli di Eraclea li
          <emph>riebbero</emph>, mandando del frumento in Amiso. (Bologna 14. Ott. 1826.). <bibl>Id.
              <pb ed="aut" n="4218"/> ap. eund. l. c. col. 732.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ παραυτίκα τὰ πρὸς τὴν χρείαν χορηγοῦντες ἀφθόνως τοῖς Χιώταις,
              τούτους ἀνελάμβανον</foreign>. <foreign lang="lat">et tunc quidem, large rebus
              necessariis suppeditatis, <hi rend="italic">reficiunt</hi> Chiotas</foreign>
          </quote> (gli Sciotti). <bibl>Id. col. 736.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Λεύκολλος δὲ ἐπὶ τοῦ Σαγγαρίου ποταμοῦ στρατοπεδεύων, καὶ μαθὼν τὸ
              πάθος, λόγοις ἀνελάμβανεν ἀθυμήσαντας τοὺς στραριώτας</foreign>
          </quote>. Lucullo che era accampato in riva al Sangario fiume, inteso il sinistro della
          rotta, <emph>confortò</emph> con parole i suoi soldati caduti d’animo. Simile frase usa il
          med. col. 753. dopo il mezzo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nuovamente, novellamente, di novello, di nuovo, per di fresco, di poco, poco innanzi,
          poco fa — <quote>
            <foreign lang="grc">Ὡς δ' ὅτε Πανδαρέου κούρη χλωρηΐς ἀηδὼν Καλὸν ἀείδησιν, ἔαρος νέον
              ἱσταμένοιο</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Odiss.</title>
            <foreign lang="grc">τ</foreign> v. 518-9</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">νεῶτα</foreign> cioè <foreign lang="grc">νέον ἔτος</foreign>
          </quote>— <emph>anno nuovo</emph> per prossimo venturo. (Bologn. 14. Ott. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Spicio</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >specio, conspicio</foreign> ec. — <foreign lang="lat" rend="italic">conspicor,
          auspicor</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">suspicor</foreign>.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sperno — aspernor, aris</foreign>.</p>
        <p>Non ha molti anni (1823) che si è udito parlare nelle gazzette, di persone che emettevano
          scintille dal loro corpo, le cui mani o altre membra ardevano senza abbruciarsi, nè
          potersi estinguere il fuoco coll’acqua ec. E si ricordò a quel proposito il caso della
          celebre Bandi. Ora, qualunque fede meritassero ed ottenessero quei racconti, eccone dei
          paralleli presso gli antichi. Damascio, nella vita d’Isidoro filosofo, appresso <bibl>
            <author>Fozio</author>, cod. 242. colonna 1040. ediz. graec. lat.</bibl> scrive: <quote>
            <foreign lang="grc">τούτου (Σεβήρου) τοίνυν ὁ ἵππος, ᾧ τὰ πολλὰ ἐχρῆτο,
            ψηχόμενος</foreign> (<foreign lang="lat">tractatus</foreign>) <foreign lang="grc"
              >σπινθῆρας</foreign> (<foreign lang="lat">scintillas</foreign>), <foreign lang="grc"
              >ἀπὸ τοῦ σώματος πολλούς τε καὶ μεγάλους ἠφίει, ἕως αὐτῷ τὸ τέρας εἰς τὴν ὑπατικὴν
              ἀρχὴν</foreign>
          </quote> (alla quale esso Severo fu assunto) <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν ῾Ρώμῃ κατηνύσθαι. ἀλλὰ καὶ Τιβερίῳ</foreign> (<foreign lang="lat"
              >Imp.</foreign>) <foreign lang="grc">ὄνος, ὡς Πλούταρχος ὁ Χαιρωνεὺς φησὶν</foreign>
          </quote> (nella <title>Vita di Tiberio</title>, perduta), <quote>
            <foreign lang="grc">ἔτι μειρακίῳ ὄντι καὶ ἐν ῾Ρόδῳ ἐπὶ λόγοις ῥητορικοῖς
            διατρίβοντι</foreign>
          </quote>, <bibl>colonna 1041</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">τὴν βασιλείαν διὰ τοῦ αὐτοῦ παθήματος προεμήνυσεν. ἀλλὰ καὶ
            τὸν</foreign>
          </quote> (leggo <foreign lang="grc">τῶν</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">περὶ Ἀτήλλαν ἕνα ὄντα τὸν Βαλέμεριν</foreign> (<foreign lang="lat"
              >Balemerin, unum ex Attilae aulicis. Schott.</foreign>) <foreign lang="grc">ἀπὸ τοῦ
              οἰκείου σώματος ἀποπάλλειν</foreign> (<foreign lang="lat">iecisse</foreign>) <pb
              ed="aut" n="4219"/>
            <foreign lang="grc">σπινθῆρας. ὁ δὲ ἦν, ὁ Βαλίμερις</foreign> (sic) <foreign lang="grc"
              >Θευδερίχου πατὴρ, ὃς νῦν τὸ μέγιστον ἕχει κράτος Ἰταλίας ἀπάσης. Λέγει δὲ καὶ περὶ
              ἑαυτοῦ ὁ συγγραφεὺς</foreign> (Damascio) <foreign lang="grc">ὡς καὶ ἐμοὶ ἐνδυομένῳ τε
              καὶ ἐκδυομένῳ, εἰ καὶ σπάνιον τοῦτο συμβαίνει, συμβαίνει δ' οὖν σπινθῆρας ἀποπηδᾶν
              ἐξαισίους</foreign> (<foreign lang="lat">ingentes</foreign>), <foreign lang="grc">ἔσθ'
              ὅτε καὶ κτύπον παρέχοντας• ἐνίοτε δὲ καὶ φλόγας ὅλας</foreign> (<foreign lang="lat"
              >integras</foreign>) <foreign lang="grc">καταλάμπειν τὸ ἱμάτιον</foreign>, (<foreign
              lang="lat">vestem</foreign>), <foreign lang="grc">μὴ μέν τοι καιούσας• καὶ τὸ τέρας
              ἀγνοεῖν εἰς ὅ τελειτήσει</foreign>
          </quote>. (Il buon Damascio si aspettava forse tra se e se un imperiuccio, o almeno almeno
          un Consolato, sebbene non ardisca dirlo) <quote>
            <foreign lang="grc">ἰδεῖν δὲ λέγει καὶ ἄνθρωπόν τινα ἀπὸ τῆς κεφαλῆς ἀφιέντα σπινθῆρας,
              ἀλλὰ καὶ φλόγα ἀνάπτοντα, ὅτε βούλοιτο, ἱματίῳ τινὶ τραχεῖ</foreign>
          </quote> (veste asperiore) <quote>
            <foreign lang="grc">παρατριβομένης</foreign>
          </quote>. (nempe <foreign lang="grc">τῆς αὑτοῦ κεφαλῆς)</foreign>). (Bolog. 16. Ott.
          1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4208. Damascio nel luogo citato nel pensiero antecedente, colonna 1033. dice del
          suo maestro ed eroe Isidoro filosofo: <quote>
            <foreign lang="grc">῾Ρητορικῆς καὶ ποιητικῆς πολυμαθίας μικρὰ ἥψατο, εἰς δὲ τὴν
              θειοτέραν φιλοσοφίαν ἐξώρμησε τὴν Ἀριστοτέλους. ὁρῶν δὲ ταύτην τῷ ἀναγκαίῳ μάλλον ἢ τῷ
              οἰκείῳ</foreign>
          </quote> (proprio, privato, individuale) <quote>
            <foreign lang="grc">νῷ πιστεύουσαν, καὶ τεχνικὴν μὲν ἱκανῶς εἶναι σπουδάζουσαν, τὸ δὲ
              ἔνθεον ἢ νοερὸν οὐ πάνυ προβαλλομένην, ὀλίγον καὶ ταύτης ὁ Ἰσίδωρος ἐποιήσατο λόγον.
              ὡς δὲ τῶν Πλάτωνος ἐγεύσατο νοημάτων, οὐκέτι παπταίνειν ἠξίου πόρσιον, ὡς ἔφη
            Πίνδαρος</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <title>Olymp.</title> od. 1. et od. 3. fin.</bibl>
          <bibl>
            <title>Phyth.</title> od. 3.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="grc">ἀλλὰ τέλος ἔχειν ἤλπιζεν εἰ τῆς Πλάτωνος διανοίας εἴσω τῶν ἀδύτων
              δυνηθείη διαβαλεῖν</foreign> (sic), <foreign lang="grc">καὶ πρὸς τούτῳ</foreign>
              (<foreign lang="lat">in marg. Corrigitur</foreign>
            <foreign lang="grc">τοῦτο</foreign>) <foreign lang="grc">ὁ πᾶς αὐτῷ δρόμος ἐτέτατο τῆς
              σπουδῆς</foreign>. <foreign lang="lat">Rhetoricas, poeticasque artes parum attigit:
              sed ad sanctiorem Aristotelis philosophiam se convertit, vidensque illam necessariis
              ratiocinationibus magis quam proprio sensui credere, et ut via ac ratione procedat,
              divinis autem imaginationibus non adeo uti, parum etiam de hac sollicitus fuit: ubi
              autem Platonis sententias gustavit, non iam aspicere, ut ait Pindarus, dignatus est
              ulterius. Sed finem consecuturum speravit (dic, perfectionem, vel quid simile) si in
              Platonis sententiarum adyta penetrare potuisset, et eo omne suum studium impetumque
              convertit. Versio Andreae Schotti</foreign>. <foreign lang="grc">Τῶν μὲν παλαίτατα
              φιλοσοφησάντων</foreign>, soggiunge Fozio, <foreign lang="grc">Πυθαγόραν καὶ Πλάτωνα
              θειάζει</foreign> (cioè Damascio)... <foreign lang="grc">τῶν νεωστὶ δὲ Πορφύριον καὶ
              Ἰάμβλιχον καὶ Συριανὸν καὶ Πρόκλον, καὶ ἄλλους δὲ ἐν μέσῳ τοῦ χρόνου πολὺν θησαυρὸν
              συλλέξαι λέγει ἐπιστήμης θεοπρεποῦς. τοὺς μέν τοι θνητὰ καὶ ανθρώπινα
            φιλοπονουμένους,</foreign>
          </quote>, <bibl>colonna 1036.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἢ συνιέντας ὀξέως ἢ φιλομαθεῖς εἶναι βουλομένους, οὐδὲν μέγα
              ἀνύττειν εἰς τὴν θεοπρεπῆ καὶ μεγάλην σοφίαν. τῶν γὰρ παλαιῶν Ἀριστοτέλη καὶ
              Χρύσιππον, εὐφυεστάτους γενομένους, ἀλλὰ καὶ φιλομαθεστάτους γεγονότας, ἔτι δὲ καὶ
              φιλοπόνους, οὐκ ἀναβῆναι ὅμως τὴν ὅλην ἀνάβασιν. τῶν νεωτέρων Ἱεροκλέα τε καὶ εἴ τις
              ὅμοιος, οὐδὲν μὲν ἐλλείποντας εἰς τὴν ἀνθρωπίνην παρασκευήν, τῶν δὲ μακαρίων νοημάτων
              πολλαχῆ πολλῶν ἐνδεεῖς γενομένους φησίν. Θειάζει</foreign>
          </quote>
          <pb ed="aut" n="4220"/> vuol dire <emph>esalta, divinizza, loda a cielo</emph>, voce e
          senso usitato a Fozio. <quote>
            <foreign lang="lat">Antiquissimos etc. De recentioribus etc. , et alios mediae aetatis,
              magnum thesaurum collegisse divinae scientiae dicit. Eos autem qui in caducis, et
              humanis studiis libenter occupantur, vel qui intelligere acute (cito), ac scire multa
              volunt, non magnopere conferre ad sublimem ac divinam sapientiam. Antiquorum enim
              Aristotelem et Chrysippum ingeniosissimos, et discendi cupidissimos, quin etiam
              laboriosos, nec tamen omnino ad summum ascendisse. Recentium vero Hieroclem, et
              similes, scientiis humanis nulli quidem fuisse inferiores, sed in divinis notionibus
              non admodum fuisse versatos tradit. Schott</foreign>
          </quote>. Più sotto nella stessa colonna 1036. dice Damascio d’Isidoro: <quote>
            <foreign lang="grc">εξαίρετον δ' ἦν αὐτῷ παρὰ τοὺς ἄλλους καὶ τοῦτο φιλοσόφους• οὐκ
              ἠβούλετο συλλογισμοῖς ἀναγκάζειν μόνον, οὔτε ἑαυτὸν οὔτε τοὺς συνόντας, ἐπακολουθεῖν
              τῇ ἀληθείᾳ, μὴ ὁρωμένην κατὰ μίαν ὁδὸν πορεύεσθαι συνελαυνομένους ὑπὸ τοῦ λόγου, οἷον
              τυφλοῦ τινὸς ὀφθὴν ἀγομένου </foreign> (in marg. <foreign lang="grc"
            >ἀγομένους</foreign>) <foreign lang="grc">πορείαν• ἀλλὰ πείθειν ἐσπούδαζεν ἀεὶ, καὶ ὄψιν
              ἐντιθέναι τῇ ψυχῇ, μᾶλλον δὲ ἐνοῦσαν διακαθαίρειν </foreign>
          </quote>. Luogo corrotto, di cui però s’intende appresso a poco il senso. <quote>
            <foreign lang="lat">Hoc etiam a ceteris philosophis distabat Isidorus, quod non sola
              syllogismorum vi se at suos vellet adhaerere veritati: cumque veritas non una videatur
              via, nolebat eos ratione, veluti caeca in rectam viam ductrice, impelli. Sed
              persuadere semper adnisus est, et oculos ad animam referre (dic, visum, speciem
              intromittere): aut si inessent, <pb ed="aut" n="4221"/> repurgare</foreign>
          </quote>. — Ridete? Or traducete queste che vi paiono stoltizie, dalla lingua antica
          filosofica nella moderna, e voi vedrete accadere quello che dice il Dutens, cioè quante
          verità (qui però si tratterà di errori) si troverebbero negli antichi, credute moderne, se
          si sapessero tradurre i loro detti nella lingua modernamente adottata per la filosofia.
          Queste scempiaggini del filosofo mistico Isidoro, comuni in gran parte agli altri mistici
          di quello e dei vicini secoli, e dominanti in quei tempi di sogni e di <foreign lang="fre"
            rend="italic">creuseries</foreign>, che altro sono se non, con solo diverse parole, le
          misticherie di quei moderni, che quando non ci possono provare con ragioni quello che
          vogliono, quando sono obbligati a confessare che argomenti per provarlo non vi sono, che
          anzi abbondano gli argomenti in contrario, ricorrono alla gran prova del
          <emph>sentimento</emph>, e pretendono che questo debba esser l’unica guida, canone,
          maestro della verità nelle cose che più importano? E noi che ridiamo di questi passi di
          Damascio, non ridiamo di queste sentenze moderne, anzi le ripetiamo e magnifichiamo.
          Questo è proprio il caso del <foreign lang="lat" rend="italic">mutato nomine</foreign>
          (propriamente il nome e non altro) <foreign lang="lat" rend="italic">de te
          fabula</foreign>. Che altro è questo sentimento, questa sensibilità, questo entusiasmo,
          queste ispirazioni, che non tutti hanno da natura, o chi più chi meno, ma che ci si dà per
          il principal mezzo di conoscere il vero, ed a cui si debba subordinare ogni altro mezzo,
          compresa la ragione; che altro è, dico, se non quello che Isidoro chiamava <foreign
            lang="grc">εὐμοιρία</foreign> in quest’altro luogo (che ci fa ridere) di Damascio ap. lo
          stesso <bibl>
            <author>Fozio</author>, colonna 1033</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἀγχίνοιαν καὶ ὀξύτητα ὁ Ἰσίδωρος, φησίν (Δαμάσκιος), ἔλεγεν οὐ τὴν
              εὐκίνητον φαντασίαν, οὐδὲ τὴν δοξαστικὴν εὐφυΐαν, οὐδὲ μόνην (ὡς ἄν τις οἰηθείη)
              διάνοιαν εὔτροχον καὶ γόνιμον ἀληθείας• οὐ γὰρ εἶναι ταύτας αἰτίας, ἀλλὰ τῇ αἰτίᾳ
              δουλεύειν εἰς νόησιν. Τὴν δὲ εἶναι θείαν κατὰ κωχὴν</foreign> (in marg. corrig.
              <foreign lang="grc">κατοχὴν), ἠρέμα διανοίγουσαν καὶ ὑποκαθαίρουσέαν τὰ τῆς ψυχῆς
              ὄμματα, καὶ τῷ νοερῷ φωτὶ καταλάμπουσαν, εἰς θέαν καὶ γνώρισιν τοῦ ἀληθοῦς καὶ τοῦ
              ψεῦδοῦς. εὐμοιρίαν ταύτην ἐκεῖνος ὠνόμαζε. καὶ ὡς οὐδὲν γένοιτ' ἂν ὄφελος ἄνευ
              εὐμοιρίας, ὡς οὐδὲ ὀφθαλμῶν ὑγιαινόντων ὄφελος ἄνευ τοῦ οὐρανίου φωτὸς,
            διετείνετο</foreign>. <pb ed="aut" n="4222"/>
            <foreign lang="lat">Sollertiam et acrimoniam Isidorus dixit esse imaginationem non
              facile mobilem, neque ingenium facile opiniones comminiscens, neque solam, ut aliquis
              putarit, intelligentiam volubilem et gignentem veritatem. Neque enim has esse caussas,
              sed ad intelligendum caussae servire: divinum vero esse instinctum, sedate aperientem
              et repurgantem animae oculos, et intelligibili lumine illustrantem, ad verum falsumque
              et videndum et cognoscendum. Bonam constitutionem ipse appellavit, nullumque sine ea
              esse emolumentum, neque oculorum sanorum commodum sine coelesti lumine
            asseveravit</foreign>
          </quote>. — Del resto, ho detto che questi principii erano comuni e dominanti in quei
          secoli; ma Damascio ha ragion di dire <foreign lang="grc">ἐξαίρετον δ' ἦν αὐτῷ</foreign>
          ec. e di fare Isidoro singolare dagli altri, perchè pochi filosofi anteriori o
          contemporanei (e così posteriori) avevano osato così sfacciatamente ripudiar la ragione, o
          sottometterla al sentimento, all’entusiasmo, all’ispirazione; disprezzare il senso
          universale per esaltar l’individuale; deprimere e condannare Aristotele, appunto perchè
          seguace <foreign lang="grc">τοῦ ἀναγκαίου</foreign> cioè dei metodi esatti di conoscere il
          vero, di ragionare, di convincere, per principii incontrastabili, conseguenze
          necessariamente dedotte; ed anteporgli Platone Pitagora ec. perchè non ragionatori, perchè
            <foreign lang="grc">πιστεύοντας</foreign> al libero sentimento e all’immaginario, che
          Isidoro chiama divino. ec. (Bologna. 17. Ottobre. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4217. Lo stesso Demetrio ha nondimeno una bella osservazione sect. 197. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐναγώνιος</foreign> (<foreign lang="lat">apta contentionibus.
            Gale.</foreign>) <foreign lang="grc">μὲν οὖν ἴσως μᾶλλον ἡ διαλελυμένη λέξις</foreign>
          </quote> (la dicitura senza congiunzioni, <foreign lang="grc">σύνδεσμοι</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">ἡ δ' αὐτὴ καὶ ὑποκριτικὴ</foreign> (<foreign lang="lat">histrionica.
              Gale</foreign>) <foreign lang="grc">καλεῖται. κινεῖ γὰρ ὐπόκρισιν ἡ λύσιςἃ
            γραφικὴ</foreign> (<foreign lang="lat">idonea scriptionib. Gale</foreign>) <foreign
              lang="grc">δὲ λέξις ἡ εὐανάγνωστος•</foreign>· (<foreign lang="lat">quae facile legi
              potest.</foreign>) <foreign lang="grc">αὕτη δέ ἐστιν ἡ συνηρτημένη καὶ οἷον
              ἠσφαλισμένη</foreign> (<foreign lang="lat">connexa et tanquam munita</foreign>)
              <foreign lang="grc">τοῖς συνδέσμοις. διὰ τοῦτο δὲ καὶ Μένανδρον ὑποκρίνονται</foreign>
              (<foreign lang="lat">in Menandro actorum opera utuntur</foreign>), <foreign lang="grc"
              >λελυμένον ἐν τοῖς πλείστοις. Φιλήμονα δὲ ἀναγινώσκουσιν</foreign>
          </quote>. Veramente ci sono alcuni scrittori, libri, o passi, che leggendoli, massime ad
          alta voce, pare che chiamino il gesto, e ci vuol tutta la forza dell’assuefazione e delle
          regole di civiltà francese per astenersene. E questi tali passi sono appunto, almeno <pb
            ed="aut" n="4223"/> il più delle volte, o forse sempre slegati. Ma però la causa del
          detto effetto non è mica la slegatura, ma quella che lo stesso Demetrio accenna più sotto,
          cioè la passione. Perocchè alle riferite parole egli immediatamente soggiunge, sect. 198. <quote>
            <foreign lang="grc">Ὅτι δὲ ὑποκριτικὸν</foreign> (<foreign lang="lat">accommodata actori
              res</foreign>) <foreign lang="grc">ἡ λύσις, παράδειγμα ἐγκείσθω τόδε</foreign>
          </quote>. E qui recato un esempio che fa poco o nulla al caso (<quote>
            <foreign lang="grc">ἐδεξάμην, ἔτικτον, ἐκτρέφω φίλε</foreign>
          </quote>), come sono quasi tutti gli esempi di cui Demetrio si serve (talora ei n’adopra
          un medesimo per due osservazioni, casi o precetti contrarii), ripiglia: <quote>
            <foreign lang="grc">οὕτως γὰρ λελυμένον ἀναγκάσει καὶ τὸν μὲν θέλοντα,
            ὑποκρίνεσθαι</foreign> (<foreign lang="lat">actu adiuvare</foreign>), <foreign
              lang="grc">διὰ τὴν λύσιν, εἰ δὲ συνδήσας εἴποις, Ἐδεξάμην καὶ ἔτικτον καὶ ἐκτρέφω,
              πολλὴν ἀπάθειαν</foreign> (<foreign lang="lat">vacuitatem affectuum</foreign>)
              <foreign lang="grc">τοῖς συνδέσμοις</foreign>
          </quote> (insieme delle congiunzioni) <quote>
            <foreign lang="grc">συμβαλεῖς. πᾶν δὲ τὸ ἀπαθὲς, ἀνυπόκριτον</foreign>
          </quote>. Ora, benchè il nostro rettorico abbia appena osservata e accennata di scorcio la
          vera causa, non si può negare che questa non sia una bella osservazioncella. E questa è
          forse quanto di buono o di notabile v’ha nel suo libro. (Bolog. 17. Ott. 1826.). V. p.
          4224.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Bella proprietà della lingua italiana, massime antica, proprietà in mille casi utilissima
          al dir breve, anzi all’evitare un lunghissimo circuito di parole, proprietà d’altronde
          comune anche al francese (nonchalance, nonchaloir, v. Pougens, Archéologie française),
          all’inglese (nonsense, nonsensical ec.) ec., è quella di certi negativi, sia nomi, sia
          verbi, avverbi ec. fatti dal positivo, premessavi la non, congiunta o disgiunta da essa
          voce; come <emph>noncuranza, non cale, non calere</emph> ec. <bibl>V. la Crusca in
              <emph>Non</emph>...</bibl> e la <bibl>
            <title>Proposta</title> del <author>Monti</author>
          </bibl>, se non erro, in <emph>Non</emph>, o in <emph>Non</emph>... — Damascio nella Vita
          d’Isidoro filosofo (Damascio fu molto studioso dell’eleganza della lingua in essa opera e
          ricercatore di modi antichi e di voci) appresso <bibl>
            <author>Fozio</author>, cod. 242.</bibl> parlando di un certo Asclepiodoto, il quale per
          moltissimi tentativi che facesse a tal uopo, non potè ritrovare il genere di musica detto
          enarmonio (<foreign lang="grc">τὸ ἐναρμόνιον γένος</foreign>) l’uso e la conoscenza del
          quale era perduta, dice, colonna 1054. lin.1. ediz. grec. lat. <foreign lang="grc">αἴτιον
            δὲ τῆς μὴ εὑρέσεως τὸ κ. τ. λ.</foreign>
          <emph>la causa della non invenzione</emph>, cioè del non averlo egli potuto ritrovare,
            <emph>fu</emph> ec. (Bologna. 17. Ottobre. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4224"/> Alla p. 4162. Id. sect. 240. p. 134. fin. <quote>
            <foreign lang="grc">φιλιφρόνησις γὰρ βούλεται εἶναι ἡ ἐπιστολὴ σύντομος</foreign>.
              <foreign lang="lat">Expressio enim quaedam amoris debet esse epistola, concisa.
            Gale</foreign>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Tondeo, tonsum-detonsare, tosare</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4223. <bibl>
            <author>Demetrio</author>, ib. sect. 285</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">Καθόλου δὲ τῆς λέξεως τὰ διαλελυμένον</foreign>. <foreign lang="lat"
              >Ad summam</foreign>
          </quote> (generalmente) <quote>
            <foreign lang="lat">autem figurae verborum et actionem et contentionem praebent dicenti:
              in primisque dissolutum. Gale</foreign>
          </quote>. (Bolog. 20. Ottobre. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4211. Arato <foreign lang="grc">Φαινόμενα</foreign> v. 108. parlando degli uomini
          della età d’oro: <quote>
            <foreign lang="grc">Οὔπω λευγαλέου τότε νείκεος ἠπίσταντο, Οὐδὲ διακρίσιος περιμεμφέος,
              οὐδὲ κυδοιμοῦ• Αὕτως,<hi rend="enlarged">Αὕτως</hi>
            </foreign>
          </quote>, (<emph>così</emph>, come si sia, <foreign lang="grc">εἰκῆ</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">δ' ἔζωον. χαλεπὴ δ' ἀπέκειτο θάλασσα, Καὶ βίον οὔπω νῆες ἀπόπροθεν
              ἠγίνεσκον, κ. τ. λ.</foreign>
          </quote>. E v. 179 <quote>
            <foreign lang="grc">Οὐδ' ἄρα Κηφῆος μογερὸν γένος Ἰασίδαο Αὕτως</foreign>
          </quote> (ridondante) <quote>
            <foreign lang="grc">ἄῤῥητον</foreign>
          </quote> (taciuto oscuro ignoto, ec.) <quote>
            <foreign lang="grc">κατακείσεται· ἀλλ' ἄρα καὶ τῶν Οὐρανὸν εἰς ὄνομ' ἦλθεν, ἐπεὶ Διὸς
              ἐγγύθεν ἦσαν</foreign>
          </quote>. E così altrove più volte nello stesso poema usa l’avverbio <foreign lang="grc"
            >αὕτως</foreign>. E così ancora altri poeti; e prima di tutti probabilmente Omero. V.
          l’indice delle parole omeriche.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4210. lin.1. Questa inclinazione e quest’uso di applicare a luoghi e persone ben
          note e prossime i racconti (veri o finti) appartenenti a persone e luoghi lontani, ed
          anche di rimodernarli, cioè applicar de’ racconti vecchi, e talora vecchissimi, a tempi e
          persone moderne, ha mille esempi, che si possono notare anche giornalmente: ed io ho udito
          in città d’Italia, molto tra se distanti, raccontare varie novellette, varie pretese
          origini di proverbi, varie goffaggini insigni ec. come accadute nominatamente ad una tal
          persona di quella tal città; e così in ciascuna città; e per tutto la stessa novelletta
          con nome diverso; e molte di tali novellette io le aveva già sin dalla puerizia sentite
          raccontare nella mia patria e da’ miei, sotto i nomi di persone della mia città stessa o
          della provincia: ed alcune ne ho anche trovate negli antichi novellieri italiani, sotto
          altri nomi, le quali ora si raccontano come di poco tempo addietro, e di persone
          conosciute dagli stessi che le raccontano, o da quelli da cui essi le hanno udite. (Bolog.
          23. Ottob. 1826.). Altra conformità degli antichi coi moderni, poichè anche gli antichi
          ebbero lo stesso vezzo, come si è veduto.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4225"/> Alla p. 4202. Spesse volte in occasioni di gran travaglio e
          afflizione d’animo, io mi sono consolato così. Ho dimandato a me stesso: Certo questa è
          una sventura grande: ma posso io non affliggermi di questa cosa? L’esperienza mia propria,
          di più altre volte, mi obbligava a risponder di sì, che io poteva: ma il non affliggersene
          sarebbe cosa irragionevole: la sventura è grande e vera. — Lasciamo star che sia vera: ma
          affliggendomene la posso io dissipare o scemare? — Nulla. — Non affliggendomene, crescerà
          ella punto, o me ne verrà punto di danno? — Punto. — Dunque come sarà irragionevole il non
          affliggermene? E se questo è ragionevole, se mi è utilissimo (il che è manifesto), se io
          lo posso, perchè non lo vorrò? — Vi giuro che questo discorso era efficace; che la mia
          volontà si determinava secondo esso, ed otteneva il suo effetto; e che io mi consolava e
          non pativa. (Bologna. Domenica, 29. Ottob. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4211. Nicias de Lapidibus, <bibl>ap. <author>Stob.</author> serm. 98.</bibl>
          <foreign lang="grc">περὶ νόσου</foreign>, dice di una certa pietra della Tracia: <quote>
            <foreign lang="grc">ποιεῖ δ' ἄριστα πρὸς ἀμβλυωπίας ποιεῖ δ’ ἄριστα πρὶῖἶᾳἲ;;ς
              ἀμβλυωπίας</foreign>
          </quote>
          <emph>fa benissimo</emph>. <bibl>
            <author>Callisthenes Sybarita</author> libro 13. <title lang="lat">rerum
            Galaticarum</title>, ib.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">εὑρίσκεται δ' ἐν τῇ κεφαλῇ αὐτοῦ</foreign>
          </quote> (di un certo pesce) <quote>
            <foreign lang="grc">λίθος, χόνδρῳ παρόμοιος ἁλὸς</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat">grumo salis</foreign>), <quote>
            <foreign lang="grc">ὃς κάλλιστα ποιεῖ πρὸς τεταρταίας νόσους</foreign>
          </quote> (ad quartanas. Gesner.). <bibl>
            <author>Archelaus</author> lib. 1. <title lang="lat">de fluviis</title>, ib.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">γεννᾶται δ' ἐν αὐτῷ</foreign>
          </quote> (in un fiume dell’Etolia) <quote>
            <foreign lang="grc">βοτάνη ζάρισα προσαγορευομένη, λόγχῃ παρόμοιος, ποιοῦσα πρὸς
              ἀμβλυωπίας ἄριστα</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Ctesias Cnidius</author> lib.2. <title lang="lat">de Montibus</title>, ib.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">γεννᾶται δ' ἐν αὐτῳ</foreign>
          </quote> (in un monte della Misia) <quote>
            <foreign lang="grc">λίθος ἀντιπαθὴς προσονομαζόμενος, ὃς κάλλιστα ποιεῖ πρὸς
            ἀλφοὺς</foreign> (<foreign lang="lat">vitiligines</foreign>) <foreign lang="grc">καὶ
              λέπρας</foreign>
          </quote>
          <bibl>
            <author>Clitophon Rhodius</author> lib.1. <title lang="lat">Indicorum</title>,
          ib.</bibl> dice di un’erba dell’India: <quote>
            <foreign lang="grc">ποιεῖ δ' ἄριστα πρὸς ἰκτέρους</foreign> (<foreign lang="lat">ad
              morbum regium</foreign>)</quote>. (Bologna 30. Ottobre. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4210. lin.1. Timica, donna Pitagorica, fatta tormentare da Dionigi tiranno di
          Siracusa, perchè rivelasse i secreti o misteri della <pb ed="aut" n="4226"/> sua setta, si
          tagliò co’ denti la lingua, e la sputò in faccia al tiranno. <bibl>
            <author>Giamblico</author>, <title>Vita di Pitagora</title>, cap. 31</bibl>. Imitazione
          della storia di Leena amica di Armodio e Aristogitone, come osserva il Menagio, il quale
          vedi, <bibl>
            <title lang="lat">Hist. Mulier. philosopharum</title>, segm. 94-98</bibl>. E molte di
          siffatte narrazioni parallele si debbono interamente agli scrittori imitanti in altra
          materia le tradizioni e storie antiche ec. (Recanati 16. Nov. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Μία χελιδὼν ἔαρ οὐ ποιεῖ</foreign>. <foreign lang="lat">Fragm.
              Teletis ex commentario de comparatione divitiarum et paupertatis</foreign>
          </quote> ap. <bibl>
            <author>Stob.</author> serm. 95. <title>
              <foreign lang="grc">σύγκρισις πενίας καὶ πλούτου</foreign>
            </title>, ed. Basil. 1549. p. 522.</bibl>
          <bibl>V. Mannuccii <title>Adagia</title>, Venet. 1609. col. 469</bibl>. — <quote>
            <emph>Una rondine non fa Primavera</emph>
          </quote>. V. la Crus. Proverbio greco passato nel volgare e popolare italiano.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4212. fin. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Perictyones Pythagoricae ex libro de Mulieris
              concinnitate</foreign>
          </quote>, ap. <bibl>
            <author>Stob.</author> serm. 83</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">Οἰκονομικός: Σκῆνος</foreign> (<foreign lang="lat">corpus</foreign>)
              <foreign lang="grc">γὰρ ἐθέλει</foreign> (<foreign lang="lat">requirit</foreign>)
              <foreign lang="grc">μὴ ῥιγέειν, μηδὲ γυμνὸν εἶναι, χάριν εὐπρεπείης ἄλλου δὲ οὐδενὸς
              χρήζει</foreign>
          </quote>. Parla biasimando la sontuosità del vestire.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4165. È usato pur da <bibl>
            <author>Hierocles</author>, lib. <title lang="lat">de Amore fraterno</title>
          </bibl>, <bibl>ap. <author>Stob.</author> serm. 82.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ὅτι κάλλιστον ἡ φιλαδελφία</foreign>
          </quote>, p. 475. verso il fine, ed. Basil. 1549. (Recanati. 15. Nov. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Bellissima è l’osservazione di <bibl>
            <author>Ierocle</author> nel libro <title lang="lat">de Amore fraterno</title>
          </bibl>, <bibl>ap. <author>Stobeo</author> serm. <title>
              <foreign lang="grc">ὅτι κάλλιστον ἡ φιλαδελφία</foreign>
            </title>
          </bibl> etc. 84. Grot. 82. Gesner. che essendo la vita umana come una continua guerra,
          nella quale siamo combattuti dalle cose di fuori (dalla natura e dalla fortuna), i
          fratelli, i genitori, i parenti ci son dati come alleati e ausiliari ec. E io, trovandomi
          lontano dalla mia famiglia, benchè circondato da persone benevole, e benchè senza inimici,
          pur mi ricordo di esser vissuto in una specie di timore <pb ed="aut" n="4227"/> o
          timidezza continua, rispetto ai mali indipendenti dagli uomini, e questi, sopravvenendomi,
          avermi spaventato, ed abbattuto e afflitto l’animo assai più del solito, non per altro se
          non perchè io mi sentiva essere come solo in mezzo a nemici, cioè in mano alla nemica
          natura, senza alleati, per la lontananza de’ miei; (Recanati. 16. Nov. 1826.) e per lo
          contrario, ritornando fra loro, aver provato un vivo e manifesto senso di sicurezza, di
          coraggio, e di quiete d’animo, al pensiero, all’aspettativa, al sopravvenirmi di
          avversità, malattie ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">κογχίον</foreign> diminutivo positivato per <foreign lang="grc"
          >κόγχος</foreign>. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 4. c. 16.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Faquin</foreign>, <emph>facchino</emph> ec. — <quote>
            <foreign lang="grc">φάκινος</foreign>
          </quote>. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 4. c. 16.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Indulgeo indultum</foreign>-<foreign lang="spa"
            rend="italic">indultar</foreign> spagn.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Senza porvi <emph>altro</emph> studio (cioè <emph>alcuno</emph>). <bibl>
            <author>Varchi</author>, <title>Ercolano</title>, Venez. Giunti 1570. p. 94. verso la
            fine.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Io ho veduto <emph>delle</emph> Commedie più sporche e più disoneste che quelle
          d’Aristofane; ho veduto <emph>de’</emph> Sonetti disonestissimi e sporchissimi; ho veduto
          delle Stanze che si posson chiamare la sporchezza e disonestà medesima. Id. ib. p. 245. E
          gran parte della lingua spagnuola ritiene ancora oggi <emph>della</emph> lingua de’ Mori.
          Ib. p. 260. (Recanati. 26. Nov. Domenica. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I Francesi, per qualificare un uomo che stimino, soglion dire <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">c’est un homme extrêmement aimable</foreign>
          </quote>, gl’Inglesi <quote>
            <foreign lang="eng" rend="italic">he is a very sensible man</foreign>
          </quote>, gl’Italiani, <quote>
            <emph>è un uomo di garbo</emph>
          </quote>; segno manifesto, pare a me, di quanto i primi pongano sopra ogni altra cosa i
          piaceri della conversazione, e la scienza della urbanità; i secondi la ragionevolezza e il
          buon senso; gli altri la compostezza delle maniere, e l’accortezza di condursi nella vita. <bibl>
            <author>Algarotti</author>, <title>Lettere varie, Lettera al Sig. Barone N. N. a
              Hertzogenbrück</title>. Berlino 10. Marzo 1752. fine. Opp. ed. Cremona, Manini
            1778-84. tomo 9. 1783. p. 69.</bibl> (28. Nov. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4228"/> Molto impropriamente la questione del sommo bene è stata chiamata
          la questione dei fini. Il fine dell’uomo è noto e certo a ciascuno che interroghi se
          medesimo: un piacere perfetto, non dico in se, e però non importa se sommo o non sommo, ma
          perfetto rispetto ad esso uomo; un piacere che lo contenti del tutto. Questo è il nostro
          fine, notissimo a tutti, benchè poi non si possa conoscere di qual natura sia o possa
          essere questo piacere perfetto, niuno avendolo sperimentato mai; e per conseguenza che
          cosa e di qual natura sia o possa essere la felicità umana. Se la virtù, o la voluttà del
          corpo, o altre cose tali, possano proccurare all’uomo il piacere perfetto; o qual di loro
          più; o in somma donde possa o debba l’uomo conseguire il piacer perfetto che egli
          desidera, e che è il suo fine, questo può ben cadere e cade in questione; ma tal questione
          è dei mezzi, non già dei fini. Il fine è certo, il mezzo s’ignora, e la cagione di questa
          ignoranza è in pronto. La cagione, dico, si è che il mezzo o i mezzi di ottener questo
          fine, che niuno ha mai ottenuto, non esistono al mondo; che per conseguenza il sommo bene,
          che ci possa o debba dare il piacer perfetto che cerchiamo, non si trova, è
          un’immaginazione, come lo è questo piacer perfetto esso stesso, quanto alla sua natura; e
          che infine l’uomo sa e saprà ben sempre che cosa desiderare, ma non mai che cosa cercare,
          cioè che mezzo che cosa possa soddisfare il suo desiderio, dargli il piacer perfetto, cioè
          che cosa sia il suo sommo bene, dal quale debba nascere la sua felicità. (Recanati. 28.
          Nov. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ritorta-ritortola. <foreign lang="lat" rend="italic">Primulus a um</foreign>, e <foreign
            lang="lat" rend="italic">primulum</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >primus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">primum</foreign> avv. Osservisi che
          son voci dei Comici, cioè del dir volgare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Anticato</emph> per antico. <bibl>V. Crusca.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Far le corna a uno</emph> — <quote>
            <foreign lang="grc">κέρατά τινι ποιεῖν</foreign>
          </quote>, detto della moglie. <bibl>
            <author>Artemidoro</author>
            <title lang="lat">de somniis</title> cap. 12.</bibl> che lo chiama <quote>
            <foreign lang="grc">τὸ λεγόμενον</foreign>
          </quote>. <bibl>V. <author>Tassoni</author>
            <title>Varietà di pensieri</title>, lib. 9. cap. 30.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4229"/>
          <quote>Datti <emph>de’</emph> polli, latte, capretti, giuncate, e <emph>delle</emph> altre
            delizie, che tutto l’anno ti serba</quote>. <bibl>
            <author>Pandolfini</author>
            <title>Tratt. del governo della famiglia</title>, ed. Milano 1811. p. 81.</bibl>
          (Recanati 30. Nov. Festa di S. Andrea. 1826.). <quote>Vi si allegheranno
            <emph>degli</emph> altri</quote>. <bibl>
            <author>Caro</author>
            <title>Apologia</title>, Parma 1558. p. 26</bibl>. <quote>In Esiodo non sono
            <emph>delle</emph> voci che non sono in Omero?</quote>
          <bibl>Ib. p. 26-27</bibl>. E così spessissimo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Senza fargli <emph>altra</emph> risposta, cioè niuna</quote>. <bibl>
            <author>Sannazz.</author>
            <title>Arcadia</title>, prosa 11. fine.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="eng">Observe the French people, and mind how easily and naturally civil
              their address is, and how agreeably they insinuate little civilities in their
              conversation. They think it so essential, that they call an honest man and a civil man
              by the same name, of</foreign>
            <foreign lang="fre" rend="italic">honnête homme</foreign>; <foreign lang="eng">and the
              Romans called civility</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">humanitas</foreign>, <foreign lang="eng">as thinking
              it inseparable from humanity</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Chesterfield</author>
            <title lang="eng">Letters to his son</title>, lett. 95.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È naturale all’uomo, debole, misero, sottoposto a tanti pericoli, infortunii e timori, il
          supporre, il figurarsi, il fingere anco gratuitamente un senno, una sagacità e prudenza,
          un intendimento e discernimento, una perspicacia, una esperienza superiore alla propria,
          in qualche persona, alla quale poi mirando in ogni suo duro partito, si riconforta o si
          spaventa secondo che vede quella o lieta o trista, o sgomentata o coraggiosa, e sulla sua
          autorità si riposa senz’altra ragione; spessissimo eziandio, ne’ più gravi pericoli e ne’
          più miseri casi, si consola e fa cuore, solo per la buona speranza e opinione, ancorchè
          manifestamente falsa o senza niuna apparente ragione, che egli vede o s’immagina essere in
          quella tal persona; o solo anco per una ciera lieta o ferma che egli vede in quella. Tali
          sono assai sovente i figliuoli, massime nella età tenera, verso i genitori. Tale sono
          stato io, anche in età ferma e matura, verso mio padre; che in ogni cattivo caso, o
          timore, sono stato solito per determinare, se non altro, il grado della mia afflizione o
          del timor mio proprio, di aspettar di vedere o di congetturare il suo, e l’opinione e il
          giudizio che <pb ed="aut" n="4230"/> egli portava della cosa; nè più nè meno come s’io
          fossi incapace di giudicarne; e vedendolo o veramente o nell’apparenza non turbato, mi
          sono ordinariamente riconfortato d’animo sopra modo, con una assolutamente cieca
          sommissione alla sua autorità, o fiducia nella sua provvidenza. E trovandomi lontano da
          lui, ho sperimentato frequentissime volte un sensibile, benchè non riflettuto, desiderio
          di tal rifugio. Ed è cosa mille volte osservata e veduta per prova come gli uomini di
          guerra, anche esperimentatissimi e veterani, sogliano pendere nei pericoli, nei frangenti,
          nelle calamità della guerra, dalle opinioni, dalle parole, dagli atti, dal volto, di
          qualche lor capitano, eziandio giovane e immaturo, che si abbia guadagnato la lor
          confidenza; e secondo che veggono, o credono di veder fare a lui, sperare o temere,
          dolersi o consolarsi, pigliar animo o perdersi di coraggio. Onde suol tanto giovare nel
          Capitano la fermezza d’animo, e la dissimulazione del dolore o del timore nei casi ov’è
          sommamente da temere o dolersi. E questa qualità dell’uomo è ancor essa una delle cagioni
          per cui tanto universalmente e così volentieri si è abbracciata e tenuta, come ancor si
          tiene, la opinione di un Dio provvidente, cioè di un ente superiore a noi di senno e
          intelletto, il qual disponga ogni nostro caso, e indirizzi ogni nostro affare, e nella cui
          provvidenza possiamo riposarci dell’esito delle cose nostre. (9. Dic. Vigilia della Venuta
          della S. Casa di Loreto. 1826. Recanati.). La credenza di un ente senza misura più savio e
          più conoscente di noi, il quale dispone e conduce di continuo tutti gli avvenimenti, e
          tutti a fin di bene, eziandio quelli che hanno maggior sembianza di mali per noi, e che
          veglia sulla nostra sorte; e tutto ciò con ragioni e modi a noi sconosciuti, e che noi non
          possiamo in guisa alcuna scoprire nè intendere, di maniera che non dobbiamo darcene
          pensiero veruno; questa credenza è agli uomini universalmente, e massime ai deboli ed
          infelici, un conforto maggior d’ogni altro possibile: il qual conforto non da altro
          procede, nè consiste in altro, che un riposo, uno acquetamento, ed una confidenza <pb
            ed="aut" n="4231"/> cieca nell’autorità, nel senno, e nel provvedimento altrui. (9. Dic.
          1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Dilettare-dileticare</emph>, co’ derivati.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Intermittenza morale. Passioni e qualità morali intermittenti. — Aggiungerò che
          quest’odiosa passione (l’avarizia) provenendo sovente dalla debolezza della nostra
          costituzione, avviene che le infermità corporali talvolta la sviluppino. Una dama che per
          sei mesi dell’anno era soggetta ai vapori e alla malinconia, era pur anche durante quel
          tempo d’una sordida parsimonia; ma come appena le funzioni corporee ripigliavano la loro
          armonia, ella si faceva adorare per la sua grande generosità. <bibl>
            <author>Alibert</author>, <title lang="fre">Physiologie des passions</title>, nel N.
            Ricoglitore di Milano, quaderno 23. p. 788</bibl>. — Questa osservazione si può
          sommamente estendere. Ciascuno di noi, se bene osserva, troverà in se questa sì fatta
          intermittenza. Io, inclinato all’egoismo, perchè debole e infermo, sono mille volte più
          egoista l’inverno che la buona stagione; nella malattia, che nella buona salute, e nella
          confidenza dell’avvenire; più aperto alla compassione, e facile ad interessarmi per gli
          altri, e prendere il loro soccorso quando qualche successo mi ha fatto confidente di me
          medesimo, o lieto, che quando avvilito, o melanconico. — Quante cose poi non si potrebbero
          dire sopra questa medesima intermittenza, considerata, non nelle qualità, ma nelle facoltà
          intellettuali e sociali, sia ingenite, sia acquisite! (Recanati. 10. Dic. Festa della
          Venuta. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Assai meglio scrisse (il Boccaccio) quando si lassò guidar solamente dall’ingegno
            ed instinto suo naturale, senza <emph>altro</emph> studio o cura di limare i scritti
            suoi, che quando con diligenza e fatica si sforzò d’esser più culto e castigato</quote>. <bibl>
            <author>Castiglione</author> prefaz. del <title>Cortegiano</title>
          </bibl>. <quote>Senza <emph>altro</emph>
          </quote> (cioè <emph>alcuno</emph>) <quote>impedimento</quote>. <bibl>Ib. lib.2. ed.
            Venez. 1541. carta 79. p. 2. principio, ed. Venez. 1565. p. 198. fin.</bibl> E così il
          medesimo autore nella citata opera altre più volte. <quote>Senz’<emph>altro</emph>
            strepito</quote> (cioè <emph>niuno</emph>). <bibl>Ib. lib. 3. carta 126.
          principio.</bibl> — p. 310.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pare che la fanciullezza e la gioventù abbia ingenita e naturale una inclinazione a
          distruggere, e la età matura e avanzata, a conservare. Nè voglio io dedur questo dal
          vedere che i giovani sogliono scialacquare e mandare a <pb ed="aut" n="4232"/> male i
          patrimoni, dove che i provetti gli accumulano, conservano e accrescono<note resp="aut"
            n="a" place="foot">
            <p>Inconsideranza e spensieratezza del futuro.</p>
          </note>; la qual cosa facilmente si spiega, e nasce perchè i giovani sono confidenti, e
          poco riflettono, nè pensano all’avvenire, in vece che i vecchi sono timidi, cauti, e
          sempre solleciti del futuro. Ma vedesi quel che io ho detto, eziandio in cose dove non ha
          luogo alcuno nè il timore o la fiducia, nè la provvidenza o la improvvidenza
          dell’avvenire. Un fanciullo e un giovane spessissime volte si piglierà piacere di uccidere
          una mosca o altro animaletto, cacciandolo anco con fatica, senza altra ragione o altro
          fine che di prendersi gusto; rarissime volte si compiacerà, o gli verrà pure in capo, di
          salvar qualche animale, vedendolo in pericolo, e potendolo salvar senza affaticarsi. Un
          uomo maturo o un vecchio rare volte si piglierà diletto di uccidere, spesso si compiacerà
          di salvare tali creature, vedendole in qualche pericolo di perdersi, e potendo
          massimamente soccorrerle senza suo disagio. E ciò faranno gli uni e gli altri, come per
          instinto, e senza ragionarvi sopra. È manifesto poi come i giovani tendano alla novità, e
          non solo sieno vogliosi d’innovar propriamente, ma eziandio semplicemente di spegner
          l’antico, o di vederlo spento; e i provetti, per lo contrario, gelosi della conservazione
          delle cose che sono. Onde si potrebbe dire che la natura, sempre intenta e studiosa non
          meno a distruggere che a conservare o produrre, avesse dato stimolo e incarico a quelli
          che crescono e vengono innanzi nel mondo, di distruggere, quasi per farsi luogo; e a
          quelli che declinano, e si avviano alla partenza, di conservare e produrre, quasi per
          lasciar pieno il luogo loro, per lasciar cose che restino in loro scambio, per supplire il
          posto che essi son per lasciare. (Recanati. 12. Dic. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Fare e dire ciò che lor occorre, <emph>così</emph>, senza pensarvi</quote>. <bibl>
            <author>Castiglione</author>
            <title>Cortegiano</title> lib. 2. ed. Ven. 1541. carta 69. ed. Ven. 1565. p. 174.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Reperito as</foreign>. <bibl>V.
            <author>Forcellini</author>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Cielo</emph> detto di camere, di carrozze ec. — Così in greco <foreign lang="grc"
            >οὐρανὸς, οὐρανίσκος</foreign> per <emph>volta</emph> ec. <bibl>V. <author>Casaubon.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 5. c. 6. l. 4. c. 5</bibl>. Aristot. l’usa per
            <emph>palato</emph>. Scapula.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4233"/> Il tempo non è una cosa. Esso è uno accidente delle cose, e
          indipendentemente dalla esistenza delle cose è nulla; è uno accidente di questa esistenza;
          o piuttosto è una nostra idea, una parola. La durazione delle cose che sono, è il tempo:
          come 7200 battute di un pendolo da oriuolo sono un’ora; la quale ora però è un parto della
          nostra mente, e non esiste, nè da se medesima, nè nel tempo, come membro di esso, non più
          di quel che ella esistesse prima dell’invenzione dell’oriuolo. In somma l’esser del tempo
          non è altro che un modo, un lato, per dir così, del considerar che noi facciamo la
          esistenza delle cose che sono, o che possono o si suppongono poter essere. Medesimamente
          dello spazio. Il nulla non impedisce che una cosa che è, sia, stia, dimori. Dove nulla è,
          quivi niuno impedimento è che una cosa non vi stia o non vi venga. Però il nulla è
          necessariamente luogo. È dunque una proprietà del nulla l’esser luogo: proprietà negativa,
          giacchè anche l’esser di <emph>luogo</emph> è negativo puramente e non altro. Sicchè, come
          il tempo è un modo o un lato del considerar la esistenza delle cose, così lo spazio non è
          altro che un modo, un lato, del considerar che noi facciamo il nulla. Dove è nulla quivi è
          spazio, e il nulla senza spazio non si può dare. Per tanto è manifesto che eziandio fuori
          degli ultimissimi confini dell’universo esistente, v’è spazio, poichè nulla v’è. E se
          qualche cosa potesse essere o creata o spinta di là da quegli estremi confini, troverebbe
          luogo; che è quanto dire non troverebbe nulla che la impedisse di andarvi o di starvi. La
          conclusione si è che tempo e spazio non sono in sostanza altro che idee, anzi nomi. E
          quelle innumerabili e immense quistioni agitate dalla origine della metafisica in qua, dai
          primi metafisici d’ogni secolo, circa il tempo e lo spazio, non sono che logomachie, nate
          da malintesi, e da poca chiarezza d’idee e poca facoltà di analizzare il nostro
          intelletto, che è il solo luogo dove il tempo e lo spazio, come tante altre cose astratte,
          esistano indipendentemente e per se medesimi, e sian qualche cosa. (Recanati. 14. Dic.
          1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4234"/>
          <foreign lang="grc">Ἑλένη</foreign> cambiata in <foreign lang="grc">Σελήνη</foreign> nei
          primi secoli della nostra era. <bibl>V. <author>Maffei</author>
            <title>Arte magica annichilata</title>, lib. 3. cap. 5. par. 3 opp. ed. del Rubbi t. 2.
            p. 205.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Uso di porre il <emph>g</emph> avanti la <emph>n</emph> (come in <foreign lang="lat"
            rend="italic">cognosco, agnosco, agnatus</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nosco</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">natus</foreign>), del quale in
          questi pensieri altrove. <bibl>V. <author>Maffei</author>
            <title>Appendice all’Arte magica annichilata</title>, opp. ed. del Rubbi, vol. 2. p.
            320.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanta fosse fin nel principio del secolo addietro la fama della letteratura italiana, e
          lo studio che vi mettevano gli stranieri si può conoscere anche da questo fatto, poco noto
          oggidì, che come nel fine di detto secolo si pubblicò in Ginevra il famoso Giornale della
            <title lang="fre">Bibliothèque britannique</title>, espressamente per far conoscere e
          tenere al corrente l’Europa, dei progressi ec. della letteratura inglese, così nel
          principio di esso secolo, usciva a Ginevra altresì, un Giornale intitolato <title
            lang="fre">Bibliothèque italique, ou histoire littéraire de l’Italie</title>, il quale
          aveva lo stesso scopo, rispetto all’Italia. Di tanto ancora era stimata degna la nostra
          letteratura. <bibl>V. le opp. del <author>Maffei</author> ed. del Rubbi vol. 4. p. 7.
            segg.</bibl> dove questo Giornale è chiamato <quote>
            <emph>un’opera che nacque in Francia con sommo credito, perchè composta da sette
              sapienti</emph>
          </quote>, e se ne citano gli estratti della <title>Verona illustrata</title> presi dal
          tomo 15. 16. e 17. di esso giornale; e il tomo 21. p. 8. dove si cita l’anno 1728. del
          medesimo Giornale. V. p. 4264. fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4216. marg. Così il Maffei intitolò <title>Storia diplomatica</title>, o
          piuttosto, come voleva egli, <title>Storia de’ Diplomi</title> (v. le sue opp. ed. del
          Rubbi, t. 21. p. 7. fin.), la sua opera contenente la <emph>scienza</emph> o
          <emph>notizia</emph> de’ diplomi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La poesia, quanto a’ generi, non ha in sostanza che tre vere e grandi divisioni: lirico,
          epico e drammatico. Il lirico, primogenito di tutti; proprio di ogni nazione anche
          selvaggia; più nobile e più <emph>poetico</emph> d’ogni altro; vera e pura poesia in tutta
          la sua estensione; proprio d’ogni uomo anche incolto, che cerca di ricrearsi o di
          consolarsi col canto, e colle parole misurate in qualunque modo, e coll’armonia;
          espressione libera e schietta di qualunque affetto vivo e ben sentito dell’uomo. L’epico
          nacque dopo questo e da questo; non è in certo modo che un’amplificazione del lirico, o
          vogliam dire il genere lirico che tra gli altri suoi mezzi e subbietti ha assunta <pb
            ed="aut" n="4235"/> principalmente e scelta la narrazione, poeticamente modificata. Il
          poema epico si cantava anch’esso sulla lira o con musica, per le vie, al popolo, come i
          primi poemi lirici. Esso non è che un inno in onor degli eroi o delle nazioni o eserciti;
          solamente un inno prolungato. Però anch’esso è proprio d’ogni nazione anche incolta e
          selvaggia, massime se guerriera. E veggonsi i canti di selvaggi in gran parte, e quelli
          ancora de’ bardi, partecipar tanto dell’epico e del lirico, che non si saprebbe a qual de’
          due generi attribuirli. Ma essi son veramente dell’uno e dell’altro insieme; sono inni
          lunghi e circostanziati, di materia guerriera per lo più; sono poemi epici indicanti il
          primordio, la prima natività dell’epica dalla lirica, individui del genere epico nascente,
          e separantesi, ma non separato ancora dal lirico. Il drammatico è ultimo dei tre generi,
          di tempo e di nobiltà. Esso non è un’ispirazione, ma un’invenzione; figlio della civiltà,
          non della natura; poesia per convenzione e per volontà degli autori suoi, più che per la
          essenza sua. La natura insegna, è vero, a contraffar la voce, le parole, i gesti, gli atti
          di qualche persona; e fa che tale imitazione, ben fatta, rechi piacere: ma essa non
          insegna a farla in dialogo, molto meno con regola e con misura, anzi n’esclude la misura
          affatto, n’esclude affatto l’armonia; giacchè il pregio e il diletto di tali imitazioni
          consiste tutto nella precisa rappresentazion della cosa imitata, di modo ch’ella sia posta
          sotto i sensi, e paia vederla o udirla. Il che anzi è amico della irregolarità e
          disarmonia, perchè appunto è amico della verità, che non è armonica. Oltre che la natura
          propone per lo più a tali imitazioni i soggetti più disusati, fuor di regola, le
          bizzarrie, i ridicoli, le stravaganze, i difetti. E tali imitazioni naturali poi, non sono
          mai d’un avvenimento, ma d’un’azione semplicissima, voglio dir d’un atto, senza parti,
          senza cagioni, mezzo, conseguenze; considerato in se solo, e per suo solo rispetto. Dalle
          quali cose è manifesto che la imitazion suggerita dalla natura, è per essenza, del tutto
          differente dalla drammatica. Il dramma non è proprio delle nazioni incolte. Esso è uno
          spettacolo, un figlio della civiltà e dell’ozio, un trovato <pb ed="aut" n="4236"/> di
          persone oziose, che vogliono passare il tempo, in somma un trattenimento dell’ozio,
          inventato, come tanti e tanti altri, nel seno della civiltà, dall’ingegno dell’uomo, non
          ispirato dalla natura, ma diretto a procacciar sollazzo a se e agli altri, e onor sociale
          o utilità a se medesimo. Trattenimento liberale bensì e degno; ma non prodotto della
          natura vergine e pura, come è la lirica, che è sua legittima figlia, e l’epica, che è sua
          vera nepote. — Gli altri che si chiamano generi di poesia, si possono tutti ridurre a
          questi tre capi, o non sono generi distinti per poesia, ma per metro o cosa tale
          estrinseca. L’elegiaco è nome di metro. Ogni suo soggetto usitato appartiene di sua natura
          alla lirica; come i subbietti lugubri, che furono spessissimo trattati dai greci lirici,
          massime antichi, in versi lirici, nei componimenti al tutto lirici, detti <foreign
            lang="grc">θρῆνοι</foreign>, quali furon quelli di Simonide, assai celebrato in tal
          maniera di componimenti, e quelli di Pindaro: forse anche <foreign lang="grc"
          >μομῳδίαι</foreign>, come quelle che di Saffo ricorda Suida. Il satirico è in parte
          lirico, se passionato, come l’archilocheo; in parte comico. Il didascalico, per quel che
          ha di vera poesia, è lirico o epico; dove è semplicemente precettivo, non ha di poesia che
          il linguaggio, il modo e i gesti per dir così. ec. (Recanati. 15. Dic. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3177. Noterò qui, come cosa solamente poco nota oggidì, e curiosa da sapersi che
          lo stesso argomento della Gerusalemme, nello stesso tempo del Tasso fu trattato in un
          poema latino di 12 libri, intitolato la Siriade, da un altro Italiano, cioè da Pietro
          Angelio, o degli Angeli, da Barga (Castello di Toscana 20. miglia lontano da Lucca), nato
          del 1517. e morto del 1596. a’ 29. Febbraio (non un intero anno dopo il Tasso, morto a’ 25
          Aprile 1595.), versificatore e prosatore italiano e latino, certo non indotto, e a’ suoi
          tempi, ed anche appresso, molto stimato, il quale aveva viaggiato in Levante, per la
          Grecia e per l’Asia, andato a Costantinopoli in compagnia d’uno inviato del Re di Francia,
          ed aveva per zelo ed onore della nazione italiana ucciso un francese chè parlavane con
          disprezzo, onde incorse poi in gravi pericoli. <bibl>V. <author>Tiraboschi</author> secolo
              16.<hi rend="apice">o</hi> libro 3. capo 4. par. 5.<hi rend="apice">o</hi> e
              <author>Dati</author>
            <title>Prefaz. alle prose fiorent.</title> nella <title>Raccolta di prose a uso delle
              regie scuole di Torino</title>, Torino 1753. p. 633</bibl>. Non saprei dire qual de’
          due, il Tasso o l’Angelio, fosse primo a concepire questo bell’argomento, o se l’uno senza
          saputa dell’altro. Ciò solo interesserebbe in questo particolare. (19. Dic. 1826.). Vedi
          l’oraz. in lode dell’Angelio, recitata <pb ed="aut" n="4237"/> da Francesco Sanleolini
          fiorentino nell’Accademia della Crusca l’anno 1597. <bibl>
            <title>Prose fior.</title> parte 1. vol. 1. oraz. 7.</bibl> particolarmente verso la
          fine, ediz. di Venez., Occhi, 1730-1735. p. 105-106. dove l’oratore afferma e vuol provare
          che il primo a concepire il detto argomento fu il degli Angeli. <bibl>V. il <author>Tasso</author>
            <title>Apologia agli Accad. della Crusca</title>, opp. ed. del Mauro. t. 2. p.
          309.</bibl> e le Lettere poetiche, dove si vede che il Tasso veniva facendo comunicare al
          Barga i pezzi del suo poema in iscriverlo, per avere il suo parere. (20. Dic. 1826.
          Vigilia di S. Tommaso apost.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Dice</emph> (<foreign lang="lat">aiunt</foreign>) che un certo poeta greco, per
            nome Simonide diceva di tenere appresso di se due cassette</quote>. <bibl>
            <author>A. M. Salvini</author> nelle <title>prose fiorentine</title>, parte 3. vol. 1.
            lettera 99. (lett. al Signore Antonio Montauti) ediz. di Venez., Occhi, 1730-35. tomo 5.
            parte I. p. 152.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tenacità dei greci verso la loro lingua, e loro ignoranza delle altre, in ispecie della
          latina. <bibl>V. <author>Dati</author>, <title>pref. alle prose fiorentine</title>, nella
              <title>Raccolta di prose ad uso delle regie scuole di Torino</title>, Torino 1753. p.
            620.</bibl> segg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Universalità della lingua greca anticamente. V. Dati, loc. citato qui sopra, p. 627. fin.
          e segg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Studio e pregio in cui era la lingua italiana presso gli stranieri nel Secolo 17.o V.
          Dati, loc. citato qui sopra, p. 630: e nella medesima Raccolta cit. qui sopra, v. le
          Orazioni del Lollio e del Buommattei e del Salvini in lode della lingua toscana.
          (Recanati. 20. Dic. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Defectus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >qui defecit</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">deficit</foreign>. <bibl>V.
              <author>Forcellini</author>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Zocco-zoccolo</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">Fagus-fagulus</foreign>
            (<bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> Gloss. ec.) — faggio.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Scultare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">sculptum</foreign>, come in
          franc. <foreign lang="fre" rend="italic">sculpter</foreign>. <bibl>V. Crusca.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sminuzzare-sminuzzolare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quell’idiotismo nostro e latino del <foreign lang="lat" rend="italic">sibi</foreign>, o
            <foreign lang="lat" rend="italic">mihi</foreign> ec. e del <emph>si, mi, ti, ci</emph>
          ec. ridondante, in vero o in apparenza, notato da me altrove, nell’uso dei verbi, anche
          attivi, ha molta corrispondenza coll’uso del verbo greco medio, nei quali verbi
          spessissimo a prima vista non si scorge ombra di azione reciproca, e paiono usati a puro
          capriccio, in vece dell’attivo; benchè poi, attentamente guardando, sempre o il più delle
          volte, massime ne’ buoni autori, vi si scuopra la cagion di usarli piuttosto che gli
          attivi, e un non so che di reciproco nella significazione. (Vigilia di Natale. Domenica.
          1826. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4238"/>
          <foreign lang="grc">Πάτανον-πατάνιον</foreign> o <foreign lang="grc">βατάνιον</foreign>,
          come appunto in latino <emph>patina-patella</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Senz’altro fiato</emph>
          </quote> (cioè nessuno). <bibl>
            <author>Galilei</author>, <title>Saggiatore</title>, opp. ed. di Padova, t. 2. p.
          284.</bibl> luogo molto insigne e notabile al proposito.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4204. Bellissimo, e da vedersi e leggersi attentamente, è il capo 7. del libro
          VI. di Casaubono <title lang="lat">ad Athenaeum</title>, dove parla degli antichi libri
          intitolati <title>
            <foreign lang="grc">Διδασκαλίαι</foreign>
          </title> o <title>
            <foreign lang="grc">περὶ διδασκαλιῶν</foreign>
          </title> (che potremmo tradurre <emph>delle Esposizioni dei drammi</emph>), libri che
          contenevano le istorie o croniche delle opere drammatiche, in quanto alle circostanze dei
          tempi, occasioni, modi, in cui furono esposte sulla scena. Intorno a tale argomento si
          affaticarono i primi letterati, incominciando da Aristotele, e massime i Critici. Erano
          libri, come bene osserva il Casaubono, utilissimi alla cronologia da una parte, e
          dall’altra alla storia sì delle vicende politiche e sì dei costumi, tanto generali della
          Grecia o di Atene (dove si esponevano i drammi), quanto individuali delle persone più
          cospicue e famose di ciascun tempo. Giacchè mille volte le vicende politiche davano
          occasione, e argomento intero, a questo o quel dramma, e vi erano figurati i caratteri dei
          principali personaggi dell’attuale repubblica. Tali erano le istorie teatrali dei greci;
          libri, dove quasi senz’avvedersene, s’imparava la storia politica, la storia più intima
          delle opinioni e dei costumi nazionali, civili, individuali della Grecia, anno per anno.
          Che cosa di comune potrebbero avere con queste le nostre istorie teatrali, le istorie, se
          ne avessimo, delle nostre esposizioni di arti; e simili libri? Quando presso di noi nè
          drammi, nè opere d’arte, nè cosa alcuna d’ingegno, suol rappresentare le circostanze dei
          tempi, nè essere occasionata e figlia legittima del tempo? In fatti quale interesse hanno
          le nostre istorie teatrali, se non forse per le compagnie degl’istrioni? (Recanati. 29.
          Dic. 1826.). V. p. 4294.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Differenza tra le antiche e le più recenti, le prime e le ultime, mitologie. Gl’inventori
          delle prime mitologie (individui o popoli) non cercavano l’oscuro per <pb ed="aut"
            n="4239"/> tutto, eziandio nel chiaro; anzi cercavano il chiaro nell’oscuro; volevano
          spiegare e non mistificare e scoprire; tendevano a dichiarar colle cose sensibili quelle
          che non cadono sotto i sensi, a render ragione a lor modo e meglio che potevano, di quelle
          cose che l’uomo non può comprendere, o che essi non comprendevano ancora. Gl’inventori
          delle ultime mitologie, i platonici, e massime gli uomini dei primi secoli della nostra
          era, decisamente cercavano l’oscuro nel chiaro, volevano spiegare le cose sensibili e
          intelligibili, colle non intelligibili e non sensibili; si compiacevano delle tenebre;
          rendevano ragione delle cose chiare e manifeste, con dei misteri e dei secreti. Le prime
          mitologie non avevano misteri, anzi erano trovate per ispiegare, e far chiari a tutti, i
          misteri della natura; le ultime sono state trovate per farci creder mistero e superiore
          alla intelligenza nostra anche quello che noi tocchiamo con mano, quello dove, altrimenti,
          non avremmo sospettato nessuno arcano. Quindi il diverso carattere delle due sorti di
          mitologie, corrispondente al diverso carattere sì dei tempi in cui nacquero, sì dello
          spirito e del fine o tendenza con cui furono create. Le une gaie, le altre tetre ec.
          (Recanati 29. Dic. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Vi-g-ore</emph> coi derivati — <emph>vi-v-ore</emph> coi derivati. <bibl>V.
          Crusca.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Violato</emph> per violaceo, violetto, o appartenente a viole. <bibl>V. Crusca.</bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Lanatus</foreign> (<bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>), <emph>lanuto</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic">lanosus</foreign>,
            <emph>lanoso</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Violetto</emph>. Diminutivo aggettivo positivato.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Misceo, mixtus</foreign>, <emph>misto-mestare</emph>
          (quasi da <emph>mesto</emph> per <emph>misto</emph>, come <emph>meschio</emph> per
            <emph>mischio</emph>, e <emph>meschiare</emph>, <emph>mescolare</emph> ec.)
            <emph>rimestare mesticare</emph> (noi marchegiani diciamo più alla latina
            <emph>misticare, misticanza</emph> ec.); coi derivati.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per il <title>Manuale di filosofia pratica</title>. Pazienza quanto giovi per mitigare e
          render più facile, più sopportabile, ed anco veramente più leggero lo stesso dolor
          corporale; cosa sperimentata e osservata da me in quell’assalto nervoso al petto, sofferto
          ai 29 di Maggio 1826. in Bologna; dove il dolore si accresceva effettivamente colla
          impazienza, e colla inquietezza. Consiste in una non resistenza, una rassegnazione <pb
            ed="aut" n="4240"/> d’animo, una certa quiete dell’animo nel patimento. E potrà essere
          disprezzata questa virtù quanto si voglia, e chiamata vile: ella è pur necessaria
          all’uomo, nato e destinato inesorabilmente, inevitabilmente, irrevocabilmente a patire, e
          patire assai, e con pochi intervalli. Ed ella nasce, e si acquista eziandio non volendo,
          naturalmente, coll’abitudine del sopportare un travaglio o una noia. La pazienza e la
          quiete, è in gran parte quella cosa che a lungo andare rende così tollerabile, p. e. a un
          carcerato, il tedio orrendo della solitudine e del non far nulla; tedio da principio
          asprissimo a tollerare, per la resistenza che l’uomo fa a quella noia, e l’impazienza e
          smania ed avidità ed ansietà di esserne fuori, la quale passata, e dolore e noia si
          rendono assai più facili e più leggeri. E in ciò consiste la pazienza, che è una qualità
          negativa più che altrimenti. (30. Dic. 1826. Recanati.). V. p. 4267.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa la stima che gli antichi facevano della felicità, e il contarla come una delle
          principali doti dei loro eroi, e come soggetto principalissimo di lode, è curioso vedere
          come Giorgio Gemisto Pletone, nella sua breve ed elegantissima orazione in morte della
          imperatrice Elena, poi fatta monaca e detta Ipomone, pubblicata da Mustoxidi e Scinà nella
          loro <foreign lang="grc">συλλογὴ ἑλληνικῶν ἀνεκδότων, τετράδιον</foreign>, cioè quaderno,
            <foreign lang="grc">γ'</foreign>, imitando nelle altre cose, e molto felicemente, gli
          antichi, gl’imiti anche in questo, di lodar principalmente quella donna per li favori
          della fortuna; sentimento alieno da’ suoi tempi. (Recanati. ultimo del 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi scrivendo oggi, cerca o consegue la perfezion dello stile, e procede secondo le
          sottilissime avvertenze e considerazioni dell’arte antica intorno a questa gran parte, e
          secondo gli esempi perfettissimi degli antichi, si può dir con tutta verità, che scriva
          solamente e propriamente ai morti, non meno di chi scrive in latino, o di chi usasse il
          greco antico. Tanto è oggi (e sarà forse in futuro) cercare con quanto si sia successo, la
          perfezion dello stile nelle lingue vive, quanto cercarla ed anco trovarla nelle morte,
          come facevano molti illustri italiani del cinquecento nella latina. (2. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4241"/> Brancicare. Zoppicare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Spruzzolare. Avvolticchiare. Svolticchiare. Magalotti Lett. familiari, lett. 8. circa
          fin. par. 1.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non so s’io m’inganno, ma certo mi par di scorgere nella maniera sì di pensare e sì di
          scrivere del Galilei un segno e un effetto del suo esser nobile. Quella franchezza e
          libertà di pensare, placida, tranquilla, sicura, e non forzata, la stessa non
          disaggradevole, e nel tempo stesso decorosa sprezzatura del suo stile, scuoprono una certa
          magnanimità, una fiducia ed estimazion lodevole di se stesso, una generosità d’animo, non
          acquisita col tempo e la riflessione, ma quasi ingenita, perchè avuta fin dal principio
          della vita, e nata dalla considerazione altrui riscossa fin da’ primi anni ed abituata. Io
          credo che questa tale magnanimità e di pensare e di scrivere, dico questa tale, e che non
          sia nè feroce, nè satirica, o mista dell’uno e dell’altro, non si troverà facilmente in
          iscrittori o uomini non nati nobili o di buon grado; se egli si guarderà bene. Vi si
          troverà sempre una differenza. Simili considerazioni si potrebbero fare intorno alla
          ricchezza, che suol dare allo stile un certo splendore, abbondanza, e forse scialacquo.
          Simili intorno alla potenza, dignità, fortuna. Simili intorno ai contrarii. Vedi Alfieri
          Vita sua, capo 1. principio. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Messala nitidus et candidus, et quodammodo prae se
              ferens in dicendo nobilitatem suam</foreign>
          </quote>. Quintiliano 10.1. (6. 1827. Epifania.). Forse Galileo non riusciva, come fece,
          il primo riformatore della filosofia e dello spirito umano, o almeno non così libero, se
          la fortuna non lo facea nascere di famiglia nobile. V. p. 4419.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Dispetto</emph> e <emph>despetto</emph>, cioè disprezzato, per dispregevole.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Egli è pur certo che l’ordine antico delle stagioni par che vada pervertendosi. Qui in
          Italia è voce e querela comune che i mezzi tempi non vi son più, e in questo smarrimento
          di confini, non vi è dubbio che il freddo acquista terreno. Io ho udito dire a mio padre
          che in sua gioventù a Roma, la mattina di pasqua di resurrezione ognuno si rivestiva da
          state. Adesso chi non ha bisogno d’impegnar la camiciuola, vi so dire che si guarda molto
          bene di non alleggerirsi della minima <pb ed="aut" n="4242"/> cosa di quelle ch’ei portava
          nel cuor dell’inverno. <bibl>
            <author>Magalotti</author>, <title>Lettere familiari</title>, parte I. lett. 28.
              <emph>Belmonte</emph> 9. Febbraio 1683</bibl>. (cento e quarantaquattr’anni fa!!). (7.
          1827. Recanati.). Se i sostenitori del raffreddamento progressivo ed ancor durante del
          globo, se il bravo Dott. Paoli (nelle sue belle e dottissime <title>Ricerche sul moto
            molecolare dei solidi</title>) non avessero avuto o avessero da assegnare altre prove di
          questa loro opinione, che la testimonianza dei nostri vecchi, i quali affermano la
          stessissima cosa che quello del Magalotti, allegando la stessa pretesa usanza, e
          fissandola allo stesso tempo dell’anno; si può veder da questo passo, che non farebbero
          grand’effetto con questo argomento. Il vecchio, <foreign lang="lat" rend="italic">laudator
            temporis acti se puero</foreign>, non contento delle cose umane, vuol che anche le
          naturali fossero migliori nella sua fanciullezza e gioventù, che dipoi. La ragione è
          chiara, cioè che tali gli parevano allora; che il freddo lo noiava e gli si faceva sentire
          infinitamente meno, ec. ec. Del resto non ha molt’anni che le nostre gazzette, sulla fede
          dei nostri vecchi, proposero come nuova nuova ai fisici la questione del perchè le
          stagioni a’ nostri tempi sieno mutate d’ordine ec. e cresciuto il freddo; e ciò da alcuni
          fu attribuito al taglio de’ boschi del Sempione ec. ec. Quello che tutti noi sappiamo, e
          che io mi ricordo bene è, che nella mia fanciullezza il mezzogiorno d’Italia non aveva
          anno senza grosse nevi, e che ora non ha quasi anno con nevi che durino più di poche ore.
          Così dei ghiacci, e insomma del rigore dell’invernata. E non però che io non senta il
          freddo adesso assai più che da piccolo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’amor della vita e il timor della morte non sono innati per se: altrimenti niuno
          s’ammazzerebbe. Innato è l’amor di se, e quindi del proprio bene, e l’odio del proprio
          male: e però niun può non amarsi, nè amare il suo creduto male ec. È però naturale che
          ogni vivente giudichi la vita il suo maggior bene e la morte il maggior male. E infatti
          così egli giudica infallibilmente, se non è molto allontanato dallo stato di natura. Ecco
          dunque che la natura ha veramente provveduto alla conservazione, rendendo immancabile
          questo error di giudizio; benchè non abbia ingenerato <pb ed="aut" n="4243"/> un amor
          della vita. Esso è un ragionamento, non un sentimento: però non può essere innato.
          Sentimento è l’amor proprio, di cui l’amor della vita è una naturale, benchè falsa
          conclusione. Ma di esso altresì è conclusione (bensì non naturale) quella di chi risolve
          uccidersi da se stesso. (8. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Senza più oltre</emph> o <emph>più avanti</emph> o <emph>innanzi pensare</emph>, e
          simili, vagliono spesse volte semplicemente senza <emph>punto</emph> pensare. Così
            <emph>senza pensar più là</emph>. Così <emph>senza più</emph>, o solo, o accompagnato
          con verbi (<emph>senza più pensare</emph>) o con nomi, equivale spesso a <emph>senza
          nulla</emph> o <emph>niuno</emph>, appunto come in ispagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">mas</foreign> per <emph>niuno</emph>, del che altrove. <emph>Senza pensar
            più oltre</emph>. V. Firenzuola Ragionam. ed. Classici ital. p. 229. cioè penult. Bembo
          Asolani p. 10. col. 1. fin., nelle sue opp.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della diffusione della lingua italiana presso gli stranieri nel 500. v. anche Speroni
          Oraz. in lode del Bembo. Tasso opp. ed. del Mauro, t. 9. p. 148. lett. 238. Lettere di
          Principi o a Principi Ven. 1573. carta 226. versa.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Disprezzo e ignoranza dei greci per la letteratura latina. V. Speroni Diall. ed. Ven.
          1596. p. 420. — Si potrebbero in ciò i greci assomigliare ai francesi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Trovasi anco in inglese lo scambio della <emph>s</emph> coll’aspirazione. <foreign
            lang="fre" rend="italic">Salle</foreign> franc. — <foreign lang="eng" rend="italic"
          >hall</foreign> ingl.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>niuno</emph> o <emph>niente</emph>. Firenzuola Ragionamenti,
          ed. dei Classici ital. p. 89. lin.2. p. 230. cioè ult.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tu profferisti <emph>chiunque</emph> con due sillabe; la qual parola <emph>non mi
          voglio</emph> ricordare che si truovi se non con tre. Firenzuola loc. cit. qui sopra, p.
          84. Vuol dire <emph>non mi vuol venire alla mente, non mi posso ricordare</emph>.
          Grecismo. Simile alla p. 162. Lucrezia, chè così <emph>mi voglio</emph> ricordar che fusse
          il nome della vedova. Cioè <emph>così mi vuol dire, così mi dice, la memoria; così mi
            pare, mi vien fatto, di ricordarmi</emph>. (Domenica 14. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Mia, tua, sua</emph> plurali fiorentini, e antichi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4156. A noi non pare che così fatti sfoghi, questo gridare, questo pianger forte,
          strapparsi i capelli, gittarsi in terra, voltolarsi, dar del capo nelle pareti, cose usate
          nelle sventure dagli antichi, usate dai selvaggi, usate tra noi oggidì dalle genti del
          volgo, possano essere di niun conforto al dolore; e <pb ed="aut" n="4244"/> veramente a
          noi non sarebbero, perchè non ci siamo più inclinati e portati dalla natura in niun modo;
          e quando anche le facessimo, le faremmo forzatamente, sarebbe studio e non natura, e però
          cosa inutile: tanto è mutata, vinta, cancellata in noi la natura dall’assuefazione. Ma
          egli è però certo che questi atti, insegnati dalla natura medesima (il che non si può
          volgere in dubbio), sono a chi li pratica naturalmente, un conforto grandissimo ed un
          compenso molto opportuno nelle calamità. Quella resistenza che l’animo fa naturalmente
          alla sciagura e al dolore, è il più penoso che abbiano le disavventure, è il maggior
          dolore che prova l’uomo. Quando l’animo è domato, ogni calamità, per grave che sia, è
          tollerabile. Questo domar l’animo, questo ridurlo a cedere alla necessità e conformarsi
          allo andamento e alla condizion delle cose, lo fa in noi il tempo, il quale però il
          Voltaire chiama consolatore. Ma lo fa con lunghezza; e quella prima resistenza, oltre al
          durar di più, ha questo ancora di più doloroso, che ella si rivolge e si esercita contro
          di noi stessi; ella è dell’animo all’animo. Laddove nei selvaggi e nelle persone volgari,
          ella si esercita contro le cose esterne, per così dire; e siccome le sue operazioni sono
          più vive, così ella langue e manca più presto. Ella abbatte il corpo, e però travaglia
          assai meno l’animo; bensì perchè col corpo anco l’animo è abbattuto, perciò quelle tali
          persone, dopo quegli atti, si trovano aversi domato l’animo e ridotto, per dir così, alla
          dedizione, da loro stessi, senza aspettare il tempo; onde quando si risvegliano da quei
          furori, da quelle smanie, hanno già l’animo accomodato a sopportar la sventura, a poterla
          guardar fermamente in viso, senza esser però coraggiosi. Ed è già notato e notasi
          giornalmente che nei plebei il dolore delle grandi sventure dura assai meno che nelle
          persone colte. Sicchè quegli sfoghi sono veramente una medicina quasi un narcotico
          preparata dalla <pb ed="aut" n="4245"/> natura medesima, perchè l’uomo potesse sopportare
          i suoi mali più leggermente. E noi siamo ridotti a non saper nè pure intendere come essi
          giovino a quelli che naturalmente gli vediamo esercitare. Ed è questo un altro beneficio
          della filosofia e della civiltà, che pretendendo insegnarci a sopportare le calamità
          meglio che non fa a noi la natura, e predicandoci il disprezzo del dolore, e facendoci
          vergognar di mostrarlo, come di cosa indegna di uomini, e da vigliacchi e indotti; ci ha
          privati di quel soccorso che la natura ci aveva apprestato, molto più efficace di
          qualsivoglia dei loro. V. p. 4283. (Recanati 15. 1827. S. Paolo, primo eremita.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4184. Molte cose si trovano presso gli antichi, come sarebbe questa opinione
          sopraddetta, che appartengono e fanno fede ad una squisita umanità, molto superiore ad
          ogn’idea moderna. Di tal genere era l’uso di quegli <foreign lang="grc">ἔρανοι</foreign>
          tanto famosi presso i greci, e tanto usitati, fino a nascerne, come di ogni buona e umana
          istituzione o usanza, abusi che oggi paiono stranissimi. Veggansi nel <bibl>
            <author>Casaubono</author>, <title lang="lat">ad Atenae</title>. libro 7. capo 5.
          fin.</bibl> (v. p. 4469.) E veggansi pure nel medesimo, libro 6. capo 19. princip.
          l’umanità con cui erano trattati i servi, cioè schiavi, dagli Ateniesi, e gli strani
          diritti che erano loro dati per le leggi di quella repubblica. V. la p. 4280, capoverso 3.
          (15. 1827.). V. p. 4286.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Melato, mellitus, per melleus o dulcis. Spedito, espedito, expeditus ec. Spigliato.
          Sforzato, sforzatamente (esforzado). Crusca.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Strascicare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Attero, attritum-attritare, contritare. Crusca. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> Gloss. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Taranta. Speroni Dial. ed. Ven. 1596. p. 135. — Tarantola. Tarantella. Salvini. V. Diz.
          dell’Alberti. <emph>Tarande-tarantule</emph>. Tarantolato. V. gli spagn. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Βάτος-βατὶς</foreign>. v. i Lessici e <bibl>
            <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>
          </bibl>. Nome di pesce. <quote>
            <foreign lang="grc">σκίαινα-σκιαινὶς</foreign>
          </quote>. <bibl>v. <author>Casaub.</author> ib. lib. 7. c. 10. init. c. 20. fin.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἔγχελυς-ἐγχέλιον</foreign>
          </quote>
          <bibl>ib. c. 12. med.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In proposito del Sassetti, primo notificatore della lingua sascrita, come ho detto
          altrove, osservo che anche qui si verifica quella osservazione, che agl’italiani par
          destinato il trovare, e il lasciar poi agli altri l’usare e il perfezionare, e il
          raccoglier la gloria e l’opinione ancora della scoperta. (19. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">ὗς-</foreign> gli antichi <foreign lang="grc">σῦς, σύαγρος</foreign>
          ec. V. Ateneo, e i Lessici, coi composti e derivati ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4246"/> Superstiziosa imitazione e venerazione del Petrarca nel 16. secolo
          del che altrove ec. <bibl>V. nelle opp. del <author>Tasso</author> le Opposizioni al
            Sonetto <title>Spirto, leggiadre rime</title>
          </bibl> ec. e la Risposta del Tasso. (ed. del Mauro, t. 6.). V. ancora il Guidiccioni
          nelle Lett. di div. eccellentiss. uom. Ven. Giolito. 1554. p. 43-48.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sevum</foreign>, <emph>sevo-sego</emph>.
          <emph>Rovo-rogo</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Trasognato</emph> per trasognante. <emph>Straboccato, traboccato</emph> per
          traboccante, o che suol traboccare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τοιαύτην γὰρ ἡ φιλία βούλεται</foreign>
          </quote> (cioè <foreign lang="grc">πέφυκε</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >debet</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">ποιεῖν ἑνότητα καὶ σύμπηξιν</foreign>
          </quote>. (vuole, tende per sua natura a fare) <bibl>
            <author>Plutar.</author>
            <title>
              <foreign lang="grc">περὶ πολυφιλίας</foreign>
            </title>
            <title lang="lat">de amicorum multitudine</title>, p. 95</bibl>. A. <bibl>V.
              <author>Casaubon.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 7. C. 16.</bibl>
          <emph>Volere</emph> assolutamente per <emph>dovere</emph>, vedilo nelle Giunte Veronesi.
          (Recanati. 25. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Preciado</foreign> spagn. per prezioso, come noi
            <emph>pregiato. Continuato</emph> o <emph>continovato</emph> per <emph>continuo</emph>,
          e così <foreign lang="fre" rend="italic">continué</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Vittuaglia, vittuaria-vittovaglia, vettovaglia, vettuvaglia. <emph>Vettuaglia</emph>,
          Ricordano cap. 125. 133. M. Vill. ap. Crus. in Casale. <emph>Capua, Padua, Mantua</emph>,
          coi derivati <emph>Capova, Padova, Mantova</emph> ec. ec. <emph>Balduino</emph> e
            <emph>Baldovino</emph>. Menovare, cioè menuare. v. Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Auto, riceuto</emph> ec. negli antichi, come Ricordano ec. omesso il <emph>v</emph>,
          per <emph>avuto</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monte Guarchi, in Ricordano spesso, per Montevarchi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Da <emph>mutolo</emph> per <emph>muto, ammutolare, ammutolire</emph> per <emph>ammutare,
            ammutire</emph> disusati.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Nutrire</emph> per <emph>avere</emph> (io nutro speranza ec.). V. Crus. franc.
          spagn. ec. — <quote>
            <foreign lang="grc">τρέφω</foreign>
          </quote> appunto per <quote>
            <foreign lang="grc">ἔχω</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 7. c. 18. fin.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Disguizzolare. Parlottare. Borbottare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Digiuna</emph> plur. per quattro tempora. <bibl>
            <author>Dino</author> Comp. lib. 3. princip.</bibl> La Crus. ha <emph>Digiune</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ragionato</emph> per ragionevole, <emph>ragionatamente</emph> ec. <bibl>V. Crusca.</bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Minutus</foreign>, <emph>minuto</emph> ec. da <foreign
            lang="lat" rend="italic">minuo</foreign>, per <emph>piccolo. Svagato, divagato,
            distratto</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">distrait</foreign> ec. per che suole
          essere svagato ec. <emph>Dissipito</emph> cioè <emph>non saputo</emph> per dissipiente,
          che non sa, non ha sapore. <emph>Dissapito. Dissaporito</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sfondare-sfondolare, sfondolato. Aratro arato</emph> voce antica —
          <emph>aratolo</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4144. Io credo certo ch’Epitteto (il quale viveva in Roma) alluda in questo luogo
          al costume romano di chiamar le donne <foreign lang="lat" rend="italic">dominae</foreign>,
          costume che certo ci dovette essere, e passare in consuetudine grandissima poichè nel
          nostro volgare <foreign lang="lat" rend="italic">domina</foreign> (donna) è restato
          sinonimo, anzi vicario, di <foreign lang="lat" rend="italic">mulier</foreign>. <bibl>V. il
              <author>Ducange</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Domina</foreign>, <pb
              ed="aut" n="4247"/> par. 6.</bibl> e il Forcell. che dice così chiamate le madri di
          famiglia e le mogli, e queste, cioè le maritate, sono propriamente in ital. le
          <emph>donne</emph>. Questa è però, secondo me, la vera interpretazione del luogo di
          Epitteto, cioè che le femmine, appena maritate, divengono di nome <emph>donne</emph>, che
          val <emph>padrone</emph>. Del resto noi diciamo similmente le non maritate,
          <emph>donzelle</emph>, cioè <emph>padroncine</emph>. <bibl>V. <author>Ducange</author> in
              <foreign lang="lat" rend="italic">Domicellus</foreign>, ed anche vedilo in <foreign
              lang="lat" rend="italic">Domnus</foreign>
          </bibl>. I mariti ancora si chiamavano particolarmente <foreign lang="lat" rend="italic"
            >domini</foreign>. Forcell. (Recanati. 2. Feb. Festa della Purificazione di Maria
          Vergine Santissima. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Magistrato <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Ministro, funzionario qualunq.</p>
          </note> da bene. Magistrato malvagio. Qual è il segno da riconoscerlo? Di tutte le altre
          cose non ne troverete una, dove stabilito ancora e confessato il fatto, non sieno vari e
          opposti giudizi, o interpretazioni qual buona qual sinistra. Rigoroso, severo: se tu lo
          lodi per questo capo, altri per questo medesimo lo chiamerà vendicativo, crudele, ministro
          della tirannide, esecutore di vendette e risentimenti privati sotto specie di pubblici,
          nemico dei cittadini, fanatico, persecutore, odiatore dei lumi, della libertà, del
          progresso della civilizzazione. Clemente: sarà freddo, debole, protettore dei vizi e dei
          malvagi, complice dei perturbatori della società, fautore delle male opere. Se vi sono
          partiti, ed egli ne favorisce uno, l’altro o gli altri lo condannano; se nessuno, egli è
          un insensato, un vile, almeno un furbo. Così dell’ambizione; ec. ec. Ma quanto
          all’astinenza o all’appetenza dell’altrui o del pubblico, voi non troverete due persone
          che concordato il fatto, discordino nel lodarlo o nel biasimarlo, o anche
          nell’interpretarlo. E questo è quasi il solo capo dal quale in verità suol dipendere il
          nome che uno acquista nei magistrati di uomo da bene, o di tristo. Da bene è sinonimo di
          disinteressato, malvagio di cupido; integrità di disinteresse ec. Da ciò parrebbe che gli
          uomini non fossero d’accordo se non nel concetto della roba, e che l’ufficiale pubblico
          potesse a suo modo dispor della vita, dell’onore, della libertà, di tutti gli altri beni
          dei cittadini, purchè rispettasse i danari e le possessioni. (4. Feb. Domenica. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Cano is, con-cino is</foreign> ec. — <foreign lang="lat"
            rend="italic">Vati-cinor aris</foreign>, ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >buccinare</foreign> ec. V. Forc.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4248"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἐθέλειν</foreign>
          </quote> per <foreign lang="grc">δύνασθαι</foreign>. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 8. c. 10. sulla fine</bibl>. <bibl>
            <author>Plat.</author> ed Astii t. 4. p. 104. lin. 23. p. 200. lin. 9.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">μοχθηρος</foreign> ha diverso accento quando si scrive per
            <emph>infelice</emph> e quando per <emph>malvagio</emph>; <foreign lang="grc"
          >μόχθηρος</foreign> o <foreign lang="grc">μοχθηρὸς</foreign>; come ho notato altrove di
            <foreign lang="grc">πονηρος</foreign>. Puoi vedere <bibl>
            <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 8. c. 10. titul. et init.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Del digamma eolico <bibl>v. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 8. c. 11. due volte.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic">curtus</foreign>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">cortar</foreign>, <emph>scortare, scorciare, accorciare</emph>
          ec. aggiungi <emph>accortare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Metior iris-metor aris</foreign>. Ed anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">metio</foreign> (Lattanz. ha <foreign lang="lat" rend="italic"
            >metiebantur</foreign> passiv.) e <foreign lang="lat" rend="italic">meto</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Capperi</emph>. Origine greca di questa esclamazione. <bibl>V. <author>Menag.</author>
            <title lang="lat">ad Laert.</title> l. 7. segm. 32.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">῾Ρακεία</foreign>
          </quote>-<foreign lang="fre" rend="italic">racaille</foreign>. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 9. c. 5.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sottosopra, sossopra, sozzopra</emph> ec. — <foreign lang="grc">ἄνω κάτω</foreign>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Assegnato</emph> per <emph>parco</emph> ec. V. Crusca, e Caro. Lett. 175. vol. 1.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Certo molte cose nella natura vanno bene, cioè vanno in modo che esse cose si possono
          conservare e durare, che altrimenti non potrebbero. Ma infinite (e forse in più numero che
          quelle) vanno male, e sono combinate male, sì morali sì fisiche, con estremo incomodo
          delle creature; le quali cose di leggieri si sarebbono potute combinar bene. Pure
          perch’elle non distruggono l’ordine presente delle cose, vanno naturalmente e regolarmente
          male, e sono mali naturali e regolari. Ma noi da queste non argomentiamo già che la
          fabbrica dell’universo sia opera di causa non intelligente; benchè da quelle cose che
          vanno bene crediamo poter con certezza argomentare che l’universo sia fattura di una
          intelligenza. Noi diciamo che questi mali sono misteri; che paiono mali a noi, ma non
          sono;, benchè non ci cade in mente di dubitare che anche quei beni sieno misteri, e che ci
          paiano beni e non siano. Queste considerazioni confermano il sistema di Stratone da
          Lampsaco, spiegato da me in un’operetta a posta. (18. Febbraio. Domenica di Sessagesima.
          1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἄλλος</foreign> ridondante. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 9. c. 10. dopo il mezzo</bibl>, dove il Casaub.
          non pare avere atteso a questa proprietà del grecismo, nè compresala bene.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4184. Del resto io posso per la mia inclinazione alla monofagia, esser paragonato
          all’uccello che i greci chiamavano porfirione, se è vero quel che ne raccontano Ateneo ed
          Eliano, che quando esso mangia, abbia a male i testimoni. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. 9. c. 10. sotto il principio. V. p. 4422.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4249"/>
          <quote>
            <emph rend="sc">Giuoco di mano, giuoco di villano</emph>, <foreign lang="eng"
              rend="italic">is a very true saying, among the few true sayings of the
            Italians</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Chesterfield</author>
            <title lang="eng">Letters to his son</title>, lett. 259</bibl>. Il conte di Chesterfield
          era veramente molto pratico e della lingua, ed anche dei particolari e minuti detti usuali
          nel nostro parlar familiare. Nè io disapproverei molti de’ suoi giudizi circa la
          letteratura e le cose nostre, come p. e. quello circa il Petrarca (lett. 217.), simile al
          parer del Sismondi: <quote>
            <foreign lang="eng">
              <hi rend="sc">Petrarca</hi>
              <hi rend="italic">is, in my mind, a sing-song love-sick Poet; much admired, however,
                by the Italians: but an Italian, who should think no better of him than I do, would
                certainly say, that he deserved his</hi>
              <hi rend="sc">Laura</hi>
              <hi rend="italic">better than his</hi>
              <hi rend="sc">Lauro</hi>
            </foreign>
          </quote> (alludendo alla coronazione del Poeta in Roma); <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">and that wretched quibble would be reckoned an
              excellent piece of Italian wit</foreign>
          </quote>. Io, con licenza di Milord, non credo che sia vera quest’ultima cosa, nè che
          fosse vera al tempo suo, ma ben sono della sua opinione in quanto al Petrarca. V. p. 4263.
          Il qual giudizio troverà pochi approvatori in Italia fuori di me. Ma quello dei nostri
          detti e proverbi, è certamente falso ec. (Può servire per un articolo sopra i proverbi).
          (Recanati 27. Feb. ult. di Carnovale. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ultimatamente per ultimamente, Crusca. L’usa anco il Bembo nelle Lettere.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il Bembo fu un Cesari del 500, il Cesari è un Bembo dell’800. Simili negli effetti che
          hanno operati, e nelle circostanze dei tempi quanto alla lingua, e nei mezzi usati e nelle
          opinioni, cioè nella divozione al 300. ec. Ma similissimi anco nell’esser loro naturale
          (lasciando l’esser vicini di patria, e d’una provincia stessa). Molta lettura e studio:
          nessuno ingegno da natura; nessuna sembianza di esso, acquistata per l’arte. Mai niun
          barlume, niuna scintilla di genio, di felice vena, ne’ loro scritti. Aridità, sterilità,
          nudità e deserto universalmente. Pochi o niuno de’ nostri autori e libri che hanno avuto
          fama e che si stampano ancora, furono mai così poveri per questa parte, come il Bembo e
          gli scritti suoi. (27. Feb. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pel Manuale di filosofia pratica. Desiderio naturale, necessario, e perpetuo <pb ed="aut"
            n="4250"/> nell’uomo, di un futuro miglior del presente, per buono che il presente possa
          essere. Importanza quindi dell’avere una prospettiva e una speranza, per esser felice.
          Importanza del sapersi fare, comporre e propor da se stesso tal prospettiva. Non sempre le
          circostanze, l’età ec. permettono una prospettiva di miglioramento e di avanzamento nello
            <emph>stato</emph> ec. Oltracciò gli avanzamenti e miglioramenti grandi sono di
          difficile conseguimento, e non conseguendosi, e ingannata la speranza, restiamo turbati.
          Utilità somma del sapersi proporre di giorno in giorno un futuro facile, o anche certo, ad
          ottenere; dei beni che avvengono d’ora in ora; godimenti giornalieri, di cui non v’ha
          condizione che non sia fornita o capace: il tutto sta sapersene pascere, e formarne la
          propria espettativa, prospettiva e speranza, ora per ora: questo è ufficio di filosofo, ed
          è pratica incomparabilmente utile al viver felice. (Recanati. 1.o dì di Quaresima. 28.
          Feb. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che nella primavera l’uomo suole sentirsi più scontento del suo stato,
          che negli altri tempi. Così ancora nella state più che nel verno. La cagione è che allora
          l’uomo patisce meno. Però desidera più il godimento e il piacere diretto. Nella primavera
          poi tanto più sensibile è questo desiderio, quanto è più sensibile la privazione del
          patimento e dell’incomodità che reca il freddo, la qual cessa allora appunto. La
          infermità, il timore, il patimento di qualunque sorta volgono l’amor del piacere nell’amor
          del non patire, o del fuggire il pericolo. l’animo in quello stato, è meno esigente. Il
          non patire è più possibile ad ottenersi che il godere. Però nell’inverno si sente meno la
          scontentezza del proprio essere, che nella buona stagione. Nella quale l’animo ripiglia la
          sua avidità del piacere; e, come è naturale, nol ritrova mai. (Recanati 2. Marzo. 1827. I.
          Venerdì di Marzo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>A vóto</emph> per <emph>frustra</emph>. — <foreign lang="grc">εἰς κενὸν</foreign>
          <bibl>V. <author>Casaubon.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 11. c. 6. sul mezzo.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Parrebbe che tutta quella infinita cura che pose Isocrate circa la collocazione delle
          parole e la struttura della dizione, non ad altro l’avesse egli posta, <pb ed="aut"
            n="4251"/> fuorchè a proccurare la più perfetta, la più squisita, la maggior possibile,
          la più singolare chiarezza. Questa dote non si osserva negli altri autori che l’hanno, se
          non in quanto nel leggerli non si patisce, vale a dir non si sentono impedimenti e
          difficoltà. In Isocrate ella si osserva, perchè non solo non si patisce leggendolo, ma per
          essa si prova un certo piacere. Negli altri ella è qualità negativa, in questo è positiva;
          ha un certo senso, un sapore proprio. Quel piacere che dà in molti autori una temperata
          difficoltà che si prova leggendoli, e superando <emph>facilmente</emph> quella
            <emph>difficoltà</emph> ad ogni passo, quel medesimo dà nel leggere Isocrate la somma e
          straordinaria facilità. Par di sentirvi quel gusto che si prova quando in buona
          disposizione di corpo, e volontà di far moto, si cammina speditamente per una strada, non
          pur piana, ma lastricata. Io non credo che si trovi autor così chiaro e facile in alcuna
          altra lingua, come è Isocrate (e certo senza compagni) nella greca. Esso è facilissimo
          anche ai principianti in quella lingua, che è pur la più difficile (se non prevale in ciò
          la tedesca) di tutte le lingue del mondo. Tanto più mirabile in questo, quanto che si sa
          bene con quanto studio Isocrate cercasse gli altri pregi della dicitura, e soprattutto
          fuggisse il concorso delle vocali; (il che egli ha fatto effettivamente e conseguito quasi
          da per tutto ed interamente) difficoltà certo grandissima, ed inceppamento; come ognun
          vedrebbe provandovisi; il quale però non ha punto impedito quella maravigliosa facilità.
          (7. Marzo. Mercordì di quattro tempora. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Grispignolo. Lappa-lappula</emph>. lat. , <emph>lappola</emph>. ital.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Parrebbe che secondo ogni ragione, secondo l’andamento naturale dell’intelletto e del
          discorso, noi avessimo dovuto dire e tenere per indubitato, <emph>la materia può pensare,
            la materia pensa e sente</emph>. Se io non conoscessi alcun corpo elastico, forse io
          direi: la materia non può, in dispetto della sua gravità, muoversi in tale o tal <pb
            ed="aut" n="4252"/> direzione ec. Così se io non conoscessi la elettricità, la proprietà
          dell’aria di essere instrumento del suono; io direi la materia non è capace di tali e tali
          azioni e fenomeni, l’aria non può fare i tali effetti. Ma perchè io conosco dei corpi
          elastici, elettrici ec. io dico, e nessuno me lo contrasta; la materia può far questo e
          questo, è capace di tali e tali fenomeni. Io veggo dei corpi che pensano e che sentono.
          Dico dei corpi; cioè uomini ed animali; che io non veggo, non sento, non so nè posso
          sapere che sieno altro che corpi. Dunque dirò: la materia può pensare e sentire; pensa e
          sente. — Signor no; anzi voi direte: la materia non può, in nessun modo mai, nè pensare nè
          sentire. — Oh perchè? — Perchè noi non intendiamo come lo faccia. — Bellissima: intendiamo
          noi come attiri i corpi, come faccia quei mirabili effetti dell’elettricità, come l’aria
          faccia il suono? anzi intendiamo forse punto che cosa sia la forza di attrazione, di
          gravità, di elasticità; che cosa sia elettricità; che cosa sia forza della materia? E se
          non l’intendiamo, nè potremo intenderlo mai, neghiamo noi per questo che la materia non
          sia capace di queste cose, quando noi vediamo che lo è? — Provatemi che la materia possa
          pensare e sentire. — Che ho io da provarlo? Il fatto lo prova. Noi veggiamo dei corpi che
          pensano e sentono; e voi, che siete un corpo, pensate e sentite. Non ho bisogno di altre
          prove. — Quei corpi non sono essi che pensano. — E che cos’è? — È un’altra sostanza ch’è
          in loro. — Chi ve lo dice? — Nessuno: ma è necessario supporla, perchè la materia non può
          pensare. — Provatemi voi prima questo, che la materia non può pensare. — Oh la cosa è
          evidente, non ha bisogno di prove, è un assioma, si dimostra di se: la cosa si suppone, e
          si piglia per conceduta senza più.</p>
        <p>In fatti noi non possiamo giustificare altrimenti le nostre tante chimeriche opinioni,
          sistemi, ragionamenti, fabbriche in aria, sopra lo spirito e l’anima, se non riducendoci a
          questo: che la impossibilità di pensare e sentire nella materia, sia un assioma, un
          principio innato di ragione, che non ha bisogno di prove. <pb ed="aut" n="4253"/> Noi
          siamo effettivamente partiti dalla supposizione assoluta e gratuita di questa
          impossibilità per provare l’esistenza dello spirito. Sarebbe infinito il rilevare tutte le
          assurdità e i ragionamenti le contraddizioni al nostro medesimo usato metodo e andamento
          di discorrere che si sono dovuti fare per ragionare sopra questa supposta sostanza, e per
          arrivare alla conclusione della sua esistenza. Qui davvero che il povero intelletto umano
          si è portato da fanciullo quanto mai in alcuna cosa. E pur la verità gli era innanzi agli
          occhi. Il fatto gli diceva: la materia pensa e sente; perchè tu vedi al mondo cose che
          pensano e sentono, e tu non conosci cose che non sieno materia; non conosci al mondo, anzi
          per qualunque sforzo non puoi concepire, altro che materia. Ma non conoscendo il come la
          materia pensasse e sentisse, ha negato alla materia questo potere, e ha spiegato poi
          chiarissimamente e compreso benissimo il fenomeno, attribuendolo allo spirito: il che è
          una parola, senza idea possibile; o vogliam dire un’idea meramente negativa e privativa, e
          però non idea; come non è idea il niente, o un corpo che non sia largo nè profondo nè
          lungo <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <bibl>V. p. 4256. fin.</bibl>
          </note>, e simili immaginazioni della lingua piuttosto che del pensiero.</p>
        <p>Che se noi abbiamo conchiuso non poter la materia pensare e sentire, perchè le altre cose
          materiali, fuori dell’uomo e delle bestie, non pensano nè sentono (o almeno così crediamo
          noi); per simil ragione avremmo dovuto dire che gli effetti della elasticità non possono
          esser della materia, perchè solo i corpi elastici sono atti a farli, e gli altri no; e
          così discorretela. (9. Marzo. 1827. 2.o Venerdì di Marzo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il bambino, quasi appena nato, farà dei moti, per li quali si potrebbe intender benissimo
          che egli conosce l’esistenza della forza di gravità dei corpi, in conseguenza della qual
          cognizione egli agisce. Così di moltissime altre cognizioni fisiche che tutti gli uomini
          hanno, e che il bambino manifesta quasi <pb ed="aut" n="4254"/> subito. Forse che queste
          cognizioni e idee sono in lui innate? Non già: ma egli sente in se ben tosto, e nelle cose
          che lo circondano, che i corpi son gravi. Questa esperienza, in un batter d’occhio, gli dà
          l’idea della gravità, e gliene forma in testa un principio: del quale di là a pochi
          momenti gli parrebbe assurdo il dubitare, e il quale ei non si ricorda poi punto come gli
          sia nato nella testa. Il simile accade appunto nei principii e morali e intellettuali. Ma
          le idee fisiche ognun concede e afferma non essere innate: le morali, signor sì, sono.
          Buona pasqua alle signorie vostre. (9. Marzo. 1827. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pregiudicato, spregiudicato. Volgare ital.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gratito, as, avi, atum. Mutito. Mutuito. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho notato che i continuativi dai verbi della prima coniugazione si fanno in
          <emph>ito</emph>, e possono perciò essere insieme o parimente frequentativi, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">mussito</foreign> ec. Similmente i continuativi formati da’
          verbi che hanno i supini in <emph>itum</emph> (usitati o antichi), come <foreign
            lang="lat" rend="italic">domito, agito</foreign> ec. Ma non so s’io abbia notato che dai
          verbi della quarta, supini in <emph>itum</emph>, si fanno i continuativi in
          <emph>ito</emph> (non <emph>ito</emph>), i quali perciò non si possono confondere coi
          frequentativi, malgrado la desinenza in <emph>ito</emph>. Come p. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">dormito as</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="eng">I know, by my own experience, that the more one works, the more
              willing one is to work. We are all, more or less</foreign>, <foreign lang="fre"
              rend="italic">des animaux d’habitude</foreign>. <foreign lang="eng">I remember very
              well, that when I was in business, I wrote four or five hours together every day, more
              willingly than I should now half an hour</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Chesterfield</author>, <title lang="eng">Letters to his son</title>, lett.
          318</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">I have so little to do, that I am surprised how I can find time to
              write to you so often. Do not stare at the seeming paradox; for it is an undoubted
              truth, that the less one has to do, the less time one finds to do it in. One yawns,
              one procrastinates; one can do it when one will, and therefore one seldom does it at
              all; whereas those who have a great deal of business, must (to use a vulgar
              expression) buckle to it; and then they always <pb ed="aut" n="4255"/> find time
              enough to do it in. Lett. 320. It is not without some difficulty that I snatch this
              moment of leisure from my extreme idleness, to inform you of the present lamentable
              and astonishing state of affairs here</foreign>
          </quote>. Lett. 321. (12. Marzo. 1827.). V. p. 4281.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Uomo <emph>ordinato</emph> e <emph>assegnato</emph> in ogni cosa. <bibl>
            <author>Guicciard.</author> ed. Friburgo, t. 4. p. 67.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Brevetti d’invenzione non ignoti alle antiche repubbliche. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 12. cap. 4.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀριθμὸς, ἀριθμεῖν - ἄμιθρος, ἀμιθρεῖν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 12. c. 7.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Androcoto e Sandrocoto (nome proprio) appresso i greci. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            ibid.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">ἐπείγειν, κατεπείγειν, τὰ κατεπείγοντα</foreign> ec. per <foreign
            lang="grc">δεῖ, τὰ ἀναγκαῖα</foreign> ec. — <emph>urgentissimo</emph> per
          necessarissimo, <bibl>
            <author>Guicciard.</author> ed. Friburgo, p. 238. t. 2.</bibl>
          <bibl>V. Crus. in <emph>urgenza, urgente</emph>
          </bibl> ec. che noi usiamo realmente per <emph>necessità necessario</emph> ec. <bibl>V.
            anche <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">urgeo</foreign>
          </bibl> ec. se ha nulla, e i franc. e spagn. <bibl>V. <author>Toupio</author>
            <title lang="lat">ad Longin.</title> sect. 43. fin.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dei nostri sommi poeti, due sono stati sfortunatissimi, Dante e il Tasso. Di ambedue
          abbiamo e visitiamo i sepolcri: fuori delle patrie loro ambedue. Ma io, che ho pianto
          sopra quello del Tasso, non ho sentito alcun moto di tenerezza a quello di Dante: e così
          credo che avvenga generalmente. E nondimeno non mancava in me, nè manca negli altri,
          un’altissima stima, anzi ammirazione, verso Dante; maggiore forse (e ragionevolmente) che
          verso l’altro. Di più, le sventure di quello furono senza dubbio reali e grandi; di questo
          appena siamo certi che non fossero, almeno in gran parte, immaginarie: tanta è la
          scarsezza e l’oscurità delle notizie che abbiamo in questo particolare: tanto confuso, e
          pieno continuamente di contraddizioni, il modo di scriverne del medesimo Tasso. Ma noi
          veggiamo in Dante un uomo d’animo forte, d’animo bastante a reggere e sostenere la mala
          fortuna; oltracciò un uomo che contrasta e combatte con essa, colla necessità col fato.
          Tanto più ammirabile certo, ma tanto meno amabile e commiserabile. Nel Tasso veggiamo uno
          che è vinto dalla sua miseria, soccombente, atterrato, che ha ceduto all’avversità, che
          soffre continuamente e patisce oltre modo. Sieno ancora immaginarie <pb ed="aut" n="4256"
          /> e vane del tutto le sue calamità; la infelicità sua certamente è reale. Anzi senza
          fallo, se ben sia meno sfortunato di Dante, egli è molto più infelice. (Recanati. 14.
          Marzo. 1827.). (Si può applicare all’epopea, drammatica ec.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È molto notabile nella considerazione comparativa delle antiche e delle moderne nazioni
          civili, che quelle furono tutte quante di situazione meridionali. Dell’Italia non era ben
          civile che la parte meridionale. Del resto dell’Europa, la Grecia sola. Dell’Asia, solo il
          mezzodì, sì quello civilizzato dai greci, e sì l’India, la Persia ec. Dell’Affrica non
          parlo, la quale è meridionale tutta. Or questo doveva necessariamente produrre, e
          produsse, una grandissima differenza, sì nei costumi, nei modi del vivere, negli esercizi,
          nelle instituzioni pubbliche e private, sì nei caratteri dei popoli civili e della civiltà
          antica, dai costumi, dai caratteri, dalla civiltà moderna. Perchè, secondo quella
          verissima osservazione già fatta da altri, che la civiltà è andata sempre, e va tuttavia
          progredendo dal sud al nord, ritirandosi da quello; i popoli civili moderni sono tutti
          settentrionali, o più settentrionali che gli antichi; o certo risedendo, come è manifesto,
          la maggior civiltà moderna nel settentrione (ciò si vede anche in America), il resto dei
          popoli più o manco civili, pigliano dai settentrionali il carattere della lor civiltà. E
          in somma la civiltà antica fu una civiltà meridionale, la nostra è una civiltà
          settentrionale. Proposizione che siccome a prima vista si riconosce per verissima
          moralmente, così nè più nè meno è vera letteralmente presa, e geograficamente. Differenza
          del resto grandissima e sostanzialissima, se non principale, e includente in se tutte le
          altre. L’antichità medesima e la maggior naturalezza degli antichi, è una specie di
          meridionalità nel tempo. (14. Marzo. 1827. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4253. Appunto, se noi diciamo <emph>un corpo che non sia nè largo nè lungo nè
            profondo</emph>, noi non ci pensiamo punto di avere perciò una menoma idea, nè chiara nè
          oscura, di tal cosa. Cambiamo la parola; diciamo <emph>uno spirito</emph>; a noi par di
          avere un’idea. E pur che altro abbiamo che una parola?</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4257"/> Formica-formicola. Crusca. Segneri, Incred. senza scusa, par. 1.
          c. 5. par. 5. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Caprea-capreolus ec. Caprio cavrio (Segneri, ib. c. 13. par. 1.) — cavriuolo, capriuolo,
          capriatto ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Inviolato per inviolabile. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> Efferatus, efferato, per fiero.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Undatus — undulatus. Ondato — ondeggiato, ondare — ondeggiare, coi derivati ec. ondazione
          (Segneri ib. c. 16. par. 2.) ondulazione, undulazione (Alberti). Ondoyer, ondoyé.
          Ondulation.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Osservate in qualunque letteratura, antica o moderna, quali sieno le opere più insigni e
          più grandi, e troverete sempre che sono quelle che furono fatte in tempo che la nazione
          non aveva ancora una letteratura; quelle che furono dagli autori immaginate e composte con
          tutt’altra mira, con tutt’altro spirito (almen principale) che il desiderio di fama
          letteraria (non ancora in uso, nè desiderata), o pur di altre ricompense letterarie; il
          desiderio di fare una bella opera di letteratura, di arte di scrivere. (Recanati. 17.
          Marzo. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sugo is — sugare. Crus. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Uomo o cosa aggiustata, aggiustatamente, aggiustatezza ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Falco-faucon, falcone ec. V. spagn. Forcell. ec. Mugir meugler, meuglement; o beugler,
          beuglement. Flocon. Violette.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Uscia, plurale.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Noi diciamo <emph>rondinella</emph> (o <emph>rondinetta</emph>) per vezzo, e in verso e
          in prosa: così i nostri antichi scrittori: e val quanto <emph>rondine</emph> nè più nè
          meno. Non è ancor positivato, cioè non ha perduto il suo sentimento vezzeggiativo: ma può
          esser esempio di come l’hanno perduto gli altri diminutivi di animali e di piante, a forza
          di usarsi così semplicemente in cambio del positivo, andato a poco a poco, bene spesso, in
          disuso. (19. Marzo. Festa di S. Giuseppe. 1827.). Così pecorella ec. ec. i francesi dicono
          già <foreign lang="fre" rend="italic">hirondelle</foreign> positivo, anticamente <foreign
            lang="fre" rend="italic">aronde</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Lodasi senza fine il gran magisterio della natura, l’ordine incomparabile dell’universo.
          Non si hanno parole sufficienti a commendarlo. Or che ha egli, perch’ei possa dirsi
          lodevole? Almen tanti mali, quanti beni; almen tanto di cattivo, quanto di buono; tante
          cose che vanno male, quante che camminan bene. Dico <pb ed="aut" n="4258"/> così per non
          offender le orecchie, e non urtar troppo le opinioni: per altro, io son persuaso, e si
          potrebbe mostrare, che il male v’è di gran lunga più che il bene. Ora un tal magisterio,
          sarà poi tanto grande? un tal ordine tanto commendevole? Ma il male par male a noi, non è
          veramente. E il bene, chi ci ha detto che sia bene veramente, e non paia solo a noi? Se
          noi non possiamo giudicare dei fini, nè aver dati sufficienti per conoscere se le cose
          dell’universo sien veramente buone o cattive, se quel che ci par bene sia bene, se quel
          che male sia male; perchè vorremo noi dire che l’universo sia buono, in grazia di quello
          che ci par buono; e non piuttosto, che sia malo, in vista di quanto ci par malo, ch’è
          almeno altrettanto? Astenghiamoci dunque dal giudicare, e diciamo che questo è uno
          universo, che questo è un ordine: ma se buono o cattivo, non lo diciamo. Certo è che per
          noi, e relativamente a noi, nella più parte è cattivo; e ciascuno di noi per questo conto
          l’avria saputo far meglio, avendo la materia, l’onnipotenza in mano. Cattivo è ancora per
            <emph>tutte</emph> le altre creature, e generi e specie di creature, che noi conosciamo:
          perchè tutte si distruggono scambievolmente, tutte periscono; e, quel ch’è peggio, tutte
          deperiscono, tutte patiscono a lor modo. Se di questi mali particolari di tutti, nasca un
          bene universale, non si sa di chi (o se dal mal essere di tutte le parti, risulti il ben
          essere del tutto; il qual tutto non esiste altrimenti nè altrove che nelle parti; poichè
          la sua esistenza, altrimenti presa, è una pura idea o parola); se vi sia qualche creatura,
          o ente, o specie di enti, a cui quest’ordine sia perfettamente buono; se esso sia buono
          assolutamente e per se; e che cosa sia, e si trovi, bontà assoluta e per se; queste sono
          cose che noi non sappiamo, non possiamo sapere; che niuna di quelle che noi sappiamo, ci
          rende nè pur verisimili, non che ci autorizzi a crederle. Ammiriamo dunque quest’ordine,
          questo universo: io lo ammiro più degli altri: lo ammiro per la sua pravità e deformità,
          che a me paiono estreme. Ma per lodarlo, aspettiamo di sapere almeno, con certezza, che
          egli non sia il pessimo dei possibili. — Quel che ho detto di bontà e di cattività, dicasi
          eziandio di bellezza e bruttezza di questo ordine ec. (21. Marzo. 1827.). A <pb ed="aut"
            n="4259"/> veder se sia più il bene o il male nell’universo, guardi ciascuno la propria
          vita; se più il bello o il brutto, guardi il genere umano, guardi una moltitudine di gente
          adunata. Ognun sa e dice che i belli son rari, e che raro è il bello.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Graziato, aggraziato, disgraziato ec. per grazioso, mal grazioso ec. Purgato, épuré ec.
          per puro.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scappare-scapolare. Saltabellare. Scartabellare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">περιστερά - περιστέριον, περιστερίδιον</foreign>
          </quote>. <bibl>V. <author>Casaubon.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 14. c. 20. init.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Entro</emph> a pochi dì, per <emph>fra</emph> pochi dì. Bartoli, Missione al gran
          Mogol, ed. Roma 1714. p. 72. Così diciamo <emph>dentro il termine di tanti giorni</emph>,
          e simili.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pel manuale di filosofia pratica. A voler vivere tranquillo, bisogna essere occupato
          esteriormente. Error mio nel voler fare una vita, tutta e solamente interna, a fine e con
          isperanza di esser quieto. Quanto più io era libero da fatiche e da occupazioni
          estrinseche, da ogni cura di fuori, fino dalla necessità di parlare per chiedere il mio
          bisognevole (tanto che io passava i giorni senza profferire una sillaba) tanto meno io era
          quieto nell’animo. Ogni menomo accidente che turbasse il mio modo e metodo ordinario (e
          n’accadevano ogni giorno, perchè tali minuzie sono inevitabili) mi toglieva la quiete.
          Continui timori e sollecitudini, per queste ed altre simili baie. Continuo poi il
          travaglio della immaginazione, le previdenze spiacevoli, le fantasticherie disgustose, i
          mali immaginarii, i timori panici. Gran differenza è dalla fatica e dalla occupazione, e
          dalle cure e sollecitudini stesse, alla inquietudine. Gran differenza dalla tranquillità
          all’ozio. Le persone massimamente di una certa immaginazione, le quali essendo per essa
          molto travagliati negli affari, nella vita attiva o semplicemente sociale, e molto
          irresoluti (come nota la Staël nella Corinna a proposito Lord Nelvil); e le quali perciò
          appunto tendono all’amor del metodo, e alla fuga dell’azione e della società, e alla
          solitudine; <pb ed="aut" n="4260"/> s’ingannano in ciò grandemente. Esse hanno più che gli
          altri, per viver quiete, necessità di fuggir se stesse, e quindi bisogno sommo di
          distrazione e di occupazione esterna. Sia pur con noia. Si annoieranno per esser
          tranquille. Sia ancora con afflizioni e con angustie. Maggiori sarebbero quelle che senza
          alcun fondamento reale, fabbricherebbe loro inevitabilmente la propria immaginazione nella
          vita solitaria, interiore, metodica. Chi tende per natura all’amor del metodo, della
          solitudine, della quiete, fugga queste cose più che gli altri, o attenda più a temperarle
          co’ lor contrarii; se vuol potere veramente esser quieto. Al che lo aiuterà poi il
          giudicare e pensar filosoficamente delle cose e dei casi umani. Ma certo un uom d’affari
          (senz’ombra di filosofia) ha l’animo più tranquillo nella continua folla e nell’affanno
          delle cure e delle faccende; e un uom di mondo nel vortice e nel mar tempestoso della
          società; di quello che l’abbia un filosofo nella solitudine, nella vita uniforme, e
          nell’ozio estrinseco. (Recanati. 24. Marzo. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto più, in questo tal modo, si fuggono le sollecitudini e i dispiaceri, tanto più vi
          s’incorre: perchè mancandone le cause reali (o vogliamo dir di momento) e che
          sopravvengono di fuori, noi ce ne fingiamo e facciamo da noi medesimi e, per così dire,
          del nostro capitale proprio, assai più, ed infinite. E queste sollecitudini e questi
          dispiaceri così prodotti, non solo sono per noi di ugual momento che sarebbero i reali; ma
          si sentono, e travagliano molto più, per la mancanza di distrazioni e la monotonia della
          vita, di quel che fanno i grandissimi e sommi, nella vita agitata e attiva. Che è quanto
          dir che sono maggiori assai. E si sentono tutti, dove che nella vita attiva, moltissimi
          non si sentono, e però non sono nè pur dispiaceri. (Recanati 25. Marzo. Domenica. Festa
          dell’Annunziazione di Maria. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto, in quanto, per poichè, perocchè ec. — <foreign lang="grc">παρ' ὅσον</foreign>,
          ovvero <foreign lang="grc">ὅσον</foreign> ec. V. un <pb ed="aut" n="4261"/> esempio di
            <foreign lang="grc">παρ' ὅσον</foreign> in questo senso, usato da Ateneo, ap. <bibl>
            <author>Casaubon.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 15. c. 2. verso il fine</bibl>, e dallo
          scoliaste di Pindaro, ap. eumd. ib. c. 19. fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dimonia. Demonia. Mulina. plurali.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutti siamo naturalmente inclinati a stimar noi medesimi uguali a chi ci è superiore,
          superiori agli uguali, maggiori di ogni comparazione cogl’inferiori; in somma ad innalzare
          il merito proprio sopra quel degli altri fuor di modo e ragione. Questo è natura
          universale, e vien da una sorgente comune a tutti. Ma un’altra sorgente d’orgoglio e di
          disistima altrui, sconosciuta affatto a noi; divenuta, per l’assuefazione incominciata sin
          dall’infanzia, naturale e propria; è ai Francesi e agl’Inglesi la stima della propria
          nazione. Tant’è: il più umano e ben educato e spregiudicato francese o inglese, non può
          mai far che trovandosi con forestieri, non si creda cordialmente e sinceramente di
          trovarsi con un inferiore a se (qualunque si sieno le altre circostanze); che non
          disprezzi più o meno le altre nazioni prese in grosso; e che in qualche modo, più o meno,
          non dimostri esteriormente questa sua opinione di superiorità. Questa è una molla, una
          fonte ben distinta di orgoglio, e di stima di se, in pregiudizio o abbassamento d’altrui
          della quale niun altro fra i popoli civili, se non gli uomini delle dette nazioni, possono
          avere o formarsi una giusta idea. I Tedeschi che potrebbero con altrettanto diritto aver
          lo stesso sentimento, ne sono impediti dalla lor divisione, dal non esserci nazion
          tedesca. I Russi sentono di esser mezzo barbari; gli Svedesi, i Danesi, gli Olandesi, di
          essere troppo piccoli, e di poter poco. Gli Spagnuoli del tempo di Carlo quinto e di
          Filippo secondo, ebbero certamente questo sentimento, come veggiamo dalle storie, niente
          meno che i francesi e gl’inglesi di oggidì, e con diritto uguale; forse, senza diritto
          alcuno, l’hanno anche oggi; e così i Portoghesi: ma chi pone oggi in conto gli Spagnuoli e
          i Portoghesi, parlando di popoli civili? Gl’italiani forse l’ebbero (e par veramente di
          sì) nei secoli 15.o e 16.o e parte del precedente e del susseguente; per conto della lor
          civiltà, che essi ben conoscevano, e gli altri riconoscevano, esser superiore a quella di
          tutto il resto d’Europa. Degl’italiani d’oggi non parlo; non so ben se ve n’abbia.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4262"/> Questo sentimento della inferiorità dei forestieri, questo
          riguardarli e trattarli come d’alto in basso, è ai francesi e agl’inglesi, per
          l’abitudine, così naturalizzato e immedesimato, come è ad un uomo nato nobile e ricco, il
          parlare e trattare co’ poveri e co’ plebei, come con gente naturalmente inferiore: che
          anche l’uomo del più buon cuore del mondo, e il più filosofo, essendo nella detta
          condizione, li tratterà così, se non attenderà e non si sforzerà di proposito per fare
          altrimenti: perchè quell’opinione di sua superiorità sopra questi tali, è in lui non
          dipendente dal raziocinio, nè dalla volontà.</p>
        <p>Molto utile può essere ed è senza fallo questa opinione che hanno i francesi e gl’inglesi
          di se. Sarebbe utile anche a chi l’avesse senza ragione. La stima grande di se stesso è il
          primo fondamento sì della moralità, sì delle mire ed azioni nobili e onorate. Pure, perchè
          il conoscere in altri un’opinione della inferiorità propria, e un certo disprezzo di se in
          qualunque cosa, è sempre dispiacevole; non è dubbio che il veder questo tale orgoglio
          nazionale nei francesi e inglesi, non riesca assai dispiacevole e odioso ai forestieri. E
          perchè la civiltà e la creanza comandano, e sopra tutto, che si nasconda il sentimento
          della superiorità propria, e il disprezzo di quelli con cui trattiamo, per ragionevole e
          fondato che ei sia; pare che i francesi e gl’inglesi dovrebbero nascondere quel lor
          sentimento tra forestieri. Gl’inglesi non si piccano di buona creanza; piuttosto di non
          averla, piuttosto di mala creanza: però di loro non ci maraviglieremo. I francesi non solo
          se ne piccano, ma vogliono essere, credono essere, e certo sono, la meglio educata gente
          del mondo. Anzi in questo fondano per gran parte quella loro opinione di superiorità.
          Perciò pare strano che al più ben creato francese non riesca o non cada in mente di
          tenersi, parlando o scrivendo a forestieri, dal dar loro ad intendere in qualche modo (ma
          chiaro), che esso li tiene senza controversia per da meno di se. Molto meno poi negli
          scritti che pubblicano.</p>
        <p>Anco pare strana questa cosa, considerata la gran sensibilità e paura che hanno i
          francesi del ridicolo. Perchè se quella lor pretensione riesce ridicola a chi la stima
          giusta, e d’altronde utile e lodevole, come sono io; quanto non dovrà parere a quei che
          non pensano più che tanto, o che la stimano assolutamente vana, esagerata ec.? Il che dee
            <pb ed="aut" n="4263"/> naturalmente accadere con molti, ma con gl’inglesi accade di
          necessità. E già ogni pretension che si dimostra, ancorchè giusta, è soggetta a ridicolo,
          perchè il mostrar pretensione è ridicolo. E manco strano sarebbe che eglino non si
          guardassero co’ forestieri da questo ridicolo in casa propria; dove essi sono i più forti,
          perchè l’opinion comune è per loro, la lor superiorità è ricevuta come assioma, e
          l’uditorio è tutto dalla lor parte. Ma che non se ne guardino (come non se ne guardano
          punto) in casa dei medesimi forestieri, viaggiando tra loro, co’ loro medesimi ospiti?
          Questo veramente è strano assai ne’ francesi; ma molto più strano, che alla fin de’ fatti,
          essi viaggiano tra noi trionfalmente, dimostrandoci il lor disprezzo, mettendoci in
          ridicolo in faccia nostra propria e parlando a noi (non che tornati che sono a casa); e
          che da noi non ricevono il menomo colpo, il più piccolo spruzzo, di ridicolo nè in parole,
          quando noi trattiamo qui con loro, nè in lettere, nè in istampa. Da che vien questo? da
          bontà degl’Italiani, o da dabbenaggine, o da paura, o da che altro? (25. Marzo. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pennelleggiare. Tratteggiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4249. fin. Il medesimo Chesterfield nota più volte come pregi distintivi e dei
          principali della letteratura nostra, e come di quelli che principalmente la possono far
          degna della curiosità degli stranieri, l’aver degli eccellenti storici, e delle eccellenti
          traduzioni dal latino e dal greco, mostrando poi di aver l’occhio particolarmente a quelle
          della <title>Collana</title>. Va bene il primo capo. Il secondo non può servire ad altro
          che a mostrar l’ignoranza grande dei forestieri circa le cose nostre. Perchè se la nostra
          letteratura è povera in alcuno articolo, lo è certamente in quel delle buone traduzioni
          dal latino e dal greco. Di quelle specialmente della <title>Collana</title> non ve n’è
          appena una che si possa leggere, quanto alla lingua e allo stile, e per se; e che non dica
          poi, almeno per la metà, il rovescio di quel che volle dire e disse l’autor greco e
          latino. Tutte le letterature (eccetto forse la tedesca da poco in qua) sono povere di
          traduzioni veramente buone: ma l’italiana in questo, se non si distingue dall’altre come
          più povera, non si distingue in modo alcuno. Solamente è vero che noi cominciammo ad aver
          traduzioni dal latino e dal greco classico (non buone, ma traduzioni semplicemente), molto
            <pb ed="aut" n="4264"/> prima di tutte le altre nazioni. Il che è naturale perchè anche
          risorse prima in Italia che altrove, la letteratura classica, e lo studio del vero latino,
          e del greco. E n’avemmo anche in gran copia. E queste furono forse le cagioni che
          produssero tra gli stranieri superficialmente <quote>
            <foreign lang="eng" rend="italic">acquainted with</foreign>
          </quote> le cose nostre quella opinione, che ebbe tra gli altri il Chesterfield. Nondimeno
          in quel medesimo tempo, anzi alquanto innanzi, avveniva al Maffei in Baviera, dov’ei si
          trovava, quel ch’egli scrive nella prefazione<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Scriveva il Chester. quelle cose circa il 1750: i <title>Tradutt. ital.</title> del
              Maff. furon pubblicati del 1720.</p>
          </note> de’ suoi <title>Traduttori italiani ossia notizia de’ Volgarizzamenti d’antichi
            scrittori latini e greci, che sono in luce</title> indirizzata a una colta Signora, da
          lui frequentata colà. <quote>
            <emph>Vostro costume era d’antepor la</emph> (lingua) <emph>francese alle altre, per
              l’avvantaggio di goder per essa gli antichi autori latini e greci, della lettura de’
              quali sommamente vi compiacete, avendogli traslatati i francesi. Qui io avea bel dire,
              che questo piacere potea conseguirsi ugualmente con l’italiana, e che già fin dal
              felice secolo del 1500 la maggior parte de’ più ricercati antichi scrittori era stata
              in ottima volgar lingua presso di noi recata, che suscitandomisi contra tutti gli
              astanti, e gl’italiani prima degli altri, restava fermato, che solamente in francese
              queste traduzioni si avessero</emph>.</quote>
        </p>
        <p>Ed ecco dagli stranieri negato agl’italiani formalmente, e trasferito alla letteratura
          francese quel medesimo pregio (e circa il medesimo tempo) che altri stranieri come il
          Chesterfield attribuivano alla italiana. Nella qual prefazione il Maffei afferma <quote>
            <emph>aver gl’italiani tradotto prima, più, e meglio delle altre nazioni</emph>
          </quote>. Per provar la qual proposizione, assunse di comporre, e compose quel suo
          catalogo dei nostri volgarizzatori. E quanto a me concedo e credo vere le due prime parti
          di essa proposizione, almen relativamente al tempo in cui il Maffei la scriveva. Concederò
          anche la terza, relativamente allo stesso tempo, purchè quel <quote>
            <emph>meglio delle altre</emph>
          </quote>, non escluda il <quote>
            <emph>male</emph>
          </quote> e il <quote>
            <emph>pessimamente</emph>
          </quote> assoluto. (Recanati. 27. Marzo. 1827.). V. p. 4304. fine.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4234. V. ancora la lettera del Manfredi, nelle Considerazioni sopra la Maniera di
          ben pensare ec. dell’Orsi, Modena 1735. tom.1. p. 686. fin. e l’Orazione di Girolamo Gigli
          in lode della toscana favella, che sta colle sue Lezioni di lingua toscana, Ven. 1744. 3.a
          ediz.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4194. A questo genere appartiene, cred’io, quell’aneddoto della femmina <pb
            ed="aut" n="4265"/> spagnuola di Buenos-Ayres in America, per nome Maldonata (avrà
          voluto dir Maldonada) alimentata lungo tempo, e poi casualmente salvata da una leonessa,
          da lei già beneficata, nel secolo decimosesto. Benchè questa istorietta sia riferita
          seriamente e con belle riflessioni filosofiche dal Raynal (<bibl>
            <title lang="fre">Leçons de littérature et de morale</title>, cioè Antologia francese,
              <title lang="fre">par MM. Noël et Delaplace</title>, 4.<hi rend="apice">me</hi> édit.
            Paris 1810. tome 1. p. 16-18.</bibl>) Ma essa, <foreign lang="lat">mutatis
          mutandis</foreign>, è la stessissima che quella (ben più antichetta) dello schiavo
          fuggitivo per nome Androdo, alimentato in Numidia, e poi salvato da morte in Roma, da un
          leone, da lui beneficato. (<bibl>
            <author>Gell.</author>
            <title>N. Att.</title> l. 5. c. 14</bibl>. <bibl>
            <author>Aelian.</author>
            <title lang="lat">hist. animal.</title> l. 7. c. 48.</bibl>) Nè ardisco già dire che
          questa sia stata il primo e original tipo di questa favola. (Anzi ella mi ha sembianza di
          esser d’origine greca. Vedi altre simili storielle, appunto greche, in Plinio, l. 8. c.
          16. che sono come primi abbozzi di questa.) Dico poi <emph>favola</emph>, sì per il
          sospetto, troppo fondato, d’imitazione; e sì perchè si sa molto bene che in America non
          sono e non furono mai leoni: e però, s’io non erro, nè anche leonesse; (Recanati. 29.
          Marzo. 1827.) dico di quelle nate quivi da se, e viventi nelle foreste e nelle caverne,
          come era quella; non trasportate d’altronde, e mantenute in gabbie e in serragli.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Noi italiani siamo derisi per le nostre cerimonie e i nostri titoli (che noi abbiamo
          avuti dagli spagnuoli) specialmente dai francesi, che hanno fama d’essere in ciò i più
          disinvolti. Frattanto noi non abbiamo il costume che hanno i francesi, che il <foreign
            lang="fre" rend="italic">Monsieur</foreign> sia, per così dire, inseparabile da tutti i
          nomi di persone; che gli autori lo aggiungano al lor nome proprio nei frontespizi delle
          loro opere; che esso vi si conservi perpetuamente, o vi sia posto, anche quando gli autori
          son morti; e simili. (Recanati. 29. Marzo. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">λοφνία-λοφνὶς, λοφία</foreign>
          </quote> o <quote>
            <foreign lang="grc">λοφίη-λοφὶς</foreign>
          </quote>. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 15. c. 18</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">φρουρὰ-φρούριον. ἴχνος ἴχνιον</foreign>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἑλάνη-σελάνη</foreign>
          </quote>. <bibl>V. ibid.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Se era intenzione della natura, facendo l’uomo così debole e disarmato, che egli
          provvedendo alla vita ed al ben essere suo coll’ingegno, arrivasse allo stato di civiltà;
          perchè tante centinaia di nazioni selvagge e barbare dell’America, dell’Africa, dell’Asia
          dell’Oceanica, non vi sono arrivate ancora, non hanno fatto alcun <pb ed="aut" n="4266"/>
          passo per arrivarvi, e certo non vi arriveranno mai, nè saranno mai civili in niun modo (o
          non sarebbero mai state), se noi non ve li ridurremo (o non ve gli avessimo ridotti)? Le
          quali nazioni sono pure una buona metà, e più, del genere umano in natura. Perchè dato
          ancora che le popolazioni civili, nella somma loro, vincano di numero d’uomini la somma
          delle non civili nè state mai civilizzate, questa moltitudine di quelle è posteriore alla
          civilizzazione, ed effetto di essa: la quale favorisce la moltiplicazion della specie e
          l’aumento della popolazione. È stata dunque la natura così sciocca, e così mal
          provvidente, che ella abbia <foreign lang="eng" rend="italic">missed</foreign> il suo
          intento per più della metà? (Recanati 30. Mar. ult. Venerdì. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In qualunque cosa tu non cerchi altro che piacere, tu non lo trovi mai: tu non provi
          altro che noia, e spesso disgusto. Bisogna, per provar piacere in qualunque azione ovvero
          occupazione, cercarvi qualche altro fine che il piacere stesso. (Può servire al Manuale di
          filosofia pratica). (30. Marzo. 1827.). Così accade (fra mille esempi che se ne potrebbero
          dare) nella lettura. Chi legge un libro (sia il più piacevole e il più bello del mondo)
          non con altro fine che il diletto, vi si annoia, anzi se ne disgusta, alla seconda pagina.
          Ma un matematico trova diletto grande a leggere una dimostrazione di geometria, la qual
          certamente egli non legge per dilettarsi. V. p. 4273. E forse per questa ragione gli
          spettacoli e i divertimenti pubblici per se stessi, senza altre circostanze, sono le più
          terribilmente noiose e fastidiose cose del mondo; perchè non hanno altro fine che il
          piacere; questo solo vi si vuole, questo vi si aspetta; e una cosa da cui si aspetta e si
          esige piacere (come un debito) non ne dà quasi mai: dà anzi il contrario. Il piacere (si
          può dir con perfettissima verità) non vien mai se non inaspettato; e colà dove noi non lo
          cercavamo, non che lo sperassimo. Per questo nel bollore della gioventù, quando l’uomo si
          precipita col desiderio e colla speranza dietro al piacere, ei non prova che spaventevole
          e tormentoso disgusto e noia nelle più dilettevoli cose della vita. E non si comincia a
          provar qualche piacere nel mondo, se non sedato quell’impeto, e cominciata <pb ed="aut"
            n="4267"/> la freddezza, e ridotto l’uomo a curarsi poco e a disperare omai del piacere.
          (30. Marzo. 1827.). Simile è in ciò il piacere alla quiete, la quale quanto più si cerca e
          si desidera per se e da se sola, tanto si trova e si gode meno, come ho esposto in altro
          pensiero poco addietro. Il desiderio stesso di lei, è necessariamente esclusivo di essa,
          ed incompatibile seco lei.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4240. La sopraddetta utilità della pazienza, non si ristringe al solo dolore, ma
          si stende anche ad altre mille occasioni; come se tu hai da aspettare, da fare
          un’operazione lunga, monotona e fastidiosa; da soffrire una compagnia noiosa, mentre hai
          altro da fare; ascoltare un discorso lungo di cosa che nulla t’importa, un poeta o
          scrittore che ti reciti una sua composizione; e così discorrendo: dove l’impazienza, la
          fretta, l’ansietà di finire, l’inquietudine ti raddoppiano la molestia. In somma si stende
          a tutte le occasioni e stati dove può aver luogo quello che noi chiamiamo pazienza e
          impazienza; a tutti i dispiaceri; o sieno dolori o noie. (Recanati. 31. Marzo. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quegli tra gli stranieri che più onorano l’Italia della loro stima, che sono quei che la
          riguardano come terra classica, non considerano l’Italia presente, cioè noi italiani
          moderni e viventi, se non come tanti custodi di un museo, di un gabinetto e simili; e ci
          hanno quella stima che si suole avere a questo genere di persone; quella che noi abbiamo
          in Roma agli <emph>usufruttuarii</emph> per così dire, delle diverse antichità, luoghi,
          ruine, musei ec. (31. Marzo. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="eng"> The ancients (to say the least of them) had as much genius as we;
              they constantly applied themselves not only to that art, but to that single branch of
              an art, to which their talent was most powerfully bent; and it was the business of
              their lives to correct and finish their works for posterity. If we can pretend to have
              used the same industry, let us expect the same immortality: Though, if we took the
              same care, we should still lie under a farther misfortune: They writ in languages that
              became universal and everlasting, while ours are extremely limited both in extent and
              in duration. A mighty foundation for our pride! when the utmost we can hope, is but to
              be read in one island, and to be thrown aside at the end of an age</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Pope</author> Prefazione generale <pb ed="aut" n="4268"/> alla Collezione delle
            sue <title>Opere giovanili</title> (Collezione pubblicata nel 1717.) data <emph>Nov. 10.
              1716</emph>
          </bibl>. Pope era nato del 1688.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="eng">The muses are</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">amicae omnium horarum</foreign>; <foreign lang="eng"
              >and, like our gay acquaintance, the best company in the world, as long as one expects
              no real service from them</foreign>
          </quote>. <bibl>Ibid.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="eng"> We spend our youth in pursuit of riches or fame, in hopes to enjoy
              them when we are old; and when we are old, we find it is too late to enjoy any
            thing</foreign>
          </quote>. <bibl>Ibid.</bibl> (31. Marzo. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">φλύω-φλύζω</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Vespa</emph> — <foreign lang="fre">
            <hi rend="italic">g</hi>
            <hi rend="sc">u</hi>
            <hi rend="italic">êpe</hi>
          </foreign>, antic. <foreign lang="fre">
            <hi rend="italic">g</hi>
            <hi rend="sc">u</hi>
            <hi rend="italic">espe</hi>
          </foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Serpyllum, serpillo, serpollo-sermollino, serpolet. Tubo, tube-tuyau. Benda,
          bande-bandeau.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È notabile ancora e caratteristico delle antiche nazioni il modo come essi nominavano
          l’opposto dell’uomo di garbo, cioè il malvagio. <quote>
            <foreign lang="grc">Δειλὸς</foreign>
          </quote>
          <emph>timido, codardo</emph>, vale anche <emph>malvagio</emph> presso gli antichissimi (<bibl>
            <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 15. c. 15. poco dopo il mezzo</bibl>).
          Viceversa <foreign lang="grc">κακὸς</foreign>
          <emph>malvagio</emph> è usato continuamente e con proprietà di lingua, per
          <emph>codardo</emph>, o <emph>da nulla</emph>; <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ignavus</foreign>. Così <foreign lang="grc">ἀγαθὸς</foreign> ed <foreign lang="grc"
            >ἐσθλὸς</foreign> e simili, per <emph>valoroso, utile, prode</emph>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">strenuus</foreign>. Similmente <foreign lang="lat" rend="italic"
          >bonus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">malus</foreign> presso i latt.
            <foreign lang="grc">Φαῦλος</foreign>
          <emph>da nulla, da poco</emph>, spesso è il medesimo che <emph>tristo, cattivo</emph>
          (come <foreign lang="fre" rend="italic">vaurien</foreign> in franc.), tanto di uomo,
          quanto di cosa. <foreign lang="grc">Χρηστὸς</foreign> è <emph>utile</emph> e
          <emph>buono</emph> (similmente <foreign lang="grc">χρηστότης</foreign>); <foreign
            lang="grc">ἄχρηστος</foreign>
          <emph>inutile</emph> e <emph>cattivo</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È osservazione antica che quanto decrescono nelle repubbliche e negli stati le virtù
          vere, tanto crescono le vantate, e le adulazioni; e similmente, che a misura che decadono
          le lettere e i buoni studi, si aumentano di magnificenza i titoli di lode che si danno
          agli scienziati e a’ letterati, o a quelli che in sì fatti tempi sono tenuti per tali. Il
          somigliante par che avvenga circa il modo della pubblicazione dei libri. Quanto lo stile
          peggiora, e divien più vile, più incolto, più <foreign lang="grc">εὐτελὴς</foreign>, di
          meno spesa; tanto cresce l’eleganza, la nitidezza, lo splendore, la magnificenza, il costo
          e vero pregio e valore delle edizioni. Guardate le stampe francesi d’oggidì, anche quelle
          delle semplici <foreign lang="fre" rend="italic">brochures</foreign> e fogli volanti ed
          efimeri. Direste che non si può dar cosa più perfetta <pb ed="aut" n="4269"/> in tal
          genere, se le stampe d’Inghilterra, quelle eziandio de’ più passeggeri <foreign lang="fre"
            rend="italic">pamphlets</foreign>, non vi mostrassero una perfezione molto maggiore.
          Guardate poi lo stile di tali opere, così stampate; il quale a prima giunta vi parrebbe
          che dovesse esser cosa di gran valore, di grande squisitezza, condotta con grand’arte e
          studio. Disgraziatamente l’arte e lo studio son cose oramai ignote e sbandite dalla
          professione di scriver libri. Lo stile non è più oggetto di pensiero alcuno. Paragonate
          ora e le stampe dei secoli passati, e gli stili di quei libri così modestamente, così
          umilmente, e spesso (vilmente, abbiettamente) poveramente impressi; colle stampe e gli
          stili moderni. Il risultato di questa comparazione sarà che gli stili antichi e le stampe
          moderne paion fatte per la posterità e per l’eternità; gli stili moderni e le stampe
          antiche, per il momento, e quasi per il bisogno.</p>
        <p>(Anche le stampe italiane d’oggi, benchè non possano sostenere il paragone delle francesi
          e inglesi, non temono pero quello di tutte l’altre, anzi sono sicure di uscirne
          vittoriose; e molte stampe italiane che oggi non paiono più che ordinarie, sarebbono
          parute splendide nel secolo passato, magnifiche e principesche nei precedenti.)</p>
        <p>Noi però abbiamo buonissima ragione di non porre più che tanto studio intorno allo stile
          dei libri, atteso la brevità della vita che essi in ogni modo (non ostante la bontà della
          stampa) sono per avere. Se mai fu chimerica la speranza dell’immortalità, essa lo è oggi
          per gli scrittori. Troppa è la copia dei libri o buoni o cattivi o mediocri che escono
          ogni giorno, e che per necessità fanno dimenticare quelli del giorno innanzi; sian pure
          eccellenti. Tutti i posti dell’immortalità in questo genere, sono già occupati. Gli
          antichi classici, voglio dire, conserveranno quella che hanno acquistata, o almeno è
          credibile che non morranno così tosto. Ma acquistarla ora, accrescere il numero
          degl’immortali; oh questo io non credo che sia più possibile. <pb ed="aut" n="4270"/> La
          sorte dei libri oggi, è come quella degl’insetti chiamati efimeri (éphémères): alcune
          specie vivono poche ore, alcune una notte, altre 3 o 4 giorni; ma sempre si tratta di
          giorni. Noi siamo veramente oggidì passeggeri e pellegrini sulla terra: veramente caduchi:
          esseri di un giorno: la mattina in fiore, la sera appassiti, o secchi: soggetti anche a
          sopravvivere alla propria fama, e più longevi che la memoria di noi. Oggi si può dire con
          verità maggiore che mai: <quote>
            <foreign lang="grc">Οἵη περ φύλλων γενεὴ, τοιήδε καὶ ἀνδρῶν</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <title>Iliad.</title> 6. v. 146.</bibl>) Perchè non ai soli letterati, ma ormai a tutte
          le professioni è fatta impossibile l’immortalità, in tanta infinita moltitudine di fatti e
          di vicende umane, dapoi che la civiltà, la vita dell’uomo civile, e la ricordanza della
          storia ha abbracciato tutta la terra. Io non dubito punto che di qua a dugent’anni non sia
          per esser più noto il nome di Achille, vincitor di Troia, che quello di Napoleone,
          vincitore e signore del mondo civile. Questo sarà uno dei molti, si perderà tra la folla;
          quello sovrasterà, per esser montato in alto assai prima; conserverà il piedestallo, il
          rialto, che ha già occupato da tanti secoli.</p>
        <p>Del resto, come la impossibilità di divenire immortali, giustifica la odierna negligenza
          dello stile nei libri; così questa negligenza dal canto suo, inabilita, e fa impossibile
          ai libri, il conseguimento della immortalità. Notabili e vere parole di Buffon (<title
            lang="fre">Discours de réception à l’Académie française</title>): <quote>
            <foreign lang="fre">Les ouvrages bien écrits seront les seuls qui passeront à la
              postérité; la quantité des connaissances, la singularité des faits, la nouveauté même
              des découvertes ne sont pas de sûrs garants de l’immortalité. Si les ouvrages qui les
              contiennent ne roulent que sur de petits objets, s’ils sont écrits sans goût, sans
              noblesse et sans génie, ils périront, parceque les connaissances, les faits et les
              découvertes s’enlèvent aisément, se transportent, et gagnent même à être mis en oeuvre
              par des mains plus habiles. Ces choses sont hors de l’homme, le style est l’homme
              même. Le style ne peut donc ni s’enlever, ni <pb ed="aut" n="4271"/> se transporter,
              ni s’altérer. S’il est élevé, noble, sublime, l’auteur sera également admiré dans tous
              les temps</foreign>
          </quote>. Al che aggiungo io, che quando anche le mani <foreign lang="fre" rend="italic"
            >qui enlèvent</foreign> i pensieri, non sieno più <foreign lang="fre" rend="italic"
            >habiles</foreign> in materia di stile, (come certo oggi e in futuro è difficile che
          sieno), nondimeno il libro <emph>perira</emph> egualmente; perchè in esso non si troverà
          nulla di più che nelle sue copie; probabilmente assai meno (dico per il fondo, non per lo
          stile); e così i libri nuovi faranno dimenticare e sparire il vecchio: appunto, se non
          altro, perchè essi nuovi, e vecchio quello: del che abbiamo l’esperienza quotidiana per
          testimonio. (Anche intorno a libri bene scritti; quando si tratta di verità e di scienze;
          come sono quelli di Galileo, che da quale scienziato sono letti oggidì?).</p>
        <p>E con questa osservazione di Buffon chiudo questo discorso non troppo lieto, e piuttosto
          malinconico che altrimenti. (Recanati 2. Aprile. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>(Similmente poi, per altra parte, la negligenza universale intorno allo stile, rende
          inutile la diligenza individuale, se alcuno sapesse e volesse usarne, intorno al medesimo.
          Perchè, in sì fatti generi, le cose quanto sono più rare, tanto meno si apprezzano. Il
          pubblico, appunto perchè in ciò negligente, ed assuefatto a trascurar tale studio, non ha
          nè gusto nè capacità nè per sentire nè per giudicare le bellezze degli stili, nè per
          esserne dilettato. Perchè certi diletti, e non sono pochi, hanno bisogno di un sensorio
          formatovi espressamente, e non innato; di una capacità di sentirli acquisita. A chi non
          l’ha, non sono diletti in niun modo. L’arte più sopraffina non sarebbe conosciuta:
          l’ottimo stile non sarebbe distinto dal pessimo. Così l’eccellenza medesima dello stile
          non sarebbe più una via all’immortalità, che senza essa, tuttavia, non si può dai libri
          conseguire.) (Recanati. 2. Aprile. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>(Molti libri oggi, anche dei beni accolti, durano meno del tempo che è bisognato a
          raccorne i materiali, a disporli e comporli, a scriverli. Se poi si volesse aver cura
          della perfezion dello stile, allora certamente la durata della vita loro non avrebbe
          neppur proporzione alcuna con quella della lor produzione; allora sarebbero più che mai
          simili <pb ed="aut" n="4272"/> agli efimeri, che vivono nello stato di <emph>larve e di
            ninfe</emph> per ispazio di un anno, alcuni di due anni, altri di tre, sempre
          affaticandosi per arrivare a quello d’<emph>insetti alati</emph>, nel quale non durano più
          di due, di tre, o di quattro giorni, secondo le specie; e alcune non più di una sola
          notte, tanto che mai non veggono il sole; altre non più di una, di due o di tre ore).
          (Encyclopéd. art. éphémères). (2. Apr. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Pavot</foreign> non sembra essere che un diminutivo
          positivato di <foreign lang="fre" rend="italic">papaver</foreign>; contratte, per corrotta
          e precipitata pronunzia, le due prime sillabe pa, in una sola.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Un uomo disarmato, alle prese con una bestia di corporatura e di forze uguale a lui, p.
          e. con un grosso cane, difficilmente resterà superiore, verisimilmente sarà vinto. Per
          vincere, gli bisogna qualche arma, che diagli una forza non naturale, e una decisa
          superiorità. La ragione è perchè il cane vi adopra e vi mette tutto se stesso, fa ancor
          più del suo potere; dove che l’uomo riserva sempre una gran parte di se medesimo fuor di
          fazione, e fa sempre meno di quello che può. Il cane non guarda a pericolo, non considera,
          non usa prudenza. L’uomo al contrario, se non è disperato affatto, stato al quale egli
          arriva difficilmente, eziandio che abbia piena ragione di disperarsi. Egli si risparmia
          sempre, perchè sempre spera; e così risparmiandosi, non ottiene quello che la speranza gli
          promette, o non fugge quello che egli sperasi di fuggire; quello che, se non lo sperasse,
          otterrebbe o fuggirebbe. E che questa sia veramente la cagion di ciò, vedetelo in un
          fanciullo: il quale assai più facilmente che un uomo riuscirà pari o superiore in una
          zuffa con un animale di forze uguali alle sue; zuffa che egli medesimo talvolta attaccherà
          volontariamente. Il fanciullo, e più il bambino, adopra tutto se stesso, come una bestia,
          o poco meno. E per questo lato io non trovo niente d’inverisimile nella favola di Ercole
          bambino, strozzatore dei due serpenti. E la crederò vera più facilmente che quella del
          medesimo Ercole adulto, sbranatore del leone nemeo, senza altre armi che le sue braccia,
          come nell’altra battaglia, cioè in quella de’ serpenti. (3. Aprile. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Fouiller</foreign> probabilmente è da <foreign
            lang="lat" rend="italic">fodere</foreign>, e quindi fratello di <foreign lang="lat"
            rend="italic">fodicare</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4273"/>
          <bibl>
            <author>Metrodoro epicureo</author> ap. <author>Ateneo</author> l. 12. p. 546. f.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ὁ κατὰ φύσιν βαδίζων λόγος</foreign>
          </quote>
          <emph>che</emph>
          <emph rend="sc">cammina, procede</emph>, <emph>secondo natura</emph>. Il qual luogo è
          spiegato dal Casaubono negli <bibl>
            <title lang="lat">Addenda Animadversionibus</title>, al capo 12.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nella version latina di quel passaggio del Riccio rapito di Pope (Canto 1.) che contiene
          la descrizione della <foreign lang="fre" rend="italic">toilette</foreign>, fatta dal D.
          Parnell (versione assai bizzarra, e che parrebbe piuttosto fatta nell’ottavo secolo che
          nel decimottavo, poichè consiste di versi dei quali ogni mezzo verso rima coll’altro
          mezzo, p. e. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Et nunc dilectum speculum, pro more retectum, Emicat
              in mensa, quae splendet pyxide densa</foreign>
          </quote>, che sono i primi), trovo questi due versi, di séguito: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Induit arma ergo Veneris pulcherrima virgo: Pulchrior
              in praesens tempus de tempore crescens</foreign>
          </quote>, dove, come si vede, <foreign lang="lat" rend="italic">ergo</foreign> fa rima con
            <foreign lang="lat" rend="italic">virgo</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >praesens</foreign> con <foreign lang="lat" rend="italic">crescens</foreign>. Che dicono
          gl’italiani di questa pronunzia? (Recanati. 5. Aprile. 1827.). V. p. 4497.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Tricae</foreign>-<foreign lang="fre" rend="italic"
            >tracasserie, tracasser, tracassier</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Aerugo</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >rubigo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">robigo</foreign>,
            <emph>ruggine</emph>-<foreign lang="fre" rend="italic">rouille</foreign>, coi derivati.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4266. Io stesso, che pur non ho maggior piacere che il leggere, anzi non ne ho
          altri, ed in cui il piacer della lettura è tanto più grande, quanto che dalla primissima
          fanciullezza sono sempre vissuto in questa abitudine (e l’abitudine è quella che fa i
          piaceri) quando talvolta per ozio, mi son posto a leggere qualche libro per semplice
          passatempo, ed a fine solo ed espresso di trovar piacere e dilettarmi; non senza
          maraviglia e rammarico, ho trovato sempre che non solo io non provava diletto alcuno, ma
          sentiva noia e disgusto fin dalle prime pagine. E però io andava cangiando subito libri,
          senza però niun frutto; finchè disperato, lasciava la lettura, con timore che ella mi
          fosse divenuta insipida e dispiacevole per sempre, e di non aver più a trovarci diletto:
          il quale mi tornava però subito che io la ripigliava per occupazione, e per modo di
          studio, e con fin d’imparare qualche cosa, o di avanzarmi generalmente nelle cognizioni,
          senza alcuna mira particolare al diletto. Onde i libri che mi hanno dilettato meno, e che
          perciò da qualche tempo io non soglio più leggere, sono stati sempre quelli che si
          chiamano <pb ed="aut" n="4274"/> come per proprio nome, dilettevoli e di passatempo. (6.
          Aprile. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Radiatus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >radians</foreign> ec. <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pel manuale di filosofia pratica. A me è avvenuto di conservare per lo più ogni amicizia
          contratta una volta, eziandio con persone difficilissime, di cui tutti a poco andare si
          disgustavano, o che si disgustavano con tutti. E la cagion, per quello che io posso
          trovare, è che io non mi disgusto mai di un amico per sue negligenze, e per nessuna sua
          azione che mi sia o nocevole o dispiacevole; se non quando io veggo chiaramente, o posso
          con piena ragione giudicare in lui un animo e una volontà determinata di farmi dispiacere
          e offesa. Cosa che in verità è rarissima. Ma a vedere il procedere degli altri comunemente
          nelle amicizie, si direbbe che gli uomini non le contraggono se non per avere il piacere
          di romperle; e che questo è il principal fine a cui mirano nell’amicizia: tanto
          studiosamente cercano e tanto cupidamente abbracciano le occasioni di rompersi coll’amico,
          eziandio frivolissime, ed eziandio tali che essi medesimi nel fondo del loro cuore non
          possono a meno di non discolpar l’amico, e di non conoscere che quella offesa o
          dispiacere, almen secondo ogni probabilità, non venne da volontà determinata di
          offenderli. (7. Apr. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Perchè l’esistenza dell’universo fosse prova di quella di un essere infinito, creatore di
          esso, bisognerebbe provare che l’universo fosse infinito, dal che risultasse che solo una
          potenza infinita l’avesse potuto creare. La quale infinità dell’universo, nessuna cosa ce
          la può nè provare, nè darcela a congetturare probabilmente. E quando poi l’universo fosse
          infinito, la infinità sarebbe già nell’universo, non sarebbe più propria esclusivamente
          del creatore, di quell’essere unico e perfettissimo; allora bisognerebbe provare che
          l’universo non fosse quello che lo credono i panteisti e gli spinosisti, cioè dio esso
          medesimo; ovvero, che l’universo essendo infinito di estensione, non potesse anco essere
          infinito di tempo, cioè eterno, stato sempre, e sempre futuro. Nel qual caso non avremmo
          più bisogno di un altro ente infinito. Il quale sarebbe sempre ignoto e nascosto: dove che
          l’universo è palese <pb ed="aut" n="4275"/> e sensibile. (7. Apr. Sabato di Passione.
          1827. Recanati.). Chi vi ha poi detto che esser infinito sia una perfezione?</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4245. Un’altra cagione per la quale io amo la <foreign lang="grc"
          >μονοφαγία</foreign> è per non avere (come necessariamente avrei se mangiassi in
          compagnia) dintorno alla mia tavola, assistenti al mio pasto, d’<quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">importuns laquais, épiant nos discours, critiquant
              tout bas nos maintiens, comptant nos morceaux d’un oeil avide, s’amusant à nous faire
              attendre à boire, et murmurant d’un trop long dîner</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Rousseau</author>, <title>Émile</title>
          </bibl>.) Disgraziatamente non mi è mai riuscito di assuefarmi a provar piacere in
          presenza di persone che, di mia certa scienza, lo condannino, lo deridano, se ne annoino;
          non ho mai potuto comprendere come gli altri sopportino anzi si compiacciano, di siffatti
          testimonii, l’occupazione e i pensieri dei quali in quel tempo, tutti sanno essere appunto
          quelli detti di sopra. Anche gli antichi a tavola si facevano servire, ma da schiavi, cioè
          da genti che essi stimavano meno che uomini, o certo, meno uomini che essi. Però aveano
          forse ragione di non curarsi, e di non temere le loro <foreign lang="fre" rend="italic"
            >railleries</foreign> e disapprovazioni. Ma i nostri servitori sono nostri uguali. Ed è
          bene strano che noi, tanto sensibili sopra ogni menomo ridicolo, ogni menoma parola o
          pensiero che noi possiamo sapere o sospettare in altrui a nostro disfavore; non ci diamo
          cura alcuna di quelli dei servitori in quel tempo, i quali, non sospettiamo, ma sappiamo
          ben certo quali sieno intorno di noi: e che mentre non potremmo senza molestia starcene
          fermi e oziosi a sedere in un luogo dove fosse presente uno che noi sapessimo che
          attualmente si trattenesse in dir male di noi ed in ischernirci; possiamo poi, avendo
          molti dintorno di questa sorte, gustare tranquillamente, e pienamente senza disturbo
          alcuno, i piaceri della tavola. L’opinione che gli antichi avevano dei loro schiavi, li
          giustifica anche per un altro verso, cioè del loro non curarsi dell’incomodo, della noia,
          della rabbia che i loro servi dovevano necessariamente provare nel tempo, e per cagione,
          di quei loro piaceri; e che ciascun di noi proverebbe se si trovasse nel <pb ed="aut"
            n="4276"/> luogo dei nostri servi quando assistono alle nostre tavole. In vero l’umanità
          e la cordialità nostra possono essere un poco accusate, quando elle ci permettono
          abitualmente di godere in presenza di persone che il nostro godimento fa patire, e il cui
          patimento ci sta sotto gli occhi; e nondimeno godere senza il menomo disturbo. Non è molto
          umano il divertirsi in una conversazione mentre il vostro cocchiere sta esposto alla
          pioggia: ma in fine voi non lo vedete. Non è molto umano lo stornar gli occhi dai
          patimenti degli altri per non esserne afflitto o turbato, perchè quel pensiero non vi
          guasti i vostri diletti. Ma il dilettarsi tranquillamente e a tutto suo agio, finchè n’è
          capace il corpo e lo spirito, avendo, non lontane, ma presenti, non nel pensiero, ma negli
          occhi, persone uguali a noi, che manifestamente (e con tutta ragione) soffrono, e non per
          altra causa, ma pel nostro stesso godere, quanto sarà umano? Io confesso che non mi è
          riuscito mai di provar piacere in cosa che io, non dico vedessi, non sapessi, ma che pur
          sospettassi che fosse di molestia o di noia ad alcuno: perchè non mi è mai riuscito di
          potermi in quel tempo cacciar quel pensiero dalla mente. E ciò, quando anche non fosse
          ragionevole in quella tal persona il darsene quella molestia. Perciò non voglio mangiare
          in compagnia, per non aver servitori intorno: perchè appunto io voglio alla tavola provar
          piacere: e mangiando solo, non voglio averne che mi assistano. Tanto più che io per
          bisogno, e con molta ragione, voglio mangiare a grand’agio, e con lunghezza di tempo (non
          parendomi anche che il tempo sia male impiegato in questo, come par che stimino molti, che
          si affrettano d’ingoiare ogni cosa, e di levarsi su, quasi che questo momento fosse il più
          bello del desinare); la qual lunghezza, con altrettanta ragione, da chi mi servisse,
          sarebbe trovata estremamente fastidiosa e intollerabile. (7. Apr. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="eng" rend="italic">To pant</foreign> inglese — <foreign lang="fre"
            rend="italic">panteler</foreign> francese.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4277"/> Allegano in favore della immortalità dell’animo il consenso degli
          uomini. A me par di potere allegare questo medesimo consenso in contrario, e con tanto più
          di ragione, quanto che il sentimento ch’io sono per dire, è un effetto della sola natura,
          e non di opinioni e di raziocinii o di tradizioni; o vogliamo dire, è un puro sentimento e
          non è un’opinione. Se l’uomo è immortale, perchè i morti si piangono? Tutti sono spinti
          dalla natura a piangere la morte dei loro cari, e nel piangerli non hanno riguardo a se
          stessi, ma al morto; in nessun pianto ha men luogo l’egoismo che in questo. Coloro
          medesimi che dalla morte di alcuno ricevono qualche grandissimo danno, se non hanno altra
          cagione che questa di dolersi di quella morte, non piangono; se piangono, non pensano, non
          si ricordano punto di questo danno, mentre dura il lor pianto. Noi c’inteneriamo veramente
          sopra gli estinti. Noi naturalmente, e senza ragionare; avanti il ragionamento, e mal
          grado della ragione; gli stimiamo infelici, gli abbiamo per compassionevoli, tenghiamo per
          misero il loro caso, e la morte per una sciagura. Così gli antichi; presso i quali si
          teneva al tutto inumano il dir male dei morti, e l’offendere la memoria loro; e
          prescrivevano i saggi che i morti e gl’infelici non s’ingiuriassero, congiungendo i miseri
          e i morti come somiglianti: così i moderni; così tutti gli uomini: così sempre fu e sempre
          sarà. Ma perchè aver compassione ai morti, perchè stimarli infelici, se gli animi sono
          immortali? Chi piange un morto non è mosso già dal pensiero che questi si trovi in luogo e
          in istato di punizione: in tal caso non potrebbe piangerlo: l’odierebbe, perchè lo
          stimerebbe reo. Almeno quel dolore sarebbe misto di orrore e di avversione: e ciascun sa
          per esperienza che il dolor che si prova per morti, non è nè misto di orrore o avversione,
          nè proveniente da tal causa, nè di tal genere in modo alcuno. Da che vien dunque la
          compassione che abbiamo agli estinti se non dal credere, seguendo un sentimento intimo, e
          senza ragionare, che essi abbiano perduto la vita <pb ed="aut" n="4278"/> e l’essere; le
          quali cose, pur senza ragionare, e in dispetto della ragione, da noi si tengono
          naturalmente per un bene; e la qual perdita, per un male? Dunque noi non crediamo
          naturalmente all’immortalità dell’animo; anzi crediamo che i morti sieno morti veramente e
          non vivi; e che colui ch’è morto, non sia più.</p>
        <p>Ma se crediamo questo, perchè lo piangiamo? che compassione può cadere sopra uno che non
          è più? — Noi piangiamo i morti, non come morti, ma come stati vivi; piangiamo quella
          persona che fu viva, che vivendo ci fu cara, e la piangiamo perchè ha cessato di vivere,
          perchè ora non vive e non è. Ci duole, non che egli soffra ora cosa alcuna, ma che egli
          abbia sofferta quest’ultima e irreparabile disgrazia (secondo noi) di esser privato della
          vita e dell’essere. Questa disgrazia accadutagli è la causa e il soggetto della nostra
          compassione e del nostro pianto; Quanto è al presente, noi piangiamo la sua memoria, non
          lui.</p>
        <p>In verità se noi vorremo accuratamente esaminare quello che noi proviamo, quel che passa
          nell’animo nostro, in occasion della morte di qualche nostro caro; troveremo che il
          pensiero che principalmente ci commuove, è questo: egli è stato, egli non è più, io non lo
          vedrò più. E qui ricorriamo colla mente le cose, le azioni, le abitudini, che sono passate
          tra il morto e noi; e il dir tra noi stessi: queste cose sono passate; non saranno mai
          più; ci fa piangere. Nel qual pianto e nei quali pensieri, ha luogo ancora e parte non
          piccola, un ritorno sopra noi medesimi, e un sentimento della nostra caducità (non però
          egoistico), che ci attrista dolcemente e c’intenerisce. Dal qual sentimento proviene quel
          ch’io ho notato altrove; che il cuor ci si stringe ogni volta che, anche di cose o persone
          indifferentissime per noi, noi pensiamo: questa è l’ultima volta: ciò non avrà luogo mai
          più: io non lo vedrò più mai: o vero: questo è passato per sempre. V. p. 4282. Di modo che
          nel dolore che si prova per morti, il pensiero dominante e principale è, insieme colla
          rimembranza e su di essa fondato, il pensiero della caducità umana. Pensiero veramente non
          troppo simile nè analogo nè concorde a quello della nostra immortalità. <pb ed="aut"
            n="4279"/> Alla quale noi siamo così alieni dal pensar punto in cotali occasioni, che se
          noi dicessimo allora a noi stessi: io rivedrò però questo tale dopo la mia morte: io non
          sono sicuro che tutto sia finito tra noi, e di non rivederlo mai più: e se noi non
          potessimo nel nostro pianto, usare e tener fermo quel <emph>mai più</emph>; noi non
          piangeremmo mai per morti. Ma venga pure innanzi chi che si voglia e mi dica sinceramente
          se gli è mai, pur una sola volta, accaduto di sentirsi consolare da siffatto pensiero e
          dall’aspettativa di rivedere una volta il suo caro defonto: che pur ragionevolmente, poste
          le opinioni che abbiamo della immortalità dell’uomo, e dello stato suo dopo morte, sarebbe
          il primo pensiero che in tali casi ci si dovrebbe offrire alla mente. Ma in fatti, come
          dal fin qui detto apparisce, quali si sieno le nostre opinioni, la natura e il sentimento
          in simili occasioni ci portano senza nostro consenso o sconsenso a giudicare e tenere per
          dato, che il morto sia spento e passato del tutto e per sempre.</p>
        <p>Concludo che per quanto permette la infinita diversità ed assurdità dei giudizi, dei
          pregiudizi, delle opinioni, delle congetture, dei dogmi, dei sogni degli uomini intorno
          alla morte; noi possiamo trovare, massime se interroghiamo la pura e semplice natura, che
          essi in sostanza, e nel fondo del loro cuore, piuttosto consentono in credere la
          estinzione totale dell’uomo, che la immortalità dell’animo: senza che, nella detta
          diversità ed assurdità, io pretenda che tal consentimento sia di gran peso. (Recanati. 9.
          Apr. Lunedì Santo. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Embrasé</foreign> per ardente. <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Ses regards embrasés</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Barthélemy</author>, <title lang="fre">Voyage d’Anacharsis</title>
          </bibl>, dove parla di Omero. <foreign lang="fre" rend="italic">Raffiné</foreign> spesso
          per <foreign lang="lat" rend="italic">fin</foreign> semplicemente.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἄβαξ-ἀβάκιον</foreign>, <emph>abbaco</emph>. <bibl>V.
            <author>Forcell.</author>
          </bibl> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Congetture sopra una futura civilizzazione dei bruti, e massime di qualche specie, come
          delle scimmie, da operarsi dagli uomini a lungo andare, come si vede che gli uomini civili
          hanno incivilito molte nazioni o barbare o selvagge, certo non meno feroci, e forse meno
          ingegnose delle scimmie, specialmente di alcune specie di esse; e che insomma la
          civilizzazione tende naturalmente a propagarsi, <pb ed="aut" n="4280"/> e a far sempre
          nuove conquiste, e non può star ferma, nè contenersi dentro alcun termine, massime in
          quanto all’estensione, e finchè vi sieno creature civilizzabili, e associabili al gran
          corpo della civilizzazione, alla grande alleanza degli esseri intelligenti contro alla
          natura, e contro alle cose non intelligenti. Può servire per la <title>Lettera a un
            giovane del 20.<hi rend="apice">o</hi> secolo</title>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il vedersi nello specchio, ed immaginare che v’abbia un’altra creatura simile a se,
          eccita negli animali un furore, una smania, un dolore estremo. Vedilo di una scimmia nel
            <bibl>Racconto di <author>Pougens</author>, intitolato <title>Joco</title>, <title>Nuovo
              Ricoglitore</title> di Milano, Marzo 1827. p. 215-6</bibl>. Ciò accade anche nei
          nostri bambini. V. Roberti Lettera di un bambino di 16 mesi. Amor grande datoci dalla
          natura verso i nostri simili!! (Recanati. 13. Apr. Venerdì Santo. 1827.). V. p. 4419.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Badare-badigliare, sbadigliare ec.; badaluccare, badalucco ec. <bibl>V. <title>N.
              Ricoglitore</title>, loc. cit. qui sopra, p. 162-3</bibl>. Rosecchiare, rosicchiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Presso gli Spagnuoli, i quali si dicono essere quelli che nelle colonie meglio trattano
          gli schiavi, i Neri nell’isola di Cuba hanno diritto di forzar per giudizio i loro padroni
          a venderli ad altri, in caso di mali trattamenti. <bibl>V. il <title>N.
            Ricoglitore</title>, loc. cit. qui sopra, p. 175</bibl>. Così appunto gli schiavi aveano
          il diritto <foreign lang="grc">τοῦ πρᾶσιν αἰτεῖν</foreign> presso gli Ateniesi, dov’erano
          meglio trattati che in alcun’altra parte di Grecia. <bibl>V. <author>Casaubon.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 6. c. 19. init.</bibl> (Recanati. 15. Apr. dì
          di Pasqua. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove che la moderna pronunzia francese distrugge ed annulla bene spesso
          l’imitativo che aveva il suono della parola in latino, e in cui spesso consisteva tutta la
          ragione di essa parola. Il simile si dee dire di altre voci che la lingua francese ha da
          altre lingue che la latina, ovvero sue proprie ed originali. <foreign lang="fre"
            rend="italic">Miauler, miaulement</foreign> parole espressive della voce del gatto,
          nella lor forma scritta (e però primitiva) hanno una perfettissima imitazione, nella
          pronunziata che ne rimane? Ognuno che abbia udito una sola volta il verso del gatto, sa
          che esso è <emph>mià</emph> e non <emph>miò</emph>; e dirà imitativo l’italiano
            <emph>miagolare</emph> (o sia questo originato dal francese, o viceversa, o l’uno <pb
            ed="aut" n="4281"/> e l’altro nati indipendentemente dalla natura), e corrotto affatto
          il franc. <foreign lang="fre" rend="italic">miauler, miaulement</foreign> (noi diciamo
            <emph>miao</emph> o <emph>gnao</emph>, come anche <emph>gnaulare</emph>, e non già
            <emph>gnolare</emph>). Gli spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic">maullar</foreign>
          o <foreign lang="spa" rend="italic">mahullar, maullido, maullamiento, mau</foreign>. (16.
          Aprile. Lunedì di Pasqua. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Miauler</foreign> franc. <foreign lang="spa"
            rend="italic">maullar</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic">mahullar</foreign>
          spagn. — <emph>mia-g-olare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Upupa</emph> lat. e italiano — <emph>bubbola</emph>. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Hamus</foreign>-<foreign lang="fre" rend="italic">hameau</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4255. principio. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Vir gente et fama nobilis</foreign>
          </quote>, dice il <bibl>
            <author>Reimar</author>, Praefat. <title>ad Dion.</title> par. 6</bibl>, di Giovanni
          Leunclavio, famoso erudito tedesco del secolo 16.<hi rend="apice">o</hi>, <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quem merito admiratur Marquardus Freherus in epistola
              dedicatoria ad Leunclavii Jus Graeco-Romanum quod inter varias peregrinationes, in
              multis principum aulis, legationibus et negotiis occupatus, tot ac tanta opera summa
              accuratione ediderit, quot et quanta quis otiosus et huic uni rei operatus vix
              proferret in lucem</foreign>
          </quote>. Le soprascritte osservazioni del Chesterfield spiegano questo fenomeno, ripetuto
          del resto assai spesso; e notato colla stessa ammirazione da molti, in molti e molti
          altri; e certamente non raro. Esse spiegano il simile e maggior fenomeno di Cicerone tra
          gli antichi, di Federico di Prussia tra i moderni, e di tanti altri tali. A segno che sarà
          forse più difficile il trovare un letterato, altronde ozioso e disoccupato, che abbia
          molto scritto e con accuratezza grande, di quello che un letterato che, occupato
          d’altronde, abbia prodotto molte e studiate opere. Certo di questi non è difficile a
          trovarne, e ciò conferma le osservazioni del Chesterfield; secondo le quali, le stesse
          occupazioni di siffatti uomini, debbono servire a render ragione della moltitudine e
          dell’accuratezza dei loro lavori, e a scemarne la meraviglia, mostrandole occasionate da
          un abito di attività prodotto o sostenuto da esse occupazioni; attività tanto maggiore e
          più viva ed acuta, quanto la copia e la folla e l’assiduità di esse occupazioni era più
          grande. (Recanati. 17. Aprile. Martedì di Pasqua. 1827.). Esempio mio, <pb ed="aut"
            n="4282"/> per lo più ozioso, ed inclinato all’inerzia, o per natura o per abito; pure
          in mezzo a questa inazione profonda, un giorno che io abbia occasione di adoperarmi, e
          molte cose da fare, non solo trovo tempo da sbrigar tutto, ma me ne avanza, e in
          quell’avanzo, io provo (e m’è avvenuto più volte) un vero bisogno, una smania, di far
          qualche cosa, un orrore del non far nulla, che mi pare incomportabile, come se io non
          fossi avvezzo a passar le ore, e per così dire i mesi, nella mia stanza colle braccia in
          croce. (Recanati. 17. Apr. Martedì di Pasqua. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Uomo, viso, contegno, stile (ec.) <emph>sostenuto</emph>. Volg. ital. Onde è
            <emph>sostenutezza</emph>, usato dal Salvini, e registrato dalla Crusca.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Consummatus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">summus</foreign>. <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Anche i francesi nel dir familiare usano <foreign lang="fre" rend="italic"
          >autre</foreign> per <foreign lang="fre" rend="italic">aucun</foreign>, o ridondante. Così
            <foreign lang="fre" rend="italic">sans autre examen</foreign> senz’altro esame, per
            <foreign lang="fre" rend="italic">sans aucun examen</foreign>, in certi versi del
          modernissimo Andrieux, appresso <bibl>
            <author>MM. Noël e Delaplace</author>, <title lang="fre">Leçons de littérature et de
              morale</title>, 4.<hi rend="apice">me</hi> édit. Paris 1810. tome 2. p. 58</bibl>.
          Così ancora <foreign lang="fre" rend="italic">autrement</foreign> per <foreign lang="fre"
            rend="italic">guère</foreign>, o ridondante, pure nello stil familiare. <bibl>v.
              <author>Alberti</author>
          </bibl>, e Richelet, Dizz. (Recanati. 18. Apr. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Homme, esprit, dissipé. Disapplicato.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐν τούτῳ</foreign> (cioè <emph>in questa, in questo, in questo
          mezzo</emph>). <bibl>
            <author>Dione Cass.</author> ed. Reimar, p. 65. lin. 98. p. 192. lin. 5.</bibl>
          (Recanati. 20. Apr. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nae-v-us — Ne-o. V. franc. spagn. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre">Amouracher, s’amouracher. Flamboyer</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Culter, cultrum-cultellus, coltello, couteau ec. ec. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> , gli Spagnuoli ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4278. Il qual dolore si prova anche lasciando uno stato penoso, e il fine del
          quale sia stato da noi desideratissimo, e ci sia attualmente oltremodo caro. Il carcerato
          posto in libertà, piangerà nell’uscir della sua prigione, non per altro che pensando alla
          fine del suo stato passato: Filottete, partendo per l’assedio di Troia, dà un addio
          doloroso all’isola disabitata e all’antro de’ suoi patimenti.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’estate, oltrechè liberandoci dai patimenti, produce in noi il desiderio de’ piaceri,
            <pb ed="aut" n="4283"/> ci dà anche una confidenza di noi stessi, e un coraggio, che
          nascono dalla facilità e libertà di agire che noi proviamo allora per la benignità
          dell’aria. Dalla qual sicurezza d’animo, e fiducia di se, nasce, come sempre, della
          magnanimità, della inclinazione a compatire, a soccorrere, a beneficare; siccome dalla
          diffidenza che produce il freddo, nasce l’egoismo, l’indifferenza per gli altri ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4245. Aggiungi a queste cose la voluttà (ben conosciuta e notata dagli antichi)
          del piangere, del gemere, dello stridere, dell’ululare nelle disgrazie; della quale noi
          siamo privati. (Recanati. Domenica in Albis. 22. Aprile. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il primo fondamento del sacrificarsi o adoperarsi per gli altri, è la stima di se
          medesimo e l’aversi in pregio; siccome il primo fondamento dell’interessarsi per altrui, è
          l’aver buona speranza per se medesimo. (Firenze. 1. Luglio. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Anticipare, posticipare, participare</emph> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >capere</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Summittere</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >submittere</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">sursum mittere</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">de subtus mittere. Subiectare</foreign>, simile.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Bucherare. Spicciolato</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fra giorno</emph>, cioè <emph>di giorno, nel giorno, dentro giorno</emph>, dentro il
          corso del giorno.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Innumerato</emph> per innumerabile. Palmieri (scrittore del sec. 15.), Della vita
          civile. V. Crus. Forcell. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che la vita nostra, per sentimento di ciascuno, sia composta di più assai dolore che
          piacere, male che bene, si dimostra per questa esperienza. Io ho dimandato a parecchi se
          sarebbero stati contenti di tornare a rifare la vita passata, con patto di rifarla nè più
          nè meno quale la prima volta. L’ho dimandato anco sovente a me stesso. <pb ed="aut"
            n="4284"/> Quanto al tornare indietro a vivere, ed io e tutti gli altri sarebbero stati
          contentissimi; ma con questo patto, nessuno; e piuttosto che accettarlo, tutti (e così, io
          a me stesso) mi hanno risposto che avrebbero rinunziato a quel ritorno alla prima età, che
          per se medesimo, sarebbe pur tanto gradito a tutti gli uomini. Per tornare alla
          fanciullezza, avrebbero voluto rimettersi ciecamente alla fortuna circa la lor vita da
          rifarsi, e ignorarne il modo, come s’ignora quel della vita che ci resta da fare. Che vuol
          dir questo? Vuol dire che nella vita che abbiamo sperimentata e che conosciamo con
          certezza, tutti abbiam provato più male che bene; e che se noi ci contentiamo, ed anche
          desideriamo di vivere ancora, ciò non è che per l’ignoranza del futuro, e per una
          illusione della speranza, senza la quale illusione e ignoranza non vorremmo più vivere,
          come noi non vorremmo rivivere nel modo che siamo vissuti. (Firenze. 1. Luglio. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È ben trista quella età nella quale l’uomo sente di non ispirar più nulla. Il gran
          desiderio dell’uomo, il gran mobile de’ suoi atti, delle sue parole, de’ suoi sguardi, de’
          suoi contegni fino alla vecchiezza, è il desiderio d’inspirare, di communicar qualche cosa
          di se agli spettatori o uditori. (Firenze. 1. Luglio. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Una delle cause della imperfezione e confusione delle ortografie moderne, si è che esse
          si sono quasi interamente ristrette all’alfabeto latino, avendo esse molto più suoni,
          massime vocali, che non ha quell’alfabeto. Ciò si vede specialmente nell’inglese, dove per
          conseguenza uno stesso segno vocale deve esprimere ora uno ora un altro suono, senza
          regola fissa, e servire a più suoni. I caratteri dell’alfabeto latino non bastano a molte
          lingue moderne. E generalmente si vede che le ortografie sono tanto più imperfette, quanto
          le lingue sono più <pb ed="aut" n="4285"/> distanti per origine e per proprietà dal
          latino, sulla ortografia del quale tutte, malgrado di ogni repugnanza, furono
          architettate.</p>
        <p>Le contrazioni greche (sì quelle in uso ne’ vari dialetti, e sì quelle attiche, e passate
          nel greco comune) non sono che modi di pronunziare certi dittonghi o trittonghi ec.: come
          appunto in francese <emph>au, ai</emph> ec. che si pronunziano <emph>o, e</emph> ec.; in
          inglese <emph>ea, ee</emph> ec. che si pronunziano <emph>i, e</emph> ec. ec. Così in greco
            <foreign lang="grc">εα</foreign> si contrae, cioè si pronunzia <foreign lang="grc"
          >η</foreign>; <foreign lang="grc">εο</foreign> si pronunzia <foreign lang="grc">ου;; οο,
            ου;; αει, ᾳ;; εω, ω</foreign> ec. ec. Ma non per questo i greci pronunziando (cioè
          contraendo) <foreign lang="grc">η</foreign> scrivevano <foreign lang="grc">εα</foreign>
          ec., benchè questa seconda fosse la pronunzia e la scrittura regolare; ma scrivevano
            <foreign lang="grc">η</foreign> come pronunziavano. E non solo il greco comune, ma
          ciascun dialetto con tutte le irregolarità e idiotismi di pronunzia, si scriveva come si
          pronunziava. Perchè in francese, in inglese ec. (i quali anticamente e regolarmente
          pronunziarono certo <emph>au, ai, ea, ee</emph> ec. come ora scrivono) non si scrivono i
          dittonghi ec. come si pronunziano? (Firenze. 1. luglio. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Successus</foreign> particip. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">succedo</foreign>. <bibl>V. <author>Cic.</author>
            <title>Ep. ad. fam.</title> l. 16. ep. 21.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Avvengachè tra gli scrittori che io ho visti, non si trovi in maniera alcuna chi
              <emph>altrimenti</emph> (ridondante) costui si fosse</quote>. <bibl>
            <author>Giambullari</author>, <title>Istoria dell’Europa</title>, lib.7. principio,
            Pisa, Capurro. 1822. t. 2. p. 173.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Sull’orlo d’un laghetto, ch’era vicino a certe balze sopra le coste di Agnano,
            stavano una testuggine, e due <emph>altri</emph> uccelli pur d’acqua</quote>. <bibl>
            <author>Firenzuola</author>, <title>Discorsi degli animali</title>
          </bibl>. (Firenze. 1. Luglio. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’amore e la stima che un letterato porta alla letteratura, o uno scienziato alla sua
          scienza, sono il più delle volte in ragione inversa dell’amore e della stima che il
          letterato o lo scienziato porta a se stesso. (Firenze. 5. Luglio. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4286"/> Alla p. 4245. Di tal genere è ancora quella tanta ospitalità
          esercitata dagli antichi con tanto scrupolo, e protetta da tanto severe leggi, opinioni
          religiose ec. quei diritti d’ospizio ec. affinità d’ospizio ec. Ben diversi in ciò dai
          moderni. (5. Luglio. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Cuna, cunula, culla.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Favonius-Faunus. <bibl>V. <title lang="eng">The Monthly Repertory of english
            literature</title>, Paris, N. 51. June 1811. vol. 13. p. 331.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Vino. Il piacer del vino è misto di corporale e di spirituale. Non è corporale
          semplicemente. Anzi consiste principalmente nello spirito ec. ec. (Firenze. 17. Luglio.
          1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Uno che costretto dai debiti, aveva venduto per cinquantamila scudi il suo patrimonio,
          non volendo dire di aver venduto, diceva (e certo con altrettanta verità) di aver
          comperato cinquantamila scudi. (Firenze. 19. Luglio. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Memorie della mia vita. Cangiando spesse volte il luogo della mia dimora, e fermandomi
          dove più dove meno o mesi o anni, m’avvidi che io non mi trovava mai contento, mai nel mio
          centro, mai naturalizzato in luogo alcuno, comunque per altro ottimo, finattantochè io non
          aveva delle rimembranze da attaccare a quel tal luogo, alle stanze dove io dimorava, alle
          vie, alle case che io frequentava; le quali rimembranze non consistevano in altro che in
          poter dire: qui fui tanto tempo fa; qui, tanti mesi sono, feci, vidi, udii la tal cosa;
          cosa che del resto non sarà stata di alcun momento; ma la ricordanza, il potermene
          ricordare, me la rendeva importante e dolce. Ed è manifesto che questa facoltà e copia di
          ricordanze annesse ai luoghi abitati da me, io non poteva averla se non con successo di
          tempo, e col tempo non mi poteva mancare. Però io era sempre tristo in qualunque luogo nei
          primi mesi, e coll’andar del tempo mi trovava <pb ed="aut" n="4287"/> sempre divenuto
          contento ed affezionato a qualunque luogo. (Firenze. 23. Luglio. 1827.). Colla
          rimembranza, egli mi diveniva quasi il luogo natio.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Veramente e perfettamente compassionevoli, non si possono trovare fra gli uomini. I
          giovani vi sarebbero più atti che gli altri, quando sono nel fior dell’età, quando ride
          loro ogni cosa, quando non soffrono nulla, perchè se anche hanno materia di sofferire, non
          la sentono. Ma i giovani non hanno patito nulla, non hanno idea sufficiente delle
          infelicità umane, le considerano quasi come illusioni, o certo come accidenti d’un altro
          mondo, perchè essi non hanno negli occhi che felicità. Chi patisce non è atto a compatire.
          Perfettamente atto non vi potrebbe essere altri che chi avesse patito, non patisse nulla,
          e fosse pienamente fornito del vigor corporale, e delle facoltà estrinseche. Ma non v’ha
          che il giovane (il quale non ha patito) che sia così pieno di facoltà, e che non patisca
          nulla. Se altro non fosse, lo stesso declinar della gioventù, è una sventura per ciascun
          uomo, la quale tanto più si sente, quanto uno è d’altronde meno sventurato. Passati i
          venticinque anni, ogni uomo è conscio a se stesso di una sventura amarissima: della
          decadenza del suo corpo, dell’appassimento del fiore de’ giorni suoi, della fuga e della
          perdita irrecuperabile della sua cara gioventù. (Firenze. 23. Lugl. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Vagheggiare</emph>, bellissimo verbo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Naufragato</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">naufragé</foreign> ec. per che
          ha naufragato. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> ec. <emph>Scappato</emph> si dice volgarmente, anche in Toscana, di un giovane
          licenzioso ec. Osé.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Rempli</foreign> per <foreign lang="fre" rend="italic"
            >plein</foreign>. <foreign lang="fre" rend="italic">Foncé</foreign> per <foreign
            lang="fre" rend="italic">profond</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Béqueter</foreign>. <emph>Nutrire</emph>,
            <emph>nodrire-nutricare nodricare</emph>. V. Forc. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Frigere</foreign>-<foreign lang="fre" rend="italic">fricasser</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fra, infra, tra, intra tanto</emph>; <foreign lang="spa" rend="italic">entre
          tanto</foreign>, per <emph>in tanto</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">en
          tanto</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Embraser</foreign> co’ derivati. Aggiungasi al detto
          altrove, che le lettere <emph>br</emph> sogliono entrare nella composizione di voci
          dinotanti arsione ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4288"/> Come <foreign lang="lat" rend="italic">ignotus</foreign>, o
            <foreign lang="lat" rend="italic">notus</foreign> per conoscente, così viceversa
            <emph>conoscente</emph> spesso per conosciuto; come: <emph>il dolor della morte degli
            amici e de’ conoscenti</emph> ec. ec. (Firenze. 17. Sett. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La materia pensante si considera come un paradosso. Si parte dalla persuasione della sua
          impossibilità, e per questo molti grandi spiriti, come Bayle, nella considerazione di
          questo problema, non hanno saputo determinar la loro mente a quello che si chiama, e che
          per lo innanzi era lor sempre paruto, un’assurdità enorme. Diversamente andrebbe la cosa,
          se il filosofo considerasse come un paradosso, che la materia non pensi; se partisse dal
          principio, che il negare alla materia la facoltà di pensare, è una sottigliezza della
          filosofia. Or così appunto dovrebbe esser disposto l’animo degli uomini verso questo
          problema. Che la materia pensi, è un fatto. Un fatto, perchè noi pensiamo; e noi non
          sappiamo, non conosciamo di essere, non possiamo conoscere, concepire, altro che materia.
          Un fatto perchè noi veggiamo che le modificazioni del pensiero dipendono totalmente dalle
          sensazioni, dallo stato del nostro fisico; che l’animo nostro corrisponde in tutto alle
          varietà ed alle variazioni del nostro corpo. Un fatto, perchè noi sentiamo corporalmente
          il pensiero: ciascun di noi sente che il pensiero non è nel suo braccio, nella sua gamba;
          sente che egli pensa con una parte materiale di se, cioè col suo cervello, come egli sente
          di vedere co’ suoi occhi, di toccare colle sue mani. Se la questione dunque si
          riguardasse, come si dovrebbe, da questo lato; cioè che chi nega il pensiero alla materia
          nega un fatto, contrasta all’evidenza, sostiene per lo meno uno stravagante paradosso; che
          chi crede la materia pensante, non solo non avanza nulla di strano, di ricercato, di
          recondito, ma avanza una cosa ovvia, avanza quello che è dettato dalla natura, la
          proposizione più naturale e più ovvia che possa esservi in questa materia; forse le
          conclusioni degli uomini su tal punto sarebbero diverse da quel che sono, e i profondi
          filosofi <pb ed="aut" n="4289"/> spiritualisti di questo e de’ passati tempi, avrebbero
          ritrovato e ritroverebbero assai minor difficoltà ed assurdità nel materialismo. (Firenze.
          18. Sett. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ci resta ancora molto a ricuperare della civiltà antica, dico di quella de’ greci e de’
          romani. Vedesi appunto da quel tanto d’instituzioni e di usi antichi che recentissimamente
          si son rinnovati: le scuole e l’uso della ginnastica, l’uso dei bagni e simili. Nella
          educazione fisica della gioventù e puerizia, nella dieta corporale della virilità e d’ogni
          età dell’uomo, in ogni parte dell’igiene pratica, in tutto il fisico della civiltà, v. p.
          4291. gli antichi ci sono ancora d’assai superiori: parte, se io non m’inganno, non
          piccola e non di poco momento. La tendenza di questi ultimi anni, più decisa che mai, al
          miglioramento sociale, ha cagionato e cagiona il rinnovamento di moltissime cose antiche,
          sì fisiche, sì politiche e morali, abbandonate e dimenticate per la barbarie, da cui non
          siamo ancora del tutto risorti. Il presente progresso della civiltà, è ancora un
          risorgimento; consiste ancora, in gran parte, in ricuperare il perduto. (18. Sett. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Addolcendosi i costumi, diffondendosi le cognizioni e la coltura delle maniere nelle
          classi inferiori, avanzandosi la civiltà, veggiamo che i grandi delitti o spariscono, o si
          fanno più rari. Se mancati i grandi delitti e i grandi vizi, potranno aver luogo le grandi
          virtù, le grandi azioni, questo è un problema, che l’effetto e l’esperienza della
          civilizzazion presente deciderà per la prima volta. — Parlando con un famoso ed eloquente
          avvocato napoletano, il Baron Poerio, che ha avuto a trattare un gran numero di cause
          criminali nella capitale e nelle provincie del Regno di Napoli, ho dovuto ammirare in quel
          popolo semibarbaro o semicivile piuttosto, una quantità di delitti atroci che vincono
          l’immaginazione, una quantità di azioni eroiche di virtù (spesso occasionate da quei
          medesimi delitti), che esaltano l’anima la più fredda (come è la mia). Certo niente o ben
          poco di simile nelle parti men barbare dell’Italia, e <pb ed="aut" n="4290"/> nel resto
          d’Europa, nè per l’una nè per l’altra parte. (Firenze. 18. Sett. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">C’est en conséquence de ces cruelles opinions, que l’on a vu
              enseigner publiquement, à la honte du Christianisme, <hi rend="italic">que l’on ne
                devoit pas garder la foi aux hérétiques</hi>; sentiment que Clément VIII, qui
              d’ailleurs étoit assez honnête homme pour un Pape, approuvoit, ainsi que s’en plaint
              amèrement le Cardinal d’Ossat. L’inhumaine décision du concile de Constance, sur le
              mépris des saufs-conduits, est aussi le fruit de cette pernicieuse doctrine</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <title lang="fre">Hist. du concile de Constance</title>, préface de Lenfant. P.
          47.</bibl>) <bibl>
            <title lang="fre">Examen critique des Apologistes de la religion chrétienne</title>, par
              <author>M. Fréret</author>, chap. 10. édit. de 1766. p. 188-9</bibl>. (Firenze, 19.
          Sett. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Io non credo vero quel che dicono i critici che gli antichi, p. e. Ebrei, Greci, Latini
          Orientali ec. non avessero nelle loro lingue il suono del <emph>v</emph> consonante, ma
          solo l’<emph>u</emph> vocale. Credo che il <emph>vau</emph> dell’alfabeto ebraico non sia
          veramente altro che un <emph>uau</emph> o <emph>u</emph>, credo che gli antichi latini non
          avessero segno nel loro alfabeto per esprimere il <emph>v</emph> consonante, e che il V
          non fosse in origine che un <emph>u</emph>; ma con ciò non si prova altro se non che gli
          antichi non ebbero il <emph>v</emph> nel loro alfabeto, il che non prova che non
          l’avessero nella lingua. Considerato come un’aspirazione (non altrimenti che
          l’<emph>f</emph>, il quale ancor manca negli antichi alfabeti, giacchè il <emph>fe</emph>
          ebraico fu anticamente <emph>pe</emph>, e il <foreign lang="grc">φ</foreign> greco è una
          lettera aggiunta all’alfabeto antico, e considerata come doppia o composta, cioè di
            <foreign lang="grc">π </foreign> e di H, ossia come un <foreign lang="grc">π</foreign>
          aspirato), esso <emph>v</emph>, per l’imperfezione degli antichi alfabeti, mancò di segno
          proprio, giacchè non si ebbe bastante sottigliezza per separarlo dalle lettere su cui esso
          cadeva, per avvedersi che esso era un suono per se, un elemento della favella. Perciò da
            <pb ed="aut" n="4291"/> principio esso non fu scritto in niun modo, come nel lat.
            <foreign lang="lat" rend="italic">amai</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >amavi</foreign>; poi scritto come aspirazione, digamma ec. p. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">amaFi</foreign> ec.; finalmente, sempre privo di segno proprio, esso fu
          scritto con quel medesimo segno che serviva all’<emph>u</emph>, ond’è avvenuto che nel
          latino maiuscolo il V sia ora vocale ora consonante, e così l’<emph>u</emph> nel latino
          minuscolo, la qual confusione dura ancora, non ostante che i moderni abbiano fatto di
            quest’<emph>u</emph> due caratteri, <emph>u</emph> e <emph>v</emph>; giacchè si vede,
          ciò non ostante, nei dizionari l’<emph>u</emph> e il <emph>v</emph> considerarsi come un
          solo elemento diversamente modificato, ed abbiamo e impariamo fin da fanciulli la
          irragionevole distinzione tra <emph>u</emph> vocale e <emph>u</emph> consonante,
          distinzione che non ha ragione alcuna naturale, ma solo storica ec. ec. Il simile dirò
            dell’<emph>f</emph> ec. ec. (20. Sett. 1827. Firenze.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4289 — nella civiltà insomma del corpo, per dir così, o vogliamo dire, che spetta
          al perfezionamento o alla perfezione del corpo, —</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dice la Staël che la lingua tedesca è una scienza, e lo stesso si può, e con più ragione
          ancora, dir della greca. Quindi è accaduto che siccome le scienze si perfezionano, e i
          moderni sono in esse superiori agli antichi, per le più numerose e accurate osservazioni,
          così e per lo stesso mezzo la notizia del greco, dal rinascimento degli studi, si è
          accresciuta e si accresce tuttavia, e che i moderni sono in essa d’assai superiori a
          quelli del 5 o del 4 cento, e forse in alcune parti (come in quella delle etimologie,
          parte così favolosamente trattata da Platone), agli stessi greci antichi; anzi, che gli
          scolari di greco oggidì, ne sappiano più de’ maestri de’ passati tempi. E come le scienze
          non hanno limiti conosciuti nè forse arrivabili, e nessuno si può vantare di possederle
          intere; così appunto accade della lingua greca, la cognizione della quale sempre si
          estende, nè si può conoscere se e quando arriverà al <foreign lang="lat" rend="italic">non
            plus ultra</foreign>, nè <pb ed="aut" n="4292"/> basta l’avere spesa tutta la vita in
          questo studio, per potersi vantare di essere un grecista perfetto. (Firenze. 20. Sett.
          1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il credere l’universo infinito, è un’illusione ottica: almeno tale è il mio parere. Non
          dico che possa dimostrarsi rigorosamente in metafisica, o che si abbiano prove di fatto,
          che egli non sia infinito; ma prescindendo dagli argomenti metafisici, io credo che
          l’analogia materialmente faccia molto verisimile che la infinità dell’universo non sia che
          illusione naturale della fantasia. Quando io guardo il cielo, mi diceva uno, e penso che
          al di là di que’ corpi ch’io veggo, ve ne sono altri ed altri, il mio pensiero non trova
          limiti, e la probabilità mi conduce a credere che sempre vi sieno altri corpi più al di
          là, ed altri più al di là. Lo stesso, dico io, accade al fanciullo, o all’ignorante, che
          guarda intorno da un’alta torre o montagna, o che si trova in alto mare. Vede un
          orizzonte, ma sa che al di là v’è ancor terra o acqua, ed altra più al di là, e poi altra;
          e conchiude, o conchiuderebbe volentieri, che la terra o il mare fosse infinito. Ma come
          poi si è trovato per esperienza che il globo terracqueo, il qual pare infinito, e
          certamente per lungo tempo fu tenuto tale, ha pure i suoi limiti, così, secondo ogni
          analogia, si dee credere che la mole intera dell’universo, l’<foreign lang="fre"
            rend="italic">assemblage</foreign> di tutti i globi, il qual ci pare infinito per la
          stessa causa, cioè perchè non ne vediamo i confini e perchè siam lontanissimi dal vederli;
          ma la cui vastità del resto non è assoluta ma relativa; abbia in effetto i suoi termini. —
          Il fanciullo e il selvaggio giurerebbero, i primitivi avriano giurato, che la terra, che
          il mare non hanno confini; e si sarebbono ingannati: essi credevano ancora, e credono, che
          le stelle che noi veggiamo non si potessero contare, cioè fossero infinite di numero. (20.
          Sett. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4293"/> L’estrema imperfezione dell’ortografia francese è confessata in
          modo <foreign lang="fre" rend="italic">très-éclatant</foreign> dagli stessi francesi con
          que’ loro dizionari che contengono <foreign lang="fre" rend="italic">la prononciation
            figurée</foreign>, cioè rappresentata in modo più conforme all’alfabeto ed alla ragion
          naturale. Che si dee pensare della scrittura di una nazione, la quale scrittura ha bisogno
          di essere scritta in un altro modo, di essere rappresentata con un’altra scrittura, e ciò
          alla stessa nazione, acciò che questa intenda ciò che quella significa? giacchè
          l’intendere come essa vada pronunziata, non è altro che intendere il suo valore. (Firenze.
          21. Sett. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Se fosse possibile che io m’innamorassi, ciò potrebbe accadere piuttosto con una
          straniera che con un’italiana. Quel tanto o di nuovo o d’ignoto che v’ha ne’ costumi, nel
          modo di pensare, nelle inclinazioni, nei gusti, nelle maniere esteriori, nella lingua di
          una straniera, è molto a proposito per far nascere o per mantenere in un amante quella
          immaginazion di mistero, quella opinione di vedere e di conoscere nella persona amata
          assai meno di quello che essa nasconde in se stessa, di quel ch’ella è, quella idea di
          profondità, di animo recondito e segreto, ch’è il primo e necessario fondamento dell’amor
          più che sensuale. Oltre alla grazia che accompagna naturalmente ciò ch’è straniero, come
          straordinario. (Firenze, 21. Sett. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Doucereux</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Una voce o un suono lontano, o decrescente e allontanantesi appoco appoco, o eccheggiante
          con un’apparenza di vastità ec. ec. è piacevole per il vago dell’idea ec. Però è piacevole
          il tuono, un colpo di cannone, e simili, udito in piena campagna, in una gran valle ec. il
          canto degli agricoltori, degli uccelli, il muggito de’ buoi ec. nelle medesime
          circostanze. (21. Sett. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4294"/> La differenza tra le voci di origine volgare, e quelle di origine
          puramente letteraria nelle lingue figlie della latina, si può vedere anche in questo, che
          spesso una stessissima voce latina, pronunziata e scritta in un modo nelle nostre lingue,
          significa una cosa; in un altro modo, un’altra, tutta differente, e si considera come un
          altra voce da tutti, salvo solo i pochissimi che s’intendono delle origini della lingua.
          P. e. <foreign lang="lat" rend="italic">causa</foreign> lat. , corrotta di forma e di
          significato dall’uso volgare, significa <foreign lang="lat" rend="italic">res</foreign>
            (<emph>cosa</emph>: v. la pag. 4089.); usata incorrottamente nella letteratura e
          scrittura, significa, come nel buon latino, <emph>cagione</emph>. Ed è certo che
            <emph>causa</emph> ital. è voce, benchè ora volgarmente intesa, (non però usata dal
          volgo), di origine letteraria; poichè nel 300 non si trova, o è così rara, che i fanatici
          puristi de’ passati secoli dicevano ch’ella non è buona voce toscana, ma che dee dirsi
            <emph>cagione</emph>, voce pure storpiata di forma e di senso dalla lat. <foreign
            lang="lat" rend="italic">occasio</foreign>, che pur si usa poi nella sua vera forma e
          senso, come una tutt’altra (<emph>occasione</emph>), benchè in origine sia la stessa.
          Franc. <foreign lang="fre" rend="italic">chose</foreign> — <foreign lang="fre"
            rend="italic">cause</foreign>, Spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">cosa</foreign> —
            <emph>causa</emph> ec. (Firenze. 21. Sett. 1827.). Leale, loyal, leal (spagn.) legale,
          légal, legal.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Diluvium</foreign> — <emph>déluge</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4238. Ebbero i Greci ancora, come i moderni, degl’Itinerari, delle Descrizioni di
          città e di provincie, anche con dettagli appartenenti a storia, arti, monumenti, costumi,
          prodotti, statistica insomma (come quella di Pausania, e la Descriz. della Grecia di
          Dicearco, contemporaneo di Teofrasto, della quale son da vedere i frammenti nei
            <title>Meletemata</title> del Creuzer); delle Relazioni di Viaggi per mare e per terra
          (come i Peripli, il Viaggio di Nearco, di Arriano nell’Indica, quello di Megastene
          all’India, ed altri simili sotto titolo di <title>
            <foreign lang="grc">Ἰνδικά, Αἰθιοπιχά, Περσικά</foreign>
          </title> ec.): e in fine non v’è quasi ricchezza letteraria fra’ moderni, di cui non si
          trovi fornita anche la Bibliografia greca. (Firenze. Domenica 14. Ottob. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Persone la cui compagnia e conversazione ci piaccia durevolmente, e si usi volentieri con
            <pb ed="aut" n="4295"/> frequenza e lunghezza, non sono in sostanza, e non possono
          essere altre che quelle dalle quali giudichiamo che vaglia la pena di sforzarci e
          adoperarci d’essere stimate, e stimate ogni giorno più. Perciò la compagnia e
          conversazione delle donne non può esser durevolmente piacevole, se esse non sono o non si
          rendono tali da rendere durevolmente pregiabile e desiderabile la loro stima. (Firenze.
          Domenica 14. Ottobre. 1827.).</p>
        <p>————————</p>
        <ab>Fin qui si stende l’Indice di questo zibaldone di<lb/> Pensieri<lb/> cominciato agli 11
          Luglio, e finito ai 14 Ottobre 1827 in Firenze.</ab>
        <p>————————</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Peut-être que, si l’on examinait avec impartialité les moeurs de
              toutes les nations de la terre, on trouverait qu’il n’y a point de peuple si grossier
              qui n’ait quelques règles de politesse, et point de peuple si poli qui ne conserve
              quelque reste de barbarie</foreign>
          </quote>. Franklin. <foreign lang="fre">Traduit de l’anglais</foreign>. (<bibl lang="fre">
            <title>Mélanges de Morale</title>, d’Économie et de Politique, extraits des ouvrages de
              <author>Benjamin Franklin</author>. 2.<hi rend="apice">e</hi> édition. Paris, chez
            Jules Renouard. 1826. tom.2. p. 1-2. Observations sur les Sauvages de l’Amérique du
            Nord. 1784.</bibl>). (Firenze. 1827. 25. Ottobre.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Bisogna guardarsi dal giudicare dell’ingegno, dello spirito, e soprattutto delle
          cognizioni di un forestiere, da’ discorsi che si udranno da lui ne’ primi abboccamenti.
          Ogni uomo, per comune e mediocre che sia il suo spirito e il suo intendimento, ha qualche
          cosa di proprio suo, e per conseguenza di originale, ne’ suoi pensieri, nelle sue maniere,
          nel modo di discorrere e di trattare. Massime poi uno straniere, voglio dire uno d’altra
          nazione, <pb ed="aut" n="4296"/> ne’ cui pensieri, nelle parole, nei modi, è impossibile
          che non si trovi tanta novità che basti per fermar l’attenzione di chi conversa seco le
          prime volte. Ogni uomo poi di qualche coltura, ha un sufficiente numero di cognizioni per
          somministrar lauta materia ad uno o due <foreign lang="fre" rend="italic"
          >entretiens</foreign>; ha i suoi discorsi, le sue materie favorite, nelle quali, se non
          altro per la lunga assuefazione ed esercizio, è atto a figurare, ed anche brillare; ha
          qualche suo motto, qualche tratto di spirito, qualche osservazione piccante o notabile ec.
          familiari e consueti. Per poca di abilità che egli abbia nel conversare, per poca di
          perizia di società, di arte della parola, facilissimamente egli tira e fa cadere il
          discorso, ne’ suoi primi abboccamenti, sopra quelle materie dove consiste il suo forte,
          dov’egli ha qualche bella o buona o passabile cosa da dire; e facilissimamente trova modo
          di metter fuori e di <foreign lang="fre" rend="italic">déployer</foreign> tutta la
          ricchezza della sua erudizione e della sua dottrina, di qualunque genere ella sia. Ad un
          letterato di professione massimamente, è difficile che manchi l’arte necessaria per questo
          effetto. Quindi è che chi lo sente parlare per la prima volta, resta sorpreso
          dell’abbondanza delle sue cognizioni, de’ suoi motti, delle sue osservazioni; lo piglia
          per un’arca di scienza e di erudizione, un mostro di spirito, un ingegno vivacissimo, un
          pensatore consumato, un intelletto, uno spirito originale. Ciò è ben naturale, perchè si
          crede che quel che egli mette fuori, sia solamente una mostra, un saggio di se e del suo
          sapere; non sia già il tutto. Così è avvenuto a me più volte: trovandomi con persone
          nuove, specialmente con letterati, sono rimasto spaventato del gran numero degli aneddoti,
          delle novelle, delle cognizioni d’ogni sorta, delle osservazioni, dei tratti, ch’esse
          mettevano fuori. Paragonandomi a loro, io m’avviliva nel mio animo, mi pareva impossibile
          di arrivarvi, mi credeva un nulla appetto a loro. Ciò avveniva non già perchè la somma del
          mio sapere e del mio spirito non mi <pb ed="aut" n="4297"/> paresse bastante ad uguagliar
          quella che tali persone mettevano fuori e spendevano attualmente meco: se io avessi
          creduto che la loro ricchezza non si stendesse più là, essa mi sarebbe paruta ben piccola
          cosa, anche a lato alla mia; ma io credeva che quello non fosse che un saggio del
          capitale, un <foreign lang="fre" rend="italic">argent de poche</foreign>, corrispondente
          ad una ricchezza proporzionata. Ne’ miei pochi viaggi, spesso ho avuto di tali
          mortificazioni, specialmente con letterati stranieri. Ma poi qualche volta ha voluto il
          caso che io m’abbattessi a sentire qualche colloquio di alcuna di tali persone con altre a
          cui esse erano parimente nuove. Ed ho notato che esse ripetevano puntualmente, o appresso
          a poco, gli stessi pensieri, motti, aneddoti, novelle, che avevano dette ed usate meco.
          ec. L’effetto in quegli uditori era lo stesso che era stato in me. Ammirazione, interesse,
          entusiasmo. Che vastità di sapere, che notizia d’uomini e d’affari, che profondità, che
          erudizione immensa, che fecondità e vivacità di spirito!</p>
        <p>Da queste osservazioni si possono cavar parecchie riflessioni utili, ma fra l’altre, due
          ben diverse, ed utili a due ben diversi generi di persone. La prima: che i viaggiatori,
          per quanto sieno intendenti e di buona fede, debbono restar facilmente ingannati nel
          giudicar dello spirito, ingegno, erudizione e dottrina delle persone che vedono. Questa
          sarà utile per chi legge le Relazioni di Viaggi fatti in Europa, che ora sono tanto alla
          moda. L’altra: che un viaggiatore, per poco capitale ch’egli abbia di spirito e di sapere,
          dev’essere ben povero d’arte <emph>conversativa</emph>, se dovunque egli passa, non si fa
            <emph>passare</emph> per un grand’uomo. E questa sarà utile a chi viaggia. Come anche
          sarà utile per un altro lato a chi viaggia, l’esempio dell’accaduto a me, come ho detto di
          sopra ec. (Pisa. 13. Novembre. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4298"/>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Cratero</foreign>
          </quote> (nome di medico, e vuol dire in generale al medico) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">magnos promittere montes</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Persio</author>, <title>Sat.</title> 3. vers. 65</bibl>. — <emph>Prometter mari
            e monti</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4115. <bibl>
            <author>Persio</author>
            <title>Sat.</title> 1. v. 112-14</bibl>. <quote>
            <foreign lang="lat">Hic, inquis, veto quisquam faxit oletum. Pinge duos angues: <hi
                rend="italic">pueri, sacer est locus, extra Mejite</hi>. Discedo</foreign>
          </quote>. Traduz. di Monti. <quote>Niun qui, dici, a sgravar l’alvo si butti: E tu due
            serpi vi dipingi, e al piede: <hi rend="italic">Pisciate altrove, è sacro il loco, o
              putti</hi>. Me la batto</quote>. Nota del medesimo. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Angues</foreign>. L’antica superstizione aveva
            consecrato i serpenti come immagine del genio tutelare, e simbolo dell’eternità.
            Solevano quindi dipingerli al muro ne’ luoghi pubblici che volevansi mondi d’ogni
            bruttura, onde gli adulti per riverenza, i fanciulli per paura non vi si accostassero a
            far puzza</quote>. — Vedi gli altri commentatori. Paragonisi questa usanza colla nostra
          di far dipingere, ed anche scolpire in pietra, delle croci ne’ luoghi che si vogliono
          salvare dalle brutture, e che d’altronde vi sarebbero assai esposti e comodi. Usanza che
          dà più che mai nell’occhio a Firenze, dove non solo ne’ luoghi tali, ma non v’è canto di
          edifizio e di strada sì pubblica e frequentata, dove non si veggano, non dico croci, ma
          lunghe file di croci dipinte nel muro a basso, in modo di siepi. Il che è ben ragionevole
          in quella sporchissima e fetidissima città, per li cui amabili cittadini ogni luogo,
          nascosto o patente, è comodo e opportuno per li loro bisogni, e soprattutto ogni
          cominciamento o entrata di viottolo o di via (due cose poco diverse in Firenze): onde
          nessun luogo è sicuro da tali profanazioni senza tali ripari ed antemurali, e conviene
          moltiplicarli senza fine. Non entrerei però garante della validità di siffatti ripari per
          l’effetto desiderato, nè in Firenze nè altrove. (Pisa. 22. Novembre. 1827.). V. la p. seg.
          e p. 4300. e p. 4305.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Cader dalla padella nella brace</emph> ec. <bibl>V. Crusca.</bibl> — <bibl>
            <author>Platone</author> nel fine del libro 8. <title>
              <foreign lang="grc">πολιτείας</foreign>
            </title> (ed. Astii, t. 4. p. ult.)</bibl> parlando della democrazia cangiata in
          tirannide, e della eccessiva libertà cangiata in servitù, dice: <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ, τὸ λεγόμενον, ὁ δῆμος φεύγων ἂν καπνὸν δουλείας
            ἐλευθέρων</foreign>
          </quote> (cioè ricusando l’obbedienza de’ magistrati <pb ed="aut" n="4299"/> liberi), <quote>
            <foreign lang="grc">εἰς πῦρ δούλων δεσποτείας</foreign>
          </quote> (della dominazione dei servi, cioè de’ satelliti del tiranno ec.) <quote>
            <foreign lang="grc">ἂν ἐμπεπτωκὼς εἴη</foreign>
          </quote>. (Pisa. 2. Dic. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. qui dietro. Del resto, questo scompisciamento generale di Firenze procede da
          quell’eccessiva libertà individuale che vi regna, per la quale Firenze potrebbe molto bene
          paragonarsi ad Atene del tempo il più democratico, ed applicarsi a lei quello che,
          alludendo ad Atene, dice di una città eccessivamente democratica <bibl>
            <author>Platone</author> nell’ottavo della <title>Repubblica</title>, opp. ed. Astii,
            tom. 4. p. 478</bibl>. (Pisa. 5. Dic. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4164. capoverso 3. <bibl>
            <author>Epicuro</author>
            <title lang="lat">Epist. ad Herodot.</title> , ap. <author>Laert.</author> X. segm. 37.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ὅπως ἂν τὰ δοξαζόμενα ἢ ζητούμεναἢ ἀπορούμενα ἔχωμεν εἰς ὃ ἀνάγοντες
              ἀπικρίνειν</foreign>
          </quote>. Quest’uso dell’infinito, è proprio, del resto, anche della lingua franc. spagn.
          ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>D’Alembert nel <title lang="fre">Discours préliminaire de l’Encyclopédie</title>, avendo
          parlato delle cure, delle fatiche prese, e delle grandissime difficoltà incontrate dagli
          enciclopedisti, e particolarmente da Diderot per acquistare intorno alle arti, mestieri e
          manifatture i lumi e le notizie necessarie a trattarne nella enciclopedia, soggiunge: <quote>
            <foreign lang="fre">C’est ainsi que nous nous sommes convaincus de l’ignorance dans
              laquelle on est sur la plûpart des objets de la vie, et de la difficulté de sortir de
              cette ignorance. C’est ainsi que nous nous sommes mis en êtat de démontrer que <hi
                rend="italic">l’homme de Lettres qui sait le plus sa Langue, ne connoît pas la
                vingtieme partie des mots</hi>; que quoique chaque Art ait la sienne, cette langue
              est encore bien imparfaite; que c’est par l’extrême habitude de converser les uns avec
              les autres, que les ouvriers s’entendent, et beaucoup plus par le retour des
              conjonctures que par l’usage des termes. Dans un attelier, c’est le moment qui parle,
              et non l’Artiste</foreign>
          </quote>. (Pisa. 17. Dic. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4300"/>
          <quote>S’andrà schernendo il giovinetto altero Senz’<emph>altra</emph> (alcuna) pena
            l’amoroso foco, Chi sarà poi che ’l tuo schernito impero, Voto d’ogni timor non prenda
            in gioco?</quote>
          <bibl>
            <author>Alamanni</author>, <title>Favola di Narcisso</title>, stanza 17.</bibl> (30.
          Dic. 1827. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altronde</emph> per <emph>altrove</emph>. <bibl>
            <author>Angelo di Costanzo</author>, Sonetto 44.</bibl>
          <emph>Mancheran prima</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Avale-aguale.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tallo-<foreign lang="grc">θαλλός</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Frugare — Frugolare. Malm. racq. 10.<hi rend="apice">mo</hi> cantare, stanza 44. Spruzzo
          — Spruzzolo. Menzini, Satira 9. verso 48.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Cosa curiosa, e notabile per chi vuol conoscere la storia, e dalla storia inferire il
          valore, delle opinioni degli uomini intorno ai diritti e ai doveri, si è che ne’ secoli
          passati, i Negri erano creduti d’una origine e quindi d’una famiglia stessa co’ bianchi, e
          pur quei medesimi che li tenevano per tali, sostenevano la ineguaglianza naturale di
          diritti tra i bianchi e loro, la inferiorità dei Negri, e la giustizia della loro servitù,
          anzi schiavitù ed oppressione: oggi i Negri sono conosciuti di origine, e però di
          famiglia, onninamente diversa dai bianchi, e quelli che gli hanno per tali, sostengono la
          loro uguaglianza sociale rispetto a noi, e la parità de’ loro diritti, e la totale
          ingiustizia del farli schiavi, o maltrattarli, o dominarli, e l’assurdità dell’opinione
          antica in tal proposito. (Pisa 14. Gen. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4298. Oh gente santa, Che non piscia lì dove vede impresso Segno di croce!
          Menzini, Sat. 9. vers.56-8.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="fre" rend="italic">non pareil</foreign> per
            <emph>senza pari</emph>, grecismo; e di <foreign lang="fre" rend="italic"
          >pareil</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">parejo</foreign>,
          <emph>apparecchiare</emph> ec. diminutivi positivati ec. aggiungi. <bibl>
            <author>Chiabrera</author>
            <title>Canzonette</title>, canzonetta 8.<hi rend="apice">va</hi>
            <emph>al Sig. Luciano Borzone pittore</emph> (principio: <title>Se di bella, che in
              Pindo alberga, musa</title>) stanza 6 ed ult. versi 50-54 ed ultimi</bibl>. <quote>
            <emph>Ah sciocchezza infinita Di qualunque sia core, E follia</emph>
            <emph rend="sc">non parecchia!</emph>
          </quote> (senza pari) <quote>
            <emph>Pianger perchè si more, E non perchè s’invecchia</emph>
          </quote>. (Pisa. 15. Gennaio. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altronde</emph> per <emph>altrove</emph>. <bibl>
            <author>Giusto de’ Conti</author>, <title>Bella Mano</title>, Canz. 2. st. 5. Capit. 4.
            v. 8.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4301"/>
          <emph>Infamato</emph> per infame. <bibl>Id. ib. Capit. 3. v. 88</bibl>. <quote>
            <emph>Dannata</emph> (per dannevole) <emph>vista, e di mirarsi indegna</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Chiabr.</author> Canz. <title>Cosmo, sì lungo stuol, lieto in sembianza</title>.
            v. 25. stanz. 4. v. 1</bibl>. <emph>Patito</emph>. Viso patito. Uomo, cavallo, panno
          patito ec. Si dice anche in Toscana.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Memorie della mia vita. La privazione di ogni speranza, succeduta al mio primo ingresso
          nel mondo, appoco appoco fu causa di spegnere in me quasi ogni desiderio. Ora, per le
          circostanze mutate, risorta la speranza, io mi trovo nella strana situazione di aver molta
          più speranza che desiderio, e più speranze che desiderii ec. (Pisa. 19. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>V’è di quelli ostinati, Che per un <emph>blittri</emph> (della qual voce, derivata dal
          greco, dico altrove: vuol dire <emph>per un nulla</emph>) categorematico Lascerian stare
          la broda e ’l companatico. Magalotti, Sonetto colla coda; che incomincia: Acciò conosca
          ognun quanto diverso. vers.27-29. Parla de’ fanatici scolastici e peripatetici del suo
          tempo. (Pisa. 22. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Raperonzo — raperonzolo. Cotogno — cotognolo. V. Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">τρίβειν</foreign> — <emph>trebbiare</emph>, forse da
          <emph>tribulare</emph>, che forse è un frequentativo di un inusitato <emph>tribere</emph>
          da <foreign lang="grc">τρίβειν</foreign>. (Pisa. 28. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>E disse <emph>fra</emph> suo core: l’ho mal fatto</quote>. <bibl>
            <author>Pulci</author> Morg. maggiore, XII. 28</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Disse Rinaldo: A te, sanza <emph>altre</emph> scorte, (nessuna scorta) Venuti siam
            per l’oscura foresta</quote>. <bibl>Ib. canto 17. st. 35</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>E disse <emph>fra</emph> suo cor: costui fia quello</quote>. <bibl>Ib. c. 22. st.
            228</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Sottosopra fu buon sempre l’ardire: Ha la fortuna in odio un uom da poco, Ed è
            nimica de gli <emph>sbigottiti</emph>
          </quote> (soliti a sbigottirsi ec.). <bibl>
            <author>Berni</author>, <title>Orl. inn.</title> c. 35. st. 3</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Oramai si può dire con verità, massime in Italia, che sono più di numero gli scrittori
          che i lettori (giacchè gran parte degli scrittori non legge, o legge men che non iscrive).
          Quindi ancora si vegga che gloria si possa oggi sperare in letteratura. In Italia si può
          dir che chi legge, non legge che per iscrivere; quindi non pensa che a se, ec. (Pisa. 5.
          Feb. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4302"/> Uno de’ maggiori frutti che io mi propongo e spero da’ miei versi,
          è che essi riscaldino la mia vecchiezza col calore della mia gioventù; è di assaporarli in
          quella età, e provar qualche reliquia de’ miei sentimenti passati, messa quivi entro, per
          conservarla e darle durata, quasi in deposito; è di commuover me stesso in rileggerli,
          come spesso mi accade, e meglio che in leggere poesie d’altri: (Pisa. 15. Apr. 1828.)
          oltre la rimembranza, il riflettere sopra quello ch’io fui, e paragonarmi meco medesimo; e
          in fine il piacere che si prova in gustare e apprezzare i propri lavori, e contemplare da
          se compiacendosene, le bellezze e i pregi di un figliuolo proprio, non con altra
          soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta
          per tale da altrui. (Pisa. 15. Feb. ult. Venerdì di Carnevale. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pelo matto, pasta matta ec. — <foreign lang="grc">μάτην, μάταιος</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Ciascuna stella negli occhi mi piove <emph>Della</emph> sua luce e
            <emph>della</emph> sua vertute</quote>. <bibl>
            <author>Dante</author>
            <title>Rime</title>, lib. 2. Ballata 3</bibl>. <quote>Io mi son pargoletta bella e
          nova</quote>. (Pisa. 19. Marzo Festa di S. Giuseppe. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Βομβεῖν</foreign> — <emph>bombire</emph>. <bibl>
            <author>A. di Costanzo</author>, <title>Stor. del R. di Napoli</title>, lib. 6.</bibl>
          nella traduzione della lettera del Petrarca sopra il terremoto di Napoli. (Pisa. 12. Apr.
          Sabato in Albis. 1828.). <bibl>V. Crusca.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Prolato as</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">M. Newton avoit donné la solution de ce problême...; e M. Fatio de
              Duillier venoit d’en publier une solution très embarassée... M. Bernoulli, effrayé des
              calculs de M. Fatio, se mit à cercher par une autre voie le solide de la moindre
              résistance, et ne fut pas long-tems à le trouver. Les grands Géometres connoissent
              certe éspece de paresse qui préfere la peine de découvrir une vérité à la contrainte
              peu agréable de la suivre dans l’ouvrage d’autrui; en général ils se lisent peu les
              uns les autres, (Nota. Nous ne disons <pb ed="aut" n="4303"/> point qu’ils ne se
              lisent pas, mais qu’ils se lisent peu: en ce genre un coup d’oeil jetté sur un ouvrage
              suffit aux maîtres pour le juger. Il n’en est pas de même en Littérature.) et
              peut-être perdroient-ils à lire beaucoup: une tête pleine d’idées empruntées n’a plus
              de place pour les siennes propres, et trop de lecture peut étouffer le génie au lieu
              de l’aider. Si elle est plus nécessaire dans l’étude des Belles-Lettres que dans celle
              de la Géométrie, la différence de leurs objets er des qualités qu’elles exigent, en
              est sans doute la cause. La Géométrie ne veut que découvrir des vérités, souvent
              difficiles à atteindre, mais faciles à reconnoître dès qu’on les a saisies; et elle ne
              demande pour cela qu’une justesse et une sagacité qui ne s’acquierent point. Si elle
              n’arrive pas précisément à son but, elle le manque entièrement; mais tout moyen lui
              est bon pour y arriver; et chaque esprit a le sien, qu’il est en droit de croire le
              meilleur: au contraire, le mérite principal de l’éloquence et de la Poësie, consiste à
              exprimer et à peindre; et les talens naturels absolument nécessaires pour y réussir,
              ont encore besoin d’être éclairés par l’étude réfléchie des excellens modeles, et,
              pour ainsi dire, guidés par l’expérience de tous les siècles. Quand on a lu une fois
              un problême de Newton, on a vu tout, ou l’on n’a rien vu, parce que la vérité s’y
              montre nue et sans réserve; mais quand on a lu et relu une page de Virgile ou de
              Bossuet, il y reste encore cent choses à voir. Un bel esprit qui ne lit point, n’a pas
              moins à craindre de passer pour un écrivain ridicule, qu’un Géometre qui lit trop, de
              n’être jamais que médiocre</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>D’Alembert</author>, <title lang="fre">Éloge de M. Jean Bernoulli</title>
          </bibl>. <pb ed="aut" n="4304"/> Non si potrebbe dire della metafisica appresso a poco il
          medesimo che della Geometria, e così scusare chi in metafisica amasse più di pensare che
          di leggere; chi pretendesse di essere metafisico senz’aver letto o inteso Kant; chi si
          contentasse talvolta di conoscere i risultati e le conclusioni delle speculazioni e
          ragionamenti de’ metafisici celebri, per poi trovarne da se stesso la dimostrazione, o
          convincersi della loro insussistenza? La metafisica ha colle matematiche non poche altre
          somiglianze: anche in metafisica una proposizione dipende spesso da una serie di
          proposizioni per modo ch’è impossibile vederne colla mente la dimostrazione tutta in un
          punto; e spesso chi è salito per questa serie fino a quell’ultima verità, ne acquista la
          convinzione, e ne vede allora perfettamente le ragioni, che d’indi a poco non saprebbe più
          rendere nemmeno a se stesso, benchè la convinzione gli duri. Anche in metafisica, come in
          affari di calcolo, moltissime proposizioni e verità si credono sulla sola fede di chi ha
          fatto il lavoro necessario per iscoprirle e renderle certe; lavoro troppo lungo e
          difficile per essere rinnovato e rifatto, o seguito a passo a passo da altri, anche uomini
          della professione. (Pisa. 17. Aprile. 1828.). — (Il cui genio (di Laplace) è per me come
          quei Veri che pochi veggono, ma che son creduti da tutti, perchè uno spirito superiore li
          vede e li mostra. Daru, Risposta al <foreign lang="fre" rend="italic">discours de
            réception</foreign> di Royer-Collard all’Accad. Franc. nell’Antologia di Firenze, n.86.
          p. 138.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4264. <quote>
            <foreign lang="fre">De toutes les langues cultivées par les gens de lettres, l’italienne
              est la plus variée, la plus flexible, la plus susceptible des <pb ed="aut" n="4305"/>
              formes différentes qu’on veut lui donner. Aussi n’est-elle pas moins riche en bonnes
              traductions, qu’en excellente musique vocale, qui n’est elle-même qu’une éspece de
              traduction. D’Alembert, Observations sur l’art de traduire, premesse al suo Essai de
              traduction de quelques morceaux de Tacite</foreign>
          </quote>.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les taches qu’on peut faire disparoître en les effaçant, ne méritent
              presque pas ce nom; ce ne sont pas les fautes, c’est le froid qui tue les ouvrages;
              ils sont presque toujours plus défectueux par les choses qui n’y sont pas, que par
              celles que l’auteur y a mises</foreign>
          </quote>. <bibl>Id. ib.</bibl> (Pisa. 8. Maggio. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4298. fine. In Pisa, su un canto della <emph>piazza dello Stellino</emph>, oltre
          la croce dipinta, v’è la leggenda: <title>Rispetto alla Croce</title>. V. p. 4307.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Nous n’acquérons guere de connoissances nouvelles que pour nous
              désabuser de quelque illusion agréable, et nos lumieres sont presque toujours aux
              dépens de nos plaisirs. D’Alembert, Réflexions sur l’usage et sur l’abus de la
              philosophie dans les matieres de goût, lues à l’Académie Françoise le 14 mars
            1757</foreign>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>E molte forti a Pluto <emph>alme</emph> d’eroi Spinse anzi tempo, abbandonando i
            <emph>corpi</emph> Preda a sbranarsi a’ cani ed agli augelli. Foscolo. Molte anzi tempo
          all’Orco Generose travolse <emph>alme</emph> d’eroi, E di cani e d’augelli orrido pasto
          Lor <emph>salme</emph> abbandonò. Monti. E così gli altri. Ma Omero dice <emph>le
          anime</emph> (<foreign lang="grc">ψυχὰς</foreign>) ed <emph>essi</emph> (<foreign
            lang="grc">αὐτοὺς</foreign>), cioè <emph>gli eroi</emph>, non <emph>i loro corpi</emph>.
          Differenza non piccola, e secondo me, non senza grande importanza a chi vuol conoscere
          veramente Omero, e i suoi tempi, e il loro modo di pensare. Questa infedeltà, non di stile
          e di voci solo, ma di sostanza <pb ed="aut" n="4306"/> e di senso, nata dall’applicare
          alle parole d’Omero le opinioni contemporanee a’ traduttori; questa infedeltà, dico,
          commessa nel primo principio del poema, anche da’ traduttori più fedeli, dotti ed
          accurati, e in un caso in cui le parole son chiare e note, mostra quanto sia ancora
          imperfetta l’esegesi omerica (e in generale degli antichi), e quanto spesso si debba
          trovare ingannato, quanto spesso insufficientemente informato, chi per conoscere Omero, e
          gli antichi, e i loro tempi, costumi, opinioni ec. si vale delle traduzioni sole, e fonda
          su di esse i suoi discorsi ec. come per lo più i più eruditi francesi d’oggidì ec. ec.
          (Pisa. 10. Maggio. 1828. Sabato.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il est sans doute des lecteurs qui ne sont difficiles ni sur le fond
              ni sur le style de l’histoire; ce sont ceux dont l’ame froide et sans ressort, plus
              sujette au désoeuvrement qu’à l’ennui, n’a besoin ni d’être remuée, ni d’être
              instruite, mais seulement d’être assez occupée pour jouir en paix de son existence, ou
              plutôt, si on peut parler ainsi, pour la dépenser sans s’en appercevoir</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>D’Alembert</author>, <title lang="fre">Réflexions sur l’histoire</title>
          </bibl>. I più degli oziosi sono piuttosto disoccupati che annoiati. Si dice male che la
          noia è un mal comune. La noia non è sentita che da quelli in cui lo spirito è qualche
          cosa. Agli altri ogni insipida occupazione basta a tenerli contenti; e quando non hanno
          occupazione alcuna, non sentono la pena della noia. Anche gli uomini sono, la più parte,
          come le bestie, che a non far nulla non si annoiano; come i cani, i quali ho ammirati e
          invidiati più volte, vedendoli passar le ore sdraiati, con un occhio sereno e tranquillo,
          che annunzia l’assenza della noia non meno che dei desiderii. Quindi è, che se voi parlate
          della noia inevitabile <pb ed="aut" n="4307"/> della vita ec. ec. non siete inteso ec. ec.
          (Pisa. 15. Maggio. Ascensione. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">On peut dire en un sens de la Métaphysique que tout le monde la sait
              ou personne, ou pour parler plus exactement, que tout le monde ignore celle que tout
              le monde ne peut savoir. Il en est des ouvrages de ce genre comme des pieces de
              théatre; l’impression est manquée quand elle n’est pas générale. Le vrai en
              Métaphysique ressemble au vrai en matiere de goût; c’est un vrai dont tous les esprits
              ont le germe en eux-mêmes, auquel la plûpart ne font point d’attention, mais qu’ils
              réconnoissent dès qu’on le leur montre. Il semble que tout ce qu’on apprend dans un
              bon livre de Métaphysique, ne soit qu’une éspece de réminiscence de ce que notre ame a
              déjà su; l’obscurité, quand il y en a, vient toujours de la faute de l’auteur, parce
              que la science qu’il se propose d’enseigner n’a point d’autre langue que la langue
              commune. Aussi peut-on appliquer aux bons auteurs de Métaphysique ce qu’on a dit des
              bons écrivains, qu’il n’y a personne qui en les lisant, ne croie pouvoir en dire
              autant qu’eux</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>D’Alembert</author>, <title lang="fre">Essai sur les élémens de
            philosophie</title>, article 6</bibl>. È facile il vedere che tutti questi periodi sono
          traduzioni l’uno dell’altro; ma la proposizione ch’essi contengono, è molto vera e
          notabile. (Pisa. 19. Maggio. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4305. Pietro Aretino dice in una delle sue commedie: <quote>
            <emph>un cavalier senz’entrata è un muro senza croci, scompisciato da ognuno</emph>
          </quote>. <pb ed="aut" n="4308"/>
          <bibl>
            <author>Ginguené</author>, t. 6. p. 229. not.</bibl> (Pisa. 19. Maggio. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Corpusculum</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">corpus</foreign>. M. Aurelio in Frontone (<quote>
            <foreign lang="lat">ad Marcum Caesarem et invicem</foreign>
          </quote>, lib.5. ep. 47. 55. ed. Rom. 1823. p. 135-37.). Notisi che M. Aurelio era stoico.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Expergitus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">experrectus</foreign>. Fronto Princip. histor. ed. Rom. p. 319. v. 9.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Arcus intenditus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">intentus</foreign>. <bibl>Ib. De Feriis alsiensibus, ep. 3. p. 208. v.
          15</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il codice frontoniano ha <foreign lang="lat" rend="italic">dilibutus</foreign>, e 3 volte
            <foreign lang="lat" rend="italic">dilectus</foreign> per delibutus e delectus. Così noi
            <emph>dilicato</emph>, e <emph>di</emph> preposiz. per <emph>de</emph>. Al che spettano
          que’ verbi latini <foreign lang="lat" rend="italic">digredior</foreign>, <emph>diverto,
            diminuo, distillo, distringo, divello</emph> (e simili): tutti i quali nel detto codice
          si trovano scritti per de.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>M. Aurelio nelle lett. a Frontone chiama costantemente Faustina sua moglie, <foreign
            lang="lat" rend="italic">domina mea</foreign> (la mia donna). V. il luogo di Epitteto di
          cui altrove.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Leggendo la curiosa lettera di Vero a Frontone (ad Ver. imp. ep. 3. ed. Rom.) in cui lo
          prega di scrivere la storia delle gesta di esso Vero nella guerra partica, mi par proprio
          di leggere una lettera di qualche moderno scrittore a un giornalista sopra qualche sua
          opera. Lo stesso amor proprio, esagerazione, noncuranza del vero ec. E in verità quella
          lettera (v. anche quella di Cic. a Lucceio) ci mostra quanto dobbiamo fidarci di storie,
          anche contemporanee. Ma che differenza tra gli antichi e i moderni ancor qui! Questi
          raccomandano 1. delle operucce, 2. a un giornalista, 3. per un articolo; quelli 1. de’
          fatti militari o civili, 2. a uomini famosi, 3. per una storia ec. ec. La lett. di Vero è
          senza <emph>niuna</emph> diversità nell’ediz. milanese e meriterebbe di esser citata
          tradotta. (Firenze. 21. Giugno, anniversario del mio primo arrivo a Firenze. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4309"/> Tanto è vero che tra gli antichi la prima lode era quella della
          felicità, che noi vediamo nelle Orazioni funebri, e in simili casi, gli Oratori dovendo
          lodare, p. e. de’ soldati morti per la patria, cominciar dal mostrare che essi non sono
          stati infelici, che la loro morte non è stata una sventura. Oggi al contrario: si
          cercherebbe d’intenerir gli uditori sopra il loro caso: il muover la compassione in tali
          circostanze era cosa al tutto ignota, era un vero controsenso presso gli antichi. Le loro
          Oraz. fun. sono tutte consolatorie.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dionigi D’Alic. nei giudizi sopra gli scrittori antichi biasima Tucidide per aver preso
          un argomento di storia che conteneva le sventure della sua patria (Atene), e loda al
          paragone Erodoto per aver preso a tema le vittorie de’ greci sui barbari. Anche nelle
          storie questi rispetti, e a’ tempi di Dionigi. (Firenze 29. Giugno, dì di S. Pietro, e mio
          natalizio. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Solone appo <bibl>
            <author>Erodoto</author> 1. c. 32.</bibl> parlando a Creso della costui prosperità
          chiama la divinità invidiosa <foreign lang="grc">τὸ θεῖον πᾶν ἐὸν</foreign> (cioè <foreign
            lang="grc">ὂν</foreign>) <foreign lang="grc">φθονερόν</foreign>. (29. Giu. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Paul-Louis Courier, Lettre à M. Renouard, libraire, sur une tache
              faite à un manuscrit de Florence, parlando del Longo di Amyot, da lui corretto nei
              luoghi dove la traduzione non rispondeva al testo, e supplito colla traduzione nuova
              del frammento fiorentino: Mais ce n’est pas seulement le grec et le français qui m’ont
              servi à terminer cette belle copie (la traduzione d’Amyot), après avoir si
              heureusement <pb ed="aut" n="4310"/> rétabli l’original (cioè completato il testo
              colla scoperta del supplemento fiorentino); ce sont encore plus les bons auteurs
              italiens, d’où j’ai tiré (per questo lavoro) plus que des nôtres, et qui sont la vraie
              source des beautés d’Amyot; car il fallait, pour retoucher et finir le travail
              d’Amyot, la réunion assez rare des trois langues qu’il possédait et qui ont formé son
              style</foreign>
          </quote>. (Fir. 30. Giug. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Una donna di 20, 25 o 30 anni ha forse più d’<foreign lang="fre" rend="italic"
          >attraits</foreign>, più d’illecebre, ed è più atta a ispirare, e maggiormente a
          mantenere, una passione. Così almeno è paruto a me sempre, anche nella primissima
          gioventù: così anche ad altri che se ne intendono (M. Merle). Ma veramente una giovane dai
          16 ai 18 anni ha nel suo viso, ne’ suoi moti, nelle sue voci, salti ec. un non so che di
          divino, che niente può agguagliare. Qualunque sia il suo carattere, il suo gusto; allegra
          o malinconica, capricciosa o grave, vivace o modesta; quel fiore purissimo, intatto,
          freschissimo di gioventù, quella speranza vergine, incolume che gli si legge nel viso e
          negli atti, o che voi nel guardarla concepite in lei e per lei; quell’aria d’innocenza,
          d’ignoranza completa del male, delle sventure, de’ patimenti; quel fiore insomma, quel
          primissimo fior della vita; tutte queste cose, anche senza innamorarvi, anche senza
          interessarvi, fanno in voi un’impressione così viva, così profonda, così ineffabile, che
          voi non vi saziate di guardar quel viso, ed io non conosco cosa che più di questa sia
          capace di elevarci l’anima, di trasportarci in un altro mondo, di darci un’idea d’angeli,
          di paradiso, di divinità, di felicità. Tutto <pb ed="aut" n="4311"/> questo, ripeto, senza
          innamorarci, cioè senza muoverci desiderio di posseder quell’oggetto. La stessa divinità
          che noi vi scorgiamo, ce ne rende in certo modo alieni, ce lo fa riguardar come di una
          sfera diversa e superiore alla nostra, a cui non possiamo aspirare. Laddove in quelle
          altre donne troviamo più umanità, più somiglianza con noi; quindi più inclinazione in noi
          verso loro, e più ardire di desiderare una corrispondenza seco. Del resto se a quel che ho
          detto, nel vedere e contemplare una giovane di 16 o 18 anni, si aggiunga il pensiero dei
          patimenti che l’aspettano, delle sventure che vanno ad oscurare e a spegner ben tosto
          quella pura gioia, della vanità di quelle care speranze, della indicibile fugacità di quel
          fiore, di quello stato, di quelle bellezze; si aggiunga il ritorno sopra noi medesimi; e
          quindi un sentimento di compassione per quell’angelo di felicità, per noi medesimi, per la
          sorte umana, per la vita, (tutte cose che non possono mancar di venire alla mente), ne
          segue un affetto il più vago e il più sublime che possa immaginarsi. (Fir. 30. Giu.
          1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="dan">
              <hi rend="sc">danske folkeeventyr</hi>. Contes populaires des Danois; recueillis per
              M. Winther. 1.re part. ; Copenhague; 1823. Récemment M. Thiele a publié 2 volumes de
              traditions et croyances populaires des Danois. Le recueil de M. Winther est à peu près
              du même genre. L’auteur a recueilli les contes qui amusent le paysan pendant les
              longues soirées d’hiver; il est assez remarquable que les Danois se soient appropriés
              de bonne heure les contes et <pb ed="aut" n="4312"/> fables des anciens, en
              transportant la scène sur leur territoire; c’est ainsi que le héros du conte d’Apulée,
                l’<title lang="fre">Âne d’or</title>, est devenu un <hi rend="italic"
              >bondekard</hi>, ou jeune paysan danois, sous le nom de Hans: le principal personnage
              de la fable d’Amour et Psyché s’est transformé en prince Hvidbjaern (ae) dans lequel
              les Grecs auraient de la peine à reconnaître leur Amour. Les contes des Fées qui, dans
              l’ouvrage de Perrault, ont presque tous un caractère français, deviennent également
              danois sur les bords de la Baltique: Cendrillon est transformée en <hi rend="italic"
                >Kokketoes</hi> (oe), etc. D-G. (Depping)</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <title>Bulletin Universel des sciences et de l’industrie</title>, publié sous la
            direction de M. le B. de Férussac. 7.<hi rend="apice">me</hi> Section</bibl>. <bibl
            lang="fre">
            <title>Bulletin des sciences historiques, antiquités, philologie</title>. 1.<hi
              rend="apice">re</hi> année; 1824; Avril. tome 1.r article 241. p. 209-10</bibl>.
          (Firenze. 23. Luglio. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">M. Bredsdorff (Om Rune skriften oprindelse. i.e. Sur l’origine des
              caractères runiques; par Jacq. Hornemann Bredsdorff. In-4. 19 pag. Copenhague 1822.)
              pense que l’alphabet runique est dérivé de l’alphabet moesogothique (oe), dont on
              attribue l’invention à l’evêque Ulphilas, qui s’en servit pour écrire sa traduction du
              Nouveau-Testament, au 4.<hi rend="apice">e</hi> siècle</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <title>Bulletin de Férussac</title>, lieu cité ci-dessus, art. 243. 244. p. 211.</bibl>
          (23. Luglio. 1828.). V. p. 4362.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">De invidia, diis ab Herodoto et aequalibus attributa,
              pauca commentatus est P. Möller. 31. p. In-4. Copenhague</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <title>Bulletin de Férussac</title>, l. c. art. 279. p. 240</bibl>. (24. Luglio. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Da applicarsi alle mie riflessioni sopra Omero e l’epopea. <pb ed="aut" n="4313"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Avant de passer aux ouvrages d’Homère, l’auteur</foreign>
          </quote> (<title lang="ger">Ideen über Homer</title>, etc. <title lang="fre">Idées sur
            Homère et sur son époque</title>; par C. E. Schubarth. In-8.<hi rend="apice">o</hi> de
          364 pag. ; Breslau; 1821.) <quote>
            <foreign lang="fre">dépeint (p. 108-134.) le caractère et les moeurs des deux nations
              qui combattent devant Troie. Il résulte de ce parallèle que les Grecs ont tous les
              vices des peuples sauvages; ils cédent a toutes les impulsions; la violence,
              l’indiscipline, les terreurs superstitieuses règnent dans leur camp. Ce n’est pas
              parmi eux, c’est chez les Troyens, que l’on trouve l’ordre, l’union, l’amour de la
              patrie, et ces sentimens généreux, qui font croire à une civilisation naissante, ou
              même déjà avancée. C’est sous ce point de vue, qui est conforme à ce que nous lisons
              dans Homère, que M. Schubarth envisage l’Odyssée et l’Iliade. Dans l’Iliade, Homère a
              chanté une guerre qui doit se terminer par la destruction de Troie, mais dont l’auteur
              laisse à peine entrevoir l’issue funeste placée avec art dans une perspective vague et
              lointaine. L’Odyssée retrace les suites malheureuses de cetre lutte. Les Troyens sont
              pour le lecteur l’objet d’une tendre pitié et de ce sentiment d’admiration, que font
              naître les actions nobles et généreuses, le patriotisme et le dévouement; toutefois
              ils doivent succomber après dix ans d’une défense héroïque, car ils sont inférieurs en
              nombre, et le Destin leur est contraire. Par opposition à certe peinture, Homère nous
              montre les Grecs animés d’un esprit de vengeance, vains, présomptueux, en proie à la
              discorde, toujours prêts à abuser de leur force. Le sort veut la ruine de Troie, et
              les Troyens supportent avec résignation ce malheur, <pb ed="aut" n="4314"/> qu’ils
              n’ont pas mérité, mais que les dieux leur envoient; tandis que les Grecs ne doivent
              qu’à eux-mêmes, à leur propres fautes, aux vices grossiers auxquels ils s’abandonnent,
              les justes punitions que ces mêmes dieux leur infligent</foreign>
          </quote>.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">C’est par des inductions semblable que M. Schubarth (p. 139-238.),
              s’ecartant de l’opinion reçue, essaie de démontrer que l’auteur des deux épopées
              grecques <hi rend="italic">est né sur le sol de Troie</hi>
            </foreign>
          </quote> (cioè dov’era stata Troia). <quote>
            <foreign lang="fre">Il faut convenir, en effet, que le poëte (car M. Schubarth n’admet
              pas avec Wolf que l’Iliade et l’Odyssée soient des productions dues à plusieurs
              rhapsodes), s’il eût été Ionien, aurait choisi pour la première de ses épopées un
              sujet bien étrange, bien peu propre à flatter les Grecs, auxquels il n’accorde
              d’autres avantages que ceux qui naissent de la supériorité des forces physiques. Tant
              que dure la guerre, la discorde les divise, et ils ne déploient d’autre vertu que leur
              courage; mais ce courage est sauvage et vindicatif. Sortis enfin victorieux de la
              lutte, c’est par de nouveaux désordres et de sanglantes querelles qu’ils signalent ce
              retour à la paix</foreign>
          </quote>.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il est très-remarquable que le poëte ait interrompu son chant au
              moment même où il n’aurait pu éviter de parler de la prise de la ville, et de tracer
              le tableau de sa destruction. Est-il vraisemblable qu’il se fût arrêté si brusquement,
              et eût négligé de célébrer un événement favorable aux Grecs, s’il s’avait eu à coeur
              de faire <pb ed="aut" n="4315"/> oublier aux Troyens, ses compatriotes, l’instant
              malheureux de leur chute<note resp="aut" n="a" place="foot">
                <p>(M. Schubarth <foreign lang="fre">n’a donc pas remarqué qu’Homère ne chante que
                      <hi rend="italic">la colère d’Achille</hi> et non la guerre entière de Troie?
                      <emph>N. du R</emph>
                  </foreign>.).</p>
              </note>? On voit partout, dans l’Odyssée comme dans l’Iliade, que le poëte porte de
              l’affection aux Troyens. Énée, roi futur de Troie, ce héros favorisé des dieux, est
              sauvé par Neptune, le plus puissant dieu des Grecs. Leur plus dangereux ennemi,
              Hector, est peint sous des couleurs toujours favorables. Hector a le sentiment de la
              justice de sa cause; il n’est pas même soutenu par l’espoir du succès; mais il est
              pénétré de ses devoirs envers la patrie; il s’arrache aux affections les plus tendres,
              et s’immole sans hésiter. Sa mort est une expiation volontaire d’un seul instant
              d’oubli, d’une faute qui n’est pas la sienne. Mais les dieux, qui l’ont mal récompensé
              pendant sa vie, viennent eux-mêmes assister à ses funérailles, tandis qu’Achille
              vainqueur est tourmenté du pressentiment et des angoisses d’une mort
            prochaine</foreign>
          </quote>.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les bornes de ce journal ne nous permettent pas de donner plus
              d’étendue à cette analyse. Nous ne pouvons qu’engager nos lecteurs à lire dans
              l’ouvrage même ce que dit M. Schubarth pour appuyer une hypothèse qui nous paraît
              admissible, et qu’il développe avec un talent remarquable</foreign>
          </quote>. (Cavato e tradotto dall’<title>Jena. allg. Lit. Zeit.</title> Gazzetta
          letteraria di Iena, Settemb. 1823.). <bibl lang="fre">
            <title>Bulletin de Férussac</title>, ec. loc. sup. cit. Juillet. tome 2. art. 54. p.
            45-47.</bibl>
        </p>
        <p>Dalle mie riflessioni sopra Omero ec. si vede quanto male dai costumi <pb ed="aut"
            n="4316"/> fieri e selvaggi, dallo spirito di vendetta, dai vantaggi puramente fisici
          attribuiti da Omero ai Greci, e dalla compassione attaccata alla sorte dei Troiani, si
          arguisca che l’Iliade e l’Odissea furono composti in ispirito troiano e non greco, e
          quindi apparentemente per li Troiani, o nati sul suolo troiano, e non per li Greci di
          Jonia. Anzi si vede che appunto da queste cose medesime si dee concludere il contrario.
          (24 6. Lug. 1828.). V. p. 4447.</p>
        <p>Da applicarsi pure alle mie riflessioni sopra Omero e l’epopea. <title lang="ger"
            >Homerische Vorschule</title>, etc. <bibl lang="fre">
            <title>Introduction à l’étude de l’Iliade et de l’Odyssée</title>; par W. Müller. 192.
            p. in 8. Leipzig; 1824</bibl>. <quote>
            <foreign lang="fre">Élève du philologue Wolf, M. Müller annonce dans la préface qu’il
              est intimement persuadé de la vérité et de la solidité des opinions développées par
              son maître dans ses fameux <title>Prolégomènes</title> de l’Iliade, et qu’ayant médité
              sur ce sujet après avoir suivi les cours de Wolf, il croit devoir présenter une suite
              de considérations que cette matière lui a suggérées. Il avertit, en passant, le public
              de se mettre en garde contre les hypothèses trop hasardées que quelques savans
              cherchent à faire accréditer; il rappelle notamment les opinions de Payne Knight,
              savant anglais, mort récemment, et de Bernard Thiersch, qui n’est pas l’auteur de la
              Grammaire grecque publiée par M. Thiersch à Munich. M. Müller s’étonne que la nouvelle
              société littéraire de Londres ait couronné récemment un mémoire dans lequel on fait
              d’Homère le copiste de Moïse</foreign>
          </quote>. (<bibl lang="fre">
            <title>Dissertation on the age of Homer, his writings and bis genius</title>. Londres;
            1823.</bibl>).</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4317"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Pour bien comprendre la manière dont l’Iliade et l’Odyssée ont été
              composées, il faut se pénétrer de l’esprit et des moeurs du peuple ionien. Ces colons
              grecs, amis des arts et de la poésie, avaient l’esprit vif et mobile, et
              s’interessaient avec la candeur de l’enfance aux événemens. Un poëte était chez eux le
              compagnon constant de tous les plaisirs. Partout où l’on se rassemblait, dans les
              banquets comme dans les assemblées publiques, la lyre du poëte faisait partie des
              réjouissances. Le poëte, ainsi que le ménestrel au moyen âge, exerçait un état
              généralement honoré, et était accueilli avec hospitalité partout où il faisait
              résonner sa lyre. Il ne chantait sans doute que ses inspirations particulières, <hi
                rend="italic">qui souvent étaient des improvisations</hi>
            </foreign>
          </quote>. (I menestrelli cantavano ben cose d’altri, e non solo d’altri, ma scritte
          espressamente dai dotti del tempo, in versi, per esser cantati o recitati da quelli. V.
          l’articolo del Perticari sopra il poemetto della Passione di Cristo attribuito al
          Boccaccio.) <quote>
            <foreign lang="fre">Ces morceaux n’étaient probablement pas très-longs, car dans les
              usages anciens nous ne voyons jamais les chants du poëte que comme des
            intermèdes</foreign>
          </quote>. (Quando il poeta o il cantore cantava nelle piazze ec. in mezzo al popolo, come
          s’usa anche oggi, come a Napoli un del volgo legge alla plebe il Furioso o il Ricciardetto
          ec. e lo spiega in napoletano; allora i canti non erano intermezzi, erano come furon poi
          gli spettacoli ed <emph>acroamata</emph>.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 4388.</p>
          </note>) <quote>
            <foreign lang="fre">La guerre de Troie, qui, sous tous les rapports, était un sujet
              propre à la poésie, était à peine finie, que dans les villes d’Ionie la lyre
              accompagnait déjà les vers composés sur cet événement <pb ed="aut" n="4318"/>
              national. Homère se distinguait parmi eux; mais il est évident qu’avant ce poëte
              l’usage des chants lyriques sur les événements publiques existait, et qu’il n’a point
              été le premier chantre national. (Femio, Demodoco ec.) Le rhythme de sa poésie prouve
              que ses vers étaient chantés et accompagnés de la lyre, peut-être aussi de la danse,
              du moins de mouvemens rhythmiques</foreign>
          </quote>. (Il nome di <foreign lang="grc">ἔπη</foreign>, di epico, di epopea, di <foreign
            lang="grc">ἐποποιὸς</foreign> applicato con particolarità ai versi, poemi, e poeti
          narrativi, prova, secondo me, sì per la sua etimologia, o senso primitivo, di
          <emph>parola</emph> (<foreign lang="grc">ἔπος</foreign>), <emph>dire</emph> (<foreign
            lang="grc">ἔπω, εἴπω</foreign>) ec., sì per la distinzione da <foreign lang="grc">μέλη,
            μελικὸς, μελοποιὸς</foreign> ec. che le poesie narrative non avevano alcuna melodia, non
          erano cantate ma recitate, o al più cantate a recitativo, come poi i versi non lirici de’
          drammi, e come si canterebbero i nostri endecasillabi sciolti. Il verso <emph>epico</emph>
          (quasi <emph>parlativo</emph>) era la prosa di que’ tempi, ne’ quali non si componeva se
          non in versi. Omero, dice assai bene il Courier, nella pref. al Saggio di traduz. di
          Erodoto, fu uno storico, a que’ tempi che le storie non si solevano nè sapevano ancora
          narrare in prosa. Non credo dunque ben dette <emph>liriche</emph> le sue poesie, sebben
          forse accompagnate da qualche strumento, come i recitativi de’ drammi. V. p. 4328.
          capoverso 1. e p. 4390. fin.).</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il est ridicule de chercher dans les poësies homériques de savantes
              allégories et un sens profond: les poëtes ioniens rendaient naturellement les
              impressions faites sur leur imagination par les actions des héros, et ne se livraient
              point à des combinaisons étudiées; c’est la vie publique et particulière de leur temps
              qu’ils nous retracent et rien de plus. Ils n’écrivaient point, ils chantaient, et
              leurs inspirations <pb ed="aut" n="4319"/> se transmettaient par la tradition comme
              chez des peuples modernes à moitié barbares. (Le conseiller aulique Thiersch a lu
              ensuite (à la séance publique de la classe de philologie et d’histoire, de l’Académie
              des sciences de Munich, le 14 août, 1824.) un mémoire sur les poésies épiques
              transmises de bouche en bouche par le peuple. Ce qui a donné lieu à ce mémoire, c’est
              un écrit du professeur Vater à Halle, sur les longues poésies héroïques serviennes
              récemment publiées, et comparées à celles d’Homère et d’Ossian</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <title>Bull. de Férussac</title> etc. Novemb. 1824. t. 2. art. 302. p. 321.</bibl>) (V.
          p. 4336. fine.)</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">On a voulu voir un art savant dans les divers dialectes qui se
              trouvent dans Homère. Ce prétendu mélange des dialectes n’est point l’ouvrage du
              chantre: de son temps les Ioniens parlaient ainsi, et ce n’est que plus tard que la
              langue grecque se modifia, et que diverses provinces telles que l’Éolie, l’Ionie et la
              Doride conservèrent des restes de l’ancien idiome, restes qui alors furent considérés
              comme autant de dialectes divers</foreign>
          </quote>.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il paraît qu’ Homère a vécu au 2.<hi rend="apice">e</hi> siècle
              après la destruction de Troie. L’éclat de son génie a fait oublier les noms des autres
              poëtes qui chantaient comme lui les hauts-faits des Grecs. Mais sans doute il a chanté
              comme eux des chants lyriques détachés, et il n’a probablement jamais songé à composer
              un poëme épique, et encore moins à en écrire un. De là ce qu’on dit de sa cécité et de
              son indigence, il aura passé dans la suite pour aveugle parce qu’il n’avait rien
              écrit; il aura passé pour indigent parce qu’il allait d’une ville a l’autre. Après sa
              mort, la réputation de ses chants alla toujours en <pb ed="aut" n="4320"/> croissant;
              les poëtes, perdant d’ailleurs le génie inventif, chantèrent les poésies d’Homère; il
              y eut alors des homérides. Pour flatter la vanité des villes dans lesquelles ils
              chantaient, ils intercalaient dans ces vers de leur prédécesseur, des éloges de villes
              et de peuples. On prétend que Lycurgue fut le premier qui fit rassembler et rédiger
              les poésies d’Homère. Mais ce législateur qui ne fit pas écrire ses propres lois,
              comment se serait-il occupé à faire écrire des vers dans Sparte ville pauvre et
              grossière? Solon régla l’ordre dans lequel les chantres dans les fêtes
            publiques</foreign>
          </quote> (in queste, tali poésie non erano, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >apparemment</foreign>, intermezzi, tanto più se si cantavano <emph>in ordine</emph>) <quote>
            <foreign lang="fre">devaient chanter les diverses poésies homériques, et Pisistrate les
              fit diviser ensuite en deux grands poëmes, l’Iliade et l’Odyssée. Aristarque les
              subdivisa en 24 livres d’après le nombre des lettres de l’alphabet grec. Alors se
              présenta une classe d’hommes, les diaskeuastes, espèce de censeurs ou de critiques qui
              cherchèrent à mettre de l’harmonie et de l’accord dans ces chants ainsi réunis et
              coordonnés; ils lièrent des parties détachées, levèrent des contradictions,
              supprimèrent des vers, des passages interpolés, etc. Mais ce travail ne fut pas fait
              avec assez d’art pour qu’on ne découvre des traces de leurs soudures; et leur jugement
              ne fut pas toujours assez sain pour qu’ils sussent distinguer ce qui appartenait à
              Homère d’avec les interpolations de ses successeurs. À l’exemple de Wolf, M. Müller
              signale plusieurs passages qui paraissent prouver que l’Iliade et l’Odyssée <pb
                ed="aut" n="4321"/> n’avaient point cette unité que ces poëmes presentent
              aujourd’hui, et qu’ils n’étaient dans l’origine que des chants lyriques détachés.
              Cependant Aristote ne les considéra que sous la forme qu’on leur avait donnée à
              Athènes, et célébra Homère comme poëte épique. Depuis, on ne vit plus dans l’Iliade et
              l’Odyssée que deux poëmes épiques. Assurément il règne une sorte d’unité dans chacun
              de ces deux poëmes; mais c’est la même qu’on trouve, par exemple, dans les romances
              espagnoles sur le Cid, lorsqu’on les lit de suite. Dans l’Odyssée on pourrait enlever
              les 4 premiers chants et la moitié du 15.<hi rend="apice">e</hi> sans nullement faire
              tort à la marche de l’action; c’est que le poëte ne les vivait jamais reunis et
              n’avait jamais pensé faire un grand poëme. D’un autre côté l’Iliade et l’Odyssée ont
              des lacunes que les diaskeuastes n’ont pas été capables de cacher. Dans l’Iliade le
                <hi rend="sc">i</hi>.<hi rend="apice">er</hi> et le 5.<hi rend="apice">e</hi> chants
              commencent par les mêmes récits: dans le 5.<hi rend="apice">e</hi> les événemens sont
              racontés comme si le poëte n’en avait jamais parlé. Les débuts des deux poëmes
              paraissent avoir été ajoutés par les diaskeuastes. Suivant l’usage de l’ancien temps,
              les homérides faisaient précéder leurs chants d’une invocation religieuse. Ce sont-là
              les prétendus hymnes homériques qui n’ont de commun avec le grand poëte que d’avoir
              été chantés pour le début de ses morceaux liriques</foreign>
          </quote>. D. G. (Depping.) <bibl lang="fre">
            <title>Bulletin de Férussac</title>, loc. cit. alla p. 4312. Octobre, 1824. tome 2. art.
            239. p. 231-234.</bibl>
        </p>
        <p>In questa ipotesi, che è quasi una transazione coll’opinion comune, poichè riconosce
          l’esistenza di Omero, ed ammette in qualche modo <pb ed="aut" n="4322"/> l’unità di autore
          dell’Iliade e dell’Odissea, a differenza di Wolf che attribuisce quei poemi a vari autori,
          e di B. Constant, che li attribuisce a due; io ammetto assai volentieri che Omero, non
          avendo nessuna idea di quello che fu poi chiamato poema epico, nè anche avesse alcun piano
          o intenzione di comporne uno, cioè di fare una lunga poesia che avesse un principio, mezzo
          e fine corrispondenti, che formasse un tutto rispondente ad un certo disegno, che avesse
          una qualunque circoscritta e determinata unità. Credo che incominciasse le sue narrazioni
          dove ben gli parve, le continuasse indefinitamente senza proporsi una meta, le terminasse
          quando fu sazio di cantare, senza immaginarsi di esser giunto a uno scopo, senza intender
          di dare una conclusione al suo canto, nè di aver esaurita la materia o de’ fatti, o del
          suo piano, che nessuno egli n’ebbe.</p>
        <p>Aggiungo che credo ancora che i suoi versi fossero ritmici, non metrici, fatti cioè ad un
          certo suono, non ad una regolata e costante misura; alla quale (mediante però l’ammissione
          di quelle loro infinite irregolarità ed anomalie, che furono chiamate e si chiamano
          eccezioni, licenze, ed ancora regole) fossero ridotti in séguito dai diascheuasti ec. Così
          è probabile che originalmente e nell’intenzione dell’autore fossero ritmici i versi di
          Dante, ridotti poi per lo più metrici nello stesso secolo, 14.<hi rend="apice">o</hi>. E
          così, come ha provato un loro dotto editore, il Dott. Nott, che mi ha eruditamente parlato
          di questa materia, furono puramente ritmici i versi dell’inglese Chaucer. Lo furono ancora
          certamente quelli de’ più antichi verseggiatori nostri, provenzali, spagnuoli, francesi.
          V. p. 4334.4362.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4323"/> Ma quello in cui la mia ragione non può trovare una probabilità,
          non solo nel caso di Omero, ma nè anche in quelli di Ossian e di qualunque altro si possa
          addurre in proposito, è che dei canti, certo in ogni modo assai lunghi,
          <emph>improvvisati</emph> p. e. a un convito o ad una festa pubblica, in mezzo a gente
          ubbriaca o dal vino o dalla gioia ec., da un poeta, forse ancor esso <foreign lang="grc"
            >οὐ νήφοντος</foreign> in quel momento, e ciò in un secolo privo di stenografi e di
          tachigrafi; dei canti che, secondo ogni verisimiglianza, dovevano esser dimenticati dal
          poeta stesso un momento dopo, anzi di mano in mano che li proferiva; si sieno, non solo
          quanto al soggetto, ma quanto alle parole, conservati nella memoria semplice degli
          ascoltanti in maniera, che trasmessi poi fedelmente di bocca in bocca per più secoli,
          distinti ben bene ne’ loro versi (ritmici o metrici poco vale), ora dopo 30 secoli si
          leggano begli e stampati in milioni d’esemplari, che li conserveranno ai futuri secoli in
          perpetuo. Apparentemente il Müller, che pone Omero nel secondo secolo dalla guerra
          troiana, (v. p. 4330. capoverso 3.) non riconosce nelle cose e nelle parole dell’Iliade e
          dell’Odissea, quei segni di avanzatissima civiltà e letteratura ionica o greca, che a
          tanti altri (come ultimamente a G. Capponi) sono sembrati così evidentissimi, certissimi
          ed innumerabili. Altrimenti come si potrebbe credere che quei poemi, da Omero o da altri,
          non fossero scritti subito? che l’uso della scrittura fosse ignoto o sì scarso in una
          letteratura e civiltà innoltratissima? come supporre sopra tutto una fiorente letteratura
          non scritta?</p>
        <p>Ma se il Müller vuol persuadermi che i poemi d’Omero non <pb ed="aut" n="4324"/> fossero
          scritti (al che non farò resistenza, tanto più che è conforme alla tradizione ricevuta fra
          gli antichi stessi, a quel che si dice di Licurgo ec.), mi trovi qualche altro mezzo
          probabile di trasmissione e conservazione fuori della scrittura non mi parli
          d’inspirazioni e d’improvvisazioni; mi dica almeno che Omero prima di cantare i suoi
          versi, <emph>li componeva</emph>; che li cantava poi più e più volte (a diversi uditorii,
          o in varie occasioni), colle stesse parole, e quali gli aveva composti e cantati; che
          gl’insegnava ad altre persone, fossero del volgo, o fossero cantori e genti del mestiere,
          che solessero impararne da altri, non sapendo farne del loro, e col cantarli si
          guadagnassero il vitto. Allora, considerata anche la superiorità della memoria avanti
          l’uso della scrittura, superiorità affermata da Platone (Teeteto e Fedro) e confermata
          dall’esperienza e dal raziocinio, troverò verisimile la conservazione di canti non
          scritti, sieno d’Omero o de’ Bardi ec.</p>
        <p>Ma posto che Omero componesse veramente e meditatamente i suoi canti, in modo da
          ricordarsene esso poi sempre, e da insegnarli altrui, allora, esclusa anche ogn’idea di
          piano, non sarà poi fuor di luogo il supporre tra questi canti una certa tal qual
          relazione; il pensare che Omero nel compor gli uni, si ricordasse degli altri che aveva
          composti, e intendesse di continuarli, o vogliamo dire, di continuare la narrazione, senza
          (torno a dire) tendere perciò ad una meta. Anzi questa supposizione è più che naturale,
          trattandosi di canti che hanno un argomento comune: è certo che Omero nel compor gli uni
          di mano in mano, si ricordava de’ precedenti. E non è egli verisimile che li cantasse
          sovente tutti ad uno <pb ed="aut" n="4325"/> stesso uditorio, oggi un canto, domani un
          altro? che l’uditorio s’invogliasse di ascoltar domani la continuazione della storia
          d’oggi? (ricordiamoci che allora non v’erano altre storie che in versi) che Omero nel
          cantare i suoi diversi componimenti seguisse un ordine, quello de’ fatti? (sia il medesimo
          o altro da quello che si trova oggi ne’ suoi poemi) che seguisse anche quest’ordine nel
          comporli, cioè, che dopo aver cominciato dove il caso volle, andasse avanti immaginando e
          narrando, soggiungendo oggi al racconto di ieri, senza (ripeto ancora) mirar mai ad altro,
          che a tirare innanzi la narrazione?</p>
        <p>Così sarà spiegata plausibilmente quella tal quale unità, quanto si voglia larga, ma
          sempre unità, che si trova ne’ suoi poemi, e massime nell’Odissea, nella quale bisogna pur
          convenire che è ben difficile il non riconoscere un legame qualunque tra le parti, una
          continuità nel racconto, un insieme, ed anche un principio e fine, nelle avventure
          romanzesche di quell’eroe. Ed osservo di più, che nell’uno e nell’altro poema, ma più
          nell’Iliade, moltissimi sono quei tratti di considerabile lunghezza, ai quali non si
          potrebbe mai dare un titolo a parte, che non fosse frivolo; staccati dal rimanente, non
          hanno nessuna ragionevole importanza, e riuscirebbero noiosissimi; essi non possono
          interessare che dipendentemente dalla relazione e connessione che hanno col resto del
          racconto, come accade ne’ poemi scritti con piano determinato; e in se stessi non offrono
          un argomento che potesse mai parer degno d’esser cantato isolatamente. Questi tratti sono
          troppo numerosi, troppo lunghi, e formano troppo gran parte <pb ed="aut" n="4326"/> de’
          due poemi, perchè si possano credere interpolati appostatamente da’ diascheuasti per
          mettere <foreign lang="fre" rend="italic">de la liaison</foreign> tra i canti di Omero.</p>
        <p>Le ripetizioni, le cose inutili, le contraddizioni, oltre che a niuno potrebbero far
          meraviglia in poemi fatti, com’io dico, senza intenzione e senza piano, non annunziano che
          l’infanzia dell’arte, e non possono parere obbiezioni valevoli, anzi appena obbiezioni, a
          chi ha pratica e familiarità cogli scrittori antichi; dico assai meno antichi, assai più
          artifiziosi e dotti che non fu Omero; dico non solo poeti, ma prosatori. Quanto, e come
          spesso, debbono sudar gli eruditi commentatori per conciliare e por d’accordo seco stesso
          p. e. qualche antico storico, la cui opera fu certamente scritta, e con piano, e con
          materiali di fatti scritti da altri, o conservati da tradizione! V. p. 4330.</p>
        <p>L’infanzia dell’arte in Omero, è annunziata ancora p. e. dalla sterile soprabbondanza
          degli epiteti, usati fuor di luogo, senza causa o proposito, e spessissimo, com’è noto, a
          sproposito. Lo stesso per l’appunto fanno i fanciulli quando scrivono i loro esercizi di
          rettorica: essi non sono mai semplici, anzi più lontani che alcun altro dalla semplicità.
          Così la maniera di Omero ha una certa naturalezza, ma non semplicità. Quella era effetto
          del tempo, non dell’autore: i fanciulli non l’hanno, perchè hanno letto, hanno che
          imitare, ed imitano. Ma la semplicità, come ho detto e sviluppato altrove, è sempre
          effetto dell’arte; sempre opera dell’autore e non del tempo. Chi scrive senz’arte, non è
          semplice. Omero anzi cercava tutt’altro che il semplice, cercava l’ornato, e quella sua
          naturalezza che noi sentiamo, fu contro sua voglia. I poeti greci posteriori hanno
          abbondanza di epiteti per imitazione di Omero: i più antichi però ne hanno meno, e più a
          proposito. V. p. 4328. capoverso 2., e la pag. 4350. fin.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4327"/> Questa mia ipotesi, come si vede, sarebbe una nuova transazione
          fra l’opinione di Wolf e di Müller, e la comune. Secondo ambe le ipotesi, la mia e quella
          de’ due tedeschi, Omero sarebbe stato poeta epico senza volerlo; e sarebbe interessante e
          curioso il notare il modo della nascita del genere epico, nascita che verrebbe ad essere
          immaginaria, e pur questa semplice immaginazione avrebbe dato luogo ai lavori epici in che
          hanno speso la vita eccellentissimi ingegni, come Virgilio e il Tasso: non sarebbe questo
          il solo caso ridicolo che sarebbe stato originato dalla inclinazione dell’uomo a imitare,
          ed a sottomettere a regole e a forme il proprio genio. Del resto, ammessa la mia ipotesi,
          riman sempre luogo a qualche degna lode dell’arte di Omero per l’effetto dell’insieme
          dell’Iliade, benchè composta senza piano preliminare; l’effetto, dico, osservato nelle mie
          riflessioni sul poema epico. Ammessa però, in vece, l’ipotesi di Wolf o di Müller, tutta
          la lode sarà dovuta al solo caso, e risulterà dalle predette mie riflessioni che il caso è
          molto meglio riuscito nel formare e ordinare un corpo di poema epico, che l’arte de’
          successori. E al caso si attribuiranno quelle lodi che io ho date all’arte di Omero per
          l’insieme del suo poema. Altra circostanza umiliante per lo spirito umano. (Firenze. 26
          31. Luglio. 1828.). V. p. 4354. fine.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">C’est par Aristote que commencent les écrivains qui emploient ce
              qu’on appelle le dialecte commun</foreign> (<foreign lang="grc">διάλεκτος
            κοινή</foreign>), <foreign lang="fre">et Démosthène lui-même n’est plus aussi
            pur</foreign>
          </quote> (così puro scrittore <emph>attico</emph>) <quote>
            <foreign lang="fre">que Xénophon et Platon</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss</title>. loco cit. alla p. 4312. Juillet, 1824. t. 2.
            art. 13. p. 12.</bibl>
          <pb ed="aut" n="4328"/> Sui pretesi dialetti d’Omero, v. la p. 4319. capoverso 1. (Fir.
          31. Lugl. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4318. Infatti Femio e Demodoco nell’Odissea cantano i loro versi narrativi
          accompagnandosi colla lira. Del resto queste mie osservazioni tendono a rivendicar come
          antica la differenza ora e da gran tempo riconosciuta fra le poesie lodative, passionate
          ec. dette liriche, meliche ec. e le narrative, dette epiche. (31. Lug. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4326. La mancanza dell’arte necessaria per ottenere il semplice, fu una delle
          cause che ritardarono nella letteratura greca, già ricca di versi, la produzione di buone
          prose. Chi non voleva scriver plebeo, chi non era affatto ignorante, sapeva scrivere
          ornatamente (come sta bene in poesia), ma non (come vuolsi alla prosa) pianamente. La
          lingua de’ numi, dice il Courier (pref. al Sag. dell’Erodoto), era benissimo posseduta,
          mentre la lingua degli uomini non si sapeva ancora usare. I primi saggi di prosa greca,
          come quelli di Ecateo Milesio e di Ferecide, peccano principalmente, come osserva esso
          Courier, per il poetico che hanno, anche nella dizione. Lo stile riusciva gonfio, non se
          ne sapevano guardare: in poesia si trovavan più a loro agio, perchè quivi non era
          gonfiezza quel che lo era nella prosa. Anche Erodoto, a ben guardarlo, ha del poetico e
          del gonfio in mezzo alla naturalezza propria del tempo. Così noi avevamo Dante, e nessuna
          prosa di conto fino al Boccaccio. Le migliori erano le più plebee, scritte da’ più
          ignoranti, senza pretensione, senza neppure intenzione (per dir così), di scrivere. Ma i
          prosatori che volevano scrivere, riuscivano stranamente gonfi (in mezzo alla naturalezza
          effetto del tempo e della pochissima lettura), come Dino Compagni, similissimi per la
          meschina gonfiezza e declamazione, ai fanciulli di rettorica. (31. Lug. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4329"/> Se un buon libro non fa fortuna, il vero mezzo è di dire che l’ha
          fatta; parlarne come di un libro famoso, noto all’Italia ec. Queste cose diventano vere a
          forza di affermarle. Molti che l’affermino e lo ripetano, lo rendono vero senz’alcun
          dubbio. Se, per qualunque ragione, questo mezzo non si può usare, il miglior partito è di
          tacere, dissimulare, e aspettare se il tempo facesse qualche cosa. Ma niente di peggio che
            <foreign lang="fre" rend="italic">de se fâcher avec le public</foreign>, gridare
          all’ingiustizia, al cattivo gusto de’ contemporanei, perchè non fanno caso del libro.
          Siano giustissime queste querele, sia classico il libro; dal momento che il suo cattivo
          esito è confessato e pubblicato, la miglior sorte che gli possa toccare è di essere
          riguardato come quei pretendenti che, privi di baionette, non hanno per se che i diritti e
          la legittimità. (Firenze. 10. Agosto. 1828. S. Lorenzo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alfabeti. Ortografia. Difficoltà ed imperfezioni della scrittura de’ dialetti p. es.
          italiani, abbondanti di suoni mancanti all’alfabeto nazionale scritto ec. Arbitrario
          dell’applicazione dei segni di questo alfabeto ai detti suoni: due persone che si
          ponessero a scrivere uno stesso dialetto senza saper l’uno dell’altro, nè seguire un
          metodo già ricevuto, si può scommettere che non iscriverebbero una parola sola nello
          stesso modo. La più parte dei nostri dialetti hanno un alfabeto di suoni più ricco assai
          del comune. (Fir. 10. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In letteratura, tutto quello che porta scritto in fronte <emph>bellezza</emph>, è
          bellezza falsa, è bruttezza. Verità fecondissima, e ricchissima di applicazioni, che
          occorrono ad ogni ora. (Fir. 10. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4330"/> Alla p. 4326. e il cui soggetto fu il vero, e non in gran parte il
          finto, come in Omero e ne’ poeti. (10. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dalle mie osservazioni su quel passo di Agatarchide comparato alla storiella di Muzio
          Scevola, si può dedurre che una delle principali fonti del favoloso trovato, massimamente
          dal Niebuhr, nella storia romana de’ primi tempi, sia l’avere i primi storici romani
          (seguiti poi dagli altri) copiato nella narrazione delle origini e de’ tempi oscuri di
          Roma, le storie o le favole de’ Greci, mutando i nomi. Così hanno fatto i primi storici di
          quasi tutte le nazioni, anche più recentemente, e ne’ bassi tempi ec. fra’ quali è insigne
          esempio quel Saxo nella <title lang="lat">Historia Danica</title>. (10. Agos.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4323. La presa di Troia, secondo i marmi di Paro, la cui cronologia è ora la più,
          anzi la generalmente seguìta, si pone nell’anno 108 avanti l’era Cristiana. <bibl>
            <title>Bull. de Féruss.</title> ec. loc. cit. alla p. 4312. tom.3. art. 235. p. 275.
            fin.</bibl> (10. Agos. 1828.). V. p. 4378.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutti dicono che la buona gente è rara assai. Questo in generale. Ma quando si viene al
          particolare, niente di più comune che il sentirsi dire di una famiglia: <emph>è buona
            gente</emph>, di un individuo: <emph>è un buon uomo, un buonissim’uomo</emph>. Rare
          volte il contrario: non sarà appena come uno a dieci. E nella pratica, io ho trovato
            <emph>buona gente</emph> da per tutto, anche per convivere: tanto che ora, di niente
          sono meno in pena che di trovar buona gente quella con cui debbo o dovrò avere a fare. Io
          credo che la bontà negli uomini sia men <pb ed="aut" n="4331"/> rara assai che non si
          crede: anzi, che abitualmente quasi tutti sieno buona gente. E credo che per trovar buona
          gente da per tutto, e senz’altri esami, non bisogni altro che esser <emph>buon uomo</emph>
          esso, ed aver <emph>buone maniere</emph>. (10. Agos. 1828. dì di S. Lorenzo. Firenze.). V.
          p. 4333.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Esse erano ancora in età ben giovanile, ma l’amore era scancellato dal loro volto; si
          vedeva che la gioventù n’era sparita per sempre. (M.lles Busdraghi). (10. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Sur l’idiome moldave; extrait d’un manuscrit de M. le C. te
              d’Hauterive (<bibl>
                <author>Wilkinson</author>, <title lang="fre">Tableau de la Moldavie et de la
                  Valachie</title>; traduit par M. de La Roquette, 2.<hi rend="apice">e</hi> édit.,
                appendix, n. 9.</bibl>) Cette langue, rude et grossière, est évidemment d’origine
              romaine; mais à ce sujet l’auteur établit une hypothèse particulière. Il suppose qu’il
              existait d’abord à Rome une langue populaire qui avait des articles, des verbes
              auxiliaires et toutes les formes embarrassantes qui, selon l’auteur, annoncent
              l’enfance de la civilisation. Pendant que les orateurs et les écrivains créèrent la
              langue classique, remarquable par sa précision et son élégance, la langue du peuple se
              propagea dans les provinces de l’empire et s’y modifia dans la suite d’après le génie,
              ou les relations des habitans. Ainsi, selon le comte d’Hauterive, le français,
              l’italien, l’espagnol, le moldave, ne sont pas dérivés de la langue de Cicéron et
              d’Auguste: ces idiomes ont une origine plus ancienne; ils viennent d’une langue
              antérieure, celle des premiers habitans de Rome. Le moldave surtout lui paraît être un
              reste de ce langage grossier. À l’appui de cette hypothèse l’auteur donne 6 tableaux,
                <pb ed="aut" n="4332"/> dont les deux premiers font connaître les temps des verbes
              auxiliaires <hi rend="italic">être</hi> et <hi rend="italic">avoir</hi>, en français
              et en moldave. On y voit que le moldave a des temps composés comme le français. Le
              troisième tableau comprend le verbe moldave <hi rend="italic">iou laud</hi>, je loue.
              Le quatrième tableau tend à prouver que <hi rend="italic">les 4 langues romaines
                vivantes</hi>, c’est-à dire le français, l’italien, l’espagnol et le moldave ont
              plus de rapport l’une avec l’autre qu’avec le latin. Il semble pourtant que ces
              exemples ne sont pas tous bien choisis; par exemple, le mot moldave zoon est aussi
              éloigné du mot français <hi rend="italic">jour</hi> que du latin, et le mot moldave
                <hi rend="italic">pugn</hi> ressemble encore plus au latin <hi rend="italic"
              >pugnus</hi> qu’au français <hi rend="italic">poing</hi>. Dans le cinquième tableau
              l’auteur a rassemblé des mots communs aux quatre langues modernes, et qui, bien que
                <hi rend="italic">romains</hi>, ne s’accordent pas avec le latin classique: par
              exemple</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">ignis</foreign>, <foreign lang="fre">se rend dans les
              quatre langues par <hi rend="italic">feu</hi>
            </foreign>, <emph>fuoco</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">fuego</foreign>
            <foreign lang="fre">et <hi rend="italic">fuoc; ensis</hi> par <hi rend="italic"
              >sabre</hi> (il fallait dire <hi rend="italic">epée</hi>)</foreign>, <foreign
              lang="spa" rend="italic">sciabla, espada, sabbia</foreign>; <foreign lang="lat"
              rend="italic">humerus</foreign>
            <foreign lang="fre">par <hi rend="italic">épaule, spale</hi> (sic), <hi rend="italic"
                >espala</hi> (sic), <hi rend="italic">espal</hi>. Ces exemples ne prouvent pourtant
              pas que les 4 langues aient puisé dans un idiome plus ancien que le latin classique,
              car les mots cités par l’auteur peuvent tout aussi bien dater du temps de la décadence
              de l’empire et de la langue latine; ainsi <hi rend="italic">feu</hi>
            </foreign>, <emph>fuoco</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">fuego</foreign>
            <foreign lang="fre">et <hi rend="italic">fuoc</hi> sont du temps de la basse latinité,
              lorsque les mots anciens étaient déjà détournés en partie de leur véritable acception,
              et lorsque le mot de foyer</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic"
            >focus</foreign>), <foreign lang="fre">qui désignait d’abord le lieu du feu, fut employé
              par les barbares pour exprimer le feu même. Enfin, dans le dernier tableau, l’auteur a
              voulu rassembler des mots <pb ed="aut" n="4333"/> communs au latin et moldave, et
              manquant aux trois autres langues, afin de prouver que le moldave ne dérive pas des
              langues modernes. Parmi ces exemples se trouvent</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">verbum</foreign>, <foreign lang="fre">verbe</foreign>;
              <foreign lang="lat" rend="italic">magis</foreign>, <foreign lang="fre">moi (sic).
              Cependant <hi rend="italic">verbe</hi> et <hi rend="italic">mais</hi> (autrefois dans
              le sens de <hi rend="italic">magis</hi>) sont aussi français. Ces exemples ne peuvent
              donc servir de preuve</foreign>
          </quote>. D-G. (Depping.) <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss</title>. loc. cit. alla p. 4312. Févr. 1825. t. 3.
            art. 152. p. 118-9.</bibl> (10-11. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4331. E credo che i <emph>cattivi</emph> sieno assai più rari che i <emph>buoni
            uomini</emph>, purchè non si chiamino cattivi (come si fa sempre) quelli che trattano
          male noi perchè noi trattiamo male o indiscretamente loro; perchè non vogliamo, o non
          sappiamo (cosa frequentissima), trattarli bene.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La salute è considerata generalmente dalla società come il minimo de’ beni umani, se pur
          ne è fatto conto in modo veruno. Fra le mille prove (e non parlo qui d’individui, ma di
          corporazioni), osservate che non troverete mai un luogo, una città che sia cominciata ad
          abitarsi, che cresca giornalmente di popolazione, per rispetto della salubrità del sito, e
          neanche della clemenza dell’aria. Opportunità di commercio, vicinanza di mare, centralità,
          presenza della corte, mille cose fanno e che si scelga a principio un luogo per popolarlo,
          per fondarvi una città, e che una città cresca via via d’abitanti: ma la salubrità non
          mai. Non v’è città che debba la sua nascita a questa causa, nessuna che le debba il suo
          accrescimento. Troverete spesso un <pb ed="aut" n="4334"/> sito saluberrimo, con aria
          comodissima, affatto deserto, in vicinanza d’una o di più città, pessimamente situate e
          popolatissime. Tra Livorno e Firenze (di scellerata situazione) vedete un sito che par
          quasi miracolosamente favorito dalla natura; ci trovate anche una città, che è Pisa; una
          città che fu anche popolatissima. Livorno pel suo mare, Firenze per cento altri vantaggi,
          si accrescono ogni giorno prodigiosamente di popolo; e sulle loro porte, Pisa, da che ha
          perduto la sua potenza, il commercio, i vantaggi estranei alla salubrità, si spopola,
          divien sensibilmente deserta ogni giorno più. (Firenze. 11. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4322. fin. Io per me sono persuaso che questo sia il vero e solo modo di render
          ragione delle irregolarità di misura che malgrado tutte le regole e sopraregole ed
          eccezioni arbitrariamente stabilite dagli antichi e dai moderni grammatici, malgrado tutti
          i sistemi, come quello del digamma eolico ec., si trovano sempre ne’ versi omerici. — <quote>
            <foreign lang="fre">Richard Bentley est le premier qui, s’étant aperçu de quelques
              irrégularités dans la mesure des vers d’Homère, supposa que ces irrégularités ne
              provenaient que de ce qu’on avait négligé le <hi rend="italic">Digamma</hi>, dont sans
              doute la prononciation était tombée en désuétude quand on copia pour la première fois
              l’Iliade et l’Odyssée. Du Digamma dans les Poésies homériques</foreign>
          </quote>. (<bibl lang="fre">Extrait d’un <title>Nouveau Commentaire sur Homère</title>
          </bibl>);<bibl>par <author>M. Dugas-Montbel. Bull.</author> de Féruss. loc. cit. Janv.
            1825. art. 7. p. 9.</bibl> — <quote>
            <foreign lang="fre">Le fait est que, malgré l’adoption du Digamma, on ne résout pas
              toutes les difficultés, et que M. Knight lui-même</foreign>
          </quote> (Payne Knight, il quale nel 1820 pubblicò in Inghilterra un’edizione intera <pb
            ed="aut" n="4335"/> dell’Iliade e dell’Odissea col digamma, <quote>
            <foreign lang="fre">et avec une orthographe particulière qu’il suppose avoir été dans le
              principe celle d’Homère</foreign>
          </quote>; dopo che Upton e Salter avevano dato degli <foreign lang="fre" rend="italic"
            >specimen</foreign> di edizioni d’Omero col digamma, e che Heyne già nel suo Omero del
          1802, <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">au bas de son texte, où il suit l’orthographe
              ordinaire</foreign>
          </quote>, aveva <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">placé les mots avec le Digamma</foreign>
          </quote>, in cui favore egli si è dichiarato) <quote>
            <foreign lang="fre">a laissé subsister des passages qui blessent son système</foreign>
          </quote> (cioè, come si spiega in una nota, de’ passi dove una sillaba che dovrebb’esser
          breve, diventa lunga pel digamma; <foreign lang="grc">κρηγυον Ϝειπας</foreign> ec.), <quote>
            <foreign lang="fre">tant il est difficile de rétablir la véritable orthographe sur de
              simples conjectures, et dans la privation absolue de tout monument écrit. Certainement
              quelque système qu’on adopte, il n’en est point qui ne présente des objections, parce
              que dans ces premiers âges de la poésie, où les lois de la prononciation n’étaient
              point encore soumises au frein de l’écriture qui les rend plus invariables, il devait
              y avoir une foule d’anomalies qu’on ne pouvait expliquer que par l’usage, plus fort
              que le raisonnement, et même que les règles de l’analogie; parce qu’enfin sous
              Pisistrate, quand on transcrivit pour la première fois les vers d’Homère, la
              prononciation avait déjà subi des altérations notables qu’il est impossible de
              déterminer précisément aujourd’hui</foreign>
          </quote>. <bibl>Ibidem, p. 13.</bibl> — Ora con una pronunzia varia, incerta, e non ancora
          fissata, come supporre, come trovar possibile una misura di versi esatta e costante? —
          Payne Knight era morto già prima del 1824, o in quell’anno. (12. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4336"/> Sopra il digamma eolico, si trovano delle curiose e non inutili
          notizie nella breve Memoria di Dugas-Montbel citata nel pensiero precedente. Egli crede
          che le <emph>Digamma</emph>
          <quote>
            <foreign lang="fre">devait tenir de la prononciation du V consonne et de l’U voyelle des
              latins que nous prononçons <hi rend="italic">ou</hi>... Si l’on observe que dans le
              midi de la France il n’est pas rare qu’on prononce le monosyllabe <hi rend="italic"
                >oui</hi> en faisant légèrement sentir le son du V (<hi rend="italic">voui</hi>),
              peut-être aurait-on quelque chose d’analogue à la prononciation du <hi rend="italic"
                >Digamma</hi>
            </foreign>
          </quote>. (Viceversa in Toscana spessissimo si sopprime il v, o si cambia in
          un’aspirazione: <emph>pióe</emph> o <emph>piohe</emph> per <emph>piove</emph>,
          <emph>doe</emph> per <emph>dove</emph>, ec. ec., e questo lo trovo anche scritto ne’
          rusticali ec. V. p. 4365.) M. Dawes (gran partigiano del digamma ap. Omero; erudito
          inglese) <quote>
            <foreign lang="fre">veut que le <hi rend="italic">Digamma</hi> se prononce et s’écrive
              comme le W anglais (Dawesii Miscellan. par. 4. p. 190. et seqq. édit. de 1817.) Je ne
              crois pas que certe forme ait jamais été connue de l’antiquité, cette lettre est toute
              du nord. Quant à la prononciation elle rentre à peu près dans celle que j’ai
            indiquée</foreign>
          </quote>. p. 13-14. (12. Agos.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altra difficoltà enorme dell’invenzione della scrittura alfabetica: l’infinita varietà ed
          incertezza della pronunzia orale di qualunque lingua e parola: infinita sempre, ma più che
          mai avanti l’invenzione della scrittura alfabetica. La pronunzia non riceve qualche
          fissità se non dalla scrittura alfabetica, e viceversa l’invenzione di questa non par
          possibile senza una pronunzia già fissata. V. la p. qui dietro. (12. Agos.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4319. <quote>
            <foreign lang="fre">Chants populaires des peuples grecs. À l’occasion de l’annonce des
                <hi rend="italic">chants populaires de la Grèce moderne</hi>, par M. Fauriel, les
                <title>Annales littéraires</title> de Vienne, t. 26, font observer que ce recueil
                <pb ed="aut" n="4337"/> peut faire suite à un recueil semblable de chants serviens,
              publié récemment par Wuk Stephanowitsch; mais qu’il reste encore à recueillir les
              chants populaires de trois peuples, pour que l’on possède toute la poésie populaire de
              la nation grecque. Ces trois peuples sont: les Albanais, les Valaques et les Bulgares.
              Les Albanais, qui paraissent descendre des anciens Illyriens, doivent avoir beaucoup
              de chants. Il doit en être de même des Valaques de Macédoine. Quant aux Bulgares, Wuk
              assure positivement qu’ils ne cédent aux Serviens ni en poésies lyriques, ni en chants
              épiques. D’après le même auteur la langue bulgare forme une sorte de langue romane
              parmi les langues des 5 peuples grecs: ce que le latin a été pour les peuples d’Italie
              et de France, le Slave l’est encore pour les Bulgares</foreign>
          </quote>. D-G. (Depping.) <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss.</title> l. c. Janvier 1825. t. 3. art. II. p.
          16-17</bibl>. — <title lang="ger">Kleine serbische Grammatik</title>. <title lang="fre"
            >Petite grammaire servienne par Wuk Stephanowitsch</title>, <foreign lang="fre">trad. en
            allem. avec une préface de J. Grimm, et des observations sur les chants héroïques des
            Serviens; par J. S. Varer</foreign> (allora professore a Halla, morto a Halla 1826,
          linguista tedesco, famoso per aver continuato il <title>Mithridates</title> di Adelung,
          oltre ad altre opp.) Berlin; 1824. <quote>
            <foreign lang="fre">La langue servienne, trop prodigue de consonnes, est parlée par
              environ 4 millions d’individus, en Servie, en Croatie, en Esclavonie et en Monténégro.
              Elle a une quantité de poésies intéressantes dont il sera question dans un autre
              article. Cette langue mérite donc l’attention des savans. Wuk, auteur de la petite
              grammaire qui vient de paraître, a, de plus, fair imprimer à Vienne, en 1817-18, un
              dictionnaire <pb ed="aut" n="4338"/> servien, 36. f. in 4.o. L’auteur, nè dans le
              pays, était d’abord inspecteur des douanes serviennes, et, sous la domination de
              Czerni Georges, il occupait le poste de secrétaire du Sénat de son pays. Aucun Servien
              n’a peut-être étudié davantage son idiome national. On doit imprimer à Pétersbourg une
              trad. qu’il a fait en servien du N. Testament</foreign>
          </quote>. Ib. Juin 1825. t. 3. art. 548. p. 439-40. — Narodne srpske pjesme skupio, ii na
          swijet izdao, etc. <bibl lang="fre">
            <title>Chansons nationales serviennes</title>, recueillies et publiées par Wuk
            Stephanowitsch Karadshitch. 3 vol. Leipzig; 1824</bibl>. <quote>
            <foreign lang="fre">Les serviens ont une foule de chansons nationales qui n’avaient
              jamais été recueillies, et dont un grand nombre n’avait peut-être jamais été mis par
              écrit, lorsque le savant servien Wuk eut l’heureuse idée d’en faire un recueil, qu’il
              a porté en Allemagne, et qui y a été publié. C’est une nouveauté intéressante, qui
              nous fait connaître la poésie d’un peuple dont la littérature, à la vérité peu riche,
              existait à l’insu de l’Europe. La première partie du recueil contient une centaine de
              petites pièces de vers, que l’auteur appelle chansons féminines, parce que les femmes
              en composent et chantent beaucoup dans leur ménage. Ces pièces sont faites sans art,
              la plupart en vers blancs, et peut-ètre improvisées; elles sont généralement médiocres
              sous le rapport de la poésie. Il y en a sur toutes sortes de sujets, sur l’amour, sur
              la moisson, sur les fêtes du pays; on y trouve même des chansons magiques pour obtenir
              de la pluie, que chantent les jeunes filles en parcourant les villages. Par-ci, par-là
              on trouve des pensées d’un naturel agréable ou des comparaisons originales ou
              singulières. Les deux autres <pb ed="aut" n="4339"/> parties contiennent les chansons
              héroïques qui abondent chez ce peuple belliqueux. Ce sont des vers monotones, où les
              mêmes épithètes et les mêmes formules reviennent sans cesse. Quelquefois les aventures
              qu’elles chantent ont de l’intérêt. Le héros favori des Serviens, Marko, fils d’un
              roi, y joue un grand rôle. Les batailles y sont peintes avec une sorte de
              prédilection, surtout celle de 1389 qui ôta l’indépendance à la Servie</foreign>
          </quote>. <bibl>D-G. Ib. Juillet 1825. t. 4. art. 22. p. 17</bibl>.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="sconosciuta">Faeroeiscke quaeder om Sigurd Fofnersbane og hans
            aet</foreign>. <foreign lang="fre">Chansons des îles Foeroeer (oe, oe) sur Sigurd
              Fofnersbane, et sur sa race; recueillies et traduites en danois par H. C. Lyngbye,
              avec une introduction du prof. P. E. Müller; 592 pag. in-8.<hi rend="apice">o</hi>.
              1822. Dans les îles Foeroeer (oe, oe) s’est conservé un dialecte particulier de
              l’ancien scandinave, et dans ce dialecte le peuple conserve plus de 150 chansons qui
              se chantent pour la plupart sur des airs de danse, et servent en effet à accompagner
              celles des paysans. M. Lyngbye a recueilli onze de ces chansons; elles ont un
              caractère épique, et chantent Sigurd, héros célèbre dans tout le nord, et dans les
              romans allemands du moyen âge. Les insulaires des îles Foeroeer (ae, oe) chantent ces
              poésies dans leurs réunions, et se les transmettent oralement de père en fils; il est
              probable qu’elles sont fort anciennes. Quoique le sujet ressemble à celui de divers
              passages de l’Edda, il ne paraît pourtant pas qu’elles soient imitées de l’islandais;
              du moins l’Edda n’a point cette forme de chanson sous laquelle le roman de Sigurd est
              presenté dans les chants foeroeériens; en Islande, en Norvège et en Danemark, <pb
                ed="aut" n="4340"/> on n’a pas d’ailleurs la coutume d’accompagner la danse de
              vieilles chansons en petits vers tels que ceux de Foeroeer (oe, oe). Le style de ces
              poésies est simple et naïf; les images y sont moins hardies que dans les poésie
              islandaises; quelquefois on y trouve des comparaisons relatives à la nature locale de
              cet archipel; des yeux bleus y sont comparés avec le plumage des pigeons sauvages, qui
              sont de cette couleur aux Foeroeer (ae, oe). M. Lyngbye a fait de ces poésies épiques
              une traduction en vers, et il a expliqué dans les notes les termes qui pourraient être
              difficiles pour les Danois. Dans le supplément l’éditeur a inséré d’autres chansons
              qui n’ont pas de rapport à Sigurd, et un vieil air noté de ces îles. Il resterait
              maintenant à publier les autres chansons des Foeroeer (ae, oe), et peut-être aussi le
              vocabulaire foeroeérien (oe, oe) faisant partie d’une description de cet archipel,
              composée vers 1782 par M. Svaloe, et conservée en 7. vol. in-4.<hi rend="apice"
              >o</hi>. parmi les manuscrits de la bibliothèque royale de Copenhague</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. art. 21. p. 16-17.</bibl> (12-13. Agos. 1828.). V. p. 4352.4361.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <title lang="ger">Wertheidigung des Wilhelm Tell</title>. <quote>
            <foreign lang="fre">Defense de Guillaume Teli, par X. Zuraggen; nouv. édit. in-8.<hi
                rend="apice">o</hi>. Fluelen, dans le canton d’Uri; 1824. La vérité de l’histoire de
              Guill. Tell ayant souvent été mise en doute, et notamment dans une brochure qui a paru
              en 1760, intitulée, <title>Guillaume Tell, conte danois</title>; l’auteur cherche à
              venger la mémoire du héros, et à démontrer son existence par des documens
            authéntiques</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <title lang="fre">Journ. gén. de la littérat. étrang.</title>, septembre 1824, p.
          264.</bibl>) <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss.</title> Mai, 1825. l. c. t. 3. art. 526. p.
          422-3.</bibl> (13. Agos.). V. p. 4362.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4341"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">On attribue l’invention de l’alphabet mongol à
              Bogdo-Khotokhtou-Tchoidja-Bandida, appelé du Thibet en Mongolie par le Khan
              Khoubilaï-Tsétsèn-Khan, petit-fils de Gengiskhan; et sa correction au lama
              Tchoïdja-Ostyr, qui vivait du temps de Khaïssyn-Kouloug-Khan, mort au commencement du
              14 siècle, et sous le règne duquel cet alphabet fut introduit parmi les peuples
              mongols. Selon les écrivains mongols on n’employa jusqu’au temps de
              Khaïssyn-Kouloug-Khan, à la cour des souverains de ce pays, que les lettres
              thibétaines, alors appelées <title>Oïgoures</title> (étrangères). Les Chinois
              prétendent dans l’histoire que, jusques à l’introduction d’un alphabet particulier,
              les Mongols s’étaient servis des caractères chinois ou <hi rend="italic"
              >ouvouitsk</hi>
            </foreign>
          </quote>.</p>
        <p>(Così moltissimi libri giapponesi sono scritti in caratteri cinesi, e questi sono anco
          della letteratura giapponese, i più noti, anzi quasi i soli noti agli Europei. Bulletin
          ec. t. 4. art. 197. Al qual proposito il <bibl>
            <title lang="fre">Bull. di Féruss.</title> ib. p. 175</bibl>, osserva: <quote>
            <foreign lang="fre">L’emploi d’une écriture syllabique</foreign>
          </quote> (la scrittura propria giapponese, composta di 47 sillabe primitive) <quote>
            <foreign lang="fre">dérivée de l’écriture figurative des Chinois, et l’usage qu’on fait
              de cette dernière en l’appliquant à une langue pour laquelle elle n’avait pas été
              formée</foreign>
          </quote> (alla lingua giapponese), <quote>
            <foreign lang="fre">sont deux phénomènes capables d’intéresser les hommes qui font de
              l’étude des langues, un sujet de méditations philosophiques</foreign>
          </quote>.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les Mongols écrivent de gauche à droite comme nous, mais
              perpendiculairement du haut en bas, comme on pourra le voir par l’alphabet comparé
              Mongol et Kalmouk. Malgré les traits qui changent <pb ed="aut" n="4342"/> souvent la
              forme des lettres, il est impossible de ne pas remarquer qu’elles viennent presque
              toutes des caractères grecs et syriaques, et par conséquent elles sont peut-être un
              des monumens les plus anciens qui servent à prouver la liaison des peuples qui les ont
              adoptées avec les peuples de l’Occident. Outre l’alphabet élète ou Kalmouk, celui des
              Mongols a encore donné naissance aux lettres mantchouriennes qui n’en diffèrent que
              par quelques légers changemens. Les Mongols avaient encore un autre alphabet inventé
              du temps de Khaïssyn-Kouloug-Khan par un certain Lama-Pakba, dont les lettres ont été
              nommées carrées en raison de leur forme; mais on n’a rien pu découvrir d’écrit en ce
              genre. Au contraire nombre d’anciens livres mongols sont écrits en lettres de
              Tchoïdja-Bandida</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss.</title> ec. l. c. t. 4. art. 238. p. 242-3</bibl>.
          septembre 1825. (13. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Quibus actus uterque Europae atque Asiae fatis concurrerit
            orbis</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Aen.</title> 7. 223</bibl>. Il pieno senso di questo luogo e di quell’<foreign
            lang="lat" rend="italic">uterque</foreign> non credo sia stato mai bene inteso nè si
          possa intendere senza ricordarsi dell’antica divisione del mondo in due sole parti, Europa
          ed Asia; divisione di cui è da vedersi una dotta nota di Letronne al v. 3. dell’Iscrizione
          greca metrica scoperta nell’isola di Philae da Hamilton (nel <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss.</title> l. c. t. 3. p. 403-2. art. 499.</bibl>
          intitolato: <title lang="fre">Explication d’une inscription grecque en vers</title>,
            <foreign lang="fre">découverte dans l’île de Philae par M. Hamilton. Extraite de la
            suite des <title>Recherches pour servir à l’histoire de l’Égypte pendant la domination
              des Grecs et des Romains</title>; par M. Letronne, de l’Institut.</foreign>): il qual
          Letronne dice ch’ella tiene <pb ed="aut" n="4343"/> evidentemente alla geografia omerica,
          e mostra come fosse propria della geografia poetica greca e latina. Fu anche seguita da
          vari scrittori dell’una e dell’altra lingua, in prosa; e fino da Procopio, il quale
          comprende l’Affrica nell’Asia, laddove gli antichi la mettevano nell’Europa. V. anche
          Berkel. ad Steph. Byz. p. 383., ed Uckert, Geograph. der Griechen und Roemer, t. 1, parte
          2. p. 280. richiamati in nota dal Letronne. (Fir. 13. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dalle bellissime ed acutissime osservazioni del Wolf (<bibl>
            <title>Prolegom. ad Homer.</title> par. 17. Halis Saxonum 1795, vol. I. p.
          LXX-LXXIII.</bibl>) dalle quali risulta che, secondo ogni verisimiglianza, il principio
          della cultura della prosa e le prime opere di prosatori appresso i greci, furono
          contemporanee all’epoca in cui la scrittura appresso i medesimi divenne di comune uso, e
          tale da poterne far de’ volumi; anzi che <quote>
            <foreign lang="lat">scripturam tentare et communi usui aptare plane idem videtur fuisse,
              atque prosam tentare et in ea excolenda se ponere</foreign>
          </quote> (p. LXXII.), il che accadde sul principio del 6. sec. av. G. C. (p. LXX.); da
          queste osservazioni, dico, si raccoglie la vera causa del fenomeno, in apparenza
          singolare, che presso tutte le nazioni, nel loro primo ingresso alla civiltà, la
          letteratura poetica ha preceduto la prosaica: fenomeno osservato da moltissimi, da
          nessuno, nè prima nè dopo Wolf, bene spiegato, e tuttavia naturalissimo, ovvio e
          semplicissimo. Chi potea mai pensare a comporre in prosa prima dell’uso (facile, comune,
          in carta o simili materie portabili, non in bronzo o marmo o legno) della scrittura? come
          conservare tali composizioni? Parlare in prosa, anche a lungo, si poteva, e parlavasi,
          raccontavasi in <pb ed="aut" n="4344"/> prosa, arringavasi, e simili, ancora in pubblico;
          ma nè i parlatori nè gli altri pensavano a desiderare non che a proccurar durazione a tali
          prose, stantechè nessuno neppur sospettava la possibilità che tali prose si conservassero,
          perchè la memoria non le potea ritenere. Da altra parte, gli uomini inclinati naturalmente
          alla poesia ed al canto, come apparisce dal vedere che quasi tutte le nazioni selvagge
          hanno delle poesie, poetavano e componevano in versi: da prima senza speranza nè disegno
          che questi si conservassero, non più che i discorsi in prosa; poi, visto che la memoria
          potea ritenerli, si pensò, si provvide alla loro conservazione: quando il conservarli e
          l’impararli fu divenuto cosa comune, quando vi furono degli uomini che ne fecero un
          mestiere (i rapsodi appo i greci), allora naturalmente anche la composizione de’ versi
          divenne una specie d’arte; fu più accurata, più colta; infine v’ebbe una letteratura
          poetica; e ciò senza scrittura, e mentre che la prosa, non ancora coltivata in niun modo
          perchè non conservabile, era affatto lontana dal poter far parte di letteratura. Quindi è
          naturale che quando la scrittura fu divenuta comune e però si potè comporre in prosa,
          questa fosse infante, mancasse l’arte, mentre la poesia era già molto avanzata; e la
          lingua poetica fosse già formata da più secc. mentre la prosaica era anco informe. Vedi la
          p. 4238. capoverso 2. V’ebbe una letteratura assai prima della scrittura, cioè del comune
          uso di essa ma tal letteratura non fu e non poteva essere che poetica. V. p. 4354.</p>
        <p>Tutto ciò accadde naturalmente e non già per disegno. Ridicolo è l’attribuire a popoli
          bambini nella civiltà, l’acutezza di conoscere, e il desiderio di provvedere che la
          cognizion delle cose si trasmettesse alla posterità pel solo mezzo che allora ci aveva;
          versi consegnati alla memoria; e di compor versi apposta per questo fine. V. p. 4351.
          princip.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4345"/> In quella letteratura antiscritturale, il solo modo di pubblicare
          i propri componimenti, era il cantarli esso, o insegnarli ad altri che li cantassero.
          Fuitque diu haec (ars rhapsodorum) unica via publice prodendi ingenii (<bibl>
            <author>Wolf</author> par. 23. p. XCVIII</bibl>) Queste furono per più secoli le
          edizioni de’ greci. Tanto che anche dopo reso comune l’uso della scrittura, <quote>
            <foreign lang="lat">etiam Xenophanem poëmata sua ipsum</foreign>
            <foreign lang="grc">ῥαψῳδῆσαι</foreign>
            <foreign lang="lat">legamus</foreign>
          </quote>, osserva il Wolf (ib.) citando il Laerzio, IX. 18. male inteso da altri. E forse
          ancora di qui venne che Erodoto, un de’ primi scrittori di prosa, anche la sua prosa (se è
          vero quel che si racconta; e forse questa osservazione potrebbe farlo più probabile) volle
          recitare in pubblico. (V. p. 4375.) Stante l’uso delle passate età, e l’assuefazione, non
          pareva pubblicato, edito, quello che non fosse comunicato veramente e di viva voce al
          popolo. Lascio che per lungo tempo dopo il detto uso della scrittura, si continuò appresso
          i greci la recitazione pubblica o canto de’ versi d’Omero e degli altri poeti antichi. <quote>
            <foreign lang="lat">Ac primo quidem tempore et paene ad Periclis usq. aetatem Graecia
              Homerum et ceteros</foreign>
            <foreign lang="grc">ἀοιδοὺς</foreign>
            <foreign lang="lat">suos adhuc auditione magis quam lectione cognoscebat. Paucorum etiam
              tum erat cura scribendi, lectio operosa et difficilis; itaque rhapsodis maxime operam
              dabant captique mira dulcedine cantus ab illorum ore pendebant. In clarissimis huius
              saeculi</foreign>
          </quote> (secolo di Pericle) <quote>
            <foreign lang="lat">rhapsodis memoratur circa Olymp. 69. Cynaethus, Pindaro aequalis,
              qui Chio commigravit Syracusas, vel ibi maxime artem factitavit</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Wolf</author> par. 36. p. CIX.</bibl>) Noti sono i rapsodi del tempo di Socrate,
          di Platone, (ib. p. CLXI. not. 22.) e di Senofonte, par. 23. p. XCVI. e l’autore <pb
            ed="aut" n="4346"/> dell’Ipparco, dialogo che va tra le opere di quest’ultimo, dice che
          anche al suo tempo si recitavano da’ rapsodi alle feste de’ Panatenei quinquennali, i
          versi di Omero, con quell’ordine che, secondo lui, da Ipparco figlio di Pisistrato era
          stato ingiunto ai rapsodi da osservarsi nel recitarli. E durò fino agli ultimi tempi della
          Grecia l’uso di recitare a memoria ne’ conviti e nelle conversazioni colte, degli squarci
          di poesia, or d’uno or d’altro autore; il che si chiamava <foreign lang="grc">ῥῆσιν
          εἰπεῖν</foreign> e simili; v. p. 4438. e vedine il Comento del Coray a’ Caratteri di
          Teofr. e del Casaubono ad Ateneo. Possono considerarsi come una continuazione dell’ antica
          usanza rapsodica quei tanti componimenti di genere letterario ed epidittico che i sofisti
          e retori a’ tempi romani, e massime nel 2.<hi rend="apice">o</hi> secolo, andavano
          declamando pubblicamente per le città della Grecia, dell’Asia, della Gallia, ora in lode
          di esse città, ora degl’imperatori ora degli Dei o eroi ec. del paese, or sopra argomenti
          di morale, di filologia nazionale ec. V. p. 4351.</p>
        <p>Noi ridiamo di quell’antico modo di pubblicazione; forse quegli antichi riderebbero assai
          del nostro. Certo non potremo negare che quella non fosse e naturale (anzi la sola
          naturale), e vera pubblicazione. Noi diciamo aver pubblicato un componimento quando ne
          abbiam fatto tirare qualche centinaio di copie, che andranno al più in qualche centinaio
          di mani; come se quelle centinaia di lettori fossero la nazione: e la nazione veramente,
          il vero pubblico, il popolo, non ne sa assolutamente nulla. Pubblicare allora, era dare ed
          esporre al popolo, che oggi è straniero alle nostre <emph>edizioni</emph>. Come già Plato (<bibl>
            <title>Phaedr.</title> p. 274. E</bibl>) <quote>
            <foreign lang="lat">atque alii veteres philosophi iudicaverunt inventas litteras
              profuisse disciplinis, sed obfuisse discentibus, adeo ut quae inventio medicamen
              memoriae dicta esset, eadem non <pb ed="aut" n="4347"/> immerito noxa ejus et
              pernicies diceretur</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Wolf</author>, par. 24. p. CI-CII</bibl>), così non sarebbe men paradosso e
          forse più vero il dire che la scrittura, celebrata per aver popolarizzata l’istruzione, è
          stata al contrario per una parte la causa di depopolarizzar la letteratura, la quale una
          volta non poteva vivere che presso il popolo, e di separar dal popolo i letterati, i quali
          già ne fecero necessariamente parte. La scrittura sola ha reso possibile una letteratura
          più colta, polita e perfetta, la quale di sua natura non può essere, e non sarà mai,
          popolare. (Oggi siamo a un punto, che per farla tale, bisogna sperfezionarla, tornarla a
          una specie d’infanzia, a una rozzezza, sacrificando il bello all’utile.) V. p. 4367. Nè
          solo la prosa, e le scritture dottrinali, ma la poesia, che da prima, come si è veduto,
          ebbe per suoi propri uditori il popolo; che costituì tutta la letteratura quando la
          letteratura fu popolare; che anche oggi si grida, e per tutti i secoli antichi e moderni,
          si è gridato, dover esser popolare, esserlo già essa di sua natura; la poesia ancora è
          stata perduta dal popolo per colpa della scrittura; anzi esso è il genere più lontano dal
          popolare, e il più difficile ad esser tornato tale; anzi impossibile, se non quando la
          poesia di qualunque nazione e letteratura moderna, non si riformi, ma si sbandisca
          affatto, e se ne crei una in tutto e per tutto nuova. V. p. 4352.</p>
        <p>Componendo senza scrivere, non fidando i propri componimenti che alla memoria (<quote>
            <foreign lang="lat">ex eo Musarum, memorum dearum, diligens et in Iliade enixe repetita
              invocatio</foreign>
          </quote>: <bibl>
            <author>Wolf</author>. par. 20. p. LXXXIX.</bibl>), Omero e i poeti di que’ tempi erano
          ben lungi dall’ aspirare all’immortalità. <quote>
            <foreign lang="lat">Quid? quod ne nominis quidem immortalitas tum quenquam impellere
              potuit ut ei duraturis monumentis prospiceret; idque de Hom. credere, optare est, non
              fidem <pb ed="aut" n="4348"/> facere. Nam ubi is tali studio se teneri significat? ubi
              professionem eiusmodi, ceteris poëtis tam frequentem, edit, aut callide
            dissimulat</foreign>?</quote> (par. 22. p. XCIV.) Non si era ancora concepita l’idea
          dell’immortalità, molto meno il desiderio. Ben desideravasi la gloria, cioè l’onore e la
          lode de’ contemporanei, cioè de’ conoscenti e de’ cittadini o compatrioti, in vita e ne’
          primi dì dopo la morte: stimolo ben sufficiente alle più grandi azioni. <quote>
            <foreign lang="lat">Omnino autem satis habuit illa aetas, quasi sub nutrice ludendo et
              divini ingenii impetum sequendo, res pulcherrimas experiri et ad aliorum oblectationem
              prodere: mercedem si quam petiit, plausus fuit et laus aequalium auditorum</foreign>
          </quote>, dice il Wolf (<bibl>par. 22. p. XCIV-V.</bibl> e cita <bibl>
            <author>Oraz.</author>
            <title>Ep.</title> II. I. 93.</bibl>). E quel ch’ei dice de’ poeti di que’ tempi dee
          dirsi parimente de’ guerrieri, magistrati, uomini forti, giusti, virtuosi. V. p. 4352.
          Altro vantaggio anche questo de’ tempi Omerici, ignorare l’immortalità del nome: 1.o non
          erano tormentati da un desiderio sì difficile ad adempire, 2.o molto più filosoficamente e
          ragionevolmente di noi (come sono sempre più filosofi di noi i primitivi) limitavano i lor
          desiderii a quel che è sensibile, e naturale a desiderarsi, la lode dei presenti; non
          estendevano le loro viste al di là di quel che è concesso all’individuo, al di là dello
          spazio assegnatogli dalla natura, cioè della vita; in fine non si curavano di quello che
          nulla ci può veramente nè giovare nè nuocere, nè piacere, nè dispiacere, di quel che si
          penserà di noi dopo la nostra morte.</p>
        <p>E qui è curioso e filosofico, egualmente che tristo, il riflettere che Omero senza
          desiderare nè aspirare all’immortalità, l’ha ottenuta; e noi che la desideriamo, noi per
          effetto appunto della scrittura che ci ha ispirato tal desiderio, <pb ed="aut" n="4349"/>
          non l’otterremo. I versi e gli eroi di Omero, fidati alla sola memoria, han varcati quasi
          30 secoli, e dureranno quanto, per dir così, la presente stirpe umana, quanto la presente
          cronologia; i nostri componimenti ed i nostri eroi, fidati alla scrittura, che avrebbe
          oramai de’ milioni di componimenti e di eroi da conservare, non giungeranno appena alla
          generazione futura. Altro paradosso verissimo: la scrittura che sola o principalmente ha
          prodotto l’idea e ’l desiderio della immortalità, la scrittura considerata come istrumento
          di essa immortalità, la medesima moltiplicando a dismisura gli oggetti consegnati alla
          tradizione, sola o principalmente, ha reso a quest’ora impossibile il conseguirla. Anche i
          sommi uomini, scrittori e fatti si pérdono ora necessariamente nella folla: consegnati
          alla sola memoria, non si confondevano in gran moltitudine, e quell’istrumento in
          apparenza sì debole, dico la memoria semplice, sapeva ben conservarli a perpetuità. Il che
          non può più la scrittura. Essa nuoce alla fama, di cui è creduta il fonte e l’organo
          principalissimo e necessario. V. p. 4354.</p>
        <p>Quanto alle letterature moderne in cui la poesia precedè la prosa, come l’italiana e
          l’inglese, la ragione di ciò è d’un altro genere. E prima bisogna distinguere. Se si
          tratta di versi e di prose qualunque, il fatto non è vero. Noi abbiamo prose, anche di
          quelle destinate e fatte perchè durassero, e che compongono una qualunque letteratura;
          abbiamo croniche (Ricordano, Dino ec.), leggende ec., tanto antiche quanto i nostri più
          antichi versi; o sarà ben difficile il provare ne’ versi un’anteriorità. Se si tratta di
          classici, certo Dante p. e. precedette ogni nostro classico prosatore. La ragione è che le
          lingue moderne in principio <pb ed="aut" n="4350"/> furono credute inette alla
          letteratura. E ciò è naturale: prima ch’esse fossero colte, la letteratura era considerata
          risiedere nella lingua colta, in quella lingua semimorta e semiviva, in cui sola si
          avevano buoni libri e dottrine. V. p. 4372. Quindi i prosatori che aspiravano ad esser
          colti, scrivevano nella lingua colta, benchè diversa da quella ch’essi parlavano. Ma il
          poeta ha bisogno di esprimere i suoi sentimenti nella lingua nella quale egli pensa, e
          trova ogni altra lingua incapace di renderli. Si dice che Dante per compor la D. Commedia
          tentasse prima il latino, ma dovè poi naturalmente ridursi al volgare. Del Petrarca è
          noto. Ma essendo allora comune l’uso della scrittura, la prosa colta non poteva star
          troppo a tener dietro alla colta poesia. Il Boccaccio fu pochi anni dopo Dante, e solo più
          giovane del Petrarca; dove che le prime prose culte che si vedessero in Grecia, non si
          videro che 400 anni dopo l’epoca omerica. Nè questa era stata forse la prima che
          producesse alla Grecia delle poesie culte. Anzi tutto persuade il contrario. <quote>
            <foreign lang="lat">Quum Homerica dictio longe longeque reducta sit ab eo sono, quem in
              infantia gentium horror troporum et imaginum inflat, atq. in verbis et locutionib.
              castigata admodum, aequabili verecundoque tenore suo quasi praenunciet pedestrem
              dictionem proxime secuturam, quam tamen amplius tria saecula a nemine tentatam
              reperimus</foreign>
          </quote> (il Wolf pone Om. 950 an. av. G. C. V. p. 4352. capoverso 2.); <quote>
            <foreign lang="lat">ita mea fert opinio, ut non cultum ingeniorum, sed alia quaedam
              maximeq. difficultatem scribendi arbitrer in mora fuisse, quo minus poëticam prosa
              eloquentia tam celeri, quam natura ferret gradu sequeretur</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Wolf</author>, par. 17. p. LXXXI-II.</bibl>) (21-22. Agos. 1828.). V. p. 4352.
          princ.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4351"/> Alla p. 4344. fin. Quanto pensasse Omero alla conservazione della
          memoria de’ fatti, e a far le veci di storico, come lo chiama il Courier (v. la pag.
          4318.), vedesi dalle favole di divinità, che egli senza necessità alcuna di superstizione,
          ma per bellezza, e manifestamente di sua invenzione, mescola a’ suoi racconti, sino a
          comporli di favole per buona parte. V. p. 4367.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4346. Sempre, o certo maggiormente e più a lungo d’ogni altra, la letteratura e i
          letterati greci ricercarono il popolo, lo ebbero in vista nel comporre, mirarono al suo
          utile e piacere, e si nutrirono all’aura del suo favore; a differenza soprattutto di quel
          che fece, anche nel suo più bel fiore, la letteratura di una nazione il cui stato politico
          pur non fu niente men popolare che quel della Grecia. Dico la letteratura romana, la quale
          in punto di perfezione d’arte superò la stessa greca, e forse supera tutte le letterature
          conosciute; ma del resto non divenne ma fu sempre essenzialmente impopolarissima. Effetto
          della sua stessa arte e perfezione e dell’esser essa non nata nel Lazio, ma importata.
          Siccome per lo contrario non è dubbio che la perpetua popolarità della letteratura greca
          non derivasse in gran parte da una quasi memoria della sua origine, da un’influenza
          esercitata da questa continuamente, dall’impulso primitivo, dallo spirito originario e non
          mai spento, dall’andatura presa in principio. V. p. 4354. La letteratura greca, dice il
          Courier (<title lang="fre">préf. du Prospectus d’une nouv. traduct. d’Hérodote</title>) è
          la sola che sia nata da se nel proprio terreno, dagl’ingegni stessi de’ nazionali, non da
          altra letteratura. Il che non è vero parlando in universale, perchè molti altri popoli
          ebbero o hanno letterature autoctone, e queste appunto, come la primitiva greca,
          consistenti in sole poesie, e poesie non mai scritte, o scritte più secoli dopo composte
            <pb ed="aut" n="4352"/> (v. la p. 4319 e le ivi richiamate.). È vero però il detto del
          Courier rispetto alle letterature a noi più note, cioè la latina e le più colte delle
          moderne.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4350. fin. Vedi la p. 4326, capoverso 2. — Quanto ad altre nazioni, come quelle
          accennate nella fine della p. qui dietro, di esse non è esatto il dire che la poesia ha
          preceduto la prosa, ma che non hanno altra letteratura che poetica. (22. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla medesima margine. <quote>
            <foreign lang="lat">Primam aetatem (Carminum Homeric.) ponimus ab origine ipsorum, h.e.
              tempore <hi rend="italic">cultioris poësis</hi> Ionum, (circiter ante Chr. 950.) ad
              Pisistratum</foreign>
          </quote>, etc. <bibl>
            <author>Wolf</author>. par. 7. p. XXII.</bibl> (22. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4348. Nè credo io ancora che Milziade a Maratona, nè che i 300 alle Termopoli,
          aspirassero alla immortalità del nome, come poi, divulgato l’uso delle storie e de’ libri,
          vi aspirarono Filippo ed Alessandro.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4347. Quegli antichi potrebbero dire con gran ragione, che i loro versi,
          semplicemente cantati, erano pubblicati, e che i nostri libri, stampati, sono sempre
          inediti. V. la p. 4317, e la p. 4388. capoverso ultimo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4340. <quote>
            <foreign lang="lat">Atqui tales fere ordines hominum (per totam vitam huic uni arti
              vacantium, ut vel pangerent Carmina, quae mox canendo divulgarent, vel divulgata ab
              aliis discerent) in aliis quoque populis reperimus</foreign>
          </quote> (oltre i greci), <quote>
            <foreign lang="lat">apud Hebraeos <hi rend="italic">scholas</hi>, quas dicunt, <hi
                rend="italic">Prophetarum</hi>, tum cognatiores nobis <hi rend="italic">Bardos,
                Scaldros</hi> (sic), <hi rend="italic">Druidas</hi>. De his quidem postremis Caesar
              et Mela referunt (<bibl>Ille <title>B. G.</title> VI, 14. hic III, 2. — not.</bibl>),
              propriam eorum fuisse disciplinam, in qua nonnulli ad vicenos annos permanserint, <hi
                rend="italic">ut magnum numerum versuum ediscerent, litteris non mandatorum</hi>.
              (Simile quiddam et alias saepe et nuperrime de natione Ossiani narratum est a G.
              Thorntono in Transactt. of the Americ. philos. <pb ed="aut" n="4353"/> Society at
              Philadelphia vol. III. p. 314. sqq. In illa natione etiam nunc senes esse qui tantam
              copiam antiquorum Carminum memoria custodirent, ut velocissimum scribam per plures
              menses dictando fatigaturi essent. — not.) Quam vellem tantillum nobis Graeci
              tradidissent de vatibus et rhapsodis suis! Nam et horum propriam quandam disciplinam
              et singulare studium artis fuisse, pro comperto habendum arbitror</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Frid. Aug. Wolf</author>. loc. cit. alla p. 4343. par. 24. p. CII-CIII.</bibl>)
          — <quote>
            <foreign lang="lat">Haec quum ita sint, sub imperio Pisistratidarum Graecia primum
              vetera Carmina vatum mansuris monumentis consignari vidit. Talemque aetatem sub
              incunabula litterarum et maioris cultus civilis apud se viderunt plures nationes,
              quarum comparatio accurate instituta iis, quae hic disputamus, multum lucis afferre
              possit. Nam, ut duas obiter tangam, et inter se et Graecis omni parte dissimillimas,
              constat inter doctos, in Germania nostra, quae domestica bella et principum ducumque
              suorum gesta iam ante Tacitum Carminibus celebraverat<note resp="aut" n="a"
                place="foot">
                <bibl>V. p. 4431.</bibl>
              </note> has primitias rudis ingenii a Carolo M. tandem collectas esse et libris
              mandatas; itemque Arabes non ante VII. saec. inconditam poësin priorum aetatum memoria
              propagatam collectionibus (<hi rend="italic">Divanis</hi>) comprehendere coepisse,
              ipsumque Coranum diversitate primorum textuum similem Homero fortunam fateri. Praeter
              hos et alios populos comparandi erunt Hebraei, apud quos litterarum et scribendorum
              librorum usus mihi quidem haud paullo recentior videtur, quam vulgo putatur, et minus
              adeo genuinum corpus scriptorum, praesertim antiquiorum. Sed de his et Arabicis illis
              collectionibus viderint homines eruditi litteris Orientis</foreign>
          </quote>. (par. 35. p. CLVI.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4354"/> Alla p. 4351. Per quanto le cose col progresso si alterino,
          corrompano, sformino e travisino, sempre conservano qualche segno della loro origine, e
          qualche poco dello spirito e stato loro primitivo. In Roma dove la letteratura fu
          impopolare in origine, anche le orazioni al popolo, che certo si pronunziavano in istile e
          lingua popolare, erano scritte (a differenza delle attiche) in maniera impopolarissima,
          perchè quando si scrivevano, entravano nel dominio della letteratura, e si scrivevano non
          pel popolo ma pei letterati. (23. Agos.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sinizesi. Dittonghi. — Dittonghi greci e vocali lunghe, avanti a vocali brevi, spesso
          divengono brevi perchè si suppone elisa la 2a vocale del dittongo, e l’una delle due
          vocali componenti la lunga. Così presso Virg. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Te, Corydon, O Alexi. Pelio Ossam. Ilio alto</foreign>
          </quote>. Ne’ quali due ultimi esempi l’<emph>o</emph> non resta eliso interamente in
          forza della sua duplicità, come vocale lunga. <bibl>
            <author>Dugas-Montbel</author>, loc. cit. alla p. 4334. in nota. V. p. 4467</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4344. Divulgato l’uso della scrittura, è ben naturale che si pensasse a comporre
          e a scrivere nel modo il più naturale, cioè in prosa. Forse però non subito, perchè è
          anche naturale che le cose e i modi più semplici ed ovvi non si trovino al più presto:
          massime essendo inveterata, come nel nostro caso, un’usanza diversa. Del resto, riman
          fermo che le prime <emph>composizioni</emph> del mondo, e per gran tempo le sole, furono
          in versi, non per altro, se non perchè si compose assai prima che si scrivesse. V. p.
          4390.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4349. Oggi più che mai bisogna che gli uomini si contentino della stima de’
          contemporanei, o per dir meglio, de’ conoscenti; e i libri, della vita di pochi anni al
          più. (Oggi veramente ciascuno scrive solo pe’ suoi conoscenti.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4327. Sarebbe questo il caso del Gialiso di Protogene (o di Apelle), dove
          l’azzardo fece meglio, anzi fece quello, che l’arte non aveva <pb ed="aut" n="4355"/>
          potuto. Del resto, o che Pisistrato, o che alcun altro per suo ordine, o che il suo figlio
          Ipparco, o che parecchi letterati di quel tempo, amici e aiutatori di questi due o dell’un
          d’essi (Wolf. p. CLIII-V.), fossero quei che raccolsero i versi omerici, li disposero in
          quell’ordine che ora hanno, e li dividessero ne’ due corpi dell’Iliade e dell’Odissea, ad
          essi forse si apparterrebbe tutta la lode dell’effetto che risulta dall’insieme di questi
          due corpi, e la creazione del poema epico, se non fosse manifesto che anch’essi crearono
          il poema epico senza saperlo, e non ebbero altra intenzione che di porre quei canti in
          ordine, di classarli e dividerli secondo i loro argomenti. I <foreign lang="grc"
            >διασκευασταὶ</foreign> d’Omero furono politori e limatori, che emendarono probabilmente
          il metro e la dizione in assai luoghi, aggiunsero, tolsero, mutarono quello che parve lor
          necessario, per dare unità, insieme, <foreign lang="fre" rend="italic">liaison</foreign>
          scambievole, e continuità a quei canti. Diversi dai Critici, il cui officio fu cercare
          quel che il poeta avesse scritto in fatti, non quello che stesse meglio; emendare i testi,
          non limarli. (<bibl>
            <author>Wolf</author>. CLI-II.</bibl>) Onde è diversa cosa <foreign lang="grc"
          >διασκευὴ</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">recensio</foreign>, sì in queste e
          sì nelle altre opere antiche. (p. CCLVI. not.) Il Wolf crede (p. CLII.) che i <foreign
            lang="grc">διασκευασταὶ</foreign>, ch’egli interpreta <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">exactores seu politores</foreign>
          </quote>, travagliassero alla riduzione de’ canti omerici <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">una cum Pisistrato vel paulo post</foreign>
          </quote>. Non ne ha però alcuna prova; non si trovano menzionati che negli scoliasti; io
          li credo molto più recenti (perchè così mi par naturale), benchè molto anteriori, com’ei
          pur dice, ai critici alessandrini. Ad essi un poco più propriamente si dee dunque parte
          dell’effetto dell’insieme di que’ due corpi, atteso ch’in essi v’ebbe l’intenzione. V. p.
          4388.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4356"/> In somma il poema epico nelle nostre letterature, non è nato che
          da un falso presupposto. Omero, e i poeti greci di quello e de’ seguenti secoli non
          conobbero in tal genere che degl’inni. <quote>
            <foreign lang="lat">Quippe vocabulum</foreign>
            <foreign lang="grc">ὕμνος</foreign>
            <foreign lang="lat">latius patet, et saepe omne genus</foreign>
            <foreign lang="grc">ἐπῶν</foreign>
            <foreign lang="lat">complectitur. Unde illud in fine trium Hymnorum (homericor.),
              manifestum istius moris vestigium</foreign>: <foreign lang="grc">Σεῦ δ' ἐγὼ ἀρξάμενος
              μεταβήσομαι ἄλλον ἐς ὕμνον</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Wolf</author>. par. 25. p. CVII. not.</bibl>) Cioè passerò a qualcuno de’ canti
          omerici, a cui gl’inni sacri servivano di <emph>proemii</emph>, perciò dagli antichi
          sovente chiamati <foreign lang="grc">προοίμια προοίμιον Διός, προοίμιον
          Ἀπόλλωνος</foreign> etc. I rapsodi componevano o cantavano or l’uno or l’altro di tali
          proemii secondo il luogo e l’occasione del recitare gli squarci omerici, il nume protettor
          del paese, la solennità ec. Vedi le mie osservazioni sui 3. generi di poesia, lirico,
          epico, drammatico; le quali riceveranno luce altresì dalle presenti. V. p. 4460.</p>
        <p>E in fatti il poema epico è contro la natura della poesia. 1.<hi rend="apice">o</hi>
          Domanda un piano concepito e ordinato con tutta freddezza: 2.<hi rend="apice">o</hi> Che
          può aver a fare colla poesia un lavoro che domanda più e più anni d’esecuzione? la poesia
          sta essenzialmente in un impeto. È anche contro natura assolutamente impossibile che
          l’immaginazione, la vena, gli spiriti poetici, durino, bastino, non vengano meno in sì
          lungo lavoro sopra un medesimo argomento V. p. 4372. È famosa, non meno che manifesta, la
          stanchezza e lo sforzo di Virgilio negli ultimi 6. libri dell’Eneide scritti veramente per
          proposito, e non per impulso dell’animo, nè con voglia. V. p. 4460. — Il Furioso è una
          successione di argomenti diversi, e quasi di diverse poesie; non è fatto sopra un piano
          concepito e coordinato in principio; il poeta si sentiva libero di terminare quando
          voleva; continuava di spontanea volontà, e con una elezione, impulso, <foreign lang="grc"
            >ὁρμὴ</foreign> primitiva ad ogni canto; e certo in principio non ebbe punto
          d’intenzione a quella lunghezza. — I lavori di poesia vogliono per natura esser corti. E
          tali furono e sono tutte le poesie primitive (cioè le più poetiche e vere), di qualunque
          genere, <pb ed="aut" n="4357"/> presso tutti i popoli.</p>
        <p>Si obbietterà la drammatica. Direi che la drammatica spetta alla poesia meno ancora che
          l’epica. Essa è cosa prosaica: i versi vi sono di forma, non di essenza, nè le danno
          natura poetica. Il poeta è spinto a poetare dall’intimo sentimento suo proprio, non dagli
          altrui. Il fingere di avere una passione, un carattere ch’ei non ha (cosa necessaria al
          drammatico) è cosa alienissima dal poeta; non meno che l’osservazione esatta e paziente
          de’ caratteri e passioni altrui. Il sentimento che l’anima <emph>al presente</emph>, ecco
          la sola musa ispiratrice del vero poeta, il solo che egli provi inclinazione ad esprimere.
          Quanto più un uomo è di genio, quanto più è poeta, tanto più avrà de’ sentimenti suoi
          propri da esporre, tanto più sdegnerà di vestire un altro personaggio, di parlare in
          persona altrui, d’imitare, tanto più dipingerà se stesso e ne avrà il bisogno, tanto più
          sarà lirico, tanto meno drammatico. In fatti i maggiori geni e poeti che hanno coltivata
          la drammatica, (coltivata perchè l’hanno creduta poesia, ingannati dal verso, come
          Virgilio fece un poema epico perchè credè che Omero ne avesse fatto), peccano sempre in
          questo, di dar se stessi più che altrui. V. p. 4367. L’estro del drammatico è finto,
          perch’ei dee fingere: un che si sente mosso a poetare, non si sente mosso che dal bisogno
          d’esprimere de’ sentimenti ch’egli prova veramente V. p. 4398. Noi ridiamo delle
          Esercitazioni de’ sofisti: <emph>che avrà detto Medea</emph> ec. <emph>che direbbe uno il
            quale</emph> ec. Così delle Orazioni di finta occasione, come tante nostre del 500,
          cominciando dal Casa. Or che altro è la drammatica? meno ridicola perchè in versi? Anzi
          l’imitazione è cosa prosaica: in prosa, come ne’ romanzi, è più ragionevole: così nella
          nostra commedia, dramma in prosa, ec.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4358"/> L’imitazione tien sempre molto del servile. Falsissima idea
          considerare e definir la poesia per arte imitativa, metterla colla pittura ec. Il poeta
          immagina: l’immaginazione vede il mondo come non è, si fabbrica un mondo che non è, finge,
          inventa, non imita, non imita (dico) di proposito suo: creatore, inventore, non imitatore;
          ecco il carattere essenziale del poeta. <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Quum philosophus ille</hi> (Plato), <hi rend="italic">primus, ut
                nobis videtur, ex aliquot generibus</hi>, <hi rend="sc">maxime scenico</hi>,<hi
                rend="italic">poëticae arti naturam affingeret</hi>
            </foreign>
            <foreign lang="grc">μίμησιν</foreign>
          </quote> etc. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Primariam illius sententiam de arte poëtica suscepit
              Aristoteles in celebratiss. libello, correctam quidem passim a se, verum ne sic quidem
              explicatam, ut cuique generi Carminum satis conveniret; adeo didascalicum genus ab eo
              prorsus excluditur. Neque post Aristot. quisquam philosophor. veram vim illius artis
              aut historicam interpretationem recte assecutus videtur</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Wolf</author>. 36. p. CLXIV-V.</bibl>). Questa definizione di Platone,
          definizione di quel genere dialettico, esercitativo, anzi ludicro, secondo cui egli
          metteva p. e. la rettorica colla <foreign lang="grc">μαγειρική</foreign> ec. (v. il
          Gorgia, e il Sofista, specialmente in fine.), è la sola origine di questa sì inveterata
          opinione che la poesia sia un’arte imitativa. V. p. 4372. fine.</p>
        <p>Ma, lasciando questo discorso ad altra occasione, basta ora rispondere che in origine e
          presso i greci (come tutte le cose in origine sono più ragionevoli), i drammi furono assai
          più brevi componimenti che ora, e quasi senza piano, cioè con intreccio semplicissimo. <quote>
            <foreign lang="lat">Omnino vero utilissimum esset, undecumque collecta unum in locum
              habere, quae in libris veterum vel praecepta de arte poëtica, vel iudicia de poëtis
              suis sparsim leguntur. <pb ed="aut" n="4359"/> Docerent ea, ni fallor, cum optimis,
              quae exstant, Carminibus comparata, <hi rend="italic">quam sero Graeci in poeti
                didicerint</hi>
              <hi rend="sc">totum ponere</hi>, ac ne Horatium quidem, qui illud praecipit, eius
              praecepti eosdem fines ac nostros philosophos constituisse. Erunt ei praecipue haec
              disquirenda, qui dramata Graecorum ad antiquae artis leges exigere volet. Quodsi in
              his saepius ab historica ratione deflexit Aristoteles, tanto magis admiranda est viri
              perspicacitas, qua saeculum suum praecucurrit</foreign>
          </quote>. V. p. 4458. (<bibl>
            <author>Wolf</author> par. 29. p. CXXV. not.</bibl>)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Del resto, vedesi insomma che l’epica, da cui apparentemente derivò la drammatica<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <bibl>V. la pag. 4408. capoverso 2.</bibl>
          </note> (anzi piuttosto da’ canti, non ancora epici, ma lirici, de’ rapsodi: Wolf.), si
          riduce per origine alla lirica, solo primitivo e solo vero genere di poesia: solo, ma
          tanto vario, quanto è varia la natura dei sentimenti che il poeta e l’uomo può provare, e
          desiderar di esprimere. (29. Agos. 1828.). V. p. 4412. fine.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanti errori, assurdi, contraddizioni per aver voluto giudicare Omero secondo i costumi,
          le opinioni, le instituzioni moderne o più note, ed applicarle a’ suoi poemi! Si è
          supposta in lui una mostruosa mescolanza di dialetti, perchè il dialetto o lingua ch’egli
          usò, si divise poi in più dialetti diversi. V. p. 4405. Si è creduto ch’egli fosse
          esattissimo pittore de’ costumi eroici, greci e troiani, quando in fatti egli non ha
          dipinto che i costumi de’ suoi propri tempi, ed ai troiani ha dato <emph>nomi</emph> e
          costumi greci. V. p. 4408. fin. (<quote>
            <foreign lang="lat">Necesse haberem longam disputationem ingredi de omni ratione qua
              Homerus in descriptione heroicae vitae versari solet. Non enim apud illum nisi bis
              terve hoc genus reperio eruditae artis, quod poëtae <pb ed="aut" n="4360"/> cultiorum
              aetatum affectant, quum superiorum fabulosa gesta scenae reddentes cavent sedulo, ne
              priscam sinceritatem novis moribus infucent, quo facilius lectorib. vel spectator.,
              propter antiquitatis peritiam incredulis, imponant, eosque rebus ac personis, quibus
              cummaxime volunt, interesse et tota mente quasi cum illis vivere cogant</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Wolf</author>. loc. cit. alla p. 4343. par. 1. p. XCII</bibl>. arte non
          posseduta neanche dai drammatici greci. <quote>
            <foreign lang="lat">Scilicet, ut nihil dicam de more Tragicorum (graec.), novas
              consuetudines in heroicum aevum transferendi</foreign>
          </quote>, ec. <bibl>par. 19. p. LXXXIII. not.</bibl>): e poi nel tempo stesso, come se
          Omero avesse avuto e descritto opinioni caratteri e costumi moderni, egli è stato ripreso
          per le assurdità, le inumanità ec. che a giudicare i suoi poemi secondo queste opinioni e
          costumi, vi si ritrovano. (V. le mie osservazioni sopra il dritto delle genti a que’
          tempi, la compassione, il patriotismo ec. ec.) Altro di questi errori vedilo p. 4383-4.
          Finalmente gli si è attribuita un’intenzione e un’arte di poema epico, ch’egli non ha mai
          avuta, e che gli è d’assai posteriore; e poi egli è stato straziato, deriso ec. perchè i
          suoi poemi in mille cose si son trovati lontanissimi dal rispondere alle regole di
          quest’arte, che noi dicevamo aver cavate da essi; a quel piano, che noi abbiamo formato ed
          attribuito loro; a quell’unità che noi abbiam fatto l’onore di prestar loro ec. (31. Agos.
          1828.). Ma ben in cose più gravi di queste, ad errori ed assurdi ben più dannosi, ci ha
          tratti e trae di continuo la nostra frenesia di volere accomodare ogni cosa al nostro modo
          di vedere, e spiegare ogni cosa secondo le nostre idee. (30. Agosto. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>M. Bilderdijk, poeta il più riputato degli Olandesi viventi, ed anche famoso erudito e
          scienziato (viveva 1826.), in una memoria <title lang="dut">van het Letterschrift</title>
          <pb ed="aut" n="4361"/> (<foreign lang="fre">sur les caractères d’écriture</foreign>),
              <bibl>in-8.<hi rend="apice">o</hi>. Rotterdam 1820.</bibl>, <quote>
            <foreign lang="fre">adhère à l’opinion que les anciens alphabets ne contenaient que des
              consonnes</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss.</title> loc. cit. alla p. 4312. t. 6. 1826. art. 152.
            p. 183.</bibl>) Questo però per ragioni e spiegazioni diverse da quelle da me addotte
          altrove. (31. Agosto 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4340. <quote>
            <foreign lang="fre">Il a paru cette année (1824.) à Leipzig un livre qui doit attirer
              l’attent. des amat. de la littér. slavonne. C’est un recueil de chansons serviennes en
              3. vol. publié par Vouk Stéphanovitch littérateur servien très connu et auteur d’une
              grammaire et d’un lexique servien. Voici le compte qu’en a rendu le journal des savans
              de Goettingue (1823. n. 177. et 178.) «Ces chants serviens n’ont point été émpruntés
              aux vieilles chroniques; ils ont été recueillis de la bouche même du peuple. Comme ils
              ne furent jamais écrits, jamais non plus ils n’ont ni vieilli ni ne sauraient
              vieillir»</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. t. 5. Janv. 1826. art. 24. p. 26.</bibl> (31. Agos. 1828.). V. p.
          4372.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Vouk Stéphanovitch et quelques autres littérateurs serviens modernes
              ont cru bien faire d’introduire de <hi rend="italic">nouvelles lettres</hi> ainsi
              qu’une orthographe étrangère tout-à-fait barbare chez les Slaves. Pourquoi ne pas s’en
              tenir à l’ancien alphabet cyrillien</foreign>?</quote> (V. il pensiero precedente e
          quelli a cui si riferisce). <bibl lang="fre">Ib. extrait du Fils de la patrie (Giorn.
            russo), n.26, p. 241, 1824.</bibl> (31. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <title lang="lat">Commentatio historico-critica de Rhapsodis</title>. in 4.<hi
              rend="apice">o</hi>. de 22 pag. Vienne 1824</bibl>. <quote>
            <foreign lang="fre">Cet opuscule contient, en premier lieu, l’étymologie du mot</foreign>
            <foreign lang="grc">ῥαψῳδὸς. ἀπὸ τοῦ ῥάπτειν τὴν ᾠδὴν</foreign>, ou <foreign lang="grc"
              >ἀπὸ τοῦ ἐπὶ ῥάβδῳ ᾀδειν</foreign>. <foreign lang="fre">L’Auteur <pb ed="aut" n="4362"
              /> expose ensuite les raisons qui lui font adopter cette étymologie</foreign>.
              <foreign lang="grc">῾Ράπτειν ᾠδὴν</foreign>
            <foreign lang="fre">est expliqué d’après Wolf</foreign> (<bibl>par. 23. p. XCVI. not.
              dei Prolegom. ec.</bibl>): <title lang="lat" rend="italic">Carmina modo et ordine</title>
            <foreign lang="lat">publicae recitationi <hi rend="italic">apto connectere</hi>
            </foreign>
          </quote>. V. p. 4366. <quote>
            <foreign lang="grc">Ὁμηρισταὶ</foreign>
            <foreign lang="fre">et</foreign>
            <foreign lang="grc">Ὁμηρίδαι</foreign>
            <foreign lang="fre">sont désignés comme synonymes dans le sens de</foreign>
            <foreign lang="grc">ῥαψῳδοὶ</foreign>. <foreign lang="fre">Viennent ensuite des obss.
              historiques sur l’art des rhapsodes grecs, divisées en 4 périodes. La 1. va jusqu’à
              Homère; la 2. comprend l’âge d’or des rhapsodes, jusqu’à Pisistrate; la 3, l’âge
              d’argent, jusqu’à Socrate; la 4, l’âge d’airain, s’occupe de la dégradation de l’art
              des rhapsodes. L’énumération des rhapsodes distingués termine cet opuscule</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. Mars, art. 231. p. 170</bibl>. (Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4312. <quote>
            <foreign lang="fre">Plusieurs peuplades de l’Afrique, de l’Amérique ou de la Polynésie,
              chez lesquelles une écriture tout-à-fait étrangère s’est introduite avec la
              prédication du christianisme, lorsque leur langage avait été élaboré, dans l’absence
              de toute écriture, pendant une longue suite de siècles, pouvaient</foreign>
          </quote> etc. <bibl>Ib. 1826. t. 5. p. 338-9. art. 485</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4340 fin. <bibl>
            <title lang="lat">Dissertatio, histor. inaug. de Guilielmo Tellio, libertatis Helveticae
              vindice, quam examini submittet J.7J. Hisely</title>. In 8.<hi rend="apice">o</hi>
            VIII et 69. pag. Groningen, 1824</bibl>. (<bibl>
            <title>Bek’s Allg. Repertor.</title>, 1825., 1.<hi rend="apice">r</hi> vol., p.
          213.</bibl>)... <quote>
            <foreign lang="fre">Dans le chap. 2. l’aut. examine les faits historiques attaqués par
              Freudenberger. Il résulte de cet examen que G. Tell est injustement accusé
            d’homicide</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. 1826. t. 6. art. 138. p. 162.</bibl> V. p. 4372.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4322. fin —. <quote>
            <foreign lang="fre">M. Granville Penn donne lecture (à la séance du 21 juin 1826, de la
              Société royale de Littérature de Londres) d’une notice intéressante sur le mètre du
              premier vers de l’Iliade. Des éditeurs et commentat. modernes se sont efforcés de
              démontrer que ce vers pouvait être <pb ed="aut" n="4363"/> rendu métrique</foreign>
          </quote> (chi ne dubita, alterandolo a piacere?); <quote>
            <foreign lang="fre">cependant une grande autorité classique</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Plutarque</author>, <title>de Profect. virtut. sentiend.</title> c. 9</bibl>,) <quote>
            <foreign lang="fre">le déclare <hi rend="italic">non-métrique</hi>
            </foreign> (<foreign lang="grc">ἄμετρον</foreign>)</quote>. (E così chiamano gli antichi
          molti altri de’ versi d’Omero. V. p. 4414.) <quote>
            <foreign lang="fre">Pour le rendre métrique, dans leur sens, suivant la construction
              ordinaire du vers, ils ont contracté</foreign>
            <foreign lang="grc">δεϊω</foreign>, <foreign lang="fre">du mot</foreign>
            <foreign lang="grc">πηλήίαδεϊω</foreign>, (sic) <foreign lang="fre">en</foreign>
            <foreign lang="grc">δω</foreign>. <foreign lang="fre">Dans un autre passage Plutarque,
              expliquant dans quel sens il appelle ce vers non-métrique, avance <hi rend="italic"
                >que le 1.r. vers de l’Il. contient le même nombre de syllabes que le 1.r. vers de
                l’Odyssée</hi>, et qu’il en est de même du dernier vers de Il. à l’égard du dernier
              vers de l’Od. (<bibl>
                <title>Sympos.</title>, l. 9., c. 3.</bibl>) Or, le 1.<hi rend="apice">r</hi> vers
              de l’Odys. se compose de 17 syllabes; savoir de 5 dactyles et d’un spondée, nombre
              exact contenu dans le vers</foreign>, <foreign lang="grc">Μῆ-νιν ἄ-ει-δε, Θε-ὰ, Πη-λη
              ί-α-δε-ω Α-χι-λῆ-ος</foreign>. <foreign lang="fre">C’est pourquoi M. Penn pense que le
              poëte, en articulant le vers, fit une pause au pentamètre, qui se termine par</foreign>
            <foreign lang="grc">Θεὰ</foreign>, <foreign lang="fre">et renouvela l’arsis sur la
              syllabe suivante</foreign>: <foreign lang="grc">Μηνιν α ἣ ειδε, Θε ἣ ὰ, Πηλη ἣ ιαδε ἣ
              ϊω Αχι ἣ ληος</foreign>. <foreign lang="fre">L’auteur soutient qu’il y a, malgré la
              transgression des lois du mètre, dans la réplétion et la volubilité du vers exordial,
              une magnificence d’images semblable à la première irruption des eaux d’une rivière, au
              moment où l’on ouvre l’écluse qui les retient, et avant que ces eaux, reprenant leur
              pente naturelle, coulent d’un cours uniforme et régulier; ce qui paraît beaucoup plus
              analogue au début de ce poëme majestueux, que le mètre rigoureusement mesuré qu’on lui
              a imposé</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Bull.</title> etc. 1826. t. 6. art. 207. p. 239</bibl>. Il principio <pb ed="aut"
            n="4364"/> dell’Iliade, secondo Müller (v. la p. 4321. lin.16.) non è di Omero, ma
          aggiunto da’ <foreign lang="grc">διασκευασταὶ</foreign>. Se ciò è vero, che dir de’ versi
          dell’eta omerici, se si trovano ametri anche quelli di tempi posteriori a Pisistrato?</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4170. fin. <quote>
            <title lang="fre">La casa delle pitture</title>, <foreign lang="fre">c’est ainsi qu’on
              nomme une maison découverte à Pompéi à cause des fresques quelle offre, les plus
              belles et les mieux conservées de toutes celles qu’on a trouvées jusqu’en ce moment.
              Le 12 février 1825, on commença à débarrasser l’entrée de cette maison. On trouva sous
              la porte un fragment de mosaïque d’un travail médiocre. Il représente un grand chien,
              la chaîne au cou, dans la position de défendre l’entrée de la maison. Au bas se
              trouvent les mots suivans</foreign>: <foreign lang="lat" rend="sc">cave
            canem</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss.</title> loc. cit. alla p. 4312. janv. 1826. t. 5.
            art. 4.<hi rend="apice">o</hi>. p. 45</bibl>. (2. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>M. Letronne (<title lang="fre">Nouvel examen de l’inscription grecque déposée dans
              le temple de Talmis en Nubie par le roi nubien Silco</title>
            <note resp="aut" n="a" place="foot">
              <bibl>V. p. 4412.</bibl>
            </note>. (iscrizione illustrata già innanzi da Niebuhr <title>Inscription.
            Nubiens</title>. Romae 1820.) Journal des Savans, 1825.) <foreign lang="fre">examine
              ensuite pourquoi la langue grecque est employée dans l’inscription; ce qu’il explique
              par l’introduction (parmi les Nubiens) des livres saints et des liturgies écrites en
              cette langue. En effet, le style même de l’inscription, ces tournures bibliques,
              byzantines et d’une moderne grécité, prouvent assez clairement que l’usage de la lang.
              gr. n’a eu lieu dans ces contrées qu’après, ou plutôt à cause de l’introduct. de la
              rel. chrétienne. ... De toutes les inscriptions grecques païennes examinées <pb
                ed="aut" n="4365"/> par M. Letronne, il ne s’en est trouvé aucune au delà des
              limites de l’empire romain; une fois cette ligne franchie, tout ce qui est écrit en
              grec exprime des idées chrétiennes. Ainsi M. Letronne, après avoir prouvé (contro
              l’opin. di Niebuhr) par une foule de rapprochemens philologiques sur le style de
              l’inscript. , qu’elle appartenait à un roi chrétien, prouve ensuite que... ce n’est
              qu’au christianisme qu’on doit la connaissance de la lang. grecq. dans ces
            contrées</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss.</title> l. c. alla p. 4312. janv. 1826. t. 5. art.
            36. p. 40-41</bibl>. Altro mezzo di universalità per la lingua greca a quei tempi.
          L’iscrizione secondo Letronne non è più antica della metà circa del 6.<hi rend="apice"
          >o</hi>. sec. Niebuhr, che la fa pagana, la mette alla fine del sec. 3.<hi rend="apice"
          >o</hi>. (2. Sett. 1828.). V. p. 4471.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4336. marg. Trovo anche ne’ Rusticali <emph>caallo, portaa</emph> per
            <emph>portava</emph>, e infiniti simili, sempre. Di qui viene ancora l’imperf.
            <emph>dicea, sentia</emph> ec. per <emph>diceva</emph> ec. adottato nella lingua
          scritta, ma che non si ode mai se non in Toscana. <emph>Va’hia</emph> per <emph>vai
          via</emph>, cioè <emph>va via</emph> (imperativo,): volgo toscano. (2. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi suppone allegorie in un poema, romanzo ec.; come sì è tanto fatto anticamente e
          modernamente nell’Iliade e Odissea; come fece il Tasso medesimo nella sua Gerusalemme;
          come ora il Rossetti nel comento alla Divina Commedia che si stampa in Londra, la vuol
          tutta allegorica, allegorico il personaggio di Francesca da Rimini, allegorico Ugolino
          ec.; distrugge tutto l’interesse del poema ec. Noi possiamo interessarci per una persona
          che sappiamo interamente finta dal poeta, drammatico, novelliere ec.; non possiamo per una
          che supponghiamo allegorica. Perchè allora la falsità è, e si <pb ed="aut" n="4366"/> vede
          da noi, nell’intenzione stessa dello scrittore. (2. Sett. 1828.). V. p. 4477.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Togliendo dagli studi tutto il bello (come si fa ora), spegnendo lo stile e la
          letteratura, e il <emph>senso</emph> de’ pregi e de’ piaceri di essi ec. ec., non si torrà
          dagli studi ogni diletto, perchè anche le semplici cognizioni, il semplice vero, i
          discorsi qualunque intorno alle cose, sono dilettevoli. Ma certo si torrà agli studi una
          parte grandissima, forse massima, del diletto che hanno; si scemerà di moltissimo la
          facoltà di dilettare che ha questo bellissimo trattenimento della vita: quindi si farà un
          vero disservizio, un danno reale (e non mediocre per Dio) al genere umano, alla società
          civile.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4362. <quote>
            <foreign lang="lat">Alterum errorem iam sublatum puto</foreign>
          </quote> (cioè già riconosciuto generalmente dagli eruditi), <quote>
            <foreign lang="lat">quo ex falsa notatione nominis</foreign>
            <foreign lang="grc">ῥαψῳδοῦ</foreign>
            <foreign lang="lat">collegerunt quidam, versatam esse operam eorum in versib. passim
              excerpendis et consarcinandis ad modum Centonum, quales ex Hom. a sanctis animis facti
              extant ridiculae ineptiae in summa gravitate rerum</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Wolf</author>. par. 23. p. XCVI-II</bibl>. Tolto questo errore (che per altro è
          ancora comune nel volgo degli studiosi), il solo nome di rapsodi e di rapsodie sarebbe
          dovuto bastare ad avvertirci che le poesie omeriche non furono che canti staccati; siccome
          la tradizione costante dell’antichità che da Pisistrato, o per suo ordine, fossero
            <emph>primieramente</emph> raccolti e ordinati come ora sono i versi d’Omero, (<bibl>
            <author>Wolf</author>. par. 33.</bibl>), doveva bastare a mostrarci sì la suddetta cosa,
          e sì che Omero e gli altri non lasciarono scritte quelle poesie. Pure per iscoprir queste
          verità ci è voluto acume grande, per avanzarle ardire, e fino a Wolf è avvenuto in questa
          ciò che avviene ancora in mille altre cose, e talune più gravi assai, che gli uomini non
          hanno alcuna difficoltà di conciliare, o piuttosto di congiungere ciecamente insieme
          credenze e nozioni <pb ed="aut" n="4367"/> incompatibili.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4347. È cosa dimostrata che il piacer fino, intimo e squisito delle arti, o
          vogliamo dire il piacere delle arti perfezionate (e fra le arti comprendo la letteratura e
          la poesia), non può esser sentito se non dagl’intendenti, perch’esso è uno di que’ tanti
          di cui la natura non ci dà il sensorio; ce lo dà l’assuefazione, che qui consiste in
          istudio ed esercizio. Perchè il popolo, che non potrà mai aver tale studio ed esercizio,
          gusti il piacer delle lettere, bisogna che queste sieno meno perfette. Tal piacere sarà
          sempre minore assai di quello che gl’intendenti riceverebbero dalle lettere perfezionate
          (altrimenti non sarebbe in verità un perfezionamento quello che le mette a portata de’
          soli intendenti); e quindi ci sarà perdita reale; ma a fine che la moltitudine riacquisti
          il piacere perduto, e del qual solo ella è capace. V. p. 4388.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4357. Il romanzo, la novella ec. sono all’uomo di genio assai meno alieni che il
          dramma, il quale gli è il più alieno di tutti i generi di letteratura, perchè è quello che
          esige la maggior prossimità d’imitazione, la maggior trasformazione dell’autore in altri
          individui, la più intera rinunzia e il più intero spoglio della propria individualità,
          alla quale l’uomo di genio tiene più fortemente che alcun altro.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4351. È anche insufficiente il dire che la lingua dell’immaginazione precede
          sempre quella della ragione. Nel nostro caso, cioè nella Grecia a’ tempi di Solone, ed
          anche a’ tempi stessi d’Omero, già molto colti, (e similmente in tutti i casi dove
          trattasi di poesia e di prosa colta e letteraria), l’immaginazione avea già dato alla
          ragione tutto il luogo <pb ed="aut" n="4368"/> che bisognava perchè questa potesse avere
          una sua lingua. (5. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Col perfezionamento della società, col progresso dell’incivilimento, le masse guadagnano,
          ma l’individualità perde: perde di forza, di valore, di perfezione, e quindi di felicità:
          e questo è il caso de’ moderni considerati rispetto agli antichi. Tale è il parere di
          tutti i veri e profondi savi moderni, anche i più partigiani della civiltà. Or dunque il
          perfezionamento dell’uomo è quello de’ cappuccini, la via della penitenza. (5. Sett.
          1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I detti, risposte ec. che Machiavelli attribuisce a Castruccio Castracani (nella Vita di
          questo), sono tutti o quasi tutti gli stessissimi che il Laerzio ec. riferiscono di
          filosofi antichi, mutati solo i nomi, i luoghi ec. Machiavelli del resto non sapeva il
          greco, poco o nulla il latino, ed era poco letterato. Non sarebbe maraviglia ch’egli
          avesse seguito una tradizione popolare che avesse conservati que’ motti mutando i nomi, e
          attribuendoli al personaggio nazionale di Castruccio, noto per singolare acutezza e
          prontezza d’ingegno. Il popolo fiorentino racconta ancora di Dante e dello stesso
          Machiavello vari tratti che si leggono negli antichi greci e latini, come quello di Esopo
          che diede un asse a chi gli tirò una sassata ec., il qual tratto (con modificazioni
          accidentali e non di sostanza) si racconta dal volgo in Firenze di Machiavelli. (Tengo
          queste cose da Forti e da Capei). Così non solo le nazioni, ma le città, tirano alla
          storia ed a’ personaggi propri, e in somma alle cose ed alle persone a se più cognite, i
          fatti delle storie altrui, noti al volgo per antiche tradizioni orali. A Napoli resta
          ancora in proverbio la sapienza e dottrina di Abelardo: <pb ed="aut" n="4369"/>
          <quote>
            <emph>ne sa più di Pietro Abailardo</emph>
          </quote> (Capei). In ogni modo quel libro di Machiavelli farebbe sempre al mio proposito
          molto bene. V. p. 4430.</p>
        <p>Ed allo stesso proposito spetta quell’uso antichissimo e continuato perpetuamente, di
          attribuire agli autori più celebri le opere di autori anonimi, o sconosciuti, o di nome
          poco famoso; le opere, dico, appartenenti a quel tal genere in cui quegli autori hanno
          primeggiato; e ciò specialmente quando quegli autori sono i modelli e i capi d’opera nel
          genere loro. Quindi i tanti poemi attribuiti falsamente ad Omero, dialoghi morali ec. a
          Platone, opere filosofiche ad Aristotele, orazioni a Demostene, omelie, comenti
          scritturali ec. a S. Crisostomo S. Agostino ec. V. p. 4414. 4416. Quanto un autore è più
          celebre e primo nel suo genere, tanto è più copiosa la lista de’ suoi libri apocrifi. Raro
          fra gli antichi o ne’ bassi tempi quell’autore celebre, o riconosciuto per primo nel suo
          genere o nel suo secolo, che non abbia oppure spurie apocrife, esistenti o perdute. I
          detti Padri ne hanno quasi altrettante quante sono le genuine. Così Platone ec. Di molte
          di queste la critica non può scoprire i veri autori; altre si trovano o citate, o anche in
          alcuni loro esemplari, coi veri nomi, e nondimeno comunemente vanno sotto i nomi falsi,
          perchè i veri son di persone poco note.</p>
        <p>— <quote>
            <foreign lang="fre">Dans le ms. de Paris, qui, suivant les critiques, est le plus ancien
              et le meilleur, l’ouvrage a pour titre</foreign>
            <foreign lang="grc">Διονυσίου Λογγίνου περὶ ὕψους</foreign>; <foreign lang="fre">mais
              dans l’index, qui est écrit de la même main, comme le reste du ms. (qui contient en
              outre les problèmes d’Aristote), on le qualifie de</foreign>
            <foreign lang="grc">Διονυσίου ἢ Λογγίνου περὶ ὕψους</foreign>. <foreign lang="fre">Le</foreign>
            <title lang="lat">cod. vaticanus</title>
            <foreign lang="fre">que Amati appelle</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">praestantissimus</foreign>, <foreign lang="fre">donne
              dans cette dernière forme le nom de l’auteur; et dans le ms. de la bibl. laurentiane,
              l’inscript. Porte</foreign>
            <pb ed="aut" n="4370"/>
            <foreign lang="grc">Ἀνωνύμου περὶ ὕψους</foreign>.</quote>
          <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Férus.</title> l. c. alla p. 4312. tom.8. p. 11. art. 12.
            1827. juill.</bibl> — Essendo incerto <foreign lang="grc">ἀνώνυμος</foreign> l’autore di
          quel trattato, fu detto: egli è di Dionisio d’Alicarnasso o di Longino: non per altro se
          non perchè nella media grecità questi furono i retori tecnici più conosciuti, i capi del
          genere rettorico. Esempio insigne del modo con cui si procedeva in simili attribuzioni: di
          Dionisio o di Longino: quasi vi fosse alcuna analogia fra lo scrivere di Dionisio, autore
          del 1. secolo, e quel di Longino ch’è del 3. Intanto la Critica riconosce manifestamente e
          senza molta fatica che quel trattato non può essere nè dell’uno nè dell’altro. (Bull. ec.
          ibidem.) — Weiske e l’autore di un libro pubblicato a Londra 1826. intitolato Remarks on
          the supposed Dionysius Longinus, riportano quel trattato al secolo d’Augusto. Amati
          l’attribuisce veramente a Dionisio d’Alicarnasso, non avendo osservata (come non l’ha
          nessun altro) la vera ragione per cui i mss. parig. e vatic. hanno il nome di Dionisio; e
          che, oltre la totale differenza dello stile, quel trattato è contro Cecilio Calattino, il
          quale fu amico di Dionisio Alicarnasseo, cosa parimente non osservata da altri. V. p.
          4440.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les amours de Cydippe et d’Acontius nous sont connues, surtout par
              les lettres qu’Ovide leur attribue dans ses Héroïdes. Callimaque fut la source où
              puisa Ovide: M. Buttmann (Ueber, die Fabel der Kydippe. Sur la fable de Cydippe, par
              Philippe Buttmann. <title>Mémoir. de l’Acad. de Munich</title>; to. 9. ann.
              1823-1824., partie philologiq., p. 199-216.) rassemble et discute les fragmens de ce
              dernier <pb ed="aut" n="4371"/> poëte, où il est question de Cydippe. Cette fable, si
              nous en croyons le savant professeur, est identique avec l’histoire de
              <title>Ctesylla</title> (sic) et d’ <title>Hermochares</title>, rapportée par
              Antoninus Liberalis et Nicander Bull.</foreign>
          </quote> etc. juill. 1827. t. 8. art. 34. p. 35. — E quante altre favole, o racconti
          appartenenti a tempi mitici o eroici, si trovano ripetuti con diversi nomi e luoghi in
          diversi scrittori, non solo greci e latini, ma anche greci solamente! — Codro, Eretteo ec.
          I Deci ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Le combat de trente Bretons contre trente Anglais, publié d’après
              les manuscrits de la Bibliothèque du roi, par M. Crapelet, imprimeur. Paris, 1827.
              Long-temps l’authenticité de ce combat fut contestée, et on n’avait pu produire
              jusqu’ici qu’un seul ms. de 1470, conservé dans la bibl. de Rennes. L’heureuse
              découverte du récit en vers du <title>Combat des Trente</title>, faite dans un recueil
              de pièces mss. de la Bibl. du Roi, par le chev. de Fréminville, donna lieu, en 1819, à
              une première publication d’un nouveau document; mais il était important que le texte
              fût reproduit avec la plus scrupuleuse exactitude. M. Crapelet a complété tout ce que
              laissait désirer à cet égard la 1. édit. Il a fait suivre cette publication d’une
              traduct. littérale du poëme et d’une autre relation du combat, extraite des chroniques
              de Froissart. L’ouvrage est orné d’une planche représentant le monument élevé en
              mémoire de ce combat, et les armoiries des 30 chevv. bretons, dessinées d’après les
              armoriaux de la Bibl. du Roi, et d’autres armoriaux particuliers et inédits</foreign>
          </quote>. (<bibl>Ib. t. 8. p. 389-90. art. 407. octob. 1827.</bibl>) — <bibl>V. nel
              <author>Guicciardini</author>
          </bibl>
          <pb ed="aut" n="4372"/> ec. il famoso combattimento dei 10 italiani e 10 francesi
          all’assedio di Barletta sotto il Gran Capitano; e quello di un Bavaro e di un italiano nel
          Giambullari, riferito nella mia Crestomazia, p. 23. — Orazi e Curiazi ec. (9. Sett.
          1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Hordeum — fordeum. <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4350. marg. I sonetti, canzoni ec. ed anche lunghi poemi in istile e forma
          puerile, di cui abbondavano prima di Dante le lingue volgari, non solo italiana ma
          francese spagnuola ec., non costituivano e non erano considerati costituire una
          letteratura. V. p. 4413.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4356. L’entusiasmo l’ispirazione, essenziali alla poesia, non sono cose durevoli.
          Nè si possono troppo a lungo mantenere in chi legge.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4361. Di queste poesie serviane sono state fatte, dopo la pubblicazione di Wuk,
          delle traduzioni ed imitazioni in tedesco. Ib. févr. 1827. art. 156. p. 124. t. 7. V. p.
          4399.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4362. <quote>
            <foreign lang="fre">Guillaume-Tell et la Révolution de 1303; ou Histoire des 3 premiers
              cantons jusqu’au traité de Brunnen, 1315, et réfutation de la fameuse brochure
                <title>Guillaume-Tell, fable danoise</title> (répétée dans cet ouvrage); par J.7J.
              Hisely, D.<hi rend="apice">r</hi> en philosophie et belles-lettres. In 8.<hi
                rend="apice">o</hi> Delft 1826</foreign>
          </quote>. (<bibl>Ib. févr. 1827. t. 7. art. 210. p. 182.</bibl>)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4358. Il poeta non imita la natura: ben è vero che la natura parla dentro di lui
          e per la sua bocca. <quote>
            <emph>I’ mi son un che quando Natura parla</emph>
          </quote>, ec. vera definizione del poeta. Così il poeta non è imitatore se <pb ed="aut"
            n="4373"/> non di se stesso. (10. Sett. 1828.). Quando colla imitazione egli esce
          veramente da se medesimo, quella propriamente non è più poesia, facoltà divina; quella è
          un’arte umana; è prosa, malgrado il verso e il linguaggio. Come prosa misurata, e come
          arte umana, può stare; ed io non intendo di condannarla. (10. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">L’auteur (<bibl>
                <author>M. Faber</author>. <title lang="ger">Synglosse, oder Grundsaetze der
                  Sprachforschung</title>. <title lang="fre">Synglose, ou Principes des recherches
                  sur les langues</title>, par Junius Faber. 213. p. in-12.<hi rend="apice">o</hi>.
                Carlsruhe, 1826.</bibl>) a été amené par tous ces rapprochemens à conclure qu’il n’y
              a qu’une seule langue, et que ce que l’on nomme ordinairement langues, ne sont que les
              dialectes de cet idiome unique, dans lequel la forme, et non pas le fond ou l’essence
              des mots s’est modifiée; enfin, que cette essence des mots est contenue dans les
              racines qui ont existé dès le commencement, et dont on peut prouver l’origine par des
              raisonnemens physiologiques. Depping</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Bull.</title> etc. l. cit. alla p. 4312. Mars, 1827. t. 7. art. 231. p.
          202.</bibl>
        </p>
        <p>— <quote>
            <foreign lang="fre">M. Kärcher ne doute pas que les langues connues ne proviennent
              toutes d’une langue primitive; il se propose etc. encouragé par le suffrage de M.
              Goulianof, qui se propose, dit-il, de démontrer la certitude de cette dérivation
              universelle des idiomes d’un seul qui fut la souche de tous. Il se pourrait que des
              critiques d’une autorité au moins égale à celle de M. Goulianof, fussent d’un avis
              tout opposé. Quoi qu’il en soit, et M. Kärcher est bien le maître <pb ed="aut"
                n="4374"/> de préférer son opinion à celle des autres, etc.
            Champollion-Figeac</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. Décem. 1827. t. 8. art. 430. p. 410.</bibl> (10. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">M. Lindemann (<bibl>
                <title lang="lat">Novus thesaurus latinae linguae prosodiacus</title>. in 8.<hi
                  rend="apice">o</hi> Zittaviae et Lipsiae, 1827.</bibl>) s’est aussi attaché à la
              vieille prosodie (latine), à celle qui précéda Ennius, et qui est bien différente de
              celle que l’on nous enseigne aujourd’hui, ainsi que l’ont démontré des critiques
              modernes, et surtout M. Hermann</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Bull. de Féruss.</title> l. cit. alla p. 4312. mars, 1827. t. 7. art. 253. p.
          221</bibl>. È dunque ragionevole quel ch’io dico altrove della mutata pronunzia prosodiaca
          greca a’ tempi romani, de’ sofisti ec. e della sua influenza sulla struttura de’ periodi
          ec. (11. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Observations sur le meilleur système d’orthographe portugaise; par
              Rodr. Ferreira da Costa. (<bibl>
                <title>Memor. da Acad. real das scienc. de Lisboa</title>, tom. 8, part. 1, p.
              102.</bibl>) En 1820 l’Académie de Lisbonne résolut de rédiger un vocabulaire
              orthographique pour son usage. À ce sujet un de ses membres a cru devoir poser les
              principes d’après lesquels il faudrait procéder. Il rappelle d’abord les divers
              systèmes auxquels on a ordinairement recours; les uns veulent écrire comme on
              prononce, d’autres veulent <hi rend="italic">qu’on reste fidèle à l’étymologie</hi>,
              d’autres encore préfèrent l’usage général, d’autres encore combinent ces 3. systèmes,
              ce qui en fait un 4.e L’auteur en examine les avantages et les inconvéniens</foreign>
          </quote>: ec. <bibl>Ib. septem. 1827. t. 8. art. 216. p. 217</bibl>. Risulta dalle sue
          osservazioni che l’ortografia portoghese <pb ed="aut" n="4375"/> non è ancora fissata.
          (11. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4345. <bibl>
            <title lang="lat">Quaestiones Herodoteae</title>; par le docteur C. 7G.7L. Heyse. Part.
            1. <title lang="lat">De vitâ et itineribus Herodoti</title>; in 8.<hi rend="apice"
            >o</hi> de 141. p.; Berlin, 1827. — sect. 2. <title lang="lat">De recitatione, quam
              Olympiae habuisse fertur Herodotus</title> ol. 81. sect. 3. <title lang="lat">Vitae
              decursus usque ad ol.</title> 84, <title lang="lat">de recitatione Athenis habitâ,
              deque</title> ec. <title>Bull.</title> etc. Déc. 1827. t. 8. art. 425. p. 408.</bibl>
          (11. Sett. 1828.). V. p. 4400.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Lingua universalis communi omnium nationum usui accommodata</foreign>;
          per A. Rethy. In 8.<hi rend="apice">o</hi>. de 144. pag. Vienne, 1821. (<bibl>
            <title lang="ger">Leipzig. Liter. Zeitung</title>; avr. 1827, p. 758.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="fre">Bien que ce projet, de créer une langue universelle, contienne
              plusieurs bonnes idées, il n’offre cependant qu’une nouvelle preuve en faveur de
              l’opinion que la solution de ce grand problème restera inexécutable, tant que les
              sciences philosophiques ne seront point portées à un plus haut degré de perfection.
              L’auteur s’étant attaché à reporter la construction de sa langue à celle de la langue
              qu’il affirme primitive, a fait violence à l’histoire des langues afin d’appuyer son
              système. D’après lui, la langue primitive n’a été composée que de mots
              monosyllabiques, destinés à désigner les idées les plus générales, et qui, au moyen de
              leurs diverses combinaisons, suffisaient, dit-il, pour faire entendre toutes les idées
              combinées. D’après la nature de cet aperçu fondamental, on peut se dispenser de suivre
              l’auteur dans ses applications</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. juillet, <pb ed="aut" n="4376"/> 1827. t. 8. art. 2. p. 3.</bibl> (11.
          Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Alphabet phonométrique; découverte de huit lettres nouvelles; par
              Virard. In 8.<hi rend="apice">o</hi>. Grenoble, 1827. M. Virard s’occupe, depuis plus
              de 20 ans, de tout ce qui se rapporte à la grammaire. Par une heureuse combinaison
              dégageant la langue de toutes les lettres qui tiennent dans les mots une place oisive,
              arbitraire, et tout-à-fait inutile à la prononciation, il a atteint plus qu’aucun
              autre le moyen d’écrire comme on parle. Les lettres et leur assemblage, dont il fait
              usage, ne répresentent que le son de la voix, et par les exemples qu’il donne, il
              ajoute à la démonstration de sa méthode qu’il ne croit point encore perfectionnée,
              appelant, sur ce sujet, les méditations des grammairiens les plus érudits. Lorsque la
              prononciation sera notée d’une manière sûre et invariable, ce sera le moyen d’en
              conserver la pureté, de détruire le mauvais accent des provinces, de faire entendre à
              l’étranger le véritable son du mot et de transmettre en tout temps, d’âge en âge, un
              accent pur, inaltérable, et de perpétuer l’harmonie du discours, quand la langue sera
              devenue morte</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>A. Métral.</author> ib. févr. 1828. t. 9. p. 131-2. art. 109</bibl>. Le 8 nuove
          lettere saranno per i suoni francesi che non corrispondono veramente a nessun de’ segni
          dell’alfabeto latino. Credo che lo scopo di M. Virard non sia d’introdurre nell’uso una
          nuova ortografia, <pb ed="aut" n="4377"/> ma solo di perfezionare il metodo
          rappresentativo usato p. e. in quei dizionari che hanno la <foreign lang="fre"
            rend="italic">prononciation figurée</foreign>. Sicchè la lingua francese (e simili)
          avrebbe bisogno di due scritture ec. (13. Sett.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>— <bibl lang="fre">
            <title>Journal grammatical et didactique de la langue française</title>. rédigé par
              <author>M. Marle</author>. In 8., n.11 à 22. Paris, 1827 et 1828...</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="fre">L’esprit d’innovation gagne aussi la Société grammaticale</foreign>
          </quote> (i compilatori di quel Giornale). <quote>
            <foreign lang="fre">Voilà qu’on veut réformer l’orthographe de la langue française pour
              la soumettre plus directement à l’influence de la prononciation. Nous répéterons ici
              ce que nous avons dit ailleurs, que l’orthog. et la prononc. sont réciproquement
              représentatives l’une de l’autre, mais à droits inégaux, c. à d. que l’orth. a des
              titres primitifs inviolables, qui sa compagne doit d’abord respecter, et devenir
              ensuite belle et euphonique, si elle le peut, tout en rendant hommage aus droits de
              son aînée. Ces droits primitifs de l’orth. procèdent de l’origine même des mots, ou de
              l’étymologie: corrompre l’orth. de ces mots aux dépens de l’étymologie et au bénéfice
              d’une manière d’écrire plus commode, pour l’ignorance surtout, c’est introduire la
              barbarie dans la langue, lui ouvrir une voie sans fin de corruption (l’es.
              dell’italiano dimostra il contrario), et faire de tous les mots de la langue ce qu’une
              femme célèbre disait d’un peuple qui reniait ses notabilités historiques, une famille
              d’enfans trouvés. La Société grammaticale doit renoncer à une <pb ed="aut" n="4378"/>
              entreprise que rien ne peut justifier. (Voir le n.21. du journal)... Champollion —
              Figeac</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. <author>Mars</author>, 1828. t. 9 p. 231 art. 206.</bibl> (14. Sett.
          Domenica. 1828. Firenze.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4330. <quote>
            <foreign lang="fre">La 2.<hi rend="apice">e</hi> partie du travail de M. Petit-Radel
              (Examen analytique et tableau comparatif des synchronismes de l’histoire des temps
              héroïques de la Grèce, par L. C. F. Petit-Radel, de l’Institut royal de France. 1 vol.
                in-4.<hi rend="apice">o</hi> de 296 pages. Paris 1827.) est précédée d’une note de
              M. Saint-Martin, dans laquelle ce savant académicien fournit un extrait des raisons
              qui ont engagé son confrère à adopter, pour époque de la prise de Troie, l’an 1199
              avant J. C. , et à faire partir de cette base tous les calculs ascendans des dates
              portées sur le tableau</foreign>
          </quote>. Ib. Avril. 1828. t. 9. art. 301. p. 329. (16. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I SS. Cirillo e Metodio, fratelli, monaci greci, chiamati Apostoli degli Schiavoni, nel
          nono secolo, introducendo nella Moravia e nella Pannonia la liturgia schiavona, (<quote>
            <foreign lang="fre">la lithurgie slavonne</foreign>
          </quote>), cioè gli uffici divini in lingua schiavona (<quote>
            <foreign lang="fre">le service divin en langue slavonne</foreign>
          </quote>), <emph>inventarono</emph> per iscriverla l’alfabeto schiavone (<quote>
            <foreign lang="fre">l’alphabet slavon</foreign>
          </quote>), che è ancora in uso comune, e che porta il nome di alfabeto cirilliano. <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss.</title> ec. passim, e specialmente février, 1828. t.
            9. p. 163-7. art. 141.</bibl> (17. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἕλλα</foreign> (cioè <foreign lang="grc">καθέδρα</foreign>. Hesych.) —
            <emph>sella</emph>. <foreign lang="grc">ἕζω, ἕδω</foreign> ec. — <foreign lang="lat"
            rend="italic">sedeo</foreign>. <foreign lang="grc">ἕδρα, ἕδος</foreign> ec. — <foreign
            lang="lat" rend="italic">sedes</foreign>. (17. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Foscolo, Discorso sul testo e su le opinioni diverse prevalenti intorno alla storia e
          alla emendazione critica della Commedia di Dante. — Prospetto (cioè sommario) del
          Discorso. L’abuso delle minime <pb ed="aut" n="4379"/> date d’anni, (cioè de’ minimi
          indizi di tempo ne’ libri antichi), rannuvola più che non illustra la storia letteraria; e
          il rigettarle tutte, o fondare sistemi sopra le incerte, ha diviso novellamente i tre
          critici maggiori della età nostra, in Epicurei, Pirronisti, e Stoici. Payne Knight,
          critico stoico. — Discorso, § 15. Un verso del libro sesto dell’Iliade basta a Wolfio, non
          solo a dare corpo, forza ed armi alla ipotesi del Vico, che Omero non abbia scritto poemi,
          ma inoltre a desumere in che epoca della civiltà del genere umano fosse incominciata la
          Iliade, e in quanti secoli, e per quali accidenti fosse continuata e finita, forse per
          confederazione del caso e degli atomi d’Epicuro. (apparentemente Foscolo non avea letto
          Wolfio). Heyne disponendo fatti, tempi e argomenti a cozzar fra di loro, forse per
          investire la filologia del diritto di asserire e negare ogni cosa, indusse il pirronismo
          nell’arte critica; e chi lo consulta, <quote rend="block">
            <lg lang="lat" rend="center">
              <l>mussat rex ipse Latinus</l>
              <l>Quos generos vocet aut quae sese ad foedera flectat.</l>
            </lg>
          </quote> (Vuol dir che Heyne intorno alle questioni sopra Omero, non si decide, e tiene il
          metodo dell’Accademia, in utramque partem disputandi.) Al caso e agli atomi di Wolfio e al
          pirronismo di Heyne si aggiunse con alleanza stranissima lo stoicismo affermativo di Payne
          Knight illustratore recente di Omero; e incomincia: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Octogesimo post Trojam captam anno, Mycenarum regnum
              tenente Tisameno Orestis filio jam sene, magna et infausta mutatio rerum toti Graeciae
              oborta est ex irruptione Dorum</foreign>
          </quote> (<title lang="lat">Carmina Homerica a Rhapsodorum interpolationibus <pb ed="aut"
              n="4380"/> repurgata et in pristinam formam, quatenus recuperanda esset, tam e veterum
            monumentorum fide et auctoritate, quam ex antiqui sermonis indole ac ratione,
          redacta</title>. Nota. È il titolo dell’Om. di Knight col digamma, Lond. 1820.) — e dalla
          irruzione de’ Doriesi, i quali costrinsero molto popolo Greco a rifuggirsi nell’Asia
          minore, la storia critica della lingua e della poesia omerica, e l’epoca e l’indole e la
          fortuna finor ignotissime del poeta, sono dedotte con arte e dottrina e perseveranza, e
          affermate con la dignità d’uomo che sente di avere trovato il vero. Onde taluni che non
          possono persuadersi mai della probabilità di que’ fatti, si sentono convinti alle volte
          dagli argomenti, e ascoltano con riverenza lo storico (sic) al quale non possono prestar
          fede. (questo è il sistema esposto e seguito da <bibl>
            <author>Capponi</author>, Lez. 2.<hi rend="apice">a</hi> sulla lingua,
            <title>Antologia</title>, maggio 1828.</bibl>) par. 16. Questo Payne Knight era uomo di
          forte intelletto; di non vaste letture, ma che parevano immedesimate ne’ suoi pensieri e
          raccolte non tanto per nudrire i suoi studi, quanto per essere nudrite dalla sua mente.
          Era nuovo e luminosissimo in molte idee; e quantunque ei potesse dimostrarne alcune e
          ridurle a principj sicuri, intendeva che tutte fossero assiomi ai quali non occorrono
          prove; e dalle conseguenze ch’ei ne traeva escludeva inflessibile qualunque eccezione,
          ond’erano inapplicabili, e sembravano assurde: ma quantunque ei parlasse energicamente ad
          esporle, non pareva o non voleva essere eloquente a difenderle; e quando s’accorse d’avere
          errato, lo confessò. (<quote>
            <foreign lang="lat">Ob multos errores in libro de hac re Anglice scripto piacularem esse
              profiteor</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title lang="lat">Prolegom. in Homerum</title>, sect. CLI. Nota.</bibl>) Aveva <pb
            ed="aut" n="4381"/> signorili costumi, e animo libero e sdegnoso d’applausi; nè fra
          molti avversarj gli mancarono nobili lodatori: ed Heyne non lo cita che non lo esalti. E
          certo se molti seppero notomizzare la poesia e la lingua Greca meglio di lui, pochi hanno
          potuto conoscerne l’indole al pari di lui; e nessuno lo ha mai preceduto, e pochi potranno
          seguirlo a investigarle nelle loro remotissime fonti. Studiando le reliquie dell’antichità
          ad illustrare i tempi omerici ne radunò molte a grandissimo prezzo, e sono da vedersi nel
          Museo Britannico ov’ei per amore di letteratura e di patria, e con giusta ambizione di
          nome le lasciò per legato. Venne, pochi mesi addietro, a visitarmi; e discorrendo egli
          intorno agli eroi più o meno giovani dell’Iliade, io notai che stando a’ suoi computi,
          Achille sarebbe stato guerriero imberbe. Risposemi, ch’ei non si dava per vinto; ma ch’ei
          cominciava a sentire la vanità della vita, e non gl’importava oggimai di vittorie. Nè la
          poesia nè la realtà delle cose giovavano più a liberarlo dal tedio che addormentava in lui
          tutti i sentimenti dell’anima; e dopo non molti giorni, morì: ed io ne parlo perchè i suoi
          concittadini ne tacciono. par. 17. Or quando scrittori di tanta mente per via di date
          congetturali prestano forme e certezza a nozioni vaghe e oscurissime, e le fanno
          risplendere come vere, ei costringono l’uomo, o alla credulità ed al silenzio, o a
          meschine fatiche e al pericolo di controversie, e per cose di poco momento al più de’
          lettori. (Firenze. 19. Sett. 1828.).</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4382"/> Ivi, par. 150. Senza ritoccare la questione (e ne discorro altrove
          (forse nell’articolo sull’Odissea di Pindemonte), e la tengo oggimai definita) se i due
          poemi sgorgavano da un solo ingegno nella medesima età, (<bibl>
            <author>Payne Knight</author>, <title>Carmina Homerica, Prolegomena</title>, sect.
            LVIII.</bibl> — e il volumetto, "A History of the text of the Iliad." Nota.) chi non
          vede che sono dissimili in tutto fra loro, e che tendevano a mire diverse? Perciò
          nell’Iliade la realtà sta sempre immedesimata alla grandezza ideale, sì che l’una può
          raramente scevrarsi dall’altra, nè sai ben discernere quale delle due vi predomini; e chi
          volesse disgiungerle, le annienterebbe. Bensì nell’Odissea la natura reale fu ritratta
          dalla vita domestica e giornaliera degli uomini, e la descrizione piace per l’esattezza;
          mentre gli incanti di Circe, e i buoi del Sole, e i Ciclopi, <quote rend="block">
            <lg lang="lat" rend="center">
              <l>Cetera quae vacuas tenuissent carmine mentes,</l>
            </lg>
          </quote> compiacciono all’amore delle meraviglie: ma l’incredibile vi sta da sè; e il vero
          da sè. (19. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ivi, par. 201. Ma quale si fosse il tenore della lingua e della verseggiatura di Dante,
          non è da trovarlo in codice veruno; e in ciò la Volgata con la dottrina e la pratica
          dell’Accademia predomina sempre in qualunque edizione ed emendazione. Avvedendosi "Che per
          difetto comune di quell’età" — e chi mai non se ne avvedrebbe quand’è più o meno difetto
          delle altre? — "l’ortografia era dura, manchevole, soverchia, confusa, varia, incostante,
          e finalmente senza molta ragione" (<bibl>
            <author>Salviati</author>, <title>Avvertim.</title> vol. 1. lib.3. cap. 4. Nota</bibl>)
          — anzi <pb ed="aut" n="4383"/> vedendola migliore di poco nel miracoloso fra’ testi del
          Decamerone ricopiato dal Mannelli (<bibl>
            <title>Discorso sul Testo del Decam.</title> p. XI. seg. pag. CVI. Nota</bibl>) — parve
          agli Accademici di recare tutte le regole in una, ed è: — "che la scrittura segua la
          pronunzia, e che da essa non s’allontani un minimo che". (<bibl>
            <title>Prefazione al Vocabolario</title>, sez. VIII. Nota</bibl>). Guardando ora agli
          avanzi della Volgata Omerica di Aristarco, parrebbe che gli Accademici de’ Tolomei fossero
          di poco più savj, o meno boriosi de’ nostri. La prosodia d’Omero, per l’amore di tutte le
          lingue primitive alla melodia, gode di protrarre le modulazioni delle vocali. L’orecchio
          Ateniese, come avviene ne’ progressi d’ogni poesia, faceva più conto dell’armonia, e la
          congegnava nelle articolazioni delle consonanti; e tanto era il fastidio delle troppe
          modulazioni, chiamate iati dagli intendenti, che ne vennero intarsiate fra parole e parole
          le particelle che hanno suoni senza pensiero. Quindi gli Alessandrini alle strette fra
          Omero e gli Attici, e non s’attentando di svilupparsene, emendarono l’Iliade così che ne
          nasceva lingua e verseggiatura la quale non è di poesia nè primitiva, nè raffinata. I
          Greci ad ogni modo s’ajutavano tanto quanto come i Francesi e gl’Inglesi; ed elidendo uno
          o più segni alfabetici nel pronunziare, non li sottraevano dalla scrittura; così le
          apparenze rimanevano quasi le stesse. Ma che non pronunziassero come scrivevano, n’è prova
          evidentissima che ogni metro ne’ poeti più tardi, e peggio negli Ateniesi, ridonderebbe;
          nè sarebbero versi, a chi recitandoli dividesse le vocali quanto il <pb ed="aut" n="4384"
          /> metro desidera ne’ libri Omerici: e l’esametro dell’Iliade s’accorcerebbe di più d’uno
          de’ suoi tempi musicali, se avesse da leggersi al modo de’ Bisantini, snaturando vocali, o
          costringendole a far da dittonghi. Però i Greci d’oggi a’ quali la pronunzia letteraria
          venne da Costantinopoli, e serbasi nel canto della loro Chiesa, porgono le consonanti
          armoniosissime; ma non versi, poichè secondano accenti semplici e circonflessi, e spiriti
          aspri, e soavi — come che non ne aspirino mai veruno — ed apostrofi ed espedienti parecchi
          moltiplicatisi da que’ semidigammi ideati in Alessandria, talor utili in quanto provvedono
          alla etimologia e alle altre faccende della grammatica. Non però è da tenerne conto in
          poesia, dove la guida vera alla prosodia deriva dal metro; e il metro dipendeva egli
          fuorchè dalla pronunzia nell’età de’ poeti? Ad ogni modo i grammatici Greci sottosopra
          lasciarono stare i vocaboli come ve gli avevano trovati, sì che ogni lettore li proferisse
          o peggio o meglio a sua posta. Ma i Fiorentini non ricordevoli di passati o di posteri,
          uscirono fuor delle strette medesime con la regola universale — <emph>Che la scrittura non
            s’allontani dalla pronunzia un minimo che</emph>; e non trapelando lume, nè cenno di
          pronunzia certa dalle scritture, pigliarono quella che udivano. Però mozzando vocali, e
          raddoppiando consonanti, e ajutandosi d’accenti e d’apostrofi, stabilirono un’ortografia,
          la quale facesse suonare all’orecchio non <emph>Io</emph>, nè <emph>lo Imperio, o lo
            Inferno</emph>; ma <emph>I’, lo ’Mpero, lo ’Nferno</emph>: e con mille altre delle
          sconciature <pb ed="aut" n="4385"/> del dialetto Fiorentino de’ loro giorni, acconciarono
          versi scritti tre secoli addietro.</p>
        <p>par. 202. Queste loro squisitezze erano favorite dalla dottrina, che la lingua letteraria
          d’Italia fioriva tutta quanta nella loro città. Lasciamo che ove fosse vera s’oppone di
          tanto alle dottrine di Dante, che non sarebbe mai da applicarla ad alcuna delle opere sue.
          Ma avrebb’essa potuto applicarsi se non da critici ch’avessero udito recitare i versi di
          Dante a’ suoi giorni? L’occhio umano, paziente, fedelissimo organo, è agente più libero e
          più intelligente degli altri, perchè vive più aderente alla memoria; ma non per tanto non
          può fare che passino cent’anni e che le penne tutte quante non si divezzino dalle forme
          correnti dell’alfabeto. Così ogni età n’usa di distinte e sue proprie; onde per chiunque
          ne faccia pratica bastano ad accertarlo del secolo d’ogni scrittura. Ma sono divarj
          permanenti nelle carte; arrivano a’ posteri; e si lasciano raffrontare dall’occhio. Non
          così l’orecchio; capricciosissimo, perchè raccoglie involontario, istantaneo e di
          necessità tutti i suoni; e gli organi della voce gli sono connessi, cooperanti passivi, e
          meccanici imitatori; e però niun uomo cresce muto se non perchè nasce sordissimo. Di
          quanto dunque più preste e più varie e più impercettibili che la scrittura non saranno le
          alterazioni della pronunzia? Ma si rimutano senza che mai lascino, non pure le forme
          delineate, come ne’ vocaboli scritti, ma nè una lontana reminiscenza. Or chi mai fra’
          posteri potrà rintracciarle se non con l’orecchio? e dove le troverà egli? <pb ed="aut"
            n="4386"/> Ridomandandole all’aria, che se le porta? o al tempo che torna a ingombrare
          l’orecchio di nuovi suoni? <emph rend="sc">Allagheri</emph>, com’ei scrivevalo, e poscia
            <emph rend="sc">Aligieri, Alleghieri, Allighieri</emph>, era lungo o breve nella
          penultima? or è <emph rend="sc">Alighieri</emph>; ma in Verona s’è fatto sdrucciolo, <emph
            rend="sc">Aligeri</emph>. Certo se gli arcavoli risuscitassero in qualunque città
          penerebbero ad intendere i loro nepoti.</p>
        <p>par. 203. ed ult. Ma perciò che i Fiorentini di padre in figlio continuarono a ingoiare
          vocali o rincalzarle raddoppiando consonanti, l’Accademia ideò che quel vezzo fosse nato a
          un parto co’ loro vocaboli. (<bibl>
            <title>Avvertim. della Lingua</title>, Vol. 2. p. 129-160. ed. Mil. de’ Classici.
          Nota.</bibl>) Pur è sempre accidente più tardo; anzi comune ed inevitabile a ogni lingua
          parlata: e tutti i popoli con l’andare degli anni per affrettare e battere la pronunzia
          scemano modulazioni, perchè sono molli e più lunghe; e le articolazioni riescono vibrate
          insieme e spedite. De’ Greci è detto; e più numero tuttavia di vocali scrivono gli
          Inglesi, e pare che parlino quasi non avessero che alfabeto di consonanti: ma chi ne’ loro
          poeti antichi leggesse all’uso moderno, non troverebbe versi nè rime. Nè credo che altri
          possa additare poesia di gente veruna ove i fondatori della lingua scritta non si siano
          dilettati di melodia; e che non vi dominassero le vocali; e che poi non si diminuissero
          digradando. Anche nella prosodia latina, che era meno primitiva e tolta di pianta da’
          Greci, e in idioma più forte di consonanti finali, regge l’osservazione; ed anche nelle
          reliquie di Ennio pochissime, pur le battute de’ ventiquattro tempi dell’esametro <pb
            ed="aut" n="4387"/> su le vocali per via d’iato sono moltissime; e spesse in Lucilio; e
          parecchie in Lucrezio; non rare in Catullo; non più di sette, che io me ne ricordi, in
          Virgilio; e una sola in Orazio, nè forse una in Ovidio. Or quante, se pur taluna è da
          trovarne in Lucano e gli altri tutti congegnatori intemperanti di consonanze, fino allo
          strepitosissimo Claudiano? Ben diresti che la divina commedia sia stata verseggiata
          studiosamente a vocali. Ma che le modulazioni non prevalessero alle articolazioni de’
          versi, avveniva più presto in Italia che altrove; perchè il Petrarca aveva temprato
          l’orecchio alla prosodia Provenzale sonora di finali tronche più che la Siciliana che a
          Dante veniva fluida di melodia. La lingua nondimeno per que’ suoi fondatori fu scritta, nè
          mai parlata; e quindi i libri non avendo compiaciuto alle successive pronunzie, gli organi
          della voce hanno da stare obbedientissimi all’occhio. Il danno della parola dissonante
          dalla scrittura nelle lingue popolari e letterarie ad un tempo (cioè la francese l’inglese
          ec.), è minore della sciagura che toccò alla Italiana, destinata anzi all’arte degli
          scrittori, che alla mente della nazione (vuol dire, scritta e non parlata, nè scritta pel
          popolo). A questo i tempi, quando mai la facciano parlata da un popolo, provvederanno. Per
          ora il potersi scrivere così che ogni segno alfabetico sia elemento essenziale del senso e
          del suono in ogni vocabolo, rimane pur quasi vantaggio su le altre sino da’ giorni di
          Dante. Onde mi proverò di rapprossimarla alla prosodia di tutte le poesie primitive, e
          alla ortografia che dove le lingue vivono scritte, ma non parlate, <pb ed="aut" n="4388"/>
          si rimane letteraria, permanente nelle apparenze, e svincolata de’ suoni accidentali e
          mutabili d’età in età nelle lingue popolari (francese inglese ec.), e ne’ dialetti
          municipali. Forse così la lezione della divina commedia, perdendo i vezzi di Fiorentina
          ritornerà schietta e Italiana. Fine del Discorso. (Firenze. Domenica. 21. Sett. 1828.). V.
          p. 4487.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nel principio, e nel risorgimento degli studi, si credeva impossibile un’ortografia
          volgare, un’ortografia che non fosse latina, nel modo stesso che una letteratura volgare e
          non latina; e le lingue moderne si credevano incapaci di ortografia propria, così appunto
          come di letteratura. (21. Sett. Domenica. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4367. Ci sarebbe ancora un altro partito, e ragionevolissimo. Avere due poesie e
          letterature, l’una per gl’intendenti, l’altra pel popolo. Così quelli non perderebbero,
          mentre questo ricupererebbe; non isparirebbero dal mondo i piaceri squisiti e divini (per
          chi gli può gustare) delle leterature perfezionate; ci potrebbe ancora essere chi provasse
          de’ trasporti di piacere leggendo Virgilio, come ci sono e saranno intendenti che ne
          provino mirando un quadro di Raffaello ec. ec. (21. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4355. Sorte simile ad Omero ebbe anche in ciò il nostro Dante, il quale fino
          nello stesso sec. 14. ebbe forse tanti diascheuasti, cioè limatori del suo poema, più o
          meno arditi, quanti copiatori: onde quelle enormi e continue discrepanze de’ suoi codici e
          stampe anteriori alla edizione della Crusca. V. p. 4412.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4317. marg. Si legge così a Napoli anche l’Orlando innamorato del Berni e
          soprattutto la Gerusalemme del Tasso, e il popolo prende partito chi per l’uno di quegli
          eroi, chi per l’altro, e con tanto ardore, che dopo la <pb ed="aut" n="4389"/> lettura,
          discorrendo tra loro sopra quei racconti, e quistionando, talora vengono alle mani, e fino
          si uccidono. Una notte al tardi, due del volgo di Napoli che disputavano caldamente fra
          loro, andarono a svegliare il famoso Genovesi per saper da lui chi avesse ragione, se
          Rinaldo o Gernando (Gerusalemme del Tasso). Tengo tutto ciò dall’Imbriani padre, il quale
          mi dice che il popolo napoletano non ha bisogno che il lettore gli traduca quei poemi, ma
          che gl’intende da se. In questo modo quei poemi si possono dir veramente pubblicati. (22.
          Sett. 1828.). V. p. 4408.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Si dice con ragione che quasi tutta la letteratura greca fu Ateniese. Ma non so se alcuno
          abbia osservato che questo non si può già dire della poesia; anzi, che io mi ricordi,
          nessun poeta greco di nome (eccetto i drammatici, che io non considero come propriamente
          poeti, ma come, al più, intermedii fra’ poeti e’ prosatori) fu Ateniese. Tanto la civiltà
          squisita è impoetica. (22. Sett. 1828.). Però, chi dice che la letteratura greca fiorì
          principalmente in Atene, dee distinguere, se vuol parlar vero, ed aggiungere che la poesia
          al contrario. ec. (22. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi presentandomi o raccomandandomi o parlando di me a qualcuno, uomo o donna, ha detto:
          mio grandissimo amico, grande ingegno, dotto ec. ec., non ha fatto nulla. Ci mancava la
          gran parola. Chi ha detto: uomo <emph>celebre</emph>, mi ha proccurato accoglienze e
          distinzioni e ricerche. Fama ci vuole, e non merito. Anche qui si verifica quello che ho
          detto altrove, la sola fortuna fa fortuna. <emph>Celebre</emph> equivale <pb ed="aut"
            n="4390"/> a ricco, nobile, potente, dignitario, ed altre fortune simili. (22. 7.bre
          1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’eroismo ci strascina non solo all’ammirazione, all’amore. Ci accade verso gli eroi,
          come alle donne verso gli uomini. Ci sentiamo più deboli di loro, perciò gli amiamo.
          Quella virilità maggior della nostra, c’innamora. I soldati di Napoleone erano innamorati
          di lui, l’amavano con amor di passione, anche dopo la sua caduta: e ciò malgrado quello
          che aveano dovuto soffrire per lui, e gli agi di cui taluni godevano dopo il suo fato.
          Così gli strapazzi che gli fa l’amato, infiammano l’amante. E similmente tutta la Francia
          era innamorata di Napoleone. Così Achille c’innamora per la virilità superiore, malgrado i
          suoi difetti e bestialità, anzi in ragione ancora di queste. (22. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4354. marg. Potrebbe anco essere che i primi libri fossero in prosa, la prima
          applicazione della scrittura alla letteratura fosse alla prosa, continuando forse intanto
          a comporsi in versi senza scriverli, e consegnandoli solamente alla memoria, sì per
          l’inveterata abitudine, e sì per considerarsi la scrittura come non necessaria, anzi
          inutile, alla conservazione dei versi, e solo utile e necessaria a quella della prosa. In
          tal modo potrebbe esser passato molto tempo dopo che si scriveva in prosa, prima che si
          avessero versi scritti, nel qual tempo non si sarebbero avuti libri che in prosa. In tal
          caso, che mi par naturale, la prosa <foreign lang="fre" rend="italic">à son tour</foreign>
          avria preceduto la poesia, come scritta, come opera di letteratura consegnata in libri.
          (22. Sett. 1828.). V. p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4318. marg. Ciclo <emph>epico</emph>, che comprendeva in varie poesie, <pb
            ed="aut" n="4391"/> incluse quelle d’Omero, la storia tutta del mondo, dalle Origini
          delle cose, cioè dalla teogonia ec. fino ad Ulisse; ciclo raccolto, secondo un critico
          tedesco, forse vivente (Bull. de Féruss. ec.) che ha fatto sopra di esso ciclo una
          dissertazione particolare, poco dopo il tempo de’ Pisistratidi. Le poesie comprese in
          questo ciclo, e i loro argomenti, non erano certamente <emph>epici</emph> nel senso che
          noi diamo a questa parola: nondimeno il ciclo si chiamava <emph>epico</emph>, cioè storico
          o narrativo. La poesia epica fu distinta dalla lirica, benchè anche <foreign lang="grc">τὰ
            ἔπη</foreign> si cantassero sulla lira. ec. (23. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ridete franco e forte, sopra qualunque cosa, anche innocentissima, con una o due persone,
          in un caffè, in una conversazione, in via: tutti quelli che vi sentiranno o vedranno rider
          così, vi rivolgeranno gli occhi, vi guarderanno con rispetto, se parlavano, taceranno,
          resteranno come mortificati, non ardiranno mai rider di voi, se prima vi guardavano
          baldanzosi o superbi, perderanno tutta la loro baldanza e superbia verso di voi. In fine
          il semplice <emph>rider alto</emph> vi dà una decisa superiorità sopra tutti gli astanti o
          circostanti, senza eccezione. Terribile ed <foreign lang="eng" rend="italic"
          >awful</foreign> è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli
          altri, come chi ha il coraggio di morire. (23. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. qui dietro. Tutto ciò in quanto a possibilità o verisimiglianza. Ma in quanto a
          tradizione, par ch’ella provi che i libri in prosa o non precedettero, o solo di poco
          tempo, quegli in versi; poichè essa tradizione mette le prime prose greche nel principio
          del <pb ed="aut" n="4392"/> sec. 6. av. G. C. , tempo di Pisistrato che raccolse i versi
          Omerici, e tempo abbondante di altri poeti, i quali non pare al Wolf che potessero mancar
          di scrittura. Certo che di essi la tradizione non porta, come di Omero, che i loro versi
          fossero raccolti e scritti posteriormente. Nondimeno, benchè la tradizione non porti ciò
          neppur di Esiodo (V. p. 4397) (onde il Vico, lib.3. p. 400. Talchè Esiodo, che lasciò
          opere di sè scritte, poichè non abbiamo autorità che da’ Rapsodi fusse stato, com’Omero,
          conservato a memoria, si dee porre dopo de’ Pisistratidi), pure il Wolf pone anche Esiodo
          fra que’ poeti che non iscrissero, e le poesie esiodee (che egli reputa di vari autori)
          fra quelle che furono conservate lungamente per sola memoria. — <quote>
            <foreign lang="lat">Certior quidem historia adhuc saeculo VI. et V. ante Chr. Simonidi
              Ceo atque Epicharmo Siculo, antiquae Comoediae principi, satis insignes partes tribuit
              in litteris complendis et inveniendis novis, quas deinde cum prioribus in aptam seriem
              collectas a Callistrato quodam, ante alios Jonica Samos publice usurpavisse fertur.
              Atq. hoc Jonicum alphabetum 24 litterarum a populo Atheniensi tandem Euclide archonte,
              Olymp. 94, 2. ante Chr. 403 receptum, nec ibi ante hoc tempus usum duarum longar.
              vocalium publicatum tradunt plures et ex probatis auctoribus. Adeo sero litteratura
              Graecorum absoluta est et redacta in ordinem, primum, ut multis de causis coniicio, in
              iis civitatibus quae Sicil. et Magn. Graeciam tenebant, tum in illa posthac litterarum
              conficientissima urbe, Athenis. Sed cavendum est rursus ne tam serum usum scribendi
              credamus, aut in omni Graecia eodem tempore institutum. Jones quidem quum tot aliis
              rebus <pb ed="aut" n="4393"/> Europae cognatae exemplum nitidioris cultus darent et
              humani et civilis, matureque variis artibus et commerciis florerent, vel tacente
              historia verisimile esset, eos huius quoque praeclarae rei utilitatem primos
              animadvertisse et ad eam studium et ingenium contulisse suum. Quippe illis expectandus
              non fuit Callistratus Samius, ut aliquid scripto consignare tentarent: iam ante hunc
              papyro usi sunt; immo ante Simonidem et Epicharmum fuerunt lyrici poëtae, et Ionici et
              Aeolici, qui illo adminiculo faciendorum carminum carere vix possent. Deniq. in ea
              civitate (Athen.) quae antiq. alphabetum diutissime retinuit, Olymp. 39. minor numerus
              litterarum suffecit Draconis legibus ponendis. Quidni idem numerus suffecerit maximis
              voluminibus, si modo ea tum usitata fuerunt, sive ex pellibus, sive ex papyro
              Aegyptia? Wolf. par. 16. p. LXII-V. Certe Atticorum scriptorum non ante Persica
              tempora mentio fit aut signicatio cui non fidem deroget illius aevi et rei publicae
              facies et gravissimor. auctorum silentium. Sed non persequar quod tenere sine longis
              ambagibus non possum; ultro etiam concesserim, aliquanto ante Solonem Athenis hanc
              artem paullatim privato studio (del pubblico, in bronzo, marmo ec., non si dubita)
              usurpari coeptam: neque adeo dubito, quin id saeculis 8. et 7. in ceteris civitatibus,
              nominatim Joniae et Magnae Greciae, fecerint sollertiores quidam homines eorumq.
              exemplum vel secuti vel ipsi rem auspicati sint poëtae nonnulli, si non Asius,
              Eumelus, Arctinus, alii, sub primis Olympp. clari <pb ed="aut" n="4394"/> epicis
              Carminibus, at certe Archilochus, Alcman, Pisander, Arion et horum aequales: tamen si
              de <hi rend="italic">universa Graecia</hi> et paullo tritiore usu artis <hi
                rend="italic">institutoque conscribendorum librorum</hi> quaeris, iliud removendum
              non esse a Thaletis, Solonis, Pisistrati et eorum, qui Sapientes appellantur, aetate,
              i.e. ea qua oratio metro solvi coepit, ita significat nobis historia artium Graecarum
              omnium, ut infantiam suam obliti populi testimonium minime desiderandum videatur. De
              cultura prosae orationis ineunte saeculo ante Chr. VI. a pluribus et ipso Solone
              inchoata, deque causis novi incepti nihil hic habeo dicere: et quae ex veterum locis
              hauriri possunt, dicta sunt omnia</foreign>
          </quote>. etc. <bibl>
            <author>Wolf</author>. par. 17. p. LXIX-LXXI.</bibl> — <title lang="lat">De cultura
            prosae</title>, cioè della prosa colta in qualche modo e letteraria. Ma di una prosa
          rozza e mal culta, e simile a quella de’ nostri ducentisti, niente impedisce di credere
          ch’ella fosse scritta in libri e privatamente (poichè in monumenti pubblici non è dubbio)
          innanzi che si scrivessero versi: anzi la verisimiglianza mi pare che vi conduca, ed io
          sono di questa opinione, a differenza di ciò che sembra credere il Wolf. Però se per
          letteratura s’intendano libri scritti, io stimo, contro quello che si crede generalmente,
          che la letteratura prosaica precedesse in Grecia la poetica, cioè la scrittura della
          poesia. (25. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il Wolf conosce e cita per averlo preceduto nell’opinione che le poesie omeriche non
          fossero scritte, se non dopo, oltre Giuseppe ebreo, il Wood (inglese), il Rousseau e il
          Mairan; per l’opinione <pb ed="aut" n="4395"/> che esse da principio non costituissero
          poemi epici, ma non fossero che canti separati, raccolti poi da altri e ridotti nella
          presente forma, conosce e cita il Casaubono, il Bentley e l’abate Hedelin d’Aubignac, il
          cui libro, <bibl>
            <title lang="fre">Conjectures académiques ou Dissertation sur l’<emph>Iliade</emph>
            </title>, Paris 1715. 8.<hi rend="apice">o</hi>.</bibl> egli disprezza altamente. Ma non
          nomina punto mai il nostro Vico, il quale de’ cinque libri de’ suoi <bibl>
            <title>Principj di Scienza nuova</title>, 3.<hi rend="apice">a</hi> ediz. Napoli
          1744.</bibl> ne ha uno, cioè il 3.<hi rend="apice">o</hi> intitolato <title>Della
            discoverta del vero Omero</title>, tutto dedicato alle quistioni Wolfiane. Nel qual
          libro, con minore abbondanza e sviluppamento di prove che il Wolf, ma pure con buone e
          forti ragioni, alcune delle quali non toccate da esso Wolf, asserisce e dimostra <quote>
            <emph>che Omero non lasciò scritto niuno de’ suoi poemi</emph>
          </quote> (p. 399.), <quote>
            <emph>poichè infin’a’ tempi di esso Omero, ed alquanto dopo di lui non si era ritrovata
              ancora la Scrittura Volgare</emph>
          </quote> (p. 394.); "che perciò i popoli greci cotanto contesero della di lui patria, e ’l
          vollero quasi tutti lor cittadino, perchè essi popoli greci furono quest’Omero (p. 404.);"
          "che perciò varjno cotanto l’oppenioni d’intorno alla di lui età, perchè un tal’Omero
          veramente egli visse per le bocche e nella memoria di essi popoli greci dalla Guerra
          Trojana fin’a’ tempi di Numa, che fanno lo spazio di quattrocentosessant’anni (p. 404.)"
          (cioè che gli autori de’ versi omerici vivessero e componessero successivamente dalla
          guerra troiana fino a Numa) che "la cecità, e la povertà d’Omero furono de’ Rapsodi; i
          quali essendo ciechi, onde ogniun di loro si disse <emph>Omero</emph> (<foreign lang="grc"
            >ὅμηρος</foreign> in lingua <pb ed="aut" n="4396"/> ionica), prevalevano nella memoria;
          ed essendo poveri, ne sostentavano la vita con andar cantando i poemi d’Omero per le città
          della Grecia; de’ quali essi eran’Autori; perch’erano parte di que’ popoli, che vi avevano
          composte le loro Istorie;" (p. 404.) "che quest’Omero sia egli stato un’Idea, ovvero un
          Carattere Eroico d’uomini greci, in quanto essi narravano cantando le loro storie;" (p.
          403.) "l’Omero Autor dell’Iliade avere di molt’età preceduto l’Omero Autore dell’Odissea;"
          (p. 405.) "che quello fu dell’Oriente di Grecia verso Settentrione, che cantò la Guerra
          Trojana fatta nel suo paese: e che questo fu dell’Occidente di Grecia verso mezzodì, che
          canta Ulisse, ch’aveva in quella parte il suo Regno;" (p. 405.) e, dicendo l’autor
            <foreign lang="grc">περὶ ὕψους</foreign> che Omero compose giovane l’Iliade e vecchio
          l’Odissea, che "Omero compose giovine l’Iliade, quando era giovinetta la Grecia; e ’n
          conseguenza ardente di sublimi passioni, come d’orgoglio, di collera, di vendetta; le
          quali passioni non soffrono dissimulazione ed amano generosità; onde ammirò Achille Eroe
          della Forza: ma vecchio compose poi l’Odissea, quando la Grecia aveva alquanto raffreddato
          gli animi con la riflessione: la qual’è madre dell’accortezza; onde ammirò Ulisse Eroe
          della Sapienza. Talchè a’ tempi d’Omero giovine a’ popoli della Grecia piacquero la
          crudezza, la villania, la ferocia, la fierezza, l’atrocità: a’ tempi d’Omero vecchio già
          gli dilettavano i lussi d’Alcinoo, le delizie di Calipso, i piaceri di Circe, i canti
          delle Sirene, i passatempi de’ Proci, e di, nonchè tentare, assediar’e combattere le caste
          Penelopi <pb ed="aut" n="4397"/> i quali costumi tutti ad un tempo sopra ci sembrarono
          incompossibili" (p. 404-5.) Finalmente "che i Pisistratidi Tiranni d’Atene eglino
          divisero, e disposero, o fecero dividere, e disponere i Poemi d’Omero nell’Iliade, e
          nell’Odissea: onde s’intenda quanto, innanzi, dovevan’essere stati una confusa congerie di
          cose; quando è infinita la differenza che si può osservar <emph>degli stili</emph>
          dell’uno, e dell’altro Poema Omerico." (p. 399.) (26. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ecco l’Eroe (Achille), che Omero con l’aggiunto perpetuo d’<emph>irreprensibile</emph>
          canta a’ Greci popoli in esempio dell’Eroica Virtù! il qual’aggiunto, acciocchè Omero
          faccia profitto con l’insegnar dilettando, lo che debbon far’i Poeti, non si può
          altrimente intendere, che per un’huomo orgoglioso, il qual’or direbbesi che non si faccia
          passare la mosca per innanzi alla punta del naso; e sì predica la Virtù puntigliosa; nella
          quale a’ tempi barbari ritornati tutta la loro Morale riponevano i Duellisti: dalla quale
          uscirono le leggi superbe, gli ufizj altieri, e le soddisfazioni vendicative de’ cavalieri
          erranti, che cantano i Romanzieri. Ib. lib.2. p. 322-3. dopo aver descritto l’eroismo
          dell’Achille omerico, quanto sia lontano dalle idee nostre, ed anche antiche civili, circa
          il carattere eroico. (26. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4392. marg. Dice per altro il <bibl>
            <author>Wolf</author> p. XCVII-III. par. 23</bibl>: <quote>
            <foreign lang="lat">Neque enim unius Homeri, sed et Hesiodi et aliorum Carmina, omneque
              epicum genus, mox lyricum quoque et iambicum, complexa est ars rhapsodorum</foreign>
          </quote>. E <bibl>in nota, p. XCVIII</bibl>: <quote>
            <foreign lang="lat">Vide Plat. de Legg. <pb ed="aut" n="4398"/> II. p. 658. D., in Jone
              p. 530. B</foreign>
          </quote>. (ed. Steph.) Athen. XIV. p. 620. C. Quanto ad Esiodo, ecco le sue parole. <quote>
            <foreign lang="lat">Sed Hesiodum quum dico, omne illud tempus intelligo, in quod
              Hesiodeorum quae nunc feruntur operum confectio incidit. Non uni enim illa tribuenda
              esse patet; et multo plura nomine eius ferebantur apud veteres. In</foreign>
            <foreign lang="grc">Ἔργοις</foreign>
            <foreign lang="lat">loci sunt multi</foreign>
            <foreign lang="grc">πίνῳ</foreign>
            <foreign lang="lat">venerandae vetustatis signati. Theogonia autem et Scutum Herc. et
              maxima pars eorum, quorum brevia fragmenta supersunt, Homerum toto certe saeculo
              subsequuntur. Huius rei argumento est, quod in iis plures notiones novae exstant et
              imitationes locorum Homericorum, in primis terrarum et populorum auctior et
              explicatior notitia</foreign>
          </quote>. <bibl>par. 12. not. p. XLII-III.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4357. L’imitazione drammatica non può essere spontanea e veramente secondo
          natura, se non in quanto a un solo personaggio, o 2 al più, e solo in alcune scene, cioè
          in quelle che corrispondano alla situazione attuale dell’animo del poeta. Ma qui è sempre
          il poeta egli stesso che si dipinge, o piuttosto parla, sotto altro nome; e quella non è
          veramente imitazione, ma quasi un travestimento. In tutti gli altri personaggi ed altre
          scene, la poesia è necessariamente sofistica. Del resto, tali scene, dove il poeta
          esprimesse i suoi sentimenti, passioni ec. attuali sotto nome di qualche personaggio
          storico, se si componessero staccate, potrebbero esser buona poesia: il poeta può aver
          buone ragioni per nascondersi sotto nome altrui; può trovarvisi, se non altro, più a suo
          agio; ed è anche poetico in qualche modo quel rapporto trovato ed espresso fra la propria
          situazione <pb ed="aut" n="4399"/> attuale, e quella d’alcun personaggio storico ec. (28.
          Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4372. <bibl lang="fre">
            <title>Servian Popular Poetry. Poésies populaires des Serviens, traduites en vers
              anglais</title> par M. Bowring. Londr. 1827. in— 12</bibl>. <quote>
            <foreign lang="fre">Ces poésies, dont il doit paroître bientôt une traduction française,
              sont extraites d’un recueil publié à Vienne en 1824 par Stephanovich Vuk, auteur d’une
              grammaire servienne</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <title>Journ. des savans</title>, 1827. p. 445. Juillet</bibl>. (29. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">La Civilisation considérée sous le rapport du feu et relativement à
              la supériorité de l’homme sur le reste des animaux</foreign>
          </quote>. Paris, Baudouin frères, in 8.<hi rend="apice">o</hi> de 63 pages. Prix 1. fr. 50
          cent. Ib. p. 445. 1826. Juillet, <title lang="fre">Livres nouveaux</title>. (2. Ottob.
          1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il reconnoît</foreign>
          </quote> (M. Poirson, autore di un compendio di storia romana stampato a Parigi, 1825 e
          segg., e difensore per altro della verità della storia de’ primi secoli di Roma) <quote>
            <foreign lang="fre">qu’il y a de fortes présomptions contre la vérité des aventures
              d’Horatius Coclès, de <hi rend="italic">Mucius Scaevola</hi> et de Clélie</foreign>
          </quote>. Ib. 1826, août, p. 466. (3. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les Kirkis</foreign>
          </quote> (nazione nomade, al Nord dell’Asia centrale) <quote>
            <foreign lang="fre">ont aussi des chants historiques (non scritti) qui rappellent les
              hauts faits de leurs héros; mais ceux-là ne sont récités que par des chanteurs de
              profession, et M. de Meyendorff</foreign>
          </quote> (barone, viaggiatore russo, autore d’un Voyage d’Orenbourg à Boukhara, fait en
          1820. Paris 1826; dal quale sono estratte queste notizie) <quote>
            <foreign lang="fre">eut le regret de ne pouvoir en entendre un seul</foreign>
          </quote>. Ib. septemb. p. 518. <quote>
            <foreign lang="fre">Plusieurs d’entre eux (d’entre les Kirkis)</foreign>
          </quote>, dice M. de Meyendorff, ib., <pb ed="aut" n="4400"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">passent la nuit assis sur une pierre à regarder la lune, et à
              improviser des paroles assez tristes sur des airs qui ne le sont pas moins</foreign>
          </quote>. (3. Ottobre. 1828.).</p>
      </div1>
      <div1 n="4400 - 4526">
        <p>
          <foreign lang="lat">Grammatica Daco-romana, sive Valachica, latinitate donata et in hunc
            ordinem redacta a J. Alexi</foreign>. Vindobonae 1826. in— 8.<hi rend="apice">o</hi> Ib.
          Septemb. 1826. p. 573.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4375. Il Wesselingio nella Pref. all’Erodoto, in quella parte che riguarda la
          vita e gli scritti di questo, riportata dallo Schweighaeuser, con sue noterelle, appiè
          della propria sua pref. all’Erodoto, Argentorati 1816, t. 1., dice, a pag. XXII-III. di
          questa edizione: <quote>
            <foreign lang="lat">Tum patriam reliquit, inque Graeciam tetendit. Huc pertinent Luciani
              ista (<bibl>In <author>Herodoto</author> cap. 1. p. 832. [T. IV. ed. Bipont. p.
              116.]</bibl>), difficilia quibusdam intellectu visa</foreign>, <foreign lang="grc"
              >πλεύσας γὰρ οἴκοθεν</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Herodotus</foreign>
            <foreign lang="grc">ἐκ τῆς Καρίας εὐθὺ τῆς Ἑλλάδος, ἐσκοπεῖτο</foreign>, <foreign
              lang="lat">videlicet, <hi rend="italic">qua tandem ratione et minimo labore insignis
                ac celebris evaderet</hi>. Instabat per illi conmodum, Olympiorum tempus sollemne:
              properavit ad illud certamen, atque in magno Graecorum consessu recitavit Historias
              suas. Namque ea non docent, absolvisse Herodotum historiarum libros Halicarnassi, sed
              compositos in Samo insula, quod ex <hi rend="italic">Suida</hi> adsciscendum, ex Caria
              ad Olympicum conventum secum portasse, et Graecis, ut illis innotesceret, praelegisse.
              Eligunt ad eam recitationem Olympiadem LXXXI. viri docti, quippe aetati Herodoti
              egregie congruam: neque mihi refragari animus est, eoque <pb ed="aut" n="4401"/>
              minus, quod pueriles Thucydidis anni Elidensem hanc Olympiadem sibi postulent. Aderat
              Thucydides una cum patre Oloro admodum adolescens</foreign> (<foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Suidas</hi> in</foreign>
            <foreign lang="grc">Θουκυδίδης</foreign>), <foreign lang="grc">ἔτι παῖς ὢν</foreign>,
              <foreign lang="lat">in summo Graecorum plausu recitanti, illacrymavitque, aemulatione
              quadam iam tum ad consimile laudis studium accensus; quo Herodotus animadverso, ad
              Olorum</foreign> (<bibl>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Marcellinus</foreign>, <title>Vit. Thucydid.</title>
              p. 9.</bibl>), <foreign lang="grc">οργᾷ ἡ φύσις τοῦ υἱοῦ σοῦ πρὸς τὰ
            μαθήματα</foreign>, <foreign lang="lat">optime de puero XV. annorum, et gloriae
              desiderio lacrymante. Atque hic non obliviscor secundae recitationis, Athenis Olymp.
              LXXXIII. anno tertio institutae; quam Thucydidem auscultare potuisse, certum quidem
              est, sed iam virili aetate, non puerum. Erudite hoc <hi rend="italic">H.
              Dodwellus</hi> exsecutus (<bibl>Apparat. ad Annales Thucydid. p. 23.</bibl>),
              adprobavit <hi rend="italic">Ed. Corsino</hi> (Fast. Attic. T. III. p. 203. et p.
              213.), sihi tamen non constanti, et eandem praelectionem in Olymp. LXXXIV.
              coniicienti. ... Certius habetur, Athenis suos eum libros legisse <hi rend="italic">in
                consilio</hi>, uti <hi rend="italic">Hieronymus</hi> scribit, <hi rend="italic">et
                honoratum fuisse</hi>, idque festo Panathenaeorum die anni tertii Olympiadis
              LXXXIII., quae elegans ill. <hi rend="italic">Scaligeri</hi> (Ad <hi rend="italic"
                >Eusebii</hi> Chronic. p. 104.) doctrina</foreign>
          </quote>. Lo Schweighaeuser non ha a tutto questo passo alcuna sua nota. — Questa
          tradizione intorno ad Erodoto sembra provare almeno l’usanza che le prime prose fossero
          lette al popolo, e così edite, al modo de’ versi; o, se non altro, dee derivare
          dall’antico <pb ed="aut" n="4402"/> uso di recitare o cantare in pubblico i componimenti
          poetici. (7. Ottob. 1828.).</p>
        <p>Il Wesselingio l. c. p. XXVI. <quote>
            <foreign lang="lat">In more ipsi (Herodoto) fuit</foreign> (<bibl>vid. lib.5, 36, l. 7.
              93. et 213, l. 1. 75.</bibl>) <foreign lang="grc">τὸν πρῶτον λόγον, τοὺς πρώτους
              λόγους</foreign>
            <foreign lang="lat">primores libros, et sequentes</foreign>
            <foreign lang="grc">τοὺς ὄπισθε λόγους, τοὺς ὀπίσω λόγους</foreign>... <foreign
              lang="lat">adpellare</foreign>
          </quote>. — Lo Schweighaeuser ivi in nota. <quote>
            <foreign lang="lat">Nec vero in hisce locis, aut horum similibus, vocabulum</foreign>
            <foreign lang="grc">λόγος</foreign>
            <foreign lang="lat">ita intelligi debet, quasi singulos e novem Historiarum suarum
              libris singulos</foreign>
            <foreign lang="grc">λόγους</foreign>
            <foreign lang="lat">diceret: sed</foreign>
            <foreign lang="grc">λόγος</foreign>
            <foreign lang="lat">in huiusmodi locis nihil aliud nisi <hi rend="italic"
              >narrationem</hi>, vel <hi rend="italic">historiam</hi>, ut nos vulgo vocamus,
              significat: qua ratione etiam Hecataeus, ut hoc utar</foreign>, <foreign lang="grc"
              >λογοποιὸς</foreign>
            <foreign lang="lat">Nostro dicitur, II. 143. v. 36. et 125. id est, <title>Historiarum
                scriptor</title>; de eodemque Hecataeo loquens idem Noster VI. 137. ait</foreign>,
              <foreign lang="grc">Ἑκαταῖος ἐν τοῖσι λόγοισι</foreign>, <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Hecataeus in suis Historiis</hi>; denique VII. 152. ubi</foreign>
            <foreign lang="grc">πάντα τὸν λόγον</foreign>
            <foreign lang="lat">ait, <hi rend="italic">universam suam Historiam</hi>
              <foreign lang="lat">intelligit. Itaque, ubi <hi rend="italic">se</hi> ait, <hi
                  rend="italic">de re quadam</hi>
              </foreign>
              <foreign lang="grc">ἐν ἄλλῳ λόγῳ</foreign>
              <foreign lang="lat">
                <hi rend="italic">esse dicturum</hi>, non semper <hi rend="italic">alium ex novem
                  Historiarum suarum Libris</hi> intelligit, verum subinde etiam <hi rend="italic"
                  >aliam eiusdem Libri partem</hi>; veluti, quae Lib. VI. c. 39. profitetur <hi
                  rend="italic">se</hi>
              </foreign>
              <foreign lang="grc">ἐν ἄλλῳ λόγῳ</foreign>
              <foreign lang="lat">
                <hi rend="italic">expositurum</hi>, ea cap. 103. eiusdem sexti Libri exposita
                leguntur. Eodem modo Pausanias lib. III. cap. 2. quum ait</foreign>
              <foreign lang="grc">Ἡρόδοτος ἐν τῷ λόγῳ τῷ ἐς Κροῖσον</foreign>, non hoc dicit, <hi
                rend="italic">Herodotus in Libro de Croeso</hi>, sed <pb ed="aut" n="4403"/>
              <hi rend="italic">Herodotus in ea narratione</hi> (sive, <hi rend="italic">in ea
                Historiarum suarum parte</hi>) <hi rend="italic">quae ad Croesum spectat</hi>.
              Similiterque idem Pausanias, lib. V. cap. 26. p. 447. ait</foreign>, <foreign
              lang="grc">Ἡρόδοτος ἐν τοῖς λόγοις</foreign>, <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Herodotus in suis Historiis</hi>. Sed de hoc usu vocabuli</foreign>
            <foreign lang="grc">λόγος</foreign>
            <foreign lang="lat">vide mox ipsum Wesselingium verissime monentem</foreign>
          </quote>. — Ciò è p. XXIX. <quote>
            <foreign lang="lat">Possum adfirmare veterum neminem</foreign>
            <foreign lang="grc">Λόγους</foreign>
            <foreign lang="lat">Herodoti</foreign>
            <foreign lang="grc">Λιβυκοὺς</foreign>
          </quote> (citati da lui medesimo. II. 161., e da alcuni creduti diversi dalle Istorie) <quote>
            <foreign lang="lat">ad testimonium excitasse, contra ex libro quarto</foreign> (delle
            Istor.) <foreign lang="lat">res Afras depromsisse plures: immo solere illum <hi
                rend="italic">partem libri</hi>
            </foreign>
            <foreign lang="grc">λόγον</foreign>
            <foreign lang="lat">et</foreign>
            <foreign lang="grc">λόγους</foreign>
            <foreign lang="lat">adpellare: de nece Cimonis, patris Miltiadae</foreign>, <foreign
              lang="grc">τὸν μὲν ἐγὼ ἐν ἄλλῳ λόγῳ σημανέω</foreign> (lib. VI. 39.): <foreign
              lang="lat">dixit autem eiusdem Musae, cap. 103. Geminum illi Libri primi cap. 75. —
              Scilicet</foreign> (nota lo Schweigh. ib.), <foreign lang="lat">quam rem lib. I. cap.
              75. ait <hi rend="italic">se</hi>
            </foreign>
            <foreign lang="grc">ἐν τοῖσι ὀπίσω λόγοισι</foreign>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">declaraturum</hi>, eam non in sequentium librorum aliquo, sed in
              eodem lib. I. cap. 124. declaratam videmus</foreign>
          </quote>. — V. p. 4467. Propriamente però <foreign lang="grc">λόγος</foreign> in tali casi
          non vuol dir <emph>narrazione</emph> nè <emph>storia</emph>, ma <emph>prosa</emph>, a
          differenza di <foreign lang="grc">ἔπη</foreign> o <foreign lang="grc">μέλη</foreign>
            (<foreign lang="lat">carmina-oratio</foreign>); <foreign lang="grc">καταλογάδην</foreign>
          <emph>in prosa</emph>; <foreign lang="grc">λογοποιὸς</foreign>
          <emph>prosatore</emph>, a differenza di <foreign lang="grc">ἐποποιὸς</foreign> ec. Ma o
          perchè le prime prose scritte fra’ greci fossero istorie, o perchè la più parte di esse
          fossero istoriche a que’ primi tempi, o finalmente perchè il genere storico non <pb
            ed="aut" n="4404"/> avesse alcun nome particolare a principio, e forse (com’e
          naturalissimo) non esistesse veramente distinto dagli altri generi, cioè non si avessero
          opere di pura storia, o narrative, ma materie e qualità miste e confuse ec. (11. Ottob.
          1828.) fu appropriato alle storie il nome generale di <emph>prosa</emph>
          <foreign lang="grc">λόγος</foreign>, ed Erodoto chiamò <foreign lang="grc">λογοποιὸν</foreign>
          <emph>prosatore</emph> lo storico Ecateo. E quando poi le opere in prosa furono cominciate
          a dividere in libri, questi libri ancora furono chiamati <emph>prose</emph>
          <foreign lang="grc">λόγοι</foreign>, <emph>prosa</emph> 1., <emph>prosa</emph> 2. ec.
            <emph>prose</emph> 9 (<foreign lang="grc">Ἡροδότου λόγοι ἐννέα</foreign> è appunto il
          tit. dell’ediz. Aldina di Erod., I.a ediz. greca, Venez. 1502.): quasi per confermare che
          la confezion di libri, secondo l’opinione del Wolf, ebbe origine dai prosatori. E per
          luminosa conferma dell’opinione del medesimo che da principio scrittura e prosa fossero la
          cosa medesima, troviamo (cosa da lui nè da altri a questo proposito non osservata)
            <foreign lang="grc">συγγραφεὺς</foreign> esser sinonimo di <emph>storico</emph>. V.
          Scapula etc. in <foreign lang="grc">σύγγραμμα, συγγραφὴ, λογοποιὸς</foreign>. V. p. 4406.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dialetti greci. <quote>
            <foreign lang="lat">Nec vero putandum est, cunctis eis in locis, ubi etiam nunc formae
              verborum communes praeeuntibus libris omnibus supersunt</foreign>
          </quote> (nell’Erodoto), <quote>
            <foreign lang="lat">quum alibi in eisdem verbis formâ jonibus propriâ usum esse videamus
              Scriptorem, per librariorum aut temeritatem aut socordiam esse illas invectas. Licitum
              fuit ionico scriptori communibus verborum formis promiscue atq. illis uti quae Jonibus
              propriae erant: et haud dubiis document. intellexisse mihi videor, ut olim Homerum,
              sic etiam Herodotum, si quis alius, hanc sibi veniam <pb ed="aut" n="4405"/> sumsisse
              et ... <hi rend="italic">variationem</hi> consulto esse secutum. Quo minus caussae
              esse equid. iudicavi, cur perspicua in hanc partem Hermogenis verba (de formis
              orationis l. 2. p. 513. coll. p. 406.), <hi rend="italic">non pura sed mixta dialecto
                scripsisse Herod.</hi> docentis, cum doctis. Wesselingio nostro (<bibl>
                <title>Diss. Herodotea</title>, p. 147. seq.</bibl>) aliam in partem
              interpretaremur. Schweighaeuser, praef. ad Herodot. p. VIII-IX. E ib. p. IX. in nota:
              Schaeferum, virum de Script. nostro praeclare merit. , postquam in edendis Musis
              coepisset, expulsis ubiq. formis verbor. communib., jonic. substituere formas, mox
              meliora edoctum abiecisse novimus istud consilium</foreign>
          </quote>. (11. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4359. Il luogo riportato nel pensiero qui anteced., mostra che tale opinione
          (oggi però rigettata comunemente dagli eruditi) fu tenuta fino nel 1816. (epoca dell’ed.
          Argentoraten. d’Erodoto) da un uomo come lo Schweighaeuser. (11. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Enfin, l’objet de notre sympathie la plus habituelle (dans
              l’Iliade), c’est Hector: et si d’un côté nous sommes entraînés par le talent du poète
              à désirer la prise de Troie, nous éprouvons de l’autre une sensation constamment
              pénible, en voyant dans le défenseur de cette cité malheureuse, le seul caractère
              auquel tous nos sentimens délicats et généreux se puissent allier sans mélange. Ce
              défaut, car c’en serait un, si le poète avait eu pour but de former un tout consacré
              seulement à célébrer la gloire d’Achille; ce défaut, disons-nous, <pb ed="aut"
                n="4406"/> a tellement frappé des critiques, qu’ils ont attribué à Homère
              l’intention d’élever les Troyens fort au-dessus des Grecs; et la pitié qu’il cherche à
              exciter pour le malheur des premiers leur a paru confirmer cette opinion</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>B. Constant</author>, <title lang="fre">de la Religion</title>, liv. 8. ch. 1.
            t. 3. Paris 1827. p. 430-1</bibl>. Notisi che anche il Constant (il quale assolve del
          resto la Iliade da questo difetto, sostenendo ch’essa non è in origine un poema unico),
          riconosce però in questo passo che l’eccitare la compassione ec. per Ettore ec. e le lodi
          che sembrano darsi ai Troiani ec., sieno tali anche nel senso del poeta, e sarebbero state
          contrarie all’unità dell’interesse per Achille ec.: benchè in quel medesimo lib. e nel
          precedente egli osservi e dimostri la differenza grande dai costumi e dalle idee de’ tempi
          civili a quelle de’ tempi dell’Iliade. (12. Ottob. 1828.). V. p. 4413.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4404. Ecco dunque <emph>storico, prosatore</emph>, e <emph>scrittore</emph> o
            <emph>compositore in iscritto</emph> (<foreign lang="grc">συγγραφεὺς</foreign>);
            <emph>storia, prosa, libro</emph>, e <emph>scrittura</emph> o <emph>composizione in
            iscritto</emph> (<foreign lang="grc">σύγγραμμα, συγγραφὴ</foreign>: <bibl>v. l’indice
            greco dell’<title>Anabasi</title> di <author>Arriano</author>, in <foreign lang="grc"
              >συγγραφὴ</foreign>
          </bibl>), usati spesso in un medesimo senso. Qual maggior conferma dell’osservazione
          acutissima del Wolf? (12. Ottob.). V. p. 4431.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les Sagas, ou traditions des Scandinaves, qui, de père en fils,
              avaient conservé dans leur mémoire des récits assez étendus pour qu’on en ait rempli
              des bibliothèques lorsque l’art d’écrire est devenu commun en Scandinavie, servent à
              nous faire concevoir la possibilité d’une conservation orale des poèmes homériques.
              L’histoire <pb ed="aut" n="4407"/> entière du Nord, dit Botin (<bibl>
                <title lang="fre">Histoire de Suède</title>, ch. 8.</bibl>), était rédigée en poèmes
              non écrits. (Il y a encore de nos jours, dans la Finlande, des paysans dont la mémoire
              égale celle des rhapsodes grecs. Ces paysans composent presque tous des vers, et
              quelques-uns récitent de très-longs poèmes, qu’ils conservent dans leur souvenir, en
              les corrigeant, sans jamais les écrire</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Rühs</author>, <title lang="ger">Finnland und seine Bewohner</title>
          </bibl>). (Ed è ben naturale che de’ rozzi paesani per cui la scrittura non è ancora in
          uso o in possesso, coincidano co’ Greci di que’ tempi in cui la scrittura non era usata
          neppure dalle classi più colte). <quote>
            <foreign lang="fre">Bergmann (<bibl>
                <title lang="ger">Streifereyen unter den Calmucken</title>, II, 213. V. p.
              4412.</bibl>), parle d’un poème Calmouk, de 360 chants, à ce qu’on assure, et qui se
              conserve depuis des siècles dans la mémoire de ce peuple. Les rhapsodes, qu’on nomme
              Dschangarti, savent quelquefois vingt de ces chants par coeur, c’est-à-dire un poème à
              peu près aussi étendu que l’Odyssée; car par la traduction que Bergmann nous donne
              d’un de ces chants, nous voyons qu’il n’est guère moins long qu’une rhapsodie
              homérique</foreign>
          </quote>. [Ora sarebbe egli credibile che tutto questo poema fosse stato composto da un
          solo, quando anche i Calmucchi lo affermino per tradizione?]) <quote>
            <foreign lang="fre">Notre vie sociale, observe M. de Bonstetten (<bibl>
                <title>Voy. en Ital.</title> p. 12.</bibl>), disperse tellement nos facultés, que
              nous n’avons aucune idée juste de la mémoire de ces hommes demi-sauvages, <pb ed="aut"
                n="4408"/> qui, n’étant distraits par rien, mettaient leur gloire à réciter en vers
              les exploits de leurs ancêtres</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>B. Constant</author>, <title lang="fre">de la Relig.</title> liv. 8.</bibl>
          consacrato a provare che l’Iliade e l’Odissea sono d’autori e d’epoche differenti, e che
          questa è posteriore a quella, chap. 3. t. 3. Paris 1827. p. 443-4. (12. Ottobre. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4389. Simile entusiasmo, del resto, producevano nel popolo greco, anche a’ tempi
          colti e dopo l’uso della scrittura, e quindi in condizione similissima a quella del popolo
          napoletano, le poesie recitate da’ rapsodi. V. il dialogo platonico Ione. (13. Ott.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">A. W. Schlegel pense que l’Iliade est composée de 3 poèmes, dont le
                1.<hi rend="apice">r</hi> finit avec le 9.<hi rend="apice">e</hi> livre, le second
              avec le dix-huitième, et dont le 3.<hi rend="apice">e</hi> comprend la mort de
              Patrocle, celle d’Hector. Il regarde comme des composit. à part la Dolonéide et le
                24.<hi rend="apice">e</hi> livre. Les derniers chants, dit-il, sauf les 30. vers qui
              terminent le tout, se rapprochent déjà de la pompe et de la majesté préméditée de la
              tragédie</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Constant</author>, l. c. ci-dessus, p. 462. not.</bibl> (13. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">On ne peut lire les chants d’Ossian sans être frappé de leur
              uniformité, et néanmoins Ossian n’a certainement pas été un seul et même
            barde</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. 457-8.</bibl> (13. Ott.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4359. <quote>
            <foreign lang="fre">Mais toutes ces différences entre les deux races (dorienne et
              ionienne) sont bien postérieures aux âges homériques: ceux même qui les ont le mieux
              observées ont reconnu cette vérité. Les Grecs d’Homère, remarque M. Heeren, se
              ressemblent <pb ed="aut" n="4409"/> tous, quelle que soit leur origine. Il n’y a nulle
              distinction à faire entre les Béotiens, les Athéniens, les Doriens, les Achéens que
              nous rencontrons dans ses poèmes. Les héros de ces diverses peuplades n’ont rien de
              local. Les contrastes qui les séparent, proviennent de leur caractère individuel et de
              leurs qualités personnelles. (<bibl>
                <author>Heeren</author>, <title>Ideen. Grecs</title>, (sic) pag. 117.</bibl>). Il en
              est de même des dieux. Bien que Junon soit la divinité spéciale de l’Argolide, Jupiter
              de l’Arcadie, de la Messénie et de l’Élide, Neptune de la Béotie et de l’Égialée,
              Minerve de l’Attique, toutes ces spécialités disparaissent dans la mythologie
              homérique</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. l. 7. ch. 3. p. 286-7</bibl>. Questa mancanza di località ne’
          caratteri ec. de’ Greci omerici, non verrebbe ella da difetto d’arte nel poeta, piuttosto
          che da reale uniformità di tutti i Greci di quel tempo (uniformità affatto inverisimile,
          trattandosi di tanti popoli, divisi di governo, e formanti in certa maniera tante diverse
          nazioni), come l’hanno creduto questi scrittori? (14. Ott. 1828.). In tal caso però i
          poemi omerici sarebbero o di un solo autore, o di autori tutti d’un medesimo paese, cosa
          non improbabile. Infatti essi non erano appena conosciuti nel Peloponneso al tempo di
          Licurgo, che li portò a Sparta, cioè portò seco rapsodi che li cantavano, dalla Ionia.
          (14. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4410"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les dieux sont jaloux, dit Homère (<bibl>
                <title>Il.</title> 7.455.</bibl>), non seulement du succès, mais de l’adresse et du
              talent. Toute prospérité mortelle fait ombrage à l’orgueil divin. On trouve chez les
              Grecs mod. un vestige assez curieux de cette anc. idée, que les dieux sont jaloux de
              tout ce qui est distingué. Ils considèrent la louange comme pouvant attirer les plus
              grands malh. sur la pers. qui en est l’objet, ou qui est propriétaire de la chose
              qu’on admire; et ils demand. avec instance au panégyriste indiscret de détourner
              l’effet de ses éloges par quelque signe de mépris qui désarme le corroux
            céleste</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Pouqueville</author>, <title lang="fre">Voy. en Morée</title>
          </bibl>). <bibl>Ib. ch. 6. p. 344-5. testo e note</bibl>. L’origine di ciò potrebbe però
          essere anco il timore delle concussioni turche, e la schiavitù. (14. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La morte consideravasi dagli antichi come il maggior de’ mali; le consolazioni degli
          antichi non erano che nella vita; i loro morti non avevano altro conforto che d’imitar la
          vita perduta; il soggiorno dell’anime, buone o triste, era un soggiorno di lutto, di
          malinconia, un esilio; esse richiamavano di continuo la vita con desiderio, ec. ec. Sopra
          tutte queste cose da me osservate altrove, v. Constant, ib. liv. 7. ch. 9. t. 3. (14. Ott.
          1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli antichi déi della Grecia ec. erano nell’immaginazione de’ greci, ec. e ne’ loro
          simulacri, ec. di figura mostruosa e spaventevole; abbellita a poco a poco col progresso
          della civiltà: segno che l’origine della religione fu il timore ec., come dico altrove. V.
          ib. ch. 5 (14. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4411"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il y a chez tous les peuples, comme le remarque un érudit célèbre (<bibl>
                <author>Wolff</author> (sic), <title>Prolegom.</title>, p. 69.</bibl>), un fait qui
              constate l’époque à laquelle l’usage de l’écriture devient général; c’est la
              composition d’ouvrages en prose. Aussi longtemps qu’il n’en existe point, c’est une
              preuve que l’écriture est encore peu usitée. Dans le dénûment de matériaux pour
              écrire, les vers sont plus faciles à retenir que la prose, et ils sont aussi plus
              faciles à graver. La prose naît immédiatement de la possibilité que les hommes se
              procurent de se confier, pour la durée de leurs compositions, à un autre instrument
              que leur mémoire</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. l. 8. ch. 3. p. 441-2.</bibl> (15. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">
              <bibl>Dans la <title>Grammaire comparée des langues de l’Europe latine avec celle des
                  troubadours</title>, page 302</bibl>, j’ai prouvé que le présent de l’infinitif,
              précédé de la négation, tenoit parfois lieu de l’impératif; que cette forme se
              retrouvoit dans l’ancien français ainsi que dans l’italien: mais il faut
              nécessairement que le verbe soit précédé de la négation, comme le verbe l’est ici, <hi
                rend="sc">ne</hi>
              <hi rend="italic">t’accompagner</hi>
              <hi rend="sc">mie</hi>
              <hi rend="italic">À home de malvese vie</hi>
            </foreign>
          </quote>. Raynouard. — <bibl>
            <title lang="fre">J. des Savans</title>, 1825. p. 184. Mars</bibl>. (15. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sopra l’uso di <foreign lang="grc">ἀκμὴν</foreign> (greco mod. <foreign lang="grc"
          >ἀκόμη</foreign>) p. <foreign lang="grc">ἔτι</foreign>, è da vedersi <bibl>
            <author>M. Letronne</author> nel <title lang="fre">Nouvel Examen critique et historique
              de l’Inscription grecque du roi nubien Silco</title>, articolo 1. alla linea 12.
            dell’Iscriz., nel <title>J. des Savans</title>, 1825. p. 108. Février.</bibl> (15. Ott.
          1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4412"/> Alla p. 4364. Il vero modo di citare questa Memoria di M.
          Letronne, è: <bibl>
            <title lang="fre">Nouvel Examen critique et historique de l’Inscription grecque du roi
              nubien Silco</title>. Partie historique. Sect. II</bibl>. — <bibl lang="fre">
            <title>Journ. des Savans</title>, 1825, Mai (3.<hi rend="apice">me</hi> article, et
            dernier.)</bibl> (15. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4407. Il vero titolo è: <title lang="ger">Nomadische Streifereien unter den
            Kalmüken</title>: (cioè <title lang="fre">Promenades nomades chez les Kalmuks</title>.)
          Riga 1804. 4. vol. in 8.<hi rend="apice">o</hi>. op. tradotta da M. Moris in francese:
            <title lang="fre">Voyage de Benjamin Bergmann chez les Kalmuks</title> (fatto nel 1802 e
          1803); Châtillon-sur-Seine, 1825. I. vol. in 8.<hi rend="apice">o</hi>. (esso non
          comprende i 2. ult. vol. dell’op. tedesca, che contengono delle traduzioni dal mongolico
          ec.) (<bibl>
            <title lang="fre">Journ. des Savans</title>, 1825. p. 363. sqq. Juin.</bibl>)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Utilità della pazienza ec. Una faccenda noiosa o penosa, un viaggio ec., quando è sulla
          fine, riesce più molesto che mai, le ultime miglia paiono le più lunghe ec., non già
          perchè l’uomo allora è più stanco, ma perchè l’impazienza si accresce per quella smania di
          arrivare, che nasce dal vedere il termine da vicino. (17. Ottob. 1828. Firenze.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4388. Questo es. potrebbe far credere vero che i diascheuasti omerici fossero di
          poco posteriori a Pisistrato, del che a p. 4355. (17. Ottob. 1828 .).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4359. L’epica, non solo per origine, ma totalmente, in quanto essa può esser
          conforme alla natura, e vera poesia, cioè consistente in <pb ed="aut" n="4413"/> brevi
          canti, come gli omerici, ossianici ec., ed in inni ec., rientra nella lirica. V. p. 4461.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4372. Infatti la lingua italiana tra le moderne è considerata per aver la più
          antica letteratura, perchè ha i più antichi libri veramente letterarii, e che abbiano
          esercitata ed esercitino ancora un’influenza perpetua sulla lingua e letteratura
          nazionale; mentre quanto all’antichità semplicemente di scrittura, cioè di versi e prose
          scritte in lingua volgare (anche lunghi poemi, lunghe Cronache ec.), la lingua italiana
          cede di gran lunga alla francese e spagnuola ec., per non parlare della tedesca ec. (anzi
          in ciò la lingua italiana è delle più moderne, se non la più.) Nondimeno è sempre vero che
          la letteratura italiana è la più antica delle viventi, perchè Dante, Petrarca Boccaccio
          sono i più antichi <emph>classici</emph> fra’ moderni, i più antichi che si leggano e
          nominino, non solo fra gli <emph>eruditi</emph> nazionali, ma fra tutti i
          <emph>colti</emph> d’Europa.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quando io dico: la natura ha voluto, non ha voluto, ha avuto intenzione ec., intendo per
          natura quella qualunque sia intelligenza o forza o necessità o fortuna, che ha conformato
          l’occhio a vedere, l’orecchio a udire; che ha coordinati gli effetti alle cause finali
            <emph>parziali</emph> che nel mondo sono evidenti. (20. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4406. Chi dicesse che i <emph>Persiani</emph> d’Eschilo sono di un persiano, o
          composti nel senso e spirito persiano, perchè l’interesse e la compassione quivi è tutta
          per i Persiani, direbbe bene nel senso de’ moderni, e pure avrebbe torto nel fatto. Essi
          sono di un greco, nazionale degli autori di quelle disgrazie, ec. (anzi se non erro,
          Eschilo militò contro i Persiani), e fatti per essere rappresentati <pb ed="aut" n="4414"
          /> ai greci. I Persiani, considerati in questo aspetto, sono propriamente il pendant
          dell’Iliade (e il comento), e il rovescio della <foreign lang="grc">Μιλήτου
          ἅλωσις</foreign> di Frinico.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Umbra, ombra — <foreign lang="spa">sombra</foreign> (spagn.), <foreign lang="fre"
          >sombre</foreign> (franc.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4363. marg. Perocchè i grammatici, diascheuasti ec. non sono giunti di gran lunga
          a render metrici tutti i versi omerici.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4369. Così ad Ossian si attribuirono tutte le poesie caledonie: ad Omero tutte
          quelle che compongono oggi l’Iliade e l’Odissea; tra le quali, supposta per vera la
          persona di quest’Omero, è però ben difficile, come appunto nelle ossianiche, il
          determinare quali sieno sue, quali d’altri; ed anche se ve ne sia alcuna di sue; anzi è
          veramente impossibile. Taccio poi delle tante altre poesie epiche attribuite ad Omero (e
          ad Esiodo), compresa la Batracomiomachia, sì manifesta parodia dell’Iliade: e ciò fin dal
          tempo di Erodoto, che nomina <title>
            <foreign lang="grc">τὰ Κύπρια ἔπεα</foreign>
          </title> come opera attribuita ad Omero, a cui egli però la nega (l. I. c. 117.
          Schweigh.), e gli <title>
            <foreign lang="grc">Ἐπίγονοι</foreign>
          </title> parimente, de’ quali pure egli dubita se sieno d’Omero (l. 4. c. 32. Schweigh.)
          (21. Ott.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il vedere che Omero (per usare, come dice Constant, questo nome collettivo) parlando
          della sua poesia, non dice mai di <emph>scrivere</emph>, ma sempre <emph>cantare</emph> o
            <emph>dire</emph>, è prova assai maggiore che non si crede, che i suoi versi in fatto
          non furono scritti. Noi, quantunque i nostri versi si scrivano, diciamo di cantarli,
          perchè la lingua antica, cioè la lingua di Omero, ha usata questa espressione per il
          poetare. Ma nella lingua di Omero, non vi poteva essere altra ragione <pb ed="aut"
            n="4415"/> per usarla e per non parlar mai di scrittura, se non, che le poesie in fatti
          si cantavano senza scriverle. Ho dimostrato altrove che dovunque esiste una lingua poetica
          formata, questa lingua non è altro che lingua antica. Ma i tempi d’Omero non potevano
          avere una lingua poetica (se non per lo stile, come i francesi), perchè non avevano
          antichità di lingua. E in fatti non avevano lingua poetica a parte: e Omero nomina tutti
          gli usi di que’ tempi, nomina le città, i popoli, i magistrati ec. co’ loro nomi propri e
            <emph>prosaici</emph>. Così accade in tutte le poesie primitive, e così Dante è pieno di
          nomi propri e prosaici, spettanti a geografia (Montereggione ec. ec.), costumi de’ suoi
          tempi, dignità ec., nomi che ora o sono sbanditi dalla lingua poetica, o non vi sono
          ammessi se non come usati da Dante. V. p. 4426. Se dunque l’uso del tempo omerico fosse
          stato che le poesie si scrivessero, Omero avrebbe detto francamente di
          <emph>scriverle</emph>. Il veder che nol dice mai, nemmen per perifrasi o metafora (come
          fa l’autore della Batracomiomachia subito nel bel principio, nell’invocazione; il quale
          dice il Wolf come cosa provata, essere stato verisimilmente circa i tempi d’Eschilo<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <bibl>V. p. 4483.</bibl>
          </note>), è prova quasi parlante che non le scriveva. (21. Ott. 1828. Firenze.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Perchè il moderno, il nuovo, non è mai, o ben difficilmente romantico; e l’antico, il
          vecchio, al contrario? Perchè quasi tutti i piaceri dell’immaginazione e del sentimento
          consistono in rimembranza. Che è come dire che stanno nel passato anzi che nel presente.
          (22. Ottobre. 1828. Firenze.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4416"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Qu’on jette une poultre entre ces deux tours de Notre-Dame de Paris,
              d’une grosseur telle qu’il nous la fault à nous promener dessus, il n’y a sagesse
              philosophique de si grande fermeté qui puisse nous donner courage d’y marcher comme si
              elle estoit à terre</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <author>Montaigne</author>, <title>Essais</title>, livre 2. chap. 12</bibl>. Pascal (<bibl>
            <title lang="fre">Pensées</title>
          </bibl>) si è appropriato questo pensiero. <quote>
            <foreign lang="fre">Le plus grand philosophe du monde, sur une planche plus large qu’il
              ne faut pour marcher à son ordinaire, s’il y avoit au-dessous un précipice, quoique sa
              raison le convainque de sa sûreté, son imagination prévaudra</foreign>
          </quote>. I funamboli fanno più ancora; ma ciò non distrugge la convenienza
          dell’osservazione soprascritta. (Firenze. 23. Ottobre. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La grazia in somma per lo più non è altro che il brutto nel bello. Il brutto nel brutto,
          e il bello puro, sono medesimamente alieni dalla grazia. (Firenze. 25. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4369. <quote>
            <foreign lang="fre">Le nom d’Ésope étoit d’ailleurs devenu dans la Grèce une espèce de
              sceau banal, qu’on attachoit à tous les apologues utiles et ingénieux, comme ceux de
              Pilpay, de Lockman, de Salomon, dans l’Orient</foreign>
          </quote>. (Così tutti i Salmi attribuiti a David, ec.). <bibl>
            <author>Charles Nodier</author>, <title lang="fre">Questions de littérature
            légale</title>, 2.<hi rend="apice">de</hi> édit. Paris 1828. par. 8.p. 68-9</bibl>. <quote>
            <foreign lang="fre">C’est le propre de l’érudition populaire de rattacher toutes ses
              connoissances à quelque nom vulgaire. Il y a peu de grandes actions de mer qu’on
              n’attribue à Jean Bart, peu d’espiègleries grivoises qu’on ne mette sur le compte de
              Roquelaure. Il en est <pb ed="aut" n="4417"/> de même, pour la foule, des auteurs à la
              portée desquels son intelligence peut s’élever. Il y a cent cinquante ans qu’un bon
              mot ne pouvoit éclore que sous le nom de Bruscambille ou de Tabarin</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. note, p. 68-9.</bibl> (Firenze. 26. Ottob. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho preso un poco di vino, <emph>quanto per</emph> dormire <foreign lang="grc">ὅσον
            καθεύδειν</foreign>, o <foreign lang="grc">πρὸς τὸ καθεύδειν</foreign> ec. (3. Nov.
          1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Οἶκος</foreign> — vicus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>De’ diascheuasti italiani e latini <bibl>v. <author>Perticari</author> (<title>Scritt.
              del 300</title>)</bibl> dove parla della pessima ortografia autografa del Petrarca
          Tasso ec., e dove prova che i latini del buon secolo, copiando o citando Ennio e gli altri
          antichi, li riducevano in gran parte alla moderna. (3. Nov. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La Divina Commedia non è che una <emph>lunga Lirica</emph>, dov’è sempre in campo il
          poeta e i suoi propri affetti. (Firenze. 3. Novembre. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ὡς ἔρχομαι φράσων, ὡς ἔρχομαι λέξως, περὶ οὗ ἔρχομαι λέξων</foreign>
          </quote> e simili; frasi frequentissime di Erodoto, nel semplicissimo senso del francese
            <foreign lang="fre" rend="italic">comme je vais dire</foreign> ec. (Firenze. 8. Nov.
          1828. Sabato.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Fratta — <foreign lang="grc">φράττω, καταφρακτὸς</foreign> ec. (Recanati. 30. Nov. 1828.
          Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non saprei come esprimere l’amore che io ho sempre portato a mio fratello Carlo, se non
          chiamandolo <emph>amor di sogno</emph>. (30. Nov.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Memorie della mia vita. — Felicità da me provata nel tempo <pb ed="aut" n="4418"/> del
          comporre, il miglior tempo ch’io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di
          durare finch’io vivo. Passar le giornate senza accorgermene; parermi le ore cortissime, e
          maravigliarmi sovente io medesimo di tanta facilità di passarle. V. p. 4477. — Piacere,
          entusiasmo ed emulazione che mi cagionavano nella mia prima gioventù i giuochi e gli
          spassi ch’io pigliava co’ miei fratelli, dov’entrasse uso e paragone di forze corporali.
          Quella specie di piccola gloria ecclissava per qualche tempo a’ miei occhi quella di cui
          io andava continuamente e sì cupidamente in cerca co’ miei abituali studi. (30. Nov.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di
          continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli
          occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo
          stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In
          questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista
          quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non
          che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti
          ricevono la sensazione. (30. Nov. I.a Domenica dell’Avvento.). V. p. 4502.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È cosa notata che il gran dolore (come ogni grande passione) non ha linguaggio esterno.
          Io aggiungo che non ne ha neppure interno. Vale a dire che l’uomo nel grande dolore non è
          capace di circoscrivere, di determinare a se stesso nessuna idea, nessun sentimento
          relativo al suggetto della sua passione, la quale idea o sentimento egli possa esprimere a
          se medesimo, e intorno ad essa volgere ed esercitare, per dir così, il pensiero nè dolor
          suo. Egli sente mille sentimenti, vede <pb ed="aut" n="4419"/> mille idee confuse insieme,
          o piuttosto non sente, non vede, che un sentimento, un’idea vastissima, dove la sua
          facoltà di sentire e di pensare resta assorta, senza potere, nè abbracciarla tutta, nè
          dividerla in parti, e determinar qualcuna di queste. Quindi egli allora non ha
          propriamente pensieri, non sa neppur bene la causa del suo dolore; egli è in una specie di
          letargo; se piange (e l’ho osservato in me stesso), piange come a caso, e in genere, e
          senza saper dire a se stesso <emph>di che</emph>. Quei drammatici, e simili, che in
          circostanze di grandi passioni introducono de’ soliloqui, fondandosi sulla convenzione che
          permette a’ suoi personaggi di dire alto quello che essi direbbero tra se medesimi se
          fossero reali, sappiano che in tali circostanze l’uomo tra se non dice nulla, non parla
          punto neppur seco stesso. E fra tali drammatici ve n’ha de’ sommi (Shakespeare medesimo),
          se non son tali tutti. (30. Nov. 1828. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4280. Ho veduto io stesso un canarino domestico e mansuetissimo, appena
          presentato a uno specchio, stizzirsi colla propria immagine, ed andarle contro colle ali
          inarcate e col becco alto.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4241. Vedesi l’uomo nato nobile nella critica libera, franca, spregiudicata ed
          originale, ed anche nella ragionevole e spregiudicata morale teologica del marchese
          Maffei; nello stile originale, nel modo individuale di pensare e di poetare, nel tuono
          ardito e sicuro, nella stessa fermezza e forza d’opinion religiosa e superstiziosa del
          Varano. (1. Dicembre. 1828. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4420"/> Memorie della mia vita. — Andato a Roma, la necessità di conviver
          cogli uomini, di versarmi al di fuori, di agire, di vivere esternamente, mi rese stupido,
          inetto, morto internamente. Divenni affatto privo e incapace di azione e di vita interna,
          senza perciò divenir più atto all’esterna. Io era allora incapace di conciliar l’una vita
          coll’altra; tanto incapace, che io giudicava questa riunione impossibile, e mi credeva che
          gli altri uomini, i quali io vedeva atti a vivere esternamente, non provassero più vita
          interna di quella ch’io provava allora, e che i più non l’avessero mai conosciuta. La sola
          esperienza propria ha potuto poi disingannarmi su questo articolo. Ma quello stato fu
          forse il più penoso e il più mortificante che io abbia passato nella mia vita; perch’io,
          divenuto così inetto all’interno come all’esterno, perdetti quasi affatto ogni opinione di
          me medesimo, ed ogni speranza di riuscita nel mondo e di far frutto alcuno nella mia vita.
          (1. Dic. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il giovane, per la stessa veemenza del desiderio che ne sente è inabile a figurare nella
          società. Non diviene abile se non dopo sedato e pressochè spento il desiderio, e il
          rimovimento di quest’ostacolo ha non piccola parte nell’acquisto di tale abilità. Così la
          natura delle cose porta che i successi sociali, anche i più frivoli, sieno impossibili ad
          ottenere quando essi cagionerebbero un piacere ineffabile; non si ottengano se non quando
          il piacere che danno è scarso o nessuno. Ciò si verifica esattamente: perchè se anco una
          persona arriva ad ottener de’ successi nella prima gioventù, non vi arriva se non perchè
          il suo animo percorrendo rapidamente lo stadio della vita, <pb ed="aut" n="4421"/> è
          giunto assai tosto (come spesso accade) a quello stato nel quale i successi sociali si
          desiderano leggermente, e poco o niun piacere cagionano. (1. Dic. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nelle mie passeggiate solitarie per le città, suol destarmi piacevolissime sensazioni e
          bellissime immagini la vista dell’interno delle stanze che io guardo di sotto dalla strada
          per le loro finestre aperte. Le quali stanze nulla mi desterebbero se io le guardassi
          stando dentro. Non è questa un’immagine della vita umana, de’ suoi stati, de’ beni e
          diletti suoi? (1. Dicembre. 1828. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La Natura è come un fanciullo: con grandissima cura ella si affatica a produrre, e a
          condurre il prodotto alla sua perfezione; ma non appena ve l’ha condotto, ch’ella pensa e
          comincia a distruggerlo, a travagliare alla sua dissoluzione. Così nell’uomo, così negli
          altri animali, ne’ vegetabili, in ogni genere di cose. E l’uomo la tratta appunto com’egli
          tratta un fanciullo: i mezzi di preservazione impiegati da lui per prolungar la durata
          dell’esistenza o di un tale stato, o suo proprio o delle cose che gli servono nella vita,
          non sono altro che quasi un levar di mano al fanciullo il suo lavoro, tosto ch’ei l’ha
          compiuto, acciò ch’egli non prenda immantinente a disfarlo. (2. Dic. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Memorie della mia vita. — Sempre mi desteranno dolore quelle parole che soleva dirmi
          l’Olimpia Basvecchi riprendendomi del mio modo di passare i giorni della gioventù, in
          casa, senza vedere alcuno: che gioventù! che maniera di passare cotesti anni! Ed io
          concepiva intimamente e perfettamente anche allora tutta la ragionevolezza di queste
          parole. Credo <pb ed="aut" n="4422"/> però nondimeno che non vi sia giovane, qualunque
          maniera di vita egli meni, che pensando al suo modo di passar quegli anni, non sia per
          dire a se medesimo quelle stesse parole. (2. Dicembre. 1828. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La lingua spagnuola pare e parrà sempre ridicola agl’Italiani per la stessa ragione per
          cui la scimmia riesce un animale ridicolo all’uomo: estrema similitudine con gravi
          differenze. Ma questo ridere dello spagnuolo, assolutamente parlando, è per lo meno così
          irragionevole come il ridere della scimmia; e di più, è soggetto a reciprocità; giacchè è
          naturale che l’italiano riesca, e con altrettanta ragione, altrettanto ridicolo agli
          Spagnuoli. Lo spagnuolo ci riesce ridicolo nel modo e per la ragione che ci riesce tale un
          dialetto dell’italiano. Similmente l’italiano dee riuscire ridicolo agli spagnuoli come un
          dialetto della lingua spagnuola. Egli è dunque un vero pregiudizio negl’Italiani il
          considerar lo spagnuolo come lingua o pronunzia che abbia qualcosa di ridicolo in se,
          argomentando dall’effetto che essa fa in noi. (2. Dic. 1828.). (Vedi la pag. 4506.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4248. fine. I greci molto ragionevolmente, checchè ne dica Cicerone, che
          preferisce la voce latina convivio, chiamavano il convito <emph>simposio</emph>, cioè
          compotazione, perchè in esso non era veramente comune, e fatto in compagnia, se non solo
          il bere, cosa ragionevolissima, e non il mangiare, come forse tra’ Romani ec. (V. il luogo
          di Cic. nel Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Convivium</foreign>, o <foreign
            lang="lat" rend="italic">Sympos.</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Compotat.</foreign> ec.) (2. Dic. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Guadagnoli recitante in mia presenza all’Accademia de’ Lunatici in Pisa, presso Mad.
          Mason, le sue Sestine burlesche sopra la propria vita, accompagnando il ridicolo dello
          stile e del soggetto con quello dei gesti e della recitazione. Sentimento doloroso che io
          provo in casi simili, vedendo un uomo giovane, ponendo in burla se stesso, la propria
          gioventù, le <pb ed="aut" n="4423"/> proprie sventure, e dandosi come in ispettacolo e in
          oggetto di riso, rinunziare ad ogni cara speranza, al pensiero d’ispirar qualche cosa
          nell’animo delle donne, pensiero sì naturale ai giovani, e abbracciare e quasi scegliere
          in sua parte la vecchiezza spontaneamente e in sul fiore degli anni: genere di
          disperazione de’ più tristi a vedersi, e tanto più tristo quanto è congiunto ad un riso
          sincero, e ad una perfetta <foreign lang="fre" rend="italic">gaieté de coeur</foreign>.
          (Recanati. 3. Dic. festa di S. Fr. Saverio. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Io abito nel bel mezzo d’Italia, nel clima il più temperato del mondo; esco ogni giorno a
          passeggiare nelle ore più temperate della giornata; scelgo i luoghi più riparati, più
          acconci ed opportuni; e dopo tutto questo, appena avverrà due o tre volte l’anno, che io
          possa dire di passeggiare con tutto il mio comodo per rispetto al caldo, al freddo, al
          vento, all’umido, al tempo e simili cose. E vedete infatti, che la perfetta comodità
          dell’aria e del tempo è cosa tanto rara, che quando si trova, anche nelle migliori
          stagioni, tutti, come naturalmente, sono portati a dire: <emph>che bel tempo! che
            buon’aria dolce! che bel passeggiare!</emph> quasi esclamando, e maravigliandosi come di
          una strana eccezione, di quello che, secondo il mio corto vedere, dovrebbe pur esser la
          regola, se non altro, nei nostri paesi. Gran benignità e provvidenza della natura verso i
          viventi! (3. Dic. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’esclusione dello straniero e del suddito dai diritti (quantunque naturali e primitivi)
          del cittadino e della nazion dominante, esclusione caratteristica di tutte le legislazioni
          antiche, di tutte le legislazioni appartenenti ad una mezza civiltà; esclusione fondata
          implicitamente in una opinione d’inferiorità di natura delle <pb ed="aut" n="4424"/> altre
          razze d’uomini alla dominante o cittadina, ed esplicitamente basata sopra questo
          principio, e ridotta a teoria e dottrina scientifica e filosofica per la prima volta che
          si sappia (come tante altre opinioni e cognizioni del suo tempo) da Aristotele nella
          Politica (opera citata spesso da Niebuhr nella Storia Romana come genuina d’Aristotele);
          questa esclusione, dico, è manifestissima in tutte le legislazioni de’ bassi tempi, nelle
          quali il favor della legge in difesa delle proprietà o delle persone, ed ogni altro
          diritto, era quasi esclusivamente per li soli nobili. In Francia un nobile che uccidesse
          un ignobile, non aveva altra pena che di gettare cinque soldi sulla sepoltura dell’ucciso:
          tale era la legge. (Courier.) Così di tutti gli altri diritti. Ed è ben noto che le
          legislazioni moderne non sono ancora ben purgate di questo lor vizio originale di
          distinguere due razze d’uomini, nobili e ignobili ec. Ora i nobili, com’è osservato da’
          giurisconsulti e storici, sono per lo più e quasi totalmente, in quelle semibarbare
          legislazioni, sinonimo di liberi, d’ingenui, di <emph>cittadini</emph>, di
          <emph>burghers</emph> in Germania, (<bibl>
            <author>Niebuhr</author>, <title>Stor. rom.</title> p. 283.</bibl>) nazionali,
          appartenenti alla nazion dominante, e per la quale son fatte le leggi; e gl’ignobili non
          sono in origine che stranieri, sudditi, servi, membri della nazione vinta e conquistata.
          Tutte le deplorate perversità delle legislazioni de’ bassi tempi e moderne, relative alla
            <emph>nobiltà</emph> (sinonimo d’ingenuità, nazionalità) provengono da quel principio di
          distinzione tra cittadino e straniero relativamente ai diritti dell’uomo, che abbiamo
          spesso considerata ne’ più antichi popoli. Qua pure appartiene la legislazione turca
          relativamente ai raja, cioè schiavi, cioè greci, vinti e conquistati, uomini considerati
          diversi da’ turchi. (4. Dic. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4425"/> Conservare la purità della lingua è un’immaginazione, un sogno,
          un’ipotesi astratta, un’idea, non mai riducibile ad atto, se non solamente nel caso di una
          nazione che, sia riguardo alla letteratura e alle dottrine, sia riguardo alla vita, non
          abbia ricevuto nulla da alcuna nazione straniera. La greca, per una stranissima
          combinazione di circostanze, si trovò, dopo la formazione della sua lingua e letteratura,
          per lunghissimo spazio di tempo, nel detto caso. Essa nazione greca (se non vogliamo
          associarvi la chinese) è fra le nazioni civili la cui storia sia conosciuta, il solo
          esempio reale di un caso siffatto, e la lingua greca è altresì la sola lingua colta che
          abbia per lungo spazio conservata una vera ed effettiva purità. La lingua latina fu impura
          tosto che divenne colta e letteraria. L’italiana fu impurissima nel suo stesso nascere
          come lingua scritta, piena di provenzalismi e di francesismi: poi, per la rara circostanza
          che l’Italia, divenuta maestra e lume e fonte alle altre nazioni, si trovò, come la
          Grecia, nel caso di non ricever nulla di fuori, essa lingua conservò una certa purità;
          finchè mutata (anzi ridotta all’opposto) la circostanza, essa divenne nuovamente, e
          rimane, impurissima. Alle nazioni presenti e future (e all’italiana soprattutto) durando
          il presente stato reciproco delle nazioni e delle letterature, la purità della lingua,
          presupposto che di questa lingua le nazioni vogliano far uso, è cosa immaginaria e
          impossibile. (5. Dic. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>No<hi rend="italic">v</hi>em — (noundinae) n<hi rend="italic">u</hi>ndinae: quasi
            <emph>novendiales</emph>, mercati o fiere che si tenevano ogni nono giorno, cioè ogni
          otto giorni (ch’era l’antica settimana degli Etruschi) una volta. (Niebuhr, Stor. rom.)
          (11. Dic. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4426"/> Alla p. 4415. Dante, dal quale egli (il Monti) tolse l’arte di ben
          fissare la fantasia del lettore sul luogo della scena, verseggiando la Geografia spesse
          volte assai più maestrevolmente che Dante stesso non faccia; e l’arte più notabile ancora,
          che in Dante stimava Rousseau, di chiamare le cose coi nomi lor propri. <bibl>
            <title>Antolog. di Fir.</title> Ottob. 1828. vol. 32. num. 94. p. 177.</bibl> (Recanati
          13. Dic. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Un oggetto qualunque, p. e. un luogo, un sito, una campagna, per bella che sia, se non
          desta alcuna rimembranza, non è poetica punto a vederla. La medesima, ed anche un sito, un
          oggetto qualunque, affatto impoetico in se, sarà poetichissimo a rimembrarlo. La
          rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro, se non perchè
          il presente, qual ch’egli sia, non può esser poetico; e il poetico, in uno o in altro
          modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago. (Recanati. 14.
          Dic. Domenica. 1828.). V. p. seg. e p. 4471.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">I</hi>
            <hi rend="sc">o</hi>
            <hi rend="italic">vis</hi> — <hi rend="italic">I</hi>
            <hi rend="sc">u</hi>
            <hi rend="italic">ppiter</hi>
          </foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">Iovis pater</foreign> (Iouppiter).
          L’etimologia data da qualche antico, <foreign lang="lat" rend="italic">juvans
          pater</foreign> (v. Forcellini), mostra che già anticamente era poco nota o dimenticata la
          contrazione dell’<emph>ov</emph>, o <emph>ou</emph>, in <emph>u</emph>, propria
          dell’antico latino siccome di molte altre lingue. (21. Dic. Domen. festa di S. Tommaso.
          1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il fut reçu (<bibl lang="fre">
                <author>M. Charles le Beau</author>, auteur de l’<title>Hist. du Bas Empire</title>
              </bibl>) à l’académie des belles lettres, en 1759 ayant cette même année remporté le
              prix, dont le sujet étoit cette question importante et vraiment philosophique: <hi
                rend="italic">Pourquoi la langue grecque s’est-elle conservée si long-temps dans sa
                pureté, tandis que la langue latine s’est altérée de si bonne heure</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Encyclop. méthodique</title>
          </bibl>. Histoire: art. Beau (Charles le). (24. Dic. Vigil. di Natale. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4427"/> Alla p. preced. Il piacere che ci danno un certo stile semplice e
          naturale (come l’omerico), le immagini fanciullesche, e quindi popolari, circa i fenomeni,
          la cosmografia ec.; in somma il piacere che ci dà la poesia, dico la poesia antica e
          d’immagini; tra le sue cagioni, ha per una delle principali, se non la principale
          assolutamente, la rimembranza confusa della nostra fanciullezza che ci è destata da tal
          poesia. La qual rimembranza è, fra tutte, la più grata e la più poetica; e ciò,
          principalmente forse, perchè essa è più rimembranza che le altre, cioè a dire, perchè è la
          più lontana e più vaga. (1. del 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uso, comune a tante antiche (e moderne) nazioni e religioni, di conservare con
          grandissima gelosia il fuoco ne’ templi, e con tanta cura che non si spegnesse mai; non
          avrebb’egli per sua origine (come tante altre pratiche religiose dell’antichità, derivate,
          quali evidentemente, e quali in modo che oggi la loro origine appena si può indovinare, da
          bisogni o utilità sociali, da tradizioni scientifiche ec.) la rimembranza e la tradizione
          della difficoltà provata primitivamente per accender fuoco al bisogno, per conservarlo o
          rinnovarlo a piacere; e la tema di non perdere il fuoco affatto, cioè non poterlo riavere,
          se si fosse lasciato spegnere? (1. del 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Usarono gli antichi latini di aggiungere un <emph>d</emph> alla fine delle voci per
          evitare l’<emph>iato</emph>, o ne’ versi l’elisione ec. Anche nel mezzo delle voci
          composte; come in <foreign lang="lat" rend="italic">prosum</foreign>:<foreign lang="lat"
            rend="italic"> pro-d-es, pro-d-esse</foreign> ec. — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >prodire, prodigere, redire, redigere</foreign> ec. ec. (<bibl>V.
            <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">D littera</foreign>
          </bibl>). Così i nostri, specialmente antichi, <emph>od, ned, ad, sed, ched</emph> ec.,
          uso certamente non derivato da’ libri di quegli antichi latini. Segno che quest’uso
          conservossi per via del latino volgare ec. (1. del 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4428"/> La mia filosofia, non solo non è conducente alla misantropia, come
          può parere a chi la guarda superficialmente, e come molti l’accusano; ma di sua natura
          esclude la misantropia, di sua natura tende a sanare, a spegnere quel mal umore,
          quell’odio, non sistematico, ma pur vero odio, che tanti e tanti, i quali non sono
          filosofi, e non vorrebbono esser chiamati nè creduti misantropi, portano però cordialmente
          a’ loro simili, sia abitualmente, sia in occasioni particolari, a causa del male che,
          giustamente o ingiustamente, essi, come tutti gli altri, ricevono dagli altri uomini. La
          mia filosofia fa rea d’ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge
          l’odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all’origine vera de’ mali de’
          viventi. ec. ec. (Recanati. 2. Gennaio. 1829.). V. pag. 4513.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto male, dal vedere che le radici di certe lingue non hanno somiglianza alcuna con
          quelle di certe altre, si concluda (come fa il <bibl>
            <author>Niebuhr</author>, <title>Stor. rom.</title> p. 44. ediz. ingl.</bibl>) e contro
          l’affinità istorica di esse lingue, e contro l’unità di origine dei linguaggi umani; si
          può raccogliere dal considerare le radici di quelle lingue le cui relazioni ci sono note.
          Figuriamoci che la lingua latina e la francese ci fossero quasi sconosciute; che si
          sapesse però che nell’una di quelle il giorno si chiamava <foreign lang="lat"
            rend="italic">dies</foreign>, nell’altra <foreign lang="fre" rend="italic"
          >jour</foreign>: vi sarebbe egli alcuno che, non dico scoprisse, ma immaginasse,
          sospettasse solamente, la menoma analogia fra queste due voci? le quali non hanno comune
          neppure una lettera? E pur la francese deriva immediatamente dalla latina, essendo una
          semplice corruzione di <foreign lang="lat" rend="italic">diurnus</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">diurnum</foreign> (sottinteso <foreign lang="lat" rend="italic"
            >tempus</foreign>), che nel latino basso o rustico si usò in vece della voce originale
            <foreign lang="lat" rend="italic">dies</foreign>. V. p. 4442. E malgrado che il latino e
          il francese e la derivazione dell’una dall’altra sieno <pb ed="aut" n="4429"/>
          conosciutissimi, pure è probabile che neppure i dotti avrebbero indovinato l’etimologia
          della parola <foreign lang="fre" rend="italic">jour</foreign> se non si fosse anche
          conosciuta la corrispondente e identica parola italiana <emph>giorno</emph>, che
          quantunque niente abbia anch’essa di comune con <foreign lang="lat" rend="italic"
          >dies</foreign>, serba però più somiglianza a <foreign lang="lat" rend="italic"
          >diurnum</foreign> (<emph>giorno</emph> per <emph>diorno</emph>, come viceversa i toscani
            <emph>diaccio, diacere</emph> ec. coi derivati, per <emph>ghiaccio, giacere</emph> ec.).
          Dimando io: se del francese e del latino non si conoscessero se non queste due voci (che
          son pure istoricamente quasi identiche), verrebbe egli in mente ad alcuno che quelle due
          lingue fossero analoghe? che l’una fosse figlia genuina dell’altra? Non si affermerebbe
          anzi confidentemente che esse lingue fossero di diversissime famiglie ec.? (3. Gen.
          1829.). Ora se questo ci accade in lingue di cui abbiamo cognizione intera, viventi,
          derivate immediatamente l’una dall’altra, con milioni di mezzi per iscoprire l’etimologia
          delle loro radici; che ci accadrà in lingue remotissime, quasi ignote, antichissime, non
          figlie, non sorelle, ma bisnipoti, parenti lontanissime ec. ec.? chi ardirà di dire con
          sicurezza che una tal voce, perchè non ha somiglianza alcuna con un’altra di altra lingua,
          non abbia con essa niuna affinità istorica? E notate che la voce <foreign lang="fre"
            rend="italic">jour</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">dies</foreign> ec.
          esprime un’idea quasi delle primitive, e delle più usuali nel discorso ec. V. p. 4485.
          Così, è provato che <foreign lang="lat" rend="italic">equus</foreign> è la stessa voce che
            <foreign lang="grc">ἵππος</foreign> (<bibl>
            <author>Niebuhr</author>, <title>Stor. rom.</title> p. 65. not. 223. t. 1.</bibl>),
            <foreign lang="grc">ὕπνος</foreign> che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >somnus</foreign>, ec. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto presto e facilmente arrivi il fanciullo a cavar conclusioni dal confronto de’
          particolari, a generalizzare, ad astrarre, e ad acquistar da se stesso la cognizione di
          principii e di astrazioni che paiono di acquisto difficilissimo (e certo è mirabile il
          conseguirlo), si può vedere, fra l’altre, da questa considerazione. Io ho notato, e tutti
          possono notare, bambini di due anni, profferire i verbi irregolari della lingua colle
          inflessioni che essi <pb ed="aut" n="4430"/> avrebbero dovuto avere se fossero stati
          regolari: p. e. dire <emph>io teno, io veno, io poto</emph>, per <emph>tengo, vengo,
          posso</emph>. Certamente, da nessuno sentivano essi dire io teno ec.; non dicevano dunque
          così per imitazione, ma per riflessione, per ragionamento; concludevano essi che se da
            <emph>sentire</emph> p. e. si fa <emph>io sento</emph>, da <emph>vedere, io vedo</emph>,
          la prima persona di <emph>tenere, potere</emph>, doveva essere <emph>io teno, io
          poto</emph>; di <emph>venire</emph>, io <emph>veno</emph>. E sbagliavano per esattezza di
          raziocinio e di generalizzazione. Avevano dunque già trovate da se le regole generali
          delle inflessioni de’ verbi, e formatosi già in mente il tipo, il paradigma, delle loro
          diverse coniugazioni: ritrovamento che esige tanta infinità di confronti, tanto acume di
          mente, e che pare uno sforzo dello spirito metafisico de’ primi grammatici: ai quali non è
          punto inferiore un tal bambino. ec. ec. Quest’osservazione merita grand’attenzione dagli
          psicologi e ideologi. V. p. 4519. (4. del 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4369. Socrate ancora appartiene a questo discorso. Dico ciò, avendo riguardo, non
          tanto ai Dialoghi di Platone, o platonici, ed ai Memorabili di Senofonte, quanto alla gran
          moltitudine di sentenze, similitudini o comparazioni, apoftegmi e detti morali, che sotto
          nome di Socrate, tratti da diversi autori e compilatori che li riferivano, si leggono
          nelle collezioni o florilegii di Stobeo, d’Antonio, di Massimo. (4. del 1829.). V. p.
          4469. fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al nostro <emph>da capo</emph> è anche analogo il greco <foreign lang="grc"
          >ἄνωθεν</foreign> per <emph>di nuovo</emph>, (quasi <emph>da cima</emph>, che noi diremmo
          anche appunto <emph>da capo</emph>). <bibl>
            <author>Socrate</author>, ap. <author>Stobeo</author>, cap. 123. <foreign lang="grc"
              >παρηγορικά</foreign>: ed. Gesner., Tigur. 1559.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">πεττείᾳ τινὶ ἔοικεν ὁ βίος• καὶ δεῖ ὥσπερ ψῆφόν τινα τίθεσθαι τὸ
              συμβαῖνον· οὐ γάρ ἐστιν ἄνωθεν βαλεῖν οὐδὲ ἀναθέσθαι τὴν ψῆφον</foreign>
          </quote>. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Aleae ludo similis est vita: et quicquid evenit,
              veluti quandam tesseram disponere oportet. Non enim denuo jacere licet, neque tesseram
              aliter ponere</foreign>
          </quote> (versio Gesneri.) Al <pb ed="aut" n="4431"/> qual luogo Io. <bibl>
            <author>Conradus Orellius</author>, <title lang="lat">Opusc. Graecorum veterum
              sententiosa et moral.</title> t. 1. p. 455-6. Lips. 1819.</bibl>, fa questa
          annotazione. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἄνωθεν βαλεῖν</foreign>) <foreign lang="grc">ἄνωθεν</foreign>,
              <foreign lang="lat" rend="italic">denuo, iterum</foreign>, <foreign lang="ger"
              rend="italic">wieder von vorne an</foreign>
          </quote>. Sic et Paulus Apostolus Gal. IV. 9. <quote>
            <foreign lang="grc">οἷς πάλιν</foreign>
          </quote> (questa voce è forse una glossa) <quote>
            <foreign lang="grc">ἄνωθεν δουλεύειν ἐθέλετε</foreign>
          </quote>. et Josephus Antiquitt. Lib. I. Cap. XVIII. par. 3. <quote>
            <foreign lang="grc">φιλίαν ἄνωθεν ποιεῖται πρὸς αὐτόν</foreign>
          </quote>. <foreign lang="lat">quem locum apposite citat Schleusner. in <hi rend="italic"
              >Lex</hi>
          </foreign>. N. Test. h.v. (5. del 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Pitagora</author> ap. <author>Jamblich.</author>
            <title>de vit. Pyth.</title> cap. 18. p. 183. ed. Kiesslingii</bibl> (editio novissima,
          la chiama l’Orelli nel 1819): <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀγαθὸν οἱ πόνοι• αἱ δὲ ἡδοναὶ ἐκ παντὸς τρόπου κανόν</foreign>
          </quote>. Benissimo: ma che dire di quella o intelligenza o cieca necessità che ha
          ordinate così le cose? e a che pro le fatiche, se il piacere, che è il solo fine
          possibile, è sempre male? (6, 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4406. <bibl>
            <author>Giuliano</author>, ep. 22. p. 389.</bibl> B. Spanhem. <quote>
            <foreign lang="grc">Ὁ λογοποιὸς ὁ Θούριος</foreign>
          </quote> (Erodoto). <bibl>
            <author>Strab.</author> l. XIV. p. 656.</bibl> e <bibl>
            <author>Diodoro</author>, l. II p. 262</bibl> (Fabricius) chiamano Erodoto <quote>
            <foreign lang="grc">συγγραφέα</foreign>
          </quote>. — Anche nelle lingue moderne, le prime prose scritte, voglio dire, i primi libri
          in prosa, sono ordinariamente storici, cioè cronache e simili. (6, 1829.). V. p. 4464.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4353. poemata etc. duntaxat decantata voce, perinde ut: apud veteres Germ. ac
          Getas carmina antiqua, quae Tac. in lib. de morib. etc. et Jornandes cap. 4 et 5 de reb.
          Geticis, celebrat. Fabric. <title>B. G.</title> I. I. p. 3-4. (6. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Digamma. <bibl lang="eng">
            <title>The history of Rome</title> by <author>B. G. Niebuhr</author>, translated by
            Julius Charles Hare, M. A. and Connop Thirlwall, M. A. fellows of Trinity college,
            Cambridge. the first volume. Cambridge, 1828. sezione intitolata: <title>Ancient
            Italy</title>; p. 17. not. 33</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">Micali <pb ed="aut" n="4432"/> with great plausibility explains the
              Oscan <hi rend="italic">Viteliu</hi> on the Samnite denary of the same age (the age of
              the Marsic war) to be the Sabellian form of <hi rend="italic">Italia</hi>. T. I. p.
              52. The analogy of</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Latium, Samnium</foreign>, <foreign lang="eng">gives</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Italium</foreign>, <foreign lang="eng">or with the
              digamma</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Vitalium, Vitellium</foreign>; <foreign lang="eng">and</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Vitellio</foreign>
            <foreign lang="eng">is like</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Samnio. Vitalia</foreign>
            <foreign lang="eng">is mentioned by Servius among the various names of the country: on
              Aen. VIII. 328. — p. 18. In the Tyrrhenian or the ancient Greek (not. 36. In the
              former, according to Apollodorus Bibl. II. 5. 10.; in the latter, according to Timaeus
              quoted by Gellius XI. 1. Hellanicus of Lesbos cited by Dionysius, I. 35, does not
              determine the language. Tyrrhenian however here does not mean Etruscan, but Pelasgic,
              as in the Tyrrhenian glosses in Hesychius.)</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">italos</foreign>
            <foreign lang="eng">or</foreign>
            <foreign lang="eng">itulos</foreign>
            <foreign lang="eng">meant an ox. The mythologers connected this with the story of
              Hercules driving the Geryon’s herd (not. 37. Hellanicus and Apollodorus in the
              passages just referred to) through the country: Timaeus, in whose days such things
              were no longer thought satisfactory, saw an allusion to the abundance of cattle in
              Italy. (not. 38. Gellius XI. 1. Piso, in Varro de re r. II. 1, borrowed the
              explanation from the Greeks.)... In the Oscan name of the country (dell’antica
              Italia), which, as we have seen, was Vitellium, there is an evident reference to
              Vitellius, the son of Faunus and of Vitellia, a goddess worshipt in many parts of
              Italy</foreign>
          </quote>. (not. 39. Suetonius Vitell. I.) — Altrove l’autore nota che <foreign lang="lat"
            rend="italic">Vitulus</foreign>, cognome di una famiglia romana, non è che <foreign
            lang="lat" rend="italic">Italus</foreign>; preso, come tanti altri, dal paese originario
          della famiglia. (7. 1829.).</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4433"/>
          <bibl>Ib. sezione intitolata <title lang="eng">The Oenotrians and Pelasgians</title>, p.
            38-9.</bibl> l’autore nota e dimostra <quote>
            <foreign lang="eng" rend="italic">that, according to manifold analogy, Sikelus and
              Italus are the same name</foreign>
          </quote> (<bibl lang="eng">not. 122. as <foreign lang="grc">Σελλος</foreign> and <foreign
              lang="grc">Ελλην</foreign>. <author>Aristot</author>. <title>Meteorol</title>. I. 14.
            p. 33. Sylb.</bibl> (<bibl>vedi <author>Cellar.</author> t. 1. p. 886.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="eng">T and K are interchanged as in Latinus and Lakinius</foreign>
          </quote>); e che però ugualmente Sicilia ed Italia sono un nome solo e medesimo I Siceli,
          secondo l’autore, furono Pelasghi, di quelli chiamati Tirreni, che dall’Italia, cioè da
          quella parte della penisola che allora si chiamava propriamente Italia, cacciati dagli
          Aborigini, emigrarono in Sicilia, così detta d’allora in poi, dal nome di questi
          emigranti, Siceli, cioè Itali. (9. 1829.).</p>
        <p>
          <bibl>Ib. p. 40. not. 127</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">Salmasius saw that Maleventum or Maloentum, in the heart of what was
              afterward Samnium would in pure Greek have been Maloeis or Malus</foreign>
          </quote>. E l’autore lo dimostra con altri esempi di nomi latini neutri in
          <emph>entum</emph> derivati da nomi greci mascolini in <foreign lang="grc">ας</foreign> o
            <foreign lang="grc">ους</foreign>, genitivo <foreign lang="grc">εντος</foreign>. Vedi
          nel Cellar. e nel Forc. le sciocche etimologie di Maleventum date dagli antichi latini, le
          quali dimostrano la loro ignoranza o inavvertenza circa il digamma. (9. 1829.). Anzi da
          tale ignoranza sembra nato il nome di Beneventum dato a quel che prima fu Maleventum.</p>
        <p>
          <bibl>Ib. p. 50-1</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">We may observe a magical power exercised by the Greek language and
              national character over foreign races that came in contact with them. The inhabitants
              of Asia Minor hellenized themselves from the time of the Macedonian conquest, almost
              without any settlements among them of genuine Greeks: Antioch, though the common
              people spoke a barbarous language, became altogether a Greek city; and the entire
              transformation of the Syrians was averted only by their Oriental inflexibility. Even
              the Albanians, who have settled as colonies in modern <pb ed="aut" n="4434"/> Greece,
              have adopted the Romaic by the side of their own language, and in several places have
              forgotten the latter: it was in this way only that the immortal Suli was Greek; and
              the noble Hydra itself, the destructions of which we shall perhaps have to deplore
              before the publication of this volume, is an Albanian settlement. .. Calabria, like
              Sicily, continued a Grecian land, though Roman colonies were planted in the coasts:
              the Greek language only began to give way there in the 14th century; and it is not
              three hundred years since it prevailed</foreign> (dominava) <foreign lang="eng">at
              Rossano, and no doubt much more extensively; for our knowledge of the fact as to that
              little town is merely accidental: indeed even at this day there is remaining in the
              district of Locri a population that speaks Greek. (not. 163. For the assurance of this
              fact, which is stated in several books of travels in a questionable manner, I am
              indebted to the Minister Count Zurlo; whose learning precludes the possibility of his
              having confounded the natives with the Albanian colonies.)</foreign>
          </quote> (10. 1829.).</p>
        <p>
          <bibl>Ib. sezione intitolata <title lang="eng">The Opicans and Ausonians</title>, p.
          57</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">Olsi, as it stands in the Periplus of Scylax</foreign> (<bibl>not.
              190. <foreign lang="grc">Ὀλσοὶ</foreign>. Peripl. 3.</bibl>), <foreign lang="eng">is
              no errour of the transcriber; it is Volsi dropping the Digamma; hence Volsici was
              derived, and then contracted into Volsci... I have no doubt that the Elisyci or
              Helisyci, mentioned by Herodotus (VII. 165.) among the tribes from which the
              Carthaginians levied their army to attack Sicily in the time of Gelon, are no other
              people than the Volsci</foreign>
          </quote>. — (10. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Dispersar</foreign>
          </quote> spagn. (<bibl>
            <author>Quintana</author>
          </bibl>).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4435"/> Discorso sopra Omero, ec. <bibl>
            <author>Ateneo</author>, l. 14. p. 619. E. F. 620</bibl>. A. ricorda certe canzoni (<quote>
            <foreign lang="grc">ᾠδαὶ</foreign>
          </quote>) popolari lamentevoli, solite cantarsi da’ villani (<quote>
            <foreign lang="grc">οἱ ἀπὸ τῆς χώρας</foreign>
          </quote>) fra’ Mariandini, popolo dell’Asia, che abitò fra la Bitinia e la Paflagonia,
          sopra un loro antico; canzoni mentovate anche da Esichio v. <foreign lang="grc"
          >Βῶρμον</foreign>. — <bibl>Ib. 620. b. c.</bibl> parlando dei rapsodi, dice <quote>
            <foreign lang="grc">Χαμαιλέων δ' ἐν τῷ περὶ Στησιχόρου καὶ μελῳδηθῆναι φησίν</foreign>
          </quote> (essere state cantate da’ rapsodi) <quote>
            <foreign lang="grc">οὐ μόνον τὰ Ὁμήρου, ἀλλὰ καὶ τὰ Ἡσιόδου καὶ Ἀρχιλόχου, ἔτι δὲ
              Μιμνέρμου καὶ Φωκυλίδου</foreign>
          </quote>
          <bibl>Ib. d.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἰάσων δ' ἐν τρίτῳ περὶ τῶν Ἀλεξάνδρου ἱερῶν</foreign>
          </quote> (sacrificiis. Dalechamp.), <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν Ἀλεξανθδρείᾳ φησίν, ἐν τῷ μεγάλῳ θεάτρῳ, ὑποκρίνασθαι Ἡγησίαν τὸν
              κωμῳδὸν τὰ Ἡροδότου, Ἑρμόφαντον δὲ τὰ Ὁμήρου</foreign>
          </quote>. Non so poi il come. Dalech. traduce <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">historiam Herodoti egisse</foreign>
          </quote>: Fabric. in Erodoto, dice <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">in theatro decantata fuisse</foreign>
          </quote>, citando semplicemente questo luogo, dove però <quote>
            <foreign lang="grc">ὑποκρίνασθαι</foreign>
          </quote> è ben più che <emph>decantasse</emph>. Casaub. qui non ha nulla. (11. 1829.
          Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Orelli</author>, loc. cit. p. 4431. princip.</bibl>; p. 519. <quote>
            <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Exempli gratia,
              verbi causa</foreign>, <foreign lang="lat">ut saepius</foreign>
          </quote>. <bibl>V. <author>Ernesti</author>
            <title>ad Xenoph. Mem.</title> IV. c. 7, 2.</bibl>
          <bibl>
            <author>Ruhnken.</author>
            <title>ad Timaei Lex Plat.</title> p. 56. ed. 2.</bibl>
          <foreign lang="lat">et Fischer in Indice ad Aeschin. Socr. hac voce</foreign>. (11.
          1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Considerazioni sopra Omero ec. Non solo le poesie omeriche, ma molti altri scritti, e
          forse tutti quelli della più alta antichità, non solo poesie ma prose ancora, esistenti in
          oggi o perdute, ebbero probabilmente i loro diascheuasti, che ridussero la loro ortografia
          e dicitura a forma più moderna e meno rozza ed irregolare: e in tal forma soltanto, cioè
          diascheuasmenoi più o meno, passarono essi scritti alla posterità. Ed io non posso tenermi
          dal credere che anche Erodoto, e anche quel che abbiamo di genuino d’Ippocrate, non ci sia
          pervenuto alterato e riformato da’ diascheuasti (che possiamo tradurre
          <emph>riformatori</emph>). <pb ed="aut" n="4436"/> Essi hanno ancora nella sintassi, e
          nella maniera, molta di quella irregolarità e di quella mancanza d’arte che si può
          aspettare dal loro tempo, ma non tanta: Senofonte ed altri del buon tempo ne hanno forse
          non meno: e in genere io trovo la costruzione e la dicitura loro molto più formata ed
          artifiziale di quel che mi paia verisimile in quell’età. Non vi è abbastanza visibile
          l’infanzia della prosa, sì manifesta nei nostri, non dico Ricordano o suoi coetanei, ma i
          Villani ec. (Così negli spagnuoli del 13. sec., ne’ francesi ec.) L’infanzia della prosa
          si vede bensì manifestissima in alcuni dei frammenti che restano di Democrito,
          contemporaneo all’incirca di Erodoto (morì di più di 100 anni nell’Ol. 94. Erod. fiorì Ol.
          84. 440 anni circa av. G. C. Ippocrate morì circa l’Ol. 100: ne’ suoi scritti è citato
          Democrito). Veggansi specialmente nella collezione (manchevole però ed imperfetta) datane
          dietro Enrico Stefano dall’Orelli (loc. cit. p. 4431. princip.) p. 91-131. i frammenti
          morali 43. 50. 70. 73. 121. fisici 1. Una stessa cosa si ripete in uno stesso periodo, non
          vi è quasi sintassi, parole necessarie, ed intere frasi o periodi, si omettono e
          sottintendono, l’un membro del periodo non ha corrispondenza coll’altro, il discorso
          procede per via di quelle forme che i greci chiamano anacoluti (o anacolutie), cioè
            <emph>inconseguenti</emph>, che è quanto dire senza forme. Tali frammenti, cioè luoghi
            <foreign lang="fre" rend="italic">échappés</foreign> (come di molti è naturale che
          accadesse) alla diascheuasi, possono servir di saggio della vera prosa di quell’età; sono
          similissimi al fare p. e. del nostro Gio. Villani; e paragonati col dir di Erodoto,
          possono servir di prova della mia opinione. Dico <foreign lang="lat" rend="italic"
            >échappés</foreign> ec. perchè certo, se Erodoto, anche Democrito subì la diascheuasi, e
            <foreign lang="grc">διεσκευασμένος</foreign> corse fra gli antichi; negli altri suoi
          frammenti per la più parte, non si trova niente di simile; e Democrito passò fra gli
          antichi per egregio anche nello stile. (<bibl>
            <author>Cic.</author> in <title>Oratore</title> c. 20. (67.)</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Itaq. video visum esse nonnullis, Platonis et Democriti locutionem,
              etsi absit a versu, tamen, quod incitatius feratur, <pb ed="aut" n="4437"/> et
              clarissimis verbor. luminibus utatur, potius poema putandum quam comicorum poetar.;
              ap. quos, nisi quod versiculi sunt, nihil est aliud quotidiani dissimile
            sermonis</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>De Orat.</title> I. 11. (49.)</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Si ornate locutus est, sicut fertur, et mihi videtur, physicus ille
              Democr.; materies illa fuit physici, de qua dixit; ornatus vero ipse verbor., oratoris
              putandus est</foreign>.</quote>) Cicerone lo loda anche di chiarezza. (<bibl>
            <title>de Divin.</title> II. 64. (133.)</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">valde Heraclitus obscurus; minime Democritus</foreign>
          </quote>). I frammenti sopra notati s’intendono solamente per discrezione. È ben vero che
          questa discrezione tutti l’hanno, e malgrado la forma perplessa e intricata, tutti
          gl’intendono alla prima. E in verità son chiari. Così i nostri antichi, così quasi tutti i
          libri di siffatti tempi e stili, primitivi, ingenui, con poca arte, quasi come natura
          détta: natura parla al lettore, come ha dettato allo scrittore; essa serve d’interprete.
          Del resto quei costrutti e quella maniera di dire, poichè l’uso dello scrivere in prosa fu
          divenuto comune, sparirono quasi affatto; non si trovano nè anche nelle scritture greche
          che si leggono su’ papiri venuti d’Egitto, tutte, benchè oscure, intricate, rozze,
          senz’arte, pure più logiche, più grammaticali, più regolari e formate, benchè fatte da
          persone ignoranti e prive dell’arte: come tra noi, anche un ignorante notaio, benchè
          scriva assai male, schiva le sgrammaticature de’ nostri storici e filosofi del 200, e 300.
          V. pag. 4466. Nella letteratura (greca) non saprei citarne altri esempi: se non che si
          trovano in buona parte de’ libri de’ primi Cristiani, sì de’ libri canonici, e sì di
          quelli detti apocrifi <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <bibl>V. p. 4483.</bibl>
          </note> e nei frammenti ercolanesi di Filodemo, monumenti d’ignoranza singolare in tal
          genere, e di negligenza. V. p. 4470. — Ma in vero non ci son giunti <foreign lang="grc"
            >διεσκευασμένοι</foreign> in qualche modo tutti, si può dire, i libri antichi? non è
          provato che Cicerone, p. e., non iscrisse <pb ed="aut" n="4438"/> con quella ortografia
          colla quale i suoi libri sono stampati? nè con quella de’ mss. che ne abbiamo? la quale è
          anche diversa da quella usata, e introdotta ne’ libri antichi, da’ grammatici latini del
          4. secolo? (<bibl>
            <author>Niebuhr</author>, <title lang="lat">Conspectus Orthographiae codicis vaticani
              Cic. de repub.</title>, in fine</bibl>) V. p. 4480. (12. Gen. 1829. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Cleobulo</author> (un de’ 7. sapienti) ap. <author>Stobeo</author>, c. 3.
              <foreign lang="grc">Περὶ φρονήσεως</foreign> ed. Gesn. Tigur. 1559.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Μὴ ἐπιμαίνεσθαι τῷ σκώπτοντι· ἀπεχθὴς γὰρ ἔσῃ τοῖς
            σκωπτομένοις</foreign>: Sed <foreign lang="grc">ἐπιμαίνεσθαι</foreign>
            <foreign lang="lat">multo est exquisitius: <hi rend="italic">amore alicujus quasi
                deperire</hi>
            </foreign>
          </quote>. Vid. Hemsterhus. ad Lucian. Dial. Marin. I. t. 2. p. 346. ed. Bipont. (<bibl>
            <author>Orell.</author> loc. sup. cit. , p. 529.</bibl>) (15. Gennaio. 1829.). <quote>
            <foreign lang="lat">alios subsannanti ne subrideas, invisus enim fies quibus
            illuditur</foreign>
          </quote>. <bibl>Id. ap. <author>Laert.</author> I. 93.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">μὴ ἐπιγελᾷν τοῖς σκωπτομένοις· ἀπεχθήσεσθαι γὰρ τούτοις</foreign>
          </quote>. Per il Galateo morale. (14. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4346. <quote>
            <foreign lang="grc">Παρὰ πόσιν, τοῦ ἀδελφιδοῦ</foreign> (<foreign lang="lat">fratris
              filio</foreign>) <foreign lang="grc">αὐτοῦ (Σόλωνος) μέλος τὶ Σαπφοῦς ᾀσαντος, ἤσθη τῷ
              μέλει (ὁ Σόλων), καὶ προσέταξε τῷ μειρακίῳ διδάξαι αὐτόν</foreign>
          </quote> (volle che quel ragazzo, cioè il nipote, glielo insegnasse.) <bibl>
            <author>Stobeo</author>, c. 29. <foreign lang="grc">Περὶ φιλοπονίας</foreign>. ediz.
            Gesn. Tigur. 1559.</bibl> (15. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È più penoso il distrarre per forza la mente da un pensiero acerbo o terribile che si
          presenti, di quello che sia il trattenervisi. (17. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Vivere senza se stesso al mondo, goder cosa alcuna senza se stesso, è impossibile. Però
          chi si trova senza speranza, chi si vede disprezzato da’ conoscenti e da tutti coloro che
          lo circondano, e quindi necessariamente è privo della stima di se medesimo, non può provar
          godimento alcuno, non può vivere, <pb ed="aut" n="4439"/> a dir proprio: perchè questo
          tale veramente manca di se medesimo nella vita. (17. 1829.). V. p. 4488.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>N. N. legge di rado libri moderni; perchè, dice, io veggo che gli antichi a fare un libro
          mettevano dieci, venti, trent’anni; e i moderni, un mese o due. Ma per leggere, tanto
          tempo ci vuole a quel libro ch’è opera di trent’anni, quanto a quello ch’è opera di trenta
          giorni. E la vita, da altra parte, è cortissima alla quantità de’ libri che si trovano.
          Onde ec. (17. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I forti, i fortunati, sentono e s’interessano per altrui <foreign lang="grc">ἐκ τοῦ
            περισσοῦ</foreign> delle loro facoltà e forze: i deboli ed infelici non ne hanno
          abbastanza per se medesimi. Il sentimento per altrui non è veramente altro che un
          superfluo, un eccesso delle proprie facoltà misurate coi bisogni e colle occorrenze
          proprie. (17. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In questo secolo sì legislativo, nessuno ha pensato ancora a fare un codice di leggi,
          civile e criminale, utopico, ma in tutte forme, e tale da servir di tipo di perfezione, al
          quale si dovessero paragonare tutti gli altri codici, per giudicare della loro bontà,
          secondo il più o meno che se gli assomigliassero; tale ancora, da potere, con poche
          modificazioni o aggiunte richieste puramente dalle circostanze di luogo e di tempo, essere
          adottato da qualunque nazione, almeno sotto una data forma di governo, almeno nel secolo
          presente, e dalle nazioni civili ec. (17. Gennaio. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tomber, tumbar (spagn.) — tombolare. Tumbo (spagn.) tombolo ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4440"/> Muggine-mugella.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Machiavellismo di società. Chi si crede un coglione al mondo, lo è, e lo comparisce. — Le
          leggi ec. contenute in questo trattato, non sono già passeggere ec.; sono eterne, almeno
          quanto le leggi fisiche ec. (18. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4370. <foreign lang="lat">Dionysio Halicarnass. (Caecilius) usus est
            familiarissime. V. Dionys. Hal. in Epist. ad Cn. Pompeium. Toup. ad Longin. sect. 1. p.
            153. Aequalis et amicus (Caecil.) Dionysio Halicarnasseo. Casaub. ad Athen. VI.
          21</foreign>. init. — Del resto, è falso però quel che crede l’Amati, che un nome greco
          unito e preposto ad un cognome romano, come sarebbe in questo caso, Dionisio Longino, sia
          cosa senza esempio. Ella non è sì frequente come un nome greco unito e posposto a un nome
          romano <emph>gentile</emph>, p. e. Claudio Tolomeo, Claudio Galeno, Pedanio Dioscoride,
          Elio Aristide, Cassio Dione ec.; ma nondimeno esempi non ne mancano; e ne abbiamo, fra gli
          altri, uno famoso, Musonio Rufo, filosofo stoico del tempo di Nerone, del quale v. Reimar.
          ad Dion. l. 62. c. 27. p. 1023. sq. par. (cioè nota) 143. (18. Gennaio. 1829. Domenica.).
          E il Lambecio, Commentar. de Biblioth. Vindob. lib.8., congetturava che la traduzione
          greca che abbiamo del Breviarium d’Eutropio, e che porta nome di Peanio o Peania, fosse
          chiamato Peania Capitone: il primo nome greco, e l’altro romano. (19. 1829.). V. p. 4442.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come in moltissime altre cose, il nostro tempo si riavvicina al primitivo anche in
          questo: che esso ha in poco pregio la poesia di stile <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <bibl>V. p. 4465.</bibl>
          </note>, la poesia virgiliana, oraziana ec., anzi non questa sola, ma anche quella p. e.
          del Petrarca, ed ogni poesia che <foreign lang="grc">ἁπλῶς</foreign>
          <emph>abbia stile</emph>, e richiede poesia di cose, d’invenzione, d’immaginazione; non
          ostante che ad un secolo sì eminentemente civile, questa paia del tutto aliena, quella del
          tutto propria. (19. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4441"/> Al discorso della eccellente umanità degli antichi paragonati ai
          moderni, (del che altrove), appartiene ancora il gius d’asilo che avevano presso loro non
          pure i templi o altri luoghi pubblici, ma eziandio il focolare d’ogni casa privata; e
          ch’era tanto più venerato che non è da noi. <bibl>
            <author>Orelli</author>, loc. sup. cit. , p. 542</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἑστίαν τίμα</foreign>
          </quote> (precetto d’alcuno de’ 7. sapienti <bibl>ap. <author>Stob.</author> c.
          3.</bibl>). <quote>
            <foreign lang="lat">Sensus est: <hi rend="italic">Jus foci sanctum haheas</hi>, vel: <hi
                rend="italic">Supplicem honorato qui foco assidet</hi>
            </foreign>. (<foreign lang="grc">Ἱκέτας ἐλέει</foreign>
            <foreign lang="lat">supra in Periandro Ald.) De supplicum more assidendi foco vel arulae
              illi aut larario, quod ad focum excitari solitum erat, ubi jus erat</foreign>
            <foreign lang="grc">ἀσυλίας</foreign>
          </quote>, v. Casaub. ad Dionys. Hal. Ant. Rom. l. 8. p. 1504. Reisk. et intpp. ad Thucyd.
          l. 1. c. 136. p. 227. ed. Bauer. — Così la misericordia verso i supplichevoli, anche
          nemici, offensori ec., protetti da Nemesi ec. e v. la nota favola delle Preghiere ec. ap.
          Omero. — Così l’onore singolare che si aveva ai vecchi ec. — Così il rispetto ai morti,
          anche nel parlare. <foreign lang="grc">Τὸν τεθνηκότα μηδεὶς κακῶς ἀγορευέτω</foreign>.
          Legge di Solone, <bibl>ap. <author>Plut.</author> in <title>Solon.</title> p. 89. ed.
            Francof.</bibl> — Chi vuol vedere quasi compendiata, e ammirare, l’umanità degli antichi
          (anche antichissimi), vegga le sentenze e i precetti che correvano sotto nome dei 7.
          sapienti, (e sono di grande antichità certamente) e che, raccolti già in antico (ap. Stob.
          si nominano per autori di quelle due collezioni ch’esso riporta, dell’una Demetrio
          Falereo, dell’altra Sosiade) (19. 1829.) si trovano riportati da Stob. c. 3. <foreign
            lang="grc">περὶ φρονήσεως</foreign>, ed. Gesn. Tigur. 1559. (vedili nell’Orelli l. c. ,
          p. 138-156.). (19. Gen. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Alonso</foreign>, spagn. moderno — <foreign lang="spa"
            rend="italic">Al-f-ons</foreign>, spagn. antico (in una scrittura del 13<hi rend="apice"
            >o</hi> sec. ec.). <foreign lang="grc">Ὕλη</foreign> — sil-v-a. (20. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4442"/> Cerebrum — cervello.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla 4440. Non parlo dei <title lang="lat">Disticha de moribus</title> assai noti e
          certamente antichi, che corrono sotto nome di <title>Dionisio Catone</title>; nome che non
          è fondato in alcuna probabile autorità. (22. Gen. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Consulere-consilium ec. Exsul, exsulium-exsilium ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4428. fine. Così <foreign lang="lat" rend="italic">matutinum</foreign> (<foreign
            lang="lat" rend="italic">tempus</foreign>), <emph>il mattino</emph>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">le matin</foreign>, per <emph>mane; matutina</emph> (<foreign lang="lat"
            rend="italic">hora</foreign>), <emph>la mattina</emph>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">la mañana</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Vespertinum,
          serum</foreign> (<foreign lang="fre" rend="italic">le soir</foreign>), <emph>sera</emph>
            (<emph>la sera</emph>), spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">la tarde</foreign>, per
            <foreign lang="spa" rend="italic">vespera</foreign>. V. il Gloss. E ciò anche presso gli
          antichi: v. Forc. in queste voci. Così nelle Ore canoniche <foreign lang="lat"
            rend="italic">Matutinum, Prima, Tertia, Sexta, Nona. Hibernum</foreign>,
          <emph>l’inverno</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">l’invierno</foreign> (spagn.),
            <emph>l’hiver</emph>, per <foreign lang="lat" rend="italic">hiems. Aestivum</foreign>
          (spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">estío</foreign>), per <foreign lang="lat"
            rend="italic">aestas</foreign>. <bibl>V. <title>Gloss.</title> e
            <author>Forcell.</author> anche in <foreign lang="lat" rend="italic">diurnus</foreign>
          </bibl>. Similmente <foreign lang="lat" rend="italic">Infernus</foreign> (<foreign
            lang="lat" rend="italic">locus</foreign>) negli scrittori Cristiani, e forse anche in
          Varrone. E tali altri aggettivi sostantivati. (24. 1829.). V. p. 4465.4474.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἄορνος</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Avernus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Niebuhr</author> (loc. cit. p. 4431. fine), sezione intitolata <title lang="eng"
              > The Opicans and Ausonians</title>, p. 55</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng"> Apulus and Opicus are according to all appearance the same name,
              only with different terminations. That in <hi rend="italic">ulus</hi> acquired the
              meaning of a diminutive only in the language of later times; in earlier such a sense
              must be entirely separated from it; as is evident from Siculus and Romulus, as well as
              from the words uniting the two terminations</foreign>
          </quote> (quella in <emph>icus</emph> e quella in <emph>ulus</emph>), <quote>
            <foreign lang="eng">which is the commoner case, Volsculus</foreign>
          </quote> (contratto da Volsiculus), <quote>
            <foreign lang="eng">Aequiculus, Saticulus; and even Graeculus</foreign>
          </quote>. — <bibl>Ib. sez. intit. <title>Iapygia</title>, p. 126</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">The Poediculians (such was the Italian name of the Peucetians) were
              etc. (not. 419. The simpler <pb ed="aut" n="4443"/> forms, Poedi and Poedici, have not
              been preserved in books.)</foreign>
          </quote> — <bibl>Ib. sez. intit. <title lang="eng">Various traditions about the Origin of
              the City</title> p. 174</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">It was natural for them (the inhabitants of Rome) to call the
              founder of their nation Romus, or, with the inflexion so usual in their language,
              Romulus</foreign>
          </quote>. — <bibl>Ib. sez. intit. <title lang="eng">The Beginning of Rome and its Earliest
              Tribes</title>, p. 251</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">Romus and Romulus are only two forms of the same name (not. 698.
              Like Poenus and Poenulus and others mentioned above p. 55); the Greeks on hearing a
              rumour of the legend about the twins</foreign>
          </quote> (Romolo e Remo), <quote>
            <foreign lang="eng">chose the former</foreign>
          </quote> (cioè <foreign lang="grc">῾Ρῶμος</foreign>) <quote>
            <foreign lang="eng">instead of the less sonorous name Remus</foreign>
          </quote>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Fausto e Faustolo, il pastore che salvò Romolo e Remo bambini.</p>
          </note>. — L’uso di questa terminazione in <emph>ulus</emph> senza alcuna forza
          diminutiva, uso proprio del latino sì antico, si è conservato perfettamente (e non men
          frequentemente) nell’italiano; specialmente in Toscana, e specialmente appresso quel
          volgo, il quale continuamente, per mero vezzo di linguaggio, aggiunge un <emph>lo</emph>
          appiè delle voci italiane, dicendo, p. e. <emph>ricciolo</emph> invece di <emph>riccio</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Così anco de’ verbi in are, alla qual terminaz. aggiungono un ol.
              (sfondare-sfondolare, sfondolato). V. la pag. 4496. capoverso 8. e 4509. capoverso 3.
              e 4512.</p>
          </note>, e così mille altre, che con tal desinenza non son registrate nel Vocabolario;
          oltre le tante registrate. E che questo medesimo uso (unita anche sovente, come
          nell’antico, la terminazione in <emph>icus</emph> a quella in <emph>ulus</emph>) si
          conservasse perpetuamente nel latino volgare, apparisce dai tanti e tanti, non solo nomi,
          ma verbi, della bassa latinità, o derivati evidentemente da essa, da me notati passim, che
          la portano, senz’ombra di significazione diminutiva; come <foreign lang="lat"
            rend="italic">pariculus</foreign> (<emph>parecchi</emph>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">pareil</foreign> ec.), <emph>appariculare</emph>
          (<emph>apparecchiare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">aparejar</foreign> ec.),
            <foreign lang="lat" rend="italic">superculus</foreign> (v. la p. 4514. fin.) ec. ec.;
          nomi anche aggettivi ec. Non ardirei però di affermare col Niebuhr che questa inflessione
          in origine non fosse punto diminutiva. Il vederla senza questa significanza, non prova;
          apparendo da <pb ed="aut" n="4444"/> tanti, quasi infiniti, esempi (sì del greco, sì del
          latino basso sì dell’antico, sì delle lingue figlie della latina; e in queste, sì in forme
          venute dal latino, e sì in altre forme diminutive proprie loro e non latine) che sempre fu
          ed è vezzo di linguaggio, specialmente popolare, il profferire le voci con inflessione
          diminutiva, quasi per grazia, quantunque il caso sia alieno dal richieder diminuzione, e
          la significanza diminutiva sia affatto lontana da tal pronunzia. (25. Gennaio. 1829.
          Domenica quarta.). Del resto ho notato altrove quando l’<emph>ul</emph>. .. è semplice
          desinenza di voci derivative, come in <foreign lang="lat" rend="italic">speculum,
          iaculum</foreign> ec. e così ne’ verbi, come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fabulor</foreign> ec. V. p. 4516.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non solo le storie o storielle d’una nazione furono spessissimo, come ho detto altrove in
          più luoghi, trasportate ed applicate ad un’altra; ma quelle eziandio d’una nazione
          medesima, cambiati i nomi delle persone, e le circostanze di luogo, tempo, e simili,
          furono sovente trasportate e applicate da un’epoca della sua storia ad un’altra. Questa
          cosa è notata negli annali di Roma dal Niebuhr in più e più casi; ed egli ripete tale
          osservazione in più e più luoghi della sua storia. Fra gli altri, <bibl>sezione intitolata
              <title lang="eng">The War with Porsenna</title>, p. 484 seg.</bibl>, dice: <quote>
            <foreign lang="eng">It is a peculiarity of the Roman annals, owing to the barren
              invention of their authors, to repeat the same incidents on different occasions, and
              that too more than once. Thus the history of Porsenna’s war reflects the image of that
              with Veii in the year (di Roma) 277, which after the misfortune on the Cremera brought
              Rome to the brink of destruction. In this again the Veientines made themselves masters
              of the Janiculum; and in a more intelligible manner, after a victory in the field:
              here again the city was saved by a Horatius (come dal Coclite nella guerra con
              Porsenna); the consul who arrived <pb ed="aut" n="4445"/> with his army at the
              critical moment by forced marches from the land of the Volscians: the victors,
              encamping on the Janiculum, sent out foraging parties across the river and laid waste
              the country; until some skirmishes, which again took place by the temple of Hope and
              at the Colline gate, checked their depredations: yet a severe famine arose within the
              city</foreign>
          </quote>. (26. Gen. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Niebuhr</author>, ib. sez. intit. <title lang="eng">The Patrician Houses and the
              Curies</title>, p. 268</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">Each house</foreign>
          </quote> (ciascuno dei <foreign lang="grc">γένη</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">gentes</foreign> nei quali era <emph>anticamente</emph>
          distribuito il popolo ateniese) <quote>
            <foreign lang="eng">bore a peculiar name resembling a patronymic in form; as the
              Codrids, the Eumolpids, the Butads: which produces an appearance, but a fallacious
              one, of a family affinity</foreign>
          </quote> (perchè quelle <foreign lang="lat" rend="italic">gentes</foreign>, come ap. i
          Romani, erano una mera divisione politica; ciascuna <foreign lang="lat" rend="italic"
          >gens</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">casa</foreign> era composta di più
          famiglie senz’alcun riguardo ad affinità scambievole). <quote>
            <foreign lang="eng">These names may have been transferred from the most distinguished
              among the associated families to the rest: it is more probable that they were adopted
              from the name of a hero, who was their <hi rend="italic">eponymus</hi>. Such a house
              was that of the Homerids in Chios; whose descent from the poet was only an inference
              drawn from their name, whereas others pronounced that they were no way related io him
              (not. 747. Harpocration v. <foreign lang="grc">Ὁμηρίδαι</foreign>. It may be
              warrantably assumed that a hero named Homer was revered by the Ionians at the time
              when Chios received its laws. See the Rhenish Museum</foreign>
          </quote> (Museo Renano) I. 257.) <quote>
            <foreign lang="eng">In Greek history what appears to be a family, may probably often
              have been a house of this kind; and this system of subdivision is not to be confined
              to the Ionian tribes alone</foreign>
          </quote>. (27. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4446"/>
          <bibl>Ib. sez. intit. <title lang="eng">Aeneas and the Trojans in Latium</title>, p.
          166-7</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">These wars Virgil describes, effacing discrepancies and altering and
              accelerating the succession of events, in the latter half of the Aeneid. Its contents
              were certainly national; yet it is scarcely credible that even Romans, if impartial,
              should have received sincere delight from these tales. We feel but too unpleasantly
              how little the poet succeeded in raising these shadowy names (degli eroi di quelle
              guerre), for which he was forced to invent a character, into living beings, like the
              heroes of Homer. Perhaps it is a problem that cannot be solved, to form an epic poem
              out of an argument which has not lived for centuries in popular songs and tales as
              common national property, so that the cycle of stories which comprises it, and all the
              persons who act a part in it, are familiar to every one. V. p. 4475 — Assuredly the
              problem was not to be solved by Virgil, whose genius was barren for creating, great as
              was his talent for embellishing. That he felt this himself, and did not disdain to be
              great in the way adapted to his endowments, is proved by his very practice of
              imitating and borrowing, by the touches he introduces of his exquisite and extensive
              erudition, so much admired by the Romans, now so little appreciated. He who puts
              together elaborately and by piecemeal, is aware of the chinks and crevices, which
              varnishing and polishing conceal only from the unpractised eye, and from which the
              work of the master, issuing at once from the mould, is free. Accordingly Virgil, we
              may be sure, felt a misgiving, that all the foreign ornament with which he was decking
              his work, though it might enrich the poem, was not his own wealth, and that this would
              at last be perceived by posterity. That <pb ed="aut" n="4447"/> notwithstanding this
              fretting consciousness, he strove, in the way which lay open to him, to give to a
              poem, which he did not write of his own free choice, the highest degree of beauty it
              could receive from his hands; that he did not, like Lucan, vainly and blindly affect
              an inspiration which nature had denied to him; that he did not allow himself to be
              infatuated, when he was idolized by all around him, and when Propertius
            sang</foreign>:</quote>
        </p>
        <quote>
          <lg lang="eng">
            <l>Yield, Roman poets, bards of Greece, give way,</l>
            <l>The Iliad soon shall own a greater lay;</l>
          </lg>
        </quote>
        <p rend="noindent">
          <quote>
            <foreign lang="eng">that, when death was releasing him from the fetiers of civil
              observances, he wished to destroy what in those solemn moments he could not but view
              with melancholy, as the groundwork of a false reputation; this is what renders him
              estimable, and makes us indulgent to all the weaknesses of his poem. The merit of a
              first attempt is not always decisive: yet Virgil’s first youthful poem shews that he
              cultivated his powers with incredible industry, and that no faculty expired in him
              through neglect. But how amiable and generous he was, is evident where he speaks from
              the heart: not only in the Georgics, and in all his pictures of pure still life; in
              the epigram on Syron’s</foreign>
          </quote> (così, in vece di <emph>Sciron’s</emph>) <quote>
            <foreign lang="eng">Villa: it is no less visible in his way of introducing those great
              spirits that beam in Roman story</foreign>
          </quote>. (29-30. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4316. Ben d’altra qualità e d’altro peso è la congettura del Niebuhr fondata in
          profondissima dottrina, e scienza dell’antichità, <quote>
            <foreign lang="eng">that the Teucrians and Dardanians, Troy and Hector, ought perhaps to
              be considered as Pelasgian:... that they were not Phrygians was clearly <pb ed="aut"
                n="4448"/> perceived by the Greek philologers, who had even a suspicion that they
              were no barbarians at all</foreign>
          </quote>. (<bibl>loc. cit. p. 4431. fin., sezione intitolata <title lang="eng">The
              Oenotrians and Pelasgians</title>, p. 28.</bibl>) Egli reca i fondamenti di questa sua
            <emph>propria e particolare</emph> opinione, ib. Nella sez. intit. <title lang="eng"
            >Conclusion</title> di quella parte della sua storia che concerne gli antichi popoli
          d’Italia, p. 148, ripete questa sua congettura: <quote>
            <foreign lang="eng">In the very earliest traditions they (the Pelasgians) are standing
              at the summit of their greatness. The legends that tell of their fortunes, exhibit
              only their decline and fall: Jupiter had weighed their destiny and that of the
              Hellens; and the scale of the Pelasgians had risen. The fall of Troy was the symbol of
              their story</foreign>
          </quote>. (L’autore riguarda la guerra di Troia come un mito. <bibl>Sez. intit. <title
              lang="eng">Aeneas and the Trojans in Latium</title>, p. 151</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">Let none treat this inquiry with scorn, because Ilion too was a
              fable... Mythical the Trojan war certainly is...: yet it has an undeniable historical
              foundation; and this does not lie hid so far below the surface as in many other
              poetical legends. That the Atridae were Kings of the Peloponnesus, is not to be
              questioned</foreign>
          </quote>.) Altrove (sez. cit. nella parentesi qui sopra, p. 160-61.) egli reca di nuovo i
          fondamenti di questa opinione, e mette anco innanzi un’altra <emph>sua</emph> congettura,
          che la tradizione della venuta d’Enea nel Lazio, dell’avervi egli fondata una colonia
          donde Roma derivasse, e dell’essere i romani di origine troiana, non fosse altro che un
          effetto ed un’espressione della <quote>
            <foreign lang="eng" rend="italic">national affinity</foreign>
          </quote> esistente fra i Troiani e i Romani, in quanto questi erano, secondo l’autore, di
          origine in parte Pelasgica. — I Pelasghi, <pb ed="aut" n="4449"/> secondo il Niebuhr (ed
          una delle parti più insigni ed eminenti e più originali della sua Storia consiste nelle
          nuove vedute e nei nuovi lumi ch’ei reca sopra questa <emph>misteriosa razza</emph>,
          com’ei la chiama; e nella nuova luce in che egli l’ha posta), furono una nazione distinta,
          e di origine e di costumi diversa, da quella degli Elleni, che noi co’ Latini chiamiamo
          Greci; e nel tempo medesimo grandemente affine: e parlarono una lingua <quote>
            <foreign lang="eng" rend="italic">peculiar and not Greek</foreign>
          </quote>, e nondimeno grandemente affine alla greca; più affine della Latina, il cui
          elemento affine al linguaggio greco, quello elemento <quote>
            <foreign lang="eng" rend="italic">which is half Greek</foreign>
          </quote> sembra, dice il Niebuhr, <quote>
            <foreign lang="eng" rend="italic">unquestionable</foreign>
          </quote> che sia d’origine pelasgica. Tuttavia Pelasghi e Greci non s’intendevano insieme,
          come non s’intendono italiani e francesi ec. (p. 23, e passim). (31. Gen. 1. Feb. 1829.).
          V. p. 4519.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A viver tranquilli nella società degli uomini, bisogna astenersi non solo dall’offendere
          chi non ci offende, cosa ordinaria; ma eziandio, cosa rarissima, dal proccurare (dal
          cercare) che altri ci offenda. — Desiderio sincero di viver tranquilli nella società degli
          uomini, rarissimi sono che l’hanno veramente: avendolo, il conseguire l’effetto è cosa
          molto più facile che non si crede. (1. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutti, cominciando dal Pindemonte nella sua Epistola, hanno biasimato l’introduzione di
          Ettore e delle cose troiane nel Carme dei Sepolcri; e tutti leggono quell’episodio con
          grande interesse, e segretamente vi provano un vero piacere. Certo, quell’argomento è
          rancido; ma appunto perch’egli è rancido, perchè la nostra acquaintance con quei
          personaggi dàta dalla nostra fanciullezza, essi c’interessano sommamente, c’interessano in
          modo, che non sarebbe possibile, sostituendone degli altri, <pb ed="aut" n="4450"/>
          produrre altrettanto effetto. (1. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della lettura di un pezzo di vera, contemporanea poesia, in versi o in prosa (ma più
          efficace impressione è quella de’ versi), si può, e forse meglio, (anche in questi sì
          prosaici tempi) dir quello che di un sorriso diceva lo Sterne; che essa aggiunge un filo
          alla tela brevissima della nostra vita. Essa ci rinfresca, per così dire; e ci accresce la
          vitalità. Ma rarissimi sono oggi i pezzi di questa sorta. (1. Feb. 1829.). Nessuno del
          Monti è tale.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">ἀκμὴν</foreign> per <foreign lang="grc">ἔτι</foreign>. <bibl>V.
              <author>Orelli</author> (loc. cit. p. 4431.) tom. 2. Lips. 1821. p. 529-30.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Grus</foreign> (grue) — spagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">grulla</foreign>, quasi <emph>grucula</emph> o <emph>gruicula</emph>. —
            <foreign lang="lat" rend="italic">Sol</foreign> — <foreign lang="fre" rend="italic"
            >soleil</foreign>, quasi <foreign lang="lat" rend="italic">soliculus</foreign>. —
            <emph>Legnaiuolo, armaiuolo</emph> ec. quasi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >lignariolus</foreign> e simili. (2. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Mirado</foreign> (<emph>ammirato</emph>) per
          maravigliato; <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">en la noche callada</foreign>
          </quote> per tacente. <bibl>
            <author>Francisco de Rioja</author>, <title lang="spa">Cancion á</title> (cioè <foreign
              lang="spa" rend="italic">sobre</foreign>) <title lang="spa">las ruinas de
            Itálica</title>, strofa ultima.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi non sa circoscrivere, non può produrre. La facoltà della produzione è scarsa o nulla
          in quell’ingegno dove le altre facoltà sono troppo vaste e soprabbondano. (3. Feb. 1829.).
          (Vedi la pag. 4484.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Niebuhr</author> (loc. cit. p. 4431. fine) sezione intitolata <title lang="eng"
              >Beginning and Nature of the Earliest History</title>, p. 216. segg.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="eng">The greater is the antiquity of the legends</foreign>
          </quote>: (dei miti ec. intorno ai fatti dei re di Roma, e ai primi tempi della città): <quote>
            <foreign lang="eng">their origin goes back far beyond the time when the annals</foreign>
          </quote> (gli annali pontificali di Roma) <quote>
            <foreign lang="eng">were restored</foreign>
          </quote> (furono rinnovati, dopo che gli antichi annali erano periti nell’incendio di Roma
          al tempo della presa della città fatta dai Galli). <quote>
            <foreign lang="eng">That they were transmitted from generation to generation in lays,
              that their contents cannot be more authentic than those of any other poem on the deeds
              of ancient times which is preserved by song, is not a new notion. A century and a half
              will soon have elapsed, since Perizonius (not. 627. In <pb ed="aut" n="4451"/> his
              Animadversiones Historicae, c. 6.) expressed it, and shewed that among the ancient
              Romans it had been the custom at banquets to sing the praises of great men to the
              flute</foreign>
          </quote>; (<bibl lang="eng">not. 628. The leading passage in <author>Tusc.</author>
            <title>Quaest.</title> IV. 2.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Gravissimus auctor in Originibus dixit Cato, morem apud majores hunc
              epularum fuisse, ut deinceps, qui accubarent, canerent ad tibiam clarorum virorum
              laudes atque virtutes</foreign>. <foreign lang="eng">Cicero laments the loss of these
              songs; Brut. 18. 19. Yet, like the sayings of Appius the blind, they seem to have
              disappeared only for such as cared not for them. Dionysius knew of songs on
            Romulus</foreign>
          </quote> [<quote>
            <foreign lang="grc">ὡς ἐν τοῖς πατρίοις ὕμνοις ὑπὸ ῾Ρωμαίων ἔτι καὶ νῦν ᾀδεται</foreign>
          </quote>, dice <bibl>
            <author>Dionisio</author> 1. 79.</bibl> della nota favola circa la nascita di Romolo e
          Remo, e la vendetta da loro presa di Amulio]) <quote>
            <foreign lang="eng">a fact Cicero only knew from Cato, who seems to have spoken of it as
              an usage no longer subsisting. The guests themselves sang in turn; so it was expected
              that the lays, being the common property of the nation, should be known to every free
              citizen. According to Varro, who calls them old, they were sung by modest boys,
              sometimes to the flute, sometimes without music</foreign>
          </quote>. (not. 629. In Nonius II. 70. stessa voce: <quote>
            <foreign lang="lat">(aderant) in conviviis pueri modesti ut cantarent carmina antiqua,
              in quibus laudes erant majorum, assa voce, ei cum tibicine</foreign>
          </quote>.) <quote>
            <foreign lang="eng">The peculiar function of the Camenae was to sing the praise of the
              ancients</foreign>
          </quote>; (not. 630. Fest. Epit. v. <foreign lang="lat">Camenae, musae, quod canunt
            antiquorum laudes</foreign>.) <quote>
            <foreign lang="eng">and among the rest those of the kings. For never did republican Rome
              strip herself of the recollection of them, any more than she removed their statues
              from the Capitol: in the best times of liberty their memory was revered and
              celebrated. (not. 631. Ennius <pb ed="aut" n="4452"/> sang of them, and Lucretius
              mentions them with the highest honour.)</foreign>
          </quote>
        </p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="eng">We are so thoroughly dependent on the age to which we belong, we
              subsist so much in and through it as parts of a whole, that the same thought is at one
              time sufficient to give us a measure for the acuteness, depth, and strength of the
              intellect which conceives it, while at another it suggests itself to all, and nothing
              but accident leads one to give it utterance before others. Perizonius knew of heroic
              lays only from books; that he should ever have heard of any then still current, or
              written down from the mouth of the common people, is not conceivable of his days: he
              lived long enough to hear, perhaps he heard, but not until a quarter of a century had
              passed since the appearance of his researches, how Addison (sic) roused the stupefied
              senses of his literary contemporaries, to join with the common people in recognizing
              the pure gold of poetry in Chevychase (<bibl>v. <title>The Spectator’s</title> n. 70.
                74.</bibl>) For us the heroic lays of Spain, Scotland, and Scandinavia, had long
              been a common stock: the lay of the Niebelungen had already returned and taken its
              place in literature: (l’autore, p. 196. the German national epic poem, the Niebelungen
              lay.) and now that we listen to the Servian lays, and to those of Greece</foreign>
          </quote>, (raccolti da Fauriel, che l’autore cita più volte), <quote>
            <foreign lang="eng">the swanlike strains of a slaughtered nation; now that every one
              knows that poetry lives in every people, until metrical forms, foreign models, the
              various and multiplying interests of every-day life, general dejection or luxury,
              stifle it so, that of the poetical spirits, still more than of all others, very few
              find vent: while on the contrary spirits without poetical genius, but with talents so
              analogous to it that they may serve as a <pb ed="aut" n="4453"/> substitute,
              frequently usurp the art; now the empty objections that have been raised no longer
              need any answer. Whoever does not discern such lays in the epical part of Roman story,
              may continue blind to them: he will be left more and more alone every day: there can
              be no going backward on this point for generations</foreign>
          </quote>.</p>
        <quote>
          <p>
            <foreign lang="eng">One among the various forms of Roman popular poetry was the nenia,
              the praise of the deceased, which was sung to the flute at funeral processions,
                (<bibl>not. 632. <author>Cicero</author>
                <title>de legib.</title> II. 24.</bibl>) as it was related in the funeral orations.
              We must not think here of the Greek threnes and elegies: in the old times of Rome the
              fashion was not to be melted into a tender mood, and to bewail the dead; but to pay
              him honour. We must therefore imagine the nenia to have been a memorial lay, such as
              was sung at banquets: indeed the latter was perhaps no other than what had been first
              heard at the funeral. And thus it is possible that, without being aware of it, we may
              possess some of these lays, which Cicero supposed to be totally lost: for surely a
              doubt will scarcely be moved against the thought, that the inscriptions in verse (not.
              633. On the coffin of L. Barbatus the verses are marked and made apparent by lines to
              separate them: in the inscription on his son they form an equal number of lines, and
              may be recognized with as much certainty as in the former from the great difference in
              the length of them) on the oldest coffins in the sepulcre of the Scipios are nothing
              else than either the whole nenia, or the beginning of it <pb ed="aut" n="4454"/> (not.
              634. The two following inscriptions are of this kind: I transcribe them, because it is
              probable many of my readers never saw them</foreign>.</p>
          <lg type="non-definito" lang="lat">
            <l>Cornélius Lúcius Scípio Barbátus,</l>
            <l>Gnáivo (patre) prognátus, fortis vír sapiénsque,</l>
            <l>Quoius fórma vírtuti paríssuma fuit,</l>
            <l>Consúl, Censor, Aédilis, qúi fuit apúd vos:</l>
            <l>Taurásiam, Cesáunam, Sámnio cépit,</l>
            <l>Subícit omnem Lúcánaam, (cioè <hi rend="italic">Lucaniam</hi>)</l>
            <l>Obsidésque abdúcit.</l>
          </lg>
          <p>The second is: </p>
          <lg type="non-definito" lang="lat">
            <l>Hunc únum plúrimi conséntiunt Románi</l>
            <l>Duonórum optumum fúisse virúm,</l>
            <l>Lúcium Scipiónem, fílium Barbáti.</l>
            <l>Consúl, Censor, Aédilis, híc fuit apúd vos.</l>
            <l>Hic cépit Córsicam, Alériamque úrbem</l>
            <l>Dédit tempestátibus aédem mérito.</l>
          </lg>
          <p>
            <foreign lang="eng">I have softened the rude spelling, and have even abstained from
              marking that the final <hi rend="italic">s</hi> in</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">prognatus, quoius</foreign>, <foreign lang="eng">and
              the final <hi rend="italic">m</hi> in</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Taurasiam, Cesaunam, Aleriam, optumum</foreign>,
              <foreign lang="eng">and</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">omnem</foreign>, <foreign lang="eng">was not
              pronounced. The short <hi rend="italic">i</hi> in</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Scipio, consentiunt, fuit, fuisse</foreign>, <foreign
              lang="eng">is suppressed, so that</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Scipio</foreign>
            <foreign lang="eng">for instance is a disyllable; a kind of suppression of which we find
              still more remarkable instances in Plautus. In the inscription of Barbatus, v.
            2</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">patre</foreign>
            <foreign lang="eng">after</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Gnaivo</foreign>
            <foreign lang="eng">is beyond doubt an interpolation: and in that on his son, v. 6, it
              is to be observed that the last syllable <pb ed="aut" n="4455"/> of</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Corsicam</foreign>
            <foreign lang="eng">is not cut off.) These epitaphs present a peculiarity which
              characterizes all popular poetry, and is strikingly conspicuous above all in that of
              modern Greece. Whole lines and thoughts become elements of the poetical language, just
              like single words: they pass from older pieces in general circulation into new
              compositions; and, even where the poet is not equal to a great subject, give them a
              poetical colouring and keeping. So Cicero read on the tomb of Calatinus</foreign>:
              <foreign lang="lat" rend="italic">hunc plurimae consentiunt gentes populi primarium
              fuisse virum</foreign>: (<bibl>not. 635. <author>Cicero</author>
              <title lang="lat">de Senectute</title> 17.</bibl>) <foreign lang="eng">we read on that
              of L. Scipio the son of Barbatus</foreign>: <foreign lang="lat" rend="italic">hunc
              unum plurimi consentiunt Romani bonorum optumum fuisse virum</foreign>.</p>
          <p>
            <foreign lang="eng">The poems out of which what we call the history of the Roman Kings
              was resolved into a prose narrative, were different from the nenia in form, and of
              great extent; consisting partly of lays united into a uniform whole, partly of such as
              were detached and without any necessary connexion. The history of Romulus is an epopee
              by itself: on Numa there can only have been short lays. Tullus, the story of the
              Horatii, and of the destruction of Alba, form an epic whole, like the poem on Romulus:
              indeed here Livy has preserved a fragment of the poem entire, in the lyrical numbers
              of the old Roman verse</foreign>. (<bibl>not. 636. <foreign lang="eng">The verses of
                the</foreign>
              <title lang="lat">horrendum carmen</title> I. 26.</bibl>
          </p>
          <lg type="non-definito" lang="lat">
            <l>Duúmviri pérduelliónem júdicent.</l>
            <l>Si a duúmviris provocárit,</l>
            <l>Provocátióne certáto:</l>
            <l>Si víncent, caput óbnúbito:</l>
            <pb ed="aut" n="4456"/>
            <l>Infélici árbore réste suspéndito:</l>
            <l>Vérberato íntra vel éxtra pomoérium.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="eng">The description of the nature of the old Roman versification, and of
              the great variety of its lyrical metres, which continued in use down to the middle of
              the seventh century of the city, and were carried to a high degree of perfection, I
              reserve, until I shall publish a chapter of an ancient grammarian on the Saturnian
              Verse, which decides the question.) On the other hand what is related of Ancus has not
              a touch of poetical colouring. But afterward with L. Tarquinius Priscus begins a great
              poem, which ends with the battle of Regillus; and this lay of the Tarquins even in its
              prose shape is still inexpressibly poetical; nor is it less unlike real history. The
              arrival of Tarquinius the Lucumo at Rome: his deeds and victories; his death; then the
              marvellous story of Servius; Tullia’s impious nuptials; the murder of the just king;
              the whole story of the last Tarquinius; the warning presages of his fall; Lucretia;
              the feint of Brutus; his death; the war of Porsenna; in fine the truly Homeric battle
              of Regillus; all this forms an epopee, which in depth and brilliance of imagination
              leaves every thing produced by Romans in later times far behind it. Knowing nothing of
              the unity which characterizes the most perfect of Greek poems, it divides itself into
              sections, answering to the <hi rend="italic">adventures</hi> in the lay of the
              Niebelungen: and should any one ever have the boldness to think of restoring it in a
              poetical form, he would commit a great mistake in selecting any other than that of
              this noble work</foreign>
          </quote> (del poema <title lang="eng">of the Niebelungen</title>).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <quote>
          <p>
            <pb ed="aut" n="4457"/>
            <foreign lang="eng">These lays are much older than Ennius</foreign>, (not. 637.</p>
          <lg type="non-definito" lang="lat">
            <l>– Scripsere alii rem</l>
            <l>Versibu’ quos olim Fauni vatesque canebant:</l>
            <l>Quom neque Musarum scopulos quisquam superarat,</l>
            <l>Nec dicti studiosus erat.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="eng">Horace’s annosa volumina vatum may have been old poems of this sort:
              though perhaps they are also to be understood of prophetical books, like those of the
              Marcii; which, contemptuously as they are glanced at, were extremely poetical. Of this
              we may judge even from the passages preserved by Livy (XXV. 12.): Horace can no more
              determine our opinion of them than of Plautus.) who moulded them into hexameters, and
              found matter in them for three books of his poem; Ennius, who seriously believed
              himself to be the first poet of Rome, because he shut his eyes against the old native
              poetry, despised it, and tried successfully to suppress it. Of that poetry and of its
              destruction I shall speak elsewhere: here only one further remark is needful. Ancient
              as the original materials of the epic lays unquestionably were, the form in which they
              were handed down, and a great pary of their contents, seem to have been comparatively
              recent. If the pontifical annals adulterated history in favour of the patricians, the
              whole of this poetry is pervaded by a plebeian spirit, by hatred toward the
              oppressors, and by visible traces that at the time when it was sung there were already
              great and powerful plebeian houses. The assignments of land by Numa, Tullus, Ancus,
              and Servius, are <pb ed="aut" n="4458"/> in this spirit: all the favorite Kings
              befriend freedom: the patricians appear in a horrible and detestable light, as
              accomplices in the murder of Servius: next to the holy Numa the plebeian Servius is
              the most excellent King: Gaia Cecilia, the Roman wife of the elder Tarquinius, is a
              plebeian, a Kinswoman of the Metelli: the founder of the republic and Mucius Scaevola
              are plebeians: among the other party the only noble characters are the Valerii and
              Horatii; houses friendly to the commons. Hence I should be inclined not to date these
              poems, in the form under which we know their contents, before the restoration of the
              city after the Gallic disaster at the earliest. This is also indicated by the
              consulting the Pythian oracle. The story of the symbolical instruction sent by the
              last King to his son to get rid of the principal men of Gabii, is a Greek tale in
              Herodotus: so likewise we find the stratagem of Zopyrus repeated</foreign>
          </quote> (dal figlio di Tarquinio a Gabii): (anche la storia di Muz. Scev. è greca, cosa
          non notata dall’autore neppure a suo luogo, e da me osservata altrove; e greche sono
          quelle tante raccolte da Plutarco nel libro da me citato altrove in tal proposito) <quote>
            <foreign lang="eng">we must therefore suppose some knowledge of Greek legends, though
              not necessarily of Herodotus himself</foreign>
          </quote>. (5-8. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4359. <bibl>
            <author>Niebuhr</author> (loc. cit. p. 4431. fin.) sezione intitolata <title lang="eng"
              >The Beginning of the Republic and the Treaty with Carthage</title>, not. 1078. p.
            456-7</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">This play (the <title>Brutus</title> of L. Attius) was a</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">praetextata</foreign>, <foreign lang="eng">the noblest
              among the three kinds of the Roman national drama; all which assuredly, and not merely
              the Atellana, might be represented by well-born Romans without risking their
              franchise. <pb ed="aut" n="4459"/> The praetextata merely bore an analogy to a
              tragedy: it exhibited the deeds of Roman Kings and generals (Diomedes III. p. 487.
              Putsch.); and hence it is self-evident, that at least it wanted the unity of time of
              the Greek tragedy; that it was a history, like Shakspeare’s. I have referred above (p.
              431.) to a dialogue between the King (Tarquinio superbo) and his dream-interpreters in
              the</foreign>
            <title lang="lat">Brutus</title>
          </quote> (<bibl>dialogo citato da <author>Cic.</author>
            <title>de Divinat.</title> I. 22.</bibl>), <quote>
            <foreign lang="eng">the scene of which must have lain before Ardea: the establishment of
              the new government</foreign>
          </quote> (del governo repubblicano a Roma), <quote>
            <foreign lang="eng">which must have been the occasion of the speech</foreign>, <foreign
              lang="lat" rend="italic">qui recte consulat, consul siet</foreign>
          </quote> (nel <title>Brutus</title>: parlata citata da Varrone de L. L. IV. 14. p. 24.), <quote>
            <foreign lang="eng">occurs at Rome: so that the unity of place is just as little
              observed. <title>The Destruction of Miletus</title> by Phrynichus and <title>the
                Persians</title> of Aeschylus were plays that drew forth all the manly feelings of
              bleeding or exulting hearts, and not tragedies: for the latter the Greeks, before the
              Alexandrian age, took their plots solely out of mythical story. It was essential that
              their contents should be known beforehand: the stories of Hamlet and Macbeth were
              unknown to the spectators: at present parts of them might be moulded into tragedies
              like the Greek; if a Sophocles were to rise up</foreign>
          </quote>. (8. Feb. Domenica. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Albino, antico autore, <bibl>ap. <author>Macrob.</author> II. 16</bibl>. <quote>
            <foreign lang="lat">Stultum <hi rend="italic">sese</hi> brutumque <hi rend="italic"
                >faciebat</hi>
            </foreign>
          </quote>. (Bruto l’antico). <emph>Si faceva</emph>, cioè <emph>si fingeva</emph>.
          Vecchissimo italianismo del latino. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> ec. (8. Feb. Domenica. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Storie o storielle trasportate da una nazione a un’altra. Vedi la pag. precedente,
          lin.10-17. (8. Feb. Domenica. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4460"/> Affatto greco è l’uso che noi abbiamo di parecchi aggettivi neutri
          in significato di sostantivi astratti: <emph>lo scarso</emph> (<foreign lang="grc">τὸ
            σπάνιον</foreign>) per <emph>la scarsità, il caro</emph> per <emph>la carestia</emph> o
            <emph>la carezza</emph>, e simili. Uso tutto italiano, cioè non comune, che io mi
          ricordi, alle lingue sorelle; nè potuto derivare dal latino, al quale, pel difetto che ha
          di articoli, sarebbe mal conveniente. (11. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Svariato</emph> per <emph>vario</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gnaivus per Gnaeus. Vedi la pag. 4454. lin.4. — Achivus p. Achaeus (<foreign lang="grc"
            >ἀχαῖος</foreign>) è certamente da un <foreign lang="grc">Ἀχεῖος</foreign>, come Argivus
          da <foreign lang="grc">Ἀργεῖος</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sinizesi. Dittonghi ec. Elisione dell’<emph>m</emph> finale in latino. Vedi la pag. 4454.
          lin.17. segg. V. p. 4465.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli antichissimi scrivevano <emph>fut, fusse</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fuit, fuisse</foreign>. Vedi la pag. 4454. lin.20. Quindi anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">fussem</foreign> ec. per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fuissem</foreign>. E certamente così anco pronunziavano. Or questa antichissima pronunzia
          si è conservata nell’italiano: <emph>fu</emph> (<emph>fut</emph>. Anche in franc. <foreign
            lang="fre" rend="italic">fut</foreign>) <emph>fusti, fuste, fummo</emph> (<foreign
            lang="lat" rend="italic">fumus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fuimus</foreign>: franc. <foreign lang="fre" rend="italic">fûtes, fûmes</foreign>),
            <emph>fussi</emph> ec. pronunzia de’ nostri antichi scrittori, ed oggi del popolo di più
          parti d’Italia, e del toscano costantemente. (15. Febb. Domenica. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4356. Dionisio d’Alicarnasso (vedi la p. 4451. lin.9.), chiama <emph>inni</emph>
          gli antichi canti epici de’ Romani in lode de’ loro eroi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla stessa pag. lin. ult. Gli antichi poemi epici de’ Romani non consistevano che in
          pezzi, in canti, di argomenti diversi, benchè coincidenti in un solo fino ad un certo
          segno. Così il poema epico antico nazionale tedesco, <title lang="eng">the lay of the
            Niebelungen</title>. Vedi di sopra il pensiero che comincia p. 4450. capoverso ult. e
          specialmente le pagg.4455.4456.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4461"/> Alla p. 4413. E vedi, a tal proposito, particolarmente la pag.
          4356. capoverso 1. Gli antichi canti nazionali e poemi epici de’ Romani, epici per
          l’argomento e la forma, erano in metri lirici. Vedi il pensiero citato nella pag. preced.
          capoverso ult. , e specialmente la p. 4455. e la seguente. Anche il poema della guerra
          punica di Nevio (<foreign lang="lat" rend="italic">libri</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">carmen belli punici</foreign>) era in versi lirici di diverse misure, come
          può vedersi ne’ frammenti di esso poema appresso <bibl>
            <author>Hermann</author>, <title lang="lat">Elementa doctrinae metricae</title>, III. 9.
            31. p. 629. sqq.</bibl> (<bibl>
            <author>Niebuhr</author>, <title>Stor. rom.</title> p. 162. not. 507. p. 176., not.
          535.</bibl>) (16. Febbraio. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nelle razionali speculazioni circa la natura delle cose, è da aver sempre avanti gli
          occhi questo assioma importantissimo: che dal vedere che da certe disposizioni poste dalla
          natura in certi esseri, facilmente e frequentemente (o anche sempre) nascono certe
          qualità; che certe qualità, pur date dalla natura, facilmente e frequentemente ricevono
          certe modificazioni; che certe cause facilmente e spesso producono certi effetti; dal
          vedere, dico, queste cose, non si può dedurre che ciò segua naturalmente; che quelle
          qualità, quelle modificazioni, quegli effetti sieno voluti dalla natura; che la intenzione
          della natura sia stata che essi avessero luogo, allorchè ella pose in quegli esseri quelle
          disposizioni, qualità o cause. Se uno fa una spada e un altro se ne serve a fettare il
          pane, non segue che l’intenzione del fabbricatore fosse che quello strumento fettasse il
          pane, benchè quella spada possa servire, e benchè serva attualmente, a quest’uso. Infiniti
          sono i disordini nel corso delle cose, non solo possibili, ma facilissimi ad accadere;
          moltissimi tanto facili, <pb ed="aut" n="4462"/> che quasi sono certi ed inevitabili:
          nondimeno son disordini manifesti, nè si possono attribuire ad intenzione della natura.
          Per un esempio fra mille: niente è più facile nè più frequente in certe specie di animali,
          che il veder le madri o i padri mangiarsi i propri figliuoli, bersi le proprie uova o
          quelle della compagna. Questo disordine orribile, che fa fremere, tende dirittamente e più
          efficacemente d’ogni altro alla distruzione della specie: è impossibile attribuire ad
          intenzione della natura, la cui tendenza continua alla conservazione delle specie
          esistenti, è una delle cose più certe che di lei si possono affermare, e che in lei
          sembrino manifestarci un’intenzione; attribuirle dico un disordine per cui il produttore
          stesso distrugge il prodotto, il generante il generato. Se la natura procedesse
          intenzionalmente in tal modo, già da gran tempo sarebbe finito il mondo. Da queste
          considerazioni segue, che per quanto il fenomeno dell’incivilimento dell’uomo sia
          possibile ad accadere; per quanto, considerate le disposizioni e le qualità poste in noi
          dalla natura e costituenti l’esser nostro, esso fenomeno possa parer facile, inevitabile;
          per quanto sia comune; noi non abbiamo il diritto di giudicarlo naturale, voluto
          intenzionalmente dalla natura. Grandissimi e vastissimi avvenimenti, fecondi di
          conseguenze sommamente moltiplici, importantissime, possono aver luogo a mal grado, per
          così dire, della natura. (16. Febb. 1829.) V. p. 4467. 4491.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’autore anonimo della vita d’Isocrate pubblicata dal Mustoxidi nella <foreign lang="grc"
            >Συλλογὴ ἑλληνιχῶν ἀνεκδότων</foreign>, Venez. 1816. <foreign lang="grc"
          >τετράδιον</foreign> (quaderno 3); e ristampata dall’Orelli loc. cit. p. 4431., t. 2.
          Lips. 1821. — p. 10. del <foreign lang="grc">τετράδιον</foreign>, ed. Mustox.; p. 5. ed.
          Orell. — <quote>
            <foreign lang="grc">λέγομεν δὲ ἡμεῖς ἀπολογούμενοι, ὅτι μάλιστα μὲν οὐδὲν<pb ed="aut"
                n="4463"/> τοῦτο ποιεῖ </foreign>
          </quote> (e’ non fa nulla, <foreign lang="fre">il ne fait rien</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">εἰ εἶχε μετὰ τὴν τελευτὴν τῆς γυναικὸς ταύτην παλλακίδα (Ἰσοκράτης).
              ἔπειτα λέγομεν, ὅτι κ. τ. λ.</foreign>
          </quote>. L’<bibl>
            <author>Orelli</author>, l. c., p. 523.</bibl> fa questa nota. <quote>
            <foreign lang="grc">ὅτι μάλιστα μὲν οὐδὲν τοῦτο ποιεῖ</foreign> i.e. <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">hoc nullius fere vel perquam exigui momenti est</hi>. ut nos
            dicimus</foreign>: <foreign lang="ger" rend="italic">es macht nichts</foreign>
            <foreign lang="lat">pro</foreign>
            <foreign lang="ger" rend="italic">es hat nichts zu sagen, es hat nicht viel auf
            sich</foreign>
          </quote>. (17. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Meride nell’<title>
            <foreign lang="grc">Ἀττικιστὴς.</foreign>
          </title>. <quote>
            <foreign lang="grc">Γέλοιον, βαρυτόνως, ἀττικῶς. γελοῖον, περισπωμένως,
            ἑλληνικῶς</foreign>
          </quote>. E così sogliono i grammatici antichi, non solo in generale, ma anche ne’ casi
          particolari, distinguere costantemente dall’attico al greco comune, e riconoscere
          l’esistenza del secondo. (17. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Rufino nella version latina dell’<title lang="lat">Enchiridion</title> o <title
            lang="lat">Annulus aureus</title> che porta il nome di Sesto o <bibl>
            <author>Sisto</author>, num. 372. ed. Orell., loc. cit. p. 4431., t. I. p. 266</bibl>. <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Quod fieri necesse est, voluntarie</hi>
              <hi rend="sc">sacrificato</hi>
            </foreign>
          </quote>. Nè il Forcell. nè il Du Cange non hanno esempio di <emph>sacrificare</emph>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">sacrificium</foreign> ec. in questo senso metaforico,
          sì comune nelle lingue figlie, specialmente nel francese. (17. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>S. Nilo vesc. e mart. <quote>
            <foreign lang="grc">Κεφάλαια ἢ παραινέσεις</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Capita seu praeceptiones sententiosae</foreign>
          </quote>, <bibl>num.199., ed. Orell. ib. p. 346</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">Λύχνῳ πρὸς τὰς πράξεις τῷ συνειδότι</foreign> (<foreign lang="lat"
              >conscientia</foreign>) <foreign lang="grc">κέχρησο· τοῦτο γὰρ σοι ποίας</foreign>
          </quote> (per <foreign lang="grc">τινὰς</foreign>
          <emph>quali-quali</emph>: italianismo) <quote>
            <foreign lang="grc">μὲν ἐν βίῳ ἀγαθὰς</foreign>
          </quote> (scil. <foreign lang="grc">πράξεις</foreign>), <quote>
            <foreign lang="grc">ποίας δὲ πονηρὰς ὑποδείχνυσιν</foreign>
          </quote>. (17. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il medesimo ap. <bibl>Io. Damasc. <title>Parallel. Sacr.</title>, Opp. ed. Lequien. t. 2.
            p. 419.</bibl> et <bibl>ap. <author>Orell.</author> ib. p. 362. lin.6.</bibl>
          <foreign lang="grc">σαρκίον</foreign> per <foreign lang="grc">σάρκα</foreign>,
          <emph>carne</emph>, cioè <emph>corpo</emph> (<foreign lang="grc">σωμάτιον</foreign>,
          all’uso stoico.) (17. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4464"/>
          <bibl>
            <author>Lysis</author> in <title>Epistola ad Hipparchum</title> p. 52. edit. Epistolarum
            Socratis et Socraticorum, Pythagorae et Pythagoreorum, Io. Conr. Orellii, Lips.
          1815</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">Ὅσιον κἀμὲ μνᾶσθαι τοῦ τήνου (Πυθαγόρου) θείων καὶ σεμνῶν
              παραγγελμάτων, μηδὲ κοινὰ ποιῆσθαι τὰ σοφίας ἀγαθὰ τοῖς οὐδ' ὄναρ</foreign>
          </quote> (<emph>nemmen per sogno</emph> per <emph>in niun modo, niente affatto</emph>) <quote>
            <foreign lang="grc">τὰν ψυχὰν κεκαθαρμένοις</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Orell.</author> ib. p. 600.</bibl>) (18. Febbr. 1829.). V. p. 4470.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4165. Così Callimaco, <quote>
            <foreign lang="grc">οὕτω καὶ σύ γ' ἰών</foreign>
          </quote>, nel noto epigramma sopra il tor moglie di condizione pari, verso ult. Vedilo nell’<bibl>
            <author>Orelli</author> ib. p. 176.</bibl> e le note a quel luogo, <bibl>ib. p.
          555.</bibl>, e del Menag. ad Laert. ec., e nelle opp. di Callimaco. Il luogo di Teone
          citato nel pensiero a cui questo si riferisce, conferma la lezione <foreign lang="grc">σύ
            γ' ἰών</foreign> per <foreign lang="grc">σύ Δίων</foreign>, ed è qui assai notabile e
          prezioso. — Così noi diciamo anche <emph>andamenti, procedimenti</emph>, per
          <emph>azioni</emph>, o per <emph>modi di operare, di governarsi</emph>. ec. (18. Febbr.
          1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gratari — gratulari. Trembler (tremulare).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4431. Tucidide, nel proemio, chiama gli storici <quote>
            <foreign lang="grc">λογογράφους.</foreign>
          </quote>. <foreign lang="grc">Λογογραφέω</foreign> è usato per <emph>iscrivere istoria,
            narrare, raccontare</emph>; <foreign lang="grc">λογογραφία</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">historiae scriptio</foreign>; <quote>
            <foreign lang="grc">ἡ λογογραφικὴ</foreign>
          </quote> da Eustazio per <emph>prosa</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">soluta
            oratio</foreign>; ed anche <foreign lang="grc">λογογράφος</foreign> si dice
          semplicemente per <emph>prosatore</emph>. <quote>
            <foreign lang="grc">Λογοποιὸς</foreign>
          </quote> per <emph>istorico</emph> da Senofonte. <foreign lang="grc">Συγγράφω</foreign>
          pur si dice particolarmente per <foreign lang="grc">διηγεῖσθαι</foreign>, cioè ne’
          significati qui sopra detti di <foreign lang="grc">λογογραφέω</foreign>. Isocrate
          nell’epilogo del <title>
            <foreign lang="grc">πρὸς Νικοκλέα</foreign>
          </title>, distingue espressamente <quote>
            <foreign lang="grc">τὰ ποιήματα</foreign>
          </quote> e <quote>
            <foreign lang="grc">τὰ συγγράμματα</foreign>
          </quote> (<quote>
            <foreign lang="grc">τὰ συμβουλεύοντα καὶ τῶν ποιημάτων καὶ τῶν συγγραμμάτων</foreign>
          </quote> ec.); ed Ammonio de Diff. Vocab. definisce il <foreign lang="grc"
          >σύγγραμμα</foreign> così: <quote>
            <foreign lang="grc">ὁ δίχα μέτρου λόγος, ὁ προσαγορευόμενος πεζός</foreign>
          </quote>. Appunto come se <foreign lang="grc">τὰ ποιήματα</foreign> non fossero <foreign
            lang="grc">συγγεγραμμένα</foreign>, cioè scritti; o come se <foreign lang="grc"
            >συγγράφειν</foreign> non valesse <pb ed="aut" n="4465"/> anche, come vale,
          semplicemente <emph>scrivere, conscribere</emph>. <foreign lang="grc">Συγγραφεὺς</foreign>
          per <emph>istorico</emph> passim: <quote>
            <foreign lang="grc">ποιηταὶ καὶ συγγραφεῖς</foreign>
          </quote>
          <emph>poeti e scrittori</emph>, cioè <emph>prosatori</emph>, passim, e in <bibl>
            <author>Laerz.</author> VI. 30.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">συγγραφὴ</foreign>
          </quote> per <emph>istoria, narrazione, opera</emph> o <emph>composizione istorica</emph>,
          ap. Pausan. (<quote>
            <foreign lang="grc">μέγα οὐδὲν ἐς συγγραφὴν παρεχομένη (πόλις)</foreign>
          </quote>) e specialmente Arriano (<bibl>
            <author>Alexand.</author> praef. 5. <foreign lang="grc">συγγραφὴ</foreign>: 12. 7. IV.
            10. 2. V. 4. 4. V. 6. 12. VI. 16. 7. VII. 30. 7. Indic. 19. 8. <foreign lang="grc"
              >ξυγγραφὴ</foreign>
          </bibl>). <foreign lang="grc">Καταλογάδην</foreign>
          <emph>prosa oratione, prosaice</emph>. Plutar. <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ τῶν ἐμμέτρων ποιημάτων, καὶ τῶν καταλογάδην
            συγγραμμάτων</foreign>
          </quote> Isocr. nell’esord. o <foreign lang="grc">προοίμιον</foreign> dell’<title>ad
            Nicocl.</title>. (Scapula, Tusano, Budeo: i quali non citano Arriano; e il solo Tusano
          Ammonio, ad altro oggetto, e non riporta le parole.) (19. Febbr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4440. (la quale, del resto, è anch’essa d’imaginazione, come ho detto altrove,
          ec.) (19. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">φόρτος-φορτίον</foreign>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tardivo (ital.) — tardío (spagnuolo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Segnalato, señalado, signalé, per degno di essere segnalato, cioè notato; notevole.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4460. <quote>
            <foreign lang="eng">In the epitaph of L. Cornelius Scipio Barbatus, <hi rend="italic"
                >Lucanaa</hi> — The doubling the vowel belongs to the Oscan and old Latin: in the
              Julian inscription of Bovillae we find <hi rend="italic">leege</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Niebuhr</author>, sezione intitolata <title lang="eng">The Sabines and
              Sabellians</title>, not. 248. p. 72-3.</bibl> (24. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4442. <foreign lang="spa" rend="italic">Verano</foreign> spagn. non è altro che
            <foreign lang="lat" rend="italic">vernum</foreign>: <foreign lang="lat" rend="italic"
            >verno</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">verno tempore</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">vere</foreign> è assai frequente anche nel buon latino
          (Forcell.). Secondo l’<bibl>
            <author>Amati</author>, nel <title>Giornale arcad.</title> tom. 39., 3.<hi rend="apice"
              >zo</hi> del 1828, p. 240.</bibl>
          <quote>
            <emph>l’appellazione di</emph>
            <emph rend="sc">preivernum</emph>
            <emph>o</emph>
            <emph rend="sc">privernum</emph>
          </quote> (oggi <emph>Piperno</emph>, antica città de’ Volsci), <quote>
            <emph>tiensi per gli uomini più istruiti di fabbrica latina; da</emph>
            <emph rend="sc">preimum</emph>, <emph>o</emph>
            <emph rend="sc">primum</emph>, <emph>e</emph>
            <emph rend="sc">vernum</emph>, <emph>sottinteso</emph>
            <emph rend="sc">tempus</emph>: <emph>essendo la posizione del paese, in monti aprici e
              non molto elevati, <pb ed="aut" n="4466"/> attissima ad anticipata primavera</emph>
          </quote>. (24. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Primavera</emph>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">primum ver</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">vernum</foreign>, pel semplice <foreign lang="lat"
            rend="italic">ver</foreign>. Anche questo è d’antichissimo uso latino. Vedi il pensiero
          precedente, e il <bibl>
            <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Ver</foreign>.</bibl>
          (24. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4437. Ben sono frequentissimi gli esempi di tal genere, non solo quanto a voci,
          inflessioni e simili, non proprie della lingua scritta, e solamente volgari, ma quanto a
          sintassi e dicitura affatto sgrammaticata, anzi strana, nelle iscrizioni di gente
          popolare, sì greche, e sì massimamente latine; come è fra le mille, quella ritrovata in
          Ostia, e pubblicata ultimamente dall’<bibl>
            <author>Amati</author>. <title>Giorn. arcad.</title> t. 39., 3.<hi rend="apice">zo</hi>
            del 1828., p. 234</bibl>. <quote rend="block">
            <lg type="non-definito" lang="lat">
              <l>Hic iam nunc situs est quondam praestantius ille</l>
              <l>Omnibus in terris fama vitaque probatus</l>
              <l>Hic fuit ad superos felix quo non felicior alter</l>
              <l>Aut fuit aut vixit simplex bonus atque beatus</l>
              <l>Nunquam tristis erat laetus gaudebat ubique</l>
              <l>Nec senibus similis mortem cupiebat obire</l>
              <l>Set timuit mortem nec se mori posse putabat</l>
              <l>Hunc coniunx posuit terrae et sua tristia flevit</l>
              <l>Volnera quae sic sit caro biduata marito.</l>
            </lg>
          </quote> Vivo specchio del dir di Democrito, e di quel che, secondo ogni verisimiglianza,
          furono le prime prose greche. E quell’altra, edita dal med. <bibl>ib. p. 236-7</bibl>. <quote>
            <foreign lang="lat">Dis manibus Meviae Sophes C. Maenius (sic) Cimber coniugi
              sanctissimae et conservatrici desiderio spiritus mei quae vixit mecum an. XIX. menses
              III. dies XIII. quod vixi cum ea sine querella nam nunc queror aput manes eius et
              flagito Ditem aut et me reddite coniugi meae quae mecum vixit tan concorde <pb
                ed="aut" n="4467"/> ad fatalem diem. Mevia Sophe impetra si quae sunt manes
            ni</foreign>
          </quote> (cioè <emph>ne</emph>) <quote>
            <foreign lang="lat">tam scelestum discidium experiscar diutius. Hospes ita post obitum
              sit tibe terra levis ut tu hic nihil laeseris aut si quis laeserit nec superis
              comprobetur nec inferi recipiant et sit ei terra gravis</foreign>
          </quote>. (24. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4354. Probabilissimamente nella primitiva e vera scrittura, nella quale le vocali
          oggi dette lunghe, erano veramente doppie, cioè 2 vocali brevi, in tali casi si scriveva
          omettendo la 2.<hi rend="apice">da</hi> breve: p. es. in vece d’<foreign lang="grc">ἐγὼ
            ἀρξάμενος</foreign> si scriveva <foreign lang="grc">ἐγο ἀρξ</foreign> ovvero <foreign
            lang="grc">ἐγο' ἀρξ</foreign>, giacchè la scrittura ordinaria di <foreign lang="grc"
          >ἐγὼ</foreign> era <foreign lang="grc">ἐγοὸ</foreign> di <foreign lang="grc">ἤδη
          ἐέδεε</foreign> ec. In somma le vocali ora dette lunghe, eran veri dittonghi, due suoni
          brevi; l’uno de’ quali si poteva elidere ec. (25. Febbr. 1829.). V. p. 4469.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4403. <bibl>
            <author>Senofonte</author> nell’<title>Anabasi</title>, al principio dei libri 2. 3. 4.
            5. 7.</bibl>, riepiloga brevissimamente <emph>tutto</emph> il narrato prima, e dice:
          queste cose <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν τῷ πρόσθεν</foreign>
          </quote> (lib.2 <foreign lang="grc">ἔμπροσθεν</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">λόγῳ δεδήλωται</foreign>
          </quote>, cioè, non già nel <emph>libro precedente</emph>, il quale non contiene
            <emph>tutta</emph> quella narrazione ch’egli dice ed epiloga (e la divisione
          dell’Anabasi in libri forse è più recente di Senofonte), ma nella <emph>parte precedente
            di questa istoria</emph>, appunto come è usato <foreign lang="grc">λόγος</foreign> da
          Erodoto. Il Leunclavio male traduce, <bibl>lib. 2. e 3.</bibl>
          <quote>
            <emph>superiore libro</emph>
          </quote>, men male <bibl>lib. 4.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">superioribus commentariis</foreign>
          </quote>, bene <bibl>lib. 5.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">hactenus hoc commentario</foreign>
          </quote>, e <bibl>lib. 7.</bibl>
          <quote>
            <emph>superiore commentario</emph>
          </quote>. Il <bibl>lib. 6.</bibl> comincia ex abrupto come il primo, e senza epilogo, nè
          proemio di sorta. (25. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4462. E già le destinazioni, le cause finali della natura, in molte anco di
          quelle cose in cui è manifesta la volontà intenzionale di essa natura come loro autrice, o
          non si possono indovinare, o sono (se pur veramente vi sono) affatto diverse e lontane da
          quelle che parrebbono dover essere. Per un esempio <pb ed="aut" n="4468"/> a che servono
          in tante specie d’animali quegli organi che i naturalisti chiamano <emph>rudimenti</emph>,
          organi imperfetti, incoati solamente, ed insufficienti all’uso dell’animale; in certe
          specie di serpenti due, in altri quattro piedicelli, che non servono a camminare, anzi non
          toccano nè pur terra, benchè sieno accompagnati da tutto l’apparato per camminare, cioè
          pelvi, scapule, clavicole, e simili cose? in certe specie di uccelli, ale che non servono
          per volare? e così discorrendo. Il sig. Hauch, professore di storia naturale in Danimarca,
          in una sua dissertazione "Degli organi imperfetti che si osservano in alcuni animali,
          della loro destinazione nella natura, e della loro utilità riguardo la storia naturale",
          composta in italiano, e pubblicata in Napoli 1827. (<bibl>
            <title>Giorn. arcad.</title> t. 38., 2.do del 1828. p. 76-81.</bibl>), crede che
          siffatti organi servano di nesso tra i diversi ordini di animali (p. e. quei piedicelli,
          tra i serpenti e le lucerte), di scalino o grado intermedio, per evitare il salto; e che
          essi sieno quasi abbozzi con cui la natura si provi e si eserciti per poi fare simili
          organi più sviluppati e perfetti di mano in mano in altri ordini vicini di animali. Non so
          quanto quest’oggetto, questa causa finale, possa parere utile, e degna della natura e
          della cosa. V. p. 4472. Ma ricevuta tale ipotesi (ch’è l’argomento e lo scopo di quel
          libro), vedesi quanto le cause finali della natura sarebbero in tali casi lontane da ogni
          apparenza, e da tutto il nostro modo di pensare. Giacchè chi di noi non tiene per evidente
          che i piedi <emph>sono fatti</emph> per camminare? (come l’occhio per vedere). E pure quei
          piedicelli con tutto il loro apparato da camminare, non sarebbero fatti per camminare, nè
          poco nè punto; ma per un tutt’altro fine. E in fatti non camminano; perchè vi sono
          insufficienti. E quelle ali non volano, benchè per altro <emph>perfettamente
          organizzate</emph> (Hauch: il quale nota ancora che in alcuni di quegli uccelli <pb
            ed="aut" n="4469"/> esse non bastano nè anche nè servono punto a bilanciarli ed aiutare
          il corso, come si dice di quelle dello struzzo): <foreign lang="eng" rend="italic">and so
            on</foreign>. (26. Feb. giovedì grasso. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per un Discorso sopra lo stato attuale della letteratura ec. — Togliere dagli studi,
          togliere dal mondo civile la letteratura amena, è come toglier dall’anno la primavera,
          dalla vita la gioventù. (6. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τῷ Βίωνι</foreign>
          </quote> (Boristenita, filosofo) <quote>
            <foreign lang="grc">δοκεῖ μὴ δυνατὸν εἶναι τοῖς πολλοῖς ἀρέσκειν, εἰ μὴ πλακοῦντα
              γενόμενον ἢ Θάσιον</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Dio Chrys.</author> Orat. 66. <title lang="lat">de gloria</title>. p. 612. ed.
            Reisk</bibl>. Bione diceva: non è possibile piacere ai più, se tu non divieni un
          pasticcio o un vin dolce. (8. Marzo. Domenica. 1829.). Può servire al Galateo morale, o al
          Macchiavellismo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4245. Di questi <foreign lang="grc">ἔρανοι</foreign> discorre (mi pare) di
          proposito, e può vedersi, il <bibl>
            <author>Coray</author>, <title lang="fre">Notes sur les Caractères de
            Théophraste</title>
          </bibl>. (8. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sinizesi. <bibl>V. <author>Forcell.</author> ec. in <foreign lang="lat" rend="italic"
              >Suavis</foreign> e simili voci.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Sperno <hi rend="italic">is</hi> — aspernor <hi rend="italic"
            >aris</hi>
          </foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Contemtus, despectus, neglectus</foreign> ec. per <foreign lang="lat"
            >contemnendus, contemnibilis</foreign> ec. E così in italiano francese e spagnuolo. —
            <foreign lang="lat">Scitus, scite, scitulus, scitule</foreign> ec. saputo, saputello ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4467. E così i dittonghi. I quali altresì, quando eran fatti brevi, si doveano
          scrivere senza l’ultima vocale: <foreign lang="grc">οὔ το' ἀπόβλητ' ἐστὶ</foreign>, per
            <foreign lang="grc">οὔ τοι</foreign>, come oggi si scrive. E similmente nel mezzo delle
          parole, i dittonghi e le vocali dette lunghe, quando eran fatte brevi, doveano scriversi
          semplici: <foreign lang="grc">ο</foreign> per <foreign lang="grc">ω, οι</foreign> ec.;
            <foreign lang="grc">ε</foreign> per <foreign lang="grc">η, ει</foreign> ec. ec. (8.
          Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4430. Similmente quei tanti motti che sotto nome di Diogene cinico si trovano nel
          Laerzio, e nello Stobeo, Antonio e Massimo, ed altri, raccolti dall’<bibl>
            <author>Orelli</author>, loc. cit. p. 4431., t. 2. Lips. 1821.</bibl>; moltissimi de’
          quali si trovano attribuiti in altri luoghi ad altri diversissimi personaggi; mostrano che
          a Diogene si riferivano popolarmente <pb ed="aut" n="4470"/> tutti i detti mordaci, arguti
          ec. non solo morali o filosofici, ma qualunque. (8. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il luogo del <bibl>
            <author>Laerz.</author> ap. l’<author>Orelli</author>, loc. cit. nel pensiero preced.,
            p. 84. num.111.</bibl> da nessuno inteso, e peggio dal Kuhnio (la cui spiegazione è data
          per ottima dall’<bibl>
            <author>Orelli</author>, ib. p. 585-6.</bibl> dove chiama questo luogo <quote>
            <emph>difficilissimo</emph>
          </quote>), secondo il quale (<bibl>v. l’<author>Orelli</author> p. 586.</bibl>) avremmo
          dei galli <foreign lang="grc">πίπτοντας ἐπὶ στόμα</foreign>
          <emph>caduti boccone</emph>, cioè sul becco, cosa finora non mai veduta; a me par
          chiarissimo, e contiene una satira contro i medici (dei quali Esculapio è il dio), che
            <emph>finiscono di ammazzare chi cade malato</emph>. Quel <foreign lang="grc"
          >πλήκτης</foreign> non era gallo, ma uomo, un lottatore, non reale, ma figurato,
          probabilmente in cera, secondo l’uso degli antichi, specialmente poveri, in tali <foreign
            lang="grc">ἀναθήμασι</foreign>. V. un luogo analogo, e confermante questa spiegazione,
            <bibl>ib. p. 102. n.216.</bibl>; e la nota, p. 595.: anche questo luogo spetta a
          Diogene. Il gallo promesso da Socrate ad Esculapio, è venuto in mente al Kuhnio in questo
          proposito assai male a proposito, e l’ha indotto nell’errore. (9. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4464. Filone giudeo ha un luogo simile (<foreign lang="grc">οὐδ' ὄναρ</foreign>)
            <bibl>ap. <author>Orell.</author> ib. t. 2. p. 116. num. 269</bibl>. Del resto, v. il
          Forcell. ec. (9. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4437. fin. Non per ignoranza nè per negligenza, ma volutamente e a bello studio,
          si accostò a quel dir perplesso ec. a quella maniera democritea, anzi senz’ordine o regola
          alcuna di frase, e ciò esageratamente e fuor di misura, l’autore di quelle cinque <foreign
            lang="grc">Διαλέξεις</foreign> (<bibl>
            <author>Orell.</author>
            <title lang="lat">Dissertationes</title>, <author>Fabric.</author>
            <title lang="lat">Disputationes</title>
          </bibl>) in dialetto dorico, d’argomento morale, che si trovano appiè di parecchi mss.
          delle opp. di Sesto Empirico, e che furon pubblicate da E. Stefano, dal Gale, dal
          Fabricio, e ultimamente da Gio. Corrado Orelli (loc. cit. nella pag. qui dietro, fin.): il
          quale autore, certo non molto antico, ma che intese di farsi creder tale, volle usare quel
          modo per contraffare anche in questo l’antichità. (10. Marzo. 1829.). V. p. 4479.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4471"/> Se gli scrittori conoscessero personalmente a uno a uno i lor
          futuri lettori, è credibile che non si prenderebbero troppa pena di proccurarsi la loro
          stima scrivendo accuratamente, nè forse pure scriverebbero. Il considerarli
          coll’immaginazione confusamente e tutti insieme, è quello che, presentandoli loro sotto il
          collettivo e <emph>indefinito</emph> nome e idea di <emph>pubblico</emph>, rende
          desiderabile o valutabile la loro lode o stima ec. (10. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4426. Notano quelli che hanno molto viaggiato (Vieusseux parlando meco), che per
          loro una causa di piacere viaggiando, è questa: che, avendo veduto molti luoghi,
          facilmente quelli per cui si abbattono a passare di mano in mano, ne richiamano loro alla
          mente degli altri già veduti innanzi, e questa reminiscenza per se e semplicemente li
          diletta. (E così li diletta poi, per la stessa causa, l’osservare i luoghi, passeggiando
          ec., dove fissano il loro soggiorno.) Così accade: un luogo ci riesce romantico e
          sentimentale, non per se, che non ha nulla di ciò, ma perchè ci desta la memoria di un
          altro luogo da noi conosciuto, nel quale poi se noi ci troveremo attualmente, non ci
          riescirà (nè mai ci riuscì) punto romantico nè sentimentale. (10. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4365. Certo, siccome la letteratura e le scienze greche, la filosofia ec.,
          passando in Italia, furono causa che moltissime parole greche, appartenenti a tali rami,
          acquistassero cittadinanza latina, e di là sien divenute proprietà delle lingue moderne,
          non solo scritte, ma eziandio parlate; così anche la religione cristiana: e non dico delle
          voci tecniche della teologia, ma di tante altre voci proprie del cristianesimo
          traspiantate nel latino, e di là passate nelle lingue moderne (anche non figlie della
          latina), e in esse volgarissime d’uso, tanto che molte di loro sono sfiguratissime (o di
          forma o di significato) e appena lasciano scorgere la loro etimologia: come (in italiano)
          chiesa, clero, chierico, prete, canonico, vescovo, papa, battesimo, battezzare, cresima,
          eucaristia, catechismo, parroco, parrocchia, epifania, pentecoste, elemosina (limosina,
          limosinare ec.), accidia ec. (10. Marzo. 1829.), angelo, arcangelo, demonio, diavolo, <pb
            ed="aut" n="4472"/> patriarca, profeta, profezia, apostolo, martire, martirio, martìre,
          martoro, martoriare ec., cattolico, eretico, eresia (resia ec.), evangelo (vangelo),
          monaco, monastico, monasterio, eremo (ermo ec. eremita, romito, romitorio, ec.) anacoreta,
          mistero (trasportato anche ad ogni sorta di cose ignote, e fuor della religione), ec.
          Molte anche tradotte, come <foreign lang="grc">κατανύσσω, κατάνυξις</foreign>, <foreign
            lang="lat" rend="italic">compungo, compunctio</foreign>, prese nel senso morale;
            <foreign lang="grc">πειρασμὸς</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">tentatio</foreign>; ed altre tali infinite, non pur
          voci, ma frasi e frasario <emph>della scrittura</emph> (gran fonte di grecismo al basso
          latino e alle lingue moderne) o de’ padri greci, passate nelle nostre lingue, e coll’andar
          del tempo applicate anco a sensi ed usi affatto profani<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <emph>Prossimo</emph> (<foreign lang="grc">ὁ πλησίον, ὁ πέλας</foreign>) p.
                <emph>simile</emph> ec., viene anche dal greco p. mezzo del Cristianes., quantunq.
              il Forc. abbia qualcosa di simile in autori pagani.</p>
          </note>. (12. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4468. Tale osservazione potrà parere soddisfacente come spiegazione del fenomeno,
          non del fine di esso. (12. Marzo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἐς ἴσον τῷ</foreign>
          </quote> frammento di Archita, o sotto nome di <bibl>
            <author>Archita</author>, ap. <author>Orelli</author>, l. c. p. 4469. fine, p. 248. lin.
            13.</bibl> — <foreign lang="fre" rend="italic">à l’égal de</foreign>. La Bruyère, e
          contemporanei — locuzione avverbiale, in senso di <foreign lang="lat" rend="italic">aeque
            ac</foreign>. (12. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Galateo morale. <quote>
            <foreign lang="fre">Il y a des ménagements que l’esprit même et l’usage du monde
              n’apprennent pas, et, sans manquer à la plus parfaite politesse, on blesse souvent le
              coeur</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Corinne</author>, liv. 3. ch. I. 5.<hi rend="apice">me</hi> éd. Paris 1812. t.
            I. p. 92</bibl>. <quote>
            <foreign lang="fre">Les Anglais sont les hommes du monde qui ont le plus de discrétion
              et de ménagement dans tout ce qui tient aux affections véritables</foreign>
          </quote>. <bibl>liv. 6. chap. 4. t. I. p. 281</bibl>. (13. Marzo. 2.<hi rend="apice"
          >do</hi> Venerdì. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Mille piacer non vagliono un tormento</emph>. Or come può un piacere valer mille
          tormenti? e pure così è la vita. (14. Marzo. 1829.). Questo verso racchiude una sentenza
          capitale contro la vita umana, e contro chi consente a vivere, cioè tutti i viventi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi latini. <foreign lang="lat" rend="italic">Nix</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">κέραμος-κεράμιον</foreign>
          </quote>. <bibl>V. <author>Orelli</author>, loc. cit. qui sopra, p. 279. fine</bibl>, il
          qual luogo, come si dice nelle note, è copiato da Aristotele.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4473"/>
          <foreign lang="grc">εὐθέως</foreign> o <foreign lang="grc">εὐθὺς</foreign>, come <foreign
            lang="spa" rend="italic">luego</foreign>, per dunque, però, iccirco, conseguentemente,
          necessariamente <bibl>V. <author>Orelli</author> ib. p. 312. lin.8-9., e la nota p.
          697</bibl>. Luogo notabile. Così, spesso, colla negazione: p. e. <foreign lang="grc">οὐ
            γὰρ εἰ</foreign> ec. <foreign lang="grc">διὰ τοῦτο εὐθὺς καὶ</foreign> ec., ovvero
          omesso il <foreign lang="grc">διὰ τοῦτο</foreign>
          <emph>però</emph>. (23. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">μωκάομαι</foreign>, coi derivati e composti (<bibl>v.
            <author>Scapula</author> in <foreign lang="grc">μῶκος</foreign>
          </bibl>, e <bibl>
            <author>Orell.</author> ib. p. 752. fin.</bibl>) — <foreign lang="fre" rend="italic">se
            moquer</foreign> coi derivati ec. E notisi la forma neutra passiva, ossia reciproca,
          dell’uno e dell’altro verbo ec. (25. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">σκίμπους οδος-σκιμπόδιον</foreign>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">cauneas-cave ne eas</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">tenebrosus-tenebricosus</foreign>. Nel dialetto popolare di Viterbo
          (Patrimon. di S. Pietro), <emph>menicare</emph> e <emph>trenicare</emph>, frequentativi di
            <emph>menare</emph> e <emph>tremare</emph>. (<bibl>
            <author>Orioli</author> nell’<title>Antologia di Firenze</title>.</bibl>)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἁρμάτιον</foreign>
          </quote> per <foreign lang="grc">ἅρμα</foreign>. <bibl>
            <author>Procop.</author>
            <title>Hist. arcan.</title> p. 31. ed. Alemanni.</bibl> (I Lessici e Gloss. nulla.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἔπος</foreign> da <foreign lang="grc">εἰπεῖν</foreign> sembra essere
          stato considerato, e chiamato così, come un grado, un genere medio tra <foreign lang="grc"
            >λόγος</foreign>, da <foreign lang="grc">λέγειν</foreign>, <emph>orazione</emph>, prosa;
          e <foreign lang="grc">μέλος</foreign>. (27. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἁφὴ, ἐπαφὴ</foreign>
          </quote>, usati in proposito d’istrumenti musici, <bibl>ap. <author>Orell.</author> ib. p.
            292. lin. 3., p. 302, lin. 13. 18. 23., p. 336. lin. 19.</bibl> — <emph>tocco,
          toccare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">toucher</foreign> ec. nello stesso
          senso.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In generale la forma diminutiva (o disprezzativa o vezzeggiativa ec.) spagnuola in
            <emph>illo</emph>, e <emph>ico, ecillo, ecico, cillo, cico</emph>, e l’italiana in
            <emph>glio</emph> e <emph>chio</emph> (<emph>icchio, ecchio, acchio</emph> ec.), e la
          francese in <emph>il, ill; ail, aill; eil, eill</emph> ec.; sì de’ nomi, che de’ verbi
          (ne’ quali suol esser chiamata frequentativa), non è altro (anche nelle voci di origine
          non latina) che la mera latina in <emph>aculus, iculus, culus, iculare, culare,
          uscul</emph>. ec. contratta prima in <emph>clus, clum, iclus, clare</emph> ec. (27. Marzo.
          1829.). V. p. 4486.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Fama rerum</foreign>. <bibl>
            <author>Tac.</author>
            <title>Vit. Agric.</title> in fine</bibl>. Frase che desta un’idea <pb ed="aut" n="4474"
          /> vastissima, o una moltitudine di idee, e nel modo il più indefinito. Di tali frasi, e,
          in generale, della facoltà di esprimersi in siffatta guisa, abbondano le lingue antiche;
          la latina specialmente, anche più della greca: e quindi è che la prosa latina, per
          l’espressione e il linguaggio (non per le idee, e lo <emph>stile</emph>, come la francese)
          è sovente più poetica del verso, non pur moderno, ma greco; benchè il latino non abbia
          lingua poetica a parte. (28. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi lat. , opposti alle voci greche corrispondenti. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Do</foreign> — <foreign lang="grc">δί-δω-μι</foreign>, dal disusato
            <foreign lang="grc">δόω</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sufficiente</emph> detto di uomo, <emph>sufficienza</emph> ec. — <foreign lang="grc"
            >ἱκανὸς, ἱκανότης</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4442. <emph>Eremo</emph> sostant. da <foreign lang="grc">ἔρημος</foreign> agg.,
          sottint. <foreign lang="grc">τόπος</foreign>. <emph>Deserto</emph>. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author>
          </bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Nulla</foreign> (<foreign lang="lat">res</foreign>) per
            <foreign lang="lat" rend="italic">nihil</foreign>. E per via di tali sottintendimenti,
          infiniti altri aggettivi, non sol di tempo o luogo, ma d’ogni genere, son passati, in ogni
          lingua, ad essere sostantivi, in vece de’ sostantivi originali loro corrispondenti. Del
          resto anche il greco abbonda di tali ellissi negli aggettivi di tempo o luogo. (28. Marzo.
          1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Error grande, non meno che frequentissimo nella vita, credere gli uomini più astuti e più
          cattivi, e le azioni e gli andamenti loro più doppi, di quel che sono. Quasi non minore nè
          meno comune che il suo contrario. (28. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tanto</emph>, <foreign lang="lat">inquit</foreign>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">melius</foreign>. Fedro. — <foreign lang="fre" rend="italic">tant mieux,
            tant pis</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Ce que les intérêts particuliers ont de commun (nella società) est
              si peu de chose, qu’il ne balancera jamais ce qu’ils ont d’opposé</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Rousseau</author>, <title>Pensées</title>, Amsterdam 1786. 1.<hi rend="apice"
            >re</hi> part. p. 23</bibl>. (28. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">On n’a de prise sur les passions, que par les passions; c’est par
              leur empire qu’il faut combattre leur tyrannie, et <hi rend="italic">c’est toujours de
                la nature elle-même qu’il faut tirer les instrumens propres à la régler</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>ib. p. 46.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Strascicare</emph> e <emph>strascinare</emph>, sono certamente frequentativi
          corrotti da <foreign lang="lat" rend="italic">trahere</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4475"/> Alla p. 4446. Verissima osservazione, siccome l’altra analoga, p.
          4459., sopra i drammi. Ma tali memorie, leggende e canti, non possono trovarsi se non in
          popoli che abbiano attualmente una vita e un interesse nazionale; dico vita e interesse
          che risieda veramente nel popolo: e però non possono trovarsi se non che in istati
          democratici, o in istati di monarchie popolari o semipopolari, (come le antiche e del
          medio evo), o in istati di lotta nazionale con gente forestiera odiata popolarmente (come,
          al tempo del Cid, degli spagnuoli cogli arabi), o finalmente in istati di tirannie
          combattute al di dentro (come nella Grecia moderna, e in più provincie ed epoche della
          Grecia antica e sue colonie). Ma nello stato in cui le nazioni d’Europa sono ridotte dalla
          fine del 18.<hi rend="apice">o</hi> secolo, stato di tranquilla monarchia assoluta, i
          popoli (fuorchè il greco) non hanno potuto nè possono avere di tali tradizioni e poesie.
          Le nazioni non hanno eroi; se ne avessero, questi non interesserebbero il popolo; e gli
          antichi che si avevano, sono stati dimenticati da’ popoli, da che questi, divenendo
          stranieri alla cosa pubblica, sono anche divenuti stranieri alla propria storia. Se però
          si può chiamare lor propria una storia che non è di popolo ma di principi. In fatti
          nessuna rimembranza eroica, nessuna affezione, perfetta ignoranza della storia nazionale,
          sì antica, sì ancora recentissima, ne’ popoli della moderna Europa. In siffatti stati, gli
          eroi delle leggende popolari non sono altri che Santi o innamorati: argomenti, al più, di
          novelle, non di poemi o canti eroici, nè di tragedie eroiche.</p>
        <p>Quindi apparisce che il poema epico, anzi ancora il dramma nazionale eroico, di qualunque
          sorta, e sia classico o romantico, è quasi impossibile alle letterature moderne. Il vizio
          notato da Niebuhr nell’Eneide, è comune alle moderne epopee, al Goffredo particolarmente.
          Meglio, per questo capo, i Lusiadi; i cui fatti anco, benchè recentissimi, abbondavano di
          poetico popolare, per la gran lontananza, ch’equivale <pb ed="aut" n="4476"/>
          all’antichità, massime trattandosi di regioni oscure, e diversisime dalle nostrali. Meglio
          ancora l’Enriade, il cui protagonista vivea nella memoria del popolo, non veramente come
          eroe, ma come principe popolare.</p>
        <p>Oltracciò quelle tradizioni di cui parla Niebuhr, dubito che possano aver luogo se non in
          tempi di civiltà men che mezzana (come gli omerici, quei de’ romani sotto i re, de’ bardi,
          il medio evo); nei quali hanno credito i racconti maravigliosi che corrono dell’antichità,
          e il moderno diviene antico in poco tempo. Ma in giorni di civiltà provetta, come quei di
          Virgilio e i nostri, l’antico, per lo contrario, divien come moderno; ed anche tra il
          popolo non corrono altre leggende che quelle che narransi ai fanciulli, gli uomini non ne
          hanno più, non pur dell’eroiche, ma di sorta alcuna; e non v’hanno luogo altre poesie
          fondate in narrative popolari, se non del genere del Malmantile. (29. Mar. 1829.).</p>
        <p>Da queste osservazioni risulterebbe che dei 3 generi principali di poesia, il solo che
          veramente resti ai moderni, fosse il lirico; (e forse il fatto e l’esperienza de’ poeti
          moderni lo proverebbe); genere, siccome primo di tempo, così eterno ed universale, cioè
          proprio dell’uomo perpetuamente in ogni tempo ed in ogni luogo, come la poesia; la quale
          consistè da principio in questo genere solo, e la cui essenza sta sempre principalmente in
          esso genere, che quasi si confonde con lei, ed è il più veramente poetico di tutte le
          poesie, le quali non sono poesie se non in quanto son liriche. (29. Marzo 1829.). — Ed
          anco <pb ed="aut" n="4477"/> in questa circostanza di non aver poesia se non lirica, l’età
          nostra si riavvicina alla primitiva. — Del resto quel che della poesia epica e drammatica,
          è anche della storia. Che importerebbe, che impressione, che effetto farebbe al popolo di
          Milano, di Firenze o di Roma, se oggi un nuovo Erodoto venisse a leggergli la storia
          d’Italia? (30. Mar.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4418. Anche qui, come in tante altre cose della nostra vita, <emph>i mezzi
            vagliono più che i fini</emph>. (29. Mar. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La felicità si può onninamente definire e far consistere nella contentezza del proprio
          stato: perchè qualunque massimo grado di ben essere, del quale il vivente non fosse
          soddisfatto, non sarebbe felicità, nè vero <emph>ben</emph> essere; e viceversa qualunque
          minimo grado di bene, del quale il vivente fosse pago, sarebbe uno stato perfettamente
          conveniente alla sua natura, e felice. Ora la contentezza del proprio modo di essere è
          incompatibile coll’amor proprio, come ho dimostrato; perchè il vivente si desidera sempre
          per necessità un esser migliore, un maggior grado di bene. Ecco come la felicità è
          impossibile in natura, e per natura sua. (30. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4366. Quindi l’aridità, il nessun interesse, la noia delle novelle, narrazioni,
          poesie allegoriche, come il Mondo morale del Gozzi, la Tavola di Cebete ec. Non parlo
          delle personificazioni ed enti allegorici introdotti come macchine in poemi, come
          nell’Enriade: perchè a quelli il poeta mostra di credere veramente, come farebbe ad altri
          enti favolosi e fittizi, umani o soprumani ec. (30. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Piombato, plombé (del color del piombo), per plumbeo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dépiter, se dépiter.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Vouloir</foreign> per <emph>potere</emph> e per
            <emph>dovere</emph>. <bibl>v. <author>Alberti</author> in <foreign lang="fre"
              rend="italic">vouloir</foreign> fine.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Errori popolari degli antichi. — Parlerò di quegli errori che furono, o si può creder che
          fossero, propri de’ volgari, e di quella sorta di persone <pb ed="aut" n="4478"/> che in
          tutte le nazioni vanno considerate come appartenenti al volgo; non già di quegli errori
          che il popolo ebbe comuni coi saggi; molto meno di quelli che furono proprii de’ saggi;
          materia che sarebbe infinita. Gli errori de’ saggi, antichi e moderni, sono innumerabili.
          Il popolo ha pochi errori, perchè poche cognizioni, con poca presunzion di conoscere.
          Oltre che la natura, voglio dir la ragione semplice, vergine e incolta, giudica
          spessissime volte più rettamente che la sapienza, cioè la ragione coltivata e
          addottrinata. E però non è raro che le genti del volgo e i fanciulli abbiano di molte cose
          opinioni migliori o più ragionevoli che i sapienti; e non è temerario il dire che,
          generalmente, nelle materie speculative e in tutte le cose il conoscimento delle quali non
          dipende da osservazione e da esperienza materiale, i filosofi antichi errassero dalla
          verità, o dalla somiglianza del vero, meno che i filosofi moderni: se non in quanto i
          moderni, quando scientemente e quando senza avvedersene, sono tornati in queste cose
          all’antico. (31. Marzo. 1829.).</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">On ne s’égare point parce qu’on ne sait pas, mais parce qu’on croit
              savoir</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Rousseau</author>, <title>pensées</title>, II. 219. V. p. 4502.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il dogma dell’invidia degli Dei verso gli uomini, celebrato in Omero, e soprattutto in
          Erodoto e suoi contemporanei, sembra essere di origine orientale, o divulgato
          principalmente in oriente. Poichè esso tiene alla dottrina del principio cattivo, ed a
          quelle idee che rappresentavano le divinità come malefiche e terribili; dottrina e idee
          aliene dalla religione della Grecia a’ tempi omerici ed erodotei, come ho osservato
          altrove. Ed esso è l’origine de’ sacrifizi, e delle penitenze, sì comuni in oriente, quasi
          ignote in Grecia. L’atto di Policrate samio (ap. Erodoto) che getta in mare il suo anello
          per proccurare a se medesimo una sventura, non è che una penitenza. (31. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4479"/> Scherzava sul poetar suo in questa forma: diceva ch’egli seguia
          Cristofaro Colombo, suo cittadino; ch’egli volea trovar nuovo mondo, o affogare.
          Chiabrera, Vita sua. Questo motto pare oggi una smargiassata, e ci fa ridere. Che grande
          ardire, che gran novità nel poetar del Chiabrera. Un poco d’imitazione di Pindaro, in
          luogo dell’imitazione del Petrarca seguita allora da tutti i così detti lirici. E pur
          tant’è: a que’ tempi questa novità pareva somma, arditissima, facea grand’effetto. Oggi
          par poco, e basta appena a far impressione poetica tutta la novità e l’ardire che è nel
          Fausto o nel Manfredo. — Può servire a un Discorso sul romanticismo. (1. Aprile. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’imaginazione ha un tal potere sull’uomo (dice <bibl>
            <author>Villemain</author>, <title>Cours de littérature française</title>, Paris 1828.
            nell’Antolog. N.97. p. 125.</bibl> in proposito del generale entusiasmo destato dai
          canti ossianici al lor comparire, ed anco al presente), i suoi piaceri gli sono così
          necessari, che, anche in mezzo allo scetticismo di una società invecchiata, egli è pronto
          ad abbandonarvisi ogni volta che gli sono offerti con qualche aria di novità. — Verissimo.
          Il successo delle poesie di Lord Byron, del Werther, del Genio del Cristianesimo, di Paolo
          e Virginia, Ossian ec., ne sono altri esempi. E quindi si vede che quello che si suol
          dire, che la poesia non è fatta per questo secolo, è vero piuttosto in quanto agli autori
          che ai lettori. (1. Aprile. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4470. Pur quelle <foreign lang="grc">διαλέξεις</foreign>, così imposture come
          sono, le quali quantunque non antichissime, pur sono certamente antiche (l’Orelli, al
          quale però io non consento, nelle note, p. 633, le crede anteriori a Pirrone e agli
          Scettici; e nella pref. del vol. , scritta dopo le note, p. X. le stima poco posteriori al
          filosofo Crisippo, <pb ed="aut" n="4480"/> anzi, p. XI. sospetta che sieno più antiche di
          Crisippo e dello stesso Platone; benchè le riconosca indubitatamente per imposture nelle
          note, e per opera di un sofista nella pref.: e il Visconti, Mus. Pio-Clem. t. 3. p. 97.
          ed. Mil., nelle note all’imagine di Sesto Cheronese filosofo del tempo degli Antonini, le
          fa <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">pluribus seculis antiquiores</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Orell.</author>
          </bibl>), di esso Sesto), possono ben servire a darci un’idea dell’antichissima prosa
          greca, a noi necessariamente sì poco nota; poichè quell’impostore, per mentir l’antichità,
          giudicò servirsi di un linguaggio di quella forma. Nei frammenti, sì morali e politici, e
          sì matematici e fisici, che portano il nome di Archita pitagorico (i quali io non so se
          sieno di Archita (<bibl>
            <author>Orell.</author> pref. p. XI.</bibl>), nè di quale Archita (<bibl>ib. p.
          672.</bibl>); ma in parecchi di loro credo veder caratteri e segni certi di molta
          antichità), l’arte dello esprimere i pensieri in prosa, si vede non più bambina; non però
          adulta; ma quasi ancora fanciulla: un aggirarsi, un confondersi spesso, uno stentare (un
          sudare in) a darsi ad intendere, a disporre e congiungere insieme gl’incisi e i periodi.
          (2. Aprile. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Stentato, stentatamente ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4438. E che altro che una diascheuasi era quella onde o libri interi, o passi e
          frammenti d’autori greci, dal dialetto in che erano scritti originalmente, venivano
          ridotti al parlar greco comune, e talora anche a qualche altro dialetto? (<bibl>
            <author>Orelli</author>, ib. t. 2. p. 720. fin.</bibl>) cosa frequentissima. Così il
          moderno editore del libro <title>
            <foreign lang="grc">περὶ τῆς τοῦ παντὸς φύσεως</foreign>
          </title> che porta il nome di Ocello lucano, Rudolph (Rudolphus), crede quel libro <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">e dorica dialecto in communem conversum</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Orell.</author> ib. p. 670. fin. p. 671. lin. 9.</bibl>): e in fatti, che che
          sia dell’autenticità, certo assai sospetta, di quel libro (<bibl>
            <author>Orell.</author> ib.</bibl>
          <bibl>
            <author>Niebuhr</author>
            <title>Stor. roman.</title>
          </bibl> ec.), la quale il Rudolph si sforza di sostenere contro il Meiners (che la
          combatte in <title lang="ger">Geschichte der Wissenschaften in Griechenland und
          Rom</title>), certo è che, mentre il libro si legge ora in lingua comune, se ne trovano
          ap. Stob. (colla citazione del titolo di esso libro) alcuni passi in dialetto dorico. (<quote>
            <foreign lang="lat">Libellus</foreign>
            <title>
              <foreign lang="grc">περὶ τοῦ παντὸς φύσιος</foreign>
            </title>
            <foreign lang="lat">etiamnum exstat integer: quanquam non Dorica dialecto qualis primum
              scriptus ab Ocello fuerat, ut ex fragmentis a Stob. servatis perspicue apparet: sed a
              Grammatico aliquo <hi rend="italic">ut facilius a lectoribus intelligeretur</hi>, in</foreign>
            <foreign lang="grc">κοινὴν</foreign>
            <foreign lang="lat">dialectum transfusus... Loca ex hoc Ocelli libro</foreign>
          </quote> ap. <bibl>
            <author>Stob.</author>
            <title>Eclog. phys.</title> p. 44.45. (lib. I c. 24., ed. Canter.)</bibl>. Vide et p.
          59. — <bibl>
            <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> t. 1. p. 510. seq.</bibl>) (2. Aprile. 1829.). Così nei florilegi
          di Stobeo, d’Antonio e di Massimo, e in questi ultimi due specialmente, molti frammenti di
          diversi autori, sono mutati dall’ionico, o da altro de’ dialetti greci, nel dir comune. (<bibl>
            <author>Orell.</author> ib. p. 729. <pb ed="aut" n="4481"/> num. 6., e t. 1. p. 114.
            lin. 26., p. 515. lin. 14-16.</bibl>, ec.) (2. Aprile. 1829. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Odio verso i nostri simili. Galateo morale. Umanità degli antichi. — Da che viene quel
          fenomeno sì incontrastabile, sì universale senza eccezione; che è impossibile essere
          spettatori di un piacer vivo, provato da altri (non solo uomini, anche animali), massime
          non partecipandone, senza sperimentare un irresistibile senso di pena, di rabbia, di
          disgusto, di stomaco? — piaceri sì morali, sì fisici. — piaceri venerei, insoffribili a
          vedere in altri, sì uomini, sì anche animali: insoffribili anche agli animali, sì in quei
          della propria specie, sì in altri. — Perchè sì spiacevole in natura la vista del piacer
          d’altri? — Il Casa nel Galateo prescrive che non si mangi o beva in compagnia o presenza
          altrui con dimostrazione di troppo gran piacere: Cleobulo ap. Laerz., notato da me
          altrove, che non si faccia carezze alla moglie in presenza d’altri. V. p. seg. — In fatto
          di donne generalmente, in fatto di galanteria, la cosa è notissima; insoffribile non solo
          la vista, ma i discorsi, i vanti, di fortune altrui. <quote>
            <foreign lang="fre">Il y a toujours dans les succès d’un homme auprès d’une femme
              quelque chose qui déplaît, même aux meilleurs <pb ed="aut" n="4482"/> amis de cet
              homme</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Corinne</author>, liv. 10. ch. 6., t. 2. p. 161. 5.<hi rend="apice">me</hi>
            édit. Paris 1812.</bibl> — Può servire anco al Galateo morale — e al Trattato de’
          sentimenti umani (3. Apr. 1829.) — e al pensiero sulla monofagia, massime in proposito de’
          servitori ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. preced. (<bibl>V. <author>Orell.</author>
            <title>Opusc. graec. moral.</title> t. 1. p. 138, e le note</bibl>) e ciò è anche oggi
          di creanza universale, e quasi naturale. (3. Apr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dal pensiero precedente apparisce (e l’esperienza lo prova) che vera amicizia
          difficilmente può essere o durare tra giovani, malgrado il candore, l’entusiasmo ec.
          proprio dell’età. E ve ne sono anche altre ragioni. Più facile assai l’amicizia tra un
          giovane e un vecchio o un provetto. — L’odio verso i simili, che essendo di ogni vivente
          verso ogni vivente, è maggiore verso quei della specie, ancor nella specie stessa è tanto
          maggiore, quanto un ti è più simile. — Hanno gli Ebrei in un loro libro di sentenze e
          detti varii (che si dice tradotto di lingua arabica, ma verisimilmente è pur di fattura
          ebraica) (<bibl>
            <author>Orell.</author>
            <title>Opusc. graec. moral.</title> t. 2. Lips. 1821., praef. p. XV.</bibl>), che non so
          qual sapiente, dicendogli uno: io ti sono amico, rispose: che potria fare che non mi fossi
          amico? che non sei nè della mia religione, nè vicino mio, nè parente, nè uno che mi
          mantenga? (sentent. 269. Apophthegm. Ebraeor. et Arabum ed. a Io. Drusio: Franequerae
          1651.) — <quote>
            <foreign lang="lat">Quodam dicente, Amo te, Cur, inquit, me non amares? Non enim es
              ejusdem mecum religionis, nec propinquus meus, nec vicinus, nec ex iis, qui me
            alunt</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Orell.</author> ib. p. 506-7.</bibl> (4. Apr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il più certo modo di celare agli altri i confini del proprio sapere, è di non passarli
          mai. (4. Apr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Moestus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >moereo</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">moeritus, moesitus,
          moestus</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">torreo — tostus, questus,
            quaestus</foreign> ec.) 1. participio in <emph>us</emph> con senso neutro e presente. 2.
          participio aggettivato. 3. non più riconosciuto per participio. Vedi Forcell. ec. (4.
          Apr.). Se non è da <foreign lang="lat" rend="italic">maereor</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4483"/> Alla p. 4437. (dove la sgrammaticatura continua e il balbettare,
          viene dall’esser gli autori forestieri, grecizzanti non greci, o dall’affettare il dir non
          greco, l’imitazione del linguaggio scritturale dei 70 ec.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’imperfetto indicativo pel congiuntivo. Se io sapeva (avessi saputo) questo, non andava
          (non sarei andato) ec. Ch’ogni altra sua voglia Era (sarebbe stata) a me morte, ed a lei
          infamia rea. <bibl>
            <author>Petr.</author>
            <title>Canz. Vergine bella</title>
          </bibl>. Anche il più che perfetto. S’io era ito ec., non mi succedeva ec. E in francese
            <foreign lang="fre" rend="italic">si j’étais</foreign> (s’io fossi) ec. ec. — Pretto
          grecismo. (4. Apr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ebbero anche i greci de’ libri di Mémoires secrets. Tali sono gli <title>Aneddoti</title>
          o <title>Storia Arcana</title> di Procopio, e gli altri mentovati dal Fabric. a questo
          proposito. Vedilo, B. Gr. t. 6. p. 253. sqq. e specialmente p. 255. not. (n.) (4. Apr.
          1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sinizesi. Dittonghi ec. Deesse dissillabo. <bibl>
            <author>Cesare</author> ap. <author>Donat.</author>
            <title>Vit. Terent.</title>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4415. <quote>
            <foreign lang="grc">εἵνεκ' ἀοιδῆς Ἣν νέον ἐν δέλτοισιν ἐμοῖς ἐπὶ γούνασι θῆκα</foreign>.
              <foreign lang="lat">gratia carminis Quod nuper in libellis meis</foreign>
          </quote> (meglio <foreign lang="lat" rend="italic">mea</foreign>, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">genua</foreign>) <quote>
            <foreign lang="lat">super genua posui</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Batracom.</title> v. 2. 3</bibl>. E la Batracomiomachia è pure una parodia
          omerica. Eschilo fu nel 5.<hi rend="apice">to</hi> sec. av. G. C. , nato circa il 525. (4
          Aprile. 1829.). <quote>
            <foreign lang="grc">Δέλτοι</foreign>
            <foreign lang="lat">pugillares qui forma litterae</foreign>
            <foreign lang="grc">Δ</foreign>
            <foreign lang="lat">plicabantur: postea quivis liber</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Scap.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’interesse nell’epopea, nel dramma, non nasce dal nazionale, ma dal noto, dal familiare.
          Se le cose e le persone antiche e straniere ci sono (come sono in fatti) tuttavia più
          note, più familiari, più ricche di rimembranze che le nazionali e le moderne, anzi se le
          nazionali non ci sono nè familiari nè cognite; la conseguenza è chiara, quanto alla scelta
          dei soggetti, volendo cercare il piacere. I nazionali nostri sono i Greci, i Romani, gli
          Ebrei ec. coi quali siamo convissuti fin da fanciulli. (5. Aprile. Domen. di Passione.
          1829.). Volendo poi mirare all’utile, è un altro affare; ma in tal caso non bisogna
          dimenticare quel detto della Staël (<bibl>
            <author>Corinne</author>, liv. 7. ch. 2</bibl>): <quote>
            <foreign lang="fre">Il (Alfieri) a voulu marcher par la littérature à un but politique:
              ce <pb ed="aut" n="4484"/> but était le plus noble de tous sans doute; mais n’importe,
              rien ne dénature les ouvrages d’imagination comme d’en avoir un</foreign>
          </quote>. (<bibl>5.<hi rend="apice">me</hi> édit. Paris 1812. t. I. p. 317.</bibl>).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Errori popolari degli antichi. Parlerò di questi errori leggermente, come storico, senza
          entrare a filosofare sopra ciascuno di essi e sopra la materia a cui appartengono; cosa
          che mi menerebbe in infinito, e vorrebbe non un Trattatello, ma un gran Trattato. In
          questo secolo, stante la filosofia, e stante la <foreign lang="fre" rend="italic"
          >liaison</foreign> che hanno acquistata tutte le cognizioni tra loro, ogni menomo soggetto
          facilissimamente diviene vastissimo. Tanto più è necessario, volendo pur fare un libro,
          che uno sappia limitarsi, che attenda diligentemente a circoscrivere il proprio argomento,
          sì nell’idea de’ lettori, e sì massimamente nella propria intenzione; e che si faccia un
          dovere di non trapassare i termini stabilitisi. (Chi non sa circoscrivere, non sa fare: il
          circoscrivere è parte dell’abilità negl’ingegni, e più difficile che non pare. Vedi p.
          4450. capoverso 6.) Altrimenti seguirà o che ogni libro sopra ogni tenuissimo argomento
          divenga un’enciclopedia, o più facilmente e più spesso, che un autore, spaventato e
          confuso dalla vastità di ogni soggetto che gli si presenti, dalla moltitudine delle idee
          che gli occorrano sopra ciascuno, si perda d’animo, e non ardisca più mettersi a niuna
          impresa. Il che tanto più facilmente accadrà, quanto la persona avrà più cognizioni e più
          ingegno, cioè quanto più sarà atto a far libri. (6. Aprile. 1829.). — Io non presumo con
          questo libro istruire, solo vorrei dilettare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4485"/> Alla p. 4429. Però io per me, se uno mi chiedesse p. e.: credi tu
          che <foreign lang="grc">ἡμέρα</foreign> abbia a far nulla con <foreign lang="lat"
            rend="italic">dies</foreign>? risponderei: non so... Oh come? che nè pure una lettera
          hanno comune? — Così <foreign lang="lat" rend="italic">dies</foreign> e
          <emph>giorno</emph>, replicherei, non han comune una lettera, e pur questa voce nasce da
          quella. (6. Apr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sinizesi, Dittonghi ec. Le contrazioni e circonflessioni de’ greci, che altro sono che
          sinizesi ec. ec.? (6. Apr. 1829.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Penato per penante. Crus. volg. marchegiano.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">ἴλλος</foreign> — <foreign lang="grc">ὗσΨ ίλλος</foreign>, coi
          derivati ec. V. Scapula ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Seccare, seccatore</emph> ec. <bibl>V. <author>Scapula</author> in <foreign
              lang="grc">Σικχός</foreign>, coi derivati</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Merlo. merlotto. Scricchiolare, scricchiolata.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Rattenuto</emph> per cauto ec. <emph>Affermi, mal affermi</emph> per fermo, mal
          fermo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Del Saggio sopra l’origine unica delle cifre e lettere di tutti i popoli, per M. De
          Paravey, Paris, 1826., Dissertazioni tre del P. Giacomo Bossi. Torino 1828. St. Reale
          (sic) 8.<hi rend="apice">o</hi> di p. 103. (11. Apr.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi ha viaggiato, gode questo vantaggio, che le rimembranze che le sue sensazioni gli
          destano, sono spessissimo di cose lontane, e però tanto più vaghe, suscettibili di fare
          illusione, e poetiche. Chi non si è mai mosso, avrà rimembranze di cose lontane di tempo,
          ma non mai di luogo. Quanto al luogo (che monta pur tanto, che è più assai che nel teatro
          la scena), le sue rimembranze saranno sempre di cose, per così dir, presenti; però tanto
          men vaghe, men capaci d’illusione, men soggette all’immaginazione e men dilettevoli. (11.
          Apr. 1829. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La natura, per necessità della legge di distruzione e riproduzione, e per conservare lo
          stato attuale dell’universo, è essenzialmente regolarmente e perpetuamente persecutrice e
          nemica <pb ed="aut" n="4486"/> mortale di tutti gl’individui d’ogni genere e specie,
          ch’ella dà in luce; e comincia a perseguitarli dal punto medesimo in cui gli ha prodotti.
          Ciò, essendo necessaria conseguenza dell’ordine attuale delle cose, non dà una grande idea
          dell’intelletto di chi è o fu autore di tale ordine. (11. Aprile.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Delle cognizioni enciclopediche degli antichi (massimamente greci), e del loro scrivere
          sopra ogni ramo dello scibile, del che altrove, possono dare un’idea, e sono un esempio,
          anche gli scritti di Cicerone (fra superstiti e perduti) imitatore in ciò, come in tante
          altre cose, de’ greci: il quale a molte delle sue opere (filosofiche, rettoriche ec.) fu
          mosso, non da alcuna ispirazione <foreign lang="grc">ὁρμὴ</foreign> particolare, da
          impulso, da affezione verso quegli argomenti, da trovarsi aver pensato con particolarità
          su di essi, ma dalla sola voglia, dal desiderio (che però la morte o gli affari
          gl’impedirono di soddisfare) di compire il <emph>ciclo</emph> (come Niebuhr chiama quello
          delle opere di Aristotele) de’ suoi scritti sopra ogni dottrina enciclopedica ec. <bibl>V.
            la pref. <title>de Officiis.</title>
          </bibl> (12. Apr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4473. Così i nostri diminutivi o disprezzativi o frequentativi ec. in <emph>accio
            acciare</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Pare che i lat., almeno de’ bassi tempi, usassero come <emph>disprezzativa</emph> la
              forma in Acul.</p>
          </note> — <emph>uccio, ucciare</emph> (succiare — succhiare, per suggere); <emph>azzo,
            azzare</emph> — <emph>uzzo, uzzare</emph>; aglio agliare — uglio ugliare (plebaglia,
            <foreign lang="lat" rend="italic">plebacula</foreign>, germoglio, germogliare ec.).
          Tutti dal lat. <emph>acu — ucu — lus — a — um — lare</emph>; <emph>ulus, ulare</emph>. Gli
          spagn. in <emph>illo, illar</emph> ec. (se non forse pochi) non vengono già dal latino in
            <emph>illus</emph> (<foreign lang="lat">quantillus, tantillus, pusillus, tigillum,
            pulvillus, catilla</foreign>, cioè cagnuola), <emph>illare</emph> (<foreign lang="lat"
            >cantillare</foreign> ec.), nè ci hanno punto che fare. Anche i greci hanno in <foreign
            lang="grc">ιλλος, η, ον</foreign>. Anche i franc. in ache, acher (<foreign lang="fre"
            >s’amouracher</foreign>, amoraculari) ec. V. p. 4496. E in <foreign lang="fre"
            rend="italic">âche</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Frequentativi o diminutivi italiani, verbi e nomi <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>I verbi, tutti della 1a.</p>
          </note>. V. il pensiero precedente e suoi annessi prima e poi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Coccolone, penzolone</emph> ec. ec. (13. Apr.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4487"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Oscillo as</foreign>. freq. — Serva ancora per i miei
          pensieri sui verbi latini comincianti in <emph>sus</emph>, essendo da <emph>cillo</emph> e
            <emph>ob</emph>, interposta la <emph>s</emph>. Così <foreign lang="lat" rend="italic"
            >oscillum</foreign> ec. <bibl>V. anche <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">obscenus</foreign>; e in <emph>Obs... Os... Sus... Subs</emph>...</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4388. E pure veggiamo che da 3 secoli che la presente ortografia italiana fu a un
          di presso introdotta, la pronunzia de’ parlanti è ancora la stessa: dico in chi parla
          bene, e la cui pronunzia fu voluta con siffatta ortografia rappresentare. Vale a dir che
          un Toscano parla oggidì e legge la nostra lingua com’ella sta nelle buone stampe del sec.
          16., e come la scrivevano allora i corretti scrittori; eccetto gli <emph>h</emph> inutili,
          e non mai pronunziati, ed altre tali particolarità, che non rappresentavano la pronunzia
          neppur d’allora. Del resto, se quel che dice il Foscolo fosse vero, e d’altronde
          l’ortografia dovesse sempre star ferma, e lasciare andar la pronunzia, ne seguirebbe che
          prestissimo la lingua parlata e la scritta sarebbero 2. lingue affatto distinte; e la
          difficoltà dell’imparare a leggere sarebbe enormissima, come è già grande ai francesi
          inglesi ec., e maggiore senza comparazione che agl’italiani e spagnuoli. Non so che
          popolarità saria questa: la popolarità di quando la lingua scritta era latina, e la
          parlata volgare. Fatto sta che non fu ragione, non fu un principio di conservazione di
          stabilità, di etimologia, quel che produsse e mantenne la pessima e falsissima ortografia
          francese inglese ec., ma fu solo l’ignoranza e la mala abilità de’ primi che posero in
          iscrittura i volgari, i quali scrissero la lingua più, per così dire, in latino che in
          inglese ec.; e il non essersi rimediato poi a questo errore in Inghilterra in Francia ec.,
          come si è <pb ed="aut" n="4488"/> fatto in Italia Spagna ec., anzi averlo seguitato. Le
          discrepanze delle nostre prime ortografie che Foscolo cita, non provano che l’inabilità di
          que’ primi a rappresentar la parola e la pronunzia stessa d’allora. (13. Apr.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La vera (e naturale) perfezione dell’ortografia è che 1. ogni segno, come si pronunzia
          nell’alfabeto, così nella lettura sempre; 2. e nell’alfabeto esprima un suono solo. 3. non
          si scriva mai carattere da non pronunziarsi, nè si ometta lettera da pronunziarsi. (13.
          Apr.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4439. Quando io mi sono trovato abitualmente disprezzato e vilipeso dalle
          persone, sempre che mi si dava occasione di qualche sentimento o slancio di entusiasmo, di
          fantasia, o di compassione, appena cominciato in me qualche moto, restava spento.
          Analizzando quel ch’io provava in tali occorrenze, ho trovato, che quel che spegneva in me
          immancabilmente ogni moto, era un’inevitabile occhiata che io allora, confusamente e senza
          neppure accorgermene, dava a me stesso. E che, pur confusamente, io diceva: che fa, che
          importa a me questo (la bella natura, una poesia ch’io leggessi, i mali altrui), che non
          sono nulla, che non esisto al mondo? V. p. 4492. E ciò terminava tutto, e mi rendeva così
          orribilmente apatico com’io sono stato per tanto tempo. Quindi si vede chiaramente che il
          fondamento essenziale e necessario della compassione, anche in apparenza la più pura, la
          più rimota da ogni relazione al proprio stato, passato o presente, e da ogni confronto con
          esso, è sempre il se stesso. E certamente senza il sentimento e la coscienza di un suo
          proprio essere e valere qualche cosa al mondo, è impossibile provar mai compassione; anche
          escluso affatto ogni pensiero o senso di alcuna propria disgrazia speciale, nel qual caso
          la cosa è notata, ma è ben distinta da ciò ch’io dico. E al detto <pb ed="aut" n="4489"/>
          sentimento e coscienza, come a suo fondamento essenziale, la compassione si riferisce
            <emph>dirittamente</emph> sempre; quantunque il compassionante non se n’accorga, e sia
          necessaria un’intima e difficile osservazione per iscoprirlo. Quel che si dice dei deboli,
          che non sono compassionevoli, cade sotto questa mia osservazione, ma essa è più generale,
          e spiega la cosa diversamente Ciò che dico del sentimento di se stesso, e della
          considerazione e stima propria, vale ancora per la speranza: chi nulla spera, non sente, e
          non compatisce; anch’egli dice: che importa a me la vita? Fate qualche atto di
          considerazione a chi si trova spregiato, dategli una speranza; una notizia lieta; poi
          porgetegli un’occasione di sentire, di compatire: ecco ch’egli sentirà e compatirà. Io ho
          provato, e provo queste alternative, e di cause e di effetti, sempre rispondenti questi a
          quelle: alternative attuali, o momentanee; ed alternative abituali e di più mesi, come, da
          città grande passando a stare in questa infelice patria, e viceversa. Il mio carattere, e
          la mia potenza immaginativa e sensitiva, si cangiano affatto l’uno e l’altra in tali
          trasmigrazioni. (Recanati. 14. Aprile. Martedì santo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Possibilis</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">possitum</foreign>, secondo che ho mostrato altrove della formazione in
            <emph>bilis</emph> dai supini: nuova prova del sup. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >situm</foreign> di esse. (14. Aprile.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Lattato</emph> per <emph>latteo</emph>. E simili altri aggettivi di colori.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Lacteolus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">lacteus</foreign>. aggett. <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign
              lang="lat" rend="italic">aureolus, argenteolus</foreign>
          </bibl> ec. e negli altri aggettivi di colori.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che l’antico <foreign lang="lat" rend="italic">bito</foreign> sia un continuativo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">vio as</foreign>? onde <foreign lang="lat"
            rend="italic">viator, viaticus</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Vinciglio</emph> (<foreign lang="lat">vinculum</foreign>),
          <emph>avvincigliare</emph> (avvinculare, altrimenti <emph>avvinchiare,
          avvinghiare</emph>.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4490"/> Romoreggiare. Pavoneggiare. Atteggiare. Veleggiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il nostro <emph>favorare</emph> par dimostrato nel latino da <foreign lang="lat"
            rend="italic">favorabilis, favorabiliter</foreign>, giusta il detto da me altrove della
          formazione in <emph>bilis</emph> dai supini de’ verbi. E così, da simili prove d’ogni
          genere, note generalmente o non note, altre infinite voci. E certo, che infinite voci
          volgari, anche radici ec., non superstiti nel latino noto, e che noi non sappiamo donde
          derivare, e cerchiamo forse nel settentrione ec., sieno pure e prette latine (latino
          scritto o solamente parlato, voglio dire non letterario), si conferma coll’osservazione
          d’ogni giorno. Borghesi ha trovato nelle lapidi (e dee stare nella nuova edizione del
          Forcell.) la voce <foreign lang="lat" rend="italic">drudus i</foreign>, (17. Aprile.
          Venerdì Santo. 1829.) la cui origine, non che essa medesima, nessuno avrebbe cercato
          nell’ant. latino (18. Apr.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Babil, babiller, babillard ec. Gaspiller, gaspillage ec. Gazouiller ec. Plumasserie,
          plumassier.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Observito as.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Beccare — bezzicare. Piccare — pizzicare. Piovizzicare (marchigiano), e pioviccicare
          (id.). Piluccare — spilluzzicare. Appiccare — appicciare, appiccicare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scioperato, <foreign lang="fre">désoeuvré. Homme répandu</foreign>. (<bibl>
            <author>Rousseau</author>, <title>pensées</title> I. 202.</bibl>). <foreign lang="fre"
            >Dissipé</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Erto</foreign> (erectus), participio aggettivato.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Perdonare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">pardonner</foreign>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">perdonar</foreign>, voce di forma ed apparenza affatto latina e
          antica: <emph>per</emph>, omnino, penitus, ad extremum, come in pereo, perdo, perimo,
          perdomo, perduro, ec. ec. e <emph>donare</emph> cioè condonare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I participii in <emph>us</emph> de’ verbi neutri ec. sono comprovati da quelli di forma e
          senso corrispondente, che hanno i medesimi verbi in italiano francese spagnuolo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ci paiono poetichissime, ed amiamo a ripetere, moltissime frasi scritturali, che non
          sappiamo che significhino, anzi che rapporto abbiano quelle voci tra loro, (come
            <emph>l’abominazione della desolazione</emph>, ec. ec.): e ciò per quel vago, e perchè
          appunto non sappiamo precisare a noi stessi, e non intendiamo se non confusissimamente e
          in generalissimo, che cosa si voglian dire. (19. Aprile. Pasqua.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4491"/> Amitié, amistà, amistad — amicitas, nell’ignoto latino. V. Forc.
          Gloss. ec. Così <emph>nimistà</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altra circostanza che muta alternamente il carattere, è il passare da città grande a
          piccola, da città forestiera alla patria, e viceversa. In quelle il carattere è più
          franco, aperto, benevolo; in queste al contrario, per la collisione degl’interessi,
          invidie de’ conoscenti, amor proprio continuamente punto ec. Esperienza mia propria ec.
          Quindi, come per tante altre cagioni (v. il mio Discorso sui costumi presenti
          degl’Italiani) più dabbene generalmente i privati nelle città grandi che ne’ luoghi
          piccoli ec. ec. Pensiero da molto stendersi e spiegarsi. (19. Apr. Pasqua. 1829.). V. p.
          4520.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4462. Neanche per rapporto allo stato sociale sarebbe possibile di credere che
          tutte le qualità degli uomini sieno destinate dalla natura a svilupparsi. Lascio le
          cattive (come noi diciamo) e visibilmente dannose alia società (che sono infinite): neppur
          le buone ed utili. Vedi circa i talenti, <bibl>
            <author>Rousseau</author>, <title>Pensées</title>, part. I. p. 197. fin. ep. 198.
            Amsterd. 1786</bibl>. (19. Apr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Continuo — continovo, coi derivati e gli altri simili. Manuale — manovale, Mantua —
          Mantova.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altro ostacolo alla durata della fama de’ grandi scrittori, sono gl’imitatori, che
          sembrano favorirla. A forza di sentire le imitazioni, sparisce il concetto, o certo il
          senso, dell’originalità del modello. Il Petrarca, tanto imitato, di cui non v’è frase che
          non si sia mille volte sentita, a leggerlo, pare egli stesso un imitatore: que’ suoi tanti
          pensierini pieni di grazia o d’affetto, quelle tante espressioni racchiudenti un pensiero
          o un sentimento, bellissime ec. che furono suoi propri e nuovi, ora paiono trivialissimi,
          perchè sono in fatti comunissimi. Interviene agl’inventori in letteratura e in cose
          d’immaginazione, come agl’inventori in iscienze e in <pb ed="aut" n="4492"/> filosofia: i
          loro trovati divengono volgari tanto più facilmente e presto, quanto hanno più merito.
          (20. Apr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">L’on n’est heureux qu’avant d’être heureux</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Rousseau</author>, <title>Pensées</title>, I. 204</bibl>. Cioè per la speranza.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">La seule raison n’est point active; elle retient quelquefois,
              rarement elle excite, et jamais elle n’a rien fait de grand</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. 207.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Famulus ec. — familia ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Follico as</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Foetus a um</foreign>, evidente participio senza verbo
          noto. V. Forc. Da <foreign lang="lat" rend="italic">foetus foeto as</foreign>, evidente
          continuativo del verbo originale. <foreign lang="lat" rend="italic">Effoetus</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Fabula, fabulor ec. — favella, favellare: diminutivi ec. Prezzolare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il nostro antico <emph>fante</emph> per parlante, e di qui per uomo, co’ suoi diminutivi,
          come <emph>fanciullo</emph> (cioè uomicciuolo) che ancor s’usa, senza conoscerne la forza
          e l’etimologia, <emph>fantoccio</emph> ec. ec. non è egli evidentemente l’antico, e negli
          scritti perduto o disusato, <emph>fans</emph>, da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >for</foreign>; di cui anche <foreign lang="lat" rend="italic">in-fans</foreign> fa fede,
          e quasi nello stesso senso? Vedi Forcell. Gloss. ec. e Foscolo sopra l’Odissea di
          Pindemonte (21. Apr.). I marchegiani (gran conservatori del latino) ancor oggi: <emph>un
            lesto fante</emph> ec. in parlar burlesco.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Tympanus</foreign> — timballo, diminut. V. franc. , spagn.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La ricordanza del passato, di uno stato, di un metodo di vita, di un soggiorno qualunque,
          anche noiosissimo, abbandonato, è dolorosa, quando esso è considerato come <emph>passato,
            finito, che non è, non sarà più</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >fait</foreign>. Così o detto altrove del licenziarsi da persone anco indifferenti ec.
          (21. Apr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Specio-speculor.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4488. Ancora: che ardisco io formar de’ pensieri nobili, che da tutti son tenuto
          per uom da nulla. Il primo fondamento di qualunque o <emph>immaginazione</emph> o
            <emph>sentimento</emph> nobile, grande, sublime (e tali sono i poetici e sentimentali
            <pb ed="aut" n="4493"/> di qualunque natura: anche i dolci, teneri, patetici ec.: tutti
          inalzano l’anima), è il concetto di una propria nobiltà e dignità. Anzi la facoltà e
          l’efficacia di esse immaginazione e sentimento, sì abitualmente e sì attualmente sono in
          proporzione sempre del detto concetto, sì abituale, e sì attuale. Ogni sentimento o
          pensiero poetico <emph>qualunque</emph> è, in qualche modo, sublime. <emph>Poetico</emph>
          non <emph>sublime</emph> non si dà. Il bello, e il sentimento morale di esso, è sempre
          sublime. Ora il concetto di una propria nobiltà, sembra ridicolo, è respinto con dolore,
          come una illusione perduta, quando uno si trova disprezzato, abitualmente o attualmente,
          da quei che lo circondano. Però in questi casi, il provar quella quasi tentazione a
          sentire ec., è penoso, perchè vi rinnuova il pensiero della vostra abiezione. Certo, egli
          è proprietà ed effetto essenziale d’ogni immaginazione e sentimento di natura poetica,
          l’inalzar l’anima: al che si oppone direttamente quello stato di spregio ec., quel
          concetto, quel sentimento di se stessa, che la deprime. (22. Aprile. 1829, Recanati.). V.
          p. 4499.4515.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Indulgenza nelle città grandi verso le persone mediocri in qualunque genere, e verso i
          difetti e ridicoli (pur d’ogni genere) di queste e delle insigni (difetti che si perdonano
          in grazia de’ pregi, ed anche della semplice compagnia che quelle persone fanno) maggiore
          assai che ne’ luoghi piccoli; appunto al contrario di ciò che in questi si crede. ec. ec.
          (23. Aprile).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Affumare, affummare — affumicare. Arsiccio, arsicciare, abbruciacchiare ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pallare-palleggiare. Che <emph>pallare</emph> per quassare, venga da <foreign lang="grc"
            >πάλλω</foreign>?</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pigna, dialetto marchegiano — pignatta, pignatto, pignattino ec. V. la p. 4498. Il
          diminut. <emph>pignatta</emph> dimostra il suo positivo <emph>pigna</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre">Homme</foreign> ec. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >distingué</foreign>. <foreign lang="fre">Arrondi</foreign> per <foreign lang="fre"
          >rond</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Agli uomini paghi in buona fede e pieni di se, gli altri uomini sono quasi tutti amabili;
          li veggono volentieri, ed amano la lor compagnia. Perocchè si credono stimati, ammirati,
            <foreign lang="grc">μακαριζομένους</foreign> generalmente dagli altri; chè senza <pb
            ed="aut" n="4494"/> ciò non sarebbero nè pieni nè paghi di se. Ora è naturale che chi è
          creduto ammiratore, sia amabile agli occhi di chi si crede ammirato. Perciò questi tali
          (che parrebbe dovessero essere sommi egoisti) bene spesso sono benevoli, compagnevoli,
          servizievoli molto, buoni amici. Talvolta anche modesti, per la piena e tranquilla
          certezza (la certa e riposata credenza) che hanno del loro merito (o di loro vantaggi
          qualunque, come nobiltà, ricchezza, potenza e simili.) (Rosini). (26. Aprile.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Coraggio propriamente detto non si dà in natura, è una qualità immaginaria e di
          speculazione. Chi nel pericolo non teme, non pensa al pericolo, o abituato a non
          riflettere, o avvezzo a quei tali casi, o distratto da faccende o da altri pensieri in
          quel punto. Chi pensa al pericolo, teme; eccetto se la morte, o quel qualunque danno
          imminente, nell’opinion sua non è male. In tal caso, quel pericolo non è pericolo a’ suoi
          occhi. Ma creder male una cosa, conoscersi in pericolo d’incorrervi, aver presente al
          pensiero il pericolo, e non temere; questo è il vero coraggio; e questo è impossibile alla
          natura. I così detti coraggiosi, rimangono maravigliati quando ne’ pericoli veggono altri
          che temono; e dimandano perchè. Essi non si erano accorti del rischio, o vi avevano fatto
          piccolissima attenzione. V. un tratto di Carlo 12 re di Svezia, assediato in Stralsund,
            <bibl>ap. <author>Voltaire</author>, liv. 8. ed. Londr. 1735. t. 2. p. 160-1</bibl>.
          (26. Aprile. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4495"/>
          <foreign lang="grc">Μακαρίζω, εὐδαμονίζω, μακαριστέος</foreign> ec. Noi non abbiamo che
            <emph>invidiare invidiabile</emph> ec. (e così i francesi porter envie, digne d’envie,
          ec.), voci assai dure e incivili. Più umana, o per dir meglio, più civile in ciò, come in
          tante altre cose, anche la lingua dei Greci. (26. Apr.). <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Féliciter</foreign> franc. si accosta talvolta a <foreign lang="grc"
          >μακαρίζειν</foreign>, per metafora, specialmente nel senso reciproco.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ventare, sventare — ventolare, sventolare, ventilare (lat. ventilo), venteggiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pargoleggiare ec. Vanare — vaneggiare. Per <emph>esser vano</emph> v.
          <emph>vaneggiare</emph> anche nel Petr. Tr. del Tempo: E vedrai ’l vaneggiar di questi
          illustri. (26. Apr.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tinea (noi <emph>tigna</emph>), <foreign lang="fre">teigne</foreign>, intignare ec. —
          tignuola. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre">Gringotter</foreign>. Parlottare. Cantacchiare. Vezzeggiare.
          Bamboleggiare. <foreign lang="fre">Boursiller</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Acutus da acuo, participio aggettivato, e non più riconosciuto per participio. Argutus,
          cioè qui arguit. ; e participio aggettivato. Desolato per solo (uomo o luogo). V. Crus.,
          Forcell.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Parvulus</foreign>, parvolo. pargolo. Pluvia, piova — pioggia.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Pargolo</emph> è diminutivo. Pur è già antiquato, e nella prosa non si usa più che
          il sopraddiminutivo <emph>pargoletto</emph>. Tanta è la tendenza del popolo a diminuire.
          Così in Toscana oggi non odi più <emph>piccolo</emph>, ma <emph>piccino</emph>. (27.
          Apr.). In lat. <foreign lang="lat" rend="italic">pusillus</foreign> per l’antiquato
            <foreign lang="lat" rend="italic">pusus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pina — pinocchio. V. Crus. Innamoracchiare, innamorazzare, amoreggiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gravato per grave. Petr. L’aere gravato e l’importuna nebbia.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ci piace e par bella una pittura di paese, perchè ci richiama una veduta reale; un paese
          reale, perchè ci par da dipingerci, perchè ci richiama le pitture. Il simile di tutte le
            <emph>imitazioni</emph> (pensiero notabile). Così sempre nel presente ci piace e par
          bello solamente il lontano, e tutti i piaceri che chiamerò poetici, consistono in
          percezion di somiglianze e di rapporti, e in rimembranze. (Recanati. 27. Aprile. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="eng">Life. to live</foreign>. E simili innumerabili.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4496"/>
          <foreign lang="fre">Folâtre, folâtrer</foreign>. Folleggiare, pazzeggiare ec. V. Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dives, divitis, divititae ec. — dis, ditis, Dis Ditis, ditare ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Recupero — recipero. V. Forc.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Recisamentum</foreign> par che indichi un
          <emph>recisare</emph>. V. Gloss.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre">Trouble, troubler</foreign> (turbula, turbulare).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Fustigo, remigo, navigo, laevigo, fatigo, litigo</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Remotus, secretus, occultus</foreign>, riposto ec. participii
          aggettivati.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Covaccio — covacciolo (accovacciare ec.). E simili altri in accio-acciolo, acciare —
          acciolare. Così in acchio acchiolo ec. Vedi la p. 4473. capoverso 9, coi pensieri annessi,
          anteriori o posteriori al presente. Notisi che la desinenza in <emph>ulus a um,
          ulare</emph> ec. già era compresa nella forma in <emph>accio, acchio, aglio</emph> ec.
          (come qui in <emph>covaccio</emph>, che è un <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cubaculum</foreign>) <emph>acciare</emph> ec.; sicchè nella forma in acciolo, acchiolo,
          acciolare ec. viene ad essere ripetuta.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4486. Anche la forma in <emph>as asse</emph> (crevasse crevasser ec.<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Crever, se crever, — crevasser.</p>
          </note>) <emph>asser</emph> (frigo, fricasser <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>In <hi rend="italic">trico</hi> as, tricae-tricasserie, tracasser, tracas ec.
              (tricaculae) cuotelas, freddiccio, rossiccio, e simili aggettivi.</p>
          </note>) <emph>ace acer</emph> spesse volte, non è altro che la latina in
          <emph>acul</emph>. .., la nostra in <emph>accio acciare, azzo azzare</emph> ec. Così la
          spagnuola in <emph>azo aza azar</emph>. Minae, minor, minaccia, minacciare, menace ec.,
          amenaza ec. Così fors’anco in <emph>êche, eche</emph>, ec. ec. <emph>esse, isse</emph>,
          ec. <emph>oisse, ousse</emph> ec. <emph>isser</emph> ec.; e in <emph>ezo, izo</emph>
          (granizo) ec. <emph>izar</emph> ec. <emph>acho, echo</emph> ec. <emph>achar</emph> ec.
          Così talvolta la nostra in <emph>asso, assare, esso</emph> ec. Similmente le nostre in
            <emph>olo, olare, olo</emph> (gragnòla) ec. <emph>uolo uolare, icciuolo</emph>, o
            <emph>a-ucciuolo</emph> (filiolus, figliuolo) ec. tutte dal latino <emph>ul</emph>. ..,
          o talvolta <emph>ol</emph>. .. V. p. 4498. — Così la francese analoga in <emph>eul,
          euil</emph> ec. ec. (linceul). Tutte queste forme vengono, dico, dall’unica latina, o che
          questa abbia forza diminut. ec., o che sia semplice desinenza, del che vedi la pag.
          4442-4. — V. ancora il pensiero qui precedente. (30. Apr.). Anche sovente la spagnuola
            <emph>allo allar</emph> — <emph>ullo ullar</emph>; e forse la francese <emph>al <pb
              ed="aut" n="4497"/> alle, aller</emph> — <emph>uller</emph>. Così forse spesso anche
          la nostra in <emph>allo</emph> (timballo per timpano) <emph>allare</emph> — <emph>ullo
            ullare</emph> (culla da cunula, cullare, colla, collare, da chordula, fanciullo (v. la
          p. 4492. capoverso 7.), maciulla, maciullare). Notandum però che anco i latini hanno la
          forma diminutiva ec. in <emph>ill. .., ell. .. oll</emph>. .. (corolla, v. p. 4505.),
            <emph>ull</emph>. .., fors’anche <emph>all</emph>. .., sì in verbi sì in nomi. — Mirabil
          cosa in quante maniere diverse si è corrotta la pronunzia latina, anche dentro una stessa
          nazione; cosa notabile assai nella scienza delle etimologie. E da ciò in gran parte deriva
          la tanta superiorità dell’italiano sul latino in abbondanza e varietà di forme
          frequentative, diminutive ec., superiorità notata da me altrove, parlando de’
          frequentativi latini. — Vedi anche la p. 4490. capoverso 5. (1. Mag.). V. p. 4500.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Piovegginare. Piovigginare. Gergo — jargon. Frego — fregacciolo, sfregacciolo,
          fregacciolare. Impiastrare — impiastricciare. Ram-mentare — di-menticare, s-menticare ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Masticare: da un <foreign lang="lat">mansitum — mastum (pinsitus — pistus)</foreign> di
          mandere, come da <foreign lang="lat">mixtum</foreign> misticare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dello stesso secolo è mancare di poesia, e volere nella poesia sopra ogni cosa l’utile,
          il linguaggio del popolo; bandirne l’eleganza; privarla della maggior parte del bello,
          ch’è la sua essenza; o, contro la propria natura di essa, subordinare il bello (e quindi
          il sublime, il grande ec. V. la p. 4492. fin. e sq.) al vero, o al così detto vero. È
          naturale e conseguente che un secolo impoetico voglia una poesia non poetica, o men
          poetica ch’ei può; anzi una poesia non poesia. (2. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4273. Così gli stranieri, dopo avere snaturata la loro scrittura per voler
          esprimer con essa piuttosto la pronunzia latina che la volgare, abituati poi a questo
          snaturamento, anzi dimenticatolo, e pigliando <pb ed="aut" n="4498"/> per naturale e per
          logico il loro modo di scrivere, vengono a snaturare la pronunzia latina, facendo dal
          latino scritto al pronunziato quella differenza che sono usati e necessitati a fare dalla
          pronunzia alla scrittura de’ loro volgari. (2. Mag. 1829. Recanati.). È naturale e
          conseguente, che chi scrive male la propria lingua, legga male le altre. Massime quelle
          che non gli sono note se non per iscrittura. (2. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4496. Come <foreign lang="lat">parvolus</foreign> per <foreign lang="lat"
            >parvulus</foreign>: e regolarmente dopo vocale, come <foreign lang="lat">lacteolus,
            flammeolus, bracteola, lanceola, Tulliola, filiolus</foreign> ec., e così ne’ verbi. —
          Fors’anche la nostra forma in <emph>atto attare</emph> (attolo attolare), probabilmente da
            <emph>acchio</emph> ec. piuttosto che da <emph>asso</emph>. E quindi anche la
          diminuzione ec. in <emph>etto ettare, otto, utto</emph> ec. ec. E quindi anco la francese
          in <emph>et ette etter eter, ot ote</emph> (barbote) <emph>otte otter oter</emph> ec.
          (becqueter, piquer — picoter.): e la spagnuola in <emph>ito ecito</emph> ec.
          <emph>oto</emph> ec. Certo poi la spagnuola in <emph>ico</emph>
          <emph>ecico</emph> ec. ec. (3. Maggio. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che <foreign lang="spa" rend="italic">libertar</foreign> sia un <emph>liberatare</emph> o
            <emph>liberitare</emph> (meritare — mertare), è provato anche da <foreign lang="lat"
            rend="italic">libertus</foreign>, participio aggettivato, mera contrazione di <foreign
            lang="lat" rend="italic">liberatus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’assenza di ogni special sentimento di male e di bene, ch’è lo stato più ordinario della
          vita, non è nè indifferente, nè bene, nè piacere, ma dolore e male. Ciò solo, quando
          d’altronde i mali non fossero più che i beni, nè maggiori di essi, basterebbe a piegare
          incomparabilmente la bilancia della vita e della sorte umana dal lato della infelicità.
          Quando l’uomo non ha sentimento di alcun bene o male particolare, sente in generale
          l’infelicità nativa dell’uomo, e questo è quel sentimento che si chiama noia. (4. Maggio.
          1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4499"/> Al detto altrove delle bestie e de’ pazzi, che metton fuori tutte
          le loro forze per ottenere i loro fini, a differenza degli uomini, aggiungi i fanciulli, i
          quali perciò alle volte vincono di vera e viva forza gli uomini fatti ec. (4. Maggio.
          1829. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4493. Nessuna dolce e nobile ed alta e forte illusione può stare senza la grande
          illusione dell’amor proprio, l’illusione della stima di se stesso e della speranza.
          Togliete via questa, tutte le altre verranno meno immantinente, e potrete conoscere allora
          che questa era il fondamento e la nutrice, per non dir la radice e la madre di tutte
          l’altre. — Supponete uno nella più profonda estasi di sentimento o di entusiasmo: fategli
          un motto, un gesto solo di spregio, o ch’egli interpreti come tale; o ponete che qualche
          cosa gli richiami alla mente alcun dispregio sofferto altra volta: tutte le illusioni di
          quel punto spariscono come un lampo, l’entusiasmo si spegne, la persona resta di ghiaccio.
          (5. Mag. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scheda. schedola. V. Crus. Forcell. Viola, lat. ital. ec. — violette, franc.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Vos — os</foreign>, spagn. Pluvia — pluie. Esca —
            <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">v</hi>escor, <hi rend="italic">v</hi>escus</foreign> ec. Vedi Forcell.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre">Homme outré, soumis</foreign>. Sommesso. Rimesso. Rassegnato ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Talus — talon, tallone. Cipolla, cebolla, forse da cepucula o cepulla (v. la p. 4497.
          princip.), diminutivo come tanti altri nomi d’erbe, piante, animali ec. del che altrove.
          Anche in francese ha forma diminutiva oignon: anche ciboule, ciboulette, cive (cepe),
          civette. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> ec. Ceniza spagn. <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <bibl>V. la p. 4496. capoverso 9.</bibl>
          </note>, cinigia (<bibl>v. <author>Alberti</author>
          </bibl>)<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <bibl>V. il pensiero seg.</bibl>
          </note>, e noi marchigiani ciniscia, o ceniscia: forse da ciniscula o cinisculus, come
          pulvisculus. (6. Maggio.). V. Forc. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4500"/> Alla p. 4497. Fors’anche talvolta le nostre forme in a-u-gio,
          ggio, cio-are. Corrottamente <emph>scio</emph> ec. Forse talvolta dal lat.
          <emph>ascul</emph>. ... — <emph>uscul</emph>. .. <emph>Cinigia</emph>. V. la p. qui
          dietro, fin. V. p. 4504.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Si la tristesse attendrit l’ame, une profonde affliction
            l’endurcit</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Rousseau</author>, <title>pensées</title>, II. 205.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Le pays des chimeres est en ce monde le seul digne d’être habité, et
              tel est le néant des choses humaines, que hors l’être existant par lui-même, il n’y a
              rien de beau que ce qui n’est pas</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. 206-7.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La stupenda conformità radicale tra i nomi della più parte de’ 10 primi numeri nelle
          lingue le più disparate, sembra provare unità d’invenzione e d’origine de’ nomi numerali,
          e conseguentemente della numerazione. (7. Maggio.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La formazione incoativa de’ verbi, sì bella, e di tanto uso in latino, manca essa pure
          alla lingua greca. (7. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Aisé, agiato, agiatamente ec. per agevole, agibilis. Falcato, quadrato, carré, quadratus
          ec., e simili altri participii aggettivati o aggettivi di forma participale, senza verbo;
          come saranno forse altri dei notati da me in tal proposito esprimenti figura.</p>
        <p>Uomo ec. ordinato. (7. Mag.). Prolongé.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Bacherozzo-bacherozzolo. E simili infiniti in azzo-uzzo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les anciens politiques parloient sans cesse de moeurs et de vertus;
              les nôtres ne parlent que de commerce et d’argent</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Rousseau</author>, <title>pensées</title>, II. 230.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Plus le corps est foible, plus il commande; plus il est fort, plus
              il obéit</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Rousseau</author>, ib. 223.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il n’y a point de vrai progrès de raison dans l’éspece humaine,
              parce que tout ce qu’on gagne d’un côté, on le perd de l’autre; que tous les esprits
              partent toujours du même point, et que le temps qu’on <pb ed="aut" n="4501"/> emploie
              à savoir ce que d’autres ont pensé, étant perdu pour apprendre à penser soi même, on a
              plus de lumieres acquises, et moins de vigueur d’esprit. Nos esprits sont comme nos
              bras exercés à tout faire avec des outils, et rien par eux-mêmes</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. 221</bibl>. V. p. 4507.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Machiavellismo di società. <quote>
            <foreign lang="fre">La véritable politesse consiste à marquer de la bienveillance aux
              hommes</foreign>
          </quote>. (ib.222.) Ma con questa non fate che evitare di procurarvi la malvolenza loro.
          Per affezionarveli bisogna la falsa e finta politezza, che consiste in mostrare a tutti
          della stima. Un uso ordinario e mediocre di questa politezza vi fa gli altri benevoli, un
          uso eccellente e più che ordinario ve li fa amanti. Gli uomini si curano assai meno di
          essere benvoluti che stimati, ed hanno più gratitudine e più amore a chi gli stima, che,
          non solamente a chi gli ama, ma a chi li benefica. <quote>
            <foreign lang="fre">On peut résister à tout hors à la bienveillance, et il n’y a pas de
              moyen plus sûr d’acquérir l’affection des autres que de leur donner la
            sienne</foreign>
          </quote>. (ib. 224.) Questo detto è molto più vero, applicato alle dimostrazioni di stima.
          La benevolenza, l’affetto, l’amore stesso, non che sieno sempre corrisposti, spessissimo
          generano noia, nausea, avversione verso l’amante. Gli esempi ne sono frequentissimi, non
          solo tra’ due sessi, ma tra padri e figliuoli, e tra altri parenti, massime di età e di
          generazioni diverse: tra’ quali non è raro trovare amore da una parte, vero odio costante,
          invincibile, dall’altra. Ma non è possibile conservare avversione nè indifferenza,
          resistere, non riconciliarsi, non voler bene a chi <emph>mostra</emph> di stimarci;
          massime se costui (cosa facilisima) ce lo persuade. (8. Maggio.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4502"/> Alla p. 4478. marg. <quote>
            <foreign lang="fre">Pour ne rien donner à l’opinion il ne faut rien donner à l’autorité,
              et la plupart de nos erreurs nous viennent bien moins de nous que des autres</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. 228.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Machiavellismo sociale. <quote>
            <foreign lang="fre">Tout est plein de ces poltrons adroits qui cherchent, comme un dit,
              à tâter leur homme; c’est-à-dire à découvrir quelq’un qui suit encore plus poltron
              qu’eux et aux dépens duquel il puissent se faire valoir</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. 227</bibl>. (Condulmari. Galamini.) Oggi, e in Italia, che tutti sono
          poltroni, qui consiste tutta la società, e la vita sociale, e il mio Machiavellismo. (8.
          Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Je n’ai jamais vu d’homme ayant de la fierté dans l’ame en montrer
              dans son maintien. Cette affectation est bien plus propre aux ames viles et
            vaines</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. 232.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Manuale di filosofia pratica. <quote>
            <foreign lang="fre">Par-tout où l’un substitue l’utile à l’agréable, l’agréable y gagne
              presque toujours</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. 231</bibl>. Serva a que’ miei pensieri ove dico che le occupazioni ec.
          il cui fine è il solo piacere, non danno mai piacere ec. (9. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4418. <quote>
            <foreign lang="fre">L’existence des êtres finis est si pauvre et si bornée, que quand
              nous ne voyons que ce qui est, nous ne sommes jamais émus. Ce sont les chimeres qui
              ornent les objets réels, et si l’imagination n’ajoute un charme à ce qui nous frappe,
              le stérile plaisir qu’on y prend se borne à l’organe, et laisse toujours le coeur
              froid</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. 242</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Guardare per aspettare ec. del che altrove. Aguato, agguato, aguatare, agguatare ec. per
          insidiare, vagliono propriamente aspettare al passo, e in proprio senso equivalgono
          all’aguardar spagnuolo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Navita — <foreign lang="lat">nauta; navis — naufragium</foreign> ec.; e simili.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4503"/> Forma diminutiva italiana in <emph>astro</emph>. Pollastro,
          vincastro ec. Disprezzativa. Giovinastro, medicastro, poetastro. ec. Fors’anche
          frequentativa, e in <emph>astrare</emph>. Così in francese: <foreign lang="fre">folâtre,
            folâtrer</foreign> ec. (9. Maggio.). Verdastro, verdâtre per verdigno; e simili.
          Padrastro ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Torreo-tostum-tostar, spagn. Elixus, assus, forse participii; e quindi assare, elixare,
          forse continuativi. <bibl>
            <author>Livio</author> VII. 10.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">linguam exserere</foreign>
          </quote>, laddove l’antico annalista <bibl>
            <author>Quadrigario</author>, ap. <author>Gell.</author> IX. 13.</bibl>, al quale allude
          lo stesso Livio, linguam exsertare: benissimo Quadrigario: e non è frequentativo, ma
          continuativo, perchè, come ho detto altrove, il frequentativo indica il soler fare (a non
          certi intervalli e tempi) una cosa, e il non farla continuamente di séguito e
          ripetutamente in un dato e piccolo spazio di tempo. Così considerati, anche i verbi in
            <emph>ico</emph>, e gli altri che si chiamano frequentativi, oltre quelli in
          <emph>ito</emph>, si vedranno essere più propriamente continuativi. (10. Maggio. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dal detto altrove sulla poesia di stile, quanta immaginazione richieda ec., apparisce che
          i veramente poeti di stile, sarebbero stati poeti d’invenzione, o per meglio dire,
          d’invenzion di cose, in altri tempi; e ch’essi sono i veri poeti de’ loro secoli. ec. (10.
          Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per molto che uno abbia letto, è ben difficile che al concepire un pensiero, lo creda
          suo, essendo d’altri; lo attribuisca all’intelletto, all’immaginazione propria, non
          appartenendo che alla memoria. Tali concezioni sono accompagnate da certa sensazione che
          distingue le originali dalle altre; e quel pensiero che porta seco la sensazione, per così
          dire, dell’originalità, verisimilissimamente non sarà stato mai concepito ugualmente da
          alcun altro, e sarà proprio e nuovo; dico, non quanto alla sostanza, ma quanto alla forma,
          che è tutto quel che si può pretendere. Giacchè è noto che la novità della più parte de’
          pensieri <pb ed="aut" n="4504"/> degli autori più originali e pensatori, consiste nella
          forma. (10. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Similis</foreign> — simulare, ec. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Carduus, cardo ital. — chardon franc. , cardone ec. Juillet.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Debolezza amabile al più forte (come la forza al debole, il maschio alla femmina). Su ciò
          è fondata in gran parte la tenerezza naturale de’ genitori verso i figliuoli, la quale
          negli animali finisce affatto colla debolezza di questi. Anche l’amabilità de’ fanciulli
          agli uomini, delle femine ai maschi, degli animaletti piccini e teneri, (uccelli ec.), di
          tutto ciò (anche piante ec.) dove il senso o l’immaginazione percepisce un’idea di
          tenerezza, debolezza, inferiorità di forze ec. Anche la malattia, il pallore; e poi
          l’infelicità ec. ec. e tutto quel ch’è oggetto di compassione, si può ridurre a questo
          capo. La compassione è fonte d’amore ec. ec. V. p. 4519. fine. (11. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nel secolo passato le scienze si collegarono alle lettere; il secolo ebbe una letteratura
          filosofica (vera letteratura, e veramente propria di esso): nel nostro le hanno ingoiate;
          letteratura del secolo 19.<hi rend="apice">o</hi>, a parlar propriamente, non v’è. Non è
          l’Italia sola che patisca oggi questo difetto di letteratura contemporanea; esso è comune
          a tutte le nazioni colte. Solo la Grecia, ed altri tali paesi ancor mezzo civili, avranno
          forse una letteratura del secolo 19.<hi rend="apice">o</hi>: se l’influenza inevitabile
          delle nazioni convicine non uccide le lettere ancor presso quelli, e prima che si
          maturino. (11. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4500. Calderugio per calderino, diminutivo di carduelis (chardonneret), del che
          altrove. — Raperugiolo — raperino. Fors’anco in <emph>cco-are</emph>. Piluccare, éplucher.
          Badalucco. Balocco. E simili disprezzativi o frequentativi — E in <emph>onzo-are</emph>,
          dal lat. <foreign lang="lat" rend="italic">unculus-are</foreign> (avunculus, homunculus,
          latrunculus). V. p. 4513. Mediconzo-lo (quasi medicunculus), ballonzare, (ballonzìo, volg.
          tosc.) ec. E similmente in oncio-are. Baroncio ec. E in <emph>agno-ugno are</emph>, dal
          lat. <emph>nulus</emph>, o <emph>ngulus</emph>, o <emph>unculus</emph>, o simili.
          Verdognolo, (viridunculus), verdigno, rossigno, vecchigno ec. V. Crus. Ugna — ungula. E
          così in <emph>ñ</emph>... spagnuolo <pb ed="aut" n="4505"/> . E così le forme francesi e
          spagnuole analoghe a ciascuna di queste italiane. — Senza poi contare le desinenze in cui
          l’ul. .. lat. si trasforma nei volgari, e che in questi non hanno nessun valore diminutivo
          disprezzativo ec. ec. Come (oltre alcune forse delle sunnotate) la nostra in <emph>io,
            iare</emph> (unghia, nebbia, bacchio ec. ec.), e in <emph>lo, lare</emph> (isola,
          manipolo, accumulare, tumulo ec. ec.) la francese in ...<emph>le ...ler</emph> (combler,
          comble, accumuler, île, disciple, ridicule, oncle, ongle, fable ec.); la spagn. in
            <emph>lo, lar</emph> (habla, hablar, isla ec. ec.). Dico l’<emph>ul</emph>. .. lat. , o
          che questo sia diminutivo o no, o che il diminutivo latino sia noto o no; come piaggia,
          spiaggia, dall’ignoto <foreign lang="lat" rend="italic">plagula</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">plaga</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >trembler</foreign> da un <emph>tremulare</emph> ec. Del resto, tutte queste desinenze
          sono notabili per l’osservazione etimologica fatta a p. 4497. lin.5. 7. (11. Mag.). V. p.
          seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ala, mala, velum, palus — axilla, maxilla, vexillum, paxillus. Di questi forse diminutivi
          positivati, e loro simili, <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> in dette voci, e in X littera. Similmente <foreign lang="lat">paucus</foreign> —
            <foreign lang="lat">paulus</foreign>, o <foreign lang="lat">paullus-pauxillus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4497. Contrazione di <foreign lang="lat">coronula</foreign>, come patena —
          patella, catena — <foreign lang="lat">catella, catinum, catinus — catillum,
          catillus</foreign>; e come appunto il nostro culla per cunula. Anche <foreign lang="lat"
            >paullus</foreign> o <foreign lang="lat">paulus a um</foreign>, per <foreign lang="lat"
            >pauculus-pauclus</foreign>, se non è contrazione di <foreign lang="lat"
          >pauxillus</foreign>. V. il pensiero precedente.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Audeo ausum</foreign> — osare, oser ec. Pulso as, detto di porte,
          strumenti ec., è ancora continuativo, al modo spiegato p. 4503. capoverso 2: pello sarebbe
          affatto improprio.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La facoltà di sentire è ugualmente e indifferentemente disposta a sentir piaceri e
          dolori. Or le cose che producono le sensazioni del dolore, sono incomparabilmente più che
          quelle del piacere. Dunque la facoltà di sentire è un male, per lo stato esistente delle
          cose, quando pur nol fosse per se. E quanto essa è <pb ed="aut" n="4506"/> maggiore, nella
          specie o nell’individuo, tanto quella o quello è più infelice: e viceversa. Dunque l’uomo
          è l’ultimo nella scala degli esseri, se i gradi si calcolano dall’infelicità ec. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Becqueter. Picoter. <foreign lang="lat">Pulta</foreign>, lat. polta, ital. — poltiglia.
          V. Forc. ec. Pungere — punzecchiare, marcheg. puncicare. Sputacchio, sputacchiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4505. Fors’anco in <emph>co-are</emph>, e <foreign lang="fre" rend="italic">que
            quer</foreign> franc. (claquer ec.). Anche in <emph>ico icare</emph>, se lungo (perchè
          nelle nostre pronunzia l’<emph>icul</emph>. .. lat. è lungo nell’<emph>i</emph>); massime
          contratto in <emph>icl</emph>. .. ec., come sarebbe in questi casi se breve, è dal lat.
            <foreign lang="lat" rend="italic">ico as</foreign> ec. V. p. 4509.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Parole greche possono esser venute in italiano ne’ bassi tempi, pel commercio e le
          conquiste de’ Veneziani, le Crociate, i Greci del Regno di Napoli e di Sicilia, e simili
          altri mezzi (esse sono, del resto, anteriori molto alla presa di Costantinopoli); ma non
          già le frasi, i costrutti, gl’idiotismi, vere proprietà di lingua, comuni all’italiano e
          al greco, da me spesso notate. (13. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Una cosa, fra l’altre, che rende impossibile agli stranieri il gustar la poesia delle
          lingue sorelle alla loro propria, o affini (come sarebbe l’inglese alle nostre che vengono
          dal latino), si è che il linguaggio poetico di tali idiomi essendo, come il prosaico,
          composto di voci e modi che si ritrovano ancora nelle lingue sorelle, moltisime di tali
          voci e maniere che lo compongono, e che sono poetiche in quel tale idioma, cioè nobili,
          eleganti, pellegrine, e così discorrendo; nell’idioma dello straniero che legge, sono o
          basse, o familiari, o triviali, o prosaiche almeno, spesso ridicole e da beffe; hanno
          significati analoghi ma diversi; richiamano idee alienissime dalla poesia generalmente, o
          dal soggetto in particolare. Ciò è soprattutto notabile fra italiani e spagnuoli (v. la p.
          4422.). (Un qualunque pezzo di poesia spagnuola potria servirmi di esempio chiarissimo).
          Ed è applicabile anco alla prosa elevata, oratoria, storica e simili. (13. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4507"/> Alla p. 4501. Non solo della ragione, ma anche del sapere, della
          dottrina, della erudizione, delle cognizioni umane, si può dubitare se facciano progressi
          reali. Pel moderno si dimentica e si abbandona l’antico. Non voglio già dir l’archeologia,
          ma la storia civile e politica, la letteraria, la notizia degli uomini insigni, la
          bibliologia, la letteratura, le scoperte, le scienze stesse degli antichi. Si apprende, si
          sa quel che sanno i moderni; quel che seppero gli antichi (che forse equivaleva), si
          trascura e s’ignora. Nè voglio dir solo i greci o i latini, ma i nostri de’ secoli
          precedenti, non escluso pure il 18.<hi rend="apice">o</hi>. Guardate i più dotti ed
          eruditi moderni: eccetto alcuni pochi mostri di sapere (come qualche Tedesco) che
          conoscono egualmente l’antico e il moderno, la scienza degli altri enciclopedica, immensa,
          non si stende, per così dire, che nel presente: del passato hanno una notizia sì
          superficiale, che non può servire a nulla. In vece di aumentare il nostro sapere, non
          facciamo che sostituire un sapere a un altro, anco in uno stesso genere (senza che poi uno
          studio prevale in una età a spese degli altri). Ed è cosa naturalissima; il tempo manca:
          cresce lo scibile, lo spazio della vita non cresce, ed esso non ammette <emph>più che
            tanto</emph> di cognizioni. Anche le scienze materiali non so quanto progrediscano, a
          ben considerare la cosa. Bastando appena il tempo a conoscere le innumerabili osservazioni
          che si fanno da’ contemporanei, quanto si può profittare di quelle d’un tempo addietro? I
          materiali non crescono, si cambiano. E quante cose si scuoprono giornalmente, che i nostri
          antenati avevano già scoperte! non vi si pensava più. Ripeto che non parlo solo degli
          antichissimi; anco de’ recenti. Un’occhiata a’ Dizionarii biografici, agli scritti, alle
          osservazioni, alle scoperte, alle istituzioni di uomini ignoti o <pb ed="aut" n="4508"/>
          appena noti, e pur vissuti pochi lustri o poche diecine d’anni sono: si avrà il comento e
          la prova di queste mie considerazioni Gli uomini imparano ogni giorno, ma il genere umano
          dimentica, e non so se altrettanto. (13. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ciondoli, ciondolare ec., dondolare, cinguettare, linguettare, bredouiller, barbouiller,
          barboter, imbrodolare ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Trebbiare (tribulare. V. Forc. Gloss. ec.) — <foreign lang="grc">τρίβειν</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Un mio fratellino, quando la Mamma ricusava di fare a suo modo, diceva: <emph>ah, capito,
            capito; cattiva Mamà</emph>. Gli uomini discorrono e giudicano degli altri nella stessa
          guisa, ma non esprimono il loro discorso così nettamente (<foreign lang="grc"
          >ἁπλῶς</foreign>). (14. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto può l’<emph>autorità</emph> (come in ogni altra passione, p. e. la tristezza, la
          speranza, il timore, così) nel piacere! Dico ne’ piaceri realistici ec. In galanteria:
          donne amate da qualcun altro, famose per bellezza, spirito ec., quantunque a voi
          d’altronde non piacerebbero. In letteratura: se leggete un libro che il pubblico vi dica
          esser bello, classico ec., ci provate incomparabilmente maggior piacere, che se da voi
          stesso dovete avvedervi de’ suoi pregi. Il piacer dell’inaspettato, che si può provare in
          questo secondo caso, non ha nulla di comparabile a quello che nel primo caso ci deriva
          dall’autorità degli altri. Nè trattasi qui di rimembranze, lontananza, antichità
          venerabile, voto di secoli ec.; anche un libro nuovo, uscito pur ora ec. Il credito poi
          dell’autore, benchè vivente, quanto importa al piacere! È classico il detto di La Bruyere:
          è molto più facile il far passare un libro mediocre al favor di una riputazione già fatta,
          che acquistarsi una riputazione con un libro eccellente. Ed io ardisco dire che
            <emph>piace</emph> veramente più a leggere un libro mediocre (nuovo o antico) d’autor
          famoso, che un libro eccellente di scrittore non rinomato. (14. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4509"/> Barbio, barbo (Alberti) — barbeau. Tâtonner, ec., bourdonner.
          Brontolare ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">βροντὴ</foreign> ec. — brontolare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4506. Nutricare però è da nutrico. Mendicare da mendico as ec. Del resto, anche
          le forme in <emph>chio chiare, co care, cio-zo-are</emph>, precedute da consonante
          (mischiare, bufonchiare, ballonchio anche questi, e simili, dal lat. <emph>uncul</emph>.
          .. ec. ec.). E così dicasi delle altre sunnotate forme italiane, ed anche francesi e
          spagnuole, ed anche latine: non solamente precedendo vocale. La forma in
          <emph>onzo</emph>, di cui sopra, è veramente in <emph>onzo</emph> (<emph>onzare</emph>
          ec.), e non solamente in <emph>onzolo</emph> (v. la Crusca in Romitonzolo), ed è corrotta
          da quella in <emph>oncio</emph>, e però, come questa, racchiude tutta intera la forma lat.
          in <emph>unculus</emph>. (Vedi la pag. 4496. capoverso 8. e la p. 4443.) <foreign
            lang="lat" rend="italic">Rapulum</foreign> (cioè piccola rapa, parvum rapum) —
          raperonzo, raperonzolo — raiponce. V. spagn. ec. Raponzolo o ramponzolo; volg. marcheg. e
          Fr. Sacchetti nella <title>Caccia</title>. — <emph>E la forma franc. in ce cer, je jer, ye
            yer</emph> (côtoyer, guerroyer antico, ec.), in <emph>ie ier</emph> ec. <emph>ge,
          ger</emph> (bagage-bagaglio), precedendo consonante o vocale. Raiponce. V. qui sopra. (15.
          Maggio.). Sucer (succiare), della 1.a coniug., mentre sugo is è della 3.<hi rend="apice"
          >a</hi>. E in <emph>bro, brare</emph>, e simili, cangiata la l lat. in r. Sembrare da
          simulare o similare. Assembrare (assembler) assimulare, da simul. Così anche in ispagnuolo
          ec. — E in a-u-io-iare. (16. Mag.). V. p. 4511.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Odio verso i nostri simili. È proprio ancora, ed essenziale a tutti gli animali. Non si
          può tenerne due d’una stessa specie (se non sono di sesso diverso) in una medesima gabbia
          ec., che non si azzuffino continuamente insieme, e che il più forte non ammazzi l’altro, o
          non lo strazi. Uccelli, grilli ec. E v. il detto altrove, degli animali che si specchiano.
          (15. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ballonzare ballonzolare (Alberti.). Buffoneggiare. Bucacchiare. Bucherare.
          Fo-sfo-racchiare. Lampeggiare. Torreggiare. Criailler. Rimailler. Rioter.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Aguzzo — auzzo ec., sciaura, reina, reine franc. ec. magister-maestro ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Manco-mancino, diminut. aggett. Pisello. Fagiuolo. V. lat. franc. spagn. Asio, lat. —
          assiuolo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4510"/> Quel che si dice degli stupendi ordini dell’universo, e come tutto
          è mirabilmente congegnato per conservarsi ec., è come quel che si dice che i semi non si
          depongono, gli animali non nascono, se non in luogo dove si trovi il nutrimento che lor
          conviene, in luogo che loro convenga per vivere. Milioni di semi (animali o vegetabili) si
          posano, milioni di piante o d’animali nascono in luoghi dove non hanno di che nutrirsi,
          non posson vivere. Ma questi periscono ignorati; gli altri, e non so se sieno i più,
          giungono a perfezione, sussistono, e vengono a cognizione nostra. Sicchè quel che vi è di
          vero si è, che i soli animali ec. che si conservino, si maturino, e che <emph>noi
            conosciamo</emph>, sono quelli che capitano in luoghi dove possan vivere ec. Ovvero, che
          gli animali che non capitano, ec. non vivono ec. Questo è il vero, ma questo non vale la
          pena di esser detto. Or così discorrete del sistema della natura, del mondo ec. ap. a poco
          secondo le idee di Stratone da Lampsaco. (16. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Trève-tregua.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Continuato, continuatamente ec. per continuo ec. V. franc. spagn. lat. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Homme, ne cherche plus l’auteur du mal; cet auteur c’est toi-même.
              Il n’existe point d’autre mal que celui que tu fais ou que tu souffres, et l’un et
              l’autre te vient de toi. Le mal général ne peut être que dans le désordre, et je vois
              dans le système du monde un ordre qui ne se dément point. Le mal particulier n’est que
              dans le sentiment de l’être qui souffre; et ce sentiment, l’homme ne l’a pas reçu de
              la Nature, il se l’est donné. La douleur a peu de prise sur quiconque, ayant peu
              réfléchi, n’a ni souvenir ni prévoyance. Ötez nos funestes progrès, ôtez nos <pb
                ed="aut" n="4511"/> erreurs et nos vices, ôtez l’ouvrage de l’homme, et tout est
              bien</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Rousseau</author>, <title>pensées</title>, II. 200</bibl>. — Anzi appunto
          l’ordine che è nel mondo, e il veder che il male è nell’ordine, che esso ordine non
          potrebbe star senza il male, rende l’esistenza di questo inconcepibile. Animali destinati
          per nutrimento d’altre specie. Invidia ed odio ingenito de’ viventi verso i loro simili:
          v. la p. 4509. capoverso 4. Altri mali anche più gravi ed essenziali da me notati altrove
          nel <emph>sistema</emph> della natura ec. Noi concepiamo più facilmente de’ mali
          accidentali, che regolari e ordinarii. Se nel mondo vi fossero <emph>disordini</emph>, i
          mali sarebbero <emph>straordinarii</emph>, accidentali; noi diremmo: l’opera della natura
          è imperfetta, come son quelle dell’uomo; non diremmo: è cattiva. L’autrice del mondo ci
          apparirebbe una ragione e una potenza <emph>limitata</emph>: niente maraviglia; poichè il
          mondo stesso (dal qual solo, che è l’effetto, noi argomentiamo l’esistenza della causa) è
          limitato in ogni senso. Ma che epiteto dare a quella ragione e potenza che include il male
          nell’ordine, che fonda l’ordine nel male? Il disordine varrebbe assai meglio: esso è
          vario, mutabile; se oggi v’è del male, domani vi potrà esser del bene, esser tutto bene.
          Ma che sperare quando il male è <emph>ordinario</emph>? dico, in un ordine ove il male è
            <emph>essenziale</emph>? (17. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Amaricare, ital. V. Forc. Amareggiare. Armeggiare. Pareggiare. Corteggiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Cumbo is, conservato ne’ suoi composti — cubo as, coi composti ec. Posticipare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4509. fin. Alla forma in <emph>olo, olare</emph> ec. aggiungi in <emph>giolo,
            ggiolo, ccolo, colo</emph>, e specialmente in <emph>ucolo</emph> (carrucola ec.). Anche
            <emph>occo</emph> ec. di cui sopra, è per lo più dal lat. <emph>ucul</emph>. ..
          (anitrocco, anitroccolo, bernoccolo, bernoccoluto ec.) siccome <emph>occhio</emph>
          (ranocchio, ginocchio ec.). V. p. 4513. In franc. <emph>cle, cler, gle, gler</emph> ec. E
          in ispagnuolo ec. — Aggiungi pure in <emph>giuolo, ggiuolo, zuolo</emph> ec. — La forma in
            <emph>ezzo</emph>
          <pb ed="aut" n="4512"/>
          <emph>ezzare</emph> può essere non solo da <emph>ecci</emph>..., ma da
          <emph>eggi</emph>... Careggiare carezzare. V. Crus. in amarezzare, marezzare ec. E così
          l’altre in <emph>zo</emph> ec. Libycus — libyculus — libeccio (Lebesche franc.); corticula
          — corteccia, scortecciare ec.; cangiato l’i lat. in e al solito, e come in tante altre
          diminuzioni (orecchia, pecchia ec., oveja ec. abeille ec. ec.), frequentazioni ec.,
          nominatamente quella in <emph>ecchi</emph>... (e le corrispondenti franc. e spagn.) sì
          abbondante. Così, e secondo il detto a p. 4500. princ. , la nostra forma frequentativa
          ec., sì usitata, in <emph>eggio eggiare</emph> sarebbe pur dalla forma latina. — In tutte
          tali forme, se esse comprendono intera la forma latina, il <emph>lo lare</emph>, se vi si
          trova, è una giunta toscana. — Del resto, per forme ed esempi ec. v. l’indice di questi
          pensieri in <emph>Frequentativi, Diminutivi</emph> ec. (17. Magg.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In una lingua assai ricca, non solo è povera, o limitata, quella di ciascuno scrittore,
          come dico altrove, ma anche quella del popolo, e generalmente la parlata. P. e. l’italiano
          parlato, ancora in Toscana, non è punto più ricco del francese, nominatamente in fatto di
          sinonimi ec. (18. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>A rivederla</emph>: solito saluto de’ Toscani, anche passando, <emph>senza punto
            fermarvi</emph>, o da lungi. Assurdità di queste nostre adulazioni dette complimenti.
          (18. Maggio.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Troppe cure assidue insistenti, troppe dimostrazioni di sollecitudine, di premura, di
          affetto, (come sogliono essere quelle di donne), noiosissime e odiose a chi n’è l’oggetto,
          anche venendo da persone amorosissime. <foreign lang="grc">μία νόννα, ἀδ. μαέστρι, λὰ ζία
            Ἰσαβέλλα κὸν κάρλῳ</foreign>. — Galateo morale. (18. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Pullus</foreign> — pollone; rejet — rejeton; surgeon (surculus).
          Poulet. Poitrine. Vagolare, svagolare (<bibl>v. <author>Alberti</author>
          </bibl>). Guerreggiare, gareggiare, serpeggiare, tratteggiare (<bibl>v.
            <author>Alberti</author>
          </bibl>), pennelleggiare, parteggiare, costeggiare, pompeggiare, pavoneggiare,
          patteggiare, osteggiare, campeggiare, aspreggiare, mareggiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Recondito. Uomo onorato, disonorato; azione disonorata ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi in <emph>to</emph> da nomi femin. in <emph>tas</emph>. <foreign lang="lat"
            >Nobilitas</foreign> — nobilito. Debilito, mobilito.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Morve — morveau. Spia — espion, spione (la Crus. lo crede accrescitivo: male: e <pb
            ed="aut" n="4513"/> così d’altri tali, ec. ec.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Misceo — mixtum</foreign> — mestare, coi composti ec. Aggiungasi al
          detto altrove di meschiare ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Canto as</foreign>, nel Forc., potrà somministrare esempi di uso
          continuativo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il detto intorno ai verbali in <emph>bilis</emph>, dicasi ancora circa quelli in
            <emph>ivus</emph> (<foreign lang="lat">nativus</foreign> ec.), e gli altri tali.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4511. marg. — e in <emph>occio</emph>: figlioccio (<foreign lang="lat"
          >filiuculus</foreign>, non <foreign lang="lat">filiolus</foreign>), moccio (<foreign
            lang="lat">muculus</foreign>), bamboccio, femminoccia, fantoccio, santoccio, casoccia,
          ec. — <foreign lang="fre">Filleul</foreign> (<foreign lang="lat">filiolus</foreign>, in
          altro senso.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Certe idee, certe immagini di cose supremamente vaghe, fantastiche, chimeriche,
          impossibili, ci dilettano sommamente, o nella poesia o nel nostro proprio immaginare,
          perchè ci richiamano le rimembranze più remote, quelle della nostra fanciullezza, nella
          quale siffatte idee ed immagini e credenze ci erano familiari e ordinarie. E i poeti che
          più hanno di tali concetti (supremamente poetici) ci sono più cari. V. p. 4515. Analizzate
          bene le vostre sensazioni ed immaginazioni più poetiche, quelle che più vi sublimano, vi
          traggono fuor di voi stesso e del mondo reale; troverete che esse, e il piacer che ne
          nasce, (almen dopo la fanciullezza), consistono totalmente o principalmente in
          rimembranza. (21. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4428. Chi pratica poco cogli uomini, difficilmente è misantropo. I veri
          misantropi non si trovano nella solitudine, si trovano nel mondo. Lodan quella, sì bene;
          ma vivono in questo. E se un che sia tale si ritira dal mondo, perde la misantropia nella
          solitudine. (21. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4504. <foreign lang="lat">Furunculus, carbunculus</foreign> (carb<hi
            rend="italic">onchio</hi>, carb<hi rend="italic">unco</hi>, carb<hi rend="italic"
          >oncolo</hi>, carb<hi rend="italic">uncolo</hi>, carb<hi rend="italic">unculo</hi>: in una
          sola terminazione d’una sola voce, quanta varietà di pronunzie! escarboucle) ec.: per lo
          più da voci che abbiano la <emph>n</emph>, nel nominativo o nel genitivo, se sono nomi.
          (21. Mag.). — Del <pb ed="aut" n="4514"/> resto, la contrazione di <emph>cul</emph>. .. in
            <emph>cl</emph>. .., deve estendersi a tutte l’altre desinenze in ul. .., specialmente
          in <emph>gul</emph>. .. ec. Dico, quanto alla corruzione subìta da tali desinenze nelle
          forme volgari. (22. Maggio. 1829. Recanati.). — Vannozzo, Vannoccio. Cerviatto, o
          cerbiatto. — Le voci in <emph>cul</emph>. .., specialmente precedendo consonante, sono
          contratte da <emph>icul</emph>. .., come <foreign lang="lat">tuberculum</foreign> da
            <foreign lang="lat">tubericulum, laterculus</foreign> da <foreign lang="lat"
          >latericulus</foreign>, onde lo spagn. <foreign lang="spa">ladrillo</foreign>; mangiata la
            <emph>i</emph> come in tanti altri casi. — Che la desinenza <emph>acul</emph>. ..
          particolarmente, nel latino basso, o volgare ec., avesse forza disprezzativa, come
            <emph>accio acciare, as asse asser</emph> franc., <emph>azo azar</emph> spagn., rilevasi
          non solo dal consenso di queste 3 lingue figlie circa cotal forma e significato, ma anche
          dai nostri collettivi disprezzativi in <emph>aglia</emph> (marmaglia, plebaglia, canaglia,
          ciurmaglia, giovanaglia ec.), e così, mi pare, spagnuoli; e dalle voci francesi pur
          disprezzative in <emph>ail aille ailler</emph> (<foreign lang="fre">canaille, rimailler,
            rimailleur</foreign> ec.). Non a caso queste 2 forme in <emph>aglio</emph> ed
            <emph>accio</emph> (e lor corrispondenti), che d’altronde nei nostri idiomi considerati
          da se non hanno niente di comune, si abbattono ad essere ugualmente disprezzative: esse
          derivano da una stessa forma latina la loro origine grammaticale: è naturale che da questo
          principio comune derivino anche la loro significazione disprezzativa. (23. Mag.). —
          Vittuaglia ec. Foraggio-are, fourrage-er: v. spagn. Bitorzo (bitorcio, quasi bitorculus),
          bitorzolo ec. Santocchieria. Foeniculum — (foenuculum) — finocchio — fenouil. — La
          desinenza in <emph>gn... ñ</emph> ec. è per lo più da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >neus</foreign> ec.; p. e. castanea castagna. — Aveugle, aveugler — aboculus. Muraglia.
          Pagliuca (Alberti). Molliccio, molliccico. v. p. 4515.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Minuto, participio aggettivato, coi derivati ec. V. lat. franc. spagn.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Soperchio soperchiare, superculus superculare: dello stesso genere che parecchio
          apparecchiare, pariculus appariculare, di cui altrove; dove la desinenza in
          <emph>cul</emph>. . . è semplice desinenza e non diminuzione. Puoi vedere la p. 4443. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ruina-rovina ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4515"/> Alla p. 4513. Similmente molte immagini, letture ec. ci fanno
          un’impressione ed un piacer sommo, non per se, ma perchè ci rinnuovano impressioni e
          piaceri fattici da quelle stesse o da analoghe immagini e letture in altri tempi, e
          massimamente nella fanciullezza o nella prima gioventù. Questa cosa è frequentissima:
          ardisco dire che quasi tutte le impressioni poetiche che noi proviamo ora, sono di questo
          genere, benchè noi non ce ne accorgiamo, perchè non vi riflettiamo, e le prendiamo per
          impressioni primitive, dirette e non riflesse. Quindi ancora è manifesto che una poesia
          ec. dee parere ad un tale assai più bella che un’altra, indipendentemente dal merito
          intrinseco. ec. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Zoppicare. <foreign lang="lat">Medeor — medico as</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4493. Com’è notato, una gran parte del piacere che i sentimenti poetici ci danno
          e ci lasciano, consiste in ciò, ch’essi c’ingrandiscono il concetto, e ci lasciano più
          soddisfatti, di noi medesimi. Appunto come i sentimenti, come le azioni, nobili,
          magnanime, pietose; come i sacrifizi ec. (e come la conversazione di chi ha la vera arte
          di esser amabile). E appunto come questi non cadono se non in chi sia felice, contento di
          se, in chi si stimi ec., così nè più nè meno i sentimenti poetici. (24. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4514. <emph>Lucigno-lo</emph>. — In uomicci-uolo, omici-atto, omici-attolo, e
          simili, la solita moltiplicazione della forma latina in <emph>ulus</emph>. — Coraggio, per
          cuore (corazon, coraje, courage): v. Crus., quasi coraculum. Incorare-incoraggiare.
            <foreign lang="fre">Visage, envisager, ombrage, ombrager, language, usage,
          ouvrage</foreign> ec. ec. Questa forma in age ager, è tutta francese, provenzale ec. Di là
          la nostra, sì abbondante anch’essa, in aggio, aggia, aggiare; e grandissima parte almeno
          delle voci che hanno questa desinenza (viaggio-are ec. Piaggia non è, come dico altrove,
            <pb ed="aut" n="4516"/> da plagula, ma da plage; e così spiaggia.) Però in ispagnolo
          tali nomi finiscono per lo più in <emph>e</emph> (viaje, mensaje ec. ec.). — V. ancora il
          pensiero seg. — V. p. 4518.4521.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4444. Vedi nella p. 4473. capoverso penult. e suoi annessi, l’immenso e
          svariatissimo uso fatto nel latino volgare o de’ bassi tempi, di questa medesima forma in
            <emph>icul. . . cul. . . ul</emph>. . . or con forza diminutiva frequentativa ec., or
          positivata, or come semplice desinenza. (25. Mag.). V. qui al fine della p. uso manifesto
          per le quasi infinite forme che ne derivarono nei nostri volgari. Dal che si vede che
          l’uso antichissimo di quella forma, non cessò mai, nè fu men frequente negli ultimi tempi
          del latino che nei primitivi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il detto altrove dell’incontrastabilmente maggior numero di suoni nelle lingue
          settentrionali che nelle nostre, causa, in parte della lor mala ortografia, per la
          scarsezza dell’alfabeto latino da loro adottato; è applicabile ai dialetti dell’Italia
          superiore, perciò difficilissimo ancora a bene scriversi. Mezzofanti diceva che al
          bolognese bisognerebbe un alfabeto di 40 o 50 o più segni. Non è questa la sola conformità
          che hanno que’ dialetti colle lingue settentrionali. Del resto, i dialetti generalmente
          sono più ricchi che l’alfabeto comune. Il toscano parlato ha anch’esso un po’ più suoni
          che le lettere, ma pochi più. Il marchigiano e il romano quasi nessuno: esse sono
          veramente (in ciò come in mille altre cose) l’italiano comune e scritto, o il volgare più
          simile a questo, che sia possibile. (25. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gracchiare (da <emph>gra gra</emph>: v. Forc. in graculus), scorbacchiare, scornacchiare,
          spennacchiare. Gorgheggiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al capoverso 1. Anche qui i toscani abbondano più che gli altri, e spesso dove questi
          usano il positivo (nome o verbo), essi il diminutivo <pb ed="aut" n="4517"/> o
          frequentativo ec., benchè senza differenza di senso. Noi amiamo p. e.
          <emph>spennare</emph>, i toscani <emph>spennacchiare</emph> ec. ec. (26. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La natura non ci ha solamente dato il desiderio della felicità, ma il bisogno; vero
          bisogno, come quel di cibarsi. Perchè chi non possiede la felicità, è infelice, come chi
          non ha di che cibarsi, patisce di fame. Or questo bisogno ella ci ha dato senza la
          possibilità di soddisfarlo, senza nemmeno aver posto la felicità nel mondo. Gli animali
          non han più di noi, se non il patir meno; così i selvaggi: ma la felicità nessuno. (27.
          Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Bollito per bollente. Patito. Indigesto per non digeribile, e per che non ha digerito.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Umanità degli antichi ec. Vecchi. Cosa lacrimevole, infame, pur naturalissimo, il
          disprezzo de’ vecchi, anche nella società più polita. Un vecchio (oggi, in Italia, almeno)
          in una compagnia, è lo spasso, il soggetto de’ motteggi di tutta la brigata. Nè solo
          disprezzo: trascuranza, non assisterli, non prestar loro quegli uffizi, quegli aiuti, il
          cui commercio è il fine e la causa della società umana, de’ quali i vecchi hanno tanto più
          necessità che gli altri. I giovani sono serviti, i vecchi conviene che si servan da se. In
          una medesima stanza, se ad una giovane cadrà di mano il fuso, il ventaglio, sarà pronto
          chi lo raccolga per lei; se ad una vecchia, a cui il levarsi in piedi, l’incurvarsi, sarà
          penoso veramente, la vecchia dovrà raccorselo essa. E così ancora in casi di malattie ec.
          ec. Spesso i vecchi, anco in uguaglianza di condizione, hanno ad <pb ed="aut" n="4518"/>
          aiutare e servire i giovani. E parlo d’aiuti e di servigi corporali. Ci scandalizziamo di
          quei Barbari che si fanno servir dalle donne: ma il fatto nostro è lo stesso, se non
          peggiore. E viene dallo stesso spietato e brutale, ma naturale principio, che il forte sia
          servito, il debole serva. (27. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4516. La forma <emph>aiuolo</emph> e <emph>aiólo</emph> in legnaiuolo, erbaiuolo,
          vignaiuolo, stufaiuolo o stufaiolo, fruttaiuolo o fruttaiolo, calzaiuolo, pesciaiuolo,
          armaiuolo e simili, è altresì originariamente diminutiva da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ariolus</foreign> (lignariolus ec.). Così in <emph>aruolo, arólo</emph>
          (che è di noi marchegiani), <emph>eruolo</emph>: pizzicaruolo, pizzicarolo, (Alberti),
          pizzicheruolo. — Inguina — (inguinacula plural.). anguinaglia, anguinaia. V. franc. spagn.
          Ventraia.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre">Tomb<hi rend="italic">er</hi>eau. Douc<hi rend="italic"
          >er</hi>eux</foreign>. Fiocco — <foreign lang="fre">flocon</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Manuale di filosofia pratica. Memorie della mia vita. Come i piaceri non dilettano se non
          hanno un fine fuori di essi, secondo dico altrove, così neanche la vita, per piena che sia
          di piaceri, se non ha un fine in totale ec. Bisogna proporre un fine alla propria vita per
          viver felice. O gloria letteraria, o fortune, o dignità, una carriera in somma. Io non ho
          potuto mai concepire che cosa possano godere, come possano viver quegli scioperati e
          spensierati che (anche maturi o vecchi) passano di godimento in godimento, di trastullo in
          trastullo, senza aversi mai posto uno scopo a cui mirare abitualmente, senza aver mai
          detto, fissato, tra se medesimi: a che mi servirà la mia vita? Non ho saputo immaginare
          che vita sia quella che costoro menano, che morte quella che aspettano. Del resto, tali
          fini vaglion poco in se, ma molto vagliono i mezzi, le occupazioni, la speranza,
          l’immaginarseli come gran beni a forza di assuefazione, di pensare ad essi e di
          procurarli. L’uomo può ed ha bisogno di fabbricarsi esso stesso de’ beni in tal modo. (31.
          Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4519"/> Sfilare — sfilacciare — sfilaccicare (v. Crus. in Spicciare):
          filaccica (plural.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Anche i verbi lat. in <emph>urio</emph> si formano da’ supini.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4449. Per altro, la conformità di costumi, governo, religione, riti, lingua ec.
          fra troiani e greci, che apparisce nelle poesie omeriche, nelle tradizioni ec. (e che par
          favorire la congettura del Niebuhr, la quale ha però altri fondamenti), può essa ancora
          essere ingannevole, e non significare che la poca arte e istruzione di que’ vecchi poeti,
          come dico altrove. Simili a quei pittori o artefici de’ tempi bassi, e ad alcuni anche de’
          buoni secoli, che rappresentavano personaggi antichi e stranieri vestiti all’uso moderno e
          nazionale. Fra’ moderni, il Pontedera (<quote>
            <foreign lang="lat">Julii Pontederae Antiquitatum lat. graecarumque enarrationes atq.
              emendatt. praecipue ad veteris anni rationem attinentes</foreign>
          </quote>; <bibl>Patav. 1740.; praefat. libro che mi pare non conosciuto dal
          Niebuhr</bibl>), fondandosi parte in detta conformità, parte in altri argomenti,
          congetturò <quote>
            <foreign lang="lat">Trojanos Graecorum quondam fuisse coloniam</foreign>
          </quote>. (2. Giugno.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pésolo, pesolone. (pensulus per penzolo, pendulo ec.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sentito per sensibile, vivo; o per sensato. V. Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Lego is — lego as</foreign>, coi composti.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Spigolare, ruzzolare. Mugolare, mugghiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4430. Di tal genere è anco una grandissima parte degli errori e sgrammaticature
          (sien d’uso generale o individuale) del parlar plebeo, rustico, de’ dialetti ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monofagia. <foreign lang="lat">Convivium</foreign>, <foreign lang="grc"
          >συμπόσιον</foreign>, <foreign lang="lat">coena</foreign> (se è vera l’etimologia da
            <foreign lang="grc">κοινή</foreign>), tutti nomi significativi di
          <emph>comunanza</emph>. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4504. marg. Anche il nemico, l’offensore, ridotto all’inferiorità all’impotenza,
          è, non pur compassionevole, ma amabile, allo stesso offeso. <pb ed="aut" n="4520"/> Par
          che la natura abbia dato alla debolezza l’amabilità come una sorta di difesa e d’aiuto.
          (17. Giugno.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Beatus</foreign>, participio aggettivato. Trambasciato, trangosciato
          ec. Trasognato. Moderato ec., smoderato, immoderato ec. <foreign lang="lat"
          >Invisus</foreign> per odioso.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Σχολὴ</foreign>
          <emph>ozio</emph> chiamavano gli antichi i luoghi, i tempi ec. degli studi, e gli studi
          medesimi (onde ancora diciamo, senza intendere all’origine, scuola, e scolare per
          istudente, e gl’inglesi scholar per letterato, che dall’etimologia sonerebbe ozioso) che
          per gran parte di noi sono il solo o il maggior <emph>negozio</emph>. (7. Luglio.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Succhio</emph> (succulus) per succo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Δῖος</foreign>, <foreign lang="lat">dius-di<hi rend="italic"
          >v</hi>us</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Ieiunus</foreign> 1. participio contratto, a quanto
          pare, da <foreign lang="lat" rend="italic">ieiunatus</foreign> (così fors’anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">festinus</foreign>); 2. in senso di <foreign lang="lat"
            rend="italic">qui ieiunavit</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">ieiunat.
            Delirus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Mordeo, morsum</foreign> — morsicare, (corrottamente mozzicare,
          smozzicare), morsecchiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">S<hi rend="italic">i</hi>mus</foreign> costantemente per <foreign
            lang="lat">s<hi rend="italic">u</hi>mus</foreign>. Augusto ap. <bibl>
            <author>Sveton.</author> in <title>Aug.</title> c. 87.</bibl>; Messala, Bruto ed Agrippa
          ap. <bibl>
            <author>Mario Vittorino</author>
            <title lang="lat">de Orthographia</title> p. 2456.</bibl>
          <foreign lang="lat">Man<hi rend="italic">i</hi>biae</foreign> per <foreign lang="lat"
              >man<hi rend="italic">u</hi>biae</foreign> pur costantemente nelle iscrizioni Ancirane
          composte pur da Augusto. <foreign lang="lat">Cont<hi rend="italic">i</hi>bernali</foreign>
          in un antico monumento ap. <bibl>Achille Stazio ad Sveton. de Cl. Rhetoribus.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Bubulcitare</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4491. In un luogo piccolo vi sono partiti, amicizia non v’è. Vale a dire, che
          delle persone, per trovarsi ciò convenire ai loro interessi, saranno unite e collegate
          insieme per certo tempo (per lo più contro altre); ma non mai amiche. <emph>Amicizia non
            può essere che in città grandi</emph>, o pur fra persone lontane. (8. Luglio.). V. p.
          4523.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4521"/> . Alla p. 4512. La forma in accio acciare, azzo azzare, e le
          corrispondenti francesi e spagnuole (e così in eccio, iccio ec.), vengono veramente,
          almeno per lo più, dalla latina in <foreign lang="lat">aceus, iceus</foreign> ec. <foreign
            lang="lat">Gallinaceus</foreign>, gallinaccio.</p>
        <p>Che fosse proprio del volgare latino il dar questa desinenza ai positivi, nomi o verbi, e
          ciò senz’alterazione di significato, e che da ciò venga il tanto uso della forma in accio
          ec. nelle lingue figlie, massime dove essa non altera la significazione (come in <foreign
            lang="lat">minae</foreign> minacce, <foreign lang="lat">minari</foreign> minacciare),
          può congetturarsi, fra l’altro, dal riferito da Svetonio (<bibl>Aug. c. 87.</bibl>) che
          Augusto soleva scrivere <foreign lang="lat">pulleiaceus</foreign> in vece del positivo
            <foreign lang="lat">pullus</foreign>. Augusto nelle singolarità delle sue voci ed
          ortografia riferite da Svetonio (<bibl>ib. et c. 88.</bibl>), si accostava al dir volgare:
          il suo <foreign lang="lat">baceolus</foreign> è il nostro baggeo. Quest’osservazione
          dunque serva particolarmente pel Tratt. del Volg. lat. — La forma in ezzare, onde (e non
          viceversa) eggiare, e le corrispondenti francesi e spagnuole, sono dalla greca
          frequentativa in <foreign lang="grc">ίζειν</foreign>, e dalla lat. <foreign lang="lat"
            rend="italic">issare</foreign>, che di là viene. Il <foreign lang="lat" rend="italic"
            >betissare</foreign> di Augusto <bibl>ap. <author>Sveton.</author> (87.)</bibl>, da noi
          si direbbe bietoleggiare. Cambiato, al solito l’<emph>i</emph> in <emph>e</emph>. (9.
          Luglio.). — Se però ezzare è per ecciare, allora apparterrà al detto qui sopra. E
          viceversa se azzo, izzo ec. è per aggio ec., allora non cadrà sotto il qui sopra detto.
          (10. Luglio.). — Incumulare — <foreign lang="spa">encumbrar</foreign> — ingomberare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Molti avverbi e preposizioni delle lingue nostre sono fatte coll’aggiunta di un
          <emph>de</emph> affatto pleonastico alle corrispondenti latine. <foreign lang="lat"
            rend="italic">De retro</foreign>: diretro, dirietro, dreto, dietro (il volgo marchegiano
          appunto latinamente: de retro); e poi, <pb ed="aut" n="4522"/> raddoppiato ancora il
            <emph>di</emph>, di dietro; <foreign lang="fre">derrière</foreign>, <foreign lang="spa"
            >detras</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">De ubi</foreign>: dove. <foreign
            lang="lat" rend="italic">De unde</foreign>: donde. <foreign lang="lat" rend="italic">De
            ante</foreign>: <foreign lang="spa">delante</foreign>, dianzi, dinanzi, davanti,
            <foreign lang="fre">devant</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">De
          post</foreign>: di poi, dopo, da poi, <foreign lang="fre">depuis</foreign>, <foreign
            lang="spa">despues</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">De mane</foreign>:
          dimani ec. <foreign lang="fre">demain</foreign>. (11. Lugl.). Così di sopra, di sotto, da
          presso, da lungi, da vicino, da o di lontano. Quest’uso par fosse proprio del volgar
          latino 1.<hi rend="apice">o</hi> perchè comune a tutte 3 le lingue figlie, 2.<hi
            rend="apice">o</hi> perchè si trova già in parte nel latino scritto. <foreign lang="lat"
            >Desuper, desubito, derepente</foreign>; dove il <emph>de</emph> ridonda: <foreign
            lang="lat">dehinc, deinde</foreign>; dove il <emph>de</emph> (come in
          <emph>donde</emph>) è ripetuto; perchè già il semplice <foreign lang="lat">hinc</foreign>
          vale <foreign lang="lat" rend="italic">de hic</foreign>, <foreign lang="lat"
          >inde</foreign> è <foreign lang="lat" rend="italic">de in</foreign> (dein).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">I<hi rend="italic">uvi</hi>
          </foreign> per <foreign lang="lat">i<hi rend="italic">uvavi</hi>
          </foreign>, <foreign lang="lat">ad-i<hi rend="italic">u</hi>tum</foreign> ec. per <foreign
            lang="lat">ad-i<hi rend="italic">uv</hi>atum</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La prosa in verità, parlando assolutamente, precedette da per tutto il verso, come è
          naturale; ma il verso conservato precedette quasi da per tutto la prosa conservata. (11.
          Luglio.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uso degli antichi filosofi greci, di abbracciar col circolo dei loro Trattati tutte le
          parti dello scibile (uso notato da me altrove), onde esso circolo veniva ad essere
          un’enciclopedia, fu seguito anche, ne’ bassi tempi, da’ latini: dico da quelli che
          scrissero, o in più opere separate o in una sola, <title lang="lat">de 4.r</title> o
            <title lang="lat">de 7.m disciplinis</title> (come Boezio, Cassiodoro, Marziano Capella,
          Beda, Alcuino) ec.; piccole enciclopedie, dove però si copiavano per lo più <emph>tra
          loro</emph>. E dico tra loro: i più antichi o non conoscevano, o non avevano, o non
          leggevano, o non potevano intendere. (11. Lugl.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4523"/> Alla p. 4520. fin. Chi non è mai uscito da luoghi piccoli, come ha
          per chimere i grandi vizi, così le vere e solide virtù sociali. E nel particolare
          dell’amicizia, la crede uno di quei nomi e non cose, di quelle idee proprie della poesia o
          della storia, che nella vita reale e giornaliera non s’incontrano mai (e certo egli non si
          aspetta d’incontrarne mai nella sua). E s’inganna. Non dico Piladi e Piritoi, ma amicizia
          sincera e cordiale si trova effettivamente nel mondo, e non è rara.</p>
        <p>Del resto, i servigi che si possono attendere dagli amici, sono, o di parole (che spesso
          ti sono utilissime), o di fatti qualche volta; ma di roba non mai, e l’uomo avvertito e
          prudente non ne dee richiedere di sì fatti (di tal fatta). (21. Luglio.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Insatiatus</foreign> per <foreign lang="lat">insatiabilis</foreign>.
            <foreign lang="lat">Citus</foreign>, particip. aggettivato.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Nae<hi rend="italic">v</hi>us</foreign>-neo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Fri<hi rend="italic">g</hi>us</foreign> — <foreign lang="spa"
          >frio</foreign> (spagn.). Ra<hi rend="italic">gu</hi>nare — raunare. <foreign lang="lat"
              >Ne<hi rend="italic">g</hi>o</foreign> — <foreign lang="fre">nier</foreign>. Ra<hi
            rend="italic">gg</hi>i — rai.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il vescovo Ulfila, se non fu il primo introduttore dell’alfabeto presso la sua nazione (i
          Goti), gli diede almeno quella forma che noi conosciamo. Castiglioni ap. la B. Ital.
          Maggio 1829. t. 54 p. 201.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non solo noi diveniamo insensibili alla lode, e non mai al biasimo, come dico altrove, ma
          in qualunque tempo, le lodi di mille persone stimabilissime, non ci consolano, non fanno
          contrappeso al dolore che ci dà il biasimo, un motteggio, un disprezzo di persona
          disprezzatissima, di un facchino. (29. Lug.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In un trattenimento, chi si vuol divertire, propongasi di passare il tempo. Chi vi cerca
          e vi aspetta il divertimento, non vi trova che noia, e passa quel tempo assai male. (29.
          Lug.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4524"/>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Est Dicaearchi liber de interitu hominum, Peripatetici magni et
              copiosi, qui collectis ceteris causis, eluvionis, pestilentiae, vastitatis, beluarum
              etiam repentinae multitudinis, quarum impetu docet quaedam hominum genera esse
              consumta; deinde comparat quanto plures deleti sint homines hominum impetu, id est
              bellis aut seditionihus, quam omni reliqua calamitate</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title lang="lat">de Off.</title> II. 5. (16.)</bibl> (5. Sett. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Luccicare. <foreign lang="lat">Albico as</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre">Rue</foreign> — ru<hi rend="italic">g</hi>a (ital. antico).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Despicere — despicari</foreign>: e simili.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Burrone, burrato, borro, botro — <foreign lang="grc">βόθρος</foreign>. (12. Aprile. 1830.
          Lunedì di Pasqua.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È curioso a vedere, che gli uomini di molto merito hanno sempre le maniere semplici, e
          che sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco merito. (Firenze 31. Maggio
          1831.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Eccellente umanità degli antichi. <quote>
            <foreign lang="lat">Quid enim est aliud, erranti viam non monstrare, quod Athenis
              exsecrationibus publicis sancitum est, si hoc non est?</foreign>
          </quote> etc. <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title lang="lat">de off.</title> l. 3. alquanto innanzi il mezzo.</bibl> (Roma 14. Dic.
          1831.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Βρίαχος</foreign>
            <emph>l’ubbriaco</emph>
          </quote>, appellativo di un Sileno in un vaso antico. Muséum étrusque du prince de Canino,
          n.1005 (Roma 14. Dic. 1831.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ὅμως δὲ τοῦτο μὲν ἴτω</foreign> (vada, cioè eveniat) <foreign
              lang="grc">ὅπῃ τῷ θεῷ φίλον</foreign>
          </quote>. Plat. Apolog. Socr. haud procul ab init. ed. Ast. opp. t. 8. p. 102. (in marg.
          19. A.) nel Critone (init. p. 164. in marg. 43. D.) dice pur Socrate: <quote>
            <foreign lang="grc">εἰ ταύτῃ τοῖς θεοῖς φίλον, ταύτῃ ἔστω</foreign>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">τούτου πᾶν τοὐναντίον εὑρήσετε</foreign>
          </quote> (tutto il contrario). ib. 138. (34. A.) e così altrove nella medesima Apologia.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">οὐκ ἔσθ' ὅτι μᾶλλον, ὦ ἄνδρες Ἀθηναῖοι, πρέπει οὕτως ὡς</foreign>
          </quote> ec. <pb ed="aut" n="4525"/> (in vece di <foreign lang="grc"
          >μᾶλλον...ἢ</foreign>.) ib. 144. (36. D.) — nessuna cosa <emph>più... quanto</emph> ec.
          idiotismo nostro, usato anche da’ buoni e antichi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ὄνομα ἕξετε καὶ αἰτίαν ὡς Σωκπάτη ἀπεκτόνατε</foreign>
          </quote>. ib. 148. (38. C.) avrete <emph>nome</emph> di avere ucciso Socrate. (Roma 6.
          Gennaio 1832.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Uomini originali men rari che non si crede.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli uomini verso la vita sono come i mariti in Italia verso le mogli: bisognosi di
          crederle fedeli benchè sappiano il contrario. Così chi dee vivere in un paese, ha bisogno
          di crederlo bello e buono; così gli uomini di credere la vita una bella cosa. Ridicoli
          agli occhi miei, come un marito becco, e tenero della sua moglie. (Firenze 23. Maggio.
          1832.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Cosa rarissima nella società, un uomo veramente sopportabile.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper nulla,
          l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di
          non aver nulla a sperare dopo la morte.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grande studio (ambizione) degli uomini mentre sono immaturi, è di parere uomini fatti, e
          quando sono uomini fatti, di parere immaturi. (16. Settem. 1832.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La cosa più inaspettata che accada a chi entra nella vita sociale, e spessisimo a chi v’è
          invecchiato, è di trovare il mondo quale gli è stato descritto, e quale egli lo conosce
          già e lo crede in teoria. L’uomo resta attonito di vedere verificata nel caso proprio la
          regola <pb ed="aut" n="4526"/> generale. (Firenze. 4. Dic. 1832.).</p>
        <p>Alla p. 2419. Come può esser bella una lingua che non ha <emph>proprietà</emph>? Non ha
          proprietà quella lingua che nelle sue forme, ne’ suoi modi, nelle sue facoltà non si
          distingue dalle forme, modi, facoltà della grammatica generale, e del discorso umano
          regolato dalla dialettica. Una lingua regolata da questa sola <pb ed="aut" n="2426"/> non
          ha niente di proprio; tutto il suo è comune a tutte le nazioni parlanti, e a tutte le
          altre lingue; il suo spirito, la sua indole, il suo genio non è suo, ma universale; vale a
          dire ch’ella non ha veruna originalità, e quindi non può esser bella, cioè non può esser
          nè forte, nè distintamente nobile, nè espressiva, nè varia (quanto alle forme), nè
          adattata all’immaginazione, perchè questa è diversissima e moltiplice, e nel tempo stesso
          ella è la sola facoltà umana capace del bello, e produttrice del bello. Ora che cosa vuol
          dire una lingua che abbia proprietà? Non altro, se non una lingua ardita, cioè capace di
          scostarsi nelle forme, nei modi ec. dall’ordine e dalla ragion dialettica del discorso,
          giacchè dentro i limiti di quest’ordine e di questa ragione, nulla è proprio di nessuna
          lingua in particolare, ma tutto è comune di tutte. (Parlo in quanto alle forme, facoltà
          ec. e non in quanto alle nude parole, o alle inflessioni delle medesime, isolatamente
          considerate.) Dunque se non è, nè può esser bella la forma di una lingua che non ha
          proprietà, non è nè può esser <pb ed="aut" n="2427"/> bella una lingua che nella forma sia
          tutta o quasi tutta matematica, e conforme alla grammatica universale. E così di nuovo si
          viene a concludere che la bellezza delle forme di una lingua (tanto delle forme in genere,
          quanto di ciascuna in particolare) non può non trovarsi in opposizione colla grammatica
          generale, nè esser altro che una maggiore o minor violazione delle sue leggi.</p>
        <p>La lingua francese si trova nel caso detto di sopra: poich’ella in quanto alla forma,
          esattamente parlando, non ha proprietà, vale a dir che non ha qualità sua propria, ma
          tutte le ha comuni con tutte le lingue, e colla ragione universale della favella. Il che
          quanto noccia alla originalità, anzi l’escluda, e quanto per conseguenza favorisca la
          mediocrità, anzi la richieda e la sforzi, resta chiaro per se stesso. (Bossuet, scrittore
          non mediocre, ebbe bisogno di domare, come gli stessi francesi dicono, la sua lingua; e
          come dico io, fu domato e forzato alla mediocrità dello stile, dalla sua lingua. E così lo
          sono tutti quegli scrittori francesi <pb ed="aut" n="2428"/> che hanno sortito un ingegno
          naturalmente superiore al mediocre. Nè più nè meno di quello che la società, e lo spirito
          della nazion francese, sforzi alla mediocrità in ogni genere di cose gli uomini i più
          elevati della nazione, e gli spiriti più superiori all’ordinario. Essendo la mediocrità
          non solo un pregio, ma una legge in quella nazione, dove il supremo dovere dell’uomo
          civile, è quello d’esser come gli altri).</p>
        <p>Dalle dette considerazioni segue che la lingua francese, non avendo nessuna o quasi
          nessuna proprietà, e quindi ripugnando alla vera e decisa originalità dello stile (ben
          diversa da quelle minime differenze dell’ordinario, che i francesi esaltano come somme
          originalità), non può aver lingua poetica; e così è nel fatto.</p>
        <p>Segue ancora, che, non avendo niente di proprio, ma tutto comune a tutte le lingue, e
          tutto proprio del discorso umano in quanto discorso umano, dev’essere accomodata sopra
          tutte alla universalità: e così è realmente. (7. Maggio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2429"/> A voler esser lodato o stimato dagli altri, bisogna per necessità
          intuonar sempre altamente e precisamente alle orecchie loro: io vaglio assai più di voi:
          acciocchè gli altri dicano: colui vale alquanto più di noi, o quanto noi. La fama di
          ciascheduno in qualsivoglia genere, o propriamente o almeno metaforicamente parlando, è
          sempre incominciata dalla bocca propria. Se tu fai nel cospetto di quanta gente tu vuoi,
          un’azione o una produzione ec. la più degna e la più lodevole che si possa immaginare;
          t’inganni a partito se credi che quell’azione ec. essendo manifestissima, e
          manifestissimamente lodevolissima, gli altri debbano aprir la bocca spontaneamente, e
          cominciare essi a dir bene di te. Guardano, e tacciono eternamente, se tu non rompi il
          silenzio, e se non hai l’arte o il coraggio d’essere il primo a far questo. Ciò
          massimamente in questi tempi di perfezionato e purificato egoismo. Chi vuol vivere, si
          scordi della modestia. (7. Maggio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che società, che amicizia, che commercio potresti tu avere con un cieco e sordo, o egli
          con te? <pb ed="aut" n="2430"/> Al quale nè coi gesti nè colle parole potresti communicare
          alcuno de’ tuoi sentimenti, nè egli a te i suoi? e per conseguenza qual comunione di
          spirito, cioè di vita e di sentimento potresti aver seco lui? qual sentimento di te
          penseresti d’aver destato, o di poter mai destare nell’animo suo? E nondimeno tu sai pur
          ch’egli vive, ed oltracciò di vita umana e d’un genere medesimo colla tua; ed egli
          potrebbe forse in qualche modo darti ad intendere i suoi bisogni, e beneficato
          esteriormente da te, o in altro modo influito, potrebbe aver qualche senso della tua
          esistenza, e formarsi di te qualche idea; anzi è certo che ti considererebbe come suo
          simile, non ch’egli n’avesse alcuna prova certa, ma appunto per la scarsezza delle sue
          idee; come fanno i fanciulli, che sempre inclinano a creder tutto animato, e simile in
          qualche modo a loro, non conoscendo, nè sapendo neppure insufficientemente concepire altra
          forma d’<emph>esistenza</emph> che la propria, nonostante ch’essi pur vedano la differenza
          della figura, e delle qualità esteriori.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2431"/> Or se contuttociò, tu non crederesti di poter aver con costui
          nessuna o quasi nessuna società, e non ti soddisfaresti nè ti compiaceresti in alcun modo
          del suo commercio, che dovremo dire di quella società che i filosofi tedeschi e romantici,
          vogliono che il poeta supponga, anzi ponga e crei fra l’uomo e il resto della natura? La
          qual società vogliono che sia tale che tutto per immaginazione si supponga vivo bensì, ma
          non di vita umana, anzi diversissima secondo ciascun genere di esseri? Non è questa una
          società peggiore e più nulla di quella col cieco e sordo? Il quale finalmente è uomo. Ma
          qui sebben tu creda, e poeticamente t’immagini che le cose vivano, non supponendo che
          questa vita abbia nulla di comune colla tua, che sentimento di te puoi presumere di
          destare in loro, o qual sentimento della vita loro puoi presumere di ricever da essi, non
          potendo neppur concepire altra forma di <emph>vita</emph> se non la propria? Che giova
          alla tua immaginazione e alla tua sensibilità il figurarti che la natura viva? Che
          relazione può la tua fantasia fabbricarsi <pb ed="aut" n="2432"/> colla natura per questo?
          Ella è cieca e sorda verso te, e tu verso lei. Non basta al sentimento e al desiderio
          innato di quasi tutti i viventi che li porta verso il loro <emph>simile</emph>, il
          figurarsi che le cose vivano, ma solamente che vivano di vita <emph>simile</emph> per
          natura alla propria. Tolta questa non v’è società fra viventi, come non vi può esser
          società fra cose dissimili, e molto meno fra cose che in nessun modo si possono intendere
          l’une coll’altre, nè comunicarsi alcun sentimento, nè farsi scambievolmente verun segno di
          se, e neppur concepire o formarsi nessuna idea del genere di vita l’una dell’altra. Fra le
          bestie e l’uomo non è di gran lunga così, e perciò qualche società può passare e passa fra
          questo e quelle, e maggiore, quanto più la loro vita, e il loro spirito è simile al
          nostro, e quanto più esse mostrano di concepire le cose nostre, e noi le loro; e maggiore
          eziandio generalmente perchè l’immaginazione nostra (e probabilmente anche la loro) entra
          in questo commercio altresì, e ce le dipinge molto più simili a noi che forse non sono, e
          noi a loro parimente. <pb ed="aut" n="2433"/> Certo è poi che grandissima affinità e
          somiglianza passa tra la vita degli animali e la nostra, tra le loro passioni
          (radicalmente parlando) e fra le nostre ec. Affinità e somiglianza che non si trova o non
          apparisce fra l’esistenza delle cose inanimate e la nostra; che l’immaginazione antica, e
          fanciullesca, e, più o meno, quella di tutti i tempi, non vedendola, la suppone e la crea;
          che i bravi tedeschi non vogliono che si supponga, e che non per tanto s’immagini e si
          conservi un commercio scambievole fra le cose inanimate e l’uomo. (8. Maggio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Amando il vivente quasi sopra ogni cosa la vita, non è maraviglia che odi quasi sopra
          ogni cosa la noia, la quale è il contrario della <emph>vita vitale</emph> (come dice
          Cicerone in Lael.). Ed in tanto non l’odia sempre sopra ogni cosa, in quanto non ama
          neppur sempre la vita sopra ogni cosa; p. e. quando un eccesso di dolor fisico gli fa
          desiderare anche naturalmente la morte, e preferirla a quel dolore. Vale a <pb ed="aut"
            n="2434"/> dire quando l’amor proprio si trova in maggiore opposizione colla vita che
          colla morte. E perciò solo egli preferisce la noia al dolore, cioè perchè gli preferisce
          eziandio la morte, se non quanto spera di liberarsi dal dolore, e il desiderio della vita
          è così mantenuto puramente dalla speranza.</p>
        <p>Del resto l’odio della noia, è uno di quei tanti effetti dell’amor della vita (passione
          elementare ed essenziale nel vivente) che ho specificati in parecchi di questi pensieri. E
          l’uomo odia la noia per la stessa ragione per cui odia la morte, cioè la non esistenza. E
          quest’odio medesimo della noia è padre d’altri moltissimi e diversissimi effetti, e
          sorgente d’altre molte e varie passioni o modificazioni delle medesime, tutte
          essenzialmente derivanti da esso odio, delle quali ho pur detto in più luoghi. (8. Maggio
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che le passioni antiche fossero senza comparazione più gagliarde delle moderne, e gli
          effetti loro più strepitosi, più risaltati, più materiali, <pb ed="aut" n="2435"/> più
          furiosi, e che però nell’espression loro convenga impiegare colori e tratti molto più
          risentiti che in quella delle passioni moderne, è cosa già nota e ripetuta. Ma io credo
          che una differenza notabile bisogni fare tra le varie passioni, appunto in riguardo alla
          maggiore o minor veemenza loro fra gli antichi e i moderni comparativamente; e per
          comprenderle tutte sotto due capi generali, io tengo per fermo (come fanno tutti) che il
          dolore antico fosse di gran lunga più veemente, più attivo, più versato al di fuori, più
          smanioso e terribile (quantunque forse per le stesse ragioni più breve) del moderno. Ma in
          quanto alla gioia, ne dubiterei, e crederei che, se non altro in molti casi, ella potesse
          esser più furiosa e violenta presso i moderni che presso gli antichi, e ciò non per altro
          se non perch’ella oggidì è appunto più rara e breve che fosse mai, come lo era nè più nè
          meno il dolore anticamente. Questa osservazione potrebbe forse servire al tragico, al
          pittore, ed altri imitatori delle passioni. Vero è che nel fanciullo e la gioia e il
          dolore sono del pari <pb ed="aut" n="2436"/> più violenti, ed altresì per la stessa
          ragione più brevi che nell’adulto. Ed è vero ancora che l’abitudine dell’animo de’ moderni
          li porta a contenere dentro di se, ed a riflettere sullo spirito, senza punto o quasi
          punto lasciarla spargere ed operare al di fuori, qualunque più gagliarda impressione e
          affezione. Contuttociò credo che la detta osservazione possa essere di qualche rilievo,
          massime intorno alle persone non molto o non interamente colte e disciplinate, sia nella
          vita civile, sia nelle dottrine e nella scienza delle cose e dell’uomo; e intorno a quelle
          che dall’esperienza e dall’uso della vita, della società, e de’ casi umani non sono stati
          bastantemente ammaestrati ad uniformarsi col generale, nè accostumati a quell’apatia e
          noncuranza di se stesso e di tutto il resto, che caratterizza il nostro secolo. (9.
          Maggio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il mondo, o la società umana nello stato di egoismo (cioè di quella modificazione
          dell’amor proprio così chiamata) in cui si trova presentemente, si può rassomigliare al
          sistema <pb ed="aut" n="2437"/> dell’aria, le cui colonne (come le chiamano i fisici) si
          premono l’une l’altre, ciascuna a tutto potere, e per tutti i versi. Ma essendo le forze
          uguali, e uguale l’uso delle medesime in ciascuna colonna, ne risulta l’equilibrio, e il
          sistema si mantiene mediante una legge che par distruttiva, cioè una legge di nemicizia
          scambievole continuamente esercitata da ciascuna colonna contro tutte, e da tutte contro
          ciascuna.</p>
        <p>Nè più nè meno accade nel sistema della società presente, dove non ciascuna società o
          corpo o nazione (come presso gli antichi), ma ciascun uomo individuo continuamente preme a
          più potere i suoi vicini, e per mezzo di esso i lontani da tutti i lati, e n’è ripremuto
          da’ vicini e da’ lontani a poter loro nella stessa forma.</p>
        <p>Dal che risulta un equilibrio prodotto da una qualità distruttiva, cioè dall’odio e
          invidia e nemicizia scambievole di ciascun uomo contro tutti e contro ciascuno, e dal
          perenne esercizio di queste passioni (cioè <pb ed="aut" n="2438"/> in somma dell’amor
          proprio puro) in danno degli altri.</p>
        <p>Con ciò resta spiegata una specie di fenomeno. Lo stato d’egoismo puro, e quindi di puro
          odio verso altrui (che ne segue essenzialmente) è lo stato naturale dell’uomo. Ma ciò non
          è maraviglia, spiegandosi esso, e dovendosi necessariamente spiegare, col negar la pretesa
          destinazione naturale dell’uomo allo stato sociale <emph>stretto</emph> (cioè diverso da
          quello ch’hanno fra loro quasi tutte le bestie, massime le più svegliate); al quale stato
          ripugnano per natura loro le dette qualità naturalissime e assolutamente proprie dell’uomo
          (come si può vedere anche nel fanciullo ec.). La maraviglia è ch’essendo tornato l’uomo
          allo stato naturale per questa parte (mediante l’annichilamento delle antiche opinioni e
          illusioni, frutto delle prime società e relazioni contratte scambievolmente dagli uomini),
          la società non venga a distruggersi assolutamente, e possa durare con questi principii
          distruttivi <pb ed="aut" n="2439"/> per natura loro. Il qual fenomeno resta spiegato colla
          sopraddetta comparazione. E questo equilibrio (certo non naturale, ma artifiziale), cioè
          questa parità e questa universalità d’attacco e di resistenza, mantiene la società umana,
          quasi a dispetto di se medesima, e contro l’intenzione e l’azione di ciascuno
          degl’individui che la compongono, i quali tutti o esplicitamente o implicitamente mirano
            <emph>sempre</emph> a distruggerla.</p>
        <p>Dalla detta comparazione caveremo altresì un corollario morale. Se qualche colonna d’aria
          viene a rarefarsi, o a premer meno dell’altre, e far meno resistenza per qualunque
          accidente, ciascuna delle colonne vicine, e ciascuna delle lontane addossandosi alle
          vicine, senza un istante d’intervallo, corrono ad occupare il luogo suo, e non appena ella
          ha lasciato di resistere sufficientemente, che il suo luogo è conquistato. Così la campana
          pneumatica anderebbe in minutissimi pezzi, mancando la sufficiente resistenza dell’aria
          quivi rinchiusa, se non si provvedesse a questo colla configurazione <pb ed="aut" n="2440"
          /> della campana. Lo stessissimo accade fra gli uomini, ogni volta che la resistenza e
          reazione di qualcuno manca o scema, sia per impotenza, sia per inavvertenza, sia per
          volontà o inesperienza. E però son da ammonire i principianti della vita, che se intendono
          di vivere, e di non vedersi preso il luogo immediatamente, e non esser messi a brani o
          schiacciati, s’armino di tanta dose d’egoismo quanta possano maggiore, acciocchè la
          reazion loro sia, per quanto essi potranno, o maggiore o per lo meno uguale all’azione
          degli altri contro di loro. La quale, vogliano o non vogliano, credano o non credano,
          avranno infallibilmente a sostenere, e da tutti, amici o nemici che sieno di nome, e tanta
          quanta maggiore sarà in poter di ciascuno. Chè se il cedere per forza, cioè per causa
          della propria impotenza (in qual genere ch’ella si sia), è miserabile; il cedere
          volontariamente, cioè per mancanza di sufficiente egoismo in questo sistema di pressione
          generale, è ridicolo e da sciocco, e da inesperto o irriflessivo. E <pb ed="aut" n="2441"
          /> si può dire con verità che il sacrifizio di se stesso (in qual si voglia genere o
          parte) il quale in tutti gli altri tempi fu magnanimità, anzi la somma opera della
          magnanimità, in questi è viltà, e mancanza di coraggio o d’attività, cioè pigrizia, e
          dappocaggine; ovvero imbecillità di mente; non solamente secondo l’opinione degli uomini,
          ma realmente e secondo il retto giudizio, stante l’ordine e la natura effettiva e propria
          della società presente. (10. Maggio 1822.). V. p. 2653.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non si nomina mai più volentieri, nè più volentieri si sente nominare in altro modo
          chiunque ha qualche riconosciuto difetto o corporale o morale, che pel nome dello stesso
          difetto. Il sordo, il zoppo, il gobbo, il matto tale. Anzi queste persone non sono
          ordinariamente chiamate se non con questi nomi, o chiamandole pel nome loro fuor della
          loro presenza, è ben raro che non vi si ponga quel tale aggiunto. Chiamandole o udendole
          chiamar così, pare agli uomini d’esser superiori a questi tali, godono dell’immagine del
          loro difetto, sentono e si ammoniscono in certo modo della propria superiorità, l’amor
          proprio n’è lusingato e se ne compiace. Aggiungete l’odio eterno e naturale dell’uomo
          verso l’uomo che si pasce <pb ed="aut" n="2442"/> e si diletta di questi titoli
          ignominiosi, anche verso gli amici o gl’indifferenti. E da queste ragioni naturali nasce
          che l’uomo difettoso com’è detto di sopra, muta quasi il suo nome in quello del suo
          difetto, e gli altri che così lo chiamano intendono e mirano indistintamente nel fondo del
          cuor loro a levarlo dal numero de’ loro simili, o a metterlo al di sotto della loro
          specie: tendenza propria (e quanto alla società, prima e somma) d’ogn’individuo sociale.
          Io mi sono trovato a vedere uno di persona difettosa, uomo del volgo, trattenersi e
          giocare con gente della sua condizione, e questa non chiamarlo mai con altro nome che del
          suo difetto, tanto che il suo proprio nome non l’ho mai potuto sentire. E s’io ho veruna
          cognizione del cuore umano, mi si dee credere com’io comprendeva chiaramente che ciascuno
          di loro, ogni volta che chiamava quell’uomo disprezzatamente con quel nome, provava una
          gioia interna, e una compiacenza maligna della propria superiorità sopra quella creatura
          sua simile, e non tanto dell’esser libero da quel difetto, quanto del vederlo e poterlo
          deridere e rimproverare in quella creatura, essendone libero esso. E per quanto frequente
          fosse nelle loro bocche quell’appellazione, io sentiva e conosceva ch’ella non usciva mai
          dalle loro labbra senza un tuono esterno e un senso e giudizio interno di trionfo e di
          gusto. (13. Maggio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Juvare</foreign> col dativo, caso comune al nostro
            <emph>giovare</emph>, è rarissimo negli scrittori latini, vedilo appresso Plauto, nel
          Forcellini. (21 Maggio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove d’una grande incertezza e di molti scambi che si trovano nell’uso latino
          circa i tempi dell’ottativo o soggiuntivo, ora scambiati fra se, ora sostituiti a quelli
          dell’indicativo: ed ho mostrato come questi usi che si tengono per pure eleganze degli
          scrittori latini, fossero comuni anche al volgare, e si conservino nelle lingue derivate,
          non certo dal latino elegante, ma da esso volgare. A questo proposito si può notare il
          presente ottativo latino, usato spessissimo ed elegantemente in vece dell’imperfetto
          ottativo, e in certo modo anche del futuro indicativo, come in <bibl>
            <author>Orazio</author>
            <title>Sat.</title> 1. v. 19. l. <hi rend="sc">i</hi>
          </bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">nolint</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nollent</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">nolent</foreign>; <pb ed="aut"
            n="2443"/> od. 3. v. 66. e 68. l. 3. <foreign lang="lat" rend="italic">pereat,
          ploret</foreign>, per <foreign lang="lat" rend="italic">periret, ploraret</foreign>, o
            <foreign lang="lat" rend="italic">peribit, plorabit</foreign>. E ciò massimamente (come
          appunto ne’ due luoghi citati), precedendo la condizionale <foreign lang="lat"
            rend="italic">si</foreign> o simile, espressa o sottintesa: nel qual caso appunto ho
          notato altrove la detta varietà, e figurato uso dell’ottativo, e suoi diversi tempi. E
          vedi, fra gli altri pensieri relativi a questo, pag. 2221. fine, e 2257. (24. Maggio
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Di ciò che ho notato altrove che l’uso di fabbricar nuovi composti, e di supplir così al
          bisogno di esprimer nuove idee, o nuove parti d’idee (<emph>ch’è tutt’uno</emph>, secondo
          le osservazioni della moderna ideologia), essendo stato così comune alle lingue antiche, e
          alle stesse moderne ne’ loro principii, s’è poi quasi dimenticato, per utilissimo che sia;
          se ne possono dar, fra l’altre, le seguenti ragioni.</p>
        <p>1. Che tutte le lingue ne’ loro principii sono per necessità più ardite che nel
          progresso, e le lingue antiche rispettivamente più ardite delle moderne. Or queste
          composizioni richiedono un certo ardire, massime trattandosi di farne un grand’uso, e
          d’applicar questa facoltà a quasi tutti i nuovi bisogni della lingua.</p>
        <p>2. Che nelle lingue antiche la necessità di far grand’uso de’ composti, era molto ma
          molto <pb ed="aut" n="2444"/> maggiore che nelle moderne, a causa del tanto minor numero
          ch’esse avevano di parole originarie. Le radici, come ho detto altrove, e assegnatene le
          ragioni, son sempre scarsissime in una lingua nascente. Quindi l’assoluto bisogno della
          composizione, crescendo il numero delle cose da esprimersi, e volendosi perfezionar
          l’espressione delle cose, e distinguerla meglio; e arrivando gli uomini appoco appoco a
          staccare un’idea dall’altra, e a suddividerle (ch’è tutto il progresso dello spirito
          umano), e però avendo mestieri di nuove parole. E infatti si vede che l’incremento e il
          perfezionamento di qualunque lingua antica è stata ridotta a una certa perfezione, fu
          sempre compagno, o anch’effetto dell’uso di comporre più parole in una, arricchendo così
          la lingua: nel qual uso, e in quello dei derivativi (de’ quali parimente intendo qui di
          ragionare) i greci e latini furono singolari maestri.</p>
        <p>Ma derivando le lingue moderne da lingue già perfezionate e letterate, la scarsezza delle
          radici non vi si osserva più, essendo divenute radicali, o in qualunque modo semplici e
          indipendenti per noi, quelle infinite parole <pb ed="aut" n="2445"/> che, p. e. in latino,
          sono evidentemente composte o derivate da altre, e che son rimaste in uso p. e.
          nell’italiano. Dove, quantunque la provenienza e dipendenza loro ci sia così manifesta e
          vicina, pur fanno offizio, ed hanno, relativamente alla lingua nostra, la vera natura di
          radicali 1. o perchè gli elementi di cui si compongono, separati che sieno, non
          significano niente in italiano, come significavano in latino, o quando anche l’un d’essi
          abbia qualche significato da se, l’altro, o gli altri, non l’hanno; 2. o perchè corrotte e
          travisate in modo che la forma de’ loro elementi è perduta affatto, quando anche essi
          elementi sussistano ancora per se stessi nell’italiano; 3. o perchè, essendo esse
          derivative in latino, non sussistono nell’italiano quelle voci latine da cui esse
          derivano; 4. o perchè, sussistendo anche queste voci, non sussiste più il costume di
          derivarne le altre parole in quei tali modi latini; e così le originarie e le derivate,
          quanto al latino, nella lingua nostra sono indipendenti l’une dall’altre, e rispetto alla
          nostra lingua, non hanno fra loro alcun’affinità (forse neanche di significato, per le
          solite alterazioni), <pb ed="aut" n="2446"/> ma l’une e l’altre quanto all’italiano, si
          debbono egualmente riconoscere per radicali.</p>
        <p>Da tutte le quali cose è seguito che abbondando noi sommamente di radicali, abbiamo
          intermesso, e poi lasciato, e finalmente quasi dimenticato l’uso delle derivazioni, e
          principalmente delle composizioni di nuove parole; e con ciò resolo assai difficile a chi
          voglia richiamarlo. Il qual uso, sebbene non tanto quanto in greco e in latino, pur fu
          comune ai primi scrittori italiani, perciocchè la lingua era ancor povera di radici, come
          accade a tutte le lingue ne’ loro principii, e quindi si ricorse necessariamente a questo
          mezzo, a cui tutte le lingue ricorrono col perfezionarsi. Ma impinguata poi la lingua sì
          con questo mezzo, sì coll’arricchirla d’infinite parole latine, che per noi, come ho
          detto, vengono ad esser tante radici, si dimenticò l’uso della derivazione e composizione,
          come suol pure accadere alle altre lingue per cagioni simili; p. e. alla lingua latina
          accadde quando ella s’impinguò strabocchevolmente di parole greche, le quali per lei
          divenivan tante radicali, e così cresciuto di moltissimo il numero delle sue radici,
          dimenticò o scemò l’uso di comporre o derivare nuove parole dalle già esistenti, per li
          nuovi bisogni, come <pb ed="aut" n="2447"/> ho significato di proposito altrove.</p>
        <p>Nè perciò la lingua latina ne divenne più potente che fosse prima: nè la lingua italiana
          similmente. Le radici, per quante vogliano essere, son sempre poche al bisogno, essendo
          infinite le idee, e la memoria e le facoltà degli uomini essendo limitatissime, e però
          incapaci di ritener precisamente tante parole quante sono le idee, e le parti e diversità
          loro; se queste parole sono affatto diverse e dissimili e indipendenti l’una dall’altra,
          come avverrebbe se tutte fossero radicali. E quindi l’uomo è incapace di possedere e di
          usare una lingua che abbia nel tempo stesso tante parole quante mai sono le cose da
          esprimersi, e che sia tutta composta di radici sole. La composizione e derivazione sono il
          mezzo più semplice e vero, riducendo infinite parole sotto pochi elementi, come ho
          spiegato altrove paragonando questo mezzo alla scrittura nostra, e una lingua tutta
          composta di radici alla scrittura Cinese.</p>
        <p>Quindi non potendo mai bastar le radici, e avendo noi lasciato l’uso della derivazione e
          composizione di nuove parole dalle già esistenti, vediamo infatti che con tanto maggior
          numero di <pb ed="aut" n="2448"/> radici, la lingua nostra è infinitamente meno ricca e
          potente, e meno esatta e propria nell’espressione delle minime diversità delle idee, di
          quel che fossero la latina e la greca con tanto meno radici.</p>
        <p>La conclusione è che bisogna a tutti i patti, e malgrado qualunque difficoltà, riassumer
          l’uso di spiegar le nuove idee col comporre, derivare, e formare nuove parole dalle radici
          della propria lingua; essendo questo, per natura delle cose (che tutto opera per
          modificazione degli elementi, e non per aggiunzione di sempre nuovi elementi, per
          modificazione o composizione e non per moltiplicazione), l’unico, proprio, ed assoluto
          mezzo di rendere una lingua sufficiente ed uguale a qualunque numero d’idee, ed a
          qualunque novità d’idee; e renderla tale non accidentalmente ma per propria essenza, e non
          per alcuni momenti, come può essere adesso p. e. la francese, ma per sempre finch’ella
          conserva il suo carattere: come s’è veduto manifestamente nella lingua greca che da’ tempi
          antichissimi fino a oggidì, è stata ed è eternamente capace di qualunque novità d’idee,
            <pb ed="aut" n="2449"/> antiche o moderne che sieno, e per diversissime che vogliano
          essere da quelle che correvano quando la lingua greca era in fiore. E simile in ciò credo
          che le sia la tedesca. Abbia cura di conservarsi tale.</p>
        <p>Perocchè tali son tutte ne’ loro principii. Ma perfezionandosi, e però civilizzandosi, e
          pigliando commercio con lingue e letterature e nazioni straniere, e così impinguandosi di
          parole forestiere che per lei divengono radicali, dismette l’uso della composizione ec.: e
          per pochi momenti supplisce bene a’ suoi bisogni colle radici pigliate in prestito, ma di
          lì a poco, o diviene una stalla d’Augia a forza di stranierismi moltiplicati in infinito,
          o volendosi conservar pura, non può più parlare, perchè s’è lasciato cadere il solo
          istrumento che avesse per supplire alla novità delle idee conservandosi pura, cioè il
          coltivare e far fruttare le sue proprie radici. E forse perciò conservarono sempre i greci
          questa facoltà, perchè poco pigliarono da’ forestieri, o non volendo prenderne per la nota
          loro superbia nazionale, o perchè realmente non si trovavano intorno altra nazione
          letterata e <pb ed="aut" n="2450"/> civile, dalla quale potessero prendere, sebbene con
          molte commerciarono, ma la letteratura le scienze e la civiltà de’ greci, da’ tempi noti
          in poi, furono sempre puramente greche.</p>
        <p>E così accadde cosa osservabilissima: cioè che la lingua greca per essersi conservata
          pura, divenne e si mantenne (ed ancora si mantiene) la più potente e ricca e capace di
          tutte le lingue occidentali. Non per altro se non perch’ella restringendosi in se sola,
          non lasciò mai di porre a frutto e a moltiplico il proprio capitale. E viceversa per esser
          divenuta così potente, si mantenne pura più lungo tempo di qualunqu’altra (ancor dopo
          ch’ebbe a fare con una nazione civile e signora sua, come la latina). Giacchè non ebbe
          alcun bisogno nè di parole nè di modi stranieri per esprimere qualunque cosa occorresse: e
          i greci avendo alle mani facile e pronto e spendibile il capitale proprio, non si curarono
          dell’altrui, il quale sarebbe stato loro più difficile a usare, e manco manuale del
          proprio. L’opposto di quello che avviene a noi per aver trasandato di porre a frutto il
          nostro bellissimo e vastissimo capitale, che benchè sia tale (oltre che la maggior parte
          ce n’è ignota), non basta <pb ed="aut" n="2451"/> nè potrà mai bastare al continuo e
          sempre nuovo bisogno della società favellante, se non lo faremo fruttare, come non solo
          concede amplissimamente, ma porta e vuole l’indole e la natura sua. (30. Maggio 1822.). V.
          p. 2455.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Beato colui che pone i suoi desiderii, e si pasce e si contenta de’ piccoli diletti, e
          spera sempre da vantaggio, senza mai far conto della propria esperienza in contrario, nè
          quanto al generale, nè quanto ai particolari. E per conseguenza beati gli spiriti piccoli,
          o distratti, e poco esercitati a riflettere. (30. Maggio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2252. L’idea dell’eternità entra in quella di ultimo, finito, passato, morte, non
          meno che in quella d’infinito, interminabile, immortale. E vedi altro mio pensiero già
          scritto in questo proposito, (30. Maggio 1822.) cioè p. 2242. 2251.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto sia più naturale e semplice l’andamento della lingua greca (tuttochè
          poeticissima), che non è quello della latina; e quindi quanto men <emph>proprio</emph>
          suo, e quanto la lingua greca dovesse esser meglio disposta all’universalità che non era
          la lingua latina, si può vedere anche da questo.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2452"/> Sebben l’italiana e la spagnuola son figlie vere e immediate della
          latina, pure è molto ma molto più facile di tradurre naturalmente e spontaneamente in
          italiano o in ispagnuolo gli ottimi autori greci, che gli ottimi latini. E tanto è più
          facile quanto i detti autori greci son più buoni, cioè più veramente e puramente greci.
          Siccome per lo contrario, quanto ai latini, è tanto meno difficile, quanto meno son buoni,
          cioè meno latini, come p. e. Boezio tradotto con molta naturalezza dal Varchi, e le Vite
          de’ SS. Padri (che non hanno quasi più nulla del latino) tradotte egregiamente dal
          Cavalca, e gli Ammaestram. degli antichi da F. Bartolomeo da S. Concordio ec. ec.
          Cicerone, Sallustio, Tito Livio, difficilissimamente pigliano un sapore italiano, se non
          lasciano affatto l’indole e l’andamento proprio. Al contrario di Erodoto, Senofonte,
          Demostene, Isocrate ec. Ora essendo l’andamento delle lingue moderne generalmente assai
          più piano e meno figurato ec. delle antiche, questo è un segno che la lingua greca,
          adattandosi alle moderne molto più della latina, doveva esser molto più semplice e
          naturale nella sua costruzione e forma. (30. Maggio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2453"/> Se l’uomo sia nato per pensare o per operare, e se sia vero che il
          miglior uso della vita, come dicono alcuni, sia l’attendere alla filosofia ed alle lettere
          (quasi che queste potessero avere altro oggetto e materia che le cose e la vita umana, e
          il regolamento della medesima, e quasi che il mezzo fosse da preferirsi al fine)<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Il fine della letteratura è principalmente il regolar la vita dei non letterati; è
              insomma l’utilità loro, ed essi se n’hanno a servire. Ora io non ho mai saputo che la
              condizione di chi è servito, fosse peggiore e inferiore che non è quella di chi
            serve.</p>
          </note>, osservatelo anche da questo. Nessun uomo fu nè sarà mai grande nella filosofia o
          nelle lettere, il quale non fosse nato per operare più, e più gran cose degli altri; non
          avesse in se maggior vita e maggior bisogno di vita che non ne hanno gli uomini ordinarii;
          e per natura ed inclinazione sua <emph>primitiva</emph>, non fosse più disposto all’azione
          e all’energia dell’esistenza, che gli altri non sogliono essere. La Staël lo dice
          dell’Alfieri (Corinne, t. 1. liv. dern.), anzi dice ch’egli non era nato per iscrivere, ma
          per fare, se la natura de’ tempi suoi (e nostri) glielo avesse permesso. E perciò appunto
          egli fu vero scrittore, a differenza di quasi tutti i letterati o studiosi italiani del
          suo e del nostro tempo. Fra’ quali siccome nessuno o quasi nessuno è nato per fare (altro
          che fagiolate), perciò nessuno o quasi nessuno è <pb ed="aut" n="2454"/> vero filosofo, nè
          letterato che vaglia un soldo. Al contrario degli stranieri, massime degl’inglesi e
          francesi, i quali (per la natura de’ loro governi e condizioni nazionali) fanno, e sono
          nati per fare più degli altri. E quanto più fanno, o sono naturalmente disposti a fare,
          tanto meglio e più altamente e straordinariamente pensano e scrivono. (30. Maggio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grazia dallo straordinario. I nei che altro sono se non difetti, e false produzioni della
          cute? E non sono stati considerati lungo tempo come bellezze? (Anzi così anche oggi
          volgarmente si sogliono chiamare). E le donne col porsegli dintorno non facevano insomma
          altro che fingersi dei difetti, e fabbricarseli appostatamente, per proccurarsi grazia e
          bellezza. (1. Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Qual fosse l’opinione di Socrate, o di Senofonte, e anche degli altri antichi, circa
          quelle arti e mestieri che da gran tempo si stimano e sono veramente necessarii all’uso
          del viver civile, anzi parte, alimento ec. della civilizzazione, e che intanto nocciono
          alla salute e al viver fisico, e in oltre all’animo, di chi gli esercita, <bibl>v.
              l’<title>Econom.</title> di <author>Senofonte</author> cap. 4. par. 2. 3. e cap. 6.
            par. 5. 6. 7</bibl>. (3. Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2455"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τῶν δὲ σωμάτων θηλυνομένων</foreign>
          </quote> (si corpora effeminentur), <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ αἱ ψυχαὶ πολὺ ἀῤῥωστότεραι γίγνονται</foreign>
          </quote>. Socrate ap. <bibl>
            <author>Senofon.</author>
            <title>Econom.</title> c. 4. par. 2</bibl>. (3. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2451. L’Alfieri fu arditissimo e frequentissimo formatore di parole derivate o
          composte nuovamente dalle nostrali, e sebbene io non credo ch’egli, facendo questo avesse
          l’occhio alla lingua greca, nondimeno questo suo costume dava alla lingua italiana una
          facoltà e una forma similissima (materialmente) all’una delle principalissime e più utili
          facoltà e potenze della lingua greca. Io non cercherò s’egli si servisse di questo mezzo
          d’espressione colla misura e moderatezza e discrezione che si richiede, nè se guardasse
          sempre alla necessità o alla molta utilità, nè anche se tutti i suoi derivati e composti,
          o se la maggior parte di loro sieno ben fatti. Ma li porto per esempio acciocchè,
          considerandoli, si veda più distintamente e per prova, quante idee sottili o rare o non
          mai ancora precisamente significate, quante cose difficilissime e quasi impossibili ad
          esprimersi in altro modo (anche con voci forestiere), si esprimano chiarissimamente e
          precisamente e facilmente con questo mezzo, senza punto uscire della lingua nostra, e
          senza quindi nuocere alla purità. Certo <pb ed="aut" n="2456"/> è che quando l’Alfieri
          chiama il Voltaire <emph>Disinventore od inventor del nulla</emph>, (vere principali e
          proprie qualità ed attributi della sapienza moderna) quel <emph>disinventore</emph> dice
          tanto e tal cosa, quanto e quale appena si potrebbe dire per via d’una lunga
          circollocuzione, o spiegare e sminuzzare pazientemente, stemperatamente e languidamente in
          un periodo. (3. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La religion Cristiana fra tutte le antiche e le moderne è la sola che o implicitamente o
          esplicitamente, ma certo per essenza, istituto, carattere e spirito suo, faccia
          considerare e consideri come male quello che naturalmente è, fu, e sarà sempre bene (anche
          negli animali), e sempre male il suo contrario; come la bellezza, la giovanezza, la
          ricchezza ec. e fino la stessa felicità e prosperità a cui sospirano e sospireranno
          eternamente e necessariamente tutti gli esseri viventi. E li considera come male
          effettivamente, perciocchè non si può negare che queste tali cose non sieno molto
          pericolose all’anima, e che le loro contrarie (come la bruttezza ec.) non liberino da
          infinite occasioni di peccare. E perciò quelli che fanno professione di devoti chiamano
          fortunati i brutti ec. e considerano la bruttezza ec. come un bene dell’uomo, una fortuna
          della società, e come una condizione, una qualità, una <pb ed="aut" n="2457"/> sorte
          desiderabilissima in questa vita. Similmente dico della prosperità, la quale rende
          naturalmente superbi, confidenti in se stessi e nelle cose, e quindi distratti e poco
          adattati all’abito di riflettere (ch’è necessarissimo alla cura della salute eterna), e dà
          molto attaccamento alle cose di questa terra. E quindi l’opinione che le disgrazie (o come
          le chiamano, le croci), sieno favori di Dio, e segni della benevolenza divina: opinione
          stranissima e affatto nuova; inaudita in tutta l’antichità e presso tutte le altre
          religioni moderne (tutte le quali consideravano anzi il fortunato solo, come favorito di
          Dio, onde fra gli antichi <emph>beato</emph>, <foreign lang="grc">μακάριος ὄλβιος
          </foreign> ec. era un titolo di rispetto e di lode, e tanto a dire come <foreign
            lang="lat" rend="italic">sanctus</foreign>, o come <foreign lang="lat" rend="italic">vir
            iustus</foreign> etc. L’etimologia di <foreign lang="grc">εὐδαίμων</foreign> è
            <emph>favorito dagli Dei</emph>, o <emph>che ha buon Dio</emph> cioè
          <emph>favorevole</emph>. Al contrario <foreign lang="grc">δυσδαίμων</foreign>,
            <emph>infelice</emph>, che ha <foreign lang="lat" rend="italic">mali Dei</foreign>. V.
          p. 2463. V. i Lessici: e nella stessa religion cristiana da principio si chiamavano
            <emph>beati</emph>, anche vivendo, gli uomini più distinti o per virtù o per dignità,
          come oggi si chiama <emph>Beatitudine</emph> il Papa); inaudita presso qualunque popolo
          non civile; e finalmente tale ch’io non so se verun’altra opinione possa esser più
          dirittamente contraria alla natura universale delle cose, e a tutto l’ordine
          dell’esistenza <pb ed="aut" n="2458"/> sensibile. (4. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 1660. mezzo. Non so bene se il Salviati o il Salvini sia quel che dice
          dell’antica falsa, e <emph>latina</emph> ortografia degl’<emph>italiani</emph>, e
          particolarmente dell’<foreign lang="lat" rend="italic">et</foreign> non mai pronunziato se
          non <emph>e</emph>, o <emph>ed</emph>. Tutte le lingue nascono, com’è naturale appoco
          appoco, e per lungo tempo non sono adattabili alla scrittura e molto meno alla
          letteratura. Cominciando ad adattarle alla scrittura, l’ortografia n’è incertissima, per
          l’ignoranza di quei primi scrittori o scrivani, che non sanno bene applicare il segno al
          suono: massime quando si servano, com’è il solito, di un alfabeto forestiero, quando è
          certo che ciascuna nazione o lingua ha i suoi suoni particolari, che non corrispondono a
          quelli significati dall’alfabeto di un’altra nazione. Venendo poi la letteratura,
          l’ortografia piglia una certa consistenza, ed è prima cura de’ letterati di regolarla, di
          ridurla sotto principii fissi, e generali, e di darle stabilità. Ma anche questa opera è
          sempre imperfettissima ne’ suoi principii. Per lo più la letteratura di una nazione deriva
          da quella di un’altra. Quindi anche l’ortografia in quei principii <pb ed="aut" n="2459"/>
          segue la forma e la stampa di quella che i letterati hanno sotto gli occhi, troppo deboli
          ancora per essere originali, e per immaginar da se, e seguire e conoscer bene la natura
          particolare de’ loro propri suoni ec.: le quali cose non son proprie se non di quello ch’è
          già o perfezionato o vicino alla perfezione. Nel nostro caso poi, questa lingua letterata,
          e di ortografia già regolatissima e costante, sopra la cui letteratura s’andavano formando
          le moderne, era anche immediatamente madre delle lingue moderne. E benchè queste (massime
          la francese), avessero perduto molti de’ suoi suoni, e sostituitone, o aggiuntone molti
          altri, contuttociò la somiglianza fra la madre e le figlie era tanta, e la loro
          derivazione da lei era così fresca, che cominciando a scrivere e poi a coltivare queste
          lingue non mai ancora scritte o coltivate, non si pensò di potersi servire d’altra
          ortografia che della latina. La quale ortografia già esisteva, e la nostra s’avea da
          creare: ma nessuna cosa si crea in un momento, massime che tante altre ve n’erano da
          creare allo <pb ed="aut" n="2460"/> stesso tempo, le quali occupavano tutta l’attenzione
          di quei primi formatori delle favelle moderne. Uomini che ad una materia putrida (giacchè
          tutte erano barbarissime corruzioni) aveano a dar vita, e splendore.</p>
        <p>Quindi l’ortografia italiana del trecento, anche quella dei primi letterati, era tutta
          barbaramente latina. Si può vedere il manoscritto della divina Commedia fatto di pugno del
          Boccaccio e del Petrarca, e pubblicato quest’anno o il passato da una Biblioteca di Roma.
          Quindi conservato l’h che niun italiano pronunziava più (se non colla <emph>g</emph>, e
            <emph>c</emph>); quindi l’<emph>y</emph>, lettera inutile, avendo perduta la sua antica
          pronunzia di <emph>u</emph> gallico; quindi il <emph>k</emph>, ec. ec. E siccome per
          lunghissimo tempo, anche dopo stabilita la nostra letteratura, si durò a credere che il
          volgare non fosse capace di scrittura e d’uso più che tanto nobile e importante (e per
          molto tempo realmente non lo fu, perchè non v’era applicata); così fino al cinquecento, e
          massimamente fino a tutta la sua prima metà, <pb ed="aut" n="2461"/> si seguitò a scrivere
          l’italiano, con ortografia barbaramente latina, o non credendolo capace d’ortografia
          propria, o non sapendogliela ancora trovare, e ben regolare e comporre, o pedantescamente
          volendo ritornare il volgare al latino quanto più si potesse. Vedi la edizione della
          Coltivazione dell’Alamanni fatta in Parigi 1546. da Rob. Stefano, sotto gli occhi
          dell’autore, e ristampata colla stessa ortografia in Padova, Volpi 1718, e Bologna 1746. e
          quella delle Api del Rucellai, Venez. 1539, che fu la prima, (per Giananton. de’ Nicolini
          da Sabio) ristampata parimente ne’ detti luoghi. Dice il Volpi che quella <quote>
            <emph>maniera e di scrivere e di puntare che vedesi all’Alamanni esser piacciuta, è
              alquanto diversa non solo da quella che oggidì s’usa, ma da quella eziandio che a
              tempi di lui universalmente si costumava</emph>
          </quote>. (G. A. V. a’ Lettori). Vedi anche le lettere del Casa al Gualteruzzi, da un ms.
          originale, nelle sue op. t. 2. Venez. 1752. Io non so se sia vero, nè se quella del
          Rucellai p. e. se ne diversifichi notabilmente: non mi par che l’edizioni italiane di que’
          tempi (come quella delle Rime del Firenzuola in Firenze, cit. nel Voc.) <pb ed="aut"
            n="2462"/> ne vadano molto lungi: ma se ciò fosse, verrebbe dalla dimora dell’Alamanni
          in Francia. V. p. 2466.</p>
        <p>In somma la lingua italiana pericolava di stabilirsi e radicarsi irreparabilmente in
          quella stessa imperfezione d’ortografia, in cui si veniva formando, e poi per sempre si
          radicò la lingua francese. Fortunatamente non accadde, anzi ell’ebbe la più perfetta
          ortografia moderna: non lettere scritte le quali non si pronunzino: non lettere che si
          pronunzino e non si scrivano: ciascuna lettera scritta, pronunziata sempre e in ogni caso,
          come si pronunzia recitando l’alfabeto ec. V. p. 2464.</p>
        <p>Cagioni di questo vantaggio furono l’infinita capacità, acutezza e buon gusto d’infinite
          persone in quel secolo, e l’altre circostanze ch’ho notate altrove. Alle quali si può e si
          dee forse aggiungere che i suoni della lingua latina, e generalmente la pronunzia e l’uso
          di essa, sopra la cui ortografia si formava naturalmente la nostra, era molto meno diverso
          dall’uso e pronunzia nostra e spagnuola, di quel che sia dal francese. <pb ed="aut"
            n="2463"/> Quindi essendo tutte tre queste ortografie formate da principio egualmente
          sulla latina, le due prime che poco avevano da mutarla per conformarla all’uso loro,
          facilmente la corressero (massime l’italiana) e ve l’uniformarono; ma la francese che
          avrebbe dovuto quasi trovare una nuova maniera di scrivere (essendo nella pronunzia, come
          in ogni altra parte, la più degenere figlia della latina), ed anche trovare in parte un
          nuovo alfabeto (come per le e mute ec.), fu incorrigibile.</p>
        <p>Fra tanto queste osservazioni si debbono applicare a dimostrar con un esempio recente,
          quanto debbano essere state alterate le primitive lingue nell’applicarle alla scrittura e
          all’alfabeto o proprio o forestiero, e nella creazione della loro ortografia, e quanto
          poco ci possiamo fidare del modo in cui esse ci ponno essere pervenute, cioè pel solo
          mezzo della scrittura. (5. Giugno, vigilia del Corpus Domini. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2457. marg. Qual nazione, se non dopo fatta Cristiana, non riputò per doni <pb
            ed="aut" n="2464"/> di Dio, e segni del favor celeste le prosperità, e per gastighi di
          Dio, e segni dell’odio suo le sventure? (Onde fra’ più antichi, e fra gli stessi ebrei,
          come i lebbrosi ec., si fuggiva con orrore l’infelice come scellerato, e quando anche non
          si sapesse, o non si fosse mai saputa da alcuno la menoma sua colpa, si stimava reo di
          qualche occulto delitto, noto ai soli Dei, e la sua infelicità s’aveva per segno certo di
          malvagità in lui, e se l’avevano creduto buono, vedendo una sua sciagura, credevano di
          disingannarsene.). Al contrario accadde nella nostra religione, la quale, se non altro,
          definisce per maggior favore, e segno di maggior favore di Dio l’infelicità, che la
          prosperità. (5. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2462. mezzo — non elementi dell’alfabeto inutili, o che esprimano più d’un suono
          indarno ec. come p. e. nello spagnuolo è inutile che il suono del <emph>j</emph> sia
          espresso anche nè più nè meno dal <emph>x</emph> avanti vocale, e dal <emph>g</emph>
          avanti l’<emph>e</emph> e l’<emph>i</emph>. E non solo inutile, ma in ispagnuolo produce
          ancor molta confusione e varietà biasimevole <pb ed="aut" n="2465"/> e inutile nel modo di
          scrivere una stessa parola, anche appresso un medesimo scrittore, in un medesimo libro:
          sebbene io credo che la moderna ortografia spagnuola (rettificata e resa più esatta, come
          tutte le altre, e come tutte le cose moderne) sia emendata in tutto o in parte di questi
          difetti, e di queste inutilità. Similmente la <emph>ç</emph>, o <emph>zedilla</emph> è un
          elemento inutile, e produce confusione, e varietà dannosa. ec. ec. (6. Giugno, dì del
          Corpus Domini. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I greci <foreign lang="grc">θεῖος</foreign>, gli spagnuoli <foreign lang="spa"
            rend="italic">Tio</foreign>, gl’italiani <emph>zio</emph>, esprimendo questi col
          <emph>Z</emph>, quelli col <emph>T</emph>, il suono del <emph>t</emph> aspirato che nè gli
          uni nè gli altri hanno. Donde questa parola così necessaria e usuale e volgare in tutti i
          linguaggi, e usualissima e volgarissima nello spagnuolo e nell’italiano; donde, dico, e
          per qual mezzo può esser passata dal greco a questi volgari moderni, se non per mezzo del
          volgare latino, non trovandosi nel latino scritto? L’avranno forse presa gli spagnuoli e
          gl’italiani dal greco moderno, o da quello de’ bassi tempi (non si saprebbe con qual
          mezzo), e avrebbe potuto divenir usuale e volgarissima e scacciar la parola antica, <pb
            ed="aut" n="2466"/> una parola forestiera significante una cosa che tuttogiorno s’era
          nominata e si nomina? E siccome si potrebbe dubitare che alcune o tutte queste parole
          ch’io dimostro uniformi nel greco e ne’ nostri volgari, ci fossero derivate per mezzo del
          francese ne’ bassi tempi, e il francese l’avesse avute dalle colonie greche state
          anticamente in Francia ec. del che ho discorso altrove, notate che questo <foreign
            lang="grc">θεῖος</foreign> si trova in tutti i volgari derivati dal latino, fuorchè
          appunto nel francese che da <foreign lang="lat" rend="italic">avunculus</foreign> dice
            <foreign lang="fre" rend="italic">oncle</foreign>. Oltre che la qualità della cosa
          significata da questa voce, non permetterebbe, come ho detto, ch’ella fosse passata così
          tardi, e potuta stabilirsi ne’ nostri volgari in luogo dell’antica denominazione; se
          questa, cioè, non fosse antica e antichissima. Vedi però il Forcell. il Gloss. i Diz.
          franc. ec. (8. Giugno 1822.). V. anche <emph>calare</emph> a cui la Crusca pone per greco
            <foreign lang="grc">χαλᾶν</foreign> (9. Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2462. principio. Si scrivevano ancora (massime più anticamente, chè nel
          cinquecento la maggior dottrina dava un poco più di regola) le parole italiane o non
          latine in modo latino, <pb ed="aut" n="2467"/> o le parole latine (italianate) in modo non
          latino, e non conveniente all’italiano, come con lettere non italiane che in quelle tali
          parole non ci andavano neppure in latino: p. e. <emph>ymago</emph> o <emph>ymagine</emph>
          ec. Effetto dell’ignoranza in cui si era anco riguardo al latino e alla sua buona
          ortografia, (quando infatti non si sapeva di gran lunga bene nè pur la lingua latina, e i
          codici poi erano scorrettissimi ec. e pochi confronti s’eran potuti fare ec.) o del
          cattivo modo di scriver latino a quei tempi, e dell’imperfezione e infanzia
          dell’ortografia nostrale. Queste osservazioni serviranno a spiegare il perchè p. e. nella
          lingua francese, le imperfezioni dell’ortografia molte volte non paia ch’abbiano a far
          niente coll’ortografia latina, scrivendosi malamente anche delle parole non venute dal
          latino; e altre venute dal latino scrivendosi in maniera discordante così dalla buona
          ortografia latina, come dalla pronunzia francese. Intendo parlare delle parole francesi
          ch’erano in uso anche anticamente, perchè le più moderne, di qualunque origine siano, già
          si sa che nello scriverle s’è seguito il costume di quella tale imperfetta ortografia
          ch’era già stabilita. Ma la prima causa di questa imperfezione, fu secondo me, quella che
          ho detta, <pb ed="aut" n="2468"/> cioè la cattiva, indebita e puerile applicazione
          dell’ortografia latina (anch’essa in gran parte falsa e mal conosciuta, come anche la
          lingua latina, e cattiva) all’ortografia volgare. (10. Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nelle annotazioni alle mie Canzoni (Canzone 6. stanza 3. verso 1.) ho detto e mostrato
          che la metafora raddoppia o moltiplica l’idea rappresentata dal vocabolo. Questa è una
          delle principali cagioni per cui la metafora è una figura così bella, così poetica, e
          annoverata da tutti i maestri fra le parti e gl’istrumenti principalissimi dello stile
          poetico, o anche prosaico ornato e sublime ec. Voglio dire ch’ella è così piacevole perchè
          rappresenta più idee in un tempo stesso (al contrario dei <emph>termini</emph>). E però
          ancora si raccomanda al poeta (ed è effetto e segno notabilissimo della sua vena ed
          entusiasmo e natura poetica, e facoltà inventrice e creatrice) la novità delle metafore.
          Perchè grandissima, anzi infinita parte del nostro discorso è metaforica, e non perciò
          quelle metafore di cui ordinariamente si compone risvegliano più d’una semplice idea. <pb
            ed="aut" n="2469"/> Giacchè l’idea primitiva significata propriamente da quei vocaboli
          traslati è mangiata a lungo andare dal significato metaforico il quale solo rimane, come
          ho pur detto l. c. E ciò quando anche la stessa parola non abbia perduto affatto, anzi
          punto, il suo significato proprio, ma lo conservi e lo porti a suo tempo. P. e. accendere
          ha tuttavia la forza sua propria. Ma s’io dico <emph>accender l’animo, l’ira</emph> ec.
          che sono metafore, l’idea che risvegliano è una, cioè la metaforica, perchè il lungo uso
          ha fatto che in queste tali metafore non si senta più il significato proprio di
            <emph>accendere</emph>, ma solo il traslato. E così queste tali voci vengono ad aver più
          significazioni quasi al tutto separate l’una dall’altra, quasi affatto semplici, e che
          tutte si possono omai chiamare ugualmente <emph>proprie</emph>. Il che non può accadere
          nelle metafore nuove, nelle quali la moltiplicità delle idee resta, e si sente tutto il
          diletto della metafora: massime s’ell’è ardita, cioè se non è presa sì da vicino che le
          idee, benchè diverse, <pb ed="aut" n="2470"/> pur quasi si confondano insieme, e la mente
          del lettore o uditore non sia obbligata a nessun’azione ed energia più che ordinaria per
          trovare e vedere in un tratto la relazione il legame l’affinità la corrispondenza d’esse
          idee, e per correr velocemente e come in un punto solo dall’una all’altra; in che consiste
          il piacere della loro moltiplicità. Siccome per lo contrario le metafore troppo lontane
          stancano, o il lettore non arriva ad abbracciare lo spazio che è tra l’una e l’altra idea
          rappresentata dalla metafora; o non ci arriva in un punto, ma dopo un certo tempo; e così
          la moltiplicità simultanea delle idee, nel che consiste il piacere, non ha più luogo. (10.
          Giugno 1822.). V. p. 2663.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Proma</foreign> voce latina, feminino sustantivo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">promus</foreign>, è da aggiungersi al Lessico e
          all’Appendice del Forcellini. Il Forcellini dice: <foreign lang="lat" rend="italic">Promus
            i, m</foreign>. (cioè <emph>mascolino</emph>) semplicemente, e non ha esempi del
          feminino, se non uno in aggettivo. Sta in un frammento del libro primo <title lang="lat"
            >Œconomicorum</title> di Cicerone, portato da Columella, e nella mia ediz. di Senofonte
          (Lipsiae 1804, cura Car. Aug. Thieme, ad recensionem Wellsianam) t. 4. p. 407. Vi si legge
            <foreign lang="lat" rend="italic">haec primo tradidimus</foreign>. Errore. Leggi
            <foreign lang="lat" rend="italic">promae</foreign>. Corrisponde <pb ed="aut" n="2471"/>
          al <foreign lang="grc">τῇ ταμίᾳ</foreign> di Senofonte <foreign lang="grc"
          >Οἰκονομικοῦ</foreign>, c. 9. art. 10. <foreign lang="grc">ταῦτα δὲ τῇ ταμίᾳ
          παρεδώκαμεν</foreign>. E che anche Cicerone l’abbia detto in femminino, e non v. g.
            <foreign lang="lat" rend="italic">promo</foreign>, apparisce da quel che segue: <foreign
            lang="lat">
            <hi rend="sc">eamque</hi>
            <hi rend="italic">admonuimus etc</hi>
          </foreign>., cioè <foreign lang="lat" rend="italic">promam</foreign>. Questo errore è
          anche nella mia ediz. di Columella l. 12. c. 3. (forte al. 4.) dov’è portato il detto
          passo. (10. Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla inclinazione da me più volte notata e spiegata, che gli uomini hanno a partecipare
          con altri i loro godimenti o dispiaceri, e qualunque sensazione alquanto straordinaria, si
          dee riferire in parte la difficoltà di conservare il secreto che s’attribuisce
          ragionevolmente alle donne e a’ fanciulli, e ch’è propria altresì di qualunque altro è
          meno capace o per natura o per assuefazione di contrastare e vincere e reprimere le sue
          inclinazioni. Ed è anche proprio pur troppe volte degli uomini prudenti ed esercitati a
          stare sopra se stessi, i quali ancora provano, se non altro, qualche difficoltà a tenere
          il segreto, e qualche voglia interna di manifestarlo (anche con danno loro), quando sono
          sull’andare del confidarsi con altrui, o semplicemente del conversare, o discorrere, <pb
            ed="aut" n="2472"/> o chiaccherare. Dico lo stesso anche di quando il segreto non è
          d’altrui ma nostro proprio, e quando noi vediamo che il rivelarlo fa danno solamente o
          principalmente a noi, e come tale, ci eravamo proposto di tacerlo, e poi lo confidiamo per
          isboccataggine.</p>
        <p>Ma che anche questa inclinazione, non sia naturale nè primitiva (come pare), ma effetto
          delle assuefazioni, e dell’abito di società contratto dagli uomini vivendo cogli altri
          uomini, lo provo e lo sento io medesimo, che quanto era prima inclinato a comunicare
          altrui ogni mia sensazione non ordinaria (interiore o esteriore), così oggi fuggo ed odio
          non solo il discorso, ma spesso anche la presenza altrui nel tempo di queste sensazioni.
          Non per altro se non per l’abito che ho contratto di dimorar quasi sempre meco stesso, e
          di tacere quasi tutto il tempo, e di viver tra gli uomini come isolatamente e in
          solitudine. Lo stesso si dee credere che avvenga ai solitari effettivi, ai selvaggi, a
          quelli che o non hanno società o poca, e rara, all’uomo naturale insomma, privo del
          linguaggio, o con poco uso del medesimo, al muto, a chi per qualche accidente ha dovuto
          per lungo tempo viver lontano dal consorzio degli uomini, come naufragi, pellegrini in
          luoghi di favella non conosciuta, carcerati ec. frati silenziosi ec. (11. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2473"/> Alle ragioni da me recate in altri luoghi, per le quali il giovane
          per natura sensibile, e magnanimo e virtuoso, coll’esperienza della vita, diviene e più
          presto degli altri, e più costantemente e irrevocabilmente, e più freddamente e duramente,
          e insomma più eroicamente vizioso, aggiungi anche questa, che un giovane della detta
          natura, e del detto abito, deve, entrando nel mondo, sperimentare e più presto e più
          fortemente degli altri la scelleraggine degli uomini, e il danno della virtù, e rendersi
          ben tosto più certo di qualunque altro della necessità di esser malvagio, e della
          inevitabile e somma infelicità ch’è destinata in questa vita e in questa società agli
          uomini di virtù vera. Perocchè gli altri non essendo virtuosi, o non essendolo al par di
          lui, non isperimentano tanto nè così presto la scelleraggine degli uomini, nè l’odio e
          persecuzione loro per tutto ciò ch’è buono, nè le sventure di quella virtù che non
          possiedono. E sperimentando ancora le soverchierie e le persecuzioni degli altri, non si
          trovano così nudi e disarmati per combatterle e respingerle, come si trova il virtuoso.
            <pb ed="aut" n="2474"/> In somma il giovane di poca virtù non può concepire un odio così
          vivo verso gli uomini, nè così presto, com’è obbligato a concepirlo il giovane d’animo
          nobile. Perchè colui trova gli uomini e meno infiammati contro di se, e meno capaci di
          nuocergli, e meno diversi da lui medesimo. Per lo che, non arrivando mai ad odiare
          fortemente gli uomini, e odiarli per massima nata e confermata e radicata immobilmente
          dall’esperienza, non arriva neppure così facilmente a quell’eroismo di malvagità fredda,
          sicura e consapevole di se stessa, ragionata, inesorabile, immedicabile ed eterna, a cui
          necessariamente dee giungere (e tosto) l’uomo d’ingegno al tempo stesso e di virtù
          naturale. (13. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diciamo tuttogiorno in volgare: <emph>venir voglia a uno d’una cosa, venirgli pensiero,
            talento, desiderio</emph>, ec. ec. V. la Crusca e i Diz. francesi e spagnuoli. Or chi
          ardirebbe di dir questo in latino? Chi non lo stimerebbe un barbaro italianismo o
          volgarismo? Or ecco appunto una tal frase parola per parola nel poema più perfetto del più
            <pb ed="aut" n="2475"/> perfetto ed elegante poeta latino, e in un luogo che dovea
          necessariamente esser de’ più nobili, cioè nel principio e invocazione delle Georgiche:
          (l. 1. v. 37.) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Nec tibi regnandi veniat tam dira cupido</foreign>,
              <emph>Nè ti venga sì brutta voglia di regnare cioè nell’inferno</emph>
          </quote>. V. il Forcell. e il Gloss. se hanno niente al proposito. (14. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dell’antica fratellanza della lingua greca colla latina, ossia della comune origine
          d’ambedue, e come in principio l’una non differisse dall’altra, ma fossero in Italia e in
          Grecia una lingua sola, vedi un bel luogo di Festo portato dal Forcellini v. Graecus in
          fine. (14. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi negherà che l’arte del comporre non sia oggi e infinitamente meglio e più chiaramente
          e distintamente considerata, svolta, esposta, conosciuta, dichiarata in tutti i suoi
          principii, eziandio più intimi, e infinitamente più divulgata fra gli uomini, e più nelle
          mani degli studiosi, e aiutata oltracciò di molto maggior quantità di esempi e modelli,
          che non era presso gli antichi? e massime presso quegli antichi e in quei secoli ne’ quali
          meglio e più perfettamente e immortalmente si scrisse? Eppure <pb ed="aut" n="2476"/>
          dov’è oggi in qualsivoglia nazione o lingua, non dico un Cicerone (quell’eterno e supremo
          modello d’ogni possibile perfezione in ogni genere di prosa), non dico un Tito Livio, ma
          uno scrittore che nella lingua e nel gener suo abbia tanto valore quanto n’ha qualunque
          non degli ottimi, ma pur de’ buoni scrittori greci o latini? E dov’è poi un numero di
          scrittori, non dico ottimi, ma buoni, uguale a quello che n’hanno i greci e i latini?
          Trovatemelo, se potete, ponendo insieme tutti i migliori scrittori di tutte le nazioni
          letterate, dal risorgimento delle lettere sino a oggidì. E dico buoni precisamente in quel
          che spetta all’arte del comporre, e <emph>del saper dire una cosa, e trattare un
          argomento</emph> con tutta la perfezione di quest’arte. Dico buoni quanto alla lingua
          loro, qualunqu’ella sia, e perfetti in essa e padroni, come fu Cicerone della latina, o
          come lo furono gli altri scrittori latini e greci, men grandi di Cicerone in questo e nel
          rimanente, ma pur buonissimi e classici. <pb ed="aut" n="2477"/> Dico buoni in questo
          senso, giacchè non entro nell’arte del pensare, ec. E quel che dico de’ prosatori, dico
          anche de’ poeti, colle stesse restrizioni, e quanto al modo di trattare e significare le
          cose immaginate: chè l’invenzione e l’immaginazione in se stesse e assolutamente
          considerate, appartengono a un altro discorso.</p>
        <p>Fatto sta che oggi tutti sanno come vada fatto, e niuno sa fare. Niuno sa fare
          perfettamente, e pochissimi passabilmente. E gli <emph>ottimi</emph> scrittori moderni di
          qualunque lingua o tempo, appena si possono paragonare all’ultimo de’ <emph>buoni</emph>
          antichi. O se gli agguagliano in qualche parte o qualità, o se anche li vincono,
          sottostanno loro grandemente in altre parti, e nell’effetto dell’insieme, e nel complesso
          delle qualità spettanti all’arte del ben comporre, e ben enunziare i propri sentimenti, e
          formare un discorso. Siccome per l’opposto non è sì mediocre scolare di rettorica, il
          quale abbia pur letto la rettorica del Blair, e non ne sappia, quanto al modo e alla
          ragione del ben comporre, più di Cicerone.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2478"/> Tant’è. <quote>
            <emph>Secondo l’osservazion del Democrito Britanno Bacon da Verulamio tutte le facoltà
              ridotte ad arte steriliscono, perchè l’arte le circonscrive</emph>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Gravina</author>, <title>Della Tragedia</title>, cap. 40. p. 70.
          principio</bibl>.). L’arte si trova sempre e perfezionata (ovvero inventata e formata), e
          divulgata e conosciuta da tutti, in quei tempi nei quali meno si sa metterla in pratica. A
          tempo d’Aristotele non v’erano grandi poeti greci: l’eloquenza romana era già spirata a
          tempo di Quintiliano (il quale forse, in quanto al modo di fare, se n’intendeva più di
          Cicerone). Lo stesso saper quel che va fatto è cagione che questo non si sappia fare.
          Anche qui si verifica che il troppo è padre del nulla, e che il voler fare è causa di non
          potere, ec. ec. Gli scrupoli, i dubbi, i timori di cader ne’ difetti già ben conosciuti
          ec. ec. legano le mani allo scrittore, e i più se ne disperano, e non seguendo nè i
          precetti dell’arte, nè essendo più a tempo di seguir la natura propria già in mille modi
          distorta, stravolta, e alterata dall’arte, scrivono, come vediamo, pessimamente, benchè
          sappiano ottimamente quel che s’abbia da fare a scriver bene. (15. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2479"/> Quanto prevaglia nell’uomo la materia allo spirito, si può
          considerare anche dalla comparazione dei dolori. Perocchè i dolori dell’animo non sono mai
          paragonabili ai dolori del corpo, ragguagliati secondo la stessa proporzione di veemenza
          relativa. E sebben paia molte volte a chi è travagliato da grave pena dell’animo, che
          sarebbe più tollerabile altrettanta pena nel corpo; l’esperienza ragguagliata dell’una e
          dell’altra può convincere facilmente chiunque sa riflettere che tra’ dolori dell’animo e
          quelli del corpo, supponendoli ancora, relativamente, in un medesimo grado, non v’è alcuna
          proporzione. E quelli possono esser superati dalla grandezza o forza dell’animo, dalla
          sapienza ec. (lasciando stare che il tempo consola ogni cosa), ma questi hanno forza
          d’abbattere e di vincere ogni maggior costanza. (15. Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Molto ragionevolmente s’ammira la ritirata dei diecimila greci, eseguita per lunghissimo
          tratto d’un immenso paese nemico, e impegnato invano ad impedirla; dal core del <pb
            ed="aut" n="2480"/> regno, a’ suoi ultimi confini. ec. Or che si dovrà dire di una non
          ritirata, ma conquista di un regno anch’esso immenso, qual era quello del Messico,
          eseguita non da diecimila, ma da mille, o poco più spagnuoli, e in tanta maggior
          lontananza dal loro paese, e questa, di mare, ec. ec.? Quanto più corre il tempo, tanto
          più cresce la differenza ch’è tra uomini e uomini, e la superiorità degl’inciviliti sui
          barbari. Non erano così differenti i Persiani dai greci, benchè differentissimi, nè così
          inferiori, benchè sommamente inferiori, quanto i Messicani (benchè non privi nè di leggi,
          nè di ordini cittadineschi e sociali, nè di regolato governo, nè anche di scienza politica
          e militare ridotta a certi principii) per rispetto degli spagnuoli. E principalmente nelle
          armi, i Persiani e i greci non differivano gran cosa, laddove gli spagnuoli dai Messicani
          moltissimo. E così rispettivamente nella Tattica. (16. Giugno. Domenica. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2481"/> N. N. diceva che gli ossequi ec. e i servigi interessati rade
          volte conseguiscono l’intento loro, perchè gli uomini sono facili a ricevere e difficili a
          rendere. (tutti ricevono volentieri, e rendono mal volentieri e poco.) Ma eccettuava da
          questo numero quelli che i giovani prestano talvolta alle vecchie ricche o potenti. E
          soggiungeva che non v’ha lusinghe, ossequi o servigi meglio collocati di questi, nè che
          più facilmente e più spesso ottengano il loro fine. (17. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grazia dal contrasto. La medesima insipidezza o del carattere, o delle maniere, o de’
          discorsi, o degli scherzi, sentimenti ec. in una persona bella, fa molte volte effetto, ed
          è un <foreign lang="fre" rend="italic">charme</foreign> tanto nelle donne rispetto agli
          uomini, come viceversa. La stessa rozzezza, o una certa poca delicatezza di modi ec. è
          spesse volte e per molti graziosa e attraente in una persona di forme delicate ec. (17.
          Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho discorso altre volte della ferocia cagionata nell’uomo virtuoso, nel giovane, ec.
          dalla risoluzione di commettere a occhi aperti <pb ed="aut" n="2482"/> un primo delitto.
          Ho anche ragionato del danno involontariamente recato dal Cristianesimo e dallo
          stabilimento e perfezionamento della morale, stante che gli uomini (sempre inevitabilmente
          cattivi) operando oggi più chiaramente e decisamente contro coscienza, sono peggiori degli
          antichi, e calpestando il timore che hanno de’ gastighi dell’altra vita, ne divengono più
          feroci e più terribili nel malfare, come persone condannate e disperate, ec. Aggiungo che
          l’uomo il quale per la prima volta s’è risoluto a commettere un delitto, ha dovuto con
          gran fatica e pena trionfare della propria coscienza, e delle proprie abitudini: e si
          trova allora nell’atto di aver riportato questo trionfo. Il che è cagione di una gran
          ferocia, simile a quella che dicono del leone, o d’altra tal bestia salvatica, che va in
          furore, ed è più che mai terribile appena ch’ell’ha gustato, o veduto il sangue d’altro
          animale. Perocchè l’uomo in quel punto è come sparso e macchiato di sangue, cioè omicida
            <pb ed="aut" n="2483"/> della propria coscienza. E generalmente l’esecuzione di
          qualunque proposito è tanto più efficace ed energica ed infiammata ed avventata e pronta,
          quanto la risoluzione è stata più faticosa e difficile, e quanta maggior pena e contrasto
          è costato a formarla. Perocchè l’uomo teme di pentirsi, e s’avventa nell’esecuzione, come
          fuggendo con grand’impeto e fretta e spavento dal proprio pensiero, che dandogli luogo a
          discorrere ancora, potrebbe distorlo, o precipitarlo di nuovo nell’irresoluzione, che
          l’uomo teme e odia naturalmente, e ch’è uno de’ principali travagli dell’animo. Massime
          quando l’effetto della risoluzione (o sia il piacere, o sia l’utile, o sia la vendetta, o
          sia la soddisfazione di qualsivoglia passione umana) lo tira e lo invita gagliardamente,
          ed egli teme che il proprio pensiero gl’impedisca di cercarlo e di conseguirlo, e d’altra
          parte desidera vivamente di non perderlo, e non privarsene per proprio difetto. (17.
          Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2484"/> I francesi non hanno poesia che non sia prosaica, e non hanno
          oramai prosa che non sia poetica. Il che confondendo due linguaggi distintissimi per
          natura loro, e tutti due propri dell’uomo per natura sua, nuoce essenzialmente
          all’espressione de’ nostri pensieri, e contrasta alla natura dello spirito umano: il quale
          non parla mai poeticamente quando ragiona coll’animo riposato ec. come par che sieno
          obbligati di fare i francesi, se vogliono scrivere in prosa che sia per loro elegante e
          spiritosa ed ornata ec. (19. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto sia vero che i talenti in gran parte son opera delle circostanze, vedasi che ne’
          paesi piccoli è infinitamente maggiore che ne’ grandi, il numero delle persone di grado
          agiato e comodo e (negli altri luoghi) colto e civile, che non hanno il senso comune, e
          da’ quali non si può fidare l’esecuzione o il maneggio del menomo affare ec. Lo stesso
          dico proporzionatamente delle città meno grandi, rispetto alle più grandi, delle meno
          colte o socievoli rispetto alle più colte, delle capitali dove tutti son obbligati <pb
            ed="aut" n="2485"/> a conversare, a trattar negozi ec. rispetto alle città di provincia
          ec. (19. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2402. Qualunque inferiorità o svantaggio abbia un uomo o rispetto agli altri, o
          rispetto a qualcuno in particolare, l’unico rimedio è dissimularlo arditamente,
          costantemente e ostinatamente. E questo è ancora l’unico mezzo, se lo svantaggio e il male
          è compassionevole, e se pur si trova in alcuno la compassione, d’esserne compatito. Chi lo
          confessa per qualunque cagione, o perchè creda non poterlo dissimulare (ch’è falso, ancor
          che sia visibile, o notissimo, o in qualunque guisa manifesto), o per altro, e con ciò
          crede di guadagnar compassione, e pensa che negandolo o proccurando di nasconderlo, e
          mostrando di non avvedersene, gli altri lo debbano maggiormente disprezzare e deridere, e
          non compatire, s’inganna a partito, che anzi questo è il modo sicuro d’esserne disprezzato
          e deriso. L’uomo non lascia per qualunque cagione di profittare del vantaggio ch’egli ha
          sopra gli altri <pb ed="aut" n="2486"/> uomini, o sopra un tal uomo, se questi non fa
          grandissima forza perchè gli altri, quanto è possibile, non s’accorgano o ricordino del
          suo svantaggio, o non se ne possano profittare. E perciò dev’egli operare e portarsi
          sempre come se quello svantaggio non esistesse, o come s’egli non se n’avvedesse, e
          mostrare affatto di non sentirlo; e proccurare anche di far quelle cose che più si
          disdicono ec. a’ suoi pari rispetto al detto svantaggio. Quanto sono maggiori gli
          svantaggi che s’hanno, tanto più bisogna che l’individuo stia per se stesso. Perocchè gli
          altri uomini non istaranno mai per lui, e quel che desiderano e vogliono principalmente si
          è ch’egli si confessi loro inferiore. Il che dev’egli sempre fermamente ricusare. (21.
          Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove del <foreign lang="grc">καλὸς κᾄγαθὸς</foreign> de’ greci, come dimostri
          il sentimento e la forza ch’aveva in quella nazione la bellezza, e la sublimità che le
          attribuivano, pigliandola per parte e nome di virtù. Aggiungi l’uso della loro lingua di
          chiamar <foreign lang="grc">καλὰ</foreign> tutte le cose buone, oneste, virtuose, utili.
          V. fra gli altri, Senof. <foreign lang="grc">Ἀπομν. β. γ'. κεφ. η'.</foreign>. Alla
          immaginazione degl’italiani (come le sopraddette cose a quella de’ greci) si deve sotto lo
          stesso aspetto attribuire l’uso che fanno <pb ed="aut" n="2487"/> delle parole
          significanti la <emph>grazia</emph> esterna per dinotare la probità, onestà, bontà ec. de’
          costumi: <emph>uomo</emph>
          <emph rend="sc">di garbo, galant</emph>
          <emph>uomo</emph>. (21. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quel che si dice, ed è verissimo, che gli uomini per lo più si lasciano governare dai
          nomi, da che altro viene se non da questo che le idee e i nomi sono così strettamente
          legati nell’animo nostro, che fanno un tutt’uno, e mutato il nome si muta decisamente
          l’idea, benchè il nuovo nome significhi la stessa cosa? Splendido esempio ne furono i
          romani, esecratori del nome regio, i quali non avrebbero tollerato un re chiamato re, e lo
          tollerarono chiamato imperatore, dittatore, ec. e dichiarato inviolabile (cosa nuova) col
          nome vecchio della potestà tribunizia. E che non avrebbero tollerato un re così detto, si
          vede. Perocchè Cesare il quale, bench’avesse il supremo comando, pur sospirava quel nome,
          non parendoli essere re, se non fosse così chiamato, (e ciò pure per la sopraddetta
          qualità dell’animo nostro, bench’egli fosse spregiudicatissimo), fattosi <pb ed="aut"
            n="2488"/> offerire la corona da Antonio ne’ Lupercali, fu costretto rigettarla esso
          stesso da’ tumulti ed esecrazioni di quel popolo già vinto e schiavo, e che poi chiamato
          di nuovo alla libertà, non ci venne. E gl’imperatori che furono dopo, e che da principio
          (cioè finchè il nome d’imperatore non fu divenuto anche nella immaginazion loro e del
          popolo, lo stesso e più che re) ebbero lo stesso desiderio di Cesare, non crederono che
          quel popolo domo si potesse impunemente ridurre a sostenere il nome di re, benchè non
          dubitarono di fargli avere un re e di fargli tollerare ed anche amare la cosa significata
          da questo nome. (22. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2414. fine. Tutti gli uomini e tutti gli animali amano se stessi nè più nè meno
          secondo la misura ed energia della loro vitalità. Quindi non mi par più vero quel ch’io
          dico altrove, che la quantità dell’amor proprio sia precisamente uguale in ciascun
          vivente. Perocchè le diverse specie di viventi, e i diversi individui d’una medesima
          specie, e questi medesimi individui in diversi tempi e circostanze <pb ed="aut" n="2489"/>
          hanno relativamente diverse somme di vitalità. Come altre specie hanno più spiriti, altre
          meno. E fra queste l’umana ne ha più di tutte. Ma fra gli uomini altri n’hanno più, altri
          meno: ed anche naturalmente questi nasce con più, questi con meno talento.</p>
        <p>Di più l’amor proprio essendo una qualità del vivente, e queste qualità, come ho provato
          in più luoghi, essendo disposizioni, e queste disposizioni conformabili, e che possono
          fruttificare e produrre delle facoltà, e questo massimamente nell’uomo, ne segue che
          l’amor proprio, specialmente nell’uomo, è conformabile e coltivabile come le altre
          qualità. Anzi tanto più quanto egli abbraccia tutte le qualità dell’<emph>animo</emph> del
          vivente. Quindi anche l’amor proprio fa progressi, come ne fa lo spirito umano, ed è
          maggiore non solo in una specie o individuo naturalmente più vivo e sensitivo, ma anche in
          un individuo colto rispetto ad uno non colto, in un secolo colto rispetto <pb ed="aut"
            n="2490"/> ad un altro meno colto, in una nazione civile rispetto a una barbara, e in
          uno individuo medesimo, è maggiore dopo lo sviluppo delle sue qualità o disposizioni
          sensitive, sentimento, vitalità, ingegno, è maggiore, dico, che non era prima.</p>
        <p>E siccome ho provato che l’infelicità dell’animale è sempre in ragion diretta
          dell’attività del suo amor proprio, così resta chiaro, e perchè l’uomo sia naturalmente
          meno felice degli altri animali, e perchè a misura ch’egli s’incivilisce, il che accresce
          di mano in mano l’attività dell’amor proprio, egli divenga ogni giorno più infelice,
          necessariamente, e quasi per legge matematica.</p>
        <p>Che poi l’amor proprio sia conformabile, coltivabile, modificabile, sviluppabile,
          suscettivo d’incremento, e di maggiore o minore attività e influenza, si farà chiaro
          considerando l’amor proprio, come una passione. E infatti lo è, anzi non v’è passione che
          non sia amor proprio, e tutte sono un effetto suo <pb ed="aut" n="2491"/> non distinto
          dalla causa, e non esistente fuor di lei, la quale opera ora così, e si chiama superbia,
          ora così, e si chiama ira, ed è sempre una passione sola, primitiva, essenziale. Dimodo
          che le passioni sono piuttosto azioni ch’effetti dell’amor proprio, cioè non sono figlie
          sue in maniera che ne ricevano un’esistenza propria, e separata o separabile da lui.</p>
        <p>Or p. e. l’ira o l’impazienza del proprio male, non è ella modificabilissima e
          diversissima, non solo in diverse specie, o individui, ma in un medesimo individuo,
          secondo le circostanze? Ponetelo nelle sventure ed assuefatecelo. Sia pure impazientissimo
          per natura; col tempo e coll’assuefazione, diviene pazientissimo. (Testimonio io per ogni
          parte di questa proposizione). Fate che questo medesimo non abbia mai provato sventure, o
          assuefatelo di nuovo alla prosperità, o supponete in una di queste due circostanze un
          altro individuo, e sia egli di natura mansuetissima. Ogni menomo male lo pone in
          impazienza. Or qual effetto più sostanziale dell’amor proprio, che l’impazienza del male
          di questo sè che si ama? E pur questa <pb ed="aut" n="2492"/> impazienza è maggiore e
          minore secondo le nature, le specie, gl’individui, e le circostanze e le assuefazioni di
          un medesimo individuo. Così dunque l’amor proprio del qual essa è opera. (22. Giugno.
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Intorno al suicidio. È cosa assurda che secondo i filosofi e secondo i teologi, si possa
          e si debba viver contro natura (anzi non sia lecito viver secondo natura) e non si possa
          morir contro natura. E che sia lecito d’essere infelice contro natura (che non avea fatto
          l’uomo infelice), e non sia lecito di liberarsi dalla infelicità in un modo contro natura,
          essendo questo l’unico possibile, dopo che noi siamo ridotti così lontani da essa natura,
          e così irreparabilmente. (23. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il fatto sta così e non si può negare. La somma della moralità pratica era ed è tanto
          maggiore presso gli antichi, i pagani, i selvaggi, che presso i moderni, i Cristiani,
          gl’inciviliti, quanto la somma della morale teorica, e la perfetta cognizione,
          definizione, analisi e propagazione della medesima è maggiore presso questi che presso
          quelli. E nella stessa <pb ed="aut" n="2493"/> proporzione si deve discorrere anche oggidì
          de’ Cristiani più rozzi, e meno (o più confusamente) istruiti de’ doveri sociali ed umani,
          per rispetto alla gente più colta e addottrinata ne’ medesimi doveri. (24. Giugno dì di S.
          Gio. Battista. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nè il titolo di filosofo nè verun altro simile è tale che l’uomo se ne debba pregiare,
          nemmeno fra se stesso. L’unico titolo conveniente all’uomo, e del quale egli s’avrebbe a
          pregiare, si è quello di uomo. E questo titolo porterebbe che chi meritasse di portarlo,
          dovesse esser uomo vero, cioè secondo natura. In questo modo e con questa condizione il
          nome d’uomo è veramente da pregiarsene, vedendo ch’egli è la principale opera della natura
          terrestre, o sia del nostro pianeta, ec. (24. Giugno. dì del Battista. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’amor proprio, il quale, come ho dimostrato più volte, è necessaria o quasi necessaria
          sorgente d’infelicità, era però (oltre l’essere una essenziale conseguenza e parte <pb
            ed="aut" n="2494"/> dell’esistenza sentita e conosciuta dall’esistente) necessario
          ancora e indispensabile alla felicità. Come si può dare amor della felicità senz’amor di
          se stesso? anzi questi due amori sono precisamente una cosa sola con due nomi. E come si
          potrebbe dar felicità senza amor di felicità? Giacchè l’animale non può godere e
          compiacersi di quel che non ama. Dunque non amando la felicità, non potrebbe goderla nè
          compiacersene. Dunque quella non sarebbe felicità, ed egli non la potrebbe provare. Dunque
          l’animale, se non amasse se stesso, non potrebbe esser felice, e sarebbe essenzialmente
          incapace della felicità, e in disposizione contraddittoria colla natura di essa. Quindi si
          deve scusar la natura, e riconoscere che sebbene l’amor proprio produce necessariamente
          l’infelicità (maggiore o minore), la natura non ha però sbagliato nell’ingenerarlo ai
          viventi, essendo necessario alla felicità, e però il suddetto <pb ed="aut" n="2495"/>
          inconveniente era inevitabile come tanti altri, e deriva come tanti altri da una cosa ch’è
          un bene, e fatta per bene. (24. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto sia vero che l’amor proprio è cagione d’infelicità, e che com’egli è maggiore e
          più attivo, maggiore si è la detta infelicità, si dimostra per l’esperienza giornaliera.
          Perocchè il giovane non solo è soggetto a mille dolori d’animo, ma incapace ancora di
          godere i maggiori beni del mondo, e di goderli e <foreign lang="spa" rend="italic"
            >desfrutarlos</foreign> più che sia possibile, e nel miglior modo possibile, finchè il
          suo amor proprio, a forza di patimenti, non è mortificato, incallito, intormentito. Allora
          si gode qualche poco. Cosa osservata. Com’è anche osservatissimo che l’uomo è tanto più
          infelice quanto ha più e più vivi desiderii, e che l’arte della felicità consiste
          nell’averne pochi e poco vivi ec. (Ch’è appunto la cagione per cui il giovane nel predetto
          stato, con <pb ed="aut" n="2496"/> un ardore incredibile che lo trasporta verso la
          felicità, con la maggior forza possibile per poter gustare e sostenere i piaceri e anche
          fabbricarseli coll’immaginazione, proccurarseli coll’opera ec.; in un’età a cui tutto
          sorride, e porge quasi spontaneamente i diletti; contuttochè sia privo del disinganno, e
          però veda le cose sotto il più bell’aspetto possibile, e di più essendo nuovo e inesperto
          dei piaceri, sia ancor lontano e ben difeso dalla sazietà, e capace di dar peso a ogni
          godimento, non gode mai nulla, e pena più d’ogni altro, e si sazia più presto; e tanto più
          quanto egli è più vivo [così spesso il Casa] e sensitivo ec., e quindi per necessità più
          amante di se stesso.) Ora la misura dei desiderii, la loro copia vivezza ec. è sempre in
          proporzione della misura, vivezza, energia, attività dell’amor proprio. Giacchè il
          desiderio non è d’altro che del piacere, e l’amor della felicità non è altro che il
          desiderio del piacere, e l’amor della felicità non è altro che l’amor proprio. (24.
          Giugno. 1822.). V. p. 2528.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quindi osservate che tutto quanto si dice dell’amor proprio si deve anche intendere <pb
            ed="aut" n="2497"/> dell’amor della felicità ch’è tutt’uno (v. p. 2494.). E però la
          misura, la forza, l’estensione, le vicende, gl’incrementi, gli scemamenti, tanto
          individuali che generali, dell’uno di questi amori, son comuni all’altro nè più nè meno.
          (24. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’antichissima e propria significazione del verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pareo</foreign>, in luogo di cui vennero poi in uso i suoi composti <foreign lang="lat"
            rend="italic">adpareo, compareo</foreign> ec. s’è conservata in uso familiarissimo e
          frequentissimo presso gl’italiani e gli spagnuoli (<emph>parere</emph>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">parecer, si pare</foreign> ec.). Per qual mezzo, se non del
          volgare antico latino? V. il Forc. e il Gloss. Così i francesi <foreign lang="fre"
            rend="italic">paroître</foreign>, o <foreign lang="fre" rend="italic">paraître</foreign>
          ec. (25. Giugno. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che il timore è la più egoistica passione dell’uomo sì naturale e sì
          civile. Così anche degli altri animali. Ed è ben dritto, perocchè l’oggetto del timore
          pone in pericolo (vero o creduto) l’esistenza o il ben essere di quel sè che il vivente
          ama per propria essenza <pb ed="aut" n="2498"/> sopra ogni cosa. L’uomo il più sensibile
          per abito e per natura, il più nobile, il più affettuoso, il più virtuoso, occupato anche
          attualmente, poniamo caso, da un amore il più tenero e vivo, se con tutto ciò è
          suscettibile del timor violento, trovandosi in un grave pericolo (vero o immaginato)
          abbandona l’oggetto amato, preferisce (e dentro se stesso e coll’opera) la propria
          salvezza a quella di quest’oggetto, ed è anche capace in un ultimo pericolo di sacrificar
          questo oggetto alla propria salute, dato il caso che questo sacrifizio (in qualunque modo
          s’intenda) gli fosse, o gli paresse dovergli esser giovevole a scamparlo. Tutti i vincoli
          che legano l’animale ad altri oggetti, o suoi simili o no, si rompono col timore. (26.
          Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’estrema possibile semplicità o naturalezza dello stile, dello scrivere o del parlar
          francese civile, è sempre di quel genere ch’essi medesimi (in altre occasioni) chiamano
            <foreign lang="fre" rend="italic">maniéré</foreign>. Anche il Salvini lo chiama <quote>
            <emph>ammanierato</emph>
          </quote>. V. la definizione di <foreign lang="fre" rend="italic">maniéré</foreign> ne’
          Diz. francesi, dove lo diffiniscono per un’<emph>abitudine</emph> viziosa che deforma
          tutto, e fa proprio al caso. V. p. e. <title>il Tempio di Gnido</title>, e le Favole di La
          Fontaine. (26. Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2499"/> Ho assegnato altrove come principio d’infinite e variatissime
          qualità dell’animo umano (p. e. l’amor delle sensazioni vivaci) l’amor della vita. Questo
          amore però è non solo necessaria conseguenza, ma parte, ovvero operazione naturale
          dell’amor proprio, il quale non può non essere amore della propria esistenza, se non
          quando quest’esistenza è divenuta una pena. Ma ciò non in quanto esistenza, chè
          l’esistenza in quanto esistenza, è per natura eternamente amata sopra ogni cosa
          dall’esistente. Perocchè tanto è amar la propria esistenza in quanto esistenza, quanto è
          amar se stesso. E sarebbe una contraddizione quasi impossibile a concepirsi, che
          l’esistenza non fosse amata dall’esistente; e quindi che in certo modo l’esistenza fosse
          odiata dall’esistenza, e combattuta dall’esistenza, e contraria all’esistenza, o anche
          semplicemente non cara e non gradita a se stessa, nemmeno inquanto se stessa. (26. Giugno.
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2500"/> Alla p. 2405. Un corollario si può tirare molto ragionevolmente
          dal vedere che le scritture orientali mancano per lo più delle vocali. Ed è che quelle
          lingue fossero le prime ad esser coltivate, la scrittura orientale la prima ad essere
          inventata (appunto perchè più imperfetta, e similmente si potrebbe dire della struttura
          ec. delle loro lingue), le letterature orientali le prime a nascere, e in somma l’oriente
          il primo ad esser civilizzato, e quindi probabilmente il primo ad esser popolato, e
          ridotto alla società ec. Confermando con questa, le altre prove che già s’hanno delle
          dette proposizioni, e dell’origine che il genere umano ha dall’oriente. (26. Giugno.
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per qual cagione il barbarismo reca inevitabilmente agli scritti tanta trivialità di
          sapore, e ripugna sì dirittamente all’eleganza? Intendo per barbarismo l’uso di parole o
          modi stranieri, che non sieno affatto alieni e discordi dall’indole della propria lingua,
          e degli orecchi nazionali, e delle abitudini ec. Perocchè <pb ed="aut" n="2501"/> se noi
          usassimo p. e. delle costruzioni tedesche, o delle parole con terminazioni arabiche o
          indiane, o delle congiugazioni ebraiche o cose simili, non ci sarebbe bisogno di cercare
          perchè questi barbarismi ripugnassero all’eleganza, quando sarebbero in contraddizione e
          sconvenienza col resto della favella, e cogli abiti nazionali. Ma intendo di quei
          barbarismi quali sono p. e. nell’italiano i gallicismi (cioè parole o modi francesi
          italianizzati, e non già trasportati p. e. colle stesse forme e terminazioni e
          pronunziazioni francesi, chè questo pure sarebbe fuor del caso e della quistione). E
          domando perchè il barbarismo così definito e inteso, distrugga affatto l’eleganza delle
          scritture.</p>
        <p>Certo è che non ripugna alla natura nè delle lingue, nè degli uomini, nè delle cose, e
          non è contrario ai principii eterni ed essenziali dell’eleganza, del bello ec. che gli
          uomini di una nazione esprimano un certo maggiore o minor numero d’idee <pb ed="aut"
            n="2502"/> con parole e modi appresi e ricevuti da un’altra nazione, che sia seco loro
          in istretto e frequente commercio, com’è appunto la Francia rispetto a noi (ed anche agli
          altri europei) per la letteratura, per le mode, per la mercatura eziandio, e generalmente
          per l’influenza che ha la società e lo spirito di quella nazione su di tutta la colta
          Europa. Torno a dire che questo non ripugna naturalmente al bello, se quelle voci e modi
          non sono di forma assolutamente discorde e ripugnante alle forme della propria lingua. E
          tale si è appunto il caso nostro. Bisogna dunque cercare un’altra cagione fuori della
          natura generale e immutabile, perchè questo barbarismo distrugga sensibilmente l’eleganza,
          e non possa stare seco lei. Egli è pur certo, e tutti i maestri dell’arte l’insegnano e
          raccomandano, e io l’ho spiegato e dimostrato altrove, che non solo il pellegrino giova
          all’eleganza, ma questa non ne può <pb ed="aut" n="2503"/> fare a meno, e non viene da
          altro se non da un parlare ritirato alquanto (più o meno) all’uso ordinario, sia nelle
          parole, sia ne’ loro significati, sia ne’ loro accoppiamenti, nelle metafore, negli
          aggiunti, nelle frasi, nelle costruzioni, nella forma intera del discorso ec. Or come
          dunque il barbarismo, ch’è un parlar pellegrino, il barbarismo dico, quando anche non
          ripugni dirittamente, anzi punto, all’indole generale e all’essenza della lingua, nè
          all’orecchio e all’uso de’ nazionali, in luogo di riuscirci elegante, ci riesce
          precisamente il contrario, e incompatibile coll’eleganza? Ecco com’io la discorro.</p>
        <p>I primi scrittori e formatori di qualsivoglia lingua, e fondatori di qualsivoglia
          letteratura, non solo non fuggirono il barbarismo, ma lo cercarono. V. Caro, Apologia, p.
          23-40. cioè l’introduzione del Predella. Tolsero voci e modi e forme e metafore e maniere
          di stile e costruzioni ec. (e questo in gran copia) dalle lingue madri, dalle sorelle, e
          anche dalle affatto aliene, <pb ed="aut" n="2504"/> massimamente se a queste, benchè
          aliene, apparteneva quella letteratura sulla quale essi si modellavano, e dalla quale
          venivano derivando e imparavano a fabbricar la loro. Dante è pieno di barbarismi, cioè di
          maniere e voci tolte non solo dal latino, ma dall’altre lingue o dialetti ch’avevano una
          tal qual dimestichezza o commercio colla nostra nazione, e in particolare di provenzalismi
          (che vengono ad essere appunto presso a poco i gallicismi, tanto abominevoli oggidì); de’
          quali abbondano parimente gli altri trecentisti, e i ducentisti ec. Di barbarismi abbonda
          Omero, com’è bene osservato dagli eruditi: di barbarismi Erodoto: di barbarismi i primi
          scrittori francesi ec.</p>
        <p>E non è mica da credere nè che questi barbarismi de’ primi e classici scrittori, fossero,
          a quei tempi, comuni nella loro nazione, ed essi scrittori si lasciassero strascinar
          dall’uso corrente; ne che gli usassero e introducessero per solo bisogno, o per arricchir
            <pb ed="aut" n="2505"/> la loro lingua di parole e modi <emph>economicamente</emph>
          utili. Gli usarono, come si può facilmente scoprire, per espresso fine di essere eleganti
          col mezzo di un parlar pellegrino, e ritirato dal volgare. E sebben furono costretti,
          volendo essere intesi, a usar gran parte delle voci e modi correnti, e formarne il corpo
          della loro scrittura, pur molto volentieri e con predilezione s’appigliarono quando
          poterono alle voci e modi forestieri, per parlare alla peregrina, e per dare al loro modo
          di dire un non so che di raro, ch’è insomma l’eleganza. E p. e. di Dante, si vede
          chiaramente ch’egli si studiò di parlare a’ suoi compatrioti co’ modi e vocaboli
          provenzali, a cagione che la nazion provenzale era allora la più colta, ed aveva una
          specie di letteratura, abbastanza nota in Italia, e che rendeva la lingua provenzale così
          domestica agl’italiani colti, che le sue parole o frasi, italianizzandole, non erano
          enigmi <pb ed="aut" n="2506"/> per loro, e così poco volgare che le dette voci e frasi non
          erano ordinariamente nella loro bocca (come non lo sono ora le latine che p. e. i poeti
          derivano di nuovo nell’italiano, e che tutti intendono), nè in quella del popolo: il quale
          però eziandio era sufficientemente disposto ad intenderle (senza perdere il piacere del
          pellegrino) a causa delle canzoni provenzali, amorose ec. ch’andavano molto in giro, e si
          cantavano ec. Or dunque da queste canzoni, e dalla letteratura e dalla lingua provenzale
          tirò Dante molte voci e modi per essere elegante: e ci riuscì allora; e con tutti questi
          che oggi si chiamerebbero barbarismi, sì egli, come Omero, e tali altri scrittori
          primitivi, s’hanno da per tutto per classici, e taluni per eleganti; o se s’hanno per
          ineleganti, viene piuttosto dall’arcaismo che dal barbarismo.</p>
        <p>In somma il barbarismo, quando è veramente un parlar pellegrino, e che non ripugna ec.
          come sopra, e che s’intende, è <pb ed="aut" n="2507"/> sempre (da qualunque lingua sia
          tolto, rispetto alla lingua propria) non solo compatibile coll’eleganza, ma vera fonte di
          eleganza.</p>
        <p>Cresciuta, formata, stabilita la lingua, e la letteratura di una nazione, interviene le
          più volte, che introducendosi il commercio fra questa ed altre lingue e letterature, parte
          l’uso, e l’assuefazione di udire voci e modi forestieri, parte la necessità di riceverne
          insieme cogli oggetti coi libri coi gusti cogli usi colle idee che da’ forestieri si
          ricevono, parte l’amor delle cose straniere e la sazietà delle proprie, ch’è naturale a
          tutti gli uomini sempre inclinati alla novità (<bibl>v. <author>Omero</author>
            <title>Odiss.</title> 1. v. 351-2</bibl>.), parte fors’anche altre cagioni riempiono la
          favella nazionale di voci e modi forestieri in guisa che appoco appoco, dimenticate o
          disusate le voci e maniere proprie, divien più facile il parlare e lo scrivere con quelle
          de’ forestieri, che s’hanno più alla mano, e s’usano più giornalmente, e più
          familiarmente. Ed ecco un’altra volta introdotto il barbarismo nella lingua <pb ed="aut"
            n="2508"/> e letteratura nazionale, ma per tutt’altra cagione e fine, e con tutt’altro
          effetto che l’eleganza e l’arricchimento loro. Quanto all’arricchimento, questo è il punto
          in cui la lingua nazionale comincia a scadere e scemare sensibilmente, e impoverirsi, e
          indebolirsi fino al segno che dimenticate e antiquate la maggiore o certo grandissima
          parte delle sue voci e modi, e anche delle sue facoltà, ella non ha più forza nè capacità
          di supplire ai bisogni del linguaggio, e di fornire un discorso del suo, senza ricorrere
          al forestiero. (E la nostra lingua è già vicina a questo segno, non solo per le ricchezze
          proprie ch’avrebbe dovuto venire acquistando, e non l’ha fatto, ma anche per quelle
          infinite ch’aveva già, ed ha perdute, e molte irrecuperabilmente). E così dico della
          letteratura.</p>
        <p>Quanto poi all’eleganza, quelle voci e modi, non essendo più pellegrini, non sono più
          eleganti. Anzi non c’è cosa più <emph>volgare</emph> e ordinaria di quelle voci e modi
            <emph>forestieri</emph>. Come accade appunto in Italia oggidì, che <emph>non si può nè
            parlare nè scrivere in un italiano più volgare e corrente, che parlando e scrivendo in
            un italiano alla francese</emph>. <pb ed="aut" n="2509"/> Il che è ben naturale e
          conseguente, secondo le cagioni che ho assegnate, le quali introducono questo
            <emph>secondo</emph> barbarismo in una lingua. Perocchè esse l’introducono ed
          influiscono direttamente, non negli scritti de’ grandi letterati e degli uomini di vero e
          raffinato buon gusto (come ho detto di quel <emph>primo</emph> barbarismo) ma nella
          favella quotidiana, e da questa passa il barbarismo nei libri degli scrittorelli che non
          istudiano, non sanno, non conoscono, e neanche cercano, nè si vogliono affaticare ad
          indagare altra lingua da quella che son soliti di parlare, e sentire a parlar
          giornalmente, e non si saprebbero esprimere in altro modo, nè possiedono altre voci e
          forme di dire. Di più seguono ed approvano (secondo il poco e stolto loro giudizio) l’uso
          corrente, la moda ec. ed accattano l’applauso e la lode del volgo, e si compiacciono di
          quella misera novità, e vogliono passar per autori alla moda: così che oltre
          all’ignoranza, li porta al <pb ed="aut" n="2510"/> barbarismo anche la volontà, ed il
          cattivo loro giudizio; e l’esempio gli strascina ec. Di più formandosi a scrivere sui soli
          o quasi soli libri stranieri divulgati nella loro nazione, non conoscono altre voci,
          frasi, e maniere di stile, che quelle di que’ libri, o non si vogliono impazzire a
          scambiarle coll’equivalenti nazionali, che non hanno punto alla mano. E così imbrattano
          sempre più la lingua e letteratura nazionale di cose forestiere, anche oltre all’uso della
          favella ordinaria de’ loro compatrioti.</p>
        <p>Introdotto così, e fondato e propagato in una lingua il barbarismo per la seconda volta,
          la stessa sua propagazione lo rende inelegante al contrario della prima volta. Perocchè
          allora la lingua volgare non è quella che si chiama così e ch’è veramente nazionale, ma è
          quella barbara e maccheronica che si parla e scrive ordinariamente, e però chi scrive alla
          forestiera, scrive volgarissimo, e quindi inelegantissimo. <pb ed="aut" n="2511"/> Dov’è
          da notare che allora il barbarismo non è contrario all’eleganza come forestiero: chè anzi
          il forestiero bene inteso da’ nazionali, e non affettato, è <emph>sempre</emph> elegante.
          Ma per l’opposto è inelegante come volgare.</p>
        <p>E laddove la prima volta, quand’esso non era volgare, riusciva elegante, e più elegante
          di quel ch’era nazionale, questa seconda volta il puro nazionale riesce molto più elegante
          del forestiero, non già come puro nè come nazionale (chè queste qualità non furono mai
          cagione di eleganza), ma come non volgare, come ritirato dall’uso corrente e domestico,
          come proprio oramai de’ soli scrittori, e questi anche pochi.</p>
        <p>Ecco che la purità della favella è divenuta quasi sinonimo dell’eleganza della medesima:
          e questo con verità e con ragione, ma non per altro, se non perch’essa purità è divenuta
          pellegrina.</p>
        <p>Così quelle voci e modi che una volta <pb ed="aut" n="2512"/> perchè familiari alla
          nazione non erano eleganti, anzi fuggite dagli scrittori di stil nobile ed elevato, o che
          tali pretendevano di essere; divengono già elegantissime e graziosissime perchè da una
          parte si riconoscono ancora facilmente per nazionali, e quindi sono intese subito da
          tutti, come per una certa memoria fresca, e non riescono affettate, dall’altra parte non
          sono più correnti nell’uso quotidiano. E così anche le parole e maniere una volta
          trivialissime e plebee nella nazione, aspirano all’onor di eleganti, e lo conseguiscono,
          come si potrebbe mostrare per mille esempi di voci e frasi individue.</p>
        <p>In somma oggi, p. e. fra noi, chi scrive con purità, scrive elegante, perchè chi scrive
          italiano in Italia scrive pellegrino, e chi scrive forestiero in Italia scrive volgare.</p>
        <p>Dal che si deve abbatter l’errore di quelli che pretendono che v’abbia principii fissi ed
          eterni dell’eleganza. V. la pag. 2521. sulla fine. Non v’ha principio fisso dell’eleganza,
          se non questo (o <pb ed="aut" n="2513"/> altro simile) che non si dà eleganza senza
          pellegrino. Come non v’ha principio eterno del bello se non che il bello è convenienza. Ma
          come è mutabile l’idea della convenienza, così è variabile il pellegrino, e quindi è
          variabile l’eleganza reale, effettiva e concreta, benchè l’eleganza astratta sia
          invariabile. Nè purità nè altra tal qualità delle parole o frasi, sono principii certi ed
          eterni dell’eleganza d’esse voci o frasi individue. Ineleganti una volta, divengono poi
          eleganti, e poi di nuovo ineleganti, secondo ch’esse sono o non sono pellegrine, giusta
          quelle tali condizioni del pellegrino, stabilite di sopra.</p>
        <p>Queste verità sono confermate dalla storia di qualunque letteratura e lingua. La purità
          dell’Atticismo non divenne un pregio nell’idea de’ greci, nè fu sinonimo d’eleganza presso
          loro, se non dopo che i greci ebbero a udire ed usare familiarmente voci e frasi
          forestiere. Omero, Erodoto, Senofonte medesimo (specchio d’Atticismo) erano <pb ed="aut"
            n="2514"/> stati elegantissimi con voci e frasi forestiere, poco usate da’ greci de’
          loro tempi; anzi per mezzo appunto d’esse voci e frasi, fra l’altre cose. Non si pregia la
          purità, nè anche si nomina, se non dopo la corruzione, cioè quand’essa è pellegrina. E
          prima della corruzione si pregia il forestiero perchè pellegrino. Ennio, Plauto, Terenzio,
          Lucrezio ec. specchi della eleganza latina, son pieni di grecismi, cioè di barbarismi. Al
          tempo di Cicerone, di Orazio, e molto più di Seneca, di Frontone ec. che l’Italia parlava
          già mezzo greco, erano sorti i zelanti della purità, e il grecismo lodato in Plauto e in
          Cecilio (Oraz. ad Pison.) era impugnato ne’ moderni, e proibito affatto da’ pedanti, e
          usato con moderazione dai savi, e Cicerone se ne scusa spesso, e loda ed ama e deplora la
          purità dell’antico sermone, e la favella di sua nonna, ch’al tempo di sua nonna tutti i
          buoni scrittori posponevano al grecismo, quanto potevano <pb ed="aut" n="2515"/> farlo
          senza riuscire oscuri presso un popolo allora ignorante del forestiero, e del greco, e
          delle voci e frasi che non fossero nazionali. Dal che, e non da altro, e forse dalla
          stessa poca loro perizia del greco, nacque che gli antichi scrittori latini, benchè
          abbondanti di grecismi e barbarismi, pur si riputassero e fossero modelli del puro sermone
          Romano, rispetto agli scrittori più moderni. E lo stesso dico degli antichi italiani.</p>
        <p>E quella ricchissima, fecondissima, potentissima, regolatissima, e al tempo stesso
          variatissima, poetichissima e naturalissima lingua del cinquecento, ch’a noi (ne’ suoi
          buoni scrittori) riesce così elegante, forse ch’allora fu tenuta per tale? Signor no, ma
          per corrotta. E la buona lingua si stimava solo quella del trecento, e se ne deplorava la
          mutazione, chiamandola corruzione e scadimento totale della lingua, (come noi facciamo
          rispetto al 500), e gli scrittori tanto più s’avevano eleganti, quanto meno scrivevano
          nella lingua loro per iscrivere in quella di quell’altro secolo. Laddove a noi, a’ quali
          l’una e l’altra è divenuta pellegrina, tanto più piacciono i cinquecentisti quanto più
          seguono l’uso <pb ed="aut" n="2516"/> del loro secolo, e meno imitano il trecento. Ed è
          ben ragionevole perchè allora solo possono esser naturali e di vena, come è il Caro che
          non fu mai imitatore. (È notabile che di parecchi cinquecentisti, le lettere dov’essi
          ponevano meno studio, e che stimavano essi medesimi di lingua impurissima, mentr’era
          quella del loro secolo, sono più grate a leggersi, e di migliore stile che l’altre opere,
          dove si volevano accostare alla lingua del trecento, mentre nelle lettere usavano la
          lingua loro, e riescono per noi elegantissimi e naturalissimi.). V. p. 2525. Ma anche nel
          cinquecento non si stimava veramente elegante se non il pellegrino, e lo trovavano e
          cercavano nella lingua del trecento, che sola chiamavano pura, quando per noi è purissima
          quella del cinquecento. <bibl>V. <author>Salviati</author>, <title>Avvertim. della
            lingua</title>, citati nelle op. del Casa, Venez. 1752. t. 3. p. 323. fine — 324</bibl>.
          Nel trecento poi nemmen si parlava di purità, nè si poneva tra i pregi della lingua o
          dello scrivere; e la lingua del loro secolo non si stimava elegante (se non forse alcune
          smancerie fiorentine, di cui parla il Passavanti, e queste credo piuttosto che s’amassero
          nel resto di Toscana o d’Italia, che in Firenze, come accade veramente anche oggi): e
          quelli scrittori che più si stimavano eleganti, e che tali si credevano o pretendevano
          essi medesimi, erano non quelli che oggi più s’ammirano per la naturalezza e la
          semplicità, e che <pb ed="aut" n="2517"/> in somma usavano più puramente la lingua
          nazionale o patria del tempo loro, ma quelli che oggi meno s’apprezzano, cioè che la
          fornivano di parole e modi forestieri, e che si studiavano di tirarla alle forme d’altre
          lingue, e d’altri stili, come fece il Boccaccio rispetto al latino, e come anche Dante, la
          cui lingua, s’è pura per noi, che misuriamo la purità coll’autorità, niuno certamente
          avrebbe chiamato pura a quei tempi, s’avessero pensato allora alla purità, e gli stessi
          cinquecentisti non erano molto inchinati a stimarlo tale, nè ad accordargli un’assoluta
          autorità e voto decisivo in fatto di purità di lingua, restringendosi piuttosto al
          Petrarca e al Boccaccio. <bibl>V. <author>Caro</author>
            <title>Apolog.</title> p. 28. fine ec. Lett. 172. t. 2</bibl>. e se vuoi, anche il
          Galateo del Casa circa la stima ch’allora si faceva di tanto poeta.</p>
        <p>Per le quali considerazioni e confronti, sebbene la lingua italiana di questo secolo sia
          bruttissima e pessima per ragioni e qualità indipendenti dalla purità e dal barbarismo,
          cioè perchè povera, monotona, impotente, fredda, inefficace, smorta, inespressiva,
          impoetica, inarmonica ec. ec. nondimeno ardisco dire che se gli scrittori
          <emph>barbari</emph> della moderna Italia, arriveranno ai posteri, quando la lingua
          italiana sarà già in qualunque modo mutata dalla presente, e se <pb ed="aut" n="2518"/> la
          prevenzione (che influisce moltissimo sopra il senso dell’eleganza e del bello in ogni
          cosa) e il giudizio del secol nostro non avrà troppa forza ne’ futuri, come non l’ha in
          noi il giudizio de’ cinquecentisti, questa nostra barbara lingua, si stimerà elegante, e
          piacerà, perchè divenuta già pellegrina, e forse il Cesarotti ec. passerà per modello
          d’eleganza di lingua.</p>
        <p>Finalmente non è ella cosa conosciutissima che alla poesia non solo giova, ma è
          necessario il pellegrino delle parole delle frasi delle forme (niente meno che delle
          idee), per fare il suo stile elegante e distinto dalla prosa? Non lo dà per precetto
          Aristotele? (<bibl>
            <author>Caro</author>, <title>Apolog.</title> p. 25</bibl>.). Il poetico della lingua
          non è quasi il medesimo che il pellegrino? O certo il pellegrino non è una qualità poetica
          nella lingua, e non serve di sua natura a poetichizzare il linguaggio e lo stile? Or
          ditemi se nelle poesie italiane d’oggidì si può trovar cosa più <pb ed="aut" n="2519"/>
          prosaica delle voci, frasi ec. forestiere? se più triviale, più ordinaria, in somma più
          decisamente impoetica e più distruttiva dell’eleganza del linguaggio, e in maggior
          contraddizione colla natura dello stil poetico? Tanto che, riuscendo sempre le dette voci
          e maniere, inelegantissime nella prosa, che pur è obbligata a minor eleganza, nella poesia
          riescono stomachevoli, e la cambiano affatto di poesia in cattiva prosa, onde osserva il
          Perticari (De’ 300<hi rend="apice">isti</hi>), sebbene non con tutta verità, che il
          barbarismo insignorito delle prose italiane, pur non mise piede nelle poesie, come non ci
          potesse esser poesia con barbarismi. E questo perchè? essendo il pellegrino così proprio
          della poesia, ch’ella non ne può far senza? Perchè, torno a dire, se non perchè tali voci
          e frasi ec. forestiere, sono appunto le più volgari, giornaliere, correnti, usuali voci e
          maniere della nostra favella presente? e quindi distruttive del pellegrino? e se nuove
          nella scrittura o nella poesia, non <pb ed="aut" n="2520"/> nuove, anzi vecchie nell’uso
          volgare del discorso, e quindi distruttive della novità ch’è l’uno de’ principali pregi
          della lingua poetica? Laonde oggi sono eleganti le poesie scritte nella pura lingua
          italiana, e spesso anche in quella che una volta fu poco meno che trivialissima. Non per
          altro se non perchè quanto più sono italiane, tanto più dette poesie ci riescono
          pellegrine.</p>
        <p>Concludo che il barbarismo è distruttivo dell’eleganza, sì della prosa, e sì massimamente
          della poesia (alla quale più si richiede il pellegrino), non come pellegrino, nè come
          semplicemente forestiero, e contrario alla purità (ch’è un nome astratto, e sempre
          variabile nella sua sostanza); ma per lo contrario, come distruttivo del pellegrino, e del
            <emph>nuovo</emph>, come volgare, come triviale, come quello che forma la parte più
          moderna, e quindi più corrente e ordinaria della favella. E che la purità è necessaria e
          giovevole all’eleganza, <pb ed="aut" n="2521"/> non in quanto purità, nè in quanto
          nazionale ec. (qualità alienissime dall’eleganza e dalla grazia), ma in quanto pellegrina
          e rara, e distinta dall’uso comune, e ritirata dal volgo, e <emph>diversa dalla favella
            giornaliera presente</emph>. (il che viene in somma a dire ch’ella non è più veramente
          purità, essendo bensì stata, ma non essendo più nazionale. E pure allora solamente viene
          in pregio la purità, quando ella non è più tale, cioè quando a volerla usare, non si usa
          la vera lingua nazionale corrente. Così <emph>lingua pura</emph>, è un abuso di parole, in
          vece di dire, <emph>lingua antica della nazione e degli scrittori nazionali</emph>.) V. p.
          2529.</p>
        <p>Tutte le sopraddette osservazioni, e particolarmente quelle della pagina 2512. fine — 13.
          si debbono applicare alla teoria della grazia derivante da quello ch’è fuor dell’uso. Le
          cagioni dell’eleganza delle parole o modi sono eterne, ed eternamente le stesse. Ma niuna
          parola o frase ec. di niuna lingua, è perpetuamente elegante, <pb ed="aut" n="2522"/> per
          elegantissima che sia o che sia stata una volta, nè viceversa triviale ec.: neanche
          durando la stessa indole, genio, spirito, carattere, forma ec. di quella tal lingua. E non
          solo niuna parola o modo, ma niun genere o classe di parole o modi.</p>
        <p>Spesso una parola è inelegante, o (se si tratta di verso) impoetica in un senso, ed
          elegante e poetica in un altro, solamente perchè in quello è volgare, e in questo no, o
          poco frequentemente usata. Come chi dicesse <emph>varii</emph> in poesia per
            <emph>diversi, parecchi</emph>, non peccherebbe contro la buona lingua, avendovene molti
          esempi, e fra gli altri del Tasso (Discorso sopra <emph>vari</emph> accidenti della sua
          vita), ma sarebbe poco elegante, per esser questo significato della detta parola molto
          volgare e familiare. Ma chi dicesse, come il Petrarca, <quote>
            <emph rend="sc">varie</emph>
            <emph>di lingue e d’armi e de le gonne</emph>
          </quote>, o come Virgilio <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Mille trahit</hi>
              <hi rend="sc">varios</hi>
              <hi rend="italic">adverso sole colores</hi>
            </foreign>
          </quote>, non s’allontanerebbe punto dall’eleganza, per la ragione <pb ed="aut" n="2523"/>
          contraria. E notate ch’io non parlo solamente de’ sensi metaforici, i quali possono render
          poetica una voce usualissima, ed anche impoetichissima, ma parlo eziandio de’ significati
          propri, come dimostra l’addotto esempio, o de’ poco meno che propri. E quel che dico delle
          voci, dico delle frasi ec. (29. Giugno, dì di San Pietro, mio natalizio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ovidio descrive, Virgilio dipinge, Dante (e così proporzionatamente nella prosa il nostro
          Bartoli) a parlar con proprietà, non solo dipinge da maestro in due colpi, e vi fa una
          figura con un tratto di pennello; non solo dipinge senza descrivere, (come fa anche
          Virgilio ed Omero), ma intaglia e scolpisce dinanzi agli occhi del lettore le proprie
          idee, concetti, immagini, sentimenti. (29. Giugno, 1822. dì di S. Pietro.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il giovane istruito da’ libri o dagli uomini e dai discorsi prima della propria
          esperienza, non solo si lusinga sempre e inevitabilmente <pb ed="aut" n="2524"/> che il
          mondo e la vita per esso lui debbano esser composte d’eccezioni di regola, cioè la vita di
          felicità e di piaceri, il mondo di virtù, di sentimenti, d’entusiasmo; ma più veramente
          egli si persuade, se non altro, implicitamente e senza confessarlo pure a se stesso, che
          quel che gli è detto e predicato, cioè l’infelicità, le disgrazie della vita, della virtù,
          della sensibilità, i vizi, la scelleraggine, la freddezza, l’egoismo degli uomini, la loro
          noncuranza degli altri, l’odio e invidia de’ pregi e virtù altrui, disprezzo delle
          passioni grandi, e de’ sentimenti vivi, nobili, teneri ec. sieno tutte eccezioni, e casi,
          e la regola sia tutto l’opposto, cioè quell’idea ch’egli si forma della vita e degli
          uomini naturalmente, e indipendentemente dall’istruzione, quella che forma il suo proprio
          carattere, ed è l’oggetto delle sue inclinazioni e desiderii, e speranze, l’opera e il
          pascolo della sua immaginazione. (29. Giugno, dì di S. Pietro. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2525"/> Alla p. 2516. marg. fine — e sempre scrisse (il Caro) nella
          propria lingua del suo secolo, non del trecento, e della sua nazione, non di sola Firenze.
          Or vedasi nell’esempio del Caro non Fiorentino, come era bella e <emph>graziosa</emph>
          questa lingua <emph>nazionale del cinquecento</emph>, ch’allora si disprezzava, e diceva
          il Salviati che bisognava scordarsene e lavarsene gli orecchi, nè più nè meno di quello
          che ci dicano oggi della nostra moderna. Certo è che nessun Fiorentino nè del trecento nè
          del 500 nè d’altro secolo scrisse mai così leggiadramente e perfettamente come scrisse il
          Caro Marchegiano e di piccola terra, tanto le cose studiate, quanto le non istudiate; vero
          apice della prosa italiana, e che anche oggidì, letto o bene imitato, è fresco e
          lontanissimo dall’affettazione la più menoma, come s’oggi appunto scrivesse. E notate che
          il Caro, tutto quello che scrisse, ebbe poco tempo di studiarlo, lasciando star le
          lettere, familiari, ch’egli scriveva anzi di malissima voglia, come dice <pb ed="aut"
            n="2526"/> spessissimo, e dice ancora: <quote>
            <emph>E delle mie (lettere) private io n’ho fatto molto poche che mi sia messo per
            farle</emph>
          </quote> (cioè con istudio) <quote>, <emph>e di pochissime ho tenuta copia</emph>
          </quote> (<bibl>lett. 180. vol. 2. al Varchi</bibl>.) Dal che si vede che quello stile e
          quella lingua gli erano naturali, e sue proprie, non altrui, cioè proprie del suo secolo e
          della sua nazione, benchè da lui modificate secondo il suo gusto, e benchè si professi
          molto obbligato nella lingua a Firenze, scrivendo al Fiorentino Salviati. (<bibl>lett.
            ult. cioè 265. fine, vol. 2</bibl>.). Vedi ancora quel ch’egli dice del poco studio e
          impegno con cui tradusse l’Eneide, la Rettor. d’Aristot. le Oraz. del Nazianz. Tutte
          opere, che siccome le lettere familiari (e forse queste anche più della Rettor. e delle
          Oraz.) ci riescono pur contuttociò di squisita e quasi inimitabile eleganza. (29. Giugno,
          dì di S. Pietro. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τοὺς δὲ (χώρους) μὴ ἔχοντας ἐπίδοσιν</foreign>
          </quote>, (<foreign lang="lat">agros qui incrementum nullum haberent</foreign>, cioè così
          ben coltivati già quando si comprano, che non si <pb ed="aut" n="2527"/> possano far
          migliori) <quote>
            <foreign lang="grc">οὐδὲ ἡδονὰς ὁμοίας ἐνόμιζε παρέχειν ἀλλὰ πᾶν χτῆμα καὶ θρέμμα τὸ ἐπὶ
              τὸ βέλτιον ἰὸν, τοῦτο καὶ εὐφραίνειν μάλιστα ὤετο</foreign>
          </quote>. Dice queste cose Iscomaco di suo padre, il quale non voleva che si comprassero
          fondi ben coltivati, ma trascurati dal possessore, e le dice a Socrate presso <bibl>
            <author>Senofonte</author>
            <title>Del governo della casa</title>, cap. 20. par. 23</bibl>. Così tutto il piacere
          umano consiste nella speranza e nell’aspettativa del meglio, e posseduto non è piacere, e
          quello stato che non si può migliorare, benchè ottimo e desideratissimo per se, è sempre
          infelicissimo, come fu presso a poco quello d’Augusto divenuto padrone di tutto il mondo,
          e malcontento com’egli s’espresse. (29. Giugno 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho discorso altrove di quello che si suol dire, ch’ogni proposizione ha due aspetti, e
          dedottone che ogni verità è relativa. Notate che ogni proposizione, ogni teorema, ogni
          oggetto di speculazione, ogni cosa ha non solo <pb ed="aut" n="2528"/> due ma infinite
          facce, sotto ciascuna delle quali si può considerare, contemplare, dimostrare e credere
          con ragione e verità. E in tanto si dice che n’abbia due, in quanto d’ogni proposizione si
          può dir pro e contra, dimostrarla vera e falsa, e sostenere così la tal proposizione, come
          la sua contraria. E ogni proposizione e verità sussiste e non sussiste in quanto al nostro
          intelletto, e anche per se. E d’<emph>ogni cosa</emph> si può affermar questo o
          quest’altro, e parimente negarlo. Il che più vivamente e dirittamente dimostra come non
          sussiste verità assoluta. (29. Giugno, 1822. dì di S. Pietro e mio natalizio.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2496. fine. Finchè si fa conto de’ piaceri, e de’ propri vantaggi, e finchè
          l’uso, il frutto, il risultato della propria vita si stima per qualche cosa, e se n’è
          gelosi, non si prova mai piacere alcuno. Bisogna disprezzare i piaceri, contar per nulla,
          per cosa di niun momento, e indegna di qualunque riguardo e custodia, i propri vantaggi,
          quelli della gioventù, e se stesso; considerar <pb ed="aut" n="2529"/> la propria vita
          gioventù ec. come già perduta, o disperata, o inutile, come un capitale da cui non si può
          più tirare alcun frutto notabile, come già condannata o alla sofferenza o alla nullità; e
          metter tutte queste cose a rischio per bagattelle, e con poca considerazione, e senza mai
          lasciarsi cogliere dall’irresoluzione neanche nei negozi più importanti, nemmeno in quelli
          che decidono di tutta la vita, o di gran parte di essa. In questo solo modo si può goder
          qualche cosa. Bisogna vivere <foreign lang="grc">εἰκῇ</foreign>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">témere</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">au hasard</foreign>,
          alla ventura. (30. Giugno. 1822.). V. p. 2555.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2521. La conchiusione e la somma del discorso si è che in qualunque tempo e in
          qualunque letteratura è piaciuta una lingua diversa dalla presente nazionale parlata, per
          bonissima, utilissima e bellissima che questa fosse: e non s’è mai giudicata elegante la
          scrittura composta delle voci e de’ modi ordinari in quel tempo e correnti <pb ed="aut"
            n="2530"/>
          <emph>effettivamente</emph> nella nazione, per purissimi che questi fossero. E questa
          (bench’altre ancora ve n’abbia) è l’una delle principali cagioni per cui non piace, e si
          disapprova e si biasima e riesce inelegante nelle scritture la presente lingua della
          nostra nazione, e si richiama la nostra lingua antica. Con ragione, benchè non sia molto
          ragionevole il richiamarla come <emph>pura</emph>, chè nè essa era pura, nè la purità è un
          pregio necessario ed appartenente all’essenza dello scriver bene, e molte volte non è
          possibile, e in fine è piuttosto un nome che una cosa, non potendosi mai definir questa
          purità, nè trovar precisamente quel che sia la purità di una tal lingua individua, anzi
          non esistendo essa mai, perchè tutte le lingue sono composte di voci, modi ec. presi più o
          meno ab antico da molte e varie altre lingue. E non potendosi neppur circoscrivere la così
          detta <pb ed="aut" n="2531"/> purità dentro i termini dell’uso nazionale, perchè se ciò
          fosse, tutte le nazioni in tutti i tempi parlerebbero puramente, e tutti gli scrittori
          seguendo la lingua del tempo loro, scriverebbero puramente, massime conformandosi alla
          parlata, e non esisterebbe il contrario della purità, cioè l’impurità, perchè nessuna
          lingua in nessun tempo sarebbe mai impura, benchè tutta composta da capo a piedi di
          barbarismi. Sicchè resta che per lingua pura s’intenda come suo preciso sinonimo <emph>la
            lingua antica</emph> di una nazione, cioè quella lingua composta per la più parte di
          voci e modi venuti di fuori, che dagli antichi fu parlata e scritta. E in particolare
          quella che fu contemporanea della miglior letteratura e coltura nazionale, e in somma
          quella che fu il risultato, non già dell’abbozzo (ch’ebbe la lingua italiana da’ 300isti)
          ma del perfezionamento dato alla lingua <pb ed="aut" n="2532"/> nazionale, e massime alla
          scritta, dagli scrittori e letterati nazionali nel tempo in cui maggiormente e
          precisamente fiorì la letteratura e coltura nazionale, che fu per noi il 500.</p>
        <p>Richiamare questa tal lingua, non pura, propriamente parlando, ma antica, e non come
          pura, ma come antica, richiamarla, dico, nella letteratura, è, come ho detto, ragionevole,
          ed autorizzato dall’esempio dell’altre nazioni antiche e moderne. Ed è ragionevole sì per
          li suoi pregi intrinseci e indipendenti dalle circostanze, e per la miseria e bruttezza
          propria assoluta e indipendente della nostra lingua moderna; sì per quello che ho dedotto
          dal precedente discorso, cioè che una lingua nazionale usitata e parlata presentemente non
          può mai riuscire elegante nelle scritture, quando anche, in se, fosse ottima e bellissima.</p>
        <p>Potranno oppore a quest’ultima proposizione, e al mio precedente discorso, che gli <pb
            ed="aut" n="2533"/> scrittori classici del 500 ebbero gran fama ed onore, e piacquero
          anche al tempo loro, quando anche scrivessero appunto nella lingua nazionale usitata e
          parlata a quel tempo. Rispondo.</p>
        <p>1. La maggior fama degli scrittori del 500 fu a que’ tempi, come verseggiatori, e
          specialmente lirici, e questi ognun sa ch’erano servili imitatori del Petrarca, e quindi
          del 300, e si veda nell’Apologia del Caro, la misera presunzione ch’avevano di scrivere
          come il Petrarca, e che non s’avessero a usar parole o modi non usati da lui, come anche
          nelle prose volevano restringer la lingua a quella sola del Boccaccio, e siamo pur lì.
          Certo è, nè per chiunque è pratico dello spirito che governava la repubblica nostra
          letteraria nel 500, è bisogno di molte parole a dimostrargli, che l’apice della
          letteratura, e quello a cui nondimeno aspiravano <pb ed="aut" n="2534"/> tanto gl’infimi
          quanto i sommi, era la lirica Petrarchesca, cioè 300istica, e non 500istica. E gli
          scrittori più grandi in ogni altro genere o prosaico o poetico, divenivano famosi
          principalmente pe’ loro sonetti e canzoni petrarchesche che si divulgavano come un lampo
          per l’Italia, si trascrivevano subito, si domandavano, erano il trattenimento delle Dame,
          e queste ne chiedevano ai letterati, e i letterati se ne chiedevano scambievolmente, e ne
          ricevevano e restituivano con proposte e risposte ec. E senza questi versi difficilmente
          s’arrivava alla riputazion di letterato. Osservate, per non allontanarmi dall’esempio più
          volte addotto, il Caro, le cui rime sono la sola cosa che di lui non si legga più. Aveva
          il Caro grandissima fama, ma dalle sue lettere vedrete che questa riposava essenzialmente
          e soprattutto nell’opinion ch’egli avea di poeta (che nol fu mai), e <pb ed="aut" n="2535"
          /> tutto il restante suo merito letterario, s’aveva in lui, come in tutti gli altri, per
          mero accessorio. E fu stimato gran poeta, non già per l’Eneide, ch’oggi s’ammira, e si
          ristampa, ch’è scritta in istile e lingua propria del suo tempo, benchè abbellita al suo
          modo, e arricchita di latinismi. Questa fu opera postuma e non levò molto grido nel 500.
          Il Caro fu creduto un sommo letterato perchè sapeva rimare alla Petrarchesca, e giudicar
          di tali pretese poesie. E la sua famosa Canzone fu strabocchevolmente ammirata (ed oggi
          non s’arriva a poterla legger tutta) perchè si disse che il Petrarca non l’avrebbe scritta
          altrimenti. (<bibl>
            <author>Caro</author>, <title>Apolog.</title> p. 18</bibl>.). E chi non sa l’inferno che
          cagionò in Italia, e come nella disputa di quell’impiccio petrarchesco ci prese parte
          tutta la nazion letterata, considerandola come affar di tutta la letteratura? Fatto sta
          che le maravigliose prose del Caro, benchè stimate, <pb ed="aut" n="2536"/> non furono già
          ammirate nel 500 (quanto alla lingua). Ed è certo che la lingua del Caro, come
          l’immaginazione e l’ingegno di Dante, son venute principalmente in onore, e riposte nel
          sommo luogo che meritano, in questo e sulla fine del passato secolo. Il che, di Dante, si
          vede anche fra gli stranieri. E quanto a lui, ciò si deve al perfezionamento de’ lumi, e
          del gusto, e della filosofia, e della teoria dell’arti, e del sentimento del vero bello.
          Quanto al Caro, ciò viene in gran parte da circostanze materiali.</p>
        <p>2. Le prose italiane ch’ebbero fama nel 500, l’ebbero per l’una di queste cagioni. 1<hi
            rend="apice">o</hi>. Per essere scritte alla Boccaccevole (e quindi fuor dell’uso di
          quel secolo), come sono l’Arcadia del Sannazzaro nelle prose, le prose del Bembo, e tutte
          quelle del Casa, tolte le lettere. E notate che questi prosatori e i loro simili furono
          appunto i <pb ed="aut" n="2537"/> più stimati in quel secolo (al contrario del nostro), e
          dati per modello. Il che dimostra ad evidenza che il gusto del cinquecento nella lingua
          era quello ch’io dico, che s’apprezzava come elegante una lingua diversa dalla loro, e che
          sempre si disprezza la lingua attualmente corrente nella nazione, per bellissima ed ottima
          ch’ella sia.</p>
        <p>2<hi rend="apice">o</hi>. Per lo stile, per la imitazione de’ classici latini o greci
          indipendentemente dalla lingua. Questo studio era comune ai buoni prosatori (come anche
          poeti) del 500. Ed avendosi allora gran gusto e inclinazione per il classico, si stimavano
          e ricercavano le prose scritte nello stile e ad imitazione e colle forme degli antichi
          classici, benchè la lingua non piacesse gran fatto. E questa è una delle ragioni per cui
          si faceva conto anche delle lettere più familiari, e d’ogni bagattella, e schediasma,
          anche degli scrittori non celebri, con tutto che fossero scritte nella lingua del <pb
            ed="aut" n="2538"/> secolo, e si raccoglievano con diligenza che ora sarebbe ridicola, e
          si stampavano ec. benchè di niunissima importanza nelle cose. Perocchè quasi tutti, o
          certo moltissimi scrivevano allora in buono <emph>stile</emph>, essendo divulgatissimo lo
          studio de’ veri classici. Di più questo medesimo, benchè spettasse allo stile, pur essendo
          così strettamente uniti lo stile e la lingua, dava alle prose (come anche alle poesie) del
          500. un sapor d’eleganza indipendente dalla lingua in se.</p>
        <p>3<hi rend="apice">o</hi>. Perchè molti (e questo fu vero e principal pregio del
          cinquecento, ed a cui fu dovuto il perfezionamento della nostra lingua) si studiavano
          anche di accostare e di modellare non solo lo stile, ma anche la lingua italiana, sulla
          latina e greca, in quanto lo potea comportare la sua natura. Questo fu comune alla massima
          parte de’ veri buoni scrittori del cinquecento, massime prosatori. E questo li rendeva
          eleganti anche presso i contemporanei. <pb ed="aut" n="2539"/> Ma questa eleganza veniva
          non da altro che dal pellegrino, (cioè dal latino e dal greco) benchè quegli scrittori
          volessero piuttosto perfezionare, accostare al latino o al greco, render classica la
          lingua del loro secolo, che quella del 300, parlassero, come facevano, e bene, più da
          500isti, che da 300isti, più da moderni che da antichi italiani; usassero la lingua viva e
          non la morta, le parole moderne più che le antiche, e insomma innestassero il latino e il
          greco nella lingua del 500, e non del 300, e però l’eleganza loro non venisse dall’uso
          dell’antico italiano, nè dalla così detta purità, quantunque oggi per noi sieno purissimi.
          Ma tali non erano allora per li pedanti, i quali chiamavano corrotto e barbaro quel che
          non era del 300, proibivano il latinismo anche più di quello che facciano i pedanti
          oggidì, poichè s’ardivano di chiamar barbara ogni voce latina che non fosse stata usata
            <pb ed="aut" n="2540"/> dagli antichi, anzi dal Boccaccio o dal Petrarca, per
          convenientissima che fosse all’italiano, e anche nello stile, e nella composizione della
          dicitura, volevano piuttosto o quella del Boccaccio o del Petrarca o quella degl’ignoranti
          non iscrittori ma scrivani del 300, che quella de’ classici latini e greci. (V. le
          opposizioni del Castelvetro alla canzone del Caro, e l’Apol. del Caro).</p>
        <p>4<hi rend="apice">o</hi>. Si stimavano le prose (o le poesie) del 500, per le cose, per
          l’immaginazione, invenzione, concetti, sentenze, scoperte o dottrine scientifiche, ec.
          erudizione ec. ec. benchè la lingua non piacesse, essendo pur la pura e vera lingua
          corrente di quel secolo. Onde per noi tali scrittori riescono purissimi ed elegantissimi
          perchè antichi. Ma corrotti si stimavano allora, e negletti, e di niun conto in somma
          nella lingua. E la pura lingua del 500, quella che si dimostra pienamente nelle lettere
          familiari di <pb ed="aut" n="2541"/> quel secolo, scritte a penna corrente, e ch’è
          ricchissima potentissima ec. e per noi purissima ed elegantissima e spesso tanto più pura
          e graziosa quanto è più propria del secolo, e più naturale, si chiamava allora decisamente
          corrotta, e si deplorava, anche da’ veri letterati la degenerazione della lingua italiana,
          non per altro se non perchè non era più quella propriamente del 300, benchè dopo la
          corruzione del 400, fosse risorta più bella e potente di prima, il che affermo a chiunque
          ne conosca le intime qualità, e le vaste e riposte ricchezze e facoltà della propria
          lingua del 500. Lascio star che questa è regolata, e quella del 300 va dove e come vuole,
          e non se ne cava il costrutto, e per lo più bisogna indovinarne il senso. Del resto questi
          tali scrittori di lingua stimata allora cattiva e impura, e dispregiata, e condannata,
          s’apprezzavano anche allora per le cose, <pb ed="aut" n="2542"/> se in queste avevano
          merito, come accade proporzionatamente ai nostri moderni, indipendentemente dalla lingua,
          dalla purità e dall’eleganza.</p>
        <p>5<hi rend="apice">o</hi>. Ognuno de’ dialetti nazionali, fuori del suo distretto, è
          forestiero nella stessa nazione. Gran parte de’ cinquecentisti, toscani o no, prosatori o
          poeti, scrivevano, com’è noto, nel dialetto toscano, o se non altro n’infioravano i loro
          scritti. Con ciò erano stimati eleganti. Ma benchè scrivessero nel dialetto toscano
            <emph>del tempo loro</emph>, quest’eleganza, presso tutti i lettori non toscani, veniva
          anch’essa dal pellegrino. Ed anche presso i toscani veniva dal pellegrino, a causa che
          trasportandosi nelle scritture voci e modi popolari e perciò insoliti ad essere scritti,
          questi riuscivano straordinarii anche per li toscani, non in se ma nelle scritture. Ed ho
          spiegato altrove come anche la familiarità nello scrivere, e le voci e modi ordinari,
          riescano eleganti, <pb ed="aut" n="2543"/> non come ordinarii, anzi come straordinarii e
          pellegrini nella scrittura ordinata, studiata, civile (<foreign lang="grc"
          >πολιτικὴ</foreign>), e colta. E ciò massimamente nella poesia, dove molti adoperavano il
          volgare toscano, anche in poesia non burlesca, come fa il Firenzuola ec. In somma lo
          stesso linguaggio popolare molte volte dà eleganza agli scritti, perciò appunto ch’essendo
          popolare, non è domestico collo scriver de’ letterati, e vi riesce pellegrino. Aggiungi
          che a gran parte degli stessi lettori toscani (naturalmente non plebei) riuscivano e
          riescono nuove o poco familiari molte voci de’ loro o d’altri scrittori, tolte dalla
          lingua del loro popolo. Del resto l’eleganza derivante dall’uso del dialetto toscano nel
          colto scrivere, talvolta è minore per li toscani come poco pellegrina, o come triviale;
          talvolta maggiore, come non troppo pellegrina, nè tanto straordinaria che degeneri in
            <emph>disconveniente</emph>, affettato ec. siccome spesso fa per gli altri italiani. I
          toscani accusano il Botta fiorentinizzante nella sua storia, come troppo triviale e
          pedestre, e insomma inelegante. E in genere l’eleganza ch’essi ne sentono, e <pb ed="aut"
            n="2544"/> quella che deriva dal familiare, dal popolare ec. nel colto scrivere, è d’un
          altro sapore e d’un’altra qualità dall’eleganza ch’è prodotta dall’assoluto pellegrino:
          non essendo pellegrino per chi legge, il familiare e il popolare, se non relativamente,
          cioè rispetto alla colta scrittura. (30. Giugno — 2. Luglio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quello ch’altrove ho detto del modo che in greco si chiama la malattia, cioè
            <emph>debolezza</emph> (<foreign lang="grc">ἀσθένεια</foreign>), si deve anche dire del
          latino, <foreign lang="lat" rend="italic">infirmitas, infirmus</foreign>. (4. Luglio.
          1822.). Così anche <foreign lang="lat" rend="italic">languor</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della vita e condizione d’Omero ogni cosa è nascosta. E pure in questa universale
          ignoranza, una tradizione antichissima ed universale e perpetua si mantiene, e tutti, che
          tutto ignorano intorno a lui, questo solo n’affermano ed hanno per certo, che fosse povero
          e misero. Così la fama non ha voluto che si dubiti, nè che resti nel puro termine di
          congettura che il primo e il sommo de’ <pb ed="aut" n="2545"/> poeti incontrasse la sorte
          comune di quelli che lo seguirono. Ed ha confermato coll’esempio dell’<foreign lang="grc"
            >ἀρχηγὸς</foreign> di questa infelice famiglia, che qualunque è d’animo veramente e
          fortemente poetico (intendo ogni uomo di viva immaginazione e di vivo sentimento, scriva o
          no, in prosa o in verso) nasce infallibilmente destinato all’infelicità. (4. Luglio
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli uomini semplici e naturali sono molto più dilettati e trovano molto più grazioso il
          colto, lo studiato e anche l’affettato che il semplice e il naturale. Per lo contrario non
          v’è qualità nè cosa più graziosa per gli uomini civili e colti che il semplice e il
          naturale, voci che nelle nostre lingue e ne’ nostri discorsi sono bene spesso sinonime di
          grazioso, e confuse con questa, come si confonde la grazia colla naturalezza e semplicità,
          credendo che sieno essenzialmente, e per natura, e per se stesse, <pb ed="aut" n="2546"/>
          qualità graziose. Nel che c’inganniamo. Grazioso non è altro che lo straordinario in
          quanto straordinario, appartenente al bello, dentro i termini della convenienza. Il troppo
          semplice non è grazioso. Troppo semplice sarà una cosa per li francesi, e non lo sarà per
          noi. Lo sarà anche per noi, e con tutto questo sarà ancora al di qua del naturale. (Tanto
          siamo lontani dalla natura, e tanto ella ci riesce straordinaria). Viceversa dico del
          civile rispetto ai selvaggi, naturali, incolti ec. Del resto possiamo vedere anche nelle
          nostre contadine che sono molto poco allettate dal semplice e dal naturale, o per lo meno
          sono tanto allettate dal nostro modo artefatto, quanto noi dalla loro naturalezza, o
          reale, o dipinta ne’ poemi ec. (4. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Le Dee e specialmente Giunone, è chiamata spesso da Omero <quote>
            <foreign lang="grc">βοῶπις</foreign> (<foreign lang="grc">βοώπιδος</foreign>)</quote>
          <pb ed="aut" n="2547"/> cioè <emph>ch’ha occhi di bue</emph>. La grandezza degli occhi del
          bue, alla quale Omero ha riguardo, è certo sproporzionata al viso dell’uomo. Nondimeno i
          greci intendentissimi del bello, non temevano di usar questa esagerazione in lode delle
          bellezze donnesche, e di attribuire e appropriar questo titolo, come titolo di bellezza,
          indipendentemente anche dal resto, e come contenente una bellezza in se, contuttochè
          contenga una sproporzione. E in fatti non solo è bellezza per tutti gli uomini e per tutte
          le donne (che non sieno, come sono molti, di gusto barbaro) la grandezza degli occhi, ma
          anche un certo eccesso di questa grandezza, se anche si nota come straordinario, e
          colpisce, e desta il senso della sconvenienza, non lascia perciò di piacere, e non si
          chiama bruttezza. E notate che non così accade dell’altre parti umane alle quali conviene
          esser grandi (lascio l’osceno che appartiene ad <pb ed="aut" n="2548"/> altre ragioni di
          piacere, diverse dal bello): nè i poeti greci, nè verun altro poeta o scrittore di buon
          gusto, ha mai creduto che l’esagerazione della grandezza di tali altre parti fosse una
          lode per esse, e un titolo di bellezza, come hanno fatto relativamente agli occhi. Dalle
          quali cose deducete</p>
        <p>1<hi rend="apice">o</hi>. Quanto sia vero che gli occhi sono la principal parte della
          sembianza umana, e tanto più belli quanto più notabili, e quindi quanto più vivi. E che in
          essi veramente si dipinge la vita e l’anima dell’uomo (e degli animali); e però quanto più
          son grandi, tanto <emph>maggiore</emph> apparisce realmente l’anima e la vitalità e la
          vita interna dell’animale. (Nè quest’apparenza è vana.) Per la qual cosa accade che la
          grandezza loro è piacevole ancorchè sproporzionata, indicando e dimostrando maggior
          quantità e misura di vita. 2<hi rend="apice">o</hi>. Quanta <pb ed="aut" n="2549"/> parte
          di quella che si chiama bellezza e bruttezza umana sia indipendente ed aliena dalla
          convenienza, e quindi dalla propria teoria del bello. Giacchè, come accade nel nostro
          caso, anche quello ch’è sproporzionato e fuor della misura ordinaria, piace a causa
          dell’inclinazione ch’ha l’uomo alla vita, e si chiama bello. Ma di questo bello è cagione,
          non già la convenienza, ma la detta inclinazione e qualità umana indipendente dalla
          convenienza, e in dispetto della convenienza, e quindi del vero, proprio e preciso bello.
          (4. Luglio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La quistione se il suicidio giovi o non giovi all’uomo (al che si riduce il sapere se sia
          o no ragionevole e preeleggibile), si ristringe in questi puri termini. Qual delle due
          cose è la migliore, il patire o il non patire? Quanto al piacere è cosa certa, <pb
            ed="aut" n="2550"/> immutabile e perpetua che l’uomo in qualunque condizione della vita,
          anche felicissima secondo il linguaggio comune, non lo può provare, giacchè, come ho
          dimostrato altrove, il piacere è sempre futuro, e non mai presente. E come, per
          conseguenza, ciascun uomo dev’essere fisicamente certo di non provar mai piacere alcuno in
          sua vita, così anche ciascuno dev’esser certo di non passar giorno senza patimento, e la
          massima parte degli uomini è certa di non passar giorno senza patimenti molti e gravi, ed
          alcuni son certi di non passarne senza lunghissimi e gravissimi (che sono i così detti
          infelici; poveri, malati insanabili, ec. ec.). Ora io torno a dimandare qual cosa sia
          migliore, se il patire o il non patire. Certo il godere, fors’anche il godere e patire
          sarebbe meglio del semplice non patire, (giacchè la natura e l’amor proprio ci spinge e
          trasporta tanto verso il godere, che c’è più grato il godere e patire, del non essere e
          non patire, e non essendo non poter godere) ma il godere essendo impossibile all’uomo,
          resta escluso necessariamente e per natura <pb ed="aut" n="2551"/> da tutta la quistione.
          E si conchiude ch’essendo all’uomo più giovevole il non patire che il patire, e non
          potendo vivere senza patire, è matematicamente vero e certo che l’assoluto non essere
          giova e conviene all’uomo più dell’essere. E che l’essere nuoce precisamente all’uomo. E
          però chiunque vive (tolta la religione), vive per puro e formale error di calcolo: intendo
          il calcolo delle utilità. Errore moltiplicato tante volte quanti sono gl’istanti della
          nostra vita, <emph>in ciascuno de’ quali noi preferiamo il vivere al non vivere</emph>. E
          lo preferiamo col fatto non meno che coll’intenzione, col desiderio, e col discorso più o
          meno espresso, più o meno tacito ed implicito della nostra mente. Effetto dell’amor
          proprio ingannato come in tante altre cattive elezioni ch’egli fa considerandole sotto
          l’aspetto di bene, e del massimo bene che gli convenga in quelle tali circostanze.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2552"/> Che poi l’uomo debba esser certo di non passar giorno senza
          patimento, il che potrebbe parere una parte non abbastanza provata in questo mio
          ragionamento, lasciando stare i mali e dolori accidentali che intervengono inevitabilmente
          a <emph>tutti</emph> gli uomini, si dimostra anche dalla medesima proposizione la quale
          afferma che l’uomo dev’esser certo di non provar piacere alcuno in sua vita. Perocchè
          l’assenza, la mancanza, la negazione del piacere al quale il vivente tende come a suo
          sommo ed unico fine, perpetuamente, e in ciascuno istante, per natura, per essenza, per
          amor proprio inseparabile da lui; la negazione, dico, del piacere il quale è la perfezione
          della vita, non è un semplice non godere, ma è un patire (come ho dimostrato nella teoria
          del piacere): perocchè l’uomo e <pb ed="aut" n="2553"/> il vivente non può esser privo
          della perfezione della sua esistenza, e quindi della sua felicità, senza patire, e senza
          infelicità. E tra la felicità e l’infelicità non v’è condizione di mezzo. Quella è il fine
          necessario, continuo e perpetuo di tutti gli atti esterni ed interni, e di tutta la vita
          dell’animale. Non ottenendolo, l’animale è infelice; e questo in ciascuno di quei momenti,
          nei quali desiderando il detto fine, ossia la felicità, <emph>infinitamente</emph>, come
          fa <emph>sempre</emph>, non l’ottiene e n’è privo, come lo è sempre. E però l’uomo
          dev’esser fisicamente certo di non passar, non dico giorno, ma istante, senza patire. E
          tutta la vita è veramente, per propria natura immutabile, un tessuto di patimenti
          necessarii, e ciascuno istante che la compone è un patimento.</p>
        <p>Di più l’uomo dev’esser certo di provare in vita sua più o meno, maggiori <pb ed="aut"
            n="2554"/> o minori, ma certo gravi e non pochi di quei patimenti accidentali che si
          chiamano mali, dolori, sventure, o che provengono dai vari desiderii dell’uomo ec. E
          quando anche questi non dovessero comporre in tutto se non la menoma parte della sua vita,
          (com’è certo che ne comporranno la massima), essendo egli d’altra parte certissimo di
          passar tutta la vita senza un piacere, la quistione ritorna a’ suoi primi termini, cioè se
          essendo meglio il non patire che il patire, e non potendosi vivere senza patire, sia
          meglio il vivere o il non vivere. Un solo, anche menomo dolore riconosciuto per
          inevitabile nella vita, non avendo per controbilancio neppure un solo e menomo piacere,
          basta a far che l’essere noccia all’esistente, e che il non essere sia preferibile
          all’essere.</p>
        <p>Tutto questo essendo applicabile ad <pb ed="aut" n="2555"/> ogni genere di viventi in
          qualunque loro condizione (niuno de’ quali può esser felice, e quindi non essere infelice,
          e non patire) e d’altronde posando sopra principii e fondamenti quanto profondi
          altrettanto certissimi, e immobili, ed essendo esattissimamente ragionato e dedotto, e
          strettamente conseguente, serva a far conoscere la distruttiva natura della semplice
          ragione, della metafisica, e della dialettica, in virtù delle quali tutto il mondo
          vivente, dovrebb’esser perito, per volontà e per opera propria, poco dopo il suo nascere.
          (5. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2529. Finchè il giovane conserva della <emph>tenerezza</emph> verso se stesso,
          vale a dire che si ama di quel <emph>vivo</emph> e <emph>sensitivissimo</emph> e
            <emph>sensibilissimo</emph> amore ch’è <emph>naturale</emph>, e finchè non si getta via
          nel mondo, considerandosi, dirò quasi, come un altro, non fa mai nè può far altro che
          patire, e non gode mai un istante di bene e di piacere nell’uso e negli accidenti della
            <emph>vita sociale</emph>. (6. Luglio. 1822.). A goder della vita, è necessario uno
          stato di disperazione.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2556"/> Il grand’uso che gl’italiani (forse anche gli spagnuoli e i
          francesi) fanno della preposizione compositiva <emph>di</emph> o <emph>dis</emph> nel
          senso negativo (come <emph>disamore, disfavorire</emph>; e per apocope in questo e
          mill’altri casi, <emph>sfavorire; disutile</emph>, e mill’altre da formarsi anche a
          piacere: v. la Crusca), essendo molto poco e scarso nel latino scritto (come in <foreign
            lang="lat" rend="italic">dispar dissimilis discalceatus</foreign> dove il
          <emph>dis</emph> nega: v. il Forcell. in <emph>di</emph>), e d’altra parte non
          significando niente in italiano, in francese in ispagnuolo la detta preposizione per se
          (la quale sembra venire dal greco <foreign lang="grc">δὺς</foreign> usata come in <foreign
            lang="grc">δυσέρως, δυσωπία, δυστυχὴς</foreign>), par che dimostri d’essere stato molto
          più comune nel latino volgare di quello che nello scritto, e d’aver tenuto il luogo di
          vera particella negativa, così frequente e manuale nella composizione come la greca
            <foreign lang="grc">α</foreign> privativa, e come lo è la detta particella presso di noi
          ad arbitrio del parlatore o scrittore che ha bisogno d’un <pb ed="aut" n="2557"/>
          qualunque composto che dica il contrario di quel che dice la tale o tal altra radice
          italiana. Del resto il <emph>dis</emph> latino nelle parole <foreign lang="lat"
            rend="italic">dissimilis, dispar</foreign>, secondo me, ha più tosto una tal qual forza
          disgiuntiva, che veramente negativa. E in <foreign lang="lat" rend="italic">discalceatus,
            discingo</foreign> ec. io credo che propriamente abbia piuttosto la forza del greco
            <foreign lang="grc">ἀπὸ</foreign> in composizione (come qui appunto <foreign lang="grc"
            >ἀποζωννύω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">discingo</foreign>), e del latino <foreign lang="lat"
            rend="italic">ex</foreign> pure in composizione, (come appunto <foreign lang="lat"
            rend="italic">excalceatus</foreign> ch’è lo stesso), di quello che la vera forza
          privativa del greco <foreign lang="grc">α</foreign> che tiene presso di noi, sebbene
            <foreign lang="lat" rend="italic">discalceatus</foreign> ec. passò poi a significar
          privativamente <emph>senza scarpe</emph>. E forse in questa maniera, cioè dalla forza di
            <foreign lang="grc">ἀπὸ</foreign>, e di <foreign lang="lat" rend="italic">ex</foreign>
          composti, passò la particola <emph>dis</emph> presso di noi, al significato assoluto di
          privazione o negazione. Ma vedendosi p. e. dalla voce <foreign lang="lat" rend="italic"
            >discalceatus</foreign> (e v. il Forcell. <pb ed="aut" n="2558"/> in Dis...) che questo
          passaggio l’avea fatto la detta preposizione anche fra gli antichi latini, si dimostra
          quel ch’io dissi da principio, cioè che il suo uso negativo o privativo, così frequente e
          familiare come nel latino scritto non si trova, ci dev’esser venuto dal latino volgare.
          (9. Luglio 1822.). V. p. 2577.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto gli uomini sieno allontanati dalla vera loro natura, dalle qualità e distintivi
          destinati alla loro specie, l’osservo anche nella gran differenza fisica che s’incontra
          fra gli uomini da individuo a individuo. Lascio i mostri, difettosi ec. dalla nascita, o
          dopo la nascita, che sono infiniti presso gli uomini; e fra qualunque genere d’animali
          appena se ne troverà uno per mille dei nostri, in proporzione della numerosità della
          specie: anche escludendo affatto quelli che tra gli uomini hanno contratto imperfezioni
          fisiche, per cause accidentali, visibili, <pb ed="aut" n="2559"/> e se non facili, almeno
          possibili ad evitarsi. Lascio gli Etiopi, gli Americani che non avevano barba, certe
          differenze di costruzione negli Ottentotti, i Patagoni (se ve n’ha), i Lapponi (<quote>
            <emph>che forse nascono e vivono in un clima non destinato dalla natura alla specie
              umana</emph>
          </quote>, come a tante altre specie d’animali, piante ec. ha negato questo o quel clima, o
          paese ec. o tutti i climi e paesi, fuorchè un solo.). Tutto ciò si potrà considerare come
          differenze delle varie specie tra loro, dentro uno stesso genere, nel modo che p. e. il
          genere dei cani ha diversissime specie, e diverse o in uno stesso clima, e paese, o in
          diversi climi destinati a tale o tal altra di esse ec.</p>
        <p>Ma che in un medesimo clima, in un medesimo paese, da due medesimi genitori, nascano dei
          figli così differenti fisicamente, come accade tra gli uomini, che <pb ed="aut" n="2560"/>
          di due concittadini, di due fratelli, l’uno sarà p. e. di statura gigantesca, e di
          temperamento robustissimo, l’altro fiacchissimo e piccolissimo; e che questo accada
          indipendentemente da ogni causa visibile, o accidentale, o amovibile; che accada
          nonostante una medesimissima educazione ed esercizio fisico; che accada e resti
          manifestamente determinato fin dalla nascita dell’uno e dell’altro: questo, dico io, in
          qual altra specie d’animali si trova? Specie, dico, e non genere, perchè p. e. diverse
          specie di cani sono diversissime di grandezza, ma non così gl’individui di ciascuna d’esse
          specie fra se stessi, neppur pigliandoli da diverse famiglie, da diverse patrie, da
          diversi paesi, da diversi climi.</p>
        <p>E fermandomi e ristringendomi alla differenza che passa fra le proporzioni fisiche
          degl’individui umani, io dico che i <pb ed="aut" n="2561"/> due estremi di questa
          differenza sono così lontani, che niun’altra specie d’animali, considerata nelle stesse
          circostanze di famiglia, patria, clima ec. offre di grandissima lunga due individui così
          differenti di grandezza come sono gl’individui umani tutto giorno, e massimamente
          pigliandoli da’ due sopraddetti estremi.</p>
        <p>Certo è che la natura a ciascuna specie d’animali (come anche di piante ec.) ha assegnato
          certe proporzioni nè tanto strette che l’uno individuo sia precisamente della misura
          dell’altro, nè tanto larghe che non si possa quasi definir nemmeno lassamente la grandezza
          propria degl’individui di quella specie. Ora di qualunque specie d’animali vi discorra un
          naturalista, ve ne dirà presso a poco la grandezza, e qualunque individuo voi ne veggiate,
          corrisponderà, o si <pb ed="aut" n="2562"/> discosterà poco da quella, e in somma la
          misura della grandezza sarà sempre per voi una qualità distintiva di quella
          <emph>specie</emph> d’animali, e pigliandola a un dipresso, (tanto più a un dipresso
          quanto la loro grandezza specifica è maggiore assolutamente) non t’ingannerà mai. Poniamo
          anche caso che d’una specie tu non abbia veduto se non un solo individuo, e che questo sia
          l’estremo o della grandezza o della piccolezza della specie. Ancorchè tu ti formi l’idea
          della grandezza di quella specie sopra quel solo individuo, vedendone poi degli altri, non
          ti trovi ingannato gran cosa, nè sproporzionatamente lontano dalla tua idea, nè per causa
          della differente grandezza (purchè siano in fatto della medesima <emph>specie</emph>), ti
          accade di non riconoscerli per individui di quella tale specie, o di dubitare che non lo
          sieno. E ciò quando anche fossero gli estremi contrari del primo individuo da te veduto.——</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2563"/> Questo pensiero, considerate ben le cose, trovo che non è vero, e
          però lo lascio a mezzo. La differenza delle proporzioni fisiche tra gl’individui umani, ci
          par maggiore che nell’altre cose, per le ragioni ch’ho detto altrove. Ma in realtà non è
          maggiore nè sproporzionata relativamente, e n’esiste altrettanta fra gli altri individui
          animali, in proporzione della loro maggiore o minor grandezza specifica, e parlando
          sempre, come si deve, a un dipresso: benchè in essi animali non ci dia così nell’occhio e
          non ci paia tanta. Ma colla misura facilmente si scopre che la detta differenza negli
          animali è maggiore, e negli uomini è minore ch’a noi non sembra. (9-10. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uomo non è perfettibile ma corrottibile. Non è più perfettibile ma più corrottibile
          degli altri animali. È ridicolo, ma contuttociò è naturale, che la nostra corrottibilità,
          e degenerabilità, e depravabilità, sia <pb ed="aut" n="2564"/> stata presa, e si prenda a
          tutta bocca da’ più grandi e sottili e perspicaci e avveduti ingegni e filosofi per
          perfettibilità. (10. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per lo più noi riconosciamo alla sola voce anche senza vederle le persone da noi
          conosciute, per moltiplici che siano le nostre conoscenze, per minima che sia la diversità
          di tale o tal altra voce da un’altra, per pochissimo che noi abbiamo praticata quella tal
          persona, o praticatala pure una sola volta. Non così ci accade nelle voci degli animali,
          nelle quali, neppure avvertitamente pensandoci, sappiamo riconoscer differenza tra molti
          individui d’una stessa specie, o riconosciutane, non ci resta in mente. Anche, con
          difficoltà riconosciamo le voci, p. e. in paese forestiero di lingua, o dialetto,
          pronunzia ec., e le confondiamo spesso; almeno a principio. L’ho osservato in me. Effetti
          dell’assuefazione, dell’attenzione parziale e minuta ec. da riferirsi a quei pensieri dove
          ho portato altri esempi simili. (11. Luglio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2565"/> Noi abbiamo <emph>oscuro</emph> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">obscurus</foreign>, e <emph>scuro</emph>. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Obscurus</foreign> è certo un composto, come dimostra la preposizione
            <emph>ob</emph>. Tolta la quale resta <emph>scurus</emph>. Che questa voce esistesse una
          volta, non si può dubitare, dovendo esistere il semplice prima del composto. <bibl>V. il
              <author>Forcell.</author>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Obscurus</foreign>, principio</bibl>. Ma questa voce
          ignota presso i latini, si conserva nell’italiano. E questa medesima è una prova
          ch’esistesse, come viceversa le cose dette sono una prova che la nostra voce sia antica, e
          venutaci col volgare latino. Osservate se credeste che <emph>scuro</emph> fosse fatto per
          apocope volgare da <emph>oscuro</emph>, che l’apocope dell’<emph>o</emph> iniziale, per
          quello che mi pare, non è punto in uso nel nostro popolo. (12. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho notato, mi pare, in Floro, il <foreign lang="lat" rend="italic">quoque</foreign> messo
          innanzi alla voce da cui dipende. Vedilo similmente nella Volgata Gen. 12. v. 8.
          confrontando questo versetto col precedente. (12. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2566"/> È egli possibile che nella <emph>morte</emph> v’abbia niente di
            <emph>vivo</emph>? anzi ch’ella sia un non so che di vivo per natura sua? come dunque
          credere che la morte rechi, e sia essa stessa, e non possa non recare un dolor vivissimo?
          Quando tutti i sentimenti vitali, e soli capaci del dolore o del piacere, sono non
          solamente intorpiditi come nel sonno o nell’asfissia ec. (ne’ quali casi ancora, le
          punture, i bottoni di fuoco ec. o non danno dolore, o ne danno meno dell’ordinario, in
          proporzione dell’intorpidimento, della gravezza p. e. del sonno, ch’è minore o maggiore,
          com’è somma nell’ubbriaco) ma anzi il meno vitali, il meno suscettibili e vivi che si
          possa mai pensare, essendo quello il punto in cui si spengono per sempre, e lasciano
          d’esser sentimenti. Il punto in cui la capacità di sentir dolore s’estingue interamente,
          ha da esser un punto di sommo dolore? Anzi non può esser nemmeno di dolore comunque, non
          potendosi concepir <pb ed="aut" n="2567"/> l’idea del dolore, se non come di una cosa
          viva, e il vivo è inseparabile dal dolore, essendo questo un irritamento, un <foreign
            lang="fre" rend="italic">aigrissement</foreign> dei sensi, che <emph>si
          risentono</emph>, cosa di cui non sono capaci nel punto in cui in vece di
          <emph>risentirsi</emph>, si <emph>dissentono</emph> per sempre. Così non si dee creder
          nemmeno che quel piacer fisico ch’io affermo esser nella morte, sia un piacer vivo ma
          languidissimo. E il piacere, a differenza del dolore, opera languidamente sui sensi, anzi
          osservate che il piacer fisico per lo più consiste in qualche specie di languore, e il
          languor de’ sensi è un piacere esso stesso. Però i sentimenti ne son capaci anche
          estinguendosi, e perciò medesimo che si estinguono. (16. Luglio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Una macchina dilicata (cioè più diligentemente e perfettamente organizzata) è più facile
          a guastarsi che una rozza: ma ciò non <pb ed="aut" n="2568"/> toglie che la non sia più
          perfetta di questa, e che andando come deve andare non vada meglio della rozza,
          supponendole anche tutt’e due in uno stesso genere, come due orologi. Così l’uomo è più
          dilicato assai di tutti gli altri animali, sì nella costruzione esterna, sì nelle fibre
          intellettuali. E perciò egli è senza dubbio il più perfetto <emph>nella scala</emph> degli
          animali. Ma ciò non prova ch’egli sia più perfettibile; bensì più guastabile, appunto
          perchè più delicato. E d’altra parte l’esser più facile a guastarsi, non toglie che non
          sia veramente la più perfetta delle creature terrestri, come ogni cosa lo dimostra. (18.
          Luglio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutto è arte, e tutto fa l’arte fra gli uomini. Galanteria, commercio civile, cura de’
          propri negozi o degli altrui, carriere pubbliche, amministrazione politica interiore ed
          esteriore, letteratura; in tutte queste <pb ed="aut" n="2569"/> cose, e s’altre ve ne
          sono, riesce meglio chi v’adopra più arte. In letteratura, (lasciando stare quel che
          spetta alla politica letteraria, e al modo di governarsi col mondo letterato) colui che
          scrive con più arte i suoi pensieri, è sempre quello che trionfa, e che meglio arriva
          all’immortalità, sieno pure i suoi pensieri di poco conto, e sieno pure importantissimi e
          originalissimi quelli d’un altro che non abbia sufficiente arte nello scrivere: il quale
          non riuscirà mai a farsi nome, e ad esser letto con piacere, e nemmeno a far valutare, e
          pigliare in considerazione e studio i suoi pensieri. La natura ha certamente la sua parte,
          e la sua gran forza; ma quanta sia la parte e la forza della natura in tutte queste cose,
          rispettivamente a quella dell’arte, mi pare che dopo le gran dispute che se ne son fatte,
          si possa determinare in questo modo, e precisare <pb ed="aut" n="2570"/> in questi
          termini. Supposto in due persone ugual grado d’arte, quella ch’è superiore per natura,
          riesce certamente meglio dell’altra nelle sue imprese. Datemi due persone che sappiano
          ugualmente scrivere. Quella che ha più genio, sicuramente trionfa nel giudizio de’ posteri
          e della verità. Datemi due galanti egualmente bravi nel mestier loro. Quello ch’è più
          bello (in parità d’altre circostanze, come ricchezza, fortuna d’ogni genere, comodità ed
          occasioni particolari ec.) soverchia sicuramente l’altro. Ma ponete un uomo bellissimo
          senz’arte di trattar le donne; un gran genio senza scienza o pratica dello scrivere; e
          dall’altra parte un bruttissimo bene ammaestrato e pratico della galanteria, un uomo
          freddissimo bene istruito ed esercitato nella maniera d’esporre i propri pensieri, questi
          due si godranno le donne e la gloria, e quegli altri due staranno indubitatamente a
          vedere. Dal che si deduce che in ultima <pb ed="aut" n="2571"/> analisi la forza dell’arte
          nelle cose umane è maggiore assai che non è quella della natura. Lucano era forse maggior
          genio di Virgilio, nè perciò resta che sia stato maggior poeta, e riuscito meglio nella
          sua impresa; anzi che veruno lo stimi nemmeno paragonabile a Virgilio.</p>
        <p>Queste considerazioni debbono determinare secondo me la parte che ha la natura in quello
          che si chiama talento, cioè quanto v’abbia di naturale e d’innato nelle facoltà
          intellettuali di qualunque individuo. Sebbene il talento si consideri come cosa affatto
          naturale, non è di gran lunga così, come ho mostrato altrove. Ma non è nemmen vero ch’egli
          sia tutto effetto delle circostanze e assuefazioni acquisite: come si dimostra cogli
          esempi e comparazioni precedenti. Certo è bensì che di due talenti uguali per natura, ma
          l’uno <pb ed="aut" n="2572"/> coltivato e l’altro non coltivato, quello si chiama talento,
          e questo neppur si chiama così, non che sia messo al paro di quello. Dal che di nuovo
          s’inferisce che la maggior parte del talento umano, e delle facoltà intellettuali è opera
          delle assuefazioni, e non della natura, è <emph>acquisita</emph> e non
          <emph>innata</emph>; benchè non si fosse potuta <emph>acquistare</emph> in quel grado
          senza <emph>possedere primitivamente</emph> quell’altra minor parte, o sia disposizione
          naturale, e assuefabilità, suscettibilità, conformabilità. (19. Luglio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dire che la lingua latina è figlia della greca, perchè vi si trovano molte parole e modi
          greci introdottivi parte dalla <emph>letteratura</emph>, parte dal commercio e vicinanza
          delle colonie greco-italiane, parte dall’antico commercio avuto colla nazione greca sempre
          mercatrice, parte derivanti dalla stessa comune origine d’ambe le lingue, è lo stesso
          appunto che vedendo la nostra presente <pb ed="aut" n="2573"/> lingua italiana piena di
          francesismi, e modellata sulla francese, conchiudere che la lingua italiana è figlia della
          francese. Anzi v’ha più di francese nella presente lingua italiana (che è quasi una
          traduzione, e una scimia della francese) di quel che v’abbia di greco nella lingua latina,
          massime poi dell’antica. Del resto la parità va molto bene a proposito, perchè infatti le
          lingue italiana e francese sono appunto sorelle, come la greca e la latina. (20. Luglio
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Omero è il padre e il perpetuo principe di tutti i poeti del mondo. Queste due qualità di
          padre e principe non si riuniscono in verun altro uomo rispetto a verun’altra arte o
          scienza umana. Di più, nessuno riconosciuto per principe in qualunque altra arte o
          scienza, se ne può con questa sicurezza, cagionata dall’esperienza di tanti secoli,
          chiamar principe <pb ed="aut" n="2574"/> perpetuo. Tale è la natura della poesia ch’ella
          sia somma nel cominciare. Dico somma e inarrivabile in appresso in quanto puramente
          poesia, ed in quanto vera poesia, non in quanto allo stile ec. ec. Esempio ripetuto in
          Dante, che in quanto poeta, non ebbe nè avrà mai pari fra gl’italiani. (21. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non c’è virtù in un popolo senz’amor patrio, come ho dimostrato altrove. Vogliono che
          basti la Religione. I tempi barbari, bassi ec. erano religiosi fino alla superstizione, e
          la virtù dov’era? Se per religione intendono la pratica della medesima, vengono a dire che
          non c’è virtù senza virtù. Chi è religioso in pratica, è virtuoso. Se intendono la
          teorica, e la speranza e il timore delle cose di là, l’esperienza di tutti i tempi
          dimostra che questa non basta a fare un popolo attualmente e praticamente virtuoso.
          L’uomo, e specialmente <pb ed="aut" n="2575"/> la moltitudine non è fisicamente capace di
          uno stato continuo di riflessione. Or quello ch’è lontano, quello che non si vede, quello
          che dee venir dopo la morte, dalla quale ciascuno naturalmente si figura d’esser
          lontanissimo, non può fortemente costantemente ed efficacemente influire sulle azioni e
          sulla vita, se non di chi tutto giorno riflettesse. Appena l’uomo entra nel mondo, anzi
          appena egli esce dal suo interno (nel quale il più degli uomini non entra mai, e ciò per
          natura propria) le cose che influiscono su di lui, sono le presenti, le sensibili, o
          quelle le cui immagini sono suscitate e fomentate dalle cose in qualunque modo sensibili:
          non già le cose, che oltre all’esser lontane, appartengono ad uno stato di natura diversa
          dalla nostra presente, cioè al nostro stato dopo la morte, e quindi, vivendo noi
          necessariamente fra <pb ed="aut" n="2576"/> la materia, e fra questa presente natura,
          appena le sappiamo considerare come esistenti, giacchè non hanno che far punto con niente
          di quello la cui esistenza sperimentiamo, e trattiamo, e sentiamo ec. La conchiusione è
          che tolta alla virtù una ragione presente, o vicina, e sensibile, e tuttogiorno posta
          dinanzi a noi; tolta dico questa ragione alla virtù (la qual ragione, come ho provato, non
          può esser che l’amor patrio), è tolta anche la virtù: e la ragione lontana, insensibile, e
          soprattutto, estrinseca affatto alla natura della vita presente, e delle cose in cui la
          virtù si deve esercitare, questa ragione, dico, non sarà mai sufficiente all’attuale e
          pratica virtù dell’uomo, e molto meno della moltitudine, se non forse ne’ primi anni, in
          cui dura il fervore della nuova opinione, come nel <emph>primo</emph> secolo del
          Cristianesimo (corrotto già nel <emph>secondo</emph>. <pb ed="aut" n="2577"/> V. i SS.
          Padri.) (21. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2558. Anche gli spagnuoli hanno la particella compositiva <emph>des</emph>
          corrispondente al nostro <emph>dis</emph>, ed è fra loro frequentissima. Queste spesso
          significano cessazione, come <foreign lang="spa" rend="italic">desamparar</foreign>,
            <emph>disguardare, dismettere</emph> (che vuol dir cessare da un’opera ec. laddove
            <emph>intermettere</emph> vale lasciarla per un poco) ec. ec. Tali particelle potrebbono
          venire dalla latina <emph>de</emph> corrotta in <emph>des</emph> o <emph>dis</emph>, come
          da <foreign lang="lat" rend="italic">dedignari</foreign>, <emph>disdegnare</emph>,
            <foreign lang="spa" rend="italic">desdeñar</foreign>, ec. e il sopraddetto
            <emph>dismettere</emph> forse viene da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >dimittere</foreign> che in molti significati non ha la forza della particella
          <emph>di</emph>, ma di <emph>de</emph>, mutata forse in <emph>di</emph> per la
          composizione o per corruzione. <bibl>V. il <author>Forcell.</author> in <foreign
              lang="lat" rend="italic">Dimitto</foreign>
          </bibl>. In ogni modo i nostri composti formati colla particella <emph>dis</emph>, e gli
          spagnuoli colla <emph>des</emph>, ec. possono dimostrare l’esistenza antica di molti tali
          composti nel latino volgare, non conosciuti nel latino scritto: <pb ed="aut" n="2578"/> o
          che in esso volgare la detta particella si pronunziasse <emph>de</emph>, o
          <emph>dis</emph>, come abbiamo anche veduto, o nell’un modo e nell’altro, o comunque. (23.
          Luglio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La lingua latina ebbe un modello d’altra lingua regolata, ordinata, e stabilita, su cui
          formarsi. Ciò fu la greca, la quale non n’ebbe alcuno. Tutte le cose umane si perfezionano
          grado per grado. L’aver avuto un modello, al contrario della lingua greca, fu cagione che
          la lingua latina fosse più perfetta della greca, e altresì che fosse meno libera. (Nè più
          nè meno dico delle letterature greca e latina rispettivamente; questa più perfetta, quella
          più originale e indipendente e varia.) I primi scrittori greci, anche sommi, ed aurei,
          come Erodoto, Senofonte ec. erano i primi ad applicar la dialettica, e l’ordine ragionato
          all’orazione. Non <pb ed="aut" n="2579"/> avevano alcun esempio di ciò sotto gli occhi.
          Quindi, com’è naturale a chiunque incomincia, infinite sono le aberrazioni loro dalla
          dialettica e dall’ordine ragionato. Le quali aberrazioni passate poi e confermate nell’uso
          dello scrivere, sanzionate dall’autorità, e dallo stesso errore di tali scrittori,
          sottoposte a regola esse pure, o divenute regola esse medesime, si chiamarono, e si
          chiamano, e sono eleganze, e proprietà della lingua greca. Così è accaduto alla lingua
          italiana. La ragione è ch’ella fu molto e da molti scritta nel 300, secolo d’ignoranza, e
          che anche allora fu applicata alla letteratura in modo sufficiente per far considerare
          quel secolo come classico, dare autorità a quegli scrittori, presi in corpo e in massa, e
          farli seguire da’ posteri. I greci o non avevano affatto alcuna lingua coltivata a cui
          guardare, o se ve n’era, era molto lontana da loro, come forse la sascrita, l’egiziana,
          ec. e poco o niente nota, neanche ai loro più dotti. Gl’italiani n’avevano, cioè la <pb
            ed="aut" n="2580"/> latina e la greca. Ma quel secolo ignorante non conosceva la greca,
          pochissimo la latina, massime la latina buona e regolata. (Fors’anche molti conoscendo
          passabilmente il latino, e fors’anche scrivendolo con passabile regolatezza, erano
          sregolatissimi in italiano, per incapacità di applicar quelle regole a questa lingua, che
          tutto dì favellavano sregolatamente; di conoscere o scoprire i rapporti delle cose ec.)
          Quei pochi che conobbero un poco di latino, scrissero con ordine più ragionato, come
          fecero principalmente i frati, Passavanti, F. Bartolommeo, Cavalca ec. Dante, e più ancora
          il Petrarca e il Boccaccio che meglio di tutti conoscevano il buono e vero latino, meno di
          tutti aberrarono dall’ordine dialettico dell’orazione. Questi principalmente diedero
          autorità presso i posteri a’ loro scrittori contemporanei, la massima parte ignoranti, non
          solo di fatto, ma anche di professione <emph>laici</emph> e illetterati, e che non
          pretendevano di scrivere se non per bisogno, come i nostri castaldi. I quali abbondarono
          di <emph>sragionamenti</emph>, e <emph>disordini</emph> gramaticali d’ogni sorta.</p>
        <p>Di tali aberrazioni n’hanno tutte le lingue quando si cominciano a scrivere, e tutte nel
          séguito ne conservano più o meno, sotto il nome di proprietà loro, benchè non sieno <pb
            ed="aut" n="2581"/> in origine e in sostanza, se non errori de’ loro primi scrittori e
          letterati, perpetuati nell’uso della scrittura nazionale. Meno d’ogni altra fra le
          antiche, n’ebbe o ne conservò la lingua latina, per la detta ragione, fra l’altre. Meno di
          tutte fra l’antiche e le moderne, ne conserva la lingua francese, non per altro se non
          perch’ella ha rinunziato e derogato e fatta assolutamente irrita l’autorità de’ suoi
          scrittori antichi, i quali abbondarono di tali aberrazioni o quanto gli altri, o più
          ancora. Parlo dei veramente antichi, cioè del sec. 160. e non del 170. quando lo spirito,
          la società e la conversazione francese era già in un alto grado di perfezione.</p>
        <p>La ricchezza, il numero e l’estensione, ampiezza ec. delle facoltà di una lingua, è per
          lo più in proporzione del numero degli scrittori che la coltivarono prima delle regole
          esatte, della grammatica, e della formazione del Vocabolario. La lingua francese che ha
          rinunziato all’autorità di tutti gli scrittori propri anteriori alla sua grammatica e al
          suo Vocabolario (ch’erano anche pochi e di poco conto, e perciò hanno potuto essere
          scartati), è la meno ricca, e le sue facoltà son più ristrette che non son quelle di
          qualunqu’altra lingua del mondo. V. p. 2592. (25. Luglio, dì di S. Giacomo, 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2582"/> Il piacere che noi proviamo della Satira, della commedia satirica,
          della <foreign lang="fre" rend="italic">raillerie</foreign>, della maldicenza ec. o nel
          farla o nel sentirla, non viene da altro se non dal sentimento o dall’opinione della
          nostra superiorità sopra gli altri, che si desta in noi per le dette cose, cioè in somma
          dall’odio nostro innato verso gli altri, conseguenza dell’amor proprio che ci fa
          compiacere dello scorno e dell’abbassamento anche di quelli che in niun modo si sono
          opposti o si possono opporre al nostro amor proprio, a’ nostri interessi ec., che niun
          danno, niun dispiacere, niuno incomodo ci hanno mai recato, e fino anche della stessa
          specie umana; l’abbassamento della quale, derisa nelle commedie o nelle satire ec. in
          astratto, e senza specificazione d’individui <emph>reali</emph>, lusinga esso medesimo la
          nostra innata misantropia. E dico innata, perchè l’amor proprio, ch’è innato, non può star
          senza di <pb ed="aut" n="2583"/> lei. (25. Luglio, dì di S. Giacomo maggiore 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Adesso chi nasce grande, nasce infelice. Non così anticamente, quando il mondo abbondava
          e di pascolo (cioè di spettacolo e trattenimento), e di esercizio, e di fini, e di premi
          all’anime grandi. Anzi a quei tempi era fortuna il nascer grande come oggi il nascer
          nobile e ricco. Perocchè siccome nella monarchia quelli che nascono di grande e ricca
          famiglia, ricevono le dignità, gli onori, le cariche dalla mano dell’ostetrice (per
          servirmi di un’espressione di <bibl>
            <author>Frontone</author>
            <title>ad Ver.</title> l. 2. ep. 4. p. 121</bibl>.), così nè più nè meno accadeva
          anticamente ai grandi e magnanimi e valorosi ingegni. I quali nelle circostanze,
          nell’attività e nell’immensa vita di quei tempi, non potevano mancare di svilupparsi,
          coltivarsi e formarsi; e sviluppati, formati e coltivati non potevano mancar di prevalere
          e primeggiare; come oggidì possono esser certi di tutto il contrario. <pb ed="aut"
            n="2584"/> Lascio che quanto gli animi erano più grandi, tanto meglio erano disposti a
          godere della vita, la quale in quei tempi non mancava, e di tanto maggior
          <emph>vita</emph> erano <emph>capaci</emph>, e quindi di tanto maggior godimento; e perciò
          ancora era da riputarsi a vera fortuna e privilegio della natura il nascer grand’uomo, e
          s’aveva a considerare come un effettivo e realizzabilissimo mezzo di felicità: all’opposto
          di quello che oggi interviene. (26. Luglio, dì di S. Anna. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nelle parole si chiudono e quasi si legano le idee, come negli anelli le gemme, anzi
          s’incarnano come l’anima nel corpo, facendo seco loro come una persona, in modo che le
          idee sono inseparabili dalle parole, e divise non sono più quelle, sfuggono all’intelletto
          e alla concezione, e non si ravvisano, come accadrebbe all’animo nostro disgiunto dal
          corpo. (27. Luglio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2585"/> Ho paragonato altrove gli organi intellettuali dell’uomo agli
          esteriori, e particolarmente alla mano, e dimostrato che siccome questa non ha da natura
          veruna facoltà (anzi da principio è inetta alle operazioni più facili e giornaliere), così
          niuna ne portano gli organi intellettuali, ma solamente la disposizione o possibilità di
          conseguirne, e questa più o meno secondo gl’individui. Nello stesso modo io non dubito che
          se meglio si ponesse mente, si troverebbero anche negli organi esteriori dell’uomo, p. e.
          nella mano, molte differenze di capacità, non solo relativamente alle diverse
          assuefazioni, e al maggiore o minore esercizio di detto organo, ma naturalmente, e
          indipendentemente da ogni cosa acquisita; come accade negl’ingegni, che per natura sono
          qual più qual meno conformabili, e disposti <pb ed="aut" n="2586"/> ad assuefarsi, cioè ad
          imparare. E forse a queste differenze si vuole attribuire l’eccessiva e maravigliosa
          inabilità di alcuni che non riescono (anche provandosi) a saper far colle loro mani quello
          che il più degli uomini fanno tuttogiorno senza pure attendervi nè anche pensarvi; e
          l’altrettanto mirabile facilità ch’altri hanno d’imparare senza studio, e d’eseguire
          speditissimamente le più difficili operazioni manuali, che il più degli uomini o non sanno
          fare, o non fanno se non adagio, e con attenzione. Vero è che si trova molto minor
          differenza individuale fra la capacità generica della mano di questo o di quello, che fra
          la capacità de’ vari ingegni. Ma questo nasce che tutti in un modo o nell’altro esercitano
          la mano, e quindi le danno e proccurano una certa abilità <pb ed="aut" n="2587"/> e
          assuefabilità generale: non così l’ingegno. Ed è molto maggiore, generalmente parlando, il
          divario che passa fra l’esercizio de’ diversi ingegni, che fra l’esercizio della mano de’
          diversi individui. Divario che non è naturale, e non ha che far colle disposizioni native
          di tali organi. (28. Luglio. Domenica 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È frequentissimo e amplissimo nell’Italiano o nello Spagnuolo l’uso della voce
            <emph>termine</emph> nel suo plurale massimamente, la quale piglia diversi significati,
          secondo ch’ell’è applicata. (Questi per lo più importano <emph>condizione, stato,
          essere</emph> sustantivo o cosa simile.) Vedi la Crus. Non così nel latino scritto,
          dov’essa voce non ha che la forza di <emph>confine</emph> o <emph>limite</emph> ec. Pur
          vedi presso il Forcell. nell’ultimo esempio di questa voce, ch’è di Plauto, una frase
          tutta italiana e spagnuola, la qual può dimostrare che detta voce nel volgare latino
          avesse o tutti o in parte quegli usi appunto ch’ell’ha nelle dette lingue. V. Du Cange,
          s’ha nulla. V. anche l’Alberti Diz. franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >Terme</foreign> in fine. (29. Luglio. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2588"/> A un giovane il quale essendo innamorato degli studi, diceva che
          della maniera di vivere, e della scienza pratica degli uomini se n’imparano cento carte il
          giorno, rispose N. N. <quote>
            <emph>ma il libro</emph> (ma gli è un libro) <emph>è da 15 o 20 milioni di carte</emph>
          </quote>. (30. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Da <foreign lang="lat" rend="italic">coquere</foreign> diciamo <emph>cocere</emph> (che
          per più gentilezza e per proprietà italiana si scrive <emph>cuocere</emph>) mutato il
            <emph>qu</emph> radicale, in <emph>c</emph> parimente radicale. Che questa lettera fosse
          radicale anche ab antico si può raccogliere dalla voce <foreign lang="lat" rend="italic"
            >praecox</foreign> (cioè <emph>praecocs</emph>) <foreign lang="lat" rend="italic"
            >praecocis</foreign>, la quale (spogliata della prep. <emph>prae</emph>) forse contiene
          la radice di <foreign lang="lat" rend="italic">coquere</foreign>. E molte altre pronunzie
          volgari di voci derivate dal latino, si potrebbono forse dimostrare antichissime con
          simili osservazioni delle loro radici (o già note, o scopribili), delle voci loro affini
          ec. (30. Luglio. 1822.). <bibl>V. <author>Forcellini</author>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Coquo, Praecox</foreign>
          </bibl> ec. e il Glossario.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Da quello che altrove ho detto de’ numeri ec. si deduce che gli animali, non avendo
          lingua, non sono capaci di concepir quantità determinata ec. se non menoma, e ciò non per
          difetto di ragione, e insufficienza e scarsezza d’intendimento, ma per la detta
          necessarissima causa. (30. Luglio 1822.). Onde l’idea della quantità determinata (benchè
          cosa materialissima) è <pb ed="aut" n="2589"/> esclusivamente propria dell’uomo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La letteratura greca fu per lungo tempo (anzi lunghissimo) l’unica del mondo (allora ben
          noto): e la latina (quand’ella sorse) naturalissimamente non fu degnata dai greci, essendo
          ella derivata in tutto dalla greca; e molto meno fu da essi imitata. Come appunto i
          francesi poco degnano di conoscere e neppur pensano d’imitare la letteratura russa o
          svedese, o l’inglese del tempo d’Anna, tutte nate dalla loro. Così anche, la lingua greca
          fu l’unica formata e colta nel mondo allora ben conosciuto (giacchè p. e. l’India non era
          ben conosciuta). Queste ragioni fecero naturalmente che la letteratura e lingua greca si
          conservassero tanto tempo incorrotte, che d’altrettanta durata non si conosce altro
          esempio. Quanto alla lingua n’ho già detto altrove. Quanto alla letteratura, lasciando
          stare Omero, è prodigiosa la durata della letteratura greca non solo incorrotta, ma
            <emph>nello stato di creatrice</emph>. Da Pindaro, Erodoto, Anacreonte, Saffo, Mimnermo,
          gli altri lirici ec. ella dura senza interruzione fino a Demostene; se non che, dal tempo
          di Tucidide a Demostene, ella si restringe alla sola Atene per <pb ed="aut" n="2590"/>
          circostanze ch’ora non accade esporre. <bibl>V. <author>Velleio</author> lib.1.
          fine</bibl>. Nati, anzi propagati e adulti i sofisti e cominciata la letteratura greca
          (non la lingua) a degenerare, (massime per la perdita della libertà, da Alessandro, cioè
          da Demostene in poi), ella con pochissimo intervallo risorge in Sicilia e in Egitto, e
          ancora quasi in istato di creatrice. Teocrito, Callimaco, Apollonio Rodio ec. Finito il
          suo stato di creatrice, e dichiaratasi la letteratura greca imitatrice e figlia di se
          stessa, cioè ridotta (come sempre a lungo andare interviene) allo studio e imitazione de’
          suoi propri classici antichi, l’esser questi classici, suoi, e questa imitazione, di se
          stessa, la preserva dalla corruzione, e purissimi di stile e di lingua riescono Dionigi
          Alicarnasseo, Polibio, e tutta la <foreign lang="grc">φορὰ</foreign> di scrittori greci
          contemporanei al buon tempo della letteratura latina; i quali appartengono alla classe, e
          sono in tutto e per tutto una <foreign lang="grc">φορὰ</foreign> d’imitatori dell’antica
          letteratura greca, e di quella <foreign lang="grc">φορὰ</foreign> durevolissima di
          scrittori greci classici, ch’io chiamo <foreign lang="grc">φορὰ</foreign> creatrice.
          Corrotta già <pb ed="aut" n="2591"/> la letteratura latina, e sfruttata e indebolita, la
          greca sopravvive alla sua figlia ed alunna, e s’ella produce degli Aristidi, degli Erodi
          attici, e altri tali retori di niun conto nello stile (non barbari però, e nella lingua
          purissimi), ella pur s’arricchisce d’un Arriano, d’un Plutarco, d’un Luciano, ec. che
          quantunque imitatori, pur sanno così bene scrivere, e maneggiar lo stile e la lingua
          antica o moderna, che quasi in parte le rendono la facoltà creatrice. Aggiungi che in tal
          tempo la Grecia, colla sua letteratura e lingua incorrotta, era serva, e l’Italia signora
          colla sua letteratura e lingua imbastardita e impoverita. (30. Luglio 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La storia di ciascuna lingua è la storia di quelli che la parlarono o la parlano, e la
          storia delle lingue è la storia della mente umana. (<quote>
            <foreign lang="fre">L’histoire de chaque langue est l’histoire des peuples qui l’ont
              parlée ou qui la parlent, et l’histoire des langues est l’histoire de l’esprit
            humain</foreign>
          </quote>.) (31. Luglio, dì di S. Ignazio Loiola. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2592"/> Intorno all’etimologia di <emph>favellare</emph>. <quote>
            <emph>L’altre due voci sono</emph>
            <emph rend="sc">favellare</emph>
            <emph>e</emph>
            <emph rend="sc">cicalare</emph>: <emph>l’una si è dir favole; e</emph>
            <emph rend="sc">cicalare</emph>
            <emph>si è il cigolare degli uccelli</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cellini</author>
            <title>Discorso sopra la differenza nata tra gli Scultori e Pittori circa il luogo
              destro stato dato alla Pittura nelle Essequie del gran Michelagnolo Bonarroti.</title>
            fine. <title>Opere di Benvenuto Cellini</title>, Mil. 1806-11. vol. 3. p. 261</bibl>.
          Parla di <emph>tre voci</emph> che s’usano in lingua toscana per esprimere il
            <emph>parlare</emph>, e la prima detta dal Cellini si è <emph>ragionare</emph>, il che
          egli dice che vuol fare, e non <emph>favellare</emph> nè <emph>cicalare</emph>. (2.
          Agosto, dì del perdono. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Le stelle, i pianeti ec. si chiamano più o men belle, secondo che sono più o meno lucide.
          Così il sole e la luna secondo che son chiari e nitidi. Questa così detta bellezza non
          appartiene alla speculazione del bello, e vuol dir solamente che il lucido, per natura, è
          dilettevole all’occhio nostro, e rallegra l’animo ec. ec. (3. Agosto. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2581. marg. Fra le lingue antiche, la greca non solo ebbe infiniti scrittori
          prima della sua grammatica, ma prima ancora d’ogni grammatica conosciuta. Quindi la sua
          inesauribile ricchezza, e la sua assoluta onnipotenza. La lingua latina per <pb ed="aut"
            n="2593"/> verità non dico che avesse Vocabolari (sebbene ebbe forse parecchie
          nomenclature ec. come la greca col tempo ebbe i suoi libri detti <foreign lang="grc"
            >Ἀττικισταὶ</foreign> ec. ec.), e certo ebbe parecchi scrittori anteriori alla sua
          grammatica (fra’ quali se vogliamo porre Cicerone, sarà certo che questi furono i
          migliori), ma la grammatica essa già l’aveva in quella della lingua greca, studiando la
          qual lingua per principii e nelle scuole ec. (cosa che i greci non avevano mai fatto con
          altra lingua del mondo) necessariamente i latini imparavano le regole universali della
          grammatica e l’analisi esatta del linguaggio, e applicavano tutto ciò alla lingua loro:
          lasciando star gl’infiniti libri di grammatica greca che già s’avevano dal tempo de’
          Tolomei in giù. Quindi la lingua latina, per antica, riuscì meno libera e meno varia
          d’ogni altra. Laddove la lingua italiana scritta primieramente da tanti che nulla sapevano
          dell’analisi del linguaggio (poco o nulla studiando altra lingua e grammatica, come
          sarebbe stata la latina), venne, per lingua moderna, similissima di ricchezza e
          d’onnipotenza alla greca. La lingua tedesca ha veramente <pb ed="aut" n="2594"/>
          grammatica, ma non so quanto sia rispettata dagli scrittori tedeschi; ovvero le eccezioni
          superando le regole, queste vengono ad essere illusorie, e il grammatico non può far altro
          ch’andar qua e là dietro chi scrive, per vedere e notar come scrivono. Di più ella non ha
          vocabolario riconosciuto per autorevole, e questo in una lingua moderna è una gran cosa
          conducentissima alla ricchezza, potenza, libertà della lingua. (4. Agosto. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che le voci greche nelle lingue nostre non sono altro che termini (in
          proporzione però del tempo da ch’elle vi sono introdotte: p. e. <emph>filosofia</emph> e
          tali altre voci greche venuteci mediante il latino, sono alquanto più che termini), cioè
          ch’elle non esprimono se non se una pura idea, senz’alcun’altra concomitante. Per questa
          ragione appunto, oltre le altre notate altrove, le voci greche sono infinitamente a
          proposito nelle nostre scuole e scienze, perocch’elle rappresentano costantemente e
          schiettamente quella nuda, secca e semplicissima idea alla quale sono state appropriate; e
          perciò servono alla precisione <pb ed="aut" n="2595"/> molto meglio di quello che possano
          mai fare le voci tolte dalle proprie lingue, le quali voci benchè fossero formate,
          composte ec. di nuovo, sempre porterebbero seco qualche idea concomitante. Ma per questa
          medesima ragione le voci greche sono intollerabili nella bella letteratura (barbare poi
          nella poesia, benchè i francesi si facciano un pregio, un vezzo e una galanteria
          d’introdurcele), dove intollerabili sono le idee secche e nude, o la secca e nuda
          espressione delle idee. (6. Agosto 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A ciò che ho detto altrove di quel verso dell’Alfieri, <quote>
            <emph>Disinventore od inventor del nulla</emph>
          </quote>, soggiungi. Quest’appunto è la mirabile facoltà della lingua greca, ch’ella
          esprime facilmente, senza sforzo, senza affettazione, pienamente e chiarissimamente, in
          una sola parola, idee che l’altre lingue talvolta non possono propriamente e interamente
          esprimere in nessun modo, non solo in una parola, ma nè anche in più d’una. E questo non
          lo conseguisce la detta lingua per altro mezzo che della immensa facoltà de’ composti.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2596"/> Quanta sia l’influenza dell’opinione e dell’assuefazione anche sui
          sensi, l’ho notato altrove coll’esempio del gusto, che pur sembra uno de’ sensi più
          difficili ad essere influiti da altro che dalle cose materiali. Aggiungo una prova
          evidente. Io mi ricordo molto bene che da fanciullo mi piaceva effettivamente e parevami
          di buon sapore tutto quello che (per qualunque motivo ch’essi s’avessero) m’era lodato per
          buono da chi mi dava a mangiare. Moltissime delle quali cose, ch’effettivamente secondo il
          gusto dei più, sono cattive, ora non solo non mi piacciono, ma mi dispiacciono. Nè per
          tanto il mio gusto intorno ai detti cibi s’è mutato a un tratto, ma appoco appoco, cioè di
          mano in mano che la mente mia s’è avvezzata a giudicar da se, e s’è venuta rendendo
          indipendente dal giudizio e opinione degli altri, e dalla prevenzione che preoccupa la
          sensazione. La qual assuefazione ch’è propria dell’uomo, e ch’è generalissima, potrà
          essere ridicolo, ma pur è verissimo il dire che influisce anche in queste minuzie, e
          determina il giudizio <pb ed="aut" n="2597"/> del palato sulle sensazioni che se gli
          offrono, e cambia il detto giudizio da quello che soleva essere prima della detta
          assuefazione. In somma tutto nell’uomo ha bisogno di formarsi; anche il palato: ed è cosa
          facilissimamente osservabile che il giudizio de’ fanciulli sui sapori, e sui pregi e
          difetti dei cibi relativamente al gusto, è incertissimo, confusissimo e imperfettissimo: e
          ch’essi in moltissimi, anzi nel più de’ casi non provano punto nè il piacere che gli
          uomini fatti provano nel gustare tale o tal cibo, nè il dispiacere nel gustarne tale o tal
          altro. Lascio i villani, e la gente avvezza a mangiar poco, o male, o di poche qualità di
          cibi, il cui giudizio intorno ai sapori (anzi il sentimento ch’essi ne provano) è poco
          meno imperfetto e dubbio che quel dei fanciulli. Tutto ciò a causa dell’inesercizio del
          palato.</p>
        <p>Del resto quello ch’io ho detto di me stesso, avviene indubitatamente a tutti, e ciascuno
          se ne potrà ricordare. Perchè sebbene non tutti, col crescere, si liberano dall’influenza
          della prevenzione, <pb ed="aut" n="2598"/> e acquistano l’abito di giudicare da se
          generalmente parlando, pure, in quanto alle sensazioni materiali, difficilmente possono
          mancare di acquistarlo, essendo cosa di cui tutti gli spiriti sono capaci. Nondimeno anche
          questo va in proporzione degl’ingegni, e della maggiore o minore conformabilità, ed io ho
          espressamente veduto uomini di poco, o poco esercitato talento, durar lunghissimo tempo a
          compiacersi di saporacci e alimentacci ai quali erano stati inclinati nella fanciullezza.
          E ho veduto pochi uomini il cui spirito dalla fanciullezza in poi abbia fatto notabile
          progresso, pochi, dico, n’ho veduti, che anche intorno ai cibi non fossero mutati quasi
          interamente di gusto da quel ch’erano stati nella puerizia.</p>
        <p>Ben potrebbono tuttavia esser poco conformabili i sensi esteriori, o qualcuno de’
          medesimi, in un uomo di conformabilissimo ingegno. Ma si vede in realtà che questo accade
          di rado, e per lo più la natura degli individui (come quella delle specie, e dei generi, e
          come la natura universale) si corrisponde appresso a poco in ciascuna sua parte. <pb
            ed="aut" n="2599"/> E in questo caso particolarmente ciò è ben naturale, poichè la
          conformabilità non è altro che maggiore o minor dilicatezza di organi e di costruzione; e
          difficilmente si trovano affatto rozzi, duri, non pieghevoli i tali o tali organi in un
          individuo che sia dilicatamente formato nell’altre sue parti. Come infatti è osservato da’
          fisici che l’uomo (della cui suprema conformabilità di mente diciamo altrove) è parimente
          di tutti gli animali il più abituabile, e il più conformabile nel fisico: però il genere
          umano vive in tutti i climi, e uno individuo medesimo in vari climi ec. a differenza degli
          altri animali, piante ec. Così mi faceva osservare in Firenze il Conte Paoli. (6. Agosto.
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uniformità è certa cagione di noia. L’uniformità è noia, e la noia uniformità.
          D’uniformità vi sono moltissime specie. V’è anche l’uniformità prodotta dalla continua
          varietà, e questa pure è noia, come ho detto altrove, e provatolo con esempi. V’è la
          continuità di tale o tal piacere, la qual continuità è uniformità, e perciò noia ancor
          essa, benchè il suo soggetto sia il piacere. Quegli sciocchi poeti, i quali vedendo che le
          descrizioni nella poesia sono piacevoli hanno ridotto la poesia a continue descrizioni,
          hanno tolto il piacere, e sostituitagli la noia (come i bravi poeti stranieri moderni,
          detti <emph>descrittivi</emph>): ed io ho veduto persone di niuna letteratura, leggere
          avidamente l’Eneide <pb ed="aut" n="2600"/> (ridotta nella loro lingua) la qual par che
          non possa esser gustata da chi non è intendente, e gettar via dopo i primi libri le
          Metamorfosi, che pur paiono scritte per chi si vuol divertire con poca spesa. Vedi quello
          che dice Omero in persona di Menelao: <quote>
            <emph>Di tutto è sazietà, della cetra, del sonno</emph>
          </quote> ec. La continuità de’ piaceri, (benchè fra loro diversissimi) o di cose poco
          differenti dai piaceri, anch’essa è uniformità, e però noia, e però nemica del piacere. E
          siccome la felicità consiste nel piacere, quindi la continuità de’ piaceri (qualunque si
          sieno) è nemica della felicità per natura sua, essendo nemica e distruttiva del piacere.
          La Natura ha proccurato in tutti i modi la felicità degli animali. Quindi ell’ha dovuto
          allontanare e vietare agli animali la continuità dei piaceri. (Di più abbiamo veduto
          parecchie volte come la Natura ha combattuto la noia in tutti i modi possibili, ed avutala
          in quell’orrore che gli antichi le attribuivano rispetto al vuoto.) Ecco come i mali
          vengono ad esser necessarii alla stessa felicità, e pigliano vera e reale essenza <pb
            ed="aut" n="2601"/> di beni nell’ordine generale della natura: massimamente che le cose
          indifferenti, cioè non beni e non mali, sono cagioni di noia per se, come ho provato
          altrove, e di più non interrompono il piacere, e quindi non distruggono l’uniformità, così
          vivamente e pienamente come fanno, e soli possono fare, i mali. Laonde le convulsioni
          degli elementi e altre tali cose che cagionano l’affanno e il male del timore all’uomo
          naturale o civile, e parimente agli animali ec. le infermità, e cent’altri mali
          inevitabili ai <emph>viventi</emph>, anche nello stato primitivo, (i quali mali benchè
          accidentali uno per uno, forse il genere e l’università loro non è accidentale) si
          riconoscono per conducenti, e in certo modo necessarii alla felicità dei viventi, e quindi
          con ragione contenuti e collocati e ricevuti nell’ordine naturale, il qual mira in tutti i
          modi alla predetta felicità. E ciò non solo perch’essi mali danno risalto ai beni, e
          perchè più si gusta la sanità dopo la malattia, e la calma dopo la tempesta: ma perchè
          senza essi mali, i beni <pb ed="aut" n="2602"/> non sarebbero neppur beni a poco andare,
          venendo a noia, e non essendo gustati, nè sentiti come beni e piaceri, e non potendo la
          sensazione del piacere, in quanto realmente piacevole, durar lungo tempo ec. (7. Agosto
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἔργα νέων, βουλαὶ δὲ μέσων, εὐχαὶ δὲ γερόντων</foreign>
          </quote>. Verso di non so qual poeta antico, applicabile e proporzionabile alle diverse
          età del genere umano, come lo è qualunque cosa si possa dire intorno alle diverse età
          dell’individuo. E infatti del secol nostro non è proprio altro che il
          <emph>desiderio</emph> (eternamente inseparabile dall’uomo anche il più inetto, e debole,
          e inattivo e non curante; per cagione dell’amor proprio che spinge alla felicità, la qual
          mai non s’ottiene) e il lasciar fare. (7. Agosto. 1822.).</p>
      </div1>
      <div1 n="2602 - 2800">
        <p>Ho mostrato altrove che quasi tutte le principali scoperte che servono alla vita civile
          sono state opera del caso, e tiratone le sue conseguenze. Voglio ora spiegare e confermar
          la cosa con un esempio. L’arte di fare il vetro, anzi l’idea di farlo, e la pura
          cognizione di poterlo fare (la qual arte è antichissima), è egli credibile che sia mai
          potuta venire <pb ed="aut" n="2603"/> all’uomo per via di ragionamento? Cavar dalle
          ceneri, e altre materie la cui specie esteriore è <foreign lang="lat" rend="italic">toto
            coelo</foreign> distante dalla forma e qualità del vetro (<bibl>v. <title>l’Arte
              Vetraria</title> d’<author>Antonio Neri</author>
          </bibl>) un corpo traslucido, fusibile, configurabile a piacimento ec. ec. può mai essere
          stato a principio insegnato da altro che da uno o più semplicissimi e assolutissimi casi?
          Ora quanta parte abbia l’uso del vetro nell’uso della vita e delle comodità civili,
          com’esso appartenga al numero dei generi necessari, come abbia servito alle scienze,
          quante immense e infinite scoperte si sieno fatte in ogni genere per mezzo de’ vetri
          ridotti a lenti ec. ec. ec., quanto debbano al vetro l’Astronomia, la Notomia, la Nautica
          (tanto giovata e promossa dalla scoperta dei satelliti di Giove fatta col telescopio ec.),
          tutte queste cose mi basta accennarle. Ma le accenno affinchè si veda che quando anche le
          successive scoperte, perfezionamenti ec. fatti, acquistati ec. intorno al vetro, o per
          mezzo del vetro ec. non sieno stati casuali ma pensati (sebbene l’invenzione dell’occhiale
          e del Cannocchiale si dice che fosse a caso): contuttociò si debbono <pb ed="aut" n="2604"
          /> tutti, esattamente parlando, riconoscere per casuali, essendo casuale la loro origine,
          cioè l’invenzione del vetro, senza la quale niente del sopraddetto avrebbe avuto luogo. E
          però tutta quella parte (non piccola) del sapere, dei comodi, della civiltà umana che ha
          dipendenza e principio ec. dall’invenzione del vetro, e che senza questa non si sarebbe
          conseguita, è realmente casuale, e per puro caso acquistata.</p>
        <p>E che queste ed altre simili innumerevoli scoperte sieno state veri casi, si può arguire
          anche dal vedere che moltissimi popoli composti di esseri che per natura, ingegno
          naturale, ec. erano e sono in tutto come noi, non essendosi dati presso loro, i casi che
          si son dati presso noi, mancavano o mancano affatto di queste o quelle invenzioni e di
          tutti i progressi dello spirito umano che ne son derivati: e ciò quando anche detti popoli
          fossero in molta società, ed avessero fatto molte altre scoperte, quali erano p. e. in
          America i Messicani, popolo in gran parte civile, che non per tanto mancava appunto del
          vetro.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2605"/> Di più osservo che quantunque la Chimica abbia fatto oggidì tanti
          progressi, e sia così dichiarata e distinta ne’ suoi principii, in maniera da parere
          ch’ella potesse e dovesse far grandi scoperte, non più attribuibili al caso, ma solo al
          ragionamento; niuna mai ne ha fatta che abbia di grandissima lunga l’importanza e
          l’influenza di quelle che ci son venute dagli antichi, fatte in tempi d’ignoranza, e senza
          principii, o con pochissimi e indigesti e mal intesi principii delle analoghe scienze (la
          scoperta della polvere, del vetro ec.) Tutto quel ch’ha fatto è stato di perfezionar le
          antiche, o di farne delle analoghe (come quella della polvere fulminante) che non si
          sarebbero fatte se le antiche non fossero state già conosciute. E quel che dico della
          Chimica dico delle altre scienze. Voglio inferire che quelle principali scoperte che o
          subito, o col perfezionamento, accrescimento, applicazione ch’hanno poi subìto, decisero e
          decidono, cagionarono e cagionano in gran parte i progressi dello spirito umano,
          originariamente non sono effetti della scienza <pb ed="aut" n="2606"/> nè del discorso, ma
          del puro caso, essendo state fatte ne’ tempi d’ignoranza, e non sapendosene far di gran
          lunga delle simili colla maggior possibile scienza. E che per tanto tutta quella parte del
          sapere e della civiltà, tutto quel preteso perfezionamento dell’uomo e della società che
          dipende in qualunque modo dalle predette scoperte (la qual parte è grandissima anzi
          massima), non è stato nè preordinato nè prevoluto dalla natura, perchè quegli che non ha
          preordinato nè prevoluto le cause e le prime indispensabili origini (le quali, come dico,
          sono state assolutamente accidentali), non può avere ordinato nè voluto gli effetti. (10.
          Agosto, dì di S. Lorenzo. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quello che ho detto del vetro, si dee dire di mille e mille altre importantissime
          invenzioni, che senza una benchè menoma notizia e traccia ec. che però il solo caso ha
          potuto somministrare, non si sarebbero mai potute fare, e però son tutte casuali, per
          applicate, accresciute, perfezionate che sieno state in seguito, e quando anche non si
          possano più riconoscere da quel che furono <pb ed="aut" n="2607"/> a principio, non si
          possa neanche investigare la loro prima origine e forma e natura, ec. ec. (10. Agosto.
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Così tosto come il bambino è nato, convien che la madre che in quel punto lo mette al
          mondo, lo consoli, accheti il suo pianto, e gli alleggerisca il peso di quell’esistenza
          che gli dà. E l’uno de’ principali uffizi de’ buoni genitori nella fanciullezza e nella
          prima gioventù de’ loro figliuoli, si è quello di consolarli, d’incoraggiarli alla vita;
          perciocchè i dolori e i mali e le passioni riescono in quell’età molto più gravi, che non
          a quelli che per lunga esperienza, o solamente per esser più lungo tempo vissuti, sono
          assuefatti a patire. E in verità conviene che il buon padre e la buona madre studiandosi
          di racconsolare i loro figliuoli, emendino alla meglio, ed alleggeriscano il danno che
          loro hanno fatto col procrearli. Per Dio! perchè dunque nasce l’uomo? e perchè genera? per
          poi racconsolar quelli che ha generati del medesimo essere stati generati? (13. Agosto
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2608"/> Si può scrivere in italiano senza scrivere in maniera italiana,
          laddove non si può quasi scrivere in francese che non si scriva alla maniera francese. E
          si può scrivere e parlare in italiano e non all’italiana: scrivere un italiano non
          italiano ec. (16. Agosto, dì di S. Rocco. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Sallustio</author>, <title>Catil.</title> c. 23.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Maria montesque polliceri</foreign>
          </quote>. Non si trova, ch’io sappia, questo proverbio, oggi volgarissimo in Italia, se
          non in questo scrittore studiosissimo delle voci e maniere antiche, e che per conseguenza
          bene spesso declina alle voci e maniere popolari, come sempre accade agli scrittori
          studiosi dell’antichità della lingua, della quale antichità principal conservatrice è la
          plebe. (17. Agosto. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La nazione spagnuola poetichissima per natura e per clima fra tutte l’Europee (non
          agguagliata in ciò che dall’Italia e dalla Grecia), e fornita di lingua poetichissima
            <emph>fra le lingue perfette</emph> (non inferiore in detta qualità se non all’italiana,
          e non agguagliata di gran lunga da nessun’altra) non ha mai prodotto un poeta nè un poema
          che sia o sia stato di celebrità veramente <pb ed="aut" n="2609"/> europea. Tanto
          prevagliono le istituzioni politiche alle qualità naturali. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἥμισυ γὰρ τ’ ἀρετῆς ἀποαίνυται δοᾣύλιον ἦμαρ</foreign>
          </quote> (Homer.). E questa osservazione può molto servire a quelli che sostengono la
          maggiore influenza del governo rispetto al clima. (18. Agosto. Domenica. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’immenso francesismo che inonda i costumi e la letteratura e la lingua degl’italiani e
          degli altri europei, non è bevuto se non dai libri francesi, e dall’influenza delle loro
          mode, e coll’andarli a trovare in casa loro, il che per quanto sia frequente, non può mai
          esser gran cosa. Laddove Roma e l’Italia da’ tempi del secondo Scipione in poi, e massime
          sotto i primi imperatori, era piena di greci (greci proprii, o nativi d’altri paesi
          grecizzati); n’eran piene le case de’ nobili, dove i greci erano chiamati e ricevuti e
          collocati stabilmente in ogni genere di uffici, da quei della cucina, fino a quello di
          maestro di filosofia ec. ec. (<bibl>V. <author>Luciano</author>
            <title>
              <foreign lang="grc">περὶ τῶν ἐπὶ μισθῷ συνόντων</foreign>
            </title>
          </bibl>, <pb ed="aut" n="2610"/> e <bibl>l’epig. di <author>Marziale</author> del <title
              lang="lat" rend="italic">graeculus esuriens</title>
          </bibl> ec. ec.); n’eran pieni i palazzi e gli offici pubblici: oltre che tutti i ricchi
          mandavano i figli a studiare in Grecia, e questi poi divenivano i principali in Roma e in
          Italia, nelle cariche, nel foro ec. Quindi si può stimar quale e quanto dovesse
          necessariamente essere il grecismo de’ costumi, e letteratura, e quindi della lingua in
          Italia a quei tempi. Aggiunto che anche le donne avevano a sapere il greco, lo studio che
          tutti più o meno facevano de’ loro libri, e il piacere che ne prendevano, e le biblioteche
          che ne componevano ec. ec. (18. Agosto. Domenica. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dicasi quel che si vuole. Non si può esser grandi se non pensando e operando contro
          ragione, e in quanto si pensa e opera contro ragione, e avendo la forza di vincere la
          propria riflessione, o di lasciarla superare dall’entusiasmo, che sempre e in qualunque
          caso trova in essa un ostacolo, e un nemico mortale, e una virtù estinguitrice, e
          raffreddatrice. (22. Agosto 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2611"/> Nessuna cosa è vergognosa per l’uomo di spirito nè capace di farlo
          vergognare, e provare il dispiacevole sentimento di questa passione, se non solamente il
          vergognarsi e l’arrossire. (22. Agosto. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non basta che lo scrittore sia padrone del proprio stile. Bisogna che il suo stile sia
          padrone delle cose: e in ciò consiste la perfezion dell’arte, e la somma qualità
          dell’artefice. Alcuni de’ pochissimi che meritano nell’Italia moderna il nome di scrittori
          (anzi tutti questi pochissimi), danno a vedere di essere padroni dello stile: vale a dir
          che il loro stile è fermo, uguale, non traballante, non sempre sull’orlo di precipizi, non
          incerto, non legato e <foreign lang="fre" rend="italic">rétréci</foreign>, come quello di
          tutti gli altri nostri moderni, francesisti o no, ma libero e sciolto e facile, e che si
          sa spandere e distendere e dispiegare e scorrere, sicuro di non dir quello che lo
          scrittore non vuole intendere, sicuro di non dir nulla in quel modo che lo scrittore non
          lo vuol dire, sicuro di non dare in un altro stile, di non cadere in una qualità che lo
          scrittore voglia evitare; procede a piè saldo senza inciampare nè dubitare di se stesso,
          non va a trabalzoni, ora in cielo ora in terra, or qua or là, ec. Tutte queste qualità nel
          loro stile si trovano, e si dimostrano, cioè si fanno sentire al lettore. Questi tali son
          padroni del loro stile. Ma il loro stile non è padrone delle cose, vale <pb ed="aut"
            n="2612"/> a dir che lo scrittore non è padrone di dir nel suo stile tutto ciò che
          vuole, o che gli bisogna dire, o di dirlo pienamente e perfettamente: e anche questo si fa
          sentire al lettore. Perciocchè spessissimo occorrendo loro molte cose che farebbero
          all’argomento, al tempo, ec. che sarebbero utili o necessarie in proposito, e ch’essi
          desidererebbero dire, e concepiscono perfettamente, e forse anche originalmente, e che
          darebbero luogo a pensieri notabili e belli; essi scrittori, ben conoscendo questo,
          tuttavia le fuggono, o le toccano di fianco, e di traverso, e se ne spacciano pel
          generale, o ne dicono sola una parte, sapendo ben che tralasciano l’altra, e che sarebbe
          bene il dirla, o in somma non confidano o disperano di poterle dire o dirle pienamente nel
          loro stile. La qual cosa non è mai accaduta ai veri grandi scrittori, ed è mortifera alla
          letteratura. E per ispecificare; i detti scrittori sono e si mostrano sicuri di non dare
          nel francese (cioè in quel cattivo italiano che è proprio del nostro tempo, e quindi
          naturale anche a loro, anzi solo naturale), ma non sono nè si mostrano sicuri di <pb
            ed="aut" n="2613"/> poter dire nel buono italiano tutto quello che loro occorra; come lo
          erano i nostri antichi. Anzi lasciano ottimamente sentire, che molte cose quasi
          necessarie, e delle quali si compiacerebbero se le avessero potuto e saputo dire nel buono
          italiano, e la cui mancanza si sente, e che molte volte sono anche notissime a tutti in
          questo secolo, essi le tralasciano avvertitamente, e le dissimulano, almeno da qualche
          necessaria parte, e se ne mostrano o ignoranti, o poco istruiti, o di non averle
          concepite, quando pur l’hanno fatto anche più degli altri, e che in somma non ardiscono
          dirle per timore di offendere il buono italiano e il proprio stile. Il qual timore e la
          quale impotenza assicurerebbe alla letteratura e filosofia italiana di non dar mai più un
          passo avanti, e di non dir mai più cosa nuova, come pur troppo si verifica nel fatto. (27.
          Agosto. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Lo scriver francese tutto staccato, dove il periodo non è mai legato col precedente (anzi
          è vizio la collegazione e congiuntura de’ periodi, come <pb ed="aut" n="2614"/> nelle
          altre lingue è virtù), il cui stile non si dispiega mai, e non sa nè può nè dee mai
          prendere quell’andamento piano, modesto disinvoltamente, unito e fluido che è naturale al
          discorso umano, anche parlando, e proprio di tutte le altre nazioni; questo tale scrivere,
          dico io, fuor del quale i francesi non hanno altro, è una specie di Gnomologia. E queste
          qualità gli convengono necessariamente, posto quell’avventato del suo stile, di cui non
          sanno fare a meno i francesi, e senza cui non trovano degno alcun libro di esser letto.
          Per la quale avventatezza lo scrittore e il lettore hanno di necessità ogni momento di
          riprender fiato. E par proprio così, che lo scrittore parli con quanto ha nel polmone, e
          perciò gli convenga spezzare il suo dire, e fare i periodi corti, per fermarsi a
          respirare. (28. Agosto 1822.). Effettivamente il tuono di qualunque scrittura francese fin
          dalla prima sillaba è quello di uno che parla ad alta voce. Tale riesce almeno per chi non
            <pb ed="aut" n="2615"/> è francese, e per chi non è assuefatto durante tutta la sua vita
          a letture francesi ec. Quel tuono moderato del discorso naturale, col qual tuono gli
          antichi aprivano anche le loro Orazioni, e fra queste, anche <add resp="ed">le</add> più
          veementi e passionate, è una qualità eterogenea anche alle lettere familiari de’ francesi.
          (28. Agosto 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In questa, come in molte altre qualità, lo scriver francese si rassomiglia allo stile
          orientale, il quale anch’esso per le medesime ragioni, e per loro necessaria conseguenza è
          tutto spezzato, come si vede ne’ libri poetici e sapienziali della scrittura. La lingua
          ebraica manca quasi affatto di congiunzioni d’ogni sorta, e non può a meno di passar da un
          periodo all’altro senza legame, se pure vuol servire alla varietà, perchè altrimenti tutti
          i suoi periodi comincerebbero, come moltissimi cominciano, dall’<emph>uau</emph>. Ma ciò
          può esser virtù per gli orientali, essendo difetto ne’ francesi: perchè a quelli è
          naturale, a questi no. Neppur noi italiani, neppur gli spagnuoli hanno quella tanta
          soprabbondanza di sentimento vitale, e quella tanta veemenza e rapidità naturale e
          abituale e fisica d’immaginazione che hanno gli orientali; a cui perciò riesce
          insoffribilmente languido e lento quell’andamento dello scrivere che per noi è moderato, e
          quelle immagini ec. che per noi tengono <pb ed="aut" n="2616"/> il giusto mezzo; e a cui
          riesce moderatissimo quel che riesce eccessivo per noi. Ma se neppur gl’italiani e neppur
          gli spagnuoli hanno la forza abituale e fisica della vita interna che hanno gli orientall,
          molto meno ci arriveranno i francesi. E in verità il modo del loro scrivere è per loro
          abito, non già natura, come si può vedere anche ne’ loro scrittori antichi. (28. Agosto.
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La niuna società dei letterati tedeschi, e la loro vita ritirata e indefessamente
          studiosa e di gabinetto, non solo rende le loro opinioni e i loro pensieri indipendenti
          dagli uomini (o dalle opinioni altrui), ma anche dalle cose. Laonde le loro teorie, i loro
          sistemi, le loro filosofie, sono per la più parte (a qualunque genere spettino: politico,
          letterario, metafisico, morale, ec. ed anche fisico) <emph>poemi della ragione</emph>. In
          fatti delle grandi e <emph>vere e sode</emph> scoperte sulla natura e la teoria dell’uomo,
          de’ governi ec. ec. la fisica generale ec. n’han fatto gl’inglesi (come Bacone, Newton,
          Locke), i francesi (come Rousseau, Cabanis) e anche qualche italiano (come Galilei,
          Filangieri ec.), ma i tedeschi nessuna, benchè tutto quello che i loro <pb ed="aut"
            n="2617"/> filosofi scrivono, sia, per qualche conto, nuovo, e benchè i tedeschi
          abbondino d’originalità in ogni genere sopra ogni altra nazion letterata (ma non sanno
          essere originali se non sognando): e benchè la nazion tedesca abbia tanti metafisici,
          computando anche i soli moderni, quanti non ne hanno le altre nazioni tutte insieme,
          computando i moderni e gli antichi: e bench’ella sia profondissima d’intelletto per
          natura, e per abito. Di più i letterati tedeschi hanno appunto in sommo grado quello che
          si richiede al filosofo per non esser sognatore, e per non discostarsi dal vero andandone
          in cerca: il che i filosofi delle altre nazioni non sogliono avere. Vale a dir che i
          tedeschi hanno un sapere immenso, una cognizione quasi (s’egli è possibile) intera e
          perfetta di tutte le cose che sono e che furono. Ed essendo essi così padroni della realtà
          per forza del loro studio, e gli altri letterati essendo così poco padroni de’ fatti, è
          veramente maraviglioso, come certissimo, che <pb ed="aut" n="2618"/> laddove l’altre
          nazioni oramai tutte filosofano anche poetando, i tedeschi poetano filosofando. E si può
          dir con verità che il menomo e il più superficiale de’ filosofi francesi (così leggieri e
            <foreign lang="fre" rend="italic">volages</foreign> per natura e per abito) conosce
          meglio l’uomo effettivo e la realtà delle cose, di quel che faccia il maggiore e il più
          profondo de’ filosofi tedeschi (nazione sì riflessiva). Anzi la stessa profondità nuoce
          loro: e il filosofo tedesco tanto più s’allontana dal vero, quanto più si profonda o
          s’inalza; all’opposto di ciò che interviene a tutti gli altri. (29. Agosto. 1822.). I
          tedeschi incontrano molto meglio e molto più spesso nel vero quando scherzano, o quando
          parlano con una certa leggerezza e guardando le cose in superficie, che quando ragionano:
          e questo o quel romanzo di Wieland contiene un maggior numero di verità solide, o nuove, o
          nuovamente dedotte, o nuovamente considerate, sviluppate ed espresse, anche di genere
          astratto, che non ne contiene la Critica della ragione di Kant. (30. Agosto 1822.). Vedi
          l’abbozzo del mio discorso sopra i costumi presenti degl’italiani.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2619"/> È curioso l’osservare come l’universalità sia passata dalla lingua
          greca ch’è la più ricca, vasta, varia, libera, ardita, espressiva, potente, naturale di
          tutte le lingue colte, alla francese ch’è la più povera, limitata, uniforme, schiava,
          timida, languida, inefficace, artifiziale delle medesime. E più curioso che l’una e
          l’altra lingua abbiano servito all’universalità appunto perchè possedevano in sommo grado
          le predette qualità, che sono contrarie direttamente fra loro. E pur tant’è, ed anche
          oggidì dalla lingua francese in fuori, non v’è, e mancando la lingua francese, non vi
          sarebbe lingua meglio adattata all’universalità della greca, ancorchè morta, (2. Settem.
          1822.) ed ancorch’ella sia precisamente l’estremo opposto alla lingua francese. (2. Sett.
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 1271. Io tengo per certissimo che l’invenzione dell’alfabeto sia stata una al
          mondo, voglio dir che la scrittura alfabetica non sia stata inventata in più luoghi (o al
          medesimo tempo o in diversi tempi) ma in un solo, e da <pb ed="aut" n="2620"/> questo sia
          passata la cognizione e l’uso della detta scrittura di mano in mano a tutte le nazioni che
          scrivono alfabeticamente. Non è presumibile che un’invenzione ch’è un miracolo dello
          spirito umano (o forse ha la sua origine dal caso come il più delle invenzioni strepitose)
          sia stata ripetuta da molti, cioè fatta di pianta da molti spiriti. E la storia conferma
          ciò ch’io dico. 1. Le nazioni che non hanno, o non hanno avuto commercio con alcun’altra,
          o con alcun’altra letterata, non hanno avuto o non hanno alfabeto. Cento altre nostre
          cognizioni mirabili si son trovate sussistenti presso questo o quel popolo nuovamente
          scoperto: l’alfabeto (primo mezzo di vera civilizzazione) non mai. Il Messico avea
          governo, politica, nobiltà, gerarchie, premi militari, anzi Ordini cavallereschi
          rimuneratorii del merito, calendario, architettura, idraulica, cento belle arti manuali,
          navigazione, ec. ec. ed anche storie e libri geroglifici, ma non alfabeto. La China ha
          inventato polvere, bussola, e fino la stampa; ha infiniti libri, ha prodotto un Confucio,
            <pb ed="aut" n="2621"/> ha letteratura, ha gran numero di letterati, fino a farne più
          classi distinte, con graduazioni, lauree, studi pubblici ec. ec. ma non ha alfabeto
          (benchè i libri cinesi si vendano tutto dì per le strade della China al minutissimo
          popolo, e anche ai fanciulli, e la professione del libraio sia delle più ordinarie e
          numerose). 2. Si sa espressamente per tradizione che gli alfabeti son passati da paese a
          paese. La Grecia narra d’avere avuto il suo dalla Fenicia; così ec. ec. ec. 3. Grandissima
          parte degli alfabeti dimostra l’unità dell’origine guardandone sottilmente o il materiale,
          o i nomi delle lettere (come quelli del greco paragonati agli ebraici ec. ec.). E questo,
          non ostante che le nazioni siano disparatissime, e niun commercio sia mai stato fra talune
          di esse, come tra gli ebrei e i latini antichi che ricevettero l’alfabeto (forse) dalla
          Grecia, che l’ebbe dalla Fenicia, che l’ebbe da’ samaritani o viceversa ec. ec. e così
          l’alfabeto latino vien pure a ravvicinarsi sensibilmente all’ebraico. <pb ed="aut"
            n="2622"/> 4. Se alcuni alfabeti non dimostrano affatto alcuna somiglianza con verun
          altro, nè per figura nè per nomi ec. ciò non conclude in contrario. Ma vuol dire, o che
          l’antichità tolse loro, o agli alfabeti nostri ogni vestigio della loro primissima
          origine; o piuttosto che quelle tali nazioni ricevendo pur di fuori, come le altre, l’uso
          della scrittura alfabetica, o non adottarono però l’alfabeto straniero, o adottatolo lo
          vennero appoco <add resp="ed">appoco</add> perfezionando, cioè accomodando alla loro
          lingua, finchè lo mutarono affatto: o vero tutto in un tratto gliene sostituirono un altro
          nuovo e proprio loro, come fu dell’alfabeto armeno, sostituito al greco ch’era stato usato
          fino allora dalla nazione, la quale col mezzo di esso aveva imparato a scrivere, e
          conosciuto l’uso dell’alfabeto, del che vedi p. 2012. (2. Sett. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Le nazioni civili dell’Asia, dopo la conquista d’Alessandro erano veramente <foreign
            lang="grc">δίγλωττοι</foreign> cioè parlavano e scrivevano la lingua greca, non come
          propria, ma come lingua colta, e nota universalmente, <pb ed="aut" n="2623"/> e letta da
          per tutto (e così deve intendersi il luogo di Cic. <foreign lang="lat" rend="italic">pro
            Archia</foreign>), e come noi o gli svedesi o i russi o gli olandesi scrivono il
          francese: noi (più di rado) per cagione della sua universalità; quegli altri, come anche i
          polacchi, e al tempo di Federico i prussiani, per non aver lingua che sia o fosse ancora
          abbastanza capace ec. Nè si dee credere che le lingue patrie di quelle nazioni, fossero
          spente, neanche diradate dall’uso, e sostituita loro la greca nella conversazione
          quotidiana, come accadde della latina, nelle nazioni latinizzate. Restano anche oggi le
          lingue asiatiche antiche, o dialetti derivati da quelle, o composti di quelle e d’altre
          forestiere, come dell’arabica ec. E v. ciò che s’è detto altrove di Giuseppe Ebreo, e
          Porfirio Vit. Plotini c. 17. nel <bibl>
            <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> t. 4. p. 119-120. (e quivi la nota)</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">κατὰ μὲν πάτριον διάλεκτον</foreign>
          </quote>. Di questi <foreign lang="grc">δίγλωττοι</foreign> che scrivevano in lingua non
          loro, e pure scrivevano anche egregiamente, fu Luciano da Samosata, v. le sue opp. , dove
          fa cenno della sua lingua patria, e tali altri di que’ tempi; anzi tutti gli Asiatici <pb
            ed="aut" n="2624"/> che scrissero in greco (eccetto quelli delle Colonie, come Arriano,
          Dionigi Alicarnasseo ec.), alcuni Galli non Marsigliesi nè d’altra colonia greco-gallica
          (come Favorino), alcuni Africani, massime Egiziani (perchè nel resto dell’Affrica, esclusa
          la Cirenaica, trionfò la lingua latina, ma come lingua de’ letterati e del governo ec. non
          come popolare, per quanto sembra), alcuni italiani (come M. Aurelio) ec. ec. (9. Sett.
          1822.).</p>
        <p>Questo appunto fu quello che la lingua latina non ottenne mai, o quasi mai, cioè d’esser
          bene intesa, parlata, letta, scritta da quelli che non la usavano quotidianamente come
          propria, e così si deve intendere il citato luogo di Cic. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">latina suis finibus, exiguis sane,
            continentur</foreign>
          </quote>. Pur non erano tanto ristretti neppur allora, quanto all’uso quotidiano, essendo
          già stabilito il latino in Affrica ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Visto non è altro che una contrazione del participio <foreign lang="lat" rend="italic"
            >visitus</foreign> (come <foreign lang="spa" rend="italic">quisto</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">quesitus</foreign> in ispagnuolo), ignoto agli scrittori
          latini. (14. Sett. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per la Dissertazione <emph>dell’antico volgare latino</emph> vedi fra gli altri il <bibl>
            <author>Pontedera</author>, <title lang="lat">Antiquitatum latinarum graecarumque
              enarrationes atque emendationes.</title> Patav. Manfrè, typis Seminarii, 1740. 4.<hi
              rend="apice">to</hi> epist. 1.2.</bibl> principalmente. (15. Sett. dì della B. V.
          Addolorata. 1822.). <bibl>V. anche il <author>Lanzi</author>
            <title>Saggio sulla lingua etrusca</title>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto in più luoghi che l’opinione è Signora degli individui e delle nazioni, che <pb
            ed="aut" n="2625"/> tali sono e furono e saranno quelli e queste, quali sono o furono o
          saranno le loro opinioni e persuasioni e principii. La cosa è naturalissima, e conseguenza
          necessaria dell’amor proprio in un essere ragionante. Perocchè l’amor proprio porta l’uomo
          a sceglier sempre quello che se gli rappresenta come suo maggior bene. Ma qual cosa se gli
          rappresenti come tale, ciò dipende dall’opinione, e così la libertà dell’uomo è sempre
          determinata dall’intelletto. Quindi sebben l’uomo alle volte si scosta da’ suoi principii,
          considerando per allora come suo maggiore bene quello che pur è contrario ai medesimi,
          nondimeno è naturale che la massima parte delle operazioni, desiderii, costumi ec. sì
          degl’individui sì de’ popoli sia conforme ai principii tenuti dal loro intelletto
          stabilmente e abitualmente. (16. Sett. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che le antiche nazioni si stimavano ciascuna di natura diversa dalle
          altre, <pb ed="aut" n="2626"/> non consideravano queste come loro simili, e quindi non
          attribuivano loro nessun diritto, nè si stimavano obbligate ad esercitar cogli esteri la
          giustizia distributiva ec. se non in certi casi, convenuti generalmente per necessità,
          come dire l’osservazion de’ trattati, l’inviolabilità degli araldi ec. cose tutte, la
          ragion delle quali appoggiavano favolosamente alla religione, come quelle che da una parte
          erano necessarie volendo vivere in società, dall’altra non avevano alcun fondamento nella
          pretesa legge naturale. Quindi gli araldi amici e diletti di Giove presso Omero ec. quindi
          il violare i trattati era farsi nemici gli Dei (v. Senof. in Agesilao) ec. Ho citato
          l’Epitafios attribuito a Demostene per provare che questa falsa, ma naturale idea della
          superiorità loro ec. ec. sulle altre nazioni, le confermavano <pb ed="aut" n="2627"/> le
          nazioni antiche, e poi le fondavano sulle favole, e sulle storie da loro inventate,
          tradizioni ec. dando così a questo inganno una ragione, e una forza di massima e di
          principio. Anche più notabile in questo proposito è quel che si legge nel Panegirico
          d’Isocrate verso il principio, dove fa gli Ateniesi superiori per natura ed origine a
          tutti gli uomini. V. anche l’oraz. della Pace, dove paragona gli Ateniesi coi <quote>
            <foreign lang="grc">Τριβαλλοί</foreign>
          </quote>, e coi <quote>
            <foreign lang="grc">Λευκανοί</foreign>
          </quote>. Similmente il popolo Ebreo chiamavasi il popolo eletto, e quindi si poneva senza
          paragone alcuno al di sopra di tutti gli altri popoli sì per nobiltà, sì per merito, sì
          per diritti ec. ec. e spogliava gli altri del loro ec. ec. (25. Settembre 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Pausa, posa, posare</emph> (per riposare), <emph>riposo, riposare</emph> (reposare)
          e simili vengono indubitatamente <pb ed="aut" n="2628"/> da <foreign lang="grc"
            >παύω-παύσω-παῦσις</foreign> ec. (28. Sett. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Isocrate nel Panegirico p. 133. cioè prima del mezzo, (quando entra a parlare delle due
          guerre Persiane) lodando i costumi e gl’istituti di coloro che ressero Atene e Sparta
          innanzi al tempo d’esse guerre, dice, <quote>
            <foreign lang="grc">ἴδια μὲν ἄστη τὰς ἑαυτῶν πόλεις ἡγούμενοι, κοινὴν δὲ πατρίδα τὴν
              Ἑλλάδα νομίζοντες εἶναι</foreign>
          </quote>. (30. Settembre 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Isocrate nel Panegirico p. 150, cioè poco dopo il mezzo, raccontando i mali fatti da’
          fautori de’ Lacedemoni (<foreign lang="grc">Λακωνίζοντες</foreign>) alle loro città, dice
          dei medesimi: <quote>
            <foreign lang="grc">εἰς τοῦτο δ' ὠμότητος ἅπαντας ἡμᾶς κατέστησαν, ὥστε πρὸ τοῦ μὲν διὰ
              τὴν παροῦσαν εὐδαμονίαν, κᾂν ταῖς μικραῖς ἀτυχίαις, πολλοὺς ἕκαστος ἡμῶν</foreign>
          </quote> (parla dei privati cioè di ciascun cittadino) <quote>
            <foreign lang="grc">εἶχε τοὺς συμπαθήσοντας• ἐπὶ δὲ τῆς τούτων ἀρχῆς, διὰ τὸ πλῆθος τῶν
              οἰκείων κακῶν, ἐπαυσάμεθα ἀλλήλους ἐλεοῦντες. Οὐδενὶ γὰρ τοσαύτην</foreign>
            <pb ed="aut" n="2629"/>
            <foreign lang="grc">σχολὴν παρέλιπον, ὥσθ' ἑτέρῳ συναχθεσθῆναι</foreign>
          </quote>. E veramente l’abito della propria sventura rende l’uomo crudele <quote>
            <foreign lang="grc">ὠμὸν</foreign>
          </quote>, come dice costui. (30. Sett. 1822.). Vedi la p. seg. pensiero primo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Da quello che altrove ho detto e provato, che il piacere non è mai presente, ma sempre
          solamente futuro, segue che propriamente parlando, il piacere è un ente (o una qualità) di
          ragione, e immaginario. (2. Ott. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A ciò che ho detto altrove delle voci <emph>ermo, eremo, romito</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">hermite, hermitage</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic"
            >hermita</foreign> ec. tutte fatte dal greco <foreign lang="grc">ἔρημος</foreign>,
          aggiungi lo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">ermo</foreign>, ed <foreign
            lang="spa" rend="italic">ermar</foreign> (con <foreign lang="spa" rend="italic"
          >ermador</foreign> ec.) che significa <emph>desolare, vastare</emph>, appunto come il
          greco <foreign lang="grc">ἐρημόω</foreign>. (3. Ottobre. 1822.). Queste voci e simili sono
          tutte poetiche per l’infinità o vastità dell’idea ec. ec. Così la deserta notte, e tali
          immagini di <emph>solitudine, silenzio</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Le sensazioni o fisiche o massimamente morali che l’uomo può provare, sono, niuna di vero
          piacere, ma indifferenti o dolorose. Quanto alle indifferenti la sensibilità non giova
          nulla. Restano solo le dolorose. Quindi la sensibilità, benchè <pb ed="aut" n="2630"/>
          assolutamente considerata sia disposta indifferentemente a sentire ogni sorta di
          sensazioni, in sostanza però non viene a esser altro che una maggior capacità di dolore.
          Quindi è che necessariamente l’uomo sensibile, sentendo più vivamente degli altri, e quel
          che l’uomo può vivamente sentire in sua vita non essendo altro che dolore, dev’esser più
          infelice degli altri. Egli più capace d’infelicità, e questa capacità non può mancar
          d’esser empiuta nell’uomo. (5. Ottobre 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che il timore è la più egoistica delle passioni. Quindi ciò ch’è stato
          osservato, che in tempo di pesti, o di pubblici infortuni, dove ciascun teme per se
          medesimo, i pericoli e le morti de’ nostri più cari, non ci producono alcuno o quasi alcun
          sentimento. (5. Ottobre. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto che gli scrittori greci hanno ciascuno un vocabolarietto a parte, dal quale <pb
            ed="aut" n="2631"/> non escono mai o quasi mai, e nella totalità del quale ciascun
          d’essi si distingue benissimo da ciascun altro, e ch’esso vocabolario, massime ne’ più
          antichi è molto ristretto, e che la lingua greca ricchissima in genere, non è più che
          tanto ricca in veruno scrittore individuo; e tanto meno è ricca quanto lo scrittore è più
          antico e classico, e quindi i più antichi e classici si distinguono fra loro nelle parole
          e frasi più di quel che facciano parimente fra loro i più moderni, che son più ricchi
          assai, ed abbracciano ciascuno una maggior parte della lingua, onde debbono aver fra loro
          più di comune che gli antichi non hanno fra loro medesimi, come che le parole e frasi di
          ciascuno generalmente prese, sieno tutte ugualmente proprie della lingua.</p>
        <p>Tutto ciò si dee specialmente intendere <pb ed="aut" n="2632"/> delle radici, nelle quali
          gli antichi greci sono ristrettissimi, ciascuno quanto a se, e notabilmente diversi gli
          uni dagli altri, nella totalità del Vocabolario delle medesime. Laddove i moderni ne sono
          incomparabilmente più ricchi (come Luciano, Longino, ed anche più i più sofistici e di
          peggior gusto, e i più pedanti; rispetto p. e. ad Isocrate, Senofonte ec.), ed hanno in
          esse radici molto più di comune fra loro. Ma quanto ai composti o derivati fatti da quelle
          radici che sono familiari a ciascuno di loro, niuno scrittor greco è povero, nè scarso, nè
          troppo uniforme. Ma quando mai, sarebbero più poveri in questa parte i più moderni, che i
          più antichi. Certo sono più timidi e servili, ed attaccati all’esempio de’ precedenti, e
          parchi e ritenuti e guardinghi e cauti nella novità. La qual novità quanto alle voci, non
          può consistere in greco se non se in nuovi composti o derivati. (5. Ott. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2633"/> Dalle suddette cose si può conoscere che l’immensa ricchezza della
          lingua greca, non pregiudicava alla facilità di scriverla, e quindi non s’opponeva alla
          sua universalità, non essendo necessaria più che tanta ricchezza (o usata o conosciuta e
          posseduta) non solo per iscrivere e parlar greco, ma eziandio per iscriverlo e parlarlo
          egregiamente; e bastando poche radici per questo; poichè restavano liberi i composti
          all’arbitrio dello scrittore, o quando anche non restassero liberi, infiniti composti e
          derivati portava seco ciascuna radice, onde lo scrittore pratico di poche radici veniva
          subito ad avere una lingua molto sufficiente a tutti i suoi bisogni. Il che scemava
          infinitamente la difficoltà che si prova nelle lingue, perchè un vocabolario
          sufficientissimo <pb ed="aut" n="2634"/> allo scrittore o parlatore si riduceva sotto
          pochi elementi, e procedeva da pochi principii ossia radici, e quindi era molto più facile
          ad impararlo ed impratichirsene, che se esso senza essere niente maggiore, avesse
          contenuto tutta la lingua, ma fosse proceduto da più numerose e diverse radici. Tutte
          queste circostanze siccome quelle notate nel pensiero precedente non si trovavano nella
          lingua latina, che meno ricca della greca, era però per la sua ricchezza più difficile a
          scrivere e a parlare che la greca non fu, perchè la ricchezza (ancorchè minore) della
          latina, bisognava averla tutta in contanti, a volere scrivere e parlar latino, e
          massimamente a farlo bene. E l’orecchie latine erano delicatissime come le francesi, circa
          il vero e <pb ed="aut" n="2635"/> proprio andamento (e la purità) della loro lingua, che
          rispetto alla greca era liberissimo, cioè sommamente vario, ed in gran parte ad arbitrio.
          (8. Ottobre. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La lingua greca ch’è la più antica delle colte ben conosciute, è anche fra tutte le
          lingue colte la più capace di significar l’idee e gli oggetti più propriamente moderni
          cioè i più difficili a significarsi e di supplire ai bisogni d’espressioni, prodotti
          dall’ampiezza, varietà e profondità delle nozioni moderne. E il fatto stesso lo dimostra,
          ricorrendosi tutto dì alla lingua greca ec. come ho detto altrove. (10. Ottobre. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ταύτης δὲ τῆς ἀνωμαλίας καὶ τῆς ταραχῆς αἴτιόν ἐστιν ὅτι τὴν
              βασιλείαν, ὥσπερ ἱεροσύνην, παντὸς ἀνδρὸς εἶναι νομίζουσιν, ὃ (τ. 'ε. ἡ βασιλεία) τῶν
              ἀνθρωπίνων πραγμάτων μέγιστόν ἐστιν, καὶ πλείονος</foreign>
            <pb ed="aut" n="2636"/>
            <foreign lang="grc">προνοίας</foreign>
          </quote> (all. codd. <foreign lang="grc">πλείστης</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">δεόμενον</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Isocr.</author>
            <title>
              <foreign lang="grc">πρὸς Νικοκλέα</foreign>
            </title> p. 37</bibl>. cioè a meno di tre piccole pagine dal principio dell’Oraz. (10.
          Ott. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non c’è regola nè idea nè teoria di gusto universale ed eterno. Qual potrebb’ella essere,
          se non la natura? (e qual cosa è, o vero, essendo, si può immaginare e intendere e
          concepire da noi, fuori della natura?) ma qual natura, se non l’umana? Poichè le cose che
          cadono sotto la categoria del buon gusto o del cattivo gusto, non sono considerate se non
          per rispetto all’uomo. Or non è ella cosa manifestissima, che la natura dell’uomo si
          diversifica <emph>moltissimo</emph> secondo i climi, secoli, costumi, assuefazioni,
          governi, opinioni, circostanze fisiche, morali, politiche, ec. e queste, individuali,
          nazionali ec. ec.? Resta dunque per tutta idea e teoria di gusto <pb ed="aut" n="2637"/>
          universale ed eterno, un idea ed una teoria, che comprenda solamente, e si fondi, e si
          formi di quei principii che, relativamente al gusto, si trovano esser comuni a tutti gli
          uomini, e tenere alla primitiva e immutabile natura umana. Ma questi principii, dico io
          che sono pochissimi, ed applicabilissimi, conformabilissimi, e fecondi di numerosissime e
          diversissime conseguenze (siccome lo sono tutti i principii naturali, e veramente
          elementari, perchè la natura è semplicissima, pochi principii ha posto, e questi,
          infinitamente e diversissimamente <emph>e anche contrariamente</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <emph>Contrariamente</emph>. Non si trovano forse mille contrarietà fra le indoli,
              opinioni, costumi, di diversi tempi, nazioni, climi, individui, popoli civili fra
              loro, e rispetto ai non civili, e questi fra se medesimi, ec.? Pur tutti hanno i
              medesimi principii elementari costituenti la natura umana.</p>
          </note> modificabili): dal che segue che questa idea e questa teoria d’un gusto che sia
          veramente universale ed eterno, si riduce a pochissime regole, ed è infinitamente meno
          circoscritta e distinta di quel che comunemente si crede; e lascia luogo a infiniti <pb
            ed="aut" n="2638"/> gusti diversissimi ed anche contrarii fra loro (che noi riproviamo,
          e perchè ripugnano al gusto nostro o individuale o nazionale, e questo forse momentaneo,
          li crediamo, al nostro solito, contrarii all’universale ed eterno): anzi non solo lascia
          loro luogo, ma li produce, non meno che quello ch’a noi pare il solo vero buon gusto ec.
          (13. Ott. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ma senza alcun fallo gli uomini comunemente hanno questo difetto, e tutti generalmente in
          ciò pecchiamo, che noi della nostra vita speriamo assai, ed il nostro tempo largo
          misuriamo, e dello altrui per lo contrario sempre temiamo, e siamone scarsi e solleciti,
          debole e breve reputandolo. Perocchè chi è quello che tanto oltre sia, o che così vicino
          alla fossa abbia il piede, che non si faccia a credere di dover quattro o sei anni poter
            <pb ed="aut" n="2639"/> campare, e che a ciò ogni cosa opportuna non apparecchi?
          Veramente io credo che niuno ce ne abbia fra noi; nè maraviglia sarebbe di ciò, se noi
          questa medesima speranza avessimo similmente della altrui vecchiezza, che noi abbiamo
          della nostra, e non ci facessimo beffe in altrui di quello che in noi medesimi approviamo.
          Casa, Orazione seconda per la Lega. Lione (Venezia) appresso Bartolommeo Martin. senza
          data di tempo. appiè del 3. tomo delle opere del Casa, Venez. Pasinelli 1752. p. 41. Tre
          altre pagine mancano per la fine dell’Oraz. (13.-14. Ottobre. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che gran parte delle voci che in poesia si chiamano eleganti, e si
          tengono per poetiche, non sono tali, se non per esser fuori dell’uso comune e familiare,
          nel quale già furono una volta (o furono certo nell’uso degli scrittori in prosa); e
          conseguentemente per essere antiche rispetto <pb ed="aut" n="2640"/> alla moderna lingua,
          benchè non sieno antiquate. E ciò principalmente cade nelle voci (o frasi) che sono oggidì
            <emph>esclusivamente</emph> poetiche. Ho detto ancora che per tal cagione, non potendo i
          primi poeti o prosatori di niuna lingua, aver molte voci nè frasi antiche da usare ne’
          loro scritti, e quindi mancando d’un’abbondantissima fonte d’eleganza, è convenuto loro
          tenersi per lo più allo stile familiare, come familiarissimo è il Petrarca ec., e sono
          stati incapaci dell’eleganza Virgiliana.</p>
        <p>Aggiungo ora che in fatti la poesia, appresso quelle nazioni ch’hanno lingua propriamente
          poetica, cioè distinta dalla prosaica (e ciò fu tra le antiche la greca, e sono tra le
          moderne l’italiana e la tedesca, e un poco fors’anche la spagnuola) è conservatrice <pb
            ed="aut" n="2641"/> dell’antichità della lingua, e quindi della sua purità, le quali due
          qualità sono quasi il medesimo, se non che la prima di queste due voci dice qualcosa di
          più. Dell’antichità, dico, è conservatrice la lingua poetica, sì ne’ vocaboli, sì nelle
          frasi, sì nelle forme, sì eziandio nelle inflessioni, o coniugazioni de’ verbi, e in altre
          particolarità grammaticali. Nelle quali tutte essa conserva (o segue di tratto in tratto a
          suo arbitrio) l’antico uso, stato comune ai primi prosatori, e quindi sbandito dalle
          prose. Ed ha notato il Perticari nel Trattato degli Scrittori del Trecento che in tanta
          corruzione ultimamente accaduta della nostra lingua parlata e scritta, lo scriver poetico
          s’era pur conservato e si conserva puro; il che fino a un certo segno, e massime ne’
          versificatori <pb ed="aut" n="2642"/> che non hanno molto preteso all’originalità (come
          gli arcadici, i frugoniani ec. a differenza de’ Cesarottiani ec.) si trova esser
          verissimo. Così fu nella lingua greca, che la poesia fu gran conservatrice delle parole,
          modi, frasi, inflessioni, e regole e pratiche grammaticali antiche. Ond’ella ha una lingua
          tutta diversa dalla sua contemporanea prosaica. E ciò accade (parlo del conservar
          l’antichità e purità della lingua), accade, dico, proporzionatamente anche nelle poesie
          che non hanno lingua appartata, come la francese, e forse l’inglese. Se non altro, queste
          poesie sono sempre più pure dello scriver prosaico appresso tali nazioni, rispetto alla
          lingua. (15. Ottobre 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Mania, smania, smaniare</emph> e lo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic"
            >mania</foreign>, e il francese <foreign lang="fre" rend="italic">manie,
          maniaque</foreign> ec. dal greco <foreign lang="grc">μανία, μαίνομαι</foreign> ec. cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">furor, furere</foreign> ec. <emph>furore
          frenesia</emph> ec. (22. Ottobre. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2643"/> L’amor della vita cresce quasi come l’amor del danaio, e,
          com’esso, cresce in proporzione che dovrebbe scemare. Perciocchè i giovani disprezzano e
          prodigano la vita loro, ch’è pur dolce, e di cui molto avanza loro; e non temono la morte:
          e i vecchi la temono sommamente, e sono gelosissimi della propria vita, ch’è
          miserabilissima, e che ad ogni modo poco hanno a poter conservare. E così il giovane
          scialacqua il suo, come s’egli avesse a morire fra pochi dì, e il vecchio accumula e
          conserva e risparmia come s’avesse a provvedere a una lunghissima vita che gli restasse.
          (24. Ottob. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Cara</foreign> spagn. cioè <emph>faccia</emph>, e così
            <emph>cera</emph>, e <foreign lang="fre" rend="italic">chère</foreign> nello stesso
          senso, vengono dal greco. <bibl>V. <author>Perticari</author>
            <title>Apol. di Dante</title> part. 2. c. 5. not. 1. p. 75</bibl>. (28. Ott. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È bello a paragonare il luogo di Cicerone <foreign lang="lat" rend="italic">pro
          Archia</foreign> da me recato altrove, sulla ristrettezza geografica <pb ed="aut" n="2644"
          /> della lingua latina al suo tempo, col luogo di Plutarco sulla sua immensa propagazione
          a tempo di Traiano, il qual luogo è portato dal <bibl>
            <author>Perticari</author> l. sop. cit. c. 8. princip. p. 88</bibl>. (28. Ottob. 1822.).
          Vedi anche il med. Pertic. ib. p. 89. e 92-94.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uomo odia l’altro uomo per natura, e necessariamente, e quindi per natura esso, sì come
          gli altri animali è disposto contro il sistema sociale. E siccome la natura non si può mai
          vincere, perciò veggiamo che niuna repubblica, niuno istituto e forma di governo, niuna
          legislazione, niun ordine, niun mezzo morale, politico, filosofico, d’opinione, di forza,
          di circostanza qualunque, di clima ec. è mai bastato nè basta nè mai basterà a fare che la
          società cammini come si vorrebbe, e che le relazioni scambievoli degli uomini fra loro,
          vadano secondo le regole di quelli che si chiamano diritti sociali, e doveri dell’uomo
          verso l’uomo. (2. Nov. dì de’ Morti. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2645"/> Se l’uomo esce fuori della naturale puritade, allora pecca.
          Servando dunque la nostra condizione e virtù, bastiti o uomo, lo naturale ornamento, e <quote>
            <emph>non mutare l’opera del tuo Creatore, perocchè volerla mutare è un guastare</emph>
          </quote>. <bibl>
            <title>Vite de’ Santi Padri</title>, parte 1. capitolo 9. fine, p. 25</bibl>. e son
          degne d’esser vedute anche le cose precedenti a queste parole. Le quali sono in bocca di
          Sant’Antonio, e nella sua Vita, il cui testo originale greco è di S. Atanasio. (Recanati —
          Roma. Novembre. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La storia greca, romana ed ebrea contengono le reminiscenze delle idee acquistate da
          ciascuno nella sua fanciullezza. Ciascun nome, ciascun fatto delle dette storie, e massime
          i principali e più noti ci richiamano idee quasi primitive per noi, e sono in certo modo
          legati alla storia della vita, e della fanciullezza massimamente, <pb ed="aut" n="2646"/>
          delle cognizioni, de’ pensieri di ciascuno di noi. Quindi l’interesse che ispirano le
          dette storie, e loro parti, e tutto ciò che loro appartiene; interesse unico nel suo
          genere, come fu osservato da Chateaubriand (Génie ec.); interesse che non può esserci mai
          ispirato da verun’altra storia, sia anche più bella, varia, grande, e per se più
          importante delle sopraddette; sia anche più importante per noi, come le storie nazionali.
          Le suddette tre sono le più <emph>interessanti</emph> perchè sono le più
          <emph>note</emph>; perchè sono le più domestiche, familiari, pratiche, e quasi strette
          parenti di ciascun uomo civile e colto, ancorchè di patria diversissimo da queste tre
          nazioni. E perciò elle sono le più, anzi le sole, feconde di argomenti storici veramente
          propri d’epopea, di tragedia, ec. <pb ed="aut" n="2647"/> e all’interesse dei detti
          argomenti, massime nella poesia, non si può supplire in verun conto, nè con veruna
          industria, cavando argomenti o dall’immaginazione, o dalle altre storie, neppur dalle
          patrie. Aggiungasi alle tre dette storie, quella della guerra troiana, la quale interessa
          sommamente per le dette ragioni, anzi più delle altre tre, perchè i poemi d’Omero e di
          Virgilio, l’hanno resa più nota e familiare a ciascuno, che verun’altra, e perch’ella a
          cagione dei detti poemi, delle favole ec. è più legata alle ricordanze della nostra
          fanciullezza, che non sono la storia greca e romana, e neanche l’ebrea. Tutto ciò è
          relativo, e l’interesse delle dette storie non deriva particolarmente dalle loro proprie e
          intrinseche qualità, ma dalla circostanza estrinseca dell’essere le medesime familiari <pb
            ed="aut" n="2648"/> a ciascuno fin dalla sua fanciullezza; tolta la qual circostanza,
          che ben si potrebbe togliere, dipendendo dalla educazione ec., questo interesse o si
          confonderebbe e agguaglierebbe con quello delle altre storie, e argomenti storici, o
          sarebbe anche superato. (Roma. 25. Nov. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">La formation d’une langue est l’oeuvre des grands écrivains;
              l’Italie en compte trop peu: plus de la moitié de l’esprit et du coeur humain n’a pas
              encore passé sous la plume des Italiens, et par conséquent dans leur langue</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <title lang="fre">Lettres sur l’Italie</title> par <author>Dupaty</author> en 1785. let.
            41. Tome 1. à Gênes 1810, p. 185</bibl>. Non solo dello spirito e del cuore umano, ma
          neppur la metà delle cognizioni che sopra queste materie s’avevano al tempo di Dupaty, e
          molto meno di quelle che s’hanno presentemente. (30. Nov. 1822. Roma.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2649"/> Sopra i dialetti della lingua latina. Estratto da un articolo:
            <title>Del Dialetto Veneto: Lettera di un Viaggiatore oltramontano</title> (inglese),
          che sta nelle <bibl>
            <title>Effemeridi letterarie di Roma t. 2</title>. p. 58-70</bibl>. (Genn. 1821.). =
            <quote>L’antica lingua di questi popoli (Veneti) traspariva nel loro Latino, come è
            agevole di riconoscere dalle inscrizioni raccolte dal Maffei<note resp="aut" n="a"
              place="foot">
              <p>Le lapidarie inscrizioni Latine ritrovate nelle città subalpine d’Italia ci fanno
                spesso conoscere di quale provincia ne fossero gli autori. Così la lettera
                <emph>W</emph> che è uno de’ segni più caratteristici di alfabeto oltramontano, si
                trova in quelle che appartengono alle Colonie Galliche. = p. 58.</p>
            </note>: ed è probabile che gli originarj dialetti delle diverse nazioni che si
            stabilirono in Italia, sieno una rimota cagione della varietà de’ linguaggi che vi si
            parlano presentemente.</quote>
        </p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2650"/>
          <quote>Ma checchè sia pure degli elementi della lingua loro (de’ primi Veneti), è cosa
            notoria ch’essi ne avevano una a se, comunque fosse composta; la quale rimase in
            seguito, come le altre di tutti gl’Italiani aborigeni, assorta nel Latino; e molte prove
            si potrebbero addurre per dimostrare che una tal lingua (come accadde di quella dei
            Galli ec.) tinse de’ suoi propri colori la massa colla quale si confuse (la lingua
            latina): e le Iscrizioni lapidarie raccolte dal Maffei nel territorio Veneto fanno
            vedere quella stessa provincialità antica (benchè di un genere diverso) che caratterizza
            quelle delle Colonie Galliche; e vi si riconosce lo stesso scambiamento di lettere che è
            frequentissimo nel dialetto Veneto che ora si parla. Cicerone nelle sue Lettere
            familiari fa menzione <pb ed="aut" n="2651"/> di certi termini che erano in voga in
            queste provincie (Venete), e sconosciuti a Roma. Tito Livio fu accusato di patavinità o
            padovanismo (checchè si debba intendere sotto questa espressione): fu anche detto di
            Catullo d’aver egli introdotte certe nuove forme di dire nella Lingua Latina: e si
            potrebbero addurre alcune prove di questi suoi <emph>Veronismi</emph>. Ne sia una il
            nome di <foreign lang="lat" rend="italic">Pronus</foreign> con cui egli chiama un
            torrente: termine che io non so che sia usato da alcun altro. Nè si supponga che questo
            non sia che uno degli ordinarj ed adattati epiteti sostituiti al sostantivo. Giacchè
              <emph>Pronio</emph> nella provincia di Verona ritiene anche presentemente il
            significato di Torrente. Ho già fatto sentire l’opinione in cui sono che quello ch’io
            cerco di dimostrare <pb ed="aut" n="2652"/> relativamente agli Stati Veneti
            (l’antichissima origine di quegli elementi e proprietà del suo dialetto che non vengono
            dal latino, e non sono del comune Italiano; e la loro derivazione dalla lingua veneta
            anteriore al latinizzamento di quella provincia, qualunque fosse essa lingua), possa
            probabilmente applicarsi all’Italia tutta. In conferma della qual opinione giova il
            ricordare che l’Algarotti cita, non so dove, una lettera di Varo a Virgilio, nella quale
            commentando un certo epigramma, critica la parola <foreign lang="lat" rend="italic"
              >putus</foreign> asseverando non essere Latina. Presentemente il vocabolo
            <emph>Putto</emph>, quantunque naturalizzato nell’Italiano, credo però che sia usato
            familiarmente dai soli Mantovani, e ne’ paesi confinanti, e che non sarebbe inteso dal
            volgo di Toscana.</quote> = p. 62-63. (3. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2653"/> Da <foreign lang="lat" rend="italic">rullus</foreign> cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">circulator</foreign>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">roule, rouler</foreign> etc. (8. Dic. 1822. dì della Concezione di Maria
          SS.a)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2441. Luciano nel Dial. <title>
            <foreign lang="grc">Χάρων ἢ ἐπισκοποῦντες</foreign>
          </title>, dopo i due terzi del Dial. in bocca di Caronte dice: <quote>
            <foreign lang="grc">Ὁρῶ ποικίλην τινὰ τύρβην, καὶ μεστὸν ταραχῆς τὸν βίον, καὶ τὰς
              πόλεις γε αὐτῶν (ἀνθρώπων) ἐοικυίας τοῖς σμήνεσιν, ἐν οἷς ἅπας μὲν ἰδιόν τι κέντρον
              ἔχει, καὶ τὸν πλησίον κεντεῖ. ὀλίγοι δέ τινες, ὥσπερ σφῆκες, ἄγουσι και φέρουσι τὸν
              ὑποδεέστερον</foreign>
          </quote>.(Roma 13. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il vero certamente non è bello: ma pur anch’esso appaga o, se non altro, affetta in
          qualche modo l’anima, ed esiste senza dubbio il piacere della verità e della conoscenza
          del vero, arrivando al quale, l’uomo pur si diletta e compiace, ancorchè brutto e misero e
          terribile sia questo tal vero. Ma la peggior cosa del mondo, e la maggiore infelicità
          dell’uomo si è trovarsi privo del bello e del vero, trattare, convivere con ciò che non è
          nè bello nè vero. Tale si è la sorte di chi vive nelle città grandi, dove tutto è falso, e
          questo falso non è bello, <pb ed="aut" n="2654"/> anzi bruttissimo. (Roma 13. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Codicis</foreign>
          </quote> (<bibl>Vatic. Cic. de Repub.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="lat">orthographia miris laborat varietatibus et inconstantia. Est enim id
              fatum latinae scripturae ac pronunciationis, quod grammaticorum tot pugnantia
              praecepta infinitaeque quaestiones demonstrant. Hinc merito Cassiodorius</foreign>
          </quote> (Inst. praef.) <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">orthographia apud graecos plerumque sine ambiguitate probatur
                expressa; inter Latinos vero sub ardua difficultate relicta monstratur; unde etiam
                modo studium magnum lectoris inquirit</hi>. Exempli gratia, labdacismus (for.
              lambdacismus, sed in emendd. nihil) proprius Afrorum fuit; sicut <hi rend="italic"
                >colloquium</hi> pro <hi rend="italic">conloquium</hi>, teste Isidoro</foreign>
          </quote> (Orig. 1. 32.) <quote>
            <foreign lang="lat">Quid porro? nonne ipsa latinitas, uti observabat
            Hieronymus</foreign>
          </quote> (Prol. lib. II. comm. ad Gal.) (scil. ad ep. S. Paul. ad Galat.) <quote>
            <foreign lang="lat">et regionibus quotidie mutabatur et tempore? postea praesertim quam
              tanta barbarorum peregrinitas in imperium rom. infusa est, lingua autem generis quarti
              esse coepit, quod Isidorus (Orig. IX. 1.) mixtum appellat</foreign>
          </quote>. <bibl lang="lat">Maius. M. Tulli Cic. de Re pub. quae supersunt edente <pb
              ed="aut" n="2655"/> Ang. Maio Vaticanae Bibliothecae praefecto. Romae in Collegio
            Urbano apud Burliaeum 1822. Praefat. cap. 13. p. XXXVII</bibl>. (Roma. 16. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Ed</foreign> in vece di <foreign lang="lat"
            rend="italic">et</foreign> si legge nel Cod. antichissimo vaticano palimpsesto della
          rep. di Cic. l. 1 c. 3. p. 10. dell’ediz. qui sopra citata, <foreign lang="lat"
            rend="italic">ed disertos</foreign>; e c. 15. p. 43. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ed ipse</foreign>, come avverte il Mai nelle note, benchè nel testo riponga <foreign
            lang="lat" rend="italic">et</foreign>. (17. Dic. 1822.). Anzi ivi l. 3. c. 2. p. 218.
          dove l’ediz. ha <foreign lang="lat" rend="italic">et ut</foreign>, il copista avea scritto
          nel cod. <foreign lang="lat" rend="italic">e ut</foreign>, e l’antico emendatore fece
            <foreign lang="lat" rend="italic">ed ut</foreign>, forse schivando il concorso delle due
          sillabe simili <foreign lang="lat" rend="italic">et, ut</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Quin adeo <hi rend="italic">de fin</hi>. 1. 3. ausus est Cicero
              latinam quoque linguam dicere locupletiorem quam graecam, qua de re saepe se
              disseruisse confirmat. Sed contradicunt merito primum ipse Cicero <hi rend="italic"
                >tusc</hi>. II. 15. et apud Augustinum <hi rend="italic">contra acad</hi>. II. 26;
              tum Lucretius 1. 140. 831; Fronto apud Gellium II. 26</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title lang="lat">Maius ad Cic. de repub</title>. p. 67. not</bibl>. (18. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">De Massiliae graecis legibus et litteratura, triplicique lingua,
              graeca scilicet, latina et gallica, lege Varron. apud Isid. Orig. XV. 1. 63. et ap.
              Hieron. prolog. lib. II. comm. ad Gal. (scil. in ep. D. Pauli ad Galat.). Confer etiam
              Caesarem Bell. Civil. II. 12. Tacitum Agric. IV. Silium XV. 169. Homeri editio seu
              recensio massiliensis <pb ed="aut" n="2656"/> laudatur inter nobiles in scholiis
              venetis</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Maius loc. sup</title>. cit. p. 75. not. 1</bibl>. (18. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Quod quantae fuerit utilitati post videro</foreign>
          </quote> (onninamente per <foreign lang="lat" rend="italic">videbo</foreign>) <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>de re publ.</title> l. 2. c. 9. Rom. 1822. p. 142</bibl>. v. ult. Luogo da
          aggiungersi a quelli che ho recati altrove per dimostrare l’uso antico del futuro ottativo
          in vece del futuro indicativo; uso da cui sono nati tutti i futuri di tutti i verbi
          italiani francesi e spagnuoli, distintiva de’ quali futuri e caratteristica è sempre la
            <emph>r</emph>. (19. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl lang="lat">Ad <author>Cic.</author>
            <title>de re publ.</title> II. 10. p. 143. v. ult. ubi legitur <hi rend="italic"
            >septem</hi>, haec Maius editor ib. not. c. <hi rend="italic">Cod</hi>. <hi rend="sc"
              >septe</hi>.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Iam</hi>
              <hi rend="sc">m</hi>
              <hi rend="italic">finalem omitti interdum in antiquis codicibus exploratum est. An
                vero illud</hi>
              <hi rend="italic">septe</hi>
              <hi rend="italic">e lingua rustica est? Certe ita fere nunc loquuntur Itali</hi>
            </foreign>
          </quote>. (19. Dic. 1822.). Nel <title lang="lat">Conspectus Orthographiae Codicis
            Vaticani</title> aggiunto dal Niebuhr a questa ediz., si legge p. 352. col. 2. <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="sc">septe</hi> (II. 10.) <hi rend="italic">et</hi>
              <hi rend="sc">mortus</hi> (II. 18.) <hi rend="italic">a desciscente in vulgarem
                sermone tracta sunt</hi>
            </foreign>
          </quote>. Le sillabe finali <emph>am em</emph> ec. s’elidevano ne’ versi. Dunque
          l’<emph>m</emph> infatti non si pronunziava. V. i miei pensieri sulla sinizesi. V. la pag.
          2658.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ τῷ ὄντι τὸ ἄγαν τὶ ποιεῖν, μαγάλην φιλεῖ εἰς τοὐναντίον
              ματαβολὴν ἀνταποδιδόναι, ἐν ὥραις τε καὶ ἐν φυτοῖς καὶ ἐν σώμασι, καὶ δὴ καὶ ἐν
              πολιτείαις οὐχ ἥκιστα</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Plato</author>
            <title>de rep.</title> l. 8. p. 563</bibl>. Il qual luogo è riportato da <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>de rep.</title> 1. 44. p. 111-112</bibl>. (citato il <pb ed="aut" n="2657"/> nome
          di Platone fin dal c. preced. p. 107.), esprimendolo liberamente così: <quote>
            <foreign lang="lat">Sic omnia nimia, cum vel in tempestate vel in agris vel in
              corporibus laetiora fuerunt, in contraria fere convertuntur, maximeque (suppl. cum
              Maio, <hi rend="italic">id</hi>) in rebus publicis evenit</foreign>
          </quote>. Le quali sentenze fanno a quella mia, che il troppo è padre del nulla. In fatti,
          come seguono a dire Cic. e Plat. dalla troppa libertà nasce la servitù, cioè, dicon essi,
          il contrario della libertà, ed io dico, il nulla della libertà, cioè la fine; la niuna
          libertà. (19. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Quoties <hi rend="italic">g</hi> est ante <hi rend="italic">n</hi>,
              toties memini me videre in antiquis codd. si quando vocabulum divideretur (nel fine o
              della riga o della pag.), litteram <hi rend="italic">g</hi> adhaerere priori vocabuli
              parti, <hi rend="italic">n</hi> autem posteriori. Ergone Hispani Angli et Germani
              melius quam Itali pronunciare haec verba videntur</foreign>?</quote>
          <bibl>
            <title lang="lat">Maius ad Cic. de re publ</title>. II. 19. p. 165. v. 7</bibl>. (dove
          la pag. del cod. finisce in <emph>mag</emph>, e la seguente comincia in <emph>na</emph>;
          cioè <foreign lang="lat" rend="italic">magna</foreign>) not. <emph>b</emph> (20. Dic.
          1822.). Bisogna però vedere in che paese sieno stati scritti questi codd. come p. e. in
          Ispagna. V. p. 3762.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2658"/> Nella republ. di Cic. succitata, al c. 37. del lib.2. p. 203. v.
          1.-2, dove l’edizione ha <foreign lang="lat" rend="italic">res publica</foreign>
          richiedendosi in fatti il nominativo, il Cod. ha <foreign lang="lat" rend="italic"
            >repubblica</foreign>, quasi fosse italiano. Dal che apparisce che anche anticamente
          s’usava di tralasciare l’<emph>s</emph> finale nel pronunziare le voci latine, come si
          lascia nelle nostre lingue. (21. Dic. 1822.). Infatti è nota l’apocope della
          <emph>s</emph> nella fine delle voci presso gli antichi poeti latt. V. la p. 2656, marg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Eademque</hi> (mens aut ratio aut sapientia, ut supplet Maius in
              notis et in addendis, nam superiora in cod. desiderantur) <hi rend="italic">cum
                accepisset homines inconditis vocibus incohatum quiddam et confusum sonantis</hi>
              (sonantes), <hi rend="italic">incidit</hi> (incídit) <hi rend="italic">has et
                distinxit in partes</hi>; <hi rend="sc">et ut signa quaedam, sic verba rebus
                inpressit</hi>, <hi rend="italic">hominesque antea dissociatos iucundissimo inter se
                sermonis vinclo conligavit. A simili etiam mente, vocis qui videbantur infiniti
                soni, paucis notis inventis, sunt omnes signati et expressi, quibus et conloquia cum
                absentibus et indicia voluntatum, et monumenta rerum praeteritarum tenerentur</hi>.
                <hi rend="sc">accessit eos numerus</hi>, (post interventas scil. voces et litteras)
                <hi rend="sc">res cum ad vitam necessaria</hi>, <hi rend="italic">tum <pb ed="aut"
                  n="2659"/> una inmutabilis et aeterna: quae prima inpulit etiam ut suspiceremus in
                caelum, nec frustra siderum motus intueremur, di numerationibusque noctium ac
              dierum</hi>
            </foreign>...</quote> (<foreign lang="lat">desunt reliqua</foreign>) <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>De re publica</title>, l. 3. c. 2. Rom. 1822. p. 218-9</bibl>. (22. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign> ebbe antichissimamente un
          participio presente e questo non fu il più moderno <foreign lang="lat" rend="italic">ens
            entis</foreign>, conservato ancora nella nostra lingua, e nella spagnuola, ma <foreign
            lang="lat" rend="italic">sens sentis</foreign>. Testimonio le voci <foreign lang="lat"
            rend="italic">prae-sens</foreign>, ed <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ab-sens</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">con-sens</foreign>, la quale
          ultima in verità non è altro che la preposizione <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cum</foreign> congiunta al participio presente di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sum</foreign>, e vale <foreign lang="lat" rend="italic">qui simul est</foreign>, onde
            <foreign lang="lat" rend="italic">Dii Consentes</foreign>, <foreign lang="lat">Dii qui
            simul sunt</foreign>. <bibl>V. <author>Forcell.</author> in Consens, praesens</bibl> ec.
          Quindi si fortifica la mia conghiettura e che il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sum</foreign> avesse anche un participio passato, in <emph>us</emph>, come anticamente
          l’avevano gli altri neutri, ed anche gli attivi in senso attivo (p. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">peragratus</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">qui
            peragravit</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic">peragro</foreign> attivi), e
          che questo incominciasse per <emph>s</emph>, onde da esso fosse <pb ed="aut" n="2660"/>
          formato il verbo <emph>sto</emph>. (Roma 22. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Cic.</author> de rep. l. 3. c. 8-20. p. 230-48</bibl>. sotto la persona di L.
          Furio Filo disputa contro la giustizia, e dimostra la non esistenza della legge naturale,
          e reca in mezzo le varietà e discordanze de’ costumi e delle leggi presso i diversi
          popoli, e de’ giudizi degli uomini e de’ vari secoli intorno al retto e al giusto, e a’
          loro contrarii. Degna d’esser letta è questa disputazione, massime per ciò che riguarda i
          vari e ripugnanti giudizi delle antiche nazioni circa il così detto diritto naturale e
          universale, o idea innata del giusto e del bene. E cita il Mai (nella 3. nota della p.
          232.) sopra questo proposito <bibl>
            <author>S. Girolamo</author>
            <title lang="lat">in Iovin.</title> II. 7. sqq. Sesto Empirico III. 24. <foreign
              lang="lat" rend="italic">et contra eth. 190. seqq</foreign>
          </bibl>. ed <bibl>
            <author>Erodoto</author> III. 38</bibl>.<quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quos auctores haud paenitendo cum fructu ii legent qui
              naturali civilique historiae student</foreign>
          </quote>. (22. Dic. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nella sopraddetta disputazione è notabile un frammento (c. 15. p. 243.), dove Cicerone in
          persona di Filo ricorda quella favolosa opinione che avevano <emph>gli Arcadi</emph>
          <pb ed="aut" n="2661"/> e gli Ateniesi d’essere <foreign lang="grc">αὐτόχθονες</foreign>
          cioè <foreign lang="lat" rend="italic">terrae filii</foreign>, perlochè stimandosi di
          diversa origine e natura dagli altri uomini, niente stimavano di dovere alle altre
          nazioni, benchè riconoscessero leggi e diritti che obbligassero ciascuno individuo della
          propria nazione verso gli altri individui della medesima. E v. quivi la nota 1. del Mai.
          (22. Dic. 1822.). V. p. 2665.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Et quamquam optatissimum est, perpetuo fortunam quam florentissimam
                permanere; illa tamen aequabilitas vitae non tantum habet sensum</hi>, (mallem <hi
                rend="italic">sensus</hi> 2<hi rend="apice">do</hi> casu, quod magis tullianum est)
                <hi rend="italic">quantum cum ex saevis et perditis rebus ad meliorem statum fortuna
                revocatur</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cic.</author> ap. Ammian. Marcell. XV. 5</bibl>. (23. Dic. antivigilia di Natale
          1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>E pensatamente io chiamai figura non tutto quello, che si diparte dalla prima
            formazion della lingua, ma dal più ordinario modo de’ parlatori presenti. Imperocchè ciò
            che fu figura in un tempo, <pb ed="aut" n="2662"/> non riman poi figura quando è sì
            accomunato dall’uso, che divien la più trivial maniera del linguaggio usitato,
            dipendendo i linguaggi dall’arbitrio degli uomini, tanto nell’introdursi, quanto
            nell’alterarsi; ed essendo i Gramatici non legislatori, come alcun pensa, ma compilatori
            di quelle Leggi che per avanti la Signoria dell’Uso ha prescritte</quote>. <bibl>
            <title>Trattato dello Stile e del Dialogo</title> del <author>Padre Sforza Pallavicino
              della Compagnia di Gesù</author>. Capo 4. Modena 1819. p. 22</bibl>. (26. Dicembre;
          festa di Santo Stefano Protomartire. 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa la mia opinione che <foreign lang="lat" rend="italic">troia</foreign> nell’antico
          latino volesse dire come in italiano <emph>scrofa</emph>, vedi nel Forcellini <foreign
            lang="lat" rend="italic">troianus</foreign> aggiunto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">porcus</foreign>, e che cosa ne dica. (Roma 28. Dicembre 1822.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il <emph>Padre Sforza Pallavicino</emph> nel <title>Trattato dello Stile e del
          Dialogo</title>, <emph>Capo 27</emph>, intitolato <title>Si stabilisce quali Autori deono
            esser seguiti nelle materie scientifiche da quelli che scrivono in Italiano, ovvero in
            Latino</title> (ristampa di Modena 1819. pag. 175-8.) dà decisa ed universale, e non
          relativa ma assoluta preferenza agli <pb ed="aut" n="2663"/>
          <emph>scrittori, stile</emph> e <emph>lingua</emph> del 500, (e del seguente secolo
          ancora, in cui egli scriveva) sopra quelli e quella del 300. (5. Gennaio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>In ristretto</emph>
          </quote> (in somma), <quote>
            <emph>la favella e la Scrittura sono indirizzate a’ coetanei, ed a’ futuri, non a’
              defunti</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Pallavic.</author> loc. sup. cit. pag. 181 fine</bibl>. (5. Gen. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Nemo enim orator tam multa, ne in graeco quidem otio, scripsit, quam
              multa sunt nostra</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Orator</title>, num.108</bibl>, parlando delle sue orazioni. (9. Gen. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2470. Delle metafore <bibl>
            <author>Cic.</author> nell’<title>Oratore</title>, num.134</bibl>, comandando che
          l’Oratore ne faccia grand’uso dice: <quote>
            <foreign lang="lat">Ex omnique genere (subintell. rerum) frequentissimae translationes
              erunt, quod eae propter similitudinem transferunt animos, et referunt ac movent huc et
              illuc; qui motus cogitationis, celeriter agitatus, per se ipse delectat</foreign>
          </quote>. (10. Gen. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In un luogo di Lucilio portato da Cic. nell’Oratore num.149. leggi <foreign lang="lat"
            rend="italic">Aptae pavimento</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Arte</foreign>. Vero è che la sillaba seconda del verso precedente è breve. (10. Gen.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Anticamente i latini dicevano <foreign lang="lat" rend="italic">maxilla axilla</foreign>
          etc. (<bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Orator</title>, n.155</bibl>.), indi fecero <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mala, ala</foreign>, ec. Or noi conserviamo l’antico: <emph>mascella, ascella,
          tassello</emph>. Dicevano anche <foreign lang="lat" rend="italic">siet</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">sit</foreign> (<bibl>vedi ib. num.159</bibl>.); or <pb
            ed="aut" n="2664"/> quello e non questo si dovette sempre conservare nell’uso del
          popolo, come apparisce da <emph>sia, soit, sea</emph>. (10. Gen. 1823.). Notisi il nostro
          uso simile, di aggiungere un’<emph>e</emph> alle vocali accentate: <emph>virtue,
          fue</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nell’Oratore di Cic. num.196. <foreign lang="lat" rend="italic">illa ipsa
          delectarent</foreign>, leggi <foreign lang="lat" rend="italic">non delectarent</foreign>.
          (11. Gen. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Transferenda tota dictio est ad illa quae nescio cur, quum Graeci</foreign>
            <foreign lang="grc">κόμματα</foreign>
            <foreign lang="lat">et</foreign>
            <foreign lang="grc">κῶλα</foreign>
            <foreign lang="lat">nominent, nos non recte <hi rend="italic">incisa</hi> et <hi
                rend="italic">membra</hi> dicamus. Neque enim esse possunt rebus ignotis nota
              nomina; sed, quum verba aut suavitatis aut inopiae causa transferre soleamus, in
              omnibus hoc fit artibus, ut, quum id appellandum sit quod, propter rerum ignorationem
              ipsarum, nullum habuerit ante nomen, necessitas cogat aut novum facere verbum, aut a
              simili mutuari</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Orator</title>, num.209</bibl>. (11. Gen. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nell’Oratore di Cicerone num. 231. cioè molto presso alla fine, leggi <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">reperiant ipsâ eâdem</foreign>
          </quote> ec. per <foreign lang="lat" rend="italic">reperiam</foreign>. (11. Gen. 1823.).
          Ivi, num. 11. cioè non molto dopo il principio, e durante ancora l’esordio, leggi <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">ut sine causâ alte repetita videatur</foreign>
          </quote>, in vece d’<foreign lang="lat" rend="italic">ut non sine causâ alte repetitâ
            videatur</foreign>. (12. Gen. 1823.). Ivi, num.16. leggi <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">de moribus sine multa</foreign>
          </quote> in vece di <foreign lang="lat" rend="italic">de moribus? Sine</foreign> ec. Ivi
          19. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">poterimus fortasse discere per dicere</foreign>
          </quote>. Ivi 32. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">nomen eius non extaret per nomen eius
            extaret</foreign>
          </quote>. (12. Gen. 1823.). <pb ed="aut" n="2665"/> Ivi 83. leggi <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">recte</hi>
              <hi rend="sc">quidam</hi>
              <hi rend="italic">vocant Atticum</hi>
            </foreign>
          </quote>, e v. num. 75. Ivi 88. leggi <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">aut tempore alieno</foreign>
          </quote> non <foreign lang="lat" rend="italic">alienum</foreign>, giacchè questa voce si
          riferisce a <foreign lang="lat" rend="italic">ridiculo</foreign>. (12. Gen. 1823.). Ivi,
          107. leggi <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">laudata</foreign>
          </quote>. 138. leggi <foreign lang="lat" rend="italic">quid caveat</foreign>. (13. Gen.
          1823. Roma, in letto.). 150. leggi <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">in dicendo</foreign>
          </quote>. (13. Gen. 1823.). 182. leggi <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quid accideret o quid accidisset</foreign>
          </quote>. 195. leggi <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quisque</foreign>
          </quote> o <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quique</foreign>
          </quote> per <foreign lang="lat" rend="italic">cuique</foreign>. (13. Gen. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2661. Dell’antica presuntuosa opinione avuta da vari popoli, e massime dagli
          Ateniesi, d’essere <foreign lang="grc">αὐτόχθονοι</foreign>, e perciò differenti di
          nascita o di diritti dagli altri uomini, con che giustificavano le conquiste, le
          preminenze nazionali, le pretensioni che ciascun popolo aveva sugli altri popoli, l’essere
          sciolti da ogni legge verso i forestieri, la schiavitù di questi o nazionale o
          individuale, l’oppressione degl’inquilini o stranieri domiciliati, l’odio in somma verso
          l’altre nazioni, mentre professavano amore alla propria, e si stimavano obbligati dalla
          legge e dalla natura verso i propri cittadini o connazionali, vedi anche l’orazione
          funebre recitata da Socrate in persona d’Aspasia nel Menesseno di Platone, verso il
          principio. (2. Febbraio, dì della Purificazione di Maria SS. 1823.). V. p. 2675.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2666"/> La prosa francese (nazione e lingua la più impoetica fra le
          moderne, che sono le più impoetiche del mondo) è molto più poetica della stessa prosa
          antica scritta nelle lingue le più poetiche possibili. Lo stesso mancare affatto di
          linguaggio poetico distinto dal prosaico fa che lo scrittor francese confonda quello ch’è
          proprio dell’uno con quel ch’è proprio dell’altro, e che come il poeta francese scrive
          prosaicamente così il prosatore scriva poeticamente, e che la lingua francese manchi non
          solo di linguaggio e stile poetico distinto per rispetto al prosaico, ma anche di
          linguaggio e stile veramente prosaico, e ben distinto e circoscritto e definito per
          rispetto al poetico. Questa è l’una delle cagioni della poeticità della prosa francese.
          Altre ancora se ne potranno addurre, ma fra queste, una che ha del paradosso e pure è
          verissima. La prosa francese è poetica perchè la lingua francese è poverissima. Quindi la
          necessità di metafore di metonimie di catacresi di mille figure di dizione che rendono
          poetica la lingua della prosa, e secondo il nostro gusto, <pb ed="aut" n="2667"/> gonfia,
          concitata ed aliena da quella semplicità, riposatezza, calma, sicurezza ed equabilità e
          gravità di passo che s’ammira nelle prose latina e greca, le più poetiche lingue
          dell’occidente. P. e. non avendo i francesi una parola che significhi unitamente il padre
          e la madre, (come noi, che diciamo <emph>i genitori</emph>), sono obbligati a dire spesso
            <foreign lang="fre" rend="italic">les auteurs de ses jours, des jours de quelqu’un, de
            celui-là</foreign> etc. Queste tali frasi necessarie e forzate, obbligano poi lo
          scrittor prosaico francese a formar loro un contorno conveniente, a seguire una forma di
          dire, uno stile, dove queste frasi, figure ec. non disdicano, e quindi a innalzare il
          tuono della sua prosa, e dargli un color poetico tanto nello stile quanto nella lingua: e
          così la povertà della lingua francese rende poetica la sua prosa, e per le figure che
          l’obbliga ad usare in cambio delle parole che le mancano, e per le figure che queste
          medesime figure forzate richiedono intorno a se, e quasi portano con se, e per lo stile e
          il linguaggio e il tuono che queste figure forzate <pb ed="aut" n="2668"/> domandano per
          non disdire. (2. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi mi chiedesse quanto e fino a qual segno la filosofia si debba brigare delle cose
          umane e del regolamento dello spirito, delle passioni, delle opinioni, de’ costumi, della
          vita umana; risponderei tanto e fino a quel punto che i governi si debbono brigare
          dell’industria e del commercio nazionale a voler che questi fioriscano, vale a dire non
          brigarsene nè punto nè poco. E sotto questo aspetto la filosofia è veramente e pienamente
          paragonabile alla scienza dell’economia pubblica. La perfezione della quale consiste nel
          conoscere che bisogna lasciar fare alla natura, che quanto il commercio (interno ed
          esterno) e l’industria è più libera, tanto più prospera, e tanto meglio camminano gli
          affari della nazione; che quanto più è regolata tanto più decade e vien meno; che in somma
          essa scienza è inutile, poichè il suo meglio è fare che le cose vadano come s’ella non
          esistesse, e come anderebbero da per tutto dov’ella e i governi non s’intrigassero del
          commercio e dell’industria; e la sua perfezione è <pb ed="aut" n="2669"/> interdirsi ogni
          azione, conoscere il danno ch’essa medesima reca, e in somma non far nulla, al quale
          effetto gli uomini non avevano bisogno d’economia politica, ma s’ella non fosse stata, ciò
          si sarebbe necessariamente ottenuto allo stesso modo, e meglio. Ora tale appunto si è la
          perfezione della filosofia e della ragione e della riflessione ec. come ho detto altrove.
          (2 3. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sopra quello che ho detto altrove che l’uso de’ sacrifizi nacque dall’egoismo del timore. <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Toutes les fois que le courroux des dieux se déclare
              par la famine, par une épidémie ou d’autres fléaux on tâche de le détourner sur un
              homme et sur une femme du peuple, entretenus par l’état pour être, au besoin, des
              victimes expiatoires, chacun au nom de son sexe. On les promène dans les rues au son
              des instrumens; et après leur avoir donné quelques coups de verges, on les fait sortir
              de la ville</foreign>
          </quote> (<foreign lang="fre">d’Athènes</foreign>). <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Autrefois on les condamnoit aux flammes et on jetoit
              leurs cendres au vent</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Aristoph.</author> in equit. v. 1133</bibl>. <bibl>Schol. ibid. Id. in ran. v.
            745</bibl>. <bibl>Schol. ib. Hellad. ap. Phot. p. 1590. Meurs. graec. fer. in
          thargel.</bibl>). <bibl>
            <title lang="fre">Voyage du jeune <pb ed="aut" n="2670"/> Anacharsis en Grèce</title> t.
            2. ch. 21. 2<hi rend="apice">e</hi> édit. Paris 1789. p. 395</bibl>. Vedete anche nello
          stesso capit. la 3<hi rend="apice">a</hi> pag. avanti a questa, circa i sacrifizi di
          vittime umane, i quali si facevano principalmente ne’ maggiori pericoli e timori, come
          dice altrove il medesimo autore. (7. Feb. 1823.). V. p. 2673.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sopra la riunione del sacerdozio e dello stato civile nelle medesime persone, presso gli
          antichi, del che ho detto altrove; e come le funzioni del sacerdozio non impedissero in
          modo alcuno gli antichi preti di servire alla patria. <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Chaque particulier peut offrir des sacrifices sur un
              autel placé a la porte de sa maison, ou dans une chapelle domestique</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Hesych.</author> in <title>
              <foreign lang="grc">ὕδραν</foreign>
            </title>
          </bibl>. <bibl>
            <author>Lomey</author>. <title lang="lat">de lustrat.</title> p. 120</bibl>.) <bibl>
            <foreign lang="fre">Même ouvrage, même chap. p. 397</foreign>
          </bibl>. (<bibl>V. anche Aristoph. in Plut. v. 1155. et Schol. ibid</bibl>.) <quote>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="italic">Cette espèce de sacerdoce ne devant exercer ses fonctions que dans
                une seule famille, il a fallu établir des ministres pour le culte public</hi>. Ibid.
                <hi rend="italic">Tous</hi> (les prêtres de la Grèce) <hi rend="italic">pourroient
                se borner aux fonctions de leur ministère, et passer leurs jours dans une douce
                oisivité</hi>
            </foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Isocr.</author>
            <title>de permut.</title> t. 2. <pb ed="aut" n="2671"/> p. 410</bibl>.) <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Cependant plusieurs d’entre eux empressés a mériter
              par leur zèle les égards dus à leur caractère, ont rempli les charges onéreuses de la
              république, et l’ont servie soit dans les armées, soit dans les ambassades</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Herodot.</author> l. 9. c. 85</bibl>. <bibl>
            <author>Plut.</author> in Aristid. p. 321</bibl>. <bibl>
            <author>Xenoph.</author>
            <title>hist. graec.</title> p. 590</bibl>. <bibl>
            <author>Demosth.</author>
            <title>in Neaer.</title> p. 880.</bibl>) <bibl>Ibid. p. 403</bibl>. Vedi il 2<hi
            rend="apice">o</hi> dell’Eneide intorno a Panto sacerdote, e l’Iliade intorno ad Eleno
          ec. (7. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Parmi plusieurs de ces nations que les Grecs appellent barbares, le
              jour de la naissance d’un enfant est un jour de deuil pour sa famille</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Herodot.</author> l. 5. c. 4</bibl>. <bibl>
            <author>Strab.</author> l. 11. p. 519. Anthol. p. 16</bibl>.) <quote>
            <foreign lang="fre">Assemblée autour de lui, elle le plaint d’avoir reçu le funeste
              présent de la vie. Ces plaintes effrayantes ne sont que trop conformes aux maximes des
              sages de la Grèce. Quand on songe, disent-ils, à la destinée qui attend l’homme sur la
              terre, il faudroit arroser de pleurs son berceau</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Eurip.</author>
            <title>fragm. Cresph.</title> p. 476. Axioch. ap. <author>Plat.</author> t. 3. p.
          368</bibl>. <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>tusc.</title> l. <hi rend="sc">i</hi>. c. 48. t. 2. p. 273</bibl>.) <bibl>Même
            ouvrage ch. 26. t. 2. p. 3</bibl>. (8. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2672"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Le plus grand des malheurs est de naître, le plus grand des
              bonheurs, de mourir. (<bibl>
                <author>Sophocl.</author>
                <title>Oedip. Colon.</title> v. 1289</bibl>. <bibl>Bacchyl. et alii ap.
                  <author>Stob.</author>
                <title>serm. 96</title>. p. 530. 531</bibl>. <bibl>
                <author>Cic.</author>
                <title>tusc.</title> l. <hi rend="sc">i</hi>. c. 48. t. 2. p. 273</bibl>.) La vie,
              disoit Pindare, n’est que le rêve d’une ombre (<bibl>Pyth. 8. v. 136</bibl>.); image
              sublime, et qui d’un seul trait peint tout le néant de l’homme</foreign>
          </quote>. <bibl>Même ouvrage. ch. 28. p. 137. t. 3</bibl>. (10. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les plaisirs de l’esprit ont des retours mille fois plus amers que
              ceux des sens</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. p. 139</bibl>. (10. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Μὴ προθυμεῖσθαι εἰς τὴν ἀκρίβειαν φιλοσοφεῖν, ἀλλ'εὐλαβεῖσθαι ὅπως
              μὴ πὲρα τοῦ δέοντος σοφώτεροι γενόμενοι, λήσετε διαφθαρέντες</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Plato</author> in <title>Gorgia</title> ed. Frider. Astii. Lips. 1819 –... t. 1.
            p. 362-4</bibl>. <foreign lang="lat">Ne enitamini ut diligenter philosophemini, sed
            cavete ne, supra quam oportet, sapientiores facti ipsi inscientes
          corrumpamini</foreign>. <quote>
            <foreign lang="grc">Φιλοσοφία γὰρ τοί ἐστιν, ὦ Σώκρατες, χαρίεν, ἄν τις αὐτοῦ μετρίως
              ἅψηται ἐὰν δὲ περαιτέρω τοῦ δέοντος ἐνδιατρίψῃ, διαφθορὰ τῶν ἀνθρώπων</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. p. 356</bibl>. <foreign lang="lat">Philosophia enim, o Socrate, est
            illa quidem lepida, si quis eam modice attingit, sin ultra quam opus est ei studet,
            corruptela est hominum</foreign>. Tutta la vituperazione della filosofia che Platone in
          quel Dial. mette in bocca di Callicle, dalla p. 352. alla p. 362. è degna d’esser veduta.
          V’è anche insegnata (sebben Platone lo fa per poi negarla e confutarla) la vera legge
          naturale, che ciascun uomo o vivente faccia tutto per se, e il più forte sovrasti il più
          debole, e si goda quel di costui. (Roma 12. Feb. <pb ed="aut" n="2673"/> 1823. primo dì di
          Quaresima.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2670. <quote>
            <foreign lang="fre">Le peuple de Leucade qui célèbre tous les ans la fête d’Apollon, est
              dans l’usage d’offrir à ce dieu un sacrifice expiatoire, et de détourner sur la tête
              de la victime tous les fléaux dont il est menacé. On choisit pour cet effet un homme
              condamné à subir le dernier supplice. On le précipite dans la mer du haut de la
              montagne de Leucade. Il périt rarement dans les flots; et après l’en avoir sauvé, on
              le bannit à perpétuité des terres de Leucade</foreign>. (<bibl>
              <author>Strab.</author> l. 10. p. 452. Ampel. memorab. c. 8</bibl>.)</quote>
          <bibl>
            <title lang="fre">Voyage d’Anacharsis</title> etc. ch. 36. t. 3. p. 402</bibl>. (17.
          Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pianger si de’ il nascente ch’incomincia Or a solcare il mar di tanti mali, E con gioia
          al sepolcro s’accompagni, L’uscito de’ travagli della vita. Poeta antico appo Plutarco
            <emph>Come debba il giovane udir le poesie</emph>, volgarizzamento di Marcello Adriani
          il giovane, pagina ultima, cioè p. 169. del tomo primo <title>Opuscoli morali di Plutarco
            volgarizzati da Marcello Adriani il giovane</title> stampati per la prima volta in
          Firenze, Piatti, 1819. (19. Feb. 1823.). V. la p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Dei beni umani il più supremo colmo È sentir meno il duolo</emph>
          </quote>. Sentenza che racchiude la somma di tutta la filosofia morale e antropologica.
          Poeta antico nel luogo citato qui sopra. (19. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2674"/>
          <foreign lang="grc">Ἔμβραχυ</foreign> per <emph>insomma</emph>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">denique</foreign> ec. come noi diciamo appunto <emph>in breve</emph>. <bibl>
            <author>Platone</author>, <title>Gorgia</title>, ed. principe Ald. t... p. 457.
          A</bibl>. (19. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grave non è nè a farsi nè a soffrirsi Quello a che noi necessità costringe. Tragico
          antico, ap. Plut. Discorso di consolazione ad Apollonio, una pagina avanti il mezzo.
          Volgarizzamento di Marcello Adriani il giovine. Fir. 1819. t. 1. p. 194. (20. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. antecedente. V. un detto di Crantore, e un frammento d’Aristotele in questo
          proposito, appresso il medesimo Plutarco dell’Adriani, nel Discorso di consolazione ad
          Apollonio t. 1. p. 203-4. e un verso di Menandro ib. 213. (21. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">On ne fait entrer dans la cavalerie (Lacédémonienne) que des hommes
              sans expérience, qui n’ont pas assez de vigueur ou de zèle. C’est le citoyen riche qui
              fournit les armes, et entretient le cheval. (<bibl>
                <author>Xen.</author>
                <title>hist</title>. gr. l. 6. p. 596</bibl>.). Si ce corps a remporté quelques
              avantages il les a dus aux cavaliers étrangers que Lacédémone prenoit à sa solde (Id.
              de magistr. equit. p. 971.). En général les Spartiates aiment mieux servir dans
              l’infanterie: persuadés que le vrai courage se suffit à lui-même, ils veulent
              combattre corps à corps. J’étois auprès du roi Archidamus, quand on lui présenta le
              modèle d’une machine à lancer des traits, nouvellement inventée en Sicile. Après
              l’avoir examinée avec attention: C’en est fait, dit-il, de la valeur</foreign>. (<bibl>
              <author>Plut.</author>
              <title>apophth. Lac</title>. t. 2. p. 219</bibl>.)</quote>
          <bibl>
            <title lang="fre">Voy. d’Anach.</title> ch. 50. t. 4. p. 252</bibl>. Applicate <pb
            ed="aut" n="2675"/> tutto questo all’invenzione ed uso delle armi da fuoco ed alla
          milizia moderna. (23. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2665. <quote>
            <foreign lang="fre">Les Arcadiens se regardent comme les enfans de la terre, parce
              qu’ils ont toujours habité le même pays, et qu’ils n’ont jamais subi un joug
            etranger</foreign>
          </quote>. (<bibl>Thucy. l. 1. c. 2.</bibl>
          <bibl>
            <author>Xen.</author>
            <title>hist. gr.</title> l. 7. p. 618. <author>Plut.</author>
            <title>quaest. roman</title>. t. 2. p. 286</bibl>.). <bibl lang="fre">Même ouvrage ch.
            52. t. 4. p. 295</bibl>. (23. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Dans les transports de sa joie (Cydippe la prêtresse de Junon), elle
              supplia la Déesse d’accorder à ses fils (Biton et Cléobis) le plus grand des bonheurs.
              Ses voeux furent, dit-on, exauces: un doux sommeil les saisit dans le temple même (de
              Junon, entre Argos et Mycènes) et les fit tranquillement passer de la vie à la mort;
              comme si les dieux n’avoient pas de plus grand bien à nous accorder, que d’abréger nos
              jours</foreign>. (<bibl>
              <author>Herodot</author>. I. 31. Axioch. ap. <author>Plat.</author> t. 3. p.
            367</bibl>. <bibl>
              <author>Cic.</author>
              <title>Tusc.</title> I. 47</bibl>. <bibl>Val. Max. v. 4. estern. 4. Stob. serm.169. p.
              603. Serv. et Philarg. in Georg. III. 532.</bibl>)</quote>
          <bibl>Même ouvrage ch. 53. t. 4. p. 343-4</bibl>. Aggiungi Plutarco nel libro della
          consolazione ad Apollonio, volgarizzamento di Marcello Adriani il giovine. Fir. 1819. t.
          1. p. 189. e vedi ciò ch’egli soggiunge a questo proposito. Al qual luogo egli ha rispetto
          nella pag. 213. da me citata qui a tergo. (25. Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2676"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">La statue de Telesilla</foreign>
          </quote> (famosa poetessa d’Argo, e guerriera, salvatrice della sua patria) <quote>
            <foreign lang="fre">fut posée sur une colonne, en face du temple de Vénus; loin de
              porter ses regards sur des volumes représentés et placés à ses pieds, elle les arrête
              avec complaisance sur un casque qu’elle tient dans sa main, et qu’elle va mettre sur
              sa tête</foreign>
          </quote>. (Pausan. 11. 20. p. 157.). <bibl lang="fre">Même ouvrage. l. c. p. 338</bibl>.
          Così potrebb’essere rappresentata la nazione latina, la nazion greca e tutta l’antichità
          civile: inarrivabile e inarrivata nelle lettere e arti belle, e pur considerante l’une e
          l’altre come suoi passatempi, ed occupazioni secondarie; guerriera, attiva e forte. (25.
          Feb. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli scrittori greci più eleganti ed attici e antichi sogliono usare la voce <foreign
            lang="grc">φησὶ</foreign> per <foreign lang="grc">φασὶ</foreign> nel significato di
            <foreign lang="lat" rend="italic">aiunt</foreign>, <emph>è fama</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">on dit</foreign>, il singolare invece del plurale (forma
          ellittica per <foreign lang="grc">φησί τις</foreign>
          <emph>uom dice, altri dice</emph>). Così noi volgarmente tutto giorno, e non solo noi nel
          parlare, ma eziandio gli scrittori nostri, massime del trecento, usiamo <emph>dice</emph>
          per <emph>dicono, altri dice, l’uom dice, un dice</emph> (<foreign lang="fre"
            rend="italic">on dit</foreign>). <bibl>
            <author>Passavanti</author> Ediz. Venez. del Bortoli p. 251</bibl>. <quote>
            <emph>E così</emph>
            <emph rend="sc">dice</emph>
            <emph>che fa il Leone</emph>
          </quote>. Mi ricordo di aver trovato questa frase anche in altri trecentisti, e mi par
          senza fallo nelle Vite de’ Santi Padri. Quest’uso che noi abbiamo comune cogli
          antichissimi e più eleganti e puri scrittori greci, per qual mezzo ci può esser venuto se
          non per quello dell’antico <pb ed="aut" n="2677"/> volgar latino? Sempre ch’io trovo
          qualche conformità <emph>frappante</emph> fra il greco e l’italiano (massime l’italiano
          volgare, popolare, corrente e parlato) e così il francese e lo spagnuolo, conformità che
          non appartenga alla natura generale delle favelle, ma alle proprietà arbitrarie ed
          accidentali delle lingue, se quella tal qualità o parte ec. sopra cui cade questa
          conformità, non si trova negli scrittori latini, io tengo per fermo ch’ella si trovasse
          nel latino parlato, cioè nel volgar latino. Giacchè questo ebbe commercio col volgar
          greco, e quel ch’è più, venne da una medesima fonte col greco; e da esso volgar latino è
          venuto il nostro volgare. Ma qual commercio ebbe mai il nostro volgare col volgar greco,
          cioè col greco parlato, e massime coll’antico? qual commercio poi col greco scritto, e
          questo pure antichissimo? Quanto al nostro caso, io non credo che negli scrittori latini
          si trovi p. e. <foreign lang="lat" rend="italic">ait</foreign> in vece di <foreign
            lang="lat" rend="italic">aiunt</foreign>. Ma veggasi il Forcellini. (Roma 2. Marzo
          1823.). V. p. 2987.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutti gl’imperi, tutte le nazioni ch’hanno ottenuto dominio sulle altre, da principio
          hanno combattuto con quelli di fuori, co’ vicini, co’ nemici: poi liberati dal timore
          esterno, e soddisfatti dell’ambizione e della cupidigia di dominare sugli stranieri e di
          possedere quel di costoro, e saziato l’odio nazionale contro l’altre nazioni, hanno sempre
          rivolto il ferro <pb ed="aut" n="2678"/> contro loro medesime, ed hanno per lo più perduto
          colle guerre civili quell’impero e quella ricchezza ec. che aveano guadagnato colle guerre
          esterne. Puoi vedere p. 3791. Questa è cosa notissima e ripetutissima da tutti i filosofi,
          istorici, politici ec. Quindi i politici romani prima e dopo la distruzion di Cartagine,
          discorsero della necessità di conservarla, e se ne discorre anche oggidì ec. L’egoismo
          nazionale si tramuta allora in egoismo individuale: e tanto è vero che l’uomo è per sua
          natura e per natura dell’amor proprio, nemico degli altri viventi e se-amanti; in modo che
          s’anche si congiunge con alcuno di questi, lo fa per odio o per timore degli altri,
          mancate le quali passioni, l’odio e il timore si rivolge contro i compagni e i vicini.
          Quel ch’è successo nelle nazioni è successo ancora nelle città, nelle corporazioni, nelle
          famiglie ch’hanno figurato nel mondo ec. unite contro gli esteri, finchè questi non erano
          vinti, divise e discordi e piene d’invidia ec. nel loro interno, subito sottomessi gli
          estranei. Così in ciascuna fazione di una stessa città, dopo vinte le contrarie o la
          contraria. V. il proem. del lib.7. delle Stor. del Machiavello. Ed è bello a questo
          proposito un passo di Plutarco sulla fine del libro <quote>
            <emph>Come si potria trar giovamento da’ nimici</emph>
          </quote> (<bibl>
            <title>Opusc. mor.</title> di <author>Plut.</author> volgarizz. da <author>Marcello
              Adriani il giovane</author>. Opusc. 14. Fir. 1819. t. 1. p. 394</bibl>.) <quote>
            <emph>La qual cosa ben parve che comprendesse <pb ed="aut" n="2679"/> un saggio uomo di
              governo nominato Demo, il quale, in una civil sedizione dell’isola di Chio,
              ritrovandosi dalla parte superiore, consigliava i compagni a non cacciare della città
              tutti gli avversarj, ma lasciarne alcuni, acciò (disse egli) non incominciamo a
              contendere con gli amici, liberati che saremo interamente da’ nimici: così questi
              nostri affetti</emph>
          </quote> (soggiunge Plutarco, cioè <emph>l’emulazione, la gelosia, e l’invidia</emph>) <quote>
            <emph>consumati contra i nimici meno turberanno gli amici</emph>
          </quote>. <bibl>V. ancora gl’<title>Insegnamenti Civili</title> di <author>Plut.</author>
          </bibl> dove il cit. Volgarizz. p. 434. ha Onomademo in vece di Demo: <foreign lang="grc"
            >ὄνομα Δῆμος</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ora nello stesso modo che alle famiglie, alle corporazioni, alle città, alle nazioni,
          agl’imperi, è accaduto al genere umano. Nemici naturali degli uomini furono da principio
          le fiere e gli elementi ec.; quelle, soggetti di timori e d’odio insieme, questi di solo
          timore (se già l’immaginazione non li dipingeva a quei primi uomini come viventi). Finchè
          durarono queste passioni sopra questi soggetti, l’uomo non s’insanguinò dell’altro uomo,
          anzi amò e ricercò lo scontro, la compagnia, l’aiuto del suo simile, senz’odio alcuno,
          senza invidia, senza sospetto, come il leone non ha sospetto del leone. Quella fu
          veramente l’età dell’oro, e l’uomo era sicuro tra gli uomini: non per altro se non
          perch’esso e gli altri uomini odiavano e temevano de’ viventi e degli <pb ed="aut"
            n="2680"/> oggetti stranieri al genere umano; e queste passioni non lasciavano luogo
          all’odio o invidia o timore verso i loro simili, come appunto l’odio e il timore de’
          Persiani impediva o spegneva le dissensioni in Grecia, mentre quelli furono odiati e
          temuti. Quest’era una specie d’egoismo <emph>umano</emph> (come poi vi fu l’egoismo
          nazionale) il quale poteva pur sussistere insieme coll’individuale, stante le dette
          circostanze. Ma trovate o scavate le spelonche, per munirsi contro le fiere e gli
          elementi, trovate le armi ed arti difensive, fabbricate le città dove gli uomini in
          compagnia dimoravano al sicuro dagli assalti degli altri animali, mansuefatte alcune
          fiere, altre impedite di nuocere, tutte sottomesse, molte rese tributarie, scemato il
          timore e il danno degli elementi, la nazione umana, per così dire, quasi vincitrice de’
          suoi nemici, e guasta dalla prosperità, rivolse le proprie armi contro se stessa, e qui
          cominciano le storie delle diverse nazioni; e questa è l’epoca del secolo d’argento,
          secondo il mio modo di vedere; giacchè l’aureo, al quale le storie non si stendono, e che
          resta in balìa della favola, fu quello precedente, tale, quale l’ho descritto. (4. Marzo
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Plutarco nel principio degl’<title>Insegnamenti civili</title>, volgarizzamento cit. di
          sopra, <bibl>
            <title>Opusc.</title> 15. t. 1. p. 403</bibl>. <quote>
            <emph>Molto meno arieno ancora gli <pb ed="aut" n="2681"/> Spartani patito l’insolenza,
              e buffonerie di Stratocle, il quale avendo persuaso il popolo</emph>
          </quote> (credo Ateniese, o Tebano) <quote>
            <emph>a sacrificare come vincitore; che poi sentito il vero della rotta si sdegnava,
              disse: Qual ingiuria riceveste da me, che seppi tenervi in festa, ed in gioja per
              ispazio di tre giorni?</emph>
          </quote> Agli Spartani si possono paragonate i filosofi, anzi questo secolo, anzi quasi
          tutti gli uomini, avidi del sapere o della filosofia, e di scoprir le cose più nascoste
          dalla natura, e per conseguenza di conoscere la propria infelicità, e per conseguenza di
          sentirla, quando non l’avrebbero sentita mai o di sentirla più presto. E la risposta di
          Stratocle starebbe molto bene in bocca de’ poeti, de’ musici, degli antichi filosofi,
          della natura, delle illusioni medesime, di tutti quelli che sono accusati d’avere
          introdotti o fomentati, d’introdurre o fomentare o promuovere de’ begli errori nel genere
          umano, o in qualche nazione o in qualche individuo. Che danno recano essi se ci fanno
          godere, o se c’impediscono di soffrire, per tre giorni? Che ingiuria ci fanno se ci
          nascondono quanto e mentre possono la nostra miseria, o se in qualunque modo
          contribuiscono a fare che l’ignoriamo o dimentichiamo? (5. Marzo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2682"/> Grazia dal contrasto. <bibl>
            <author>Conte Baldessar Castiglione</author>, <title>Il Libro del Cortegiano</title>.
            lib. 1. Milano, dalla Società tipogr. de’ Classici italiani, 1803. vol. 1. p.
          43-4</bibl>. <quote>Ma avendo io già più volte pensato meco, onde nasca questa grazia,
            lasciando quegli che dalle stelle l’hanno, trovo una regola universalissima; la qual mi
            par valer circa questo in tutte le cose umane, che si facciano, o dicano, più che alcuna
            altra; e ciò è fuggir quanto più si può, e come un asperissimo e pericoloso scoglio la
            affettazione; e, per dir forse una nuova parola, usar in ogni cosa una certa
            sprezzatura, che nasconda l’arte, e dimostri, ciò che si fa, e dice, venir fatto senza
            fatica, e quasi senza pensarvi. Da questo credo io che derivi assai la grazia:
              <emph>perchè delle cose rare, e ben fatte ognun sa</emph> (p. 44. dell’ediz.) <emph>la</emph>
            <emph rend="sc">difficultà</emph>, <emph>onde in esse la</emph>
            <emph rend="sc">facilità</emph>
            <emph>genera grandissima maraviglia</emph>; e per lo contrario, lo sforzare, e, come si
            dice, tirar per i capegli, dà somma disgrazia, e fa estimar poco ogni cosa, per grande
            ch’ella si sia</quote>. (Roma 14. Marzo. 1823. secondo Venerdì di Marzo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>In vero rare volte interviene che chi non è assueto <pb ed="aut" n="2683"/> a
            scrivere, per erudito che egli si sia, possa mai conoscer perfettamente le fatiche ed
            industrie degli scrittori, nè gustar la dolcezza ed eccellenza degli stili, e quelle
            intrinseche avvertenze che spesso si trovano negli antichi</quote>. <bibl>Il medesimo,
            ivi, p. 79</bibl>. Da quanto pochi adunque può sperar degna, vera ed intima e piena e
          perfetta stima e lode il perfetto scrittore o poeta! e per quanto pochi scrive e prepara
          piaceri colui che scrive perfettamente! V. p. 2796. (15. Marzo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Nè altro vuol dir il parlar antico, che la consuetudine antica di parlare; e
            sciocca cosa sarebbe amar il parlar antico, non per altro che per voler più presto
            parlare come si parlava, che come si parla</quote>. <bibl>Il medesimo, ivi, p.
          64</bibl>. (15. Marzo 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Quelques sages, épouvantés des vicissitudes qui bouleversent les
              choses humaines, supposèrent une puissance qui se joue de nos projets, et nous attend
              au moment du bonheur, pour nous immoler à sa cruelle jalousie</foreign>. (<bibl>
              <author>Herod.</author> I. 32. III. 40. VII. 46</bibl>. <bibl>
              <author>Soph.</author> in <title>Philoct.</title> v. 789</bibl>.)</quote>
          <bibl>
            <title lang="fre">Voyage d’Anacharsis</title>. ch. 71. p. 136. t. 6</bibl>. (Roma 26.
          Marzo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">«L’excès de la raison et de la vertu, est presque aussi funeste que
              celui des plaisirs (<bibl>
                <author>Aristot.</author>
                <title>de mor.</title> II. 2. t. 2. p. 19</bibl>.); la nature nous a donné des goûts
              qu’il est aussi dangereux d’éteindre que d’épuiser</foreign>.»</quote>
          <bibl>Même ouvrage ch. 78. t. 6. p. 456</bibl>. (29. Marzo. Sabato Santo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2684"/> L’uomo sarebbe felice se le sue illusioni giovanili (e
          fanciullesche) fossero realtà. Queste sarebbero realtà, se tutti gli uomini le avessero, e
          durassero sempre ad averle: perciocchè il giovane d’immaginazione e di sentimento,
          entrando nel mondo, non si troverebbe ingannato della sua aspettativa, nè del concetto che
          aveva fatto degli uomini, ma li troverebbe e sperimenterebbe quali gli aveva immaginati.
          Tutti gli uomini più o meno (secondo la differenza de’ caratteri), e massime in gioventù,
          provano queste tali illusioni felicitanti: è la sola società, e la conversazione
          scambievole, che civilizzando e istruendo l’uomo, e assuefacendolo a riflettere sopra se
          stesso, a comparare, a ragionare, disperde immancabilmente queste illusioni, come
          negl’individui, così ne’ popoli, e come ne’ popoli, così nel genere umano ridotto allo
          stato sociale. L’uomo isolato non le avrebbe mai perdute; ed elle son proprie del giovane
          in particolare non tanto a causa del calore immaginativo, naturale a quell’età, quanto
          della inesperienza, e del vivere isolato che fanno i giovani. Dunque se l’uomo avesse
          continuato a vivere isolato, non avrebbe mai perdute le sue illusioni giovanili, e tutti
          gli uomini le <pb ed="aut" n="2685"/> avrebbero e le conserverebbero per tutta la vita
          loro. Dunque esse sarebbero realtà. Dunque l’uomo sarebbe felice. Dunque la causa
          originaria e continua della infelicità umana è la società. L’uomo, secondo la natura
          sarebbe vissuto isolato e fuor della società. Dunque se l’uomo vivesse secondo natura,
          sarebbe felice. (Roma 1. Aprile. Martedì di Pasqua. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ὀλίγου δέω τοῦτο ποιεῖν ἢ παθεῖν ὀλίγου δεῖν καὶ ἀπόλωλα ὀλίγου δεῖ
            τοῦτο γενέσθαι πολλοῦ γε καὶ δεῖ πολλοῦἢ μικροῦ ἐδέησεν ἢ ἐδέησα μικροῦ δεῖν</foreign>
          ec. <foreign lang="fre">Peu s’en faut: beaucoup s’en faut: peu s’en fallut</foreign> ec.
          poco mancò che ec. di poco fallò, per poco, per poco non, ec. V. p. 3817.(1. Aprile.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A noi pare bene spesso di provar del piacere dicendo, o fra noi stessi o con altri, che
          noi ne abbiamo provato. Tanto è vero che il piacere non può mai esser presente, e
          quantunque da ciò segua ch’esso non può neanche mai esser passato, tuttavia si può quasi
          dire ch’esso può piuttosto esser passato che presente. (Roma. 12. Aprile 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Le ciel qui nous donna la réflexion pour prévoir nos besoins, nous a
              donné les besoins pour mettre <pb ed="aut" n="2686"/> des bornes à notre réflexion.
              Études de la Nature par Jacques-Bernardin-Henri de Saint-Pierre. Paul et
            Virginie</foreign>.</quote>
          <bibl lang="fre">dans le <title>Dialogue entre Paul et le Vieillard</title>. Paris de
            l’imprimerie de Monsieur. 3<hi rend="italic">e</hi> édit. tom. 4. p. 132</bibl>. (Roma
          14. Aprile 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">En Europe le travail des mains déshonore. On l’appelle travail
              méchanique. Celui même de labourer la terre y est le plus méprisé de tous. Un artisan
              y est bien plus estimé qu’un paysan</foreign>
          </quote>. <bibl>loc. cit. pag. 136</bibl>. Tutto l’opposto era fra gli antichi, appresso i
          quali gli agricoltori e l’agricoltura erano in onore, e l’arti manuali o meccaniche
            (<foreign lang="grc">αἱ βαναυσικαὶ τέχναι</foreign>) e i professori delle medesime erano
          infami. <bibl>V. <author>Cic.</author>
            <title>de Offic.</title> l. <hi rend="sc">i</hi>
          </bibl>. e l’Economico di Senofonte, e quello attribuito già ad Aristotele. (14. Aprile
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sopra il verbo <emph>difendere</emph> usato già dagli antichi Latini come da’ francesi e
          dagli antichi italiani e dagli spagnuoli per <emph>proibire</emph>, vedi Perticari
          Apologia di Dante p. 157. (Recanati 12. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Usano i buoni scrittori greci elegantemente l’infinito dei verbi in luogo della seconda e
          della terza persona dell’imperativo. <foreign lang="grc">Τοῦτο ποιεῖν</foreign> invece di
            <foreign lang="grc">τοῦτο ποίει σὺ</foreign>, o di <foreign lang="grc">τοῦτο ποιείτω</foreign>
          <pb ed="aut" n="2687"/>
          <foreign lang="grc">ἐκεῖνος</foreign>, o di <foreign lang="grc">τοῦτο ποιείσθω</foreign>
            (<foreign lang="lat" rend="italic">hoc fiat</foreign>) o di <foreign lang="grc">τοῦτο
            ποιητέον</foreign> o di <foreign lang="grc">τοῦτο ποιεῖν δεῖ</foreign> la quale ultima
          parola si sottintende in questa formola ellittica di <foreign lang="grc">τοῦτο
          ποιεῖν</foreign>. Simile a quest’uso è quello degl’italiani di usare l’infinito in vece
          della seconda persona singolare dell’imperativo, quando precede una particella negativa
          ossia vietativa. <emph>Non fare, non dire per non fa, non di’</emph>. Il qual uso viene
          dal comune rustico romano, ossia da quella lingua in cui degenerò il latino d’Europa ne’
          bassi tempi, che si parlò in tutta l’Europa latina, e da cui nacquero le lingue italiana,
          francese, spagnuola, portoghese, e i loro dialetti. V. il Perticari, Apologia di Dante p.
          170. Ma quest’uso figurato è rimasto ai soli italiani, benchè già fosse proprio anche dei
          provenzali, come dimostra il Perticari, loc. cit. I greci dicevano ancora <foreign
            lang="grc">μὴ τοῦτο ποιεῖν</foreign> per <foreign lang="grc">μὴ τοῦτο ποίει</foreign>.
          Così ancora invece delle seconde e terze persone imperative plurali, cioè invece di
            <foreign lang="grc">μὴ τοῦτο ποιεῖτε o ποιείτωσαν</foreign>. V. Senofonte <foreign
            lang="grc">Πόροι</foreign>, c. 4. num. 40. Platon. Sophist. t. 2. Astii p. 346. v. 11.
          E. (12. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2688"/> Il Perticari nell’Apolog. di Dante p. 207. not. 19. trovando in
          un’antica canzone provenzale il verbo <emph>arsare</emph> dice che questa è la radice
          della voce <emph>arso</emph>, la quale finora è sembrato vocabolo senza radice, giacchè
          dal verbo <foreign lang="lat" rend="italic">ardere</foreign> dovrebbe derivare
            <emph>arduto</emph> e non <emph>arso</emph>. S’inganna: ed anzi il verbo
          <emph>arsare</emph> deriva da <emph>arso</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ardere</foreign> che n’è la radice. I participii de’ nostri verbi sono per lo più i
          participii latini, quando il verbo è latino. Se in questi participii è qualche anomalia,
          la ragione e l’origine della medesima, non si deve cercare nell’italiano nè nel
          provenzale, ma nel latino, sia che quest’anomalia esista anche nel latino, sia che quel
          participio (e così dico delle altre voci) ch’è anomalo per noi, non lo sia per li latini.
          Giacchè l’uso italiano, massime nel particolare dei participii, ha seguito ordinariamente
          l’uso latino senza guardare se questo corrispondesse o no alle regole o all’analogia della
          nuova lingua che si veniva formando. E moltissime irregolarità della nostra lingua e delle
          sue sorelle vengono dalla sua cieca conformità colla lingua madre. Da <emph>sospendere,
            prendere, accendere</emph>, <pb ed="aut" n="2689"/>
          <emph>discendere</emph> ec. secondo l’analogia della nostra lingua, verrebbe
            <emph>sospenduto, prenduto, accenduto, discenduto, difenduto</emph> ec. Ma i latini
          dicevano <foreign lang="lat" rend="italic">suspensus, prensus, defensus</foreign> ec.
          Dunque anche gl’italiani <emph>sospeso, preso, acceso, disceso, difeso</emph> ec. Nè la
          radice p. e. di <emph>preso</emph> è il <foreign lang="lat" rend="italic"
          >prensare</foreign> (che anzi viene da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >prensus</foreign>) ma il <foreign lang="lat" rend="italic">prehendere</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">prendere</foreign> de’ latini. Al contrario i latini
          da <foreign lang="lat" rend="italic">vendere</foreign> facevano <foreign lang="lat"
            rend="italic">venditus</foreign>; qui la nostra lingua segue la sua analogia e dice
            <emph>venduto</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">venditus</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere la p. 3075.</p>
          </note>, non <emph>veso</emph>, perchè il latino non dice <emph>vensus</emph>. Credo
          anch’io che gli antichi latini dicessero <foreign lang="lat" rend="italic">suspenditus,
            prenditus, accenditus</foreign> ec. ma se poi dissero diversamente, l’anomalia di
            <emph>preso, acceso</emph> ec. non è d’origine italiana nè provenzale, ma latina. Così
          da <foreign lang="lat" rend="italic">ardere</foreign> noi dovremmo fare
          <emph>arduto</emph>. Ma sia che i primi latini dicessero <foreign lang="lat" rend="italic"
            >arditus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">ardeo</foreign>, come dissero
            <foreign lang="lat" rend="italic">ardui</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >arsi</foreign>, sia che nol dicessero mai, certo è che poi e comunemente dissero
            <foreign lang="lat" rend="italic">arsi, arsurus, arsus</foreign>, supino <foreign
            lang="lat" rend="italic">arsum</foreign>. Noi dunque non diciamo <emph>arduto</emph> ma
            <emph>arso</emph>, e diciamo <emph>arso</emph>
          <pb ed="aut" n="2690"/> perchè così dissero i latini, e l’origine di quest’anomalia si
          cerchi nel latino dov’ella pur fu e donde ella venne, non nell’italiano o nel provenzale o
          nella lingua romana o romanza; quando è chiaro ch’ell’è tanto più antica di tutte queste
          lingue. Similmente da <foreign lang="lat" rend="italic">audeo</foreign> dovevasi fare
            <foreign lang="lat" rend="italic">auditus</foreign>. Ma i latini a noi noti fecero
            <foreign lang="lat" rend="italic">ausus</foreign>. Anomalia della stessa natura e
          condizione di <foreign lang="lat" rend="italic">arsus</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ardeo</foreign>, seconda congiugazione come <foreign lang="lat"
            rend="italic">audeo</foreign>. Quest’<foreign lang="lat" rend="italic">ausus</foreign> è
          il nostro <emph>oso</emph> nome: da questo nome <emph>oso</emph> viene <emph>osare</emph>,
          che i provenzali dissero o almeno scrissero anche <emph>ausar</emph> (Perticari l. c. p.
          210. lin.7.): ed infatti <emph>osare</emph> non è che un continuativo barbaro d’<foreign
            lang="lat" rend="italic">audere</foreign> ch’è la sua radice prima, e l’immediata è
            <foreign lang="lat" rend="italic">ausus</foreign>. Ma il Perticari viceversa direbbe che
            <emph>oso</emph> ed <foreign lang="lat" rend="italic">ausus</foreign> viene da
            <emph>osare</emph> e da <emph>ausare</emph>, giacchè dice che <emph>arso</emph> viene da
            <emph>arsare</emph>. Quasi che, anche secondo l’analogia della nostra lingua, da
            <emph>arsare</emph> si potesse far <emph>arso</emph>: e non piuttosto
          <emph>arsato</emph>, ch’è il <pb ed="aut" n="2691"/> suo vero participio, e ben differente
          da <emph>arso</emph> ch’è participio d’un altro verbo.</p>
        <p>Questo e altri tali errori del Perticari e d’altri moltissimi grammatici antichi e
          moderni, vengono dalla poca notizia che costoro hanno avuta della formazione e derivazione
          de’ verbi in <emph>are</emph> da’ participii regolari o anomali d’altri verbi; formazione
          usitatissima da’ latini, presso de’ quali i verbi così formati erano continuativi; e
          seguitata ad usare larghissimamente ne’ tempi bassi e ne’ principii delle moderne lingue
          dell’Europa latina.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Ausus sum</foreign>: <emph>son oso</emph>. Questa frase
          italiana corrispondente alla latina, conferma, seppur ve n’è bisogno, l’identità del nome
            <emph>oso</emph> col participio <foreign lang="lat" rend="italic">ausus</foreign>, sola
          voce del verbo <foreign lang="lat" rend="italic">audere</foreign> che si sia conservata
          nell’uso delle lingue figlie della latina, e madre di più voci moderne, come
          <emph>osare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">oser</foreign>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">osadìa, osado</foreign> (participio d’<foreign lang="lat" rend="italic"
            >ausare</foreign>), <foreign lang="spa" rend="italic">osadamente</foreign> ec. (Recanati
          15. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Somma conformabilità dell’uomo. Le bestie sono più o meno addomesticabili, secondo che
          sono più o <pb ed="aut" n="2692"/> meno assuefabili e conformabili di natura. Ma nè le
          bestie domestiche convivendo coll’uomo, nè queste o altre bestie convivendo con bestie di
          specie diversa dalla loro, contraggono il carattere e i costumi umani o di quelle altre
          bestie, nè i caratteri di più bestie di specie diversa si mescolano tra loro per convivere
          che facciano insieme; ma solamente le bestie domestiche ricevono certe assuefazioni
          particolari, e certi costumi non naturali portati dalle circostanze, i quali non hanno
          però che far niente coi costumi dell’uomo. Ma l’uomo convivendo colle bestie, contrae
          veramente gran parte del carattere di queste, ed altera il suo proprio per una effettiva
          mescolanza di qualità naturali alle bestie con cui convive. È cosa osservata nella
          campagna romana, e nota quivi alle persone che per mestiere per abito e per natura sono
          tutt’altro che osservatrici, che i pastori e guardiani delle bufale, sono ordinariamente
          stupidi, lenti, goffi, rozzissimi, selvatici e tali che poco hanno dell’uomo: che i
          pastori de’ <pb ed="aut" n="2693"/> cavalli sono svelti, attivi, pronti, vivaci, arguti,
          agili di corpo e di spirito: quelli delle pecore, semplici, mansueti, ubbidienti ec.
          (Recanati 16. Maggio 1823.). E tra gli abitanti della campagna romana i due estremi della
          zotichezza e della <foreign lang="fre" rend="italic">spiritualité</foreign> e furberia,
          della torpidezza e del brio, della dappocaggine, pigrizia ec. e dell’attività, sono i
          guardiani delle bufale e quei de’ cavalli; come lo sono i caratteri di queste specie di
          animali fra quelle che abitano nella detta campagna. (16. Maggio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Degli scrittori non romani che scrissero in latino, e son tenuti classici in quella
          lingua e letteratura <bibl>vedi <author>Perticari</author>, <title>Apologia di
            Dante</title>, capo 30. p. 314-16</bibl>. (Recanati 16. Maggio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Del disprezzo in cui fu tenuta dai dotti la lingua italiana (detta volgare) nel 300, nel
          400 e nel 500, a paragone della latina, vedi Perticari loc. cit. capo 34. (16. Maggio
          1823.). Vedi anche il fine della Lezione <title>dell’ordine dell’Universo</title> di <bibl>
            <author>Pier Francesco Giambullari</author> nelle <title>Prose Fiorentine</title> par.
            2. vol. 2. (Venez. 1735. t. 3. par. 2. p. 24.fine-25.)</bibl> (17. Maggio 1823.).
            <bibl>V. altresì <author>Perticari</author>
            <title>Degli Scritt. del 300</title>. l. <hi rend="sc">i</hi>. c. 13. p. 77. c. 16. p.
            88. segg. c. ult. fine. p. 98. l. 2. c. 9. p. 163</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2694"/> Formata una volta una lingua illustre, cioè una lingua ordinata,
          regolare, stabilita e grammaticale, ella non si perde più finchè la nazione a cui ella
          appartiene non ricade nella barbarie. La durata della civiltà di una nazione è la misura
          della durata della sua lingua illustre e viceversa. E siccome una medesima nazione può
          avere più civiltà, cioè dopo fatta civile, ricadere nella barbarie, e poi risorgere a
          civiltà nuova, ciascuna sua civiltà ha la sua lingua illustre nata, cresciuta,
          perfezionata, corrotta, decaduta e morta insieme con lei. Il qual rinnuovamento e di
          civiltà e di lingua illustre, ha, nella storia delle nazioni conosciute, o vogliamo
          piuttosto dire, nella storia conosciuta, un solo esempio, cioè quello della nazione
          italiana. Perchè niuna delle altre nazioni state civili in antico, sono risorte a civiltà
          moderna e presente, e niuna delle nazioni presentemente civili, fu mai civile (che si
          sappia) in antico, se non l’italiana. Così niun’altra nazione può mostrare due lingue
          illustri da <pb ed="aut" n="2695"/> lei usate e coltivate generalmente, (come può far
          l’italiana) se non in quanto la nostra antica lingua, cioè la latina, si diffuse insieme
          coi nostri costumi per l’Europa a noi soggetta, e fece per qualche tempo italiane di
          costumi e di lingua e letteratura le Gallie, le Spagne, la Numidia (che non è più risorta
          a civiltà) ec.</p>
        <p>Ma tornando al proposito nostro, siccome la Grecia, in tutta la storia conosciuta, è la
          nazione che per più lungo tempo ha conservato una civiltà, così la lingua greca illustre è
          di tutte le lingue illustri conosciute nella storia antica o moderna, quella che ha durato
          più lungo tempo. Sebbene nei secoli bassi la civiltà greca fosse in gran decadenza, e
          similmente e proporzionatamente la lingua greca illustre, nondimeno la Grecia non divenne
          assolutamente barbara, se non dopo la presa di Costantinopoli, conservandosi almeno
          qualche parte della civiltà greca, se <pb ed="aut" n="2696"/> non altro, nella Corte di
          Bisanzio finchè questa durò. E fino a questo medesimo termine durò ancora la lingua greca
          illustre, in maniera che gli scrittori greci di questi ultimi tempi, come Teofilatto e
          quei della Storia Bizantina, sono per la più parte intelligibili e piani senz’altro
          particolare studio, a tutti quelli che intendono Omero ed Erodoto. Di modo che la lingua
          greca illustre durò sempre una e sempre quella, per 23 secoli, cioè da Omero fino
          all’ultimo imperatore greco. Durata maravigliosa: ma tale altresì fu quella della greca
          civiltà. Perchè la Grecia per niuna circostanza di tempi non divenne mai interamente
          barbara finchè non fu tutta suddita de’ turchi; nè mai per tutto l’intervallo de’ secoli
          antecedenti fu priva di letteratura, neanche ne’ peggiori secoli, come si può vedere,
          considerando anche solamente la Biblioteca di Fozio scritta nel nono secolo, e le varie
          opere di Tzetze <pb ed="aut" n="2697"/> scritte nel 12.<hi rend="apice">o</hi> oltre il
          Violario d’Eudocia Augusta, il Lessico di Suida ec. opere che in niun’altra parte del
          mondo fuor della parte greca, quando pur fossero state tradotte nelle rispettive lingue,
          si sarebbero a quei tempi sapute neppure intendere, non che comporne delle simili.</p>
        <p>La lingua illustre latina nata tanto più tardi, tanto più presto morì, perchè la civiltà
          italiana e quella di tutta l’Europa latina per diverse circostanze finì pochissimi secoli
          dopo nata. Già quando Costantino trasportò la corte in Bisanzio, la Grecia vinceva d’assai
          e per civiltà e per letteratura il mondo latino, e massimamente l’Italia. E forse questa
          fu una delle cagioni che indussero Costantino a quel traslocamento, il quale fu poi
          un’altra circostanza che contribuì a mantenere la civiltà in Grecia, e seco la lingua
          illustre (coltivata poi da Temistio, da Libanio, da Giuliano imperatore da Giamblico, da
          Gregorio, da Basilio ben superiori in <pb ed="aut" n="2698"/> grecità a quello che furono
          in latinità Girolamo, Agostino, Ambrogio, Gregorio e Leone Papi, Ammiano, Boezio), ed
          aiutò la corruzione ed estinzione della civiltà e della lingua illustre latina, massime in
          Italia, dove mancò affatto una corte latina. La quale per poco tempo fu nelle Gallie, e vi
          produsse Sidonio e Pacato e gli altri nobili letterati di que’ tempi, e fece per allora
          quella provincia superiore senza comparazione per latinità, letteratura e civiltà alla
          stessa Italia che le avea compartite alle Gallie. Finchè le conquiste fatte dai Barbari
          distrussero affatto e la civiltà e la lingua illustre in tutta l’Europa latina.</p>
        <p>La nuova nostra lingua illustre fu sufficientemente organizzata e stabilita nel 300
          insieme colla nuova civiltà italiana. Questa ancor dura e non s’è mai più perduta. Dunque
          anche la lingua italiana illustre del 300, nè si è mai perduta, e dura ancora dopo ben
          cinque secoli: e quei trecentisti che più si divisero dal parlar plebeo e dai particolari
          dialetti separati, o (come in <pb ed="aut" n="2699"/> Dante) mescolati, quali sono il
          Petrarca, il Boccaccio, il Passavanti, il traduttore delle Vite de’ Padri, eccetto alcune
          poche e sparse parole o frasi, sono ancora moderni per noi, e la loro lingua è fresca e
          viva, come fosse di ieri. La differenza tra essi e noi sta quasi tutta nello stile e ne’
          concetti. V. p. 2718.</p>
        <p>Al contrario le lingue non bene o sufficientemente organizzate e regolate, variano
          continuamente e in breve si spengono quasi affatto, e fanno luogo a lingue quasi nuove,
          anche durando il medesimo stato della nazione, sia di civiltà (se pur vi fu mai civiltà
          non accompagnata da lingua illustre), sia di maggiore o minore barbarie. La lingua
          provenzale benchè scritta da tanti in poesia ed in prosa, pure perchè non ordinata
          sufficentemente nè ridotta a grammatica, è tutta morta dopo brevissima vita. E degli
          stessi trecentisti italiani, quelli che più s’accostarono al dir plebeo e provinciale,
          fosse fiorentino o qualunque, siccome tanti scrittori fiorentini o toscani di cronichette
          o d’altro, sono già da gran tempo scrittori di lingua per grandissima <pb ed="aut"
            n="2700"/> parte morta; giacchè infinite delle loro voci, frasi, forme e costruzioni più
          non s’intendono nelle stesse loro provincie, o vi riescono strane, insolite, affettate,
          antiquate e invecchiate. Vedi Perticari Apologia di Dante, capo 35. e specialmente p.
          338.-45. (17. Maggio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La cagione per cui negli antichissimi scrittori latini si trova maggiore conformità e di
          voci e di modi colla lingua italiana, che non se ne trova negli scrittori latini
          dell’aureo secolo, e tanto maggiore quanto sono più antichi, si è che i primi scrittori di
          una lingua, mentre non v’è ancora lingua illustre, o non è abbastanza formata, divisa
          dalla plebea, fatta propria della scrittura, usano un più gran numero di voci, frasi,
          forme plebee, idiotismi ec. che non fanno gli scrittori seguenti; sono in somma più vicini
          al plebeo da cui le lingue scritte per necessità incominciano, e da cui si vanno dividendo
          solamente appoco appoco, usano una più gran parte della lingua plebea ch’è la sola
          ch’esista allora nella nazione, o che <pb ed="aut" n="2701"/> non è abbastanza distinta
          dalla lingua nobile e cortigiana ec. sì perchè quella lingua che <emph>si</emph> parla
          (com’è la cortigiana) tien sempre più o meno della plebea; sì perchè allora i cortigiani
          ec. non hanno l’esempio e la coltura derivante dalle Lettere nazionali e dalla lingua
          nazionale scritta, per parlare molto diversamente dalla plebe. Ora l’unica lingua che
          possano seguire e prendere in mano i primi scrittori di una lingua, si è la parlata,
          giacchè la scritta ancor non esiste. E siccome la lingua italiana e le sue sorelle non
          derivano dal latino scritto ma dal parlato, e questo in gran parte non illustre, ma
          principalmente dal plebeo e volgare, quindi la molta conformità di queste nostre lingue
          cogli antichissimi e primi scrittori latini. Vedi un luogo di Tiraboschi appresso
          Perticari, Apologia di Dante, capo 43. pag. 430. (20. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2702"/> Materia della pigrizia non sono propriamente le azioni faticose,
          ma quelle, faticose o no, nelle quali non è piacere presente, o vogliamo dire opinione di
          piacere. Niuno è pigro al bere o al mangiare. Lo studio è cosa faticosissima. Ma se l’uomo
          vi prova piacere, ancorchè pigro ad ogni altra cosa, non sarà pigro a studiare, anzi
          travaglierà nello studio gl’interi giorni. E forse la massima parte delle persone
          assolutamente studiose, sono infingarde, e pure nello studio operano e si affaticano
          continuamente. Il fine dei pensieri e delle azioni dell’uomo è sempre e solo il piacere.
          Ma i mezzi di conseguir quello che l’uomo si propone come piacere, ora hanno piacere in se
          stessi, ora no. Questi ultimi sono materia della pigrizia, ancorchè domandino pochissima
          fatica, ancorchè il piacere a cui condurrebbero sia vicinissimo e prontissimo e
          certissimo, ancorchè l’uomo faccia molta stima di questo piacere e lo desideri, ancorchè
          finalmente il fine al quale questi mezzi conducono sia necessario, o molto <pb ed="aut"
            n="2703"/> utile ad ottenere altri piaceri. Così l’uomo si astiene di comparire a una
          festa (dove crede che si sarebbe trovato con piacere) per non assettarsi; e se si fosse
          trovato all’ordine, o se non se gli fosse richiesto d’assettarsi, sarebbe andato alla
          festa: la qual era pure un piacer vicino e pronto, e che si otteneva certamente con un’ora
          di pochissima fatica. Così la pigrizia ritiene ancora da quei travagli che sono necessari
          a procacciarsi il mangiare e il bere, perchè essi in se non hanno piacere. Così da cento
          altre azioni utili, cioè conducenti più o men tosto al piacere (giacchè questo è il
          significato di utile), ma non piacevoli in se: e tanto più quanto più è lontano il piacere
          ch’esse procacciano, e quanto elle sono più faticose, più lunghe, e meno piacevoli. (20.
          Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La voce popolare <emph>bobò</emph> che significa presso di noi uno spauracchio de’
          fanciulli simile al <foreign lang="grc">μορμὼ</foreign> ec. dei greci, alle Lammie de’
          latini ec. <pb ed="aut" n="2704"/> (V. il mio Saggio sugli errori popolari) non è altro
          che un sostantivo formato dalle due voci <emph>bau bau</emph> (colla solita mutazione
            dell’<emph>au</emph> in <emph>o</emph>), o piuttosto le stesse due voci sostantivate, e
          ridotte a significare una persona o spettro che manda fuori quelle voci <emph>bau
          bau</emph>. Le quali sono voci antichissime e comuni ai greci che con esse esprimevano
          l’abbaiare dei cani, e quindi fecero il verbo <foreign lang="grc">βαΰζειν</foreign>; ai
          latini che ne fecero nello stesso senso il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >baubari</foreign>, e a noi che ne abbiamo fatto <emph>baiare</emph> e quindi
            <emph>abbaiare</emph> (se pur questi verbi non vengono dal suddetto latino), onde il
          francese antico <foreign lang="fre" rend="italic">abaïer</foreign> e il moderno <foreign
            lang="fre" rend="italic">aboyer</foreign> de’ quali verbi vedi il Dizionario di
          Richelet. Vedi anche la pag. 2811.-13. Ma dall’esprimere la voce de’ cani, le parole
            <emph>bau bau</emph> passarono a significare una voce che spaventasse i fanciulli. V. la
          Crusca in <emph>Bau</emph>. Quindi il nostro <emph>Bobò</emph> sostantivo di persona.
          Presso i francesi <foreign lang="fre" rend="italic">bobo</foreign> è voce parimente
          puerile che significa <foreign lang="fre" rend="italic">un petit mal</foreign>, cioè
          quello che le nostre balie dicono <emph>bua</emph>, la qual <pb ed="aut" n="2705"/> voce
          fu pur delle balie latine, ma con altro significato, cioè con quello che le nostre dicono
            <emph>bumbù</emph>, o come ha la Crusca, <emph>bombo</emph>. <bibl>V.
            <author>Forcellini</author>
          </bibl>. I Glossari non hanno nulla al proposito. (20. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Di alcune cagioni che anche ne’ bassi tempi poterono introdurre vocaboli e modi greci nel
          volgare o ne’ volgari d’Italia, vedi Perticari Apologia di Dante, capo 39. p. 386.(21.
          Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dell’antico volgare latino, vedi Perticari Degli scrittori del 300. lib.1. cap. 5. 6. 7.
          (21. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È pur doloroso che i filosofi e le persone che cercano di essere utili o all’umanità o
          alle nazioni, sieno obbligate a spendere nel distruggere un errore o nello spiantare un
          abuso quel tempo che avrebbono potuto dispensare nell’insegnare o propagare una nuova
          verità, o nell’introdurre o divulgare una buona usanza. E veramente a prima vista può
          parer poco degno di un grande <pb ed="aut" n="2706"/> intelletto, e poco utile, o se non
          altro, di seconda o terza classe nell’ordine de’ libri utili, un libro, tutta la cui
          utilità si riduca a distruggere uno o più errori. (Tali sono p. e. i due Trattati di
          Perticari, e tutta la Proposta di Monti). Ma se guarderemo più sottilmente, troveremo che
          i progressi dello spirito umano, e di ciascuno individuo in particolare, consistono la più
          parte nell’avvedersi de’ suoi errori passati. E le grandi scoperte per lo più non sono
          altro che scoperte di grandi errori, i quali se non fossero stati, nè quelle (che si
          chiamano, scoperte di grandi verità) avrebbero avuto luogo, nè i filosofi che le fecero
          avrebbero alcuna fama. Così dico delle grandi utilità recate ai costumi, alle usanze ec.
          Non sono, per lo più, altro se non correzioni di grandi abusi. Lo spirito umano è tutto
          pieno di errori; la vita umana di male usanze. La maggiore e la principal parte delle
          utilità che si possono recare agli uomini, consiste nel disingannarli e nel correggerli,
          piuttosto che nell’insegnare <pb ed="aut" n="2707"/> e nel bene accostumare, benchè quelle
          operazioni bene spesso, anzi ordinariamente, ricevano il nome di queste. La maggior parte
          de’ libri, chiamati universalmente utili, antichi o moderni, non lo sono e non lo furono,
          se non perchè distrussero o distruggono errori, gastigarono o gastigano abusi. In somma la
          loro utilità non consiste per lo più nel porre, ma nel togliere, o dagl’intelletti o dalla
          vita. Grandissima parte de’ nostri errori scoperti o da scoprirsi, sono o furono così
          naturali, così universali, così segreti, così propri del comune modo di vedere, che a
          scoprirli si richiedeva o si richiede un’altissima sapienza, una somma finezza e acutezza
          d’ingegno, una vastissima dottrina, insomma un gran genio. Qual è la principale scoperta
          di Locke, se non la falsità delle idee innate? Ma qual perspicacia d’intelletto, qual
          profondità ed assiduità di osservazione, qual sottigliezza di raziocinio non era <pb
            ed="aut" n="2708"/> necessaria ad avvedersi di questo inganno degli uomini,
          universalissimo, naturalissimo, antichissimo, anzi nato nel genere umano, e sempre
          nascente in ciascuno individuo, insieme colle prime riflessioni del pensiero sopra se
          stesso, e col primo uso della logica? E pure che infinita catena di errori nascevano da
          questo principio! Grandissima parte de’ quali ancor vive, e negli stessi filosofi,
          ancorchè il principio sia distrutto. Ma le conseguenze di questa distruzione, sono ancora
          pochissimo conosciute (rispetto alla loro ampiezza e moltiplicità), e i grandi progressi
          che dee fare lo spirito umano in séguito e in virtù di questa distruzione, non debbono
          consistere essi medesimi in altro che in seguitare a distruggere.</p>
        <p>Cartesio distrusse gli errori de’ peripatetici. In questo egli fu grande, e lo spirito
          umano deve una gran parte de’ suoi progressi moderni al disinganno proccuratogli da
          Cartesio. Ma quando questi volle insegnare e fabbricare, il suo sistema <pb ed="aut"
            n="2709"/> positivo che cosa fu? Sarebbe egli grande, se la sua gloria riposasse
          sull’edifizio da lui posto, e non sulle ruine di quello de’ peripatetici? Discorriamo allo
          stesso modo di Newton, il cui sistema positivo che già vacilla anche nelle scuole, non ha
          potuto mai essere per i veri e profondi filosofi altro che un’ipotesi, e <emph>una
          favola</emph>, come Platone chiamava il suo sistema delle idee, e gli altri particolari o
          secondari e subordinati sistemi o supposizioni da lui immaginate, esposte e seguite. (21.
          Maggio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Paragonando la filosofia antica colla moderna, si trova che questa è tanto superiore a
          quella, principalmente perchè i filosofi antichi volevano tutti insegnare e fabbricare:
          laddove la filosofia moderna non fa ordinariamente altro che disingannare e atterrare. Il
          che se gli antichi tal volta facevano, niuno però era che in questo caso non istimasse suo
          debito e suo interesse il sostituire<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3469.</p>
          </note>. Così fecero anche nella prima restaurazione della filosofia Cartesio e Newton. Ma
          i filosofi <pb ed="aut" n="2710"/> moderni, sempre togliendo, niente sostituiscono. E
          questo è il vero modo di filosofare, non già, come si dice, perchè la debolezza del nostro
          intelletto c’impedisce di trovare il vero positivo, ma perchè in effetto la cognizione del
          vero non è altro che lo spogliarsi degli errori, e sapientissimo è quello che sa vedere le
          cose che gli stanno davanti agli occhi, senza prestar loro le qualità ch’esse non hanno.
          La natura ci sta tutta spiegata davanti, nuda ed aperta. Per ben conoscerla non è bisogno
          alzare alcun velo che la cuopra: è bisogno rimuovere gl’impedimenti e le alterazioni che
          sono nei nostri occhi e nel nostro intelletto; e queste, fabbricateci e cagionateci da noi
          col nostro raziocinio. Quindi è che i più semplici più sanno: che la semplicità, come dice
          un filosofo tedesco, (Wieland) è sottilissima, che i fanciulli e i selvaggi più vergini
          vincono di sapienza le persone più addottrinate: cioè più mescolate di elementi stranieri
          al loro intelletto. <pb ed="aut" n="2711"/> Di qui si conferma quel mio principio che la
          sommità della sapienza consiste nel conoscere la sua propria inutilità, e come gli uomini
          sarebbero già sapientissimi s’ella mai non fosse nata: e la sua maggiore utilità, o per lo
          meno il suo primo e proprio scopo, nel ricondurre l’intelletto umano (s’è possibile)
          appresso a poco a quello stato in cui era prima del di lei nascimento. E quello ch’io dico
          qui dell’intelletto, dico altrove, e qui ridico, anche per rispetto alla vita, e a tutto
          quello che appartiene all’uomo, e che ha qualsivoglia relazione colla sapienza. (21.
          Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I filosofi antichi seguivano la speculazione, l’immaginazione e il raziocinio. I moderni
          l’osservazione e l’esperienza. (E questa è la gran diversità fra la filosofia antica e la
          moderna). Ora quanto più osservano tanto più errori scuoprono negli uomini, più o meno
          antichi, più o meno universali, propri del popolo, de’ filosofi, o di ambedue. Così lo
          spirito umano fa progressi: e tutte le scoperte fondate sulla nuda osservazione delle
          cose, <pb ed="aut" n="2712"/> non fanno quasi altro che convincerci de’ nostri errori, e
          delle false opinioni da noi prese e formate e create col nostro proprio raziocinio o
          naturale o coltivato e (come si dice) istruito. Più oltre di questo non si va. Ogni passo
          della sapienza moderna svelle un errore; non pianta niuna verità, (se non che tali
          tuttogiorno si chiamano le proposizioni, i dogmi, i sistemi in sostanza negativi). Dunque
          se l’uomo non avesse errato, sarebbe già sapientissimo, e giunto a quella meta a cui la
          filosofia moderna cammina con tanto sudore e difficoltà. Ma chi non ragiona, non erra.
          Dunque chi non ragiona, o per dirlo alla francese, non pensa, è sapientissimo. Dunque
          sapientissimi furono gli uomini prima della nascita della sapienza, e del raziocinio sulle
          cose: e sapientissimo è il fanciullo, e il selvaggio della California, che non conosce
            <emph>il pensare</emph>. (21. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto che la filosofia moderna, in luogo degli errori che sterpa, non pianta nessuna
            <pb ed="aut" n="2713"/> verità positiva. Intendo verità semplicemente nuove; verità di
          cui vi fosse alcun bisogno, che avessero alcun valore, alcuno splendore, che meritassero
          di essere annunziate e affermate, che non fossero al tutto frivole e puerili, che non
          fossero manifestissime e conseguenti per se medesime, se gli errori contrarii non avessero
          avuto luogo, o non esistessero oggidì nelle menti degli uomini. Per esempio la filosofia
          moderna afferma che tutte le idee dell’uomo procedono dai sensi. Questa può parere una
          proposizione positiva. Ma ella sarebbe frivola, se non avesse esistito l’errore delle idee
          innate; come sarebbe frivolo l’affermare che il sole riscalda, perchè niuno ha creduto che
          il sole non riscaldasse, o affermato che il sole raffredda. Ma se questo fosse avvenuto,
          allora neanche quella verità o proposizione, che il sole riscalda, sarebbe tenuta frivola.
          Di più l’intenzione e lo spirito di quella proposizione che tutte le nostre idee vengono
          dai <pb ed="aut" n="2714"/> sensi, è veramente negativo, ed essa proposizione è come se
          dicesse, L’uomo non riceve nessuna idea se non per mezzo dei sensi; perch’ella mira
          espressamente ed unicamente ad escludere quell’antica proposizione positiva che l’uomo
          riceve alcune idee per altro mezzo che per quello dei sensi; ed è stata dettata dalla
          sottile speculazione di chi ben guardando nel proprio intelletto s’avvide che niuna idea
          gli era mai pervenuta fuori del ministerio dei sensi. Questo è un procedere affatto
          negativo, sì nella scoperta, sì ancora nell’enunciazione, perchè infatti da principio
          quella verità fu annunziata come negazione dell’errore contrario che allora sussisteva.
          Così discorrete d’infinite altre proposizioni o dogmi ec. della filosofia moderna, che
          hanno aspetto di positivi, ma che nello spirito, nella sostanza, nello scopo, e nel
          processo che il filosofo ha tenuto per iscoprirli, sono, o certo originalmente <pb
            ed="aut" n="2715"/> furono, negativi. (22. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Perticari</author>, <title>Degli Scritt. del 300</title>. l. 2. c. 2. p.
          106-7</bibl>. fa derivare il nome italiano <emph>carogna</emph> da un’antica voce greca.
          (22. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Di quelli che nel 500. volevano restringere la lingua italiana della poesia a quella del
          Petrarca, e della prosa a quella del solo Boccaccio, <bibl>vedi <author>Perticari</author>
            <title>Degli Scritt. del 300</title>. l. 2. c. 12. p. 178. colle similitudini che ivi
            pone de’ greci e de’ latini, e <title>Apologia di Dante</title> c. 41. p. 407-10</bibl>.
          (23. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che la lingua francese, povera di forme, è tuttavia ricchissima e sempre
          più si arricchisce di voci. Distinguo. La lingua francese è povera di sinonimi, ma
          ricchissima di voci denotanti ogni sorta di cose e di idee, e ogni menoma parte di
          ciascuna cosa e di ciascuna idea. Non può molto variare nella espressione d’una cosa
          medesima, ma può variamente esprimere le più varie e diverse cose. Il che non possiamo
          noi, benchè possiamo ridire <pb ed="aut" n="2716"/> in cento modi le cose dette. Ma certo
          è sempre varia quella scrittura che può esser sempre propria, perchè ad ogni nuova cosa
          che le occorre di significare, ha la sua parola diversa dalle altre per significarla. Anzi
          questa è la più vera, la più sostanziale, la più intima, la più importante, ed anche la
          più dilettevole varietà di lingua nelle scritture. E quelle scritte in una lingua
          soprabbondante di sinonimi, per lo più sono poco varie, perchè la troppa moltitudine delle
          voci fa che ciascheduno scrittore per significare ciaschedun oggetto, scelga fra le tante
          una sola o due parole al più, e questa si faccia familiare e l’adoperi ogni volta che le
          occorre di significare il medesimo oggetto; e così ciascheduno scrittore in quella lingua
          abbia il suo vocabolarietto diverso da quel degli altri, e limitato: come altrove ho detto
          accadere agli scrittori greci ed italiani. E osservo che sebbene <pb ed="aut" n="2717"/>
          la lingua greca è molto più varia della latina, nondimeno per la detta ragione le
          scritture greche, massime quelle degli ottimi e originali, sono meno varie delle latine
          per ciò che spetta ai vocaboli e ai modi. (23. Maggio 1823.). V. p. 2755.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi vuol vedere un piccolo esempio della infinita varietà della lingua greca, e come ella
          sia innanzi un aggregato di più lingue che una lingua sola, secondo che ho detto altrove;
          e vuol vederlo in uno stesso scrittore e in uno stesso libro; legga il Fedro di Platone.
          Nel quale troverà, non dico tre stili, ma tre vere lingue, l’una nelle parole che
          compongono il Dialogo tra Socrate e Fedro, la quale è la solita e propria di Platone,
          l’altra nelle due orazioni contro l’amore, in persona di Lisia e di Socrate; la terza
          nell’orazione di questo in lode dell’amore. Perciocchè Platone in queste orazioni adopra e
          vocaboli e frasi e costrutti <pb ed="aut" n="2718"/> notabilissimamente e visibilmente
          diversi da quelli che compongono la lingua ordinaria de’ suoi Dialoghi, sebbene in questi
          egli tratta bene spesso le medesime o simili materie a quelle delle tre suddette orazioni,
          massime dell’ultima. E i vocaboli, le frasi, i costrutti dell’ultima orazione (di stile
          tutta poetica, ma non perciò tumida o esagerata o eccessiva o tale che non sia vera prosa)
          sono pure diversissimi da quelli delle altre due. Nè in veruna di queste tre lo scrittore
          fa forza alla lingua, o dimostra affettazione, come fecero poi quei greci più recenti che
          si scostarono dalla maniera propria per seguire e imitare l’altrui. Ma certo chi non
          conoscesse altra lingua greca che la consueta di Platone, non senza una certa difficoltà
          potrebbe intendere quelle tre orazioni. (23. Maggio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2699. Di quelli scrittori del 300 che usarono lingua più illustre e comune, o
          manco plebea e provinciale o municipale, vedi Perticari <pb ed="aut" n="2719"/> Degli
          Scritt. del 300. l. 2. c. 6. È da notare che molte differenze che s’incontrano in questi
          scrittori fra la loro lingua e la presente, non sono da attribuire alla lingua di quel
          secolo. Ma elle sono tutte proprie degli scrittori medesimi. I quali in quei primi
          cominciamenti della nostra lingua illustre, in quella scarsezza di esempi, e quindi di
          regole della lingua volgare scritta, seguirono quali una strada e quali un’altra, sì nel
          trovare o crear le voci ai dati oggetti, sì nel collegarle, come quelli ch’erano i primi;
          e spesso per mancanza d’arte, per cattivo gusto, per povertà di voci o di modi propria
          loro o della lingua, per vaghezza di novità, o per sola ignoranza, e poca conoscenza della
          loro stessa lingua scritta o parlata, e per non sapere scrivere, divisero le loro
          scritture dalla lingua parlata molto più che non si doveva, o in quelle cose e in quelle
          guise che non si doveva; non volendo esser plebei, furono qua e là mostri di locuzione;
          non sapendo esprimersi, inventarono parole e forme tutte loro, tutte barbare; introdussero
          nelle scritture molti vocaboli e modi latini o provenzali durissimi e <pb ed="aut"
            n="2720"/> ripugnanti all’indole della favella comune o particolare, illustre o plebea,
          di quel medesimo secolo. Della qual favella pertanto in queste cose non si può nè si dee
          fare argomento da quelle scritture. Perchè quelle mostruosità e stranezze, che noi
          crediamo e chiamiamo comunemente arcaismi, come non si parlano ora nè si scrivono, così
          non furono mai parlate nè pure in quel secolo, nè scritte se non da uno o da pochi; e
          quindi non sono proprie della lingua del 300 ma di quei particolari scrittori. E neanche
          nei secoli seguenti al suddetto, fino a noi, non furono mai parlate da alcuno in Italia,
          nè scritte se non da qualche pedantesco imitatore, e razzolatore degli antichi, de’ quali
          pedanti ve n’ha gran copia anche oggidì. Ma l’autorità di questi non fa la lingua nè
          presente nè passata. Vedi anche circa queste mostruosità arbitrarie e particolari di tale
          o tale <pb ed="aut" n="2721"/> trecentista, il Perticari loc. cit. p. 13-5. e massime p.
          136. fine. (23. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Anche il Gelli confessava (ap. <bibl>
            <author>Perticari</author>
            <title>Degli Scritt. del Trecento</title> l. 2. c. 13. p. 183</bibl>.) che la lingua
          toscana non era stata applicata alle scienze. (24. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della impossibilità o dannosità di sostituire ai termini delle scienze o delle arti 1. le
          circollocuzioni, 2. i termini generali, 3. i metaforici e catacretici o in qualunque modo
          figurati, <bibl>vedi <author>Perticari</author> loc. cit. p. 184-5</bibl>. (24. Maggio
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Aristotele diceva <quote>
            <emph>più essere le cose che le parole</emph>
          </quote>: e il <bibl>
            <author>Perticari</author> loc. cit. p. 187-8</bibl>. spiega ed applica questa sentenza
          alla necessità di far sempre nuovi vocaboli per le nuove cognizioni e idee. (24. Maggio
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della necessità di far nuove voci alle nuove cose, o alle cose non mai trattate da’
          nazionali, e che ciascuna scienza o arte abbia i suoi termini propri e divisi da quelli
          delle altre scienze e del dir comune, <bibl>vedi <author>Cicerone</author>
            <title lang="lat">de finibus</title> l. 3. c. 1-2</bibl>. (24. Maggio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2722"/> Delle lingue vive non accade quello che delle lingue le quali più
          non si parlano. Queste, <emph>a guisa di pianta</emph> che più non vegeta, non possono
          ricevere accrescimento; e tutto quello, che a lor riguardo si può fare da noi, si è di
          serbarle diligentemente nello stato in cui sono; perciocchè in esse ogni alterazione tende
          a corrompimento. Al contrario <emph>le lingue che sono vive, vegetano tuttora, e possono
            crescere di più in più: e in esse le piccole mutazioni, che si vanno facendo di tempo in
            tempo, non sono segnali certi di corrompimento; anzi sono talora di sanità e
          vigoria</emph>. E però coloro, i quali non vorrebbon che i nostri scritti avessero altro
          sapore che di Trecento, nocciono alla lingua, perchè si sforzano di ridurla alla
          condizione di quelle che sono morte, e, in quanto a loro sta, <emph>ne diseccano i verdi
            rami, sicch’ella non possa</emph>, contro all’avviso d’Orazio, <quote>
            <emph>più vestirsi di nuove foglie</emph>
          </quote>. Quest’autore vivea pure nel secol d’oro <pb ed="aut" n="2723"/> della lingua
          latina, e nel tempo in cui essa era nel suo più florido stato: e tuttavia perch’ella era
          ancor viva, egli pensava ch’essa potesse arricchirsi vie maggiormente e ricevere nuove
          forme di favellare. Nota dell’Abate Colombo alle <title>Lezioni sulle Doti di una colta
            favella con una non più stampata sullo stile da usarsi oggidì ed altre operette del
            medesimo autore</title> (cioè dell’Abate Colombo). <title>Parma per Giuseppe Paganino
            1820</title>. (ediz. 2<hi rend="apice">da</hi> delle tre prime Lezioni e delle altre
          operette, fuorchè d’una). <title>Lezione IV. Dello Stile che dee usare oggidì un pulito
            Scrittore</title>. pag. 96. (antepenultima delle Lezioni). nota a. (25. Maggio. Domenica
          della SS. Trinità. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I pedanti che oggi ci contrastano la facoltà di arricchir la lingua, pigliano per
          pretesto ch’essa è già perfetta. Ma lo stesso contrasto facevano nei cinquecento
          quand’essa si stava perfezionando, <pb ed="aut" n="2724"/> anzi nel momento ch’ella
          cominciavasi a perfezionare, come fece il Bembo, il quale volea che questo cominciamento
          fosse il toglierle la facoltà di crescer mai più, e ’l ristringerla al solo Petrarca e al
          solo Boccaccio. Lo stesso contrasto fecero al tempo di Cicerone e d’Orazio, cioè nel
          secolo d’oro della lingua latina, nel quale ella si perfezionava, e fino al quale non fu
          certamente perfetta. Ma la pedanteria nasce presto, e gli uomini impotenti presto, anzi
          subito credono e vogliono che sia perfetto e che non si possa nè si debba oltrepassare nè
          accrescere quel tanto, più o manco, di buono ch’è stato fatto, per dispensarsi
          dall’oltrepassarlo ed accrescerlo, e perch’essi non si sentono capaci di farlo. (25.
          Maggio 1823.). E come pochissimo ci vuole a superare l’abilità degli uomini da nulla, così
          pochissimo artifizio, e pochissima bontà basta a fare ch’essi la credano insuperabile,
          qual è veramente per loro, ancorchè piccolissima. Oltre che <pb ed="aut" n="2725"/> al
          loro scarso e torto giudizio spesso e in buona fede il mediocre pare ottimo, e l’ottimo
          mediocre, e il cattivo buono, e al contrario. (27. Maggio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per quanto voglia farsi, non si speri mai che le opere degli scienziati si scrivano in
          bella lingua, elegantemente e in buono stile (con arte di stile). Chiunque si è veramente
          formato un buono stile, sa che immensa fatica gli è costato l’acquisto di quest’abitudine,
          quanti anni spesi unicamente in questo studio, quante riflessioni profonde, quanto
          esercizio dedicato unicamente a ciò, quanti confronti, quante letture destinate a questo
          solo fine, quanti tentativi inutili, e come solamente a poco a poco dopo lunghissimi
          travagli, e lunghissima assuefazione gli sia finalmente riuscito di possedere il vero
          sensorio del bello scrivere, la scienza di tutte le minutissime parti e cagioni di esso, e
          finalmente l’arte di mettere in opera esso stesso quello che non senza molta difficoltà
            <pb ed="aut" n="2726"/> è giunto a riconoscere e sentire ne’ grandi maestri, arte
          difficilissima ad acquistare, e che non viene già dietro per nessun modo da se alla
          scienza dello stile; bensì la suppone, e perfettissima, ma questa scienza può stare e sta
          spessissimo senza l’arte. Ora gli scienziati che fino da fanciulli hanno sempre avuta
          tutta la loro mente e tutto il loro amore a studi diversissimi e lontanissimi da questi,
          come può mai essere che mettendosi a scrivere, scrivano bene, se per far questo si
          richiede un’arte tutta propria della cosa, e che domanda tutto l’uomo, e tanti studi,
          esercizi, e fatiche? E come si può presumere che gli scienziati si assoggettino a questi
          studi e fatiche, non avendoci amore alcuno, ed essendo tutti occupati e pieni di
          assuefazioni ripugnanti a queste, e mancando loro assolutamente il tempo necessario per
          un’arte che domanda più tempo d’ogni altra? Oltre di ciò i più perfetti possessori di
          quest’arte, dopo le <pb ed="aut" n="2727"/> lunghissime fatiche spese per acquistarla, non
          sono mai padroni di metterla in opera senza che lo stesso adoperarla riesca loro
          faticosissimo e lunghissimo, perchè certo neppure i grandi maestri scrivono bene senza
          gravissime e lunghissime meditazioni, e revisioni, e correzioni, e lime ec. ec. Si può mai
          pretendere o sperare dagli scienziati questo lavoro, il quale è tanto indispensabile come
          quello che si richiede ad acquistare l’arte di bene scrivere?</p>
        <p>Per gli scienziati ch’io escludo dalla possibilità di scriver bene ed elegantemente, non
          intendo i moralisti, i politici, gli scrutatori del cuore umano e della natura umana, i
          metafisici, insomma i filosofi propriamente detti. Le scienze di costoro non sono molto
          lontane da quella che si richiede a bene scrivere, nè le loro abitudini ripugnano
          all’abitudine e alla riflessione che produce il bello, il semplice, l’elegante. Anzi
          Cicerone diceva che senza filosofia non si dà perfetto oratore; e lo stesso si può dire
            <pb ed="aut" n="2728"/> del perfetto scrittore d’ogni genere. La scienza del bello
          scrivere è una filosofia, e profondissima e sottilissima, e tiene a tutti i rami della
          sapienza. Di più la materia stessa di tali discipline è suscettibilissima d’eleganza.
          Quindi molti ottimi scrittori antichi e moderni ha fornito questa sorta di dottrine.</p>
        <p>Ma io escludo dal bene scrivere i professori di scienze matematiche o fisiche, e di
          quelle che tengono dell’uno e dell’altro genere insieme, o che all’uno o all’altro
          s’avvicinano. E di questa sorta di scienze in verità non abbiamo buoni ed eleganti
          scrittori nè antichi nè moderni, se non pochissimi. I greci trattavano queste scienze in
          modo mezzo poetico, perchè poco sperimentavano e molto immaginavano. Quindi erano in esse
          meno lontani dall’eleganza. Ma certo essi ne furono tanto più lontani, quanto più furono
          esatti. Platone è fuori di questa classe. Gli antichi lodano assai lo stile d’Aristotele e
          di Teofrasto. Può essere ch’abbiano riguardo ai loro scritti politici, morali, metafisici,
          piuttosto che ai naturali. Io dico il vero che nè in questi <pb ed="aut" n="2729"/> nè in
          quelli non sento grand’eleganza. (Quel ch’io ci trovo è purità di lingua e un sufficiente
          e moderato atticismo: l’uno e l’altro, effetto del secolo e della dimora anzi che dello
          scrittore, e insomma natura e non arte. Niuna <emph>eleganza</emph> però nè di stile nè di
          parole. Anzi sovente grandissima negligenza sì nella scelta sì nell’ordine e congiuntura
          de’ vocaboli; poca proprietà, e non di rado niuna sintassi.) Ben la sento e moltissima in
          Celso, vero e forse unico modello fra gli antichi e i moderni del bello stile
          scientifico-esatto. Col quale si potrà forse mettere Ippocrate. I latini ebbero pochi
          scrittori scientifici-esatti. E di questi, fuori di Celso, qual è che si possa chiamare
          elegante? Non certamente Plinio, il quale se si vorrà chiamar puro, si chiamerà così,
          perchè anch’egli per noi fa testo di latinità. Lascio Mela, Solino, Varrone, Vegezio,
          Columella ec. Il nostro Galileo lo chiami elegante chi non conosce la nostra lingua, e non
          ha senso dell’eleganza. (Vedi Giordani Vita del Cardinale Pallavicino). Il Buffon sarebbe
          unico fra’ moderni per il modo elegante di trattare le scienze esatte: ma oltre che la
          storia naturale si presta all’eleganza più d’ogni altra di queste scienze; tutto ciò che è
          elegante in lui, è estrinseco alla scienza propriamente detta, <pb ed="aut" n="2730"/> ed
          appartiene a quella che io chiamo qui filosofia propria, la quale si può applicare ad ogni
          sorta di soggetti. Così fece il Bailly nell’Astronomia. Sempre che usciamo dei termini
          dottrinali e insegnativi d’una scienza esatta, siamo fuori del nostro caso. La scienza non
          è più la materia ma l’occasione di tali scritture; non s’impara la scienza da esse, nè
          questa fa progressi diretti, per mezzo loro, nè riceve aumento diretto dalle proposizioni
          ch’esse contengono: elle sono considerazioni sopra la scienza. (28. Maggio. Vigilia del
          Corpus Domini. 1823.). I pensieri di Buffon non compongono e non espongono la scienza, non
          sono e non contengono i dogmi della medesima, o nuovi dogmi ch’esso le aggiunga, ma la
          considerano, e versano sopra di lei e sopra i suoi dogmi. Si può ornare una materia coi
          pensieri e colle parole. Tutte le materie sono capaci dell’ornamento de’ pensieri, perchè
          sopra ogni cosa si può pensare, e stendersi col pensiero quanto si voglia, più o meno
          lontano dalla materia strettamente presa. Ma non tutte si possono ornare colle parole. Il
          Buffon adornò la scienza con pensieri <pb ed="aut" n="2731"/> filosofici, e a questi
          pensieri non somministrati ma occasionati dalla storia naturale, applicò l’eleganza delle
          parole, perch’essi n’erano materia capace. Ma i fisici, i matematici ordinariamente non
          possono e non vogliono andar dietro a tali pensieri, ma si ristringono alla sola scienza.</p>
        <p>Chiamo qui scienze esatte<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Le scienze al tutto esatte nel lor modo di dimostrare e nelle loro cognizioni,
              proposizioni, parti e dogmi, insegnam. soggetti ec. come sono le matematiche, lo
              Speroni (Dial.<hi rend="apice">i</hi> Ven. 1596. p. 194. mezzo) le chiama
                <emph>scienze certe</emph>. Generalmente però quelle che io qui intendo, le chiama
                <emph>dimostrative</emph> (p. 160. mezzo. 161. princ. ec. e così <emph>ragioni
                dimostrative</emph> p. 181. opposte alle <emph>probabili</emph> e
              <emph>persuasive</emph> o congetturali); il qual nome abbraccia sì le esatte sì le men
              certe, speculative e morali o materiali ec. che sieno.</p>
          </note> tutte quelle che ancorchè non sieno ancora giunte a un cotal grado di perfezione e
          di certezza, pure di natura loro debbono esser trattate colla maggior possibile esattezza,
          e non danno luogo all’immaginazione (della quale il Buffon fece grandissimo uso), ma
          solamente all’esperienza, alla notizia positiva delle cose, al calcolo, alla misura ec.
          (30. Maggio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In proposito della prontissima decadenza della letteratura latina, e della lunghissima
          conservazione della greca, è cosa molto notabile, come dopo Tacito, cioè dall’imperio di
          Vespasiano in poi (fino al quale si stendono le <pb ed="aut" n="2732"/> sue storie) la
          storia latina restò in mano dei greci, e le azioni nostre furono narrate da Appiano,
          Dione, Erodiano, anche prima della traslocazione dell’imperio a Constantinopoli, e dopo
          questa da Procopio, Agazia, Zosimo ec. Senza i quali la storia del nostro impero da
          Vespasiano in poi, sarebbe quasi cieca, non avendo altri scrittori latini che quei
          miserabili delle Vite degli Augusti, piene di errori di fatto, di negligenza, di barbarie,
          e Ammiano non meno barbaro, per non dir di Orosio e d’altri tali più miserabili ancora.
          Così quella nazione che ne’ tempi suoi più floridi aveva narrato le sue proprie cose, e i
          suoi splendidissimi gesti, e le sue altissime fortune, e forse prima d’ogni altra, aveva
          dato in Erodoto l’esempio e l’ammaestramento di questo genere di scrittura; dopo tanti
          secoli, quando già non restava se non la lontana memoria della sua grandezza, estinto il
          suo imperio e la sua potenza, fatta <pb ed="aut" n="2733"/> suddita di un popolo che
          quando ella scriveva le sue proprie storie, ancora non conosceva, seguiva pure ad essere
          l’istrumento della memoria dei secoli, e i casi del genere umano e di quello stesso popolo
          dominante che l’aveva ingoiata, ed annullato da gran tempo la sua esistenza politica,
          erano confidati unicamente alle sue penne. Tanto può la civilizzazione, e tanto è vero che
          la civilizzazione della Grecia ebbe una prodigiosa durata, e vide nascere e morire quella
          degli altri popoli (anche grandissimi), i quali erano infanti, anzi ignoti, quand’ella era
          matura e parlava e scriveva; e giunsero alla vecchiezza e alla morte, durando ancora la
          sua maturità, e parlando essa tuttavia e scrivendo. Veramente la Grecia si trovò sola
          civile nel mondo ai più antichi tempi, e senza mai perdere la sua civiltà, dopo immense
          vicissitudini di casi, così universali <pb ed="aut" n="2734"/> come proprie, dopo aver
          veduto passare l’intera <emph>favola</emph> del più grande impero, che nella di lei
          giovanezza non era ancor nato; dopo aver communicata la sua civiltà a cento altri popoli,
          e vedutala in questi fiorire e cadere, tornò un’altra volta, in tempi che si possono
          chiamar moderni, a trovarsi sola civile nel mondo, e nuovamente da lei uscirono i lumi e
          gli aiuti che incominciarono la nuova e moderna civiltà nelle altre nazioni.</p>
        <p>Lascio la Storia Ecclesiastica, della quale i greci hanno tanti scrittori, e i latini, si
          può dir, niuno se non S. Ilario, della cui storia restano alcuni frammenti, che non so
          però quanto abbiano dello storico, nè se quella fosse veramente storia. V. i Bibliografi,
          e le opp. di S. Ilario, e una Dissert. del Maffei appiè dell’opp. di S. Atanas. ediz. di
          Pad. 1777. Lascio le Croniche d’Africano e d’Eusebio, opere che niuno avrebbe pur saputo
          immaginare a quei tempi nell’Europa latina, che furono il modello di tutte le miserabili
          Cronografie latine uscite dipoi (di Prospero, Isidoro ec.), che furono recate allora nella
          lingua d’Italia, come nell’infanzia della letteratura latina furono tradotte le opere di
          Omero, di Menandro, <pb ed="aut" n="2735"/> ec. che furono anche recate nelle lingue
          d’Oriente (armena, siriaca ec.), di quell’Oriente che di nuovo riceveva la civiltà e
          letteratura dalla Grecia, e quivi ancora servirono di modello, come alla Cronica di
          Samuele Aniese ec. (30. Maggio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Nam si quis minorem gloriae fructum putat ex graecis versibus
              percipi, quam ex latinis, vehementer errat; propterea, quod graeca leguntur in omnibus
              fere gentibus, latina suis finibus, exiguis sane, continentur. Quare si res hae, quas
              gessimus, orbis terrae regionibus definiuntur, cupere debemus, quo manuum nostrarum
              tela pervenerint, eodem gloriam, famamque penetrare</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cic.</author> Orat. <title lang="lat">pro Archia poeta</title>, cap. 10</bibl>.
          Dunque se le cose latine <foreign lang="lat" rend="italic">continebantur suis
          finibus</foreign>, le cose greche <foreign lang="lat" rend="italic">legebantur</foreign>
          anche <foreign lang="lat" rend="italic">extra suos fines</foreign>, dunque anche da quelli
          che non parlavano naturalmente il greco, dunque s’elle <foreign lang="lat" rend="italic"
            >legebantur in omnibus fere gentibus</foreign>, quasi tutte le nazioni intendevano il
          greco benchè non <pb ed="aut" n="2736"/> fossero greche, dunque il mondo era <foreign
            lang="grc">δίγλωσσος</foreign>, dunque la lingua greca era universale di quella
          universalità ch’oggi ha la francese. Nè per <foreign lang="lat" rend="italic">suis
          finibus</foreign> si possono intendere i termini dell’impero latino, i quali certamente
          non erano angusti ai tempi di Cicerone, e lo dimostra anche quello che segue nel medesimo
          passo addotto. (31. Maggio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È cosa indubitata che i giovani, almeno nel presente stato degli uomini, dello spirito
          umano e delle nazioni, non solamente soffrono più che i vecchi (dico quanto all’animo), ma
          eziandio (contro quello che può parere, e che si è sempre detto e si crede comunemente),
          s’annoiano più che i vecchi, e sentono molto più di questi il peso della vita, e la fatica
          e la pena e la difficoltà di portarlo e di strascinarlo. E questa si è una conseguenza dei
          principii posti nella mia teoria del piacere. Perciocchè ne’ giovani è <pb ed="aut"
            n="2737"/> più vita o più vitalità che nei vecchi, cioè maggior sentimento
          dell’esistenza e di se stesso; e dove è più vita, quivi è maggior grado di amor proprio, o
          maggiore intensità e sentimento e stimolo e vivacità e forza del medesimo; e dove è
          maggior grado o efficacia di amor proprio, quivi è maggior desiderio e bisogno di
          felicità; e dove è maggior desiderio di felicità, quivi è maggiore appetito e smania ed
          avidità e fame e bisogno di piacere: e non trovandosi il piacere nelle cose umane è
          necessario che dove n’è maggior desiderio quivi sia maggiore infelicità, ossia maggior
          sentimento dell’infelicità; quivi maggior senso di privazione e di mancanza e di vuoto;
          quivi maggior noia, maggior fastidio della vita, maggior difficoltà e pena di sopportarla,
          maggior disprezzo e noncuranza della medesima. Quindi tutte queste cose debbono essere in
          maggior grado ne’ giovani che ne’ vecchi; siccome <pb ed="aut" n="2738"/> sono; massime in
          questa presente mortificazione e monotonia della vita umana, che contrastano colla
          vitalità ed energia della giovanezza; in questa mancanza di distrazioni violente che
          stacchino il giovine da se medesimo, e lo tirino fuori del suo interno; in questa
          impossibilità di adoperare sufficientemente la forza vitale, di darle sfogo ed uscita
          dall’individuo, di versarla fuori, e liberarsene al possibile; in somma in questo ristagno
          della vita al cuore e alla mente e alle facoltà interne dell’uomo, e del giovane
          massimamente.</p>
        <p>Il qual ristagno è micidiale alla felicità per le ragioni sopraddette. Ora esso è
          l’effetto proprio del moderno modo di vivere, e il carattere che lo distingue dall’antico,
          e quello che osservato da Chateaubriand, volendo fare un romanzo di carattere
          essenzialmente moderno, e ignoto e impossibile da farsi o da concepirsi agli <pb ed="aut"
            n="2739"/> antichi, gl’ispirò il <title lang="fre">René</title>, che si aggira tutto in
          descrivere e determinare questo ristagno, e gli effetti suoi. Da ciò solo si conchiuda se
          la vita antica o la moderna è più conducente alla felicità, ovvero qual delle due sia meno
          conducente all’infelicità. E poichè lo Chateaubriand considera questo ristagno come
          effetto preciso e proprio del Cristianesimo, vegga egli qual conseguenza se ne debba
          tirare intorno a questa religione, per ciò che spetta al temporale. In verità si trova ad
          ogni passo che le sue più fine, profonde, nuove e vere osservazioni e i suoi argomenti
          intorno al Cristianesimo, e agli effetti di lui, ed alla moderna civiltà, ed al carattere
          e spirito dell’uomo Cristiano, o moderno e civile, provano dirittamente il contrario di
          quello ch’egli si propone. E può dirsi che ogni volta ch’egli reca in mezzo osservazioni
          nuove, travaglia per la sentenza contraria alla sua, accresce gli argomenti che la
          fortificano, e somministra nuove armi ai suoi propri avversari, credendosi di combatterli.
          (1. Giugno. Domenica. 1823.). V. p. 2752.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Opra</foreign> sincope di <foreign lang="lat"
            rend="italic">opera</foreign> si trova in Ennio (ap. Forcell. v. <foreign lang="lat"
            rend="italic">opera</foreign>, fin.), come nei nostri poeti <emph>opra</emph> e <pb
            ed="aut" n="2740"/>
          <emph>oprare</emph> e <emph>adoprare</emph> ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Tan</foreign> alla spagnuola per <foreign lang="lat" rend="italic">tam</foreign> nel cod.
          antichissimo di Cic. de Repub. l. 1. c. 9. p. 26. ed. Rom. 1822. dove vedi la nota del
          Mai. (3 Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per esempio d’uno dei tanti modi in cui gli alfabeti, ch’io dico esser derivati tutti o
          quasi tutti da un solo, si moltiplicarono e diversificarono dall’alfabeto originale,
          secondo le lingue a cui furono applicati, può servire il seguente. Nell’alfabeto fenicio,
          ebraico, samaritano ec. dal quale provenne l’alfabeto greco, non si trova il <foreign
            lang="grc">ψ</foreign>, carattere inutile perchè rappresenta due lettere; inventato,
          secondo Plinio, da Simonide, proccurato vanamente dall’Imperatore Claudio d’introdurre
          nell’alfabeto latino, che parimente ne manca, sebbene derivi dall’origine stessa che il
          greco; e in luogo del quale si trovano negli antichi monumenti greci i due caratteri
            <foreign lang="grc">π σ</foreign>. (Secondo i grammatici il <foreign lang="grc"
          >ψ</foreign> vale ancora <foreign lang="grc">βσ</foreign> e <foreign lang="grc"
          >φσ</foreign>; ma essi lo deducono dalle inflessioni ec. come <foreign lang="grc">ἄραψ
            ἄραβος, ἄραβες ἄραψι</foreign> ec. Non so nè credo che rechino alcun’antica inscrizione
          ec.) V. p. 3080. Ora ecco come dev’esser nato questo carattere che distingue l’alfabeto
          greco dal fenicio. Nella lingua greca, <pb ed="aut" n="2741"/> per proprietà sua, è
          frequentissimo questo suono di <emph>ps</emph>: ed ogni lingua ha di questi suoni che in
          lei sono più frequenti e cari che nelle altre. Gli scrivani adunque obbligati ad
          esprimerlo bene spesso, incominciarono per fretta ad intrecciare insieme quei due
          caratteri <foreign lang="grc">π σ</foreign> ogni volta che occorreva loro di scriverli
          congiuntamente. Da quest’uso, nato dalla fretta, nacque una specie di nesso che
          rappresentava i due sopraddetti caratteri; e questo nesso che da principio dovette
          conservare parte della forma d’ambedue i caratteri che lo componevano, adottato
          generalmente per la comodità che portava seco, e per la brevità dello scrivere, appoco
          appoco venne in tanto uso che occorrendo di scrivere congiuntamente il <foreign lang="grc"
            >π</foreign> e il <foreign lang="grc">σ</foreign>, non si adoperava più se non quel
          nesso, che finalmente per questo modo venne a fare un carattere proprio, e distinto dagli
          altri <pb ed="aut" n="2742"/> caratteri dell’alfabeto, destinato ad esprimere in qualunque
          caso quel tal suono: ma destinato a ciò non primitivamente, nè nella prima invenzione o
          adozione dell’alfabeto greco, e nella prima enumerazione de’ suoni elementari di quella
          lingua o della favella in genere; ma per comodità di quelli che già si servivano da gran
          tempo del detto alfabeto. Di modo che si può dire che questo carattere non sia figlio del
          suono ch’esso esprime, come lo sono quelli ch’esprimono i suoni elementari, ma figlio di
          due caratteri preesistenti nell’alfabeto greco, e quindi quasi nepote del suono che per
          lui è rappresentato. La grammatica e le regole dell’ortografia ec. non esistevano ancora.
          Venute poi queste, e prendendo prima di tutto ad esaminare e stabilire l’alfabeto
          nazionale, trovato questo nesso già padrone dell’uso comune, e sottentrato in luogo di
          carattere distinto e non doppio <pb ed="aut" n="2743"/> ma unico, lo considerarono come
          tale, gli diedero un posto proprio nell’alfabeto greco tra i caratteri elementari, e
          fissarono per regola che quel tal suono <emph>ps</emph> si esprimesse, come già da tutti
          si esprimeva, col <foreign lang="grc">ψ</foreign>, e non altrimenti. Ed eccovi questo
          nesso, introdotto a principio dagli scrivani per fretta e per comodo, non riconoscendosi
          più la sua origine, o anco riconoscendosi, ci viene nelle grammatiche antiche e moderne
          come un carattere proprio dei greci, e come uno degli elementi del loro alfabeto. Lo
          stesso accadde allo <foreign lang="grc">ξ</foreign>, che non è fenicio, introdotto come
          nesso per rappresentare due caratteri, cioè <foreign lang="grc">γσ</foreign>, o <foreign
            lang="grc">κσ</foreign>, o <foreign lang="grc">χσ</foreign>: e ciò per essere questi
          suoni, frequentissimi nella lingua greca, siccome anche nella lingua latina, nel cui
          alfabeto pertanto ha pure avuto luogo questo medesimo nesso, considerato come carattere.
          In luogo del quale gli antichi greci scrivevano <foreign lang="grc">γσ</foreign>, o
            <foreign lang="grc">κσ</foreign>. Lo stesso dicasi <pb ed="aut" n="2744"/> del <foreign
            lang="grc">φ</foreign>, carattere (originariamente nesso) che non si trova nell’alfabeto
          fenicio (perciocchè il <foreign lang="phn">***</foreign> o <foreign lang="phn"
          >***</foreign> è veramente il <foreign lang="grc">π</foreign>, latino P, giacchè l’
            <foreign lang="grc">Ϝ</foreign> è il digamma eolico), e che fu introdotto in vece del PH
          che si trova negli antichi monumenti greci, dove pur si trova il KH in vece del <foreign
            lang="grc">χ</foreign>, carattere non fenicio. Questi due suoni composti, anzi doppi,
            <emph>ph</emph> e <emph>ch</emph>, frequentissimi nella lingua greca, non si udivano
          nella latina. Dunque l’alfabeto latino non ebbe questi due segni. I tre caratteri <foreign
            lang="grc">ξ, φ, χ</foreign> s’attribuiscono presso Plinio (7. 56.) a Palamede, aggiunti
          da lui all’alfabeto Cadmeo o Fenicio. Lo stesso dite dell’ <foreign lang="grc"
          >ω</foreign>, che s’attribuisce presso il medesimo a Simonide ec.</p>
        <p>Ne’ tempi più hassi, moltiplicandosi le scritture, o piuttosto la necessità di scrivere
          in fretta per la scarsezza degli scrivani e del guadagno, e di scrivere in poco spazio per
          la scarsezza della carta ec., e massimamente la negligenza e sformatezza e il cattivo
          gusto della scrittura, e quindi impicciolendosi e affrettandosi sommamente le forme dei
          caratteri, <pb ed="aut" n="2745"/> si moltiplicarono anche a dismisura i nessi, le
          abbreviature ec. d’ogni genere (delle quali gli antichi erano stati parchissimi, e alle
          quali anche poco si prestava la forma del loro carattere); di modo che non v’è quasi
          codice o greco o latino di quelle età che non offra nuove differenze di legature e
          abbreviature ec. Ma oltrechè la stessa moltitudine e varietà loro impediva che questi tali
          caratteri doppi o tripli o quadrupli ec. non fossero ricevuti nell’alfabeto; esisteva già
          la grammatica e le regole ortografiche, e gli alfabeti delle rispettive lingue erano da sì
          gran tempo, per sì lungo uso, e sì pienamente determinati, fissati e circoscritti, che non
          davano più luogo nemmeno ai nessi più costantemente e universalmente, e con più certa
          significazione adottati in quei tempi.</p>
        <p>Se non che forse negli alfabeti delle <pb ed="aut" n="2746"/> lingue che si formarono
          dopo i detti tempi, e massimamente delle settentrionali, rimase alcun vestigio di quel
          barbaro uso de’ caratteri composti, il quale è probabilmente l’origine del W, del Ç ec.</p>
        <p>Negli alfabeti Orientali, settentrionali antichi ec. (alcuni de’ quali abbondano perciò
          strabocchevolmente di caratteri, impropriamente chiamati lettere da’ nostri, come il
          sascrito, che n’ha più di 50.) si trovano moltissimi caratteri rappresentanti due, tre,
          quattro o anche più suoni elementari unitamente. I quali caratteri non si debbono creder
          sincroni all’invenzione o adozione di quegli alfabeti, ma nati dalla fretta e dal comodo
          degli scrivani come nessi, e ricevuti poi facilmente come caratteri semplici (benchè così
          numerosi) negli alfabeti di lingue le cui grammatiche e regole ortografiche o non
          esistono, o nacquero tardi, o non sono abbastanza fisse, ferme, certe, stabilite,
          invariabili, o abbastanza precise, minute, determinate, esatte, particolari, distinte, o
          abbastanza note e adottate universalmente <pb ed="aut" n="2747"/> nella rispettiva
          nazione, o tardi hanno conseguito queste qualità. E dico tardi, rispetto alla maggiore o
          minore antichità della scrittura e letteratura presso quelle nazioni; presso alcune delle
          quali esse sono molto più antiche che presso la greca, come la scrittura e letteratura
          sascrita presso gl’indiani.</p>
        <p>Nondimeno questa prodigiosa moltiplicità di caratteri rappresentanti de’ suoni composti,
          nasce in alcuni dei detti alfabeti dal mancare in essi totalmente o in parte i segni
          rappresentanti i suoni semplici della favella. La qual mancanza, ch’è la maggiore
          imperfezione che possa essere in un alfabeto, cagiona necessariamente e immediatamente
          un’assoluta e indeterminata moltiplicità di segni nell’alfabeto medesimo. Ma questa
          mancanza ed imperfezione non è già una prova che quegli alfabeti abbiano un’origine
          diversa da quella degli alfabeti Europei. Essa mancanza ed imperfezione, e la moltiplicità
            <pb ed="aut" n="2748"/> di caratteri che ne deriva, e l’uso di segni rappresentanti de’
          suoni composti, sono tutte qualità che dovettero necessariamente essere nell’alfabeto
          primitivo; perchè l’uomo non arriva al semplice e agli elementi se non per gradi, anzi
          queste sono le ultime cose a cui egli arriva, e nell’arrivarvi consiste appunto la maggior
          possibile perfezione delle sue idee in qualunque genere. Ora nessuna cosa umana è perfetta
          nel suo principio, e massime un’invenzione così difficile e astrusa come fu quella
          dell’alfabeto. Non fu poco, anzi fu maravigliosissimo il pensiero di applicare i segni
          della scrittura ai suoni delle parole, invece di applicarli alle cose e alle idee, come si
          fece nella scrittura primitiva e nella geroglifica, come facevano i messicani nelle loro
          pitture scrittorie, come fanno i selvaggi, e i chinesi. Dopo concepito questo mirabile
          pensiero, che fu l’origine dell’alfabeto, questo pensiero ch’io dico essere stato unico
          nel mondo, cioè concepito da un uomo solo (e in questo senso io sostengo <pb ed="aut"
            n="2749"/> che l’origine di tutti gli alfabeti sia stata una sola) molto ancora vi
          volle, e molto tempo dovette passare, e molti tentativi farsi, e molti alfabeti passare in
          uso presso varie nazioni, prima che l’uomo arrivasse a distinguere i suoni veramente
          semplici della favella, cioè quelli di cui si componevano tutti gli altri suoni che
          formavano le parole. Ma da principio, e poi successivamente a proporzione, finchè non si
          giunse al detto punto, moltissimi suoni composti dovettero parer semplicissimi e
          indecomponibili. Il numero di questi, e dei segni destinati a rappresentarli, e quindi dei
          caratteri dell’alfabeto, dovette andar sempre scemando a misura che l’uomo si avvicinava a
          scoprire i puri elementi dei suoni. Ma in questo intervallo gli alfabeti che si usavano,
          dovevano aver molti caratteri, perchè questi rappresentavano dei suoni composti. Non tutte
          le nazioni poterono profittare della scoperta che finalmente si fece dei suoni veramente
          semplici. Quelle nel cui uso erasi già <pb ed="aut" n="2750"/> confermato un alfabeto più
          o meno composto di segni rappresentanti de’ suoni più o manco moltiplici; quelle presso
          cui la scrittura era già comune; quelle massimamente che avevano già una letteratura,
          dovettero conservare il loro alfabeto, o tal qual era, o semplificato di poco, perchè
          l’uso vince ogni ragione. (Basti osservare che la China presso cui l’uso della scrittura
          s’era forse o introdotto o diffuso prima che fra le altre nazioni, non potè neppure o non
          volle ricevere l’uso dell’alfabeto assolutamente.) Così l’alfabeto fenicio, e gli alfabeti
          europei derivati da quello, si perfezionarono, mentre molti alfabeti orientali ec.
          rimasero nell’imperfezione, e questa si radicò e si mantenne in essi perpetuamente fino al
          dì d’oggi.</p>
        <p>Vedesi dalle sopraddette cose, ch’io distinguo due epoche nelle quali l’uso de’ caratteri
          rappresentanti de’ suoni composti dovette introdurli ne’ vari alfabeti. L’una prima del
          perfezionamento dell’alfabeto, l’altra dopo la sua intera perfezione. <pb ed="aut"
            n="2751"/> Nell’una e nell’altra epoca (specialmente però nella prima) questi caratteri
          contribuirono grandemente a distinguere l’alfabeto di una nazione da quello di un’altra,
          benchè tutti gli alfabeti derivassero da un’origine sola. Anzi parlando delle diversità
          intrinseche ed essenziali de’ vari alfabeti (cioè di quelle che non consistono nella forma
          de’ caratteri ec.), questa è forse la loro cagione principale. (3-4. Giugno. 1823.). Si
          possono facilmente riconoscere i caratteri composti appartenenti alla seconda epoca da
          quelli della prima, considerando se essi si trovano o no nell’alfabeto da cui più o meno
          immediatamente deriva quello in questione. Non trovandosi, è segno ch’essi appartengono
          alla seconda epoca. Come, non trovandosi nell’alfabeto fenicio, da cui viene il greco, i
          caratteri composti o doppi <foreign lang="grc">ψ, φ, χ, ω, ξ</foreign>, è segno che questi
          appartengono alla seconda epoca, nel modo che si è mostrato di sopra. Questo però non è
          sempre un segno certo, potendo una nazione anche in quella prima imperfezione
          dell’alfabeto, <pb ed="aut" n="2752"/> avere adottato dei caratteri composti che non si
          trovassero in quell’alfabeto da cui derivava il suo, ed avergli adottati per diverse
          ragioni, come per bisogni particolari della sua lingua, a cui non bastassero i caratteri
          che bastavano all’altra, o alcuni di questi soprabbondassero e non servissero, altri
          mancassero. La vera, intrinseca, ed essenziale differenza tra i caratteri composti della
          prima epoca e quelli della seconda, si è che quelli sono figli immediati de’ suoni, cioè
          trovati per rappresentare immediatamente i suoni, e questi sono figli d’altri caratteri,
          cioè trovati per rappresentare due o più caratteri già esistenti e noti, e così sono
          nipoti de’ suoni. (4. Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2739. fine. In primavera non è dubbio che la vita nella natura è maggiore, o, se
          non altro, è maggiore il sentimento della vita, a causa della diminuzione e torpore di
          esso sentimento cagionato dal freddo, e del contrasto tra il nuovo sentimento, o fra il
          ritorno di esso, e l’abitudine contratta nell’inverno. Questo accrescimento di vita <pb
            ed="aut" n="2753"/> (chiamiamolo così) è comune in quella stagione, come alle piante e
          agli animali, così agli uomini e massime agli individui giovani, sì delle predette specie,
          come dell’umana. Ora indubitatamente non è alcuno, se non altro de’ giovani, che in quella
          stagione non sia più malcontento del suo stato e di se, che negli altri tempi dell’anno
          (parlando astrattamente e generalmente, senza relazione alle circostanze particolari, o
          vogliamo dire, in parità di circostanze). Tanto è vero che il sentimento dell’infelicità
          si accresce o si scema in proporzione diretta del sentimento della vita, e che l’aumento
          di questo è inseparabile dall’aumento di quello. (4. Giugno 1823.). V. p. 2926. fine. Così
          una sventura particolare opera maggior effetto e più dolorosa impressione in un
          temperamento forte e vivo, e lo abbatte di più che non un temperamento debole, contro
          quello che parrebbe dovesse essere, e che il volgo crede e dice. E la causa di ciò, non è,
          come si suol dire, la maggior resistenza che un temperamento <pb ed="aut" n="2754"/> forte
          oppone alla sventura e al dolore, ma il maggior grado di vita, e quindi la maggiore
          intensità di amor proprio e il maggior desiderio di felicità, che nasce dal maggior
          vigore; nè qui ha che far la rassegnazione, o piuttosto essa non è altro che un sentir
          meno il dolore. Se il dolore faceva quasi una strage nell’uomo antico, siccome fa nel
          selvaggio; se gli antichi, come ora i selvaggi, erano portati dalla sventura fino alle
          smanie e al furore, a incrudelire contro il proprio corpo, al deliquio, al totale
          spossamento di forze, al deperimento della salute, all’infermità, alla morte o volontaria
          o naturale, ciò non proveniva, come si dice, dal non essere assuefatti al dolore. Qual è
          l’uomo vivo che non sia accostumato a soffrire? Ma proveniva dal maggior vigore di corpo
          ch’era negli antichi ed è ne’ selvaggi, a paragone de’ moderni e civili. E forse questa,
          più che la minore assuefazione, è la causa che i giovani siano più sensibili <pb ed="aut"
            n="2755"/> alle sventure e più suscettibili di dolore che i vecchi; o certo questa n’è
          in grandissima parte la causa. Massimamente osservando che questa differenza si trova
          anche fra giovani assuefattissimi alle calamità, ed informatissimi, per dottrina, di
          quanto convenga patire in questa vita, e vecchi assuefatti ad aver sempre avuto ogni cosa
          a lor modo, ignorantissimi, e persuasissimi che questa terra sia la più felice abitazione
          del mondo, e la vita il sommo bene degli uomini (4. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2717. Dico che la lingua francese è più ricca dell’italiana quanto alle parole
          non sinonime. Intendo de’ nomi e de’ verbi. Nelle altre parti dell’orazione la ricchezza
          nostra è incomparabile non solo colla lingua francese, ma pur colla latina, e forse con
          ogni lingua viva. Questa ricchezza è utile, e reca alla nostra lingua un’immensa ed
          inesauribile fecondità di frasi <pb ed="aut" n="2756"/> e di forme, e allo scrittore
          italiano la facoltà di poterne sempre foggiar delle nuove, non solo conformi all’indole e
          proprietà della lingua, ma che non paiano neppur nuove (forse neanche allo stesso
          scrittore), perchè nascono come da se, dal fondo della lingua, chi ben lo conosce, e lo sa
          coltivare e scaturiscono dalla natura di essa. Da ciò deriva una incredibile varietà. Ma
          la sostanziale e necessaria ricchezza di una lingua non può consistere nelle particelle
          ec. bensì ne potrebbe nascere, se queste si applicassero alla composizione delle parole,
          come fa la lingua greca, la quale è ricchissima di nomi e di verbi (che sono la sostanza e
          la principal ricchezza di una favella) non per altra cagione principalmente, se non per la
          estrema abbondanza di preposizioni e particelle d’ogni sorta, e per l’uso larghissimo
          ch’ella ne fa nella composizione d’ogni maniera di vocaboli. (5. Giugno. ottava del
            <foreign lang="lat" rend="italic">Corpus Domini</foreign>. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2757"/>
          <emph>Ritenere</emph> per <emph>ricordarsi</emph> o <emph>tenere a mente</emph> (v. la
          Crusca in <emph>ritenere</emph> par. 7.) onde <emph>ritenitiva</emph> e
          <emph>retentiva</emph> per <emph>memoria</emph>, viene dal latino. V. Forcellini in
            <foreign lang="lat" rend="italic">Retinere</foreign> fine. Aggiungi <bibl>
            <author>Cassiodoro</author>
            <title lang="lat">De artibus ac disciplinis liberalium litterarum</title>. Cap.
          5</bibl>. cioè <bibl>
            <title lang="lat">De Musica</title> opp. <author>Cassiod.</author> ed. Venet. 1729. t.
            2. p. 557. col. 2</bibl>. (la detta opera s’intitola più comunemente <title lang="lat"
            >de septem disciplinis</title>). <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Apud Latinos autem magnificus vir Albinus librum de
              hac re</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <title lang="lat">de Musica</title>
          </bibl>), <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">compendiosa brevitate conscripsit; quem in bibliotheca Romae nos
                habuisse, atque studiose legisse</hi>
              <hi rend="sc">retinemus</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>Vedi ancora il <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Retinentia</foreign>
          </bibl>. Il Glossario non ha niente in proposito. (6. Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È proprietà della nostra lingua di contrarre i participii de’ verbi della prima
          congiugazione, togliendo dalla loro desinenza in <emph>ato</emph>, le due prime lettere,
          cioè <emph>at</emph>: i quali participii così contratti, e serbano il loro valore di
          participii, servendo pure alla congiugazione de’ loro verbi coll’ausiliare; e bene spesso
          passano a fare uffizio di <pb ed="aut" n="2758"/> aggettivi; e molti semplici aggettivi
          della nostra lingua non sono altro che participii così contratti o di verbi italiani
          originati dal latino o d’altronde, o di verbi pur latini ec. V. Bartoli Il Torto e ’l
          diritto del non si può. capo 137. e la pag. 3060-3. 3035-6. ec. Ora questo medesimo
          costume di contrarre in questo medesimo modo i participii in <emph>atus</emph> della
          prima, togliendo loro le due lettere <emph>at</emph> caratteristiche della desinenza, si
          vede essere stato anche fra’ latini, fra’ quali Virgilio ed altri fecero <foreign
            lang="lat" rend="italic">inopinus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >inopinatus</foreign>, e da <foreign lang="lat" rend="italic">necopinatus,
          necopinus</foreign>, e così d’altri participii, o aggettivi così formati, di molti de’
          quali forse non si riconosce ora più la prima origine e forma di participii in
          <emph>atus</emph>, mancando loro le caratteristiche <emph>at</emph>. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Odorus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">odoratus</foreign>.
          E tanto maggiormente si dee credere che questa sorta di contrazione familiarissima a noi,
          fosse anche più familiare al volgo latino che agli scrittori, quanto che il popolo ama
          sempre le contrazioni e accorciamenti. (10. Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2759"/> Io udii un uomo di campagna, avvezzo per la sua professione a
          considerare i rovesci degli elementi come sciagure e calamità, raccontando gli effetti
          d’una inondazione da lui poco innanzi veduta, e raccontandoli come dannosissimi, e
          compiangendoli, soggiungere che nondimeno ella era stata una cosa bella e piacevole a
          vedere e udire, per l’impeto e il rombo, la grandezza e la potenza della piena. Tanto è
          vero che l’uomo è inclinato per natura alla vita, e che tutte le sensazioni forti e vive,
          quand’elle non recano dolore al corpo, e non sono accompagnate col danno o col presente
          pericolo di chi le prova, sono per la loro stessa forza e vivezza, piacevoli, ancorchè per
          tutte le altre loro qualità ed effetti siano dispiacevoli o terribili ancora. (10. Giugno
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi vuol manifestamente vedere la differenza de’ tempi d’Omero da quelli di Virgilio,
          quanto ai costumi, e alla civilizzazione, e alle opinioni che <pb ed="aut" n="2760"/>
          s’avevano intorno alla virtù e all’eroismo, siccome anche quanto ai rapporti scambievoli
          delle nazioni, ai diritti e al modo della guerra, alle relazioni del nimico col nimico; e
          chi vuol notare la totale diversità che passa tra il carattere e l’idea della virtù eroica
          che si formarono questi due poeti, e che l’uno espresse in Achille e l’altro in Enea,
          consideri quel luogo dell’Eneide (X. 521-36.) dov’Enea fattosi sopra Magone che gittandosi
          in terra e abbracciandogli le ginocchia, lo supplica miserabilmente di lasciarlo in vita e
          di farlo cattivo, risponde, che morto Pallante, non ha più luogo co’ Rutuli alcuna
          misericordia nè alcun <emph>commercio di guerra</emph>, e spietatamente pigliandolo per la
          celata, gl’immerge la spada dietro al collo per insino all’elsa. Questa scena e questo
          pensiero è tolto di peso da Omero, il quale introduce Menelao sul punto di lasciarsi
          commuovere da simili prieghi, ripreso da Agamennone, che senza alcuna pietà uccide il
          troiano già vinto e supplichevole.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2761"/> Ma chiunque bene osservi vedrà che siccome questa scena riesce
          naturalissima e conveniente in Omero, così riesce forzatissima e fuor di luogo in
          Virgilio, e ripugna all’idea che il lettore si era formato sì del carattere di Enea, sì
          della virtù eroica generalmente, dietro alle tracce di quel poema: anzi, dirò anche,
          ripugna all’idea che se n’era formata lo stesso Virgilio. E tutto quel luogo del suo
          decimo libro, dov’Enea fa lo spietato e il terribile, si riconosce a prima giunta per
          tirato d’altronde, (cioè dall’imitazione d’Omero, e dal carattere eroico-omerico) alieno
          dall’indole del poema e dell’eroe, alieno dal concetto medesimo di Virgilio: tanto che
          quella che si chiama inumanità, sembra in quel luogo come affettata da Enea, ed ascitizia,
          e quasi finta e par ch’egli ci sia inesperto e non la sappia esercitare; laddove negli
          eroi di Omero <pb ed="aut" n="2762"/> ella par vera e propria e che venga loro da natura.</p>
        <p>La ragione si è che Omero e tutti quei del suo tempo concepivano l’inumanità verso i
          nemici come appartenente alla virtù eroica, come parte, come debito della medesima, e
          tanto è lungi che la tenessero per colpa o eccesso, che anzi la stimavano una dote e un
          attributo degno e proprio dell’eroe: ed intendevano di lodar quello a cui l’attribuivano;
          e l’attribuivano ed esageravano, volendo lodare, eziandio a chi non l’avesse o non
          l’avesse in quel tal grado; come fanno i panegiristi circa ogni sorta di virtù. Laddove
          Virgilio la concepiva, secondo le idee incivilite del suo tempo, come un vizio, e un
          biasimo; e concepiva come virtù e pregio la benignità ed umanità verso i nemici, il che
          sarebbe stato ridicolo o assurdo ai tempi d’Omero, come lo sarebbe ora presso i <pb
            ed="aut" n="2763"/> selvaggi, e questa umanità pose come parte essenziale e
          notabilissima della virtù eroica, ed espressela nel suo Enea, anzi gliel’attribuì come
          qualità caratteristica e principale della sua indole. E quei tratti d’inumanità non li
          tolse nè li ritrasse dalla forma dell’eroismo ch’egli avea nella sua mente, nè da quella
          del carattere di Enea ch’egli si era composta; ma dal poema che s’aveva e s’era sempre
          avuto per modello dei poemi eroici, e in cui si stimava universalmente, essere
          rappresentata la vera idea del carattere eroico. E ne li tolse quasi contro sua voglia; o
          più veramente non s’accorse che questa idea a’ suoi tempi, in questa parte, era mutata; e
          non era, in questo, l’idea sua nè quella de’ suoi contemporanei; e ch’essa era, in ciò,
          ben diversa dal concetto ch’egli s’era formato e ch’aveva espresso, del suo Enea. Laonde
          non vide che quei tratti, benchè propri della <pb ed="aut" n="2764"/> virtù eroica
          appresso Omero, ed appartenenti al carattere di quegli eroi, non avevano che fare col suo
          poema. Ma esso gli appropriò ad Enea pensandosi d’aver espresso fino allora, e di
          esprimere nel suo poema un eroe come quelli di Omero, e un carattere eroico come l’eroismo
          espresso da Omero; nel che s’ingannava; e pensandosi che l’eroismo per li suoi tempi fosse
          quella cosa medesima ch’era stato per li tempi d’Omero, nel che pur s’ingannava. Siccome
          anche s’ingannava pensandosi d’aver fatto un eroe che fosse potuto essere a quei tempi ne’
          quali egli lo supponeva; o ch’essendo, fosse potuto essere stimato eroe da’ suoi
          contemporanei. Perchè infatti Virgilio nel formare il carattere di Enea, non salvò la
          verisimiglianza, rispetto ai tempi in cui fu questo eroe, e peccò di anacronismo in questo
          carattere molto peggio che nell’episodio di Didone; <pb ed="aut" n="2765"/> siccome peccò
          di gravissimo anacronismo lo Chateaubriand nei Martiri, supponendo le opinioni religiose,
          la religiosità e le superstizioni de’ tempi di Omero, ne’ tempi di <emph>Luciano</emph>.</p>
        <p>L’inumanità verso i nemici non era biasimo ai tempi di Omero, perchè i nemici non erano
          considerati come uomini, o come parte di quel corpo a cui apparteneva il loro avversario.
          Gli antichi (e i selvaggi altresì) erano ben lontani dal considerare tutto il genere umano
          come una famiglia, e molto più dal considerare i nemici come loro simili e fratelli.
          Simili e fratelli non erano per gli antichi, e non sono per li selvaggi, se non
          gl’individui della loro stessa società; o nazione o cittadinanza o esercito che la
          vogliamo chiamare e considerare. Di questo ho detto altrove. Quindi essere inumano verso i
          nemici, tanto era per gli antichi, quanto essere <emph>inumano</emph> verso i lupi o altri
          animali che non <pb ed="aut" n="2766"/> sono del genere <emph>umano</emph>, anzi gli
          nocciono. Siccome appunto i nemici nocevano o cercavano di nuocere a quella società,
          dentro i limiti della quale si conteneva tutta quella famiglia umana a cui gli antichi si
          stimavano appartenere. E come a chi prendesse a difendere o a vendicare la sua società
          contro gli animali nocivi, sarebbe lode il non perdonar loro in alcuna maniera, ma
          sterminarli tutti a poter suo; così agli antichi era lode l’inumanità verso i nemici, che
          non si reputavano aver diritto all’umanità, non istimandosi aver nulla di umano, cioè
          nulla di comune con quegli <emph>uomini</emph> che li combattevano; e l’eccesso o il sommo
          grado di questa inumanità si giudicava proprissima dell’eroe. Massimamente che tutte le
          passioni o azioni forti erano fra gli antichi stimate molto più degne, o certo più eroiche
          che le deboli; e quindi la spietatezza verso chi non aveva alcun titolo alla clemenza,
          quali si stimavano <pb ed="aut" n="2767"/> i nemici, era creduta molto più eroica che la
          compassione, affetto dolce, molle, e stimato femminile; la vendetta molto più eroica che
          il perdono, siccome il risentimento era giudicato ben più degno dell’uomo che la pazienza
          delle ingiurie, la quale non andava mai disgiunta dalla riputazione e dal biasimo di viltà
          o dapocaggine.</p>
        <p>Quando Omero, introduce Priamo ai piedi d’Achille, quando ci commuove fino all’anima
          coll’amaro spettacolo di tanta grandezza ridotta a tanta miseria, quando par che impieghi
          ogni artifizio, che accumuli ogni circostanza, propria a destarci la compassione più viva,
          e nel tempo stesso ci rappresenta Achille, il protagonista del suo poema, il modello della
          virtù eroica da lui concepita, così difficile, così tardo a lasciarsi piegare, piangente
          sopra il capo di Priamo, non già le sventure di Priamo, ma le sue proprie e il suo vecchio
          padre, e il suo Patroclo, della cui morte esso <pb ed="aut" n="2768"/> Priamo era venuto a
          chiedergli in certo modo il perdono, quando finalmente non lo fa risolvere di concedere al
          supplichevole e infelicissimo re la sua misera domanda, se non in vista dell’ordine
          espresso già ricevutone da Giove per mezzo di Teti, senza il quale egli dimostra e fa
          intendere assai chiaramente che nè le preghiere nè il pianto nè il dolore nè tutto il
          misero apparato di quel re domo e prostratogli dinanzi, l’avrebbero vinto; a noi pare che
          questo Achille sia quasi un mostro, e che anche una virtù secondaria anzi minima, non che
          primaria, (come si rappresenta la sua in quel poema) anche molto più gravemente offesa,
          anche già meno acerbamente vendicata, anche con minori cagioni d’intenerirsi, avesse
          dovuto e commuoversi ben tosto, e sommamente, e concedere già molto prima di quel ch’ella
          fa, la domanda del supplichevole, e concedere anche assai di più, potendo <pb ed="aut"
            n="2769"/> farlo, e farlo di volontà sua. Ma Omero stimò di doverci rappresentare in
          quel punto Achille come egli rappresentollo. E non si creda ch’egli nel far questo abbia
          solamente in mira di conservare la simiglianza del carattere feroce di Achille, da lui
          fino allora espresso, e di non farne un personaggio diverso da quel che l’aveva fatto
          essere. Omero attende a salvare il suo eroe dal biasimo della compassione, cioè della
          mollezza, e della facilità di lasciarsi commuovere, e della tenerezza di cuore; come noi
          attenderemmo (e come infatti i più moderni epici ec. attesero ec.) a salvarlo dal biasimo
          della durezza della insensibilità, della crudeltà verso il nemico, e a proccurargli
          appunto la lode della compassione verso il nemico, come cosa magnanima ec. Omero non ha
          solamente riguardo all’Achille tal quale egli l’ha fatto, ma alla virtù eroica tal quale
          allora si concepiva; egli introduce quell’episodio compassionevole in grazia del sommo
          interesse e del gran contrasto di affetti a cui dà luogo, ma guarda che Achille non
          offenda in alcuna parte le leggi dell’eroismo; non si mostri leggero, flessibile, dappoco
          perdonando; non sia ripreso d’essere stato umano <pb ed="aut" n="2770"/> co’ nemici della
          sua nazione e suoi.</p>
        <p>Tali erano i tempi di Omero, e molto più quelli ch’egli dipinge: e tali bisogna
          considerarli volendo ben conoscere ed estimare la somma arte imitativa di quel grande
          spirito, anche nelle situazioni più difficili. Siccome appunto era questa, assai più
          difficile per lui, stante le predette considerazioni, che non sarebbe per noi. Nella quale
          quanto più a noi può parere ch’egli abbia peccato, quanto più egli si allontana dalla
          nostra opinione, e delude ed <foreign lang="fre" rend="italic">étonne</foreign> la nostra
          aspettativa, tanto la sua arte è maggiore, la sua imitazione più vera, la sua osservazione
          e conservazione de’ caratteri, de’ tempi, de’ personaggi più costante, e più mirabile la
          sua riuscita, e la felicità con cui egli si trae fuori delle difficoltà somme di questo
          passo. E tanto eziandio erano e si denno valutar maggiori esse difficoltà. (11. Giugno.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2771"/> Noi diciamo <emph>fumo</emph> per <emph>superbia, fasto, vanità,
            onori vani</emph> o <emph>l’orgoglio che ne nasce</emph>, e <emph>il vanto ch’altri ne
            fa</emph>: insomma applichiamo in molti modi e casi quella parola a significare la
          superbia e le cose che a questa appartengono. Vedi Caro lett. 20. vol. 1. principio. Nè
          più nè meno fanno i greci della voce <foreign lang="grc">τύφος</foreign>, (il cui proprio
          significato si è <emph>fumo</emph>), e de’ suoi derivati e composti. Siccome anche noi
          similmente di <emph>fumoso</emph>, e <emph>fumosità</emph>. (12. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Matto</emph> non verrebb’egli da <foreign lang="grc">μάτην, μάταιος</foreign>, e
            <emph>mattia</emph> cioè <emph>mattezza</emph> da <foreign lang="grc">ματία</foreign>?
          (12. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come la lingua latina abbia conservato l’antichità più della greca, si dimostra ancora
          con queste considerazioni. 1. La lingua latina conserva nell’uso comune de’ suoi buoni
          tempi e de’ seguenti (non solo degli anteriori) i temi, o altre voci regolari di verbi che
          tra’ greci, avendo le stesse radici che in latino, ma essendo però difettivi o anomali,
          non conservano i loro primi temi o quelle tali voci regolari, o non le usano se non di
          rarissimo, <pb ed="aut" n="2772"/> o talmente ch’essi temi ed esse voci non si trovano se
          non presso gli antichissimi autori, o presso i poeti soli, i quali in ciascuna lingua che
          ha favella poetica distinta, conservano sempre gran parte d’antichità per le ragioni che
          ho detto altrove. Dovechè la lingua latina usa essi temi ed esse voci universalmente sì
          nella prosa come nel verso, ed usale ne’ secoli in ch’ella era già formata e piena, ed
          usale eziandio non come rare, nè come quasi licenze o arcaismi, ma tutto dì e regolarmente
          e come temi e voci proprie e debite di quei verbi a’ quali appartengono. Per esempio il
          verbo <foreign lang="lat" rend="italic">do</foreign>, si è il tema di <foreign lang="grc"
            >δίδωμι</foreign> (e nota che questo verbo in greco non è neppure anomalo nè difettivo,
          ma l’uso l’ha cangiato interamente dal suo primo stato, a differenza del verbo latino
            <foreign lang="lat" rend="italic">do</foreign>.). Il qual tema conservasi nel latino in
          tutti i composti d’esso verbo, come <foreign lang="lat" rend="italic">credo, edo, trado,
            addo, subdo, prodo, vendo, perdo, indo, condo, reddo, dedo</foreign>, ec. (ne’ quali per
          istraordinaria anomalia è mutata la coniugazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >do</foreign> dalla prima nella terza: non così in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >circumdo as, venundo as, pessundo as</foreign> ec.) Ma in nessun composto del verbo
            <foreign lang="grc">δίδωμι</foreign> comparisce nel greco il suo vero tema. <foreign
            lang="grc">Ἔδω</foreign> voce e tema di verbo anomalo o difettivo, non si troverà <pb
            ed="aut" n="2773"/> credo, in greco se non presso i poeti, ma tra’ latini <foreign
            lang="lat" rend="italic">edo</foreign> e il suo composto <foreign lang="lat"
            rend="italic">comedo</foreign> sono voci e verbi di tutti i secoli e di tutte le
          scritture. Eo <foreign lang="grc">ἔω</foreign> tema da cui nascono in greco tanti verbi,
          non si trova nè fra’ poeti greci nè fra’ prosatori ma egli è comune e proprio ai latini, e
          ne nasce un verbo usitatissimo, co’ suoi composti, che tutti conservano il tema intatto e
          conservano altresì tutta la sua coniugazione perfettamente, <foreign lang="lat"
            rend="italic">redeo, abeo, exeo, ineo, subeo, coeo, adeo, circumeo, pereo, intereo,
            obeo, prodeo, introeo, veneo, praetereo, transeo</foreign>, ec. Nessun composto greco
          conserva il tema <foreign lang="grc">ἔω</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Lateo</foreign> è il medesimo che <foreign lang="grc">λήθω</foreign>, voce, e tempo ben
          raro negli scrittori greci, e verbo difettivo in greco, ma tema comune e usitatissimo, e
          verbo quasi perfetto e regolare in latino. Il tema <foreign lang="grc">λήθω</foreign>
          trovasi espressamente in Senofon. Simpos. c. 4. par. 48. I Dori e gli Eoli dicevano
          probabilmente <foreign lang="grc">λάθω</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Patior</foreign> che sta in luogo dell’attivo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >patio</foreign> (il quale pur si trova nell’antica latinità) è più vicino al <foreign
            lang="grc">πήθω</foreign>, (Dor. ed Eol. <foreign lang="grc">πάθω</foreign>) inusitato
          in greco, che non è l’usitato <foreign lang="grc">πάσχω</foreign>. Composti, <foreign
            lang="lat" rend="italic">per-petior</foreign> ec. Il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">fero</foreign>, s’io non m’inganno, ha più voci in latino che in greco.
          Del tema <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> equivalente all’inusitato
            <foreign lang="grc">στάω</foreign>, altrove.</p>
        <p>Il tema <foreign lang="grc">στάω</foreign> non si trova, ch’io sappia in greco. Il verbo
          si trova, cioè <foreign lang="grc">ἔστην ἕστηκα στήσας, στάς</foreign> ec. ma è difettivo.
          Il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> è intero.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2774"/> Viceversa saranno ben pochi quei verbi anomali o difettivi latini
          il cui proprio puro e vero tema, disusato in latino, o le cui voci che in latino sieno o
          perdute o irregolari, si conservino, e regolari, nell’uso greco universale d’ogni buon
          secolo e d’ogni genere di scrittura. Tale per esempio sarebbe il verbo <foreign lang="grc"
            >μνάω</foreign>, tema di <foreign lang="lat" rend="italic">memini</foreign> (il qual
            <foreign lang="lat" rend="italic">memini</foreign> è fatto per duplicazione della
            <emph>m</emph>, come in greco <foreign lang="grc">μέμνημαι</foreign> e come molti
          preteriti latini, <foreign lang="lat" rend="italic">cecini, cecidi, dedi, steti, fefelli,
            poposci, pepuli, tetuli</foreign> antico, da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >tulo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">tollo, tetigi, pepigi, peperci,
            cecidi, spopondi, dedidi, tetendi, peperi, totondi, pependi, didici</foreign> v. Gell.
          7. 9) ec. Di questo verbo <foreign lang="grc">μνάω</foreign> si conservano alcune voci nel
          greco, ma piuttosto presso i poeti che altrove: e dubito che in alcun luogo si trovi esso
          tema <foreign lang="grc">μνάω</foreign> Puoi vedere la p. 3691.</p>
        <p>E qui osservo che la lingua latina conserva ordinariamente i suoi temi più semplici e
          puri cioè composti di minor numero di lettere, che non fa la lingua greca. Il che si può
          vedere e per gli esempi sopraddotti, e per alcuni che s’addurranno, e per moltissimi che
          si potrebbero addurre. Per esempio da <foreign lang="grc">δῶ</foreign> o <foreign
            lang="grc">δόω</foreign>, i greci, per la solita duplicazione o anadiplasiasmo, oltre
          l’inflessione in <foreign lang="grc">μι</foreign>, fecero <foreign lang="grc"
          >δίδωμι</foreign>; come da <foreign lang="grc">περάω πιπράσκω</foreign>, <pb ed="aut"
            n="2775"/> da <foreign lang="grc">φάω</foreign> o <foreign lang="grc">φάσκω
          πιφάσκω</foreign> o <foreign lang="grc">πιφαύσκω</foreign>, da <foreign lang="grc">τρόω
            τιτρώσκω</foreign>, da <foreign lang="grc">τράω τιτράω</foreign> o <foreign lang="grc"
            >τιτραίνω</foreign> o <foreign lang="grc">τίτρημι</foreign>, da <foreign lang="grc">θέω
            τίθημι</foreign>, da <foreign lang="grc">πλήθω πίμπλημι</foreign> o <foreign lang="grc"
            >πιμπλάω</foreign> o <foreign lang="grc">πιμπλάνω</foreign> o <foreign lang="grc"
            >πίπλημι</foreign>, da <foreign lang="grc">τείνω</foreign> e da <foreign lang="grc"
          >τίω</foreign> o da <foreign lang="grc">τίνω τιταίνω</foreign>, da <foreign lang="grc"
            >βάω, βῆμι, βαίνω βιβάω</foreign> o <foreign lang="grc">βίβημι</foreign>, o <foreign
            lang="grc">βιβάσθω</foreign>, da <foreign lang="grc">χράω κιχράω</foreign> o <foreign
            lang="grc">κίχρημι</foreign>, da <foreign lang="grc">ὄνημι ὀνίνημι</foreign>, da
            <foreign lang="grc">καλέω κικλήσκω</foreign>, da <foreign lang="grc">πρήθω</foreign> ec.
            <foreign lang="grc">πίμπρημι</foreign>, ec. da <foreign lang="grc">μνάω
          μιμνήσκω</foreign>, da <foreign lang="grc">δράω διδράσκω</foreign>, e mille altri. I
          latini conservarono il puro <foreign lang="lat" rend="italic">do</foreign>. Così da
            <foreign lang="grc">λήθω λανθάνω</foreign>. I latini <foreign lang="lat" rend="italic"
            >lateo</foreign>. Così da <foreign lang="grc">λήβω λαμβάνω</foreign>, da <foreign
            lang="grc">λήχω λαγχάνω</foreign>, da <foreign lang="grc">τεύχω τυγχάνω</foreign>, da
            <foreign lang="grc">μήθω μανθάνω</foreign>, da <foreign lang="grc">δάρθω
          δαρθάνω</foreign>, da <foreign lang="grc">βάω βαίνω</foreign>, da <foreign lang="grc"
            >πετάω πεταννύω</foreign> o <foreign lang="grc">πετάννυμι</foreign>, da <foreign
            lang="grc">χάζω χανδάνω</foreign>, da <foreign lang="grc">φάω φαίνω</foreign> o <foreign
            lang="grc">φαείνω</foreign> e simili, da <foreign lang="grc">ἵζω ἱζάνω</foreign>, da
            <foreign lang="grc">ἐρύκω ἐρυκάνω</foreign> ec., da <foreign lang="grc">δύω
          δύνω</foreign>, da <foreign lang="grc">διώκω ἀμύνω, διωκάθω ἀμυνάθω</foreign>, da <foreign
            lang="grc">κιχέω κιχάνω</foreign>, da <foreign lang="grc">εἴκω εἰκάθω</foreign>, da
            <foreign lang="grc">ἴσχω ἰσχάνω</foreign> e <foreign lang="grc">ἰσχανάω</foreign>, da
            <foreign lang="grc">βλάστω βλαστάνω, ἁμαρτάνω, ἐρυγγάνω, οἰδάνω</foreign>. Cento forme e
          figure avevano i greci (o provenienti dalla varietà e proprietà de’ dialetti, o
          d’altronde) sì di alterare, come di accrescere gli elementi de’ loro temi. Non così i
          latini. Quindi i loro temi o sono monosillabi, o più facili da ridursi alla radice
          monosillaha. V. p. 2811.</p>
        <p>2. Molte radici (o primitive o secondarie) di vocaboli greci che non si trovano nel
          greco, o non sono in uso, quantunque lo fossero già, si conservano nel latino, e sono
          usitate. Può servir d’esempio la voce <foreign lang="lat" rend="italic">do</foreign>,
          radice del verbo <foreign lang="grc">δίδωμι</foreign>, il quale non è nè anomalo nè
          difettivo come ho detto di sopra. Ma <foreign lang="grc">δίδωμι</foreign> è veramente lo
          stesso <foreign lang="lat" rend="italic">do</foreign> (non un suo derivato) alterato cioè
          duplicato ed inflesso alla maniera greca. <foreign lang="grc">Ἁρπάζω</foreign> si è un
          vero derivato di <foreign lang="grc">ἅρπω</foreign>, il quale però non si trova ne’ greci,
          o è rarissimo e solamente poetico. Ben si trova il suo participio fem. sostantivato
            <foreign lang="grc">ἅρπυιαι</foreign>, che nella 2.<hi rend="apice">da</hi> iscrizione
          triopea, è <pb ed="aut" n="2776"/> adoperato in forma aggettiva. I latini hanno <foreign
            lang="lat" rend="italic">rapio</foreign>, che per metatesi è appunto il tema <foreign
            lang="grc">ἅρπω</foreign>. Nello Scapula trovo senza esempio <foreign lang="grc"
          >ἁρπῶ</foreign> ed <foreign lang="grc">ἁρπῶμαι</foreign>. Questo sarebbe contrazione di
            <foreign lang="grc">ἁρπάω</foreign> (v. Schrevel. in <foreign lang="grc"
          >ἁρπάω</foreign>), del quale <foreign lang="grc">ἁρπάζω</foreign> non sarebbe un derivato
          ma quasi un’inflessione, come da <foreign lang="grc">πειράω, πειράζω</foreign>. Ma di
            <foreign lang="grc">ἁρπάω</foreign> non può venire <foreign lang="grc"
          >ἅρπυιαι</foreign>, bensì <foreign lang="grc">ἁρπηκυῖαι</foreign> o <foreign lang="grc"
            >ἡρπηκυῖαι</foreign>. V. p. 2786.</p>
        <p>3. Com’è detto qui sopra, p. 2774-5. la lingua latina è solita di conservar le parole
          molto più semplici quanto agli elementi, che non fa la lingua greca. E ciò si deve
          intendere non solo de’ temi de’ verbi o delle radici di qualunque vocabolo, ma d’ogni
          altra qualsivoglia voce. Per <foreign lang="grc">ὀδοὺς ὀδόντος</foreign> i latini hanno
            <foreign lang="lat" rend="italic">dens-tis</foreign>. <foreign lang="grc"
          >Ὀλολύζω</foreign> dev’essere un’alterazione di <foreign lang="grc">ὀλολύω</foreign> come
            <foreign lang="grc">τροχάζω</foreign> di <foreign lang="grc">τροχάω, πειράζω</foreign>,
          di <foreign lang="grc">πειράω,</foreign> di <foreign lang="grc">δοκάζω</foreign> di
            <foreign lang="grc">δοκάω</foreign>, <foreign lang="grc">σκεπάζω</foreign> di <foreign
            lang="grc">σκεπάω, διστάζω</foreign> di <foreign lang="grc">διστάω</foreign> da <foreign
            lang="grc">δίς</foreign> e <foreign lang="grc">στάω</foreign>, v. p. 2825.3169. <foreign
            lang="grc">ἀνύττω</foreign> o <foreign lang="grc">ἀνύτω</foreign> di <foreign lang="grc"
            >ἀνύω</foreign> ec. Infatti <foreign lang="grc">ὀλολύω</foreign> è molto più imitativo e
          conveniente che <foreign lang="grc">ὀλολύζω</foreign> dove il <foreign lang="grc"
          >ζ</foreign>, quanto all’imitare, ci sta a pigione. Or questo verbo in origine è formato e
          nato evidentemente dall’imitazione del suo soggetto, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">ululo</foreign>. E non è maraviglia, perciocchè egli è vocabolo
          significativo d’un suono. V. p. 2811. e lo Scap. in <foreign lang="grc">ἀλαλάζω</foreign>.
          I latini hanno <foreign lang="lat" rend="italic">ululo</foreign>, che certo è
          originalmente tutt’uno con <foreign lang="grc">ὀλολύζω</foreign>, ed è tanto più semplice
          negli elementi. <foreign lang="grc">Γιγνώσκω</foreign>, verbo difettivo o anomalo, è fatto
          per anadiplasiasmo da <foreign lang="grc">γνώσκω</foreign>, il <pb ed="aut" n="2777"/>
          quale non è già il suo tema, ma sibbene <foreign lang="grc">γνόω</foreign>, onde <foreign
            lang="grc">γνώσκω</foreign> come da <foreign lang="grc">τρόω τιτρώσκω</foreign>, da
            <foreign lang="grc">βρόω βρώσκω</foreign>, da <foreign lang="grc">βόω βώσκω</foreign>,
          da <foreign lang="grc">βάω</foreign> inusitato <foreign lang="grc">βάσκω</foreign> poetico
          da <foreign lang="grc">περάω περαάσκω</foreign> poetico da <foreign lang="grc">βιόομαι
            βιώσκομαι</foreign>, da <foreign lang="grc">γηράω</foreign> inusitato <foreign
            lang="grc">γηράσκω</foreign>, da <foreign lang="grc">ὄνημι ὀνίσκω</foreign>, da <foreign
            lang="grc">φάω φασκω</foreign>, da <foreign lang="grc">περάω</foreign> (contratto
            <foreign lang="grc">πράω</foreign>) <foreign lang="grc">πιπράσκω</foreign>. I latini
          hanno <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign> senza l’anadiplasiasmo e senza il
            <emph>g</emph>. E qui pure si noti nel latino la conservazione dell’antichità. I greci
          medesimi dicono comunemente anche <foreign lang="grc">γινώσκω</foreign>. Ma il puro tema
          di questo verbo, ch’è <foreign lang="grc">νοΐσκω</foreign> e per sineresi <foreign
            lang="grc">νώσκω</foreign> fatto da <foreign lang="grc">νόω</foreign> (come i
          sopraddetti <foreign lang="grc">βρόω</foreign> ec.), da cui gli Eoli <foreign lang="grc"
            >γνόω</foreign> (v. Lexic.), non si trova in tutta la grecità, e trovasi nel latino. Nel
          quale il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign> è così regolare come i
          suoi <emph>uniformi</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">cresco, suesco, nascor,
            scisco</foreign> e simili e in parte <foreign lang="lat" rend="italic">adolesco,
            exolesco, inolesco</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">pasco</foreign> ec.
          V. la pag. 3688. sqq. E comparisce nel latino il <emph>g</emph> eolico ne’ composti di
            <foreign lang="lat" rend="italic">nosco, agnosco, cognosco, ignosco, dignosco</foreign>
          (trovasi anche <foreign lang="lat" rend="italic">dinosco</foreign>), <foreign lang="lat"
            rend="italic">prognosticum</foreign> (sebben questa è voce tolta dal greco a dirittura,
          ai tempi di Cic. o circa). Negli altri composti <foreign lang="lat" rend="italic"
            >praenosco, internosco</foreign>, il <emph>g</emph> non comparisce. V. p. 3695.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2778"/> 4. Molti attivi di verbi che in greco non conservano se non il
          medio <foreign lang="grc">ἅλλομαι</foreign> —<foreign lang="lat" rend="italic"
          >salio</foreign> (in senso attivo, o passivo, o in ambedue), o il passivo, (in senso
          passivo o attivo ec.) l’uno e l’altro, o parte dell’uno, parte dell’altro, (com’è
          ordinarissimo), segni certissimi di un verbo greco attivo perduto (come lo sono i
          deponenti in latino), o che in greco sono appena conosciuti, o solamente poetici, o
          antiquati o insoliti, sono comuni ed usitati universalmente in latino, o se non altro si
          conservano. Di ciò si potrebbero addurre non pochi esempi. Bastimi il verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">gigno</foreign>, attivo di <foreign lang="grc"
          >γίγνομαι</foreign> che significa <foreign lang="lat" rend="italic">gignor</foreign> e che
          in greco manca non solo di voce ma eziandio di significazione attiva. E notate che il
          verbo latino <foreign lang="lat" rend="italic">gigno</foreign> nel perfetto e ne’ tempi
          che dal perfetto si formano e nel supino, muta la <emph>i</emph> radicale in
          <emph>e</emph>, e perde il secondo <emph>g</emph> come appunto accade nel greco <foreign
            lang="grc">γίγνομαι</foreign> nelle sue inflessioni. Serva per altro esempio il verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">volo</foreign>, il quale io dico esser la voce attiva
          di <foreign lang="grc">βούλομαι</foreign>, cioè <foreign lang="grc">βούλω</foreign>,
          mutato il <emph>b</emph> in <emph>v</emph>, come in tanti <pb ed="aut" n="2779"/> altri
          casi (p. e. da <foreign lang="grc">βάδω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">vado</foreign>), vedi p. 4014. e fatto dell’<foreign
            lang="grc">ου, ω</foreign>, alla Dorica, cioè <foreign lang="grc">βώλω</foreign>, come
          di <foreign lang="grc">βοῦς</foreign> i dori <foreign lang="grc">βῶς</foreign>, i latini
            <foreign lang="lat" rend="italic">bos</foreign>, di <foreign lang="grc">ὕπνος</foreign>
          gli Eoli <foreign lang="grc">ὥπνος</foreign> (come <foreign lang="grc">ὠψηλὸς</foreign> da
            <foreign lang="grc">ὑψηλὸς</foreign>), i latini <foreign lang="lat" rend="italic"
          >somnus</foreign>, di <foreign lang="grc">νὺξ νὼξ</foreign>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">nox</foreign>: v. p. 3816. oltre le solite mutazioni volgari di <foreign
            lang="lat" rend="italic">vulgus vulpes</foreign> ec. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">volgus volpes</foreign>. (12-13. Giugno 1823.). <foreign lang="grc"
          >Βούλω</foreign> si trovò certamente nell’antica lingua greca, come mostra il suo medio
            <foreign lang="grc">βούλομαι</foreign>. E forse sì <foreign lang="grc">βούλω</foreign>
          che <foreign lang="grc">θέλω</foreign> ed <foreign lang="grc">ἐθέλω</foreign> furono fatti
          per <foreign lang="grc">πρόσθεσιν</foreign> dal tema monosillabo <foreign lang="grc">λῶ</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">volo</foreign>, onde <foreign lang="grc">λωΐων, λώϊστος
          </foreign> ec. V. Lexic. E così <foreign lang="grc">θέλω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">volo</foreign> viene forse dalla stessa radice del suo
          sinonimo <foreign lang="grc">βούλομαι</foreign>, di cui però v. Ammon. de Different.
          vocabulor. (<foreign lang="grc">Ἀβουλέω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">nolo</foreign> è di Plat. e di Demost. nelle epist.) Di
          tal <foreign lang="grc">πρόσθεσις</foreign> se n’ha appunto un esempio in <foreign
            lang="grc">θέλω-ἐθέλω</foreign>. V. p. 3842.</p>
        <p>Alle osservazioni da me fatte circa il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >expectare</foreign> nel principio della mia teoria de’ continuativi, aggiungi che anche
          in greco <foreign lang="grc">δοκάζειν</foreign> vale <emph>osservare</emph> o <emph>stare
            a vedere guardare</emph>, e nel medesimo tempo <emph>aspettare</emph>, onde <foreign
            lang="grc">προσδοκᾶν</foreign> (13. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che il proprio tema de’ verbi <foreign lang="grc">ἱστάω, ἵστημι, ἵσταμαι</foreign> fosse
            <foreign lang="grc">στάω</foreign>, come forse ho detto nella mia teoria de’
          continuativi parlando di <foreign lang="lat" rend="italic">sisto</foreign>, e che l’iota
          sia una giunta fatta al tema per proprietà di lingua, si conosce sì dalle molte voci di
          questi verbi che mancano di quell’<emph>i</emph> paragogico, e da tutti i loro derivati
          che parimente <pb ed="aut" n="2780"/> ne mancano, sì dal verbo <foreign lang="grc"
          >ἵπταμαι</foreign> il quale colla medesima paragoge (ch’esso perde in molte voci) è fatto
          dall’inusitato <foreign lang="grc">πτάω</foreign> (<bibl>v. la <title>Gramm. di
            Pad.</title> p. 210</bibl>.) o <foreign lang="grc">πετάω</foreign>, onde <foreign
            lang="grc">πετάομαι, πέταμαι, πέτομαι</foreign> che vagliono altresì <foreign lang="lat"
            rend="italic">volare</foreign>, e che in origine non debbon esser altro che il verbo
            <foreign lang="grc">πετάω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">pando explico</foreign> che ancora esiste, trasportato
          alla significazione del volare per lo spiegar delle ali ec. e vedi la pag. 2826.</p>
        <p>Del resto niente impedirebbe che <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> e
            <foreign lang="grc">στάω</foreign> non avessero niente di comune nella loro origine, o
          ch’essi fossero nati da una stessa lingua madre, ma indipendentemente l’uno dall’altro,
          giacchè l’uno significa <emph>stare</emph> ed anche <emph>essere</emph> (<bibl>vedi
              <author>Forcellini</author>
          </bibl>), e l’altro <emph>stabilire</emph>, il cui passivo o medio <foreign lang="grc"
            >ἵσταμαι</foreign>, passivando il significato di <emph>stabilire</emph>, viene a
          prendere la significazione neutra di <emph>stare</emph> (quasi <emph>essere
          stabilito</emph>).</p>
        <p>Ma supponendo che <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> e <foreign lang="grc"
            >στάω</foreign> sieno in origine uno stesso verbo, niente pure impedisce che il greco
          sia derivato dal verbo latino, e che tuttavia il latino <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sisto</foreign>, ben diverso da <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> e per
          coniugazione e per significato e per tutto, sia nato dal greco <foreign lang="grc">ἱστάω,
            ἱστῶ</foreign>.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2781"/> Chi può saper le varie vicende dei commerci antichissimi fra le
          lingue latina e greca, dopo che l’una e l’altra nacquero dalla stessa madre; quando la
          storia delle due nazioni comincia per noi così tardi, e massime la storia veridica, e
          certa; e la storia non alterata dalle favole ambiziose di cui è tutta piena l’antica
          istoria greca? Chi può con certezza negare che in quel lunghissimo tratto di tempi
          oscurissimi non vi fossero delle epoche nelle quali la lingua greca si arricchisse delle
          spoglie della sorella, ed altre, o successivamente o anche allo stesso tempo, in cui la
          lingua latina si arricchisse, come certo fece, delle spoglie della greca, ed anche
          ricevesse sotto nuova forma alcune di quelle medesime voci ch’erano nate da lei e da lei
          passate nella lingua greca, o alcuni derivati di quelle? Come sarebbe nella nostra
          supposizione; cioè che sto, nato nella lingua latina dal participio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">sum</foreign>, passato in Grecia sotto forma di <foreign lang="grc"
          >στάω</foreign>, <pb ed="aut" n="2782"/> ridotto quivi per paragoge alla forma di <foreign
            lang="grc">ἱστάω</foreign>, e per contrazione a quella d’<foreign lang="grc"
          >ἱστῶ</foreign> e mutata significazione per affinità, ritornasse nel latino colla forma di
            <foreign lang="lat" rend="italic">sisto</foreign>, il qual verbo verrebbe così ad essere
          originalmente il medesimo che sto.</p>
        <p>Osservando la cosa ne’ tempi moderni, non sappiamo noi che la lingua francese è venuta
          d’Italia? e che dal medesimo fonte nacque una lingua sorella della francese, cioè
          l’italiana? E non vediamo noi quante parole nate o allevate nel nostro paese, cioè nella
          lingua latina; di qua passate in Francia; quivi alterate o di forma o di senso o
          d’ambedue; sono ritornate in Italia come forestiere ed altrui, e ricevute in questa lingua
          sorella della francese, e ciò fino dal cento o dal dugento o dal trecento, e tuttogiorno
          nella metà dell’ultimo secolo e in questo? E chi dicesse per questa ragione che la lingua
          francese è madre e non sorella dell’italiana, o chi negasse che la lingua francese sia
          provenuta <pb ed="aut" n="2783"/> d’Italia, s’apporrebb’egli al vero?</p>
        <p>Credo eziandio che non poche voci venute dalla stessa lingua italiana (non dall’antica
          latina), e passate in Francia; di là ci sieno tornate, e ci tornino tuttavia bene spesso
          come forestiere: o che quelle nostre sieno dimenticate, o che queste sieno alterate in
          modo che non si riconoscano essere originalmente tutt’une colle nostre ancora esistenti, e
          già preesistenti alle sopraddette francesi. (Quanto a molte voci e forme italiane passate
          anticamente fra’ provenzali, ed ora credute provenzali di origine, o perchè si trovano nei
          loro scrittori, e non più presso noi; o perchè, alquanto mutate dalla prima figura e
          significazione, le ritolsero dai provenzali i nostri primi poeti o que’ del 300, e i
          commerci di que’ tempi, <bibl>vedi <author>Perticari</author>
            <title>Apologia</title> capo 11. 12. p. 108-17. e capo 19. fine p. 176-7</bibl>.). Così
          dico di molte voci spagnuole ricevute nella nostra lingua durante il 500 e il 600, ne’
          quali secoli la letteratura spagnuola nata dall’italiana, modellavasi pur tutta
          sull’italiana, e quindi certo la loro lingua doveva abbondare, e abbondava, di parole e
          maniere provenutele dall’italiano.</p>
        <p>Ma lasciando questo, potremo anche dire che il sistema de’ continuativi fosse proprio
          della lingua onde nacquero la latina e la greca; che di lei fossero il verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">sum</foreign> (il quale certo si trova <pb ed="aut" n="2784"/>
          tutto nella sascrita) e il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> che ne
          deriva; che da lei li pigliassero le dette due lingue; e che poi dalla greca venisse nella
          latina, coll’andar del tempo e de’ commerci, il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sisto</foreign>. Così discorrete de’ verbi <foreign lang="lat" rend="italic"
          >apo</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic">apto</foreign>, <foreign lang="grc"
            >ἅπτω</foreign> ed <foreign lang="grc">ἅπτομαι</foreign>, de’ quali nella mia teoria de’
          continuativi.</p>
        <p>In questa supposizione la lingua latina resterebbe pur molto superiore alla greca,
          rispetto alla conservazione dell’antichità. 1. Ella avrebbe conservato il sistema de’
          continuativi, e la greca no. Di più ella n’avrebbe conservato il modo cioè la formazione
          da’ participii passivi, il che alla lingua greca è impossibile. 2. Il suo verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">sum</foreign> sarebbe più conforme a quello della lingua madre.
          E ciò si proverebbe, primo perch’esso, come ho detto, si trova molto più simile a quello
          della lingua sascrita antichissima, che non il greco <foreign lang="grc">εἰμί</foreign>:
          secondo, perchè esso si presterebbe ottimamente per la sua forma grammaticale, come
          altrove ho mostrato, alla formazione del verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sto</foreign>, il quale nella nostra supposizione sarebbe venuto dalla lingua madre, e in
          essa, come in latino, sarebbe stato un continuativo formato da <foreign lang="lat"
            rend="italic">sum</foreign>: e perchè esso <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sum</foreign> si presterebbe <pb ed="aut" n="2785"/> a questa formazione secondo la
          regola ordinaria de’ continuativi latini, la qual regola nella nostra supposizione sarebbe
          provenuta dalla lingua madre.</p>
        <p>Laddove nella lingua greca il verbo <foreign lang="grc">στάω</foreign> per ragione
          grammaticale, e per origine considerata dentro i termini d’essa lingua, non ha che far
          niente con <foreign lang="grc">εἰμί</foreign>, ed è un tema intieramente distinto. Il tema
            <foreign lang="grc">στάω</foreign> non si trova nel greco, ma <foreign lang="grc"
            >ἵστημι, ἱστάνω, ἑστήκω</foreign>, e tali alterazioni. Ma in latino il tema <foreign
            lang="lat" rend="italic">sto</foreign> si trova, non pur semplice, anche ne’ composti
            <foreign lang="lat" rend="italic">adsto</foreign> ec. ec. chiaro e puro. E il verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> si può dir quasi regolare, se non fosse
          il duplicamento nel perfetto <foreign lang="lat" rend="italic">steti</foreign>, usitato
          però in molti altri verbi ancora, come in <foreign lang="lat" rend="italic">do</foreign>
          monosillabo, di coniugazione affatto simile a <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sto</foreign> ec. 3. Perchè il medesimo <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> e
          per forma e per significato si riconoscerebbe in latino per derivato espressamente da
            <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign>, come abbiamo supposto ch’ei fosse nella
          lingua madre: laddove in greco nè per forma nè per significato avrebbe che far nulla con
            <foreign lang="grc">εἰμί</foreign>. In somma tutta la ragione grammaticale e dei
          continuativi in generale, e in particolare del verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sto</foreign> considerato come continuativo e derivativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">sum</foreign>, la qual ragione abbiamo supposto che fosse nella lingua
          madre, sussisterebbe piena e perfetta nella lingua latina; laddove nella greca sarebbe
          intieramente perduta. Così discorrete della ragione grammaticale, <pb ed="aut" n="2786"/>
          e della origine e derivazione di <foreign lang="lat" rend="italic">apto</foreign> o
            <foreign lang="grc">ἅπτω</foreign>, le quali si troverebbero intere nella lingua latina,
          e per nulla nel greco; oltre al tema <foreign lang="lat" rend="italic">apo</foreign>
          conservato nel latino e perduto nel greco. (13-14. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2776. La voce <foreign lang="grc">ἁρπυῖαι</foreign> properispómena può benissimo
          essere un antico participio di un verbo <foreign lang="grc">ἅρπω</foreign> (v. la p. 2826.
          marg.) come <foreign lang="grc">εἰκυῖα</foreign> di <foreign lang="grc">εἴκω,
          εἰδυῖα</foreign> di <foreign lang="grc">εἴδω</foreign> per sincope di <foreign lang="grc"
            >εἰδηκυῖα</foreign>, da <foreign lang="grc">εἷδα</foreign> sincope di <foreign
            lang="grc">εἴδηκα</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Altri vogliono, ed è verisimile, che <foreign lang="grc">εἰδὼς, ἑστὼς,
              βεβὼς</foreign> ec. sieno part. preter. perf. medii. V. p. 2975. e lo Scap. in
                <foreign lang="grc">Μέλει</foreign>.</p>
          </note>. Non così di <foreign lang="grc">ἁρπάω</foreign> al quale non può in nessun modo
          appartenere. Che se i grammatici fanno questa voce <foreign lang="grc">ἁρπυῖαι</foreign>
          proparossìtona, scrivendo <foreign lang="grc">ἅρπυιαι</foreign>, 1. non tutti così fanno,
          e vedi Schrevel. e Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Harpyiae</foreign>: 2.
          può ben essere che questa voce sia proparossìtona ne’ due luoghi dell’Odissea, e in quello
          della Teogonia (v. 267.) ne’ quali è usurpata per antonomasia, come vuole il Visconti che
          sia nell’Odissea, o per nome appellativo, come è nella Teogonia: perciocchè perduta la sua
          forma e significazione di participio, e ridotta a sostantivo, <pb ed="aut" n="2787"/> e
          mutato uso, condizione e significato, non è maraviglia ch’esso muti l’accentazione come
          accade in altre mille parole. Ma tale ancora, ella si riconosce per un participio
          femminino, il quale non può venire se non da <foreign lang="grc">ἅρπω</foreign>
          parossìtono, e non da <foreign lang="grc">ἁρπῶ</foreign>, nè da <foreign lang="grc"
          >ἁρπάω</foreign> nè da <foreign lang="grc">ἁρπάζω</foreign>, e il cui mascolino sarebbe
            <foreign lang="grc">ἁρπὼς</foreign>. E nel luogo delle iscrizioni triopee, dov’ella è
          aggettivo, io son d’opinione che vada scritta properispómena. Non so come la scriva il
          Visconti: la lapide non ha accenti. 3. Ognun sa che in queste materie degli accenti, come
          in tante altre, non è da prestar gran fede ai grammatici che abbiamo, benchè greci, e
          ch’essi sono stati corretti cento volte dagli eruditi moderni colla più accurata
          osservazione dell’antichità; delle origini, delle derivazioni, delle analogie, della
          ragion grammaticale della lingua greca. E se ciò accade anche nelle cose che appartengono
          alla lingua di Tucidide o di Platone, quanto minor forza avrà un’obbiezione <pb ed="aut"
            n="2788"/> fondata sull’autorità di sempre recenti e semibarbari e poco dotti grammatici
          in materie così antiche, come è questa; nella quale poi in particolare, i grammatici,
          secondo il Visconti, errarono nella stessa significazione della parola, pigliando per
          démoni alati, per tempeste, procelle, venti ec. (vedi lo Scapula e il Tusano) quelle che,
          secondo il Visconti, non erano altro che le Parche.</p>
        <p>Del resto, quando ben si volesse che <foreign lang="grc">ἁρπυῖαι</foreign> fosse
          participio di <foreign lang="grc">ἁρπάω</foreign> (il che io non credo) fatto per sincope
          d’ <foreign lang="grc">ἁρπηκυῖαι</foreign>, (come anche <foreign lang="grc"
          >ἑστὼς</foreign> da <foreign lang="grc">ἑστηκὼς</foreign> o <foreign lang="grc"
          >ἑστακὼς</foreign> o <foreign lang="grc">ἑσταὼς</foreign> o <foreign lang="grc">ἑστεὼς,
            βεβὼς</foreign> da <foreign lang="grc">βεβηκὼς</foreign> o da <foreign lang="grc"
            >βεβαὼς, βεβρὼς</foreign> da <foreign lang="grc">βεβρωκὼς</foreign> o da <foreign
            lang="grc">βεβροὼς</foreign>) e che il latino <foreign lang="lat" rend="italic"
          >rapio</foreign> non fosse un disusato <foreign lang="grc">ἅρπω</foreign> (supposto dal
          Visconti) ma questo <foreign lang="grc">ἁρπάω</foreign> (del quale trovo nel Tusano:
            <foreign lang="grc">Ἁρπάω</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">pro</foreign>
          <foreign lang="grc">ἁρπάζω</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >usurpatur</foreign>, <title lang="lat">Etym.</title>) resterebbe sempre fermo e che
            <foreign lang="grc">ἁρπυῖαι</foreign> o <foreign lang="grc">ἅρπυιαι</foreign> fosse in
          origine un participio ec. e che la lingua latina conservi qui l’antichità più della greca,
          nella quale quest’ <foreign lang="grc">ἁρπάω</foreign>, che sarebbe, certo più antico di
            <foreign lang="grc">ἁρπάζω</foreign>, sarà pur sempre o inusitato o rarissimo, e forse
          noto per lo <pb ed="aut" n="2789"/> solo Etimologico. (14. Giugno 1823.). Nota che il
          Visconti, se ben mi ricordo, non cita se non due luoghi dell’Odissea, e questi sono, s’io
          non m’inganno, <foreign lang="grc">α</foreign>, 241. <foreign lang="grc">ξ</foreign>, 371.
          In due altri luoghi Omero usa quella voce, l’uno Odiss. <foreign lang="grc">υ</foreign>,
          77. dov’ella sta parimente per le Parche, l’altro Iliade, <foreign lang="grc">π</foreign>,
          150. dov’ella è puro aggettivo d’una cavalla, e viene a dir <emph>veloce</emph>, benchè
          gl’interpreti la rendono per <foreign lang="lat" rend="italic">Harpyia</foreign>
          sostantivo o appellativo, come negli altri luoghi d’Omero. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Raptim</foreign> dicono i latini per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cito</foreign> ec. Così <foreign lang="grc">ἅρπυια</foreign> o <foreign lang="grc"
            >ἁρπυῖα</foreign> per <emph>veloce</emph>. V. ne’ Lessici <foreign lang="grc"
            >ἁρπακτικῶς, ἁρπάγδην, ἁρπαλέως, καρπάλιμος, καρπαλίμως, ἀναρπάζω, ἀνάρπαστος</foreign>,
          ed <foreign lang="grc">ἁρπάζω</foreign> per <foreign lang="grc">ὀξέως νοῶ</foreign>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">cito intelligo et mente percipio, quasi mente
          corripio</foreign>, usato da Sofocle. V. anche i lessici latini in <foreign lang="lat"
            rend="italic">rapio</foreign> e suoi derivati e composti. Noi diciamo <emph>ratto</emph>
          (cioè <foreign lang="lat" rend="italic">raptus</foreign>) aggettivo e avverbio per
            <emph>veloce, presto</emph> ec. Così <emph>rattezza, rattamente</emph> ec. E i latini
            <foreign lang="lat" rend="italic">rapidus, rapido</foreign>, francese <foreign
            lang="fre" rend="italic">rapide</foreign> ec. V. lo spagnuolo in questa radice, o in
          altra metafora di velocità, tolta dal rapire in qualunque sia voce o modo. (14. Giugno.
          1823.). <bibl>V. la Crus. in <emph>Rapina</emph> par. 1</bibl>. <emph>Rapinosamente,
            Rapinoso</emph>, e questi pensieri p. 4165. fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2790"/> Il nome di <emph>Arpalice</emph> (della quale vedi Forcell. in
            <foreign lang="lat" rend="italic">Harpalyce</foreign>) non credo che sia nato, nè si
          debba cercare altronde che dalla velocità ec. Io poi son d’opinione che nel citato luogo
          della Teogonia, 265-9, la voce <foreign lang="grc">ἁρπυίας</foreign> non sia punto un
          appellativo, come hanno creduto i grammatici, gl’interpreti e i Lessicografi, ma un puro
          aggettivo significante <foreign lang="lat" rend="italic">ratte</foreign>,
          <emph>veloci</emph>, il che mi persuadono sì il confronto del citato luogo dell’Iliade, sì
          le addotte osservazioni in proposito, sì tutto il contesto del luogo d’Esiodo.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Θαύμας</foreign>
          </quote> (figlio di Nereo e della Terra) <foreign lang="grc">δ'Ὠκεανοῖο βαθυῤῥείταο
            θύγατρα.</foreign>.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἠγάγετ' Ἠλέκτρην ἡ δ' ὠκεταν τέκεν Ἶριν</foreign>
          </quote>
        </p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἠϋκόμους θ' Ἁρπυίας</foreign>
          </quote> (così scrivono con lettera maiuscola) <quote>
            <foreign lang="grc">Ἁελλώ τ' Ὠκυπέτην τε</foreign>
          </quote>, (nomi propri, e simboleggiano le procelle e i venti, come indica la loro
          etimologia, e come pur dicono i grammatici e gli interpreti)</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2791"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Αἵ ῥ' ἀνέμων πνοιῇσι καὶ οἰωνοῖς ἅμ' ἕπονται</foreign>
          </quote>
        </p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ὠκείῃς πτερύγεσσιἃ• μεταχρόνιαι γὰρ ἴαλλον</foreign>
          </quote>.</p>
        <p>Io tengo per fermo che <foreign lang="grc">ἁρπυίας</foreign> sia un secondo epiteto
          compagno di <foreign lang="grc">ἠϋκόμους</foreign>. Il duplicare o moltiplicare gli
          epiteti senza congiungerli fra loro con alcuna particella congiuntiva, poco usitato dai
          poeti latini, è familiarissimo ai poeti greci; e proprissimo di Omero, e dietro lui, degli
          altri: siccome di Dante (secondochè osserva Monti nella Proposta) e degli altri poeti
          italiani. Vedi fra gli altri infiniti luoghi, <bibl>
            <title>Odiss.</title>
            <foreign lang="grc">α</foreign>, 96-100</bibl>, il qual luogo è ripetuto più d’una volta
          nell’Iliade, e s’io non fallo, anche nell’Odissea.</p>
        <p>Del resto il luogo dell’iscrizione triopea <quote>
            <foreign lang="grc">Ἅρπυιαι κλωθῶες ἀνηρείψαντο μέλαιναι</foreign>
          </quote>, dove <foreign lang="grc">ἅρπυιαι</foreign> è manifesto aggettivo e sta per
            <emph>rapaci</emph>, notisi essere espressamente imitato dai seguenti versi
          dell’Odissea, ed averli l’autore avuti onninamente in vista.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Νῦν δέ μιν ἀκλειῶς ἅρπυιαι ἀνηρείψαντο.</foreign>
          </quote>. <foreign lang="grc">α</foreign>, 241. <foreign lang="grc">ξ</foreign>, 371.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τόφρα δὲ τὰς κούρας ἅρπυιαι ἀνηρείψαντο.</foreign>
          </quote>. <foreign lang="grc">υ</foreign>, 77.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2792"/> Notisi ancora l’aggettivo <foreign lang="grc">μέλαιναι</foreign>
          compagno d’<foreign lang="grc">ἅρπυιαι</foreign> e tuttavia non legato con questo per
          nessuna congiunzione.</p>
        <p>Il disuso del tema da cui venne il participio <foreign lang="grc">ἁρπυῖαι</foreign>, il
          disuso di questa voce in senso o di participio o d’aggettivo, e l’uso comune della
          medesima per significare con nome appellativo quelle favolose bestie alate delle quali
          vedi Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Harpyiae</foreign>, uso e favola che
          par più recente dei tempi d’Omero e d’Esiodo, dovettero indurre in errore i grammatici e
          gl’interpreti greci (e quindi i moderni) sopra il vero senso di quella voce negli addotti
          luoghi de’ due poeti, e massime in quelli dell’Odissea. Vedi l’interpretazione che ne dà
          Eustazio presso lo Scapula ec. Quando però non si voglia credere che la stessa mala
          intelligenza della voce <foreign lang="grc">ἅρπυιαι</foreign> appresso Omero ec. (la qual
          mala intelligenza dev’essere molto antica) abbia dato origine ovvero occasione alla favola
          delle Arpie, il quale accidente non mancherebbe di esempi. Delle Arpie vedi le note a
          Luciano, opp. Amstel. 1687. t. 1. p. 94. not. 5. (15-16. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Et ferruginea (Charon) subvectat corpora
            cymba</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Aen.</title> 6. 303</bibl>. Chi non sente che questo <foreign lang="lat"
            rend="italic">subvectat</foreign> è continuativo, e indica costume di <foreign
            lang="lat" rend="italic">subvehere</foreign> tuttodì? Ma per meglio sentirlo,
          sostituiscasegli la voce <foreign lang="lat" rend="italic">subvehit</foreign>, e veggasi
          se la proprietà latina di questo luogo non va tutta in fumo. Vedi altri simili esempi nel
            <pb ed="aut" n="2793"/> Forcellini in <foreign lang="lat" rend="italic">vecto, convecto,
            advecto</foreign> ec. (16. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Traslatare, trasladar, translater</foreign> continuativi
          barbari di <foreign lang="lat" rend="italic">transferre</foreign>. (16. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli scrittori greci de’ secoli medii e bassi, cioè dal terzo inclusive in poi, sono pieni
          d’improprietà di lingua (com’è quella di Coricio sofista del sesto secolo nell’Orazione <bibl>
            <title>
              <foreign lang="grc">εἰς Σοῦμμον στρατηλάτην</foreign>
            </title>
            <title lang="lat">in Summum ducem</title>, par. 11. ap. <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> edit. vet. vol. 8. p. 869. lib.5. cap. 31</bibl>. di usare la voce
            <foreign lang="grc">δικαστὴς</foreign> in vece di <foreign lang="grc">κριτὴς</foreign> o
          di <foreign lang="grc">μάρτυς</foreign>), pieni di frasi strane quanto alla lingua, pieni
          di solecismi, e di mille contravvenzioni alle antiche regole della sintassi e grammatica
          greca, ma non hanno barbarismi. La loro lingua per tutto ciò che appartiene all’eleganza,
          è diversissima da quella degli antichi scrittori: ma per tutto il resto è la stessa. Si
          può dir ch’essi ignorino il buon uso della lingua che scrivono, che non la sappiano
          adoperare; ma la lingua che scrivono è quella degli antichi: quella che gli antichi
          scrissero <pb ed="aut" n="2794"/> bene, essi la scrivono male. Molte loro parole che non
          si trovano negli antichi, sono però cavate dal fondo della lingua greca o per derivazione
          o per composizione ec.; rade volte ripugnano all’indole d’essa lingua, e per esser
          chiamate buone, greche, pure e di buona lega, non manca loro se non la sanzione
          dell’antichità. In somma il grecismo di questi scrittori è per lo più cattivo o pessimo,
          ma la loro lingua è pura. Le voci e frasi poetiche versate a due mani nelle prose, le voci
          o frasi antiquate, le metafore o strane affatto e barbare, o poetiche, non offendono la
          purità della lingua, ed appartengono piuttosto al conto dello stile. Il periodo di questi
          scrittori, il giro della dicitura, per lo più rotto, slegato, saltellante, ineguale,
          ovvero intralciato, duro, aspro, monotono, e lontanissimo dalla semplicità e dalla maestà
          dell’antica elocuzione greca, appartiene certo in gran parte alla lingua, al cui genio è
          contrarissima la struttura dell’orazione di quei bassi scrittori, ma non nuoce alla
          purità. Il numero e l’armonia è diversissimo <pb ed="aut" n="2795"/> in questi scrittori
          da quel ch’egli è negli antichi, ma ciò non solo per la negligenza di quelli, bensì ancora
          per la diversa pronunzia introdotta appoco appoco nella lingua greca, massimamente
          estendendosi ella a tanti e sì diversi e tra se lontani paesi, e subentrando a sì diverse
          favelle, o prendendo luogo accanto ad esse e in compagnia di esse, o in mezzo ad esse:
          giacchè bisogna considerare che la più parte degli scrittori greci dal 3. secolo in poi,
          non furono greci di nazione, o certo non furono greci di paese, ma Asiatici ec., e greci
          solamente di lingua, e questo ancora non sempre dalla nascita, ma per istudio, come p. e.
          Porfirio, della cui lingua patria, <bibl>vedi la <title>Vita di Plotino</title>, capo 17.
            e l’<author>Holstenio</author>
            <title lang="lat">de Vita et scriptis Porphyrii</title> cap. 2. V. p. 2827</bibl>. (17.
          Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Una delle proprietà comuni alle tre lingue figlie della latina, le quali proprietà si
          debbono per conseguenza credere originate dalla lingua madre di tutt’e tre, come ho detto
          altrove, si è quella di <pb ed="aut" n="2796"/> usare <emph>causa</emph>
          (<emph>cosa</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">chose</foreign>) per <foreign
            lang="lat" rend="italic">res</foreign>. (18. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ μοι δοκεῖ, εἴ τις τῶν θεῶν πάντας ἀνθρώπους εἰς ἕνα που χῶρον
              συναγαγῶν, ἕκαστον ἀπαιτήσει τὴν ἑαυτοῦ διηγήσασθαι τύχην, εἶτα πάντων εἰπόντων,
              ἑκάστου πύθοιτο πάλιν, ποίαν ἔχειν ἕλοιτο; πάντας ἂν ἀποροῦντας σιγῆσαι μηδένα ζηλωτὸν
              θεωμένους. Ἐντεῦθεν ἄρα τινὲς, Τραύσους οἶμαι τὸ γένος</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat" rend="italic">nationem hanc</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">προσαγορεύουσι, τικτομένου μέν τινος ὠλοφύροντο σκοποῦντες, εἰς ὅσα
              ἦλθε κακὰ, ἀπιόντος δὲ πανήγυριν</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat" rend="italic">festum</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">ἦγον, ὅσων ἠλευθέρωται δυσχερῶν ἐννοόυμενοι. Χορικίου Σοφιστοῦ
              Ἐπιτάφιος ἐπὶ Προκοπίῳ Σοφιστῇ Γάζης</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title lang="lat" rend="italic">Oratio funebris in Procopium Sophistam-Gazaeum</title>
            (par. 35. p. 859.) primum edita gr. et lat. a <author>Fabric.</author> in <title>B.
            G.</title> edit. vet. t. 8. p. 841-63. lib.5. c. 31</bibl> (19. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2683. marg. Da questa verissima osservazione del Castiglione, segue che tutte le
          immense fatiche che un perfetto scrittore deve spendere per dare a’ suoi scritti la
          finitezza, la <pb ed="aut" n="2797"/> grazia, la leggiadria, la nobiltà, la forza, insomma
          la bellezza della lingua, non possono esser nè valutate, nè gustate, neppur sentite dagli
          stranieri, che non sono <emph>assueti a scrivere</emph> in quella tal lingua, o non sono
          assueti a scriverla bene, il che è tutt’uno; e quindi elle sono tutte gittate per gli
          stranieri, e tutte inutili alla gloria dello scrittore riguardo agli esteri. Ma quanta
          parte dello stile è quasi tutt’uno colla lingua! Anzi chi può veramente o gustare o
          giudicare dello stile di un’opera, non potendo della lingua? E si può ben dire che ogni
          lingua ha il suo stile, o i suoi stili, che non si possono non che giudicare, appena ben
          concepire, se non si è in grado di giudicare e gustare quella tal lingua perfettamente,
          anzi di bene scriverla, perchè neppure i nazionali gustano quegli stili se non sono
          sperimentati nello scrivere la propria lingua. Dunque neppure i pregi dello stile di un
          perfetto scrittore possono esser valutati dagli stranieri, e tanto <pb ed="aut" n="2798"/>
          meno quanto egli è più perfetto, divenendone i pregi del suo stile come oggetti finissimi
          che sfuggono interamente alle viste deboli e ottuse, laddove se essi fossero stati più
          grossolani sarebbero potuti esser veduti. Ora quanta parte di un’opera è lo stile!
          Togliete i pregi dello stile anche ad un’opera che voi credete di stimare principalmente
          per i pensieri, e vedete quanta stima ne potete più fare. Dunque gli stranieri non sono
          assolutamente in grado nè di valutare nè di gustare nessuna opera di un perfetto
          scrittore, nemmeno, se non imperfettissimamente, per la parte dei pensieri. Dunque tutta
          la vera piena e ragionata stima che si può far d’un perfetto scrittore si restringe dentro
          i termini della sua nazione. E tra’ suoi nazionali quanti sono che sappiano bene scrivere
          e quindi ben gustarlo e valutarlo? Che cosa è dunque quella gloria per cui tanto ha sudato
          un perfetto scrittore, per cui ha forse speso in una sola opera tutta la vita? E quanto
          piacere ed a quanti proccura questa tale <pb ed="aut" n="2799"/> opera tanto lungamente e
          studiosamente travagliata e sudata a solo fine ch’ella proccurasse sommo e pieno e
          perfetto piacere? E in verità quanto alle opere di letteratura, tutte le sopraddette cose,
          e la conseguenza che io ne traggo, sussistono a tutto rigore<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Veggasi la p. 3673-5.</p>
          </note>. (19. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τοὶ δὲ Σκύθαι καλὸν νομίζοντι, ὃς ἄνδρα κτανών, ἐκδείρας τὰν
              κεφαλὰν, τὸ μὲν κόμιον πρὸ τοῦ ἵππου φορεῖ, τὸ δ' ὀστέον χρυσώσας καὶ ἀγρυρώσας, πίνει
              ἐξ αὐτοῦ καὶ σπένδει τοῖς θεοῖς ἐν δὲ τοῖς Ἕλλασιν οὐδέ κ' ἐς τὰν αὐτὰν οἰκίαν
              συνεισελθεῖν βούλοιτ' ἄν τις τοιαῦτα ποιήσαντι</foreign>
          </quote>. <foreign lang="lat">Scythis quidem honestum, ut cum quis hominem occiderit,
            capitis, cute divulsa, partem crinitam ante equum gestet, osseam vero auro vel argento
            obducens, ex illa bibat Diisque ipsis libamina fundat. Graecorum autem nullus easdem
            aedes ingredi vellet una cum viro, qui tale quid fecerit. (Ex versione Io.
          Northi)</foreign>. <pb ed="aut" n="2800"/> Scrittore incerto di alcune <foreign lang="grc"
            >διαλέξεις</foreign> in dialetto Dorico, che si trovano sovente nei Codici appiè de’
          libri di Sesto Empirico, e furono pubblicate da Enrico Stefano tra i frammenti de’
          Pitagorici, e dal <bibl>
            <author>Fabricio</author>, <title>B. G.</title> edit. vet. vol. 12. p. 617-35. lib.6.
            cap. 7. par. 6</bibl>. Il Fabricio le chiama <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Disputationes Antiscepticae</foreign>, ma in verità sono anzi esercitazioni scettiche
          in ciascuna delle quali si sostiene il pro e il contra, e questo vuol dire il titolo ch’è
          premesso a queste <foreign lang="grc">διαλέξεις</foreign> nel Codice Cizense, e riferito
          dal Fabricio p. 617. nel qual titolo queste <foreign lang="grc">διαλέξεις</foreign> sono
          chiamate <foreign lang="grc">ὑπομνήματα πρὸς ἀντίῤῥησιν</foreign>. Il soprascritto passo è
          nella seconda <foreign lang="grc">διάλεξις</foreign>, intitolata <foreign lang="grc">περὶ
            καλῶ καὶ αἰσχρῶ</foreign>, ap. <bibl>
            <author>Fabric.</author> l. c. p. 622</bibl>. (21. Giugno 1823.).</p>
      </div1>
      <div1 n="2800 - 2999">
        <p>È massima molto comune tra’ filosofi, e lo fu specialmente tra’ filosofi antichi, che il
          sapiente non si debba curare, nè considerar come beni o mali, nè riporre la sua
          beatitudine nella presenza o nell’assenza delle cose che dipendono dalla fortuna, quali
          ch’elle si sieno, o da veruna forza di fuori, ma solo in quelle che dipendono interamente
          e sempre dipenderanno da lui solo. Onde <pb ed="aut" n="2801"/> conchiudono che il
          sapiente, il quale suppongono dover essere in questa tale disposizion d’animo, non è per
          veruna parte suddito della fortuna. Ma questa medesima disposizione d’animo, supponendo
          ancora ch’ella sia più radicata, più abituale, più continua, più intera, più perfetta, più
          reale ch’ella non è mai stata effettivamente in alcun filosofo, questa medesima
          disposizione, dico, già pienamente acquistata, ed anche, per lungo abito, posseduta, non è
          ella sempre suddita della fortuna? Non si sono mai veduti de’ vecchi ritornar fanciulli di
          mente, per infermità o per altre cagioni, l’effetto delle quali non fu in balia di coloro
          l’impedire o l’evitare? La memoria, l’intelletto, tutte le facoltà dell’animo nostro non
          sono in mano della fortuna, come ogni altra cosa che ci appartenga? Non è in sua mano
          l’alterarle, l’indebolirle, lo stravolgerle, l’estinguerle? La nostra medesima ragione non
          è tutta quanta in balia della fortuna? Può nessuno assicurarsi o vantarsi <pb ed="aut"
            n="2802"/> di non aver mai a perder l’uso della ragione, o per sempre o temporaneamente;
          o per disorganizzazione del cervello, o per accesso di sangue o di umori al capo, o per
          gagliardia di febbre, o per ispossamento straordinario di corpo che induca il delirio o
          passeggero o perpetuo? Non sono infiniti gli accidenti esteriori imprevedibili o
          inevitabili che influiscono sulle facoltà dell’animo nostro siccome su quelle del corpo? E
          di questi; altri che accadono ed operano in un punto o in poco tempo, come una percossa al
          capo, un terrore improvviso, una malattia acuta; altri appoco appoco e lentamente, come la
          vecchiezza, l’indebolimento del corpo, e tutte le malattie lunghe e preparate o
          incominciate già da gran tempo dalla natura ec. Perduta o indebolita la memoria non è
          indebolita o perduta la scienza, e quindi l’uso e l’utilità di essa, e quindi quella
          disposizion d’animo che n’è il frutto, e di cui ragionavamo? Ora qual facoltà dell’animo
          umano è più labile, <pb ed="aut" n="2803"/> più facile a logorarsi, anzi più sicura
          d’andar col tempo a indebolirsi od estinguersi, anzi più continuamente inevitabilmente e
          visibilmente logorantesi in ciascuno individuo, che la memoria? In somma se il nostro
          corpo è tutto in mano della fortuna, e soggetto per ogni parte all’azione delle cose
          esteriori, temeraria cosa è il dire che l’animo, il quale è tutto e sempre soggetto al
          corpo, possa essere indipendente dalle cose esteriori e dalla fortuna. Conchiudo che
          quello stesso perfetto sapiente, quale lo volevano gli antichi, quale mai non esistette,
          quale non può essere se non immaginario, tale ancora, sarebbe interamente suddito della
          fortuna, perchè in mano di essa fortuna sarebbe interamente quella stessa ragione sulla
          quale egli fonderebbe la sua indipendenza dalla fortuna medesima. (21. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altro è il timore altro il terrore. Questa è passione molto più forte e viva di quella, e
          molto più avvilitiva dell’animo e sospensiva dell’uso della ragione, anzi quasi di tutte
          le facoltà dell’animo, ed anche de’ sensi del corpo. <pb ed="aut" n="2804"/> Nondimeno la
          prima di queste passioni non cade nell’uomo perfettamente coraggioso o savio, la seconda
          sì. Egli non teme mai, ma può sempre essere atterrito. Nessuno può debitamente vantarsi di
          non poter essere spaventato. (21. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Si sa che negli antichi drammi aveva gran parte il coro. Del qual uso molto si è detto a
          favore e contro. Vedi il Viaggio d’Anacarsi cap. 70. Il dramma moderno l’ha sbandito, e
          bene stava di sbandirlo a tutto ciò ch’è moderno. Io considero quest’uso come parte di
          quel vago, di quell’indefinito ch’è la principal cagione dello <foreign lang="fre"
            rend="italic">charme</foreign> dell’antica poesia e bella letteratura. L’individuo è
          sempre cosa piccola, spesso brutta, spesso disprezzabile. Il bello e il grande ha bisogno
          dell’indefinito, e questo indefinito non si poteva introdurre sulla scena, se non
          introducendovi la moltitudine. Tutto quello che vien dalla moltitudine è rispettabile,
          bench’ella sia composta d’individui tutti disprezzabili. Il pubblico, <pb ed="aut"
            n="2805"/> il popolo, l’antichità, gli antenati, la posterità: nomi grandi e belli,
          perchè rappresentano un’idea indefinita. Analizziamo questo pubblico, questa posterità.
          Uomini la più parte da nulla, tutti pieni di difetti. Le massime di giustizia, di virtù,
          di eroismo, di compassione, d’amor patrio sonavano negli antichi drammi sulle bocche del
          coro, cioè di una moltitudine indefinita, e spesso innominata, giacchè il poeta non
          dichiarava in alcun modo di quali persone s’intendesse composto il suo coro. Esse erano
          espresse in versi lirici, questi si cantavano, ed erano accompagnati dalla musica
          degl’istrumenti. Tutte queste circostanze, che noi possiamo condannare quanto ci piace
          come contrarie alla verisimiglianza, come assurde, ec. quale altra impressione potevano
          produrre, se non un’impressione vaga e indeterminata, e quindi tutta grande, tutta bella,
          tutta poetica? Quelle massime non erano poste in bocca di un individuo, che le recitasse
          in tuono ordinario e naturale. <pb ed="aut" n="2806"/> Per grande e perfetto che il poeta
          avesse finto questo individuo, la idea medesima d’individuo è troppo determinata e
          ristretta, per produrre una sensazione o concezione indeterminata ed immensa. Queste
          qualità contrastano con quelle, e quelle avrebbero direttamente impedita questa
          concezione, non che potessero produrla. Gli uditori avrebbero conosciuto il nome, le
          azioni, le qualità, le avventure di quell’individuo. Egli sarebbe stato sempre quel tal
          Teseo, quel tal Edipo, re di Tebe, uccisore del padre, marito della madre, e cose simili.
          La nazione intera, la stessa posterità compariva sulla scena. Ella non parlava come
          ciascuno de’ mortali che rappresentavano l’azione: ella s’esprimeva in versi lirici e
          pieni di poesia. Il suono della sua voce non era quello degl’individui umani: egli era una
          musica un’armonia. Negl’intervalli della rappresentazione questo attore ignoto,
          innominato, questa moltitudine di mortali, prendeva a far delle profonde o sublimi
          riflessioni <pb ed="aut" n="2807"/> sugli avvenimenti ch’erano passati o dovevano passare
          sotto gli occhi dello spettatore, piangeva le miserie dell’umanità, sospirava, malediceva
          il vizio, eseguiva la vendetta dell’innocenza e della virtù, la sola vendetta che sia loro
          concessa in questo mondo, cioè l’esecrare che fa il pubblico e la posterità gli oppressori
          delle medesime; esaltava l’eroismo, rendeva merito di lodi ai benefattori degli uomini, al
          sangue dato per la patria. (<bibl>V. <author>Oraz.</author>
            <title>art. poet.</title> v. 193-201</bibl>.). Questo era quasi lo stesso che legare
          sulla scena il mondo reale col mondo ideale e morale, come essi sono legati nella vita: e
          legarli drammaticamente, cioè recando questo legame sotto i sensi dello spettatore,
          secondo l’uffizio e il costume del poeta drammatico, e quanto è possibile al dramma di
            <emph>rappresentare</emph> quello che <emph>è</emph>. Questo era personificare le
          immaginazioni del poeta, e i sentimenti degli uditori e della nazione a cui lo spettacolo
          si rappresentava. Gli avvenimenti erano <pb ed="aut" n="2808"/> rappresentati
          dagl’individui; i sentimenti, le riflessioni, le passioni, gli effetti ch’essi producevano
          o dovevano produrre nelle persone poste fuori di essi avvenimenti erano rappresentati
          dalla moltitudine, da una specie di essere ideale. Questo s’incaricava di raccogliere ed
          esprimere l’utilità che si cava dall’esempio di quelli avvenimenti. E per certo modo gli
          uditori venivano ad udire gli stessi sentimenti che la rappresentazione ispirava loro,
          rappresentati altresì sulla scena, e si vedevano quasi trasportati essi medesimi sul palco
          a fare la loro parte; o imitati dal coro, non meno che si fossero gli eroi imitati e
          rappresentati dagli attori individui. Anche quando il coro prendeva parte diretta
          all’azione, questo fare agir nel dramma la moltitudine, era più poetico, e doveva produrre
          maggiore e più vivo effetto, che il divider tutta l’azione fra pochi individui, come noi
          facciamo.</p>
        <p>Da queste considerazioni si argomenti se <pb ed="aut" n="2809"/> sia giusto il dire che
          l’uso del coro nuoce all’illusione. Qual grata illusione senza il vago e l’indefinito? E
          qual dolce grande e poetica illusione doveva nascere dalle circostanze sovra esposte! (21.
          Giugno. 1823.). Nelle commedie la moltitudine serve altresì all’entusiasmo e al vago della
          gioia, alla <foreign lang="grc">βακχείᾳ</foreign>, a dar qualche apparente e illusorio
          peso alle cagioni sempre vane e false che noi abbiamo di rallegrarci e godere, a
          strascinare in certo modo lo spettatore nell’allegrezza e nel riso, come accecandolo,
          inebbriandolo, vincendolo coll’autorità della vaga moltitudine. V. p. 2905.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Io non so quali abbiano ragione intorno all’origine del verbo latino <foreign lang="lat"
            rend="italic">accuso</foreign>, o quelli che lo derivano da <foreign lang="lat"
            rend="italic">causa</foreign>, o quelli che lo fanno venire da un verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">cuso</foreign> continuativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">cudere</foreign>, del qual <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cuso</foreign> non recano però nessuno esempio. (V. Forcell. v. <foreign lang="lat"
            rend="italic">accuso</foreign> fin. v. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cuso</foreign>.). Forse a questi ultimi potrebbe esser favorevole il nostro antico
            <foreign lang="lat" rend="italic">cusare</foreign>, il quale se venisse da <foreign
            lang="lat" rend="italic">cuso</foreign> e non da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >causari</foreign>, o se non fosse uno storpiamento d’<foreign lang="lat" rend="italic"
            >accusare</foreign>, sarebbe un antichissimo tema perduto o disusato nel latino scritto,
          e conservato nell’italiano; e sarebbe il semplice dei verbi composti <foreign lang="lat"
            rend="italic">accuso, incuso, excuso, recuso</foreign>. È da notare però che il nostro
          volgo (almeno quello della Marca) usa il verbo <emph>causare</emph> nel significato
          appunto del nostro antico <emph>cusare</emph>, e del latino <foreign lang="lat"
            rend="italic">causari</foreign>, cioè in senso, non di <emph>cagionare</emph>, ma di
            <emph>recare per cagione</emph> o <emph>come <pb ed="aut" n="2810"/> cagione,
            accagionare</emph>: l’usa dico in questa frase avverbiale <emph>causando che</emph>,
          cioè <emph>atteso che, poichè</emph>. Il qual significato di <emph>causare</emph> e il
          qual modo avverbiale non è notato dalla Crusca, ma trovasi pure usato da Lorenzo de’
          Medici nella famosa lettera a Gio. de’ Medici Card. suo figliuolo, poi Papa Leone X, verso
          il fine, dove però nella raccolta di Prose, stampata in Torino 1753. vol. 2. p. 782. trovo
            <emph>cagionando che</emph> per <emph>causando che</emph>, che sta nelle Lettere di
          diversi eccellentissimi huomini, raccolte dal Dolce, Venez. appresso Gabriel Giolito de’
          Ferrari et fratelli 1554. p. 303. e nelle Lettere volgari di diversi nobilissimi huomini
          et eccellentissimi ingegni stampate da Paolo Manuzio in Venez. 1544. carte 6. p. 2. (In
          ogni modo anche la frase avverbiale <emph>cagionando che</emph> manca nella Crusca.) Nelle
          Lettere di XIII Huomini illustri, Ven. per Comin da Trino di Monferrato 1561. p. 485.
          trovo <emph>pensando che</emph>. Vedi il Magnifico di Roscoe, dove quella lettera è
          riportata.</p>
        <p>Del resto il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">accuso</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">accudo</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">cudo
            cusus</foreign> semplice ha il suo continuativo o frequentativo <foreign lang="lat"
            rend="italic">accusito</foreign>. (23. Giugno. 1823.). Se <foreign lang="lat"
            rend="italic">accuso</foreign> è quasi <foreign lang="lat" rend="italic"
          >accauso</foreign>, tanto e tanto è da notare questo continuativo, che sarà quasi <foreign
            lang="lat" rend="italic">accausito</foreign> dal participio <foreign lang="lat"
            rend="italic">accausatus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2811"/> Alla p. 2775. Il verbo <foreign lang="grc">δείδω</foreign> che
          oggi si pone come tema, non è certamente altro che reduplicazione di un tema più semplice,
          il che è dimostrato sì dalla voce <foreign lang="grc">δέος</foreign>, sì dal verbo
            <foreign lang="grc">δίω</foreign> presso Omero, sì dalla voce <foreign lang="grc"
            >δεῖσθαι</foreign> usata più volte da Plutarco per <emph>temere</emph>. <foreign
            lang="grc">Κάρχαρος, χαρχαρέοι, καρχαρίας</foreign> da <foreign lang="grc"
          >χαράσσω</foreign> per reduplicazione. <foreign lang="grc">ὀπιπτεύω</foreign> da <foreign
            lang="grc">ὀπτεύω. βέβαιος</foreign> da <foreign lang="grc">βαίνω</foreign> o da
            <foreign lang="grc">βέβαα</foreign>. V. p. 4109. Anche in latino <foreign lang="lat"
            rend="italic">titillo</foreign> è fatto per duplicazione da <foreign lang="grc"
          >τίλλω</foreign>. E altre tali duplicazioni alla greca si trovano pure in latino (come
          quelle de’ perfetti <foreign lang="lat" rend="italic">memini, cecidi</foreign> ec.), sieno
          veramente latine di origine, o greche, o comuni anticamente ad ambe le lingue, ec. ec.
          (23. Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Institutum autem eius</foreign> (<foreign lang="lat">Moeridis in</foreign>
            <foreign lang="grc">Ἀττικιστῇ</foreign>) <foreign lang="lat">est annotare et inter se
              conferre voces quibus Attici, et quibus Graeci in aliis dialectis, maxime illa</foreign>
            <foreign lang="grc">κοινῇ</foreign>
            <foreign lang="lat">utebantur: interdum notat et</foreign>
            <foreign lang="grc">κοινὸν</foreign>
            <foreign lang="lat">vulgi, illudque diversum facit non modo ab Attico sed etiam</foreign>
            <foreign lang="grc">ἑλληνικῷ</foreign>, <foreign lang="lat">ut in</foreign>
            <foreign lang="grc">ἐξίλλειν, εὐφήμει, κάθησο, λέμμα, οἰδίπουν, οἶσε, σχέατον</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> edit. vet. l. 5. c. 38. par. 9. num.157. vol. 9 p. 420</bibl>. (23.
          Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2776. margine. Lo stesso discorso si può fare di <foreign lang="grc"
          >βαΰζω</foreign>, il quale è pur verbo esprimente un suono, e fatto per imitazione di
          questo suono; il qual suono come è similissimo a quello di <foreign lang="grc"
          >βαΰω</foreign>, così non ha niente che fare con <foreign lang="grc">βαΰζω</foreign>. Ma
          questa e simili interposizioni della lettera <foreign lang="grc">ζ</foreign>
          <pb ed="aut" n="2812"/> e d’altre tali, sono state fatte o per evitare l’iato o per altre
          diverse cagioni, nel processo della lingua, quando già non v’era più bisogno che il
          vocabolo per essere inteso, esprimesse e rappresentasse collo stesso suo suono l’oggetto
          significato, ma egli era già inteso generalmente per se, e non per virtù della sua
          origine; e quando già nella lingua si guardava più alla dolcezza ec. che alla necessità
          ec. ne’ quali modi le parole in tutte le lingue si sono allontanate dalla forma primitiva
          e hanno spesso perduto affatto quel suono rappresentativo che prima avevano e sul quale
          furono modellati e creati, e nel quale da principio consisteva la ragione della loro
          significanza. I latini dal tema <foreign lang="grc">βαΰω</foreign> o <emph>bauare</emph>
          fecero <foreign lang="lat" rend="italic">baubari</foreign>, interponendo un <emph>b</emph>
          (il quale in questo caso è più adattato all’imitazione) invece del <foreign lang="grc"
          >ζ</foreign>. Noi <emph>baiare</emph>, che per verità potrebb’essere appunto quello stesso
          originale <foreign lang="grc">βαΰω</foreign> ch’è affatto perduto nella lingua greca e
          nella latina scritta: e ben si potrebbe credere che fosse totalmente <pb ed="aut" n="2813"
          /> voce antica latina, conservata nel volgare; dal che si dedurrebbe, primo, che l’antico
          latino, e di poi il suo volgare perpetuamente conservò puro il verbo originale <foreign
            lang="grc">βαΰω</foreign> (giacchè l’<foreign lang="grc">υ</foreign> greco in latino
          antico ora risponde a un <emph>u</emph>, ora ad un <emph>i</emph>), quantunque non si
          trovi nel latino scritto; verbo inusitato affatto nell’antica e moderna grecità nota;
          secondo, che questo antichissimo verbo, perduto, o vogliamo dire alterato nel greco,
          perduto ossia alterato nel latino scritto, conservasi ancora purissimo e senz’alterazione
          alcuna nell’italiano, e vedi la pag. 2704. Si potrebbe anche credere che i primi latini e
          il volgo, invece di <emph>baubari</emph> dicessero <emph>bauari</emph> (appunto <foreign
            lang="grc">βαΰειν</foreign>), e che la mutazione dell’<emph>u</emph> in <emph>i</emph>
          (vocali che spessissimo si scambiano, per esser le più esili, come ho detto altrove)
          seguisse nell’italiano e nel francese ec. Ovvero che gli antichi dicessero
          <emph>bauari</emph>, e poi il volgo <emph>baiari</emph>. (24. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I continuativi latini, tutti (se non forse <foreign lang="lat" rend="italic"
          >visere</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">visus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">video</foreign>, co’ suoi composti <foreign lang="lat"
            rend="italic">inviso, reviso</foreign> ec., e forse qualche altro, che io chiamerò
          continuativi anomali) appartenenti alla prima congiugazione, sono fatti dal participio o
          dal supino del verbo originale come ho dimostrato. Nondimeno io trovo alcuni pochi verbi,
          pur della prima maniera, i quali sono evidentemente fratelli o figli di altri verbi della
          terza, ed hanno una significazione evidentemente continuativa della significazione di
          questi, ma non sono fatti da’ loro participii. Quelli che io ho osservati sono 1. <foreign
            lang="lat" rend="italic">cubare</foreign>, co’ suoi composti <foreign lang="lat"
            rend="italic">accubare, incubare, decubare, secubare, recubare</foreign>, ec. il
          significato de’ quali è manifestissimamente <pb ed="aut" n="2814"/> continuativo di quello
          di <foreign lang="lat" rend="italic">cumbere</foreign> (inusitato, fuorchè nella voce
            <foreign lang="lat" rend="italic">cubui</foreign> ec. e <foreign lang="lat"
            rend="italic">cubitum</foreign> che ora s’attribuiscono a <foreign lang="lat"
            rend="italic">cubare</foreign>), <foreign lang="lat" rend="italic">incumbere,
          accumbere</foreign> ec. tanto che ogni volta che si dee esprimere azione continuata, si
          usano immancabilmente quelli e non questi, (come anche viceversa nel caso opposto) e
          appena si troverà buono esempio del contrario, quale potrebb’esser quello di <bibl>
            <author>Virgilio</author>
            <title>Aen.</title> 2. 513-14</bibl>. <foreign lang="lat" rend="italic">Ingens ara fuit;
            juxtaque veterrima laurus Incumbens arae</foreign>, invece d’<foreign lang="lat"
            rend="italic">incubans</foreign>. 2. <foreign lang="lat" rend="italic">educare</foreign>
          continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">educere</foreign> quanto al significato.
          3. <foreign lang="lat" rend="italic">jugare</foreign> parimente di <foreign lang="lat"
            rend="italic">jungere</foreign>, e così <foreign lang="lat" rend="italic">conjugare,
            abiugare, deiugare</foreign>, e s’altro composto ve n’ha. 4. <foreign lang="lat"
            rend="italic">dicare</foreign> similmente di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >dicere</foreign>, e così i composti <foreign lang="lat" rend="italic">judicare</foreign>,
          di <foreign lang="lat" rend="italic">ius dicere; dedicare, praedicare, abdicare</foreign>
          ec. V. p. 3006. 5. <foreign lang="lat" rend="italic">labare</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">labere</foreign> inusitato, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">labi</foreign> deponente. E nóto che questi verbi della terza hanno anche
          i loro continuativi formati regolarmente da’ loro participii, ma con significato diverso
          da quello de’ soprascritti verbi della prima, sebbene anch’esso continuativo; come
            <foreign lang="lat" rend="italic">dicere</foreign> ha pur <foreign lang="lat"
            rend="italic">dictare</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">dictitare;
          ducere</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic">educere</foreign>, ha <foreign
            lang="lat" rend="italic">ductare</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ductitare; jungere</foreign> ha nel basso latino e nello spagnuolo <foreign lang="lat"
            rend="italic">junctare</foreign>, (noi volgarmente <emph>aggiuntare</emph>, i franc.
            <foreign lang="fre" rend="italic">ajouter</foreign>); <foreign lang="lat" rend="italic"
            >labi</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">labere</foreign> ha pur <foreign
            lang="lat" rend="italic">lapsare</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Forse a questo discorso appartengono eziandio <foreign lang="lat" rend="italic"
                >suspicor</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">suspico</foreign>, ed
                <foreign lang="lat" rend="italic">auspico</foreign> o <foreign lang="lat"
                rend="italic">auspicor</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic"
              >specio</foreign>, seppur quello non viene piuttosto da <foreign lang="lat"
                rend="italic">suspicio onis</foreign>, e questo da <foreign lang="lat" rend="italic"
                >auspicium</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic">auspex
              auspicis</foreign>. Forse ancora, qua si dee riferire <foreign lang="lat"
                rend="italic">plico</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">plecto</foreign>,
              de’ quali verbi mi pare aver ragionato altrove in altro modo. Da <foreign lang="lat"
                rend="italic">plecto-plexus</foreign> si fanno anche i continuativi <foreign
                lang="lat" rend="italic">amplexor</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
                >complexo</foreign>. E notate che si trova anche <foreign lang="lat" rend="italic"
                >amplector aris</foreign> in luogo di <foreign lang="lat" rend="italic">amplector
                eris</foreign>, il che per altra parte confermerebbe che <foreign lang="lat"
                rend="italic">plecto is</foreign> fosse un continuat. anomalo di <foreign lang="lat"
                rend="italic">plico</foreign>, come mi pare aver detto altrove. V. p. 2903.</p>
          </note>. <foreign lang="lat" rend="italic">Cubitare, accubitare</foreign> ec. possono
          venire da <foreign lang="lat" rend="italic">accubatus</foreign>
          <pb ed="aut" n="2815"/> inusitato e da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >accubitus</foreign>, ec. e quindi essere derivativi così di <foreign lang="lat"
            rend="italic">accumbere</foreign> come di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >accubare</foreign>. Ma questo, con tutti i suoi fratelli e col suo semplice <foreign
            lang="lat" rend="italic">cubo</foreign>, non ha del proprio nè il preterito perfetto nè
          i tempi che da questo si formano, nè il participio in <emph>us</emph>, nè il supino, ma li
          toglie in prestito da <foreign lang="lat" rend="italic">accumbere, recumbere,
          incumbere</foreign> ec. facendo, nè più nè meno come fan questi, <foreign lang="lat"
            rend="italic">accubui, accubitus i, accubitum</foreign> ec. Vedi però la p. 3570.
          3715-7. <foreign lang="lat" rend="italic">Incubare</foreign> ha anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">incubavi, incubatum. Cubare</foreign> ha anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">cubavi</foreign>, o certo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cubasse</foreign>. Notate che se talvolta troverete ne’ lessici o ne’ grammatici ec.
          degli esempi di <foreign lang="lat" rend="italic">accubare, incubare</foreign> ec.
          adoperati nel preterito o nel supino ec. che non vi paiano di senso continuativo, dovete
          credere ch’essi sieno male attribuiti a quei verbi, e spettino ad <foreign lang="lat"
            rend="italic">incumbere, accumbere, occumbere</foreign> ec. V. p. 2996. V. a questo
          proposito p. 2930.2935. (24. Giugno, dì del Battista 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sono molti verbi formati da’ participii in <emph>us</emph>, i quali non esprimono azione
          continuata, nè costume di fare quella tale azione, o non l’esprimono sempre, e nondimeno
          anch’essi, ed anche in questo caso, sono veri continuativi, e il Forcellini e gli altri
          che li chiamano frequentativi, sbagliano, ed usano una voce impropria, parlando <pb
            ed="aut" n="2816"/> con tutto rigore ed esattezza. Per esempio <foreign lang="lat"
            rend="italic">iactare</foreign> nel luogo dell’<bibl>
            <title>Eneide</title> 2. 459</bibl>. ed <foreign lang="lat" rend="italic"
          >exceptare</foreign> nelle <bibl>
            <title>Georg.</title> 3. 274</bibl>. sopra i quali luoghi ho disputato altrove, non
          esprimono azione continuata per se stessa, giacchè l’azione di lanciare, e quella di
          ricever l’aria col respiro non sono azioni continue, ma si concepiscono come istantanee;
          nè anche significano costume di lanciare o di ricevere; ma moltitudine continuata di
          queste tali azioni, cioè di lanciamenti, per così dire, e di ricevimenti, che senza
          interruzione e per lungo tempo succedono l’uno all’altro. Questa è idea continua, e bene,
          in questo caso, si chiameranno continuativi quei tali verbi, e non potranno per nessun
          modo chiamarsi altrimenti con proprietà. Malissimo poi si chiameranno frequentativi,
          giacchè ben altro è il fare una cosa frequentemente, ed altro il ripetere per un certo
          maggiore o minor tempo una stessa azione continuamente, quando anche quest’azione per se
          non sia continua, e si fornisca nell’istante. Questa è continuità di fare una stessa
          azione, ben diversa dalla frequenza di fare una stessa azione. La qual frequenza suppone e
          considera degl’intervalli, maggiori <pb ed="aut" n="2817"/> minori, e più o meno numerosi
          che sieno, durante i quali quell’azione non si fa; laddove la detta continuità non li
          suppone, ed ancorchè, come è naturale, sempre vi sieno, pure, siccome minimi, non li
          considera. Avendo l’occhio a queste osservazioni si vedrà quanto gran numero di verbi
          latini detti frequentativi, lo sieno impropriamente, e quante significazioni credute
          frequentative, e che tali paiono a prima vista, perchè rappresentano ripetizione di una
          stessa azione, contuttociò non lo sieno, ma sieno veramente continuative. Bisogna
          sottilmente distinguere, come abbiamo mostrato, e non credere che qualunque verbo esprime
          ripetizione di una stessa azione, sia frequentativo, nè che questa ripetizione sia sempre
          lo stesso che la frequenza d’essa azione. La <emph>successione</emph> di più azioni di una
          stessa specie è ben altra cosa che la <emph>frequenza</emph> di esse. E con questo
          criterio, siccome cogli altri che abbiamo dati in vari luoghi circa le diverse
          significazioni de’ verbi fatti da participii in <emph>us</emph>, si correggeranno infiniti
          errori de’ grammatici e lessicografi; rettificherannosi infinite loro definizioni;
          conoscerassi e distinguerassi partitamente il vero spirito, e la vera e varia proprietà e
          forza de’ verbi formati da’ suddetti participii; e vedrassi come il senso frequentativo,
            <pb ed="aut" n="2818"/> ch’è solamente l’uno dei tanti che ricevono essi verbi, sia
          stato male scelto o preso a denotare e denominare e definire tutti questi verbi, ed anche
          considerato come l’unico loro proprio senso. Il che è lo stesso che porre la parte per il
          tutto. E quando ciò s’abbia a fare, meglio converrà a questi verbi il nome di
          continuativi, il qual nome abbraccia un assai più gran numero delle varietà proprie del
          significato di questi verbi. Le quali varietà non ancora considerate nè dai grammatici nè
          dai filologi nè dai filosofi, e nondimeno necessarissime a considerarsi e distinguersi per
          ben penetrare nell’intima proprietà ed eleganza, ed anche nell’intimo e vero senso e
          valore della lingua latina, e nell’intelligenza dell’efficacie, delle bellezze ec. dei
          passi degli scrittori, noi abbiamo proccurato di dichiarare ed esporre, sì ai grammatici e
          filologi, come ai filosofi e a’ letterati. (25. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Un continuativo anomalo o semianomalo si è <foreign lang="lat" rend="italic"
          >hietare</foreign> fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">hiatus</foreign>, quasi da
            <foreign lang="lat" rend="italic">hietus</foreign>, participio d’<foreign lang="lat"
            rend="italic">hiare</foreign>. Dove la mutazione dell’<emph>a</emph> in <emph>e</emph>
          viene 1. dal voler evitare il cattivo suono d’<foreign lang="lat" rend="italic"
          >hiatare</foreign>, del qual suono sempre evitato nella formazione de’ continuativi fatti
          da verbi della prima, ho detto altrove<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Salvo ne’ continuatt. de’ temi monosill. p. e. <foreign lang="lat" rend="italic"
                >dato, flato, nato</foreign> ec. come altrove. A questo proposito dubito molto che
                <foreign lang="lat" rend="italic">betere</foreign> o <foreign lang="lat"
                rend="italic">bitere</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">bitire</foreign>
              sia un continuat. anomalo (come <foreign lang="lat" rend="italic">viso is</foreign>)
              di un <emph>bo</emph> dal gr. <foreign lang="grc">βάω</foreign>, come <emph>no</emph>
              da <foreign lang="grc">νέω</foreign>, <emph>do</emph> da <foreign lang="grc"
              >δόω</foreign>, e altri tali temi monosill. latt. fatti da tali verbi greci così
              contratti. <foreign lang="lat" rend="italic">Ebito</foreign> sarebbe <foreign
                lang="grc">ἐκβαίνω</foreign>
              <foreign lang="lat" rend="italic">ex-eo</foreign>. V. Forc. in <foreign lang="lat"
                rend="italic">Beto</foreign>. V. p. 3694.</p>
          </note>. 2. da questo, che sebbene i latini, in questa <pb ed="aut" n="2819"/> cotal
          formazione solevano cambiar l’ultima <emph>a</emph> del participio, in <emph>i</emph>,
          facendo p. e. da <foreign lang="lat" rend="italic">mussatus mussitare</foreign> invece di
            <emph>mussatare</emph>, qui non poterono far così, stante l’altro <emph>i</emph> che
          precedeva, onde avrebbero fatto <emph>hiitare</emph> che riusciva di tristo suono, e
          difficile alla pronunzia. (25. Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Bubulcitare</foreign> dinota forse un antico verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">bubulco</foreign>, dal cui participio esso sia
          formato. Così credo io, secondo l’ordinaria ragione osservata da’ latini nella formazione
          de’ verbi, secondo la qual ragione e proprietà non mi par verisimile che <foreign
            lang="lat" rend="italic">bubulcitare</foreign> sia fatto a dirittura da <foreign
            lang="lat" rend="italic">bubulcus</foreign>. (19. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Subvento</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >subvenio, coepto</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">coepio,
          vocito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">voco, coenito</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">cenito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">coeno,
            dormito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">dormio, sternuto</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">sternuo, observito</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">observo, perito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pereo</foreign> (come <foreign lang="lat" rend="italic">ito</foreign> ed <foreign
            lang="lat" rend="italic">itito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >eo</foreign>), <foreign lang="lat" rend="italic">adiuto</foreign> (onde
          <emph>aiutare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">ayudar, aitare</foreign>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">aider</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >atare</foreign>) e <foreign lang="lat" rend="italic">adiutor aris</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">adiuvo, eiulitare</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">eiulare, clamitare (declamitare</foreign> ec.) da <foreign lang="lat"
            rend="italic">clamare</foreign>. Cicerone nota che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >declamitare</foreign> era voce nuova al suo tempo. <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>. <foreign lang="lat" rend="italic">Fugito</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">fugio</foreign>, ed altro da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fugo</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Flato</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">flo-flatus</foreign>, onde <emph>fiatare</emph>. V. Forcell. e il Glossar.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Volito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >volo-volatus</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Strepito</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">strepo strepitus</foreign>. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Sponso</foreign> (onde <emph>sposare</emph>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">épouser</foreign> ec.) e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >desponso</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">spondeo</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">despondeo</foreign>, e notate la significazione continuativa e
          durativa di quelli a paragone del significato di questi. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Responso</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">responsito</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">respondere</foreign>. (25. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2820"/> Frequentativi. <foreign lang="lat" rend="italic">Cantito.
          Sumptito</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">sumtito</foreign>. Da <foreign
            lang="lat" rend="italic">cano-cantus</foreign>, e da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sumo-sumptus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">sumtus</foreign>. (25.
          Giugno. 1823.). <foreign lang="lat" rend="italic">Missito</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">mitto-missus</foreign>. (26. Giugno 1823.). <foreign lang="lat"
            rend="italic">Accessito</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">eo is</foreign> è forse e senza forse il solo
          che avendo un continuativo desinente in <emph>ito</emph>, cioè appunto <emph>itare</emph>,
          abbia anche un frequentativo pure in <emph>ito</emph>, distinto dal continuativo, e
          formato col raddoppiamento della <emph>it</emph>, cioè <emph>ititare</emph>, il che fu
          schivato da’ latini in tutti gli altri verbi dove sarebbe potuto accadere, come ho detto
          altrove. Onde questi verbi non ebbero se non un solo o continuativo o frequentativo o
          l’uno e l’altro insieme, desinente nel semplice <emph>ito</emph>. Vero è che il verbo
            <emph>ititare</emph> non ha nel Forcellini che un solo esempio, e secondo me, poco
          sicuro. (26. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alcuni continuativi o frequentativi composti, sono fatti dal continuativo semplice, a
          dirittura, senza che il verbo padre del continuativo abbia i composti corrispondenti. Di
          ciò mi pare d’aver detto altrove. Veggasi la p. 3619. P. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">recito</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">suscito</foreign>
          sono continuativi composti di <foreign lang="lat" rend="italic">cito</foreign> il qual è
          continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">cieo</foreign> che non ha nè <foreign
            lang="lat" rend="italic">recieo</foreign> nè <foreign lang="lat" rend="italic"
          >suscieo</foreign> nè i participii <foreign lang="lat" rend="italic">recitus</foreign> nè
            <foreign lang="lat" rend="italic">suscitus</foreign>. Dico di <foreign lang="lat"
            rend="italic">cieo</foreign>, <pb ed="aut" n="2821"/> non di <foreign lang="lat"
            rend="italic">cio</foreign>, che ha pur lo stesso significato, ma il suo participio è
            <foreign lang="lat" rend="italic">citus</foreign>, e di <foreign lang="lat"
            rend="italic">cieo citus</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic"
          >citare</foreign>, e quindi <foreign lang="lat" rend="italic">excitare, incitare,
            concitare</foreign> ec. che hanno la sillaba <emph>ci</emph> breve, vengono tutti da
            <foreign lang="lat" rend="italic">cieo</foreign>. Da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cio</foreign> o vogliamo dire da <foreign lang="lat" rend="italic">excio</foreign>,
          verrebbe il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">excito</foreign> appresso Stazio, se
          fosse genuino, e sincero. <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>. (26. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Nexo nexas</foreign> è continuativo regolare, come si
          vede, di <foreign lang="lat" rend="italic">necto-nexus. Nexo nexis</foreign> (<bibl>v.
              <author>Forcellini</author>
          </bibl>) sarebbe anomalo, sull’andare di <foreign lang="lat" rend="italic">viso
          visis</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">video-visus</foreign>, e potrebbe
          forse confermare quello che mi par di aver detto altrove circa <foreign lang="lat"
            rend="italic">plecto is</foreign>, o altro simile, da me stimato continuativo, benchè,
          come tale, anomalo. (26. Giugno 1823.). V. p. 2885. ed osserva anche la p. 2934-5.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi in <emph>tare</emph> i quali sono continuativi, benchè paiano tutt’altro, e non
          apparisca a prima vista questa loro qualità. <foreign lang="lat" rend="italic">Confutare,
            refutare</foreign> ec. sono continuativi, o composti da <foreign lang="lat"
            rend="italic">futare</foreign>, o derivati da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >confundere</foreign> ec. E <foreign lang="lat" rend="italic">futare</foreign> viene dal
          participio di <foreign lang="lat" rend="italic">fundere</foreign>, il qual participio ora
          è <foreign lang="lat" rend="italic">fusus</foreign>, ma anticamente <foreign lang="lat"
            rend="italic">futus</foreign>. <bibl>Vedi <author>Forcellini</author> in <foreign
              lang="lat" rend="italic">Confuto</foreign> initio vocis, in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Futo</foreign> ec.</bibl> Da altro participio pur di <foreign lang="lat"
            rend="italic">fundo</foreign>, e pure antico e inusitato, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">funditus</foreign>, viene <foreign lang="lat" rend="italic"
          >funditare</foreign>. (26. Giugno 1823.). V. p. 3585. 3625.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Un altro <foreign lang="lat" rend="italic">futare</foreign> dice Festo che fu usato da
          Catone per <foreign lang="lat" rend="italic">saepius fuisse</foreign>. Questo
          dimostrerebbe un antico participio <pb ed="aut" n="2822"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">futus</foreign> del verbo sostantivo latino. Dico del
          verbo sostantivo, e non dico del verbo <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign>.
          Questo è originalmente il medesimo che il greco <foreign lang="grc">εἰμί</foreign> ovvero
            <foreign lang="grc">ἔω</foreign>, e che il sascrito <foreign lang="san" rend="italic"
            >asham</foreign>, e il suo participio in <emph>us</emph> dovette essere <foreign
            lang="lat" rend="italic">situs</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >stus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">sutus</foreign> (giacchè è notabile il
          nostro antico <emph>suto</emph>, vero e proprio participio del verbo essere, laddove
            <emph>stato</emph> che oggi s’usa in vece di quello, è tolto in prestito da
          <emph>stare</emph>), come ho detto altrove. Il franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >été</foreign> è lo stesso che <foreign lang="fre" rend="italic">sté</foreign>, giacchè
          gli antichi dicevano <foreign lang="fre" rend="italic">esté</foreign>, e
          quell’<emph>e</emph> innanzi, è aggiunto per dolcezza di lingua avanti la <emph>s</emph>
          impura nel principio della parola, come in <foreign lang="fre" rend="italic">espérer,
            espouser</foreign> (ora <foreign lang="fre" rend="italic">épouser</foreign>), del che ho
          detto altrove. Ora il participio <foreign lang="fre" rend="italic">sté</foreign> sarebbe
          appunto <foreign lang="lat" rend="italic">stus</foreign> in latino. Ma il participio
            <foreign lang="lat" rend="italic">futus</foreign>, onde <foreign lang="lat"
            rend="italic">futare</foreign>, non potè essere se non di quel verbo da cui il verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign> tolse in prestito il preterito perfetto
            <foreign lang="lat" rend="italic">fui</foreign> colle voci che da questo si formano,
          cioè <foreign lang="lat" rend="italic">fueram, fuero</foreign> ec. Il qual verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">fuo</foreign> non ha che far niente in origine con <foreign
            lang="lat" rend="italic">sum</foreign> nè con <foreign lang="grc">εἰμί</foreign>, ma è
          lo stesso che <foreign lang="grc">φύω</foreign>, e v. Forcell. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">fuam</foreign> e in <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign>. Di
          questo dunque dovette esistere anche il participio <foreign lang="lat" rend="italic"
          >futus</foreign>, il quale dimostrasi col verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >futare</foreign> che ne deriva. E nótisi che Festo dice il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">futare</foreign> essere stato usato da Catone per <foreign lang="lat"
            rend="italic">saepius fuisse</foreign>, e non per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >saepius esse</foreign>, onde pare che questo verbo appresso Catone conservasse una
          certa corrispondenza e similitudine e analogia colle voci <foreign lang="lat"
            rend="italic">fui, fuisse</foreign> ec. tolte in prestito da <foreign lang="lat"
            rend="italic">sum</foreign>, le quali tutte indicano il passato, e che anch’esso
          denotasse il passato di natura sua, ed avesse <pb ed="aut" n="2823"/> significazione
          preterita. Del resto come il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">futare</foreign> è
          diverso da <foreign lang="lat" rend="italic">stare</foreign>, così il participio <foreign
            lang="lat" rend="italic">futus</foreign>, da cui quello deriva, è diverso da <foreign
            lang="lat" rend="italic">situs</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >stus</foreign> da cui vien questo, e come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >futus</foreign> è participio di <foreign lang="lat" rend="italic">fuo</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">stus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sum</foreign>, così <foreign lang="lat" rend="italic">futare</foreign> è continuativo
          di <foreign lang="lat" rend="italic">fuo</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >stare</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign>. E l’esistenza del
          participio <foreign lang="lat" rend="italic">futus</foreign> dimostrata dal verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">futare</foreign>, non nuoce a quella che io sostengo del
          participio <foreign lang="lat" rend="italic">stus</foreign>, giacchè <foreign lang="lat"
            rend="italic">sum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">fuo</foreign>, che ora
          fanno un sol verbo anomalo composto e raccozzato di due difettivi, furono a principio due
          verbi ben distinti e per origine, e per forma materiale, e probabilmente completi tutti e
          due, e non difettivi come ora. (26. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È notabile come il nostro volgo e il nostro discorso familiare conservi ancora
          l’esattissima etimologia e proprietà de’ verbi <foreign lang="lat" rend="italic">stupeo,
            stupesco, stupefacio, stupefio</foreign>, ec. che diciamo anche <emph>stupire,
            stupefare, stupefarsi</emph>. In luogo de’ quali verbi diciamo sovente
          <emph>restare</emph>, o <emph>rimanere</emph> o <emph>divenire</emph> o <emph>diventare di
            stoppa</emph> per <emph>grandemente maravigliarsi</emph> che sono precisissimamente il
          significato proprio e l’intenzione metaforica de’ predetti verbi latini. <pb ed="aut"
            n="2824"/> Così penso assolutamente io, sebbene altri li derivano da <foreign lang="lat"
            rend="italic">stipes</foreign>, e forse niuno ha pensato di derivarli da <foreign
            lang="lat" rend="italic">stuppa</foreign>, che anche si dice <foreign lang="lat"
            rend="italic">stupa</foreign>. Il che forse è avvenuto perchè non dovettero sapere o
          avvertire quella nostra frase familiare che ho notata. Che se in alcuni mss. si trova
          anche <foreign lang="lat" rend="italic">stipeo</foreign> ed <foreign lang="lat"
            rend="italic">obstipeo</foreign>, ciò non vale, perchè <foreign lang="lat" rend="italic"
            >stupa</foreign> si disse anticamente <foreign lang="lat" rend="italic">stipa</foreign>,
          secondo Servio, che lo deriva da <foreign lang="lat" rend="italic">stipare</foreign>.
          Potrebbe anche esser la stessa voce che <foreign lang="grc">στύπη</foreign> da <foreign
            lang="grc">στύφω</foreign>. Chi sa che lo stesso <foreign lang="lat" rend="italic"
            >stipare</foreign> non venga appunto da <foreign lang="grc">στύφω</foreign> piuttosto
          che da <foreign lang="grc">στείβω</foreign>? <bibl>V. <author>Forcellini</author> in
              <foreign lang="lat" rend="italic">stipa, stipo, stuppa</foreign> ec.</bibl> Certo
          s’egli ha che fare con <foreign lang="lat" rend="italic">stupa</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">stipa</foreign>, esso viene da questa voce, e non al contrario
          come vuol Servio. E l’<foreign lang="grc">υ</foreign> greco, siccome ho detto più volte
          cambiasi nel latino ora in <emph>i</emph> ora in <emph>u</emph>, e queste due vocali
            <emph>i</emph> ed <emph>u</emph> si scambiano sovente fra loro e nel latino e nelle
          altre lingue, come ho pur detto altrove: ed osservate infatti che l’<emph>u</emph>
          francese e bergamasco, e l’<foreign lang="grc">υ</foreign> greco, è appunto un misto e
          quasi un composto d’ambedue queste vocali <emph>i</emph> ed <emph>u</emph>, e non si sa a
          qual più delle due rassomigliarlo; onde si vede quanto elle sieno affini e simili ed
          amiche tra loro, che s’accozzano insieme a fare (sulla bocca di molti e diversi popoli)
          una sola vocale, dove niuna delle due viene a prevalere. Quindi s’argomenti quanto è
          facile che queste due vocali si scambino l’una coll’altra nella pronunzia <pb ed="aut"
            n="2825"/> umana, anche in uno stesso tempo e popolo, nonchè in diversi tempi e nazioni
          e climi. <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">Sim</hi>
            <hi rend="sc">u</hi>
            <hi rend="italic">lare</hi>
          </foreign> da <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">sim</hi>
            <hi rend="sc">i</hi>
            <hi rend="italic">lis</hi>
          </foreign>, onde anche <foreign lang="lat" rend="italic">similare</foreign>, e noi
            <emph>simigliare</emph> e <emph>somigliare. Assimulare</emph> e <emph>assimilare</emph>.
            <foreign lang="lat" rend="italic">maximus, optimus</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">maxumus, optumus. Amantissimus</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">amantissumus</foreign>. <bibl>V. <author>Perticari</author>
            <title>Apolog. di Dante</title> p. 156. cap. 16. verso il fine</bibl>. <foreign
            lang="lat" rend="italic">lubens, decumus, reciperare</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">recuperare, carnufex</foreign>. (26. Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Fortunatianus</hi> in Honorii (Augustodunensis, De luminaribus
              Ecclesiae) Codicibus lib.1. cap. 98. vitiose <hi rend="italic">Fortunatius</hi>,
              natione Afer, Aquilejensis Episcopus, interfuit Concilio Sardicensi An. 347. et p.
              179. teste Hieronymo (De scriptoribus Ecclesiasticis) cap. 97. scripsit <hi
                rend="italic">Commentarios in Evangelia, titulis</hi> (ut apud Hilarium fit) <hi
                rend="italic">ordinatis, brevique et rustico sermone</hi>. De rustico sermone Latino
              singularem se libellum conscribere proposuisse testatus est V. C. Christianus
              Falsterus ad Gellii XIII. 6. parte 3. Amoenitatum Philologicarum p. 186. De
              Fortunatiano hoc, qui ad Arianos denique deflexit, plura Tillemontius tomo VI.
              memoriarum pag. 364. 419. — Fabricius Bibl. Lat. med. et inf. aetat. ed. Mansii,
              Patav. 1754. t. 2. p. 178-179. lib.6. art. Fortunatianus</foreign>
          </quote>. (26. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2776. Da <foreign lang="grc">σόω</foreign> o <foreign lang="grc">σώω,
          σώζω</foreign>. Notate che l’Etimologico dice espressamente che <foreign lang="grc"
          >σώζω</foreign> deriva da <foreign lang="grc">σώω</foreign> (e non viceversa), ed
          aggiunge, come <foreign lang="grc">ἕζω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">sedere facio, seu colloco, pono</foreign>, da <foreign
            lang="grc">ἕω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">colloco, statuo</foreign>. Così <foreign lang="grc">ἳζω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">sedere facio, in sede colloco</foreign> ch’è lo stesso
          verbo che <foreign lang="grc">ἕζω</foreign>, come dice Eustazio, <pb ed="aut" n="2826"/> è
          fatto da <foreign lang="grc">ἕω</foreign>. <foreign lang="grc">Πετάζω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">pando explico</foreign> da <foreign lang="grc">πετάω </foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">idem</foreign>. Da <foreign lang="grc">πελάω-πελάζω,
            τεχνάω-τεχνάζω, ἀνιάω-ἀνιάζω, ἀτιμάω-ἀτιμάζω, τίω-ἀτίζω, πρίω-πρίζω, λωβάω
          άζω</foreign>. Anche da <foreign lang="grc">πετάομαι</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">volo</foreign> si trova fatto <foreign lang="grc"
            >πετάζομαι</foreign> nei frammenti del <foreign lang="grc">Φυσιολόγος</foreign>
          d’Epifanio pubblicati dal Mustoxidi e dallo Scinà nella Collezione di vari aneddoti greci
          (i quali frammenti però credo che non fossero, come gli Editori stimarono, inediti). Vedi
          l’ultima pagina delle annotazioni degli Editori a essi frammenti, nel fine, e, se vuoi, la
          p. 2780. margine. E forse buona parte di questi tali verbi mancavano originariamente del
            <foreign lang="grc">ζ</foreign>, aggiunta poi per proprietà di pronunzia o di dialetto,
          per evitar l’iato ec. Da <foreign lang="grc">χάσκω χασκάζω</foreign>. Ma questa è un’altra
          formazione, che cambia in certo modo il significato e lo rende più continuo ec. Così
          potrebbe essere <foreign lang="grc">ἁρπάζω</foreign> da <foreign lang="grc">ἅρπω</foreign>
          e non da <foreign lang="grc">ἁρπάω</foreign>. <foreign lang="grc">Κωμάζω</foreign> sembra
          venire da <foreign lang="grc">κῶμος</foreign> a dirittura, non da <foreign lang="grc"
            >κωμάω</foreign>; e così molti altri. Da <foreign lang="grc">βρύω βρυάζω</foreign>. (26.
          Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È da notare che la nostra ben distinta teoria della formazione grammaticale de’
          continuativi e frequentativi, giova ancora a dimostrare evidentemente l’antica esistenza
          ed uso de’ participii o supini di moltissimi verbi che ora ne mancano affatto, mentre però
          esistono ancora i loro continuativi o frequentativi come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fugitare</foreign> dimostra <foreign lang="lat" rend="italic">fugitus</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">fugitum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fugio</foreign>, che altrimente non si conoscerebbe, e così cent’altri; ovvero di
          participii e supini diversi da quelli che ora si conoscono, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">agitare</foreign> dimostra il part. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >agitus</foreign> diverso da <foreign lang="lat" rend="italic">actus, noscitare
          noscitus</foreign> diverso da <foreign lang="lat" rend="italic">notus, futare</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">funditare futus</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">funditus</foreign>, ambedue diversi da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fusus</foreign>, (v. la p. 2928 segg. 3037.) <foreign lang="lat" rend="italic"
            >quaeritare quaeritus</foreign>, diverso da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaesitus</foreign> che non è di <foreign lang="lat" rend="italic">quaero</foreign>, ma
          di <foreign lang="lat" rend="italic">quaeso</foreign>, benchè a quello s’attribuisca, e
          simili. E serve ancora ad illustrare e mettere in chiaro l’antico uso e regola seguíta <pb
            ed="aut" n="2827"/> da’ latini nella formazione de’ participii in <emph>us</emph> e de’
          supini, come ho fatto vedere altrove in proposito di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >agitare</foreign>; e la vera origine di molti participii più moderni, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">actus</foreign>, e la loro ragione grammaticale; e spiega e
          scioglie molte anomalie apparenti ec. ec. ec. (27. Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2795. marg. Cambiata la pronunzia della lingua greca, doveva necessariamente
          mutarsi e il modo di produrre l’armonia colla collocazione delle parole, (giacchè le
          parole collocate all’antica e pronunziate diversamente, non potevano più rendere l’antica
          armonia) e quindi variarsi affatto la struttura dell’orazione, e prendere un altro giro il
          periodo; ed oltre a ciò mutarsi ancora l’armonia risultante dalla collocazione delle
          parole modernamente pronunziate, giacchè di diversi elementi, cioè di parole diversamente
          pronunziate era quasi impossibile che ne risultasse uno stesso effetto per mezzo della
          varia collocazione, cioè che le parole pronunziate alla moderna e distribuite per ciò
          diversamente dal modo antico, producessero l’armonia stessa che producevano coll’antica
          pronunzia e collocazione. Quindi diversa struttura e giro di orazione e di periodo, e nel
            <pb ed="aut" n="2828"/> tempo stesso diversa armonia. Assai più gran cosa che non pare,
          si è il cambiamento della pronunzia in una lingua. E parlo qui solamente della pronunzia
          che spetta alla quantità, cioè alla brevità o lunghezza delle sillabe, ed
          all’accentazione, senza entrar punto in quella pronunzia che spetta alle stesse lettere ed
          elementi della favella, la qual pronunzia come influisca sulle lingue e come basti a
          diversificarle l’una dall’altra, e sia principal causa sì della moltiplicazione sì della
          continua alterazione de’ linguaggi, è cosa già dimostrata. Ma quella pronunzia che spetta
          alla semplice quantità delle sillabe ed agli accenti, par cosa del tutto estrinseca alla
          lingua. Infatti ella non altera in nessun conto il materiale delle parole come fa l’altra.
          Ed appunto ell’è veramente estrinseca ed accidentale alle parole. Nondimeno il cambiamento
          di questa pronunzia, che nulla influisce su ciascuna parola, influisce sulle più
          intrinseche parti della favella, ed arreca essenzialissimi cangiamenti alla composizione e
          all’ordine delle parole, e quindi al giro ed alla forma della dicitura, e quindi alla vera
          indole della favella. V. p. 3024.</p>
        <p>Oltre di che, quando anche a’ tempi bassi si fosse potuta dare all’orazione l’antica
          armonia, quando anche quest’armonia si fosse ben conosciuta <pb ed="aut" n="2829"/> (che
          già non si conosceva), il mutato e corrotto gusto non lasciava nè poteva lasciar di
          stendersi anche all’armonia. Onde quell’armonia antica non sarebbe piaciuta, senza
          cadenze, senza strepito, senza ritornelli, senza eco, senza rimbombo, senza sfacciataggine
          di ritmo, dolcemente e accortamente variata ec. Tutte le contrarie qualità piacevano e si
          celebravano a quei tempi. Leggansi le orazioni o declamazioni o proginnasmi ec. e
          l’epistole stesse de’ sofisti, Libanio, Imerio, Coricio ec. Questo ancora gli obbligava a
          dare alle parole un giro diverso dall’antico. Di più, quando anche non fosse mancata loro
          la volontà, sarebbe mancata l’arte che infinita si richiede alla retta economia ed uso de’
          numeri. Quindi essi sono sempre insolentemente monotoni ec. (27. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che il greco moderno è senza paragone più simile al greco antico che non
          l’italiano al latino. Fra le altre moltissime particolarità basti osservare che una delle
          cose che massimamente distinguono le lingue moderne dalle antiche, e fra queste
          l’italiana, spagnuola ec. dalla latina, si è che le moderne mancano dei casi de’ nomi; il
          che <pb ed="aut" n="2830"/> basterebbe quasi per se solo a diversificare il genio e lo
          spirito delle nostre lingue, da quel delle antiche. Ora il greco moderno conserva gli
          stessi casi dell’antico. Conserva ancora l’uso della composizione fatta coi vocaboli
          semplici e colle preposizioni e particelle. Ma già non v’è bisogno d’altra prova che di
          gittar l’occhio sopra una pagina di greco vernacolo correttamente scritto, per conoscere
          la visibilissima e, direi quasi, totale somiglianza ch’esso ha coll’antico, e quanto ella
          sia maggiore, anzi di tutt’altro genere che non è quella che passa tra l’italiano e il
          latino, giacchè questa consiste principalmente nel materiale de’ vocaboli e delle radici,
          e quella, oltre di ciò, in grandissima parte dell’indole e dello spirito. Ho detto,
          correttamente scritto, perchè certo fra il greco moderno scritto o parlato da un ignorante
          e quello scritto da un uomo colto, ci corre tanto divario quanto fra questo e il greco
          antico. Vedi il contratto in greco moderno barbaro pubblicato da Chateaubriand
          nell’Itinerario. Ma ciò è naturale, e succede in tutte le lingue e nazioni, e certo il
          greco antico parlato, anche dai non plebei, e scritto <pb ed="aut" n="2831"/>
          dagl’ignoranti era ben diverso da quello che scrivevano i dotti, come il latino rustico,
          dall’illustre. Vedi la pag. 2811. Il greco moderno colto, giacchè ed ogni lingua può esser
          colta, e niuna lingua non colta può valer nulla, potrebbe certo divenire una lingua bella,
          efficace, ricca, potente, e forse, per la gran parte che conserva sì delle ricchezze come
          delle qualità e della natura dell’antico, una lingua superiore o a tutte o a molte delle
          moderne colte e formate. (27. Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grazia dallo straordinario e dal contrasto. Spesse volte la grazia o delle forme o delle
          maniere deriva da una bellezza e convenienza nelle cui parti non esiste veramente nessun
          contrasto, ma che però risulta da certe parti che non sogliono armonizzare e convenire
          insieme, benchè in questa tal bellezza e in questo tal caso convengano; ovvero da parti
          che non sogliono trovarsi riunite insieme, benchè trovandosi, sempre armonizzino: onde
          essa bellezza è diversa dalle ordinarie, benchè sia vera bellezza, cioè intera convenienza
          ed armonia. In tal caso il contrasto <pb ed="aut" n="2832"/> è estrinseco ed accidentale,
          non intrinseco: in tal caso la grazia deriva precisamente dalla bellezza, ma non dalla
          bellezza in quanto bellezza, bensì in quanto bellezza non ordinaria, e di genere diversa
          dalle altre: così che la grazia anche in questo caso deriva dal contrasto, non delle parti
          componenti il bello, ma del tutto, cioè di questo tal bello, col bello ordinario; e dalla
          sorpresa che l’uomo prova vedendo o sentendo una bellezza diversa da quella ch’egli suole
          considerar come tale, il che produce in lui un contrasto colle sue idee. Questo caso, da
          cui nasce la grazia, non è raro. Tutte quelle fisonomie, o quelle forme di persona,
          perfettamente armonizzanti, e con tutto ciò non ordinarie, o nelle quali non si suol
          trovare armonia, o in somma di genere diverso dal più delle fisonomie e forme belle, sono
          per qualche parte graziose. E il caso è più frequente e più facile nelle maniere, le quali
          ammettono più varietà che le forme materiali e naturali, e possono armonizzare in molti
          più modi che le dette forme.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2833"/> La grazia, anche in questi casi, è sempre relativa, cioè secondo
          il contrasto che fanno quelle tali forme o maniere colle assuefazioni e colle idee che lo
          spettatore ha intorno al bello. Il qual contrasto può esser maggiore in una persona,
          minore in un’altra, e in un’altra nullo; e quindi produrre un senso di maggiore o minor
          grazia; ovvero questo senso non esser prodotto in niun modo. E questa varietà può anche
          essere in una medesima persona in diversi tempi e circostanze, assuefazioni ed idee. Onde
          può succedere che ad una medesima persona in altro tempo, o ad un’altra persona nel tempo
          stesso, riesca grazioso in questi casi appunto il contrario di quello ch’erale già
          riuscito, o che riesce a quell’altra persona. E questa grazia di cui discorro può esser
          tale per un maggiore o minor numero di persone, per la più parte o per pochi, per quelli
          d’una città o nazione o per quelli d’un’altra, per la gente di campagna o di città:
          secondo che lo straordinario di quella tal bellezza e armonia è maggiore o minore, più o
          meno visibile, rispettivo a quello <pb ed="aut" n="2834"/> che i più riconoscono per
          bellezza o a quello che pochi ec. Sebbene io abbia qui considerato questa grazia
          applicandola alle forme e maniere delle persone, il medesimo discorso si potrà e dovrà
          fare intorno a tutti gli altri oggetti capaci di bellezza e di grazia, in molti de’ quali
          sarà molto più frequente e più facile il caso della grazia figlia della bellezza diversa
          dall’ordinario, ch’esso non è nelle forme e maniere degli uomini. (27. Giugno 1823.). V.
          p. 3177.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dovunque non cade bellezza, non cade grazia. Dico relativamente agli uomini, perchè
          bellezza e bruttezza cade in qualsivoglia cosa, ma gli uomini non ne giudicano, e non ne
          ricevono il senso se non in certe. E in queste sole, dov’essi possono ricevere il senso
          della bellezza, possono anche ricever quello della grazia e concepirla. E viceversa
          similmente, dovunque cade bellezza, cade ancor grazia. Non che l’una non possa esser senza
          l’altra. Ma quel genere ch’è capace dell’una è capace dell’altra. E per bellezza, intendo
          quella ch’è propriamente e filosoficamente <pb ed="aut" n="2835"/> tale, cioè quella ch’è
          convenienza, non l’altre impropriamente chiamate bellezze. (27. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Pascitare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pascitus</foreign> antico participio di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pasco</foreign> poi contratto in <foreign lang="lat" rend="italic">pastus</foreign>, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">noscitare</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">noscitus</foreign> poi ristretto in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >notus</foreign>, (siccome da <foreign lang="lat" rend="italic">suesco suetus</foreign>
          ec.), del qual verbo <foreign lang="lat" rend="italic">noscitare</foreign> ho detto
          altrove. (28. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Emptito</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >emtito</foreign> frequentativo da <foreign lang="lat" rend="italic">emo-emptus
          emtus</foreign>. Non vi sarebbe chi appresso Plauto Cas. 2. 5. 39. leggesse <foreign
            lang="lat" rend="italic">empsitem</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >emptitem</foreign> se si fosse ben posto mente alla teoria ed alla formazione
          grammaticale de’ frequentativi in <emph>ito</emph>, ed alla loro derivazione dai
          participii o supini, e non d’altronde. (28. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho recato altrove, in proposito dei sinonimi, alcuni esempi di voci che nelle lingue
          figlie della latina sono passati ad aver per proprii de’ significati ben lontani da quelli
          che avevano nella latina, e tra queste il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaerere</foreign> (<foreign lang="spa" rend="italic">querer</foreign>) che nella lingua
          spagnuola significa <foreign lang="lat" rend="italic">velle</foreign>. Aggiungete
          l’esempio del verbo latino <foreign lang="lat" rend="italic">creare</foreign> (<foreign
            lang="spa" rend="italic">criar</foreign>) che in ispagnuolo significa allevare, educare,
          sì esso come i suoi derivati, <foreign lang="spa" rend="italic">crianza, criado</foreign>
          ec. (28. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2836"/>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Solae communes natos, consortia tecta Urbis habent</hi> (apes), <hi
                rend="italic">magnisque</hi>
              <hi rend="sc">agitant</hi>
              <hi rend="italic">sub legibus aevum</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Georg.</author> l. 4. v. 153-154</bibl>. Qui il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">agito</foreign> non può esser più continuativo di quel ch’egli è; e
          veramente non so chi possa avere il coraggio di dire ch’egli in questo e ne’ simili luoghi
          sia frequentativo. (28. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho mostrato altrove che i poeti e gli scrittori primitivi di qualunque lingua non
          potevano mai essere eleganti quanto alla lingua, mancando loro la principal materia di
          questa eleganza, che sono le parole e modi rimoti dall’uso comune, i quali ancora non
          esistevano nella lingua, perchè scrittori e poeti non v’erano stati, da’ quali si
          potessero torre, e i quali conservassero quelle parole e modi che già furono in uso. Onde
          quando una lingua comincia ad essere scritta, tanto esiste della lingua quanto è nell’uso
          comune: tutto quello che già fu in uso, e che poi ne cadde, è dimenticato, non avendovi
          avuto chi lo conservasse, il che fanno gli scrittori, che ancora non vi sono stati.
          Togliere più che tante parole o forme da quella lingua la cui letteratura serve di modello
          alla nuova (come gl’italiani avrebbero potuto fare dalla lingua latina), è pericoloso in
          quei principii molto più che nel séguito (contro quello che si stimano i pedanti), anzi
          non si può, perchè quando nasce la letteratura <pb ed="aut" n="2837"/> di una nazione,
          questa nazione è naturalmente ignorante, e però lo scrittore o il poeta, così facendo, non
          sarebbe inteso, e la letteratura non prenderebbe piede, non si propagherebbe mai, non
          crescerebbe, non diverrebbe mai nazionale. Di più, il poeta sembrerebbe affettato. Vedi in
          questo proposito la p. 3015. Questo medesimo vale anche per le parole della stessa lingua,
          rimote più che tanto dall’uso comune, sia per disuso (seppur lo scrittore stesso o il
          poeta avesse modo di conoscerle, mancando fin allora gli scrittori), sia per qualsivoglia
          altra cagione. Bisogna considerare che la nazione in quel tempo è ignorante, e non
          istudia, e non leggerebbe quella scrittura o quel poema, benchè scritto in volgare, le cui
          parole o modi non fossero alla sua portata, o egli non potesse capirli senza studiarvi
          sopra. E poca difficoltà, poca ricercatezza di parole o di forme basta ad eccedere la
          capacità de’ totalmente ignoranti, quali sono allora quasi tutti, e degli a tutt’altro
          avvezzi che allo studio. Ho dunque detto altrove che i poeti e scrittori primitivi tutti o
          quasi tutti, e sempre o per lo più, sì nella lingua sì nello stile, tirano al familiare. E
          questo viene, sì per adattarsi alla capacità della nazione, sì perchè, mancando loro, come
          s’è detto, la principal materia dell’eleganza <pb ed="aut" n="2838"/> di lingua, sono
          costretti a pigliare una lingua domestica e rimessa, e non volendo che questa ripugni e
          disconvenga allo stile, sono altresì costretti di tenere anche questo, per così dire, a
          mezz’aria, e di familiarizzarlo. Onde accade che questi tali poeti e scrittori sappiano di
          familiare anche ai posteri, quando le loro parole e forme, già divenute abbastanza lontane
          dall’uso comune, hanno pure acquistato quel che bisogna ad essere elegantissime, perlochè
          già elle come tali s’adoprano dagli scrittori e poeti della nazione, ne’ più alti stili.
          Ma non essendo elle ancora eleganti a’ tempi di que’ poeti e scrittori, questi dovettero
          assumere un tuono e uno stile adattato a parole non eleganti, e un’aria, una maniera, nel
          totale, domestica e familiare, le quali cose ancora restano, e queste qualità ancora si
          sentono, come nel Petrarca, benchè l’eleganza sia sopravvenuta alle loro parole e a’ loro
          modi che non l’avevano, com’è sopravvenuta, e somma, a quei del Petrarca. Queste
          considerazioni si possono fare, e questi effetti si scorgono, massimamente ne’ poeti, non
          solo perchè gli scrittori primitivi di una lingua e i fondatori di una letteratura <pb
            ed="aut" n="2839"/> sono per lo più poeti, ma perchè mancando ad essi la detta materia
          dell’eleganza niente meno che a’ prosatori, questa mancanza e lo stile familiare che ne
          risulta è molto più sensibile in essi che nella prosa, la quale non ha bisogno di voci o
          frasi molto rimote dall’uso comune per esser elegante di quella eleganza che le conviene,
          e deve sempre tener qualche poco del familiare. Quindi avviene che lo stile del Boccaccio,
          benchè familiare anch’esso, massime ad ora ad ora, pur ci sa meno familiare, e ci rende
          più il senso dell’eleganza e della squisitezza che quello del Petrarca, e dimostra meno
          sprezzatura, ch’è però nel Petrarca bellissima. Così è: la condizione del poeta e del
          prosatore in quel tempo, quanto ai materiali che si trovano aver nella lingua, è la stessa
          (a differenza de’ tempi nostri che abbiamo appoco appoco acquistato un linguaggio poetico
          tutto distinto): il prosatore si trova dunque aver poco meno del suo bisogno, e quasi
          anche tanto che gli basti a una certa eleganza: il poeta che non si trova aver niente di
          più, bisogna che si contenti di uno stile e di una maniera che si accosti alla prosa. Ed
          infatti è benissimo definita <pb ed="aut" n="2840"/> la familiarità che si sente ne’ poeti
          primitivi, dicendo che il loro stile, senza essere però basso, perchè tutto in loro è ben
          proporzionato e corrispondente, tiene della prosa. Come fa l’Eneida del Caro, che
          quantunque non sia poema primitivo, pure essendo stato quasi un primo tentame di poema
          eroico in questa lingua, che ancora non n’era creduta capace, com’esso medesimo scrive,
          può dirsi primitivo in certo modo nel genere e nello stile eroico.</p>
        <p>Tutto questo discorso sui poeti e scrittori primitivi di una lingua, si deve intender di
          quelli che meritano veramente, il nome di poeti o di scrittori, e non di quei primissimi e
          rozzissimi, ne’ quali non cade sapore nè di familiarità nè d’eleganza, nè d’altra cosa
          alcuna determinata e che si possa ben sentire, fuorchè d’insipidezza, non avendo essi nè
          lingua, nè stile, nè maniera, nè carattere formato, sviluppato, costante e uniforme. E il
          sopraddetto discorso ha massimamente luogo, e i sunnotati effetti avvengono principalmente
          nel caso che sui principii di una letteratura compariscano tali e così grandi ingegni che
          o la creino <pb ed="aut" n="2841"/> quasi in un tratto, o tanto innanzi la spingano dal
          luogo ove la trovano, ch’essa paia poco meno che opera loro. Il qual caso avvenne alla
          letteratura greca e alla italiana<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Anche gli antichi e primi <emph>scrittori</emph> latini hanno sapore e modo tutto
              familiare, sì poeti, come Ennio e i tragici, di cui non s’hanno che frammenti,
              Lucrezio ec.; sì prosatori, come Catone, Cincio ed altri Cronichisti, di cui pur
              s’hanno frammenti, ec.</p>
          </note>. Perciocchè quando la letteratura si va formando appoco appoco, e con tanta
          uniformità di progressi, che mai un suo passo non sia fuor d’ogni proporzione cogli
          antecedenti, i summentovati effetti sono manco notabili, e manco facili a vedere,
          trovandosi l’eleganza delle parole e dei modi già fatta possibile coll’abbondanza degli
          scrittori e l’arricchimento della lingua che dà luogo alla scelta, e la nazione già capace
          e colta e studiosa, prima che la letteratura giunga a produr cosa alta e perfetta, e che
          un grande ingegno faccia uso dell’una e dell’altra disposizione, cioè di quella della
          lingua, e di quella de’ suoi nazionali. (28. Giugno. 1823.). V. p. 3009. 3413.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii in <emph>us</emph> di verbi attivi o neutri, non deponenti, in senso attivo o
          neutro, alla foggia di quelli de’ deponenti. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Dissimulatus a um, pransus a um, impransus a um, coenatus a um, incoenatus a um, potus
            a um</foreign>, (dall’antico <foreign lang="lat" rend="italic">po</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">poo</foreign>, di cui altrove) <foreign lang="lat"
            rend="italic">appotus a um, iuratus a um, coniuratus a um, iniuratus</foreign> e simili,
            <foreign lang="lat" rend="italic">solitus a um, insolitus a um, suetus a um</foreign>
          co’ suoi composti, <foreign lang="lat" rend="italic">hausus</foreign> (Forc. <foreign
            lang="lat" rend="italic">haurio</foreign> fin.). Vedi la pag. 2904. fine. 3072. <foreign
            lang="lat" rend="italic">esus a um, ventus a um</foreign>
          <pb ed="aut" n="2842"/> appresso Plauto, <foreign lang="lat" rend="italic">gavisus a
          um</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">gavisus sum</foreign>, per l’antico
            <foreign lang="lat" rend="italic">gavisi</foreign>). Vedi il Forcellini sì in questi
          participii, sì ne’ verbi loro, specialmente in <foreign lang="lat" rend="italic">coeno,
            edo, venio</foreign> ec. (28. Giugno 1823). <foreign lang="lat" rend="italic">obstinatus
            a um; obitus a um</foreign>, e altri composti di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >eo</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">interitus a um, praeteritus a um.
            Placitus a um</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">gavisus</foreign>. V.
          Forc. V. p. 3060.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Continuativi delle lingue figlie della latina. <emph>Diventare</emph> ital. da <foreign
            lang="lat" rend="italic">devenio-deventus</foreign>. <foreign lang="spa" rend="italic"
            >Sepultar</foreign> spagn. da <foreign lang="lat" rend="italic">sepelio
          sepultus</foreign>. Questo verbo <emph>sepultare</emph> trovasi usato da Venanzio
          Fortunato, poeta e scrittore italiano del sesto secolo, Carm. lib.8. <title lang="lat"
            >Hymno de vitae aeternae gaudiis</title>. (Glossar. Cang.) <emph>Pressare</emph>,
            <foreign lang="fre" rend="italic">presser</foreign>, <emph>prensar</emph>,
            <emph>oppressare</emph>, <emph>oppressé</emph>, <emph>soppressare</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">expressar</foreign> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >premo-pressus</foreign>. <bibl>V. il <author>Glossar.</author>
          </bibl>
          <emph>Tritare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">tero tritus</foreign>. Il Gloss.
            <emph>Tritare</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">Frequenter terere</foreign>,
            <emph>Ioh. de Ianua</emph> cioè genovese del secolo 13<hi rend="apice">o</hi>, autore di
          un Lessico edito. <emph>Cautare, incautare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >caveo-cautus</foreign>. <bibl>V. il <title>Glossar.</title>
          </bibl>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Gozar</foreign> spagnuolo da <foreign lang="lat"
            rend="italic">gaudeo gavisus</foreign>. Fecesi ne’ bassi tempi di <foreign lang="lat"
            rend="italic">gavisus gausus</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic"
          >gosus</foreign>, onde <foreign lang="spa" rend="italic">gosare</foreign>, e <foreign
            lang="spa" rend="italic">gozar</foreign>. Ovvero di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >gavisus</foreign>
          <foreign lang="spa" rend="italic">gavisare, gausare, gosare</foreign>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">gozar</foreign>. Trovasi nelle antiche glosse latino-greche <foreign
            lang="lat" rend="italic">gaviso</foreign> — <foreign lang="grc">χαίρω</foreign>.
            <bibl>V. il <title>Glossar. Cang.</title> in <emph>Gavisci</emph>, ed anche in
              <emph>Gavisio, Gausida</emph> (<emph>goduta</emph> sostantivo) e <emph>Gausita</emph>
          </bibl>. Vedi quivi anche <emph>Gauzita</emph>, dove trovi già il <emph>z</emph> di
            <foreign lang="spa" rend="italic">gozar</foreign>. Da questo, o da <emph>gavisio,
            gausio, gosio</emph>, anzi da <foreign lang="lat" rend="italic">gavisus us, gausus,
            gosus</foreign> credo io che sia fatto lo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic"
            >gozo</foreign>, <emph>godimento</emph>, piuttosto che da <foreign lang="lat"
            rend="italic">gaudium</foreign>. <foreign lang="spa" rend="italic">Gozar</foreign> assai
          spesso, come il nostro <emph>godere</emph> e il francese <foreign lang="fre" rend="italic"
            >jouir</foreign>, è vero continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >gaudere</foreign>, non meno per il significato che per la forma, equivalendo a <foreign
            lang="lat" rend="italic">frui</foreign>. Il verbo <foreign lang="fre" rend="italic"
            >jouir, jouissons, jouissez, jouissent</foreign> ec. dee esser venuto similmente da
            <foreign lang="lat" rend="italic">gavisare</foreign>, prima che questo fosse mutato in
            <pb ed="aut" n="2843"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">gausare</foreign>, e ne sparisse la <emph>i</emph>, che
          manca in <foreign lang="spa" rend="italic">gozar</foreign>, ma con tutto ciò è più
          sfigurato. Così dite di <foreign lang="fre" rend="italic">joie, jouissance,
          joyeux</foreign> ec. e di <emph>gioia, gioire</emph>, ec. che di là vengono.
            <emph>Pransare</emph> o <emph>pranzare</emph> ital. da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pransus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">prandeo</foreign> onde il
          frequentativo latino <foreign lang="lat" rend="italic">pransitare</foreign>.
            <emph>Incettare</emph> non da un barbaro <foreign lang="lat" rend="italic"
          >incaptare</foreign>, come pensa Giordani nel principio della lettera a Monti, Proposta
          vol. 1. parte 2., ma appunto da un <foreign lang="lat" rend="italic">inceptare</foreign>
          mutato l’<emph>a</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic">captare</foreign> in
          <emph>e</emph> per virtù della composizione, come in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >attrectare, contrectare, detrectare, obtrectare</foreign>, ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">tractare</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >detractus</foreign> ec. di <foreign lang="lat" rend="italic">detraho</foreign>, in
            <foreign lang="lat" rend="italic">affectare</foreign> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">affectus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">afficio</foreign>
          il quale viene da <foreign lang="lat" rend="italic">facio</foreign>, in <foreign
            lang="lat" rend="italic">coniectare, subiectare, obiectare</foreign> ec. da <foreign
            lang="lat" rend="italic">coniectus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >coniicio</foreign> che viene da <foreign lang="lat" rend="italic">iacio</foreign>, in
            <foreign lang="lat" rend="italic">descendo, ascendo</foreign> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">scando</foreign>, in <foreign lang="lat" rend="italic">occento</foreign>
          da <foreign lang="lat" rend="italic">occentus</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">occino</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">cano</foreign>, in
            <foreign lang="lat" rend="italic">aggredior</foreign> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">gradior</foreign>, in <foreign lang="lat" rend="italic">accendo</foreign>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">incendo, succendo</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">candeo</foreign> o dall’inusitato <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cando</foreign>, v. p. 3298. e in molti simili, benchè più generalmente e regolarmente
            l’<emph>a</emph> della prima sillaba de’ verbi dissillabi<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>V. p. 3351.</p>
          </note> si muti per la composizione in <emph>i</emph> (e puoi vedere la p. 2890.) <foreign
            lang="lat" rend="italic">Incepto</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >inceptus</foreign> d’<foreign lang="lat" rend="italic">incipio</foreign> è tutt’altro
          verbo. Da <foreign lang="lat" rend="italic">capto</foreign>, o certo da <foreign
            lang="lat" rend="italic">capio</foreign> vengono <foreign lang="lat" rend="italic"
            >excepto, recepto, accepto, intercettare, discepto</foreign>, ec. i quali pure mutano
            l’<emph>a</emph> in <emph>e</emph>, e non fanno <foreign lang="lat" rend="italic"
            >excapto, recapto</foreign> ec. V. p. 3350. fine. 3900. fine. <emph>Avvisare</emph> nel
          suo senso proprio (<bibl>vedi la Crusca in <emph>avvisare</emph> par. 1.2.3</bibl>.) è
          verissimo continuativo di <emph>avvedere</emph> nel senso suo primitivo. Ma non può esser
          fatto da questo verbo italiano, il quale ha per participio <emph>avvisto</emph> e
            <emph>avveduto</emph>, non <emph>avviso</emph>. Conviene che sia fatto da <foreign
            lang="lat" rend="italic">advisus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >advidere</foreign>, il qual verbo oggi non si trova nella buona latinità. Puoi vedere la
          p. 3034. Trovasi però nella bassa il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >advidere</foreign> in senso di <emph>avvertire</emph>, che io credo metaforico, <pb
            ed="aut" n="2844"/> e in questo e simili sensi il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">advisare</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">avisare</foreign>.
          V. il Glossar. Cang. Anche i francesi e gli spagnuoli, che non hanno il verbo
            <emph>avvedere</emph>, hanno <foreign lang="fre" rend="italic">aviser</foreign> e
            <foreign lang="spa" rend="italic">avisar</foreign>, ma l’usano in quei sensi metaforici
          ne’ quali l’usiamo anche noi. Nel senso proprio nel quale egli è più dirittamente
          continuativo del suo verbo originale <foreign lang="lat" rend="italic">advidere</foreign>,
          non credo ch’egli si trovi se non nella nostra lingua, e principalmente nei nostri antichi
          autori. Noi diciamo anche <emph>avvistare</emph>, ed equivale a un di presso ad
            <emph>avvisare</emph> nel senso proprio, o nel più simile a questo. V. p. 3005.
            <emph>Advidere</emph> dovette propriamente significare <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adspicere, oculos advertere</foreign>, e quindi anche <foreign lang="lat" rend="italic"
            >animum advertere</foreign>. (Nell’esempio che ne porta il Glossario, non mi risolvo
          s’ei voglia dire <foreign lang="lat" rend="italic">animadvertere</foreign>, o <foreign
            lang="lat" rend="italic">commonere</foreign>, come il Glossario spiega). Nel qual senso,
            <emph>avvisare</emph> preso nel significato proprio, è suo vero continuativo, esprimendo
          la stessa azione, ma più durevole. Si può dir simile ad <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adspectare</foreign>. Noi non usiamo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >advidere</foreign> se non reciproco, cioè neutro passivo, sempre però in significato
          simile ai sopraddetti, o che questo sia relativo agli occhi che propriamente vedono, o
          all’animo che considera e conosce. Chi vuol ridere e nuovamente vedere quanti spropositi
          abbia fatto dir la poca notizia finora avutasi della formazion de’ verbi <pb ed="aut"
            n="2845"/> latini e latinobarbari da’ participii o supini d’altri verbi, vegga la bella
          etimologia di <foreign lang="lat" rend="italic">advisare</foreign> che dà l’Hickesio
          presso il Cange nel Glossario. Vedi la Crusca anche in <emph>avvisamento</emph> par. 3. e
          in <emph>avvisatura</emph>. (29. Giugno, mio dì natale. 1823.). V. p. 3019.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Vantano che la lingua tedesca è di tale e tanta capacità e potenza, che non solo può,
          sempre che vuole, imitare lo stile e la maniera di parlare o di scrivere usata da
          qualsivoglia nazione, da qualsivoglia autore, in qualsivoglia possibile genere di discorso
          o di scrittura; non solo può imitare qualsivoglia lingua; ma può effettivamente
          trasformarsi in qualsivoglia lingua. Mi spiego. I tedeschi hanno traduzioni dal greco, dal
          latino, dall’italiano, dall’inglese, dal francese, dallo spagnuolo, d’Omero, dell’Ariosto,
          di Shakespeare, di Lope, di Calderon ec. le quali non solamente conservano (secondo che si
          dice) il carattere dell’autore e del suo stile tutto intero, non solamente imitano,
          esprimono, rappresentano il genio e l’indole della rispettiva lingua, ma rispondono verso
          per verso, parola per parola, sillaba per sillaba, ai versi, alle costruzioni, all’ordine
          preciso <pb ed="aut" n="2846"/> delle parole, al numero delle medesime, al metro, al
          numero e al ritmo di ciascun verso, o membro di periodo, all’armonia imitativa, alle
          cadenze, a tutte le possibili qualità estrinseche come intrinseche, che si ritrovano
          nell’originale; di cui per conseguenza elle non sono imitazioni, ma copie così compagne
          com’è la copia d’un quadro di tela fatta in tavola, o d’una pittura a fresco fatta a olio,
          o la copia d’una pittura fatta in mosaico, o tutt’al più in rame inciso, colle
          medesimissime dimensioni del quadro.</p>
        <p>Se questo è, che certo non si può negare, resta solamente che si spieghi con dire che la
          lingua tedesca non ha carattere proprio, o che il suo proprio carattere si è di non averne
          alcuno, oltre i cui limiti non possa passare, il che viene a dir lo stesso. Che una lingua
          per ricca, varia, libera, vasta, potente, pieghevole, docile, duttilissima ch’ella sia,
          possa ricevere, non solo l’impronta di altre lingue, ma per così dir, tutte intiere in se
          stessa tutte le altre lingue; ch’ella si rida della libertà, della infinita moltiplicità,
          della immensità della lingua greca, e dopo averla tutta abbracciata, ed ingoiatone tutte
          le innumerabili forme, ella si trovi ancora tanta capacità come per lo innanzi, e possa
          ricevere e riceva, sempre che vuole, tutte le forme <pb ed="aut" n="2847"/> delle lingue
          le più inconciliabili colla stessa greca (che con tante si concilia) e fra loro; delle
          lingue teutoniche, slave, orientali, americane, indiane; questo, dico, non può umanamente
          accadere, se non in una lingua che non abbia carattere; non è accaduto alla greca ch’è
          stata ed è la più libera, vasta e potente e la più diversissimamente adattabile di tutte
          le lingue formate che si conoscono; non è accaduto e non accade, che si sia mai saputo o
          si sappia a nessun’altra lingua perfetta di questo mondo.</p>
        <p>Io determino il mio ragionamento così. Ogni nazione ha un suo carattere proprio e
          distinto da quello di tutte le altre, come lo ha ciascuno individuo, e tale che niun altro
          individuo se gli troverà mai perfettamente uguale. Ogni lingua perfetta è la più viva, la
          più fedele, la più totale imagine e storia del carattere della nazione che la parla, e
          quanto più ella è perfetta tanto più esattamente e compiutamente rappresenta il carattere
          nazionale. Ciascun passo della lingua verso la sua perfezione, è un passo verso la sua
          intera conformazione col carattere de’ nazionali. Ora domando io: i tedeschi non <pb
            ed="aut" n="2848"/> hanno carattere nazionale? certo che l’hanno. Forse non ancora
          sviluppato, di modo ch’essendo tuttavia informe, è capace d’ogni configurazione, e non ben
          si distingue da quello degli altri popoli? anzi sviluppatissimo, perchè la civiltà loro è
          già in un alto grado. Forse così vario, così sfuggevole, così pieghevole, così adattabile
          ad ogni sorta di qualità, ch’esso abbracci tutti i caratteri delle altre nazioni, e a
          tutti questi si possa conformare? tutto l’opposto, perchè il carattere della nazione
          tedesca è benissimo marcato, e così costante, che forse il suo difetto è di piegare alla
            <foreign lang="fre" rend="italic">roideur</foreign>, a una certa rigidezza e durezza, e
          di mancare un poco troppo di mollezza e pieghevolezza. Ma quando anche fosse appunto il
          contrario (come sarebbe fino a un certo segno negl’italiani), a me basterebbe che la
          nazion tedesca avesse pure un qualunque carattere, che offrisse abbastanza tratti di
          distinzione per non poterlo confondere con un altro, e molto meno con qualsivoglia altro.
          Or dunque se la nazione tedesca ha un carattere proprio, se essendo civile non può non
          averlo, se tutte le nazioni civili lo hanno e non possono mancarne, <pb ed="aut" n="2849"
          /> la lingua tedesca, s’ella è formata, e più, s’ella è perfetta, dev’essere una
          fedelissima e completa immagine di questo carattere, e per conseguenza avere anch’essa un
          carattere, e determinato e costante, e tale che non si possa confondere con quello di
          un’altra lingua, nè ella possa ammettere il carattere di un’altra lingua, ancorchè simile
          a lei, nè, molto meno, scambiare il suo proprio carattere con questo. Ma la lingua tedesca
          senza far violenza alcuna a se stessa, ammette le costruzioni, le forme, le frasi,
          l’armonia, non solo delle lingue affini, non solo delle settentrionali, ma delle più
          aliene, ma delle antichissime, delle meridionali, delle formate e delle informi, di quelle
          che appartengono a nazioni per costumi, per opinioni, per governi, per costituzione
          corporale, per climi, per leggi eterne della natura disparatissime, ed eziandio
          contrarissime al carattere proprio e costantissimo e certissimo della nazion tedesca, in
          somma di tutte le possibili lingue passate e presenti, e per così dir future. Dunque la
          lingua tedesca non è formata, non è determinata, e molto meno, perfetta.</p>
        <p>Parlando dell’adattabilità o pieghevolezza, e della varietà e libertà <pb ed="aut"
            n="2850"/> di una lingua, bisogna distinguere l’imitare dall’agguagliare, o rifare, le
          cose dalle parole. Una lingua perfettamente pieghevole, varia, ricca e libera, può imitare
          il genio e lo spirito di qualsivoglia altra lingua, e di qualunque autore di essa, può
          emularne e rappresentarne tutte le varie proprietà intrinseche, può adattarsi a qualunque
          genere di scrittura, e variar sempre di modo, secondo la varietà d’essi generi, e delle
          lingue e degli autori che imita. Questo fra tutte le lingue perfette antiche e moderne
          potè sovranamente fare la lingua greca, e questo fra le lingue vive può, secondo me,
          sovranamente la lingua italiana. Perciò io dico che questa e quella sono piuttosto
          ciascuna un aggregato di più lingue che una lingua, non volendo dire ch’elle non abbiano
          un carattere proprio, ma un carattere composto e capace di tanti modi quanti lor piaccia.
          Questo è imitare, come chi ritrae dal naturale nel marmo, non mutando la natura del marmo
          in quella dell’oggetto imitato; non è copiare nè rifare, come chi da una figura di cera ne
          ritrae un’altra tutta <pb ed="aut" n="2851"/> compagna, pur di cera. Quella è operazione
          pregevole, anche per la difficoltà d’assimulare un oggetto in una materia di tutt’altra
          natura; questa è bassa e triviale per la molta facilità, che toglie la maraviglia; e in
          punto di lingua è dannoso, perchè si oppone alla forma e natura ed essenza propria ch’ella
          o ha o dovrebbe avere. Imitando in quel modo s’imitano le cose, cioè lo spirito ec. delle
          lingue, degli autori, dei generi di scrittura; imitando alla tedesca s’imitano le parole,
          cioè le forme materiali, le costruzioni, l’ordine de’ vocaboli di un’altra lingua (il che
          una lingua perfetta, anzi pure formata, non dee mai poter fare, nè può per natura fare); e
          probabilmente s’imitano queste, e non le cose; cioè non s’arriva ad esprimer l’indole, la
          forza, la qualità, il genio della lingua e dell’autore originale (benchè pretendano di
          sì), appunto perchè in un’altra e diversissima lingua se ne imitano anzi copiano le
          parole: e mad. di Staël ancora è di questo sentimento in un passo che ho recato altrove
          della prima lettera alla Biblioteca Italiana, 1816. n. 1.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2852"/> Una traduzione in lingua greca fatta alla maniera tedesca, una
          traduzione dove non s’imita, ma si copia, o vogliamo dire s’imitano le parole, dovendosi
          nelle traduzioni imitar solo le cose, si è quella de’ libri sacri fatti da’ Settanta. Ora
          la medesima lingua greca, quella così immensamente pieghevole e libera, nondimeno,
          percioch’ella è pur lingua formata e perfetta, riesce in quella traduzione (fatta certo in
          antico e buon tempo) affatto barbara e ripugnante a se stessa, e non greca; e di più,
          quantunque noi non possiamo per la lontananza de’ tempi, e la scarsezza delle notizie
          grammaticali ec. e la diversità de’ costumi e dell’indole, neppur leggendo gli originali
          ebraici, pienamente giudicare e sentir qual sia il proprio gusto de’ medesimi, e il vero
          genio di quella lingua, nondimeno possiamo ben essere certissimi che questo gusto e questo
          genio non è per niente rappresentato dalla version de’ Settanta, che non è quello che noi
          vi sentiamo leggendola, che non ve lo sentirono i greci contemporanei o posteriori, e
          ch’ella in somma fu ben lontana dal fare ne’ greci lo stesso effetto, nè di gran lunga
          simile, neppure analogo a <pb ed="aut" n="2853"/> quello che facevano ne’ lettori ebrei
          gli originali<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Seppure però la lingua ebraica ha genio, o altra indole che quella di non averne
              veruna. E certo la lingua ebraica per essere informe, può forse esser bene
              rappresentata e imitata con una traduzione in qualsivoglia lingua, che per esser
              troppo esatta sia anch’essa informe. Il che non accadrebbe in verun altro caso. Vedi
              la pag. 2909. 2910 fine 2913. Vedi anche una giunta a questa pagina nella p. 2913.</p>
          </note>. Ch’è appunto il fine che dovrebbero avere le traduzioni, e che i tedeschi
          pretendono di pienamente e squisitamente conseguire col loro metodo. Aggiungasi dopo tutto
          ciò che la traduzione de’ Settanta, barbara per troppa conformità estrinseca
          coll’originale, non le è di gran lunga così scrupolosamente e onninamente conforme, come
          le vantate traduzioni tedesche agli originali loro.</p>
        <p>Una lingua perfetta che sia pienamente libera ec. colle altre qualità dette di sopra,
          contiene in se stessa, per dir così, tutte le lingue virtualmente, ma non mica può mai
          contenerne neppur una sostanzialmente. Ella ha quello che equivale a ciò che le altre
          hanno, ma non già quello stesso precisamente che le altre hanno. Ella può dunque colle sue
          forme rappresentare e imitare l’andamento dell’altre, restando però sempre la stessa, e
          sempre una, e conservando il suo carattere ben distinto da tutte; non già assumere
          l’altrui forme per <emph>contraffare</emph> l’altrui andamento; dividendosi e
          moltiplicandosi in mille lingue, e mutando a <pb ed="aut" n="2854"/> ogni momento faccia e
          fisonomia per modo che o non si possa mai sapere e determinare qual sia la sua propria, o
          di questa non si possa mai fare alcuno argomento da quelle ch’ella assume, nè in queste
          raffigurarla.</p>
        <p>Ella è cosa più che certa e conosciuta che i popoli meridionali differiscono per tratti
          essenzialissimi e decisivi di carattere da’ popoli settentrionali, e gli antichi da’
          moderni, per non dire delle altre secondarie suddivisioni e suddifferenze nazionali
          caratteristiche. Ella è cosa ugualmente inconcussa che il carattere di ciascuna lingua
          perfetta si è precisamente quello della nazione che la parla, e viceversa. La stessa
          verità è indubitata e universale intorno alla letteratura. Or dunque che una lingua
          settentrionale possa senza menomamente violentarsi nè differir da se stessa, non solo
          imitare, anzi copiare, il carattere, ma assumere indifferentemente le forme, l’ordine, le
          costruzioni, le frasi, l’armonia di qualunque lingua meridionale come di qualunque
          settentrionale, che una lingua moderna possa altresì lo stesso indifferentemente con
          qualunque lingua antica <pb ed="aut" n="2855"/> siccome con qualunque moderna; questo
            <foreign lang="lat" rend="italic">in rerum natura</foreign>, e se i principii della
          logica universale vagliono qualche cosa ne’ casi particolari, è impossibile quando questa
          lingua sia veramente formata e determinata, e molto più nella supposizione che sia
          perfetta. Questo medesimo oltre di ciò, secondo tutte le regole e teorie speculative della
          letteratura, secondo tutti gl’insegnamenti dati finora dall’osservazione e dall’esperienza
          in queste materie, è contraddittorio in se stesso, non essendo possibile che una tal
          lingua contraffacendo esattamente le forme, e frasi proprie e speciali d’un’altra lingua
          caratteristicamente diversa, ne rappresenti il genio e il carattere, e ne conservi lo
          spirito; essendosi sempre veduto ne’ casi particolari, e confermato colle ragioni
          speculative generali, che da tal causa risulta contrario effetto, e contrario totalmente,
          anche trattandosi di lingue affini, e somiglianti di carattere. Ma lasciando questo, e
          tornando alla prima impossibilità, dico che il carattere proprio di una lingua, è sempre
          per sua natura esclusivo degli altri caratteri, siccome lo è quello <pb ed="aut" n="2856"
          /> di una nazione, quando sia formato e completo; che quello ch’è impossibile alla nazione
          è impossibile alla lingua; che se la nazion tedesca non può assumere per natura il preciso
          e proprio carattere de’ francesi, se non può assumerne i costumi e le maniere senza
          nuocere al carattere nazionale, senza guastarsi, senza rendersi affettata, e dimostrarsi
          composta di parti contraddittorie, e produrre il senso della sconvenienza, dello sforzo,
          della violenza fatta alla propria natura, così la lingua tedesca, s’ella ha già forma
          propria e certa, s’ella ha carattere, s’ella è perfetta, non può per natura contraffare e
          ricopiare il carattere delle altre lingue, non può senza gl’inconvenienti sopraccennati e
          anche maggiori, rinunziando alle forme proprie, assumere nelle traduzioni le forme delle
          lingue straniere.</p>
        <p>Astraendo da tutto questo, dico che in una lingua la quale abbia pienamente questa
          facoltà, le traduzioni di quel genere che i tedeschi vantano, meritano poca lode. Esse
          dimostrano che la lingua tedesca, <pb ed="aut" n="2857"/> come una cera o una pasta
          informe e tenera, è disposta a ricevere tutte le figure e tutte le impronte che se le
          vogliono dare. Applicatele le forme di una lingua straniera qualunque, e di un autore
          qualunque. La lingua tedesca le riceve, e la traduzione è fatta. Quest’opera non è gran
          lode al traduttore, perchè non ha nulla di maraviglioso; perchè nè la preparazione della
          pasta, nè la fattura della stampa ch’egli vi applica, appartiene a lui, il quale per
          conseguenza non è che un operaio servile e meccanico; perchè dov’è troppa facilità quivi
          non è luogo all’arte, nè il pregio dell’imitazione consiste nell’uguaglianza, ma nella
          simiglianza, nè tanto è maggiore quanto l’imitante più s’accosta all’imitato, ma quanto
          più vi s’accosta secondo la qualità della materia in cui s’imita, quanto questa materia è
          più degna; e quel ch’è più, quanto v’ha più di creazione nell’imitazione, cioè quanto più
          v’ha di creato dall’artefice nella somiglianza che il nuovo oggetto ha coll’imitato, ossia
          quanto questa somiglianza vien più dall’artefice che dalla materia, ed è più nell’arte <pb
            ed="aut" n="2858"/> che in essa materia, e più si deve al genio che alle circostanze
          esteriori. Neanche una tal opera può molto giovare alla lingua, nè servire ad arricchirla,
          o a variarla, o a formarla e determinarla, sì perch’ella dee perdere queste impronte e
          queste forme colla stessa facilità con cui le riceve e per la ragione stessa per cui così
          facilmente le riceve; sì perchè queste nella loro moltiplicità nocciono l’una all’altra,
          si scancellano e distruggono scambievolmente, e impediscono l’una all’altra
          l’immedesimarsi durabilmente e connaturarsi colla favella; sì perchè questa moltiplicità
          immoderata è incompatibile con quella tal quale unità di carattere che dee pur avere una
          favella ancorchè immensa, massime ch’elle sono diversissime l’une dall’altre, o ripugnano
          scambievolmente; sì perchè gran parte di queste forme o impronte essendo alienissime o
          affatto contrarie al carattere nazionale de’ tedeschi, e a quello della loro letteratura,
          non possono se non nuocere alla lingua, e guastarla, o impedire o ritardare ch’ella prenda
          e fortemente <pb ed="aut" n="2859"/> abbracci e ritenga quella sola forma e carattere che
          le può convenire, cioè quella che sia conforme al carattere della nazione e della
          nazionale letteratura, senza la qual forma perfettamente determinata, e da lei
          perfettamente ricevuta per costantemente conservarla, essa lingua non sarà mai compiuta e
          perfetta.</p>
        <p>Conchiudo che se i traduttori tedeschi (grandissimi letterati e dottissimi, e spesso
          uomini di genio) fanno veramente quegli effetti che ho ragionati nel principio di questo
          pensiero, il che pienamente credo quanto alle cose che appartengono all’estrinseco; se con
          ciò non fanno alcuna violenza alla lingua, nel che credo assai ma assai meno di quel che
          si dice; se in somma la lingua tedesca, quanto alle qualità sopra discusse, è tale quale
          si ragiona, nel che non so che mi credere; la lingua tedesca come applicata assai tardi
          alla letteratura, e come appunto vastissima e immensamente varia, sì per l’antichità della
          sua origine, sì per la moltitudine degl’individui, e diversità de’ popoli che la parlano,
          non è ancora nè perfetta, nè formata e sufficientemente <pb ed="aut" n="2860"/>
          determinata; ch’ella è ancor troppo molle per troppa freschezza; ch’ella col tempo e forse
          presto (per l’immenso ardore, attività e infaticabilità letteraria di quella nazione)
          acquisterà quella sodezza e certezza che conviene a ciascuna lingua, e quella particolar
          forma e determinato e stabil carattere e proprietà, e quel genere di perfezione che
          conviene a lei, con quel tanto di unità caratteristica ch’è inseparabile dalla perfezione
          di qualunque lingua, siccome di qualunque nazione, e forse di qualunque cosa, se non
          altro, umana; che allora ella potrà essere e sarà liberissima, vastissima, ricchissima,
          potentissima, pieghevolissima, capacissima, immensa, e immensamente varia, pari in queste
          qualità astrattamente considerate, e superiore eziandio, se si vuole e se è possibile, non
          che all’italiana ma alla stessa lingua greca, ma non per tanto ella non avrà o non
          conserverà per niun modo quelle facoltà stravaganti e senza esempio, divisate di sopra; e
          quelle traduzioni ora lodate e celebrate piuttosto, cred’io, per gusto matematico che
          letterario, piuttosto come curiosità che come opere di genio, <pb ed="aut" n="2861"/>
          piuttosto come un panorama o un simulacro anatomico o un automa, che come una statua di
          Canova, piuttosto misurandole col compasso, che assaporandole e gustandole e paragonandole
          agli originali col palato, quelle traduzioni, dico, parranno ai tedeschi non tedesche, e
          nel tempo stesso non capaci di dare alla nazione la vera idea degli originali, aliene
          dalla lingua, e proprie di un’epoca d’imperfezione, e <emph>immaturità</emph>. (29 30.
          Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In ciascun punto della vita, anche nell’atto del maggior piacere, anche nei sogni, l’uomo
          o il vivente è in istato di desiderio, e quindi non v’ha un solo momento nella vita
          (eccetto quelli di totale assopimento e sospensione dell’esercizio de’ sensi e di quello
          del pensiero, da qualunque cagione essa venga) nel quale l’individuo non sia in istato di
          pena, tanto maggiore quanto egli o per età, o per carattere e natura, o per circostanze
          mediate o immediate, o abitualmente o attualmente, è in istato di maggior sensibilità ed
          esercizio della vita, e viceversa. (30. Giugno 1823.). V. p. 3550.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2862"/> L’amicizia, non che la piena ed intima confidenza tra’ fratelli,
          rade volte si conserva all’entrar che questi fanno nel mondo, ancorchè siano stati
          allevati insieme, ed abbiano esercitato l’estremo grado di questa confidenza sino a quel
          momento; e di più seguano ancora a convivere. E pure se l’uomo è capace di piena ed intima
          confidenza, e s’egli dovrebbe conservarla perpetuamente verso qualcuno, questo
          dovrebb’essere verso i fratelli <emph>coetanei</emph>, ed allevati con lui nella
          fanciullezza: e dico dovrebb’essere, non per forza naturale della congiunzione di sangue,
          la qual forza è nulla e immaginaria, e niente ha che fare nel produr quella confidenza o
          nel conservarla, ma per forza naturale dell’abitudine e dell’abitudine contratta nel primo
          principio delle idee e delle abitudini dell’individuo, e nella prima capacità di
          contrarle, e conservata tutto quel tempo che dura la maggiore intensità e disposizione ed
          ampiezza, e il maggior esercizio di questa capacità. Nondimeno questa confidenza così
          fortemente stabilita e radicata si perde per la varietà che s’introduce nel carattere de’
          fratelli mediante il commercio cogli altri individui della società. Ma se questo <pb
            ed="aut" n="2863"/> commercio non avesse avuto luogo, quella confidenza sarebbe stata
          perpetua, com’ella non è mai cessata fino a quell’ora. Che vuol dir ciò, se non che nei
          caratteri degli uomini, novantanove parti son opera delle circostanze? e che per
          diversissimi ch’essi appariscano, come spesso accade anche tra fratelli, in questa
          diversità non è opera della natura, se non una parte così menoma che saria stata
          impercettibile? È quasi impossibile il caso che tutte le minute circostanze e avvenimenti
          che incontrano all’un de’ fratelli nell’uso della società, incontrino all’altro, o sieno
          uguali a quelle che incontrano all’altro, ancorchè postogli da vicino. Questa diversità
          diversifica due caratteri che parevano affatto, ed erano quasi affatto, compagni, e
          com’ella è inevitabile, così la diversificazione di questi caratteri nella società non può
          mancare. E ho detto le minute circostanze, contentandomi di queste, perchè anche la somma
          di cose minutissime basta a produrre grandissimi e visibilissimi effetti sull’indole degli
          uomini, massime allora ch’eglino sono principianti nel mondo, e che in essi la capacità
          delle abitudini e delle opinioni, ossia la formabilità dell’indole, è ancor <pb ed="aut"
            n="2864"/> molta e grande e in buon essere. (30. Giugno. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi che nelle lingue figlie della latina sono passati in luogo dei positivi
          latini, del che ho ragionato altrove, sia che questi positivi non esistano più in esse
          lingue, sia che questi diminutivi sieno fatti loro sinonimi. <emph>Fratello, sorella,
            figliuolo</emph> ital. <foreign lang="spa" rend="italic">orilla</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">ora</foreign>, cioè <emph>estremità</emph>, spagn. V. il
          Glossar. il Forcell. e i Diz. spagn. quanto alle tre suddette voci italiane. (30. Giugno.
          1823.). <emph>Orecchia</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">oreja</foreign>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">oreille</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >auricula</foreign>; <emph>pecchia</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >aveja</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">abeille</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">apicula</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >apecula</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">vulpecula</foreign>. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Flagellum</foreign> s’usava anche nell’antico latino pel suo
          positivo <foreign lang="lat" rend="italic">flagrum</foreign>; siccome ora
          <emph>flagello</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">fléau</foreign>; e <foreign
            lang="lat" rend="italic">flagrum</foreign> è perduto. <emph>Scalpello</emph> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">scalpro</foreign>. V. p. 2974. 3001. 3040. 3264.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Proprietà comune alle tre figlie della lingua latina. Aggiungere pleonasticamente per
          idiotismo, e per proprietà di lingua l’aggettivo plur. <emph>altri</emph> o
          <emph>altre</emph> ai pronomi plurali <foreign lang="lat" rend="italic">nos</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">vos</foreign>. <emph>Noi altri, voi altri</emph>;
            <foreign lang="fre" rend="italic">nous autres, vous autres</foreign>; <foreign
            lang="spa" rend="italic">nosotros, vosotros</foreign>. Nel che l’italiano e il francese
          è libero di farlo o non farlo, lo spagnuolo no ec. E presso i primi, massimamente i
          francesi, par che quest’usanza sia del dir familiare. Ella è presso noi della scrittura
          familiare, frequentissima nel discorso domestico, e quasi continua in quello del volgo,
          come nello spagnuolo, quando <emph>voi</emph> ha significato veramente plurale. V. p.
          2891. (30. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nostri plurali femminini o neutri, in <emph>a</emph>, da nomi di singolare mascolino o
          neutro, del che ho detto altrove in proposito dalla voce plurale <foreign lang="lat"
            rend="italic">fusa</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">fusi</foreign> usata
          da Simmaco. <emph>Le peccata, le fata, le calcagna, le cervella, le fila, le
          ciglia</emph>. Questi plurali corrispondono <pb ed="aut" n="2865"/> ai rispettivi latini.
            <emph>Le risa</emph>: <foreign lang="lat" rend="italic">risum i</foreign> non si trova,
          nè nel Forcell. nè nel Glossario. Così nè anche <emph>le anella</emph>: <foreign
            lang="lat" rend="italic">anellum i</foreign>. <emph>Le letta</emph>. Trovasi <foreign
            lang="lat" rend="italic">lectum i</foreign> in Ulpiano. V. il Glossar. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">lectumstratum</foreign>. (30. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altronde</emph> per <emph>altrove</emph> (del che ho detto, se non erro, parlando di
          un luogo di Floro, e dello spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">donde</foreign>, cioè
            <foreign lang="spa" rend="italic">unde</foreign>, detto, come ora si dice, per <foreign
            lang="lat" rend="italic">ubi</foreign>) trovasi in <bibl>
            <author>Giusto de’ Conti</author>
            <title>Son.</title> 22. e <title>Canz.</title> 2. st. ult.</bibl> in Angelo di Costanzo
          son. 44. e in molti altri, sì esso, come <emph>onde</emph> o <emph>donde</emph> per
            <emph>dove</emph> ec. massime ne’ trecentisti, in alcuno de’ quali espressamente mi
          ricordo di aver trovato uno o più di tali esempi ultimamente. E v. la Crusca in
            <emph>altronde</emph> par. 2. ec. (30. Giugno 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Suppeditare</foreign> se viene da <foreign lang="lat"
            rend="italic">sub</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">pedes</foreign> (v.
          Forcell.), donde si ha tolta quella giunta e desinenza d’<emph>itare</emph>? Io lo credo
          fatto da qualche participio, e però continuativo d’altro verbo perduto. (1. Luglio.
          1823.). Cioè da <foreign lang="lat" rend="italic">suppedio-suppeditus</foreign>, conforme
          a <foreign lang="lat" rend="italic">impedio impeditus, expedio, praepedio</foreign> ec.
          che pur vengono da <foreign lang="lat" rend="italic">pes</foreign>, ma non hanno il
            <emph>t</emph> nel tema, perchè non son fatti da’ participii. È da notare però che
            l’<emph>i</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic">suppedito</foreign> è breve, e in
            <foreign lang="lat" rend="italic">suppeditus</foreign> sarebbe lunga. Ma credo v’abbiano
          molti altri esempi di questo, che l’<emph>i</emph> de’ verbi in <emph>ito</emph> sia
          sempre breve, ancorchè fatti da participii in <emph>itus</emph> lungo. Certo da’
          participii in <emph>atus</emph> si fa <emph>ito</emph> breve. V. la p. 3619.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli spagnuoli usano l’avverbio <foreign lang="spa" rend="italic">luego</foreign>, cioè
          subito, nel principio delle enumerazioni, e massime quando s’hanno a recare più d’un
          argomento, e recasi il primo, dicono <foreign lang="spa" rend="italic">luego</foreign>,
          che vale <emph>primieramente</emph>. Pretto grecismo. I greci <pb ed="aut" n="2866"/> in
          casi simili, e specialmente nel caso predetto, usano elegantemente <foreign lang="grc"
            >αὐτίκα</foreign>, cioè <emph>subito</emph>, in principio di periodo, come gli spagnuoli
            <foreign lang="spa" rend="italic">luego</foreign>, ed anche <foreign lang="spa"
            rend="italic">luego al punto</foreign> in istile più familiare, o burlesco. S. Gio.
          Crisostomo o chiunque sia l’autore dei due sermoni sulla Preghiera <foreign lang="grc"
            >περὶ προσευχῆς</foreign>, nel Serm. 2, che incomincia <quote>
            <foreign lang="grc">ὅτι μὲν παντὸς ἀγαθοῦ</foreign>
          </quote>, sul principio: <quote>
            <foreign lang="grc">Εὐθὺς τοίνυν ἐκεῖνο μέγιστον περὶ εὐχῆς εἰπεῖν ἔχομεν, ὅτι κ.
            λ.</foreign>
          </quote>. <bibl>V. <author>Plat.</author>
            <title>de rep.</title> 1. t. 4. p. 32. v. ult.</bibl> dove <foreign lang="grc"
          >αὐτίκα</foreign> non serve all’enumerazione ma vale <emph>ecco qua subito, pronto e come
            senza cercare o senza andar lontano</emph>. E così i greci spessissimo. Noi diremmo
            <emph>la prima cosa</emph> avverb., <emph>prima di tutto, in primo luogo</emph>; i
          latini <foreign lang="lat" rend="italic">primum</foreign>, o <foreign lang="lat"
            rend="italic">principio</foreign> (v. Georg. 2. 8., 4. 8.),ec. (1. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto sovente che ciascuno autor greco ha, per così dire, il suo Vocabolarietto
          proprio. Ciò vale non solamente in ordine all’usare ciascun d’essi sempre o quasi sempre
          quelle tali parole per esprimere quelle tali cose, laddove gli altri altre n’usano, o in
          ordine ai loro modi e frasi familiari e consuete, ma eziandio in ordine al significato
          delle stesse parole o frasi che anche gli altri usano, o che tutti usano. Perocchè chi
          sottilmente attende e guarda negli scrittori greci, vedrà che le stesse parole e frasi
          presso un autore hanno un senso, e presso un altro un altro, e ciò non solamente
          trattandosi di autori vissuti in diverse epoche, il che non sarebbe strano, ma eziandio di
          autori contemporanei, e compatriotti ancora, come p. e. di Senofonte e <pb ed="aut"
            n="2867"/> Platone, i quali furono di più condiscepoli, e trattarono in parte le stesse
          materie, e la stessa Socratica filosofia. Dico che il significato delle parole o frasi in
          ciascuno autore è diverso: ora più ora meno, secondo i termini della comparazione, e
          secondo la qualità d’esse parole; e per lo più la differenza è tale che i poco accorti ed
          esercitati non la veggono, ma ella pur v’è, benchè picciolissima. Un autore adoprerà
          sempre una parola nel significato proprio, e non mai ne’ metaforici. Un altro in un
          significato simile al proprio, o forse proprio ancor esso, e non mai negli altri sensi. Un
          altro l’adoprerà in un senso traslato, ma con tanta costanza, che occorrendo di esprimere
          quella tal cosa, non adoprerà mai altra voce che quella, e adoprando questa voce, non la
          piglierà mai in altro senso, onde si può dire che presso lui questo significato è il
          proprio di quella voce: (come accade che i sensi metaforici de’ vocaboli pigliano spesse
          volte assolutamente il luogo del proprio, che si dimentica) e questo caso è molto
          frequente. Un altro adoprerà quella voce colla stessa costanza, o con poco manco, in <pb
            ed="aut" n="2868"/> un altro senso traslato, più o meno diverso, e talvolta vicinissimo
          e similissimo, ma che pur non è quel medesimo. E tutta questa varietà (con altre molte
          differenze simili a queste) si troverà nell’uso di uno stesso verbo, di uno stesso nome,
          di uno stesso avverbio in autori contemporanei e compatriotti. Alla qual varietà, come ben
          sanno i dotti in queste materie, è da por mente assai, e da notar sempre in ciascuno
          autore, massime ne’ classici, qual è il preciso senso in cui egli suole o sempre o per lo
          più adoperare ciascuna parola o frase. Trovato e notato il quale, si rende facile la
          intelligenza dell’autore, e se ne penetra la proprietà e l’intendimento vero delle
          espressioni, e si spiegano molti suoi passi che senza la cognizione del significato da lui
          solito d’attribuirsi a certe parole, non s’intenderebbero; com’è avvenuto a molti
          interpreti e grammatici ec. che spiegando questi passi secondo l’uso ordinario di quelle
          tali parole o frasi, e non considerandole in quello particolare ch’esse sogliono aver
          presso quello scrittore, o non hanno saputo <pb ed="aut" n="2869"/> strigarsi o si sono
          ingannati. E così accade anche ai ben dotti, che però non abbiano pratica di quel tale
          autore, e vi sieno principianti, o che ne leggano qualche passo spezzato. Certo non prima
          si arriva a pienamente e propriamente intendere qualunque autor greco che si abbia presa
          pratica del suo particolar Vocabolario, e de’ significati di questo: e tal pratica è
          necessario di farla in ciascuno autore che si prende nuovamente o dopo lungo intervallo a
          leggere: benchè in alcuni costa più in altri meno, e in certi costa tanto, che solo i
          lungamente esercitati e familiarizzati colla lezione e studio di quel tale autore sono
          capaci di bene intenderne e spiegarne la proprietà delle voci e frasi, e della espressione
          sì generalmente, sì in ciascun passo. Insomma questi solo conoscono la sua
          <emph>grecità</emph>, la quale, si può dire, in ciascuno autor greco, più o meno è
          diversa. (1. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non è maraviglia che la scrittura francese sia così diversa dalla pronunzia. Come altrove
          ho detto, a tutte le ortografie delle lingue figlie della latina, ed anche, almeno in
          parte, della inglese e della tedesca, servì <pb ed="aut" n="2870"/> di modello e di guida
          la scrittura latina, che apparteneva all’unica letteratura che si conoscesse quando prima
          si cominciarono a formare e regolare le moderne ortografie, anzi era altresì quasi l’unica
          scrittura nota, perchè le lingue moderne poco fino allora s’erano scritte, e quando
          conveniva scrivere, s’era per lo più scritto in latino, benchè barbaro. Ora la pronunzia
          francese, è tra le pronunzie delle lingue nate dalla latina, quella che più s’è discostata
          dal latino. Ond’è che la lingua francese è altresì fra queste lingue la più diversa dalla
          madre, così di spirito, di costruzioni, di maniere, di frasi, e di assai vocaboli, come di
            suoni<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 2989.</p>
          </note>. Egli è certissimo che da principio la lingua francese si pronunziava nel modo
          stesso che si scriveva, ossia la pronunzia delle sillabe nelle parole francesi
          corrispondeva al valore che avevano nell’alfabeto le lettere con cui esse parole si
          scrivevano. I versi che si trovano ancora de’ poeti provenzali, pronunziavansi
          indubitatamente in questo modo o con poca differenza, come ne fa fede la loro misura, le
          loro rime ec. che si perderebbero l’une e l’altra pronunziando quei versi altramente, o
          alla moderna. Ma le irruzioni e i commerci de’ settentrionali <pb ed="aut" n="2871"/>
          avendo cangiata la pronunzia francese, e diradata di vocali e inspessita di consonanti e
          resa più aspra, e così diversificatala dalla lingua provenzale, e poi col mezzo della
          francese, mutata eziandio la provenzale, (<bibl>v. <author>Perticari</author>
            <title>Apologia di Dante</title> cap. 11. principio, p. 206. fine — 208. principio, e
            cap. 12. principio, p. 111 112. e ivi fine, p. 119. e Capo 16. fine, p. 158</bibl>.) la
          lingua francese si allontanò sommamente dalla latina, sì per li nuovi vocaboli e forme che
          acquistò da popoli che non avevano mai parlato latino, sì per li suoni di cui vestì, e con
          cui pronunziò quegli stessi vocaboli tolti dal latino ch’ella aveva, e che tuttora
          conserva. Quindi per due ragioni la pronunzia francese dovette riuscir diversa dalla
          scrittura. Primo, per la sopraddetta, cioè perchè non avendovi scrittura nota, o almeno
          scrittura appartenente a lingua letterata e formata, fuori della latina, l’ortografia
          francese dovette pur prendere, come l’altre, per suo modello la latina, ed essendo già la
          pronunzia francese fatta diversissima dalla latina, e certo assai più diversa che non
          erano o non furono poi la spagnuola e l’italiana, <pb ed="aut" n="2872"/> perciò la
          scrittura francese dovette molto più differire dalla pronunzia, che non differiscono la
          spagnuola e l’italiana che presero e usarono lo stesso modello. Secondo: questa
          diversificazione e settentrionalizzazione di pronunzia, avendo avuto luogo, o acquistato
          forza ed estensione in Francia piuttosto tardi, e di più trovandosi che i poeti di cui la
          Provenza abbondò, scrivevano il provenzale, stato già tutt’uno col francese, ed allora
          tuttavia analogo, ma più latino, (<bibl>v. <author>Perticari</author> l. c. p. 107.
            principio</bibl>) lo scrivevano, dico, in modo simile ed analogo al latino; ed essendo
          così vero come naturale che i primi che scrissero qualche cosa in francese, riguardarono
          ai provenzali, e se li proposero per guide, come quelli ch’erano in quei tempi i più dotti
          forse della Francia, ed avevano contribuito a spargere in essa il gusto della poesia
          volgare e dello scrivere in volgare; da tutto questo ne seguì che la scrittura francese si
          accostò al latino, come ci si accostava e la scrittura <add resp="ed">e</add> pronunzia
          provenzale; ci si accostò dico, nonostante che la pronunzia francese ogni dì più se ne
          scostasse, con che si venne anche a scostare dalla scrittura. <pb ed="aut" n="2873"/>
          Perciocchè veramente si può dire che la pronunzia francese da se, e movendosi essa, si
          allontanò e divise dalla scrittura, piuttosto che la scrittura dalla pronunzia. Benchè
          veramente sia debito de’ buoni e filosofi ortografi di far che la scrittura in qualunque
          modo tenga sempre dietro alla universale pronunzia, regolata, o riconosciuta per regolare;
          e non far che la scrittura stia ferma, e lasci andare <emph>questa tal</emph> pronunzia al
          suo viaggio, senza darsene alcun pensiero. Ma questi discorsi non si potevano nè fare nè
          seguire in quei primi e confusi tempi e ignoranti, nè dopo fatti, sono stati effettuabili,
          avendo preso piede l’usanza contraria in modo che non si potea più scacciare nè mutare;
          abbisognando ella di troppe e troppe grandi ed essenziali mutazioni, non di poche e lievi
          e quasi accidentali come ne abbisognò e ne ricevette l’usanza italiana.</p>
        <p>Da tutte queste cagioni e andamenti n’è seguito questo curioso effetto: che la lingua
          francese scritta, è talora uguale, spessissimo somigliante alla latina, e quasi sempre
          riconoscibile per figlia <pb ed="aut" n="2874"/> di lei; ma la lingua francese
          pronunziata, ch’è pure in somma quanto dire la vera lingua francese, n’è tanto diversa,
          anzi dissimile, che appena si può riconoscere questa figliuolanza. E degli stessi vocaboli
          latini che i francesi conservano, e sono assaissimi, gran parte e forse la maggiore,
          pronunziati, riescon tali, che guardandoli nella sola pronunzia non s’indovinerebbe mai la
          loro origine, nè mai si piglierebbero per nati da tali o tali vocaboli latini; laddove
          questa origine si riconosce a prima vista leggendo quei vocaboli scritti. E veramente se
          la scrittura francese non fosse così diversa dalla pronunzia, io credo che oramai la
          notizia della più parte delle origini di questa lingua sì moderna, sarebbe perduta, o in
          preda delle dissertazioni delle congetture e delle favole. Mentre ella si conserva per
          solo benefizio della diversità e irregolarità anzi assurdità della scrittura, e in questa
          si conserva chiarissima e certissima e visibilissima, e tanto più visibile quanto la
          scritura più è diversa dalla pronunzia, perchè tanto più è simile al latino. Tanto si è
          mutata la lingua latina sulle bocche francesi per l’uso avuto co’ popoli settentrionali, e
          forse ancora in gran parte ancor prima, per la natura del <pb ed="aut" n="2875"/> clima
          stesso, oltre la origine settentrionale di molti de’ medesimi parlatori, cioè de’ Franchi
          di origine. Quantunque nè l’origine gotica e longobardica di molti italiani, nè la
          vandalica nè la moresca di tanti spagnuoli abbiano prodotto di gran lunga effetti simili e
          proporzionati a questi nelle lingue di questi due popoli.</p>
        <p>Somiglianti cagioni dovettero certamente contribuire a fare che le scritture inglese e
          tedesca siano riuscite meno conformi alle pronunzie, e queste meno corrispondenti al valor
          delle lettere ne’ rispettivi alfabeti, e meno costanti nelle regole medesime loro (che
          hanno, almeno in francese, tante eccezioni e sotteccezioni) che non sono le scritture e
          pronunzie italiana e spagnuola. Perocchè l’alfabeto inglese è il latino, e il tedesco
          originariamente non è altro: laddove le loro lingue sono e originariamente e presentemente
          tutt’altre che la latina. Di più essendo pervenuta la letteratura e scrittura latina, e
          l’uso eziandio della medesima, anche dove non pervenne l’uso di questa loquela, come in
          Inghilterra e in Germania, anche i tedeschi e gl’inglesi regolarono primieramente o
          abbozzarono la loro ortografia e scrittura col solo o quasi solo esempio della latina
          avanti gli occhi. E dopo preso piede le prime regole o i primi abbozzi, non si è più in
          caso di distruggerli, e <pb ed="aut" n="2876"/> neppur si è sempre in caso di fare che il
          resto, sebbene ancor non sia fatto, o non abbia preso piede, non gli corrisponda; almeno
          non sempre si può riuscire ad impedirlo perfettamente, o a far che impeditolo, la macchina
          cammini bene e regolarmente, e senza imbarazzi e contrapposizioni e disturbi ec.
          disordini, effetti contraddittorii ec. (1. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uomo si rassegna a soffrire passivamente, o a non godere, ma niuno si rassegna a
          faticare invano e senza niuna speranza, o a faticar molto per cose da nulla; niuno si
          rassegna a soffrire attivamente senz’alcun frutto. Quindi è che dall’abito della
          rassegnazione sempre nasce noncuranza, negligenza, indolenza, inattività, e finalmente
          pigrizia, e torpidezza, e insensibilità, e quasi immobilità. (2. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove che l’uso di crear giudiziosamente e parcamente nuovi composti, fu mantenuto
          dagli autori latini, e massime da’ poeti, non solo fino alla intera formazione della
          lingua e della letteratura, ma nello stesso secolo d’oro della latinità, e nel tempo che
          immediatamente gli succedette. Di quest’uso parla Macrobio <pb ed="aut" n="2877"/> Saturn.
          VI. 5. mostrando che alcuni epiteti composti che si credevano fatti da Virgilio sono di
          fabbrica più antica. Segno qui alcuni composti latini de’ quali ch’io sappia non si trova
          esempio negli autori anteriori al secolo aureo. E saranno tutti composti di due nomi,
          l’uno sostantivo e l’altro addiettivo, o tutti e due sostantivi ec. o d’un nome e d’un
          verbo o participio o verbale, ec. che sono i composti più rari; lasciando stare i nomi o
          verbi ec. composti con preposizioni o particelle, de’ quali si potrebbero addurre al caso
          nostro esempi in troppa abbondanza. <foreign lang="lat" rend="italic">Alipes, aliger,
            armifer, armipotens, armisonus, aeripes, aerisonus, aerifer, aerifodina, aequaevus,
            aequidistans</foreign> presso Frontino ed altri, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >algificus</foreign> presso Gellio, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aequilatatio</foreign> presso Vitruvio, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aequilateralis</foreign> presso Censorino, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aequilaterus</foreign> presso Marziano Capella, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >aequilibris</foreign> ec., <foreign lang="lat" rend="italic">aequinoctium</foreign>,
          della qual voce vedi Festo appo il Forcellini in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >aequidiale, aequipedus</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aequipollens</foreign> presso Apuleio; <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aequipondium</foreign> presso Vitruvio, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aequicrurius</foreign> presso Marziano Capella, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >alticinctus, altitonans, altitonus, altivolus</foreign> presso Plinio il vecchio,
            <foreign lang="lat" rend="italic">anguitenens, aegisonus, auricornus, aurifer, aurifex,
            aurifodina</foreign> presso Plinio il vecchio, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >aurigena, auriger, auripigmentum</foreign> presso Plinio e Vitruvio, <pb ed="aut"
            n="2878"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">auriscalpium</foreign> presso Marziale e Scribonio,
            <foreign lang="lat" rend="italic">bijugus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >bijugis</foreign> (ma qui c’entra un avverbio) e altri tali composti con <foreign
            lang="lat" rend="italic">bis, equiferus</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic"
            >equisetum</foreign> presso Plinio il vecchio, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fontigenae</foreign> di Marziano, <foreign lang="lat" rend="italic">ignigena,
            ignipotens, ignipes, gemellipara, mellifer, mellificium, mellificus</foreign> presso
          Columella, <foreign lang="lat" rend="italic">mellifico</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">melligenus</foreign> presso Plinio il vecchio, <foreign lang="lat"
            rend="italic">nidifico</foreign> presso il medesimo e Columella, <foreign lang="lat"
            rend="italic">nidificium</foreign> presso Apuleio, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nidificus</foreign> presso Seneca tragico, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >noctifer</foreign> e simili, <foreign lang="lat" rend="italic">nubifer,
          nubifugus</foreign> di Columella, <foreign lang="lat" rend="italic">floriparus</foreign>
          d’Ausonio, <foreign lang="lat" rend="italic">securifer, securiger, nubivagus</foreign>
          presso Silio, <foreign lang="lat" rend="italic">nubigena</foreign> (in proposito del quale
          è da notare che Macrobio nel citato luogo, che merita d’esser veduto, volendo provare come
          molti epiteti creduti fatti da Virgilio sono più antichi, recita quel dell’Eneide, 8. 293.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Tu nubigenas, invicte, bimembres</foreign>, e mostra
          che <foreign lang="lat" rend="italic">bimembris</foreign> è di Cornificio, ma di <foreign
            lang="lat" rend="italic">nubigena</foreign> non dice niente, sicchè pare che lo conceda
          per moderno, e veramente nel Forcellini non se ne trova esempio se non d’autori posteriori
          a Virgilio, il quale appresso il medesimo Forcell. in questa voce non è citato), <foreign
            lang="lat" rend="italic">penatiger</foreign> d’Ovidio, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >solivagus</foreign> presso il Forcellini, i cui esempi son tolti da Cicerone, e presso
          il medesimo <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>de republ.</title> 1. 25. p. 70. ed. Rom. 1822.</bibl>; ed altri tali moltissimi.
          (2. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2879"/> Notate la radice monosillaba di <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">caput For</hi>-<hi rend="sc">ceps</hi>
          </foreign>, secondo quello che ne ho congetturato altrove, e di tutti i suoi derivati,
          ancora in <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">dein</hi>-<hi rend="sc">ceps</hi>
          </foreign>, della qual voce <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>. (2. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che il <emph>v</emph>, presso gli antichi latini non sia stata che una specie
          d’aspirazione, e non una consonante, e che tale in verità sia la sua natura, di tener cioè
          dell’aspirazione, e di svanir sovente dalle voci secondo l’indole delle varie pronunzie. <bibl>
            <author>Dionigi d’Alicarnasso</author> Archaeol. roman. l. <hi rend="sc">i</hi>. c.
          35</bibl>. parlando dell’origine del nome Italia. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἑλλάνικος δὲ ὁ λέσβιός φησιν Ἡρακλέα τὰς Γηρυόνου βοῦς ἀπελαύνοντα
              εἰς Ἄργος, ἐπειδή τις αὐτῷ δάμαλις ἀποσκιρτήσας τῆς ἀγέλης ἐν Ἰταλίᾳ ὄντι ἤδη φεύγων
              διῇρε τὴν ἀκτήν, καὶ τὸν ματαξὺ διανηξάμενος πόρον τῆς θαλάσσης εἰς Σικελίαν ἀφίκετο,
              ἐρόμενον ἀεὶ τοὺς ἐπιχωρίους καθ' οὓς ἑκάστοτε γένοιτο διώκων τὸν δάμαλιν, εἴ ποι τὶς
              αὐτὸν ἑωρακώς, τῶν τῇδε ἀνθρώπων ἑλλάδος μὲν γλώττης ὀλίγα συνιέντων, τῇ δὲ πατρίῳ
              φωνῇ κατὰ τὰς μηνύσεις τοῦ ζώου καλούντων τὸν δάμαλιν οὐΐτουλον, ὥσπερ καὶ νῦν
              λέγεται, ἀπὸ τοῦ ζώου τὴν</foreign>
            <pb ed="aut" n="2880"/>
            <foreign lang="grc">χώραν ὀνομάσαι πᾶσαν, ὅσην ὁ δάμαλις διῆλθεν, Οὐϊταλίαν. Μεταπεσεῖν
              δὲ ἀνὰ χρόνον τὴν ὀνομασίαν εἰς τὸ νῦν σχῆμα, οὐδὲν θαυμαστόν. Ἐπεὶ καὶ τῶν ἑλληνικῶν
              πολλὰ τὸ παραπλήσιον πέπονθεν ὀνομάτων</foreign>
          </quote>. Da <foreign lang="lat" rend="italic">bibo</foreign> noi diciamo
          <emph>bevo</emph>, e <emph>beo</emph> tolta la lettera <emph>v</emph>, <emph>beve</emph> e
            <emph>bee</emph>, <emph>beendo</emph>, <emph>bere</emph> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">bevere</foreign> tolto il <emph>v</emph>, e contratto <emph>beere</emph>
          in <emph>bere</emph> ec. <bibl>V. il <author>Corticelli</author>, e il <author>Buommattei</author>
            <title>Trattato</title> 12. c. 40. fine</bibl>. Così da <foreign lang="lat"
            rend="italic">debeo</foreign>
          <emph>devo</emph> e <emph>deo</emph>, <emph>devi</emph> e <emph>dei</emph> ec. V. i
          grammatici e l’uso volgare. Dal lat. <foreign lang="lat" rend="italic">pavo</foreign>
          diciamo <emph>pavone</emph> e <emph>paone, paonessa, paoncino</emph> ec. Diciamo altresì
            <emph>pavonazzo</emph> e <emph>paonazzo</emph>. E in cento altre parole leviamo e
          inseriamo il <emph>v</emph> a nostro piacere, o ch’esso veramente, secondo l’etimologia
          appartenga loro, o che no, e talvolta l’inseriamo sempre e costantemente in voci a cui
          esso non appartiene, o lo passiamo pur sempre e costantemente sotto silenzio in quelle
          voci dov’esso dovrebb’essere ed era. E in questo particolare v’è frequentissima
          discordanza tra le pronunzie e dialetti delle provincie, città, individui d’Italia, tra
          gli antichi autori e i moderni, tra l’antico parlare e il moderno, tra il moderno parlare
          e lo scrivere ec. (2. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2881"/> Traduzione del passo soprascritto di Dionigi d’Alicarnasso fatta
          da Pietro Giordani nella <bibl>
            <title>Lettera al Chiarissimo Abate Giambattista Canova sopra il Dionigi trovato
              dall’Abate Mai</title>. Milano, per Giovanni Silvestri, 1817. p. 30-31</bibl>.
            <quote>Ma Ellanico Lesbiese dice che Ercole menando ad Argo i buoi di Gerione, e già
            trovandosi in Italia, poichè un bue sbrancatosegli della greggia fuggendo corse tutta la
            spiaggia, e notando per lo stretto del mare in Sicilia arrivò; esso Ercole interrogando
            i paesani, dovunque nel correr dietro al bue passava, se alcuno lo avesse veduto; e
            quelli poco intendendo la favella greca, e per gl’indizi ch’Ercole ne dava chiamando
            essi quell’animale nella nativa lor lingua Vitulo (come anch’oggi si chiama): accadde
            che dal vocabolo di quella bestia, tutto il paese ch’ella corse fosse nominato
          Vitulia</quote>. (il greco dice ch’Ercole medesimo così nominollo, e dice Vitalia). Che
          poi il nome col tempo si mutasse nella presente forma, non è da maravigliare, quando molti
          de’ vocaboli greci cosiffatte mutazioni patirono. (2. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2882"/> È notabile come lo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic"
            >atar</foreign> abbia conservato il proprio e primitivo significato di <foreign
            lang="lat" rend="italic">aptare</foreign> cioè <emph>legare</emph>, significato che
          benchè proprio e primitivo, pur non è molto frequente negli autori latini, anzi un esempio
          che faccia veramente al caso non mi pare che sia se non quello d’Ammiano nel Forcell. v.
            <foreign lang="lat" rend="italic">aptatus</foreign>. Ora Ammiano è pur di bassa
          latinità. Mostra che il volgo abbia sempre conservato il primo uso di questo verbo, più
          degli scrittori eleganti, che l’hanno piuttosto adoperato metaforicamente. Del resto se
          mai si potesse dubitare che il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">aptare</foreign>
          venisse da <foreign lang="lat" rend="italic">aptus</foreign>, il cui proprio senso è
            <emph>legato</emph> ec. e che Festo dice essere participio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">apo</foreign>, lo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic"
          >atar</foreign> che vale <emph>legare congiungere</emph>, finirebbe di mandare a terra
          qualunque dubbio. Il nostro <emph>attare, adattare</emph>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">adapter</foreign> ec. ha per proprio il significato metaforico ordinario
          di <foreign lang="lat" rend="italic">apto, adapto</foreign> ec. V. nel Forcell. esempi di
            <foreign lang="lat" rend="italic">coaptare, coaptatio, coaptatus</foreign>, (<foreign
            lang="grc">συνάπτειν</foreign>) in senso di <emph>collegato</emph> ec. tutti di S.
          Agostino, il quale certo non pigliava questo buono e primitivo uso di tali parole da’ più
          antichi padri della scrittura latina, nè dagli scrittori aurei che non le usano, ma dal
          parlar del volgo, che tuttavia conservava quel significato, come ancora lo conserva in
          Ispagna. E così dite di Ammiano. <pb ed="aut" n="2883"/> E chi sa che <foreign lang="lat"
            rend="italic">aptare</foreign> in questo senso, non sia l’origine di
          <emph>attaccare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">attacher</foreign> ec.? <bibl>V.
            il <title>Glossar. Cang.</title> principalmente in <foreign lang="lat" rend="italic"
              >attachiare</foreign>
          </bibl>, cioè <emph>vincire</emph> ec. Ma siccome questa voce si trova massimamente usata
          nelle scritture latino-barbare d’inglesi e scozzesi, così non voglio contrastare che la
          sua origine non possa probabilmente essere Teutonica ec. come si afferma nel medesimo <bibl>
            <title>Glossar.</title> v. 2. <emph>Tasca</emph>
          </bibl>. (3. Luglio 1823.). V. p. 2887.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Io provo presentemente un piacere, io vorrei che la condizione di tutta la mia vita, di
          tutta l’eternità, fosse uguale a quella in cui mi trovo in questo momento. Questo è ciò
          che nessun uomo dice mai nè può dire di buona fede, neppur per un solo momento, neppure
          nell’atto del maggior piacere possibile. Ora se egli in quel momento provasse in verità un
          piacer presente e perfetto (e se non è perfetto, non è piacere), egli dovrebbe
          naturalmente desiderare di provarlo sempre, perchè il fine dell’uomo è il piacere; e
          quindi desiderare che tutta la sua vita fosse tale qual è per lui quel momento, e di più
          desiderare di viver sempre, per sempre godere. Ma egli è certissimo che <pb ed="aut"
            n="2884"/> nessun uomo ha concepito nè formato mai questo desiderio nemmeno nel punto
          più felice della sua vita, e nemmeno durante quel solo punto: egli è certissimo che non ha
          concepito nè mai concepirà questo desiderio per un solo istante neppur l’uomo, qualunque
          sia, che fra tutti gli uomini ha provato o è per provare il massimo possibile piacere. E
          ciò perchè nemmeno in quel punto niuno mai si trovò pienamente soddisfatto, nè lasciò nè
          sospese punto il desiderio nè anche la speranza di un maggiore ed assai maggior piacere.
          Con che egli non venne in quel punto a provare un vero e presente piacere. Bensì dopo
          passato quel tal punto l’uomo spesse volte desidera che tutta la sua vita fosse conforme a
          quel punto, ed esprime questo desiderio con se stesso e cogli altri di buona fede. Ma egli
          ha il torto, perchè ottenendo il suo desiderio, lascerebbe di approvarlo ec. (3. Luglio
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanta barbarie avesse introdotto anche nell’ortografia italiana durante il quattrocento
          l’eccessivo modellarla sulla latina, onde, se si fosse perseverato in <pb ed="aut"
            n="2885"/> quella forma, anche noi scriveremmo diversissimamente da quel che
          pronunzieremmo, come si può credere che allora avvenisse, se pur la pedanteria di quei
          tempi, o piuttosto i pedanti, (perchè di tutti non è credibile) non pronunziavano come
          scrivevano; vedi alcuni esempi nelle Lezioni sulle doti di una colta favella dell’Ab.
          Colombo, Parma 1820. Lez. 3. p. 69. 70. e il Comento di Pico Mirandolano sopra la Canzone
          d’amore di Girolamo Benivieni con essa Canzone ec. Venez. 1522. dove si scrive sempre
            <emph>ad</emph> per <emph>a</emph> avanti consonante, anche seguendo il <emph>d</emph>,
          come <emph>ad dir</emph> (<bibl>st. 1. della Canz. v. 6. a carte 41</bibl>.);
            <emph>advenire</emph> ec. Durò questo pessimo uso anche nei principii del cinquecento.
          Nel citato libro si scrive <emph>tabola</emph> per <emph>tavola</emph>,
          <emph>egloge</emph> per <emph>egloghe</emph>, ec. ec. oltre <emph>philosopho, admirando,
            ad pena</emph> per <emph>appena</emph> ec. (3. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2821. Altresì farebbe a questo proposito il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">nicto is</foreign> detto (se però mai fu detto, e <bibl>v. il
              <author>Forcellini</author>
          </bibl>) per <foreign lang="lat" rend="italic">nicto as</foreign>, (o <foreign lang="lat"
            rend="italic">nictor aris</foreign>), il quale è verbo continuativo fatto dall’inusitato
            <foreign lang="lat" rend="italic">niveo</foreign>, e dimostra sì l’antica esistenza di
          questo <foreign lang="lat" rend="italic">niveo</foreign> ch’è anche dimostrata dal suo
          composto <foreign lang="lat" rend="italic">conniveo</foreign>, sì il participio o supino
          di quello e di questo, che ora ne manca, il quale anche <pb ed="aut" n="2886"/> sarebbe
          dimostrato dal nome <foreign lang="lat" rend="italic">nictus us</foreign>, secondo i
          ragionamenti da me fatti altrove, se però questa è voce vera, e se, e quando significa
            <foreign lang="lat" rend="italic">nictatio</foreign>, e non <foreign lang="lat"
            rend="italic">nisus</foreign>. Perocchè anche <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nisus</foreign> pare ch’ella possa significare, secondo il Forcellini, e in questo senso
          ella servirebbe altresì a comprovare l’antico participio <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nictus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">nitor eris</foreign>, usato già
          in vece di <foreign lang="lat" rend="italic">nixus</foreign> e di <foreign lang="lat"
            rend="italic">nisus</foreign>; dal quale <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nictus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">nitor</foreign> nasce altresì il
          continuativo <foreign lang="lat" rend="italic">nictari</foreign>, il quale io credo
          totalmente diverso da <foreign lang="lat" rend="italic">nicto</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">niveo</foreign>, e non tutt’uno, come vuole il Forcellini ec.
          giacchè i due significati non hanno la menoma analogia, e d’altra parte l’origine dell’uno
          e dell’altro verbo è pianissima, perchè se v’è <foreign lang="lat" rend="italic"
          >conniveo</foreign> dovette esservi <foreign lang="lat" rend="italic">niveo</foreign>, e
          facendosi da <foreign lang="lat" rend="italic">conniveo connixi</foreign>, deve farsi nel
          supino, <foreign lang="lat" rend="italic">connictum</foreign>, come da <foreign lang="lat"
            rend="italic">dixi, dictum</foreign>, e quindi da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >niveo, nictum</foreign>, e quindi <foreign lang="lat" rend="italic">nictare</foreign>:
          e quanto a <foreign lang="lat" rend="italic">nictor</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">nitor</foreign> il Forc. medesimo non la mette in dubbio. Anzi io credo
          che <foreign lang="lat" rend="italic">nicto as</foreign> sia di <foreign lang="lat"
            rend="italic">niveo</foreign> solamente, e <foreign lang="lat" rend="italic">nictor
          aris</foreign> solamente e propriamente di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nitor</foreign>, benchè in due luoghi di Plinio trovisi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nictari</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">connivere</foreign> ec. il che
          potrebb’essere fallo degli scrivani (e infatti in un di quei luoghi v’è chi legga <foreign
            lang="lat" rend="italic">nictare</foreign>), e fallo eziandio dello stesso Plinio che
          confondesse l’uno coll’altro verbo, essendo ambedue antichi e poco al suo tempo usati: nel
          qual proposito vedi quello che dicono il Perticari nel Trattato degli Scrittori del 300, e
          Giordani nella Lettera a Monti, vol. 1. par. 2. della Proposta, sopra la voce <foreign
            lang="lat" rend="italic">fastus</foreign> ec. Del resto da <pb ed="aut" n="2887"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">nixus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nitor</foreign> (che forse non è differente da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nictus</foreign> per niuna ragione grammaticale, ma per sola diversità di pronunzia) si
          fa altresì il suo continuativo cioè <foreign lang="lat" rend="italic">nixor aris</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 2929.</p>
          </note>. (3. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2883. Se ad alcuno non paressero sufficienti le testimonianze che si hanno
          dell’esistenza dell’antico verbo <foreign lang="lat" rend="italic">apo</foreign>,
          consideri che sì la forma estrinseca, sì la significazione vera e propria, e il primitivo
          uso di <foreign lang="lat" rend="italic">aptus</foreign>, sono al tutto di participio. E
          se <foreign lang="lat" rend="italic">aptus</foreign> è participio, dovrà esser participio
          di <foreign lang="lat" rend="italic">apo</foreign> o d’altro tal verbo, quale ch’essi
          vogliano, dal qual verbo dovrà esser venuto <foreign lang="grc">ἅπτειν</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">aptare</foreign>. Se non vogliono che <foreign
            lang="lat" rend="italic">aptus</foreign> sia participio, sarà pur sempre incontrastabile
          che <foreign lang="lat" rend="italic">apto</foreign> sia stato fatto da <foreign
            lang="lat" rend="italic">aptus</foreign>. E se questo è, dunque <foreign lang="grc"
            >ἅπτειν</foreign> ch’è lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic">apto</foreign>,
          sarà pur venuto da <foreign lang="lat" rend="italic">aptus</foreign>, o se non altro da
          una radice simile a questa, la quale sarà stata nella lingua madre della greca e della
          latina, e conservatasi nella latina, cioè nell’aggettivo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >aptus</foreign>, si sarà perduta nella greca. Che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >aptus</foreign> venga da <foreign lang="grc">ἅπτειν</foreign>, o da <foreign lang="grc"
            >ἅπτεσθαι</foreign> come vuol Servio, un aggettivo da un verbo, è fuor d’ogni
          verisimiglianza, perchè è contrario <pb ed="aut" n="2888"/> ad ogni usata norma di
          derivazione, sì per la forma materiale comparata dei detti verbi, e del detto aggettivo,
          sì per la ragione grammaticale, analogia, ec. che in tal derivazione, niuna si troverebbe.
          Che poi <foreign lang="lat" rend="italic">aptus</foreign> venga da <foreign lang="lat"
            rend="italic">aptare</foreign>, (come Perticari credeva che <emph>arso</emph> venisse da
            <emph>arsare</emph>: vedi p. 2688.) sarà anche meno verisimile a quelli che avranno ben
          considerata la nostra teoria della formazione de’ verbi in <emph>tare</emph> da’
          participii in <emph>tus</emph>, dichiarata ed esposta e provata con tanti esempi. A tutti
          i quali parrà molto più probabile che <foreign lang="lat" rend="italic">aptare</foreign>
          sia un continuativo fatto da un participio in <emph>tus</emph> ec. che non può esser se
          non <foreign lang="lat" rend="italic">aptus</foreign>, (il quale, come ho detto, ha tutto
          quanto del participio) e questo da <foreign lang="lat" rend="italic">apo</foreign> ec. Che
            <foreign lang="lat" rend="italic">aptus</foreign> sia sincope di <foreign lang="lat"
            rend="italic">aptatus</foreign>, il qual participio esiste, ed è ben diverso da <foreign
            lang="lat" rend="italic">aptus</foreign>, è così credibile come che <foreign lang="lat"
            rend="italic">jactus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">jacio</foreign> sia
          sincope di <foreign lang="lat" rend="italic">jactatus</foreign> participio di <foreign
            lang="lat" rend="italic">jactare</foreign>, e altri tali spropositi, molti de’ quali
          sono stati detti e creduti per non aver posto mente alla formazione de’ verbi ec. che noi
          illustriamo. (4. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2889"/> Da <foreign lang="grc">ἕζω</foreign>, Dor. etc. <foreign
            lang="grc">ἕδω</foreign>, o da <foreign lang="grc">ἕζομαι</foreign>, futuro <foreign
            lang="grc">ἑδοῦμαι</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">sedeo</foreign>, e così
          da <foreign lang="grc">ἕδος εος</foreign> o da <foreign lang="grc">ἕδρα ας</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">sedes</foreign> e simili. Da <foreign lang="grc">ἄλσος</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">saltus</foreign>. (4. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A quello che altrove ho detto circa la formazione dei verbi in <emph>uo</emph> o in
            <emph>uor</emph> dai nomi verbali, o qualunque, della quarta declinazione, o dai nomi
          della seconda desinenti in <emph>uus</emph>, e circa i nomi in <emph>uosus</emph> fatti da
          simili radici, e agli avverbi ec. aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >praesumptuosus, praesumptuose</foreign>; <emph>presuntuoso, presontuoso, prosuntuoso,
            prosontuoso, presuntuosamente, presuntuosità</emph> ec.; <foreign lang="spa"
            rend="italic">presumptuoso</foreign> ec. spagnuolo, da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sumptus us. Mutuor aris</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >mutuus</foreign>. A quel che in questo proposito ho detto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">monstruosus</foreign>, <emph>mostruoso</emph> ec. aggiungi che gli
          spagnuoli in verità dicono <foreign lang="spa" rend="italic">monstruo</foreign> non
            <emph>monstro</emph>, onde ben si deduce, non <foreign lang="lat" rend="italic"
            >monstrosus</foreign>, ma <foreign lang="lat" rend="italic">monstruosus.
          Quaestuosus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">quaestus us. Ructuo,
          ructuosus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">ructus us. Eructuo</foreign>
          <bibl>v. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Eructo</foreign>
            fin.</bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Evacuo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vacuus</foreign>, e così <foreign lang="lat" rend="italic">vacuo as</foreign>. (4.
          Luglio. 1823.). V. p. 3263.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove delle sillabe latine che non sono dittonghi, e pur sono composte di più
          vocali. Tra queste è notabile la seconda sillaba di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >eheu</foreign>, la qual voce non è trisillaba, ma dissillaba, benchè composta di tre
          vocali, e benchè <emph>eu</emph> non si conti fra’ dittonghi latini. <pb ed="aut" n="2890"
          /> Ed è dissillaba non per licenza o figura poetica, ma per regola, e trisillaba non
          potrebb’essere o non senza licenza. Così dite di <foreign lang="lat" rend="italic">hei,
            heu, euge, eugepae, euganeus</foreign> ec. ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Eburneus-eburnus</foreign>. (4. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non è fuor di ragione nè arbitrario e gratuito quello ch’io dico circa la formazione dei
          continuativi da’ participii in <emph>atus</emph>, che mutano l’<emph>a</emph> in
          <emph>i</emph> ec. Perocchè questa mutazione è ordinarissima e solenne nelle derivazioni e
          composizioni della lingua latina. Onde da <foreign lang="lat" rend="italic">capio, frango,
            tango, sapio, facio, iacio, taceo</foreign> ec. ec. si fa in composizione <foreign
            lang="lat" rend="italic">cipio, fringo</foreign> ec. cioè p. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">accipio, effringo, attingo, insipiens, resipio, desipio, afficio, adjicio,
            conticesco, reticeo</foreign> ec. e così nelle derivazioni ec. Anche la <emph>e</emph>
          si muta in <emph>i</emph>: p. e. da <foreign lang="lat" rend="italic">teneo, sedeo,
            specio, rego, lego</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">contineo, insideo,
            aspicio, corrigo, colligo</foreign> ec. (5. Luglio. 1823.). Puoi vedere la p. 2843.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che presso Omero il nome <foreign lang="grc">ἧμαρ</foreign> serve a una
          perifrasi, come <foreign lang="grc">βία</foreign>, in modo che per se stesso non vuol dir
          nulla, ma significa quello che occorre unitamente al nome col quale è congiunto; p. e.
            <foreign lang="grc">νόστιμον ἧμαρ</foreign>, il dì del ritorno, vuol dire il ritorno e
          non <pb ed="aut" n="2891"/> altro. Più esempi di quest’uso d’Omero <bibl>vedili
              nell’<title lang="lat">Index vocabulorum Homeri</title> del <author>Sebero</author>,
            in <foreign lang="grc">ἧμαρ αἴσιμον</foreign>
          </bibl>. (5. Luglio 1823.). V. p. 2995,2.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2864. marg. È indubitato, secondo me, che quest’uso nacque dall’altra pessima
          usanza, introdotta nel latino fin dai primissimi tempi dell’impero, di dar del
          <emph>voi</emph> alle persone singolari. Onde è probabile che allora, o poco dipoi, o
          certo nel volgar latino quando che sia, s’introducesse questo costume di aggiungere
          l’aggettivo <emph>altri</emph> al <emph>voi</emph> e al <emph>noi</emph> (giacchè il
            <emph>noi</emph> anche negli ottimi tempi in latino e in greco, si usava in senso
          singolare) quando questi pronomi avevano ad aver senso plurale, per distinguerli da quando
          avevano ad averlo singolare. E così introdotto quest’uso nel volgar latino, passò in tutte
          tre le lingue figlie. E con ragione; perchè in esse ancora si manteneva e si mantiene
          quell’altra pessima usanza che, secondo me, lo produsse. Stante la quale, l’uso di questo
          idiotismo è quasi necessario per evitar mille equivoci e dubbi sì nello scrivere, sì nel
          parlare, quando molte persone sono presenti, o <pb ed="aut" n="2892"/> quando nello
          scrivere si suppongono ec.: (come si vede tutto dì per esperienza; massime nello scrivere,
          dove per iscrupolo di esser troppo familiare, e perchè non si sa più la lingua, ec. ormai
          generalmente si tralascia questo idiotismo). Infatti noi nel parlar familiare non lo
          abbandoniamo quasi mai, nè gli spagnuoli lo possono abbandonare. Ma anche gli spagnuoli
          tacciono l’ <foreign lang="spa" rend="italic">otros</foreign> se parlano a persona
          singolare, o di se stessi singolarmente, ne’ quali casi dicono <foreign lang="spa"
            rend="italic">vos</foreign> e <foreign lang="spa" rend="italic">nos</foreign>. Lo
          tacciono ancora quando il <foreign lang="spa" rend="italic">vos</foreign> e il <foreign
            lang="spa" rend="italic">nos</foreign> fa ufficio delle nostre particelle o pronomi
            <emph>ci</emph> e <emph>vi</emph>, come <foreign lang="fre" rend="italic">nous</foreign>
          e <foreign lang="fre" rend="italic">vous</foreign> in francese. Del resto in nessuna delle
          tre lingue si direbbe <emph>voi altri</emph> o <emph>noi altri</emph> in senso singolare.
          È notabile che l’uso di <foreign lang="lat" rend="italic">nos</foreign> in senso
          singolare, fu più proprio delle lingue antiche che delle moderne, nelle quali anzi, quanto
          al parlare o allo scrivere familiare, a cui solo spetta il <emph>noi altri</emph>, esso
          uso è intieramente abolito. Vedendosi dunque che pur tutte tre queste lingue usano
          familiarmente questo idiotismo di <emph>noi altri</emph> senza abbisognarne punto per
          distinzione, confermasi ch’esso idiotismo derivi dalla lingua latina, la quale ne avea
          bisogno per distinguere il <foreign lang="lat" rend="italic">nos</foreign> plurale dal
            <foreign lang="lat" rend="italic">nos</foreign> singolare. (5. Luglio 1823.).
            <emph>Altri</emph> è qui ridondante, come <foreign lang="grc">ἄλλος</foreign> in greco
          ec. del che spesso altrove.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2893"/> A proposito del vario significato e del figurato uso de’ tempi
          dell’ottativo in latino, dello scambio d’essi tempi tra loro, e con quelli d’altri modi,
          ec. <bibl>vedi <author>Orazio</author>
            <title>epist. <hi rend="sc">i</hi>
            </title>. l. 2. v. 3. 4</bibl>. dove <foreign lang="lat" rend="italic">peccem,
          morer</foreign> stanno per <foreign lang="lat" rend="italic">peccarem, morarer</foreign>.
          (5. Luglio 1823.)<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Così <bibl>
                <author>Virg.</author>
                <title>Geor.</title> 4. 116-7</bibl>.</p>
          </note>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa quello che altrove ho detto de’ participii <foreign lang="lat" rend="italic"
            >quaesitus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">quaeritus</foreign> e del verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaeritare</foreign> ec. I francesi hanno <foreign
            lang="fre" rend="italic">querir</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaerere</foreign>, e <foreign lang="fre" rend="italic">quêter</foreign>, anticamente
            <foreign lang="fre" rend="italic">quester</foreign>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaesitus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaesere</foreign>, onde noi <emph>chiesto</emph>, e gli spagnuoli <foreign lang="spa"
            rend="italic">quisto</foreign>. <foreign lang="fre" rend="italic">Chéri</foreign> è il
            <foreign lang="spa" rend="italic">querido</foreign> degli spagnuoli da <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaeritus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >quaerere</foreign>. E <foreign lang="fre" rend="italic">chérir</foreign> è lo stesso
            <foreign lang="spa" rend="italic">querer</foreign> spagnuolo nel significato, che questo
          pure ha, di <emph>voler bene</emph>. Il nostro <emph>cherere</emph> è il <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaerere</foreign> latino, in significato però di
          <emph>volere</emph>, come lo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">querer</foreign>,
          e anche di <emph>domandare</emph>, come il nostro <emph>chiedere</emph> ch’è il latino
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaerere</foreign> (v. p. 2995.), siccome il suo
          participio <emph>chiesto</emph> è il latino <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaesitus</foreign>, per sincope <foreign lang="lat" rend="italic">quaestus</foreign>.
            <foreign lang="spa" rend="italic">Malquerer, malquerido, malquisto</foreign>, cioè
          volere e voluto male. <emph>Chesta, inchesta, richesta</emph> sust. , per
          <emph>chiesta</emph> ec. <emph>richedere richesto; inchierere richierere</emph> cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">inquirere requirere</foreign>; ec.
          <emph>acchiedere</emph> quasi <foreign lang="lat" rend="italic">acquaerere</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">acquirere</foreign>, con altro senso. <foreign
            lang="fre" rend="italic">Acquérir</foreign> e <foreign lang="fre" rend="italic"
            >conquérir</foreign> francesi, <foreign lang="spa" rend="italic">adquirir</foreign>
          spagnuolo sono i latini <foreign lang="lat" rend="italic">acquirere</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">conquirere</foreign>. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Acquêter</foreign>, anticamente <foreign lang="fre" rend="italic">acquester</foreign>,
          e l’antico <foreign lang="fre" rend="italic">conquêter</foreign> o <foreign lang="fre"
            rend="italic">conquester</foreign> francesi, lo spagnuolo <foreign lang="spa"
            rend="italic">conquistar</foreign>, e l’italiano <emph>acquistare</emph>
          <pb ed="aut" n="2894"/> e <emph>conquistare</emph> sono continuativi fatti da <foreign
            lang="lat" rend="italic">acquisitus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >conquisitus</foreign>, detratta la seconda <emph>i</emph>. (V. il Glossario se ha nulla
          in tutte queste e simili voci). (5. Luglio 1823.).</p>
        <p>Questa detrazione fatta, come si vede, in tante voci o derivate o composte da <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaesitus</foreign>, o che non sono altra voce se non questa
          medesima, conferma la mia opinione che da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >situs</foreign> particip. di <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign> si facesse
            <foreign lang="lat" rend="italic">stare</foreign>, detratta la <emph>i</emph> come
          appunto da <foreign lang="lat" rend="italic">conquisitus</foreign>
          <emph>conquistare</emph>, e così da <foreign lang="lat" rend="italic">quaesitus</foreign>
          <foreign lang="spa" rend="italic">quisto</foreign> e <emph>chiesto</emph> ec. Così da
            <foreign lang="lat" rend="italic">positus, postus repostus</foreign> ec. ec. E della
          soppressione della <emph>i</emph> in moltissimi participii latini come <foreign lang="lat"
            rend="italic">docitus-doctus, legitus-legtus-lectus</foreign> ec. soppressione divenuta,
          fino <foreign lang="lat">ab antico</foreign>, comune, anzi universale, vedi ciò che dico
          altrove. La qual detrazione non è solamente propria delle lingue moderne (dico circa
          questo vocabolo <foreign lang="lat" rend="italic">quaesitus</foreign> appunto), giacchè la
          stessa lingua latina ne fa uso nella voce <foreign lang="lat" rend="italic">quaestus
          us</foreign>, la quale, come altrove ho dato per regola circa tali verbali, è formata
          appunto da <foreign lang="lat" rend="italic">quaesitus</foreign>, e dovrebbe regolarmente
          dire <foreign lang="lat" rend="italic">quaesitus us</foreign>, la qual voce ancora si
          trova effettivamente. Siccome vi sono le voci <foreign lang="lat" rend="italic">quaesitio,
            quaesitor, quaesitura</foreign>, di cui sono contrazione <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaestio, quaestor, quaestura</foreign>, voci fatte da quelle per
          detrazione della <emph>i</emph>, come per tal detrazione sono fatte <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaestorius, quaestuosus</foreign> ec. benchè non si trovi <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaesitorius</foreign>, <pb ed="aut" n="2895"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">quaesituosus</foreign> ec. E vedi a questo proposito le
          p. 2932. e 2991-2. 3032. segg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Del resto il nostro antico <emph>suto</emph> è lo stesso che lo spagnuolo <foreign
            lang="spa" rend="italic">sido</foreign>, e che il latino <foreign lang="lat"
            rend="italic">situs</foreign> da me supposto: è lo stesso, dico, considerato il solito
          scambio e la solita affinità fra la lettera <emph>u</emph> e l’<emph>i</emph>, del che ho
          detto più volte, e fra l’altre p. 2824-5. principio (e se n’ha appunto un esempio nella
          voce <foreign lang="lat" rend="italic">quaesumus</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaesere</foreign>, detta per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaesimus</foreign>. <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>.). Stante il quale scambio e affinità si può credere o che gli antichi latini
          dicessero così <foreign lang="lat" rend="italic">sutus</foreign> come <foreign lang="lat"
            rend="italic">situs</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">maxumus</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">maximus, lubens</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">libens</foreign>), o prima l’una di queste, e poi col tempo l’altra, o che
          l’italiano antico mutasse la pronunzia latina facendo <emph>suto</emph> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">situs</foreign>, o viceversa lo spagnuolo facendo <foreign
            lang="spa" rend="italic">sido</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sutus</foreign>, giacchè questo scambio tra <emph>u</emph> ed <emph>i</emph> ebbe luogo
          frequentemente anche nei principii delle moderne lingue (<bibl>v. <author>Perticari</author>
            <title>Apolog. di Dante</title> c. 16. verso il fine p. 156</bibl>.) siccome lo ha tutto
          dì. (5. Luglio 1823.). V. p. 3027.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto sia facile l’imparare a parlare, quanto poco tempo debba esser corso innanzi che
          il genere umano <pb ed="aut" n="2896"/> arrivasse primieramente ad accorgersi di avere
          organi capaci di formare e articolare vari suoni, poi ad imparar di formare e articolar
          tali suoni, e finalmente a crear col loro diverso accozzamento una serie di voci di
          convenuta significazione, che fosse bastante a potersi scambievolmente communicare i
          proprii sensi, e più ancora innanzi che il genere umano arrivasse a portar questa serie al
          punto di poter essere chiamata lingua e di servire a tutti i bisogni dell’espressione; si
          consideri nel muto. Il quale, convivendo pur tutto giorno con uomini i quali parlano, ed
          usano una lingua già perfetta, non arriva mai in tutta quanta la sua vita nemmeno alla
          prima delle sopraddette cose, cioè ad accorgersi di avere organi capaci di suoni
          articolati: giacchè seppure egli manda fuori alcun suono di voce, questo è meno articolato
          e meno vario che non sono le voci delle bestie. Ora io torno in campo colla mia solita
          domanda. È egli possibile che se la natura aveva espressamente destinato l’uomo a parlare,
          se, come dice Dante, opera naturale è ch’uom favella, essa natura lasciasse tanto da fare
          all’uomo per <pb ed="aut" n="2897"/> arrivare ad eseguire quest’opera
          <emph>naturale</emph>, e debita alla sua essenza, e propria di essa, quest’opera senza la
          quale egli non avrebbe mai corrisposto alla sua natura particolare, nè all’intenzione
          della natura in generale, e condannasse espressamente tanta moltitudine e tante
          generazioni d’uomini, quante dovettero passare prima che fosse trovata una lingua, altre a
          non sapere nè potere in alcun modo fare, altre a non poter fare se non se
          imperfettissimamente, quello che l’uomo doveva pur sapere e potere compiutamente fare per
          sua propria natura? E poichè l’uomo senza la lingua non sarebbe uscito mai del suo stato
          primitivo purissimo, e la lingua è il principale e più necessario istrumento col quale
          egli ha operato ed opera quello che si chiama suo perfezionamento; e se d’altronde tanto è
          per ciascuna cosa il ben essere, quanto l’esser perfetta, nè si dà per veruna specie di
          enti felicità veruna senza la perfezione conveniente ad essa specie; è egli possibile che
          se questa che si chiama perfezione dell’uomo, fosse veramente tale, e destinatagli dalla
          natura, essa natura nel formar l’uomo <pb ed="aut" n="2898"/> l’avesse posto così
          mirabilmente lontano dalla perfezione da lei voluta e destinatagli, ed a lui necessaria,
          che egli non avesse ancora nè potesse avere nemmeno una prima idea dell’istrumento, col
          quale dopo lunghissimi travagli, e lunghissimo corso di generazioni e di secoli, la sua
          specie sarebbe finalmente arrivata a conseguire alcuna parte di questa perfezione?</p>
        <p>Certo se questo è vero, perchè diciamo noi che l’uomo è per natura il più perfetto degli
          esseri terrestri? Lasciamo stare che la perfezione è sempre relativa a quella tale specie
          in che ella si considera. Ma paragonando pur l’uomo colle altre specie di questo mondo, se
          la sua perfezione è quella che altri dice, come non si dovrà sostenere che l’uomo è per
          natura la più imperfetta di tutte le cose? Perocchè tutte le altre cose hanno da natura la
          perfezione che loro si conviene, e però sono tutte naturalmente così perfette, come
          debbono essere, che è quanto dire perfettissime. Solo l’uomo, secondo il presupposto che
          abbiamo fatto, è per natura così lontano dallo stato che gli conviene, che più, quasi, non
          potrebb’essere, e quindi laddove tutte <pb ed="aut" n="2899"/> l’altre cose sono in natura
          perfettissime, l’uomo è in natura imperfettissimo. Pertanto la specie umana lungi da esser
          la prima in natura, è anzi l’ultima di tutte le specie conosciute.</p>
        <p>Questa conseguenza deriva dal supposto principio: ma come il principio è falso, così essa
          non è vera; e questa proposizione considerata ancora in se sola, si riconosce agevolmente
          per falsissima. Poichè relativamente all’ordine delle cose terrestri, l’uomo come l’essere
          più di tutti conformabile, è il più perfetto di tutti.</p>
        <p>Se però nel detto ordine delle cose terrestri, considerando la perfezione di ciascheduna
          specie in modo comparativo, cioè relativamente l’una all’altra, non vogliamo immaginare
          una doppia scala, ovvero una scala parte ascendente e parte discendente. E nella estremità
          inferiore della prima, porre gli esseri affatto o più di tutti gli altri inorganizzati.
          Indi salendo fino alla sommità, porre gli esseri più organizzati, fino a quelli che
          tengono il mezzo della organizzazione, della sensibilità, della conformabilità. E di
          questi farne il sommo <pb ed="aut" n="2900"/> grado della scala, cioè della perfezione
          comparativamente considerata, come quelli che forse sono per natura i più disposti a
          conseguire la propria particolare e relativa felicità, e conservarla. Da questi in poi
          sempre discendendo giù giù per gli esseri più organizzati sensibili e conformabili, porre
          nell’ultimo e più basso grado dell’altra parte della scala l’uomo, come il più
          organizzato, sensibile, e conformabile degli esseri terrestri.</p>
        <p>Discorrendo in questo modo, e raddoppiando o ripiegando così la scala, troveremmo che
          l’uomo è veramente nella estremità non della perfezione (come ci parrebbe se facessimo una
          scala sola o semplice e retta), ma della imperfezione; e in una estremità più bassa ancora
          di quella che è dall’altra parte della scala. Perocchè dalla comparativa imperfezione
          degli esseri posti in quel grado, non ne segue ai medesimi alcuna infelicità laddove
          all’uomo grandissima.</p>
        <p>E veramente io così penso. L’uomo non è per natura infelice. La natura non ha posto <pb
            ed="aut" n="2901"/> in lui nessuna qualità che lo renda tale per se medesima, nessuna
          che tal qual è naturalmente, si opponga da niuna parte al suo ben essere; e però la natura
          direttamente non ha prodotto l’uomo nè infelice, nè tale ch’ei debba necessariamente
          divenirlo. Perocchè l’uomo potrebbe conservarsi nello stato suo primitivo puro, come gli
          altri esseri si conservano nel loro, e conservandocisi, sarebbe così felice, o così non
          infelice, come gli altri esseri sono felici o non sono infelici durando nel naturale
          stato. Sicchè la natura in ordine all’uomo non ha violato per niun conto nè trapassato le
          sue universali leggi, che ciascuno essere abbia nella sua propria essenza immediatamente
          quanto abbisogna alla felicità che gli conviene, e nulla che per se lo sforzi alla
          infelicità. Ma l’eccessiva, o diciamo meglio, la <emph>suprema</emph> conformabilità e
          organizzazione dell’uomo, che lo rende il più mutabile e quindi il più corruttibile di
          tutti gli esseri terrestri, lo rende eziandio per conseguenza il più infelicitabile,
          benchè non lo renda per se stessa e naturalmente infelice, cioè lo rende il <pb ed="aut"
            n="2902"/> più disposto a potersi, e più d’ogni altro essere, allontanare dal suo stato
          naturale, e quindi dalla sua propria perfezione, e quindi dalla sua felicità; perch’essa
          stessa conformabilità umana è più d’ogni altra disposta e facile a poter perdere il suo
          primitivo stato, uso, operazioni, applicazioni e simili. Talchè difficilmente l’uomo si
          conserva in effetto nel suo naturale e primitivo stato, e però difficilmente si salva in
          fatti dalla infelicità. Stante le quali considerazioni, e stante appunto la
          <emph>somma</emph> conformabilità e organizzazione dell’uomo, metafisicamente considerata
          in ordine alla vera e metafisica perfezione, diremo che l’uomo è il più imperfetto degli
          esseri terrestri, anche per natura, in quanto però solamente ella è <emph>naturale</emph>
          in lui una <emph>disposizione</emph> maggiore che in qualunqu’altro essere a perdere il
          suo stato e la sua perfezione naturale. Niuna imperfezione, neppure in ordine all’uomo, si
          può trovare propriamente nella natura; l’uomo non è imperfetto nè in natura, nè per
          natura; anzi se volete, in natura e per natura egli è il più perfetto degli esseri; ma <pb
            ed="aut" n="2903"/> in natura e per natura egli è più di tutti disposto a divenire
          imperfetto; e ciò per ragione appunto della somma sua perfezione naturale; come quelle
          macchine o quei lavorii compitissimi e perfettissimi, che per esser tali, sono minutamente
          lavorati, e quindi delicatissimi, e per la somma delicatezza più facilmente degli altri si
          guastano, e perdono l’essere e l’uso loro.</p>
        <p>Ma ad essi si trovano forse artefici che possono ripararli, a noi guasti e snaturati una
          volta, non si trova mano che ci riponga nel primo stato, (nè da noi medesimi siamo atti a
          farlo). Poichè nè la natura ci ripiglia in mano per riformarci, come l’artefice il suo
          lavoro sconciato, nè altra potenza v’ha che ci possa restaurare come un nuovo artefice il
          lavoro altrui. (6. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2815. marg. <foreign lang="lat" rend="italic">Auspico</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">suspico</foreign> v. p. 3686. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">specio</foreign>, sono come <foreign lang="lat" rend="italic">aedifico,
            vivifico, sacrifico, amplifico, gratifico, velifico, significo, vocifico</foreign> (s’è
          vero), <foreign lang="lat" rend="italic">magnifico, mellifico</foreign>, e tali altri non
          pochi, da <foreign lang="lat" rend="italic">facio</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 2998. e 3007.</p>
          </note>, i quali hanno la forma e la coniugazione mutata dalla loro origine o per esser
          fatti da nomi, come p. e. <foreign lang="lat" rend="italic">aedificium, sacrificium,
            magnificus, amplificus</foreign>, ch’è di Frontone, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vivificus</foreign>, ec. o per accidente e virtù della composizione, quando <pb
            ed="aut" n="2904"/> anche sieno fatti direttamente dal verbo originale <foreign
            lang="lat" rend="italic">facio</foreign>. E notate che i composti di questo verbo fatti
          con preposizione o particella, non hanno questa forma, ma solo quelli fatti con nomi ec.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Lucrificare-Lucrifacere. Benefacere</foreign>
          <emph>Beneficare</emph> italiano. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Ludifacere-Ludificare</foreign>. A ogni modo siccome questi tali verbi, se ben li guardi,
          hanno per lo più un significato continuativo, giacchè altro e meno è p. e. <foreign
            lang="lat" rend="italic">mel facere</foreign>, altro e più <foreign lang="lat"
            rend="italic">mellificare</foreign>, si potrebbe forse credere che la loro inflessione
          in <emph>are</emph> mutata da quella della terza coniugazione non fosse a caso nè senza
          ragione, e che essi appartenessero alla categoria di verbi della quale al presente
          discorriamo, cioè di continuativi appartenenti alla prima coniugazione ma non formati da’
          participii, e diversi da quelli che ne sono formati, come nel caso nostro, da <foreign
            lang="lat" rend="italic">facio facto, labefacto</foreign> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">specio specto, suspecto</foreign> (a cui appartiene <foreign lang="lat"
            rend="italic">suspectio</foreign> ch’equivale a <foreign lang="lat" rend="italic"
            >suspicio</foreign> e da cui il nostro <emph>sospettare</emph> e lo spagn. <foreign
            lang="spa" rend="italic">sospechar</foreign> (come <foreign lang="spa" rend="italic"
            >pecho</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">pectus</foreign>) che vagliono
            <foreign lang="lat" rend="italic">suspicari</foreign>. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Soupçonner</foreign> è quasi <foreign lang="lat" rend="italic">suspicionare</foreign>,
          da <foreign lang="fre" rend="italic">soupçon</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >suspicio onis</foreign>) ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Suspico</foreign>
          potrebbe anche esser fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">suspicio is</foreign>, il
          qual verbo trovasi appo Sallustio in senso di <emph>sospettare</emph>, ed al quale
          appartiene il participio <foreign lang="lat" rend="italic">suspectus</foreign> che vale
          per lo più sospetto aggett. E forse in questo senso si disse anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">suspicior eris</foreign>, onde poi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >suspicor</foreign>, giacchè trovasi <foreign lang="lat" rend="italic"
          >suspectus</foreign> per <emph>sospettoso</emph>, (così anche in ital.
          <emph>sospetto</emph>) e Apuleio l’adopra <pb ed="aut" n="2905"/> espressamente
          coll’accusativo, come participio d’un verbo deponente, in vece di <foreign lang="lat"
            rend="italic">suspicatus</foreign>. Ma vedi la pag. 2841-2. (7. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2809. Nelle nostre <emph>Opere</emph> serie e buffe l’effetto del coro non è
          cattivo. Ma esso nelle <emph>opere</emph> serie è ben lontano dal far quegli uffici, dal
          sostener quel personaggio, e quindi dal muovere quelle illusioni e far quegli effetti che
          faceva nelle tragedie antiche: ond’è ch’esso riesce forse meglio nelle <emph>opere
          buffe</emph>, quanto all’effetto morale, giacchè muove pure all’allegria, e fa come
          l’uffizio, così l’effetto che produceva nelle antiche commedie, nè il muovere
          all’allegria, ch’è pure una passione, è piccolo effetto morale. Laddove nelle
          <emph>opere</emph> serie esso non interessa quasi che gli occhi e gli orecchi, e niuna
          passione ancorchè menoma nè desta nè pur tocca. Ma questo è pur troppo il general difetto
          di tutta l’<emph>Opera</emph>, e massime della seria, e nasce dal far totalmente servir le
          parole allo spettacolo e alla musica, e dalla confessata nullità d’esse parole, dalla qual
          necessariamente deriva la nullità de’ personaggi, e <pb ed="aut" n="2906"/> così del coro,
          e quindi la mancanza d’effetto morale, ossia di passione; se non altro la molta scarsezza,
          rarità, languidezza, e poca durevolezza dell’uno e dell’altra.</p>
        <p>Del resto i pochi moderni che hanno introdotto il coro ne’ loro drammi regolari, come
          Racine nell’<title>Ester</title>, non avendogli dato le condizioni ch’esso avea negli
          antichi, niuno o quasi niuno effetto hanno prodotto. Ed anche la natura d’essi drammi sì
          moralmente parlando, e sì anche materialmente (poichè la scena si finge per lo più in
          luogo coperto e chiuso, con altre tali circostanze che restringono, e impiccoliscono, e
          circoscrivono, e depoetizzano le idee), non era adattata nè al coro degli antichi nè a’
          suoi effetti. Parlo anche delle commedie, le quali presso gli antichi si supponevano per
          lo più, o la più parte di ciascuna, in piazza, o ne’ porti, come il <title lang="lat"
            >Rudens</title> di Plauto, o in somma all’aperto ec. V. p. 2999. (7. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In tutte le lingue tanto gran parte dello stile appartiene ad essa lingua, che in veruno
          scrittore l’uno senza l’altra non si può considerare. La magnificenza, la forza, la
          nobiltà, l’eleganza, la semplicità, la naturalezza, la grazia, la varietà, tutte o quasi
          tutte le qualità dello stile, sono così legate alle corrispondenti qualità della <pb
            ed="aut" n="2907"/> lingua, che nel considerarle in qualsivoglia scrittura è ben
          difficile il conoscere e distinguere e determinare quanta e qual parte di esse (e così
          delle qualità contrarie) sia propria del solo stile, e quanta e quale della sola lingua; o
          vogliamo piuttosto dire, quanta e qual parte spetti e derivi dai soli sentimenti, e quanta
          e quale dalle sole parole; giacchè rigorosamente parlando, l’idea dello stile abbraccia
          così quello che spetta ai sentimenti come ciò che appartiene ai vocaboli. Ma tanta è la
          forza e l’autorità delle voci nello stile, che mutate quelle, o le loro forme, il loro
          ordine ec. tutte o ciascuna delle predette qualità si mutano, o si perdono, e lo stile di
          qualsivoglia autore o scritto, cangia natura in modo che più non è quello nè si riconosce.
          Veggasi la p. 3397-9.</p>
        <p>Tutto ciò accade in tutte le lingue, fuorchè nella francese. Chè veramente nella lingua
          francese lo stile è formato quasi tutto dai sentimenti, e dalle figure che appartengono
          alle sentenze. E la diversità degli stili, e quella delle qualità di uno stile, non si può
          considerare in essa lingua se non quanto ai sentimenti, e non appartiene, non dipende, non
            <pb ed="aut" n="2908"/> nasce se non da questi. Perocchè, se ben si osserva, quanto alle
          parole, e a tutto ciò che loro appartiene, tutti gli stili de’ francesi, sì di diversi
          autori e scritture, sì di una stessa scrittura o scrittore in diversissime materie, sono
          poco men che conformi.</p>
        <p>E non è maraviglia; perocchè dov’è pochissimo luogo alla scelta delle parole e
          dell’ordine e composizioni loro, quivi pochissima potrà essere la differenza o tra gli
          stili di vari autori o di varie opere, o tra le qualità di un medesimo stile in diverse
          materie e occasioni, per ciò che spetta alle parole. Le quali non potendosi scegliere, non
          possono essere qua eleganti, qua nobili, qua efficaci, qua graziose, ma sempre tali, o non
          mai. Nè potendosi scegliere gli ordini e collocamenti delle medesime, non può nascere
          dalla composizion de’ vocaboli ora una qualità di stile ed ora un’altra, ma sempre una,
          perchè sempre una e niente variabile è ella medesima. Dico dalla composizion de’ vocaboli
          considerata in se, non in quanto ai sentimenti ch’esprimono, perchè in quanto a questa
          parte, la lingua francese è capace di ricever varietà di stile dalla composizione delle
          parole, <pb ed="aut" n="2909"/> ma ben guardando, si sente che questa varietà non deriva
          punto dalla composizione stessa in se, ma dalle sentenze e figure loro.</p>
        <p>Onde si può dire che la <emph>lingua</emph> francese non avendo appresso a poco che uno
          stile, lo scrittor francese, quanto alla lingua, non ha mai stile proprio, e che per
          quanto appartiene alle parole, lo stile di qualsivoglia scrittor francese non è suo, ma
          della lingua. E così lo stile di qualsivoglia genere di scrittura non è d’esso genere ma
          della lingua universale; e lo stile della poesia francese non è della poesia ma della
          lingua, e lo stile della prosa è quel della lingua, è quello della conversazione, non è
          neppur proprio della prosa più che della poesia, anzi vedi in proposito la p. 3429.</p>
        <p>Il che si può parimente dire della lingua ebraica, nella quale altresì, quanto alle
          parole, non era luogo alla scelta, benchè, quanto alle composizioni delle medesime, forse
          v’avesse luogo un poco più che nella francese, essendo ella tutta indigesta e informe, e
          quindi tutta poetica.</p>
        <p>Effettivamente la differenza degli stili e delle qualità di un medesimo stile, quanto
          alla lingua, è così minuta e così scarsa in francese, che un forestiere il quale benissimo
          la distinguerà negli scrittori greci e latini, che sono lingue morte, difficilmente, anzi
          appena, secondo me, la distinguerà e sentirà mai negli scrittori francesi. Nè potrà mai
          ben dire, questo scrittore o questo passo è elegante, <pb ed="aut" n="2910"/> questo
          dignitoso e magnifico, questo energico, questo grazioso quanto alle parole, e questo no.
          Onde nasce che anche generalmente parlando, la differenza dello stile, cioè del modo di
          esprimere i concetti, chè questo è ciò che si chiama stile, è poco sensibile al forestiere
          nella lingua francese; certo assai meno sensibile che nelle altre. Difficilissimo è ancora
          al forestiero il sentir la differenza degli <emph>stili</emph> (inquanto propriamente
          stili) francesi di diversi tempi (dico dal secolo di Luigi in poi), o comparando uno
          scrittor d’un secolo a uno di un altro, o generalmente lo stile di un secolo a quel di un
          altro. Ho detto dal secolo di Luigi, e intendo di quelli che in quel secolo scrissero
          bene, e che s’hanno ancora per buoni, e inquanto s’hanno per tali (come Corneille), nella
          lingua ec. Tanto più che nella espressione de’ concetti, anche in quella parte dello stile
          che spetta alle sentenze, il modo degli scrittori francesi è più vario bensì che nella
          parte delle parole, ma infinitamente meno vario che negli scrittori delle altre lingue, sì
          per rispetto dell’uno scrittore e dell’un secolo all’altro, o dell’una opera e dell’un
          genere di scrittura all’altra opera e all’altro genere, sì per rispetto alle varie parti
          di una stessa opera o genere, e alle varie gradazioni e qualità di un medesimo stile. E
          basti dire in prova, che la lingua francese, non solamente non ha linguaggio, ma neppur
          quasi stile poetico veramente.</p>
        <p>In simil modo nella lingua ebraica, non si sente se non poca differenza di stili, o di
          qualità di un <pb ed="aut" n="2911"/> medesimo stile. Il che si attribuisce alla
          lontananza de’ tempi e de’ nostri gusti e costumi, quasi l’uniformità dello stile ebraico
          non fosse vera, se non relativamente. Ma io la credo assolutamente vera, e l’attribuisco
          alle dette ragioni, nè credo che lo scrittore ebraico potesse avere stile proprio, nè
          veruna materia stile proprio, ma tutti e due un solo, quanto alla lingua, per la povertà
          di questa<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Non solo gli scrittori ebraici o le varie materie in lingua ebraica, ma neppur essa
              lingua ha uno stile, cioè un modo determinato, come l’ha bene, anzi troppo
              determinato, la francese: perocchè la lingua ebraica è troppo informe per avere uno
              stile proprio; e precisamente ella è l’estremo contrario della francese quanto
              all’informità. V. la p. 2853. margine. V. p. 3564.</p>
          </note> ed eziandio quanto al modo e alla parte dello stile che spetta alle sentenze, per
          la niuna arte degli scrittori, e perchè la lingua li serrava e circoscriveva anche in
          questa parte. Come appunto anche in Francia fa la medesima lingua, e l’impero assoluto
          dell’usanza il qual si esercita colà sullo stile come su d’ogni altra cosa. Del resto come
          la lingua francese non ha che linguaggio e stile prosaico e manca del poetico, così
          l’ebraico non ha che il poetico e manca del prosaico. E ciò perchè quella è lingua
          definitamente ed essenzialmente moderna, questa fu essenzialmente e moralmente antica e
          quasi primitiva.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2912"/> È notabile come da contrarie cause nascano uguali effetti. La
          lingua ebraica non ammette varietà nello stile per esser troppo antica, la lingua francese
          nemmeno, per esser troppo moderna; quella per eccesso d’imperfezione e per povertà che
          nasce dall’antichità, questa per eccesso di perfezione e per povertà che nasce dall’essere
          squisitamente moderna, sì di tempo come d’indole. Nell’una e nell’altra le parole poco
          vagliono, le sentenze tutto, lo stile si riduce ai nudi concetti (cosa che non ha luogo in
          verun’altra lingua letterata). Ma ciò nella ebraica perchè le parole non hanno ancor preso
          vigore, nella francese perchè l’hanno perduto; in quella perchè i concetti non hanno
          ancora onde farsi un corpo, in questa perchè l’hanno deposto, in quella perchè la materia
          è ancora scarsa a vestir lo spirito, in questa perchè lo spirito ha consumato la materia,
          è ricomparso nudo del corpo di cui s’era vestito, ha prevaluto alla materia, e tutta
          l’esistenza è spiritualizzata, nè si vede o si tocca oramai, o certo non si vuole nè
          vedere nè toccare quasi altro che spirito. <pb ed="aut" n="2913"/> Ambedue le lingue dànno
          nel metafisico, e, si può dire, nell’incorporeo per due cagioni e principii direttamente
          opposti, come il fanciullo per eccessiva semplicità è talvolta così sottile nelle sue
          quistioni, come il filosofo per grande dottrina e sapienza e sagacità. (7. Luglio. 1823.).
          V. la p. seguente.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2853. marg. Veramente la pretesa forza d’imitazione che ha la lingua tedesca, non
          potrebbe perfettamente realizzarsi che sopra una lingua come l’ebraica. Perocchè una
          lingua informe come questa, può sola esser bene imitata, anzi contraffatta, copiata e
          trasportata tutta intera in una lingua informe come è necessario che sia la lingua tedesca
          se ha la detta forza e facoltà che se le attribuisce. E viceversa solo una lingua informe,
          come questa, sarebbe atta a contraffare senza far violenza a se stessa e perfettamente,
          una lingua informe come l’ebraica, o come una lingua selvaggia; il che non è possibile
          alle lingue formate, nè fu possibile in greco e in latino contraffar nelle traduzioni
          letterali la lingua ebraica, senza violentare e snaturare affatto <pb ed="aut" n="2914"/>
          il greco e il latino, come fu fatto, e come accade altresì nelle lingue moderne che hanno
          (se alcuna ne ha) traduzioni letterali della scrittura, fatte o sull’ebraico, o sul
          letterale greco o latino o d’altra lingua moderna. (7. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla pagina antecedente. Questa spiritualizzazione della società essendo oggidì
          universale, è altresì universale l’effetto che ho detto esserne seguìto nella lingua
          francese, cioè che lo stile degli scrittori moderni di qualsivoglia lingua non differisca
          oramai se non se ne’ sentimenti, e consista tutto nelle cose. E in verità quanto allo
          stile propriamente detto, v’è minor divario oggidì fra due scrittori di due lingue
          disparatissime e in diversissime materie, che non v’era anticamente fra due scrittori
          contemporanei, compatriotti, d’una stessa lingua e materia. (Pongasi per esempio Platone e
          Senofonte). Lascio poi quanta poca varietà di stile si possa trovare in uno stesso
          scrittore. Gli stili de’ moderni non si diversificano se non per le sentenze. Anzi tutti
          gli scrittori e tutte le opere escono, quanto allo stile, da una stessa scuola, vestono
          d’uno stesso panno, anzi hanno una sola fisonomia, una sola attitudine, gli stessi gesti e
          movimenti, le stesse fattezze e circostanze esteriori: solo si distinguono l’une
          dall’altre perchè dicono diverse cose, benchè collo stesso tuono e modo di recitazione.
          Sicchè, proporzionatamente, accade oggi nel mondo civile quel medesimo che ho detto
          accadere in Francia; quasi niuno scrittore ha stile <pb ed="aut" n="2915"/> proprio: non
          v’è che uno stile per tutti, e questo consiste assai più nelle sentenze che nelle parole:
          poco oramai si guarda allo stile nelle opere che escono in luce, o se vi si guarda, ciò è
          più per vedere s’egli segue l’uso e la forma di stile universalmente accettata, o no: se
          la segue, non si parla del suo stile; se non la segue, allora solo il suo stile dà
          nell’occhio, e per lo più è ripreso, e ordinariamente con ragione. La differenza ch’è in
          questo particolar dello stile fra la lingua francese e l’altre moderne, si è che se in
          quella lo scrittore non ha stile proprio, egli è perchè la lingua n’ha un solo; se il suo
          stile non è vario, egli è che la lingua non ha varietà di stile. Ma nelle altre lingue il
          difetto viene dallo scrittore: egli è che manca di varietà di stile, e non la lingua; e
          s’ei non ha stile proprio, egli può averlo; almeno la lingua sua non glielo impedisce; ma
          ei non ha stile proprio, perchè un solo stile ha, non la sua lingua, che molti ne ammette,
          ma, per così dire, la lingua europea, ossia l’uso e lo spirito universale della
          letteratura e della civiltà <pb ed="aut" n="2916"/> presente, e del nostro secolo. V. p.
          3471.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Del resto egli è certissimo che quantunque le moderne lingue, almeno parecchie di esse,
          sieno capacissime d’ogni sorta di varietà, qualità, e perfezion di stile, nondimeno niuna
          delle medesime è, che possa mostrare neppur ne’ suoi antichi e nel <emph>suo</emph> secolo
          aureo nè tanta varietà, nè di gran lunga tanta perfezione di stile propriamente detto,
          quanta ne possono mostrare nei loro le lingue antiche. I moderni poi, quanto vincono gli
          antichi nel fatto delle sentenze, tanto cedono loro tutti in tutte le parti dello stile
          propriamente detto, e nel culto delle parole preso in tutta l’estension del termine. E non
          solo non mettono nè sanno mettere in pratica, ma nè pur conoscono perfettamente tutte le
          squisitezze degli artifizi e degli accorgimenti che gli antichi insegnavano comunemente e
          adoperavano intorno a esso culto, e che si possono vedere negli scritti rettorici di
          Cicerone e di Quintiliano. I moderni non ne conoscono generalmente neppure i nomi, e
          neppur ne hanno tanta idea che basti a poter valutare in confuso a che segno <pb ed="aut"
            n="2917"/> arrivasse questa squisitezza. Nei moderni le sentenze, e la spiritualità del
          secolo, nocciono alle parole e allo stile, all’arte del quale niuno di loro si applica da
          senno, o ci pone tanto studio e tempo quanto bisognerebbe. Negli antichi classici di
          ciascuna lingua moderna, ne’ quali non aveano luogo le dette circostanze, e ciascuno de’
          quali facea dell’arte dello stile il suo principale studio, e attendeva più alle parole
          che alle cose, ogni volta che si metteva da vero a comporre; pure in nessuno o in quasi
          niuno di loro si trovò arte o capacità bastante, nè quanto si richiedeva a conseguire
          quell’alto grado di perfezione, neppur relativamente e limitatamente alle forze, indole,
          qualità, e capacità delle rispettive lingue. (8. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’argomento con cui altrove dall’aggettivo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >potus</foreign>, che io chiamo vero participio, e da’ sostantivi <foreign lang="lat"
            rend="italic">potus us</foreign> (fatto da esso participio, secondo la regola da me
          altrove assegnata) e <foreign lang="lat" rend="italic">potio onis</foreign> paragonati con
            <foreign lang="lat" rend="italic">potatio</foreign>, ho dimostrato l’esistenza di un
          antico verbo <foreign lang="lat" rend="italic">poo</foreign>; riceve forza dai composti
            <foreign lang="lat" rend="italic">appotus</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic"
            >epotus</foreign>, veri participii, <pb ed="aut" n="2918"/> come di forma così di
          significazione (che in quello è attiva<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. la pag. 2841. fine. <foreign lang="lat" rend="italic">Potus us</foreign> è da
                <foreign lang="lat" rend="italic">po</foreign>, non da <foreign lang="lat"
                rend="italic">poto</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">motus
              us</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic">moveo</foreign>, non da <foreign
                lang="lat" rend="italic">moto as</foreign>, e puoi vedere in questo proposito la p.
              2975. principio.</p>
          </note>, in questo passiva); da’ quali forse si potrebbe anche raccorre l’antica esistenza
          de’ verbi composti <foreign lang="lat" rend="italic">appoo</foreign> ed <foreign
            lang="lat" rend="italic">epoo</foreign> diverso da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >epoto</foreign>. Avvi ancora <foreign lang="lat" rend="italic">compotatio,
          compotor</foreign> sost. e <foreign lang="lat" rend="italic">compotrix</foreign>. (8.
          Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Da quello che ho detto p. 2789-90. si rileva che il nostro aggettivo <emph>ratto</emph>,
          non è se non il participio <foreign lang="lat" rend="italic">raptus</foreign> e che questo
          dovette essere usato dagli antichi latini e volgarmente, in senso di veloce, come
            <emph>ratto</emph> fra noi. Perocchè dire che questo sia nato dall’avverbio italiano
            <emph>ratto</emph>, e quest’avverbio da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >raptim</foreign>, onde <emph>ratto</emph> per <emph>veloce</emph> venga da <foreign
            lang="lat" rend="italic">raptim</foreign> è derivazione o formazione priva d’ogni
          esempio. E per lo contrario è certissimo che <emph>ratto</emph> avverbio viene da
            <emph>ratto</emph> aggettivo, anzi è lo stesso aggettivo neutralmente e avverbialmente
          posto, il che è proprietà ed uso della nostra lingua di fare, come <emph>alto,
          forte</emph>, (anche i francesi <foreign lang="fre" rend="italic">fort</foreign> avverbio
          e aggettivo) <emph>presto, tosto, piano</emph> e mill’altri, per <emph>altamente</emph>
          ec. Anzi è in libertà dello scrittore o parlatore italiano di far così de’ nuovi avverbi
          dagli aggettivi, <pb ed="aut" n="2919"/> non già viceversa. <bibl>V. il
            <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Rapio</foreign> col. 1.
            fine</bibl>, <foreign lang="lat" rend="italic">Rapto</foreign> fine, <foreign lang="lat"
            rend="italic">Raptus</foreign> l’esempio di Claudiano. Gli spagnuoli similmente hanno p.
          e. <foreign lang="spa" rend="italic">demasiado</foreign> avv. e aggett. ec. (8. Luglio
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Noi usiamo volgarmente il verbo <emph>volere</emph> applicandolo a cose inanimate, o ad
          esseri immaginari, e talvolta impersonalmente, in modo ch’egli o sta per
          <emph>potere</emph>, o ridonda e non fa che servire a una perifrasi, per idiotismo, e per
          proprietà di lingua. Per esempio, La piaga non se gli vuole rammarginare. Cioè, Non si può
          far che la piaga se gli rammargini, ossia La piaga non se gli può ancora rammarginare. Qui
            <emph>volere</emph> sta per <emph>potere</emph>. Se il cielo si vorrà serenare, se la
          stagione si vorrà scaldare, se il vento vorrà cessare, se il negozio vorrà camminar bene,
          se la pianta vorrà pigliar piede, l’erba non ci vuol nascere. Cioè, Se piglierà piede, Non
          ci nasce. Qui <emph>volere</emph> ridonda. Da più mesi non è voluto piovere. Cioè, non è
          piovuto. Qui <emph>volere</emph> ridonda ed è impersonale. Anche in francese: <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">cette machine ne veut pas aller, ce bois ne veut pas
              brûler</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Alberti</author>
          </bibl>. Così, mi pare, anche in ispagnuolo.</p>
        <p>Ora questo grazioso idiotismo proprio della nostra lingua, fu proprio altresì della più
          pura lingua greca (anzi secondo i grammatici egli è un atticismo) e fu adoperato <pb
            ed="aut" n="2920"/> dagli scrittori più eleganti, e massime da Platone, primo modello
          dell’atticismo. <bibl>Nel <title>Convito</title>, Opp. ed Astii, Lips. 1819-... t. 3.
            1821. p. 460. v. 16-17. D.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἐὰν μέν σοι ἐθέλῃ παύεσθαι ἡ λύγξ</foreign>
          </quote>, <emph>se ti vorrà passare il singhiozzo</emph>, in vece di <foreign lang="grc"
            >ἐὰν μέν σοι παύηται ἡ λύγξ</foreign>. Qui <foreign lang="grc">ἐθέλειν</foreign>
          ridonda. V. lo Scapula in <foreign lang="grc">Ἐθέλω</foreign>, e <foreign lang="grc"
          >Θέλω</foreign>. Corinto <quote>
            <foreign lang="grc">περὶ διαλέκτων. Ἀττικὸν καὶ τὸ θέλει ἀντὶ τοῦ δύναται, ὡς ὁ
            Πλάτων</foreign>
          </quote> (nel principio del Fedro), <quote>
            <foreign lang="grc">τὰ χωρία οὐδέν μ' ἐθέλει διδάσκειν</foreign>
          </quote>. Ma non è vero che stia sempre, in questo tale idiotismo per <emph>potere</emph>,
          come dice anche lo Scapula ne’ due citati luoghi. Per <emph>potere</emph> sta
          assolutamente nel Sofista, t. 2. 1820. p. 314. v. 18-19. D-E. <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ μὴν ἓν γέ τι τούτων ἀναγκαῖον, ἢ πάντα ἢ μηδὲν ἢ τὰ μὲν ἐθέλειν,
              τὰ δὲ μὴ ξυμμίγνυσθαι</foreign>
          </quote>
          <emph>che altre cose possano mescolarsi insieme, altre no</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Vedi anche ivi p. 318. v. penult. B. 326. v. 12. B. 342. v. 13.14. D. 314. v. 26. E.
              Synes. Opp. 1612. p. 43. C.</p>
          </note>. Ma nel passo del Convivio, e in quello di Omero presso lo Scapula, <foreign
            lang="grc">ἐθέλειν</foreign> ridonda, come sovente in italiano <emph>volere</emph>, nel
          detto nostro idiotismo, e malissimo si spiegherebbe per <emph>potere</emph>. In quello del
          Fedro altresì in sostanza ridonda, perchè il luogo vale <foreign lang="grc">τὰ χωρία οὐδέν
            με διδάσκει</foreign>. Se diremo <foreign lang="grc">οὐδέν με δύναται
          διδάσκειν</foreign>, <pb ed="aut" n="2921"/> diremo forse altrettanto, ma non lo stesso, e
          benchè diremo il vero, non perciò diremo quel medesimo appunto che dice Socrate. In questo
          e in altri molti casi simili, tanto nel greco quanto nell’italiano, spiegando il verbo
            <emph>volere</emph> per <emph>potere</emph>, l’espressione riesce vera e giusta, ma non
          pertanto l’<emph>intenzione</emph> della frase non era di dir <emph>potere</emph>. Perchè
          spesso nell’esprimerci noi abbiamo due intenzioni l’una finale (e questa nel caso nostro
          sarà ugualmente bene spiegata rendendo <emph>volere</emph> per <emph>potere</emph>, che
          dicendo ch’egli ridonda), l’altra immediata (e questa nel caso nostro non si otterrebbe
          con dir <emph>potere</emph>, nè si spiegherebbe con questa voce); da ambedue le quali
          intenzioni è diversa quella intenzione o significato che ha la locuzione letteralmente
          presa. (8. Luglio. 1823.). Del resto noi non usiamo in questo tal senso e modo il verbo
            <emph>volere</emph>, se non colle particelle negative o condizionali, o con
          interrogazione, come in quel verso di Anacreonte (<bibl>od. 4 <title>
              <foreign lang="grc">Ἐδόκουν ὄναρ τροχάζειν</foreign>
            </title>
          </bibl>) <quote>
            <foreign lang="grc">τί θέλει ὄναρ τόδ' εἶναι</foreign>
          </quote>; <emph>che vorrà essere questo sogno</emph>? Ma in locuzione, forma e
          significazione affermativa non s’usa <pb ed="aut" n="2922"/> mai il verbo
          <emph>volere</emph> nè dagl’italiani nè da’ francesi ne’ sovresposti sensi, se non se in
          quella frase <emph>voler dire</emph> o <emph>significare</emph> ec. che è greca anch’essa,
          e che può riferirsi all’idiotismo di cui ragioniamo. I greci ancora usano per lo più
          questo idiotismo fuori di affermazione, benchè non sempre. Affermativamente, e pur di cose
          inanimate o ideali e intellettuali, e come si dice, di ragione, usiamo noi il verbo
            <emph>volere</emph>, in un senso però differente dai sopraddetti, ed equivalente al
          greco <foreign lang="grc">μέλλειν</foreign>, ma con significanza di qualche dubitazione:
          come Questa guerra vuole andare in lungo, cioè, Pare che questa guerra sia per durar
          molto: Vuol piovere ec. In questo senso il verbo <emph>volere</emph> equivale al
          significato che sovente ha in italiano <emph>dovere</emph>, il quale talvolta significa
          assolutamente <foreign lang="grc">μέλλειν</foreign> (come <emph>avere a, aver da</emph>
          cogl’infiniti), talvolta con qualche dubitazione, come Questa guerra deve andare in lungo,
          cioè, pare che ec. Dicesi ancora Questa guerra mostra di voler esser lunga, pare che
          voglia esser ec. E in simili modi: e così <emph>dovere</emph>. In altro modo ancora
          diciamo affermativamente il verbo <emph>volere</emph> per proprietà di lingua, eziandio di
          cose inanimate, con significazione di <emph>esser presso a, mancar poco che non</emph>; e
          in questo senso egli non s’usa se non nel passato o piucchè passato, benchè in un esempio
          della Crusca, <emph>Volere</emph> par. 3., trovisi nel gerundio. (9. Luglio. 1823.). V. p.
          3000.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2923"/> Gl’italiani non hanno costumi: essi hanno delle usanze. Così tutti
          i popoli civili che non sono nazioni. (9. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Bisogna (far grande stima) avere una grande idea di se stesso, per esser capace di
          sacrificar se stesso. Chi non ha molta e costante stima di se medesimo, non è buono
          all’amor vero, nè capace del <foreign lang="fre" rend="italic">dévouement</foreign> e del
          totale sacrifizio ch’egli esige ed ispira. (9. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il verbo avere in senso di essere, usato impersonalmente dagl’italiani da’ francesi dagli
          spagnuoli, talora eziandio personalmente dagl’italiani (v. il Corticelli), non è altro che
          il latino <foreign lang="lat" rend="italic">se habere</foreign> (il qual parimente vale
            <emph>essere</emph>) omesso il pronome. Il volgo latino dovette dire p. e. <foreign
            lang="lat" rend="italic">nihil hic se habet, qui non si ha nulla</foreign>, cioè
            <emph>non v’è</emph>; poi lasciato il pronome, <foreign lang="lat" rend="italic">nihil
            hic habet</foreign>, <emph>qui non v’ha nulla</emph>. Cicerone: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Attica belle se habet</foreign>
          </quote> col pronome, e altrove: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Terentia minus belle habet</foreign>
          </quote>: ecco lasciato figuratamente il pronome nella stessa frase. (<bibl>
            <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Belle</foreign>
          </bibl>). <foreign lang="lat" rend="italic">Bene habeo, bene habemus, bene habent tibi
            principia</foreign> sono <pb ed="aut" n="2924"/> tutte locuzioni ellittiche per
          l’omissione del pronome <foreign lang="lat" rend="italic">se, nos, me. Bene habet, optime
            habet, sic habet</foreign>; ecco oltre l’omission del pronome <foreign lang="lat"
            rend="italic">se</foreign>, anche quella del nome <foreign lang="lat" rend="italic"
          >res</foreign>. Onde avviene che in queste locuzioni, che intere sarebbono <foreign
            lang="lat" rend="italic">bene se res habet, sic se res habet</foreign>, il verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">habere</foreign> per le dette ellissi venga a trovarsi
          impersonale. Ed ecco nel latino il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >habere</foreign> in significato di <emph>essere</emph>, neutro assoluto, cioè senza
          pronome, e impersonale. <foreign lang="lat" rend="italic">Quis hic habet</foreign>?
            <emph>chi è qui</emph>? In questo e negli altri luoghi dove il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">habere</foreign> sta per <emph>abitare</emph> in significato neutro, esso
          verbo non vale propriamente altro che <emph>essere</emph>; e <foreign lang="lat"
            rend="italic">habitare</foreign> altresì, ch’è un frequentativo o continuativo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">habere</foreign>, sempre che ha senso neutro, sta per
            <emph>essere</emph>. E questa forma è tutta greca; giacchè presso i greci <foreign
            lang="grc">ἔχειν</foreign>, la metà delle volte non è altro che un sinonimo di essere, e
          s’usa in questo senso anche impersonalmente, come in italiano, francese e spagnuolo, tutto
          dì. V. p. 3907. Così anche nel greco moderno a ogni tratto. <pb ed="aut" n="2925"/>
          <foreign lang="grc">Δὲν ἔχει</foreign>, <emph>non ci è, non ci ha</emph>. (9. Luglio.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Intorno al verbo <foreign lang="lat" rend="italic">habitare</foreign>, che per virtù
          della sua formazione può essere e continuativo e frequentativo, si considerino gli esempi
          del Forcellini, in alcuni de’ quali (come in quello di <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>de Senect.</title> c. ult.</bibl>) egli ha decisissimamente il primo significato,
          in altri il secondo: o vale <foreign lang="lat" rend="italic">solere habere</foreign> cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">esse</foreign> ec. E vedi ancora il primitivo <foreign
            lang="lat" rend="italic">habere</foreign> nel senso del continuativo <foreign lang="lat"
            rend="italic">habitare</foreign> (dal qual senso deriva quello di questo verbo) nel
          Forcellini in <foreign lang="lat" rend="italic">habeo</foreign> col. 3. (9. Luglio.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È uso della nostra lingua di porre l’avverbio <emph>male</emph> come particella privativa
          in vece di <emph>in</emph> avanti gli aggettivi, i sostantivi, gli avverbi, i participii
          ec. o facendo di questi tutta una voce con quella, o scrivendo quella separatamente. Il
          qual uso ci è così proprio, che sta in libertà dello scrittore di fare in questo modo de’
          nuovi accoppiamenti nel detto senso, sempre ch’ei vuole, siccome n’han fatto alcuni
          moderni, <pb ed="aut" n="2926"/> p. e. il Salvini, ad esempio degli antichi, e stanno
          segnati nella Crusca. <emph>Male</emph> per <emph>non</emph> o <emph>poco</emph> o
            <emph>difficilmente</emph>. V. la Crusca in male. I francesi similmente: <foreign
            lang="fre" rend="italic">mal-adresse, mal-adroit, mal-adroitement, mal-aisé,
            mal-gracieux, mal-plaisant, mal-habile, mal-honnête</foreign> ec. ec. V. il Diz. del
          Richelet in <foreign lang="fre" rend="italic">Mal</foreign>, fine. Or quest’uso è tutto
          latino e degli ottimi tempi. Vedi Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >male</foreign>. (9. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Maltrattare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">maltraiter</foreign>, <foreign
            lang="spa" rend="italic"> maltratar</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >male-tractatio</foreign> è d’Arnobio, ap. Forcell. voc. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Male</foreign> fine, in vece di che altri dissero <foreign lang="lat"
            rend="italic">mala tractatio</foreign>. È proprio de’ nostri antichi scrittori, e del
          volgar fiorentino o toscano di usar <emph>male</emph> in tutti i generi e numeri in vece
          dell’aggettivo <emph>malo</emph>. (9. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Savamo, savate</emph> de’ nostri antichi, per <emph>eravamo eravate</emph>,
          sarebbono elle persone di un imperfetto più regolare, più antico e più vero di <foreign
            lang="lat" rend="italic">sum, sumus, sunt</foreign>, che non è l’usitato <foreign
            lang="lat" rend="italic">eram</foreign> fatto forse da un altro tema; persone, dico, di
          un imperfetto <foreign lang="lat" rend="italic">sabam, era</foreign>, conservato nel
          volgar latino fino ai primi tempi del nostro? (9. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2753. Ella è anche cosa certissima che in parità di circostanze, l’uomo, ed anche
          il giovane, <pb ed="aut" n="2927"/> e altresì il giovane sventurato, è meno scontento
          dell’esser suo, della sua condizione, della sua fortuna durante l’inverno che durante la
          state; meno impaziente dell’uniformità e della noia, meno impaziente delle sventure, meno
          renitente alla sorte e alla necessità, più rassegnato, meno gravato della vita, più
          sofferente dell’esistenza, e quasi riconciliato talvolta con esso lei, quasi lieto; meno
          incapace di concepire come si possa vivere, e di trovare il modo di passare i suoi giorni:
          o almeno tutte queste disposizioni sono in lui più frequenti o più durevoli nell’inverno
          che nella state; e spesso abituali in quella stagione, laddove in questa non altro mai che
          attuali. Ed anche il giovane abitualmente disperato di se e della vita, si riposa della
          sua disperazione durante l’inverno, non che egli speri più in questo tempo che negli
          altri, ma non prova o prova meno efficace il senso di quella disperazione che radicalmente
          non può abbandonarlo. Cioè intermette <pb ed="aut" n="2928"/> di desiderare o desidera
          meno vivamente quelle cose ch’egli è al tutto e abitualmente e per sempre disperato di
          conseguire. Tutto ciò perchè gli spiriti vitali sono manco mobili ed agitati e svegli
          nell’inverno che nella state.</p>
        <p>Queste considerazioni vanno applicate al carattere delle nazioni che vivono in diversi
          climi, di quelle che sogliono passare la più parte dell’anno al coperto e nell’uso della
          vita domestica e casalinga a causa del rigore del clima, e viceversa ec. (9. Luglio
          1823.). Veggasi la p. 3347-9. e 3296. marg. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito del verbo <foreign lang="lat" rend="italic">vexare</foreign> che io dico
          esser continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">vehere</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Lo comprova anche il significato rispettivo, sì p. l’affinità, sì p. la continuità
              ec. Similm. da <foreign lang="lat" rend="italic">cello</foreign> muovere, senso
              analogo a quel di <foreign lang="lat" rend="italic">veho</foreign>, si fa
                <emph>procello</emph>, onde <emph>procella</emph>, che è quasi <foreign lang="lat"
                rend="italic">vexo</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic"
              >percello</foreign>; ec. ec. ec.</p>
          </note> e fatto da un antico participio <foreign lang="lat" rend="italic">vexus</foreign>
          in vece di <foreign lang="lat" rend="italic">vectus</foreign>, del che vedi la pag. 2020.
          è da notare che sì altrove sì particolarmente ne’ participii in <emph>us</emph> non è raro
          nella lingua latina lo scambio delle lettere <emph>s</emph> e <emph>t</emph>. Eccovi da
            <foreign lang="lat" rend="italic">intendo, intensus</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">intentus</foreign>, onde <emph>intentare</emph>, come da <foreign
            lang="lat" rend="italic">vectus vectare</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ango, anxus</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic">anctus</foreign>. V. Forc.
            <foreign lang="lat" rend="italic">ango</foreign> in fine. V. p. 3488. E così <foreign
            lang="lat" rend="italic">tensus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >tentus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">tendo</foreign> e dagli altri suoi
          composti, del che ho detto altrove in proposito d’<emph>intentare</emph>. V. p. 3815. Dico
          lo scambio giacchè, secondo <pb ed="aut" n="2929"/> me questi tali participii, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">tensus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >tentus</foreign>, non sono che un solo pronunziato in due diversi modi per proprietà
          della lingua materiale. Onde <foreign lang="lat" rend="italic">vexus</foreign>, cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">vecsus</foreign> è lo stesso identicamente che
            <foreign lang="lat" rend="italic">vectus</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vecsare</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">vexare</foreign>, per rispetto
          all’origine, lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic">vectare</foreign>. Ma
            <foreign lang="lat" rend="italic">vexus</foreign> si perdette, restando <foreign
            lang="lat" rend="italic">vectus</foreign>, e forse fu più antico di questo, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">vexare</foreign> sembra esser più antico di <foreign
            lang="lat" rend="italic">vectare</foreign>. Del resto da <foreign lang="lat"
            rend="italic">veho is exi</foreign> è così ragionevole che venga <foreign lang="lat"
            rend="italic">vexus</foreign>, come da <foreign lang="lat" rend="italic">necto is exi,
            nexus</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic">nexare</foreign>, compagno di
            <foreign lang="lat" rend="italic">vexare</foreign>, e da <foreign lang="lat"
            rend="italic">pecto is exi, pexus</foreign> (e notisi ch’egli ha eziandio <foreign
            lang="lat" rend="italic">pectitus</foreign>) e da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >plecto is exi, plexus</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic"
          >amplexare</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">flecto is exi,
          flexus</foreign>. (v. p. 2814-15. marg.) ec. E quanto ai verbi che hanno o ebbero de’
          participii così in <emph>sus</emph> come in <emph>tus</emph>, vedi per un altro esempio
            <foreign lang="lat" rend="italic">fundere</foreign>, che ha <foreign lang="lat"
            rend="italic">fusus</foreign> ed ebbe anche <foreign lang="lat" rend="italic"
          >futus</foreign>, p. 2821. e <foreign lang="lat" rend="italic">nitor eris</foreign> che ha
            <foreign lang="lat" rend="italic">nixus</foreign>, onde <foreign lang="lat"
            rend="italic">nixari</foreign>, ed ebbe <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nictus</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic">nictari</foreign>, il qual
          esempio (v. la p. 2886-7.) fa particolarmente al caso. V. p. 3038. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Figo-fixi-fictus</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fixus</foreign> ch’è più comune ancora<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Similmente noi <emph>figgere-fisso</emph> e <emph>fitto</emph>, del che puoi vedere
              p. 3284. e p. 3283. dove hai <foreign lang="lat" rend="italic">fixare</foreign>
              affatto analogo di <foreign lang="lat" rend="italic">vexare</foreign>. Veggasi la p.
              3733. seg.</p>
          </note>. E di molti altri verbi la nostra teoria de’ continuativi dimostra de’ doppi
          participii o supini, <pb ed="aut" n="2930"/> cioè dimostra che ebbero participio o supino
          diversi da quelli che ora hanno, o due, ambo perduti, o ancor più di due, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">fundo-fusus, futus, funditus</foreign>, ec. ec. V. la p. 2826.
          e il pensiero seguente, e la p. 3037. Del resto <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vexare</foreign> rispetto a <foreign lang="lat" rend="italic">vehere</foreign> potrebbe
          anche appartenere a quella categoria di verbi della quale, p. 2813. segg. Ma non lo credo
          per le suddette ragioni che mi persuadono ch’ei venga da un particip. <foreign lang="lat"
            rend="italic">vexus. Vexus, flexus</foreign> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vexi</foreign> ec. sono forse contrazioni di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vexitus</foreign> ec. e altresì <foreign lang="lat" rend="italic">vectus</foreign> ec. il
          quale però conserva il <emph>t</emph>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >textus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">texui</foreign>, ec. V. la p.
          3060-1. con tutte quelle a cui essa si riferisce e quelle che in essa si citano. (9.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Pinso pinsis pinsi</foreign> et <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinsui, pinsum</foreign> et <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pinsitum</foreign> et <foreign lang="lat" rend="italic">pistum</foreign>. Da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pinsus</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pinsitus, pinsitare</foreign> appresso Plauto, se questa voce è vera. Da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pistus pistare</foreign> appresso il Forcellini e il Glossario
          (vedilo in <foreign lang="lat" rend="italic">Pistare</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">Pistatus</foreign>), onde il nostro <emph>pestare</emph> che volgarmente
          si dice anche oggi più spesso <emph>pistare</emph>, siccome <emph>pisto</emph> per
            <emph>pesto</emph>. (<bibl>V. il <title>Glossar.</title> in <emph>pestare</emph>
          </bibl>). <foreign lang="spa" rend="italic">Pisto</foreign> rimane eziandio nello
          spagnuolo, ed è un aggettivo neutro sostantivato, che vale quello che noi diciamo il
            <emph>pollo pesto</emph>. Tutti tre questi participii di <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinso</foreign> sono comprovati con esempi, e non da me congetturati. V.
          Forcell. in ciascuno di loro, e in <foreign lang="lat" rend="italic">pinso</foreign>.</p>
        <p>Notiamo qui quello che dice Festo alla voce <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pinso</foreign> (ap. Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Pistus</foreign>). <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Pistum a pinsendo pro molitum antiqui frequentius
              usurpabant quam nunc nos dicimus</foreign>
          </quote>. <pb ed="aut" n="2931"/> Infatti <foreign lang="lat" rend="italic">pistillum,
            pistor, pistrinum</foreign> e quasi tutti i derivati di <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinso</foreign> vengono dal supino o participio <foreign lang="lat"
            rend="italic">pistum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">pistus</foreign>.
          Ora, secondo Festo, al suo tempo questo participio o supino molto usitato dagli antichi,
          era poco frequentato. Egli vuol certo dire nel linguaggio polito e nella scrittura. Ma
          eccovi che il volgo latino e il parlar familiare conservava l’uso antico e conservollo
          sino all’ultimo, giacchè nelle lingue figlie della latina non resta quasi (dico quasi per
          rispetto al verbo <foreign lang="spa" rend="italic">pisar</foreign> e. di cui qui sotto)
          del verbo <foreign lang="lat" rend="italic">pinsere</foreign> altro che quello che
          appartiene al suo participio <foreign lang="lat" rend="italic">pistus</foreign>, cioè
            <emph>pesto</emph>, <emph>pisto</emph> ital. e spagn. <emph>pestare, pestello</emph> ec.
          E il verbo <emph>pestare</emph> o <emph>pistare</emph> che sembra essere sottentrato ne’
          bassi tempi all’originale <foreign lang="lat" rend="italic">pinsere</foreign>, nel luogo
          del quale ei si conserva fra gl’italiani anche oggidì, fu formato allora da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pistus</foreign>, o s’ei fu proprio anche degli antichi latini,
          certo è ch’egli si conservò nelle bocche del volgo e nel parlar familiare andando in
          disuso e totale dimenticanza il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">pinso</foreign>,
          al contrario di quello che <pb ed="aut" n="2932"/> sembra dir Festo, o che si potrebbe
          ragionevolmente raccogliere dalle di lui soprascritte parole, chi non sapesse i fatti.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Pistus</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 3035. segg.</p>
          </note>, onde <foreign lang="lat" rend="italic">pistare</foreign> è formato evidentemente
          dal regolare e primitivo <foreign lang="lat" rend="italic">pinsitus</foreign>, toltagli la
            <emph>n</emph>, onde <foreign lang="lat" rend="italic">pisitus</foreign>, e contratto
          questo in <foreign lang="lat" rend="italic">pistus</foreign>, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">positus, repositus</foreign> ec. in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >postus, repostus</foreign>. E vedi la p. 2894. Ora come da <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinsitus pisitus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pistus</foreign>, tolta la <emph>n</emph>, così da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pinsus</foreign> altro participio irregolare di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pinso</foreign>, del qual participio altresì s’hanno parecchi esempi (v. Forcell. in
            <foreign lang="lat" rend="italic">pinso</foreign> fin. e <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinsus</foreign>), fu fatto, secondo me, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pisus</foreign>, e da questo, siccome da <foreign lang="lat" rend="italic">pistus
            pistare</foreign>, viene il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">pisare</foreign>, il
          quale conseguentemente e secondo questo discorso, è un continuativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinsere</foreign> appunto come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pistare</foreign>, e come forse <foreign lang="lat" rend="italic">pinsitare</foreign>. Se
          a questo discorso avessero posto mente quelli che appresso Varrone e Plinio sostituiscono
          il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">pinsere</foreign> al verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">pisare</foreign> (o <foreign lang="lat" rend="italic">pisere</foreign>, di
          cui poscia), riconosciuto pur da Diomede, e letto ancora da taluni appresso Persio <pb
            ed="aut" n="2933"/> (<bibl>v. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">pinso</foreign> fine</bibl>), non avrebbero forse pensato a bandire
          questo verbo. E meno ancora lo avrebbero fatto se avessero osservato questo medesimo verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">pisare</foreign> appresso un Anonimo, <title
            lang="lat">de re architectonica</title>, il quale non ho ora tempo d’investigar chi sia,
          se non è l’epitomatore di Vitruvio, ma certo al suo stile non par troppo recente, e vedi
          il suo passo nel Gloss. in <foreign lang="lat" rend="italic">Pisare</foreign>. E meno se
          avessero guardato allo spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">pisare</foreign>
          (calcare, cal-pestare) e all’italiano <emph>pigiare</emph> ch’è il medesimo: e se in quel
          luogo di Varrone <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">ficum et uvam passam cum piserunt</foreign>
          </quote>, dov’essi ripongono <foreign lang="lat" rend="italic">pinserunt</foreign>,
          avessero osservato l’evidente conformità con le solenni frasi vernacole <emph>pisar las
            uvas, pigiar le uve</emph>. E così se avessero posto mente al sostantivo <foreign
            lang="lat" rend="italic">piso onis</foreign>, derivante da <foreign lang="lat"
            rend="italic">pisare</foreign> o certo da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pisus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">pinsus</foreign>, il qual
          sostantivo trovasi appresso il Forcell. e nel citato anonimo ap. il Glossar. e nello
          spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">pison</foreign>, onde <foreign lang="spa"
            rend="italic">pisonar</foreign> ec. Vedi ancora nel Forcellini in <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinso</foreign> il luogo di Varrone l. 1. R. R. c. 63. con quel ch’ei ne
          dice: e il vocabolo <foreign lang="lat" rend="italic">Pisatio</foreign>, dove non lodo
          quei che leggono <emph>spissatione</emph>.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2934"/> In luogo di <foreign lang="lat" rend="italic">pisare</foreign>,
          trovasi, e più spesso, <foreign lang="lat" rend="italic">pisere</foreign>. Intorno a
          questo veramente avrei i miei dubbi, e credo più ragionevoli di quello de’ sopraddetti che
          leggono sempre <foreign lang="lat" rend="italic">pinsere</foreign>. Voglio dire che a me
          non par da negare l’esistenza di quel verbo derivato da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pinsere</foreign>, ma mi par da dubitare circa la sua coniugazione, e forse da non
          concedere ch’ei sia della terza, e dovunque si trova <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pisere</foreign> da ripor <foreign lang="lat" rend="italic">pisare</foreign>. Il quale
          ed è più regolare secondo la nostra teoria de’ continuativi, ed è comprovato dal Glossario
          e dal vernacolo spagnuolo e italiano (giacchè per puro accidente e vezzo di pronunzia noi
          diciamo <emph>pigiare</emph> in luogo di <emph>pisare</emph> ch’è lo stesso, e che
          certamente si dice in qualche dialetto o provincia d’Italia, come, io credo, nel
          veneziano), ed è confermato dalle altre considerazioni addotte di sopra.</p>
        <p>In ogni modo il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">pisere</foreign> detto in vece di
            <foreign lang="lat" rend="italic">pisare</foreign>, sarebbe un continuativo anomalo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">pinsere</foreign>; sia che anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">pisare</foreign> esistesse nell’antico latino, e da lui per corruzione
          fosse fatto <foreign lang="lat" rend="italic">pisere</foreign>, come forse nexere da
            <foreign lang="lat" rend="italic">nexare</foreign> (v. p. 2821.); sia che <foreign
            lang="lat" rend="italic">pisere</foreign> fosse fatto <pb ed="aut" n="2935"/> a
          dirittura da <foreign lang="lat" rend="italic">pisus-pinsus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">pinsere</foreign> prima di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pisare</foreign> e in luogo di questo (come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >visere</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">visare</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">video-visus</foreign>), e che questo non sia stato mai
          nell’antico o nell’illustre ma solo nel basso o nel rustico Latino (fatto da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pisere</foreign> o a dirittura da <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinsere</foreign>), e quindi ne’ moderni vernacoli; o sia finalmente che
            <foreign lang="lat" rend="italic">pisere</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pisare</foreign> esistessero ambedue quando che sia, contemporaneamente, ma
          indipendentemente l’uno dall’altro per rispetto all’origine. E vedi a questo proposito di
          continuativi anomali spettanti alla terza, la p. 2885.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Pisare</foreign> considerato come appartenente a
            <foreign lang="lat" rend="italic">pinsere</foreign> (la quale appartenenza e parentela,
          quantunque il Forcellini non la riconosce o non la esprime, e fa derivar <foreign
            lang="lat" rend="italic">piso is</foreign>, ed anche, a quel che pare, <foreign
            lang="lat" rend="italic">piso as</foreign> dal greco <foreign lang="grc"
          >πτίσσω</foreign>, qual ch’ella si voglia che sia, chi la può mettere in dubbio?) potrebbe
          anche riferirsi a quella categoria di cui p. 2813. segg. e 2930. Ma le addotte ragioni mi
          persuadono piuttosto ch’esso appartenga dirittamente alla classe degli ordinarii
          continuativi. Forse piuttosto alla sopraddetta categoria potrebbe appartenere <foreign
            lang="lat" rend="italic">pinso as</foreign>, se questo verbo fosse pur vero, del che
          vedi il Forcellini in <foreign lang="lat" rend="italic">pinso</foreign>. (10. Luglio
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Cespicare, incespicare, incespare</emph>. Vedi il Forcellini in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Caespitator</foreign> e il Glossario in <emph>Cespitare</emph>. (10.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2936"/> Le cose ch’esistono non sono certamente per se nè piccole nè vili:
          nè anche una gran parte di quelle fatte dall’uomo. Ma esse e la grandezza e le qualità
          loro sono di un altro genere da quello che l’uomo desidererebbe, che sarebbe, o ch’ei
          pensa esser necessario alla sua felicità, ch’egli s’immaginava nella sua fanciullezza e
          prima gioventù, e ch’ei s’immagina ancora tutte le volte ch’ei s’abbandona alla fantasia,
          e che mira le cose da lungi. Ed essendo di un altro genere, benchè grandi, e forse talora
          più grandi di quello che il fanciullo o l’uomo s’immaginava, l’uomo nè il fanciullo non è
          giammai contento ogni volta che giunge loro dappresso, che le vede, le tocca, o in
          qualunque modo ne fa sperienza. E così le cose esistenti, e niuna opera della natura nè
          dell’uomo, non sono atte alla felicità dell’uomo. (10. Luglio. 1823.). Non ch’elle sieno
          cose da nulla, ma non sono di quella sorta che l’uomo indeterminatamente vorrebbe, e
          ch’egli confusamente giudica, prima di sperimentarle. Così elleno son nulla alla felicità
          dell’uomo, non essendo un nulla per se medesime. E chi potrebbe chiamare un nulla la <pb
            ed="aut" n="2937"/> miracolosa e stupenda opera della natura, e l’immensa egualmente che
          artificiosissima macchina e mole dei mondi, benchè a noi per verità ed in sostanza nulla
          serva? poichè non ci porta in niun modo mai alla felicità. Chi potrebbe disprezzare
          l’immensurabile e arcano spettacolo dell’esistenza, di quell’esistenza di cui non possiamo
          nemmeno stabilire nè conoscere o sufficientemente immaginare nè i limiti, nè le ragioni,
          nè le origini; qual uomo potrebbe, dico, disprezzare questo per la umana cognizione
          infinito e misterioso spettacolo della esistenza e della vita delle cose, benchè nè
          l’esistenza e vita nostra, nè quella degli altri esseri giovi veramente nulla a noi, non
          valendoci punto ad <emph>esser felici</emph>? ed essendo per noi l’esistenza così nostra
          come universale scompagnata dalla felicità, ch’è la perfezione e il fine dell’esistenza,
          anzi l’unica utilità che l’esistenza rechi a quello ch’esiste? e quindi esistendo noi e
          facendo parte della università della esistenza, senza niun frutto per noi? Ma con tutto
          ciò come possiamo chiamar vile e nulla quell’opera di cui non vediamo <pb ed="aut"
            n="2938"/> nè potremo mai vedere nemmeno i limiti? nè arrivar mai ad intendere nè anche
          a sufficientemente ammirare l’artifizio e il modo? anzi neppur la qualità della massima
          parte di lei? cioè la qualità dell’esistenza della più parte delle cose comprese in essa
          opera; o vogliamo dir la massima parte di esse cose, cioè degli esseri ch’esistono.
          Pochissimi de’ quali, a rispetto della loro immensa moltitudine, son quelli che noi
          conosciamo pure in qualunque modo, anche imperfettamente. Senza parlar delle ragioni e
          maniere occulte dell’esistenza che noi non conosciamo nè intendiamo punto, neppur quanto
          agli esseri che meglio conosciamo, e neppur quanto alla nostra specie e al nostro proprio
          individuo. (10. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Questo ch’io dico delle opere della natura, dicasi eziandio proporzionatamente di molte o
          grandi o belle o per qualunque cagione notabili e maravigliose opere degli uomini, o sieno
          materiali, o appartengano puramente alla ragione; o di mano o d’intelletto o
          d’immaginativa; scoperte, invenzioni, scienze, speculazioni ec. ec. <pb ed="aut" n="2939"
          /> discipline pratiche o teoriche; navigazioni, manifatture, edifizi, costruzioni d’ogni
          genere, opere d’arte ec. ec. (11. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dalle lunghe considerazioni da me fatte circa quello che voglia significare nella Genesi
          l’albero della scienza ec., dalla favola di Psiche della quale ho parlato altrove, e da
          altre o favole o dogmi ec. antichissimi, che mi pare avere accennato in diversi luoghi, si
          può raccogliere non solo quello che generalmente si dice, che la corruzione e decadenza
          del genere umano da uno stato migliore, sia comprovata da una remotissima, universale,
          costante e continua tradizione, ma che eziandio sia comprovato da una tal tradizione e dai
          monumenti della più antica storia e sapienza, che questa corruttela e decadimento del
          genere umano da uno stato felice, sia nato dal sapere, e dal troppo conoscere, e che
          l’origine della sua infelicità sia stata la scienza e di se stesso e del mondo, e il
          troppo uso della ragione. E pare che questa verità fosse nota ai più antichi sapienti, e
          una <pb ed="aut" n="2940"/> delle principali e capitali fra quelle che essi, forse come
          pericolose a sapersi, enunziavano sotto il velo dell’allegoria e coprivano di mistero e
          vestivano di finzioni, o si contentavano di accennare confusamente al popolo; il quale era
          in quei tempi assai più diviso per ogni rispetto dalla classe de’ sapienti, che oggi non
          è: onde nasceva l’arcano in cui dovevano restare quei dogmi ch’essendo sempre proprii de’
          soli sapienti, non erano allora quasi per niun modo communicati al popolo, separato
          affatto dai saggi. Oltrechè in quei tempi l’immaginazione influiva e dominava così nel
          popolo, come anche nei sapienti medesimi, onde nasceva che questi, eziandio senz’alcuna
          intenzione di misteriosità, e senz’alcun secondo fine, vestissero le verità di figure, e
          le rappresentassero altrui con sembianza di favole. E infatti i primi sapienti furono i
          poeti, o vogliamo dire i primi sapienti si servirono della poesia, e le prime verità
          furono annunziate in versi, non, cred’io, con espressa intenzione di velarle e farle poco
          intelligibili, ma perchè esse si presentavano <pb ed="aut" n="2941"/> alla mente stessa
          dei saggi in un abito lavorato dall’immaginazione, e in gran parte erano trovate da questa
          anzi che dalla ragione, anzi avevano eziandio gran parte d’immaginario, specialmente
          riguardo alle cagioni ec., benchè di buona fede creduto dai sapienti che le concepivano o
          annunziavano. E inoltre per propria inclinazione e per secondar quella degli uditori, cioè
          de’ popoli a cui parlavano, i saggi si servivano della poesia e della favola per annunziar
          le verità, benchè niuna intenzione avessero di renderle <foreign lang="fre" rend="italic"
            >méconnaissables</foreign>. (11. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il principal difetto della ragione non è, come si dice, di essere impotente. In verità
          ella può moltissimo, e basta per accertarsene il paragonare l’animo e l’intelletto di un
          gran filosofo con quello di un selvaggio o di un fanciullo, o di questo medesimo filosofo
          avanti il suo primo uso della ragione: e così il paragonare il mondo civile presente sì
          materiale che morale, col mondo selvaggio presente, e più col primitivo. Che cosa non può
          la ragione umana nella speculazione? Non penetra ella fino all’essenza delle cose che
          esistono, ed anche di se medesima? non ascende fino al trono di Dio, e non <pb ed="aut"
            n="2942"/> giunge ad analizzare fino ad un certo segno la natura del sommo Essere? (Vedi
          quello che ho detto altrove in questo proposito). La ragione dunque per se, e come
          ragione, non è impotente nè debole, anzi per facoltà di un ente finito, è potentissima; ma
          ella è dannosa, ella rende impotente colui che l’usa, e tanto più quanto maggiore uso ei
          ne fa, e a proporzione che cresce il suo potere, scema quello di chi l’esercita e la
          possiede, e più ella si perfeziona, più l’essere ragionante diviene imperfetto: ella rende
          piccoli e vili e da nulla tutti gli oggetti sopra i quali ella si esercita, annulla il
          grande, il bello, e per così dir la stessa esistenza, è vera madre e cagione del nulla, e
          le cose tanto più impiccoliscono quanto ella cresce; e quanto è maggiore la sua esistenza
          in intensità e in estensione, tanto l’esser delle cose si scema e restringe ed accosta
          verso il nulla. Non diciamo che la ragione vede poco. In effetto la sua vista si stende
          quasi in infinito, ed è acutissima sopra ciascuno oggetto, ma essa vista ha questa
          proprietà che lo spazio e gli oggetti le appariscono tanto più piccoli quanto ella più si
          stende <pb ed="aut" n="2943"/> e quanto meglio e più finamente vede. Così ch’ella vede
          sempre poco, e in ultimo nulla, non perch’ella sia grossa e corta, ma perchè gli oggetti e
          lo spazio tanto più le mancano quanto ella più n’abbraccia, e più minutamente gli scorge.
          Così che il poco e il nulla è negli oggetti e non nella ragione. (benchè gli oggetti
          sieno, e sieno grandi a qualunqu’altra cosa, eccetto solamente ch’alla ragione).
          Perciocch’ella per se può vedere assaissimo, ma in atto ella tanto meno vede quanto più
          vede. Vede però tutto il visibile, e in tanto in quanto esso è e può mai esser visibile a
          qualsivoglia vista. (11. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come gli antichi riponessero la consolazione, anche della morte, non in altro che nella
          vita, (del che ho detto altrove), e giudicassero la morte una sventura appunto in quanto
          privazion della vita, e che il morto fosse avido della vita e dell’azione, e prendesse
          assai più parte, almeno col desiderio e coll’interesse, alle cose di questo mondo che di
          quello nel quale stimavano pure ch’egli abitasse e dovesse eternamente abitare, e di cui
          lo stimavano divenuto per sempre un membro, si può vedere ancora in quell’antichissimo
          costume di onorar l’esequie e gli anniversari ec. di <pb ed="aut" n="2944"/> un morto coi
          giuochi funebri. I quali giuochi erano le opere più vivaci, più forti, più energiche, più
          solenni, più giovanili, più vigorose, più vitali che si potessero fare. Quasi volessero
          intrattenere il morto collo spettacolo più energico della più energica e florida e vivida
          vita, e credessero che poich’egli non poteva più prender parte attiva in essa vita, si
          dilettasse e disannoiasse a contemplarne gli effetti e l’esercizio in altrui. (11. Luglio
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gridano che la poesia debba esserci contemporanea, cioè adoperare il linguaggio e le idee
          e dipingere i costumi, e fors’anche gli accidenti de’ nostri tempi. Onde condannano l’uso
          delle antiche finzioni, opinioni, costumi, avvenimenti. Puoi vedere la p. 3152. Ma io dico
          che tutt’altro potrà esser contemporaneo a questo secolo fuorchè la poesia. Come può il
          poeta adoperare il linguaggio e seguir le idee e mostrare i costumi d’una generazione
          d’uomini per cui la gloria è un fantasma, la libertà la patria l’amor patrio non esistono,
          l’amor vero è una <pb ed="aut" n="2945"/> fanciullaggine, e insomma le illusioni son tutte
          svanite, le passioni, non solo grandi e nobili e belle, ma tutte le passioni estinte? Come
          può, dico, ciò fare, ed esser poeta? Un poeta, una poesia, senza illusioni senza passioni,
          sono termini che reggano in logica? Un poeta in quanto poeta può egli essere egoista e
          metafisico? e il nostro secolo non è tale caratteristicamente? come dunque può il poeta
          essere caratteristicamente contemporaneo in quanto poeta?</p>
        <p>Osservisi che gli antichi poetavano al popolo, o almeno a gente per la più parte non
          dotta, non filosofa. I moderni all’opposto; perchè i poeti oggidì non hanno altri lettori
          che la gente colta e istruita, e al linguaggio e all’idee di questa gente vuolsi che il
          poeta si conformi, quando si dice ch’ei debba esser contemporaneo; non già al linguaggio e
          alle idee del popolo presente, il quale delle presenti nè delle antiche poesie non sa
          nulla nè partecipa in conto alcuno. Ora ogni uomo colto e istruito oggidì, è
          immancabilmente egoista e filosofo, privo d’ogni notabile illusione, spoglio di vive
          passioni; e ogni donna altresì. Come può il poeta essere per <pb ed="aut" n="2946"/>
          carattere e per ispirito, contemporaneo e conforme a tali persone in quanto poeta? che
          v’ha di poetico in esse, nel loro linguaggio, pensieri, opinioni, inclinazioni, affezioni,
          costumi, usi e fatti? che ha o ebbe o potrà mai aver di comune la poesia con esso loro?</p>
        <p>Perdóno dunque se il poeta moderno segue le cose antiche, se adopra il linguaggio e lo
          stile e la maniera antica, se usa eziandio le antiche favole ec., se mostra di accostarsi
          alle antiche opinioni, se preferisce gli antichi costumi, usi, avvenimenti, se imprime
          alla sua poesia un carattere d’altro secolo, se cerca in somma o di essere, quanto allo
          spirito e all’indole, o di parere antico. Perdóno se il poeta, se la poesia moderna non si
          mostrano, non sono contemporanei a questo secolo, poichè esser contemporaneo a questo
          secolo, è, o inchiude essenzialmente, non esser poeta, non esser poesia. Ed ei non si può
          essere insieme e non essere. (11. Luglio. 1823.). E non è conveniente a filosofi e ad un
          secolo filosofo il richieder cosa impossibile di natura sua, e contraddittoria in se
          stessa e ne’ suoi propri termini. (12. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2947"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Intentare</foreign> lat. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">intendo</foreign>, onde il francese <foreign lang="fre" rend="italic"
            >intenter</foreign> e quello che noi pur diciamo <emph>intentare un’accusa, un
          processo</emph> e simili. <bibl>V. il <title>Glossar. Cang.</title>
          </bibl> Participio <foreign lang="lat" rend="italic">intentatus</foreign>.
          <emph>Intentare</emph> de’ nostri antichi (v. la Crus. in <emph>intentare</emph> e
            <emph>intentazione</emph>) e <foreign lang="spa" rend="italic">intentar</foreign>
          spagnuolo, da <foreign lang="lat" rend="italic">tento</foreign> colla prepos.
          <emph>in</emph>, e vale lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic">tentare</foreign>.
          Questo composto, tutto alla latina, ma tutto diverso dall’altro <emph>intentare</emph>
          sopraddetto, io lo credo venuto, se non altro, dal latino volgare, poichè m’ha sapor di
          vera latinità, e non mi riesce verisimile che sia stato creato nelle lingue vernacole,
          pochissimo usate a crear nuovi composti con preposizione il qual uso è tutto greco e
          latino. Participio <emph>intentato</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >intentado</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">intentatus</foreign>, cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">tentatus</foreign> (Similmente <foreign lang="lat"
            rend="italic">obtento</foreign>, se questa voce è vera, viene da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ob-tineo</foreign>, laddove <emph>ostento</emph> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">os-tendo</foreign>, antic. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >obs-tendo</foreign>, [v. la p. 2996.]). Diverso da questo è l’altro participio <foreign
            lang="lat" rend="italic">intentatus</foreign> che significa il contrario, cioè <foreign
            lang="lat" rend="italic">non tentatus</foreign>, fatto non colla prep. <emph>in</emph>,
          ma colla particella privativa del medesimo suono <emph>in</emph>, il quale participio noi
          pure l’abbiamo, e viene ad essere un terzo participio <foreign lang="lat" rend="italic"
            >intentatus</foreign> diverso per origine e per significato, benchè di suono in ogni
          cosa conforme ed uguale, dai due sopraddetti. Similmente <foreign lang="lat" rend="italic"
            >inauditus, insuetus</foreign> ed <pb ed="aut" n="2948"/> altri tali, vagliono <foreign
            lang="lat" rend="italic">non auditus, non suetus</foreign>, ed altresì l’opposto, cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">suetus, auditus</foreign>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">insuesco</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic">inaudio</foreign>.
          (12. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto mirabile sia stata l’invenzione dell’alfabeto, oltre tutti gli altri rispetti e
          modi, si può anche per questa via facilmente considerare. È cosa osservata che l’uomo non
          pensa se non parlando fra se, e col mezzo di una lingua; che le idee sono attaccate alle
          parole; che quasi niuna idea sarebbe o è stabile e chiara se l’uomo non avesse, o quando
          ei non ha, la parola da poterla esprimere non meno a se stesso che agli altri, e che
          insomma l’uomo non concepisce quasi idea chiara e durevole se non per mezzo della parola
          corrispondente, nè arriva mai a perfettamente e distintamente concepire un’idea, anzi
          neppure a determinarla nella sua mente in modo ch’ella sia divisa dall’altre, e divenga
          idea, oscura o chiara che sia, nè a fissarla in modo ch’ei possa richiamarla, riprenderla,
          raffigurarla nella sua mente e seco stesso quando che sia; non arriva, dico, a far questo
          mai, finch’egli non <pb ed="aut" n="2949"/> ha trovato il vocabolo con cui possa
          significar questa idea, quasi legandola e incastonandola; o sia vocabolo nuovo, o
          nuovamente applicato, se l’idea è nuova, o s’egli non conosce la parola con cui gli altri
          la esprimono, o sia questo medesimo vocabolo che gli altri usano a significarla.</p>
        <p>Tutto ciò ha luogo in ordine ai suoni elementari della favella, per rispetto
          all’alfabeto. L’alfabeto è la lingua col cui mezzo noi concepiamo e determiniamo presso
          noi medesimi l’idea di ciascuno dei detti suoni. Quegli che non conosce l’alfabeto, parla,
          ma non ha veruna idea degli elementi che compongono le voci da lui profferite. Egli ha ben
          l’idea della favella, ma non ha per niun conto le idee degli elementi che la compongono:
          siccome infinite altre idee hanno gli uomini, degli elementi e parti delle quali non hanno
          veruna idea nè chiara nè oscura che sia separata dalla massa delle altre: e questo appunto
          è il progresso dello spirito umano; suddivider le idee, e concepir l’idea delle parti e
          degli elementi delle medesime, conoscere <pb ed="aut" n="2950"/> che quella tale idea
          ch’egli teneva per semplice, era composta, o scompor quella idea ch’era stata semplice per
          lui finallora, e scompostala concepir l’idee delle parti di essa, sia di tutte le parti,
          sia d’alcuna. Nè altro è per l’ordinario una nuova idea<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Parlo di quelle idee che avanzano decisamente lo spirito umano e l’intelletto. Avvi
              molte idee nuove, che non son tali se non perchè nuovamente composte d’altre idee già
              note (al contrario delle idee nuove di cui qui si parla). Ma queste appartengono la
              più parte all’immaginazione, e spetta al poeta il proccurarcele. E l’intelletto non ci
              guadagna. Altre nuove idee vengono dirittamente dai sensi, quando vediamo o udiamo ec.
              cose non più vedute o udite, le quali idee non si può ora determinare quando siano più
              semplici e quando più composte delle già possedute. Ma queste nuove idee non derivano
              dall’intelletto, del quale adesso ragioniamo.</p>
          </note>, che una porzione d’idea già posseduta, nuovamente separata dalle altre porzioni
          della medesima, e nuovamente determinata in modo ch’ella sussista da se, e sia idea da se,
          e da se si concepisca.</p>
        <p>Or questa determinazione si fa col mezzo della lingua, cioè con un vocabolo nuovo o
          nuovamente applicato. E non è difficilissimo il farlo, perocchè la lingua è già trovata e
          posseduta, e l’uomo ha chiare idee degli elementi che la compongono, cioè de’ vocaboli, e
          facilmente si aggiunge alle cose trovate.</p>
        <p>Ma per determinare gli elementi della voce umana articolata, l’unica lingua, come ho
          detto, è l’alfabeto. Or questa lingua non era trovata ancora, e niuna idea se ne aveva.
          Quindi niun mezzo <pb ed="aut" n="2951"/> di determinare presso se stesso le idee degli
          elementi di detta voce; e quindi infinita difficoltà di concepir queste idee e di fissarle
          nella propria mente; cioè di suddivider l’idea della voce, e stabilire nel proprio
          intelletto le idee separate delle di lei porzioni.</p>
        <p>A noi già istruiti dell’alfabeto, niuna difficoltà reca il concepire determinatamente
          l’idea di ciascun suono di nostra voce, distintamente l’uno dall’altro. Ma supponghiamo,
          come ho detto, un uomo non istruito dell’alfabeto, quali sono i fanciulli e
          gl’illetterati, e senza insegnargli l’alfabeto, nè dargliene veruna idea (s’è possibile
          che nel presente stato di cose, un uomo, benchè ignorante, niuna lontana e confusa idea
          possegga dell’alfabeto), comandiamogli ch’egli da se risolva la sua propria voce nei suoni
          che la compongono, e dica quanti e quali. Già questa sola proposizione moltissima luce gli
          darà, la qual non avevano i primi inventori dell’alfabeto, perocch’egli intenderà che la
          sua voce è composta di parti diverse l’una dall’altra, e concepirà l’idea della
          divisibilità della medesima. Idea difficilissima <pb ed="aut" n="2952"/> a concepire, e
          molto più quella, che tali parti si possano determinare ciascuna da se, e concepire
          distintamente l’una dall’altra. A ogni modo, dopo tutte queste idee preliminari, e dopo
          aver fatto così grandi e difficili passi verso l’invenzione dell’alfabeto, si può quasi
          certamente credere ch’egli in niun modo riuscirà nè a trovare e concepire quali parti ed
          elementi compongano il suono della sua voce, nè quando anche trovasse e concepisse la
          qualità e diversità scambievole di questi elementi, riuscirà a determinare e fermare appo
          se stesso l’idea di ciascuno di loro, non avendo i segni con cui significarli, e
          rappresentarli distintamente a se stesso, ed a cui riferire le sue proprie idee; nè
          formerà per niun modo il pensiero che siccome l’altre idee si rappresentano e determinano
          co’ vocaboli, e così determinate e rappresentate, ad essi vocaboli si riferiscono, così
          anche quelle de’ suoni elementari si possano significare e determinare con altri segni,
          cioè con quelli dell’alfabeto, ed a questi riportare <pb ed="aut" n="2953"/> colla mente.
          Imperciocchè questo appunto è quello che noi facciamo, senz’avvedercene: rapportiamo
          ciascun suono elementare al corrispondente carattere dell’alfabeto, e per questo mezzo ne
          concepiamo chiaramente e determinatamente l’idea distinta e separata, sempre che ci
          occorre, e la richiamiamo e riprendiamo a piacer nostro. Così facciamo dell’altre idee
          rispetto alle parole.</p>
        <p>Ed è notabile che in questo secondo caso, noi rapportiamo l’oggetto della nostra idea
          alla parola che lo significa, o pronunziata o scritta. Gli uomini avvezzi alla lettura,
          sogliono per lo più rapportarsi al vocabolo scritto, e concepir tutt’insieme l’idea di
          ciascuna cosa, del vocabolo che lo significa, e della forma materiale in ch’egli si
          scrive. V. p. 3008. Ma gl’illetterati e i fanciulli si rapportano semplicemente al
          vocabolo pronunziato, e ciò basta a concepire l’idea determinata e chiara di qualsivoglia
          cosa il cui vocabolo si conosca, e di qualsivoglia vocabolo il cui significato ben
          s’intenda. Perocchè ciascun vocabolo anche <pb ed="aut" n="2954"/> semplicemente
          considerato nella sua profferenza, nella qual solamente possono considerarlo
          gl’illetterati, ha tanto corpo, e per così dire persona, e tanta consistenza, che basta a
          ferire i sensi, e quindi essere ritenuto nella memoria, e distinto col pensiero dagli
          altri vocaboli.</p>
        <p>Il che non accade circa i suoni della voce. Perocchè esso suono è il vocabolo di se
          medesimo; e quindi l’idea del suono e del vocabolo che lo significa essendo una cosa
          stessa, e non potendosi l’uno riferire all’altro, la mente non è in verun modo aiutata dal
          linguaggio a concepire determinatamente e ritenere e richiamare a suo talento le idee
          d’essi suoni distinte l’una dall’altra. Vero è che non potendosi profferir da sè se non le
          vocali, tutti gli altri suoni hanno presso noi una sorta di nome, che non è propriamente
          esso suono nudo, come <emph>bi ci</emph>, sono nomi di <emph>b c</emph>. E nelle antiche
          lingue ciascun suono anche vocale, portava un suo proprio nome arbitrario e di convenzione
          (come son le parole, o vogliam dire come i nomi d’ogni altra <pb ed="aut" n="2955"/> cosa)
          il qual nome era più distinto che fra noi da esso suono nudo, onde si può dir che in
          quelle lingue i suoni della favella avessero i loro vocaboli diversi dall’oggetto, siccome
          l’avevano gli altri oggetti; che il linguaggio aiutasse il pensiero anche circa i detti
          suoni, e che la nuda idea de’ medesimi avesse dove appoggiarsi e a che riferirsi anche
          fuori della scrittura e dell’alfabeto scritto, cioè i nomi conventizi ed imposti dei detti
          suoni, e l’alfabeto pronunziato. Per esempio <emph>alèf, beth, ghimèl, alfa, beta, gamma,
            iota, eta</emph> erano nell’ebraico e nel greco i nomi propri de’ suoni, diversi da’
          medesimi suoni.</p>
        <p>Contuttociò, se non agli antichi, certo ai moderni, si può considerar come quasi
          impossibile di concepir chiaramente e precisamente, ritener costantemente, e richiamar
          facilmente le idee di ciascun suono elementare della favella, delle qualità proprie di
          ciascuno, e della loro scambievole diversità, senza la cognizione dell’alfabeto scritto.
            <pb ed="aut" n="2956"/> Nè credo che si possa allegare esempio di chi possegga o abbia
          mai posseduto distintamente e perfettamente queste tali idee nel modo e colle condizioni
          ch’io dico, senza conoscere i caratteri che le significano e rappresentano. Vale a dire
          non credo che alcuno abbia mai avuto e ritenuto, abbia e ritenga la chiara, determinata e
          distinta idea di ciascun suono, senza poterlo riferire al rispettivo carattere
          dell’alfabeto, ma rapportandolo solamente al suo vocabolo, o non rapportandolo a cosa
          alcuna, ma considerandolo col pensiero solamente in se stesso, e tenendolo semplicemente
          per se stesso. Non lo credo, dico, di alcuno, e neppur degli antichi, i quali tengo per
          fermo che nell’imporre i nomi che imposero ai suoni, avessero tutt’altro intento e
            motivo<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Nótisi che i nomi delle lettere ebraiche (onde derivano quei delle greche, che in
              greco non significano niente) hanno tutti una significazione indipendente affatto dal
              suono della rispettiva lettera, e son parole della lingua, nè hanno relazione alcuna
              tra loro, nè colla rispettiva lettera altro che il cominciare appunto per essa, come
                <emph>alèf, dottrina; beth, casa</emph> ec.</p>
          </note> che quello di aiutar con essi nomi il pensiero, e di far ch’essi suoni si
          potessero insegnare separatamente dall’alfabeto scritto, ed esser saputi, conosciuti
          distintamente e costantemente ritenuti da quelli che non conoscessero i caratteri nè
          potessero in niun modo leggere. Certo i fanciulli <pb ed="aut" n="2957"/> oggidì non prima
          imparano a distinguere i suoni del proprio lor favellare che ad intendere i caratteri che
          li significano, nè la distinta cognizione e idea di quelli è nelle menti loro per alcun
          tempo scompagnata dalla cognizione e dalla idea di questi.</p>
        <p>Per le quali ragioni io dissi di sopra (p. 2953.) che noi colla nostra mente rapportiamo
          sempre ciascun suono elementare della favella al corrispondente carattere dell’alfabeto,
          quante volte concepiamo nella mente nostra la distinta idea di qualsivoglia dei detti
          suoni; e non dissi al nome o vocabolo de’ medesimi.</p>
        <p>Con queste considerazioni fra l’altre, e per questa via, si può facilmente comprendere e
          sentire che l’invenzione dell’alfabeto fu, si può dire, così difficile, ed è così
          maravigliosa come fu ed è l’invenzione della lingua. Perocchè quel medesimo che dee farci
          maravigliare intorno alla lingua, cioè come sienosi potute avere idee chiare e distinte
          senza l’uso delle parole, e come inventar <pb ed="aut" n="2958"/> le parole senza avere
          idee chiare e distinte alle quali applicarle, questa medesima meraviglia ha luogo in
          proposito dell’alfabeto. Potendosi appena concepire come questo abbia potuto preceder le
          idee chiare e distinte de’ suoni elementari, o come tali idee abbiano potuto essere
          innanzi alla cognizione de’ segni che li figurano. Onde si può applicare all’alfabeto quel
          detto di Rousseau il quale confessava che nella considerazion della lingua e nello
          investigare e spiegare l’invenzione della medesima, trovavasi in grandissimo imbarazzo
          perchè non sembra possibile una lingua formata innanzi a una società quasi perfetta, nè
          una società quasi perfetta innanzi all’uso d’una lingua già formata e matura.</p>
        <p>Anzi a rispetto dell’alfabeto cresce sotto un certo riguardo la meraviglia. Perchè idee
          chiare e distinte d’oggetti sensibili e sensibilmente distinti gli uni dagli altri, si
          poterono avere anche senza l’uso delle parole, e trovate le parole a significar questi
          oggetti, si potè col mezzo delle similitudini e delle metafore (principale <pb ed="aut"
            n="2959"/> strada per cui tutte le lingue si accrebbero) nominare eziandio gli oggetti
          meno sensibilmente distinti fra loro, e quindi i meno sensibili, i meno chiaramente
          conceputi, e finalmente gl’insensibili e gli oscurissimi; e trovare il modo di
          significarli. Ma questa scala non ebbe luogo in ordine all’alfabeto, che è, come ho detto,
          la lingua significante i suoni elementari. Tutti questi, benchè cadano sotto i sensi, sono
          tuttavia così confusi, legati, stretti, incorporati gli uni cogli altri nella pronunzia
          della favella, così lontani dall’essere in modo alcuno <emph>sensibilmente
          distinti</emph>, e la loro diversità scambievole è così difficile a notare, ch’ella è
          quasi fuor del dominio de’ sensi, e la difficoltà di concepire l’idea chiara e distinta di
          ciascuno di loro senza i segni, e di trovarne i segni senz’averne conceputo le chiare e
          distinte idee, non è quasi aiutata da verun rispetto, nè fu potuta vincere gradatamente,
          ma quanto alla parte principale, e alla somma dell’invenzione, essa difficoltà fu dovuta
          necessariamente vincere tutta in un tratto. Questa <pb ed="aut" n="2960"/> invenzione, per
          dirlo brevemente, apparteneva tutta all’analisi; è di natura sua, tutta opera ed effetto
          di questa; richiedeva essenzialmente la risoluzione negli ultimi e semplicissimi elementi,
          le quali cose sono appunto le più difficili all’umano intelletto, e le ultime operazioni
          ch’egli soglia giungere a fare. (12. 14. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Supponete un cieco nato al quale una felice operazione, nella sua età già matura o
          adulta, doni improvvisamente la vista. Domandategli o considerate i suoi giudizi (dico
          giudizi e non sensazioni, le quali non appartengono alla considerazione del bello
          esattamente e filosoficamente inteso) circa il bello materiale o il brutto materiale degli
          oggetti visibili che si presentano a’ suoi occhi. E voi vedrete se questi giudizi sono
          conformi al giudizio che generalmente si suol fare di quegli oggetti sotto il rapporto del
          bello; o se piuttosto essi non sono difformissimi o contrarissimi, non solo nelle minuzie
          e nelle finezze o delicatezze, ma nelle parti e nelle cose più sostanziali. Di ciò non
          mancano esperienze <pb ed="aut" n="2961"/> effettive e prove di fatto, perchè la
          circostanza ch’io ho supposta non manca di esempi reali.</p>
        <p>E il cieco nato, restando cieco, quali idee concepisce egli della forma umana e di quella
          degli altri oggetti ch’ei può pur conoscere per mezzo del tatto? quali idee circa la loro
          bellezza o bruttezza? crediamo noi che queste idee, questi giudizi ch’ei forma convengano
          colle idee e co’ giudizi degli uomini che veggono? e che sovente non sieno contrarissime a
          queste? Ma se esistesse un bello ideale e assoluto, non dovrebbe il cieco nato conoscerlo,
          come si pretende ch’ei conosca naturalmente e che tutti gli uomini conoscano il bello
          morale che si crede essere assoluto, il qual bello morale niuno lo vede, come il cieco non
          vede il bello materiale? E nelle qualità che si credono assolutamente belle o brutte in
          questa o quella specie d’oggetti; e massime in quelle qualità che appartengono agli
          oggetti che il cieco nato conosce per mezzo degli altri sensi fuor della vista; e più in
          quelle che appartengono alla specie umana, della <pb ed="aut" n="2962"/> quale esso
          medesimo cieco fa parte, non dovrebbero le idee ed i giudizi del cieco, in quanto egli può
          comprenderle, convenire col giudizio e colle idee di quelli che veggono, circa il bello e
          il brutto che ne deriva o che n’è composto? non dovrebbero dico convenire, almeno per ciò
          che spetta al sostanziale e al principale? Laddove ciascuno di noi è persuaso ch’esse idee
          e giudizi non convengono coi nostri, se non forse accidentalmente, anzi per lo più ne sono
          remotissimi e contrarissimi. (14. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il fanciullo, il cieco nato che abbia improvvisamente acquistato la vista, e tutti gli
          uomini di qualunque nazione, tempo, costume, gusto, opinione, considera la gioventù come
          bella in se più della vecchiezza. La gioventù quanto a se par bella a tutti assolutamente.
          Essa è per tutti una qualità bella (sì considerata negli uomini che negli animali per la
          più parte, e così nelle piante, e nel più delle specie che ne sono partecipi) ec. Questo
          consenso universale non prova punto che v’abbia una qualità essenzialmente e assolutamente
          bella per se medesima, o necessaria alla composizione del bello in nessun <pb ed="aut"
            n="2963"/> genere di cose (giacchè la convenienza non è una qualità che componga il
          bello, una parte che entri nella composizione del bello; ma il bello consiste in essa,
          essa è il bello, e viceversa il bello è convenienza e non altro).</p>
        <p>1. La gioventù si chiama bella, come si chiama bello un color vivo. Nè l’una nè l’altro
          meritano questo nome filosoficamente. La bellezza loro non è convenienza: ma il bello
          filosofico non è altro che convenienza. Quello che ci porta a chiamar bella la gioventù
          non è giudizio ma inclinazione. Il piacere che deriva dalla vista della gioventù non si
          percepisce per via del giudizio ma della inclinazione, e quindi non spetta alla bellezza.
          Altrimenti gli uomini diranno che l’esser donna assolutamente è bellezza, perch’essi
          veggono con più piacere una donna che un uomo. Ma le donne diranno al contrario. Queste
          qualità non hanno a far niente col bello filosoficamente definito. Esse spettano alla
          considerazione del piacere che nasce dall’inclinazione, <pb ed="aut" n="2964"/> la quale
          può ben essere universale in una specie, ed anche in tutte le specie, perchè può esser
          naturale e innata. Le idee son quelle che non possono essere innate. E il piacere che reca
          la vista della gioventù è una sensazione pura, non un’idea, nè deriva da un’idea. Che ha
          dunque che fare col bello ideale? Questo non può essere che un’idea. Il caldo, il freddo,
          l’amaro, il dolce, che niuno chiama belli nè brutti, appartengono alla categoria della
          gioventù. L’effetto ch’essi producono nell’uomo o nell’animale, in quanto esso effetto è
          attualmente piacevole o dispiacevole, non è idea ma sensazione. Dunque non è nè bello nè
          brutto. Così nè più nè manco l’effetto che produce nell’uomo o nell’animale la vista della
          gioventù. Il cieco nato adunque che vede per la prima volta una persona giovane e trova la
          gioventù piacevole a vedere, non prova l’effetto di niuna bellezza, ma di una qualità che
          la natura ha fatto esser piacevole a vedere <pb ed="aut" n="2965"/> come il dolce a
          gustare. Egli non giudica <emph>allora</emph> ma sente. Se dipoi sopra questa sensazione
          egli fonda e forma un giudizio e un’idea, come gli uomini sempre fanno, questa è venuta
          dalla sensazione, e non da un’idea innata, cioè da quella del bello che si suppone ideale.
          Bensì quella sensazione, in quanto piacevole, è venuta da una qualità innata e naturale in
          quel cieco, ma questa qualità non è un’idea; essa è una inclinazione e disposizione, nè
          deriva nè risiede nè spetta punto per se all’intelletto. Nel quale, e non altrove,
          dovrebbe esistere e risiedere il bello ideale, s’egli esistesse. E nell’intelletto quindi
          debbono accadere gli effetti del vero bello veduto, e non altrove; e da esso derivarne le
          sensazioni. Ma nel caso nostro accade il contrario. L’idea è cagionata nell’intelletto
          dalla sensazione.</p>
        <p>Così discorrere del fanciullo. Il quale neanche si può così semplicemente dire che trovi
          piacevole a vedere la gioventù, appena, e la prima volta ch’ei la vede; che gli paia, come
          si dice, <emph>bella</emph> assolutamente e per se, e più bella della vecchiezza, al primo
          vederla. <pb ed="aut" n="2966"/> Ho notato altrove quanto spesso una persona giovane gli
          paia, e sia da lui espressamente <emph>giudicata</emph> bruttissima, e una persona vecchia
          bellissima (ancorchè ella sia a tutti gli altri brutta, eziandio per vecchia), e ciò per
          varie circostanze. E i sopraddetti effetti non hanno luogo nel fanciullo, o non v’hanno
          luogo costantemente e sicuramente nè in modo che non sia accidentale e di circostanza, se
          non dopo essersi sviluppata in lui la inclinazione naturale verso la gioventù, massime in
          ordine agl’individui della propria specie; il quale sviluppo, specialmente ne’ paesi
          meridionali, accade nel fanciullo assai presto, e molto prima ch’egli sia in grado ec.
          Vedi l’Alfieri nella sua Vita. Accade, dico, almeno in parte. E anche circa il cieco nato
          che acquisti improvvisamente il vedere, dubito molto che egli ne’ primi momenti, e anche
          ne’ primi giorni, trovi assolutamente bello, come si dice, l’aspetto della giovanezza per
          se medesimo, e più bello che quello della vecchiezza. ec. Del resto il cieco nato,
          restando pur cieco, troverà certo più piacevole <pb ed="aut" n="2967"/> p. e. la voce
          giovanile che la senile, e tutte le altre sensazioni che gli verranno da persone giovani,
          in parità di circostanze, le troverà più piacevoli di quelle che gli verranno da persone
          vecchie; e l’idea ch’egli concepirà della giovanezza, qualunque ella sia, sarà per lui più
          piacevole, e, come si dice, più bella che la contraria, e piacevole e bella per se
          medesima. Ma tutto ciò sarà effetto della inclinazione, e non derivato originalmente
          dall’intelletto. ec.</p>
        <p>2. La gioventù non è necessaria alla composizione del bello, neppur nelle specie nelle
          quali essa ha luogo. Essa ancora è una qualità relativa, eziandio considerandola dentro i
          termini d’una medesima specie di cose. P. e. parlando della specie umana, egli si dà un
          bel vecchio, niente meno che un bel giovane. V’è la bellezza propria del bambino, del
          fanciullo, della età matura, dell’età senile, della decrepita ancora, niente manco che
          quella propria dell’età giovanile. (Vedi Senofonte cap. 4. par. 17. del Convito.) In molti
            <pb ed="aut" n="2968"/> casi la giovanezza ripugnando alle altre qualità dell’oggetto,
          ovvero a tale o tal altra circostanza estrinseca a lui relativa, ella non solamente non
          servirebbe a comporre il bello, ma gli nuocerebbe, lo distruggerebbe, e produrrebbe a
          dirittura il brutto, appunto in quanto giovanezza; di modo che quell’oggetto sarebbe
          brutto espressamente perchè giovane, quel composto sarebbe brutto precisamente in tanto in
          quanto la giovanezza v’avrebbe parte. P. e. gli antichi rappresentavano gli Dei giovani.
          Tali erano le loro idee, e bene stava. Ma oggi chi rappresentasse il Dio Padre
          coll’aspetto della gioventù, in vece della vecchiezza, questa effigie, in quanto
          giovanile, sarebbe ella bella? No, anzi brutta, appunto in quanto giovanile, e in quanto
          all’aspetto della giovanezza, perchè le nostre idee e l’uso nostro e le qualità che la
          nostra immaginazione attribuisce a Dio Padre, ripugnano a questa qualità. Anche fra gli
          antichi una immagine, una statua giovanile di Giove regnante e fulminante, sarebbe stata
          brutta in quanto giovanile. E forse che l’aspetto di Giove nelle antiche immagini è
          brutto? Anzi bellissimo, ma non giovane. <pb ed="aut" n="2969"/> Nè perciò men bello di
          Apollo giovane, nè di Mercurio più giovane ancora, nè di Amore fanciullo. La giovanezza in
          questi tali casi cagionerebbe la bruttezza perchè sarebbe sconveniente. Così fanno tutte
          l’altre qualità nello stesso caso per la stessa ragione. Dunque la giovanezza come tutte
          l’altre qualità, e può essere sconveniente, ed essendo, cagiona bruttezza. Dunque ella
          come tutte l’altre non cagiona bellezza se non quando conviene. Dunque la gioventù non è
          cagione nè parte di bellezza assolutamente nè per se, ma relativamente, e solo in quanto
          ella conviene, e ciò considerandola eziandio in quelle sole spezie di cose che possono
          parteciparne, e di più dentro i termini d’una medesima specie. Dunque la gioventù,
          filosoficamente ed esattamente parlando, non appartiene per se alla bellezza più di
          qualsivoglia altra qualità; e, come tutte l’altre, è resa propria a formar la bellezza,
          non da altro che da una cagione a lei estrinseca e diversa, e per se variabilissima e
          incostante, cioè dalla <pb ed="aut" n="2970"/> convenienza. La quale ora ammettendo la
          gioventù, la rende propria al detto uffizio, ora escludendola, ve la rende al tutto
          inabile.</p>
        <p>Potrà dirsi che, se non altro la bellezza giovanile è maggiore p. e. della senile. Potrei
          rispondere ch’ella è più piacevole, ma non già maggior bellezza per se, non essendo
          maggior convenienza. Il fatto però è questo. L’ordine universale della natura,
          indipendentemente affatto dalla bellezza, porta che le forme e le facoltà delle specie
          capaci di gioventù e di vecchiezza, si trovino nella maggior pienezza conveniente alla
          rispettiva specie e nella maggior perfezione relativa ad essa specie, nel tempo della
          gioventù perfetta di ciascun individuo. Quindi non assolutamente, ma relativamente
          all’ordine attuale della natura, si può dir che p. e. la forma dell’uomo perfettamente
          giovane è più perfetta di quella del vecchio, e la più perfetta di tutte quelle delle
          quali l’uomo è capace. Laonde la bellezza della sua forma giovanile si potrà dir maggiore
          di quella della senile. <pb ed="aut" n="2971"/> Ma questo <emph>maggiore</emph> è
          accidentale, e propriamente non appartiene alla bellezza, ma a quel soggetto in cui ella
          si considera. Perocchè la forma giovanile a cui essa bellezza appartiene, è per rispetto
          alla natura dell’uomo, e non per rispetto al bello, più perfetta della senile. E quindi, a
          parlare esattamente, nasce che la bellezza giovanile dell’uomo, non sia bellezza maggiore
          della senile, ma appartenente ad una forma che è la più perfetta di cui l’uomo sia capace,
          cioè alla giovanile. Onde la perfezione, e la maggior perfezione, non è qui propria della
          bellezza, ma del soggetto a cui ella appartiene accidentalmente, cioè della forma
          giovanile dell’uomo. E però la forma giovanile non può per se entrare nella composizione
          di quel che si chiama bello ideale; giacchè essa forma può ben essere il soggetto del
          bello (siccome può anche non essere, e spessissimo non è), ma non è già esso bello, e la
          bellezza non gli appartiene che accidentalmente, ed è del tutto <pb ed="aut" n="2972"/>
          estrinseca e diversa alla di lei natura. E conchiudesi che la bellezza giovanile è
          bellezza relativamente alla forma giovanile, ma non assolutamente, nè in quanto giovanile,
          dandosi bellezza scompagnata dalla gioventù, anche nella medesima specie. Sicchè la
          bellezza giovanile è come tutte l’altre relativa, e non assoluta. Relativa cioè alla forma
          giovanile. Tanto è lungi che la gioventù sia per se stessa una qualità bella, quando non è
          che il soggetto della bellezza, e può esserlo e non esserlo, e la bellezza può stare in
          una medesima specie con e senza la giovanezza. (14-15. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il tema di <foreign lang="lat" rend="italic">poto</foreign> dev’esser <foreign lang="lat"
            rend="italic">po</foreign> (fatto da <foreign lang="grc">πόω-πῶ</foreign>, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">do</foreign> da <foreign lang="grc">δόω-δῶ</foreign>, <foreign
            lang="lat" rend="italic">no</foreign> da <foreign lang="grc">νέω-νῶ</foreign>), di cui
            <foreign lang="lat" rend="italic">potus</foreign>, come il tema di <foreign lang="lat"
            rend="italic">nato</foreign> è <foreign lang="lat" rend="italic">no</foreign>, di cui
            <foreign lang="lat" rend="italic">natus</foreign>. (15. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Prisciano riconosce il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">legito</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">lego</foreign>, invece di <foreign lang="lat"
            rend="italic">lecto</foreign> o di <foreign lang="lat" rend="italic">lectito</foreign>
          che pur sussistono. Questo <foreign lang="lat" rend="italic">legito</foreign> conferma
          quello ch’io ho detto altrove in proposito di <pb ed="aut" n="2973"/>
          <emph>agito</emph>, cioè che gli antichi, anzi originali, propri e regolari participii di
          questi tali verbi fossero p. e. <foreign lang="lat" rend="italic">agitus, legitus,
          docitus</foreign>, onde per sincope <foreign lang="lat" rend="italic">agtus,
          legtus</foreign>, e in ultimo <foreign lang="lat" rend="italic">actus, lectus,
          doctus</foreign>. E ci dimostra evidentemente l’originale, primitivo e perduto participio
          di <foreign lang="lat" rend="italic">lego</foreign>, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">legitus</foreign>. E non ha che far con <foreign lang="lat" rend="italic"
            >rogito</foreign>, come dice il Forcell. o Prisciano stesso appo lui, il quale non viene
          da <foreign lang="lat" rend="italic">rogitus</foreign>, ma da <foreign lang="lat"
            rend="italic">rogatus</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >mussito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">mussatus</foreign>, e come ho
          provato largamente altrove. Giacchè il tema di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >rogito</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">rogo</foreign> appartiene alla
          prima coniugazione, e non alla terza come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >lego</foreign>, nè alla seconda come <foreign lang="lat" rend="italic">doceo</foreign>, e
          però la formazione del suo continuativo o frequentativo è soggetta a un’altra regola, da
          me altrove stabilita. Eccetto se <foreign lang="lat" rend="italic">rogo</foreign> non
          avesse anticamente avuto un participio anomalo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >rogitus</foreign> (come <foreign lang="lat" rend="italic">domo domitus</foreign>), del
          che mi pare aver detto altrove, inducendomi in questo sospetto la voce <foreign lang="lat"
            rend="italic">rogito</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">rogato</foreign>
          (quasi un aggettivo neutro sostantivato), la qual voce è latino-barbara (<bibl>V. il
              <title>Glossar. Cang.</title>
          </bibl>) <pb ed="aut" n="2974"/> e italiana. (15. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Urito</foreign> presso Plauto, se questa voce è vera,
          dimostra il perduto e regolare participio <foreign lang="lat" rend="italic"
          >uritus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">uro</foreign>, in vece di <foreign
            lang="lat" rend="italic">ustus</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ustulo</foreign> ec. (16. Luglio 1823.). V. p. 2991.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2864. Noi abbiamo anche i positivi <emph>frate</emph> e <emph>suora</emph>, cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">frater</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >soror</foreign>. I francesi non hanno che i positivi. <foreign lang="spa" rend="italic"
            >Frayle</foreign> spagnuolo, cioè <emph>frate religioso</emph> sembra essere un
          diminutivo di <foreign lang="lat" rend="italic">frater</foreign>, cioè, non che sia
          diminutivo in ispagnuolo, ma che sia venuto da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fratellus</foreign>, o dall’italiano <emph>fratello</emph>. (16. Luglio 1823.). V. p.
          2983. fine.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Se la voce <foreign lang="lat" rend="italic">eructus</foreign> appresso Gellio è vera,
          essa non si potrebbe considerare se non come un participio d’un verbo anteriore ad
            <foreign lang="lat" rend="italic">eructo</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ructo</foreign>, dai quali si fa <foreign lang="lat" rend="italic">ructatus</foreign>
          ed <foreign lang="lat" rend="italic">eructatus</foreign>, come da <foreign lang="lat"
            rend="italic">poto potatus</foreign>, e non <foreign lang="lat" rend="italic"
          >potus</foreign>, il qual <foreign lang="lat" rend="italic">potus</foreign> dimostra un
          verbo originario di <foreign lang="lat" rend="italic">poto</foreign>. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Ructus us</foreign> eziandio par che dimostri un verbo originario di
            <foreign lang="lat" rend="italic">ructo</foreign> e di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >eructo</foreign>, formandosi, come altrove ho notato, questi sostantivi verbali della
          4. declinazione da’ participi in <emph>us</emph>
          <pb ed="aut" n="2975"/> de’ loro verbi originali, sicchè da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ructo</foreign> si farebbe <foreign lang="lat" rend="italic">ructatus
          us</foreign>, non <foreign lang="lat" rend="italic">ructus</foreign>. Così <foreign
            lang="lat" rend="italic">motus us</foreign> viene da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >moveo</foreign>, non da <foreign lang="lat" rend="italic">moto as, potus us</foreign>
          da <foreign lang="lat" rend="italic">po</foreign>, non da <foreign lang="lat"
            rend="italic">poto</foreign> ec. Queste considerazioni mi portano a sospettare che
            <foreign lang="lat" rend="italic">ructo</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic"
            >eructo</foreign> siano continuativi d’un tema perduto, a cui spettino <foreign
            lang="lat" rend="italic">eructus a um</foreign> appo Gellio, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">ructus us</foreign> onde <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ructuo</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">ructuosus</foreign>. Anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">eructuo</foreign> vedi nel Forcell. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Eructo</foreign>. Al qual sospetto mi spinge massimamente la forma propria
          e materiale di <foreign lang="lat" rend="italic">ructare</foreign> ed <foreign lang="lat"
            rend="italic">eructare</foreign> tutta continuativa. (16. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2786. marg. Anche <foreign lang="grc">ἁρπὼς</foreign> potrebb’esser preterito
          medio o di <foreign lang="grc">ἅρπω</foreign>, come <foreign lang="grc">εἰδὼς</foreign> di
            <foreign lang="grc">εἴδω</foreign> da <foreign lang="grc">οἶδα</foreign>, o di <foreign
            lang="grc">ἁρπάω</foreign> contratto, come <foreign lang="grc">ἑστὼς</foreign> da
            <foreign lang="grc">ἑσταὼς</foreign> di <foreign lang="grc">στάω, βεβὼς</foreign> da
            <foreign lang="grc">βεβαὼς</foreign> di <foreign lang="grc">βάω</foreign> ec. Non si
          direbbe però <foreign lang="grc">ἑστυῖα</foreign> nè <foreign lang="grc">βεβυῖα</foreign>
          ec. come <foreign lang="grc">εἰκυῖα, εἰδυῖα, ἁρπυῖα</foreign>, ma <foreign lang="grc"
            >ἑστηκυῖα</foreign> ec. attivo, o attivi o medii che sieno <foreign lang="grc">ἑστὼς,
            βεβὼς</foreign> ec. che non si trovano, ch’io sappia, se non mascolini o neutri. I quali
          participii molti li chiamano attivi e contratti nel modo che ho detto alla p. 2786. e
          2788. marg. (e v. Schrevel. in <foreign lang="grc">βεβὼς</foreign>) ma altri, e credo con
          più ragione, li chiamano medii, e contratti nel modo detto qui di sopra. L’attivo
          participio perfetto di <foreign lang="grc">ἅρπω</foreign> sarebbe non <foreign lang="grc"
            >ἁρπὼς</foreign>, ma <foreign lang="grc">ἡρφὼς</foreign> o <foreign lang="grc"
          >ἁρφὼς</foreign> come <foreign lang="grc">τετερφὼς</foreign> di <foreign lang="grc"
          >τέρπω</foreign>. Di <foreign lang="grc">ἁρπάω</foreign> però sarebbe <foreign lang="grc"
            >ἁρπηκὼς</foreign> o <foreign lang="grc">ἡρπηκὼς</foreign>, come <pb ed="aut" n="2976"/>
          ho detto a pag. 2776. ovvero anche <foreign lang="grc">ἁρπακὼς</foreign> o <foreign
            lang="grc">ἡρπακὼς</foreign>, come <foreign lang="grc">ἁρπάζω</foreign> nè più nè meno,
          il quale fa <foreign lang="grc">ἥρπακα</foreign>. (16. Luglio 1823.). V. p. 2987.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Benchè materiale, non sarà perciò vana l’osservazione che i poemi d’Omero, massime
          l’Iliade, avuto rispetto alla qualità della lingua greca, la quale in un dato numero di
          parole o di versi dice molto più che le lingue moderne naturalmente e ordinariamente non
          dicono, i poemi d’Omero, ripeto, sono i più lunghi di tutti i poemi Epici conosciuti nelle
          letterature Europee. Paragonati all’Eneide, ch’è poema scritto nella lingua più di tutte
          vicina alla detta facoltà della lingua greca, oltre ch’essi sono composti di 24 libri
          ciascuno, laddove l’Eneide di soli dodici, si trova che avendo l’Eneide 9896 versi,
          l’Odissea n’ha 12096, e l’Iliade 15703, il qual computo l’ho fatto io medesimo. Notisi che
          i versi di Virgilio sono della stessa misura che quelli di Omero. Questo parallelo così
          esatto non si potrebbe fare coi poemi scritti nelle lingue moderne, sì per la differente
          misura <pb ed="aut" n="2977"/> de’ versi e quantità delle sillabe che questi contengono,
          sì molto maggiormente perchè le lingue moderne hanno bisogno d’assai più parole che non la
          lingua greca e latina per significare una stessa cosa. Onde quando anche v’avesse qualche
          poema epico moderno che di parole eccedesse quelli d’Omero, credo però che tutti debbano
          consentire che nel numero, per così dire, o nella quantità delle cose niuno ve n’ha che
          non sia notabilmente minore di questi, o certo dell’uno d’essi, cioè dell’Iliade.</p>
        <p>Ora ella è pur cosa mirabile ad osservare che lo spirito e la vena di Omero, l’uno tanto
          vivido gagliardo e fervido e l’altra così ricca e feconda in ciascheduna parte, abbiano
          potuto reggere, lascio stare in due poemi, ma in un poema medesimo, per così lungo tratto.
          Perciocchè tutti gli altri poeti epici, avendo tolto qual più qual meno, quale
          direttamente e quale indirettamente, qual più visibilmente e qual più copertamente da lui,
          e successivamente gli uni dagli altri di mano in mano, si vede tuttavia che non hanno <pb
            ed="aut" n="2978"/> potuto reggere a un corso così lungo, per vigorosi e vivaci che
          fossero, e sonosi contentati d’una carriera assai più breve, e bene spesso prima di
          giungere al termine di questa medesima, hanno pur lasciato chiaramente vedere che si
          trovavano affaticati, e che la lena e l’alacrità veniva lor manco, tanto più quanto più
          s’avvicinavano alla meta<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Da queste osservazioni si deduce quanto la natura e l’ingegno son più ricchi
              dell’arte e come l’imitatore è sempre più povero dell’imitato. <bibl>V.
                  <author>Algarotti</author>
                <title>Pensieri. Opp.</title> Cremona, t. 8. p. 79</bibl>.</p>
          </note>. E Virgilio, il quale che cosa non ha tolto ad Omero?, nella seconda metà della
          sua Eneide riesce evidentemente languido e stanco, e diverso da se medesimo, se non nella
            invenzione<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>
              <bibl>V. <author>Chateaubriand</author>, Génie. Paris 1802. Par. 2. l. 2. ch. 10. fin.
                t. 2. p. 105-6</bibl>.</p>
          </note>, certo però nell’esecuzione cioè nelle immagini, nella espansione e vivacità degli
          affetti e nello stile, il che non può esser negato da veruno che ben conosca la maniera,
          la poesia, la lingua, la versificazione di Virgilio, anzi a questi tali la differenza si
          fa immediatamente sentire: e vedesi che l’immaginazione di Virgilio era per la lunga
          fatica illanguidita, raffreddata, e sfruttata; non rispondeva all’intenzione del poeta;
          non <pb ed="aut" n="2979"/> gli ubbidiva; egli poetava già per instituto e quasi debito,
          per arte e per abitudine, arte e abitudine che in lui erano eccellentissime, e possono ai
          meno esperti sembrare impeto ed <foreign lang="grc">ὁρμὴ</foreign> poetica, ma non sono, e
          non paiono tali ai più accorti, i quali in quegli ultimi libri desiderano la vena, la
            <foreign lang="grc">προθυμία</foreign>, l’alacrità di Virgilio. L’invenzione doveva
          essere stata da lui tutta concepita e disposta fin dal principio, com’è naturale in ogni
          buon poeta, e massime in un poeta di tant’arte e maestria. Quindi s’ella nel fine non è
          inferiore al principio, niuna maraviglia. L’immaginazione era così fresca quando inventava
          il fine del poema, come quando inventava il principio. Ma non minor forza, vivezza,
          attività, prontezza, fecondità d’immaginativa si richiede allo stile, ossia all’esecuzione
          che all’invenzione. Anzi si può dire che lo stile poetico, e nominatamente quello di
          Virgilio, sia un composto di continue, innumerabili e successive invenzioni. Ogni
          metafora, ogni aggiunto che abbia quella mirabile <pb ed="aut" n="2980"/> e novità ed
          efficacia ch’e’ sogliono avere in Virgilio, sono tante particolari e distinte invenzioni
          poetiche, come sono invenzioni le similitudini, e richiedono una continua energia,
          freschezza, mobilità, ricchezza d’immaginazione, e un concepir sempre vivamente e quasi
          sentire e vedere qualsivoglia menoma cosa che occorra di nominare o di esprimere eziandio
          di passaggio e per accidente. Anche in ogni altra parte dell’esecuzione, cioè nelle
          immagini ec. e nella vena degli affetti anche in situazioni che per la invenzione sono
          patetichissime ec. Virgilio ne’ sei ultimi libri è inferiore a se stesso, che che ne dica
          Chateaubriand. V. p. 3717.</p>
        <p>In verità questo affievolimento e spossamento dell’immaginazione, del calore,
          dell’entusiasmo in un poema di lungo spirito, non solo ci dee parer perdonabile, ma così
          naturale, ch’egli sia quasi inevitabile anche ai più grandi e veri poeti. Massime
          considerando quella continuità d’azione che si richiede all’immaginativa, nel modo
          spiegato di sopra. Ma Omero, da niuno attingendo, non avendo esemplari coll’uso e
          meditazione de’ quali, se non altro, ristorasse le sue forze, si rinfrescasse, e
          ripigliasse animo (come accade anche ai più originali poeti), senz’altro nè fonte nè <pb
            ed="aut" n="2981"/> soccorso, nè modello, nè sprone che se medesimo, la sua propria
          immaginativa e la natura, in uno anzi in due interi poemi più lunghi di tutti quelli
          ch’essi poscia hanno prodotti, non mostra mai nè quanto all’invenzione nè quanto allo
          stile il menomo languore o isterilimento, ma dura fino all’ultimo colla stessa freschezza,
          vivacità, efficacia, ricchezza, copia, impeto, così intero di forze, così abbondante di
          novità, così fervido, così veemente, così mosso ed affetto dalla natura, e dagli oggetti
          che se gli presentano o ch’egli immagina, come nel principio. Massimamente nella Iliade.
          Nella quale anzi la ricchezza, varietà, bellezza, originalità e forza dell’invenzione
          tanto più s’accrescono, quanto più si avanza, ed è maggiore nel fine che nel principio.</p>
        <p>E veramente si può dire che Omero fu molto più ricco del suo solo, che tutti gli altri
          poscia non furono del loro proprio e dell’altrui accumulato insieme. Nè certo, secondo le
          addotte considerazioni, dee parer poco maraviglioso e notabile, benchè materiale, il dire
          che i poemi epici d’Omero sono più lunghi di <pb ed="aut" n="2982"/> tutti quelli che da
          essi in uno o altro modo derivarono (poichè anche il Paradiso perduto e la Messiade
          derivano pur di là), e che di essi in una o altra guisa si alimentarono. Massime
          aggiungendo che in tutta la loro estensione essi sono i medesimi, cioè sempre veri poemi,
          e sempre uguali a se stessi, il che non si può neppur sempre dire di tutti gli altri
          sopraddetti.</p>
        <p>Par che l’immaginazione al tempo di Omero fosse come quei campi fertilissimi per natura,
          ma non mai lavorati, i quali, sottoposti che sono all’industria umana, rendono ne’ primi
          anni due e tre volte più, e producono messi molto più rigogliose e vivide che non fanno
          negli anni susseguenti malgrado di qualsivoglia studio, diligenza ed efficacia di coltura.
          O come quei cavalli indomiti, lungamente ritenuti nelle stalle, che abbandonati al corso,
          si trovano molto più freschi e gagliardi de’ cavalli esercitati e addestrati, dopo aver
          fatto un doppio spazio. Tanto che, considerando la freschezza dello stile, delle immagini,
          della invenzione di Omero nella fine della Iliade, par ch’ei non lasci di poetare <pb
            ed="aut" n="2983"/> e non chiuda il poema, se non perch’ei vuol così, e per esser giunto
          alla meta ch’ei s’era prefisso, o perchè ogni opera umana dee pure aver qualche fine, ma
          che fuori di questo caso, egli avrebbe ancora e spirito e lena per seguire, senza pur
          posarsi, a correre ancora non interrottamente altrettanto e maggiore, anzi non
          determinabile spazio. E che l’opera sua riceva il suo termine, ma la ricchezza e copia
          della sua immaginativa non sia di gran lunga esaurita, anzi sia poco meno che intatta; e
          che il suo corso finisca, ma non il suo impeto.</p>
        <p>E par che la natura ancor vergine dalla poesia (siccome vergine dalle scienze e dalla
          filosofia ec. che distruggono l’immaginazione e l’illusioni ch’essa natura ispira) le
          somministrasse in quel tempo tanta copia d’immagini e sentimenti che non avesse quasi
          alcun fondo, e a rispetto di cui sembri povera e scarsa quella che i più grandi poeti
          trassero poscia in qualunque tempo dalla natura già molto studiata e imitata. (16-17.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2974. <emph>Cervello</emph> (<foreign lang="lat" rend="italic"
          >cerebellum</foreign>), <foreign lang="fre" rend="italic">cerveau, cervelle</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">cerebrum</foreign>. V. p. 3618. <emph>Crivello</emph>
            (<foreign lang="lat" rend="italic">cribellum</foreign> come <foreign lang="lat"
            rend="italic">flabellum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >flabrum</foreign>) diminutivo di <foreign lang="lat" rend="italic">cribrum</foreign>. I
          franc. <foreign lang="fre" rend="italic">crible</foreign>, gli spagn. <pb ed="aut"
            n="2984"/>
          <foreign lang="spa" rend="italic">criva</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Cerebro, celabro, cribro, cribrare</foreign> ec. per <emph>crivellare</emph> ec. non
          sono voci volgari, ma tolte dal latino dagli scrittori. Così lo spagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">celebro</foreign>, in vece di cui volgarmente dicono <emph>sesso</emph>.
          Così pure il nostro moderno e tecnico <emph>cerebello</emph>. <emph>Trivello</emph> o
            <emph>trivella</emph> (Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">terebra</foreign>)
          voci nostre volgari, onde nella Crusca <emph>trivellare</emph>, sono quasi <foreign
            lang="lat" rend="italic">terebellum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >terebella</foreign> diminutivo del lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >terebra</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">cerebellum</foreign> e
            <emph>cervello</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic">cerebrum</foreign>.
            <emph>Vecchio</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">viejo</foreign>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">vieil</foreign> sono indubitatamente diminutivi di <foreign
            lang="lat" rend="italic">vetus</foreign>, come <emph>pecchia</emph>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">aveja</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">abeille</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">apecula</foreign>. Forse da <foreign lang="lat"
            rend="italic">vetulus</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic">veculus</foreign>
          volgarmente contratto da <foreign lang="lat" rend="italic">vetusculus</foreign>. <foreign
            lang="fre" rend="italic">Vieux</foreign> forse è lo stesso che il positivo <foreign
            lang="lat" rend="italic">vetus</foreign>. Vedi per tutte le soprascritte voci il
          Forcellini e il Glossario, se hanno nulla a proposito. (17. Luglio 1823.). V. p. 3514.
          3557.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Trapano, trapanare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">trépan,
          trépaner</foreign> — <foreign lang="grc">τρύπανον</foreign> ec. (17. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Usitari</foreign> e altri tali frequentativi o
          diminutivi da me notati poscia qua e là, sono da aggiungersi a quelli che io notai già
          tutti insieme per dimostrare che molti verbi hanno il frequentativo in <emph>itare</emph>
          senza avere il continuativo in <emph>tare</emph>, contro il Forcellini che spesso dice
          quello esser derivato da questo. <pb ed="aut" n="2985"/> (17. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Se molti continuativi latini non hanno una significazione continuativa del verbo
          originale, ma uguale o poco diversa da questo, ciò non toglie che la virtù della loro
          formazione non sia veramente continuativa, e che la proprietà loro non sia tale, benchè
          non sempre osservata e custodita dagli scrittori latini, e in alcuni verbi non mai, per le
          ragioni dette altrove. Che se questa obbiezione valesse, ella varrebbe nè più nè meno
          contro coloro che chiamano quei verbi frequentativi, non trovandosi ch’essi abbiano sempre
          o tutti un significato diverso da’ verbi originali, e varrebbe anche circa quei medesimi
          verbi in <emph>itare</emph> ch’io dico esser veramente frequentativi di formazione. P. e.
          il Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">parito</foreign> dice ch’egli è
          frequentativo di <foreign lang="lat" rend="italic">paro</foreign> (e per formazione può
          infatti esser non meno frequentativo che continuativo), soggiungendo <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">et eiusdem fere significationis</foreign>
          </quote>. Così in <foreign lang="lat" rend="italic">haesito</foreign>, e spessissimo.
          Dunque la detta obbiezione farebbe tanto contro i passati grammatici e le passate
          denominazioni e teorie de’ verbi formati <pb ed="aut" n="2986"/> da’ participii in
            <emph>us</emph>, quanto contro di me e delle mie denominazioni, distinzioni e teorie. Se
          tali verbi non hanno senso continuativo neanche l’hanno frequentativo. Dunque l’obbiezione
          non è più per me che per gli altri. (17. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È notabile che tutte le maniere di verbi frequentativi o diminutivi italiani da me
          altrove enumerati, come <emph>saltellare, salterellare</emph> ec. sono immancabilmente e
          solamente della prima coniugazione, ancorchè il verbo originale e positivo sia d’altra
          coniugazione, come <emph>scrivere</emph>, onde <emph>scrivacchiare</emph> ec.; nè più nè
          manco che in latino tutti i continuativi e frequentativi o diminutivi (se non forse pochi
          anomali) del genere ch’io ho preso ad esaminare, da qualunque coniugazione essi vengano;
          ed anche altri verbi derivativi, sieno diminutt. sieno frequentatt. sieno l’uno e l’altro
          insieme, ec. di verbi originali ec. con diverse formazioni, che non spettano alla mia
          teoria, ed istituto, come <foreign lang="lat" rend="italic">ustulare, misculare</foreign>
          di cui altrove ec. <foreign lang="lat" rend="italic">pandiculari, vellicare</foreign> (v.
          p. 2996. marg.), <foreign lang="lat" rend="italic">sorbillo, cantillo,
          conscribillo</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">cavillor, missiculo,
          claudico</foreign>, ec. Anche in francese tali verbi diminutivi ec. e così in ispagnuolo
          mi par che sieno della 1. coniugazione (17. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scambio del <emph>v</emph> in <emph>g</emph>, del quale ho detto altrove.
          <emph>Nuvolo</emph> (dal latino <foreign lang="lat" rend="italic">nubilum</foreign>) —
            <emph>nugolo</emph>. <emph>Pagolo</emph> per <emph>Pavolo</emph> o <emph>Paulo</emph>
          (spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">Pablo</foreign>). (18. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico che nella formazione dei continuativi da’ verbi della prima, l’ultima <emph>a</emph>
          del participio si cambia in <emph>i</emph>. Da <foreign lang="lat" rend="italic">mussatus
            mussitare</foreign>. Ed aggiungo che i verbi della prima non hanno se non questo o
          continuativo o frequentativo, e non un altro frequentativo che verrebbe a essere in
            <emph>ititare</emph>. Si eccettuino <pb ed="aut" n="2987"/> i verbi il cui participio è
          dissillabo, come <foreign lang="lat" rend="italic">do, flo, no-datus, flatus,
          natus</foreign>, i quali non mutano l’<emph>a</emph> in <emph>i</emph>, ma la conservano.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Datare, flatare, natare</foreign>. E da questi
          participii si potrà anche fare un distinto frequentativo in itare, sebbene ora non mi
          sovvenga esempio al proposito. (18. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2677. Anche il volgo e il discorso familiare spagnuolo usa questo idiotismo del
          singolare <emph>dice</emph> per lo plurale <emph>dicono</emph>. Nella <title lang="spa"
            >Historia del famoso Predicador Fray Gerundio de Campazas</title> s’introduce un
          contadino chiamato <emph>Bastian Borrego</emph> a usar queste frasi plebee <foreign
            lang="spa" rend="italic">disque, dizque</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic"
            >dicenque</foreign>. (18. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2976. <foreign lang="grc">Τεθνηκὼς, τεθνεικὼς, τηθνηὼς, τεθνειὼς, τεθναὼς,
            τεθνεὼς</foreign> e <foreign lang="grc">τεθνὼς</foreign> sono tutti chiamati dai
          Grammatici participii perfetti della voce attiva di <foreign lang="grc">θνήσκω</foreign>,
          o <foreign lang="grc">θνάω</foreign> ec., e non della media, ma contratti dai due primi.
          (18. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La gioventù non era fra gli antichi un bene inutile, e un vantaggio di cui niun frutto si
          potesse cavare, nè la vecchiezza era un incomodo e uno <pb ed="aut" n="2988"/> svantaggio
          che niun bene, niun comodo, niun godimento togliesse, e niuna privazione recasse seco.
          Quindi e molto meno frequente che a’ tempi nostri era il numero di quelli che in gioventù
          si uccidevano, e molti più vecchi suicidi si trovano commemorati nell’antichità che non si
          veggono al presente. Come dire Pomponio Attico e molti filosofi greci e romani. Perocchè
          al presente le contrarie cagioni producono effetto contrario. Il giovane moltissimo
          desidera e nulla ha, neppure ha come distrarre, divertire, ingannare il suo desiderio, e
          occupare la sua forza vitale, adoperarla, sfogarla. Quindi più giovani suicidi oggidì che
          fra gli antichi non pur giovani solamente, ma giovani e vecchi insieme. Il vecchio nulla
          perde per la vecchiezza, e poco, o meno ferventemente e impetuosamente e smaniosamente,
          desidera. Quindi è così raro un vecchio suicida oggidì, che parrebbe quasi miracolo. E
          pure il giovane che si uccide, privasi della gioventù, e rinunzia a una vita, ch’ei si può
          ancora promettere, <pb ed="aut" n="2989"/> di molti anni. Il vecchio si priva della
          vecchiezza (qual privazione Dio buono) e rinunzia a pochi anni o mesi di vita. Nonpertanto
          per mille giovani suicidi appena e forse neanche si troverà oggi un solo vecchio suicida,
          e questo, se pur si troverà, sarà forse tale per qualche estrema disgrazia, in qualche
          caso ove la vita fosse già disperata, e per salvarsi da una morte più trista, e sicura. Ma
          neanche nell’estreme sventure è costume de nostri vecchi il ricorrere volontariamente alla
          morte. Applicate queste considerazioni a quello che ho detto altrove circa l’amor della
          vita nei vecchi, l’amore e la cura della vita crescenti in proporzione che per l’aumento
          dell’età scema il valore d’essa vita. (18. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2870. Come la nazion francese è tra tutte quelle europee che si chiamano
          meridionali quella che più partecipa del settentrionale sì per clima, come per indole,
          costumi eccetera<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Si può vedere la p. 3252. sg. 3400. sgg.</p>
          </note> così la lingua francese è di tutte le figlie della latina, o vogliamo dire delle
          meridionali colte, quella che ha più del settentrionale sì per la natura, asprezza ec. dei
          suoni, come per <pb ed="aut" n="2990"/> la proprietà ed indole della dicitura, forma,
          struttura ec. E si può dire che per l’uno e per l’altro rispetto essa lingua, siccome la
          nazione che la parla tenga il mezzo, e sia quasi un grado e un anello fra le meridionali e
          le settentrionali europee colte. Dico per l’uno e per l’altro rispetto, cioè per li suoni
          e per l’indole. Le quali due cose sono sempre analoghe e corrispondenti fra loro, cioè
          tale è sempre l’indole di una lingua perfetta qual è quella de’ suoni materiali ch’ella
          adopera. E la varietà medesima che si trova fra i suoni di due lingue d’una medesima
          classe, o di due lingue di classi diverse, o delle lingue di due classi (come
          settentrionale e meridionale), si troverà sempre fra i caratteri e i geni delle medesime
          lingue o classi, purch’elle sieno perfette, e ben corrispondenti all’indole della nazione,
          il che sempre accade quando una lingua è perfettamente sviluppata, e senza di che non può
          essere che una lingua, ancorchè <pb ed="aut" n="2991"/> colta, abbia perfettamente
          sviluppato, o conservi, il suo vero, conveniente, naturale e proprio carattere. (19.
          Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla pag. 2974. Intorno a questo verbo <foreign lang="lat" rend="italic">urito</foreign>,
          e al verbo <foreign lang="lat" rend="italic">quaerito</foreign> di cui diffusamente
          altrove, e ad altri simili, è da discorrere come segue. Puoi vedere la p. 3060 1. e le
          note grammaticali del Mai a <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>de Rep.</title> I. 5. p. 18</bibl>. Gli antichi latini dissero
          frequentissimamente <emph>s</emph> per <emph>r</emph>. Veggasi il Forcell. in
          <emph>S</emph>, ed <emph>R</emph>, e in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Quaeso</foreign>. Quindi, dicendo essi <emph>uso</emph> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">uro</foreign>, dissero eziandio <emph>ussi</emph> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">uri</foreign> preterito perfetto (raddoppiando la <emph>s</emph> dopo
          vocale lunga, del qual uso v. Quintil. ap. Forcell. in <emph>S</emph>), ed
          <emph>usitum</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic">uritum</foreign> che sarebbe
          stato il vero supino di <foreign lang="lat" rend="italic">uro</foreign>. O quando anche
          non iscambiassero la <emph>s</emph> e la <emph>r</emph> nelle altre voci di <foreign
            lang="lat" rend="italic">uro</foreign>, le scambiarono certo nel perfetto nel supino e
          nel participio in <emph>us</emph>, per modo che mancando il perfetto il supino e il
          participio regolare, non restò in uso se non il detto <emph>ussi</emph> ed
          <emph>usitus</emph> e <emph>usitum</emph>, contratto però questo in <foreign lang="lat"
            rend="italic">ustus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">ustum</foreign>, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">positus-postus</foreign>, e come <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaestus us</foreign> e <emph>chiesto</emph>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">quisto</foreign> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaesitus</foreign> (del che vedi la p. 2894-5.). <pb ed="aut" n="2992"/> Similmente da
            <foreign lang="lat" rend="italic">haereo, haurio</foreign>, sia che dicessero
          anticamente, <foreign lang="lat" rend="italic">haeseo, hausio</foreign>, o sia come si
          voglia, certo è che in luogo dei regolari <foreign lang="lat" rend="italic"
          >haeri</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">haerui, haeritum haeritus,
          hauri</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">haurii</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">haurivi, hauritum, hauritus</foreign>, fecero <foreign lang="lat"
            rend="italic">haesi, hausi hausitum hausitus</foreign>, che oggi rimangono in luogo di
          quelli, contratto però <foreign lang="lat" rend="italic">hausitum</foreign> ed <foreign
            lang="lat" rend="italic">hausitus</foreign> in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >haustum</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic">haustus</foreign>, come appunto
            <foreign lang="lat" rend="italic">usitus</foreign> in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ustus</foreign>. E fecero similmente <foreign lang="lat" rend="italic"
          >haesitus</foreign> il quale oggi non rimane, ma è dimostrato da <foreign lang="lat"
            rend="italic">haesitare</foreign>, che regolarmente dovrebb’essere <foreign lang="lat"
            rend="italic">haeritare</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Haesum</foreign>,
          onde <foreign lang="lat" rend="italic">haesurus</foreign> ec. o è contratto diversamente o
          anomalo, come <foreign lang="lat" rend="italic">haesi</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">haesui</foreign> (o <foreign lang="lat" rend="italic">haerui</foreign>),
          il quale però fu trovato da Diomede in non so quale antico (Forcell. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Haereo</foreign> fin.). Così dite di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >hausum</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic">hausus</foreign>. Ma in conferma
          di questo mio discorso, e di tutto quanto io dico circa questi tali continuativi, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">urito, quaerito</foreign>, ed anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">legito, agito</foreign> e tanti altri che non sembrano poter
          derivare da participii, e in conferma di quanto altrove ho ragionato degli antichi e
          regolari participii e supini ora perduti, ma dimostrati in parte da continuativi e
          frequentativi, eccovi appunto <pb ed="aut" n="2993"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">haurivi o haurii, hauritu, hauriturus,
          hauritus</foreign> (come appunto <foreign lang="lat" rend="italic">uritus</foreign>
          perduto, onde <foreign lang="lat" rend="italic">uritare; quaeritus</foreign> perduto, onde
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaeritare</foreign>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">querido</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">chéri</foreign> ec.)
          usati anch’essi in vece di <foreign lang="lat" rend="italic">hausi, haustu,
          hausturus</foreign> (o, come Virg. <foreign lang="lat" rend="italic">hausurus</foreign>),
            <foreign lang="lat" rend="italic">haustus</foreign>; bensì da autori, la più parte,
          recenti, perchè, come ho detto, l’antica pronunzia preferiva la <emph>s</emph>. Ma la
          regolare era pur questa, e il vederla usata da’ più moderni e più rozzi, e il vederla
          convenire coi continuativi antichi (come <foreign lang="lat" rend="italic">urito,
          quaerito</foreign>), i quali da essa e non d’altronde derivano, persuade ch’ella fosse
          conservata continuamente nelle bocche del volgo, fino a passare nelle lingue moderne,
          giacchè p. e. <foreign lang="spa" rend="italic">querido</foreign>
          <foreign lang="fre" rend="italic">chéri</foreign> ec. non sono altro che il regolare e
          originario <foreign lang="lat" rend="italic">quaeritus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaesitus</foreign>, onde l’antico <foreign lang="lat" rend="italic"
            >quaeritare</foreign> proprio de’ Comici Plauto e Terenzio, il qual verbo fa fede al
          detto participio, che conservatosi nelle lingue moderne, è perduto nel latino.</p>
        <p>Del resto, io non so, come ho detto, se gli antichi dicessero anche <emph>uso, haeseo,
            hausio</emph> ec. per <pb ed="aut" n="2994"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">uro</foreign> ec. come dissero <emph>ussi, hausi,
          haesi</emph> ec. per <foreign lang="lat" rend="italic">uri</foreign> perfetto, <foreign
            lang="lat" rend="italic">hauri</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >haurii</foreign> ec. Ben so che siccome dissero <emph>quaesii, quaesivi, quaesitus,
            quaesitum</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic">quaerii, quaerivi, quaeritus,
            quaeritum</foreign> che sono affatto perduti, così dissero <emph>quaeso</emph> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaero</foreign>, e tutto questo verbo profferirono
          colla <emph>s</emph> siccome colla <emph>r</emph>, benchè questa in molte voci di <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaero</foreign> non sia perduta, anzi col tempo sia rimasta in
          esse voci la sola pronunzia della <emph>r</emph>, e non quella dell’<emph>s</emph>. Dalle
          quali cose è seguìto che di <foreign lang="lat" rend="italic">quaero</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaeso</foreign> si facciano dai lessicografi ec. due verbi,
          essendo un solo, e che <foreign lang="lat" rend="italic">quaero</foreign> si faccia
          anomalo (<foreign lang="lat" rend="italic">quaero is, sii o sivi, situm</foreign>) e
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaeso</foreign> difettivo (<foreign lang="lat"
            rend="italic">quaeso is, ii</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ivi</foreign>), quando in realtà il primo (volendoli distinguere, che non si dee) sarebbe
          difettivo, e il secondo intero e regolarissimo. Ma tornando al proposito, questo <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaeso</foreign> mi persuade che si dicesse anche <emph>haeseo,
            hausio</emph> e così in ogni altra voce; e così pure in molti altri verbi de’ quali si
          dee discorrere nel <pb ed="aut" n="2995"/> modo stesso che si è fatto di <foreign
            lang="lat" rend="italic">uro, haereo, haurio, quaero</foreign>. (19. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2893. <emph>Chiedere</emph> vien da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >quaerere</foreign>, ed è propriamente (benchè con diverso significato) lo stesso che il
          nostro <emph>chierere</emph>, siccome <emph>fedire</emph> verbo difettivo italiano, onde
            <emph>fiedo, fiede</emph> ec. vien dal lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ferire</foreign>, ed è propriamente lo stesso che il nostro <emph>fierere</emph> o
            <emph>ferere</emph>, onde <emph>fiéro, fiére, fére</emph> (colla <emph>e</emph> larga)
          ec. usato dagli antichi nostri in alcune voci in cambio dell’ital. <emph>ferire</emph>. V.
          la Crusca e il Buommattei ec. (20. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2891. Il Fischer nella prefazione alla Grammat. Greca del Weller, ed. Lips. 1756.
          dice che i pleonasmi d’Omero derivano dalla lingua ebraica. Che che sia di questa
          proposizione, certo è che quel pleonasmo di <foreign lang="grc">νόστιμον ἦμαρ</foreign> e
          simili, da me notato altrove, e non osservato dal Fischer, può servire a spiegar molti
          passi della Scrittura nei quali la parola giorno non serve che ad una perifrasi, onde <pb
            ed="aut" n="2996"/> p. e. <foreign lang="lat" rend="italic">in die irae tuae</foreign>,
          non vale altro che <foreign lang="lat" rend="italic">in ira tua</foreign>; cosa finora,
          ch’io sappia, non veduta dagl’interpreti, i quali p. e. pensano che quel <foreign
            lang="lat" rend="italic">dies</foreign> significhi il giorno del giudizio ec. (20.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2815. A questa categoria di verbi (che forse si potrebbero chiamare continuatt.
          irregolari, tutti, come <foreign lang="lat" rend="italic">viso is</foreign>) spettano
          senza dubbio i seguenti<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Vellico</foreign> il Forc. lo chiama frequentat. di
                <foreign lang="lat" rend="italic">vello</foreign>. E ha ragione. Così <foreign
                lang="lat" rend="italic">fodico</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
              >fodio</foreign>, ec. <foreign lang="lat" rend="italic">albico, nigrico</foreign>
                (<emph>biancheggiare</emph>) da <foreign lang="lat" rend="italic">albeo,
              nigreo</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic">nigro</foreign>. <foreign
                lang="lat" rend="italic">Usurpare</foreign> è un frequentat. o continuat. da
                <foreign lang="lat" rend="italic">utor-usus. Medico</foreign> e <foreign lang="lat"
                rend="italic">medicor</foreign>. — V. p. 3264 — <foreign lang="lat" rend="italic"
                >nutrico</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">nutricor</foreign> da
                <foreign lang="lat" rend="italic">nutrio is: viridico, candico</foreign>. V. p.
              3695. e la p. 4004.</p>
          </note>. <foreign lang="lat" rend="italic">Occupo</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ob</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">capio</foreign>. Veggasi
          la pag. 3006-7. <foreign lang="lat" rend="italic">Obstino</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ob</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">teneo</foreign>,
          interposta la <emph>s</emph>, come in <foreign lang="lat" rend="italic">ostendo</foreign>
          che anticamente dovette dirsi <foreign lang="lat" rend="italic">obstendo</foreign> ed
          esser lo stesso che il più moderno verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >obtendo</foreign>. Nè è maraviglia che la prep. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ob</foreign> sia fatta seguire da una <emph>s</emph> nella composizione per proprietà di
          lingua, o ch’esistesse anche anticamente una prep. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >obs</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">ob</foreign>; giacchè vediamo appunto
            <foreign lang="lat" rend="italic">ab</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >abs</foreign>, e nella composizione preporsi sempre alle voci comincianti per
          <emph>t</emph> la prep. <foreign lang="lat" rend="italic">abs</foreign> e non <foreign
            lang="lat" rend="italic">ab</foreign>. Così anche fuor di composizione, quando non s’usi
          la prep. <emph>a</emph>: perocchè convien dire p. e. o <foreign lang="lat" rend="italic">a
            te</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">abs te</foreign>, non <foreign
            lang="lat" rend="italic">ab te</foreign>. V. Forcell. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">A, ab, abs</foreign>, e in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Abs</foreign>. V. p. 3001. fine. 3696. Tornando al proposito è manifesto <pb ed="aut"
            n="2997"/> che <foreign lang="lat" rend="italic">obstino, obstinatus</foreign> vien da
            <foreign lang="lat" rend="italic">teneo</foreign>, come ne viene <foreign lang="lat"
            rend="italic">pertinax</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">pertinacia</foreign>
          ec. che spettano alla stessa significazione. La <emph>e</emph> è cangiata in
          <emph>i</emph> come appunto in <foreign lang="lat" rend="italic">pertinax</foreign> e ne’
          composti ordinari <foreign lang="lat" rend="italic">contineo, obtineo</foreign> ec. Ed è
          notabile che laddove gli altri verbi di questa categoria son fatti, come ho detto, da
          verbi della terza, questo che indubitatamente appartiene a essa categoria, e non può esser
          di senso più continuativo, è fatto da un verbo della seconda. V. p. 3020. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Aucupo</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aucupor</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">avis</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">capio</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >occupo</foreign>, e come <foreign lang="lat" rend="italic">Nuncupo</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">nomen</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >capio</foreign>, se però non si vuole che vengano da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >auceps aucupis</foreign> quanto alla derivazione immediata. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Anticipo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">ante</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">capio</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Participo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">pars</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">capio</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >anticipo</foreign>, se non si vuol che venga da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >particeps cipis. Vociferor aris</foreign> (forse anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">vocifero as</foreign>) da <foreign lang="lat" rend="italic">vox</foreign>
          e <foreign lang="lat" rend="italic">fero fers. Opitulo</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">opitulor</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">ops</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">tuli</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fero</foreign> o di <foreign lang="lat" rend="italic">tollo</foreign> di cui forse è
          propriamente questo perfetto (v. Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Tollo</foreign> fin.), o piuttosto dall’antico <foreign lang="lat" rend="italic">tulo,
            tulis, tetuli, latum</foreign>, verbo della terza, di cui v. Forcell. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">tulo</foreign>.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2998"/> In caso ch’<foreign lang="lat" rend="italic">opitulo</foreign>
          fosse fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">tuli</foreign> perfetto, ciò non sarebbe
          senza esempio in questa categoria di verbi. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Accubo</foreign> ec. è dal perf. <foreign lang="lat" rend="italic">accubui</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">accumbo</foreign>. Fors’anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">participo, anticipo</foreign>, e così <foreign lang="lat" rend="italic"
            >significo, aedifico</foreign>, e gli altri di cui a pag. 2903. sqq. vengono dai
          perfetti <foreign lang="lat" rend="italic">cepi</foreign>, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">feci</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">capio</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">facio</foreign>, mutato l’<emph>e</emph> in
          <emph>i</emph> per virtù della composizione, (come p. e. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">colligo, corrigo, conspicio</foreign> ec. ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">lego, rego, specio</foreign>) e mutata la desinenza; onde da ciò venga che
          in essi verbi manchi la <emph>i</emph> radicale de’ loro temi, siccome manca in molte voci
          formate dai detti perfetti, p. e. <foreign lang="lat" rend="italic">cepero,
          feceram</foreign> ec. Ma non lo credo, perocchè <foreign lang="lat" rend="italic"
          >auspico</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">suspico</foreign> che sono della
          stessa forma di <foreign lang="lat" rend="italic">significo, participo</foreign> ec. non
          possono venire dal perfetto di <foreign lang="lat" rend="italic">specio</foreign>, il
          quale è <foreign lang="lat" rend="italic">spexi</foreign>, se pur non si volesse supporre
          un antico e ignoto <foreign lang="lat" rend="italic">speci</foreign>, analogo a <foreign
            lang="lat" rend="italic">feci, jeci</foreign> ec.</p>
        <p>Del resto i verbi da cui derivano i soprascritti, hanno anche i loro continuativi fatti
          da participii, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">capto</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">tento</foreign>.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Aspernor aris</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">asperno as</foreign> (giacchè <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aspernor</foreign> si trova anche in senso passivo) da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ad</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">sperno is</foreign>. (20. Luglio.
          1823.). <foreign lang="lat" rend="italic">Consterno, as, avi, atum</foreign> (il Forc. per
          errore di stampa <foreign lang="lat" rend="italic">stravi atum</foreign>, come apparisce
          dagli esempii) da <foreign lang="lat" rend="italic">sterno is</foreign>, e <foreign
            lang="lat" rend="italic">cum</foreign>, ovvero da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >consterno is</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Crepo as</foreign>, forse da
            <foreign lang="lat" rend="italic">crepo is</foreign>. <bibl>V. <author>Forc.</author> in
              <foreign lang="lat" rend="italic">Crepo</foreign>, fine</bibl>. V. p. 3234.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="2999"/> Alla p. 2906. Bell’effetto fanno nell’Aminta e nel Pastor fido, e
          massime in questo, i cori, benchè troppo lambiccati e peccanti di seicentismo, e benchè
          non vi siano introdotti se non alla fine e per chiusa di ciascun atto. Ma essi fanno quivi
          l’offizio che i cori facevano anticamente, cioè riflettere sugli avvenimenti
          rappresentati, veri o falsi, lodar la virtù, biasimare il vizio, e lasciar l’animo dello
          spettatore rivolto alla meditazione e a <quote>
            <emph>considerare in grande quelle cose e quei successi che gli attori e il resto del
              dramma non può e non dee rappresentare se non come particolari e individue, senza
              sentenze espresse, e senza quella filosofia che molti scioccamente pongono in bocca
              degli stessi personaggi</emph>
          </quote>. Quest’uffizio è del coro; esso serve con ciò ed all’utile e profitto degli
          spettatori che dee risultare dai drammi, ed al diletto che nasce dal vago della
          riflessione e dalle circostanze e cagioni spiegate di sopra. (21. Luglio. 1823.).</p>
      </div1>
      <div1 n="3000 - 3206">
        <p>
          <pb ed="aut" n="3000"/> Delle cose veramente ridicole nella società o negl’individui è ben
          raro trovar chi ne rida. E s’alcuno ne ride, difficilmente trova il compagno che l’aiuti a
          farlo, e che gli dia ragione, o che pur senta la causa del suo riso. Gli uomini per lo più
          ridono di cose che in effetto son tutt’altro che ridicole, e spesso ne ridono per questo
          appunto che non sono ridicole. E tanto più ne ridono quanto meno elle son tali. (21.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2922. fine. Alcune volte noi diciamo <emph>volere</emph> anche di cose animate,
          anche degli uomini, ma relativamente a ciò che non dipende dalla lor volontà, o che non
          può dipender da volontà, o che anche è contrario affatto alla lor volontà; e lo diciamo
          non solo per ischerzo, ma eziandio seriamente, in virtù dell’idiotismo che ho preso a
          illustrare. P. e. il tale non vuole ancora guarire, cioè, ancor non guarisce: e il verbo
            <emph>volere</emph> ridonda. Qua si dee riferire un luogo di Platone nel Sofista ed.
          Astii t. 2. p. 246. <pb ed="aut" n="3001"/> v. 7. A. dove <foreign lang="grc">οὐδέποτ' ἂν
            ἐθέλειν μαθεῖν</foreign> è lo stesso che <foreign lang="grc">οὐδέποτ' ἂν
          μαθεῖν</foreign>, e ben lo rende l’Astio <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">nec numquam fore ut discat</foreign>
          </quote>, ridondando elegantemente <foreign lang="grc">ἐθέλειν</foreign>. Se però non si
          vuol dire che in questo luogo equivalga a <foreign lang="grc">μέλλειν</foreign>, appunto
          come il nostro <emph>volere</emph> nei casi specificati di sopra, e in ciò pure sarà
          notabile la conformità del nostro idiotismo coll’attico. (21. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2864. <foreign lang="lat" rend="italic">Stipula</foreign>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">stipa</foreign> voce inusitata, restando il diminutivo, dal quale noi
            <emph>stoppia</emph>, i francesi <foreign lang="fre" rend="italic">esteuble</foreign>
          onde <foreign lang="fre" rend="italic">éteule</foreign>. V. Forcell. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">stipula, stipa, stipulor</foreign> ec. e il Gloss. se ha nulla.
          (21. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Continuativi barbari. <foreign lang="spa" rend="italic">Dilatar</foreign> spagn. da
            <foreign lang="lat" rend="italic">differo dilatus</foreign>. V. la Crusca. I francesi
            <foreign lang="fre" rend="italic">dilayer</foreign>. Trovo nel moderno spagn. <foreign
            lang="spa" rend="italic">dilatar</foreign> anche per <emph>denunziare, accusare</emph>,
          da <foreign lang="lat" rend="italic">defero-delatus</foreign>. <emph>Decretare</emph>,
            <foreign lang="spa" rend="italic">decretar</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >décréter</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">decerno-decretus</foreign>.
            <foreign lang="fre" rend="italic">Diviser</foreign> franc. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">divido-divisus</foreign>. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >Libertar</foreign> spagn. quasi <emph>liberitare</emph> o <emph>liberatare</emph>. Tal
          contrazione non è maravigliosa in questo caso, e fors’è antica. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Libertus a</foreign> non sembra che contrazione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">liberatus a</foreign>. Vedi Forcell. e Glossar. se hanno nulla. (21.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2996. fine. Che <foreign lang="lat" rend="italic">obstino</foreign> venga da
            <foreign lang="lat" rend="italic">obs</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >teneo</foreign> v. Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">obstinatus</foreign>
          principio e in <foreign lang="lat" rend="italic">obscenus</foreign> principio. Se anche
            <foreign lang="lat" rend="italic">obscenus</foreign> viene da <foreign lang="lat"
            rend="italic">obs</foreign>, notisi l’analogia. Perocchè nella composizione, alle parole
            <pb ed="aut" n="3002"/> comincianti per <emph>c, q, t</emph> non si premette mai la
          prep. <foreign lang="lat" rend="italic">a</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ab</foreign> ma sempre <foreign lang="lat" rend="italic">abs</foreign>. Così dunque se
            <foreign lang="lat" rend="italic">obscenus</foreign> viene da <foreign lang="lat"
            rend="italic">cano</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic">caenum</foreign>,
          bene sta che non si dica <foreign lang="lat" rend="italic">obcenus</foreign> ma <foreign
            lang="lat" rend="italic">obscenus</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Oscillo</foreign>, secondo me, è da <foreign lang="lat" rend="italic">obs</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">cillo as</foreign>, e vale quasi <foreign lang="lat"
            rend="italic">obciere, obmovere, obcire</foreign>. Dico poi <foreign lang="lat"
            rend="italic">cillo as</foreign>, non <foreign lang="lat" rend="italic">cillo
          is</foreign> come il Forc., perchè è chiaro che nel luogo di Festo <foreign lang="lat"
            rend="italic">cillent</foreign> (optativo) è voce della prima; perchè <foreign
            lang="lat" rend="italic">cillo</foreign> dev’essere stato un diminutivo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">cio</foreign> o di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cieo</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">conscribillo</foreign> ec. (v. la
          p. 2986.) che sono della prima, benchè <foreign lang="lat" rend="italic"
          >conscribo</foreign> ec. sieno della 3.<hi rend="apice">a</hi>; perchè veggo <foreign
            lang="lat" rend="italic">oscillans, oscillatio</foreign>, e il nostro
          <emph>oscillare</emph> ec. e lo stesso Forc. dice <foreign lang="lat" rend="italic"
            >oscillo as</foreign>, non <emph>is</emph>. V. in Forc. tutte queste voci e <foreign
            lang="lat" rend="italic">oscillum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cilleo</foreign>. Se <foreign lang="lat" rend="italic">oscillo as</foreign> fosse fatto
          da <foreign lang="lat" rend="italic">cillo is</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">cilleo es</foreign>, esso apparterrebbe a questa nostra categoria, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">obstino as</foreign>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">teneo es</foreign>, ec. Non pare che il Forc. si sia accorto che <foreign
            lang="lat" rend="italic">cilleo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cillo</foreign> spetta indubitatamente a <foreign lang="lat" rend="italic">cio</foreign>,
          o <foreign lang="lat" rend="italic">cieo</foreign>. E così dunque altresì ben si dice
            <foreign lang="lat" rend="italic">ostendo</foreign> cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">obstendo, obstino</foreign> non <foreign lang="lat" rend="italic"
          >obtino</foreign>. I più moderni trascurarono questa regola e dissero <foreign lang="lat"
            rend="italic">obtendo, obtineo</foreign> ec. In luogo del qual ultimo verbo pare che gli
          antichi dicessero <foreign lang="lat" rend="italic">obstineo</foreign>, in significato
          però di <foreign lang="lat" rend="italic">ostendo</foreign>. V. Forcell. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">obstinet</foreign>. E forse molti verbi o voci latine composte
          comincianti per <emph>os</emph>, le quali si dicono formate dal nome <foreign lang="lat"
            rend="italic">os</foreign>, non lo sono infatti che da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >obs</foreign>, come p. e. <foreign lang="lat" rend="italic">oscen inis</foreign> che si
          dice fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">os</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">cano</foreign> (quasi si cantasse mai con altro che con la bocca), viene
          forse veramente da <foreign lang="lat" rend="italic">obs</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">cano</foreign>. Infatti <foreign lang="lat" rend="italic"
          >occinere</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">obcinere</foreign> (che secondo
          l’antica regola sarebbe stato <foreign lang="lat" rend="italic">obscinere</foreign>, e
          quindi <foreign lang="lat" rend="italic">oscinere</foreign> come <foreign lang="lat"
            rend="italic">ostendere</foreign>, il quale anch’esso da taluno è scioccamente derivato
          da <foreign lang="lat" rend="italic">os</foreign>, in manifesto dispetto del significato)
          si diceva degli uccelli d’augurio, e dal modo in cui Livio l’adopra par che questa voce
          fosse solenne in tal <pb ed="aut" n="3003"/> proposito. V. Forcell. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">occino, occento, occentus, occano, obcantatus, obcanto</foreign>. Io
          dubito anche molto che quelle voci che si dicono derivate da <foreign lang="lat"
            rend="italic">sursum</foreign> contratto in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sus</foreign> (eccetto <foreign lang="lat" rend="italic">susque</foreign>) come <foreign
            lang="lat" rend="italic">sustineo, sustollo, suspendo, suspicio</foreign> ec. ec.
          vengano infatti da <foreign lang="lat" rend="italic">sub</foreign> (terza preposizione
          terminata in <emph>b</emph>, come <foreign lang="lat" rend="italic">ob</foreign> ed
            <foreign lang="lat" rend="italic">ab</foreign>), e sieno originariamente <foreign
            lang="lat" rend="italic">substineo, substollo</foreign> ec. introdotta la <emph>s</emph>
          per proprietà di lingua; e vagliano <emph>tener di sotto, innalzar di sotto</emph>, cioè
          esprimano l’azione che si fa di sotto in su, come in ispagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">subir</foreign> non vale già <emph>scendere</emph> o <emph>andar
          sotto</emph>, ma <emph>salire</emph>, cioè <emph>andare di sotto in su</emph>. Così spesso
          il latino <foreign lang="lat" rend="italic">subire</foreign>. V. Forcell. nel quale
          troverai ancora <foreign lang="lat" rend="italic">subvenio</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">supervenio</foreign>. V. p. 3558. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Subrepere</foreign> nel luogo di Plinio cit. dal Forc. v. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Sauroctonus</foreign>, non è propriamente altro che <foreign
            lang="lat" rend="italic">repere</foreign> di sotto in su, poichè questo è (s’io ben mi
          ricordo) quel che fa la lucerta nell’Apollo Saurottono del museo pio-clementino, la quale
          non <foreign lang="lat" rend="italic">repit clam</foreign>, ma scopertamente, e non
          iscende, ma salisce su per un albero. Plinio poi usò il tema <foreign lang="lat"
            rend="italic">repere</foreign> come appropriato alla lucerta, ch’è quasi un <foreign
            lang="lat" rend="italic">reptile</foreign>. Il detto Apollo è certo una copia di quel di
          Prassitele, di cui Plinio. Del resto l’inserimento della <emph>s</emph> trovasi ancora
          dopo altre preposizioni, ed appunto al caso nostro fanno <foreign lang="lat" rend="italic"
            >destino</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">praestino</foreign> fratelli
          carnali di <foreign lang="lat" rend="italic">obstino</foreign>, fatti da <foreign
            lang="lat" rend="italic">de</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">prae</foreign>
          e da <foreign lang="lat" rend="italic">teneo</foreign> (v. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Destino</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">Praestino</foreign>)
          e non già da un sognato <foreign lang="lat" rend="italic">stino</foreign>, come vogliono
          alcuni. E questi due verbi eziandio, spettano alla categoria di cui parliamo, massime che
          essi, e <pb ed="aut" n="3004"/> specialmente <foreign lang="lat" rend="italic"
          >destino</foreign> hanno forza tutte continuativa. (21. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Frequentissimo nell’italiano scritto, e più nello spagnuolo scritto e parlato si è l’uso
          del verbo <emph>andare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">andar</foreign> (non
            <emph>ir</emph>), in senso di essere. Ecco Seneca tragico (ap. Forc. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">eo is</foreign>, col. 3. princip.), <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Non ibo inulta</foreign>
          </quote>. Notate che noi abbiam preso indubitatamente quest’uso dagli spagnuoli (infatti
          esso è frequentissimo nei nostri secentisti con cento altri spagnuolismi: nei 500 o 300<hi
            rend="apice">isti</hi>, non si trova, ch’io mi ricordi, o mai o quasi mai). E Seneca
          appunto è spagnuolo. La frase dell’egizio Claudiano <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">qui vindicet ibit</foreign>
          </quote>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">erit</foreign>, è d’altro genere, perchè
          nè gli spagnuoli nè gl’italiani non usano <emph>andare</emph> per <emph>essere</emph> se
          non seguìto effettivamente o potenzialmente da un aggettivo che ha forza di predicato<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Appo <bibl>
                <author>Oraz.</author>
                <title>Sat.</title> II. I. V. ult.</bibl>
              <quote>
                <foreign lang="lat" rend="italic">tu missus abibis</foreign>
              </quote> è lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic">missus</foreign>, cioè
                <foreign lang="lat" rend="italic">absolutus eris</foreign>, cioè <foreign lang="lat"
                rend="italic">mitteris</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
              >absolveris</foreign>. I greci <foreign lang="grc">οἴχεσθαι</foreign> con participio:
              uso analogo al nostro ec. ec.</p>
          </note>. Qua si deono forse riferire le frasi, <emph>andar la bisogna, la cosa</emph> ec.
            <emph>così andò il fatto, così va</emph> per <emph>così è, va bene, come va la
          salute</emph> ec. ec. V. i Diz. francesi e spagnuoli (21. Luglio. 1823.). V. p. 3008.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3005"/> Alla p. 2844. Così lo spagn. <foreign lang="spa" rend="italic"
            >avistar</foreign>. — A questo discorso appartengono il franc. <foreign lang="fre"
            rend="italic">viser, deviser</foreign>, francese antico, per <foreign lang="fre"
            rend="italic">s’entretenir familièrement</foreign> etc. (V. il Gloss. Cang. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Visores</foreign>, 2.) e l’ital. <emph>divisare</emph>, il
          quale però ancora, almeno in alcuni sensi, può esser continuativo barbaro di <foreign
            lang="lat" rend="italic">divido-divisus</foreign> e lo stesso che il franc. <foreign
            lang="fre" rend="italic">diviser</foreign>. V. la Crusca, e il Forc. e Gloss. s’hanno
          nulla.</p>
        <p>A questo proposito è da notare circa la voce <emph>guisa</emph>, franc. <foreign
            lang="fre" rend="italic">guise</foreign>, di cui altrove ho parlato, ch’ella non è altro
          che come dir <emph>visa</emph>, e dovette da principio significare <emph>aspetto, quel
            ch’apparisce e si vede, forma</emph>, onde poi <emph>modo, maniera</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">façon</foreign>. Del primo significato e della forma ch’ebbe
          primieramente questa voce ne fanno fede il nostro <emph>divisa</emph> sust.<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Si può vedere la p. 3036.</p>
          </note> (il quale non credo che venga da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >divisare</foreign> per <emph>variare</emph>); il francese <foreign lang="fre"
            rend="italic">devise</foreign>; <emph>divisato</emph> per <emph>de-formato</emph>,
            <emph>contraffatto</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">déguisé</foreign>,
            <emph>travestito</emph>, che il Salvini disse barbaramente <emph>diguisato</emph>
          <note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>
              <emph>Disguisare</emph> mi par nostro antico. V. Crus.</p>
          </note>; <emph>divisamento</emph> per <emph>assisa</emph>. <foreign lang="spa"
            rend="italic">Guisar</foreign> in ispagn. è <emph>vestire</emph> ec. Ma vedi i Diz.
          spagn. <emph>Travisare, travisato, travisamento, traviso</emph> vagliono
          <emph>travestire</emph>, quasi <foreign lang="spa" rend="italic">traguisar</foreign>.
            <emph>Svisare</emph> vedilo nella Crusca. Veggasi il Gloss. se ha nulla. (21. Luglio
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3006"/>
          <emph>Suso, giuso</emph>. Così i più antichi latini per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sursum deorsum</foreign>. V. Forcellini in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Susum</foreign> ec. e il Gloss. se ha nulla.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2814. <foreign lang="lat" rend="italic">Vindicare, indicare</foreign> che
          risponderebbe forse a <foreign lang="lat" rend="italic">indicere</foreign> com’<foreign
            lang="lat" rend="italic">educare</foreign> a <foreign lang="lat" rend="italic"
          >educere</foreign>. Ma si può pur dubitare che quello venga da <foreign lang="lat"
            rend="italic">vindex icis</foreign>, questo da <foreign lang="lat" rend="italic">index
            icis</foreign>
          <note resp="aut" n="c" place="foot">
            <p>Come <foreign lang="lat" rend="italic">fornicare</foreign> da <foreign lang="lat"
                rend="italic">fornix fornicis</foreign>, ed altri assai; <foreign lang="lat"
                rend="italic">duplico</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">duplex,
                triplico</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">frutico</foreign> da
                <foreign lang="lat" rend="italic">frutex, rusticor</foreign> da <foreign lang="lat"
                rend="italic">rusticus</foreign>. Veggasi la p. 3752-4.</p>
          </note>; e così <foreign lang="lat" rend="italic">iudicare</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">iudex icis, educare</foreign> da un <foreign lang="lat"
            rend="italic">e-dux ucis</foreign>, (in senso reciproco come <foreign lang="lat"
            rend="italic">redux</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">reduco</foreign>)
            <foreign lang="lat" rend="italic">jugare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >jux</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">junx jugis</foreign> ch’esiste oggidì
          ne’ composti <foreign lang="lat" rend="italic">coniux</foreign> ec. come ho detto altrove.
          E così si può molto dubitare che tutta questa categoria di verbi venga da nomi verbali o
          noti o ignoti, non da’ verbi originarii a dirittura. In ogni modo, posto quello che ho
          congetturato altrove, che tali nomi, come <foreign lang="lat" rend="italic">dux,
          dex</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">iu-dex, in-dex</foreign> ec.), <foreign
            lang="lat" rend="italic">ceps</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">parti-ceps,
            au-ceps</foreign> ec.), <foreign lang="lat" rend="italic">fex</foreign> (<foreign
            lang="lat" rend="italic">arti-fex</foreign> ec.), <foreign lang="lat" rend="italic"
          >spex</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">aru-spex</foreign> ec.), <foreign
            lang="lat" rend="italic">fer</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic"
          >luci-fer</foreign> ec.), e simili, sieno anteriori ai rispettivi verbi, seguirebbe da ciò
          che i verbi di questa categoria formati da tali nomi fossero fratelli e non figli di que’
          della terza corrispondenti, e sempre sarebbe importante e a proposito nostro il notare
          come di due verbi fatti da una radice, quello <pb ed="aut" n="3007"/> che ha o che da
          principio ebbe senso continuativo, sia della prima coniugazione, e l’altro della terza ec.
          Si può anche discorrere in questo modo. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Educare</foreign> può venire da <foreign lang="lat" rend="italic">dux</foreign>, aggiunta
          la preposizione al solo verbo, e non al nome; onde non è necessario supporre un nome
          composto <foreign lang="lat" rend="italic">edux</foreign>. Basta il nome semplice. Così
            <foreign lang="lat" rend="italic">sacrificare</foreign> (p. 2903.) può venir da un
            <foreign lang="lat" rend="italic">sacrifex</foreign> ed anche dal semplice <foreign
            lang="lat" rend="italic">fex</foreign>. Così <foreign lang="lat" rend="italic"
          >occupare</foreign> (p. 2996.) può venire da un <foreign lang="lat" rend="italic">occeps
            occupis</foreign> (come <foreign lang="lat" rend="italic">auceps aucupis</foreign> onde
            <foreign lang="lat" rend="italic">aucupare</foreign>), ovvero <foreign lang="lat"
            rend="italic">occeps occipis</foreign> che sarebbe il medesimo (giacchè la mutazione
          scambievole dell’<emph>i</emph> ed <emph>u</emph> in questi tali nomi è ordinarissima
          siccome in ogni altro caso; e quindi <foreign lang="lat" rend="italic">mancipium</foreign>
          e <foreign lang="lat" rend="italic">mancupium</foreign> etc.), può venir dico da questo
          nome composto, ovvero dal semplice <foreign lang="lat" rend="italic">ceps</foreign>.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Mancipo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mancupo</foreign>, secondo questo discorso, non verrà da <foreign lang="lat"
            rend="italic">manus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">capio</foreign>, ma da
            <foreign lang="lat" rend="italic">manceps ipis</foreign>, che anticamente si dovette
          anche dir <foreign lang="lat" rend="italic">manceps cupis</foreign>. V. p. 3019. fine.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Opitulare</foreign> (p. 2997.) verrà da <foreign
            lang="lat" rend="italic">opitulus</foreign>. E così, se non tutti, almeno una gran parte
          de’ verbi di questa categoria<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Propago as</foreign> da <foreign lang="lat"
                rend="italic">pango is</foreign>. Vedi la p. 3752-3.</p>
          </note>. (22. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3008"/> Alla p. 3004. fine. Congiunto coi participii passivi il verbo
            <emph>andare</emph> appo gli spagnuoli fa quasi l’officio di verbo ausiliare e le veci
          di <emph>essere</emph>, come appo noi il verbo <emph>venire</emph> (<emph>venire
          ucciso</emph> ec. per <emph>essere ucciso</emph>, ed è anche dell’Ariosto: e vedi la
          Crusca): ma quello significa ordinariamente una passione più continua o durevole. Non so
          se si direbbe <foreign lang="spa" rend="italic">fulano andò muerto</foreign> o <foreign
            lang="spa" rend="italic">matado</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic">fuè
            matado</foreign>. (22. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2953. Così ci accade nello apprendere o appresa che abbiamo alcuna lingua
          straniera; così ci accade dico in ordine a riportare al corrispondente carattere del suo
          alfabeto l’idea di que’ suoni che non si trovano nella nostra lingua, o che non sono
          espressi nel nostro alfabeto distintamente dagli altri, o ch’essendo composti sono però
          espressi nell’alfabeto di quella lingua straniera con un carattere particolare, sia perchè
          tal composizione di suoni non s’usi nella nostra lingua, e molto s’usi in quell’altra, sia
          che la nostra scrittura la significhi con più d’un carattere, e quella straniera con un
          solo (come la greca il <emph>p</emph> ed <emph>s</emph> con <foreign lang="grc"
          >ψ</foreign>). Del che potete vedere la p. 2740. seqq. 2745 fine — 46, e <pb ed="aut"
            n="3009"/> segg. (22. Luglio 1823.). V. p. 3024.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2841. Lo stile e il linguaggio poetico in una letteratura già formata, e che
          n’abbia uno, non si distingue solamente dal prosaico nè si divide e allontana solamente
          dal volgo per l’uso di voci e frasi che sebbene intese, non sono però adoperate nel
          discorso familiare nè nella prosa, le quali voci e frasi non sono per lo più altro che
          dizioni e locuzioni antiche, andate, fuor che ne’ poemi, in disuso; ma esso linguaggio si
          distingue eziandio grandemente dal prosaico e volgare per la diversa inflessione materiale
          di quelle stesse voci e frasi che il volgo e la prosa adoprano ancora. Ond’è che
          spessissimo una tal voce o frase è poetica pronunziata o scritta in un tal modo, e
          prosaica, anzi talora affatto impoetica, anzi pure ignobilissima e volgarissima in un
          altro modo. E in quello è tutta elegante, in questo affatto triviale, eziandio talvolta
          per li prosatori. Questo mezzo di distinguere e separare il linguaggio d’un poema da
          quello della prosa e del volgo inflettendo o condizionando diversamente <pb ed="aut"
            n="3010"/> dall’uso la forma estrinseca d’una voce o frase prosaica e familiare, è
          frequentissimamente adoperato in ogni lingua che ha linguaggio poetico distinto, lo fu da’
          greci sempre, lo è dagl’italiani: anzi parlando puramente del linguaggio, e non dello
          stile, poetico, il detto mezzo è l’uno de’ più frequenti che s’adoprino a conseguire il
          detto fine, e più frequente forse di quello delle voci o frasi inusitate.</p>
        <p>Or questa diversa e poetica inflessione e pronunzia de’ vocaboli correnti, che altro è
          per l’ordinario, se non inflessione e pronunzia antica, usitata dagli antichi prosatori,
          nell’antico discorso, ed ora andata in disuso nella prosa e nel parlar familiare? di modo
          che quelle parole così pronunziate e scritte non altro sono veramente che parole antiche e
          arcaismi, in quanto così sono scritte e pronunziate? nè altro è ordinariamente dire
          inflessioni, licenze, voci poetiche se non arcaismi? Vedi in questo proposito una bella
          riflessione di <bibl>
            <author>Perticari</author>, <title>Apologia</title>, Capo 14. fine p. 131-2</bibl>.
          Certo questa diversità d’inflessione per la più parte non è se <pb ed="aut" n="3011"/> non
          quello ch’io dico: così ne’ poeti greci, così ne’ latini (più schivi però dell’antico, e
          quindi il loro linguaggio poetico è assai meno distinto dalla lor prosa quanto a’
          vocaboli, che il greco), così negl’italiani. Perocchè non è da credere che la inflession
          d’una voce sia stimata, e quindi veramente sia, più elegante o per la prosa o pel verso,
          perchè e quanto ella è più conforme all’etimologia, ma solamente perchè e quanto ella è
          meno trita dall’uso familiare, essendo però bene intesa e non riuscendo ricercata. (Anzi
          bene spesso è trivialissima l’inflessione regolare ed etimologica, ed elegantissima e
          tutta poetica la medesima voce storpiata, come dichiaro in altro luogo). E questo non
          esser trita, nè anche ricercata, ma pur bene intesa, come può accadere a una voce, o ad
          una cotale inflessione della medesima? Il pigliarla da un particolar dialetto o
          l’infletterla secondo questo fa ch’ella non riesca trita all’universale, ma difficilmente
          può far ch’ella e non paia ricercata e sia bene intesa da tutti. Oltre ch’ella riesce
          anche trita a quella parte della nazione di cui quel dialetto è proprio. In verità i
          dialetti particolari sono scarso sussidio e fonte al linguaggio poetico, e all’eleganza
          qualunque. Lo vediamo noi italiani in Dante, dove le <pb ed="aut" n="3012"/> voci e
          inflessioni veramente proprie di dialetti particolari d’Italia fanno molto mala riuscita,
          nè la poesia nostra, nè verun savio tra’ nostri o poeti o prosatori ha mai voluto imitar
          Dante nell’uso de’ dialetti, non solo generalmente, ma neppure in ordine a quelle medesime
          voci e pronunzie o inflessioni da lui adoperate. Circa l’uso e mescolanza de’ dialetti
          greci nella inflessione delle parole appresso Omero, non volendo rinnovare le infinite
          discussioni già fatte da tanti e tanti in questo proposito, solamente dirò che o le
          circostanze della Grecia e d’Omero erano diverse da quelle che noi possiamo considerare, e
          quindi per l’antichità ed oscurità della materia non potendo nulla giudicarne di certo e
          di chiaro, niuno argomento ne possiamo dedurre; ovvero (e così penso) quelle inflessioni
          che in Omero s’attribuiscono a’ dialetti, e da’ dialetti si stima che Omero le prendesse,
          o tutte o gran parte erano in verità proprie della lingua greca comune del suo tempo, o
          d’una lingua, o vogliamo dir d’un uso più <pb ed="aut" n="3013"/> antico ancora di lui;
          dalla qual lingua comune, o fosse più antica, o allora usitata, Omero tolse quelle
          inflessioni ch’egli si stima aver pigliato da questo e da quel dialetto indifferentemente
          e confusamente. Non volendo ammetter nulla di questo, dirò che in Omero la mescolanza de’
          dialetti dovè riuscir così male come in Dante. Circa i poeti greci posteriori, i quali
          tutti (fuor di quelli che scrissero in dialetti privati, come Saffo, Teocrito ec.)
          seguirono interamente Omero, come in ogni altra cosa, così nella lingua, e da lui tolsero
          quanto il loro <emph>linguaggio</emph> ha di poetico, cioè della sua lingua formarono
          quella che si chiama dialetto poetico greco, ossia linguaggio poetico comune, la questione
          non è difficile a sciogliere. Perocchè quelle inflessioni ch’essi adoperavano, benchè
          proprie di particolari dialetti, essi non le toglievano da’ dialetti ma dal dialetto o
          linguaggio Omerico, di modo ch’elle riuscivano eleganti e poetiche, non in quanto proprie
          di privati dialetti, ma in quanto antiche ed Omeriche; ed erano bene intese <pb ed="aut"
            n="3014"/> dall’universale della nazione, nè parevano ricercate perchè tutta la nazione
          benchè non usasse familiarmente nè in iscrittura prosaica le inflessioni e voci Omeriche,
          le conosceva però e v’aveva l’orecchio assuefatto per lo gran divulgamento de’ versi
          d’Omero cantati da’ rapsodi per le piazze e le taverne, e saputi a memoria fino da’
            fanciulli<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3041.</p>
          </note>. Il che non accadde a’ poemi di Dante, il quale non fu mai in Italia neppur poeta
          di scuola, come Omero in Grecia presso i <emph>grammatisti</emph> medesimi, o certo presso
          i <emph>grammatici</emph> (vedi il Laerz. del Wetstenio, tom. 2. p. 583. not. 5.); nè il
          dialetto o linguaggio poetico italiano è o fu mai quello di Dante. Dico generalmente
          parlando, e non d’alcuni pochi e particolari poeti, suoi decisi imitatori, come Fazio
          degli Uberti, l’autore del Quadriregio Federico Frezzi, ed alcuni dell’ultimo secolo, come
          il Varano. Neppur la lingua del Petrarca è quella di Dante, nè da lui fu presa, nè punto
          si serve de’ particolari dialetti.</p>
        <p>Non potendo dunque i dialetti somministrare inflessioni rimote dall’uso corrente <pb
            ed="aut" n="3015"/> che siano adattate al linguaggio poetico, resterebbe per allontanar
          le voci comuni dalla prosa e dall’uso, che il poeta le ravvicinasse alla etimologia ed
          alla forma ch’elle hanno nella lingua madre, qualvolta nell’uso comune e prosaico elle ne
          sono lontane. Questo mezzo è possibile e buono e spesso adoperato da’ poeti quando la
          nazione è già colta e dotta, e la letteratura nazionale già formata. Ma ne’ principii ciò
          è ben difficile e pericoloso, prima perchè dalla nazione ignorante quelle voci in tal modo
          rimutate corrono rischio di non essere intese; poi perchè presso la nazione non avvezza un
          tal rimutamento corre rischio di saper di pedanteria (il qual rischio dura eziandio
          proporzionatamente nel séguito) e di riuscire affettato. Onde la stessa difficoltà che in
          quei principii si opponeva, come ho detto (p. 2836-7.) al dedur più che tante voci o frasi
          nuove dalla lingua madre, quella medesima si opponeva a dedur da essa lingua inusitate
          inflessioni e diverse dalle correnti.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3016"/> Resta dunque per allontanar dall’uso volgare le voci e frasi
          comuni, l’infletterle e condizionarle in maniere inusitate al presente, ma dagli antichi
          nazionali, parlatori, prosatori, o poeti usitate, e dalla nazione ancor conosciute, e
          conservate di mano in mano negli scritti di quelli che cercando l’eleganza proccurarono di
          scostarsi mediocremente dal volgo. Per le quali cose tali inflessioni non producono nè
          oscurità nè ricercatezza, benchè riescano pellegrine e rimote dall’uso, e perciò producano
          eleganza. Questo mezzo è usitatissimo da’ poeti quando la nazione è colta, formata la
          letteratura, e quando la lingua scritta ha un’antichità. Con esso principalmente si forma,
          si compone, si stabilisce a grado a grado un linguaggio poetico che tuttavia più si va
          differenziando dal prosaico e dal familiare, finchè giunge a quel punto di differenza,
          oltre il quale non è bene ch’egli trapassi. Ma questo mezzo necessario all’eleganza,
          necessarissimo a potere avere o formare un <emph>linguaggio</emph> distintamente poetico e
          proprio della poesia, manca <pb ed="aut" n="3017"/> affatto ai primi scrittori e poeti di
          qualsivoglia nazione, i quali non trovano antichità di lingua scritta, non ponno se non
          debolmente, confusamente e scarsamente conoscere le antichità della lingua parlata, e
          conoscendole ancora, o in quanto le conoscono, non ponno se non molto parcamente
          adoperarla per non riuscire oscuri e affettati alla nazione ignorante, e non assuefatta ad
          altro linguaggio nazionale mai se non solo al suo corrente e giornaliero. Quindi è che
          quei primi poeti e scrittori debbono necessariamente rivolgersi al linguaggio per la più
          parte, e in genere, familiare, e conseguentemente eziandio pigliare un stile che sappia
          sempre più o meno di familiare, in qualsivoglia materia ch’ei trattino e genere di
          scrittura ch’egli esercitino. (23. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come la lingua sascrita prodigiosamente ricca, tragga e formi la sua ricchezza da sole
          pochissime radici, col mezzo del grand’uso ch’ella fa della composizione e derivazione de’
          vocaboli, vedi l’<title lang="fre">Encyclop. méthodique, Grammaire et littérature, article
            Samskret</title>, particolarmente il passo <pb ed="aut" n="3018"/> di M. Dow.</p>
        <p>A questo proposito è notabile un luogo che si legge nella <title>Orazione delle lodi di
            Filippo Sassetti</title> (viaggiatore Fiorentino morto nel 1589.) <title>detto
            nell’Accademia degli Alterati l’Assetato, di Luigi Alamanni</title> (diverso dal poeta)
          che sta nelle <bibl>
            <title>Prose fiorentine</title>, parte 1. vol. 4. ed. Venez. 1730-43. p. 46-7</bibl>.
          dove puoi vederlo, ed è non molto prima del mezzo della Orazione. Di Filippo Sassetti puoi
          vedere il Tiraboschi nella Storia della letterat. ital. e quelle lettere del medesimo
          Sassetti ch’ei quivi accenna (<bibl>ed. Rom. t. 7. par. 1. p. 240-1</bibl>.). Dal detto
          luogo si raccoglie che quegli, se non erro, il primo diede notizia all’Europa della lingua
          Sascrita, e molto veridica e giusta; della qual lingua trattò poi diffusamente un altro
          nostro italiano, il P. Paolino da S. Bartolommeo. Bibliot. Ital. n. 23. Novem. 1817. p.
          206. (23. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Fatum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">for
            faris</foreign>. — <foreign lang="spa" rend="italic">Dicha</foreign> spagn. (cioè
            <emph>detta</emph>) per <emph>fortuna</emph> (come <foreign lang="spa" rend="italic"
            >desdicha</foreign> sfortuna, <foreign lang="spa" rend="italic">dichoso,
          desdichada</foreign> ec.) da <foreign lang="lat" rend="italic">dicta</foreign> (femmin.
          come <foreign lang="grc">ἡ εἱμαρμένη, ἡ</foreign>, <pb ed="aut" n="3019"/>
          <foreign lang="grc">πεπρωμένη</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">la
          destinée</foreign>) o da <foreign lang="lat" rend="italic">dictum</foreign>, come da
            <foreign lang="lat" rend="italic">suspectus</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">suspectum</foreign> (Gloss. Cang.) <emph>sospetto</emph>, gli spagnuoli in
          femminino <foreign lang="spa" rend="italic">sospecha</foreign> in vece di <foreign
            lang="spa" rend="italic">sospecho</foreign>. (23. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2845. Si vuol notare che <emph>avvisare</emph> e altri verbi da me segnati alla
          p. 3005. i quali vengono da <foreign lang="lat" rend="italic">videre</foreign> serbano la
          forma regolare e ordinaria della loro derivazione dal participio in <emph>us</emph>,
          mentre il continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">video</foreign> che trovasi
          nel buon latino, non serba questa forma, e non è <foreign lang="lat" rend="italic"
          >visare</foreign>, ma <foreign lang="lat" rend="italic">visere</foreign>, coi composti
            <foreign lang="lat" rend="italic">invisere, revisere</foreign> ec. Frattanto il franc.
            <foreign lang="fre" rend="italic">viser</foreign> anche per significato è vero
          continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">videre</foreign>, ed è fatto da questo,
          non dal verbo francese che gli risponde, cioè <foreign lang="fre" rend="italic"
          >voir</foreign> il quale non ha mai la sillaba <foreign lang="fre" rend="italic"
          >vis</foreign>. Se però <foreign lang="fre" rend="italic">viser</foreign> non viene da
            <foreign lang="fre" rend="italic">visage</foreign> o dalla parola <foreign lang="fre"
            rend="italic">vis</foreign> che propriamente significa <emph>viso</emph>, benchè ora non
          s’adoperi che nella dizione <foreign lang="fre" rend="italic">vis-à-vis</foreign>. (24.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3007. Che tali verbi vengano da cotali nomi piuttosto che da’ verbi
          corrispondenti della terza, si può anche dedurre dal vedere che <foreign lang="lat"
            rend="italic">praeceps</foreign>, <pb ed="aut" n="3020"/> il quale sembra venir dalla
          stessa radice di <foreign lang="lat" rend="italic">manceps auceps</foreign> ec. (siccome
            <foreign lang="lat" rend="italic">anceps</foreign>
          <foreign lang="grc">ἀμφιλαφὴς</foreign>, il quale fa pure <foreign lang="lat"
            rend="italic">ancipitis</foreign> e non <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ancipis</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">ancupis</foreign>), secondo quello
          che altrove ne ho ragionato, avendo per suo genitivo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >praecipitis</foreign> e non <foreign lang="lat" rend="italic">praecipis</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">praecupis</foreign>, troviamo che il verbo della prima
          coniugazione che a lui corrisponde, non è <foreign lang="lat" rend="italic"
          >praecipare</foreign> nè <foreign lang="lat" rend="italic">praecupare</foreign>, ma
            <foreign lang="lat" rend="italic">praecipitare</foreign>. Laddove <foreign lang="lat"
            rend="italic">manceps particeps</foreign> ec. facendo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mancipis, participis</foreign>, troviamo che si dice appunto <foreign lang="lat"
            rend="italic">mancipare, participare</foreign>, e non <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mancipitare, participitare</foreign>. ec. (24. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il canto fermo è come la prosa della musica: il figurato la poesia. (24. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2997. Similmente da un verbo della seconda è fatto <foreign lang="lat"
            rend="italic">sedare</foreign>, il quale spetta indubitatamente a questa categoria, e
          viene da <foreign lang="lat" rend="italic">sedeo</foreign>, e per significato n’è un
          continuativo. <foreign lang="lat" rend="italic">Sedare</foreign> si trova ancora in
          significato neutro come <foreign lang="lat" rend="italic">sedeo</foreign>, e questo
          dev’essere il suo primitivo. Anche <foreign lang="lat" rend="italic">miseror
          aris</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">misereor eris</foreign> della seconda,
          se quello però non viene da <foreign lang="lat" rend="italic">miser</foreign>. Ora
          paragonate quel passo di Stazio: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">his <pb ed="aut" n="3021"/> dictis sedere
            minae</foreign>
          </quote>, cioè, dice il Forcell. (in <foreign lang="lat" rend="italic">Sedeo</foreign>
          col. ult.) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">sedatae sunt</foreign>
          </quote>, ossia <emph>cessarono</emph> o <emph>si mitigarono</emph>, con quell’altro
          antico <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">postquam tempestas sedavit</foreign>
          </quote>, cioè <emph>cessò</emph> o <emph>si mitigò</emph>. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Sedare pulverem</foreign>
          </quote> ap. Fedro è <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">sedere</hi> vel <hi rend="italic">considere</hi> vel <hi rend="italic"
              >residere facio</hi>
          </foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Sedare curriculum</foreign> è <foreign
            lang="lat" rend="italic">sedere facio</foreign> in quanto <foreign lang="lat"
            rend="italic">sedere</foreign> significa talora <emph>consistere, fermarsi</emph>. Il
          Forc. stesso spiega <foreign lang="lat" rend="italic">sedo</foreign> per <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">facio ut aliquid residat</foreign>
          </quote>. Vedilo in <foreign lang="lat" rend="italic">Sedeo</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">Sedo</foreign> e paragona insieme gli esempi e i significati
          dell’uno e dell’altro, ed anche dei composti di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Sedeo</foreign> ec. Nota che <foreign lang="lat" rend="italic">sedeo</foreign> ha anche
          il suo verbo formato dal participio in <emph>us</emph>, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">sessitare</foreign>. (24. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alle molte cose da me dette altrove per mostrare come la lingua greca non ha bisogno che
          di poche radici per essere ricchissima, stante l’infinito uso ch’ella fa delle derivazioni
          e composizioni ec., e com’ella moltiplichi in infinito i suoi vocaboli primitivi, ec.
          aggiungi la voce media ch’ella ha, e il bellissimo uso ch’ella fa delle <pb ed="aut"
            n="3022"/> voci passive de’ suoi verbi. Perocchè di moltissimi verbi greci si può dire
          che ciascuno di essi non è uno, ma tre, e serve per tre; avendo l’attivo, il medio, e il
          passivo de’ medesimi, ciascuno un significato diverso proprio, oltre ai metaforici che ha
          per ciascuno di loro, e questi anche diversi, cioè l’attivo diverso dal medio ec. O
          vogliamo dire che ciascuno di tali verbi ha tre ben distinti significati propri, oltre ai
          metaforici. Nè questi significati si possono confondere insieme, perocchè ciascuno di loro
          corrisponde a una diversa e distinta inflessione. Onde non si accumulano i significati in
          una stessa parola, e non ne segue l’oscurità e ambiguità, nè la povertà e uniformità che
          da tale accumulamento deriva nella lingua ebraica. E pur quei tre non sono in sostanza che
          un verbo, e non hanno che un tema. L’uso che i latini fanno del passivo non è paragonabile
          a quello che ne fanno i greci (oltre che il passivo latino è difettivo e scarso, avendo
          bisogno in gran parte dell’ausiliare <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign>).
          Appresso i quali il passivo <pb ed="aut" n="3023"/> ha sovente una significazione propria
          attiva o neutra, diversa però da quella dell’attivo, e da quella del medio ec. ec. (24.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Necesso as</foreign> è verbo di Venanzio Fortunato. Vedi
          Forcell. e Gloss. Cang. Si potrebbe però credere che fosse antico, e che <foreign
            lang="lat" rend="italic">necessus a um</foreign> antico addiettivo fosse originariamente
          participio di qualche verbo di cui <foreign lang="lat" rend="italic">necesso</foreign>
          fosse continuativo. In tal caso <emph>necessitare</emph> latino-barbaro e italiano,
            <foreign lang="spa" rend="italic">necessitar</foreign> spagn. <foreign lang="fre"
            rend="italic">nécessiter</foreign> franc. sarebbe un frequentativo di questo tale ignoto
          verbo. In caso diverso, se non vorremo ch’ei venga da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >necessitas</foreign>, <emph>necessità</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >nécessité</foreign> ec., diremo ch’egli è fatto da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >necessatus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">necesso</foreign>, colla
          solita mutazione dell’<emph>a</emph> in <emph>i</emph>. Nótisi che nell’esempio di
          Venanzio Fortunato non è chiaro se <foreign lang="lat" rend="italic">necesso</foreign> sia
          attivo, e vaglia <foreign lang="lat" rend="italic">cogo</foreign>, come affermano il
          Forcell. e il Gloss. ovvero neutro, e vaglia <emph>abbisognare, aver mestieri</emph>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">indigere, poscere</foreign>, come in ispagn. <foreign
            lang="spa" rend="italic">necessitar</foreign> che si costruisce col genitivo. (24.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3024"/> Alla p. 3009. Altresì qualunque suono, e qualunque vocabolo di una
          lingua straniera che adoperi caratteri diversi da’ nostri, se noi conoscendo quella
          lingua, non per sola favella orale, ma per iscrittura, ed essendo atti ed avvezzi a
          leggerla, concepiamo detto suono o vocabolo espressamente, col pensiero, esso ci si
          rappresenta sotto la forma e ne’ caratteri ch’egli ha nella lingua a cui appartiene,
          ancorchè quel tal suono elementare sia comune anche alla nostra, ed espresso nel nostro
          alfabeto con un proprio carattere. Così sempre ci accade, fuori di qualche circostanza
          particolare, in cui la mente voglia o debba concepire p. e. un vocabolo greco in caratteri
          latini ec. ec. (24. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2828. fine. Notate che anche la vera pronunzia e la vera armonia della lingua
          latina è da gran tempo e perduta e ignota. Contuttociò, quantunque sia certissimo che
          questo rende assai difficile ai moderni di scrivere secondo la vera indole della lingua,
          del giro, del periodo, della costruzione latina ec., nondimeno, siccome la lingua latina è
          morta, così lo scrittore che oggi vuole scrivere in <pb ed="aut" n="3025"/> latino (e così
          quelli che scrissero in latino dal 300. in poi) può trascurare affatto la pronunzia
          moderna, può anche fino a un certo segno dimenticarsela, può astrarre affatto
          dall’armonia, e non considerando negli antichi scrittori se non le pure costruzioni, i
          puri periodi ec. indipendentemente sì dal ritmo che ne risultava sì da quello che oggi ne
          risulta, seguirli e imitarli ciecamente tali quali sono essi, non facendo caso della
          moderna pronunzia. Ma la lingua greca era ancor viva, benchè la pronunzia fosse cambiata,
          e agli scrittori non era nè facile il dimenticare e astergersi dagli orecchi il suono
          quotidiano e corrente della loro propria favella, nè volendo ancora seguire (come molti
          vollero) strettamente e imitare esattamente gli antichi, era loro possibile negare affatto
          ai loro periodi un numero che fosse sentito dall’universale de’ greci a quel tempo. Poichè
          questi periodi avevano pure ad esser letti e pronunziati da nazionali che quantunque non
          pronunziassero come una volta, intendevano però e parlavano tuttavia quella lingua, come
            <pb ed="aut" n="3026"/> materna. Onde non era quasi possibile dare nelle scritture alla
          lingua, ch’era pur nazionale e volgare, un ritmo al tutto, si può dir, forestiero, e
          ignoto a tutti, fino allo stesso scrittore; ch’è quanto dire non darle in somma alcun
          ritmo, (24. Luglio. 1823.) cioè niun ritmo che alla nazione a cui si scriveva, nè pure
          allo stesso scrittore, riuscisse tale. (24. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Occulto as</foreign>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">occulo-occultus</foreign>. Notisi che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >occultus a um</foreign>, adoprandosi sempre o quasi sempre aggettivamente, (siccome fra
          noi <emph>occulto</emph> ec.), se noi non conoscessimo il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">occulo</foreign>, lo terremmo certo per un aggettivo proprio e radicale, e
          non per un participio. Quindi si può far ragione quanto verisimilmente io dubiti e talora
          sostenga che altri tali aggettivi i quali hanno tutta l’estrinseca sembianza di
          participii, ancorchè non usati mai come participii, e benchè non si conosca verbo a cui
          spettino, tuttavolta non sieno originariamente altro che participii di verbi o perduti o
          non conosciuti per loro radice. (25. Luglio, dì di S. Giacomo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3027"/> Alla p. 2895. fine. Da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sutus</foreign> ancora si potè fare <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign>,
          poichè anche l’<emph>u</emph> per contrazione, nominatamente ne’ participii, è solito a
          sparire, siccome l’<emph>i</emph>. Da <foreign lang="lat" rend="italic">solutus</foreign>
          gli spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic">soltar</foreign>, noi
          <emph>sciolto</emph>, omesso l’<emph>u</emph>. Da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >volutus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">volutare</foreign> noi
            <emph>voltare</emph> e <emph>volto</emph>, e così ne’ composti <emph>involto,
          rivolto</emph> ec. Così gli spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic">buelto</foreign> o
            <foreign lang="spa" rend="italic">vuelto</foreign>: i francesi <foreign lang="fre"
            rend="italic">voûte</foreign> (cioè <emph>volta</emph> sostantivo) e quindi <foreign
            lang="fre" rend="italic">voûter</foreign>, dove la sillaba <emph>ou</emph> equivale al
          nostro <emph>ol</emph>, come in <foreign lang="fre">
            <hi rend="italic">éc</hi>
            <hi rend="sc">ou</hi>
            <hi rend="italic">ter</hi>
          </foreign>
          <emph>asc</emph>
          <emph rend="sc">ol</emph>
          <emph>tare</emph>. <emph>Volta</emph> per <emph>fiata</emph>, viene altresì da <foreign
            lang="lat" rend="italic">volvere</foreign> ed è contrazione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">voluta</foreign>. Così il sostantivo spagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">buelta</foreign> cioè <emph>voltata, ritorno</emph> ec. (25. Luglio.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho discorso altrove di quel luogo di Cicerone nella Vecchiezza, dove dice che l’animo
          nostro, non si sa come, sempre mira alla posterità ec. e ne deduce ch’egli abbia un
          sentimento naturale della sua propria eternità e indestruttibilità. Ho mostrato come
          questo effetto viene dal desiderio dell’infinito, ch’è una conseguenza dell’amor proprio,
          e dal continuo ricorrer che l’uomo fa colla speranza <pb ed="aut" n="3028"/> al futuro,
          non potendo esser mai soddisfatto del presente, nè trovandovi piacere alcuno, e d’altronde
          non rinunziando mai alla speranza, fino a trapassar con essa di là dalla morte, non
          trovando più in questa vita, dove ragionevolmente fermarla. Ma il suddetto effetto non è
          naturale. Esso viene dall’esperienza già fatta, che la memoria degli uomini insigni si
          conserva, dal veder noi medesimi conservata presentemente e celebrata la memoria di tali
          uomini, e dal conservarla e celebrarla noi stessi. Onde introdotta nel mondo questa fama
          superstite alla morte, essa è stata ed è bramata e cercata, come tanti altri beni o di
          opinione o qualunque, di cui la natura niun desiderio ci aveva ispirato, e che sono
          comparsi nel mondo di mano in mano per varie circostanze, non da principio, nè creati
          dalla natura. Nei primissimi principii della società, quando ancor non v’era esempio di
          rammemorazioni e di lodi tributate ai morti, neppur gli uomini coraggiosi e magnanimi,
          quando anche desiderassero la stima de’ loro compagni e contemporanei, pensarono mai <pb
            ed="aut" n="3029"/> a travagliare per la posterità, nè, molto meno, a trascurare il
          giudizio de’ presenti per proccurarsi quello de’ futuri, o rimettersi alla stima de’
          futuri. Che se il tempo che ho detto, colle circostanze che ho supposte non v’è mai stato,
          supponendo però ch’egli sia stato o sia mai per essere in alcun luogo, certamente ne
          verrebbe l’effetto che ho ragionato, cioè che niuno benchè magnanimo, benchè insigne tra’
          suoi connazionali o compagni, avrebbe o concepirebbe alcuna cura o pensiero della
          posterità. (25. Luglio. dì di San Giacomo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La vita umana non fu mai più felice che quando fu stimato poter esser bella e dolce anche
          la morte, nè mai gli uomini vissero più volentieri che quando furono apparecchiati e
          desiderosi di morire per la patria e per la gloria. (25. Luglio, dì di San Giacomo.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In molte altre cose l’andamento, il progresso, le vicende, la storia del genere umano è
          simile a quella di ciascuno individuo poco meno che una figura in grande somigli alla
          medesima figura fatta <pb ed="aut" n="3030"/> in piccolo; ma fra l’altre cose, in questa.
          Quando gli uomini avevano pur qualche mezzo di felicità o di minore infelicità ch’al
          presente, quando perdendo la vita, perdevano pur qualche cosa, essi l’avventuravano spesso
          e facilmente e di buona voglia, non temevano, anzi cercavano i pericoli, non si
          spaventavano della morte, anzi l’affrontavano tutto dì o coi nemici o tra loro, e godevano
          sopra ogni cosa e stimavano il sommo bene, di morire gloriosamente. Ora il timor dei
          pericoli è tanto maggiore quanto maggiore è l’infelicità e il fastidio di cui la morte ci
          libererebbe, o se non altro, quanto è più nullo quello che morendo abbiamo a perdere. E
          l’amor della vita e il timor della morte è cresciuto nel genere umano e cresce in ciascuna
          nazione secondo che la vita val meno. Il coraggio è tanto minore quanto minori beni egli
          avventura, e quanto meno ei dovrebbe costare. La morte che per gli antichi così attivi, e
          di vita, se non altro, così piena, era talora il sommo bene, è stimata e chiamata più
          comunemente il sommo male quanto la vita è più misera. È ben <pb ed="aut" n="3031"/> noto
          che le nazioni più oppresse, e similmente le classi più deboli e misere e schiave nella
          società, sono le meno coraggiose e le più timide della morte, e le più sollecite e gelose
          di quella vita ch’è pur loro un sì gran peso. E quanto più altri le opprime e rende
          infelice la vita loro, tanto ne le fa più studiose. E insomma si può dire che gli antichi
          vivendo non temevano il morire, e i moderni non vivendo, lo temono; e che quanto più la
          vita dell’uomo è simile alla morte, tanto più la morte sia temuta e fuggita, quasi ce ne
          spaventasse quella continua immagine che nella vita medesima ne abbiamo e contempliamo, e
          quegli effetti, anzi quella parte, che pur vivendo ne sperimentiamo. E viceversa.</p>
        <p>Or si applichi quel ch’io dico degli antichi e dei moderni, agl’individui giovani e
          vecchi, in qualunque età delle nazioni e del genere umano, e troverassi proporzionatamente
          la medesima differenza e di circostanze e di effetti. (25. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3032"/>
          <emph>Visto</emph> ital. e spagn. participio di <emph>vedere</emph>, è manifesta
          contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">visitus</foreign>, come <foreign
            lang="spa" rend="italic">quisto</foreign>, <emph>chiesto</emph> ec. di <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaesitus</foreign> (v. p. 2893. sqq.). Così <emph>vista</emph>
          sustantivo verbale italiano e spagnuolo è contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >visita</foreign> voce latinobarbara per <foreign lang="lat" rend="italic">visitus
          us</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">visus us</foreign>. Così i composti di
            <emph>vedere</emph> hanno p. e. <emph>avvisto, rivisto, provvisto</emph> ec. La voce
            <emph>vista</emph> per <emph>veduta</emph>, e con altri sensi simili, ch’ella ha pure
          appresso di noi, è latino-barbara. Vedila nel Glossario. E ch’ella sia contrazione di
            <foreign lang="lat" rend="italic">Visita</foreign>, com’io dico, e quindi
          <emph>visto</emph> sia contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">visitus</foreign>,
          vedi il Glossario medesimo in <foreign lang="lat" rend="italic">Vista</foreign> 4. Ora
          consideriamo.</p>
        <p>1. Il latino <foreign lang="lat" rend="italic">video</foreign> da cui viene il nostro
            <emph>vedere</emph> e lo spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">ver</foreign> fa nel
          participio, non <foreign lang="lat" rend="italic">visitus</foreign>, ma <foreign
            lang="lat" rend="italic">visus</foreign>. Similmente <foreign lang="lat" rend="italic"
            >viso is</foreign> anomalo, che ne deriva. Ma secondo i principii da me posti e
          dimostrati altrove, egli è certissimo che l’antico participio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">video</foreign> dovette esser <foreign lang="lat" rend="italic"
          >visitus</foreign> (anomalo in vece di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >viditus</foreign>) come di <foreign lang="lat" rend="italic">doceo</foreign> fu <foreign
            lang="lat" rend="italic">docitus</foreign>. Quindi il nostro italiano e spagnuolo
            <emph>visto</emph> è contrazione (usitatissima anche nell’antico e buon <pb ed="aut"
            n="3033"/> latino: vedi p. 2894. e seg.) dell’antico <foreign lang="lat" rend="italic"
            >visitus</foreign>; egli è un latinissimo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vistus</foreign> anteriore a <foreign lang="lat" rend="italic">visus</foreign> e più
          regolare. Or come mai questo participio, perduto affatto nel latino conosciuto, questo
          participio antichissimo, più antico e più regolare dell’usato dagli scrittori latini,
          comparisce per la prima volta nel latino-barbaro, e quindi si trova usitatissimo e
          comunissimo in due lingue moderne figlie della latina, e trovasi in luogo del <foreign
            lang="lat" rend="italic">visus</foreign> del latino conosciuto, il qual <foreign
            lang="lat" rend="italic">visus</foreign> nelle dette lingue non trovasi? Forse questo
          participio, indipendentemente dal latino, è stato fatto in dette lingue dal verbo
            <emph>vedere</emph> secondo le regole di coniugazione proprie, non del latino, ma di
          esse lingue? Anzi secondo queste regole, egli è in esse lingue affatto anomalo e
          irregolare e fuori d’ogni ordine; ei non ha in esse lingue veruna origine; e in luogo di
          esso, la lingua italiana, secondo le regole delle sue coniugazioni, dee dire <emph>veduto</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <emph>Veduto</emph> sarebbe appunto il regolarissimo <foreign lang="lat" rend="italic"
                >viditus</foreign>, secondo il detto a pag. 3074. sqq. 3362-3. Così da <foreign
                lang="lat" rend="italic">fundo</foreign> regolarm. <foreign lang="lat" rend="italic"
                >funditus</foreign> dimostrato da <foreign lang="lat" rend="italic"
              >funditare</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic">medeo, meditus</foreign>
              dimostrato da <emph>meditare</emph>, come altrove dico, cioè p. 3352-60.</p>
          </note> (lo spagnuolo dovrebbe dir <foreign lang="spa" rend="italic">veido</foreign> o
            <foreign lang="spa" rend="italic">vido</foreign>), e lo dice infatti ancor esso. Ma
          questo secondo participio <pb ed="aut" n="3034"/> italiano, regolare e moderno è molto
          meno volgare e più nobile, e quell’altro irregolare, antico e latino è più plebeo, e
          forse, almeno in vari luoghi, il solo che la plebe adoperi, siccome in ispagnuolo egli è
          unico sì per la plebe che per la gente colta e per la scrittura. Donde pertanto questo
          participio nel latino-barbaro, e nelle lingue moderne, s’ei non viene dal latino
          conosciuto, nè dalle radici e regole d’esse lingue? Qual altro mezzo ce lo può aver
          conservato, se non il volgare latino, conservatore dell’antichità più che il latino
          scritto, e in questo presente caso, più regolare eziandio?</p>
        <p>2. <foreign lang="lat" rend="italic">Visito as</foreign> si fa frequentativo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">viso is</foreign>. Lasciamo stare s’egli sia di <foreign
            lang="lat" rend="italic">viso is</foreign>, o piuttosto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">video</foreign> il cui participio è lo stesso, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">visus</foreign>. Ma se l’antico participio dell’uno o dell’altro o
          d’ambedue, fu <foreign lang="lat" rend="italic">visitus</foreign>, il verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">visito</foreign> potrà eziandio esser continuativo di qual de’
          due si creda meglio, e venire non da <foreign lang="lat" rend="italic">visus</foreign>, o
          supino <foreign lang="lat" rend="italic">visum</foreign>, ma da <foreign lang="lat"
            rend="italic">visitus</foreign>, o supino <foreign lang="lat" rend="italic"
          >visitum</foreign>. Da <foreign lang="lat" rend="italic">visus</foreign> altresì nacquero
          parecchi verbi di cui vedi la <pb ed="aut" n="3035"/> p. 2843. seg. 3005. 3019. Se
            <foreign lang="lat" rend="italic">visito</foreign> viene da <foreign lang="lat"
            rend="italic">visitus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">video</foreign>,
          egli non sarà nè figlio di <foreign lang="lat" rend="italic">viso is</foreign>, nè diverso
          da esso per formazione e per significato originario (cioè esso frequentativo, e <foreign
            lang="lat" rend="italic">viso</foreign> continuativo), anzi sarà fratello di <foreign
            lang="lat" rend="italic">viso is</foreign>, formato nello stesso modo, cioè dal
          participio in <emph>us</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic">video</foreign>,
          continuativo com’esso <foreign lang="lat" rend="italic">visere</foreign>; ma sarà fratello
          maggiore, perchè formato da un participio più antico e più regolare di <foreign lang="lat"
            rend="italic">visus</foreign>, o piuttosto sarà originalmente tutt’un verbo con <foreign
            lang="lat" rend="italic">viso is</foreign>, perchè formato da un medesimo participio,
          cioè <foreign lang="lat" rend="italic">visitus</foreign> detto anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">visus</foreign> per contrazione e anomalia.</p>
        <p>3. Ho sostenuto pag. 2932. segg. l’esistenza del verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pisare</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">pisere</foreign> (tutt’uno con
            <emph>pigiare</emph> e <foreign lang="spa" rend="italic">pisar</foreign>) fatto da un
            <foreign lang="lat" rend="italic">pisus</foreign> participio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinsere</foreign>. Ora coll’esempio di <emph>visto</emph>, e coll’aiuto
          delle considerazioni ch’esso ci somministra, confermeremo quel nostro discorso; e
          all’incontro con esso discorso confermeremo il presente. Il participio regolare di
            <foreign lang="lat" rend="italic">pinso</foreign> è <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pinsitus</foreign> che tuttavia sussiste. Ecco un gemello di <foreign lang="lat"
            rend="italic">visitus</foreign>. Da <foreign lang="lat" rend="italic">pinsitus</foreign>
          si fece per contrazione <pb ed="aut" n="3036"/> e anomalia <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinsus</foreign> che altresì sussiste. Ecco da <foreign lang="lat"
            rend="italic">visitus, visus</foreign> che solo sussiste nel latino conosciuto. Altresì
          da <foreign lang="lat" rend="italic">pinsitus</foreign> si fece <foreign lang="lat"
            rend="italic">pistus</foreign> che parimente sussiste. Questa formazione suppone e
          dimostra due cangiamenti; primo la detrazione della <emph>n</emph>, onde <foreign
            lang="lat" rend="italic">pisitus</foreign> che non sussiste, ma si prova, come vedete.
          Ed eccoci di nuovo a <foreign lang="lat" rend="italic">visitus</foreign>. Secondo, la
          solita detrazione dell’<emph>i</emph> (come in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >postus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">positus</foreign>), onde <foreign
            lang="lat" rend="italic">pistus</foreign> ch’è il solo participio conservato nelle
          lingue moderne (<emph>pesto</emph>, ital. <emph>pisto</emph> italiano volgare, e
          spagnuolo), da cui <emph>pistare</emph>. Ed eccovi appunto il <foreign lang="lat"
            rend="italic">vistus</foreign> conservato nelle lingue moderne in luogo e di <foreign
            lang="lat" rend="italic">visitus</foreign> e di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >visus</foreign>, onde <emph>avvistare</emph> ec. (v. la p. 2844. 3005.). Ma siccome da
            <foreign lang="lat" rend="italic">pinsitus</foreign> si fece <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinsus</foreign>, detrattele lettere <emph>it</emph>, così appunto da
            <foreign lang="lat" rend="italic">pisitus pisus</foreign>, non altrimenti che <foreign
            lang="lat" rend="italic">pistus</foreign>. E ciò nè più nè meno che da <foreign
            lang="lat" rend="italic">visitus visus</foreign>, non altrimenti che <foreign lang="lat"
            rend="italic">vistus</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Censeo-censitus</foreign> e <foreign lang="lat"
                rend="italic">census a um</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic">census
                us</foreign>, secondo l’osservaz. da me fatta circa tali verbali della 4<hi
                rend="apice">a</hi>. Notabile è che <foreign lang="lat" rend="italic"
              >censitus</foreign> intero, negli scrittori latt. è più raro e più moderno che il
              contratto <foreign lang="lat" rend="italic">census</foreign>. Cosa simile alla
              presente di <foreign lang="lat" rend="italic">visus</foreign> p. <foreign lang="lat"
                rend="italic">visitus</foreign>. V. p. 3815. fine.</p>
          </note>. E siccome da <foreign lang="lat" rend="italic">visus</foreign> anomala
          contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">visitus</foreign> si fece l’anomalo
            <foreign lang="lat" rend="italic">viso is</foreign> in cambio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">viso as</foreign>, (qui si può vedere la p. 3005. circa il verbo <foreign
            lang="fre" rend="italic">viser</foreign>
          <emph>avvisare</emph> ec.) così è curioso a notare che anche da <foreign lang="lat"
            rend="italic">pisus</foreign> anomala contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pinsitus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">pisitus</foreign>, si trovi o si
          creda fatto, oltre <pb ed="aut" n="3037"/> a <foreign lang="lat" rend="italic">piso
          as</foreign>, e fors’anche in luogo di questo, l’anomalo continuativo <foreign lang="lat"
            rend="italic">piso is</foreign>.</p>
        <p>E qui possiamo considerare quanti participii in <emph>us</emph> abbia uno stesso verbo
          cioè <foreign lang="lat" rend="italic">pinso</foreign>, o piuttosto quanti ne sieno nati
          da un solo cioè <foreign lang="lat" rend="italic">pinsitus</foreign>, parte esistenti,
          parte dimostrati per ragione, e alcuno di questi dalla nostra teoria de’ continuativi. È
          bene il considerarlo perchè ciò serva d’esempio, e quindi si faccia ragione quanto
          giustamente io dica che moltissimi verbi della prima, che sembrano tutt’altro, sono veri
          continuativi di verbi o noti o ignoti (e vedi a questo proposito p. 2928-30.), e quanti
          che si credono puri aggettivi, sono veri participii di verbi talora anche noti, ma non
          riconosciuti per loro padri, (del che vedi la p. 3026.).</p>
        <p>Dunque da <foreign lang="lat" rend="italic">pinso</foreign>
        </p>
        <p rend="noindent">1. 2. 4. esistenti nel buon latino. 3. dimostrato per ragione
          grammaticale da <foreign lang="lat" rend="italic">pistus</foreign>. 5. dimostrato da’
          continuativi <emph>pisare</emph> o <emph>pisere, pigiare</emph>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">pisar</foreign>. <pb ed="aut" n="3038"/> Chi volesse che <foreign
            lang="lat" rend="italic">pisus</foreign> non fosse da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pisitus</foreign> ma da <foreign lang="lat" rend="italic">pinsus</foreign>, detrattane
          la <emph>n</emph> come da <foreign lang="lat" rend="italic">pinsitus</foreign> in <foreign
            lang="lat" rend="italic">pisitus</foreign>, poco monterebbe. Avremmo sempre e in
            <foreign lang="lat" rend="italic">pinsus</foreign> e in <foreign lang="lat"
            rend="italic">pisus</foreign> la detrazione dell’<emph>it</emph> a dimostrare la
          derivazione di <foreign lang="lat" rend="italic">visus</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">visitus</foreign>, e l’anteriorità di questo, come anche di <foreign
            lang="lat" rend="italic">vistus</foreign> che ha sola una lettera meno di <foreign
            lang="lat" rend="italic">visitus</foreign>, e non due. (25. Luglio. dì di S. Giacomo.
          1823.). V. la p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2929. Così da <foreign lang="lat" rend="italic">vivo-vixi-victum</foreign> si
          dovette fare anche <foreign lang="lat" rend="italic">vixum</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">vixus</foreign>. Lo deduco dal nostro antico <emph>visso</emph>, il quale
          non è contrazione di <emph>vissuto</emph> perchè tal contrazione non è dell’indole e uso
          della nostra lingua. Bensì <emph>vissuto</emph> (che molti dicono e dissero più
          regolarmente <emph>vivuto</emph>, anche trecentisti, come ho trovato io medesimo, non
          altrimenti che da <emph>rice</emph>
          <emph rend="sc">vere</emph>
          <emph>rice</emph>
          <emph rend="sc">vuto</emph>) sembra venire da un altro, ed anche più antico e regolare
          participio latino <foreign lang="lat" rend="italic">vixitus</foreign>, cambiato
          l’<emph>i</emph> in <emph>u</emph>, come in latino a ogni tratto (v. p. 2824-5. principio,
          e 2895.), e come particolarmente in italiano ne’ participii passivi per proprietà, costume
          e regola della lingua (<foreign lang="lat" rend="italic"
          >venditus</foreign>—<emph>venduto</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >redditus</foreign>—<emph>renduto</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >perditus</foreign>—<emph>perduto</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >seditus</foreign> antico <pb ed="aut" n="3039"/> e regolare — <emph>seduto</emph>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">debitus</foreign> da altra coniugazione —
          <emph>devuto</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">tenitus</foreign>, antico e
          regolare — <emph>tenuto</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">ceditus</foreign> antico
          e regolare — <emph>ceduto</emph>.).</p>
        <p>E qui è da osservare la conservazione nel nostro volgare, di questo antichissimo
            <emph>vixus</emph> ignoto nel latino, simile a quella di <emph>vistus</emph>, di cui
          veggasi p. 3032-4. (25. Luglio. 1823.). Sia che <emph>visso</emph> sia fatto dal supino
            <emph>vixum</emph> ignoto, o dall’ignoto participio neutro <emph>vixus</emph>, in luogo
          del quale non si trova neppur <foreign lang="lat" rend="italic">victus a um</foreign>
          (trovandosi <foreign lang="lat" rend="italic">victum</foreign> supino), sebbene dovette
          esservi, secondo quello che di tali participii neutri ec. ho detto altrove. E infiniti ne
          conservano le lingue figlie, che non si trovano nel latino scritto. (25. Luglio, dì di S.
          Giacomo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. anteced. Chi poi volesse che <emph>pisere</emph> non venisse da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pisus</foreign> (benchè pur se n’abbia un bellissimo esempio in
            <foreign lang="lat" rend="italic">visere</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >visus</foreign>, siccome ho detto), ma che (s’ei veramente esistè) fosse lo stesso che
            <foreign lang="lat" rend="italic">pinsere</foreign>, detratta la <emph>n</emph> come in
            <foreign lang="lat" rend="italic">pistus</foreign>, mi darebbe altresì poca noia. In tal
          caso <emph>pisare</emph> non sarebbe fratello ma figlio di <emph>pisere</emph>; e certo
          esso e <foreign lang="spa" rend="italic">pisar</foreign> e <emph>pigiare</emph> verrebbero
          da <foreign lang="lat" rend="italic">pisus</foreign>, come dimostrano gl’infiniti <pb
            ed="aut" n="3040"/> esempi che della formazione di tali verbi della prima maniera da’
          participii in <emph>us</emph> d’altri verbi, raccoglie la mia teoria de’ continuativi ec.
          ec. (26. Luglio. dì di Sant’Anna. 1823.). V. p. 3052.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uomo in cui concorressero grande e colto ingegno, e risolutezza, si può affermare
          senz’alcun dubbio che farebbe e otterrebbe gran cose nel mondo, e che certo non potrebbe
          restare oscuro, in qualunque condizione l’avesse posto la fortuna della nascita. Ma
          l’abito della prudenza nel deliberare esclude ordinariamente la facilità e prontezza del
          risolvere, ed anche la fermezza nell’operare. Di qui è che gli uomini d’ingegno grande ed
          esercitato sono per lo più, anzi quasi sempre prigionieri, per così dire,
          dell’irresolutezza, difficili a risolvere, timidi, sospesi, incerti, delicati, deboli
          nell’eseguire. Altrimenti essi dominerebbero il mondo, il quale, perchè la risolutezza per
          se può sempre più che la prudenza sola, fu ed è e sarà sempre in balia degli uomini
          mediocri. (26. Luglio, dì di S. Anna. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2864. <foreign lang="lat" rend="italic">Avolo</foreign>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">abuelo</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">ayeul</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">avulus</foreign>. Noi abbiamo anche il positivo
            <emph>avo</emph>. (26. Luglio. 1823.). V. p. 3054. 3063.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3041"/> Alla p. 3014. Io credo per certo che in qualunque modo, quelle
          inflessioni, voci, frasi ec. che in Omero si credono proprie di tale o tal altro dialetto,
          fossero al suo tempo per qualsivoglia cagione conosciute ed intese da tutte le nazioni
          greche, o se non altro, da una tal nazione (come forse la ionica), alla qual sola, in
          questo caso, egli avrà avuto in animo di cantare e di scrivere, e avrà probabilmente
          cantato e scritto. Quanto agli altri poeti, se le ragioni che ho addotte per ispiegare
          come, malgrado l’uso de’ dialetti, essi fossero universalmente intesi, non paressero
          bastanti, si osservi che effettivamente in Grecia, siccome altrove, i poeti cessarono ben
          presto di cantare al popolo, (e così pur gli altri scrittori), e il linguaggio poetico
          greco divenne certo inintelligibile al volgo, dal cui idioma esso era anche più separato
          che non è la lingua poetica italiana dalla volgare e familiare. Scrissero dunque i poeti
          per le persone colte, le quali intendendo e studiando tuttodì e sapendo a memoria i versi
          d’Omero, e citandoli, parodiandoli, alludendovi a ogni tratto <pb ed="aut" n="3042"/>
          nella colta conversazione e nella scrittura, intendevano anche facilmente gli altri poeti,
          e il linguaggio poetico greco, benchè composto delle proprietà di vari dialetti. Perocchè
          esso era tutto Omerico, come ho detto, sia in ispecie sia in genere; cioè le inflessioni,
          le frasi, le voci che lo componevano, o erano le identiche Omeriche (e tali erano in fatti
          forse la più gran parte), o erano di quel tenore, di quella origine, derivate o formate da
          quelle di Omero, o tolte dai fonti e dai luoghi ond’egli le trasse, e ciò secondo i modi e
          le leggi da lui seguite. Quei poeti che scrissero dopo Omero al popolo, e per il popolo
          composero, come i drammatici, poco o nulla mescolarono i dialetti, e ne segue
          effettivamente che se talvolta il loro stile è Omerico, come quello di Sofocle, il loro
          linguaggio però non è tale. Esso è attico veramente, siccome fatto per gli Ateniesi, se
          non forse nei pezzi lirici, i quali anche per la natura del soggetto e del genere,
          sarebbero stati poco alla portata degl’ignoranti. In effetto Frinico appresso Fozio (cod.
          158.) conta fra’ modelli, regole <pb ed="aut" n="3043"/> norme del puro e schietto sermone
          attico i tragici Eschilo, Sofocle, Euripide, e i Comici in quanto sono attici, perocchè
          questi talora per ischerzo o per contraffazione mescolarono qualche cosa d’altri dialetti,
          e ciò non appartiene al nostro proposito, ed alcuni tragici, forse, avendo rispetto al
          gran concorso de’ forestieri che d’ogni parte della Grecia accorrevano alla
          rappresentazione dei drammi in Atene, non avranno avuto riguardo di usare alcuna cosa
          d’altri dialetti. Ma generalmente si vede che il dialetto de’ drammatici greci è un solo.
          E del resto, siccome tra noi e ne’ teatri di tutte le colte nazioni, benchè la più parte
          dell’uditorio sia popolo, nondimeno i drammi che s’espongono, non sono scritti nè in
          istile nè in lingua popolare, ma sempre colta, e bene spesso anzi poetichissima e
          diversissima dalla corrente e familiare ed eziandio dalla prosaica colta; così si deve
          stimare che accadesse appresso a poco più o meno anche in Grecia e in Atene, dove i
          giudici de’ drammi che concorrevano al premio, <pb ed="aut" n="3044"/> non era finalmente
          il popolo, ma uno scelto e piccol numero d’intelligenti, e dove le persone colte fra
          quelle che componevano l’uditorio, erano per lo meno in tanto numero come fra noi. V. il
          Viaggio d’Anacar. cap. 70.</p>
        <p>Altri poeti non drammatici si restrinsero pure a tale o tal dialetto particolare, e per
          conseguenza scrissero a una sola nazione o parte della Grecia, e questa si proposero per
          uditorio (com’è verisimilissimo che facesse anche Omero); nè questi furono pochi, anzi fra
          gli antichi furono i più. E si può dir che la totale, confusa, indifferente, copiosa
          mescolanza de’ dialetti nel linguaggio poetico greco, e il seguir ciecamente la lingua e
          l’uso di Omero non sia proprio se non de’ poeti greci più moderni e nella decadenza della
          poesia, come Apollonio Rodio, Arato, Callimaco e tali altri de’ tempi de’ Tolomei, quando
          già la base della letteratura greca era l’imitazione de’ suoi antichi classici. Perocchè
          di Esiodo contemporaneo di Omero, o poco anteriore o posteriore, non è maraviglia se il
          suo linguaggio si trova omerico: spieghisi l’uso di <pb ed="aut" n="3045"/> questo
          linguaggio in lui, colle ragioni e considerazioni stesse con cui si spiega in Omero. In
          Anacreonte v’ha pochissima mescolanza di dialetti. (<bibl>V. Fabric. B. Gr. in
          Anacr.</bibl>) Certo il suo <emph>linguaggio</emph> è tutt’altro da quello di Omero. Esso
          è Ionico. Saffo scrisse in Eolico. Empedocle, benchè Siciliano e pittagorico, adoperò in
          vece del dorico l’ionico. (V. Fabric. in Empedocle, Giordani sull’Empedocle di Scinà, fine
          dell’articolo secondo). Forse che il dialetto ionico era allora il più comune della
          Grecia? Probabile, pel gran commercio di quella nazione tutta marittima e mercantile.
          Forse quello che noi chiamiamo ionico non era in quel tempo che il linguaggio comune della
          Grecia, siccome poi lo fu con certe restrizioni l’attico, che nacque pur dall’ionico?
          Probabile ancora; e in tal caso sarebbe risoluta anche la quistione intorno ad Omero, il
          quale da tutti è riconosciuto per poeta principalmente ionico di linguaggio; e si
          confermerebbe la mia opinione che il linguaggio da lui seguito, non fosse allora che
          l’idioma comune di tutta la Grecia, siccome l’italiano <pb ed="aut" n="3046"/> del Tasso è
          l’italiano comune di tutta l’Italia. O forse la Grecia era ancor troppo poco colta
          universalmente per aver un linguaggio comune già regolato e perfetto, e in mancanza di
          questo serviva l’ionico, come il più divulgato perchè proprio della nazione più
          commerciante? O finalmente Empedocle scelse l’ionico per imitare e seguire Omero? Molto
          probabile. In Pindaro e in altri lirici del suo o di simil genere, la mescolanza de’
          dialetti non fa maraviglia. Essa è licenza piuttosto che istituto (<foreign lang="grc"
            >ἐπιτήδευμα</foreign>); e questa licenza è naturale in quel genere licenziosissimo in
          ogni altra cosa, come stile, immagini, concetti, transizioni, sentenze ec.</p>
        <p>Questa mia sentenza che il creduto moltiplice dialetto di Omero, non fosse che il greco
          comune di allora, o non fosse che un dialetto solo al quale appartenessero tutte quelle
          proprietà che ora a molti e diversi si attribuiscono, credo che sia sentenza già sostenuta
          e <pb ed="aut" n="3047"/> anche generalmente ricevuta oggidì appresso gli eruditi
          stranieri. (26. Luglio 1823. dì di S. Anna.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La forza, l’originalità, l’abbondanza, la sublimità, ed anche la nobiltà dello stile
          possono, certo in gran parte, venire dalla natura, dall’ingegno dall’educazione, o col
          favore di queste acquistarsene in breve l’abito, ed acquistato, senza grandissima fatica
          metterlo in opera. La chiarezza e (massime a’ dì nostri) la semplicità (intendo quella
          ch’è quasi uno colla naturalezza e il contrario dell’affettazione <emph>sensibile</emph>,
          di qualunque genere ella sia, ed in qualsivoglia materia e stile e composizione, come ho
          spiegato altrove), la chiarezza e la semplicità (e quindi eziandio la grazia che senza di
          queste non può stare, e che in esse per gran parte e ben sovente consiste), la chiarezza,
          dico, e la semplicità, quei pregi fondamentali d’ogni qualunque scrittura, quelle qualità
          indispensabili anzi di primissima necessità, senza cui gli altri pregi a nulla valgono, e
          colle quali niuna scrittura, benchè niun’altra dote abbia, è mai dispregevole, sono tutta
          e per tutto opera dono ed effetto dell’arte. <pb ed="aut" n="3048"/> Le qualità dove
          l’arte dee meno apparire, che paiono le più naturali, che debbono infatti parere le più
          spontanee, che paiono le più facili, che debbono altresì parer conseguite con somma
          facilità, l’una delle quali si può dir che appunto consista nel nascondere intieramente
          l’arte, e nella niuna apparenza d’artifizioso e di travagliato; esse sono appunto le
          figlie dell’arte sola, quelle che non si conseguono mai se non collo studio, le più
          difficili ad acquistarne l’abito, le ultime che si conseguiscano, e tali che acquistatone
          l’abito, non si può tuttavia mai senza grandissima fatica metterlo in atto. Ogni minima
          negligenza dello scrittore nel comporre, toglie al suo scrivere, in quanto ella si
          estende, la semplicità e la chiarezza, perchè queste non sono mai altro che il frutto
          dell’arte, siccome abituale, così ancora attuale; perchè la natura non le insegna mai, non
          le dona ad alcuno; perchè non è possibile ch’elle vengano mai da se, chi non le cerca, nè
          che veruna parte <pb ed="aut" n="3049"/> di veruna scrittura riesca mai chiara nè semplice
          per altro che per espresso artifizio e diligenza posta dallo scrittore a farla riuscir
          tale. E togliendo immancabilmente la chiarezza e la semplicità, ogni minima negligenza
          dello scrittore inevitabilmente danneggia, e in quella tal parte distrugge sì la bellezza
          sì la bontà di qualsivoglia scrittura. Perocchè la semplicità e la chiarezza sono parti
          così fondamentali ed essenziali della bellezza e bontà degli scritti, ch’elle debbono
          esser continue, nè mai per niuna ragione (se non per ischerzo o cosa tale) elle non
          debbono essere intermesse, nè mancare a veruna, benchè piccola, parte del componimento. La
          forza, la sublimità, l’abbondanza o la brevità e rapidità, lo splendore, la nobiltà
          medesima, si possono, anzi ben sovente si debbono intermettere nella scrittura; elle
          possono, anzi debbono avere quando il più quando il meno, sì dentro una medesima, come in
          diverse composizioni e generi; elle possono esser differenti da se medesime, secondo le
          scritture, e le parti e circostanze <pb ed="aut" n="3050"/> e occasioni di queste, anzi
          elle nè deggiono nè possono altrimenti. Ma la chiarezza e la semplicità non denno aver mai
          nè il più nè il meno; in qualsivoglia genere di scrittura, in qualsivoglia stile, in
          qualsivoglia parte di qualsiasi componimento, elle, non solo non hanno a mancar mai pur un
          attimo, ma denno sempre e dovunque e appresso ogni scrittore esser le medesime in quanto a
          se (benchè con diversi mezzi si possono proccurare, e dar loro diversi aspetti e diverse
          circostanze), sempre della medesima quantità, per così dire, e sempre uguali a se stesse
          nell’esser di chiarezza e semplicità, e nell’intensione di questo essere. (26. Luglio.
          1823. dì di Sant’Anna.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È ben difficile scrivere in fretta con chiarezza e semplicità; più difficile che con
          efficacia veemenza, copia, ed anche con magnificenza di stile. Nondimeno la fretta può
          stare colla diligenza. La semplicità e chiarezza se può star colla fretta, non può certo
          star colla negligenza. È bellissima nelle scritture un’apparenza di trascuratezza, di
          sprezzatura, un abbandono, una quasi noncuranza. <pb ed="aut" n="3051"/> Questa è una
          delle specie della semplicità. Anzi la semplicità più o meno è sempre un’apparenza di
          sprezzatura (benchè per le diverse qualità ch’ella può avere, non sempre ella produca nel
          lettore il sentimento di questa sprezzatura come principale e caratteristico) perocch’ella
          sempre consiste nel nascondere affatto l’arte, la fatica, e la ricercatezza. Ma la detta
          apparenza non nasce mai dalla vera trascuratezza, anzi per lo contrario da moltissima e
          continua cura e artifizio e studio. Quando la negligenza è vera, il senso che si prova nel
          legger lo scritto, è quello dello stento, della fatica, dell’arte, della ricercatezza,
          della difficoltà. Perocchè la facilità che si dee sentir nelle scritture è la qualità più
          difficile ad esser loro comunicata. Nè senza stento grandissimo si consegue nè l’abito nè
          l’atto di comunicarla loro. (27. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Voce non esistente nel latino scritto, comune però alle tre lingue figlie.
          <emph>Speranza</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">espérance</foreign>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">esperança</foreign>, cioè <emph>sperantia</emph>, verbale di
            <pb ed="aut" n="3052"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">spero</foreign>, fatto secondo l’uso del buon latino,
          come <foreign lang="lat" rend="italic">constantia, instantia, redundantia</foreign> ec.
          (27. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3040. Qua io credo che si debba riferire il verbo <emph>posare</emph> (francese
            <foreign lang="fre" rend="italic">poser</foreign> onde <foreign lang="fre">
            <hi rend="italic">déposer</hi>, opposer, supposer, composer, apposer, disposer, exposer,
            proposer, imposer</foreign> ec. ec.) in quanto ei significa <emph>por giù,
          deporre</emph>, con tutti i suoi derivati ec. in questo senso. Che <emph>riposare</emph> e
            <emph>posare</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic">quiescere</foreign> vengano da
            <emph>pausa pausare</emph> ec. (e così il franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >reposer</foreign> ec.) l’ho detto in altro luogo, lo dimostra l’uso del verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">pausare</foreign> ec. ec. nel Glossar. Cang. e va bene. Ma che
            <emph>posare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">poser</foreign>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">déposer</foreign> per <emph>deporre</emph>, vengano da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pausare</foreign>, non da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ponere</foreign>, e non siano quindi affatto diversi da <emph>posare</emph> ec. per
            <foreign lang="lat" rend="italic">quiescere</foreign>, benchè suonino allo stesso modo;
          non posso in alcun modo persuadermelo, benchè trovi nel Gloss. un esempio dove <foreign
            lang="lat" rend="italic">pausare</foreign> sta per <emph>deporre</emph>. Io credo che
          sia sbaglio di copista (o dello stesso autore, ignorante, come tutti allora erano, della
          lingua stessa barbara) che ha scritto l’<emph>au</emph> per l’<emph>o</emph>, sillabe
          solite a confondersi, massime ne’ bassi tempi, e massime avendovi un altro verbo
          similissimo, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">pausare</foreign>
          <pb ed="aut" n="3053"/> per <emph>riposare</emph>, a cui l’<emph>au</emph> veramente
          conveniva. <emph>Posare</emph> per <emph>deporre</emph> dee certo venire da <foreign
            lang="lat" rend="italic">positus</foreign>, contratto in <foreign lang="lat"
            rend="italic">posus</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">visitus-visus,
            pinsitus-pinsus, pisitus-pisus</foreign>, onde <foreign lang="fre" rend="italic"
          >viser</foreign>, <emph>pisare</emph>. Da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >positus</foreign> non contratto, viene <emph>depositare</emph> e lo spagn. <foreign
            lang="spa" rend="italic">depositar</foreign>, di cui pure ho parlato altrove. Aggiungete
          che <foreign lang="fre" rend="italic">poser</foreign> in francese non vale bene spesso
          altro che propriamente <emph>porre</emph>, e non ha nientissimo a far con
          <emph>riposare</emph> o <foreign lang="fre" rend="italic">reposer</foreign>, se non in
          quanto quest’ultimo talvolta significa <emph>residere, far la posa</emph>, e in questo
          senso egli è un altro verbo, e viene altresì da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ponere</foreign>. Da <foreign lang="lat" rend="italic">postus</foreign> viene
            <emph>appostare</emph> ital. <foreign lang="spa" rend="italic">apostar</foreign> spagn.
            <emph>impostare</emph> italiano moderno tecnico. (27. Luglio. 1823.). V. p. 3058.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Pausare</foreign> poi potrà venir da <foreign lang="lat"
            rend="italic">pausa</foreign>, la qual voce viene da <foreign lang="grc">παύω</foreign>.
          Ma potrebbe anche (insieme con <emph>posare</emph>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic"
            >quiescere</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">reposare</foreign>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">reposer</foreign> ec.) essere un vero continuativo fatto da un
            <foreign lang="lat" rend="italic">pausus</foreign> participio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">pauo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">pavo</foreign> o simil
          verbo pari al sopraddetto verbo greco. V. Forcell. e quello che altrove ho detto di tali
          voci in un pensiero separato, e il Glossar. (27. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3054"/> A proposito di quel che ho detto nel principio del mio discorso
          sui continuativi circa <foreign lang="lat" rend="italic">exspectare</foreign>
          <foreign lang="spa" rend="italic">esperar</foreign> ec. vedi il Gloss. Cang. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Sperare</foreign> 3, e 5.(27. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Crystallus</foreign> da <foreign lang="grc">Κρύσταλλος</foreign>
          <emph>gelo</emph>. La stessa metafora adoperata da’ latini e greci per significare il
          cristallo naturale, adoprasi da’ francesi per l’artifiziale. <foreign lang="fre"
            rend="italic">Glace</foreign>, <emph>lastra di cristallo fattizio</emph>. (27. Luglio.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3040. fine. Questi tali diminutivi comuni a tutte tre le lingue figlie dimostrano
          che l’uso di essi in luogo e significato de’ positivi viene dal latino, massime che anche
          nel buon latino si trovano molti diminutivi usati in luogo de’ positt. disusati o perduti
          o meno usati, ovvero indifferentemente dai positivi ec. ec. ec. I quali fanno ben
          probabile che il volgo o il sermon familiare latino usasse nel modo stesso anche que’
          diminutivi positivati che oggi s’usano o in tutte 3. le lingue figlie, o in alcuna di loro
          ec. da noi in parte annoverati ec. ec. ec.</p>
        <p>Al qual proposito si osservi la voce <foreign lang="lat" rend="italic">fabula
          fabella</foreign> ec. onde <foreign lang="lat" rend="italic">fabulo as, fabulor
          aris</foreign>, e <emph>favella, favellare</emph> ec. come ho largamente detto altrove.
          Ch’ella venga da <emph>fari</emph> lo credo, ma parmi eziandio chiaro ch’ella è un
          diminutivo d’altra voce. E tanto più che non si dice <emph>fabulella</emph>, ma <foreign
            lang="lat" rend="italic">fabella</foreign>, altro diminutivo, che non vien da <foreign
            lang="lat" rend="italic">fabula</foreign>, ma pare che insieme con questo dimostri un
          terzo <pb ed="aut" n="3055"/> e positivo nome, del quale ambedue sieno diminutivi<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Notate però che similm. si dice <foreign lang="lat" rend="italic">populus</foreign>
              (onde <foreign lang="lat" rend="italic">populo</foreign> e <foreign lang="lat"
                rend="italic">populor</foreign>) e <foreign lang="lat" rend="italic"
              >popellus</foreign>. In <bibl>
                <author>Fedro</author> IV. 7. v. 22</bibl>. <foreign lang="lat" rend="italic"
                >fabella</foreign> è vero diminutivo di <foreign lang="lat" rend="italic"
              >fabula</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">popellus</foreign> lo è di
                <foreign lang="lat" rend="italic">populus</foreign>. In tal caso
              <emph>favella</emph> e <emph>favellare</emph> che i lat. dicevano <foreign lang="lat"
                rend="italic">fabula</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
              >fabulare</foreign>, appartengono alla classe de’ nostri diminutivi presi in vece de’
              positivi. Abbiamo anche <emph>favola</emph> positivo, ma in altro senso, pur latino
              però. V. p. 3062.</p>
          </note>. Questo positivo è ignoto nel latino. Non vi si usano che i detti diminutivi, col
          verbo diminutivo <foreign lang="lat" rend="italic">fabulo</foreign> ec. Ma noi abbiamo la
          voce <emph>fiaba</emph> che significa appunto <emph>favola</emph>, e che poi fu applicato
          particolarmente a certe stravaganti composizioni teatrali, come anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">fabula</foreign> in latino fu applicato a significare i drammi in senso
          non diminutivo ma positivo. Dubito forte che questo <emph>fiaba</emph> sia voce
          antichissima nel latino, perduta nello scritto, conservata nel volgare fino a noi. (27.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come pedantescamente l’ortografia francese sia modellata, anzi servilmente copiata dalla
          latina si può osservar nell’uso dell’<emph>h</emph> che in parole o sillabe affatto
          compagne di pronunzia, e di suono, non hanno l’<emph>h</emph> se in latino (o in greco
          ec.) non l’avevano, se l’avevano l’hanno anche in francese. Come in <foreign lang="fre"
            rend="italic">Christ-cristal, technique, théologie, homme-omettre</foreign> ec. Così
          dite del <emph>ph</emph>, dell’<emph>y</emph> ec. Cosa veramente pedantesca e infilosofica
            <pb ed="aut" n="3056"/> che parole nazionali, usualissime, volgarissime s’abbiano da
          scrivere non come la nazione le pronunzia, ma come le scrivevano quelli dalle cui lingue
          esse vennero, i quali così le scrivevano perchè così le pronunziavano, giacchè anche i
          latini pronunziavano p. e. l’<emph>y</emph> come <emph>u</emph> gallico, ec. (sebbene
          anch’essi da’ tempi di Cicerone in poi peccarono un poco nella servile imitazione della
          scrittura greca circa le parole venute o nuovamente prese dal greco. E vedi
            <bibl>Desbillons ad Phaedr. Manheim 1786. p. LXVIII.</bibl>). Che se le voci
          naturalizzate in una lingua, e mutate affatto dal loro primo stato per la pronunzia della
          nazione, s’avessero sempre a scrivere nel modo in cui le scrivevano o le scrivono quei
          popoli, ancorchè lontanissimi e diversissimi, onde a noi vennero, e se la scrittura
          originale s’avesse sempre a conservare in ciascuna voce, cangiata o non cangiata dal
          tempo, dal luogo, e dalla diversa nazione e lingua, e se il pregio di un’ortografia
          consistesse nel conservare le forme originali di ciascuna voce per forestiera ch’ella
          fosse, non so perchè le voci venute dal greco non si debbano scrivere con lettere greche,
          e l’ebraiche e le arabiche con lettere e punti ebraici ed arabici, e le tedesche con
          lettere tedesche. Giacchè usando diverso alfabeto, la scrittura originale si può imitare,
          ma non perfettamente conservare. E così dovremmo imparare e usare cento alfabeti per saper
          leggere e scrivere la nostra lingua. <pb ed="aut" n="3057"/> Veramente nessuna nazione in
          questa parte è così savia, e niuna scrittura così vera, perfetta e filosofica come
          l’italiana. Gli antichi greci se le potrebbero paragonare, se non che poche voci
          forestiere li ponevano in pericolo di guastar la loro ortografia. (27. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Condiscendere, condiscendenza</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >condecender</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic">condescender</foreign>,
            <foreign lang="fre" rend="italic">condescendre, condescendance</foreign> ec. vengono dal
          greco <foreign lang="grc">Συγκατάβασις</foreign> per <emph>condiscendenza</emph> è in S.
          Gio. Crisost. nel Sermone <title lang="lat">Quod nemo laedatur nisi a seipso</title>
          <title>
            <foreign lang="grc">δύναται</foreign>
          </title>, che incomincia <quote>
            <foreign lang="grc">Οἶδα μὲν ὅτι τοῖς παχυτέροις</foreign>
          </quote>, <bibl>cap. 11. Opp. Chrysost. ed. Montfaucon, t. 3. p. 457. B.</bibl> Vedi i
          Glossar. latino e greco. V. p. 3071.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sopra</emph> per <emph>contro</emph> (<bibl>v. <title>Crusca</title> in
            <emph>Sopra</emph> par. 2</bibl>. <quote>
            <emph>Venire sopra alcuno, Dare sopra</emph>
          </quote>. <bibl>Il <author>Bocc.</author>
            <title>Nov. 17.</title>
          </bibl>
          <quote>
            <emph>Acciocchè sopra</emph>
          </quote>, cioè contro, <quote>
            <emph>Osbech dall’una parte con le sue forze discendesse</emph>
          </quote>. E <bibl>v. pur la <title>Crusca</title> in <emph>Scendere</emph>. par.
          1.</bibl>) è pretto grecismo (ignoto nel buon latino) e grecismo dell’ottimo e purissimo
          greco. I greci dicono <foreign lang="grc">ἐπὶ</foreign> nel medesimo senso, sì quando
          questa preposizione è separata, sì nella composizione, come <foreign lang="grc"
          >ἐπέρχομαι</foreign> ec. <foreign lang="grc">ἐπιτίθεμαι</foreign>. (28. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3058"/> Alla p. 3053. fine. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >Posar</foreign> spagn. per <emph>abitare</emph>, onde <foreign lang="spa" rend="italic"
            >posada</foreign> ec. <foreign lang="spa" rend="italic">Pausar</foreign> spagn. ec. V. i
          Diz. spagn. — <foreign lang="lat" rend="italic">Repossione</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">repos-it-ionem</foreign> trovasi in un’antica iscrizione latina
          recentemente scoperta, e illustrata dal Ciampi (in una lettera data da Varsavia e stampata
          nell’Appendice al Giornale di Milano due o tre anni fa); e sta con significazione di
            <emph>luogo da riporre robe</emph>. (28. Luglio. 1823.). V. p. 3060.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Corruptio optimi pessima</foreign>
          </quote>. Questo proverbio si verifica nominatamente negli uomini, negli spiriti
          sensibilissimi che col tempo e coll’uso del mondo divengono più insensibili
          degl’insensibilissimi per natura, come ho detto altrove, e danno nell’eccesso contrario
          ec. (28. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Persone imperfette, difettose, mostruose di corpo, tra quelle che non arrivano a nascere
          e si perdono per aborti, sconciature ec. non volontarie nè proccurate; tra quelle che son
          tali dalla nascita, e muoiono appena nate o poco appresso, per vizi naturali interni o
          esterni; quelle che così nate vivono e si veggono e si ponno facilmente contare,
          annoverando le mostruosità e difettosità d’ogni sorta; quelle finalmente che tali son
          divenute dopo la nascita, più <pb ed="aut" n="3059"/> presto o più tardi, naturalmente e
          senza esterna cagione immediata, voglio dire o per vizio ingenito sviluppatosi in séguito,
          o per malattia qualunque naturalmente sopravvenuta; sommando dico e raccogliendo tutti
          questi individui insieme, si vedrà a colpo d’occhio e senza molta riflessione che il loro
          numero nel solo genere umano, anzi nella sola parte civile di esso, avanza di gran lunga
          non solamente quello che trovasi in qualsivoglia altro intero genere d’animali, non
          solamente eziandio quello che veggiamo in ciascheduna specie degli animali domestici, che
          pur sono corrotti e mutati dalla naturale condizione e vita, e da noi in mille guise
          travagliati e malmenati; ma tutto insieme il numero degl’individui difettosi e mostruosi
          che noi veggiamo in tutte le specie di animali che ci si offrono giornalmente alla vista,
          prese e considerate insieme. La qual verità è così manifesta, che niuno, io credo, purchè
          vi pensi un solo momento e raccolga le sue reminiscenze, la potrà contrastare. Simile
          differenza si troverà in questo particolare fra le nazioni civili e le selvagge, e
          proporzionatamente fra le più civili e le meno, secondo un’esatta scala, come tra’
          francesi italiani tedeschi spagnuoli ec.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3060"/> Quali conseguenze si tirino da queste osservazioni, è così facile
          il vederlo, come esse conseguenze sono evidentissime, ed hanno quella maggior certezza che
          possa avere una proposizione dimostrata matematicamente, e dedotta matematicamente da
          un’altra di cui non si possa dubitare. (28. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Porgo</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >porrigo is</foreign>, sincope usata dagli antichi latini e volgare tra noi. V. Forcell.
          in <foreign lang="lat" rend="italic">Porgo</foreign> e massime il luogo di Festo. (28.
          Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2842. principio. <foreign lang="lat" rend="italic">Defectus a um</foreign> sembra
          avere il significato neutro di <foreign lang="lat" rend="italic">is qui defecit</foreign>
          in parecchi luoghi, de’ quali <bibl>v. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">defectus a um</foreign>
          </bibl>, e il <bibl>
            <title>Fedro</title> di <author>Desbillons</author>, Manheim 1786. p. LVII. ad lib. I.
            fab. 21. vers. 3</bibl>. <foreign lang="lat" rend="italic">Quietus a um</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">quiesco</foreign>. <bibl>V. in particolare il
              <author>Desbillons</author> loc. cit. p. LXII. ad II.8. v. 15</bibl>. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Usurpatus a um</foreign>. <bibl>V. <author>Cic.</author>
            <title>ad fam.</title> IX. 22. verso il princ.</bibl> (28. Luglio. 1823.). V. p. 3074.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3058. <foreign lang="lat" rend="italic">Assus</foreign> (e così <foreign
            lang="lat" rend="italic">semiassus</foreign>) per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >assatus</foreign> sarebbe una contrazione che farebbe al proposito. Se però <foreign
            lang="lat" rend="italic">assare</foreign> non viene appunto da <foreign lang="lat"
            rend="italic">assus</foreign>, il quale in tal caso sarebbe participio di verbo ignoto.
          E s’ei fosse il medesimo che <foreign lang="lat" rend="italic">arsus</foreign> (v.
          Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Assus</foreign>), il che non è inverisimile,
            <pb ed="aut" n="3061"/> stante l’antico uso latino di pronunziare e scrivere la
          <emph>s</emph> per la <emph>r</emph> (del che altrove cioè per 2991. segg.) <foreign
            lang="lat" rend="italic">assare</foreign> sarebbe lo stesso che <foreign lang="lat"
            rend="italic">arsare</foreign>, voce de’ bassi tempi, della quale altrove, continuativo
          di <foreign lang="lat" rend="italic">ardeo</foreign>, e più regolare ec. nella pronunzia
          che <foreign lang="lat" rend="italic">assare</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">asar.</foreign> It. <emph>lessare</emph>
            ec.</p>
          </note>. V. p. 3064. <foreign lang="lat" rend="italic">Elixus</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">elixatus</foreign> (che pur si dice) sarebbe altra contrazione
          al proposito, se però <foreign lang="lat" rend="italic">elixo</foreign> non viene da
            <foreign lang="lat" rend="italic">elixus</foreign>, come ho detto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">assus</foreign>. E veggasi a questo proposito la p. 2757 8. e 2930. marg.
          (29. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Niuna cosa nella società è giudicata, nè infatti riesce più vergognosa del vergognarsi.
          (29. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In proposito di <emph>favella, favellare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >hablar</foreign> ec. di cui molto distesamente ho ragionato altrove, veggansi le voci
          francesi <foreign lang="fre" rend="italic">habler, hablerie, hableur</foreign> ec. Essi
          hanno anche <foreign lang="fre" rend="italic">fable</foreign> ec. come noi pur
            <emph>favola</emph> ec. e gli spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic"
          >fabula</foreign> ec. dall’altro significato latino di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fabula, fabulari</foreign> ec. (29. Luglio. 1823.). Vedi pur lo spagn. <foreign
            lang="spa" rend="italic">habla</foreign> e <foreign lang="spa" rend="italic"
          >hablilla</foreign> ec. <foreign lang="spa" rend="italic">ser habla</foreign> o <foreign
            lang="spa" rend="italic">hablilla del pueblo</foreign>. (29. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3062"/> Alla p. 3055. marg. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Asinus-asellus</foreign> in vece di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >asinellus</foreign>, che sarebbe intero e regolare, e che noi diciamo. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Opera-opella</foreign> ec. (29. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Esse conveniens alicui rei</foreign> pro <foreign
            lang="lat" rend="italic">convenire</foreign>; il participio attivo coll’ausiliare
            <foreign lang="lat" rend="italic">esse</foreign>, all’italiana. <bibl>V. <author>Fedro</author>
            <title>Fab. 27</title> v. <hi rend="sc">i</hi>. l. <hi rend="sc">i</hi>
          </bibl>. e <bibl>
            <author>Ovid.</author>
            <title>Trist.</title>
            <hi rend="sc">i</hi>. <hi rend="sc">i</hi>. v. 6.</bibl> ed anche il <bibl>
            <title>Fedro</title> di <author>Desbillons</author>, Manheim 1786. p. LIX</bibl>. (29.
          Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altri due italianismi veggansi in <bibl>
            <author>Fedro</author> II. 5. v. 25., e 8. v. 4. — <author>Desbillons</author> loc. cit.
            p. LXIV e LXV</bibl>. E notinsi i luoghi di Varrone il quale parla del latino illustre.
          Altro eziandio III. 6. v. 5. — Desbill. p. LXXI. Ma Fedro seguiva o s’appressava in molte
          cose al latino volgare. Quindi è ch’ha delle frasi tutte sue, cioè che non si trovano
          negli altri autori latini, e che sono sembrate non latino. Vedi il Desbillons p. XXII-VI.
          e gli altri che trattano della sua latinità. Niuno de’ quali, io credo, ha osservato la
          vera cagione della differenza di questa latinità dalla più nota. Tutti gli scrittori
          latini (anche antichi e veri classici) che hanno del familiare nello stile, come, oltre i
          Comici, Celso (che s’accosta molto a Fedro quanto può un prosatore a un poeta, e che fu
          pur creduto non appartenere al secolo d’oro) e <pb ed="aut" n="3063"/> lo stesso Cesare,
          inclinando per conseguenza più degli altri al linguaggio volgare, (benchè moderatamente e
          con grazia, come molti degl’italiani, p. e. il Caro), si accostano eziandio più degli
          altri all’andamento, sapore ec. e alle frasi, voci o significazioni ec. dell’italiano.
          Così pure fa Ovidio fino a un certo segno, ma per altra ragione, cioè per la negligenza e
          fretta che non gli permetteva di ripulire bastantemente il suo linguaggio, di dargli
          dovunque il debito splendore, nobiltà ec.; di tenersi sempre lontano dalla favella usuale:
          insomma perchè non sapeva o non curava di scrivere perfettamente bene, e si lasciava
          trasportare dalla sua vena e copia, con poco uso della lima, siccome per lo stile, così
          per la lingua. (29. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3040. fine. <foreign lang="lat" rend="italic">Asellus, capella</foreign>
          equivalgono ad <foreign lang="lat" rend="italic">asinus, capra</foreign>. Vedi a questo
          proposito il Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">catellus</foreign>. (30.
          Luglio. 1823.). V. p. 3073.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come da <foreign lang="lat" rend="italic">nosco-notus, noscito</foreign>, così da
            <foreign lang="lat" rend="italic">nascor-natus, nasciturus</foreign>, del che mi pare di
          aver detto altrove. (30. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3064"/> Similmente <foreign lang="lat" rend="italic"
            >morior-mortuus-moriturus</foreign> ec. ec. (30. Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3061. Che <foreign lang="lat" rend="italic">assare</foreign> venga da <foreign
            lang="lat" rend="italic">ardere</foreign>, e sia lo stesso che <foreign lang="lat"
            rend="italic">arsare</foreign>, oltre la verisimiglianza ch’ha in se medesimo,
          considerando i significati di tali verbi, si fa eziandio più probabile osservando che il
          nostro <emph>arrostire</emph> (franc. <foreign lang="fre" rend="italic">rôtir</foreign>)
          ch’equivale ad <foreign lang="lat" rend="italic">assare</foreign>, viene da <foreign
            lang="lat" rend="italic">urere</foreign> ch’equivale quasi ad <foreign lang="lat"
            rend="italic">ardere</foreign> (preso attivamente, come noi sovente lo prendiamo, e come
          bisogna considerarlo nel caso nostro: v. Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ardeo</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">arsus</foreign> participio passato,
          i Diz. franc. in <foreign lang="fre" rend="italic">arder</foreign>, e lo spagnuolo). E che
            <emph>arrostire</emph> venga da <foreign lang="lat" rend="italic">urere</foreign>, si
          dimostra guardando ch’egli è corruzione (o che altro si voglia) d’<emph>abbrostire</emph>
          il quale originariamente è il medesimo verbo; e che <emph>abbrostire</emph> è quasi il
          medesimo che <emph>abbrostolire</emph>, il qual è corruzione di <emph>abbrustolare</emph>;
          e che <emph>abbrustolare</emph>, detratte le lettere <emph>abbr</emph> (non so come
          premessegli) è appunto il latino <foreign lang="lat" rend="italic">ustulare</foreign>, il
          cui significato è nè più nè meno quello di <emph>abbrustolare</emph>; e che <foreign
            lang="lat" rend="italic">ustulare</foreign> è fatto da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ustus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">urere</foreign>.
          <emph>Abbrustiare</emph> voce fiorentina è quanto al materiale lo stesso che
            <emph>abbrustolare</emph>, mutato il <emph>tol</emph>
          <pb ed="aut" n="3065"/> (lat. <emph>tul</emph>) in <emph>ti</emph>, secondo il costume
          della lingua nostra (e massime della fiorentina e toscana), come da <foreign lang="lat"
            rend="italic">oc-ul-us</foreign>
          <emph>occh-i-o</emph>, da <foreign lang="lat" rend="italic">masc-ul-us</foreign>
          <emph>masch-i-o</emph>, che i fiorentini dicono <emph>mastio</emph> ec. come ho detto
          altrove (così da <foreign lang="lat" rend="italic">misc-ul-are</foreign>
          <emph>misch-i-are</emph>, i fiorentini <emph>mistiare</emph>). Le lettere <emph>abbr
          abr</emph> o <emph>br</emph> paiono nelle nostre lingue esser proprie, non so perchè,
          delle voci di questo tal significato o simile; come in <emph>abbrostire</emph> e ne’
          sopraddetti (i francesi non conservano che l’<emph>r</emph>, cioè <foreign lang="fre"
            rend="italic">rostir</foreign>, ma questa sembra essere un’aferesi di
          <emph>abbrostire</emph>, o <emph>abrustire</emph> che sarebbe un vero latino-barbaro), in
            <emph>brustolare, abbruciare</emph> ec., <emph>bruciare</emph> ec.,
          <emph>abbronzare</emph> ec. <emph>abbruscare</emph> (v. l’Alberti), <foreign lang="fre"
            rend="italic">brûler</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">abrasar</foreign> ec.
          Forse queste tutte sono corruzioni del latino <emph>amb</emph> (<foreign lang="lat"
            rend="italic">ambustus, amburere</foreign> ec.). Veggasi il Glossario se ha nulla in
          proposito. Veramente <emph>abbruciare, bruciare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >brûler</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">abrasar</foreign> sembrano non
          appartenere al latino, e da quella origine da cui essi vennero, fu tolto forse ancora
          l’uso di premettere le lettere <emph>abbr, abr, br</emph> ad altre voci di significato
          affine al loro, <pb ed="aut" n="3066"/> benchè venute d’altra origine, cioè latina ec.
          (30. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che la lingua italiana mediante la letteratura sia stata per più secoli divulgatissima in
          Europa, e più divulgata che niun’altra moderna a quei tempi, o certo per più lungo spazio
          (perchè la lingua spagnuola per certo tempo lo fu forse altrettanto, e in Italia nel 600
          trovo stampate le Novelle di Cervantes in ispagnuolo, mentre oggi in tanta diffusione
          della lingua francese, che niuno è che non la intenda, è ben difficile che tra noi si
          ristampi un libro francese di letteratura o divertimento in lingua francese), raccogliesi
          da parecchi luoghi e notizie da me segnate qua e là, e da molte altre che si possono
          facilmente raccorre. <bibl>Vedi in particolare <author>Andres</author>, <title>Stor. della
              letterat.</title> parte 2. l. <hi rend="sc">i</hi>. poesia inglese, ed. Ven. del
            Loschi, t. 4. p. 116. 117. 119.</bibl>, la Vita di Milton, l’Orazione di Alberto Lollio
          in lode della lingua toscana, nelle <bibl>
            <title>Prose fiorentine</title>, part. 2. vol. 4. ed. Ven. 1730-43. p. 38 39</bibl>,
          dov’è un passo molto interessante a questo proposito. Ma si noti che in altre edizioni
          come in quella <pb ed="aut" n="3067"/> della Raccolta di prose ad uso delle regie scuole,
          ed. 3.<hi rend="apice">a</hi> Torino, 1753. p. 309. questo passo, siccome tutta
          l’orazione, è notabilissimamente mutato; e veggasi la prefazione al citato vol. delle
          Prose fior. p. X-XI. Veggasi ancora Speroni Oraz. in morte del Bembo nelle Orazioni
          stampate in Ven. 1596. p. 144-5. La Canzone de’ Gigli del Caro, mandata in Francia, e
          fatta apposta per colà, come anche il Commento alla medesima secondo che dice il Caro in
          una delle sue lettere al Varchi, il conto fattone in Francia ec. (vedi la Vita del Caro);
          la Canzone del Filicaia per la liberazione di Vienna, mandata in Germania, e credo anche
          in Polonia, e colà molto lodata, come si vede nelle lettere del Redi<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>V. p. 3816.</p>
          </note>; i poemi dell’Alamanni fatti in Francia ad istanza di quei principi ec. e colà
          stampati (v. Mazzucchelli, Vita dell’Alamanni), siccome molti altri libri italiani
          originali o tradotti si pubblicavano allora o si ristampavano fuor d’Italia, nella quale
          certo niun libro francese, inglese, tedesco si pubblicava o ristampava originale, e ben
          pochissimi tradotti (francesi o spagnuoli); tutte queste cose, e cento altre simili
          notizie e indizi di cui son pieni <pb ed="aut" n="3068"/> i libri del 500, del 600, e
          anche de’ principii del 700, dimostrano quanto la lingua italiana fosse divulgata.
          Nondimeno ella ha lasciato ben poche o niuna parola agli stranieri (eccetto alcune
          tecniche, militari, di belle arti ec. che spettano ad altro discorso) mentre la lingua
          francese tanti vocaboli e frasi e modi e forme ha comunicato e comunica a tutte le lingue
          colte d’Europa, e in esse le ha radicate e naturalizzate per sempre, e continuamente ne
          radica e naturalizza. Segno che la letteratura è debol fonte e cagione e soggetto di
          universalità per una lingua, perocchè una lingua universale per la sola letteratura (e per
          questo lato fu veramente universale l’italiana a que’ tempi, quanto mai lo sia stato
          alcun’altra fra le nazioni civili) non rende <foreign lang="grc">διγλώττους</foreign> le
            <emph>nazioni</emph> in ch’ella si spande, e non è mai se non materia di studio e di
          erudizione (<foreign lang="grc">παιδείας</foreign>). Quindi poco profonde radici mettono
          nell’altre lingue le sue parole: e terminata l’influenza della sua letteratura <pb
            ed="aut" n="3069"/> termina la sua universalità (non così, terminata l’influenza della
          nazion francese è terminata nè terminerà l’universalità della sua lingua, nè così della
          greca ec.), e si dimenticano e disusano ben presto quelle parole e modi che lo studio e
          l’imitazione della sua letteratura aveva forse introdotto nelle letterature straniere, ma
          non più oltre che nelle letterature. Quando in Francia a tempo di Caterina de’ Medici, la
          nostra lingua si divulgò per altro che per la letteratura, allora l’italianismo nel
          francese non appartenne alla letteratura sola, e in questa medesima eziandio fu maggiore
          assai che negli altri tempi o circostanze, onde, non so qual degli Stefani, scrisse quel
          dialogo satirico del quale ho detto altrove più volte.</p>
        <p>Il Menagio, Regnier Desmarais, il Milton ec. che scrissero e poetarono in lingua
          italiana, sono esempi non rinnovatisi, cred’io, rispetto ad alcun’altra lingua moderna, se
          non dipoi rispetto alla francese, e certo non dati nè imitati mai dagl’italiani, se non
          appresso <pb ed="aut" n="3070"/> parimente quanto al francese. S’è vero che nel 500
          v’avessero cattedre di lingua italiana tra’ forestieri, come dice Alberto Lollio, esse
          erano, cred’io, le uniche dove s’insegnasse lingua moderna forestiera nè nazionale, nè mai
          vi fu cosa simile in Italia per nessun’altra lingua moderna (eccetto forse in
            <emph>Propaganda</emph> di Roma) fino a questi ultimissimi tempi (v’è ora qualche
          cattedra di lingua moderna in Italia? Dubito assai: di lingua italiana? dubito ancor più).
          È noto poi che la letteratura e lingua spagnuola nel suo secolo d’oro che fu il 500. come
          per noi, si modellò in gran parte sull’italiana, colla qual nazione la Spagna ebbe allora
          purtroppo che fare. (30. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Benedetto Buommattei nell’ <title>Orazione delle lodi della lingua toscana</title> detta
          da lui l’anno 1623. nell’Accademia Fiorentina (Vita del Buommatt. in fronte alla sua
          Grammat. ed. Napoli 1733. p. 22. princ.), verso il fine, cioè nella succitata Raccolta di
          Torino p. 299. fine — 300. e appiè della sua Gramatica, ediz. cit. p. 273. fine, dice
          della universal <pb ed="aut" n="3071"/> diffusione della lingua <emph>toscana</emph> a
          quel tempo ciò che ivi puoi vedere. (30. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Dompter</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >domitare</foreign>, inseritoci il <emph>p</emph>, come in <foreign lang="lat"
            rend="italic">emptus, sumptus</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic"
          >sumpsi</foreign> ec.) e simili, e come alcuni fanno in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >temptare</foreign> che nel Cod. de Rep. di Cic. è scritto <foreign lang="lat"
            rend="italic">temtare</foreign>, come anche si scrive <foreign lang="lat" rend="italic"
            >emtus, sumtus, peremtus</foreign> ec. Veggasi la p. 3761. fine. E il Richelet nel Diz.
          scrive <foreign lang="fre" rend="italic">domter</foreign> con tutti i suoi derivati
          similmente, e vuol che si pronunzi <emph>donter</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >dontable</foreign> ec. così anche altri Dizionari moderni. Così <foreign lang="lat"
            rend="italic">dompnus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">domnus</foreign>
          contratto da <foreign lang="lat" rend="italic">dominus</foreign>. E a questo discorso
          appartiene la voce <foreign lang="lat" rend="italic">somnus</foreign> fatta da <foreign
            lang="grc">ὕπνος</foreign> e, come dice Gellio, da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sypnus</foreign> — o <foreign lang="lat" rend="italic">supnus-sumnus-somnus</foreign>.
            <bibl>V. il <author>Glossar.</author>
          </bibl> se ha niente che faccia a proposito. (31. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3057. Similmente <emph>angustia</emph> per angoscia (ch’è corruzione di
            <emph>angustia</emph>) o in simile significato par che venga dal greco, quanto cioè alla
          metafora. <foreign lang="grc">Στενοχωρίαι</foreign>, in questo senso e in San Basilio
          Magno nell’Omil. o sermone (<foreign lang="grc">λόγος</foreign>) <title>
            <foreign lang="grc">περὶ εὐχαριστίας</foreign>
          </title>
          <title lang="lat">de gratiarum actione</title>, opp. ed. Garnier, t. 2. p. 26. D. cap. 2.
          È da veder però se tali metafore vennero a noi da’ greci, o a’ greci dal latino (v. p. e.
          Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">angustia</foreign>: anche noi diciamo in tal
          senso <emph>strette, strettezza</emph> ec.) o dal latino-barbaro. <pb ed="aut" n="3072"/>
          V. il Gloss. lat. (perchè il greco non ha niente) e lo Scapula. (31. Luglio. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2841. marg. Di tali participii passivi di verbi neutri (e fors’anche di verbi
          attivi) adoperati in senso neutro (fors’ancora attivo), anzi non in altro senso che in
          questo, cioè non mai passivamente ne abbondano le lingue figlie della latina. <emph>Stato,
            caduto, uscito, svaporato, esalato, venuto, andato, salito, sceso, sorto, vissuto,
          morto</emph>, ec. Anzi quasi tutti i verbi neutri hanno nelle dette lingue tali participii
          col detto senso e non altro. (31. Luglio. 1823.)<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="spa" rend="italic">Parido</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic"
                >parida</foreign> partic. di terminaz. passiva, s’usa dagli spagn. attivam. p.
                <emph>che ha partorito</emph>. <foreign lang="spa" rend="italic">Estar
              parida</foreign>, <emph>esser puerpera</emph>, ec.</p>
          </note>. V. p. 3298.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho discorso altrove della voce <emph>camara</emph> o <emph>camera</emph>. <bibl>V.
              <author>Fedro</author> IV. 22. v. 29.</bibl> e ivi il Desbillons e gli altri. (31.
          Luglio 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I Romani, che tanto fecero con la virtù, e col sangue, riconoscevan nondimeno ogni cosa
          dalla Fortuna; Dea più ch’altro Nume da loro adorata. Onde Lucio Silla che vinse la Virtù,
          e i Trionfi, e i sette Consolati di G. Mario, si fè chiamare il Felice, e teneasi esser
          della Fortuna figliuolo. Ed Augusto pregò gli Dii, che <pb ed="aut" n="3073"/> dessero al
          nipote la sua fortuna, la quale fu stupenda. Bern. Davanzati. Orazione in morte del Gran
          Duca di Toscana Cosimo primo. (1. Agosto. dì del Perdono. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alessandro Magno schifò quel (consiglio) d’Aristotile, che volea ch’egli trattasse i
          Greci da parenti, e i Barbari da bestie, e sterpi. Id. ib. (1. Agosto. dì del Perdono.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3063. <foreign lang="lat" rend="italic">Scrupulus</foreign> diminutivo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">scrupus</foreign>, usato però sempre, ch’io sappia, in
          luogo del positivo nei sensi metaforici, eccetto solamente appo Cic. de repub. III. 16. p.
          244. Anzi eziandio nel senso proprio, fuor d’un luogo di Petronio, non so che si trovi mai
          adoperato il detto positivo. Ma il diminutivo bensì. Così dico di <foreign lang="lat"
            rend="italic">calx</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">lapis</foreign>, da
          cui <foreign lang="lat" rend="italic">calculus</foreign>. V. Forcell. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">calculus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >calx</foreign>. (1. Agosto. dì del Perdono. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Aborto as</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >aborior-abortus</foreign>, o dal semplice <foreign lang="lat" rend="italic"
          >orior</foreign>. Il nostro <emph>abortire</emph> e il lat. <foreign lang="lat"
            rend="italic">abortio is</foreign> (se questo verbo è vero) sarebbero continuativi
          anomali. Il franc. <foreign lang="fre" rend="italic">avorter</foreign> è il lat. <foreign
            lang="lat" rend="italic">abortare</foreign>. V. lo <pb ed="aut" n="3074"/> spagnuolo e
          il Gloss. se ha nulla. (1. Agosto. dì del Perdono. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Appellito as</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">appello-appellatus</foreign>, onde lo spagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">apellidar, apellido</foreign> sostantivo ec. (1. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Reditus a um</foreign>. V. l’Oraz. di Claudio Imp.
          (citata in altri casi dal Forcell. come in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >appellito</foreign>) <bibl>ap. Gruter. p. 502. col. 1. v. 36</bibl>. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Cretus, concretus</foreign> ec. V. Forcell. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Pertaesus, Distisus, Fisus, diffisus, confisus</foreign> ec. V. Forc.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Exoletus</foreign> cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">qui exolevit. Conspiratus</foreign>. <bibl>V. <author>Forc.</author> in
            fine vocis</bibl>. <foreign lang="lat" rend="italic">Census a um</foreign>. V. Forc.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Status a um</foreign>. V. Forc. nel principio di
          questa voce, massime il luogo d’Ulpiano. <foreign lang="lat" rend="italic">Nuptus a um.
            Falsus</foreign>. V. Forc. (1. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È da notare che la lingua spagnuola, per suo quasi perpetuo costume e regola, conserva
          ne’ participii de’ verbi latini della 2.<hi rend="apice">da</hi> e 3.<hi rend="apice"
          >a</hi> maniera l’antica e regolare e piena forma della quale ho discorso altrove, non
          ostante che nel latino conosciuto ella sia alterata, contratta, o anomala. Ne’ quali casi
          la lingua italiana suol seguire ciecamente la latina ancorchè contro la regola e proprietà
          delle sue coniugazioni, e inflessioni, come ho detto altrove in proposito di
          <emph>arsare</emph>. P. e. 1. <foreign lang="spa" rend="italic">tenido, venido</foreign>,
          e cento simili sono participii intieri, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">tenitus,
            venitus</foreign>, <pb ed="aut" n="3075"/> in luogo de’ contratti che usa la lingua
          latina conosciuta, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">tentus, ventus</foreign> ec. Noi
          in questo e in molti altri casi mutiamo bene spesso l’<emph>i</emph> in <emph>u</emph>
          (scambio che può essere anch’esso antichissimo) dicendo <emph>tenuto, venuto</emph> ec. I
          francesi cambiano sovente e comprendono nella lettera <emph>u</emph> tutte le lettere
            <emph>itus</emph>: <foreign lang="fre" rend="italic">tenu, venu</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">tenitus, venitus</foreign> e così ordinariamente. 2. <foreign
            lang="spa" rend="italic">Corregido</foreign> è participio intero e senza mutazione di
          lettera alcuna, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">corregitus</foreign>, dal qual
          regolare participio la lingua latina fece <foreign lang="lat" rend="italic"
          >corregtus</foreign> per contrazione, e indi mutato il <emph>g</emph> nell’affine
          palatina, <foreign lang="lat" rend="italic">correctus</foreign> ch’è solo participio
          rimasto nel latino conosciuto, e nell’italiano. Similmente <foreign lang="spa"
            rend="italic">leido</foreign> (se non che lo spagnuolo omette il <emph>g</emph> in tutto
          questo verbo) è il primitivo e regolare <foreign lang="lat" rend="italic"
          >legitus</foreign> (dimostrato da <foreign lang="lat" rend="italic">legitare</foreign>) e
          da questo viene, non già da <foreign lang="lat" rend="italic">lectus</foreign>, da cui il
          nostro <emph>letto</emph>. Anzi, perchè veggiate la differenza, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">lectus</foreign> sostantivo lo spagnuolo non fa <foreign lang="spa"
            rend="italic">leido</foreign>, ma <foreign lang="spa" rend="italic">lecho</foreign>
          (voce antica), <pb ed="aut" n="3076"/> equivalendo il <emph>ch</emph> spagnuolo assai
          spesso al <emph>ct</emph> latino. 3. <foreign lang="spa" rend="italic">Movido, nacido,
            conocido</foreign> e cento simili sono participii e interi e irregolari, in luogo di
          contratti ed anomali. <foreign lang="lat" rend="italic">Movitus</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">motus</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Nascitus</foreign> (dimostrato, oltre l’analogia, da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nasciturus</foreign>, come altrove ho notato) per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >natus</foreign> ch’è solo oggi nel latino e nell’italiano e nel francese <foreign
            lang="lat" rend="italic">Cognoscitus</foreign>, dimostrato, come altrove ho detto, da
            <foreign lang="lat" rend="italic">noscito</foreign>, per <foreign lang="lat"
            rend="italic">cognitus</foreign>, ch’è unico nel latino, unico nel francese.
          Nell’italiano v’è <foreign lang="lat" rend="italic">cognitus</foreign> e v’è anche
            <foreign lang="lat" rend="italic">cognoscitus</foreign>, mutato al solito
          l’<emph>i</emph> in <emph>u</emph>, e dico mutato, perchè in <emph>conosciuto</emph>,
            l’<emph>i</emph> è accidentale della scrittura, non proprio della parola, e serve
          solamente a dinotar la pronunzia delle lettere sc, che poste avanti l’<emph>u</emph> senza
          l’intrapposizione della <emph>i</emph>, si profferirebbero in altro modo<note resp="aut"
            n="a" place="foot">
            <p>Così l’<emph>h</emph> è accidentale in <emph>dich’io</emph> in <emph>giuochi</emph>
              ec. ec.</p>
          </note>. Del resto <foreign lang="spa" rend="italic">nacido</foreign> ec. è proprio lo
          stesso che <foreign lang="lat" rend="italic">nascitus</foreign>, omessa la <emph>s</emph>
          per proprietà moderna, perchè gli antichi la <pb ed="aut" n="3077"/> scrivevano, come pure
          in <foreign lang="spa" rend="italic">crecer</foreign> (onde <foreign lang="spa"
            rend="italic">crecido</foreign>-<foreign lang="lat" rend="italic">crescitus</foreign>
          <emph>cresciuto</emph>, per <foreign lang="lat" rend="italic">cretus-cru</foreign>),
            <foreign lang="spa" rend="italic">condecender</foreign> ec. ec. La lingua spagnuola suol
          essere regolarissima in questi tali participii, più assai dell’italiana, più della
          francese, e conservare più di ambedue l’antichità e primitiva proprietà latina, anzi
          conservarla si può dir, pienamente. E ciò non meno nè in diverso modo quando la latina
          conosciuta è irregolare o contratta, che quando ell’è regolare e semplice, come da
            <foreign lang="lat" rend="italic">habitus</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic"
            >havido</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic">habido</foreign>, che noi colla
          solita mutazione diciamo <emph>avuto</emph>. Ora questo <foreign lang="spa" rend="italic"
            >havido</foreign> nello spagnuolo ha la stessissima forma di tenido ec. Ma non così in
          latino, benchè <foreign lang="lat" rend="italic">teneo</foreign> sia della stessa forma di
            <foreign lang="lat" rend="italic">habeo</foreign>
          <note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Puoi vedere la p. 3544.</p>
          </note>. V. p. 3572. fine.</p>
        <p>Non è tuttavia che alcune volte la lingua spagnuola non segua in tali participi
          ciecamente o l’anomalia o la contrazione della lingua latina, come suol far l’italiano e
          il francese e non ne divenga essa stessa anomala, come le altre due. Di
          <emph>visto</emph>, e <foreign lang="spa" rend="italic">quisto</foreign> (che però si dice
          anche regolarmente <foreign lang="spa" rend="italic">querido</foreign>) dico altrove. Da
            <foreign lang="lat" rend="italic">facere</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic"
            >hacer</foreign>, <pb ed="aut" n="3078"/> ella non fa pienamente <foreign lang="spa"
            rend="italic">hacido</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">facitus</foreign>, ma
          contrattamente <foreign lang="spa" rend="italic">hecho</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">factus</foreign> (<emph>fatto</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >fait</foreign>), anticamente <foreign lang="spa" rend="italic">fecho</foreign>, mutato
          il <emph>ct</emph> in <emph>ch</emph> per proprietà spagnuola, come in <foreign lang="spa"
            rend="italic">derecho, provecho</foreign> ec. ec. e come ho pur detto altrove; e
            l’<emph>a</emph> cambiato in <emph>e</emph>, come in <foreign lang="spa" rend="italic"
            >trecho</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">tractus</foreign>, in <foreign
            lang="spa" rend="italic">leche</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >lacte</foreign> ablativo (Perticari vuol che si dica dall’accusativo tolta la
          <emph>m</emph>; ma ecco che l’accusativo di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >lac</foreign> è <foreign lang="lat" rend="italic">lac</foreign>: vedi però il Forcell.
          appo il quale <foreign lang="lat" rend="italic">lac</foreign> è mascolino in più esempi),
          e come i latini ne’ composti, <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">con</hi>
            <hi rend="sc">fectus</hi>
          </foreign> ec., in <foreign lang="spa" rend="italic">echar</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">jactare</foreign>. Dov’è notabile che anche noi e i francesi
          facciamo la stessa mutazione: <emph>gettare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >jeter</foreign>, come i latini ne’ composti: <foreign lang="lat" rend="italic"
            >obiectare</foreign> ec. Da <foreign lang="lat" rend="italic">dicere</foreign> non
            <emph>decido</emph> o <emph>dicido</emph>, ma <foreign lang="spa" rend="italic"
            >dicho</foreign>-<foreign lang="lat" rend="italic">dictus</foreign>-<emph>detto</emph>-
            <foreign lang="fre" rend="italic">dit</foreign>. (1. Agos. 1823.). V. p. 3362.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La più bella e fortunata età dell’uomo, la sola che potrebb’esser felice oggidì, ch’è la
          fanciullezza, è tormentata in mille modi, con mille angustie, timori, fatiche
          dall’educazione e dall’istruzione, tanto che l’uomo adulto, anche in mezzo all’infelicità
          che porta la cognizion del vero, il disinganno, la noia della vita, l’assopimento della
          immaginazione, non accetterebbe di tornar fanciullo colla condizione di soffrir quello
          stesso che nella fanciullezza ha sofferto. E perchè così tormentata <pb ed="aut" n="3079"
          /> e fatta infelice quella povera età, nella quale l’infelicità parrebbe quasi impossibile
          a concepirsi? Perchè l’individuo divenga colto e civile, cioè acquisti la perfezione
          dell’uomo. Bella perfezione, e certo voluta dalla natura umana, quella che suppone
          necessariamente la somma infelicità di quel tempo che la natura ha manifestamente ordinato
          ad essere la più felice parte della nostra vita. Torno a domandare. Perchè fatta così
          infelice la fanciullezza? E rispondo più giusto. Perchè l’uomo acquisti a spese di tale
          infelicità quello che lo farà infelice per tutta la vita, cioè la cognizione di se stesso
          e delle cose, le opinioni, i costumi le abitudini contrarie alle naturali, e quindi
          esclusive della possibilità di esser felice; perchè colla infelicità della fanciullezza si
          compri e cagioni quella di tutte le altre età; o vogliamo dire perch’ei perda colla
          felicità della fanciullezza, quella che la natura avea destinato e preparato siccome a
          questa, così a ciascun’altra età dell’uomo, e ch’altrimenti egli avrebbe ottenuta in
          effetto. (1. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3080"/>
          <emph>Assaltare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">assalire</foreign>, come il
          semplice <foreign lang="lat" rend="italic">salto</foreign> lat. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">salio</foreign>. (1. Agos. dì del Perdono. 1823.). V. p. 3588.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2740. marg. Io credo bene che il <foreign lang="grc">ψ</foreign> fosse posto in
          uso tanto per esprimere il <foreign lang="grc">πσ</foreign>, quanto il <foreign lang="grc"
            >βσ</foreign> e il <foreign lang="grc">φσ</foreign>; e così il <foreign lang="grc"
          >ξ</foreign> tanto pel <foreign lang="grc">κσ</foreign>, quanto pel <foreign lang="grc"
          >γσ</foreign> e pel <foreign lang="grc">χσ</foreign>; posto in uso, dico, dagli scrivani
          che in quei primi tempi e in quella imperfezione dell’ortografia, non distinguevano
          bastantemente e confondevano rispetto ai segni le varie pronunzie e i vari suoni, massime
          affini, nè si curavano di distinguerli più che tanto l’un dall’altro nelle scritture, o
          non sapevano perfettamente farlo. Credo per conseguenza. che antichissimamente <foreign
            lang="grc">φλὲψ</foreign> si pronunziasse e scrivesse <foreign lang="grc"
          >φλὲβσ</foreign>, non <foreign lang="grc">φλέπς</foreign>;; <foreign lang="grc"
          >ἀλείψω</foreign> si pronunziasse e scrivesse <foreign lang="grc">ἀλείφσω</foreign>, e non
            <foreign lang="grc">ἀλείπσω</foreign>;; <foreign lang="grc">λύγξ λύγγς</foreign>, e non
            <foreign lang="grc">λύγκς</foreign>;; <foreign lang="grc">ἄρξω ἄρχσω</foreign>, e non
            <foreign lang="grc">ἄρκσω</foreign>; e così dell’altre doppie. Ma che poi, introdotto
          l’uso di queste doppie si continuassero quelle lettere a pronunziare secondo la
          derivazione grammaticale o l’uso antico e le antiche radicali, e che quindi p. e. il
            <foreign lang="grc">ψ</foreign> e il <foreign lang="grc">ξ</foreign> avessero ora una
          pronunzia <pb ed="aut" n="3081"/> ed ora un’altra, cioè ora <foreign lang="grc"
          >πσ</foreign> ora <foreign lang="grc">βσ</foreign> ec. non lo credo, anzi tengo che il
            <foreign lang="grc">ψ</foreign> fosse sempre pronunziato <foreign lang="grc"
          >πσ</foreign>, e il <foreign lang="grc">ξ</foreign> sempre <foreign lang="grc"
          >κσ</foreign>. Passaggio non difficile neppure nella pronunzia (e ordinario anche e
          regolare in milione d’altri casi sì nella pronunzia che nella scrittura e grammatica
          greca) d’una in un’altra affine, cioè dalle palatine <foreign lang="grc">γ</foreign> e
            <foreign lang="grc">χ</foreign> alla palatina <foreign lang="grc">κ</foreign>, e dalle
          labiali <foreign lang="grc">β φ</foreign> alla labiale <foreign lang="grc">π</foreign>.
          Massime che il <foreign lang="grc">π</foreign> e il <foreign lang="grc">κ</foreign> sono
          veramente medie nella pronunzia tra le loro affini, benchè si assegni il nome di medie al
            <foreign lang="grc">γ</foreign> e al <foreign lang="grc">β</foreign>, e al <foreign
            lang="grc">δ</foreign>, non al <foreign lang="grc">τ</foreign> ec. Lo deduco dal latino,
          fra’ quali parimente il <emph>x</emph> fu sostituito sì al <emph>cs</emph> che al
          <emph>gs</emph>, ed anticamente scrivevasi e pronunziavasi p. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">gregs, legs, regs</foreign>, non <foreign lang="lat" rend="italic">grecs,
            lecs, recs</foreign>, come oggidì, almeno noi italiani, sogliamo sempre pronunziare. V.
          il Forc. e il Diz. di gramm. e letterat. dell’Encicl. metod. in <emph>X</emph>. Ma che in
          seguito il <emph>x</emph> anche tra’ latini antichi, ossia de’ buoni tempi, fosse sempre
          pronunziato <emph>cs</emph>, come oggi, dimostrasi dal considerare p. e. i verbi <foreign
            lang="lat" rend="italic">lego, rego, tego</foreign> e simili (appunto venuti da’ nomi
          sopraddetti) i quali nel perfetto fanno <foreign lang="lat" rend="italic">rexi,
          texi</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">lego</foreign> ha <foreign lang="lat"
            rend="italic">legi</foreign>). Dove certo la <emph>x</emph> antichissimamente equivalse
          a <emph>gs</emph>, come ho detto altrove. Ma eccovi i participii <foreign lang="lat"
            rend="italic">lectus, rectus, tectus</foreign>, che da prima furono <foreign lang="lat"
            rend="italic">legitus</foreign> ec. e poi contratti, mutarono il <emph>g</emph> in
            <emph>c</emph>. Resta dunque più che probabile che anche quei perfetti si pronunziassero
          col <emph>c, recsi, tecsi</emph> malgrado <pb ed="aut" n="3082"/> la loro derivazione
          grammaticale e quindi è altrettanto probabile che qualora nell’x doveva esservi il
          <emph>g</emph>, passasse in <emph>c</emph>, giacchè non v’è niuna ragione di più perch’ei
          dovesse far questo passaggio ne’ detti perff. che in qualunqu’altra voce. (2. Agosto. dì
          del Perdono. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È cosa dimostrata e dalla ragione e dall’esperienza, dalle storie tutte, e dalla
          cognizione dell’uomo, che qualunque società, e più le civili, e massime le più civili,
          tendono continuamente a cadere nella monarchia, e presto o tardi, qualunque sia la loro
          politica costituzione, vi cadono inevitabilmente, e quando anche ne risorgono, poco dura
          il risorgimento e poco giova, e che insomma nella società non havvi nè vi può avere stato
          politico durabile se non il monarchico assoluto. È altrettanto dimostrato, e colle
          medesime prove, che la monarchia assoluta, qual ch’ella sia ne’ suoi principii, qual
          ch’ella per effimere circostanze possa di quando in quando tornare ad essere per pochi
          momenti, tende sempre e cade quasi subito e irreparabilmente nel despotismo; perchè stante
            <pb ed="aut" n="3083"/> la natura dell’uomo, anzi d’ogni vivente, è quasi fisicamente
          impossibile che chi ha potere assoluto sopra i suoi simili, non ne abusi; vale a dire è
          impossibile che non se ne serva più per se che per gli altri, anzi non trascuri affatto
          gli altri per curarsi solamente di se, il che è nè più nè meno la sostanza e la natura del
          despotismo, e il contrario appunto di quello che dovrebb’essere e mai non fu nè sarà nè
          può essere la vera e buona monarchia, ente di ragione e immaginario. Ora egli è parimente
          certo, almeno lo fu per gli antichi, e lo è per tutti i savi moderni, che il peggiore
          stato politico possibile e il più contrario alla natura è quello del despotismo.
          Altrettanto certo si è che lo stato politico influisce per modo su quello della società, e
          n’è tanta parte, ch’egli è assolutamente impossibile ch’essendo cattivo quello, questo sia
          buono, e che quello essendo imperfetto, questo sia perfetto, e che dove quello è pessimo,
          non sia pessimo questo altresì. Or dunque lo stato <pb ed="aut" n="3084"/> politico di
          despotismo essendo inseparabile dallo stato di società, e più forte e maggiore e più
          durevole nelle società civili, e tanto più quanto son più civili, ricapitolando il
          sopraddetto, mi dica chi sa ragionare, se lo stato di società nel genere umano può esser
          conforme alla natura, e se la civiltà è perfezionamento, e se nella somma civiltà sociale
          e individuale si può riporre e far consistere la vera perfezione della società e
          dell’uomo, e quindi la maggior possibile felicità d’ambedue, come anche lo stato a cui
          l’uomo tende naturalmente, cioè quello a cui la natura l’aveva ordinato, e la felicità e
          perfezione ch’essa gli avea destinate. (2. Agosto. dì del Perdono. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La delicatezza, p. e. la delicatezza delle forme del corpo umano, è per noi una parte o
          qualità essenziale e indispensabile del bello ideale rispetto all’uomo, sì quanto al vivo,
          sì quanto alla imitazione che ne fa qualsivoglia <pb ed="aut" n="3085"/> arte, la poesia
          ec. Puoi vedere la pag. 3248-50. Ora egli è tutto il contrario in natura. Perciocchè la
          delicatezza, non solo relativamente, cioè quella tal delicatezza che la nostra
          imaginazione e il nostro concetto del bello esige nelle forme umane, e quel tal grado e
          misura ch’esso concetto n’esige, ma la delicatezza assolutamente, è per natura, brutta
          nelle forme umane, cioè sconveniente a esse forme. Giacchè l’uomo per natura doveva
          essere, e l’uomo naturale è tutto il contrario che delicato di forme. Anzi rozzissimo e
          robustissimo, come quello che dalla necessità di provvedere a’ suoi bisogni giornalmente,
          è costretto alla continua fatica, e dal sole e dalle intemperie degli elementi è
          abbronzato e irruvidito. E la delicatezza gli nuocerebbe; onde s’egli pur accidentalmente
          sortisce una persona delicata dalla nascita, questo è un male e un difetto fisico per lui,
          e quindi una sconvenienza e bruttezza fisica, <pb ed="aut" n="3086"/> come lo sono tanti
          altri difetti corporali che sì l’uomo naturale come il civile (e così gli altri animali e
          vegetabili) si porta dalla nascita, non per legge e per regola generale della natura
          umana, ma per circostanze irregolari e per accidente individuale o familiare o nazionale
          ec. Per le quali cose è certissimo che nell’idea che l’uomo naturale si forma della
          bellezza fisica della sua specie, non entra per nulla la delicatezza, la quale per tutte
          le nazioni civili in tutti i secoli fu ed è indispensabile parte di tale idea. Anzi per lo
          contrario è certissimo che la delicatezza per l’uomo naturale entra nell’idea della
          bruttezza umana fisica. Che se l’uomo naturale non esigerà nelle forme feminili tanta
          rozzezza quanta nelle maschili, non sarà già ch’egli vi esiga la delicatezza, nè anche
          ch’egli concepisca per niun modo la delicatezza come bella nel sesso femminile; anzi per
          lo contrario egli esigerà <pb ed="aut" n="3087"/> nelle forme donnesche tanta robustezza
          quanta è compatibile colla natura di quel sesso, e tanto più belle stimerà quelle forme
          quanto più mostreranno di robustezza senza uscir della proporzione del sesso. E se la
          robustezza uscirà di tal proporzione, ei la condannerà, non come opposta alla delicatezza,
          quasi che la delicatezza fosse parte del bello, ma senza niuna relazione alla delicatezza,
          la condannerà come sproporzionata e fuor dell’ordinario in quel sesso. Laddove per lo
          contrario le nazioni civili esigono nelle forme donnesche tanta delicatezza quanta possa
          non uscir della proporzione, e piuttosto ne lodano l’eccesso che il difetto. E quando ne
          condannano l’eccesso, lo condannano solo in quanto eccesso, non in quanto di delicatezza,
          nè in quanto opposto alla grossezza e rozzezza; laddove l’uomo naturale condannando la
          soverchia robustezza non la condanna come robustezza, ma come soverchia secondo le
          proporzioni ch’egli osserva nel generale.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3088"/> Ecco dunque l’idea universale di tutte le nazioni ed epoche civili
          circa il bello umano (ch’è pur quel bello intorno a cui gli uomini convengono naturalmente
          più che intorno alcun altro) dirittamente opposta a quella dell’uomo naturale, quanto alla
          parte che abbiamo considerata. Dicasi ora che l’idea del bello è naturale ed insita, non
          che universalmente conforme, eterna, immutabile.</p>
        <p>E in questa differenza d’idee che abbiamo notata, qual è più conforme alla natura umana,
          più derivante dalla natura, e (se qui avesse luogo la verità) qual è più vera, più giusta,
          più ragionevole? Certo quella dell’uomo naturale. Dunque non si dica, come diciamo di
          tanti altri in tante occasioni, ch’egli non concorda con noi circa il bello, perchè non ne
          ha il fino senso, nè la mente atta a concepire il <emph>vero bello ideale</emph>. (Il che
          noi diremo, cred’io, ancora degli Etiopi, il cui <emph>bello ideale</emph> umano è nero e
          non bianco, rincagnato, di labbra grosse, lanoso). Come mai può esser bella in una <pb
            ed="aut" n="3089"/> specie di animali la debolezza, la pigrizia? E pur tale ella è
          nell’uomo appo tutte le nazioni civili, perocchè la delicatezza non è senza l’una e
          l’altra, e da esse fisicamente nasce, e le dimostra necessariamente all’intelletto.</p>
        <p>Sentimento e giudizio degli uomini di campagna circa la bellezza umana e la delicatezza.
          — Il qual sentimento e giudizio è certamente per le dette ragioni più giusto del nostro.
          Del nostro, uomini di fino senso e gusto, e profondi conoscitori del bello, è più naturale
          e quindi più giusto il sentimento e il giudizio di spiriti grossi, rozzi, inesercitati,
          ignoranti.</p>
        <p>Quel che si è detto della delicatezza, dicasi di altre molte qualità che per consenso di
          tutti i secoli e popoli civili denno trovarsi nelle forme dell’uomo per esser belle; e che
          per natura non si trovavano, o non doveano trovarsi nelle forme dell’uomo, <pb ed="aut"
            n="3090"/> o vi si trovavano e dovevano trovarvisi le contrarie. Perocchè siccome
          l’animo e l’interiore dell’uomo e quindi i costumi e la vita, così anche le forme
          esteriori sono, in molte qualità, rimutate affatto da quel ch’erano negli uomini
          primitivi. E intorno a tutte queste qualità, il sentimento e il giudizio di tal uomini
          circa la bellezza umana corporale, differisce o espressamente contraddice a quello di
          tutte le nazioni ed epoche civili universalmente; e sempre è più ragionevole. (4. Agosto
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come le forme dell’uomo naturale da quelle dell’uomo civile, così quelle di una nazione
          selvaggia differiscono da quelle di un’altra, quelle di una nazione civile da quelle di
          un’altra; quelle di un secolo da quelle di un altro, per varietà di circostanze fisiche
          naturali o provenienti dall’uomo stesso; e (per non andar fino alle famiglie e
          agl’individui) è cosa osservata e naturale che gli uomini dediti alle varie professioni
          materiali (senza parlar delle morali, che influiscono sulla fisonomia, dei caratteri e
          costumi acquisiti, <pb ed="aut" n="3091"/> che pur sommamente v’influiscono, e la
          diversificano in uno stesso individuo in diversi tempi) ricevono dall’esercizio di quelle
          professioni certe differenze di forme, ciascuno secondo la qualità del mestiere
          ch’esercita e secondo le parti del corpo che in esso mestiere più s’adoprano o più restano
          inoperose, così notabili che l’attento osservatore, e in molti casi senza grande
          osservazione, può facilmente riconoscere il mestiere di una tal persona sconosciuta ch’ei
          vegga per la prima volta, solamente notando certe particolarità delle sue forme. Così si
          può riconoscere l’agricoltore, il legnaiuolo, il calzolaio, anche senz’altre circostanze
          che lo scuoprano.</p>
        <p>Qual è dunque la vera forma umana? Ed essendo diversissime e in parte contrarissime le
          qualità che di essa si osservano in intere nazioni, classi ec. di persone, benchè
          generalmente e <emph>regolarmente</emph> comuni in quella tal classe; come si può
          determinare esattamente essa forma secondo i capi delle qualità regolari e delle parti che
          regolarmente la compongono? E non potendosi determinare la forma umana <pb ed="aut"
            n="3092"/> regolare e perfetta, perocch’ella regolarmente per intere classi, nazioni e
          secoli si diversifica, come si potrà determinare la bellezza della medesima? Quando appena
          si troverà una qualità che la possa comporre, la quale non manchi o non sia mancata
          regolarmente ad intere classi e generazioni d’uomini, o non sia stata anzi tutto
          l’opposto? Che cosa è dunque questo tipo di bellezza ideale, universalmente riconosciuto,
          eterno, invariabile? quando neppure intorno alla nostra propria forma visibile, se ne può
          immaginar uno che sia riconosciuto per tale da tutti gli uomini, in tutti i tempi, o che
          non possa, o non abbia potuto non esserlo? quando esso non si trova neppur nella natura?
          dove dunque si troverà, o dove s’immaginerà, o donde si caverà egli?</p>
        <p>Perocchè egli è certo che se taluno fosse (come certo furono e sono molti), il quale non
          avesse mai veduto altra forma d’uomini che l’una di quelle tali sopraddette, propria di
          una cotal nazione, o classe, o schiatta ec. ec. <pb ed="aut" n="3093"/> l’idea ch’egli si
          formerebbe della bellezza umana visibile, non uscirebbe delle proporzioni e delle qualità
          ch’egli avrebbe osservate in quella tal forma, e sarebbe lontanissima, e talvolta
          contrarissima, all’idea che si formerebbe un altro che si trovasse nella stessa
          circostanza rispetto a un’altra maniera di forme. Al quale la bellezza immaginata e
          riconosciuta da quel primo, parrebbe vera bruttezza, o composta di qualità ch’egli, se non
          altro, in parte, giudicherebbe onninamente brutte e sconvenienti, perchè diverse o
          contrarie a quelle ch’egli sarebbe assuefatto a vedere. Un agricoltore il quale non avesse
          mai veduto forme cittadine, crediamo noi che si formerebbe della bellezza un’idea conforme
          o simile a quella de’ cittadini? anzi non contraria affatto in molte parti essenziali? Un
          popolo di calzolai concepirebbe la bella forma dell’uomo tozzotta, di spalle larghe e
          grosse, gambe sottili e ripiegate all’indentro, braccia quasi più grosse delle gambe ec.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3094"/> Tutto ciò spetta a quello che nelle forme umane dipende dalla
          natura largamente presa, cioè dalle cause fisiche ec. Di quello poi che dipende dalle
          usanze che dovrà dirsi? pareva impossibile nel 16.<hi rend="apice">o</hi> secolo, secolo
          di squisito gusto, al Cellini, finissimo conoscitore del bello, di dar grazia e bell’aria
          al ritratto del Bembo (ch’egli aveva a fare in una medaglia), perchè il Bembo non portava
          barba. E il Bembo si fece crescer la barba per farsi ritrarre dal Cellini, e che il
          ritratto facesse bella vista essendo barbato, e così fu fatto. Che ne sarebbe parso a un
          artista de’ nostri tempi? Molte cose si posson dire delle varie opinioni ec. di varie
          nazioni e tempi sopra l’uso della barba (ch’è pur cosa naturale), relativamente al bello.
          Così de’ capelli e delle così diverse e contrarie pettinature, o tosature (totali o in
          parte) tenute per belle o per brutte in diverse età da una stessa nazione, in diverse
          nazioni ec. Eppure anche intorno ai capelli v’è la pettinatura naturale ec. ec. (5.
          Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3095"/> Futuri del congiuntivo usati da’ latini in vece di quelli
          dell’indicativo, del che altrove. <foreign lang="lat" rend="italic">Odero,
          meminero</foreign>, credo anche <foreign lang="lat" rend="italic">coepero,
          novero</foreign>. Forse <foreign lang="lat" rend="italic">ero</foreign> coi composti
            <foreign lang="lat" rend="italic">potero, subero</foreign> ec. furono originariamente
          futuri del congiuntivo. (5. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Riprendono nell’Iliade la poca unità, l’interesse principale che i lettori prendono per
          Ettore, il doppio Eroe (Ettore ed Achille), e conchiudono che se Omero nelle parti è
          superiore agli altri poeti, nel tutto però preso insieme, nella condotta del poema, nella
          regolarità è inferiore agli altri epici, particolarmente a Virgilio. Certo se potessero
          esser vere regole di poesia quelle che si oppongono al buono e grande effetto della
          medesima e alla natura dell’uomo, io non disconverrei da queste sentenze. In proposito
          delle cose contenute nel séguito di questo pensiero, vedi la pag. 470. capoverso 2.</p>
        <p>Omero fu certamente anteriore alle regole del poema epico. Anzi esse da’ suoi poemi
          furono cavate. Considerandole dunque come cavate e dedotte da’ suoi poemi, e fondate
          sull’autorità di Omero, e principalmente dell’Iliade, dico che <pb ed="aut" n="3096"/> chi
          ne le trasse, prese abbaglio, e che d’allora in poi fino al dì d’oggi, s’ingannarono e
          s’ingannano tutti quelli che le seguirono o le sostennero, o le seguono o sostengono (ciò
          sono tutti i <foreign lang="lat" rend="italic">litteratores</foreign>) come appoggiate
          sull’esempio di Omero: perchè quest’esempio non sussiste, e dalla forma della Iliade non
          nascevano e non si potevano cavar quelle regole. Considerandole poi come indipendenti da
          Omero, come sussistenti da se, e supponendo (il che non è vero) ch’elle sieno il parto
          della ragione e della specolazione assoluta, dico senza tergiversazione che Omero, siccome
          non le conobbe, così neanche le seguì, ma seguendo la natura, molto miglior maestra delle
          Poetiche e de’ Dottori di Scuola e delle teorie, s’allontanò effettivamente da esse
          regole; ed aggiungo che queste sono errate da chiunque le immaginò, perchè incompatibili
          colla natura dell’uomo, perchè seguendole, il poema epico non può produrre il grande e
          forte e bello effetto ch’ei deve, o per lo meno <pb ed="aut" n="3097"/> non può produrre
          il maggiore e migliore effetto che gli sia d’altronde e in se stesso possibile; e che per
          conseguenza esse regole sono cattive e false.</p>
        <p>Nelle Iliade pertanto non v’è unità. Due sono realissimamente gli Eroi, Ettore e Achille.
          Due gl’interessi e diversi l’uno dall’altro: l’uno pel primo di questi Eroi e per la sua
          causa, l’altro pel secondo e per la causa de’ greci. Interessi affatto contrarii che Omero
          volle espressamente destare e desta, volle alimentare e mantenere continuamente vivi ne’
          suoi lettori, e l’ottiene; volle far ciò dell’uno e dell’altro interesse ugualmente e come
          di compagnia, e così fece.</p>
        <p>È proprio degli uomini l’ammirar la fortuna e il buon successo delle intraprese, l’essere
          strascinati da questo e da quella alla lode, e per lo contrario dalla mala sorte e dal
          tristo esito al biasimo, l’esaltare chi ottenne quel che cercò, il deprimere chi non
          l’ottenne, lo stimar colui superiore al generale, costui uguale o inferiore, <pb ed="aut"
            n="3098"/> il credersi minor di quello e da lui superato, maggior di questo od uguale;
          in somma il distribuir la gloria secondo la fortuna. Questa proprietà degli uomini di
          tutti i tempi avea maggior luogo che mai negli antichi. L’esser fortunato era la somma
          lode appo loro. (V. fra l’altre la p. 3072. fine e p. 3342.) E ciò per varie cagioni.
          Primieramente la fortuna non si stimava mai disgiunta dal merito, per modo ch’eziandio non
          conoscendo il merito, ma conoscendo la fortuna d’alcuno, si reputava aver bastante
          argomento per crederlo meritevole. Come negli stati liberi pochi avanzamenti si possono
          ottenere senz’alcuna sorta di merito reale, e come gli antichissimi popoli nella
          distribuzione degli onori, delle dignità, delle cariche, dei premi, avevano ordinariamente
          riguardo al merito sopra ogni altra cosa, così e conseguentemente stimavano che gli Dei
          non compartissero i loro favori, che la fortuna non si facesse amica, se non di quelli che
          n’erano degni: talmente che anche i doni naturali come la bellezza e la forza si stimavano
          compagni <pb ed="aut" n="3099"/> ed indizi de’ pregi dell’animo e de’ costumi, e la stessa
          ricchezza o nobiltà e l’altre felicità della nascita cadevano sotto questa categoria.
          Secondariamente, non supponendo gli antichi maggiori beni che quelli di questa vita, fino
          a credere che i morti, anche posti nell’Elisio, s’interessassero più della terra che
          dell’Averno, e che gli Dei fossero più solleciti delle cose terrene che delle celesti, ne
          seguiva che considerassero la felicità come principalissima parte di lode, perocchè il
          merito infelice come può giovare a se o agli altri? e come può parer buono e grande quello
          ch’è inutile? e se il merito era infelice, come poteva risplendere? e non risplendendo e
          non giovando in questa terra e per questa vita, dove, secondo le antiche opinioni, avrebbe
          acquistato luce e splendore? dove e a che cosa avrebbe giovato?</p>
        <p>Era dunque la felicità, principale ed essenzial cagione e parte di lode e di stima e di
          ammirazione e di gloria presso gli antichi, ancor <pb ed="aut" n="3100"/> più che presso i
          moderni; e massimamente appo gli antichissimi. Perocchè insomma ella è cosa naturale il
          pregiar sopra tutto la felicità, laonde egli è ben ragionevole ch’ella tanto più sia
          pregiata quanto i costumi, le opinioni e la vita degli uomini sono più vicini e conformi
          alla natura, quali erano in fatti nella più remota antichità. Omero dunque pigliando a
          esaltare un Eroe ed una nazione, e togliendoli per soggetto del suo canto e della sua
          lode, e facendo materia del suo poema l’elogio loro, si sarebbe fatto coscienza di
          sceglierli o di fingerli sfortunati, e tali che non avessero conseguito l’intento di
          quella impresa di ch’egli prendeva a cantare. Egli doveva dunque pigliare un Eroe
          fortunato.</p>
        <p>E tanto più quanto questo Eroe era un guerriero, e i suoi pregi eroici il coraggio e
          valor dell’animo, e l’impresa una guerra. Perocchè se ne’ tempi moderni eziandio, poca o
          nulla è la gloria del vinto, e la lode di quella guerra <pb ed="aut" n="3101"/> che non è
          terminata dalla vittoria, molto più si deve stimare che così fosse appo gli antichi. Fra’
          quali effettivamente l’esser vinto si teneva per ignominia, e il vincere in qualsivoglia
          modo era gloria, non si considerando allora gran fatto altra giustizia che quella
          dell’armi, altro diritto che della forza. Oltre che volendo Omero nel suo poema (siccome
          poi vollero gli altri epici) adombrar quasi un modello o un tipo di uomo superiore al
          generale e maraviglioso, e scegliendo per tale effetto un guerriero, come poteva egli
          farlo superiore agli altri uomini e singolarmente mirabile per le virtù proprie della sua
          professione, s’ei non l’avesse fatto vittorioso? anzi tale che niuno gli potesse
          resistere? Come poteva egli fare che questo Eroe fosse vinto, cioè superato dagli altri in
          quelle virtù e qualità per le quali egli intendeva di mostrarlo a tutti superiore e fra
          tutti unico, affine di produrre la maraviglia, ed eseguire <pb ed="aut" n="3102"/> quel
          tipo di compiuto guerriero ch’ei si proponeva? Non è della guerra come d’altre molte
          imprese che possono venir fallite e mancare del loro intento a cagione di ostacoli
          insuperabili all’uomo e di forze superiori alle umane. Ma la guerra è dell’uomo coll’uomo,
          e quindi è forza il far vincitore colui che si vuol far superiore agli altri uomini e
          singolare nella sua specie per le virtù guerriere. Chi cede nella guerra, cede all’uomo,
          cosa che oggidì potrà essere scusata ma di rado lodata; fra gli antichissimi non che
          lodata, era pur di rado scusata, e generalmente spregiata com’effetto o di viltà o di
          debolezza, la quale, sebbene involontaria, era poco meno spregiata della viltà, come lo
          sono anche oggidì proporzionatamente e la debolezza e tanti altri difetti degl’individui o
          delle nazioni, esteriori o interiori, che non dipendono dalla volontà di chi n’è il
          soggetto. Dico che la guerra è <pb ed="aut" n="3103"/> dell’uomo coll’uomo, sebbene Omero
          c’intramette anche gli Dei. Ma questa finzione era per abbellire e non per alterare la
          natura della guerra eccetto in alcune parti poco essenziali. Come quando s’introduce
          Achille alle prese col Csanto. Nel qual caso, non essendo la battaglia d’uomo con uomo, ma
          colla superior potenza di un Dio, Omero non si fa scrupolo d’introdurre Achille chiedente
          aiuto e fuggente, nè stima che questo tolga alla sua superiorità, perch’ei lo vuol far
          superiore agli uomini non agli Dei, e vittorioso nella guerra de’ mortali, non degli
          Eterni. E infatti l’intervento degli Dei, come non doveva (volendo conservare il buono
          effetto) alterare, così effettivamente non altera appresso Omero la sostanza della guerra
          umana.</p>
        <p>Conveniva dunque che l’Eroe e la nazione presa da Omero a celebrare fossero fortunati e
          vittoriosi, massimamente aggiungendosi alle <pb ed="aut" n="3104"/> predette
          considerazioni generali questa particolarità che l’Eroe da Omero celebrato era greco, e la
          nazione era la greca, cioè quella alla quale egli cantava e a cui egli apparteneva, e la
          guerra era stata contro i Barbari. Molto conveniente cosa, pigliare per soggetto del poema
          epico le lodi e le imprese della propria nazione e una guerra contro i perpetui e naturali
          nemici di lei, ciò erano i Barbari. Cosa che raddoppiava, anzi moltiplicava l’interesse
          del poema, siccome accade nella Lusiade, siccome ancora nell’Eneide ec. Onde Isocrate
          pensa che gran parte della celebrità di Omero e della grazia in che sempre furono i suoi
          poemi appo i greci, derivi dal patriotismo de’ medesimi poemi e dalle battaglie e vittorie
          contro i Barbari, che in essi sono celebrate. (<bibl>Vedilo nel Panegirico, ediz. del
            Battie Isocr. Oratt. 7. et epistt. Cantabrig. 1729. p. 175-6.</bibl>). Or come poteva
          Omero fingere o narrar perditori <pb ed="aut" n="3105"/> la sua nazione e un Eroe della
          medesima, e ciò in una guerra contro i Barbari? Il che tra gli antichi sarebbe stato tanto
          più assurdo che tra i moderni, quando anche le lodi e l’interesse del poema fossero stati
          tutti per li greci, e quando anche, fingendoli sventurati, Omero avesse mosso le lagrime e
          i singhiozzi sopra le loro sciagure, sarebbe tuttavia riuscito assurdo di maniera, che
          sarebbe eziandio stato pericoloso al poeta. Frinico ateniese, gran tempo dopo Omero, fece
          suggetto di una tragedia la presa di Mileto fatta da Dario, e mosse gli uditori a pietà
          sopra quella sciagura dei greci per modo, che, secondo l’espressione di Longino (sect.
          24.) tutto il teatro si sciolse in lagrime. 3 Gli Ateniesi lo multarono in mille dramme
          (Plut. politic. praecept. Strabo l. 14. Schol. Aristoph. Vesp.) perch’egli avea
          rinfrescato la memoria delle domestiche calamità e ripostele sotto gli occhi
          rappresentandole al vivo (<bibl>
            <author>Herodot.</author> l. 6. c. 21.</bibl>); <pb ed="aut" n="3106"/> di più vietarono
          con decreto che quella tragedia fosse più recata sulle scene (Tzetz. Chil. 8. (alibi
          reperio 7.) hist. 156.): anzi secondo Eliano (<bibl>
            <author>Var.</author> l. 13. c. 17.</bibl>), lagrimando, lo cacciarono dal teatro esso
          stesso che stava rappresentando la sua propria tragedia. (<bibl>Vedi <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> in <title>Catal. Tragicorum</title>, Meurs. Bibl. Att. Bentley
            Diss. ad Ep. Phalar. p. 256</bibl>) V. p. 4078.</p>
        <p>Adunque per tutte queste cagioni doveva nell’Eroe di Omero e nella nazione da lui
          celebrata concorrere colla virtù la fortuna. Ed ecco l’uno degl’interessi che campeggiano
          nell’Iliade senza interruzione per tutto il corpo del poema: interesse il quale consiste
          nell’ammirazione ispirata dalla straordinaria e superiore virtù; al quale interesse e alla
          qual maraviglia, cioè al pieno effetto di tal virtù descritta e figurata nel poema,
          richiedevasi necessariamente la felicità e il buon successo, che in tutti i tempi, ma
          negli antichissimi principalmente, sono considerati come il compimento della virtù, anzi
          pure come indispensabile perfezione <pb ed="aut" n="3107"/> di lei, o come solo indizio
          che possa dimostrarla veramente perfetta e somma.</p>
        <p>Altra proprietà dell’uomo si è che laddove la superiorità, laddove la virtù congiunta
          colla fortuna non produce se non un interesse debole, cioè l’ammirazione; per lo contrario
          la sventura in qualunque caso, ma molto più la sventura congiunta colla virtù, produce un
          interesse vivissimo, durevole e dolcissimo. Perocchè l’uomo si compiace nel sentimento
          della compassione, perchè nulla sacrificando, ottiene con essa quel sentimento che in ogni
          cosa e in ogni occasione gli è gratissimo, cioè una quasi coscienza di proprio eroismo e
          nobiltà d’animo. La sventura è naturalmente cagione di dispregio e anche d’odio verso lo
          sventurato, perchè l’uomo per natura odia, come il dolore, così le idee dolorose. Mirando
          dunque, malgrado la sciagura, alla virtù dello sciagurato, e non abbominandolo nè
          disdegnandolo quantunque tale, e finalmente giungendo a compassionarlo, cioè a voler
          coll’animo entrare a parte de’ suoi <pb ed="aut" n="3108"/> mali, pare all’uomo di fare
          uno sforzo sopra se stesso, di vincere la propria natura, di ottenere una prova della
          propria magnanimità, di avere un argomento con cui possa persuadere a se medesimo di esser
          dotato di un animo superiore all’ordinario; tanto più ch’essendo proprio dell’uomo
          l’egoismo, e il compassionevole interessandosi per altrui, stima con questo interesse che
          niun sacrifizio gli costa, mostrarsi a se stesso straordinariamente magnanimo, singolare,
          eroico, più che uomo, poichè può non essere egoista, e impegnarsi seco medesimo per altri
          che per se stesso. Veggansi le pagg. 3291-97. e 3480-2. L’uomo nel compatire
          s’insuperbisce e si compiace di se medesimo: quindi è ch’egli goda nel compatire, e ch’ei
          si compiaccia della compassione. L’atto della compassione è un atto d’orgoglio che l’uomo
          fa tra se stesso. Così anche la compassione che sembra l’affetto il più lontano, anzi il
          più contrario, all’amor proprio, e che sembra non potersi in nessun modo e per niuna parte
          ridurre o riferire a questo amore, non <pb ed="aut" n="3109"/> deriva in sostanza (come
          tutti gli altri affetti) se non da esso, anzi non è che amor proprio, ed atto di egoismo.
          Il quale arriva a prodursi e fabbricarsi un piacere col persuadersi di morire, o
          d’interrompere le sue funzioni, applicando l’interesse dell’individuo ad altrui. Sicchè
          l’egoismo si compiace perchè crede di aver cessato o sospeso il suo proprio essere di
          egoismo. V. p. 3167.</p>
        <p>Tornando al proposito, il primo dei detti interessi, cioè quello della maraviglia era
          rilevato in Omero dalla circostanza che l’ammirazione cadeva sopra la superiorità, la
          virtù e la felicità di un eroe e di un esercito nazionale, sopra un’impresa fatta dalla
          propria nazione e fatta contro i di lei naturali nemici. Questa circostanza rendeva non
          solamente possibile ma naturalissima la vivacità e la durata di tale interesse ne’ lettori
          o uditori greci (per li quali scriveva Omero) in tutto il corso del poema. Tolta questa
          circostanza, il detto interesse non può esser nè molto vivo nè molto durevole. Il lettore
          non s’interessa gran fatto per coloro per cui vede continuamente interessarsi lo stesso
          poeta. L’interesse del lettore (nel senso in cui presentemente ci conviene intenderlo) è
          quasi una cura ch’egli si prende <pb ed="aut" n="3110"/> di quelle persone su cui
          l’interesse cade. Or dunque il lettore trova inutile il darsi gran pensiero di quelli a’
          quali vede aversi bastante cura da altri. Il poeta e la fortuna da lui narrata fanno
          quello che avrebbe a fare il lettore interessandosi; essi medesimi provveggono al
          fortunato: il lettore non ha dunque niuna cagione di farlo egli, ei non desidera quello
          che gli è spontaneamente dato, quello ch’egli ottiene già senza darsene briga e
          sollecitudine. Per queste cagioni accade che poco e poco durevolmente c’interessi il
          fortunato, massime ne’ poemi epici e ne’ drammatici. Ed effettivamente oggidì i lettori
          della stessa Iliade, non essendo greci, o non s’interessano mai vivamente per li greci, i
          quali sanno già dovere uscir vittoriosi, o presto lasciano d’interessarsene<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 3452 fine-58.</p>
          </note>. Ma non bisogna dall’effetto che l’Iliade fa in noi, misurar quello ch’ei faceva
          nei greci, ai quali essa era destinata, nè per conseguenza l’arte del poeta che la
          compose, nè il pregio e valore del poema.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3111"/> L’altro interesse, cioè quello della compassione, non poteva Omero
          introdurlo nel suo poema in modo ch’ei si riferisse ad Achille o ai greci; non poteva,
          dico, per le suddette ragioni. Solamente poteva fare che la compassione si riferisse pur
          talvolta ai greci o a qualcuno di loro, come a soggetti secondarii e accidentalmente (qual
          è p. e. Patroclo), non come a soggetto primario della compassione, al qual soggetto
          tendessero tutte le fila del poema. Questo soggetto ei lo prese nella parte contraria alla
          greca, in quella parte alla quale doveva appartener la sventura, se alla greca doveva
          appartener la felicità. Egli scelse o finse tra’ nemici un Eroe per così dir, di sventura,
          il quale fosse opposto all’Eroe della fortuna, e l’interesse del quale dovesse
          perpetuamente bilanciare e contrastare e accompagnare l’interesse dell’altro nell’animo
          de’ lettori. Questo Eroe sfortunato ei lo fece inferiore di forze ad Achille, ed anche ad
          Aiace e a Diomede, perchè la superiorità delle forze doveva <pb ed="aut" n="3112"/> esser
          l’attributo e la lode principale della parte greca (lode ch’era ai tempi eroici la più
          grande); ma oltre che di forze eziandio lo fe’ superiore a tutti gli altri greci e
          troiani, di coraggio e magnanimità lo fece pari allo stesso Achille, e nel rimanente
          ornandolo di qualità diverse da quelle di costui, lo venne però a far tale che tanto
          pesasse egli quanto questi. Somma pietà verso gli Dei, verso la patria, verso i parenti,
          somma affabilità, giovanezza, e viril bellezza sopra ogni altra (giacchè quella di Paride
          non era virile) della sua parte. Di più accortezza e destrezza nel maneggio della guerra e
          nel governo delle battaglie, vigilanza, provvidenza, cura degli amici, pazienza delle
          fatiche, arte di parlare ne’ consigli pubblici o a’ soldati, disprezzo d’ogni pericolo,
          l’onore stimato sopra ogni cosa, come quando ei ricusa di entrare nella città vedendosi
          venir sopra Achille, e dopo l’onore, la patria; costanza ec. ec. In somma com’egli aveva
          fatto in Achille un <emph>uomo</emph>
          <pb ed="aut" n="3113"/> sommamente ammirabile, così fece e volle fare in Ettore un
            <emph>eroe</emph> sommamente amabile. E come la vittoria riportata da Achille sopra
          l’invincibile Ettore, porta al colmo l’ammirazione per colui, così la sventura di Ettore
          mette il colmo alla sua amabilità e volge l’amore in compassione, la quale cadendo sopra
          un oggetto amabile è il colmo per così dire del sentimento amoroso. Molte sventure e di
          greci e di troiani si narrano o fingono nella Iliade, ma quella di Ettore è lo scopo del
          poema, ad essa tendono tutte le fila del medesimo niente meno e del paro che alla vittoria
          di Achille, e sempre unitamente: in essa il poema si chiude. Alle quali cose mirando il
          nostro Cesarotti, e giudicando che Ettore fosse il principal soggetto dell’interesse nella
          Iliade, e la sua sventura per se medesima il principale scopo ed assunto del poema,
          prosuntuosamente ne volle cangiare il titolo e intitolarlo <title>la morte
          d’Ettore</title>, stimando che Omero non avesse bene inteso se <pb ed="aut" n="3114"/>
          stesso e la sua propria intenzione quando ne’ primi versi della Iliade annunziò
          espressamente un altro assunto. Nel che s’ingannò grandemente, per non aver mirato alla
          natura umana, alle qualità di que’ tempi, alle circostanze di Omero (giacchè se oggi
          nell’Iliade l’unico, non che principale, interesse è per Ettore, non così fu anticamente,
          nè tale fu l’intenzione di Omero scrivendo ai greci), e per avere avuto l’occhio alle
          moderne opinioni circa l’unità dell’interesse e del soggetto principale. Ma come
          nell’intenzione di Omero l’unico interesse non dovette esser quello di Achille, nè l’unico
          soggetto e scopo la sua vittoria per se medesima, altrimenti egli non gli avrebbe posto
          incontro un tal Eroe qual fa Ettore; così neanche l’interesse d’Ettore dovette esser
          l’unico, nè la sua sventura per se medesima l’unico soggetto e scopo del poema.</p>
        <p>Doppio dovette essere secondo l’intenzione di Omero, e doppio infatti riuscì <pb ed="aut"
            n="3115"/> a’ lettori o uditori greci l’interesse, lo scopo, e l’Eroe del poema. E qui
          si deve considerare il maraviglioso artifizio di Omero. Non solevasi a’ tempi eroici, cioè
          quasi selvaggi, stimar gran fatto il nemico. L’odio che gli portava la parte contraria,
          quell’odio il quale faceva che ciascun soldato considerasse l’esercito o la nazione
          opposta come nemici suoi personali, e con questo sentimento combattesse, non lasciava
          luogo alla stima. E quando anche s’avesse cagione di stimare il nemico, ciascuno, come si
          fa de’ nemici personali, cercava a tutto potere di deprimerlo sì nella propria
          immaginazione che presso gli altri, e ricusava di riconoscere in lui alcuna virtù. Non
          prevaleva nè si conosceva allora quella sentenza che la gloria di chi fortemente combatte
          e di chi vince è tanto maggiore quanto più forte e stimabile è il nemico e il vinto. Ma
          sebbene allora <pb ed="aut" n="3116"/> ciascuno amasse e cercasse la gloria sopra ogni
          altra cosa ed assai più che al presente, niuno si curava di accrescerla a costo del
          proprio odio verso il nimico, niuno sosteneva di aggrandire a’ propri occhi o agli altrui
          il pregio della propria vittoria col considerare e render giustizia al valore della
          resistenza; ognuno preferiva di tenere anzi l’inimico per vile e codardo e tale
          rappresentarlo agli altri, perchè l’odio e la vendetta più si soddisfa e gode disprezzando
          il nimico e privandolo d’ogni qualsivoglia stima, che sforzandolo e vincendolo, e quasi
          piuttosto eleggerebbe di soccombergli che di lodarlo. Una tal disposizione offriva poche
          risorse, poca varietà, poco campo di passioni al poema epico. Omero ebbe l’arte di fare
          che i greci si contentassero di stimare il nemico che avevano vinto; e fece loro provare
          il piacere, a quei tempi ignoto o rarissimo, di vantarsi e compiacersi <pb ed="aut"
            n="3117"/> di una vittoria riportata sopra un nemico nobile e valoroso. Questo piacere
          fu veramente Omero che lo concepì, Omero che lo produsse; ei non era proprio de’ tempi,
          non nasceva dalla maniera di pensare e dalle disposizioni di quegli uomini, ma nacque
          dalla poesia d’Omero; Omero per dir così ne fu l’inventore. Questo gli diede campo di
          moltiplicare e intrecciar gl’interessi, di variar le passioni e gli effetti cagionati dal
          suo poema nell’animo de’ lettori.</p>
        <p>Come la stima, così la compassione verso il nimico, ancorchè vinto e virtuoso era
          impropria di quei tempi. (Vedi quello che altrove ho detto in proposito d’un’azione d’Enea
          appo Virgilio, dopo morto Pallante). Gli animi naturali non provano nella vittoria altro
          piacere che quello della vendetta. La compassione, anche generalmente parlando (cioè
          quella ancora che cade sulle persone non inimiche) nasce bensì, come di sopra ho detto,
            <pb ed="aut" n="3118"/> dall’egoismo, ed è un piacere, ma non è già propria nè degli
          animali nè degli uomini in natura, nè anche, se non di rado e scarsamente, degli animi
          ancora quasi incolti (quali erano i più a’ tempi eroici). Questo piacere ha bisogno di una
          delicatezza e mobilità di sentimento o facoltà sensitiva, di una raffinatezza e
          pieghevolezza di egoismo, per cui egli possa come un serpente ripiegarsi fino ad
          applicarsi ad altri oggetti e persuadersi che tutta la sua azione sia rivolta sopra di
          loro, benchè realmente essa riverberi tutta ed operi in se stesso e a fine di se stesso,
          cioè nell’individuo che compatisce. Quindi è che anche nei tempi moderni e civili la
          compassione non è propria se non degli animi colti e dei naturalmente delicati e
          sensibili, cioè fini e vivi. Nelle campagne dove gli uomini sono pur meno corrotti che
          nelle città, rara, e poco intima e viva, e di poca efficacia e durata è la compassione. Ma
          lo spirito di Omero era certamente <pb ed="aut" n="3119"/> vivissimo e mobilissimo, e il
          sentimento delicatissimo e pieghevolissimo. Quindi egli provò il piacere della
          compassione, lo trovò, qual egli è, sommamente poetico, perocch’egli, oltre alla dolcezza,
          induce nell’animo un sentimento di propria nobiltà e singolarità che l’innalza e
          l’aggrandisce a’ suoi occhi, vero e proprio effetto della poesia. Veggasi la p. 3167-8. e
          3291-7. Volle dunque introdurlo nel suo poema, anzi farne l’uno de’ principali fini del
          medesimo, l’uno de’ principali piaceri prodotti dalla sua poesia. Volle accompagnar questo
          piacere e questo affetto con quello della maraviglia, affetto appartenente
          all’immaginazione e non al cuore, che fino a quel tempo era forse stato l’unico o il
          principal effetto della poesia. Volle che il suo poema operasse continuamente del pari e
          sulla immaginazione e sul cuore, e dall’una e dall’altra sua facoltà volle trarlo, cioè da
          quella d’immaginare e da quella di sentire. Questo suo intento è manifestissimo <pb
            ed="aut" n="3120"/> nel suo poema, più manifesto che appo gli altri poeti greci venuti a
          tempi più colti, più eziandio che ne’ tragici appo i quali il terrore e la maraviglia
          prevalgono ordinariamente alla pietà, e spesso son soli, sempre tengono il primo luogo.
          Vedesi apertamente che Omero si compiace nelle scene compassionevoli, che se il soggetto e
          l’occasione gliene offrono, egli immediatamente le accetta, che altre ne introduce a bella
          posta e cercatamente (come l’abboccamento d’Ettore e Andromaca a introdurre il quale, e
          non ad altro, è destinata e ordinata quella improvvisa venuta d’Ettore in Troia, nel
          maggior fuoco della battaglia, e in tempo che può veramente parere inopportuno
          intempestivo e imprudente), e che nell’une e nell’altre ei non trascorre, ma ci si ferma e
          ci si diletta, e raccoglie tutte le circostanze che possono eccitare e accrescere la
          compassione, e le sminuzza, e le rappresenta con grandissima arte e intelligenza del cuore
          umano. E il soggetto di tutte <pb ed="aut" n="3121"/> queste scene dove l’animo de’
          lettori è sommamente interessato non sono altri che quegli stessi che Omero ha tolto a
          deprimere, i nemici de’ greci ch’egli ha preso ad esaltare. Nè pertanto egli s’astiene dal
          volere a ogni modo far piangere sopra i troiani, e deplorare ai medesimi greci quelle
          sventure ch’essi avevano cagionate, del che egli nel tempo stesso sommamente li celebra.</p>
        <p>Grande, caro, artifiziosissimo e poetichissimo effetto dell’Iliade, che Omero ottenne col
          duplicare espressamente e l’interesse e lo scopo e l’Eroe, che non si poteva ottenere
          altrimenti, che fu tutto invenzione ed opera di Omero, voglio dir l’unione e l’armonia di
          questi due interessi e fini contrarii, e il pensiero d’introdurli ambedue nel suo poema, e
          sostenerli congiuntamente fino all’ultimo, facendoli camminar sempre del pari. Con che
          oltre all’avere raddoppiato l’effetto del suo poema, interessando per l’una parte
          l’immaginazione, per l’altra il cuore; <pb ed="aut" n="3122"/> oltre all’aver potuto
          congiungere l’interesse che deriva dalla virtù felice con quello che deriva dalla virtù
          sventurata (il che non si poteva fare se non dividendo i soggetti dell’una e dell’altra,
          perocchè accumulando l’una e l’altra in un soggetto solo e facendo che di sventurato
          divenisse felice, o di felice terminasse nella sventura, l’uno e l’altro interesse sarebbe
          stato imperfettissimo e debolissimo, e distruttivo l’uno dell’altro, per modo che finita
          la lettura, l’un solo di essi sarebbe rimasto, come accade p. e. nelle così dette, assurde
          tragedie, <emph>di lieto fine</emph>)<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. la p. 3448. segg. e in particolare 3450-1.</p>
          </note>; oltre, dico, all’aver potuto mettere in moto nel suo poema ambedue
          quegl’interessi che fortissimamente operano nell’uomo, e grandissimo piacere gli recano, e
          sono poetichissimi, cioè la maraviglia della virtù superante ogni ostacolo ed ottenente il
          suo fine, interesse che in quei tempi principalmente era di gran forza, e la compassione
          della somma virtù caduta in somma e non medicabile nè consolabile calamità; <pb ed="aut"
            n="3123"/> oltre tutto questo Omero ottenne di potere introdurre nel suo poema, un
          perpetuo contrasto di passioni contrarie continuamente operanti ne’ lettori, continuamente
          equilibrantisi l’una l’altra, continuamente sottentranti e implicantisi e mescolantisi
          l’una nell’altra. Contrasto nato dalla duplicazione dell’interesse dello scopo e della
          persona principale, la qual duplicazione in virtù di questo perpetuo e perpetuamente
          sensibile contrasto, non solo raddoppia ma moltiplica più volte l’effetto e l’energia
          dell’Iliade nell’animo de’ lettori, e la vivacità delle sensazioni, e il commovimento e
          l’agitazione dello spirito, propria operazione della poesia.</p>
        <p>Tali si furono le intenzioni di Omero, tale il mezzo e l’arte da lui adoperati per
          conseguirle, tale la vera natura, il vero carattere, il vero andamento del suo poema, la
          vera forma ch’egli ha e che l’autore volle dargli. Vediamo ora gli altri poeti epici e i
          loro poemi, e <pb ed="aut" n="3124"/> le regole dell’epopea che dopo Omero furono
          concepute e insegnate e poste e seguite.</p>
        <p>Videro tutti la necessità di far che l’Eroe e la impresa principale che si prendesse a
          lodare e a narrare nell’epopea riuscissero felicemente. Ciò fu dato per regola, e questa
          regola fu seguita da tutti. Massimamente che dietro l’esempio dell’Iliade (benchè
          l’Odissea somministrasse pure un esempio diverso) non fu stimato proprio soggetto di poema
          epico altro che imprese guerriere, nè d’altro genere d’Eroe fu creduto che l’epopea
          dovesse rappresentare il modello, se non che del gran Capitano. Onde parve tanto più
          necessaria la felicità nell’Eroe del poema e nell’impresa che ne fosse il soggetto, non
          giudicandosi degno d’epopea un Capitano vinto da’ nemici nè una guerra perduta.</p>
        <p>Sin qui andava bene: ma v’era il grandissimo inconveniente che l’interesse che i lettori
          possono prendere per li fortunati, ancorchè virtuosi, è scarso, debole e breve, e non <pb
            ed="aut" n="3125"/> si può reggere pel corso d’un lungo poema, nè tutto, per così dire,
          animarlo e vivificarlo, nè anche sufficientemente animarne una sola parte. Mancando il
          contrasto fra la virtù e la fortuna, oltre che ne scapita la verità dell’imitazione,
          essendo pur troppo il vero che questo contrasto sussiste nel mondo ed è perpetuo, onde un
          virtuoso fortunato è soggetto quasi romanzesco, e toglie quasi fede al poema, e impedisce
            l’illusione<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 3451-2.</p>
          </note>, (massime a’ moderni tempi, perchè a quelli d’Omero era altra cosa); ne seguiva
          anche il pessimo effetto della freddezza, perchè il lettore non ha che interessarsi per la
          virtù, vedendola felice, ed ottener già quello che le conviene.</p>
        <p>Quindi è che ne’ poemi epici posteriori ad Omero, l’Eroe e l’impresa felice nulla
          avrebbero interessato i lettori, se desso eroe, dessa impresa, dessa felicità non fossero
          in qualche modo appartenuti ai lettori medesimi, come Achille ec. ai greci. In verità un
            <pb ed="aut" n="3126"/> poema epico di lieto fine richiede necessariamente la qualità di
          poema nazionale; e per ciò che spetta e mira a esso fine, un poema epico non nazionale non
          può interessar niuno; nazionale, non può mai produrre un interesse universale nè perpetuo,
          ma solo nella nazione e per certe circostanze. L’Eneide fu dunque poema nazionale, e
          lasciando star tutti gli episodi e tutte le parti e allusioni che spettano alla storia ed
          alla gloria de’ Romani, l’Eneide anche pel suo proprio soggetto potè produr ne’ Romani il
          primo di quegl’interessi che abbiamo distinto in Omero, perocchè i Romani si credevano
          troiani di origine, sicchè la vittoria d’Enea consideravasi o poteva considerarsi da essi
          come un successo e una gloria avita, e ad essi appartenente, e da essi ereditata. Il
          soggetto della Lusiade fu nazionale, e di più moderno. Egli non poteva esser più felice
          quanto al produrre quel primo interesse di cui ragioniamo. Il soggetto dell’Enriade è
          affatto nazionale e la memoria di quell’Eroe era particolarmente cara ai francesi, onde la
          scelta dell’argomento in genere fu molto giudiziosa, massime ch’e’ non era nè troppo
          antico nè troppo moderno, anzi quasi forse a quella stessa o poco diversa distanza a cui
          fu la guerra troiana da’ tempi d’Omero. Il soggetto e l’eroe <pb ed="aut" n="3127"/> della
          Gerusalemme furono anche più che nazionali, e quindi anche più degni; e furono attissimi
          ad interessare. Dico più che nazionali, perchè non appartennero a una nazione sola, ma a
          molte ridotte in una da una medesima opinione, da un medesimo spirito, da una medesima
          professione, da un medesimo interesse circa quello che fu il soggetto del Goffredo. Dico
          tanto più degni, perchè essendo d’interesse più generale, rendevano il poema più che
          nazionale, senza però renderlo d’interesse universale, il che, trattandosi di quello
          interesse di cui ora discorriamo, tanto sarebbe a dire quanto di niuno interesse. Dico
          attissimi a interessare perchè quantunque fosse spento in quel secolo il fervore delle
          Crociate, durava però ancora generalmente ne’ Cristiani uno spirito di sensibile odio
          contro i Turchi, quasi contro nemici della propria lor professione, perchè in quel tempo i
          Cristiani, ancorchè corrottissimi ne’ costumi e divisi tra loro nella fede, consideravano
          per anche la fede Cristiana <pb ed="aut" n="3128"/> come cosa propria, e i nemici di lei
          come propri nemici ciascuno; e quindi non solo con odio spirituale e per amor di Dio, ma
          con odio umano, con passione per così dir, carnale e sensibile, per proprio rispetto, e
          per inclinazione odiavano i maomettani non che il maomettanesimo. E la liberazione del
          sepolcro di Cristo era cosa di che allora tutti s’interessavano, siccome in questi ultimi
          tempi, della distruzione della pirateria Tunisina e Algerina, benchè questa e quella
          fossero più nel desiderio che nella speranza, o certo più desiderate che probabili:
          aggiunta però di più la differenza de’ tempi, perocchè nel cinquecento le inclinazioni e
          le opinioni e i desiderii pubblici erano molto più manifesti, decisi, vivi, forti e
          costanti ch’e’ non possono essere in questo secolo. Siccome nel 300 il Petrarca (Canz. O
          aspettata), così nel 500 tutti gli uomini dotti esercitavano il loro ingegno nell’esortare
          o con orazioni o con lettere o con poesie pubblicate per le stampe, le nazioni e i
          principi d’Europa <pb ed="aut" n="3129"/> a deporre le differenze scambievoli e collegarsi
          insieme per liberar da’ cani<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <bibl>
                <author>Petr.</author>
                <title>Tr. della Fama</title> cap. 2. terzina 48</bibl>.</p>
          </note> il Sepolcro, e distruggere il nemico de’ Cristiani, e vendicar le ingiurie e i
          danni ricevutine. Questo era in quel secolo il voto generale così delle persone colte
          ancorchè non dotte, come ancora, se non de’ gabinetti, certo di tutti i privati politici,
          che in quel secolo di molta libertà della voce e della stampa, massimamente in Italia, non
          eran pochi<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Erano allora i politici privati più di numero in Italia che altrove, l’opposto
              appunto di oggidì, perchè pure al contrario di oggidì, era in quel secolo maggiore in
              Italia che altrove e più comune e divulgata nelle diverse classi, la coltura, e l’amor
              delle lettere e scienze ed erudizione per una parte (le quali cose tra noi si
              trattavano in lingua volgare, e tra gli altri p. lo più in latino, fuorchè in
              Ispagna), e per l’altra una turbolenta libertà fomentata dalla moltiplicità e
              piccolezza degli Stati, che dava luogo a poter facilmente trovar sicurezza e impunità,
              col passare i confini e mutar soggiorno, chi aveva o violate le leggi, o troppo
              liberam. parlato o scritto, o offeso alcun principe o repubblica nello Stato italiano
              in ch’ei dapprima si trovava.</p>
          </note>; e di questo voto si faceva continuamente materia alle scritture e allusioni
          digressioni ec. e di quel progetto o sogno che vogliam dire si riscaldava l’immaginazione
          de’ poeti e de’ prosatori, e se ne traeva l’ispirazione dello scrivere. Niente meno che
          fosse nell’ultimo secolo della libertà della Grecia fino ad Alessandro, il desiderio, il
          voto, il progetto di tutti i savi greci la concordia di quelle repubbliche, l’alleanza
          loro e la guerra contro il gran re, e contro il barbaro impero persiano perpetuo nemico
          del nome greco. E come Isocrate <pb ed="aut" n="3130"/> per conseguir questo fine
          s’indirizzava colle sue studiatissime ed epidittiche, scritte e non recitate orazioni ora
          agli Ateniesi (nel Panegirico, e <bibl>v. l’<title>Oraz. a Filippo</title>, ediz. sopra
            cit. p. 260-1</bibl>.) ora a Filippo, secondo ch’ei giudicava questo o quelli più capaci
          di volerlo ascoltare, e più atti a concordare e pacificar la Grecia e capitanarla contro i
          Barbari, così nel 500. lo Speroni s’indirizzava pel detto effetto con una lavoratissima
          orazione stampata e non recitata nè da recitarsi, a Filippo II di Spagna, ed altri ad
          altri, secondo i tempi e le occasioni. Ma tutto indarno, non come accadde ai greci, il cui
          voto fu adempiuto da Alessandro, mosso fra l’altre cose, come è fama (<bibl>v. Eliano Var.
            l. 13. e <foreign lang="grc">ὑπόθες. τοῦ πρὸς Φίλιπ. λόγου</foreign>
          </bibl>), dall’orazione appunto che Isocrate n’avea scritto a Filippo suo padre, l’uno e
          l’altro già morti.</p>
        <p>Or considerate queste circostanze si trova veramente savissima, opportunissima,
          nobilissima la scelta fatta dal Tasso, e degna di quel grand’animo, che seppe concepire
          nientemeno <pb ed="aut" n="3131"/> che un poema europeo (qual fu il Goffredo non meno per
          l’argomento che per gli altri pregi), dove la generalità dell’interesse non pregiudicasse
          (ch’è pur sì difficile e raro) alla vivacità e forza del medesimo<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Nótisi che il Tasso proccurò eziandio di render nazionale l’argomento della
              Gerusalemme col dare tra’ Cristiani le maggiori parti del valore a due italiani;
              Tancredi di Campagna nel Napoletano il qual era patria del Tasso, e Rinaldo d’Este
              progenitore del Duca a cui il Tasso indirizzava il poema. E Rinaldo si è propriamente,
              non pure il secondo, ma l’altro Eroe della Gerusalemme con Goffredo, come ho detto a
              suo luogo, e, secondo l’intenzion del Tasso, a parti uguali, ma in effetto e’ riesce
              maggior di Goffr.</p>
          </note>. E in vero se dalla estensione dell’interesse si deve misurare, almeno in qualche
          parte, il pregio d’un poema, anzi d’ogni scrittura, niun poema epico in questa parte nè
          vinse nè agguagliò la Gerusalemme; siccome ancora, secondo le opinioni di que’ tempi, ne’
          quali ci dobbiamo riporre coll’intelletto, niun poeta epico si propose mai scopo più
          nobile nè più degno nè più magnanimo che il Tasso, il quale intese col suo poema di
          contribuir più che tutti gli altri scrittori insieme, ad eccitare i principi Cristiani a
          quella sacra e generosa guerra ec. coll’esempio e la lode di quelli che l’avevano
          intrapresa e valorosamente operata e felicemente terminata. (Puoi vedere per meglio
          conoscere le opinioni e i sentimenti <pb ed="aut" n="3132"/> dell’Europa cristiana verso
          l’impero turco nel 500, la B. G. del Fabricio, t. 13., p. 500-6.<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>V. p. 3173. Vedi ancora particolarm. lo <bibl>
                <author>Speroni</author>
                <title>Oraz. Ven.</title> 1596. p. 23. e p. 56. e 109</bibl>. e <bibl>
                <author>Castiglione</author>, <title>Cortegiano</title> ed. Ven. 1541. carta 173;
                ed. Ven. 1565. p. 423-24, libro 4</bibl>.</p>
          </note>)</p>
        <p>Molto ragionevolmente adunque i sopraddetti poeti (per non parlare degli altri, come di
          Voltaire e di Ercilla autore dell’Araucana, e del Trissino ec.) scelsero ai loro poemi
          argomento nazionale, senza la qual circostanza (largamente però intendendo la parola
          nazionale, come p. e. circa la Gerusalemme) è assolutamente impossibile dare alcuno
          interesse a un poema epico che abbia e serbi la unità, com’ella oggi s’intende. Ed è
          perciò ben poco lodevole l’assunto di quel moderno che volle dare all’Italia una nuova
          Gerusalemme. (Arici, Gerusal. distrutta).</p>
        <p>Ma l’interesse che nasce dalla virtù felice è, come ho detto, sempre debole anche in un
          soggetto nazionale, e soffre moltissimi inconvenienti, massime in tempi così diversi da
          quelli di Omero, come sono i moderni, e come furono quei di Virgilio che in molte parti si
          rassomigliano ai presenti.</p>
        <p>1. Tutte quelle speciali circostanze che ne’ tempi antichissimi rendevano singolarmente
          pregevole <pb ed="aut" n="3133"/> la felicità, e cagione di stima per se medesima,
          perirono ben tosto, ed altre contrarie ne sottentrarono che produssero e producono
          contrario effetto, e sempre lo produrranno, perchè queste seconde circostanze non sono per
          passar mai.</p>
        <p>2. È così falso<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 3451-2.</p>
          </note>, o per lo meno straordinario, che la virtù sia compagna della fortuna, che un
          virtuoso fortunato, un meritevole che ottiene il suo merito (e tanto più s’egli è
          straordinariamente meritevole, se la sua virtù è veramente singolare, il che oggi
          sommamente nuoce) eccede quasi quel grado di singolarità e rarità che è compatibile colla
          credibilità, colla illusione, coll’immedesimarsi che dee fare il lettore ne’ casi e ne’
          personaggi narrati dal poeta, con quella cotal somiglianza che il lettore dee pur trovare
          tra quei casi e i presenti, tra quelle persone e se stesso; deve, dico, trovarla per
          qualche parte, a voler ch’ei ci provi interesse. Di questo inconveniente ho già detto di
            sopra<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>p. 3125.</p>
          </note>. Esso ancora non è mai per passare, anzi cresce e crescerà, si conferma e
          confermerassi ogni dì maggiormente.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3134"/> 3. E ciò tanto più, quanto l’idea che noi abbiamo della virtù è
          ben diversa da quella che s’aveva a’ tempi d’Omero. La virtù qual suol essere concepita
          dai moderni ha la fortuna assai più nemica, che non quella virtù concepita dagli
          antichissimi, la quale consisteva quasi tutta o principalmente nella forza e nel coraggio;
          qualità che, se non sempre, certo assai spesso son seguite (anche oggidì) dalla fortuna, e
          molto giovano a conseguirla. Ond’era tanto più ragionevole e conveniente che a quei tempi
          l’eroe del poema epico, il quale dev’esser sommamente virtuoso, si scegliesse felice,
          perchè quella virtù in ch’ei si doveva rappresentare eccellente, conduce infatti alla
          felicità, e il mostrar ch’ella non avesse conseguito il proprio intento, l’avrebbe
          mostrata imperfetta, come quella che non era bastata a produrre quel ch’ella suole, e a
          che ella naturalmente serve e conduce. Massime che gli uomini sogliono giudicar dai
          successi, <pb ed="aut" n="3135"/> ed estimare assolutamente la natura, le qualità, il
          grado, il valore e la propria bontà delle cose dai loro effetti. Ma la virtù modernamente
          considerata, è per sua stessa natura, non solo non conducente, ma pregiudizievole alla
          fortuna. Questo discorso ha massimamente luogo ne’ tempi più moderni, in che l’idee
          morali, e per cagione del Cristianesimo e per altro, sono più raffinate, e sempre più
          tanto si raffinano quanto più divengono inutili, e tanto si perfezionano e sottilizzano in
          teoria, quanto si vanno segregando affatto dalla pratica. Ma proporzionatamente le dette
          considerazioni sono anche applicabilissime ai tempi di Virgilio; e in fatti la virtù di
          Enea è immensamente diversa da quella di Achille, e il tipo di perfetto eroe concepito e
          voluto esprimere da Virgilio fu diversissimo, e in buona parte contrario, a quello di
          Omero.</p>
        <p>4. Oggi l’amor patrio e nazionale è quasi nullo. Anche ne’ romani al tempo di <pb
            ed="aut" n="3136"/> Virgilio esso era abbastanza raffreddato perchè quasi niun di loro
          considerasse più la sua patria come cosa individualmente sua propria. Il che appunto
          facevano i più antichi, e come questo cagionava l’entusiasmo che ciascun d’essi
          manifestava nell’operare per la patria, così produceva il grande interesse che ciascuno
          pigliava alle glorie d’essa patria cantate dai poeti. Questo spirito non si trovava più
          ne’ Romani, e però non potè essere se non mediocre in esso loro l’interesse verso le
          vittorie e le lodi di remotissimi loro antenati, che oltracciò portarono un nome diverso
          dal loro. (troiani). Omero cantò ai greci liberi, e Virgilio ai Romani, dopo lunghissima e
          ferocissima libertà fatti sudditi, e di più pacificamente tiranneggiati, perchè quello fu
          quasi il più pacifico tempo dell’imperio romano, e in ch’essi meno pensarono a libertà e
          meno si dolsero del giogo. Delle nazioni moderne poi, nulla dirò. Parlino i fatti; e se ne
          deduca quanto vivo e <pb ed="aut" n="3137"/> durabile interesse possa cagionare in
          un’epopea la nazionalità dell’impresa e dell’Eroe. Quando non esiste quasi nazionalità
          nelle nazioni. Ciò vale sopra tutto per l’Italia.</p>
        <p>5. Finalmente l’interesse che può produrre in un poema epico un Eroe ed un’impresa
          nazionale felice, nè può, come è chiaro, riuscire universale, nè anche può essere
          perpetuo, come più sotto si mostrerà cogli esempi. Unico interesse che possa in un’epopea
          riuscire universale e per luogo e per tempo, cioè comune a tutte le nazioni e a tutti i
          secoli, si è quello che nasce dalla sventura, e più dalla virtù sventurata, dalla beltà,
          dalla giovanezza e anche dal valor militare personale sventurato. E questo altresì può
          solo esser vivissimo, e durare in chi legge per tutto il corso della lettura, e
          perseverare nel suo animo lungo tempo di poi, come pungolo lasciato nella piaga.</p>
        <p>Ma l’unico modo che v’aveva d’introdurre questo interesse nel poema epico, quello, dico,
          usato da Omero nell’Iliade, cioè di duplicare onninamente l’Eroe, l’interesse e lo scopo
          poetico di tutta l’epopea, non solamente <pb ed="aut" n="3138"/> dagli Epici posteriori ad
          Omero non fu voluto abbracciare, ma fu sopra tutte l’altre cose fuggito, come quello che
          dirittamente avrebbe esclusa quella unità d’interesse, di scopo e d’Eroe, che quei poeti e
          i Dottori de’ loro tempi e de’ nostri, davano per primaria e supremamente indispensabile
          qualità del poema epico: la unità, dico, non quale è quella della Iliade, dalla quale pur
          furono tratte le regole, le norme e il tipo dell’epopea, ma quale i posteriori ingegni
          metafisicamente sottilizzando, e troppo artisticamente e strettamente considerando, la
          concepirono, determinarono e prescrissero. Ond’è che quantunque in ciascuno de’ nominati
          poemi epici v’abbiano molte sventure cantate, ed avendovi una parte vittoriosa e felice,
          v’abbia altresì necessariamente una parte soccombente e sfortunata, si guardarono però
          bene tutti i detti poeti di farci piangere sopra questa sventura, come aveva fatto Omero;
          e di condurre il poema in modo che <pb ed="aut" n="3139"/> all’ultimo la vittoria della
          parte avventurosa, benchè sempre desiderata e allora applaudita dal lettore, fosse nel
          tempo medesimo cordialmente da lui pianta e lagrimata, destandosi così nel suo animo sì
          pel corso del poema, sì massimamente nel fine, e durando in esso dopo la lettura quel vivo
          contrasto di passioni e di sentimenti, quella mescolanza di dolore e di gioia e d’altri
          similmente contrarii affetti che dà sommo risalto agli uni e agli altri, e ne moltiplica
          le forze, e cagiona nell’animo de’ lettori una tempesta, un impeto, un quasi
          gorgogliamento di passioni che lascia durevoli vestigi di se, e in cui principalmente
          consiste il diletto che si riceve dalla poesia, la quale ci dee <emph>sommamente muovere e
            agitare</emph> e non già lasciar l’animo nostro in riposo e in calma. Questi mirabili
          effetti li produsse divinamente la Iliade, costringendo gli uditori greci a piangere sulla
          morte e sui funerali di Ettore ucciso dalle armi de’ loro <pb ed="aut" n="3140"/>
          maggiori, in guerra, per loro, giusta, e con giusta causa (cioè la vendetta di Patroclo),
          e a mescolare i loro lamenti con quelli di Andromaca e della desolata città nemica, già
          vicina all’ultima calamità, che, per così dire, le loro proprie armi o i loro proprii
          eserciti gli avevano infatti recata. Sublimissimo effetto concepito, disegnato e prodotto
          da Omero in tempi feroci e semibarbari, e non saputo concepire nè produrre da verun altro
          epico in tempi civili. Perocchè temendo di raddoppiar l’interesse, (ch’era appunto ciò che
          avevano a fare, e senza il che non era possibile quel divino effetto), evitarono
          espressamente e studiosamente di fare in modo che la parte nemica o alcun personaggio di
          essa riuscisse più che tanto virtuoso o per qualunque lato interessante sino al fine. E
          maggiormente si guardarono di sempre ugualmente condurre e in ultimo annodare le fila
          della loro epopea tanto all’esito <pb ed="aut" n="3141"/> dell’Eroe vittorioso quanto a
          quello di un altro Eroe a lui per molti lati pari e seco lui compensabile e comparabile ma
          soccombente. Come fece Omero, perchè nell’Iliade Ettore è, e fu voluto rappresentare,
          espressamente comparabile ad Achille.</p>
        <p>Turno non occupa se non pochissima parte dell’Eneide, e riesce così poco interessante che
          certo la sua sventura e morte non ha mai tratto ad alcuno un sospiro. Gli Eroi de’ Barbari
          nella Gerusalemme sono appostatamente più d’uno e di ugualissimo pregio<note resp="aut"
            n="a" place="foot">
            <p>Argante, Clorinda, Solimano. Questi ed Argante sono anche espressam. emuli, ma tutti
              tre pari di valore. Altri eroi degl’infedeli non v’ha nella <title>Gerus.</title> V.
              p. 3525.</p>
          </note>, sicchè l’interesse non si determina per alcuno di loro, nè della loro morte o
          calamità niuno si compiange, nè a veruna di queste morti o calamità tendono le fila del
          poema. Di più il Tasso, stante lo spirito del suo tempo, e stante che in quel caso pareva
          che la Religione interdicesse, come suole, e confondesse colla empietà l’imparzialità, non
          potè a meno di rappresentare con tratti odiosi (in alcuno più in altri manco, ma
          generalmente, e massime in Solimano ed Argante, odiosi), i nemici de’ Cristiani. Quindi
          nella presa di Gerusalemme niuno sente per niun modo la sventura e il disastro di quella
          città infedele, nè <pb ed="aut" n="3142"/> la presa è descritta o narrata con intenzione
          di muovere a compatimento, nè in maniera da poterne mai cagionare nè meno a caso.
          Altrettanto dicasi delle sconfitte degli eserciti maomettani o pagani. E similmente si
          discorra dell’altre moderne epopee.</p>
        <p>Non è già che Virgilio e gli altri volessero e intendessero spogliare affatto d’ogni
          valore, d’ogni virtù, d’ogni pregio la parte contraria alla vincitrice. Anzi intendendosi
          a’ tempi loro meglio che a’ tempi d’Omero, che tanto più si loda colui che vince non per
          caso ma per virtù, quanto s’amplifica quella del vinto, non lasciarono di volere
          espressamente rappresentare virtuosi in molte parti e degni di stima e lodevoli anche i
          nemici, sì tutti insieme, come parecchi distinti personaggi del loro numero. Ma ciò
          facendo, intentissimamente evitarono che l’interesse pe’ nemici o per alcuno de’ medesimi
          non giungesse di gran lunga a pareggiare quello che volevano ispirare ai lettori verso la
          parte e l’Eroe vittoriosi. Nel che riuscirono ottimamente, anzi al di là della loro
          intenzione, perchè laddove essi vollero pur <pb ed="aut" n="3143"/> comunicare alcun poco
          d’interesse a questo o quel personaggio nemico o alla parte inimica, niuno gliene
          comunicarono.</p>
        <p>Queste sono le forme di poema epico, e queste le regole e il processo seguiti e adoperati
          dall’una parte da Omero, dall’altra parte dai poeti epici che, per dir così, da lui
          nacquero. Comparate così le forme, l’idea, e se così vogliamo dire, le cagioni, e le
          intenzioni de’ poeti, consideriamo ora generalmente e paragoniamo i rispettivi effetti.</p>
        <p>Nell’Iliade oggidì l’interesse per Achille e per li greci, come ho detto, è poco o niuno,
          perchè i suoi lettori non sono più greci. Nondimeno l’interesse nell’Iliade è vivissimo
          continuo e durevole eziandio dopo la lettura. Esso è per Ettore e per li troiani. I
          lettori di qualsivoglia nazione, dopo tanti secoli, dopo tanti cangiamenti sofferti dallo
          spirito umano, tutti efficacemente e continuamente s’interessano leggendo la Iliade. E
          tutti non per altri che per li troiani e per Ettore, cioè per la sventura; e questo
          interesse <pb ed="aut" n="3144"/> si riduce principalmente e come a suo capo alla
          compassione. Questa cioè è quel sentimento dominante e finale, che noi nella Iliade
          provando, chiamiamo interesse della medesima. Le quali cose mossero il Cesarotti a
          intitolar quel poema, come ho detto, <title>La Morte d’Ettore</title>, misurando l’indole
          e l’intento primitivo, proprio e vero del poema dall’effetto ch’ei produce sopra di noi in
          tanta diversità e lontananza di tempo, di nazione, di opinioni, di carattere e di costumi.
          Nell’Eneide l’interesse della compassione non v’è. Dico non v’è, come interesse finale.
          Quello che si concepisce per Didone, quello per Niso ed Eurialo sono interessi episodici
          che non ci accompagnano se non per piccola parte del poema, nè hanno che fare colla
          sostanza e collo scopo di esso, talmente che possono affatto risecarsi senza che la
          testura nè il principale e finale effetto del poema per nulla se ne risentano o ne siano
          cangiati. L’interesse per l’Eroe felice, cioè per Enea, e per la parte felice, cioè per li
          troiani, dovette esser mediocre anche a principio, <pb ed="aut" n="3145"/> come di sopra
          ho mostrato, ed ora è più che mediocre. E ciò, non ostante che il lettore di Virgilio non
          possa quasi a meno di trasferire o di continuare ne’ fortunati troiani dell’Eneide
          quell’interesse ch’egli ha conceputo per gli sfortunati e vinti troiani della Iliade.
          Perocchè egli è certissimo che l’Iliade oltre all’aver partorito l’Eneide, oltre
          all’averla nutrita e cresciuta, per dir così, del suo proprio latte, (voglio dire averle
          somministrato l’argomento e i materiali in gran parte, o datogliene l’occasione, e
          d’altronde averle porto i mezzi e i modi di trattarla, e gli ornamenti ec. cioè il
          modello, e le immagini, e le forme delle invenzioni, dell’ordine, dello stile poetico ec.)
          la sostiene e l’aiuta anche oggidì, comunicandole parte del suo proprio interesse,
          riscaldandola del suo fuoco, e riverberandosi sulla Eneide e in essa influendo e
          derivandosi e quasi irrigandola gli affetti che la lettura o la notizia della Iliade
          inspirò. Laonde se la Eneide, quanto al suo principal soggetto ispira alcuno interesse,
          egli è pur da notare che grande e forse la massima parte di esso, non a lei propriamente
          appartiene, ma le vien di fuori, e l’è totalmente accidentale ed estrinseco, non interiore
          ed essenziale, nè in essa <pb ed="aut" n="3146"/> nasce ma altrove ed anteriormente
          nacque. Il che non si deve confondere col proprio e nativo interesse dell’Eneide<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Di questi interessi accidentali vedi la pag. 2645-8.</p>
          </note>.</p>
        <p>La Lusiade avrà certo interessato ed interesserà forse anche oggidì i lettori portoghesi,
          nè si può bastantemente lodare lo sfortunato Camoens per l’avere scelto un soggetto così
          strettamente nazionale, e di più per l’aver saputo adattare e far materia di poema epico
          un argomento allora modernissimo, qualità che per l’una parte produce estreme difficoltà
          le quali a molti sono sembrate in un poema epico insuperabili, e per l’altra sommamente
          contribuirebbe a produrre o singolarmente accrescere l’interesse d’un’epopea, come ancora
          di un dramma e di qualsivoglia poesia. Ma per li lettori dell’altre nazioni non so quanto
          nella Lusiade possa essere l’interesse, nè se ne’ medesimi portoghesi, mancata la recente
          memoria di quelle imprese, e raffreddato, come per tutta l’Europa, l’amor nazionale e gli
          altri sentimenti magnanimi, la Lusiade produca per ancora un interesse abbastanza <pb
            ed="aut" n="3147"/> vivo, continuo e durabile.</p>
        <p>Quello spirito dell’Italia e dell’Europa Cristiana verso gl’infedeli (e, diciamolo
          ancora, verso il Cristianesimo) che disopra ho descritto, che regnò al tempo del Tasso e
          ne’ precedenti, che in lui ancora grandemente potè, che ispirò e produsse la Gerusalemme,
          è totalmente sparito e perduto, e le nostre condizioni a questo riguardo sono affatto
          cangiate in tutta l’Europa. Nullo è dunque oggidì l’interesse della Gerusalemme. Dico che
          la Gerusalemme non ha più realmente veruno interesse finale e principale, cioè non ispira
          più quell’interesse ch’ella principalmente e per istituto si propone d’ispirare; perocchè
          esso non ha più luogo negli animi de’ lettori, affatto cangiati come sono, nè può più
          nascere in alcuno quell’interesse, essendo mutate e quasi volte in contrario le
          circostanze. Benchè certo la Gerusalemme al suo tempo ispirò moltissimo interesse, e forse
          maggiore che l’Eneide al tempo suo, ed oltre di questo universale nelle colte nazioni, <pb
            ed="aut" n="3148"/> dove quello dell’Eneide non potè esser che nazionale. Nè certo la
          Gerusalemme mancò del suo fine. Ma ora non per tanto non può più produrlo. Interessi però
          episodici e non finali ve n’hanno molti nella Gerusalemme. V’ha quello di Olindo e
          Sofronia e nasce dalla sventura. V’ha quello di Erminia, quello di Clorinda, e nascono
          dalla sventura. V’ha quello del Danese, e nasce dalla sventura, e, quel ch’è notabile, da
          sventura toccante alla stessa parte che aveva a riuscir vittoriosa e fortunata, cioè a
          dire alla Cristiana. Colla quale occasione è da considerare la bella e straordinaria
          facoltà che concedeva al Tasso lo spirito del suo tempo, cioè di congiungere la
          compassione alla felicità, di far nascere questa da quella, di salvar l’estrema unità che
          si esigeva ne’ poemi epici pigliando un Eroe felice e facendolo non per tanto
          compassionevole. Alleanza impossibile anticamente, difficile e di poco buono effetto
          oggidì. Ma le opinioni Cristiane (che al suo tempo fiorivano) riponendo <pb ed="aut"
            n="3149"/> la felicità propria dell’uomo nell’altra vita, facendola indipendente da
          quella di questo mondo, considerando le sventure temporali come vantaggi e reali fortune,
          insegnando massimamente esser felicissimo chi soffre per la giustizia e per la fede e per
          Dio, e più chi muore per loro amore e cagione, davano luogo al Tasso di rappresentare come
          felice e come giunto al suo desiderio e scopo un personaggio, il quale, facendolo
          temporalmente sventurato e nelle sventure magnanimo ec., poteva pur fare sommamente
          compassionevole e tenero. Nè altrimenti egli si governò circa il Danese, il quale ei non
          diede già per infelice, ma per felicissimo veramente, essendo morto, e generosamente morto
          per Dio, e nel tempo stesso il volle fare e il fece oggetto di compassione e di tenerezza
          per la temporale sventura e per questa morte fortemente incontrata e sostenuta. Ma ei non
          si volle prevalere di tal facoltà nè di tali opinioni e disposizioni del suo tempo, se non
          quanto a personaggi secondarii (come questo e Dudone) <pb ed="aut" n="3150"/> e in
          episodii; e l’eroe principale volle farlo felice non solo eternamente ma temporalmente
          altresì, e la principale impresa volle che bene uscisse non pure secondo il cielo, ma
          eziandio secondo la terra. Nel che non m’ardisco però di riprendere il suo giudizio, nè so
          biasimarlo s’ei credette che i dogmi metafisici (e poco conformi, anzi contrarii alla
          natura e che troppa forza le fanno) non dovessero gran fatto influire sulla poesia, nè
          potessero molto giovare a produr con essa un buono, bello e splendido effetto. Siccome
          essi poco veramente influivano, anche al suo tempo, sopra le azioni e le quasi secondarie
          opinioni degli uomini; nè valsero in alcun tempo a cangiare la natura umana, alla quale
          dee mirare in ogni tempo il poeta. In verità due sorti di opinioni e di dogmi, l’una
          dall’altra distinta, e che quasi nulla comunicavano insieme, tenevano all’età del Tasso e
          ne’ secoli a lei precedenti gl’intelletti degli uomini. L’una Cristiana, l’altra naturale;
          quella quasi del tutto inefficace <pb ed="aut" n="3151"/> e inattiva, la cui forza non si
          stendeva fuori dell’intelletto e ne’ termini di questo si restringeva la sua esistenza;
          l’altra efficace attiva che dall’intelletto stendevasi a influire e muovere la volontà, e
          governare le operazioni e la vita. Perocchè gli uomini sono sempre mossi dalle opinioni,
          nè altro che le opinioni può cagionare le loro azioni volontarie, nè v’ha opera umana
          volontaria che dalla opinione, ossia giudizio dell’intelletto, non derivi. Ma l’intelletto
          umano è capace di contenere al tempo stesso opinioni e dogmi dirittamente fra se
          contrarii, e di contenerli conoscendone la scambievole, inconciliabile contrarietà, come
          accadeva ai detti tempi. Ben diversi dalla primissima età del Cristianesimo, quando un
          solo genere di opinioni regnava negli animi, cioè quelle della religione, ed era efficace,
          e stendevasi alla volontà ed al reggimento delle azioni interiori ed esteriori, e della
          vita. Ma questo durò assai meno di quel che può credere <pb ed="aut" n="3152"/> chi non
          conosce la storia ecclesiastica, o chi non ci ha riflettuto, o chi in essa si lascia
          imporre dai nomi, e dal linguaggio tenuto in narrarla. Durò pochissimo, o, se non altro,
          divenne in breve assai raro. Del resto egli è duopo distinguere in ciascuna età, nazione,
          individuo le opinioni efficaci dalle inefficaci che nell’intelletto puramente si
          restringono. Quelle talor possono servire alla poesia, talora non possono (come le
          presenti, e vedi la pag. 2944-6.), talor più, talora meno; queste sempre pochissimo o
          nulla. Parlo delle opinioni che in se hanno relazione alla pratica e al governo della
          vita, non dell’altre, che son fuori del mio discorso. P. e. quelle opinioni, illusioni ec.
          antiche o moderne che derivando dalla immaginazione o dall’esperienza ec. persuasero e
          occuparono, o persuadono ec. l’intelletto, e nondimeno, non avendo nulla che far colla
          pratica della vita per lor natura, non influiscono sulla volontà, e sono inefficaci, e
          queste possono però, ed anche grandemente, servire alla poesia.</p>
        <p>Da questa digressione, non aliena, cred’io, dal proposito, tornando in via, ci resta a
          considerare come sia strano e quasi assurdo che Omero in tempi feroci abbia tanto fatto
          giuocare la compassione nel suo poema, n’abbia fatto un interesse principale e finale,
          abbia seguito e ottenuto il suo intento in modo che anche oggidì, mancato l’altro
          interesse all’Iliade, non si può forse tuttavia legger cosa che <pb ed="aut" n="3153"/>
          tanto interessi, non avesse riguardo di far cadere ed <emph>esaggerare</emph> la
          compassione quasi unicamente sopra i nemici de’ greci suoi compatriotti, a’ quali
          scriveva, i quali non istimavano gran fatto la generosità verso il nemico, anzi
          apprezzavano la qualità opposta; e che i poeti moderni abbiano fatto ed espressamente
          esclusa la compassione dal grado d’interesse finale, abbiano per lo più evitato di farne
          cader più che tanta sopra i nemici della parte e dell’Eroe da lor presi a lodare (la
          compassione per Clorinda nella Gerusalemme non dava scrupolo al Tasso perch’ei la fa morir
          convertita, e nel medesimo canto la scuopre per cristiana di genitori e di nazione; sì
          ch’ella cade in ultimo, secondo l’intenzione finale del poeta, sopra una Cristiana), ec.
          ec. In verità egli sarebbe stato credibile, e certo egli avrebbe dovuto accadere, tutto
          l’opposto.</p>
        <p>1. Quella raffinatezza dell’amor proprio e della facoltà di sentire, la quale è
          necessaria perchè la compassione trovi luogo nell’animo umano, <pb ed="aut" n="3154"/> la
          produce, e seco il piacere ch’altri ne gusta non fu in alcun modo propria de’ tempi
          d’Omero, e proprissima di quelli di Virgilio e de’ moderni, perocch’ella nasce dalla
          civiltà. Parlo qui della compassione inefficace, qual è quella che si prova leggendo un
          poema, e che spesso e facilmente ha luogo negli animi civili, massime destandovela lo
            <foreign lang="fre" rend="italic">charme</foreign> e l’artifizio della poesia, e degli
          abili prosatori. La compassione efficace la qual ci muove a sovvenire alle miserie altrui,
          nasce anch’essa dalla detta raffinatezza, e quindi dalla civiltà, ma richiede una
          raffinatezza maggiore di quella che la civiltà soglia ordinariamente produrre e produca
          nel comune degli uomini, e una facoltà naturale di sentire maggior dell’ordinaria, e
          quindi ella è e fu in ogni tempo ben rara.</p>
        <p>2. Poco ai tempi d’Omero valeva ed operava quello che negli uomini si chiama cuore,
          moltissimo l’immaginazione. Oggi per lo contrario (e così a’ tempi di Virgilio)
          l’immaginazione <pb ed="aut" n="3155"/> è generalmente sopita, agghiacciata, intorpidita,
          estinta; difficilissimo è ravvivarla anche al gran poeta, il quale altresì difficilmente
          può esser oggi gagliardamente ispirato dalla immaginativa, ed esser grande per quella
          parte che propriamente spetta all’immaginazione e per ciò che da lei deriva, come furono
          Omero e Dante. Se l’animo degli uomini colti è ancor capace d’alcuna impressione, d’alcun
          sentimento vivo, sublime e poetico, questo appartien propriamente al cuore. Ed infatti
          oggidì appresso gli altri poeti di verso e di prosa, il cuore è sottentrato universalmente
          e quasi del tutto all’immaginazione, quello gl’ispira, quello essi mirano a commuovere, e
          su quello realmente operano sempre ch’ei sono atti a riuscire nel loro intento. I poeti
          d’immaginazione oggidì, manifestano sempre lo stento e lo sforzo e la ricerca, e siccome
          non fu la immaginazione che li mosse a poetare, ma essi che si espressero dal cervello e
            dall’<emph>ingegno</emph>, <pb ed="aut" n="3156"/> e si crearono e fabbricarono una
          immaginazione artefatta, così di rado o non mai riescono a risuscitare e riaccendere la
          vera immaginazione, già morta, nell’animo de’ lettori, e non fanno alcun buono effetto.
          Così dico di quelle parti che ne’ moderni scrittori sono di pura immaginazione. Lord Byron
          è un’eccezione di regola, forse unica, per se stesso. V. p. 3477. Quanto all’effetto delle
          sue poesie sopra i lettori, dubito ch’elle debbano essere eccettuate dal numero delle
          altre poesie d’immaginazione. V. p. 3821. L’animo nostro è troppo diverso dal suo. Male ei
          ci può restituire quella immaginativa ch’egli ha conservata, ma che noi abbiamo per sempre
            perduta<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Anche Omero e Dante hanno assai che fare per ridestar la nostra immaginaz.
              Contuttociò, quantunque la fantasia di L. Byron sia certo naturalm. straordinaria,
              nondimeno è pur vero che anch’ella è in grandiss. parte artefatta, o vogliamo dire
              spremuta a forza, onde si vede chiaram. che il più delle poesie di L. Byr. vengono
              dalla volontà e da un abito contratto dal suo ingegno, piuttosto che da ispiraz. e da
              fantasia spontaneam. mossa.</p>
          </note>. Ora tra i poeti epici egli è pure strano che Omero antichissimo abbia tanto
          mirato al cuore, e che Virgilio e i moderni non si sieno proposti per oggetto finale ed
          essenziale de’ loro poemi che di muovere l’immaginazione. Perocchè il soggetto essenziale
          e unico principale de’ loro poemi si è un Eroe felice e un’impresa felicemente <pb
            ed="aut" n="3157"/> terminata. Ora la felicità non vale che per la maraviglia, la quale
          spetta all’immaginazione e nulla al cuore. Tanto possono fare errare i più grandi spiriti
          le regole e l’arte, e tanto nascondere la natura dell’uomo, de’ tempi, delle cose,
          traviarli dal vero, travisar loro e occultare il proprio scopo e la propria essenza di
          quelle cose medesime ch’essi intraprendono ed alle quali esse regole appartengono.</p>
        <p>3. Le idee, i principii di generosità, di equità, di umanità, di beneficenza verso il
          nemico sì ne’ giudizi sì ne’ sentimenti sì nelle azioni, nacquero, si può dir, dopo Omero,
          mitigati che furono i ferocissimi e implacabili ed eterni odi nazionali, proprii degli
          uomini ancor vicini a natura<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Veramente di tutti i poemi epici, il più antico, cioè l’Iliade, è, quanto
              all’insieme, allo scopo totale e non parziale, al tutto e non alle parti,
              all’intenzion finale e primaria, non episodica, addiettiva e secondaria e quasi
              estrinseca, accidentale ec.; è, dico il più sentimentale, anzi il solo sentimentale;
              cosa veramente strana a dirsi, e che par contraddittoria ne’ termini, ed è infatti
              mostruosa ed opposta alla natura de’ progressi e della storia dello spirito umano e
              degli uomini, e delle differenze de’ tempi, alla natura rispettiva dell’antico al
              moderno, e viceversa ec. È anche il poema più Cristiano. Poichè interessa pel nemico,
              pel misero ec. ec.</p>
          </note>. Essi principii sono massimamente comuni ed <emph>efficaci</emph> ne’ tempi
          moderni, ne’ quali non vi possono avere odi nazionali, non avendovi quasi nazioni, e niuno
          individuo considera, come anticamente, per nemici personali quelli della nazione, i quali
          altresì ed effettivamente nol sono nè per sentimento nè per fatto, ma nemici <pb ed="aut"
            n="3158"/> solamente del suo re ec. Anzi i detti principii oggi degenerano in totale
          indifferenza verso il nemico della nazione, la qual porta a non distinguerlo quasi affatto
          dall’amico. Or non è egli maraviglioso che il poema d’Omero sia cento volte più imparziale
          e generoso verso i nemici della sua propria nazione, che non sono i poemi moderni verso la
          parte contraria a quella ch’in essi si celebra? e tanto che volendo nella Iliade
          investigare i proprii sentimenti del poeta, e non mirando se non se all’espressione di
          questi, appena si potrebbe oggi distinguere se Omero fosse greco o troiano, o d’una terza
          nazione, e in quest’ultimo caso, per qual di quelle due fosse più propenso nel suo animo.</p>
        <p>4. Oggi, come ho già detto, e proporzionatamente eziandio a’ tempi di Virgilio, si può
          dir che più non esista interesse pubblico, se non in quei pochi che le cose pubbliche
          amministrano, e che il pubblico rappresentano, <pb ed="aut" n="3159"/> anzi, si può dir,
          lo compongono e costituiscono. Ed è ben cosa ragionevole e consentanea che l’interesse
          pubblico negli altri più non esista (e chi governa non legge poemi). Ora dunque i poemi il
          cui soggetto non è che qualche felicità e gloria nazionale, poco possono oggidì
          interessare, o certo assai meno che a’ tempi d’Omero. Ma la sventura, e massime
          degl’immeritevoli, è sempre dell’interesse privato di ciascheduno uomo. Niuno è che non si
          stimi infelice e conseguentemente nol sia, e niuno è parimente che non si reputi
          immeritevole della infelicità ch’ei sostiene. Queste disposizioni benchè comuni a tutti i
          tempi, sono massimamente sensibili oggidì, poichè per le circostanze politiche la vita non
          ha più come vivamente occuparsi e distrarsi, e d’altronde il lume della filosofia dissipa
          ben tosto, o soffoca nel nascere, o impedisce del tutto qualunque illusione di felicità.
          Quindi eziandio indipendentemente dalla compassione, egli era <pb ed="aut" n="3160"/>
          tanto più conveniente oggidì che a’ tempi d’Omero il far molto giuocare ne’ poemi epici le
          sventure degli uomini, quanto che oggi il sentimento della infelicità nelle nazioni civili
          è più vivo che fosse mai nel genere umano, ed è il sentimento e il pensiero per così dir
          dominante, da cui niuno oramai trova più come distrarsi. E la infelicità individuale degli
          uomini è, per così dire, il carattere o il segno di questo secolo. Tutto al contrario di
          quel d’Omero, il quale forse godette di quella maggior felicità o minore infelicità che
          possa godersi dall’uomo nello stato sociale, e che sempre risulta dalla grande attività
          della vita e dalle grandi e forti illusioni, cose proprissime di quel tempo, massime nella
          Grecia. Or dunque oggidì le sventure cantate da’ poeti, non possono non interessar
          grandemente, e più che in ogni altro tempo, e tutti; essendo il sentimento della propria
          sventura l’universale e più continuo sentimento degli uomini d’oggidì, ed amando
          naturalmente gli uomini di parlare e <pb ed="aut" n="3161"/> udir parlare delle cose
          proprie, e riguardando ciascheduno la infelicità come propria sua cosa, e dilettandosi gli
          uomini singolarmente di quelli che loro più si assomigliano, nè potendosi trovar
          somiglianza più universale che quella della infelicità, e compiacendosi ciascheduno di
          vedere in altrui o di legger ne’ poeti i suoi propri sentimenti, e contando per somma
          ventura ogni volta ch’egli incontra o nella vita o ne’ libri qualche notabile conformità o
          di casi o di circostanze o di opinioni o di carattere o di pensieri o d’inclinazioni o di
          modi o di vita e abitudini, colle sue proprie; e consolandosi ciascheduno delle sue
          sventure coll’esempio vivamente rappresentato, e più col vederle quasi celebrate e piante
          in altrui (e ciò in soggetto e circostanze e persone e avvenimenti illustri, come son
          quelli cantati ne’ poemi epici), innalzando il concetto di se stesso quasi il canto del
          poeta avesse per soggetto la di lui stessa infelicità, ed intenerendosi nella lettura
          quasi sui proprii mali. Chè in verità qualora leggendo i poeti (versificatori o prosatori)
          o le storie noi ci sentiamo <pb ed="aut" n="3162"/> commuovere da quelle vere o finte
          calamità, e ci lasciamo andare alle lagrime, crediamo forse di piangere le miserie altrui
          ma più spesso e più veramente, o più intensamente piangiamo in quel medesimo punto le
          nostre proprie, o mescoliamo il pensiero di queste al pensiero di quelle, e questa
          mescolanza (ch’è vera e propria e debita arte, e dev’essere scopo, del poeta
          l’occasionarla) è principal cagione di quelle nostre lagrime. E ci accade allora (e così
          ne’ teatri ec.) come ad Achille piangente sul capo di Priamo il suo vecchio padre e la
          breve vita a se destinata ec. ec. sublimissimo e bellissimo e naturalissimo quadro di
          Omero. Le sventure, quando sieno nazionali, o in altra maniera più particolarmente
          appartenenti ai lettori, interesseranno sempre più, per la maggior somiglianza e
          prossimità, che non è quella dello sventurato in generale, e perchè sarà tanto più facile
          e pronto il passaggio dell’animo del lettore da quelle calamità alle sue proprie ec. Onde
          sarà sempre importantissimo che il soggetto del poema sia nazionale, e questi soggetti
          saranno sempre preferibili agli altri, e la nazionalità conferirà moltissimo
          all’interesse.</p>
        <p>Venendo oramai a ristringere il mio discorso, dico che l’Iliade, benchè, oltre al non
          esser noi greci, sieno corsi da ch’ella fu scritta o cantata, ben ventisette secoli, con
          tutte quelle innumerabili e sostanzialissime diversità che sì lungo tratto di tempo ha
          portato allo spirito ed alle circostanze esteriori <pb ed="aut" n="3163"/> e interiori
          dell’uomo e delle nazioni, c’interessa senz’alcun paragone più che l’Eneide scritta in
          tempi tanto posteriori, e più conformi ai nostri, ed aiutata pur grandemente come ho
          detto, dall’interesse medesimo della Iliade; più che la Gerusalemme, più che altri tali
          poemi, i quali, massimamente rispetto all’Iliade, si possono dir nati l’altro ieri. Dico
          c’interessa estremamente di più, intendendo dell’interesse totale e finale, e risultante
          da tutto il poema, e diffuso e serpeggiante per tutto il corpo del medesimo. Il quale
          interesse così inteso, manca quasi affatto ai poemi che dalla Iliade derivarono; perocchè
          non bisogna confonder con esso, il <emph>piacere</emph> che ci cagiona la lettura di tali
          poemi, derivante dallo stile, dalle immagini, dagli affetti, e da tali altre cose che non
          hanno essenzialmente a far coll’ultimo e principale scopo e scioglimento del poema; nè
          anche i particolari (o episodici o non episodici) interessi qua e là sparsi, non finali nè
          continui <pb ed="aut" n="3164"/> o perpetui, e nascenti da questa o da quella parte e non
          dall’insieme e dal tutto del poema; nè anche finalmente quell’interesse che può nascere
          dal semplice intreccio, interesse di pura curiosità, che non aspira nè corre ad altro che
          a voler essere informato dello scioglimento del nodo, conosciuto il quale, esso interesse
          finisce; interesse pochissimo interessante, e superficialissimo nell’animo; interesse che
          può esser sommo in poemi, drammi ed opere di niuno interesse, anzi non è mai nè sommo nè
          principale nè anche molto notabile e sensibile, se non se in poemi, drammi ed opere di
          niun intimo e profondo interesse e di pochissimo valor poetico, perchè il destare, pascere
          e soddisfare la curiosità non è effetto che abbia punto che fare colla natura della
          poesia, nè le può esser altro che accidentale e secondario. Or dunque i poemi derivati
          dalla Iliade, leggonsi con molto piacere, destano di tratto in tratto alcuno interesse più
          o men vivo e durabile, <pb ed="aut" n="3165"/> ma essi mancano quasi affatto di
          quell’interesse totale, finale e perpetuo, di cui l’Iliade, dopo 27 secoli, appo uomini
          non greci, sommamente abbonda, e dal quale si dee senza fallo misurare il pregio e il
          grado di bontà del complesso e dell’intero di un poema epico, siccome d’ogni altro poema.</p>
        <p>Per lo che tornando finalmente là donde incominciai, conchiudo che tutto all’opposto di
          ciò che si dice e si crede, il poema dell’Iliade sarà forse dai posteriori poemi vinto ne’
          dettagli o nelle qualità secondarie, come dir lo stile, o alcuna parte di esso, qualche
          immagine, qualche parte o qualità dell’invenzione; sarà forse eziandio vinto in alcuna
          parte della condotta, come nel celare più studiosamente l’esito, laddove Omero par che
          studiosamente lo sveli innanzi tempo (e forse anche questo si potrebbe difendere, e in
          ogni modo non nuoce che all’interesse di curiosità, del quale Omero, o come
          superficialissimo e non poetico ch’egli è, <pb ed="aut" n="3166"/> o come narrando forse
          cose universalmente allora cognite alla nazione, non si fece alcun carico); ma che
          nell’insieme, nel totale del disegno, nell’idea nello scopo e nell’effettivo risultato del
          tutto, tutti i poemi epici cedono di gran lunga all’Iliade<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Veggasi la p. 3289-91.</p>
          </note>. E soggiungo che in ciò gli cedono appunto per aver seguìto una unità che Omero
          non si propose, e a causa di quello stesso incremento e stabilimento dell’arte che li
          conformò e regolò, e che in essi si vanta, e che Omero non conobbe, e che peccano appunto
          per quella maggior perfezione di disegno che loro si attribuisce sopra l’Iliade, e che in
          questa pretesa perfezione consiste appunto il maggiore ed essenzial peccato del loro
          disegno, peccato che niuno ci riconosce, non potendo però lasciare di sentirne gli
          effetti, ma rapportandoli a non vere cagioni, e male esigendo che quei poemi producano
          effetti non compatibili realmente con quel disegno che in essi lodano, e senza cui gli
          avrebbero biasimati; e finalmente che Omero <pb ed="aut" n="3167"/> non conoscendo l’arte
          (che da lui nacque) e seguendo solamente la natura e se stesso, cavò dalla sua propria
          immaginazione ed ingegno un’idea, un concetto, un disegno di poema epico assai più vero,
          più conforme alla natura dell’uomo e della poesia, più perfetto, che gli altri, avendo il
          suo esempio e in esso guardando, e ridotta che fu ad arte la facoltà ond’egli avea
          prodotto que’ modelli, e determinata, distinta e stretta che fu da regole la poesia, non
          seppero di gran lunga fare. (5-11. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3109. margine. E l’egoista lusinga il suo amor proprio anche col persuadersi di
          non essere egoista e di amare altri che se, e col credere di darne a se stesso una prova.
          Quindi per gli animi raffinati è anche più dolce la compassione verso gl’inimici che verso
          gli amici o gl’indifferenti, prima perchè tanto più facilmente e vivamente l’uomo si
          persuade che quel sentimento ch’egli allora prova sia sgombro e puro d’ogni mescolanza e
          influenza d’egoismo; poi perchè tanto maggior concetto <pb ed="aut" n="3168"/> egli allora
          forma della grandezza e generosità e nobiltà del suo proprio animo, e tanto più
          s’aggrandisce a’ suoi propri occhi, (considerando la compassione ch’ei concede agli stessi
          nemici), del quale effetto della compassione ho detto p. 3119. Onde veramente somma fu
          l’arte, squisitissima l’intenzione e lo scopo, e supremamente bello l’effetto della poesia
          d’Omero, il quale rivolge principalmente sui nemici la compassione di che egli anima tutto
          il suo poema, ed alla quale come all’uno de’ principali effetti di questo, egli mira.</p>
        <p>La compassione è quasi un’annegazione che l’uomo fa di se stesso, quasi un sacrifizio che
          l’uomo fa del suo proprio egoismo. Or questo è fatto per egoismo, niente meno che il
          sacrifizio della roba, de’ piaceri, della vita medesima, che l’uomo fa talvolta, non da
          altro mosso che dall’amor proprio, cioè dal piacere ch’ei trova in far quella tale azione.
          Così l’egoismo giunge fino a sacrificar se stesso a se stesso: tanto è l’amor ch’ei si
          porta, ch’ei si fa volontaria vittima di se medesimo: tanto egli è pieghevole e vario, e
          capace di tanti <pb ed="aut" n="3169"/> e sì strani e sì diversi travestimenti, che per
          suo proprio amore ei cessa anche di esser egoismo, e quando voi lo vedete sacrificar se
          medesimo, egli è allora il più raffinato egoismo che si trovi, il più efficace e potente e
          imperioso, il più intimo e il più grande, perocch’egli è maggiore negli animi in
          proporzione ch’ei sono più vivi, delicati e sensibili, (come altrove più volte ho detto),
          quale è necessario che sia in sommo grado chi può veramente di sua propria volontà e
          scelta sacrificar se medesimo. (12. Agosto. dì di Santa Chiara. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2776. <bibl>Vedi la <title>Grammat.</title> del <author>Weller</author>, edit.
            Lips. 1756. p. 50. v. 7.8. p. 58. fine</bibl>. (12. Agosto. dì di Santa Chiara. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Et <hi rend="italic">Davus</hi> non recte scribitur. <hi
                rend="italic">Davos</hi> scribendum: quod nulla litera vocalis geminata unam
              syllabam facit</foreign>. (<foreign lang="lat" rend="italic">geminata</foreign> cioè
            p. e. due <emph>a</emph>, o come in questo caso, due <emph>u</emph>). <foreign
              lang="lat">Sed quia ambiguitas vitanda est nominativi singularis et accusativi
              pluralis, necessario pro hac regula digamma <pb ed="aut" n="3170"/> utimur, et
              scribimus <hi rend="italic">DaFus, serFus, corFus</hi>. Donatus ad Ter. Andr. 1. 2.
            2</foreign>
          </quote>. (12. Agosto, dì di S. Chiara. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Così</emph> ridondante, o con un certo cotal significato che non si può altrimenti
          esprimere se non col gesto, si crede esser proprietà della nostra lingua, e idiotismo del
          nostro dir familiare (benchè molto usato dagli eleganti scrittori). <bibl>V. pure
              <author>Cic.</author>
            <title>ad Att.</title> 14. 1.</bibl> e il <bibl>
            <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Abeo</foreign> par. 16<hi
              rend="apice">o</hi>
          </bibl>. Ma quest’uso è latino e greco. <bibl>V. il <author>Forcell.</author> in <foreign
              lang="lat" rend="italic">Sic</foreign> ai paragrafi sesto, nono, decimo</bibl>, <bibl>
            <author>Catullo</author> XIV. 16</bibl>, e <bibl>
            <author>Platone</author> nel <title>Convito</title>, ed. Astii, Lips. 1819. seqq. t. 3.
            p. 440. vers.24</bibl>. E. Gli spagnuoli hanno qualcosa di simile. (12. Agosto. dì di
          S.Chiara. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Profittare, approfittare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >profiter</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">aprovechar</foreign> ec. quasi
            <foreign lang="lat" rend="italic">profectare</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">profectus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >proficio</foreign>. <foreign lang="spa" rend="italic">Pretextar</foreign> spagn. <foreign
            lang="fre" rend="italic">prétexter</foreign> franc. da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >praetexo-xtus</foreign>. (12. Agosto. dì di S. Chiara. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diciamo volgarmente <emph>uomo indigesto</emph> per <emph>difficile, bisbetico</emph>. Or
          tale appunto si è il proprio significato del greco <foreign lang="grc">δύσκολος</foreign>,
          per metafora <foreign lang="lat" rend="italic">morosus</foreign>, opposto di <foreign
            lang="grc">εὔκολος</foreign>. E v. la Crus. in <emph>discolo</emph>. (12. Agos. dì di
          Santa Chiara. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3171"/> Niuna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza
          dell’umano intelletto, nè l’altezza e nobiltà dell’uomo, che il poter l’uomo conoscere e
          interamente comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza. Quando egli considerando
          la pluralità de’ mondi, si sente essere infinitesima parte di un globo ch’è minima parte
          d’uno degli infiniti sistemi che compongono il mondo, e in questa considerazione stupisce
          della sua piccolezza, e profondamente sentendola e intentamente riguardandola, si confonde
          quasi col nulla, e perde quasi se stesso nel pensiero della immensità delle cose, e si
          trova come smarrito nella vastità incomprensibile dell’esistenza; allora con questo atto e
          con questo pensiero egli dà la maggior prova possibile della sua nobiltà, della forza e
          della immensa capacità della sua mente, la quale rinchiusa in sì piccolo e menomo essere,
          è potuta pervenire a conoscere e intender cose tanto superiori alla natura di lui, e può
          abbracciare e contener <pb ed="aut" n="3172"/> col pensiero questa immensità medesima
          della esistenza e delle cose. Certo niuno altro essere pensante su questa terra giunge mai
          pure a concepire o immaginare di esser cosa piccola o in se o rispetto all’altre cose,
          eziandio ch’ei sia, quanto al corpo, una bilionesima parte dell’uomo, per nulla dire
          dell’animo. E veramente quanto gli esseri più son grandi, quale sopra tutti gli esseri
          terrestri si è l’uomo, tanto sono più capaci della conoscenza e del sentimento della
          propria piccolezza. Onde avviene che questa conoscenza e questo sentimento anche tra gli
          uomini sieno infatti tanto maggiori e più vivi, ordinari, continui e pieni, quanto
          l’individuo è di maggiore e più alto e più capace intelletto ed ingegno. (12. Agosto. dì
          di S. Chiara. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al proposito di <foreign lang="lat" rend="italic">habeo</foreign> e di <foreign
            lang="grc">ἔχω</foreign> usati per <emph>essere</emph> spettano i verbali <foreign
            lang="lat" rend="italic">habitus</foreign> e <foreign lang="grc">σχῆμα,</foreign>,
            <foreign lang="grc">ἕξις</foreign> etc. P. e. <foreign lang="lat" rend="italic">habitus
            corporis</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">modus habendi</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">se habendi, modus quo corpus habet</foreign>
          <pb ed="aut" n="3173"/> o <foreign lang="lat" rend="italic">se habet</foreign>, vale
          propriamente <emph>modo di essere del corpo</emph> ec. (12. Agos. dì di S. Chiara. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3132. marg. principio. Da quello che si legge nell’epistola di Antonio Eparco a
          Filippo Melantone (ch’era pur non cattolico, ma famoso eretico e poco si doveva curare de’
          luoghi santi) la qual epistola è riportata dal Fabricio nel citato luogo; e dalle varie
          scritture ed anche storie di quei tempi, si raccoglie che in verità il gabinetto ottomanno
          mirasse a soggettarsi l’Europa, non tanto per diffondere la religione di Maometto (sebbene
          anche questo, s’io non m’inganno, è precetto o consiglio dell’Alcorano, che si proccuri di
          diffonderla coll’armi il più che si possa, promettendo premi nell’altra vita a chi
          sostenga di morire combattendo per questa causa ec.) quanto per propagare il proprio
          imperio, e non tanto odiando gli altri principi e regni europei come Cristiani, quanto
          appetendoli come materia di conquista. O certo pare che gli altri gabinetti europei
          riguardassero tutti la potenza ottomana con maggior sospetto ch’ei non si guardavano l’un
          l’altro, temendone, non per la religion Cristiana, ma per se <pb ed="aut" n="3174"/>
          stessi. E senza fallo la potenza ottomana si manteneva ancora a quel tempo nell’opinione
          di conquistatrice appresso gli altri, e il gabinetto ottomano conservava ancora le
          intenzioni e i progetti di conquistatori. Nè poteva essere spenta la memoria e il terrore
          di quando, non più che un secolo addietro, quella nazione tartara, dopo le tante imprese e
          conquiste e progressi fatti per sì lungo tempo nell’Asia, presa Costantinopoli,
          antichissima sede del greco impero, e distrutto l’ultimo avanzo della potenza romana,
          aveva finalmente piantato nell’Europa risorgente alla civiltà, un trono barbaro, una
          lingua e un popolo Asiatico (cosa fino allora, per quanto si stende la ricordanza delle
          storie, non più veduta), oltre una religione diversa dalla Cristiana (cosa pur non veduta
          in Europa da’ tempi pagani in poi, eccetto i mori di Spagna, i quali si debbono eccettuare
          anche sotto i rispetti detti di sopra); ed aveva imposto il giogo della schiavitù
          orientale alla più colta nazione che fosse in quei tempi, come apparve dai tanti esuli,
          secondo quel tempo, dottissimi, che fuggendo la turca tirannide, si erano sparsi per le
          altre parti d’Europa, portando i greci codici, e la greca letteratura, e rendendo comune e
          proprio di quel secolo più che d’ogni altro, lo studio ed anche l’uso della greca lingua
          nelle scuole e fra’ letterati d’Italia, di Francia e di Germania, ed aiutando
          universalmente il progresso delle rinate lettere. Spettacolo veramente terribile, la cui
          impressione non poteva nel seguente secolo essere spenta, nè si poteva ancora <pb ed="aut"
            n="3175"/> aver cessato di temere e di odiare generalmente il Turco sì nelle corti e sì
          nel popolo, non solo come conquistatore, ma di più come conquistatore barbaro e crudele,
          minacciante le nazioni civili; (quasi come i Goti e gli altri popoli settentrionali ne’
          bassi secoli), anche astraendo affatto dalla religione. Quindi il voto de’ politici e
          degli scrittori di quel secolo per la lega universale contro i turchi, prende un aspetto
          anche più grave, e non è solamente da riguardarsi com’effetto di antiche opinioni e
          rimembranze religiose, e di fanatismo e d’immaginazione, ma come dirittamente spettante
          alla politica, e derivante dalla considerazione delle reali circostanze d’Europa in quel
          secolo. E tanto più importante n’apparisce il soggetto, e più degno, saggio e nobile il
          pensiero, la scelta e l’intenzione del Tasso, che nel suo poema fece servire la religione,
          e le opinioni e lo spirito popolare del suo tempo, e le altre cose che si prestano alla
          poesia (perocchè le speculazioni politiche non possono esser materia da ciò) a promuovere
          quello scopo ch’era allora de’ più importanti per la conservazione della civiltà, della
          libertà, dello stato, del ben essere di tutta Europa, cioè la concordia de’ principi
          europei per essere in grado e di respingere e di distruggere il <pb ed="aut" n="3176"/>
          Barbaro che minacciava o era creduto minacciare di schiavitù tutte le nazioni civili, il
          comune nemico che macchinava o era creduto macchinare la conquista di tutta Europa dopo
          quella di gran parte dell’Asia, e insidiare perpetuamente ai regni europei, come
          anticamente i persiani alle greche repubbliche. Nè certo minor gravità ed importanza
          dovranno sotto tale aspetto essere riputati avere il poema del Tasso, la Canzone del
          Petrarca e l’altre poesie e prose italiane o forestiere appartenenti a tal materia, di
          quella che avessero le orazioni d’Isocrate contro il Persiano, o di Demostene contro il
          Macedone; anzi, per ciò che spetta alla materia, tanto maggiore di queste, quanto queste
          toccavano l’interesse della Grecia sola, piccola parte d’Europa, e quelle miravano alla
          salvezza dell’Europa intera e di tutte le sue nazioni e lingue. (15. Agosto. Assunzione di
          Maria Vergine Santissima. 1823.). Nè la nimicizia degli europei verso i maomettani, e di
          questi verso quelli si restringeva alle sole opinioni e discorsi, ma consisteva anche ne’
            fatti<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. Tasso, Gerus. 17. 93-4, dove parla d’Alfonso II. di Mod.<hi rend="apice">a</hi> e
              confrontalo coi luoghi dello Speroni da me notati p. 3132. marg. princip. V. p.
            4017.</p>
          </note>, come apparisce dalle imprese de’ Cavalieri Ospitalieri di S. Giovanni di
          Gerusalemme <pb ed="aut" n="3177"/> che in quel medesimo secolo, dopo 212. anni di
          possedimento (1310.) perdettero Rodi (1522.) ed ebbero prima Viterbo dal Papa, e poi Malta
          (1530.) da Carlo V, e con prodigioso valore la difesero (1566.) quattro mesi con morte di
          15 mila soldati barbari e ottomila marinai; dalle imprese di Carlo V contra i Maomettani
          d’Europa e d’Affrica; da quelle de’ Veneziani nel detto secolo; dalla famosa vittoria di
          Lepanto riportata dalle flotte spagnuola, veneziana e del Papa sopra i turchi dieci anni
          avanti (1571.) che fosse pubblicata la Gerusalemme (1581.), e certo in tempo che il Tasso
          la stava componendo e meditando, poichè fin dieci anni avanti (1561.), egli n’aveva già
          scritto o abbozzato 6. canti. (<bibl>V. <author>Tirabos.</author> t. 7. par. 3. p.
          118</bibl>.). (16. Agosto. 1823.). V. p. 4236. e l’Oraz. del Giacomini in lode del Tasso
          nelle Prose fior. la qual finisce con un’esortazione alla guerra contro i turchi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2834. Questa tal grazia definita di sopra, è la grazia più graziosa e più fina,
          anzi quella che propriamente si chiama grazia, e che suol essere considerata dagli
          artisti, dagl’intendenti, dagli speculatori teorici o pratici del bello, quella che
          sogliamo intendere col nome di grazia, ed a cui principalmente appartiene l’indefinibilità
          e inconcepibilità <pb ed="aut" n="3178"/> che alla grazia s’attribuisce. La grazia
          nascente da difetto (come quella di Roxolane appo il Marmontel), è più grossolana e poco
          degna dell’artista, o di qualunque imitatore del bello. Essa è bensì più comunemente
          sensibile (perocchè quell’altra grazia non tutti, anzi pochi, la sentono), e sempre
          ch’ella è sentita, fa maggior effetto dell’altra, eziandio negl’intendenti del bello,
          negli spiriti di buon gusto, e negli animi delicati e sensibili. E ciò perchè il contrasto
          in essa è più notabile e spiccato, e maggiore la straordinarietà. Ma perciò appunto questo
          effetto è più grossolano, e per così dire più materiale e corporeo, laddove quell’altro è
          più spirituale e più delicato, e quindi più direttamente e giustamente proprio della
          grazia, l’idea della quale inchiude quella della delicatezza. La grazia derivante da
          difetto punge e solletica come un sapore acre e piccante, o aspro, o acido, o acerbo, che
          per se stesso è dispiacevole, e pure in un certo grado piace, e quindi molti spiriti che
          non hanno mai potuto sentire quell’altra grazia, o che sono di già <foreign lang="fre"
            rend="italic">blasés</foreign> sul bello, a causa del lungo uso ed assuefazione, sono
            <pb ed="aut" n="3179"/> mossi e allettati da quella grazia, per dir così, difettosa,
          come i palati o ruvidi e duri per natura, o stanchi de’ cibi piacevoli per la lunga
          assuefazione, sono dilettati e solleticati da quei sapori. Laddove l’altra suddetta grazia
          è quasi un soave e delicatissimo odore di gelsomino o di rosa, che nulla ha di acuto nè di
          mordente, o quasi uno spiro di vento che vi reca una fragranza improvvisa, la quale
          sparisce appena avete avuto il tempo di sentirla, e vi lascia con desiderio, ma vano, di
          tornarla a sentire, e lungamente, e saziarvene. (16. Agosto. dì di San Rocco. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È cosa indubitata che la civiltà ha introdotto nel genere umano mille spezie di morbi che
          prima di lei non si conoscevano, nè senza lei sarebbero state; e niuna, che si sappia,
          n’ha sbandito, o seppur qualcuna, così poche, e poco acerbe e poco micidiali, che sarebbe
          stato incomparabilmente meglio restar con queste che cambiarle con la moltitudine,
          fierezza e mortalità di quelle. (Vediamo infatti quanto poche e blande sieno le malattie
          spontanee degli altri animali, massime salvatichi, cioè non corrotti da noi; e similmente
          de’ selvaggi, e massime de’ più <pb ed="aut" n="3180"/> naturali, come i Californii; e che
          anche quelle degli agricoltori sono molte più poche e rare e men feroci che quelle de’
          cittadini). È parimente indubitato che la civiltà rende l’uomo inetto a mille fatiche e
          sofferenze che egli avrebbe e potuto e dovuto tollerare in natura, e suscettibilissimo
          d’esser danneggiato da quelle fatiche e patimenti che, o per natura generale o per
          circostanze particolari, egli è obbligato a sostenere, e che nello stato naturale avrebbe
          sostenuto senza verun detrimento, e, almeno in parte, senza incomodo. È indubitato che la
          civiltà debilita il corpo umano, a cui per natura (siccome a ogni altra cosa
          proporzionatamente) si conviene la forza, e il quale privo di forza, o con minor forza
          della sua natura, non può essere che imperfettissimo; e ch’ella rende propria dell’uomo
          civile la delicatezza rispettiva di corpo, qualità che in natura non è propria nè
          dell’uomo nè di veruno altro genere di cose, nè dev’esserlo (vedi la pag. 3084. segg.). È
          indubitato che le generazioni umane peggiorano in quanto al corpo di mano in mano, ogni
          generazione più, sì per se stessa, sì perch’ella così peggiorata non può non produrre una
          generazione peggior di se ec. ec. Da tutte queste e da cento altre cose, da me altrove in
          diversi luoghi considerate, si fa più che certissimo e si tocca con mano, che i progressi
          della civiltà portano seco e producono inevitabilmente il successivo deterioramento <pb
            ed="aut" n="3181"/> del suo fisico, deterioramento sempre crescente in proporzione
          d’essa civiltà. Nei progressi della civiltà, e non in altro, consiste quello che i nostri
          filosofi, e generalmente tutti, chiamano oggidì (e molti anche in antico) il
          perfezionamento dell’uomo e dello spirito umano. È dunque dimostrato e fuori di
          controversia che il perfezionamento dell’uomo include, non accidentalmente ma di necessità
          inevitabile, il corrispondente e sempre proporzionato deterioramento e, per così dire,
          imperfezionamento di una piccola parte di esso uomo, cioè del suo corpo: di modo che
          quanto l’uomo s’avanza verso la perfezione, tanto il suo fisico cresce nella imperfezione;
          e quando l’uomo sarà pienamente perfetto, il corpo umano, generalmente parlando, si
          troverà nel peggiore stato ch’e’ mai siasi trovato, e in che gli sia possibile di trovarsi
          generalmente. Se con ciò si possa giustamente chiamare perfezionamento, quello che oggi
          s’intende sotto questo nome, cioè se l’incremento della civiltà sia perfezionamento
          dell’uomo, e la perfezione della civiltà perfezione dell’uomo; se una tal perfezione ci
          possa essere stata destinata dalla natura; <pb ed="aut" n="3182"/> se la nostra natura la
          richiegga ed a lei tenda; se veruna natura richiegga o possa richiedere una perfezione di
          questa sorta; se perciò che l’uomo è civilizzabile, e in quanto egli è civilizzabile, ei
          sia, come dicono, e come stabiliscono e dichiarano per fuori d’ogni controversia,
          perfettibile; si lascia giudicare a chiunque non è ancor tanto perfezionato, tanto vicino
          all’ultima perfezione dell’uomo, ch’egli abbia perduto affatto l’uso del raziocinio, e non
          serbi neppur tanta parte del discorso naturale quanta è propria ancora degli altri
          viventi. (17. Agosto. Domenica. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Trembler</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic"
            >temblar</foreign> sono verbi diminutivi, cioè fatti da un <foreign lang="lat"
            rend="italic">tremulare</foreign>, il quale è da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >tremere</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">misculare</foreign> (onde
            <emph>mesler</emph>, cioè <foreign lang="fre" rend="italic">mêler</foreign>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">mezclar</foreign>, <emph>mescolare, meschiare,
          mischiare</emph>) da <foreign lang="lat" rend="italic">miscere</foreign>, secondo che ho
          notato altrove. Ma essi verbi <foreign lang="fre" rend="italic">trembler</foreign> e
            <foreign lang="spa" rend="italic">temblar</foreign> hanno il senso del positivo <foreign
            lang="lat" rend="italic">tremere</foreign> che nel francese e nello spagnuolo non si
          trova. Noi abbiamo e <emph>tremare</emph> e <emph>tremolare</emph>, quello positivo, e
          questo, così di forma come di significazione, diminutivo. Diciamo anche
          <emph>tremulare</emph>, o piuttosto lo dicevano i nostri antichi, più alla latina, benchè
          questo verbo nel buon latino non si trovi. Trovasi però nel <pb ed="aut" n="3183"/> basso
          latino: <bibl>V. il <title>Glossar. Cang.</title>
          </bibl> Il Franciosini scrive <emph>tremular</emph>, lo chiama vocabolo barbaro, e lo
          spiega <foreign lang="lat" rend="italic">tremare</foreign>. Gli spagnoli dicono pure
            <foreign lang="spa" rend="italic">tremolar</foreign> (<bibl>
            <author>Solìs</author>
            <title>Hist. de Mexico</title>, l. <hi rend="sc">i</hi>. capit. 7. princip.</bibl>), ma
          attivamente per <emph>agitare, dimenare, sventolare</emph> (come <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">tremolar unas vanderas</foreign>
          </quote> nel citato luogo del Solìs), alla qual significazione par che appartenga l’ultimo
          esempio del Gloss. Cang. in <foreign lang="lat" rend="italic">Tremulare</foreign>. (17.
          Agos. 1823. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli uomini che nel mondo sono stimati e son tenuti da quanto gli altri o da più degli
          altri, lo sono per l’ordinario in quanto coll’uso della società essi si sono allontanati
          dalla natura lor propria e dagli abiti naturali dell’uomo generalmente, ed hanno in se
          oscurata e coperta la natura, o sanno, sempre che vogliono, coprirla. E quanto più è
          oscurata in loro e coperta e mutata sì la natura individuale e lor propria, vale a dire il
          loro natural carattere, e gli abiti a che essa particolar natura gli avrebbe condotti, sì
          la natura generale degli uomini, tanto la stima generale verso di essi è maggiore. Voglio
          dir che la più parte delle qualità che negli uomini ottengono stima appo il mondo, o sono
          totalmente acquisite e per nulla naturali, anzi spesso contrarie alla natura lor propria o
          generale; ovvero sono talmente svisate <pb ed="aut" n="3184"/> dal naturale che per
          naturali non si ravvisano, e più che sono svisate, più, per l’ordinario, si stimano.
          Perocchè egli è ben raro che una qualità semplicemente naturale, e tale qual ella è da
          natura, sia stimata punto nella società, e quando pur sialo, questa stima non è nè
          durevole, nè salda, nè generale, nè molta, ed è sempre inferiore a quella delle qualità
          acquisite o snaturate, le quali si apprezzano per regola, stabilmente e seriamente, ma le
          naturali quasi per gioco, per rarità, per variare, per passatempo, momentaneamente. Quelle
          si stimano come gravi, serie, e da negozio; queste come lievi, di poca importanza ed
          utilità, da semplice trattenimento e da ozio: e la società presto se ne annoia.</p>
        <p>Questo genere di persone ch’è l’unico generalmente stimato nella società, tiene il mezzo
          fra due generi, non istimato nè l’uno nè l’altro, ma l’uno non istimabile, l’altro
          stimabilissimo e molto più stimabile veramente di quello che il mondo stima. Del primo
          genere sono quelle persone, in cui la natura non ha avuto forza bastante per cangiarsi;
          cioè quelle che non furono capaci dell’arte, onde vivendo nella società, non hanno da lei
          saputo apprendere, nè su di lei modellarsi, e per <pb ed="aut" n="3185"/> poca abilità
          naturale hanno conservata la loro natura, il loro natural carattere, gli abiti a cui la
          natura o propria o generale gl’inclinò; sicchè vivono e conversano nella società, tali
          appresso a poco quali dapprima vi entrarono. Ciò sono le persone povere di spirito, di
          tardo e duro ingegno, di corta e scarsa capacità. Eziandio spettano a questo genere coloro
          in cui la natura si conserva per mancanza di coltura che la scacci o la tramuti. Ciò sono
          le persone idiote e rozze, di poco o niuno uso sociale, poco o nulla assuefatte alla
          civile conversazione, le quali recano nella società, sempre che vi si accostano, il loro
          primitivo carattere, e le naturali abitudini, non mai cangiate da quello che furono da
          principio, non mescolate o accresciute con alcuna qualità sociale acquisita; e ciò non per
          durezza d’ingegno, nè per naturale insufficienza, e incapacità di apprendere, ma per
          mancanza d’insegnamento, di esercizio, di coltura dell’ingegno e delle maniere. Questo
          genere di persona sia della prima specie sia della seconda, non è punto stimata nè
          ricercata <pb ed="aut" n="3186"/> nè gradita nella società, perch’egli conserva la natura,
          al contrario di quelle persone che ho detto essere apprezzate nel mondo.</p>
        <p>Del secondo genere<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Può vedersi la p. 3491-4. circa la timidità che è propria di questo secondo genere e
              che affatto impedisce di essere stimato nella società, distrugge qualunque stima si
              potesse esser conceputa di un individuo prima di conoscerlo ec. Ella è sovente comune
              anche al primo genere, ma solo con quelli di cui hanno <emph>soggezione</emph>,
              laddove nel secondo con tutti, perchè questi tali hanno <emph>soggezione</emph> di se
              stessi. Ella è affatto esclusa dal genere intermedio, e questo è il solo che ne sia
              sempre esente e al tutto sicuro.</p>
          </note> sono coloro in cui la natura straordinariamente forte, e più potente che nel
          comune degli uomini, ha superato e respinto l’arte, e non le ha lasciato luogo da
          situarsi, non per istrettezza e cortezza d’essa natura, ma perch’ella, sebbene amplissima
          ed estesissima, tutto il luogo essa medesima irremovibilmente occupò. Ciò sono le persone
          di carattere originale, straordinariamente vigoroso, costante, fermo, i quali rigettano le
          abitudini contrarie alla loro gagliarda natura e al detto carattere, di qualunque genere
          ei sia; e non soffrono di piegarsi e adattarsi agli altrui costumi, di seguire le altrui
          inclinazioni, di cangiare o di modificare o di nascondere e mascherare o finalmente di
          smentire se stessi; non ammettono nè modi, nè usanze, nè gusti, nè occupazioni, nè
          istituti di vita, nè parole, nè fatti se non conformi esattamente alla loro primitiva
          natura ed indole, e da essa richiesti, cagionati, mossi, suggeriti. Questi sono <pb
            ed="aut" n="3187"/> gli uomini chiamati singolari e originali; non mai stimati (certo
          oggidì, e nelle nazioni più civili e socievoli, non mai), per lo più disprezzati, ovvero
          odiati e fuggiti, sempre derisi. In questi tali tutto è forza, e per la forza si conserva
          in essi immutabile la natura. Altri pur v’ha del medesimo genere, ne’ quali avvengachè la
          natura sia parimente fortissima e potentissima, contuttociò si mescola in essi e nella
          natura loro una sorta di debolezza e non poca. Ciò sono quelle persone di vastissimo
          finissimo e altissimo ingegno, al quale per la troppa capacità ed ampiezza sfuggono e in
          essa ampiezza si perdono le cose piccole; per la troppa finezza riescono difficilissime e
          impossibili ad apprendersi, a seguirsi, a possedersi le cose grosse; per la troppa altezza
          escono di vista le cose basse. Non già ch’essi sempre le sdegnino, anzi bene spesso con
          somma e intentissima cura le cercano e studiano, ma con gran meraviglia loro e dei pochi
          che ben li conoscono, non viene lor fatto di conseguire in quelle cose appena una
          centesima parte di quell’abilità e di quel successo che gl’ingegni mediocri, e talora <pb
            ed="aut" n="3188"/> piccoli, con molto minor cura e studio, facilmente e perfettamente
          conseguono, possiedono e adoprano. Il medesimo eccesso della cura e della contenzion
          d’animo che quei rari ingegni pongono a conseguire ed esercitare le qualità sociali, cura
          e contenzione abituale e familiare in essi, e che mai e’ non sanno intermettere o
          rilasciare; il medesimo eccesso dico, togliendo loro la possibilità della disinvoltura,
          del riposo d’animo, della facilità, dell’abbandono, della sicurezza, della confidenza in
          se stessi (che a chi suol riflettere sulle cose, e conoscerne e investigarne e sentirne e
          pesarne le difficoltà, e a chi sempre mira alla perfezione, e d’altronde sa bene per molte
          esperienze e sente quanto ella sia difficile, a questi tali, dico, la confidenza in se
          stessi è impossibile); togliendo dunque loro la possibilità di queste qualità che sono
          d’indispensabilissima e primissima necessità per godere nella società e per piacerle, e
          generalmente per ottenere colle parole o coi fatti qualunque successo nel mondo; il detto
          eccesso, torno a ripetere, impedisce a quei rari ingegni di mai, se non
          imperfettissimamente conseguire, di mai, se non con grandissima difficoltà e stento,
          adoperare ed esercitare le <pb ed="aut" n="3189"/> qualità che nel mondo si apprezzano ed
          amano e premiano. Questi tali, benchè grandissimi ingegni, benchè fecondi di bellissimi,
          utilissimi, altissimi, nuovissimi pensieri, benchè scrittori sommi in questo o quel
          genere, o pur letterati o filosofi o privati politici di altissimo valore, benchè d’animo
          nobilissimi, sensibilissimi, rarissimi, benchè spesso capacissimi di dilettar sommamente o
          di sommamente giovare a qualsivoglia società e a qualunque genere di persone coi loro
          scritti o colle produzioni qualunque del loro ingegno, lungamente e maturamente, o almeno
          riposatamente, pensate; anzi benchè le dette misere qualità siano pur troppo propriissime
          de’ singolari ingegni, e tanto più quanto alcun d’essi più s’inalza sopra il comune, e a
          proporzione di ciò più invincibili e costanti; e benchè quasi tutti gl’ingegni veramente
          singolari e sommi, massime quelli che risplendettero o risplendono negli studi delle
          scienze, delle lettere, o delle arti, fossero e sieno più o meno partecipi di tali qualità
          caratteristiche, si può dire, degli straordinarii e sublimi talenti; (vedi fra l’altre
          cose il Pseudo-Donato nella Vita di Virgilio <pb ed="aut" n="3190"/> cap. 6. fine, dov’è
          l’autorità di Melisso, Grammatico, liberto di Mecenate, contemporaneo di Virgilio:
          Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Melissus</foreign>, Fabric. B. Lat. 1.
          494.); contuttociò questi tali nella società, se non da quelli che conoscono per altra
          parte il loro merito, e che conoscendolo sono capaci di apprezzare chi lo possiede, sono
          generalmente (e non irragionevolmente, perocchè niun diletto e molta noia e fatica reca la
          loro conversazione) disprezzati ed evitati, ancor maggiormente che quelli dell’altra
          specie, e confusi dai più coi primi del primo genere, ai quali in fatti, nell’esteriore e
          in ciò che d’essi apparisce, quasi a capello si rassomigliano. In questo genere si può
          recar per esempio della prima specie l’Alfieri, della seconda G. G. Rousseau<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>L’abitudine di sempre pensare, e di poco parlare; di raccor tutto dentro e poco
              versar di fuori; di trattenersi con se stesso, di stare raccolto come un devoto, di
              poco agire, poco conversar nelle cose del mondo, poco trattare, per attendere agli
              studi; spendere tutte le sue facoltà nel proprio interno ec. ec. tutte queste cose
              rendono l’individuo incapace di portarsi bene nella società quanto un altro che sia
              pur di molto meno talento; perocchè a lui manca l’esercizio dell’operare, del
              conversare, del parlare (massime di cose frivole, come bisogna ec.) e le dette sue
              qualità ed abitudini positive escludono anche positivamente la capacità di contrarre
              le abitudini e di acquistare le qualità sociali. Così la gravità a cui un tale
              individuo è necessariam. abituato, la serietà, il pigliar le cose per l’importante, e
              se non importano lasciarle, esclude la possibilità di acquistar la leggerezza, l’abito
              di dar peso naturalm. alle cose minime, di scherzare, d’interessarsi con verità p. le
              bagattelle, di trovar materia di discorso dove assolutam. non ve n’ha ec. ec. tutte
              cose necessarissime in società: pigliar le cose, le materie, anche importanti e serie,
              dal lato non importante e non serio, o trattarle non seriamente, superficialmente,
              scherzovolmente ec. ec. e come bagattelle ec. ec. e le profonde a fior d’acqua ec.
            ec.</p>
          </note>. Anche questo genere di persone benchè stimabilissimo non è stimato, perocch’ei
          conserva la natura, o non è bastantemente mutato dal naturale.</p>
        <p>Sicchè tra quello che non è stimabile e quello ch’è degno di somma stima, restano
          solamente stimati quelli che tengono il mezzo, e cioè gli uomini mediocri e mediocremente
            <pb ed="aut" n="3191"/> degni. E ritrovasi per questa via e sotto questo rispetto,
          siccome per tutte l’altre vie e per ogni altro riguardo, trionfare nell’umana
          conversazione la mediocrità.</p>
        <p>Nè solamente alla stima del mondo, ma a qualunque altro successo nella società, come al
          far fortuna, all’avanzarsi nel favore o de’ principi o de’ privati, e a cose tali si può
          applicare la triplice distinzione e la successiva suddivisione degli uomini da me fatta
          fin qui, e troverannosi dovunque gli effetti corrispondere ai sopra osservati, secondo i
          generi e le spezie surriferite. (18. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>All’amore che noi abbiamo della vita, e quindi delle sensazioni vive, dee riferirsi il
          piacere che ci recano negli scritti o nel discorso le parole chiamate espressive, cioè
          quelle che producono in quanto a loro una idea vivace, o per la vivacità dell’azione o del
          soggetto qualunque ch’elle significano (come <emph>spaccare</emph>), o perchè vivamente
          rappresentano all’immaginativa questa <pb ed="aut" n="3192"/> medesima azione o soggetto,
          qualunque siasi la cagione perch’esse vivamente lo rappresentino (come
          <emph>spaccare</emph> più vivamente rappresenta l’azione significata, e desta un’idea più
          viva che <emph>fendere</emph> per varie ragioni che ora non accade specificare, e lungo
          sarebbe il farlo), o perchè di un’azione o di un soggetto non vivace, ne destano però una
          viva e presente idea. (18. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per li nostri pedanti il prender noi dal francese o dallo spagnuolo voci o frasi utili o
          necessarie, non è giustificato dall’esempio de’ latini <emph>classici</emph> che
          altrettanto faceano dal greco, come Cicerone massimamente e Lucrezio, nè dall’autorità di
          questi due e di Orazio nella Poetica, che espressamente difendono e lodano il farlo.
          Perocchè i nostri pedanti coll’universale dei dotti e degl’indotti tengono la lingua greca
          per madre della latina. Ma hanno a sapere ch’ella non fu madre della latina, ma sorella,
          nè più nè meno che la francese e la spagnuola sieno sorelle dell’italiana. Ben è vero che
          la greca letteratura e <pb ed="aut" n="3193"/> filosofia fu, non sorella, ma propria madre
          della letteratura e filosofia latina. Altrettanto però deve accadere alla filosofia
          italiana, e a quelle parti dell’italiana letteratura che dalla filosofia debbono dipendere
          o da essa attingere, per rispetto alla letteratura e filosofia francese. La quale
          dev’esser madre della nostra, perocchè noi non l’abbiamo del proprio, stante la singolare
          inerzia d’Italia nel secolo in che le altre nazioni d’Europa sono state e sono più attive
          che in alcun’altra. E voler creare di nuovo e di pianta la filosofia, e quella parte di
          letteratura che affatto ci manca (ch’è la letteratura propriamente moderna); oltre che
          dove sono gl’ingegni da questa creazione? ma quando anche vi fossero, volerla creare dopo
          ch’ella è creata, e ritrovare dopo trovata ch’ell’è da più che un secolo, e dopo cresciuta
          e matura, e dopo diffusa e abbracciata e trattata continuamente da tutto il resto d’Europa
          del pari; sarebbe cosa, non solo inutile, ma stolta e dannosa, mettersi a bella posta
          lunghissimo tratto addietro degli <pb ed="aut" n="3194"/> altri in una medesima carriera,
          volersi collocare sul luogo delle mosse quando gli altri sono già corsi tanto spazio verso
          la meta, ricominciare quello che gli altri stanno perfezionando; e sarebbe anche
          impossibile, perchè nè i nazionali nè i forestieri c’intenderebbono se volessimo trattare
          in modo affatto nuovo le cose a tutti già note e familiari, e noi non ci cureremmo di noi
          stessi, e lasceremmo l’opera, vedendo nelle nostre mani bambina e schizzata, quella che
          nelle altrui è universalmente matura e colorita; e questo vano rinnovamento piuttosto
          ritarderebbe e impaccerebbe di quel che accelerasse e favorisse gli avanzamenti della
          filosofia, e letteratura moderna e filosofica. Erano ben altri ingegni tra’ latini al
          tempo che s’introdussero e crebbero gli studi nel Lazio; ben altri ingegni, dico, che oggi
          in Italia non sono. Nè però essi vollero rinnovare nè la filosofia nè la letteratura (la
          quale essendo allora poco filosofica, si potea pur variare passando a nuova nazione), ma
          trovando l’una e l’altra in alto stato, e grandissimamente avanzate e mature appresso i
            <pb ed="aut" n="3195"/> greci, da questi le tolsero, e gli altrui ritrovamenti
          abbracciarono e coltivarono; e ricevuti e coltivati che gli ebbero, allora, secondo
          l’ingegno di ciascheduno e l’indole della nazione, de’ costumi, del governo, del clima,
          della lingua, delle opinioni romane, modificarono ed ampliarono le cose da’ greci trovate,
          e diedero loro abito e viso e attitudini domestiche e nuove. Se vuol dunque l’Italia avere
          una filosofia ed una letteratura moderna e filosofica, le quali finora non ebbe mai, le
          conviene di fuori pigliarle, non crearle da se; e di fuori pigliandole, le verranno
          principalmente dalla Francia (ond’elle si sono sparse anche nelle altre nazioni, a lei
          molto meno vicine e di luogo e di clima e di carattere e di genio e di lingua ec. che
          l’italiana), e vestite di modi, forme, frasi e parole francesi (da tutta l’Europa
          universalmente accettate, e da buon tempo usate): dalla Francia, dico, le verrà la
          filosofia e la moderna letteratura, come altrove ho ragionato, e volendole ricevere, nol
          potrà altrimenti che ricevendo altresì assai parole e frasi di là, ad esse intimamente e
          indivisibilmente spettanti e fatte proprie; <pb ed="aut" n="3196"/> siccome appunto
          convenne fare ai latini delle voci e frasi greche ricevendo la greca letteratura e
          filosofia; e il fecero senza esitare. E noi colla stessa giustificazione, ed anche col
          vantaggio della stessa facilità il faremo, essendo la lingua francese sorella
          dell’italiana siccome della latina il fu la greca, e producendo la filosofia e la
          filosofica letteratura francese una letteratura moderna ed una filosofia italiana, siccome
          già la greca nel Lazio. E tanto più saremo fortunati degli altri stranieri che dal
          francese attinsero voci e modi per la filosofia e letteratura, quanto che noi nel francese
          avremo una lingua sorella, e non, com’essi, aliena e di diversissima origine. (18. Agos.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 1011. marg.-fine. Aggiungete ancora che la lingua latina è della italiana, madre
          conosciuta e certa e fuori d’ogni controversia. Non così accade all’altre lingue d’origine
          diversa. Si saprà per certo che la lingua tedesca è d’origine teutonica, la svedese
          d’origine slava, ma quale delle antiche lingue teutoniche o schiavone sia madre della
          tedesca e della svedese, non si potrà senza moltissime controversie, nè senza grandi <pb
            ed="aut" n="3197"/> dubitazioni e incertezze, nè più che largamente e mal distintamente,
          determinare ec. ec. (19. Agos. 1823.). Noi sappiamo bene qual e che cosa sia questa lingua
          latina madre dell’italiana, e possiamo definitamente additarla, e mostrarla tutta intera.
          Ma dir che la teutonica o la slava o simili è madre della tedesca o della russa ec., è
          quasi un dire in aria, benchè sia vera, nè quelli possono definitamente additarci quale
          individualmente sia questa lor lingua madre, nè, se non confusamente e per laceri avanzi,
          mostrarcela.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In molti luoghi di questi miei pensieri ho dimostrato come l’uomo debba quasi tutto alle
          circostanze, all’assuefazione, all’esercizio; quanta parte di ciò che si chiama talento
          naturale, e diversità o superiorità o inferiorità di talenti, non sia per verità altro che
          assuefazione, esercizio, ed opera di circostanze non naturali nè necessarie ma
          accidentali, e diversità di assuefazioni e di circostanze, maggiore o minore assuefazione,
          e maggiore o minor favore o disfavore di circostanze e di accidenti secondarii: la
          diversità delle quali cose accresce a dismisura le piccole differenze e le piccole
          superiorità o inferiorità di facoltadi che si trovano naturalmente e primitivamente tra
          questo e quello ingegno di questo o quello individuo o nazione, in questo o quel secolo.
          Io però non intendo con ciò di negare che non v’abbiano diversità naturali fra i vari
          talenti, le varie facoltà, i vari primitivi caratteri degli uomini; ma solamente affermo e
          dimostro che tali diversità assolutamente naturali, innate, e primitive sono molto <pb
            ed="aut" n="3198"/> minori di quello che altri ordinariamente pensa. Del resto che
          gl’intelletti, gli spiriti, insomma gli animi degli uomini differiscano naturalmente e
          primitivamente gli uni dagli altri, con minute differenze bensì, ma pur vere ed effettive
          e notabili differenze; e che varie sieno le loro naturali disposizioni, maggiori in altri,
          in altri minori, ed ordinate in quelli a certi oggetti, in questi a certi altri, è cosa,
          come da tutti e sempre creduta, così vera e reale, e dimostrata da molte osservazioni, le
          quali, o alcune di esse, verrò qui sotto segnando per capi, sommariamente però, ed in modo
          che sopra ciascun capo potrà e dovrà molto più estendersi il discorso di quello che io sia
          per estenderlo.</p>
        <p>1. Notabili sono le differenze che passano tra l’esteriore figura e conformazione degli
          uomini, paragonando secolo a secolo; nazione selvaggia o corrotta o civile l’una
          coll’altra; nazioni civili tra loro; così nazioni selvaggie o barbarizzate; clima a clima;
          famiglia a famiglia; individuo a individuo. Differenze regolari o irregolari; ordinarie o
          straordinarie; naturali o accidentali, ma pur <pb ed="aut" n="3199"/> sempre fisiche;
          mostruosità ec. La differenza delle lingue dimostra una vera differenza negli organi
          corporali della favella tra’ vari popoli parlanti; differenza cagionata o dal clima o da
          qualsivoglia altra cagione naturale, indipendente però certo dall’assuefazione
          nell’essenziale e generale e costante che in essa differenza si trova. Negli altri vari
          organi esteriori dell’uomo si trovano eziandio molte notabili differenze naturali tra uomo
          e uomo, clima e clima, nazione e nazione, individuo e individuo; differenze di
          disposizione, cioè disposizione a maggiore o minor numero di abilità, a tali o tali
          abilità piuttosto che ad altre, e disposizione maggiore o minore; più o meno scioltezza e
          speditezza e sveltezza fisica, secondo le qualità naturali de’ muscoli e de’ nervi che a
          quel tale organo appartengono. Se l’esteriore adunque degli uomini differisce notabilmente
          per natura nell’uno uomo paragonato coll’altro, è ben ragionevole che si creda
          notabilmente differire anche la naturale conformazione dell’interiore ne’ diversi uomini;
          quando non si può volgere in dubbio la manifesta analogia e perfetta corrispondenza <pb
            ed="aut" n="3200"/> che passa tra l’esterno e l’interno dell’uomo sotto qualunque
          rispetto. E nel particolare dell’ingegno, la diversa conformazione esteriore del capo ne’
          diversi individui e nazioni, la quale è visibile e non si può negare, dimostra chiaramente
          una diversa conformazione di ciò che nel capo si contiene, nel che risiede l’ingegno; onde
          viene a esser provato che tra gli uomini v’ha differenza naturale d’ingegno. E infatti è
          quasi dimostrato che la fronte spaziosa significa grande e capace ingegno naturale, e per
          lo contrario la fronte angusta; e così le altre differenze esteriori del capo osservate
          dai craniologi: le osservazioni de’ quali se non sono tutte vere, non lasciano di provare
          generalmente una differenza naturale di spirito e d’indole ne’ diversi uomini; nel
          giudizio delle quali differenze se coloro spesse volte s’ingannano, ciò nasce perch’ei non
          guardano che il fisico; ma l’assuefazione e le circostanze talora accrescono, talora
          cancellano, talora volgono affatto in contrario le differenze delle disposizioni naturali;
          delle quali sole possono pronunziare i craniologi, non de’ loro effetti, che da troppo
          altre cause <pb ed="aut" n="3201"/> sono influiti, e spesso riescono contrarii ad esse
          disposizioni. E vedi a questo proposito il fatto di Zopiro e Socrate ap. <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>Tusc.</title> lib.4. cap. 37</bibl>. Qua pur si deve riferire la diversità delle
          fisonomie, degli occhi, che tanto esprimono e dimostrano dell’animo e dell’ingegno, e
          l’arte de’ fisionomi.</p>
        <p>2. Differenze generali, regolari, e costanti si trovano fra i caratteri, i talenti, le
          disposizioni spirituali delle diverse nazioni, massime secondo i diversi climi. Quelle
          d’ingegno grossissimo, come i Lapponi; queste d’acutissimo, come gli orientali; altre
          pigre, altre attive; altre coraggiose, altre timide; in altre prevale l’immaginazione, in
          altre la ragione, e ciò in altre più, in altre meno; altre riescono e riuscirono sempre
          eccellenti in una parte, altre in altra; ec. ec. e tutto questo costantemente. Non si può
          negare che i principii e le fondamenta di tali differenze non sieno naturali, e quindi non
          si può negare che non v’abbia una vera primitiva differenza d’indole e d’ingegno tra
          nazione e nazione, clima e clima, come v’ha reale, visibile, naturale e, generalmente
          parlando, costante differenza di esteriore, di fisonomia ec. tra nazioni e climi, selvaggi
          o civili ec. ec. Dunque proporzionatamente <pb ed="aut" n="3202"/> è da dire che anche tra
          individuo e individuo di una stessa o di diverse nazioni, esiste dalla nascita una reale
          differenza d’indole e di talento, o vogliamo dire un principio e una disposizione di
          differenza, che <foreign lang="lat" rend="italic">ad idem redit</foreign>.</p>
        <p>3. Lasciando da parte il tanto che si potrebbe dire sull’influsso fisico, ossia sulla
          naturale azione del corpo e de’ sensi, e quindi degli oggetti esteriori, sull’animo
          indipendentemente dall’assuefazione, ne toccheremo solamente alcune cose che più fanno al
          proposito. Ho udito di uno abitualmente scempio o tardissimo d’ingegno, che caduto di
          grande altezza, e percosso pericolosamente il capo, divenne, guarito che fu, d’ingegno
          prontissimo e furbissimo, e questi ancor vive. Ho udito d’altri molto ingegnosi, per
          simile accidente divenuti stupidi, e sciocchi. Lasciando questo, egli è certissimo che la
          malattia del corpo (e così la sanità) influisce grandissimamente sull’ingegno e
          sull’indole. Tacendo delle minori influenze, che tutto giorno si osservano, si può notare
          quello che narra il Caluso nella Lettera appiè della Vita di Alfieri, circa i versi
          d’Esiodo da lui una <pb ed="aut" n="3203"/> sola volta letti, ch’ei recitava francamente
          nella sua ultima malattia. E mi fu raccontato da testimonii di udito, del maraviglioso
          spirito, degli argutissimi motti e risposte, di una prontezza affatto straordinaria di
          mente e di lingua, di una prodigiosa facilità, fecondità e copia d’invenzioni che si fece
          osservare in un vecchio Cardinale (Riganti) (non molto usato a facezie, nè di molto
          spirito, e di carattere ben diverso dalla energia, e rapidità e mobilità) poco dopo essere
          stato colto da una apoplessia (della quale infermità rimase impedito nelle membra, e morì
          parecchi mesi appresso), e stando in letto. Esempio di Ermogene, e de’ suoi simili che
          puoi vedere nella Dissertaz. del Cancellieri sugli Smemorati ec. Corrispondenza che,
          generalmente parlando, si osserva tra gl’ingegni e i caratteri degli uomini per una parte,
          e le rispettive complessioni dall’altra. Pazzi e frenetici; febbricitanti, deliranti. La
          malattia cambia talora, com’è detto, l’ingegno e il carattere o per sempre, o per momenti,
          o per più o men tempo: ciò massimamente quando ella interessa in particolare il cerebro.
          Il quale se può essere notabilissimamente diversificato dalle malattie e dalle varie
          circostanze e accidenti che accadono durante <pb ed="aut" n="3204"/> la vita a uno stesso
          uomo, non si può non credere e giudicare che la tanta e inesauribile diversità delle
          circostanze e degli accidenti che concorrono nella generazione de’ vari individui, non
          diversifichi siccome le loro complessioni, e questa o quella parte del corpo, così
          eziandio quella in che risiede l’ingegno e l’animo, cioè il cerebro, e quindi il talento e
          l’indole nativa e primitiva de’ vari individui, nazioni ec.</p>
        <p>4. L’uomo, anche indipendentemente affatto dalle assuefazioni, ossia in parità di studi,
          di esercizi, di scienza, di pratica ec., si trova, per così dir, vario d’indole e di
          talento da se medesimo ancora, non solo dentro la vita, ma dentro la stessa giornata
          eziandio. Oggi il mio ingegno sarà svegliatissimo, la mia indole piacevolissima, domani
          tutto l’opposto, senz’alcuna cagione morale nè apparente, ma certo non senza cagioni
          fisiche, le quali diversamente affettando l’animo, lo tramutano effettivamente d’ora in
          ora, di giorno in giorno, di stagione in istagione (fu chi disse ch’ei si trovava più atto
          a comporre nel sommo caldo o nel sommo freddo che nelle medie temperature dell’anno; la
            <pb ed="aut" n="3205"/> mattina che la sera ec.) ec. ec. e lo ritornano nello stato di
          prima, ed ora lo rendono atto a una cosa, ora a un’altra, ora a più cose ora a meno, ora
          più ora meno atto ec. ec. Le diverse circostanze fisiche che evidentemente influiscono,
          cambiano, recano, tolgono, accrescono, scemano, diversificano ec. ec. le passioni o
          inclinazioni in uno stesso individuo, in diversi individui, in varie nazioni e climi e
          tempi ec. indipendentemente affatto e dalla volontà e dall’assuefazione; son tante e sì
          varie che infinito sarebbe il volerle enumerare e descrivere, coi loro (evidentissimi e
          incontrastabili) effetti.</p>
        <p>5. Spessissimo l’ingegno è svegliato da cause fisiche manifeste ed apparenti, come un
          suono dolce, o penetrante, gli odori, il tabacco, il vino eccetera<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>V. p. 3386. fine.</p>
          </note> e quel che dico dell’ingegno, dicasi delle passioni, de’ sentimenti, dell’indole
          ec.; e quel che dico dello svegliare, dicasi del sopire, del muovere, dell’affettare,
          modificare come che sia, dell’accrescere, dello sminuire, del produrre, del distruggere o
          per sempre o per certo tempo ec. Tutti questi effetti nei casi qui considerati, non hanno
          a far coll’assuefazione, e dimostrano per conseguenza che lo <emph>spirito</emph>
          dell’uomo <pb ed="aut" n="3206"/> può esser modificato e diversamente conformato da cause,
          circostanze e accidenti fisici diversi dalle assuefazioni. Così p. e. la luce è
            <emph>naturalmente</emph> cagione di allegria, siccome il suono, e le tenebre di
          malinconia; quella eccita sovente l’immaginazione, ed ispira; queste la deprimono ec. Un
          luogo, un appartamento, un clima chiaro e sereno, o torbido e fosco, influiscono sulla
          immaginativa, sull’ingegno, sull’indole degli abitanti, sieno individui o popoli,
          indipendentemente dall’assuefazione. Così una stagione, una giornata, un’ora nuvolosa o
          serena; il trovarsi per più o men tempo in un luogo qualunque oscuro o luminoso, senza
          però abitarvi, tutte queste circostanze fisiche, indipendenti dall’assuefazione e dalle
          circostanze morali, affettano, quali momentaneamente quali durevolmente, lo spirito
          dell’uomo, e variamente lo dispongono, e ne producono le assuefazioni, e le differenze di
          queste ec. ec. ec. (19. Agosto. 1823.). V. p. 3344.</p>
      </div1>
      <div1 n="3207 - 3410">
        <p>Dimostrato che nell’idea del bello non convengono nè gli uomini naturali fra loro, nè gli
          spiriti incorrotti e semplici come quelli de’ fanciulli, e quindi ch’essa idea non si
          trova una in natura; e che d’altronde gli uomini colti, savi, esercitati, profondi, <pb
            ed="aut" n="3207"/> gli artisti medesimi e i poeti ec. disconvengono circa il bello, ed
          anche in cose essenziali, più o meno, secondo la differenza delle nazioni, climi,
          opinioni, assuefazioni, costumi, generi di vita, secoli; disconvengono, dico, eziandio
          bene spesso dove credono di convenire (perocchè tra loro non s’intendono); disconvengono
          tra loro, e dai fanciulli, e dagli uomini o naturali o ignoranti; e che tali differenze
          circa l’idea del bello, si trovano fra individuo e individuo in una stessa nazione, si
          trovano in un medesimo individuo in diverse età e circostanze, si trovano, e
          costantemente, fra nazione e nazione, clima e clima, secolo e secolo, civili e non civili;
          si trovano fra barbari e barbari, dotti e dotti, ignoranti e ignoranti, selvaggi e
          selvaggi, colti e colti, più e men barbari, più e men civili, fanciulli e fanciulli,
          adulti e adulti, intendenti e intendenti, artisti ed artisti, speculatori e speculatori,
          filosofi e filosofi; dimostrato, dico, tutto questo, come ho già fatto in molti luoghi,
          viene a esser provato che il bello ideale, unico, eterno, immutabile, universale, è una
          chimera, poichè nè la natura l’insegna o lo mostra, nè i filosofi o gli artisti l’hanno
          mai scoperto o lo scuoprono, a forza di osservazioni <pb ed="aut" n="3208"/> e di
          cognizioni, come si sono scoperte e si scuoprono le altre idee stabili e invariabili
          appartenenti alle scienze del vero ec. ec. (20. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che quello che nella musica è melodia, cioè l’armonia successiva de’ tuoni, o vogliamo
          dire l’armonia nella successione de’ tuoni, sia determinata, come qualsivoglia altra
          armonia ovver convenienza dall’assuefazione, o da leggi arbitrarie; osservisi che le
          melodie musicali non dilettano i non intendenti, se non quanto la successione o successiva
          collegazione de’ tuoni in esse è tale, che il nostro orecchio vi sia assuefatto; cioè in
          quanto esse melodie o sono del tutto popolari, sicchè il popolo, udendone il principio, ne
          indovina il mezzo e il fine e tutto l’andamento, o s’accostano al popolare, o hanno alcuna
          parte popolare che al popolare si accosti. Nè altro è nelle melodie musicali il popolare,
          se non se una successione di tuoni alla quale gli orecchi del popolo, o degli uditori
          generalmente, siano per qualche modo assuefatti. E non per altra cagione riesce
          universalmente grata la musica di Rossini, se non perchè <pb ed="aut" n="3209"/> le sue
          melodie o sono totalmente popolari, e rubate, per così dire, alle bocche del popolo; o più
          di quelle degli altri compositori, si accostano a quelle successioni di tuoni che il
          popolo generalmente conosce ed alle quali esso è assuefatto, cioè al popolare; o hanno più
          parti popolari, o simili, ovver più simili che dagli altri compositori non s’usa, al
          popolare. E siccome le assuefazioni del popolo e dei non intendenti di musica, circa le
          varie successioni de’ tuoni, non hanno regola determinata e sono diverse in diversi luoghi
          e tempi, quindi accade che tali melodie popolari o simili al popolare, altrove piacciano
          più, altrove meno, ad altri più, ad altri meno, secondo ch’elle agli uditori riescono o
          troppo note e usitate; o troppo poco; o quanto conviene, colla competente novità che lasci
          però luogo all’assuefazione di far sentire in quelle successioni di tuoni la melodia, la
          qual dall’assuefazione degli orecchi è determinata. Onde una medesima melodia musicale
          piacerà più ad uno che ad altro individuo, più in <pb ed="aut" n="3210"/> una che in altra
          città, piacerà universalmente in Italia, o piacerà al popolo e non agl’intendenti, e
          trasportata in Francia o in Germania, non piacerà punto ad alcuno, o piacerà
          agl’intendenti e non al popolo; secondo che le assuefazioni di ciascheduno orecchio circa
          le successioni de’ tuoni, saranno più o meno o nulla conformi o affini agli elementi o
          membri (<foreign lang="grc">μέλη</foreign>) che comporranno essa melodia, ovvero a quello
          che si chiama il <emph>motivo</emph>.</p>
        <p>E di qui, e non d’altronde, nasce la diversità de’ gusti musicali ne’ diversi popoli.
          Dico ne’ popoli, e non dico negl’intendenti, i quali avendo tutti un’arte uniforme,
          distinta in regole, universalmente abbracciata e riconosciuta, co’ suoi principii fissi e
          invariabili e universali, siccome quelli di qualsivoglia altra scienza che tale è in
          Italia quale in Polonia, in Portogallo, in Isvezia; nel giudicare di una melodia musicale,
          non mirano all’orecchio, ma alle regole e a’ principii ch’essi hanno nella loro arte o
          scienza, cioè nel contrappunto; ed essendo esse regole e principii dappertutto gli stessi
          e dappertutto ugualmente riconosciuti, i giudizi che i diversi intendenti pronunziano non
          possono grandemente <pb ed="aut" n="3211"/> disconvenire gli uni dagli altri, e tanto meno
          quanto essi più sono intendenti. Ma non così de’ popoli, e de’ non intendenti, i quali non
          hanno altra regola e canone che l’orecchio, e questo non ha altri principii che le sue
          proprie assuefazioni, e non già alcuni dettati e infusi universalmente dalla natura, come
          si crede. E però le nostre melodie non paiono pur melodie a’ turchi a’ Cinesi nè ad altri
          barbari, o diversamente da noi, civili. Che se questi pure alcuna volta se ne dilettano,
          il diletto non nasce in loro dalla melodia, cioè dal senso della successiva armonia de’
          tuoni, la quale essi non sentono nè comprendono, posto pur ch’ella fusse tra noi l’una
          delle più popolari; ma nasce da’ puri suoni per se, e dalla delicatezza, facilità,
          rapidità, volubilità del loro succedersi, mescolarsi, alternarsi (sia nella voce o in
          istrumenti), dalla dolcezza delle voci o degl’istrumenti, dal sonoro, dal penetrante e da
          simili qualità de’ medesimi, dalla soavità eziandio de’ rapporti rispettivi d’un tuono
          coll’altro in quanto alla facilità e alla delicatezza del passaggio da questo a quello
          (laddove i passaggi nelle <pb ed="aut" n="3212"/> musiche de’ barbari sono asprissimi,
          perchè fatti da tuoni a tuoni troppo lontani o da corde a corde troppo distanti), e
          insomma da cento qualità (per così dire, estrinseche) della nostra musica che nulla hanno
          a fare colla rispettiva scambievole armonia o convenienza de’ tuoni nella lor successione,
          cioè colla melodia, e col senso e gusto della medesima, che nè i turchi nè gli altri
          barbari, udendo la nostra musica, non provano punto mai. La qual cosa appunto, salva però
          la proporzione, accade ai non intendenti di musica e al popolo fra noi, quando egli odono,
          come tutto dì avviene, di quelle melodie che nulla o troppo poco hanno del popolare. Niun
          diletto ne provano, se non quello, per così dire, estrinseco, che di sopra ho descritto, e
          che nasce dalle qualità della musica, diverse e indipendenti dall’armonia de’ tuoni nella
          successione. Di queste non popolari melodie, che sono la più gran parte della nostra
          musica, parlerò poco sotto. E per conchiudere il discorso de’ barbari e delle nazioni che
          hanno circa la musica idee e gusti e sentimenti affatto diversi da’ nostri, dico che in
          essi, siccome <pb ed="aut" n="3213"/> fra noi, le assuefazioni determinano quali sieno le
          successive collegazioni de’ tuoni che sieno tenute per melodie, e le assuefazioni
          cagionano, siccome fra noi, il senso e il piacere d’esse melodie, quando elle sono udite.
          E questo, se in essi popoli, non v’ha teoria musicale, accade a tutta la nazione. Se alcun
          d’essi popoli ha teoria musicale, come l’hanno i Chinesi, diversa però dalla nostra,
          gl’intendenti fra loro hanno altra cagione che determina il loro giudizio e produce in
          loro il diletto circa le melodie; e questa cagione si è, come nei nostri intendenti, la
          conformità di quelle cotali successioni de’ tuoni co’ principii e i canoni della loro
          teoria o arte o scienza musicale, i quali principii e canoni essendo diversi da’ nostri,
          diverso eziandio dev’essere il giudizio di quegl’intendenti circa le varie, o nazionali o
          forestiere, melodie, da quello de’ nostri, e diverso similmente il piacere. E così è
          infatti nella China, dove e il popolo (che dappertutto, dovunque esiste una musica,
          avrebbe giudicato nello stesso modo) e gl’intendenti (il che non potrebbe avvenire nelle
          nazioni barbare che non hanno teoria musicale <pb ed="aut" n="3214"/> sufficientemente
          distinta per principii e regole, e ordinata e compiuta, come l’hanno i Chinesi),
          giudicarono espressamente più bella la loro musica che l’Europea, la quale i nostri,
          favoriti in ciò espressamente da un loro imperatore, volevano introdurvi, insieme colle
          nostre teorie. E ciò furono, se ben mi ricorda, i Gesuiti.</p>
        <p>Ho detto in principio che la melodia nella musica non è determinata se non
          dall’assuefazione o da leggi arbitrarie. Delle melodie determinate dall’assuefazione, e
          che per ciò sono melodie, perchè quelle tali successioni di tuoni convengono con quelle
          che gli orecchi sono assuefatti a udire, ho discorso fin qui. Le melodie determinate da
          leggi arbitrarie, sono quelle che il popolo e i non intendenti non gustano, se non se nel
          modo specificato di sopra, senza nè conoscere nè sentire ch’elle sieno melodie, cioè che
          quei tuoni così succedendosi e intrecciandosi e alternandosi, armonizzino, cioè
          convengano, tra loro; quelle che pel popolo e per li non intendenti, non sono infatti
          melodie, ma solo per gl’intendenti; quelle che gl’intendenti soli gustano in virtù del
          giudizio, quali sono infiniti altri diletti umani (<bibl>v. <author>Montesquieu</author>,
              <title lang="fre">Essai sur le goût. De la sensibilité</title>. p. 392.</bibl>),
          massime nelle arti; quelle che non <pb ed="aut" n="3215"/> sono melodie se non perchè ed
          in quanto corrispondono alle regole circa la successiva combinazione de’ tuoni, consegnate
          in una scienza o arte, non dettata dalla natura ma dalla matematica, universale e
          universalmente riconosciuta in Europa, come lo sono tutte le altre arti e scienze in
          questa parte del mondo legata insieme dal commercio e da una medesima civiltà ch’ella
          stessa si è fabbricata e comunicata di nazione a nazione, ma non riconosciuta fuori
          d’Europa nè dalle nazioni non civili, nè da quelle che hanno un’altra civiltà da esse
          fabbricata o d’altronde venuta; qual è sopra tutte la nazion Chinese, la quale ed ha una
          scienza musicale, e in essa non conviene punto con noi. Ho detto che la nostra scienza o
          arte musicale fu dettata dalla matematica. Doveva dire costruita. Essa scienza non nacque
          dalla natura, nè in essa ha il suo fondamento, come le più dell’altre; ma ebbe origine ed
          ha il suo fondamento in quello che alla natura somiglia e supplisce e quasi equivale, in
          quello ch’è giustamente chiamato seconda natura, ma che altrettanto a torto quanto <pb
            ed="aut" n="3216"/> facilmente e spesso è confuso e scambiato, come nel caso nostro,
          colla natura medesima, voglio dire nell’assuefazione. Le antiche assuefazioni de’ greci
          (per non rimontar più addietro, che nulla rileva al proposito) furono l’origine e il
          fondamento della scienza musicale da’ greci determinata, fabbricata, e a noi ne’ libri e
          nell’uso tramandata, dalla qual greca scienza, viene per comun consenso e confessione la
          nostra europea, che non è se non se una continuazione, accrescimento e perfezione di
          quella, siccome tante altre e scienze ed arti (anzi quasi tutte le nostre) che la moderna
          Europa ricevè dall’antica Grecia e perfezionò, e a molte cangiò faccia appoco appoco del
          tutto. La greca musica popolare, le ragioni della quale non altrove erano che
          nell’assuefazione (siccome quelle di qualsivoglia musica popolare), fu l’origine, il
          fondamento, e per così dir l’anima e l’ossatura della musica greca scientifica, e quindi
          altresì della nostra, che di là viene. Ma siccome accade a tutte le arti ch’elle col
          crescere, col perfezionarsi, col maggiormente determinarsi, si dilungano appoco appoco da
          ciò che fu loro origine, fondamento, subbietto primitivo e ragione, o fosse la natura <pb
            ed="aut" n="3217"/> o l’assuefazione o altro, e talvolta giungono fino a perderlo
          affatto di vista, ed esser fondamento e ragione a se stesse, il che è intervenuto in buona
          parte alla poetica, intervenne ancora all’arte musica<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Maggiormente sconvenevole però si è questo nella musica che nella poesia. Perocchè la
              scienza musicale, in ordine alla musica è di più basso e ben più lontano rango, che
              non è la poetica in ordine alla poesia. Il contrappunto è al musico quel che al poeta
              la grammatica. La musica non ha un’arte che risponda a quel ch’è la poetica alla
              poesia, la rettorica all’oratoria. Ben potrebbe averla, ma niuno ancora ha pensato a
              ridurre a principii e regole le cagioni degli effetti morali della musica e del
              diletto che da lei deriva, e i mezzi di produrli ec.</p>
          </note>. Quindi è che spessissimo sia giudicato buono ed ottimo dagl’intendenti, e perciò
          piaccia loro sommamente, e che sia melodia per essi, quello che dal popolo e da’ non
          intendenti è giudicato o mediocre o cattivo, che poco o niun effetto produce in essi, che
          poco o nulla gli diletta, che per essi non è assolutamente melodia: sebbene ei lodano
          sovente ed ammirano cotali composizioni di tuoni, o in vista delle qualità indipendenti
          dall’armonizzare della loro combinazione successiva, che di sopra ho descritte, o mossi
          dalla fama del compositore, o dalla voce degl’intendenti, o dal favore, o dal diletto
          altre volte ricevuto nelle composizioni del medesimo, o dalla coscienza della propria
          ignoranza, o dalla maraviglia delle difficoltà e stranezze che in tali composizioni
          ravvisano, o dalla stessa novità, benchè per essi nulla dilettevole musicalmente, o in
          fine da cento altre cause estrinseche e accidentali, o diverse e indipendenti dal diletto
          che nasce dal senso della melodia, cioè della convenienza scambievole de’ tuoni nel
          succedersi <pb ed="aut" n="3218"/> l’uno all’altro. E per lo contrario interviene
          spessissimo che quelle successioni de’ tuoni le quali per il popolo sono squisitissime,
          carissime, bellissime, spiccatissime e dilettosissime melodie, non ardisco dire non
          piacciano agli orecchi degl’intendenti, ma con tutto ciò dispiacciano al loro giudizio, e
          ne sieno riprovate, tanto che per essi talora non sieno neppur melodie quelle che per
          tutti gli orecchi e per li loro altresì, sono melodie distintissime, evidentissime,
          notabilissime e giocondissime. Il che si può vedere in fatto nel giudizio degl’intendenti
          circa il comporre di Rossini, e generalmente circa il modo della moderna composizione, la
          quale da tutti è sentita esser piena di melodia molto più che le antiche e classiche, e da
          chiunque sa è giudicata non reggere in grammatica ed essere scorrettissima e irregolare.
          Tutto ciò non per altro accade se non perchè gl’intendenti giudicano, e giudicando sentono
          (cioè col fattizio, ma reale sensorio dell’intelletto e della memoria) secondo i principii
          e le norme della loro scienza; e i non intendenti sentono e sentendo giudicano secondo le
          loro assuefazioni relative al proposito. Le quali assuefazioni segue e si propone <pb
            ed="aut" n="3219"/> o loro si accosta il moderno modo di comporre, assai più che
          l’antico, ignorando o trascurando più o manco i canoni dell’arte, di che gli antichi
          furono peritissimi e religiosissimi osservatori.</p>
        <p>Con queste considerazioni s’intenderà facilmente il perchè nelle melodie sia, come si
          dice, difficilissima e rarissima la novità, cioè solo difficilissimamente e di rado possa
          il Musico trovare nuove melodie. Il che mirabilmente conferma le mie osservazioni.
          Perocchè veramente il disporre in nuove maniere la scambievole successione de’ tuoni
          secondo le regole dell’arte musicale, non è punto difficile, essendo infinite le diversità
          di combinazioni successive sia di tuoni sia di corde (cioè generalmente di
          <emph>note</emph>) a cui esse regole danno luogo. Ma limitatissime e poche, e non più
          assolutamente che tante, sono le assuefazioni de’ nostri orecchi; ond’è che pochissime
          sieno quelle combinazioni successive di tuoni (dico pochissime rispetto all’immenso numero
          d’esse combinazioni assolutamente considerate) che possano parer melodie all’universale, o
          al più di una nazione o secolo, e produrre in esso il diletto che nasce dal senso della
          melodia. Ed infatti nuove melodie, <pb ed="aut" n="3220"/> che tali sieno per
          gl’intendenti e rispetto all’arte, non sono in verità punto rare, nè difficili a
          inventarsi, e di esse si compone la massima parte di qualsivoglia opera musicale, non solo
          antica e classica, ma moderna italiana eziandio, benchè le moderne italiane abbiano, come
          ho detto, più melodia popolare che le antiche e straniere; cioè maggiormente seguano le
          assuefazioni de’ nostri orecchi, ed un più gran numero delle loro melodie contraffacciano
          o imitino, o in tutto o in qualche parte o nel motivo somiglino le successioni di tuoni e
          note, a cui sono assuefatti generalmente gli uditori. E in verità, se non fosse la
          memoria, che anche involontariamente e inavvertitamente subentra a pigliar parte nella
          composizione, più difficile sarebbe forse al compositore l’abbattersi a trovar melodie
            <emph>non popolari</emph> già da altri trovate, che non il trovarne delle nuove,
          conformi alle regole musicali.</p>
        <p>Certo è che la principale, anzi la vera arte degl’inventori di musica, e il vero, proprio
          musicale, e grande effetto delle loro invenzioni, allora solo si manifesta ed ha luogo
          quando le loro melodie son tali che il popolo e generalmente tutti gli uditori ne sieno
          colpiti e maravigliati come di <pb ed="aut" n="3221"/> melodia nuova, e nel tempo
          medesimo, per essere in verità assuefatti a quelle tali successioni di tuoni, sentano al
          primo tratto ch’ella è melodia. Il qual effetto, proprio, anzi solo proprio della vera
          vera musica, e solo grande, solo vivo, solo universale, non altrimenti si ottiene che
          coll’adornare, abbellire, giudiziosamente e fino al debito segno variare, nobilitare per
          dir così, nuovamente fra loro congiungere e disporre, presentare sotto un nuovo aspetto le
          melodie assolutamente e formalmente popolari, e tolte dal volgo, e le varie e sparse forme
          di successioni di note, che gli orecchi generalmente conoscono, e vi sono assuefatti. Non
          altrimenti che il poeta, l’arte del quale non consiste già principalmente nell’inventar
          cose affatto ignote e strane e a tutti inaudite, o nello sceglier le cose meno divulgate,
          anzi ciò facendo egli più tosto pecca e perde e toglie all’effetto della poesia, di quel
          che gli aggiunga; ma l’arte sua è di scegliere tra le cose note le più belle, nuovamente e
          armoniosamente, cioè fra loro convenientemente, disporre <pb ed="aut" n="3222"/> le cose
          divulgate e adattate alla capacità dei più, nuovamente vestirle, adornarle, abbellirle,
          coll’armonia del verso, colle metafore, con ogni altro splendore dello stile; dar lume e
          nobiltà alle cose oscure ed ignobili; novità alle comuni; cambiar aspetto, quasi per
          magico incanto, a che che sia che gli venga alle mani; pigliare v. g. i personaggi dalla
          natura, e farli naturalmente parlare, e nondimeno in modo che il lettore riconoscendo in
          quel linguaggio il linguaggio ch’egli è solito di sentire dalle simili persone nelle
          simili circostanze, lo trovi pur nel medesimo tempo, nuovo e più bello, senz’alcuna
          comparazione, dell’ordinario, per gli adornamenti poetici, e il nuovo stile, e insomma la
          nuova forma e il nuovo corpo di ch’egli è vestito. Tale è l’officio del poeta, e tale nè
          più nè meno del Musico. Ma siccome la poesia bene spesso, lasciata la natura, si rivolse
          per amore di novità e per isfoggio di fantasia e di facoltà creatrice, a sue proprie e
          stravaganti e inaudite invenzioni, e mirò più alle regole e a’ principii che l’erano stati
          assegnati, di quello che al suo fondamento ed anima ch’è <pb ed="aut" n="3223"/> la
          natura; anzi lasciata affatto questa, che aveva ad essere l’unico suo modello, non altro
          modello riconobbe e adoperò che le sue proprie regole, e su d’esso modello gittò mille
          assurde e mostruose o misere e grette opere; laonde abbandonato l’officio suo ch’è il
          sopraddetto, sommamente stravolse e perdè, o per una o per altra parte, di quell’effetto
          che a lei propriamente ed essenzialmente si convenia di produrre e di proccurare; così
          l’arte musica nata per abbellire, innovare decentemente e variare e per tal modo
          moltiplicare; ordinare, regolare, simmetrizzare o proporzionare, adornare, nobilitare,
          perfezionare insomma le melodie popolari e generalmente note e a tutti gli orecchi
          domestiche; com’ella ebbe assai regole e principii, e d’altronde s’invaghì soverchiamente
          della novità, e dell’ambiziosa creazione e invenzione, non mirò più che a se stessa, e
          lasciando di pigliare in mano le melodie popolari per su di esse esercitarsi, e farne sua
          materia, come doveva per proprio istituto; si rivolse alle sue regole, e su questo
          modello, senz’altro, gittò le sue composizioni <pb ed="aut" n="3224"/> nuove veramente e
          strane: con che ella venne a perdere quell’effetto che a lei essenzialmente appartiene,
          ch’ella doveva proporsi per suo proprio fine, e ch’ella da principio otteneva, quando cioè
          lo cercava, o quando coi debiti e appropriati mezzi lo proccurava.</p>
        <p>Perocchè io non dubito che i mirabili effetti che si leggono aver prodotto la musica e le
          melodie greche sì ne’ popoli, ossia in interi uditorii, sì negli eserciti, siccome quelle
          di Tirteo, sì ne’ privati, come in Alessandro; effetti tanto superiori a quelli che
          l’odierna musica non solo produca, ma sembri pure, assolutamente parlando, capace di mai
          poter produrre; effetti che necessitavano i magistrati i governi i legislatori a pigliar
          provvidenze e fare regolamenti e quando ordini, quando divieti, intorno alla musica, come
          a cosa di Stato (<bibl>v. il <title>Viag. d’Anacarsi</title>, Cap. 27. trattenimento
            secondo</bibl>); (e parlo qui degli effetti della musica greca che si leggono nelle
          storie e avvenuti fra’ greci civili, non di que’ che s’hanno nelle favole, accaduti a’
          tempi salvatichi); non <pb ed="aut" n="3225"/> dubito, dico, che questi effetti, e la
          superiorità della greca musica sulla moderna, che pur quanto a’ principii ed alle regole,
          dalla greca deriva, non venga da questo, ch’essendo fra’ greci l’arte musicale, sebbene
          adulta, pur tuttavia ancora scarsa, non offriva ancora abbastanza al compositore da
          coniare o inventar di pianta nuove melodie che niun’altra ragione avessero di esser tali
          se non le regole sole dell’arte; nè da poter gittarne sopra queste regole unicamente, o
          sopra le forme e melodie musicali da altri <emph>inventate di pianta</emph>, delle quali
          non poteva ancora avervi così gran copia, come ve n’ha tra’ moderni. Ma quel ch’è più,
          l’arte, sebben cominciò anche tra’ greci a corrompersi e declinare da’ suoi principii, e
          da’ suoi propri obbietti o fini e instituti, anzi molto avanzò nella corruzione (<bibl>v.
              <title>Viag. d’Anac.</title>
            <hi rend="sc">i</hi>. c.</bibl>), non giunse tuttavia di gran lunga ad allontanarsi
          tanto come tra noi, e così decisamente e costantemente, dalla sua prima origine, dal primo
          fondamento e ragione delle sue regole, dalla prima materia delle sue composizioni, cioè le
          popolari melodie; nè a dimenticare, <pb ed="aut" n="3226"/> come oggi, impudentemente e
          totalmente il suo primo e proprio fine, cioè di dilettare e muovere l’universale degli
          uditori ed il popolo; nè, molto meno, giunse a rinunziar quasi interamente e formalmente a
          questo fine, e scambiarlo apertamente in quello di dilettare, o maravigliare, o
          costringere a lodare e applaudire una sola e sempre scarsissima classe di persone, cioè
          quella degl’intendenti: il quale per verità è il fine che realmente si propone la musica
          tedesca, inutile a tutti fuori che agl’intendenti, e non già superficiali, ma ben
          profondi. Non fu così la Musica greca. E in questo ravvicinamento della moderna musica al
          popolare, ravvicinamento così biasimato dagl’intendenti, e che sarà forse cattivo per il
          modo, ma in quanto ravvicinamento al popolare è non solo buono, ma necessario, e primo
          debito della moderna musica; in questo ravvicinamento, dico, vediamo quanto l’effetto
          della musica abbia guadagnato e in estensione, cioè nella universalità, e in vivezza, cioè
          nel maggior diletto, ed anche talor maggior commovimento degli animi. <pb ed="aut"
            n="3227"/> Che se in niuna parte, e meno in quest’ultima, gli effetti della moderna
          musica sono per anche paragonabili a quelli che si leggono della greca, è da considerarsi
          che l’uomo oggidì è disposto in modo da non lasciarsi mai veementemente muovere a nessuna
          parte; che analogamente a questa generale disposizione, neanche le melodie assolutamente
          popolari d’oggidì, son tali nè di tal natura che possano facilmente ricevere dal
          compositore una forma da produrre in veruno animo un più che tanto effetto; e che in
          ultimo i compositori non iscelgono nè quelle melodie popolari o parti di esse che meglio
          si adatterebbero alla forza e profondità dell’effetto, nè in quelle che scelgono, ci
          adoprano quei mezzi che si richieggono a produrre un effetto simile, nè così le lavorano e
          dispongono come converrebbe per tal uopo: e ciò non fanno perchè nol vogliono e perchè nol
          sanno. Nol sanno perchè privi essi medesimi d’ispirazione veramente sublime e divina, e di
          sentimenti forti e profondi nel comporre in qualsiasi genere, non possono nè scegliere nè
          usar lo scelto in modo da <pb ed="aut" n="3228"/> produr negli uditori queste siffatte
          sensazioni ch’essi mai non provarono nè proveranno. Nol vogliono, perchè appunto non
          conoscendo tali sensazioni, nulla o ben poco le stimano, nè altro fine si propongono che
          il diletto superficiale e il grattar gli orecchi, al che di gran lunga pospongono le
          grandi e nobili e forti emozioni, di cui mai non fecero esperimento. Ma che maraviglia?
          quando gli antichi musici erano i poeti, quegli stessi che per la sublimità de’ concetti,
          per la eleganza e grandezza dello spirito brillano nelle carte che di loro ci rimangono, o
          perdute queste coi ritmi da loro inventati e applicativi, vivono immortali i loro nomi
          nella memoria degli uomini, e ciò talora eziandio per egregi e magnanimi fatti? E quando
          all’incontro i moderni musici, stante le circostanze della loro vita, e delle moderne
          costumanze a loro riguardo, sono per corruzione, per delizie, per mollezza e bassezza
          d’animo il peggio del peggior secolo che nelle storie si conti? la feccia della feccia
          delle generazioni? Da vita, opinioni e costumi vili, adulatorii, dissipati, <pb ed="aut"
            n="3229"/> effeminati, infingardi, come può nascer concetto alto, nobile, generoso,
          profondo, virile, energico? Ma questo discorso porterebbe troppo innanzi, e condurrebbe
          necessariamente al parallelo della musica e de’ musici colle altre arti e loro professori,
          a quello della moderna musica coll’antica, e delle moderne usanze colle antiche relative
          al proposito; e finalmente a trattare della funesta separazione della musica dalla poesia
          e della persona di musico da quello di poeta, attributi anticamente, e secondo la
          primitiva natura di tali arti, indivise e indivisibili (<bibl>v. il <title>Viag. d’Anac.</title>
            <hi rend="sc">i</hi>. c. particolarmente l’ult. nota al c. 27.</bibl>). Il qual discorso
          da molti è stato fatto, e qui non sarebbe che digressione. Però lo tralascio.</p>
        <p>Tornando al nostro primo proposito, il qual fu di mostrare che l’armonia o convenienza
          scambievole de’ tuoni nelle loro combinazioni successive, è determinata, siccome ogni
          altra convenienza, dall’assuefazione; si vuol notare che quest’assuefazione in fatto di
          melodie (come anche di armonie) non è sempre <foreign lang="grc">αὐτόματος</foreign> del
          popolo, <pb ed="aut" n="3230"/> ma bene spesso in lui prodotta e originata dalla stessa
          arte musica. Perocchè a forza di udir musiche e cantilene composte per arte, (il che a
          tutti più o meno accade) anche i non intendenti, anzi affatto ignari della scienza
          musicale, assuefanno l’orecchio a quelle successioni di tuoni che naturalmente essi non
          avrebbero nè conosciute nè giudicate per armoniose (o ch’elle sieno inventate di pianta
          dagli uomini dell’arte, o da loro fabbricate sulle melodie popolari, e di là originate);
          in virtù della quale assuefazione essi giungono appoco appoco e senza avvedersi del loro
          progresso, a trovare armoniose tali successioni, a sentirvi una melodia, e quindi a
          provarvi un diletto sempre maggiore, e a formarsi circa le melodie una più capace, più
          varia, più estesa facoltà di giudicare, la qual facoltà, che in altri arriva a maggiore in
          altri a minor grado, è poi per essi cagione del diletto che provano nell’udir musiche;
          giudizio e diletto determinato, dettato, e cagionato, non già dalla natura primitiva e
          universale, ma dall’assuefazione accidentale e varia secondo i tempi, i luoghi e le
          nazioni. <pb ed="aut" n="3231"/> Io di me posso accertare che nel mio primo udir musiche
          (il che molto tardi incominciai) io trovava affatto sconvenienti, incongrue, dissonanti e
          discordevoli parecchie delle più usitate combinazioni successive di tuoni, che ora mi
          paiono armoniche, e nell’udirle formo il giudizio e percepisco il sentimento della
          melodia.</p>
        <p>Nè più nè meno accade nella pittura, scultura, architettura. Senz’alcuna cognizione della
          teoria, nè della pratica immediata dell’arte, a forza di veder dipinti, statue, edifizi,
          moltissimi si formano un giudizio, e una facoltà di gustare e di provar piacere in tal
          vista, e nella considerazione di tali oggetti, la qual facoltà non aveano per l’innanzi, e
          si acquista appoco appoco per mezzo dell’assuefazione, la quale determina in questi tali
          (e sono i più che parlino di belle arti) l’idea delle convenienze pittoriche ec. del bello
          ec. e quindi anche del brutto ec., col divario che il soggetto della pittura e scultura si
          è l’imitazione degli oggetti visibili, della quale ognun vede la verità o la falsità, onde
          le idee del bello e del brutto pittorico e scultorio, in quanto queste arti sono
          imitative, è già determinata in ciascheduno prima dell’assuefazione Non così
          nell’architettura e nella musica, meno imitative, e questa imitativa di cose non visibili
          ec. Così discorrasi in ordine alla poesia, ed al gusto e giudizio che l’uomo <emph>se ne
            forma e n’acquista</emph>, ec.</p>
        <p>Nel detto modo si formano i mezzi-intendenti, più o meno capaci di giudicare e quindi di
          provar diletto nelle composizioni musicali, cioè che più o meno hanno udito e riflettuto
          in questo genere e postovi attenzione. I quali mezzi-intendenti costituiscono la massima
          parte di quelli che parlano di musica e di quel pubblico che dà espressamente il suo voto
          circa le composizioni musicali che compariscono, giacchè i periti veramente della scienza
          musica e conoscitori di essa per elementi e regole, sono ben pochi rispetto al pubblico.</p>
        <p>Or dunque molte che si chiamano melodie popolari, hanno il loro fondamento
          nell’assuefazione de’ mezzi-intendenti, o del popolo in quanto <pb ed="aut" n="3232"/>
          assuefatto a udir musiche. E delle composizioni successive di note, altre riescono melodie
          a tutti gli orecchi, altre a quelli di chiunque è pure un poco intendente (cioè
          assuefatto), altre ai mezzi-intendenti più avanzati, altre ai soli veri e perfetti
          intendenti, ed altre a questi più a quelli meno, o viceversa, eccetera. E così il giudizio
          e il senso della melodia sempre nasce e dipende ed è determinato dall’assuefazione, o
          dalla cognizione di leggi che non hanno la loro ragione nella natura universale, ma
          nell’accidentale e particolare uso presente o passato, e in altre tali cose, le quali
          leggi ho chiamato di sopra arbitrarie.</p>
        <p>E tutto ciò sia aggiunto per ispiegare e distinguere e quasi classificare quello ch’io
          intenda per popolare nella musica, per melodia popolare, e per assuefazione degli orecchi
          determinante la scambievole convenienza delle note nella loro scambievole successione e
          collegamento.</p>
        <p>Del resto poi le assuefazioni che di sopra ho chiamato <foreign lang="grc"
          >αὐτόματοι</foreign> del popolo, (voglio dire dell’universale) nascono ed hanno origine da
          varie cagioni, e fra l’altre dalla natura, indipendentemente però da veruna naturale <pb
            ed="aut" n="3233"/> convenienza scambievole di quali si sieno tuoni, ma solo in tanto in
          quanto p. e. certe passioni naturalmente e universalmente amano certi tali tuoni e certi
          tali passaggi da un tal tuono a un tal altro. La qual cosa che nulla ha che fare
          coll’assoluta convenienza di tal tuono a tal tuono, (perocchè qui la ragione della
          convenienza de’ tuoni non istà nella natura loro, nè nei loro naturali rapporti, ma è
          relativa alla natura dell’uomo che indipendentemente dalla convenienza, ama in quel tal
          caso quel tuono e quel passaggio) fu l’origine delle melodie, le quali furono da
          principio, siccome sempre avrebbero dovuto e dovrebbero essere, imitative; bensì tali che
          abbellivano ed ornavano e variavano la natura, colla scelta, colla disposizione, coll’atta
          mescolanza e congiungimento, e di più colla delicatezza, grazia, mobilità ec. degli organi
          o naturali (coltivati ed esercitati), o artifiziali inventati e perfezionati. Nè più nè
          manco di quello che le poesie debbano, imitandola ornare, abbellire, variare e mostrar
          sotto nuovo abito la natura. Veggasi a questo proposito la citata nota ultima al Capo <pb
            ed="aut" n="3234"/> 27. del Viag. d’Anac. e quello che altrove ho detto sopra
          l’imitativo della musica, e sopra quella convenienza musicale che ha nella imitazione sola
          la sua ragione ed origine.</p>
        <p>E notisi che se nulla v’ha nella musica, sia nell’armonia sia nella melodia, che
          universalmente da tutti i popoli civili e barbari sia riconosciuto e praticato, o che in
          tutti faccia effetto; ciò si dee riferire alla natura operante nel modo detto di sopra, o
          in altri che si potrebbero dire, operante prima dell’assuefazione e indipendentemente da
          lei, ma indipendentemente altresì dalla convenienza e senz’alcuna relazione all’armonia.
          Oltre all’altre cagioni di universale effetto nella musica, indipendenti pure dalla
          convenienza, parte delle quali ho annoverate di sopra p. 3211. sg., parte altrove, parte
          potrei annoverare. (20-21. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2998. ult. linea. <foreign lang="lat" rend="italic">Crepo is ui itum</foreign>
          sarebbe come <foreign lang="lat" rend="italic">strepo is ui itum</foreign>, da cui
            <foreign lang="lat" rend="italic">strepitare</foreign>, come appunto da <foreign
            lang="lat" rend="italic">crepo as</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >is</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">crepitare</foreign>. E <foreign
            lang="lat" rend="italic">crepo as</foreign> riterrebbe o torrebbe in prestito il
          perfetto e il supino di <foreign lang="lat" rend="italic">crepo is</foreign>, cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">crepui, itum</foreign>, come appunto <foreign
            lang="lat" rend="italic">accubo</foreign> ec. quelli di <foreign lang="lat"
            rend="italic">accumbo</foreign> ec. cioè <foreign lang="lat" rend="italic">accubui
          itum</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Profligo <pb ed="aut" n="3235"/>
          as</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic">fligo is</foreign>, onde <foreign
            lang="lat" rend="italic">affligo is, confligo is</foreign> ec. che hanno i continuativi
            <foreign lang="lat" rend="italic">afflicto, conflicto</foreign> ec. fatti regolarmente
          da’ participii. V. Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">Profligo</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">proflictus</foreign>. (22. Agos. 1823.). V. p. 3246. e
          3341. 3987.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Saluto as</foreign> si deriva da <foreign lang="lat"
            rend="italic">salus</foreign>. Ma io l’ho in forte sospetto di continuativo fatto da
            <foreign lang="lat" rend="italic">salveo-salvitus</foreign> (antico), mutato in <foreign
            lang="lat" rend="italic">salutus</foreign>, ovvero da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >salvo</foreign>, mutato il part. <foreign lang="lat" rend="italic">salvatus</foreign>
          parimente in <foreign lang="lat" rend="italic">salutus</foreign>. (V. Forc. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">saluto</foreign>, fin. e in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Salvo</foreign>). Giacchè spessissimo la lingua latina, massime antica, scambiava tra
          loro l’<emph>u</emph> e il <emph>v</emph>, mutando questo in quello, o per lo contrario.
          Così <foreign lang="lat" rend="italic">lavo</foreign> ne’ composti diviene <foreign
            lang="lat" rend="italic">luo</foreign>: ed <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ablutus</foreign> si dice in luogo di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ablavatus</foreign>. Così <foreign lang="lat" rend="italic">lautus</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">lavatus, fautam</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >favitum</foreign>. A questo proposito noterò il continuativo <foreign lang="lat"
            rend="italic">lavito</foreign>. Forcell. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Cerebrum</foreign> in fine. E <foreign lang="lat" rend="italic">commentor</foreign> e <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">commento, a particip</hi>. commentus <hi rend="italic">verbi</hi>
              comminiscor</foreign>
          </quote> (forse anche <foreign lang="lat" rend="italic">comminisco</foreign>), dice il
          Forcell; e notate che qui non dice dal supino, cioè da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >commentum</foreign>, come suole. (22. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Platone nel Sofista verso il fine, ediz. dell’Astio, <bibl>Opp. di <author>Plat.</author>
            Lips. 1819. sgg. t. 2. p. 362. v. 2. sgg.</bibl> A. penult. pagina del Dialogo. <quote>
            <foreign lang="grc">Πόθεν οὗν ὄνομα ἑκατέρῳ τις ἂν λὴψεται πρέπον;; ἢ δῆλον δὴ χαλεπὸν
              ὄν, διότι τῆς τῶν γενῶν κατ' εἴδη διαιρέσεως παλαιά τις, ὡς ἔοικεν, αἰτία</foreign>
              (<foreign lang="grc">ἴς. ἀηδία.</foreign>. Ast.) <foreign lang="grc">τοῖς ἔμπροσθεν
              καὶ ἀξύννους παρῆν, ὥστε μηδ' ἐπιχειρεῖν μηδένα διαιρεῖσθαι· καθὸ δὴ τῶν ὀνομάτων
              ἀνάγκη μὴ σφόδρα εὐπορεῖν</foreign>
          </quote>; <pb ed="aut" n="3236"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Unde iam nomen utrique eorum quisquam arripiet
            conveniens? an dubium non est quin difficile sit, propterea quod ad generum in species
            distributionem vetustam quandam, ut videtur, et inconsideratam superiores habebant
            offensionem atque fastidium, ita ut ne conaretur quidem ullus dividere; quocirca etiam
            nomina non satis nobis possunt in promptu esse?</foreign> Astius. Vuol dir Platone e si
          lagna, che gli antichi greci (e così tutti gli antichi d’ogni nazione) ebbero poche idee
          elementari, onde la loro lingua (e così tutte le lingue fino a una perfetta maturità e
          coltura, e fino che la nazione non filosofa) mancava di termini esatti, e sufficienti ai
          bisogni del dialettico massimamente e del metafisico. Ond’è che Platone il quale volle
          sottilmente filosofare, ed esercitare l’esatto raziocinio, e considerare profondamente la
          natura delle cose, fu arditissimo nel formare de’ termini di questa fatta, ed abbonda
          sommamente di voci nuove e sue proprie, esatte e logiche ovvero ontologiche<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Vedi la pref. di Timeo al suo Lessico Platonico appo il <bibl>
                <author>Fabric.</author>
                <title>B. G.</title> edit. vet. 9.419</bibl>.</p>
          </note>, che da niuno altro si trovano adoperate, o che da’ suoi scritti furono tolte. E
          notisi che Platone faceva questa lagnanza della sua <pb ed="aut" n="3237"/> lingua, la più
          ricca, la più feconda, la più facile a produrre, la più libera, la più avvezza e meno
          intollerante di novità, ed oltre a questo, nel più florido, perfetto ed aureo secolo
          d’essa lingua, e quasi ancora nel più libero e creatore. Nondimeno a Platone parve scarsa
          a’ bisogni dell’esatto filosofare la stessa lingua greca nel suo miglior tempo, e
          trattando materie sottili egli ebbe bisogno di parere ardito agli stessi greci in quel
          secolo, e di fare scusa e addur la ragione del suo coniar nuove voci. Nè certo si dirà che
          Platone le coniasse o per trascuratezza e poco amore della purità ed eleganza della
          lingua, di ch’egli è fra gli Attici il precipuo modello, nè per ignoranza d’essa lingua, e
          povertà di voci derivante da questa ignoranza. (22. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chiunque esamina la natura delle cose colla pura ragione, senz’aiutarsi
          dell’immaginazione nè del sentimento, nè dar loro alcun luogo, ch’è il procedere di molti
            tedeschi<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Così anche parecchi inglesi, e generalmente tutti coloro che non sono assuefatti e
              non conoscono altro che studi e cose esatte. Ma certo è che di tali filosofi,
              metafisici, politici-matematici, ed aridi, ve n’ha più copia fra’ ted.i e dipoi fra
              gl’ingl. i che altrove, come in Francia o in Italia.</p>
          </note> nella filosofia, come dire nella metafisica e nella politica, potrà ben quello che
          suona il vocabolo <emph>analizzare</emph>, <pb ed="aut" n="3238"/> cioè risolvere e disfar
          la natura, ma e’ non potrà mai ricomporla, voglio dire e’ non potrà mai dalle sue
          osservazioni e dalla sua analisi tirare una grande e generale conseguenza, nè stringere e
          condurre le dette osservazioni in un gran risultato; e facendolo, come non lasciano di
          farlo, s’inganneranno; e così veramente loro interviene. Io voglio anche supporre ch’egli
          arrivino colla loro analisi fino a scomporre e risolvere la natura ne’ suoi menomi ed
          ultimi elementi, e ch’egli ottengano di conoscere ciascuna da se tutte le parti della
          natura. Ma il tutto di essa, il fine e il rapporto scambievole di esse parti tra loro, e
          di ciascuna verso il tutto, lo scopo di questo tutto, e l’intenzion vera e profonda della
          natura, quel ch’ella ha destinato, la cagione (lasciamo ora star l’efficiente) la cagion
          finale del suo essere e del suo esser tale, il perchè ella abbia così disposto e così
          formato le sue parti, nella cognizione delle quali cose dee consistere lo scopo del
          filosofo, e intorno alle quali si aggirano insomma tutte le verità generali veramente
          grandi e importanti, queste cose, dico, è impossibile il ritrovarle <pb ed="aut" n="3239"
          /> e l’intenderle a chiunque colla sola ragione analizza ed esamina la natura. La natura
          così analizzata non differisce punto da un corpo morto. Ora supponghiamo che noi fossimo
          animali di specie diversa dalla nostra, anzi di natura diversa dalla general natura degli
          animali che conosciamo, e nondimeno fossimo, siccome siamo, dotati d’intendimento. Se non
          avendo noi mai veduto nè uomo alcuno nè animale di quelli che realmente esistono, e niuna
          notizia avendone, ci fosse portato innanzi un corpo umano morto, e notomizzandolo noi
          giungessimo a conoscerne a una a una tutte le più menome parti, e chimicamente
          decomponendolo, arrivassimo a scoprirne ciascuno ultimo elemento; perciò forse potremmo
          noi conoscere, intendere, ritrovare, concepire qual fosse il destino, l’azione le funzioni
          le virtù le forze ec., di ciascheduna parte d’esso corpo rispetto a se stesse, all’altre
          parti ed al tutto, quale lo scopo e l’oggetto di quella disposizione e di quel tal ordine
          che in esse patti scorgeremmo, e osserveremmo pure co’ propri occhi, e colle proprie mani
          tratteremmo; quali gli effetti particolari e l’effetto generale e complessivo di esso
          ordine, e del tutto di esso corpo; quale il fine di questo tutto; quale insomma e che cosa
          la vita dell’uomo; anzi se quel corpo fosse mai e dovesse esser vissuto; <pb ed="aut"
            n="3240"/> anzi pure, se dalla nostra stessa vita non l’arguissimo, o se alcuno potesse
          intendere senza vivere, concepiremmo noi e ritrarremmo in alcun modo dalla piena e
          perfetta e analitica ed elementare cognizione di quel corpo morto, l’idea della vita? o
          vogliamo solamente dire l’idea di quel corpo vivo? e intenderemmo noi quale e che cosa
          fosse l’uomo vivente, e il suo modo di vivere esteriore o interiore? Io credo che tutti
          sieno per rispondere che niuna di queste cose intenderemmo; che volendole congetturare,
          andremmo le mille miglia lontani dal vero, o sarebbe a scommetter millioni contro uno che
          di nulla mai, neanche facendo un milione di congetture, ci apporremmo; finalmente ch’egli
          sarebbe cosa probabilissima, ch’esaminato e conosciuto quel corpo morto, in questa
          conoscenza ci fermassimo, e neppur ci venisse in sospetto ch’ei fosse mai stato altro, nè
          fosse mai stato destinato ad esser altro che quel che noi lo vedremmo, e tale qual noi lo
          vedremmo, nè della sua passata vita nè dell’uom vivo, ci sorgerebbe in capo la più menoma
          conghiettura.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3241"/> Applicando questa similitudine al mio proposito dico che scoprire
          ed intendere qual sia la natura viva, quale il modo, quali le cagioni e gli effetti, quali
          gli andamenti e i processi, quale il fine o i fini, le intenzioni, i destini della vita
          della natura o delle cose, quale la vera destinazione del loro essere, quale insomma lo
          spirito della natura, colla semplice conoscenza, per dir così, del suo corpo, e
          coll’analisi esatta, minuziosa, <emph>materiale</emph> delle sue parti <emph>anche
          morali</emph>, non si può, dico, con questi soli mezzi, scoprire nè intendere, nè
          felicemente o anche pur probabilmente congetturare. Si può con certezza affermare che la
          natura, e vogliamo dire l’università delle cose, è composta, conformata e ordinata ad un
          effetto poetico, o vogliamo dire disposta e destinatamente ordinata a produrre un effetto
          poetico generale; ed altri ancora particolari; relativamente al tutto, o a questa o quella
          parte. Nulla di poetico si scorge nelle sue parti, separandole l’una dall’altra, ed
          esaminandole a una a una col semplice lume della ragione esatta e geometrica: nulla di
          poetico ne’ suoi mezzi, nelle sue forze e molle interiori o esteriori, ne’ suoi processi
          in questo modo disgregati e considerati: nulla nella natura decomposta e risoluta, e quasi
          fredda, morta, esangue, immobile, giacente, per così dire, sotto il coltello anatomico, o
          introdotta nel fornello chimico di un <pb ed="aut" n="3242"/> metafisico che niun altro
          mezzo, niun altro istrumento, niun’altra forza o agente impiega nelle sue speculazioni,
          ne’ suoi esami e indagini, nelle sue operazioni e, come dire, esperimenti, se non la pura
          e fredda ragione. Nulla di poetico poterono nè potranno mai scoprire la pura e semplice
          ragione e la matematica. Perocchè tutto ciò ch’è poetico si sente piuttosto che si conosca
          e s’intenda, o vogliamo anzi dire, sentendolo si conosce e s’intende, nè altrimenti può
          esser conosciuto, scoperto ed inteso, che col sentirlo. Ma la pura ragione e la matematica
          non hanno sensorio alcuno. Spetta all’immaginazione e alla sensibilità lo scoprire e
          l’intendere tutte le sopraddette cose; ed elle il possono, perocchè noi ne’ quali
          risiedono esse facoltà, siamo pur parte di questa natura e di questa università
          ch’esaminiamo; e queste facoltà nostre sono esse sole in armonia col poetico ch’è nella
          natura; la ragione non lo è; onde quelle sono molte più atte e potenti a indovinar la
          natura che non è la ragione a scoprirla. E siccome alla sola immaginazione ed al cuore
          spetta il sentire e quindi conoscere ciò ch’è poetico, però ad essi soli è possibile ed
          appartiene l’entrare e il penetrare addentro ne’ grandi misteri della vita, dei destini,
          delle intenzioni sì generali, sì anche particolari, della <pb ed="aut" n="3243"/> natura.
          Essi solo possono meno imperfettamente contemplare, conoscere, abbracciare, comprendere il
          tutto della natura, il suo modo di essere di operare, di vivere, i suoi generali e grandi
          effetti, i suoi fini. Essi pronunziando o congetturando sopra queste cose, sono meno
          soggetti ad errare, e soli capaci di apporsi talora al vero o di accostarsegli. Essi soli
          sono atti a concepire, creare, formare, perfezionare un sistema filosofico, metafisico,
          politico che abbia il meno possibile di falso, o, se non altro, il più possibile di simile
          al vero, e il meno possibile di assurdo, d’improbabile, di stravagante. Per essi gli
          uomini convengono tra loro nelle materie speculative e in molti punti astratti, assai più
          che per la ragione, al contrario di quel che parrebbe dover succedere; perocchè egli è
          certissimo che gli uomini discorrendo o conghietturando per via di semplice ragione,
          discordano per lo più tra loro infinitamente, s’allontanano le mille miglia gli uni dagli
          altri, e pigliano e seguono tutt’altri sentieri; laddove discorrendo per via di sentimento
          e d’immaginazione, gli uomini, le diversissime <pb ed="aut" n="3244"/> classi di essi, le
          nazioni, i secoli, bene spesso, e costantemente, convengono del tutto fra loro, come si
          può vedere in moltissime proposizioni (sistemi) ed anche pùre supposizioni,
          dall’immaginativa e dal cuore o trovate o formate, e da essi soli derivate e autorizzate,
          e in essi soli fondate, le quali furono sempre e sono tuttavia ammesse e tenute da tutte o
          da quasi tutte le nazioni in tutti i tempi, e dall’universale degli uomini avute, anche
          oggidì, per verità indubitabili, e da’ sapienti, quando non altro, per più verisimili e
          più universalmente accettabili che alcun’altra sul rispettivo proposito. Il che forse di
          niuna ipotesi (generale o particolare, cioè costituente sistema, o no ec.) dettata dalla
          pura ragione e dal puro raziocinio, si vedrà essere intervenuto nè intervenire. Finalmente
          la sola immaginazione ed il cuore, e le passioni stesse; o la ragione non altrimenti che
          colla loro efficace intervenzione, hanno scoperto e insegnato e confermato le più grandi,
          più generali, più sublimi, profonde, fondamentali, e più importanti verità filosofiche che
          si posseggano, e rivelato <pb ed="aut" n="3245"/> o dichiarato i più grandi, alti, intimi
          misteri che si conoscano, della natura e delle cose, come altrove ho diffusamente esposto.
          (22. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In conferma del sopraddetto si osservi che i più profondi filosofi, i più penetranti
          indagatori del vero, e quelli di più vasto colpo d’occhio, furono espressamente notabili e
          singolari anche per la facoltà dell’immaginazione e del cuore, si distinsero per una vena
          e per un genio decisamente poetico, ne diedero ancora insigni prove o cogli scritti o
          colle azioni o coi patimenti della vita che dalla immaginazione e dalla sensibilità
          derivano, o con tutte queste cose insieme. Fra gli antichi Platone, il più profondo, più
          vasto, più sublime filosofo di tutti essi antichi che ardì concepire un sistema il quale
          abbracciasse tutta l’esistenza, e rendesse ragione di tutta la natura, fu nel suo stile
          nelle sue invenzioni ec. così poeta come tutti sanno. V. il Fabric. in Platone. Fra’
          moderni Cartesio, Pascal, quasi pazzo per la forza della fantasia sulla fine della sua
          vita; Rousseau, Mad. di Staël ec. (23. Agosto, udita la morte del Papa Pio VII. che fu a’
          20. di questo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3246"/> A quei pochi monosillabi latini da me altrove raccolti, aggiungi
            <foreign lang="lat" rend="italic">pax</foreign>, voce ch’esprime una cosa che dovette
          esser delle prime o delle più antiche nominate; onde <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pacare, pacisci, pactum</foreign> ec. Il greco corrispondente è trisillabo: <foreign
            lang="grc">εἰρήνη</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Similm. dicasi di <foreign lang="lat" rend="italic">nex</foreign>, onde <foreign
                lang="lat" rend="italic">neco, eneco</foreign> ec.</p>
          </note>. (23. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3235. <foreign lang="lat" rend="italic">Placeo es</foreign> — <foreign lang="lat"
            rend="italic">placo as. Placeo</foreign> ha pur <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Placito as</foreign>. Notisi che questo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >placo</foreign> viene da un verbo della seconda maniera, non della 3.<hi rend="apice">a</hi>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Convivo is</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >convivo as</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">convivor-aris.
          Convitare</foreign>, e <foreign lang="spa" rend="italic">combidar</foreign> (franc.
            <foreign lang="fre" rend="italic">convier</foreign>), quasi <foreign lang="lat"
            rend="italic">convictare</foreign> è un regolar continuativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">convivo is</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
          >convictus</foreign>. Quando però non fosse o una corruzione, o piuttosto un fratello
          (comune, come vedete, a tutte le tre lingue figlie), d’<foreign lang="lat" rend="italic"
            >invito as</foreign>, il qual verbo donde viene? forse da <foreign lang="lat"
            rend="italic">vita</foreign>? o forse è un continuativo dell’anomalo continuativo
            <foreign lang="lat" rend="italic">inviso is</foreign> — <foreign lang="lat"
            rend="italic">invisus</foreign>, quasi <foreign lang="lat" rend="italic"
          >invisare</foreign>, mutata la <emph>s</emph> in <emph>t</emph>, come non di rado si
          scambiano queste lettere ne’ participii (<foreign lang="lat" rend="italic">fixus</foreign>
          — <foreign lang="lat" rend="italic">fictus</foreign> etc.), o è una diversa inflessione
            d’<foreign lang="lat" rend="italic">inviso is</foreign> medesimo, e più regolare? Del
          resto, se non <foreign lang="lat" rend="italic">convivo is</foreign>, certo il suo
          semplice <foreign lang="lat" rend="italic">vivo is</foreign>, ha forse il regolare
          continuativo <foreign lang="lat" rend="italic">victo as</foreign>, e senza dubbio il
          frequentativo <foreign lang="lat" rend="italic">victito</foreign>. Vedi poi il Glossario,
          se ha nulla in proposito per le suddette cose. (23. Agos. 1823.). V. p. 3289.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3247"/> È cosa nota che le favelle degli uomini variano secondo i climi.
          Cosa osservata dev’essere altresì che le differenze de’ caratteri delle favelle
          corrispondono alle differenze de’ caratteri delle pronunzie ossia del suono di ciascuna
          favella generalmente considerato: onde una lingua di suono aspro ha un carattere e un
          genio austero, una lingua di suono dolce ha un carattere e un genio molle e delicato; una
          lingua ancora rozza ha e pronunzia ed andamento rozzo, e civilizzandosi, raddolcendosi e
          ripulendosi il carattere della lingua e della dicitura, raffinandosi, divenendo regolare,
          e perfezionandosi essa lingua, se ne dirozza e raddolcisce e mitigasi e si ammollisce
          eziandio la generale pronunzia ed il suono. Dev’esser parimente osservato, che siccome il
          carattere della lingua al carattere della pronunzia, così i caratteri delle pronunzie
          corrispondono alle nature dei climi, e quindi alle qualità fisiche degli uomini che vivono
          in essi climi, e alle lor qualità morali che dalle fisiche procedono e lor corrispondono.
          Onde ne’ climi settentrionali, dove gli uomini indurati dal freddo, da’ patimenti, e dalle
          fatiche di provvedere a’ propri bisogni in terre <pb ed="aut" n="3248"/> naturalmente
          sterili e sotto un cielo iniquo, e fortificati ancora dalla fredda temperatura dell’aria,
          sono più che altrove robusti di corpo, e coraggiosi d’animo, e pronti di mano, le
          pronunzie sono più che altrove forti ed energiche, e richiedono un grande spirito, siccome
          è quella della lingua tedesca piena d’aspirazioni, e che a pronunziarla par che richiegga
          tanto fiato quant’altri può avere in petto, onde a noi italiani, udendola da’ nazionali,
          par ch’e’ facciano grande fatica a parlarla, o gran forza di petto ci adoprino. Per lo
          contrario accade nelle lingue de’ climi meridionali, dove gli uomini sono per natura molli
          e inchinati alla pigrizia e all’oziosità, e d’animo dolce, e vago de’ piaceri, e di corpo
          men vigoroso che mobile e vivido. Ond’egli è proprio carattere della pronunzia non meno
          che della lingua p. e. tedesca, la forza, e dell’italiana la dolcezza e delicatezza. E
          poste nelle lingue queste proprietà rispettive dell’una lingua all’altra, ne segue che
          anche assolutamente, e considerando ciascuna lingua da se, nella lingua p. e. italiana,
          sia pregio la delicatezza e dolcezza, <pb ed="aut" n="3249"/> onde lo scrittore o il
          parlatore italiano appo cui la lingua (sia nello stile, sia nella combinazione delle voci,
          sia nella pronunzia) è più delicata e più dolce che appo gli altri italiani (salvo che
          queste qualità non passino i confini che in tutte le cose dividono il giusto dal troppo,
          sia per rispetto alla stessa lingua in genere, sia in ordine alla materia trattata), più
          si loda che gli altri italiani, appunto perocchè la lingua italiana nella dolcezza e
          delicatezza avanza l’altre lingue. Ma per lo contrario fra’ tedeschi dovrà maggiormente
          lodarsi lo scrittore o il parlatore appo cui la lingua riesca più forte che appo gli altri
          tedeschi, perocchè la lingua tedesca supera l’altre nella forza, e suo carattere è la
          forza, non la dolcezza: nè la dolcezza è pregio per se, neppur nella lingua italiana, ma
          in essa, considerandola rispetto alle altre lingue, è qualità non pregio, e nello
          scrittore o parlatore italiano è pregio, non in quanto dolcezza, ma in quanto propria e
          caratteristica della lingua italiana. Così civilizzandosi le nazioni, e divenendo,
          rispetto alle primitive, delicate di corpo, divenne altresì pregio negl’individui umani la
          maggior <pb ed="aut" n="3250"/> delicatezza delle forme, non perchè la delicatezza sia
          pregio per se; che anzi la rispettiva delicatezza delle forme era certamente biasimo, e
          tenuto per difetto, o per causa di minor pregio d’esse forme, appo gli uomini primitivi;
          ma solo perchè la delicatezza fisica oggidì, contro le leggi della natura, e contro il
          vero ben essere e il destino dell’umana vita, è fatta propria e caratteristica delle
          nazioni e persone civili<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere le pagg. 3084-90.</p>
          </note>. Laonde ben s’ingannarono quei tedeschi (ripresi da Mad. di Staël nell’Alemagna)
          che cercarono di raddolcire la loro lingua, credendo farsi tanto più pregevoli degli altri
          tedeschi quanto più dolcemente di loro la parlassero e scrivessero, e che la dolcezza,
          proccurandola alla lingua tedesca, le avesse ad esser pregio, contro la natura, e contro
          il carattere della lingua, il quale è la forza, e tanta forza richiede nello scrittore e
          nel parlatore, quanta possa non varcare i confini prescritti dalla qualità d’essa lingua,
          e da quella delle particolari materie in essa trattate; ed esclude, colle medesime
          condizioni, la dolcezza, come vizio nella lingua tedesca e non pregio, perchè opposta alla
          sua natura.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3251"/> Tornando al proposito debbono esser, come ho detto, cose osservate
          queste proporzioni che passano tra le diverse nature dei climi e i diversi caratteri delle
          rispettive pronunzie e geni delle rispettive lingue, ed altresì il modo di queste
          proporzioni, cioè il modo in che il clima opera sulle favelle, e da quali proprietà del
          clima quali proprietà derivino alle pronunzie e alle lingue. Ma forse non sarà stato
          egualmente notato che trovandosi in un medesimo clima e paese essere stati in diversi
          tempi diversi caratteri di pronunzia e di lingua, queste diversità corrispondettero sempre
          alle qualità fisiche degli uomini che ciascuna d’esse pronunzie e lingue, l’una dopo
          l’altra usarono, le quali fisiche qualità variarono secondo le diverse circostanze morali,
          politiche, religiose, intellettuali ec. che in diverse generazioni in quel medesimo clima
          e paese ebber luogo. Ond’è che sebbene il clima meridionale naturalmente ispira dolcezza
          ne’ caratteri delle pronunzie e de’ suoni, tuttavia suono della lingua greca, e quello
          della lingua romana, certo più molle che non era a quel tempo, e che adesso non è, il
          suono delle <pb ed="aut" n="3252"/> lingue settentrionali, pur fu molto men delicato e più
          forte di quello che oggi si sente nella nuova lingua dello stesso Lazio e di Roma e
          d’Italia. E ciò non per altra cagione fisica immediata, se non perchè, stante le loro
          circostanze morali e politiche e il lor genere di vita e di costumi, gli antichi Greci e
          Romani (il che anche per mille altri segni e notizie si prova) furono di corpo molto più
          forti che i moderni italiani non sono. La stessa pronunzia della moderna lingua francese
          (e così delle altre) si è addolcita coi costumi della nazione, come dice Voltaire ec.
          giacchè un dì si pronunziava come oggi si scrive ec. Ond’è che siccome la pronunzia
          francese per la geografica posizione e natural qualità del suo clima, ch’è mezzo tra
          meridionale e settentrionale, tiene quasi tanto delle pronunzie del sud quanto di quelle
          del nord<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Pendendo però più al sud.</p>
          </note>, ed è un temperamento dell’une e dell’altre e un anello che queste a quelle
            congiunge<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Puoi vedere la p. 2989-91.</p>
          </note>, così il carattere delle pronunzie greca e latina, tiene, non dirò già il proprio
          mezzo tra il settentrionale e il meridionale, ma tra il carattere dell’italiana, ch’è
          l’uno estremo delle moderne pronunzie meridionali, e l’estremo assoluto della dolcezza; e
          quello della pronunzia settentrionale meno aspra e che più <pb ed="aut" n="3253"/>
          s’accosti a dolcezza, e sia per questa parte l’estremo delle pronunzie settentrionali,
          alle meridionali più vicino. O volessimo piuttosto dire che le pronunzie greca e latina
          sieno medie tra l’italiana ch’è la più meridionale, e la francese, che non è nè ben
          meridionale nè per anco settentrionale. Le lingue orientali, la greca moderna, la turca,
          quelle de’ selvaggi e indigeni d’America sotto la zona, parlate e scritte in climi assai
          più meridionali che quel d’Italia o di Spagna, sono tuttavia molto men dolci dell’italiana
          e della spagnuola, e taluna anche delle settentrionali europee. Ciò per la rozzezza o per
          la acquisita barbarie de’ popoli che l’usano o che l’usarono, per li costumi aspri e
          crudeli ec. antiche o moderne ch’esse lingue si considerino. (23. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Una lingua strettamente universale, qualunque ella mai si fosse, dovrebbe certamente
          essere di necessità e per sua natura, la più schiava, povera, timida, monotona, uniforme,
          arida e brutta lingua, la più incapace di qualsivoglia genere di bellezza, la più
          impropria all’immaginazione, e la meno da lei dipendente, anzi la più da lei per ogni
          verso disgiunta, la più esangue ed inanimata e morta, che mai si possa concepire; uno
          scheletro un’ombra di lingua piuttosto che lingua veramente; una lingua non viva, quando
          pur fosse da tutti scritta e universalmente intesa, anzi più morta assai di qualsivoglia
          lingua che più non si parli nè scriva. Ma si può pure sperare che perchè gli uomini sieno
          già fatti generalmente sudditi infermi, impotenti, inerti, avviliti, scoraggiati,
          languidi, e miseri della ragione, ei non diverranno però mai schiavi moribondi e
          incatenati <pb ed="aut" n="3254"/> della geometria. E quanto a questa parte di una
          qualunque lingua strettamente universale, si può non tanto sperare, ma fermamente e
          sicuramente predire che il mondo non sarà mai geometrizzato, non meno di quel che si possa
          con certezza affermare ch’ei non ebbe una tal favella mai, se non forse quando gli uomini
          erano così pochi, e di paese così ristretti, e niente vari di opinioni, costumi, usi,
          riti, governo e vita, che la lingua era universale solo perciò che più d’una nazione
          d’uomini, almeno parlanti, non v’aveva, onde universale era la lingua perch’era una al
          mondo, nè altra lingua mai s’era udita, ed una era e sempre era stata la lingua, perchè
          una sempre la nazione infino allora, o una, se non altro, la nazione che di lingua avesse
          uso e notizia. (23. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quello poi che ho detto che una lingua strettamente universale, dovrebbe di sua natura
          essere anzi un’ombra di lingua, che lingua propria, maggiormente anzi esattamente conviene
          a quella lingua caratteristica proposta fra gli altri dal nostro Soave (nelle <bibl>
            <title>Riflessioni intorno <pb ed="aut" n="3255"/> all’istituzione d’una lingua
              universale</title>, opuscolo stampato in Roma</bibl>, e poi dal medesimo autore rifuso
            nell’<bibl>Appendice 2.<hi rend="apice">a</hi> al capo II del Libro 3.<hi rend="apice"
            >o</hi> del <title>Saggio filosofico di Gio. Locke su l’umano intelletto compendiato dal
              D. Winne, tradotto e commentato da Francesco Soave C. R. S.</title> tomo 2<hi
              rend="apice">do</hi>, intitolato <title>Saggio sulla formazione di una Lingua
              Universale</title>
          </bibl>), la qual lingua o maniera di segni non avrebbe a rappresentar le parole, ma le
          idee, bensì alcune delle inflessioni d’esse parole (come quelle de’ verbi), ma piuttosto
          come inflessioni o modificazioni delle idee che delle parole, e senza rapporto a niun
          suono pronunziato, nè significazione e dinotazione alcuna di esso. Questa non sarebbe
          lingua perchè la lingua non è che la significazione delle idee fatta per mezzo delle
          parole. Ella sarebbe una scrittura, anzi nemmeno questo, perchè la scrittura rappresenta
          le parole e la lingua, e dove non è lingua nè parole quivi non può essere scrittura. Ella
          sarebbe un terzo genere, siccome i gesti non sono nè lingua nè scrittura ma cosa diversa
          dall’una e dall’altra. Quest’algebra di linguaggio (così nominiamola) <pb ed="aut"
            n="3256"/> la quale giustamente si è riconosciuta per quella maniera di segni ch’è meno
          dell’altre impossibile ad essere strettamente universale, si può pur confidentemente e
          certamente credere che non sia per essere nè formata ed istituita, nè divulgata ed usata
          giammai. Dirò poi ancora, ch’ella in verità non sarebbe strettamente universale,
          perch’ella lascerebbe a tutte le nazioni le loro lingue, siccome ora la francese. Ella di
          più non sarebbe propria che dei dotti o colti. Ma di tutti i dotti e colti lo è pure
          oggidì la francese. Quale utilità dunque di quella lingua? la quale non sarebbe forse
          niente più facile ad essere generalmente nella fanciullezza imparata, di quello che sia la
          francese, che benissimo e comunissimamente nella fanciullezza s’impara. E tutti i vantaggi
          che si ricaverebbero da quella chimerica lingua, tutti, e molto più e maggiori, e forse
          con più facilità si caverebbero dalla lingua francese, divenendo, se pur bisogna, più
          comune e più studiata e coltivata di quel ch’ella già sia.</p>
        <p>Quanto poi ad una lingua veramente <pb ed="aut" n="3257"/> universale, cioè da tutte le
          nazioni <emph>senza studio</emph> e fin dalla prima infanzia intesa e parlata come
          propria, lasciando tutte le impossibilità accidentali ed estrinseche, ma assolutamente
          insormontabili, che ognun conosce e confessa; dico ch’ella è anche impossibile per sua
          propria ed assoluta natura, quando pur gli uomini che l’avrebbero a usare, non fossero,
          come sono, diversissimamente conformati rispetto agli organi ec. della favella ed alle
          altre naturali cagioni che diversificano le lingue; di modo che, quando anche superato
          ogni ostacolo, una qualunque lingua, per impossibile ipotesi, fosse divenuta universale
          nella maniera qui sopra espressa, la sua universalità non potrebbe a patto alcuno durare,
          e gli uomini tornerebbero ben tosto a variar di lingua, per la stessa natura di quella tal
          favella universale, in cui le condizioni medesime che la farebbero atta ad esser tale,
          sarebbero in espressa contraddizione colla durevolezza della sua universalità, e
          formalmente la escluderebbono. Perocchè una lingua appropriata ad essere strettamente
          universale, deve, come <pb ed="aut" n="3258"/> in altri luoghi ho largamente esposto,
          essere di natura sua, servilissima, poverissima, senza ardire alcuno, senza varietà,
          schiava di pochissime, esattissime, e stringentissime regole, oltra o fuor delle quali
          trapassando, non si potesse in alcun modo serbare nè il carattere nè la forma d’essa
          lingua, ma in diversa lingua assolutamente si parlasse. Nè senza una buona parte o
          similitudine almeno di queste qualità e di ciascuna di esse, la lingua francese sarebbe
          potuta giungere a quel grado di universalità largamente considerata, in cui la veggiamo;
          nè certo mantenervisi, seppur momentaneamente vi fosse giunta, come vi giunse un dì la
          greca. Perocchè queste qualità indispensabilmente richieggonsi ad una, ancorchè non
          assoluta o stretta, universalità durevole di una lingua. Ora una lingua così formata e
          costituita, e di tali qualità in sommo grado (come a una lingua strettamente universale si
          ricercherebbe) fornita, a pochissimo andare, per cagione di queste medesime qualità, si
          corromperebbe e traviserebbe <pb ed="aut" n="3259"/> in modo che più non sarebbe quella;
          come altrove ho dimostrato di tali lingue non libere, coll’esempio (fra l’altre cose)
          della latina, la quale, siccome ogni altra, quantunque servilissima, che si conosca, fu ed
          è ben lontana dall’aver queste qualità in sommo grado, come si richiederebbe di necessità
          ad una lingua che avesse ad essere strettamente e durabilmente universale. Così quelle
          medesime condizioni che da una parte cagionerebbono, e in modo che senza esse non potrebbe
          stare, la propria, o vogliam dire esatta, e durevole universalità di una lingua; d’altra
          parte e nel tempo stesso, per propria natura loro, rendono assolutamente inevitabile e
          inevitabilmente prontissima una totale corruzione e mutazione della lingua medesima. Onde
          nè senza esse la stretta universalità di una lingua può stare, nè qualsivoglia
          universalità durare, come si è altrove provato; e parimente con esse non può durare nè la
          stretta universalità nè il proprio stato di una lingua. Perocchè, quanto al proprio stato,
          è evidente che una lingua di necessità corrompendosi e cangiandosi <pb ed="aut" n="3260"/>
          del tutto, di necessità lo perde, cioè perde la sua forma, proprietà, carattere e natura.
          E quanto alla stretta universalità, dato ancora che una lingua corrompendosi appo una sola
          nazione, si corrompesse ugualmente, di modo ch’ella quantunque mutata da quella prima,
          fosse pur sempre una sola in essa nazione, e a tutta comune; egli è fisicamente
          impossibile a seguire, e assurdo a supporre che una medesima lingua corrompendosi appo
          molte e diversissime nazioni e cambiandosi affatto da quella di prima, pur corrompendosi
          da per tutto ugualmente, e facendo da per tutto in un medesimo tempo gli stessi passi, si
          mantenesse sempre una sola appo tutte le dette nazioni insieme. La corruzione non ha
          legge, e quella che nasce dalla troppa schiavitù e circoscrizione d’una lingua, n’ha meno
          che mai, ed è più cieca che ogni altra; nè dove non v’ha regola alcuna, nè scambievole
          convenzione e consenso (il che sarebbe contrario alla natura della corruzione di una
          lingua), nè conformità di circostanze, quivi può essere uniformità. La quale se è quasi
          impossibile in una sola nazione, dal continuo commercio e da <pb ed="aut" n="3261"/> tante
          altre circostanze congiunta insieme e fatta una, quanto più tra molte nazioni, sempre, per
          quanto commercio possano avere insieme, disgiunte e fra se diverse! E si è infatti veduto
          quanto diversa fosse la corruzione della lingua latina nelle diverse nazioni in ch’ella si
          propagò, fino a produrre varie affatto distinte e separate e separatamente regolate e
          costituite favelle, che tuttavia si parlano. E ciò quantunque la lingua latina non fosse
          d’assai così servile ec. come è necessario supporre una lingua strettamente universale.
          Resta dunque provato che una lingua strettamente universale, per cagione di quelle stesse
          condizioni ond’ella sarebbe divenuta e con cui sole sarebbe potuta divenire universale, e
          senza cui l’universalità sua non potrebbe durare se non momentaneamente, per causa, dico,
          di queste medesime condizioni, subitamente corrompendosi, dividerebbesi ben tosto, per
          causa di tal corruzione, e quindi per causa di quelle medesime condizioni, che
          naturalmente e necessariamente l’occasionerebbero, in diverse lingue, e perderebbe
          conseguentemente la sua <pb ed="aut" n="3262"/> universalità, la durata della quale
          sarebbe fatta impossibile da quelle medesime condizioni che a tal durata
          indispensabilmente richieggonsi.</p>
        <p>Questo che ho detto di una lingua universalmente parlata come propria, devesi pur dire di
          una sognata lingua che in tutte le nazioni civili i dotti e gl’indotti scrivessero come
          propria, rimanendo le varie lingue nazionali pel solo uso di favellare, a un di presso nel
          modo che ai bassi tempi le varie favelle o dialetti volgari, scrivendo tutti, anche notai
          ec., ogni sorta di scritture in Latino, corrotto e barbaro, e secondo i diversi luoghi
          diverso, ma pur da per tutto Latino.</p>
        <p>E conchiudo che una lingua universalmente da tutte le nazioni, anche sole civili, o
          parlata o scritta, o l’uno e l’altro, ed intesa, <emph>come propria</emph> è impossibile,
          non solo estrinsecamente e per ragioni estrinseche, ma per sua propria ed intrinseca
          natura e qualità e proprietà ed essenza, non relativamente nè accidentalmente, ma
          essenzialmente, di necessità, ed assolutamente (25. Agos. dì di S. Bartolomeo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Movere</foreign> neutro, o in forma ellittica per
            <foreign lang="lat" rend="italic">movere se</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">movere castra</foreign>, come tra noi <emph>muovere</emph>
          <pb ed="aut" n="3263"/> neutro o ellittico (e così <emph>trarre</emph>), del che mi sembra
          avere altrove notato un esempio di Floro, <bibl>vedilo appo <author>Svetonio</author>, in
              <title lang="lat">Divo Julio</title>, Cap. 61. par. 1. e quivi le note degli
          eruditi</bibl>. Vedi pure, se ti piace, a questo proposito il <bibl>
            <author>Poliziano</author> Stanze I. 22</bibl>. dove troverai <emph>muovere</emph>
          neutro, senza l’accompagnamento del sesto caso, come ancora in latino. (25. Agos. dì di S.
          Bartolomeo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2889. <foreign lang="lat" rend="italic">Tumultuo</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">tumultuor</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">tumultus us.
          Acuo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">acus us</foreign>, è della terza
          coniugazione per una che, stante la moltitudine anzi la pluralità degli esempi dimostranti
          che tali verbi sono regolarmente della prima, possiamo chiamare anomalia. Così <foreign
            lang="lat" rend="italic">statuo is</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">status
            us. Arcuo as</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">arcus us</foreign>. (26.
          Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Grassor aris</foreign> continuativo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">gradior eris</foreign> il cui participio in <emph>us</emph>
          oggi irregolarmente è <foreign lang="lat" rend="italic">gressus</foreign>, in antico, come
          dimostra il detto continuativo, più regolarmente fu <foreign lang="lat" rend="italic"
            >grassus. Gressus</foreign> bensì ne’ composti i quali, come molti altri, mutano
            l’<emph>a</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic">gradior</foreign> in
          <emph>e</emph>; <foreign lang="lat" rend="italic">ingredior, aggredior</foreign> ec. Così
            <foreign lang="lat" rend="italic">ascendo</foreign> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">scando</foreign>, e puoi vedere la pag. 2843. (26. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3264"/> Alla p. 2864. <emph>Castello</emph>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">château</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">castillo</foreign>
          tengono fra noi il luogo del positivo <foreign lang="lat" rend="italic">castrum</foreign>,
          col quale anche in latino bene spesso indifferentemente si scambiava <foreign lang="lat"
            rend="italic">castellum</foreign>, o si usava equivalentemente ec. (26. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Francesismi familiarissimi, usitatissimi e volgarissimi in quella nazione, <foreign
            lang="fre" rend="italic">tant mieux, tant pis</foreign>, frasi ellittiche o irregolari,
          e che paiono veri idiotismi francesi, non sono che latinismi, anzi idiotismi, cioè
          volgarismi, latini. <bibl>Vedi gli eruditi alla favola 5. lib. 3. di
            <author>Fedro</author>
          </bibl>, <title lang="lat">Aesopus et Petulans</title>. V. anche il Forcellini se ha
          nulla, la Crusca ec. Noi pur diciamo volgarmente e scriviamo <emph>tanto meglio, tanto
            peggio</emph>, ma in senso meno ellittico, più naturale e regolare, anzi per lo più
          regolarissimo, e meno sovente assai de’ francesi. (26. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2996. marg. — vengono cred’io da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medeor</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">medeo</foreign> ancora si disse,
          poichè <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> si trova pure passivo), non da
            <foreign lang="lat" rend="italic">medicus</foreign>. Lo deduco appunto dal veder
            <foreign lang="lat" rend="italic">medicor</foreign> deponente come <foreign lang="lat"
            rend="italic">medeor</foreign>, (laddove <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medico</foreign> corrisponderà all’antico <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medeo</foreign>), e dal vedere ancora che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medicatus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">medicatus sum</foreign>
          suppliscono pel verbo <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> che manca del
          preterito e del participio in <emph>us</emph>. V. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Medeor</foreign>. fine. Veggasi la p. 3352. sgg. circa il continuativo
            <foreign lang="lat" rend="italic">meditor</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >medeor</foreign> fatto dal suo participio in <emph>us</emph>. (26. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3265"/> Si può dire che le viste, i disegni, i proponimenti, i fini, le
          speranze, i desiderii dell’uomo, tutto ciò in somma che ne’ suoi pensieri ha relazione al
          futuro, tanto più si stendono, cioè tanto più mirano e tendono, o giungono, lontano,
          quanto minore naturalmente è lo spazio di vita che gli rimane, e viceversa. Niun pensiero
          del bambino appena nato ha relazione al futuro, se non considerando come futuro l’istante
          che dee succedere al presente momento, perocchè il presente non è in verità che
          istantaneo, e fuori di un solo istante, il tempo è sempre e tutto o passato o futuro. Ma
          considerando il presente e il futuro non esattamente e matematicamente, ma in modo largo,
          secondo che noi siamo soliti di concepirlo e chiamarlo, si dee dire che il bambino non
          pensa che al presente. Poco più là mira il fanciullo; ond’è che proporre al fanciullo (p.
          e. negli studi) uno scopo lontano (come la gloria e i vantaggi ch’egli acquisterà nella
          maturità della vita o nella vecchiezza, o anche pur nella giovanezza), è assolutamente
          inutile per muoverlo (onde è sommamente giusto ed utile l’adescare il fanciullo allo
          studio col proporgli onori o vantaggi ch’egli <pb ed="aut" n="3266"/> possa e debba
          conseguire ben tosto, e quasi di giorno in giorno, che è come un ravvicinare a’ suoi occhi
          lo scopo della gloria e della utilità degli studi, senza il quale ravvicinamento è
          impossibile ch’ei fissi mai gli occhi in detto scopo, e per conseguirlo si assoggetti
          volentieri alle fatiche e alle sofferenze ripugnanti alla natura, che gli studi
          richieggono). Più si stendono le viste del giovane, ma meno assai di quelle dell’uomo
          maturo e riposato, i cui calcoli sul futuro oltrepassano bene spesso, senza ch’ei se
          n’avvegga, lo spazio di vita naturalmente concesso ai mortali. Perciocchè l’uomo maturo
          comincia già a compiacersi supremamente e contentarsi della speranza, e pascerne la sua
          vita. Della quale speranza si nutre parimente, e con essa favella e delira anche il
          giovane, e il fanciullo altresì; ma non in modo che d’essa si contentino, e che non
          cerchino di prontamente effettuarla e recarla in opera, e venire al fatto. Il che nasce
          dall’ardore di quelle età, dall’attività dell’animo unita e cospirante con quella del
          corpo, dalla <pb ed="aut" n="3267"/> freschezza e forza del loro amor proprio, e quindi
          dall’energia ed efficacia de’ loro desiderii impazienti d’indugio, e però non sofferenti
          di proporsi un oggetto ch’ei non possano o ch’ei non credano di potere in poco spazio e
          dentro un picciolo termine conseguire; finalmente dall’inesperienza ch’egli hanno intorno
          alla vanità delle umane speranze, alla difficoltà che l’uomo prova in condurle a fine, e
          alla nullità eziandio degli stessi beni sperati, la quale inevitabilmente apparisce così
          tosto com’ei sono posseduti. Le contrarie cagioni producono la lunghezza e lontananza
          delle viste nell’uomo maturo; e l’eccesso di dette contrarie qualità producono l’eccesso
          del contrario effetto nella vecchiezza, la quale ridotta a non potersi ragionevolmente
          promettere più che un brevissimo avanzo di vita, pure nella estensione delle sue viste
          supera di gran lunga tutte le altre età dell’uomo. Perocchè il vecchio per la debolezza di
          corpo e d’animo, e pel disinganno de’ beni umani già provati, e per lo illanguidimento
          dell’amor proprio che va di pari colla quasi diminuzione e raffreddamento <pb ed="aut"
            n="3268"/> della vita, non è capace se non di fievoli desiderii, e quindi si contenta di
          propor loro uno scopo lontano e in esso fermarli, e i suoi desiderii si contentano di
          rimanervi; per la diuturna esperienza fatta della vanità e del tristo esito delle
          speranze, con un quasi stratagemma, le indirizza a luoghi così lontani ch’elle non possano
          se non assai tardi o non mai, avvicinandosi a quelli e giungendovi, scomparire; per la
          irresoluzione propria dell’età sua, rimettendo ogni azione al dipoi, e costretto di
          rimettere eziandio e quasi differire le sue speranze, e gli oggetti de’ suoi desiderii e
          il loro conseguimento ch’ei si propone, o ch’ei si compiace, per dir meglio, di
          vagheggiare; e per l’abito della tardità e lentezza nell’operare a cui la gravezza e
          l’impotenza dell’età lo costringe, e per la pigrizia e negligenza e torpore dell’animo che
          ne deriva e n’è pur cagione, i suoi desiderii altresì e le sue speranze ne divengono tarde
          e pigre e lente e quasi trascurate (benchè sempre però bastantemente vive per mantenerlo e
          quasi allattarlo, come alla vita umana <pb ed="aut" n="3269"/> indispensabilmente
          ricercasi), ed ei giunge a persuadersi fra se stesso non con l’intelletto, ma con
          l’immaginazione e con la non ragionata abitudine dell’altre facoltà del suo spirito, che
          il tempo e la natura e le cose sian divenute ed abbiano a riuscir così lente e pigre
          com’esso necessariamente è. (26. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il poeta lirico nell’ispirazione, il filosofo nella sublimità della speculazione, l’uomo
          d’immaginativa e di sentimento nel tempo del suo entusiasmo, l’uomo qualunque nel punto di
          una forte passione, nell’entusiasmo del pianto; ardisco anche soggiungere, mezzanamente
          riscaldato dal vino, vede e guarda le cose come da un luogo alto e superiore a quello in
          che la mente degli uomini suole ordinariamente consistere. Quindi è che scoprendo in un
          sol tratto molte più cose ch’egli non è usato di scorgere a un tempo, e d’un sol colpo
          d’occhio discernendo e mirando una moltitudine di oggetti, ben da lui veduti più volte
          ciascuno, ma non mai tutti insieme (se non in altre simili congiunture), egli è in grado
          di scorger con essi i loro rapporti scambievoli, e per la novità di quella moltitudine <pb
            ed="aut" n="3270"/> di oggetti tutti insieme rappresentantisegli, egli è attirato e a
          considerare, benchè rapidamente, i detti oggetti meglio che per l’innanzi non avea fatto,
          e ch’egli non suole; e a voler guardare e notare i detti rapporti. Ond’è ch’egli ed abbia
          in quel momento una straordinaria facoltà di generalizzare (straordinaria almeno
          relativamente a lui ed all’ordinario del suo animo), e ch’egli l’adoperi; e adoperandola
          scuopra di quelle verità generali e perciò veramente grandi e importanti, che indarno fuor
          di quel punto e di quella ispirazione e quasi <foreign lang="grc">μανία</foreign> e furore
          o filosofico o passionato o poetico o altro, indarno, dico, con lunghissime e
          pazientissime ed esattissime ricerche, esperienze, confronti, studi, ragionamenti,
          meditazioni, esercizi della mente, dell’ingegno, della facoltà di pensare di riflettere di
          osservare di ragionare, indarno, ripeto, non solo quel tal uomo o poeta o filosofo, ma
          qualunqu’altro o poeta o ingegno qualunque o filosofo acutissimo e penetrantissimo, anzi
          pur molti filosofi insieme cospiranti, e i secoli stessi col successivo avanzamento dello
          spirito umano, cercherebbero di scoprire, o d’intendere, o di spiegare, siccome <pb
            ed="aut" n="3271"/> colui, mirando a quella ispirazione, facilmente e perfettamente e
          pienamente fa a se stesso in quel punto, e di poi a se stesso ed agli altri, purch’ei sia
          capace di ben esprimere i propri concetti, ed abbia bene e chiaramente e distintamente
          presenti le cose allora concepite e sentite. (26. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Secondo ch’io osservo<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggansi le pagg. 3765-8.</p>
          </note> e che si potrà spiegare colle ragioni da me recate in altri luoghi, l’abito di
          compatire, quello di beneficare, o di operare in qualunque modo per altrui, e, mancando
          ancora la facoltà, l’inclinazione alla beneficenza e all’adoperarsi in pro degli altri,
          sono sempre (supposta la parità delle altre circostanze di carattere o indole, educazione,
          coltura di spirito, o rozzezza, e simili cose) in ragion diretta della forza, della
          felicità, del poco o niun bisogno che l’individuo ha dell’opera e dell’aiuto altrui, ed in
          proporzione inversa della debolezza, della infelicità, dell’esperienza delle sventure e
          dei mali, sieno passati, o massimamente presenti, del bisogno che l’uomo ha degli altrui
          soccorsi ed uffici. Quanto più l’uomo è in istato di esser <pb ed="aut" n="3272"/>
          soggetto di compassione, o di bramarla, o di esigerla, e quanto più egli la brama o
          l’esige, anche a torto, e si persuade di meritarla, tanto meno egli compatisce,
          perocch’egli allora rivolge in se stesso tutta la natural facoltà, e tutta l’abitudine che
          forse per lo innanzi egli aveva, di compatire. Quanto l’uomo ha maggior bisogno della
          beneficenza altrui, tanto meno egli è, non pur benefico, ma inclinato a beneficare; tanto
          meno egli non solo esercita, ma ama in se quella beneficenza che dagli altri desidera o
          pretende, e crede a torto o a ragione di meritare, o di abbisognarne. L’uomo debole, e
          sempre bisognoso di quegli uffici maggiori o minori che si ricevono e si rendono nella
          società, e che sono il principale oggetto a cui la società è destinata, o quello a cui
          principalmente dovrebbe servire la scambievole comunione degli uomini; pochissimo o nulla
          inclina a prestar la sua opera altrui, e di rado o non mai, o bene scarsamente la presta,
          ancor dov’ei può, ed ancora agli uomini più deboli e più bisognosi di lui. L’uomo
          assuefatto alle sventure, e <pb ed="aut" n="3273"/> massime quegli a cui la vita è
          sinonimo e compagno del patimento, nulla sono mossi, o del tutto inefficacemente, dalla
          vista o dal pensiero degli altri mali e travagli e dolori. L’amor proprio in un essere
          infelice è troppo occupato perch’egli possa dividere il suo interesse tra questo essere e
          i di lui simili. Assai egli ha da esercitarsi quando egli ha le sue proprie sventure;
          sieno pur molto minori di quelle che se gli rappresentano in qualunque modo in altrui. Se
          le proprie sventure sono presenti, la compassione, come ho detto, tutta rivolta e
          impiegata sopra se stesso, in esso lui si consuma, e nulla n’avanza per gli altri. Se sono
          passate, posto ancora che piccolissime fossero, la rimembranza di esse fa che l’uomo non
          trovi nulla di straordinario nè di terribile ne’ patimenti e disastri degli altri, nulla
          che meriti di farlo come rinunziare al suo amor proprio per impiegarlo in altrui
          beneficio; come già pratico del soffrire, egli si contenta di consigliar tacitamente e fra
          se stesso agl’infelici, che si rassegnino alla lor sorte, e si crede in diritto di
          esigerlo, quasi <pb ed="aut" n="3274"/> egli medesimo n’avesse già dato l’esempio;
          perocchè ciascuno in qualche modo si persuade di aver tollerato o di tollerare le sue
          disgrazie e le sue pene virilmente al possibile, e con maggior costanza, che gli altri, o
          almeno il più degli uomini, nel caso suo, non farebbero o non avrebbero fatto; nella
          stessa guisa che ciascuno si pensa sopra tutti gli altri essere o essere stato indegno de’
          mali ch’ei sostiene o sostenne. Oltre di che l’abito d’insensibilità verso l’altrui
          sciagure, contratto nel tempo ch’ei fu sventurato, non è facile a dispogliarsene, sì
          perch’esso è troppo conforme all’amor proprio, che vuol dire alla natura dell’uomo; sì
          perchè grande e profonda è l’impressione che fa nel mortale la sventura, e quindi durevole
          l’effetto che produce e che lascia, e ben sovente decisivo del suo carattere per tutta la
          vita, e perpetuo.</p>
        <p>Io osservo (e n’ho presente a me stesso non un solo esempio), che i giovani non poveri, o
          non oppressi nè avviliti dalla povertà, sani e robusti di corpo, coraggiosi, attivi, <pb
            ed="aut" n="3275"/> capaci di fornir da se stessi a’ loro bisogni, e poco o nulla
          necessitosi, ovver poco o nulla desiderosi degli altrui soccorsi e dell’altrui opera o
          fisica o morale, almeno abitualmente; non tocchi ancora dalla sventura, o piuttosto
          (giacchè qual è l’uomo <emph>nato</emph> che già non abbia sofferto?) tocchi da essa in
          modo ch’essi pel vigore della età e della complessione, e per la freschezza delle forze
          dell’animo, la scuotono da se, e poco caso ne fanno; questi tali giovani, dico, ancorchè
          da una parte intolleranti fin della menoma ingiuria, ed anche proclivi all’ira; inclinati
          ed usi di motteggiare i presenti e gli assenti ancor più che gli altri non sono;
          soverchiatori anzi che no, sia di parole, sia d’opere eziandio; — v. p. 3282. 3942.
          dall’altra parte, ancorchè abbandonati da tutti, e forse da quelli stessi che avrebbero il
          più sacro dovere di prenderne cura, ancorchè sperimentati nella ingratitudine degli
          uomini, e fatti accorti per prova, della niuna utilità e grazia, ed eziandio del danno,
          che spesso risulta dal far beneficio; ancorchè pronti e perspicaci d’ingegno, e non ignari
          del mondo, e ben consapevoli quanto il costume degli uomini sia rimoto dal beneficare e
          dal compatire, e quanto altresì <pb ed="aut" n="3276"/> le loro opinioni ne gli
          allontanino, e quanto gli uomini sieno generalmente indegni ch’altri ne prenda cura; con
          tutto ciò questi tali sono prontissimi a compatire, dispostissimi a sovvenire agli altrui
          mali, inclinatissimi a beneficare, a prestar l’opera loro a chi ne li richiede, ancorchè
          indegno, a profferirla pure spontaneamente, sforzando l’altrui ripugnanza d’accettarla, e
          conoscendo quella di ricercarla; apparecchiati senza riservo e senza cerimonie ai bisogni
          ed a proccurare i vantaggi degli amici: ed in effetto sono quasi continuamente occupati
          per altrui più che per se stessi; le più volte in piccoli, ma pur faticosi, noiosi,
          difficili uffizi e servigi, la cui moltiplicità, se non altro, compensa la piccolezza di
          ciascuno; talora eziandio in cose grandi o notabili e che richieggono grandi o notabili
          cure, fatiche, ed anche sacrifizi. E ciò facendo, nè presso se stessi, nè presso i
          beneficati, nè presso gli altri attaccano un gran pregio ai loro servigi, nè gran conto ne
          fanno, nè se ne reputano di gran merito (quasi accecati e dissennati da Giove, come dice
          Omero di Glauco quand’egli scambiò le sue armi d’oro con quelle del Tidide ch’erano di
          rame): di più poca o niuna gratitudine esigono, quasi ei fossero stati tenuti a
          beneficare, <pb ed="aut" n="3277"/> o nulla avesse loro costato il benefizio; non mai si
          credono in diritto di ripetere il benefizio, o costretti a farlo, lo fanno con grandissima
          riserva e senza pretensione alcuna, e riavendone pure una parte, o domandata o spontanea,
          si tengono per obbligati essi a chi gli uffici da loro prestatigli scarsamente rimunerò.</p>
        <p>Tutto questo o parte, più o meno, m’è avvenuto di notare ne’ giovani della qualità sopra
          descritta, e non solo in quelli che per inesperienza del mondo, e gentilezza di natura,
          con pienezza di cuore, e con buona fede e semplicemente sono trasportati verso la virtù,
          la generosità, la magnanimità, ponendo il loro maggior piacere e desiderio nel far bene e
          negli atti eroici, e nella rinegazione e rinunzia e sacrificio di se stessi; ma eziandio
          ne’ disingannati del mondo, e posti in quelle circostanze che di sopra ho notate, o in
          alcune di esse, o in altre somiglianti. Tutto ciò, dico, ho notato avvenire in questi
          cotali giovani, mentre essi godono e sentono i vantaggi della gioventù, della sanità, del
          vigore, e sono in istato da bastare a se stessi. Ma o coll’età, <pb ed="aut" n="3278"/> o
          innanzi all’età, sopravvenendo loro di quegl’incomodi, di quegli accidenti, di quei casi,
          di que’ disastri fisici o morali, da natura o da fortuna, che tolgano loro il bastare a se
          medesimi, che li renda abitualmente o spesso bisognosi dell’opera e dell’aiuto altrui, che
          scemi o distrugga in essi il vigore del corpo, e seco quello dell’animo; questi tali, come
          ho pur veduto per isperienza, di misericordiosi e benefici divengono appoco appoco, in
          proporzione dell’accennato cambiamento di circostanze, insensibili agli altrui mali o
          bisogni, o comodi, solleciti solamente dei proprii, chiusi alla compassione, dimentichi
          della beneficenza, e interamente circa l’una e circa l’altra cangiati e volti in
          contrario, sì di costumi, sì di disposizione d’animo. Nè solo appoco appoco, ma eziandio
          rapidamente e quasi in un tratto, e nello stesso fiore della giovanezza, ho io veduto
          accadere tale cangiamento in persone sopravvenute da improvvisa o rapida calamità di corpo
          o di spirito o di fortuna, onde il loro animo fu atterrato e prostrato subitamente o in
          poca d’ora, o crollato e renduto mal fermo, e la loro vita fu soggettata agl’incomodi, e
          alla trista necessità dell’aiuto altrui, <pb ed="aut" n="3279"/> e la sanità scossa, e il
          corpo svigorito, e simili cose contrarie alla loro prima condizione. Insomma al subito o
          rapido cangiamento delle circostanze sopra notate, ho veduto con pari subitaneità o
          rapidità corrispondere il cangiamento del carattere e costume di tali persone rispetto al
          compatire, al beneficare e all’adoperarsi in qualunque modo per altrui.</p>
        <p>E quelli che da natura, o per qualunque cagione, fin dalla fanciullezza o dalla prima
          giovanezza e dal primo loro ingresso nel mondo, son tali quali i sopraddetti divennero,
          cioè deboli di corpo e di spirito, timidi, irresoluti, avviliti dalla povertà o da
          qualsivoglia altra causa fisica o morale, estrinseca o intrinseca, naturale in loro o
          accidentale e avventizia; sempre o sovente bisognosi dell’opera altrui, avvezzi fin dal
          principio a soffrire, a mal riuscire nelle loro intraprese o ne’ desiderii loro, e quindi
          a sempre sconfidar delle cose e della vita e dei successi, e quindi privi di confidenza in
          se medesimi; più domestici del timore o della triste espettazione che della speranza;
          questi tali, e quelli che loro somigliano in tutto o in parte, sono più o meno, fin dal
          principio della loro vita o fino dalla loro entrata <pb ed="aut" n="3280"/> nella società,
          alieni e dall’abito e dagli atti della compassione e della beneficenza, e dalla
          inclinazione o disposizione a queste virtù; interessati per se soli, poco o nulla capaci
          d’interessarsi per gli altri, o sventurati o bisognosi, o degni o indegni che sieno
          dell’aiuto altrui; meno ancora capaci di operare per chi che sia; poco o nulla per
          conseguenza atti alla vera ed efficace ed operosa amicizia, ben simulatori di essa per
          ottenerne dagli altri gli aiuti o la pietà di che hanno mestieri, ed abili a farla servire
          ai soli loro vantaggi; simulatori e dissimulatori eziandio generalmente in ogni altra
          cosa. E queste qualità divengono in loro caratteristiche, di modo che l’amor proprio non è
          in essi altro mai ch’egoismo, e l’egoismo è il loro carattere principalissimo; ma non
          veramente per colpa loro, piuttosto per necessità di natura; e neanche per natura che di
          sua mano immediatamente abbia posto negli animi loro più che negli altri questo pessimo
          vizio, ma perchè dalle circostanze in che essi o per natura o per accidente si sono
          trovati fin dal principio, <pb ed="aut" n="3281"/> nasce naturalmente e necessariamente
          questo tal vizio, forse più necessariamente e inevitabilmente e maggiore che da
          verun’altra cagione. V. p. 3846.</p>
        <p>Da’ quali pensieri si dee raccogliere questo corollario, che le donne essendo per natura
          più deboli di corpo e d’animo, e quindi più timide, e più bisognose dell’opera altrui che
          gli uomini non sono, sono anche generalmente e naturalmente meno degli uomini inclinate
          alla compassione e alla beneficenza, non altrimenti ch’elle, per universale consenso,
          sieno generalmente e regolarmente meno schiette degli uomini, più proclivi alla menzogna e
          all’inganno, più feconde di frodi, più simulatrici, più finte; tutte qualità, con molte
          altre analoghe (che nelle donne generalmente si osservano), derivanti per natura niente
          più, niente meno che la sopraddetta, dalla debolezza d’animo e di corpo, e
          dall’insufficienza delle proprie forze, de’ propri mezzi e di se stesso a se stesso. E si
          può concludere che le donne sono, generalmente parlando, più egoiste degli uomini, o più
          portate all’egoismo per natura (sebbene le circostanze sociali, che spesso rovesciano la
          natura, e fanno <pb ed="aut" n="3282"/> talora le donne, anche prima che abbiano formato
          il loro carattere, signore degli uomini, oggetti delle lor cure spontanee, de’ loro
          omaggi, suppliche ec. ec., possano ben render vana questa disposizione), e naturalmente si
          troverà un maggior numero di donne egoiste che non d’uomini. Così le nazioni e i secoli
          più infelici, tiranneggiati ec. si vede costantemente che furono e sono i più egoisti ec.
          ec. (26-27. Agos. 1823). V. p. 3291. 3361.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3275. marg. — Anzi quanto più questi tali son franchi, coraggiosi, non timidi
          dell’altrui aspetto nè dell’altrui conversazione, schietti, aperti, liberi nel parlare,
          nei modi, nell’operare, intolleranti di dissimulare e di mentire (anche, tal volta,
          eccessivamente); e quanto più sono vendicativi delle ingiurie, fieri con chi gli offende o
          insulta o disprezza o danneggia, quanto meno molli e facili ai nemici, agl’invidiosi, ai
          detrattori, ai maldicenti, agli oltraggiatori, agli offenditori qualunque; ed eziandio
          quanto più pendono a una certa soverchieria di parole o di fatti verso chi non è nè
          compassionevole nè bisognoso, amico o indifferente o nemico che sia; proclivi o facili
          all’ira, anche durevole; tanto più sono misericordiosi e benefici verso gli amici o
          gl’indifferenti (dandosene loro l’occorrenza, e la facoltà ec. e in questi il bisogno o
          l’utilità ec.), o verso i nemici stessi e gli offenditori, vinti che sieno, o già puniti,
          o chiedenti scusa o perdono, o riparata che hanno l’offesa, o anche senz’altro caduti in
          grave disgrazia o bisogno, ed avviliti ec. (Tale fu Giulio Cesare come si vede in
          Svetonio). E il contrario accade negli uomini di contraria qualità: <pb ed="aut" n="3283"
          /> il contrario, dico, si quanto al compatire o beneficare chi che sia, sì quanto al
          rimettere o dimenticare le ingiurie. E di contraria qualità sono gli uomini timidi, di
          maniere legate, deboli di corpo e d’animo ec. quali ho descritti a pagg.3279-80. (27.
          Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Confictito</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">confingo-confictus</foreign> o dal semplice <foreign lang="lat"
            rend="italic">fingo-fictus</foreign>. (27. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fissare</emph> o <emph>fisare, ficcare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
            >fixar</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">fixer, ficher</foreign>, da <foreign
            lang="lat" rend="italic">figo-fixus</foreign>. <emph>Affissare</emph> o
          <emph>affisare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">afficher</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">affigo</foreign>. <emph>Conficcare</emph> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">configo</foreign>. ec. Forse anche <emph>fitto</emph> sust. e
            <emph>affittare</emph> non d’altronde vengono che da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fictus</foreign> altro participio di <foreign lang="lat" rend="italic">figo</foreign>,
          traendo il nome dall’avviso pubblico che suole <emph>affiggere</emph> alla sua casa, o a’
          cantoni della città ec. chi vuole affittare essa casa, o possessioni, terre ec.; il quale
          avviso o avvisi pubblicamente <emph>affitti</emph> si chiamano in francese <foreign
            lang="fre" rend="italic">affiches</foreign>, da noi volgarmente <emph>affissi</emph>.
          Sebbene la prep. <emph>a</emph> in <emph>affittare</emph> sembra essere espressamente
          aggiunta al sostantivo <emph>fitto</emph> per esprimere il dare <emph>a fitto</emph>, come
          in francese <foreign lang="fre" rend="italic">affermer</foreign> da <foreign lang="fre"
            rend="italic">ferme</foreign>, e tra noi volgarmente <emph>annolare</emph>
          <pb ed="aut" n="3284"/> da <emph>nolo</emph>. Veggasi per tutte le suddette voci il Gloss.
          se ha nulla. (27. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto da me circa l’anomalo partic. <emph>arso</emph> che il Perticari crede di
            <emph>arsare</emph> e non di <emph>ardere</emph>, del quale egli è pure in latino, cioè
          di <foreign lang="lat" rend="italic">ardeo, arsus</foreign>; si può aggiungere che la
          lingua italiana (ed anche le sue sorelle) bene spesso, secondo che la lingua latina ha
          diversi participii d’un solo verbo, diversi n’ha ella pure, cioè quelli stessi che ha la
          latina, regolari o irregolari che siano quanto all’analogia latina o italiana. P. e. da
            <foreign lang="lat" rend="italic">figo—fixus—fictus</foreign>, <emph>figgere—fisso,
            fitto</emph>. Talvolta ella ha quello che corrisponde all’analogia italiana, e insieme
          quello che il verbo ha nel latino, sia regolare participio o anomalo in esso latino. Del
          che ho detto altrove. Talvolta ec. ec. (27. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La lingua greca, secondo che si può vedere a pagg. 2774 2777, e più largamente e
          distintamente per capi presso i grammatici, ebbe in costume di alterare notabilmente le
          sue radici<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Ciò o per la varietà de’ dialetti, o per altro, in modo però che le voci formate per
              tali alterazioni, sono generalmente proprie degli scrittori greci o de’ poeti; onde a
              noi partoriscono la stessa difficoltà, qual se ne fusse la cagione e l’origine; e
              quando questa pur fusse particolare, la difficultà che a noi ne viene è ordinaria e
              generale ec.</p>
          </note>, p. e. i temi de’ suoi verbi, anche fuori affatto dei casi di derivazione e di
          composizione, e senza punto alterarne il significato, ma <pb ed="aut" n="3285"/>
          semplicemente la forma estrinseca e gli elementi del vocabolo. Onde i verbi in <foreign
            lang="grc">ω</foreign> li trasmutavano in verbi in <foreign lang="grc">μι</foreign>; dei
          temi ad altri aggiungevano le lettere <foreign lang="grc">αν</foreign>, e li facevano
          terminare in <foreign lang="grc">ανω</foreign>, ad altri <foreign lang="grc"
          >αιν</foreign>, e li terminavano in <foreign lang="grc">αινω</foreign>, ad altri <foreign
            lang="grc">σκ</foreign>
          <note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Da <foreign lang="grc">ὄφλω</foreign> o da <foreign lang="grc">ὀφείλω</foreign>,
                <foreign lang="grc">ὀφλισκάνω</foreign>, doppia alterazione.</p>
          </note>, e li finivano in <foreign lang="grc">σκω</foreign> (ma questi non erano sempre
          alterati dal tema, ma da un altro tempo del verbo: v. i Grammatici), ad altri duplicavano
          la prima consonante, interponendo una vocale, come l’iota (<foreign lang="grc"
          >πιπράσκω</foreign>), ec. Spesso si mutava la desinenza, volgendola in <foreign lang="grc"
            >ίζω</foreign> ec. senza mutazione di significato: <foreign lang="grc">νεμεσάω-νεμεσίζω,
            βάπτω-βαπτίζω</foreign> ec. ec. E di questi verbi e temi così alterati materialmente
          senz’alcun’alterazione di significato, altri restarono soli, venendo a mancare il tema o
          verbo primitivo e incorrotto, altri restarono insieme con questo, altri insieme con altri
          verbi fatti per tali alterazioni dal medesimo tema ec. ec. Ed altri interi, altri
          difettivi, suppliti dal verbo primitivo in molte voci, anomali, regolari ec. ec. del che
          vedi i Grammatici. E queste alterazioni de’ verbi primitivi e de’ temi (e così dell’altre
          radici), alterazioni affatto diverse distinte e indipendenti dalla derivazione e dalla
          composizione, che anche nelle altre lingue hanno luogo; alterazioni che per niun conto
          influivano nè modificavano il significato (come influisce e modifica, o suole per lo più e
          regolarmente fare, la composizione e la derivazione), non furono <pb ed="aut" n="3286"/>
          già nella lingua greca quasi casuali, rare, fuor di regola e di costume e d’ordine, quasi
          anomalie, aberrazioni, non proprie della lingua, ma frequentissime, ordinarie, usitate,
          abituali, e regolari, ossia fatte per regola, come apparisce dal gran numero di temi e
          verbi che si trovano alterati in questo o quello de’ suddetti modi e degli altri che si
          potrebbero dire; onde i grammatici distinguono siffatte alterazioni o modificazioni
          affatto materiali in molti diversi generi, e sotto ciascun genere radunano un gran numero
          di verbi o temi, in quella tal guisa uniformemente alterati dal primo loro essere. Questa
          tal sorta di alterazione, questo modo di alterare le voci, indipendente e diverso affatto
          dal derivare e dal comporre, e del tutto scompagnato dalla mutazione o pur modificazione
          di senso, non si trova punto nel latino; certo non vi si trova per costume nè per regola,
          nè d’assai così frequente, nè così vario ec. Perlochè anche di qui si faccia ragione
          quanto più nel greco che nel latino sia difficile il rintracciare le origini, l’antichità,
          il primitivo o l’antico stato delle voci e della lingua e della <pb ed="aut" n="3287"/>
          grammatica, le radici, l’etimologie ec. Massime considerando che detta materialissima
          alterazione si fa non mica in uno o in due, ma in molti diversissimi modi, tutti però
          frequentatissimi e usitatissimi; che moltissimi verbi o vocaboli così alterati hanno
          mandato in disuso i non alterati ec. che naturalmente moltissimi verbi così alterati,
          essendo perduti quelli della primitiva forma, saranno da noi creduti aver la forma
          primitiva, e pigliati per radici, quando non saranno che alterazioni di queste, più o men
          lontane, mediate o immediate, maggiori o minori ec. ec.</p>
        <p>Usa ancora la lingua greca alcune derivazioni di voci, p. e. di verbi, che nulla però
          cambiano il significato, e il non cambiarlo non è in esse anomalia, o cosa non ordinaria,
          come lo sarebbe in latino, ma ordinaria e regolare. Voglio dir p. e. di quella maniera
          siracusana di formare dal perfetto de’ temi un nuovo verbo, come da <foreign lang="grc"
            >τέθνηκα</foreign> di <foreign lang="grc">θνάω</foreign> fare <foreign lang="grc"
            >τεθνήκω</foreign>, da <foreign lang="grc">ἕστηκα</foreign> di <foreign lang="grc">στάω,
            ἑστήκω</foreign>, da <foreign lang="grc">πέφυκα</foreign> di <foreign lang="grc">φύω,
            πεφύκω</foreign> (e questa maniera, con siffatti verbi, sono ricevuti massime da’ poeti,
          ma anche da’ prosatori greci, generalmente); e di quell’altra maniera greca di fare dal
          futuro primo de’ temi un nuovo verbo, aggiungendoci il <foreign lang="grc">κ</foreign>,
          come da <foreign lang="grc">τρώω</foreign> (inusitato) — <foreign lang="grc">τρώσω,
          τρώσκω</foreign> inusitato onde <foreign lang="grc">τίτρωσκω</foreign>. (V. i Gram. se
          però è vera questa maniera, e non piuttosto si fa p. e. <foreign lang="grc"
          >τρώσκω</foreign> dal tema stesso, cioè <foreign lang="grc">τρώω</foreign>, interpostovi
            <foreign lang="grc">σκ</foreign>, come da <foreign lang="grc">ἵζω, ἱζάνω</foreign>,
          interposto <pb ed="aut" n="3288"/> l’ <foreign lang="grc">αν</foreign> ec. ec.). Queste e
          tali altre molte derivazioni senza cambiamenti di significato, che perciò appunto hanno
          contribuito sommamente a perdere e distruggere le voci originarie, e contribuiscono a
          nasconderle, e renderne difficile l’investigazione, e confondere l’erudito, e dividere i
          gramatici in cento diversi sistemi e opinioni, sì circa le regole più o men generali, sì
          circa le particolari etimologie ec. ec.; non hanno luogo nella lingua latina, o certo
          assai meno senza confronto ec. ec. (27. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Ajouter</foreign> quasi <foreign lang="lat"
            rend="italic">adjunctare</foreign>, <emph>aggiuntare</emph>, spagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">juntar</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >adiungere</foreign>. Anche il nostro <emph>giuntare</emph> è da <foreign lang="lat"
            rend="italic">iungere</foreign>. <bibl>V. la <title>Crusca</title> in
            <emph>Giugnere</emph> par. 7</bibl> e il <bibl>
            <title>Gloss.</title> in <foreign lang="lat" rend="italic">iunctare,
            adiunctare</foreign> ec. se ha nulla</bibl>. (28. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Succenseo</foreign> è verbo, secondo me, indubitatamente
          formato dal participio in <emph>us</emph> d’altro verbo, cioè di <foreign lang="lat"
            rend="italic">succendo</foreign>. (V. anche il Forcell. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Censeo</foreign> fine.) Ma oltre al non essere della prima maniera, ei non
          solo non è di senso continuativo, ma è neutro nel mentre che <foreign lang="lat"
            rend="italic">succendo</foreign> è attivo. Onde nulla ha che fare colla nostra teoria:
          se non ch’è notabile, come fatto da un participio passivo, della qual formazione <pb
            ed="aut" n="3289"/> non mi ricordo adesso altro esempio che sia fuori del numero de’
          nostri continuativi e frequentativi. (28. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Fator aris</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">for-aris-fatus</foreign>. Verbo da porsi insieme con <foreign lang="lat"
            rend="italic">dato as, nato as</foreign>, e s’altro ve n’ha (fatti tutti da un tema
          monosillabo.), dove l’<emph>a</emph> del participio in <emph>atus</emph>, non si muti,
          nella formazione del continuativo, in <emph>i</emph>. (28. Agosto 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3246. <foreign lang="lat" rend="italic">Fatigo as</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">ago is</foreign> (<bibl>v. <author>Forcell</author>
          </bibl>.) se questa etimologia è vera. (Noi abbiamo <emph>fatica</emph>, volgarmente
            <emph>fatiga</emph>, franc. <foreign lang="fre" rend="italic">fatigue</foreign>, spagn.
            <foreign lang="spa" rend="italic">fatiga</foreign>. Che questa sia la radice di tal
          verbo? Certo ella è voce commune a tutte tre le lingue figlie. Ma in tal caso dovrebb’ella
          esserlo ancora di <foreign lang="lat" rend="italic">fatisco</foreign> per <emph>venir
          meno</emph>? il che non parrebbe probabile. V. il Gloss. se ha nulla). <foreign lang="lat"
            rend="italic">Ago</foreign> ha dal participio <foreign lang="lat" rend="italic"
          >actus</foreign> il frequentativo <foreign lang="lat" rend="italic">actito</foreign>, e
          dall’antico e regolare <foreign lang="lat" rend="italic">agitus</foreign> l’usitato
          continuativo o frequentativo <foreign lang="lat" rend="italic">agito</foreign>. Non so se
            <foreign lang="lat" rend="italic">mitigo as</foreign> possa aver nulla che fare con
          questo discorso. (28. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sogliono le opere umane servire di modello successivamente l’une all’altre, e così appoco
            <add resp="ed">appoco</add> perfezionandosi il genere, e ciascuna opera, o le più <pb
            ed="aut" n="3290"/> d’esse riuscendo migliori de’ loro modelli fino all’intero
          perfezionamento, il primo modello apparire ed essere nel suo genere la più imperfetta
          opera di tutte l’altre, per infino alla decadenza e corruzione d’esso genere, che suole
          altresì ordinariamente succedere all’ultima sua perfezione. Non così nell’epopea; ma per
          lo contrario il primo poema epico, cioè l’Iliade che fu modello di tutti gli altri, si
          trova essere il più perfetto di tutti. Più perfetto dico nel modo che ho dimostrato
          parlando della vera idea del poema epico p. 3095-3169. Secondo le quali osservazioni da me
          fatte si può anzi dire che siccome l’ultima perfezione dell’epopea (almen quanto
          all’insieme e all’idea della medesima) si trova nel primo poema epico che si conosca, così
          la decadenza e corruzione di questo genere incominciò non più tardi che subito dopo il
          primo poema epico a noi noto. Similmente negli altri generi di poesia, per lo più, i
          migliori e più perfetti modelli ed opere sono le più antiche, o assolutamente parlando, o
          relativamente alle nazioni e letterature particolari, <pb ed="aut" n="3291"/> come tra noi
          la Commedia di Dante è nel suo genere, siccome la prima, così anche la migliore opera.
          (28. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3282. Bisogna distinguere tra egoismo e amor proprio. Il primo non è che una
          specie del secondo. L’egoismo è quando l’uomo ripone il suo amor proprio in non pensare
          che a se stesso, non operare che per se stesso immediatamente, rigettando l’operare per
          altrui con intenzione lontana e non ben distinta dall’operante, ma reale, saldissima e
          continua, d’indirizzare quelle medesime operazioni a se stesso come ad ultimo ed unico
          vero fine, il che l’amor proprio può ben fare, e fa. Ho detto altrove che l’amor proprio è
          tanto maggiore nell’uomo quanto in esso è maggiore la vita o la vitalità, e questa è tanto
          maggiore quanto è maggiore la forza e l’attività dell’animo, e del corpo ancora. Ma
          questo, ch’è verissimo dell’amor proprio, non è nè si deve intendere dell’egoismo.
          Altrimenti i vecchi, i moderni, gli uomini poco sensibili e poco immaginosi sarebbero meno
          egoisti dei fanciulli e dei giovani, degli antichi, degli uomini sensibili e di forte
          immaginazione. <pb ed="aut" n="3292"/> Il che si trova essere appunto in contrario. Ma non
          già quanto all’amor proprio. Perocchè l’amor proprio è veramente maggiore assai ne’
          fanciulli e ne’ giovani che ne’ maturi e ne’ vecchi, maggiore negli uomini sensibili e
          immaginosi che ne’ torpidi<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Che l’amor proprio sia maggiore ne’ fanciulli e ne’ giovani che nell’altre età, segno
              n’è quella infinita e sensibilissima tenerezza verso se stessi, e quella
              suscettibilità e sensibilità e delicatezza intorno a se medesimi che coll’andar degli
              anni e coll’uso della vita proporzionatam. si scema, e in fine si suol perdere.</p>
          </note>. I fanciulli, i giovani, gli uomini sensibili sono assai più teneri di se stessi
          che nol sono i loro contrarii. Nella stessa guisa discorrasi dei deboli rispetto ai forti
          e simili. Così generalmente furono gli antichi rispetto ai moderni, e i selvaggi rispetto
          ai civili, perchè più forti di corpo, più forti ed attivi e vivaci d’animo e
          d’immaginazione (sì per le circostanze fisiche, sì per le morali), meno disingannati, e
          insomma maggiormente e più intensamente viventi. (Dal che seguirebbe che gli antichi
          fossero stati più infelici generalmente de’ moderni, secondo che la infelicità è in
          proporzion diretta del maggiore amor proprio, come altrove ho mostrato: ma l’occupazione e
          l’uso delle proprie forze, la distrazione e simili cose, essendo state infinitamente
          maggiori in antico che oggidì; e il maggior grado di vita esteriore essendo stato
          anticamente più che in <pb ed="aut" n="3293"/> proporzione del maggior grado di vita
          interiore, resta, come ho in mille luoghi provato, che gli antichi fossero anzi mille
          volte meno infelici de’ moderni: e similmente ragionisi de’ selvaggi e de’ civili: non
          così de’ giovani e de’ vecchi oggidì, perchè a’ giovani presentemente è interdetto il
          sufficiente uso delle proprie forze, e la vita esterna, della quale tanto ha quasi il
          vecchio oggidì quanto il giovane; per la quale e per l’altre cagioni da me in più luoghi
          accennate, maggiore presentemente è l’infelicità del giovane che del vecchio, come pure
          altrove ho conchiuso).</p>
        <p>Il sacrifizio di se stesso e dell’amor proprio, qualunque sia questo sacrifizio, non
          potendo esser fatto (come niun’altra opera umana) se non dall’amor proprio medesimo, e
          d’altronde essendo opera straordinaria, sopra natura, e più che animale (certo in niuno
          altro animale o ente non se ne vede esempio, se non nell’uomo), anzi più ancora che umana,
          ha bisogno di una grandissima e straordinaria forza e abbondanza di amor proprio. Quindi è
          che dove maggiormente <pb ed="aut" n="3294"/> abbonda l’amor proprio, e dov’egli ha
          maggior forza, quivi più frequenti e maggiori siano i sacrifizi di se stesso, la
          compassione, l’abito, l’inclinazione, e gli atti di beneficenza. (Vedi a questo proposito
          le pagine 3107-9, 3117-19, 3153-4, 3167-9.). Ond’è che tutto questo debba trovarsi e si
          trovi infatti maggiore e più frequente ne’ giovani, negli antichi, negli uomini sensibili
          e d’animo vivo, e finalmente negli uomini, i quali hanno, generalmente parlando, maggior
          quantità e forza d’amor proprio e minore d’egoismo; di quello che ne’ maturi e ne’ vecchi,
          ne’ moderni (eccetto quanto alla compassione, come ho detto ne’ luoghi qui sopra citati,
          perchè gli antichi non si sacrificavano che principalmente per la patria), ne’ torpidi e
          insensibili e duri e d’animo tardo e morto, e per fine nelle donne; i quali in genere
          hanno maggior quantità e forza d’egoismo, e minore d’amor proprio.</p>
        <p>Restringendo il discorso conchiudo in primo luogo, tanto esser lungi che l’egoismo sia in
          proporzion diretta dell’amor proprio, ch’egli <pb ed="aut" n="3295"/> n’è anzi in
          proporzione inversa; egli è segno ed effetto o della scarsezza e languidezza primitiva, o
          dello scemamento e affievolimento dell’amor proprio; egli abbonda maggiormente ed è
          maggiore ne’ secoli, ne’ popoli, nel sesso, negl’individui e nelle età di questi, in che
          la vita è minore, e quindi l’amor proprio più scarso, più debole e freddo.</p>
        <p>Conchiudo in secondo luogo che i vecchi e maturi, i moderni, gl’insensibili, le donne
          hanno maggiore egoismo e minore e men vivo amor proprio che i fanciulli e i giovani, gli
          antichi, i sensibili, gli uomini (perocchè quelli hanno men vita o vitalità, e l’egoismo è
          qualità o passione morta, ossia men vitale che si possa)<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Da queste teorie sèguita che le bestie, avendo meno vita dell’uomo, perocchè hanno
              meno <emph>spirito</emph> e più del materiale, e di ciò ch’esiste e non vive ec.,
              debbono aver meno amor proprio, e più egoismo; e così è infatti: e che tra loro la
              specie men viva, come il polipo, la lumaca ec. dev’esser la più egoista: e che
              scendendo ai vegetabili e quindi per tutta la catena delle creature, si può dir che
              più scema la vita più cresca l’egoismo, onde l’èssere il più inorganizzato, sia in
              certo modo il più egoista degli esseri. ec.</p>
          </note>. E che per questa cagione sono naturalmente e men disposti e meno soliti di
          sacrificarsi per chi o per che che sia, di compatire efficacemente o inefficacemente, di
          beneficare, di adoperarsi per altrui: il che si vede effettivamente essere, e non può
          negarsi. (Altrettanto dicasi dei deboli e dei forti, degl’infelici abitualmente e degli
          abitualmente fortunati, e simili; tutte qualità <pb ed="aut" n="3296"/> alle quali
          corrisponde e dalle quali nasce in questi maggiore, in quelli minore vitalità, ed abito di
          maggiore o minore attività e vita)<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Anche i climi, anche le stagioni, come influiscono sul più e sul meno della vita o
              vitalità, attività interna o esterna ec. debbono anche influire sul più e meno
              dell’amor proprio, e quindi anche dell’egoismo, e quindi anche della disposizione
              naturale alla misericordia, alla benevolenza ec. Veggansi le pagg. 2752.-5, 2926.
              fine-28.</p>
          </note>.</p>
        <p>Se non che potrà farsi un’eccezione in favor delle donne quanto alla compassione, massime
          inefficace. Perocchè a questa, come s’è detto ne’ luoghi citati qui dietro (p. 3294.), si
          richiede o giova, non solo la maggior vita, e quindi la maggior quantità e forza dell’amor
          proprio, ma eziandio la maggiore raffinatezza e delicatezza d’esso amor proprio e
          dell’animo: nelle quali proprietà le donne sono forse, o certo son riputate essere,
          superiori generalmente, e in parità di circostanze, agli uomini. E così pure discorrasi
          de’ moderni rispetto agli antichi. In tutto ciò che nella compassione o nella beneficenza
          richiede piuttosto delicatezza o più delicatezza, finezza, e quasi abilità ed artifizio
          d’amor proprio, che vivacità, energia, forza e copia del medesimo, e che abbondanza ed
          intensità di vita; in tutto ciò, dico, e in quello che ad esso appartiene, le donne, i
          moderni e quelli che nelle predette qualità di delicatezza sono loro analoghi, <pb
            ed="aut" n="3297"/> superano, ordinariamente parlando, gli uomini, gli antichi, i
          selvaggi, i villani e così discorrendo. Conforme appunto alle cose dette nelle succitate
          pagine.</p>
        <p>Ond’è che le donne in quanto più deboli e bisognose d’altrui, sieno meno misericordiose e
          benefiche degli uomini; in quanto di corpo e d’animo più delicate, al contrario. Ma in ciò
          quelle qualità, cioè la debolezza e il bisogno, credo che ordinariamente prevagliano e
          sieno di maggiore e più notabile effetto che queste, cioè la delicatezza e simili. Onde,
          tutto insieme compensato, le donne sieno in verità, generalmente e per natura, più
          egoiste, e quindi meno misericordiose (massime in quanto alla compassione efficace) e meno
          benefiche degli uomini. Perocchè molto maggior parte ha nella beneficenza, nella
          disposizione e nell’atto del sacrificar se stesso, e nell’esclusione dell’egoismo,
          l’intensità, la forza, l’abbondanza della vita, e quindi dell’amor proprio, che la
          delicatezza e raffinatezza dell’animo disgiunte dalla forza ed energia ed attività ed
          interna vivace vita del medesimo. E ciò non pur negli uomini rispetto <pb ed="aut"
            n="3298"/> alle donne, ma generalmente in chi che sia, rispetto a chi che sia<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Secondo questi discorsi una donna vecchia, massime vivuta nella gran società,
              dev’essere la più egoista persona umana (p. natura, e regolarmente parlando) che possa
              concepirsi.</p>
          </note>. (28. Agos. 1823.). V. p. 3314.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">pascito</foreign>, e il regolare e
          primitivo participio di <foreign lang="lat" rend="italic">pasco</foreign> ch’egli
          dimostra, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">pascitus</foreign>, poi contratto in
            <foreign lang="lat" rend="italic">pastus</foreign>, vedi Forcell. in fine di <foreign
            lang="lat" rend="italic">Compesco</foreign>, ch’è un composto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">Pasco</foreign>. (29. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Distito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >disto</foreign>, dimostrerebbe il suo participio <foreign lang="lat" rend="italic"
            >distatus</foreign> o il supino <foreign lang="lat" rend="italic">distatum</foreign>, se
          però quel continuativo o frequentativo è vero. Il supino <foreign lang="lat" rend="italic"
            >statum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> è noto. Del resto
          veggasi la p. 3849. (29. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2843. <foreign lang="lat" rend="italic">Compesco, dispesco</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pasco. Decerpo, discerpo</foreign> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">carpo</foreign>. (29. Agosto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Offenso as</foreign> (<foreign lang="fre" rend="italic"
            >offenser</foreign>), <foreign lang="lat" rend="italic">defenso as, defensito
          as</foreign> (<emph>difensare</emph>) da <foreign lang="lat" rend="italic">offensus,
            defensus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">offendo, defendo</foreign>. (29.
          Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Pattare, impattare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">empatar</foreign>, non
          so s’abbiano a far nulla con <foreign lang="lat" rend="italic">paciscor-pactus</foreign>.
          Veggasi il Gloss. in proposito. (29. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3072. I verbi latini neutri hanno ordinariamente il participio in
          <emph>rus</emph> con significato neutro. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Quieturus</foreign> cioè <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">qui quiescet</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Sveton.</author> in <title>Jul. Caes.</title> c. 16. par. 2.</bibl>), <foreign
            lang="lat" rend="italic">mansurus</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">qui
            manebit, casurus</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">qui <pb ed="aut"
              n="3299"/> cadet, victurus</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">qui
          vivet</foreign>, e altri tali infiniti. Perchè non dunque <foreign lang="lat"
            rend="italic">victus</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">qui vixit,
          casus</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">qui cecidit</foreign>, (massime
          avendovi il verbale <foreign lang="lat" rend="italic">casus us</foreign>, fatto, come
          altrove osservo esser solito, dal part. in <emph>us</emph>) ec.? quando pur sembra che
          quei participii in <emph>rus</emph> o derivino o almeno suppongano i participii rispettivi
          in <emph>us</emph>. Quanto a’ verbi attivi, per la stessa ragione, considerando che i lor
          participii in <emph>rus</emph> non sono passivi ma attivi, non dovrà fare gran maraviglia,
          nè parere incredibile che anche i loro participii in <emph>us</emph> avessero oltre il
          passivo significato, eziandio l’attivo, come io pretendo.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Celsus, excelsus, praecelsus</foreign> dubito forte che
          originariamente non sieno altro che participii in attivo o neutro significato,
          appartenenti a’ verbi neutri <foreign lang="lat" rend="italic">cello, excello,
          praecello</foreign>. De’ quali il primo, cioè <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cello</foreign>, ch’è inusitato, ma ch’è sufficientemente dimostrato dagli altri due,
          suoi composti, e da <foreign lang="lat" rend="italic">antecello</foreign>, v. il Forcell.
          in <foreign lang="lat" rend="italic">Excello</foreign>.</p>
        <p>Del resto s’io dico che i continuativi e i frequentativi si facevano da’ participii in
            <emph>us</emph>, piuttosto che da’ supini (in <emph>um</emph> o in <emph>u</emph>),
          intendo dell’origine di questa formazione, e de’ suoi <pb ed="aut" n="3300"/> primi tempi,
          e dell’antichità ec. In séguito, quando anche l’altre proprietà di tali verbi così formati
          erano già mal note, trascurate, cambiate ec. come altrove ho detto, non contendo che chi
          volesse formare nuovi verbi di questo genere, non li formasse piuttosto dal supino che dal
          participio in <emph>us</emph> del verbo originale (sia che questo participio non esistesse
          più, o che fosse per anche in uso), o vero indifferentemente dall’uno o dall’altro; o che
          mancando ancora il supino, non facesse che seguire l’analogia degli altri verbi così
          formati. Solamente osservo 1.<hi rend="apice">o</hi>. che non perchè molti continuativi e
          frequentativi che si leggono negli scrittori dell’aureo tempo o de’ molto posteriori, non
          si trovino ne’ più antichi, si dee perciò sempre e facilmente conchiudere ch’essi fossero
          allora nuovi, e coniati appunto da quello o da quegli scrittori, o in quel secolo in cui
          lo troviamo. 2.<hi rend="apice">o</hi>. Che l’uso di participii in <emph>us</emph> di
          verbi neutri, e d’altri di verbi attivi in significati attivi, non fu solamente proprio
          dell’antichissima latinità, ma anche dell’aurea, e della declinante e corrotta eziandio
          (fino forse a passare alle lingue <pb ed="aut" n="3301"/> figlie: v. la p. 3072.), come
          apparisce dal luogo di Velleio altrove da me notato, e dai vari esempi degli autori che
          usarono i cosiffatti participii da me sparsamente notati (i quali esempi si possono vedere
          nel Forcellini), sia che li prendessero a uno a uno da’ più antichi, o dall’uso d’allora;
          o che l’uso durasse in genere per tutti o quasi tutti i verbi neutri e attivi, ad arbitrio
          dello scrittore e del parlatore, o pur dell’uno soltanto o dell’altro ec. (29. Agos.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come l’uomo sia quasi tutto opera delle circostanze e degli accidenti: quanto poco abbia
          fatto in lui la natura: quante di quelle medesime qualità che in lui più naturali si
          credono, anzi di quelle ancora che non d’altronde mai si credono poter derivare che dalla
          natura, nè per niun modo acquistarsi, e necessariamente in lui svilupparsi e comparire,
          non altro sieno in effetto che acquisite, e tali che nell’uomo posto in diverse
          circostanze, non mai si sarebbero sviluppate, nè sarebbero comparse, nè per niun modo
          esistite: come la natura non ponga quasi <pb ed="aut" n="3302"/> nell’uomo altro che
          disposizioni, ond’egli possa essere tale o tale, ma niuna o quasi niuna qualità ponga in
          lui; di modo che l’individuo non sia mai tale quale egli è, per natura, ma solo per natura
          possa esser tale, e ciò ben sovente in maniera che, secondo natura, tale ei non
          dovrebb’essere, anzi pur tutto l’opposto: come insomma l’individuo divenga (e non nasca)
          quasi tutto ciò ch’egli è, qualunque egli sia, cioè sia divenuto. Qual cosa pare più
          naturale, più inartifiziale, più spontanea, meno fattizia, più ingenita, meno
          acquistabile, più indipendente e più disgiunta dalle circostanze e dagli accidenti, che
          quel tal genere di sensibilità con cui l’uomo suol riguardare la donna, e la donna l’uomo,
          ed essere trasportato l’uno verso l’altra; quel tal genere, dico, di affetti e di
          sentimenti che l’uomo, e massimamente il giovane nella prima età, senz’ombra di artifizio,
          senza intervento di volontà, anzi tanto più quanto egli è più giovane, più semplice ed
          inesperto, e quanto meno il suo carattere <pb ed="aut" n="3303"/> è stato modificato e
          influito dall’uso del mondo e dalla conversazione degli uomini e pratica della società,
          suol provare alla vista o al pensiero di donne giovani e belle, o nel trattenersi seco
          loro; e così le donne giovani cogli uomini giovani e belli? quel <foreign lang="fre"
            rend="italic">tressaillement</foreign>, quell’emozione, quell’ondeggiamento e confusione
          di pensieri e di sentimenti tanto più indistinti e indefinibili quanto più vivi, che parte
          par che abbiano del materiale, parte dello spirituale, ma molto più di questo, in modo che
          par ch’egli appartengano interamente allo spirito, anzi alla più alta e più pura e più
          intima parte di esso? Or questo genere di sentimenti e di affetti e di pensieri, questa
          qualità del giovane, cioè questa tale sensibilità, e la facoltà ed abito di provare questi
          siffatti sentimenti, non è per niun modo naturale nè innata, ma acquisita, ossia prodotta
          di pianta dalle circostanze, e tale che se queste non fossero state, l’uomo neppur
          conoscerebbe nè potrebbe pur concepire questa qualità, nè anche sospettare d’esserne
          capace. <pb ed="aut" n="3304"/> Il genere umano naturalmente è nudo, e, seguendo la
          natura, almeno in molte parti del globo, egli non avrebbe mai fatto uso de’ vestimenti,
          siccome le vesti sono affatto ignote p. e. ai Californii. Nè l’uomo nè il giovane non
          avrebbe mai veduto nè immaginato nelle donne (e così la donna negli uomini) nulla di
          nascosto. E nulla vedendo di nascosto, nè potendo desiderare o sperar di vedere, e ben
          conoscendo fin dal principio la nudità e la forma dell’altro sesso, egli non avrebbe mai
          provato per la donna altro affetto, altro sentimento, altro desiderio, che quello che per
          le lor femmine provano gli altri animali; nè avrebbe concepito intorno a lei altro
          pensiero che quello di mescersi seco lei carnalmente; nè l’aspetto o il pensiero o la
          compagnia della donna avrebbe in lui cagionato, neppur nella primissima gioventù, verun
          altro effetto che un desiderio il più puramente e semplicemente sensuale che possa mai
          dirsi, un impeto a soddisfare tal desiderio, ed un piacere (molto languido in se stesso
          per l’abitudine e l’assuefazione incominciata sin dalla nascita, e sempre continuata)
          altrettanto carnale che quel desiderio, e interamente, unicamente <pb ed="aut" n="3305"/>
          e manifestissimamente materiale, cioè appartenente e derivante dalla sola materia e dal
          senso, nè più nè meno che quel piacere che in lui avrebbe prodotto la vista di un color
          rosso bello e vivo o altra tal sensazione; se non solamente che quel diletto sarebbe stato
          per natura maggiore di questi; siccome tra gli altri diletti, o naturalmente o per
          circostanze, qual è maggiore qual è minore, non in se, ma rispetto agli uomini e agli
          animali, insomma agli esseri che li provano, e ne’ quali essi diletti nascono ed hanno
          l’essere.</p>
        <p>Tale sarebbe stato l’uomo in natura per rispetto alla donna, e la donna per rispetto
          all’uomo. Ma introdotto l’uso de’ vestimenti (e di più que’ costumi e quelle leggi
          fattizie ed arbitrarie di società che impediscono o difficultano il torli di mezzo quando
          si voglia ed occorra), la donna all’uomo (massime al giovane inesperto) e l’uomo alla
          donna sono divenuti esseri quasi misteriosi. Le loro forme nascoste hanno lasciato luogo
          all’immaginazione di chi le mira così vestite. Per l’altra <pb ed="aut" n="3306"/> parte
          l’inclinazione e il desiderio naturale dell’un sesso verso l’altro non ha, per questo
          cangiamento di circostanze esteriori, potuto nè cessare nè scemare nel genere umano,
          niente più che negli altri animali. L’uomo dunque (e così la donna verso l’uomo) si è
          veduto sommamente e sopra tutte le cose trasportato, com’ei fu sempre, verso un essere il
          quale non più, come prima, se gli rappresentava e se gli era sempre rappresentato dinanzi
          tutto aperto e palese, e tale e tanto, quale e quanto esso è; ma verso un essere quasi
          tutto a lui nascosto, un essere che sin dalla sua nascita non se gli è rappresentato nè
          agli occhi nè al pensiero, o non suole rappresentarsegli, che velato tutto e quasi arcano.
          Ecco da una circostanza così estrinseca, così accidentale, così removibile, com’è quella
          de’ vestimenti, mutato affatto, massime nella fanciullezza e nella prima gioventù il
          carattere e le qualità dell’un sesso rispettivamente all’altro. La vista, il pensiero, la
          conversazione di <pb ed="aut" n="3307"/> questo essere sopra tutti e invincibilmente amato
          e desiderato, ma le cui forme non cadono (almeno abitualmente) sotto i suoi sensi, e che
          per conseguenza, essendone celate le forme (che sono sì gran parte e dell’uomo e d’ogni
          cosa), e di più impeditane o fattane difficile la libera conversazione, e quindi anche
          l’intera conoscenza del suo animo, costumi ec., per conseguenza, dico, è divenuto per lui
          tutto misterioso; il pensiero dico e la vista e il consorzio di questo essere l’immerge in
          una quantità di concezioni, d’immaginazioni, d’illusioni, di sentimenti, vivissimi e
          profondissimi perchè quell’essere gli è per natura dolcissimo e carissimo, ma nel tempo
          stesso confusissimi, incertissimi, per lo più falsissimi, sublimi, vasti, perchè quel
          medesimo essere trovandosi essergli quasi tutto misterioso e quasi cosa segreta ed
          occulta, i pensieri e i sentimenti ch’esso gli desta, sono tutti capitalmente e quasi
          esclusivamente governati e modificati e figurati, e in gran parte prodotti e creati, dalla
          fantasia, e questa <pb ed="aut" n="3308"/> gagliardamente mossa. Nello stato naturale,
          l’inclinazione innata dell’uomo verso la donna, trovando tutto aperto e palese, e niun
          luogo avendovi alla immaginativa, ella non producea che pensieri e sentimenti
          semplicissimi, distintissimi, chiarissimi, materialissimi. Ora essa inclinazione, esso
          amore ingenito e naturalmente fortissimo e ardentissimo, trovando il mistero, e i loro
          effetti congiungendosi nell’animo umano colla idea del mistero, o vogliamo dir con un’idea
          oscura e confusa, oscurissimi e confusissimi, ondeggianti, vaghi, indefiniti, cento volte
          meno sensuali e carnali di prima (poichè la detta idea non viene immediatamente dal senso
          ec.), e finalmente quasi mistici debbono essere i pensieri e gli affetti che risultano da
          questa mescolanza di sommo desiderio e tendenza naturale, e d’idea oscura dell’oggetto di
          tal desiderio e tendenza. E però l’uomo si rappresenta la donna in genere, e in ispecie
          quella ch’egli ama, come cosa divina, come un ente di stirpe diversa dalla sua ec.
          Perocchè la natura gliela propone come desiderabilissima e amabilissima, le circostanze
          gliela rendono desideratissima (perocch’ei non può facilmente nè subito ottenerla), ed
          esse altresì gli nascondono quale ella sia veramente ec. E così da una circostanza così
          materiale, com’è quella de’ vestimenti (e come son l’altre cagionate dai costumi e leggi
          sociali circa le donne), nasce nell’uomo un effetto il più spirituale <pb ed="aut"
            n="3309"/> quasi, che abbia mai luogo nel suo animo, i pensieri e i sentimenti più
          sublimi e più nobili e più propri dello spirito, la persuasione di non esser mosso che da
          esso spirito ec. ec.; da una circostanza così reale e visibile e determinata nascono in
          lui le maggiori illusioni, i più vaghi, incerti, indeterminati pensieri, la maggiore
          operazione della più fervida e più delirante e sognante immaginativa; da una circostanza
          così accidentale un effetto così intimo, così generale nel più de’ giovani (almeno per un
          certo tempo), così costante, così connesso e proprio, a quel che pare, del carattere
          dell’individuo; finalmente da una circostanza non naturale nasce un effetto che
          universalmente si considera come il più naturale, il più proprio dell’uomo, il più
          assolutamente inevitabile, il meno acquistabile, il meno fattibile, il meno producibile da
          altra forza che dalla stessa mano della natura, il più congenito ec. secondo che ho detto
          di sopra.</p>
        <p>Così e per queste cagioni nacque nel genere umano tra l’uno e l’altro sesso la tenerezza,
          la quale i selvaggi non provano e non conoscono (nè gli uomini primitivi provarono, nè una
          nazione dove non s’usino le vestimenta ec. <pb ed="aut" n="3310"/> proverà o conoscerà
          mai) siccome niun altro degli effetti sopra descritti, anzi neppure, propriamente
          parlando, l’amore, ma l’inclinazione e l’impeto da lei cagionato, l’ <foreign lang="grc"
            >ὁρμήν</foreign>, l’abito e l’atto della tendenza; perchè non è propriamente amore
          quello che noi ponghiamo p. e. all’oro e al danaio. V. p. 3636. e 3909.</p>
        <p>Altra prova delle proposizioni da me esposte nel principio di questo pensiero, può
          essere, fra le mille, la seguente. Qual uomo civile udendo, eziandio la più allegra
          melodia, si sente mai commuovere ad allegrezza? non dico a darne segno di fuori, ma si
          sente pure internamente rallegrato, cioè concepisce quella passione che si chiama
          veramente gioia? Anzi ella è cosa osservata che oggidì qualunque musica generalmente,
            <emph>anche non di rado le allegre</emph>, sogliono ispirare e muovere una malinconia,
          bensì dolce, ma ben diversa dalla gioia; una malinconia ed una passion d’animo che
          piuttosto che versarsi al di fuori, ama anzi per lo contrario di rannicchiarsi,
          concentrarsi, e ristringe, per così dire, l’animo in se stesso quanto più può, e tanto più
          quanto ella è più forte, e maggiore l’effetto <pb ed="aut" n="3311"/> della musica; un
          sentimento che serve anche di consolazione delle proprie sventure, anzi n’è il più
          efficace e soave medicamento, ma non in altra guisa le consola, che col promuovere le
          lagrime, e col persuadere e tirare dolcemente ma imperiosamente a piangere i propri mali
          anche, talvolta, gli uomini i più indurati sopra se stessi e sopra le lor proprie
          calamità. In somma generalmente parlando, oggidì, fra le nazioni civili, l’effetto della
          musica è il pianto, o tende al pianto (fors’anche talor di piacere e di letizia, ma
          interna e simile quasi al dolore): e certo egli è mille volte piuttosto il pianto che il
          riso, col quale anzi ei non ha mai o quasi mai nulla di simile. Questi effetti della
          musica su di noi ci paiono sì naturali, sì spontanei ec. ec. che non pochi vorranno e
          vogliono che sia proprio assolutamente della natura umana l’essere in tal modo affetti
          dall’armonia e dalla melodia musicale.</p>
        <p>Ora, tutto al contrario di quello che avviene costantemente tra noi, sappiamo che <pb
            ed="aut" n="3312"/> i selvaggi, i barbari, i popoli non avvezzi alla musica o non
          avvezzi alla nostra, in udirne qualche saggio, prorompono in <foreign lang="fre"
            rend="italic">éclats</foreign> di giubilo, in salti, in grida di gioia, si rompono dalle
          risa per la grande contentezza, e insomma cadono in un entusiasmo e in un’intera e decisa
          ebbrietà e furore e smania di pura allegria. (29-30. Agos. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Votare</emph> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic">voveo-votus</foreign>.
            <foreign lang="fre" rend="italic">Persécuter</foreign>, <emph>perseguitare</emph> ec.
          veggasi il detto da me nella teoria de’ continuativi circa il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">sectari</foreign>. <emph>Mercatare</emph> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">mercor mercatus</foreign>. Veggansi il Gloss. il Forc. i Diz. franc. e
          spagn. (31. Agosto. Domenica. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Patulus</foreign> sembra un diminutivo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">patus</foreign>, andato in piena dimenticanza, restando in sua
          vece il detto diminutivo. — A quello che altrove ho detto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">fabula</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">fabella</foreign>, se
          ambo sieno diminutivi, o quello positivo, questo diminutivo, aggiungi l’esempio di
            <foreign lang="lat" rend="italic">baculum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >baculus</foreign> positivi, <foreign lang="lat" rend="italic">bacillum</foreign>
          diminutivo. E vedi il luogo di S. Isidoro appo il Forcellini in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Bacillum</foreign>
          <pb ed="aut" n="3313"/> fine. (31. Agosto 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa quello che ho detto altrove della melodia, basti il tenere che il principio,
          l’origine prima, il fondamento, ossia la ragione originale del perchè qualsivoglia
          successione melodiosa di tuoni, sia melodiosa, cioè armonica successivamente; o vogliamo
          dire la prima fonte e ragione della convenienza scambievole de’ tuoni nella successione,
          non fu e non è quasi altro che l’assuefazion solamente, la quale bensì è suscettibile di
          ampliazione, di modificazioni infinite e variazioni, di applicazioni diversissime, di
          diversissime combinazioni delle sue parti; cose tutte che hanno infatti avuto ed hanno
          continuamente luogo nella musica e nelle composizioni del Musico, il cui uffizio non è
          originariamente e principalmente altro che il far buon uso delle assuefazioni generali
          circa l’armonia, cioè la convenienza, successiva o simultanea delle note delle corde,
          degli stromenti, voci ec. ec. servata la proporzione scambievole degl’intervalli, ossia
          del tempo. Ben può il Musico modificare in assaissime guise queste assuefazioni, ma dee
          però sempre riconoscerle <pb ed="aut" n="3314"/> e seguirle e in loro mirare, come
          fondamento e ragione dell’arte sua. (31. Agosto. Domenica. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3298. Un uomo (o donna) di carattere naturalmente pacifico, placido, quieto,
          riposato, ordinato, inclinato a una certa pigrizia, è per natura portato all’egoismo.
          Quanto più l’uomo o per indole e condizion primitiva, o per effetto dell’età, o per
          istanchezza del mondo, per disinganno ec. ama il riposo, la pace, l’ordine, l’uniformità
          della vita, è lontano dal calore, dai desiderii vivi, dai disegni vasti o impetuosi, o
          fervidi, o attivi ec. è dedito all’inazione, al metodo; anzi quanto più egli è tollerante
          delle ingiurie e degli stessi patimenti per debolezza d’animo o di corpo o d’ambedue,
          quanto è più disposto e solito di rinunziare al risentimento, di chinare il capo alle
          circostanze, alla necessità, di sacrificare e di posporre qualunque cosa alla
          conservazione della sua quiete interna ed esterna e della sua inattività; quanto più
          l’uomo è vile e codardo; quanto più suole appagarsi del presente, soddisfarsi di ciò che
          gli accade, pigliar le cose come vengono; tanto meno egli è disposto e solito di
          sacrificarsi o adoperarsi <pb ed="aut" n="3315"/> per altrui; tanto meno è accessibile
          alla compassione, tanto più è inclinato e tanto più ha d’egoismo. L’abitudine dell’ozio in
          qualsivoglia età, è sempre conciliatrice d’egoismo. In somma per tutte queste
          osservazioni, e per qualunque altra si voglia fare intorno ai vari caratteri degli uomini,
          apparisce e sempre apparirà, che la natura dell’egoismo è un ghiaccio dell’animo; un
          freddo, un congelamento, una quasi concrezione, una durezza o un induramento, una
          secchezza o un disseccamento dell’amor proprio; una povertà, una scarsezza di vita; una
          inattività effettiva, o un’inclinazione alla medesima ec.; o naturale o avventizia che
          sia, o morale o fisica, o l’uno e l’altro, o portata dalla nascita e cresciuta poi e
          confermata coll’assuefazione colle circostanze cogli avvenimenti della vita ec., o da
          queste prodotta in contrario e in dispetto dell’indole primitiva ec. (31. Agosto. 1823.).
          Io credo potere asserire che generalmente gli uomini meno soggetti a passioni veementi,
          quelli che non amano il piacere, quelli che mai non vissero per li piaceri, mai non furono
          trasportati da’ piaceri e <pb ed="aut" n="3316"/> dal desiderio e furore di questi (sieno
          piaceri corporali o spirituali), o che più nol sono; anche i meno iracondi, i più
          pazienti, e simili, per natura, o per abito contratto; sono i più inclinati all’egoismo, i
          più alieni abitualmente dal compatire e dal beneficare; spesso anche i più ingiusti per
          volontà riflettuta. E i contrari viceversa.</p>
        <p>Sono moltissimi che amano, predicano, promuovono, ed esercitano esclusivamente la
          giustizia, l’onestà, l’ordine, l’osservanza delle leggi, la rettitudine, l’adempimento de’
          doveri verso chi che sia, l’equa dispensazione de’ premi e delle pene, la fuga delle
          colpe; ma ciò non per virtù, nè come virtù, non per finezza o grandezza o forza o
          compostezza d’animo, non per inclinazione, non per passione, ma per viltà e povertà di
          cuore, per infingardaggine, per inattività, per debolezza esteriore o interiore, perchè
          non potendo (per debolezza) o non volendo (per pigrizia) o non osando (per codardia) nè
          provvedersi nè difendersi da se stessi, vogliono che la legge e la società vegli per loro,
          e provvegga loro e li difenda senza loro fatica, e in modo ch’essi se ne riposino su di
          lei; perchè la via del retto è la meno pericolosa, la sola che nel mondo <pb ed="aut"
            n="3317"/> sia <emph>palesemente</emph> permessa; perchè l’onestà delle azioni avendo
          (almeno apparentemente) meno ostacoli a combattere, cagiona meno imbarazzi, esige meno
          attività, meno travagli, produce conseguenze meno moleste; perchè non ardiscono
          contravvenire alle leggi, nè farsi alcun nemico, molto meno quei che comandano e che
          vegliano all’esecuzione d’esse leggi; perchè temono il castigo, la riprensione, il biasimo
          pubblico, si lasciano imporre dall’apparenza dell’opinione universale, la quale opinione
          mostra di stimare o di non molestare nè denigrare i buoni, e di odiare e biasimare i
          cattivi ec. perchè non hanno spirito d’aspirare a cose straordinarie, nè di procacciarsi o
          beni o piaceri, nè di avanzare il loro stato ec., col subire qualche, ancorchè minimo,
          pericolo, col combattere qualche ostacolo, ec. nè di nulla tentare fuor del consueto e
          dell’ordine, e nulla rischiare, ec. Questi tali, benchè incapaci di far male o torto
          (volontariamente) ad alcuno, o d’offendere altrui in verun modo, di soverchiare ec. sono
          grandissimi egoisti, chiusi alla compassione, ignari della beneficenza. Sono altri
          ch’esercitano ed amano al modo stesso la giustizia, non per virtù, nè anche per viltà, ma
          perchè stanchi e disingannati del mondo, e nulla più curandosi di quanto si possa
          acquistare o coll’ingiustizia o comunque, non cercano più che la pace, la quale non si
          trova fuor dell’ordine, e però sono amici dell’ordine. Questi ancora sono per lo più
          egoisti o nati o divenuti. (1. Settembre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Italianismi nell’uso della voce <foreign lang="lat" rend="italic">unus</foreign>.
            <bibl>Vedi <author>Svetonio</author>, in <title lang="lat">Iul. Caes.</title> cap. 32.
            par. 1.</bibl> e quivi il Pitisco ec. col Forcellini ec. (1. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3318"/> Un francese, un inglese, un tedesco che ha coltivato il suo
          ingegno, e che si trova in istato di pensare, non ha che a scrivere. Egli trova una lingua
          nazionale moderna già formata, stabilita e perfetta, imparata la quale, ei non ha che a
          servirsene. Nè dal principio della loro letteratura in poi, è stato mai bisogno ad alcuno
          scrittore di queste nazioni, qual ch’ei si fosse, il formarsi una lingua moderna, cioè
          tale che volendo scrivere, come ognun deve, alla moderna, ei potesse col di lei mezzo
          esprimere i suoi concetti in qualsivoglia genere. Come dal principio delle loro
          letterature in poi, quelle nazioni non hanno mai intermesso di coltivar esse medesime gli
          studi in esse introdotti; o creando e inventando nuovi generi o discipline, con esse hanno
          naturalmente e sin dal loro principio creato o formato il linguaggio che loro si
          conveniva; o accettando generi o discipline forestiere, non mai per ancora in esse nazioni
          conosciute o trattate, insieme con essi generi e discipline accettarono senza contrasto
          alcuno quei modi e quei vocaboli, ancorchè forestieri, che con esse erano congiunte, e che
          a volerle trattare indispensabilmente si richiedevano; così non è stato mai tempo alcuno
          in <pb ed="aut" n="3319"/> cui gli scrittori di quelle nazioni, avendo che scrivere, non
          avessero come scrivere; mai tempo alcuno in cui quelle nazioni non avessero lingua
          nazionale moderna per qualunque genere di letteratura e per qualsivoglia disciplina da
          loro trattata.</p>
        <p>Ben diverso è oggidì il caso dell’Italia. Come noi non abbiamo se non letteratura antica,
          e come la lingua illustre e propria ad essere scritta, non è mai scompagnata dalla
          letteratura, e segue sempre le vicende di questa, e dove questa manca o s’arresta, manca
          essa pure e si ferma; così fermata tra noi la letteratura, fermossi anche la lingua, e
          siccome della letteratura, così pur della lingua illustre si deve dire, che noi non ne
          abbiamo se non antica. Sono oggimai più di centocinquant’anni che l’Italia nè crea, nè
          coltiva per se verun genere di letteratura, perocchè in niun genere ha prodotto scrittori
          originali dentro questo tempo, e gli scrittori che ha prodotto, non avendo mai fatto e non
          facendo altro che copiare gli antichi, non si chiamano coltivatori della letteratura,
          perchè non coltiva <pb ed="aut" n="3320"/> il suo campo chi per esso passeggia e sempre
          diligentemente l’osserva, lasciando però le cose come stanno; nè per rispetto di questi
          scrittori verun genere della nostra letteratura s’è per niuna parte avanzato o migliorato,
          niun genere nuovo introdotto; la nostra letteratura è d’allora in poi, quanto a questi
          scrittori, affatto stazionaria; or questo si chiamerà aver coltivato la nostra
          letteratura? potremo dir che sia stata coltivata senza profitto alcuno: ciò viene a esser
          la stessa cosa.</p>
        <p>In questo spazio di tempo la letteratura francese e la tedesca sono nate, la letteratura
          inglese si è primieramente formata e stabilita. Queste tre letterature, quante elle sono e
          quanto abbracciano, s’includono, si può dir, tutte, quanto al tempo, ne’
          centocinquant’anni della immobilità della nostra letteratura. La depravazione e quindi il
          cominciamento dell’ozio e della inoperosità della letteratura italiana furono quasi il
          segnale alle altre letterature più famose d’Europa di sorgere e comparire <pb ed="aut"
            n="3321"/> nel mondo. Elle sono sorte, e in breve spazio hanno avanzato e passato i
          termini da noi già tocchi, e il progresso universale della letteratura e delle cognizioni
          umane ne’ centocinquant’anni ultimi è stato così rapido e così grande, ch’egli equivale
          per così dire a quello fatto per tutti i secoli addietro infino all’epoca nominata. Ciò
          singolarmente si può dire in quanto alla filosofia, la quale rinata dopo la detta epoca, e
          tutta nuova, fa parere più che pigmea la filosofia di tutti gli altri secoli insieme. Ella
          è divenuta la scienza, il carattere, la proprietà de’ moderni; ella regge, domina,
          vivifica, anima tutta la letteratura moderna; ella n’è la materia e il subbietto; ella in
          somma è il tutto oggidì negli studi, e in qualsivoglia genere di scrittura; o certo nulla
          è senza di lei.</p>
        <p>Fra queste generali vicende e questo progresso della letteratura, l’Italia, come di sopra
          dissi, nulla ha fatto per se. Gli scrittori alquanto originali ch’ella ha prodotti in
          questo tempo, gli scrittori che posson meritar nome di moderni, non <pb ed="aut" n="3322"
          /> sono stati sufficienti nè per originalità nè per numero, a darle una lingua nazionale
          moderna, nello stesso modo ch’ei non sono stati sufficienti a fare ch’ella avesse una
          letteratura moderna nazionale.</p>
        <p>E quanto alla lingua, l’insufficienza loro a far che l’Italia n’avesse una moderna sua
          propria, è venuta principalmente da questa cagione. Trovando interrotta in Italia la
          letteratura, essi hanno trovato interrotta la lingua illustre; antica quella, antica ancor
          questa. Una lingua antica non può esser buona a dir cose moderne, e dirle, come devesi,
          alla moderna: nè la nostra lingua in particolare era buona ad esprimere le nuove
          cognizioni, a somministrare il bisognevole a tanta e sì vasta novità. Introducendosi fra
          noi appoco appoco la notizia delle letterature e discipline straniere, que’ pochi italiani
          ch’eccitati da queste nuove cognizioni si trovarono un capitale di mente da poter loro
          aggiungere qualche cosa di loro; quei molti più che invaghiti della novità, o mossi da
          qualunque altro motivo, deliberarono, <pb ed="aut" n="3323"/> senza però aver nulla di
          proprio da scrivere, d’introdurre o divulgare, come si doveva, in Italia i nuovi generi,
          le nuove letterature e discipline, la nuova filosofia, anzi per meglio dire, la filosofia,
          non bastando a ciò la lingua italiana antica, intieramente la dismessero, e come di
          facoltà e di pensieri, così di lingua andarono a scuola dagli stranieri; e da cui
          toglievano le cose, sia per solamente ripeterle, sia pur talora per accrescerle e in
          qualche parte migliorarle, da essi tolsero anche le voci e le maniere e le forme del
          favellare e scrivere. Gli scienziati propriamente detti, rispetto ai quali la nostra
          nazione non fu quasi per alcun tempo seconda a verun’altra, sempre però poco curanti della
          lingua, seguirono la barbarie venuta in uso, come il linguaggio ch’era loro alla mano, e
          come indifferentemente avrebbero seguito qualunque altro linguaggio o puro o impuro che
          avessero avuto in pronto e che fosse stato comune, il che sempre avevano fatto qui ed
          altrove.</p>
        <p>Tristo veramente e difficile era il caso loro, ma peggio il partito a cui s’appigliarono.
          Difficile il caso, perocchè quanto è facile il continuare a una nazione la sua lingua
          illustre insieme colla sua letteratura, tanto è difficile, interrotta per lungo spazio la
          letteratura, e dovendo quasi ricrearla, riannodare la lingua a lei conveniente colla già
          antiquata lingua illustre della nazione, colla lingua che fu propria della nazionale
          letteratura prima che questa fusse totalmente interrotta.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3324"/> In questo caso non si trovò forse mai nazione veruna (se non se
          oggidì la spagnuola quando ella intraprendesse di ristorare la sua quasi spenta
          letteratura). Ma questo appunto è il caso nel quale si trova oggi l’Italia.</p>
        <p>Noi abbiamo una lingua; antica bensì, ma ricchissima, vastissima, bellissima,
          potentissima, insomma colma d’ogni sorta di pregi; perocchè abbiamo una letteratura,
          antica ancor essa, ma vasta, varia, bellissima, abbondantissima di generi e di scrittori,
          splendidissima di classici, durata per ben tre secoli e più, tale che rispetto all’età
          ch’ella aveva quando fu tralasciata, l’età che hanno presentemente l’altre letterature, è
          affatto giovanile. Per queste cagioni, e per altre che ora non accade specificare, questa
          lingua italiana che noi ci troviamo, supera di ricchezza, di potenza, di varietà tutte le
          lingue moderne, salvo forse la tedesca; di bellezza avanza d’assai tutte queste lingue
          senza eccezione nè dubbio alcuno; d’altri pregi è superiore, non solamente a esse lingue,
          ma alle antiche eziandio. Tale si è <pb ed="aut" n="3325"/> la lingua italiana per se ed
          intrinsecamente. Ma ella è antica; cosa estrinseca; ed essendo antica non basta, nè si
          adatta tal quale ella è, a chi vuole scriver cose moderne in maniera moderna. Perciò forse
          potrà un uomo sano volere o concedere che una tal lingua si gitti e dimentichi come
          divenuta del tutto inutile, e che dando all’Italia una letteratura moderna propria, se le
          debba dare con essa insieme una lingua affatto nuova, come finora s’è fatto, o pigliandola
          dagli stranieri, ch’è pur quel che s’è fatto, o creandola di pianta, quasi niuna, o solo
          una imperfettissima e debole e scarsa e spregevole lingua, avesse avuto l’Italia per lo
          passato.</p>
        <p>Ma certo, come questo è assurdissimo, e siccome per prova veggiamo, dannosissimo; così
          quello è necessario, evidente e certo, che volendo dare alla moderna Italia una moderna
          letteratura, conviene non già mutare la sua antica lingua, nè disfarla, nè rinnovarla, ma
          salvi i suoi fondamenti, l’indole e proprietà sua, e tutti i suoi pregi secondo le loro
          speciali e proprie qualità, rimodernarla, e fare in modo che la lingua <pb ed="aut"
            n="3326"/> moderna italiana illustre sia propriamente una continuazione, una derivazione
          dell’antica, anzi la medesima antica lingua continuata, niente meno che la francese
          dell’ultima metà del passato secolo, e quella del presente, non sono altra che quella del
          tempo di Luigi XIV. continuata di mano in mano.</p>
        <p>Or questo ai francesi fu facile, perchè la loro letteratura non fu interrotta per alcun
          tempo, da Luigi in poi; laonde la loro lingua fu sempre continuata naturalmente e senza
          sforzo, e sempre successivamente modificandosi secondo i tempi, fu in ciascun tempo
          moderna, ma una in tutti i tempi considerati insieme. A noi bisogna far forza alle cose, e
          quasi scancellare e annullare o nascondere il fatto, cioè governarci in modo che quel che
          fu, apparisca non essere stato, e la lingua italiana sembri non essere stata per alcun
          tempo interrotta, ma continuamente avanzata e modificata sino a divenir propria e conforme
          e conveniente all’odierna Italia ed alla sua moderna letteratura.</p>
        <p>Quindi si consideri le grandissime difficoltà ed ostacoli che si attraversano, le
          angustie <pb ed="aut" n="3327"/> che stringono, la vera infelicità della condizione in cui
          si trova oggidì l’italiano che aspiri ad esser scrittor classico, cioè pensare
          originalmente, dir cose proprie del tempo, dirle in modo proprio del tempo, e
          perfettamente adoperare la sua lingua, senza le quali condizioni, e una sola che ne
          manchi, non si può mai nè pretendere giustamente, nè ragionevolmente sperare l’immortalità
          letteraria. (Alla quale, e sia detto per incidenza, ben raro o niuno è che giungesse per
          mezzo di opere scritte in lingua non sua; come se noi spaventati dalle difficoltà che ho
          detto e son per dire, volessimo scrivere in francese piuttosto che in italiano.)</p>
        <p>Un italiano ancorchè pienamente istruito in tutto ciò che si richiede oggidì in
          qualsivoglia luogo a un perfetto uomo di lettere, ancorchè sommamente ricco
          d’immaginazione e di cuore, ancorchè fecondissimo e gravido di pensieri propri,
          importantissimi, profondissimi, novissimi, d’invenzioni, d’idee d’ogni genere
          convenientissime al tempo; ancorchè osservatore, meditatore, ragionatore senza pari;
          ancorchè peritissimo di tutte l’arti e artifizi dello <pb ed="aut" n="3328"/> stile;
          volendo perfettamente scrivere in italiano, ed essendo, per ogni altro riguardo,
          capacissimo di perfettamente scrivere; si trova mancare affatto della lingua in cui possa
          farlo, non solo perfettamente, ma pur mediocrissimamente. A questo tale è duopo
          apprestarsi prima di tutto una lingua colle sue mani. Ma questa in qual modo? Manco
          difficile sarebbe il crearsela. Se l’Italia non avesse che una lingua imperfettissima,
          ristrettissima e bambina, manco difficile sarebbe a un grande ingegno il perfezionarla,
          l’arricchirla, il dilatarla, il condurla a maturità. Ma l’Italia ha una lingua altrettanto
          perfetta quanto immensa; bensì da lungo tempo dismessa, e però impropria a’ di lui
          bisogni, a’ quali ella non fu ancor mai per alcuno adattata nè adoperata. Conviene adunque
          indispensabilmente che l’ingegno da noi supposto, innanzi di porsi a scrivere,
          perfettamente impari questa lingua infinita, che tutta l’abbracci, che la si converta in
          succo e sangue, che se ne renda risolutissimo e pienissimo possessore e padrone, che
          n’abbia per le dita e il tutto e fino alle menome parti franchissima e speditissimamente.
            <pb ed="aut" n="3329"/> Come senza ciò potrebb’egli derivarne e farne nascere e
          pullulare in guisa che paia del tutto spontanea, una lingua conforme alla natura e a’
          bisogni de’ moderni tempi e delle moderne cognizioni, la qual sembri e sia onninamente una
          coll’antica? come commettere insieme quella con questa per modo che nulla appaia la
          commissura? Ma questa lingua essendo antica, egli non la può già imparar dalla balia, ma
          gli conviene apprenderla per istudio; essendo infinita e in se diversissima, egli non la
          può apparare con istudio nè breve nè leggero, ma solo con lunghissimi sudori, e profonde
          ricerche sulle sue proprietà, e continuo esercizio di leggerla e di scriverla, e assiduo
          ed attentissimo studio de’ suoi classici che sono in grandissimo numero. E così facendo,
          troverà, e sempre più si persuaderà, che siccome della lingua greca si dice, così della
          italiana si può dire, lei essere veramente infinita, e tale ch’egli è impossibile di tutta
          abbracciarla, e mai non viene quel giorno che nuove conoscenze intorno a essa lingua non
          si possano <pb ed="aut" n="3330"/> acquistare, nè che il cammino sia terminato. Ma senza
          andare agli eccessi; sebbene nulla v’ha qui d’esagerato; senza però voler conservare una
          troppo grande esattezza nel ragionamento; supponendo ancora, com’è il vero, che un grande
          e felice ingegno possa arrivare a comprender coll’animo e possedere, se non tutta quanta
          la nostra lingua, pur tanta parte di lei che la cognizione e la domestichezza d’essa
          parte, gli basti a poter sulle fondamenta, sull’ordine, sul disegno dell’antica lingua
          fabbricare come una continuazione d’edificio la moderna; veggasi quanto a costui convien
          travagliare innanzi di poter far uso de’ suoi pensieri. Ella è cosa certa che la vera
          cognizione e padronanza di una lingua come l’italiana, domanda, per non dir troppo, quasi
          una metà della vita, e dico di quella cognizione e padronanza ch’è indispensabile a
          chiunque debba veramente ristorarla. Ma la scienza, la sapienza, lo studio dell’uomo, non
          domandano tutta la vita? e quella immensa moltiplicità di cognizioni piccole e grandi,
          quella universalità che <pb ed="aut" n="3331"/> si richiede oggidì quasi generalmente a
          ogni uomo di lettere, ma ch’è sommamente necessaria al filosofo; la cognizione ed uso e
          pratica di tante altre lingue antiche e moderne e de’ loro autori, letterature ec.
          domandano poca parte di tempo? Certo è veramente dura e deplorabile oggidì la condizione
          dell’italiano il quale avesse nella sua mente cose degne d’essere scritte e convenienti a’
          nostri tempi; perocch’egli, anche volendo usare la maggior semplicità del mondo, non
          avrebbe una lingua naturale in cui scrivere (come l’hanno i francesi ec. atta a potervi
          subito scrivere, com’ei l’abbiano competentemente coltivata e studiata), nè il modo di
          bene esprimere i suoi concetti gli correrebbe mai alla penna spontaneo, ma converrebbe
          ch’egli si fabbricasse l’istrumento con cui significar le sue idee. E d’altronde ella è
          ben ardua e difficile la condizione di un ingegno quantunque si voglia grande e colto, al
          quale oltre la grande impresa di ristorare la letteratura italiana, e dare o mostrare
          all’Italia una letteratura propria moderna, <pb ed="aut" n="3332"/> quasi ciò fosse poco,
          converrebbe in prima necessariamente aprirsi la via col ristorare la lingua italiana e
          dare all’Italia una lingua nazionale moderna, quasi questa ancora non fosse per se sola
          un’impresa sufficiente a una vita intera e ad un eccellente ingegno.</p>
        <p>Tanta è la difficoltà di condurre a termine due imprese di questa sorta, il che
          dovrebb’esser pure necessariamente lo scopo e l’istituto di qualunque letterato italiano
          degno di questo nome; e d’altronde egli è così vero che la letteratura e la lingua mai non
          si scompagnano, nè l’una dall’altra si dissomigliano, e ch’egli è quasi impossibile di
          scrivere perfettamente, e in forma che paia spontanea, una lingua per solo studio apparata
          o fabbricatasi; che io siccome so certo che l’Italia non avrà propria letteratura moderna
          finch’ella non avrà lingua moderna nazionale, così mi persuado che tal lingua ella non
          avrà mai finchè non abbia tale letteratura: onde (se pur dobbiamo sperarlo) nata una
          letteratura <pb ed="aut" n="3333"/> moderna italiana, seco a paro nascerà una moderna
          lingua, e quindi di mano in mano cresceranno ambedue appoco appoco, l’una insieme
          coll’altra e in virtù dell’altra scambievolmente, ma più la lingua in virtù della
          letteratura, che questa per l’aiuto di quella. E così con mio dispiacere predìco che
          seppur avremo mai più lingua moderna propria, questa non nascerà dall’antica nè a lei
          corrisponderà, ma nascendo dalla nuova letteratura, a questa sarà conforme: ed essendo di
          origine straniera, ci si verrà appoco appoco appropriando e pigliando forme nazionali
          (quai ch’elle saranno per essere; non già le antiche) a proporzione che la nuova
          letteratura diverrà nazionale, e metterà radici in Italia, e si nutrirà e crescerà del
          nostro terreno, e produrrà frutti propri italiani. A questo mi conduce il considerare che
          nè i nostri antichi scrittori nè i moderni o antichi di nazione alcuna presente o passata,
          furono mai pensatori, originali ec. scrivendo in altra lingua che in quella del loro
          secolo e in quella usata generalmente <pb ed="aut" n="3334"/> da’ nazionali, e che loro
          veniva alla penna spontanea, ben da loro assai volte (come da Cicerone) raffinata,
          riformata, accresciuta, perfezionata, ma non mai per solo studio appresa, per solo studio
          quasi ricreata. Al quale immenso travaglio, ed alla continua difficoltà di scrivere e
          perfettamente scrivere in una tal lingua ancor dopo appresa, formata e posseduta, è quasi
          impossibile trovare un pensatore originale, un gran filosofo, un uomo di genio e di grande
          immaginazione, che si assoggetti; o che assoggettandocisi, si conservi in se stesso e ne’
          suoi scritti, pensatore, filosofo, originale; senza di che sarebbe inutile l’esservisi
          assoggettato. Non altrimenti che siano inutili allo scopo di dare all’Italia lingua e
          letteratura moderna propria, coloro che oggi si sforzano di scrivere in buono italiano,
          da’ quali è rimota ogni sorta di <emph>pensiero</emph>, non solo nuovo ma moderno, e che
          avendo a nominar qualche cosa moderna, la nominano o accennano copertamente, e avendo
          talvolta a mostrare qualche conoscenza, qualche idea di quelle che i nostri antichi non
          avevano, si fanno un pregio e un dovere di non farlo che dissimulatamente, fingendosi <pb
            ed="aut" n="3335"/> il più che possono ignoranti di quanto gli antichi ignoravano. E non
          altrimenti che inutili al sopraddetto scopo sieno oggidì coloro che tra noi pur pensano
          qualche cosa (ben pochi e poco), o che da’ paesi di fuori recano a noi qualche pensiero
          ec. i quali tutti non iscrivono italiano ma barbaro. E questa separazione e distinzione di
          gente che scrive in italiano (vero o preteso), e gente che pensa, stimo per le suddette
          ragioni, che sempre sia per durare in Italia; mentre questi non prevagliano a quelli,
          formando finalmente appoco appoco un nuovo italiano illustre e rendendolo universale tra
          noi in vece dell’antico. Dal che siamo ancora ben lontani, massime oggidì, che il numero e
          il valore di quelle ombre di filosofi che ha veduto fin qui l’Italia, va pur sempre
          notabilissimamente scemando; e sempre per lo contrario crescendo, non il valore, ma il
          numero di quelli che pretendono e aspirano a scrivere il buon italiano; onde l’Italia è
          quasi tutta rivolta di nuovo alla sua antica lingua, e di pensieri oramai nulla più pensa
          nè <pb ed="aut" n="3336"/> cura nè richiede; propriamente nulla.</p>
        <p>Mala cosa per certo si è l’interruzione degli studi, dovunque ella accada, sì per mille
          altri danni, sì perchè colla letteratura ella antiqua la lingua illustre<note resp="aut"
            n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere il Dialogo Delle Lingue dello Speroni dalla p. 121. in poi, cioè tutto il
              discorso tra il Lascari e il Peretto, sino alla fine del Dialogo.</p>
          </note>. Di modo che risorgendo essa letteratura, l’è grandissimo impedimento e indugio a
          poter crescere e formarsi la mancanza di lingua a lei conveniente, e il tempo e
          l’industria che bisogna spendere in fornirnela. Quanto crediamo noi che ritardasse gli
          avanzamenti dello spirito umano (non in una sola nazione ma in tutta l’Europa) dopo il
          risorgimento degli studi, la mancanza di lingue proprie alle nuove lettere? La qual
          mancanza non da altro provenne che dalla diuturna interruzione della letteratura in
          Europa. Perocchè la lingua latina non avrebbe cessato di esser parlata e propria degli
          europei, se fosse durata la letteratura latina. Ben si sarebbe sempre modificata secondo i
          tempi, di modo ch’ella oggidì sarebbe diversa dall’antica; ma sarebbe pur lingua latina; e
          in Europa si parlerebbe e scriverebbe il latino come lingua propria, come moderna, come
          conveniente a’ nostri tempi (quale infatti ella sarebbe); e lo spirito umano sarebbe più
          oltre ch’ei non è, <pb ed="aut" n="3337"/> perchè sarebbe stato impiegato nel coltivar la
          sapienza e le lettere quel tempo che fu dovuto spendere nel formare delle lingue
          convenienti a queste, e ai costumi e al carattere de’ moderni secoli. Il che volendo
          evitare e risparmiare i primi cultori de’ risuscitati studi, si ostinarono a volere
          scrivere in latino; ma il latino era lingua antica, nè mai in una lingua antica si
          potranno scriver cose moderne nè scriverle modernamente. E molto nocque una tale
          ostinazione al progresso de’ lumi e della coltura e alla formazione dello spirito
          nazionale e moderno. Il quale non mai si sarebbe formato se non fossero state formate e
          stabilite le lingue moderne in vece della latina. Siccome per lo contrario si vede che
          queste non prima furono formate e stabilite di quel che lo spirito nazionale e moderno
          pigliasse una consistenza e una certa forma e fisonomia propria, prima in Italia, poscia
          in Ispagna, indi in Francia e in Inghilterra, ultimamente in Germania, che ultima di tutte
          queste nazioni lasciò l’uso della lingua latina come letterata e illustre, e le sostituì
            <pb ed="aut" n="3338"/> la nazionale. E questo esempio dell’Europa si deve
          proporzionatamente applicare e paragonare al caso dell’odierna Italia, e dedurne delle
          congetture, certo assai verisimili e solide, circa il futuro esito delle nostre presenti
          circostanze. (1-2. Settembre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Del resto, dalle considerazioni qui dietro fatte sulla necessità che l’Europa e lo
          spirito umano avevano di nuove lingue illustri a potersi avanzare e nè costumi e nelle
          scienze e nelle lettere e nella filosofia, dopo il risorgimento degli studi; e sul
          grandissimo detrimento e ritardo che portò alla rinata civiltà la rinnovazione dell’uso
          esclusivo del latino come lingua illustre; e sul maggior danno e indugio che le avrebbe
          apportato la continuazione di tale uso, apparisce più visibilmente che mai quanto debbano
          a Dante, non pur la lingua italiana, come si suol predicare, ma la nazione istessa, e
          l’Europa tutta e lo spirito umano. Perocchè Dante fu il primo assolutamente in Europa, che
          (contro l’uso e il sentimento di tutti i suoi contemporanei, e di molti posteri, che di
          ciò lo biasimarono: <bibl>v. <author>Perticari</author>
            <title>Apologia</title> cap. 34.</bibl>) ardì concepire <pb ed="aut" n="3339"/> e
          scrisse un’opera classica e di letteratura in lingua volgare e moderna, inalzando una
          lingua moderna al grado di lingua illustre, in vece o almeno insieme colla latina che fino
          allora da tutti, e ancor molto dopo da non pochi, era stata e fu stimata unica capace di
          tal grado. E quest’opera classica non fu solo poetica, ma come i poemi d’Omero, abbracciò
          espressamente tutto il sapere di quella età, in teologia, filosofia, politica, storia,
          mitologia ec. E riuscì classica non rispetto solamente a quel tempo, ma a tutti i tempi, e
          tra le primarie; nè solo rispetto all’Italia ma a tutte le nazioni e letterature. Senza un
          tale esempio ed ardire, o s’ei fosse riuscito men fortunato e splendido, e se quell’opera
          pel suo soggetto fosse stata meno universale, e meno appartenente, per così dire, a ogni
          genere di letteratura e di dottrina; si può, se non altro, indubitatamente credere che sì
          l’Italia sì l’altre nazioni avrebbero tardato assai più che non fecero a inalzare le
          lingue proprie e moderne al grado di lingue illustri, e quindi a formarsi delle
          letterature proprie e <pb ed="aut" n="3340"/> moderne e conformi ai tempi, e quindi lo
          spirito e il carattere nazionale, moderno, distinto, determinato ec. Dante diede
          l’esempio, aprì e spianò la strada, mostrò lo scopo, fece coraggio e col suo ardire e
          colla sua riuscita agl’italiani: l’Italia alle altre nazioni. Questo è incontrastabile. Nè
          il fatto di Dante fu casuale e non derivato da ragione e riflessione, e profonda
          riflessione. Egli volle espressamente sostituire una lingua moderna illustre alla lingua
          latina, perchè così giudicò richiedere le circostanze de’ tempi e la natura delle cose; e
          volle espressamente bandita la lingua latina dall’uso de’ letterati, de’ dotti, de’
          legislatori, notari ec., come non più convenevole ai tempi. Il fatto di Dante venne da
          proposito e istituto, e mirò ad uno scopo; e il proposito, l’istituto e lo scopo (quanto
          spetta al nostro discorso<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Perocchè anche altri istituti egli seguì, ed altri fini si propose, tutti bellissimi
              e savissimi, ma che non appartengono al nostro proposito.</p>
          </note>) (siccome eziandio la scelta e l’uso de’ mezzi) fu da acutissimo, profondissimo e
          sapientissimo filosofo. Veggasi il Perticari nel luogo citato. (2. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I francesi amano di usare il numero ordinale pel cardinale. <foreign lang="fre"
            rend="italic">Louis quatorze, livre deux</foreign> etc. <pb ed="aut" n="3341"/> Pretto
          idiotismo e sgrammaticatura. Or vedilo altresì, se non fallo, appo <bibl>
            <author>Svetonio</author> in <title>Iul. Caes.</title> c. 39. par. 4.</bibl> e appo gli
          autori quivi allegati dal Pitisco ec. (2 Settembre. 1823.). V. p. 3544.3557.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I limiti della materia sono i limiti delle umane idee. (3. Settembre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3235. <foreign lang="lat" rend="italic">Instigo as</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">instinguo is</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic"
            >instinctus a um</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">instinctus us</foreign>.
          Il semplice è <foreign lang="lat" rend="italic">stinguo</foreign> (onde anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">exstinguo, restinguo, distinguo</foreign> ec.) e di questo
          verbo ho detto altrove in altro proposito. Quelli che derivano <foreign lang="lat"
            rend="italic">instigo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">insto</foreign> ec.
          molto s’ingannano. Gli altri verbi da noi raccolti in questa categoria mostrano ch’ei
          viene da <foreign lang="lat" rend="italic">instinguo</foreign> come <foreign lang="lat"
            rend="italic">jugo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">jungo</foreign>
            ec.<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Osservisi che <foreign lang="lat" rend="italic">instigo</foreign> propriam. è
              continuativo p. la significaz., perocchè <foreign lang="lat" rend="italic"
              >instinguo</foreign> propriamente significa l’atto del pungere, e quindi dello
              spingere, dell’indurre, ma <foreign lang="lat" rend="italic">instigo</foreign>
              significa lo stimolare, lo stare attorno, il far ressa p. indurre. L’<foreign
                lang="lat" rend="italic">instinguere</foreign> è lo scopo dell’<foreign lang="lat"
                rend="italic">instigare</foreign>.</p>
          </note> Chi volesse che <foreign lang="lat" rend="italic">insidior</foreign> (fors’anche
          si trova <foreign lang="lat" rend="italic">insidio</foreign>) venga a dirittura da
            <foreign lang="lat" rend="italic">insideo</foreign> piuttosto che da <foreign lang="lat"
            rend="italic">insidiae</foreign> (la qual voce in tal caso verrebbe non da <foreign
            lang="lat" rend="italic">insideo</foreign> ma da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >insidior</foreign>), lo mostrerebbe appartenente a questa categoria, e in tal caso
          sarebbe da notare ch’ei non nascerebbe da un verbo della terza, ma (da un anomalo) della
          seconda. (3. Settembre. 1823.). Potrebbe però anche venire da <foreign lang="lat"
            rend="italic">insido is</foreign>
          <note resp="aut" n="c" place="foot">
            <p>È però più verisimile che venga da <foreign lang="lat" rend="italic"
              >insidiae</foreign> (di cui v. p. 3350.) Altrimenti farebbe piuttosto <foreign
                lang="lat" rend="italic">insidor aris</foreign>, come <foreign lang="lat"
                rend="italic">sedo as</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">sedeo</foreign>
              (o da <foreign lang="lat" rend="italic">sido is</foreign>) del che altrove.</p>
          </note>. <foreign lang="lat" rend="italic">Invideo</foreign>, <emph>invidia,
          invidiare</emph> ital. ec. (3. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3342"/> Alla p. 3098. Tutte le nazioni e società primitive, non altrimenti
          che oggidì le selvagge, riputarono l’infelice e lo sventurato per nemico agli Dei o a
          causa di vizi e delitti ond’ei fosse colpevole, o a causa d’invidia o d’altra passione o
          capriccio che movesse i Numi ad odiar lui in particolare o la sua stirpe ec. secondo le
          diverse idee che tali nazioni avevano della giustizia e della natura degli Dei. Un’impresa
          mai riuscita mostrava che gli Dei l’avessero contrariata o per se stessa o per odio verso
          l’imprenditore o gl’imprenditori. Un uomo solito a <foreign lang="fre" rend="italic"
            >échouer</foreign> nelle sue intraprese, era senza fallo in ira agli Dei. Una malattia,
          un naufragio, altre tali disgrazie provenienti più dirittamente dalla natura erano segni
          più che mai certi dell’odio divino. Si fuggiva quindi l’infelice, come il colpevole; se
          gli negava ogni soccorso e compassione, temendo di farsi complice in questo modo della
          colpa, per poi divenire partecipe della pena. Qua si dee riferire l’infamia pubblica in
          cui erano i lebbrosi appresso gli Ebrei, e lo sono ancora, s’io non m’inganno, appo
          gl’indiani. Gli amici e la moglie di Giobbe lo <pb ed="aut" n="3343"/> stimarono uno
          scellerato, com’ei lo videro percosso da tante disgrazie, benchè testimonii dell’innocenza
          della passata sua vita. I Barbari dell’isola di Malta vedendo l’Apostolo S. Paolo
          naufrago, e pur salvato in terra, e quivi assalito da una vipera, lo stimarono un omicida
          che la divina vendetta perseguitasse per ogni dove (<bibl>
            <title>Act.</title> cap. 28. 3-6.</bibl>). Rimane eziandio nelle antiche lingue il
          segno, come d’ogni altra antica cosa, così di queste opinioni. <quote>
            <foreign lang="grc">Τάλας</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Aristoph.</author>
            <title>Plut.</title> 4.5. 19.</bibl>), <quote>
            <foreign lang="grc">κακοδαίμων</foreign>
          </quote> (<bibl>ib. 4. 3. 47.</bibl>), <foreign lang="grc">ἄθλιος</foreign> e simili nomi
          tanto valevano <emph>infelice</emph>, quanto <emph>malvagio, scellerato</emph> ec. V. i
          latini. Onde anche tra noi <emph>sciagurato, disgraziato, misero, miserabile</emph> ec.
          hanno l’uno e l’altro significato; ovvero si attribuiscono altrui anche per avvilimento e
          disprezzo. Così in francese <foreign lang="fre" rend="italic">malheureux,
          miserable</foreign> ec. Cattivo ha perduto affatto il significato di <emph>misero</emph>,
          che prima ebbe, ma non quello di <emph>ribaldo, reo, malo</emph> ch’è il suo più ordinario
          e volgare significato oggidì. (3. Settembre 1823.). V. p. 3351.</p>
        <p>
          <foreign lang="grc">Μοχθηρός, πονηρός</foreign> (<foreign lang="grc">πόνηρος</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">infelix</foreign>) <foreign lang="grc">μοχθηρία,
          πονηρία</foreign> ec. ec. V. lo Scapula, e p. 3382. <foreign lang="grc">κακοδαίμων</foreign>
          <emph>quegli che ha nemico</emph>
          <foreign lang="grc">τό δαιμόνιον</foreign> cioè <emph>la divinità</emph>, o <foreign
            lang="grc">τὸν δαίμονα</foreign>. Ma e’ vuol dire <emph>infelice</emph>. Luciano
          congiunge <quote>
            <foreign lang="grc">θεοῖς ἐχθροὺς καὶ κακοδαίμονας.</foreign>
          </quote>. <foreign lang="grc">Εὐδαίμων</foreign>
          <emph>ch’ha gli dei amici</emph>, ma e’ vuol dir <emph>fortunato, felice</emph>. V. lo
          Scapula in queste voci e in <foreign lang="grc">ἐ χ θροδαίμων</foreign> e in <foreign
            lang="grc">βαρυδαίμων</foreign>, co’ derivati ec. e <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> l. 3. p. 260.</bibl> e ivi il Vettori (ed. Flor. 1576.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tapino</emph> donde se non da <foreign lang="grc">ταπεινός</foreign>? (3. Settembre
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3344"/>
          <emph>Scrissero, vissero, dissero, videro; diedero, tennero</emph> e simili innumerabili,
          quasi da <foreign lang="lat" rend="italic">scripserunt, vixerunt, dixerunt, viderunt,
            dederunt, tenuerunt</foreign>. Così veramente dissero molti poeti, massime i più
          antichi, e che tal pronunzia fosse o restasse propria del volgo romano, il quale
          conservasse anche in questo l’antichità e la trasmettesse fino a noi, si può raccogliere
          da certi versi popolari portati da <bibl>
            <author>Svetonio</author> in <title lang="lat">Jul. Caes.</title> cap. 80 par. 3.</bibl>
          (dove si veggano le note del Pitisco ec.), che correvano in Roma sugli ultimi tempi di
          Giulio Cesare. Dico popolari<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Lo dice Svetonio nello stesso cit. luogo: <quote>
                <foreign lang="lat" rend="italic">vulgo canebantur</foreign>
              </quote>.</p>
          </note>, e in fatti si paragonino con quelli riportati dal medesimo Svetonio ib. cap. 49.
          par. 7., ch’erano cantati dalla soldatesca di Cesare. (3. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3206. — 6. L’immaginazione, la facoltà d’inventare o inventiva, la vena e
          fecondità, lo spirito poetico, il genio, ec., non solo per cause morali, ma anche fisiche,
          si vede indubitatamente esser minore ne’ vecchi e negli uomini maturi, che ne’ giovani ne’
          fanciulli ec. e decrescere di mano in mano naturalmente secondo l’età. Si vede eziandio
          esser maggiore o minore ne’ diversi individui, non per solo effetto delle circostanze
          estrinseche e accidentali, ma anche primitivamente e per natura.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3345"/> 7. La memoria, indipendentemente dall’esercizio, il quale anzi per
          se, tanto l’accresce quanto è maggiore, più assiduo, più lungo, decresce evidentemente
          (almeno per l’ordinario) secondo l’età. Anzi osservando, si vede chiaro ch’ella ne’
          fanciulli è maggiore naturalmente, e minore per difetto o scarsezza d’esercizio, e che
          coll’età crescono le sue forze, per così dire artifiziali e fattizie, e scemano le
          naturali; finchè distrutte queste ne’ vecchi quasi affatto, anche quelle divengono
          inutili, e si perdono e dileguano, mancato loro il subbietto, cioè la disposizion fisica a
          ritenere degli organi destinati alla memoria. Le forze della memoria nell’uomo maturo sono
          quasi medie tra quelle del fanciullo e del vecchio, perchè le fattizie suppliscono alle
          naturali, che nel fanciullo sono maggiori assai che nell’uomo maturo, ma in questo sono
          maggiori assai che nel vecchio, e bastano ancora a servir di materia e subbietto alle
          forze artifiziali e derivanti dall’esercizio generale e particolare, passato e presente,
          ch’è maggiore nell’uomo maturo che nel fanciullo ec. È anche indubitabile che fisicamente
          altri ha maggiore, altri minor memoria, alcuni prodigiosa, altri niuna; e ciò in pari età,
          e <pb ed="aut" n="3346"/> supposta eziandio la parità di tutte l’altre circostanze. E
          questa differenza fisica talora è primitiva e innata, ossia dalla nascita, talora
          avventizia, ma pur sempre fisica, e indipendente, almeno in gran parte e radicalmente,
          dalle cause morali ec. Altresì è certo che in uno stesso individuo in una stessa età, anzi
          pure non di rado in una stessa giornata in diverse ore, per cause evidentemente fisiche,
          la memoria ora è più pronta e maggiore e più chiara, ora meno; ora più ora men facile sia
          ad apprendere sia a rimembrare, e disposta a farlo più o meno perfettamente ec. Or tutto
          questo discorso della memoria in cui si scorge tanto di fisico ec. perchè non dovrà
          eziandio applicarsi all’ingegno, al talento, all’intelletto ec. ch’è pure una facoltà
          dell’anima come la memoria, e viene ed è fondato, siccome questa, in una disposizione
          naturale, primitiva e innata nell’uomo ec.? (3. Settembre. 1823.). Se la disposizion
          fisica e naturale è varia quanto alla memoria nelle diverse età, ne’ diversi individui, in
          diversi tempi ec. indipendentemente dal morale, perchè non eziandio quanto <pb ed="aut"
            n="3347"/> all’intelletto e al talento? (3. Settembre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La stagione e il clima freddo dà maggior forza di agire, e minor voglia di farlo, maggior
          contentezza del presente, inclinazione all’ordine, al metodo, e fino all’uniformità. Il
          caldo scema le forze di agire, e nel tempo stesso ne ispira ed infiamma il desiderio,
          rende suscettibilissimi della noia, intolleranti dell’uniformità della vita, vaghi di
          novità, malcontenti di se stessi e del presente. Sembra che il freddo fortifichi il corpo
          e leghi l’animo: che il caldo addormenti e ammollisca e illanguidisca e intorpidisca il
          corpo, eccitando e svegliando e sciogliendo l’animo<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Nel freddo si ha la forza di agire, ma non senza incomodo. La temperatura dell’aria
              che vi circonda, opponendosi <foreign lang="fre" rend="italic">à ce que</foreign> voi
              possiate uscir di casa e di camera senza patimento, vi consiglia l’inazione e
              l’immobilità nel tempo stesso che vi dà la forza dell’azione e del moto. Si può dir
              che se ne sente la forza e la difficoltà nel tempo stesso. Nel caldo tutto l’opposto.
              Si <emph>sente</emph> la facilità dell’azione e del moto nel tempo stesso che se ne
              scarseggiano le forze. L’uomo prova espressamente un senso di libertà fisica che viene
              dall’amicizia dell’aria e della natura che lo circonda, un senso che lo invita al
              movimento e all’azione, ch’egli talora confonde con quello della forza, ma che n’è ben
              differente, come l’uomo si può avvedere, quando cedendo all’inquietezza che quel senso
              gl’ispira, e dandosi all’azione, la totale mancanza di forze che gli sopraggiunge, gli
              toglie quel senso di libertà, e l’obbliga a desiderare e cercare il riposo. Anche per
              se medesima la debolezza e il rilasciamento prodotto da causa non morbosa, come dal
              caldo, dà una certa facilità di determinarsi all’azione al movimento al travaglio, più
              che la tensione prodotta dal freddo. Può parere un paradosso, ma l’esperienza anche
              individuale lo prova. Pare che il corpo rilasciato sia più maneggiabile a se medesimo.
              Bensì la sua capacità di travagliare è poco durevole. ec.</p>
          </note>. L’attività del corpo è propria de’ settentrionali, de’ meridionali quella
          dell’animo. Ma il corpo non opera se non mosso dall’animo. Quindi è che i settentrionali
          sebbene senza controversia sia lor propria l’attività e laboriosità, pur sono veramente i
          più quieti popoli della terra; e i meridionali i più inquieti, benchè sia lor propria
          l’infingardaggine. I settentrionali hanno bisogno di grandissimo impulso a muoversi, a
          sollevarsi, a cercar novità: ma <pb ed="aut" n="3348"/> mossi che sieno, non sono facili a
          racquietare. Vedesi nelle loro storie, nelle quali, massime nelle moderne, e massime in
          quelle della Germania, pochissime rivoluzioni si troveranno (specialmente a paragone di
          quelle de’ meridionali) ma queste lunghissime, come quella di religione mossa da Lutero, e
          convertita ben tosto in rivoluzione politica. Sopportano facilmente la tirannia,
          finch’ella non gli spinge <foreign lang="fre" rend="italic">à bout</foreign>, come gli
          Svizzeri. Ubbidiscono volentieri, e comandati travagliano (anche eccessivamente) più
          volentieri che se operassero spontaneamente. Vedesi nella loro milizia. I meridionali sono
          facili e pronti e frequenti a muoversi, rivoltosi, poco tolleranti della tirannide, poco
          amici dell’ubbidire, ma facilissimi ancora a racquietare, facilissimi a ritornare in
          riposo; mobili, volubili, instabili, vaghi di novità politiche, incapaci di mantenerle;
          vaghi di libertà, incapaci di conservarla; al contrario de’ settentrionali che di rado la
          cercano, poco se ne curano; cercata o comunque acquistata, lunghissimamente la conservano.
          Infatti essi, e in particolare i tedeschi o teutoni, sono i soli in Europa che serbino
          qualche vestigio di libertà, qualche immagine <pb ed="aut" n="3349"/> delle antiche
          repubbliche; i soli appo cui le repubbliche si veggano per esperienza poter durare anche
          a’ tempi moderni. Verbigrazia gli Svizzeri, le città libere di Germania, le repubblichette
          de’ Fratelli Moravi ec. Nel mezzogiorno d’Europa non esiste più neppure un’ombra di
          repubblica in alcun luogo, fuori di San-Marino. In Germania ve n’ha non poche, ed alcuni
          piccoli principati di colà si governano oggi, o per volontà del principe (come Saxe-Gotha)
          o per costituzione, quasi a maniera di repubblica e stato franco.</p>
        <p>Si applichino queste osservazioni a quelle da me fatte p. 2752-5, 2926. fine -28, e
          viceversa quelle a queste. (3. Sett. 1823.). V. p. 3676.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Se l’idea del giusto e dell’ingiusto, del buono e del cattivo morale, non esiste o non
          nasce per se nell’intelletto degli uomini, niuna legge di niun legislatore può far che
          un’azione o un’ommissione sia giusta nè ingiusta, buona nè cattiva. Perocchè non vi può
          esser niuna ragione per la quale sia giusto nè ingiusto, buono nè cattivo, l’ubbidire a
          qualsivoglia legge; e niun principio <pb ed="aut" n="3350"/> vi può avere sul quale si
          fondi il diritto che alcuno abbia di comandare a chi che sia, se l’idea del giusto, del
          dovere e del diritto, non è innata o <emph>ispirata</emph> (come vuole Voltaire, cioè
            <emph>naturalmente</emph> e per innata disposizione nascente nelle menti degli uomini,
          com’ei son giunti all’età di ragione) negl’intelletti umani. (4. Sett. 1813.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi in <emph>uo</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">Heluor</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">helluor aris</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >helluo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">heluo onis</foreign>. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Mutuo as</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">mutuor
            aris</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">mutuus</foreign>. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Cernuo as</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cernuus</foreign>. (4. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Insidiae, desidia</foreign> sono evidentemente composti
          da <foreign lang="lat" rend="italic">in</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >de</foreign> e dal nome <foreign lang="lat" rend="italic">sedia</foreign>, mutata
            l’<emph>e</emph> in <emph>i</emph>, come al solito, e come appunto in <foreign
            lang="lat" rend="italic">insideo, desideo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sedeo</foreign>. (V. la p. 2890.) Ma la voce semplice <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sedia</foreign> che pur dovette esistere nel latino, poich’esisterono i suoi composti,
          è perduta nel latino scritto, conservasi nell’italiano. V. il Gloss. ec. (4. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Continuativo. <foreign lang="lat" rend="italic">Mutito</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">mutuito</foreign>. V. il Forc. in ambedue queste voci. (4. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2843. Anzi dal dirsi <emph>incettare</emph>, piuttosto che <emph>incattare</emph>
          (come pur diciamo <pb ed="aut" n="3351"/>
          <emph>accattare, riscattare</emph> ec.) deduco che questo verbo spetti a’ buoni tempi
          della lingua latina, giacchè ne’ bassi tempi, e meno nelle lingue volgari, non si conservò
          e si trascurò questo uso di mutare l’<emph>a</emph> de’ verbi latini in <emph>e</emph> o
            <emph>i</emph> per la composizione, e l’<emph>e</emph> in <emph>i</emph> ec. (4. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2843. marg. Dico verbi dissillabi contando per una sola sillaba l’<emph>eo</emph>
          ne’ verbi della seconda (<foreign lang="lat" rend="italic">do-ceo</foreign>), e
          l’<emph>io</emph> in quelli della quarta (<foreign lang="lat" rend="italic"
          >au-dio</foreign>), secondo il volgar uso da me altrove dimostrato, che per dissillabi li
          pronunziava. E dico dissillabi, avendo riguardo al tema, cioè alla prima persona singolare
          presente indicativa. (4. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3343. Generalmente appo gli antichi e nelle nazioni o società primitive il nome
          d’infelice è un obbrobrio, e s’adopra per vitupero, per ingiuria, per ignominia, per
          biasimo, per rimprovero ec. e così si riceve. E l’esser tenuto per infelice è come aver
          mala fama. E l’infelicità (qualunque) si rinfaccia come il delitto o il vizio ec. (4.
          Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3352"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Nisi me omnia fallunt</foreign>, il verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">meditor</foreign> è un verissimo e perfettissimo continuativo
          di <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign>. Continuativo pel significato, e
          continuativo per la forma e la derivazione.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Medeor</foreign> non ha participio in <emph>us</emph>
          che sia usitato, ma secondo l’analogia il suo vero e regolare participio in
          <emph>us</emph> è <foreign lang="lat" rend="italic">meditus</foreign>. E ch’egli ora non
          l’abbia non fa meraviglia. Innumerabili sono i verbi che più non l’hanno, e che l’hanno
          solamente irregolare, i cui participii in <emph>us</emph>, o i cui participii in
          <emph>us</emph> regolari, sono stati da me dimostrati o si potrebbero dimostrare col mezzo
          de’ continuativi o frequentativi che ne derivano, o con altri mezzi, benchè essi
          participii sieno altronde affatto inusitati. Similmente ho dimostrato più participii in
            <emph>us</emph> (o supini) di verbi che n’hanno un solo oggidì, o tre participii di
          verbi che n’hanno oggidì soli due ec.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Medeor</foreign> si fa drivare da <foreign lang="grc"
            >μέδω</foreign> o <foreign lang="grc">μεδέω</foreign>
          <emph>regno, impero</emph>, perchè il medico dee <emph>comandare</emph>. Misera e
          forzatissima etimologia. Tengo per indubitato che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medeor</foreign> non è altro se non il verbo <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">curo, curam gero</foreign>; verbo greco <pb ed="aut"
            n="3353"/> antichissimo, e che già era fuor d’uso, o sapeva almeno d’antico, a’ tempi di
          Senofonte, come par che si debba raccogliere dal suo <bibl>
            <title>Simposio</title> c. 8. par. 30</bibl>. Che se i poeti (e quindi gli scrittori di
          stile fiorito e sofistico) lo seguitarono a usare anche molto appresso, così fecero di
          mille altre voci antiche, anzi le usarono appunto perchè antiche, e fatte peregrine e
          divise dal volgo. Così pur fecero i latini, così fanno i poeti italiani, e di ciò dico
          altrove diffusamente. La molta antichità di questo verbo giova molto a poter credere ch’ei
          possa avere in latino un fratello, proprio della più antica latinità, com’è il verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign>. Or dunque che <foreign lang="lat"
            rend="italic">medeor</foreign> sia lo stesso che <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign>
          si dimostra con più ragioni. E primieramente estrinseche.</p>
        <p>1.<hi rend="apice">o</hi>. Non resta in greco che il medio o il passivo (<foreign
            lang="grc">μήδομαι</foreign>) di questo verbo. Così in latino non resta che il deponente
            <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign>, onde <foreign lang="lat"
            rend="italic">medicor</foreign>, altresì deponente, del quale vedi la p. 3264.</p>
        <p>2.<hi rend="apice">o</hi>. Se ad alcuno facesse forza che da <foreign lang="grc"
          >μήδομαι</foreign> paresse dover derivare <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medor</foreign> non <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign>, oltre che se gli
          potrebbero recare <pb ed="aut" n="3354"/> infiniti esempi di tali mutazioni, massime
          spettanti alla desinenza (anzi pur d’altre molto più sostanziali, e non appartenenti alla
          desinenza, e alla forma propria della congiugazione, siccom’è questa), e massime poi in
          voci così antiche (<foreign lang="grc">οἶνος</foreign> mascol. <foreign lang="lat"
            rend="italic">vinum</foreign>— neutro ec. ec.); osservisi che il fut. di <foreign
            lang="grc">μήδομαι</foreign> è <foreign lang="grc">μηδήσομαι</foreign> come fosse da
            <foreign lang="grc">μηδέομαι</foreign>. Del resto la difficoltà varrebbe quasi
          egualmente anche per <foreign lang="grc">μέδω</foreign>
          <emph>impero</emph>, che ordinarissimamente si dice <foreign lang="grc">μέδω</foreign> e
            <foreign lang="grc">μέδομαι</foreign>, non <foreign lang="grc">μεδέω</foreign>, del
          quale lo Scap. non reca che un solo esempio di Omero usante il partic. <foreign lang="grc"
            >μεδέων</foreign> (frequentissimo è per lo contrario <foreign lang="grc"
          >μέδων</foreign>), e ciò forse piuttosto per proprietà di dialetto, o per modificazione
          poetica, che per altro<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Si trova anche <foreign lang="grc">παμμεδέων</foreign> e <foreign lang="grc"
                >παμμεδέουσα</foreign>.</p>
          </note>. Nè si trova, ch’io sappia, il fut. <foreign lang="grc">μεδήσομαι</foreign> nè
          l’aor. <foreign lang="grc">ἐμέδησα</foreign> o <foreign lang="grc">ἐμεδησάμην</foreign>,
          come di <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign> si ha <foreign lang="grc"
          >μηδήσομαι</foreign>.</p>
        <p>Intrinsecamente, cioè quanto al significato, una bellissima prova che <foreign lang="lat"
            rend="italic">medeor</foreign> sia lo stesso che <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign>,
          si è la facilità, prossimità e naturalezza dell’etimologia. Il <foreign lang="lat"
            rend="italic">medicare</foreign> è veramente <emph>curare, aver cura, consulere,
            provvedere</emph> (tutti significati di <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign>) al
          malato. E infatti <pb ed="aut" n="3355"/> non s’usa egli in latino peculiarmente il verbo
            <foreign lang="lat" rend="italic">curare</foreign> per <emph>medicare</emph>? Non è
          divenuto questo senso, nel nostro volgare e ordinario uso, il solo proprio dello stesso
          verbo <foreign lang="lat" rend="italic">curare</foreign>? cioè <emph>medicare,
          sanare</emph>. Non è egli assolutamente (s’io non m’inganno) il solo senso che abbia lo
          spagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">curar</foreign>? Così dite di
          <emph>cura</emph>, franc. <foreign lang="fre" rend="italic">cure</foreign> ec. cioè
            <emph>medicatura, guarigione</emph>. Dunque <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medeor</foreign> è propriamente <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign> anche pel
          significato, colla sola differenza ch’egli conserva solo un significato più particolare e
          speciale, in cambio d’uno più generale; come appunto è avvenuto, nel nostro volgar
          familiare e parlato, al verbo <emph>curare</emph>, e nella lingua spagnuola a <foreign
            lang="spa" rend="italic">curar</foreign>, ch’è proprio lo stessissimo e identico caso; e
          così a milioni d’altri verbi in diversi casi. Sicchè <foreign lang="lat" rend="italic"
            >medeor</foreign> è <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign>, neppur metaforico (se non
          quando significa <emph>rimediare, sanare</emph>), ma nel senso proprio, e non
          istiracchiato, come derivandolo da <foreign lang="grc">μέδω</foreign>
          <emph>impero</emph>.</p>
        <p>Del resto osservisi che <foreign lang="grc">μέδω</foreign> e particolarmente <foreign
            lang="grc">μέδομαι</foreign> vale assai spesso il medesimo che <foreign lang="grc"
            >μήδομαι</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">curo, curam gero</foreign>. E
          probabilmente <pb ed="aut" n="3356"/> l’uno e l’altro non vengono che da una radice, e
          sono in origine un solo verbo, significante da principio o <foreign lang="lat"
            rend="italic">impero</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">curo</foreign> chè
          ciò non monta al presente. Nego dunque che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medeor</foreign> venga da <foreign lang="grc">μέδω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">impero</foreign>, non nego che venga da <foreign
            lang="grc">μέδω</foreign>, anzi da <foreign lang="grc">μέδομαι</foreign>, <foreign
            lang="lat" rend="italic">curo</foreign>, il che viene a essere il medesimo che derivarlo
          da <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign>. Anzi, sebbene nelle voci antichissime non si può
          nè si dee molto guardare alle brevi e alle lunghe, e moltissime altre differenze di questa
          sorta si potrebbero allegare tra voci greche e voci latine identiche di significato o
          certo di origine, e anche tra l’antico e il più moderno latino, o tra vari secoli della
          latinità o della grecità, intorno a una stessa voce; contuttociò non contrasterò che
            <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> si derivi piuttosto da <foreign
            lang="grc">μέδομαι</foreign> che da <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign>, a cagione che
          la <emph>me</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> è breve sì in
          esso, sì in <foreign lang="lat" rend="italic">medicor</foreign> e in tutti gli altri suoi
          derivati o composti (come <foreign lang="lat" rend="italic">remedium</foreign>), non
          eccettuato il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">meditor</foreign>, di cui or ora. E
          si può ben credere che <foreign lang="grc">μέδομαι</foreign> avesse l’anomalo futuro
            <foreign lang="grc">μεδήσομαι</foreign> (come <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign> ha
            <foreign lang="grc">μηδήσομαι</foreign>), indicante il verbo inusitato <foreign
            lang="grc">μεδέομαι</foreign>, massime che si trova <pb ed="aut" n="3357"/> il suo
          attivo <foreign lang="grc">μεδέω</foreign>. Anzi sarà naturalissimo il supporre che
            <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> venga a dirittura dall’inusitato
            <foreign lang="grc">μεδέομαι</foreign> (fosse proprio di tutta la Grecia o solo di
          qualche dialetto che così lo mutasse da <foreign lang="grc">μέδομαι</foreign>) e così il
          verbo <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> non potrebbe, nè pel significato
          nè per la forma, essere più evidentemente perfettamente regolarmente e compiutamente lo
          stesso che il verbo greco.</p>
        <p>Da <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> dunque, che poi passò a significare
          specialmente e unicamente il medicare, coi significati metaforici a questo convenienti; ma
          che da principio, secondo il sopraddetto, significò, siccome il greco <foreign lang="grc"
            >μεδέομαι</foreign>, generalmente <foreign lang="lat" rend="italic">curo, curam gero,
            consulo</foreign>; da <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> dico io che
          giusta l’ordinaria e regolare formazione de’ continuativi da’ participii in
          <emph>us</emph>, fu fatto il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">meditor</foreign>.</p>
        <p>1.<hi rend="apice">o</hi> Anche <foreign lang="lat" rend="italic">meditor</foreign>, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> e come <foreign lang="lat"
            rend="italic">medicor</foreign> e come <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign> è
          deponente.</p>
        <p>2.<hi rend="apice">o</hi>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Meditor</foreign> quanto al significato equivale appunto
          al greco <foreign lang="grc">μελετάω</foreign>. Or questo donde è fatto? da <foreign
            lang="grc">μέλω</foreign>, (oggi inusitato, se non <pb ed="aut" n="3358"/> impersonale)
            <foreign lang="lat" rend="italic">curae sum</foreign>, e fors’anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">curo</foreign>, onde <foreign lang="grc">μέλομαι</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">curo, curam gero</foreign>, onde <foreign lang="grc"
            >μελέτη</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">cura</foreign>, onde <foreign lang="grc"
          >μελετάω</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">curo, curam gero</foreign>, e quindi
            <foreign lang="lat" rend="italic">exerceo, exerceo me, meditor</foreign>, siccome anche
            <foreign lang="grc">μελέτη</foreign> vale <foreign lang="lat" rend="italic">exercitatio,
            meditatio</foreign>, anzi anche il partic. <foreign lang="grc">μεμεληκώς</foreign> di
            <foreign lang="grc">μέλω</foreign> trovasi pure per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >qui se exercuit</foreign> ec. (V. lo Scap. in <foreign lang="grc"
            >μελετάω</foreign>)<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Lo credo errore di stampa p. <foreign lang="grc">μεμελετηκώς</foreign>.</p>
          </note>. Può darsi un esempio e una prova più bella? <foreign lang="grc">Μελετάω</foreign>
          è propriamente il <foreign lang="lat" rend="italic">meditor</foreign> de’ greci, ed esso
          viene da <foreign lang="grc">μέλω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">curo</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >meditor</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign> nel suo
          primitivo, proprio e generale significato, cioè appunto <foreign lang="lat" rend="italic"
            >curo</foreign>. Certo è ridicolo il derivare <foreign lang="lat" rend="italic"
          >meditor</foreign> da <foreign lang="grc">μελετάω</foreign>, (come fa il Forcell.) perchè
          questi verbi significano la stessa cosa; ma sebbene quanto all’origine e alla stirpe essi
          non abbiano tra loro nulla che fare, contuttociò la derivazione del verbo greco serve a
          mostrare evidentissimamente e chiarire la derivazione, la discendenza, l’origine, la
          radice del verbo latino a lui equivalente. Derivazione confermata e comprovata dalla
          nostra teoria della formazione de’ continuativi, tra’ quali questo <pb ed="aut" n="3359"/>
          è regolarissimo per la forma, proprissimo pel significato. Chi non vede che l’esercitare e
          il meditare una cosa è una continuazione del semplice averne o pigliarne cura? il che si
          può talvolta compiere in poca d’ora; ma quello di necessità e per sua natura esige durata,
          lunghezza, continuità di tempo.</p>
        <p>Ecco come la nostra teoria de’ continuativi rischiara mirabilmente le origini della
          lingua latina, rettifica l’etimologie, mostra le vere e primitive proprietà delle voci, le
          analogie scambievoli delle lingue. Come qui, coll’osservazione che <foreign lang="lat"
            rend="italic">meditor</foreign> debba venire da un participio in <emph>us</emph> ec. 1.
          trovasi il perduto partic. o sup. di <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign>.
          2. scopresi la vera etimologia di <foreign lang="lat" rend="italic">meditor</foreign>. 3.
          correggesi e dichiarasi quella di <foreign lang="lat" rend="italic">medeor</foreign>. 4.
          trovasi e dimostrasi il primitivo e proprio significato di questo verbo. 5. osservasi
          l’analogia tra la lingua greca e la latina nelle paragonate derivazioni di <foreign
            lang="lat" rend="italic">meditor</foreign> e di <foreign lang="grc">μελετάω</foreign>
          (verbi equivalenti) rispetto al significato. (3. Sett. 1823.). — Come i re
          antichissimamente erano quello che dovevano, cioè <quote>
            <emph>tutori e curatori della repubblica</emph>
          </quote> (Cic. de rep.), <pb ed="aut" n="3360"/> o tali erano riputati ben più che poscia
          non furono<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Così pure i ministri de’ re, i capitani e tutti quelli che comandavano e governavano.
              Anche poscia assai sovente in tutte le lingue, ed oggi nè più nè meno, il governo fu
              chiamato e si chiama <emph>cura</emph>, e il governare <emph>aver cura</emph>, come
                <emph>de’ negozi pubblici, della cosa pubblica</emph> ec.</p>
          </note>, non è maraviglia che il re fosse chiamato <emph>curatore</emph> (<foreign
            lang="grc">μέδων</foreign>) e il regnare <foreign lang="lat" rend="italic"
          >curare</foreign>, o viceversa. Insomma fu ben facile e naturale la traslazione dall’uno
          all’altro di questi significati, qualunque de’ due si fosse il primitivo e proprio del
          verbo <foreign lang="grc">μέδω</foreign>
          <note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Io p. me credo indubitatam. quello di <emph>curare</emph>.</p>
          </note>. — <foreign lang="lat" rend="italic">Medeor, meditor</foreign> sono deponenti.
          Così <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign> è medio. Ed è ben naturale che in senso di
            <foreign lang="lat" rend="italic">curo, curam gero</foreign> si dicesse piuttosto
            <foreign lang="grc">μεδέομαι</foreign> o <foreign lang="grc">μέδομαι</foreign> che
            <foreign lang="grc">μέδω</foreign> attivo, perchè questo significato è di quelli che
          hanno un non so che di <emph>reciproco</emph>, i quali sogliono esprimersi in greco col
          verbo medio. Ond’è altresì naturalissimo che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medeor</foreign> sia deponente, venuto cioè da <foreign lang="grc">μέδομαι</foreign> o
            <foreign lang="grc">μεδέομαι</foreign>, quantunque esista anche l’attivo di questo
          verbo. Il quale non esiste in <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign>. Ma ciò, per la detta
          ragione, non fa gran forza a provare che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >medeor</foreign> sia piuttosto <foreign lang="grc">μήδομαι</foreign> che il verbo
            <foreign lang="grc">μέδω-μέδομαι</foreign>. (5. Settembre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tanto l’uomo è gradito e fa fortuna nella conversazione e nella vita, quanto ei <pb
            ed="aut" n="3361"/> sa ridere. (5. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Constater</foreign> franc. continuativo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">consto as</foreign>, non mutato l’<emph>a</emph> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">constatus</foreign> in <emph>i</emph>, il che dimostra che
          questo continuativo dev’essere latino-barbaro, o d’origine francese. Il simile dicasi
          dello spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">horadar</foreign> (anticamente <foreign
            lang="spa" rend="italic">foradar</foreign>) da <foreign lang="lat" rend="italic">foro
          as</foreign>. V. il Gloss. se ha nulla in proposito. (5. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3282. L’uomo (così la donna) debole e bisognoso dell’opera altrui, o nato o
          divenuto, s’abitua ad essere in qualche modo, più o meno, servito e sovvenuto dagli altri,
          ed esso a non servire nè aiutare nessuno, perch’ei non può, quando anche da principio il
          desideri, quando anche per indole sia inclinato a beneficare. Per quest’abito ei contrae
          l’egoismo, il quale, come vedete, non è ingenito in lui per se stesso, (quando anche ei
          sia stato sempre debole e bisognoso fin dalla nascita), ma figlio di un abito da lui fatto
          o più presto o più tardi, incominciato fin dal principio della vita, o sul fior degli
          anni, o al mezzo, o sul declinare ec. Per quest’abito ei s’avvezza a considerare (se non
          per ragione, certo praticamente) <pb ed="aut" n="3362"/> gli altri come fatti per lui, e
          sè come fatto per se solo, ch’è appunto l’egoismo; diventa alieno dalla compassione e
          dalla beneficenza ch’egli non ha mai potuto o non può più esercitare, di cui non ha mai
          potuto acquistare o ha dovuto perdere l’abitudine. (5. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3078. Queste medesime anomalie della lingua spagnuola, e quelle molte più della
          lingua italiana (delle quali vedi la p. 2688. segg. e altri luoghi), nelle quali anomalie
          queste lingue per seguir la latina, abbandonano la norma della loro propria analogia,
          possono servire a far credere che quando elle dalla propria analogia non si scostano, non
          perciò abbandonino la lingua latina, ma la seguano, non quale noi la conosciamo, bensì
          quale ella fu conservata nel volgare; massime se in questi casi si vegga, come spessissimo
          e forse le più volte si vede, che la lingua italiana o spagnuola seguendo la propria
          analogia segue ancor quello che sarebbe stato secondo la vera analogia della lingua
          latina, sebben questa, per ciò che noi ne conosciamo, in moltissimi di questi casi non
          segua essa analogia sua propria, ma sia anomala e <pb ed="aut" n="3363"/> irregolare.
          Laonde non sarà da disprezzarsi il testimonio che da’ participii regolari italiani o
          spagnuoli si volesse trarre a provare che anche la lingua latina avesse i participii
          analoghi a questi (benchè a noi sconosciuti), e da cui questi sieno derivati. P. e.
          dall’ital. <emph>veduto</emph> io potrò non vanamente dedurre il latino <foreign
            lang="lat" rend="italic">viditus</foreign> che sarebbe appunto il regolarissimo latino,
          siccome quello è il regolarissimo italiano. Massime che siccome in latino <foreign
            lang="lat" rend="italic">visus</foreign> anomalo, così trovasi ancora in italiano e in
          ispagnuolo l’anomalo <foreign lang="spa" rend="italic">visto</foreign>, in cui queste
          lingue lasciano la loro analogia per seguire, non già l’analogia, ma l’anomalia della
          lingua latina. Veggasi la p. 3032. segg. e in particolare la p. 3033. marg. Similmente si
          può discorrere della lingua francese. E generalmente, osservando, si vedrà che quanto ai
          participi passivi, quello ch’è o sarebbe regolare nelle lingue figlie (salve le solite e
          regolari modificazioni cioè delle desinenze, dell’<emph>i</emph> vôlto in <emph>u</emph>
          nell’italiano, come a pag. 3075. e altre tali) è o sarebbe altresì regolare nel latino.
          (5. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3364"/> Il subito passaggio dal grave, serio, lento, malinconico,
          passionato, raccolto e, come si dice, dall’adagio (s’io non m’inganno) all’allegro,
          all’accelerato, al dissipato, all’<foreign lang="fre" rend="italic">étourdi</foreign> ec.
          ec. tanto usitato nella nostra musica, anzi proprio di quasi tutte le nostre arie ec., non
          solo non ha fondamento alcuno nella natura, ma anzi è generalmente contrarissimo alla
          natura, nella quale niente v’ha di subitaneo, e molto manco il passaggio da’ contrarii ne’
          contrarii. Oltre che, astraendo pure dal subitaneo, l’allegro nuoce al passionato, spegne
          o raffredda la passione negli animi degli uditori, contrasta bruttamente con quello che
          precedette; l’effetto dell’una parte della melodia nuoce, contrasta, distrugge quello
          dell’altra; è inverisimile che un malinconico parli in tuono allegro, un passionato in
          tuono dissipato, e si abbandoni al gaio, allo scherzevole, all’ <foreign lang="fre"
            rend="italic">insouciant</foreign>, al pazzeggiare ec. ec. Nondimeno l’assuefazione che
          chiunque ha udito musica, deve tra noi aver fatto a questi tali passaggi, ce li fa parer
          convenientissimi, ce li fa aspettare come naturali, come richiesti dalla melodia ec.
          precedente, come dovuti, come proprii assolutamente della composizione musicale; fa che il
          nostro orecchio li richiegga come spontaneamente e naturalmente (e così è infatti, perchè
          l’assuefazione è seconda natura); anzi, mancando essi, ci fa considerar questa mancanza
          come sconvenienza; fa che il nostro orecchio desideri alcuna cosa, non resti soddisfatto,
          anzi resti come <foreign lang="fre" rend="italic">choqué</foreign> e <foreign lang="fre"
            rend="italic">révolté</foreign> della mancanza, deluso spiacevolmente dell’aspettativa;
          insomma fa che tal mancamento <pb ed="aut" n="3365"/> produca il senso e il giudizio
          dell’imperfetto, del mutilo, del disavvenevole, e quindi del disaggradevole, e quindi del
          brutto musicale<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Il detto passaggio è direttam. contrario all’imitazione, che dev’essere l’immediato
              scopo e l’ufficio della musica, come dell’altre belle arti e della poesia, che
              dovrebb’essere inseparabile dalla musica (e così viceversa), e tutt’una cosa con essa
              ec. Di ciò dico altrove.</p>
          </note>. (5. Sett. 1823.). Dunque l’idea del contrario del brutto, cioè del bello e della
          convenienza musicale, dipende ed è determinata dall’assuefazione, tanto che se questa è,
          non solo non naturale, ma contraria alla natura, anche quel bello e quella convenienza,
          cioè l’idea che noi n’abbiamo è, non solo oltre natura, e non fondata sulla natura, nè
          prodotta dalla natura, ma contro natura. (6. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">J’ai vu quatre sauvages de la Louisiane qu’on amena en France, en
              1723. Il y avait parmi eux une femme d’une humeur fort douce. Je lui demandai, par
              interprète, si elle avait mangé quelquefois de la chair de ses ennemis, et si elle y
              avait pris goût; elle me répondit qu’oui; je lui demandai si elle aurait volontiers
              tué ou fait tuer un de ses compatriotes pour le manger; elle me répondit en
              frémissant, et avec une horreur visible pour ce crime</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <author>Voltaire</author>. <title>Correspondance du Prince Royal de Prusse (depuis
              Frédéric II.) et de M. de Voltaire</title>. Lettre 31. Octobre, <pb ed="aut" n="3366"
            /> à Cirey. 1737. tome 1.<hi rend="apice">r</hi> de la Correspondance de Frédéric II,
            Roi de Prusse, 10.<hi rend="apice">e</hi> de la collection des Oeuvres Complettes de
            Frédéric II, Roi de Prusse, 1790. p. 142.</bibl> (6. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La lingua latina s’introdusse, si piantò e rimase in quelle parti d’Europa nelle quali
          entrò anticamente e si stabilì la civilizzazione. Ciò non fu che nella Spagna e nelle
          Gallie. Quella fino dagli antichi tempi produsse i Seneca, Quintiliano, Columella,
          Marziale ec. poi Merobaude, S. Isidoro ec. e altri moltissimi di mano in mano, i quali
          divennero letterati e scrittori latini, senza neppure uscire, come quei primi, dal loro
          paese, o quantunque in esso educati, e non, come quei primi, in Roma. Le Gallie produssero
          Petronio Arbitro, Favorino ec. poi Sidonio, S. Ireneo ec. La civiltà v’era già innanzi i
          romani stata introdotta da coloni greci. Di più la corte latina v’ebbe sede per alcun
          tempo. La Germania benchè soggiogata anch’essa da’ Romani, e parte dell’impero latino, non
          diede mai adito a civiltà nè a lettere, nè a’ buoni nè a’ mediocri nè a’ cattivi tempi di
          quell’impero. Ella fu sempre barbara. Non si conta fra gli scrittori latini di veruna
          latinità <pb ed="aut" n="3367"/> (se non dell’infimissima) niuno che avesse origine
          germanica o fosse nato in Germania, come si conta pur quasi di tutte l’altre provincie e
          parti dell’impero romano. Quindi è che la Germania benchè suddita latina, benchè vicina
          all’Italia, anzi confinante, come la Francia, e più vicina assai che la Spagna, non ammise
          l’uso della lingua latina, e non parla latino (cioè una lingua dal latino derivata), ma
          conserva il suo antico idioma. (Forse anche fu cagione di ciò e delle cose sopraddette,
          che la Germania non fu mai intieramente soggiogata, nè suddita pacifica, come la Spagna e
          le Gallie, sì per la naturale ferocia della nazione, sì per esser ella sui confini delle
          romane conquiste, e prossima ai popoli d’Europa non conquistati, e nemici de’ romani, e
          sempre inquieti e ribellanti, onde ad essa ancora nasceva e la facilità, e lo stimolo, e
          l’occasione, e l’aiuto e il comodo di ribellare). Senza ciò la lingua latina avrebbe
          indubitatamente spento la teutonica, nè di essa resterebbe maggior notizia o vestigio che
          della celtica e dell’altre che la lingua latina spense affatto in Ispagna e in <pb
            ed="aut" n="3368"/> Francia. Delle quali la teutonica non doveva mica esser più dura nè
          più difficile a spegnere. Anzi la celtica doveva anticamente essere molto più colta e
          perfetta o formata che la teutonica, il che si rileva sì dalle notizie che s’hanno de’
          popoli che la parlarono, e delle loro istituzioni (come de’ Druidi, de’ Bardi, cioè poeti
          ec.), e della loro religione, costumi, cognizioni ec. sì da quello che avanza pur d’essa
          lingua celtica, e de’ canti bardici in essa composti ec. L’Inghilterra par che ricevesse
          fino a un certo segno l’uso della lingua latina, certo, se non altro, come lingua
          letterata e da scrivere<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Il latino si stabilì in Inghilterra a un di presso come il greco nell’alta Asia, e
              l’italiano in Dalmazia, nell’isole greche e siffatti dominii de’ Veneziani: cioè come
              lingua di qualunque persona colta e della scrittura, ma non parlata dal popolo, benchè
              forse intesa. Così il turco in Grecia ec.</p>
          </note>. Ella ha pure scrittori non solo dell’infima, ma anche della media latinità, come
          Beda ec. Ma era già troppo tardi, sì perchè la lingua latina era già corrotta e moribonda
          per tutto, anche in Italia sua prima sede, sì perchè l’impero latino era nel caso stesso.
          Quindi i Sassoni facilmente distrussero la lingua latina in Inghilterra, ancora inferma e
          mal piantata, propria solo dei dotti (com’io credo), e le sostituirono la <pb ed="aut"
            n="3369"/> teutonica, trionfando allo stesso tempo (almeno in molta parte dell’isola)
          anche dell’idioma nazionale, indigeno, <foreign lang="grc">ἐπιχώριος</foreign> e volgare,
          cioè del celtico ec., al qual trionfo doveva pure aver già contribuito la lingua latina,
          soggiogata poi anch’essa, e più presto ed interamente dell’indigena, da quella de’
          conquistatori. Laddove nelle Gallie i Franchi non poterono mica introdurre la lingua loro,
          benchè conquistatori, nè estirpar la latina, ben radicata, e per lunghezza di tempo, e
          perchè insieme con essa erano penetrati e stabiliti nelle Gallie, i costumi, la civiltà,
          le lettere, la religione latina, e perchè quivi detta lingua non era già propria ai soli
          dotti, ma comune al volgo, ond’essi conquistatori l’appresero, e parlata ec. Così dicasi
          de’ Goti, Longobardi ec. in Italia; de’ Vandali ec. in Ispagna. Che se la lingua latina in
          Italia, in Francia, in Ispagna, trionfò delle lingue germaniche benchè parlate da’
          conquistatori, può esser segno ch’ella ne avrebbe pur trionfato nella Germania ov’elle
          parlavansi da’ conquistati, se non l’avessero impedito le cagioni dette di sopra. Perocchè
          si vede che la lingua latina trionfava <pb ed="aut" n="3370"/> dell’altre, non tanto come
          lingua di conquistatori e padroni, superante quella de’ conquistati e de’ servi, nè come
          lingua indigena o naturalizzata, superante le forestiere, avventizie e nuove; quanto come
          lingua colta e formata, superante le barbare, incolte, informi, incerte, imperfette,
          povere, insufficienti, indeterminate. Altrimenti non sarebbe stato, come fu, impossibile
          ai successivi conquistatori d’Italia, Francia, Spagna, il far quello che i latini ne’
          medesimi paesi, conquistandoli, avevano fatto; cioè l’introdurre le proprie lingue in
          luogo di quelle de’ vinti. Nel mentre che i Sassoni in Inghilterra, certo nè più civili nè
          più potenti de’ Franchi, de’ Goti, de’ mori, ec. i Sassoni, dico, in Inghilterra, e poscia
          i Normanni, trionfavano pur senza pena delle lingue indigene di quell’isola, perchè mal
          formate ancor esse, benchè non affatto barbare, ed anzi (p. e. la celtica) più colte ec.
          delle loro. Ma queste vittorie della lingua latina sì nell’introdursi fra’ conquistati, e
          forestiera scacciare le lingue indigene; sì nel mantenersi malgrado i conquistatori, e in
          luogo di cedere, divenir propria anche di questi, si dovettero, come ho detto, in
          grandissima parte, alla civiltà dei <pb ed="aut" n="3371"/> costumi latini e alle lettere
          latine con essa lingua introdotte o conservate: di modo che detta lingua non riportò tali
          vittorie, solamente come colta e perfetta per se, ma come congiunta ed appartenente ai
          colti e civili costumi, opinioni e lettere latine. Perocchè, come ho detto, sempre ch’ella
          ne fu disgiunta, cioè dovunque la civiltà e letteratura latina, e l’uso del viver latino,
          o non s’introdusse, o non si mantenne, o scarsamente s’introdusse o si conservò; nè anche
          s’introdusse la lingua latina, come in Germania, o non si mantenne, come accadde in
          Inghilterra. E ciò si vede non solo in queste parti d’Europa, che non ammisero la civiltà
          latina per eccesso di barbarie, o che non ammettendola, restarono barbare; ma eziandio in
          quelle dove una civiltà ed una letteratura indigena escluse la forestiera, in quelle che
          non ammettendo i costumi nè le lettere latine, restarono però, quali erano, civili e
          letterate, cioè nelle nazioni greche. Le quali non ricevendo l’uso del viver latino, non
          ricevettero neppur la lingua, benchè la sede dell’impero <pb ed="aut" n="3372"/> romano, e
          Roma e il Lazio, per così dire, fossero trasportate e lunghissimi secoli dimorassero nel
          loro seno. Ma la Grecia contuttociò non parlò mai nè scrisse latino, ed ora non parla nè
          scrive che greco. Ed essa era pur la parte più civile d’Europa, non esclusa la stessa
          Roma, al contrario appunto della Germania. Sicchè da opposte, ma analoghe e corrispondenti
          e ragguagliate e proporzionate, cagioni, nacque lo stesso effetto.</p>
        <p>Tutto ciò che ho detto dell’Inghilterra si rettifichi consultando gli storici, e quello
          che altrove ho scritto circa l’uso della lingua latina in quel paese e nella Scozia e
          nell’Irlanda. (6. Settembre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dialetti della lingua latina. <bibl>Vedi <author>Cic.</author>
            <title>pro Archia poeta</title>, c. 10.. fine</bibl>, dove parla de’ poeti di Cordova <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">pingue quiddam sonantibus atque peregrinum</foreign>
          </quote>. Non avevano certamente questi poeti scritto nella lingua indigena di Spagna, che
          i romani mai non intesero, siccome niun’altro idioma forestiero, eccetto il greco; ma in
          un latino che sentiva di Spagnolismo, come quel di Livio parve <pb ed="aut" n="3373"/>
          sapere di Patavinità. E le parole di Cicerone, chi ben le consideri anche in se stesse,
          non possono significare altro. Perocchè era fuor di luogo la nota di
          <emph>peregrino</emph> se si fosse trattato di una lingua forestiera, che non in parte, o
          per qualche qualità, ma tutta è peregrina; nè questo in lei sarebbe stato difetto, e
          volendolo considerar come tale, soverchiamente leggiera e sproporzionata sarebbe stata
          quella semplice espressione che la lingua e lo stile di quei poeti sapeva di forestiero.
          Oltrechè l’una e l’altro sarebbero stati barbari, e per le orecchie romane affatto strani,
          rozzi, insolenti, insopportabili, non così solamente macchiati d’un non so che di pingue e
          di peregrino. Era in Cordova introdotta già (siccome in altre parti della Spagna già
          soggiogate, perchè quella provincia non fu sottomessa che appoco appoco, e con grandissimo
          intervallo una parte dopo l’altra, e, come osserva Velleio<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>
              <bibl>
                <author>Vell.</author> II. 90. 2. 3.</bibl>
              <bibl>
                <author>Flor.</author> II. 17. 5.</bibl>
              <bibl>
                <author>Liv.</author> 28. 12.</bibl>
            </p>
          </note>, fu di tutte la più renitente, e tra le romane conquiste la più lunga e difficile
          e per lungo tempo incertissima); era, dico, introdotta già in Cordova la lingua e la
          letteratura latina, siccome <pb ed="aut" n="3374"/> dimostra l’aver essa poi potuto
          produrre i Seneca e Lucano, l’esempio dello stile de’ quali, può (quanto allo stile)
          servire pur troppo di copioso commento alle parole di Cicerone, che, s’io non m’inganno,
          della lingua non meno che dello stile si debbono intendere. (6. Settem. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico in più luoghi che la natura non ingenera nell’uomo quasi altro che disposizioni. Or
          tra queste bisogna distinguere. Altre sono disposizioni a poter essere, altre ad essere.
          Per quelle l’uomo può divenir tale o tale; può, dico, e non più. Per queste l’uomo,
          naturalmente vivendo, e tenendosi lontano dall’arte, indubitatamente diviene quale la
          natura ha voluto ch’ei sia, bench’ella non l’abbia fatto, ma disposto solamente a divenir
          tale. In queste si deve considerare l’intenzione della natura: in quelle no. E se per
          quelle l’uomo può divenir tale o tale, ciò non importa che tale o tale divenendo, egli
          divenga quale la natura ha voluto ch’ei fosse: perocchè la natura per quelle disposizioni
          non ha fatto altro che lasciare all’uomo la possibilità di divenir tale o tale; nè quelle
          sono <pb ed="aut" n="3375"/> altro che possibilità. Ho distinto due generi di disposizioni
          per parlar più chiaro. Ora parlerò più esatto. Le disposizioni naturali a poter essere e
          quelle ad essere, non sono diverse individualmente l’une dall’altre, ma sono
          individualmente le medesime. Una stessa disposizione è ad essere e a poter essere. In
          quanto ella è ad essere, l’uomo, seguendo le inclinazioni naturali, e non influito da
          circostanze non naturali, non acquista che le qualità destinategli dalla natura, e diviene
          quale ei dev’essere, cioè quale la natura ebbe intenzione ch’ei divenisse, quando pose in
          lui quella disposizione. In quanto ella è disposizione a poter essere, l’uomo influito da
          varie circostanze non naturali, siano intrinseche siano estrinseche, acquista molte
          qualità non destinategli dalla natura, molte qualità contrarie eziandio all’intenzione
          della natura, e diviene qual ei non dev’essere, cioè quale la natura non intese ch’ei
          divenisse, nell’ingenerargli quella disposizione. Egli però non divien tale per natura,
          benchè questa disposizione sia naturale: perocchè essa disposizione non era ordinata a
          questo <pb ed="aut" n="3376"/> ch’ei divenisse tale, ma era ordinata ad altre qualità,
          molte delle quali affatto contrarie a quelle che egli ha per detta disposizione
          acquistato. Bensì s’egli non avesse avuto naturalmente questa disposizione, egli non
          sarebbe potuto divenir tale. Questa è tutta la parte che ha la natura in ciò che tale ei
          sia divenuto. Siccome, se la disposizion fisica del nostro corpo non fosse qual ella è per
          natura, l’uomo non potrebbe, per esempio, provare il dolore, divenir malato. Ma non perciò
          la natura ha così disposto il nostro corpo acciocchè noi sentissimo il dolore e
          infermassimo; nè quella disposizione è ordinata a questo, ma a tutt’altri e contrarii
          risultati. E l’uomo non inferma per natura; bensì può per natura infermare; ma infermando,
          ciò gli accade contra natura, o fuori e indipendentemente dalla natura, la quale non
          intese disporlo a infermare.</p>
        <p>Similmente si discorra degli altri animali, e di mano in mano degli altri generi di
          creature, con quest’avvertenza però e con questa proporzione, che negli altri animali, le
          disposizioni <pb ed="aut" n="3377"/> ingenite sono più ad essere che a poter essere; il
          che vuol dire che gli animali sono naturalmente meno conformabili dell’uomo; che essi per
          le loro naturali disposizioni, non solo non debbono acquistare altre qualità che le
          destinate loro dalla natura, il che è proprio anche dell’uomo, ma non possono acquistarne
          molto diverse da queste, come l’uomo può; non possono acquistar tante e così varie
          qualità, come l’uomo può, per essere sommamente conformabile: in fine che le loro naturali
          disposizioni non rendono possibile tanta varietà di risultati, non possono esser così
          diversamente applicate e usate come quelle dell’uomo. Ond’è che gli animali non acquistino
          quasi altre qualità che le destinate loro dalla natura, non divengano se non quali la
          natura gli ha voluti, quali ella intese che divenissero nel dar loro quelle disposizioni.
          Il che vuol dire ch’ei si mantengono nello stato naturale; che non è altro se non quello
          che ho detto, cioè divenir tali quali la natura ha inteso; perchè nè anche gli animali
          nascono, ma divengono; nè la <pb ed="aut" n="3378"/> natura ingenera in essi delle
          qualità, ma delle disposizioni, ben più ristrette che quelle dell’uomo. In questo modo e
          con questa proporzione passando ai vegetabili, e quindi scendendo per tutta la catena
          degli esseri, troverete che le naturali disposizioni sono di mano in mano sempre
          maggiormente ad essere che a poter essere, cioè si restringono, finchè gradatamente si
          arrivi a quegli enti ne’ quali la natura non ha posto disposizioni nè ad essere nè a poter
          essere, ma solo qualità. Del qual genere io non credo che alcuna cosa si possa in verità
          trovare, esattamente e strettamente parlando, ma largamente si potrà dire che di tal
          genere sia questo nostro globo tutto insieme considerato e rispetto al sistema solare o
          universale, e similmente i pianeti e il sole e le stelle e gli altri globi celesti. Ne’
          quali e ne’ moti loro, e per dir così, nella vita, e nell’esistenza rispettiva degli uni
          agli altri, niun disordine si può trovare, niuna irregolarità, niun morbo, niuna ingiuria,
          niun accidente, successo o effetto che sia contro nè fuori delle intenzioni avute dalla
          natura nel porre in essi le qualità che ci ha posto; dico le qualità rispettive <pb
            ed="aut" n="3379"/> che hanno gli uni verso gli altri, le quali negli effetti e nell’uso
          loro sempre e interamente corrispondono alle primitive destinazioni della natura, e
          immutabilmente serbano ed <foreign lang="lat" rend="italic">efficiunt</foreign>
          quell’ordine dell’universo che la natura volle espressamente e vuole, e quella vita o
          esistenza ch’essa natura gli ha destinata, e tale nè più nè meno quale ella intese e
          ordinò che fosse. Da questo genere di esseri rimontando indietro per insino all’uomo,
          troveremo sempre di mano in mano decrescere secondo l’ordine delle specie e de’ generi, il
          numero e l’efficacia e importanza delle <emph>qualità</emph> ingenerate in ciascun di essi
          generi o specie dalla natura, e crescere altrettanto il numero o l’estensione, la varietà
          o piuttosto la variabilità o adattabilità delle <emph>disposizioni</emph> in esse dalla
          natura ingenerate: e queste disposizioni esser da principio solamente, o quasi del tutto,
          ad essere, poscia eziandio a poter essere, e ciò sempre più, salendo pe’ vegetabili ai
          polipi, indi per le varie specie d’animali fino alla scimia, e all’uomo salvatico, e da
          queste specie all’uomo. Nella cui parte che si chiama morale o spirituale, troveremo, come
          ho detto, che <pb ed="aut" n="3380"/> la natura non ha posto di sua mano quasi veruna
          qualità determinata, se non pochissime, e queste, semplicissime: tutto il resto
          disposizioni, non solo ad essere, ma a poter essere tante cose, ed acquistare tanto varie
          qualità, quanto niun altro genere di enti a noi noti. E per questa scala ascendendo,
          troveremo colla medesima gradazione, che quanto minore in ciascun genere o specie è il
          numero e il valore delle qualità ingenite e naturali, quanto maggiore quello delle
          disposizioni altresì naturali, e quanto maggiormente queste disposizioni sono a poter
          essere (ossia divenire), tanto maggiore esattamente in ciascuno d’essi generi o specie, e
          nell’esistenza loro, e negli effetti loro sopra se stessi e fuor di se stessi è il numero
          e la grandezza de’ disordini, delle irregolarità de’ morbi, de’ casi, degli accidenti, de’
          successi non naturali, non voluti o espressamente disvoluti dalla natura, contrarii alle
          intenzioni e destinazioni fatte dalla natura nel formare quei tali generi o specie, e nel
          così disporli com’essa li dispose, sì rispetto a se stessi, sì riguardo agli altri generi
          e specie a cui essi hanno relazione, ed all’intera <pb ed="aut" n="3381"/> università
          delle cose. Tutto ciò troverassi nelle meteore, ne’ vegetabili, negli animali sopra tutto,
          e fra gli animali, sopra tutti nell’uomo, ossia nel genere umano. Perocchè il vivente è
          meno dell’altre cose tutte composto di qualità naturali, e più di disposizioni; e tra’
          viventi l’uomo in massimo grado. Nel quale è maggior la vita che negli altri viventi; e la
          vita si può, secondo le fin qui dette considerazioni, definire una maggiore o minore
          conformabilità, un numero e valore di disposizioni naturali prevalente in certo modo (più
          o meno) a quello delle ingenite qualità. Massime rispetto allo spirituale, all’intrinseco,
          a quello che, propriamente parlando, vive; a quello in che sta propriamente e si esercita
          la vita, in che siede il principio vitale, e la facoltà dell’azione sia interna sia
          esterna, cioè la facoltà del pensiero e della sensibile operazione. ec. Nella qual facoltà
          consiste propriamente la vita ec. (6-7. Settembre. 1823.). Per lo contrario le cose che
          meno partecipano della vita sono quelle che per natura hanno meno di qualità e più di
          disposizione, cioè le meno conformabili naturalmente. E se v’ha cosa che non sia punto
          conformabile naturalmente, quella niente partecipa della vita, ma solo esiste; quella è
          che si dee propriamente <pb ed="aut" n="3382"/> chiamare semplicemente e puramente
          esistente ec. ec. ec. (8. Sett. Natività di Maria Santissima. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3343. marg. È da notare che tutti questi nomi per etimologia non significano
          propriamente altro che <emph>misero, afflitto</emph>, ec. o <emph>povero</emph> ec. o
            <emph>fatichevole</emph> ec., ovvero <emph>miseria, calamità, povertà,
          laboriosità</emph> ec. E che in processo di tempo, molti di essi, e forse i più, perduta o
          fatta men comune e antiquata o poetica ec. questa significazione non ritennero nell’uso
          ordinario che quella di <emph>ribaldo, cattivo, scellerato, malvagità, nequizia</emph> ec.
          quasi fosse impossibile che il misero non fosse malvagio. Probabilmente la distinzione tra
            <foreign lang="grc">πόνηρος</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">miser</foreign> e <foreign lang="grc">πονηρὸς</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">improbus</foreign>, e la diversa accentazione, non vien
          che da’ grammatici greci, i quali non considerarono i tanti altri esempi di voci sì greche
          sì forestiere che riuniscono l’una e l’altra significazione, e non avvertirono che la
          seconda è un vero e mero traslato della prima. (8. Sett. Natività di Maria Vergine
          Santissima. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È tanto mirabile quanto vero, che la poesia la quale cerca per sua natura e proprietà il
          bello, e la filosofia ch’essenzialmente ricerca il vero, cioè la cosa più contraria al
          bello; sieno le facoltà le <pb ed="aut" n="3383"/> più affini tra loro, tanto che il vero
          poeta è sommamente disposto ad esser gran filosofo, e il vero filosofo ad esser gran
          poeta, anzi nè l’uno nè l’altro non può esser nel gener suo nè perfetto nè grande, s’ei
          non partecipa più che mediocremente dell’altro genere, quanto all’indole primitiva
          dell’ingegno, alla disposizione naturale, alla forza dell’immaginazione. Di ciò ho detto
          altrove. Le grandi verità, e massime nell’astratto e nel metafisico o nel psicologico ec.
          non si scuoprono se non per un quasi entusiasmo della ragione, nè da altri che da chi è
          capace di questo entusiasmo. (Eccetto ch’elle sieno scoperte appoco appoco, piuttosto dal
          tempo e dai secoli, che dagli uomini, in guisa che a nessuno in particolare possa
          attribuirsene il ritrovamento, il che spesso accade). La poesia e la filosofia sono
          entrambe del pari, quasi le sommità dell’umano spirito, le più nobili e le più difficili
          facoltà a cui possa applicarsi l’ingegno umano. E malgrado di ciò, e dell’esser l’una di
          loro, cioè la poesia, la più utile veramente di tutte le facoltà, sì la poesia, <pb
            ed="aut" n="3384"/> come la filosofia sono del pari le più sfortunate e dispregiate di
          tutte le facoltà dello spirito. Tutte l’altre dànno pane, molte di loro recano onore anche
          durante la vita, aprono l’adito alle dignità ec.: tutte l’altre, dico, fuorchè queste,
          dalle quali non v’è a sperar altro che gloria, e soltanto dopo la morte. <quote>
            <emph>Povera e nuda vai, filosofia</emph>
          </quote>. Della sorte ordinaria de’ poeti mentre vivono, non accade parlare. Chi
          s’annunzia per medico, per legista, per matematico, per geometra, per idraulico, per
          filologo, per antiquario, per linguista, per perito anche in una sola lingua; il pittore
          eziandio e lo scultore e l’architetto; il musico, non solo compositore ma esecutore, tutti
          questi son ricevuti nelle società con piacere, trattati nelle conversazioni e nella vita
          civile con istima, ricercati ancora, onorati, invitati, e quel ch’è più premiati,
          arricchiti, elevati alle cariche e dignità. Chi s’annunzia solo per poeta o per filosofo,
          ancorch’egli lo sia veramente, e in sommo grado, non trova chi faccia caso di lui, non
          ottiene neppure ch’altri gli parli con leggiere testimonianze di stima. La ragione si è
          che tutti si credono esser filosofi, <pb ed="aut" n="3385"/> ed aver quanto si richiede ad
          esser poeti, sol che volessero metterlo in opera, o poterlo facilissimamente acquistare e
          adoperare. Laddove chi non è matematico, pittore, musico ec. non si crede di esserlo, e
          riguarda come superiori per questo conto a lui ed al comune degli uomini, quei che lo
          sono. Il genio, da cui principalmente pende e nasce la facoltà poetica e la filosofica,
          non si misura a palmi, come ciò che si richiede a esser medico o geometra. Quindi nasce
          che quello ch’è più raro tra gli uomini tutti si credano possederlo. E quindi è che le due
          più nobili, più difficili e più rare, anzi straordinarie, facoltà, la poesia e la
          filosofia, tutti credano possederle, o poterle acquistare a lor voglia. Oltre che il genio
          non può essere nè giudicato, nè sentito, nè conosciuto, nè <foreign lang="spa"
            rend="italic">aperçu</foreign> che dal genio. Del quale mancando quasi tutti, nol
          sentono nè se n’avveggono quand’ei lo trovano. E il gustare, e potere anche mediocremente
          estimare il valor delle opere di poesia e di filosofia, non è che de’ veri poeti e de’
          veri filosofi, a differenza delle opere dell’altre facoltà. ec.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3386"/> E qui si consideri il divario fra gli antichi e i moderni tempi.
          Chè fra gli antichi i filosofi, e massime i poeti, avevano senza contrasto il primo luogo,
          se non nella fortuna (molti filosofi l’ebbero ancora nella fortuna, come Pitagora,
          Empedocle, Archita, Solone, Licurgo ed altri de’ più antichi, che furono padroni delle
          rispettive repubbliche), certo nella estimazion pubblica, non solo dopo morte, ma durante
          la loro vita. E pure molti più erano allora che oggidì quelli che potevano esser poeti,
          perchè l’immaginazione era signora degli uomini; e la debole filosofia di que’ tempi non
          distingueva gran fatto i filosofi da’ volgari, nè molto si richiedeva per giungere alle
          loro cognizioni, e per salire alla loro altezza. — ec. ec. (8. Sett. Natalizio di Maria
          Vergine Santissima. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3205. Un suono dolce o penetrante, indipendentemente dall’armonia o melodia che
          può sembrare aver rapporto alle idee, gli odori, il tabacco ec. influiscono
          sull’immaginazione massimamente, e v’influiscono in modo al tutto fisico, cioè senz’alcun
          rapporto per se stessi alle idee. Laddove quegli oggetti che agiscono sull’immaginazione
            <pb ed="aut" n="3387"/> e la risvegliano ec. per mezzo del senso della vista, lo fanno
          eccitando certe idee apposite, legate a quei tali oggetti o per la lor propria forma, o
          per le rimembranze ch’essi destano nella memoria, o per immagini adeguate e analoghe in
          qualunque modo a quella tal vista ec. Niente di ciò accade nel suono semplicemente
          considerato, negli odori, nel tabacco ec. se non accidentalmente, ed anche fuori di tale
          accidente, quelle cose influiscono a dirittura sulla facoltà immaginativa. Così discorrasi
          anche della luce per se stessa e indipendentemente dagli oggetti ch’ella ci discuopre allo
          sguardo; perocchè anche la luce per se influisce e sveglia fisicamente la facoltà
          immaginativa, senza relazione propria e particolare a veruna idea. Certo l’immaginazione è
          visibilmente sottoposta a mille cause totalmente fisiche, che la commuovono e scuotono, o
          l’assopiscono e intorpidiscono, la sollevano o la deprimono, l’eccitano o la raffrenano,
          la scaldano o l’agghiacciano. Se dunque l’immaginazione, <pb ed="aut" n="3388"/> perchè
          non l’ingegno? mentre quella è pure una facoltà tutta spirituale, o tutta appartenente a
          ciò che nell’uomo si considera come spirito; è una parte o facoltà dell’animo solo, dello
          spirito ec. e dello stesso ingegno. (9. Settembre. 1823.). V. p. 3552.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Molti presenti italiani che ripongono tutto il pregio della poesia, anzi tutta la poesia
          nello stile, e disprezzano affatto, anzi neppur concepiscono, la novità de’ pensieri,
          delle immagini, de’ sentimenti; e non avendo nè pensieri, nè immagini, nè sentimenti,
          tuttavia per riguardo del loro stile si credono poeti, e poeti perfetti e classici; questi
          tali sarebbero forse ben sorpresi se loro si dicesse, non solamente che chi non è buono
          alle immagini, ai sentimenti, ai pensieri non è poeta, il che lo negherebbero
          schiettamente o implicitamente<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere le pagg. 2979-80. e 3717-20.</p>
          </note>; ma che chiunque non sa immaginare, pensare, sentire, inventare, non può nè
          possedere un buono stile poetico, nè tenerne l’arte, nè eseguirlo, nè giudicarlo nelle
          opere proprie nè nelle altrui; che l’arte e la facoltà e l’uso dell’immaginazione e
          dell’invenzione è tanto indispensabile allo stile <pb ed="aut" n="3389"/> poetico, quanto
          e forse ancor più ch’al ritrovamento, alla scelta, e alla disposizione della materia, alle
          sentenze e a tutte l’altre parti della poesia ec. (Vedi a tal proposito la p. 2978-80.)
          Onde non possa mai esser poeta per lo stile chi non è poeta per tutto il resto, nè possa
          aver mai uno stile veramente poetico, chi non ha facoltà, o avendo facoltà non ha
          abitudine, di sentimento di pensiero di fantasia d’invenzione, insomma d’originalità nello
          scrivere. (9. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La lingua spagnuola, secondo me, può essere agli scrittori italiani una sorgente di buona
          e bella ed utile novità ond’essi arricchiscano la nostra lingua, massimamente di locuzioni
          e di modi.</p>
        <p>1.<hi rend="apice">o</hi> Io penso che niuno possa pienamente discorrere di niuna delle
          cinque lingue che compongono la nostra famiglia, ciò sono greca, latina, italiana,
          spagnuola, e francese, s’egli non le conosce più che mediocremente tutte cinque.</p>
        <p>2.<hi rend="apice">o</hi> La lingua spagnuola è sorella carnalissima della nostra. Or
          come sia ragionevole il derivar <pb ed="aut" n="3390"/> nuove ricchezze nella lingua
          propria dalle lingue sorelle, vedi, fra l’altre, p. 3192-6.</p>
        <p>3.<hi rend="apice">o</hi> La potenza avuta dagli Spagnuoli in Europa, e in Italia
          nominatamente, al tempo appunto che la lingua e letteratura nostra si formava e
          perfezionava, ciò fu nel cinquecento<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3728.</p>
          </note>, fece che molte voci e molte più locuzioni e forme spagnuole fossero, non solo dal
          volgo e nel discorso familiare, ma dai dotti e dai letterati nella lingua scritta ed
          illustre italiana introdotte o accettate in quel secolo e nel seguente eziandio (dal Redi,
          dal Salvini, dal Dati ec. <bibl>V. p. es. la <title>Crusca</title> in <emph>alborotto,
              verdadiero</emph>
          </bibl> Dallo spagnuolo viene l’avv. <emph>giacchè</emph> o <emph>già che</emph> per
            <emph>poichè</emph>, usitatissimo appo i nostri migliori del seicento). Perocchè la
          lingua spagnuola era a quel tempo generalmente studiata, intesa, parlata, scritta, e fino
          stampata, in Italia. (<bibl>V. <author>Speroni</author>
            <title>Oraz. in lode del Bembo</title> nelle <title>Orazz. Ven.</title> 1596: p.
          144</bibl>; <bibl>
            <author>Caro</author>
            <title>Lett.</title> vol. 2. lett. 177.</bibl>) E questa è primieramente un’ottima
          ragione perchè dalla lingua spagnuola si possa ancora <pb ed="aut" n="3391"/> attingere,
          dico l’essersene già molto attinto. Così sempre accade nelle lingue. Il già tolto
          d’altronde e naturalizzato, prepara gli orecchi e il gusto a quello che si voglia ancor
          torre dallo stesso luogo, appiana la strada, apparecchia quasi il posto e il letto alle
          novità che dalla medesima fonte si vogliano dedurre, e ne facilita l’introduzione. Il
          canale è scavato, nè fa di bisogno fabbricarlo; sta allo scrittore il dar corso per esso
          alle acque, giusta la misura che gli paia opportuna. Aggiungasi a questo, che tale
          commercio onde la lingua italiana si arricchì della spagnuola, fu, come ho detto, nel
          secolo in che la nostra lingua si formò e perfezionò, e prese o determinò il suo
          carattere, cioè nel cinquecento; ond’è ben naturale che molte parti della lingua spagnuola
          non ancora da noi ricevute, convengano e consuonino colle proprietà della nostra lingua,
          poichè non poche forme e locuzioni, ed anche non poche voci spagnuole e significazioni di
          voci, entrarono nella composizione della nostra lingua appunto quand’ella ricevè la sua
          piena forma e perfezionamento e la distinta specifica impronta del suo <pb ed="aut"
            n="3392"/> carattere. Finalmente è da osservarsi che mentre i nostri antichi non solo
          nel cinquecento, ma fin dal ducento e dal trecento introdussero nella lingua nostra
          moltissime voci, locuzioni e forme francesi che ancora in buona parte vi si conservano,
          queste, da tanto tempo in qua, e similmente quelle altre infinite che i moderni
          v’introdussero e v’introducono tuttavia, serbano sempre, chi ben le guarda, una sembianza
          e una fisonomia di forestiere, massime le locuzioni e forme. Laddove le frasi e i modi, ed
          anche i vocaboli spagnuoli introdotti nella nostra lingua, stanno e conversano in essa
          colle nostre voci italiane così naturalmente che paiono non venuti ma nati, non ispagnuoli
          ma italiani quanto alcun altro mai possa essere e quanto lo sono i nostri propri vocaboli.
          Anzi io so certo che pochissimi, ma veramente pochissimi, sanno, o sapendo, avvertono
          questi tali esser modi e vocaboli o significati d’origine spagnuola. Ben ne veggo assai
          sovente de’ riputati e battezzati per purissimi italiani natii<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Massimam. modi e significati.</p>
          </note>. Nè me ne maraviglio, perocchè in essi la differenza dell’origine nulla si sente,
          ed è possibile il saperla, ma <pb ed="aut" n="3393"/> non il sentirla. E non voglio tacere
          che delle tante parole, frasi e forme francesi introdotte da’ nostri antichi, sia
          ducentisti, sia trecentisti, sia cinquecentisti, sia secentisti, nell’italiano,
          grandissima parte, e forse la maggiore, è uscita dall’uso nostro ed antiquata per modo che
          oggidì nemmeno il più sfrontato e impudente gallicista e parlatore o scrittore di francese
          maccheronico sarebbe ardito di usarle. E ciò, quanto a quelle che furono tra noi usate nel
          ducento o nel trecento, è accaduto da gran tempo in qua, cioè fino dal cinquecento, nel
          qual secolo le antiche voci francesi-italiane che oggi più non s’usano, erano parimente
          quasi tutte dimenticate, benchè delle altre se ne introducessero. Ma delle voci e maniere
          spagnuole introdotte fra noi, ben poche o la minor parte, o certo in assai minor numero
          che delle francesi, si trovano oggidì esser cadute dell’uso nostro. Le altre han posto da
          gran tempo saldissime radici nella lingua italiana, come quelle che l’hanno trovata esser
          terreno proprio da loro, e tale che l’esservi esse state <pb ed="aut" n="3394"/> piuttosto
          traspiantate che prodotte spontaneamente e primieramente, sia piuttosto caso che natura.</p>
        <p>4.<hi rend="apice">o</hi> La lingua spagnuola è carnal sorella dell’italiana, non di
          famiglia solo e di nascita e di eredità, ma di volto, di persona e di costumi. Nè la
          lingua francese se le può paragonare per questo conto, non più ch’ella si possa comparare
          all’italiana o alla spagnuola per conto della somiglianza, sia esteriore sia interiore,
          colla madre comune. La lingua spagnuola è piuttosto altra che diversa dall’italiana. Ed
          era ben ragione che così fosse, perocchè l’Italia, la Spagna e la Grecia sono in Europa
          per natura di clima, di terreno e di cielo le più conformi provincie meridionali<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>La storia offrirà molte prove di fatto della conformità fra l’indole spagnuola e
              italiana (e greca). Fra l’altre cose, l’abuso pubblico e privato della religion
              cristiana fatto nella Spagna, non ha nella storia moderna altro più simigliante che
              quello fatto in Italia, e quanto all’opinioni, e quanto alle azioni, e quanto alle
              istituzioni, leggi, usi, costumi ec. e tutto ciò ch’è influito dalla religione.
              Veggansi le pp. 3572-84, e massime dalla 3575. in poi.</p>
          </note>. Or tra queste, la Spagna e l’Italia avendo l’una dato, l’altra ricevuto una
          stessissima lingua, era ben naturale che in processo di tempo ambedue riuscissero tanto e
          niente meno conformi di linguaggio, quanto a due separate nazioni è possibile il più.
          Laddove la Francia che una medesima lingua ricevè dall’Italia ancor essa, partecipando
          però del settentrionale <pb ed="aut" n="3395"/> e pel clima e per l’indole e per gli
          avvenimenti che la storia descrive, settentrionalizzò la sua ricevuta lingua, e fecene un
          misto nuovo, suo proprio e bello, come altrove s’è detto. E intanto allontanandosi da’
          suoni dalle forme e dal genio della lingua madre, l’idioma francese col medesimo passo si
          divise eziandio dall’indole, dallo spirito e dalla qualità de’ suoni delle lingue sorelle,
          che sempre alla madre si attennero quanto comportarono i tempi e le circostanze; e che
          quantunque inondate ancor esse dalle lingue settentrionali, pure per la totale diversità
          del clima e dell’indole delle loro regioni, se ne mantennero così pure, che pervenute per
          così dire a seccarle, soltanto pochissime parole, niuna forma, niuna qualità appartenente
          al genio ed all’indole, si trovarono averne contratto. Veramente la lingua spagnuola e per
          carattere e per forme e per costrutti e per suoni e per che che sia, è così conforme
          all’italiana, che altre due lingue colte così tra loro conformi non si trovano ch’io mi
          creda, nè mai, ch’io sappia, si ritrovarono. <pb ed="aut" n="3396"/> E più conformi
          sarebbero le suddette due lingue se la Spagna avesse avuto e potesse vantare più vasta,
          copiosa e varia, più lunga, e più perfetta letteratura, ch’ella non ebbe. Dico sarebbono
          più conformi per ciò che tocca alla quantità, come dire alla ricchezza, alla varietà e
          cose tali. Chè per certo non mancò alla lingua spagnuola se non quello che ho detto, per
          essere anche in queste parti comparabile alla lingua italiana; per esserlo cioè in tutto,
          anche nella quantità, siccom’essa lo è nella qualità, eccetto solamente che ancor nelle
          sue qualità ell’è meno perfetta dell’italiana. Del rimanente ella, quanto alla qualità,
          non potrebbe quasi essere più conforme alla nostra di quel ch’ella sia.</p>
        <p>5.<hi rend="apice">o</hi> Nè tale sarebbe se la letteratura spagnuola, benchè cedendo
          d’assai all’italiana per la quantità, non le fosse pari del tutto nella qualità, salvo la
          minore perfezione di ciascun suo attributo. Le stesse cagioni, sì naturali, sì
          accidentali, che ci resero gli spagnuoli così conformi di lingua, ce li fecero altrettanto
          conformi <pb ed="aut" n="3397"/> nella letteratura. Nè poteva essere altrimenti, perchè
          l’una e l’altra vanno sempre del pari. Certo è che nel cinquecento, secolo aureo e
          principale non meno della lingua e letteratura spagnuola che della italiana, il commercio
          tra queste due letterature fu strettissimo, e l’influenza reciproca; bensì maggiore
          d’assai quella dell’italiana sulla spagnuola che viceversa, perchè l’italiana era di gran
          lunga maggiore, e portata ad un alto grado già molto prima, cioè nel 300. Laonde, se
          imitazione vi fu, non è dubbio che gli spagnuoli imitarono, e gli scrittori italiani
          furono loro modelli. Ma senza più stendersi in questo, egli è certissimo ed evidente che
          il buono e classico stile spagnuolo e lo stile italiano buono e classico, salvo che quello
          è meno perfetto, non sono onninamente che uno solo. Ora quanta parte abbia la lingua nello
            stile<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi fra l’altre, la p. 2906. segg.</p>
          </note>, quanta influenza lo stile nella lingua, come sovente sia difficile e quasi
          impossibile il distinguere questa da quello, e le proprietà dell’una da quelle dell’altro,
          o si parli di uno scrittore e di una scrittura particolarmente, <pb ed="aut" n="3398"/> o
          di un genere, o di una letteratura in universale; sono cose da me altrove accennate più
          volte. Basti ora il dire che non si è mai per ancora veduto in alcun secolo, appo nazione
          alcuna, stile corrotto o barbaro e rozzo, e lingua pura o delicata, nè viceversa, ma
          sempre e in ogni luogo la rozzezza, la purità, la perfezione, la decadenza, la corruttela
          della lingua e dello stile si sono trovate in compagnia<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Massime ne’ prosatori: quanto a’ poeti vedi la p. 3419.</p>
          </note>. Chè se ne’ nostri trecentisti la lingua è pura e lo stile sciocco; 1.o lo stile
          non pecca se non per difetto di virtù, per inartifizio, e mancanza d’arte e di coltura, ma
          niun vizio ha e niuna qualità malvagia; sicchè non può chiamarsi corrotto: 2.<hi
            rend="apice">o</hi> lo stile de’ trecentisti è semplice e nella semplicità energico,
          come porta la natura, e tale nè più nè meno è la lingua loro, la quale generalmente non ha
          pregio nessuno se non questi, che sono pur pregi dello stile, ma non sempre, e che non
          bastano: 3.<hi rend="apice">o</hi> che che ne dicano i pedanti, ogni volta che lo stile
          de’ trecentisti pecca di rozzo, anche la lor lingua è rozza; ogni volta che di barbaro,
          anche la lingua è barbara; ogni volta che di eccessiva semplicità ed inartifizio, anche la
          semplicità della <pb ed="aut" n="3399"/> lingua passa i termini, com’è stato ben provato
          in questi ultimi tempi; e finalmente se talvolta il loro stile è tumido, falso, o insomma
          corrotto comunque, (benchè tal corruzione in loro sia piuttosto fanciullesca e
          d’ignoranza, che manifestante il cattivo gusto, e la depravazione, che in essi non poteva
          aver luogo), allora anche la lingua non è da noi chiamata pura, se non perchè ed in quanto
          antica, secondo le osservazioni da me fatte altrove circa quello che si chiama purità di
          lingua.</p>
        <p>Adunque lo stile che colla lingua è così strettamente legato, è lo stesso nello spagnuolo
          e nell’italiano. Dico quello stile che dall’una e dall’altra nazione è riconosciuto per
          classico. Ebbero anche i francesi nel medesimo secolo del cinquecento uno stile conforme o
          quasi conforme allo spagnuola e all’italiano, ma esso non è riconosciuto oggidì per
          classico da quella nazione, nè per tale fu riconosciuto in quel secolo in che la
          letteratura francese pigliò forma e carattere e perfezionossi, in somma nel secolo aureo
          che dà legge <pb ed="aut" n="3400"/> e norma, generalmente parlando, alla lingua e
          letteratura francese di qualunque secolo successivo. E se pur quello stile talvolta è o fu
          riconosciuto per classico da’ francesi (come in Amyot), ciò è come un classico che essi
          non debbono seguire nè imitare, un classico diverso da quello che è classico oggidì per
          loro nelle scritture di questo secolo, un classico che in queste scritture sarebbe vizio,
          anzi non si comporterebbe, anzi non senza fatica s’intenderebbe; una lingua in somma e uno
          stile che, secondo confessano essi medesimi, ancorchè bello e classico, non è più loro.</p>
        <p>Lo stile e la letteratura spagnuola forma veramente (quanto alla sua indole) una sola
          famiglia collo stile e letteratura greca, latina e italiana. Lo stile e la letteratura
          francese per lo contrario appartengono a una famiglia ben distinta dalla suddetta. La
          letteratura francese insieme con quelle ch’essa ha prodotte, ciò sono la inglese del tempo
          della regina Anna, la svedese, la russa, (e credo eziandio l’olandese), forma in Europa,
          propriamente parlando, una terza distinta famiglia, un terzo genere di letteratura e di
          stile: intendendo per seconda famiglia di letterature <pb ed="aut" n="3401"/> europee
          quelle di carattere settentrionale, cioè l’inglese de’ tempi d’Ossian e di quelli di
          Shakespeare, e la moderna ch’è una continuazione di questa, la tedesca, l’antica
          scandinava, illirica, e simili. (Sebbene il carattere scandinavo e illirico, sì delle
          nazioni, sì delle letterature, è distinto dal teutonico ec. Ma non esiste letteratura
          scandinava nè illirica, se non antica e mal nota, perchè la presente letteratura Svedese,
          Danese, russa ec. non è che francese. Staël nel principio dell’Alemagna). Come altrove ho
          detto della lingua<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 2989.</p>
          </note>, così della letteratura e dello stile francese si deve dire. Essi tengono il mezzo
          tra il meridionale e il settentrionale, tra il classico e il romantico; essi formano una
          categoria propria, niente meno diversa e distinta da quella delle letterature e stili
          greco, latino, italiano classico, spagnuolo classico, e dall’indole e spirito loro, di
          quel ch’ella sia dalle letterature inglese moderna, tedesca, e loro affini o simiglianti.
          V. p. 3559.</p>
        <p>Quel carattere di nobiltà, di dignità, di ardire, di semplicità, di naturalezza ec. ec.
          che distingue <pb ed="aut" n="3402"/> gl’idiomi e gli stili greco e latino, non si possono
          in alcuna lingua del mondo, nè moderna nè antica, esprimer meglio nè più spontaneamente e
          naturalmente che nella italiana e nella spagnuola, e negli stili riconosciuti
          respettivamente per classici appo queste due nazioni: nè si potrebbero, assolutamente
          parlando, esprimer meglio di quello che queste due lingue e questi due stili possano fare.
          Dico possano fare, perchè lo spagnuolo non lo ha forse ancora mai fatto perfettamente,
          benchè la sua indole e lo comporti e lo richiegga. Dico quel tal carattere identico di
          nobiltà ec. proprio della lingua e stile greco e latino. Le qualità medesime in genere,
          come la nobiltà in genere ec. possono esser proprie anche del francese e del tedesco e
          d’ogni lingua colta, ma quel tal carattere individuale e identico di nobiltà ec. che
          distingue i suddetti stili greco e latino, non solo non lo richieggono nè l’amano, ma in
          niun modo lo comportano, gli stili francese, inglese ec. Questi possono esser nobili, ma
          in altro modo; semplici ma in diversissimo <pb ed="aut" n="3403"/> modo; naturali ma
          tutt’altra naturalezza, perch’egli hanno tutt’altra natura, e tutt’altro carattere hanno
          le rispettive nazioni, e tutt’altro per queste è naturale; arditi, ma la lingua francese
          rispetto a se stessa solamente, chè rispetto all’altre, e assolutamente parlando, è
          timidissima, al contrario della greca e della latina, e della spagnuola e italiana
          altresì: le restanti lingue e stili possono essere arditi, anche più del greco e del
          latino, anche più dello spagnuolo e dell’italiano, ma in tutt’altro modo.</p>
        <p>E per recare un esempio; laddove la lingua e lo stile spagnuolo e italiano si piegano
          naturalmente e quasi da se al dignitoso, come il greco e il latino (che in qualunque
          genere e materia hanno sempre del grave e dell’elevato), lo stile francese non ci si piega
          per niun modo, ma sempre tira al familiare e al piano. Contuttociò egli pure ottiene di
          staccarsi dal familiare e dal volgo, di sostenersi, d’innalzarsi; ma come? Con un
          copiosissimo uso d’immagini, pensieri ed espressioni poetiche. <pb ed="aut" n="3404"/> E
          non mezzanamente confusamente o solo in parte poetiche, ma forte espressa e totalmente.
          Senza ciò non ottiene mai dignità ed elevazione, e sempre tira al basso, e si accosta al
          discorso ordinario, allo stile parlato, di conversazione ec. Ma ciò è ben diverso, e in
          certo senso, contrario al modo in che i greci e i latini davano dignità ed elevatezza al
          loro stile, in che gliene diedero i nostri classici e gli spagnuoli, benchè non sempre
          perfetti nel loro genere di stile, come avrebbero e potuto e dovuto essere, e come esigeva
          naturalmente esso genere di stile, e l’indole stessa della lingua ec. Si possono vedere le
          pagg. 3453. segg. e 3561. segg. ec. Vedi quello che altrove ho detto sopra il poetico
          dello stile di Floro, (v. p. 3420.), e quello che ho detto sopra ciò, che la lingua
          francese sempre prosaica nel verso, è oggimai sempre poetica nella prosa; e altri tali
          pensieri.</p>
        <p>Venendo alla conchiusione, ripeto che da una lingua così conforme alla nostra, come ho
          mostrato essere la spagnuola, per ogni verso, e per tante cagioni naturali, accidentali,
          intrinseche, estrinseche ec.; da una lingua sorella com’essa è all’italiana; da una lingua
          ec. ec.; molta bella ed utile novità possono trarre gli scrittori italiani moderni, come
          ne trassero gli antichi e classici nostri. Ma voglio io perciò introdotti nella lingua
          italiana degli spagnuolismi? Tanto come, consigliando <pb ed="aut" n="3405"/> di attingere
          dal latino, intendo consigliare che s’introducano nell’italiano de’ latinismi<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Molto meno io vorrei consigliare che la lingua o lo scrittore italiano si modellasse
              sulla lingua spagnuola, molto alla nostra inferiore in perfezione, benchè conforme in
              carattere. Oltre che una lingua già perfetta non si dee modellare, anzi dee fuggir di
              modellarsi sopra alcuna altra, sia quanto si vuole perfettissima. E così a proporz.
              discorrasi della letteratura ec.</p>
          </note>. Sono nel latino molte parole, nello spagnuolo alcune, nel greco, nel latino e
          nello spagnuolo moltissimi modi e forme di dire, (e molte significazioni di vocaboli o
          modi già fatti italiani) le quali tutte non per altro non sono italiane, se <add resp="ed"
            >non</add> perchè da veruno per anche non introdotte nella nostra lingua. Adoperandole
          nell’italiano, elle sarebbero così bene intese, cadrebbero così bene e facilmente,
          parrebbero così spontanee e naturali, sarebbero così lontane da ogni sembianza
          d’affettate, che niuno s’accorgerebbe non pur ch’elle fossero o greche o latine o
          spagnuole anzi, o più, che italiane, ma neppur sentirebbe che fossero nuove nella nostra
          lingua, nè se n’avvedrebbe in altro modo che ricercandone espressamente il vocabolario. O
          se vi sentisse della novità, ne sentirebbe quel tanto e non più, che dà grazia, eleganza,
          forza, nobiltà, bellezza allo stile e alla lingua, e dividono l’una e l’altra dal popolo,
          il che non pur è concesso ma richiesto al nobile scrittore in qualunque genere. Queste <pb
            ed="aut" n="3406"/> voci, frasi, forme, benchè latine, greche, spagnuole di origine;
          benchè non mai per l’innanzi usate o sentite in italiano; introdotte che vi fossero, non
          sarebbero nè latinismi nè grecismi nè spagnolismi, perchè non vi si conoscerebbe nè la
          latinità, nè la grecità ec., o se vi si conoscerebbe, non vi si sentirebbe, ch’è quel che
          importa; nè vi si conoscerebbe che per cagioni estrinseche e proprie del lettore, cioè per
          la cognizione che questi avrebbe di quelle lingue, e degli scrittori italiani ec.; non per
          cagioni intrinseche, cioè proprie di quella tale scrittura, stile ec. per le qualità di
          quelle tali voci, frasi ec. rispetto alla lingua italiana o a quel tal genere e stile.
          Altre voci, frasi, forme, significazioni sono in gran numero nelle dette lingue, che si
          potrebbero pure utilissimamente introdurre nella italiana, ma non altrove che in certi
          luoghi, con certi contorni, preparazioni ec. nè senza molta avvertenza, arte, discrezione,
          giudizio dell’opportunità ec. Con le quali condizioni, nè anche queste (che sono in molto
          maggior numero dell’altre sopraddette) non riuscirebbero nè latinismi nè grecismi ec. per
          le stesse ragioni. <pb ed="aut" n="3407"/> Ovunque <emph>si senta</emph> latinità, grecità
          ec. o un <emph>sapore</emph> di non nazionale, indipendentemente dalle cognizioni ec. del
          lettore, e per propria qualità della parola o frase, o del modo in ch’ella è adoperata,
          quivi è latinismo, grecismo ec. quivi barbarismo, quivi sempre vizio. E siccome nei
          contrarii casi suddetti, malgrado la vera novità, niun vizio, anzi pregio vi sarebbe; così
          in questo caso, niun pregio sarebbevi, e sempre vizio, quando anche la novità non fosse
          vera, cioè quando bene quella tal parola ec. avesse già esempio d’autor classico
          nazionale, e n’avesse ancor molti; sia che in tutti questi ella stesse parimente male, o
          che stando bene in questi, ella stesse male nel dato caso, perchè non intelligibile o
          difficile a intendere, perchè male adoperata, e senza i debiti riguardi, e in occasione e
          con circostanze non opportune ec. Similmente accade e si dee discorrere intorno alle
          parole antiquate. La novità in una lingua, o la rarità ec., insomma il pellegrino, da
          qualunque luogo sia tolto (o da’ forestieri, o dagli antichi classici nazionali ec.), deve
          sempre parere una <pb ed="aut" n="3408"/> pianta, bensì nuova nel paese o rara, ma nata
          nel terreno medesimo della lingua nazionale, e non pur della nazionale, ma della lingua di
          quel secolo, della lingua conveniente a quel genere a quello stile a quel luogo della
          scrittura. Sempre ch’ella par forestiera (e recata d’altronde) per qualunque ragione, e in
          qualunque di questi sensi, ella è cattiva. Nel caso contrario è sempre buona.</p>
        <p>Lo studio della lingua greca, latina, spagnuola, applicato a quello dell’italiana, non ci
          deve servire a latinizzare, grecizzare ec. in niuna parte (sensibilmente) la nostra
          lingua. Esso ci deve servire e ci serve mirabilmente a conoscere in quanti modi, niuno per
          anche usato, si possa usare e rivolgere questa lingua italiana medesima che abbiam per le
          mani, si possano comporre insieme, o adoperare per se stesse le sue parole, frasi ec<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Questo viene a essere, se così vogliamo chiamarlo, un latinizzare, grecizzare ec.
              l’italiano, ma affatto <emph>insensibilmente</emph>, e indistinguibilm.
              dall’italianizzare; un latinizzare non diverso dall’italianizzare ec.</p>
          </note>. Noi dobbiamo pescare in esse lingue, non latinismi, grecismi, ec. ma, per dir
          così, voci e forme e frasi italiane non per anche usate; delle quali esse lingue
          abbondano. Studiandole (siccome strettissimamente affini alla nostra, alla sua indole) ec.
          noi ci avveggiamo <pb ed="aut" n="3409"/> che l’italiano può adoperare un tal modo, forma,
          voce, significazione, ch’e’ non ha mai adoperato; la può adoperare, non perchè latina,
          greca, spagnuola, ma perchè conforme all’indole dell’italiano stesso, perchè questa lingua
          per se medesima, e tale qual ella è n’è capace; perchè appunto adoperata nell’italiano,
          non parrà nè latina nè greca nè spagnuola, ma parrà e sarà subito italiana. (cioè sarà
          intesa subito, cadrà naturalmente, o dovunque o in certi tali generi o luoghi, ec. ec.).
          Fatta questa scoperta, e avvedutici di questa verità, della quale senza lo studio di
          quelle lingue non avremmo avuto alcuna notizia, noi introduciamo nell’italiano quella tal
          frase ec. da niuno ancora usata, e che noi, se la lingua latina ec. non ce l’avesse
          mostrata, non avremmo potuto concepire e immaginare e inventare da noi medesimi e mediante
          la sola cognizione della nostra lingua, se non per caso<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>V. p. 3738.</p>
          </note>. Così quelle lingue ci somministrano copiose novità, che non sono nè latinismi nè
          grecismi, ec. ma italianismi o nuovi o rari, e questi bellissimi e utilissimi, e insomma
          degnissimi d’entrare in uso. Nello stesso modo che sono italianismi, <pb ed="aut" n="3410"
          /> e degnissimi d’entrare in uso, infiniti vocaboli, locuzioni (significati) e forme
            <emph>nuove</emph>, che l’abile e giudizioso e ben perito scrittore, può
          inesauribilmente e incessantemente derivare, formare, comporre ec. dalle stesse radici,
          degli stessi materiali, degli stessi capitali e fondi della lingua nostra, profondamente
          conosciuti e perfettamente posseduti, seguendo sempre e intieramente la vera indole e
          proprietà d’essa lingua, e conformandosi con tutte le sue qualità sieno intrinseche, sieno
          estrinseche ec. (9-10. Sett. 1823.).</p>
      </div1>
      <div1 n="3410 - 3616">
        <p>Gli uomini che vivono in solitudine sono inclinatissimi al metodo. Ma non tanto quelli
          che nella solitudine sono occupati, o che perciò appunto vivono in solitudine, (ne’ quali,
          siccome in tutti quelli che sono molto occupati, il metodo e l’ordine dell’azioni sarebbe
          ragionevolissimo, perchè l’ordine così di luogo come di tempo è sempre risparmio dell’uno
          o dell’altro, e il disordine al contrario) quanto in quelli che nulla hanno da fare, come
          malati cronici, carcerati, vecchi ritirati per cagionevolezza dell’età, per debolezza, o
          per abito di pigrizia. Questi sogliono esser metodici fino all’ultimo eccesso. Pare che
          l’uomo sia tanto più <pb ed="aut" n="3411"/> geloso di ordinare la sua vita quanto meno ha
          da occuparla, o quanto meno la occupa<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Intendo per occupaz.<hi rend="apice">i</hi> anche le distraz.<hi rend="apice">i</hi>
              gli spassi ec.</p>
          </note>. Non potendo o non volendo impiegare il tempo, si occupa a regolarlo e partirlo e
          distinguerlo. L’ordinare le sue operazioni diviene l’unica sua operazione e occupazione.
          (11. Sett. 1823.). Io ho conosciuto uno di questi che dal capo al piè della giornata non
          aveva una sola cosa da fare, e lagnavasi della brevità del tempo, e che il giorno non
          bastava alle sue occupazioni quotidiane; e perciò sopportava di mala voglia qualunque
          straordinaria distrazione o altro, che gli occupasse alcun poco di tempo. (11. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come altrove ho detto, la monarchia è il più, anzi il solo, perfetto stato di società,
          perchè il solo naturale, il solo primitivo, il solo comune agli animali che hanno
          qualch’ombra di società, il solo che si trovi nel cominciamento di tutte le nazioni. (In
          qual modo nascesse la monarchia, vedilo nel principio della Rep. di Aristotele, che
          benissimo lo spiega, perocchè <pb ed="aut" n="3412"/> certo le nazioni o le popolazioni
          non convennero mai espressamente di ubbidire ad alcuno, nè mai diedero in niun modo i loro
          suffragi per li quali riuscisse eletto ad unanimità un monarca, che in questa elezione
          fondasse di quindi innanzi il diritto di comandarle.) Da questo principio segue che ogni
          repubblica o stato franco, comunque antichissimo, comunque anteriore a quella
          civilizzazione ch’è affine alla corruzione, comunque proprio eziandio di tempi e di popoli
          affatto rozzi, od anche di tempi e popoli eroici e virtuosi e magnanimi ec., sempre
          ch’esso si trova in una società già formata, già capace di tal nome, (sia antica, sia
          moderna, sia civile, sia selvaggia) è indizio certo di corruzione di questa tal società,
          ed è esso medesimo una corruzione del governo; il quale senza fallo, si sappia o non si
          sappia dalla storia, prima fu monarchico; ond’esso stato franco è indubitatamente in essa
          società una sorta di governo secondaria e non primitiva, ma sottentrata in luogo della
          primitiva, e nata dalla corruzione di questa, o certo della respettiva società. (11.
          Settembre. 1823.). V. p. 3517.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3413"/> Alla p. 2841. <bibl>
            <author>Sperone Speroni</author> nell’Orazione <title>in morte del Cardinal
            Bembo</title>, quinta delle Orazioni sue stampate in Ven. 1596. pag. 144-5.</bibl> poco
          innanzi il mezzo dell’orazione suddetta. <quote>
            <emph>I medesimi verbi colla stessa construtione</emph>
          </quote> (p. 145.) <quote>
            <emph>usa il volgar poeta</emph>,</quote> (il poeta italiano) <quote>
            <emph>che suole usar l’oratore; onde non pur è lunge da quell’errore, ove spesse fiate
              veggiamo incorrere i Greci, et qualche volta i Latini, cioè a dire, che egli si paia
              di favellare in un’altra lingua, che non è quella dell’oratore; anzi i più lodati
              Toscani all’hora sperano di parlar bene nelle lor prose, et par quasi, che sene
              vantino, quando al modo, che da’ Poeti è tenuto hanno affettato di ragionare. Et chi
              questo non crede, vada egli a leggere il Decameron del Boccaccio, terzo lume di questa
              lingua, et troveravvi per entro cento versi di Dante così intieri, come li fece la sua
              comedia</emph>
          </quote>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3561.</p>
          </note>. Non parrebbe da queste parole che l’Italia non avesse lingua propriamente <pb
            ed="aut" n="3414"/> poetica, o certo ben poco distinta dalla prosaica? E non è
          d’altronde manifesto ch’ella ha una lingua poetica più distinta dalla prosaica che non è
          quella di forse niun’altra lingua vivente, e certo più che non è quella de’ Latini, in
          quanto si vede che noi, imparato che abbiamo ad intendere la prosa latina, intendiamo con
          poco più studio la poesia, (lo studio che ci vuole, e il divario tra il
          <emph>linguaggio</emph> della poesia latina e della prosa, consiste principalmente nella
          diversità di molta parte delle trasposizioni, ossia nell’ordine e costruzione delle
          parole, ch’in parte è diversa) ma uno straniero non perciò ch’egli ottimamente intendesse
          la nostra moderna lingua prosaica, intenderebbe senza molto apposito studio la poetica?
          Tant’è. Nello stesso cinquecento, l’Italia non aveva ancora una lingua che fosse
          formalmente poetica, cioè la diversità del linguaggio tra i poeti e gli oratori, non era
          per anche se non lieve, e male o insufficientemente determinata. Gli scrittori prosaici
          che componevano con istudio e con presunzione di bello stile, si accostavano alla lingua
          del Boccaccio e de’ trecentisti, e questa era similissima alla lingua poetica, perchè la
          lingua poetica del 300. era quasi una colla prosaica. Gli scrittori poetici che
          scostandosi dalla lingua del 300, volevano <pb ed="aut" n="3415"/> accostarsi a quella del
          loro secolo, davano in uno stile familiare, bellissimo bensì, ma poco diverso da quel
          della prosa. Testimonio l’Orlando dell’Ariosto e l’Eneide del Caro, i quali, a quello
          togliendo le rime, a questa la misura (oltre le immagini e la qualità de’ concetti ec.) in
          che eccedono o di che mancano che non sieno una bellissima ed elegantissima prosa? E
          paragonando il poema del Tasso (scritto nella propria lingua del suo tempo) colle prose
          eleganti di quell’età, poco divario vi si potrà scoprire quanto alla lingua. Di più i
          poeti italiani del 500. furono soliti (massime i lirici, che sono i più) di modellarsi
          sullo stile di Petrarca e di Dante. Il carattere di questo stile riuscì ed è
          necessariamente familiare, come ho detto altrove. Seguendo questo carattere, o che i poeti
          del 500 l’esprimessero nella stessa lingua di que’ due, come moltissimi faceano, o nella
          lingua del 500, come altri; doveano necessariamente dare al loro stile un carattere di
          familiare e poco diverso da quel della prosa. E così generalmente accadde. (Il linguaggio
          del Casa non è familiare, ed è molto <pb ed="aut" n="3416"/> più distinto dal prosaico, e
          così il suo stile. Ciò perchè ne’ suoi versi egli non si propose il carattere nè del
          Petrarca nè di Dante, ma un suo proprio. E quindi quanto il carattere del suo linguaggio e
          stile poetico è distinto da quel della prosa, tanto egli è ancora diverso da quello del
          linguaggio e stile sì di Dante e Petrarca, sì degli altri lirici, e poeti quali si
          vogliano, del suo tempo.). La Coltivazione, le Api ec. sono ben sovente bella prosa
          misurata quanto al linguaggio, ed allo stile eziandio: e ciò quantunque l’uno e l’altro
          poema sieno imitazioni, e l’Api nient’altro quasi che traduzione, delle Georgiche, il capo
          d’opera dello stile il più poetico e il più separato dal familiare, dal volgo, dal
          prosaico. Similmente si può discorrere dell’Eneide del Caro.</p>
        <p>In somma la lingua italiana non aveva ancora bastante <emph>antichità</emph>, per potere
          avere abbastanza di quella eleganza di cui qui s’intende parlare, e un linguaggio ben
          propriamente poetico, e ben disgiunto dal prosaico. Le parole dello Speroni provano questa
          verità, e questa le mie teorie a cui la presente osservazione si riferisce. Il cui
          risultato è che dovunque non è sufficiente antichità di lingua colta, quivi non può ancora
          essere la detta eleganza di stile e di lingua, nè linguaggio poetico distinto e proprio
          ec. (11. Sett. 1823.). Ho già detto altrove <pb ed="aut" n="3417"/> che non prima del
          passato secolo e del presente si è formato pienamente e perfezionato il linguaggio (e
          quindi anche lo stile) poetico italiano (dico il linguaggio e lo stile poetico, non già la
          poesia); s’è accostato al Virgiliano, vero, perfetto e sovrano modello dello stile
          propriamente e totalmente e distintissimamente poetico; ha perduto ogni aria di familiare;
          e si è con ben certi limiti, e ben certo, nè scarso, intervallo, distinto dal prosaico. O
          vogliamo dir che il linguaggio prosaico si è diviso esso medesimo dal poetico. Il che
          propriamente non sarebbe vero; ma e’ s’è diviso dall’antico; e così sempre accade che il
          linguaggio prosaico, insieme coll’ordinario uso della lingua parlata, al quale ei non può
          fare a meno di somigliarsi, si vada di mano in mano cambiando e allontanando
          dall’antichità. I poeti (fuorchè in Francia<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3428.</p>
          </note>) serbano l’antico più che possono, perch’ei serve loro all’eleganza, o dignità ec.
          anzi hanno bisogno dell’antichità della lingua. E così, contro quello <pb ed="aut"
            n="3418"/> che dee parere a prima giunta, i più licenziosi scrittori, che sono i poeti,
          son quelli che più lungamente e fedelmente conservano la purità e l’antichità della
          lingua, e che più la tengon ferma, mirando sempre e continuando il linguaggio de’ primi
          istitutori della poesia ec. Dalla quale antichità la prosa, obbligata ad accostarsi
          all’uso corrente, sempre più s’allontana. Ond’è che il linguaggio prosaico si scosti per
          vero dire esso stesso dal poetico (piuttosto che questo da quello) ma non in quanto
          poetico, solo in quanto seguace dell’antico, e fermo (quanto più si può) all’antico, da
          cui il prosaico s’allontana. Del resto il linguaggio e lo stile delle poesie di Parini,
          Alfieri, Monti, Foscolo è molto più propriamente e più perfettamente poetico e distinto
          dal prosaico, che non è quello di verun altro de’ nostri poeti, inclusi nominatamente i
          più classici e sommi antichi. Di modo che per quelli e per gli altri che li somigliano, e
          per l’uso de’ poeti di questo e dell’ultimo secolo, l’Italia ha oggidì una lingua poetica
          a parte, e distinta affatto dalla prosaica, una doppia lingua, l’una prosaica l’altra <pb
            ed="aut" n="3419"/> poetica, non altrimenti che l’avesse la Grecia, e più che i latini.
          Ed è stato anche osservato (da Perticari sulla fine del Tratt. degli Scritt. del Trecento)
          che nella universale corruzione della lingua e stile delle nostre prose e del nostro
          familiar discorso accaduta nell’ultima metà del passato secolo, e ancora continuante, la
          lingua de’ poeti si mantenne quasi pura e incorrotta, non solo ne’ migliori o in chi pur
          seguì un buono stile, ma ne’ pessimi eziandio, e negli stili falsi, tumidi, frondosissimi,
          ridondanti, strani o imbecilli degli arcadici, de’ frugoniani, bettinelliani ec. Così pure
          era accaduto ne’ barbari poeti del secento. La cagione di ciò è facile a raccorre da
          queste mie osservazioni, le quali sono ben confermate da questi fatti. Laddove egli è pur
          certo che riguardo alla prosa, lo stile non si corrompe mai che non si corrompa altresì la
          lingua, nè viceversa, nè v’ha prosatore alcuno di stile corrotto e lingua incorrotta: del
          che puoi vedere le pagg.3397-9. (12. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3420"/> Opinione de’ greci, anche filosofi, e principali filosofi, sul
          giusto e l’ingiusto creduto altro verso i greci, altro verso i barbari, non
          accidentalmente, ma naturalmente; sulla supposta inferiorità di natura di questi a quelli;
          sul supposto <emph>naturale</emph> diritto ne’ greci di comandare a tutte l’altre nazioni,
          come per natura incapaci di governarsi da se nè d’acquistare le facoltà a ciò convenienti;
          sulla supposta servilità non di circostanza ma di natura ne’ barbari (cioè nei non greci),
          servilità creduta in essi così universale, che l’esser molti di essi nella propria nazione
          servi, era creduto irragionevole, perchè niuno nella loro nazione era stimato aver dritto
          di comandarli, essendo tutta la nazione composta di soli servi per natura. <bibl>Vedi la
              <title>Rep.</title> d’ <author>Aristot.</author> ediz. del Vettori, Firenze Giunti
            1586. libro 1. p. 7.31.32. libro 3. p. 257</bibl>. e le note del Vettori ai rispettivi
          luoghi. E <bibl>
            <author>Plutarco</author> t. 2. p. 329. B. ec.</bibl> (12. Settembre 1823.). Opinione
          rinnovatasi presso gli spagnuoli ec. quanto agli americani indigeni, ai negri ec. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3404. Quanto nel cit. pensiero ho detto dello stile di Floro, si può, e meglio,
          applicare a quello di Platone, riputato, sì quanto allo stile e a’ concetti, sì quanto
          alla dizione<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere la pag. 3429.</p>
          </note>, esser <pb ed="aut" n="3421"/> quasi un poema (<bibl>v. <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> in Plat. par. 2. edit. vet. vol. 2. p. 5.</bibl>); e nondimeno
          sommo e perfetto esempio di bellissima prosa, elegantissima bensì e soavissima (non meno
          che gravissima: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">suavitate et gravitate princeps Plato</foreign>
          </quote>: <bibl>
            <author>Cic.</author> in <title>Oratore</title>
          </bibl>), amenissima ec., ma pur verissima prosa, e tale che la meno poetica delle moderne
          prose francesi (e mi contento di parlare delle sole riconosciute per buone), è molto più
          poetica di quella di Platone che tra le greche classiche è di tutte la più poetica. Non
          altrimenti che molto più poetiche della prosa platonica sono assaissime prose sacre e
          profane de’ posteriori sofisti e de’ padri greci ec. la cui moltitudine avanza forse e
          senza forse quella che ci rimane delle prose classiche antiche. Ma per vero dire, nè
          quelle son prose, nè le moderne francesi lo sono, ma sofistumi l’une e l’altre, quelle in
          ogni cosa, queste in quanto allo stile. (12. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che i miracoli della musica, la sua natural forza sui nostri affetti, il piacere ch’ella
            <pb ed="aut" n="3422"/> naturalmente ci reca, la sua virtù di svegliar l’entusiasmo e
          l’immaginazione, ec. consista e sia propria principalmente del suono o della voce, in
          quanto suono o voce grata, e dell’armonia de’ suoni e delle voci, in quanto mescolanza di
          suoni e voci naturalmente grata agli orecchi; e non già della melodia; e che
          conseguentemente il principale della musica e la considerazione de’ suoi effetti non
          appartenga alla teoria del bello proprio, più di quello che v’appartenga la considerazione
          degli odori, sapori, colori assoluti ec., perocchè il diletto della musica, quanto alla
          principale e più essenziale sua parte, non risulta dalla convenienza; veggasi in questo,
          che non v’ha così misera melodia che perfettamente eseguita da un istrumento o da una voce
          gratissima non diletti assaissimo; nè v’ha per lo contrario così bella melodia ch’eseguita
          p. e. con bacchette su d’una tavola, o su di più tavole che rispondano a’ diversi tuoni, o
          in qualsivoglia istrumento o voce ingratissima o niente grata, rechi quasi diletto alcuno,
          e ciò quando anche ella sia eseguita perfettamente rispetto a <pb ed="aut" n="3423"/> se
          stessa. E ben gli uomini si sono potuti accorgere delle suenunciate verità in questi
          ultimi tempi, ne’ quali, per quello che se n’è detto, la sorprendente voce della Catalani
          ha rinnovato quasi negli uditori i miracolosi effetti della musica antica. Certo questi
          effetti non nascevano nè principalmente nè essenzialmente nè quasi in parte alcuna dalle
          melodie. Le quali, oltre che da mille altri potevano esser cantate, si sa poi ch’erano
          delle più triviali ed insipide. Tutto il diletto era dunque originato dalla voce della
          cantante, cioè dalle qualità d’essa voce che piacciono naturalmente agli orecchi umani,
          tutte indipendenti dalla convenienza: straordinaria dolcezza, flessibilità, rapidità,
          estensione ec. voce canora, sonora, chiara, pura, penetrante, oscillante, tintinnante,
          simile alle corde o ad altro istrumento musicale artefatto ec. ec.</p>
        <p>Con queste osservazioni non farà maraviglia che i barbari e anche gli animali sieno tanto
          dilettati dalla nostra musica, benchè non assuefatti alle nostre melodie, e quindi non
          capaci di conoscere nè di sentire quello che noi chiamiamo il bello musicale. Non sono le
          melodie in se, nè la loro novità, che producono in essi il <pb ed="aut" n="3424"/>
          diletto: sono gl’istrumenti e le voci, che presso noi sono raffinate e perfette, queste
          coll’esercizio, coll’arte ec. quelli colle tante invenzioni e perfezionamenti ec. Alla
          perfetta qualità di questi organi unita l’arte di adoperarli perfettamente cioè di trarne
          de’ suoni più grati ec. che non ne trarrebbe chi non avesse alcun’arte; unitavi di più
          l’arte di accordare insieme questi organi nel modo ch’è naturalmente il più grato agli
          orecchi (come l’arte di mescolare e temperare i sapori); ne risulta una dolcezza ec. che
          a’ barbari riesce affatto nuova, e che perciò produce in essi un piacer sommo ed effetti
          mirabili; piacere ed effetti che niente hanno da far col bello, perchè niente colla
          convenienza, se non con quella ch’è relativa alla naturale disposizione degli orecchi, e
          che tanto appartiene al bello, quanto la grata mescolanza de’ sapori, ch’è una convenienza
          dello stessissimo genere dell’armonia musicale. Con queste osservazioni si spiegheranno
          ancor bene, e meglio che in alcun altro modo, moltissimi <pb ed="aut" n="3425"/> de’
          miracoli della musica antica, massime quelli che si raccontano delle nazioni o de’ tempi
          più rozzi, come di Saule e Davidde ec. Essi miracoli non nascevano dalle qualità delle
          melodie, come si crede, ma dalle qualità naturali o artifiziali degl’istrumenti o delle
          voci, e del modo di toccarli o adoperarle, in quanto da tali qualità nascevano suoni, o
          armonie di suoni, straordinariamente grate per se stesse all’orecchio; straordinariamente,
          dico, rispetto a quelle nazioni o a quei tempi. L’esser da lungo intervallo dissuefatto
          dall’udir musiche, produceva anch’esso e produce tuttavia molti mirabili effetti, i quali
          s’attribuiscono alle melodie, ma non nascono infatti principalmente che dalla sensazione
          di suoni grati ec. per se stessa, tornata ad essere molto efficace per la dissuefazione.
          Se Alessandro tutto il dì occupato nelle cose militari, era a tavola mirabilmente affetto
          e dominato dalla musica (se non erro) di Timoteo, ciò si rechi alla suddetta cagione,
          oltre al vino che <pb ed="aut" n="3426"/> naturalmente esalta l’animo, in un corpo stanco
          massimamente; e dispone a provar vivissime sensazioni per menome cause ancora.</p>
        <p>Osservisi che generalmente fa negli uomini molto maggiore effetto la musica vocale che
          l’istrumentale, la voce di una donna in un uomo che quella di un uomo, e nella donna
          viceversa; la voce di basso fa forse nella donna maggior effetto che quella di tenore o
          contralto, e nell’uomo al contrario ec. Così de’ diversi istrumenti, quello fa in generale
          maggior effetto, produce maggior piacere ec.; questo meno. Tutto ciò in parità di
          circostanze, e trattandosi p. e. d’una medesima melodia ec. Or tali differenze non hanno a
          far nulla colla convenienza, nulla, col bello proprio, sono indipendenti dalla qualità
          delle melodie, che sole spettano nella musica al discorso del bello; appartengono alle
          qualità sole de’ suoni ec.; sono della stessa categoria che le differenze degli odori e
          sapori ec. che niuno s’avvisò di chiamar belli nè brutti, bensì più o meno piacevoli o
          dispiacevoli: <pb ed="aut" n="3427"/> e ciò non per altro se non perchè in essi non ha
          luogo, come non l’ha nel nostro caso, il discorso della convenienza ec. (12. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Delicatezza considerata presso le nazioni civili come parte assolutamente del bello.
          Statue greche umane. L’Apollo, il Mercurio (già Antinoo), il Meleagro ec. — In tutte
          queste le forme hanno della donna. — Tale si è il carattere delle statue greche, quanto
          alle forme umane, e delle sculture e scuole di là provenute antiche e moderne. — Tra le
          statue di Roma, tu ravvisi subito una fattura greca al donnesco delle forme. — Così Canova
          — Il bello delle forme umane consiste dunque nell’inclinare e partecipare al donnesco —
          Possiamo noi credere che le forme umane, secondo natura, le più perfette, fossero o sieno
          di questa sorta? che di questa sorta sia il bello umano concepito da’ primitivi selvaggi
          ec.? e non anzi l’opposto? che l’intenzione della natura sia tale riguardo all’uomo, cioè
          ch’essendo perfetto, (e ciò vuol dire quale ei dev’essere), abbia del donnesco, e non ne
          sia anzi remotissimo? — Chi s’è mai avvisato tra’ civili di pigliar le forme d’Ercole per
          modello di bellezza d’uomo? ma nol sarebbero esse veramente <pb ed="aut" n="3428"/> in
          natura? e tuttavia l’idea e la statua d’Ercole non è il preciso contrario dell’idea e
          della statua d’Apollo? certo che sì, quanto alla forma virile e matura ec. (12. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3417. In Francia siccome la prosa segue l’uso del parlar quotidiano assai più che
          altrove, e l’è sempre assai più conforme, così i poeti non hanno creduto potersi scostare
          gran fatto dall’uso medesimo e dalla prosa, nè lasciar di seguire da vicinissimo l’uno e
          l’altra nelle continue mutazioni ch’esse naturalmente e inevitabilmente subiscono. Sì ne’
          poeti che ne’ prosatori ciò nasce dalla natura di quella nazione e di quella società. I
          poeti francesi non hanno dunque antichità di linguaggio da usare. Tutto e sempre di mano
          in mano nella lingua francese è moderno. E tutto è ancor nazionale; perchè guardigli il
          cielo dall’arricchire la loro lingua di qualche voce tolta nuovamente dal latino, benchè
          totalmente analoga e affine ad altre voci francesi. La lingua loro è dunque in tutto e
          sempre viva e incapace sì dell’antico, <pb ed="aut" n="3429"/> si ancora del pellegrino
          (se non di quello che introdotto in una lingua, o usato da uno scrittore è libertinaggio e
          barbarie, non eleganza o nobiltà ec.). Da ciò viene che la lingua francese non è capace di
          eleganza ec. (del che mi pare aver detto altrove), e che la Francia non ha e non può avere
          lingua propria della poesia. E non avendola, e però i termini tra questa e quella della
          prosa non essendo certi, anzi non avendovene alcuno, perocchè il campo dell’una e
          dell’altra è un solo e indiviso, la Francia non ha neppur lingua propria espressamente
          della prosa, e nella più impoetica lingua del mondo, qual è la francese, non si trova
          quasi prosa che non sappia di poesia per lo stile, più o meno, ma certo più di tutte le
          classiche prose scritte nelle più poetiche lingue come la greca e la latina. Del che
          veggasi la p. 3420-1. Del resto è ben naturale che ove non è distinzion di
          <emph>lingua</emph> (tra poesia e prosa) quivi non possa essere vera distinzion di
            <emph>stile</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Secondo il detto a p. 3397-9. e 2906.</p>
          </note>. (13. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3430"/>
          <emph>Altronde</emph> per <emph>altrove</emph>, e <emph>indi</emph> fors’anche quasi
            <emph>ivi</emph> o <emph>colà</emph>, delle quali cose ho detto altrove. V. Petrarca
          Son. <quote>
            <emph>Io sentia dentr’al cor già venir meno</emph>
          </quote>. (15. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Natura insegna il curare e onorare i cadaveri di quelli che in vita ci furon cari o
          conoscenti per sangue o per circostanze ec. e l’onorar quelli di chi fu in vita onorato
          ec. Ma ella non insegna di seppellirli nè di abbruciarli, nè di torceli in altro modo
          davanti agli occhi<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Veggasi a questo proposito la <bibl>Parte primera de la <title>Chronica del
                Peru</title> di <author>Pedro de Cieça de Leon.</author> en Anvers 1554. 8.<hi
                  rend="apice">vo</hi> piccolo. cap. 53. fine. a car. 146. p. 2. cap. 62. 63. 100.
                101. principio</bibl>.</p>
          </note>. Anzi a questo la natura ripugna, perchè il separarci perpetuamente da’ cadaveri
          de’ nostri è, naturalmente parlando, separazione più dolorosa che la morte loro, la qual
          non facciam noi, ma questa è volontaria ed opera nostra, e quella è quasi insensibile a
          chi si trova presente, e accade bene spesso a poco a poco; questa è manifestissima e si fa
          in un punto. E separarsi da’ cadaveri tanto è quasi in natura quanto separarsi dalle
          persone di chi essi furono, perchè degli uomini non si vede che il corpo, il quale, ancor
          morto, rimane, ed è, naturalmente, tenuto per la persona stessa, benchè mutata (piuttosto
          che in luogo di <pb ed="aut" n="3431"/> quella), e per tutto ciò ch’avanza di lei. Ma
          d’altra parte il lasciare i cadaveri imputridire sopra terra e nelle proprie abitazioni,
          volendoseli conservare dappresso e presenti, è mortifero, e dannoso ai privati e alla
          repubblica. I poeti, oltre all’avere insegnato che nella morte sopravvive una parte
          dell’uomo, anzi la principale e quella che costituisce la persona, e che questa parte va
          in luogo a’ vivi non accessibile e a lei destinato, onde vennero a persuadere che i
          cadaveri de’ morti, non fossero i morti stessi, nè il solo nè il più che di loro avanzava;
          oltre, dico, di questo, insegnarono che l’anime degl’insepolti erano in istato di pena,
          non potendo niuno, mentre i loro corpi non fossero coperti di terra, passare al luogo
          destinatogli nell’altro mondo. Così vennero a fare che il seppellire i morti o le loro
          ceneri, e levarsegli dinanzi, fosse, com’era utile e necessario ai vivi, così stimato
          utile e dovuto ai morti, e desiderato da loro; che paresse opera d’amore verso i morti
          quello che per se sarebbe stato segno di disamore, e opera d’egoismo; che l’amore <pb
            ed="aut" n="3432"/> così consigliato e persuaso imponesse quello ch’esso medesimo
          naturalmente vietava; che venisse ad esser secondo natura e suggerito dall’amor naturale,
          quello che per se aveva al tutto dello snaturato; e che fosse inumanità e spietatezza il
          trascurar quello che senza ciò sarebbesi tenuto per inumano e spietato. Così gli antichi e
          primi poeti e sapienti facevano servire l’immaginazione de’ popoli, e le invenzioni e
          favole proprie a’ bisogni e comodi della società, conformando quelle a questi, e si
          verifica il detto di Orazio nella Poetica ch’essi furono gl’istitutori e i fondatori del
          viver cittadinesco e sociale, onde Orfeo ed Anfione furono eziandio tenuti per fondatori
          di città. E così gli antichi dirigevano la religione al ben pubblico e temporale, e
          secondo che questo richiedeva la modellavano, e di questo facevano la ragione e il
          principio e l’origine de’ dogmi di essa: opponendola alla natura dove questa si opponeva
          alle convenienze della vita sociale; e vincendo la natura fortissima, coll’opinione ancor
          più forte, massime l’opinion religiosa. (15. Settembre. 1823.). Chi riguarda come legge
          naturale il seppellire o abbruciare ec. i cadaveri, troverà forse in queste osservazioni
          di che mutar sentenza.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per molte cagioni, anche lievi, l’uomo si getta al pericolo, anche della morte; di più
          sacrifica <pb ed="aut" n="3433"/> determinatamente se stesso, danari, robba, comodità,
          speranze ec. Ma ben pochi si trovano che per cagioni anche gravi, anche per vive passioni,
          per amore ardente ec. si sottopongano o sieno veramente capaci di sottoporsi a un dolore
          corporale, anche non grande. S’incontra spesso e facilmente, a occhi veggenti e
          volontariamente il pericolo della morte, e quegli stessi non son capaci d’incontrar
          volontariamente e scientemente un dolor corporale certo. (15. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che il timore sia, come ho detto altrove, più naturale all’uomo della speranza, e che
          l’uomo inclini più a quello che a questa, veggasi che qualora gli uomini ignorano le
          cagioni degli effetti o naturali o artifiziali, ordinariamente ne temono; e tanto è quasi,
          per gl’ignoranti massimamente e primitivi e selvaggi e fanciulli, effetto di cagione
          nascosta, quanto effetto spaventoso. Or quando mai la speranza è così temeraria? Di più se
          l’ignoranza, superstizione ec. portò anticamente <pb ed="aut" n="3434"/> o porta oggidì a
          pigliar qualch’effetto nuovo o sconosciuto per presagio dell’avvenire o per segno del
          presente ignoto, osservisi che generalmente questi presagi e questi segni furono creduti
          sinistri. Lascio l’ecclissi le quali possono parere spaventose naturalmente a chi ne
          ignora la cagione, non ne ha mai veduto ec., e da questo primitivo spavento può ben esser
          nata l’opinione del cattivo augurio che loro si attribuì, e che le rese spaventose per sì
          lungo tempo presso tutte le nazioni, e fin anche al di d’oggi, benchè già si sapesse e si
          sappia che l’oscurazione non era per durar sempre ma passeggera ec. Ma le comete che cosa
          hanno di spaventevole per se, più ch’altro corpo celeste, o che la via lattea ec.? E
          volendole pigliare per segni o presagi, perchè non di bene? ma non si troverà nazione
          dov’elle fossero o sieno stimate annunziare altro che male. Quelli che gli antichi
          chiamavano mostri, cioè cose straordinarie, benchè nulla terribili per se stesse e
          materialmente tutte erano stimate cattivi augurii. Così nelle vittime il mancare del
          cuore, s’è pur vero che ciò accadesse talvolta, come gli antichi narrano, <pb ed="aut"
            n="3435"/> o che paresse così per errore di chi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >inspiciebat</foreign> le viscere ec. Tutti segni che l’uomo è più facile e proclive a
          temere che a sperare; e che questo è di rado così irragionevole e precipitoso come quello;
          o certo ben più di rado ec. Massimamente in natura, ne’ fanciulli, negl’ignoranti e negli
          uomini naturali. (15 Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’immaginazione e le grandi illusioni onde gli antichi erano governati, e l’amor della
          gloria che in lor bolliva, li facea sempre mirare alla posterità ed all’eternità, e
          cercare in ogni loro opera la perpetuità, e proccurar sempre l’immortalità loro e delle
          opere loro. Volendo onorare un defonto innalzavano un monumento che contrastasse coi
          secoli, e che ancor dura forse, dopo migliaia d’anni. Noi spendiamo sovente nelle stesse
          occasioni quasi altrettanto in un apparato funebre, che dopo il dì dell’esequie si disfa,
          e non ne resta vestigio. La portentosa solidità delle antiche fabbriche d’ogni genere,
          fabbriche che ancor vivono, mentre le nostre, anche pubbliche, non saranno certo vedute da
          posteri molto lontani; le piramidi, gli obelischi, gli archi di trionfo, <pb ed="aut"
            n="3436"/> la profondissima impronta delle antiche medaglie e monete, che passate per
          tante mani, dopo tante vicende, tanti secoli ec. ancor si veggono belle e fresche, e si
          leggono, dove i coni delle nostre monete di cent’anni fa son già scancellati; tutte queste
          e tant’altre simili cose sono opere, effetti, e segni delle antiche illusioni e
          dell’antica forza e dominio d’immaginazione. Se fabbricavano per fasto i monumenti del
          loro fasto dovevano durare in eterno, e il loro orgoglio non si appagava dell’ammirazione
          di un secolo, ma tutti in perpetuo dovevano esser testimoni della sua potenza e
          contribuire a pascere la sua vanità: se per diletto, per bellezza, ornamento ec. tutto
          questo s’aveva da propagare nel futuro in perpetuo; se per utile tutte le generazioni
          avvenire avevano a partecipare di quella utilità; se il principe, se il comune, se i
          privati, se per comodo, per onore, per vantaggio particolare o pubblico; se in memoria di
          successi ricordevoli o privati o pubblici; se in ricompensa di virtù, di belle azioni, di
          beneficii pubblici o privati; se in onor privato o pubblico, di vivi o di morti; se in
          testimonianza d’amore ec. ec. qualunque fine si proponessero, qualunque <pb ed="aut"
            n="3437"/> effetto dovesse seguitare a quell’opera, esso aveva ad essere eterno, s’aveva
          a stendere in tutto l’avvenire, non aveva a cessar mai. Le grandi illusioni onde gli
          antichi erano animati non permettevano loro di contentarsi di un effetto piccolo e
          passeggero, di proccurare un effetto che avesse a durar poco, instabile, breve; di
          soddisfarsi d’una idea ristretta a poco più che a quello ch’essi vedevano. L’immaginazione
          spinge sempre verso quello che non cade sotto i sensi. Quindi verso il futuro e la
          posterità, perocchè il presente è limitato e non può contentarla; è misero ed arido, ed
          ella si pasce di speranza, e vive promettendo sempre a se stessa. Ma il futuro per una
          immaginazione gagliardissima non debbe aver limiti; altrimenti non la soddisfa. Dunque
          ella guarda e tira verso l’eternità.</p>
        <p>Fu proprio carattere delle antiche opere manuali la durevolezza e la solidità, delle
          moderne la caducità e brevità. Ed è ben naturale in un’età egoista. Ell’è egoista perchè
          disingannata. Ora il disinganno, <pb ed="aut" n="3438"/> come fa che l’uomo non pensi se
          non a se, così fa che non pensi se non quasi al presente; di quello poi che sarà dopo di
          lui, non si curi punto nè poco. Oltre che l’egoista è vile, sì per l’egoismo, sì per altre
          parti e cagioni. E l’età moderna ch’è quella del despotismo tranquillo, incruento e
          perfezionato, come può non essere abbiettissima? Ora un animo basso non si sa levar alto,
          nè proporsi de’ fini nobili, nè cape l’idea dell’eternità in menti così anguste, nè l’uomo
          abbietto può riporre la sua felicità nel conseguimento d’obbietti sublimi.</p>
        <p>Ne’ tempi intermedi fra l’antico e il moderno, osservando i monumenti materiali che
          n’avanzano, si trovano evidenti segni e dell’antiche illusioni e del sopravvegnente
          disinganno. Si vede anche grandissima solidità in molte barbariche opere de’ bassi tempi,
          (anche private, anzi per lo più tali) certo a paragone delle moderne. Chi può paragonare
          la solidità di queste con quella degli edifizi pubblici o privati del 500, in Italia
          massimamente. In Roma, dove v’ha monumenti d’ogni età dalle egiziane alla presente, si può
          in questi <pb ed="aut" n="3439"/> considerare la sommità, la decadenza, il distruggimento
          dell’umana immaginazione e illusioni; anzi pur le diverse sommità e decadenze ec. delle
          medesime; e le diverse età dell’immaginazione ec. e la storia delle nazioni non solo, ma
          in genere dello spirito umano spiritualmente considerato, malgrado la materialità degli
          oggetti. Si può cominciare dall’obelisco di piazza del popolo, e finire, tornando poco
          distante da quello, nel palazzo Lucernari che ancor si fabbrica. <quote>
            <emph>Quel denaro che da noi si spende in tabacchiere, e in astucchi, gli antichi lo
              spendevano in busti e statue, e dove per una vittoria si fa ora giuocare un fuoco di
              artifizio, essi muravano un arco di trionfo</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Algarotti</author>, <title>Pensieri</title>, pensiero 13</bibl>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <bibl>V. ancora la <title lang="fre">Correspond. du Prince royal de Prusse et de
                  Voltaire dans les oeuvres complettes du Roi de Prusse 1790</title>. t. 10. lettre
                96. de Voltaire p. 422. et suiv.</bibl>
            </p>
          </note>.</p>
        <p>Si possono applicare queste considerazioni anche alla letteratura. Non s’usavano
          anticamente le <foreign lang="fre" rend="italic">brochures</foreign>, nè gli opuscoli e
          foglietti volanti, nè scritture destinate a morire il dì dopo nate. E quello ancora che si
          scriveva per sola circostanza e per servire al momento, scrivevasi in modo ch’e’ potesse e
          dovesse durare immortalmente.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3440"/> Cicerone dopo dato un consiglio al senato o al popolo, da mettersi
          in opera anche il dì medesimo, dopo perorata e conchiusa una causa, ancor di una piccola
          eredità si poneva a tavolino, e dagl’informi commentari che gli avevano servito a
          recitare, cavava, componeva, limava, perfezionava un’orazione formata sulle regole e i
          modelli eterni dell’arte più squisita, e come tale, consegnavala all’eternità. Così gli
          oratori attici, così Demostene di cui s’ha e si legge dopo 2000 anni un’orazione per una
          causa di 3 pecore: mentre le orazioni fatte oggi a’ parlamenti o da niuno si leggono, o si
          dimenticano di là a due dì, e ne son degne, nè chi le disse, pretese nè bramò nè curò
          ch’elle avessero maggior durata. (15. Sett. 1823.)<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Quel che si è detto della durevolezza, dicasi ancora della grandezza e magnificenza
              ec.</p>
          </note>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il giovane innanzi la propria esperienza, per qualunque insegnamento udito o letto, di
          persone stimate da lui o no, amate o disamate, credute o non credute, ec. non si
          persuaderà mai efficacemente che il mondo non sia una bella cosa, nè deporrà il desiderio
          e la speranza ch’egli ha della vita e degli uomini e de’ piaceri sociali, nè l’opinione
          favorevolissima, e nel fondo del cuore, <pb ed="aut" n="3441"/> fermissima, della
          possibilità, anzi probabilità di esser felice pigliando parte alla vita, all’azione ec.
          Perchè? perchè quest’opinione, desiderio, speranza, non è capriccio ma natura, nè si
          estirpa dall’animo, come le opinioni o passioni accidentali, nè val tenerezza e
          pieghevolezza e docilitate d’età nè d’indole a render queste cose estirpabili. Altrimenti
          sarebbe estirpabile la natura stessa, la quale ha provveduto di speranza alla fanciullezza
          e alla gioventù, e agguagliato colla speranza il desiderio di quelle età. (15. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altrove ho rassomigliato il piacere che reca la lettura di Anacreonte (ed è nel principio
          di questi pensieri<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>A pag. 30-1.</p>
          </note>) a quello d’un’aura odorifera ec. Aggiungo che siccome questa sensazione lascia
          gran desiderio e scontentezza, e si vorrebbe richiamarla e non si può; così la lettura di
          Anacreonte; la quale lascia desiderosissimi, ma rinnovando la lettura, come per
          perfezionare il piacere (ch’egli par veramente bisognoso d’esser perfezionato, anche più
          che ispirar desiderio d’esser continuato), niun piacere si prova, anzi non si vede <pb
            ed="aut" n="3442"/> nè che cosa l’abbia prodotto da principio, nè che ragion ve ne possa
          essere, nè in che cosa esso sia consistito; e più si cerca, più s’esamina, più
          s’approfonda, men si trova e si scopre, anzi si perde di vista non pur la causa, ma la
          qualità stessa del piacer provato, chè volendo rimembrarlo, la memoria si confonde; e in
          somma pensando e cercando, sempre più si diviene incapaci di provar piacere alcuno di
          quelle odi, e risentirne quell’effetto che se n’è sentito; ed esse sempre più divengono
          quasi stoppa e s’inaridiscono e istecchiscono fra le mani che le tastano e palpano per
          ispecularle. Di qui si raccolga quanto sia possibile il tradurre in qualsiasi lingua
          Anacreonte (e così l’imitarlo appostatamente, e non a caso nè per natura, senza cercarlo),
          quando il traduttore non potrebbe neanche rileggerlo per ben conoscer la qualità
          dell’effetto ch’egli avesse a produrre colla sua traduzione; e più che lo rileggesse e
          considerasse, meno intenderebbe detta qualità, e più la perderebbe di vista; perocchè lo
          studio di Anacreonte è non pure inutile per imitarlo o per meglio <pb ed="aut" n="3443"/>
          gustarlo o per ben comprendere e per definire la proprietà dell’effetto e de’ sentimenti
          ch’esso produce, ma è piuttosto dannoso che utile; nè la detta proprietà si può definire
          altrimenti che chiamandola indefinibile, ed esprimendola nel modo ch’ho fatto io con
          quella similitudine ec. Nè certo alla prima lettura si può essere il traduttore, o
          l’imitatore, o verun altro, ben avveduto e chiarito e informato del proprio ed intero
          carattere di Anacreonte; dico chiarito, e compresolo in modo ch’ei possa esattamente e
            <emph>data opera</emph> esprimerlo, nè pur significarlo distintamente a se stesso, nè
          concepirne e formarne idea chiara e precisa; chè queste qualità della idea sono
          contraddittorie e incompatibili colla natura di detto effetto e carattere. (16. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Quante volte diss’io Allor pien di spavento, Costei per fermo nacque in
            paradiso</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Petr.</author>
            <title>Canz. Chiare fresche e dolci acque</title>
          </bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ γελάϊς δ' ἱμερόεν• τό μοι 'μὰν Καρδίαν ἐν στήθεσιν
            ἐπτόασεν</foreign>
          </quote>
          <bibl>
            <author>Saffo</author> ap. Longin. sezione 10</bibl>. È proprio dell’impressione che fa
          la bellezza <pb ed="aut" n="3444"/> (e così la grazia e l’altre illecebre, ma la bellezza
          massimamente, perch’ella non ha bisogno di tempo per fare impressione, e come la causa
          esiste tutta in un tempo, così l’effetto è istantaneo) è proprio, dico, della impressione
          che fa la bellezza su quelli d’altro sesso che la veggono o l’ascoltano o l’avvicinano, lo
          spaventare; e questo si è quasi il principale e il più sensibile effetto ch’ella produce a
          prima giunta, o quello che più si distingue e si nota e risalta. E lo spavento viene da
          questo, che allo spettatore o spettatrice, in quel momento, pare impossibile di star mai
          più senza quel tale oggetto, e nel tempo stesso gli pare impossibile di possederlo com’ei
          vorrebbe; perchè neppure il possedimento carnale, che in quel punto non gli si offre
          affatto al pensiero, anzi questo n’è propriamente alieno; ma neppur questo possedimento
          gli parrebbe poter soddisfare e riempiere il desiderio ch’egli concepisce di quel tale
          oggetto; col quale ei vorrebbe diventare una cosa stessa (come profondamente, benchè in
          modo scherzevole osserva Aristofane nel Convito di Platone): ora ei non vede che questo
          possa mai essere. <pb ed="aut" n="3445"/> La forza del desiderio ch’ei concepisce in quel
          punto, l’atterrisce per ciò ch’ei si rappresenta subito tutte in un tratto, benchè
          confusamente, al pensiero le pene che per questo desiderio dovrà soffrire; perocchè il
          desiderio è pena, e il vivissimo e sommo desiderio, vivissima e somma, e il desiderio
          perpetuo e non mai soddisfatto è pena perpetua.Ora a lui pare e che quel desiderio non
          sarà mai soddisfatto (o non ne vede il come, e gli par cosa troppo ardua e difficile e
          improbabile), e ch’esso non sarà mai per estinguersi da se medesimo, come quando proviamo
          un dolor vivissimo, ci pare a prima giunta ch’ei sarà perpetuo, e che ne sia impossibile
          la consolazione, e che niuna cosa mai lo consolerà. Tutto questo accade principalmente (ed
          oggimai unicamente) ai giovani prima d’entrar nel mondo, o sul loro primo ingresso
          (talvolta, e non di rado, ancora ai fanciulli). I quali e son più suscettibili di vivezza
          d’impressione e di vivezza di desiderio ec., e sono inesperti del quanto presto e
          facilmente l’amore <pb ed="aut" n="3446"/> o si dilegui o si soddisfaccia, e del come; e
          che al mondo non v’ha cosa veramente amabile; e di quanto sia facile ottenere ogni cosa
          ch’ei brama da quegli oggetti ch’ei stima inaccessibili ec. ec.</p>
        <p>Del resto, generalizzando, è da osservare che il primo concepimento d’un desiderio
          vivissimo di cosa difficile a ottenere, il qual concepimento non ha più luogo se non se
          ne’ fanciulli e nella prima gioventù, è sempre accompagnato da spavento, e ciò si spiega
          colle cagioni sopraddette. Massime se la cosa è o pare impossibile ad ottenere; l’uno e
          l’altro de’ quali casi è ben frequente nelle suddette età. Alle quali, per queste ragioni,
          i desiderii come son penosissimi nella lor durata e nel loro corso, così riescono
          spaventosi nella or nascita (e più quel d’Amore, ch’è più penoso, perchè più forte;
          massime negl’inesperti). E si dice per ischerzo, ma non senza ragione di verità, che
          bisogna soddisfare ai desiderii de’ fanciulli per non trovargli morti dietro alle porte.
          (16. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Fermezza di carattere e facoltà di generalizzare formano quelli che si chiamano uomini
          superiori: essi sanno pensare e sanno operare: <pb ed="aut" n="3447"/> dice M. Say ne’
          Cenni sugli uomini e la Società. Ma la fermezza di carattere è di due sorti, che nascono
          da principii affatto contrarii, l’una da forza d’animo, e da acutezza d’ingegno ec.;
          l’altra da stupidità di spirito, da incapacità di ragionare, di comprendere ec. e quindi
          di mutare opinione, da scarsezza d’ingegno, ottusità e tardità di mente ec. E il come, è
          facile a concepirlo ec. (16. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli uomini straordinari, bene spesso e forse il più delle volte, non son tali per
          grandezza assoluta di niuna loro qualità, nè anche per grandezza o forza ec. di essa
          qualità considerata rispettivamente a quel ch’ella suol essere nel comune degli uomini;
          insomma non sono straordinarii perchè veruna lor qualità sia straordinaria (cioè non si
          trovi nel comune), nè straordinariamente grande o perfetta ec.; ma solo per lo squilibrio
          delle loro qualità, cioè perchè l’una o più d’una di esse, senza esser nè straordinaria,
          nè maggior ch’ella soglia, prepondera all’altre, e perciò risalta e dà negli occhi. Mentre
          molti uomini <pb ed="aut" n="3448"/> di qualità tutte grandi, (ed anche straordinarie), ma
          ben tra loro equilibrate, bilanciate e compensate, sicchè l’una non eccede l’altra, non
          sono stimati straordinarii, perchè l’una offusca lo splendore e nuoce alla vista
          dell’altra scambievolmente. E spesse volte lo stesso avere, benchè non tutte, però molte o
          parecchie qualità grandi, (ed anche straordinarie), producendo un certo equilibrio e
          contrappeso, e facendo che l’una di loro renda l’altra meno notabile, è cagione che l’uomo
          non paia straordinario. Ed all’opposto l’averne poche o una sola che sia o
          straordinariamente grande o straordinaria, producendo uno squilibrio e sbilancio, non solo
          non nuoce alla riputazione d’uomo straordinario, nè la rende minore, ma la produce e
          l’accresce. (16. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tragedie o drammi di lieto fine. — L’effetto loro totale, si è di lasciar gli affetti
          dell’uditore in pieno equilibrio; cioè di esser nullo. — Il fine dei drammi non è, e non
          dev’essere, d’insegnare a temere il delitto, cioè di far che gli uomini temano di peccare.
          Meglio sarebbe una predica dell’inferno o del purgatorio; e meglio ancora una <pb ed="aut"
            n="3449"/> lettura del codice penale, che si facesse dalla scena. Il loro scopo si è
          d’ispirare odio verso il delitto. Questo è ciò che le leggi non possono. Laddove l’ispirar
          timore è proprio uffizio di esse, ed esse sole il possono, o certo più e meglio d’ogni
          altra cosa, eccetto forse l’esempio vivo de’ gastighi, cioè l’effettiva esecuzione delle
          leggi penali. Ora la punizione del delitto non ispira odio. Anzi lo scema, perchè
          sottentra e con lui si mescola la compassione. Anzi lo distrugge, perchè la vendetta
          spegne tutti gli odi. Anzi produce un effetto a lui contrario, perchè la compassione è
          contraria all’odio; e spesso avviene che nel veder punito il delitto, questa superi ogni
          altro sentimento, e gli spenga, e resti sola; e spesso la pena, benchè giusta ed equa, par
          più grave del delitto; e spessissimo è odiosa, parte per la pietà, parte perchè alcuni per
          viltà d’animo e poca stima di se stessi, altri per cognizione dell’uomo, si sentono, più o
          meno, prossimamente o lontanamente, capaci di peccare; e niuno ama di esser punito, anzi
          tutti abborrono il gastigo in se stessi. — Il dramma <pb ed="aut" n="3450"/> di lieto fine
          coll’effetto di una sua parte distrugge quello dell’altra<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Veggasi la pag. 3122.</p>
          </note>. Voglio dire la compassione. (Dell’odio verso la colpa, ch’è pur distrutto dalla
          catastrofe, ho già detto). Il giusto ec. divenuto felice, per infelice che sia stato, non
          è più compatito. Ognuno quasi si contenterebbe di arrivare per la stessa strada alla
          stessa sorte. L’oppresso vendicato non è compatito. Ora egli è cosa stoltissima il
          travagliare in un dramma ec. ad eccitare un affetto che il dramma medesimo debba
          direttamente spegnere, e che, non a caso, ma per intenzione dell’autore e per natura
          dell’opera, finita la rappresentazione o la lettura, non debba lasciare alcun vestigio di
          se; un affetto che non debba esser durabile, che durando si opponga all’effetto voluto e
          cercato dall’autore e dalla qualità del dramma. E quando l’eccitar questo affetto, come la
          compassione per gl’immeritevolmente infelici, è il principale scopo che l’autore e il
          dramma si propongono (come ordinariamente accade), il farlo non durevole, il distruggerlo
          nel suddetto modo, è contraddizione ne’ termini: <pb ed="aut" n="3451"/> principale e non
          durevole, principale e da distruggersi appostatamente e volutamente col dramma stesso,
          principale e non risultante dal totale del dramma, principale e da non dover perseverare
          nè sino alla fine nè dopo la fine, e da non dover esser prodotto dal dramma considerato
          nell’intero; <emph>dovere</emph> dal dramma considerato nell’intero esser prodotto un
          effetto diverso, anzi contrario, a quello ch’ei si propone per iscopo principale. — La
            naturalezza<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 3125-3133.</p>
          </note> e la verisimiglianza è maggiore assai ne’ drammi di tristo che in quelli di lieto
          fine, perchè così va il mondo: il delitto e il vizio trionfa, i buoni sono oppressi, la
          felicità e l’infelicità sono ambedue di chi non le merita. — Ma nel mondo il felice per lo
          più ha nome di buono, e viceversa. Il dramma chiama la bontà e la malvagità col loro nome,
          e mostra il carattere e la condotta morale de’ felici e degl’infelici qual ella è
          veramente. Quindi la sua grande utilità, quindi l’odio e il disprezzo originato dal
          dramma, verso i malvagi benchè felici, e viceversa. Non dall’alterar la natura e la verità
          delle cose, facendo sfortunato il vizio e la virtù. <pb ed="aut" n="3452"/> E ben grande
          utilità morale, e che ben di rado si proccura e si ottiene, e basta ben a produr l’odio e
          l’indignazione, il far conoscere e recar sotto gli occhi le vere qualità morali e i veri
          meriti de’ felici e degl’infelici. E l’odio, il disprezzo, il vitupero, l’infamia,
          l’indignazione, la pietà, la stima, la lode sono non piccoli, e certo i soli, gastighi e
          compensi destinati in questo mondo al vizio e alla virtù. Non è poco il far che l’uno e
          l’altra gli ottengano, che l’uno sia punito, l’altra premiata com’ambedue possono esserlo,
          che la natura delle cose abbia luogo, che l’ordine stabilito alle cose umane e il decreto
          della natura sia effettuato. Il qual ordine e decreto non è altro che questo: sieno i
          malvagi felici ed infami, i buoni infelici e gloriosi o compatiti. Ordine spesso turbato,
          e decreto ben sovente trasgredito, non quanto alla felicità ed infelicità, ma quanto al
          biasimo e alla lode, all’odio ed all’amore o compassione. — L’uditore vedendo il vizio e
          il delitto rappresentato con vivi e odiosi colori nel dramma, desidera fortemente di
          vederlo punito. E per lo contrario vedendo la <pb ed="aut" n="3453"/> virtù e il merito
          oppressi e infelici, e rendutigli con bella e viva pittura ed artifizio amabili e cari dal
          poeta, concepisce sensibile desiderio di vederli ristorati e premiati. Or se nè l’uno nè
          l’altro fa il dramma stesso<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 3109-10.</p>
          </note>, cioè lascia il vizio impunito anzi premiato, e la virtù non premiata anzi punita
          e sfortunata; ne seguono due bellissimi effetti, l’uno morale e l’altro poetico. Il primo
          si è che l’uditore, appunto per lo sfortunato esito della virtù e il contrario del vizio,
          che se gli è rappresentato nel dramma, si crede obbligato verso se stesso a cangiare
          quanto è in lui le sorti di que’ malvagi e di que’ virtuosi, punendo gli uni col maggior
          possibile odio ed ira, e gli altri premiando col maggior affetto di amore, di compassione
          e di lode. E con questa disposizione tutta di abborrimento e detestazione verso i malvagi
          e di tenerezza e pietà verso i buoni, egli parte dallo spettacolo. La qual disposizione
          quanto sia morale e buona e desiderabile che si desti, chi nol vede? E questo <pb ed="aut"
            n="3454"/> è veramente l’unico modo di far che l’uditore parta appassionato per la
          virtù, e passionatamente nemico del vizio; l’unico modo di ridurre a passione l’amor
          dell’una e l’odio dell’altro, cosa difficilissima a conseguirsi oggidì in chicchessia, e
          stata sempre difficile ad ottenersi ne’ cuori volgari e plebei della moltitudine; ma cosa
          dall’altra parte così utile che più non può dirsi, perchè nè quell’amore nè quell’odio
          saranno nè furono mai efficaci nell’uomo essendo pura ragione, e s’ei non si convertano in
          passione, quali furono non di rado anticamente. L’effetto poetico si è che un dramma così
          formato lascia nel cuore degli uditori un affetto vivo, gli fa partire coll’animo agitato
          e commosso, dico agitato e commosso ancora, non prima commosso e poi racchetato, prima
          acceso e poi spento a furia d’acqua fredda, come fa il dramma di lieto fine; insomma
          produce un effetto grande e forte, un’impressione e una passion viva, nè la produce
          soltanto ma la lascia, il che non fa il dramma di lieto fine; e l’effetto è durevole <pb
            ed="aut" n="3455"/> e saldo. Or che altro si richiede al totale di una poesia,
          poeticamente parlando, che produrre e lasciare un sentimento forte e durevole? quando
          anche ei non fosse d’altronde utile e morale, come nel nostro caso. Certo ben pochissime
          sono quelle poesie qualunque, che ottengano il detto scopo; e quelle qualunque pochissime
          che l’ottengono, non sono e non possono esser altro che grandi, insigni, famose e vere
          poesie. Or fate che il dramma dopo avervi mosso all’odio verso il malvagio, ve lo dia, per
          così dir nelle mani, legato, punito, giustiziato. Voi partite dallo spettacolo col cuore
          in pienissima calma. E come no? qual vostro affetto resta superiore agli altri? non
          rimangon tutti in pienissimo equilibrio? e una poesia che lascia gli affetti de’ lettori o
          uditori in pienissimo equilibrio, si chiama poesia? produce un effetto poetico? che altro
          vuol dire essere in pieno equilibrio, se non esser quieti, e senza tempesta nè commozione
          alcuna? e qual altro è il proprio uffizio e scopo della poesia se non il commuovere, così
          o così, ma <pb ed="aut" n="3456"/> sempre commuover gli affetti? E quanto all’equilibrio,
          vedete: da una parte l’odio e l’ira che avevate concepita, dall’altra la vendetta che
          placa e sfoga l’uno e l’altra; di qua il desiderio, di là l’oggetto desiderato, cioè il
          castigo del malvagio. Le partite sono uguali; l’affare è finito, il negozio è terminato,
          gl’interessi pareggiati: voi chiudete il vostro libro de’ conti e non ci pensate più.
          Infatti l’uditore si parte dal dramma di lieto fine non altrimenti che chi abbia ricevuto
          un’offesa e fattone piena e tranquilla vendetta, o ne sia stato pienamente soddisfatto, il
          quale torna a casa e si corica colla stessa placidezza e coll’animo così riposato, come se
          non gli fosse stata fatta alcuna offesa, e di questa non serba pensiero alcuno. Bello
          effetto di un dramma, di una rappresentazione, di una poesia; lasciare di se tal vestigio
          negli animi degli spettatori o uditori o lettori, come s’e’ non l’avessero nè veduta nè
          udita nè letta. Meglio varrebbe essere stato a uno spettacolo di forze, di giuochi,
          equestre, e che so io, i quali pur lasciano <pb ed="aut" n="3457"/> nell’animo alcuna orma
          o di maraviglia o di diletto o d’altro. Ma in verità in quella parte dell’anima in cui il
          dramma e la poesia deve agire, quivi il dramma di lieto fine non lascia alcun segno. Se
          lascia alcuna traccia in altra parte dell’anima, questo effetto o è alieno dalla poesia, o
          l’è secondario, o estrinseco, accidentale, di circostanza, parziale, cioè non prodotto dal
          totale della composizione, forse proprio della decorazione, dell’azione ec. dello
          spettacolo più che del dramma, non poetico ec. Or quanto all’effetto del dramma di lieto
          fine poeticamente considerato, esso è tale qual si è mostrato, anzi non è, perch’esso è
          nullo, e per ciò che spetta al totale, il dramma di lieto fine non produce, poeticamente,
          alcun effetto. Quanto all’effetto morale, che odio, che ira verso il vizio può rimanere in
          chi l’ha visto totalmente abbattuto, vinto, umiliato e punito? Quella punizione che
          l’uditore gli avrebbe dato nel cuor suo, l’ha preoccupata il poeta: questi ha fatto il
          tutto; l’uditore non ha a far più nulla, e nulla fa. Quella passione ch’egli avrebbe
          concepita, l’ha sfogata il poeta da se: al poeta <pb ed="aut" n="3458"/> dunque rimane.
          L’ira l’odio che l’uditore avrebbe portato seco, il poeta l’ha soddisfatto. Odio ed ira e
          qualunque passione soddisfatta, non resta. (Non resta, dico, quanto all’atto, di cui solo
          è padrone il poeta, e non dell’abito). Dunque l’uditore parte dal dramma senza nè odio nè
          ira nè altra passione alcuna contro i malvagi, il vizio, il delitto. Tutto questo discorso
          circa la parte che spetta nel dramma ai malvagi, si faccia altresì circa quella che spetta
          ai buoni. — Chiuderò queste osservazioni con un esempio di fatto, narratomi da chi si
          trovò presente. Si rappresentò in Bologna pochi anni fa l’Agamennone dell’Alfieri. Destò
          vivissimo interesse negli uditori, e fra l’altro, tanto odio verso Egisto, che quando
          Clitennestra esce dalla stanza del marito col pugnale insanguinato, e trova Egisto, la
          platea gridava furiosamente all’attrice che l’ammazzasse. Ma come in quella tragedia
          Egisto riesce fortunato e gl’innocenti restano oppressi, quivi si vide quello che possano
          le vere tragedie negli animi degli uditori, quando elle sono di <pb ed="aut" n="3459"/>
          tristo fine. Perchè promettendo gli attori che la sera vegnente avrebbero rappresentato
          l’Oreste pur d’Alfieri, ove avrebbero veduto la morte di Egisto, la gente uscì dal teatro
          fremendo perchè il delitto fosse rimaso ancora impunito, e dicendo che per qualunque
          prezzo erano risoluti l’indomani di trovarsi a veder la pena di questo scellerato. E
          l’altro dì prima di sera il teatro era già pieno in modo che più non ve ne capeva. O
          moralmente o poeticamente che si consideri un tanto odio verso un ribaldo di 3000 anni
          addietro, potuto ispirare e lasciare da quella tragedia, ed una passione così calda, un
          effetto così vivo, potuto da lei produrre e lasciare; per l’una e per l’altra parte si può
          vedere se le tragedie di lieto fine sieno poco o utili o dilettevoli. E paragonando gli
          effetti di questa con quelli dell’Oreste, che certo furono molto minori e men vivi
          (sebbene anche questa seconda tragedia sia bellissima), si sarà potuto notare da qualunque
          mediocre osservatore se il dramma di tristo, o quello di lieto fine, sia da preferirsi,
            <pb ed="aut" n="3460"/> e qual de’ due abbia maggior forza negli animi, e sia d’effetto
          più teatrale e poetico, e più morale ed utile. — Si potrà applicare tutto il passato
          discorso, colle debite modificazioni, a quei drammi ne’ quali l’infelicità de’ buoni o
          degli immeritevoli, non vien da’ cattivi, nè da altrui vizi o colpe, ma dal fato o da
          circostanze, quali sono l’Edipo re di Sofocle, la Sofonisba d’Alfieri, e molte tragedie di
          varie età e lingue, e molti drammi sentimentali moderni, appresso varie nazioni. E
          similmente a quei drammi in cui l’infelicità viene da colpa, ma o involontaria o
          compassionevole ec. degli stessi infelici, come appunto si può dire che sia l’Edipo re, la
          Fedra, e molti drammi, massimamente moderni, o tragedie ec. E dalle stesse predette
          osservazioni si potrà raccogliere se sia meglio che lo scioglimento di tali drammi sia
          felice o infelice, che la sorte de’ protagonisti si muti o si conservi la stessa, che di
          felice divenga infelice, o che per lo contrario, ec. (16-18. Settembre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Relatar</foreign> spagnuolo, cioè <emph>riferire,
            raccontare</emph>, da <foreign lang="lat" rend="italic">relatus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">refero</foreign>. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >Relater</foreign> francese antico, vale il medesimo. (18. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3461"/> I poeti latini (e proporzionatamente gli altri scrittori secondo
          che lor conveniva) usarono la mitologia greca, non per lo aver preso da’ greci la loro
          letteratura e poesia, ma perchè, o da’ greci o d’altronde ch’e’ ricevessero la loro
          religione, essa mitologia alla religion latina apparteneva niente meno che alla greca, e
          nel Lazio non meno che in Grecia era cosa popolare e creduta dal popolo. Laonde se questa
          o quella favola adoperata, accennata ec. dagli scrittori o poeti latini, fu tolta da’
          greci, o ch’ella fosse stata primieramente e di netto inventata da qualche greco poeta, o
          che in Grecia e non nel Lazio ella fosse sparsa ec., non perciò segue che la mitologia
          dagli scrittori latini usata, non fosse, com’ella fu, altrettanto latina che greca.
          Perocchè il fabbricare, per dir così, sul fondamento delle opinioni popolari, fu sempre
          lecito ai poeti, anzi fu loro sempre prescritto. Laonde se i poeti latini fabbricarono su
          tali opinioni popolari nazionali, o dell’altrui fabbriche sì servirono, o rami stranieri
          innestarono sul tronco domestico, niuno di ciò li dee riprendere. Nè perciò <pb ed="aut"
            n="3462"/> essi vollero introdurre un nuovo genere di opinioni popolari nella nazione e
          farne materia di lor poesia; nè supposero falsamente un genere un sistema di opinioni
          popolari che nella nazione non esisteva, ma su di quel ch’esisteva in effetto,
          innestarono, fabbricarono, lavorarono. Similmente i greci, da qualunque luogo pigliassero
          la loro mitologia, certo è che di là presero eziandio la loro religion popolare, e che
          tra’ greci il sistema greco religioso e mitologico, quanto alla sostanza, alla natura,
          alla principal parte ed al generale, non fu prima de’ poeti che del popolo. E se i
          letterati greci si giovarono, come si dice, delle letterature o dottrine ec. egizie,
          indiane o d’altre genti, non adottarono perciò nelle loro finzioni ch’avessero ad esser
          popolari, e nazionali ec. le mitologie d’esse nazioni. L’aver noi dunque ereditato la
          letteratura greca e latina, l’esser la nostra letteratura modellata su di quella, anzi
          pure una continuazione, per così dire, di quella, non vale perch’ella possa
          ragionevolmente usare la mitologia greca nè latina al modo che quegli antichi
          l’adoperavano. Giacchè non abbiamo già noi colla <pb ed="aut" n="3463"/> letteratura
          ereditato eziandio la religione greca e latina, nè i latini, come ho detto, usarono la
          mitologia greca perciò ch’essi avevano adottato la greca letteratura; nè se la letteratura
          ebbero i greci dalla Fenicia o donde si voglia, perciò fu che i greci poeti e scrittori si
          valsero della mitologia di quella tal gente; ma fu per le ragioni dette di sopra, e che
          nel nostro caso non hanno alcun luogo. Tutt’altre sono le nostre opinioni popolari
          nazionali e moderne da quelle de’ greci e de’ latini. E gli scrittori italiani o moderni
          che usano le favole antiche alla maniera degli antichi, eccedono tutte le qualità della
          giusta imitazione. L’imitare non è copiare, nè ragionevolmente s’imita se non quando
          l’imitazione è adattata e conformata alle circostanze del luogo, del tempo, delle persone
          ec. in cui e fra cui si trova l’imitatore, e per li quali imita, e a’ quali è destinata e
          indirizzata l’imitazione. Questa può essere imitazione nobile, degna di un uomo, e di un
          alto spirito e ingegno, <pb ed="aut" n="3464"/> degna di una letteratura, degna di esser
          presentata a una nazione. E una letteratura fondata comunque su tale imitazione può esser
          nazionale e contemporanea e meritare il nome di letteratura. Altrimenti l’imitazione è da
          scimmie, e una letteratura fondata su di essa è indegna di questo nome, sì per la troppa
          viltà, essendo letteratura da scimmie, sì perchè una letteratura che tra’ suoi è
          forestiera, e a’ suoi tempi antica, non può esser letteratura per se, ma al più solo una
          parte d’altra letteratura o una copia da potersi guardare, se fosse però perfetta (ch’è
          sempre l’opposto) collo stesso interesse con cui si guarda una copia d’un quadro antico
          ec. e niente più. Veramente pare che i nostri poeti usando le antiche favole (come già i
          più antichi italiani e forestieri scrivendo in latino) affettino di non essere italiani ma
          forestieri, non moderni ma antichi, e se ne pregino, e che questo sia il debito della
          nostra poesia e letteratura, non esser nè moderna nè nostra ma antica ed altrui.
          Affettazione e finzione barbara, <pb ed="aut" n="3465"/> ripugnante alla ragione, e colla
          qual macchia una poesia non è vera poesia, una letteratura non è vera letteratura. Come
          non è nè letteratura nè lingua nostra quella letteratura e quella lingua che oggidì usano
          i nostri pedanti affettando e simulando di esser antichi italiani, e dissimulando al
          possibile di essere italiani moderni, di aver qualche idea che gl’italiani antichi non
          avessero perchè non poterono, (così forse fece Cic. verso Catone antico ec. o Virgilio
          verso Ennio ec.?) ec. ec. Onde segue che noi oggi non abbiamo letteratura nè lingua,
          perchè questa non essendo moderna, benchè italiana, non è nostra, ma d’altri italiani, e
          perchè non si dà nè si diede mai nè può darsi letteratura che a’ suoi tempi non sia
          moderna; e dandosi, non è letteratura.</p>
        <p>Quel ch’io dico dell’uso delle favole antiche fatto alla maniera antica (cioè mostrandone
          persuasione e presentandole in qualunque modo a’ lettori o uditori come e’ ne fossero
          persuasi, chè altrimenti il prevalersi della mitologia non ha peccato alcuno), fatto dico
          da’ poeti cristiani antichi o moderni (massime italiani) scrivendo a’ Cristiani, si <pb
            ed="aut" n="3466"/> dee dire dell’eccessivo uso, anzi abuso intollerabile della
          mitologia che fanno e fecero i pittori e scultori ec. cristiani, non d’Italia solo, ma
          d’ogni nazione, e niente meno i forestieri che gl’italiani. Se sta ad essi a scegliere il
          soggetto, potete esser sicuro, massime degli scultori, ch’e’ non escirà della mitologia.
          Ed anche grandissima parte de’ soggetti eseguiti per commissione, essendo mitologici,
          segue che il più delle pitture e massimamente delle sculture che si veggono in Europa
          (fuor delle Chiese), sieno mitologiche. Par che tutto lo scopo che si propone uno scultore
          (siccome un poeta) sia che la sua opera paia una statua antica (come un poema antico),
          dovendo solamente cercare ch’ella sia tanto bella quanto un’antica, o più bella ancora,
          quantunque, se si vuole, nel genere del bello antico. (19. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Ces hommes qui existent ainsi (les Chartreux de Rome) sont pourtant
              les mêmes à qui la guerre et toute son activité suffiraient à peine s’ils s’y étaient
              accoutumés. C’est un sujet inépuisable de réflexion que <pb ed="aut" n="3467"/> les
              différentes combinaisons de la destinée humaine sur la terre. Il se passe dans
              l’intérieur de l’ame mille accidents, il se forme mille habitudes qui font de chaque
              individu un monde et son histoire. Connaître un autre parfaitement serait l’étude
              d’une vie entière; qu’est-ce donc qu’on entend par connaître les hommes? les
              gouverner, cela se peut, mais les comprendre, Dieu seul le fait.</foreign>
          </quote>
          <bibl>
            <title>Corinne</title>, livre 10. chap. 1. t. 2. p. 114</bibl>. Ciò vuol dire che l’uomo
          è sommamente e infinitamente o indeterminatamente conformabile, e non è possibile conoscer
          mai tutti i modi e tutte le differenze in cui lo spirito degl’individui, secondo la
          diversità delle circostanze (ch’è infinita o indeterminabile), si conforma o si può
          conformare; per la stessa ragione per cui non si possono conoscere tutte le circostanze
          possibili ad aver luogo, che possono influire sullo spirito degl’individui, nè tutte
          quelle che hanno effettivamente influito su tale o tale individuo determinato, nè le loro
          combinazioni scambievoli, nè le loro minute diversità che producono non piccole differenze
          di carattere ec. <pb ed="aut" n="3468"/> La maggior cognizione adunque che si possa avere
          dell’uomo è quella di sapere perfettamente e ragionatamente che gli uomini non si possono
          mai ben conoscere, perchè l’uomo è indefinitamente variabile negl’individui, e l’individuo
          stesso per se. E il più certo segno di tal cognizione si è quello di non maravigliarsi mai
          un punto, e di esser bene e ragionatamente e veramente disposto a non maravigliarsi di
          qualunque strana e inaudita e nuova indole, carattere, qualità, facoltà, azione di
          qualunque individuo umano noto o ignoto ci possa venire agli orecchi o agli occhi, ci
          accada o possa accader d’intendere o di vedere, in bene o in male. Chi è veramente giunto
          a questa disposizione, e l’ha in se ben perfetta, radicata e costante, ed efficace, può
          dire di conoscer l’uomo il più ch’è possibile all’uomo. E più infatti non può se non Dio,
          come ben dice la Staël, perchè Dio solo può conoscere e conosce tutti i possibili. Or gli
          uomini non si possono perfettamente conoscere, chi non conosca poco men che tutti i
          possibili, dico, i possibili di questa natura e di questa terra. (19. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3469"/> Alla p. 2709. Quasi tutti gli antichi che scrissero di politica
          (tranne <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title lang="lat">de rep.</title> e <title lang="lat">de legibus</title>
          </bibl>), la pigliarono puramente o principalmente dalla parte speculativa, la vollero
          ridurre a sistema teorico e di ragione, e disegnare una repubblica di lor fattura; e
          questo si fu lo scopo, l’intenzione e il soggetto de’ loro libri. Ond’è che quantunque i
          moderni, primieramente abbiano fatto della politica il loro principale studio,
          secondariamente, come privati che erano e sono la più parte, e quindi inesperti del
          governo, sieno stati obbligati a tenersi in ciò alla speculazione più che alla pratica, e
          per la medesima cagione abbiano immaginato, sognato, delirato e spropositato nella
          politica più che in altra scienza; nondimeno io tengo per fermo che gli antichi, anzi i
          soli greci, avessero più Utopie<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>O sistemi di repubblica o di legislazione, praticabili o non praticabili, ma certo
              non praticati, e solo immaginati e composti da’ respettivi autori. <bibl>V.
                  <author>Aristot.</author>
                <title>Polit.</title> l. 2. p. 74. 171. 179. fine. 116. l. 4. p. 289-92. p. 358.
                fine</bibl>.</p>
          </note> che tutti i moderni insieme non hanno. Utopia è la repubblica di Platone, sì
          quella disegnata nella Politia, sì l’altra ne’ libri delle Leggi, diversa da quella, come
          osserva Aristotele nel 2.<hi rend="apice">do</hi> de’ Politici, p. 106-16. Utopie furono
          quelle di Filea Calcedonio (<bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Politic.</title> l. 2. ed. Victorii, Florent. p. 117-26.</bibl>), e d’Ippodamo
          Milesio (<bibl>ib. p. 127-35.</bibl>), Utopia è quella d’Aristotele (v. il Fabricio)<note
            resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Pare che anche Eraclide Pontico scrivesse <quote>
                <foreign lang="lat" rend="italic">de optimo statu civitatis</foreign>
              </quote>, senza però aver mai trattato le cose pubbliche. V. Cic. ad Quint. fratr. 3.
              ep. 5. Victor. ad Aristot. Polit. p. 171. Meurs. t. 5. p. 114. B-C. t. 6. p. 270.
            F.</p>
          </note>. E senza <pb ed="aut" n="3470"/> fallo Utopie furono ancora i libri politici e
          peri nomon o nomoi di Teofrasto, di Cleante e d’altri tali filosofi, mentovati dal
          Laerzio, e i perduti libri pur politici e peri nomon dello stesso Aristotele, e molti
          altri siffatti<note resp="aut" n="c" place="foot">
            <p>Così le <foreign lang="grc">πολιτεῖαι</foreign> di Diogene Cinico e di Zenone. V. il
              Laerz. e la pref. del Vettori alla politica d’Aristot. p. 3. verso il fine. Qua spetta
              ancora la Ciropedia. V. ivi p. 5.</p>
          </note>. Aristotele spianta le repubbliche degli altri, ma nè più nè meno che in
          filosofia, si crede in obbligo di sostituire, e ci dà la sua repubblica e il suo
            sistema<note resp="aut" n="d" place="foot">
            <p>Ed Aristotele era pur de’ più devoti all’osservazione, tra’ filosofi antichi.</p>
          </note>. E così gli altri. Ed è pur notabile che gli antichi, e nominatamente i greci, o
          avevano, o avevano avuto in mano gli affari pubblici, o potevano averli, o certo, ancorchè
          stati sempre privati, erano pur parte delle rispettive repubbliche, e contribuivano
          insieme col popolo al governo. E generalmente parlando, nelle antiche repubbliche, tutte
          libere, i privati, ancorchè dediti solo a filosofare e studiare, erano più al caso, se non
          altro per li continui discorsi giornalieri, per lo essersi trovati assai spesso alle
          concioni, perchè i negozi pubblici passavano tutti e succedevano sotto gli occhi di tutti,
          e le cause degli avvenimenti erano manifeste, e nulla v’avea di segreto; <pb ed="aut"
            n="3471"/> erano dico al caso d’intendersi veramente di politica, e di poterne ragionare
          per pratica, molto più che i moderni privati non sono, i quali si trovano e si son
          trovati, per lo più, in circostanze tutte opposte, e nemmeno fanno effettivamente parte
          della loro repubblica e nazione, nè d’altra veruna, se non di nome. E nondimeno essi
          seguono nella politica l’immaginazione e la speculazione molto manco, e l’esperienza e i
          fatti molto più che gli antichi non fecero, e vaneggiano e inventano ed errano molto meno.
          (19. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Μὴ μετέχοντας δὲ τῆς πολιτείας, πῶς οἷόν τε φιλικῶς ἔχειν πρὸς τὴν
              πολιτείαν</foreign>
          </quote>; <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> l. 2. ed. Victor. Flor. 1576. ap. Juntas, p. 131</bibl>. (19.
          Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2916. Questa uniformità di stile in Europa viene ancora da questo che tutte le
          moderne letterature son venute in principio dalla Francia (anche quel che v’ha nella
          letteratura e nello stile italiano e spagnuolo di moderno); laonde e gli stili nelle
          diverse lingue d’Europa sono conformi tra loro di genere, perchè tutti derivati da una
          stessa fonte; e poca varietà <pb ed="aut" n="3472"/> hanno ciascun d’essi stili verso se
          medesimo, perchè tutti derivati originariamente da uno stile che non ne ha veruna, e molti
          modificantisi tuttavia su di questo.</p>
        <p>Del rimanente, egli è tanto certo che l’arte dello stile e del dire è propria
          esclusivamente degli antichi, quanto che l’arte del pensare è propria esclusivamente de’
          moderni. Gli antichi non solo facevano di quell’arte uno studio infinitamente maggiore che
          noi non facciamo; non solo ne possedevano e conoscevano mille parti, mille mezzi, mille
          secreti che noi neppur sospettiamo, e che appena e a gran fatica possiamo intendere quando
          e’ gli spiegano e ne parlano exprofesso (come Cicerone Quintiliano ec.), non solo in somma
          la detta arte era senza paragone più ampia, stesa, ricca, varia, distinta, accurata,
          specificata, particolarizzata appo gli antichi che fra i moderni, ma essa era quasi
          l’unico, e senza quasi il principale studio degli antichi che pretendevano e aspiravano
          particolarmente al nome di scrittori, e massime di letterati. Si osservino sottilmente le
          opere d’Isocrate, di Senofonte e di tali altri cento. Tutte parole in sostanza <pb
            ed="aut" n="3473"/> senza più. Gli antichi letterati, se ben guardiamo, non si
          proponevano in conchiusione altro, che di dir bene, correttamente, cultamente e
          artifiziosamente, quello che tutti già sapevano e pensavano o facilissimamente avrebbero
          potuto e saputo pensare da se, ma pochi sapevano in quel modo significare. E non per altro
          in verità divenivano famosi che per questo (ancorchè forse nè gli altri nè essi se ne
          avvedessero, o avessero avuta questa intenzione espressa e distinta e a se medesimi
          manifesta), quando ottenevano il detto effetto. E non parlo già qui de’ sofisti, i quali a
          differenza degli altri, avevano e professavano apertamente la detta intenzione e la
          facevano vedere; e questa si era l’unica diversità reale che passasse tra’ più antichi
          sofisti e i classici, e il genere di scrittura di questi e di quelli. Gli uni affettavano
          di dir bene, e mostravano di affettarlo, gli altri dicevano bene per arte, ma non
          mostravano di proccurarlo e ricercarlo, come però facevano. Quanto allo stile, questi e
          quelli differivano notabilmente. Quanto a’ concetti, <pb ed="aut" n="3474"/> alle
          sentenze, all’invenzione, alla condotta, all’ordine ec. non v’è divario alcuno. Si
          considerino attentamente i due predetti (nemici ambedue de’ Sofisti), e tutti quelli che
          fra gli antichi cercarono e ottennero fama di bene scrivere<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Aristotele p. e. non la cercò, nè Teofrasto ec.</p>
          </note>; e si vedrà che ne’ loro concetti ec. tutto è sofistico. Nè anche bisognerà molta
          attenzione ad avvedersene. In Senofonte, particolare odiator de’ sofisti, tanto
          perseguitati dal suo maestro, (v. la fine del Cinegetico) e a lui per se stesso
          abbominevoli; in Senofonte così candido e semplice e naturale che par tutto l’opposto
          possibile del sofistico, in Senofonte il sofistico de’ concetti dà subito nell’occhio,
          tanto ch’io lo sentii notare con maraviglia a persona niente intendente nè di greco nè di
          letteratura antica, che avea non più che gittato l’occhio su certa traduzione di
          quell’autore. E Socrate stesso, l’amico del vero, il bello e casto parlatore, l’odiator
          de’ calamistri e de’ fuchi e d’ogni ornamento ascitizio e d’ogni affettazione, che altro
          era ne’ suoi concetti se non un sofista <pb ed="aut" n="3475"/> niente meno di quelli da
          lui derisi? E per quanto poco gli antichi generalmente pensassero, non è possibile a
          credere che i pensieri e le osservazioni di Socrate, di Senofonte, di Isocrate, di
          Plutarco (tanto più recente) e simili, non fossero al tempo di costoro medesimi, comuni e
          triviali e volgari (sieno politici, filosofici, morali o qualunque) o eccedessero la
          comune capacità di pensare, di trovare, di concepire, di osservare. Ma pochi sapevano
          esprimerli a quel modo, come ho detto di sopra.</p>
        <p>È cosa osservata che le antiche opere classiche, non solo perdono moltissimo, tradotte
          che sieno, ma non vaglion nulla, non paiono avere sostanza alcuna, non vi si trova pregio
          che l’abbia potute fare pur mediocremente stimabili, restano come stoppa e cenere. Il che
          non solo non accade alle opere classiche moderne, ma molte di esse nulla perdono per la
          traduzione, e in qualunque lingua si voglia, sono sempre le medesime, e tanto vagliono
          quanto nella originale. I pensieri di Cicerone non sono certo così comuni, come quelli de’
          sopraddetti ec., nè furono de’ più <pb ed="aut" n="3476"/> comuni al suo tempo, massime
          tra’ romani. Nondimanco io peno a credere ch’altri possa tollerar di leggere sino al fine
          (o far ciò senza noia) qualunque è più concettosa opera di Cicerone, tradotta in qual si
          sia lingua. Che vuol dir ciò, che vuol dir questa differenza di condizione tra l’antiche e
          le moderne opere, tradotte ch’elle sieno, se non che negli antichi, anche sommi,
          scrittori, o tutto o il più son parole e stile, tolte o cangiate le quali cose, non resta
          quasi nulla, e le loro sentenze scompagnate dal loro modo di significarle paiono le più
          ordinarie, le più trite, le più popolari cose del mondo. Veramente i pensieri degli
          antichi, più o meno, son persone del volgo: detratta la veste, se le loro forme non
          appaiono rozze, certo paiono ordinarie, e di quelle che per tutto occorrono, senza nulla
          di peregrino, nulla che inviti l’occhio a contemplarle, anzi neppure a guardarle, nulla
          insomma nè di singolare nè di pregevole. Nelle opere moderne all’opposto tutto è pensieri
          e persona; stile nulla; vesti così dozzinali che più non potrebbero essere. E perciò
          appunto è necessario che le opere classiche antiche tradotte perdano tutto o quasi tutto
          il loro pregio cioè quello dello stile, perchè i moderni non hanno di gran lunga l’arte
          dello stile che gli antichi ebbero nè possono nelle loro tradizioni conservare ad esse
          opere il detto pregio ec. Ma non conservando lor questo, niuno altro gliene posson
          lasciare che vaglia la pena della lettura, e che distingua gran fatto esse opere dalle più
          volgari e mediocri, massime le morali, filosofiche ec. So che la volgarità de’ pensieri
          negli antichi, da molti è considerata come relativa a noi, che sappiam tanto di più; ma
            <pb ed="aut" n="3477"/> io dico che si fa torto all’antichità, allo spirito e alla
          ragione umana universale, se non si crede che questa volgarità, almen quanto a grandissima
          parte d’essi pensieri, non sia assoluta, o non fosse volgarità anche al tempo degli
          scrittori che gli esposero. (19. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sonito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sono as</foreign>, continuativo o frequentativo (se però non è dal nome <foreign
            lang="lat" rend="italic">sonitus</foreign>), ma d’incerta fede. Forcell. (20. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Contentus a um</foreign> (onde <emph>contentare</emph>
          ital. <foreign lang="fre" rend="italic">contenter</foreign> franc. ec.) non è in origine
          che un participio bello e buono. Eppure appoco appoco ei divenne un aggettivo
          semplicissimo, e tale egli è unicamente nell’italiano, nel francese nello spagnuolo. (20.
          Sett. 1823.). Così <foreign lang="lat" rend="italic">falsus</foreign> ec. di cui veggasi
          la p. 3488. V. p. 3620.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Frissont, frissonner</foreign>, — <emph>brivido</emph> —
            <foreign lang="grc">φρίσσω</foreign>. (20. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3156. Si potrebbe aggiungere il nostro Monti, nel quale tutto è immaginazione, e
          nulla parte ha il sentimento, come n’ha grandissima nel più delle poesie di Lord Byron (se
          però quel di Lord Byron è ben significato <pb ed="aut" n="3478"/> col nome di sentimento).
          Certo è che il Monti benchè d’immaginazione senz’alcun confronto inferiore a quella di
          lord Byron, e benchè non abbia di poetico che l’immaginazione (sì nelle cose sì nello
          stile), si lascia leggere non senza piacere, nè senza effetto poetico, e l’immaginoso in
          lui comparisce molto più spontaneo e men comandato che in Lord Byron. Ed è forse al
          contrario, perchè Lord Byron è veramente un uomo di caldissima fantasia naturale, e Monti,
          qualch’egli sia per se stesso, nelle sue composizioni non è che un buono e valente
          traduttore di Omero, Virgilio, Orazio, Ovidio ed altri poeti antichi, e imitatore, anzi
          spesso copista, di Dante, Ariosto e degli altri nostri classici. Sicchè Lord Byron tira le
          immagini dal suo fondo, e Monti dall’altrui. E se nell’uno ha dell’impoetico lo sforzo che
            <add resp="ed">nel</add> suo poetare apparisce, nell’altro è veramente impoetico
          l’imitare e il copiare che però nella sua stessa poesia intrinsecamente non si lascia
          scorgere. Ond’è che le poesie di Lord Byron sieno meno poetiche, considerate in se stesse,
          che quelle di Monti. Mentre però questi è infinitamente meno poeta di quello. <pb ed="aut"
            n="3479"/> E si conchiude che le poesie dell’uno sieno impoetiche, e che l’altro non sia
          poeta. E l’effetto poetico delle poesie di Monti spetta più agli antichi che a lui, ed è
          piuttosto come di poesia e d’immaginazione antica, che di moderna. Nel sentimento poi la
          vena del Monti è al tutto secca, e provandocisi, il che egli fa ben di rado, non ci riesce
          punto, come nel Bardo. (20. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il poeta dee mostrar di avere un fine più serio che quello di destar delle immagini e di
          far delle descrizioni. E quando pur questo sia il suo intento principale, ei deve cercarlo
          in modo come s’e’ non se ne curasse, e far vista di non cercarlo, ma di mirare a cose più
          gravi; ma descrivere fra tanto, e introdurre nel suo poema le immagini, come cose a lui
          poco importanti che gli scorrano naturalmente dalla penna; e, per dir così, descrivere e
          introdurre immagini, con gravità, con serietà, senz’alcuna dimostrazione di compiacenza e
          di studio apposito, e di pensarci e badarci, nè di voler che il lettore ci si fermi. Così
          fanno Omero e Virgilio e <pb ed="aut" n="3480"/> Dante, i quali pienissimi di vivissime
          immagini e descrizioni, non mostrano pur d’accorgersene, ma fanno vista di avere un fine
          molto più serio che stia loro unicamente a cuore, ed al qual solo <foreign lang="lat"
            rend="italic">festinent</foreign> continuamente, cioè il racconto dell’azioni e
            l’<emph>evento</emph> o successo di esse. Al contrario fa Ovidio, il quale non
          dissimula, non che nasconda; ma dimostra e, per dir così, confessa quello che è; cioè a
          dir ch’ei non ha maggiore intento nè più grave, anzi a null’altro mira, che descrivere, ed
          eccitare e seminare immagini e pitturine, e figurare, e rappresentare continuamente. (20.
          Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Io notava un vecchio ributtantemente egoista, compiacersi di parlare di certi suoi
          piccolissimi sacrifizi e sofferenze volontarie (vere o false ch’elle fossero, e volontarie
          veramente o no), e farlo con una certa quasi verecondia, che ben dimostrava, massime a chi
          conoscesse il carattere della persona, lui essere persuaso di fare e sostener cose
          eroiche, e quei sacrifizi e patimenti dimostrassero in lui una gran superiorità d’animo, e
          rinunzia di se stesso e del suo amor proprio. Egli aveva ben caro che così paresse agli
            <pb ed="aut" n="3481"/> altri, e a questo fine ne parlava, ma dava bene ad intendere che
          tale si era infatti la sua propria opinione. Tanto poteva in un animo il più radicato nel
          più schietto e completo egoismo, intollerante d’ogni menomo incomodo, e capace di
          sacrificar chi e che che sia ad una sua menoma comodità; tanto poteva, dico, in un animo
          qual esso era infatti, e di più totalmente inerte, solitario, e segregato affatto dalla
          società, il desiderio di parere sì agli occhi altrui, sì ancora a’ suoi propri, capace di
          grandi sacrifizi, superiore all’amor proprio, il contrario di egoista, ed insomma eroe. E
          tanto è vero che non si trova quasi uomo così impudentemente e perfettamente egoista nel
          fatto, che non desideri grandemente di comparire almeno a se stesso, e non si persuada
          effettivamente, e non si compiaccia sommamente dell’opinione di essere un eroe. Perocchè a
          tutti è grato il fare stima di se, e si può esser certi che tutti, o in un modo o
          nell’altro, si stimano, e grandemente, e così continuamente come e’ si amano, che vuol dir
          tuttafiata, senza intervallo alcuno, <pb ed="aut" n="3482"/> benchè la stima di se stesso
          (come anche l’amore, secondo che altrove s’è dimostrato) abbia in un medesimo individuo
          ora il più ora il manco, secondo diverse circostanze e cagioni. Del resto puoi vedere la
          pag. 124. 3108-9. e 3167-9. Questo che io dico dei vecchi egoisti si può applicare ai
          fanciulli, egoisti estremi, ignari ancora dell’eroismo, perchè niuno gliene ha parlato, e
          nondimeno vaghi di molte piccole glorie, come di star male o di farlo credere, perchè si
          parli di loro nella famiglia, e per aver qualche somiglianza cogli adulti, alla quale
          aspirano generalmente e continuamente in mille cose, solo per vanità o vogliamo dire
          ambizione ec. V. l’Alfieri di sè che facea gli esercizi militari da piccolo. (20. Sett.
          vigilia della Festa di Maria Santissima Addolorata. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ne’ tragici greci (così negli altri poeti o scrittori antichi) non s’incontrano quelle
          minutezze, quella particolare e distinta descrizione e sviluppo delle passioni e de’
          caratteri che è propria de’ drammi (e così degli altri poemi e componimenti) moderni, non
          solo perchè gli antichi erano molto inferiori a’ moderni nella cognizione del cuore umano,
          il che a tutti è noto, ma perchè gli antichi nè valevano gran fatto nel dettaglio, nè lo
          curavano, anzi lo disprezzavano e fuggivano, e tanto era impropria degli antichi
          l’esattezza e la minutezza quanto ella è propria e caratteristica de’ moderni. Ciò nel
          modo e per le ragioni da me spiegate altrove.</p>
        <p>Oltre di ciò i moderni ne’ drammi vogliono interessare col mettere i lettori o uditori in
          relazione coi personaggi di quelli, col far che i lettori <pb ed="aut" n="3483"/>
          ravvisino e contemplino se stessi, il proprio cuore, i propri affetti, i proprii pensieri,
          le proprie sventure, i proprii casi, le proprie circostanze, i proprii sentimenti, ne’
          personaggi del dramma, e nel loro cuore, affetti, casi, ec. quasi in un fedelissimo
          specchio. Si può esser certi che l’intenzione de’ greci tragici, massime de’ più antichi,
          fu tutt’altra, e in certo senso contraria. Questo effetto era troppo debole, molle,
          intimo, recondito, sottile, perchè o i poeti antichissimi fossero capaci di proporselo, o
          i loro uditori di provarlo, o provato, di compiacersene. Secondo la natura de’ popoli e
          de’ tempi meno civili, gli spettatori cercavano e i poeti si proponevano nel dramma un
          effetto molto più forte e gagliardo ed <foreign lang="fre" rend="italic"
          >éclatant</foreign>, delle sensazioni molto più fiere, più energiche, più <foreign
            lang="fre" rend="italic">prononcées</foreign>; delle impressioni molto più grandi; ed al
          tempo stesso meno interiori e spirituali, più materiali ed estrinseche. I tragici greci
          cercarono lo straordinario e il maraviglioso delle sventure e delle passioni, appresso a
          poco come fa oggi Lord Byron (con molta maggior cognizione però dell’une <pb ed="aut"
            n="3484"/> e dell’altre); tutto l’opposto di quel che si richiedeva per metterle in
          relazione, in conformità, e d’intelligenza, con quelle degli uditori. Sventure e casi
          orribili e singolari, delitti atroci, caratteri unici, passioni contro natura, furono i
          soggetti favoriti de’ tragici greci. Tale per certo si fu l’intenzion loro, sebbene la
          scelta l’invenzione l’immaginazione non sempre corrispondesse pienamente all’intento, e
          talor più talor meno, in chi più in chi meno. Ma generalmente parlando, e massime, torno a
          dire, i più antichi tragici greci, cercarono o amarono di preferenza il sovrumano de’ vizi
          e delle virtù, delle colpe e delle belle o valorose azioni, de’ casi, delle fortune: al
          contrario appunto de’ moderni tragici che cercano in tutto questo il più umano che
          possono. Quindi coloro si rivolsero per lo più al favoloso, quindi il corrispondente
          apparato della scena e degli attori; quindi non solo il soggetto ma il modo di trattarlo,
          di condurre il dramma, d’intrecciarlo, di recare lo scioglimento dovettero corrispondere
          al fine del poeta e dell’uditorio, che era in questo di ricevere in quello di produrre una
          sensazione delle più vive, <pb ed="aut" n="3485"/> delle più poetiche ec.; quindi anche
          gli episodii dovettero corrispondere alla natura di tale scopo e di tal dramma; quindi le
          furie introdotte nel teatro (nelle Eumenidi di Eschilo), che fecero abortir le donne e
          agghiacciare i fanciulli (v. Fabric. Barthélemy ec.); quindi i soggetti per lo più lontani
          o di tempo, o di luogo, di costumi ec. dagli spettatori, benchè tanti soggetti poetici
          offrisse ai tragici greci la storia, non pur nazionale ma patria, e non pur patria, ma
          contemporanea ec. ec.; quindi le inverisimiglianze d’ogni genere, i salti, le
          improvvisate, (fatte per verità con meno arte, varietà ec. che non farebbero i modi e che
          non si fa ne’ modi drammi e romanzi d’intreccio), l’intervento sì frequente degli Dei o
          semidei ec. ec. I moderni drammatici come gli altri poeti, come i romanzieri ec. si
          propongono di agir sul cuore, ma gli antichi tragici, non men che gli altri antichi, sulla
          immaginazione. Questa osservazione, che non si può negare, basta a far giudizio quanto
          debbano essenzialmente differire i caratteri dell’antico e del moderno dramma, con che
          diversi canoni si debba giudicar dell’uno e dell’altro, quanto sia assurdo il tirar le
          moderne poesie drammatiche a parallelo d’arte ec. colle antiche, quasi appartenessero a
          uno stesso genere, ch’è falsissimo. Gli antichi tragici non vollero altro che por sotto
          gli occhi e l’immaginazione degli spettatori quasi un volcano ardente o altro <pb ed="aut"
            n="3486"/> tale terribile fenomeno o singolarità della natura, che niente ha che fare
          con quelli che lo riguardano. Essi rappresentavano così quelle sciagure, quelle colpe,
          quelle passioni, quelle prodezze, come meteore spaventevoli che gli spettatori potessero
          contemplare senza pericolo di nocumento, provando il piacer della maraviglia, e dello
          spaventoso impotente a nuocere, senza però trovare nè dover trovare alcuna conformità o
          somiglianza fra esse sciagure ec. e le lor proprie, o quelle de’ loro conoscenti, anzi
          neppur de’ loro simili e degl’individui della loro specie.</p>
        <p>Da queste osservazioni si dee raccogliere per qual ragione non si trovi, e come sia vano
          il cercare e più il pretendere di trovare nelle antiche tragedie que’ dettagli quelle
          gradazioni quella esattezza nella pittura e nello sviluppo e condotta delle passioni e de’
          caratteri, che si trovano nelle moderne; anzi neppur cosa alcuna di simile odi analogo.</p>
        <p>Queste osservazioni possono in parte applicarsi anche alle antiche commedie, massime a
          quella <pb ed="aut" n="3487"/> che in Atene si usò da principio e che poi fu chiamata
          propriamente antica, <foreign lang="grc">ἀρχαία</foreign>. Neppur questa mirava a mettere
          i personaggi in relazione cogli spettatori, se non con alcuni in particolare, che in essa
          erano espressamente rappresentati in caricatura. Ancor essa mirava ad agir
          sull’immaginazione, intento affatto alieno dalla moderna commedia, ed anche da quella che
          fu chiamata in Grecia la commedia nuova <foreign lang="grc">νέα</foreign>, o seconda
            <foreign lang="grc">δευτέρα</foreign>, ch’è del genere di Terenzio, traduttor di
          Menandro, che ne fu il principe. Quindi nell’<emph>antica</emph> commedia le invenzioni
          strane, non naturali, poetiche, fantastiche; i personaggi allegorici, come la Ricchezza
          ec.; le rane, le nubi, gli uccelli; le inverisimiglianze, le stravaganze, gli Dei, i
          miracoli ec. Le <emph>antiche</emph> commedie non erano propriamente azioni (<foreign
            lang="grc">δράματα</foreign>), ma satire immaginose, fantasie satiriche, drammatizzate,
          ossia poste in dialogo; come quelle di Luciano, conformi in tutto alle
          <emph>antiche</emph> commedie, se non quanto all’estensione, alla personalità, ed altre
          tali non qualità ma circostanze estrinseche, accidentali, arbitrarie ec. che non toccano
          alla natura del genere ec. (20. Sett. <pb ed="aut" n="3488"/> 1823. Vigilia di Maria SS.
          Addolorata.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2928, marg. fine. Da <foreign lang="lat" rend="italic">falsus</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">fallere</foreign> (fatto aggettivo) gli spagnuoli
            <foreign lang="spa" rend="italic">falto</foreign> (seppur e’ non fosse contrazione di
            <emph>fallito</emph>, ma non credo, e in tal caso gli spagnuoli direbbero anzi <foreign
            lang="spa" rend="italic">faldo</foreign> da un <foreign lang="spa" rend="italic"
          >falido</foreign>), e <foreign lang="spa" rend="italic">falta</foreign> sostantivo per
            <emph>falsa</emph>, e così il franc. <foreign lang="fre" rend="italic">faute</foreign>,
          cioè <emph>falte</emph>. E da <emph>falto</emph> o da <emph>falta</emph> il verbo spagn.
            <foreign lang="spa" rend="italic">faltar</foreign> per <emph>falsare</emph> che noi
          diciamo, e che si disse ancora in latino (<bibl>v. <author>Forcell.</author>
          </bibl>), e che i francesi dicono <foreign lang="fre" rend="italic">fausser</foreign>; e
          per <emph>fallare</emph> o <emph>fallire</emph> ital., <foreign lang="fre" rend="italic"
            >faillir</foreign> franc., <foreign lang="lat" rend="italic">fallere</foreign> lat.
            <foreign lang="spa" rend="italic">Faltar la palabra</foreign> spagn. <foreign lang="fre"
            rend="italic">fausser sa parole</foreign>, franc. <emph>falsare la fede</emph>, <bibl>
            <author>Speroni</author>
            <title>Orazz. Ven.</title> 1596</bibl>. <bibl>Or. 8. contra le Cortegiane, par. 2. p.
            195</bibl>. ovvero <emph>fallire la promessa</emph>, <bibl>ib. p. 198. fine</bibl>. <quote>
            <emph>falseggiar l’amore</emph> per <emph>mancar delle promesse fatte in amore,
              abbandonando una donna per amare un’altra, o amando un’altra insieme, malgrado delle
              parole date</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Speroni</author>
            <title>Dial.</title> 1. Ven. 1596. p. 9. principio. V. p. 3772</bibl>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Esempi analoghi di frasi vedili nell’Alberti in <foreign lang="fre" rend="italic"
                >faillir</foreign>.</p>
          </note>. V. la Crusca e il Glossar. (21. Sett. Festa di Maria Santissima Addolorata.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Molti sono timidi i quali sono insieme coraggiosissimi. Voglio dire che molti si perdono
          d’animo nella società, i quali nè fuggono nè temono ed anche volontariamente incontrano i
          pericoli <pb ed="aut" n="3489"/> e i danni e le fatiche e le sofferenze ec.; e non
          sostengono gli sguardi o le parole amichevoli o indifferenti di tali di cui sosterrebbero
          facilissimamente l’aspetto minaccioso e l’armi nemiche in battaglia o in duello. La
          timidità spetta per così dire ai mali dell’animo, il coraggio a quelli del corpo. L’una
          teme de’ danni e delle pene interne, l’altro brava i danni e le sofferenze esteriori.
          L’una s’aggira intorno allo spirituale, l’altro al materiale. E tanto è lungi che la
          timidità escluda il coraggio, che anzi ella piuttosto lo favorisce, e da essa si può
          dedurre con verisimiglianza che l’uomo che n’è affetto sia coraggioso. Perocchè la
          timidità è abito di temer la vergogna, la quale assai facilmente e spesso incontra chi
          teme e fugge i pericoli. Onde il temer la vergogna, ch’è male, per così dire, interno e
          dell’animo, giacchè nulla nuoce al corpo nè alle cose esteriori, ed opera sul pensiero
          solo, ed ai sensi non dà noia; fa che l’uomo non tema i danni esteriori, e non fugga e,
          bisognando, affronti il pericolo ed eziandio la certezza di soffrirli, preponendo i mali o
          i pericoli esterni e materiali agl’interni e spirituali, <pb ed="aut" n="3490"/> e
          l’anima, per così dire, al corpo; e volendo innanzi soffrire ne’ sensi, nella roba ec. che
          nello spirito, e morire piuttosto che patir la pena della vergogna. Chè in questo e non
          altro consiste quel coraggio che viene da sentimento di onore, e gli effetti del medesimo.
          Il qual coraggio ha origine e fondamento, anzi è esso stesso una spezie di timidità, o
          certo una spezie di qualità contraria alla sfrontatezza, all’impudenza, all’inverecondia.
          (21. Sett. Festa della Beatissima Vergine Addolorata. 1823.). V. la pag. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non si dà nella orazione, qualunque ella sia, tratto veramente sublime, in cui il lavoro
          non ceda di grandissima lunga alla materia, cioè dove l’altezza e il pregio del pensiero,
          dell’immagine, e simili, non vinca d’assaissimo la nobiltà, l’eleganza, e il pregio
          dell’espressione e dello stile. Una sola virtù dell’espressione può e deve, in un luogo
          ch’abbia ad esser sublime, andar di pari coll’altezza del concetto, e questa si è la
          semplicità, o vogliamo dir la naturalezza e l’apparenza della sprezzatura. (21. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3491"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Θαυμαστὸν οὐδέν ἐστι μὲ ταῦθ' οὕτω λέγειν,</foreign>
          </quote>, (Isacco Casaub. scrive <quote>
            <foreign lang="grc">οὐδὲν ἐστί με</foreign>
          </quote>) <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ ἁνδάνειν αὐτοῖσιν αὐτοὺς καὶ δοκεῖν Καλῶς πεφυκέναι• καὶ γὰρ ἁ
              κύων κυνὶ Κάλλιστον εἷμεν φαίνεται, καὶ βοῦς βοΐ, Ὄνος δὲ ὄνῳ κάλλιστον, ὗς δὲ
            ὑΐ</foreign>
          </quote>. (il medesimo legge <quote>
            <foreign lang="grc">Ὄνος δ' ὄνῳ κάλλιστόν ἐστιν, ὗς δ' ὑΐ</foreign>
          </quote>). Epicarmo comico dell’antica commedia, Coo di patria, ma vissuto in Sicilia,
          contemporaneo di Gerone tiranno. Frammento recato da Alcimo appresso <bibl>
            <author>Diog. Laerz.</author> in <title>Plat.</title> lib.3. segm.16. p. 175. ed.
            Amstel. 1692. Wetsten</bibl>. (21. Sett. Festa di Maria SS. Addolorata. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Rasito as</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >rado is</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">rasus</foreign>, frequentativo.
          Il continuativo si trova in francese, cioè <foreign lang="fre" rend="italic"
          >raser</foreign>, che resta in luogo del positivo, mancante in quella lingua. (22.
          Settembre 1823.). V. ancora nello spagnuolo, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >arrasar</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. precedente. I timidi (cioè paurosi della vergogna, soggetti alla <foreign
            lang="grc">δυσωπία</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">mauvaise
          honte</foreign>) non solo sono capaci di non temere nè fuggire il pericolo, il danno, il
          sacrifizio, ma eziandio di cercarlo, di desiderarlo, di amarlo, di bramar la morte, di
          proccurarsela colle proprie mani. Le stesse qualità morali o fisiche che portano sovente
          alla timidezza (ciò sono fra l’altre, la riflessione, la delicatezza <pb ed="aut" n="3492"
          /> e profondità di spirito ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggansi le pagg. 3186-91.</p>
          </note> onde Rousseau era strabocchevolmente e invincibilmente timido), portano ancora
          alla noia della vita, al disinganno, all’infelicità, e quindi alla disperazione. È
          veramente mirabile e tristo, non men che vero, come un uomo che non solo non teme nè
          fugge, ma desidera supremamente la morte, un uomo ch’è disperato di se stesso, che conta
          già la vita e le cose umane per nulla, un uomo ch’è risoluto eziandio di morire, tema
          ancor tuttavia l’aspetto degli uomini, si perda di coraggio nella società, si spaventi del
          rischio di essere ridicolo (rischio ch’egli ha sempre davanti agli occhi, e il cui
          pensiero e timore si è quello che lo rende timido), e non abbia coraggio d’intraprender
          nulla per migliorare o render meno penosa la sua condizione, e ciò per tema di peggiorar
          quella vita della quale egli non fa più caso alcuno, della quale ei dispera, che non può
          parergli possibile a divenir peggiore, odiandola già egli tanto da desiderar sommamente
          d’esserne liberato, o da volere determinatamente gittarla via. È mirabile che un uomo
          desideroso o <pb ed="aut" n="3493"/> risoluto di morire, un uomo che ripone il suo meglio
          nel non essere, che non trova per lui miglior cosa che il rinunziare a ogni cosa; stimi
          ancora di aver qualche cosa a perdere, e cosa tanto importante, ch’egli tema sommamente di
          perderla; e che questa opinione e questo timore gli renda impossibile la franchezza, e il
          gittarsi disperatamente nella vita ch’ei nulla stima; ch’egli ami meglio rinunziare
          decisamente a ogni cosa e perdere ogni cosa, che mettersi, com’ei si crede, al pericolo di
          perdere quella tal cosa, cioè quella riputazione e quella stima altrui che l’uomo timido
          teme a ogni momento di perdere, conversando nella società, e ch’egli sa però bene di non
          avere, o di perderla, mostrandosi timido; ma contuttociò lo rende incapace di franchezza
          il timore continuo di perdere, e la continua e affannosa cura di conservare, quello ch’ei
          comprende di non possedere, quello ch’ei ben s’avvede o di perdere necessariamente o di
          non mai potere acquistare se non deponendo quel continuo ed eccessivo timore, quella
          continua ed eccessiva cura. Tutte queste misere e strane contraddizioni <pb ed="aut"
            n="3494"/> e tutti questi accidenti hanno luogo (proporzionatamente più o meno ec.)
          nelle persone timide, e più quanto elle sono di spirito più delicato ec. delicatezza che
          bene spesso è la sola o la principal cagione della timidità. Ma quanto al temere ancora la
          vergogna desiderando la morte o essendo disposto di proccurarsela, si spiega col vedere
          che quel coraggio il quale non nasce da cause fisiche, nè da atto o abito naturale o
          acquisito d’irriflessione, ma per lo contrario nasce da riflessione accompagnata col
          sentimento d’onore, e da delicatezza d’animo (non da grossezza, come quell’altro)
          preferisce effettivamente la morte alla vergogna, e tanto è più pauroso di questa che di
          quella, che ad occhi aperti e deliberatamente sceglie in fatto la prima piuttosto che la
          seconda, e antepone il non vivere alla pena di vergognarsi vivendo. (22. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Si suol dire che gli antichi attribuivano agli Dei le qualità umane, perch’essi avevano
          troppo bassa idea della divinità. Che questa idea non fosse appo loro così alta come <pb
            ed="aut" n="3495"/> tra noi, non posso contrastarlo, ma ben dico che se essi
          attribuirono agli Dei le qualità umane, ne fu causa eziandio grandemente l’aver essi degli
          uomini e delle cose umane e di quaggiù troppo più alta idea che noi non abbiamo. E
          soggiungo che umanizzando gli Dei, non tanto vollero abbassar questi, quanto onorare e
          inalzar gli uomini; e ch’effettivamente non più fecero umana la divinità che divina
          l’umanità, sì nella lor propria immaginazione e nella stima popolare, sì nella espressione
          ec. dell’una e dell’altra, nelle favole, nelle invenzioni, ne’ poemi, nelle costumanze,
          ne’ riti, nelle apoteosi, ne’ dogmi e nelle discipline religiose ec. (22. Sett. 1823.).
          Tanto grande idea ebbero gli antichi dell’uomo e delle cose umane, tanto poco intervallo
          posero fra quello e la divinità, fra queste e le cose divine (non per abbassar l’une ma
          per elevar l’altre, nè per disistima dell’une ma per altissimo concetto dell’altre),
          ch’essi stimarono la divinità e l’umanità potersi congiungere insieme in un solo
          subbietto, formando una persona sola. Onde immaginarono un intiero genere participante <pb
            ed="aut" n="3496"/> dell’umano e del divino, participazione che lor sembrò
          naturalissima, e ciò furono i semidei. E similmente i fauni, le ninfe, i pani ed altre
          tali divinità, anzi semidivinità<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="grc">δαίμονες</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">genii,
                lares, penates, manes</foreign> ec. V. Forcell. in tutte queste voci.</p>
          </note> terrestri, acquatiche, aeree, insomma sublunari, reputate mortali, si possono
          ridurre a questo genere di <emph>partecipanti</emph> (vedi il Forcellini in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Nympha</foreign>): sebben elle erano inferiori ai semidei, come
          Ercole (di cui vedi Luciano Dial. d’Ercole e Diogene, che fa molto a proposito), cioè
          participanti forse di minor parte di divinità e più d’umanità o mortalità; siccome gli
          eroi, finch’essi sono mortali possono parere un grado inferiori a’ Pani, ninfe ec. cioè
          men divini. (V. Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Heros, Indigetes,
          Semideus</foreign>; e <bibl>
            <author>Platone</author> nel <title>Convito</title> ed. Astii t. 3. 498. D- 500</bibl>.
          E, che fa ottimamente al caso<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3544.</p>
          </note>). Gli antichi non trovarono maggior difficoltà a comporre in un suggetto medesimo
          l’umanità e la divinità, di quel che a comporre i due sessi umani, il maschio e la
          femmina, negl’immaginari ermafroditi; quasi l’umano e il divino fossero, non altrimenti
          che il virile e il donnesco, due diverse specie, per dir così, d’un genere istesso, nè
          maggior differenza, o intervallo, <pb ed="aut" n="3497"/> o distinzion di natura fosse tra
          loro. (22. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Le speranze che dà all’uomo il Cristianesimo sono pur troppo poco atte a consolare
          l’infelice e il travagliato in questo mondo, a dar riposo all’animo di chi si trova
          impediti quaggiù i suoi desiderii, ributtato dal mondo, perseguitato o disprezzato dagli
          uomini, chiuso l’adito ai piaceri, alle comodità, alle utilità, agli onori temporali,
          inimicato dalla fortuna. La promessa e l’aspettativa di una felicità grandissima e somma
          ed intiera bensì, ma 1.<hi rend="apice">o</hi>. che l’uomo non può comprendere nè
          immaginare nè pur concepire o congetturare in niun modo di che natura sia, nemmen per
          approssimazione, 2.<hi rend="apice">o</hi>. ch’egli sa bene di non poter mai nè concepire
          nè immaginare nè averne veruna idea finchè gli durerà questa vita, 3.<hi rend="apice"
          >o</hi>. ch’egli sa espressamente esser di natura affatto diversa ed aliena da quella che
          in questo mondo ei desidera, da quella che quaggiù gli è negata, da quella il cui
          desiderio e la cui privazione forma il soggetto e la causa della sua infelicità; una tal
          promessa, dico, e una tale <pb ed="aut" n="3498"/> espettativa è ben poco atta a consolare
          in questa vita l’infelice e lo sfortunato, a placare e sospendere i suoi desiderii, a
          compensare quaggiù le sue privazioni. La felicità che l’uomo naturalmente desidera è una
          felicità temporale, una felicità materiale, e da essere sperimentata dai sensi o da questo
          nostro animo tal qual egli è presentemente e qual noi lo sentiamo; una felicità insomma di
          questa vita e di questa esistenza, non di un’altra vita e di una esistenza che noi
          sappiamo dover essere affatto da questa diversa, e non sappiamo in niun modo concepire di
          che qualità sia per essere. La felicità è la perfezione e il fine dell’esistenza. Noi
          desideriamo di esser felici perocchè esistiamo. Così chiunque vive. È chiaro adunque che
          noi desideriamo di esser felici, non comunque si voglia, ma felici secondo il modo nel
          quale infatti esistiamo<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>L’uomo non desidera la felicità assolutamente, ma la felicità umana (così gli altri
              animali), nè la felicità qualch’ella sia, ma una tale, benchè non definibile,
              felicità. Ei la desidera somma e infinita, ma nel suo genere, non infinita in questo
              senso ch’ella comprenda la felicità del bue, della pianta, dell’Angelo e tutti i
              generi di felicità ad uno ad uno. Infinita è realmente la sola felicità di Dio. Quanto
              all’infinità, l’uomo desidera una felicità come la divina, ma quanto all’altre qualità
              ed al genere di essa felicità, l’uomo non potrebbe già veramente desiderare la
              felicità di Dio. L’uomo che invidia al suo simile un vestito, una vivanda, un palagio,
              non è propriamente mai tocco nè da invidia nè da desiderio dell’immensa e piena
              felicità di Dio, se non solo in quanto immensa, e più in quanto piena e perfetta.
              Veggasi la p. 3509. massime in margine.</p>
          </note>. È chiaro che la nostra esistenza desidera la perfezione e il fin suo, non già di
          un’altra esistenza, e questa a lei inconcepibile. La nostra esistenza desidera dunque la
          sua propria felicità; chè desiderando quella di un’altra esistenza, ancorch’ella in questa
          s’avesse poi a tramutare, desidererebbe, si può dire, una felicità non propria ma altrui,
            <pb ed="aut" n="3499"/> ed avrebbe per ultimo e vero fine non se stessa, ma altrui, il
          che è essenzialmente impossibile a qualsivoglia Essere in qualsivoglia operazione o
          inclinazione o pensiero ec. Laonde la felicità che l’uomo desidera è necessariamente una
          felicità conveniente e propria al suo presente modo di esistere, e della quale sia capace
          la sua presente esistenza. Nè egli può mai lasciar di desiderar questa felicità per niuna
          ragione, nè per niuna ragione può mai desiderare altra felicità che questa. E non è più
          possibile che l’uomo mortale desideri veramente la felicità de’ Beati, di quello che il
          cavallo la felicità dell’uomo, o la pianta quella dell’animale; di quel che l’animale
          erbivoro invidii al carnivoro o la sua natura, o la carne di cui lo vegga cibarsi,
          all’uomo il piacere degli studi e delle cognizioni, piacere che l’animale non può
          concepire nè che possa esser piacere, nè come, nè qual piacere sia; e così discorrendo. E
          ben vero che nè l’uomo, nè forse l’animale nè verun altro essere, può esattamente definire
          nè a se stesso nè agli altri, qual sia assolutamente e in generale la felicità ch’ei
          desidera; perocchè <pb ed="aut" n="3500"/> niuno forse l’ha mai provata, nè proveralla, e
          perchè infiniti altri nostri concetti, ancorchè ordinarissimi e giornalieri, sono per noi
          indefinibili. Massime quelli che tengono più della sensazione che dell’idea; che nascono
          più dall’inclinazione e dall’appetito, che dall’intelletto, dalla ragione, dalla scienza;
          che sono più materiali che spirituali. Le idee sono per lo più definibili, ma i sentimenti
          quasi mai; quelle si possono bene e chiaramente e distintamente comprendere ed abbracciare
          e precisar col pensiero, questi assai di rado o non mai. Ma ciò non ostante, sì l’animale
          che l’uomo sa bene e comprende, o certo sente, che la felicità ch’ei desidera è cosa
          terrena. Quell’infinito medesimo a cui tende il nostro spirito (e in qual modo e perchè,
          s’è dichiarato altrove), quel medesimo è un infinito terreno, bench’ei non possa aver
          luogo quaggiù, altro che confusamente nell’immaginazione e nel pensiero, o nel semplice
          desiderio ed appetito de’ viventi. Oltre di ciò niuno è che viva senz’alcun desiderio
          determinato e chiaro e definibilissimo, negativo o positivo, nel conseguimento <pb
            ed="aut" n="3501"/> del quale o di più d’uno di loro, ei ripone sempre o espressamente o
          confusamente, benchè pur sempre per errore, la sua felicità e ’l suo ben essere. Quel
          trovarsi senz’alcun desiderio al mondo, se non quello di un non so che, quell’essere
          infelice senza mancare di niun bene nè patire assolutamente niun male, è impossibile; e se
          Augusto diceva d’essere in questo caso, poteva parergli che così fosse, ma s’ingannava; e
          niuno mai si trovò veramente in tal caso nè è per trovarvisi, perchè a niuno mai mancò nè
          è per mancar materia di qualche desiderio determinato, più o men vivo, o ch’esso miri a
          cosa che ci manchi, o a cosa che noi abbiamo e ci dispiaccia. Anzi a nessuno è per mancar
          mai materia di molti e vivi desiderii determinati di questa specie. Or tutti questi
          desiderii determinati che noi abbiamo, ed avremo sempre, e che non soddisfatti, ci fanno
          infelici, sono tutti di cose terrene. Promettere all’uomo, promettere all’infelice una
          felicità celeste, benchè intera e infinita, e superiore senza paragone alla terrena, e a’
          piccoli beni ch’egli desidera, si è come a un che si muor di fame e non può ottenere un
          tozzo di pane, preparargli un letto morbidissimo, o promettergli degli squisitissimi e
          beatissimi odori. Con questo divario che l’affamato concepirebbe pure il piacer che fosse
          per provare il suo odorato da quella sensazione, <pb ed="aut" n="3502"/> e questo piacere
          sarebbe della medesima natura di quello ch’ei desidera e non ottiene, cioè materiale e
          sensibile come l’altro. Non così possiamo dire de’ piaceri celesti promessi a chi desidera
          e non ottiene i terreni, nel qual caso l’uomo si trova naturalmente e necessariamente
          sempre, e l’infelice massimamente, benchè tutti a rigore sono infelici, e lo sono perchè
          tutti e sempre si trovano nel detto caso. Ora i piaceri celesti, al contrario di ciò che
          s’è detto qui sopra, son di natura affatto diversi da quelli che noi desideriamo e non
          ottenghiamo, e non ottenendo siamo infelici; e questa lor natura non può da noi per verun
          modo mai essere conceputa. Onde segue che la consolazione che può derivare dallo sperarli,
          sia nulla in effetto; perchè a chi desidera una cosa si promette un’altra ch’è
          diversissima da quella; a chi è misero per un desiderio non soddisfatto, si promette di
          soddisfare un desiderio ch’ei non ha e non può per sua natura avere nè formare; a chi
          brama un piacer noto, e si duole di un male noto, si promette un piacere e un bene ch’ei
          non conosce nè può conoscere, e ch’ei non vede nè può vedere come sia per esser bene, e
          come possa piacergli; <pb ed="aut" n="3503"/> a chi è misero in questa vita, e desidera
          necessariamente la felicità di questa esistenza, ed altra esistenza non può concepire nè
          desiderarne la felicità, si promette la beatitudine di una tutt’altra esistenza e vita, di
          cui questo solo gli si dice, ch’ella è sommamente e totalmente e più ch’ei non può
          immaginare diversa dalla sua presente, e ch’ei non può figurarsi per niun conto qual ella
          sia. Come l’uomo non può nè collo intelletto nè colla immaginazione nè con veruna facoltà
          nè veruna sorta d’idee oltrepassare d’un sol punto la materia, e s’egli crede
          oltrepassarla, e concepire o avere un’idea qualunque di cosa non materiale, s’inganna del
          tutto; così egli non può col desiderio passare d’un sol punto i limiti della materia, nè
          desiderar bene alcuno che non sia di questa vita e di questa sorta di esistenza ch’ei
          prova; e s’ei crede desiderar cosa d’altra natura, s’inganna, e non la desidera, ma gli
          pare di desiderarla. Come dunque ei non può desiderar bene alcuno d’altra natura, così la
          promessa e la speranza di tali beni, non può per modo alcuno <pb ed="aut" n="3504"/>
          consolarlo realmente nè de’ mali di questa vita nè della mancanza de’ di lei beni, nè
          (quando e’ non fosse infelice) rallegrarlo e dilettarlo e compiacerlo colla dolcezza
          dell’aspettativa, e intrattenerlo e contribuire quaggiù al suo contento. Di più, l’uomo si
          pasce per verità e si sostiene e vive grandissima parte della sua vita, anzi pur tutta la
          vita sua, della speranza, ancorchè lontana, la qual è un piacere, ma come e perchè? Perchè
          l’uomo va immaginando e contemplando seco stesso a parte a parte il godimento ch’egli
          attende o spera, e prova diletto nel considerare e rappresentarsi il modo in che egli ne
          godrà, e le sue qualità e condizioni e circostanze, anticipando ed anzi assaporando
          effettivamente colla immaginazione mille volte il piacer futuro. Ma questa contemplazione,
          questa rappresentazione, quest’anticipazione, questo gusto o assaggio, questo deliro o
          sogno che ci fa parere e ci rende infatti presente il piacer futuro, ancor più ch’ei nol
          sarà quando si troverà presente in effetto (se egli si troverà mai presente), come può
          aver luogo intorno a un piacere assolutamente inconcepibile, non solo nel più e nel meno,
          o nella specie, ma nel genere, di modo che le nostre idee non hanno alcun potere di
          abbracciarne o di avvicinarne nè pure una menoma parte? Come ci può per verun deliro o
          veruno sforzo dell’immaginazione o dell’intelletto parer presente <pb ed="aut" n="3505"/>
          quello a cui nè l’immaginazione nè l’intelletto non si possono neppure a grandissimo
          tratto avvicinare; quello che non è fatto nè per questa immaginazione nè per questo
          intelletto; quello ch’è di natura affatto diversa da ciò che l’immaginazione o
          l’intelletto può concepire o congetturare; quello che non sarebbe ciò ch’egli è, s’a noi
          fosse possibile pure il congetturarlo; quello che spetta a tutt’altra natura che la nostra
          presente? Come può per alcun modo o in alcuna parte entrar nella mente nostra una
          tutt’altra natura?</p>
        <p>Certo l’uomo desidererà sempre di esser liberato dai dolori e dai mali ch’egli
          effettivamente prova, e di conseguire quelli ch’ei crederà beni in questa vita, e di esser
          felice in questo mondo in ch’egli vive. E non potendo mai lasciare di desiderarlo niente
          più ch’ei possa ottenerlo, e la religion cristiana non soddisfacendo a questo suo
            <emph>unico e perpetuo</emph> desiderio, nè promettendogli di soddisfarlo mai per niun
          modo, anzi non dandogliene speranza alcuna, segue che le speranze cristiane non sieno atte
          a consolare effettivamente <pb ed="aut" n="3506"/> il mortale, nè ad alleviare i suoi mali
          nè i suoi desiderii. E la felicità promessa dal Cristianesimo non può al mortale parer mai
          desiderabile, se non in quanto infinita, anzi in quanto perfetta (chè infinita e non
          perfetta nol contenterebbe), e in quanto felicità, astrattamente considerata, ma non già
          in quanto tale qual ella è, e di quella natura di ch’ella è. Ed oso dire che la felicità
          promessa dal paganesimo (e così da altre religioni), così misera e scarsa com’ella è pure,
          doveva parere molto più desiderabile, massime a un uomo affatto infelice e sfortunato, e
          la speranza di essa doveva essere molto più atta a consolare e ad acquietare, perchè
          felicità concepibile e materiale, e della natura di quella che necessariamente si desidera
          in terra.</p>
        <p>Osservisi che di due future vite, l’una promessa l’altra minacciata dal Cristianesimo,
          questa fa sul mortale molto maggior effetto di quella. E perchè? perchè ci s’insegna che
          nell’inferno (e così nel Purgatorio) avrà luogo la pena <emph>del senso</emph>. Onde ci si
          rende concepibile nel genere, benchè non concepibile nell’estensione, la pena che dee aver
          luogo in una vita e in un modo di essere <pb ed="aut" n="3507"/> a noi d’altronde
          inconcepibile non meno che quello de’ Beati nel Paradiso. E sebbene noi non possiamo
          concepire il modo in cui questa pena possa aver luogo nell’altra vita e nell’anime ignude,
          pur ci si dice ch’ella ha luogo <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">miris sed veris modis</foreign>
          </quote> (S. Agostino), restando fermo ch’ella è pena sensibile e materiale; onde noi non
          sapendo nè immaginando il come, sappiamo però bene e concepiamo il quale sia quella pena.</p>
        <p>E perciò può dirsi con verità che il Cristianesimo è più atto ad atterrire che a
          consolare, o a rallegrare, a dilettare, a pascere colla speranza. Ed è certissimo infatti
          che l’influenza da lui esercitata sulle azioni degli uomini, è sempre stata ed è tuttavia
          come di religion minacciante assai più che come di religion promettente; ch’egli ha
          indotto al bene e allontanato dal male, e giovato alla società ed alla morale assai più
          col timore che colla speranza; che i Cristiani osservarono e osservano i precetti della
          religion loro più per rispetto dell’inferno e del Purgatorio che del Paradiso. E Dante che
          riesce a spaventar dell’inferno, non riesce nè anche poeticamente parlando, a invogliar
          punto del Paradiso; <pb ed="aut" n="3508"/> e ciò non per mancanza d’arte nè d’invenzione,
          ec. (anzi ambo in lui son somme ec.) ma per natura de’ suoi subbietti e degli uomini.
          (Similmente, con proporzione, si può discorrere dell’Eliso e dell’inferno degli antichi,
          questo molto più terribile che quello non è amabile; dello stato de’ reprobi e della
          felicità de’ buoni di Platone ec.).</p>
        <p>È anche certo che siccome il Cristianesimo senza il suo inferno e il suo Purgatorio e col
          solo suo Paradiso, non avrebbe avuta e non avrebbe sulla condotta e sui costumi degli
          uomini quella influenza ch’egli ebbe ed ha, così non l’avrebbe avuta, o minore assai, se
          e’ non avesse minacciato nell’inferno e nel Purgatorio una pena di qualità concepibile, e
          s’egli avesse solo minacciata la pena del danno ch’è di qualità inconcepibile, e di natura
          diversa dalle pene di questo mondo; benchè non tanto, quanto la beatitudine celeste dalle
          terrene; perchè noi concepiamo pure e sentiamo per esperienza come ci possa fare infelici
          la privazione e il desiderio di beni non mai provati, mal conosciuti, ed anche non
          definibili; dei desiderii vaghi ec. Onde anche non concependo il bene del Paradiso,
          possiamo in qualche modo concepire come la privazione irreparabile e il desiderio continuo
          ed eterno di esso, possa fare infelici, massime chi sa di non poter esser mai soddisfatto,
            <pb ed="aut" n="3509"/> e pur sempre desidera, e sa d’aver sempre a desiderare, e chi è
          certo di penar sempre allo stesso modo, e di essere eternamente infelice senza riparo, e
          senza sollievo alcuno ec. Tutto ciò noi possiamo ben concepire, quasi secondariamente,
          come possa esser causa di somma infelicità, benchè non possiamo concepirlo primariamente,
          cioè la qualità di quel bene che nell’inferno ec. si desidera, e la cui privazione e
          desiderio fa infelici i dannati ec. (23. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Niente d’assoluto. — Veggasi il pensiero antecedente, in particolare p. 3498-9. margine.
          nel quale si dimostra che nè l’uomo nè alcun vivente non desidera neppur la felicità
          assolutamente, ma relativamente, e solo s’ella conviene alla di lui propria natura, ed è
          richiesta dal di lui modo particolare di essere ec. e in quanto ella sia tale. ec. Nè
          perchè una cosa sia felicità, per questo solo ei la desidera, nè si compiace nello
          sperarla, quando ella non convenga al suo modo di essere ec. — Si può però dire per un
          lato, che l’uomo desidera la felicità assolutamente. Veggasi la p. 3506. Ei non desidera
          tale o tale felicità, s’a lui non conviene: e dovendo desiderare una <emph>tale</emph>
          felicità, ei non può desiderar se non la conforme e propria al suo modo di essere. Ma la
          felicità assolutamente e indeterminatamente considerata, e s’ei così la considera, ei non
          può non bramarla, cioè in quanto felicità semplicemente</p>
        <p>Di qual cosa par che si possa ragionare più assolutamente che della lunghezza o
          estensione di una data porzione di tempo? la quale si misura esattamente coll’oriuolo, e
          si divide <pb ed="aut" n="3510"/> perfettamente in parti anche minutissime, non col
          pensiero solo, ma con gl’istrumenti da ciò, e come fosse quasi materia, e queste parti si
          annoverano e si raccolgono, e il loro numero si conosce colla certezza che dà
          l’aritmetica. Ora egli è certissimo che la lunghezza di una medesima quantità di tempo ad
          altri è veramente maggiore ad altri minore, e ad un medesimo individuo può essere, ed è,
          quando maggiore quando minore. Onde può dirsi con verità che una medesima data porzione di
          tempo or dura più or meno ad un medesimo individuo, ed a chi più a chi meno. Lasciamo
          stare che il tempo disoccupato, annoiato, incomodato, addolorato e simili, riesce e si
          sente esser più lungo che quel medesimo o altrettanto spazio di tempo, occupato,
          dilettevole, passato in distrazione e simili<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Nella rimembranza è molte volte il contrario, che più corto pare il tempo passato
              senza occupazione e <emph>uniformemente</emph>, perchè allora nella memoria l’una ora
              e l’un dì si confonde e quasi sovrappone coll’altro, in modo che molti paiono un solo,
              non avendovi differenza tra loro, nè moltitudine di azioni o passioni che si possa
              numerare, l’idea della qual moltitudine si è quella che produce l’idea della lunghezza
              del tempo, massime passato ec. Ma di questo pensiero altrove s’è scritto.</p>
          </note>; e ciò ad un medesimo individuo, o a diversi individui d’una sola specie in un
          tempo medesimo, o in tempi diversi. Lasciando questo, si osservi che agli animali i quali
          vivono meno dell’uomo per lor natura, a quelli che vivono al più trent’anni, venti, dieci,
          cinqu’anni, <pb ed="aut" n="3511"/> un anno solo, alcuni mesi, un solo mese, alcuni giorni
          soltanto (chè egli v’ha effettivamente animali che rispondano a tutte queste differenze di
          durata, e a cento e mill’altre intermedie); a questi animali, dico, una data porzione di
          tempo è veramente più lunga e dura più che all’uomo, e tanto più quanto la lor vita
          naturale è più corta; e l’idea che ciascun d’essi si forma ed acquista naturalmente della
          durata e quantità di una tal porzione qualunque di tempo, è assolutamente maggiore di
          quella che l’uomo concepisce; e maggiore in ragione esattamente inversa della lunghezza
          ordinaria del viver loro. E s’egli è vero come <quote>
            <emph>dicono, che nel fiume Apanis nella Scizia vi abbia degli animaletti, tra i quali,
              quei, i quali essendo nati il mattino, muojono la sera, sono i più vecchi, e muojono
              carichi di figli, di nipoti, di pronipoti, e di anni, a lor modo</emph>
          </quote> (<bibl>
            <author>Genovesi</author>, <title>Meditazioni filosofiche sulla Religione e sulla
            Morale</title>. Meditaz. 1. Piacere dell’esistenza. § o articolo 12. Bassano, Remondini
            1783. p. 26</bibl>. Vedilo dall’articolo 11. al fine della Meditazione); <pb ed="aut"
            n="3512"/> se questo, dico, è vero (che ben può essere<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Se non è, può essere, e al nostro caso tanto è il poter essere quanto l’essere in
              fatto. Immaginiamo, se non è, che sia, e come di un’ipotesi discorriamo quello che
              necessariam. seguirebbe se così fosse. Essendo l’ipotesi possibiliss.a e similiss.a al
              vero, l’argomento avrà la medesima forza, e tanto nel caso presente varrà e proverà
              l’immaginazione e la supposizione, quanto la verità, tanto il supposto e l’immaginato
              quanto il vero ed effettivo.</p>
          </note>, e se non d’essi animaletti, d’altri, visibili o invisibili; e se no, discorrasi
          proporzionatamente di quelli che, come di certo si sa, vivono pochissimi giorni), egli è
          certissimo che l’idea che questi animali si formano e naturalmente acquistano della durata
          e quantità p. e. di una mezz’ora di tempo, è tanto maggiore della nostra idea, che noi non
          possiamo pur concepire il quanto. E veramente una mezz’ora dura per essi indefinibilmente
          più che per noi, stante la rapidità delle loro azioni, sensazioni, passioni ed eventi; il
          velocissimo succedersi di questi, gli uni agli altri; la inconcepibile prontezza del loro
          sviluppo; la rapidità, per così dire, della lor vita ed esistenza; e stante ch’essi in una
          mezz’ora, in un minuto, vivono ed esistono, si può ben dire, assai più che noi nè gli
          altri più <emph>macrobii</emph> animali, in quel medesimo spazio, non fanno; e la loro
          esistenza in un minuto è veramente di quantità e d’intensità ec. maggiore che la nostra
          non è, in altrettanto spazio, e che noi non possiamo pure immaginare. In contrario senso
          ragionisi dell’idea che dovettero aver gli uomini naturalmente della durata e quantità di
          una data porzione di tempo, quando la <pb ed="aut" n="3513"/> lor vita naturale era
          strabocchevolmente più lunga della presente; e proporzionatamente dell’idea che debbono
          averne le nazioni (se ve n’ha) che vivono ordinariamente più di noi (siccome v’ha certo di
          quelle che vivono meno, e prestissimo giungono alla maturità, e ciò ne’ climi caldi, come
          nell’America meridionale, ove le donne si maritano di 10 o 12 anni<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>V. p. 3898.</p>
          </note>, e tra gli orientali ec. e vedi a questo proposito l’ <bibl>
            <title>Indica</title> di <author>Arriano</author>, c. 9. sect. 1-8.</bibl> e Plinio se
          ha nulla ec.); e dell’idea che n’hanno gli animali più longevi dell’uomo, come l’elefante,
          il cervo, la cornice, la tartaruga, alla quale pigrissima e tardissima nelle sue
          operazioni, la natura diede, non lunghissima vita, ma moltissimi anni. E dico, non
          lunghissima vita, perch’ella stante la tardità de’ suoi movimenti ed azioni, alla quale
          corrisponde quella del suo incremento e sviluppo naturale ec. e di tutta la sua natura,
          vive ed esiste in un dato spazio di tempo assai meno che l’uomo in altrettanto spazio non
          fa. E così proporzionatamente gli altri animali più longevi di noi. E dalle suddette
          osservazioni si raccoglie che la somma e quantità della vita, e però la <pb ed="aut"
            n="3514"/> durata e lunghezza della medesima, è generalmente e appresso a poco
          altrettanta in effetto negli animali ed esseri <emph>brachibiotati</emph>, che ne’
            <emph>macrobiotati</emph> e negl’intermedii, e niente minore, e così viceversa. Onde la
          durata di un medesimo spazio di tempo è naturalmente e generalmente e costantemente, salve
          le varie circostanze della vita di una stessa specie e individuo, accennate di sopra, come
          la noia, il piacere ec. che variano l’idea e ’l sentimento della durata ec. sempre però
          dentro i limiti e la proporzione e in rispetto dell’idea d’essa durata, propria
          particolarmente della specie per sua natura ec. per gli uni maggiore per gli altri minore
          ec. e non si può determinare ec. nè giudicarne assolutamente come noi facciamo ec. (24.
          Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Transito as</foreign>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">transeo-transitus</foreign>. <bibl>V. il <author>Forcell.</author> in
              <foreign lang="lat" rend="italic">Transitans</foreign>
          </bibl>. Oggi questo verbo ci è comune, e lo trovo ancora nello spagnuolo moderno, e mi
          par eziandio nel francese. Ma in tutte tre queste lingue egli è piuttosto termine di
          gazzetta (inutilissimo), che voce degna della lingua ec. (25. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2984. <foreign lang="fre" rend="italic">Vieil</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">veculus</foreign> come <foreign lang="fre" rend="italic">oeil</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">oculus</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >oreille</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">auricula</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">aurecula</foreign> (corrottamente) ec. <foreign lang="fre"
            rend="italic">vermeil</foreign>, <emph>vermiglio</emph>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">vermejo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vermiculus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">vermeculus</foreign> ec.
            <foreign lang="fre" rend="italic">Sommeil</foreign> è certamente un <foreign lang="lat"
            rend="italic">somniculus</foreign> diminutivo, preso in senso positivo, come <foreign
            lang="fre" rend="italic">somme</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >somnus</foreign>. Resta però il senso diminutivo <pb ed="aut" n="3515"/> a <foreign
            lang="fre" rend="italic">sommeiller</foreign> che vien da <foreign lang="lat"
            rend="italic">somniculare</foreign> come il nostro <emph>sonnecchiare</emph>, e che
          serve a confermar la derivazione di <foreign lang="fre" rend="italic">sommeil</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">somniculus</foreign>. <foreign lang="fre"
            rend="italic">Appareil</foreign>; <emph>apparecchio, apparecchiare, sparecchio</emph>
          ec.; <foreign lang="spa" rend="italic">aparejo, aparejar</foreign> dimostrano un
          diminutivo positivato <foreign lang="lat" rend="italic">appariculare</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">apparare</foreign>, (come <foreign lang="lat"
            rend="italic">misculare</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >miscere</foreign>, di cui altrove), <foreign lang="lat" rend="italic"
          >appariculus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">apparatus</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <emph>Parecchi</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">pareil</foreign>, onde
                <foreign lang="fre" rend="italic">appareiller</foreign>, sono da <foreign lang="lat"
                rend="italic">pariculus</foreign> ec. V. Gloss. ec. <foreign lang="spa"
                rend="italic">parejo</foreign> (cioè <foreign lang="spa" rend="italic"
              >par</foreign>) <foreign lang="spa" rend="italic">parejura</foreign> ec. <foreign
                lang="spa" rend="italic">Pelleja, pellejo, pellico</foreign>;
              <emph>pelliccia</emph>; <foreign lang="fre" rend="italic">pelisse</foreign>; spagn.
              mod.no <foreign lang="spa" rend="italic">pellìz</foreign>, da <foreign lang="lat"
                rend="italic">pellicula</foreign> ec. Lo spagn. ha anche il positivo, <foreign
                lang="spa" rend="italic">piel. Semilla</foreign>. <foreign lang="fre" rend="italic"
                >Soleil</foreign>. <foreign lang="fre" rend="italic">Ouaille</foreign> da <foreign
                lang="lat" rend="italic">ovicula</foreign> ec., come <foreign lang="spa"
                rend="italic">oveja</foreign> spagn.</p>
          </note>; voci ignote nel buon latino, ma comuni alle tre lingue figlie. V. Glossar. ec.
          (25. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A quello che altrove ho detto di <emph>occhio</emph> e di <foreign lang="spa"
            rend="italic">ojo</foreign>, formati regolarmente da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >oculus</foreign>, non da <foreign lang="lat" rend="italic">ocus</foreign>, come
          potrebbe parere, aggiungasi che anche <foreign lang="fre" rend="italic">oeil</foreign>
          viene manifestamente da <foreign lang="lat" rend="italic">oculus</foreign> (v. la pag. qui
          dietro), e non potrebbe venire da <foreign lang="lat" rend="italic">ocus</foreign>.
          Aggiungi ancora a quello che ho detto in tal proposito, che da <foreign lang="lat"
            rend="italic">somniculosus</foreign> abbiam fatto oltre <emph>sonnacchioso</emph> e
            <emph>sonnocchioso</emph>, anche <emph>sonnoglioso</emph> e <emph>sonniglioso</emph>,
          mutato il <emph>cul</emph> in <emph>gli</emph>, come in <emph>vermiglio</emph> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">vermiculus</foreign>, di cui v. pur la pag. antecedente, e in
            <emph>periglio</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">periculum</foreign>, e in
            <emph>coniglio</emph> (<foreign lang="spa" rend="italic">conejo</foreign>) da <foreign
            lang="lat" rend="italic">cuniculus</foreign>. Quindi i diminutivi spagn. in
          <emph>illo</emph>, da <foreign lang="lat" rend="italic">iculus</foreign>. (25. Sett.
          1823.). Abbiamo anche <emph>sonnoloso</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3516"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Axilla</foreign> era voce antiquata fin dal tempo di
          Cicerone, e sostituitavi <foreign lang="lat" rend="italic">ala</foreign> (<bibl>v.
              <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Axilla</foreign>, in
              <emph>X</emph> ec.</bibl>). Antiquata nel parlare e nello scrivere colto. Ora il volgo
          conservolla sempre, tanto che la trasmise a noi, i quali usiamo ancora volgarmente e
          tuttodì quella voce latina che al tempo di Cicerone era già disusata.
          <emph>Ascella</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">aisselle</foreign>. Così dite di
            <foreign lang="lat" rend="italic">maxilla</foreign>, (<emph>mascella</emph>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">mexilla</foreign>), che pur si trova usata da scrittori
          posteriori, ma ciò dovette esser con poca eleganza. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Ala</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">mala</foreign> che al tempo di Cicerone
          in questi significati erano più recenti e più usate di quell’altre, oggi, restando queste,
          sono esse affatto perdute in tali significazioni. (25. Sett. 1823.). Al contrario <foreign
            lang="lat" rend="italic">palus</foreign> è rimasto, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >paxillus</foreign> perduto; <foreign lang="lat" rend="italic">velum</foreign> è
          rimasto, <foreign lang="lat" rend="italic">vixillum</foreign> non è per noi che voce
          poetica ec. (25. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Testa</foreign> si dice anche per ogni genere di
            <emph>coccia</emph>, come di quella de’ pesci, onde la tartaruga è detta <foreign
            lang="lat" rend="italic">testudo</foreign> ec. Quindi si conferma la congettura da me
          altrove fatta sopra l’origine del dir <emph>testa</emph>, cioè <emph>coccia</emph> per
            <emph>capo</emph>. Si cominciò a dar quel nome al cranio, ed è metafora o metonimia ec.
          molto naturale. V. Forcell. (25. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3517"/> Alla p. 3412. fine. Altrettanto però è certo che una società
          capace di repubblica durevole, non può essere che leggermente o mezzanamente corrotta; che
          una società pienamente corrotta (come la moderna) non è assolutamente capace d’altro stato
          durevole che del monarchico quasi assoluto; e che il non essere assolutamente capace se
          non di assoluta monarchia, e l’essere incapace di durevole stato franco, è certo segno di
          società pienamente corrotta. Così, apparentemente, si ravvicinano i due estremi, di
          società primitiva, di cui non è proprio altro stato che la monarchia; e di società
          totalmente guasta, di cui non è propria che l’assoluta monarchia. Colla differenza che
          questa società non è onninamente capace di altro stato durevole, quella sì; e che in
          questa non può durar che una monarchia assoluta cioè dispotica, in quella una tal
          monarchia non poteva assolutamente durare; ma l’era propria una monarchia piena bensì ed
          intera, ma non assoluta nè dispotica; una monarchia dove il re era padron di tutto, e il
          suddito niente manco libero. Del resto s’egli è <pb ed="aut" n="3518"/> proprio carattere
          sì della società primitiva come della più corrotta l’essere ambedue per natura monarchiche
          di governo, non è questo il solo capo in cui si veda che le cose umane ritornano dopo
          lungo circuito e dopo diversissimo errore ai loro principii, e giunte (come or pare che
          siano) al termine di lor carriera, o tanto più quanto a questo termine più s’avvicinano,
          si trovano di nuovo in gran parte cogli effetti medesimi, e nel medesimo luogo, stato ed
          essere che nel cominciar d’essa carriera. Bensì per cagioni ben diverse e contrarie a
          quelle d’allora: onde questi effetti e questo stato sono ben peggiori ritornando, che
          allora non furono; e se e dove furon buoni e convenienti all’umana società ed alla
          felicità sociale nel principio, son pessimi nel ritorno e nel fine ec. (25. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Superiorità della natura sulla ragione, dell’assuefazione (ch’è seconda natura) sulla
          riflessione. — Mio timor panico d’ogni sorta di scoppi, non solo pericolosi, (come tuoni
          ec.), ma senz’ombra di pericolo (come spari festivi ec.); timore che stranamente e
          invincibilmente <pb ed="aut" n="3519"/> mi possedette non pur nella puerizia, ma
          nell’adolescenza, quando io era bene in grado di riflettere e di ragionare, e così faceva
          io infatti, ma indarno per liberarmi da quel timore, benchè ogni ragione mi dimostrasse
          ch’egli era tutto irragionevole. Io non credeva che vi fosse pericolo, e sapeva che non
          v’era pericolo nè che temere; ma io temeva niente manco che se io avessi saputo e creduto
          e riflettuto il contrario. (puoi vedere la p. 3529.). Non potè nè la ragione nè la
          riflessione liberarmi di quel timore irragionevolissimo, perch’esso m’era cagionato dalla
          natura. Nè io certo era de’ più stupidi e irriflessivi, nè di quelli che men vivono
          secondo ragione, e meno ne sentono la forza, e son meno usi di ragionare, e seguono più
          ciecamente l’istinto o le disposizioni naturali. Or quello che non potè per niun modo la
          ragione nè la riflessione contro la natura, lo potè in me la natura stessa e
          l’assuefazione; e il potè contro la ragione medesima e contro la riflessione. Perocchè
          coll’andar del tempo, anzi dentro un breve spazio, essendo io stato forzato in certa
          occasione a sentire assai da vicino e frequentemente di tali scoppi, perdei
          quell’ostinatissimo e innato timore in modo, che non solo trovava piacere in quello <pb
            ed="aut" n="3520"/> che per l’addietro m’era stato sempre di grandissimo odio e spavento
          senza ragione, ma lasciai pur di temere e presi anche ad amare nel genere stesso quel che
          ragionevolmente sarebbe da esser temuto; nè la ragione o la riflessione che già non
          poterono liberarmi dal timor naturale, poterono poscia, nè possono tuttavia, farmi temere
          o solamente non amare, quello che per natura o assuefazione, irragionevolmente, io amo e
          non temo. Nè io son pur, come ho detto, de’ più irriflessivi, nè manco di riflettere
          ancora in questo proposito all’occasione, ma indarno per concepire un timore che non mi è
          più naturale. Questo ch’io dico di me, so certo essere accaduto e accadere in mille altri
          tuttogiorno, o quanto all’una delle due parti solamente, o quanto ad ambedue. — Quello che
          non può in niun modo la riflessione, può e fa l’irriflessione. (25. Sett. 1823.). V. p.
          3908.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tre stati e condizioni della vecchiezza rispetto alla giovanezza<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Puoi vedere la p. 3846.</p>
          </note> ed alle altre età. 1. Quando il genere umano era appresso a poco incorrotto, o
          certo proclive ed abituato generalmente alla virtù, e quando l’esperienza insegnava
          all’individuo le cose utili a se ed agli altri, senza disingannarlo delle oneste, e delle
          inclinazioni virtuose, nobili, magnanime <pb ed="aut" n="3521"/> ec.; nè gli dimostrava la
          perversità degli uomini, che ancora non erano perversi, nè lo disgustava e faceva pentire
          della virtù, che ancor non era, se non altro, dannosa, e ch’egli per naturale istituto
          aveva intrapreso fin da principio di seguire, e seguiva; allora i vecchi, come più ricchi
          d’esperienza e più saggi, erano più venerabili e venerati, più stimabili e stimati, ed
          anche in molte parti più utili a’ loro simili e compagni ed al corpo della società, che
          non i giovani e quelli dell’altre età. 2. Cominciata a corrompere la società umana e
          giunta la corruzione al mezzo, o più oltre, l’esperienza dovette fare tutto il contrario
          delle cose dette di sopra, e distruggendo le buone disposizioni naturali, e le qualità
          contratte ne’ primi anni, render l’individuo tanto peggiore di carattere, d’animo, di
          costumi, di qualità, di azioni o di desiderii, quanto più egli avesse sperimentato. Allora
          dunque i vecchi furono (nella gran società) molto meno stimabili e stimati, quanto alla
          virtù ed all’onestà, che i giovani ec.; molto più tristi, svergognati, <pb ed="aut"
            n="3522"/> finti, coperti, furbi, traditori, malvagi insomma, alieni dal ben fare, e
          dannosi, o inclinati a far danno, a’ compagni e alla società. Laddove quei dell’altre età,
          e massime i giovani, furono molto più degni di stima e molto più utili o men dannosi,
          perchè meno corrotti; più buoni perchè più naturali; più proprii a ben fare, più
          misericordiosi, più benefici, perchè men freddi, più generosi per natura dell’età, men
          guasti dall’esempio e dalle cattive massime, o non ancor guasti ec. 3. Passata che fu la
          corruzione sociale di gran lunga oltre il mezzo, e giunta, si può dire, al suo colmo, nel
          quale oggidì si trova e riposa, ed è, a quel che sembra per riposar lungamente o in
          perpetuo; non fu e non è bisogno di molta nè lunga esperienza nè d’assai mali esempi per
          corrompere negl’individui la sempre buona natura ed indole primitiva; nascono, si può dir,
          gli uomini già corrotti; il primitivo, e seco la virtù ed ogni sorta di bontà effettiva, è
          sparito quasi onninamente dal mondo; il giovane, anzi pure il fanciullo, in brevissimo
          tratto è maturo e vecchio di malizia, <pb ed="aut" n="3523"/> di frode, di malvagità, e
          conosce il mondo assai più che i vecchi stessi per lo passato non facevano ec. Quindi per
          ben contrarie cagioni e con ben contrari effetti (veggasi la p. 3517-8.) son tornate le
          cose appresso a poco nel loro stato primiero. I giovani massimamente, sono ben più odiosi
          e dannosi de’ vecchi, perchè in essi alla disposizione intera e alla decisa volontà di mal
          fare si aggiunge il potere e la facoltà; e l’ardor giovanile, e la forza e l’impeto e il
          fiore delle passioni, che un dì conduceva gli uomini al bene, ora conducendogli
          dirittamente e pienamente e decisamente al male, rende gl’individui tanto più cattivi,
          perniciosi ed odiabili, quanto esso ardore è più grande. Laddove i vecchi sono, non dirò
          già più stimabili nè venerabili, ma più tollerabili e meno da essere odiati e fuggiti che
          quelli dell’altra età, siccome meno potenti di mal fare, benchè a ciò solo inclinati; e
          siccome anche meno desiderosi di nuocere e di far bene a se e male altrui, perchè più
          freddi, e di più sedate passioni, e dalla lunga esperienza più disingannati <pb ed="aut"
            n="3524"/> de’ piaceri e de’ vantaggi di questa vita, e fatti meno avidi, e di desiderii
          men vivi: essendo la freddezza e l’esperienza che un dì furon cagione d’ogni male e
          malvagità, divenute oggi cagione, non già di bene nè di bontà, ma di minor male e
          cattiveria, che non il calor naturale e l’inesperienza che già furon cagioni principali di
          bontà, ed or sono cagioni di maggiore ribalderia. Da principio dunque fu la vecchiezza
          rispetto alla gioventù (e proporzionatamente all’altre età), come il meglio al bene;
          poscia come il cattivo al buono; in ultimo è (e probabilmente sarà sempre) come il manco
          male al male, o come il cattivo al pessimo.</p>
        <p>Quel che s’è detto della vecchiezza e della gioventù ec. dicasi ancora di quei caratteri
          e disposizioni degl’individui, o naturali e primitive, o acquistate e avventizie, le quali
          hanno faccia e sembianza di vecchiezza, di gioventù ec. e rispondono all’indole e qualità
          proprie di queste età, benchè ad esse disposizioni ec. non corrisponda in fatto l’età <pb
            ed="aut" n="3525"/> reale de’ rispettivi individui, anzi sia loro ben diversa o
          contraria ec. (25. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uomo tanto può fare e patire quanto egli è assuefatto di fare e di patire (o che
          l’assuefazione continui, o che quantunque passata, ne restino gli effetti totalmente o in
          parte), niente più niente meno. (26. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutti hanno provato il piacere, o lo proveranno, ma niuno lo prova. Tutti hanno goduto o
          godranno, ma niuno gode. Questo pensiero spetta a quelli sopra il non darsi piacere se non
          futuro o passato. (26. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3141. marg. Ho detto che Argante, Solimano e Clorinda sono i soli Eroi
          degl’infedeli. Perocchè d’Altamoro e degli altri dell’esercito egizio, che non vengono, si
          può dire, in iscena prima dell’ultimo canto (si nominano nel 17<hi rend="apice">o</hi> e
          nel 19<hi rend="apice">o</hi> ma nulla operano) non pare che sia da tener conto, e
          l’interesse per loro non ha tempo di nascere perchè troppo poco conversano coi lettori,
          oltre che il Tasso li fa molto più barbari ancora e salvatichi, disumani ed odiosi di
          Argante e di Solimano, e più empi, <emph>dispregiatori degli uomini e degli Dei</emph> e
          d’ogni religione ec. Eroi Cristiani che soprassalgano, non v’ha nella Gerusalemme, oltre
          Goffredo, che Raimondo, Tancredi e Rinaldo. Ma questi sono ottimamente variati tra loro, e
          gli ultimi due squisitamente <foreign lang="fre" rend="italic">nuancés</foreign> a
          rispetto l’uno dell’altro. E la superiorità di Goffredo e di Rinaldo è ben decisa e tale
          che i lettori non possono nè dubitarne ciascuno fra se, nè contrastarne fra loro, nè
          ricusare al poeta di confessarla; e con tutto questo ella non si nuoce scambievolmente, nè
          fa torto neppure a Tancredi o a Raimondo ec. In tutta questa parte l’equilibrio,
          l’armonia, la <pb ed="aut" n="3526"/> bilanciata ed armonica e concertata e concordevole
          varietà che regnano ne’ caratteri del valore de’ diversi Eroi de’ Cristiani, sono
          mirabilissime. I quali caratteri erano sommamente difficili a variare, e però la lor
          differenza (massime fra Tancredi e Rinaldo) è piccolissima, ma, quel ch’è maraviglioso,
          ell’è nel tempo stesso sensibilissima. Vero è che questa diversificazione l’ha proccurata
          e ottenuta il Tasso non tanto col variare le qualità del valore, quanto colla dispensazion
          de’ successi e delle imprese, giudiziosissimamente variata e graduata; e coll’altre
          circostanze, come della cura del cielo per Rinaldo dimostrata con visioni spedite e tanti
          miracoli fatti per produrre il suo ritorno al campo ec. ec. (26. Sett. 1823.). V. p. 3590.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sopravvenendo il pericolo, ridere, diventare allegro fuor dell’uso, o più che il momento
          prima non si era, o di malinconico farsi giulivo; divenir loquace essendo taciturno di
          natura, o rompere il silenzio fino allora per qualunque ragione tenuto; scherzare,
          saltare, cantare, e simili cose, non sono già segni di coraggio, come si stimano, ma per
          lo contrario son segni di timore. Perciocchè dimostrano che l’uomo ha bisogno di distrarsi
          dall’idea del pericolo, e particolarmente di scacciarla col darsi ad intendere ch’e’ non
          sia pericolo, o non sia grave. E questo è ciò <pb ed="aut" n="3527"/> che l’uomo proccura
          di fare dando segni straordinarii d’allegrezza in tali occasioni; ingannar se stesso
          dimostrandosi di non aver nulla a temere, perocch’ei fa cose contrarie a quelle che il
          timore propriamente e immediatamente suol cagionare. Affine di non temere, l’uomo proccura
          di persuadersi ch’ei non teme, ond’ei possa dedurre che non v’è ragion sufficiente o
          necessaria di timore. Egli è un effetto molto ordinario di questa passione il muover
          l’uomo a cose contrarie a quelle a che immediatamente ella il moverebbe, ma e quelle e
          queste sono ugualmente effetti di vero timore. E quelle sono in gran parte, o sotto un
          certo aspetto, finte; queste veraci. Il timore muove l’uomo a far quasi una pantomima
          appresso se stesso. Per questo nelle solitudini e fra le tenebre e in luoghi, cammini,
          occasioni pericolose o che tali paiono, è uso naturale dell’uomo il cantare, non tanto ad
          effetto di figurarsi e fingersi una compagnia, o di farsi compagnia (come si dice) da se
          stesso; quanto perchè il cantare par proprio onninamente di chi non teme: appunto perciò
          chi teme, canta. (Vedi a tal <pb ed="aut" n="3528"/> proposito un luogo molto opportuno
          del Magalotti segnato da me nelle prime carte di questi pensieri, sul principio, se non
          erro, del 1819.). Dai medesimi principii (più che dal bisogno di distrazione) nasce che in
          un pericolo comune o creduto tale, e vero o immaginario assolutamente, piace, conforta,
          rallegra l’udire il canto degli altri, il vedergli intenti alle lor solite operazioni,
          l’accorgersi o il credere ch’essi o non istimino che vi sia pericolo, o nulla per sua
          cagione tralascino o mutino del loro ordinario, e di quello che infino allora facevano o
          che, senza il pericolo, avrebbero fatto; o che non lo temano, e sieno intrepidi ec. Il
          coraggio veduto o creduto negli altri, o l’opinione che non vi sia pericolo, veduta o
          creduta in essi, incoraggisce l’individuo che teme. Nello stesso modo il mostrar di non
          temere a se stesso è un farsi coraggio, o col persuadersi che non vi sia pericolo, o col
          dare a se stesso in se stesso un esempio di coraggio e di non temere questo pericolo,
          ancorchè vi sia. Or chi ha bisogno che gli sia fatto coraggio e di aver nello stesso
          pericolo esempi di coraggio, e altrimenti teme, non <pb ed="aut" n="3529"/> è certamente
          coraggioso, o in tale occasione non ha coraggio. E chi ha bisogno per non temere, di
          credere che non vi sia pericolo, cioè ragion di temere, o di sminuirsi l’opinion del
          pericolo, e di credere che questo pericolo, questa ragione sia piccola, o minore e più
          leggera ch’ella non è, ed altrimenti teme; non è coraggioso, perchè niun teme quello ch’ei
          non crede da temersi, e niun teme fuori dell’opinion del pericolo, vera o falsa, o ancor
          menoma ch’ella sia, o non ragionata, ma quasi istinto e passione (come quella di cui vedi
          la p. 3518-20. e massime 3519. marg.)</p>
        <p>Anche il dolore degli uomini si consola o si scema col persuadersi che il danno, la
          sventura ec. o non sia tale, o sia minore ch’ella non è, o ch’ella non apparisce, o
          ch’ella non fu stimata a principio; e forse (eccetto quella medicina che reca la lunghezza
          del tempo) il dolore si consola o mitiga più spesso così che altrimenti. Per questo nelle
          pubbliche calamità, quando importa che il popolo sia lieto, o non abbattuto, o men tristo
          che non sarebbe di ragione, si proibiscono e tolgono i segni di lutto, e si ordinano e
          introducono feste e segni (anche straordinarii) di allegria. <pb ed="aut" n="3530"/> E ciò
          bene spesso non tanto come cagioni, quanto appunto come segni di allegria; non tanto a
          produrla dirittamente, quanto a dimostrarla; non tanto a divertir gli animi dal dolore e
          dalla mestizia, quanto a persuaderli che non ve ne sia ragione, o che questa sia minore
          che non è. Nelle pesti o contagi si vieta il sonar le campane a morto. Nelle sconfitte si
          cela al popolo il successo, si proibisce ogni segno di lutto pubblico, si accrescono le
          feste, si fingono e spargono ancora delle novelle tutte contrarie al vero e piene di
          felicità. È proprio del buon capitano il mostrarsi lieto o indifferente a’ suoi soldati
          dopo un rovescio ricevuto, dopo la nuova di un disastro ec. (Queste cose appartengono
          ancora al discorso del timore). Così negl’individui. L’afflitto si consola bene spesso o
          si rallegra, non tanto colla distrazione, quanto col dar segni a se stesso d’esser lieto o
          consolato, col canto, con altri atti ed operazioni d’uomo allegro o indifferente. Alla
          prima nuova, o al primo avvedersi in qualunque modo di un danno, di una sciagura ec.,
          l’animo fa sovente ogni sforzo prima per non creder il fatto, ancorchè veduto cogli occhi
          propri, o con altri sensi ec. o per non <pb ed="aut" n="3531"/> credere che sia sciagura,
          poi per crederla molto minore ch’ei non è, poi alquanto minore, passando così più o meno
          rapidamente di mano in mano e di grado in grado per questi vani tentativi fino all’intera
          cognizione e forzata persuasione della vera grandezza del male, o fino a quell’ultimo
          tentativo che riesce, restando l’animo in una persuasione più o manco inferiore al vero.
          Chiunque nel pericolo in cui non v’è nulla a fare, comparisce diverso da quel ch’ei suole,
          qualunque ei soglia essere, e qual ch’ei divenga, e quanta che sia questa diversità, non è
          coraggioso, o in quel caso non ha vero coraggio.</p>
        <p>Tornando al discorso del coraggio, il vero e perfetto coraggio (quando si tratti di un
          pericolo dove l’individuo non abbia nulla a fare per ischivarlo o mandarlo a vuoto) dee
          tanto esser lontano dal muover l’uomo ad allegria o dimostrazione d’allegria straordinaria
          o diversa dalla disposizione in che egli era il momento prima dell’apprensione del
          pericolo, quanto dal muoverlo a palpitare, a impallidire, a tremare, a dolersi, a perdersi
          d’animo, a cadere in tristezza, a divenir taciturno o serio contro il suo solito o contro
          quel ch’egli era il momento prima, a piangere, e a provar gli altri effetti immediati, e
          dar gli altri segni espressi e formali del timore. Com’ei non può produrre gli effetti nè
          i segni propri del timore, e deve impedirli, <pb ed="aut" n="3532"/> così ed altrettanto
          ei non può produrre e deve impedire gli effetti e i segni che paiono più contrarii a
          quelli del timore: dico, in quanto questi effetti e questi segni abbiano relazione al
          presente pericolo, e da esso, in quanto proprio pericolo, sieno occasionati, e non vengano
          da altre cagioni indifferenti. Ad essere perfettamente e veramente coraggioso, o a fare
          una prova particolare di vero e perfetto coraggio (il quale può essere ed atto ed abito, e
          quello talora senza questo), si richiede da una parte conoscere pienamente tutta la vera
          qualità e la vera grandezza del pericolo, o esserne pienamente persuaso, vero o creduto
          ch’ei sia; dall’altra parte non mutarsi per tale cognizione ovvero opinione e per tal
          pericolo, non mutarsi, dico, in nessunissimo conto nè nell’animo, nè nell’esterno, ma
          conservare esattamente e veramente lo stato del momento prima, allegro o malinconico ch’ei
          fosse, e seguitare, quanto è materialmente possibile, le stesse operazioni ec. nello
          stesso modo, in quanto e come si sarebbero seguitate, se il pericolo o l’opinione <pb
            ed="aut" n="3533"/> o la cognizione di esso non fosse sopravvenuta; insomma perseverare
          e conservarsi, o essere o divenir per ogni parte tale nel pericolo o nell’opinione o
          cognizione di esso, come appunto sarebbe avvenuto se tal pericolo, opinione o cognizione
          non fosse in alcun modo sopraggiunta (eccetto solamente quello che le circostanze d’esso
          pericolo impediscono materialmente di fare, o in qualunque modo, o per non accrescerlo:
          come se in una tempesta di mare lo strepito dell’onde m’impedisce di dormire; o se in una
          battaglia navale, io a quell’ora in cui sarei certamente andato a passeggiare sulla
          coperta, me ne sto, non toccando a me il combattere, chiuso nella mia camera, per non
          espormi inutilmente alle palle). Tutto ciò dev’essere senz’alcuno sforzo, come è manifesto
          dagli stessi termini, perchè altrimenti lo stato dell’individuo non sarebbe onninamente lo
          stesso allora che prima, ma ben diverso. E dev’esser naturale e vero (che torna a dir lo
          stesso che senza sforzo), sì perchè lo stato non sia cangiato, sì perchè è proprio sovente
          del timore, come il muovere all’allegria ec., così ancora il portar l’individuo a fingersi
            <pb ed="aut" n="3534"/> a se stesso indifferente, e nulla mutato nè di fuori nè di
          dentro da quel di prima; a perseverare con sembianza di tranquillità nelle stesse azioni,
          nello stesso stato, e fino nella malinconia, o nell’apparenza esteriore di essa, nella
          taciturnità, ed in altre condizioni spesso occasionate dal timore, se in queste egli si
          trovava prima del pericolo. Ciò per farsi coraggio, per persuadersi che non vi sia che
          temere ec. nè più nè meno che chi dimostra allegria ec. Questa indifferenza o
          dimostrazione d’indifferenza, lungi da essere effetto o segno di coraggio, lo è anzi di
          timore. Forse la similitudine può parer vile, ma io non trovo più naturale immagine di un
          uomo veramente e perfettamente coraggioso nell’ora del pericolo, di quella che Pirrone
          navigando mostrò a’ suoi compagni spaventati nel tempo di una burrasca; e ciò fu un porco
          che in un cantone della nave attendea tranquillamente a mangiar le sue ghiande, mostrando
          bene all’esterno che anche il suo stato interiore si era appunto tale quale se la burrasca
          non fosse stata. Ma una gran differenza che v’ha tra questa similitudine e il nostro caso,
          si è che quell’animale <pb ed="aut" n="3535"/> non conosceva punto il suo pericolo,
          dovechè l’uomo coraggioso dee pienamente comprenderlo e giustissimamente stimarlo, senza
          però curarsene più di quanto facesse quell’animale.</p>
        <p>Un coraggio perfettamente corrispondente a quella idea che fin qui s’è descritta, com’è
          il solo che possa chiamarsi perfetto, anzi vero; così anche, senza fallo, è rarissimo, e
          forse in verità non se ne trova nè trovò mai nessun esempio reale fra gli uomini, che
          fosse con tutte le debite circostanze ec. da noi supposte ec. Onde si rileva che il vero
          coraggio tra gli uomini (e gli altri animali non ne sono capaci) o non esiste, come però
          si crede, o è di grandissima lunga più raro che non è creduto.</p>
        <p>Quando poi si tratti di pericolo dove l’uomo ha qualcosa a fare per ischivarlo, per
          impedirlo, o per mandarlo a vuoto, per tornarlo in bene, come il nocchiero e i marinai
          nella tempesta, il capitano e i soldati nella battaglia; allora la indifferenza esteriore
          e l’operar non altrimenti che se il pericolo non fosse, non è debito del coraggio, anzi
          all’opposto; ma è bensì debito del coraggio la perfettissima calma interiore, la quale
          lasci le facoltà dell’anima pienamente <pb ed="aut" n="3536"/> libere di attendere a
          quello che fa bisogno contra il pericolo, senza che alla cura che si dee porre in
          combatterlo, si mesca neppure il menomo turbamento per la dubbiosa aspettativa del
          successo. E le operazioni esteriori debbono esser così riposatamente fatte come quelle che
          si fanno a qualunque altro fine. E in esse operazioni una certa avventatezza, un ardir
          temerario, un affrontare il pericolo più che non bisogna, un prenderne maggior parte che
          non è duopo, un accrescere irragionevolmente esso pericolo, un gittarsi via fuor di
          proposito e simili azioni, che paiono segni ed effetti di sommo coraggio, sono assai
          sovente tutto l’opposto, cioè segni ed effetti del timore, come quell’allegria di cui s’è
          parlato di sopra. Perocchè tali atti vengono da un’impazienza, da una fretta di veder
          l’esito, cioè d’uscir del pericolo col passargli, per così dire, per lo mezzo; da una
          confusione dell’anima, dal non poter tollerare la calma della riflessione a causa del
          turbamento che si prova, e ch’essa riflessione accrescerebbe; dal non essere in istato di
          considerare come si dovrebbe, per aver l’animo sossopra; insomma dal <pb ed="aut" n="3537"
          /> non trovarsi in pieno riposo di spirito, e libero da ogni passione, come vuole il
          perfetto coraggio, ma per lo contrario sentire una passione, la quale preferisce e trova
          più facile e tollerabile uno sforzo ancorchè difficile e pericoloso, che una riposatezza,
          che le riesce intollerabile e troppo penosa, e non solo difficile ma impossibile (come
          ogni passione per natura è incapace di riposatezza e l’esclude per la sua propria nazione,
          e spinge all’energico, allo sforzo ec.). E questa tal passione qual è? e qual può essere?
          non altro che il timore. Un tal animo è turbato: dunque non fa prova di perfetto coraggio.
          Come colui che nel pericolo, essendo assalito, o dubitando di esserlo, si diffonde in
          minacce e in bravare il nemico. Le parole e gli atti di costui dimostrano il coraggio e il
          non aver timore alcuno. Ma la sostanza è ch’egli teme assai, e che cerca d’allontanare o
          di scemare il pericolo col mostrare di non temerlo. E così il timore produce in lui le
          apparenze del coraggio. Or non altrimenti accade nel caso suddetto, dove il timore produce
          una specie di disperazione <pb ed="aut" n="3538"/> (segno ed effetto di timore eccessivo,
          quand’ella non è giusta, e quelli che più facilmente e grandemente si disperano nel
          pericolo, e che perciò, dovendo necessariamente combatterlo, fanno opere di maggior
          ardire, sono appunto i più timidi: il timore è per essi, come per tutti gli uomini, più
          insopportabile e penoso del pericolo e del danno: essi non si precipitano in questo se non
          perchè hanno moltissimo di quello, e per fuggir esso timore) di disperazione, dico, che ha
          sembianza di straordinario coraggio, e non è che temerità e cecità di mente prodotta dalla
          paura; e così nel caso di chi dimostra allegria ec.</p>
        <p>Il perfetto coraggio ne’ pericoli ch’esigono operazione, ha molti più esempi reali che
          l’altro sopra descritto, e non è certamente una pura idea come forse l’altro lo è. L’uomo
          che pensa a combattere il pericolo, e che in effetto è occupato esteriormente a
          combatterlo, si può dir che non pensa al pericolo, bench’ei perfettamente l’intenda.
          Quella cura ed attività esteriore ed interiore è una specie di potentissima, efficacissima
          e total distrazione che diverte l’immaginativa <pb ed="aut" n="3539"/> e l’intelletto dal
          pensiero, dalla considerazione, dalla contemplazione, per così dire, e dalla vista di quel
          pericolo medesimo, a cui ella è tutta intenta di riparare, ed al qual solo ella è rivolta.
          Essa occupa tutto l’animo, essa è cura di provvedere al pericolo; ed occupando tutto
          l’animo non gli lascia luogo a considerare il pericolo per se stesso semplicemente. Egli è
          quasi impossibile a un uomo o ad un vivente il trovarsi in un gran pericolo, conosciuto e
          considerato come tale, e affissandosi in esso col pensiero senza distrazione alcuna, e
          pienamente e semplicemente comprendendolo per se stesso, e considerandone e
          rappresentandosene sia colla fantasia o anche col solo intendimento e ragione, tutta la
          qualità e la grandezza, e il danno che seguirebbe dal suo tristo esito, e riguardando
          questo come gran danno realmente; contuttociò non temere, e restare in perfettissima
          indifferenza e calma interiore ed esteriore.</p>
        <p>Quel che ho detto sin qui del coraggio e del timore nel pericolo, cioè nel dubbio del
          danno futuro, si applichi proporzionatamente al coraggio e al timore che hanno luogo nella
          certezza del danno futuro imminente, o più o men prossimo. E intendo <pb ed="aut" n="3540"
          /> di quel danno ch’è subbietto di ciò che propriamente si chiama timore, e timidità,
          viltà ec. non di quello ch’è materia solamente di afflizione, dispiacere, cordoglio, ec. o
          dubbiosamente o certamente aspettato ch’ei sia (nel qual caso questo dispiacere suole
          altresì chiamarsi timore), o ricevuto o presente ec.</p>
        <p>Il passato discorso spetta ai pericoli (o danni ec.) inevitabili e non dipendenti dalla
          volontà de’ rispettivi individui. Il coraggio d’affrontare o cercare i pericoli
          volontariamente e potendo a meno, procede per lo più, e principalmente da natura o abito
          d’irriflessione o di non riflettere profondamente; ovvero dal non curare il pericolo, cioè
          non considerar come male, o come assai piccolo e spregevol male, il danno che ne potrebbe
          seguire, (ancorchè tenuto generalmente grandissimo o sommo dagli uomini), il che viene a
          esser quanto non riguardare il pericolo come pericolo, o dal non credere che questo danno
          ne possa o debba facilmente o in niun modo seguire, il che torna il medesimo. Questo
          coraggio non ha che far colla idea del perfetto coraggio da noi proposta, il quale
          impedisce di temere il pericolo o il danno 1.<hi rend="apice">o</hi> riguardato
          com’effettivo danno e pericolo, 2.<hi rend="apice">o</hi> perfettamente conosciuto,
          compreso e considerato. Queste condizioni sono essenziali al perfetto, anzi al vero e
          proprio coraggio; e quel che n’è senza, o non è propriamente coraggio, o imperfetto ec.
          (26-7. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3541"/> Ho discorso altrove del verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >periclitor</foreign> mostrando ch’egli è continuativo di un antico <foreign lang="lat"
            rend="italic">periculor</foreign>, fatto dal participio di questo, cioè da <foreign
            lang="lat" rend="italic">periculatus</foreign> contratto in <foreign lang="lat"
            rend="italic">periclatus</foreign> come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >periculum</foreign> in <foreign lang="lat" rend="italic">periclum</foreign>, e mutata
            l’<emph>a</emph> in <emph>i</emph> secondo la solita regola, come in <foreign lang="lat"
            rend="italic">mussito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">mussatus</foreign>.
          Ora vedi appunto tal participio <foreign lang="lat" rend="italic">periculatus</foreign>
          nel Forcellini in essa voce. E nóta ch’ei dimostra il detto verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">periculor</foreign>, perocchè dice <foreign lang="lat" rend="italic"
            >periculatus sum</foreign>, tempo perfetto di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >periculor</foreign> come <foreign lang="lat" rend="italic">periclitatus sum</foreign>
          di <foreign lang="lat" rend="italic">periclitor</foreign>. (27. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altrove ho notato e raccolto parecchie metafore delle voci <foreign lang="lat"
            rend="italic">caput</foreign>, <emph>capo</emph> ec. Aggiungi <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> lib. 2. ediz. Flor. 1576. p. 159. fine</bibl>
          <foreign lang="grc">κατὰ κεφαλὴν</foreign>
          <emph>per testa, a testa</emph>, cioè <emph>per uno, per ciascuno, ciascuno,
          singuli</emph>. E v. la Crusca in <emph>Testa</emph>. ec. (27. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi latini. <foreign lang="lat" rend="italic">Pes, spes</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3571.</p>
          </note>, <foreign lang="lat" rend="italic">dies, nox, fax, nix, res</foreign>. Nótisi che
          questi e tutti gli altri monosillabi da me raccolti, sono radici (anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">rex, lex</foreign> ec. come ho mostrato). E che i nomi greci
          corrispondenti, bene spesso, oltre al non essere monosillabi, non sono radici: come
            <foreign lang="grc">ἥλιος</foreign> (lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sol</foreign> monosillabo) si deriva da <foreign lang="grc">ἅλς</foreign>
          <pb ed="aut" n="3542"/> ec. ec. e <foreign lang="grc">πρᾶγμα</foreign> (<foreign
            lang="lat" rend="italic">res</foreign>) viene da <foreign lang="grc">πράσσω</foreign>
          indubitabilmente. Ed essendo verisimile che i nomi delle cose più necessarie e frequenti a
          nominarsi, più materiali ec., delle cose che sembrano dover essere state le prime nominate
          ec. (come sono, almeno in gran parte, quelle significate ne’ monosillabi latini da me
          raccolti ec.) fossero radici, non meno che monosillabi; par che ne segua che in greco, ove
          tali nomi non sono radici, essi non siano i nomi primitivi greci delle dette cose, e che
          questi sieno perduti, e che il latino all’incontro gli abbia conservati; e così si
          confermi la maggior conservazione dell’antichità nel latino che nel greco. E probabilmente
          i detti nomi latini saranno stati una volta anche greci, e saranno venuti da quella lingua
          onde il greco e il latino scaturirono, ma il latino gli avrà sempre conservati, sino a
          trasmettergli alle lingue oggi viventi, e nel greco si saranno poi perduti o disusati ec.
          ec. (27. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi in <emph>uare</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">Perpetuo as</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">perpetuus</foreign>. (28. Sett. Domenica. 1823.).
            <foreign lang="lat" rend="italic">Continuo as, Obliquo as</foreign>. V. p. 3571.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Continuativo o frequentativo. <foreign lang="lat" rend="italic">Perpetuito as</foreign>
          da <foreign lang="lat" rend="italic">perpetuo asperpetuatus</foreign>. Vedi Forcell. in
            <foreign lang="lat" rend="italic">Perpetuitassint</foreign>. <pb ed="aut" n="3543"/> Se
          già questa voce non fosse fatta (che nol credo) da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >perpetuitas</foreign>, come forse <emph>necessitare</emph> ital. ec. da <foreign
            lang="lat" rend="italic">necessitas</foreign>, di che ho detto altrove. (28. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Tonsito as</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">tondeo-tonsus</foreign>, frequentativo. Il continuativo l’abbiamo noi;
            <emph>tosare</emph> (quasi <emph>tonsare</emph>). V. il Gloss. ec. (28. Sett. Domenica.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nella Bibbia bisogna considerare l’immaginazione orientale e l’immaginazione
          antichissima, (anzi di un popolo quasi primitivo affatto ne’ costumi ec. e certo la più
          antica immaginazione che si conosca oggidì). Ben attese e pesate e valutate quanto si deve
          queste due qualità che nella Scrittura si congiungono<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Di un’altra qualità che sommamente contribuisce allo stesso effetto vedi le pagg.
              3564-8.</p>
          </note>, niuno più si farà maraviglia della straordinaria forza ch’apparisce ne’ Salmi,
          ne’ cantici, nel Cantico, ne’ Profeti, nelle parti e nell’espressioni poetiche della
          Bibbia, alla qual forza basterebbe forse una sola di dette qualità. E veggansi le poesie
          orientali anche non antichissime, le sascrite antichissime ma de’ tempi civili dell’India.
          (28. Sett. 1823. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Intorno allo spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">pintar</foreign> ho detto altrove
          che il primitivo e regolare participio di <foreign lang="lat" rend="italic">pingo,
          tingo</foreign> e simili, fu <foreign lang="lat" rend="italic">pingitus,
          tingitus</foreign> ec.? Poi <foreign lang="lat" rend="italic">pinctus, tinctus</foreign>
          ec., poi <foreign lang="lat" rend="italic">pinctus</foreign>, (e quindi <foreign
            lang="spa" rend="italic">pintar</foreign>, quasi <emph>pinctare</emph>); <pb ed="aut"
            n="3544"/> e in questo 3.<hi rend="apice">o</hi> stato molti di tali participii
          rimasero, come <foreign lang="lat" rend="italic">tinctus, cinctus</foreign> ec. Molti
          altri passarono a un quarto stato, ove si fermarono, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">pictus, fictus</foreign> ec. Ma noi li conserviamo per lo più nel 3.<hi
            rend="apice">o</hi> stato: <emph>pinto, finto</emph>. franc. <foreign lang="fre"
            rend="italic">peint, feint</foreign>. Abbiamo anche <emph>pitto, fitto</emph>, ma
          antichi o poetici ec. Lo spagnuolo (regolarissimo ne’ participii passivi sopra ogni altra
          sorella, e sopra la stessa latina ec. nel modo che altrove ho detto<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>P. 3074. sgg.</p>
          </note>) conserva il primitivo <foreign lang="lat" rend="italic">fingitus</foreign> in
            <foreign lang="spa" rend="italic">fingido</foreign>. (28. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3341. Vedi a questo proposito <bibl>
            <author>Fabric.</author>
            <title>B. Lat. ed Ven.</title> t. 1. p. 76. princip. l. I c. 6. de <author>Corn.
            Nep.</author> par. 3. fine</bibl>. E nótisi che Catullo, come di stil familiare, inclina
          ai modernismi nella sua latinità. (28. Sett. 1823.). V. p. 3584.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3496. Platone nel cit. luogo non par che supponga i démoni un composto d’uomo e
          Dio, bensì un genere intermedio tra questo e quello, che serviva, com’egli espressam.
          dice, di gradazione, e a riempiere il vôto che sarebbe stato nella serie degli ésseri, tra
          il divino e l’umano genere. Pareva dunque agli antichi anche filosofi profondi che tra
          questi due generi, tra l’uomo e il Dio, avesse luogo ottimamente la gradazione, niente
          manco che tra <pb ed="aut" n="3545"/> specie e specie d’animali, tra il regno animale il
          vegetabile ec. Ed erano così lontani dal credere, come oggi si fa, che la distanza fra
          l’umano e ’l divino fosse infinita, e infiniti, o molto numerosi, i gradi intermedi; che
          anzi egli stimavano che un solo anello s’intrapponesse nella catena fra’ sopraddetti due,
          e bastasse a congiungerli o continuarli, e che dall’uomo al Dio un solo grado passasse,
          due soli gradi s’avesse a montare, e la serie nonpertanto fosse continua. Aggiungi gli
          amori degli Dei verso le mortali e delle Dee verso i mortali (tanto gli antichi stimavano
          la bellezza umana), e il congiungersi di quelli o di queste con quelle o con questi (come
          se il divino e l’umano non fossero pur due specie assai prossime, ma appresso a poco una
          stessa, così diversa, come in molte specie d’animali vi sono delle sottospecie, altre più
          forti, belle, maggiori ec. altre meno), e il generarsi o partorirsi figliuoli mortali
          dagli Dei e dalle Dee, mortali affatto, o semidei, come Bacco. ec. (28. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il più deciso effetto, e quasi la somma degli effetti che produce in un uomo di raro ed
          elevato spirito la cognizione e l’esperienza degli uomini, si è il renderlo
          indulgentissimo verso qualunque maggiore e più eccessiva debolezza, piccolezza,
          sciocchezza, ignoranza, stoltezza, malvagità, vizio e difetto altrui, naturale o
          acquisito; laddove egli era verso queste cose severissimo prima di tal cognizione; e il
          renderlo facilissimo ad apprezzare e lodare le menome virtù e i piccolissimi pregi, che
          innanzi alla detta esperienza ei soleva dispregiare, non curare, stimare indegni di lode,
          e quasi confondere o non distinguere dalle <pb ed="aut" n="3546"/> imperfezioni; insomma
          il renderlo facilissimo e solito a stimare, e difficilissimo, insolito, anzi quasi
          dimentico del dispregiare e del non curare, tutto all’opposto di quel ch’egli era per lo
          innanzi. Tanto poco vagliono gli uomini. E da ciò si può dedurre e far esatto giudizio
          quanto sia il valor vero e la virtù vera degli uomini. (28. Sett. 1823.). V. p. 3720.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In una città piccola, massime dove sia poca conversazione, non essendo determinato il
          tuono della società, (neppur un tuono proprio particolarmente d’essa città, qual sempre
          sarebbe in una città piccola, quando veggiamo che anche le grandi hanno sempre
          notabilissime <foreign lang="fre" rend="italic">nuances</foreign> di tuono lor proprio, e
          differenze da quello dell’altre, anche dentro una stessa nazione) ciascun fa tuono da se,
          e la maniera di ciascuno, qual ch’ella sia, è tollerata e giudicata per buona e
          conveniente. Così a proporzione in una nazione, dove non v’abbia se non pochissima
          società, come in Italia. Il tuono sociale di questa nazione non esiste: ciascuno ha il
          suo. Infatti non v’è tuono di società che possa dirsi italiano. Ciascuno italiano ha la
          sua maniera di conversare, o naturale, o imparata dagli stranieri, o comunque acquistata.
          Laddove in una nazione socievole, e così a proporzione in una città grande, non è, non
          solo stimato, ma neppur tollerato, chi non si <pb ed="aut" n="3547"/> conforma alla
          maniera comune di trattare, e chi non ha il tuono degli altri, perchè questa maniera
          comune esiste, e il tuono di società è determinato, più o meno strettamente, e non è
          lecito uscirne senza esser messo, nella società ec., fuor della legge, e considerato come
          da men degli altri, perchè dagli altri diverso, diverso dai più. (28. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa la radice monosillaba di <foreign lang="lat" rend="italic">jungo</foreign> da me
          notata altrove in <foreign lang="lat" rend="italic">con-iux</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">con-iunx</foreign> ec. aggiungi <foreign lang="lat"
            rend="italic">bi-iux</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">bi-iunx</foreign>, il
          quale io credo che sia il vero nominativo del genitivo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >biiugis</foreign>, e non, come scrive il Forcell., <foreign lang="lat" rend="italic"
            >biiugis biiuge</foreign>. Ben credo che il detto nominativo non si trovi, ma neanche,
          io credo, questo secondo, e quello mi par più conforme all’analogia di <foreign lang="lat"
            rend="italic">coniux</foreign> ec. Dicesi ancora <foreign lang="lat" rend="italic"
            >biiugus a um</foreign>. (29. Sett. Festa di S. Michele Arcangelo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Radice monosillaba di <foreign lang="lat" rend="italic">capio</foreign>, come altrove ec.
            <foreign lang="lat" rend="italic">For-ceps</foreign>. Di <foreign lang="lat"
            rend="italic">facio For-fex</foreign>. (29. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scambio del <emph>g</emph> e del <emph>v</emph> di cui altrove. <pb ed="aut" n="3548"/>
          <emph>Parvolo, parvulo, parvulino</emph> (vera pronunzia, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">parvulus</foreign>, e nondimeno disusata). — <emph>Pargolo</emph>
          (antico), <emph>pargoletto, pargoleggiare</emph> ec. (moderni ed usati). (29. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Insetare</emph> (che noi volgarmente ma più correttamente diciamo
          <emph>insitare</emph>, e forse così tutti fuor di Toscana, come anche diciamo
          <emph>insito</emph> per <emph>innesto</emph>) è continuativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">insero-insevi-insitus</foreign> (diverso da <foreign lang="lat"
            rend="italic">insero erui ertum</foreign>); e ben s’ingannerebbe chi lo facesse tutt’uno
          coll’altro <emph>insetare</emph> (da <foreign lang="lat" rend="italic">seta</foreign>)
          come par che faccia la Crusca. Il franc. <foreign lang="fre" rend="italic">enter</foreign>
          forse ha la stessa origine, se non è fatto dal nome <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ente</foreign>. Gli spagnuoli hanno in questo significato il verbo originale <foreign
            lang="spa" rend="italic">enxerir</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">insero,
            insitum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">ertum</foreign>), come ancor noi
          l’abbiamo oltre al sopraddetto, ma tra noi è tutto poetico, cioè introdotto da’ poeti, e
          da loro usato; benchè da essi pigliandolo, anche in prosa ben l’useremmo. (29. Sett.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il fine del poeta epico (e simili, e in quanto gli altri gli son simili), non dev’esser
          già di narrare, ma di descrivere, di commuovere, di destare <pb ed="aut" n="3549"/>
          immagini e affetti, di elevar l’animo, di riscaldarlo, di correggere i costumi,
          d’infiammare alla virtù, alla gloria, all’amor della patria, di lodare, di riprendere, di
          accender l’emulazione, di esaltare i pregi della propria nazione, de’ propri avi, degli
          eroi domestici ec. Tutti questi o parte di questi hanno da essere i veri e proprii fini
          del poeta epico, non il narrare; ma il poeta epico dee però fare in modo che apparisca il
          suo vero e proprio, o certo principal fine, non esser altro che il narrare. Appena merita
          il nome di poesia un poema il quale in verità non faccia altro che raccontare, cioè non
          produca altro effetto che di stuzzicare e pascere la semplice curiosità del lettore, ossia
          coll’intreccio bene intrigato e avviluppato, ossia con qualunque mezzo. Queste sono
          piuttosto novelle che poesie, per quanto l’azione raccontata potesse esser nobile sublime
          interessante ec. (Di questa specie sono l’Orlando innamorato, il Ricciardetto e simili). E
          possono ben essere di questa natura anche i poemi tessuti o sparsi d’invenzioni
          capricciose e di favole ec. come i veri poemi. Anche favoleggiando <pb ed="aut" n="3550"/>
          sempre o quasi sempre, un poema può non far veramente altro che raccontare. Questi tali
          non sono poemi perchè il poeta ha veramente e principalmente per fine quel ch’ei non dee
          senon far vista di avere, cioè il narrare. Ma per lo contrario i poemi pieni di lunghe
          descrizioni, di dissertazioni e declamazioni morali, politiche ec., di sentenze, di elogi,
          di biasimi, di esortazioni, di dissuasioni ec. in persona del poeta ec. e di simili cose,
          non sono poemi epici ec. perchè il poeta mostra veramente di avere per principali fini,
          quei ch’e’ non deve se non avere senza mostrarlo. (29 Sett. 1823.). V. p. 3552.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2861. fine. Questa proposizione corrisponde a quell’altra da me in più luoghi
          esposta, che il piacere è sempre o passato o futuro, non mai presente, e che quindi non
          v’ha momento alcuno di piacer vero, benchè possa parere. Così non v’ha nè vi può aver
          momento alcuno senza vero patimento, benchè possa parer che ve n’abbia (perocchè il
          patimento venendo a essere perpetuo, il vivente ci si avvezza per modo insin da’ primi
          istanti del vivere, che pargli di non sentirlo, e di non avvedersene). <pb ed="aut"
            n="3551"/> Anzi questa seconda proposizione è necessaria conseguenza della prima, e
          quasi la medesima diversamente enunziata. Perocchè dove non v’ha piacere, quivi ha
          patimento, perchè v’ha desiderio non soddisfatto di piacere, e il desiderio non
          soddisfatto è pena. Nè v’ha stato intermedio, come si crede, tra il soffrire e il godere;
          perchè il vivente desiderando sempre per necessità di natura il piacere, e desiderandolo
          perciò appunto ch’ei vive, quando e’ non gode, ei soffre. E non godendo mai, nè mai
          potendo veramente godere, resta ch’ei sempre soffra, mentre ch’ei vive, in quanto ei sente
          la vita: chè quando ei non la sente, non soffre; come nel sonno, nel letargo ec. Ma in
          questi casi ei non soffre perchè la vita non gli è sensibile, e perchè in certo modo ei
          non vive. Nè altrimenti ei può cessare o intermettere di soffrire, che o cessando
          veramente di vivere, o non sentendo la vita, ch’è quasi come intermetterla, e lasciare per
          un certo intervallo di esser vivente. In questi soli casi il vivente può non soffrire.
          Vivendo e sentendo di vivere, ei nol può mai; e ciò per propria essenza sua e della vita,
          e <pb ed="aut" n="3552"/> perciò appunto ch’egli è vivente, ed in quanto egli è tale, come
          nella mia teoria del piacere ec.? (29. Sett. Festa di San Michele Arcangelo. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3550. Il narrare non dev’essere al poeta epico che un pretesto, la persona di
          narratore non dev’essere a lui che una maschera, come al didascalico la persona
          d’insegnatore. Ma questo pretesto, questa maschera ei deve sempre perfettamente
          conservarlo, ed esattamente (quanto all’apparenza e come al di fuori) rappresentarla in
          modo ch’ei sembri sempre essere narratore e non altro. E così fecero tutti i grandi,
          incluso Dante che non è epico, ma il cui soggetto è narrativo, sebben ei dà forse troppo
          talvolta in dissertazioni e declamazioni ma torno a dire, il suo poema non è epico, ed è
          misto di narrativo e di dottrinale, morale ec. (29. Sett. dì di S. Mich. Arcang. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3388. Il vino (ed anche il tabacco e simili cose) e tutto ciò che produce uno
          straordinario vigore o del corpo tutto o della testa, non pur giova all’immaginazione, ma
          eziandio all’intelletto, ed all’ingegno generalmente, alla facoltà di ragionare, di
          pensare, e di trovar delle verità ragionando (come ho provato più volte per esperienza),
          all’inventiva ec. Alle volte per lo contrario giova sì all’immaginazione, sì
          all’intelletto, alla mobilità del pensiero e della mente, alla fecondità, alla copia, alla
          facilità e prontezza dello spirito, del parlare, del ritrovare, del raziocinare, del
          comporre, alla prontezza della memoria, alla facilità di tirare le conseguenze, di
          conoscere i rapporti ec. ec. una certa debolezza di corpo, di nervi ec. <pb ed="aut"
            n="3553"/> una rilasciatezza non ordinaria ec. come ho pure osservato in me stesso più
          volte. Altre volte all’opposto.</p>
        <p>Le passioni che son cose indipendenti dalle idee, giovano pure assai volte, non solo
          all’immaginazione, ma eziandio all’ingegno in genere, alla ragione ec. perocchè negli
          accessi di passione si scuoprono non di rado, anche da’ piccoli o non esercitati o non
          riflessivi ingegni, delle verità così grandi come solide, secondo che ho detto altrove
          biasimando l’uso della nuda ragione o facoltà dialettica e ragionatrice nella filosofia,
          proprio de’ tedeschi ec. E per lo contrario le passioni mille volte nocciono, impediscono,
          offuscano, indeboliscono ec. ec. sì l’immaginazione, sì la facoltà ragionatrice, sì
          l’ingegno in genere, la memoria ec. come ognun sa ec. Così ancora il vino e le cose dette
          di sopra. ec. (29. Sett. dì di S. Michele Arcangelo. 1823.).</p>
        <p>Ho notato altrove che la debolezza per se stessa è cosa amabile, quando non ripugni alla
          natura del subbietto in ch’ella si trova, o piuttosto al modo in che noi siamo soliti di
          vedere e considerare la rispettiva specie di subbietti; o ripugnando, non distrugga però
          la sostanza d’essa natura, e non ripugni più che tanto: <pb ed="aut" n="3554"/> insomma
          quando o convenga al subbietto, secondo l’idea che noi della perfezione di questo ci
          formiamo, e concordi colle altre qualità d’esso subbietto, secondo la stessa idea (come
          ne’ fanciulli e nelle donne); o non convenendo, nè concordando, non distrugga però
          l’aspetto della convenienza nella nostra idea, ma resti dentro i termini di quella
          sconvenienza che si chiama grazia (secondo la mia teoria della grazia), come può esser
          negli uomini, o nelle donne in caso ch’ecceda la proporzione ordinaria, ec. La debolezza
          ordinariamente piace ed è amabile e bella nel bello. Nondimeno può piacere ed esser bella
          ed amabile anche nel brutto, non in quanto nel brutto, ma in quanto debolezza, (e talor lo
          è) purch’essa medesima non sia la cagione della bruttezza nè in tutto nè in parte. Ora
          l’esser la debolezza per se stessa, e s’altro fuor di lei non si oppone, naturalmente
          amabile, è una squisita provvidenza della natura, la quale avendo posto in ciascuna
          creatura l’amor proprio in cima d’ogni altra disposizione, ed essendo, come altrove ho
          mostrato, una necessaria e propria conseguenza dell’amor proprio in ciascuna creatura
          l’odio delle altre, ne seguirebbe che le creature deboli fossero troppo sovente la vittima
          delle forti. Ma la debolezza essendo naturalmente amabile e dilettevole altrui per se
          stessa, fa che altri ami il subbietto in ch’ella si trova, e l’ami per amor proprio, cioè
          perchè da esso riceve diletto. Senza ciò i fanciulli, <pb ed="aut" n="3555"/> massime dove
          non vi fossero leggi sociali che tenessero a freno il naturale egoismo degl’individui,
          sarebbero tuttogiorno <foreign lang="fre" rend="italic">écrasés</foreign> dagli adulti, le
          donne dagli uomini, e così discorrendo. Laddove anche il selvaggio mirando un fanciullo
          prova un certo piacere, e quindi un certo amore; e così l’uomo civile non ha bisogno delle
          leggi per contenersi di por le mani addosso a un fanciullo, benchè i fanciulli sieno per
          natura esigenti ed incomodi, ed in quanto sono (altresì per natura) apertissimamente
          egoisti, offendano l’egoismo degli altri più che non fanno gli adulti, e quindi siano per
          questa parte naturalmente odiosissimi (sì a coetanei, sì agli altri). Ma il fanciullo è
          difeso per se stesso dall’aspetto della sua debolezza, che reca un certo piacere a
          mirarla, e quindi ispira naturalmente (parlando in genere) un certo amore verso di lui,
          perchè l’amor proprio degli altri trova in lui del piacere. E ciò, non ostante che la
          stessa sua debolezza, rendendolo assai bisognoso degli altri, sia cagione essa medesima di
          noia e di pena agli altri, che debbono provvedere in qualche modo a’ suoi bisogni, e lo
          renda per natura molto esigente ec. Similmente discorrasi <pb ed="aut" n="3556"/> delle
          donne, nelle quali indipendentemente dall’altre qualità, la stessa debolezza è amabile
          perchè reca piacere ec. Così di certi animaletti o animali (come la pecora, i cagnuolini,
          gli agnelli, gli uccellini ec. ec.) in cui l’aspetto della lor debolezza rispettivamente a
          noi, in luogo d’invitarci ad opprimerli, ci porta a risparmiarli, a curarli, ad amarli,
          perchè ci riesce piacevole ec. E si può osservare che tale ella riesce anche ad altri
          animali di specie diversa, che perciò gli risparmiano e mostrano talora di compiacersene e
          di amarli ec. Così i piccoli degli animali non deboli quando son maturi, sono risparmiati
          ec. dagli animali maturi della stessa specie (ancorchè non sieno lor genitori), ed
          eziandio d’altre specie (eccetto se non ci hanno qualche nimicizia naturale, o se per
          natura non sono portati a farsene cibo ec.); ed apparisce in essi animali una certa o
          amorevolezza o compiacenza verso questi piccoli. Similmente negli uomini verso i piccoll
          degli animali che cresciuti non son deboli. E di questa compiacenza non n’è solamente
          cagione la piccolezza per se (ch’è sorgente di grazia, come ho detto altrove),nè la sola
          sveltezza che in questi piccoli suole apparire (siccome ancora nelle specie piccole di
          animali) e che è cagion di piacere per la vitalità che manifesta e la vivacità ec. secondo
          il detto altrove da me sull’amor della vita, onde segue quello del vivo ec. ma v’ha la <pb
            ed="aut" n="3557"/> sua parte eziandio la debolezza. (29-30. Sett. 1823.). v. p. 3765.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Untare, untar</foreign> (spagn.) da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ungo-unctus</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Unctito</foreign>
          dal medesimo. <foreign lang="fre" rend="italic">Urtare, heurter</foreign> (franc.) da un
            <foreign lang="lat" rend="italic">urtus</foreign> partic. di <foreign lang="lat"
            rend="italic">urgeo</foreign>, oda un <foreign lang="lat" rend="italic">ursus</foreign>
          mutato in <foreign lang="lat" rend="italic">urtus</foreign>, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">falsus</foreign> in <foreign lang="lat" rend="italic">faltus</foreign> ec.
          vedi la p. 3488. e quella a che essa si riferisce. (30. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2984. Anche il nostro <emph>vieto</emph> è il positivo <foreign lang="lat"
            rend="italic">vetus</foreign>. E la doppia terminazione francese <foreign lang="fre"
            rend="italic">vieil vieux</foreign> forse non ha altra origine che l’esser questi
          originalmente due nomi diversi, l’uno positivo, l’altro diminutivo. Ai diminutivi latini
          usati positivamente nello stesso fior della latinità, aggiungi <foreign lang="lat"
            rend="italic">oculus</foreign>, e vedi quello che altrove ne ho detto in proposito della
          voce russa <foreign lang="rus" rend="italic">oco</foreign>, citando l’Hager. (30. Sett.
          1823.). Noi ancora diciamo <emph>veglio, vegliardo</emph> ec. voci antiche, ora poetiche,
          o da <foreign lang="fre" rend="italic">vieil</foreign>, e d’origine provenzale ec. o da
            <foreign lang="lat" rend="italic">veculus</foreign> dirittamente, come
          <emph>periglio</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">periculum</foreign> del che
          vedi la pag. 3515 fine e marg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3341. princ. Dire p. e. <foreign lang="fre" rend="italic">livre deux, chapitre
            dix</foreign> e simili, sembra veramente esser uso de’ francesi più familiare che
          letterario. Trovo così scritto a lettere in libri modernissimi, ma di niun’autorità. In
          libri alquanto più antichi ma ben autorevoli, trovo p. e. <foreign lang="fre"
            rend="italic">chapitre dixième</foreign> ec. (30. Sett. 1823.). V. p. 3560.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3558"/> Alla p. 3003. mezzo. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Su-spicio</foreign>, il quale materialmente non si può dire se sia formato da <foreign
            lang="lat" rend="italic">sub</foreign>, o da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sursum</foreign> (quando s’ammettesse questa seconda sorta di formazione), vale
          certamente <emph>guardare di sotto in su</emph>, perchè <emph>guardare in alto</emph> non
          è nè si può fare altrimenti che guardando di sotto in su. Or così dite degli altri tali
          composti pretesi di <foreign lang="lat" rend="italic">sursum</foreign>. Fra’ quali i
          grammatici ripongono certamente ancor questo, e ciò perchè <foreign lang="lat"
            rend="italic">sursum</foreign> significa <emph>in alto, in su</emph>. Ora osservino i
          suoi derivati <foreign lang="lat" rend="italic">suspicor, suspicio onis</foreign>, ec.
          anzi pur lo stesso <foreign lang="lat" rend="italic">suspicere</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">suspectare</foreign> quando significano
          <emph>sospettare</emph>, e mi dicano se possono esser composti della voce <foreign
            lang="lat" rend="italic">sursum</foreign>. E mi neghino che non sieno composti della
          prep. <foreign lang="lat" rend="italic">sub</foreign>, come nè più nè meno il greco
          corrispondente <foreign lang="grc">ὑποπτεύω</foreign> ec. da <foreign lang="grc"
          >ὀπτεύω</foreign> (inusit.) <foreign lang="lat" rend="italic">specio, inspicio,
          inspecto</foreign> ec. <foreign lang="grc">ὑπόπτομαι</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">suspicor</foreign>. (30. Sett. 1823.). I quali vocaboli
          esprimono il guardar <emph>sott’occhio</emph> ec. che fa chi sospetta, il guardare con
          diffidenza ec. e tutta la forza e proprietà della metafora, e la ragione per cui <foreign
            lang="lat" rend="italic">spicio</foreign> in questi composti significa il sospettare, e
          la proprietà di tali voci ec. sta nella prepos. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sub</foreign>. (30. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dalle cose altrove dette (nel principio della <pb ed="aut" n="3559"/> teoria de’
          continuativi) intorno al verbo <emph>aspettare</emph> si può dedurre con verisimiglianza
          che nel volgare latino <foreign lang="lat" rend="italic">aspecto as</foreign> avesse il
          significato che ha oggi in italiano, come l’ebbe in lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >expecto</foreign>; massime considerando il corrispondente greco <foreign lang="grc"
            >προς-δοκάω</foreign> che letteralmente si renderebbe appunto <foreign lang="lat"
            rend="italic">ad-spectare</foreign>, e lo spagnolo <foreign lang="spa" rend="italic"
            >a-guardar</foreign> ec. <emph>Attendere</emph>
          <foreign lang="fre" rend="italic">attendre</foreign> per <emph>aspettare</emph>, è
          traslazione fatta appunto nello stesso modo, cioè dalla significazione di
          <emph>osservare</emph> a quella di <emph>aspettare</emph> (e notate anche in
            <emph>attendere</emph> la preposizione <emph>ad</emph> in conferma della sopraddetta
          congettura); siccome all’incontro può vedersi nel Forcell. un esempio di Tacito, dove
            <foreign lang="lat" rend="italic">aspectare</foreign> è preso per <foreign lang="lat"
            rend="italic">attendo is</foreign> (il che potrebbe anche in certo modo confermare la
          stessa congettura). I quali dati possono farci ancora congetturare che
          <emph>attendere</emph> nel significato d’<emph>aspettare</emph> ch’egli ha nelle due
          lingue figlie italiano e francese abbia la sua origine nel volgare latino ec. <bibl>V. il
              <author>Gloss.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">aspectare</foreign>,
              <emph>attendere</emph> ec.</bibl> se ha nulla. (30. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3401. La lingua francese quanto all’origine (non quanto all’indole, veggasi la p.
          2989. e altre) forma una famiglia colla greca, latina italiana spagnuola <pb ed="aut"
            n="3560"/> ma la letteratura francese appartiene ad un’altra famiglia, e le quattro
          letterature suddette formano una famiglia da se (aggiunta la portoghese ch’io comprendo ed
          intendo sotto la spagnuola). E questo non è contraddizione, come sarebbe, secondo i nostri
          principii, se la lingua francese appartenesse alla famiglia dell’altre quattro anche
          quanto all’indole. Laddove quanto all’indole, anche la lingua de’ moderni francesi
          appartiene a una famiglia diversa (ch’ella forma, si può dir, da se sola se non quanto
          ella, come la sua letteratura, ha corrotte e va corrompendo parecchie altre lingue, e
          letterature, e ad alcune che ancor non hanno carattere, come la russa, la svedese,
          olandese ec. ha impresso o imprime il suo, più o meno durevolmente ec.), e l’altre quattro
          suddette, formano una famiglia a parte. (30. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3557. fine. Del resto l’uso de’ nomi ordinali de’ numeri in vece de’ cardinali è
          anche comune in parte agl’italiani, sì nel discorso familiare (come l’anno mille, il
          reggimento quattro ec. ec.) sì nella scrittura anche elegante. V. fra gli altri lo Speroni
          nel Discorso o lettera del tempo del partorire delle Donne, che tiene il terzo luogo tra’
          suoi <bibl>
            <title>Dialoghi</title>, Ven. 1596. p. 49. lin. 16</bibl>. paragonata colle superiori,
            <bibl>p. 50. lin. 23. 24. p. 51. lin. 24. p. 52. lin. 1. 7. 9. 10. 18. 22. p. 56. lin.
            3. e altrove</bibl>. (30. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Francesismo ed italianismo (fors’anche spagnolismo) <pb ed="aut" n="3561"/> del genitivo
          plurale invece dell’accusativo del medesimo numero, appresso <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> l. 3. ed. Flor. ap. Iunt. 1576. p. 209</bibl>. mezzo, e veggasi
          quivi il commento di Pier Vettori. (30. Sett. 1823.). Noi ed i francesi usiamo il genit.
          plur. anche in vece del nominativo plurale. Anche in caso terzo ec. <emph>a di molti, con
            di molti</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">à des femmes</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3413. Infatti la scrittura dello Speroni è tutta sparsa e talor quasi tessuta,
          non pur di vocaboli, o d’usi metaforici ec. di parole, tutti propri di Dante e di
          Petrarca, ma di frasi intere e d’interi emistichi di questi poeti, dall’autore
          dissimulatamente appropriatisi e convertiti all’uso della sua prosa. Nè tali voci, frasi
          ec. riescono in lui punto poetiche, ma convenientissimamente prosaiche. Altrettanto fanno
          più o meno molti altri autori del cinquecento, massime i più eleganti, ma lo Speroni
          singolarmente. Or andate e ditemi che altrettanto potessero fare, non pur i prosatori
          greci con Omero, o altro lor poeta, ma i latini con Virgilio ec. benchè il latino non
          abbia <emph>linguaggio</emph> poetico distinto. Che vuol dir ciò dunque, se non che il
          linguaggio di Dante e Petrarca era poco o nulla distinto da quel della prosa? Onde i
          prosatori potevano farne lor pro, anche a sazietà, senza dar nel poetico. Le voci e frasi
          e significati più poetici ed eleganti di Petrarca Dante ec. tengono come un luogo di mezzo
          tra il prosaico e il poetico, onde in una prosa alta, com’è quella dello Speroni, ci
          stanno naturalissimamente. P. e. <emph>talento</emph> in quel significato <emph>Che la
            ragion sommettono al talento</emph>. Non si sa ben dire se sia più del verso che della
          prosa. Vedilo benissimo usato dallo <bibl>
            <author>Speroni</author> ne’ <title>Diall. Ven.</title> 1596. p. 69. fine</bibl>. Altri,
          e non pochi, prosatori del 500, siccome nel 300 il Boccaccio, davano nel poetico
          sconveniente <pb ed="aut" n="3562"/> alla prosa, adoperando a ribocco e senza giudizio le
          voci, le significazioni, le metafore, le frasi, gli ornamenti, l’epitetare ec. sì di Dante
          e Petrarca sì de’ poeti del 500. stesso. E ciò per la medesima ragione per cui i detti
          poeti adoperavano le frasi e voci ec. della prosa, come a pagg. 3414. segg. Ciò era perchè
          i termini fra il linguaggio della poesia e della prosa non erano ancora ben stabiliti
          nella nostra lingua. Onde come noi non avevamo ancora un linguaggio propriamente poetico
          bene stabilito e determinato, (p. 3414. 3416.), così nè anche un linguaggio prosaico.
          Nella stessa guisa (ma però molto meno) che i francesi non hanno quasi altra prosa che
          poetica, perchè appunto non hanno lingua propriamente poetica, distinta e determinata, e
          assegnata senza controversia alla poesia (veggansi le p. 3404-5. 3420-1. 3429. e il
          pensiero seguente). Nessun buon autore del seicento, del sette e dell’ottocento dà nel
          poetico come molti <emph>buoni e classici</emph> del 500 (non ostante nel 600 la gran
          peste dello stile derivata appunto dal cercare il florido, il sublime, il metaforico, lo
          straordinario modo di parlare e di esprimere checchessia, il fantastico, l’immaginoso,
          l’ingegnoso; e consistente in queste qualità ec. peste <pb ed="aut" n="3563"/> che nel 500
          ancor non regnava, eppur tanto regnava il florido e il poetico nella prosa, quanto non mai
          nelle buone e classiche prose del 600: segno che quel vizio nel 500. veniva da altra
          cagione, e ciò era quella che si è detta). Nessuno oggi (nè nei due ultimi secoli) per
          poco che abbia, non pur di giudizio, ma sol di pratica nelle buone lettere sarebbe capace
          di peccare, scrivendo in prosa, per poeticità di stile e linguaggio, altrettanto quanto
          nell’ottimo ed aureo secolo del 500. (mentre il nostro è ferreo) peccavano gli ottimi
          ingegni nelle classiche prose, sì nel linguaggio, sì nello stile, che quello si tira
          dietro (p. 3429. fine). E come ho detto a pagg. 3417-9. che il linguaggio propriamente
          poetico in Italia non fu pienamente determinato, stabilito, e distinto e separato dal
          prosaico, se non dopo il cinquecento, e massime in questo e nella fine dell’ultimo secolo;
          così si deve dire del linguaggio prosaico, quanto all’essere così esattamente determinato
          ch’ei non possa mai confondersi col poetico, nè dar nel poetico senza biasimo ec. Il che
          non ha potuto perfettamente essere finchè i termini fra questi due linguaggi non sono
          stati fermamente posti, e chiaramente precisamente <pb ed="aut" n="3564"/>
          incontrovertibilmente segnati, tirati, descritti. Onde il linguaggio perfettamente proprio
          e particolare della prosa, e il perfettamente proprio e particolare della poesia sono
          dovuti venire in essere a un medesimo tempo, e non prima l’uno che l’altro (o non prima
          esser perfetto ec. ec. l’uno che l’altro, e crescer del pari quanto alla loro prosaicità e
          poeticità); perchè ciascun de’ due è rispettivo all’altro ec. ec. (30. Sett. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2911. marg. La lingua ebraica è poetica ancor nella prosa, per quella sua estrema
          povertà, della quale altrove ho ragionato, mostrando come in ciascuna sua parola cento
          significati si debbano accozzare e si accozzino, conforme accadde a principio in
          ciascheduna lingua, finchè col variare o per inflessione, o per derivazione, o per
          composizione, o con altra modificazione le poche radici a seconda de’ loro vari
          significati, si venne d’una sola parola a farne moltissime, e di poche, infinite; per modo
          che ciascun significato de’ tanti che dapprima erano riuniti in un solo vocabolo, non per
          esser trasportato ad altra parola, ma come per suddivisione o emanazione o altra varia
          modificazione di <pb ed="aut" n="3565"/> quello stesso primo vocabolo, ebbe una parola per
          se, o con poca e discreta compagnia d’altri significati.</p>
        <p>Or dunque non potendo quasi la prosa ebraica usar parola che non formicolasse di
          significazioni, essa doveva necessariamente riuscir poetica e per la moltiplicità delle
          idee che doveva risvegliare ciascuna parola, (cosa poetichissima, come altrove ho detto);e
          perchè essa parola non poteva dare ad intendere il concetto del prosatore se non in modo
          vago e indeterminato e generale come si fa nella poesia; e perchè quasi tutte le cose,
          eccetto pochissime si dovevano esprimere con voci improprie e traslate (ch’è il modo
          poetico); cosa che in tutte le lingue intravviene, rigorosamente parlando, ma non si
          sente, se non alcune volte, la traslazione, perchè l’uso l’ha trasformata, quasi o del
          tutto, in proprietà; laddove ciò non poteva aver fatto nella lingua ebraica, la qual se
          toglieva a una parola il significato proprio in modo che il traslato divenisse padrone e
          paresse proprio esso, al vero proprio che cosa poteva restare in tanta povertà? <pb
            ed="aut" n="3566"/> sentivasi dunque sempre, anche nella prosa ebraica, la traslazione,
          perchè la voce, insieme co’ sensi traslati, riteneva il proprio. Tale pertanto essendo la
          lingua destinata alla prosa, necessariamente anche lo stile del prosatore doveva esser
          poetico, siccome per la contraria ragione i primitivi poeti latini italiani ec. non
          trovando nella lingua voci poetiche, furono necessitati a tenersi in uno stile che avesse
          del familiare, come altrove ho detto.</p>
        <p>La prosa ebraica era dunque poetica per difetto e mancamento, e perchè la lingua
          scarseggiava di voci. Non così la prosa francese, la qual è per lo più poetica, mentre la
          lingua abbonda di voci, come ho detto altrove. Ma essa prosa è poetica perchè la lingua
          francese scarseggia, e si può dir, manca di voci poetiche, cioè di voci antiche ed
          eleganti propriamente, cioè peregrine ec. E vedi il pensiero antecedente con quello a cui
          esso si riferisce. Le voci ebraiche sono tutte poetiche non appostatamente, nè perchè
          usate da’ poeti, nè perchè fatte ad esser poetiche e destinate all’uso della poesia, nè
          perchè peregrine o per antichità, o per <pb ed="aut" n="3567"/> traslazione ec. ma per
          causa materiale ed estrinseca, e semplicemente perchè son poche. E la lingua ebraica è
          tutta poetica materialmente, cioè semplicemente perciocch’è povera. E lo stile e la prosa
          ebraica sono poetiche stante la semplice povertà della lingua. Qualità comune a tutte le
          lingue ne’ loro principii, insieme colla conseguenza di tal qualità, cioè insieme
          coll’esser poetiche. Non intendo però di escludere le altre ragioni non materiali che
          certo anch’esse grandemente contribuirono a render poetica la lingua, stile e prosa
          ebraica, cioè l’orientalismo e la somma antichità, del che vedi la pag. 3543. E questa
          seconda condizione influisce altresì grandemente e produce l’effetto medesimo in
          ciascun’altra lingua ne’ di lei principii, in ciascuna lingua che conserva il suo stato
          primitivo, in ciascun’altra lingua antichissima ec. Del resto la somma forza e il sommo
          ardire che si ammira nelle espressioni della Bibbia, e che si dà per un segno di divinità,
          (veggasi la p. citata qui sopra) non proviene in gran parte d’altronde che da vera
          impotenza e necessità, cioè da estrema povertà che obbliga a <pb ed="aut" n="3568"/> un
          estremo ardire nelle traslazioni e in qualsivoglia applicazione di significati, a tirar le
          metafore di lontanissimo ec. (1 Ottobre, giorno in cui s’intese la creazione del nuovo
          Papa. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della corruzione, degenerazione, snaturamento, deterioramento ec. delle generazioni degli
          uomini civili, e degli animali dagli uomini dimesticati, cioè alterati, snaturati e
          corrotti, in quanto tal deterioramento viene da cause fisiche, e in quanto la civiltà
          dell’uomo ec. opera fisicamente sulla generazione, è da esser veduto il Discorso o Lettera
          del tempo del partorire delle donne di Sperone Speroni, che tiene il 3.<hi rend="apice"
          >o</hi>. luogo tra’ suoi Dialoghi, Venez. 1596. p. 53-54. principio. (1. Ottobre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Δῆλον δ' ὡς καρτεροῦσι πολλὴν κακοπάθειαν οἱ πολλοὶ τῶν ἀνθρώπων
              γλιχόμενοι τοῦ ζῆν, ὡς ἐνούσης τινὸς εὐημερίας</foreign> (<foreign lang="lat"
              rend="italic">prosperitatis. Victorius</foreign>) <foreign lang="grc">ἐν αὐτῷ καὶ
              γλυκύτητος φυσικῆς</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> l. 3. ed. Flor. Iunt. 1576. p. 211</bibl>. (1. Ottobre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A ciò che ho detto del nostro <emph>usare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >usar</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">user</foreign> continuativo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">utor-usus</foreign>, aggiungi <pb ed="aut" n="3569"/> il nostro
            <emph>abusare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">abusar</foreign>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">abuser</foreign>, continuativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">abutor abusus</foreign>, e v. il Gloss. se ha nulla. Oltre <emph>disusare,
            ausare</emph> o <emph>adusare</emph> ec. (1. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Cuso as</foreign> continuativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">cudo-cusus</foreign>. <bibl>V. il <author>Forcell.</author>
          </bibl> e le cose da me dette in proposito di <foreign lang="lat" rend="italic">accuso,
            excuso, recuso, incuso</foreign> e simili. (1. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Curtare</foreign> (<foreign lang="spa" rend="italic"
            >cortar</foreign> spagn. <emph>accortare</emph>, <emph>scortare</emph>
          coll’<emph>o</emph> stretto, <emph>accorciare</emph> ec. ital. <foreign lang="fre"
            rend="italic">accourcir</foreign> ec. franc.) viene da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >curtus</foreign>. Così <emph>decurtare</emph> ec. Ma <foreign lang="lat" rend="italic"
            >curtus</foreign> che cos’è? forse un semplice aggettivo? Signor no, ma egli è senza
          fallo originariamente un participio (come insinua anche la sua forma materiale e il modo
          della sua significazione e del suo uso assolutamente e generalmente considerato) di un
          verbo di cui <foreign lang="lat" rend="italic">curtare</foreign> è continuativo. E questo
          verbo perduto era un <foreign lang="lat" rend="italic">curo</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">cero</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ciro</foreign> o simile da <foreign lang="grc">κουρεύω</foreign> o da <foreign lang="grc"
            >κείρω</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">tondeo, scindo, abscindo</foreign>.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Curtare</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">tondere</foreign> vedilo nell’ultimo esempio del Forcellini; il qual luogo
          non sarebbe stato tentato dai critici, o forse guasto dagli amanuensi se avessero saputo e
          considerato questa certissima etimologia e formazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >curtare</foreign> che, secondo le norme della nostra teoria de’ continuativi, qui
          dichiariamo. La qual etimologia indica ancora il proprio significato di <foreign
            lang="lat" rend="italic">curtare</foreign>
          <pb ed="aut" n="3570"/> ch’è appunto <foreign lang="lat" rend="italic">tondere</foreign>,
          creduto finora al più metaforico, e il proprio significato di <foreign lang="lat"
            rend="italic">curtus</foreign> che è <foreign lang="lat" rend="italic">tonsus</foreign>.
          Questo verbo originario di <foreign lang="lat" rend="italic">curtare</foreign>, e affatto
          conforme a un verbo greco della stessa significazione è da riporsi insieme con quelli che
          abbiamo dimostrato per mezzo di <foreign lang="lat" rend="italic">gustare,
          potare</foreign> e s’altri tali n’abbiamo accennati, conformi ai greci <foreign lang="grc"
            >πόω γεύω</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="grc">γεύω</foreign> propriam. è <foreign lang="lat" rend="italic"
                >gustare facio</foreign>. Trovasi però in Erodoto p. <foreign lang="lat"
                rend="italic">gusto</foreign> ch’è (o dicesi da’ Lessicografi) il proprio di
                <foreign lang="grc">γεύομαι</foreign>. Così <foreign lang="grc">ἵζω</foreign> e
                <foreign lang="grc">ἱζάνω</foreign> co’ composti loro, che propriam. sono attivi, e
              valgono <foreign lang="lat" rend="italic">sedere facio</foreign> ec. s’usano a ogni
              tratto in senso neutro, p. <foreign lang="lat" rend="italic">sedere</foreign> ec. che
              è il proprio de’ loro passivi. E così, credo, avviene in altri tali verbi. Onde
                <foreign lang="lat" rend="italic">guo</foreign> in lat. potè ben essere propriam.
                <foreign lang="lat" rend="italic">gusto</foreign> neut.</p>
          </note> che altrettanto vagliono quanto essi verbi ignoti, e quanto i loro noti
          continuativi, non altrimenti che <foreign lang="grc">κείρω</foreign> vaglia il medesimo
          che <foreign lang="lat" rend="italic">curto</foreign>. E il discorso e le ragioni addotte
          per li suddetti verbi, si ripetano in proposito di questo. La forma di questo verbo doveva
          essere, s’io non m’inganno, e s’è lecito il congetturare, <foreign lang="lat"
            rend="italic">curo is, curti, curtum</foreign>, ovvero <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cureo es ui tum</foreign>, ovvero anche <foreign lang="lat" rend="italic">curo as curui
            curtum</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">neco as ui ctum, seco as ui
            ctum, eneco as ui ctum, reseco</foreign> ec. i quali supini sembrano contratti da
            <foreign lang="lat" rend="italic">necitum, secitum</foreign> (non già <foreign
            lang="lat" rend="italic">necatum, secatum</foreign>), fatti alla forma di <foreign
            lang="lat" rend="italic">domitum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">domo as
            ui, cubitum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">cubo as ui</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere la p. 2814-5. e 3715-7.</p>
          </note> ec. Onde il primitivo e intero sarebbe <foreign lang="lat" rend="italic">curitum,
            curitus</foreign> p. <foreign lang="lat" rend="italic">curtus</foreign>. (1. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Risito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >rideo-risus</foreign>. (1. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3571"/> Alla p. 3542. A questo discorso appartengono oltre i verbi in
            <emph>uare</emph>, e i nomi in <emph>uosus</emph>, anche i nomi in <emph>ualis</emph>
          che son sempre fatti da’ nomi della quarta o da’ nomi in uus ec. ec. altrimenti tali nomi
          fanno <emph>alis</emph> semplicemente<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Manuarius, Manuatus sum</foreign> (da <foreign
                lang="lat" rend="italic">manuo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
              >manuor</foreign>), Mortualia, Mortuarius, Mortuosus, Flexuosus, Flexuose. Portuosus,
              saltuosus, flatuoso.</p>
          </note>. Come <foreign lang="lat" rend="italic">ritualis, manualis, tonitrualis</foreign>
          ec. ec. da <foreign lang="lat" rend="italic">ritus us</foreign> ec..E così appartengono a
          questo discorso gli altri o nomi aggettivi o sustantivi, o avverbi, o voci qualunque
          derivative, che hanno l’<emph>u</emph> davanti alla desinenza propria della loro specie
          particolare, qualunque sia e la desinenza e la specie ec. (1. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3541. Il primitivo e proprio significato di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >spes</foreign> non fu già lo <emph>sperare</emph> ma l’<emph>aspettare</emph>
          indeterminatamente al bene o al male. V. Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">Spes,
            Spero</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">insperatus</foreign> ec. Sveton.
          in Iul. Caes. c. 60. par. 1. e quivi il Pitisco, i greci in <foreign lang="grc">Ἐλπὶς,
            ἐλπίζω</foreign> ec. gli spagn. in <foreign lang="spa" rend="italic">esperar,
          inesperado</foreign> ec. ec. gl’it. in <emph>speranza, sperare</emph> ec.
          <emph>insperato</emph> ec. (oggi nel discorso civile non mai, nella scrittura di rado, nel
          volgare e plebeo discorso conservatore perpetuo dell’antichità spessissimo e più
          frequentemente ancora che nelle nostre antiche scritture, si usa <emph>speranza,
          sperare</emph> ec. p. <emph>aspettare</emph> semplicemente<note resp="aut" n="c"
            place="foot">
            <p>Anche ne’ nostri antichi scrittori questo uso di <emph>sperare</emph> ec. non sembra
              esser che volgare.</p>
          </note> e anche per l’<emph>aspettativa</emph> determinata al male, ossia il
          <emph>timore</emph>, ma in tal caso non <pb ed="aut" n="3572"/> s’usa cred’io che
          negativamente, oppure non vuole indicar propriamente il timore, ma solo l’aspettativa del
          male, benchè questo naturalmente sia temibile: come in un autore spagnuolo, <foreign
            lang="spa" rend="italic">estavan esperando la muerte</foreign>, non vuol dir che la
          temessero, benchè certo la temevano, ma e’ vuol dir solo che s’aspettavano di dover
          morire, ed <foreign lang="spa" rend="italic">esperar</foreign> ha riguardo alla semplice
          opinione e giudizio del futuro, non al piacere o dispiacere che da tal giudizio e opinione
          ci deriva, e al male o bene che dal futuro ci verrà o si aspetta, ed al desiderio o
          nondesiderio e avversazione del medesimo ec. al che ha pur riguardo la voce
          <emph>timore</emph> ec. e la voce <emph>speranza</emph> ec. nel nostro senso, che vale
            <emph>aspettativa con piacere, con desiderio</emph> ec. ec.<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Altrettanto dicasi del greco, lat. spagn. franc. antico nelle quali lingue altresì
                <emph>sperare</emph> ec. non istà mai propriam. per <emph>temere</emph>, come
              dicono, ancorchè sia detto di male, ma solo p. <emph>aspettare</emph>. <bibl>V.
                  <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Spero</foreign>
              </bibl>.</p>
          </note>) Richelet in <foreign lang="fre" rend="italic">espérer</foreign> ec. Il detto
          significato ch’è certamente il primitivo e proprio di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >spes</foreign> (e non quello che le dà il Forcellini) rende più probabile che <foreign
            lang="lat" rend="italic">spes</foreign> sia voce delle primitive, perocchè
            <emph>l’aspettare, l’aspettativa</emph> è un’idea che dovette esser tra le prime
          dinominate, e innanzi allo sperare ec. ch’è una specie dell’aspettare, e un’idea troppo
          sottile e metafisica ec. ec. (1. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3077. È da notare che gli argomenti ch’io traggo da tali participii spagnuoli a
          dimostrare <pb ed="aut" n="3573"/> gli antichi participii latini regolari ec. (e così
          sempre che dallo spagnuolo io argomento all’antico latino, al volgare ec.), sono tanto più
          valevoli, quanto siccome la lingua francese è nell’estrinseco e nell’intrinseco, fra tutte
          le figlie della latina, la più remota e alterata dalla lingua madre (secondo ho detto
          altrove), così la spagnuola è nell’estrinseco la più vicina<note resp="aut" n="b"
            place="foot">
            <p>V. p. 3818.</p>
          </note>, mentre però nell’intrinseco lo è la italiana, come altrove ho distinto. Ma
          dell’intrinseco poco ha che fare il nostro discorso. La lingua spagnuola che per la forma
          esteriore delle parole ha più di tutte le sue sorelle ereditato dalla latina, e che più di
          tutte le lingue, a sentirla leggere o a vederla scritta, rappresenta l’esterna faccia e il
          suono della latina e può con essa esser confusa; dev’esser considerata come speciale e
          principale conservatrice dell’antichità, della latinità, del volgar latino ec. quanto alla
          material forma delle parole e alla proprietà delle loro inflessioni ec. che è quello che
          ora c’importa. La qual conformità particolare col latino si può notar nello spagnuolo da
          per tutto, ma nominatamente e singolarmente <pb ed="aut" n="3574"/> e forse più
          ch’altrove, nelle coniugazioni de’ verbi, il che fa appunto al nostro caso. <foreign
            lang="lat">
            <hi rend="sc">amo, amas, ama</hi>t, <hi rend="sc">amamus</hi>
          </foreign> (lo spagnuolo muta l’<emph>u</emph> in <emph>o</emph>, e questa è la sola
            <emph>mutazione</emph> in tutto questo tempo), <foreign lang="lat">
            <hi rend="sc">ama</hi>t<hi rend="sc">is, aman</hi>t</foreign>. Leggansi le sole
          maiuscole, e s’avrà la coniugazione spagnuola. La quale in questo tempo è tutta latina,
          salvo l’omissione del <emph>t</emph> in tre soli luoghi<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>È naturale agli organi degli spagn. di non amare la pronunzia del <emph>t</emph>,
              onde nelle voci venute dal lat. spessissimo lo mutano in <emph>d</emph> ch’è più dolce
              (come fanno anche gl’italiani in alcuni luoghi intorno alle voci italiane),
              spessissimo lo tralasciano, come in questo nostro caso fanno, in parte anche gl’ital.
              e i franc.</p>
          </note>, e la mutazione dell’<emph>u</emph> in <emph>o</emph> in un luogo, mutazione pur
          tutta latina (<foreign lang="lat" rend="italic">vulgus-volgus</foreign> ec. ec. ec.) e
          propria senz’alcun dubbio, anche in questo caso, o di tutto l’antico volgo che parlò
          latino, o di molte parti e dialetti di esso. Infatti tal mutazione non solo è propria e
          dell’italiano e del francese in questo medesimo caso sempre, ma ordinarissima e quasi
          perpetua (massime nell’italiano) in quasi tutti o nella più parte degli altri casi, sì
          nelle desinenze, sì nel mezzo delle parole o nel principio. <foreign lang="lat"
            >V-u-lg-u-s</foreign>-V-o-lg-o<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Sicchè <foreign lang="lat" rend="italic">amamos</foreign> p. <foreign lang="lat"
                rend="italic">amamus</foreign> non si dee neppure chiamar mutazione quanto allo
              spagnuolo, non essendo stata fatta da esso ma nel latino medesimo, anzi non essendo
              stata neppur in latino altro che un accidente, una qualità, una maniera di pronunzia.
              Insomma <foreign lang="lat" rend="italic">amamos</foreign> è latino; e lo spagn. in
              questa voce è puro (ed antico non men che moderno) latino conservato nel lat. volgare.
              ec.</p>
          </note>. La congiugazione italiana è ben più mutata, e molto più dell’italiana la
          francese. Basta a noi che le regole e le inflessioni della coniugazione latina sieno
          specialmente conservate nella spagnuola, ancorchè gli elementi del verbo che non toccano
          l’inflessione <pb ed="aut" n="3575"/> e la regola della coniugazione sieno alterati, o
          soppressi ec. Come <foreign lang="spa" rend="italic">leo</foreign> è mutato da <foreign
            lang="lat" rend="italic">lego</foreign>. Ma la coniugazione di quello essendo
          similissima alla coniugazione di questo, l’omissione del <emph>g</emph>, in cui consiste
          l’alterazione di quello, non indebolisce punto l’argomento che dal suo participio <foreign
            lang="spa" rend="italic">leido</foreign> si cava a dimostrare il latino corrispondente
            <foreign lang="lat" rend="italic">legitus</foreign>. E così discorrete degli altri casi
          e argomenti, o sieno dintorno a’ participii, o a checchessia ch’appartenga alle forme
          generali della congiugazione od’altro ec.</p>
        <p>È da notare che la suddetta specialissima conformità colla lingua latina, nella quale
          conformità la spagnuola vince tutte l’altre, fu da questa ed è propriamente
            conservata<note resp="aut" n="c" place="foot">
            <p>V. p. 3638.</p>
          </note>; e che avvenga che la conformità dell’intrinseco sia di molto maggior peso che non
          l’estrinseca, nondimeno se la lingua italiana nella conformità col carattere della latina,
          vince la spagnuola e con essa tutte l’altre moderne, questa conformità non si può dir
          propriamente da lei conservata, ma riacquistata, e non rimastagli naturalmente e
          spontaneamente da se, ma restituitagli con arte, dopo già perduta. Perocch’ella fu in
          grandissima <pb ed="aut" n="3576"/> parte opera de’ nostri letterati che la lingua
          italiana modellarono sulla latina. E così accade generalmente che il carattere di ciascuna
          lingua è formato e determinato dalla sua letteratura. (Ben è vero che il carattere di
          questa corrisponde al carattere nazionale, e ch’ella non potrebbe già andar contra la
          natura e l’inclinazione della lingua, o ciò facendo, non riuscirebbe, o malissimi effetti
          partorirebbe e poco durevoli). Ma l’estrinseca forma non si conserva se non se
          naturalmente, e perduta che fosse, quasi impossibile sarebbe il ricuperarla (siccome la
          forma intrinseca di nostra lingua, o s’attribuisca alla letteratura o a che che si voglia,
          dovrà sempre dirsi, non propriamente conservata, ma ricuperata). Laonde si può dire
          veramente che, quanto è alla natura e al popolo, la latinità si è meglio e in maggior
          parte e più propriamente conservata e conservasi in Ispagna che in alcun’altra parte del
          mondo. (Per lo meno quanto alle voci e alle norme e regole delle loro inflessioni e
          modificazioni, perchè quanto alle frasi, anche senza uscir del popolo, pare che la
          latinità rimanga e siasi sempre conservata ben più in Italia, com’è <pb ed="aut" n="3577"
          /> di ragione, che altrove, dove forse, parlando di locuzioni popolari, neppur
          s’introdusse mai quel che tra noi si conserva ancora, o se n’introdusse assai meno, o con
          differenze nate dalle lingue indigene e dalle diversità de’ climi e dall’altre
          circostanze. Or quel che mai non fu introdotto, o che fu diverso nell’introdursi, non
          potea conservarsi).</p>
        <p>Questa mirabile e così lunga conservazione di sì speciale conformità col latino nella
          lingua spagnuola, conformità che passa quella conservata nella stessa sede dell’antico
          latino, cioè in Italia, dee riconoscersi dalle stesse circostanze che rendono e sempre
          resero gli spagnuoli, o loro permisero e permettono di essere così tenaci de’ loro
          istituti, costumi, opinioni, religione ec.; così stazionari nel loro carattere, nel grado
          della loro civiltà; così lenti ne’ loro progressi sociali ec. tanto che oggidì, dopo il
          rapido corso incominciato e tenuto dalle altre nazioni nell’ultimo secolo, la Spagna, a
          paragone del resto d’Europa, viene ad aver più del barbaro che del civile: (onde è famoso
          il detto, mi pare, di Mons. de Pradt, che la Spagna appartenendo all’Africa, per <pb
            ed="aut" n="3578"/> isbaglio geografico si fa parte d’Europa). La stessa gravità e
          posatezza delle maniere negl’individui spagnuoli, la lunghezza delle lor cerimonie, de’
          loro preparativi alle operazioni manco importanti, e cose simili, sono indizio della
          stabilità del carattere, costumi e opinioni nazionali; perchè generalmente, come tutte le
          cose in natura osservano la legge dell’analogia, gl’individui delle nazioni lente ne
          progressi sociali, letterarii e simili, e tenaci del loro essere, sono tardi nell’operare
          e di carattere riposato, e dove gl’individui son tali, tale è la nazione, e per lo
          contrario nel caso opposto. E così discorrasi di ciascun’altra qualità nazionale, che suol
          generalmente trovarsi ritratta e quasi compendiata negl’individui.</p>
        <p>Or tornando al proposito, le dette circostanze si possono dividere in geografiche,
          naturali e storiche. Se guardiamo alle prime, il sito della Spagna ch’è in uno estremo
          d’Europa, facendola poco frequentata dagli stranieri, rende la nazione poco soggetta a
          variarsi. Le seconde sono il clima, e il carattere nazionale in quanto alla parte fisica.
          Questo negli spagnuoli è pigro e molle <pb ed="aut" n="3579"/> e vago del riposare e dello
          stare più che dell’azione e del movimento, o certo capace di contentarsi facilmente del
          riposo, per poco che l’operare gli sia impedito o reso difficile. Così suole ne’ climi
          caldi e felici. <quote>
            <emph>La terra molle e lieta e dilettosa Simili a se gli abitator produce</emph>
          </quote> (<bibl>
            <author>Tasso</author>
            <title>Gerus.</title>
            <hi rend="sc">i</hi>. 62.</bibl>) Le circostanze istoriche corrispondono alle suddette,
          e da esse sono influite e modificate ordinariamente, onde sono piuttosto da considerar
          com’effetti che come cagioni. Pur non lasciano talvolta di esser eziandio cagioni.
          Considerandole rispetto alla Spagna, le troveremo essere or l’uno or l’altro, onde
          talvolta le troveremo come sorelle di quell’effetto di cui cerchiamo l’origine (dico della
          singolare conservazione della latinità), talvolta come madri.</p>
        <p>Nella generale inondazione di barbari che infestò le contrade culte di Europa, la Spagna
          non ebbe (credo) che i Vandali, (o gli Ostrogoti) ec. i quali anche poco vi si mantennero;
          certo assai meno che in Italia non fecero i Goti, i Longobardi e i tanti e sì varii popoli
          che la travagliarono e vi fondarono e tennero regni ec. <pb ed="aut" n="3580"/> La Spagna
          ebbe lunghissimo tempo i mori, e questi, potenti e regnanti. Ma che, non le religioni, non
          le lingue, non i costumi, non il sangue di questi conquistatori stranieri e degl’indigeni
          e in gran parte sudditi, si mescolarono insieme mai. Due sangui, due religioni, due
          lingue, due maniere di vita, in somma due nazioni diversissime, contrarie, nemiche,
          perseverarono sempre in Ispagna, e sempre divise e ben distinte l’una dall’altra, benchè
          sempre l’una accanto all’altra, e materialmente confuse insieme, e sugli occhi l’una
          dell’altra. Nè il maomettano riconobbe mai Cristo, nè il Cristiano Maometto, nè l’arabo
          lasciò la sua lingua per la spagnuola, nè lo spagnuolo succhiò mai col latte altra lingua
          che l’indigena. Cosa mirabile e che non ha, credo, altro esempio oltre di questo, se non
          quello de’ greci e de’ turchi, il quale ancor dura, e che altrove ho considerato parlando
          della singolare tenacità de’ greci rispetto ai loro costumi, pratiche ec. come alla
          lingua. Tenacità in cui i greci non hanno forse pari altra nazione che la spagnuola, nè la
          spagnuola forse altra che la greca. E ben corrisponde la parità o somiglianza <pb ed="aut"
            n="3581"/> dei climi e delle qualità del cielo e del suolo in ambo i paesi. E
          corrisponde eziandio la qualità degli stranieri, ambo arabi, non di origine, ma di lingua
          (se non m’inganno), ed ambo maomettani di religione; i mori di Spagna e i turchi. Con
          questa differenza però a favor della Spagna, che laddove i turchi barbari e ignorantissimi
          vennero in un paese civile e dotto, e barbari regnano sopra una gente per lor cagione
          imbarbarita, e non più coltivata; i mori non barbari vennero in un paese già rozzo, e
          quasi civili regnarono in un paese molto men civile di loro. Ebbero i mori in Ispagna
          un’estesissima letteratura, e piene sono le biblioteche spagnuole e straniere delle loro
          opere (alcune, come quelle di Averroe, note per traduzioni e celebri in tutta Europa). Nè
          per tanto poterono essi introdurre nè lasciare la loro letteratura (ch’era pur l’unica a
          que’ tempi in Europa) tra gli spagnuoli che niuna ne avevano; nè la loro civiltà (altresì
          unica); nè col mezzo ed aiuto di questa e della letteratura, la loro lingua; nè poteron
          fare che nella Spagna mezza coperta e dominata da stranieri di diversissimo linguaggio e
          costume, <pb ed="aut" n="3582"/> e questi civili e letterati, e ciò per lunghissimo tempo,
          non si conservasse la lingua indigena, quanto è al popolo, assai meglio che nelle altre
          nazioni partecipi della stessa lingua, le quali non ebbero mai stranieri nè civili nè
          letterati, e quei barbari che ebbero, o gli ebbero per molto minore spazio di tempo, o ben
          tosto naturalizzati di costumi, di religione ec.</p>
        <p>Al contrario della Spagna, e della Grecia, i franchi nelle Gallie mescolarono ben tosto
          coi nazionali ogni cosa; genere, sangue, nozze, costumi, lingua, fede, mutando i vincitori
          barbari tutte le lor qualità e il lor carattere istesso in quello de’ vinti civili. Così
          proporzionatamente in Italia i goti, i Longobardi ec. Or questa mescolanza appunto nocque
          alla conservazione delle qualità indigene in questi due paesi, e nominatamente a quella
          della lingua, della qual discorriamo. I franchi non poterono divenir Galli, nè i goti ec.
          italiani, senza che i Galli divenissero in molte parti Franchi, (come appunto poi sempre
          si chiamarono e chiamano), e gl’italiani goti.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3583"/> Finalmente la Spagna non mai intieramente soggettata e
          signoreggiata da’ mori (a differenza della Grecia) estirpò e scacciò affatto gli stranieri
          dal suo seno. E non solo gli stranieri, ma con essi la lor fede, lingua, letteratura,
          costumi e tutto. E non solo tutto questo, ma eziandio il sangue e il genere straniero, che
          non mai potutosi mescolare col nazionale, tutto intero quasi, fu finalmente rigettato
          fuori dalla nazione, restando questa così puramente spagnuola di sangue (parlando senza
          guardare alle minuzie) come l’olio resta puro quando si separa da qualche liquore a cui
          non siasi mai punto commisto. (E voglia Dio che anche in quest’ultima parte la storia de’
          greci rispetto a’ maomettani sia conforme a quella degli spagnuoli, com’ella è nel resto,
          e come i greci oggi proccurano).</p>
        <p>Laddove nella Gallia i Franchi sempre regnarono, e spento il nome stesso de’ nazionali, e
          mutatolo nel loro proprio, e confusi intieramente con essi, ancora regnano, sicchè, quanto
          al sangue, non si può dir se quella nazione sia piuttosto Gallese o Franca, quanto alla
          religione è Gallese, quanto ai <pb ed="aut" n="3584"/> costumi e alla lingua è parte
          Gallese (cioè latina) parte franca, benchè l’indigeno prevalga, ma non quanto in Ispagna.
          Similmente discorrete dell’Italia.</p>
        <p>Della storia moderna di Spagna, della sua tenacissima fede e superstizione, onde quanto
          alla religione ella è ancora, si può dire, oggidì nè più nè meno qual fu quando scacciò i
          mori, e qual fu prima de’ mori e dello stesso Maometto, e qual fu la Cristianità
          generalmente ne’ bassi tempi, a differenza di tutte l’altre moderne nazioni cristiane, e
          anche non cristiane; della mirabile antichità, per così dir, di carattere da lei mostrata
          negli ultimi tempi, non accade parlare, essendo cose assai note. E veggansi le pagg.
          3394-6. (1-2. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Glisser</foreign>– <foreign lang="grc">γλίσχρος</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">lubricus</foreign>. (3. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3544. Di <foreign lang="lat" rend="italic">unus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">primus</foreign> ve n’ha un solo esempio nel Forcell. ed è l’ottavo da lui
          portato alla voce <foreign lang="lat" rend="italic">Unus</foreign>, preso da Cic. de
          Senect. c. 5. ma il Forcellini non vi nota il significato di <foreign lang="lat"
            rend="italic">primus</foreign>. Puoi vederlo ancora in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >duo, tres</foreign> ec. se avesse nulla in proposito. (3. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Assulito</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >assulto</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">assilio. Resilito</foreign>
          <pb ed="aut" n="3585"/> per <foreign lang="lat" rend="italic">resulto</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">resilio</foreign>. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> Ambedue queste voci sono bonissime, e dimostrano l’antico e vero ed intero
          participio di <foreign lang="lat" rend="italic">salio</foreign>, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">salitus</foreign> (<emph>salito</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
            >salido</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">sailli</foreign>), poi contratto in
            <foreign lang="lat" rend="italic">saltus</foreign> (o sup. <foreign lang="lat"
            rend="italic">saltum</foreign>). E confermano le mie osservazioni e opinioni sopra le
          primitive, regolari ed intere forme de’ participii o supini. Se avessero potuto
          considerare queste opinioni, e se avessero bene osservato che i continuativi e i
          frequentativi in <emph>ito</emph> si formano da’ participii o supini, i Critici non si
          sarebbero maravigliati dei suddetti due verbi, nè gli avrebbero tentati con diverse
          lezioni, e fors’anche scacciati assolutamente da’ testi ov’essi si trovano (de’ quali
          bisogna vedere l’ultime edizioni). (3. Ott. 1823.). V. p. 3845.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2821. Che tutto ciò sia vero, e della derivazione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">confutare</foreign> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fundo</foreign>, e del participio <foreign lang="lat" rend="italic">futus</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">fusus</foreign> ec. osservisi il nostro rifiutare,
          ossia il latino <foreign lang="lat" rend="italic">refutare</foreign> (che significa
          sovente lo stesso), dirsi nel francese, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >refuser</foreign> e nello spagnuolo, <foreign lang="spa" rend="italic">refusar</foreign>
          o <foreign lang="spa" rend="italic">rehusar</foreign>, come da <foreign lang="lat"
            rend="italic">refusus</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic">fusus</foreign>,
          noti participii di <foreign lang="lat" rend="italic">fundo</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">refundo</foreign>. Eppur tanto sono i verbi francese e spagnuolo quanto
          l’italiano e il latino. I francesi hanno anche <foreign lang="fre" rend="italic">réfuter</foreign>
          <pb ed="aut" n="3586"/> in altro senso, (ch’è il proprio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">refuto</foreign> e il più frequente) ma questo è certamente molto meno
          volgare e più moderno (benchè non moderno) di <foreign lang="fre" rend="italic"
          >refuser</foreign>, e non conservato ma ricuperato per mezzo degli scrittori ec. non del
          popolo, e non continuatamente pervenuto dalla lingua latina nella francese.</p>
        <p>Al qual proposito, parlando delle lingue moderne figlie, rispetto alla lingua madre, e
          volendo argomentare da questa a quelle, o viceversa, o tra loro ec. in materia di
          antichità ec. bisogna nelle lingue moderne molto accuratamente distinguere tra voci e
          frasi latine conservate, e voci e frasi ricuperate, per mezzo della letteratura,
          filosofia, politica, giurisprudenza, diplomatica ec. ec. che sono infinite, e possono
          anche essere molto antiche; ma da queste alle latine sarà sempre o nullo o debolissimo
          l’argomento, per chi pretenda investigarvi le antichità della lingua ec. Al contrario
          nelle voci e frasi conservate cioè trasmesse per continua e perpetua successione
          dall’antico e talora dall’antichissimo e primitivo latino fino alle lingue moderne per
          mezzo del latino volgare. V. p. 3637. Simile distinzione è quella che convien fare nella
          lingua <pb ed="aut" n="3587"/> latina rispetto alle voci greche, cioè tra quelle
          introdotte dagli scrittori ec. e quelle antiche e veramente popolari ec. Così nell’inglese
          rispetto alle voci francesi ec. (3. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diciamo volgarmente e con eleganza scriviamo, <emph>senz’altro pensare, senz’altro dire o
            fare, senz’altro preparativo, senz’altra cura senz’altro curarsene</emph> e simili, per
            <emph>senza nulla pensare, senza niun preparativo, niuna cura</emph> ec. Nelle quali
          frasi la voce <emph>altro</emph> ridonda, e s’usa per pleonasmo, venendo in somma quelle
          locuzioni a dire <emph>senza pensare</emph> (anche il <emph>nulla</emph> è inutile qui,
          perchè il <emph>senza</emph> privativo, unito a <emph>pensare</emph>, comprende il detto
          vocabolo, giacchè chi <emph>non pensa, nulla pensa</emph>), <emph>senza preparativo,
          cura</emph>, (e qui pure sarebbe pleonastico il <emph>niuno</emph>, sebben s’usa, come il
            <emph>nulla</emph> nel caso sopraddetto) <emph>senza curarsene</emph> ec. Veggasi lo
          Speroni, solertissimo raccoglitore, e larghissimo spenditore delle più fine e più varie e
          moltiplici eleganze di nostra lingua; nel Discorso o lettera Del tempo del partorire delle
          donne, che tiene il terzo luogo <pb ed="aut" n="3588"/> fra’ suoi <bibl>
            <title>Dialoghi Ven.</title> 1596. p. 53. lin. penultima</bibl>. Or confrontisi questo
          mero idiotismo italiano, e proprio tutto della lingua, e perciò elegante collo stessissimo
          idiotismo usitato nella lingua greca ed attica da’ più eleganti e studiati scrittori.
            <bibl>V. <author>Creuzer</author>
            <title lang="lat">Meletemata ex disciplina antiquitatis</title>, par. 1. Lips. 1817. p.
            86. not. 62.</bibl> e <bibl>
            <author>Platone</author> nel <title>Convito</title> ed. Astii Lips. 1819. sqq. t. 3. p.
            472. B. v. 1. e p. 532. v. 7</bibl>. Ai quali esempi è anche più conforme quello del
          Petrarca recato dalla Crusca alla voce <emph>Altro</emph> dalla Canz. 18.6. dove altra
          parimente e manifestissimamente ridonda, anzi pare affatto fuor di luogo e
          contraddittorio, come appunto in alcuni de’ passi greci che son da vedere ne’ luoghi
          accennati. E così un altro esempio dello <bibl>
            <author>Speroni</author> nel <title>Dialogo della Retorica</title>. <title>Diall.
            Ven.</title> 1596. p. 153. lin.26. e <title>Dial.</title> 10. p. 207. lin. ult.</bibl>
          Vedi ancora il Forcellini se ha nulla. <emph>Senz’altro</emph> vale similmente alcune
          volte <emph>senza nulla, semplicemente, onninamente</emph> ec. V. p. 3885. Così <foreign
            lang="grc">ἄλλως</foreign>, del che vedi le mie Annotaz. all’Eusebio del Mai. (3. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3080. <emph>Assaltare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >assaltar</foreign> è un continuativo latino-barbaro di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >assalire</foreign> pur latino-barbaro, ed è nella stessa significazione di questo. (V.
          il Glossar. in <foreign lang="lat" rend="italic">Assaltare, Assalire, Adsalire</foreign>
          ec.). Laddove <foreign lang="spa" rend="italic">sobresaltar</foreign> è in significato
          diverso da <foreign lang="spa" rend="italic">sobresalir</foreign> (<foreign lang="spa"
            rend="italic">saltar</foreign> conserva il significato latino, ma <foreign lang="spa"
            rend="italic">salir</foreign> non <pb ed="aut" n="3589"/> già, se non alla lontana o in
          parte ec. <bibl>V. il <author>Forcell.</author>
          </bibl>), e non ha con esso niuna analogia di significazione. Così <emph>risaltare</emph>
          e <emph>risalire</emph>; da ambedue i quali è affatto diverso e lontano di significato il
          nostro <emph>risultare</emph> o <emph>resultare</emph> (<foreign lang="spa" rend="italic"
            >resultar</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">résulter</foreign>), e da questo
          e da quelli il latino <foreign lang="lat" rend="italic">resulto</foreign> (<bibl>V. il
              <author>Glossar.</author>
          </bibl>). <foreign lang="lat" rend="italic">Resulto</foreign> però e
          <emph>risultare</emph> ec. sono per origine gli stessi che <emph>risaltare</emph>, e
          vengono entrambi da <foreign lang="lat" rend="italic">resilire</foreign>, che noi diciamo
            <emph>risalire</emph> con corrotta significazione. (<foreign lang="fre" rend="italic"
            >rejallir</foreign> forse è lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >resilire</foreign>, e <foreign lang="fre" rend="italic">jallir</foreign> per origine lo
          stesso che <foreign lang="fre" rend="italic">saillir</foreign>, e <emph>salire</emph> lat.
          come anche, in parte, per significato.) Così <emph>assaltare</emph> è per origine lo
          stesso che <foreign lang="lat" rend="italic">assultare</foreign> (vera forma latina di
          questo verbo), il quale ha anche talvolta una significazione o uguale o simile a quella di
            <emph>assaltare</emph>, come pure <emph>assilire</emph>. (V. Forc. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">assilio</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic"
          >assulto</foreign>, e il Gloss. in <foreign lang="lat" rend="italic">adsalire</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">assultare</foreign> ec.<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>
              <emph>Divenire-diventare</emph> fa a questo proposito.</p>
          </note>) Continuativo affatto italiano di un verbo affatto italiano, ma pur continuativo
          formato alla latina, cioè dal participio del verbo originale, si è <emph>scortare</emph>
            (coll’<emph>o</emph> largo) da <emph>scorto</emph> di <emph>scorgere</emph> in
          significato di <emph>guidare</emph> ec. (se pur non fosse <pb ed="aut" n="3590"/> da
            <emph>scorta</emph> sostantivo: i francesi hanno <foreign lang="fre" rend="italic"
            >escorte</foreign> ed <foreign lang="fre" rend="italic">escorter</foreign>). Il qual
          verbo <emph>scorgere</emph> fratello di <emph>accorgere</emph> (e s’altro n’abbiamo di
          cotali) è tutto italiano, non men che <emph>accorgere</emph> ec. ma forse questi verbi
          vengono originariamente per corruzione di forma e traslazione di significato ec. dal
          latino <foreign lang="lat" rend="italic">corrigere</foreign>. V. il Gloss. se ha niente in
          proposito. Forse vi fu un <foreign lang="lat" rend="italic">excorrigere</foreign>
            (<emph>scorgere</emph>), un <foreign lang="lat" rend="italic">adcorrigere</foreign>
            (<emph>accorgere</emph>) ec. E la metafora sarebbe al contrario di
          <emph>avvisare</emph>, che dal <emph>vedere</emph> è passato all’<emph>ammonire</emph> ec.
          (v. il detto altrove di questo verbo <emph>avvisare</emph>). Laddove <emph>scorgere</emph>
            dall’<emph>ammonire</emph> (correggere) sarebbe passato al <emph>vedere</emph>. Ma l’uno
          e l’altro significato si troverebbe appresso a poco in <emph>accorgere</emph>
          (accorgimento, accortezza ec.), come appunto in <emph>avvisare</emph> (avviso per
          opinione, accortezza; avvisamento; avvisato per accorto ec. ec.). Del resto
          <emph>scorgere</emph> sarebbe contratto da <emph>corrigere</emph> come
          <emph>porgere</emph> da <emph>porrigere</emph>, e simili. (3. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3526. Gran difetto però è nella Gerusalemme l’aver voluto compensare e bilanciare
          insieme i meriti, l’importanza, le parti di Goffredo e quelle di Rinaldo, e l’interesse
          per l’uno e per l’altro. Da ciò segue che l’interesse è <pb ed="aut" n="3591"/> veramente
          doppio, come nell’Iliade, ma non, come in questa diverso. E perciò appunto, contro quello
          che a prima vista si potrebbe giudicare, l’uno interesse nuoce all’altro e l’indebolisce;
          voglio dire perchè l’interesse è altro senza esser diverso, cioè concorre nella medesima
          parte, ch’è la cristiana, ed al medesimo fine, ch’è il buon esito dell’impresa de’
          Cristiani. Due interessi affatto diversi, e lontani l’uno dall’altro, possono non
          pregiudicarsi nè indebolirsi l’un l’altro. E così accade ne’ due interessi d’Ettore e
          d’Achille, i quali cadono sopra due contrarie parti la greca e la troiana, e l’uno nasce
          dalla sventura, l’altro dalla felicità. Ma due interessi posti strettamente a lato l’uno
          dell’altro, prodotti ambedue dalla fortuna ec. miranti ambedue ad un medesimo fine, non
          possono non farsi ombra e non impedirsi scambievolmente. Ed essi non producono il bello
          effetto del contrasto di passioni nell’animo de’ lettori, e gli altri bellissimi e
          poetichissimi risultati che nascono ancora dalla lettura dell’Iliade, o nascevano per lo
          meno, al tempo e ne’ lettori o uditori per li quali ella fu composta.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3592"/> Questa duplicità d’interesse, benchè paia non ripugnare all’unità
          (e così credette il Tasso, il quale si persuase poter con essa servire alla varietà e
          schivare l’uniformità, senza punto violar l’unità), o benchè paia, se non altro, ripugnare
          alla perfetta unità molto meno che non faccia la duplicità d’interesse nell’Iliade, nuoce
          però molto più di questa al fine per cui l’unità si prescrive. Il qual fine si è che
          l’interesse nell’animo de’ lettori non s’indebolisca col dividersi nè col distrarsi, e sia
          più forte come rivolto a un segno solo. Ora, come ho mostrato, la duplicità d’Eroe nella
          Gerusalemme indebolisce l’interesse nell’animo de’ lettori, molto più che non faccia
          nell’Iliade. E ciò appunto perchè quella duplicità concorre in una medesima parte, ed è
          rivolta a un segno medesimo, e perchè i due interessi son troppo vicini e del tutto
          concordi, e sono due, senza esser diversi. Nella Iliade dove essi sono tutto l’opposto,
          essi non solo s’indeboliscono meno, ma non s’indeboliscono punto, o certo l’interesse
          totale risultante dal poema nell’animo de’ lettori non pur non è indebolito dalla
          duplicità, ma a molti doppi <pb ed="aut" n="3593"/> accresciuto, e in buona parte
          assolutamente prodotto. Onde si confermano le mie osservazioni sulla necessità di un
          interesse veramente doppio, e di due interessi diversi, alla maniera che si vede
          nell’Iliade; e sul danno di quella unità che i precettisti hanno prescritta e che gli
          epici posteriori ad Omero si sono proposta. Perocchè, come ho mostrato in questo discorso,
          essa unità nuoce al suo medesimo fine, che è di far che l’interesse e l’effetto totale nel
          lettore sia più vivo essendo uno e indiviso, e mirando a un sol segno; chè altrimenti la
          prescritta unità non avrebbe ragione alcuna, ed il precetto sarebbe arbitrario, laddove il
          poeta dev’esser padrone della sua libertà in quanto l’esserlo e il disporne a suo modo non
          ripugna alla natura, e alla qualità e debito del poema epico. L’unità dunque da’
          precettisti prescritta nel poema epico, pregiudicando e ripugnando al suo medesimo fine, è
          qualità non pur dannosa, ma vana ed assurda in se stessa e ne’ proprii termini.</p>
        <p>Ritornando al Tasso, molto ingegnoso è quel modo in ch’egli proccura, quasi espressamente
          prevenendo le obbiezioni de’ rettorici, di mostrar <pb ed="aut" n="3594"/> l’accordo de’
          suoi due Eroi nella sua opera, e che dal loro esser due, non nasca nel suo poema duplicità
          d’interesse. Parla l’anima di Ugone a Goffredo, e dice di Rinaldo (c. 14. stanza 13.) <quote>
            <emph>Perchè-lece</emph>
          </quote>. Colle quali parole poste nell’altrui bocca il Tasso viene molto chiaramente a
          dire ai pedanti e a’ detrattori in persona propria: <quote>
            <emph>Gli eroi del mio poema son due, ma l’interesse è un solo, perchè una è l’impresa e
              uno il fine a cui servono entrambi</emph>
          </quote>. Ma questa distinzione metafisica, accettata ancora e predicata da’ precettisti
          (indipendentemente dal negozio del Tasso), e da molti ancora di buon giudizio, non si
          avvera mai nell’animo de’ lettori<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Dicono i precettisti che le persone d’ugual merito possano esser più, purchè
              l’interesse sia un solo (così ne’ drammi, così nell’epopea ec.). E si pregiano molto
              di questa distinzione, come acuta e sottile e ben giudiziosa. Ora i due suddetti
              termini non possono stare insieme.</p>
          </note>. Due Eroi d’ugual merito, o che servano alla stessa impresa, o che ad imprese
          diverse, fanno nell’animo de’ lettori due distinti interessi (che tanto più s’offuscano
          l’uno coll’altro, quanto men sono diversi, e più tra loro somiglianti od uguali, e
          concordi): perocchè questi due Eroi sono sempre per verità, nell’animo de’ lettori, due
          ben separate persone, e non già una sola, come vorrebbe il Tasso, della quale l’un degli
          Eroi sia capo, l’altro mano; o sieno che che si voglia.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3595"/> Provasi questa verità con effetto nella lettura della Gerusalemme.
          Ma siccome è soltanto supponibile, come il punto matematico, e non mai però vero il caso
          di un uomo che <quote>
            <emph>intra duo cibi distanti e moventi d’un modo, innanzi si muoia di fame</emph>
          </quote> che e’ si <quote>
            <emph>rechi a’ denti</emph>
          </quote> l’un d’essi cibi (<bibl>
            <author>Dante</author>
            <title>Par.</title> 4.</bibl>), e tra due o più cose da scegliere, l’uomo trova sempre,
          e trovò, alcuna diversità che l’inclini e determini ad elegger l’una, e l’altra rifiutare;
          o quando non sia in sua mano l’eleggere, o non si tratti di sceglier coll’opera, è
          impossibile che egli coll’affetto (sia il desiderio, sia l’amore, sia il compiacimento,
          sia qualunqu’altro) non s’inclini più ad una cosa ch’a un’altra, o più da una che da
          un’altra non fugga; così non potendo accader che di due o più Eroi, quanto si voglia pari
          di merito, l’uno, per qualsiasi cagione, non prevaglia nell’animo de’ lettori, massime
          quando il loro merito sia di specie diverso; però è ben lungi che l’interesse nella
          Gerusalemme (piccolo e quasi morto com’egli è, secondo che ho detto altrove, e seppur v’è
          interesse alcuno) sia quanto al lettore con esatta parità di misura diviso tra Goffredo e
          Rinaldo. Ben è vero che l’uno di questi Eroi nuoce all’interesse dell’altro, ma pure, se
          il lettor prova nella Gerusalemme qualche interesse, ei non manca di scegliere tra’ due
          Eroi quello in che egli ne ponga la maggior parte, e forse anche <pb ed="aut" n="3596"/>
          tutto. Or questo Eroe prescelto (e me n’appello al testimonio di qualsivoglia lettore
          della Gerusalemme), contro l’intenzione del poeta, o certo contro il manifesto scopo del
          poema, e quindi contro il suo debito, e in pregiudizio del dovuto effetto e dell’unità
          (molto più che nell’Iliade ella, e lo scopo e il debito della qualità del poema non sono
          pregiudicati); questo eroe, dico, è Rinaldo; laddove tutte le dette cose volevano, prima,
          che l’interesse fosse uguale, anzi indiviso tra i due; poi per lo meno (essendo questo
          veramente per natura impossibile, perchè da una parte la duplicità degli Eroi non si può
          palliare ed eludere, come vorrebbe il Tasso, in modo veruno, sia quale si voglia, nè fare
          che il lettore se la dissimuli, considerando le due persone come una sola; dall’altra
          parte non si può togliere che tra’ due o più, il lettore non iscelga e non ponga l’uno
          innanzi all’altro, e se son più, l’un dopo l’altro per gradi) ch’ei fosse maggiore per
          Goffredo.</p>
        <p>Ma Goffredo (e questo è un altro grandissimo, ed intimo, benchè poco o non mai osservato
          difetto della Gerusalemme, e benchè colpa della natura de’ tempi moderni e delle raffinate
          idee, anzi che del Tasso), Goffredo è personaggio pochissimo interessante, e forse nulla,
          perchè i suoi pregi e ’l suo valore son troppo morali. Egli è persona troppo seria, troppo
          poco, anzi niente amabile, benchè per ogni parte stimabile. E come può essere amabile un
          uomo assolutamente privo d’ogni passione, e tutto ragione? un carattere freddissimo?
          Difficilmente ancora può farsi amare chi non è o non apparisce <pb ed="aut" n="3597"/>
          capace per niun modo di amare. Ora il Tasso gli fa un pregio di questa incapacità.
            (<bibl>c. 5. st. 61-4.</bibl>) Achille è interessantissimo perch’egli è amabilissimo. Ed
          è amabilissimo non solamente a causa del suo sovrano valor personale, ma eziandio per la
          stessa ferocia, per la stessa intolleranza, per la stessa suscettibilità, veemenza ed
          impeto di carattere e di passioni, superbia, carattere e maniere disprezzanti (veri mezzi
          di farsi amare, e forse soli ec.) iracondo, incapace di sopportare un’ingiuria,
          soverchiatore, un poco <foreign lang="fre" rend="italic">étourdi, volage</foreign> ec. e
          per lo stesso capriccio, qualità che congiunte colla gioventù e colla bellezza, e di più
          col coraggio, la forza e i tanti altri pregi, fortune, circostanze, e meriti reali di
          Achille, sono sempre amabilissime, e fanno amatissimo chi le possiede. Ciò avviene anche
          oggidì e sempre avverrà. (E veramente Achille è un personaggio completamente amabile: non
          sarebbe tale se mancasse dei detti difetti). Nondimeno s’elle si trovassero oggi in una
          persona civile in quel grado in cui Omero le dipinge in Achille, esse parrebbero
          certamente eccessive, e mal riuscirebbero; ma ben bisogna distinguere i tempi antichissimi
          da’ moderni, e la misura conveniente a nazioni semirozze da quella che può star bene nelle
          civili. Del resto poi il poema epico in qualunque secolo dee proporre un personaggio che
          sia singolare, e le cui qualità eccedano le ordinarie anche quanto alla misura. Questo
          personaggio non dev’esser solamente amabile ed ammirabile ma mirabilmente amabile, e
          singolarmente ammirabile. Il Tasso si guardò bene dal dar negli eccessi per questa parte,
          rispetto a Rinaldo. Ei gli diede le dette qualità, per le quali lo fece amabile (mentre
          Goffredo non lo è) e perchè amabile, interessante assai più di Goffredo (quanto può essere
          quel leggiero interesse che si prende per uomini non isventurati, e in impresa che non può
          più starci a cuore, secondo il già detto in tal proposito). <pb ed="aut" n="3598"/> Se il
          Tasso eccedette in Rinaldo, ciò fu piuttosto dal lato contrario. Cioè nel farlo ancor
          troppo ragionevole, troppo pio e devoto. Colle quali qualità ei si credette di ornarlo e
          renderlo più interessante, e si stimò in dovere di attribuirgliele, e facendo altrimenti
          avrebbe creduto di peccare, non solo contro la morale o la religione, ma contro la poesia
          e contro il buon giudizio e contro la proprietà del poema epico. Egli arriva sino a farlo
          confessare e far la sua penitenza sul monte Oliveto, prima di andare all’impresa del bosco
            (<bibl>c. 18. stanza 6-17.</bibl>). Egli avrebbe creduto lasciare una gran macchia
          nell’onor di Rinaldo e una grande mancanza nella stima de’ lettori verso di lui, s’e’ non
          gli avesse fatto purgar la coscienza ed assolverlo de’ peccati dell’uccision di Gernando e
          delle fornicazioni con Armida. Contuttociò il carattere di Rinaldo riesce bene amabile. Ma
          Goffredo non ha nè ferocia, nè capriccio, nè impeto, nè passione veruna; non è giovane,
          non risplende per bellezza; il suo coraggio e la sua prodezza di cuore e di mano piuttosto
          si afferma di quello che si dimostri e si faccia operare; i suoi pregi eroici <pb ed="aut"
            n="3599"/> si riducono ad una somma pietà e devozione e cura e zelo religioso (ma non
          superstizioso nè <emph>passionato</emph> in niun modo) e quasi santità, sì di pensieri, sì
          di parole e sì di fatti che lo fanno degno di visioni celesti e di conversar cogli Angeli
          e co’ Beati, e d’impetrare o far miracoli (<bibl>v. fra gli altri luoghi c. 13. st. 70 e
            segg.</bibl>), e ad un eccellente senno; qualità niente amabili, perchè tutte, per così
          dire, immateriali. Adunque Goffredo non è amabile, ma stimabile solamente. Adunque non è
          che pochissimo interessante o nulla; massime oggidì ch’è svanito l’interesse dell’impresa,
          come ho già detto a suo luogo, e quel zelo o fanatismo di religione, nel quale il Tasso lo
          fa singolare.</p>
        <p>Difficilmente si può concepire vivo interesse per una persona, non solo finta, ma neppur
          vera e viva, senza una specie d’amore. Parlo di quello interesse che altrove ho distinto,
          cioè che ne’ poemi o romanzi o storie o simili non nasce dalla pura curiosità, e nella
          vita non nasce da qualche cosa di cotale o dalla cura de’ proprii vantaggi (il quale
          interesse sarebbe per se, non per altrui), o da che che si voglia di simil fatta. La
          semplice stima non ha sede nel cuore, e non tocca in alcun modo al <pb ed="aut" n="3600"/>
          cuore. Or l’interesse così inteso come noi dobbiamo e vogliamo intenderlo in questo
          discorso, o dev’esser tutto nel cuore, o il cuore non può far che non v’abbia parte. Si
          può veder nella vita, che non si prova interesse efficace e sensibile per persona alcuna,
          il quale risieda al tutto fuori del cuore. O gratitudine, o naturale consanguineità, o
          simpatia o altra cosa qualunque che produca tale interesse, il cuore v’ha sempre parte. E
          dov’ei non l’ha, o quello non è vero interesse, ma egoismo (come chi s’interessa per chi
          gli è utile o piacevole, o tale lo spera, e ci s’interessa con relazione diretta e
          immediata a se medesimo e al suo proprio vantaggio), o è ben debole, e per lo più
          inefficace, come quello ch’è prodotto dal solo dovere in quanto dovere, sia di natura sia
          di che che si voglia, o da altra tale cagione. Or quello interesse ch’è tutto nel cuore, o
          dove il cuore ha parte, o è amore o specie di amore. Non può dunque il poeta render molto
          interessante colui ch’e’ non sa o non si propone di rendere amabile. E proprio della
          poesia il destar la meraviglia e pascerla. Ma oltre che questa passione <pb ed="aut"
            n="3601"/> non può esser molto durevole, e quando pure lo fosse, il maraviglioso,
          s’altro non l’accompagna, presto sazia; l’interesse che può concepirsi per una persona
          solamente ammirabile, non può esser che debolissimo. Si può dir di questo interesse
          appresso a poco quel medesimo che abbiam detto dell’interesse prodotto e sostentato dalla
          curiosità (il quale può anche esser più durevole di quello, perchè la curiosità può durar
          molto più della meraviglia, la quale spesso, e ne’ poemi forse sempre, si è l’obbietto
          della curiosità, ch’è specie di desiderio, e l’obbietto conseguito, per poco spazio
          diletta). E tornando a mirar nella vita, possiamo veder tuttodì quanto sia debole e
          inefficace e passeggero l’interesse che producono l’ammirazione o la stima ancorchè somma;
          seppure interesse alcuno, degno veramente di tal nome, è mai prodotto da queste qualità.
          Or dunque volgendoci a’ poemi epici veggiamo nell’Odissea che Ulisse, molto stimabile, in
          molte parti ammirabile e straordinario, in nessuna amabile, benchè sventurato per quasi
          tutto il poema, niente interessa. Ei non è giovane, anzi n’è ben lontano, benchè Omero si
          sforza di <pb ed="aut" n="3602"/> farlo apparire ancor giovane e bello per grazia speciale
          degli Dei, di Minerva ec. o per una meraviglia (che niente ci persuade perchè
          inverisimile), piuttosto che per natura, anzi contro natura. Ma il lettore segue la
          natura, malgrado del poeta e Ulisse non gli pare nè giovane nè bello. Le qualità nelle
          quali Ulisse eccede, sono in gran parte altrettanto forse odiose quanto stimabili. La
          pazienza non è odiosa, ma tanto è lungi da essere amabile, che anzi l’impazienza si è
            amabile<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Certam. l’eccesso della pazienza, massime nella conversazione e nelle tenui relazioni
              giornaliere degli uomini si può dir che sia odiosa, o certo dispiacevole, o almen
              dispregevole, e lo spregevole è non solo inamabile, ma quasi odioso, e chi è
              disprezzato, oltre che non può essere amato nè interessare, difficilmente è senza un
              certo odio o avversione. La pazienza è di tutte le virtù forse la più odiosa o la meno
              amabile, e ciò massimamente doveva essere presso gli antichi, e presso noi ancora,
              quando la consideriamo in personaggi e circostanze antiche, come in Ulisse.</p>
          </note>. Insomma ne nasce che Ulisse malgrado delle sue tante e sì grandi e sì varie e sì
          nuove e sì continue sventure, e malgrado ch’ei comparisca misero fino quasi all’ultimo
          punto, non riesce per niun modo amabile. E per tanto ei non interessa. Ulisse è
          personaggio maraviglioso e straordinario. I pedanti vi diranno che ciò basta ad essere
          interessante. Ma io dico che no, e che bisogna che a queste qualità si aggiunga l’essere
          amabile, e che quelle conducano e cospirino a produr questa, o, se non altro con lei,
          sieno condite; e che il protagonista sia maravigliosamente e straordinariamente amabile,
          cioè straordinario e maraviglioso nell’amabilità, <pb ed="aut" n="3603"/> o per lo meno
          tanto amabile quanto maraviglioso e straordinario.</p>
        <p>Da questi discorsi si raccoglie essere un sostanziale e capitale (benchè non avvertito)
          difetto della Gerusalemme, che il suo principale Eroe, o quello che tale doveva essere,
          non solamente non riesca per niuna parte amabile, ma il suo carattere e le sue azioni
          sieno state espressamente delineate e composte in modo ch’ei non dovesse riuscire amabile,
          o senza l’intenzione di renderlo tale; essendosi il Tasso contentato di farlo ammirabile e
          fra tutti sommamente (insieme con Rinaldo) stimabile, e straordinario per qualità
          solamente stimabili. Goffredo è appresso a poco conforme ad Ulisse nel genere di eroismo e
          di superiorità (salva la differenza de’ tempi, de’ costumi e circostanze ec. tanto d’ambo
          gli Eroi, quanto de’ due poeti): conforme, dico, ad Ulisse, eccetto nell’odiosità, la
          quale ancora non so bene se manchi affatto al carattere di Goffredo, e se possa mancare ad
          un uomo incapace affatto di passioni, privo affatto d’illusioni, tutto ragione,
          austerissimo ne’ costumi, nelle azioni, nella disciplina militare o civile o privata ec.
          nelle <pb ed="aut" n="3604"/> massime di morale, di condotta ec. austero verso se e verso
          gli altri, verso i soggetti ec. irreprensibile in ogni cosa, grave, malinconico, e quasi
          tristo e accigliato ec. ec. Non so, dico, se il lettore della Gerusalemme lasci di
          concepire nel suo secreto, se non odio, pure una certa mal conosciuta, mal distinta, non
          confessata alienazion d’animo ed avversione per Goffredo.</p>
        <p>Richiedendosi necessariamente, come s’è mostrato, al poeta epico (e similmente al
          drammatico, al romanziere ec. ed anche allo storico) ch’egli renda in alcun modo,
          qualunque siasi, amabile colui ch’e’ voglia rendere interessante, e grandemente amabile,
          colui ch’abbia ad essere sommamente interessante; è da considerare che a tal effetto giova
          grandissimamente la sventura, la quale accresce a più doppi l’amabilità ove la trova, e
          rende spesse volte amabile chi non lo è, ancorchè sia meritevole delle disgrazie; molto
          più quando e’ ne sia immeritevole. L’uomo poi amabilissimo, che sia indegnamente
          sventuratissimo, è la più amabil cosa che possa concepirsi. <pb ed="aut" n="3605"/> L’uomo
          amabile e sventurato meritatamente, è sempre molto più caro e compatito e interessante,
          che il non amabile e immeritatamente sventurato, il quale può non esser nulla compatito e
          nulla interessare (e così spessisimo accade), quando eziandio le sue sventure sieno
          estreme, e quelle dell’altro menome, nel qual caso ancora, colui non può mancare d’esser
          compatito e riuscir più amabile dell’ordinario. Ma non entriamo in tante sottigliezze e
          distinzioni. La infelicità nel principal Eroe dell’impresa ch’è il proprio soggetto del
          poema, non può aver luogo, se non come accidentale, e risolvendosi all’ultimo in felicità,
          secondo che a suo luogo ho spiegato e mostrato. Per tanto queste osservazioni confermano
          grandemente il mio discorso sulla necessità di raddoppiar l’interesse nel poema epico, a
          voler ch’esso poema riesca sommamente interessante e produca grandissimo effetto; e
          giustificano ed esaltano il fatto di Omero nell’Iliade. Perocchè non dandosi sommo
          interesse senza somma amabilità, e la sventura essendo principalissima <pb ed="aut"
            n="3606"/> fonte di amabilità, e quasi perfezione e sommità di essa, e non potendo una
          grandissima e piena e finale infelicità aver luogo nell’eroe dell’impresa, resta che sia
          bisogno, a far che il poema sia sommamente interessante, duplicarne formalmente
          l’interesse, e diversificar l’uno interesse dall’altro, introducendo un altro eroe
          sommamente amabile, e sommamente sventurato, dalla cui finale sventura sia prodotto e
          intorno ad essa si aggiri, e ad essa sempre tenda e sia spinto, e in vista di essa per
          tutto il poema sia proccurato, questo secondo interesse di cui parliamo, il quale renda il
          poema sommamente interessante e capace di lasciar l’interesse nell’animo de’ lettori per
          buono spazio dopo la lettura ec. Questo è ciò che fece Omero nell’Iliade, nella quale
          Ettore è per le sue proprie qualità ed azioni, e per la sua somma, piena e finale
          sventura, sommamente amabile, e quindi sommamente interessante. Quanto ad Achille, ch’è
          l’altro protagonista, e l’Eroe dell’impresa (così lo chiameremo per esser brevi), Omero
          non potea farlo sfortunato e infelice, massime considerando la natura e le opinioni di
          quei tempi, che riponeano il sommo pregio degli uomini nella fortuna, ed anche ragionando
          (nel modo che altrove ho <pb ed="aut" n="3607"/> detto), dalla fortuna o buona o ria
          argomentavano o la malvagità o la bontà, o il merito o il demerito di ciascuno, non
          istimando che nè la sventura nè la buona sorte potesse toccare agl’immeritevoli. Pur
          quanto gli fu possibile, Omero non mancò di cercar di conciliare ad Achille, cogli altri
          affetti i più favorevoli, anche l’affetto dolcissimo della pietà, madre o mantice
          dell’amore. Ciò non solo coll’accidentale sventura della morte del suo amico Patroclo e
          con altre tali, ma col mostrare eziandio, come in lontananza, la finale sventura e
          l’infelice destino del bravo Achille, che per immutabile decreto del fato aveva a morire
          nel più bel fiore degli anni, e questo in prezzo della sua gloria, ch’egli scientemente e
          liberamente aveva scelta e preposta, insieme con una morte immatura, a una vita lunga e
          senza onore. Tratto sublime che perfeziona il poetico e l’epico del carattere di Achille,
          e della sua virtù, coraggio, grandezza d’animo, ec. e che finisce di renderlo un
          personaggio sommamente amabile e interessante.</p>
        <p>Il carattere di Enea partecipa molto de’ difetti di quel di Goffredo. Egli ha più fuoco,
          ma e’ <pb ed="aut" n="3608"/> non lascia però di essere alquanto freddo (e un carattere
          freddo sì nella vita sì ne’ poemi lascia freddo e senza interesse il lettore, o chi ha
          qualunque relazione reale con esso lui, o di lui ode o pensa); egli ha o mostra più
          coraggio personale e valor di mano, ma queste qualità ci appariscono in lui come
          secondarie, e poco spiccano, e tale si è l’intenzion di Virgilio, il quale volle che ad
          esse nel suo Eroe prevalessero altre qualità, che non molto conducono, o piuttosto nuocono
          all’essere amabile. La pazienza in lui è simile a quella di Ulisse. La prudenza e il senno
          soverchiano ed offuscano le altre sue doti, non quanto in Goffredo, ma tuttavia troppo
          risaltano, e troppo sono superiori all’altre sue qualità, e troppo è maggiore la parte
          ch’esse hanno. Troppa virtù morale, poca forza di passione, troppa ragionevolezza, troppa
          rettitudine, troppo equilibrio e tranquillità d’animo, troppa placidezza, troppa
          benignità, troppa bontà. Virgilio descrive divinamente l’amor di Didone per lui: da
          questo, e quasi da questo solo, ci accorgiamo ch’egli è ancor giovane e bello; e sebben
          questo in lui non ripugna alla <pb ed="aut" n="3609"/> natura e al verisimile naturale,
          come in Ulisse, pur tanta è la serietà dell’idea che Virgilio ci fa concepir del suo Eroe,
          che la gioventù e la bellezza ci paiono in lui fuor di luogo, e quasi ci giungono nuove e
          ci fanno meraviglia (la meraviglia poetica non dev’esser certo di questo genere), e quasi
          non ce ne persuadiamo, benchè sieno naturalissime; o per lo meno vi passiamo sopra, senza
          valutarle, senza fermarci il pensiero, senza formarne l’immagine, senza considerarli come
          pregi notabili di Enea, perchè Virgilio avrebbe creduto quasi far torto al suo eroe ed a
          se stesso, s’egli ce gli avesse rappresentati come pregi veramente importanti e degni di
          considerazione, e notabili in lui fra le altre doti. E così mentre Virgilio si ferma e si
          compiace in descrivere la passion di Didone e i suoi vari accidenti, progressi, andamenti,
          ed effetti; dà bene ad intendere ch’ella non era senza corrispondenza, e nella grotta,
          come ognun sa quel che Didone patisse, così niun si può nascondere quello ch’Enea
          facesse;ma Virgilio a riguardo d’Enea e della sua passione <pb ed="aut" n="3610"/> parla
          così coperto, anzi dissimulato, (dico della passione, e non di ciò che ne segue d’inonesto
          a descrivere, nel che giustamente egli è copertissimo anche rispetto a Didone), anzi serba
          quasi un così alto silenzio, che e’ non mostra essa passione se non indirettamente e per
          accidente, e in quanto ella si congettura e si lascia supporre per necessità da quel ch’ei
          narra di Didone, e sempre volgendosi alla sola Didone. E par che volentieri, se si fosse
          potuto, egli avrebbe fatto che il lettore non istimasse Enea per niun modo tocco dalla
          passion dell’amore (di donna pur sì alta e sì degna e sì magnanima e sì bella e sì amante
          e tenera), e giudicasse che Didone avesse ottenuto il piacer suo, senza che quegli avesse
          conceduto. E chi potesse così stimare seconderebbe il desiderio di Virgilio. Tanto egli
          ebbe a schivo di far comparire nel suo Eroe un errore, una debolezza, laddove non v’è cosa
          più amabile che la debolezza nella forza, nè cosa meno amabile che un carattere e una
          persona senza debolezza veruna. E tanto egli giudicò che dovesse nuocere <pb ed="aut"
            n="3611"/> appo i lettori alla stima non solo, ma all’interesse pel suo Eroe (che mal ei
          confuse colla stima), il concepirlo e il vederlo capace di passione, capace di amore,
          tenero, sensibile, di cuore. Come se potesse interessare il cuore chi non mostra, o
          dissimula a tutto potere, di averlo, o di averlo capace della più dolce, più cara, più
          umana, più potente, più universale delle passioni, che si fa pur luogo in chiunque ha
          cuore, e maggiormente in chi l’ha più magnanimo, e similmente ancora ne’ più gagliardi ed
          esercitati di corpo, e ne’ più guerrieri (<bibl>v. <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> l. 2. ed Flor. 1576. p. 142.</bibl>); e che sovente rende ancora
          amabili chi la prova, eziandio agl’indifferenti, al contrario di quel che fanno molte
          altre passioni per se stesse. Il giudizio del Tasso, rispetto a Rinaldo, fu in questa
          parte migliore assai di quel di Virgilio. Egli non si fece coscienza di mostrare Rinaldo
          soggetto alle passioni, alle debolezze e agli errori umani e giovanili. Egli non dissimula
          i suoi amori descrivendo quelli di Armida per lui, ma si ferma e si compiace in
          descrivergli anch’essi direttamente. Egli non ha neppure riguardo di farlo <pb ed="aut"
            n="3612"/> assolutamente reo di un grave, benchè perdonabile misfatto cagionato da una
          passione propria e degna dell’uomo, e quasi richiesta al giovane, e più al giovane d’animo
          nobile, e pronto di cuore e di mano, dico dall’ira mossa dalle contumelie. Passione, che,
          massime colle dette circostanze, suol essere amabilissima, malgrado i tristi effetti
          ch’ella può produrre, e malgrado ch’ella soglia altresì essere biasimata (perocchè altro è
          il biasimare altro l’odiare), e che i filosofi o gli educatori prescrivano di svellerla
          dall’animo o di frenarla. E certo in un giovane, e quasi anche generalmente, ella è molto
          più amabile che la pazienza. E ciò si vede tuttodì nella vita. Però il carattere di
          Rinaldo è molto più simile ad Achille, e molto più poetico, amabile e interessante che
          quello di Enea. O si può, se non altro, dire con verità che Rinaldo è tanto più amabile di
          Enea, quanto Enea di Goffredo. Del resto Enea ha passato e passa molte sciagure prima di
          giungere a stato felice. Ma la compassione ch’elle cagionano non è grande, perch’ella cade
          sopra un soggetto che il poeta ha creduto di dover fare più <pb ed="aut" n="3613"/>
          stimabile che amabile; e perchè in oltre non si compatisce molto colui che nella sciagura
          e nel male mostra quasi di non soffrire.</p>
        <p>Da tutte queste considerazioni risulta che l’Iliade oltre all’essere il più perfetto
          poema epico quanto al disegno, in contrario di quel che generalmente si stima, lo è ancora
          quanto ai caratteri principali, perchè questi sono più interessanti che negli altri poemi.
          E ciò perchè sono più amabili. E sono più amabili perchè più conformi a natura, più umani,
          e meno perfetti che negli altri poemi. Gli autori de’ quali, secondo la misera
          spiritualizzazione delle idee che da Omero in poi hanno prodotta e sempre vanno
          accrescendo i progressi della civiltà e dell’intelletto umano, hanno stimato che i loro
          Eroi dovessero eccedere il comune non nelle qualità che natura mediocremente dirozzata e
          indirizzata produce e promuove (le quali dalle nostre opinioni sono in gran parte e ben
          sovente considerate per vizi e difetti), ma in quelle che nascono e sono nutrite dalla
          civiltà e dalla coltura e dalle cognizioni e dall’esperienza <pb ed="aut" n="3614"/> e
          dall’uso degli affari e della vita sociale, e dalla sapienza e saviezza, e dalla prudenza
          e dalle massime morali e insomma dalla ragione. Or quelle qualità sono amabili, queste
          stimabili, e sovente inamabili ed anche odiose. Gli Eroi dell’Iliade sono grandi uomini
          secondo natura, gli eroi degli altri poemi epici sono grandi secondo ragione; le qualità
          di quelli sono più materiali, esteriori, appartenenti al corpo, sensibili; le qualità di
          questi sono tutte spirituali, interiori, morali, proprie dell’animo, e che dall’animo solo
          hanno ad esser concepite, e valutate. Dico tutte, e voglio intender le principali, e
          quelle che formano propriamente e secondo l’intenzion de’ poeti, il carattere di tali
          Eroi; perocchè se i poeti v’aggiunsero anche i pregi più esteriori e corporali, gli
          aggiunsero come secondarii e di minor conto, e vollero e ottennero che nell’idea de’
          lettori essi fossero offuscati dai pregi morali, e poco considerati a rispetto di questi;
          e in verità essi son quasi dimenticati, e, come ho detto in proposito di Enea, paion quasi
          fuor di luogo, e poco convenienti con gli altri pregi, o pare fuor di luogo <pb ed="aut"
            n="3615"/> il farne menzione e il fermarcisi, come cose degne da esser notate ed
            espresse<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Queste considerazioni hanno tanto maggior forza in favore di Omero, e in favor della
              nostra opinione che vuol che si segua il suo esempio, quanto che è natura della poesia
              il seguir la natura, e vizio grandiss. e dannosiss. anzi distruttivo d’ogni buono
              effetto, e contraddittorio in lei, si è il preferire alla nat. la ragione. La mutata
              qualità dell’idea dell’Eroe perfetto ne’ poemi posteriori all’Iliade, proviene da
              quello stesso principio che poi crescendo, ha resa la poesia allegorica, metafisica
              ec. e corrottala del tutto, e resala non poesia, perchè divenuta seguace onninam.
              della ragione, il che non può stare colla sua vera essenza, ma solo col discorso
              misurato e rimato ec. Puoi vedere la p. 2944. sgg.</p>
          </note>. E sembra, ed è vero, che i poeti l’han fatto più tosto per usanza e per
          conformarsi alle regole ed agli esempi, che perchè convenisse al loro proposito e al loro
          intento, e perchè la natura e lo spirito de’ loro poemi e de’ loro personaggi lo
          richiedesse, anzi lo comportasse. Or, siccome l’uomo in ogni tempo, malgrado qualsivoglia
          spiritualizzazione e qualunque alterazione della natura, sono sempre mossi e dominati
          dalla materia assai più che dallo spirito, ne segue che i pregi materiali e gli Eroi, dirò
          così, materiali dell’Iliade, riescano e sieno per sempre riuscire più amabili e quindi più
          interessanti degli Eroi spirituali e de’ pregi morali divisati negli altri poemi epici. E
          che Omero, ch’è il cantore e il personificatore della natura, sia per vincer sempre gli
          altri epici, che hanno voluto essere (qual più qual meno) i cantori e i personificatori
          della ragione. (Perocchè veramente gli Eroi dell’Iliade sono il tipo del perfetto
          grand’uomo naturale, e quelli degli altri poemi epici <pb ed="aut" n="3616"/> del perfetto
          grand’uomo ragionevole, il quale in natura e secondo natura, è forse ben sovente il più
          piccolo uomo).</p>
        <p>Del resto par che Omero medesimo sacrificasse e fosse strascinato dalla crescente ragione
          e civiltà, quando avendo nell’Iliade modellato il perfetto guerriero con sì felice
          successo, volle poi nella vecchiezza (per quanto si dice dell’epoca dell’Odissea)
          modellare il perfetto politico; un guerriero giovane, un maturo e quasi vecchio politico;
          certo con poco felice riuscimento, e men felice di quello degli altri poeti che lui
          seguirono, i quali fecero i loro Eroi poco amabili, dov’egli il fece poco meno che
          odievole. E ben era ragione che così fosse, perchè quella era ancor l’epoca della natura,
          e troppo imperfetta era la ragione perch’altri potesse con buono esito modellare un
          carattere che avesse ad esser perfetto secondo lei, ed avere in lei il principio e la
          ragion della sua bontà e perfezione, ossia del suo esser buono e lodevole ec. (3-6.
          Ottobre. 1823.). V. p. 3768.</p>
      </div1>
      <div1 n="3617 - 3810">
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Tostar</foreign> spagn. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">torreo-tostus</foreign>. (6. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3617"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Torto as</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >torqueo-tortus</foreign>. (6. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nomi in <emph>uosus</emph> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Impetuosus</foreign>, da
            <foreign lang="lat" rend="italic">impetus us</foreign>. Se quella voce, e <foreign
            lang="lat" rend="italic">impetuose</foreign>, non sono veramente nel buon latino
            (<bibl>v. <author>Forcell.</author>
          </bibl>) certo elle sono nelle lingue figlie. (<bibl>V. il <title>Gloss.</title>
          </bibl>) <foreign lang="lat" rend="italic">Tortuosus, tortuose</foreign> ec. da <foreign
            lang="lat" rend="italic">tortus us</foreign>. (6. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Andare</emph> per <emph>essere</emph>, del che altrove. <bibl>
            <author>Ar.</author>
            <title>Fur.</title> c. 11. st. 79</bibl>. <emph>Nè però fu tale pena, ch’al delitto</emph>
          <emph rend="sc">andasse</emph>
          <emph>eguale</emph>. (6. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il Tasso, descrivendo i momenti che precedono una battaglia campale, e i due campi
          ordinati in battaglia (<bibl>
            <title>Gerus. Liber.</title> c. 20. stanza 30.</bibl>): <quote>
            <emph>Bello in sì bella vista anco è l’orrore, E di mezzo la tema esce il diletto</emph>
          </quote>. Tant’è: ogni sensazion viva è gradevole perciocchè viva, benchè d’altronde, e
          pure per se, dolorosa o paurosa ec. Fuor di quelle che son dolorose al corpo. All’animo,
          eziandio dolorose, o altramente spiacevoli, sono sempre in qualche parte piacevoli. (6.
          Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito del diminutivo <emph>ginocchio</emph> a noi rimasto pel positivo, del che
          altrove. <foreign lang="fre" rend="italic">Genou</foreign> è il positivo <foreign
            lang="lat" rend="italic">genu</foreign>. Ma <foreign lang="fre" rend="italic"
            >agenouiller</foreign> viene dal diminutivo <pb ed="aut" n="3618"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">genuculum</foreign> o ec. non altrimenti che
            <emph>inginocchiare</emph>. Il Gloss. ha anche l’espresso <foreign lang="lat"
            rend="italic">ginochium</foreign>.</p>
        <p>Servirsi de’ diminutivi in luogo de’ positivi fu anche de’ greci. <foreign lang="grc"
            >Ποίμνιον</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">grex ovium</foreign> è diminutivo di <foreign lang="grc"
            >ποίμνη</foreign>, come <foreign lang="grc">κόριον</foreign> di <foreign lang="grc"
          >κόρη</foreign>, ma vale il medesimo. (6. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2983. I francesi chiamano <foreign lang="fre" rend="italic">cervelet</foreign>
          quello che gli anatomici appo noi <foreign lang="lat" rend="italic">cerebellum</foreign>.
          Sicchè quello è un diminutivo di diminutivo. Così noi diciamo <emph>cervellino</emph> e
            <emph>agnellino</emph> e cento diminutivi di diminutivi positivati. Ma noi sogliamo
          diminuire anche i diminutivi propri, come in <emph>fiorellino</emph> ec. fino anche a
          triplicar la diminuzione. (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La parola veneziana e marchigiana <emph>magari</emph> si fa venir dal greco <foreign
            lang="grc">μακάριος</foreign> o <foreign lang="grc">μάκαρ</foreign>. Ed io ne son
          persuasissimo. Così diciamo ancora <emph>beato me, beati noi, beato lui, loro, voi, te, se
            questo accadesse</emph>. Ch’equivale a <emph>magari</emph>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">utinam</foreign>. (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sciscitor</foreign> dimostra il proprio participio di
            <foreign lang="lat" rend="italic">scisco</foreign>, che or veramente non l’ha (siccome
          non l’hanno tanti altri del suo genere, p. e. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >hisco</foreign> ec. neanche il perfetto passato), benchè lo pigli in prestito, siccome
          anche il perfetto, da <foreign lang="lat" rend="italic">scio</foreign>. V. p. 3687. Così
            <foreign lang="lat" rend="italic">scisco</foreign> e così i suoi composti. <pb ed="aut"
            n="3619"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sciscitor</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sciscito</foreign>, dimostra il partic. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sciscitus</foreign> regolare e perfetto. Giacchè ben s’inganna il Forcellini che deriva
            <foreign lang="lat" rend="italic">sciscitor</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">scio</foreign>, da cui esso viene solo in quanto <foreign lang="lat"
            rend="italic">scisco</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic">scio</foreign>,
          come <foreign lang="lat" rend="italic">vivisco</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">vivo</foreign> ec. ec. (7. Ott. 1823.). Che <foreign lang="lat"
            rend="italic">sciscito</foreign> sia fatto per anadiplosi di <foreign lang="lat"
            rend="italic">scitus</foreign> (sia di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >scitus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">scio</foreign> o di quel di
            <foreign lang="lat" rend="italic">scisco</foreign>, che secondo me, non è che un
          medesimo participio) o di <foreign lang="lat" rend="italic">scitor</foreign> oltre l’altre
          improbabilità, e il suo evidente venir da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >scisco</foreign>, (il quale non è fatto per anadiplosi), e il non avervi, ch’io sappia,
          altro cotal esempio, ec.; lo dimostra per falso la brevità del secondo <emph>i</emph>,
          laddove l’<emph>i</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic">scitus</foreign>, e di
            <foreign lang="lat" rend="italic">scitor</foreign> ec. è lungo. Vedi il pensiero
          seguente. (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2865. marg. Queste osservazioni indebolirebbero o torrebbero l’argomento circa il
          continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">cio</foreign> e di <foreign lang="lat"
            rend="italic">cieo</foreign> da me recato a p. 2820. Nondimeno io trovo che da <foreign
            lang="lat" rend="italic">scitus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >scio</foreign> lungo, si fa <foreign lang="lat" rend="italic">scitor</foreign> (o
            <foreign lang="lat" rend="italic">scito</foreign>) altresì lungo. E quanto ai verbi in
            <emph>ito</emph> fatto da’ participi in <emph>itus</emph> della quarta congiugazione io
          credo che in tutti l’<emph>i</emph> sia lungo come in essi participii (7. Ott. 1823.).
            <foreign lang="lat" rend="italic">Equito</foreign> è da <foreign lang="lat"
            rend="italic">eques equitis</foreign>. Bisognerà dire che <foreign lang="lat"
            rend="italic">suppedito</foreign> sia similmente da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pedes peditis</foreign>, onde gli sia venuta la desinenza in <emph>ito</emph>. Pur non
          trovo in ciò gran ragionevolezza, e non rinunzio affatto all’altra mia opinione.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sancitus</foreign>, vero participio di <foreign
            lang="lat" rend="italic">sancio</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sanctus</foreign> che n’è contrazione, ancor si trova. Ovvero <foreign lang="lat"
            rend="italic">sancitum</foreign> ec. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3620"/> Alla p. 3477. <foreign lang="lat" rend="italic">Citus a um.
            Sanctus a um</foreign>, che nelle lingue figlie non è più che aggettivo. Servio
            (<bibl>v. <author>Forcell.</author>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Sancio</foreign> in fine</bibl>) par che derivi
            <foreign lang="lat" rend="italic">sancio</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Sanctus</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Minutus a um</foreign> particip. tanto aggettivato
              che se n’è fatto anche il diminut. <foreign lang="lat" rend="italic"
              >minutulus</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Quietus. Lautus</foreign>
              il quale ha anche variato la significaz. in modo che in questa non si potrebbe mai
              riconoscere p. partic. ed essa è diversiss. da quella che lautus ancora ha, propria
              sua, come participio. <foreign lang="lat" rend="italic">Certus</foreign>. <bibl>V.
                  <author>Forc.</author>
              </bibl>
            </p>
          </note>. In questo caso ei s’inganna assai, perocch’ei viene a derivare il verbo dal suo
          participio. (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Relictos atque desertos habere</foreign>
          </quote> espressamente per <foreign lang="lat" rend="italic">reliquisse ac
          deseruisse</foreign>. Frammenti dell’epistola di Cornelia madre de’ Gracchi, sulla fine; i
          quali frammenti, come antichi, e come di donna (che men si sapeva allontanare dal modo di
          parlar familiare e usitato in voce), in alcune parti sanno di frase italiana o vogliamo
          dir moderna. (7 Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Le voci e frasi greche che ho in più luoghi notate nelle lingue spagnuole francesi e
          italiane e che non si trovano nel buon latino, possono sì essere state introdotte nel
          latino volgare dagli scrittori grecizzanti fuor di modo, dalla moltitudine di greci
          inquilini (la massima parte de’ quali apparteneva all’infimo volgo, ai servigi domestici
          ec.), dal corrotto uso della conversazione romana ec. e non essere state adottate nel
          linguaggio <emph>illustre</emph> de’ <pb ed="aut" n="3621"/> buoni scrittori, nè anche de’
          mediocri generalmente, e quindi a noi non essere pervenute nel latino scritto; sì esser
          venute dalla stessa fonte nel Lazio che nella Grecia, cioè proprie dell’antichissimo
          latino, antiquate o non mai ammesse nello scritto, ammesse e perpetuamente conservate nel
          volgare, come di molte e frasi e voci, ancor viventi fra noi, o no, greche o qualunque,
          ec. s’è fatto da noi vedere manifestamente essere accaduto: massime ne’ nostri discorsi
          sui continuativi. ec. (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi latini. <foreign lang="lat" rend="italic">Falx, calx</foreign>
            (<emph>calcagno</emph>). (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii in <emph>us</emph> di verbi neutri in senso neutro. <bibl>V.
            <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Desitus</foreign>
          </bibl> confrontando quegli esempi col quarto esempio di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Desino</foreign> appresso il medesimo Forcellini. (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Materia</emph> p. <emph>legno, legname</emph>. Del qual significato ho detto altrove
          in proposito della voce <foreign lang="lat" rend="italic">silva</foreign> e d’<foreign
            lang="grc">ὕλη</foreign>. <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">materiarius, materiatio, materiatura, materiatus, materio,
            materior</foreign>
          </bibl>. In ispagnuolo oltre <foreign lang="spa" rend="italic">madera</foreign> per
            <emph>legno</emph>, v’è <foreign lang="spa" rend="italic">maderamen</foreign> per
            <emph>legname</emph>, ec. ec. (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3622"/> Sempre che l’uomo non prova piacere alcuno, ei prova noia, se non
          quando o prova dolore, o vogliamo dir dispiacere qualunque, o e’ non s’accorge di vivere.
          Or dunque non accadendo mai propriamente che l’uomo provi piacer vero, segue che mai per
          niuno intervallo di tempo ei non senta di vivere, che ciò non sia o con dispiacere o con
          noia. Ed essendo la noia, pena e dispiacere, segue che l’uomo, quanto ei sente la vita,
          tanto ei senta dispiacere e pena. Massime quando l’uomo non ha distrazioni, o troppo
          deboli per divertirlo potentemente dal desiderio continuo del piacere; cioè insomma quando
          egli è in quello stato che noi chiamiamo particolarmente di noia. V. p. 3713. (7. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Vermiglio</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">vermeil</foreign>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">vermejo</foreign> vien da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vermiculus</foreign>, come a pagg.3514. fine e 3515. fine. Or dunque questa voce
            <foreign lang="lat" rend="italic">vermiculus</foreign> è comune a tutte e tre le lingue
          figlie per significare il <emph>rosso</emph> ec. Dunque dico io che questo significato di
            <foreign lang="lat" rend="italic">vermiculus</foreign> dovette essere del volgare
          latino. E tanto più, quanto è noto che il color della porpora ec. si faceva appunto con
          certi vermicelli. V. gli antiquarii, e fra gli altri la Dissertaz. del Cav. Rosa sulla
          porpora. Onde è naturalissima la metafora da’ vermicelli, <foreign lang="lat"
            rend="italic">vermiculi</foreign>, al color rosso, e specialmente al rosso profondo,
            <emph>vermiglio</emph>, qual doveva essere <pb ed="aut" n="3623"/> quel della porpora,
          che noi ben potremmo chiamare <emph>vermiglia</emph>. Niente meno che sia naturale la
          metafora da’ vermicelli a quell’<foreign lang="lat" rend="italic">opus
          vermiculatum</foreign>, che si trova detto pure <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vermiculus</foreign> (<bibl>vedi <author>Forcell.</author>
          </bibl>). Anzi assai più naturale è quella che questa. E notisi che l’uso di fare il color
          della porpora ec. co’ vermetti, fu dismesso da gran secoli addietro, tanto che ora non si
          può certamente sapere che sorta di vermetti fossero quelli. E s’io non m’inganno, l’uso
          medesimo della porpora propria, fu tralasciato ne’ tempi bassi a causa del suo gran costo,
          e della povertà di que’ tempi, e dell’interrotto commercio colle Indie, donde, se non
          fallo, s’avevano que’ vermicelli, o dove le porpore si fabbricavano ec. Laonde, essendo
          evidentissimo che il significato di <emph>rosso</emph> a <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vermiculus</foreign> venne dal detto uso; ed essendo questo uso antichissimo, e fino ab
          antichissimo dimenticato o tralasciato; ed essendo detta significazione comune a tutte le
          tre lingue figlie della latina, le quali da’ tempi romani in poi, non ebbero fra loro
          alcun commercio diretto e notabile ec. se non negli ultimi tempi; ed essendo detta voce e
          significazione in tutte tre le lingue antica e propria <pb ed="aut" n="3624"/> e natia
          ec., parmi evidente che <foreign lang="lat" rend="italic">vermiculus</foreign> per
            <emph>rubicondo, purpureo</emph> ec. fu dell’<emph>antico</emph> volgare latino
          altrettanto che de’ moderni, e di là viene. V. il Gloss. se ha nulla. V. anche il Forcell.
          circa il proprio color della <emph>porpora</emph> o <emph>purpureo</emph>, in <foreign
            lang="lat" rend="italic">purpura, purpureus</foreign> ec. Secondo lui però la porpora si
          faceva non con vermi, ma con una sorta di conca marina detta <foreign lang="lat"
            rend="italic">purpura</foreign>. Il color <foreign lang="lat" rend="italic"
          >coccineus</foreign> si facea colla grana. Il <foreign lang="lat" rend="italic"
            >conchyliatus</foreign> colla stessa conchiglia detta <foreign lang="lat" rend="italic"
            >purpura</foreign>, o con altra simile ec. Certo la nostra <emph>cocciniglia</emph> è un
          color fatto d’una specie di vermi, che anch’essi si chiamano <emph>cocciniglie</emph>.
          Così <foreign lang="lat" rend="italic">conchylium</foreign> è la conchiglia e il colore
          che se ne fa. Così dunque <foreign lang="lat" rend="italic">vermiculus</foreign> fu il
          verme e il colore. Similmente <foreign lang="lat" rend="italic">coccum,
          conchylium</foreign>, <foreign lang="grc">κογχύλιον</foreign>, sono sì la grana o la
          conchiglia, sì la lana, il panno, la veste, il filo, tinti con esse. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Fucus</foreign> si trova eziandio pel colore fatto del fuco. (7. Ott.
          1823.). V. p. 3632.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Purgito as</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">purgo as</foreign>. (7. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il <emph>v</emph> non fu che un’aspirazione che si metteva, per evitare l’iato, fra più
          vocali; e tralasciavasi spessissimo ec. ec. come altrove in più luoghi. <pb ed="aut"
            n="3625"/> V. il Forcellini in <foreign lang="lat" rend="italic">Fuam</foreign>. (7.
          Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2821. fine. Nótisi il significato continuativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">confuto</foreign> nell’esempio di Titinnio appo il Forcell. dove questo
          verbo sta nel senso proprio, e questo si è quello di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >confundo</foreign>, ma continuato, come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >excepto</foreign> in un luogo di Virgilio da me altrove esaminato, per <foreign
            lang="lat" rend="italic">excipio</foreign>. Nótisi ancora che nell’improprio suo ma più
          comune significato, <foreign lang="lat" rend="italic">confuto</foreign> è vero
          continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">confundo</foreign>. Anche noi diciamo (e
          così i francesi ec.) <emph>confondere uno colle ragioni, confondere le ragioni di uno,
            confondere l’avversario</emph> ec. e ciò vale <emph>confutare</emph>, ma questo esprime
          azione e quello è quasi un atto, e quasi il termine e l’effetto del <emph>confutare</emph>
          ec. Le quali osservazioni confermano la derivazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >confuto</foreign> da noi e dagli etimologi stabilita. Così mi par di spiegare la
          traslazione del suo significato da quel di <emph>mescere insieme</emph> a quel di
            <emph>confutare</emph>, e così mi par di doverlo intendere; non ispiegarlo per <foreign
            lang="lat" rend="italic">compescere</foreign> e derivar la metafora da questo lato, come
          fa il Vossio (ap. Forcell.) il quale anche <pb ed="aut" n="3626"/> par che derivi <foreign
            lang="lat" rend="italic">confuto</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >futum</foreign> nome (dunque da questo anche <foreign lang="lat" rend="italic"
          >futo</foreign>?), per la solita ignoranza in materia de’ continuativi. E se tal
          derivazione egli dà (come è anche più naturale ch’ei faccia) anche al <foreign lang="lat"
            rend="italic">confuto</foreign> di Titinnio, e lo spiega pure per <foreign lang="lat"
            rend="italic">compesco</foreign>, s’inganna assai. Significazioni analoghe a quella
          nostra metaforica di <emph>confondere gli avversari</emph> ec. vedile nel Forcell. in
            <foreign lang="lat" rend="italic">confundo, confusio, confusus</foreign>, ec.<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3635.</p>
          </note> e nel Gloss. in <foreign lang="lat" rend="italic">Confundere</foreign>, avvertendo
          che la lingua latina antichissima aveva delle metafore e degli usi di parole molto più
          simili ai moderni che non ebbe poi l’aurea latinità, o piuttosto il latino più illustre
          scritto; e n’ebbe in grandissima copia; e che queste parole e questi usi, e generalmente
          le proprietà del volgare o familiar latino, più si veggono negli scrittori de’ bassi tempi
          (or v. gli esempi di Sulpicio Severo nel Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >confundo</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">confusus</foreign>), e ne’
          volgari moderni che negli aurei scrittori, perchè questi seguivano più l’illustre, e
          quelli il familiare, questi fuggivano il volgo, e quelli o per ignoranza o <pb ed="aut"
            n="3627"/> per elezione, gli andavan dietro, questi avevano una lingua illustre e una
          parlata, quelli non avevano già più una lingua illustre che fosse per essere intesa quando
          anche l’avessero saputa scrivere, ma lingua scritta e parlata era per loro una cosa sola,
          o tra se molto meno diversa che non nell’aureo secolo e ne’ prossimi a quello. Siccome
          eziandio tra gli scrittori aurei, i più antichi e i più familiari, semplici e rimessi di
          stile, più conservano dell’antico latino, più rappresentano della frase volgare e parlata,
          più hanno delle voci e locuzioni, e delle significazioni ed usi di voci, conformi ai
          volgari. Così Cornelio, Fedro, Celso ec. più somigliano quella degli scrittori bassi e de’
          volgari moderni. I più antichi (coi quali vanno quelli che più si tennero all’antico per
          loro instituto, come Varrone, Frontone ec.) perchè il linguaggio illustre e scritto non
          era ancor ben formato e determinato, nè molto nè ben distinto dal parlato e familiare. I
          più semplici e rimessi perchè o per istituto o per un poco meno di abilità nello scrivere
          e minore studio fatto della lingua, o minor diligenza posta nel comporre, non vollero o
          non seppero troppo scostarsi dal linguaggio più noto e succhiato da loro col latte, cioè
          dal familiare e parlato. Onde a noi <pb ed="aut" n="3628"/> paiono amabilissimi e
          pregevolissimi per la loro semplicità ec. ma certo a’ contemporanei dovettero riuscire
          poco colti. Osservo infatti che fra gli scrittori <emph>dell’aureo secolo</emph> quelli
          che fra noi tengono le prime lodi per la semplicità e dello stile e della lingua (la quale
          in loro è sempre notabilmente affine alla frase italiana e moderna, ed anche a quella de’
          tempi bassi), o non si trovano pur nominati dagli antichi, o appena, o in modo che la loro
          stima si vede essere stata come di autori, al più, di second’ordine. Tali sono Cornelio
          Nepote, Celso, Fedro, giudicato dal Le Fèvre il più vicino alla semplicità di Terenzio
            (<bibl>v. <author>Desbillons</author>
            <title lang="lat">Disputat. II. de Phaedro</title>, in fine</bibl>), e simili. De’ quali
          gli stessi moderni, vedendo la diversità della loro frase da quella degli altri aurei, e
          giudicandola non latina (perchè non molto illustre) hanno disputato se appartenessero al
          secol d’oro, ed anche se fossero antichi, ed hanno penato a riconoscerli per autori
          dell’aurea latinità; e le Vite di Cornelio sono state attribuite ad Emilio Probo (autore
          assai basso) per ben lungo tempo e in molte edizioni ec., Celso è stato creduto più
          moderno di quello che è, ec. Fedro è stato attribuito al Perotti, <pb ed="aut" n="3629"/>
          e negato da molti che la sua latinità fosse latina ec. (<bibl>v. la cit.
            <title>Disput.</title> del <author>Desbillons</author>
          </bibl>). Non così è accaduto nè anticamente accadde agli scrittori greci più semplici.
          Effetto e segno che il linguaggio illustre in Grecia era, come altrove ho sostenuto, assai
          men diviso dal volgare e parlato, e che la lingua e lo stile greco per sua natura e per
          sua formazione e circostanze è più semplice ec. Onde lo stile e la lingua p. e. di
          Senofonte fu subito acclamata, non men che fosse quella di Platone ch’è lavoratissima, ec.
          e gli scrittori greci più semplici e familiari non hanno aspettato i tempi moderni a
          divenir famosi e lodati ec. Senofonte e Platone nel loro secolo sono i due estremi quello
          della semplicità e bella sprezzatura, questo dell’eleganza, diligenza e artifizio. Pur
          l’uno e l’altro furono sempre quanto allo stile quasi parimente stimati da’ Greci e
          contemporanei e posteri, e così da’ latini e dagli altri in perpetuo ec. (8. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito del detto da me altrove sopra il verbo <emph>necessitare</emph>, notinsi i
          verbi <emph>felicitare, debilitare, nobilitare, impossibilitare, facilitare, difficultare,
            ereditare</emph> e simili che son fatti evidentemente da <pb ed="aut" n="3630"/>
          <emph>felicità, eredità</emph> e simili, ovvero da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >felicitas, hereditas</foreign> ec. (8. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto fosse incerta l’ortografia stessa italiana (che oggi è la più giusta di tutte)
          anche nel 600, cioè nel secolo dopo il miglior secolo della nostra letteratura, veggasi la
          prefazione all’ortografia del Bartoli, (uomo che fra tutti del suo tempo, e fors’anche di
          tutti i tempi, fu quello che e per teoria e scienza e per pratica, meglio e più
          profondamente e pienamente conobbe la nostra lingua), e il consiglio che quivi egli dà a
          chi vuole scrivere, di pigliarsi cioè o di formarsi un’ortografia a suo modo, e quella
          sempre seguire; consiglio che niuno certamente darebbe oggi in Italia ad alcuno, nè vi
          sarebbe più che una ortografia da poter <emph>pigliare</emph> cioè scegliere ec. Ma al
          contrario era allora, dopo tre secoli e più che si scriveva la nostra lingua, e ciò da
          letterati, non sol per uso della vita. (8. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Le forme regolari e perfette ec. de’ participii e supini (e anche de’ perfetti e lor
          dipendenze) della seconda e terza maniera massimamente, da me <pb ed="aut" n="3631"/>
          stabilite e richiamate nei verbi che più non le hanno, sono, oltre gli altri argomenti,
          confermate da’ verbi delle stesse maniere che ancor le hanno, e che ne’ participii o
          supini son regolari e perfetti, sia ch’essi abbiano anche degl’irregolari, o che
          gl’irregolari solamente; e ch’essi sieno regolari e perfetti in tutto, o che senza ciò lo
          sieno ne’ participii o supini. P. e. <foreign lang="lat" rend="italic">habeo habes
          habui</foreign>, verbo tutto regolare e perfetto, fa <foreign lang="lat" rend="italic"
            >habitum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">habitus a um</foreign>, non
            <foreign lang="lat" rend="italic">habtum</foreign>. Perchè dunque <foreign lang="lat"
            rend="italic">doceo doces docui, doctum</foreign>, non <foreign lang="lat" rend="italic"
            >docitum</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Exerceo, coerceo</foreign> ec. <foreign lang="lat"
                rend="italic">es ui itum</foreign>. Mentre che <foreign lang="lat" rend="italic"
                >arceo</foreign>, ch’è il semplice di questi verbi, fa <foreign lang="lat"
                rend="italic">arctum</foreign>, come si dimostra dall’aggett. <foreign lang="lat"
                rend="italic">arctus</foreign>, secondo il detto altrove in proposito. <foreign
                lang="lat" rend="italic">placeo-taceo-noceo es ui itum</foreign>. Perchè <foreign
                lang="lat" rend="italic">nocitum</foreign> e non <foreign lang="lat" rend="italic"
                >docitum</foreign>? se non per pura casualità d’uso nel pronunziare?</p>
          </note>? E da tali osservazioni si vede che questo paradigma e quello di <foreign
            lang="lat" rend="italic">lego</foreign> sono male scelti ad uso delle grammatiche,
          perchè ambo irregolari, o vogliamo dire alterati dalla prima lor forma, e dalla vera forma
          de’ loro pari, ne’ supini e ne’ participii in us. Il che di <foreign lang="lat"
            rend="italic">lego</foreign> si dimostra anche particolarmente col suo derivato <foreign
            lang="lat" rend="italic">legito</foreign>, come altrove. (8. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Mi pare di aver nella teoria de’ continuativi detto che il perfetto di <foreign
            lang="lat" rend="italic">lego</foreign> fu <foreign lang="lat" rend="italic"
          >legsi</foreign>. Notisi <pb ed="aut" n="3632"/> che oggi e’ non <emph>lexi</emph> come
            <emph>texi, rexi</emph> ec. ma <foreign lang="lat" rend="italic">legi</foreign>, ed è
          regolarissimo, e quello fu mio errore. (8. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3624. Sempre questa voce <emph>vermiglio</emph>, derivata certo dal latino, come
          mostrano le pagine 3514. fine, 3515. fine, e l’altre analoghe; derivatane molto ab antico,
          come mostra la p. 3623. fine, e l’altre analoghe; potrà e dovrà servire ad insegnare (chè
          forse per l’addietro non si sapeva, <foreign lang="fre" rend="italic">faute</foreign> di
          non avere osservato le cose da me dette in proposito, e i generali su cui esse si fondano)
          e a provare che anticamente ancora, siccome oggi la cocciniglia, si usava di fare un color
          rosso carico, con non so quali vermicelli. E molto anticamente, perch’egli è anche a
          notare che sebbene l’origine di <emph>vermiglio</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >vermeil</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">vermejo</foreign>, e del suo
          presente significato, e il modo della traslazione di questo, e la cagion d’essa ec. è
          indubitatamente quella che abbiamo spiegato, nondimeno oggi le dette voci sono già passate
          non solo a significare qualunque color rosso acceso, ancorchè non fatto con vermi, ma anzi
          più volentieri (v. in <pb ed="aut" n="3633"/> particolare i Diz. franc.) s’adoprano a
          significare un colorito naturale affatto che artifiziale; bench’elle per la loro
          etimologia, e propria forza, e primitiva qualità, non valgano a significare altro che un
          color fattizio, una tintura ec. Ma ora elle hanno mutato il loro valore nel detto modo, e
          ciò in tutte tre le lingue del pari, onde si rileva che questa medesima mutazione è bene
          antica. (8. Ott. 1823.). Ed ella può anche servire a dimostrare assolutamente l’antichità
          della voce ec. ch’è ciò ch’io ho inteso di provare nel pensiero a cui questo si riferisce.
          (8. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scriveva Voltaire al Principe Reale di Prussia, poi Federico II, in proposito di una
          frase di Orazio e del modo in cui Federico l’aveva renduta traducendo in francese l’ode in
          ch’ella si trova: <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Ces expressions sont bien plus nobles en français:
              elles ne peignent pas comme le latin, et c’est là le grand malheur de notre langue qui
              n’est pas assez accoutumée aux détails</foreign>.</quote> (<bibl>
            <title lang="fre">Lettres du Prince Royal de Prusse et de M. <pb ed="aut" n="3634"/> de
              Voltaire</title>, Lettre 118. le 6. avril 1740. Oeuvres complettes de Frédéric II roi
            de Prusse. 1790. tome 10, p. 500.</bibl>) Aveva detto Voltaire che l’espressione latina <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">serait très-basse en français</foreign>
          </quote>.</p>
        <p>Con buona pace di Voltaire la lingua francese è ed assuefatissima e proprissima ai
          dettagli, perch’ella ha parole per significare fino alle più menome differenze delle cose,
          come altrove ho detto, e vince in questo forse tutte l’altre lingue antiche e moderne,
          comprese le più poetiche, o quelle che meglio hanno linguaggio poetico e nobile. Ma non
          avendo sinonimi, nè parole o frasi antiche o poco usitate e correnti, e rimote dall’uso
          comune, nè significazioni cotali, ma vocaboli e frasi e significati triti continuamente
          dall’uso corrente del discorso e della conversazione, e tanto solo avendo quanto si trova
          in questo tal uso, ed essendo non che pregiato e buono e prescritto, ma vizioso e
          intollerabile e condannato e vietato in francese tutto ciò ch’è rimoto dall’uso del dir
          comune e presente, ella non può, quando vuol esser nobile, entrar ne’ dettagli, ma le
          conviene tenersi sempre all’espressioni generali, che son sempre nobili, o piuttosto, che
          non sono mai nè possono essere ignobili. Neanche <pb ed="aut" n="3635"/> la lingua latina,
          nè qual altra è più poetica, più capace di eleganza e maestà ec., più avvezza ai dettagli,
          ec. potrebbe mai nella poesia o in uno stile nobile, entrar gran fatto ne’ particolari,
          s’ella non avesse parole e modi per significarli, diversi da quelli con che l’uso corrente
          del parlare, e lo stil familiare ec. scritto o parlato, significa quei medesimi
          particolari. E l’espression latina che sarebbe bassissima in francese, sarebbe stata
          bassissima anche in latino, se fosse stata quella o conforme a quella con che l’uso
          corrente del dir latino significava quella tal cosa. (8. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3626. Queste osservazioni possono dimostrare che l’uso moderno metaforico del
          verbo <emph>confondere</emph> nel significato appresso a poco di <foreign lang="lat"
            rend="italic">confuto</foreign>, benchè non si trovi precisamente nell’antico latino
          noto, viene però da esso, per mezzo del volgare latino; giacchè tale si è il significato
          latinissimo e ordinario di un antichissimo verbo latino, che è continuativo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">confundo</foreign>, e che n’è continuativo appunto nel detto
          significato. Similmente nel primo principio della mia teoria de’ continuativi <pb ed="aut"
            n="3636"/> ho discorso in proposito di un significato dello spagnuolo <foreign
            lang="spa" rend="italic">traer</foreign> conforme a quello del suo continuativo <foreign
            lang="lat" rend="italic">tractare</foreign>, ma ignoto in latino ec. (9. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uso de’ diminutivi positivati (sì verbi che nomi ec.) o che i positivi non s’usino o
          non esistano ec., o che s’usino collo stesso valore o equivalente, è comune alle nostre
          lingue anche in vocaboli che non derivano dal latino, donde ch’egli abbiano origine. V. p.
          3946.3998. Come in francese <foreign lang="fre" rend="italic">fardeau</foreign> (it.
            <emph>fardello</emph>), <foreign lang="fre" rend="italic">marteau, martel</foreign>
            (<emph>martello</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">martillo</foreign>), <foreign
            lang="fre" rend="italic">roseau, berceau, tonneau</foreign> ec. ec. diminutivi per
          forma, sono tutti positivi di significato<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <emph>Fromba</emph> e <emph>frombola</emph>, coi derivati dell’uno e dell’altro. Puoi
              vedere la p. 3968-9. 3992. capoverso I. 3993. capov. ult. 3994. fin. 4000. fin. —
              4001. 4003. paquet empaqueter ec. Noi volgarm. pacco e pacchetto. V. l’Alberti e gli
              spagnuoli.</p>
          </note>. <foreign lang="fre" rend="italic">Fourreau</foreign>, diminutivo di un <foreign
            lang="fre" rend="italic">fourre</foreign>, onde <foreign lang="fre" rend="italic"
            >fourrer</foreign>, che rispondesse al nostro <emph>fodero</emph> o <emph>fodera</emph>.
          Infatti in spagnuolo si ha <foreign lang="spa">
            <hi rend="italic">a</hi>
            <hi rend="sc">forro</hi>
          </foreign> onde <foreign lang="spa">
            <hi rend="italic">a</hi>
            <hi rend="sc">forrar</hi>
          </foreign> ec. come noi da <emph>fodera, foderare</emph>. L’aggiunta dell’<emph>a</emph>
          nel principio delle voci è usitata assai in spagnuolo come in italiano (Monti Propos. in
            <emph>ascendere</emph>). Sicchè <foreign lang="spa" rend="italic">aforro</foreign> è
            <foreign lang="fre" rend="italic">fourre</foreign>. V. p. 3852. A proposito di <foreign
            lang="fre" rend="italic">berceau</foreign>, anche noi diciamo positivamente
          <emph>culla</emph>, ch’è altresì diminutivo, fatto da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cuna</foreign> (che noi pure abbiamo), o ch’e’ sia corruzione moderna di <foreign
            lang="lat" rend="italic">cunula</foreign> (che si trova in Prudenzio), o ch’e’ sia forma
          antica latina, diminutiva anch’essa, e contratta da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cunula</foreign>, o indipendente da questo. Vedi il Forcellini in <foreign lang="lat"
            rend="italic">trulla</foreign> diminutivo di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >trua</foreign>. (9. Ott. 1823.). V. p. 3897.3993.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3310. Non è propriamente (benchè si chiami) Amore quello che noi ponghiamo al
          cibo che ci pasce e diletta, e agl’istrumenti e <pb ed="aut" n="3637"/> alle cose tutte
          che servono ai nostri piaceri, comodi e utilità. Perocchè l’affetto che ci muove verso
          questi obbietti non ha nemmeno apparentemente per fine gli oggetti medesimi (che è il caso
          in cui il nostro affetto si chiama propriamente amore)<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Perocchè amor vero cioè che abbia effettivamente per proprio fine l’oggetto amato, o
              vogliamo dire il suo bene e la sua felicità, non si dà in alcuno essere, neppure in
              Dio, se non verso lo stesso amante.</p>
          </note>, ma noi soli apertamente e immediatamente o vogliam dire i nostri piaceri, comodi,
          vantaggi, in quanto nostri. (9. Ott. 1823.). V. p. 3682.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3586. Quanto più tai voci e frasi saranno e saranno sempre state, nelle moderne
          lingue, affatto volgari, e quanto meno proprie degli scrittori e delle moderne lingue
          illustri, o meno sospettabili di essere state introdotte dagli scrittori e dalla lingua
          illustre, tanto più forte e concludente sarà l’argomento da esse al latino, e dal latino a
          esse, poste l’altre debite circostanze ec. Onde i nostri dialetti volgari e non mai
          scritti (se non per giuoco ec.) e che non hanno linguaggio illustre, sono molto a
          proposito in queste materie, e se ne conferma quello che ho detto della loro utilità per
          investigar le origini della lingua latina ec. nella mia teoria de’ continuativi verso <pb
            ed="aut" n="3638"/> il fine. Altrettanto e più dicasi intorno alla lingua Valacca, che
          non è stata mai per niun modo, neppure indiretto, influita da niuna letteratura, ch’io
          sappia. (9. Ottobre 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3575. Ond’è tanto più forte, anzi fortissimo l’argomentare ch’io fo dallo
          spagnuolo (da’ participii spagnuoli ec.) all’antico latino. Vedi la pag. 3586. e il
          pensiero antecedente. (9. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Léser</foreign> o <foreign lang="fre" rend="italic"
            >lézer</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">laesus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">laedo</foreign>. (9. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Primos in orbe deos fecit timor</foreign>. Intorno a ciò
          altrove. Or si aggiunga, che siccome quanto è maggior l’ignoranza tanto è maggiore il
          timore, e quanta più la barbarie tanta è più l’ignoranza, però si vede che le idee de’ più
          barbari e selvaggi popoli circa la divinità, se non forse in alcuni climi tutti piacevoli,
          sono per lo più spaventose ed odiose, come di esseri tanto di noi invidiosi e vaghi del
          nostro male quanto più forti di noi. Onde le immagini ed idoli che costoro si fabbricano
          de’ loro Dei, sono mostruosi e di forme terribili, non solo per lo poco artifizio di chi
          fabbricolle, ma eziandio perchè tale si fu la intenzione e la idea dell’artefice. E vedesi
          questo medesimo anche in molte nazioni che benchè lungi da civiltà pur non sono senza
          cognizione ed <pb ed="aut" n="3639"/> uso sufficiente di arte in tali ed altre opere di
          mano ec. come fu quella de’ Messicani, i cui idoli più venerati eran pure bruttissimi e
          terribilissimi d’aspetto come d’opinione. Molte nazioni selvagge, o ne’ lor principii,
          riconobbero per deità questi o quelli animali più forti dell’uomo, e forse tanto più
          quanto maggiori danni ne riceveano, e maggior timore ne aveano, e minori mezzi di
          liberarsene, combatterli, vincerli ec. La forza superiore all’umana è il primo attributo
          riconosciuto dagli uomini nella divinità. V. p. 3878. E certo egli è segno di civiltà
          molto cresciuta e bene istradata il ritrovare in una nazione e la idea e le immagini o
          simboli o significazioni della divinità, piacevoli o non terribili. Come fu in Grecia,
          sebben molto a ciò dovette contribuire la piacevolezza e moderatezza di quel clima, che
          nulla o quasi nulla offre mai di terribile. Perocchè le forze della natura vedute negli
          elementi ec., riconosciute per superiori di gran lunga a quelle degli uomini, e, a causa
          dell’ignoranza, credute esser proprie di qualche cosa animata e capace, come l’uomo, di
          volontà, poichè è capace di movimento, di muovere ec.; sono state le cose che hanno
          suscitata l’idea della divinità (perchè gli uomini amano e son soliti di spiegar con un
          mistero un altro mistero, e d’immaginar cause indefinibili degli effetti che non
          intendono, e di rassomigliare l’ignoto al noto; come le cause ignote de’ movimenti
          naturali, alla volontà ed all’altre forze note che producono i movimenti animali ec.),
          ond’è ben naturale che tale <pb ed="aut" n="3640"/> idea corrispondesse alla natura di
          tali effetti, e fosse terribile se terribili, moderata se moderati, piacevole se piacevoli
          ec. e più e meno secondo i gradi ec. Se non che nell’idea primitiva dovette sempre
          prevalere o aver gran parte il terribile, perchè essendo l’uomo naturalmente inclinato più
          al timore che alla speranza, come altrove in più luoghi, una forza superiore affatto
          all’umana, dovette agl’ignoranti naturalmente aver sempre del formidabile. Oltre che in
          ogni paese v’ha tempeste, benchè più o meno terribili ec. E tra le varie divinità di una
          nazione che ne riconosca più d’una, di una mitologia ec., le più antiche son certamente le
          più formidabili e cattive, e le più amabili e benefiche ec. son certamente le più moderne.
          Le nazioni più civilizzate adoravano gli animali utili, domestici, mansueti ec. come gli
          egizi il bue, il cane, o loro immagini. Le più rozze, gli animali più feroci, o loro
          sembianze (<bibl>v. la parte <hi rend="sc">i</hi>. della <title>Cron. del Peru</title> di
              <author>Cieça</author>, cap. 55. fine. car.152. p. 2.</bibl>). Quelle p. e. il sole
            <emph>o solo o principalmente</emph>, queste, <emph>o sola o principalmente</emph> la
          tempesta ovvero ec. ec. E a proporzione della rozzezza o civiltà, gli Dei ec. malefici e
          benefici erano stimati più o men principali e potenti, ed acquistavano o perdevano
          nell’opinione e religion del popolo, e nelle mitologie, e riti ec. V. p. 3833. Come della
          mitologia greca e latina ec. senza dubbio si dee dire. Infatti anche indipendentemente da
          questa osservazione, s’hanno argomenti di fatto per asserire che p. e. Saturno, Dio
          crudele e malefico, e rappresentato per vecchio, brutto, e d’aspetto come d’indole e di
          opere, odioso, fu l’uno de’ più antichi Dei della Grecia o della nazione onde venne la
          greca e latina mitologia, e più antico di Giove ec. Effettivamente la detta mitologia
          favoleggia che Saturno regnò prima di Giove, <pb ed="aut" n="3641"/> e da costui fu
          privato del regno. La qual favola o volle espressamente significare la mutazione delle
          idee de’ greci ec. circa la divinità, e il loro passaggio dallo spaventoso all’amabile ec.
          cagionato dal progresso della civiltà, e decremento dell’ignoranza; o (più verisimilmente)
          ebbe origine e occasione da questo passaggio, di essere inventata naturalmente.</p>
        <p>Del resto, ho detto altrove che dalla considerazione della divinità come formidabile,
          odiosa, odiatrice, nemica ec. nacque l’uso de’ sacrifizi cruenti, comune alla massima
          parte degli antichi popoli e de’ selvaggi ch’ebbero o hanno una qualunque religione o
          tintura di religione. Ora è da notare che detti sacrifizi furono e sono tanto più crudeli,
          quanto i detti popoli furono o sono più barbari e ignoranti, perchè tanto più crudele,
          nemica, maligna, odiosa, terribile e’ si figuravano o si figurano la divinità. Onde per
          placarla e soddisfarla, tormentano le vittime, volendo pascere il di lei odio e sfamarlo,
          acciocch’esso risparmi i sacrificatori. E perciò ne’ più antichi tempi de’ greci e de’
          latini, così de’ Galli a’ tempi e nella religione de’ Druidi, tra’ Celti ec. furono propri
          di questi popoli <pb ed="aut" n="3642"/> ancor barbari e ignoranti, i sacrifizi d’uomini
          (che poi per l’uso durarono anche fino a tempi più civili), e lo sono e furono d’altri
          moltissimi popoli selvaggi; come che con tali sacrifizi meglio si soddisfacesse l’ira e
          l’odio della divinità verso gli uomini, cioè verso quel tal genere che a lei facea
          sacrifizi. E non pur d’uomini nemici, che non sarebbe gran meraviglia (uso anch’esso
          comunissimo tra’ selvaggi), o di colpevoli e malvagi, ma eziandio nazionali e probi,
          benchè questi sacrifizi sieno e fossero meno frequenti di quelli di nemici o di rei. Qua
          si può riferire lo spontaneo sacrifizio e <emph>devozione</emph> (cioè esecrazione di se
          stessi ec.) di Codro, de’ Decii, di Curzio (s’è vero) e simili. Tutti appartenenti a’ più
          antichi e barbari tempi della Grecia e di Roma, nè mai rinnovati ne’ tempi civili appo
          l’una nè l’altra nazione.</p>
        <p>È da considerare ancora che tra’ selvaggi e tra’ barbari antichi o moderni ch’ebbero o
          hanno più divinità, altre più odiose, altre meno, altre amabili e buone ec.; le più
          venerate e colte con sacrifizi e riti e cerimonie e preci ec. sono o furono le più
          cattive, <pb ed="aut" n="3643"/> terribili, odiose, brutte a vedere ec. perchè il timore è
          più forte, valevole, efficace, attivo che la speranza e l’amore. Al contrario accadde e
          accade ne’ men barbari ec. e tanto più quanto men barbari, e altresì in quelle medesime
          nazioni in tempi più civili, e a proporzione degl’incrementi della civiltà e delle
          conoscenze e del lume della ragione ec. e de’ progressi dello spirito umano. L’una e
          l’altra di queste verità è dimostrata dalla storia, dalle notizie dell’antichità, e dalle
          relazioni de’ viaggiatori ec. <bibl>V. fra gli altri mille, <author>D. Ant. de
            Solìs</author>, <title>Historia de la Conquista de Mexico</title> L. 1. c. 15. p. 43-45.
            L. 3. c. 13. p. 236-8. Madrid 1748</bibl>. (9. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Fuoco — Il suo uso è indispensabile necessità ad una vita comoda e civile, anzi pure ai
          primissimi comodi. — Or tanto è lungi che la natura l’abbia insegnato all’uomo, che fuor
          di un puro caso, e senza lunghissime e diversissime esperienze, ei non può averlo scoperto
          nè concepito — E non possono neppure i filosofi indovinare come abbia fatto l’uomo non
          pure ad accendere, ma a vedere e scoprire il primo fuoco. Chi ricorre a un incendio
          cagionato dal fulmine, chi al <foreign lang="fre" rend="italic">frottement</foreign>
          reciproco de’ rami degli alberi cagionato da’ venti nelle <pb ed="aut" n="3644"/> foreste,
          chi a’ volcani, e chi ad altre tali ipotesi l’una peggio dell’altra — E conosciuto il
          fuoco, come avrà l’uomo trovato il modo di accenderlo sempre che gli piaceva? Senza di che
          e’ non gli era di veruno uso. E di estinguerlo a suo piacere? Quanto avrà egli dovuto
          tardare a sapere e a trovar tutte queste cose — Gli antichi favoleggiavano che il fuoco
          fosse stato rapito al cielo e portato di lassù in terra. Segno che l’antica tradizione
          dava l’invenzione del fuoco e del suo uso e del modo di averlo, accenderlo, estinguerlo a
          piacere, per un’invenzione non delle volgari, ma delle più maravigliose; e che questa
          invenzione non fu fatta subito, ma dopo istituita la società, e non tanto ignorante,
          altrimenti ella non avrebbe potuto dar luogo a una favola, e a una favola la quale narra
          che il ratto del fuoco fu opera di chi volle beneficare la società umana ec. — Non solo la
          natura non ha insegnato l’uso del fuoco, nè somministrato pure il fuoco agli uomini se non
          a caso, ma ella lo ha fatto eziandio formidabile, e pericolosissimo il suo uso. E
          lasciando i danni morali, quanti infiniti ed immensi danni fisici non ha fatto l’uso del
          fuoco sì all’altre <pb ed="aut" n="3645"/> parti della natura sì allo stesso genere umano.
          Niuno de’ quali avrebbe avuto luogo se l’uomo non l’avesse adoperato, e contratto il
          costume di adoperarlo. Il fuoco è una di quelle materie, di quegli agenti terribili, come
          l’elettricità, che la natura sembra avere studiosamente seppellito e appartato, e rimosso
          dalla vista e da’ sensi e dalla vita degli animali, e dalla superficie del globo, dove
          essa vita e la vegetazione e la vita totale della natura ha principalmente luogo, per non
          manifestarlo o lasciarlo manifestare che nelle convulsioni degli elementi e ne’ fenomeni
          accidentali e particolari, com’è quello de’ vulcani, che sono fuor dell’ordine generale e
          della regola ordinaria della natura. Tanto è lungi ch’ella abbia avuto intenzione di farne
          una materia d’uso ordinario e regolare nella vita degli animali o di qualsivoglia specie
          di animali, e nella superficie del globo, e di sottometterlo all’arbitrio dell’uomo, come
          le frutta o l’erbe ec., e di destinarlo come necessario alla felicità e quindi alla
          natural perfezione della principale specie di esseri terrestri — <pb ed="aut" n="3646"/>
          Orazio (<bibl>
            <hi rend="sc">i</hi>. od. 3.</bibl>) considera l’invenzione e l’uso del fuoco come cosa
          tanto ardita, e come un ardire tanto contro natura, quanto lo è la navigazione, e
          l’invenzion d’essa; e come origine, principio e cagione di altrettanti mali e morbi ec. di
          quanti la navigazione; e come altrettanto colpevole della corruzione e snaturamento e
          indebolimento ec. della specie umana — Ma il fuoco è necessario all’uomo anche non
          sociale, ed alla vita umana semplicemente. Come si vivrebbe in Lapponia o sotto il polo,
          anzi pure in Russia ec. senza il fuoco? Primieramente, rispondo io, come dunque la natura
          l’ha così nascosto ec. come sopra? Come poteva ella negare agli esseri ch’ella produceva
          il precisamente necessario alla vita, all’esistenza loro? o render loro difficilissimo il
          procacciarselo? e pericolosissimo l’adoperare il necessario? pericolosissimo, dico, non
          meno a se stessi che altrui? Ed essendo quasi certo, secondo il già detto, che gli uomini
          non hanno potuto non tardare un pezzo (più o men lungo) a scoprire il fuoco, e più ad
          avvedersi che lor potesse <pb ed="aut" n="3647"/> servire ed a che, e più a trovare il
          come usarlo, il come averlo al bisogno ec. e a vincere il timore che e’ dovette ispirar
          loro, sì naturalmente, sì per li danni che ne avranno ben tosto provati e certo prima di
          conoscerne anzi pur d’immaginarne l’uso e la proprietà, sì ancora forse per le cagioni che
          lo avranno prodotto (come se fulmini o volcani o tali fenomeni ec.), sì per gli effetti
          che n’avranno veduto fuor di se, come incendi e struggimenti d’arbori, di selve ec. morti
          e consunzioni e incenerimento d’animali, o d’altri uomini ec. ec.; stante dico tutto
          questo, come avranno potuto vivere tanti uomini, o sempre, o fino a un certo tempo, senza
          il necessario alla vita loro? Secondariamente, chiunque non consideri il genere umano per
          più che per una specie di animali, superiore bensì all’altre, ma una finalmente di esse;
          chiunque si contenti e si degni di tener l’uomo non per il solo essere, ma per un degli
          esseri, di questa terra, diverso dagli altri di specie, ma non di genere nè totalmente, nè
          formante un ordine e una natura a parte, ma compreso nell’ordine e nella natura di tutti
          gli altri esseri sì della terra sì di <emph>questo</emph> mondo, <pb ed="aut" n="3648"/> e
          partecipante delle qualità ec. degli altri, come gli altri delle sue, e in parte conforme
          in parte diverso dagli altri esseri, e fornito di qualità parte comuni parte proprie, come
          sono tutti gli altri esseri di questo mondo, ed insomma avente piena e vera proporzione
          cogli altri esseri, e non posto fuor d’ogni proporzione e gradazione e rispetto e
          attinenza e convenienza e affinità ec. verso gli altri; chiunque non crederà che tutto il
          mondo o tutta la terra e ciascuna parte di loro sian fatte unicamente ed espressamente per
          l’uomo, e che sia inutile e indegna della natura qualunque cosa, qualunque creatura,
          qualunque parte o della terra o del mondo non servisse o non potesse nè dovesse servire
          all’uomo, nè avesse per fine il suo servigio; chiunque così la pensi, risponderà
          facilmente alla soprascritta obbiezione. S’egli v’ha, come certo v’avrà, una specie di
          pianta, che rispetto al genere de’ vegetabili ed alla propria natura loro generale, sia di
          tutti i vegetabili il più perfetto, e sia la sommità del genere vegetale, come lo è l’uomo
          dell’animale, non per questo <pb ed="aut" n="3649"/> seguirà nè sarà necessario ch’essa
          pianta nè si trovi nè prosperi, nè debba nè pur possa prosperare nè anche allignare nè
          nascere in tutti i paesi e climi della terra, nè in qualsivoglia regione de’ climi ov’ella
          più prospera e moltiplica, nè in qualsivoglia terreno e parte delle regioni a lei più
          proprie e naturali. Così discorrasi nel genere o regno minerale, e negli altri qualunque.
          Che all’uomo in società giovi la moltiplicazione e diffusione della sua specie, o per
          meglio dire che alla società giovi la moltiplicazione e propagazione della specie umana, e
          tanto più quanto è maggiore, questo è altro discorso<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Questo suppone lo stato di società ch’io combatto.</p>
          </note>, e certo s’inganna assai chi lo nega. Ma che la natura medesima abbia destinato la
          specie umana a tutti i climi e paesi, e tutti i climi e paesi alla specie umana, questo è
          ciò che nè si può provare, e secondo l’analogia, che sarà sempre un fortissimo, e forse il
          più forte argomento di cognizione concesso all’uomo, si dimostra per falsissimo. Niuna
          pianta, niun vegetale, niun minerale, niuno animale conosciuto si trova in tutti i paesi e
          climi <pb ed="aut" n="3650"/> nè in tutti potrebbe vivere e nascere, non che prosperare
          ec. Altre specie di vegetabili e di animali ec. si trovano e stanno bene in più paesi e
          più diversi, altre in meno, niuna in tutti, e niuna in tanti e così vari di qualità e di
          clima, in quanti e quanto vari è diffusa la specie umana. Tra la propagazione e diffusione
          di questa specie e quella dell’altre non v’ha proporzione alcuna. E notisi che la
          propagazione di molte specie di animali, di piante ec. devesi in gran parte non alla
          natura, ma all’uomo stesso, onde non avrebbe forza di provar nulla nel nostro discorso.
          Molte specie che per natura non erano destinate se non se a un solo paese, o a una sola
          qualità di paesi, o a paesi poco differenti, sono state dagli uomini trasportate e
          stabilite in più paesi, in paesi differentissimi ec. Ciò è contro natura, come lo è lo
          stabilimento della specie umana medesima in quei luoghi che a lei non convengono. Le
          piante, gli animali ec. trasportate e stabilite dall’uomo in paesi a loro non convenienti,
          o non ci durano, o non prosperano, o ci degenerano, ci si trovano male ec.
          Gl’inconvenienti <pb ed="aut" n="3651"/> a cui le tali specie sono soggette ne’ tali casi
          in siffatti luoghi, sono forse da attribuirsi alla natura? e se esse in detti luoghi, pur,
          benchè male, sussistono, si dee forse dire che la natura ve le abbia destinate? e il
          genere di vita ch’esse sono obbligate a tenere in siffatti luoghi, o che loro è fatto
          tenere, e i mezzi che impiegano a sussistere, o che s’impiegano a farle sussistere, si
          debbono forse considerare come naturali, come lor propri per loro natura? e argomentare da
          essi delle intenzioni della natura intorno a detta specie?</p>
        <p>Mentre pertanto non si può dubitare che la natura, quanto a se, ha limitato ciascuna
          specie di animali, di vegetabili ec. a certi paesi e non più; nel tempo stesso, al modo
          che nelle altre cose non si vuol riconoscere alcuna proporzione e analogia tra la specie
          umana e l’altre specie di esseri terrestri o mondani, così si pretende che la natura non
          abbia limitato la specie umana a niun paese, a niuna qualità di paesi; e a differenza di
          tutte l’altre specie terrestri, a ciascuna delle quali la natura ha destinato sol
          piccolissima parte del <pb ed="aut" n="3652"/> globo, si vuol ch’ella abbia destinato alla
          specie umana tutta quanta la terra. Che l’uomo infatto l’abbia occupata tutta, non si può
          negare. Così egli ha fatto milioni d’altre cose contrarie alla natura propria ed
          all’universale. Ma argomentar dal fatto, che tale occupazione sia secondo natura, è cosa
          stolta. Intorno a una specie di esseri che ha fatto e tuttogiorno fa tante cose
          evidentemente non pur diverse ma contrarie alla natura e propria ed universale, volendo
          discorrere della sua natura vera, e de’ suoi propri e primitivi destini, bisogna ragionare
            <emph>a maiori</emph>, perchè il ragionamento <emph>a minori</emph> diviene impossibile.
          Ragionare <emph>a maiori</emph> nel nostro caso, è considerare l’analogia, la quale
          abbiamo veduto che cosa dimostri. <emph>A minori</emph> si potrebbe confermare la stessa
          cosa, col veder le miserie fisiche a cui la specie umana è inevitabilmente soggetta in
          moltissimi paesi e climi, e le qualità e costituzioni fisiche p. e. de’ Samoiedi, la razza
          de’ quali, piccolissima e deforme, si può considerare come una degenerazione della specie
          umana, cagionata dal clima contrario alla sua natura propria <pb ed="aut" n="3653"/> e
          primitiva; degenerazione conforme a quella che manifestamente veggiamo in tante specie di
          animali, piante ec. stabilite da noi fuori de’ loro nativi, propri e naturali paesi,
          climi, terreni ec.</p>
        <p>Ed in verità, ragionando anche astrattamente, non vi par egli assurdo, e fuor d’ogni
          verisimiglianza, e d’ogni proporzione o convenienza o similitudine con quello che in tutte
          l’altre cose veggiamo, che la natura abbia destinato una medesima e identica specie
          d’animali a nascere e vivere e prosperare indifferentemente in tante e così immense
          diversità di climi e di qualità di paesi, quante si trovano in questa terra, quanta è
          quella (per considerare una sola di tali infinite diversità, cioè quella del caldo e del
          freddo) che passa tra le regioni polari e l’equinoziale? Che l’ardore, il gelo; l’estrema
          umidità, l’estrema secchezza; la terra affatto sterile, la sommamente feconda; il cielo
          sempre sereno, il sempre piovoso; tutte queste cose sieno state dalla natura rendute
          affatto indifferenti al bene e perfetto e felice e proprio essere della specie umana? <pb
            ed="aut" n="3654"/> Ch’ella abbia ugualmente disposta la detta specie a tutte queste
          cose, a tutti questi estremi? Or questo è ciò che seguirebbe dal fatto, cioè
          dall’universale diffusione di nostra specie, se dal fatto si dovesse argomentare la di lei
          natura: questo è ciò che suppone veramente e necessariamente nel fatto la detta universal
          diffusione, e senza cui essa non può non esser cosa snaturatissima e contrarissima al ben
          essere della specie. Qual altra specie di animali, di vegetali ec. è o può mai parere a un
          filosofo disposta naturalmente, non dico a tutti i diversi estremi delle qualità de’
          paesi, come si pretende o è necessario pretendere che lo sia indifferentemente la specie
          umana; non dico a due soli di tali estremi; ma pure a due differenze in tali qualità, che
          non sieno molto lontane dagli estremi? Qual proporzione, quale analogia sarebbe tra la
          detta natura fisica della specie umana, e quella di qualsivoglia altra specie, e di tutte
          insieme, e tra la natura universale?</p>
        <p>Io dico dunque per fermo, che la specie umana per sua natura, secondo le intenzioni della
          natura, volendo poter conservare il suo ben essere, <pb ed="aut" n="3655"/> non doveva
          propagarsi più che tanto, e non era destinata senon a certi paesi e certe qualità di
          paesi, de’ limiti de’ quali non doveva naturalmente uscire, e non uscì che contro natura.
          Ma come contro natura ella giunse a un grado di società fra se stessa, ch’è fuor d’ogni
          proporzione con quella che hanno l’altre specie, e che in mille luoghi s’è dimostrato
          esser causa del suo mal essere e corruzione ec., così contro natura si moltiplicò e
          propagò strabocchevolmente; perocchè questa moltiplicazione, come poi contribuì sommamente
          ad accelerare, cagionare, accrescere i progressi della società, cioè della corruzione
          umana, così dapprincipio non ebbe origine se non dal soverchio e innaturale progresso
          d’essa società. Quanto le specie sono meno socievoli o hanno minor società, tanto meno si
          moltiplicano; e viceversa. Vedesi ciò facilmente nelle varie specie d’animali, e anche di
          piante ec. Vedesi ancora ne’ selvaggi e ne’ popoli più naturali, il numero della cui
          popolazione è per lo più stazionario come il loro stato sociale, il loro carattere,
          costume ec. (e tale doveva egli essere, secondo <pb ed="aut" n="3656"/> natura, in tutta
          la specie umana; e tale par che sia nell’altre specie d’animali). Piccole isole, segregate
          affatto dall’altre terre, hanno da tempo immemorabile fino a’ dì nostri, sempre ugualmente
          bastato alla popolazione racchiusa in esse, e tale certo ve n’ha, non ancora scoperta, che
          ancor basta alla sua popolazione, e basteralle fino a tempo illimitato, o in perpetuo. Ne’
          paesi dove, dopo la prima occupazione fattane dagli uomini, la società non ha fatto altri
          progressi, non si è stretta niente di più che allor fosse, neanche il numero
          degl’individui umani è cresciuto, e la moltiplicazione appena v’ha luogo. Al contrario
          nelle società colte, e tanto più al contrario (salvo però molte altre circostanze naturali
          o sociali che giovano o nocciono per se alla moltiplicazione) quanto elle sono più colte.
          Dal che si vede che la soverchia moltiplicazione del genere umano, e la sua propagazione
          che da lei nasce e che ne è necessario effetto, non sono cose che vengono dalla natura, se
          non fino a un certo e conveniente grado. E necessaria alla soverchia diffusione del genere
          umano è stata, fra l’altre cose, la <pb ed="aut" n="3657"/> navigazione, così
          evidentissimamente contro natura; mentre questa anzi avrebbe dovuto insegnarla e renderla
          facilissima e non, com’è, pericolosissima ec. ec. ec., se la detta propagazione, a cui
          l’arte del navigare era necessaria, fosse stata secondo le sue intenzioni.</p>
        <p>Come ho detto, altre specie sono naturalmente più, altre meno atte a moltiplicarsi, altre
          destinate a più e più diversi paesi, altre a meno e men diversi. Che la specie umana sia
          piuttosto delle seconde che delle prime, si può per analogia dedurre dal suo stesso essere
          nel suo genere, cioè nel genere animale, la più perfetta e suprema e migliore. Perocchè
          veggiamo che in ogni genere di vegetali, di minerali ec. le specie migliori son le più
          rare, le meno trasferibili fuor de’ luoghi natii ec. Quella pianta più d’ogni altra
          perfetta, che abbiam supposto di sopra, sarebbe verisimilmente la più rara, la più
          limitata a certa sorta di paese, di terreno. Le men perfette, a proporzione. Così pure a
          proporzione nel genere animale. Le migliori specie sarebbero le <pb ed="aut" n="3658"/>
          più rare, le più scarse nell’intrinseco numero ec. (Se tra le migliori e superiori
          vogliamo contare la scimia, l’uomo selvatico ec. che più s’avvicinano all’uomo, il fatto
          confermerebbe la mia supposizione). Ed essendo il genere animale nella natura terrestre,
          il migliore; e la specie umana essendo la sommità del genere animale, e quindi di tutte le
          specie e generi di esseri terrestri; ne seguirebbe ch’ella naturalmente dovesse essere di
          tutte le specie terrestri la più rara, e la più limitata nel numero e ne’ luoghi.</p>
        <p>Con questi discorsi alla mano, e tenendo fermo che la propagazione della nostra specie
          accadde per la massima parte contro natura, io risponderò facilmente a chi dalle qualità
          di tali o tali paesi abitati ora dagli uomini, volesse dedurre che tali o tali istituti,
          costumi, usi, invenzioni ec. ec. non insegnati nè suggeriti, anzi contrariati dalla
          natura, e per lunghissimo tempo stati necessariamente ignoti ec. sieno, malgrado della
          natura, necessarii alla specie umana, alla sua vita, al suo ben essere. Io considererò
          tali costumi ec. come i rimedii dolorosi o disgustosi de’ morbi, i quali tanto <pb
            ed="aut" n="3659"/> sono naturali quanto essi morbi, che non sono naturali o avvengono
          contro le intenzioni e l’ordine generale della natura. La natura non ha insegnato i
          rimedii perchè neanche ha voluto i morbi; così s’ella ha nascosto p. e. il fuoco, non l’ha
          fatto perchè l’uomo dovesse di sua natura cercarlo con infinita difficoltà, usarlo con
          infinito pericolo ec. ma perch’ella non ha voluto che l’uomo vivesse e abitasse in luoghi
          dove gli facesse bisogno di fuoco, (nè si cibasse di ciò che senza fuoco non è mangiabile
          nè atto per lui ec.). E in questo modo e con questo mezzo ribatterò infinite obbiezioni di
          simil genere contro la mia teoria dell’uomo; chè certo il detto mezzo si estende a
          infinita diversità di cose.</p>
        <p>E quanto al fuoco in particolare, dal quale abbiam preso occasione di questo discorso;
          che ne’ luoghi temperati o caldi, soli destinati dalla natura all’uomo, e ne’ quali
          infatti si vede che la vita de’ popoli non corrotti ancora, o men corrotti, dalla società,
          fu ed è più naturale che altrove, e men bisognosa d’invenzioni e mezzi e usi <pb ed="aut"
            n="3660"/> ec. ascitizi, e meno effettivamente di essi contaminata e alterata (si sa
          d’altronde e si vede sempre più chiaro per le storie e i monumenti e avanzi delle memorie
          antichissime, che si vanno di dì in dì più scoprendo e intendendo, che un paese caldissimo
          fu la culla, ed io aggiungo, la propria e natural sede di nostra specie); che ne’ paesi
          caldi, dico, la specie umana non abbia mestieri di fuoco a vivere e a ben vivere secondo
          natura (non secondo società, chè la vita sociale senza fuoco non può stare), si vede con
          effetto v. g. ne’ Californii; i quali, ch’io sappia, non usano fuoco in alcun modo,
          vivendo in caldissima temperatura, che lor risparmia il fuoco non men che le vesti; e
          cibandosi solo d’erbe e radici e frutta e animali che colle proprie mani disarmate
          raggiungono, vincono e prendono, e altre tali cose, tutto crudo. Ma quivi proprio, accanto
          a loro e tra loro, i missionarii ed altri europei quivi stabiliti, morrebbero certo se non
          usassero fuoco. La necessità del fuoco non vien dunque da’ climi ec. Intanto quei
          Californii sono a cento doppi nel fisico più sani, forti, allegri d’aspetto, e certo nel
          morale e nell’interno felici, che non questi europei.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3661"/> Non sarà alieno da questo proposito il prevenir chi volesse
          obbiettare che moltissimi degli usi invenzioni ec. che hanno cagionato la corruzione del
          genere umano, o vi hanno contribuito, o da essa son nate, e l’hanno accresciuta ec. si
          trovano esser comuni o a tutti o a moltissimi popoli, anche selvaggi, anche affatto divisi
          tra loro, e diversissimi ec. anche privi fino agli ultimi momenti d’ogni commercio col
          resto del mondo ec., o alla massima parte dei popoli ec. (com’è l’uso del fuoco); e da ciò
          volesse dedurre che tali usi, invenzioni ec. benchè dalla natura contrariate, pur dalla
          natura dell’uomo erano richieste, ed a lei convengono, ed essa presto o tardi
          immancabilmente le scuopre, le adotta ec. Rispondo che tutte le cose persuadono una essere
          stata la culla del genere umano, e da un solo principio esser derivate tutte le nazioni, e
          da un solo paese uscite, e ad una sola origine doversi tutte riferire. Certo per
          lunghissimo tempo ebbe tutto il genere umano stretta relazione insieme, stante la
          prossimità de’ luoghi che esso, accrescendosi e dilatandosi, veniva di mano in mano <pb
            ed="aut" n="3662"/> occupando. Prima che alcuna parte dell’uman genere, o vogliamo dire
          alcun popolo, restasse così disgiunta dall’altre che niuna relazione avesse seco loro, era
          certamente già, non pur nata, ma notabilmente avanzata la corruzione del genere umano.
          Poichè, fra l’altre cose, questa medesima propagazione di esso genere, che le sue parti
          appoco appoco divise l’una dall’altra, non potè aver luogo senza ch’e’ fosse già corrotto,
          come dico nel pensiero antecedente, e la navigazione molto meno, senza cui non pare che il
          genere umano si potesse tanto diffondere, sino a perdere ogni communicazione tra le sue
          parti. Da qualunque causa per tanto e in qualunque modo nascesse e crescesse la corruzione
          e lo snaturamento di nostra specie, esso fu uno, e nacque e crebbe (fino a un notabil
          segno) in tutto il genere umano ad un tempo, siccome tutto il genere umano fu per immenso
          corso di secoli, una nazione sola, benchè sempre crescente. Dico dunque che questa
          corruzione è un fatto solo, e non più, tanto che dalla moltiplicità de’ fatti conformi, si
          possa raccogliere ch’essa <pb ed="aut" n="3663"/> corruzione era naturale e inevitabile.
          Dico che tutte le dette invenzioni, usanze ec. che si trovano esser comuni a tutti o alla
          più parte de’ popoli, ebbero una origine sola, (o il caso, o qualunque altra ch’ella si
          fosse); che una sola volta furono dagli uomini superate le immense difficoltà che la
          natura a tali invenzioni ec. opponeva; ch’elle si propagarono insieme coll’uman genere;
          che i più selvaggi popoli che fino al dì d’oggi si trovino nelle più remote isole e più
          divise da ogni commercio, erano, quando in esse si recarono, già notabilmente corrotti, e
          portarono seco le dette invenzioni ec. che lor sono comuni con tutti gli altri popoli,
          perchè tutti gli altri ancora dalla medesima fonte derivarono, e dal medesimo luogo e
          nazione ebbero quei tali usi e cognizioni ec., e non perchè queste nascessero tante volte
          quanti sono e furono i popoli della terra che le posseggono e possederono. Se l’uso del
          fuoco è comune a tutti i popoli, io dico che la sua origine fu sola una. Se la navigazione
          è comune anche a moltissimi selvaggi e barbari che da tempo immemorabile fino agli ultimi
          secoli <pb ed="aut" n="3664"/> o fino agli ultimi anni, non ebbero relazione alcuna coi
          popoli civili, o niuna per ancora ne hanno; io dico che la navigazione fu scoperta una
          volta sola, e che di questa scoperta tutti i popoli che navigano ne profittarono, e che da
          essa derivano non meno le <emph>canoe</emph> fatte di un sol tronco scavato, e mosse con
          un ramo d’albero per remo, che i bastimenti i più artifiziati e le barche a vapore. E
          certo quei popoli non sarebbero, cioè non abiterebbero in quei paesi, e non sarebbero
          disgiunti dagli altri popoli, se prima di divenir tali, essi non avessero conosciuta la
          navigazione, col cui mezzo si allontanarono dagli altri. Dunque s’ei la conobbero prima di
          separarsi dalla nazione ond’essi derivano, questa nazione la conosceva. Dunque se questa
          la conosceva, anche quella ond’essa venne. Dunque così di mano in mano si giungerà fino a
          quella nazione, onde tutte provennero, cioè al genere umano ancora indiviso, e formante
          per anche una sola nazione. Così discorrasi di tutte quell’altre scoperte ec. ch’essendo
          maravigliosissime e parendo quasi impossibili, pur si <pb ed="aut" n="3665"/> trovano
          esser comuni a tutti o quasi tutti i popoli, ancorchè incolti, remotissimi, disgiuntissimi
          ec. (Giacchè dell’altre che son facili, e poco contrariate dalla natura ec. non è
          necessario il suppor lo stesso, non è maraviglia se ciascun popolo, ancorchè rozzo, potè
          trovarle, se il caso che le mostrò, essendo facile e proclive ad accadere, ebbe luogo
          molte volte e in molti luoghi ec. più presto qua e là più tardi, ma pur dappertutto, in
          tanto spazio di tempo quanto è ch’esistono quei popoli; e niuno argomento se ne può trarre
          a provare ch’elle sieno naturali, per la moltiplicità delle loro origini; perocchè de’
          popoli bastantemente corrotti, era ben naturale che tutti, presto o tardi, le trovassero
          ugualmente; oltre che tali scoperte ec. facili e proclivi non sono mai causa di gran
          corruzione, nè molta ne richieggono, nè molto si oppongono alla natura, nè molto
          contribuirono a snaturare la nostra vita e la nostra specie).</p>
        <p>Tant’è. Popolo umano totalmente naturale e incorrotto, non esiste. Tutti i popoli, tutti
          gl’individui umani sono corrotti e alterati, perchè <pb ed="aut" n="3666"/> tutti hanno
          origine da un medesimo popolo, il quale fu corrotto prima di emetterli, o vogliamo dire
          prima di diffondersi e dividersi, nè si sarebbe tanto diffuso e tanto diviso se prima non
          fosse stato corrotto. Ma questa originaria corruzione che in moltissimi popoli si fermò e
          non passò più oltra, e dura anche oggidì, quasi corruzione primitiva (giacchè popoli o
          uomini di vita veramente primitiva non si trovano, nè si possono onninamente trovare,
          stante la corrotta origine di tutti, [indicata ancora dalla Scrittura ec.]); questa
          corruzione dico, secondo le diverse circostanze naturali o accidentali o qualunque, in
          altri passò più o meno avanti, poi si fermò e divenne stazionaria (come nel Messico, nella
          China); in altri retrocedette, poi risorse, poi seguitò e segue sempre a progredire, come
          in Europa.</p>
        <p>Questo mio discorso non è immaginazione. L’universale e costantissima tradizione e le
          memorie tutte della remotissima antichità provano che una in fatto fu l’origine dell’uman
            genere<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3811.</p>
          </note>. Esse e la ragione provano che l’unicità di nazione nell’uman genere durò e
          dovette <pb ed="aut" n="3667"/> naturalmente durare per lunghissimo tratto di secoli. Essa
          tradizione espressa, esse memorie, essa ragione provano che la prima corruzione del genere
          umano fu universale, cioè di tutto il genere insieme, che dalla nazione umana già
          corrotta, già <emph>degenerata</emph>, già ricca di moltissime invenzioni ec. (il che non
          potè essere che dopo lunghissimo spazio) si derivarono e si diffusero e separarono le
          varie nazioni in ch’ella poi si divise. (torre di Babele ec.)</p>
        <p>E venendo ad altri fatti, si trova che le scoperte ec. <emph>difficili</emph>, le quali
          furon proprie di qualche nazione particolare, e nacquero dopo la divisione del genere
          umano; benchè necessarissime alla vita civile, benchè tali che senza di esse la civiltà
          non sarebbe potuta crescere, nè pur giungere a un grado da meritare un tal nome, non si
          sono mai introdotte, se non presso le nazioni che hanno o hanno avuto relazione tra loro;
          e nell’altre, benchè giunte ancora fino a un certo segno di dirozzamento, come la China e
          il Messico ec., non si sono introdotte ancora, quantunque nelle civili nazioni esse sieno
            <pb ed="aut" n="3668"/> antichissime, e d’origine immemorabile; o non vi s’introdussero
          se non per mezzo delle nazioni civili che ve le recarono dopo innumerabili secoli. Il che
          prova evidentemente che tali scoperte ec. ebbero un’origine sola (o fosse il caso o
          qualunqu’altra), poich’esse non furono mai note se non a nazioni che scambievolmente
          conversarono; e che esse scoperte non si rinnovarono mai, poichè nelle nazioni separate da
          quelle, ancorchè colte, in immenso spazio di tempo, mai non nacquero. Onde se quelle
          nazioni le conobbero, ciò fu precisamente a causa del loro scambievole usare; sicchè
          quelle scoperte ec. ebbero un’origine sola, e non furon fatte più che una volta, e da
          detta origine provennero a tutte le nazioni che le conobbero e le conoscono. Dunque se
          altre tali scoperte ec. <emph>difficili</emph>, son comuni a tutti i popoli, anche
          separati, anche barbarissimi, si dee supporre ch’elle fossero fatte prima che tali popoli
          si separassero di là ond’essi vennero; e si deve parimente dire che anch’esse non ebbero
          più che una sola origine.</p>
        <p>Le scoperte ec. che ho detto esser <pb ed="aut" n="3669"/> solamente comuni ai popoli che
          tra loro hanno trattato, sono infinite. Bastimi una. L’uso della lingua è necessario alla
          società. Mirabilissima scoperta è quella della favella. Nondimeno tutti i popoli
          favellano. Appena gli uomini incominciarono a stringere una società, incominciarono a
          balbettare un linguaggio. La natura stessa lo insegna sino a un certo punto, non solo agli
          uomini, ma eziandio agli altri animali; agli uomini molto più, ch’ella ha fatto certo più
          socievoli. Stringendosi maggiormente la società, e crescendo lo scambievole usare degli
          uomini, fino a passare i termini voluti e prescritti dalla natura; crebbe necessariamente
          il linguaggio, e divenne più potente che la natura non voleva. Tutto ciò dovette
          necessariamente aver luogo prima che il genere umano si dividesse. Quando e’ si divise, ei
          parlava di già, non che favellasse. Ciò si prova <emph>a maiori</emph> e <emph>a
          minori</emph>; e perchè la società crescente produceva di necessità l’incremento della
          lingua, e perchè questo era necessario all’aumento di quella; perchè il genere umano non
          si sarebbe diffuso, se la società non fosse stata già bene <pb ed="aut" n="3670"/> stretta
          e cresciuta e adulta, nè questo poteva essere senza un sufficiente linguaggio, e senza un
          tal linguaggio il genere umano non si sarebbe diffuso ec. Quindi è che l’invenzione del
          linguaggio, così com’ella è maravigliosissima, è pur comune a tutti i popoli, anche a’ più
          separati e più barbari.</p>
        <p>Ma è forse altrettanto della scrittura alfabetica? Questa non era necessaria alla
          diffusione del genere umano. Bensì ell’è necessarissima alla sua civiltà, bensì ell’è
          comune a tutte le nazioni civili, e a quelle che il furono ec. moltissime di numero, bensì
          ell’è antichissima, e la caligine de’ tempi nasconde la sua origine; ma perciò ch’ella fu
          pur più moderna della divisione dell’uman genere, non si troverà nazione alcuna divisa
          dall’europee ec. ec., per molto sociale ec. ec. ch’ella sia, la quale conosca la scrittura
          alfabetica, o che la conoscesse prima di riceverla da noi. La China così colta, ha una
          scrittura, ha libri, ha letteratura ec., ma l’alfabeto non già. I Messicani avevano una
          scrittura, ma di alfabeto neppur l’immaginazione. E ciò perchè l’invenzione dell’alfabeto
          (come <pb ed="aut" n="3671"/> ho sostenuto altrove, e come si può confermare con questo
          discorso) fu sola una, e mai non si rinnovò, e chi non ebbe e non potè aver notizia
          dell’alfabeto, direttamente o indirettamente, dal primo o da’ primi che l’inventarono, o
          fin ch’e’ non l’ebbe di là, mai non ebbe alfabeto, mai non l’inventò esso (in immenso
          spazio di tempo), nè gliene venne pure in pensiero. La China ne ha avuto notizia, ma non
          l’ha adottato, per la natura sua, e per la difficoltà di mutare o distruggere le usanze
          antichissime e universali nella nazione, e collegate con cento altre che converrebbe pur
          mutare (come lo è la scrittura chinese colla letteratura, e quindi coi costumi,
          coll’istruzione popolare ec. ec.); e d’introdurne universalmente delle affatto nuove e
          troppo diverse di genere ec. ec.</p>
        <p>A questo proposito si consideri ancora quante invenzioni ec. che per lunghissimo tempo
          furono proprie degli antichi, ed anche comuni a molte nazioni, ed anche volgari; perdute
          ne’ tempi bassi, non si sono potute mai più rinnovare, nè mai probabilmente si
          rinnoveranno (com’è quella della pittura all’encausto); e ciò, non ostante che se n’abbia
          pur la notizia in genere, cioè la memoria ch’esse furono e quali furono, e sovente ancora
          parecchie notizie in ispecie, cioè vestigi del come furono, de’ metodi e processi ec. del
            <pb ed="aut" n="3672"/> modo ec. de’ mezzi, ingredienti ec. della forma di adoperarle
          ec., e le notizie particolari e distinte de’ loro effetti e fini ec. Contuttociò ad
          ingegni così civili, così raffinati, acuti, penetranti, esercitati, coltivati, così
          speculativi, così inventivi, così avvezzi e dediti a inventare, a speculare, a meditare, a
          riflettere, a osservare, a comparare, a ragionare ec. quali son divenuti gl’ingegni umani
          (ben altri erano certo e sono i primitivi e selvaggi ec.), non è bastato l’animo, dalla
          risorta civiltà in poi, di poterle ritrovare una seconda volta. (11. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il pensiero antecedente conferma le idee da me altrove esposte circa la primitiva unicità
          del linguaggio fra gli uomini, e la derivazione di tutte le lingue presenti e passate da
          una sola e primitiva (cosa appoggiata dalla Scrittura Santa); e circa l’unicità
          dell’invenzione dell’alfabeto, e dell’origine prima di tutti gli antichi e moderni
          alfabeti. (11. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La impotenza e strettezza della lingua francese e la sua inferiorità per rispetto
          all’altre di qui facilmente si può comprendere, che l’altre lingue possono, sempre che
          vogliono, <pb ed="aut" n="3673"/> agevolmente vestire la forma e lo stile della francese
          (com’effettivamente hanno fatto o fanno tutte le lingue colte d’Europa, o per un certo
          tempo massimamente, come l’inglese e la tedesca, o anche oggidì, come l’italiana, la
          spagnuola, la russa, la svedese, la olandese ec.; e bene avrebbero potuto farlo e
          potrebbero farlo sufficientemente anche senza corrompersi e senza violentare dirittamente
          la loro propria e caratteristica indole); laddove la francese non può per niun modo
          prendere la forma nè lo stile dell’altre lingue, nè altra forma alcuna che la sua propria.
          E non pur dell’altre lingue che da lei sono aliene, per così dire, di famiglia e di
          sangue, come l’inglese, la tedesca, la russa ec. le quali pur possono vestire ed hanno
          vestito o vestono la forma della francese; ma neanche delle cognate, nè delle sorelle,
          come dell’italiana e della spagnuola; nè della lingua stessa sua madre, come della latina.
          (12. Ott. Domenica. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Colla medesima proporzione che altri viene perfettamente e veramente conoscendo e
          intendendo le difficoltà del bene scrivere, egli impara <pb ed="aut" n="3674"/> a
          superarle. Nè prima si conosce e intende compiutamente, intimamente, distintamente e a
          parte a parte tutta la difficoltà dell’ottimo scrivere, che altri sappia già ottimamente
          scrivere. E ciò per la stessa ragione per cui l’arte di bene scrivere, e il modo, e che
          cosa sia il bene scrivere, non può essere compiutamente conosciuto e inteso se non da chi
          compiutamente possegga la detta arte, cioè sappia interamente metterla in opera. Sicchè in
          un tempo medesimo e si conosce la difficoltà del perfetto scrivere, e s’impara il modo di
          vincerla e se n’acquista la facoltà. E solo colui che sa perfettamente scrivere ne
          comprende sino al fondo tutta la difficoltà, nè altrimenti può mai bene scrivere,
          ancorch’ei già sappia compiutamente farlo, che con grandissima difficoltà. Coloro che male
          scrivono, stimano che il bene scrivere sia cosa facile, e scrivono al loro modo
          agevolmente, credendosi di scriver bene. E peggio e’ sogliono scrivere, più facile stimano
          che sia lo scriver bene, e più facilmente scrivono. Il considerare il bene scrivere per
          cosa molto difficile, è certissimo segno di esser già molto avanzato <pb ed="aut" n="3675"
          /> nel sapere scrivere, purchè questo tale sia veramente ed intimamente persuaso della
          difficoltà ch’ei dice, e non la affermi solamente a parole e mosso da quello ch’ei
          n’intende dire, e dalla voce comune. (Perocchè anche chi non sa scrivere, dice che il bene
          scrivere è molto difficile, ma e’ nol dice per coscienza nè per prova nè con vera
          persuasione, e s’egli è uno di quelli che s’intrigano di scrivere e che presumono di
          saperlo fare, certo è ch’egli in verità non crede che ciò sia difficile, come comunemente
          si dice, e com’ei pur dice cogli altri). Per lo contrario lo stimare che il bene scrivere
          sia cosa facile o poco difficile, e il confidarsi di poterlo e saperlo agevolmente fare, o
          poterlo apprender con poco, è certo segno di non saper far nulla, e di esser sui principii
          nel possesso dell’arte, o molto indietro. (Così è generalmente di tutte le arti, scienze
          ec.) Da queste osservazioni si dee raccogliere quanti possano esser quelli che
          perfettamente conoscano il pregio, e stimino il travaglio, il sapere, l’arte e l’artifizio
          di una perfetta scrittura e di un perfetto scrittore, del che a pagg. 2796-9. (12. Ott.
          1823. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3676"/> Alla p. 3349. Non è da trascurare una differenza che si trova fra
          il carattere, il costume ec. degli antichi settentrionali e abitatori de’ paesi freddi, e
          quel de’ moderni; differenza maggior di quella che suol trovarsi generalmente dagli
          antichi ai moderni. Perocchè gli antichi settentrionali ci sono dipinti dagli storici per
          ferocissimi, inquietissimi, attivissimi non solo di carattere, ma di fatto, per impazienti
          del giogo, sempre vaghi di novità, sempre macchinanti, sempre ricalcitranti e insorgenti,
          e per quasi assolutamente indomabili e indomiti. Germani, Sciti ec. I moderni al contrario
          sono così domabili, che certo niun popolo meridionale lo è altrettanto. E tanto son lungi
          dalla ferocia, che non v’ha gente più buona, più mansueta, più ubbidiente, più tollerante
          di loro. E se v’ha parte d’Europa dove meno si macchini, e si ricalcitri al comando, e si
          desideri novità e si odi la soggezione, ciò è per l’appunto fra i popoli settentrionali.
          In questa tanta diversità di effetti hanno certamente gran parte da un lato la diversità
          de’ governi antica e moderno, dall’altro la poca coltura del popolo nelle regioni
          settentrionali. Ma grandissima parte v’ha certamente ancora la differenza materiale della
          vita. Gli antichi <pb ed="aut" n="3677"/> settentrionali, ma difesi contra le inclemenze
          dell’aria dalle spelonche, proccurantisi il vitto colla caccia (<bibl>
            <title>Georg.</title> 3. 370. sqq. etc.</bibl>), alcuni anche erranti e senza tetto,
          come gli Sciti ec., erano anche più <foreign lang="grc">ὑπαίθριοι</foreign> di vita, che
          non sono i meridionali oggidì. Introdotti gli usi e i comodi sociali, i popoli civilizzati
          del Nord divennero naturalmente i più casalinghi della terra. Niuna cosa rende
          maggiormente quiete e pacifiche sì le nazioni che gl’individui, niuna men cupidi, anzi più
          nemici di novità, che la vita casalinga e le abitudini domestiche, le quali affezionano al
          metodo, rendono contenti del presente ec. come ho detto ne’ pensieri citati in quello a
          cui questo si riferisce. Quindi è seguìto che non per sole circostanze passeggere e
          accidentali, come la maggiore o più divulgata e comune coltura di spirito ec. ma
          naturalmente e costantemente, nel sistema di vita sociale, e dopo resa la civiltà comune
          al nord come al sud, i popoli del mezzogiorno, come meno casalinghi, sieno stati, sieno,
          ed abbiano a essere più inquieti e più attivi di quelli del settentrione, sì d’animo, sì
          di fatti, <pb ed="aut" n="3678"/> al contrario di quello che porterebbe la pura natura
          degli uni e degli altri comparativamente considerata. Ond’è che i settentrionali moderni e
          civili sieno in verità molto più diversi e mutati da’ loro antichi, che non sono i
          meridionali dagli antichi loro, sì di carattere, sì di usi, di azioni ec.</p>
        <p>Ed è a notare in proposito della vita casalinga, metodica e uniforme, ch’ella
          contribuisce a mettere in attività l’immaginazione, a destare e pascere le illusioni, a
          far che l’uomo abbondi d’immagini e di deliri, e con questi facilmente faccia di meno
          delle opere, e basti a se stesso, e trovi piaceri in se stesso, ad accrescere la vita e
          l’azione interna in pregiudizio dell’esterna; assai più che non fanno la bellezza e la
          vitalità della natura ne’ paesi meridionali. Qui gli uomini sono distratti e dissipati, e
          versati al di fuori, ed hanno sempre sotto gli occhi il mondo, e gli altri uomini, e la
          vita, e la società e la realtà delle cose; il che distrugge o impedisce l’immaginazione e
          l’illusione, e produce la noia, e quindi la scontentezza del <pb ed="aut" n="3679"/>
          presente e il desiderio di novità. Ma nella vita casalinga, la solitudine, l’esser sempre,
          o il più del tempo, raccolto in se stesso, l’esser privo o scarso di distrazioni, stante
          il metodo e l’uniformità della vita e la poca società, lascia libero il campo alle facoltà
          dell’anima di agire, di svilupparsi, di ripiegarsi sopra se stesse, di meditare, di
          pensare, di riflettere, d’immaginare, e produce necessariamente un’abitudine di pensiero,
          che nuoce sommamente, o anche esclude, sì l’abito sì l’inclinazione sì l’atto
          dell’operare. E d’altronde l’esser gran parte del tempo, lontano dal mondo, dalla società,
          dagli uomini di fuori; l’abitudine di veder la vita e le cose umane ordinariamente da
          lungi, produce naturalmente le illusioni e i bei sogni e i castelli in aria, e lascia
          libero l’immaginare e il figurarsi, e il crearsi il mondo e gli uomini e la vita a suo
          modo, e dà luogo alla speranza; o perduta ch’ella sia, le agevola il ritorno (perchè la
          speranza, purchè sia lasciata fare, e non sia continuamente respinta dalla realtà, per
          natura dell’uomo indubitatamente e presto ritorna); o indebolita, le dà agio di ristorarsi
          e rintegrarsi; <pb ed="aut" n="3680"/> o moribonda, la conserva, se non altro, in vita; o
          fa insomma, che in parità di circostanze, ella sia sempre maggiore che non sarebbe in una
          vita in mezzo al mondo; e tien lungi, o ritarda, o minora il disinganno, o ne indebolisce
          gli effetti, o ne ristringe l’estensione ec.</p>
        <p>Conseguenza e prova di queste osservazioni si è che infatti i settentrionali per una
          parte sono più profondi e sottili speculatori, più filosofi, massime nelle scienze
          astratte, o parti più astratte di esse, o generi più astratti ec., e insomma più
          pensatori, che i meridionali; onde la Staël chiama la Germania <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">la patrie de la pensée</foreign>
          </quote>. E per altra parte, cosa che sembra contraria sì alla detta qualità, sì alla
          natura rispettiva de’ settentrionali e meridionali, sono più immaginosi e più poeti
          veramente e più sensibili, entusiasti, e di fantasia più efficace e forte (quanto però al
          poetare, non quanto all’operare; e quanto a ciò ch’è opera del solo spirito, non del
          corpo), e più inventivi originali e fecondi che non sono i meridionali. Ma ciò, secondo le
          suddette osservazioni, si deve intendere, ed è infatti, de’ soli settentrionali e
          meridionali moderni, stante le moderne circostanze degli uni e degli altri. Negli antichi,
          stante la diversità di tali circostanze, doveva essere <pb ed="aut" n="3681"/> ed era
          tutto l’opposto, cioè i meridionali più immaginosi, fecondi ec. de’ settentrionali,
          conforme alla vera natura, e alla natural proprietà degli uni e degli altri. Sicchè la
          detta superiorità de’ settentrionali moderni ec. è veramente uno de’ tanti accidenti
          sociali; bensì di quelli costanti e connaturali all’essenza della civiltà assolutamente, e
          che durando la civiltà appo gli uni e appo gli altri popoli, non possono mai venir meno.</p>
        <p>Del resto l’immaginazione de’ settentrionali rispetto alla meridionale quanto è,
          generalmente e tutta insieme, più forte, viva, vigorosa, attiva, feconda e maggiore, tanto
          ancora è più <foreign lang="fre" rend="italic">sombre</foreign>, lugubre, trista,
          malinconica, funesta e, si può dir, brutta. Perocchè, lasciando l’altre circostanze, essa
          è nutrita dalla solitudine, dal silenzio, dalla monotonia della vita; e la meridionale
          dalle bellezze e dalla vitalità ed attività della natura; e le opere di quella nascono tra
          le pareti di una camera scaldata da stufe; le opere di questa nascono, per così dire,
          sotto un cielo azzurro e dorato, in <pb ed="aut" n="3682"/> campagne verdi e ridenti, in
          un’aria riscaldata e vivificata dal sole. (13. Ott. 1823.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3637. Anzi l’amore che noi portiamo al cibo e simili cose che o ci servono o ci
          dilettano, si potrebbe piuttosto chiamare odio, perocch’esso, mirando solamente al nostro
          proprio bene, ci porta a distruggere, in vista di esso bene, o a consumare in qualunque
          modo e logorare e disfare coll’uso, l’oggetto amato; o ad esser disposti a disfarlo o
          pregiudicarlo se, e quanto, e come il nostro bene, e l’uso che perciò abbiamo a farne, lo
          richiedesse. Quale è l’odio che il Lupo porta all’agnello, e il falcone alla starna, i
          quali veramente non odiano nè la starna nè l’agnello, anzi, secondo che noi sogliamo
          discorrere dell’altre cose, si dovrebbe dire ch’essi gli amassero. Ma perciocchè questo
          amore li porta a ucciderli e distruggerli per loro proprio bene, perciò noi lo chiamiamo
          odio e inimicizia. (<bibl>V. <author>Speroni</author>
            <title>Dialogo 5.<hi rend="apice">o</hi>
            </title> Ven. 1596. p. 87-8.</bibl>) Or tale nè più nè meno si è l’amore degli uomini
          primitivi verso le femmine, se non quanto il piacere ch’essi ne bramano e ricercano non
          richiede la distruzione di quelle. Ma <pb ed="aut" n="3683"/> s’e’ la richiedesse, l’amor
          delle donne porterebbe i primitivi a distruggerle, tanto è lungi ch’e’ ne gli ritenesse.
          Siccome infatti ei gli porta a non avere riguardo alcuno agl’incomodi e ai danni fisici
          che molte volte loro recano per soddisfare al desiderio proprio, nel proccurarsi il
          proprio piacere con esse ec., anche potendo far questo senza danneggiare. Ed accade pure
          (eziandio fra’ civili) che volendo con esse proccurarsi il proprio piacere, o potendo o
          non potendo a meno, o prevedendolo o non prevedendolo, e’ le uccidano, o loro sieno
          cagione di morire in breve o fra certo tempo, o di soffrir grandemente nella sanità
          corporale, anche per sempre. E non sono elle uccise tuttodì dagli amanti nell’onore? ec.
          ec. Così fatto e non altro si è l’amore de’ primitivi verso le donne; e delle donne
          altresì verso gli uomini, proporzionatamente alla natura e alle forze di quelle rispetto a
          questi. E forse solamente dei primitivi? Queste osservazioni si applichino a quelle in cui
          proviamo che dall’amor proprio nasce necessariamente l’odio verso altrui ec. (13. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Cattiva ortografia italiana nel 500. per troppo voler somigliarsi all’uso della scrittura
          latina. Machiavelli scrive alcune volte (o così portano le sue antiche stampe)
            <emph>sanctissimo</emph> per <emph>santissimo</emph>. (13. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3684"/> Non v’è persona che riesca più intollerabile e che meno sia
          tollerata nella società, di uno intollerante. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Mêler</foreign> ant. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >mesler</foreign>, secondo che ho detto altrove, è da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >misculare</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">mesculare</foreign>, come
            <foreign lang="fre" rend="italic">mâle</foreign>, ant. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >masle</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic">masculus</foreign>. (14. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Excusso as, excussabilis, excussatus</foreign>, da
            <foreign lang="lat" rend="italic">excutio is</foreign> (intorno al qual verbo e suoi
          affini, come <foreign lang="lat" rend="italic">concutio</foreign> ec. e loro continuativi,
          mi pare aver detto altrove), vedili nel Forcellini. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Intorno alla voce <foreign lang="lat" rend="italic">anceps</foreign>, di cui nella mia
          teoria de’ continuativi, vedi la voce <foreign lang="lat" rend="italic">am</foreign> nel
          Forcell. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Voci basse e volgari e del latino non illustre ma rustico, e riprovate dagli scrittori
          anche fino al tempo di S. Girolamo; due delle quali sono ora proprie delle lingue moderne.
            <bibl>V. il <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Annihilare</foreign>
          </bibl>, e il Gloss. ec. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nomi in <emph>uosus</emph>, verbi in <emph>uare</emph> ec. ec. come altrove in più
          luoghi. Aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic">amanuensis</foreign>. Casuale.
          Exercitualis. Casuiste, franc. Luctuosus. Fructuosus. Fatuité. fortuitus. mortualia,
          mortuarius, mortuosus. manualis. manuarius. Questi nomi o verbi o avverbi ec. ch’essendo
          fatti da nomi della quarta declinazione (come da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >manus</foreign>) conservano sempre l’<emph>u</emph>, mentre quelli fatti da’ nomi della
            <pb ed="aut" n="3685"/> seconda, sempre (o regolarmente) lo perdono, mostrano
          chiaramente che il genitivo ec. de’ nomi della quarta, ch’ora è in <emph>us</emph> lungo
          ec. o in <emph>u</emph> lungo ne’ neutri, anticamente fu in <emph>uus</emph> o in
          <emph>uu</emph> ec. V. p. 3752. Giacchè si vede che i derivati da’ nomi della quarta si
          formano al modo istesso che i derivati delle voci nelle quali il doppio <emph>u</emph>
          ancor si conserva ed è manifesto e fuori di controversia, come dire i derivati de’ nomi in
            <emph>uus</emph> ec. I quali due in valsero per una sola sillaba, come il doppio u degli
          ablativi singolari della prima. Sia che questo, e il doppio <emph>u</emph>, si
          pronunziassero doppi, o pur semplici, strascinando in certo modo la voce ec. In tutti i
          modi quest’osservazione si riferisca al mio discorso sui dittonghi latini non considerati
          da’ grammatici, o ch’essi nella pronunzia fossero monottonghi, o dittonghi veramente, o
          trittonghi ec. che tutto fa egualmente a quello ch’io voglio dimostrare in detto discorso.
          Perocchè s’anche e’ divennero col tempo monottonghi, e ciò fino nella migliore età della
          lingua latina (come i comuni <emph>ae oe</emph> ec.), ciò tuttalvolta, anzi più che mai,
          dimostra che gli antichi latini (de’ quali nel detto discorso si parla) pronunziavano sì
          rapidamente le vocali successive e concorrenti, ch’e’ le tenevano tutte insieme (o due o
          più che fossero) per una sillaba sola, e tale le facevano essere nella pronunzia, e
          sovente nella scrittura <pb ed="aut" n="3686"/> e ne’ versi più o men regolari, più o men
          rozzi e informi, e massime ne’ ritmici, che certo furono propri de’ più antichi, come poi
          de’ più moderni, invece de’ metrici, o più di questi ec. ma eziandio ne’ metrici, ec. ec.
          (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2903. — e <foreign lang="lat" rend="italic">conspico</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">conspicor, despico</foreign> (v. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">despicatus</foreign>) e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >despicor</foreign>, (e s’altro tale ve n’ha da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >specio</foreign> o da’ suoi vari composti), a proposito del quale, benchè <foreign
            lang="lat" rend="italic">conspicor</foreign> si trova ordinariamente in senso nè più nè
          meno di <foreign lang="lat" rend="italic">conspicio</foreign>, cioè per nulla
          continuativo, nondimeno è da notare il luogo di Varrone, ap. Forcell. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Contemplare et conspicare, idem esse apparet</foreign>
          </quote>. Dunque <foreign lang="lat" rend="italic">conspico</foreign> è propriamente di
          significazione continuativo. Vedi ancora l’altro luogo di Varrone dove <foreign lang="lat"
            rend="italic">conspicor</foreign> è passivo ap. Forcell. ibid. cioè in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Conspico</foreign>. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Ignotus</foreign>, ch’è specie di participio,
          attivamente preso per <foreign lang="lat" rend="italic">qui non novit</foreign>. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author>
          </bibl> (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nella mia teoria de’ continuativi ho discorso in differente luogo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">exercitare</foreign> e di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >arctare</foreign>, quello continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >exerceo</foreign>, questo di <foreign lang="lat" rend="italic">arceo</foreign>. Nótisi
          che <foreign lang="lat" rend="italic">exerceo</foreign> è un de’ composti di <foreign
            lang="lat" rend="italic">arceo</foreign> (almeno così giudico), come <foreign lang="lat"
            rend="italic">coerceo</foreign>, onde forse (sebbene ei <pb ed="aut" n="3687"/> fa
            <foreign lang="lat" rend="italic">coercitum</foreign>) è <foreign lang="lat"
            rend="italic">coarctare</foreign> ec. come ho detto parlando di <foreign lang="lat"
            rend="italic">arctare</foreign> ec. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sella</foreign> è certamente un diminutivo positivato di
            <foreign lang="lat" rend="italic">sedes</foreign> (o di <emph>sedia</emph>, di cui
          altrove), come tra noi <emph>seggiola</emph> e <emph>seggetta</emph> sono diminutivi
          positivati di <emph>seggia</emph>, corruzione di <emph>sedia</emph>, che parimente
          abbiamo, cioè <emph>seggia</emph> e <emph>sedia</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >siège</foreign> ec. Gli spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic">silla</foreign>,
          pur diminutivo positivato. <foreign lang="lat" rend="italic">Sella</foreign> it. <foreign
            lang="fre" rend="italic">selle</foreign> franc. in uno de’ significati del lat. <foreign
            lang="lat" rend="italic">sella</foreign>. Gli spagnuoli anche qui <foreign lang="spa"
            rend="italic">silla</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Sella</foreign> per
            <emph>sedia, sede</emph>, è di Dante. <foreign lang="lat" rend="italic">Sella</foreign>
          in senso lordo, v. la Crusca. <foreign lang="lat" rend="italic">Sella</foreign> lat. è
          diminutivo come <foreign lang="lat" rend="italic">trulla</foreign> e simili. Diminutivo
          del diminutivo, <foreign lang="lat" rend="italic">sellula</foreign>. Quindi <foreign
            lang="lat" rend="italic">sellularius</foreign>, il cui senso si può dir positivo. Così
          bene spesso <foreign lang="lat" rend="italic">formula</foreign> lat. <foreign lang="lat"
            rend="italic">formola</foreign> ec. per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >forma</foreign>. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3618. fine. Io credo che niun de’ verbi di questo genere abbia perfetto proprio,
          nè i tempi che ne dipendono, nè supino, nè participio in <emph>us</emph>, ma li tolgano in
            prestito<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3725.</p>
          </note> dal verbo originale. Che se questo non esiste, io credo che un tempo esistesse. P.
          es. di <foreign lang="lat" rend="italic">suesco, adolesco, cresco</foreign> ec. che hanno
          perfetto e supino, io credo che esistessero verbi originali, come sueo, adoleo ec.<note
            resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>V. p. 3696.</p>
          </note> di cui fossero propri i detti perfetti e participii, giacchè <pb ed="aut" n="3688"
          /> il perfetto e participio o supino regolare e dovuto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">suesco</foreign> ec. sarebbe <foreign lang="lat" rend="italic">suesci,
            suescitum</foreign>, non <foreign lang="lat" rend="italic">suevi, suetum</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3703.</p>
          </note>. Così dico di <foreign lang="lat" rend="italic">glisco</foreign>, il quale non ha
          nè perfetto nè supino. Così di <foreign lang="lat" rend="italic">adipiscor</foreign>, di
            <foreign lang="lat" rend="italic">nascor</foreign>, di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nosco</foreign>. Se ciò è vero, <foreign lang="lat" rend="italic">notus,
          natus</foreign>, non sarebbero contrazioni di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >noscitus</foreign> (questo esistè come prova il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >noscitare</foreign>), di <foreign lang="lat" rend="italic">nascitus</foreign> e questo
          ancora è provato da <foreign lang="lat" rend="italic">nasciturus</foreign> (nè <foreign
            lang="lat" rend="italic">adeptus</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adipiscitus</foreign>) come ho detto altrove in più luoghi, ma participii e supini
          proprii d’ignoti verbi da cui <foreign lang="lat" rend="italic">nosco, nascor</foreign>
          ec. sarebbero stati formati. E <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign> non
          verrebbe da <foreign lang="grc">νοΐσκω</foreign>, come ho detto p. 2777., ma sarebbe stato
          anche in latino un verbo originale <foreign lang="lat" rend="italic">no</foreign> (diverso
          da <foreign lang="lat" rend="italic">nare</foreign>) conforme al greco <foreign lang="grc"
            >νοῶ</foreign> (come <foreign lang="grc">δόω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">do</foreign>, <foreign lang="grc">πόω</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">po</foreign> che altrove abbiam dimostrato, e simili
          monosillabi di cui ho detto in più luoghi); dal qual <foreign lang="lat" rend="italic"
          >no</foreign> sarebbe stato fatto il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nosco</foreign>, non per uso greco, ma per uso latino, (e secondo la ragion latina di
          formazione e significato ec.) concordevole in questa parte quanto al materiale della
          formazione o della forma col greco, che ebbe pur <foreign lang="grc">νοΐσκω</foreign> e
            <foreign lang="grc">νώσκω</foreign>, onde <foreign lang="grc">γινώσκω</foreign> e
            <foreign lang="grc">γιγνώσκω</foreign> che suonan lo stesso di <foreign lang="lat"
            rend="italic">nosco</foreign>. Ma concordevole per pura combinazione particolare, anzi
          singolare forse. V. p. 3826.</p>
        <p>Io credo certo che tutti questi tali verbi <pb ed="aut" n="3689"/> sieno originariamente
          fatti da altri verbi ignoti, come <foreign lang="lat" rend="italic">vivesco</foreign> dal
          noto <foreign lang="lat" rend="italic">vivo</foreign>
          <note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>V. p. 3708.</p>
          </note>, <foreign lang="lat" rend="italic">hisco</foreign> dal noto <foreign lang="lat"
            rend="italic">hio</foreign>, e altri tali di questa desinenza in <emph>sco</emph>. E lo
          credo perchè, come <foreign lang="lat" rend="italic">vivesco</foreign> significa divenir
          vivo, cioè divenir quello che dal verbo <foreign lang="lat" rend="italic">vivo</foreign> è
          significato essere, cioè esser vivo, e come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >hisco</foreign> significa <emph>aprirsi</emph>, cioè divenire aperto, mentre <foreign
            lang="lat" rend="italic">hio</foreign> significa essere o stare aperto ec.; così tutti i
          detti verbi <foreign lang="lat" rend="italic">nosco, nascor, adipiscor, sinesco, adolesco,
            cresco</foreign> ec. di cui non si conoscono gli originali, significano però divenire,
          incominciare a essere o a fare quella tal cosa o azione, venir essendo o soffrendo
            ec.<note resp="aut" n="c" place="foot">
            <p>Secondo ch’e’ sono neutri o attivi ec. di senso, e così i rispettivi verbi originali
              ec.</p>
          </note> che è proprietà del significato de’ verbi latini in <emph>sco</emph>. E stimo che
          dovessero avervi per tutti questi, altrettanti verbi originali che significassero il pieno
            <emph>essere quella tal cosa</emph>, il pieno <emph>fare o patire quella tale azione o
            passione</emph>. Come <foreign lang="lat" rend="italic">vivo</foreign> rispetto a
            <foreign lang="lat" rend="italic">vivesco, hio</foreign> rispetto ad <foreign lang="lat"
            rend="italic">hisco</foreign>, ed altri tali non pochi. Così <foreign lang="lat"
            rend="italic">augesco</foreign> rispetto ad <foreign lang="lat" rend="italic"
          >augeo</foreign> neutro (v. Forcellini in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Augeo</foreign> sulla fine). Così <foreign lang="lat" rend="italic">scisco</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">scio</foreign>, è propriamente <pb ed="aut" n="3690"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">divenire sciens</foreign>, cioè quasi <emph>imparare,
            intendere, conscius, certior fieri, divenire, esser fatto consapevole</emph>, e quel che
          i latini dicono <emph>discere</emph>, il qual verbo (che manca del supino) spetta pure a
          questa categoria. E poichè i perfetti e supini di tali verbi (se e’ gli hanno) non sono
          regolari, io credo che ciò sia perchè questi non son loro, ma di altri verbi originali,
          ne’ quali essi sarebbero regolari, e stimo che tale irregolarità e tali perfetti e supini,
          convenienti ad altri verbi, e sconvenienti (per analogia grammaticale) a quei verbi a cui
          ora appartengono, dinotino altri verbi originali perduti. Massime che si trovano vestigi
          de’ supini ec. regolari di detti verbi ch’ora esistono, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">noscitare, nasciturus</foreign>, che mostrano i regolari supini di
            <foreign lang="lat" rend="italic">nascor</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nosco</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">noscitus</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">nascitus</foreign>; i quali non è verisimile che sieno stati
          contratti essi medesimi in <foreign lang="lat" rend="italic">natus</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">notus</foreign>, e che sieno grammaticalmente tutt’uno con
            questi<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Posco</foreign> ha <foreign lang="lat" rend="italic"
                >poposci</foreign>, cioè, tolta la duplicazione (ch’è un accidente), <foreign
                lang="lat" rend="italic">posci</foreign>, regolare, e non <foreign lang="lat"
                rend="italic">povi</foreign>. Perchè dunque <foreign lang="lat" rend="italic">nosco
                novi</foreign>? <foreign lang="lat" rend="italic">Posco</foreign> non ha il supino
              oggidì. Perchè <foreign lang="lat" rend="italic">scisco scivi, suesco evi</foreign>, e
              non <foreign lang="lat" rend="italic">suesci, nosci</foreign> ec.?</p>
          </note>. Il difettivo <foreign lang="lat" rend="italic">novi novisti</foreign>, usato in
          senso presente ec. (ond’e’ non si può considerare per parte di <foreign lang="lat"
            rend="italic">nosco</foreign>, come fanno i grammatici) è, secondo me, un avanzo e un
          segno <pb ed="aut" n="3691"/> evidente di <foreign lang="lat" rend="italic">no</foreign>
          verbo perduto, che nel perfetto fece <foreign lang="lat" rend="italic">novi</foreign>, e
          nel supino <foreign lang="lat" rend="italic">notum</foreign> (come <foreign lang="lat"
            rend="italic">po</foreign> fece <foreign lang="lat" rend="italic">potum</foreign> che
          ancor resta, onde <foreign lang="lat" rend="italic">potare</foreign>: resta anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">potus</foreign> participio. ec.), voci poi trasportate al suo
          derivato <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign>, che grammaticalmente è in
          verità difettivo, non men di <foreign lang="lat" rend="italic">novi isti</foreign> con cui
          egli è supplito, facendo d’ambo un solo<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Che <foreign lang="lat" rend="italic">novi novisti</foreign> spetti ad altro verbo
              che a <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign>, provasi e dal suo significato
              del presente (or perchè ciò s’e’ fosse il proprio perfetto di <foreign lang="lat"
                rend="italic">nosco</foreign>? il quale ha pure il presente ec.) e dell’imperf. nel
              piuccheperf. ec.; e dal veder che i grammatici, sebbene da un lato l’appropriano a
                <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign>, dall’altro lato tutti, antichi e
              mod.ni lo considerano e chiamano difettivo, come <foreign lang="lat" rend="italic"
                >memini</foreign>, nè più nè meno. Dunque gli suppongono un altro tema, e questo
              ignoto, come a <foreign lang="lat" rend="italic">memini, odi</foreign> ec.</p>
          </note>. Così <foreign lang="lat" rend="italic">memini</foreign> è avanzo e segno certo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign> perduto, anzi rimasto difettivo; da cui
            <foreign lang="lat" rend="italic">reminiscor</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">reminisco</foreign> (mancante di perfetto e supino) che spetta pure a
          questa categoria, e s’altri v’ha, suoi compagni; come, secondo me, <foreign lang="lat"
            rend="italic">comminiscor</foreign>, che viene, credo, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">meno</foreign> (non da <foreign lang="lat" rend="italic">mens</foreign>
          come Forcell.), a cui o a <foreign lang="lat" rend="italic">commeno</foreign> (ignoto)
          spetta, grammaticalmente parlando, il participio <foreign lang="lat" rend="italic"
            >commentus</foreign>, contratto da <foreign lang="lat" rend="italic">menitus</foreign> o
          da <foreign lang="lat" rend="italic">commenitus</foreign>. (Puoi vedere la p. 2774.)</p>
        <p>Del resto se in qualunque modo si volesse credere, come si è creduto finora, che p. e.
            <foreign lang="lat" rend="italic">suevi suetum</foreign> sieno propri perfetti e supini
          di <foreign lang="lat" rend="italic">suesco</foreign>, e non tolti in prestito, allora si
          dovrà dire che anche <foreign lang="lat" rend="italic">scivi scitum</foreign> che sono
          della <pb ed="aut" n="3692"/> stessa forma, sieno propri e veri di <foreign lang="lat"
            rend="italic">scisco</foreign>, ch’è della stessa forma, genere di significato e
          categoria di <foreign lang="lat" rend="italic">suesco</foreign>. Ma il verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">sciscitor</foreign> dimostrando il supino <foreign lang="lat"
            rend="italic">sciscitum</foreign> è un altro esempio che conferma, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">noscito</foreign>, la mia opinione. E la conferma altresì il
          vedere che il perfetto e il supino di <foreign lang="lat" rend="italic">scisco</foreign>
          sono infatti, grammaticalmente, gli stessi che quelli di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >scio</foreign>, verbo noto ed esistente e usitato, e verbo riconosciuto fuor di dubbio
          per origine di <foreign lang="lat" rend="italic">scisco</foreign>. V. p. 3763.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Niteo es ui</foreign> — <foreign lang="lat"
            rend="italic">nitesco is. Albeo es</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">albesco
            is. Nigreo es ui</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">nigresco is. Flaveo
          es</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">flavesco is. Horreo es ui</foreign> —
            <foreign lang="lat" rend="italic">horresco is. Candeo es ui</foreign> — <foreign
            lang="lat" rend="italic">candesco is</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >excandesco is ui</foreign> (notate lo stesso perfetto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">candeo</foreign>, che certo, almeno grammaticalmente, è di <foreign
            lang="lat" rend="italic">excandeo</foreign> ignoto, e non, come dicono, di <foreign
            lang="lat" rend="italic">excandesco</foreign>. Così dite di <foreign lang="lat"
            rend="italic">extimesco</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">pertimesco,
          is</foreign>, <pb ed="aut" n="3693"/> che hanno il perfetto <emph>ui</emph>, il quale
          grammaticalmente è certo di un <foreign lang="lat" rend="italic">pertimeo</foreign> e di
          un <foreign lang="lat" rend="italic">extimeo</foreign>, da <foreign lang="lat"
            rend="italic">timeo</foreign> che ha infatti <foreign lang="lat" rend="italic"
          >timui</foreign>. E trovasi veramente <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pertimens</foreign>, e fors’anche il verbo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >extimeo</foreign>.) <foreign lang="lat" rend="italic">Notesco is ui</foreign> ec.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Vireo — Viresco. Valeo — Valesco — Convalesco, ui.
            Sanesco, Consanesco ui. Fluesco. Liquesco. Seneo, Senesco, Consenesco ui. Crebresco is
            ui. Flammesco is</foreign>. (14. Ott. 1823.). Tutti questi verbi in <emph>esco</emph>
          significano <foreign lang="lat" rend="italic">fio</foreign> col participio attivo de’
          rispettivi verbi in <emph>eo</emph>. Cioè <foreign lang="lat" rend="italic">nitens fio,
            candens fio</foreign>. ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Concupisco is —
          concupio</foreign>. Il proprio senso de’ verbi in <emph>sco</emph>, è quale l’abbiam
          definito: pur se ne troverà che o sempre o per lo più o talvolta abbiano un senso diverso,
          p. e. conforme a quel de’ loro verbi originali noti o ignoti<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>V. p. e. la definiz. di <foreign lang="lat" rend="italic">tremisco</foreign> nel
              Forcell.</p>
          </note>. Ciò non fa meraviglia. Il simile ho notato accadere ne’ continuativi. E questo
          esempio de’ verbi in <emph>sco</emph>, del cui proprio significato non v’è
            controversia<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Vi sono anche molti altri esempi simili di molti generi di verbi che p. negligenza
              degli scrittori, o per dimenticanza del lor primo destino ec. ec. escono sovente de’
              termini del modo e proprietà generali del loro significato ec. ec.</p>
          </note>, può servire a rispondere a chi dal non continuativo senso di molti continuativi,
          o in molti casi ec., volesse trarre argomento di riprovare la nostra teoria della vera e
          propria e regolare significazione de’ continuativi ec. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Credito as</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">credo itus</foreign>. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">nicto</foreign>, di cui altrove, vedi
          Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">nico is</foreign>. Inclino molto a credere che
          quello sia continuativo di questo, anzi che d’altro verbo; dico <pb ed="aut" n="3694"/>
          quel <foreign lang="lat" rend="italic">nicto</foreign> che sta appresso a poco per
            <foreign lang="grc">μύω</foreign> ec. (14. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2819. marg. <foreign lang="lat" rend="italic">Vado</foreign> che è <foreign
            lang="grc">βάδω</foreign> (derivativo di <foreign lang="grc">βάω</foreign>, o piuttosto
          lo stesso verbo diversamente pronunziato ec.) verrebbe a essere originalmente stretto
          affine di <foreign lang="lat" rend="italic">bito</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">beto</foreign> per etimologia, come lo è per significato compagno. Del
          resto il significato di <foreign lang="lat" rend="italic">bito</foreign> e <foreign
            lang="grc">βαίνω</foreign> (alterazione di <foreign lang="grc">βάω</foreign> come
            <foreign lang="grc">φαίνω</foreign> di <foreign lang="grc">φάω</foreign> ec. ec. del che
          altrove) è propriamente lo stesso. <foreign lang="lat" rend="italic">Bito is</foreign>
          continuativo sarebbe come <foreign lang="lat" rend="italic">nicto is, piso is</foreign> e
          simili di cui a’ lor luoghi. Dell’esistenza de’ quali però, o di alcuni di loro, si
          dubita. Pur gli uni possono servir di appoggio agli altri, e i certi ai dubbi,
          riportandoli alla nostra teoria, ed a’ nostri principii di formazione ec. i quali mostrano
          l’analogia che v’è tra gli uni e gli altri, sinora non osservata. ec. (15. Ott. 1823.). V.
          p. 3710.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Aiguille</foreign>, <emph>aguglia</emph>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">aguja</foreign>, <emph>guglia</emph> (co’ lor derivati ec.)
          diminutivo sovente positivato, dal lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aculeus</foreign>, altresì diminutivo come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >equuleus</foreign>. Anche il greco <foreign lang="grc">ὀβελίσκος</foreign> quando
          significa <emph>guglia</emph> è un diminutivo positivato. <foreign lang="grc"
          >Ὀβελίσκος</foreign> e <emph>aguglia</emph> o <emph>guglia</emph>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">aiguille</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">aguja</foreign>
          suonano cose simili tra loro anche nel senso proprio. (15. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3695"/> Alla p. 2777. fine. Il <emph>g</emph> protatico avanti la
          <emph>n</emph>, trovasi nel latino aggiunto eziandio a voci semplicemente latine, non
          greche, come al tema <foreign lang="lat" rend="italic">nascor</foreign> in molti de’ suoi
          composti: <foreign lang="lat" rend="italic">adgnascor, agnatus, prognatus, cognatus,
            cognatio</foreign> ec. ed anche nel semplice <foreign lang="lat" rend="italic"
          >gnatus</foreign>. Così <foreign lang="lat" rend="italic">gnavus, gnavare</foreign> ec.
          per <foreign lang="lat" rend="italic">navus, navare</foreign>, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">ignavus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">iñavus</foreign>.
            <bibl>V. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">gnarus,
            ignarus</foreign>, e nelle voci suddette e simili ec.</bibl> (15. Ott. 1823.). V. p.
          3727.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2996. marg. <foreign lang="lat" rend="italic">Nigreo — nigrico — nigro
          as</foreign>. Se <foreign lang="lat" rend="italic">nigro</foreign> venisse da <foreign
            lang="lat" rend="italic">nigreo</foreign> apparterrebbe forse alla nostra teoria, almen
          quanto alla derivazione e formazione, e sarebbe a notare che il suo verbo originale
          sarebbe della seconda, non della 3.<hi rend="apice">a</hi>. Ma forse <foreign lang="lat"
            rend="italic">nigro</foreign> viene a dirittura da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >niger gri. Nigrico</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic">nigreo</foreign>, o
          da <foreign lang="lat" rend="italic">nigro</foreign>. (15. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Obsoleto as</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">obsolesco — obsoletus</foreign>. (15. Ott. 1823.). Ma questo non è
          continuativo. Esso significa <foreign lang="lat" rend="italic">obsoletum
          reddere</foreign>, significato alienissimo della sua formazione. Ei non è che di
          Tertulliano e d’altri d’inferior latinità (Forcell. e Gloss.). La sua barbarie è
          maggiormente manifesta per la nostra <pb ed="aut" n="3696"/> teoria de’ continuativi la
          quale fa vedere l’improprietà e disanalogia totale (perchè niuno altro esempio ve n’ha,
          ch’io sappia, nel buon latino) del suo significato ed uso<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>
              <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">oleto</foreign>
              </bibl>.</p>
          </note>. <emph>Completare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">compléter</foreign>
          ec. voce moderna, sarebbe di simile genere di significazione perocch’ella propriamente
          vale <emph>far completo</emph>; benchè questo viene a coincidere col senso del verbo
          originario <foreign lang="lat" rend="italic">complere</foreign>, il che non accade in
            <foreign lang="lat" rend="italic">obsoletare</foreign>, perchè <foreign lang="lat"
            rend="italic">obsolesco</foreign> è neutro e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >obsoleto</foreign> attivo. Di <emph>completare</emph> mi ricordo aver detto altrove.
          Questi tali verbi son fatti da’ rispettivi participii (come <foreign lang="lat"
            rend="italic">obsoletus, completus</foreign>) già passati in aggettivi, e non come
          participi ma come aggettivi, onde e’ non spettano alla nostra teoria. E’ sono assaissimi.
          Forse ve n’ha anche nel buon latino, sotto questo aspetto. Ma meno, cred’io, che nel basso
          latino, e fra’ moderni. (15. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2996. fine. <foreign lang="lat" rend="italic">Obsoleo, obsolesco</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">obs</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >oleo, olesco</foreign>. Vedi il pensiero seguente. (15. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3687. Che <foreign lang="lat" rend="italic">adoleo</foreign> o certamente il
          semplice <foreign lang="lat" rend="italic">oleo</foreign> esistesse una volta, vedi il
          Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Obsolesco</foreign>, principio. Dico un
            <foreign lang="lat" rend="italic">oleo</foreign> e un <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adoleo</foreign> diverso <pb ed="aut" n="3697"/> da quelli che ancora esistono, o con
          diverso significato. Qual fosse questo significato nol saprei dire. Il Forc. l. c. dice
            <foreign lang="lat" rend="italic">cresco</foreign>, ma questo è il significato de’
          derivativi <foreign lang="lat" rend="italic">adolesco</foreign> ec. e proprio del genere e
          forma grammaticale d’essi derivativi. Si può anzi dire che il tema che noi cerchiamo
          esista ancora; in <foreign lang="lat" rend="italic">obsoleo</foreign> cioè ed in <foreign
            lang="lat" rend="italic">exoleo</foreign>, de’ quali però v. il Forc. Se <foreign
            lang="lat" rend="italic">obsolesco</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >obsoleo, exolesco</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">exoleo</foreign>, ciò
          è lo stesso che dire che <foreign lang="lat" rend="italic">adolesco, inolesco</foreign>
          ec. sono da <foreign lang="lat" rend="italic">adoleo inoleo</foreign> ec. Tutti questi da
          un medesimo tema, e la ragion degli uni è quella degli altri. Da ben diverso tema deriva
          il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">obsolesco</foreign> chi lo deriva (e fors’anche
            <foreign lang="lat" rend="italic">obsoleo</foreign>) da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ob</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">soleo</foreign> (<bibl>
            <author>Forcell.</author> l. c.</bibl>). Ma chi fa così mostra non aver considerato i
          fratelli carnali di <foreign lang="lat" rend="italic">obsolesco</foreign> ne’ quali la
          prima s non comparisce; nè il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">exoleo</foreign>,
          fratello di <foreign lang="lat" rend="italic">obsoleo</foreign>, il quale non può esser
          che da <foreign lang="lat" rend="italic">ex</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >oleo</foreign>. Negar che questi verbi sieno fratelli è da stolto. Il significato lo
          prova. <foreign lang="lat" rend="italic">Exolesco</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">obsolesco</foreign> vagliono, si può dire, altrettanto. Gli altri
          corrispondono, secondo le preposizioni rispettive. <pb ed="aut" n="3698"/> Di più,
            <foreign lang="lat" rend="italic">soleo</foreign> ha forse il perfetto <foreign
            lang="lat" rend="italic">solui</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >solevi</foreign>? fa forse nel supino <foreign lang="lat" rend="italic"
          >soletum</foreign>? nel participio <foreign lang="lat" rend="italic">soletus</foreign>? Or
          così fa ed ha <foreign lang="lat" rend="italic">obsoleo</foreign>. E se <foreign
            lang="lat" rend="italic">obsoleo</foreign> non ha che fare con <foreign lang="lat"
            rend="italic">soleo</foreign>, come dunque <foreign lang="lat" rend="italic"
          >obsolesco</foreign>? si potrà negare che questo venga da <foreign lang="lat"
            rend="italic">obsoleo</foreign>? oltre che ciò è più ch’evidente per se, e per tanti
          altri esempi analoghi, nol mostra l’esempio affatto compagno, di <foreign lang="lat"
            rend="italic">exolesco</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">exoleo</foreign>?
          Finalmente che la prima <emph>s</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >obsolesco</foreign> e di <foreign lang="lat" rend="italic">obsoleo</foreign> spetti alla
          preposizione <foreign lang="lat" rend="italic">ob</foreign>, vedi la p. 2996. e le quivi
          richiamate.</p>
        <p>Del resto chi volesse dire che il proprio preterito perfetto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">oleo, adoleo</foreign> e simili fosse e dovesse essere <foreign lang="lat"
            rend="italic">olui, adolui</foreign> ec. onde <foreign lang="lat" rend="italic">adolevi
            inolevi</foreign> ec. non sieno propri di <foreign lang="lat" rend="italic">adoleo,
            inoleo</foreign> (ignoto), ma di <foreign lang="lat" rend="italic">adolesco</foreign>
          veramente e di <foreign lang="lat" rend="italic">inolesco</foreign> ec., osservi che anche
          l’altro <foreign lang="lat" rend="italic">oleo</foreign> ne’ composti fa <foreign
            lang="lat" rend="italic">olevi</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >olui</foreign> (Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">oleo</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Neo-nevi, fleo-flevi</foreign> ec. ec.</p>
          </note>); e che queste desinenze <emph>evi</emph> ed <emph>ui</emph>, sono in verità una
          sola, cioè varie solamente di pronunzia, perchè gli antichi latini massimamente, e poi
          anche i non antichi, o meno antichi, ed anche i moderni ec., confondevano spessissimo
            l’<emph>u</emph> e il <emph>v</emph>
          <note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>V. p. 3708.</p>
          </note> (che già non ebbero se non un solo e comune carattere): sicchè <foreign lang="lat"
            rend="italic">olevi</foreign> è lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >olui</foreign>, interposta la <emph>e</emph> per dolcezza, ovvero <foreign lang="lat"
            rend="italic">olui</foreign> è lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >olevi</foreign>, omessa la e per proprietà di pronunzia. Giacchè il <emph>v</emph> di
          questo e l’<emph>u</emph> di quello non furono mai considerate <pb ed="aut" n="3699"/> da’
          latini se non come una stessa lettera. Così nell’ebraico, così nelle lingue moderne, sino
          agli ultimi tempi, e dura ancora ne’ Dizionari delle nostre lingue (come ne’ latini) il
          costume di ordinar le parole come se l’<emph>u</emph> e il <emph>v</emph> nell’alfabeto
          fossero una lettera stessa, ec. ec. ec. Dunque non saprei dire, nè credo che si possa
          dire, se il vero e regolare e primitivo perfetto della seconda coniugazione abbia la
          desinenza in <emph>evi</emph> o in <emph>ui</emph>, se sia <foreign lang="lat"
            rend="italic">docui</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">docevi</foreign>: e
          piuttosto si dee dire che, se non ambo primitive, ambo queste desinenze son regolari, anzi
          che sono ambo una stessa. Io per me credo che la più antica sia quella in
          <emph>evi</emph>, anticamente <emph>ei</emph> (conservata nell’italiano: <emph>potei,
            sedei</emph> ec. che per adottata corruzione e passata in regola, si dice anche
            <emph>sedetti</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Tutti i nostri perf. in <emph>etti</emph> sono primitivam. e veram. in
              <emph>ei</emph>, quando anche questa desinenza in molti verbi non si possa più usare,
              e sia divenuta irregolare, perchè posta fuor dell’uso, da quell’altra benchè corrotta
              e irregolare in origine, come appunto lo fu <emph>evi</emph> introdotta p. evitar
              l’iato, come <emph>etti</emph>. E qui ancora si osservi la conservaz.
              dell’antichissimo e vero uso fatta dal volgar latino sempre, sino a trasmettere a noi
              i perf. della 2.<hi rend="apice">a</hi> in <emph>ei</emph>. Puoi vedere la p.
            3820.</p>
          </note> ec.), poi per evitar l’iato <emph>eFi</emph>, e poi <emph>evi</emph> (come ho
          detto altrove del perfetto della prima: <emph>amai</emph>, conservato nell’italiano ec.
            <emph>amaFi, amavi</emph>), indi <emph>vi</emph> (<emph>docvi</emph>) o <emph>ui</emph>
            (<emph>docui</emph>), ch’è tutt’uno, e viene a esser contrazione di quella in
          <emph>evi</emph> (<emph>docevi</emph>). Ed è ben consentaneo che da <foreign lang="lat"
            rend="italic">doceo</foreign> si facesse primitivamente nel perfetto, <foreign
            lang="lat" rend="italic">docei</foreign>, <pb ed="aut" n="3700"/> conservando la
          <emph>e</emph>, lettera caratteristica della 2.<hi rend="apice">da</hi> coniugazione come
            l’<emph>a</emph> nella prima, onde l’antico <emph>amai</emph>. Ma l’<emph>u</emph>
          com’ebbe luogo nella desinenza de’ perfetti della seconda, essendo una lettera affatto
          estranea alle radici (come a <foreign lang="lat" rend="italic">doceo</foreign>) ec.<note
            resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Impleo</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic"
                >compleo</foreign> ec.) — <foreign lang="lat" rend="italic">deleo</foreign> (v. la
              p. 3702.) <foreign lang="lat" rend="italic">es evi etum</foreign>. Perchè dunque p. e.
                <foreign lang="lat" rend="italic">dolui</foreign> e non <foreign lang="lat"
                rend="italic">dolevi</foreign>? come <foreign lang="lat" rend="italic"
              >delevi</foreign> che v’è sola una lettera di svario. Perchè <foreign lang="lat"
                rend="italic">dolitum</foreign> e non <foreign lang="lat" rend="italic"
              >doletum</foreign>? O se <foreign lang="lat" rend="italic">dolui</foreign>, perchè
                <foreign lang="lat" rend="italic">delevi</foreign> e non <foreign lang="lat"
                rend="italic">delui</foreign>? (v’ha però forse <foreign lang="lat" rend="italic"
                >abolui</foreign>, ed anche <foreign lang="lat" rend="italic">adolui</foreign> ec.
              p. 3702. e ivi marg.) V. p. 3715.</p>
          </note>? Si risponde facilmente se si adottano le cose sopraddette: altrimenti non si può
          spiegare. L’<emph>u</emph> ebbe luogo nella seconda, come il <emph>v</emph>, ch’è la
          stessa lettera, ebbe luogo nella prima e nella quarta: per evitar l’iato. L’<emph>u</emph>
          e il <emph>v</emph> ne’ perfetti di queste coniugazioni e nelle dipendenze de’ perfetti
          sono dunque lettere affatto accidentali, accessorie, estranee, introdotte dalla proprietà
          della pronunzia, contro la primitiva forma d’essi verbi, benchè poi passate in regola nel
          latino scritto. Passate in regola nelle due prime. La quarta è l’unica che conservi ancora
          il suo perfetto primitivo (come la terza generalmente e regolarmente, che non patì nè
          poteva patire quest’alterazione) insieme col corrotto: <emph>audii, audivi</emph>. Il
          latino volgare per lo contrario non conservò, e l’italiano non conserva, che i primitivi:
            <emph>amai, dovei, udii</emph>. Queste osservazioni mostrano l’analogia (finora, <pb
            ed="aut" n="3701"/> credo sconosciuta) che v’ebbe primitivamente fra la ragion
          grammaticale, la formazione la desinenza de’ perfetti della 1. 2. e 4. e che v’ha
          effettivamente fra l’origine delle forme e desinenze di tutti e tre. Analogia oscurata
          poscia e resa invisibile dalle alterazioni che dette desinenze variamente ricevettero
          nella pronunzia, nell’uso ec., le quali alterazioni passate in regola, furono poi credute
          forme primitive ec. Forse la coniugazione in cui più verbi si trovino che abbiano il
          perfetto (e sue dipendenze) veramente primitivo, e ciò senz’averlo doppio come que’ della
          quarta, ne’ quali l’un de’ perfetti non è primitivo, si è la 3.<hi rend="apice">a</hi>.</p>
        <p>Tornando a proposito, <foreign lang="lat" rend="italic">adultum</foreign> mutato
            l’<emph>o</emph> in <emph>u</emph> al solito: <foreign lang="lat" rend="italic"
          >volgus</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">vulgus</foreign> ec. come ho detto
          in 100 altri luoghi. Così da <foreign lang="lat" rend="italic">colo colui,
          colitum</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">coltum</foreign> — <foreign
            lang="lat" rend="italic">cultum</foreign>. Vedi la pag. 3853-4. di <foreign lang="lat"
            rend="italic">adolesco</foreign> e di <foreign lang="lat" rend="italic">adoleo</foreign>
          è contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">adoletum</foreign>, anzi di <foreign
            lang="lat" rend="italic">adolitum</foreign>, supino regolare di <foreign lang="lat"
            rend="italic">adoleo</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">docitum</foreign>
          di <foreign lang="lat" rend="italic">doceo</foreign>, poi contratto in <foreign lang="lat"
            rend="italic">doctum</foreign>. Infatti <foreign lang="lat" rend="italic"
          >inolesco</foreign> (o piuttosto l’ignoto <foreign lang="lat" rend="italic"
          >inoleo</foreign>) ha <foreign lang="lat" rend="italic">inolitum</foreign> non <foreign
            lang="lat" rend="italic">inoletum. Obsoletum, exoletum</foreign> e simili, sono
          irregolari, e corruzioni dell’ignoto <foreign lang="lat" rend="italic">exolitum,
          obsolitum</foreign>. Se però <foreign lang="lat" rend="italic">docitum</foreign> non è
          corruzione di <foreign lang="lat" rend="italic">docetum</foreign>, che sarebbe regolare
          come <foreign lang="lat" rend="italic">amatum</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">amare</foreign>. Ovvero <pb ed="aut" n="3702"/> se <foreign lang="lat"
            rend="italic">doctum</foreign> non è contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >docetum</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">docui</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">docevi</foreign>. Onde il regolare e primitivo supino della 2.
          sia in <emph>etum</emph> da <emph>ere</emph>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >exoletum, netum, fletum, suetum</foreign> (dall’ant. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sueo</foreign>) ed altri tali, e come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >amatum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">amare</foreign>; e quelli in
            <emph>itum</emph>, come <foreign lang="lat" rend="italic">exercitum, habitum</foreign>
          ec. sieno corruzioni, come <foreign lang="lat" rend="italic">domitum</foreign> e simili
          sono corruzioni di <foreign lang="lat" rend="italic">domatum</foreign> ec. Io così credo.
          V. p. 3704. e 3853. 3871.</p>
        <p>Si attribuisce ad <foreign lang="lat" rend="italic">adolesco</foreign> anche il perfetto
            <foreign lang="lat" rend="italic">adolui</foreign>. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">adolesco</foreign>.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Aboleo es evi itum</foreign> pur da <foreign lang="lat"
            rend="italic">oleo</foreign>. Prisciano ammette anche <foreign lang="lat" rend="italic"
            >abolui</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Abolesco</foreign> neutro. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Deleo es evi etum</foreign> pur da <foreign lang="lat"
            rend="italic">oleo</foreign>. <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Deleo</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">Leo es. Oboleo es
              ui. Obolitio. Suboleo es ui</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">Subolesco
            is</foreign>
          </bibl>.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Adoleo</foreign> nel senso nel quale ei può aver
          generato <foreign lang="lat" rend="italic">adolesco</foreign> si trova veramente ancora.
          Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">Adoleo</foreign>. Siccome <foreign lang="lat"
            rend="italic">adolesco</foreign> trovasi ancora in senso conforme all’usitato di
            <foreign lang="lat" rend="italic">adoleo</foreign>. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">adolesco</foreign>.</p>
        <p>Il senso di <foreign lang="lat" rend="italic">oleo</foreign> (diverso o tutt’uno con
            l’<foreign lang="lat" rend="italic">oleo</foreign> che ancora abbiamo) dovette esser
          poco diverso da <foreign lang="lat" rend="italic">cresco</foreign>. Infatti <foreign
            lang="lat" rend="italic">obsoleo</foreign> di senso appena o nulla differisce da
            <foreign lang="lat" rend="italic">obsolesco</foreign>. Così dunque dovette essere
            <foreign lang="lat" rend="italic">adoleo</foreign> rispetto a <foreign lang="lat"
            rend="italic">adolesco</foreign>. ec. <bibl>V. <author>Forcell.</author> in <foreign
              lang="lat" rend="italic">Adoleo</foreign>
          </bibl>. Il quale forse da <emph>bruciare ne’ sacrifizi</emph> fu trasferito ad
            <emph>accrescere</emph>, come per lo contrario <foreign lang="lat" rend="italic">mactare</foreign>
          <pb ed="aut" n="3703"/> da <emph>accrescere</emph> ad <emph>immolare, sacrificare</emph>
          ec. E similmente si potrà dire di <foreign lang="lat" rend="italic">oleo</foreign> ec. ec.
          Cioè che il suo primo significato fosse <emph>ulire</emph> (com’è oggi), indi
            <emph>abbruciar cose odorifere</emph> ec. (come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >adoleo</foreign>), indi <emph>accrescere</emph> o <emph>crescere</emph>, nel qual ultimo
          senso ei sarà stato preso ne’ composti-derivati, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adolesco, exolesco</foreign> ec. nel composto <foreign lang="lat" rend="italic"
          >obsoleo</foreign>, in <foreign lang="lat" rend="italic">exoleo</foreign> ec. ed avrà
          prodotto il derivato <foreign lang="lat" rend="italic">olesco</foreign>, cioè <foreign
            lang="lat" rend="italic">cresco</foreign>, di cui v. Forcell. e vedilo ancora in
            <foreign lang="lat" rend="italic">macto</foreign> ec. ec. e in <foreign lang="lat"
            rend="italic">sobolesco</foreign>. (15. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3688. principio. Che <foreign lang="lat" rend="italic">cretum</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">cretus</foreign> non sieno propri di <foreign
            lang="lat" rend="italic">cresco</foreign> (v. Forc. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cresco</foreign> fine), ma di altro verbo, lo dimostra la differenza del significato.
            (<foreign lang="lat" rend="italic">cretus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cerno</foreign> è altra voce). <foreign lang="lat" rend="italic">Cretus</foreign> vale
            <emph>generato</emph>. Io tengo certo ch’esso sia contrazione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">creatus</foreign>; che <foreign lang="lat" rend="italic">cresco</foreign>
          sia fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">creo as</foreign>, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">hisco</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">hio as</foreign>; e
          ch’ei vaglia propriamente quasi <emph>venirsi creando, generando, formando</emph>; che è
          veramente quello che fa chi cresce; a ciascun momento si forma e genera quello che a lui
          aggiungi e in che consiste il suo incremento. L’incremento è una continua formazione e
          generazione, <pb ed="aut" n="3704"/> non del tutto, ma delle parti accedenti ec. ec.
            <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Crementum</foreign>
            e <foreign lang="lat" rend="italic">cretus</foreign>
          </bibl>. Quest’etimologia non è stata forse data da alcuno. E ciò perchè niuno, credo, ha
          considerato <foreign lang="lat" rend="italic">cresco</foreign> come un verbo della nostra
          categoria de’ verbi in <emph>sco</emph> fatti da altri originali, con analoga variazione
          di significato ec. Noi e la troviamo e la confermiamo per mezzo dell’analogia e proprietà
          generale del significato, formazione ec. de’ verbi in <emph>sco</emph>. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Cretus</foreign> non è dunque di <foreign lang="lat"
            rend="italic">cresco</foreign> ma di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >creatus</foreign>, e ciò anche per la significazione, laddove gli altri tali, <foreign
            lang="lat" rend="italic">suetus</foreign>, p. grammatica è di <foreign lang="lat"
            rend="italic">sineo</foreign>, per significazione però, di <foreign lang="lat"
            rend="italic">suesco</foreign> ec. (15. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3702. Queste osservazioni, e i confronti di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fletum, netum</foreign> e tali altri supini tutti della seconda, confermano che
            <foreign lang="lat" rend="italic">suetum, exoletum</foreign>, e simili, non sono di
            <foreign lang="lat" rend="italic">sinesco, exolesco</foreign> ec. verbi della terza,
          alla quale punto non conviene questa desinenza, ma di altri della seconda da cui essi
          derivano. <foreign lang="lat" rend="italic">Cretum</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">cerno</foreign> e suoi composti è corrottissimo, per <foreign lang="lat"
            rend="italic">cernitum</foreign>, ch’è il vero, e la desinenza in <emph>etum</emph> v’è
          accidentale ec. (15. Ott. 1823.). V. p. 3731. Altresì quel che s’è detto de’ perfetti
          della seconda, e il confronto di <foreign lang="lat" rend="italic">nevi, flevi</foreign>
          ec. mostra che <foreign lang="lat" rend="italic">suevi, crevi, adolevi</foreign> ec. non
          sono di <foreign lang="lat" rend="italic">suesco</foreign> ec. verbi della terza. (15.
          Ott. 1823.). V. p. 3827. La desinenza de’ perfetti in <emph>evi</emph> o <pb ed="aut"
            n="3705"/> in <emph>vi</emph>, propria della prima coniugazione e, come abbiamo
          mostrato, della seconda, che ora ha più sovente <emph>ui</emph>, ch’è il medesimo, e
          finalmente eziandio della quarta che conserva però anche quella in <emph>ii</emph>, è al
          tutto aliena da’ verbi della terza, se non se per qualche rara anomalia, come in <foreign
            lang="lat" rend="italic">crevi</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cerno</foreign>, e suoi composti perfetto irregolarissimo, per <foreign lang="lat"
            rend="italic">cerni</foreign>, e in <foreign lang="lat" rend="italic">sevi</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">sero</foreign>, e suoi composti verbo d’altronde
          ancora irregolarissimo, come si vede nel suo supino <foreign lang="lat" rend="italic"
            >satum</foreign>, ne’ composti <foreign lang="lat" rend="italic">situm</foreign>, solita
          mutazione in virtù della composizione ec. V. p. 3848. ec. Ovvero per qualche altra ragione
          come dal verbo <foreign lang="lat" rend="italic">no</foreign> (di cui p. 3688.) che
          dovette essere della terza, il perfetto <foreign lang="lat" rend="italic">novi</foreign>
          per evitare la voce poco graziosa <emph>ni</emph>, che sarebbe stata il suo perfetto
          regolare, e che d’altronde concorreva colla particella <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ni</foreign>: oltre che niun perfetto latino, se ben mi ricordo, è monosillabo,
          ancorchè fatto da tema monosillabo: eccetto <foreign lang="lat" rend="italic">ii</foreign>
          da <foreign lang="lat" rend="italic">eo</foreign>, e da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fuo, fui</foreign>, i quali furono monosillabi, e forse ancora lo sono talvolta presso
          i poeti latini del buon tempo ec. secondo il mio discorso altrove fatto della antica
          monosillabia di tali dittonghi ec. Da’ monosillabi <foreign lang="lat" rend="italic">do,
            sto</foreign> ec. si fece il perfetto dissillabo per duplicazione: <foreign lang="lat"
            rend="italic">dedi, steti</foreign>, ec. Onde avrebbe da <foreign lang="lat"
            rend="italic">no</foreign> potuto anche farsi <emph>neni</emph>. O forse il verbo da cui
          viene <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign>, non fu <emph>no</emph>, ma
            <foreign lang="lat" rend="italic">noo</foreign> ((<foreign lang="grc">νοῶ</foreign>),
          onde il perfetto <pb ed="aut" n="3706"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">novi</foreign> invece del regolare <foreign lang="lat"
            rend="italic">noi</foreign> sarà stato fatto (come que’ della 1. in <emph>avi</emph> per
            <emph>ai</emph>, della 2. in <emph>evi</emph> per <emph>ei</emph>, della 4. in
          <emph>ivi</emph> per <emph>ii</emph>) per evitare l’iato; il quale iato però non può
          essere che affatto accidentale ne’ perfetti di questa coniugazione. V. p. 3756. Così per
            <foreign lang="lat" rend="italic">fui</foreign>, regolare perfetto dell’antico <foreign
            lang="lat" rend="italic">fuo</foreign>, verbo della terza, il qual perfetto anche oggidì
          si conserva<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Suo is</foreign> ha <foreign lang="lat"
                rend="italic">sui</foreign>, e non ha che questo. <foreign lang="lat" rend="italic"
                >Abluo Diluo</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">lui</foreign>. Veggasi
              la p. 3732. <foreign lang="lat" rend="italic">Assuo assui</foreign> ec. e gli altri
              composti di <foreign lang="lat" rend="italic">suo</foreign>.</p>
          </note>, e solo esso, e tutto regolare, Ennio disse <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fuvi</foreign>, non <foreign lang="lat" rend="italic">metri causa</foreign>, come crede
          il Forcellini, (in <foreign lang="lat" rend="italic">fuam</foreign>), ma secondo me, per
          evitare l’iato<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>V. p. 3885.</p>
          </note>. L’evitazion del quale stette a cuore principalmente agli scrittori (come anche in
          altre lingue), e ad essi, cred’io, si deve attribuire l’esser passate in regola le
          desinenze <emph>avi</emph> ed <emph>evi</emph> (poi <emph>ui</emph>) della 1. e 2. ne’
          perfetti e lor dipendenze, ed in parte la desinenza <emph>ivi</emph> nella quarta, in vece
          delle primitive <emph>ai</emph>, <emph>ei</emph>, <emph>ii</emph>. E quelle in <emph>avi,
            evi, ivi</emph>, secondo me, non furon proprie che della scrittura, o certo del
          linguaggio illustre, o di esso principalmente, e nulla o poco le adottò il plebeo,
          perocch’esso conservò le primitive <emph>ai, ei, ii</emph>, come lo dimostra l’italiano (e
          anche il franc. <pb ed="aut" n="3707"/>
          <foreign lang="fre" rend="italic">aimai</foreign>, onde lo spagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">amè</foreign>, come ho detto nella mia teoria de’ continuativi). Tornando
          a proposito la desinenza in <emph>vi</emph>, fuori de’ detti casi, anomalie ec. non è
          propria punto, anzi impropria, de’ perfetti della terza, se non per puro accidente, come
          in <foreign lang="lat" rend="italic">solvi, volvi</foreign> e simili. Ne’ quali casi il
            <emph>v</emph> non è di tal desinenza, nè del perfetto, nè dell’inflessione ordinaria
          de’ verbi della 3.<hi rend="apice">a</hi>. nel perfetto ec. ma del tema (<foreign
            lang="lat" rend="italic">solvo, volvo</foreign>), ed è lettera radicale di tutto il
          verbo ec. Trovansi però molti verbi della 3.<hi rend="apice">a</hi> che (per anomalia)
          fanno il perfetto in <emph>ui</emph> (come il più di quelli della seconda): e questi sono
          in molto maggior numero che quelli della 3.<hi rend="apice">a</hi> che facciano il
          perfetto in <emph>vi</emph> (siccome anche nella 2.<hi rend="apice">a</hi> oggi son più
          quelli in <emph>ui</emph> che quelli in <emph>vi</emph>). Per esempio l’altro <foreign
            lang="lat" rend="italic">sero</foreign> (diverso dal sopraddetto a p. 3705.) che ha il
          supino <foreign lang="lat" rend="italic">sertum</foreign>, nel perfetto fa <foreign
            lang="lat" rend="italic">serui</foreign>, e così i suoi composti. Così <foreign
            lang="lat" rend="italic">colo is ui</foreign>. Ed altri molti. Ma questa desinenza è
          pure affatto impropria della 3. e vi è sempre anomala, come quella in <emph>vi</emph> o in
            <emph>evi</emph> ec. che originalmente son tutt’una con quella in <emph>ui</emph>.</p>
        <p>Del resto dalle soprascritte osservazioni si potrebbe conchiudere che i veri e regolari e
          primitivi supini delle 4. coniugazione son questi: 1.<hi rend="apice">a</hi>
          <emph>atum</emph>, 2.<hi rend="apice">a</hi>. <emph>etum</emph>, 3.<hi rend="apice">a</hi>
          <emph>itum</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere il pensiero seg. e p. 3710. capoverso I. ec. ec.</p>
          </note>, 4.<hi rend="apice">a</hi>
          <emph>itum</emph>. <pb ed="aut" n="3708"/> E i perfetti (con lor dipendenze): 1.<hi
            rend="apice">a</hi>
          <emph>avi</emph> (antic. <emph>ai</emph>), 2.<hi rend="apice">a</hi>
          <emph>evi</emph> (ant. <emph>ei</emph>, più mod. <emph>ui</emph>), 3.<hi rend="apice">a</hi>
          <emph>i</emph> preceduto dalla ultima radicale del tema, 4.<hi rend="apice">a</hi>
          <emph>ii</emph> (antica ma conservata) ed <emph>ivi</emph> (posteriore). (16. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3698. P. e. <foreign lang="lat" rend="italic">solutum, volutum</foreign>, non
          sono che o modi di pronunziare o scrivere o di pronunziare e di scrivere i regolari supini
            <foreign lang="lat" rend="italic">volvitum, solvitum</foreign> e simili, che non son
          pochi; o contrazione di essi supini regolari, fatta per l’elisione dell’<emph>i</emph> e
          non altro (giacchè l’<emph>u</emph> e il <emph>v</emph>, come dico, sono una stessa
            lettera<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Così <foreign lang="lat" rend="italic">sutum</foreign> da <foreign lang="lat"
                rend="italic">suo</foreign> è contraz. di <foreign lang="lat" rend="italic"
              >suitum</foreign>. V. la fine del pensiero precedente. <foreign lang="lat"
                rend="italic">Ablutum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">abluo.
              Dilutum</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Lautum</foreign> (onde
                <foreign lang="lat" rend="italic">lotum</foreign>) è contraz. di <foreign lang="lat"
                rend="italic">lavitum</foreign>, e dimostra quel che ho detto della confusione tra
                l’<emph>u</emph> e ’l v. V. p. 3731.</p>
          </note>) contrazione ed elisione ordinaria, e si può dir, regolare (per il suo grand’uso)
          sì ne’ verbi della terza, come <foreign lang="lat" rend="italic">dictum</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">dicitum</foreign> ec. ec., sì in quelli della seconda,
          come <foreign lang="lat" rend="italic">doctum</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">docitum</foreign> (che non si ha, mentre si ha <foreign lang="lat"
            rend="italic">nocitum, placitum, tacitum, habitum</foreign> ec. e non <foreign
            lang="lat" rend="italic">noctum</foreign> ec.: vedi la p. 3631) ec. ec. (16. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3689. princ. <foreign lang="lat" rend="italic">Vivesco</foreign> non ha perfetto
          nè supino neppur tolto in prestito. Ma il suo composto <foreign lang="lat" rend="italic"
            >revivisco</foreign> ha <foreign lang="lat" rend="italic">revixi</foreign>. Ora il
          Forcell. conviene che questo non è suo ma di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >revivo</foreign>, e ne conviene quantunque <foreign lang="lat" rend="italic"
          >revivo</foreign>, com’ei dice, <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">a nemine est, quod sciam, usurpatum, si unum excipias
              Paulin. Nolan</foreign>.</quote> ec. <pb ed="aut" n="3709"/> (e <bibl>v. il
              <title>Gloss.</title>
          </bibl>). Perchè dunque non conviene egli che p. e. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >scivi scitum</foreign> non sia di <foreign lang="lat" rend="italic">scisco</foreign> ma
          di <foreign lang="lat" rend="italic">scio</foreign>, ch’è pur verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">ab omnibus usurpatum</foreign>? che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >suevi suetum</foreign> non sia di <foreign lang="lat" rend="italic">suesco</foreign> ma
          di <foreign lang="lat" rend="italic">sueo</foreign>, benchè questo <foreign lang="lat"
            rend="italic">a nemine sit usurpatum</foreign>? Del resto il trovarsi pure <foreign
            lang="lat" rend="italic">revivo</foreign>, conferma la mia sentenza che tutti i verbi in
            <emph>sco</emph> sieno fatti da un altro analogo, sebbene non sempre noto; e il vedere
          che <foreign lang="lat" rend="italic">revivisco</foreign> fa <foreign lang="lat"
            rend="italic">revixi</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">revictum</foreign>
          (dimostrato da <foreign lang="lat" rend="italic">revicturus</foreign>, se questo non è di
            <foreign lang="lat" rend="italic">revivo</foreign>), come appunto <foreign lang="lat"
            rend="italic">revivo</foreign>, conferma che i perfetti e supini de’ verbi in
          <emph>sco</emph>, se gli hanno, sieno sempre tolti in prestito da’ verbi originali, e non
          mai loro propri, o ch’essi mai non gli ebbero (ma <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nosco</foreign> p. e. ebbe il supino suo proprio, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >noscitus</foreign>, come a pp. 3688. 3690.), o che gli hanno perduti. Sebbene non vi
          era bisogno di <foreign lang="lat" rend="italic">revivo</foreign> a mostrar tutto questo
          nel nostro caso, bastando che vi fosse, e fosse noto, il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">vivo</foreign>, da cui a dirittura, senza <foreign lang="lat"
            rend="italic">revivo</foreign>, o da <foreign lang="lat" rend="italic">vivesco</foreign>
          (che vien da <foreign lang="lat" rend="italic">vivo</foreign>) per composizione, poteva
          ben esser fatto il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">revivisco</foreign>, e forse e’
          lo è in effetto.</p>
        <p>Del resto, sì <foreign lang="lat" rend="italic">revivisco</foreign>, sì l’analogia
          (perchè l’<emph>e</emph> nella desinenza de’ verbi in <emph>sco</emph> non ha luogo s’e’
          non son fatti <pb ed="aut" n="3710"/> da verbi in <emph>eo</emph>
          <note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Fors’anche da quei della prima, come p. e. se <foreign lang="lat" rend="italic"
                >consanesco</foreign> fosse fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">consano
              as</foreign> neutro (<bibl>v. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat"
                  rend="italic">consano</foreign>
              </bibl>) nel qual caso anche <foreign lang="lat" rend="italic">sanesco</foreign>
              sarebbe fatto da un <foreign lang="lat" rend="italic">sano</foreign> neutro.</p>
          </note>; e p. e. da <foreign lang="lat" rend="italic">meno is</foreign> ch’è della
          coniugione di <foreign lang="lat" rend="italic">vivo is</foreign>, si fa <foreign
            lang="lat" rend="italic">reminisco</foreign>, come a p. 3691., e non <foreign lang="lat"
            rend="italic">reminesco</foreign>), da <foreign lang="lat" rend="italic">tremo is,
            tremisco</foreign> e composti; <foreign lang="lat" rend="italic">ingemisco</foreign> ec.
          Vedi al proposito Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">tremisco</foreign> ec. mi
          persuadono che vada detto <foreign lang="lat" rend="italic">vivisco</foreign> anzi che
            <foreign lang="lat" rend="italic">vivesco</foreign>; e v. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">vivesco</foreign>, fine; e il Gloss. in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vivescere</foreign>. (16. Ott. 1823.). V. p. 3828.3869.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Viviturus</foreign> regolare, per <foreign lang="lat"
            rend="italic">victurus</foreign> del buon latino, dimostrante il vero supino <foreign
            lang="lat" rend="italic">vivitum</foreign> (vivuto), secondo le nostre teorie (v. fra
          l’altre, p. 3709. fine), vedilo in una carta del secolo del mille nel Gloss. Cang. (16.
          Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3694. Conferma la nostra congettura sull’origine del verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">bito</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">beto</foreign>, il
          latino-barbaro <foreign lang="lat" rend="italic">rebitare</foreign>, dove si vede appunto
          la coniugazione propria de’ continuativi ond’egli sarebbe più regolare dell’antico
            <foreign lang="lat" rend="italic">bitere</foreign> ec., e può servire a mostrare che
          questo (ond’esso pur viene, o a cui è affine) sia altresì un continuativo come certo lo è
            <foreign lang="lat" rend="italic">rebitare</foreign> ec. ec. <bibl>V. il <title>Gloss.
              Cang.</title> in <foreign lang="lat" rend="italic">revidare</foreign>
          </bibl>, rettificandolo secondo la nostra teoria e osservazioni ec. e con queste
          confermando la lezione di <foreign lang="lat" rend="italic">rebitare</foreign> (da cui
            <foreign lang="lat" rend="italic">revidare</foreign> non varia che per pronunzia,
          propria degli spagnuoli ec. sicchè ben può stare nel latino barbaro), e dilucidando i
          dubbi ec. E chi sa che <foreign lang="lat" rend="italic">bitere</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">betere</foreign> ec. <pb ed="aut" n="3711"/> non sia veramente
            <foreign lang="lat" rend="italic">bitare</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >betare</foreign> (ma piuttosto quello, sì a causa di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >rebitare</foreign>, sì che da <foreign lang="lat" rend="italic">batus</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">bo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >bao</foreign> doveva farsi, secondo la regola, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >bitare</foreign> anzi che <foreign lang="lat" rend="italic">betare</foreign>) corrotto
          dagli scrivani per ignoranza della nostra teoria, e per la stessa cagione non restituito
          da’ critici ec. Infatti che questi e quelli abbiano esitato su questo verbo, lo dimostra
          la sua diversa scrittura, <foreign lang="lat" rend="italic">bitere, betere,
          bitire</foreign>, e il trovarsi in molti codici <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vivere</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">bitere</foreign> (vedi Forc.) ec.
          ec. Nel Curcul. 1. 2. 52. <foreign lang="lat" rend="italic">bitet</foreign> può così
          essere presente congiuntivo di <foreign lang="lat" rend="italic">bitare</foreign>, come
          futuro indicativo di <foreign lang="lat" rend="italic">bitere</foreign> ec. (16. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Excisare</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >excissare</foreign>. <bibl>V. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Excissatus</foreign>
          </bibl>. (16. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A quello che altrove ho detto del verbo <foreign lang="lat" rend="italic">cillo</foreign>
          a proposito di <foreign lang="lat" rend="italic">oscillo</foreign> parrebbe che si
          opponesse il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">percello</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">procello</foreign> ec. Ma io, qualunque sia l’origine di
          questi, non credo abbiano che fare con <foreign lang="lat" rend="italic">cillo</foreign>,
          stante la differenza (oltre le lett. <emph>e</emph> ed <emph>i</emph>) della coniugazione
          de’ perfetti e supini ec. Ben crederò che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >percello</foreign> ec. sia da <foreign lang="grc">κέλλω</foreign>, e così il semplice
            <foreign lang="lat" rend="italic">cello is</foreign> perduto, ma non già <foreign
            lang="lat" rend="italic">cillo as</foreign> ec. <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Quod os</hi>
              <hi rend="sc">cillent</hi>, <hi rend="italic">idest</hi>
              <hi rend="sc">inclinent</hi>, <hi rend="italic">praecipitesque <pb ed="aut" n="3712"/>
                in os</hi>
              <hi rend="sc">ferantur</hi>
            </foreign>
          </quote>. (Fest. ap. <bibl>
            <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Cillo</foreign>
          </bibl>). Non è chiaro a un fanciullo che quel <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cillent</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic">cillare</foreign> non da
            <foreign lang="lat" rend="italic">cilleo</foreign> nè da <foreign lang="lat"
            rend="italic">cillo is</foreign>? Donde dunque s’ha preso il Forc. quel suo <foreign
            lang="lat" rend="italic">cillo is</foreign>? Se già non fosse, come io penso, errore di
          stampa <emph>is</emph> per <emph>as</emph>. Quanto a <emph>cilleo</emph> che sta in Servio
          (se non v’è errore) ei potrebbe pur esser da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cio</foreign>, fatto come <foreign lang="lat" rend="italic">conscribillo</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">conscribo</foreign> ec., benchè d’altra coniugazione
          (cioè della 2. invece della prima) per anomalia, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >viso is</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">video</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">viso as</foreign>, e gli altri tali continuativi d’anomala
          formazione, cioè d’altra coniugazione che della prima, da me in più luoghi accennati,
          insieme e separatamente. O forse <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">cill</hi>
            <hi rend="sc">eo</hi>
          </foreign> è da <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">ci</hi>
            <hi rend="sc">eo</hi>
          </foreign>? (16. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutte le qualità e cagioni che producono la grazia nelle persone o portamenti o azioni
          ec. umane, sono più efficaci, e gli effetti loro più notabili negli osservatori ec. di
          sesso diverso. I quali concepiscono quella tal grazia per molto maggiore ch’essa medesima
          non apparisce agli osservatori del sesso stesso. Ma tal differenza d’idee non ha punto che
          fare colla natura nè della grazia in genere, nè <pb ed="aut" n="3713"/> di quella tale in
          ispecie. E quel grand’effetto non è della grazia, ma della diversità del sesso aiutata
          dalla grazia, o viceversa della grazia aiutata ec. in quanto aiutata ec. Tutto ciò dicasi
          ancora della bellezza ec. (17. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Advento as</foreign>. N’ho discorso, mi pare, nella mia
          teoria de’ continuativi. Aggiungo. Qual cosa v’ha mai nel suo significato, che possa,
          neppure per somiglianza, farlo chiamare frequentativo? quale che non sia continuativa, e
          che non convenga a questo nome, e lo giustifichi, e ne sia bene dinotata? E con qual altro
          nome generalmente potrebb’essere indicata quella significazione, se non con quello di
          continuativo? (17. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3622. L’idea e natura della quale esclude essenzialmente sì quella del piacere
          che quella del dispiacere, e suppone l’assenza dell’uno e dell’altro; anzi si può dire la
          importa; giacchè questa doppia assenza è sempre cagione di noia, e posta quella, v’è
          sempre questa. <pb ed="aut" n="3714"/> Chi dice assenza di piacere e dispiacere, dice
          noia, non che assolutamente queste due cose sieno tutt’una, ma rispetto alla natura del
          vivente, in cui l’una senza l’altra (mentre ch’ei sente di vivere) non può assolutamente
          stare. La noia corre sempre e immediatamente a riempiere tutti i vuoti che lasciano negli
          animi de’ viventi il piacere e il dispiacere; il vuoto, cioè lo stato d’indifferenza e
          senza passione, non si dà in esso animo, come non si dava in natura secondo gli antichi.
          La noia è come l’aria quaggiù, la quale riempie tutti gl’intervalli degli altri oggetti, e
          corre subito a stare là donde questi si partono, se altri oggetti non gli rimpiazzano. O
          vogliamo dire che il vuoto stesso dell’animo umano, e l’indifferenza, e la mancanza d’ogni
          passione, è noia, la quale è pur passione. Or che vuol dire che il vivente, sempre che non
          gode nè soffre, non può fare che non s’annoi? Vuol dire ch’e’ non può mai fare ch’e’ non
          desideri la felicità, cioè il piacere e il godimento. Questo <pb ed="aut" n="3715"/>
          desiderio, quando e’ non è nè soddisfatto, nè dirittamente contrariato dall’opposto del
          godimento, è noia. La noia è il desiderio della felicità, lasciato, per così dir, puro.
          Questo desiderio è passione. Quindi l’animo del vivente non può mai veramente essere senza
          passione. Questa passione, quando ella si trova sola, quando altra attualmente non occupa
          l’animo, è quello che noi chiamiamo noia. La quale è una prova della perpetua continuità
          di quella passione. Che se ciò non fosse, ella non esisterebbe affatto, non ch’ella si
          trovasse sempre ove l’altre mancano. (17. Ott. 1823.). V. p. 3879.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3700. marg. Che la desinenza <emph>ui</emph> nel perfetto della 2.<hi
            rend="apice">da</hi>, sia stata introdotta nel modo che abbiam detto, mostrasi ancora
          col considerarla in alcuni verbi della 1.<hi rend="apice">a</hi>. Della quale niuno dubita
          che il perfetto regolare e proprio non sia quello in <emph>avi</emph>. Ma pur parecchi
          suoi verbi l’hanno in <emph>ui</emph>: <foreign lang="lat" rend="italic">domui, secui,
            vetui, necui, crepui</foreign> ec. co’ loro composti <foreign lang="lat" rend="italic"
            >enecui, perdomui</foreign> ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere p. 2814-5. e 3570.</p>
          </note> Or da che è venuta quest’anomalia? Dalla stessa cagione che l’ha introdotta ne’
          verbi della 2.<hi rend="apice">da</hi>, <pb ed="aut" n="3716"/> nella quale ella, per
          esser più comune assai che nella prima, e più comune che non è ciascuna dell’altre
          desinenze, non si chiama anomalia, anzi regola; e piuttosto chiamasi anomalia quella in
            <emph>evi</emph> perchè divenuta più rara, e una di quell’altre meno comuni. Ma parlando
          esattamente e guardando all’origine, quella in <emph>ui</emph> è anomalia o alterazione
          nella seconda non meno che nella prima, e quella in <emph>evi</emph> è così regolare nella
          2. come nella prima quella in <emph>avi</emph>. E più comune si è la desinenza in
          <emph>ui</emph> nella seconda che nella prima, perchè l’ommissione della vocale, da cui
          essa deriva, era ed è più facile e naturale circa la <emph>e</emph> che circa la
          <emph>a</emph>, lettera più vasta, per servirmi dell’espressione di Cicerone in altro
          proposito (Orat. c. 45. circa l’<emph>x</emph>.). Del resto, come parecchi della seconda
          hanno il perfetto così in <emph>evi</emph> come in <emph>ui</emph>, qualunque de’ due sia
          più comune, così tutti o quasi tutti quelli della 1. che l’hanno in <emph>ui</emph>,
          conservano pur quello in <emph>avi</emph>, o che questo sia in essi il più usitato, o
          viceversa. <pb ed="aut" n="3717"/> E tutti altresì, se non erro, hanno il supino in
            <emph>itum</emph>, come quelli della seconda ch’hanno il perfetto in <emph>ui</emph>
          (mentre quelli che l’hanno in <emph>evi</emph> conservano altresì il vero supino in
            <emph>etum</emph>, credo, tutti); ovvero in <emph>ctum</emph> contratto da
          <emph>citum</emph> (<emph>nectum, sectum</emph> ec.) come appunto lo sogliono avere quelli
          della seconda che hanno il perfetto in <emph>ui</emph>, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">docui-doctum</foreign> contratto da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >docitum</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3723.</p>
          </note>. <foreign lang="lat" rend="italic">Plico as</foreign> (v. Forc.) <foreign
            lang="lat" rend="italic">plicatus. Adplico, explico ec. avi atum, ui itum. Frico as ui
            ctum, fricatum. Perfrico</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Sono as avi
            atum, ui, sonitus us</foreign>. V. p. 3868. <foreign lang="lat" rend="italic">Mico as
            ui, micatus us. Emico as ui, emicatio, emicatim</foreign>. Ma molti di que’ della 1. che
          hanno il supino in <emph>itum</emph>, conservano altresì, come il vero perfetto in
            <emph>avi</emph>, così il vero supino in <emph>atum</emph> (o il participio in
            <emph>atus</emph> o in <emph>aturus</emph> ec. ch’è tutt’uno, e lo dimostra) più o meno
          usitato di quello in <emph>itum</emph>, non altrimenti che alcuni della seconda conservino
          forse accanto del supino in <emph>etum</emph> il vero in <emph>etum</emph>. Dico, forse,
          perchè ora non me ne soccorre esempio. (17. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2980. Immaginazione continuamente fresca ed operante si richiede a poter <foreign
            lang="fre" rend="italic">saisir</foreign> i rapporti, le affinità, le somiglianze ec.
          ec. o vere, o apparenti, poetiche ec. degli oggetti e delle cose tra loro, o a scoprire
          questi rapporti, o ad <pb ed="aut" n="3718"/> inventarli ec. cose che bisogna
          continuamente fare volendo parlar metaforico e figurato, e che queste metafore e figure e
          questo parlare abbiano del nuovo e originale e del proprio dell’autore. Lascio le
          similitudini: una metafora nuova che si contenga pure in una parola sola, ha bisogno
          dell’immaginazione e invenzione che ho detto. Or di queste metafore e figure ec. ne
          dev’esser composto tutto lo stile e tutta l’espressione de’ concetti del poeta. Continua
          immaginazione, sempre viva, sempre rappresentante le cose agli occhi del poeta, e
          mostrantegliele come presenti, si richiede a poter significare le cose o le azioni o le
          idee ec. per mezzo di una o due circostanze o qualità o parti di esse le più minute, le
          più sfuggevoli, le meno notate, le meno solite ad essere espresse dagli altri poeti, o ad
          esser prese per rappresentare tutta l’immagine, le più efficaci ed atte o per se, per
          questa stessa novità o insolitezza di esser notate o espresse, o della loro <pb ed="aut"
            n="3719"/> applicazione ed uso ec., le più atte dico a significar l’idea da esprimersi,
          a rappresentarla al vivo, a destarla con efficacia ec. Tali sono assai spesso le
          espressioni, o vogliamo dire i mezzi d’espressione, e il modo di rappresentar le cose e
          destar le immagini ec. nuove o novamente, e per virtù della novità del modo ec. ec. usati
          da Virgilio, e massime, anzi peculiarmente, e come caratteristici del suo stile e poesia,
          da Dante ec. ec. Tutte queste cose si richiedono in uno stile come quel di Virgilio (e più
          o meno negli altri: ma quel di Virgilio, in quanto stile, è precisamente il più poetico di
          quanti si conoscono, e forse il non plus ultra della poetichità); e questi infatti sono i
          mezzi ch’egli adopera e gli effetti ch’egli consegue. Or non si possono adoperar tali
          mezzi, nè produr tali effetti (che con altri mezzi, nello stile, non si ottengono) senza
          una continua e non mai interrotta azione, vivacità e freschezza d’immaginazione. E sempre
          ch’essa langue, langue lo stile, sia pure immaginosissima e poetichissima l’invenzione e
          la qualità delle cose in esso trattate ed espresse. Poetiche saranno le cose, lo stile no;
          e peggiore sarà l’effetto, che se quelle ancora fossero impoetiche; per il contrasto e
          sconvenienza ec. che sarà tanto maggiore quanto quelle e l’invenzione ec. saranno più
          immaginose e poetiche. <pb ed="aut" n="3720"/> Del resto è da vedere la p. 3388-9. (17.
          Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3546. I detti effetti accadono in un gran letterato, in un gran filosofo, in un
          gran poeta, in un gran professore di qualsivoglia o letteratura o arte o scienza o abilità
          ec. verso quelli che si arrogano quella medesima arte, e la professano. ec. Severissimi,
          disprezzantissimi, intollerantissimi a principio, non per superbia (anzi questi tali sono
          sempre modestissimi) ma per non trovar niuno che non sia indegnissimo di stima per se, o
          che meriti più che pochissimo nella sua professione; e disprezzanti nel cuor loro,
          piuttosto ch’esternamente; a poco a poco persuadendosi che insomma non v’è di meglio di
          coloro ch’ei disprezzava, dalla mancanza de’ veramente stimabili piglia argomento e in
          ultimo abitudine di tollerare il niun merito, e di stimare e lodare il piccolissimo, e di
          celebrare e fino ammirare il mediocre (non per se ma per la sua rarità, finalmente
          conosciuta, e conosciuta per universale) e insomma di contentarsi del poco e pochissimo, e
          di dare alle cose non il <pb ed="aut" n="3721"/> peso assoluto ma il peso relativo che
          meritano. Sicchè gli si viene a fare ben raro il caso nel quale ei possa e sappia
          totalmente disprezzare.</p>
        <p>Passo più oltre, e dico che l’essere disprezzante, non curante, severissimo, esigente,
          incontentabile, intollerante ec. o verso gli uomini in genere, o verso quelli della
          propria professione, è segno certo, vista la qualità del mondo, o d’inesperienza, e poca o
          niuna cognizione e pratica degli uomini, o di poco talento, che dall’esperienza non è
          persuaso e non ne cava il profitto e le conseguenze che deve, e non sa mai da pochi
          particolari generalizzare, ma per ciascun particolare che gli occorre nella vita ha
          bisogno di nuova ed apposita esperienza, ch’è il caso, la proprietà e il distintivo degli
          uomini di poco ingegno; o finalmente è segno di poco o niun valore sia in genere, sia
          nella sua professione, perchè sempre chi poco vale, non potendo giustamente estimar se
          stesso nè gli altri, è superbo verso se, e verso gli altri disprezzante. Laddove chi molto
          vale, ben potendo intendere ed estimare il suo valore e l’altrui, sia in genere sia nella
          sua professione, e compararlo <pb ed="aut" n="3722"/> ec. può giustamente dispensare e
          dispensa, almeno nel suo interno, tanto a se stesso quanto agli altri, il grado di stima o
          assoluta o almen rispettiva, che a ciascun si conviene, e si mette al disopra o al disotto
          degli altri, e questi al disopra gli uni degli altri, secondo il merito rispettivo ec.
          (17-18. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alle cose da me dette nella teoria de’ continuativi (sul principio) ed altrove, circa il
          verbo <foreign lang="lat" rend="italic">exspectare</foreign> ec. aggiungi il franc.
            <foreign lang="fre" rend="italic">guetter</foreign> che propriamente vuol dire
            <emph>osservare</emph> ec. e per metafora <emph>aspettare</emph> ec. (18. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii in <emph>us</emph> de’ verbi attivi in senso attivo, ovvero neutro, o attivo
          intransitivo. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Desperatus</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Corn. Nep.</author> in <title>Attico</title> c. 8. lin. ult.</bibl> Dove pare
          che <foreign lang="lat">desperatus</foreign> sia <foreign lang="lat" rend="italic">qui
            desperavit</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Certus: qui crevit</foreign>. <quote>
                <foreign lang="lat" rend="italic">Certa mori</foreign>
              </quote>: <foreign lang="lat" rend="italic">quae crevit</foreign>, cioè <foreign
                lang="lat" rend="italic">decrevit, mori</foreign>, senso attivo, anzi in certo modo,
              transitivo ec. E qui e in simili moltiss. casi, <foreign lang="lat" rend="italic"
                >certus</foreign> è adoprato in senso di participio, non di aggettivo, come in altri
              molti casi, massime quando si dice di cose. Ma quando di persone, dubito ch’e’ sia mai
              altro che participio, onde anche <foreign lang="lat" rend="italic">certior</foreign>
              può forse fare al caso nostro ec. ec.</p>
          </note>. (18. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Radice monosillaba di <foreign lang="lat" rend="italic">dico</foreign>. Carisio, e il
          Vossio credono che il genitivo <foreign lang="lat" rend="italic">dicis</foreign> non venga
          da <foreign lang="grc">δίκη</foreign>, ma da un <foreign lang="lat" rend="italic"
          >dix</foreign>, e spetti a <foreign lang="lat" rend="italic">dico</foreign> ec. <pb
            ed="aut" n="3723"/> Probabilmente essi vorranno che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >dix</foreign> venga da <foreign lang="lat" rend="italic">dico</foreign>, ma sarebbe il
          contrario, come nella teoria de’ continuativi s’è detto di <foreign lang="lat"
            rend="italic">lex, rex</foreign> ec. Aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic"
          >grex</foreign> monosillabo, significante un’idea primitivissima, e radice di più voci
          semplici e composte, come <emph>congregare</emph> ec. Simile dicasi di <foreign lang="lat"
            rend="italic">nubs</foreign>. V. Forc. (18. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3717. Quest’osservazione circa il trovarsi costantemente o quasi costantemente il
          supino in <emph>itum</emph> ne’ verbi della 1. e della 2. ch’hanno il perfetto in
          <emph>ui</emph>, ancorchè e quel supino e quel perfetto ne’ verbi della 1. senza
          controversia, e ne’ verbi della 2. giusta le nostre osservazioni, sieno anomali ec.; par
          che dimostri una corrispondenza, una dipendenza che passasse nella lingua latina fra il
          perfetto e il supino (come fra il perfetto e i tempi che è già noto formarsi da questo,
          fra’ quali niuno, ch’io sappia, ha mai ancora contato il supino); e che la formazione del
          supino seguisse e fosse determinata e modificata dalla forma del perfetto, e che in somma
          anche il supino nascesse in qualche modo dal perfetto, come assolutamente, in tutto, e
          senza controversia ne nasce il più che perfetto, il futuro dell’ottativo ec. ec. Questo
          sospetto si potrebbe anche, <pb ed="aut" n="3724"/> cred’io, confermare con molte altre
          osservazioni P. e. <foreign lang="lat" rend="italic">juvo as</foreign> fa il perfetto
            <foreign lang="lat" rend="italic">iuvi</foreign>, contratto da <foreign lang="lat"
            rend="italic">iuvavi</foreign> o per evitare quel doppio <emph>v</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Anzi gli <emph>u</emph> in <foreign lang="lat" rend="italic">iuvavi</foreign>
              sarebbero tre, giacchè tanto era p. gli antt. l’<emph>u</emph> che il <emph>v</emph>
              ec., onde, p. es. in <foreign lang="lat" rend="italic">pluvi</foreign> si chiamava
                <foreign lang="lat" rend="italic">duplex u</foreign> ec. <bibl>V.
                <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Luo</foreign> fine, in
                  <emph>U</emph>
              </bibl> ec. e l’<bibl>
                <title>Encyclopédie</title> in <emph>U</emph>
              </bibl> ec. e l’Hofman in <emph>U</emph> ec.</p>
          </note>, o per effetto della pronunzia accelerata e confondente que’ due <emph>v</emph>
          insieme: confusione e accelerazione passata poi in regola, onde venne <foreign lang="lat"
            rend="italic">iuvi</foreign> solo perfetto di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >iuvo</foreign>, e con un <emph>v</emph> solo e semplice. Perfetto che viene a essere
          anomalo, ma anomalia di cui ben si conosce l’origine e la cagione. Ora nel supino <foreign
            lang="lat" rend="italic">iuvo</foreign> ha <foreign lang="lat" rend="italic"
          >iutum</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">iuvatum</foreign>. Participio
          anomalo, della cui anomalia non si conosce origine nè cagione, se non dicendo ch’egli è
          formato dal perfetto, il quale essendo <foreign lang="lat" rend="italic">iuvi</foreign>,
          ne vien di ragione <foreign lang="lat" rend="italic">iutum</foreign>, così bene come da
            <foreign lang="lat" rend="italic">iuvavi</foreign> verrebbe <foreign lang="lat"
            rend="italic">iuvatum</foreign>. <bibl>V. <author>Forcell.</author> in <foreign
              lang="lat" rend="italic">Juvo</foreign> fine</bibl>. Si potrebbe però dire che
            <emph>iutum</emph> è fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">iuvatum</foreign> per
          evitare quel doppio <emph>u</emph>, benchè l’uno consonante l’altro vocale, e per sincope
          ed elisione dell’<emph>a</emph>, e per effetto di pronunzia ec. E certo non si può negare,
          perchè dà negli occhi, che qui il supino corrisponde al perfetto (e così in tutti i
          composti di <foreign lang="lat" rend="italic">iuvo; adiuvi, adiutum</foreign> ec. ec.), e
          stolto sarebbe l’attribuire questa corrispondenza al caso, e il non volere, come sembra
          evidente, che l’anomalia del supino della quale non si vede ragione, venga <pb ed="aut"
            n="3725"/> da quella del perfetto la cui ragion si vede, e comparato col qual perfetto,
          e in ragione di lui, esso supino non è anomalo ec. ec. e il voler piuttosto che l’anomalia
          del supino sia casuale ec. (18. Ott. 1823.). V. p. 3732.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3687. Quando però n’hanno alcuno. Giacchè grandissima e forse la maggior parte
          de’ verbi in <emph>sco</emph>, non hanno nè perfetto nè supino alcuno, e niuno gliene
          attribuiscono i grammatici. Altra prova che niun di loro abbia perfetto nè supino proprio.
          Voglio dire che niun l’abbia oggidì, e avendolo, non sia il proprio. Giacchè anticamente
          l’ebbero, e proprio, ma diverso da quel che hanno oggi (se l’hanno), e diverso da quel che
          conviene o converrebbe a’ lor verbi originali, e da quel d’essi verbi (se esistono ed
          hanno perfetto e supino), e regolare ec. come s’è dimostrato con <foreign lang="lat"
            rend="italic">noscitus, nascitus</foreign> ec. p. 3690.3692.3758. Siccome pur n’è una
          gran prova, che tutti i verbi in <emph>sco</emph> i cui originali si conoscono, se hanno
          perfetto e supino (o l’un de’ due solamente come spesso accade) che per significato sia
          loro, o che da’ grammatici lor venga attribuito, questo perfetto e questo supino non è
          mai, quanto alla material forma, diverso nè altro da quello de’ detti originali, di
          qualunque coniugazione si sieno questi ultimi. La quale osservazione conferma l’altra
          parte della mia proposizione (anzi la dimostra, si può dire, affatto), cioè che tutti i
          perfetti e supini dei verbi in <emph>sco</emph> che gli hanno, <pb ed="aut" n="3726"/> o
          a’ quali i grammatici n’attribuiscono, sieno tolti in prestito da’ verbi originali (ne’
          quali essi sarebbero o sono regolari ec. laddove in essi nol sono), noti o ignoti che
          sieno questi verbi. Giacchè da quello che accade universalmente sempre che i verbi
          originali son noti, ben si argomenta quello che dovette accadere quando e’ sono ignoti, e
          che benchè ignoti oggidì, esistessero una volta ec. Perchè insomma i verbi in sco o non
          hanno perfetto nè supino alcuno, o tale che ad essi grammaticalmente non conviene, ma ben
          converrebbe a un verbo loro originale, e se questo verbo si trova, il perfetto o supino
          del verbo in <emph>sco</emph> (che ne abbia) è sempre materialmente lo stesso.</p>
        <p>Del resto per verbo originale intendo un tema non in <emph>sco</emph> che abbia dato
          origine al verbo in <emph>sco</emph> o immediatamente o mediatamente. P. e. trovandosi il
          verbo <foreign lang="lat" rend="italic">reminiscor</foreign> non è bisogno supporre
          l’originale <foreign lang="lat" rend="italic">remeno</foreign> immediato: basta il mediato
            <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign>, di cui già s’ha notizia più
          particolare, anzi degli avanzi. <pb ed="aut" n="3727"/> Trovandosi <foreign lang="lat"
            rend="italic">dignosco</foreign>, non è bisogno supporre il verbo originale immediato
            <foreign lang="lat" rend="italic">dignoo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >digno</foreign>: basta il mediato <foreign lang="lat" rend="italic">no</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">noo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >gnoo</foreign>; ovvero il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign> che da
          lui nasce, dal quale senz’altro potè per composizione esser fatto il verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">dignosco</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cognosco</foreign> ec. ec. (p. 3709.) e probabilmente così fu. (18. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3695. E quanto a <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign>, non solamente
          ne’ suoi composti, ma eziandio nel semplice si trova il <emph>g</emph>. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">gnosco,
            gnobilis</foreign>
          </bibl> ec. Del resto il vedere che questo <emph>g</emph> protatico è d’uso non men
          proprio latino che greco, servirà di risposta a chi dal trovarlo nel semplice e ne’
          composti di <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign>, come nel greco <foreign
            lang="grc">γνόω</foreign> e <foreign lang="grc">γιγνώσκω</foreign> ec., volesse dedurre
          che <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign> deve essere immediatamente di
          origine greca, e fatto da <foreign lang="grc">νοΐσκω</foreign> ec. contro il detto a p.
          3688. Qual sia poi l’origine in generale dell’uso del <emph>g</emph> protatico appo i
          latini, o venuto dagli Eoli, o da un fonte comune a questi e a quelli ec. nulla importa al
          nostro caso. E ben poterono i latini antichi per un uso ricevuto dagli <pb ed="aut"
            n="3728"/> Eoli, e quindi d’origine greca, preporre (o interporre) il <emph>g</emph> a
          voci d’altronde non per tanto affatto latine, o vogliamo dire non greche, come si vede
          infatti che fecero in <foreign lang="lat" rend="italic">adgnascor</foreign> ec. (la qual
          voce <foreign lang="lat" rend="italic">nascor</foreign> si dimostra anche affatto propria
          latina per le cose dette a p. 3688-9. nello stesso modo che <foreign lang="lat"
            rend="italic">nosco</foreign>) ec. ec. (18. Ott. 1823.). V. p. 3754.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3390. Anche ne’ nostri più antichi, cioè ne’ trecentisti e così in que’ del 500
          che più gl’imitano, o in quanto egli adoprano le voci antiquate (come spesso il Davanzati
          e altri assai), e fors’anche ne’ ducentisti si trovano moltissime parole spagnuole, oggi
          fra noi disusate affatto, o rare più o meno, e tra gli spagnuoli ancora correnti e usuali,
          o ancor fresche più o meno; le quali anche chi sa spagnuolo e italiano, non sa che sieno o
          sieno state comuni ad ambe le lingue, e trovandole ne’ nostri antichi se ne maraviglia,
          perchè son prettissime spagnuole. Queste o furon tolte dallo spagnuolo (forse per mezzo
          de’ provenzali ch’ebbero <pb ed="aut" n="3729"/> a fare coi catalani, ec. e ne presero e
          dieder loro voci e modi e poesia e stile e metri ec. ec.: v. Andres); o forse più
          probabilmente vengono dalla comun fonte d’ambo gl’idiomi, o ciò fosse il latin volgare, o
          qualchessia altra delle tante secondarie che diedero de’ vocaboli alle nostre lingue,
          potendo essere che da una di queste le ricevesse sì l’Italia, come la Spagna
          indipendentemente l’una dall’altra. P. e. da’ provenzali ec. ec. Del resto lo stesso ci
          accade di vedere ne’ nostri antichi rispetto alle parole e frasi francesi ec. Ma quanto a
          queste le cagioni parte son note, parte l’ha spiegate Perticari nell’Apologia. V. p. 3771.
          e già fur propri italiani (senza esser punto presi dalla Spagna), indi passarono in
          disuso, mentre in Ispagna si conservano ancora: e chi sa che questa non li ricevesse
          originariamente dalla lingua italiana. Come che sia, tali voci (o frasi ec.) appo i nostri
          antichi non hanno punto del forestiero, se non per chi sappia che or sono spagnuole, e sia
          avvezzo a sentirle, leggerle, parlarle nello spagnuolo, e di là le creda venute ec. ma per
          se stesse hanno tutta l’aria naturale.</p>
        <p>Molte ancora delle voci, frasi ec. spagnuole che si trovano ne’ cinquecentisti (e anche
          secentisti) italiani, ed ora son fuor d’uso, è probabilissimo che nè allora fossero
          antiquate e prese da autori del 300 ec. ma usitate ancora (il che è facile a vedere, se
          ne’ trecentisti non si trovano, i quali erano forse meno <pb ed="aut" n="3730"/> studiati,
          (fuor de’ tre grandi) e certo in assai minor numero noti ed editi, che oggidì, sicchè gli
          scrittori del 500 o 600 non potessero conoscerne quello che noi non ne conosciamo, anzi
          assai meno di noi); nè fossero prese dallo spagnuolo, ma proprie e native italiane, benchè
          alle spagnuole conformi affatto, ed oggi antiquate tra noi e non nello spagnuolo.</p>
        <p>Del resto gli spagnuoli ancora, massime nel 500 e 600, pigliarono dall’italiano
          moltissime voci e frasi ec., sì gli scrittori, sì l’uso del favellare spagnuolo (pel
          commercio scambievole sì delle due letterature sì delle due nazioni e insomma per le cause
          medesime che introdussero tanto spagnuolo nell’italiano). Or queste voci e frasi italiane
          stettero e in grandissima parte stanno ancora nello spagnuolo così naturalmente che nulla
          hanno del forestiero per se, e per chi non sappia che tali sono; e non parvero nè paiono
          (agli spagnuoli nè agl’italiani nè agli altri) adottive (com’erano e sono) ma naturali,
          secondo l’espressione dello Speroni in altro proposito (Diall. p. 115.). <pb ed="aut"
            n="3731"/> (Non altrimenti che accadde e accade nell’italiano alle voci e frasi
          spagnuole sì per rispetto a noi, sì agli spagnuoli sì agli altri). Il che si applichi allo
          scopo del pensiero a cui il presente si riferisce. (18. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3704. E se ne sa l’origine, perocchè <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cretus</foreign> è metatesi di <foreign lang="lat" rend="italic">certus</foreign> (che
          ancor rimane in aggettivo, ed anche in certo senso di participio, e come participio ha
          prodotto il verbo <foreign lang="lat" rend="italic">certare</foreign> di cui altrove ec.),
          contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">cernitus</foreign>. (19. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scambio tra il <emph>v</emph> e il <emph>g</emph> ec. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Trève</foreign>-<emph>tregua</emph>. (19. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Laxus</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic"
            >laxare</foreign>, <emph>lassare, lasciare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >lasser</foreign> ec. è un di quelli aggettivi, che come ho detto nella mia teoria de’
          continuativi, mi sanno di participio di verbi ignoti, o non noti come padri di tali
          aggettivi ec. e <foreign lang="lat" rend="italic">laxare</foreign> mi sa pur di
          continuativo per origine ec. V. Forc. ec. (19. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3708, marg. <foreign lang="lat" rend="italic">Lavitum</foreign> è dimostrato dal
          verbo <foreign lang="lat" rend="italic">lavito</foreign>. Così <foreign lang="lat"
            rend="italic">fautum</foreign> è contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >favitum</foreign> dimostrato (se bisognasse) da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >favitor</foreign> ec. Ma il detto <pb ed="aut" n="3732"/> scambio tra il <emph>v</emph>
          e l’<emph>u</emph> è dimostrato piucchè mai chiaramente da tutti o quasi tutti i verbi
          (ec.) composti di <foreign lang="lat" rend="italic">lavo</foreign>, in cui <foreign
            lang="lat" rend="italic">lavo</foreign> diventa <foreign lang="lat" rend="italic"
          >luo</foreign>. Contrazione la qual conferma mirabilmente e pienamente quella ch’io ho
          supposta ne’ perfetti in <emph>ui</emph> della seconda e massime della prima. P. e.
            <foreign lang="lat" rend="italic">domui</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >domavi</foreign> nello stessissimo modo che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >abluo</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">ablavo</foreign>, soppressa la
            <emph>a</emph> e volto il <emph>v</emph> in <emph>u</emph>. Del resto <foreign
            lang="lat" rend="italic">pluit ebat</foreign> ha il perfetto <foreign lang="lat"
            rend="italic">pluit</foreign> ed anche <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pluvit</foreign> per evitar l’iato, come a p. 3706. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Exuo is ui utum. Ruo is ui utum</foreign> contrazione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">ruitum</foreign>, che anche esiste: prova delle mie asserzioni. <bibl>V.
              <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Ruo</foreign> e
          composti</bibl>. <foreign lang="lat" rend="italic">Fruor, itus e ctus sum</foreign>, ma
            <foreign lang="lat" rend="italic">fruitus</foreign> è più usato, e così <foreign
            lang="lat" rend="italic">fruiturus</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Luo
            is ui luitum</foreign> dimostrato da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >luiturus</foreign>. Anche si disse o scrisse <foreign lang="lat" rend="italic"
          >luvi</foreign>. <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >luo</foreign>, verso il fine</bibl>. <foreign lang="lat" rend="italic">Fluo is fluxi,
            fluctum, fluxum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">fluitum</foreign>
          dimostrato da <foreign lang="lat" rend="italic">fluito</foreign> e da <foreign lang="lat"
            rend="italic">fluitans. Tribuo, Minuo, Statuo, Induo, Arduo, Acuo, Annuo,
          Innuo</foreign> ec., <foreign lang="lat" rend="italic">Imbuo</foreign> ec. <foreign
            lang="lat" rend="italic">ui utum</foreign>, co’ loro composti, e così con quelli di
            <foreign lang="lat" rend="italic">Sino</foreign> ec. In tutti questi supino
          l’<emph>i</emph> è stato mangiato per evitar l’iato, o come in <foreign lang="lat"
            rend="italic">docitum</foreign> ec. Notisi che laddove l’<emph>u</emph> in tutti gli
          altri tempi di questi verbi, compreso il perfetto, è sempre breve. V. p. 3735. (19. Ott.
          1823.). Così i composti di <foreign lang="lat" rend="italic">fluo</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Lavito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >lavare</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic">lavere</foreign>. (19. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3725. Queste osservazioni confermano il mio discorso<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>P. 2982-30.</p>
          </note> sull’antico <foreign lang="lat" rend="italic">vexus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">veho</foreign>
          <pb ed="aut" n="3733"/> (fatto da me in proposito di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vexare</foreign>). Ben è ragione che <foreign lang="lat" rend="italic">veho</foreign>
          abbia <foreign lang="lat" rend="italic">vexum</foreign> poich’egli ha <foreign lang="lat"
            rend="italic">vexi</foreign>, e poich’il supino corrisponde al perfetto. Viceversa quel
          discorso conferma grandemente queste osservazioni. Le conferma <foreign lang="lat"
            rend="italic">flexus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">flexi,
          nexus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">nexi</foreign>, e gli altri quivi
          notati. Le conferma lo stesso <foreign lang="lat" rend="italic">vectus</foreign>, noto,
          certo e moderno participio di <foreign lang="lat" rend="italic">veho</foreign>, nel qual
            <foreign lang="lat" rend="italic">vectus</foreign>, donde viene il <emph>c</emph>, che
          niente ha che fare con questo tema, se non dal perfetto <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vecsi</foreign>? Così dite di <foreign lang="lat" rend="italic">victus</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">vivitus</foreign> (vedi la p. 3710.), dove il
          <emph>c</emph> viene da <foreign lang="lat" rend="italic">vixi</foreign> che sta pel
          regolare <foreign lang="lat" rend="italic">vivi</foreign>. Così in mille altri di questo
          genere. <foreign lang="lat" rend="italic">Fluo</foreign> ha <foreign lang="lat"
            rend="italic">fluxi</foreign>; dunque <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fluxum</foreign>; ed anche <foreign lang="lat" rend="italic">fluctum</foreign>
          antichissimo (<bibl>v. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fluo</foreign> fine</bibl>), onde anche oggi <foreign lang="lat" rend="italic">fluctus
            us, fluctuare</foreign> ec. (E così appunto è <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vectus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">vexus</foreign>). Ma il suo
          regolare perfetto sarebbe <emph>flui</emph>: or dunque egli ebbe pur <foreign lang="lat"
            rend="italic">fluitum</foreign> dimostrato da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fluito</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">fluitans</foreign> ec. Così per
          diversi perfetti, diversi corrispondenti supini si troveranno, cred’io, in molti verbi. Ai
          perfetti in <emph>xi</emph> corrisponde egualmente il supino in <emph>xum</emph> e <pb
            ed="aut" n="3734"/> quello in <emph>ctum</emph>. L’uno e l’altro si troverà insieme in
          non pochi verbi che abbiano il perfetto in <emph>xi</emph> (negli altri nol saprei ora
          dire). Forse o da <emph>xi</emph> direttamente, o poscia da <emph>xum</emph>, si disse
            <emph>ctum</emph> per accostarsi alla desinenza regolare de’ supini che dovrebb’essere
          universalmente in <emph>tum</emph>. Forse <emph>xum</emph> fu corruzione di
          <emph>ctum</emph>, o viceversa, e <emph>xum</emph> fu il vero e primo supino de’ verbi che
          fecero il perfetto in <emph>xi</emph> ec. Insomma quale di questi due, <emph>xum</emph> e
            <emph>ctum</emph>, sia più antico, non lo so. Forse ambo sono una cosa stessa (benchè
          non sempre si conservino ambedue, o forse non sempre sieno stati messi in uso ambedue),
          diversi solo per accidente di pronunzia ec. ec. Ciò si applichi al mio discorso sopra
            <foreign lang="lat" rend="italic">vexus</foreign>, avendosi già <foreign lang="lat"
            rend="italic">vectus</foreign> ec. V. p. 3745. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Iubeo</foreign> ha <foreign lang="lat" rend="italic">iussi</foreign>, anomalo per
            <foreign lang="lat" rend="italic">iubevi iubesi</foreign>: dunque il suo supino è
            <foreign lang="lat" rend="italic">iussum</foreign>, e niun altro, benchè anomalo
          anch’esso. Così infiniti: e la corrispondenza fra il perfetto e il supino, e la formazione
          e dipendenza di questo da quello, almeno il più delle volte, ancorchè quello sia anomalo,
          ancorchè moltiplice, ancorchè forse talvolta perduto affatto, restando il supino, o
          perduto quel tal perfetto restandone un altro o più d’uno, non corrispondente al supino o
          ai supini ec. ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3736.</p>
          </note>; tal corrispondenza, dico, è evidente e fuor di controversia. (19. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3735"/> Alla p. 3732. marg. — (fuorchè ne’ perfetti di <foreign lang="lat"
            rend="italic">luo</foreign> ec. <bibl>V. <author>Forc.</author>
            <foreign lang="lat" rend="italic">luo</foreign>
          </bibl>: <foreign lang="lat" rend="italic">fui</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">fuo</foreign> è breve), ne’ supini in <emph>utum</emph> è sempre lungo
          (dico l’<emph>u</emph> radicale), fuorchè ne’ composti di <foreign lang="lat"
            rend="italic">ruo</foreign>; dico ne’ composti, ma in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ruo</foreign> no. (<bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic"
              >ruo</foreign> fin. e in <foreign lang="lat" rend="italic">Ruta caesa</foreign>
          </bibl>). Anche l’antico <foreign lang="lat" rend="italic">futum</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">fuo</foreign> (per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fuitum</foreign>) dovette aver la prima breve, come l’ha <foreign lang="lat"
            rend="italic">futurus</foreign> che da esso viene, e che sta per <foreign lang="lat"
            rend="italic">fuiturus</foreign>. Vedi la pag. 3742. Il che par che dimostri che
            quell’<emph>u</emph> radicale in <emph>utum</emph> tien luogo di due vocali
          (<emph>ui</emph>); altrimenti non avrebbe alcuna ragione di esser lungo quivi, e in tutto
          il resto del verbo, breve. E infatti se il supino si conserva primitivo e non contratto,
          cioè desinente in <emph>uitus</emph>, l’<emph>u</emph> è breve non men che
          l’<emph>i</emph>, come in <foreign lang="lat" rend="italic">ruitus</foreign> (Aeg.
          Parnas.) e in <foreign lang="lat" rend="italic">fluito, fluitans</foreign> ec. (20. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che fino ad ora sia stata poco bene osservata la formazione costante de’ continuativi e
          frequentativi da’ participii o supini, me lo persuade fra gli altri il vedere che Forcell.
          da <foreign lang="lat" rend="italic">fluctus us</foreign> ec. deduce l’inusitato supino
            <foreign lang="lat" rend="italic">fluctum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fluo</foreign> (<bibl>v. <foreign lang="lat" rend="italic">Fluo</foreign> fin.</bibl>),
          ma dal verbo <foreign lang="lat" rend="italic">fluito</foreign> (ch’e’ pur chiama
          frequentativo di <foreign lang="lat" rend="italic">fluo</foreign>) non si avvisa punto di
          dedurne l’inusitato <foreign lang="lat" rend="italic">fluitum</foreign>, che n’è
          evidentemente dimostrato. Sebbene il medesimo non lascia in parecchi continuativi o
          frequentivi di ammonire ch’e’ son fatti dal supino de’ rispettivi verbi originali. (20.
          Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3736"/> Alla p. 3734. fine. Per es. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fusum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">fundo</foreign> potrebbe mostrare
          un antico perfetto <foreign lang="lat" rend="italic">fusi. Fluitus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">fluo</foreign> un antico perfetto <foreign lang="lat"
            rend="italic">flui</foreign> che sarebbe il regolare e corrispondente agli altri notati
          p. 3706. 3732. ec. E così, osservata la corrispondenza tra i perfetti e i supini in
          latino, tanto ci possiamo servire de’ perfetti noti a dimostrare o congetturare i supini
          ignoti, (come abbiam fatto p. 3733.) quanto viceversa ec. (massime quando i supini noti
          sieno regolari ec. e i perfetti noti nol sieno, o viceversa ec.). Anzi tanto meglio da’
          supini si conghiettureranno i perfetti, quanto che quelli derivano da questi, ma non
          questi da quelli. Onde dati i supini par necessario supporre i perfetti; ma non v’è tanta
          necessità nel caso inverso. (20. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii in <emph>us</emph> di verbi attivi o neutri, in senso attivo intransitivo, o
          attivo transitivo, o neutro ec. Si esaminino gli esempi d’<foreign lang="lat"
            rend="italic">Indutus</foreign> e di <foreign lang="lat" rend="italic">Exutus</foreign>
          nel Forc. paragonandoli con quelli di <foreign lang="lat" rend="italic">Exuo,
          Induo</foreign>, e anche coll’uso italiano antico ed elegante moderno delle voci
            <emph>Spogliare, Vestire, Spogliato</emph> (o <emph>Spoglio</emph>),
          <emph>Vestito</emph> ec. (20. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3737"/> Altrove ho detto che non si dà reminiscenza senza attenzione, e
          che dove non fu attenzione veruna, di quello è impossibile che resti o torni ricordanza.
          L’attenzione può esser maggiore o minore e secondo la memoria (naturale o acquisita) della
          persona, e secondo la maggiore o minore durevolezza e vivacità della ricordanza che ne
          segue. Può essere anche menoma, ma se una ricordanza qualunque ha pur luogo, certo è che
          una qualunque attenzione la precedette. Può essere eziandio che l’uomo non si avvegga, non
          creda, non si ricordi di aver fatta attenzione alcuna a quella tal cosa ond’e’ si ricorda,
          ma in tal caso, che non è raro, e’ s’inganna. Forse l’attenzione non fu volontaria,
          fors’ella fu anche contro la volontà, ma ella non fu perciò meno attenzione. Se quella tal
          cosa lo colpì, lo fermò, anche momentaneamente, anche leggerissimamente, anche decisamente
          contro sua voglia, ancorch’ei ne distogliesse subito l’animo; ciò basta, l’attenzione vi
          fu, l’averlo colpito non è altro che averlo fatto attendere, comunque pochissimo e per
          pochissimo, comunque obbligandovelo mal grado suo. (20. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3738"/> Alla p. 3409. Similmente la lettura di que’ nostri classici (e son
          quasi tutti) che hanno arricchita la lingua col derivar prudentemente vocaboli e modi dal
          latino, dal greco, dallo spagnuolo o donde che sia, ci giova sommamente ad arricchirci
          nella lingua, non in quanto noi con tale lettura apprendiamo que’ vocaboli e modi come
          usati da quegli scrittori, e perciò come usabili da noi ancora, per esser quegli
          scrittori, autentici in fatto di lingua; chè questa sarebbe maniera di utilità pedantesca,
          e nel vero se quei vocaboli e modi riuscissero nell’italiano latinismi e spagnolismi ec.
          non dovremmo imitar quelli che gli usarono, benchè classici ed autentici scrittori, nè
          l’autorità loro ci gioverebbe presso i sani, quando noi volessimo usar di nuovo quelle
          voci e quei modi. Ma detta lettura ci giova in quanto ella ci ammonisce per l’esperienza
          presente che ne veggiamo negli scrittori, la lingua italiana esser capacissima di quelle
          voci e maniere; perocchè noi veggiamo sotto gli occhi, che sebben forestiere di origine,
          elle <pb ed="aut" n="3739"/> stanno in quelle scritture come native del nostro suolo, ed
          hanno un abito tale che non si distinguono dalle italiane native di fatto, e vi riescono
          come proprie della lingua, e così sono italiane di potenza, come l’altre lo sono di fatto,
          onde il renderle italiane di fatto non dipende che da chi voglia e sappia usarle; e per
          esperienza veggiamo che quegli scrittori, trasportandole nell’italiano, le hanno benissimo
          potute rendere, e le hanno effettivamente rese, italiane di fatto, come lo erano in
          potenza, e come lo sono l’altre italiane natie. Or questo medesimo è quello che nello
          studio delle lingue altrui dee fare in noi, in luogo dell’esperienza, l’ingegno e il
          giudizio nostro; cioè mostrarci, non per prova, come fanno gli scrittori nostri classici,
          ma per discernimento e forza di penetrazione, e finezza e giustezza di sentimento, benchè
          sprovveduto di prova pratica, che tali e tali vocaboli e modi sono italianissimi per
          potenza, onde a noi sta il renderli tali di fatto, sieno o non sieno ancora stati resi
          tali dall’uso, o da parlatore, o da scrittore veruno; chè ciò a’ soli pedanti dee far
          differenza, e soli <pb ed="aut" n="3740"/> essi ponno disdire o riprendere che tali voci e
          forme (greche, latine, spagnuole, francesi, o anche tedesche ed arabe ed indiane
          d’origine, di nascita e di fatto) italianissime per potenza, si rendano italiane di fatto,
          senza l’esempio di scrittori d’autorità; siccome essi soli ponno concedere e lodare che
          mille e mille vocaboli e modi niente italiani per potenza, (qualunque sia la loro
          origine), pur si usino, perchè usati da scrittori classici che infelicemente li derivarono
          d’altronde, o dalle italiane voci e maniere, o li inventarono. Questi mai non furono nè
          saranno veramente italiani di fatto (se non quando l’uso e l’assuefazione appoco appoco li
          rendesse tali ancor per potenza); quelli per solo accidente sono nati in Francia o in
          Ispagna o in Grecia ec. piuttosto che in Italia, ma per propria loro natura non sono manco
          italiani che spagnuoli ec. nè manco italiani di quelli che nacquero in Italia (e di quelli
          che dall’Italia altrove passarono), e forse talora ancor più di alcuni di questi, che per
          solo accidente nacquero tra noi. Siccome per solo accidente e contro la lor natura vennero
          tra noi que’ vocaboli <pb ed="aut" n="3741"/> e modi che nell’italiano son latinismi o
          francesismi ec., o che i classici scrittori, o che i mediocri, o che i cattivi, o che la
          corrotta favella gli abbia introdotti e usati, chè queste differenze altresì sono affatto
          accidentali, e nulle per la ragione. (20. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della bassa opinione in cui fino nel 500 era tenuta la lingua italiana (detta allora,
          quasi per disprezzo, volgare) e la sua capacità e nobiltà e degnità ed efficacia e
          ricchezza e potenza e possibilità di crescere ec. e il suo stato d’allora (ch’era pur
          certo assai più potente ed efficace e forte ed espressivo e ricco e nobile e capace ed
          idoneo, che non fu prima nè poscia e non è oggi, dopo sì lungo tempo e tanto accrescimento
          del numero e varietà degli scrittori che la trattarono, e delle materie che vi si
          trattarono, e delle idee che vi furono e sono, tuttodì in maggior copia e varietà,
          significate, non solo rispetto a letteratura, ma a filosofia e politica, e maneggi e
          trattati civili, e storie, ed arti e scienze d’ogni maniera; onde questa lingua in quel
          tempo fu meno stimata in ch’ella più valse per ogni verso che in qualsivoglia altra età e
          ch’ella sia forse mai per valere), vedi il Dialogo delle Lingue dello Speroni, tutto, ma
          particolarmente dal principio del Discorso tra il Lascari e il Peretto, sino al fine del
          Dialogo. (20. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3742"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Mutolo</foreign>, quasi <foreign lang="lat"
            rend="italic">mutulus</foreign>, per <foreign lang="lat" rend="italic">muto</foreign>;
          diminutivo positivato, restando anche il positivo. Quindi <emph>ammutolire</emph> ec. per
            <emph>ammutire</emph> ec. che pur si ha. (20. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il supino <foreign lang="lat" rend="italic">futum</foreign> dell’antico <foreign
            lang="lat" rend="italic">fuo</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic"
          >futare</foreign> ec. come altrove, è dimostrato eziandio chiaramente dal participio
            <foreign lang="lat" rend="italic">futurus</foreign>. Sicchè non si dubiti che <foreign
            lang="lat" rend="italic">futare</foreign> non venisse da <foreign lang="lat"
            rend="italic">futum</foreign> supino di <foreign lang="lat" rend="italic">fuo</foreign>
          come tutti gli altri continuativi benchè oggi non si trovi supino alcuno del difettivo
            <emph>fum</emph>, di cui il difettivo <foreign lang="lat" rend="italic">fuo</foreign> è
          ausiliare o suppletorio ec. ma non già il medesimo in origine ec. (21. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altrove ho detto che l’antico participio di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sum</foreign>, desinenza attiva, vi fu, e non fu <emph>ens</emph> ma <emph>sens</emph>.
          Non si creda che <foreign lang="lat" rend="italic">potens</foreign> possa provare il
          contrario. Questa voce anch’essa contiene il detto participio, ma detrattane la
          <emph>s</emph>, come l’<emph>f</emph> in <foreign lang="lat" rend="italic">potui</foreign>
          ec. ch’è fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">potis</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">pote</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">fui</foreign>
          nientemeno che <foreign lang="lat" rend="italic">possum</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">potis</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign>, e
            <foreign lang="lat" rend="italic">potens</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >potis</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">sens</foreign>. Del resto è ben
          vero che, come <foreign lang="lat" rend="italic">possum</foreign> non <foreign lang="lat"
            rend="italic">potum</foreign>, così si avrebbe avuto a dire <emph>possens</emph> anzi
          che <foreign lang="lat" rend="italic">potens</foreign>.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3743"/> Or che diremo che in tutte tre le lingue figlie si conserva quella
          verissima pronunzia e forma di <foreign lang="lat" rend="italic">potens</foreign>? Noi
          diciamo <emph>potente</emph> e <emph>possente</emph>, ma questo è più proprio antico,
          perchè ora non sarebbe della prosa (se non in qualche caso ec.) bensì del verso. E questa
          antichità fa tanto meglio al caso nostro. Simile si dica di <emph>possanza</emph> e
            <emph>potenza, possentemente, onnipossente</emph> ec. E notisi che non è per niente il
          costume della lingua o pronunzia di veruna parte d’Italia il mutare in due <emph>ss</emph>
          il <emph>t</emph>, sia nelle parole italiane, sia da principio nella formazione di nostra
          lingua, rispetto alle voci latine ec. Insomma mai in nessun tempo noi non avemmo
          quest’uso, e però bisogna riferire in questo caso la detta mutazione da <foreign
            lang="lat" rend="italic">potens</foreign> a <emph>possente</emph>, ad altra cagione,
          perch’ella non è delle solite, anzi affatto insolita ec. Qual cagione dunque? Ch’ella non
          è mutazione ma vera pronunzia antica latina, anteriore ancora a quella di <foreign
            lang="lat" rend="italic">potens</foreign>. Perocch’ella è più regolare, e ci fu
          trasmessa dal volgo, il quale certo non la usò per parlar più regolare delle <pb ed="aut"
            n="3744"/> persone colte, nè per correggere la falsa pronunzia de’ più antichi, ma anzi
          per conservar l’uso più antico. I francesi hanno solamente <foreign lang="fre"
            rend="italic">puissant</foreign> cioè <emph>possens</emph>, e non <foreign lang="lat"
            rend="italic">potens</foreign>. Così <foreign lang="fre" rend="italic"
          >puissance</foreign> cioè <emph>possentia</emph> solamente, e non <foreign lang="lat"
            rend="italic">potentia</foreign>; <foreign lang="fre" rend="italic">tout-puissant,
            puissamment</foreign> ec. Gli spagnuoli non hanno il participio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">posse</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Gli spagn. hanno veram. anche <foreign lang="spa" rend="italic">pujante</foreign>.
              Hanno pure <foreign lang="spa" rend="italic">potente, potencia, potentem</foreign>.
              ec. ma questi probabilm. sono tolti poi dal latino: <foreign lang="spa" rend="italic"
                >pujante</foreign> e <foreign lang="spa" rend="italic">pujanza</foreign> ec. sono i
              propri spagnuoli: bensì torti alquanto di significaz. cioè usati, almeno comunem., p.
                <emph>forte, robusto, forza, robustezza</emph> ec.</p>
          </note>, nè in senso di aggettivo, come i francesi e noi, nè in quello di participio, come
          noi talvolta (<emph>esser potente di fare una cosa</emph> ec. Speroni spesso), ma hanno
            <foreign lang="spa" rend="italic">pujanza</foreign> cioè <emph>possentia</emph>, mutati
          i due <emph>ss</emph> nell’aspirata, come è loro ordinario. Nè i francesi nè gli spagnuoli
          sono punto soliti di mutare il <emph>t</emph> in due <emph>ss</emph> o nell’aspirata ec.
          come ho detto degl’italiani.</p>
        <p>Del resto anche <foreign lang="lat" rend="italic">potens</foreign> serve a mostrar
          l’esistenza antica del participio attivo di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sum</foreign> ec. (21. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il <emph>v</emph> non è che aspirazione nell’antico latino ec.: sta in vece dello spirito
          nelle parole tolte dal greco, e non pur dell’aspro ma del lene ec. come nella mia teoria
          de’ continuativi <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Paphlagonia insignis Roco</hi>
              <hi rend="sc">heneto</hi>, <hi rend="italic">a quo, ut Cornelius <pb ed="aut" n="3745"
                /> Nepos perhibet, Paphlagones in Italiam transvecti, mox</hi>
              <hi rend="sc">veneti</hi>
              <hi rend="italic">sunt nominati</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Solin</author>. c. 44. ed. Salmas. 46. al.</bibl>, <bibl>
            <author>Plin.</author> l. 6. c. 2</bibl>. <bibl>V. <author>Menag.</author>
            <title>ad Laert.</title> II. segm.113</bibl>, e notate che ivi il greco <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐνετὸς</foreign>
          </quote> è sempre collo spirito lene, benchè nell’addotto luogo si scriva <foreign
            lang="lat" rend="italic">Heneto</foreign>. <bibl>V. anche <author>Cellar.</author>
          </bibl> ec. Del resto quelle mie osservazioni potrebbero confermare questa etimologia e
          questa storia. (21. Ott. 1823.). <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Veneti</foreign> e in <foreign lang="lat" rend="italic">Velia</foreign>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3734. marg. Qua spetta <foreign lang="lat" rend="italic">futum</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">fusum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fundo, confutum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">confusum</foreign>, ec.
          come altrove in proposito di <foreign lang="lat" rend="italic">confuto</foreign>; e
          conferma queste osservazioni, e da queste può esser confermata notabilmente la derivazione
          di <foreign lang="lat" rend="italic">confuto</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">fundo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">confundo</foreign> e
          l’esistenza di un antico <foreign lang="lat" rend="italic">confutum</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">futum</foreign> ec. di che altrove in più luoghi. (21. Ott.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il piacere è sempre passato o futuro, e non mai presente, nel modo stesso che la felicità
          è sempre altrui e non mai di nessuno, o sempre condizionata e non mai assoluta: e così è
          impossibile che altri dica con pieno sentimento di vero <pb ed="aut" n="3746"/> dire, e
          con piena sincerità e persuasione, <emph>io provo un piacere</emph>, ancorchè menomo,
          quantunque tutti dicono <emph>io n’ho provato e proverò</emph>; quanto è impossibile che
          alcun dica di cuore <emph>io son felice, o Beato me</emph>, quando però tutti dicono
            <emph>beato il tale o il tal altro, e io sarei felice se mi trovassi tale o tale, e
            beato me se ottenessi tale o tal cosa, e se fosse questo o questo</emph>. E le cagioni
          per cui sono impossibili parimente le due cose sopraddette, sono appresso a poco le
          stesse. E come il non esser niuno che dica <emph>me beato</emph>, dimostra che tutti
          s’ingannano quelli che dicono <emph>beato te o lui, e io sarei beato in tale o tal
          caso</emph> (e tutti gli uomini così parlano e parleranno sempre e di cuore); così il non
          esser chi dica di vero animo <emph>io provo piacere presentemente</emph>, dimostra che
          niuno provò nè proverà mai piacere alcuno, benchè tutti si pensino e moltissimi affermino
          con sentimento di verità, di averne provato e di averne a provare. (21. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3747"/> Come la lingua francese illustre è dominata, determinata e
          regolata quasi interamente dall’uso, e certo più che alcun’altra lingua illustre, così,
          perocchè l’uso è variabilissimo e inesattissimo, essa lingua illustre non solo non può
          esser costante, nè molto durare in uno essere, come ho notato altrove, ma veggiamo
          eziandio che la proprietà delle parole in essa lingua è trascurata più che nell’altre
          illustri, e trascurata per regola, cioè presso gli ottimi scrittori costantemente, non
          meno che nel parlare ordinario. Voglio dir che gli usi di moltissime parole e modi ec.
          anche presso gli ottimi scrittori, sono più lontani dall’etimologia e dall’origine e dal
          valor proprio d’esse parole ec. meno corrispondenti ec. che non sogliono esser gli usi de’
          vocaboli nell’altre lingue illustri presso, non pur gli ottimi, ma i buoni scrittori, e in
          maggior numero di voci ec. che nelle altre lingue illustri non sono. Che vuol dir ch’essi
          usi e significati sono più corrotti ec. E non potrebb’essere altrimenti perchè l’uso
          corrente cotidiano e volgare e generalmente la lingua parlata, anche dai colti, (che è
          quella cui segue il francese scritto) corrompe ed altera ogni cosa e non mai non cessa di
          rimutare e logorare ec. P. e. per dire il materiale e lo spirituale, o il sensibile e
          l’intellettuale, i francesi dicono il fisico e il morale. (le physique et le moral, le
          physique et le moral de l’homme, le monde physique et le <pb ed="aut" n="3748"/> monde
          moral etc.). Qual cosa più impropria di queste significazioni, o che si considerino in se
          stesse o nella loro scambievole opposizione e in rispetto l’una all’altra?
          <emph>Fisico</emph> propriamente significa forse <emph>materiale</emph> o
          <emph>sensibile</emph>? E il <emph>fisico</emph>, che vuol dir <emph>naturale</emph>, è
          forse l’opposto dello <emph>spirituale</emph> o <emph>intelligibile</emph>? Quasi che
          questo ancora non fosse naturale, ma fuori della natura, e vi potesse pur esser cosa non
          naturale e fuori della <emph>natura</emph>, che tutto abbraccia e comprende, secondo il
          valor di questa parola e di questa idea, e che si compone di tutto ch’esiste o può
          esistere, o può immaginarsi ec. E il <emph>morale</emph> com’è l’opposto del
            <emph>naturale</emph>? Sia che riguardiamo la propria significazione di
          <emph>morale</emph> sia la francese. E che hanno che far l’idee, l’intelletto, lo spirito
          umano, gli altri spiriti, il mondo e le cose astratte ec. coi costumi, ai quali soli
          propriamente appartiene la voce <emph>morale</emph>? e gli appartiene pure anche in
          francese, e anche nel parlare e scriver francese ordinario (la morale, moralité, etc.).
          Così dite degli avverbi <foreign lang="fre" rend="italic">physiquement</foreign> o
            <foreign lang="fre" rend="italic">moralement</foreign> ec.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3749"/> Di tali esempi se ne potrebbero addurre infiniti.</p>
        <p>La lingua latina illustre fu, non solo tra le antiche, ma forse fra tutte, la più
          separata e diversa, e la meno influita e dominata dalla volgare. Parlo della lingua latina
          illustre prosaica (ch’è poco dissimile dalla poetica) rispetto all’altre pur prosaiche
          perchè p. e. la lingua poetica greca fu certo (almen dopo Omero ec.) anche più divisa ec.
          dalla greca volgare. Ma ciò come poetica, non come illustre, e qualunque linguaggio appo
          qualunque nazione è veramente poetico e proprio della poesia, di necessità e per natura
          sua è distintissimo dal volgare; chè tanto è quasi a dir linguaggio proprio poetico,
          quanto linguaggio diverso assai dal volgare. S’egli ha ad esser assai diverso dal prosaico
          illustre, molto più dal volgare. Fra le lingue illustri moderne, la più separata e meno
          dominata dall’uso è, cred’io, l’italiana, massime oggi, perchè l’Italia ha men società
          d’ogni altra colta nazione, e perchè la letteratura fra noi è molto più esclusivamente che
          altrove, propria de’ letterati, e perchè l’Italia non ha lingua illustre moderna ec. Per
          tutte queste ragioni la <pb ed="aut" n="3750"/> lingua italiana illustre è forse di tutte
          le moderne quella che meglio e più generalmente osserva e conserva la proprietà delle voci
          e modi. Ciò presso i buoni scrittori, cioè quelli che ben posseggono e trattano la lingua
          illustre, i quali oggi son men che pochissimi, e quelli che scrivono la lingua illustre, i
          quali oggi sono in minor numero di quelli che non la scrivano, o il fanno più di rado che
          non iscrivono la volgare. Perocchè oggi la lingua più comunemente scritta e intesa in
          Italia nelle scritture, non è l’illustre ma la barbara e corrotta volgare; e però ella non
          conserva punto la proprietà delle parole ec. ma sommamente se n’allontana, come fa la
          volgare. E p. e. quel <emph>fisico</emph> e <emph>morale, fisicamente</emph> e
            <emph>moralmente</emph> ec. nel senso francese, è oggi del volgare italiano, e dello
          scritto non illustre, non men ch’e’ sia dell’illustre e del volgare francese ec. Ma presso
          i nostri buoni scrittori di qualunque secolo (non che gli ottimi), si vedrà forse più che
          in niun’altra lingua illustre moderna, <pb ed="aut" n="3751"/> osservata e conservata la
          proprietà delle parole e dei modi ec. Cioè l’uso loro esser totalmente e sempre, o quasi
          totalmente e quasi sempre, o più e più spesso che nell’altre lingue illustri, e in assai
          maggior numero di parole e modi ec., conforme al significato ch’essi ebbero da principio
          nella lingua e ne’ primitivi scrittori italiani, ed anche alla loro nota etimologia, ed al
          senso ed uso ch’essi ebbero nella lingua onde alla nostra derivarono, cioè massimamente
          nella latina, madre della nostra. Certo la proprietà latina nell’uso e significato delle
          parole e dei modi, (siccome la forma, lo spirito ec. della latinità, della dicitura
          latina, il modo dell’orazione in genere, del compor le parole, dell’esporre e ordinar le
          sentenze, dello stile ec. ec. E quanto a queste cose, anche in ordine alla lingua greca
          l’italiano illustre è la lingua più simile ch’esista ec. ec.) è molto meglio e in assai
          maggior parte conservata nell’italiano veramente illustre, per insino al dì d’oggi, che in
          alcun’altra lingua; e forse più nell’italiano illustre degli ultimi nostri buoni
          scrittori, che nel linguaggio de’ più antichi e migliori scrittori francesi, spagnuoli ec.
          (21. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Novello</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >nouveau</foreign>, <emph>Novella, rinnovellare</emph> ec. ec. <bibl>V. il
            <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Novellus</foreign>
          </bibl> (quasi <foreign lang="lat" rend="italic">iuvenculus</foreign>) e i derivati sopra
          e sotto la detta voce: gli spagnuoli ec. (22. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3752"/> Alla p. 3685. Ho detto il genitivo ec. Tutti i nomi o verbi o
          avverbi ec. latini che son fatti immediatamente da qualche nome, son fatti dal genitivo o
          da’ casi obliqui di questo nome, non mai dal nominativo (nè dal vocativo s’egli è conforme
          al nominativo, nè dall’accusativo come da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >manum</foreign> onde sarebbe <emph>manalis</emph> non <foreign lang="lat" rend="italic"
            >manualis</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic">tempus</foreign> accusativo
          onde sarebbe <emph>tempalis</emph> non <foreign lang="lat" rend="italic"
          >temporalis</foreign> ec. ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Tempestas</foreign> però
          par che venga da <foreign lang="lat" rend="italic">tempus</foreign> accusativo o
          nominativo). Ciò in moltissimi casi (come in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >dominor</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">dominus i</foreign> ec.) non si
          può conoscere nè distinguere, ma in moltissimi sì. <foreign lang="lat" rend="italic">Miles
            itis</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">milito, militia, militaris</foreign>
          ec. <foreign lang="lat" rend="italic">nomen inis</foreign> — <foreign lang="lat"
            rend="italic">nomino</foreign> ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Nomenclator</foreign> p. <foreign lang="lat"
                rend="italic">nominclator</foreign> ec. non è che alteraz. di pronunzia, e così
              mille casi simili. (come quello di cui nel marg. della pag. seg. cioè <foreign
                lang="lat" rend="italic">imaguncula</foreign>).</p>
          </note>
          <foreign lang="lat" rend="italic">salus utis</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >saluto</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Imago inis</foreign> — <foreign
            lang="lat" rend="italic">imagino</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Virgo
            inis</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic">virgineus</foreign> ec. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Magister istri</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >magistratus</foreign> ec. Sempre che si può distinguere, troverete che così è. (V. la
          p. 3006. marg.) Eccezione. <foreign lang="lat" rend="italic">Propago inis</foreign> —
            <foreign lang="lat" rend="italic">propagare</foreign> in vece di <foreign lang="lat"
            rend="italic">propaginare</foreign> (che noi però abbiamo altresì, e l’ha anche Tertull.
          V. Forc. e il Gloss. ec.), se però <foreign lang="lat" rend="italic">propagare</foreign>
          non è piuttosto fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">propages is</foreign>, o se
            <foreign lang="lat" rend="italic">propago</foreign> non viene anzi da <foreign
            lang="lat" rend="italic">propagare</foreign> (il che mi è molto verisimile, se
          l’etimologia è da <foreign lang="lat" rend="italic">pango</foreign>, come il Forcell. in
            <foreign lang="lat" rend="italic">propago inis</foreign>. Allora <foreign lang="lat"
            rend="italic">propago as</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">propango
          is</foreign> apparterrebbe a quella categoria di verbi di cui p. 2813. sqq. e nelle ivi
          richiamate ec. <pb ed="aut" n="3753"/> E in esse pagg. si vedrebbero gli esempi e
          l’analogia e la ragione per cui <foreign lang="lat" rend="italic">pango</foreign> in
            <foreign lang="lat" rend="italic">propago as</foreign> o in <foreign lang="lat"
            rend="italic">propago inis</foreign> abbia perduta la <emph>n</emph>, e perchè mutata
          coniugazione ec. che altrimente non son cose facili a dirsi. E certo l’osservazione fatta
          qui dietro, persuade che <foreign lang="lat" rend="italic">propagare</foreign> non debba
          venir da <foreign lang="lat" rend="italic">propago inis</foreign>: bensì <foreign
            lang="lat" rend="italic">propaginare</foreign>). E s’altre tali eccezioni si trovano; ma
          saranno ben poche, s’io non m’inganno<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Imaguncula, icuncula, homuncio, homunculus,
                latrunculus</foreign> è lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic"
              >imagincula</foreign> (v. la p. 3007. fra l’altre), e però fatto dagli obliqui
                d’<foreign lang="lat" rend="italic">imago</foreign>, e non dal retto, come parrebbe
              a prima vista. E così dicasi dell’altre simili voci.</p>
          </note>. Eccettuo ancora quei derivati che piuttosto sono inflessioni ec. de’ rispettivi
          nomi, che altri nomi fatti da questi, come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >lapillus</foreign>, (se questa e simili non sono contrazioni, v. p. 3901) <foreign
            lang="lat" rend="italic">vetusculus</foreign> dal nominativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">vetus eris</foreign> ec. Ma questo diminutivo è di Sidonio. Gli antichi
            <foreign lang="lat" rend="italic">vetulus. Nigellus</foreign> potrebb’esser da <foreign
            lang="lat" rend="italic">nigeri</foreign> non da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >niger</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">puellus</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pueri</foreign> non da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >puer</foreign>. V. p. 3909.; <foreign lang="lat" rend="italic">nigellus</foreign> ch’è
          dal nominativo di <foreign lang="lat" rend="italic">niger</foreign>, e altri tali
          diminutivi ec. Se già gli antichi non dissero <foreign lang="lat" rend="italic">magister
            isteri, niger eri</foreign> ec. (22. Ott. 1823.). E così tengo per fermo; ond’è <foreign
            lang="lat" rend="italic">magisterium, ministerium</foreign> ec. per <foreign lang="lat"
            rend="italic">magistrium</foreign>, piuttosto dall’obliquo <foreign lang="lat"
            rend="italic">magìsteri, magìstero</foreign> ec. poi contratti, che da <foreign
            lang="lat" rend="italic">magistrium, ministrium</foreign> per epentesi della
          <emph>e</emph>. Infatti gli antichi dissero <foreign lang="lat" rend="italic"
          >magisterare</foreign>, ma i più moderni <foreign lang="lat" rend="italic"
          >magistrare</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic">magistratus us</foreign>
          ec., come <foreign lang="lat" rend="italic">ministrare</foreign>
          <pb ed="aut" n="3754"/> ec. Insomma queste non mi paiono eccezioni, perchè si riducono
          alla regola coll’osservare il modo dell’antichità e lo stato primitivo delle voci, mutato
          poscia, e così si potranno risolvere mill’altre tali eccezioni apparenti. In ogni modo il
          più delle volte è vero che i derivati de’ nomi vengono da’ casi obliqui, come ho detto, di
          qualunque declinazione sieno i nomi originali, come si è mostro cogli esempi, e non
          solamente se essi nomi son della quarta, chè allora si potrebbe negare quello che noi
          affermiamo dei derivati di questi, cioè che vengano da’ casi obbliqui e fra questi
          derivati da’ casi obliqui sono certamente quelli fatti da’ nomi della quarta e notati da
          noi ec. Il che basta al caso nostro. (22. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3728. Quest’uso latino di mutare alle volte il primo <emph>n</emph> in
          <emph>g</emph>, quando concorrerebbero due <emph>n</emph>, uso che si vede in <foreign
            lang="lat" rend="italic">agnatus, cognatus, cognosco, ignosco, ignotus, ignobilis,
            ignarus, ignavus</foreign> ec. per <foreign lang="lat" rend="italic">annatus,
          connatus</foreign>, (che anche si trova), <foreign lang="lat" rend="italic">connosco,
            innosco, innotus</foreign> (<bibl>v. <author>Forc.</author>
          </bibl>), <foreign lang="lat" rend="italic">innobilis, innarus, innavus</foreign> (che
          sarebbero come <foreign lang="lat" rend="italic">innocens, innumerus,
          innobilitatus</foreign>) ec. ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Agnomen, agnomentum</foreign>, ec. <foreign
                lang="lat" rend="italic">cognomen</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
                >ignotitia</foreign> (p. <foreign lang="lat" rend="italic">innotitia</foreign>),
              tutti derivati da <foreign lang="lat" rend="italic">noo</foreign>. <foreign lang="lat"
                rend="italic">Ignoro</foreign> ec.</p>
          </note> (p. 3695.) corrisponde all’uso della pronunzia spagnuola che suol mutare in
            <emph>gn</emph> il doppio <emph>n</emph> delle parole latine o qualunque (come <foreign
            lang="spa" rend="italic">año, caña</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >canna</foreign> ec.), e che generalmente <pb ed="aut" n="3755"/> rappresenta il suo
            <emph>gn</emph> col carattere <emph>ñ</emph> che è il segno di un doppio <emph>n</emph>.
          (Se però i latini pronunziavano <foreign lang="lat" rend="italic">ig-navus</foreign> ec.
          come a p. 2657., l’uso spagnuolo di dir <emph>agno</emph> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">annus</foreign> ec. non ha che far niente col lat. <foreign lang="lat"
            rend="italic">ig-navus</foreign> per <emph>innavus</emph>. Tuttavia può pur avervi che
          fare, in quanto anche appo gli spagnuoli quell’ <foreign lang="spa" rend="italic"
          >año</foreign> ha sempre una pronunzia di <emph>g</emph>).</p>
        <p>Del resto non solo nel concorso delle due <emph>n</emph>, ma anche fuor di questo caso, i
          latini usavano di preporre o frapporre avanti la <emph>n</emph> il <emph>g</emph>. Come in
            <foreign lang="lat" rend="italic">prognatus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">pronatus</foreign> (che anche si trova), <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adgnascor</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">adnascor, adgnatus</foreign>
          per <foreign lang="lat" rend="italic">adnatus</foreign> ec. (i quali perciò dimostrano un
          semplice <emph>gnascor</emph>), e in <foreign lang="lat" rend="italic">gnarus, gnavus,
            gnavo, gnosco, gnobilis</foreign> ec. (sicchè forse <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ignarus</foreign> ec. non sono per <emph>innarus</emph> ec. ma più probabilmente per
            <foreign lang="lat" rend="italic">i-gnarus, i-gnavus</foreign> ec. cioè per <foreign
            lang="lat" rend="italic">ingnavus, ingnarus</foreign> ec.). Onde resta fermo quel ch’io
            <add resp="ed">ho</add> detto p. 3695. che i latini usavano, come gli Eoli, il
          <emph>g</emph> veramente protatico (perchè anche in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pro-gnatus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">pro-natus</foreign>, in
            <foreign lang="lat" rend="italic">i-gnobilis</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">in-nobilis</foreign> ec. ei viene a esser protatico.). E quest’uso ancora
            <pb ed="aut" n="3756"/> avrebbe qualche corrispondenza coll’uso spagnuolo di mutare alle
          volte, se non erro, anche l’<emph>n</emph> semplice delle voci latine ec. in
          <emph>ñ</emph> (22. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Prolicio, prolecto as</foreign> ec. Aggiungansi alle
          cose dette nella mia teoria de’ continuativi (sul principio) circa i verbi <foreign
            lang="lat" rend="italic">allicio, allecto</foreign> ec. (22. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbo diminutivo in senso positivo. <foreign lang="lat" rend="italic">Nidulor</foreign>
          per <foreign lang="lat" rend="italic">nidor aris</foreign> (che non esiste) da <foreign
            lang="lat" rend="italic">nidulus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nidus</foreign>. Noi abbiamo <emph>annidare</emph> ec. (22. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3706. Senza fallo il nostro verbo fu <foreign lang="lat" rend="italic">noo
          is</foreign>, non <foreign lang="lat" rend="italic">no nis</foreign>. (e altrettanto si
          dica di <foreign lang="lat" rend="italic">poo</foreign>, non <foreign lang="lat"
            rend="italic">po</foreign>, da <foreign lang="grc">πόω</foreign>, il quale dovette
          essere <foreign lang="lat" rend="italic">poo pois povi potum</foreign> secondo le ragioni
          che or si diranno). 1. Da <foreign lang="lat" rend="italic">no</foreign> non si sarebbe
          fatto <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign> ma <foreign lang="lat"
            rend="italic">nisco</foreign>. Veggasi la p. 3709. fine— 10. principio. 2. <foreign
            lang="lat" rend="italic">No</foreign> non avrebbe fatto nel preterito <emph>novi</emph>
          ma <emph>ni</emph> (o per duplicazione <emph>neni</emph>), come <foreign lang="lat"
            rend="italic">suo sui, luo lui</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Noo</foreign> bensì doveva far <emph>noi</emph>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >suo sui</foreign> ec. (p. 3731. seg. 3706. marg.), poi per evitar l’iato fece <foreign
            lang="lat" rend="italic">novi</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">amai
            amavi, docei docevi</foreign>, <pb ed="aut" n="3757"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">lui luvi</foreign> ec. (p. 3706.3732. <bibl>V.
              <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">luo</foreign> verso il
            fine</bibl>). 3. Così <foreign lang="lat" rend="italic">no</foreign> non avrebbe fatto
            <foreign lang="lat" rend="italic">notum</foreign> ma <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nitum</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Ne’ composti <foreign lang="lat" rend="italic">notum</foreign> o <foreign lang="lat"
                rend="italic">gnotum</foreign> si cambia in <foreign lang="lat" rend="italic"
              >gnitum</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">cognitum</foreign> ec.) fuorchè
              in <foreign lang="lat" rend="italic">ignotus</foreign> nome, e in <foreign lang="lat"
                rend="italic">ignotus</foreign> partic. e supino. V. anche <foreign lang="lat"
                rend="italic">agnotus</foreign> ec.</p>
          </note>. Nè questo si sarebbe mai mutato in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >notum</foreign>, nè <emph>ni</emph> o <emph>neni</emph> in <foreign lang="lat"
            rend="italic">novi</foreign>. Bensì <emph>noi</emph> in <foreign lang="lat"
            rend="italic">novi</foreign> nel modo detto; e in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >notum</foreign> il regolare <foreign lang="lat" rend="italic">noitum</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">noo</foreign> (p. 3708. marg. 3731-2. 3735.). Anche
            <foreign lang="lat" rend="italic">Nomen, agnomen, cognomen</foreign> ec. vien da
            <foreign lang="lat" rend="italic">noo</foreign>, e serve a mostrare, primo, <foreign
            lang="lat" rend="italic">noo</foreign> non <foreign lang="lat" rend="italic"
          >no</foreign> (onde sarebbe <foreign lang="lat" rend="italic">nimen</foreign>, come da
            <foreign lang="lat" rend="italic">rego, regimen</foreign> ec.); secondo, <foreign
            lang="lat" rend="italic">noo</foreign> da cui esso viene, non da <foreign lang="lat"
            rend="italic">nosco</foreign>, checchè dica il <bibl>
            <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">nomen</foreign>,
          princip.</bibl> e quivi <bibl>
            <author>Festo</author> ec. 4.</bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Nobilis</foreign> non potrebbe venir da <foreign
            lang="lat" rend="italic">no</foreign>. Bensì da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >noo</foreign>. Perocchè i verbali in <emph>bilis</emph> nel buon latino non si fanno se
          non da supino in <emph>tum</emph> (o partic. in <emph>tus</emph>), e non da altri, mutato
          il <emph>tum</emph> (o <emph>tus</emph>) in <emph>bilis</emph>. V. p. 3825. Bensì tali
          supini (o participii) non sono sempre noti, ma dato il verbale in <emph>bilis</emph>, e’
          si possono conoscere mediante l’analogia e la cognizione dell’antichità e della regola
          della lingua latina, le quali anche da se li possono mostrare, e il verbale in
          <emph>bilis</emph> li conferma, sempre ch’egli esista. P. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Docibilis</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >doci-tum</foreign>. Questo supino già lo conoscevamo per altra via, benchè inusitato,
          cioè per altri argomenti ec. Il verbale <foreign lang="lat" rend="italic"
          >docibilis</foreign> lo conferma. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Immarcescibilis</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">marcescitus</foreign>
          inusitato. Già abbiam detto e sostenuto che il proprio participio <pb ed="aut" n="3758"/>
          o supino de’ verbi in <emph>sco</emph> era in <emph>scitus</emph>. Eccone altra prova in
            <foreign lang="lat" rend="italic">marcescitum</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">marcesco</foreign> (che ora non ha o non gli s’attribuisce supino alcuno)
          dimostrato da <foreign lang="lat" rend="italic">immarcescibilis. Solu-tum, volu-tum,
            solu-bilis, volu-bilis</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Labilis, nubilis,
            habilis</foreign> ec. sono dai regolari, veri ed interi, benchè inusitati supini,
            <foreign lang="lat" rend="italic">labitum, nubitum</foreign>, (<foreign lang="lat"
            rend="italic">habitum</foreign> è usitato, anzi solo usitato, ma non è il primitivo)
          ec., secondo la regola, fuor solamente ch’e’ son contratti da <foreign lang="lat"
            rend="italic">labi-bilis, nubi-bilis</foreign> per effetto di pronunzia accelerata o
          confusa ec. o per evitare il cattivo suono ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3851.</p>
          </note> Or dunque da <foreign lang="lat" rend="italic">no nitum</foreign> avremmo <foreign
            lang="lat" rend="italic">nibilis. Nobilis</foreign> non può essere che da <foreign
            lang="lat" rend="italic">no-tum, gnobilis</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >no-tum</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic">gnotum, ignobilis</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">no-tum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >gno-tum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">igno-tus</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">gnobilis</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nobilis</foreign>. Ovvero <foreign lang="lat" rend="italic">nobilis</foreign> ec. sono
          contrazioni di <foreign lang="lat" rend="italic">noibilis</foreign> come <foreign
            lang="lat" rend="italic">notum</foreign> lo è di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >noitum</foreign>. Vedi la pag. 3832. fine.</p>
        <p>Secondo queste osservazioni, <foreign lang="lat" rend="italic">nobilis, gnobilis,
            ignobilis</foreign> confermano l’esistenza di un verbo originario di <foreign lang="lat"
            rend="italic">nosco</foreign>, al quale è chiaro ch’essi hanno attinenza; ma se
          venissero da <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign> farebbero <foreign
            lang="lat" rend="italic">noscibilis</foreign> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >noscitum</foreign>, ed anche il Forc. che certo non aveva osservata la formazione de’
          verbali in <emph>bilis</emph> da’ supini in <emph>tum</emph>, pur vide che <foreign
            lang="lat" rend="italic">nobilis</foreign> era quasi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >noscibilis</foreign> (vedilo in <pb ed="aut" n="3759"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">nobilis</foreign> princip. dove ha vari spropositi,
          secondo le nostre osservazioni). Nè da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >noscibilis</foreign> sarebbe stata punto naturale nè latina la contrazione in <foreign
            lang="lat" rend="italic">nobilis ignobilis</foreign> ec. V. <foreign lang="lat"
            rend="italic">ignoscibilis</foreign>, antica voce, nel Forc. la quale conferma il supino
            <foreign lang="lat" rend="italic">noscitum</foreign>, secondo le presenti osservazioni,
          e che da <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign> si sarebbe fatto <foreign
            lang="lat" rend="italic">noscibilis</foreign>, non <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nobilis</foreign>, come anche da <foreign lang="lat" rend="italic">marcesco
            immarcescibilis</foreign>, non <emph>immarcibilis</emph> ec. <bibl>V. anche nel
              <author>Forc.</author>
            <foreign lang="lat" rend="italic">noscibilis, agnoscibilis</foreign> ec.</bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">irascibilis</foreign>. Del resto <foreign lang="lat"
            rend="italic">nobilis, gnobilis</foreign> ec. sono voci antichissime, onde ben poterono
          venire dall’antichissimo e poscia inusitato <foreign lang="lat" rend="italic"
          >noo</foreign>.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Possibilis</foreign> (e <foreign lang="lat"
            rend="italic">impossibilis, possibilitas</foreign> ec.) dimostra <foreign lang="lat"
            rend="italic">possitus</foreign>, e quindi il participio o supino <foreign lang="lat"
            rend="italic">situm</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">sum</foreign>,
          confermando il detto da noi in proposito di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sto</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">potens</foreign> dimostra il
          participio <foreign lang="lat" rend="italic">sens</foreign> (pag. 3742-4.).</p>
        <p>Del resto <foreign lang="lat" rend="italic">noo, poo</foreign> e simili andarono presto
          in disuso probabilmente per il cattivo suono di quel doppio <emph>o</emph> l’un dietro
          l’altro, onde si preferì l’uso de’ verbi lor derivati, i quali restarono, e quasi o senza
          quasi nel senso degli originarii (massime <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nosco</foreign> e composti ec.), o anche <pb ed="aut" n="3760"/> in esso senso ec.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Nosco</foreign> però non restò tutto, nè <foreign
            lang="lat" rend="italic">noo</foreign> perì tutto, ma ne restò <foreign lang="lat"
            rend="italic">novi</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">notum</foreign> ec.
          insomma una gran parte (dove non aveva luogo, o n’era stato scacciato, il cattivo suono),
          la quale supplì ai mancamenti e perdite sofferte dal derivato ec. Così di <foreign
            lang="lat" rend="italic">poo</foreign> restò <foreign lang="lat" rend="italic">potus,
            epotus, potum, poturus</foreign> ec. anche più usati di <foreign lang="lat"
            rend="italic">potatus</foreign> ec., e <foreign lang="lat" rend="italic">potus
          sum</foreign> ec. (22. Ott. 1823.). V. p. 3850.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Niente d’assoluto. Qual cosa par più assoluta e generale, almen fra gli uomini, di quello
          che la corruzione sia nauseosa? Or le sorbe e le nespole, perocchè nello stato che per
          loro è vera maturità e perfezione, per noi non son buone a mangiare; bensì nello stato che
          per loro è vera, non pur vecchiezza, ma morte e corruzione; perciò mezze e corrotte si
          mangiano. — Lo schifoso è interamente relativo. La lumaca non fa schifo a se stessa. Non è
          schifoso a noi quello che in noi, o da noi uscito o prodotto ec. è schifoso agli altri. Il
          porco si diletta di ravvolgersi nel fango e lordure ec. E quanti uomini trattano e amano,
          e mangiano e gustano ec. <pb ed="aut" n="3761"/> cose che agli altri (a tutti o a più o ad
          alcuni, nella stessa nazione o in diverse) riescono schifosissime. — La sorba, la nespola,
          secondo noi, è perfetta quando è corrotta, misurando noi la perfezione di queste, come
          d’infinite altre cose, dall’uso nostro ec. Ma chi non vede che questa perfezione è al
          tutto relativa? e relativa a noi soli, anzi al solo uso del nostro palato e stomaco, ed in
          quanto la sorba è atta a divenirci una volta cibo, cosa a lei affatto accidentale ed
          estrinseca? E che la sorba non ne è perciò meno corrotta e degenerata? nè, per se stessa e
          per sua natura, meno perfetta allor quando ec. e non in altro tempo ec. (23. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Si può applicare all’uomo in generale avendo riguardo alle illusioni e al modo in che la
          natura ha supplito coi felici errori ec. alla felicità reale, anzi può applicarsi ad ogni
          genere di viventi, quel verso del Tasso (<bibl>
            <author>Gerus.</author> I. 3.</bibl>) <quote>
            <emph>E da l’inganno suo vita riceve</emph>
          </quote>. (23. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Forte, fortemente</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">fort, force</foreign>
          ec. per <emph>molto, molti</emph> ec. <foreign lang="grc">Κάρτα</foreign> Vedi lo Scapula,
          e Arriano nell’Indica e nella Spediz. d’Alessandro ec. E nótisi che <foreign lang="grc"
            >κάρτα</foreign> per valde mostra d’essere antichissimo, ond’egli è poetico piucch’altro
          ec. <bibl>V. <author>Forcell.</author> Gloss. Diz. franc. spagn. ital.</bibl> Anche i
          latini <foreign lang="lat" rend="italic">vehementer, vehemens</foreign> ec. E <foreign
            lang="lat" rend="italic">valde</foreign> è contrazione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">valide</foreign> ec. Onde nelle lingue moderne dicendo
          <emph>fortemente</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic">valde</foreign> si conserva
          la etimologia di questa parola ec. (23. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A quello che altrove ho detto di <foreign lang="fre" rend="italic">dompter</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">domitare</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3071.</p>
          </note>, aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic">promtus</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">promptus, promsi</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >prompsi</foreign>, <pb ed="aut" n="3762"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">promtum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >promptum, demsi</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">dempsi, demtum</foreign>
          e <foreign lang="lat" rend="italic">demptum, temptare</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">tentare</foreign> (<bibl>v. <author>Forcell.</author> e il Cod.
              <author>Cic.</author>
            <title>de republ.</title> col Conspectus Orthograph. del Niebuhr</bibl>), <foreign
            lang="lat" rend="italic">comsi</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">compsi,
            comptum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">comtum, comptus</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">comtus, compte</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">comte</foreign>, ec. ec. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> I francesi scrivono anche <foreign lang="fre" rend="italic">domter
          domtable</foreign> ec. e forse oggi più frequentemente. Il Richelet non ha che <foreign
            lang="fre" rend="italic">domter</foreign>, l’Alberti che <foreign lang="fre"
            rend="italic">dompter</foreign>. <bibl>Vedi il <author>Richelet</author> in <foreign
              lang="lat" rend="italic">Compte, compter</foreign>
          </bibl> ec. che scrivevasi ancora, com’egli dice, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >comter, comte</foreign> ec. Notisi peraltro che <foreign lang="fre" rend="italic"
            >compter</foreign> ec. viene da <foreign lang="lat" rend="italic">computare</foreign>,
          sicchè il <emph>p</emph> vi è naturale e non ascitizio come in <foreign lang="fre"
            rend="italic">dompter</foreign> ec. Infatti oggi i francesi, i quali scrivono <foreign
            lang="fre" rend="italic">Comte</foreign> (da <foreign lang="lat" rend="italic">comes
            itis</foreign>), <foreign lang="fre" rend="italic">comtat</foreign> ec. scrivono sempre,
          ch’io sappia, <foreign lang="fre" rend="italic">compte</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">computus</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">compter</foreign>
          ec. (23. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito di <foreign lang="lat" rend="italic">sylva</foreign> da <foreign lang="grc"
            >ὕλη</foreign>, del che altrove. <foreign lang="lat" rend="italic">Sulla</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">Sylla, Symmachus</foreign> e nel Cod. Ambros. delle
          Orazioni <foreign lang="lat" rend="italic">Summachus</foreign> costantemente. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author>
          </bibl> ec. (23. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi vorrà credere che <foreign lang="lat" rend="italic">apto</foreign> ed <foreign
            lang="grc">ἅπτω</foreign> (de’ quali altrove) essendo gli stessissimi materialmente, e
          significando propriamente la stessissima cosa, non abbiano a far nulla tra loro per
          origine ec. converrà supporre un’assoluta casualità che troverà pochi fautori ec. (23.
          Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2657. marg. E se in Italia, in che parte, (avendo noi tanti e sì diversi
          dialetti), come ne’ paesi ove la pronunzia tien più dello straniero, ne’ paesi di confine,
          nel Piemonte (ove forse è probabile che sia stato scritto il <pb ed="aut" n="3763"/> Cod.
          de rep. e così di Frontone ec.) nell’alta Lombardia e Venezia, o generalmente nella
          Lombardia o nel Veneziano. E se nel cuor d’Italia, ed anche in Roma, a che tempo, come ne’
          vari tempi che vi furono più stranieri, e più influenti ec. E finalmente da chi, se da
          italiani o stranieri, e italiani di che parte d’Italia, e di buona pronunzia o cattiva, e
          periti dell’ortografia o no, e vissuti fra gli stranieri o no ec. ec. (23. Ott. 1823.).
          Puoi vedere la p. 3754.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3692. Aggiungasi che <foreign lang="lat" rend="italic">scivi scitum</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">scisco</foreign>, e de’ suoi composti (<foreign
            lang="lat" rend="italic">ascitum, conscitum, plebiscitum</foreign>) ec. hanno tutti
            l’<emph>i</emph> lungo. Or la desinenza in <emph>itum</emph> è affatto improprissima de’
          verbi della terza. (Lascio quella in <emph>ivi</emph>, che n’è parimente impropria, ma
          altresì quella in <emph>ivi</emph> il sarebbe). Che segno è questo, se non che <foreign
            lang="lat" rend="italic">scitum</foreign> grammaticalmente non è di <foreign lang="lat"
            rend="italic">scisco</foreign>, ma di <foreign lang="lat" rend="italic">scio</foreign>,
          di cui, come verbo della 4. è propria e debita peculiarmente la desinenza del supino in
            <emph>itum</emph>? Così dicasi di qualunqu’altro verbo in <emph>sco</emph> che sia fatto
          da un verbo della quarta, noto o ignoto: che se tal verbo in <emph>sco</emph> ha supino, o
          se gli si attribuisce, esso è certamente in <emph>itum</emph>, e però è certamente tolto
          in prestito dal suo verbo originale, il quale, se non esiste, da ciò n’è dimostrato ec. E
          può vedersi la p. 3707. fine 08. principio. (23. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3764"/> Necessità di nuove o forestiere voci, volendo trattar nuove o
          forestiere discipline. Impossibilità e danno del mutare i termini ricevuti in una
          disciplina che da’ forestieri sia stata trovata, o principalmente coltivata, o trasmessaci
          ec. di sostituire cioè altri termini a quelli con che i forestieri che ce la tramettono,
          sono usi di trattare quella disciplina, quando bene fosse facile alla nostra lingua il
          trovar termini suoi, novi o vecchi, da sostituir loro, anzi quando ella già ne avesse
          degli altri (sian termini sian vocaboli) con quel medesimo significato ec. V. Speroni
          Dial. della Retorica, ne’ suoi Diall. Venez. 1596. p. 139. a dieci pagg. dal principio, e
          23. dal fine. (23. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli spettacoli gladiatorii, così sanguinarii ec. appartengono a quel diletto delle
          sensazioni vive, di cui dico in tanti luoghi. (23. Ott. 1823.). Così le cacce di tori ec.
          ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Disperser</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >dispergo-dispersus</foreign> (24. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ai verbi diminutivi o frequentativi italiani da me altrove raccolti, aggiungi per esempio
          di quelli in <emph>olare</emph>, <emph>crepolare</emph> da <emph>crepare,
          screpolare</emph> ec. (24. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Quaero is, quaesitum</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">itus</foreign>. Perchè dunque da <foreign lang="lat" rend="italic">queror,
            questus</foreign>, ch’è verbo differente sol d’una lettera nella scrittura, e di nulla
          nella pronunzia? E da <foreign lang="lat" rend="italic">quaesitum</foreign> e <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaesitus</foreign> che pur restano e son fuori di
          controversia, <pb ed="aut" n="3765"/> e non si potrebber dire altrimenti, abbiamo <foreign
            lang="lat" rend="italic">quaestus us</foreign> e quaestor ec. ec. L’uso dunque delle
          contrazioni de’ supini che altrove in tanti luoghi io suppongo, è evidente; perocchè qui
          restando il supino e il participio intero, le voci quindi formate sono, le più, contratte
          al modo appunto degli altri supini e participi ec. i quali molte volte per lo contrario
          son dimostrati da voci derivate o affini ec. non contratte. Come qui vale l’argomento da
            <foreign lang="lat" rend="italic">quaesitum</foreign> a <foreign lang="lat"
            rend="italic">quaestus us</foreign> ec. così dovrà valere ne’ casi contrarii ec. (24.
          Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3557. principio. L’aspetto della debolezza riesce piacevole e amabile
          principalmente ai forti, sia della stessa specie sia di diversa. (forse per quella
          inclinazione che la natura ha messa, come si dice, ne’ contrarii verso i contrarii).
          Quindi la debolezza in una donna riesce più amabile all’uomo che all’altre donne, in un
          fanciullo più amabile agli adulti che agli altri fanciulli. E la donna è più amabile
          all’uomo che all’altre donne, anche pel rispetto della debolezza ec. Ed all’uomo tanto più
          quanto egli è più forte, non solo per altre cagioni, ma anche per questa, che l’aspetto
          della debolezza gli riesce tanto più piacevole, quando è in un oggetto altronde amabile
          ec. Ed anche per questa causa i militari, e le <pb ed="aut" n="3766"/> nazioni militari
          generalmente sono più portate verso le donne, o verso <quote>
            <foreign lang="grc">τὰ παιδικά</foreign>
          </quote> ec. (<bibl>V. <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> 2. Flor. 1576. p. 142.</bibl>). Le cose dette della debolezza si
          possono anche dire della timidità. Piace l’aspetto della timidità in un oggetto d’altronde
          amabile, e quando essa medesima non disconvenga. Piace p. e. ne’ lepri, ne’ conigli ec.
          Piace massimamente ai forti o assolutamente o per rispetto a quei tali oggetti. Piace ai
          più coraggiosi, e questo ancora si riferisca a quel che ho detto de’ militari. Il veder
          che uno teme e ha ragion di temere, e ch’e’ non si può difendere, è cosa amabile, e induce
          i forti e i coraggiosi, o della stessa specie o di diversa, a risparmiare quei tali
          oggetti; quando non v’abbia altra causa che operi il contrario, come nel lupo verso la
          pecora ec. Cause indipendenti dalla timidità e dal coraggio. E da ciò, almeno in parte,
          deriva che gl’individui e le nazioni forti e coraggiose sogliono naturalmente essere le
          più benigne; e in contrario è stato osservato che gl’individui e i popoli più deboli e
          timidi sogliono essere i più crudeli verso i viventi più deboli di loro, verso i loro
          stessi individui più deboli ec. Ed <pb ed="aut" n="3767"/> è proposizione costante e
          generale che la timidità la codardia e la debolezza amano molto di accompagnarsi colla
          crudeltà, colla inclemenza e spietatezza e durezza de’ costumi e delle azioni ec. (Che il
          timore sia naturalmente crudele, perchè sommamente egoista, e così la viltà ec. l’ho
          notato in più luoghi). Ciò non solo si osserva negli uomini, ma eziandio negli altri
          animali. E con molta verisimiglianza, se non anche con verità, si attribuisce al leone la
          generosità verso gli animali di lui più deboli e timidi ec. quando la natura, cioè una
          nimistà naturale, o la fame ec. non lo spinga ad opprimerli ec. o ve lo spinga talora, ma
          non in quel tal caso, o quando la natura non glieli abbia destinati particolarmente per
          cibo, chè allora sarà ben difficile ch’ei se ne astenga, o se ne astenga p. altro che per
          sazietà. Si applichino queste osservazioni a quelle da me fatte circa la
          compassionevolezza naturale ai forti, e la naturale immisericordia e durezza dei deboli
          ec. e viceversa quelle a queste (p. 3271. segg.). Si suol dire, e non è senza esempio
          nelle storie che le donne <pb ed="aut" n="3768"/> divenute potenti in qualunque modo, sono
          state e sono generalmente come più furbe e triste, così più crudeli e meno compassionevoli
          verso i loro nemici, o generalmente ec. di quel che sieno stati o sieno, o che sarebbero
          stati o sarebbero, gli uomini, in parità d’ogni altra circostanza. Ed è ben noto che i
          Principi più deboli e vili sono sempre stati i più crudeli proporzionatamente alle varie
          qualità ed al vario spirito de’ tempi a cui sono vissuti o vivono, e alle varie
          circostanze in cui si sono rispettivamente trovati o trovansi, e secondo le varie epoche e
          vicende della vita di ciascheduno ec. (24. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3616. fine. Un’altra osservazione confermante il mio parere, che l’Iliade se cede
          agli altri poemi in qualche cosa, ciò possa essere ne’ dettagli, ma tutti li vinca
          nell’insieme, e nella tessitura medesima e disposizione e condotta, non che
          nell’invenzione (al contrario del comun giudizio), si è che nell’Iliade l’interesse cresce
          sempre di mano in mano, sin che nell’ultimo arriva al più alto punto. Laddove nella
          Gerusalemme egli <pb ed="aut" n="3769"/> è, si può dire, onninamente stazionario;
          nell’Eneide assolutamente retrogrado dal settimo libro in poi, e così nell’Odissea: errore
          e difetto sommo ed essenzialissimo e contrario ad ogni arte. Nella Lusiade nol saprei ora
          dire, nè nella Enriade, dove però l’interesse non può essere nè stazionario nè retrogrado
          nè crescente, essendo affatto nullo, almeno per tutti gli altri fuor de’ francesi. Puoi
          vedere a proposito del crescente interesse l’ <bibl>
            <title>Elogio di Voltaire</title> nelle opp. di <author>Federico II</author>. 1790. tome
            7. p. 75</bibl>.</p>
        <p>Ho detto in questo discorso come sia necessario che il soggetto dell’epopea sia
          nazionale, e come dannoso sarebbe ch’ei fosse universale ec. (se non nel modo usato dal
          Tasso ec.). Ma per altra parte la nazionalità del soggetto limita, quanto a se,
          l’interesse e il grand’effetto del poema, a una sola nazione. Non v’è altro modo di
          ovviare a questo gran male (il qual fa ancora che i posteri, dopo le tante mutazioni
          politiche che cagiona il tempo, distruttore o cangiatore delle nazioni, o de’ loro nomi,
          ch’è tutt’uno, <pb ed="aut" n="3770"/> e loro carattere nazionale ec. non considerino più
          quegli antichi, nè possano considerarli, come lor nazionali, e che a lungo andare,
          immancabilmente, non vi sia più nazione a cui quel poema sia nazionale), se non di
          costringere l’immaginazion de’ lettori qualunque a persuaderli di esser compatrioti e
          contemporanei de’ personaggi del poeta, a trasportarli in quella nazione e in quei tempi
          ec. Illusione conforme a quella che deono proccurare i drammatici ec. Or tra tutti gli
          epici quel che meglio l’ha proccurata si è Omero nell’Iliade, siccome fra tutti gli
          storici Livio. Vero è che questo viene in grandissima parte da quelle tante cagioni
          altrove da me esposte, le quali fanno che tutte le nazioni civili in tutti i tempi sieno
          state e sieno p. essere connazionali e contemporanee de’ troiani, greci antichi romani
          antichi ed ebrei antichi. Infatti dopo l’Iliade, il poema epico che meglio proccura la
          detta illusione universale, si è l’Eneide, perchè di soggetto troiano e romano. Ma vero è
          ancora che, massime quanto ai troiani, le dette cagioni si riducono alla sola Iliade (ed
          all’Eneide), <pb ed="aut" n="3771"/> onde l’illusione ch’essa proccura, non viene da cause
          a lei affatto estrinseche, anzi l’Iliade è tanto più mirabile quanto essa sola, o essa
          principalmente (cioè aiutata dall’Eneide ec.), ha potuto rendere e rende tutti gli uomini
          civili d’ogni nazione e tempo compatrioti e contemporanei de’ troiani. Questo ella
          consegue mediante le reminiscenze della fanciullezza ec. le quali l’accompagnano perchè
          sin da fanciulli conosciamo l’Iliade, o i fatti da essa narrati e inventati, e la
          mitologia in essa contenuta, ec. e le prime nozioni della mitologia che apprendiamo, sono
          strettamente legate e in buona parte composte delle invenzioni d’Omero ec. ec. Ma tutto
          questo non sarebbe nè sarebbe stato se l’Iliade non fosse sempre stata così celebre. Nè
          così celebre sarebbe stata sempre senza il suo sommo merito. Vero è che questo non ha che
          fare in particolare colla condotta ec. ec. (25. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3729. marg. Trovansi eziandio ne’ nostri antichi parecchie voci o significazioni
          ec. proprie del latino noto, ma che ora non potremmo in alcun modo usare, ben sono usate e
          familiari appo gli spagnuoli: il che <pb ed="aut" n="3772"/> pare che provi ch’elle fecero
          parte di quel volgare che precedette ambo le lingue, del volgar latino ec. se non vogliamo
          supporre che l’antico italiano allo spagnuolo, o l’antico spagnuolo all’antico italiano le
          comunicasse, che nè l’uno nè l’altro è molto verisimile. (25. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3488. marg. Trovo in un cinquecentista spagnuolo, ma di poca autorità, <foreign
            lang="spa" rend="italic">falsar la paz</foreign> per rompere frodolentemente la pace, o
          violar le condizioni della pace, mancare ai trattati ec. Del resto <foreign lang="lat"
            rend="italic">falsare</foreign> in questi sensi è quasi un continuativo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">fallere</foreign>. <quote>
            <emph>Falsar la fede</emph>
          </quote> nell’esempio dello Speroni è lo stesso che il <emph>fallire</emph>, cioè <foreign
            lang="lat" rend="italic">fallere</foreign>, <emph>la promessa</emph> nell’altro esempio.
          E anche in se stesso, <emph>falsare</emph> nelle dette significazioni ha un certo senso
          d’ingannare, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">fallere</foreign>, benchè forse si
          vorrà piuttosto dargli quello di <emph>mancare</emph>. Ma in questo senso non si vede come
          nè <emph>fallire</emph> nè <emph>falsare</emph> nè <foreign lang="spa" rend="italic"
            >faltar</foreign> ec. possano essere attivi ec. ec. (25. Ott. 1823.).
          <emph>Falsare</emph> in altri sensi, (come in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >falsatus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">falsatio</foreign> ap. Forc.) è
          bensì da <foreign lang="lat" rend="italic">falsus</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">fallere</foreign> ma preso in senso di aggettivo; laddove ne’ detti
          significati <emph>falsare</emph> sarebbe da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >falsus</foreign> in senso di participio ec. (25. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3773"/> Vogliono che l’uomo per natura sia più sociale di tutti gli altri
          viventi. Io dico che lo è men di tutti, perchè avendo più vitalità, ha più amor proprio, e
          quindi necessariamente ciascun individuo umano ha più odio verso gli altri individui sì
          della sua specie sì dell’altre, secondo i principii da me in più luoghi sviluppati. Or
          qual altra qualità è più antisociale, più esclusiva per sua natura dello spirito di
          società, che l’amore estremo verso se stesso, l’appetito estremo di tirar tutto a se, e
          l’odio estremo verso gli altri tutti? Questi estremi si trovano tutti nell’uomo. Queste
          qualità sono naturalmente nell’uomo in assai maggior grado che in alcun’altra specie di
          viventi. Egli occupa nella natura terrestre il sommo grado per queste parti, siccome
          generalmente egli tiene la sommità fra gli esseri terrestri.</p>
        <p>Il fatto dimostra, al contrario di quel che gli altri lo interpretano, che l’uomo è per
          natura il più antisociale di tutti i viventi che per natura hanno qualche società fra
          loro. Da che il genere umano ha passato i termini di quella scarsissima e larghissima
          società che la natura gli avea destinata, più scarsa ancora e più larga che non è <pb
            ed="aut" n="3774"/> quella destinata e posta effettivamente dalla natura in molte altre
          specie di animali; filosofi, politici e cento generi di persone si sono continuamente
          occupati a trovare una forma di società perfetta. D’allora in poi, dopo tante ricerche,
          dopo tante esperienze, il problema rimane ancora nello stato medesimo. Infinite forme di
          società hanno avuto luogo tra gli uomini per infinite cagioni, con infinite diversità di
          circostanze. Tutte sono state cattive; e tutte quelle che oggi hanno luogo, lo sono
          altresì. I filosofi lo confessano; debbono anche vedere che tutti i lumi della filosofia,
          oggi così raffinata, come non hanno mai potuto, così mai non potranno trovare una forma di
          società, non che perfetta, ma passabile in se stessa. Nondimeno ei dicono ancora che
          l’uomo è il più sociale de’ viventi. Per società perfetta non intendo altro che una forma
          di società, in cui gl’individui che la compongono, per cagione della stessa società, non
          nocciano gli uni agli altri, o se nocciono, ciò sia accidentalmente, e non
          immancabilmente; una società i cui individui non cerchino sempre e inevitabilmente di
          farsi male gli uni agli altri. Questo è ciò che vediamo accadere fra le api, fra le
          formiche, fra i <pb ed="aut" n="3775"/> castori, fra le gru e simili, la cui società è
          naturale, e nel grado voluto dalla natura. I loro individui cospirano tutti e sempre al
          ben pubblico, e si giovano scambievolmente, unico fine, unica ragione del riunirsi in
          società; e se l’uno nuoce mai all’altro, ciò non è che per accidente, nè il fine e lo
          scopo di ciascheduno è immancabilmente e continuamente quello di soverchiare o di nuocere
          in qualunque modo altrui. E talora gli uni fanno male ad alcun degli altri, o tutti ad un
          solo o a pochi, per lo solo oggetto del ben comune o del ben dei più, come quando le api
          puniscono le pigre. Nol fanno già esse per il bene di un solo. Nè chi ’l fa, lo fa pel
          solo ben suo, anzi pel bene ancora di chi è punito. Ed anche questo far male ad alcuno è
          un cospirare al ben comune. Ma nelle società umane quello non si trovò mai, questo sempre.
          Leggi, pene, premi, costumi, opinioni, religioni, dogmi, insegnamenti, coltura,
          esortazioni, minacce, promesse, speranze e timori di un’altra vita, niente ha potuto far
          mai, niente è nè sarà bastante di fare, che l’individuo di qualsivoglia società umana,
          conformata come si voglia, non dico giovi altrui, ma si astenga dall’abusarsi, o vogliamo
          dire dal servirsi di qualunque vantaggio egli abbia sugli altri, per far bene a se col
          male altrui, dal cercare di aver più degli altri, di soverchiare, di volgere in somma
          quanto è possibile, tutta la società al suo solo utile o piacere, il che non può avvenire
          senza disutile e dispiacere degli altri individui. Infinite e diversissime furono <pb
            ed="aut" n="3776"/> e sono le forme dei costumi, delle opinioni, delle istituzioni, de’
          governi, le varietà delle leggi ec. infinite e diversissime quelle che i filosofi ec. in
          tutti i secoli e nazioni civili hanno immaginato ed immaginano e che non sono mai state
          poste in effetto, ma in ciascuna di queste forme è sempre avvenuto, o certo sempre
          avverrebbe il medesimo. Quali mezzi, quali artifizi non si sono immaginati o impiegati per
          impedirlo? che studio, che dottrina, che esperienza, che fatica, che forza d’ingegno si è
          risparmiata per ottener questo effetto? quanti geni sommi non vi si sono applicati? ma
          tutto è stato pienissimamente indarno; e chiunque abbia fior di giudizio dee senza
          difficoltà convenire, che tutto lo sarà sempre ugualmente, qualunque affatto nuova e
          strana circostanza si possa mai offrire, e qualunque novissima arte e via ritrovare. Il
          che insomma vuol dire che una società perfetta, e niente più perfetta che nel modo
          spiegato di sopra, senza il quale l’idea della società è contraddittoria ne’ termini; una
          società, dico, perfetta fra gli uomini, anzi pure una società vera è impossibile. Or come
          può star che sia impossibile, se la natura ce l’avesse <pb ed="aut" n="3777"/> destinata,
          e se l’uomo fuor di una tal società non potesse conseguire la sua perfezione e felicità
          naturale? Veggiamo pur che quella società ch’è stata destinata dalla natura ad animali
          tanto inferiori a noi, è stata sempre fin dal principio, ed è costantemente, perfetta nel
          suo genere, bench’essi non abbiano avuti e non abbiano nè legislatori, nè filosofi, nè
          esperienze d’altre forme di società ec. Veggiamo eziandio ch’ella è perfetta, non pure nel
          genere suo, ma rispetto al genere ed all’idea della società assolutamente, la quale
          importa, moltitudine maggiore o minore d’individui cospiranti in una o altra forma al bene
          di tutta la moltitudine, e ad essa in niun modo mai, se non accidentalmente,
          pregiudicanti; del resto poi comunicanti tra se più o meno, e moltissimo o pochissimo; ciò
          nulla rileva, purchè in tanto cospirino al ben comune, in quanto e’ comunicano insieme,
          poco o molto che ciò sia. Non dobbiamo dunque dedurre da tutto il sopraddetto, sì ragioni,
          sì esperienze di tanti e tanti secoli, che il genere umano per natura, o non è destinato a
          società veruna tra se, o (com’è vero) è destinato ad un genere, o per meglio dire, ad un
          grado di società diverso affatto da tutti quelli che in esso lui ebbero luogo dal
          primissimo principio del suo (così detto) dirozzamento, fino al dì d’oggi? Cioè ad una
          scarsissima comunione de’ suoi individui tra loro, nella qual comunione, in quanto ella si
          stendeva ed esigeva, ciascuno avrebbe cospirato al comun bene degl’individui in essa
          compresi, e niuno, se non <pb ed="aut" n="3778"/> per caso, gli avrebbe nociuto; onde
          sarebbe risultata agli uomini una specie di società perfetta in se stessa e relativamente
          ai subbietti suoi proprii, e perfetta in ordine all’idea ed alle condizioni essenziali
          della società assolutamente considerata. La quale specie di società essendosi bentosto
          perduta, niun’altra specie di società perfetta ha potuto mai rimpiazzarla in non so quante
          migliaia d’anni, nè mai la rimpiazzerà, perchè la natura non si rimpiazza, nè più d’una
          sola perfezione (cioè del suo naturale stato) può convenire a niuna specie d’esseri
          creati, e quindi non più d’una felicità.</p>
        <p>Stante la natura generale de’ viventi, e massime quella dell’uomo in particolare, una
          società stretta, la quale è cosa dimostrata che necessariamente produce tra gli uomini la
          disuguaglianza di mille generi e intorno a mille beni e mali, non può a meno di eccitare e
          di mettere in movimento, com’ella fa in effetto, le passioni dell’invidia,
          dell’emulazione, della gara, della gelosia, conseguenze necessarie, o piuttosto specie e
            <foreign lang="fre" rend="italic">nuances</foreign> dell’odio verso gli altri, naturale
          ad ogni essere che ami naturalmente se stesso. Or qual cosa è più antisociale di queste
          passioni? Elle non avrebbero avuto luogo nella società scarsa e larga destinataci dalla
          natura, il cui uffizio sarebbesi limitato al vero fine d’ogni società, quello di
          soccorrersi scambievolmente ne’ bisogni (che in natura son pochi), e massime in quei
          bisogni (che sono anche meno) i quali esiggono la cospirazione di più individui, come
          sarebbe il difendersi dagli altri animali nemici, al qual effetto anche gli animali meno
          socievoli, si riuniscono e fanno tra loro una società temporanea, che dura quanto il
          pericolo, come i cavalli si stringono insieme in una ruota, ove ciascuno resta co’ piedi
          di dietro al di fuori, per difendersi dal lupo, ec. Le dette passioni, <pb ed="aut"
            n="3779"/> ripeto, non avrebbero avuto luogo, sì per la poca strettezza di quella
          società, sì perchè in essa e nello stato naturale dell’uomo, i vantaggi naturali dell’uno
          individuo sull’altro sarebbero stati pochi, rari, e piccoli, e i sociali non vi sarebbero
          stati affatto. La disuguaglianza tra gli uomini che la società rende naturalmente somma e
          di mille generi, sarebbe stata quasi nulla, e limitata a ben poche cose. Infatti fra gli
          altri animali, fra cui la società è scarsa, la disuguaglianza fra gli individui è rara e
          sempre scarsissima; così i vantaggi degli uni sugli altri. Quindi le dette passioni, che
          sono necessariamente suscitate da’ vantaggi e dalla disuguaglianza ch’è inevitabilmente
          prodotta da una società stretta, sono fra gli altri animali rarissime e debolissime. E
          quelle che nascono dall’orgoglio naturale di ciascheduno individuo, necessariamente punto
          ed afflitto e molestato dal comando, dalle dignità, dalle preminenze qualunque, dalla
          stima e dalla gloria degli altri individui della stessa specie e compagnia, non avrebbero
          avuto luogo nella società scarsa in modo alcuno, nè l’hanno tra gli animali i più
          socievoli, perchè nè in quella si sarebbero trovati, nè fra questi si trovano gli oggetti
          che le suscitano, anzi neppur l’idea loro, non che il desiderio. E quanto al comando, se
          ve n’ha vestigio alcuno tra gli animali, come tra le api, tra’ buoi, tra gli elefanti
            (<bibl>v. <author>Arriano</author>
            <title>Indica</title>
          </bibl>), esso viene da superiorità di natura e quasi di specie, intorno a cui non ha
          luogo invidia nè emulazione; come le pecore non possono invidiare al montone che le
          conduce e quasi governa perch’egli è di sesso più forte, nè le donne invidiano agli uomini
          la loro maggior fortezza, nello stesso modo che noi non l’invidiamo al leone. Oltre di che
          il comando <pb ed="aut" n="3780"/> e qualunque specie di preminenza fra gli animali, come
          dalla natura fu posta, così da tutti gli altri individui soggetti è sempre riconosciuta
          per utile a tutti loro, ed utile non solo in potenza non solo in destinazione, ma in atto
          e in effetto continuamente, e come a tale essi vi si soggettano naturalmente, non pur
          senza la menoma ripugnanza, ma con piacere, e molto si dolgono s’ella, per qualche
          accidente, vien loro a mancare, come alle api il re ec. Ma in una società stretta, massime
          umana, è d’inevitabile necessità che abbiano luogo tutte le dette preminenze, come altresì
          è necessario ch’elle sempre offendano grandemente l’orgoglio naturale degli altri
          individui. E fra esse preminenze è d’indispensabile necessità che v’abbia luogo il
          comando, e questo fra gli uomini non può esser effetto di superiorità di natura o di
          specie, ma è necessario che l’uguale per natura, sia signor degli uguali. E il comando e
          la soggezione fra gli uomini è incontrastabilmente inevitabile che sebbene utili per
          istituto, il più delle volte sieno anzi dannosissime in effetto a chi ubbidisce e
          sottostà, e per tale siano riconosciute da loro, seguendone naturalmente un’invidia e un
          odio sommo verso chi comanda; odio antisocialissimo, massimamente che il comando è
          necessario, ec. Ed è ancora inevitabile che non di rado, (anzi quasi sempre), il comando e
          la signoria per l’origine medesima e per istituto sieno dirette al danno de’ sottoposti ed
          al solo bene de’ signori: come sono le signorie acquistate per viva forza o per arte,
          contro il volere e l’intenzione de’ subbietti, le quali si chiamano tirannie. E certo è
          che tutti o la più parte de’ principati passati e presenti hanno avuto principio dalla
          forza o dall’artifizio, e che tutti i troni d’Europa <pb ed="aut" n="3781"/> si possono,
          genealogizzando, far risalire a queste radici. Insomma, com’egli è cosa certissima che
          tutto il mondo è il patrimonio della forza (sia fisica, cioè vigore, sia morale, cioè
          ingegno, arte ec. ch’è tutt’uno), e ch’egli è fatto per li più forti, ne segue che in una
          società stretta, inevitabilmente, qualunque forma se gli possa mai dare, i più deboli
          individui denno essere, furono sono e saranno la preda, la vittima, il retaggio de’ più
          forti. Onde non si può assolutamente dare, molto meno fra uomini, una società stretta, che
          ottenga il fine della società, cioè il ben comune degl’individui che la compongono, ed il
          cui risultato sia il detto ben comune. Senza di cui la società non può avere ragione
          alcuna. In una società larga i più forti non hanno nè mezzo nè occasione nè desiderio nè
          stimolo alcuno di esercitare e porre in opera la superiorità delle loro forze sopra
          gl’individui di essa società, se non solamente alcuna volta per accidente, in modo scarso
          e passeggero. Ciò ch’ei si propongono di ottenere, non è a spese della lor società, nè di
          alcuno de’ suoi individui; esso è fuori di lei; la lor società è troppo scarsa perchè
          alcuno possa farci sopra dei disegni, e riporre la sua felicità in beni dipendenti o
          appartenenti in alcun modo alla medesima società, di cui appena si avveggono di esser
          parte, e che loro è, per così dire, fuori degli occhi, e quindi anche del pensiero, almeno
          il più del tempo. ec. I lupi fanno società per attaccare un ovile, ma i disegni ch’essi
            <pb ed="aut" n="3782"/> formano sì nel tempo di questa passeggera società, sì nel resto,
          e i vantaggi che essi, e tra essi massimamente i più forti, si propongono di ottenere, non
          sono sopra gli altri lupi, ma sopra le pecore. Se poi nella division della preda, nasce
          fra loro qualche discordia, e se in questa i più forti hanno il più, queste son cose
          accidentali e poco durevoli, e che non lasciano ne’ più deboli alcun rancore, perchè la
          società subito si discioglie, sicchè l’effetto della discordia si limita a quei pochi
          momenti, e in ultimo è maggior l’utile che quei lupi hanno riportato da quella società,
          senza cui non avrebbero penetrato l’ovile, e maggior l’utile che i più deboli hanno
          ricevuto da’ più forti che han combattuto più di loro ec., di quello che sia il danno che
          quei lupi hanno riportato da tal discordia, e i più deboli da’ più forti. Ma tutto
          l’opposto accade nelle società umane: dove i più forti non servono ad altro che a far male
          ai più deboli e alla società, e la superiorità qualunque di forze è sempre dannosa altrui,
          perchè sempre (almeno oggidì, e per lo passato il più delle volte) adoperata in solo bene
          di chi la possiede.</p>
        <p>La società stretta, ponendo gl’individui a contatto gli uni degli altri, dà
          necessariamente l’<foreign lang="fre" rend="italic">essor</foreign> all’odio innato di
          ciascun vivente verso altrui, il qual odio in nessuno animale è tanto, neppur verso
          gl’individui di specie diversa e naturalmente nemica, quanto egli è negl’individui di una
          società stretta verso gli altri individui della medesima società! Perchè ogni <pb ed="aut"
            n="3783"/> odio naturalmente si accresce a mille doppi colla continua presenza
          dell’oggetto odiato, e delle sue azioni ec. massime quando quest’odio sia naturale, in
          modo che, per natura, e’ non possa esser mai deposto. Ora, checchè si voglia dire, e in
          qualunque modo (anche sotto l’aspetto di amore) si mascheri l’odio verso altrui (così
          fecondo in trasfigurazioni come l’amor proprio suo gemello), egli è così vero che l’uomo è
          odioso all’uomo naturalmente, com’è vero che il falcone è odioso naturalmente al passero.
          E quindi tanto è consentaneo riunire insieme in una repubblica sotto buone leggi i falconi
          e i passeri (quando anche ai falconi si tagliassero gli artigli, e si operasse in modo che
          di forza fisica non eccedessero i loro compagni), quanto riunire gli uomini insieme in
          istretta società sotto qualsivoglia legislazione. E quando anche la società stretta non
          accrescesse il detto odio, certo non si potrà negare ch’ella lo sveglia e l’accende, e
          ch’ella sola somministra le occasioni di esercitarlo, rendendo così fatalissimo alla
          specie e mettendo in opera l’odio scambievole innato negl’individui d’essa specie, il
          quale senza società o in società larga, sarebbe stato affatto o quasi affatto innocuo alla
          specie, ed inefficace, e per mancanza o insufficienza di occasioni e di stimoli neppur
          sentito. Il che sarebbe stato conforme alle intenzioni della natura, ed anche alla ragione
          assoluta, non essendo presumibile che la natura abbia voluto che niuna specie (molto manco
          l’umana) perisse per le sue medesime mani, o fosse infelicitata (e per conseguenza
          impeditagli la perfezione e il fine del suo essere) da’ suoi <pb ed="aut" n="3784"/>
          propri individui; sicchè ella medesima fosse causa di distruzione e d’infelicità, e quindi
          imperfezione, a se stessa, e la sua medesima esistenza cagionasse direttamente e come
          propria, non altrui, opera la sua non esistenza, sia col distruggersi, sia
          coll’infelicitarsi, che è privarsi del proprio fine e complemento, e quindi rendersi non
          esistenza, e peggio ancora<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Come il suicidio, o il tormentar se stesso p. odio proprio, quello è, questo, se
              potesse essere, sarebbe evidentem. contro natura, così la guerra tra gl’individui
              d’una specie medesima, le uccisioni scambievoli, e i mali qualunque proccurati da’
              simili ai simili, sono cose evidentemente contro natura, mentre pur sono assolutam.
              inevitabili, e non accidentali (se non a una p. una, non generalmente e tutte
              insieme), ma essenziali e costanti in qualsivoglia società stretta. V. p. 3928.</p>
          </note>. Queste, essendo contraddizioni evidentissime e formalissime, sono escluse dal
          ragionamento assoluto; il principio stesso della nostra ragione, o si riconosce per falso,
          e non possiamo più discorrere, o impedisce di supporre queste contraddizioni nella natura;
          le quali però vi avrebbero necessariamente luogo s’ella avesse voluto in qualunque specie
          una società stretta, siccome sempre in una società stretta, qualunque sia stata o sia o
          sia per essere la sua forma, hanno avuto ed avranno luogo le cose sopraddescritte. Dal che
          si deduce efficacissimamente che il supporre nella natura l’intenzione di una società
          stretta in qualsivoglia specie, e massime nell’umana (che da una parte, essendo la prima,
          doveva esser la più felice e perfetta, dall’altra, in una società stretta, è
          necessariamente più di tutte sottoposta ai detti inconvenienti) ripugna dirittamente al
          principio stesso della ragione. La natura non ha posto nel vivente l’odio verso gli altri,
          ma esso da se medesimo è nato dall’amor proprio per natura di questo. Il quale amor
          proprio è un bene sommo e necessario, e in ogni modo nasce per se medesimo dall’esistenza
          sentita, e sarebbe contraddizione un essere che sentisse di essere e non si amasse, come
          altrove ho dichiarato. Ma da questo principio ch’è un bene e che la natura non poteva a
          meno di porre nel vivente, e che <pb ed="aut" n="3785"/> anzi, senza l’opera diretta della
          natura, nasce necessariamente dalla stessa vita (onde la natura medesima, per così dire,
          lo aveva e lo ha, verso se stessa, indipendentemente dal suo volere)<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Vedi la pag. 3813.</p>
          </note>; ne nasce necessariamente l’odio verso altrui, ch’è un male, perchè dannoso di sua
          natura alla specie, come ne nascono cento altre conseguenze, che sono mali, e producono di
          lor natura effetti dannosissimi, non pure alla specie e agli altri individui, ma
          all’individuo medesimo. Or questi effetti non sono stati voluti dalla natura, nè ella n’ha
          colpa, (come l’avrebbe), perchè ella ha provveduto che quelle cattive conseguenze
          dell’amor proprio fossero inefficaci, e tali sarebbero state nell’esser naturale di quel
          tale individuo e specie. Così ella dunque ha provveduto che l’odio verso gli altri
          individui della stessa specie fosse inefficace, se non per qualche assoluto accidente,
          perchè privo di occasione e di stimolo e di circostanza ove potesse operare. E ciò ha
          fatto destinando agl’individui di una stessa specie, e fra questi agli uomini, o niuna
          società, o scarsa e larga.</p>
        <p>Una società stretta pone necessariamente in contrasto gl’interessi degl’individui, rende
          necessario alla soddisfazione dei desiderii degli uni, il male degli altri; alla
          superiorità, ai vantaggi, alla felicità degli uni, l’inferiorità, gli svantaggi,
          l’infelicità degli altri; desta il desiderio di beni che non si possono conseguire senza
          il male degli altri, di beni che consistono nel male altrui, che corrispondono per lor
          natura ad altrettanti mali <pb ed="aut" n="3786"/> degli altri individui, ed altrettali,
          anzi, per lo più, maggiori che quei beni non sono. Dunque una società stretta nuoce
          necessariamente a grandissima parte (e la maggiore, perchè i più deboli sono sempre i più)
          de’ suoi individui: dunque il suo effetto è il contrario del fin proprio ed essenziale
          della società, ch’è il bene comune de’ suoi individui, o almeno dei più: dunque ella è il
          contrario di società, e ripugna per essenza non pure alla natura in genere, ma alla natura
          e alla nozione stessa della società.</p>
        <p>Sì il contrasto degl’interessi, sì l’altre cose qui dietro esposte, fanno in modo che
          l’odio naturale d’ogn’individuo verso gli altri, in una società stretta, non pur si
          sviluppa tutto intero, e riceve tanta efficacia e tanto atto quanto egli ha di potenza, ma
          fa necessariamente, che, contro le intenzioni della natura e il ben essere della specie,
          quell’odio naturale che in potenza e in natura è molto minore verso i suoi simili che
          verso gli altri viventi, in atto sia molto maggiore verso i suoi simili, anzi quasi tutti
          i suoi atti e i suoi effetti sieno rivolti contro i soli suoi simili. Perocchè l’individuo
          di una società stretta, coi soli suoi simili ha stretto e quotidiano commercio ed affare.
          Or l’odio verso altrui non si può sviluppare nè porre in atto se non quando si abbia o si
          abbia avuto affare coll’oggetto odioso. E tanto più si sviluppa ed opera quanto questo
          affare è o è stato maggiore, e più frequente, più lungo, più continuo. E in conformità di
          questi evidenti principii, veggiamo infatti che mentre l’individuo umano da principio
          odiava assai più sì in potenza sì in atto gli altri viventi, <pb ed="aut" n="3787"/>
          massime gli a lui dannosi ec. ora in atto odia senza alcun paragone più i suoi simili che
          gli altri viventi qualunque, anche gli a lui più micidiali, perchè da questi è lontano, o
          poco affar ci può avere, e niun commercio di spirito; a quelli è sempre presente, e sempre
          ha affar seco loro, e commercio continuo e grandissimo, sì di corpo, sì, che è molto più,
          di spirito. Per le quali cose è veramente un zucchero l’odio che oggidì l’uomo porta a
          qualsivoglia più misantropo animale rispetto a quello ch’ei porta a’ suoi simili, e
          ciascun vede quanto sarebbe ridicolo il farne paragone. Sicchè l’odio verso gli altri,
          qualità come naturale, così distruttiva della vera società, non solo in una società
          stretta non si scema nulla rispetto ai suoi simili da quel ch’egli era in natura, ma anzi,
          se non in potenza, certo in atto s’accresce a mille doppi, anzi pure svolgendosi da tutti
          gli altri viventi, si raccoglie tutto, si termina e si rivolge ne’ soli suoi simili. Onde
          se il vivente, stante il detto odio, è antisociale per natura, in virtù della società
          stretta, non pur diviene più sociale, ma infinitamente più antisociale che da principio,
          perchè da principio egli odiava i suoi simili quasi solo in potenza, e in atto soli o
          molto più gli altri viventi, e nella società stretta il suo odio dimentica quasi affatto
          gli altri viventi, ed in atto odia, si può dir, soli i suoi simili, e gli odia più assai
          che da principio non fece i dissimili, co’ quali ebbe sempre molto meno affare ed intimo
          commercio, che non ha ora co’ simili suoi.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3788"/> Dalle quali cose tutte, parlando in somma, si raccoglie che il dir
            <emph>società stretta</emph>, massime <emph>umana</emph>, è contraddizione, non solo
          rispetto alla natura ec. ma assolutamente, rispetto a se stessa, ne’ termini, e rispetto
          alla nozione di queste parole. Perocchè <emph>società</emph> importa quello che disopra
          (p. 3777.) si è definito; e società stretta importa communione d’individui sommamente
          nocentisi scambievolmente, e odiantisi in atto gli uni gli altri sopra ogni altra cosa,
          giacchè, stante la natura de’ viventi, non vi può essere società stretta i cui individui
          non sieno tali, come si è dimostrato.</p>
        <p>Quindi non è maraviglia se mai non si è trovata nè mai si troverà, fra le infinite
          eseguite, immaginate, eseguibili e immaginabili, forma alcuna di società perfetta, da
          quella primitiva e naturale in fuori. Perocchè gli elementi di tali forme dovevano ben
          sempre esser discordi, poichè la idea medesima d’esse forme è contraddittoria per natura.
          E quella prima società non è stata mai potuta nè si potrà mai rimpiazzare, perchè la
          natura universale, nè particolare e speciale, non si rimpiazza, nè si rimpiazza la
          felicità e la perfezione destinata a qualsivoglia essere o specie dalla natura, nè veruna
          specie e veruno esser creato è capace di più che una sola e determinata felicità e
          perfezione, la quale non altrove si può trovare nè può consistere, che nel suo naturale
          stato, nè d’altronde derivare. Nè volle il destino, nè comporta la natura delle cose che
            <pb ed="aut" n="3789"/> niuna specie e niuno essere mortale e creato sia l’autore del
          sistema e dell’ordine che dee condurlo alla propria felicità e perfezione (come avverrebbe
          se l’uomo fosse destinato a quella società che noi pensiamo, la quale è capace e
          bisognevole di una forma, non che eseguita ma immaginata dagli uomini, e infinite ne può
          ricevere e n’ha ricevute, tutte parimente buone o cattive, tutte o quasi tutte a lei ed
          alla sua idea convenienti, [cioè tutte contraddittorie e discordevoli in se stesse ec.] e
          la natura niuna forma le prescrisse nè potè prescriverle, non avendola voluta; quando però
          ella ben ne prescrisse, ed intere, e costanti, a quelle società ch’ella volle, come a
          quella de’ castori, e delle gru ec.): ma la natura stessa e sola, o vogliamo dire il
          Creatore, dovette esser l’autore, come di ciascuna creatura, così del sistema, ordine e
          modo che la dovesse condurre alla perfezione della sua esistenza, vale a dire alla
          felicità, e render compiuta l’opera di Lui.</p>
        <p>Tutto questo discorso esclude una società stretta, non solo dalla specie umana, ma da
          tutte le specie viventi; tanto però maggiormente, quanto elle sono in maggior grado
          viventi, contro quello che si presume, e quindi hanno più vivo amor proprio, e quindi più
          vive passioni e più vivo e maggiore odio verso altrui. Il che vuol dire che il detto
          discorso esclude la società stretta, dalla specie umana massimamente. Venendo ora più da
          presso a mostrare quanto sia vero che l’odio verso gli altri, specialmente verso i simili,
          è <pb ed="aut" n="3790"/> assai maggiore nell’uomo che negli altri animali, e quindi
          l’uomo è il più insociale di tutti gli animali, perchè una società stretta di uomini, al
          comune degl’individui che la compongono, nuoce assai più che non farebbe in niun’altra
          specie; considereremo la guerra, male affatto inevitabile in una società stretta di
          uomini, e niente accidentale, al che dimostrare se non bastasse l’esperienza di tutte le
          nazioni e di tutti i secoli, sì dee bastare il riflettere che siccome una stretta società
          pone necessariamente in atto l’odio naturale degl’individui verso gl’individui simili nel
          modo e per le cagioni mostrate di sopra, altrettanto ella fa necessariamente fra classe e
          classe, ceto e ceto, ordine ed ordine, compagnia e compagnia, popolo e popolo. E come la
          guerra nasca inevitabilmente da una società stretta qual ch’ella sia, nótisi che non v’ha
          popolo sì selvaggio e sì poco corrotto, il quale avendo una società, non abbia guerra, e
          continua e crudelissima. Videsi questo, per portare un esempio, nelle selvatiche nazioni
          d’America, tra le quali non v’aveva così piccola e incolta e povera borgatella di quattro
          capannucce, che non fosse in continua e ferocissima guerra con questa o quell’altra simile
          borgatella vicina, di modo che di tratto in tratto le borgate intere scomparivano, e le
          intere provincie erano spopolate di uomini per man dell’uomo, e immensi deserti si
          vedevano e veggonsi ancora da’ viaggiatori, dove pochi vestigi di coltivazione e di luogo
          anticamente o recentemente abitato, <pb ed="aut" n="3791"/> attestano i danni, la
          calamità, e la distruzione che reca alla specie umana l’odio naturale verso i suoi simili
          posto in atto e renduto efficace dalla società. Vedi l’op. cit. da me a p. 3795., passim,
          e sommariamente nel cap. 116. E certo non v’ha nè v’ebbe al mondo così piccola e remota
          isoletta, così scarsa d’abitatori, e così poco di costumi corrotta, dove tra quelle decine
          d’abitanti umani stretti in società, non sia stata e non sia divisione, discordia e guerra
          mortalissima, e diversità di parti e moltiplicità di nazioni. Come sia nata e dovesse
          necessariamente nascere la guerra tra gli uomini, l’ho detto p. 2677. segg. dove si può
          vedere che la colpa di questo nascimento è tutta della società stretta, posta la quale, ei
          non poteva mancare. E tanto è l’odio dell’uomo verso l’uomo, e tanto il danno che
          inevitabilmente ne nasce in una società stretta, che la divisione in popoli diversi, e la
          nimistà tra popolo e popolo, posta una società stretta, è piuttosto utile che dannosa al
          genere umano, tenendo lontana la molto più terribile e fiera guerra intestina, sia aperta,
          come ho detto nel citato luogo, sia la coperta guerra dell’egoismo, che infelicita tutti
          gl’individui d’una stessa nazione, gli uni per opera degli altri, come lungamente ho
          disputato parlando dell’utilità dell’amor patrio e nazionale e quindi dell’odio verso gli
          estrani, e del danno che nasce dalla mancanza di nazionalità e dal preteso amore
          universale ec. Il tutto, supposta una società stretta, e che questa non si possa più (come
          già non puossi) evitare.</p>
        <p>Or che la specie umana costantemente e regolarmente perisca per le sue proprie mani, e ne
          perisca in questo modo così gran parte e così ordinatamente come avviene per la guerra, è
          cosa da un lato <pb ed="aut" n="3792"/> tanto contraria e ripugnante alla natura quanto il
          suicidio, conforme di sopra (p. 3784.) si è detto, dall’altro lato priva affatto di
          esempio e di analogia in qualsivoglia altra specie conosciuta, sia inanimata o animata,
          sia d’animali insocievoli o de’ più socievoli dopo l’uomo. Che una specie di cose
          distrugga e consumi l’altra, questo è l’ordine della natura, ma che una specie qualunque
          (e massime la principale, com’è l’umana) distrugga e consumi regolarmente se stessa, tanto
          può esser secondo natura, quanto che un individuo qualunque sia esso stesso regolarmente
          la causa e l’istrumento della propria distruzione. Cani, orsi e simili animali vengono
          molte fiate a contesa tra loro, e fannosi non di rado del male ma rado è che una bestia
          sia uccisa dalla sua simile, anzi pur che ne soffra più che un male passeggero e curabile.
          E quando pur ne rimanga uccisa, primieramente questo è un di quei disordini affatto
          accidentali, non voluti, ma neanche provvedibili dalla natura, e di cui ella non ha colpa,
          accadendo e contro le sue intenzioni e contro le sue provvisioni, che, benchè non in quel
          caso particolare, nel generale però riescono sufficienti ed ottengono il loro fine. Questo
          caso, rispetto alla natura e all’ordine sì generale delle cose, sì generale della specie,
          è così accidentale come se un animale ammazza un suo simile involontariamente
          inscientemente ec., o se ammazza nello stesso modo qualche animale d’altra specie ec., o
          s’è ucciso dalla caduta di un albero, o da un fulmine, o da morbo ec. ec. ec.
          Secondariamente che proporzione, anzi che simiglianza può aver l’uccisione di uno o di
          quattro o dieci animali fatta da’ loro simili qua e là sparsamente, in lungo intervallo, e
          per forza di una passione momentanea e soverchiante, con quella di migliaia d’individui
          umani fatta in mezz’ora, in un luogo stesso, da altri individui lor simili, niente
          passionati, che combattono per una querela o altrui, o non propria d’alcun di loro, ma
          comune (laddove niuno <pb ed="aut" n="3793"/> animale combatte mai per altro che per se
          solo; al più, ma di rado co’ suoi simili, per li figli, che son come cosa, anzi parte di
          lui), e che neppur conoscono affatto quelli che uccidono, e che di là ad un giorno, o ad
          un’ora, tornano all’uccisione della stessa gente, e seguono talvolta finchè non l’hanno
          tutta estirpata ec. ec.? lasciando gli altri infiniti mali e infelicità che reca la guerra
          ai popoli; mali e infelicità parte reali in ogni caso, e che tali sarebbero anche nello
          stato naturale del genere umano (come le mutilazioni ec.); parte che son tali, posta fra
          gli uomini una società stretta, e le abitudini, e quindi i bisogni, di questa (come la
          devastazione de’ campi, e ruina delle città, e le carestie, oltre le pesti ec. ec.): i
          quali deono essere riconosciuti per mali massimamente da quelli che sostengono esser
          propria dell’uomo una società com’è la presente, e com’è quella che cagiona la guerra; ma
          oltre di ciò eziandio da chi negandola, per così dire, in diritto, dee pur supporla nel
          fatto, supponendo la guerra ec. e quindi supporre tutte le abitudini e i bisogni ch’ella
          non può a meno di produrre negli uomini ec. Solamente fra le api, la cui società è
          naturale, si potrebbe voler trovare un esempio della nostra guerra, fatta in più persone
          da ciascuna parte ec. Ma ben guardando, anche le battaglie dell’api, oltre che son
          rarissime e niente regolari e inevitabili (a paragon delle nostre), sono effetto di
          passione momentanea, come le battaglie singolari o poco più che singolari, e inordinate e
          confuse de’ cani, orsi ec. onde per l’una e per l’altra cagione son da considerarsi per
          disordini accidentali, <pb ed="aut" n="3794"/> come di quelle dei cani ec. si è detto. Del
          combattere in due partiti d’una stessa specie, fuor dell’api, non si troverà credo altro
          esempio che negli uomini, perchè gli altri animali quando anche combattano tra loro in
          molti, combattono uno contro un altro confusamente senza veruno amico, o ciascuno contro
          tutti, perchè ciascuno combatte per se solo, mosso dalla propria passione, e a fine del
          proprio, non dell’altrui nè di commun bene.</p>
        <p>Quanto sia maggiore la facoltà di odiare che ha l’uomo verso tutti, e posta la società
          stretta, verso i suoi simili; maggiore, dico, di quella che ha verun’altra specie di
          animali, basti osservare le orribili e smisuratissime crudeltà che l’uomo col fatto si è
          mostrato e mostrasi infinite volte capace di esercitare verso i suoi simili a se nemici,
          sieno d’altra nazione, e questa nemica o amica, ed in tal caso esercitate dalle nazioni
          intere per costume o straordinariamente, ovver dagl’individui in particolare; sieno della
          stessa nazione e società qualunque. Nè l’uomo primitivo verso gli altri animali a lui più
          nemici, nè animale alcuno (per feroce, per insociale ch’ei sia), non pure verso i suoi
          simili, ma verso l’altre specie a lui più nemiche, esercitò nè esercita mai (se non per
          bisogno, come nel cibarsene ec. ma non per odio, nè a fine di straziarlo, benchè lo
          strazi), neppur nel più caldo dell’ira e nello stesso combattimento crudeltà così grande
          che sia degna d’esser comparata a quelle che gl’individui umani di una stessa nazione
          verso i loro compagni, le nazioni verso le nazioni nemiche, i governi verso i lor sudditi
          colpevoli o supposti tali, i tiranni ec. ec. esercitarono infinite volte ed esercitano
          dopo la vittoria, dopo il pericolo, a sangue freddo, spesse volte senza passione veruna,
          neppur passata, (come nelle pene de’ rei), per <pb ed="aut" n="3795"/> uso, per regola,
          per legge, per tradizione de’ maggiori ec. ec. ec.</p>
        <p>Chi non sa che cosa possa nell’uomo lo spirito di vendetta? il quale rende eterna l’ira e
          l’odio verso i suoi simili cagionato da una piccolissima offesa, vera o falsa, giusta o
          ingiusta ec. e dalle altre cagioni che adirano gli uomini verso gli uomini sia nelle
          nazioni, sia negl’individui, sia privato sia pubblico ec. Or questo spirito ch’è
          inevitabile in qualunque società umana stretta, fu ignoto all’uomo primitivo, è ignoto a
          qualunque altro animale, in cui l’ira non dura più che qualunque altra passione
          momentanea, e la ricordanza dell’ingiuria non più dell’ira; e la vendetta o è subito
          ottenuta e fatta (e basta ben poco a placarli e soddisfarli), o di poi non è ricercata
          niente più che se l’ingiuria non avesse avuto luogo.</p>
        <p>Questo spirito di vendetta ec. le crudeltà sopraddette ec. sono così naturali all’uomo
          posto in società stretta, la quale sviluppi il suo odio innato verso i simili ec., che non
          v’è bisogno di molta corruzione a cagionarle, anzi elle si trovano immancabilmente in
          qualunque più primitiva e più bambina società. Non si manchi di vedere intorno a questo
          proposito, e intorno ad altri orribilissimi costumi, propri solo dell’uomo verso i suoi
          simili, e dell’uomo anche mezzo naturale e quasi primitivo, la <title lang="spa">Parte
            primera de la Chronica del Peru di Pedro de Cieça de Leon</title> (soldato spagnuolo che
          fu alla conquista e scoprimenti di quei paesi, ove visse più di diciassett’anni<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Terminò questa prima parte nel Perù l’anno 1550, in età d’anni 32. de’ quali n’avea
              passati 17. nell’Indie meridionali, come dice nell’ultime linee del tomo.</p>
          </note>, e vide esso medesimo, ed ebbe parte o udì da testimonii di vista e dagl’indiani
          stessi, ec. le cose, i costumi, gli avvenimenti, i luoghi ec. ch’esso racconta; e protesta
          sì nella <pb ed="aut" n="3796"/> prefazione sì in altri molti luoghi, e dimostra col suo
          scrivere semplicissimo e inornato, anzi incolto e senza niuna arte, di narrare la
          purissima verità: mostra ancora molto buon giudizio, eccetto solamente in ordine a
          superstizioni, dove manifesta quella credulità che in tali materie è propria della sua
          nazione e fu propria del suo secolo e de’ passati) <title lang="spa">en Anvers 1554 en
            casa de Jinan Steelsio. Impresso por Juan Lacio</title>. in <bibl>8.<hi rend="apice"
            >vo</hi> piccolo, cap. 12. 16. (p. 41.) 19. (car.49. p. 2.) principalmente</bibl>, oltre
          gli altri luoghi che si trovano notati nell’indice sotto il titolo <title>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Indios amigos de comer carne humana</foreign>
          </title>.</p>
        <p>Tutte queste cose dimostrano che, come si è detto di sopra, la società stretta, in luogo
          di scemare, accresce per sua natura in mille doppi l’odio naturale dell’uomo verso i di
          lui simili, il qual è incompatibile coll’idea, colla nozione, ragione, fine, natura ec. di
          qualsivoglia società. Dico, accresce l’odio, non l’ira, se non in quanto mette anche
          questa in atto assai più spesso, e le dà molto più frequenti e maggiori occasioni e
          cagioni ec. ec. Gli altri animali verso i lor simili non <emph>provano</emph> mai o quasi
          mai, e ben pochi di loro, odio, ma sola ira (ch’è cosa accidentale, e disordine
          accidentale ch’ella si volga sopra i simili ec.). Eccetto talvolta alcuni di quelli che
          noi contra la natura loro stringiamo in società e sforziamo a vivere insieme: come talora
          un cane odia abitualmente per invidia un altro cane suo compagno, e i tori nella mandra si
          odiano per gelosia ec. E questo stesso dimostra come la società stretta ponga subito in
          azione l’odio naturale anche negl’individui <pb ed="aut" n="3797"/> e specie ec. che fuori
          di essa società mai non <emph>provano</emph> odio, o mai verso i loro simili, e sono anche
          mansuetissimi per natura, e verso gli estrani ec. ec.</p>
        <p>Io noto che generalmente parlando, le dette crudeltà ec. tanto sono più frequenti e
          maggiori, e le guerre tanto più feroci e continue e micidiali ec. quanto i popoli sono più
          vicini a natura. E astraendo dall’odio e dagli effetti suoi, non si troverà popolo alcuno
          così selvaggio, cioè così vicino a natura, nel quale se v’è società stretta, non regnino
          costumi, superstizioni ec. tanto più lontani e contrarii a natura quanto lo stato della
          lor società ne è più vicino, cioè più primitivo. Qual cosa più contraria a natura di
          quello che una specie di animali serva al mantenimento e cibo di se medesima? Altrettanto
          sarebbe aver destinato un animale a pascersi di se medesimo, distruggendo effettivamente
          quelle proprie parti di ch’ei si nutrisse. La natura ha destinato molte specie di animali
          a servir di cibo e sostentamento l’une all’altre, ma che un animale si pasca del suo
          simile, e ciò non per eccesso straordinario di fame, ma regolarmente, e che lo appetisca,
          e lo preferisca agli altri cibi; questa incredibile assurdità non si trova in altra specie
          che nell’umana. Nazioni intere, di costumi quasi primitive, se non che sono strette in una
          informe società, usano ordinariamente o usarono per secoli e secoli questo costume, e non
          pure verso i nemici, ma verso i compagni, i maggiori, i genitori vecchi, le mogli, i
            figli<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>L’antropofagia era e fu p. lunghissimi secoli propria di forse tutti i popoli
                <emph>barbari</emph> e selvaggi d’America, sì meridionale che settentrionale
              (escludo il paese comandato dagl’<emph>incas</emph>, i quali tolsero questa barbarie,
              e l’imperio messicano e tutti i paesi un poco colti ec.) e lo è ancora di molti, e lo
              fu ed è di moltissimi altri popoli selvaggi affatto separati tra loro e dagli
              americani. L’antropofagia fu ben conosciuta da Plinio e dagli altri antichi ec. ec. E
              forse forse tutti i popoli ne’ loro principii (cioè p. lunghissimo tempo) furono
              antropofagi. V. p. 3811.</p>
          </note>. (Veggansi i luoghi citati nella pagina antecedente). <pb ed="aut" n="3798"/> Le
          superstizioni, le vittime umane, anche di nazionali e compagni, immolate non per odio, ma
          per timore, come altrove s’è detto, e poi per usanza; i nemici ancora immolati
          crudelissimamente agli Dei senza passione alcuna, ma per solo costume; il tormentare il
          mutilare ec. se stessi per vanità, per superstizione, per uso; l’abbruciarsi vive le mogli
          spontaneamente dopo le morti de’ mariti; il seppellire uomini e donne vive insieme co’ lor
          signori morti, come s’usava in moltissime parti dell’America meridionale; ec. ec. son cose
          notissime. Non v’è uso, o azione, o proprietà o credenza ec. tanto contraria alla natura
          che non abbia avuto o non abbia ancor luogo negli uomini riuniti in società. E sì i viaggi
          sì le storie tutte delle nazioni antiche dimostrano che quanto la società fu o è più
          vicina a’ suoi principii, tanto la vita degl’individui e de’ popoli fu o è più lontana e
          più contraria alla natura. Onde con ragione si considerano tutte le società primitive e
          principianti, come barbare, e così generalmente si chiamano, e tanto più barbare quanto
          più vicine a’ principii loro. Nè mai si trovò, nè si trova, nè troverassi società, come si
          dice, di selvaggi, cioè primitiva, che non si chiami, e non sia veramente, o non fosse,
          affatto barbara e snaturata. (o vogliansi considerar quelle che mai non furon civili, o
          quelle che poscia il divennero, quelle che il sono al presente ec. ec.). Dalle quali
          osservazioni si deduce per cosa certa e incontrastabile che l’uomo non ha potuto arrivare
          a quello stato di società che or si considera come a lui conveniente e naturale, e come
          perfetto o manco <pb ed="aut" n="3799"/> imperfetto, se non passando per degli stati
          evidentemente contrarissimi alla natura. Sicchè se una nazione qualunque, si trova in
          quello stato di società che oggi si chiama buono, s’ella è o fu mai, come si dice, civile;
          si può con certezza affermare ch’ella fu, e per lunghissimo tempo, veramente barbara, cioè
          in uno stato contrario affatto alla natura, alla perfezione, alla felicità dell’uomo, ed
          anche all’ordine e all’analogia generale della natura. I primi passi che l’uomo fece o fa
          verso una società stretta lo conducono di salto in luogo così lontano dalla natura, e in
          uno stato così a lei contrario, che non senza il corso di lunghissimo tempo, e l’aiuto di
          moltissime circostanze e d’infinite casualità (e queste difficilissime ad accadere) ei si
          può ricondurre in uno stato, che non sia affatto contrario alla natura ec.</p>
        <p>Or dunque, poichè tutto questo è certo e dimostrato da tutte le storie e notizie di tutte
          le nazioni antiche o moderne ec., poichè da un lato è da tenere per fermissimo che la
          società e l’uomo non ha potuto nè può divenir civile senza divenir prima e durare per
          lunghissimo tempo, affatto barbaro, cioè in istato affatto contro natura; e dall’altro
          lato si vuole che nello stato di società civile consista la perfezione e felicità
          dell’uomo, e la condizione sua propria e vera e destinatagli ed intesa in principio dalla
          natura ec.; io domando se è possibile, se è ragionevole, il credere che la natura abbia
          destinato ad una specie di esseri (e massime alla più perfetta) una perfezione e felicità,
          per ottener la quale le convenisse assolutamente passare p. uno e più stati onninamente
          contrari alla <pb ed="aut" n="3800"/> natura sua ed alla natura universale, e quindi per
          uno e più stati di somma infelicità, di somma imperfezione sì rispetto a se medesima e sì
          a tutto il resto della natura. Una perfezione e felicità della quale essa specie per
          lunghissimi secoli, e infiniti individui suoi per tutta la vita loro, non solo non
          dovessero esser partecipi, ma averne anzi necessariamente tutto il contrario. Una
          perfezione e felicità le quali esigessero assolutamente gli estremi delle cose a loro
          contrarie, cioè gli estremi dell’imperfezione e dell’infelicità, senza i quali estremi
          essa perfezione e felicità della specie non avrebbero mai potuto aver luogo. Una
          perfezione e felicità di cui fosse proprio ed essenziale il dover nascere dall’estrema
          imperfezione e infelicità della specie, e il non poter nascere d’altronde nè senza queste.
          Una perfezione e felicità ch’essenzialmente supponesse la somma corruzione e
          infelicitazione della specie per moltissimi secoli, e d’infiniti suoi individui per
          sempre. Conseguentemente domando se l’estrema barbarie e corruttela ch’ebbe luogo
          anticamente nelle nazioni antiche o moderne, spente o superstiti, passate o presenti, che
          divennero poi civili; e quella che ancora ha luogo in tanto innumerabile quantità di
          popoli ancor selvaggi ec. ec. e che durerà per tempo indeterminabile e forse per sempre
          ec. domando, dico, se questa barbarie e corruzione, senza cui la civiltà non può nè potè
          nascere, fu voluta e ordinata dalla natura, la quale, secondo costoro, volle e ordinò la
          civiltà dell’uomo. Domando pertanto se tutto ciò che di contrario alla natura ebbe ed ha
          luogo nelle società selvagge, primitive ec., fu ed è secondo natura. Domando se la natura
          rispetto <pb ed="aut" n="3801"/> all’uomo ha bisogno del suo contrario, lo esige, lo
          suppone. Se fu intenzione della natura, se è cosa naturale che l’uomo divenisse e divenga
          naturale (cioè perfetto) mediante l’essere stato sommamente contrario e diverso dalla
          natura sua e generale. Se è proprietà dell’uomo l’acquistare la sua vera proprietà,
          mediante l’averla affatto deposta e contrariata ec. ec. Se l’antropofagia, se i sacrifizi
          umani, se le superstizioni, le infinite opinioni ed usi barbari ec. ec. le guerre
          mortalissime che nell’America, unite all’antropofagia ec., sino agli ultimi secoli,
          distrussero innumerabili popolazioni e spopolarono d’uomini molti e vasti paesi, e che una
          volta essendo state comuni a tutti i popoli, e ciò quando il genere umano era ancora
          scarso, misero necessariamente l’intera specie in pericolo di scomparire affatto dal mondo
          per sua propria opera; sono cose secondo natura, intese dalla natura, supposte, volute,
          ordinate dalla natura; non accidenti, non disordini, ma secondo l’ordine, e derivanti dal
          sistema naturale e da’ naturali principii; necessarie al conseguimento ed effettuamento
          della perfezione e felicità della specie. V. p. 3882. e vedi la pag. 3920. 3660-1.</p>
        <p>I Californi, popoli di vita forse unico, non avendo tra loro società quasi alcuna, se non
          quella che hanno gli altri animali, e non i più socievoli (come le api ec.), quella ch’è
          necessaria alla propagazione della specie ec. e credo, nessuna o imperfettissima lingua,
          anzi linguaggio, sono selvaggi e non sono barbari, cioè non fanno nulla contro natura
          (almeno per costume), nè verso se stessi, nè verso i lor simili, nè verso checchessia. Non
          è dunque la natura, ma la società stretta la qual fa che tutti gli altri selvaggi sieno o
            <pb ed="aut" n="3802"/> sieno stati di vita e d’indole così contrari alla natura. La
          scambievole communione, voglio dire una società stretta, non può menomamente incominciare
          in un pugno d’uomini, che ciascheduno di questi non ne divenga subito, non che lontano e
          diverso, come siam noi, ma contrario dirittamente alla natura. Tanto la società stretta
          fra gli uomini è secondo natura.</p>
        <p>Non è dubbio che l’uomo civile è più vicino alla natura che l’uomo selvaggio e sociale.
          Che vuol dir questo? La società è corruzione. In processo di tempo e di circostanze e di
          lumi l’uomo cerca di ravvicinarsi a quella natura onde s’è allontanato, e certo non per
          altra forza e via che della società. Quindi la civiltà è un ravvicinamento alla natura. Or
          questo non prova che lo stato assolutamente primitivo, ed anteriore alla società ch’è
          l’unica causa di quella corruzione dell’uomo, a cui la civiltà proccura per natura sua di
          rimediare, è il solo naturale e quindi vero, perfetto, felice e proprio dell’uomo? Come
          mai quello stato ch’è prodotto dal rimedio si dee, non solo comparare, ma preferire a
          quello ch’è anteriore alla malattia? Il quale già nel nostro caso, voglio dir lo stato
          veramente primitivo e naturale, non è mai più ricuperabile all’uomo una volta corrotto
          (non da altro che dalla società), e lo stato civile (socialissimo anch’esso, anzi
          sommamente sociale) n’è ben diverso. Bensì egli è preferibile al corrotto stato selvaggio:
          questa preferenza è ben ragionevole, e segue ed è secondo il nostro e il sano discorso: ma
          non al vero primitivo ec. ec. V. p. 3932.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3803"/> Dai superiori ragionamenti appoggiati e accompagnati ai fatti e
          alle storie degli uomini, e queste paragonate con quello che avviene negli altri animali
          ec. si dee dedurre che dalla società che passa p. e. tra le api e i castori, e gli altri
          animali che per natura hanno tra loro più stretta comunione di vita, e dagli esempi
          naturali siffatti, ben si può argomentare che agli uomini non si convenga una società più
          stretta di quella; ma non già perch’ella si trovi in parecchie specie naturalmente, si può
          argomentare che agli uomini convenga neppure una società altrettanto stretta, giacchè gli
          uomini, contro quello che si stima, cioè che sieno per natura i più socievoli animali,
          sono anzi i meno socievoli, o certo manco socievoli di quello che sieno parecchi altri,
          cioè gli animali che veramente sono i più socievoli per natura. Onde, non che all’uomo
          convenga una società più stretta che all’api ec., come lo è di gran lunga quella ch’egli
          ha presentemente, ed ebbe da tempo immemorabile, si dee concludere che non gliene conviene
          se non una molto più larga ec. come ho accennato p. 3773. fine, e come risulta dagli
          estremi danni dell’umana società stretta (danni verso se stessa e la specie umana, e verso
          l’altre specie ancora e l’ordine della natura terrestre, in quanto egli può essere ed è
          influito dall’uomo, massime dall’uomo in società) considerati di sopra, e dall’estrema
          insociabilità dell’uomo, dimostrata in tutto il passato discorso.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3804"/> — Moltissimi, anzi la più parte degli argomenti che si adducono a
          provare la sociabilità naturale dell’uomo, non hanno valore alcuno, benchè sieno molto
          persuasivi; perciocch’essi veramente non sono tirati dalla considerazione dell’uomo in
          natura, che noi pochissimo conosciamo, ma dell’uomo quale noi lo conosciamo e siamo soliti
          di osservarlo, cioè dell’uomo in società ed infinitamente alterato dalle assuefazioni. Le
          quali essendo una seconda natura, fanno che tuttodì si pigli per naturale, quello che non
          è se non loro effetto, e bene spesso contrario onninamente a natura, o da lei
          diversissimo. Onde gli effetti della società, quello che sola la società ha reso
          necessario, quello che non è vero se non posta la società, che senza questa non avrebbe
          avuto luogo ec., si fanno tuttogiorno servire nelle argomentazioni de’ filosofi a
          dimostrare la naturale sociabilità dell’uomo, la necessità della società assolutamente e
          secondo la nostra natura ec. Di questo genere è quella inclinazione che tutti abbiamo a
          far parte ad altrui delle nostre sensazioni vive e non ordinarie, piacevoli o dispiacevoli
          ec., inclinazione della quale ho parlato altrove più volte, ed osservato, che bench’ella
          sembri affatto spontanea ed innata, non è che l’effetto dell’assuefazione e del nostro
          vivere in società, e nell’uomo posto fuori di essa per qualunque circostanza, e massime
          nell’uomo primitivo e veramente incorrotto, non ha luogo e gli è ignota. Ed infiniti altri
          sono gli effetti di questo genere che paiono naturalissimi, e dimostrativi della naturale
          sociabilità dell’uomo, e che per tali <pb ed="aut" n="3805"/> si recano tuttogiorno, ma
          che per vero non sono naturali, se non in quanto naturalmente hanno luogo, posta la
          società, e le rispettive circostanze ed assuefazioni non naturali; e naturalmente nascono
          da tali cagioni; nè possono non nascere, supposte queste. È cosa onninamente e
          naturalmente difficilissima il discernere tra l’assoluto naturale, e gli effetti
          dell’assuefazione, massime dell’assuefazione universale, e contratta o cominciata a
          contrarre fin dalla nascita o da’ primi momenti del vivere, com’è l’assuefazione della
          società, e infinite assuefazioni subalterne da questa dipendenti e cagionate ec. o parti
          di lei, o da lei supposte ec.; e massime ancora nell’uomo, ch’essendo di gran lunga più
          conformabile e modificabile d’ogni altro animale, facilissimamente e presto si adatta alle
          assuefazioni, per innaturali ch’elle sieno, e se le converte in natura, e le abbraccia ed
            <foreign lang="lat" rend="italic">arripit</foreign>, e seco loro s’immedesima in modo
          che appena l’occhio del più acuto filosofo è bastante a distinguerle dalle disposizioni
          naturali, e gli effetti loro dalle naturali qualità ed operazioni ec. Quindi non è
          maraviglia se tanti argomenti ci paiono dimostrativi della naturale sociabilità dell’uomo,
          e se di questa quasi tutti sono persuasi intimamente, e credono assurdo e impossibile il
          contrario, e stimano questa persuasione naturalissima, e fondata sopra il più certo ed
          intimo e spontaneo senso, ed autenticata dalla più chiara e sincera e manifesta voce della
          natura; e mai non deporranno questa credenza. Perocchè <pb ed="aut" n="3806"/> tutti gli
          uomini che di queste cose possono discorrere o pensare in qualsivoglia modo, filosofi o
          non filosofi o plebei, sono nati, allevati, formati e vissuti sempre nella società e nelle
          assuefazioni ad essa appartenenti. Onde, non veramente per prima natura, ma per seconda
          natura, essi sono tutti in verità esseri sociali, ed a cui la società è propria e
          necessaria. E s’alcuno è nato e cresciuto fuori della società esso non discorre nè pensa
          di queste cose, o non prima che la società e le sue assuefazioni, coll’abitudine, gli si
          sieno convertite in natura. Sicchè nel creder l’uomo naturalmente sociale, e fatto per la
          società, e di lei bisognoso assolutamente, e la società natural cosa e indispensabile
          all’uomo, i saggi e gl’idioti, i civili e i barbari, gli antichi e i moderni, e tutte le
          diversissime nazioni e tutte le classi dissimilissime di persone, consentono insieme e
          consentirono e consentiranno forse più interamente, fortemente, costantemente e per più
          lungo tempo, che non fecero non fanno e non sono per fare intorno ad alcun’altra quistione
          speculativa. Ma questo consenso quanto vaglia a dimostrar la proposizione da lui favorita,
          le cose sopraddette il deggiono fare giustamente e adeguatamente estimare.</p>
        <p>— <quote>
            <foreign lang="eng" rend="italic">Amongst unequals no society</foreign>
          </quote>, dice Milton, cioè <emph>fra disuguali non è società</emph> ec. ec. Or quello che
          si suol dire dell’amicizia e delle secondarie società fra gli uomini, io lo trasporto, e
          dee parimente valere circa la società del genere umano generalmente <pb ed="aut" n="3807"
          /> considerata<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere la pag. 3891.</p>
          </note>. Di tutte le specie d’animali (così degli altri esseri) l’umana è quella i cui
          individui sono, non solo accidentalmente, ma naturalmente, costante e inevitabilmente, più
          vari tra loro. Come l’uomo è di gran lunga più conformabile d’ogni altro animale, e quindi
          più modificabile, ogni menoma circostanza, ogni menomo accidente (sia individuale, sia
          nazionale ec. sia fisico sia morale ec.) basta a produrre tra l’uno uomo e l’altro (e così
          fra l’una nazione e l’altra) notabilissime diversità. E come è assolutamente inevitabile
          la menoma varietà delle menome circostanze e accidenti, così è inevitabile la diversità
          degli umani individui ec. che ne deriva. Inevitabile si è l’una e l’altra in tutte le
          specie di animali, ma la seconda è molto maggiore nell’uomo perchè dal poco diverso nasce
          in lui il diversissimo, stante la sua somma modificabilità estremamente moltiplice, e la
          somma delicatezza e quindi suscettibilità della sua natura rispetto agli altri animali,
          come si è detto. Nel modo che la specie umana è divenuta, per la sua conformabilità, più
          diversa da tutte l’altre specie animali e da ciascuna di loro, che non è veruna di queste
          rispetto ad altra veruna di esse; e nel modo che l’uomo nelle sue diverse età, e in
          diversi tempi, anche naturalmente, è più diverso da se medesimo che niuno altro animale;
          più diverso l’uomo giovane da se stesso fanciullo, che non è niuno animale decrepito da se
          stesso appena nato; tanto che un uomo in diverse età o in diverse circostanze naturali o
          accidentali, locali, fisiche, morali, ec. di clima ec. native, cioè di nascita ec. o
          avventizie ec. volontarie o no ec. appena si può dire esser lo stesso <pb ed="aut"
            n="3808"/> uomo, ed il genere umano universalmente in diverse età, o in diverse
          circostanze naturali o accidentali, locali ec. appena si può dire esser lo stesso genere;
          nel modo stesso gl’individui di nostra specie sono per natura di essa specie molto più
          vari tra loro che non son quelli di verun’altra. Ciò accade ancora, ed inevitabilmente, e
          naturalmente, nell’uomo naturale, nel selvaggio ec. Onde anche considerando l’uomo in
          natura, si può, eziandio per questa parte, conchiudere che la sua specie è meno di
          verun’altra, disposta a società, perchè composta d’individui naturalmente più diversi tra
          loro, che non son quelli d’altra specie veruna. Ma come la società introduce e porta al
          colmo tra gli uomini quella disuguaglianza che si considera negli stati, nelle fortune,
          nelle professioni ec. così ella accresce a mille doppi, promuove inevitabilmente e porta
          per sua natura al colmo la diversità sì fisica sì morale, di facoltà, d’inclinazioni, di
          carattere, di forze, corpo ec. ec. degl’individui, delle nazioni, de’ tempi, delle varie
          età di un individuo ec. ec. Ella accresce le diversità naturali ed ingenite di uomo ad
          uomo, ed altre infinite e grandissime che nello stato naturale dell’uomo non avrebbero
          avuto luogo, necessariamente e per sua natura ne introduce e cagiona. Ella distrugge mille
          conformità e somiglianze naturali di uomo ad uomo. La natura è un canone generale e
          costante, indipendente dall’arbitrio, poco soggetta agli <pb ed="aut" n="3809"/> accidenti
          (rispetto alla dipendenza che hanno dagli accidenti e circostanze le opere ec. dell’uomo),
          una da per tutto, una sempre rispetto a ciascuna specie, consistente in leggi certe ed
          eterne, ec. La società, opera dell’uomo, dipendente dalla volontà che non ha niuna legge
          certa, altrimenti non sarebbe volontà, arbitraria, incostante, varia secondo gli accidenti
          e le circostanze de’ tempi, de’ luoghi, de’ voleri, delle mille cose che la cagionano e
          che determinano la sua forma e il modo del suo essere, non è una in se stessa, perchè ha
          avuto ed ha necessariamente infinite forme, e queste sempre variabili e variate; non è una
          in nessuna delle sue forme, perchè in ciascuna di queste v’ha mille varietà che
          diversificano l’una dall’altra necessariamente le parti che la compongono, chi comanda da
          chi ubbidisce, chi consiglia da chi è consigliato, ec. ec. Nella società l’uomo perde
          quanto è possibile l’impronta della natura. Perduta questa, ch’è la sola cosa stabile nel
          mondo, la sola universale, o comune al genere o specie, non v’ha altra regola, filo,
          canone, tipo, forma, che possa essere stabile e comune, alla quale tutti gl’individui
          agguagliandosi, sieno conformi tra loro ec. ec. La società rende gli uomini, non pur
          diversi e disuguali tra loro, quali essi sono in natura, ma dissimili. Onde anche per
          questo argomento si conchiude che l’essenza e natura della società, massime umana,
          contiene contraddizione in se stessa; perocchè la società umana naturalmente distrugge il
          più necessario elemento, <pb ed="aut" n="3810"/> mezzo, nodo, vincolo della società, ch’è
          l’uguaglianza e parità scambievole degl’individui che l’hanno a comporre; o vogliamo dire
          accresce per proprietà sua la naturale disparità de’ suoi subbietti, e l’accresce tanto
          che li rende affatto incapaci di società scambievole, di quella medesima società che gli
          ha così diversificati, anzi d’ogni società, anche di quella che per natura sarebbe stata
          loro e possibile e destinata e propria; insomma, per tornare al principio di questo
          discorso, rende i suoi soggetti quali son quelli tra’ quali naturalmente <quote>
            <foreign lang="eng" rend="italic">no society</foreign>
          </quote>, anzi fa più, perchè se la società, secondo Milton, è impossibile tra disuguali,
          essa li rende dissimili. E in verità niuno animale meno che l’uomo ha ragion di chiamare
            <emph>suoi simili</emph> gl’individui della sua specie, nè ha più ragione di trattarli
          come dissimili, e come individui di specie diversa. Il che egli non manca di fare. E il
          farlo, com’ei lo fa ordinariamente, massime nella società, è ben prova effettiva del
          sopraddetto ec. ec. (25-30. Ottobre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Vomito as</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vomo is itum. Arguto as</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">argutor
          aris</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">arguo is utum</foreign>, o
          dall’aggett. <foreign lang="lat" rend="italic">argutus</foreign>, che di là viene ec.
            <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> e i due pensieri seguenti. (31. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii in <emph>us</emph> di verbi attivi ec. in senso attivo, transitivo o no ec.
            <bibl>V. <author>Forcellini</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Odi isti osus,
              Exosus, Perosus</foreign> ec. e in <foreign lang="lat" rend="italic">Argutus</foreign>
          </bibl>. (31. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Veri participii passati poi in aggettivi ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Argutus</foreign>. (31. Ott. 1823.). V. il pensiero precedente.</p>
      </div1>
      <div1 n="3811 – 4000">
        <p>
          <pb ed="aut" n="3811"/> Nomi in <emph>uosus ualis</emph> ec. <bibl>V.
            <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Cornuatus,
            cornuarius</foreign>
          </bibl>. (31. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Cornacchia</emph> (poet. <emph>cornice</emph>), <foreign
            lang="spa" rend="italic">corneja</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >corneille</foreign>, per lo positivo <foreign lang="lat" rend="italic">cornix.
          Cornicula</foreign> è di Orazio. <bibl>V. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Corniculans</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >corniculatus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">corniculum</foreign>
            diminutivo di <foreign lang="lat" rend="italic">cornu</foreign>
          </bibl>, e la <bibl>
            <title>Crusca</title> in <emph>cornicolare, cornicolato, corniculato</emph> ec.</bibl> A
          quel che si è detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic">flagellum</foreign>
          aggiungi il verbo da lui fatto, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">flagello
          as</foreign>, mentre da <foreign lang="lat" rend="italic">flagrum</foreign> non si disse
            <foreign lang="lat" rend="italic">flagrare</foreign>. Vero è che <foreign lang="lat"
            rend="italic">flagrum</foreign> si crede anzi derivato da <foreign lang="lat"
            rend="italic">flagrare ardere</foreign> ec. Da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >flabellum flabellare</foreign>, ma non da <foreign lang="lat" rend="italic">flabrum
            flabrare</foreign>, il qual verbo, seppur esiste, è in altro senso ec.<note resp="aut"
            n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="fre" rend="italic">Fuseau</foreign>. <emph>Figliuolo</emph> (<foreign
                lang="lat" rend="italic">filiolus</foreign>), <emph>figliuolanza</emph> ec. Al detto
              altrove di <foreign lang="lat" rend="italic">scabellum</foreign>,
              <emph>sgabello</emph> ec. aggiungi il franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
                >escabeau</foreign> ed <foreign lang="fre" rend="italic">escabelle</foreign>.</p>
          </note> (31. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3797. marg. Cioè mentre la pigrizia e l’ignoranza dell’agricoltura ec. impediva
          loro o rendeva difficile il sostentarsi sufficientemente de’ frutti della terra; la
          pigrizia e la codardia e la mancanza d’armi sufficienti l’affrontare o l’inseguire, il
          domare o il raggiungere gli animali più veloci o più forti dell’uomo, o più veloci e forti
          insieme, o anche altrettanto veloci e forti ec. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3666. Provano l’unicità di origine nel genere umano le conformità di tradizioni,
          di religioni, di opinioni non naturali, di mitologie, dì certe usanze, di certi dogmi,
          riti ec. conformità e corrispondenze che si trovano fra popoli del cui scambievole
          commercio non si ha memoria alcuna (fino agli ultimi momenti) nè se ne vede il come, in
          popoli affatto disgiunti dagli altri, come in isole remotissime ec. recentemente scoperte,
          e non mai, a memoria alcuna d’uomini, per l’avanti calcate da forestieri, e in cui tutto
          dà a vedere che non mai furono calcate da forestieri; <pb ed="aut" n="3812"/> conformità,
          corrispondenze, e unicità o medesimezze di origine ora più ora meno patenti, ora più ora
          meno svisate, lontane, leggere e difficili a riconoscersi, com’è naturale in tanti secoli
          e tanta diversificazione accaduta ne’ vari popoli, ma non però men vere, nè meno atte a
          dimostrare il nostro proposito, (poichè basta una menoma conformità, la quale non possa
          essere o non si possa credere accidentale, a provare l’unicità e medesimezza dell’origine
          ec.) e molte volte incontrastabili ec. Come son quelle che i critici hanno riconosciuto, e
          vengono sempre più riconoscendo tra la mitologia ec. indiana e la greca ec. tra l’egiziana
          e la greca ec. e quelle di moltissime altre nazioni antiche ec. <bibl>V. <title>Annali di
              Scienze e lettere di Milano</title>. Gennaio 1811 num.13. vol. 5. p. 37.</bibl> ec.
          Dove troverai osservazioni concorrenti a dimostrare l’unicità dell’origine di molti popoli
          la cui unica radice è generalmente sconosciutissima. Or da questa unicità, e da quella di
          altri ivi mentovati, che si dicono di altra origine dai primi ma comune tra loro (benchè
          parimente sogliano essere reputati diversissimi di radice), si può, se non istoricamente e
          per certe dimostrazioni o congetture critiche, ben però filosoficamente argomentare la più
          remota unicità dell’origine sì de’ secondi popoli rispetto ai primi, sì di tutti i popoli
          insieme. Alcuni popoli si diramarono e divisero in tempi a noi più prossimi o di cui ci
          restano più monumenti e più noti. Questi popoli son tenuti generalmente per conformi di
          origine. Altri in tempi più remoti e di cui ci restano meno o men noti monumenti, furon
          tutt’uno. Questi non son tenuti per conformi di origine se non da’ più dotti. Così
          salendo, si argomenta che anche <pb ed="aut" n="3813"/> dove l’unicità dell’origine non
          può (almen finora) per niun modo apparire, ella non è per tanto men vera, benchè non
          apparisca o per maggior lontananza de’ tempi, o per mancanza o scarsezza o oscurità o poca
          cognitezza di monumenti ec. Il filosofo da’ particolari inferisce i generali, da’ simili i
          simili, dal noto l’ignoto, e se neppure il critico, molto meno il filosofo ha bisogno di
          mostrar co’ fatti ogni particolare, ovvero ogni generale con fatti generali o con tutti i
          particolari che cadono sotto quel tal generale ec. ma spesso e bene dimostra co’
          particolari il generale, e non con tutti i particolari, ma con alcuno, e i particolari con
          altri particolari o col generale ec. (31. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’amor della vita, il piacere delle sensazioni vive, dell’aspetto della vita ec. delle
          quali cose altrove è ben consentaneo negli animali. La natura è vita. Ella è esistenza.
          Ella stessa ama la vita, e proccura in tutti i modi la vita, e tende in ogni sua
          operazione alla vita. Perciocch’ella esiste e vive. Se la natura fosse morte, ella non
          sarebbe. Esser morte, son termini contraddittorii. S’ella tendesse in alcun modo alla
          morte, se in alcun modo la proccurasse, ella tenderebbe e proccurerebbe contro se stessa.
          S’ella non proccurasse la vita con ogni sua forza possibile, s’ella non amasse la vita
          quanto più si può amare, e se la vita non fosse tanto più cara alla natura, quanto
          maggiore e più intensa e in maggior grado, la natura non amerebbe se stessa (vedi la
          pagina 3785. principio), non proccurerebbe se stessa o il proprio bene, o non si amerebbe
          quanto più può (cosa impossibile), nè amerebbe il suo maggior <pb ed="aut" n="3814"/>
          possibile bene, e non proccurerebbe il suo maggior bene possibile (cose che parimente,
          come negl’individui e nelle specie ec., così sono impossibili nella natura). Quello che
          noi chiamiamo natura non è principalmente altro che l’esistenza, l’essere, la vita,
          sensitiva o non sensitiva, delle cose. Quindi non vi può esser cosa nè fine più naturale,
          nè più naturalmente amabile e desiderabile e ricercabile, che l’esistenza e la vita, la
          quale è quasi tutt’uno colla stessa natura, nè amore più naturale, nè naturalmente
          maggiore che quel della vita. (La felicità non è che la perfezione il compimento e il
          proprio stato della vita, secondo la sua diversa proprietà ne’ diversi generi di cose
          esistenti. Quindi ell’è in certo modo la vita o l’esistenza stessa, siccome l’infelicità
          in certo modo è lo stesso che morte, o non vita, perchè vita non secondo il suo essere, e
          vita imperfetta ec. Quindi la natura, ch’è vita, è anche felicità.). E quindi è necessario
          alle cose esistenti amare e cercare la maggior vita possibile a ciascuna di loro. E il
          piacere non è altro che vita ec. E la vita è piacere necessariamente, e maggior piacere,
          quanto essa vita è maggiore e più viva. La vita generalmente è tutt’uno colla natura, la
          vita divisa ne’ particolari è tutt’uno co’ rispettivi subbietti esistenti. Quindi ciascuno
          essere, amando la vita, ama se stesso: pertanto non può non amarla, e non amarla quanto si
          possa il più. L’essere esistente non può amar la morte, (in quanto la morte abbia rispetto
          a lui) veramente parlando, non può tendervi, non può proccurarla, non può non odiarla il
          più ch’ei possa, in veruno istante dell’esser suo; per la stessa ragione per cui egli non
          può <pb ed="aut" n="3815"/> odiar se stesso, proccurare, amare il suo male, tendere al suo
          male, non odiarlo sopra ogni cosa e il più ch’ei possa, non amarsi, non solo sopra ogni
          cosa, ma il più ch’egli possa onninamente amare. Sicchè l’uomo, l’animale ec. ama le
          sensazioni vive ec. ec. e vi prova piacere, perch’egli ama se stesso. (31. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al mio discorso sopra <emph>avvisare, divisare</emph> ec. aggiungi il franc. <foreign
            lang="fre" rend="italic">deviser</foreign> (31. Ott. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2928. fine. Noi abbiamo ancora, bensì in diversi significati,
          <emph>intenso</emph> ed <emph>intento</emph>. (<emph>intensità</emph> ec.). V. i francesi
          e gli spagnuoli. Nel lat. <foreign lang="lat" rend="italic">intensus</foreign> è ben raro.
            <bibl>V. <author>Forcell.</author>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Tensus</foreign>
          </bibl> è de’ più moderni. <foreign lang="lat" rend="italic">Extensus</foreign> ec. e gli
          altri composti, veggasene il Forcellini. (1. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come altrove ho congetturato dalla voce <foreign lang="grc">σῦκον</foreign>, anche nel
          greco, come sì sovente in latino, lo spirito denso si cangia talora in <emph>s</emph>. P.
          e. da <foreign lang="grc">ἃλς</foreign>, <foreign lang="grc">σαλεύω</foreign> ec. <bibl>V.
            i <title>Lessici</title>
          </bibl>. Così in lat. <foreign lang="lat" rend="italic">sal, salum</foreign> ec. dalla
          stessa voce. (1. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A quello che nella teoria de’ continuativi ho detto per mostrare che <foreign lang="lat"
            rend="italic">sector aris</foreign> è contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >secutor</foreign>, aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic">persector aris</foreign>,
          che i francesi dicono infatti <foreign lang="fre" rend="italic">persécuter</foreign>, noi
            <emph>perseguitare</emph>, e gli spagnuoli se non fallo, <foreign lang="spa"
            rend="italic">persecutar</foreign>. (1. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3036. marg. <foreign lang="lat" rend="italic">Periurus</foreign>, cioè <foreign
            lang="lat" rend="italic">qui peieravit</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >periuravit</foreign>, non sembra essere altro che contrazione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">periuratus</foreign> (che pur si trova, come anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">peieratus</foreign>, in senso passivo), siccome <foreign lang="lat"
            rend="italic">coniuratus, qui coniuravit; iuratus, qui iuravit</foreign> ec. (<foreign
            lang="lat" rend="italic">iuratus</foreign> ha pure il senso passivo: non così <foreign
            lang="lat" rend="italic">periurus</foreign>). (1. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3816"/> Participii in <emph>us</emph> in senso attivo o neutro ec.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Periurus</foreign>. V. il pensiero precedente (1. Nov.
          1823.). <emph>Giurato</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">juré</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2779. Al contrario da <foreign lang="grc">φὼρ</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">fur</foreign> ec. (1. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Libella</foreign> (it.
            <emph>livella, livello</emph>, franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >niveau</foreign>, spagn. se non erro, <foreign lang="spa" rend="italic">nivel</foreign>;
            <emph>livellare</emph> ec., <foreign lang="spa" rend="italic">niveler</foreign> ec.,
          ec.) per <foreign lang="lat" rend="italic">libra</foreign> che pur si dice nello stesso
          significato. <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>. <foreign lang="lat" rend="italic">Circulus</foreign> (<foreign lang="lat"
            rend="italic">circulo as, circularis</foreign> ec. ec.) per <foreign lang="lat"
            rend="italic">circus</foreign>, voce antiquata ec. (benchè pur si trova) se non nel
          senso dell’<emph>anfiteatro romano</emph> ec. ec. V. Forc. (2 Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Mestare, rimestare</emph> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >misceo-mixtus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">mistus</foreign>, quasi
            <foreign lang="lat" rend="italic">mistare</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mixtare</foreign>. V. il Gloss. i Diz. franc. e spagn. ec. (2. Nov. dì de’ morti.
          1823.). <foreign lang="fre" rend="italic">Expulser</foreign> franc. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">expellere-expulsus</foreign>, come da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pello-pulsus, pulso as</foreign> ec. <bibl>V. <author>Forcell.</author> in <foreign
              lang="lat" rend="italic">expulso</foreign> ed <foreign lang="lat" rend="italic"
              >expulsatus</foreign>
          </bibl>. (2. Nov. dì de’ morti. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3067. Non altrimenti, al tempo di Voltaire e in quei contorni (quando l’unica
          letteratura d’Europa era, si può dir, la francese, benchè già ben decaduta; essendo spenta
          l’italiana e la spagnuola; la tedesca non ancor nata, o bambina, o tutta francese;
          l’inglese quasi interrotta, o francese anch’essa, ma già priva de’ capi di quella scuola
          anglo-gallica, cioè Pope, Addison, ec.: e parlo qui della letteratura non delle scienze e
          filosofia, dove gl’inglesi anche allora fiorivano), le epistole e poesie indirizzate o da
          Voltaire medesimo o dagli altri poeti francesi ai principi di Svezia, di Russia,
          d’Alemagna ec. o composte in loro lode, o su di loro, o sui loro affari, o sugli
          avvenimenti ec. si leggevano, si applaudivano, si ricercavano, si diffondevano, davano
          materia di discorso nelle rispettive corti e capitali, e nell’altre corti d’Europa ec. e
          da’ rispettivi principi ec. (lasciando anche da parte il re e la corte <pb ed="aut"
            n="3817"/> e capitale, e quasi tutto il regno, di Prussia, ch’era tutta francese ec.).
          Così anche l’altre opere in versi o in prosa, di francesi o scritte in francese, di
          letteratura e di poesia, non che di filosofia ec. Sicchè la lingua italiana occupava nel
          sopraddetto tempo il grado che la francese non solo occupa presentemente, ma quello ancora
          che occupò quando essa letteratura francese era unica; sì per universalità e diffusione,
          sì per riputazione, dignità, gusto e cura diffusane generalmente ec. come si vede anche
          per questa somiglianza d’esser ella in quei tempi così e sopra tutte gradita nelle corti,
          come lo fu nel 700, oltre la lingua, che ancor lo è sopra tutte, anche la letteratura
          francese, che or non lo è più se non di pari coll’altre <emph>moderne</emph> (dal qual
          numero l’italiana d’oggidì è fuori niente meno che la spagnuola). (2. Nov. dì de’ morti.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2685. marg. <foreign lang="grc">Δέω</foreign>, <foreign lang="grc">δέον</foreign>
          ec. significa anche <emph>mancare mancante</emph> ec., e tale si è appresso appoco il suo
          significato nelle dette frasi, onde elle sono le stesse che le addotte italiane.
          Similmente il francese <foreign lang="fre" rend="italic">falloir</foreign> vale
          propriamente <emph>mancare</emph> (dal lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fallere</foreign>, spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">faltar</foreign>, it.
            <emph>fallire, fallare</emph> ec. ed anche in franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >faillir</foreign>), e riunisce i significati di <emph>mancare</emph> e
          <emph>bisognare</emph> appunto come il greco <foreign lang="grc">δέω</foreign>, o
          l’impersonale <foreign lang="grc">δεῖ</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Poco manca che Senofonte non ci ritragga ec. <bibl>
                <author>Speroni</author>
                <title>Diall. Ven.</title> 1596. p. 224. fine</bibl>. <quote>
                <foreign lang="fre" rend="italic">Il s’en faut tant ou tant, il s’en faut plus de la
                  moitié, il s’en faut peu, il s’en faut la moitié ec., il s’en faut bien, il s’en
                  faut de beaucoup, il s’en faut beaucoup ec. il s’en faudrait beaucoup</foreign>
              </quote> ec.</p>
          </note>. Simiglianza che non è da trascurare nè dev’esser casuale ec. Nelle addotte frasi
          il suo significato è parimente di <emph>mancare</emph>. In greco si dice anche
          semplicemente <foreign lang="grc">ὀλίγου</foreign>, <foreign lang="grc">ὀλίγον</foreign>,
            <foreign lang="grc">μικροῦ</foreign>, senza il verbo <foreign lang="grc">δεῖν</foreign>
          per <foreign lang="lat" rend="italic">fere</foreign>, <emph>quasi</emph> ec. come noi per
          poco e di poco senz’altro verbo. <bibl>V. la <title>Crusca</title> in <emph>di poco</emph>
            e in <emph>per</emph> par. 98.</bibl> e i Lessici greci. Si dice ancora in greco
          assolutamente <foreign lang="grc">ὀλίγου</foreign>
          <pb ed="aut" n="3818"/>
          <foreign lang="grc">δέον, μικροῦ, πολλοῦ δέον</foreign> Ovvero concordato col subbietto
            <foreign lang="grc">ὀλίγου δέοντα, δέοντες</foreign> ec. Ovvero p. e. <foreign
            lang="grc">δυοῖν δέοντα εἴκοσι</foreign> cioè <emph>diciotto</emph> ec., <foreign
            lang="grc">ὀλίγου δέον ἶσος</foreign> cioè <emph>quasi uguale</emph> ec. Anche si dice
            <foreign lang="grc">παρὰ μικρὸν ἐδέησα τοῦτο ποιεῖν</foreign> che risponde precisamente
          al nostro <emph>per poco mancai di far questo</emph>: ovvero <emph>di poco</emph> ec.
            <bibl>V. i <title>Lessici</title> in <foreign lang="grc">δέω</foreign>
          </bibl>. Qua si dee riferire il nostro <emph>di gran lunga</emph> e <emph>d’assai</emph>
            (<foreign lang="fre" rend="italic">à beaucoup près</foreign>) in quelle frasi:
            <emph>egli non è di gran lunga</emph>, o <emph>d’assai, così grande</emph> (<foreign
            lang="fre" rend="italic">beaucoup s’en faut</foreign>). Ovvero <emph>ei non fu</emph>
          ec. (<foreign lang="fre" rend="italic">beaucoup s’en fallut</foreign> ec.). Dove il verbo
            <emph>mancare</emph> o simile, è soppresso, come nelle frasi greche <foreign lang="grc"
            >ὀλίγου</foreign> ovvero <foreign lang="grc">ὀλίγον ἀπέθανεν, μικροὺ ἀπόλωλα</foreign> e
          simili, dove è taciuto il verbo <foreign lang="grc">δεῖν. Πολλοῦ</foreign> così assoluto
          non mi par che si dica<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Vedi delle frasi appartenenti a questo discorso nel Diz. dell’Alberti ec. in <foreign
                lang="fre" rend="italic">faillir</foreign>, e <foreign lang="fre" rend="italic"
                >manquer</foreign>, e v. gli spagn. in <foreign lang="spa" rend="italic"
              >faltar</foreign> ec.</p>
          </note>. (3. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3573. Questa proposizione è molto azzardata. Bisogna intenderla lassamente. Per
          rispetto alla lingua francese è vera, parlando generalmente. Ma per rispetto all’italiana,
          dubito che sia vero neppur generalmente, ben compensate che sieno insieme le conformità
          estrinseche che hanno le lingue italiana e spagnuola colla latina. Il suono della lingua
          spagnuola ha più del latino, ma questa è quasi un’illusione de’ sensi. Perchè quei tali
          suoni latini non sono nello spagnuolo a quei luoghi in cui erano nel latino. Per esempio
          la moltitudine degli <emph>s</emph> contribuisce, e forse principalmente, a rassomigliare
          il suon dell’una lingua a quello dell’altra. Ma lo spagnuolo abbonda di <emph>s</emph>,
          principalmente perchè in essa <pb ed="aut" n="3819"/> lingua tutti i plurali terminano in
          quella lettera. Non così in latino. (Vero è però che in latino la terminazione in
          <emph>s</emph> è propria di tutti gli accusativi plurali non neutri. Ora, secondo
          Perticari, i nomi latini trasportati nelle lingue figlie, son tutti fatti dagli accusativi
          delle declinazioni rispettive latine. Quindi che nello spagnuolo la terminazione in
            <emph>s</emph> sia caratteristica de’ plurali, potrebb’esser preso dal latino, e cosa
          anch’essa latina. E quest’osservazione può essere di non poco peso a confermare l’opinione
          di Perticari; (sebben ei parla solamente de’ singolari, i quali fatti dall’accusativo
          latino generano poi i plurali al modo nostro) mentre altri con più apparenza di ragione,
          ma forse men verità, vogliono che i nostri nomi sieno gli ablativi latini. P. e.
            <emph>amore</emph> ec. Ma veramente non si vede perchè, dovendosi perder l’uso degli
          altri casi, e restare un solo per tutti, com’è avvenuto nelle lingue moderne, e come,
          certo in gran parte, dovette avvenire anche nell’antico latino volgare e parlato, avesse a
          prevaler l’uso dell’ablativo. Ben è consentaneo che l’accusativo si usasse in vece degli
          altri casi ec. v. p. 3907. L’aggiunger sempre la <emph>es</emph> ai singolari terminati in
          consonante non è uso latino, se non in certi casi, e nella terza declinazione. (Noi per la
          terminazione de’ plurali imitiamo i nominativi latini della seconda e della prima. Sicchè
          quanto alla terminazione de’ plurali, la conformità dello spagnuolo col latino, supposta
          eziandio e conceduta, come sopra, non si può dire che superi punto quella dell’italiano.
          Del resto quel continuo s che si sente nello spagnuolo fa un suono che tutto insieme
          considerato è così poco, o tanto, latino, quanto le continue terminazioni vocali
          dell’italiano. Il latino è temperato di queste e di quelle, ed eziandio insieme d’altre
          molte terminazioni; sicchè veramente il suo suono, parlando pure in generale e
          astrattamente non è nè quello dell’italiano nè anche quello dello spagnuolo. Ben è vero
          che nello spagnuolo le terminazioni consonanti sono miste come in latino, alle vocali,
          laddove in italiano non v’ha quasi che le vocali; e nello spagnuolo, benchè la
          terminazione in <emph>s</emph> sia, almeno tra le consonanti, la più frequente, pur v’ha
          diverse terminazioni consonanti, come in latino; e niuna terminazione in consonante, che
          non sia propria, credo, anche del latino (al contrario che in francese in tedesco ec.),
          benchè non sempre, anzi non il più delle volte, ne’ casi stessi; e le terminazioni vocali
          son piane come in latino e non acute ossia tronche come in francese. Sotto questi aspetti
          il suono dello spagnuolo è veramente più conforme al latino che non è non solo il francese
          ma neppur l’italiano. E da queste ragioni nasce che udendo lo spagnuolo si possa più
          facilmente confonderlo col latino che non fa il francese nè anche l’italiano. E questo
          effetto, sotto questi aspetti, non è un’illusione, nè una cosa che non meriti esser
          considerata, e che non abbia un principio e una ragione di conformità o simiglianza reale.
          La terminazione consonante in <emph>d</emph> frequente nello spagnuolo è rara in latino ma
          pur v’è, come in <foreign lang="lat" rend="italic">ad, illud, id, istud, sed</foreign>
          ec.). Del resto anche in francese (bensì nel solo francese scritto) la terminazione in
            <emph>s</emph> (e a’ singolari terminati in consonante, si aggiunge talvolta la
          <emph>es</emph>, se non m’inganno) è caratteristica del plurale (quella in <emph>x</emph>
          vien pure a essere in <emph>s</emph>); sicchè lo spagnuolo in questa parte non prevarrebbe
          al francese se non in quanto ei pronunzia sempre la <emph>s</emph>, e il francese solo
          talvolta, e piuttosto per accidente che per altro. Quanto all’italiano, <pb ed="aut"
            n="3820"/> anche nelle forme regolari delle coniugazioni, esso in molte cose <add
            resp="ed">è</add> assai più conforme al latino che non è lo spagnuolo. V. p. e. le pag.
          3699-701. e la mia teoria de’ continuativi dove si parla del digamma eolico in <foreign
            lang="lat">
            <hi rend="italic">ama</hi>
            <hi rend="sc">f</hi>
            <hi rend="italic">i</hi>
          </foreign> ec. E basti osservare che lo spagnuolo non ha che tre coniugazioni; l’italiano
          le ha tutte quattro, e tutte, in molti caratteri, corrispondenti alle rispettive latine,
          come negl’infiniti <emph>are, ere, ere, ire</emph> (lo spagnuolo manca del 3.<hi
            rend="apice">o</hi> e gli altri non gli ha che tronchi), e in altre cose. Anche il
          francese ha 4. coniugazioni, ma non corrispondono alle latine (eccetto quella in
          <emph>ir</emph> quanto all’infinito ec.), e la conformità del numero (cioè l’esser 4. come
          in latino) sembra, ed è forse, un puro caso; il che non si può certo dire dell’italiano. E
          quanto alla conservazione della latinità in mille e mille altre sì regole, sì voci
          particolari materialmente considerate, sì frasi considerate pure materialmente (chè ora
          parliamo dell’estrinseco), significati ed usi delle parole e frasi, anche propri
          originalmente o sempre del popolo e del parlato, non del solo illustre ec. dubito assai
          che lo spagnuolo possa esser preposto, anzi pure agguagliato all’italiano. Questa e
          quell’altra voce ec. sarà più latina in ispagnuolo che in italiano (così avverrà alcune
          volte che nello stesso francese una voce ec. sia più latina che nelle due sorelle, o in
          una di loro, o che queste o l’una di esse, non abbiano una voce ec. nel francese
          conservata, nè pertanto sarà chi dica la latinità conservarsi più nel francese che nelle
          sorelle, o che nell’una di esse); questa e quella voce latina resterà nello spagnuolo, e
          all’italiano mancherà; ma, raccolti i conti e computati i casi contrarii, e posto tutto
          insieme, io credo che in tutte queste cose l’italiano soverchi lo spagnuolo di grandissima
          lunga. (3. Novembre 1823.).</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3821"/> Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Orbiculatus, orbiculatim, reticulatus, venniculatus</foreign> ec. (3. Nov. 1823.) se
          già non sono frequentativi di significato come altrove generalmente ho avvertito.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3156. — quando eziandio il sentimentale di Lord Byron, quello che spetta al
          giuoco delle passioni, al cuore, all’espressione alla pittura all’imitazione de’ caratteri
          e de’ sentimenti degli uomini, alla scienza e considerazione dello spirito dell’uomo,
          dell’uomo interno ec. (del che le poesie di Lord Byron sommamente abbondano, anzi sono
          composte) pochissimo si communica a’ lettori, e veramente è poco fatto per comunicarsi
          agli animi altrui. E ciò appunto perchè esso pare, e forse è, piuttosto dettato
          dall’immaginazione che dal sentimento e dal cuore, piuttosto immaginato che sentito,
          immaginato che vero, inventato che imitato o congetturato, creato che ritratto ed
          espresso, e insomma ha certamente più dell’immaginoso che del passionato e sentimentale,
          ed è per sua natura più atto e disposto ad operare sulla immaginazione che sul cuore di
          chi legge. E così parrebbe che Lord Byron avesse voluto, e così certo accade. E perciò il
          suo effetto è debole, cioè poco intimo, e quindi poco durevole, benchè possa esser
          fortissimo al primo tratto, il che non è incompatibile col superficiale. L’effetto delle
          poesie di Lord Byron, tanto e così perpetuamente ed estremamente sentimentali, l’effetto
          del sentimentale di esse, non è sentimentale per le dette ragioni. Or veggiamo che per ciò
          è poco intimo, e poco si comunica il movimento dell’autore e di esse, perchè questo non
          essendo quasi proprio ad agire che sull’immaginazione, l’immaginazione <pb ed="aut"
            n="3822"/> de’ lettori oggidì è generalmente poco atta a ricevere forti, cioè intime e
          durevoli impressioni: il che è quello ch’io diceva, e il proposito di questo discorso. E
          quel movimento delle poesie e de’ poeti che spetta solamente o principalmente
          all’immaginazione, sia che nasca da essa sola nel poeta, e in essa sola abbia avuto luogo,
          sia che in essa sola possa agir ne’ lettori e ad essa sola comunicarsi, (questo è più
          probabilmente il caso nostro, perchè io credo che Lord Byron veramente senta, non solo
          imagini, anzi l’eccesso e la straordinaria forza e qualità de’ suoi sentimenti sia quel
          che gli noccia) difficilmente e in piccola parte e poco gagliardamente si comunica ai
          lettori d’oggidì. Diversamente certo accadeva negli antichi (lo vediamo infatti anche oggi
          ne’ fanciulli e ne’ giovani ancora inesperti del mondo, o nella prima gioventù, quando
          ella, in pratica, ancor non filosofa, come tutti fanno nell’altre età, o dopo
          l’esperienza; cioè tutti oggi filosofano, quanto alla vita ec. chi in teoria e in pratica,
          chi in questa sola). Oggi anche gli antichi sommi poeti presto ci stancano e lasciano in
          secco, se e quando non sono che immaginosi, ancorchè in questo medesimo sommi,
          straordinarii e pieni d’arte. Le poesie di Lord Byron molto più e più presto ci stufano e
          lascian freddi, per la grande uniformità che vi si sente, la quale può esser vera, e
          nascere da mancanza della vera e sottile arte poetica (sì bene e distintamente conosciuta
          e sì eccellentemente e maestrevolmente praticata dagli antichi); e può anche esser che sia
          apparente, e nasca solo dal continuo eccesso in ogni cosa, dalla continua intensità, dal
          continuo risalto <pb ed="aut" n="3823"/> straordinario di ciascuna parte. Il che da un
          lato produce l’effetto dell’uniformità, e lo è veramente, in quanto è <emph>continuo
            eccesso</emph> ec. benchè variato, quanto si voglia, ne’ suoi subbietti, qualità ec.
          Dall’altro lato stanca come l’uniformità, perchè troppo affatica gli animi, che ben tosto
          non possono più tener dietro all’entusiasmo del poeta, come la vista presto si stanca di
          colori tutti vivissimi, benchè e belli e varii; e perchè il molto ed <foreign lang="grc"
            >ἀθρόον</foreign>, sia pur bonissimo, presto sazia; come chi bee ad un tratto un boccale
          di liquore, ha subito estinta la sete, nè perchè tu gli offra altro liquore diverso e
          squisitissimo, ha voglia di gustarlo, ma egli ha perduto per allora la facoltà di provar
          piacere dal bere, e da’ grati liquori. Come nel corpo così nell’animo la facoltà la virtù
          di provar piacere è scarsa; bisogna risparmiarla, o ch’ella è ben tosto esaurita. Il corpo
          e l’animo cede e vien meno al soverchio piacere, come al soverchio dolore. Ben rare sono
          le cose piacevoli, e i piaceri ben piccoli. Ma fossero pur frequentissimi e grandissimi.
          Nè il corpo nè l’animo umano hanno la forza di goder più che tanto, e anche
          indipendentemente dall’assuefazione che rende indifferenti le sensazioni da principio
          piacevoli o dolorose, anche restando ai piaceri e ai dolori la lor forza, manca all’uomo
          la facoltà di sentirli, se e’ son troppo grandi, o se son troppi ec. La facoltà di
          soffrire è assai maggiore nell’uomo. Pur se il dolore è soverchio, nè il corpo nè l’animo
          umano non è capace di sentirlo, e non soffre, o per poco spazio, dopo il quale la sua
          facoltà di soffrire vien meno. L’uomo non può molto godere, non solo perchè pochi e
          piccoli sono <emph>i piaceri</emph>, <pb ed="aut" n="3824"/> ma anche rispetto a se
          stesso, perchè egli è molto limitatamente capace <emph>del piacere</emph>, e quegli stessi
          che vi sono, così piccoli e pochi, bastano a vincere di gran lunga la sua capacità. Bacco
          e Venere sono piaceri, ma l’uomo dopo un quarto d’ora ec. diviene incapace di gustarli, e
          soccombe alla loro forza niente meno che a quella de’ tormenti e de’ morbi. (3. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Somma conformabilità dell’uomo ec. Tutto in natura, e massime nell’uomo, è disposizione.
          ec. Straordinaria, ed, apparentemente, più che umana facoltà e potenza che i ciechi, o
          nati o divenuti, hanno negli orecchi, nella ritentiva, nell’inventiva, nell’attendere,
          nella profondità del pensare, nell’apprender la musica ed esercitarla e comporne ec. ec.
          Similmente dei sordi nell’attenzione, nella contenzione e concentrazione del pensiero,
          nell’imparar cose che paiono impossibili ai sordi nati, fino a leggere, a scrivere, a
          parlare fors’anche ec. come nelle scuole de’ sordi muti ec. Le quali straordinarie potenze
          delle parti morali, che si scuoprono nell’uomo per la sola forza delle circostanze, e
          talora in un individuo medesimo che dapprima non le aveva, come in uno divenuto cieco a
          una certa età, ec.; sono analoghe a quelle, altrettanto straordinarie, delle parti
          fisiche, occasionate pur dalle sole circostanze, e che in tanto si credono possibili
          fisicamente all’uomo, in quanto solamente si vede in fatti qualche individuo che per forza
          delle sue circostanze, è giunto a possederle. Come quello che nato senza braccia, suppliva
          co’ piedi a tutte le funzioni delle mani, fino alle più squisite. Delle quali potenze
          niuno pure immagina che l’uomo e le rispettive sue parti morali <pb ed="aut" n="3825"/> o
          fisiche sieno in alcun modo capaci, se non vede o non conosce i fatti a uno per uno. Così
          dico di centomila altre facoltà straordinarie morali o fisiche possedute oggi o ne’ tempi
          addietro da individui, o da razze, o da nazioni particolari, per sola forza di
          circostanze, o di esercizio, o di costumi ec. Come son quelle de’ giocolieri indiani, ed
          eran quelle de’ giocolieri messicani ec. de’ nostri saltatori, giuocatori di forze, ed
          anche di lestezza di mano ec. E quel che dico delle facoltà dicasi ancora delle qualità
          straordinarie morali o fisiche, de’ costumi, delle abitudini d’ogni sorta ec.
          straordinarie, o che a noi son tali ec. (4. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non solamente in italiano e in francese ec. (come in <foreign lang="fre" rend="italic"
            >châtelet</foreign>) si diminuiscono i diminutivi positivati, come ho detto altrove,
          venuti dal latino o no, positivati nel latino o nelle lingue moderne ne ec.; ma eziandio
          nel latino medesimo, come <foreign lang="lat" rend="italic">flabellulum</foreign>, s’è
          vera voce, e credo altre parecchie<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Sellula. Asellulus.</p>
          </note>. Del resto anche i diminutivi non positivati si tornano a diminuire talvolta in
          latino come in italiano ec. s’io non m’inganno. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Puella</foreign>, benchè sia voce esprimente una cosa piccola e da vezzeggiare ec. pur è
          un diminutivo positivato in quanto restò solo in uso in vece dell’antiquato suo positivo
            <foreign lang="lat" rend="italic">puera</foreign>, di cui <bibl>v.
            <author>Forcell.</author>
          </bibl> E <foreign lang="lat" rend="italic">puella</foreign> si diminuisce in <foreign
            lang="lat" rend="italic">puellula</foreign>. (4. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3757. Dagli altri supini, si fanno, ma son più rari, mutato l’<emph>um</emph> in
            <emph>ibilis</emph>, come da <foreign lang="lat" rend="italic">flexum flexibilis,
            inflexibilis</foreign>, ec. <foreign lang="lat" rend="italic">passibilis</foreign> ec.
            <foreign lang="lat" rend="italic">sensibilis, insensibilis</foreign> ec. Nel latino
          barbaro, e nelle lingue moderne s’usa di far tali verbali <pb ed="aut" n="3826"/> allo
          stesso modo da’ supini in <emph>tum</emph> impuro, cioè sostituendo all’<emph>um</emph>
            l’<emph>ibilis</emph>, come <emph>fattibile, perfettibile, indefettibile</emph>, ec. da
            <foreign lang="lat" rend="italic">perfectum, defectum, factum</foreign>. Ma non così in
          latino buono, o seppur v’avesse qualch’esempio simile, sarebbe de’ tempi più moderni ec. I
          buoni latini avrebbero detto <foreign lang="lat" rend="italic">facibilis</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">facitum</foreign>, come anche noi diciamo
            <emph>concepibile inconcepibile</emph> ec. (<foreign lang="fre" rend="italic"
          >concevable</foreign> ec.) da <foreign lang="lat" rend="italic">concepitum</foreign>,
          mentre però diciamo <emph>percettibile impercettibile</emph> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">perceptum</foreign>; e diciamo <emph>reperibile</emph> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">reperitum</foreign>, non <emph>repertibile</emph> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">repertum</foreign> ec. Regolarmente e primitivamente niun
          supino latino finisce in <emph>tum</emph> impuro. Sicchè questa formazione non è latina.
          V. p. 3904.3928.</p>
        <p>Del resto, queste osservazioni sopra la formazione de’ verbali in <emph>bilis</emph>
          servono anch’esse a confermare le nostre proposizioni circa l’antico e regolare stato de’
          supini, sì in generale, sì per ciascuno di tai verbali in particolare, cioè di quelli che
          fanno al proposito ec. (4. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3688. fine. Come il significato di <foreign lang="grc">νοέω</foreign> abbia a
          fare con quel di <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign>, <bibl>vedi i
              <title>Lessici</title>
          </bibl>. E in ogni modo o che <foreign lang="lat" rend="italic">nosco</foreign> fosse da
            <foreign lang="grc">νοΐσκω</foreign>, o che sia da <foreign lang="grc">νοέω</foreign>,
          sarebbe la stessa cosa, quanto alla ragion del significato ec. perchè <foreign lang="grc"
            >νοέω</foreign> e <foreign lang="grc">νοΐσκω</foreign> sono lo stesso verbo. E <foreign
            lang="grc">γιγνώσκω</foreign>, che vale <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nosco</foreign>, vien certamente da <foreign lang="grc">νοΐσκω</foreign> ec. (4. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Reperito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >reperio-ertum</foreign>, ant. <foreign lang="lat" rend="italic">reperitum</foreign>.
            <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Manto as</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >maneo-mansum</foreign>, ant. <foreign lang="lat" rend="italic">manitum</foreign>
          regolare, contratto in <foreign lang="lat" rend="italic">mantum</foreign>. Ovvero <foreign
            lang="lat" rend="italic">mantum</foreign> sta per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mansum</foreign> mutato l’<emph>s</emph> in <emph>t</emph>. Vedi ciò che altrove s’è
          detto in più luoghi circa tal mutazione ne’ supini e participii, a proposito di <foreign
            lang="lat" rend="italic">vectum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vexum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">veho</foreign>, onde <pb ed="aut"
            n="3827"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">vectare</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vexare</foreign>, e ad altri propositi; e quello si riferisca a <emph>manto</emph>, e
            <emph>manto</emph> a quel che ivi si è detto. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Mansum</foreign> anomalo è dall’anomalo <foreign lang="lat" rend="italic">mansi</foreign>
          per <foreign lang="lat" rend="italic">manui</foreign>, secondo il detto altrove della
          formazione de’ supini da preteriti perfetti, al che si aggiunga anche questo esempio. Da
            <foreign lang="lat" rend="italic">mansum</foreign> è <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mansitare</foreign> fratello di <foreign lang="lat" rend="italic">mantare</foreign>,
          come <foreign lang="lat" rend="italic">vexare</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">vectare</foreign> ec. (4. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3704. fine. E qualcosa similmente è più aliena dalla terza coniugazione, e più
          propria e caratteristica della prima, che la desinenza in <emph>avi</emph> nel perfetto e
          in <emph>atum</emph> nel supino? (<foreign lang="lat" rend="italic">sero is</foreign>
          anomalo ha <foreign lang="lat" rend="italic">satum</foreign>, anomalo come il perfetto
            <foreign lang="lat" rend="italic">sevi</foreign>; ma oltre che questo supino è anomalo,
          ei non è in <emph>atum</emph> ma in <emph>atum</emph>). Or eccovi <foreign lang="lat"
            rend="italic">nascor</foreign> della terza fa <foreign lang="lat" rend="italic"
          >natus</foreign> participio e sostantivo e <foreign lang="lat" rend="italic">natus
          sum</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">natum</foreign>, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">natu</foreign> ec. E tutti i verbi in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >asco</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">ascor</foreign>, o non hanno
          perfetto nè supino, o se n’hanno o che se gli attribuiscano, e’ sono in <emph>avi</emph> e
          in <emph>atum</emph>. Qual più chiaro segno che questi non sono proprii loro, ma d’altro
          verbo, e questo della prima? <foreign lang="lat" rend="italic">Veterasco is</foreign> ha,
          o se gli attribuisce, <foreign lang="lat" rend="italic">veteravi</foreign>. Pare però che
          lo stesso Forcell. che glielo attribuisce, abbia veduto ch’e’ non può esser proprio suo,
          ma di un <foreign lang="lat" rend="italic">vetero as</foreign>, il quale ei segna
          senz’alcun esempio, rimettendo a <foreign lang="lat" rend="italic">veterasco</foreign>,
          dove di <foreign lang="lat" rend="italic">vetero</foreign> non è parola; solo vi sono
          esempi di <foreign lang="lat" rend="italic">veteravi</foreign> frammisti a quelli di
            <foreign lang="lat" rend="italic">veterasco</foreign>. (Trovasi anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">veteratus</foreign>, <bibl>v. <author>Forc.</author> in questa
            voce</bibl>). Infatti abbiamo <foreign lang="lat" rend="italic">inveterasco is</foreign>
          fatto evidentemente da <foreign lang="lat" rend="italic">invetero as avi atum</foreign>,
          il quale ancora sussiste (tutto intiero), e così <foreign lang="lat" rend="italic"
            >inveteratus</foreign> (che il Forc. attribuisce giustamente ad <foreign lang="lat"
            rend="italic">invetero</foreign>, sì come anche il perfetto <foreign lang="lat"
            rend="italic">inveteravi</foreign> e il supino <foreign lang="lat" rend="italic"
            >inveteratum</foreign>, segnando <pb ed="aut" n="3828"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">inveterascere</foreign> senza perfetto nè supino), e
          così forse altri composti di <foreign lang="lat" rend="italic">vetero</foreign>. Dunque se
            v’<foreign lang="lat" rend="italic">invetero</foreign>, e se a questo spetta <foreign
            lang="lat" rend="italic">inveteravi, atum, atus</foreign>, dovette avervi anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">vetero</foreign>, e suo esser <foreign lang="lat" rend="italic"
            >veteravi, atus</foreign> ec. E così discorrasi di tanti altri verbi originali di quelli
          in <emph>sco</emph>, de’ quali mancando il semplice si trovano però i loro composti, a’
          quali ordinariamente si attribuiscono i perfetti e supini che loro convengono, mentre
          quelli de’ semplici, se i semplici non si trovano, s’attribuiscono ai loro semplici
          derivati in <emph>sco</emph>.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Irascor</foreign> sta nel Forcell. senza supino nè
          perfetto. Trovasi <foreign lang="lat" rend="italic">iratus</foreign>. Vero participio,
          benchè forse, almeno in certi casi, aggettivato, come tanti altri. Or donde viene questo
          participio? Non dimostra egli un verbo della prima? un verbo onde venga sì egli sì
            <foreign lang="lat" rend="italic">irascor</foreign>? Cioè un antico <foreign lang="lat"
            rend="italic">iror</foreign>, conservato nell’italiano (<emph>irare, adirare,
          airare</emph> ec. con lor derivati ec.), e v. gli spagn. (4. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3710. Da’ verbi della 2.<hi rend="apice">da</hi> si fanno quelli in
          <emph>esco</emph>, dalla terza si fanno in <emph>isco</emph>, così dalla quarta, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">scisco</foreign>; dalla prima, in <emph>asco</emph>;
          del che vedi gli esempi nel pensiero precedente, ed aggiungi <foreign lang="lat"
            rend="italic">labasco</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">labascor</foreign>
          da <foreign lang="lat" rend="italic">labo as</foreign>, e simili. In <foreign lang="lat"
            rend="italic">Labasco</foreign> nel Forcell. trovo il nome appellativo e speciale de’
          verbi in <emph>sco</emph>. Essi si chiamano presso i grammatici, <foreign lang="lat"
            rend="italic">verba inchoativa</foreign>. (4. Nov. 1823.). V. p. 3830. fine.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Adito as</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adeo is-itum</foreign>. (4. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove del verbo <foreign lang="lat" rend="italic">bitere</foreign>, aggiungi
          quello che ha il Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">adito as</foreign>. E nóta
          come anche <add resp="ed">in</add> quell’esempio, <pb ed="aut" n="3829"/> il quale,
          secondo il Forcell. , è appoggiato <emph>da tutte l’ottime edizioni</emph>, la
          coniugazione di <foreign lang="lat" rend="italic">bito</foreign> fu la prima. Si <foreign
            lang="lat" rend="italic">adbites</foreign>. Certo questo è presente congiuntivo e non
          futuro indicativo. Almeno sen può ben dubitare. E veramente io mi maraviglio come nè per
          questo, nè per gli altri esempi, altrove da me esaminati, il Forcellini (e forse niun
          altro) si sia avveduto che <foreign lang="lat" rend="italic">bito</foreign> è della prima,
          o anche della prima, e l’abbia pur creduto della terza, o della sola terza, oltre <foreign
            lang="lat" rend="italic">bitio is</foreign> della 4.<hi rend="apice">ta</hi> ec. s’è
          vera voce<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Anche in <foreign lang="lat" rend="italic">adbito</foreign> (che veggasi) il Forc. ha
                <foreign lang="lat" rend="italic">adbito is</foreign> con questo solo es. di
            Plauto.</p>
          </note>. (4. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Lo stato della letteratura spagnuola oggidì (e dal principio del 600 in poi), è lo stesso
          affatto che quello dell’italiana, eccetto alcuni vantaggi di questa, ed alcune diversità
          di circostanze, che non mutano la sostanza del caso. Come noi (al paro di tutti gli altri
          stranieri) non dubitiamo che la Spagna non abbia nè lingua nè letteratura moderna propria,
          e dal 600. in poi non l’abbia mai avuta, così non dobbiamo dubitare che non sia
          altrettanto in Italia, e ciò dal 600. in poi, come gli stranieri, e forse tra questi anche
          gli spagnuoli (che del fatto loro non converranno), punto non ne dubitano. Quello che noi
          vediamo chiaro in altrui e nel lontano, ci serva di specchio e di esempio per ben vedere,
          per accorgerci, per conoscere e concepire il fatto nostro, e quello ch’essendoci proprio e
          troppo vicino, non suol vedersi nè conoscersi mai bene, sì per l’inganno dell’amor
          proprio, sì perchè la stessa vicinanza nuoce alla vista, e l’abitudine di continuamente
          vedere impedisce o difficulta l’osservare, il notare, l’attendere, il por mente,
          l’avvedersi. L’opinione che abbiamo di quelli stranieri c’istruisca <pb ed="aut" n="3830"
          /> di quella che dobbiamo avere di noi, e le ragioni di quella si applichino al caso
          nostro, chè ben vi sono applicabili ec.</p>
        <p>Del resto tutto quello ch’io <add resp="ed">ho</add> ragionato in più luoghi circa la
          presente (ec.) condizione della letteratura e lingua italiana; circa il mancar noi di
          lingua e letteratura moderna, di filosofia ec.; circa la condizione in cui si troverebbe
          oggidì un grande e perfettamente colto ingegno italiano, la necessità che avrebbe di
          crearsi una lingua, di creare una letteratura ec., il come e quale gli converrebbe
          crearle, e con quali avvertenze ec. ec. tutto, con lievi e accidentali diversità intendo
          altresì dirlo degli spagnuoli. E viceversa la considerazione di questi può e dee molto
          servire, sì a noi, sì anche agli stranieri, per giudicare e formarsi una giusta idea dello
          stato d’Italia e degl’ingegni italiani (se ve ne fossero) rispetto alla lingua,
          letteratura, filosofia ec. Le lingue e letterature italiana e spagnuola, le più conformi
          forse del mondo per mille altri titoli, come ho mostrato altrove (e così le nazioni ec.),
          lo sono altresì per la loro storia, e pel loro stato presente e passato ec. Ed altrimenti
          infatti non avrebbero avuto fra loro quelle conformità intrinseche che hanno, o certo non
          in tal grado, nè così durevolmente ec. ec. (4. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3828. fine. Sicchè di ciascun verbo in <emph>asco</emph> si può sicuramente dire
          che viene da un verbo della prima, e non d’altra coniugazione, della quale è segno
          caratteristico l’<emph>a</emph> precedente la desinenza in <emph>sco</emph>; e così
          rispettivamente dite de’ verbi <pb ed="aut" n="3831"/> in <emph>esco</emph> ed
          <emph>isco</emph> ec. (se pur non v’ha qualche verbo in <emph>sco</emph> che non sia
          incoativo, neppur per origine, (giacchè per significato ed uso molti nol sono o nol sono
          sempre, come altrove dico) il quale sarebbe fuori del nostro discorso). <emph>Pasco</emph>
          è certamente da un antico <foreign lang="lat" rend="italic">pare</foreign> da <foreign
            lang="grc">πάω</foreign> (e non da <foreign lang="grc">βόσκω</foreign>, come dubita il
          Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Pasco</foreign> princip.) come l’antico
            <foreign lang="lat" rend="italic">poo</foreign> da <foreign lang="grc">πόω</foreign>, e
          altri tali di cui altrove sparsamente ed insieme. Dimostralo sì la sua desinenza in
            <emph>asco</emph>, sì il perfetto <foreign lang="lat" rend="italic">pavi</foreign>,
          affatto anomalo rispetto a <foreign lang="lat" rend="italic">pasco</foreign> e rispetto
          alla sua coniugazione, cioè alla terza, perchè tolto in prestito da quell’antico verbo
          della prima, di cui è proprio. Ecco come le nostre osservazioni scuoprono e illustrano le
          antichissime voci e radici della lingua latina, e la sua analogia, e le sue antichissime
          conformità colla greca, e la medesimezza di voci greche e latine che non paiono più aver
          nulla che fare (e ciò non per stiracchiate etimologie, come tanti altri han fatto, ma per
          accurato ed evidente ragionamento, e per mille confronti ec. e per regole grammaticali ec.
          trovate, o illustrate nuovamente e nuovamente applicate, ampliate, meglio stabilite,
          spiegate ec.), e le origini della lingua latina, e la proprietà vera e primitiva sua e
          delle sue voci, e le sue vere norme e regole, forme ec.; e le ragioni ed origini delle
          anomalie sue e delle sue voci ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Pastum</foreign> è
          contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">pascitum</foreign> dimostrato da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pascito</foreign>. L’uno e l’altro è supino (e participio)
          proprio di <foreign lang="lat" rend="italic">pasco</foreign>, non di <foreign lang="lat"
            rend="italic">pao</foreign>. Nuova prova che il vero e proprio supino di tutti i verbi
          in <emph>sco</emph> è in <emph>scitum</emph>, benchè per lo più perduto, e sostituitigli
          degli altri ec.; e quindi ancora che il lor proprio perfetto sarebbe in <emph>sci</emph>,
          giacchè il supino si fa dal perfetto, come <pb ed="aut" n="3832"/> altrove. Il composto di
            <foreign lang="lat" rend="italic">pasco, compesco</foreign>, s’egli però è veramente
          composto di <foreign lang="lat" rend="italic">pasco</foreign>, come crede il Forcell.
          (vedilo in <foreign lang="lat" rend="italic">pasco</foreign> fin. e in <foreign lang="lat"
            rend="italic">compesco</foreign>), non fa <foreign lang="lat" rend="italic"
          >compavi</foreign>, ma <foreign lang="lat" rend="italic">compescui</foreign>, anomalo
          anch’esso, (v. la pag. 3707.) ma, benchè anomalo, proprio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">compesco</foreign> e di un verbo in <emph>sco</emph>, non di <foreign
            lang="lat" rend="italic">compao</foreign> nè di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pao</foreign>, e che pur serve a mostrare che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pavi</foreign> non è proprio di <foreign lang="lat" rend="italic">pasco</foreign>. Per
          supino Prisciano gli dà <foreign lang="lat" rend="italic">compescitum</foreign>, e a
            <foreign lang="lat" rend="italic">dispesco, dispescitum</foreign>; nuova prova e di
            <foreign lang="lat" rend="italic">pascitum</foreign> e della qualità de’ proprii supini
          de’ verbi in <emph>sco</emph> ec. Prisciano riconosce anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">dispescui</foreign>. Se <foreign lang="lat" rend="italic"
          >dispesco</foreign> sia composto di <foreign lang="lat" rend="italic">pasco</foreign>, ne
          dico quello stesso che di <foreign lang="lat" rend="italic">compesco</foreign>.</p>
        <p>Del resto ne’ verbi in <emph>sco</emph> fatti da quelli della terza, non è essenziale la
          desinenza in <emph>isco</emph>. Da <foreign lang="lat" rend="italic">noo is</foreign> si
          fa <foreign lang="lat" rend="italic">nosco: posco</foreign> ec. ec. O che queste desinenze
          sieno primitive, ovvero, che m’è più probabile, l’<emph>i</emph> che dovrebb’esservi, vi è
          mangiato, e ciò per evitare il concorso delle vocali, giacchè tali desinenze han luogo
          quando la desinenza in <emph>isco</emph> sarebbe stata preceduta da una vocale. P. e. da
            <foreign lang="lat" rend="italic">noo is</foreign>, regolarmente sarebbe stato <foreign
            lang="lat" rend="italic">noisco</foreign> (intieramente conforme al greco <foreign
            lang="grc">νοΐσκω</foreign>, e ciò per puro accidente, come a pag. 3688.). Ma siccome
            <foreign lang="lat" rend="italic">noo</foreign> e simili andarono in disuso per la
          spiacevolezza del suono, cagionata dal concorso delle vocali, siccome altrove ho detto,
          così ne’ lor derivati che restarono in loro luogo, per evitar lo stesso concorso, fu
          soppresso l’<emph>i</emph>, ch’era la vocale più esile. Del resto <foreign lang="lat"
            rend="italic">nosco</foreign> è per <foreign lang="lat" rend="italic">noisco</foreign>,
          come <foreign lang="lat" rend="italic">notum</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">noitum, nobilis</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">noibilis,
            potum</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">poitum, sutum</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">suitum</foreign> ec. ec. come altrove in più luoghi. E
          questi sono così ridotti per la detta ragione. (4. Novembre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3833"/> Alla p. 3640. marg. Gl’Inca furono i civilizzatori di quella parte
          non piccola dell’America meridionale ond’essi in varie maniere s’insignorirono.
          Civilizzatori per rispetto alla barbarie estrema de’ popoli di quella parte non soggetti
          alla loro dominazione, anche de’ confinanti, ed alla barbarie de’ popoli da lor
          soggettati, prima della soggezione. La civilizzazione operata dagl’Incas, o da essi
          diffusa, fu principalmente nelle provincie più vicine alla lor capitale; nell’altre tanto
          minore proporzionatamente quanto più lontane, men soggette, e più recentemente riunite al
          loro impero. Or gl’Inca adorarono unicamente o principalmente il sole; e così la lor
          capitale e le più antiche provincie del loro regno. Essi introdussero il culto del sole
          per tutto insieme col lor dominio. L’altre provincie lor soggette massime le più lontane,
          o le men soggette, o le più recentemente, e ne’ principii della lor soggezione tutte o
          quasi tutte, lo riunirono ai culti lor naturali, ch’erano d’idoli orribili a vedere, e de’
          quali avevano formidabili e odiosissime idee di figure d’animali feroci, o d’idee semplici
          di qualche essere spaventevole non rappresentato in niun modo. Le provincie non soggette
          agl’Inca non ebbero che questi o simili culti e mai non conobbero quello del sole. Quando
          gli Europei scoprirono il Perù e suoi contorni, dovunque trovarono alcuna parte o segno di
          civilizzazione e dirozzamento, quivi trovarono il culto del sole; dovunque il culto del
          sole, quivi i costumi men fieri e men duri che altrove; dovunque non trovarono il culto
          del sole, quivi (ed erano pur provincie, valli, ed anche borgate, confinanti non di rado
            <pb ed="aut" n="3834"/> o vicinissime alle sopraddette) una vasta, intiera ed orrenda e
          spietatissima barbarie ed immanità e fierezza di costumi e di vita. E generalmente i
          tempii del sole erano come il segno della civiltà, e i confini del culto del sole, i
          confini di essa ec. (5. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove che noi sogliamo cangiare l’<emph>i</emph> de’ participii latini in
          <emph>us</emph>, usitati o inusitati, nella lettera <emph>u</emph>. Che questa mutazione
            dell’<emph>i</emph> in <emph>u</emph> (mutazione propria della voce umana, come ho detto
          altrove in più d’un luogo) ci sia naturale segnatamente in questo caso, veggasi che noi
          diciamo <emph>concepito</emph> (regolare lat. ant. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >concepitus</foreign>), e <emph>conceputo</emph> (diciamo anche <emph>concetto</emph>,
          voce tolta dal latino dagli scrittori e dalla letteratura). Ma questo secondo è più
          italiano ed elegante. Così <emph>empiuto, compiuto, riempiuto</emph> ec. rispetto ad
            <emph>empìto, compìto</emph> (in alcuni sensi però non si potrebbe dir
          <emph>compiuto</emph> per <emph>compito</emph> ma questi sono anzi forestieri che no) ec.
          Così forse altri ec. Nótisi però che i grammatici distinguono <emph>empiere</emph> ec. ed
            <emph>empire</emph> (meno elegante) ec.; <emph>concepere</emph> e
          <emph>concepire</emph>; e ad <emph>empiere</emph> danno <emph>empiuto</emph> ec., a
            <emph>concepere conceputo</emph>; ad <emph>empire empìto</emph> ec. (5. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Rameau</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Anche tra noi <emph>ramoscello</emph> ec. molte volte è positivato, massime nel dir
              moderno.</p>
          </note>, <foreign lang="fre" rend="italic">Taureau</foreign>. (5. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii affatto aggettivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Acutus a um</foreign>.
          E v. Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">Acuo</foreign> sulla fine. (5. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi in <emph>uo</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">Tribuo</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">tribus us</foreign>; verbo della terza, siccome <pb ed="aut"
            n="3835"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">acuo</foreign> che forse è da <foreign lang="lat"
            rend="italic">acus us, statuo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">status
          us</foreign> ec. del che altrove. (5. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’esaltamento di forze proveniente da’ liquori o da’ cibi o da altro accidente (non
          morboso), se non cagiona<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Puoi vedere la p. 3842. seg.</p>
          </note>, come suole sovente, un torpore e una specie di assopimento letargico (come diceva
          il Re di Prussia), essendo un accrescimento di vita, accresce l’effetto essenziale di
          essa, ch’è il desiderio del piacere, perocchè coll’intensità della vita cresce quella
          dell’amor proprio, e l’amor proprio è desiderio della propria felicità, e la felicità è
            piacere<note resp="aut" n="c" place="foot">
            <p>V. p. 3905.</p>
          </note>. Quindi l’uomo in quello stato è oltre modo, e più ch’ei non suole, avido e
          famelico di sensazioni piacevoli, e inquieto per questo desiderio, e le cerca, e tende con
          più forza e più direttamente e immediatamente al vero fine della sua vita e del suo essere
          e di se stesso, e alla vera somma e sostanza ultima della felicità, ch’è il piacere, poco,
          o men del suo solito, curando le altre cose, che spesso son fini delle operazioni e
          desiderii umani, ma fini secondarii, benchè tuttogiorno si prendano per primarii e per
          felicità; perch’essi stessi tendono essenzialmente ad un altro fine, e tutti ad un fine
          medesimo, cioè a dire al piacere. In somma l’uomo è allora rispetto a se stesso ed al
          solito suo, quello che sono sempre i più forti rispetto agli altri, cioè più sitibondi
          della felicità, e più inquieti da’ desiderii, cioè dal desiderio della propria felicità, e
          più immediatamente e specialmente, e in modo più espresso, sensibile e manifesto sì agli
          altri che a se medesimi, avidi del piacere <pb ed="aut" n="3836"/> (al quale tutti tendono
          e sempre, ma i più forti più, e più immediatamente e chiaramente, o ciò più spesso e più
          ordinariamente degli altri), perocch’essi sono abitualmente più vivi degli altri.</p>
        <p>Similmente, come in generale i più forti per l’ordinario, così gl’individui in quel
          punto, sogliono essere (proporzionatamente alle loro rispettive abitudini e caratteri,
          età, circostanze morali, fisiche, esteriori, di fortuna, di condizione e grado sociale, di
          avvenimenti ec. costanti, temporarie, momentanee ec.) più del lor solito disposti alle
          grandi e generose azioni, agli atti eroici, al sacrifizio di se stessi, alla beneficenza,
          alla compassione (dico più disposti, e voglio dire la potenza, non l’atto, che ha bisogno
          dell’occasione e di circostanze, che mancando, come per lo più, fanno che l’uomo neppur si
          avveda in quel punto di tal sua disposizione e potenza, ed anche in tutta la sua vita non
          si accorga che in quei tali punti egli ebbe ed ha questa disposizione ec.); perocchè la
          sua vita in quel punto è maggiore, e quindi più potente l’amor proprio, e quindi questo è
          meno egoista, secondo le teorie altrove esposte. Lasciando le illusioni proprie e naturali
          di quello stato, proporzionatamente all’abitual condizione morale dell’individuo ec.</p>
        <p>E così troverassi che gli altri effetti che accompagnano o seguono la maggiore intensità
          della vita, la maggior forza corporale ec., avuta ragione de’ vari caratteri e circostanze
          morali e fisiche degl’individui ec. da me altrove considerati in più luoghi ec. hanno
          tutti luogo proporzionatamente nelle dette occasioni ec. (5. Novembre 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3837"/> Il giovane che al suo ingresso nella vita, si trova, per qualunque
          causa e circostanza ed in qual che sia modo, ributtato dal mondo, innanzi di aver deposta
          la tenerezza verso se stesso, propria di quell’età, e di aver fatto l’abito e il callo
          alle contrarietà, alle persecuzioni e malignità degli uomini, agli oltraggi, punture,
          smacchi, dispiaceri che si ricevono nell’uso della vita sociale, alle sventure, ai cattivi
          successi nella società e nella vita civile; il giovane, dico, che o da’ parenti, come
          spesso accade, o da que’ di fuori, si trova ributtato ed escluso dalla vita, e serrata la
          strada ai godimenti (di qualsivoglia sorta) o più che agli altri o al comune de’ giovani
          non suole accadere; o tanto che tali ostacoli vengano ad essere straordinari e ad avere
          maggior forza che non sogliono, a causa di una sua non ordinaria sensibilità,
          immaginazione, suscettibilità, delicatezza di spirito e d’indole, vita interna, e quindi
          straordinaria tenerezza verso se stesso, maggiore amor proprio, maggiore smania e bisogno
          di felicità e di godimento, maggior capacità e facilità di soffrire, maggior delicatezza
          sopra ogni offesa, ogni danno, ogn’ingiuria, ogni disprezzo, ogni puntura ed ogni lesione
          del suo amor proprio; un tal giovane trasporta e rivolge bene spesso tutto l’ardore e la
          morale e fisica forza o generale della sua età, o particolare della sua indole, o l’uno e
          l’altro insieme, tutta, dico, questa forza e questo ardore che lo spingevano verso la
          felicità, l’azione, la vita, ei la rivolge a proccurarsi l’infelicità, l’inattività, la
          morte morale. <pb ed="aut" n="3838"/> Egli diviene misantropo di se stesso e il suo
          maggior nemico, egli vuol soffrire, egli vi si ostina, i partiti più tristi, più acerbi
          verso se stesso, più dolorosi e più spaventevoli, e che prima di quella sua poca
          esperienza della vita egli avrebbe rigettati con orrore, divengono del suo gusto, ei li
          abbraccia con trasporto, dovendo scegliere uno stato, il più monotono, il più freddo, il
          più penoso per la noia che reca, il più difficile a sopportarsi perchè più lontano e men
          partecipe della vita, è quello ch’ei preferisce, ei vi si compiace tanto più quanto esso è
          più orribile per lui, egl’impiega tutta la forza del suo carattere e della sua età in
          abbracciarlo, e in sostenerlo, e in mantenere ed eseguire la sua risoluzione, e in
          continuarlo, e si compiace fra l’altre cose in particolare nell’impossibilitarsi a poter
          mai fare altrimenti, e nello abbracciar quei partiti che gli chiudano per sempre la strada
          di poter vivere, o soffrir meno, perchè con ciò ei viene a ridursi e a rappresentarsi come
          ridotto in uno estremo di sciagura, il che piace, come altrove ho detto, e se qualche cosa
          mancasse e potesse aggiungersi al suo male, ei non sarebbe contento ec. egl’impiega tutta
          la sua vita morale in abbracciare, sopportare e mantenere costantemente la sua morte
          morale, tutto il suo ardore in agghiacciarsi, tutta la sua inquietezza in sostenere la
          monotonia e l’uniformità della vita, tutta la sua costanza in scegliere di soffrire, voler
          soffrire, continuare a soffrire, tutta la sua gioventù in invecchiarsi l’animo, e vivere
          esteriormente da vecchio, ed abbracciare e seguir gl’istituti, le costumanze, i modi, le
          inclinazioni, il pensare, la vita de’ vecchi. Come tutto ciò è un effetto del suo ardore e
          della sua forza naturale, egli va molto al di là del necessario: se il mondo a causa di
          suoi difetti o morali o fisici, o di sue circostanze, gli nega tanto di godimento, egli se
          ne toglie il decuplo; se la necessità l’obbliga a soffrir tanto, egli elegge di soffrir
          dieci volte di più; se gli nega un bene ei se ne interdice uno assai maggiore; se gli
          contrasta qualche godimento, egli si priva di tutti, e rinunzia affatto al godere.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3839"/> Il giovane è in queste cose così costante, risoluto, forte,
          durevole, che gli educatori e quelli che han cura di lui, anche sommamente benevoli, assai
          spesso e il più delle volte, stimano tali risoluzioni e tali forme di vita essergli
          naturali, nascere dalle sue inclinazioni, esser conformi al suo vero carattere, al suo
          vero piacere, e però determinano di non distornelo, non impedirnelo, di confermarvelo, di
          secondarlo, e così fanno, anche talora senz’alcun proprio interesse per sola premura ed
          affezione verso di lui. E’ s’ingannano sommamente e in tali casi la lor poca cognizione
          del cuore umano e de’ suoi mirabilissimi accidenti, de’ fenomeni dell’amor proprio e delle
          sue sottilissime e sfuggevolissime operazioni e modi di agire, e stravagantissimi effetti
          e trasformazioni, nuoce grandemente a quei poveri giovani, i quali ben potrebbero ancora,
          ma non senza molta forza e molto artifizio, essere strappati a quelle dure risoluzioni,
          azioni e abitudini, e riconciliati con se stessi e con la vita, vero partito che si
          dovrebbe prendere in tali casi da un prudente e filosofo e pietoso curatore, e solo mezzo
          di svolgere il giovane da’ tristi partiti ch’egli ha abbracciati o è per abbracciare, e di
          sottrarlo dalla vera infelicità che glien’è per seguire, massime calmato il
          <emph>furore</emph> e intiepidito l’<emph>ardore</emph> dell’età, che sono appunto quelli
          che cagionano quella tal sua <emph>pazienza</emph> e che l’<emph>agghiacciano</emph>, e
          che lo sostengono e nutrono in quella gelata, sterile, ed arida vita ch’egli ha
          intrapreso, o nella risoluzione d’intraprenderla; ma poco potranno durare a sostentarlo, e
          consumati o diminuiti, egli sentirà tutta <pb ed="aut" n="3840"/> la pena del suo stato, e
          gli mancherà la virtù di soffrirlo, dopo impostasene la necessità. La qual virtù manca
          insieme colla compiacenza ch’ei prova in soffrire o in voler soffrire, la qual compiacenza
          non può essere perpetua, e il tempo e l’età, se non altro, l’estingue. Massime ch’egli non
          potrà esser consolato e reso indifferente verso le sue privazioni dal disinganno, non
          avendo mai provato quello di ch’ei si privò, e non essendosene privato per disinganno e
          per dispregio ch’e’ n’avesse, anzi al contrario per inganno, perch’ei ne faceva gran
          conto, perchè assaissimo gli costava il privarsene. Chè questa è la differenza da questa
          sorta di sacrifizi che or discorriamo, e quella più facile e più nota, (perchè proveniente
          da causa più manifesta e facile a comprendere e a vederne la connessione coll’effetto) e
          forse più ordinaria, o altrettanto, che nasce dal disinganno, dall’esperienza de’
          godimenti, dal disgusto della vita tutta felice com’ella può essere.</p>
        <p>Quindi accade che tali giovani i quali nella gioventù son vecchi per lor volontà, e più
          fortemente vecchi de’ vecchi medesimi, perchè la lor morale vecchiezza viene a nascere
          appunto dalla lor gioventù fisica, e dalla forza e ardore di questa e del loro carattere,
          nella maturità e nella vecchiezza (posto che abbiano effettuato quelle loro risoluzioni)
          sono moralmente giovani, e più giovani assai de’ giovani stessi che abbiano fatta un poco
          di esperienza, o che sieno di men fervida e sensitiva natura. Perchè questi sono in parte
          disingannati, o meno avidi e smaniosi del godimento. Quelli continuano e serbano tutto
          intero e fresco il loro inganno giovanile <pb ed="aut" n="3841"/> e le loro illusioni, e
          come frutta l’inverno, conservate nella cera, state sempre escluse dal contatto dell’aria,
          sotto la vecchiezza del corpo conservano quasi intatta ed intera la gioventù dell’anima
          (mantenuta lungi dall’influenza esteriore ec. nel ritiro ec.) già vera gioventù, perchè
          cessata la gioventù del corpo che li spingeva a soffrire, e ne li facea compiacere, e
          gliene dava il valore. Questi tali, bene attempati, sono smaniosi del godimento, avidi e
          sitibondi della felicità senza sperarla, ma ben persuasi, come da principio, ch’ella sia
          possibile e non difficile nè rara, hanno ripreso i desiderii proprii dell’uomo, e massime
          della gioventù, con tutto il loro ardore ec. Quindi e’ vivono e muoiono disperati e
          infelici, tanto più quanto e’ credono felici gli altri, e che la loro infelicità, il lor
          soffrire, il loro non godere, o il non aver mai goduto e sempre sofferto, sia provenuto da
          loro, e ch’essi avessero potuto altrimenti se avessero voluto; la quale opinione e il qual
          pentimento è la più amara parte che possa trovarsi in qualunque abituale o attuale
          infelicità o sventura o privazione ec. e il colmo dell’infelicità.</p>
        <p>Spettano a questo discorso e nascono dalle psicologiche cagioni e principii, e
          dagl’interni avvenimenti e circostanze sviluppate di sopra, gran parte delle monacazioni
          ec. di giovani, e lo sceglier di vivere in casa o in campagna, e i ritiri dalla società
          ec. fatti nel principio della gioventù, massime da persone vive e sensibili ec. e resi poi
          necessarii a continuarsi, per l’abitudine, per li rispetti umani, per l’imperizia, che ne
          segue, del conversare, per il timor <pb ed="aut" n="3842"/> panico dell’opinione, del
          ridicolo ec. che suole accompagnare lo straordinario, la novità, il cominciare, il mutar
          proposito e vita in tempo, in età non conveniente, non ordinaria al cominciare, o al nuovo
          proposito e vita per se medesima ec. ec. (5. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2779. marg. fine. Che <foreign lang="grc">βούλω</foreign> attivo esistesse una
          volta confermasi con argomento non solo di analogia, ma di fatto; cioè che <foreign
            lang="grc">βούλομαι</foreign> trovasi anche usato in senso passivo. Dunque s’egli è
          passivo, ei dovette nascere da un attivo, ed avere il suo attivo onde egli fosse il
          passivo. <bibl>Vedi <author>Creuzer</author>
            <title>Meletemata e disciplina antiquitatis</title>, par. 2. Lips. 1817. p. 55. fin.-56.
            init.</bibl> (6. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sempre che l’uomo pensa, ei desidera, perchè tanto quanto pensa ei si ama. Ed in ciascun
          momento, a proporzione che la sua facoltà di pensare è più libera ed intera e con minore
          impedimento, e che egli più pienamente ed intensamente la esercita, il suo desiderare è
          maggiore. Quindi in uno stato di assopimento, di letargo, di certe ebbrietà<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. la pag. 3835. seg. e 3846. fine-8.</p>
          </note>, nell’accesso e recesso del sonno, e in simili stati in cui la proporzione, la
          somma, la forza del pensare, l’esercizio del pensiero, la libertà e la facoltà attuale del
          pensare, è minore, più impedita, scarsa ec. l’uomo desidera meno vivamente a proporzione,
          il suo desiderio, la forza, la somma di questo, è minore; e perciò l’uomo è
          proporzionatamente meno infelice. Quanto si stende quell’azione della mente ch’è
          inseparabile dal sentimento della vita, e sempre proporzionata <pb ed="aut" n="3843"/> al
          grado di questo sentimento, tanto, e sempre proporzionato al di lei grado, si stende il
          desiderio dell’uomo e del vivente, e l’azione del desiderare. Ogni atto libero della
          mente, ogni pensiero che non sia indipendente dalla volontà, è in qualche modo un
          desiderio attuale, perchè tutti cotali atti e pensieri hanno un fine qualunque, il quale
          dall’uomo in quel punto è desiderato in proporzione dell’intensità ec. di quell’atto o
          pensiero, e tutti cotali fini spettano alla felicità che l’uomo e il vivente per sua
          natura sopra tutte le cose necessariamente desidera e non può non desiderare. (6. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Mamilla</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">mammilla</foreign> diminutiv di <foreign lang="lat"
            rend="italic">mamma</foreign> (<emph>mammella</emph> ec.). <foreign lang="lat"
            rend="italic">Papilla</foreign> diminutivo di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >papula</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">fabella</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">fabula</foreign> e simili, del che altrove<note resp="aut"
            n="a" place="foot">
            <p>V. la p. seg.</p>
          </note>; e diminutivo in <emph>illa</emph>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mammilla</foreign> che il Forc. chiama <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">diminut. a</hi>
            <hi rend="sc">mamma</hi>, <hi rend="italic">atq. idem saepe significans</hi>
          </foreign> (<foreign lang="lat">scil. idem ac <hi rend="italic">mamma</hi>
          </foreign>). (6. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Convexo as</foreign> vedilo nel Forcell. e applicalo a
          quello che ho detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic">convexus</foreign>
          derivandolo da <foreign lang="lat" rend="italic">veho</foreign>, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">vexare</foreign>, da cui è <foreign lang="lat" rend="italic"
          >convexare</foreign> che vale altrettanto ec. (6. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La differenza che fa Prisciano tra <foreign lang="lat" rend="italic">nectus</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">necatus</foreign> non sussiste. (<bibl>ap.
              <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Neco</foreign>
          </bibl>). Seppur ei non intende di farla ancora tra <foreign lang="lat" rend="italic"
            >necui</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">necavi</foreign>. Perocchè <foreign
            lang="lat" rend="italic">nectus</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >necui</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">necatus</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">necavi</foreign>, secondo il detto da me altrove della
          formazione <pb ed="aut" n="3844"/> de’ supini e participii passivi da’ perfetti. È anche
          certo che <foreign lang="lat" rend="italic">necui</foreign> onde <foreign lang="lat"
            rend="italic">nectus</foreign>, non è che corruzione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">necavi</foreign> onde <foreign lang="lat" rend="italic">necatus</foreign>,
          sì che <foreign lang="lat" rend="italic">nectus</foreign> viene a esser non altro che
          corruzione di <foreign lang="lat" rend="italic">necatus</foreign>. Questo è almeno quanto
          all’origine e alla ragione grammaticale. Che l’uso e il significato de’ due detti
          participii sia diverso si potrebbe credere a Prisciano quando e’ ne recasse esempii
          idonei, o quando quelli che noi abbiamo favorissero o non contraddicessero la sua
          distinzione. Ora, di <foreign lang="lat" rend="italic">nectus</foreign> non abbiamo esempi
          certi; ma <foreign lang="lat" rend="italic">necatus</foreign> in un luogo di Ovidio (<bibl>
            <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">necatus</foreign>
          </bibl>), detto delle api, non vuol certamente dire <emph>ucciso col ferro</emph>. E
            <bibl>v. nel <author>Forc.</author> gli esempi di <foreign lang="lat" rend="italic"
              >Enecatus</foreign> e di <foreign lang="lat" rend="italic">Enectus</foreign>
          </bibl>. Del resto par veramente nel cit. luogo del Forcell. cioè in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Neco</foreign>, che Prisciano faccia anche tra’ due (che in origine sono
          uno solo) perfetti di <foreign lang="lat" rend="italic">neco</foreign> la stessa
          distinzione di significato che tra’ due participii, i quali altresì per origine sono un
          solo, ma mediatamente, cioè in quanto vengono da perfetti che sono in origine uno stesso.
          (6. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A quello che altrove ho detto di <foreign lang="lat" rend="italic">asinus-asellus, fabula
            fabella, populus-popellus</foreign> ec. aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pagina-pagella, Poculum-pocillum, Papula-papilla, Geminus-gemellus, Tabula tabella,
            Femina-femella, Baculum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >us-bacillum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">us, Pulvinus-pulvillus</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Aggiungi ancora il detto a pag. 3875. dimostrante che moltissimi nomi lat. in
                <emph>ulus, culus</emph> ec. non sono diminutivi neppur p. origine e regola di
              formazione.</p>
          </note>. E nóta il nostro diminutivo positivato <emph>favella, favellare</emph> ec. (V. la
          pag. 3896.) de’ quali verbi altrove ad altro proposito. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Catulus-catellus. Anellus</foreign> (<emph>anello</emph> ec.) è diminutivo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">anulus</foreign> (il quale ancora è forse diminutivo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">annus</foreign>, ma di senso diverso dal suo positivo
          onde non ha che fare col nostro discorso de’ diminutivi positivati). Sicchè il nostro
            <emph>anello</emph> ec. (e <bibl>v. il <title>Gloss.</title>
          </bibl>) è un diminutivo positivato<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Veggasi la pag. 3901. capoverso 2.° e il luogo a cui esso capoverso si riferisce.</p>
          </note>. (7. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3845"/> Nomi in <emph>uosus</emph>. <bibl>V. <author>Forcell.</author> in
              <foreign lang="lat" rend="italic">fetuosus</foreign>
          </bibl>. (7. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3585. I quali testi, e per conseguenza questi due verbi, sono antichi, cioè l’uno
          di Catullo, l’altro di Paolo Diacono da Festo. Del rimanente <foreign lang="lat"
            rend="italic">assulito</foreign> è per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >assilito</foreign>, mutato l’<emph>i</emph> in <emph>u</emph>, per la grande affinità di
          queste due vocali, altrove considerata. La quale affinità non è fra l’<emph>a</emph> e
            l’<emph>u</emph>, nè in composizione nè altrove l’<emph>a</emph> (ch’io mi ricordi) si
          muta mai in <emph>u</emph>, nè viceversa. Sicchè <foreign lang="lat" rend="italic"
            >assulito</foreign> non può esser per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >assalito</foreign>, nè <foreign lang="lat" rend="italic">assulto, resulto</foreign> ec.
          per <foreign lang="lat" rend="italic">assalto, resalto</foreign> ec. ma per <foreign
            lang="lat" rend="italic">resilto, assilto</foreign> ec. E così tutti i composti di
            <foreign lang="lat" rend="italic">salto</foreign>, i quali tutti (ch’io sappia) fanno in
            <emph>ulto</emph> (fuorchè <foreign lang="lat" rend="italic">resilito</foreign>, che
          sarebbe da <foreign lang="lat" rend="italic">salito</foreign>). O che essi vengano a
          dirittura da <foreign lang="lat" rend="italic">salto</foreign>, nel qual caso
          l’<emph>a</emph> sarebbe stato cangiato in <emph>u</emph>, ma mediatamente, cioè prima in
            <emph>i</emph> (mutazione ordinaria nella composizione, come ho detto altrove in più
          luoghi, e come appunto l’<emph>a</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >salio</foreign>, ne’ suoi composti), poscia l’<emph>i</emph> in <emph>u</emph> (sicchè
          veramente non l’<emph>a</emph> ma l’<emph>i</emph> fu cambiato in <emph>u</emph>); o, quel
          ch’è più verisimile, essi vengono da’ participii o supini de’ rispettivi composti
          originali, cioè da <foreign lang="lat" rend="italic">assultum, resultum</foreign> ec. di
            <foreign lang="lat" rend="italic">assilio, resilio</foreign> ec. Così <foreign
            lang="lat" rend="italic">facul, difficul, facultas, difficultas</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">facilitas, difficilitas</foreign> ec. mutato l’<emph>i</emph>
          in <emph>u</emph>, e soppresso l’altro <emph>i</emph>. V. p. 3852. I quali participii o
          supini regolarmente sarebbero <foreign lang="lat" rend="italic">resilitum,
          assilitum</foreign> ec. (e lo dimostra appunto col fatto il verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">resilito</foreign>), ma ebbero il primo <emph>i</emph> cambiato in
          <emph>u</emph>, come <foreign lang="lat" rend="italic">maximus maxumus</foreign> (e in
          tale stato, cioè da <foreign lang="lat" rend="italic">assulitum</foreign>, viene <foreign
            lang="lat" rend="italic">assulito</foreign>, e dimostra la nostra asserzione), e il
          secondo <emph>i</emph> soppresso, come nel semplice <foreign lang="lat" rend="italic"
            >salitum-saltum</foreign>: onde divennero <foreign lang="lat" rend="italic">assultum,
            resultum</foreign> ec. onde <foreign lang="lat" rend="italic">assultare</foreign>
          contratto d’<foreign lang="lat" rend="italic">assulitare</foreign>. Potrebbe anch’essere
          che i più antichi, prima di <pb ed="aut" n="3846"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">assilio</foreign> ec. pronunziassero <foreign lang="lat"
            rend="italic">assulio, resulio</foreign> ec., come forse <foreign lang="lat"
            rend="italic">maxumus</foreign> ec. ec. e più antica pronunzia o scrittura ec. che
            <foreign lang="lat" rend="italic">maximus</foreign>; e per conseguenza <foreign
            lang="lat" rend="italic">assulitum, resulitum</foreign> (che poi anche nella successiva
          lor contrazione conservarono la pronunzia e scrittura ec. dell’<emph>u</emph>) ec. In tal
          caso <foreign lang="lat" rend="italic">assulito</foreign> sarebbe la più antica forma de’
          composti di <foreign lang="lat" rend="italic">salto</foreign>, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">resilito</foreign> sarebbe più moderna, dal più moderno <foreign
            lang="lat" rend="italic">resilitum</foreign>. (7. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3281. La somma e la forza di questo pensiero si è che la compassionevolezza, la
          beneficenza, la sensibilità ec. da tutti (e in particolare da Rousseau) considerate come
          proprie generalmente de’ giovani (massime uomini), e l’insensibilità, la durezza ec.
          considerate come proprie de’ maturi, e più, de’ vecchi (massime donne)<note resp="aut"
            n="a" place="foot">
            <p>Vedi la pag. 3520-5.</p>
          </note>, non tanto derivano dall’innocenza, inesperienza e poca cognizione mondana degli
          uni, e dall’esperienza e scienza mondana, dal disinganno morale ec. degli altri, come
          ordinariamente si crede e si dice, quanto dalle altre cagioni sì fisiche sì morali
          accennate in questo discorso, o certo da esse ancora in gran parte, e forse
          principalmente; se non da ciascuna, posta per se sola al paragone della suddetta, che
          certo è grandissima, ed a cui spetta la differenza di virtù fra gli antichi e i moderni
          ec. almen dalla somma di esse. Infatti di un uomo e una donna egualmente giovani e
          inesperti e in parità d’ogni altra qualità e circostanza, quello, perchè più forte, ec. è
          naturalmente più dell’altra compassionevole, benefico ec. e più inclinato alla
          compassione, all’interessarsi per altrui ec. Così di due giovani, pari in ogni altra cosa
          e circostanza, il più forte è più portato a soccorrere altrui, a compatire, a ben fare ec.
          ec. (7. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sempre che il vivente si accorge dell’esistenza, e tanto più quanto ei più la sente, egli
          ama se stesso<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere p. 3835. seg. 3842. seg.</p>
          </note>, e sempre attualmente, <pb ed="aut" n="3847"/> cioè con una successione continuata
          e non interrotta di atti, tanto più vivi, quanto il detto sentimento è attualmente o
          abitualmente maggiore. Sempre e in ciascuno istante ch’egli ama attualmente se stesso,
          egli desidera la sua felicità, e la desidera attualmente, con una serie continua di atti
          di desiderio, o con un desiderio sempre presente, e non sol potenziale, ma posto sempre in
          atto, tanto più vivo, quanto ec. come sopra. Il vivente non può mai conseguire la sua
          felicità, perchè questa vorrebb’essere infinita, come s’è spiegato altrove, e tale ei la
          desidera; or tale in effetto ella non può essere. Dunque il vivente non ottiene mai e non
          può mai ottenere l’oggetto del suo desiderio. Sempre pertanto ch’ei desidera, egli è
          necessariamente infelice, perciò appunto ch’ei desidera inutilmente, esclusa anche ogni
          altra cagione d’infelicità; giacchè un desiderio non soddisfatto è uno stato penoso,
          dunque uno stato d’infelicità. E tanto più infelice quanto ei desidera più vivamente. Non
          v’è dunque pel vivente altra felicità possibile, e questa solamente negativa, cioè
          mancanza d’infelicità; non è, dico, possibile al vivente il mancare d’infelicità positiva
          altrimenti che non desiderando la sua felicità, nè per altro mezzo che quello di non
          bramar la felicità. Ma sempre ch’ei si ama, ei la desidera; e mentre ch’ei sente di
          esistere, non può, nè anche per un istante, cessare di amarsi; e più ch’ei sente di
          esistere, più si ama e più desidera. Il discorso dunque della felicità umana e di
          qualunque vivente si riduce per evidenza a questi termini, e a questa conclusione. Una
          specie di <pb ed="aut" n="3848"/> viventi rispetto all’altra o all’altre generalmente ec.,
          è tanto più felice, cioè tanto meno infelice, tanto più scarsa d’infelicità positiva,
          quanto meno dell’altra ella sente l’esistenza, cioè quanto men vive e più si accosta ai
          generi non animali. (Dunque la specie de’ polipi zoofiti ec. è la più felice delle
          viventi). Così un individuo rispetto all’altro o agli altri. (Dunque il più stupido degli
          uomini è di questi il più felice: e la nazion de’ Lapponi la più felice delle nazioni
          ec.). E un individuo rispetto a se stesso allora è più felice quando meno ei sente la sua
          vita e se stesso; dunque in una ebbrietà letargica, in uno alloppiamento, come quello de’
          turchi, debolezza non penosa, ec. negl’istanti che precedono il sonno o il risvegliarsi
          ec. Ed allora solo sì l’uomo, sì il vivente è e può essere pienamente felice, cioè
          pienamente non infelice e privo d’infelicità positiva, quando ei non sente in niun modo la
          vita, cioè nel sonno, letargo, svenimento totale, negl’istanti che precedono la morte,
          cioè la fine del suo esser di vivente ec. Ciò vuol dire quando ei non è capace neanche di
          felicità veruna, nè di piacere o bene veruno, assolutamente; quando ei vivendo, non vive;
          allora solo egli è pienamente felice. S’ei desidera la felicità, non può esser felice;
          meno ei la desidera, meno è infelice; nulla desiderandola, non è punto infelice. Quindi
          l’uomo e il vivente è anche tanto meno infelice, quanto egli è più distratto dal desiderio
          della felicità, mediante l’azione e l’occupazione esteriore o interiore, come ho spiegato
          altrove. O distrazione o letargo: ecco i soli mezzi di felicità che hanno e possono mai
          aver gli animali. (7. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3705. marg. Così <foreign lang="lat" rend="italic">sino is</foreign> fa nel
          perfetto <foreign lang="lat" rend="italic">sivi</foreign>. Ma <pb ed="aut" n="3849"/>
          notisi che il primo <emph>i</emph> quivi è breve, al contrario di quelle voci di cui or
          discorriamo, cioè de’ perfetti di <foreign lang="lat" rend="italic">cresco,
          suesco</foreign> ec. ed anche di <foreign lang="lat" rend="italic">sevi</foreign> e di
            <foreign lang="lat" rend="italic">crevi</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cerno. Sterno is stravi atum</foreign>. Quest’anomalia forse viene che <foreign
            lang="lat" rend="italic">sterno</foreign> è difettivo, e supplito coll’avanzo di un
          antico <foreign lang="lat" rend="italic">stro as</foreign> dall’inusitato <foreign
            lang="grc">στρώω</foreign>, onde <foreign lang="grc">στρώσω, ἔστρωσα</foreign> ec.
          Simile dico de’ composti <foreign lang="lat" rend="italic">prosterno, insterno</foreign>
          ec. Le lettere vocali che precedono il <emph>vi</emph> ne’ perfetti delle altre
          coniugazioni sono sempre per lor natura lunghe (eccetto forse alcune anomalie), dico
          quelle che lo precedono regolarmente, cioè l’<emph>a</emph> nella prima, l’<emph>e</emph>
          nella seconda, l’<emph>i</emph> nella quarta (perocchè p. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">fovi, cavi</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">foveo,
          caveo</foreign> sono contrazioni di <foreign lang="lat" rend="italic">fovevi,
          cavevi</foreign>, sicchè non regolarmente il <emph>vi</emph> è preceduto in <foreign
            lang="lat" rend="italic">fovi</foreign> dall’<emph>o</emph>, in <foreign lang="lat"
            rend="italic">cavi</foreign> dall’<emph>a</emph>: per altro l’<emph>a</emph> e
          l’<emph>o</emph> di queste e simili voci, sono altresì lunghi). Insomma la desinenza di
            <foreign lang="lat" rend="italic">sivi</foreign> non è veramente propria della 3. ma
          neanche di verun altra coniugazione. Al contrario di quella de’ perfetti de’ verbi in
            <emph>sco</emph>, i quali se sono in <emph>vi</emph>, la vocale che precede questa
          desinenza, è sempre (credo) lunga. Cosa affatto impropria della 3. e chiaro segno che tali
          perfetti sono propri di verbi d’altre coniugazioni. (8. Nov. 1823.). V. p. 3852.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Restito</foreign> (onde <foreign lang="lat"
            rend="italic">restitrix</foreign>) di cui v. Forcell. è notabile in quanto egli è
          continuativo o frequentativo di un verbo ch’esso medesimo in origine è continuativo,
          essendo composto del continuativo <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign>. Veggasi
          la p. 3298. (8. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi latini. <foreign lang="lat" rend="italic">Lax. Mors</foreign>, onde <foreign
            lang="lat" rend="italic">morior</foreign> ec. ec. idee ben primitive. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Ius</foreign>, onde <foreign lang="lat" rend="italic">iuro,
            iniuria</foreign> ec. ec. tutte idee primitive nella società. Or la lingua non
          antecedette la società. <foreign lang="lat" rend="italic">Fraus. Res</foreign>. (8. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Nuo</foreign> di cui altrove, oltre il suo continuativo
            <foreign lang="lat" rend="italic">nutare</foreign>, e i suoi composti, <foreign
            lang="lat" rend="italic">annuo, innuo, renuo, abnuo</foreign> ec. e loro continuativi
            <foreign lang="lat" rend="italic">adnuto</foreign>, <pb ed="aut" n="3850"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">renuto</foreign> ec., è dimostrato ancora sì dagli altri
          suoi derivati, sì dal verbale <foreign lang="lat" rend="italic">nutus us</foreign>, ch’è
          fatto dal supino di <foreign lang="lat" rend="italic">nuo</foreign>, secondo la regola
          altrove assegnata della formazione di tali verbali della 4. declinazione. Del resto, come
          da <foreign lang="grc">νεύω</foreign> si fece indubitatamente <foreign lang="lat"
            rend="italic">nuo</foreign>, così da <foreign lang="grc">γεύω</foreign> potè bene e
          verisimilmente e secondo l’analogia, farsi <foreign lang="lat" rend="italic"
          >guo</foreign>, di cui altrove. E viceversa <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nuo</foreign> da <foreign lang="grc">νεύω</foreign> come <foreign lang="lat"
            rend="italic">guo</foreign> da <foreign lang="grc">γεύω</foreign>. ec. (8. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3760. Similmente a <foreign lang="lat" rend="italic">guo</foreign> andato in
          disuso, fu preferito il suo continuativo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >gusto</foreign>, de’ quali verbi altrove. Similmente andò in disuso il verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">nuo</foreign>, restando il suo continuativo <foreign lang="lat"
            rend="italic">nuto</foreign> (e i derivati <foreign lang="lat" rend="italic">nutus,
            gustus us</foreign> ec. ne’ quali non avea luogo l’iato). Restarono ancora i suoi
          composti (vedi il pensiero precedente) perchè l’iato nei non monosillabi è men duro e
          appariscente che ne’ monosillabi<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>S’intendono qui p. monosillabi anche i formati di più d’una vocale contigue, e senza
              intermissione di consonante, secondo il detto altrove. Altrim. l’iato non potrebbe
              aver luogo ne’ monosillabi ec. ec.</p>
          </note>, giacchè se in questi v’è l’iato, essendo essi d’una sillaba sola, son tutti
          formati d’un iato, e son quasi un puro iato essi stessi. Infatti l’osservazione della p.
          3759. fine. — 3760. si verifica principalmente ne’ monosillabi, e di questi massimamente
          si deve intendere. Dove il tema monosillabo riceve un incremento restando l’iato, la voce
          benchè non più monosillaba, ha sempre men sillabe che la corrispondente ne’ verbi
          composti, e però l’iato in quella apparisce tuttavia ed offende maggiormente che in
          questa. Del resto essa talvolta, perito il tema, si è conservata, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">noitum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">noo,
          poitum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">poo</foreign> ec. bensì in queste e
          simili fu soppresso l’iato per contrazione, facendo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >notum, potum</foreign> ec. (8. Nov. 1823.). V. p. 3881.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3851"/> Alla p. 3758. marg. Se non si volesse che <foreign lang="lat"
            rend="italic">nubi-lis, labi-lis</foreign>, fossero come <foreign lang="lat"
            rend="italic">doci-lis faci-lis</foreign> ec. de’ quali verbali in <emph>lis</emph>,
          loro formazione ec. mi par che si possa discorrere come di quelli in <emph>bilis</emph>, e
          però trarne gli stessi argomenti ec. (10. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii passivi di verbi attivi o neutri, in senso attivo o neutro ec. Ho detto
          altrove dello spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">parida</foreign> participio sovente
          (o sempre; v. i Diz.) attivo intransitivo di senso. Simili ne abbiamo ancor noi parecchi,
          e molto elegantemente gli usiamo, in luogo de’ participii veramente attivi di forma, il
          cui uso è poco grato alla nostra lingua, non altrimenti che alla francese e spagnuola.
            <emph>Uomo considerato, avvertito, avvisato</emph> vagliono <emph>considerante,
            avvertente</emph> ec. cioè <emph>che considera</emph> ec. veri attivi di significato,
          benchè intransitivi. Simili credo che si trovino ancora nel francese e più nello spagnuolo
          che se ne servono parimente in luogo de’ participii di forma attiva poco accetti a esse
            lingue<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="spa" rend="italic">Avisado</foreign> p. prudente, accorto, è anche
              dello spagn. ma dubito che in ispagn. avisar abbia quel tal senso attivo analogo a
              questo di accorto ec., il quale egli ha tra noi. V. p. 3899.</p>
          </note>. La detta sorta di participii passivi attivati, fatti da’ verbi attivi ec. (ed
          infatti essi o sempre o per lo più, hanno ancora il proprio lor significato, cioè il
          passivo) è massimamente usata da’ nostri antichi del 300. e del 500. che ne hanno in molto
          più copia che noi oggidì non sogliamo usare o punto, o solo in senso passivo. La nostra
          lingua somigliava anche in questo alla spagnuola la quale mi pare che anche oggidì
          conservi quest’uso più <pb ed="aut" n="3852"/> frequente che non facciam noi, accostatici
          ora ai francesi, a’ quali esso è men frequente che agli altri, siccome esso pare
          singolarmente proprio della lingua spagnuola ec. ec. (10. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3845. marg. Non credo, come il Forcellini, che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >facultas, difficultas</foreign> venga da <foreign lang="lat" rend="italic">facul,
            difficul</foreign>; ma che sieno contrazioni di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >facilitas, difficilitas</foreign>, pronunziati <foreign lang="lat" rend="italic"
            >difficulitas, faculitas. Facul</foreign> ec. non sono che apocopi di <foreign
            lang="lat" rend="italic">facilis, facile</foreign> avverbio ec. (pronunziati <foreign
            lang="lat" rend="italic">faculis</foreign> ec.) dello stesso genere che <foreign
            lang="lat" rend="italic">volup</foreign> ec. (<bibl>v. <author>Frontone</author> e
              <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">famul</foreign>
          </bibl>, il quale non è già da <foreign lang="lat" rend="italic">famel</foreign> (<bibl>v.
              <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">familia</foreign>
          </bibl>) ma da <foreign lang="lat" rend="italic">famulus</foreign>.) (10. Nov. 1823.). E
          son le stesse voci identiche che sarebbero <emph>facil, difficil</emph>, mutata sol la
          pronunzia.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3636. marg. Forse però <foreign lang="fre" rend="italic">fourre</foreign> valeva
            <emph>fodera</emph>, e quindi <foreign lang="fre" rend="italic">fourreau</foreign>,
          quasi <emph>foderetta</emph>, per <emph>fodero</emph>, onde il diminutivo sarebbe d’un
          senso distinto dal positivo, e però non apparterrebbe al nostro discorso che considera i
          diminutivi usati in iscambio de’ positivi. (10. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="spa" rend="italic">Ladrillo</foreign> (diminutivo
            <foreign lang="spa" rend="italic">ladrillejo</foreign>) con tutti i suoi derivati da
            <foreign lang="lat" rend="italic">later</foreign>, quasi <foreign lang="lat"
            rend="italic">latericulus</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >laterculus</foreign>. E vedi appunto il Forc. circa l’uso positivato di <foreign
            lang="lat" rend="italic">laterculus</foreign>. (10. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Contracter</foreign> franc. per <emph>contrarre</emph>,
          come in contrario lo spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">traher</foreign> alle volte
          nel senso di <foreign lang="lat" rend="italic">tractare</foreign>, secondo che ho detto
          nel principio della teoria de’ continuativi. (10. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3849. Il vero perfetto di <foreign lang="lat" rend="italic">sino</foreign> è
            <foreign lang="lat" rend="italic">sini</foreign>. Questo infatti si trova ancora. Da
          questo, cred’io, per soppressione della <emph>n</emph> (della qual soppressione credo
          v’abbiano altri esempi)<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <bibl>V. p. e. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic"
                  >fruniscor</foreign> p. <foreign lang="lat" rend="italic">fruiscor</foreign>
              </bibl>, qualunque de’ due sia anteriore. E chi sa che prima non fosse <foreign
                lang="lat" rend="italic">sio</foreign>, interposta poscia la <emph>n</emph> p.
              evitare l’iato, come in greco nel fine delle voci, e come forse v’hanno altri es.<hi
                rend="apice">i</hi> in latino, e fra questi forse il predetto <foreign lang="lat"
                rend="italic">fruniscor</foreign>.</p>
          </note>, si fece <pb ed="aut" n="3853"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">sii</foreign> che ancor si trova eziandio, massime ne’
          composti (come <foreign lang="lat" rend="italic">desino is ii</foreign> ed <foreign
            lang="lat" rend="italic">ivi</foreign>). Da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sii</foreign> per evitar l’iato <foreign lang="lat" rend="italic">siFi</foreign>, cioè
            <foreign lang="lat" rend="italic">sivi</foreign>, come da <foreign lang="lat"
            rend="italic">audii audivi</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic">amai
          amavi</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic">docei docevi</foreign>. Questo mi è
          più probabile che il creder <foreign lang="lat" rend="italic">sii</foreign> posteriore a
            <foreign lang="lat" rend="italic">sivi</foreign>, come gli altri fanno, e come fanno
          eziandio circa i preteriti perfetti della 4. coniugazione. Il supino nasce, come altrove
          dico, dal perfetto. Quindi da <foreign lang="lat" rend="italic">sii</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">sivi</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >situm</foreign> (come da <foreign lang="lat" rend="italic">audii</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">audivi, auditum</foreign> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ama-vi ama-tum</foreign> ec.), in luogo del regolare <foreign lang="lat"
            rend="italic">sinitum</foreign>. Questo mi è più probabile che il creder <foreign
            lang="lat" rend="italic">situm</foreign> contrazione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">sinitum</foreign>, fatto o per soppressione assoluta della sillaba
            <emph>ni</emph>, contrazione, che sappia io, non latina o per soppressione della
          <emph>n</emph>, onde <foreign lang="lat" rend="italic">siitum</foreign>, come da <foreign
            lang="lat" rend="italic">sini sii</foreign>, poi contratto in <foreign lang="lat"
            rend="italic">situm</foreign>, nel qual caso l’<emph>i</emph> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">situm</foreign> parrebbe avesse ad esser lungo. (10. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3702. La considerazione da me altrove fatta che i supini vengono dai perfetti,
          facilmente spiega il perchè l’<emph>etum</emph>, propria e regolare desinenza della 2. sia
          stato per lo più cambiato in <emph>itum</emph>, soppresso poi sovente, e forse il più
          delle volte, l’<emph>i</emph>. La cagione si è che l’<emph>evi</emph> de’ perfetti di essa
          coniugazione fu cangiato in <emph>ui</emph>, e il come, si è benissimo dichiarato di
          sopra. Con ciò si dichiara facilissimamente e bene, il come l’<emph>etum</emph> de’ supini
          (che in molti di essi ancor trovasi) sia passato in <emph>itum</emph> ec. mutazione che
          senza ciò difficilmente si spiegarebbe, non solendo l’<emph>e</emph> passare in
          <emph>i</emph> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Docitum</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">docetum</foreign>, (<foreign lang="lat" rend="italic"
          >meritum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">mereo</foreign> e simili che ancor
          si trovano e sono anche per lo più gli unici supini superstiti de’ rispettivi verbi, o i
          più usitati ec.) onde <foreign lang="lat" rend="italic">doctum</foreign>, è da <foreign
            lang="lat" rend="italic">docui</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >docevi</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">domitum</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">domatum</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >domui</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">domavi</foreign>, nè <pb ed="aut"
            n="3854"/> più nè meno (v. la p. 3715-7. 3723. ec.). E chi vuol vedere la contrazione di
            <foreign lang="lat" rend="italic">doctum</foreign> anche ne’ supini della prima in
            <emph>itum</emph>, fatti dai perfetti in <emph>ui</emph>, come è <foreign lang="lat"
            rend="italic">doctum</foreign>, osservi <foreign lang="lat" rend="italic">sectum,
          nectum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">secui, necui, enecui</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">secare, necare</foreign> ec. Se il perfetto de’ verbi
          della 2. si conserva in <emph>evi</emph>, il supino che ne nasce è in <emph>etum</emph> e
          non altrimenti, come <foreign lang="lat" rend="italic">deleo es evi etum</foreign> Se il
          supino è in <emph>itum</emph> o contratto, mentre il preterito è in <emph>evi</emph>, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">abolitum</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">aboleo abolevi, adultum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adoleo evi</foreign> (comparato con <foreign lang="lat" rend="italic"
          >adolesco</foreign>: <foreign lang="lat" rend="italic">adolesco</foreign> ha
          <emph>evi</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">adoleo</foreign> ha <emph>ui</emph>),
          allora esso supino non nasce certo dal perfetto in <emph>evi</emph>, ma nasce ed è segno
          certo di un altro perfetto noto o ignoto, in <emph>ui</emph>. Infatti ne’ citati esempi,
          Prisciano riconosce ad <foreign lang="lat" rend="italic">aboleo</foreign> un <foreign
            lang="lat" rend="italic">abolui</foreign>, e bene: <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adolui</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">adoleo</foreign> è noto e
          usitato; è noto anche <foreign lang="lat" rend="italic">adolui</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">adolesco</foreign>, benchè rarissimo, dice il Forcell. V. p.
          3872.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Mi pare che queste osservazioni sieno mirabilmente utili a scoprire l’analogia, la
          ragione, le cause della lingua e grammatica latina, e delle sue apparenti anomalie ec. ec.
          e a stabilir regola e cagione dove gli altri non veggono che capriccio, varietà,
          disordine, arbitrio e caso ec. (10. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quello che noi chiamiamo <emph>spirito</emph> nei caratteri, nelle maniere, ne’ moti ed
          atti, nelle parole, ne’ motti, ne’ discorsi, nelle azioni, negli scritti e stili ec. ci
          piace, e ciò a tutti, perch’egli è vita, e desta sensazioni vive sotto qualche rispetto, o
          desta sensazioni qualunque, e molte, e spesse, il che è cosa viva, perchè il sentire lo è.
          Infatti lo <emph>spirito</emph> si chiama anche <emph>vivacità</emph> ec. o semplicemente,
          o <emph>vivacità di spirito</emph>, di carattere, stile, modi ec. ec. Il suo contrario in
          certo modo è morte, e non desta sensazioni, o poche, leggere, <pb ed="aut" n="3855"/> non
          rapide, non varie, non rapidamente succedentisi e variantisi, il che è cosa morta. Noi lo
          chiamiamo <emph>spirito</emph> perchè siamo soliti di considerar la vita come cosa
          immateriale, e appartenente a cose non materiali, e di chiamare spirito ciò ch’è vivo e
          vive e cagiona la vita ec.; e la materia siamo soliti di considerarla come cosa morta, e
          non viva per se, nè capace di vita ec. (10. Nov. ottava del dì de’ Morti. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tra le cagioni del mancar noi (e così gli spagnuoli) di lingua e letteratura moderna
          propria, si dee porre, e per prima di tutte, la nullità politica e militare in cui è
          caduta l’Italia non men che la Spagna dal 600 in poi, epoca appunto da cui incomincia la
          decadenza ed estinzione delle lingue e letterature proprie in Italia e in Ispagna. Questa
          nullità si può considerare e come una delle cagioni del detto effetto, e come la cagione
          assoluta di esso. Come una delle cagioni, perocchè se noi manchiamo oggi affatto di voci
          moderne proprie italiane e spagnuole, politiche e militari, ciò viene perchè gl’italiani e
          spagnuoli non hanno più, dal 600 in poi, nè affari politici propri, nè milizia propria.
          Fino dall’estinzione dell’imperio romano, l’Italia è stata serva, perchè divisa; ma sino a
          tutto il 500 la milizia italiana propria ha esistito, e le corti e repubbliche italiane
          hanno operato da se, benchè piccole e deboli. Il governo era in mano d’italiani, le
          dinastie erano italiane in assai maggior numero che poi non furono <pb ed="aut" n="3856"/>
          ed or non sono. Influiti e dominati da’ governi e dagli eserciti stranieri, i governi e
          gli eserciti italiani, chè tali essi erano ancora, agivano tuttavia essi medesimi, ed
          avevano affari. Essi erano che si davano agli stranieri, quando a questo, quando a quello,
          che li chiamavano, che gli scacciavano, o contribuivano a ciò fare, che si alleavano cogli
          stranieri, o contro di loro, con altri stranieri, o con altri italiani, contro altri
          italiani, o a favore. L’amicizia de’ governi italiani, ancorchè piccolissimi, delle stesse
          singolari città, era considerata e ricercata dagli stranieri, e la nemicizia temuta; e in
          qualunque modo i governi e le città italiane erano allora nemiche o amiche di questa o
          quella straniera potenza. Gl’italiani agivano per se presso o nelle corti straniere, e gli
          stranieri presso gl’italiani. V. p. 3887. Quindi è che noi avevamo allora a dovizia voci
          politiche e militari; più a dovizia ancora delle altre nazioni, perchè la politica e il
          militare, ridotti ad arte e scienza tra noi, non lo erano presso gli altri. Negli storici,
          negli scrittori tecnici di politica o di milizia, o d’altre materie appartenenti, e
          generalmente negli scrittori italiani avanti il seicento, non troverete mai difficoltà
          veruna di esprimersi in checchessia che spetti agli affari pubblici, economia pubblica,
          diplomatica, negoziazioni, politica, e a qualsivoglia parte dell’arte militare; mai
          povertà; e mai li vedrete ricorrere a voci straniere, o che possano pur sospettarsi tali:
          al contrario li vedrete franchissimi <pb ed="aut" n="3857"/> nell’espressione di tali
          materie, anzi ricchissimi e abbondantissimi, esattissimi, provvisti di termini per
          ciascuna cosa e parte di essa, ed anche di più termini per ciascuna, voci tutte
          italianissime e tanto italiane quanto or sono francesi quelle di cui i francesi e noi ed
          anche altri in tali materie si servono; e queste voci e questi termini ben si vede che non
          erano inventati da quegli scrittori, nè debbonsi al loro ingegno, ma all’uso della favella
          italiana d’allora, e che erano fra noi (come anche fuori non pochi) comunissimi,
          notissimi, e di significato ben certo e determinato. La più parte di questi, dal 600. in
          poi, perduti nell’uso del favellare, lo furono e lo sono conseguentemente nelle scritture,
          di modo che le stesse cose ancora, che noi a que’ tempi con parole italianissime, e con
          più parole eziandio, chiarissimamente e notissimamente esprimevamo, or non le sappiamo
          esprimere che con voci straniere affatto, o se queste ci mancano, e son troppo straniere
          per potersi introdurre, o non furono ancora introdotte, non possiamo esprimer quelle cose
          in verun modo. Moltissime di quelle voci, usandole, sarebbero intese fra noi anche oggidì
          nel lor proprio e perfetto senso, come allora, e non farebbero oscurità. Ma moltissime,
          sostituite alle straniere che or s’usano, riuscirebbero oscure, parte per la nuova
          assuefazione fatta a queste altre voci, parte perchè il loro senso non sarebbe più inteso
          così determinatamente come <pb ed="aut" n="3858"/> allora. E il simile dico di molte voci
          con cui potremmo esprimer cose per cui non abbiamo nemmen voci straniere, o che a questi
          pur manchino, o che tra noi non sieno state ancora introdotte. Moltissime voci militari,
          civili e politiche sì del nostro 300, sì dello stesso 500, benchè significative di cose or
          notissime e comunissime, son tali che noi ora, leggendole negli antichi, o non le
          intendiamo, o non senza studio, o non avvertiamo, almen senza molta acutezza e attenzione,
          o imperfettamente la loro corrispondenza con quelle che oggi ne’ medesimi casi comunemente
          usiamo. Altresì ci accade non di rado tale incertezza nelle voci significative di cose, or
          non più comuni, e spesso in queste ci accade più che nell’altre. Ecco come, mancati gli
          affari politici e la milizia in Italia, la nostra nazione non ha nè può avere, nè ebbe dal
          600 in poi, lingua moderna propria per significar le cose politiche e militari, non
          ch’ella mai non l’abbia avuta, anzi l’ebbe, ma l’ha perduta, o non l’ha se non antica. E
          nello stesso modo proporzionatamente e ragguagliatamente discorrasi della Spagna.</p>
        <p>Come cagione assoluta, la nullità politica e militare degl’italiani e spagnuoli ha
          prodotto il mancar essi di lingua e letteratura moderna dal 600 in qua, ed il mancarne
          oggi. Essa nullità è cagione che l’Italia e la Spagna abbiano perduto d’allora in poi il
          loro essere di nazione. Quindi essa è cagione che l’Italia e la Spagna non abbiano, e
          d’allora in qua, nè letteratura moderna, nè filosofia ec. Esse non hanno <pb ed="aut"
            n="3859"/> lingua moderna propria, perchè mancano di propria letteratura e filosofia
          moderna; ma di queste perchè ne mancano? perchè non sono più nazioni; e nol sono, perchè
          senza politica e senza milizia, non influiscono più nè sulla sorte degli altri, nè sulla
          lor propria, non governano nè si governano, e la loro esistenza o il lor modo di essere è
          indifferente al resto d’Europa. Quanto al non influir sugli altri nè aver parte agli
          affari comuni d’Europa, è manifesto. Quanto al non influir sopra se stessi nè governarsi,
          gl’italiani o soggiacciono a un principe e ad un governo decisamente straniero, o
          italianizzato il principe ma non il governo, o se il governo e il principe sono italiani,
          come in Ispagna spagnuoli, lasciando star la continua influenza straniera che li
          determina, modifica, volge a piacer suo, e che agisce insomma essa per mano italiana, sì
          in Italia che in Ispagna la forma del governo è tale che la nazione non v’ha alcuna parte,
          gli affari sono in man di pochissimi e separatissimi dal resto de’ nazionali, tutto si
          passa senza pur venire a notizia della nazione, sicchè la politica è affatto ignota ed
          aliena alla nazione medesima, i suoi affari sono per essa come gli altrui, ed oltre di ciò
          la libertà di ciascheduno massime privato, cioè de’ più e del vero corpo della nazione, è
          così circoscritta che ciascheduno è ben poco in grado di determinar la sua sorte, e di
          governarsi, ma quanto più si può è governato veramente da altrui, e ciò non dalla nazione,
          non dal comune, non ciascuno da tutti, ma tutti da uno o <pb ed="aut" n="3860"/> da
          pochissimi particolari, e il pubblico, per così dir, da’ privati. Quanto alla milizia,
          ognun sa che l’Italia e la Spagna dal 600 ne mancano.</p>
        <p>Questa politica condizione dell’Italia e della Spagna ha prodotto e produce i soliti e
          immancabili effetti. Morte e privazione di letteratura, d’industria, di società, di arti,
          di genio, di coltura, di grandi ingegni, di facoltà inventiva, d’originalità, di passioni
          grandi, vive, utili o belle e splendide, d’ogni vantaggio sociale, di grandi fatti e
          quindi di grandi scritti, inazione, torpore così nella vita privata e rispetto al privato,
          come rispetto al pubblico, e come il pubblico è nullo rispetto alle altre nazioni. Questi
          effetti nati subito, sono andati dal 600 in poi sempre crescendo sì in Italia che in
          Ispagna, ed oggi sono al lor colmo in ambo i paesi, benchè le cagioni assegnatene, forse
          non sieno maggiori oggi che nel principio, anzi forse al contrario (sebbene però la
          placidezza del dispotismo, propria dell’ultimo secolo, e quindi la blandizia di esso, n’è
          anzi la perfezione, la sommità e il massimo grado, che un grado minore). Questo è avvenuto
          perchè niente in natura si fa per salto, e perchè un vivente colpito dalla morte, si
          raffredda appoco appoco, ed è più caldo assai a pochi momenti dalla morte che un pezzo
          dopo. Nel 600, ed anche nel 700, l’Italia già uccisa, palpitava e fumava ancora. Così
          discorrasi della Spagna. Or l’una e l’altra sono immobili e gelate, e nel pieno dominio
          della morte.</p>
        <p>Egli è costante, ed io in molti luoghi l’ho sostenuto, <pb ed="aut" n="3861"/> che
          crescendo le cose, la lingua sempre si accresce e vegeta. Ma appunto per la stessa
          ragione, arrestandosi e mancando la vita, si ferma e impoverisce e quasi muore la lingua,
          com’è avvenuto infatti dal 600 in qua agli spagnuoli ed a noi, le cui lingue di
          ricchissime e potentissime che furono, si sono andate e si vanno di mano in mano
          continuatamente scemando, restringendo e impoverendo, e sempre più s’impoveriscono e
          perdono il loro esser proprio, e le ricchezze lor convenienti, cioè le proprie, perchè le
          altrui ch’esse acquistano, molto incapaci d’altronde di compensare le loro perdite, non
          sono di un genere che si convenga alla natura loro. Veramente le dette lingue vanno
          morendo. Perchè in fatti la Spagna e l’Italia, dal 600 in qua, e negli ultimi tempi
          massimamente, non ebbero e non hanno più vita, non solo nazionale, ch’elle già non sono
          nazioni, ma neanche privata. Senz’attività, senza industria, senza spirito di letteratura,
          d’arti ec. senza spirito nè uso di società, la vita degli spagnuoli e degl’italiani si
          riduce a una <foreign lang="fre" rend="italic">routine</foreign> d’inazione, d’ozio,
          d’usanze vecchie e stabilite, di spettacoli e feste regolate dal Calendario, di abitudini
          ec. Mai niuna novità fra loro nè nel pubblico nè nel privato, di sorta nessuna che
          dimostri in alcun modo la vita. Tutto quello ch’e’ possono fare si è di ricevere in
          elemosina un poco di novità sia di cose, sia di costumi, sia di pensieri, e quasi un fiato
          di falsa ed aliena vita, dagli stranieri. Questi sono che ci muovono <pb ed="aut" n="3862"
          /> quel pochissimo che noi siamo mossi. Se noi non siamo ancora dopo un sì rapido corso
          del resto d’Europa allo stato e grado in cui era la civiltà umana due o tre secoli
          addietro, (e gli spagnuoli vi sono quasi ancora, e noi siam pure addietro delle altre
          nazioni), son gli stranieri soli che ci hanno portati avanti. Noi non abbiam fatto un
          passo nella carriera, nè abbiamo nulla contribuito all’avanzamento degli altri, come gli
          altri hanno fatto ciascuno per la sua parte. Noi non abbiam camminato, noi siamo stati
          trasportati e spinti. Noi siamo e fummo affatto passivi. Quindi è ben naturale che noi
          siam passivi nella lingua eziandio, la quale segue sempre e corrisponde perfettamente alle
          cose. Noi abbiam pochissima conversazione, ma questa pochissima è straniera; conversazione
          italiana non esiste; quindi è ben naturale che la conversazione d’Italia non sia fatta in
          lingua italiana, e tutto ciò che ad essa appartiene, e questo è moltissimo, e di generi
          assai moltiplice, e coerente con molte parti della vita, costumi, letteratura ec. sia
          espresso in voci straniere, e non abbia in italiano parole nè modi che lo significhino.
          Noi non possiamo avere lingua propria moderna perchè oggi non viviamo in noi, ma quanto
          viviamo è in altri, e per altrui mezzo, e di vita altrui, ed anima e spirito e fuoco non
          nostro. Poichè la vita ci vien d’altronde, è ben naturale che di fuori e non altrimenti,
          ci venga la lingua che in questa vita usiamo. E così dico della letteratura. E quel che
          dico dell’Italia, dico <pb ed="aut" n="3863"/> altresì della Spagna, la quale però, dal
          600 in poi (come anche al suo buon tempo), vive e ha vissuto men dell’Italia, non per
          altro se non perchè meno communicando cogli stranieri, men vita ha ricevuto di fuori, non
          che per se stessa ell’abbia avuto molto men vita di noi, e forse anche per suo carattere è
          meno atta a tal comunione, e a ricevere la vita altrui. E quindi la sua lingua e
          letteratura, isterilendosi, decrescendo, scemando, perdendo e riducendosi a nulla quanto
          la nostra ha fatto, si è forse contuttociò meno imbarbarita ec. della nostra: che non so
          se si debba contare per maggior male o bene ec. (10-11. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A quello che altrove ho detto del latino diminutivo positivato <foreign lang="lat"
            rend="italic">sella</foreign>, aggiungi il francese <foreign lang="fre" rend="italic"
            >selle</foreign>, col suo diminutivo <foreign lang="fre" rend="italic"
          >sellette</foreign>, ec. e v. gli spagnuoli ec. (11. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Accade nelle lingue come nella vita e ne’ costumi; e nel parlare come nell’operare, e
          trattare con gli uomini (e questa non è similitudine, ma conseguenza). Nei tempi e nelle
          nazioni dove la singolarità dell’operare, de’ costumi ec. non è tollerata, è ridicola ec.
          lo è similmente anche quella del favellare. E a proporzione che la diversità
          dall’ordinario, maggiore o minore, si tollera o piace, ovvero non piace, non si tollera, è
          ridicola ec. più o meno; maggiore o minore o niuna diversità piace, dispiace, si tollera o
          non si tollera nel favellare. Lasceremo ora il comparare a questo proposito le lingue
          antiche colle moderne, e il considerare come corrispondentemente <pb ed="aut" n="3864"/>
          alla diversa natura dello stato e costume delle nazioni antiche e moderne, e dello spirito
          e società umana antica e moderna, tutte le lingue antiche sieno o fossero più ardite delle
          moderne, e sia proprio delle lingue antiche l’ardire, e quindi esse sieno molto più delle
          moderne, per lor natura, atte alla poesia; perocchè tra gli antichi, dove e quando più,
          dove e quando meno, <foreign lang="grc">ηὐδοκίμει</foreign> la singolarità dell’opere,
          delle maniere, de’ costumi, de’ caratteri, degl’istituti delle persone, e quindi eziandio
          quella del lor favellare e scrivere. La nazion francese, che di tutte l’altre sì antiche
          sì moderne, è quella che meno approva, ammette e comporta, anzi che più riprende ed odia e
          rigetta e vieta, non pur la singolarità, ma la nonconformità dell’operare e del conversare
          nella vita civile, de’ caratteri delle persone ec.; la nazion francese, dico, lasciando le
          altre cose a ciò appartenenti, della sua lingua e del suo stile; manca affatto di lingua
          poetica, e non può per sua natura averne, perocchè ella deve naturalmente inimicare e
          odiare, ed odia infatti, come la singolarità delle azioni ec. così la singolarità del
          favellare e scrivere. Ora il parlar poetico è per sua natura diverso dal parlare
          ordinario. Dunque esso ripugna per sua natura alla natura della società e della nazione
          francese. E di fatti la lingua francese è incapace, non solo di quel peregrino che nasce
          dall’uso di voci, modi, significati tratti da altre lingue, <pb ed="aut" n="3865"/> o
          dalla sua medesima antichità, anche pochissimo remota, ma eziandio di quel peregrino e
          quindi di quella eleganza che nasce dall’uso non delle voci e frasi sue moderne e comuni,
          cioè di metafore non trite, di figure, sia di sentenza, sia massimamente di dizione, di
          ardiri di ogni sorta, anche di quelli che non pur nelle lingue antiche, ma in altre
          moderne, come p. e. nell’italiana, sarebbero rispettivamente de’ più leggeri, de’ più
          comuni, e talvolta neppure ardiri. Questa incapacità si attribuisce alla lingua; ella in
          verità è della lingua, ma è ancora della nazione, e non per altro è in quella, se non
          perch’ella è in questa. Al contrario la nazion tedesca, che da una parte per la sua
          divisione e costituzion politica, dall’altra pel carattere naturale de’ suoi individui,
          pe’ lor costumi, usi ec. per lo stato presente della lor civiltà, che siccome assai
          recente, non è in generale così avanzata come in altri luoghi, e finalmente per la
          rigidità del clima che le rende naturalmente propria la vita casalinga, e l’abitudine di
          questa, è forse di tutte le moderne nazioni civili la meno atta e abituata alla società
          personale ed effettiva; sopportando perciò facilmente ed anche approvando e celebrando,
          non pur la difformità, ma la singolarità delle azioni, costumi, caratteri, modi ec. delle
          persone (la qual singolarità appo loro non ha pochi nè leggeri esempi di fatto, anche in
          città e corpi interi, come in quello de’ fratelli moravi, e in altri molti istituti ec.
          ec. tedeschi, che per verità non hanno <pb ed="aut" n="3866"/> punto del moderno, e
          parrebbero impossibili a’ tempi nostri, ed impropri affatto di essi), sopporta ancora, ed
          ammette e loda ec. una grandissima singolarità d’ogni genere nel parlare e nello scrivere,
          ed ha la lingua, non pur nel verso, ma nella prosa, più ardita per sua natura di tutte le
          moderne colte, e pari in questo eziandio alla più ardita delle antiche. La qual lingua
          tedesca per conseguenza è poetichissima e capace e ricca d’ogni varietà ec. (11. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il pellegrino e l’elegante che nasce dall’introdurre nelle nostre lingue voci, modi, e
          significati tolti dal latino, è quasi della stessa natura ed effetto con quello che nasce
          dall’uso delle nostre proprie voci, modi e significati antichi, o passati dall’uso
          quotidiano, volgare, parlato ec. Perocchè siccome queste, così quelle (e talor più delle
          seconde, che siccome erano, così conservano talvolta del barbaro della loro origine o
          dell’incolto di que’ tempi che le usarono ec.) hanno sempre (quando sieno convenientemente
          scelte, ed atte alle lingue ove si vogliono introdurre) del proprio e del nazionale,
          quando anche non sieno mai per l’addietro state parlate nè scritte in quella tal lingua. E
          ciò è ben naturale, perocch’esse son proprie di una lingua da cui le nostre sono nate ed
          uscite, e del cui sangue e delle cui ossa queste sono formate. Onde queste tali voci ec.
          spettano in certo modo all’antichità delle nostre lingue, e riescono in queste quasi come
          lor proprie voci antiche. Sicchè non è senza ragione verissima, se biasimando l’uso o
          introduzione di voci ec. tolte dall’altre lingue, sieno antiche sieno moderne, (eccetto le
          voci ec. già naturalizzate) lodiamo quella delle voci ec. latine. Perocchè quelle a
          differenza di queste, sono come di sangue, così di aspetto e di effetto straniero, e
          diverso <pb ed="aut" n="3867"/> da quello delle altre nostre voci, e delle nostre lingue
          in genere, e del loro carattere ec. La novità tolta prudentemente dal latino, benchè
          novità assolutissima in fatto, è per le nostre lingue piuttosto restituzione
          dell’antichità che novità, piuttosto peregrino che nuovo; e veramente (anche quando non
          sia troppo prudente nè lodevole) ha più dell’arcaismo che del neologismo. Al contrario
          dell’altre novità, e degli altri stranierismi ec. E per queste ragioni, oltre l’altre, è
          ancor ragionevole e consentaneo che la lingua francese sia, com’è, infinitamente men
          disposta ad arricchirsi di novità tolta dal latino, che nol son le lingue sorelle.
          Perocchè essa lingua è molto più di queste sformata e diversificata dalla sua origine,
          degenerata, allontanata ec. Onde quel latinismo che a noi sarebbe convenientissimo e
          facilissimo perchè consanguineo e materno ec. alla lingua francese, tanto mutata dalla sua
          madre, riescirebbe affatto alieno e straniero e non materno ec. Meglio infatti
          generalmente riesce e fa prova e si adatta e s’immedesima e par naturale nella lingua
          francese la novità tolta dall’inglese e dal tedesco (che agl’italiani e spagnuoli sarebbe
          insopportabile e barbara) che quella dal latino. Questo può vedersi in certo modo anche
          ne’ cognomi e nomi propri inglesi, tedeschi, ec. che si nominino nel francese. Paiono
          sovente e gran parte di loro molto men forestieri che tra noi, e men diversi ed alieni da’
          nazionali.</p>
        <p>Quello ch’io dico della novità tolta dal latino, si può anche dire intorno a quella tolta
          dalle lingue sorelle, la quale pure noi difendiamo, condannando gli altri stranierismi. Ma
          bisogna però in questo particolare far distinzione tra quello ch’è proprio delle lingue
          sorelle <pb ed="aut" n="3868"/> in quanto sorelle, e quello ch’è proprio loro in quanto
          lingue diverse dalla nostra; quello che conviene al carattere generale della famiglia, e
          quello che al carattere dell’individuo; quello che spetta in certo modo a tutta la
          famiglia, e che solo per caso si trova esser proprietà e possessione di un solo individuo
          di essa e non d’altri, o di alcuni sì, d’altro no, e quello che ec.; quello che spetta a
          quella tal lingua, in quanto ella si confa colla nostra, come che sia, e quello che le
          appartiene in quanto ella dalla nostra si diversifica; ec. ec. Quello è atto alla nostra
          lingua, qual ch’esso si sia per origine e per qualunque cosa, e può presso noi parere un
          arcaismo, ed avere un peregrino non diverso da quello de’ nostri effettivi arcaismi, e
          servire all’eleganza ec.; questo no, e non parrà che un neologismo ec. e un barbarismo,
          come se fosse tolto dalle lingue affatto straniere ec. La novità tolta dalle lingue
          sorelle dev’esser tale che per l’effetto riesca quasi un arcaismo, cioè il pellegrino e
          l’elegante che ne risulta somigli a quello che nasce dall’uso conveniente dell’arcaismo
          moderato ec. (11. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3717. marg. V. il Forc. sì ne’ composti di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sono</foreign>, e sì in <foreign lang="lat" rend="italic">sono as</foreign> fine, dalle
          cose dette nel qual luogo, e in <foreign lang="lat" rend="italic">Tono as ui</foreign>
          fine, e in <foreign lang="lat" rend="italic">Crepo as</foreign> fine ec. si potrebbe forse
          dubitare che la cagione dell’anomalia di cui discorriamo in tali verbi della prima, non
          sia quella che noi supponiamo, ma un’altra, ch’io però, generalmente almeno, non
            credo<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Detonat uit. Intono avi</foreign> ed <emph>ui</emph>
              ec.</p>
          </note>. E certo quest’anomalia non è in pochi della prima, e nella più parte di questi,
          non si trova vestigio alcuno di terza coniugazione se non nel perfetto ec. e supino. E la
          desinenza in <emph>ui</emph> trovasi veramente in molti verbi della 3.<hi rend="apice"
          >a</hi>. <pb ed="aut" n="3869"/> (p. 3707.) ma ella è anche in essi anomala, e bisognosa
          essa stessa che se ne renda ragione e se ne assegni l’origine. E chi sa che anzi per lo
          contrario tali verbi della terza non abbiano ricevuto tali perfetti dalla prima o dalla
            2.<hi rend="apice">da</hi> cioè si coniugasse una volta p. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">coleo es</foreign>, in vece o non meno che <foreign lang="lat"
            rend="italic">colo is</foreign>, e di quello sia il perfetto <foreign lang="lat"
            rend="italic">colui</foreign>: in luogo di dire che <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sonui</foreign> sia di <foreign lang="lat" rend="italic">sono is, crepui</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">crepitum</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">crepo is</foreign> ec. Il qual <foreign lang="lat" rend="italic">crepo
          is</foreign> dev’essere stato supposto da quel grammatico del Forcell. per non essersi
          ricordato di tanti altri verbi della 1. che fanno in <emph>ui itum</emph>, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">crepo as</foreign>
          <note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Vedi la pag. 3871.</p>
          </note>. (12. Nov. 1823.). <foreign lang="lat" rend="italic">Lacesso is, ivi</foreign> ed
            <foreign lang="lat" rend="italic">ii, itum, ere</foreign>. Senza dubbio il perfetto e
          supino di <foreign lang="lat" rend="italic">lacessere</foreign> non è suo, ma in origine è
          di un <foreign lang="lat" rend="italic">lacessio</foreign> della quarta. Infatti si ha
            <foreign lang="lat" rend="italic">lacessiri</foreign>. <bibl>V. <author>Forc.</author>
            in <foreign lang="lat" rend="italic">lacesso</foreign> princ.</bibl> Così dite di
            <foreign lang="lat" rend="italic">peto is, ivi</foreign> ed <foreign lang="lat"
            rend="italic">ii, itum</foreign>, e s’altri simili ve n’ha. V. p. 3900.</p>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic">tosare, tonsito</foreign> ec.
          aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic">detonso as</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">detondeo</foreign>. (12. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3710. I verbi incoativi si formano da’ supini regolari e primitivi, usitati o
          inusitati, de’ verbi positivi noti o ignoti, cioè da’ supini in <emph>atum</emph> della
          prima, <emph>etum</emph> della 2. <emph>itum</emph> della 3. ed <emph>itum</emph> della
          quarta; mutato il <emph>tum</emph> in <emph>sco</emph>. Quindi dalla prima gl’incoativi
          fanno in <emph>asco</emph>, dalla 2. in <emph>esco</emph>, dalla 3. e 4. in
          <emph>isco</emph>. Queste sono desinenze caratteristiche e dimostrative della
          congiugazione del verbo positivo ond’essi incoativi sono formati. E attendendo a queste,
          non si può sbagliare la coniugazione del rispettivo verbo positivo (se ciò non è tra la 3.
          e la 4. onde viene una sola desinenza, cioè in <emph>isco</emph>)<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>V. p. 3900.</p>
          </note>. E noto il verbo positivo, non si può dubitar della desinenza dell’incoativo. Da’
          supini in <emph>tum</emph> irregolari o contratti ec. e dagli altri irregolari supini in
            <emph>sum</emph>, in <emph>xum</emph> ec. ec. non mi sovviene che si faccia alcuno
          incoativo. Del rimanente attendendo a questa osservazione, gl’incoativi, non meno che <pb
            ed="aut" n="3870"/> i continuativi, e le altre specie di verbi o voci qualunque
          derivanti da’ supini, debbono servire a conoscere i veri supini regolari de’ verbi sì in
          generale sì ne’ casi particolari, e nell’uno e nell’altro modo appoggiano le mie
          asserzioni circa le vere primitive forme d’essi supini ec. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Callisco</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">calleo</foreign> è
          detto, come il Forc. osserva <foreign lang="grc">ἀρχαϊκῶς</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">callesco</foreign>. Tali varietà di pronunzia ec. non debbono
          intendersi ostare alla regola da me proposta circa la formazione degl’incoativi.
          Fors’anche si potrebbe dire che <foreign lang="lat" rend="italic">callisco</foreign>
          venisse dal non regolare e secondario supino <foreign lang="lat" rend="italic"
          >callitum</foreign> (inusitato) per <foreign lang="lat" rend="italic">calletum</foreign>
          (inusitato). Dubito infatti che da’ supini in <emph>itum</emph> della prima e 2.<hi
            rend="apice">da</hi> benchè non regolari o non primitivi ec. pur si faccia qualche
          incoativo, sebbene niun esempio me ne soccorre, se non fosse il sopraddetto.</p>
        <p>Del resto la detta regola porta questo corollario, che non solo gl’incoativi dimostrano i
          verbi positivi ancorchè ignoti, cosa confermata da me con tante altre prove, ma ne
          dimostrano eziandio la coniugazione. E che se v’ha un verbo positivo il cui supino
          regolare e primitivo non sia capace di produrre un incoativo colla desinenza che si trova
          in quello ch’esiste, questo incoativo (eccetto le differenze di pronunzia o qualche
          irregolarità come sopra) dimostra un altro verbo positivo diverso da quello che
          generalmente forse sarà creduto essere il suo originale, o una diversa forma di questo
          verbo. Per es. <foreign lang="lat" rend="italic">fluesco</foreign> parrà venir da <foreign
            lang="lat" rend="italic">fluo</foreign>. Ma la desinenza in <emph>esco</emph> e non in
            <emph>isco</emph> (se già non fosse una variazione <pb ed="aut" n="3871"/> di pronunzia
          al contrario di <foreign lang="lat" rend="italic">callisco</foreign> ch’è per <foreign
            lang="lat" rend="italic">callesco</foreign>, variazione che potrebbe anche avere avuto
          luogo in <foreign lang="lat" rend="italic">vivesco</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">vivisco</foreign>; ovvero un error di codici, come è creduto da alcuni
          quello di scriver <foreign lang="lat" rend="italic">vivesco</foreign>) dimostra un
            <foreign lang="lat" rend="italic">flueo-etum</foreign>, cioè un verbo diverso da fluo
          d’altro significato ec. ovvero un’altra forma dello stesso <foreign lang="lat"
            rend="italic">fluo</foreign>, al qual proposito v. la pag. 3868-9. E vedila ancora per
            <foreign lang="lat" rend="italic">tonesco</foreign>, se questo non è errore o varietà di
          pronunzia per <foreign lang="lat" rend="italic">tonisco</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">tonitum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">tono is</foreign> o
          di <foreign lang="lat" rend="italic">tono as ui</foreign>. Io dico che i verbi in
            <emph>sco</emph> regolarmente debbono avere, ed anticamente ebbero, il supino in
            <emph>itum</emph>, e il perfetto in <emph>sci</emph>. Che regolarmente non possano avere
          se non questi perfetti e supini, è chiaro. Che anticamente l’avessero infatti, sebben
          questo non è necessario, e la prima proposizione può stare senza questa seconda, e ben
          poterono i verbi in <emph>sco</emph>, tutti o alcuni, esser difettivi anche anticamente;
          pure, almen quanto ad alcuni, si è già dimostrato altrove per quel che tocca al supino.
          Per ciò che spetta al perfetto gli esempi di fatto ne son più rari. Vero è che i supini
          dimostrano i perfetti, secondo il detto altrove della formazion di quelli da questi. Ma
          eziandio un effettivo perfetto in <emph>sci</emph> vedilo in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Callisco</foreign> appo il Forcell. (12. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3702. Ben è consentaneo che da un tema in <emph>eo</emph> venisse un supino in
            <emph>etum</emph>, conservandosi l’<emph>e</emph> caratteristica della coniugazione,
          come s’è detto, p. 3699 fine, circa il perfetto in <emph>ei</emph> ed <emph>evi</emph>. E
          tanto più è consentaneo che il proprio supino della 2.<hi rend="apice">da</hi> sia in
            <emph>etum</emph>, e questo, lungo, quanto che il suo proprio perfetto è in
          <emph>ei</emph> o <emph>evi</emph>; atteso <pb ed="aut" n="3872"/> che i supini si formano
          dai perfetti, come altrove dimostro. Onde anche viceversa i supini in <emph>etum</emph>
          lungo, dimostrano che il proprio perfetto della 2. è in <emph>ei</emph> o
          <emph>evi</emph>, ec. (12. Nov. 1823.). V. p. 3873.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3854. Nondimeno i supini contratti della 2. poterono anche direttamente venire
          dai rispettivi supini in <emph>etum</emph> senza passare per la forma in
          <emph>itum</emph>, cioè p. e. <foreign lang="lat" rend="italic">doctum</foreign> esser
          contratto da <foreign lang="lat" rend="italic">docetum</foreign>, non da <foreign
            lang="lat" rend="italic">docitum</foreign>, soppressa la <emph>e</emph>, come nei
          perfetti in <emph>ui</emph> della stessa coniugazione, cioè p. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">docui</foreign> ossia <foreign lang="lat" rend="italic">docvi</foreign>,
          ch’è contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">docevi</foreign>. Onde <foreign
            lang="lat" rend="italic">adultum</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adoltum</foreign>, potrebbe benissimo venire da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >adolevi</foreign> senza <foreign lang="lat" rend="italic">adolui</foreign>, cioè essere
          una contrazione immediata di <foreign lang="lat" rend="italic">adoletum</foreign> fatto da
            <foreign lang="lat" rend="italic">adolevi</foreign>. Anzi siccome per una parte non
          suole l’<emph>e</emph> passare in <emph>i</emph> , dall’altra non veggo ragion sufficiente
          per cui da’ perfetti in <emph>ui</emph> sì della seconda sì della prima, si debba fare un
          supino in <emph>itum</emph>, io dico che tutti i supini in <emph>itum</emph> usitati o no
          della 2. e della 1. vengono bensì da’ perfetti in <emph>ui</emph>, ma non immediatamente.
          Da’ perfetti in <emph>ui</emph> che sono contratti, p. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">domvi</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">domavi,
          mervi</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">merevi</foreign>, vennero dei supini
          contratti, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">domtum, mertum</foreign> (che noi
          infatti ancora abbiamo, e i franc. <foreign lang="fre" rend="italic">domter</foreign>
          ec.), ne’ quali era soppresso l’<emph>e</emph> e l’<emph>a</emph> come ne’ perfetti. Da
          questi supini poi, interpostavi per più dolcezza la lettera <emph>i</emph>, solita
          (com’esilissima ch’ella è tra le vocali) sì nel latino sì altrove ad interporsi tra più
          consonanti, quando non si cerca altro che un appoggio e un riposo momentaneo e passeggero
          alla pronunzia, riposo fuor di regola e originato ed autorizzato solo dalla comodità della
          pronunzia, onde quella vocale non ha che far col tema, ed è accidentale affatto, e un
          semplice affetto e accidente di pronunzia; vennero i supini in <emph>itum</emph>, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">domitum, meritum</foreign>. Sicchè al contrario di
          quel ch’io ho detto per lo passato, <pb ed="aut" n="3873"/> i supini contratti precederono
          quelli in <emph>itum</emph>, e questi vengono da quelli, e li suppongono e dimostrano, ma
          non viceversa. Sicchè <foreign lang="lat" rend="italic">doctum</foreign> non dimostra nè
          esige che vi fosse un <foreign lang="lat" rend="italic">docitum</foreign>, bensì <foreign
            lang="lat" rend="italic">meritum</foreign> un <foreign lang="lat" rend="italic">mertum;
            sectum</foreign> non dimostra un <foreign lang="lat" rend="italic">secitum</foreign>,
          bensì <foreign lang="lat" rend="italic">domitum</foreign> un <foreign lang="lat"
            rend="italic">domtum</foreign> (simile ad <foreign lang="lat" rend="italic"
          >emtum</foreign> ec. onde <foreign lang="lat" rend="italic">domter</foreign> ec.). Bensì i
          supini contratti, e per conseguenza anche quelli in <emph>itum</emph>, che ne derivano,
          suppongono e dimostrano i perfetti in <emph>ui</emph>. Da’ quali immediatamente e
          regolarmente vengono i supini contratti, e mediatamente e irregolarmente quelli in
            <emph>itum</emph> (specie di pronunzia de’ contratti, e però contratti essi stessi;
          avendo l’esilissima <emph>i</emph> e breve, in cambio dell’<emph>a</emph> o
          <emph>e</emph>): e non viceversa, come per l’addietro io diceva. (12. Nov. 1823.). V. p.
          3875.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3872. Secondo queste mie osservazioni i temi della seconda avrebbero in tutta la
          coniugazione conservato l’e. Ed è ben giusto, perocch’ella in essi è radicale. Così
            l’<emph>i</emph> penultimo nella quarta, che si conserva in essa coniugazione tutta
          intera, ne’ verbi regolari<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3875. fine.</p>
          </note>. Non così l’<emph>a</emph> nella prima, dove essa lettera non è caratteristica,
          benchè propria dell’infinito. Infatti manca nel tema, e nel presente ottativo ec. ec.
          Similmente il penultimo <emph>e</emph> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >legere</foreign>. Ne’ temi de’ verbi son radicali tutte le lettere eccetto l’ultima, cioè
            l’<emph>o</emph>, ch’è la desinenza non del tema in quanto tema, ma in quanto voce
          presente indicativo singolare prima persona attiva del verbo rispettivo. Or come la prima
          e la 3. finiscono per lo più in <emph>o</emph> impuro, esse coniugazioni per se stesse non
          hanno vocale alcuna che sia radicale generalmente in tutti i temi della coniugazione. <pb
            ed="aut" n="3874"/> Ma ne’ temi della 2. e 4. l’<emph>e</emph> e l’<emph>i</emph>
          penultimi son propri elementi del tema in quanto tema, non in quanto prima persona ec.
          Dunque come propri e radicali elementi del tema, si debbono conservare in tutta la
          coniugazione, considerata regolare e non contratta. E la propria forma, in somma, della
          coniugazione li deve conservar sempre, come la prima e la 3. conserva tutti gli elementi
          proprii de’ suoi temi, cioè <emph>am</emph> in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >amo</foreign>, <emph>leg</emph> in <foreign lang="lat" rend="italic">lego</foreign> ec.
          Li conserva, dico, sempre, se non quando è o irregolare o contratta, il che non ha che far
          colla sua proprietà, ed è accidente non regola nè natura. E quando ne’ verbi della prima o
          della terza, benchè in essi non sia costante nè proprio della coniugazione che l’ultima
          radicale del tema sia una vocale, come lo è nella 2. e 4., quando, dico, questo
          s’incontra, essa vocale si conserva per tutta la coniugazione del verbo, purch’ella sia
          regolare giacchè per anomalia spesse volte la sopprime, come in <foreign lang="lat"
            rend="italic">sapio, capio</foreign> (verbi della 3.) e loro composti <foreign
            lang="lat" rend="italic">desipio, recipio</foreign> ec. ec. come in <foreign lang="lat"
            rend="italic">meo as, fluo is</foreign> (benchè non sia primitiva la coniugazione di
          questo ec.), <foreign lang="lat" rend="italic">ruo, tribuo</foreign> ec. Or dunque perchè
          l’ultima vocale radicale del tema, che, regolarmente, si conserva in tutta la coniugazione
          de’ verbi sì della quarta, sì della 1. e 3. quando in queste ha luogo (e se non la vocale
          si conserva la consonante, quando questa è l’ultima radicale), perchè, dico, non si dee
          conservare nella seconda? anzi regolarmente e costantemente si dee perdere? e se non si
          perde, ha da essere irregolarità? Or tutto questo avverrebbe se non si ammettono le nostre
          osservazioni e regole, secondo le quali la presente forma della coniugazione 2. è
          contratta e non primitiva. E solo le nostre osservazioni mostrano, <pb ed="aut" n="3875"/>
          ciò, cred’io, per la prima volta, la primitiva analogia della seconda con tutte l’altre
          nel conservare l’ultima lettera radicale del tema, e le ragioni e i modi per li quali è
          avvenuto che nella sua presente più usitata forma ella sola, fra tutte, non lo conservi.
          (13. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che <foreign lang="lat" rend="italic">patulus</foreign> sembra
          diminutivo positivato di un <foreign lang="lat" rend="italic">patus</foreign>. Male. Non
          tutti i nomi in <emph>ulus</emph>, nè tutti i verbi in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ulare</foreign> sono diminutivi neppur per origine e regola di formazione: p. e.
            <foreign lang="lat" rend="italic">iaculum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >iacio, speculum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">specula</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">specio, vehiculum, curriculum, adminiculum,
          amiculum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">amicio, periculum</foreign> da
            <foreign lang="grc">πειράω</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">iaculari,
            speculari, famulus, famulor</foreign> ec., <foreign lang="lat" rend="italic"
            >retinaculum, miraculum, obstaculum, stimulus, stimulo, stabulum, stabulo, pabulum,
            poculum, fabula, fabulor</foreign> ec. (v. la p. 3844.), <foreign lang="lat"
            rend="italic">crepitaculum, sustentaculum, baculum, baculus, osculum</foreign>, ec.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Patulus</foreign> è di questi, fatto a dirittura da
            <foreign lang="lat" rend="italic">pateo</foreign> ec. (13. Nov. 1823.). Fors’anche
            <foreign lang="lat" rend="italic">oculus</foreign> è di questi, contro il detto altrove.
          V. Forc. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3873. Resta però quello che io per l’addietro ho sempre detto circa i supini
          della 3. e 4. E la presente correzione non riguarda che la 1. e 2. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Lectum</foreign> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">legtum</foreign> è
          vera contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">legitum</foreign>, è fatto per
          soppressione dell’<emph>i</emph>, suppone e dimostra <foreign lang="lat" rend="italic"
            >legitum</foreign>, gli è posteriore, i supini veri e regolari e non contratti della 3.
          e 4. sono in <emph>itum</emph> e <emph>itum</emph> e non altrimenti ec. I contratti della
          terza e quarta, come <foreign lang="lat" rend="italic">lectum, quaestum</foreign>, sono
          contrazioni de’ supini in <emph>itum</emph> e fatti per soppressione dell’esilissima
          vocale <emph>i</emph> o <emph>i</emph>. I supini in <emph>itum</emph> della 1. e 2.
          vengono da’ contratti, e son fatti al contrario di quelli per addizione dell’esilissimo
          suono <emph>i</emph> (13. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3873. marg. — e non contratti. Come <foreign lang="lat" rend="italic">venio is
            veni</foreign>. <pb ed="aut" n="3876"/> Perde spesso la <emph>i</emph>, come in <foreign
            lang="lat" rend="italic">venerunt, veneram</foreign> ec. per <foreign lang="lat"
            rend="italic">venierunt venieram</foreign> ec. che sarebbe il regolare; o ciò sia
          anomalia, o contrazione, ch’io piuttosto credo. La qual contrazione ha principio nella
          stessa prima voce del perfetto <foreign lang="lat" rend="italic">veni</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">venii</foreign>. Anzi da questa nasce il tutto ec.
          Così ne’ composti, come <foreign lang="lat" rend="italic">invenio</foreign> ec. e in altri
          molti verbi. (13. Nov. 1823.). V. p. 3895.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico che l’uomo è sempre in istato di pena, perchè sempre desidera invano ec. Quando
          l’uomo si trova senza quello che positivamente si chiama dolore o dispiacere o cosa
          simile, la pena inseparabile dal sentimento della vita, gli è quando più, quando meno
          sensibile, secondo ch’egli è più o meno occupato o distratto da checchessia e massime da
          quelli che si chiamano piaceri, secondo che per natura o per abito o attualmente egli è
          più vivo e più sente la vita, ed ha maggior vita abituale o attuale ec. Spesso la detta
          pena è tale che, per qualunque cagione, e massime perch’ella è continua, e l’uomo v’è
          assuefatto fino dal primo istante della sua vita, non l’osserva, e non se n’avvede
          espressamente, ma non però è men vera. Quando l’uom se n’avvede, e ch’ella sia diversa da’
          positivi dolori, dispiaceri ec., ora ella ha nome di noia, ora la chiamiamo con altri
          nomi. Sovente essa pena, che non vien da altro se non dal desiderare invano, e che in
          questo solo consiste, e che per conseguenza tanto è maggiore e più sensibile quanto il
          desiderio abitualmente o attualmente è più vivo, sovente, dico, ella è maggiore nell’atto
          e nel punto medesimo del piacere, che nel tempo <pb ed="aut" n="3877"/> della indifferenza
          e quiete e ozio dell’animo, e mancanza di sensazioni o concezioni ec. passioni ec.
          determinatamente grate o ingrate; e talvolta maggiore eziandio che nel tempo del positivo
          dispiacere, o sensazione ingrata sino a un certo segno. Ella è maggiore, perchè maggiore e
          più vivo in quel tempo è il desiderio, come quello ch’è punto e infiammato dalla presente
          e attuale apparenza del piacere, a cui l’uomo continuamente sospira; dalla vicina anzi
          presente, straordinaria e fortissima, e fermissima e vivissima anzi si può dir certa
          speranza e quasi dal vedersi vicinissima e sotto la mano la felicità, ch’è il suo perpetuo
          e sovrano fine, senza però poterla afferrare, perocchè il desiderio è ben più vivo allora,
          ma non più fruttuoso nè più soddisfatto che all’ordinario. Il desiderio del piacere, nel
          tempo di quello che si chiama piacere è molto più vivo dell’ordinario, più vivo che nel
          tempo d’indifferenza. Non si può meglio definire l’atto del piacere umano, che chiamandolo
          un accrescimento del naturale e continuo desiderio del piacere, tanto maggiore
          accrescimento quanto quel preteso e falso piacere è più vivo, quella sembianza è sembianza
          di piacer maggiore. L’uomo desidera allora la felicità più che nel tempo d’indifferenza
          ec. e con assolutamente eguale inutilità. Dunque il desiderio essendo più vivo da un lato,
          ed egualmente vano dall’altro, la pena compagna naturale del sentimento della vita, la
          qual nasce appunto e consiste in questo desiderio di felicità e quindi di piacere,
          dev’esser maggiore e più sensibile nell’atto del piacere (così detto) che all’ordinario.
          Essa lo è infatti (se non quando e quanto la sensazione piacevole, o l’immaginazione <pb
            ed="aut" n="3878"/> piacevole, o quella qualunque cosa in cui consiste e da cui nasce il
          così detto piacere, serve e debb’esser considerata come una distrazione e una forte
          occupazione ec. dell’animo, dell’amor proprio, della vita e dello stesso desiderio; e
          questo è il migliore e più veramente piacevole effetto del piacere umano o animale;
          occupare l’animo, e, non soddisfare il desiderio ch’è impossibile, ma per una parte, e in
          certo modo, quasi distrarlo, e riempiergli quasi la gola, come la focaccia di Cerbero
          insaziabile). E l’uomo, che in uno stato ordinario bene spesso, anzi forse il più del
          tempo, appena si avvede di detta pena, nell’atto del piacere, se ne avvede sempre o quasi
          sempre, ma non sempre l’osserva nè ha campo di porvi mente, e ben di rado l’attribuisce
          alla sua vera cagione e ne conosce la vera natura; di radissimo poi nè in quel punto, nè
          mai, o ch’ei rifletta sul suo stato d’allora in qualche altro tempo, o che mai non lo
          consideri ec. rimonta al principio e generalizza ec. nel qual caso egli ritroverebbe
          quelle universali e grandi verità che noi andiamo osservando e dichiarando, e che niuno
          forse ancora ha bene osservate, o interamente e chiaramente comprese e concepute ec. (13.
          Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3639. marg. Esseri più forti dell’uomo; ecco i primi Dei adorati dagli uomini, o
          da loro riconosciuti e immaginati e considerati per tali; ecco la prima idea della
          divinità. E come i più forti per lo più anzi, naturalmente e primitivamente, sempre si
          prevalgono di questo, come di ogni altro, vantaggio, in loro proprio bene, e quindi
          sovente in danno de’ più deboli, e però essi sono, appunto in quanto più forti, malefici e
          formidabili ai più deboli; e come gli stessi individui umani, massime nella società
          primitiva e selvaggia (che fu quella in cui nacque <pb ed="aut" n="3879"/> l’idea della
          Divinità) così ne usavano e ne usano verso i più deboli per qualunque lato, sì loro
          simili, sì d’altre specie; quindi nell’idea primitiva della Divinità che consisteva nella
          maggior forza e soprumana, dovette necessariamente entrare l’idea della maleficenza e
          della terribilità, naturali effetti e conseguenze e compagne della maggior forza. Anche
          gli uomini ch’erano o erano stati straordinariamente superiori e più forti degli altri,
          sia di forza corporale, sia di quella che nasce da qualunqu’altro vantaggio, ancorchè
          malefici, temuti e odiati, furono non di rado nelle società primitive, e lo sono forse
          ancora nelle selvagge, divinizzati sì nell’idea, sì talora nel culto, vivi o morti; e
          questo si può anche riconoscere presso i critici che indagano le origini della stessa
          mitologia greca, men feroce e terribile e odiosa, anzi più molle ed umana e ridente e
          amena e vaga e graziosa ed amabile di tutte l’altre ec. (13. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3715. Sono molte volte che la noia è un non so che di più vivo, che ha più
          sembianza perciò di passione, e quindi avviene che non sia sempre in tali casi chiamata
          noia, benchè filosoficamente parlando, ella lo sia, consistendo in quel medesimo in cui
          consiste quel che si chiama noia, cioè nel desiderio di felicità lasciato puro, senza
          infelicità nè felicità positiva, e differendo solo nel grado da quella che noia
          comunemente è chiamata. E differisce nel grado, in quanto ell’è noia, in certo modo più
          intensa, sensibile e viva, qualità che l’avvicinano all’infelicità così chiamata
          positivamente, e che paiono poco convenevoli <pb ed="aut" n="3880"/> alla noia. Ella
          infatti, benchè del genere stesso, è più passione è più penosa, che la noia, così
          comunemente chiamata, non è. Ed è tale perch’ella nasce e consiste in un desiderio più
          vivo, e al tempo stesso ugualmente vano. Questa sorta di passione è quella che provano
          generalmente i giovani quando sono in istato di non piacere e non dispiacere. Essi sono
          poco capaci della noia comunemente detta. Essi sono poco capaci di trovarsi giammai senza
          un’attuale, ancorchè indeterminata passione<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Se non in quanto essi sono più capaci di occupazione e distrazion forte dell’animo, e
              quando essi si trovano attualmente in tale stato (che accade loro più frequentem. che
              agli altri p. molte ragioni) del che vedi la pag. 3878. principio.</p>
          </note>, più viva d’essa noia, perchè il loro amor proprio, e quindi il lor desiderio di
          felicità e di piacere, ugualmente vano che nell’altre età, è molto più vivo, generalmente
          parlando. Incapaci di noia comunemente detta, benchè privi di piacere e dispiacere, sono
          ancora similmente quegli stati dell’individuo, di cui ho detto p. 3835-6. 3876-8. e
          simili. Altresì lo stato di desiderio presente e vivo determinato a qual si sia cosa;
          benchè privo anche questo stato, di piacere e dispiacere positivo ec. E così discorrendo.
          Questa sorta di passione, diversa dalla noia comunemente detta, ma dello stesso genere
          ec., questa ancora io voglio comprendere sotto il nome di noia, e ad essa ancora si deve
          intendere ch’io abbia riguardo quando affermo che la noia corre immancabilmente e
          immediatamente a riempiere qualunque vuoto lasciato dal piacere o dispiacer così detto ec.
          e che l’assenza dell’uno e dell’altro è noia per sua natura, e che mancando essi, v’è la
          noia necessariamente, e che posta tal mancanza è posta la noia ec. come alle p. 3713-5.
          (13. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3881"/> Come fra gli antichi le cose e funzioni sacre fossero in mano de’
          profani ec. del che altrove, <bibl>vedi la <title>Polit.</title> di
            <author>Aristotele</author>, l. 6. fine, Florent. 1576. p. 543.</bibl> massime in fine,
          e quivi il Vettori. (14. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi latini. <foreign lang="lat" rend="italic">Pluo</foreign>, secondo le nostre
          osservazioni sulla monosillabia antica e volgare di tali dittonghi (come <emph>uo</emph>)
          non riconosciuti da’ grammatici. (14. Nov. 1823.). V. il pens. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3850. fine. <foreign lang="lat" rend="italic">Buo</foreign> è andato in disuso
          restando il composto <foreign lang="lat" rend="italic">imbuo</foreign>. Se però <foreign
            lang="lat" rend="italic">imbuo</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >in</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">buo</foreign> (v. Forc.) e non piuttosto
          corruzione e pronunzia d’<foreign lang="lat" rend="italic">imbibo</foreign> (che pur
          sussiste) pronunziato <foreign lang="lat" rend="italic">imbivo</foreign> (<emph>imbevere,
            imbevo</emph> che vale appunto <foreign lang="lat" rend="italic">imbuo</foreign>, ed è
          certo da <foreign lang="lat" rend="italic">bibo</foreign>, e v. i francesi e spagnuoli) —
            <foreign lang="lat" rend="italic">imbiuo</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >imbuo</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">lavo</foreign> ne’ composti e
          nel greco è <foreign lang="lat" rend="italic">luo</foreign>, e per lo contrario da
            <foreign lang="lat" rend="italic">pluere</foreign> noi facciamo piovere, llover ec. E
          mille esempi in questi propositi si potrebbero addurre<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere la p. 3885.</p>
          </note>. Così <foreign lang="lat" rend="italic">exbuae</foreign> sarebbe corruzione o
          pronunziazione di <foreign lang="lat" rend="italic">exbibae, vinibuae</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">vinibibae</foreign>, fors’anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">bua</foreign> (<emph>bumba</emph>) di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >biba</foreign>. Di tali cangiamenti nati dall’affinità ec. tra il <emph>v</emph> e
            l’<emph>u</emph>, ho detto altrove. Ovvero <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Imbuo</foreign> può esser fatto direttamente da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >in</foreign> e da <foreign lang="lat" rend="italic">bua</foreign> (bevanda), sia che
          questa voce sia alterazione di <foreign lang="lat" rend="italic">biba</foreign>, o che sia
          un antico monosillabo significante <emph>bevanda</emph>, restato poi solo per usi puerili,
          sia anche in origine una voce puerile. (14. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il vino, il cibo ec. dà talvolta una straordinaria prontezza vivacità, rapidità,
          facilità, fecondità d’idee, di ragionare, d’immaginare, di motti, d’arguzie, sali,
          risposte ec. vivacità di spirito, furberie, risorse, trovati, sottigliezze grandissime di
          pensiero, profondità, verità astruse, tenacità <pb ed="aut" n="3882"/> e continuità ed
          esattezza di ragionamento anche lunghissimo e induzioni successive moltissime, senza
          stancarsi, facilità di vedere i più lontani e sfuggevoli rapporti, e di passare
          rapidamente dall’uno all’altro senza perderne il filo ec. volubilità somma di mente ec.
          Questo secondo le condizioni particolari delle persone, ed anche le loro circostanze sì
          attuali in quel punto, sì abituali in quel tempo, sì abituali nel resto della vita ec. Ma
          quello accrescimento di facoltà prodotto dal vino, ec. è indipendente per se stesso
          dall’assuefazione. E gli uomini più stupidi di natura, d’abito ec. divengono talora in
          quel punto spiritosi, ingegnosissimi ec. V. p. 3886. Questo si applichi alle mie
          osservazioni dimostranti che il talento e le facoltà dell’animo ec. essendo in gran parte
          cosa fisica, e influita dalle cose fisiche ec. la diversità de’ talenti in gran parte è
          innata, e sussiste anche indipendentemente dalla diversità delle assuefazioni, esercizi,
          circostanze, coltura ec. (14. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3801. Sì nelle nazioni barbare o selvagge sì nelle civili, sì nelle corrotte ec.
          la società ha prodotto infiniti o costumi o casi fatti ec. particolari, volontari o
          involontarii ec. che o niuno può negare esser contro la natura sì generale, sì nostra,
          contro il ben essere della specie, della società stessa ec. contro il ben essere eziandio
          delle altre creature che da noi dipendono ec.; ovvero se ciò si nega, ciò non viene che
          dall’assuefazione, e dall’esser quei costumi ec. nostri propri: onde dando noi del barbaro
          ai costumi e fatti d’altre nazioni e individui, ec. meno snaturati talora de’ nostri, non
          lo diamo a questi ec. E generalmente noi chiamiamo barbaro quel ch’è diverso <pb ed="aut"
            n="3883"/> dalle nostre assuefazioni ec. non quel ch’è contro natura, in quanto e
          perciocch’egli è contro natura. Ma tornando al proposito, tali costumi o fatti
          snaturatissimi che senza la società non avrebbero mai avuto luogo, nè esempio alcuno in
          veruna delle specie dell’orbe terracqueo, hanno avuto ed hanno ed avranno sempre luogo in
          qualsivoglia società, selvaggia, civile, civilissima, barbara, dove e quando gli uni,
          quando gli altri, ma da per tutto cose snaturatissime. Il che vuol dire che la società gli
          ha prodotti, e che non potea e non può non produrli, cioè non produr costumi e fatti
          snaturati, e se non tali, tali, e se non questi, quelli, ma sempre ec. P. e. Il suicidio,
          disordine contrario a tutta la natura intera, alle leggi fondamentali dell’esistenza, ai
          principii, alle basi dell’essere di tutte le cose, anche possibili; contraddizione ec. da
          che cosa è nato se non dalla società? ec. ec. V. p. 3894. Ora in niuna specie d’animali,
          neanche la più socievole, si potrà trovare che abbiano mai nè mai avessero luogo non pur
          costumi, ma fatti particolari, non pur così snaturati come quelli degl’individui e popoli
          umani in qualunque società, ma molto meno. Eccetto solo qualche accidentalissimo
          disordine, o involontario, e quindi da non attribuirsi alla specie, o volontario, ma di
          volontà determinata da qualche straordinarissima circostanza e casualissima. E la somma di
          questi casi non sarà neppure in una intera specie, contando dal principio del mondo,
          comparabile a quella de’ casi di tal natura in una sola popolazione di uomini dentro un
          secolo, <pb ed="aut" n="3884"/> anzi talora dentro un anno. Questo prova bene che la
          naturale società ch’è tra gli animali non è causa di cose contrarie a natura per se
          medesima e necessariamente, ma per solo accidente, e il contrario circa la società umana.
          E si conferma che l’uomo è per natura molto men disposto a società che moltissimi altri
          animali ec. (14. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les Dames vous devront ce que la langue italienne devait au Tasse;
              cette langue d’ailleurs molle et dépourvue de force, prenait un air male et de
              l’énergie lorsqu’elle était maniée par cet habile poëte</foreign>
          </quote>. Così scriveva il principe reale di Prussia, poi Federico II alla marchesa du
          Châtelet, da Rémusberg agli 9. Nov. 1738. (<bibl>
            <title lang="fre">Oeuvres complettes de Frédéric II. Roi de Prusse</title>. 1790. tome
            16. <title>Lettres du Roi de Prusse et de la Marquise du Châtelet</title>. Lettre 5.<hi
              rend="apice">e</hi> p. 307.</bibl>) E nóto queste parole perchè si veda l’esattezza
          del giudizio degli stranieri sulla nostra letteratura, e la verità della material
          cognizione ch’essi ne hanno. Lascio quello che Federico dice in generale sulla nostra
          lingua, ma il particolare del Tasso, ch’è un fatto, e che poco si richiedeva a essere
          istruito come stésse, non è egli tutto il contrario del vero? Federico dice del Tasso quel
          ch’è vero di Dante, del quale il Tasso è tutto il contrario, anche più dell’Ariosto, e
          quasi dello stesso Petrarca ec. V. p. 3900. (14. Nov. 1823.). Eccetto se Federico non
          considera o non intende di parlare del Tasso in comparazione del Metastasio, e più se de’
          frugoniani, degli arcadici de’ nostri poeti e prosatori sia puristi sia barbaristi del <pb
            ed="aut" n="3885"/> passato secolo, insomma di quelli che nè scrissero nè seppero
          l’italiano; nel qual caso il suo detto è certamente esente da ogni rimprovero e
          controversia. (15. Nov. 1823.). V. p. 3949.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3706. Se però, come dubito, <foreign lang="lat" rend="italic">fuvi</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">fui</foreign> non è un raddoppiamento
          dell’<emph>u</emph>, fatto per proprietà di pronunzia, della qual proprietà in questo e
          simili casi v’hanno molti altri esempi ec. (v. la pag. 3881. ec.). Il qual raddoppiamento
          bensì può avere avuto luogo e occasione dal voler evitare l’iato, ma in modo che ad
          evitarlo sia stato interposto il <emph>v</emph>, non in quanto semplicemente atto e solito
          ad interporsi tra le vocali ianti, ma in quanto l’una e la più sonante di queste nel
          nostro caso era l’<emph>u</emph>, cioè appunto un altro <emph>v</emph>, secondo il detto
          altrove circa la medesimezza di queste lettere <emph>u</emph> e <emph>v</emph> presso i
          latini massimamente. I quali non usavano che un carattere per esprimer l’una e l’altra,
          cioè anticamente e nel maiuscolo il <emph>V</emph>, più recentemente e nel semimaiuscolo o
          unciale, o forse in quello ch’era allora, o anche anticamente, il corsivo e l’usuale, sia
          tutt’uno coll’unciale, sia diverso, ec. l’<emph>u</emph>, come ne’ palimpsesti vaticani,
          ambrogiani, sangallesi, veronesi ec. (15. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3588. marg. <quote>
            <emph>Di ciò che io, sapendo essere vostro servitio</emph>, <emph rend="sc">senza altri
              vostri commandamenti</emph>
            <emph>era tenuto di fare. Cioè senz’alcun vostro comandamento, di proprio moto</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Bernardo Tasso</author>
            <title>Lettere</title>. Venetia 1603</bibl>. appresso <bibl>Lucio Spineda. Libro primo
            car.27. pag. 2. in 8.<hi rend="apice">vo</hi> piccolo</bibl>. (17. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3886"/> Altrove osservo che il <emph>cul</emph> de’ latini si cangia assai
          sovente nell’italiano in <emph>chi</emph> o <emph>cchi</emph> (<foreign lang="lat"
            rend="italic">o-cu-lus</foreign>, <emph>o-cchi-o</emph>) o <emph>gli</emph> (<foreign
            lang="lat" rend="italic">pe-ri-cul-um</foreign>, <emph>peri-gli-o</emph>), nello
          spagnuolo in <emph>i</emph> (<foreign lang="lat" rend="italic">o-cu-lus</foreign>,
            <foreign lang="spa" rend="italic">o-j-o</foreign>) nel francese in <emph>ill</emph> o
            <emph>il</emph> o <emph>eil</emph> o <emph>eill</emph> o <emph>ail</emph> o
          <emph>aill</emph> ec. (<foreign lang="fre" rend="italic">péril, abeille, vermeil,
          ouaille</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">o-cul-us</foreign>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">o-eil</foreign> ec.). Nótisi che tali cangiamenti non sono
          certo direttamente stati fatti da <emph>cul</emph>, ma da <emph>cl</emph> contratto nella
          volgar pronunzia latina, come si vede anche non di rado nel latino illustre e scritto,
          massime appo i poeti; come <foreign lang="lat" rend="italic">seclum, periclum</foreign>
          ec. (17. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Saltuaris, saltuarius, saltuatim, saltuensis,
          saltuosus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">saltus us</foreign>. (17. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Salitio</foreign> voce di Vegezio dimostra l’antico
          supino <foreign lang="lat" rend="italic">salitum</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">salio</foreign> pel contratto irregolare, ma solo superstite, <foreign
            lang="lat" rend="italic">saltum</foreign>, da cui si farebbe <foreign lang="lat"
            rend="italic">saltio</foreign>, non <foreign lang="lat" rend="italic">salitio</foreign>,
          giacchè tali verbali son fatti da’ supini o seguono la forma del supino (17. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3882. E quelli che per l’ordinario non dimostrano ingegno nè talento se non per
          le cose gravi e serie, allora lo dimostrano non di rado notabilissimo per lo scherzo ec. E
          gli uomini di talento profondo ec. ma scarsissimi o alienissimi da quello che si chiama
          spirito, e fors’anche tutto l’opposto che spiritosi; tardi, bisognosi di molto tempo a
          concepire a inventare ec. freddi, secchi ec. allor divengono spiritosissimi, prontissimi
          ec. E gli uomini d’ingegno riflessivo o simile, ma non inventivo non immaginoso ec. allor
          dimostrano e veramente acquistano per quel poco di tempo una notabile facoltà
          d’invenzione, immaginazione ec. ec. E così discorrendo sulle diversità dei talenti ec.
          (17. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3887"/> Alla p. 3856. L’Italia produsse nel 500 ec. molti capitani
          illustri, come il Trivulzio, il Montecuccoli ec. sia che questi servissero alle loro
          rispettive nazioni italiane, o ad altra nazione italiana diversa dalla propria, come la
          Repubblica di Venezia spesso conduceva Generali italiani d’altri stati, a comandar le sue
          forze di terra o di mare; o a principi stranieri, i quali in quel tempo si servirono
          spessissimo di Generali e uffiziali italiani pel governo de’ loro eserciti, conducendoli,
          anche con grossi partiti, al loro servizio. Del che è curiosa a leggere
          un’osservazioncella di <bibl>
            <author>Bernardo Tasso</author>, <title>Lettere</title> citate qui dietro (p. 3885.
            fine), lib.1. car.29</bibl>. e tutta quella lettera. Similmente dico de’ politici e
          ministri ec. italiani, e negoziatori italiani ec. di quel secolo, e anche de’ seguenti,
          fino agli ultimi tempi, in cui siamo veramente arrivati all’estremo della nullità
          politica, e passività, ed incapacità di ogni sorta di operazione, o certo totale inazione
          di fatto, sì in casa sì fuori. Come il Mazarino, l’Alberoni, il Bentivoglio, ed anche il
          Lucchesini ec. Il dominio della religione ai tempi passati, e fino alla rivoluzione,
          (benchè sempre decrescente, ma non estinto fino ad essa rivoluzione) ma specialmente prima
          del 600, e per conseguenza il credito, l’influenza, e l’importanza del Papa e della Corte
          di Roma, contribuirono grandemente, e forse, massime in certi tempi, principalmente, a
          tener l’Italia in azione, a darle campo di esercitarsi nella politica e negli affari,
          materia e modo di negoziare, importanza e peso, negoziatori, diplomatici, politici, uomini
          che ebbero parte attiva negli avvenimenti e ne’ destini d’Europa, e i cui nomi divennero
          propri della storia. <pb ed="aut" n="3888"/> Sia nelle materie strettamente religiose, che
          allora erano strettamente legate colle politiche, e di grande importanza temporale, sia
          nelle materie anche puramente politiche, gl’italiani ebbero allora dalla religione grandi
          e continue opportunità occasioni e necessità di agire e di pensare. Quanta politica ec.
          non fu dovuta mettere in opera dagl’italiani nel Concilio di Trento e in tutti gli affari
          del Luteranismo, Calvinismo ec. Grandi negoziazioni e trattative e maneggi e grandi e
          gravi affari furono allora operati dagl’italiani, o da una Corte italiana, qual era quella
          del Papa, e da membri che ad una corte italiana appartenevano; e tra questi brillarono non
          pochi politici ec. Cardinali e nunzi e prelati e Vescovi ec. potenti appo i forestieri ec.
          Negoziazioni ec. degli stranieri appo noi, che conservavano l’uso e l’esercizio della
          politica e degli affari in casa nostra ec. ec. Questa causa di azione e di qualche vita
          per l’Italia non si ristringeva ne’ suoi effetti alla sola politica, diplomatica, affari
          pubblici. Naturalmente i suoi effetti si stendevano a tutte le parti della società e del
          civile consorzio. V’era una vita in Italia. Or dunque tutte le parti della nazione e della
          società ne partecipavano, come suole accadere. Quindi lo splendor delle arti, le grandi
          imprese di edifizi ec. massime in Roma, sede della più importante politica italiana ec. la
          chiesa di S. Pietro, le scolture, le pitture, le poesie, le orazioni, le storie, il secolo
          di Leon X, la industria, il commercio ec. Massime nel 500. ma dipoi ancora, fino alla
          rivoluzione, <pb ed="aut" n="3889"/> Roma riunendo e ponendo in azione gli spiriti di
          conto sì propri, sì italiani, sì forestieri, e dando materia agl’ingegni di svilupparsi, e
          occasione ai già sviluppati di concorrere ad essa e quivi esercitarsi, stante l’esser sede
          d’importanti affari; ebbe spirito di società, e conversazioni ec. sempre decrescenti, fino
          ad estinguersi, ma pur non estinte affatto fino agli ultimi anni. ec. ec. (17. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come altrove ho dimostrato, il solo perfetto stato di una società umana stretta, si è
          quello di perfetta unità, cioè d’assoluta monarchia, quando il monarca viva e governi e
          sia monarca pel ben essere de’ suggetti, secondo lo spirito la ragione e l’essenza della
          vera monarchia, e secondo che accadeva in principio. Ma quando l’effetto della monarchia
          si riduca in somma a questo, che un solo nella nazione, viva, e tutti gli altri non vivano
          se non se in un solo e per un solo, e i suggetti servano unicamente al ben essere del
          monarca, in vece che questo a quelli, e che l’effetto e la sostanza dell’unità della
          nazione sia questo, che quanto essa unità è più perfetta, tanto la vita e il ben essere
          più si ristringa in un solo, o almeno lo spirito d’essa unità e il proposito della
          costituzion nazionale miri <emph>in effetto</emph> a questo fine; allora è certamente
          meglio qualsivoglia altro stato; perocchè senza la perfetta unità, gli uomini in società
          stretta non possono veramente godere del perfetto <pb ed="aut" n="3890"/> ben esser
          sociale, nè la nazione è capace di perfetta vita; ma egli è peggio non vivere e non essere
          (or la nazione sotto una tal monarchia, non è) che non vivere perfettamente e non essere
          perfetta. Or, come ho altresì provato altrove, non può assolutamente accadere che
          l’assoluta monarchia non cada nel detto stato, nè che conservi il suo stato vero per
          alcuna cagione intrinseca ed essenziale, e per altro che per caso, il quale è
          straordinariamente difficile che abbia luogo, e mille cagioni intrinseche ed essenziali
          alla monarchia assoluta considerata rispettivamente alla natura dell’uomo, si oppongono
          positivamente alla detta conservazione ec. (17. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Σχεδὸν μὲν οὖν καὶ τὰ ἄλλα δεῖ νομίζειν εὑρῆσθαι πολλάκις ἐν τῷ
              πολλῷ χρόνῳ, μᾶλλον δὲ ἀπειράκις• τὰ μὲν γὰρ ἀναγκαῖα τὴν χρείαν διδάσκειν εἰκὸς
              αὐτήν, τὰ δὲ εἰς εὐσχημοσύνην καὶ περιουσίαν</foreign>
          </quote> (Victor. <foreign lang="lat" rend="italic">splendorem et ubertatem</foreign>), <quote>
            <foreign lang="grc">ὑπαρχόντων ἤδη τούτων</foreign>
          </quote> (scil. <foreign lang="grc">τῶν ἀναγκαίων</foreign>), <quote>
            <foreign lang="grc">εὔλογον λαμβάνειν τὴν αὔξησιν. Ὥστε καὶ τὰ περὶ τὰς πολιτείας
              οἴεσθαι δεῖ ἔχειν τὸν τρόπον τοῦτον. Ὅτι δὲ πάντα ἀρχαῖα, σημεῖον τὰ περὶ αἴγυπτον
              ἐστίν• οὗτοι γὰρ ἀρχαιότατοι μὲν δοκοῦσιν εἷναι, νόμων δὲ τετυχήκασι καὶ τάξεως
              πολιτικῆς. Διὸ δεῖ τοῖς μὲν εἰρημένοις ἱκανῶς, χρῆσθαι, τὰ δὲ παραλελειμμένα πειρᾶσθαι
              ζητεῖν.</foreign>.</quote>
          <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> l. 7. Florent. 1576. p. 593</bibl>. (<quote>
            <foreign lang="lat">iis quae tradita sunt ita ut satis esse possint</foreign>
          </quote>. Victor.) (18. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3891"/> Quelli che ci dicono che le cose di questa vita, la gloria, le
          ricchezze e l’altre illusioni umane, beni o mali ec. nulla importano, convien che ci
          mostrino delle altre cose le quali importino veramente. Finchè non faranno questo, noi,
          malgrado i loro argomenti, e la nostra esperienza, ci attaccheremo sempre alle cose che
          non importano, perciò appunto che nulla importa, e quindi nulla è che meriti più di loro
          il nostro attaccamento e sia più degno di occuparci. E così facendo, avrem sempre ragione,
          anche, anzi appunto, parlando filosoficamente. (18. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il carattere ec. ec. degli uomini è vario, e riceve notabili differenze non solo da clima
          a clima, ma eziandio da paese a paese, da territorio a territorio, da miglio a miglio; non
          parlando che delle sole differenze naturali. Ne’ luoghi d’aria sottile, gl’ingegni
          sogliono esser maggiori e più svegliati e capaci, e particolarmente più acuti e più
          portati e disposti alla furberia. I più furbi per abito e i più ingegnosi per natura di
          tutti gl’italiani, sono i marchegiani: il che senza dubbio ha relazione colla sottigliezza
          ec. della loro aria. Similmente gl’italiani in generale a paragone delle altre nazioni.
          Mettendo il piede ne’ termini della Marca si riconosce visibilmente una fisonomia più
          viva, più animata, uno sguardo più penetrante e più arguto che non è quello de’ convicini,
          nè de’ romani stessi che pur vivono nella società e nell’uso di una gran capitale. Così
          discorrasi delle altre <pb ed="aut" n="3892"/> differenze ec. Gli abitatori de’ monti
          differiscono notabilmente, se non di corpo, certo di spirito, carattere, inclinazione ec.
          da quelli degli stessi piani e valli lor sottoposte; i littorani da’ mediterranei lor
          confinanti ec. ec. anche parlando delle sole differenze cagionate dalle diversità
            <emph>naturali</emph> de’ luoghi ec. Infinito è il numero delle cagioni anche
          semplicemente naturali che producono differenze tra gli uomini, e queste, benchè or
          maggiori or minori, sempre notabili, e più notabili assai che in niun’altra specie di
          viventi, a causa dell’estrema conformabilità e modificabilità dell’uomo, e quindi
          suscettibilità di essere influito dalle cagioni anche menome di varietà, di alterazione
          ec. che in altri esseri o non producono niuna varietà, o piccolissima ec. Le dette cagioni
          di varietà s’incrociano per così dir tra loro, perchè il calor del clima produce un
          effetto, la grossezza dell’aria un altro contrario, e ambedue le dette cagioni
          s’incontrano bene spesso insieme; e così discorrendo. Esse si temperano, si modificano, si
          alterano, si diversificano, s’indeboliscono, si rinforzano scambievolmente in mille guise
          secondo le infinite diversità loro, e de’ loro gradi, e delle loro combinazioni
          scambievoli ec. ec. e altrettante diversità, cioè infinite, e diversità di diversità, e
          tutte notabili, ne seguono ne’ caratteri degli uomini. Queste osservazioni si applichino a
          quelle della p. 3806-10. e a quelle sopra le differenze vere, cioè naturali, de’ talenti,
          o innate, o acquisite e contratte <pb ed="aut" n="3893"/> naturalmente, e per cause e
          circostanze semplicemente naturali e indipendenti nell’esser loro dalle sociali, dagli
          avvenimenti ec. e che avrebbero operato ed operano per se stesse proporzionatamente anche
          negli uomini primitivi, ne’ selvaggi ec. che operano ancora, benchè infinitamente meno,
          negli animali, piante ec. ec. a proporzione, e secondo la loro suscettibilità, e la
          qualità e il grado e le combinazioni ec. d’esse cause e circostanze ec. ec. (18. Nov.
          823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Tio</foreign> spagn. <emph>Zio</emph> ital. <foreign
            lang="grc">θεῖος</foreign> grec. (19. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito del danno recato al valore dall’invenzione delle armi da fuoco, vedi il detto
          di Archidamo appresso il Vettori ad <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> l. 7. Florent. 1576. p. 602.</bibl> il qual detto è riportato da
          Senofonte, s’io non m’inganno, nell’Agesilao, ed attribuito forse a costui; ovvero nella
          Repubbl. de’ Lacedemonii. Oltre le invettive dell’Ariosto contro l’armi da fuoco in uno
          de’ dieci primi Canti del Furioso, a proposito di Cimosco ec. (19. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli Americani consideravano per mostruosità la barba negli europei perocchè quei popoli
          naturalmente erano sbarbati, come i mori e altri popoli d’Affrica ec. Si applichi alle
          osservazioni sul bello. <bibl>
            <author>Solìs</author>, <title>Hist. de Mexico</title>
          </bibl>; <bibl>
            <author>De Cieça</author>
            <title>Chron. del Peru</title>
          </bibl>, ec. (19. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Gesticulor</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Questo però, se non viene da <foreign lang="lat" rend="italic">gesticulus</foreign>
              (ch’è voce moderna e solo di Tertulliano) può esser piuttosto frequentativo che
              diminut. o un misto dell’uno e dell’altro, come tanti nostri verbi italiani, di cui
              altrove ex professo.</p>
          </note>, ec. Vedi il Forcellini. Franc. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >gesticuler</foreign>. Noi ancora volgarmente <emph>gesticolare</emph>. <pb ed="aut"
            n="3894"/> Vedi l’Alberti. ec. (19. Nov. 1823.). <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Corbeau</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">corvus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Gero-gestum, gesto, gestito</foreign>. (19. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3883. La superstizione sia speculativa sia pratica è figlia della società, ed
          inseparabile da essa società quanto si voglia civile come dimostrano tutte le istorie.
          Anzi par ch’ella, a differenza di tanti altri incomodi e barbarie della società primitiva,
          cresca a proporzione della civiltà; e certo si son trovati e trovano alcuni popoli
          selvaggi senza superstizione alcuna, almeno efficace e che influisca sulla vita in niun
          modo, e che sia causa di veruna infelicità esteriore nè interiore; ma niun popolo civile
          si trovò mai nè si trova nè troverassi in cui la superstizione più o manco, e in uno o
          altro modo, non regni, per civilissimo ch’ei si fosse, o si sia, o che sia per essere<note
            resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Puoi vedere le <bibl>
                <title>Lettere di Federico II. e d’Alembert</title>, Lett. 49. p. 125. seg.</bibl>
              paragonandola colla <bibl>lett. 45. p. 117. e lettera 47. p. 120. fine-121. e lett.
                53. p. 135. fin e lett. 70. p. 185. fine.</bibl>
            </p>
          </note>. Or di quanti e quanto gran mali sia stata e sia causa la superstizione per sua
          natura sì a’ popoli sì agl’individui, sì verso gli altri sì verso se stessi,
          travagliandoli sì esternamente sì internamente, per rispetto ai costumi, agl’istituti,
          alle azioni, alle opinioni ec.; quanti beni e quanto grandi abbia impedito e impedisca per
          sua natura ec. non accade dilungarsi a mostrarlo, anzi neppure a ricordarlo, essendo già e
          provato e notissimo. (19. Nov. 1823.). Certo la superstizione non ha luogo negli animali
          anche i più socievoli. Dunque l’uomo per natura è men sociale che alcun’altra specie ec.
          V. la p. 3896.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Faisceau</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">fascis</foreign> e per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fascis</foreign>. Similmente <emph>fastello</emph>, quasi <emph>fascettello</emph>.
            <emph>Gocciola, gocciolare sgocciolare</emph> ec. diminutivi equivalenti ai positivi
            <emph>goccia, gocciare, sgocciare</emph> ec. da <emph>gutta</emph>. Questi diminutivi
          cioè <emph>gocciola</emph> (e così <emph>frombola</emph>
          <pb ed="aut" n="3895"/> di cui p. 3636. marg. benchè <emph>fromba</emph> non sia nome
          latino), ec. e simili altri in <emph>olo</emph> ec. breve, sono alla latina; il che è da
          notare. (20. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il sonno e tutto quello che induce il sonno, ec. è per se stesso piacevole, secondo la
          mia teoria del piacere ec. Non c’è maggior piacere (nè maggior felicità) nella vita, che
          il non sentirla. (20. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3876. <foreign lang="lat" rend="italic">Venio</foreign> ha già perduto il suo
            <emph>i</emph> in <foreign lang="lat" rend="italic">veni</foreign> il cui <emph>i</emph>
          non è il radicale, ma quello della terminazione del perfetto, se già esso non comprende
          ambo gl’<emph>i</emph>, come negli antichi codici e monumenti si trova assai spesso
            <foreign lang="lat" rend="italic">audi</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >audii, Tulli</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">Tullii</foreign>, anzi
          regolarmente <foreign lang="lat" rend="italic">Tulli</foreign> e non <foreign lang="lat"
            rend="italic">Tullii</foreign> ec. del che vedi il <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Conspectus orthographiae cod. vaticani de
            republica</foreign>
          </quote> di Niebuhr. In ogni modo è certo che virtualmente l’<emph>i</emph> p. e. di
            <foreign lang="lat" rend="italic">Tulli</foreign>, contiene due <emph>i</emph>, come il
          moderno nostro (e latino) <emph>j</emph>. Del resto, anomalie che faccian perdere
            l’<emph>i</emph> radicale ai temi della quarta, sono moltissime. P. e. <foreign
            lang="lat" rend="italic">vincio-vinxi</foreign> (dove l’<emph>i</emph> secondo, non è il
          radicale) <foreign lang="lat" rend="italic">sentio-sensi</foreign> ec. Contrazioni altresì
          moltissime, come <foreign lang="lat" rend="italic">saltum</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">salio</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">salitum</foreign>
          ec. ec. ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Audisti audistis</foreign> ec. sono
          contrazioni, non, cred’io, di <foreign lang="lat" rend="italic">audiistis</foreign> ec. ma
          di <foreign lang="lat" rend="italic">audivisti</foreign>, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">amasti</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">amavisti</foreign>;
          onde in <foreign lang="lat" rend="italic">audisti audistis</foreign> ec. l’<emph>i</emph>
          radicale non sarebbe perduto, ma sola la sillaba interposta, <emph>vi</emph>. (20. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3896"/>
          <foreign lang="fre" rend="italic">D’emblée</foreign> viene evidentemente dal greco
            <foreign lang="grc">ἐμβάλλω</foreign>. Grecismi del volgare italiano vedine ap. il
          Vettori Commentar. in <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> Lib. 7. fin. Florent. 1576. p. 646 fin.-647 princip.</bibl> Il
          luogo di Aristot. quivi citato è ib. p. 641. fine. (21. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati: <foreign lang="lat" rend="italic">pocillator</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">pocillum</foreign>, invece di dir <foreign lang="lat"
            rend="italic">poculator</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >poculum</foreign>, ma collo stesso senso, cioè di <foreign lang="grc">οἰνοχόος</foreign>.
          (21. Nov. 1823.). <foreign lang="lat" rend="italic">Gemellus</foreign> coi derivati,
          diminutivo di <foreign lang="lat" rend="italic">geminus</foreign> (come
          <emph>pagella</emph> di <emph>pagina</emph>. <emph>Gemello</emph>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">iumeau</foreign>, v. gli spagn. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >Femelle</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">femella</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">femina</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >femme</foreign>, passato in francese al semplice significato di <emph>donna</emph>. Così
            <emph>favellare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">fabella</foreign>, in vece e
          nel senso di <foreign lang="lat" rend="italic">fabulare</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">fabula</foreign>, del che vedi la p. 3844. (21. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi latini. <bibl>V. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Leo es</foreign>
          </bibl>. (21. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3894. marg. La ragione di cui l’uomo solo è provveduto (ossia quel grado di
          facoltà intellettuale che si chiama ragione, ed a cui il solo intelletto dell’uomo arriva
          e può arrivare), come per mille parti è utile, per mille necessaria alla società, ed
          origine e cagione effettiva di essa, così per mille altre parti (come p. e. per la
          superstizione la qual non sarebbe senza il grado di facoltà mentale che noi abbiamo, e che
          le bestie non hanno, e per cento mila altri effetti) è di sua natura nocevole e anche
          direttamente contraria alla società degli uomini, e al lor ben essere e lor perfezione
          nello stato sociale ec. ec. Parlo qui di quella facoltà di ragione che l’uomo ha per
          natura, anche nello stato primitivo, e dico che questa medesima dimostra che l’uomo per
          natura è men disposto a società che gli altri animali, benchè per altra parte ella sembri
          invitta e principalissima prova del contrario ec. ec. (21. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3897"/> La negativa francese <foreign lang="fre" rend="italic"
          >ne</foreign> è l’antichissima de’ latini, i quali dicevano <foreign lang="lat"
            rend="italic">ne</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">nec</foreign> per
            <emph>non</emph>, come ho discorso in proposito di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nihilum</foreign> parlando della voce <foreign lang="lat" rend="italic">silva</foreign>
          e della sua origine, e mostrato ancora che <foreign lang="lat" rend="italic">ne</foreign>
          serviva in composizione di particella privativa, come in greco <foreign lang="grc">νη, νε,
            ν</foreign>, e per conseguenza sì essa che le dette greche originariamente dovettero
          certo essere particelle negative, cioè assolutamente servienti alla negazione ec.<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat">Ne quidem</foreign> p. <foreign lang="lat">nec quidem,
              nequam</foreign> ec. dove il <foreign lang="lat" rend="italic">ne</foreign> è
              privativo, ec.</p>
          </note> E <bibl>v. il <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Ne,
            Nec</foreign>
          </bibl> ec. e i Lessici greci in <foreign lang="grc">νη</foreign> ec. (22. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Febricito as</foreign>, viene forse da un <foreign
            lang="lat" rend="italic">febrico as atum</foreign>, ovvero <emph>ui itum</emph> (come
            <foreign lang="lat" rend="italic">applico, explico</foreign> ec. <foreign lang="lat"
            rend="italic">ui itum</foreign> ec. e simili, di cui altrove) che sarebbe affine a
            <foreign lang="lat" rend="italic">febricosus</foreign>? (22. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non solo aggettivi si son fatti da’ participii in <emph>us</emph>, come altrove più
          volte, ma spessissimo essi participii son passati in sostantivi, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">factum, actum, iussum</foreign> ec. ec. Onde anche da tali sostantivi si
          può talora argomentare e de’ veri participii, e dell’esistenza di verbi ignoti, di cui
          questi sostantivi saranno stati originalmente participii, benchè or non si sappia, ec. ec.
          (22. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3636. È da notare che quando il positivo de’ diminutivi positivati (come di
            <emph>martello</emph> ec.), sieno latini, sieno moderni, latini di origine, o di origine
          moderna ec., non si trova, <pb ed="aut" n="3898"/> o non se ne sa almeno il significato
          (sia nella stessa lingua, sia nella latina, o nelle altre ec.), allora può essere che
          questo fosse diverso da quello de’ loro diminutivi noti, o diverso affatto, o diverso in
          quanto più generale, o appartenente ad una specie di cose dello stesso genere ma pur
          diversa da quella significata dal diminutivo ec. Onde tali diminutivi non possono con
          certezza chiamarsi positivati, con tutto che nella loro significazione non si vegga causa
          nè vestigio alcuno di diminuzione; perocchè positivati si vogliono intendere quei
          diminutivi che son giunti ad essere usati in vece de’ loro positivi (o coesistenti, o
          andati in disuso), e per conseguenza nel medesimo senso di questi. E i diminutivi de’
          quali io raccolgo gli esempi, han da esser di questo genere, e non altro. (22. Nov.
          1823.). V. p. 3945.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3513. Come le donne naturalmente e generalmente parlando (e basta all’effetto,
          che così sia pernatura) vivono alquanto meno degli uomini, o son destinate ad uno spazio
          di vita alquanto più breve, ed infatti il loro sviluppo, e la decadenza ed estinzione
          delle loro facoltà e della giovanezza loro, è certamente più pronto, e la loro carriera
          fisica generalmente più rapida; così è ben verisimile che le date quantità di tempo, ad
          esse paiono alquanto maggiori che agli uomini, secondo la piccola proporzione che risulta
          dal poco svantaggio di lunghezza che ha la lor vita naturalmente dalla nostra; la qual
          differenza e proporzione essendo assai piccola, non è maraviglia se il detto effetto non
          si nota, <pb ed="aut" n="3899"/> e se riesce impercettibile, essendo quasi menomo ec.
          Forse anche simili differenze impercettibili si potrebbero supporre tra diversi individui
          di uno stesso sesso, nazione ec. come derivanti e proporzionate a certe relative
          differenze fisiche o morali, ec. che si potrebbe forse notare a questo proposito, e come
          atte a cagionare detto effetto ec. ec. (22. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Je me rappelle souvent ce vers anglais: <hi rend="italic">L’homme
                est fait pour agir, et tu prétends penser</hi>
            </foreign>?</quote>
          <bibl>
            <author>Frédéric II</author>
            <title>Lettres à d’Alembert</title>, tome XIII. p. 203.</bibl> (22. Nov. 1823.). V. p.
          3931.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Voce comune alle tre lingue: <emph>Ciabatta</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
            >zapato</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">savate</foreign> (è noto che il
          nostro <emph>c</emph> molle, in ispagnuolo è <emph>z</emph>, in francese vale
          <emph>s</emph>), <foreign lang="fre" rend="italic">savaterie, savetier</foreign>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">zapatero</foreign>, <emph>ciabattino, acciabattare</emph> ec.
          ec. Anche le metafore di tali voci, come di <foreign lang="fre" rend="italic"
          >saveter</foreign> e <emph>acciabattare</emph>, di <emph>ciabattino</emph> e <foreign
            lang="fre" rend="italic">savetier</foreign> per <foreign lang="fre" rend="italic"
            >mauvais ouvrier</foreign> ec. ec. sono conformi, almeno tra l’italiano e il francese,
          giacchè il significato di <emph>ciabatta</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >savate</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">zapato</foreign>, benchè simile, è
          alquanto diverso nello spagnuolo ec. (23. Nov. Domenica. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3851. marg. Anche tra noi però <emph>avvisato</emph> per <emph>prudente</emph>,
          può essere participio di <emph>avvisarsi</emph>, verbo reciproco, o neutro passivo, in
          senso di <emph>avvedersi</emph> ec., e in tal caso non apparterrebbe al nostro discorso,
          niente più di quello che gli appartenga appunto <emph>avveduto</emph> di
          <emph>avvedersi</emph> (che vale lo stesso che <emph>avvisato</emph>),
          <emph>accorto</emph> di <emph>accorgersi</emph> (che vale altresì lo stesso: dico
          aggettivamente presi <emph>accorto, avveduto, avvisato</emph>), e gli altri participi de’
          neutri passivi o reciprochi. (23. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3900"/> Alla p. 3869. marg. Da queste osservazioni è chiaro che si dee dir
            <foreign lang="lat" rend="italic">vivisco</foreign> e non <foreign lang="lat"
            rend="italic">vivesco</foreign>, anche per regola e analogia e ragion generale. — Es. di
          verbo incoativo fatto da verbo della 4. può essere <foreign lang="lat" rend="italic"
            >scisco</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">scio</foreign> — <foreign
            lang="lat" rend="italic">Hisco</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >hio-hiatum</foreign>, non è che corruzione d’<foreign lang="lat" rend="italic"
          >hiasco</foreign> che pur si trova, e che è proprio degli antichi; come <foreign
            lang="lat" rend="italic">hieto</foreign> è corruzione d’<foreign lang="lat"
            rend="italic">hiato</foreign>, che pur si trova, del che altrove. (23. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove sopra il continuativo <foreign lang="lat" rend="italic"
          >hietare</foreign>, aggiungi quello che puoi vedere nel pensiero precedente. (23. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3869. marg. principio. <foreign lang="lat" rend="italic">Arcesso</foreign>, —
            <foreign lang="lat" rend="italic">Capesso</foreign>, — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Facesso</foreign> (<bibl>v. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Facesso</foreign> princ. e fin.</bibl>) — <foreign lang="lat"
            rend="italic">is ivi itum</foreign>. E credo che anche gli altri tali verbi
          frequentativi o desiderativi o come si chiamino (<bibl>v. <author>Forc.</author> in
              <foreign lang="lat" rend="italic">Facesso</foreign> princ.</bibl>), se altri ve n’ha,
          facciano allo stesso modo, cioè una mescolanza della 3. e 4. coniugazione Anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">Arcesso</foreign> fa nell’infinito passivo <foreign lang="lat"
            rend="italic">arcessi</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">arcessiri</foreign>.
          E <bibl>v. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >arcesso</foreign> princ.</bibl> (23. Nov. 1823.). V. p. 3904.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3884. Se la qualità dello stile del Tasso, considerato in generale, pecca in
          qualche cosa, questo si è più che in altro, nel molle. E certo non di rado esso dà nel
          debole, anzi pur nel freddo, e in quel basso che nasce da debolezza, da mancanza di nervo
          e di forza per sostenersi in alto e ritto ec. ec., in poca sostenutezza ec. Questo è molto
          più frequente nel Tasso che o in Dante o in Petrarca, e più ancora che in parecchi poeti
          del 2. ordine. (23. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2843. Che <foreign lang="lat" rend="italic">inceptare</foreign> in questo senso
            d’<emph>incettare</emph>, cioè <pb ed="aut" n="3901"/> come composto di <foreign
            lang="lat" rend="italic">capto</foreign>, non sia alieno dall’antica latinità, secondo
          che ho detto in una delle pagg. citate in quella a cui questo pensiero appartiene, me lo
          persuade eziandio il vedere che detto senso è tutto latino, e alla latina ec. e quasi è lo
          stesso che quello del semplice <foreign lang="lat" rend="italic">captare</foreign>, se non
          che è determinato ad un certo modo di far quello che si denota col verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">captare</foreign>. Del resto che la mutazione
          dell’<emph>a</emph> in <emph>e</emph> ne’ composti, e l’altre tali, usitate regolarmente
          nell’antico e buon latino, fossero trascurate ne’ composti de’ tempi bassi e delle lingue
          moderne, ne può essere una prova appunto <emph>accattare</emph> (<foreign lang="fre"
            rend="italic">acheter</foreign>). Vedi Glossar. in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >accaptare</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Anche abbiamo <emph>accettare</emph> (<foreign lang="fre" rend="italic"
              >accepter</foreign> ec.) da <foreign lang="lat" rend="italic">acceptare</foreign>, ma
              non di <foreign lang="lat" rend="italic">capto</foreign> bensì di <foreign lang="lat"
                rend="italic">accipio acceptus</foreign> ec.</p>
          </note>. (23. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Simile esempio a quello di <foreign lang="spa" rend="italic">traer</foreign> usato talora
          dagli spagnuoli nel senso di <foreign lang="lat" rend="italic">tractare</foreign>, come
          nel primo principio della mia teoria de’ continuativi, si è quello di <foreign lang="fre"
            rend="italic">affecter</foreign> spesso usato da’ francesi nel significato stesso (o
          simile) di <foreign lang="lat" rend="italic">afficere</foreign>. <bibl>V.
            <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">affecto</foreign> fin. e
              <foreign lang="lat" rend="italic">inaffector aris</foreign>
          </bibl>; il Gloss., gli spagn. ec. (23. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3753. marg. — come forse sono contrazioni quei diminutivi di cui a p. 3844. ec.,
          cioè a dire <foreign lang="lat" rend="italic">pagella</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">paginella, asellus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >asinellus</foreign>, che noi diciamo, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fabella</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">fabulella</foreign> ec. (23. Nov.
          1823.). V. p. 3992.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alle cose dette altrove in più luoghi sopra il <emph>g</emph> protetico dei latini avanti
          la <emph>n</emph>, aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic">gnatus</foreign>, participio
          o aggettivo, e sostantivo, e <foreign lang="lat" rend="italic">gnatula</foreign>, e v.
          Forcell. in queste voci. (23. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove sopra l’uso dello spagn. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >luego</foreign> simile a quello che i greci fanno degli avverbi significanti <foreign
            lang="lat" rend="italic">statim</foreign> ec. aggiungi un esempio di <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> l. 8. Florent. 1576 p. 615. princip. 652. fine. p. 675.
          fine</bibl>, <quote>
            <foreign lang="grc">εὺθὺς γὰρ</foreign>
          </quote> ec. male inteso dal Vettori in tutti i tre luoghi, in un de’ quali ridonda. (23.
          Nov. Domenica. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3902"/>
          <emph>Andare</emph> per <emph>essere</emph> del che altrove. <bibl>
            <author>Petr.</author>
            <title>Sestina <hi rend="sc">i</hi>
            </title> verso penult.</bibl> E <quote>
            <emph>’l giorno andrà</emph> (sarà) <emph>pien di minute stelle Prima ch’</emph>
          </quote> ec. (24. Nov. dì di San Flaviano. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito del diminutivo positivato <foreign lang="grc">ποίμνιον</foreign>, di cui
          altrove, si può notare che anche in francese il vocabolo che significa gregge, e
          particolarmente gregge di pecore (come <foreign lang="grc">ποίμνιον</foreign> e <foreign
            lang="grc">ποίμνη</foreign>) o di montoni, è originariamente diminutivo, cioè <foreign
            lang="fre" rend="italic">troupeau</foreign> per <foreign lang="fre" rend="italic"
          >troupe</foreign>, la quale seconda voce equivarrebbe a <foreign lang="lat" rend="italic"
            >grex</foreign> che forse propriamente è generica come <foreign lang="fre" rend="italic"
            >troupe</foreign>, e significa moltitudine, adunanza ec. secondo che in latino e in
          italiano tuttogiorno s’adopera. (24. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi latini. <foreign lang="lat" rend="italic">Lac</foreign>: idea primitiva ec.
          Gr. <foreign lang="grc">γάλα γάλακτος</foreign>, dalla qual voce gli etimologi derivano la
          latina. (24. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove che la lingua ebraica non ha voci composte. Si eccettuino molti nomi propri,
          come <emph>Ab-raham, Ben-iamin, Mi-cha-el, Ierusalem</emph> (non è dell’antico ebraico)
          ec. e forse anche alcuni nomi, non propri, ma appellativi o cosa simile. (24. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uomo che ha molta capacità e quindi facilità, prontezza e moltiplicità di assuefazione,
          per questa medesima causa ha altrettanta capacità, facilità ec. di dissuefazione.
          Viceversa nel caso contrario. E sempre proporzionatamente, anzi sempre ugualmente, alla
          misura dell’una capacità risponde quella dell’altra. L’una <pb ed="aut" n="3903"/> e
          l’altra o sono la cosa stessa diversamente considerata, o due effetti gemelli d’una stessa
          causa, che non può produr l’uno senza produr l’altro nel medesimo grado. Dalle medesime
          cagioni fisiche, morali ec. che producono l’assuefabilità di un uomo o dell’uomo ec. nasce
          altrettanta sua dissuefabilità. E dall’una si può argomentare all’altra. L’uomo è
          assuefabile; dunque egli è dissuefabile; o viceversa. Il tale individuo ha tanta capacità
          di assuefazione; dunque tanta di dissuefazione nè più nè meno.</p>
        <p>Questo principio, il quale risulta ed è dimostrato e sviluppato dalle osservazioni da me
          fatte altrove, si dee notare diligentemente, perchè nel corso delle nostre teorie sarà
          forse suscettibile di molte applicazioni. (24. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A ciò che ho detto altrove in proposito di <foreign lang="spa" rend="italic"
          >pintar</foreign> e dell’antico participio latino di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pingo</foreign> e de’ verbi simili, aggiungasi <emph>dipinto</emph> (non
          <emph>dipitto</emph>) sostantivo e aggettivo o participio, <emph>dipintura</emph> ec.
            <foreign lang="fre" rend="italic">peint</foreign>, e quindi <foreign lang="fre"
            rend="italic">peintre, peinture</foreign> ec. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >dépeint</foreign> ec. <emph>Pitto</emph> per <emph>pinto</emph>, non è che degli
          scrittori. Abbiamo però <emph>pittura, pittore</emph> ec. Ma anche <emph>pintore,
          pintura</emph>. Gli spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic">pintor</foreign> ec.
            <emph>Fitto</emph> per <emph>finto</emph> (universale tra noi) non so se mai fosse del
          volgo e della lingua parlata. Da <emph>finto</emph>, e non da <foreign lang="lat"
            rend="italic">fictus</foreign> o <emph>fitto</emph>, <emph>finzione, fintamente</emph>
          ec. <emph>infinto</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">fractus</foreign>
          <emph>franto infranto</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">enfreint</foreign> ec.
          Abbiamo però anche <emph>fizione</emph> ec. I franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >feint</foreign> ec. Gli spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic">fingido</foreign>
            (<foreign lang="lat" rend="italic">fingitus</foreign> primitiva forma) ec.
          <emph>Vinto</emph>, non <emph>vitto</emph> (<foreign lang="lat" rend="italic"
          >victus</foreign>) se non poeticamente, ed or neanche ben si direbbe in poesia. Gli
          spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic">vencido</foreign>, i francesi <foreign
            lang="fre" rend="italic">vaincu</foreign>, che rispondono al <pb ed="aut" n="3904"/>
          primitivo <foreign lang="lat" rend="italic">vincitus</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">vinco</foreign>, secondo il detto altrove della mutazione
          dell’<emph>itus</emph> latino in <emph>u</emph>, nella desinenza di molti participii
          francesi ec. (24. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3900. <foreign lang="lat" rend="italic">Incesso is ivi</foreign>, (<quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">frequentativum ab</hi>
              <hi rend="sc">incedo</hi>
            </foreign>
          </quote>, dice il Forcell.). Quanto al suo preterito <foreign lang="lat" rend="italic"
            >incessi</foreign> (onde l’<quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">incesserint</foreign>
          </quote> nell’esempio di <bibl>
            <author>Tacito</author>
            <title>hist.</title> 3. 77.</bibl>), <bibl>vedi il <author>Forcell.</author> in <foreign
              lang="lat" rend="italic">Incedo</foreign> ne’ due ult. paragrafi</bibl>, e confrontisi
          ciò ch’egli dice del perf. facessi in Facesso. (24. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Incessare</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >incedere</foreign>. <bibl>V. il <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Incesso is</foreign>
          </bibl>, fine, e il pensiero antecedente, se vuoi. (24. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3826. Il barbaro <foreign lang="lat" rend="italic">incapabilis</foreign> (v.
          Forcell. e Gloss. ec.) o è voce falsa, o affatto barbara di formazione e fuor d’ogni
          regola, (come centomila simili delle latino-barbare, o delle moderne, anche in
          <emph>bilis</emph>), o dimostra un <foreign lang="lat" rend="italic">capo as
          atum</foreign>, se non si dee leggere <foreign lang="lat" rend="italic"
          >incapibilis</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">capitum</foreign> (primitivo
          per <foreign lang="lat" rend="italic">captum</foreign>), come io dubiterei. (24. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Dice</emph> per <emph>dicono</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aiunt</foreign>, del che altrove. <bibl>V. la <title>Crusca</title> in <emph>Fitto</emph>
            par. 3. esempio ult.</bibl> e cercalo nel suo autore. (24. Nov. 1823.). Sta <bibl>
            <title>Orl. Innam.</title> c. 37. st. 1</bibl>, e non ha che far col proposito. (24.
          Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto che tutte le lingue nascendo dai volgari, le nostre sono nate dal latino volgare
          e parlato e non dal latino scritto. Da questo principio segue, fra gli altri molti, questo
          corollario che tutte le voci, frasi, significazioni ec. italiane, francesi spagnuole, e
          tutte le proprietà di queste tre lingue, o di qualunque di <pb ed="aut" n="3905"/> esse,
          che si trovano ancora, in qualsivoglia modo, nel latino scritto di qualunque età, e che
          nelle dette lingue non sono state introdotte dagli scrittori, dalla letteratura, da’
          letterati, dalla favella de’ dotti o colti ec. nè passati dall’una di esse lingue
          nell’altra per qualunque mezzo, dopo essere in quella stati introdotti dagli scrittori o
          dal parlar letterato ec., ma che vengono originariamente dal semplice uso del favellare
          ec.; furono tutte proprie del latino volgare e parlato, non meno che dello scritto; e
          quindi chi cerca l’antico volgar latino, ha diritto di considerarle come sue parti e
          qualità ec. (24. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3835. È da notare però che l’ubbriachezza ec. anche quando esalta le forze, e
          cagiona una non ordinaria vivacità ed attività ed azione esteriore o interiore, o l’uno e
          l’altro, sempre però o quasi sempre cagiona eziandio nel tempo stesso una specie di
          letargo, d’irriflessione, d’<foreign lang="grc">ἀναισθησία</foreign>, ancorchè l’uomo per
          altra parte sia allora straordinariamente sensibile, e riflessivo e profondo sopra ogni
            cosa<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi la pag. 3921-27.</p>
          </note>. Ella infatti per sua proprietà trae l’uomo più o meno, ed in uno o in altro modo,
          fuor di se stesso, e in certa maniera, quando più quando meno, lo accieca, lo trasporta,
          lega le sue facoltà, ne sospende l’uso libero ec. Perciò appunto ella è ordinariamente
          piacevole, perocchè sospendendo o scemando in certo modo il sentimento della vita nel
          tempo stesso ch’ella accresce la forza, l’energia, l’intensità, il grado, la somma, la
          vitalità d’essa vita, sospende o scema o rende insensibile o men sensibile l’azione,
          l’effetto, l’efficacia, <pb ed="aut" n="3906"/> le funzioni, l’attualità dell’amor
          proprio, e quindi il desiderio vano della felicità ec., secondo il detto nella mia teoria
          del piacere sopra l’essenziale piacevolezza di qualunque assopimento, in quanto sospensivo
          del sentimento della vita, e quindi del sentimento, anzi dell’attuale esistenza dell’amor
          proprio, e del desiderio della felicità. L’ubbriachezza e tutto ciò che le si assomiglia o
          le appartiene ec. è piacevole per sua natura, principalmente in quanto ell’è (per sua
          natura) assopimento<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>L’ubbriachezza accrescendo la vita e il sentimento di essa, fa nel med. tempo che
              l’individuo non rifletta (naturalmente), non consideri questa vita e questo
              sentimento, che il suo spirito consideri e s’interessi a questo sentimento
              accresciuto, assai meno ancora ch’ei non suole al sentimento ordinario e minore, e
              tanto meno quanto egli è più cresciuto. V. p. 3931.</p>
          </note>. Massime che questo nasce allora dall’eccesso medesimo della vita e del sentimento
          di lei, il qual eccesso è nella ubbriachezza quello che scema e mortifica più o meno esso
          sentimento (secondo che il troppo è padre del nulla, come altrove) e quasi estingue
          l’animo. (<bibl>V. <title>Victor. Commentar.</title> in <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> Flor. 1576. pag. ult. lin.5. 6.</bibl>).Ond’è sommamente piacevole
          per se stesso, astraendo dalle circostanze che possono produrre in qualche parte il
          contrario, e dall’altre qualità, ed effetti, anche essenziali, dell’ubbriachezza ec. ec.
          fra tutti gli assopimenti quello prodotto dall’ubbriachezza e simili cause, perch’esso
          solo include, suppone e porta seco ed ha per madre l’abbondanza relativa della vita e del
          sentimento di lei, la qual vita e sentimento è per natura e necessità supremamente
          piacevole al vivente, come altrove in più luoghi, se non che negli altri casi la maggior
          vita e il maggior sentimento di essa è proporzionatamente maggiore amor proprio, e quindi
          desiderio di felicità, e questo vano, e quindi maggiore infelicità ec. (24. Nov. Festa di
          S. Flaviano 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla lista de’ verbi frequentativo-diminutivi, disprezzativi, vezzeggiativi ec.,
          frequentativi o diminutivi semplicemente ec. italiani, data da me altrove, aggiungi: in
            <emph>ettare</emph>, come da <foreign lang="lat" rend="italic">balbo</foreign>,
            <emph>balbettare</emph>. (25. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3907"/> Alla p. 2924. Personale: <quote>
            <foreign lang="grc">ταῦτα μὲν οὕτως ἔχει, οὕτως ἐχέτω</foreign>
          </quote> ec. ec. Impersonale <quote>
            <foreign lang="grc">εἴπερ τὸν τρόπον τοῦτον</foreign>
          </quote> (se così è). <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> Flor. 1576. p. 557. fin.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν αἰγύπτῳ τε γὰρ ἔχει τὸν τρόπον τοῦτον</foreign>
          </quote>
          <bibl>p. 590 fin.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ὅπου μὴ τοῦτον ἔχει τὸν τρόπον</foreign>
          </quote>
          <bibl>p. 595. 3</bibl> In italiano non credo che avere per essere sia mai veramente
          impersonale. <emph>Ci ha molti</emph> è il singolare pel plurale, come in greco co’ nomi
          neutri, e in italiano, massimo antico o volgare, assai spesso. Dunque in questa frase v’è
          la persona, cioè <emph>molti. Ebbevi di quelli che</emph> ec. Si sottintende alcuni. Pur
          questa frase (e simili) per se stessa è impersonale, e può chiamarsi così, giacchè in
          origine in tutte le frasi impersonali qualche cosa si sottintende, come nelle soprascritte
          greche <foreign lang="grc">τὰ πρὰγματα</foreign> e simile. (26. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Cultellus</foreign>
            (<emph>coltello</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">couteau</foreign> ec. <bibl>V.
            i Diz. in <foreign lang="fre" rend="italic">coutre</foreign>
          </bibl>. Trovo in 2. lett. di Feder. II. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >coutelet</foreign>, per <emph>coltellino</emph>.) <foreign lang="lat" rend="italic"
            >cultellare, cultellatus</foreign> ec. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> (26. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3819. I nomi latini neutri della 3. che hanno l’accusativo come il nominativo, e
          ben diverso dall’ablativo, si vede che nelle nostre lingue non hanno a far niente (in
          generale) cogli ablativi latini, ma ben co’ nominativi e accusativi Come <foreign
            lang="lat" rend="italic">tempus-tempore</foreign>, <emph>tempo</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">temps</foreign> ec.; <foreign lang="lat" rend="italic"
            >semen-semine</foreign>, <emph>seme</emph> ec., ec. (26. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Bisogna notare che i diminutivi positivati (verbi o nomi ec.) da me raccolti non sieno di
          senso neanche frequentativo, nè disprezzativo, nè vezzeggiativo, nè simile, eccetto se
          tale non fosse anche quello del positivo, al quale esso deve insomma essere totalmente
          conforme. <foreign lang="lat" rend="italic">Misculare</foreign> (a proposito di cui ho
          preso a discorrere de’ diminutivi <pb ed="aut" n="3908"/> positivati) a principio ebbe
          forse un senso frequentativo, che poi perdè, restandogli quello del positivo. E così gli
          altri, ciascuno de’ quali (nomi o verbi) in origine dovettero in qualunque modo differire
          nel senso dai positivi. Del resto i verbi in <emph>ulare</emph> ec. propriamente sono
          diminutivi e perciò spettano al mio discorso. Hanno però talora un senso simile al
          frequentativo (come tanti verbi italiani altrove da me notati), ma non perciò si possono
          men giustamente porre fra’ diminutivi, giacchè solo dalla diminuzione ricevono quel tal
          potere di significar la frequenza ec. il qual significato è come una specie de’
          significati diminutivi ec. (26. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3520. E bene spesso l’irriflessione de’ fanciulli, degl’ignoranti, degl’inesperti
          ec. fa quello stesso, e così perfettamente, o assai meglio ancora, che può fare e fa la
          riflessione, la prudenza, la provvidenza, l’accorgimento, l’abilità, la prontezza ec. e la
          presenza di spirito acquistata a forza di pratica ec. trova gli stessi partiti che
          potrebbe abbracciare dopo maturissima considerazione l’uomo il più riflessivo, e dov’è
          bisogno di prontezza, con altrettanta e maggior prontezza li trova e li eseguisce, che
          possa fare l’abito della riflessione ec. (26. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Causare</emph> per <emph>accusare, accagionare</emph>, del che altrove in proposito
          dell’antico lat. <foreign lang="lat" rend="italic">cuso</foreign>. <bibl>
            <author>Machiavelli</author>
            <title>Vita di Castruccio Castracani</title>, non molto avanti il mezzo, <title>tutte le
              Opere</title>, 1550, parte 2.a p. 73</bibl>. principio. <quote>
            <emph>Occorse in questi tempi che il popolo di Roma cominciò a tumultuare per il vivere
              caro, causandone l’assenza del Pontifice che si trovava in Avignone, et biasimavono i
              governi Tedeschi</emph>
          </quote>. (26. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3909"/> Alla p. 3753. E forse del resto, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >puellus</foreign> è contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >puerulus</foreign>, che pur si dice; e allo stesso modo <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nigellus</foreign> di un <foreign lang="lat" rend="italic">nigerulus</foreign>, e
            <emph>fratello</emph> è per <foreign lang="lat" rend="italic">fraterulus</foreign>,
            <foreign lang="lat">culter cultri-cultellus</foreign>, e tutti i simili similmente. (26.
          Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3310. Quanto influisca sempre l’immaginazione, l’opinione, la prevenzione ec.
          sull’amore anche corporale, sui sentimenti che un uomo prova in particolare verso una
          donna, o una donna verso un uomo, è cosa notissima. E in particolare ha forza sull’amore,
          non solo platonico o sentimentale, ma eziandio corporale verso gl’individui particolari,
          tutto ciò che ha del misterioso, e che serve a rendere poco noto all’amante l’oggetto del
          suo amore, e quindi a dar campo alla sua immaginazione di fabbricare, per dir così,
          intorno ad esso oggetto. Perciò moltissimo contribuisce all’amore e al desiderio anche
          corporale, tutto ciò che ha relazione ai pregi o alle qualità comunque amabili dell’animo
          nell’oggetto amabile, e in particolare un certo carattere profondo, malinconico,
          sentimentale, o un mostrar di rinchiudere in se più che non apparisce di fuori. Perocchè
          l’animo e le sue qualità, e massimamente queste che ho specificate, son cose occulte, ed
          ignote all’altre persone, e dan luogo in queste all’immaginare, ai concetti vaghi e
          indeterminati; i quali concetti e le quali immaginazioni congiungendosi al natural
          desiderio che porta l’individuo dell’un sesso verso quello dell’altro, danno un infinito
          risalto a questo desiderio, accrescono strabocchevolmente <pb ed="aut" n="3910"/> il
          piacere che si prova nel soddisfarlo; le idee misteriose e naturalmente indeterminate, che
          hanno relazione all’animo dell’oggetto amato, che nascono dalle qualità e parti apparenti
          del suo spirito, e massime se da qualità che abbiano del profondo e del nascosto e
          dell’incerto, e che promettano o dimostrino altre lor parti o altre qualità occulte ed
          amabili ec., queste idee dico, congiungendosi alle idee chiare e determinate che hanno
          relazione al materiale dell’oggetto amato, e comunicando loro del misterioso e del vago,
          le rendono infinitamente più belle, e il corpo della persona amata o amabile,
          infinitamente più amabile, pregiato, desiderabile; e caro quando si ottenga.</p>
        <p>Generalmente una delle grandi cagioni che hanno prodotto il sentimentale, l’amore
          spirituale ec., oltre quella notata nel pensiero a cui questo si riferisce, si è che gli
          uomini civilizzandosi di più in più, e sempre colla stessa proporzione acquistandone ed
          aumentandosene di consistenza, di efficacia, di valore, d’importanza, di estensione, di
          attività, d’influenza, forza, e potere, di facoltà, la parte spirituale ed interna
          dell’uomo, si è venuto primieramente a riconoscere e supporre nell’uomo una parte nascosta
          e invisibile che i primitivi o non supponevano affatto o molto leggieramente, e poco
          distintamente dalla parte visibile e sensibile; poscia a considerarla altrettanto quanto
          la parte esteriore; poi più di questa, e di mano in mano tanto più, che oggimai nell’uomo
          e in ciascuno individuo umano, se la natura non ripugnasse (la quale all’ultimo <pb
            ed="aut" n="3911"/> non può mai totalmente essere nè spenta nè superata) non altro quasi
          si considererebbe che l’interiore, e per uomo non s’intenderebbe in nessun caso altro che
          il suo spirito. Ora in proporzione di questa spiritualizzazione delle cose, e della idea
          dell’uomo, e dell’uomo stesso, è cominciata e cresciuta quella spiritualizzazione
          dell’amore, la quale lo rende il campo e la fonte di più idee vaghe, e di sentimenti più
          indefiniti forse che non ne desta alcun’altra passione, non ostante ch’esso e in origine,
          e anche oggidì quanto al suo fine, sia forse nel tempo stesso e la più materiale e la più
          determinata delle passioni, comune, quanto alla sua natura, alle bestie, ed agli uomini i
          più bestiali e stupidi ec. e che meno partecipano dello spirito. Fino a tanto che giunta
          in questi ultimi tempi al colmo la spiritualizzazione delle cose umane, è, si può dir,
          nato a nostra memoria, o certamente in questi ultimi anni si è reso per la prima volta
          comune quell’amore che con nuovo nome, siccome nuova cosa, si è chiamato sentimentale;
          quell’amore di cui gli antichi non ebbero appena idea, o che sotto il nome di platonico,
          apparendo talora in qualche raro spirito, o disputandosene tra’ filosofi e gli scolastici,
          è stato finora riputato o una favola e un ente di ragione e chimerico, o un miracolo, e
          cosa ripugnante alla universal natura, o un impossibile, o una cosa straordinarissima, o
          una parola vuota di senso, e un’idea confusa; e veramente ella è stata, si può dir, tale
          finora, cioè confusissima e da’ filosofi piuttosto nominata che concepita, e da’ più savi,
          come tale, derisa e stimata incapace di mai divenir <pb ed="aut" n="3912"/> chiara. Questa
          eccessiva moderna spiritualizzazione dell’amore, la quale con proprio vocabolo chiamiamo
          amore sentimentale, risponde alla suprema spiritualizzazione delle cose umane, che in
          questi ultimi tempi ebbe ed ha luogo.</p>
        <p>E come dalla spiritualizzazion delle cose umane sia nata e dovuta nascere, e seco sempre
          in esatta proporzione crescere, e finalmente venire al colmo la spiritualizzazione
          dell’amore, e quindi il vago e l’indefinito che ora è proprio di questa passione e de’
          sentimenti dell’un sesso verso l’altro, è manifesto e facile a spiegare colle cose
          predette. L’uomo da principio, siccome in se stesso e negli altri uomini, così
          naturalmente anche nella donna, e viceversa la donna nell’uomo, non consideravano che
          l’esteriore. Ma col principiar della civilizzazione, nascendo l’idea dello spirito, a
          causa della forza ed azione che la parte interna incominciava ad acquistare e sviluppare,
          e di mano in mano, come questa parte all’esterna, così l’idea dello spirito a quella del
          corpo, prima agguagliandosi, e poi appoco a poco strabocchevolmente prevalendo,
          l’individuo dell’un sesso in quello dell’altro dovette necessariamente prima incominciare
          a considerare anche lo spirito, e poi seguendo, considerarlo quanto il corpo, e finalmente
          più del corpo medesimo, almeno in un certo senso e modo. Sicchè l’oggetto amabile dell’un
          sesso fu all’individuo dell’altro, non più un oggetto semplicemente materiale, come in
          principio, ma un oggetto composto di spirito e di corpo, di parte occulta e di parte
          manifesta, e poscia di mano in mano un oggetto più spirituale che <pb ed="aut" n="3913"/>
          materiale, più occulto e immaginabile che manifesto e sensibile, più interiore che
          esteriore. E come le idee che hanno relazione alla parte interna ed occulta dell’uomo,
          sono naturalmente vaghe ed incerte, quindi l’idea dell’oggetto amabile, considerato nel
          detto modo, cominciò necessariamente ad avere del misterioso, congiungendosi in essa idea
          la considerazion dello spirito a quella del corpo; e acquistando di mano in mano la prima
          considerazione sopra la seconda, sempre più misteriosa ne dovea divenire l’idea
          dell’oggetto amato, sino ad aver finalmente più del mistico, dell’incerto e del vago, che
          del chiaro e determinato. Così i sentimenti e le idee che appartengono alla passion
          dell’amore, pigliarono sempre più dell’indefinito a proporzion della civilizzazione (e
          quindi essa passione divenne, non v’ha dubbio, incomparabilmente più dilettosa); tanto
          che, quantunque il principio dell’amore sia quel medesimo necessariamente oggi che fu ne’
          primitivi, che è ne’ selvaggi, che è e fu sempre ne’ bruti, ed altrettanto materiale e
          animale, nondimeno essa passione adunando in se lo spirituale col materiale, è divenuta
          così diversa da quelle, che certo l’amor propriamente sentimentale non sembra aver nulla
          che fare nè coll’amore de’ selvaggi, nè con quello dei bruti, ma essere di natura e di
          principio e di origine affatto diverso e distinto. Ed oggidì anche l’amore il meno
          platonico e il più sensuale pur tiene necessariamente nelle sue idee e ne’ suoi sentimenti
          assaissimo dello spirituale, e quindi dell’immaginoso, e quindi del vago e
          dell’indefinito; e nell’oggetto amato <pb ed="aut" n="3914"/> o goduto o amabile anche la
          persona più brutale sempre considera alquanto e in qualche modo una parte occulta di esso
          oggetto che accompagna ed anima e strettamente appartiene, abbraccia ed è congiunta a
          quella parte e a quelle membra che egli desidera, o ch’ei si gode, o ch’ei riguarda come
          amabili e desiderabili; perchè in fatti quella parte vi è, ed ha grandissima parte
          nell’essere di quell’oggetto, e l’interno è una grandissima porzione di questo, per
          brutale o insensato che anch’esso si sia; e l’amante il vede assai bene tuttodì. Parlo di
          oggetti amati e di amanti che quantunque brutali, o incolti, e poco esistenti per lo
          spirito, pur sieno de’ civili.</p>
        <p>Del resto, tornando al primo proposito, come l’immaginazione e il mistero particolare ec.
          influisce sommamente e modifica ec. l’amore anche il più corporale verso gl’individui
          particolari d’altro sesso (o anche del medesimo sesso, secondo l’uso de’ greci), così
          l’immaginazione e il mistero generale derivante dall’uso delle vesti, influì nel modo che
          si è detto nel pensiero a cui questo si riferisce, e sempre e del continuo influisce
          generalmente sopra l’amore e i sentimenti (anche i più materiali per principio, per iscopo
          ec.) dell’un sesso verso l’altro, considerato tutto insieme. E come la considerazione
          dello spirito che è cosa occulta, influisce su quella del corpo, e rende misteriosi e
          vaghi i sentimenti e le idee che da questo naturalmente e principalmente hanno origine, ed
          a questo propriamente, benchè or più or meno apertamente e immediatamente e principalmente
          si riferiscono; così la considerazione del corpo divenuto anch’esso cosa, per la maggior
          sua parte, occulta e sottoposta all’immaginazione altrui più ch’ai sensi, rende misteriosi
          ec. e spiritualizza nel modo il più naturale i sentimenti e le idee ec.: e da una causa
          tutta materialissima nasce <pb ed="aut" n="3915"/> un effetto che ha dello
          spiritualissimo, del semplicemente spirituale, del più spirituale ch’alcuno altro ec.</p>
        <p>Quanto poi l’immaginazione, l’opinione, la preoccupazione e cento cause affatto e per lor
          natura e principio aliene ed estrinseche ai soggetti medesimi, influiscano e possano
          sull’amore e sui sentimenti dell’un sesso verso l’altro ne’ casi particolari, mi basti
          considerarne fra gl’infiniti, un esempio. Suppongansi un fratello e una sorella, ambo
          giovanissimi, bellissimi, sensibilissimi, e per ogni parte dispostissimi, ed espertissimi
          eziandio, dell’amore verso gl’individui d’altro sesso. Supponghiamo che dopo lunga
          assenza, si riveggano l’un l’altro, e ponghiamo che ciò sia in tempi o in circostanze che
          il lor cuore, la loro sensibilità, la loro facoltà di passione non sieno state per niun
          modo <foreign lang="fre" rend="italic">blasées, usées</foreign>, istupidite, indebolite
          ec. o dal commercio del mondo o da checchè sia. Certo è ch’essi proveranno l’un verso
          l’altro de’ sentimenti vivissimi, tenerissimi, amorosissimi, piangeranno di affetto ec. Ma
          in questa passione o momentanea o durevole che proveranno l’uno verso l’altro, benchè
          certamente v’avrà molto di corporale, perchè gli ho supposti bellissimi e giovanissimi,
          oltre sensibilissimi, non v’avrà però nulla di sensuale, e quel corporale prenderà forma
          della più spiritual cosa del mondo; e non per tanto la detta passione, come dall’amor
          sensuale di qualsivoglia specie, così sarà di genere e di natura sensibilissimamente
          diverso da qualunque di quegli amori verso un altro sesso, che si chiamano sentimentali,
          incominciando <pb ed="aut" n="3916"/> dal più imperfetto, fino al più puro, spirituale,
          platonico, ed apparentemente più casto ed angelico, insomma il più veramente e
          semplicemente sentimentale che si possa trovare o pensare. Ed essi medesimi o
          espressamente o implicitamente si accorgeranno di questa differenza in modo che non sarà
          loro possibile di confondere neanche per un momento quella passione che allor proveranno
          con nessuna di quelle altre, le quali pur saranno capacissimi di provare, come ho
          supposto, e quindi ben le concepiranno, e di più le avranno effettivamente provate, come
          ho anche supposto. Anzi voglio anche supporre che ambedue si trovino attualmente in una di
          queste altre passioni, e che sia delle vivissime dall’un lato, e dall’altro delle più pure
          e sentimentali possibili. Nè questa nocerà a quella, nè essi lasceranno di sentire, in
          modo da non poter dubitarne, una decisa ed intera differenza di specie dall’una all’altra.
          Certo è che tutte queste supposizioni non sono chimeriche, e che generalmente parlando, si
          son date e si danno effettivamente nelle nazioni civili delle passioni di amore vivissime,
          tenerissime, purissime costantissime, tra fratello e sorella, belli e giovani; di un padre
          verso una figlia bellissima, di una madre ec. e così discorrendo; e che queste passioni
          possono essere e furono e sono distintissime da qualunque altra di quelle che si provano o
          possono provare verso gl’individui d’altro sesso. Certo è insomma che si dà un amor
          fraterno, un amor paterno ec. più o men vivo, ma anche vivissimo e tenerissimo <pb
            ed="aut" n="3917"/> tra persone diverse di sesso, il quale è sensibilissimamente e
          totalmente distinto da qualunque altro di quegli amori più propriamente detti, che si
          provano verso gl’individui d’altro sesso verso i quali essi non sono vietati da certe
          leggi, pretese naturali, cioè dall’opinione ec. Si dà, dico, il detto amore nelle persone
          civili, o semicivili ec. cioè in quegli uomini in cui possono le leggi e quindi le
          opinioni relative ec. E si dà or più or meno durevole; più frequentemente però poco
          durevole (nel suo stato di così vivo e tenero, e di così distinto nel tempo stesso da
          quegli altri amori): ma basta al nostro argomento ch’esso sia e possibile e sovente (e
          foss’anche stato una sola volta) reale, eziandio per un solo istante. (Del resto, tutto
          ciò non toglie che non si dieno e si sien dati forse anche più spesso amori o sensuali o
          sentimentali, ma d’altro genere, tra fratelli e sorelle, padri e figlie, madri e figli ec.
          eziandio civilissimi.)</p>
        <p>Or da queste osservazioni si deduce 1.<hi rend="apice">o</hi> parlando dell’amore tra
          l’un sesso e l’altro generalmente, come esso dipenda e sia modificato, senza alcuna
          influenza della natura propria, dall’immaginazione e dall’opinione. Poichè quel fratello
          che alla vista di quella tal persona, se non fosse stata sua sorella, anzi pur solamente
          s’esso non lo avesse saputo, avrebbe certo provata tutt’altra specie di amore, o se non
          altro, si sarebbe sentito spinto o capace di tutt’altra specie di sentimenti verso lei;
          solo per sapere e pensare quella essere sua sorella, prova un amore e una sorta di
          sentimenti di diversissima e distintissima specie. Giacchè che questa differenza e il
          provar questi sentimenti e il non provar quelli, sia effetto dell’opinione e prevenzione
          ec., e non di un secreto istinto <pb ed="aut" n="3918"/> naturale, come dicono, per modo
          che quel fratello, anche non sapendo quella essere sua sorella, dovesse provare affetto
          (ancorchè menomo) verso lei, e questo fraterno, e non provare affetto d’altra sorta, e
          così un padre verso una figlia ignota, o verso un figlio del medesimo sesso, e cose
          simili, sono tutte stoltezze, e dimostrate per falsissime, oltre dalla ragione, da mille
          esperimenti.</p>
        <p>2. Le dette osservazioni servono d’altro esempio confermante la prima mia proposizione,
          cioè quante passioni sentimenti ec. anche tenerissimi ec. che paiono assolutamente
          naturali, anzi pure quante specie di passioni assolutamente e per origine e principio
          sieno puri effetti di circostanze, opinioni ec. e di accidenti che in natura non avrebbero
          avuto luogo. Infatti questo amor fraterno o paterno ec. verso individui d’altro sesso,
          così vivo per una parte, e per l’altra così distinto dagli altri amori verso il sesso
          differente, anche da’ più puri, sembra bensì la più natural cosa del mondo, eppure è mero
          effetto delle circostanze, delle opinioni, delle leggi, le quali sono le vere madri di
          questa sorta di amore, che non par poter essere altro che opera e figlia della natura, e
          questa averla messa negli animi di propria mano, laddove senza le opinioni, costumi e
          leggi essa sorta di amore non avrebbe esistito, almeno in quel tal grado ec., e il genere
          umano ne sarebbe al tutto inesperto, e non saprebbe che cosa ella si fosse. Siccome accade
          veramente ne’ selvaggi ec. che non abbiano leggi o costumi relativi ec. i quali non
          faranno mai difficoltà di usare colle sorelle, e amandole vivamente ciò non <pb ed="aut"
            n="3919"/> sarà in altra guisa che carnalmente (poichè essi non sono capaci nemmeno
          degli altri amori sentimentali), altrimenti non le ameranno, o solo leggermente e senza
          trasporto, e come e in quanto compagne abituate fin dalla nascita a convivere seco loro,
          come accade anche agli altri animali verso i loro abituali compagni, senza alcuna
          relazione alla conformità del sangue, e senza che questa abbia alcuna parte nel produrre
          quell’affezione, eccetto in quanto ella può esser causa di somiglianza ec. che serve
          all’amicizia, e in quanto ad altre circostanze estrinseche, e in somma diverse dalla
          semplice e propria consanguineità per se stessa, benchè sieno anche suoi effetti. E tale
          non calda amicizia avrà luogo, come tra gli animali, così tra’ selvaggi (ed anche tra
          noi), più tra’ compagni abituati a vivere insieme, che tra’ fratelli, o tra padri e figli,
          posto il caso che questi non abbiano avuto o non abbiano tale abitudine, ed altri ed
          alieni sì. Perocchè essa amicizia è tra loro in quanto compagni abituati (accidente, e
          cosa i cui effetti appartengono all’assuefazione), non in quanto consanguinei, o in quanto
          simili di naturale, di carattere, inclinazioni, età ec., non in quanto consanguinei ec.
          ec. Del resto quel che ho detto dell’amor fraterno o paterno ec. tra individui di sesso
          diverso si stenda ancora a quello tra fratello e fratello, padre e figlio ec., chè
          anch’esso in grandissima parte è opera ed assoluta creatura, o delle leggi, costumi,
          opinioni ec. o dell’assuefazioni, del convitto, della somiglianza, e di cose diverse
          insomma dalla consanguineità per se stessa. Massime un amor vivo, sentimentale, tenero,
          fervido ec. Il quale parimente non suol <pb ed="aut" n="3920"/> aver luogo che ne’ civili
          ec. Tra’ selvaggi, come tra gli animali, l’amore, o almeno l’amor vivo tra’ genitori e’
          figliuoli, anzi de’ genitori verso i figliuoli, non dura se non quanto è bisogno alla
          conservazione di questi ec<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi vedere a questo proposito le pagg. 3797-802. e sopra alcune anche più orribili
              barbarie, uno o due de’ luoghi del Cieça citati a p. 3796.</p>
          </note>. In quel tempo egli è veramente naturale e d’istinto ec. Ma i selvaggi per
          barbarie non lasciano di avere talora anche in costume di abbandonare i figli appena nati,
          o poco appresso ec. di esporli ec. ec., come anche usavano molti antichi civili, e come
          pur troppo s’usa anche oggi tra noi in mille casi ec. ec.; e Rousseau espose o tutti o non
          pochi de’ figli che ricevette dalla sua Teresa Levasseur ec., cose tutte ignote in
          qualunqu’altra specie di animali, e contro natura se altra mai, e di cui non è capace se
          non l’uomo ridotto comunque in società, cioè corrotto, e perniciose di lor natura alla
          specie ec. ec. Puoi vedere <bibl>
            <author>Aristot.</author>
            <title>Polit.</title> Florent. 1576. lib. 7. p. 638-40.</bibl> dove si dà per legge
          conveniente e necessaria alle repubbliche l’esposizione dei figli, non solo imperfetti,
          come in Lacedemone, ma eziandio generati dopo una certa età ec., e di più dove
          l’esposizione per legge non sia permessa, si consiglia e prescrive da quel filosofo
            l’<foreign lang="grc">ἄμβλωσις</foreign> artificiale e volontaria, ec. E vedi anche i
          commentari del Vettori ai detti luoghi. (26. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ortografia italiana peccante per latinismo. Machiavelli in una dell’edizioni della
          testina (che sono le originali, e dove l’ortografia non è rimodernata, come poi, per altre
          mani) scrive mille voci difformemente per latinismo, benchè certo al suo tempo non si
          pronunziassero così, ma come oggi ec., per esempio <quote>
            <emph>Pontifice</emph>
          </quote> (par. 2. p. 73. principio e in tutta la storia, ec.) e simili. (26. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3921"/> Dico altrove in più luoghi che gli uomini e i viventi più forti o
          per età o per complessione o per clima o per qualunque causa, abitualmente o attualmente o
          comunque, avendo più vita ec. hanno anche più amor proprio ec. e quindi sono più infelici.
          Ciò è vero per una parte. Ma essi sono anche tanto più capaci e di azion viva ed esterna,
          e di piaceri forti e vivi. Quindi tanto più capaci di viva distrazione ed occupazione, e
          di poter fortemente divertire l’operazione interna dell’amor proprio e del desiderio di
          felicità sopra loro stessi e sul loro animo. La qual potenza ridotta in atto è uno de’
          principalissimi mezzi, anzi forse il principal mezzo di felicità o di minore infelicità
          conceduto ai viventi. (Io considero quelli che si chiamano piaceri come utili e conducenti
          alla felicità, solo in quanto distrazioni forti, e vivi divertimenti dell’amor proprio,
          (chè infatti essi non sono utili in altro modo) e tanto più forti distrazioni, quanto più
          vivi e forti sono essi piaceri, così chiamati, e maggiore il loro essere di piacere, e la
          sensazion loro più viva. I deboli sono incapaci di piaceri forti, o solo di rado e poco
          frequenti, e men forti sempre che non ne provano i vigorosi, perchè la lor natura non ha
          la facoltà o di sentire più che tanto vivamente, o di sentire piacevolmente quando le
          sensazioni sieno più che tanto vive.) Se l’uomo forte in qualunque modo, è privo, per
          qualunque cagione, di piaceri, o di piaceri abbastanza forti, e di sensazioni vive, e di
          poter mettere in opera la sua facoltà di azione, o di metterla in opera più che il debole,
          egli è veramente più infelice che il debole, e soffre <pb ed="aut" n="3922"/> di più.
          Perciò, fra le altre cose, nel presente stato delle nazioni e quanto alla sua natura, i
          giovani sono generalmente più infelici dei vecchi, e questo stato è più conveniente e
          buono alla vecchiezza che alla giovanezza. L’uomo forte è meno infelice del debole in
          uguali dispiaceri e dolori; più infelice s’egli è privo di piaceri, o di piaceri più vivi
          e frequenti che non son quelli del debole. Egli è più atto a soffrire, e meno atto a non
          godere; o vogliamo dire men disadatto all’uno, e più disadatto all’altro.</p>
        <p>Ma oltre di tutto ciò, bisogna accuratamente distinguere la forza dell’animo dalla forza
          del corpo. L’amor proprio risiede nell’animo. L’uomo è tanto più infelice generalmente,
          quanto è più forte e viva in lui quella parte che si chiama animo. Che la parte detta
          corporale sia più forte, ciò per se medesimo non fa ch’egli sia più infelice, nè accresce
          il suo amor proprio, se non in quanto il maggiore o minor vigore del corpo è per certe
          parti e rispetti, e in certi modi, legato e corrispondente e proporzionato a quello della
          parte chiamata animo. Ma nel totale e sotto il più de’ rispetti, tanto è lungi che la
          maggior forza del corpo sia cagione di maggiore amor proprio e infelicità, che anzi questa
          e quello sono naturalmente in ragione inversa della forza propriamente corporale, sia
          abituale sia passeggera. L’amor proprio e quindi l’infelicità sono in proporzione diretta
          del sentimento della vita. Ora accade, generalmente e naturalmente parlando, che ne’ più
          forti di corpo la vita sia bensì maggiore, ma il sentimento della vita minore, e tanto
          minore quanto maggiore si è e la somma della vita e la forza. Ne’ più deboli di corpo
          viceversa. O volendoci esprimere in altro modo, e forse più chiaramente, ne’ più forti <pb
            ed="aut" n="3923"/> di corpo la vita esterna è maggiore, ma l’interna è minore; e al
          contrario ne’ più deboli di corpo. Infatti è cosa osservata che generalmente,
          naturalmente, e in parità di altre circostanze, le nazioni e gl’individui più deboli di
          corpo sono più disposti e meno impediti a pensare, riflettere, ragionare, immaginare, che
          non sono i più forti; e un individuo medesimo lo è più in uno stato e tempo di debolezza
          corporale o di minor forza, che in istato di forza corporale, o di forza maggiore. Gli
          uomini sensibili, di cuore, di fantasia; insomma di animo mobile, suscettibile, e più vivo
          in una parola che gli altri, sono delicati e deboli di complessione, e ciò così
          ordinariamente, che il contrario, cioè molta e straordinaria sensibilità ec. in un corpo
          forte, sarebbe un fenomeno<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3945.</p>
          </note>. La vita è il sentimento dell’esistenza. Questo è tutto in quella parte dell’uomo,
          che noi chiamiamo spirituale. Dunque la maggiore o minor vita, e quindi amor proprio e
          infelicità, si dee misurare dalla maggior forza non del corpo ma dello spirito. E la
          maggior forza dello spirito consiste nella maggior delicatezza, finezza ec. degli organi
          che servono alle funzioni spirituali. Delicatezza d’organi difficilmente si trova in una
          complessione non delicata; e viceversa ec. La delicatezza del fisico interno corrisponde
          naturalmente ed è accompagnata da quella dell’esterno. Di più la forza del corpo rende
          l’uomo più materiale, e quindi propriamente parlando, men vivo, perchè la vita, cioè il
          sentimento dell’esistenza, è nello spirito e dello spirito. Così le passioni ed azioni, le
          sensazioni e piaceri ec. materiali, tanto più quanto sono più forti; (rispettivamente alla
          capacità ed agli abiti fisici e morali, ec. dell’individuo); le attuali attualmente, le
          abituali abitualmente. Le sensazioni materiali in un corpo forte, o in un individuo che
          per esercizio o per altra <pb ed="aut" n="3924"/> cagione ha acquistato maggior forza
          corporale ch’ei non aveva per natura, o in un corpo debole che si trovi in passeggero
          stato di straordinaria forza, sono più forti, ma non perciò veramente più vive, anzi meno
          perchè più tengono del materiale, e la materia (cioè quella parte delle cose e dell’uomo
          che noi più peculiarmente chiamiamo materia) non vive, e il materiale non può esser vivo,
          e non ha che far colla vita, ma solo colla esistenza, la quale considerata senza vita, non
          è capace nè di amor proprio nè d’infelicità. Così la materia non è capace di vita, e una
          cosa, un’azione, una sensazione ec. quanto è più materiale, tanto è men viva. Insomma
          ciascuna specie di viventi rispetto all’altre, ciascuno individuo rispetto a’ suoi simili,
          ciascuna nazione rispetto all’altre, ciascuno stato dell’individuo sia naturale, sia
          abituale, sia attuale e passeggero, rispetto agli altri suoi stati, quanto ha più del
          materiale, e meno dello spirituale, tanto è, propriamente parlando, men vivo, tanto meno
          partecipa della vita e per quantità e per intensità e grado, tanto ha minor somma e forza
          di amor proprio, e tanto è meno infelice. Quindi tra’ viventi le specie meno organizzate,
          avendo un’esistenza più materiale, e meno di vita propriamente detta, sono meno infelici.
          Tra le nazioni umane le settentrionali, più forti di corpo, men vive di spirito, sono meno
          infelici delle meridionali. Tra gl’individui umani i più forti di corpo, men delicati di
          spirito, sono meno infelici. Tra’ vari stati degl’individui, quello p. e. di ebbrietà,
          benchè più vivo quanto al corpo, essendo però men vivo quanto <pb ed="aut" n="3925"/> allo
          spirito (che in quel tempo è <emph>obruto</emph> dalla materia, e le sensazioni spirituali
          dalle materiali, e le azioni stesse dello spirito, benchè più forti ec., hanno allora più
          del materiale che all’ordinario), e quindi la vita essendo allora più materiale, e quindi
          propriamente men vita (come in tempo di sonno o letargo, benchè questo sia inerte, e
          l’ebbrietà più svegliata ancora e più attiva <emph>talvolta</emph> che lo stato sobrio), è
          meno infelice.</p>
        <p>Del resto egli è ben vero, come ho detto, che la forza del corpo rende il vivente più
          materiale, e gl’impedisce o indebolisce l’azione e la passione interna, e quindi scema,
          propriamente parlando, la vita. Ond’è che, generalmente parlando, quanto nel vivente è
          maggiore la forza e l’operazione e passione e sensazione del corpo particolarmente detto
          (sia per natura, o per abito, o per atto), tanto è minore la vita, l’azione e la passione
          dello spirito, cioè la vita propriamente detta. Ma questo si deve intendere, posta una
          parità di circostanze nel rimanente. Voglio dire, se il leone ha più forza di corpo che il
          polipo, non per questo egli è men vivo del polipo. Perocchè egli è nel tempo stesso assai
          più organizzato del polipo, e quindi ha molto più vita. Onde tanto sarebbe falso il
          conchiudere dalla sua maggior forza corporale che egli abbia più vita, e quindi sia più
          infelice, del polipo, quanto il conchiuderne ch’ei sia più infelice dell’uomo, come si
          dovrebbe conchiudere se la vita si avesse a misurare dalla forza comunque, o dalla forza
          estrinseca (nel che il leone passa l’uomo d’assai) e non dalla organizzazione <pb ed="aut"
            n="3926"/> ec. in cui l’uomo è molto superiore al leone. Se la donna è di corpo più
          debole dell’uomo, e la femina del maschio, non ne segue che generalmente e naturalmente la
          donna e la femmina abbia più vita, e sia più infelice del maschio. Converrebbe prima
          affermare che di spirito la femmina sia o più o altrettanto forte, cioè viva ec., che il
          maschio; ed accertarsi o mostrare in qualunque modo, che al minor grado della sua forza
          corporale rispetto al maschio non risponda generalmente nel suo spirito una certa qualità
          di organizzazione un certo minor grado di delicatezza ec. ec. da cui risulti che
          generalmente e naturalmente lo spirito della femmina sia minore, men vivo, che la femmina
          abbia men vita interna, e quindi propriamente men vita, del maschio, con un certo e
          proporzionato ragguaglio al minor grado di forza corporale che ha la femmina rispetto al
          maschio. Io credo onninamente che sia così e che il maschio in somma viva propriamente
          (per natura e in generale) più che la femmina, ed è ben ragione ec<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>V. p. 3938.</p>
          </note>. Similmente discorrasi delle nazioni, degl’individui, e de’ vari stati di un
          medesimo individuo, avendo riguardo alle lor varie nature, caratteri ed abiti sì quanto al
          corpo sì quanto allo spirito<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>V. p. 3932.</p>
          </note>, le quali disparità, e quelle de’ loro gradi, e le diverse combinazioni di questi
          e di quelle producono in questo nostro proposito, come, si può dire, in ogni altra cosa,
          (e in tutta la natura e in tutte le parti di lei similmente accade), infinite e
          grandissime diversità di risultati. Tutti i quali però, benchè impossibile sia lo
          specificarli e spiegarli a uno a uno, e benchè, stante la moltiplicità e sfuggevolezza
          delle cause che contribuiscono a modificarli in questa e questa e questa forma (una delle
          quali che mancasse, o non fosse appunto tale e tale, o in quel tal grado, o in quella
          proporzione coll’altre, o <pb ed="aut" n="3927"/> così combinata ec., il risultato non
          sarebbe quello) sieno anche bene spesso difficilissimi a spiegarsi, e a rivocarsi ai
          principii, ed a conoscerne il rapporto e somiglianza cogli altri risultati, chi non sia
          abilissimo, acutissimo e industriosissimo nel considerarli; nondimeno in sostanza
          corrispondono ai principii da me esposti, e non se gli debbono riputare contrarii, come
          non dubito che potranno parere mille di loro e in mille casi, alla prima vista, ed anche
          dopo un accurato, ma non idoneo nè giusto nè sufficiente esame. Bisogna aver molta pratica
          ed abilità ed abitudine di applicare i principii generali agli effetti anche più
          particolari e lontani, e di scoprire e conoscere e d’investigare i rapporti anche più
          astrusi e riposti e più remoti. Questa protesta intendo di fare generalmente per tutti gli
          altri principii e parti del mio sistema sulla natura. V. p. 3936.3977.</p>
        <p>L’esistenza può esser maggiore senza che lo sia la vita. L’esistenza del leone può dirsi
          maggiore di quella dell’uomo. La vita al contrario. L’esistenza insieme e la vita del
          leone è maggiore rispetto all’ostrica, alla testuggine, alla lumaca, al giumento, al
          polipo. La vita del leone è maggiore che non è quella delle piante anche più grandi, de’
          globi celesti ec. L’esistenza al contrario.</p>
        <p>Vedi al proposito di questo pensiero le pagg. 3905-6. (27. Nov. 1823.) e la p. 3929.
          lin.11.12.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto nella teoria de’ continuativi sul principio, circa <foreign lang="lat"
            rend="italic">sectari</foreign>, <emph>seguitare</emph> ec. aggiungi il nostro
            <emph>conseguitare</emph>, lo stesso che <emph>conseguire</emph>
          <pb ed="aut" n="3928"/> ne’ suoi vari sensi. V. la Crusca. (27. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii in <emph>us</emph> di senso neutro ec. Al detto altrove di <foreign lang="lat"
            rend="italic">defectus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">deficio</foreign>,
          aggiungi il suo composto <foreign lang="lat" rend="italic">indefectus</foreign>, di cui v.
          Forcell., onde il moderno <emph>indefettibile</emph> (<foreign lang="fre" rend="italic"
            >indéfectible</foreign> ec.) in senso non passivo ma neutro, siccome anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">indefectivus, defectivus</foreign>, <emph>defettibile</emph>
            ec<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <bibl>V. <author>Forc.</author>
                <foreign lang="lat" rend="italic">fisus, confisus, diffisus</foreign>
              </bibl>, ec.</p>
          </note>. V. Forcell. Gloss. Crus. Diz. franc. e spagn. (27. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove in più luoghi in proposito di <emph>avvisare</emph>, aggiungi
            <emph>ravvisare</emph> di cui v. Crusca, e <foreign lang="fre" rend="italic">se
          raviser</foreign>, e v. gli spagnuoli.</p>
        <p>Nóta ancora che <emph>avvedere-avvisare</emph> spettano anch’essi a quella categoria
          della quale è <emph>scorgere-scortare, assalire-assaltare</emph> ec. da me distinta
          altrove. (27. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3826. E il non esser essa del buon latino, e l’esserlo al contrario, e
          costantemente, quell’altra sopraddetta, cioè <foreign lang="lat" rend="italic"
          >facibilis</foreign> e non <foreign lang="lat" rend="italic">factibilis</foreign> (se i
          latini antichi avessero fatto questa sorta di verbale da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >facio</foreign>, come da <foreign lang="lat" rend="italic">doceo</foreign> fecero
            <foreign lang="lat" rend="italic">docibilis</foreign> e non <foreign lang="lat"
            rend="italic">doctibilis</foreign>; ora <foreign lang="lat" rend="italic"
          >factum</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">doctum</foreign> sono la stessa
          forma), e simili<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <emph>Impercettibile</emph> ec. (da <foreign lang="lat" rend="italic"
              >perceptum</foreign>) — <emph>concepibile</emph> ec. da <foreign lang="lat"
                rend="italic">concepitum</foreign>.</p>
          </note>, dimostra che la propria forma de’ supini fu quale noi la diciamo, e non la più
          moderna ec. (27. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3784. La guerra e qualsivoglia volontario omicidio è contrario e ripugna
          essenzialmente alla natura non men particolare degli uomini, che generale degli animali, e
          universale delle cose e della esistenza, per gli stessi principii per cui le ripugna
          essenzialmente il suicidio. Perocchè, come ciascun individuo, così ciascuna specie presa
          insieme è incaricata dalla natura <pb ed="aut" n="3929"/> di proccurare in tutti i modi
          possibili la sua conservazione, e tende naturalmente sopra ogni cosa alla sua
          conservazione e felicità: quanto più di non proccurare ed operare essa stessa per quanto,
          si può dire, è in lei, la sua distruzione. E questa legge è necessaria e consentanea per
          se stessa, e implicherebbe contraddizione ch’ella non fosse, ec. come altrove circa l’amor
          proprio ec. degl’individui. L’individuo, p. e. l’uomo, in quanto individuo, odia gli altri
          membri della sua specie; in quanto uomo, gli ama, ed ama la specie umana. Quindi quella
          tendenza verso i suoi simili più che verso alcun’altra creatura sotto certi rispetti, e
          nel tempo stesso quell’odio verso i suoi simili, maggiore sotto certi rispetti che verso
          alcun’altra creatura, i quali non men l’uno che l’altra, e ambedue insieme in tanti modi,
          con sì vari effetti, e in sì diverse sembianze si manifestano ne’ viventi, e massime
          nell’uomo, che di tutti è il più vivente (p. 3921-7.). E come il secondo, ch’è non men
          necessario e naturale della prima, nuoce per sua natura e alla conservazione e alla
          felicità della specie, e d’altra parte questo è direttamente contrario alla natura
          particolare e universale, e la specie presa insieme dee tendere e servir sempre
          (regolarmente) alla sua conservazione e felicità, non restava alla natura altro modo che
          il porre i viventi verso i loro simili in tale stato che la inclinazione degli uni verso
          gli altri operasse e fosse, l’odio verso i medesimi non operasse, non si sviluppasse, non
          avesse effetto, non venisse a nascere, e propriamente, quanto all’atto non fosse, ma solo
          in potenza, come tanti altri mali, che essendo sempre, o secondo natura, solamente in
          potenza, la natura non ne ha colpa nessuna. Questo stato non poteva esser altro che quello
          o di niuna società, o di società non <pb ed="aut" n="3930"/> stretta. E meno stretta in
          quelle specie in cui l’odio degl’individui, come individui, verso i lor simili, era per
          natura della specie, maggiore in potenza, e riducendosi in atto, ed avendo effetto,
          avrebbe più nociuto alla conservazione e felicità della specie: nel che fra tutti i
          viventi l’odio degl’individui umani verso i lor simili occupa, per natura loro e
          dell’altre specie, il supremo grado. In questa forma adunque la natura regolò infatti
          proporzionatamente le relazioni scambievoli e la società degl’individui delle varie
          specie, e tra queste dell’umana; e dispose che così dovessero stare, e lo proccurò, e mise
          ostacoli perchè non succedesse altrimenti. Sicchè la società stretta, massime fra
          gl’individui umani, si trova, anche per questa via d’argomentazione, essere per sua
          essenza e per essenza e ragion delle cose, direttamente contraria alla natura e ragione,
          non pur particolare, ma universale ed eterna, secondo cui le specie tutte debbono tendere
          e servire quanto è in loro alla propria conservazione e felicità, dovechè la specie umana
          in istato di società stretta necessariamente (e il prova sì la ragione sì ’l fatto di
          tutti i secoli sociali) non pur non serve ma nuoce alla propria conservazione e felicità,
          e serve quasi quanto è in lei alla propria distruzione e infelicità essa medesima: cosa di
          cui non vi può essere la più contraddittoria in se stessa, e la più ripugnante alla
          ragione, ordine, principii, natura, non men particolare della specie umana e di ciascuna
          specie di esseri, che universale e complessiva di tutte le cose, e della esistenza
          medesima, non che della vita. (27. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3931"/> Al detto altrove sopra i dialetti d’Omero, e quello d’Empedocle,
          che benchè Dorico usò il dialetto Jonico, aggiungi che nello stesso caso è Ippocrate, e
            <bibl>vedi <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> edit. vet. in Hippocr. par. 1. t. 1. p. 844. lin.4-6. e nott. i.
          k.</bibl> (27. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3906. marg. L’ebbro ancorchè vivente, operante e pensante e parlante, non
          riflette sopra se stesso, nè sulla sua vita, azioni, pensieri e parole, o men del suo
          solito e più rapidamente e correndo via. — Infatti il timido suol divenir franco, sciolto
          ec. in quel punto. Segno ch’egli acquista allora una facoltà d’irriflessione, necessaria e
          madre della franchezza (anche de’ migliori spiriti, e in chicchessia), e la cui mancanza e
          il cui contrario, è talor la sola talora la principal cagione della timidità. Nondimeno
          egli è nel tempo stesso più spiritoso, pronto, ingegnoso, ed anche profondo ec.
          dell’ordinario suo: il che sembra mostrare per lo contrario una maggior facoltà ed atto di
          riflessione. Ma questa è una riflessione non riflettuta e quasi organica, e un’azione
          quasi meccanica del suo cervello e della sua lingua, leggermente influita e guidata appena
          appena dall’animo e dalla ragione, e un effetto quasi materiale e spontaneo ed <foreign
            lang="grc">αὐτόματος</foreign> delle abitudini contratte ed esercitate e possedute fuori
          di quello stato, le quali agiscono allora con pochissimo intervento della volontà e dello
          stesso intelletto, a cui pure, gran parte di loro, totalmente appartengono, e da cui
          vengono o in cui si operano quelle tali azioni, pensieri, parole ec. (27. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3899. <quote>
            <foreign lang="fre">L’homme est fait pour agir, non pour philosopher</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Frédéric II</author>. <title lang="fre">Épître I. à d’Argens, Sur la faiblesse
              de l’esprit humain</title>. Oeuvres complettes 1790. tome 15. p. 9</bibl>. (28. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3932"/>
          <quote>
            <foreign lang="spa">Verdaderamente yo tengo que ay muchos tiempos y años que ay gentes
              en estas Indias (la America meridional), segun lo demuestran sus antiguedades y
              tierras tan anchas y grandes como han poblado; y aunque todos ellos son morenos
              lampiños, y se parecen en tantas cosas unos a otros: <emph>ay tanta multitud de
                lenguas entre ellos que casi a cada legua y en cada parte ay nuevas lenguas</emph>
            </foreign>.</quote>
          <bibl lang="spa">
            <title lang="spa">Chronica del Peru, parte primera</title> (della quale opera vedi la
            pag. 3795-6.) hoja 272. capitulo 116 principio</bibl>. (28. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3926. — età, condizioni, malattie, climi, circostanze qualunque morali o fisiche,
          sì proprie sì esteriori, nazionali, locali, comuni al secolo, alla nazione, o particolari
          e individuali, comuni all’età, o non comuni, naturali, o acquisite, accidentali, abituali
          o attuali, durevoli o passeggere ec. ec. (28. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3802. fine. Sebben però quanto all’animo, alla cognizione della verità, alla
          spiritualizzazione dell’uomo (p. 3910. segg.) che son tutte cose parte necessarie alla
          civilizzazione, parte suoi naturali effetti, parte sostanza e quasi sinonimi di essa, lo
          stato dell’uomo civile è indubitatamente di gran lunga inferiore a quello delle più
          selvagge e brutali società, e più lontano incomparabilmente dalla natura, e sotto questo
          rispetto non meno che per se medesimo infinitamente più infelice. L’individuo nella
          società civile nuoce meno agli altri, ma molto più a se stesso. Ed anche quanto agli
          altri, ei nuoce meno al lor fisico ma al morale molto più, ei li danneggia fisicamente
          meno, ma moralmente in mille guise e sotto mille rispetti, molto davantaggio. Ora il
          morale nell’uomo civile, lo spirito ec. è per natura dell’uomo in tale stato la parte
          principale e <foreign lang="grc">τὸ κυριώτατον</foreign> dell’uomo, anzi quasi tutto
          l’uomo, non altrimenti e niente manco <pb ed="aut" n="3933"/> che nell’uomo primitivo o di
          società salvatica, la parte principale e quasi il tutto, sia il corpo. Dunque nella
          società civile, nuocendo gl’individui a’ lor simili moralmente assai più che nella
          selvaggia, e contribuendo alla infelicità dello spirito gli uni degli altri, essi non si
          nocciono scambievolmente meno, nè si cagionano l’un l’altro minore infelicità, nè di
          questa ne son manco cagione essi, di quel che avvenga nella società barbara, dove il
          nocumento scambievole, e l’infelicità che risulta dalla società stessa è più fisica che
          morale, perchè i lor subbietti cioè quegli uomini sono altresì più materia che spirito
          nella stessa proporzione. Anzi quanto e maggiore l’infelicità dello spirito che quella del
          corpo, tanto è maggiore il danno morale, o influente principalmente sul morale, e
          affliggente il morale, che gli uomini civili si recano scambievolmente (anche quando
          offendono in cose e con mezzi fisici); e quindi tanto maggiore è l’infelicità che gli uni
          agli altri in tal società si proccurano, di quella che nelle società barbare, o
          semibarbare, o semicivili, a proporzione. E quanto a se stessi, niuno nella società
          selvaggia nuoce a se moralmente, come inevitabilmente accade nella civile. Fisicamente già
          non può nuocersi il selvaggio se non per accidente. Il civile arriva fino al suicidio.
          Insomma si conchiude che tutto compensato, la società civile per sua natura è cagione
          all’uomo, benchè di minore infelicità fisica ed appariscente (o piuttosto di minori
          sciagure fisiche, perchè com’ella noccia generalmente al fisico, e particolarmente colle
          malattie, che a lei quasi tutte si debbono ec. si è mostrato in più luoghi), pur di
          maggiori sciagure morali, e tutto insieme <pb ed="aut" n="3934"/> di molto maggiore
          infelicità, che non è la società selvaggia o mal civile, altresì per sua natura. E
          similmente, compensato il tutto insieme, è molto più lontana dalla natura, benchè le
          snaturatezze della società selvaggia diano molto più nell’occhio, non per altro che perchè
          sono più materiali e fisiche, siccome gli uomini che compongono tali società, e siccome le
          sciagure e la infelicità generale che ne risulta. Non v’è cosa più contro natura, di
          quella spiritualizzazione delle cose umane e dell’uomo, ch’è essenzial compagna, effetto,
          sostanza della civiltà. Come le snaturatezze, le calamità, e la infelicità delle società
          selvagge, per esser naturalmente più fisiche, anzi tutte fisiche e materiali, sono più
          evidenti e tali che ognuno le può riconoscere per quel che sono, non v’è uomo il quale non
          convenisse che se la società umana non potesse esser altra che la selvaggia, la società
          nel gener nostro sarebbe cosa contro natura, e l’uomo non esser fatto per la società, ed
          in questa esser necessariamente imperfettissimo e infelicissimo. Ma perchè i danni e le
          snaturatezze della società civile sono più morali e spirituali, il che è ben consentaneo,
          perchè tale si è altresì l’uomo civile, ed e’ non può esser altrimenti, perciò, quantunque
          tali danni sieno molto più gravi veramente e contro natura, e tali snaturatezze molto
          maggiori, niuno però conviene che la società civile sia contro natura, e l’uomo non esser
          fatto per lei, e ch’ella sia necessariamente infelice, e molto meno ch’ella per propria
          essenza sia più contraria alla natura, e complessivamente più infelice che la società
          selvaggia. Questo veramente non è un ragionare da uomini civili, cioè spiritualizzati, ma
          appunto da primitivi o selvaggi, cioè materiali, non avendo riguardo che alle <pb ed="aut"
            n="3935"/> snaturatezze e infelicità materiali e sensibili, e che si riconoscono senza
          ragionamento, o stimandole sempre assai minori di quelle che il ragionamento dimostra
          essere molto maggiori, o negando affatto di riconoscere quelle che in verità sono molto
          maggiori, e negandolo perchè solo il ragionamento può mostrarle per tali e per infelicità
          e snaturatezze. Gli uomini anche i più civili e filosofi, così facendo (come quasi tutti,
          anche i sommi, fanno), somministrano nello stesso eccesso della lor civiltà e
          spiritualizzazione, una forte conferma di questa nostra proposizione che non vi sia cosa
          più contraria alla natura che la spiritualizzazione dell’uomo e di qualsivoglia cosa, e
          che tutto insomma per natura è materiale, e che la materia sempre vince, e che quindi essi
          così civili e spiritualizzati sono corrottissimi, perchè nello stesso loro ragionamento
          con cui vogliono difendere questo loro stato, e che loro è inspirato da questo, dànno la
          preferenza alla materia e non vogliono ragionare che materialmente.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Tout homme qui pense est un animal dépravé</foreign>
          </quote>. Dunque l’uomo e la società civile lo è più che mai, e tanto più quanto più
          civile, non essendo quasi altro che spirito, ed éssere pensante, o adunanza di tali
          esseri.</p>
        <p>Tutto questo discorso conviene colle osservazioni e prove che in mille di questi miei
          pensieri si sono fatte sopra la snaturatezza e infelicità vera dell’uomo corrispondente in
          proporzione alla sua maggior civiltà. Del che vedi in particolare il pensiero seguente, e
          quello a cui esso si riporta, come per natura sua, la civiltà sia supremamente contraria
          alla natura sì dell’uomo sì universale, e causa d’infelicità somma più che non è lo stato
          selvaggio, per una conseguenza della teoria e delle leggi universali di tutte le cose, <pb
            ed="aut" n="3936"/> e dell’esistenza. (28. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3927. Non è difficile il concepire le per altro grandissime e moltiplici
          conseguenze che scaturiscono da’ suesposti principii, in ordine al dimostrare che la
          civiltà la quale per sua natura rende l’uomo, per così dire, tutto spirito (p. 3910.
          segg.), ed accresce per conseguenza infinitamente la vita propriamente detta, e l’amor
          proprio, accresce anche sommamente per sua natura l’infelicità dell’uomo e della società.
          E similmente in mille modi trasportando l’azione dalla materia allo spirito, l’attività,
          l’energia, ec. e, mettendo mille ostacoli all’attuale ed effettiva attività corporale (i
          governi, i costumi, la mancanza di bisogni, lo scemamento di forze, il gusto dello studio,
          ec. ec.), e scemando il grado e la forza e la frequenza delle sensazioni, passioni,
          azioni, e piaceri materiali, e la capacità di essi ec.; riconcentra orribilmente l’amor
          proprio, lo rivolge tutto sopra se stesso e in se stesso, per conseguenza l’aumenta sopra
          ogni credere, lo spoglia o impoverisce di distrazione ed occupazione ec. ec. Il selvaggio
          e per natura del suo corpo e de’ suoi costumi e della sua società, essendo men vivo di
          spirito, cioè propriamente men vivo, è meno infelice del civile, senza paragone alcuno.
          Così il villano, l’ignorante, l’irriflessivo, l’uom duro, stupido, è o per natura o per
          abito, inerte di mente, d’immaginazione di cuore ec. ec. a paragone dell’uomo ec. La
          civiltà aumenta a dismisura nell’uomo la somma della vita (s’intende l’interna) scemando a
          proporzione l’esistenza (s’intende la vita esterna). La natura non è vita, ma esistenza, e
          a questa tende, non a quella. Perocchè ella è materia, non spirito, o la materia in essa
          prevale e dee prevalere allo spirito (e così accade infatti costantemente in tutte l’altre
          sue parti sì animate che inanimate, e <pb ed="aut" n="3937"/> vedesi che tale è la sua
          intenzione, e che le cose sono ordinate a questo risultato universalmente e
          particolarmente, secondo le loro specie e lor differenze e proporzioni scambievoli, ma nel
          tutto il risultato è quello che ho detto), al contrario di ciò che accade nell’individuo e
          nel genere umano civilizzato, per propria natura della civiltà — ec. ec. — Vedi il
          pensiero precedente. (28. Nov. 1823.). — Segue ancora da questi principii che la vita
          attiva, come più materiale, e abbondante più di esistenza che di vita propria, la vita
          ricca di sensazioni ec. è naturalmente, e secondo la natura sì propria sì universale, più
          felice che la contemplativa ec. la qual è il contrario. V. p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <emph>possente</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >puissant</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">pujanza</foreign> ec. aggiungi
            <foreign lang="spa" rend="italic">sobrepujar</foreign>. (29. Nov. anniversario della
          morte di mia Nonna. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho posto altrove <emph>tremolare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >trembler</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">temblar</foreign> ec. fra’
          diminutivi positivati (o fossero frequentativi, o cose simili, in origine). Se però questi
          verbi son fatti da <foreign lang="lat" rend="italic">tremulus</foreign>, e’ non sono
          diminutivi, perchè <foreign lang="lat" rend="italic">tremulus</foreign> è da <foreign
            lang="lat" rend="italic">tremere</foreign> come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >speculum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">specere</foreign>, e nè l’uno
          nè l’altro è diminutivo, e <foreign lang="lat" rend="italic">tremulare</foreign> non
          sarebbe più diminutivo che <foreign lang="lat" rend="italic">speculare, jaculari</foreign>
          e simili, del che vedi la pag. 3875. (29. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove in più luoghi che la francese per l’estrinseco e per l’intrinseco è di
          tutte le lingue sorelle la più lontana dalla madre. Molto più vicina le fu ne’ passati
          secoli (come nel 500 ec.) per l’intrinseco, siccome per l’estrinseco ancora, cioè per la
          pronunzia della loro scrittura (ch’è tanto più simile al latino che la loro favella) erano
          più vicini al latino non solo nel 300 ec. come ho detto altrove, e ne’ principii della
          lingua, ma nel 500 ancora e nel 600 di mano in mano ec. (29. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3938"/> Alla p. antecedente, marg. Or da ogni parte si vede che la natura
          avea destinato sì l’uomo, sì gli animali, nel modo stesso che ha evidentemente ordinato
          tutte le cose, all’azione esterna e materiale, e alla vita attiva. ec. E i detti principii
          cospirano ottimamente con tutto il corso de’ nostri pensieri che da per tutto preferiscono
          l’attivo al contemplativo in mille modi ec. (29. Nov. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3926. Similmente si ragioni de’ vecchi rispetto ai giovani. Quelli hanno men
          vigore assai di corpo, ma anche assai men vigore di spirito, sì che la condizione dell’uno
          è temperata e compensata con quella dell’altro, sono men forti di corpo, ma eziandio assai
          men vivi di spirito, per ragioni fisiche, cioè decadenza fisica e logoramento della loro
          organizzazione e facoltà interne, corrispondente a quello dell’esterno ec. (29. Nov.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa l’usarsi in latino frequentissimamente i participii sì passivi sì ancora attivi in
          forma aggettiva, del che altrove in più luoghi, vedi la mia annotazione alla Canzone VI
            (<title>Bruto minore</title>) strofe 3. verso 1. e le osservazioncelle marginali e
          postille volanti sopra la medesima annotazione. (29. Nov. anniversario della morte di mia
          Nonna. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi latini. <foreign lang="lat" rend="italic">Lux</foreign>, idea primitiva. Gr.
            <foreign lang="grc">φάος, φῶς</foreign>. (30. Nov. 1823.). <foreign lang="lat"
            rend="italic">Falx</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic">fictus, fixus</foreign> ec.
          aggiungi <emph>confitto</emph> da <emph>configgere</emph> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">configere</foreign> (non da <emph>conficcare</emph>, come dice la Crusca).
          Non si dice <emph>confisso</emph>. Per lo contrario <emph>affisso</emph> e non
            <emph>affitto</emph> participio. V. però la Crus. in <emph>affitto</emph> aggett. , se
          quello non è un luogo male scritto, come pare ec. (1 Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3939"/> Al detto altrove circa <foreign lang="lat" rend="italic"
            >intentatus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">intento</foreign>, e in senso
          di <foreign lang="lat" rend="italic">non tentatus</foreign>, aggiungi <foreign lang="lat"
            rend="italic">inauratus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">inauro</foreign>
          e in senso di <foreign lang="lat" rend="italic">non auratus</foreign>. (1 Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scambio del <emph>v</emph> col <emph>g</emph>, di cui altrove. <bibl>V.
            <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">erivo. Rigo,
            irrigo</foreign> ec.</bibl> e per <foreign lang="lat" rend="italic">rivo, irrivo,
            irrivus</foreign> (per <foreign lang="lat" rend="italic">irriguus</foreign>), come
            <foreign lang="lat">de-rivo</foreign> ec. E v. il Forc. in tutte queste voci ec. (4.
          Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Andare</emph> per <emph>essere</emph>, del che altrove. <bibl>V. <author>Virg.</author>
            <title>Aen.</title> 1. 50.</bibl> e il <bibl>
            <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">incedo</foreign>
          </bibl>. (5. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non solamente i verbali in <emph>ibilis</emph> o in <emph>bilis</emph>, come altrove s’è
          detto, ma anche altri generi di verbali, come quelli in <emph>ilis</emph> breve (<foreign
            lang="lat" rend="italic">docilis, facilis, missilis, fissilis, fictilis, coctilis,
            versatilis, aquatilis</foreign> ec.) o lungo (<foreign lang="lat" rend="italic"
          >mictilis</foreign> ed altri molti), in <emph>alis</emph> (<foreign lang="lat"
            rend="italic">genitalis</foreign> ec.), in <emph>ivus</emph> (<foreign lang="lat"
            rend="italic">defectivus</foreign> ec.), in <emph>itius</emph> o <emph>icius</emph>
            (<foreign lang="lat" rend="italic">emptitius</foreign> ec.), in <emph>bundus</emph>
            (<foreign lang="lat" rend="italic">errabundus, ludibundus, pudibundus</foreign> ec.),
          tutti fatti da’ supini regolari o irregolari, noti o ignoti ec. possono e debbono servire
          al discorso de’ supini e a confermare le nostre osservazioni su di questi, sì ne’ casi
          particolari, sì nel generale, osservando la più frequente, comune, antica, regolare,
          intera, e propria forma di ciascuno di tali generi di verbali collettivamente considerato
          ec. (5. Decembre. 1823.). V. p. 3984.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove sul vero supino di <foreign lang="lat" rend="italic">pingo,
          fingo</foreign> ec. aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic">mingo</foreign> che fa
            <foreign lang="lat" rend="italic">minctum</foreign> onde <foreign lang="lat"
            rend="italic">minctio</foreign> ec. e pure si trova <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mictus us</foreign> ec. corruzioni, come quella accaduta nello stesso supino di
            <foreign lang="lat" rend="italic">fingo, pingo</foreign> ec. dove il supino corrotto ha
          scacciato affatto il regolare ec. (5. Dec. 1823.). <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Commingo inxi ictum inctum, commictus a um, commictilis</foreign>. E v. gli altri
          composti. V. p. 3986.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3940"/> A proposito dell’antico <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fuo</foreign> di cui altrove, osservisi ch’egli è originariamente lo stesso di <foreign
            lang="lat" rend="italic">fio</foreign> da <foreign lang="grc">φύω</foreign>, mutato
            l’<foreign lang="grc">υ</foreign> in <emph>i</emph>, come in <foreign lang="lat"
            rend="italic">silva</foreign>, laddove in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fuo</foreign> è mutato in <emph>u</emph>. E questa osservazione di <foreign lang="lat"
            rend="italic">fuo</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">fio</foreign> si
          applichi al detto da me in più luoghi sì circa lo scambio reciproco delle vocali
          <emph>u</emph> ed <emph>i</emph>, sì circa la pronunzia latina del greco <foreign
            lang="grc">υ</foreign>, la quale forse, anche antichissimamente, come poi (a’ tempi di
          Cicerone di Marziano ec.) quella dell’<emph>y</emph>, fu tra l’<emph>i</emph> e
          l’<emph>u</emph> (cioè pronunzia di <emph>u</emph> gallico), come si può congetturare sì
          dal veder l’<foreign lang="grc">υ</foreign> greco ora cambiato in <emph>u</emph> ora in
            <emph>i</emph>, sì dal vederlo talora in una stessa parola cambiato nell’uno e
          nell’altro, come in <foreign lang="grc">φύω</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fuo-fio</foreign>, che antichissimamente dovettero esser un sol verbo e per significato
          e per tutto, sì dallo stesso scambio reciproco dell’<emph>u</emph> e dell’<emph>i</emph>
          sì frequente in latino, come appunto tra <foreign lang="lat" rend="italic">fuo</foreign> e
            <foreign lang="lat" rend="italic">fio</foreign>, e in mille altre voci. ec. ec. (5. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che <foreign lang="lat" rend="italic">titillo</foreign>, come altrove dico<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi ved. la p. 3986.</p>
          </note>, sia duplicazione (nata nel Lazio, o fatta p. e. dagli Eoli o da altro greco
          dialetto, o propria dell’antica lingua madre del latino e del greco, o dell’antico greco
          comune ec. ec.) del greco <foreign lang="grc">τίλλω</foreign>, fatta all’uso greco, lo
          conferma l’osservare che la vocale di tal duplicazione cioè l’<emph>i</emph> è quella
          appunto che il greco usa in tali duplicazioni, come in <foreign lang="grc"
          >τρώσκω</foreign> ec. V. p. 3979. Laddove nell’altre duplicazioni latine, come in <foreign
            lang="lat" rend="italic">dedi, cecidi</foreign> ec. la vocale della duplicazione è la
            <emph>e</emph>. E questo ancora è all’uso greco, che nella duplicazione de’ perfetti usa
          la <foreign lang="grc">ε</foreign>. E notisi che come questa, così quella <emph>e</emph> è
          breve, fuorchè in <foreign lang="lat" rend="italic">cecidi</foreign> che molti scrivono
            <foreign lang="lat" rend="italic">caecidi</foreign>, dove forse non sarà breve per
          distinguerlo da <foreign lang="lat" rend="italic">cecidi</foreign>. Del resto <pb ed="aut"
            n="3941"/> tal uso affatto conforme al greco ha luogo in molti verbi latini che non
          hanno a far niente con alcuna voce greca nota, ed è un uso antichissimo nel latino, e non
          introdottovi da’ letterati. Il che conferma l’antica conformità dell’origine, e
          fratellanza tra il greco e latino. Dalla quale origine dovette venir quest’uso nell’una e
          nell’altra lingua, in quella più conservato e steso, in questa meno, e sì può dire,
          perduto, se non in certe voci determinate, di cui si conservò sempre la forma antica,
          senza però mai applicar tal forma ad altri verbi, o a’ verbi di mano in mano
          introducentisi da quegli antichissimi tempi in poi. ec. Tal uso trovasi ancora nella
          lingua sascrita, come negli Annali di Scienze e lettere di Milano, altrove citati in
          proposito d’essa lingua ec. (5. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Anche <foreign lang="grc">τιτρώσκω</foreign>, come altrove ho detto di <foreign
            lang="grc">ὀφλισκάνω</foreign>, è doppia alterazione, cioè da <foreign lang="grc"
          >τράω,</foreign>, <foreign lang="grc">τιτράω</foreign> (che ancor si trova, <bibl>v. Scap.
            in <foreign lang="grc">τιτράω</foreign>
          </bibl>) e poi <foreign lang="grc">τιτρώσκω</foreign> (così lo Schrevel.), ovvero da un
            <foreign lang="grc">τρώω, τιτρώω</foreign> e poi <foreign lang="grc">τιτρώσκω</foreign>.
          Così da <foreign lang="grc">τράω</foreign> e <foreign lang="grc">τιτράω,
          τιτραίνω</foreign>, è doppia alterazione: sempre però collo stesso senso del primitivo.
          Così altri non pochi. (5. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Pretto</emph> (<emph>puretto</emph>) per <emph>puro</emph>.
          (6. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La facoltà d’imitazione non è che facoltà di assuefazione; perocchè chi facilmente si
          avvezza, vedendo o sentendo o con qualunque senso apprendendo, o finalmente leggendo,
          facilmente, ed anche in poco tempo, riducesi ad abito quelle tali sensazioni <pb ed="aut"
            n="3942"/> o apprensioni, di modo che presto, e ancor dopo una volta sola, e più o manco
          perfettamente, gli divengono come proprie; il che fa ch’egli possa benissimo e facilmente
          rappresentarle ed al naturale, esprimendole piuttosto che imitandole, poichè il buono
          imitatore deve aver come raccolto e immedesimato in se stesso quello che imita, sicchè la
          vera imitazione non sia propriamente imitazione, facendosi d’appresso se medesimo, ma
          espressione. Giacchè l’espressione de’ propri affetti o pensieri o sentimenti o
          immaginazioni ec. comunque fatta, io non la chiamo imitazione, ma espressione. Or come la
          facoltà d’imitare sia qualità e parte principalissima e forse il tutto de’ grandi ingegni,
          e così degli altri talenti in proporzione, è cosa da molti osservata e spiegata. Dunque
          riconfermasi che l’ingegno è facoltà di assuefazione. (6. Dec. 1823.). V. p. 3950.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scambio del <emph>g</emph> e del <emph>v</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Nivis</foreign>-<foreign lang="fre" rend="italic">neige</foreign>-<foreign lang="lat"
            rend="italic">ningit</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">ninguit</foreign>
          (onde il nostro <emph>negnere</emph>) e <foreign lang="lat" rend="italic">nivit</foreign>,
          onde il nostro <emph>nevicare</emph>, quasi <emph>nivicare</emph>, come da <foreign
            lang="lat" rend="italic">vello vellico</foreign> ec. frequentativi, di cui vedi la p.
          2996. marg.: e vedi il Gloss. se vuoi. (6. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3275. marg. Anzi molti di questi amano più di aver de’ nemici che degli amici,
          son più contenti di essere odiati che amati, e si attaccano volentieri con chicchessia,
          non per sensibilità, neanche per misantropia, per l’odio naturale verso gli altri ec., ma
          perchè il loro stato naturale è lo stato di guerra, ed amano più di combattere che di
          stare in pace e posarsi, e più la vita inquieta che la tranquilla. E ciò
          semplicissimamente, senza malignità, senza carattere nè passioni nere e odiose. Infatti
          essi sono apertissimi, sincerissimi, compassionevolissimi, e beneficano più degli altri,
          ma le stesse persone che essi compatiscono o beneficano, amerebbero più <pb ed="aut"
            n="3943"/> di averle a combattere e di esserne odiati. E similmente cogli altri uomini i
          quali hanno più caro di averli contrarii che affezionati o indifferenti, e però
          tuttogiorno, senza passione alcuna, o ben leggera, e sopra menomissime bagattelle gli
          stuzzicano e provocano ed offendono o con parole o con fatti, per avere il piacer di
          combatterli e di stare in guerra. E come ciascuno s’immagina ordinariamente quello che più
          desidera, così essi ordinariamente si compiacciono in pensare che gli altri vogliano loro
          male, e in torcere ogni menoma azione e parola altrui verso loro a cattiva intenzione ed
          ostile, e pigliano occasione da tutto di entrare in lizza con chicchessia, anche coi più
          familiari, intrinseci, compagni ed amici. Torno a dire che tutto ciò è con grandissima
          semplicità ed anche nobiltà, o certo non doppiezza e non viltà, di carattere; senza umor
          tetro e malinconico (anzi questi tali sono per l’ordinario allegrissimi o tirano
          all’allegria) senza carattere atrabilare, nè quella che si chiama <foreign lang="grc"
            >δυσκολία</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">morositas</foreign>, carattere
          acre ec. indole e costume puntiglioso<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Chi sia accorto, facilmente distingue e nella speculazione e nella pratica, e in
              ciascuna persona e caso particolare, e nel generale, il carattere e costume
              puntiglioso, e i fatti puntigliosi, dal carattere ec. ch’io qui descrivo (il quale non
              è neppur lo stesso che quello del Burbero benefico di Goldoni) che certo in realtà
              sono cose molto diverse e distinte.</p>
          </note>, anzi tutte queste cose son proprie degli uomini deboli e sfortunati (e quindi con
          verità si attribuiscono pariticolarmente a’ vecchi, massime donne), senza
          incontentabilità, malumore, scontentezza, senza umore soverchiamente collerico ed
          accensibile. La forza del corpo e dell’età e la prosperità delle circostanze, dà a questi
          tali tanta confidenza in se stessi, che non che cerchino o curino il favor degli altri,
          sono più soddisfatti di averli contrarii, e godono di riguardar gli altri piuttosto come
          nemici che come amici o indifferenti, ed anche di averli veramente nemici più o meno,
          secondo la qualità delle occasioni <pb ed="aut" n="3944"/> e la forza fisica di questi
          tali. La loro conversazione e compagnia e convitto, massime a lungo andare, è veramente
          molto difficile e dispiacevole, benchè essi sieno incapaci di tradimento, e servizievoli e
          benefici e compassionevoli e generosi. Essi sono, malgrado questo, poco capaci di amare, e
          poco fatti per essere amici, ma essi sono altresì più capaci e desiderosi di aver de’
          nemici, che atti ad esserlo, perchè son più buoni all’ira che all’odio, a combattere che a
          odiare, a vendicarsi che a perseguitare. Anzi costoro son quasi incapaci di odiare, e
          l’ira eziandio propriamente presa in essi è molto blanda e breve, forse perchè
          frequentissima. (6. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La memoria, l’immaginazione e oltre di queste, anche l’altre facoltà dell’animo e
          dell’ingegno s’indeboliscono e talora si estinguono coll’età, anche indipendentemente
          dalle circostanze estrinseche della vita, dall’esperienza, e dalle altre cose che
          influiscono sul carattere, spirito, ingegno, e lo modificano ec. Il rimbambimento de’
          vecchi è cosa molte volte reale, molte volte anche prematuro per malattie, che rendono
            <foreign lang="fre" rend="italic">radoteurs</foreign> a 50 anni e poco prima o poco poi.
          Questi tali sono facilissimi a piangere come i fanciulli. Ciò può accadere anche nel fiore
          e vigor dell’età per debilitamento passeggero o durevole delle forze fisiche, e con esse
          delle facoltà mentali. Io n’ho veduto gli esempi. Tutto ciò si applichi al mio discorso
          fatto per provare che v’ha differenze naturali ed ingenite fra’ talenti, al qual proposito
          veggasi ancora la <pb ed="aut" n="3945"/> p. 3891, e 3806-10. e il pensiero seguente. (6.
          Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3923. marg. Similmente i gran talenti di rado si trovano in corpi forti. In
          parità di circostanze e d’altro, i più deboli son più furbi de’ più forti, anche per
          naturale disposizion fisica, non considerando le abitudini ec. di cui altrove in proposito
          delle donne. Difficilmente si troverà gran furberia in uomo pingue (se la pinguedine non
          gli è malattia ed accidente ec.) ancorchè esercitato in tutto quello che più favorisce e
          più richiede furberia. Neanche gran talento nè fino in un corpo grosso, e meno in corpo
          pingue ec. ec. Le diversità de’ talenti si conoscono in gran parte e sogliono
          corrispondere, non solo alle varie conformazioni e disposizioni del cranio ec. interiori o
          esteriori ec. ma eziandio del resto della persona in genere, e di parecchie sue parti in
          particolare. Queste osservazioni si applichino alla materia del pensiero precedente. (6.
          Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3898. <foreign lang="fre" rend="italic">Museau</foreign>. <emph>Niffolo</emph>,
            <bibl>v. la <title>Crus.</title> in <emph>Niffo</emph>
          </bibl>. Questa voce è anche del Rucellai, Api, v. 990, il quale scrive
          <emph>nifolo</emph>, da <emph>nifo</emph>, ch’è pur della Crusca. — Bisogna notare, quando
          il positivo non si trovi nella lingua a cui spettano i diminutivi che paiono positivati,
          se forse anticamente quel positivo vi si trovò, proprio di essa lingua, o venuto di dove
          che sia, e trovandovisi non ebbe lo stesso senso che ha oggi quel diminutivo. E ciò quando
          anche in altre lingue si trovi quel positivo col medesimissimo senso di quel tale
          diminutivo. P. e. in italiano <pb ed="aut" n="3946"/> si trova <emph>muso</emph> e vuol
          dir lo stessissimo che <foreign lang="fre" rend="italic">museau</foreign>, che certo viene
          da una voce simile; ma chi sa che in francese una volta non si trovasse <foreign
            lang="fre" rend="italic">muse</foreign> in senso diverso? (v. gli spagnuoli). E veggasi
          a questo proposito il detto a pag. 3152. sulla voce <foreign lang="fre" rend="italic"
            >fourreau</foreign>. (6. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla stessa pag. margine. Alcune di queste voci potrebbero anche venire dal latino o
          ignoto, o volgare, o barbaro ec. e se ne vegga il Gloss. ed anche il Forcell. ec. (6. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La lingua greca appartiene veramente e propriamente alla nostra famiglia di lingue
          (latina, italiana, francese, spagnuola, e portoghese), non solo perch’ella non può
          appartenere ad alcun’altra, e farebbe famiglia da se o solo colla greca moderna; non
          solamente neppure per esser sorella o, come gli altri dicono, madre della latina (nel
          primo de’ quali casi ella dovrebbe esser messa almeno colla latina, e nel secondo è chiaro
          ch’ella va posta nella nostra famiglia), ma specialmente e principalmente perchè la sua
          letteratura è veramente madre della latina, la qual è madre delle nostre, e quindi la
          letteratura greca è veramente l’origine delle nostre, le quali in grandissima parte non
          sarebbero onninamente quelle che sono e quali sono (se non se per un incontro affatto
          fortuito) s’elle non fossero venute di là. E come la letteratura è quella che dà forma e
          determina la maniera di essere delle lingue, e lingua formata e letteratura sono quasi la
          stessa cosa, o certo <pb ed="aut" n="3947"/> cose non separabili, e di qualità compagne e
          corrispondenti; e come per conseguenza la letteratura greca (oltre le tante voci e modi
          particolari) fu quella che diede veramente e principalmente forma alla lingua latina, e ne
          determinò la maniera di essere, il carattere e lo spirito, di modo che la lingua e
          letteratura latina, quando anche fossero nate, formate e cresciute senza la greca, non
          sarebbero certamente state quelle che furono, ma altre veramente, e in grandissima parte
          diverse per natura e per indole e forma, e per qualità generali e particolari, e sì nel
          tutto, sì nelle parti maggiori o minori, da quelle che furono; stante, dico, tutto questo,
          la letteratura greca (oltre lo studio immediato fattone da’ formatori delle nostre lingue,
          come da quelli della latina) viene a esser veramente la madre e l’origine prima delle
          nostre lingue, come la latina n’è la madre immediata; le quali lingue (anche la francese
          che insieme colla sua letteratura è la più allontanata dalla sua origine, e dalla forma
          latina, e dall’indole della latina, e quindi eziandio della greca) non sarebbero
          assolutamente tali quali sono, ma altre e in grandissima parte diverse sì nello spirito,
          sì in cento e mille cose particolari, se non traessero primitivamente origine in
          grandissima parte dal greco per mezzo del latino. E veramente la lingua greca mediante la
          sua letteratura è prima (quanto si stende la nostra memoria dell’antichità) e vera ed
          efficacissima causa dell’esser sì la lingua e letteratura latina, sì le nostre lingue e
          letterature, anche la francese, tali quali elle sono, <pb ed="aut" n="3948"/> e non altre;
          chè per natura elle ben potrebbero essere diversissime in molte e molte cose, anche
          essenziali ed appartenenti allo spirito ed all’indole ec. e alquanto diverse più o meno in
          altre molte cose più o meno essenziali o non essenziali. E forse non mancano esempi di
          altre letterature e lingue antiche o moderne, anche meridionali ec., che non essendo
          venute dal greco, sono diversissime, anche per indole ec. e nel generale ec. non meno o
          poco meno che ne’ particolari, dalla latina e dalle nostrali. E ne può esser prova il
          vedere quanto la francese si è allontanata, anche di spirito, dalla latina e dalla greca
          alle quali era pur conformissima nel 500 ec. (vedi la p. 3937.), senz’aver mutato clima
          ec. Certo i tempi nostri son diversissimi da quelli de’ greci e de’ latini, quando anche
          il clima sia conforme, diversissime sono state e sono le nostre nazioni, loro governi,
          opinioni, costumi, avvenimenti e condizioni qualunque, sì tra loro, sì ciascuna di esse da
          se medesima in diversi tempi, sì dalla greca, e dalla latina eziandio. Nondimeno le loro
          lingue e letterature sono state conformi, massime fino agli ultimi secoli, e tra loro, e
          tra’ vari lor tempi, e colla greca e latina ec. Sicchè tal conformità non si deve
          attribuire nè solamente nè principalmente al clima, nè ad altre circostanze naturali o
          accidentali, ma all’accidente di esser derivate effettivamente dal greco e latino, chè ben
          potevano non derivar da nessuno, o derivare d’altronde ec. ec.</p>
        <p>Lascio che, come ho detto altrove, le lingue e letterature italiana e spagnuola, massime
          antiche, e più quanto più si considerano nel loro antico ed anche informe stato, e la
          francese antica ec., somigliano per l’indole ec. al greco forse più <pb ed="aut" n="3949"
          /> che il latino, e quasi senza forse più che al latino, e tengono del greco ec. (6.
          Decembre. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Disserto as</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">dissero ertum</foreign>. (7. Dec. Vigilia dell’Immacolata Concezione della
          SS. Vergine Maria).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3885. Allora l’italiano era principalmente noto e considerato dagli stranieri
          come lingua del Metastasio, e per li drammi del Metastasio<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Puoi ved. la <bibl>
                <title>lett. 101. del Re di Pruss. a d’Alembert</title>
              </bibl>, onde apparisce che il Metastasio s’avea fuor d’Italia pel principale ingegno
              italiano di que’ tempi.</p>
          </note>, insomma come lingua dell’<emph>Opera</emph>. Peggio sarebbe se Federico avesse
          pigliato idea dell’italiano, com’è pur verisimile, da quello del suo Algarotti ec. (7.
          Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii aggettivati ec. di che altrove in più luoghi. Da molti participii si son fatti
          de’ vocaboli che non son che aggettivi, perchè non hanno alcun verbo di cui poter essere
          participj, come <foreign lang="lat" rend="italic">innocens, invictus, intentatus</foreign>
          (che non hanno <foreign lang="lat" rend="italic">innoceo, invinco</foreign> ec.) e cento
          mila altri. E vedi a proposito d’<foreign lang="lat" rend="italic">invictus</foreign> e
          simili, il luogo citato a p. 3938. Nondimeno questi tali vocaboli conservano ancora un
          senso di participio, eccetto alcuni alcune volte (come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >illaudatus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">illaudabilis</foreign>, vedi
          il Forcell.), che oltre al non essere più participii perchè non hanno verbo, hanno anche
          ricevuto un secondo cangiamento cioè nella significazione. (7. Dec. Vigilia della
          Concezione. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii passivi in senso attivo o neutro ec. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >Dañado</foreign> da <foreign lang="spa" rend="italic">dañar</foreign> per <foreign
            lang="spa" rend="italic">dañante</foreign>, cioè <emph>nocente, dannoso</emph>. S’usa in
          forma aggettiva, come si deve anche intendere d’altri moltissimi di tali participii, o
          latini o moderni, sempre così usati, o per lo più, o talvolta, dico, in forma aggettiva.
          (7. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3950"/> Alla p. 3942. Anzi l’uomo, e lo spirito umano massimamente e i
          suoi progressi, e quelli dell’individuo, e delle sue facoltà, manuali o intellettuali ec.
          e lo sviluppo delle sue disposizioni, del suo spirito, talento, immaginazione ec. tutto è,
          si può dire, imitazione — Viceversa di quel che si è detto l’assuefazione è una specie
          d’imitazione; come la memoria è un’assuefazione, e viceversa ogni assuefazione una specie
          di memoria e ricordanza, secondo che ho detto altrove. (7. Dec. Vigilia dell’Immacolata
          Concezione. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non si dà ricordanza senza previa attenzione, ec. come altrove. Questa è una delle
          principali cagioni per cui i fanciulli, in principio massimamente, stentano molto a
          mandare a memoria, e più degli uomini maturi, o giovani. Perocchè essi sono distratti e
          poco riflessivi ed attenti, per la stessa moltiplicità di cose a cui attendono, e
          facilità, rapidità e forza con cui la loro attenzione è rapita continuamente da un oggetto
          all’altro. Gli uomini distratti, poco riflessivi ec. non imparano mai nulla. Ciò non prova
          la lor poca memoria, come si crede, ma la lor poca o facoltà o abitudine di attendere, o
          la moltiplicità delle loro attenzioni, il che si chiama distrazione. Perocchè la stessa
          troppa facilità di attendere a che che sia, o per natura o per abitudine, la stessa
          suscettibilità della mente di esser vivamente affetta e rapita da ogni sensazione, da ogni
          pensiero; moltiplicando le attenzioni, e rendendole tutte deboli, sì per la moltitudine, e
          confusione, sì per la necessaria brevità di ciascuna, <pb ed="aut" n="3951"/> da cui ogni
          piccola cosa distoglie l’animo, applicandolo a un altro, e per la forza stessa con cui
          questa seconda attenzione succede alla prima, cancellando la forza di questa, rende nulla
          o scarsissima la memoria, deboli e poche le reminiscenze. E così la stessa facilità e
          forza eccessiva di attendere produce o include l’incapacità di attendere, e così suol
          essere chiamata, benchè abbia veramente origine dal suo contrario, cioè dalla troppa
          capacità di attendere (come sempre il troppo dà origine o equivale e coesiste al nulla o
          alla sua qualità o cosa contraria); e l’eccesso della facoltà di attendere si riduce alla
          mancanza o alla scarsezza di questa facoltà, secondo che detto eccesso è maggiore o
          minore. Ciò ha luogo principalmente, per regola e ordine di natura, ne’ fanciulli. —
          Laddove una sensazione ec. una sola volta ricevuta ed attesa, basta sovente alla
          reminiscenza anche più viva, salda, chiara, piena e durevole, essa medesima mille volte
          ripetuta e non mai attesa non basta alla menoma reminiscenza, o solo a una reminiscenza
          debole, oscura, confusa, scarsa, manchevole, breve e passeggera. Perciò venti ripetizioni
          non bastano a chi non attende per fargli imparare una cosa, che da chi attende è imparata
          talora dopo una sola volta, o con pochissime ripetizioni estrinseche ec. (7. Dec. Vigilia
          della Concezione. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3952"/> Dal detto altrove circa le idee concomitanti annesse alla
          significazione o anche al suono stesso e ad altre qualità delle parole, le quali idee
          hanno tanta parte nell’effetto, massimamente poetico ovvero oratorio ec., delle scritture,
          ne risulta che necessariamente l’effetto d’una stessa poesia, orazione, verso, frase,
          espressione, parte qualunque, maggiore o minore, di scrittura, è, massime quanto al
          poetico, infinitamente vario, secondo gli uditori o lettori, e secondo le occasioni e
          circostanze anche passeggere e mutabili in cui ciascuno di questi si trova. Perocchè
          quelle idee concomitanti, indipendentemente ancora affatto dalla parola o frase per se,
          sono differentissime per mille rispetti, secondo le dette differenze appartenenti alle
          persone. Siccome anche gli effetti poetici ec. di mille altre cose, anzi forse di tutte le
          cose, variano infinitamente secondo la varietà e delle persone e delle circostanze loro,
          abituali o passeggere o qualunque. Per es. una medesima scena della natura diversissime
          sorte d’impressioni può produrre e produce negli spettatori secondo le dette differenze;
          come dire se quel luogo è natio, e quella scena collegata colle reminiscenze dell’infanzia
          ec. ec. se lo spettatore si trova in istato di tale o tal passione, ec. ec. E molte volte
          non produce impressione alcuna in un tale, al tempo stesso che in un altro la fa
          grandissima. Così discorrasi delle parole e dello stile che n’è composto e ne risulta, e
          sue qualità e differenze ec. e questa similitudine è molto a proposito.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3953"/> Queste osservazioni si applichino al detto da me altrove sopra
          quanto debba naturalmente esser diverso il giudizio degli uomini circa il pregio ec. delle
          scritture, siccome è naturalmente diversissimo l’effetto loro (anche lasciando affatto da
          parte l’invidia l’ignoranza e cose tali che variano o falsificano i giudizi per colpa
          umana, sebbene anch’esse inevitabili e naturali); e quanto la fama degli scritti,
          scrittori, stili ec. dipenda dalle circostanze, e da infinite e diversissime circostanze,
          e combinazioni di circostanze. L’arte dello scrittore si riduce e deve ridurre a osservar
          qual effetto quali idee, appresso a poco ed in grosso e confusamente parlando, producano o
          sogliano produrre tali o tali parole e combinazioni e usi loro nel più degli uomini o de’
          nazionali generalmente considerati, nel più delle circostanze di ciascheduno e nelle più
          ordinarie, per natura o per gli abiti più invalsi ec. ec. E gli scritti, scrittori e stili
          che sono in maggior fama e pregio, son quelli che meglio e più felicemente hanno osservato
          le dette cose e regolatisi secondo le dette osservazioni e saputo trarne vantaggio ed
          applicarle all’uso e conformarvi i loro modi di scrivere; non quelli che a tutti, neanche
          a’ nazionali, in ogni tempo e circostanza loro, piacciono e producono lo stesso effetto, e
          nello stesso grado, o pur solamente producono effetto qualunque, o una stessa sorte di
          effetto; chè tutto questo è impossibile ad uomo nato e di niuno o poeta o scrittore ec.
          libro, stile ec. si verifica, nè è per verificarsi mai, <pb ed="aut" n="3954"/> nè mai si
          verificò.</p>
        <p>Si applichino eziandio le dette osservazioni alla difficoltà o impossibilità di ben
          tradurre, a ciò che perde un libro nelle traduzioni le meglio fatte, all’assoluta
          impossibilità, e contradizione ne’ termini, dell’esistenza di una <emph>traduzione
            perfetta</emph>, massime in riguardo ai libri il cui principal pregio, o tutto il pregio
          o buona parte spetti allo stile, all’estrinseco, alle parole ec. o col cui effetto queste
          sieno particolarmente ed essenzialmente legate ec., come debbono esser necessariamente più
          o meno tutti i libri di vera poesia in verso o in prosa ec. ec. (7. Dec. 1823.). — Si
          estendano ancora le dette osservazioni alla diversità delle idee concomitanti di una
          stessa parola ec. e quindi dell’effetto di una stessa scrittura ec. secondo i tempi, e le
          nazioni, i forestieri o nazionali, posteri più o meno remoti, o contemporanei ec. E quindi
          alla poca durevolezza ed estensione possibile della fama e stima di una scrittura per
          ottima ch’ella sia, almeno dello stesso grado e qualità di fama e stima, e del giudizio di
          essa ec., massime essendo impossibili le traduzioni perfette, o dall’antico nel moderno, o
          d’uno in altro moderno ec., come di sopra. E le differenze occasionate ne’ lettori da
          quelle de’ tempi, costumi, climi, luoghi ec. ec. ec. (7. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Quoi qu’on en dise, il vaut mieux être heureux par l’erreur que
              malheureux par la vérité</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <title>Lettres du Roi de <pb ed="aut" n="3955"/> Prusse et de M. d’Alembert</title>.
            Lettre 101. du Roi, fin</bibl>. Parla del vantaggio delle illusioni. (8. Dec. Festa
          della Concezione Immacolata di Maria Vergine Santissima. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grazia dal contrasto. Parolacce in bocca di donne o di forme e maniere maschili, o
          gentili e delicate ec. Parole, discorsi, modi, atti, pensieri ec. tiranti al maschile,
          assennati, dotti ec. in donne di forme ec. maschili o all’opposto ec. S’intende di donne
          avvenenti ec. e che la maschilità non passi i termini del grazioso nello sconveniente ec.
          V. p. 3961. (8. Dec. Festa della Concezione. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Da <foreign lang="fre" rend="italic">chaudron</foreign> (caldaio), diminutivo di <foreign
            lang="fre" rend="italic">chaudière</foreign> (calderone), <foreign lang="fre"
            rend="italic">chaudronnier</foreign> in senso positivo cioè <emph>calderaio</emph>.
          Infiniti sono e in latino e massime nel latino basso e nelle lingue figlie i derivati e di
          questo e d’altri molti generi, e sorte di significati ec. V. p. 4006. ec. che avendo un
          senso positivo, e corrispondente a quello del positivo da cui hanno origine, sono però
          fatti da un diminutivo (usitato o no, ed anche semplicemente supposto) di esso positivo,
          sia ch’esso diminutivo abbia un uso positivato, o no, ec. e che tali voci derivino dal
          latino, o no, ec<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Vedi la pag. 3963. lin. 18. 3980. lin. 3. 4.</p>
          </note>. Forse la ragione di tali derivativi che in senso positivo sono formati da’
          diminutivi, si è che essi e fors’anche i diminutivi da cui derivano, hanno un senso
          frequentativo o cosa simile<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat">Purulentus, purulentia</foreign> ec., <foreign lang="lat"
                >esculentus, virulentus, vinolentus</foreign> v. la pag. 3968-9. 3992. <foreign
                lang="lat">temulentus</foreign> ec. <foreign lang="lat">nidulor</foreign>, se non è
              freq. o frequen-dimin.</p>
          </note>. Infatti la diminuzione in senso di frequentazione assolutamente e unicamente,
          ovvero in compagnia di questo senso, è comunissima nel latino nell’italiano ec. come
          altrove in più luoghi. E molti assoluti frequentativi (verbi o nomi ec.) non sono che per
          la forma diminutiva che hanno, e questa si è la sola che in essi indica la frequenza ec.
          sia che i positivi di senso o di forma o d’ambedue ec. si trovino ed usino, o no, neanche
          vi possano essere, come spesso accade in italiano, ec. p. e. <emph>balbettare</emph> non
          ha nè potrebbe <pb ed="aut" n="3956"/> avere <emph>balbare</emph>, al quale però
          equivarrebbe ec. (8. Dec. Festa dell’immacolata Concezione di Maria. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove che i verbali in <emph>us us</emph> derivano da’ supini, ec. Osservisi il
          supino in <emph>u</emph>. Questo non sembra esser altro che l’ablativo del verbale in
            <emph>us us</emph>. Di modo che io credo che il supino in <emph>um</emph> altresì
          originariamente non sia altro che l’accusativo singolare del verbale rispettivo in
            <emph>us us</emph>, usitato o inusitato che sia, poichè il supino in <emph>u</emph> non
          è altro che l’ablativo di quello in <emph>um</emph>, e che il supino in <emph>u</emph>
          sembra evidentemente appartenere a un nome della quarta. ec. (8. Dec. 1823. Festa della
          Concezione.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Italianismi nello Spagnuolo, del che altrove. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >Quizà</foreign> (cioè forse) voce che fino ne’ Vocabolari del 600 si dà per antica
          (bench’io la trovo in uso, anche frequente, presso i moderni eziandio). Pretto e manifesto
          italianismo, sì per la forma (in ispagnuolo si direbbe <foreign lang="spa" rend="italic"
            >quien sabe</foreign>?), sì pel significato, poichè anche noi, massime nel linguaggio
          parlato, e questo familiare, usiamo non di rado <emph>chi sa? chi sa che non, chi sa
          se</emph> ec. per <emph>forse</emph> o in sensi simili. (8. Dec. Festa della immacolata
          Concezione di Maria. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Si dice con ragione, massime delle cose umane, e terrene, che tutto è piccolo. Ma con
          altrettanta ragione si potrebbe dire, anche delle menome cose, che tutto è grande,
          parlando cioè relativamente, come ancor parlano quelli che chiamano tutto piccolo, perchè
          nè piccola nè grande non è cosa niuna assolutamente. Sicchè non è per vero dire nè più
          ragionevole nè più filosofico il considerare qualsivoglia cosa umana o qualunque, come
          piccola, che il considerare essa medesima cosa come grande, e grandissima ancora, se così
          piace. E ben vi sono quasi altrettanti aspetti e riguardi, tutti egualmente <pb ed="aut"
            n="3957"/> degni di filosofo, altrettanti, dico, per la seconda affermazione che per la
          prima. Ed anche il mondo intero e universo e tutta la università delle cose o esistenti o
          possibili o immaginabili, a paragone di cui chiamiamo piccole e menome le cose umane,
          terrene, sensibili, a noi note, e simili, può nello stesso modo esser considerata come
          piccola e menoma cosa, e d’altro lato come grande e grandissima. Niente manco che mentre
          delle cose umane si chiamano piccole verbigrazia quelle degli oscuri privati a paragone di
          quelle de’ vastissimi e potentissimi regni, e nondimeno queste ancora, grandissime a
          paragon di quelle, si chiamano da’ filosofi piccolissime e nulle sotto altro rispetto, è
          ben ragionevole che sotto diversi rispetti, quelle eziandio de’ privati ed oscurissimi
          individui, sieno chiamate, anche da’ filosofi, grandi e grandissime, di grandezza niente
          men vera o niente più falsa che quella delle cose de’ massimi imperii. (8. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In tutta l’America, abitata certo e frequentata da tempi remotissimi, poichè non s’ha
          notizia nè memoria alcuna del quando incominciasse, non si è trovato alcuna sorta di
          alfabeto nè orma alcuna di alfabeto, nè cosa che alla natura di esso si avvicinasse. Non
          ostante la molta e maravigliosa coltura, le arti, manifatture, fabbriche ammirabili,
          politica squisita e legislazione, ed altre grandi e numerose parti di civiltà che si
          trovarono nel paese soggetto al regno degl’Incas<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <bibl>V. il <title>Saggio</title> di <author>Algarotti</author> sugl’Incas</bibl>.</p>
          </note>, cominciato da tre secoli prima della scoperta e conquista d’esso paese (cioè nel
          sec. 13.); e più ancora nel Messico, la cui civilizzazione credo che sia ancora più
          antica. Dico <pb ed="aut" n="3958"/> dell’ultima e più nota civiltà, poichè s’hanno molti
          indizi, e di tradizioni patrie, e d’avanzi d’edifizi e monumenti di gusto e maniera
          diversa da quelli dell’ultima epoca di civiltà, e d’altre cose, che dimostrano esservi
          state altre epoche in cui questa o quella parte dell’America (in particolare il Perù) fu,
          non si sa fino a qual segno, civile o dirozzata. Massime che l’America fu soggetta a
          rivoluzioni frequentissime e totali ne’ paesi ov’elle accadevano, trasmigrazioni e totali
          estinzioni d’interi popoli e città, e devastazioni e assolamenti d’intere provincie, per
          la ferocia e frequenza e quasi continuità delle guerre, come ho detto altrove in più
          luoghi (v. la pag. 3932. fra l’altre, con quelle ivi citate, e il pensiero a cui
          quest’ultime appartengono). La scrittura del regno degl’incas si faceva con certi nodi (<bibl>
            <author>Algarotti</author>
            <title>Saggio sugl’Incas.</title> opp. Cremona t. 4. p. 170-1</bibl> ); quella del
          Messico consisteva in pitture. Queste osservazioni si applichino al detto altrove 1. sopra
          l’unicità dell’invenzione dell’alfabeto, 2. sopra la difficoltà di questa invenzione tanto
          necessaria alla civiltà, e quindi tanto principal cagione dello snaturamento dell’uomo
          ec., 3. sopra le differenze essenziali tra lo stato de’ popoli anche civili, che non
          abbiano avuto relazioni tra loro, 4. sopra l’unicità di tutte o quasi tutte le invenzioni
          più difficili, e più contribuenti alla civiltà, dimostrata dall’esser esse, benchè
          necessarissime, state sempre ignote ai popoli, anche fino a un certo segno civili, che non
          hanno avuto che fare cogli europei ec. dopo esse invenzioni, o viceversa agli europei ec.
          benchè civilissimi, quelle degli altri popoli, ancorchè molto addietro in coltura, e ciò
          per lunghissimi secoli, fino al cominciamento delle relazioni scambievoli degli europei
          ec. e di tali popoli. (8. Dec. Festa della Concezione. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3959"/> Quanta fosse la difficoltà e dell’invenzione dell’alfabeto, e
          della sua applicazione alla scrittura, e alle diverse lingue antiche successivamente, e
          quanta dovesse essere l’irregolarità e falsità delle prime scritture alfabetiche e delle
          prime ortografie (difetti che si veggono ancora notabilissimi nelle più antiche scritture,
          cioè nell’orientali, come ho detto altrove, p. e. nell’ebraica, ch’è senza vocali, come
          molte altre orientali ec., difetti perpetuati poi in esse scritture, fino anche a’ nostri
          tempi, in quelle che sono ancora in uso ec.), si può congetturare dalle cose dette da me
          altrove in più luoghi circa la difficoltà dell’applicare primieramente la scrittura alle
          lingue moderne, e regolarne l’ortografia, e farla corrispondere al vero suono ec. delle
          parole, e circa l’irregolarità e falsità delle ortografie moderne ne’ loro principii, anzi
          pur fino all’ultimo secolo in Italia, ed altrove, massime in Francia, sino al dì d’oggi;
          non ostante e che si avessero modelli chiarissimi, completissimi e perfettissimi di
          scrittura e ortografia nel latino e nel greco; e che l’uso dello scrivere fosse da tanti
          secoli fino a quel tempo inclusivamente, così comune; e che gli uomini fossero tanto men
          rozzi e più sperti in ogni cosa che non al tempo della prima invenzione ed uso
          dell’alfabeto e sua successiva applicazione alle varie lingue; e queste benchè bambine,
          pure certamente più formate, e meno incerte, arbitrarie, istabili, informi che al detto
          tempo, in cui l’uomo non aveva ancora mai usato nè conosciuto nè avuto esempio alcuno di
          lingua non che perfetta, ma degna del nome di lingua, al contrario di allora che si
          conoscevano e s’erano <pb ed="aut" n="3960"/> parlate, scritte ec. ec. sì generalmente per
          tanti secoli le lingue greca e latina sì perfette, oltre tante altre colte; e finalmente
          non ostante la somma civiltà e il punto di perfezione a cui sono arrivate e in cui si
          trovano le cognizioni ec. dello spirito umano in questi tempi, e la tanta esattezza
          divenuta sua propria in ogni cosa, e caratteristica di questi secoli, e la facoltà
          d’invenzione e di applicazione ec. e gusto e frequenza di riforme e di perfezionamenti ec.
          ec. Si giudichi dunque con queste proporzioni della difficoltà, irregolarità ec. delle
          scritture antiche ec. come sopra. (8. Dec. 1823. Festa della immacolata Concezione di
          Maria Vergine Santissima.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Disperser</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >dispergo-dispersum</foreign>. (8. Dec. 1823. Festa della immacolata Concezione di Maria
          Vergine Santissima.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il <emph>v</emph> non è che un’aspirazione ec. <emph>Tovaglia</emph> it. — <foreign
            lang="spa" rend="italic">toalla</foreign>, che anche si scrive <foreign lang="spa"
            rend="italic">toballa</foreign> (<bibl>
            <author>Cervantes</author>, <title>D. Quijote</title>
          </bibl>), e <foreign lang="spa" rend="italic">toaja</foreign> spagn. (9. Dec. Vigilia
          della Venuta della S. Casa. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii passivi in senso attivo o neutro ec. <foreign lang="spa" rend="italic"
            >Atentado</foreign> cioè <emph>prudente accorto cauto</emph> ec. da <foreign lang="spa"
            rend="italic">atentar</foreign> cioè <emph>tastare</emph>. Corrisponde appunto al lat.
            <foreign lang="lat" rend="italic">cautus</foreign>, voce che originariamente è
          participio, e che spetta a questa medesima categoria, come altrove. Similmente l’ital.
            <emph>avvisato</emph> e simili, di cui altrove. <bibl>V. ancora i <title>Diz.
            spagn.</title> in <foreign lang="spa" rend="italic">recatado, recatar</foreign>
          </bibl> ec. (9. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che <foreign lang="spa" rend="italic">mentar</foreign>, <emph>rammentare,
          ammentare</emph> ec., o se non altro il primo, non venga da <foreign lang="lat"
            rend="italic">mente</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. il Gloss. ec. Ramentevoir franc. antico.</p>
          </note>, ma dal sup. <foreign lang="lat" rend="italic">mentum</foreign> dell’inusitato
            <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign> di cui non sussiste in latino che il
          perf. <foreign lang="lat" rend="italic">memini</foreign>, e del quale altrove? (9. Dec.
          Vigilia della Venuta della S. Casa. 1823.). V. p. 3985.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3961"/> Che <foreign lang="spa" rend="italic">recatar</foreign> ec. sia
          quasi <emph>recautare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">recautum</foreign> di un
            <foreign lang="lat" rend="italic">recaveo</foreign>? <bibl>V. i Diz. spagn. e il
          Gloss.</bibl> ec. (9. Dec. 1823.). V. p. 3964.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altrove ho notato non so qual verbo composto con preposizione latina inusitata nelle
          lingue moderne, ch’è usitato nelle lingue moderne e non si trova nel latino. Di questi
          tali sì verbi sì vocaboli qualunque, ve ne sono moltissimi nelle lingue nostre, e
          l’argomento da me fatto intorno al suddetto verbo si deve stendere a tutti questi altri.
          (9. Dec. 1823.). V. p. 3969.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3955. marg. Ovvero che la sua straordinarietà sia di quelle che producono un
          bello straordinario (e quindi grazioso, anzi tale che si chiama piuttosto grazia che
          bellezza) cioè un accozzamento di parti ec. che non sogliono riunirsi insieme a produrre e
          formare il bello, ma tra cui non v’ha sconvenienza veruna, del qual genere di bellezza, e
          di grazia, che può però essere di molte specie, ho detto altrove, non so se estensivamente
          a tutte le specie di cui tal genere è capace. (9. Dec. 1823.). V. p. 3971.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ippocrate nel libro <title lang="lat">de aere, aquis et locis</title> (p. 29. class.1
          dell’ediz. del Mercuriale. Venet. 1588. fol. ap. Iuntas, in due tomi, ciascuno diviso in
          due classi) parla di una nazione che chiama de’ Macrocefali, presso i quali stimandosi
            <foreign lang="grc">γενναιότατοι</foreign> quelli ch’avessero la testa più lunga, era
          legge che a’ bambini ancor teneri, quanto più presto colle mani si riducesse la figura
          della testa in modo che fosse lunga e così si facesse crescere obbligandola con fasce e
          altre stretture. Aggiunge ch’al tempo suo questa legge e questo costume non s’osservavano
          più, ma che i bambini naturalmente nascevano colla testa così figurata, perchè prodotti da
          genitori che tale l’avevano. Che però negli ultimi tempi già non nascevano e non erano più
          tutti <pb ed="aut" n="3962"/> nè tanti, come prima, di lunga testa, per lo disuso della
          legge.</p>
        <p>Or <bibl>vedi la par. 1. della <title>Cronica del Peru</title> di <author>Pietro de
            Cieça</author> (della quale op. v. la p. 3795-6.), capitulo 26. car. 66. p. 2-67. p. 1.
            e cap. 50. car. 136. p. 2.</bibl> ed altrove, circa la stessa costumanza di figurar le
          teste de’ bambini a lor modo, propria di molte popolazioni selvagge dell’America
          meridionale. Or che relazione ebbero mai questi coi Macrocefali? E questo costume è forse
          cosa che la natura l’insegna, e in cui gli uomini facilmente, benchè per solo caso,
          debbano concorrere? Si applichi questa osservazione a quelle sopra l’unicità dell’origine
          del genere umano; l’antica e ignota divisione di popoli già <foreign lang="grc"
          >ὁμόφυλοι</foreign>, poi, fino da quando comincia la memoria delle storie, lontanissimi e
          separatissimi e diversissimi; l’unicità delle invenzioni e scoperte, dell’origine di
          moltissimi usi o abusi ec. ec. molti de’ quali si danno oggi per naturali solo per esser
          comuni, e son comuni solo per esser nati prima della divisione del genere umano, o dello
          allontanamento delle sue parti, e sua dilatazione ec<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Puoi ved. la p. 3988. Si può anche applicare al discorso sopra le barbarie della
              società umana ec. (p. 3797-802.).</p>
          </note>. E a questo medesimo proposito si applichi il luogo greco da me citato a pag.
          2799. dove si narra un costume simile o conforme a quello di tanti e tanti altri selvaggi
          antichi, moderni, presenti, che nulla hanno avuto a far mai (in tempi che si sappiano) nè
          cogli Sciti di cui quivi si parla, nè tra loro. V. p. 3967. E quanti altri sono i costumi,
          credenze ec. affatto conformi tra selvaggi i quali non si può vedere come abbiano mai
          potuto aver, non ch’altro, notizia, gli uni degli altri; isolani, remotissimi. Eppur le
          dette conformità sono sovente tali e tante, ed anche così diffuse, e per altra parte così
          lontane, contrarie ec. alla natura, che <pb ed="aut" n="3963"/> per una parte sarebbe
          stolto l’attribuirle al caso, per l’altra non se <add resp="ed">ne</add> può trovare
          cagione alcuna probabile, se non se ec. — Uso delle settimane ec. ec. (9. Dec. Vigilia
          della Venuta della S. Casa. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Situla-sitella, tabula-tabella</foreign>. V. la pag.
          3844, (9. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il Forc. dice che <foreign lang="lat" rend="italic">sportella</foreign> è diminutivo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">sportula</foreign>, benchè pur si trova <foreign
            lang="lat" rend="italic">sporta</foreign>, di cui <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sportula</foreign> è diminutivo. Forse si troverà che tutti i diminutivi in <foreign
            lang="lat" rend="italic">ellus ella ellum</foreign> sono fatti da nomi (o verbi ec.) in
            <emph>ulus</emph>, noti o ignoti, diminutivi o no, positivati o assoluti ec<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Capsula, parva capsa; capsella, parva
              capsula</foreign>. Forc. Pare che, se non altro, il Forc. creda che il diminut. in
                <emph>ellus</emph> ec. dinoti maggior diminuz. che quello in <emph>ulus</emph> ec.,
              quando anche ei non lo creda sempre o non mai un <emph>sopraddiminutivo</emph>.
                <foreign lang="lat" rend="italic">Oculus-ocellus</foreign> (<foreign lang="lat"
                rend="italic">oculus</foreign>, come dico altrove, non è diminut. come altrove io
              aveva detto, o è positivato ec. sicchè <foreign lang="lat" rend="italic"
              >ocellus</foreign> non è sopraddiminutivo ec.).</p>
          </note>. In tal caso <foreign lang="lat" rend="italic">sportella</foreign> sarebbe un
          sopraddiminutivo di <foreign lang="lat" rend="italic">sporta</foreign>, giusta l’uso sì
          frequente in italiano de’ doppi e tripli diminutivi, e come ho detto altrove di <foreign
            lang="lat" rend="italic">anellus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >anulus</foreign>, se non che <foreign lang="lat" rend="italic">anulus</foreign> è in
          significato diverso o per natura o per estensione dal suo positivo ec. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Catena-catella. Catus-catulus catellus catellulus</foreign> (v. il Forc.
          in tutte queste voci). <foreign lang="lat" rend="italic">Vitulus vitellus</foreign>.
            (<bibl>v. il <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Catellus</foreign>
          </bibl>). <foreign lang="lat" rend="italic">Vitellus</foreign> è positivato, almeno nelle
          nostre lingue, ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Catinus catillus, catinum-catillum,
            catillo as, catillo onis</foreign>, ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Patina</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">patena-patella</foreign>
          (positivato; v. il Forc.). Pare che da <foreign lang="lat" rend="italic">patina</foreign>
          sarebbe piuttosto <foreign lang="lat" rend="italic">patilla</foreign> che <foreign
            lang="lat" rend="italic">patella</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Patellarius</foreign> ec. vedi la pag. 3955. Se fosse vero che i diminutivi in
            <emph>ellus</emph> non fossero che da’ vocaboli in <emph>ulus</emph> (e i verbi in
            <emph>ellare</emph> diminutivo, da quelli in <emph>ulare</emph>, e così gli avverbi
          ec.), <foreign lang="lat" rend="italic">catillus</foreign> e gli altri simili, o sarebbero
          contrazioni di <foreign lang="lat" rend="italic">catinulus</foreign> (e allora non
          deriverebbero, ma sarebbero tutt’uno col nome in <emph>ulus</emph>) o vero di <foreign
            lang="lat" rend="italic">catinellus</foreign> fatto da un <foreign lang="lat"
            rend="italic">catinulus</foreign> (che pur si trova). (9. Dec. 1823.). <foreign
            lang="lat" rend="italic">Cistella</foreign> sarebbe diminutivo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">cistula</foreign> e non di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cista</foreign> ec. (9. Dec. Vigilia della Venuta della Santa Casa. 1823.). V. p. 3968.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3964"/> Alla p. 3961. principio. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Catus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">cautus</foreign>, v. Forcell.
            <foreign lang="spa" rend="italic">Recatar</foreign> per <foreign lang="spa"
            rend="italic">recautar</foreign> sarebbe un grandissimo arcaismo (quanto alla
          soppressione dell’u) conservato in una lingua moderna ec. (9. Dec. 1823.). V. p. 3980.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove che bisogna esattamente distinguere tra’ vocaboli e modi latini
            <emph>conservati</emph> nelle lingue moderne, o <emph>ricuperati</emph> per mezzo della
          letteratura, scienze, diplomatica, politica, canoni, giurisprudenza, cose ecclesiastiche,
          liturgie ec. (o conservati ancora per questi mezzi, ma non per l’uso della favella
          ordinaria ec.). La stessa distinzione bisogna fare circa le forme delle parole ec. atteso
          massimamente che le ortografie moderne sono state da principio ed anche in seguito lungo
          tempo modellate sul latino, peccarono assai e lungamente per latinismo che nella
          rispettiva lingua parlata non si trovava, furono inesattissime ec. di tutte le quali cose
          ho detto in più luoghi. (9. Dec. Vigilia della Venuta. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Parlo altrove de’ dialetti d’Omero. Posto che il dialetto Ionico non fosse il comune o il
          più comune, e perciò prescelto, l’avere Omero scritto in un dialetto piuttosto che nella
          lingua comune, non prova altro se non che questa a’ suoi tempi non v’era; e il non esservi
          prova che non vera ancora letteratura greca formata, perchè nè questa poteva esservi senza
          quella, e la mancanza di lingua comune è segno certo ed effetto non d’altro che della
          mancanza di letteratura nazionale o della sua infanzia, poca diffusione ec. Similmente
          dico di Democrito ec. Ctesia è più moderno, ma forse anteriore al pieno della letteratura
          ateniese, <add resp="ed">di</add> Erodoto<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 3982.</p>
          </note> e degli altri che ne’ più antichi tempi scrissero ne’ dialetti loro nativi e non
          in lingua comune. Del resto se Omero usò e mescolò anche gli altri dialetti più di quello
          che poi fosse fatto dagli altri scrittori greci, anche poeti, prevalendo però in lui
          l’ionico, il simile fece Dante, che <pb ed="aut" n="3965"/> usò e mescolò i dialetti
          d’Italia molto più che poi gli altri, anche poeti, e a lui vicini, non fecero, e che oggi
          niuno farebbe, perchè v’è lingua comune, e questa certa e formata e determinata, e tutto
          ciò principalmente a causa della letteratura. Se poi alcuni, come Empedocle e Ippocrate,
          non essendo ioni ec., scrissero nell’ionico<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>V. p. 3982.</p>
          </note>, ciò fu perchè Omero l’aveva usato e fatto famoso e atto alla scrittura, e creduto
          solo o principalmente capace di essere scritto, nel modo stesso che poi l’abbondanza degli
          scrittori ateniesi, maggiore che quella degli altri, rese comune, e per sempre, il
          dialetto attico, o una lingua partecipante massimamente dell’attico, e lo ridusse ad
          essere il greco propriamente detto sì nell’uso dello scrivere, sì in quello del parlare,
          massime delle persone colte<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Del resto l’uso dell’ionico fatto anticam. dagli non ionici prova con certezza che il
              ionico o era il greco comune, o il più comune, o il solo o il più applicato e quindi
              atto alla letterattura e al dir colto ec. o il più famoso ec. V. p. 3991.</p>
          </note>; e nel modo stesso che in Italia per simil cagione è avvenuto rispetto al toscano,
          mentre prima, come in Grecia l’ionico invece dell’attico, così in Italia si era fatto
          comune ec. non il toscano, ma il siculo ec. per la coltura di quella corte e poeti ec. e
          loro abbondanza preponderante ec. Onde molto s’ingannano, secondo me, quelli sì antichi
          (vedi i luoghi cit. alla pagina 3931.) sì moderni (che sono, io credo, non pochi) i quali
          riconoscono l’uso o preponderanza del dialetto ionico in Omero, in Ippocrate ec. e nelle
          scritture dell’antica Grecia da questo, che il dialetto ionico, secondo loro, o almen
          quello di detti scrittori quale egli si è ec. era l’antico dialetto attico, e usato dagli
          ateniesi. Il che, se non hanno altri argomenti per provarlo, certamente non è provato
          dall’uso di quegli scrittori, poichè che diritto e che mezzo aveva allora il dialetto
          ateniese per esser preferito agli altri nelle scritture? Essi cadono nel solito errore,
            <pb ed="aut" n="3966"/> sì comune per sì lungo tempo (e fin oggi) in Italia, anche fra’
          più dotti e imparziali, circa il dialetto toscano, cioè di credere che l’attico prevalesse
          agli altri dialetti per se (mentre niun dialetto prevale per se, giacchè quanto
          all’ordine, forma ec. esso non l’ha prima della letteratura, quanto alla bellezza del
          suono materiale ec. questo è un sogno, perchè a tutti i popoli e parti di essi è più bello
          degli altri suoni quello che gli è dettato dalla natura, e quindi quello del dialetto
          nativo, e imparato nella fanciullezza ec.), e non per causa della preponderante
          letteratura e scrittori attici, la qual causa a’ tempi d’Omero ec. non esisteva, anzi
          Atene non aveva, che si sappia, scrittore alcuno, non che n’abbondasse particolarmente ec.
          Neanche era potente, nè commerciante, nè che si sappia, assai culta, o più culta degli
          altri, seppure aveva coltura alcuna notabile. Bensì lo erano gl’ioni ec. e questo appunto
          produsse o fece possibile un Omero ec. Se poi hanno altre prove della detta proposizione,
          certo ragionano a rovescio pigliando per effetto la causa, e per causa l’effetto. Poichè
          se quello fu allora il dialetto attico, ciò venne appunto perch’esso aveva avuto scrittori
          e letteratura, e così fattosi comune ec., ovvero a causa del commercio e potenza e della
          coltura degl’ioni, alla qual coltura non avrà poco contribuito la stessa letteratura che
          n’aveva avuto origine ec. Del resto gli attici erano molto facili ad adottare le voci e
          modi greci stranieri, e anche i barbari, almeno ne’ tempi susseguenti; e lo dice Senofonte
          in un luogo da me citato e discusso altrove. (9. Dec. 1823. Vigilia della Venuta della
          Santa Casa di Loreto.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3967"/> L’infinito per l’imperativo, del che altrove. Hippocrates in fine
          libri <title lang="lat">de aere aquis et locis</title>. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀπὸ δὲ τουτέων τεκμαιρόμενος, τὰ λοιπὰ ἐνθυμέεσθαι, καὶ οὐχ
            ἁμαρτήση</foreign>
          </quote>. Sono le ultime parole del libro. (10. Dec. dì della Venuta della S. Casa.
          1823.). Questo modo è frequentissimo in Ippocrate da per tutto, come precettista ch’egli
          è.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Taureau</foreign>. Molti de’
          diminutivi ch’io chiamo positivati potranno ben trovarsi usati alle volte, più o men
          sovente, o da’ più antichi o da’ più moderni ec. ed usarsi ancora, in senso veramente
          diminutivo, o pur frequentativo ec. ec. E sia anche il più delle volte. A me basta che
          talora abbiano o abbiano avuto ec. senso positivo, conforme al positivo ec. (10. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3962. È noto che Alboino re de’ Longobardi <quote>
            <emph>fece del teschio di Comundo</emph> (re de’ Zepidi, suo nemico) <emph>una tazza,
              con la quale in memoria di quella vittoria</emph> (sopra i Zepidi) <emph>bevea</emph>
          </quote> (<bibl>
            <author>Machiav.</author>
            <title>Istorie fiorent.</title> lib.1. opp. 1550. p. 9</bibl>.), e come da questo ebbe
          origine la sua uccisione ordinata da Rosmunda sua moglie e figlia di Comundo, per mano di
          Almachilde (id. ib.). Da ciò si vede che questo costume dovette anche esser proprio de’
          Longobardi (giacchè io non convengo col Machiavelli che attribuisce questo fatto in
          particolare all’ <quote>
            <emph>efferata natura</emph>
          </quote> di Alboino), popolo settentrionale e forse non estremamente lontano dagli Sciti,
          benchè d’altra razza e d’altro genere di lingua a quello ch’io credo. Poichè gli Sciti
          spettano alla razza slava. I Longobardi, cred’io, alla tedesca. (10. Dec. dì della Venuta
          della S. Casa di Loreto. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3968"/> Alla p. 3963. fine. Se i diminutivi in <emph>ellus</emph> ec.
          fossero fatti sempre da voci in <emph>ulus</emph>, lo stesso si dovrebbe dire di quelli in
            <emph>illus, illare</emph> ec. Quindi p. e. <foreign lang="spa" rend="italic"
            >conscribillo</foreign> sarebbe da un <foreign lang="lat" rend="italic"
          >conscribulo</foreign>. — Al detto di <emph>patella</emph>, aggiungi l’ital.
          <emph>padella</emph>, positivato (restando <emph>patena</emph> pel vaso sacro ec.), benchè
          forse quello che oggi si chiama <emph>padella</emph> non sia precisamente conforme a
          quello o quei vasi che si chiamavano in lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >patinae</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">patenae</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">patellae</foreign>, e quindi il significato di tal diminutivo
          positivato <emph>padella</emph> non sia forse precisamente il medesimo del suo positivo
          latino, cosa inevitabile quasi in quelle voci che appartengono a oggetti di usi ec. sempre
          variabilissimi più d’ogni altra cosa. Ma in tal caso la significazion del diminutivo
            <emph>padella</emph> non sarebbe neppur la medesima del diminutivo <emph>patella</emph>,
          ch’è pur certamente positivato, e con cui <emph>padella</emph> è materialmente una stessa
          voce. Insomma <emph>padella</emph> è certamente un diminutivo positivato. V. i francesi e
          gli spagnuoli e il Gloss. ec. (10. Dec. dì della Venuta. 1823.). V. p. 3971.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove del diminutivo o vezzeggiativo ec. positivato <emph>figliuolo</emph>,
          aggiungi i suoi derivativi ec. pur positivati, come <emph>figliolanza</emph>. (10. Dec.
          Festa della Venuta. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto, non mi ricordo il dove, di un diminutivo, mi pare, italiano che la sua
          inflessione in <emph>ol</emph> (sia verbo o sia nome ec. che non mi sovviene) dimostrava
          lui essere originariamente latino. Ma si osservi che la diminuzione in <emph>olo,
          olare</emph> ec. è non men propria dell’italiano moderno di quel che sia del latino quella
          in <foreign lang="lat" rend="italic">ulus, ulare, olus</foreign> (come in <foreign
            lang="lat" rend="italic">filiolus</foreign>) ec. Ben è vero ch’essa deriva onninamente
          da <pb ed="aut" n="3969"/> questa latina, anzi è la medesima con lei. Del resto l’aggiunta
            dell’<emph>u</emph> in questa nostra inflessione (come in <emph>figliuolo</emph> ec.).
          1. è una gentilezza della scrittura e ortografia, un toscanesimo, non è proprio della
          favella, seppur non lo è della toscana, e in tal caso, che non credo neanche in Toscana
          sia troppo frequente e’ sarebbe un accidente della pronunzia. 2. non si trova nelle più
          antiche scritture, nè in moltissime delle meno antiche, benchè esatte, anzi fuorchè nelle
          moderne, forse nel più delle scritture ella manca, e credo ancora che manchi regolarmente
          anche oggidì, almeno secondo l’ortografia della Crusca, in molte parole dove
          l’<emph>olo</emph> è pur lungo. 3. ella svanisce regolarmente (per la regola de’ dittonghi
          mobili) sempre che l’accento non è sull’<emph>o</emph>: quindi da <emph>figliuolo
            figliolanza</emph> ec. 4. essa è veramente una proprietà italiana onde anche da
            <emph>sono, bonus</emph> e tali altri o semplici, facciamo <emph>uo</emph>, come
            <emph>suono, buono</emph> ec. siccome gli spagnuoli <emph>ue</emph>, che pur si risolve,
          o ritorna, in <emph>o</emph> sempre che l’accento non è sull’<emph>e</emph>, come da
            <foreign lang="spa" rend="italic">volvo buelvo</foreign> e poi <foreign lang="spa"
            rend="italic">bolver</foreign> ec. V. p. 4008. E anche quando la desinenza ec. in
            <emph>olus</emph> o <emph>ulus</emph> ec. non è diminutiva, noi ne facciamo sovente
            <emph>uolo</emph> ec. come da <foreign lang="lat" rend="italic">phaseolus</foreign>,
            <emph>fagiuolo</emph> ec. 5. Essa manca sempre in moltissime parole italiane, come in
          tanti verbi diminutivi o frequentativi ec. in <emph>olare</emph> de’ quali ho detto
          altrove, che sarebbe sproposito scrivere in <emph>uolare</emph>. Insomma essa giunta non è
          propria di questa tale italiana inflessione diminutiva derivante dal latino, ma è un
          accidente di pronunzia o di ortografia italiana o toscana, che ha luogo anche in infiniti
          altri casi alienissimi da questa inflessione, e che in questa medesima non ha sempre luogo
          ec. (10. Dec. dì della Venuta della S. Casa di Loreto. 1823.). V. p. 3984.3992.3993.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3961. Così discorrasi ancora di cento altri generi di formazioni ec. latine e non
          proprie delle lingue moderne, che si trovano in mille parole moderne <pb ed="aut" n="3970"
          /> ignote nel latino, o solo note nel latino barbaro, mentre quelle formazioni ec. non
          sono proprie di questo e furono assolutamente proprie del buon latino, o speciali del
          latino antico ec. ec. (10. Dec. dì della Venuta della S. Casa di Loreto. 1823.). V. p.
          seguente, e 3985.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che <emph>male</emph> nelle nostre lingue spesso si usa per
          <emph>non</emph>, per particella privativa, ec. Questo è proprio particolarmente
          dell’antico delle nostre lingue, e fors’anche più in particolare, dell’antico francese. I
          francesi ora dicono <foreign lang="fre" rend="italic">mal</foreign>— ora <foreign
            lang="fre" rend="italic">mé</foreign>—, ch’è lo stesso (<foreign lang="fre"
            rend="italic">médire</foreign>, dir male), e così il nostro <emph>mis</emph>
            (<emph>misdire, misfare</emph>). Le quali particelle corrotte da <emph>mal</emph> e
          destinate alla composizione, ora significano veramente <emph>male</emph>, ora sono
          assolutamente negative o privative, come in <foreign lang="fre" rend="italic">mépriser,
            mépris</foreign>, <emph>miscredente, misleale</emph> ec. Questa particella
          <emph>mis</emph> (o simile) collo stesso uso è anche comune agl’inglesi, il che conferma
          il sopraddetto, cioè ch’ella e così <emph>mal</emph> ec. ond’ella è corrotta, fosse
          specialmente propria dell’antico delle nostre lingue, e particolarmente dell’antico
          francese. V. gli spagnuoli i quali se ne mancassero, sarebbero nuova prova di ciò, perchè
          lo spagnuolo non ha forse tanto tolto dal provenzale ec. quanto il nostro antico
          linguaggio, massimamente scritto ec. ec. Salvo sia sempre che <emph>mis</emph> ec. non si
          trovi essere di origine settentrionale, e di là venuta nell’inglese e nel francese ec.
          (10. Dec. Festa della Venuta. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii passivi in senso neutro. — Aggettivazione de’ participii. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Tacitus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">taceo</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">tacens</foreign>. Similmente in ispagnuolo <foreign
            lang="spa" rend="italic">callado</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic"
            >callante</foreign>, zitto (<quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">à todo havia estado suspenso y callado</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cervant.</author>
            <title>D. Quijote</title>
          </bibl>). Bisogna però osservare intorno a questo e simili participii di verbi neutri
          delle lingue moderne, usati nel senso del participio di forma attiva, se quel tal verbo
          non è o non <pb ed="aut" n="3971"/> fu neutro passivo, fatto poi assoluto per ellissi del
          pronome o sempre o talvolta. Cosa ch’è avvenuta ed avviene infinite volte nelle nostre
          lingue. P. e. <foreign lang="spa" rend="italic">callar</foreign> forse si disse ancora o
          solamente <foreign lang="spa" rend="italic">callarse</foreign>, come in fr. <foreign
            lang="fre" rend="italic">se taire</foreign>, e spesso anche in ital. <emph>tacersi, si
            tacque</emph> ec. benchè qui il pronome piuttosto ridonda, per proprietà di nostra
          lingua, come in altri assai casi, la qual proprietà non appartiene a questo discorso, e
          bisogna notare che un neutro assoluto non si pigli per neutro passivo a causa di essa, che
          sarebbe falso, onde tra noi il trovare un neutro col pronome, o presso gli antichi o
          presso i moderni non sempre è segno che quello sia neutro passivo, o lo sia stato ec. e
          poi soppresso il pronome, <foreign lang="spa" rend="italic">callar</foreign> o sempre o
          per lo più. In tal caso <foreign lang="spa" rend="italic">callado</foreign> nel senso
          suddetto, non sarebbe che in senso passivo, e non apparterrebbe al nostro discorso. (11.
          Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3968. Se i diminutivi in <emph>ellus</emph> ec. o <emph>illus</emph> ec. son
          fatti dalle voci in <emph>ulus</emph> ec. o sempre, o talvolta (ch’è fuor di controversia
          il talvolta), essi sono contrazioni di <emph>ulellus</emph> ec. <emph>ulillus</emph> ec.
          (11. Dec. 1823.). V. p. 3987.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. anteced. S’intende che tali composti, derivati ec. non sieno stati formati ec.
          dagli scrittori ec. ma propri della favella volgare, e tali che si possano credere
            <emph>conservati</emph>; come infatti ve ne sono, anche propri esclusivamente del solo
          dir familiare o parlato ec. o de’ più antichi e rozzi scrittori, e quindi certo delle
          favelle volgari di allora ec., in assai buon numero. (11. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3961. Spettano a detta categoria la grazia e l’effetto spesse volte singolare
          delle <emph>bellezze</emph> forestiere o che hanno del forestiero, sia che questo
            <emph>bello</emph> spetti alla fisonomia, al personale ec. ovvero alle maniere ec.,
          ovvero che le maniere sien forestiere e non il fisico, o viceversa ec. ec. ec. (11. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3972"/> Risulta da quello che in più luoghi si è detto circa la natura di
          una lingua atta (massime ne’ nostri tempi) veramente alla universalità, che ella non solo
          non può esser più delle altre lingue capace di traduzioni, di assumer l’abito dell’altre
          lingue, o tutte o in maggior numero o meglio che ciascun’altra, di piegarvisi più d’ogni
          altra, di rappresentare in qualunque modo le altre lingue; ma anzi ella dev’essere per sua
          natura l’estremo contrario, cioè sommamente unica d’indole, di modo ec. e sommamente
          incapace d’ogni altra che di se stessa, ed in se stessa minimamente varia, e da se
          medesima in ogni caso il men che si possa diversa. E una lingua che tenga l’estremo
          contrario è di sua natura, massime a’ tempi nostri, estremamente incapace
          dell’universalità. Non bisogna dunque figurarsi che una lingua universale nè debba nè
          possa portare questa utilità di supplire alla cognizione di tutte le altre lingue, di
          esser come lo specchio di tutte l’altre, di raccoglierle, per così dir, tutte in se
          stessa, col poterne assumer l’indole ec.; ma solo di servire <emph>in vece</emph> di tutte
          le altre lingue, e di esser loro <emph>sostituita</emph>. Anzi ella non può veramente
          altro ch’esser sostituita all’uso dell’altre e di ciascuna altra, e non supplire ad esse
          ec. Ben grande sarebbe quella utilità, ma essa è contraria direttamente alla natura di una
          lingua universale. Tale si è infatti la francese. Nè i francesi dunque nè gli stranieri si
          lusinghino di avere in quella lingua tutto ciò che potrebbero avere nell’altre, ma una
          lingua diversissima per sua natura dall’altre, il cui uso a quello di tutte l’altre
          possono facilmente sostituire. Nè stimino che volendo conoscer <pb ed="aut" n="3973"/>
          l’altre lingue, autori ec. il possederla francese, li dispensi più che alcun’altra lingua
          dallo studio di tutte l’altre, anzi per questo effetto la francese non serve a nulla, ed i
          francesi per parlare come nativa una lingua sommamente disposta alla universalità, si
          debbono contentare di avere una lingua incapacissima di traduzioni, inettissima a servir
          loro di specchio e di esempio, e fin anche di mezzo, per conoscere qualunque altra lingua,
          autore ec. Il fatto della lingua francese dimostra queste asserzioni. Sebbene i francesi
          coll’estrema trascuranza che hanno dell’altre lingue mostrano essere persuasi del
          contrario. La natura della greca era appunto l’opposto. Ella infatti perciò, anche nel
          tempo antico, non potè essere universale che debolissimamente e incomparabilmente alla
          possibile universalità di una lingua, ed anche all’effettiva presente universalità della
          francese, malgrado le molte qualità, e massimamente le infinite circostanze estrinseche
          (potenza, commercio, letteratura e civiltà unica della nazione che la parlava) che
          favorirono, (e per lunghissimo tempo), e quasi necessitarono la sua universalità, molto
          più che le circostanze estrinseche della francese ec. (11. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non è dubbio che la civiltà, i progressi dello spirito umano ec. hanno accresciuto
          mirabilmente e in numero e in grandezza e in estensione le facoltà umane, e generalmente
          le forze dell’uomo, il quale essendo ora, al contrario che da principio, più spirito che
          corpo, come dico altrove, può veramente, anche nelle cose materiali, infinitamente più che
          da principio. Ma bisogna vedere se queste nuove facoltà, questo accrescimento di forze ec.
          corrisponde ed era destinato dalla natura <pb ed="aut" n="3974"/> sì generale sì della
          specie umana in particolare, e giova o nuoce alla felicità d’essa specie, chè nocendo, è
          certo che non corrisponde alla natura ec. Di quante incredibili abilità vediamo noi col
          fatto che moltissimi animali (fino ai pulci addestrati da non so chi a tirare un
          cocchietto d’oro) sono capaci, e lo videro gli antichi che ne raccontano maraviglie,
          corrispondenti alle moderne, benchè alcune maggiori, per la maggiore industria degli
          antichi, in questa come in tante altre cose, manifatture, lavori d’arte ec. Chi non le
          avesse udite da testimonii irrecusabili, o vedute cogli occhi propri o ascoltate co’
          propri orecchi, neppur le avrebbe immaginate, nè figuratasene la possibilità, la capacità,
          l’attitudine fisica in quella specie di animali, come p. e. elefanti, cani, orsi, gatti,
          topi (cosa vera) ec. ec., anche ferocissime, e apparentemente le più incapaci di
          disciplina e di mutar costumi ec. e di mansuefarsi e obbedire agli uomini ec. Or chi dirà
          che tali abilità le quali accrescono le facoltà di quelli animali ec. fossero per ciò
          destinate dalla natura o generale, o loro particolare ec. giovino alla loro felicità ec. e
          che le loro rispettive specie sarebbero più perfette o meno imperfette, se tali abilità
          fossero in esse più comuni, o universali ec.? E senz’andar troppo lontano, quante
          proprietà abilità ec. lontanissime dalla sua primitiva condizione, non acquistano tuttodì
          sotto i nostri occhi, e tuttodì esercitano, i cavalli da tiro, da maneggio ec. proprietà
          ed abilità che non ci fanno più meraviglia alcuna, a causa dell’abitudine e frequenza, e
          che l’arte d’insegnar loro siffatte cose è comunissima e presentemente e da lungo tempo,
          facile; ma nè questa nè quelle sono perciò men degne di maraviglia. <pb ed="aut" n="3975"
          /> Or con tutto questo, e con tutto che il numero degl’individui così ammaestrati sia
          tanto, e così continuo e successivo ec. chi dirà che ec. come sopra? se non chi stima che
          tutto il mondo, e in questo la specie de’ cavalli, sia fatta di natura sua per servizio
          dell’uomo, e tenda a questo come a suo fine, e non abbia la sua perfezione fuor di questo,
          onde sia destinata e disposta naturalmente all’acquisto di quelle facoltà e qualità che si
          richiedono o convengono e giovano a tal servizio, di modo che un cavallo non sia
          perfettamente cavallo se e fino ch’ei non sa portare un uomo sul suo dosso, e obbedire a’
          suoi segni e prevenirli e indovinarli ec. ec. e far tutto questo perfettamente. (11. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Corbeau, corbin</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">corvus</foreign>. (11. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati greci. <foreign lang="grc">θηρίον, βιβλίον, σιτίον</foreign> co’
          loro derivati. Altri che forse pur sono, almen talvolta, positivati, <bibl>vedili nella
              <title>Gramm.</title> del <author>Weller</author>, Lips. 1756. p. 82.</bibl>, co’ lor
          derivati o composti ec. (12. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In Omero tutto è vago, tutto è supremamente poetico nella maggior verità e proprietà e
          nella maggior forza ed estensione del termine; incominciando dalla persona e storia sua,
          ch’è tutta involta e seppellita nel mistero, oltre alla somma antichità e lontananza e
          diversità de’ suoi tempi da’ posteriori e da’ nostri massimamente e sempre maggiore di
          mano in mano (essendo esso il più antico, non solo scrittore che ci rimanga, ma monumento
          dell’antichità profana; la più antica parte dell’antichità superstite), che tanto
          contribuisce per se stessa a favorire l’immaginazione. Omero stesso è un’idea vaga e
          conseguentemente poetica. Tanto che si è anche dubitato e si dubita ch’ei non sia stato
          mai altro veramente che un’idea. (12. Dec. 1823.). Il qual dubbio, <pb ed="aut" n="3976"/>
          stoltissimo benchè d’uomini gravissimi, non lo ricordo se non per un segno di questo
          ch’iodico.(12. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non è propria de’ tempi nostri altra poesia che la malinconica, nè altro tuono di poesia
          che questo, sopra qualunque subbietto ella possa essere. Se v’ha oggi qualche vero poeta,
          se questo sente mai veramente qualche ispirazione di poesia, e va poetando seco stesso, o
          prende a scrivere sopra qualunque soggetto, da qualunque causa nasca detta ispirazione,
          essa è certamente malinconica, e il tuono che il poeta piglia naturalmente o seco stesso o
          con gli altri nel seguir questa inspirazione (e senza inspirazione non v’è poesia degna di
          questo nome) è il malinconico. Qualunque sia l’abito, la natura, le circostanze ec. del
          poeta, pur ch’ei sia di nazione civile, così gli accade, e come a lui così a un altro che
          non avrà di comune con lui se non questo solo. ec. Fra gli antichi avveniva tutto il
          contrario. Il tuono naturale che rendeva la loro cetra era quello della gioia o della
          forza della solennità ec. La poesia loro era tutta vestita a festa, anche, in certo modo,
          quando il subbietto l’obbligava ad esser trista. Che vuol dir ciò? O che gli antichi
          avevano meno sventure reali di noi, (e questo non è forse vero), o che meno le sentivano e
          meno le conoscevano, il che viene a esser lo stesso, e a dare il medesimo risultato, cioè
          che gli antichi erano dunque meno infelici de’ moderni. E tra gli antichi metto anche,
          proporzionatamente, l’Ariosto ec. (12. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3977"/> Alla p. 3927. Questa moltiplicità incalcolabile di cause e di
          effetti ec. nel mondo morale non deve nè parere assurda o difficile ad ammettersi nè far
          meraviglia a chi consideri com’ella si trova evidentemente, e del pari infinita e
          incalcolabile nel mondo fisico. Nè la medicina, nè la fisiologia, nè la fisica, nè la
          chimica, nè veruna anche più esatta e più materiale scienza che tratti delle più sensibili
          e meno astruse parti ed effetti della natura<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. seg.</p>
          </note>, non possono mai specificare nè calcolare nemmeno per approssimazione, se non in
          modo larghissimo, nè il numero nè il grado e il più e il meno, nè tutti i rapporti ec.
          delle infinite diversità di effetti che secondo le infinite combinazioni e rapporti
          scambievoli ec. e influenze e passioni scambievoli ec. che possono avere ed hanno
          effettivamente luogo, risultano dalle cause anche più semplici più poche e limitate, che
          dette scienze assegnano; nè le infinite modificazioni di cui dette cause, secondo esse
          combinazioni, sono suscettibili, ed a cui sono effettivamente soggette. E non per tanto,
          almeno in grandissima parte, esse cause non si possono volgere in dubbio, e nessuno dalla
          detta impossibilità di specificare e calcolare esattamente e pienamente, risolve ch’esse
          cause non sieno le vere, e moltissime sono evidenti e sotto gli occhi, e così il loro modo
          di agire, le loro relazioni cogli effetti ec., i quali tuttavia non sono più calcolabili
          nè numerabili. Basti solamente osservare le cause e gli effetti che agiscono ed hanno
          luogo nel corpo umano, e le infinite diversità ed anche contrarietà che per differenze,
          sovente impercettibili, di combinazioni, hanno luogo negli accidenti e passioni d’esso
          corpo anche in individui conformissimi<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>V. p. 3990.</p>
          </note>, in un tempo medesimo, in circostanze che possono parere conformissime, <pb
            ed="aut" n="3978"/> in un medesimo individuo ec. Nè per tanto si può dubitare di quelle
          cause, purchè d’altronde ec. nè se ne dubita, nè si condannano quei sistemi e quei metodi
          ec. de’ quali in quanto a questo particolare niuno uomo potrebbe pensarne o usarne un
          migliore. (12. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. antecedente. — niuna parte, niun sistema di esse scienze, anche il più
          dimostrato, niun ordine, niun metodo di trattarle, per efficace, accurato, minutissimo,
          ordinatissimo, solertissimo che possa essere; se esse scienze o sistemi non si fingono e
          suppongono, determinano, conformano e circoscrivono i subbietti e lor qualità vere o
          immaginarie a modo loro, come fanno le matematiche e, p. e. la meccanica nella
          considerazione delle forze fisiche e de’ loro effetti.</p>
        <p>Le scienze e i sistemi non possono andare che per via di paradigmi e di esempi,
          supponendo tali e tali subbietti, di tali e tali qualità in tali e tali circostanze ec.
          ovvero generalizzando, sia col salire da questi particolari esempi alla università de’
          subbietti in qualche modo diversi, e delle combinazioni diverse, sì nelle cause sì negli
          effetti; sia in qualunque altra guisa. E tutte sono obbligate di fare più o meno come le
          matematiche, che per considerare gli effetti delle forze, suppongono i corpi perfettamente
          duri, e perfettamente levigati, e l’assenza del mezzo, ossia il vóto, ec.; e così il punto
          indivisibile ec. (12. Dec. 1823.). <bibl>V. <author>Thomas</author>
            <title lang="fre">Éloge de Descartes</title>, Oeuvres, Amsterdam 1774. t. 4. p. 47.
          seg.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Grappo-grappolo</emph>. Franc. <foreign lang="fre"
            rend="italic">grappe</foreign>. (13. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Fusa</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fusi</foreign> plur. lat. sostantivi di cui altrove. Così <foreign lang="lat"
            rend="italic">locus-loci</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">loca</foreign>.
          Il che è segno di un ant. <foreign lang="lat" rend="italic">locum</foreign>. Così <foreign
            lang="lat" rend="italic">fusa</foreign> di un <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fusum</foreign>. <pb ed="aut" n="3979"/> Così, credo, altri nomi vi sono che hanno
          diversi generi o in ambo i numeri o in un solo, senza diversa significazione. Così
            <foreign lang="lat" rend="italic">caelus</foreign> onde <foreign lang="lat"
            rend="italic">caeli</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">caelum</foreign> che
          oggi non ha plurale siccome il singolare di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >caelus</foreign> è antiquato. (14. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come la lingua e letteratura italiana si stimassero nel 500 da molti anche dotti e gravi
          uomini non dovere nè potere uscire de’ termini in che le posero i 3. famosi trecentisti,
          anzi solamente il Petrarca e il Boccaccio, nè delle lor parole e modi e artifizi e stili,
          e dell’abito ch’essi avevan dato all’una e all’altra ec. del che altrove, <bibl>vedi il
              <title>Dial. della Rettorica</title> dello <author>Speroni</author>, <title>Diall.
              Ven.</title> 1596. p. 147-150. p. 157. fine. — 158. principio, p. 162. verso il
          fine</bibl>. (14. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3940. Non sempre però usa l’<emph>i</emph>. Alle volte usa la vocale stessa ch’è
          la prima della parola raddoppiata, come in <foreign lang="grc">κάρχαρος</foreign> da
            <foreign lang="grc">χαράσσω</foreign> (dove anche è aggiunto l’ <foreign lang="grc"
          >ρ</foreign>, <foreign lang="grc">καρ</foreign>), e credo in molti altri casi. Fors’anche
          usa altre vocali, e altri modi di duplicazione. Ma uno di tali modi è certo il
          sopraddetto, cioè la prima consonante della voce raddoppiata, e un <emph>i</emph>, e
          questo è regolare, e forse il più frequente e regolare e uniforme ec. (14. Dec. 1823.). E
          chi sa anche se quel <foreign lang="grc">κάρχαρος</foreign> ha veramente l’etimologia che
          gli attribuiscono ec. E la forma della voce raddoppiata, cioè <foreign lang="grc"
          >χάρος</foreign> è molto irregolare quanto alla sua derivazione da <foreign lang="grc"
            >χαράσσω</foreign>, se questa è vera ec. Laddove le forme delle voci raddoppiate
            coll’<emph>i</emph> (come <foreign lang="grc">τιτρώσκω</foreign>) sono regolari ec. (14.
          Dec. 1823.). V. p. 3989. 3994. 4009. capoverso 8.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto alla particella negativa o privativa <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ne</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">nec</foreign> per <emph>non</emph>, del
          che altrove, dà un’occhiata nel Forcellini a tutte le voci <pb ed="aut" n="3980"/>
          comincianti massimamente per <foreign lang="lat" rend="italic">ne</foreign>, e così nello
          Scapula alle voci comincianti massimamente per <foreign lang="grc">νη</foreign> e <foreign
            lang="grc">νε</foreign>. (14. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Genou</foreign> sembra esser da <foreign lang="lat"
            rend="italic">genu</foreign>, come altrove. Ma <foreign lang="fre" rend="italic"
            >agenouiller</foreign> è da un <foreign lang="fre" rend="italic">genouille</foreign>
            diminutivo<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Diminutivo non in franc. ma fatto da una forma diminut. lat.a Vedi però la p. 3991.
              capoverso I. e 3985. princip.</p>
          </note>. Vedi la pag. 3955. Trovo nel D. Quijote <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">finojo</foreign>
          </quote> per <emph>ginocchio</emph>, voce che mi par quivi affettatamente antiquata, come
          molte altre, per contraffare il linguaggio degli antichi libri di Cavalleria, ed è posta
          in bocca di Sancho. In ogni modo mostra che anche l’antico spagnuolo (se già non prese
          questa voce dall’italiano) usava il diminutivo di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >genu</foreign> nel senso positivo e in vece del positivo latino. Sta la detta voce nella
            <bibl>Parte I. del <title>D. Quijote</title>, lib.4. cap. 31. p. 343. ediz.
              <emph>d’Amberes</emph> 1697. t. 1.</bibl> (14. Dec. 1823.). V. p. 3983.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3964. principio. <foreign lang="spa" rend="italic">Catar</foreign> da cui è
            <foreign lang="spa" rend="italic">recatar</foreign> (riguardare), se già non è da
            <foreign lang="lat" rend="italic">captare</foreign>, che non credo, sarà da <foreign
            lang="lat" rend="italic">calus</foreign>, il quale da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >caveo</foreign>, e quindi quasi <foreign lang="spa" rend="italic">caular</foreign>, e
          continuativo di <foreign lang="lat" rend="italic">caveo</foreign>. <foreign lang="spa"
            rend="italic">Cata</foreign> (<foreign lang="fre" rend="italic">gare</foreign>,
          guardati) equivale propriamente a <foreign lang="lat" rend="italic">cave</foreign>. (14.
          Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii aggettivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Catus, cautus</foreign>.
            <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> (14. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’ortografia francese fu da principio ed anche per lungo tempo proporzionatam., molto più
          simile alla scrittura latina che non è oggi, anzi sempre più se ne va scostando per
          accostarsi alla pronunzia. Fu, dico, molto più simile, sì perchè anche la pronunzia lo
          era, e sì per l’inesattezza e latinismo comuni a tutte le ortografie moderne, come altrove
          in più luoghi. Ora, se cambiandosi la pronunzia e correggendosi il barbaro latinismo
          dell’ortografia, la scrittura francese si è mutata <pb ed="aut" n="3981"/> non poco,
          perchè non si dovrà mutarla affatto sin tanto ch’ella si conformi onninamente alla
          pronunzia e francese e presente, qual ella è in fatti, e rinunzi del tutto alla forma
          latina delle parole scritte in quanto ell’è diversa da quella di esse parole pronunziate,
          ed all’aver riguardo in qualunque modo al latino? Se ciò non si è ancor fatto, e se non si
          farà, vuol dire che l’ortografia francese non è ancora o non sarà mai perfetta, nè
          interamente rettificata, anzi è imperfettissima e scorrettissima. Il contrario è avvenuto
          ed avviene ancor tuttavia (conformandosi sempre al nuovo modo di pronunziare, o
          conformandosi alla pronunzia dove l’antica ortografia non vi si conformava; come p. e.
          oggi tutti scrivono <emph>ispirare</emph> e simili, laddove tutti gli antichi
            <emph>inspirare</emph>, sia che così pronunziassero, sia che latinizzassero in questa
          scrittura) nell’ortografia spagnuola e massimamente nell’italiano che perciò sono
          perfette, o quasi, e certo assai più della francese vicine alla perfezione. Non così
          nell’inglese, nella tedesca ec. perciò imperfette come la francese, ma forse meno,
          perch’esse da principio non ebbero occasione nè modo di guardare al latino, con cui non
          hanno che fare le loro lingue, massime il tedesco, o certo di guardarvi meno, e quindi
          minor cagione d’allontanarsi dalla pronunzia e dalla forma reale delle voci propria della
          loro lingua, e d’uscire dei termini e vera proprietà di questa ec. (14. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3982"/> Alla p. 3964. Anacreonte ionico scrisse nell’ionico, mescolato
          però, secondo il comun modo di dire degli eruditi, e temperato cogli altri dialetti,
          (massime il Dorico), al modo di Omero. V. il Fabric. e la pref. ad Anacr. del De Rogati
          ec. (14. Dec. 1823.). V. p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3965. I posteriori poi (com’Abideno, Arriano nell’Indica, Teocrito ec.), benchè
          già nato e stabilito e formato il dialetto comune e la letteratura nazionale, e prevaluto
          eziandio l’Attico, scrissero negli altri dialetti particolari nativi loro o alieni, perchè
          nobilitati da autori di grido che gli avevano usati quando ancor non v’era dialetto
          comune, o non ben formato nè fermamente applicato e aggiustato adequatamente alla
          letteratura. Il qual mal vezzo non ha avuto luogo in Italia, se non se in qualche
          scrittorello non mai divenuto (come Teocrito ec.) nazionale, e di poco giudizio; perchè
          buoni scrittori non si son dati a scrivere in altra lingua che nella comune, e ciò a causa
          che i dialetti particolari non avevano avuta la sorte di esser nobilitati da veruno
          insigne scrittore (benchè molti scrittori avessero) prima della formazione ec. del
          linguaggio comune e della letteratura. (Del resto non pare che <emph>opere gravi</emph>
          scritte in dialetti particolari, fuorchè nell’Attico, dopo la esistenza ec. del comune,
          avessero gran fortuna nè fama nè pure in Grecia, nè che veramente grandi o insigni ne
          fossero mai gli autori. Luciano <title lang="lat">de scribenda historia</title> si burla
          di uno suo contemporaneo che avea scritto in dialetto ionico, come anche dell’affettato
          Atticismo di altri. Dionigi d’Alicarnasso compatriota d’Erodoto scrisse sì la storia sì il
          resto nell’attico o comune). <pb ed="aut" n="3983"/> Bensì quanto al toscano considerato
          come dialetto particolare, l’Italia si rassomiglia alla Grecia ed al suo attico
            <emph>proprio</emph>, per l’uso che gli autori anche insigni ne fecero, sì toscani
          nativi o attici nativi, sì forestieri, adoprandolo esclusivamente o principalmente ec.
          Però anche in Grecia come in Italia questo usare un dialetto, ancorchè nobilitato da molti
          scrittori ec. e prevalente ec., invece del comune, e massime l’abuso di esso e le smorfie,
          e massime nei non nativi, fu deriso dai più savi ec. benchè più ragionevole ciò fosse in
          Grecia che in Italia per molte cagioni, e fra l’altre che il dialetto attico propriamente
          detto era stato usato, e fu usato di mano in mano da autori veramente insigni e sommi,
          come Platone ec. Non così, strettamente parlando, il toscano proprio ec. che non è
          veramente la lingua neppur de’ sommi italiani scrittori, nativi toscani, Dante, Petrarca e
          Boccaccio, nè d’altri sommi toscani ec. (14. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3980. <foreign lang="fre" rend="italic">Genouil</foreign> antico, si trova. Vedi
          i Diz. e vedi i diversi suoi derivati, che sono parecchi, oltre <foreign lang="fre"
            rend="italic">agenouiller</foreign>, incomincianti per <foreign lang="fre" rend="italic"
            >genouill</foreign>—. (14. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. anteced. principio. Certo è però che Anacreonte si accosta assai più di Omero, e
          forse più di qualunque altro poeta greco al dialetto comune, anzi pochissimo se ne scosta
          nè per accostarsi all’ionico (se già le sue odi in questa parte de’ dialetti e massime
          nell’ortografia ad essi spettante non sono alterate) nè ad altro veruno. Segno che al suo
          tempo benchè molto antico, il dialetto comune esisteva già, per mezzo della letteratura
          ec. o piuttosto che il dialetto <pb ed="aut" n="3984"/> ionico (il quale probabilmente fu
          quello che poi divenne il comune, e produsse l’attico ec. come pare a molti eruditi) era
          allora per la maggior vicinanza de’ tempi (rispetto a quelli d’Omero) quasi uguale
          (eccetto nello scioglier de’ dittonghi, che in Anacreonte però di rado si sciogliono, e
          quando si sciolgono, è manifestamente per la necessità o comodità del metro, nel qual caso
          è ben naturale e in altre cose tali, che si posson chiamar di pronunzia, e in queste
          ancora Anacreonte è molto parco, se non dove l’uso del verso l’esige, di modo ch’egli usa
          il dialetto suo, e si scosta dal comune piuttosto come poeta che come scrittore, e come
          linguaggio e licenze poetiche, non come dialetto) a quello che poi fu il comune, come si
          vede in Ippocrate ec. ec. (15. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Commeto as</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">commeo</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">commeato</foreign>.
          V. Forc. e il detto altrove sopra <foreign lang="lat" rend="italic">hieto</foreign> ec.
          (15. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Bello non assoluto. Diversissime usanze, opinioni, gusti ec. circa le chiome, sì sopra
          l’acconciamento loro, come sopra il portarle o no, raderle, lasciare crescerle fino a
          terra, fino agli omeri, fino al collo, tagliarle all’intorno della testa ec. ec. presso
          gli antichi e i moderni e le varie nazioni, selvagge, barbare, civili ec. ec. ec. in vari
          tempi ec. anche egualmente colti e di buon gusto ec. ec. (15. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3939. Così anche i verbali sostantivi formati da’ supini come quelli in <emph>us
            us</emph>. Così gli avverbi e tutte le (non poche) voci e sorte di voci che si fanno
          regolarmente da’ supini regolari o irregolari, usitati o inusitati, de’ verbi. (15. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3969. fin. Anche la nostra diminuzione in <emph>ello ellare</emph> ec. viene dal
          latino, ed è latina, e così la spagnuola in <foreign lang="spa" rend="italic">illo,
          illar</foreign> (lat. <foreign lang="lat" rend="italic">cantillare</foreign> ec.) ec. (15.
          Dec. 1823.). Così la francese in <foreign lang="fre" rend="italic">el, eler</foreign>, o
            <foreign lang="fre" rend="italic">eller</foreign> (femin. <foreign lang="fre"
            rend="italic">elle</foreign>) ec. (15. Dec. 1823.). V. p. 3991. e il pens. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove che tutti i nostri verbi diminutivi frequentativi disprezzativi ec. sono <pb
            ed="aut" n="3985"/> della 1. coniugazione come i più di tali generi in latino. Così gli
          spagn. e i franc.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>P. e. molti verbi in <foreign lang="fre" rend="italic">ailler</foreign>, come
                <foreign lang="fre" rend="italic">ferrailler, tirailler, rimailler, grappiller,
                folâtrer</foreign> ec. (puoi ved. la p. 3980. capoverso I.) <foreign lang="fre"
                rend="italic">babiller</foreign>.</p>
          </note> V. il pens. preced. ec. (15. Dec. 1823.). e la pag. 3991. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3970. principio. Si trovano ancora nelle nostre lingue parecchi semplici di cui
          in latino noto, non si hanno che i composti (e questi sono, più o meno, evidentemente
          tali, cioè composti e non semplici, e più o meno evidentemente formati da un semplice qual
          è il nostro ec.), e parecchie voci che nel latino noto non si hanno, ma se ne hanno le
          derivative ec. (più o meno evidentemente derivate, formate ec. da voci quali sono le
          nostre ec.). L’argomento in questi casi, massime ne’ primi (perchè il composto suppone
          necessariamente il semplice) è più forte che mai. (15. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3960. fine. Tali verbi possono essere o da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >meno</foreign> (o da <foreign lang="lat" rend="italic">remeno</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">remino-rementum</foreign>: v. la pag. seg. ec.) ovvero da
            <foreign lang="lat" rend="italic">miniscor, reminiscor</foreign> ec. i quali verbi
          avranno tolto facilmente in prestito il supino o participio di <foreign lang="lat"
            rend="italic">meno</foreign> ec. secondo l’uso de’ verbi incoativi del quale altrove
          lungamente. Stimo dunque che <emph>rammentare</emph> sia quasi <emph>rementare</emph> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">rementus sum</foreign> di <foreign lang="lat"
            rend="italic">reminiscor</foreign> (il qual verbo oggi non ha participio ossia perfetto
          deponente ma <emph>rammentare</emph> può dimostrarcelo) appunto al modo che <foreign
            lang="lat" rend="italic">commento as</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >commentor aris</foreign> è da <foreign lang="lat" rend="italic">commentus sum</foreign>
          di <foreign lang="lat" rend="italic">comminiscor</foreign> (ovvero da <foreign lang="lat"
            rend="italic">commentum</foreign> di ant. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >commeno</foreign>, o da <foreign lang="lat" rend="italic">mentum</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">meno</foreign>, aggiuntaci la prep. <foreign lang="lat"
            rend="italic">cum</foreign> ec.). Veggasi il Gloss. <emph>Ammentare</emph> è da <foreign
            lang="spa" rend="italic">mentare</foreign> (spagn.), usitato forse un tempo in italiano
          come in ispagnuolo aggiuntaci l’<emph>a</emph> per vezzo di nostra lingua (v. Monti
          Proposta in <quote>
            <emph>ascendere</emph>
          </quote>); ovvero da un <foreign lang="lat" rend="italic">Adminiscor</foreign> ec. <pb
            ed="aut" n="3986"/> V. il Gloss. <foreign lang="spa" rend="italic">Mentar</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >miniscor</foreign>. V. il Gloss.</p>
        <p>Il qual <foreign lang="lat" rend="italic">miniscor</foreign> è notato da Festo. Nuova
          prova del verbo <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign> da me congetturato
          altrove. Mostrerebbe però che si dicesse <foreign lang="lat" rend="italic">mino</foreign>
          non <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign>. Ma forse Festo dedusse <foreign
            lang="lat" rend="italic">miniscor</foreign> per sola congettura da <foreign lang="lat"
            rend="italic">reminiscor</foreign> (v. Forc.), dove l’<emph>e</emph> deve esser cambiato
          in <emph>i</emph> per la composizione, e così in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >comminiscor</foreign> ec. Se vi fu un incoativo semplice da <foreign lang="lat"
            rend="italic">meno</foreign>, questo crederei che dovesse essere un <foreign lang="lat"
            rend="italic">meniscor</foreign> non <foreign lang="lat" rend="italic"
          >miniscor</foreign>. (15. Dec. 1823.). Vero è però ch’io non ho forse ragione alcuna per
          dire <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign> piuttosto che <foreign lang="lat"
            rend="italic">mino</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Memini</foreign> può
          esser da <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign> (come <foreign lang="lat"
            rend="italic">cecidi</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">caedo</foreign> ec.)
          e da <foreign lang="lat" rend="italic">mino</foreign> ugualmente. Ma pur <foreign
            lang="lat" rend="italic">commentus</foreign> (che ben può esser da <foreign lang="lat"
            rend="italic">commino</foreign>, ma da un <foreign lang="lat" rend="italic"
          >commino</foreign> fatto da <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign>, che ripiglia
          nel participio la sua vocale, come <foreign lang="lat" rend="italic">contineo
          contentum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">teneo</foreign> non <foreign
            lang="lat" rend="italic">tineo</foreign> ec.) e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >memento</foreign> ec. par che dimostrino un <foreign lang="lat" rend="italic">meno.
            Memento</foreign> ec. par che dimostri un <foreign lang="lat" rend="italic"
          >memeno</foreign> per reduplicazione del che p. 3940-1. e altrove. O forse è fatto
          anomalamente da <foreign lang="lat" rend="italic">memini</foreign> dopo la perdita degli
          altri tempi ec. e l’uso <emph>presente</emph> di questo perfetto venuto a divenir prima
          voce e tema del verbo; ovvero anche prima. (15. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Bito is</foreign>, di cui altrove. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Combitere</foreign>
          </bibl>. (15. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3939. fine. Il supino è dal perfetto come provo altrove. Ma <foreign lang="lat"
            rend="italic">pingo, fingo, mingo</foreign> ec. fanno <foreign lang="lat" rend="italic"
            >pinxi</foreign> ec. (e non altrimenti); dunque il lor vero supino è <foreign lang="lat"
            rend="italic">pinctum</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Mingo</foreign> ha
          veramente <foreign lang="lat" rend="italic">mictum</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat">mungo, pungo, fungo, iungo</foreign> ec. — <emph>nctum</emph>.</p>
          </note>. Così almeno lo segna il Forcell. V. però quivi la varia lezione all’esempio di
          Caio Tizio, e i composti di <foreign lang="lat" rend="italic">mingo</foreign>, e i
          derivati <pb ed="aut" n="3987"/> dal suo supino come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >minctio</foreign> ec. Così i composti di <foreign lang="lat" rend="italic">pingo
          fingo</foreign> ec. e lor derivati ec. (15. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3971. Ma che <foreign lang="lat" rend="italic">pagella</foreign> p. e., e
            <foreign lang="lat" rend="italic">catella</foreign> e simili sieno contrazioni di
            <foreign lang="lat" rend="italic">catenulella, paginulella</foreign> (benchè <foreign
            lang="lat" rend="italic">catenula</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >paginula</foreign> pur si trovino) e simili, non mi par credibile; bensì di <foreign
            lang="lat" rend="italic">paginella, catenella</foreign> ec. o anche di <foreign
            lang="lat" rend="italic">paginula, catenula</foreign> ec. E poi che ragione v’ha per
          dire che il diminutivo in <emph>ellus</emph> ec. non si possa fare che dalle voci in
            <emph>ulus</emph> ec.? Forse che essa diminuzione in <emph>ellus</emph> ec. non può
          esser altro che sopraddiminutiva? Ma da <foreign lang="lat" rend="italic">tabula,
          fabula</foreign> ec. che non sono diminutivi, benchè in <emph>ul</emph>, si fa <foreign
            lang="lat" rend="italic">tabella, fabella</foreign> ec. che non sono sopraddiminutivi ma
          diminutivi semplici. O forse vorremmo che tabella ec. sia contrazione di <foreign
            lang="lat" rend="italic">tabululella</foreign> ec.? Al contrario spesso si dice
            <emph>ellulus</emph> come <foreign lang="lat" rend="italic">asellulus,
          catellulus</foreign> ec. Or queste sarebbero elleno contrazioni di <foreign lang="lat"
            rend="italic">asinulellulus, catululellulus</foreign>, cioè ripetizioni
          dell’<emph>ul</emph>, e diminutivi tripli? <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Tenellulus</foreign>. Vedi la pag. 3753. 3901. 3992. 3994. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Agellulus</foreign>. Impossibile: bensì di <foreign lang="lat"
            rend="italic">tabulella</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pagella</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic">paginella</foreign> ec. (15. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3235. <foreign lang="lat" rend="italic">Metior</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">metio</foreign> (avverti che questo è verbo della quarta e non della 3.) —
            <foreign lang="lat" rend="italic">metor aris e meto as, castrametari</foreign> ec. (16.
          Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sella</foreign> che ho contato altrove fra’ diminutivi
          positivati, non lo è propriamente, se vien da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sedes</foreign>, perchè ha un senso molto più speciale di questo, benchè anch’esso molto
          esteso e vario. (16. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito dello spirito denso dei greci mutato in <emph>s</emph> ec. si può notare lo
          spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">sombra</foreign> (coi derivati) cioè <foreign
            lang="spa" rend="italic">ombra</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >umbra</foreign>. E forse qua spetta anche il franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >sombre</foreign>. V. il Gloss. ec. ec. (16. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3988"/> Bello non assoluto. I greci e i romani (erano nazioni di buon
          gusto?) pregiavano, almeno nelle donne, la fronte bassa, e l’alta stimavano difettosa, per
          modo che le donne se la coprivano ec. V. le note del De Rogati alla sua traduzione di
          Anacr. od. 29. sopra Batillo. Sul coprire o mostrar la fronte <emph>il che e la quale ha
            tanta parte nel differenziare le fisonomie</emph>, nè gli antichi nè i moderni, nè la
          moda oggidì è mai d’accordo con se stessa. Non è dubbio che quella nazione di cui parla
          Ippocrate (v. la p. 3961.), avvezza a non vedere che teste lunghe, benchè tali essi ed
          esse a dispetto della natura, pur contuttociò naturalmente avrebbe e avrà
          <emph>sentita</emph> una mostruosità e bruttezza notabilissima e, secondo lei,
          incontrastabile ogni volta che avrà veduto teste, non dico piatte, ma discrete ec. Così
          dite degli altri barbari di cui p. 3962. E così di cento mila altri usi contro natura,
          selvaggi o civili, antichi (greci, romani ec.) o moderni ec. spettanti alla conformazione
          o reale o apparente (come quella de’ guardinfanti ec.) del corpo umano. (16. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il v non è che aspirazione ec. Del Digamma eolico v. la Gramm. del Weller, Lips. 1756. p.
          65.— È uso della lingua italiana l’omettere o l’aggiungere il v nei nomi, massime
          aggettivi in <emph>ío</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Così in latino: p. e. <bibl>v. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
                  rend="italic">Dium</foreign>
              </bibl>. E certo da <foreign lang="grc">δῖος</foreign> dev’essere <foreign lang="lat"
                rend="italic">divus</foreign>; e <bibl>v. <author>Forc.</author> in <foreign
                  lang="lat" rend="italic">Divus</foreign>
              </bibl>.</p>
          </note>. Nel dire <emph>ío</emph> o <emph>ivo</emph> spessissimo varia sì la lingua
          scritta da se stessa (<emph>natio-nativo</emph>), sì il volgare dalla scritta
            (<emph>stantio</emph>, volg. <emph>stantivo</emph>, e viceversa in altri casi) e da se
          stesso, sì l’italiano scritto o parlato o entrambo dall’altre lingue, sì dalla latina o
          dall’originaria della rispettiva parola (<foreign lang="fre" rend="italic"
            >joli</foreign>-<emph>giulivo</emph> per <emph>giulío</emph>, che <pb ed="aut" n="3989"
          /> anche si disse anticamente, oggi è perduto affatto) sì da altre (<foreign lang="fre"
            rend="italic">rétif-rétive</foreign>-<emph>restio</emph>), e viceversa queste dalla
          nostra, e tra loro, e in se stesse ec. (16. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Si dans un pays on pouvait découvrir tous les talens
              que la nature se plait à distribuer au hasard, et qu’on pût employer chacun dans son
              genre, ce pays deviendrait bientôt le premier de l’Europe. Mais que de sagacité, de
              soins infinis et de patience faudrait-il pour de telles découvertes? Le Fatum s’est
              réservé la direction de nos destinées. À bien examiner la chose, nous y avons moins de
              part que notre orgueil ne nous en attribue</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title lang="fre">Lettres du Roi de Prusse et de M. d’Alembert</title>. Lettre 188. du
            Roi</bibl>. (16. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Sculpter</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sculpto-ptum</foreign>. (16. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Ungula</foreign> (onde
            <emph>unghia</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">ongle</foreign>, e non da
            <foreign lang="lat" rend="italic">unguis</foreign>): vedi però il Forcell. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Unguis</foreign>. Quanto a <emph>unghia</emph> è certo ch’egli
          è positivato. Di <foreign lang="fre" rend="italic">ongle</foreign> ancora è certo
          ch’equivale al positivo lat. <foreign lang="lat" rend="italic">unguis</foreign>; non credo
          però ad <foreign lang="lat" rend="italic">ungula</foreign> che si dice in franc. <foreign
            lang="fre" rend="italic">corne</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. ancora i derivati ec. di <foreign lang="lat" rend="italic">ungula</foreign>,
                <emph>unghia</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">ongle</foreign>.</p>
          </note>. (17. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3979. fine. I verbi poi (come <foreign lang="grc">τεθνήκω</foreign> ec.) o nomi
          (come <foreign lang="grc">κεκρύφαλος</foreign> ec.) o altre voci fatte da’ perfetti, hanno
          per lo più e regolarmente nella duplicazione la <foreign lang="grc">ε</foreign> e non la
            <foreign lang="grc">ι</foreign>, secondo la forma de’ perfetti onde son fatti. (17. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3990"/> Alla p. 3977. Basti solamente notare le infinite circostanze,
          qualità ec. ec. della persona, sì nel fisico sì nel morale, del clima, dell’anno, della
          stagione, degli avvenimenti ec. ec. che i buoni e veri medici e in particolare Ippocrate
          prescrive in molti luoghi di osservare in ciascuna malattia e in ciascun malato, per
          poterne fare retto giudizio, e applicare il rimedio, il cui effetto ognuna delle dette
          circostanze, ancorchè menoma, male osservata, ec. potrebbe impedire o render dannoso ec. e
          altresì falsificare affatto il giudizio della malattia il prognostico de’ suoi effetti e
          successi ec. ec. (17. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutto è follia in questo mondo fuorchè il folleggiare. Tutto è degno di riso fuorchè il
          ridersi di tutto. Tutto è vanità fuorchè le belle illusioni e le dilettevoli frivolezze.
          (17. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Teschio</emph> non è certamente altro che un <foreign lang="lat" rend="italic"
            >testulum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">testulus</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">testa</foreign> per <emph>capo</emph>, mutato al solito
            l’<emph>ul</emph> in <emph>i</emph>, e il <emph>t</emph> in <emph>ch</emph> per
          proprietà della nostra lingua, massime antica e toscana che dice p. e.
          <emph>schiantare</emph> e <emph>stiantare, schiacciare</emph> e <emph>stiacciare</emph>, e
            <emph>mastio</emph> per <emph>maschio</emph> (mutando per lo contrario il
          <emph>ch</emph> in <emph>t</emph>) ec. ec. Come da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >vetulus</foreign>, <emph>vecchio</emph>, del che altrove<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Puoi ved. la p. 3992. capoverso 3. e la p. 3753. marg.</p>
          </note>, così da <foreign lang="lat" rend="italic">testulum</foreign>
          <emph>teschio</emph>; e se <emph>vecchio</emph> è da un <foreign lang="lat" rend="italic"
            >veculus</foreign> o contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vetusculus</foreign> ec. (e così <foreign lang="spa" rend="italic">viejo</foreign>,
            <foreign lang="fre" rend="italic">vieil</foreign>) nello stesso modo da <foreign
            lang="lat" rend="italic">testa</foreign> potrà essersi fatto <foreign lang="lat"
            rend="italic">tesculum</foreign> (come da <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">ve</hi>
            <hi rend="sc">t</hi>
            <hi rend="italic">us ve</hi>
            <hi rend="sc">c</hi>
            <hi rend="italic">ulus</hi>
          </foreign>) o <emph>teschio</emph> esser contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >testiculum</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Testula</foreign> si trova
          da <foreign lang="lat" rend="italic">testa</foreign> femmin. Or avvi anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">testum</foreign> e <pb ed="aut" n="3991"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">testu</foreign> neutro. V. Forc. E pel latino <foreign
            lang="lat" rend="italic">testa</foreign> noi diciamo <emph>testo</emph> masch. V. il
          Gloss. i franc. spagn. ec. La parola <emph>teschio</emph> par che mostri che la voce
            <emph>testa</emph> nel volg. lat. si usava particolarmente per denotare il cranio ec. e
          ciò rende tanto più verisimile la metafora da <emph>testa</emph> (coccia) a
          <emph>testa</emph> (capo) e l’analogia ec. Siccome viceversa le cose da me dette intorno a
            <emph>testa</emph> ec. confermano le presenti. Da <emph>teschio</emph> ben si può
          argomentare a <emph>testa</emph> e viceversa, essendosi già dimostrato con tanti esempi
          l’uso de’ diminutivi in vece e nel senso appunto de’ positivi in latino e nelle lingue
          moderne. <emph>Teschio</emph> o <foreign lang="lat" rend="italic">testulum</foreign>
          dovette forse essere in principio un mero diminutivo positivato cioè significare il
          medesimo che <emph>testa</emph> preso o per <emph>capo</emph> o per <emph>cranio</emph>
          particolarmente ec. Del resto circa questa voce v. il Gloss. i francesi e spagnuoli ec.
          (17. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3984. fine. I francesi hanno anche de’ diminutivi o frequentativi in <foreign
            lang="fre" rend="italic">il ille iller</foreign> ec. (come <foreign lang="fre"
            rend="italic">grappiller pétiller</foreign> ec. ec.) come gli spagnuoli e come i lat.
            <foreign lang="lat" rend="italic">catillus, pusillus, pocillum</foreign>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">conscribillo, sorbillo, cantillo</foreign> ec. ec. (17. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3965. marg. È da notare che molto più antichi di Empedocle, Ippocrate ec. furono
          Saffo ed altri, massime poeti, famosi, i quali scrissero ne’ dialetti natii diversi
          dall’ionico. Mostra dunque che non Omero, ma la preponderante civiltà, coltura (della
          quale ne dan chiaro segno e le cose e lo stile e lingua delle odi di Anacreonte, molto, se
          non altro, più giovane di Saffo), commercio, ricchezza, lusso, mollezza ec. e quindi arti,
          mestieri, scienze, belle arti, v. p. 3995. letteratura ec. degli Ioni rendesse comune il
          loro dialetto, e ciò molto dopo Omero, ed essendo <pb ed="aut" n="3992"/> già sparsa la
          letteratura per la Grecia, e varia di dialetti, ed altri dialetti applicati propriamente e
          per se stessi (non confusamente cogli altri, come in Omero) alla letteratura, almeno alla
          poesia. Erodoto fu circa contemporaneo d’Ippocrate. (18. Dec. 1823.). Simonide
          contemporaneo all’incirca di Anacreonte, dice il Fabric. che scrisse in dorico. Si veggano
          i suoi frammenti, e più vi si troverà dell’ionico che del dorico; in particolare poi i
          suoi giambi ed alcuni altri frammenti sono al tutto o ionici o comuni, cioè attici: parte
          l’uno, parte l’altro. Come però Simonide scrivea per mercede in lode di questo o di quello
          (v. il Fabr.), è naturale che in tali casi seguisse i dialetti di chi pagava. Quindi i
          suoi epigrammi, fatti pure per mercede o per casi particolari e luoghi ec., erano forse e
          si trovano in dorico, e così altri frammenti. V. p. 3997.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3969. La nostra diminuzione in <emph>olo olare</emph> ec., <emph>uolo</emph> ec.
          e la lat. in <emph>olui</emph> ec. (<foreign lang="lat" rend="italic">filiolus,
            vinolentus, vinolentia</foreign> ec. ec. per <foreign lang="lat" rend="italic">filiulus,
            vinulentus</foreign> ec. v. la p. 3955.) sono la stessa che quella in <emph>ulus
          ulare</emph> ec. Solito scambio dell’<emph>u</emph> ed <emph>o</emph> (come <foreign
            lang="lat" rend="italic">volgus-vulgus</foreign> ec.) di cui ho detto in mille luoghi.
          (18. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Lusito</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ludo-lusum</foreign>. (19. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3901. Contrazioni, voglio dire, da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >lapidillus</foreign> e simili. <foreign lang="lat" rend="italic">Vetulus</foreign>
          potrebb’essere per <foreign lang="lat" rend="italic">veterulus</foreign>, (quanto a questa
          voce puoi vedere la p. 3990. ec.). <foreign lang="lat" rend="italic">Puellus</foreign>
            (<foreign lang="lat" rend="italic">agellus</foreign> ec.) fors’è contrazione di <foreign
            lang="lat" rend="italic">puerulus</foreign>, che pur si trova, fatto dal genitivo come
          gli altri nomi o voci che vengono da’ nomi della seconda. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Nigellus</foreign> potrebb’essere per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nigerulus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">nigeri</foreign> genitivo non
          da <foreign lang="lat" rend="italic">niger. Tenellus</foreign> (<foreign lang="lat"
            rend="italic">misellus</foreign> ec.) per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >tenerulus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">teneri</foreign> genitivo non da
            <foreign lang="lat" rend="italic">tener</foreign> ec. ec. Vedi le pag. 3963. 3968. 3971.
          3987. (19. Dec. 1823.). V. p. 3994.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Mulet</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">mulus</foreign>. Nel femminino <foreign lang="lat"
            rend="italic">mule</foreign>. (19. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participio passato in senso neutro o attivo. <emph>Avvertito</emph> per <emph>avvisato,
            accorto, avvertente</emph> da <emph>avvertire</emph> in senso di <emph>por mente</emph>.
          Così <foreign lang="spa" rend="italic">advertido</foreign> in ispagnuolo dove credo che
            <foreign lang="spa" rend="italic">advertir</foreign> abbia pure questo senso come tra
            noi<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Così è infatti: <foreign lang="spa" rend="italic">advertid que</foreign> ec. <bibl>
                <author>D. Quijote</author>
              </bibl>.</p>
          </note>. Credo ancora che <emph>avvertito</emph> nel detto senso sia preso dallo spagnuolo
          al quale è più che mai proprio l’usare questi cotali participii passati in cotali sensi
          attivi o neutri ec. Trovo <foreign lang="spa" rend="italic">advertido</foreign> così preso
          nel D. Quijote. <foreign lang="fre" rend="italic">Avisé</foreign>. V. i Diz. <emph>Saputo,
            Saputello</emph> ec. V. la Crus. e gli spagn. <pb ed="aut" n="3993"/> (19. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Il me semble que l’homme est plutôt fait pour agir que
              pour connaître</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Lettres du Roi de Prusse et de M. d’Alembert</title>. Lettre CCXXXVII. du
          Roi</bibl>. (19. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove sopra i diminutivi positivati di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >acus</foreign>, aggiungi <foreign lang="fre" rend="italic">aiguillon</foreign> che
          grammaticalmente è un sopraddiminutivo, e corrisponde ad <foreign lang="lat" rend="italic"
            >aculeus</foreign> diminutivo semplice. L’uno e l’altro però differiscono dal positivo
          nel significato. Del resto <foreign lang="fre" rend="italic">aiguille</foreign>
          originariamente e materialmente è lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >aculeus</foreign>. (19. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Poisson</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">piscis</foreign> per <foreign lang="fre" rend="italic"
          >poisse</foreign>. (20. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3636. Notate che v’hanno in francese molti diminutivi di questa sorta, positivati
          ec. non solo in <foreign lang="fre" rend="italic">eau</foreign>, o in <foreign lang="fre"
            rend="italic">el elle</foreign>, o in <foreign lang="fre" rend="italic">et
          ette</foreign> (<foreign lang="fre" rend="italic">noisette</foreign> ec. ec.) <add
            resp="ed">o</add> in <foreign lang="fre" rend="italic">in ine</foreign> (<foreign
            lang="fre" rend="italic">médecin</foreign>), V. la pag. 3995. capoverso 1. princip. e
          quivi il marg. ec. ec. ec. ma in <foreign lang="fre" rend="italic">on</foreign>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. il pens. precedente e p. 3996. capoverso I. 2. e ult. ec. questa desin. in
                <foreign lang="fre" rend="italic">on</foreign> è comune cioè tanto masc. che fem. o
              l’uno e l’altro insieme ec. Se il nome in <foreign lang="fre" rend="italic"
              >on</foreign>, essendo aggettivo ha il femm. in <foreign lang="fre" rend="italic"
              >one</foreign> o <foreign lang="fre" rend="italic">onne</foreign>, non è diminut. anzi
              dubito che un aggett. in on sia mai de’ diminut. — <foreign lang="fre" rend="italic"
                >Compagnon</foreign> (fem. <foreign lang="fre" rend="italic">compagne</foreign>)
              sostantivo.</p>
          </note>, <foreign lang="fre" rend="italic">ot ote, otte</foreign> ec. P. e. <foreign
            lang="fre" rend="italic">oignon</foreign> dev’essere originariamente un diminutivo. (20
          Dec. 1823.). V. la fine del pens. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3969. fine. La diminuzione però in <emph>olo</emph> breve, nei nomi, non par
          propria dell’italiano. Pur se ne trovano assai esempi di voci che non possono esser
          latine, o non v’è ragione per credere che lo siano. <emph>Zufolo, cicciolo, sdrucciolo,
            gomitolo</emph>, ec. ec. Ne’ verbi poi essa diminuzione è assolutamente italiana. (Dico
          diminuzione, che ora è in senso diminutivo ora frequentativo ec.). <emph>Sventolare</emph>
          che fa io <emph>svéntolo, tu svéntoli</emph> ec. Anzi tutti i nostri diminutivi o
          frequentativi ec. in <emph>olare</emph>, mi par che sieno in <emph>ol</emph> breve. Del
          resto mi pare che anche in francese la desinenza in <foreign lang="fre" rend="italic">ol
              <pb ed="aut" n="3994"/> ole, oler</foreign> ec. sia non di rado diminutiva o
          frequentativa o disprezzativa ec. <foreign lang="fre" rend="italic">Prestolet</foreign>
          (pretazzuolo) da <foreign lang="fre" rend="italic">prestre. Babiole</foreign> ec. (20.
          Dec. 1823.). V. qui sotto.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3992. <foreign lang="lat" rend="italic">Nigellus</foreign> (e così tutti gli
          altri simili) è da <foreign lang="lat" rend="italic">nigri</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">nigrellus</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >flabellum, flagellum, lucellum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">flabrum,
            flagrum, lucrum. Labrum labellum, monstrum-mostellum, tenebrae-tenebellae</foreign>
          (Claud. Mamert.). Bensì può esser che <foreign lang="lat" rend="italic">nigri</foreign>
          sia contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">nigeri</foreign>, e quindi per questo
          rispetto fors’anche <foreign lang="lat" rend="italic">nigellus</foreign> di <foreign
            lang="lat" rend="italic">nigerellus</foreign>, e simili. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Tenellus</foreign> è certamente per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >tenerellus, puer</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">puerellus</foreign> e
          simili, soppressa la <emph>r</emph> come in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >flabellum</foreign> ec. (20. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3979. fine. La duplicazione del genere di quella di <foreign lang="grc"
          >κάρχαρος</foreign> (eccetto che qui v’è un <foreign lang="grc">ρ</foreign> di più) è
          comunissima in greco e si fa col raddoppiare la prima sillaba della voce, cioè la prima
          consonante e la prima vocale qual è, e fors’anche un’altra consonante prima o dopo essa
          vocale, se la prima sillaba della voce ha più consonanti ec. Se la consonante è aspirata,
          se le sostituisce nella sillaba che si aggiunge la corrispondente non aspirata. Se la voce
          comincia per vocale, anche pura, si ripete la prima vocale e la prima consonante, ancorchè
          questa spetti a un’altra sillaba. V. lo Scap. in <foreign lang="grc">ἀλαλή</foreign>.
          Oppure la <foreign lang="grc">ε</foreign> o <foreign lang="grc">α</foreign> si cambia in
            <foreign lang="grc">η</foreign>, l’<emph>o</emph> in <foreign lang="grc">ω</foreign> ec.
          ec. ec. (20. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al pensiero ult. della pag. preced. Massimamente poi è proprio dell’italiano la desinenza
          in <emph>olo</emph> ec. breve, quando questa è frequentativa o frequentativo-diminutiva
          come in <emph>trottola</emph> ec. In tali casi non ha luogo la desinenza in
          <emph>ólo</emph> nè in <emph>uólo</emph> ec. <pb ed="aut" n="3995"/> (20. Dec. 1823.). V.
          p. 4000. fine.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Comignolo</emph> quasi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >culminulus</foreign>. V. il Gloss. ec. <emph>Colmigno</emph> o è corruzione di
            <emph>culmine</emph> (che pure abbiamo, ma è voce della scrittura), o di <foreign
            lang="lat" rend="italic">culminulus</foreign>, o apocope di <emph>colmignolo</emph>, che
          fu poi corrotto in <emph>comignolo</emph> ec. (20. Dec. 1823.). <foreign lang="lat"
            rend="italic">Capitulum, capitulo</foreign>, <emph>capitolo</emph>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">chapitre</foreign>, per articolo di scrittura ec., s’anche da principio
          non fu così, oggi valgono lo stesso che <foreign lang="lat" rend="italic">caput</foreign>,
            <emph>capo</emph> nel medesimo senso, nel quale in francese e in ispagnuolo non sussiste
          più il positivo (veggansi però i Dizionarii). (20. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Médecin</foreign> francese<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Dubito però che in franc. la desinenza in <emph>in ine</emph> ec. nè abbia, ora nè
              abbia mai avuto la forza diminutiva in nessun modo. V. la pag. 3993. capoverso 4.
              marg.</p>
          </note>. <emph>Fiaccola</emph> quasi <foreign lang="lat" rend="italic">facula</foreign> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">fax</foreign>. <bibl>V. il <title>Gloss.</title> in
              <foreign lang="lat" rend="italic">facula</foreign>
          </bibl> ec. e la <bibl>
            <title>Crus.</title> in <emph>facella</emph>
          </bibl>. <emph>Faccellina</emph> vuol dir quasi lo stesso che <emph>fascina. Falcola e
            falcolotto</emph> (che il Monti nella Proposta condanna come voci inaudite, ma che sono
          frequentissime nella Marca, come debbono essere in Toscana, perchè la Crus. le porta senza
          esempio, ed hanno anche un senso proprio che non si può totalmente confondere con quello
          di <emph>candela</emph>) sono corruzioni di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >facula</foreign>, ma non hanno precisamente il senso del positivo, ma più ristretto, ed
          anche indicano cosa piccola a rispetto delle <emph>faci</emph> di legno, come di
            <emph>pino</emph> ec. (<bibl>v. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">fax</foreign>
          </bibl>) giacchè <foreign lang="lat" rend="italic">falcola</foreign> è solo di cera. (21.
          Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3991. marg. fine. Si osservano dagl’interpreti anche in Anacreonte le espressioni
          o indicazioni ec. di usanze ec. che dimostrano l’alto grado in cui si trovava al suo tempo
          il lusso, l’opulenza, la mollezza, le arti belle ec. appo gl’Ioni. (21. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3996"/> Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Menton,
            mentonnière</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">mentum</foreign>. Puoi ved.
          p. 3993. capoverso 4. (21. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <emph>vermiglio</emph> ec. aggiungi il franc. <foreign lang="fre"
            rend="italic">vermillon</foreign> in quanto significa <emph>rosso</emph> (propriamente e
          originariamente <emph>rossetto</emph>). Vedi ancora <foreign lang="fre" rend="italic"
            >vermiller</foreign> che forse è da <foreign lang="lat" rend="italic">vermis,
          vermiculus</foreign>. (20. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove in più luoghi di <foreign lang="lat" rend="italic">falsus</foreign>
          aggiungi. <emph>Falso</emph> per <emph>menzognero, finto, ingannatore</emph>, insomma per
            <foreign lang="lat" rend="italic">qui fallit</foreign>, laddove <foreign lang="lat"
            rend="italic">falsus</foreign> suonerebbe passivamente <foreign lang="lat" rend="italic"
            >qui fallitur</foreign>, detto di persona, è del latino, dell’italiano, dello spagnuolo
          (D. Quijote). V. i francesi. E anche generalmente nel suo significato aggettivo ordinario,
          cioè detto di cosa ec. sì <foreign lang="lat" rend="italic">falsus</foreign>, sì
            <emph>falso</emph> ec. ha senso attivo e viene a dire <emph>ingannante</emph>, laddove
          parrebbe a causa della sua forma grammaticale passiva, ch’ei non potesse valer altro che
            <emph>ingannato</emph>. (22. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa <foreign lang="lat" rend="italic">potus a um</foreign> aggiungi. Si dice anche
            <foreign lang="lat" rend="italic">potus sum</foreign>, in forma deponente come <foreign
            lang="lat" rend="italic">gavisus sum</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >gaudeo</foreign>. <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic"
              >poto</foreign>
          </bibl> ec. Vedilo anche in <foreign lang="lat" rend="italic">prandeo</foreign> fin. e in
            <foreign lang="lat" rend="italic">pransus</foreign>, e simili. (22. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa <foreign lang="lat" rend="italic">appariculus</foreign>, <emph>apparecchio</emph>
          ec. di cui altrove, si osservi che non v’è alcuna necessità di crederlo diminutivo
          originariamente, malgrado la sua desinenza in <emph>ulus</emph>, come pure altrove ec.
          (22. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Chardon</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">carduus</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cardus</foreign>. Noi <emph>cardo</emph>. <emph>Cardone</emph> nella Crus. è
          dell’Alamanni, forse suo francesismo al suo solito, ovvero è un accrescitivo indicante la
          salvaticità della pianta, positivato ec. come altri molti. Ma in francese al contrario è
          diminutivo. V. lo spagnuolo. È da <pb ed="aut" n="3997"/> notare in proposito de’
          diminutivi positivati, che anche il contrario de’ diminutivi cioè gli accrescitivi si
          positivano sovente nell’uso latino italiano spagnuolo francese greco ec. Così anche i
          dispregiativi e altri tali generi e modificazioni di nomi, verbi ec. peggiorativi ec. ec.
          (22. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove intorno all’uso dell’avv. spagn. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >luego</foreign> aggiungi un es. d’Ippocr. nel princ. del libello <title lang="lat">de
            flatibus</title>. <quote>
            <foreign lang="grc">Αὐτίκα γὰρ λιμὸς νοῦσος ἐστίν</foreign>
          </quote>
          <emph>Verbigrazia</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>In simil senso di <emph>verbigrazia</emph> ec. o analogo a questo, mi par che si usi
              eziandio lo spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">luego</foreign>.</p>
          </note>
          <emph>la fame si è un’infermità</emph>. Scioccamente la versione emendata dal Mercuriale: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Quare statim ubi fames molestat, morbus fit</foreign>
          </quote>. E più scioccamente quanto quel <foreign lang="lat" rend="italic">quare</foreign>
          non può ragionevolmente aver relazione a niuna delle cose precedenti. (22. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">Χρυσίον, ἀργύριον</foreign>, che alle
          volte hanno un senso più circoscritto e particolare ec. che i positivi, alle volte lo
          stesso. V. Scapula. (22. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3992. marg. Questo medesimo vale per gli altri poeti di quelli o de’ più antichi
          o più moderni tempi, i più de’ quali scrivevano o sempre o spessissimo per mercede, e
          commissione. Non si può dunque troppo ragionevolmente argomentare dello stato della lingua
          e letteratura greca di que’ tempi in ordine ai dialetti, dal dialetto che tali poeti,
          massime lirici, epigrammatici, elegiaci o trenici seguono in tali composizioni; ma bensì
          da quelle che si veggono essere state fatte per iscelta e genio ec. dell’autore. Tali
          sembrano esser quelle di Simonide i cui frammenti sono affatto o quasi affatto (quanto può
          il linguaggio greco poetico stringersi a un dialetto ec. ec.) ionici. E per contrario
          quelli che son dorici spettano evidentemente all’altro genere sopraddetto ec. (23. Dec.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="3998"/> Alla p. 3636. — o che derivando dal latino, non hanno lo stesso
          significato, uso ec. che in latino ma diverso affatto come p. e. <emph>cintola</emph>
          diminutivo positivato da <emph>cinta</emph>, nome. V’è però in lat. <foreign lang="lat"
            rend="italic">cinctus us</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">cinctum
          i</foreign>, onde pur noi <emph>cinto</emph> e il diminutivo (alla latina) positivato
            <emph>cintolo</emph>, con <emph>cintolino</emph> ec. Forse però <emph>cinta</emph> per
            <emph>cinto</emph> non è che una corruzione di questo ec. E <bibl>vedi il
            <title>Gloss.</title> in <emph>cincta</emph>
          </bibl> ec. se ha nulla, cioè se fosse latino barbara essa medesima voce. (24. Dec.
          Vigilia di Natale. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">Μόριον</foreign>. V. il Lessico con
          tutti i suoi composti, derivati ec. (e così i composti, derivati ec. degli altri
          diminutivi greci positivati, altrove notati da me). <foreign lang="grc">Μορὶς ίδος, μερὶς
            μερίδος. Ἀγγεῖον</foreign>. Se questo è veramente diminutivo come dice la Gramm. di
          Padova, non solo è positivato, ma se ne fa un sopraddiminutivo, cioè <foreign lang="grc"
            >ἀγγείδιον</foreign>, e notisi anche in greco l’uso de’ sopraddiminutivi ec. benchè qui
          una sola delle due diminuzioni avrebbe vigore ec. Si può credere che moltissime voci
          greche in <foreign lang="grc">ιον</foreign>, in <foreign lang="grc">ὶς ίδος</foreign>, o
          in alcuna delle tante forme diminutive usitate in questa lingua (v. il Weller), sieno
          diminutivi positivati, benchè non si abbiano i positivi, o questi non si usino ora che in
          senso ben diverso, e per tali e simili e qualunque cagioni quei nomi non sieno considerati
          dai Gramm. per originariamente diminutivi (p. e. <foreign lang="grc">ἰσχίον,
          κοράλλιον</foreign> (il derivato <foreign lang="grc">κουράλιον, βαλάντιον,
          σίλφιον</foreign>; il derivato <foreign lang="grc">σιλφῶδες</foreign> mostra un posit. di
            <foreign lang="grc">σίλφιον</foreign>, perchè da questo sarebbe <foreign lang="grc"
            >σιλφιῶδες</foreign>). V. p. 4018. ec.). Così accade nel latino nelle lingue moderne ec.
          E quel che dico de’ nomi si può stendere all’altre voci ec. (24. Dec. Vigilia del S.
          Natale. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="spa" rend="italic">gozar</foreign>, aggiungi <foreign
            lang="spa" rend="italic">gozoso</foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic"
            >gaudiosus</foreign>, quasi <foreign lang="lat" rend="italic">gavisosus</foreign>. (24.
          Dec. Vigil. del Santo Natale. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii passivi in senso attivo o neutro ec. <foreign lang="spa" rend="italic"
            >Agradecido</foreign>
          <pb ed="aut" n="3999"/> per <foreign lang="spa" rend="italic">agradeciente</foreign>, e lo
          trovo anche, nel D. Quijote, per <emph>piacevole, urbano, gentile, cortese</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p> Altra volta ve lo trovo per <emph>benigno, favorevole</emph> (<quote>
                <foreign lang="spa">fue mas agradecida y liberal la natura que la fortuna</foreign>
              </quote>). <quote>
                <foreign lang="spa" rend="italic">Desagradecido</foreign>
              </quote> p. <emph>ingrato</emph>. D. Quij. Leido p. <emph>che ha letto,
              alletterato</emph> (ib. <quote>
                <foreign lang="spa" rend="italic">leido en cosas de Caballeria andantesca</foreign>
              </quote>, cioè, che ha letto romanzi di Cavalleria come quivi si vede).</p>
          </note>. Del resto questo participio è aggettivato e così tutti o quasi tutti gli altri
          tali participii così usati ec., come mi pare aver detto altrove, ma ciò non toglie ec. ec.
          (24. Dec. 1823. Vigilia del Santo Natale).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che <foreign lang="spa" rend="italic">amarillo</foreign>, voce evidentemente diminutiva,
          venga da un <foreign lang="lat" rend="italic">amaro</foreign> (diverso da <foreign
            lang="lat" rend="italic">amargo</foreign>) e questo da <foreign lang="grc"
          >ἀμαυρός</foreign>? Del resto l’esser voce diminutiva non dee far maraviglia, o che si
          consideri come voce significante colore (così <emph>rossetto</emph> ec. ec. nel qual caso
          ella sarebbe positivata, perchè non suona <emph>pallidetto</emph> ma <emph>pallido</emph>,
          che dovea pur essere il significato di <foreign lang="lat" rend="italic">amaro</foreign>),
          o come significante mal essere, stato, colore ed aspetto infermiccio ec. (nel qual caso
          non sarebbe positivata ec.). Del resto sì il proprio sì il metaforico di <foreign
            lang="grc">ἀμαυρός</foreign>, da qualunque de’ due sensi si voglia derivare <foreign
            lang="spa" rend="italic">amarillo</foreign>, e qualunque sia il proprio e primitivo di
          questa voce, le conviene e corrisponde a maraviglia. Or la Spagna donde avrebbe avuta mai
          questa voce greca? Certo, ch’io sappia, ella non ebbe mai nè colonie greche, nè commercio
          co’ greci ec. e la sua posizione geografica la rese sempre per così dire ritirata, anche
          anticamente, fino alla venuta de’ Romani ec. ec. (24. Dec. 1823. Vigilia del S. Natale.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Empujar</foreign> cioè <emph>impellere</emph>, ma viene
          da un <emph>impulsare</emph>. V. i suoi derivati. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Pousser</foreign>, (<emph>pellere</emph>) da <emph>pulsare</emph>, co’ suoi derivati.
            <foreign lang="spa" rend="italic">Pujar</foreign> e certi suoi derivati, <foreign
            lang="spa" rend="italic">sobrepujar</foreign> parimente, o son fatti da <foreign
            lang="fre" rend="italic">pousser</foreign>. V. i Diz. spagn. e correggi certe cose che
          ne ho dette parlando di <pb ed="aut" n="4000"/>
          <foreign lang="spa" rend="italic">pujanza</foreign> in proposito di <foreign lang="lat"
            rend="italic">potens</foreign>. La qual voce <foreign lang="spa" rend="italic"
          >pujanza</foreign> ha tutt’altra origine, cred’io, nè viene, come parrebbe a tutti, da
            <foreign lang="spa" rend="italic">pujar</foreign>, nel modo che <foreign lang="fre"
            rend="italic">puissance, puissant</foreign> ec. non ha che far niente con <foreign
            lang="fre" rend="italic">pousser</foreign> e suoi derivati. (24. Dec. Vig. di Nat.
          1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito della ridondanza del pronome <emph>altro</emph> nell’italiano e nel greco,
          notata altrove, osservivi che <emph>altro</emph> presso noi spesso vale semplicemente
          alcuna cosa, massime nella negazione, onde <emph>senz’altro</emph> vale sovente
            <emph>senz’alcuna cosa</emph>, cioè <emph>senza nulla</emph>, e <emph>altri</emph>
          quando si usa al modo del franc. <foreign lang="fre" rend="italic">on</foreign> (e
          dell’ital. <emph>l’uomo, uno, la persona, si</emph> ec.) vale <emph>alcuno</emph>, che pur
          molte volte si dice ne’ casi stessi. V’ha un luogo nel Petrarca Canz. <title>Una donna più
            bella</title>, stanza 3. v. 12. dove <quote>
            <emph>altro</emph>
          </quote>, ben considerando il luogo, mi pare (e non credo che niuno fin qui l’abbia
          inteso) che non significhi se non <emph>alcuna cosa</emph>, cioè, poichè sta colla
          negazione virtualmente presa, nulla. (24. Dec. 1823. Vigil. del S. Natale.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Gomitolo, aggomitolare</emph> ec. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">glomus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">glomer</foreign>. V.
          la Crus. e il Forcell. col Gloss. ec. e osserva se <foreign lang="lat" rend="italic"
            >glomus</foreign> ec. vale lo stesso. (24. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi frequentativi o diminutivi ec. italiani. <emph>Penzolare</emph> e
          <emph>spenzolare</emph> coi derivati. Paiono però fatti da <emph>penzolo</emph>, e questo
          da <emph>pendulus</emph> che non è diminutivo. <emph>Rotolare, rotolone</emph> ec. (24.
          Dec. 1823.). <emph>Penzigliare, penzigliante</emph>. V. il pens. seg.</p>
      </div1>
      <div1 n="4001 - 4200">
        <p>Alla p. 3995. princ. <emph>Coccolone</emph>, o <emph>coccoloni</emph> da <emph>coccare,
            penzolone</emph> o <emph>penzoloni</emph> (v. il pens. precedente),
          <emph>rotolone</emph> ec. Tutte forme frequentative. E questa forma è usitatissima in
          cotali avverbi in <emph>one</emph> o <emph>oni</emph> propri della nostra lingua, che
          equivalgono a’ gerundi <pb ed="aut" n="4001"/> de’ rispettivi verbi (sieno frequentativi o
          diminutivi ec. in <emph>olare</emph> o comunque, o non lo sieno punto) da cui sono formati
          (se sono formati da verbo). Dunque la forma in <emph>ol</emph> breve, è ben propria della
          nostra lingua, e vi è frequentativa, diminutiva ec. come in latino ec.
          <emph>Ruotolo</emph> o <emph>rotolo</emph>. <emph>Coccola, coccolina</emph>.
          <emph>Concola</emph> (i romani <foreign lang="lat" rend="italic">concolina</foreign>
          sempre, per quello che noi diciamo <emph>catino</emph> da lavar le mani e il viso) da
            <emph>conca</emph>. V. il Forc. e i Less. gr. dove <foreign lang="grc"
          >κογχύλιον</foreign> è diminutivo. E vedi alla pag. 3636. marg. <emph>fromba</emph>
          diminuito in <emph>frombola</emph>, voci l’una e l’altra, che non hanno a far col
            latino<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Così <emph>grappo</emph> e <emph>grappolo</emph>, di cui altrove; e v. il Gloss.</p>
          </note>. <bibl>
            <author>V. il Gloss.</author>
            <emph>Goccia</emph> e <emph>gocciola, gocciolare</emph> e <emph>gocciare,
            sgocciolare</emph>
          </bibl> ec. da <emph>gutta</emph>, del che altrove<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>
              <emph>Seggia, seggio</emph> e <emph>seggiola, seggiolo</emph>, co’ derivati ec. del
              che altrove. <emph>Cuccio</emph> e <emph>cucciolo, ciotto</emph> e
              <emph>ciottolo</emph> coi derivati, composti ec. <emph>Ciccia</emph> e
              <emph>cicciolo</emph> o <emph>sicciolo. Chiappole, bruscoli, pappolate</emph>, ec.
                <emph>Frotta</emph> e <emph>frottola. Tetta</emph> e <emph>tettola</emph>: v. la
              pag. 4007.</p>
          </note>. <emph>Snocciolare</emph> da <emph>nócciolo</emph> ec.<note resp="aut" n="c"
            place="foot">
            <p>Così scrive l’Alberti, <quote>
                <emph>nócciolo</emph>
              </quote>. Così da <emph>cochlea, chiócciola</emph>: noi marchegiani
              <emph>cuccióla</emph>.</p>
          </note>; v. la Crusca: <emph>nócciolo</emph> par che sia da <foreign lang="lat"
            rend="italic">nucleus</foreign> che non è diminutivo: quindi neanche
          <emph>snocciolare</emph> cioè <emph>enucleare</emph>. (24. Dec. 1823.). V. p. 4003.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito delle divinità benefiche, che altrove ho detto essere ed essere state
          venerate, inventate ec. dalle nazioni civili, e più quanto più civili, si aggiunga che non
          solo benefiche, ma graziose, amabili ec. ancorchè non benefiche, o indifferenti ec. come
          tante divinità, allegorici personaggi, personificazioni di qualità o soggetti ec.
          naturali, umani ec. nella mitologia greca ec. ec. (24. Dec. Vigilia del S. Natale. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Delle colonie greche in Italia, Sicilia ec. e antico commercio ec. greco in Italia,
          avanti il dominio de’ romani, la diffusione o formazione di quella lingua latina, che noi
          conosciamo, cioè romana ec. e del grecismo che per tali cagioni può esser rimasto nel
          volgare latino in quelle parti, e quindi ne’ volgari moderni in quelle parti, e quindi nel
          comune italiano eziandio, massime che la formazione e letteratura di questo ebbe principio
          in Sicilia e nel <pb ed="aut" n="4002"/> regno, come mostra il Perticari nell’Apologia,
          ec. ec., discorrasene proporzionatamente nel modo che altrove s’è discorso delle Colonie
          greco-galliche, di Marsiglia ec. in rispetto ai grecismi della lingua francese non comuni
          al latino noto ec. (24. Dec. 1823. Vigil. del S. Natale.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Κρεῖττον ἑλέσθαι ψεῦδος ἢ ἀληθὲς κακόν</foreign>
          </quote>. Menander ap. S. Maxim. Capit. Theolog. serm.35. fin. (24. Dec. 1823. Vigilia del
          S. Natale.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">Προβάτιον</foreign>. V. lo Scap. Il
          luogo d’Ippocrate quivi cit. è nel principio del lib. de morbo sacro: <quote>
            <foreign lang="grc">οὐ γάρ ἐστιν αὐτοῖς ἄλλο προβάτιον οὐδὲν ἢ αἶγες καὶ βόες.</foreign>
          </quote>. <foreign lang="grc">Ἱμάτιον</foreign> da <foreign lang="grc">εἷμα ατος</foreign>
          o da un <foreign lang="grc">ἷμα ατος</foreign> (come da <foreign lang="grc">ἀπόσπασμα
            ατος, ἀποσπασμάτιον</foreign> diminutivo e simili), diminutivo positivato, eccetto che
            <foreign lang="grc">εἷμα</foreign>. (poetico, cioè a dire antico) è forse un po’ più
          generico. Così forse dicasi di <foreign lang="grc">φόρτος</foreign> e <foreign lang="grc"
            >φορτίον</foreign>. V. lo Scapula. (25. Dec. dì del Santo Natale. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove del nostro cangiar talora il <foreign lang="lat" rend="italic">cul</foreign>
          latino in <emph>gli</emph>, coll’es. di <emph>periglio</emph> ec. Aggiungi
          <emph>spiraglio</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">spiraculum</foreign> che anche
          si dice <emph>spiracolo</emph>, come pure <emph>pericolo</emph>. (25. Dec. dì del S.
          Natale. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Volere</emph> per <emph>potere</emph>, idiotismo greco e italiano, di cui altrove.
          Ippocrate o chiunque sia l’autore del libro <title lang="lat">de morbo sacro</title> a lui
          attribuito, ediz. del Mercuriale Ven. 1588. opp. d’Ippocr. classe 3. p. 347. D. terza pag.
          del detto libello. <quote>
            <foreign lang="grc">Οὐ μέντοι ἔγωγε ἀξιῶ ὑπὸ θεοῦ ἀνθρώπου σῶμα μιαίνεσθαι, τὸ
              ὑποκηρότατον ὑπὸ τοῦ ἁγνοτάτου, ἀλλὰ κ' ἢν τυγχάνῃ ὑπὸ</foreign>
            <pb ed="aut" n="4003"/>
            <foreign lang="grc">ἑτέρου μεμιασμένον ἢ τὶ πεπονθός, ἐθέλοι</foreign> (posset) <foreign
              lang="grc">ἂν ὑπὸ τοῦ θεοῦ καθαίρεσθαι καὶ ἁγνίζεσθαι μᾶλλον ἢ μιαίνεσθαι</foreign>
          </quote>. Cioè <foreign lang="lat" rend="italic">purgaretur et purificaretur magis quam
            inquinaretur</foreign>, ovvero <foreign lang="lat" rend="italic">posset
          purgari</foreign> ec. L’<foreign lang="grc">ἐθέλοι</foreign> si potrebbe facilmente
          ommettere risolvendo nell’ottativo colla particella <foreign lang="grc">ἂν</foreign> i
          verbi infiniti che da lui pendono, e il luogo avrebbe quasi lo stesso valore. Ma la
          locuzione è elegantissima. (25. Dec. Festa del S. Natale. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4001. Nótisi che la desinenza in <emph>olare</emph>, dove l’<emph>ol</emph> è
          breve ec., sia diminutiva, sia frequentativa ec. si dà presso noi a moltissime voci che
          non hanno nè poterono avere a far col latino. Si unisce eziandio ad altre desinenze e
          forme affatto italiane e per nulla latine, come da <emph>ballonzare</emph>, formazione
          italiana (o toscana) da <emph>ballare</emph>, si fa <emph>ballonzolare</emph> (anche la
          forma in <emph>olare</emph> sembra essere propriamente o più particolarmente toscana che
          altro). Così da <emph>pallotta pallottola</emph>, e simili. <emph>Collottola, frottola.
            Viottolo, viottola</emph> (questa è veramente una diminuzione in <emph>ottolo</emph>
          tutta italiana tanto è vero che l’<emph>olo</emph> breve è italiano ec.) diminutivi di
          via, e molti simili ec. L’<emph>uolo</emph> poi accoppiasi in mille modi ec. non mi par
          però che possa esser sopraddiminutivo (al contrario mi par dell’<emph>olo</emph>), bensì
          riceverlo ec. (25. Dec. 1823.). V. qui sotto.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Vedi il pensiero precedente, e osserva che la formazione in <emph>olare</emph> è anche
          oggi, fra l’altre, al discreto arbitrio dello scrittore, o parlatore ec. e di questo
          arbitrio se ne prevalgono anche i volgari, specialmente in Toscana ec. che non conoscono
          il latino ec. (25. Dec. 1823. dì del S. Natale.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Frequentativi italiani ec. Vedi nell’anteced. pensiero un verbo sopraffrequentativo o
          sopraddiminutivo ec., come anche altri ve ne sono, o ne possiamo formare a piacere e
          giudizio dello scrittore parlatore ec. (25. Dec. 1823.). V. la p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4004"/> Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">Χωρίον</foreign>.
          V. Scap. (25. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. preced. — In <emph>icare</emph>, come <emph>verzicare</emph> o
          <emph>verdicare</emph> (<emph>inverzicare</emph> attivo a quel che pare) per
            <emph>verdeggiare</emph> ed altri molti (qua spetta <emph>dimenticare</emph>). Questa
          forma di frequentativi è affatto latina. V. la p. 2996. marg., ec. Ed altri molti esempi
          ve n’hanno, oltre i quivi citati<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <emph>Voltolare, rivoltolare, avvoltolatamente. Vagellare</emph> (Crus.),
                <emph>vagolare</emph> e <emph>svagolare</emph> (Alberti), da <foreign lang="lat"
                rend="italic">vagari</foreign>.</p>
          </note>. Particolarmente poi s’usa nel latino appunto in fatto di colori, come quivi
          altresì puoi conoscere. V. appunto nel Forc. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >viridicans</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">viridicatus</foreign>. Male dice
          il Forc. che <foreign lang="lat" rend="italic">viridicans</foreign> è per <foreign
            lang="lat" rend="italic">viridans</foreign>, questo attivo e quello neutro ed
          equivalente affatto al nostro <emph>verzicante</emph> o <emph>verdicante</emph> (Crus.),
          oltre che se <foreign lang="lat" rend="italic">viridans</foreign> fosse anche neutro, non
          sarebbe però, come quello, frequentativo ec. V. il Gloss. ec. (25. Dec. Festa del S.
          Natale. 1823.). Così da <foreign lang="lat" rend="italic">nivo is</foreign> e da
            <emph>nevare</emph> (ital.) <emph>nevicare</emph> (volgarmente <emph>nevigare</emph>, e
          v. il Gloss.) frequentativo alla latina, delle quali voci mi pare aver detto altrove.
            <emph>Morsicare</emph>; ma non ha più il senso frequentativo ec. anzi ha quello
          stessissimo del positivo <emph>mordere</emph>, sebben la Crusca lo definisce
            <emph>morsecchiare</emph>. Vedila, e in <emph>morsicatura</emph> ec.
          <emph>Masticare</emph>. V. Forc. e il Gloss. Vedi la p. 4008. capoverso 4. fine.
            <emph>Mordicare</emph> co’ deriv. <emph>Rampicare arrampicare arpicare</emph> da
            <emph>rampare-rampante</emph>, o da <emph>rampa</emph> o da <emph>rampo</emph>.
            <emph>Inerpicare, inarpicare. Luccicare, sbarbicare</emph> — <emph>lucere,
          sbarbare</emph>. Vedi la pag. 4019. capoverso 1. <emph>Zoppicare, impetricato</emph>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">nutrico as</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">nutricor</foreign> di cui altrove.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tetta tettare</emph> — <foreign lang="grc">τιτθὸς</foreign> o <foreign lang="grc"
            >τίτθη</foreign> o <foreign lang="grc">τιτθὴ</foreign> (che vale anche
          <emph>nutrice</emph> ed <emph>ava</emph>: ora in questi sensi si dice anche <foreign
            lang="grc">τηθὴ</foreign>) coi derivati. V. p. 4007. <foreign lang="grc"
          >Εὐθὺ,</foreign>, <foreign lang="grc">εὐθὺς</foreign> ec. per <emph>subito</emph> ec. —
            <emph>a dirittura, dirittamente</emph> ec. per <emph>subito</emph>. (26. Dec. Festa di
          S. Stefano. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Usi familiari del lat. <foreign lang="lat" rend="italic">recte</foreign> conformissimi a
          quelli del nostro <emph>bene</emph>, franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >bien</foreign> ec. (che secondo il più comune significato di <foreign lang="lat"
            rend="italic">recte</foreign>, vagliono lo stesso, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">probe</foreign> ec.), veggansi nel Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">recte</foreign> ne’ due ultimi paragrafi della seconda colonna di detto
          articolo. (26. Dec. Festa di S. Stefano. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Setola</emph> per il lat. <foreign lang="lat" rend="italic">seta</foreign>,
            <emph>setoloso setoluto</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic">setosus</foreign>,
          e v. gli altri derivati di <foreign lang="lat" rend="italic">setola</foreign>, e il Forc.
          in <foreign lang="lat" rend="italic">setula</foreign> . (26. Dec. 1823. Festa di S.
          Stefano.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Nivitari</foreign> pass. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">nivo is</foreign>. Gloss. Cang. (27. Dec. 1823. Festa di S. Giovanni
          Evangelista.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4005"/> Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">Εἰρίον,
          ἔριον</foreign>, da <foreign lang="grc">εἶρος</foreign> (27. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi diminutivi positivati. <emph>Ringhiare</emph> cioè <emph>ringulare</emph> da
            <foreign lang="lat" rend="italic">ringere</foreign>. V. i franc. e spagn. (27. Dec.
          1823.). <emph>Avvinchiare, avvinghiare, succhiare, succiare</emph> (<foreign lang="lat"
            rend="italic">sugo is, suggere, sucer</foreign> ec.). e molti altri simili verbi
          italiani in <emph>ghiare</emph> e <emph>chiare, iare</emph> ec. sono assoluti diminutivi
          (quasi tutti e per lo più o tutti e sempre positivati), e diminutivi non in italiano ma in
          latino donde mostrano assolutamente esser venuti, cioè da de’ rispettivi verbi in
            <emph>ulare</emph>, noti o ignoti. Così molti verbi spagn. in <foreign lang="spa"
            rend="italic">jar</foreign>, franc. in <foreign lang="fre" rend="italic"
          >iller</foreign>, ec. Così anche nomi e altre voci ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <emph>Morchia</emph> (noi marchigiani <emph>morca</emph>) — <emph>amurca</emph>.</p>
          </note> (27. Dec. 1823.). — Possono però tali verbi ec. esser fatti anche da nomi o latini
          o italiani ec. noti o ignoti, come p. e. <emph>ringhiare</emph> da <emph>ringhio</emph>
          (nome usato), il quale quando anche fosse da un <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ringulus</foreign>, questo non sarebbe diminutivo, o da nomi che essendo diminutivi in
          latino, in <emph>ulus</emph>, non lo sieno in italiano ec. (27. Dec. 1823. Festa di San
          Giovanni Apostolo ed Evangelista.). Tali sono i verbi <emph>rugghiare</emph> e
            <emph>mugghiare, mugliare</emph>
          <note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 4014. capoverso 4.</p>
          </note>, <emph>mugolare, mugiolare, muggiolare</emph> coi derivati ec. di questi e di
            <emph>mugghiare, rugghiare</emph> ec. del quale però mi ricordo aver parlato altrove e
          veggasi il detto quivi. (28. Dec. giorno degl’Innocenti. 1823.). Veggasi la pag. 4008.
          capoversi 4. e ultimo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Vasello</emph>. V. la Crusca, co’ suoi derivati, e in
            <emph>Vagello</emph> co’ derivati. (28. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Plurali italiani in <emph>a</emph>. <emph>Vasella</emph> plur. di <emph>vasello</emph>.
          (28. Dec. 1823.). <emph>Vasa</emph> plur. di <emph>vaso</emph>. Crus. e Arios. Sat. 3.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii passivi in senso att. o neut. ec. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >Apercibido</foreign> per <emph>fatto inteso, che sta sull’avviso</emph> ec. (D. Quijote).
            <emph>Inteso</emph> per <emph>informato, intendente</emph>, ec. (<foreign lang="spa"
            rend="italic">entendido</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic">entendu</foreign>.
          V. spagn. e franc. : se però in questo senso appartenesse al neut. pass.
          <emph>intendersi</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">entenderse</foreign> ec. non
          spetterebbe <pb ed="aut" n="4006"/> al nostro proposito.). <emph>Discreto</emph> it.
          spagn. (di cui par che, almeno principalmente sia proprio) e franc. per
          <emph>discernente</emph> ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="spa" rend="italic">Conocido, desconocido</foreign>, p.
              <emph>conoscente</emph>, cioè <emph>grato</emph>, e <emph>sconoscente</emph>, come
              diciamo noi l’uno e l’altro, come anche <emph>disconoscente</emph>. V. la Crusca in
                <emph>disconosciuto</emph> esempio 2. dove vale <emph>che non conosce, ch’è privo di
                conoscimento</emph>, e nota ch’è di Guittone, cioè antichissimo.</p>
          </note> V. il Gloss. ec. (29. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3955. marg. — di questo però particolarmente. — <emph>Coltellinaio</emph> ec. ec.
          (29. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Avvisato</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">avisado</foreign> ec. nel senso
          di <emph>accorto</emph> ec. molto s’ingannerebbe chi lo credesse un significato passivo
          dall’attivo di <emph>avvisare</emph> cioè <emph>avvertire</emph> ec. (29. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii passati in senso attivo o neutro, aggettivato. V. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">consultus</foreign> dove non approvo il modo in ch’egli spiega l’origine
          del significato attivo o neutro di questa voce, per non aver considerato i tanti altri es.
          che v’hanno di tali participii così usati, aggettivamente o no, ne’ quali non ha punto
          luogo una simile spiegazione. In particolare poi v’hanno esempi in significati simili a
          quello di <foreign lang="lat" rend="italic">consultus</foreign>, sì nel latino sì nelle
          lingue moderne, come <foreign lang="lat" rend="italic">cautus</foreign>, <emph>avvisato,
            avvertito</emph> ec. da me sparsamente notati altrove, e <foreign lang="lat"
            rend="italic">consideratus</foreign> attivamente nel latino e nell’italiano ec. di cui
          v. il Forc. la Crus. gli spagnuoli e francesi. V. ancora i composti ec. di <foreign
            lang="lat" rend="italic">consultus</foreign> in tal senso, come
          <emph>jurisconsultus</emph> ec. e di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >consideratus</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">inconsideratus</foreign>
          ec. e così degli altri tali participii. (29. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Appellito as</foreign>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">apellidar</foreign> ec. (30. Dec. 1823.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">τιτθὸς</foreign> ec. <foreign lang="grc"
            >τιτθίον</foreign>, (come in lat. <emph>mamma</emph> e <emph>mammilla</emph> nello
          stesso senso, del che altrove), <foreign lang="grc">τιτθὴ</foreign> ec. e <foreign
            lang="grc">τιτθὶς ίδος</foreign>, quasi <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nutricula</foreign> ec. (30. Dec. 1823.). Vedi la pag. seg. capoverso 1</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="spa" rend="italic">Sencillo</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">sincerus</foreign>. Così <emph>pretto</emph> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">purus</foreign> del che altrove, nel medesimo senso, e ambo
          diminutivi aggettivi il che è raro ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Tenellus,
            tenellulus, lascivulus, blandulus, misellus</foreign> ec. ec. <emph>miserello</emph> ec.
          ec. ma è raro che gli aggettivi diminutivi sieno positivati ec. ec. <pb ed="aut" n="4007"/>
          <emph>Seggiola, seggiolo</emph> (v. i derivati sopraddiminutivi, e anche accrescitivi,
          come <emph>seggiolone</emph>, fatti dal diminutivo, il che è notabile, nè potrebbe
          ragionevolmente aver luogo se il diminivo non fosse positivato, o non avesse un senso
          disgiunto da diminuzione ec. e in tali casi è frequente) per <emph>sedia, seggia,
          seggio</emph>, sebbene hanno forse un senso più circoscritto ec. e vedi il detto altrove
          del lat. <foreign lang="lat" rend="italic">sella</foreign>, e la Crusca ec. (1. Gen.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4004. Dicesi anche <emph>tettola</emph>, che la Crus. chiama espressamente
          diminutivo di <emph>tetta</emph>, come in lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >mamma</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">mammilla</foreign> nel senso stesso,
          e come appunto in greco <foreign lang="grc">τίτθη</foreign> ec. e <foreign lang="grc"
            >τιτθίον</foreign>, collo stesso significato. Vedi la pag. anteced. fine. e 4001. (2.
          Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Porcello</emph> ec. V. Crus. e nota che questa positivazione
          è massimamente propria de’ nostri antichi e trecentisti più che del moderno linguaggio.
          Forc. ec. (2. Gen. 1824.). <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Puera</foreign>, esemp. 1</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sopraddiminutivi latini. <foreign lang="lat" rend="italic">Agellulus. Asellulus</foreign>
          ec. (2. Gen. 1824.). <foreign lang="lat" rend="italic">Tenellulus</foreign>. Vedi la p.
          3987.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alle varie alterazioni de’ verbi greci quanto alla forma (sia nel tema, sia altrove ec.)
          senz’alterar punto il significato, delle quali altrove, aggiungi in <foreign lang="grc"
            >ννύω</foreign> o <foreign lang="grc">ννυμι</foreign>, come <foreign lang="grc">κεράω,
            κεραννύω, κεράννυμι;; χρώω, χρωννύω, χρώννυμι</foreign>; che valgono tutti tre lo
          stesso, e sono un sol verbo. Lascio poi l’alterazione sì comune in <foreign lang="grc"
          >μι</foreign>, ch’è pur di tante forme, e sì di regola e proprietà dell’uso greco ec. ec.
          e che parimente non muta punto il significato, che moltissime volte ha fatto dimenticare,
          disusare, o anche ignorare affatto il vero tema in <foreign lang="grc">ω</foreign>, che in
          molti verbi si congettura o si dee congetturare, benchè espressamente non si trovi, essere
          stata usata ec. (2. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii passati in senso attivo o neutro ec. <emph>Trascurato, tracutato, tracotato,
            straccurato</emph> ec. V. la Crus. in <emph>Tracotare</emph>, sebbene quell’etimologia è
          falsissima perchè <emph>tracotare</emph> è da <foreign lang="fre" rend="italic"
          >cuite</foreign> o <foreign lang="fre" rend="italic">cuyte, cuyter</foreign> ec. provenz.
          ec. <foreign lang="spa" rend="italic">cuita, cuitar</foreign> ec. spagn. ant. <foreign
            lang="spa" rend="italic">cuidado cuidar</foreign> ec. spagn. mod. (4. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">φρούριον</foreign>. V. Scap. (4. Gen.
          Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4008"/> Alla p. 3969. Appunto hanno anche gli spagnuoli il diminutivo in
            <emph>uelo</emph>, che come il nostro <emph>uolo</emph> vale <emph>olo</emph> e viene
          dal latino in <emph>olus</emph> o <emph>ulus</emph>. (5. Gen. Vigilia della Santa
          Epifania. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati: <foreign lang="grc">ἀκόντιον</foreign> che ha cacciato l’uso
          del posit. V. Scap. <foreign lang="grc">πεδίον</foreign>. V. Scap. (5. Gen. Vigilia della
          S. Epifania. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participi italiani in <emph>ito</emph> ed <emph>uto</emph>, del che altrove.
            <emph>Apparito</emph> e <emph>apparuto</emph> (<bibl>
            <author>Machiav.</author>
            <title>Istor.</title> l. 7. opp. 1550. par. 1. p. 268. mezzo</bibl>). Questo secondo
          però, oltre a non avere, ch’io sappia, altra autorità che di uno scrittore molto poco
          diligente nella lingua, in particolare nella Storia, dov’anche potrebb’esser fallo di
          stampa, può essere da <emph>apparere</emph> (laddove il primo da <emph>apparire</emph>),
          onde anche <emph>apparso</emph>, come da <emph>parere, paruto</emph> e <emph>parso</emph>.
            <emph>Comparere</emph> non si trova, almeno nella Crus., bensì però
          <emph>comparso</emph>, oggi assai più frequente di <emph>comparito</emph> ch’è di
            <emph>comparire</emph>, da cui però non viene <emph>comparso</emph>, il quale forse è
          moderno e fatto solo per analogia di <emph>apparso</emph> e <emph>parso</emph>, che sono
          oggi i più usitati. (5. Gen. Vigilia della S. Epifania. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi frequentativi ec. italiani. <emph>Sputacchiare, stiracchiare</emph> da
            <emph>sputare, stirareù</emph>. Questa forma in <emph>acchiare</emph>, e in
            <emph>occhiare, icchiare, ecchiare, ucchiare</emph> e in <emph>ghiare</emph> ec. (v. il
          pens. ult. di questa pag.) e simili, han tutte origine dal buon latino (essendo
          equivalenti al lat. <foreign lang="lat" rend="italic">culare</foreign>) nel quale ancora,
          questa forma è diminutiva o disprezzativa o frequentativa ec., e immediatamente poi hanno
          forse origine dal latino barbaro, almeno molte di tali voci, p. e.
          <emph>sputacchiare</emph> da <emph>sputaculare</emph> ec. Vedi la pag. 4005. capoverso 2.
          — Al detto altrove di <emph>crepolare</emph>, aggiungi <emph>screpolare</emph> ec. —
            <emph>Sghignazzare, ghignazzare</emph> da <emph>sghignare, ghignare</emph>. (6. Gen.
          Festa della S. Epifania. 1824.). <emph>Ammontare</emph> — <emph>ammonticare</emph> (vedi
          la pag. 4004. capoverso 2), <emph>ammonticchiare, ammonticellare. Raggruzzare</emph> —
            <emph>raggruzzolare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove d’<foreign lang="lat" rend="italic">inopinus, necopinus</foreign> ec.
          aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic">odorus</foreign>, il quale non mi sembra altro
          che contrazione di <foreign lang="lat" rend="italic">odoratus</foreign>, e in fatti è voce
          propria de’ poeti come le sopraddette ec. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> (6. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quel che altrove si è detto in più luoghi, cangiarsi nell’italiano regolarmente il
            <emph>cul</emph> de’ latini in <emph>chi</emph>, dicasi pur del <emph>gul</emph> in
            <emph>ghi</emph> ec. V. la pag. 4005. capoverso 2. (6. Gen. 1824. dì della S.
          Epifania.). V. p. 4109.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4009"/> Diminutivi positivati. <emph>Fragola</emph> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">fraga</foreign>. V. Crus. Forc. Gloss. e franc. spagn. ec.
          <emph>Ugola</emph> e <emph>uvola</emph> per <emph>uva</emph>. (7. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scambio del <emph>v</emph> e del <emph>g</emph>. V. il pensiero precedente. (7. Gen.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">οἰκίον</foreign> per <foreign lang="grc"
            >οἶκος</foreign> o <foreign lang="grc">οἰκία</foreign>. Notisi ch’egli è antichissimo,
          perchè proprio di Omero. O forse degl’ioni, massime antichi. Arriano imitatore di questi
          l’usa nell’Indica 29.16, 30.9. Lo Scap. non cita che Omero. È positivato anche presso
          Arriano. (7. Gen. 1824.). Lo stesso discorso o dell’antichità o del dialetto ionico,
          massime antico, si può fare intorno al diminutivo positivato <foreign lang="grc"
          >προβάτιον</foreign>, ch’è d’Ippocrate, o di chi altro è l’autore del libro ec., e di cui
          altrove. La quale osservazione unita con questa della voce <foreign lang="grc"
          >οἰκίον</foreign>, e coll’altre che si potranno fare, può dar luogo a buone conghietture
          circa l’uso de’ diminutivi positivati nell’antico greco o ionico ec. (7. Gen. 1824.).
            <foreign lang="grc">πλημμυρὶς ίδος. φυκίον</foreign>. (7. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi frequentativi o diminutivi ec. ital. <emph>Morsecchiare, morseggiare</emph> (coi
          derivati ec.) che la Crusca chiama quello diminutivo e questo frequentativo di
            <emph>mordere. Aggrumolare</emph> da <emph>aggrumare</emph> che non è della Crus., bensì
            <emph>aggrumato, digrumare</emph> ec. (8. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>V aspirazione. <emph>Tardivo</emph> ital. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >tardío</foreign> spagn. (<bibl>
            <author>Cervantes</author>
            <title>D. Quij.</title> par. <hi rend="sc">i</hi>. cap. 47. principio, ed. di Madrid
            ch’io ho</bibl>.). (8. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove sopra la frase <quote>
            <foreign lang="grc">ὀλίγου</foreign> o <foreign lang="grc">πολλοῦ δεῖν</foreign>
          </quote> ec. aggiungi <bibl>
            <author>Arriano</author>
            <title>Ind.</title> 43. 6</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">τοσούτου δεῖ τά γε ἐπέκεια ταύτης τῆς χώρης οἰκεόμενα
            εἶναι</foreign>
          </quote>; e altre simili frasi dello stesso genere <quote>
            <foreign lang="grc">τοσούτου ἔδει, ἐδέησεν, δέον</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Luc.</author>
            <title>Nigrin.</title> opp. <hi rend="sc">i</hi>. 35.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="grc">πόσου δεῖ</foreign>
          </quote> ec. ec. (8. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="spa" rend="italic">juntar</foreign> aggiungi <foreign
            lang="spa" rend="italic">ayuntar</foreign> (<emph>aggiuntare</emph>) co’ derivati ec. e
          fors’anche <foreign lang="spa" rend="italic">coyuntar</foreign> (v. i Dizionari) e simili
          composti, se ve n’ha. Vedi pur la Crus. in <emph>giuntare</emph> co’ derivati ec. (8. Gen.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3979. Al detto di <foreign lang="grc">κάρχαρος</foreign>, aggiungi i suoi
          derivati, e il composto <foreign lang="grc">καρχαρόδους</foreign> ec. (8. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grecismo. <emph>Per parte mia, per la mia parte</emph> ec. ec. <bibl>V. la seconda annot.
            del <title>Gronov. al Nigrino</title> di <author>Luciano</author>
          </bibl>, opp. <bibl>
            <author>Luc.</author>
            <title>Amst.</title> 1687. t. 1. p. 1005. init.</bibl> (8. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4010"/> Participii passati in senso attivo o neutro ec. <foreign
            lang="spa" rend="italic">Entendido</foreign> per <emph>intendente</emph>. <bibl>
            <author>Cervantes</author>
            <title>D. Quij.</title> cap. 47. o 48. par. 1</bibl>. V. i Diz. <foreign lang="spa"
            rend="italic">Mirado</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic">mirante</foreign>:
            <foreign lang="spa" rend="italic">mal mirado</foreign> ec. V. i Diz. (10. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Male</emph> per <emph>non</emph> ec. di cui altrove. V. il pensiero precedente e gli
          spagnuoli ec. (10. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Avvi due sorte di coraggio ben contrarie fra loro. L’una che dirittamente e propriamente
          nasce dalla riflessione, l’altra dall’irriflessione. Quello è sempre e malgrado qualunque
          sforzo, debole, incerto, breve e da farci poco fondamento sì dagli altri, sì da quello in
          cui esso si trova ec. (10. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">κρανίον</foreign>, in senso di
            <emph>capo</emph> per <foreign lang="grc">κράνον</foreign> o <foreign lang="grc"
          >κάρηνον</foreign>, (da cui è fatto <foreign lang="grc">κράνον</foreign> per metatesi) o
          ec. V. Scap. — <foreign lang="grc">τεύτλιον</foreign> e <foreign lang="grc"
          >τευτλὶς</foreign> per <foreign lang="grc">τεῦτλον</foreign>. Appo Ateneo trovo anche
            <foreign lang="grc">σεύτλιον</foreign> nello stesso senso per <foreign lang="grc"
            >σεῦτλον</foreign>. V. Scap. E appunto noi abbiamo <emph>bietola</emph> (onde
            <emph>bietolone</emph>) da <emph>beta</emph>, diminutivo positivato, in cui luogo
          poeticamente si dice anche <emph>bieta</emph>, come osserva la Crusca ec. V. il Gloss. ec.
          in <emph>betula</emph>, se v’è, ec. (10. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove circa la ridondanza del pronome <foreign lang="grc">ἄλλος</foreign> e
            <emph>altro</emph> appo i greci e gl’italiani in molte dizioni, e circa il significato
          di <emph>nulla</emph> o <emph>nessuno</emph> ec. assoluto o virtuale ec. che ha molte
          fiate nel nostro parlare il detto pronome, aggiungi le frasi <emph>non ne fece altro, non
            ne fate altro</emph> e simili, <emph>dove altro</emph> sta per <emph>niente</emph>, ed
          aggiungi eziandio che anche siffatto uso di questo pronome, oltre all’essere analogo alla
          predetta sua ridondanza usitata e nel greco e nell’italiano, è anche analogo a un uso
          particolare della voce plur. <foreign lang="grc">ἄλλα</foreign> che i greci adoprano
          talora per <emph>cose frivole, vane, da nulla</emph>, cioè insomma <emph>nulla</emph>,
          come in un luogo di Fenice Colofonio, poeta, appresso <bibl>Ateneo l. 12. p. 530. F.</bibl>
          <pb ed="aut" n="4011"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">οὐ γὰρ ἄλλα κηρύσσω</foreign>
          </quote>, che il Dalechampio traduce <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">frivola non denuntio</foreign>
          </quote>: bene, ma propriamente sarebbe <foreign lang="lat" rend="italic">non enim
          nihil</foreign> (cioè <foreign lang="lat" rend="italic">rem</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">res nihili</foreign>) <foreign lang="lat" rend="italic"
            >denuntio</foreign>. E certamente qua spetta quel che dice lo Scapula che appresso
          Euripide <foreign lang="grc">ἄλλα</foreign> si spiega per <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">rationi non consentanea</foreign>
          </quote>. E qua eziandio l’uso dell’avverbio <foreign lang="grc">ἄλλως</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">incassum, frustra, temere</foreign> ec.; (del qual uso
          v. lo Scapula e l’indice greco a Dione Cassio coi luoghi quivi indicati, ad uno de’ quali
          v’è una nota, dove si dice che tal uso è stato illustrato, dimostrato ec. dal Perizonio ad
          AElian. ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="grc">ἄλλως</foreign> p. <emph>falso, frustra</emph> in un luogo di
              Alessi Comico ap. <bibl>Ateneo l. 13. p. 562. D. fin.</bibl> male inteso dal
              Dalechampio.</p>
          </note>) e in parte ancora l’uso del medesimo avverbio ne’ significati da me notati e
          illustrati nelle Annotazioni all’Eusebio del Mai, e nelle postille al Fedone di Platone
          sul fine ec. (10. Gen. 1824.). Presso Euripide il Tusano spiega <quote>
            <foreign lang="grc">ἄλλα</foreign>
          </quote> per <quote>
            <foreign lang="grc">οὐκ ἐοικότα</foreign>
          </quote>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">aberrantia a proposito</foreign>
          </quote>. Ben può essere che questo sia il proprio senso, e l’origine di tal uso della
          voce <foreign lang="grc">ἄλλα</foreign> sì presso Euripide sì presso Fenice. Con tutto ciò
          non credo tal uso alieno dal nostro proposito e dall’analogia col sopraddetto uso italiano
          ec. (10. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Scintilla</emph> e suoi deriv. ec. V. l’etimolog. di
            <emph>scintilla</emph> nel Forcell. e nelle note al Timone di Luciano principio, opp.
          ed. Amstel. 1687. t. 1. p. 55. not. 7. (11. Gen. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove dell’antico <foreign lang="lat" rend="italic">meno</foreign> (tema di
            <foreign lang="lat" rend="italic">memini</foreign>) e del nostro <emph>rammentare</emph>
          ec. che forse ne deriva ec. aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic">mentio</foreign>,
          verbale dimostrativo del supino <foreign lang="lat" rend="italic">mentum</foreign>, onde
          noi ec. <emph>menzionare</emph> ec. — <emph>Mentovare</emph> ec. (11. Gen. Domenica.
          1824.). V. p. 4016.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Ayrarse</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic"
            >airarse, airado</foreign> ec. <emph>airarsi, adirarsi</emph> ec. da aggiungersi <pb
            ed="aut" n="4012"/> al detto altrove in proposito dell’antico lat. <foreign lang="lat"
            rend="italic">iror aris</foreign>. E v. il Gloss. in <emph>adirari, irari</emph> ec. se
          ha nulla. (11. Gen. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non mi ricordo a qual proposito, ho detto altrove che noi siam soliti di usare gli
          aggettivi singolari mascolini in forma di avverbi. Così anche gli spagnuoli, p. e.
            <foreign lang="spa" rend="italic">demasiado</foreign> per <foreign lang="spa"
            rend="italic">demasiadamente</foreign> (che credo si dica altresì), <foreign lang="spa"
            rend="italic">infinito</foreign> (<bibl>
            <title>D. Quijote</title> par. <hi rend="sc">i</hi>. c. 49.</bibl>) per
            <emph>infinitamente</emph> (che pur credo si dica) ec. Massime l’antico, cioè il buono e
          vero, spagnuolo, come pur s’ha a dire circa l’italiano in cui quest’uso è proprio più
          particolarmente dell’antico, e quindi, anche oggi, familiare singolarmente ai poeti ec.
          Così i francesi <foreign lang="fre" rend="italic">fort</foreign> per <foreign lang="fre"
            rend="italic">fortement</foreign>, in senso di <emph>molto</emph> (come anche noi
            <emph>forte</emph> ec.). Pare però che quest’uso sia molto più frequente nell’italiano,
          massime antico, buono, poetico, elegante ec. che nello spagnuolo qualunque, e massime nel
          francese. (12. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Uso di porre i genitivi plurali, in vece de’ nominativi, col pronome <emph>alcuni</emph>,
          ovvero di questo pronome co’ detti genitivi, nel qual caso quest’uso verrebbe a essere
          ellittico. Proprissimo de’ francesi, proprio ancor sommamente degli italiani, non solo
          moderni e francesizzati, come si crede, ma antichi, di tutti i tempi, ed ottimi e
          purissimi. Credo ancora degli spagnuoli. Mi pare aver detto altrove come quest’uso è un
          pretto grecismo. Aggiungici ora l’esempio di <bibl>
            <author>Luciano</author>, <title>Nigrin.</title> opp. Amstel. 1687. t. 1. p. 34.
            lin.15-6.</bibl> e vedi i grammatici greci dove parlano della Sintassi, che certo denno
          aver qualche cosa sopra questo genere di frasi ec. (12. Gen. 1824.). Nel cit. esempio <quote>
            <foreign lang="grc">τῶν φιλοσοφεῖν προσποιουμένων</foreign>
          </quote> si sopprime evidentemente il <foreign lang="grc">τινὰς</foreign> al nostro modo e
          de’ francesi. (12. Gen. 1824.)<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. ancora lo stesso <bibl>
                <author>Luc.</author>
                <hi rend="sc">i</hi>. 178. lin. 25.26.</bibl> dove pur sottintendesi <foreign
                lang="grc">τὶ</foreign> o <foreign lang="grc">τινὰ</foreign>.</p>
          </note>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">ὀχεῖον</foreign> da <foreign lang="grc"
            >ὄχος εος</foreign>, come <foreign lang="grc">ἀγγεῖον</foreign> da <foreign lang="grc"
            >ἄγγος εος</foreign>. (12. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4013"/> A proposito del detto altrove circa il vario modo di significare
          la probità e bontà degli uomini usato nelle varie nazioni e lingue e tempi, secondo le
          differenze de’ costumi, opinioni, caratteri, istituti e vita e costituzione loro, osserva
          che come i romani dissero <foreign lang="lat" rend="italic">fringi</foreign>, così i greci
          oltre <foreign lang="grc">καλὸς κ' ἀγαθός</foreign> anche <foreign lang="grc"
          >χρηστὸς</foreign> che propriamente vale <emph>utile</emph> (e s’usa anche in questo senso
          ec. v. i Lessici), e per lo contrario <foreign lang="grc">ἄχρηστος</foreign> che
          propriamente è <emph>inutile</emph> e così per l’ordinario usato, fu anche detto per
          cattivo ec. (V. i Lessici, e quivi anche gli altri composti e i derivati di <foreign
            lang="grc">χρηστός</foreign>). Ed è ben ragione, perchè l’utilità delle persone doveva
          esser valutata anche dai greci sommamente, costituiti, come romani, in istato franco ec.
          secondo che ho detto circa la parola <foreign lang="lat" rend="italic">frugi</foreign> al
          suo luogo. (12. Gennaio 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che i perfetti in <emph>ui</emph> sien fatti da quelli in <emph>avi</emph> o
          <emph>evi</emph> o <emph>ivi</emph> ancorchè ignoti, come ho detto altrove, e ciò anche
          nella terza coniugazione, in cui tal desinenza (come pur quella in <emph>ivi</emph>, o
          qualunqu’altra in <emph>vi</emph>), è sempre anomala, vedi Forcell. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">pono is</foreign> fin. circa l’antico <foreign lang="lat" rend="italic"
            >posivi, apposivi</foreign> ec. per <foreign lang="lat" rend="italic">posui,
          apposui</foreign> ec. (13. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <emph>mescolare</emph> ec. aggiungi <emph>rimescolare</emph> ec. e
          composti e derivati dell’uno e dell’altro ec. (13. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Digamma eolico. <foreign lang="lat" rend="italic">Levis</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">laevis</foreign> da <foreign lang="grc">λεῖος</foreign>, come si osserva
          nelle note a <bibl>
            <author>Luciano</author> opp. t. 1. p. 113. not. 9</bibl> (14. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi italiani frequentativi o diminutivi ec. <emph>Abbrostire abbrostolire,
            abbrustolare, abbrustiare</emph>. (14. Gen. 1824.). <emph>Bezzicare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminut. greci positivati. <foreign lang="grc">Ὅριον, οὕρια, μεθόριον,
          μεσούριον</foreign> da <foreign lang="grc">ὅρος</foreign>. (14. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4014"/>
          <quote>
            <emph>Tacendo Un gran piacer</emph> (cioè, s’egli è taciuto), <emph>non è piacer
            intero</emph>
          </quote>. Machiavelli Asino d’oro, Capitolo 4. verso 86-7 (14. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Senz’altro puntello</emph>
          </quote> per senz’alcun puntello. Machiav. Asino d’oro, cap. 5. v. penult. Di tal modo di
          dire, altrove. (14. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Senz’altra</emph> (senz’alcuna) <emph>disciplina</emph>
          </quote>. ibid. capitolo 8. verso 4 (15. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Digamma eolico. <foreign lang="lat" rend="italic">Viscum</foreign> (raro <foreign
            lang="lat" rend="italic">Viscus</foreign>) da <foreign lang="grc">ἰξὸς</foreign> colla
          metatesi delle lettere <foreign lang="grc">κσ</foreign> incluse nel <foreign lang="grc"
          >ξ</foreign>. Nóta che lo spirito è lene, e il genere (almeno in <foreign lang="lat"
            rend="italic">viscum</foreign>) mutato, come in <foreign lang="grc"
            >οἶνος</foreign>-<foreign lang="lat" rend="italic">vinum</foreign> ec. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Vivo</foreign> da <foreign lang="grc">βιῶ</foreign> (<foreign
            lang="grc">βιϜῶ</foreign>). Forcell. e not. a Lucian. opp. 1687. t. 1. p. 143. not. 3
          (15. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A quel che ho detto altrove, che talora il <emph>cul</emph> latino si cangia in
          <emph>gli</emph> italiano (come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >periculum</foreign>-<emph>periglio</emph> ec.) in <emph>il</emph> francese ec.
          <emph>j</emph> spagnuolo ec., dicasi ancora del <emph>gul</emph>. Vedi, se vuoi la pag.
          4005. capoverso 2., nel marg. al numero 1. (15. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2779. lin. 1. Da <foreign lang="grc">βόρος</foreign> o <foreign lang="grc"
          >βορὸς</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">vorax</foreign> ec. V. lo Scapula e
          il Forcell. Da <foreign lang="grc">βιῶ</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">vivo</foreign>. V. il capoverso 3. in questa presente
          pag. Nelle note quivi citate si fa anche venire <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vis</foreign> da <foreign lang="grc">βιὰ</foreign>, che altrove parlando del digamma
          eolico, ho fatto venire, e così credo meglio, da <foreign lang="grc">ἲς ἰνὸς</foreign>.
            <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> ec. (15. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Intorno al verbo italiano <emph>rotolare</emph> frequentativo o diminutivo ec. di
            <emph>rotare</emph>, (<emph>rotolone</emph> ec.) del quale mi pare aver detto altrove,
          osservisi il francese <foreign lang="fre" rend="italic">rouler</foreign>. Se questo verbo
          co’ suoi molti derivati (o anche voci originarie e anteriori ad esso) di cui v. il Diz. e
          colla voce <foreign lang="fre" rend="italic">rôle</foreign> e derivati
          (<emph>ruotolo</emph> o <emph>rotolo</emph>) non vengono originariamente dall’italiano,
          come poi noi dal franc. <emph>ruolo, arruolare</emph> ec. ne segue che la diminuzione
          latina in <emph>ol</emph> o <emph>ul</emph> dovesse anche esser propria in certo modo del
          francese, non solo dell’italiano come s’è dimostrato altrove, giacchè non pare che queste
          voci francesi vengano immediatamente dal latino. V. però Forcell. il Gloss. ec. Esse sono
          certo originariamente diminutive o frequentative ec. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Rouler</foreign> è frequent. anch’oggi in certo modo ec. (15. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4015"/> Come la preposizione <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sub</foreign> nella composizione spesso dinoti <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sursum</foreign>, o sia <emph>di sotto in su</emph>, del che ho detto altrove in
          proposito di <foreign lang="lat" rend="italic">sustollo</foreign> ec. vedi nel Forcell. la
          definizione e gli esempi di <foreign lang="lat" rend="italic">subduco</foreign>, la prova
          che risulta dal quale non può esser più chiara nè piena. (16. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Errato</emph> per <emph>errante</emph>, come <emph>andar errato</emph> ec. V. la
          Crusca. E in ispagn. <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">ir errado</foreign>
          </quote> (Cervantes), <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">pensamiento errado</foreign>
          </quote>, (ib.) ec. Fra noi però <emph>errare</emph> è per lo più neutro, (benchè si dice
            <emph>errar la strada</emph> ec.) e così credo in ispagnuolo. Il Forcell. lo chiama
          attivo. V. <foreign lang="lat" rend="italic">Erratus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">qui erravit</foreign> appo il medesimo in <emph>erro</emph> fin. e vedilo
          pure esso Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Certatus a um</foreign>. (16. Gen.
          1824.). <foreign lang="lat" rend="italic">Impransus, incoenatus</foreign> ec. V. il Forc.
          Si aggiungano al detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic">pransus,
          coenatus</foreign> ec. e così gli altri loro composti, se ve n’ha. (16. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ridondanza del pronome <emph>altro</emph>, ed <foreign lang="grc">ἄλλος</foreign>,
          usitata nell’italiano e nel greco, come altrove. Così <foreign lang="spa" rend="italic"
            >otro</foreign> nello spagnuolo. Cervant. D. Quij. par. 1. capit. 51. <quote>
            <foreign lang="spa">
              <hi rend="italic">Cerca de aqui tengo mi majada, y en ella tengo fresca leche, y muy
                sabrosissimo queso, con</hi>
              <hi rend="sc">otras</hi>
              <hi rend="italic">varias y sazonadas frutas, no menos à la vista que al gusto
                agradables</hi>
            </foreign>
          </quote>. (16. Gen. 1824.). Son le ult. parole del capitolo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <emph>avvedere-avvisare</emph> ec. aggiungi <foreign lang="spa"
            rend="italic">divisar</foreign> spagn. (<bibl>
            <title>D. Quij.</title> par. 1. cap. 51.</bibl> e v. i Dizionari) e nóta che noi ec.
          abbiamo anche <emph>divedere</emph>. E che il participio <foreign lang="lat" rend="italic"
            >visus</foreign> da cui è <emph>avvisare, divisare</emph> ec. (se non sono da <foreign
            lang="lat" rend="italic">viso</foreign> sost. o da <emph>guisa-visa</emph> ec. come
          altrove) e così <foreign lang="spa" rend="italic">avisar</foreign>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">aviser</foreign> ec. è proprio solo del latino e non dell’italiano nè
          dello spagnuolo<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="spa" rend="italic">Desaguisar, desaguisado, aguisado</foreign> ec.</p>
          </note> nè del francese. Abbiamo bensì anche <emph>avvistare</emph> da <emph>visto</emph>,
          nostro participio, o da <emph>avvisto</emph> pur nostro, se non è da <emph>vista</emph>
          sostantivo. (16. Gen. 1824.). <emph>Avvistato</emph> (ch’è però in altro senso da
            <emph>avvistare</emph> nella Crus.) par certo venire da <emph>vista</emph>, come
            <emph>svistare</emph> (uso ital.) da esso <emph>vista</emph> o da <emph>svista</emph>
          ec. (16. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4016"/> Alla p. 4011. <emph>Rammentare, ammentare</emph> ec. di cui
          altrove, si paragonino co’ verbi latini <foreign lang="lat" rend="italic"
          >commentari</foreign> e s’altri tali ve n’ha, da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >meno</foreign> poi <foreign lang="lat" rend="italic">memini</foreign>, o da <foreign
            lang="lat" rend="italic">miniscor</foreign> o da’ composti di questo o quello ec. (16.
          Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Nascere</emph> per <emph>avvenire</emph>, grecismo proprio anche dell’antico latino,
          come in quello o <foreign lang="lat" rend="italic">fortunatam natam</foreign> cioè
            <foreign lang="grc">γενομένην</foreign>. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> ec. È proprissimo dell’italiano. Fra i mille esempi, hassi nel Guicciardini lib.
          1. t. 1. p. 111. ediz. di Friburgo, 1775-6. <quote>
            <emph>nata la perdita di S. Germano</emph>
          </quote>, cioè <emph>accaduta</emph> semplicemente<note resp="aut" n="b" place="foot">
            <p>
              <quote>
                <emph>Nascere</emph> per <emph>procedere, provenire</emph> ec. <emph>ne nacque
                un</emph> ec. <emph>questa cosa nasce, nacque da</emph> ec. <emph>ne nascerà</emph>
                ec. per alcune difficoltà nate nella consegnazione delle Fortezze, non era ancora
                partito</quote>. <bibl>
                <author>Guicc.</author> I. 280.</bibl>
            </p>
          </note>. E in molti altri modi e casi si usa da noi il verbo <emph>nascere</emph> come il
          greco <foreign lang="grc">γίγνεσθαι</foreign>, p. e. nella frase <emph>di qui</emph> o
            <emph>da ciò</emph> o <emph>quindi nasce che</emph> ec. <emph>il, la</emph> ec. <foreign
            lang="grc">ἐκ τούτου γίγνεται</foreign> o <foreign lang="grc">γίνεται</foreign>. V. i
          franc. e gli spagn. e il Gloss. e i Less. greci. (16. Gen. 1824.). V. per seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non solo in italiano e in latino, come altrove in più luoghi è detto, ma in ispagnuolo
          altresì ed in francese adopransi spessissimo i participii, non solo aggettivamente, ma in
          significazione non propria loro, e propria di aggettivi a loro propinqui o simili, per
          catacresi o abusione (ch’è l’<quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">abuti verbis propinquis</foreign>
          </quote>, come dice Cic. ap. Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Abusio</foreign>, o l’<quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">abuti verbo simili et propinquo pro certo et
            proprio</foreign>
          </quote>, come dice l’Autore ad Herenn. ibid. p. e. l’<quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">aedificare equum</foreign>
          </quote> di Virgilio Aen. 2. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">aedificare classem</foreign>
          </quote> di Cesare, <quote>
            <foreign lang="grc">οἰκοδομεῖν πυργίον</foreign>
          </quote> di <bibl>
            <author>Luciano</author> in <title>Timone</title>, opp. Amst. 1687. t. 1. p. 135. dove
            vedi la nota 6.</bibl>) come <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">honrado</foreign>
          </quote> per <emph>onorevole, uomo d’onore</emph> (D. Quij.), (in it. ancora
          <emph>onorato</emph>, e v. i latt. e il Gloss. ec.), simile all’<foreign lang="lat"
            rend="italic">invictus</foreign>, <emph>invitto, invicto</emph> o <foreign lang="spa"
            rend="italic">invito</foreign> spagn. (v. i Diz. spagn.) per <emph>invincibile</emph>,
          che però non è participio, voglio dire <emph>invitto</emph>, benchè fatto da
            participio<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <emph>Pregiato</emph> p. <emph>prezioso</emph> o <emph>pregevole</emph>, <foreign
                lang="lat" rend="italic">immensus</foreign> p. <foreign lang="lat" rend="italic"
                >immetibilis</foreign>.</p>
          </note> ec. ec. (16. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Bisavolo</emph> ec. aggiungasi al detto altrove di <emph>avolo</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">ayeul</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >abuelo</foreign> ec. e v. ancora i francesi e gli spagnuoli. <emph>Trisavolo,
          terzavolo</emph> e <emph>terzavo, quintavolo</emph> ec. (16. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4017"/> Grecismo dell’italiano. <bibl>
            <author>Lucian.</author>
            <title>Timon.</title> opp. 1687. t. 1. p. 77-79</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ αὖθις μὲν σκέψομαι, ἐπειδὰν τὸν κεραυνὸν ἐπισκευάσω πλὴν ἱκανὴ
              ἐν τοσούτῳ καὶ αὕτη τιμωρία ἔσται αὐτοῖς</foreign>
          </quote>, cioè <emph>in questo mezzo</emph>. Noi appunto <emph>in tanto, fra tanto, in
            quel tanto, in questo tanto</emph> ec. Vedi gli spagn. e i francesi. Qui <foreign
            lang="grc">ἐν τοσούτῳ</foreign> viene a essere <foreign lang="grc">ἐν ὅσῳ</foreign>
            (<foreign lang="grc">χρόνῳ</foreign>) <foreign lang="grc">ὁ κεραυνὸς ἐπεσκευασμένος
            ἔσταί μοι</foreign>. E di questo genere è ancora la propria significazione del nostro
            <emph>intanto</emph>, secondo i casi, e tale si è l’origine di questo modo di dire preso
          nel senso d’<foreign lang="lat" rend="italic">interea, interim</foreign>. (17. Gen.
          1824.). Esempi simili al riferito di Luciano non mancano. V. p. 4022.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. anteced. capoverso 2. La frase <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">o fortunatam natam</foreign>
          </quote>, sembra essere una vera imitazione del modo greco, e così alcune di quelle dove
            <foreign lang="lat" rend="italic">nasci</foreign> sta per <foreign lang="lat"
            rend="italic">initium ducere</foreign> ec. ap. il Forcell. Non così certo le nostre
          frasi sopraddette. <foreign lang="lat" rend="italic">E re nata, pro re nata</foreign>,
          queste son frasi ben e propriamente latine, (cioè non de’ soli letterati, a quel che
          pare), e spettano al presente proposito. (17. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3176. marg. fin. <bibl>Vedi la <title>Storia</title> del
            <author>Guicciardini</author>, ediz. di Friburgo, lib. 1. tom.1. p. 23. 27-28. 49. 55.
            56. 64-5. 105-6. l. 2. p. 138-9. 142. l. 5. p. 422. 430. 431.</bibl> da’ quali luoghi si
          rileva che Carlo ottavo di Francia ebbe inutilmente, come Filippo contro i Persiani, il
          disegno di passare contro i turchi, e far la grande impresa dell’Asia e Grecia ec.
          Principe non comparabile per altro a Filippo nè di valore nè di fortuna, la qual ebbe
          infelicissima all’Italia, anzi indegno di pure esser proposto a tal paragone. (17. Gen.
          1824.). V. p. 4025.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Esperimentato</emph>
          </quote> per <emph>che ha fatto esperienza, perito</emph>. <bibl>
            <author>Guicciard.</author> t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 128. mezzo circa, ediz. di
            Friburgo, t. 2. p. 240.</bibl> principio. e altrove spessissimo e vedi la Crus. <quote>
            <emph>Esperimentato nelle guerre, nel governo, a</emph>
          </quote> ec. <quote>
            <emph>Sperimentato</emph>
          </quote> ib. p. 131. mezzo circa ec. (17. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sopraddiminut. greci. <foreign lang="grc">πόλις-πολίχνη-πολίχνιον</foreign>. (18. Gen.
          Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4018"/> Spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">tragar</foreign> —
            <foreign lang="grc">τρώγω</foreign> aor. 2 <foreign lang="grc">ἔτραγον</foreign>, onde
            <foreign lang="grc">τράγημα</foreign> ec. e fors’anche <foreign lang="grc"
          >τράγος</foreign>. (18. Gen. 1824. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I participii passivi di verbi transitivi usati in forma attiva, sì in lat. sì quelli
          massime delle lingue moderne, s’usano per lo più (e nelle lingue moderne forse tutti)
          assolutamente, o almeno senz’accusativo, insomma intransitivamente, sia che s’usino in
          forma aggettiva o di participio o comunque. (18. Gen. 1824. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>nessuno</emph> o <emph>alcuno</emph> o ridondante, del che
          altrove. <quote>
            <emph>Non sì ch’io speri averne altra corona</emph>
          </quote>. Macchiavelli, Capitolo della ingratitudine v. 7. cioè <emph>averne
          corona</emph>, o <emph>averne nessuna</emph> o <emph>alcuna corona</emph>. (18. Gen.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Nascere</emph> per <emph>avvenire</emph>, del che altrove non molto addietro. <quote>
            <emph>Dunque se spesso qualche cosa è vista Nascere impetuosa ed importuna Che ’l petto
              di ciascun turba e contrista, Non ne pigliare ammiration alcuna</emph>
          </quote>. (qualche tristo avvenimento). <bibl>
            <author>Macchiavelli</author>
            <title>Capitolo dell’Ambitione</title>, v. 172-5.</bibl> (18. Gen. 1824. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Latinismi dell’ortografia italiana nel 500. del che altrove. Macchiavelli opp. 1550. par.
          5. p. 47. fin. <emph>adverso</emph>; p. 49. fin. <emph>admiration</emph>, e cento simili
          scritture. (18. Gen. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Plurali in <emph>a</emph>. <emph>Urla, strida</emph>. (18. Gen. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3998. marg. fine. <foreign lang="grc">τρύβλιον</foreign> o <foreign lang="grc"
            >τρυβλίον</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">catillus</foreign> (sebben l’interpretano <foreign
            lang="lat" rend="italic">catinus</foreign>), <emph>patella</emph>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">trulla, ollula</foreign> (v. Scap.) tutte voci diminutive. E forse questa
          voce greca è veramente diminutivo anche per significato, ma la sua voce positiva
          contuttociò non si trova, il che serve a confermare il nostro sospetto circa gli altri
          simili vocaboli, che sono però di senso positivo, cioè positivati, secondo noi. Lo stesso
          dico di <foreign lang="grc">θρυαλλὶς</foreign> diminutivo forse e di origine e di
          significato, ma che non trovandosene il positivo, non si ha per tale, nè quanto alla prima
          nè quanto al secondo. Luciano <pb ed="aut" n="4019"/> 1. 88. ha <foreign lang="grc"
            >θρυαλλίδιον</foreign> (come 1. 55. <foreign lang="grc">θρυαλλίδα</foreign>) dove puoi
          veder le note. <foreign lang="grc">Ἰσχίον</foreign>, forse è diminutivo positivato di
            <foreign lang="grc">ἴσχις</foreign>, o che questo volesse anche dir <emph>coscia</emph>,
          ec. o <foreign lang="grc">ἰσχίον</foreign> originariamente volesse dir <emph>lombo</emph>
          o anche <emph>lombo</emph>. Certo <foreign lang="grc">ἴσχις</foreign> è voce poco nota, e
          che si ha, credo io, solamente da Esichio, onde ben potrebbe avere avuto uno o più de’
          significati d’<foreign lang="grc">ἰσχίον</foreign>, senza che noi lo sappiamo. (19. Gen.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Bouillon</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">bulla, bolla</foreign>. (19. Gen. 1824.). <foreign lang="fre"
            rend="italic">Bouillonnement, bouillonner</foreign>. <emph>Bulicare</emph> è corruzione
          di <emph>bollicare</emph>, dal quale abbiamo infatti <emph>bollicamento</emph>, e così
            <emph>bulicame</emph> è per <emph>bollicame</emph> che non si trova, sia che queste voci
          vengano a dirittura da <emph>bolla</emph> come le suddette francesi, sia da
          <emph>bollire</emph> (che vien da <emph>bolla</emph>), come par voglia la Crusca, che
          spiega <emph>bollicamento</emph> per <emph>leggier bollimento</emph> (sarebbe dunque
          diminutivo), e <emph>bulicare</emph> per <emph>bollire</emph>, di cui sarebbe
          frequentativo o diminutivo o frequentativo-diminutivo. <emph>Bulicame</emph> però non ha
          che far con <emph>bollire</emph>, bensì con <emph>bolla</emph>. Eccetto pigliando
            <emph>bollire</emph>, per <emph>far bolle senza fervore</emph>: v. <emph>Bollire</emph>
          par. 4. e il Forcell. Pare però che <emph>bulicame</emph> si dica propriamente delle
            <emph>acque bollenti</emph> benchè senza fuoco. ec. (19. Gen. 1824.). Vedi la pag. 4004.
          capoverso 2. <foreign lang="fre" rend="italic">Moisson</foreign> diminutivo positivato di
            <foreign lang="lat" rend="italic">messis</foreign>. (19. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Sufrido</foreign> per <emph>sofferente</emph>. (20. Gen.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Gragnuola</emph>. V. Crus. franc. spagn. Gloss. Forc. ec.
          (20. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Passava un pescivendolo, con un paniere di pesci sul capo, vicino a un filare d’alberi
          che costeggiava la sua strada, e da un ramo d’olmo che sporgeva in fuori, fugli infilzato
          un pesce. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Piscium et summa genus haesit ulmo</foreign>
          </quote>. Ecco rinovato questo prodigio, o dimostrato possibile questo impossibile, di cui
          vedi Archiloco appo Stobeo nel capitolo della speranza. (20. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4020"/> Al detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >metari</foreign> aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic">immetatus</foreign>. (21.
          Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della differenza naturale e artificiale del gusto e del bello presso le varie nazioni e
          tempi, nelle arti, letterature, fattezze del corpo ec. ec. vedi il primo capitolo del
          Saggio sull’epica poesia del Voltaire ne’ suoi opuscoli tradotti e stampati in Venezia
          appresso il Milocco colla data di Londra nel 1760 (volumi 3), volume 2.o principio. (21.
          Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grecismo. <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Soplandole, le ponìa</foreign>
          </quote> (cioè <foreign lang="spa" rend="italic">le hazia</foreign>, lo rendeva) <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">redondo como una pelota</foreign>
          </quote>, <bibl>
            <author>Cervantes</author>, <title>Prologo al Letor de la segunda parte del Don
            Quijote</title>, p. 3.</bibl> Frase familiare agli spagnuoli e tutta greca. Nel latino
            <foreign lang="lat" rend="italic">ponere</foreign> per <emph>efformare</emph> non è col
          doppio accusativo, cioè sostantivo o pronome ec. e aggettivo, e non equivale a
            <emph>rendere, far divenire</emph>, benchè spetti a questo genere di significazione ed
          uso del greco <foreign lang="grc">τίθημι</foreign>, e del resto è una frase tolta a
          dirittura dal greco e imitata, laddove la spagnuola è volgare e non è certo imitata dal
          greco. (21. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati greci. <foreign lang="grc">μηρίον</foreign> per <foreign lang="grc"
            >μηρός</foreign>. Nóta ch’è proprio di Omero e di Esiodo (antichissimo cioè, o ionico,
          come altrove) da’ quali, al suo solito, lo piglia Luciano nel <title lang="lat">Prometheus
            sive Caucasus</title>, opp. 1687. Amstelodami, t. 1. p. 183. e <title lang="lat">de
            Sacrificiis</title> p. 363. (21. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <bibl>V. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">Spatha, spatula, spathalium</foreign>
          </bibl>, lo <bibl>Scap. in <foreign lang="grc">σπάθη, σπαθίον, σπαθὶς</foreign>
          </bibl> ec. la <bibl>Crus. in <emph>spatola, spazzola</emph>
          </bibl> ec. il Gloss. i franc. gli spagn. (21. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito di <foreign lang="lat" rend="italic">fusa</foreign> lat. ho notato altrove il
          plur. <foreign lang="lat" rend="italic">loci</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >loca</foreign> e simili. Da <quote>
            <foreign lang="grc">μηρὸς</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">in plur</foreign>. <foreign lang="grc">μηροὶ</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">et</foreign>
            <foreign lang="grc">μηρὰ</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">apud poetas per metaplasmum</foreign>
          </quote>, dice lo Scapula. E così altri plurali assai, greci, o doppi (sia neutri e masc.
          sia fem. e masc. ec.) o diversi dal genere del sing. ec. de’ quali v. i grammatici. (21.
          Gen. 1824.). <foreign lang="lat" rend="italic">Loca</foreign> in lat. dal sing. <foreign
            lang="lat" rend="italic">locus</foreign>, è anche de’ prosatori.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4021"/>
          <foreign lang="grc">Κακοδαίμων</foreign> per <emph>che ha gli déi nemici</emph>, del che
          altrove. Luciano <title lang="lat">de Sacrificiis</title>. t. 1. p. 362. init. (21. Gen.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Figliuolo</emph> per <emph>figlio</emph>, diminutivo o vezzeggiativo positivato, di
          cui altrove. Credo anche in greco si dica talora <foreign lang="grc">τεκνίον</foreign>
          senza intenzione nè di diminuire nè di vezzeggiare. (21. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Desapercebido</foreign> per <emph>isprovvisto</emph>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">imprudens</foreign>. <bibl>
            <author>Cervant.</author>
            <title>D. Quij.</title> par. 2. cap. 1. p. 4. ed. di Madrid.</bibl> V. il detto altrove
          di <foreign lang="spa" rend="italic">apercebido</foreign>. E simili altri participii
          s’intenda che hanno tali significazioni anche coll’aggiunta del <foreign lang="lat"
            rend="italic">des</foreign> ec. privativo in ispagnuolo, dell’<emph>in</emph> ec. in
          italiano ec. ec. (22. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Rinnovellare, innovellare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >renouveler</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">renovello</foreign>, lat. (v. gli
          spagn.) ec. diminutivi positivati; si aggiungano al detto altrove di <foreign lang="lat"
            rend="italic">novellus</foreign> ec. (22. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto allo stile e al bene scrivere, immensa fatica è bisogno per saper fare, ed
          ottenuto questo, non meno grande si richiede sempre per fare. E tanto è lungi che il saper
          fare tolga la fatica del fare, che anzi quanto quello è maggiore, con maggior fatica si
          compone, perchè tanto meglio si vuol fare e si fa, il che costa tanto di più a
          proporzione. Così nelle arti belle e in altre faccende d’ingegno ec. (23. Gen. 1824.). Non
          così riguardo all’invenzione sì nello scrivere sì nelle arti. ec. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Fora</foreign> plurale di <foreign lang="lat"
            rend="italic">foro</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">foramen</foreign>). (23.
          Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Piacere della vita. Una statua, una pittura ec. con un gesto, un portamento, un moto
          vivo, spiccato ed ardito, ancorchè non bello questo, nè bene eseguita quella, ci rapisce
          subito gli occhi a se, ancorchè in una galleria d’altre mille, e ci diletta, almeno a
          prima vista, più che tutte queste altre, s’elle sono di atto riposato ec., sieno pure
          perfettissime. E in parità di perfezione, quella, anche in seguito, ci diletta più di
          queste. <pb ed="aut" n="4022"/> Così non la pensa la Staël nella Corinna dove pretende che
          sia debito e proprio della pittura e scultura il riposo delle figure, ma s’inganna,
          testimonio l’esperienza. ec. ec. (24. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4017. <quote>
            <foreign lang="grc">Ὁ δὲ μάγος ἐν τοσούτῳ</foreign> (intanto) <foreign lang="grc">δᾷδα
              καιομένην ἔχων</foreign>
          </quote> ec. <bibl>
            <author>Luciano</author> in <title>Necyomantia</title>. t. 1. p. 331.</bibl> (25. Gen.
          Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Composti spagnuoli. <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Cariredondo</foreign>
          </quote> (facciatonda). D. Quij. par. 2. cap. 3. principio. (25. Gen. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Bobo</foreign> spagn. co’ derivati aggiungasi, se v’ha
          punto che fare, al detto altrove di <foreign lang="spa" rend="italic">baubari</foreign>
          ec. (26. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I participii passivi di verbi attivi o neutri usati nelle lingue moderne in senso att. o
          neutro, sono quelli per lo più o tutti e questi molte volte nell’italiano, e massime nello
          spagn. ec. di senso non passato, ma presente o significante abitudine di quella tal cosa
          che è significata dal verbo. Così <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">bien hablado</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <title>D. Quij.</title> par. 2. cap. 7. principio</bibl>) per <foreign lang="spa"
            rend="italic">buen hablador</foreign> ec. Così <emph>errato</emph>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">errado</foreign> per <emph>errante</emph>, di cui altrove.
          <emph>Sudato</emph> per <emph>sudante</emph> ec. Così <foreign lang="spa" rend="italic"
            >pesado</foreign> per <emph>pesante</emph>. Così tanti altri participii neutri, massime
          spagnuoli, che per questa qualità di significazione presente o indicante abitudine ec.
          meritano di esser considerati, giacchè i participii passivi di verbi neutri in
          significazione passata, come <emph>caduto, morto</emph> ec. sono regolari e ordinarissimi
          e infiniti sì nello spagnuolo che nell’italiano e francese ec. (26. Gen. 1824.), come dico
          altrove.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic">excito</foreign>,
          <emph>suscito</emph> ec. in più luoghi, aggiungi nel Forc. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Procitant</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Procitare</foreign>. (26. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sopraddiminut. franc. <foreign lang="fre" rend="italic">Feuilleton</foreign>
          (fogliettino). (27. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi frequentativi o diminutivi o frequentativi-diminutivi o diminutivi positivati,
          italiani. <emph>Rinfocolare, rinfocolamento</emph>, da <emph>rinfocare</emph> ec. (27.
          Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4023"/> Diceva il tale che da giovanetto quando da principio entrò nel
          mondo aveva proposto di non mai adulare, ma che presto se n’era rimosso, perchè essendo
          stato più tempo senza lodar mai nessuna persona e nessuna cosa, e vedendo che non
          troverebbe nulla a lodare se voleva durare nel suo proposito, temette disimparare per
          difetto d’esercizio quella parte della rettorica che tratta dell’encomiastica, la qual
          cosa, come fresco ch’egli era allora di studi, gli era a cuore che non succedesse,
          premendogli di conservarsi coll’esercizio le cose che aveva recentemente imparate. (27.
          Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla osservazione del Mai sopra il modo in cui ne’ codici è scritto il <emph>gn</emph>
          indicante esser più vera la pronunzia spagnuola, tedesca ec. cioè <emph>g-n</emph>, che
          l’italiana, osservisi, oltre il detto altrove, che molte voci latine o dal latino venute
          che hanno in latino il <emph>gn</emph>, in ispagnuolo si scrivono <emph>ñ</emph>, cioè
          pronunziansi <emph>gn</emph> all’italiana, come parmi aver detto altrove coll’esempio di
            <foreign lang="spa" rend="italic">cuñado</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic"
            >cognatus</foreign>), a cui si può aggiungere <foreign lang="spa" rend="italic"
          >leña</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">ligna</foreign>) femin. eccetto se tali
          voci non son prese in ispagnuolo dall’italiano o dal francese piuttosto che dal latino a
          dirittura da cui hanno la prima origine. Infatti p. e. noi appunto diciamo
          <emph>legna</emph> femmin. nel senso spagnuolo, ed è voce propria nostra (<foreign
            lang="lat" rend="italic">lignum</foreign> si dice in ispagnuolo altrimenti, cioè
            <foreign lang="spa" rend="italic">madera</foreign> ec. come in francese <foreign
            lang="fre" rend="italic">bois</foreign> ec.) e <foreign lang="spa" rend="italic"
          >cuñado</foreign> sta nel senso italiano per fratello o sorella della moglie o del marito
          ec. Ed è a notare che la maggior parte forse delle voci spagnuole derivanti dal latino e
          che in latino hanno il <emph>gn</emph>, si scrivono in ispagn. <emph>gn</emph>,
          pronunziando <emph>g-n</emph>, come <emph>digno, ignorante, magnifico</emph> (però
            <foreign lang="spa" rend="italic">tamaño</foreign> e <foreign lang="spa" rend="italic"
            >quamaño</foreign> ec.) ec. ovvero <emph>n</emph> semplice per ellissi della
          <emph>n</emph>, che indica l’antica pronunzia spagnuola in quelle voci essere stata
            <emph>g-n</emph> e non all’italiana. <pb ed="aut" n="4024"/> (28. Gen. 1824.). <foreign
            lang="spa" rend="italic">Señal</foreign> co’ derivati ec. è dal latino o dall’italiano?</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Frequentativo o diminut. positivato ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Modulor</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">modus</foreign>, se già questo e
          gli altri simili, come <foreign lang="lat" rend="italic">nidulor</foreign> di cui altrove,
          non sono di formazione in <emph>ul</emph> non diminutiva, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">iaculus, speculum</foreign> ec. da cui <foreign lang="lat" rend="italic"
            >iaculor, speculor</foreign> ec. ma <foreign lang="lat" rend="italic">modulor</foreign>
          sarebbe a dirittura da <foreign lang="lat" rend="italic">modus</foreign>, del che non so
          altro esempio, se <foreign lang="lat" rend="italic">modulor</foreign> è non diminutivo, e
          così <foreign lang="lat" rend="italic">nidulor</foreign> ec., e se sono da un <foreign
            lang="lat" rend="italic">modulus, nidulus</foreign> ec. (v. Forcell.) in tal caso sono
          diminutivi positivati, o frequentativi piuttosto. (29. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>I nostri viaggiatori hanno raccolto un dizionario delle loro parole</emph>
          </quote> (degli esquimesi popolo verso la Groenlandia, <quote>
            <emph>il meno stupido di tutti i selvaggi del Nord</emph>
          </quote>), <quote>
            <emph>che son più di 500. Quanto ai numeri le loro cognizioni sono molto limitate</emph>
          </quote>. Notizia del secondo viaggio (1821-3.) e ritorno del Cap. Parry, estratta dalla
          gazzetta letteraria di Londra del 25. Ott. e dell’1. Nov. 1824. nell’Antologia di Firenze.
          num. 36. p. 120. (29. Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Dice</emph> per <emph>dicono</emph>, ovvero per <emph>un dice</emph> (<foreign
            lang="fre" rend="italic">on</foreign> cioè <foreign lang="fre" rend="italic">un
          dit</foreign>), <emph>l’uom dice, alcun dice</emph> (come hanno buoni autori nello stesso
          senso), <emph>altri dice, la persona dice</emph> (Passavanti usa <emph>la persona</emph>
          in questo senso), <emph>la gente dice</emph> (buoni autori) <emph>si dice</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Veggasi la p. 4026. capoverso 5.</p>
          </note>; nel qual caso ella sarebbe un’ellissi, come anche in greco <foreign lang="grc"
            >φησὶ</foreign> ec. per <foreign lang="grc">φασὶ</foreign>, sarebbe ellissi di <foreign
            lang="grc">φησὶ τὶς</foreign> ec. del che altrove. Cervantes nel <bibl>
            <title>D. Quijote</title> par. 1. cap. 50. ed. d’Amberes o Anversa 1697. p. 584. tom.1.
            lin. 4. avanti il fine</bibl>, dove si legge <foreign lang="spa" rend="italic"
          >dizen</foreign>, la mia edizione di Madrid ha <foreign lang="spa" rend="italic"
          >dice</foreign>. (30. Gen. 1824.). V. p. 4026.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="spa" rend="italic">despertar</foreign> aggiungi che
          gli spagnuoli hanno anche l’agg. <foreign lang="spa" rend="italic">despierto</foreign>
          cioè <foreign lang="spa" rend="italic">experrectus</foreign>. (31. Gen. 1824.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli uomini di natura, costume, o circostanza ed occasione, allegri, sono generalmente
          disposti a far servigio o beneficio, e compatire, <pb ed="aut" n="4025"/> e i malinconici
          in contrario, o certo meno. Di ciò equivalentemente ho detto altrove molto a lungo. (31.
          Gen. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Qual cosa più snaturata che il non allattare le madri i propri figliuoli? Ma egli è certo
          per mille esperienze che le donne civilmente nutrite di radissimo possono sostenere senza
          gran detrimento della salute loro, e pericolo eziandio della vita, il travaglio
          dell’allattare. Il che è lo stesso quanto a loro che se fossero impotenti a generare. E
          questo costume è antichissimo (a quel che credo), sin da quando incominciarono le donne
          nobili o benestanti a far vita sedentaria e non faticata. Raccolgasene se lo stato civile
          convenga all’uomo. (1. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Abbraciare, bragia, brage, brace</emph> ec. co’ derivati (e v. i franc. spagn. Forc.
          Gloss.) aggiungansi al detto altrove in proposito delle lettere <emph>br</emph> usitate
          nelle nostre lingue nelle voci significanti arsione ec. (2. Feb. Festa della Purificazione
          di Maria SS. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4017. V. pure il Guicc. l. 3. p. 271. sopra Massimiliano Imp. in cui quel voler
          fare l’impresa degl’Infedeli pare fosse un semplice pretesto, e mostra che questo pretesto
          o discorso qualunque era allora e in simili tempi uno degli spedienti della politica, o
          diplomatica, un luogo comune, usitato e valevole con tutte le corti o potentati cristiani
          e con tutti i popoli cristiani. (2. Feb. Festa della Purificazione di Maria SS. 1824.). V.
          p. 4044.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>niuno</emph> ec. come altrove. Guicc. 1. 274. ed. di Friburgo
          lib.3. <emph>senza cercare altra risposta</emph> per <emph>senza più cercare la
          risposta</emph>. (2. Feb. Festa della Purificazione di Maria SS. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Divisato</emph> per <foreign lang="fre" rend="italic">déguisé</foreign>, del che
          altrove. V. la Crusca in <emph>dissimigliato</emph>, esempio primo. (2. Feb. Festa della
          Purificazione di Maria Santissima. 1824.). <foreign lang="spa" rend="italic"
          >Divisar</foreign> per <emph>vedere, discernere, scorgere cogli occhi</emph>. D. Quij.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4026"/> Alla p. 4024. Del resto anche <foreign lang="grc">φασὶ</foreign>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">aiunt</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic"
            >dicen</foreign>, <emph>dicono, narrano, vogliono, credono</emph> ec. ec. è un’assoluta
          ellissi degli stessi nomi o pronomi sopraddetti, o d’altri simili, o diversi, fatti
          plurali. (3. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign> in modo simile allo spagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">luego</foreign>, del che altrove. V. Plat. in Phaedro, opp. ed. Astii t.
          1. p. 144. E. (4. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Gergo</emph>-<foreign lang="spa" rend="italic"
          >jargon</foreign>. V. gli spagn. ec. (7. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Nascere</emph> per <foreign lang="grc">γενέσθαι</foreign>, di che altrove. <bibl>V.
              <author>Guicciardini</author>, ed. Friburgo t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 339. lin.5. a
            fine</bibl>. (7. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>niuno</emph>, del che altrove. V. il med. ib. p. 340. lin.13.
          (7. Feb. 1824.). E notisi il nostro uso del pronome <emph>altri</emph> sing. nel
          significato di cui v. la pag. 4024. capoverso 3., significato che spetta a questo
          proposito, e talora è anche de’ francesi, i quali dicono per es. (credo in linguaggio
          familiare o burlesco) <foreign lang="fre" rend="italic">comme dit l’autre</foreign>,
          parlando, v. g., d’un proverbio ec., cioè <foreign lang="fre" rend="italic">comme on
          dit</foreign>. V. i Diz. franc. e spagn. (9. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La eccessiva potenza di attenzione è al tempo stesso e per se medesima, potenza di
          distrazione, perchè ogni oggetto vi rapisce facilmente e potentemente la attenzione
          distogliendola dagli altri, e l’attenzione si divide; sicchè è anche, per se medesima,
          impotenza o difficoltà di attenzione, e facilità di attenzione, cose contrarie
          dirittamente a lei, onde sembra impossibile ch’ella sia insieme l’uno e l’altro, ma il
          troppo è sempre padre del nulla o volge al suo contrario, come altrove. Quindi
          principalmente nasce la incapacità di attenzione ne’ fanciulli ec. ec. (9. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>P. 2827.</p>
          </note> che la mutata pronunzia della lingua greca, dovette di necessità ne’ secoli
          inferiori, alterandone l’armonia, alterarne la costruzione l’ordine e l’indole ec. perchè
          da un medesimo periodo o costrutto diversamente <pb ed="aut" n="4027"/> pronunziato, non
          risultava più o niuna, o certo non la stessa armonia di prima. Aggiungi che anche
          indipendentemente da questo, gli scrittori, ed anche i poeti greci de’ secoli inferiori
          (come pure i latini, gl’italiani, e tutti gli altri ne’ tempi di corrotto gusto e
          letteratura) amavano e volevano un’armonia diversa per se ed assolutamente e in quanto
          armonia da quella degli antichi, cioè sonante, alta, sfacciata, uniforme, cadenziosa ec.
          Questa dagli esperti si ravvisa a prima vista in tutti o quasi tutti i prosatori e poeti
          greci di detti secoli, anche de’ migliori, ed anch’essi atticisti, formati sugli antichi,
          imitatori, ec. Tanto che questo numero, diverso dall’antico e della qualità predetta, che
          quasi in tutti, più o meno, e più o men frequente, vi si ravvisa, è un certo e de’
          principali e più appariscenti segni, almeno a un vero intendente, per discernere
          gl’imitatori e più recenti, che spesso sono del resto curiosissimamente conformi agli
          antichi, da’ classici originali e de’ buoni tempi della greca letteratura. Ora il diverso
          gusto nell’armonia e numero di prosa e verso (nel quale aggiungi i nuovi metri,
          occasionati da tal gusto e dalla mutata pronunzia della lingua) contribuì non poco ad
          alterare, anche negli scrittori diligenti ed archeomani i costrutti e l’ordine della
          lingua, come era necessario, e come si vede, guardandovi sottilmente, per es. in Longino,
          perchè vi trovi non di rado in parole antiche un costrutto non antico, e si conosce ch’è
          fatto per il numero che ne risulta, e altrimenti non sarebbe risultato, e il quale altresì
          non è antico. (Così dicasi dell’alterazione cagionata ne’ costrutti ec. dalla mutata
          pronunzia). Questa causa di corruzione è da porsi fra quelle che produssero e producono
          universalmente l’alterazione e corruttela di tutte le lingue, nelle quali tutte (o quasi
          tutte) i secoli di gusto falso e declinato pigliarono un numero conforme al descritto di
          sopra e diverso da quello de’ loro antichi. Si <pb ed="aut" n="4028"/> conosce a prima
          vista, e indubbiamente, (almen da un intendente ed esercitato) per la differenza e per la
          detta qualità del numero, un secentista da un cinquecentista, ancorchè quello sia de’
          migliori, ed anche conforme in tutto il resto agli antichi. Il Pallavicini, ottimo per se
          in quasi tutto il restante, pecca moltissimo nella sfacciataggine e uniformità (vera o
          apparente, come dico altrove) del numero, alla quale subito si riconosce il suo stile,
          diverso principalmente per questo (quanto all’estrinseco, cioè astraendo dalle antitesi e
          concettuzzi che spettano piuttosto alle sentenze e ai concetti, come appunto si chiamano)
          da’ nostri antichi, da lui tanto studiati, e tanto e così bene espressi e seguiti. Che
          dirò del numero di Apuleio, Petronio ec. rispetto a quello di Cicerone e di Livio? non che
          di Cesare, e de’ più antichi e semplici, che Cicerone nell’Oratore dice mancar tutti del
          numero, s’intende del colto, perchè senza un numero non possono essere. V. p. seg. Che
          dirò di Lucano, dell’autore del <title lang="lat">Moretum</title>, Stazio ec. rispetto a
          Virgilio? Marziale a Catullo ec.? Or questa mutazione e depravazione del numero dovette
          necessariamente essere una delle maggiori cagioni dell’alterazione della lingua sì greca,
          sì latina e italiana, sì ec., massime quanto ai costrutti e l’ordine, e quindi alla frase
          e frasi, e quindi all’indole, insomma al principale. Anche si dovettero depravar le
          semplici parole per servire al numero, e grattar l’orecchio avido di nuovi e spiccati
          suoni, o sformando le vecchie, o inducendone delle nuove e strane, o componendone, come in
          greco, o troncandole come tra noi (l’uso de’ troncamenti è singolarmente proprio del
          Pallavicini, e de’ secentisti e de’ più moderni da loro in poi), avendo riguardo sì al
          suono della parola in se, sì al suo effetto nella composizione e nel periodo. (9. Feb.
          1824.). Veggasi il detto altrove su d’alcuni sforzati costrutti d’Isocrate per evitare il
          concorso (conflitto) delle vocali ec. ec. (9. Feb. 1824.). (Riferiscasi ancora a questo
          proposito per quanto gli può toccare, il detto altrove sul vario gusto de’ greci, lat. e
          ital. in diversi tempi, circa il concorso, l’abbondanza ec. delle vocali). Ora se questo
          accadeva a Isocrate ottimo giudice, ed esposto <add resp="ed">a</add>
          <pb ed="aut" n="4029"/> migliaia d’altri tali, e scrivente per piacere a essi, nel centro
          della lingua pel tempo e pel luogo, fiorente la lingua e la letteratura, nel suo gran
          colmo ec. ec. che cosa doveva accadere ne’ secoli bassi ne’ quali ec. fra gl’imitatori ec.
          la più parte, com’era allora non greci di patria, ma dell’Asia, e questa anche alta, non
          la minore ec. ec. molti ancora non greci neppur di genitori, come Gioseffo, Porfirio e
          tanti altri ec. ec.? (10. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. preced. marg. In verità ed essi, e i greci ripresi da Cicerone ibid. di mancar di
          numero, che sono molti e classici, e i nostri trecentisti, e i cinquecentisti, (la più
          parte non numerosi, e tutti, [salvo lo Speroni, in ciò affettato e falso, ma diversamente
          da’ posteri,] poco solleciti del numero) hanno pure un numero benchè incolto più o meno, e
          casuale, pur proprio e certo e riconoscibile, o loro, o della lingua ec. e da questo è
          diverso quello degl’inferiori corrotti ec. ec. (10. Feb. 1824.). V. p. 4034.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grecismo. <emph>Colla</emph> — <foreign lang="grc">κόλλα</foreign> e <foreign lang="grc"
            >κόλλη</foreign> coi derivati e composti della voce ital. e della greca. E vedi Forc.
          Gloss. i franc. gli spagn. Potrebbe però essere stata tolta questa voce a dirittura dal
          greco, anche ne’ bassi tempi, se si considera come assolutamente tecnica, ma ella è in
          verità, almeno oggi, di volgarissimo uso, come ciò che ella significa. (11. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Plurali in <emph>a</emph>. <emph>Mantella</emph> plur. di <emph>mantello</emph>. (11.
          Feb. 1824.). <emph>Peccata</emph>. <emph>Uscia</emph>. (Machiavelli par. 5. p. 151.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sbarbare-sbarbicare, abbarbicare</emph> o <emph>abbarbicarsi</emph>. Al detto
          altrove sopra i nostri verbi in icare, fatti da verbi originali usati o no, o pur da nomi
          ec. (11. Feb. 1824.). <emph>Barbare-barbicare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. Vedi <foreign lang="grc">σωμάτιον</foreign> per <foreign
            lang="grc">σῶμα</foreign> senza niuna causa di diminuzione, in Apollon. Dysc. Mirabil.
          c. 3. ed appresso altri, e v. lo Scapula. (11. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4030"/>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Claquer-claqueter</foreign> che l’Alberti chiama
          frequentativo di quello. <foreign lang="fre" rend="italic">Crier-criailler</foreign>,
          della qual sorta di verbi dico altrove. (12. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Clientolo</emph>. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Maillet-mail</foreign>, <emph>maglio</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >malleus</foreign>. Che la <foreign lang="fre" rend="italic">et</foreign> in francese ne’
          verbi e ne’ nomi sia per se diminutivo o frequentativo ec. come la <emph>ett</emph> in
          italiano vedesi per lo pensiero precedente e per mille altri esempi ec. (13. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Nascere</emph> per <emph>accadere</emph>. ec. <quote>
            <emph>Se altro di meglio non nasce</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Machiav.</author>
            <title>Clitia At.</title> 5. sc. 2. fine</bibl>. (13. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>nulla</emph> o <emph>alcuna cosa</emph> ec. V. il pens.
          preced. e le molte nostre frasi simili. (13. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Faventia</foreign>-<emph>Faenza</emph>. (14. Feb.
          1824.). <emph>Faentini</emph> (<bibl>
            <author>Guicc.</author> 1. 418. 419. ec.</bibl>
          <quote>
            <emph>Faventini</emph>
          </quote>, come in lat.). <foreign lang="fre" rend="italic">Fayence</foreign> per
            <emph>Faenza</emph> e per una città di Francia, lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Faventia</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Immutatus, immixtus</foreign> affermativi e negativi. Al
          detto altrove in proposito d’<foreign lang="lat" rend="italic">intentatus</foreign>. (14.
          Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Raddoppiamenti greci, del che altrove. <foreign lang="grc">ἐληλαμένος, ἐληλεγμένος,
            ὀρωρυγμένος, ἀληλειμμένος, ἀλήλειμμαι</foreign> ec. <foreign lang="grc">ἄραρε</foreign>
          ec. (14. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Cangiamento del <emph>cul</emph> lat. in <emph>chi</emph> ital. <emph>Bernoccolo</emph>
          (voce affatto italiana, v. però il Gloss. e i vari dizionari) co’ suoi derivati
            <emph>bernocchio</emph> che vale lo stesso. (15. Feb. Domenica di Settuagesima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">Συγγραμμάτιον</foreign>. V. Luciano in
          principio dell’Erodoto, dove pare che sia positivato, e lo Scapula ec. se v’ha nulla a
          proposito. (15. Feb. Domenica di Settuagesima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Neanche ad Erodoto par che fosse nativo il dialetto ionico (a proposito del detto
          altrove), a quanto osservo nella nota del Palmerio al principio dell’<title lang="lat"
            >Herodotus sive Aetion</title> di Luciano. (15. Febbraio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4031"/> Certo le condizioni sociali e i governi e ogni sorta di
          circostanze della vita influiscono sommamente e modificano il carattere e i costumi delle
          varie nazioni, anche contro quello che porterebbe il rispettivo loro clima e l’altre
          circostanze naturali, ma in tal caso quello stato o non è durevole, o debole, o cattivo, o
          poco contrario al clima, o poco esteso nella nazione, o ec. ec. E generalmente si vede che
          i principali caratteri o costumi nazionali, anche quando paiono non aver niente a fare col
          clima, o ne derivano, o quando anche non ne derivino, e vengano da cagioni affatto
          diverse, pur corrispondono mirabilmente alla qualità d’esso clima o dell’altre condizioni
          naturali d’essa nazione o popolo o cittadinanza ec. Per es. io non dirò che il modo della
          vita sociale rispetto alla conversazione e all’altre infinite cose che da questa dipendono
          o sono influite, proceda assolutamente e sia determinato nelle varie nazioni d’Europa dal
          loro clima, ma certo ne’ vari modi tenuti da ciascuna, e propri di ciascuna quasi fin da
          quando furono ridotte a precisa civiltà e distinta forma nazionale, ovvero da più o men
          tempo, si scopre una curiosissima conformità generale col rispettivo clima in generale
          considerato. Il clima d’Italia e di Spagna è clima da passeggiate e massime nelle lor
          parti più meridionali. Ora queste nazioni non hanno conversazione affatto, nè se ne
          dilettano: e quel poco che ve n’è in Italia, è nella sua parte più settentrionale, in
          Lombardia, dove certo si conversa assai più che in Toscana, a Napoli, nel Marchegiano, in
          Romagna, dove si villeggia <pb ed="aut" n="4032"/> e si fanno tuttodì partite di piacere,
          ma non di conversazione, e si chiacchiera assai, e si donneggia assaissimo, ma non si
          conversa; in Roma ec. Il clima d’Inghilterra e di Germania chiude gli uomini in casa
          propria, quindi è loro nazionale e caratteristica la vita domestica, con tutte l’altre
          infinite qualità di carattere e di costume e di opinione, che nascono o sono modificate da
          tale abitudine. Pur vi si conversa più assai che in Italia e Spagna (che son l’eccesso
          contrario alla conversazione) perchè il clima è per tale sua natura meno nemico alla
          conversazione, poichè obbligandoli a vivere il più del tempo sotto tetto e privandoli de’
          piaceri della natura, ispira loro il desiderio di stare insieme, per supplire a quelli, e
          riparare al vôto del tempo ec. Il clima della Francia ch’è il centro della conversazione,
          e la cui vita e carattere e costumi e opinioni è tutto conversazione, tiene appunto il
          mezzo tra quelli d’Italia e Spagna, Inghilterra e Germania, non vietando il sortire, e il
          trasferirsi da luogo a luogo, e rendendo aggradevole il soggiornare al coperto: siccome la
          vita d’Inghilterra e Germania tiene appunto il mezzo, massime in quest’ultimi tempi, per
          rispetto alla conversazione, tra la vita d’Italia e Spagna e quella di Francia, e così il
          carattere ec. che ne dipende. E già in mille altre cose la Francia, siccome il suo clima,
          tiene il mezzo fra’ meridionali e settentrionali, del che altrove in più luoghi. Non parlo
          delle meno estrinseche e più spirituali influenze del clima sulla complessione e abitudine
          del corpo e dello spirito, anche fin dalla nascita, che pur grandissimamente <pb ed="aut"
            n="4033"/> contribuiscono a cagionare e determinare la varietà che si vede nella vita
          delle nazioni, popolazioni, individui tutti partecipi (come son oggi) di una stessa sorta
          di civiltà, circa il genio e l’uso della conversazione. (15. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Οὐδὲν ξένον εἰ πάνυ ἐσπουδακὼς ἐπὶ τοῖς ἀρίστοις ὑπὸ σοῦ
              γνωρίζεσθαι, ἐκ τῆς ἄγαν ἐπιθυμίας εἰς τοὐναντίον, διαταραχθείς, ἐνέπεσον</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author>
            <foreign lang="lat" rend="italic">pro lapsu inter salutandum</foreign>. opp. t. 1. 502.
            Amstel. 1687</bibl>. (16. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Appartiene al detto altrove sopra lo spagn. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >luego</foreign> ec. la frase <foreign lang="grc">εὐθὺς ἀρχόμενος</foreign>, e la
          corrispondente lat. <foreign lang="lat" rend="italic">statim ab initio</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">a principio</foreign> ec. e quella di Luciano, loc.
          sup. cit. p. 498. <quote>
            <foreign lang="grc">εὐθὺς ἐν τῇ ἀρχῇ</foreign> e <foreign lang="grc">πρῶτον
            εὐθὺς</foreign>
          </quote>, e simili che puoi cercare nel Forcell. Scap. ec. (16. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fiorito</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">fleuri</foreign> ec. per
            <emph>fiorente</emph>, come <emph>età fiorita</emph> cioè che <emph>fiorisce</emph>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">floret</foreign>. (16. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Giuntare</emph> per <emph>truffare</emph> ec. viene da <foreign lang="lat"
            rend="italic">iungo iunctum</foreign> come <foreign lang="spa" rend="italic"
          >juntar</foreign> spagn. in altro senso, poichè anche <emph>giungere</emph> si usa per
            <emph>giuntare</emph> che in questo senso, tutto italiano, n’è un continuativo. Pur da
            <foreign lang="lat" rend="italic">iungere</foreign> viene <emph>aggiuntare</emph> per
            <emph>giuntare</emph> (<bibl>
            <author>Machiav.</author>
            <title>Mandrag.</title> at. 3. sc. 9.</bibl> la Crus. ha il verbale
          <emph>aggiuntatore</emph>), come il nostro volgare <emph>aggiuntare</emph> e lo spagn.
            <foreign lang="spa" rend="italic">ayuntar</foreign> ec. in altro senso. E v. il Gloss.
          Giunto per <emph>giunteria</emph>. Crus. (17. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4034"/>
          <emph>Imprenta, imprentare</emph> ec. <emph>impronta, improntare</emph> ec. quasi
            <emph>imprimita, imprimitare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >imprimitum</foreign>, supino regolare inusitato, per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >impressum</foreign>. (17. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐθέλω</foreign> per <foreign lang="grc">δύναμαι</foreign> o piuttosto
          per <foreign lang="grc">μέλλω</foreign>, del che altrove. <bibl>V. <author>Plat.</author>
            <title>de Rep.</title> 4. opp. ed. Ast. t. 4. p. 200. B.</bibl> (18. Febbraio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Compagnon</foreign>. (20. Feb.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Bequeter</foreign> (beccare) frequentativo o diminutivo.
          Gresset Ver-vert, <foreign lang="fre">Chant premier</foreign>. (20. Feb. 1824.). <foreign
            lang="fre" rend="italic">Feuilleter</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Avorton, menton
          mentonnière</foreign> ec. (20. Feb. 1824.). <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Flacon</foreign>-<emph>fiasco</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ ὅλως ἁπάντων ὁ πολυψηφότατος ἐν παιδείᾳ σύ γε, καὶ μάλιστα ὅσῳ
              τὴν λευκὴν ἀεὶ καὶ σώζουσαν φέρεις</foreign>
          </quote> (Lucian. in Harmonide ad. fin.) <emph>E massime in quanto, o in quanto
          che</emph>. Grecismo dell’italiano in questa e molte simili nostre frasi. (21. Feb.
          1824.). V. franc. e spagn. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4029. Il numero o suono del periodo de’ trecentisti è un tale proprio loro, e ben
          diverso generalmente da quello de’ Cinquecentisti; e così non solo tutte le lingue, ma
          ciascun secolo di esse, anche quelli in cui non si coltiva il numero, hanno un periodo
          loro proprio quanto al suono, e diverso da quello degli altri secoli, anzi tanto più
          proprio loro e più diverso dagli altri, quanto il numero v’è meno studiato, perchè l’arte,
          sempre la stessa, induce conformità, onde due secoli studiosi del numero, ancorchè
          distanti, possono facilmente rassomigliarsi insieme, più che gli altri: quando infatti
          veggiamo anche tra diverse lingue tal somiglianza, come tra greco e latino e tra latino e
          italiano negli scrittori che sono studiosi <pb ed="aut" n="4035"/> del numero. (21. Feb.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Vallon, coteau</foreign>,
            <emph>costola</emph> ec. (21. Feb. 1824.). <foreign lang="fre" rend="italic">Rayon,
            pavot</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Genitivo plurale in vece dell’accusativo col pronome <emph>alcuni</emph> o
          <emph>alcuno</emph> del che altrove. <bibl>
            <author>Luciano</author> in <title>Scytha</title>, opp. 1687. t. I. p. 598. init.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">δεῖξαι τῶν λόγων ὑμῖν</foreign>
          </quote> cioè <foreign lang="lat" rend="italic">ex meis orationibus</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">doctrinis</foreign>, il qual luogo è bene interpretato dal
          Grevio nella fine del tomo, il quale è da vedere. (22. Feb. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grecismo dell’italiano. <emph>Se non quanto</emph> o <emph>in quanto</emph> o quanto che,
          o <emph>in quanto che</emph>- <foreign lang="grc">παρ' ὅσον</foreign>. V. Luciano loc.
          cit. qui sopra, ad fin. p. 599. e lo Scapula ec. e i franc. e spagn. ec. (22. Feb. 1824.
          Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Σίλλος, σίλλοι</foreign> o <foreign lang="grc">σιλλοὶ</foreign> si fa
          derivare da <foreign lang="grc">ἴλλος</foreign>
          <emph>occhio</emph>
          <foreign lang="grc">παρὰ τὸ διασείειν τοὺς ἴλλους</foreign>. <bibl>V.
            <author>Scap.</author>
          </bibl> e <bibl>
            <author>Menag. ad Laert.</author> in <title>Timon.</title> IX. III</bibl>. Consento che
          venga da <foreign lang="grc">ἴλλος</foreign>, ma non che ci abbia a fare il <foreign
            lang="grc">σείειν</foreign>, formazione d’altronde molto inverisimile. Io credo che
            <foreign lang="grc">σίλλος</foreign> sia lo stesso affatto che <foreign lang="grc"
          >ἴλλος</foreign> in origine, aggiuntoci il sigma in luogo dello spirito, benchè lene,
          all’uso latino circa lo spirito denso e al modo che gli Eoli usavano il digamma, ossia il
          v latino (e quindi i latini il v) in vece anche dello spirito lene, nel principio delle
          parole. Veggasi il detto altrove di <foreign lang="grc">σῦκον</foreign> ch’io credo essere
          venuto da un <foreign lang="grc">ὗκον</foreign> o <foreign lang="grc">ὖκον</foreign>. Da
            <foreign lang="grc">σίλλος</foreign> occhio la metafora trasportò il significato a
            <emph>derisione</emph> ec. quasi dicesse, come diciamo noi, occhiolino ec. onde <foreign
            lang="grc">σιλλαίνειν</foreign> sarebbe quasi <emph>far l’occhiolino</emph>, in senso
          però di deridere ec. La metafora è naturale, perchè il riso generalmente, ma in ispezieltà
          la derisione risiede e si esprime cogli occhi principalmente e molte volte con essi
          unicamente. (22. Febbraio 1824. Domenica di Sessagesima.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἔξω τῶν ὤτων</foreign>
          </quote>
          <emph>fuorchè l’orecchie</emph>. Luciano opp. 1687. p. 580. ad fin. t. 1. Di quest’uso del
          greco <foreign lang="grc">ἔξω</foreign> conforme all’italiano <emph>fuori, fuorchè,
            infuori</emph> ec. e al francese <foreign lang="fre" rend="italic">hors,
          hormis</foreign> ec. e allo spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">fuera, fuera de
          que</foreign> (oltre di che) ec. (anche in greco s’usa, mi pare, <foreign lang="grc"
          >ἔξω</foreign> o simil voce per oltre. V. lo Scap. e il Forcell. ec.) dico altrove, se ben
          mi ricordo. (22. Feb. Domenica di Sessagesima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4036"/>
          <emph>Accortare, scortare</emph>. Al detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >curto as</foreign>. (23. Feb. 1824.). <emph>Accorciare, scorciare</emph> ec. co’
          derivati ec. non sono che corruzioni, e vengono pur da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >curtare</foreign>. (23. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Capter, Cattare</foreign> ec. Al detto altrove di
            <foreign lang="lat" rend="italic">captare</foreign>. (25. Feb. 1824.).
          <emph>Riscattare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">rescatar</foreign> ec. <foreign
            lang="spa" rend="italic">catar</foreign>, di cui altrove, è forse da <foreign lang="lat"
            rend="italic">captare</foreign>?</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Faventini</emph>, del che altrove. <bibl>
            <author>Guicc.</author> t. 2. p. 34-36</bibl>. (25. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Rilevato</emph> per <emph>che rileva</emph>, cioè <emph>pesa</emph>, cioè
            <emph>importa</emph>. Nardi spesso nella Vita del Giacomini. (25. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <emph>suppeditare</emph> aggiungi che nel <bibl>
            <title>D. Quij.</title> par. 2. cap. 18. fine</bibl>, io trovo <foreign lang="spa"
            rend="italic">supeditar</foreign> per <emph>calpestare</emph>. (28. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uso della sinizesi da me altrove in moltissimi luoghi distesamente notato ne’ latini e
          dimostrata volgare fra loro e familiare ec. osservisi essere un’altra delle conformità del
          volgar latino colle nostre lingue, in cui essa sinizesi non è pur volgare, ma regolare ec.
          ec. (28. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Struzzo-struzzolo</emph>. (28. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi frequentativi o diminutivi ital. <emph>Balzare balzellare</emph>. (28. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Pelle</emph> per <emph>donna</emph> ec. nostro modo osceno. V. il Forc. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Scortum</foreign> e in <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Pellex</foreign> ec. e la Crus. se ha nulla. (28. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἄλλο</foreign> per <foreign lang="grc">οὐδὲν</foreign> ridondante come
          in italiano, del qual modo italiano corrispondente anche ad un altro analogo modo greco,
          ho detto altrove in più luoghi. Luciano nel fine del libretto <title>
            <foreign lang="grc">περὶ ἀσρτρολογίας</foreign>
          </title> (se però è suo): <quote>
            <foreign lang="grc">Ψπὸ δὲ τῇ δίνῃ τῶν ἀστέρων μηδὲν ἄλλο γίγνεσθαι</foreign>
          </quote>; per <foreign lang="grc">μηδὲν γίγνεσθαι</foreign>; E questo luogo dimostra
          l’origine di questa frase ed uso del pronome <foreign lang="grc">ἄλλος</foreign>
          <emph>altri</emph> o <foreign lang="grc">ἄλλο</foreign>
          <emph>altro</emph>, sì quanto al greco, sì quanto all’italiano. Perocchè viene
          propriamente a dire: <foreign lang="grc">μηδὲν ἄλλο ἢ αὐτὸ τοῦτο τὸ δινέεσθαι</foreign>;
          così <emph>senz’altro</emph> val propriamente <emph>senz’altro fuor della cosa
          medesima</emph> o <emph>delle cose</emph> di cui si parla. Vedi il detto da me lungamente
          circa la frase <quote>
            <foreign lang="grc">οὐδὲν πλέον</foreign>
          </quote> sulla fine del Fedone, nelle mie note sopra Platone. E vedi anche il contesto del
          cit. luogo di Luciano. (28. Feb. 1824.). V. la p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4037"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Εὐθὺς ἐν ἀρχῇ τῶν λόγων</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Luciano</author> opp. 1687. t. 1. p. 861: del che altrove</bibl>. (28. Febbraio.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. preced. Qua spetta quel luogo del <bibl>
            <author>Guicc.</author> lib.6. t. 2. ed. Friburgo p. 74</bibl>. <quote>
            <emph>Ai Veneziani non pareva piccola grazia se non fossero molestati dagli altri</emph>
          </quote>. Cioè semplicemente <emph>non fossero molestati</emph>. Quel <emph>dagli
          altri</emph> ha relazione ai Veneziani medesimi, e vale insomma da nessuno, cioè infine
          ridonda affatto. Questo modo è ordinarissimo massime nel dir familiare<note resp="aut"
            n="a" place="foot">
            <p>Così diciamo l’amicizia altrui, la conoscenza altrui, le offese altrui e simili frasi
              dove l’altrui ha relazione a colui solo di cui si parla, sia persona o cosa, cioè in
              somma ridonda. E così mill’altre frasi.</p>
          </note>. E così credo che sia anche in greco e in latino<note resp="aut" n="b"
            place="foot">
            <p>V. per es. <bibl>
                <author>Lucrez.</author> l. 2. v. 9</bibl>.</p>
          </note> ed altresì in francese e spagnuolo le quali due lingue si osservino ancora circa
          gli altri modi notati di sopra ed altrove a questo proposito ec. (29. Feb. Domenica di
          Quinquagesima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Halo ai avi atum</foreign> — <foreign lang="lat"
            rend="italic">halitans</foreign>, <emph>alitare</emph> (verbo e sostantivo ossia
          infinito sostantivato), <foreign lang="fre" rend="italic">haleter</foreign>. V. gli Spagn.
          e il Gloss. ec. (29. Feb. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Lino linis, livi, et lini, et levi, litum</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">linitum</foreign>. Osservisi questo verbo quanto alla
          sua coniugazione che mi par faccia a proposito d’altri miei pensieri. Ed osservisi ancora
          insieme con esso il suo compagno <foreign lang="lat" rend="italic">linio is ivi
          linitum</foreign>, coi composti ec. dell’uno e dell’altro. (29. Feb. 1824.). <foreign
            lang="lat" rend="italic">Alo alis alui alitum altum alere</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Osado</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic"
            >ossado</foreign> per <emph>che osa</emph>, <emph>ardito</emph> per <emph>che
          ardisce</emph> (aggettivati), <foreign lang="fre" rend="italic">hardi</foreign> ec.
            <foreign lang="spa" rend="italic">atrevido</foreign> per <foreign lang="spa"
            rend="italic">quien se atreve</foreign> presente, anch’esso aggettivato: e simili. (29.
          Feb. Domenica di Quinquagesima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Parrebbe che gli uomini sciolti, franchi nel conversare, e massime gli sprezzanti
          avessero più amor proprio degli altri e più stima di se, e i timidi meno. Tutto al
          contrario. I timidi per eccesso di amor proprio e per il troppo conto che fanno di se,
          temendo sempre di sfigurare e perdere la stima altrui o desiderando soverchiamente di
          acquistarla e di figurare, hanno sempre innanzi agli occhi il rischio del proprio onore,
          del proprio concetto, del proprio amore, e occupati e legati da questo pensiero, sono
          senza coraggio, e non si ardiscono mai. I franchi e gli sprezzanti fanno al contrario <pb
            ed="aut" n="4038"/> per la contraria cagione, cioè per aver poca cura e poco concetto di
          se, o desiderio della stima degli altri (che viene a essere il medesimo), sia che essi
          sieno tali per natura, o per abito acquisito. Così che essi offendono spesse volte e
          facilmente, o rischiano di offendere l’amor proprio degli altri, e n’hanno poca cura, per
          poco amor di se stessi. E i timidi lo risparmiano sempre con mille scrupoli e riguardi, e
          non impetrano mai da se stessi non che di lederlo menomamente, ma di porsene a rischio
          benchè leggero e lontano, e ciò per soverchio amor proprio, il quale parrebbe che dovesse
          principalmente offendere e muoverli ad offendere quello degli altri. E così per soverchia
          stima di se stessi, si guardano di mostrar dispregio degli altri, e infatti non gli
          spregiano, anzi gli stimano eccessivamente non per altro che per lo smisurato desiderio e
          conto che fanno della loro stima, anche conoscendoli di niun valore, o almeno per la gran
          tema che hanno di perderla, eziandio vedendo che la sarebbe piccola perdita per rispetto
          al merito di coloro. Tali sono ordinariamente i fanciulli e i giovani ancora inesperti e
          inesercitati nel commercio umano e nelle palestre dell’amor proprio, dov’esso riporta
          tanti colpi, che alla fine incallisce; e tali sono più o manco, per più o men lungo tempo,
          ed alcune per tutta la vita, le persone sensibili e immaginose, le quali restano sovente
          fanciulle anche in età matura, e vecchia, sì quanto a molte altre cose, sì quanto a questa
          della timidità nel consorzio umano, che in esse è sempre difficile a vincere più assai che
          negli altri, e in alcune è assolutamente invincibile, come fu in Rousseau. La cagione si è
          l’eccesso dell’amor proprio, inseparabile dalla soprabbondanza della vita e forza
          dell’animo; ed insieme la vivacità della immaginazione, la quale non mai veramente spenta
          in loro, nè anche quando pare affatto agghiacciata, e quando effettivamente ha cessato
          affatto di partorire alcun piacere all’individuo medesimo, continuamente, <pb ed="aut"
            n="4039"/> secondo la sua natura, va fingendo ad esso amor proprio che è per se
          vivissimo, mille falsi pericoli e difficoltà, o smisuratamente accrescendo e moltiplicando
          i veri. Sì, Rousseau e gli altri tali uomini sensibili e virtuosi e magnanimi, occupati
          sempre e legati da un’invincibile e irrepugnabile timidità, anzi <foreign lang="fre"
            rend="italic">mauvaise honte</foreign> ed erubescenza, non furono e non son tali se non
          per eccesso di amor proprio e d’immaginazione. Altro danno e infelicità somma della
          soprabbondanza della vita interna dell’anima (oltre i tanti da me altrove notati), della
          sensibilità, della squisitezza dell’ingegno, della natura riflessiva, immaginosa ec.
          Poichè in essa l’amor proprio essendo eccessivo e però tanto più bisognoso di successi, e
          desiderando la stima altrui e temendo la disistima molto più che gli altri non fanno, e
          impedito di conseguire e costretto ad incontrare quelli che gli altri con molto minor
          desiderio e bisogno conseguono facilissimamente ogni dì, ed evitano con molto minor tema,
          e che quando nol conseguissero o non lo evitassero, ne sarebbero molto meno afflitti e
          infelicitati, per la minore vivacità e sensibilità dell’amor proprio, ed anche della
          immaginazione, la quale a quegli altri accresce eziandio per se stessa e con mille false
          esagerazioni e finzioni la grandezza delle perdite fatte, di quello che essi desiderano
          naturalmente di conseguire, di quello che non ottengono, dei mali successi incontrati
          nella società, delle <foreign lang="grc">ἀσχημοσύναι</foreign>, che anche bene spesso non
          son vere affatto, ma fabbricate di pianta dall’immaginazione, e non esistono se non
          nell’idea di questi tali, e così anche i buoni successi o gli oggetti che essi si
          propongono di conseguire che spessissimo sono vani e immaginari, e da niuno ottenuti nè
          possibili ad ottenere ec. ec. (1. Marzo. penultimo dì di Carnevale. 1824.) Ciò che ho
          detto dell’immaginazione, dico <pb ed="aut" n="4040"/> dell’amor proprio, il quale in
          questi tali, anche quando sembra rotto e fiaccato dall’uso de’ mali, dispiaceri, punture
          ec. anzi minore assai che non è negli altri, e quasi al tutto agghiacciato, addormentato e
          spento, è sempre in verità vivissimo assai più che negli altri anche giovani e
          principianti, caldissimo, e ancora in istato da esser chiamato tenerezza di se stesso
          (come suol essere nella gioventù) benchè sia in loro più negativo che positivo, più atto a
          impedire che a cagionare, piuttosto causa di passione che d’azione ec. quale egli è
          proporzionatamente anche ne’ primi anni di questi tali. (3. Marzo. Mercoledì delle S.
          Ceneri. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Infundo infusus</foreign>- <foreign lang="fre"
            rend="italic">infuser</foreign>. (3. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Lucerta-lucertola, lucertolone</emph>. (3. Marzo. 1824.).
            <foreign lang="lat" rend="italic">Lacerta</foreign>-<emph>lacertola</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Φάω, φαείνω, φαείνομαι</foreign>. Alterazione di desinenza collo
          stesso significato, del che altrove. (3. Marzo. Mercoledì delle S. Ceneri. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Fou-follet</foreign>. V. i Diz.
          franc. in questa voce, e nóta che questo è un aggettivo. Noi pure <emph>folletto</emph>
          benchè per lo più sostantivato per la soppressione del nome <emph>spirito</emph>. E questa
          nostra voce (come fors’anche <emph>folle</emph>) par che venga dal francese o dal
          provenzale. Del resto v. la Crus. in <emph>folletto</emph> esem.2. e par. 2. e gli
          spagnuoli. (3. Marzo. dì delle S. Ceneri. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Spiare-spieggiare</emph>. (3. Marzo, dì delle S. Ceneri. 1824.). <emph>Scoppiare,
            scoppiata</emph> sustantivo — <emph>scoppiettare, scoppiettata, scoppiettio</emph>. (4.
          Marzo. 1824.). <emph>Incrociare-incrocicchiare, croce-crocicchio</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="grc">ὀλίγου</foreign> o <foreign lang="grc">μικροῦ
            δεῖν</foreign> ec. aggiungi. Si dice anche assolutamente <foreign lang="grc"
          >ὀλίγου</foreign> (fors’anche <foreign lang="grc">μικροῦ</foreign>) sottintendendosi il
            <foreign lang="grc">δεῖν</foreign> o <foreign lang="grc">δέον</foreign>, in senso di
            <foreign lang="grc">σχεδὸν</foreign> ec. come appunto in italiano <emph>per poco</emph>. <bibl>
            <author>Plat.</author> in <title>Phaedro</title>
          </bibl> ec. (4. Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Inadvertido, inavveduto, desconocido</foreign> per
            <emph>sconoscente, malaccorto</emph> e <pb ed="aut" n="4041"/> simili si aggiungano al
          detto altrove circa i participii <emph>avveduto</emph> ec. aggettivati ec. <foreign
            lang="spa" rend="italic">Condolido</foreign> per <emph>condolente</emph>, participio
          vero e non in senso d’aggettivo. <bibl>
            <title>D. Quij.</title> par. 2 cap. 21. avanti il mezzo</bibl>. (4. Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Senz’altro patto</emph>
          </quote> per <emph>senza niun patto</emph>. <bibl>
            <author>Guicc.</author> l. 7. ed. Friburgo t. 2. p. 124. principio.</bibl> ed aggiunge
            <emph>assolutamente</emph> ch’è l’interpretazione espressa dell’anzidette parole. (5.
          Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’<foreign lang="lat" rend="italic">ulus</foreign> de’ lat. si cambia ordinariamente
          dagl’italiani in <emph>io</emph> (così l’<foreign lang="lat" rend="italic">ulum</foreign>,
          e in <emph>ia</emph> l’<foreign lang="lat" rend="italic">ula</foreign>), raddoppiando la
          consonante che lo precede, se ella in latino è pura, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">oculus</foreign>-<emph>occhio</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nebula</foreign>-<emph>nebbia</emph> ec.; se impura non si raddoppia, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">masculus</foreign>-<emph>maschio</emph> ec. (5. Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Vischio, succhio</emph> sost. e molti simili, sembrano esser tutti diminutivi
          positivati, fatti nel modo detto nel pensiero precedente, e però venuti certo dal latino e
          probabilmente stati usati nel volgar latino in luogo de’ loro positivi <foreign lang="lat"
            rend="italic">succus, viscum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >viscus</foreign> ec. ec. (5. Marzo 1824.). Così ho detto altrove de’ nostri verbi in
            <emph>iare</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Tomber</foreign>-<emph>tombolare, tombolata</emph> ec.
          (5. Marzo 1824.). Di tali verbi italiani, oltre diminutivi frequentativi vezzeggiativi ec.
          alcuni, anzi forse, almeno in molti casi, non pochi, sono disprezzativi. (6. Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <emph>apparecchiare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic"
            >aparejar</foreign> ec. aggiungi <emph>sparecchiare</emph> e simili composti ec. ital.
          spagn. e franc. (6. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">ἴχνος-ἴχνιον</foreign> diminutivo
          assolutamente positivato, e proprio, a quel che sembra, di Omero, (sopra il che altrove)
          benchè si trovi anche in Senof. nel Cineg. dove bisogna però vedere se è veramente
          positivato, o se essendo, non è preso da Omero. (6. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli uomini sarebbono felici se non avessero cercato e non cercassero di esserlo. Così
          molte nazioni o paesi sarebbero ricchi e felici (di felicità nazionale) se il governo,
          anche con ottima e sincera intenzione, non cercasse <pb ed="aut" n="4042"/> di farli tali,
          usando a questo effetto dei mezzi (qualunque) in cose dove l’unico mezzo che convenga si è
          non usarne alcuno, lasciar far la natura, come p. e. nel commercio ch’è più prospero
          quanto è più libero, e men se ne impaccia il governo. Similmente dicasi de’ filosofi ec.
          Del resto la vita umana è come il commercio; tanto più prospera quanto men gli uomini, i
          filosofi ec. se ne impacciano, men proccurano la sua felicità, lasciano più far la natura.
          (7. Marzo. prima Domenica di Quaresima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>nessuno</emph> o ridondante. Guicc. t. 2. ed. Friburgo p.
          144. lin. penult. (7. Marzo. I. Domenica di Quaresima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Εὐθὺς γενόμενος</foreign> ec. Questa forma è propria del greco, ed
          usasi eziandio con molti altri avverbi o significanti il med. che <foreign lang="grc"
            >εὐθὺς</foreign>, o d’altro significato, come <foreign lang="grc">ἅμα, μεταξὺ</foreign>
          (i quali ricevono anche il participio presente, secondo la natura del loro significato, ed
          altri participii, oltre i passati) ec. ed è chiamata, se non erro, propria degli attici
          (benchè si trova anche in autori anteriori, per dir così, all’atticismo, come in Anacr.
          od. 33. <quote>
            <foreign lang="grc">εὐθὺς τραφέντες</foreign>
          </quote> od. 55 <quote>
            <foreign lang="grc">εὐθὺς ἰδών</foreign>
          </quote> ec.) — <emph>subito nato, dopo nato, appena nato</emph> ec. <foreign lang="fre"
            rend="italic">né à peine</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">vix
          natus</foreign>) ec. <foreign lang="spa" rend="italic">despues de nacido</foreign> ec. V.
          i Diz. franc. e spagn. e il Forcell. negli avv. corrispondenti <emph>a subito, dopo</emph>
          ec. <foreign lang="lat" rend="italic">simul</foreign> ec. (8. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Indigesto</emph> per <emph>indigeribile</emph> o <emph>difficile a digerire</emph>.
          — <emph>Indigesto</emph> per <emph>che non ha digerito</emph> o <emph>che non
          digerisce</emph>. (8. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Μινύθω</foreign>-<foreign lang="lat" rend="italic">minuo</foreign>,
          forse l’uno e l’altro da <foreign lang="grc">μινύω</foreign>, alterato nel greco colla
          interposizione del <foreign lang="grc">θ</foreign>, (cosa usata), conservato purissimo in
          latino, eziandio ne’ composti: della qual conservazione dell’antichità appo i latini più
          che appo i greci, dico diffusamente altrove. (8. Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4043"/>
          <foreign lang="grc">Ἀργεῖος</foreign>-<foreign lang="lat" rend="italic"
          >argi-v-us</foreign>. Orazio e Ovidio alla greca comune, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >argeus</foreign>, l’uno in un luogo, e l’altro in un altro. Così da <foreign lang="grc"
            >ἀχαιός</foreign>, oltre <foreign lang="lat" rend="italic">achaeus, achivus</foreign>
          che forse è più proprio latino e più volgare, e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >achaeus</foreign> sarà solamente letterario, come anche <foreign lang="lat" rend="italic"
            >argeus</foreign> senza fallo; e forse altri simili. (8. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nè la occupazione nè il divertimento qualunque, non danno veramente agli uomini piacere
          alcuno. Nondimeno è certo che l’uomo occupato o divertito comunque, è manco infelice del
          disoccupato, e di quello che vive vita uniforme senza distrazione alcuna. Perchè? se nè
          questi nè quelli sono punto superiori gli uni agli altri nel godimento e nel piacere, ch’è
          l’unico bene dell’uomo? Ciò vuol dire che la vita è per se stessa un male. Occupata o
          divertita, ella si sente e si conosce meno, e passa, in apparenza più presto, e perciò
          solo, gli uomini occupati o divertiti, non avendo alcun bene nè piacere più degli altri,
          sono però manco infelici: e gli uomini disoccupati e non divertiti, sono più infelici, non
          perchè abbiano minori beni, ma per maggioranza di male, cioè maggior sentimento,
          conoscimento, e diuturnità (apparente) della vita, benchè questa sia senza alcun altro
          male particolare. Il sentir meno la vita, e l’abbreviarne l’apparenza è il sommo bene, o
          vogliam dire la somma minorazione di male e d’infelicità, che l’uomo possa conseguire. La
          noia è manifestamente un male, e l’annoiarsi una infelicità. Or che cosa è la noia? Niun
          male nè dolore particolare, (anzi l’idea e la natura della noia esclude la presenza di
          qualsivoglia particolar male o dolore), ma la semplice vita pienamente sentita, provata,
          conosciuta, pienamente presente all’individuo, ed occupantelo. Dunque la vita è
          semplicemente un male: e il non vivere, o il viver meno, sì per estensione che per
          intensione è semplicemente un bene, o un minor male, ovvero preferibile per se ed
          assolutamente alla vita ec. (8. Marzo. 1824.). V. p. 4074.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4044"/> Forse diminutivo positivato: <foreign lang="grc"
          >σπήλαιον</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">spelaeum</foreign>). V. i Less. (9.
          Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4025. Vedilo pure tom.2. lib.7. p. 18. l. 8. p. 219. analoghi a’ quali v’ha
          diversi altri luoghi nello stesso autore. (9. Marzo. 1824.). V. qui sotto.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Menare, portare, tirare</emph> ec. <emph>pel naso</emph> — <foreign lang="grc">τῆς
            ῥινὸς ἕλκειν</foreign> nello stesso senso. <bibl>
            <author>Lucian.</author>
            <title>Dial. Deor.</title>, <title>Iov. et Iunon.</title> t. 1. opp. 1687. p.
          196</bibl>. V. i Less. e la Crus. e il Forcell. e i francesi e gli spagnuoli (9. Marzo.
          1824.). Nóta che Luciano lo usa come proverbio o modo di dire vulgato, colla voce <foreign
            lang="grc">φασὶ</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Λαιὸς</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
          >lae-v-us</foreign>. (9. Marzo 1824.). <foreign lang="grc">σκαιός</foreign>— <foreign
            lang="lat" rend="italic">scae-v-us</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove dei verbali in <emph>bilis</emph> in <emph>ilis</emph> ec. ec. si
          aggiungano quelli formati da essi in <emph>ilitas, bilitas</emph>, e altri generi, siano
          del buono o del barbaro latino o delle lingue moderne, sia che i verbali da cui essi sono
          formati sieno individualmente noti o ignoti ec. ec., sia pure che tali nomi sostantivi
          verbali, derivino immediatamente dai verbi, e in tal caso bisogna vedere da che voce dei
          verbi e in che modo, secondo i rispettivi generi d’essi verbali. (10. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al capoverso 2. di questa pagina. Anche nella lega di Cambrai contro i Veneziani fu presa
          per pretesto, o maggior coonestazione, secondo l’uso di quelli e de’ passati tempi, il
          voler far guerra contro i Turchi. <bibl>V. il <author>Guicc.</author> t. 2. p. 180. e
            quivi le note, e p. 186. sulla fine</bibl>. Ed è notabile in questo caso tanto più
          questo pretesto, quanto per distruggere i Veneziani allegavano la necessità di farlo a
          volere opprimere i Turchi, de’ quali i Veneziani erano i maggiori nemici, e quelli che
          avevano avuti seco maggiori guerre (come pur n’ebbero appresso), e fatti loro e
          riportatine maggiori danni. (10. Marzo. 1824.). V. p. 4073.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Non ne fece altro per non ne fece nulla; non se ne fece altro; non se ne farà, se ne
            fa altro</emph>; modi consueti del nostro favellare. <quote>
            <emph>Non volle farne altro</emph>
          </quote> cioè <emph>nulla</emph>: <bibl>nelle note al <author>Guicciard.</author> t. 2. p.
            183. 191. 363</bibl>. (10. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In tutta l’Europa (massime in Italia, dove tutti gli assurdi e gl’inconvenienti sociali
          sono maggiori che altrove) non reca infamia l’essere <pb ed="aut" n="4045"/> o essere
          stato vizioso, nè l’aver commesso delitti (massime trattandosi di alcuni tali vizi e
          delitti, certi dei quali, anche atroci, fanno piuttosto onore, stima, e rispetto, che
          altro); ma bensì l’essere o l’essere stato punito di qualsivoglia vizio o misfatto, anzi
          pure della virtù o di azioni virtuose e degne di lode e di premio<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Certo la puniz. porta seco più infamia che la colpa.</p>
          </note>. Negli Stati Uniti d’America l’opinione pubblica non attacca veruna infamia alla
          punizione, e il colpevole che è stato punito e rientra nella società, v’è tanto più esente
          da obbrobrio che l’impunito che in essa si aggira, quanto che 1. si considera ch’egli ha
          espiato colla pena subita il suo fallo, e riparato e data soddisfazione del torto fatto
          alla società, e pagato il debito contratto seco lei: 2. si giudica, come in fatti
          ordinariamente succede, che la pena, la quale colà si considera e si chiama penitenza (le
          prigioni si chiamano case di penitenza), e le cure che nel tempo di essa espressamente si
          usano per curare con rimedi sì fisici che morali il morale del colpevole, abbiano corretto
          e riformato il suo carattere, i suoi costumi, le sue inclinazioni, i suoi principii, e
          ridottolo alla buona strada, con che e di diritto e di fatto e di opinione egli torna
          intieramente a paro e a livello degli altri cittadini o forestieri. Vedi il racconto sulle
          prigioni di Nuova York nell’Antologia di Firenze num. 37. Gen. 1824. e in particolare la
          pag. 54. (11. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐθέλω ἐγρηγορέω-θέλω γρηγορέω</foreign> possono essere esempi o di
          accrescimenti o di troncamenti fatti da’ greci ai loro temi senz’alterazione di
          significato. Così <foreign lang="grc">λῶ</foreign> p. <foreign lang="grc">ἐθέλω</foreign>,
          o quella sia la radice, o un troncamento, del che altrove. (12. Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4046"/>
          <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Acertado</foreign>
          </quote> per <foreign lang="spa" rend="italic">que acierta</foreign> o <foreign lang="spa"
            rend="italic">que suele acertar</foreign>, tanto di persona, quanto di cosa. <bibl>
            <title>D. Quij.</title> par. 2. cap. 25. verso il fine, cap. 26. un poco sotto il
            principio</bibl>. ec. (12. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐθέλω</foreign> per <foreign lang="grc">δύναμαι</foreign> ec. del che
          altrove. <bibl>V. <author>Luciano</author> opp. 1687. tom. <hi rend="sc">i</hi>. p. 222.
            linea 10.</bibl> in <title lang="lat">Dearum iudicio</title>, e <bibl>
            <author>Plat.</author>
            <title>Phaedon.</title> opp. ed. Astii, t. 1. p. 478. B.</bibl> (12. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il nostro pronome <emph>si</emph>, massime nel dir toscano, spessissimo ridonda per
          grazia e proprietà di lingua e per idiotismo, contro le leggi grammaticali delle favelle.
          Così fra’ latini il pronome <foreign lang="lat" rend="italic">sibi</foreign> (a cui
          risponde il nostro <emph>si</emph>, che ne’ detti casi non so se tutti, è dativo, come in
            <emph>se n’andò</emph> e simili), massime appo gli antichi, e questi, comici, onde
          siffatto uso dovette esser proprio del dir volgare o familiare. V. il Forcell. in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Sui</foreign> . (13. Marzo. 1824.). V. qui sotto.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Essere in se</emph> (<foreign lang="fre" rend="italic">être en soi</foreign> ec. V.
          i Diz. franc. e spagn.). <foreign lang="grc">ἐν ἑαυτῷ εἶναι</foreign> — <bibl>V.
              <author>Luciano</author> nel <title>Dial. di Nettuno e Polifemo</title>, opp. 1687. t.
            1. p. 241. fine</bibl>. Così esso ed altri sovente. Il Forcellini non ha nulla in
          proposito, nè in <foreign lang="lat" rend="italic">Sui</foreign> , nè in <foreign
            lang="lat" rend="italic">Sum</foreign> . (13. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Carra</emph> plur. di <emph>carro</emph>. (14. Marzo. 2.a Domenica di Quaresima.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Necessitado</foreign>
          </quote> per <foreign lang="spa" rend="italic">que necessita</foreign>, cioè <foreign
            lang="spa" rend="italic">ha menester</foreign>, e si unisce anche col genitivo, come il
          suo verbo. D. Quij. in più luoghi. Quanto ad <foreign lang="spa" rend="italic"
          >errado</foreign>, di cui altrove, notisi che in ispagnuolo si dice anche <foreign
            lang="spa" rend="italic">errarse</foreign>. <bibl>
            <title>D. Quij.</title> par. 2. cap. 27.</bibl>
          <foreign lang="spa" rend="italic">se havia errado</foreign> (avea sbagliato). (14. Marzo.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al capoverso 3. di questa pag. Dubito che anche in franc. e in ispagn. anche più vi sieno
          usi simili. V. per esempio il fine del pensiero preced. (14. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I nostri nomi diminutivi o disprezzativi ec. in <emph>acchio ecchio</emph> ec. e i verbi
          diminutivi o frequentativi o disprezzativi ec. in <emph>acchiare ecchiare</emph> ec. sono
          di una forma espressamente originata dal latino, cioè dalla forma diminutiva o
          frequentativa <pb ed="aut" n="4047"/> ec. in <emph>culus</emph> e <emph>culare</emph>. Lo
          stesso dico de’ nomi e verbi francesi diminutivi o frequentativi o disprezzativi ec. in
            <foreign lang="fre" rend="italic">ail aille ailler iller eiller</foreign> (<foreign
            lang="fre" rend="italic">sommeiller</foreign>) ec. de’ quali altrove. E credo che anche
          lo spagn. in <foreign lang="spa" rend="italic">illo</foreign> o <foreign lang="spa"
            rend="italic">illar</foreign> ec. venga da essa forma latina (come <emph>periglio</emph>
          <foreign lang="fre" rend="italic">péril</foreign> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >periculum</foreign>, del che in più luoghi) più tosto che da quella in <emph>illus
            illare</emph> ec. (15. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alle altre barbarie umane da me altrove notate si aggiunga la pederastia, snaturatezza
          infame che fu pure ed è comunissima in Oriente (per non dir altro) e non fu solo propria
          de’ barbari ma di tutta una nazione così civile come la greca, e per tanto tempo
          (lasciando i romani), e sì propria che sempre che i greci scrivono d’amore in verso o in
          prosa, intendono (eccetto ben rade volte) di parlar di questo siffatto, voluto fino
          ridurre in sentimentale da Platone massimamente, nel Convivio e più nel Fedro, e altrove,
          e da Senofonte poi nel Convivio. E Saffo con tanta tenerezza canta la sua innamorata.
          Quanto noccia questo infame vizio alla società ed alla moltiplicazione del genere umano, è
          manifesto ec. ec. Aggiungansi similmente gli spettacoli de’ gladiatori, e l’altre barbarie
          romane ec. ec. (15. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. Luciano nel Dialogo di Doride e di Teti dice prima <quote>
            <foreign lang="grc">ἐς κιβωτὸν</foreign>
          </quote> e poi indifferentemente parlando della medesima arca <quote>
            <foreign lang="grc">τὸ κιβώτιον</foreign>
          </quote>, e poi di nuovo <quote>
            <foreign lang="grc">τὴν κιβωτὸν</foreign>
          </quote> ed <quote>
            <foreign lang="grc">ἡ κιβωτός</foreign>
          </quote>, e così anche nel Dial. di un Tritone e delle Nereidi <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν τῇ κιβωτῷ</foreign>
          </quote> parlando della stessa arca. V. i Lessici ec. Ciò mostra che il significato di
          questo diminutivo e di questo positivo era conforme, o che anche in greco si usava
          elegantemente il diminutivo pel positivo o a piacere, o come catacresi o enallage ec., o
          comunque. Luciano non usa qui il diminutivo se non per variare o per grazia ed eleganza
          semplicemente senz’altra cagione, e senz’alcuna diversità di significato dal positivo che
          insieme adopera. (15. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4048"/> Duplicazioni greche. <foreign lang="grc">ἄγω-ἤγαγεν, ἄγηχα,
            ἀγήοχα, ἀγαγεῖν</foreign> ec. Si chiamano modi attici, ma sono anche (con certe
          mutazioni, salvo però il raddoppiamento) anche degli Joni, dei Dori ec. V. lo Schrevel. e
          lo Scap. nell’indice delle voci de’ verbi anomali a’ piè del Lessico, ec. (15. Marzo
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Prolato as</foreign> in senso di <emph>differire</emph>
          ec. da <foreign lang="lat" rend="italic">profero</foreign> che ha pur questo senso.
            <bibl>V. <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Prolato,
              Prolatatio, Prolatatus</foreign>
          </bibl>. (16. Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Luciano nel Dialogo di Menippo Amfiloco e Trofonio. <quote> M. <foreign lang="grc">τί
            δὲ</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat" rend="italic">lego</foreign>
          <foreign lang="grc">δὴ</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">ut contextus expetit</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">ὁ ἥρως ἐστίν;; ἀγνοῶ γάρ. Τ. ἐξ ἀνθρώπου τι καὶ θεοῦ σύνθετον. Μ. ὃ
              μήτε ἄνθρωπός ἐστιν, ὡς φῄς, μήτε θεός, καὶ συναμφότερόν ἐστι</foreign>
          </quote>. Rechisi al detto altrove sopra l’opinione degli antichi circa i semidei, segno
          dell’alto concetto che avevano della natura umana. (16. Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">ῥάκος-ῥάκιον</foreign>, se questo non è
          disprezzativo più di quello. (20. Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alterazioni de’ temi greci, senza mutazione di significato. <foreign lang="grc"
            >στρέφω-στροφάω, στρωφάω</foreign> (coi composti), i quali verbi originariamente (come
          anche poi in parte) dovettero significare ed essere onninamente gli stessi che <foreign
            lang="grc">στρέφω</foreign>. V. i Lessici. E così si potrà di molti altri tali verbi
          alterati, che ora di senso differiscono alquanto dal primo tema, o hanno una
          significazione più determinata, o due ec. mentre quello ne ha di più, o viceversa, ec. ec.
          ma che in origine forse valsero nè più nè meno altrettanto che esso. (20. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Una nuova prova dell’antica tradizione, di cui altrove, che la popolazione del mondo, o
          certo quella d’Europa, venisse dall’Asia, si deduce dalla favola (o storia) che l’Europa
          pigliasse il nome da una donna d’Asia così chiamata. V. il sogno d’Europa nel 2.<hi
            rend="apice">do</hi> idillio di Mosco ec. (20. Marzo. 1824.). V. ancora i mitologi e
          critici ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4049"/>
          <foreign lang="grc">Στλεγγὶς</foreign> forse da principio fu un diminut. di positivo ora
          ignoto. (20. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Troia</emph> per <emph>scrofa</emph>, del che altrove. In franc. <foreign lang="fre"
            rend="italic">truye</foreign> o <foreign lang="fre" rend="italic">truie</foreign>. Mi
          ricordo ancora aver trovato nella seconda parte del D. Quij. la voce <foreign lang="spa"
            rend="italic">troya</foreign>, che mi parve dovere aver questo o simile significato,
          benchè usata, in tal supposizione, metaforicamente. (20. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fante</emph> per <emph>uomo adulto</emph> con tutti i suoi derivati e diminutivi ec.
          (tra’ quali è <emph>fancello</emph> per <emph>fanciullo</emph> che n’è forse una
          corruzione, onde <emph>fanciullo</emph> sarebbe propriamente <emph>piccolo uomo</emph>,
          seppur non è corruzione d’<emph>infanticello</emph>, che non credo; e così dicasi degli
          altri diminutivi di <emph>fante</emph>) opposto d’<emph>infante</emph>, è proprio non solo
          de’ nostri antichi, (v. la Crus.) ma eziandio del volgare e familiar moderno, in cui resta
          ancora per proverbio <emph>lesto fante</emph> (il che si trova anche nell’Alberti.). Or
          questa voce e questo suo significato è certamente affatto latino, poichè
          <emph>fante</emph> non è che il partic. <foreign lang="lat" rend="italic">fans</foreign>
          di <foreign lang="lat" rend="italic">for faris</foreign>, verbo che non si trova nelle
          lingue moderne, e non dovette neppure esser proprio de’ bassi tempi. Oltre ch’egli è
          l’opposto d’<foreign lang="lat" rend="italic">infans</foreign> cioè <emph>non
          parlante</emph> (<foreign lang="grc">νήπιος</foreign>), e significa <emph>parlante</emph>,
          e perciò solo ha forza e ragione di significare uomo. E nondimeno essa voce non si trova
          in tal senso negli scrittori latini, se non solamente in senso molto analogo, in un luogo
          di Plauto, il quale può anche servire a dimostrar l’antichità di questa voce in siffatto
          senso e come opposta d’<emph>infante</emph>. Anche in tutti gli altri suoi sensi essa non
          è che metafora, o ec. di quel di <emph>uomo</emph>; p. e. <emph>fante</emph> per
            <emph>soldato pedone</emph> val propriamente <emph>uomo</emph> (così si dice <emph>mille
            uomini</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">mille bommes</foreign> ec. per
            <emph>mille soldati; uomini d’arme</emph>, cioè soldati grevi a cavallo ec. ec.
            <emph>gente</emph> o <emph>genti</emph> per <emph>esercito; gente a piè, d’arme</emph>
          ec. <foreign lang="fre" rend="italic">gendarmes</foreign> ec. ec.). I francesi <foreign
            lang="fre" rend="italic">fantassin</foreign>, dall’italiano <emph>fantaccino</emph> ch’è
          un diminutivo o disprezzativo positivato. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >Infanterie</foreign> non sembra che una corruzione di <emph>fanteria</emph>. V. gli
          spagn. Così dico del significato di <emph>servo</emph> o <emph>serva</emph>, divenuto pur
          proprio di <emph>fante</emph>, nel qual senso ne deriva <emph>fantesca</emph> ec. V. ancor
          qui gli spagnuoli ec. V. pure il Gloss. e l’articolo di Foscolo sopra l’Odissea <pb
            ed="aut" n="4050"/> di Pindemonte negli Annali di Scienze e Lettere di Milano 1810. (21.
          Marzo. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Taurus</foreign>-<foreign
            lang="fre" rend="italic">taureau</foreign>. <emph>Fante fantaccino</emph> (forse anche
          disprezzativo in origine) onde <foreign lang="fre" rend="italic">fantassin</foreign>, cioè
            <emph>fante</emph>. V. il pensiero precedente. (21. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dell’antiche opinioni circa i semidei e gli eroi, delle quali altrove, vedi ancora il
          Dialogo di Diogene ed Ercole ne’ Dial. de’ morti di Luciano. (21. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Οὐκ ἔστι μαθεῖν τοῦτο ῥᾴδιον, συνθέτους δύ' ὄντας Ἡρακλέας, ἐκτὸς εἰ
              μὴ ὥσπερ ἱπποκενταυρός τις ἦτε</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> in <title>Dial. mort. Dial. Diog. et Herculis</title>
          </bibl>. Di questo italianismo del greco dico altrove. (21. Marzo. 1824.). V. p. 4054.
          Vedilo ancora in Reviviscent. opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 393.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Θανέω</foreign> o <foreign lang="grc">θάνω-θνήσκω</foreign>. Qui
          l’alterazione non solo è nella desinenza, ma eziandio nella omissione dell’<foreign
            lang="grc">α</foreign>, onde <foreign lang="grc">θνήσκω</foreign> per <foreign
            lang="grc">θανήσκω</foreign> dal fut. <foreign lang="grc">θανήσω</foreign> donde si
          fanno questi verbi in <foreign lang="grc">σκω</foreign>, secondo il Weller. (21. Marzo.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Delle cause della universalità della lingua francese, vedi <bibl>
            <author>Voltaire</author>
            <title>delle Lingue</title>, nelle sue opere scelte Londra (Venezia) a spese del
            Milocco, tomi 3. in italiano, 1760. tom. 3. <hi rend="apice">o</hi> p. 136-9</bibl>.
          (21. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come anticamente i francesi pronunziassero conforme scrivevano e in parte scrivono, vedi
          il cit. luogo del Voltaire p. 139-140. (21. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Povertà <emph>di parole</emph> nella lingua francese appetto all’italiana. <bibl>V. il
            cit. tomo di <author>Voltaire</author> p. 207. nella nota, numero 3</bibl>. (21 Marzo.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della superiorità della lingua latina sulla greca per certe parti e qualità, del che ho
          detto in proposito dei continuativi di cui i greci mancano, cioè non ne hanno un genere
          determinato, si può dire lo stesso <pb ed="aut" n="4051"/> rispetto agl’incoativi, di cui
          i greci non hanno un genere e forma così determinata e assegnata come i latini, sebbene si
          servono molto spesso, a significar l’incoazione, di verbi in <foreign lang="grc"
          >ίζω</foreign> fatti da quelli che significano l’azione o passione positiva, o aggiungono
          a’ temi in <foreign lang="grc">άω, έω</foreign> ec. il <foreign lang="grc">ζ</foreign>
          facendone <foreign lang="grc">άζω, έζω</foreign> ec. Ma queste forme non sono così
          precisamente determinate alla significazione incoativa, perchè infiniti verbi così formati
          ne hanno tutt’altra, infiniti significano lo stesso che il primo tema (del che altrove,
          sebben forse in origine potranno avere avuto diverso senso), infiniti non hanno altro
          tema, almen noto, e non significano cosa incoativa ec. sia che questi e i sopraddetti
          abbiano perduta col tempo siffatta significazione, e confusala ec. sia che mai non
          l’abbiano avuta, il che, di moltissimi almeno, è certo, perchè molte volte la desinenza in
            <foreign lang="grc">ίζω</foreign> o <foreign lang="grc">ζω</foreign> è frequentativa.
          Anche de’ frequentativi determinati ec. mancano i greci, mentre gli hanno non solo i
          latini ma gl’italiani (e moltissimi generi, come pure in latino ve n’è più d’uno), i
          francesi ec. Mancano ancora de’ verbi disprezzativi, vezzeggiativi ec. ec. che i latini e
          gl’italiani ec. hanno, e più d’un genere. (21. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Molti di quelli che io chiamo diminutivi positivati, si potranno chiamare in vece
          disprezzativi o vezzeggiativi o frequentativi ec. positivati, sì verbi che nomi, sì
          sostantivi che aggettivi ec. Ma chiamarli generalmente diminutivi non è da potersi
          riprendere, perchè tali sono propriamente tutti, e la diminuzione è il mezzo con cui essi
          significano disprezzo, vezzeggiamento ec. secondo che ella è applicata ed intesa. (21.
          Marzo 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Imperfezione dell’ortografia italiana ne’ passati secoli. È noto che <pb ed="aut"
            n="4052"/> i manoscritti originali anche de’ più dotti uomini de’ migliori secoli, e in
          particolare e nominatamente quelli dell’Ariosto e del Tasso, che son pur tanto ripieni di
          correzioni, presentano una stortissima e scorrettissima ortografia, con errori tali che
          oggi non commetterebbe il più imperito scrivano o fanciullo principiante, e una stessa
          voce v’è scritta ora con una ora con altra ora con altra ortografia. (21. Marzo. Domenica
          terza di Quaresima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La ricchezza e varietà e potenza e fecondità della lingua italiana non solo s’ha a
          considerare nella copia de’ suoi vocaboli e modi e nella gran facoltà di formarne, ma
          eziandio nella gran moltitudine e varietà di tipi per così dire o coni che ella ha per
          poter formare voci e modi di uno stesso genere di significazione. (formati già moltissimi,
          e da potersene formar con giudizio, sempre che si voglia e bisogni). Servano di esempio le
          tante desinenze frequentative o diminutive o disprezzative ec. de’ verbi, da me annoverate
          altrove. Le tante diminutive de’ nomi ec. ec. Nella quale abbondanza di coni la lingua
          nostra vince d’assai, non che le lingue sorelle, ma la latina e la greca, e forse
          qualunque lingua del mondo antica o moderna. Nè questa abbondanza produce confusione nè
          indeterminazione, perchè detti coni sebbene sommamente moltiplici in ciascun genere, sono
          però di qualità e di valore ben determinato ed applicato e appropriato al suo genere di
          significazione. (21. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Κύμβον, κύμβη</foreign> – <foreign lang="grc">κυμβίον, κυμβαῖον,
            κυμβεῖον</foreign>, diminutivi positivati in certe significazioni. V. lo Scapula. (22.
          Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Limon,
            limoneux</foreign>-<foreign lang="lat" rend="italic">limus</foreign>. (23. Marzo.
          1824.). V. la p. seg. capoverso 1.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Lixi-v-ia, lixi-v-ium</foreign> – <foreign lang="spa"
            rend="italic">lexia</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic">legia</foreign> spagn.
          (23. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Tomber, tumbar</foreign> spagn. co’ derivati e composti
          ec. – <emph>tombolare</emph> coi medesimi. (23. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4053"/>
          <emph>Tomba</emph> da <foreign lang="grc">τύμβος</foreign>, del che altrove. Spagn.
            <foreign lang="spa" rend="italic">tumba</foreign>, franc. <foreign lang="fre"
            rend="italic">tombeau</foreign>, ch’è originariamente lo stesso, cioè ne è un diminutivo
          positivato come tanti altri. (23. Marzo. 1824.). I francesi hanno anche <foreign
            lang="fre" rend="italic">tombe</foreign> ant. e poet. ed ora con un significato alquanto
          diverso. V. i Diz. V. p. 4076.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Venire</emph> per <emph>essere</emph> a modo di verbo ausiliare, congiunto co’
          participii passivi degli altri verbi, s’usa non solo in italiano, anche antico, del che mi
          pare aver detto altrove, ma anche in ispagn., forse a imitazione dell’italiano. <bibl>Vedi
              <title>D. Quij.</title> par. 2.</bibl> (la qual parte è straordinariamente sparsa di
          manifestissimi italianismi, più assai che la prima ec.) <bibl>cap. 32. ed. Madrid 1765.
            tomo 3. p. 370</bibl>. (23. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La galanteria degli antichi italiani può esser dimostrata dall’etimologia del nome
          generico di <emph>donna</emph>, etimologia che in nessun’altra lingua cred’io, nè moderna
          nè antica si troverà nel corrispondente nome. (24. Marzo. Vigilia della SS. Annunziata.
          1824.). V. p. 4067.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="spa" rend="italic">sencillo</foreign> diminutivo
          positivato, aggiungi <foreign lang="spa" rend="italic">sencillamente</foreign>, e
          considerinsi siffatti avverbi anche negli altri nomi ec. (24. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Origliare, origliere</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">auricula</foreign>.
          Nuova prova del cangiarsi spesso il <emph>cul</emph> de’ latini in <emph>gli</emph>
          italiano benchè per <foreign lang="lat" rend="italic">auricula</foreign> noi diciamo
            <emph>orecchia</emph>, non <emph>oreglia</emph>, come i francesi. (25. Marzo. dì della
          SS. Annunziata 1824.). Diciamo anche, ed oggi meglio, <emph>orecchiare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Speculum</foreign>-<emph>speglio</emph> antico e
          poetico. (26. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Discursos entretenidos</foreign> per <foreign lang="spa"
            rend="italic">entretenientes</foreign>, cioè di trattenimento, di passatempo. D. Quij.
          (26. Marzo. ultimo Venerdì. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Continuo</foreign> per <emph>continuamente</emph>. D.
          Quij. Nome aggettivo in luogo d’avverbio, del che altrove. (26. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Participii in <emph>us</emph> di verbi neutri. <foreign lang="lat" rend="italic">Licitus,
            licitum est</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">fuit</foreign>
          dall’impersonale <foreign lang="lat" rend="italic">licet</foreign>, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">gavisus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">gavisus
            sum</foreign> dal personale <foreign lang="lat" rend="italic">gaudeo</foreign>. Vedi il
          Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">Licitus, licet ebat, liceor, liceo,
          licito</foreign> avverbio fatto da questo participio, ec. (27. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4054"/> Alla p. 4050. Noi diciamo <emph>eccetto se non, se pure non, se
            però non, fuorchè se</emph> o <emph>se non, quando non, salvo se non</emph> ec. E queste
          frasi e la greca rispondono alla latina <foreign lang="lat" rend="italic">nisi</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">nisi si</foreign>. Il <emph>non</emph> sì nel greco
          che nell’italiano vi sta fuor di ragione e per comun proprietà d’ambe le lingue. (28.
          Marzo. Domenica quarta di Quaresima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Ri-v-us</foreign>, <emph>ri-v-o</emph> –
            <emph>ri-g-agnolo</emph> ec. – <emph>rio</emph> ital. e spagn. (28. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati <foreign lang="lat" rend="italic">Rivus</foreign> — <foreign
            lang="fre" rend="italic">ruisseau</foreign> e <emph>ruscello</emph> che sono in parte e
          sovente positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Ascia</foreign> lat.
          <emph>ascia</emph> e <emph>asce</emph> ital. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >hâche</foreign> franc. ec. — <emph>accetta</emph> quasi <emph>ascetta</emph>, spesso
          positivato ec. perchè s’usa promiscuamente <emph>ascia</emph> e <emph>accetta</emph>,
          l’uno in cambio dell’altro, benchè forse abbiano differenza di significato proprio, che
          non ebbero però in origine, eccetto quanto alla diminuzione. (28. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Dormido</foreign> per <emph>dormiente</emph> (fors’anche
            <foreign lang="spa" rend="italic">durmido</foreign>). <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Voz algo dormida</foreign>
          </quote>. D. Quij. E in altre maniere. Se però <foreign lang="spa" rend="italic"
          >dormir</foreign> non è anche neut. pass. (28. Marzo. Domenica quarta di Quaresima.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">τειχίον</foreign>. Luciano in
          Reviviscent. t. <hi rend="sc">i</hi>. opp. 1687. p. 418. Notisi in proposito di questo e
          altri diminutivi positivati di Luciano, da me altrove segnati, che Luciano usa il
          linguaggio in gran parte familiare. Nel detto luogo si parla del muro dell’acropoli o
          cittadella di Atene. In due di Omero (<bibl>
            <title>Odiss.</title>
            <foreign lang="grc">π</foreign> V. 165.343</bibl>) <foreign lang="grc">τειχίον</foreign>
          si unisce con <foreign lang="grc">μέγα</foreign>. Parrebbe ridicolo l’interpretarlo
            <foreign lang="lat" rend="italic">parvus murus</foreign>, come fa lo Scapula, e
          sembrerebbe che non si potesse trovar luogo dove fosse più evidente la positivazione di
          voci diminutive greche. Nondimeno (oltre che v’ha varietà di lezione, o dubbio degli
          eruditi sulla voce <foreign lang="grc">τειχίον</foreign>, almeno nel primo di questi
          luoghi, come rilevo dall’Indice delle voci omeriche), si potrà forse dire che <foreign
            lang="grc">τειχίον</foreign> è detto da Omero a differenza dei muri di città, e simili,
          detti <pb ed="aut" n="4055"/>
          <foreign lang="grc">τείχη</foreign>, poichè egli quivi parla dei muri di un cortile, e che
            <foreign lang="grc">μέγα</foreign> si riferisca alla grandezza di que’ muri in quanto
          muri di cortile. Non per tanto il luogo di Luciano e altri di Tucidide appo lo Scap.
          mostrano che <foreign lang="grc">τειχίον</foreign> si diceva anche de’ muri di città
          fortezza ec. (moenia), e possono servire a illustrare quelli d’Omero, confermar la
          lezione, (massime il luogo di Luciano che è evidente), e provando che quivi <foreign
            lang="grc">τειχίον</foreign> sta semplicemente per <foreign lang="grc">τεῖχος</foreign>,
          benchè unito con <foreign lang="grc">μέγα</foreign>, aggiungere una insigne prova alla mia
          opinione circa la positivazione di molti diminutivi greci, in particolare nel dir poetico,
          o piuttosto antico o ionico ec. (28. Marzo. Domenica quarta di Quaresima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Τῆς ῥινὸς ἕλκειν</foreign>
          <emph>menar pel naso</emph> proverbio greco conforme all’italiano, del che altrove, con un
          luogo di Luciano, ove vi si aggiunge il <foreign lang="grc">φασὶ</foreign>. Aggiungi lo
          stesso <bibl>
            <author>Luciano</author> in <title>Reviviscentibus</title> opp. 1687. t. 1. p.
          396</bibl>. V. il Forcell. i Lessici e gli scrittori di adagi e proverbi ec. (29. Marzo.
          1824.). Lucian. ib. 556. 560.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Plurali in <emph>a</emph>. <emph>Martella</emph>. Crusca in <emph>Asce</emph>. (29.
          Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Lens-lenticula</foreign> (lente,
          lenticchia ec.). (31. Marzo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Dita</emph> plur. di <emph>dito</emph>. Nota che il corrispondente nome latino non è
          neutro ma mascolino. (1. Aprile. 1824.). <emph>Nocca, Uova</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come in italiano l’<emph>uomo</emph> per <emph>on</emph> franc. , per <emph>si</emph>
          ec., del che altrove, così anche in ispagn. <foreign lang="spa" rend="italic">el
          hombre</foreign> nel modo stesso. <bibl>
            <title>D. Quij.</title> par. 2. cap. 40. ed. Madrid. 1765. tomo 3. p. 446</bibl>. (1.
          Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La lingua spagnuola è già conformissima all’italiana per indole (oltre all’estrinseco)
          quanto possa esser lingua a lingua. Ma più conforme sarebbe, se ella fosse stata
          egualmente coltivata, formata e perfezionata, cioè avesse avuto ugual numero e varietà e
          capacità di <pb ed="aut" n="4056"/> scrittori che ebbe l’italiana. Dalla piega che ella
          prese effettivamente si raccoglie che quando avesse progredito, la forma e l’indole che
          avrebbe avuta in uno stato di perfezione non sarebbe stata punto diversa dall’italiana,
          alla quale per conseguenza la lingua spagnuola sarebbe stata tanta più conforme che ora
          per la maggior conformità di grado e di perfezione, perchè ora la maggiore, anzi forse
          unica differenza che passi tra il genio o piuttosto la forma intrinseca di queste due
          lingue, si è che l’una è molto meno formata e perfezionata dell’altra, e anche men ricca,
          il che con la copia degli scrittori e delle materie non sarebbe stato. (1. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Moveo</foreign> — <emph>moto, motito</emph>. (1. Aprile.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Cessatus</foreign> partic. di <foreign lang="lat"
            rend="italic">cesso</foreign> verbo neutro. V. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Cessatus</foreign> e in particolare il secondo es. paragonandolo col
          secondo par. di Cesso. (3. Aprile 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto di <emph>acquistare</emph> in proposito di <foreign lang="spa" rend="italic"
            >quisto</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">quaesitus</foreign> ec. aggiungi lo
          spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">aquistar</foreign>. D. Quij. V. i Dizionari. (4.
          Aprile. Domenica di Passione. Nevica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grandissima, e forse la maggior prova e segno del progresso che ha fatto negli ultimi
          tempi lo spirito e il sapere umano in generale e le scienze fisiche in particolare, è che
          per ispazio di quasi un secolo e mezzo, quanto ha dalla pubblicazione de’ Principii
          matematici di filosofia naturale a’ dì nostri (1687), non è sorto sistema alcuno di fisica
          che sia prevaluto a quello di Newton, o quasi niun altro sistema di fisica assolutamente,
          almeno che abbia pur bilanciato nella opinione per un momento quello di Newton, benchè
          questo sia tutt’altro che certo <pb ed="aut" n="4057"/> e perfetto, anzi riconosciuto ben
          difettoso in molte parti, oltre alla insufficienza generale de’ suoi principii per
          ispiegare veramente a fondo i fenomeni naturali. Nondimeno i fisici e filosofi moderni,
          anche spento il primo calor della fama e della scuola e partito di Newton, si sono
          contentati e contentansi di questo sistema, servendosene in quanto ipotesi opportuna e
          comoda nelle parti e occasioni de’ loro studi che hanno bisogno, o alle quali è utile una
          ipotesi. Ciò nasce e dimostra che gli spiriti e nella fisica e nell’altre scienze e in
          ogni ricerca del vero e in ogni andamento dell’intelletto si sono volti all’esame fondato
          dei particolari (senza cui è impossibile generalizzare con verità e profitto) e alla
          pratica ed esperienza e alle cose certe, rinunziando all’immaginazione, all’incerto, allo
          splendido, ai generali arbitrarii, tanto del gusto de’ secoli antecedenti e padri di tanti
          sistemi a quei tempi, che rapidamente brillavano e si spegnevano, e succedevansi e
          distruggeansi l’un l’altro. (4. Aprile 1824. Domenica di Passione. Nevica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>alcuno</emph> o ridondante, del che altrove. Aggiungasi
          quell’uso dell’avv. <emph>altrimenti</emph> o <emph>altramente</emph> ec., uso
          frequentissimo appresso i nostri, massime de’ buoni secoli, e non raro neanche oggidì, nel
          qual uso quell’avverbio sembra un assoluto pleonasmo, quando cioè egli è congiunto alla
          negazione, p. e. così: <emph>non v’andò altrimenti</emph>, cioè <emph>non v’andò</emph>.
          (In altro modo egli può esser congiunto alla negazione con significati diversi, come
          quando si dice <emph>non altrimenti</emph> per <emph>parimente, non altrimenti che</emph>
          per <emph>come</emph>.) Par ch’esso avv. in tali casi equivalga al <emph>punto</emph>, al
            <emph>guari</emph> e simili italiani e francesii ec. aggiunti sì spesso alla negazione
          senz’alcuna maggior forza. In fatti spesso, o il più <pb ed="aut" n="4058"/> delle volte
          esso avverbio in questo caso non importa nulla, ma originariamente e veramente, e forse
          talvolta effettivamente massime presso gli antichi, vale <emph>in alcun modo</emph>. Gli
          altri l’usarono e l’usano senza certo aver mai neppure immaginato o sospettato quel che ei
          significhi in tali casi. Nei quali egli ha alcun chè a fare con quell’uso dell’avverbio
            <foreign lang="grc">ἄλλως</foreign>, di cui altrove. (5. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È un grand’errore di quelli che hanno a congetturare o indovinare le risoluzioni o gli
          andamenti d’altri, sia nelle cose private sia nelle pubbliche, e queste o politiche o
          militari, e sia con dati o senza dati, il considerare con ogni sorta di acutezza e di
          prudenza quello che sia più utile a quei tali di risolvere o di fare, più conveniente, più
          secondo lo stato loro e delle cose, più giusto, più savio, e trovatolo, risolversi che
          essi faranno o determineranno, ovvero fanno e determinano appunto questa o queste cose o
          l’una di queste in ogni modo. Diamo uno sguardo all’intorno alla vita, alle azioni e
          risoluzioni degli uomini, e vedremo che per dieci ben fatte, convenienti ed utili a quei
          che le fanno, ve n’ha mille malissimo fatte, sconvenientissime, inutilissime, dannosissime
          a essi medesimi, più o meno, contrarie alla prudenza, a quello che avrebbe risoluto o
          fatto un uomo savio e perfetto, trovandosi nel caso loro. Vedremo che gli uomini il più
          delle volte non deliberano maturamente quando v’ha bisogno di maturità, non conoscono
          l’importanza delle cose che hanno a risolvere o a fare, non sospettano nemmeno che sia
          loro utile o necessario di consultare intorno ad esse, e non entrano affatto in alcuna
          consulta. Parlo egualmente de’ grandi e de’ piccoli, <pb ed="aut" n="4059"/> delle cose
          pubbliche e delle private, piccole relativamente e grandi. È certissimo che gli affari
          degli uomini qualunque, che vanno male, non vanno così (se non di rado) senza loro colpa o
          insufficienza; or come dunque dovrà essere regola per indovinare le opere o risoluzioni
          loro, il cercare quello che lor sia più utile e conveniente? Il numero o degli sciocchi
          assolutamente, o degl’inetti ai carichi e alle cose che hanno a maneggiare, benchè
          valorosi nel resto, o di quelli che anche al loro carico sono adattati, ma non perfetti, o
          insomma delle risoluzioni e delle azioni mal prese e mal fatte, inutili o dannose a chi le
          ha fatte o prese, sconvenienti al caso, o finalmente tali che nelle date circostanze non
          erano le migliori; il numero dico di tali azioni, risoluzioni ed uomini soverchia ed ha
          sempre soverchiato di grandissima lunga quello delle azioni, risoluzioni ed uomini loro
          contrarii, come apparisce da tutte le antiche e moderne storie sì civili sì militari sì
          private, e dall’osservazione della vita e avvenimenti giornalieri privati o pubblici. Onde
          quella regola in vece di condurre alla probabilità dell’indovinare, conduce chi la segue
          ad avere cento probabilità per una, contro quella o quelle cose che egli sceglie e quel
          giudizio o congettura che ei forma. Di più, assolutamente parlando, è falsissimo e
          malissimo considerato il persuadersi che gli uomini nel caso proprio veggano quel medesimo
          che in esso caso veggono gli altri posti fuori di esso, e pensino e sentano e sieno
          disposti allo stesso modo. Onde ancorchè pognamo in due persone perfetta parità di
          prudenza, di esperienza, insomma di attitudine a risolvere e fare in un dato caso quello
          che si conviene, è certissimo che se di queste due persone l’una <pb ed="aut" n="4060"/>
          si troverà nel caso e l’altra fuori considerandolo senza comunicare con quella, il più
          delle volte la risoluzione o il modo dell’azione dell’una sarà diversissima più o meno da
          quello che all’altra parrà si fosse convenuto. Aggiungasi la diversità dei principii,
          delle abitudini e di mille altre cose anche minime che diversificando gli spiriti (giacchè
          non si dà spirito perfettamente uguale ad un altro, più che si dieno due fisonomie al
          tutto conformi), diversificano altresì con mille modi le risoluzioni ed azioni di uno da
          quelle di un altro, anche supponendo in ambedue ugual capacità, e parità di caso, anzi
          diversificano le risoluzioni e azioni di una persona stessa in casi uguali o simiglianti.
          Senza poi parlare delle passioni e delle occasioni e circostanze del momento, spesso
          minime, che così minime modificano sovente e sovente cagionano al tutto e determinano le
          risoluzioni ed azioni di uno, mentre che l’altro che vuole indovinarle non è affetto da
          tali circostanze, sia fisiche, sia morali, sia qualunque. La vera regola per isbagliare il
          meno possibile, e la vera politica in tali casi, è conoscere quanto si può il carattere,
          le abitudini, le qualità della data persona, applicarle al caso di cui si tratta, e
          rinunziando a ogni prudenza propria, mettendosi ne’ piedi di quella, piuttosto come poeta,
          che come ragionatore, congetturar quello ch’egli è per fare o risolvere, anzi risolvere,
          per così dire, in vece sua, come il drammatico congettura quello che un dato uomo di un
          dato carattere in un dato caso sarebbe per dire, e congetturatolo parla in persona di
          esso. (5. Aprile. 1824.). <bibl>V. il <author>Guicc.</author> ed. Friburgo. t. 4. p.
          106</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uomo (per l’amor della vita) ama naturalmente e desidera e abbisogna di sentire, o
          gradevolmente, o comunque purchè sia vivamente (la qual vivezza qualunque, non può essere
          senza positivo diletto, nè sensazione indifferente <pb ed="aut" n="4061"/> veramente). Sì
          il sentire dispiacevolmente come il non sentire sono cose assolutamente penose per lui. E
          talora è men penosa, anzi più grata una sensazione con alquanto di dispiacevole, che la
          privazion di sensazioni. Se l’uomo potesse sentire infinitamente, di qualunque genere si
          fosse tal sensazione, purchè non dispiacevole, esso in quel momento sarebbe felice, perchè
          la sensazione è così viva, il vivo (non dispiacevole in se) è piacevole all’uomo per se
          stesso e qualunque ei sia. Dunque l’uomo proverebbe in quel momento un piacere infinito, e
          quella sensazione, benchè d’altronde indifferente, sarebbe un piacere infinito, quindi
          perfetto, quindi l’uomo ne saria pago, quindi felice.</p>
        <p>Segue dal sopraddetto che universalmente non si dà sensazione indifferente. Questo
          pensiero si sviluppi. (5. Aprile 1824.). Una sensazione (interna o esterna) è
          necessariamente per se e in quanto sensazione, o piacevole o dispiacevole, e in quanto
          sensazione senz’altro, è necessariamente e insitamente ed essenzialmente piacere. (5.
          Aprile 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Ghiotto</emph>-<foreign lang="fre" rend="italic"
          >glouton</foreign> co’ derivati, e anche noi <emph>ghiottoneria</emph> ec. forse dal
          francese se viceversa <foreign lang="fre" rend="italic">glouton</foreign> non è da
            <emph>ghiottone</emph> che noi pur diciamo per <emph>ghiotto</emph> e potrebbe anche
            <emph>ghiottone</emph> venir dal francese. V. gli spagnuoli ec.<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">gloton, glotoneria, glotonear</foreign>
            ec.</p>
          </note> Nota che questo diminut. positivato (se è tale) è aggettivo. (6. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>In tanto</emph>, gr. <foreign lang="grc">ἐν τοσούτῳ</foreign>, del che altrove.
          Aggiungi <emph>intantochè, fra tanto, tra tanto</emph> (Guicc.) <emph>infra tanto, in quel
            tanto</emph> ec. E lo spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">en tanto que</foreign>
          (Don Quij.), <foreign lang="spa" rend="italic">entre tanto</foreign> ec. v. i Diz. spagn.
          V. pur la Crus. e i Diz. franc. (7. Aprile. 1824.). V. p. seg. <foreign lang="spa"
            rend="italic">En este entretanto</foreign>. D. Quij. Madrid 1765. t. 4. p. 244.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Moggia</emph> plur. Lat. <foreign lang="lat" rend="italic">modius</foreign> masc.
          (7. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto di <foreign lang="fre" rend="italic">moisson</foreign>, diminutivo positivato di
            <foreign lang="lat" rend="italic">messis</foreign>, aggiungi i derivati ec. come
            <foreign lang="fre" rend="italic">moissonner</foreign>, e così ad altri simili
          diminutivi positivati. (7. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4062"/> Chiunque gode molta fama e la merita, è stimato più dagli altri
          che da se stesso. E così tutti quei che già furono, e lasciarono degnamente agli uomini la
          lor gloria, sono più stimati che essi non si stimarono. (7. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. preced. <emph>Finattanto, finattantochè, fin tanto, infinoattantochè</emph> ec. — <quote>
            <foreign lang="grc">ἐς τοσοῦτον ἄχρις ἂν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 505</bibl>. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author> Crus. franc. spagn. Gloss.</bibl> ec. (7. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἔξω</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">praeter</foreign>,
          del che altrove. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 566</bibl>. <foreign
            lang="grc">τὰ ἄλλα ἔξω τῶν λόγων</foreign>. (7. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il costume latino di servirsi de’ participii in <emph>us</emph> de’ verbi neutri e anche
          attivi in significato neutro o attivo, aggettivato, e ridotto anche a dinotar consuetudine
          e qualità abituale nel soggetto, come <foreign lang="lat" rend="italic">tacitus</foreign>
          per <foreign lang="lat" rend="italic">qui tacet, cautus, qui solet cavere</foreign> ec.
          ec., è se non altro una prova che il corrispondente costume tanto proprio della lingua
          spagnuola e frequente ancora nell’italiana, e non improprio forse della francese, ha
          esempio nella latina scritta, e quindi probabilmente viene affatto dal latino parlato e
          volgare, e di lui fu proprio e familiare. (8. Aprile 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La vita degli orientali e di coloro che vivono ne’ paesi assai caldi è più breve di
          quella dei popoli che abitano ne’ paesi freddi o temperati. Ma ciò non impedisce che la
          somma della vita di quelli non sia, non che uguale, ma superiore alla somma della vita di
          questi. Anzi non per altro è più breve la vita degli orientali se non perchè ella è molto
          più intensa, tanto che in pari spazio di tempo è maggiore la somma della vita che provano
          gli orientali che non è quella che provano <pb ed="aut" n="4063"/> gli altri popoli. Ora
          generalmente parlando, si scuopre nella natura quest’ordine che la durata della vita (sì
          negli animali sì nelle piante) sia in ragione inversa della sua intensità ed attività. La
          testuggine, l’elefante e altri animali tardissimi hanno lunghissima vita. I più veloci ed
          attivi, ancorchè più forti degli altri (come è per es. il cavallo rispetto all’uomo) hanno
          vita più corta. Ed è ben naturale, perchè quell’attività e intensità di vita importa
          maggiore rapidità di sviluppo della medesima, e quindi di decadenza. Infatti lo sviluppo
          sì degli uomini, sì degli animali, sì delle piante ne’ paesi assai caldi è molto più
          rapido che negli altri. Or dunque considerando queste condizioni fisiche della vita per
          rapporto al morale, si può ragionevolmente affermare che la sorte di quelli che vivono ne’
          paesi assai caldi è preferibile quanto alla felicità a quella degli altri popoli.
          Primieramente la somma della loro vitalità, quantunque minore nella durata, è però
          assolutamente maggiore di quella degli altri, presa l’una e l’altra nel totale.
          Secondariamente, posto ancora che ella fosse uguale, a me par molto preferibile il
          consumare p. e. in 40 anni una data quantità di vita che il consumarla in 80. Ella riempie
          i 40, e lascia negli ottanta mille intervalli, gran vuoto, gran freddezza, gran languore.
          La vita assolutamente non ha nulla di desiderabile sicchè la più lunga sia da preferirsi.
          Da preferirsi è la meno infelice, e la meno infelice è la più viva. Or la vita degli
          orientali, pognamola di 40 anni, è molto più viva che quella degli altri, pognamola di 80,
          quando bene la somma della vivacità dell’una vita e dell’altra sia la stessa. Or questo
          paragone di <pb ed="aut" n="4064"/> climi io lo applico ai tempi, e mettendo gli antichi
          in luogo de’ popoli di clima caldo e i moderni in cambio de’ popoli di clima freddo, dico
          che sebben la vita degli antichi era forse generalmente più breve che quella dei moderni,
          per le turbolenze sociali e i continui pericoli dello stato antico, nondimeno perchè molto
          più intensa, ella è da preferirsi, contenendo nella sua minore durata maggior somma di
          vitalità, o quando anche in minore spazio contenesse ugual somma che la moderna in ispazio
          maggiore. Del che, senza il surriferito esempio, ho discorso particolarmente in altro
          pensiero. (8. Aprile 1824.). V. p. 4092. e v. la pag. 4069.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ciascuno, e massimamente gli spiriti più delicati, sensibili e suscettibili, pervenuto a
          una certa età ha fatto esperienza in se stesso di più e più caratteri. Le circostanze
          fisiche, morali e intellettuali, cambiandosi continuamente nello spazio della vita di un
          uomo, e nelle sue diverse età, cambiandosi, dico, per rispetto a lui, cambiano
          continuamente il suo carattere, di modo che di tempo in tempo egli è uomo veramente nuovo
          di spirito, come dicono i fisici che di sette in sette anni (se non erro) egli è rinnovato
          di corpo. Gli uomini sensibili in particolare non solo cambiano carattere e più
          rapidamente degli altri, ma facilmente e ordinariamente acquistano caratteri contrari tra
          se, e massime a quel primo carattere che si sviluppò in essi, a quello più conforme alla
          loro natura, a quello che il primo potè in loro esser chiamato carattere. La coltura
          dell’intelletto fra l’altre cose cagiona in una persona stessa a proporzione de’ suoi
          progressi, e coll’andar del tempo, una <pb ed="aut" n="4065"/> variazione singolarmente
          rapida e singolarmente grande. Chi non sa quanto i principii, le opinioni e le persuasioni
          influiscano e determinino i caratteri degli uomini? Ora ciascuno individuo quando nasce è
          precisamente, quanto all’intelletto nello stato medesimo in cui fu il primo uomo.
          Quegl’individui che coll’andar del tempo si sono posti a livello delle cognizioni del
          nostro tempo, sono necessariamente passati per tutti quegli stati per cui lo spirito umano
          è passato dal principio del mondo fino al dì d’oggi (almeno per quei gradi per cui egli è
          passato progredendo e avanzando), e ha sperimentato in se tutti gli avvenimenti
          dell’intelletto che il genere umano ha sperimentato in tanti secoli quanti sono corsi
          dalla sua origine insino a ora. La storia del suo intelletto è quella appunto di tutti
          questi secoli ristretta e compresa in venti o trent’anni di tempo. Laonde da tutti i
          cambiamenti che il suo intelletto ha provati, cambiamenti che più volte l’hanno portato a
          persuasioni e stati contrarissimi ai passati, e in ultimo a un sistema di persuasioni ed a
          uno stato contrarissimo al suo primitivo; da tutti questi cambiamenti, dico, deggiono di
          necessità essere risultate in lui tante diversità e successivi cambiamenti di carattere,
          quanti ne sono stati prodotti nelle nazioni e nel genere umano in generale dai diversi
          principii e opinioni e dal diverso progresso e stato di cognizioni in tutto il tempo che
          ci è bisognato per portarlo dal suo primitivo stato al presente. (8. Aprile. 1824.). Onde
          questo tale individuo rinchiude e compendia in se, non solo la storia dello spirito umano,
          ma quella eziandio de’ caratteri successivi delle nazioni, in quanto essi ebbero origine e
          dipendenza dalle opinioni e conoscenze, che certo è grandissima e forse la massima parte.
          (8. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4066"/> La maniera familiare che come più volte ho detto, fu
          necessariamente scelta da’ nostri classici antichi, o necessariamente v’incorsero
          senz’avvedersene ed anche fuggendola, può ora in parte o in tutto sfuggire massimamente
          alle persone di naso poco acuto, e a quelle non molto esercitate e profonde nella
          cognizione, nel sentimento e nel gusto dell’antica e buona lingua e stile italiano, che è
          quanto dire a quasi tutti i presenti italiani. Ciò viene, fra l’altre cose, perchè quello
          che allora fu familiare nella lingua, or non lo è più, anzi è antico ed elegante, ovvero è
          arcaismo. Non per tanto è men vero quel che io altrove ho detto. Anzi è tanto vero, che
          anche dopo che la lingua aveva acquistato la materia e i mezzi e la capacità della
          eleganza e del parlar distinto da quello del volgo e dall’usuale, si è pur seguitato sì
          nel 500 e 600 sì nel presente secolo da molti cultori e amatori dello scriver classico, a
          usare una maniera familiare, sovente non avvedendosene o non intendendo bene la proprietà
          e qualità della maniera che sceglievano e usavano, e sovente anche intendendo, credendo di
          usare una maniera elegante. E ciò si è fatto in due modi. O adoperando le stesse forme
          antiche, le quali oggi non sono più familiari, anzi eleganti, onde n’è risultata opinione
          di eleganza a tali stili ed opere modellate sull’antico, ma veramente esse hanno del
          familiare, perchè il totale dello stile antico da essi imitato necessariamente ne aveva
          anche indipendentemente dalle forme, bensì per cagion loro e per conformarsi e
          corrispondere ad esse forme che allora erano necessariamente familiari. Ovvero adoperando
          le forme familiari moderne a esempio e imitazione degli antichi, e della familiarità che
          nelle forme e nello stile loro si scorgeva, benchè non bene intendendola, e sovente
          confondendo sì la familiarità imitata sì quella <pb ed="aut" n="4067"/> che adoperavano ad
          imitarla, colla eleganza, dignità e nobiltà e col dir separato dall’usuale, perciò appunto
          che la familiarità in genere non era e non è più usuale, e l’uso della medesima è proprio
          degli antichi. Il terzo modo, che sarebbe quello di usar l’antico e il moderno e tutte le
          risorse della lingua, in vista e con intenzione di fare uno stile e una maniera nè
          familiare nè antica, ma elegante in generale, nobile, maestosa, distinta affatto dal dir
          comune, e proprio di una lingua che è già atta allo stile perfetto, quale è appunto quello
          di Cicerone nella prosa e di Virgilio nella poesia (stile usato quando la lingua latina
          era appunto in quelle circostanze e quello stato di capacità in cui è ora la lingua
          nostra); questo terzo modo non è stato non che usato, ma concepito nè inteso da quasi
          niuno, comechè egli è forse il solo conveniente, il solo perfetto, e convenevole a una
          lingua e letteratura già perfetta. (8. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Bien</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic">mal
            mirado</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic">que bien</foreign> o <foreign
            lang="spa" rend="italic">mal mira</foreign>. Anche noi diciamo in simil senso
            <emph>riguardato, mal riguardato, poco riguardato</emph>, ec. e così pur gli spagnuoli
          altri tali participii in simil senso, notati altrove. Così i latini <foreign lang="lat"
            rend="italic">circumspectus</foreign> in senso att. o neut. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">circumspicio</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cautus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">caveo</foreign> att. ec. (9.
          Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Εὐθὺς ἐν ἀρχῇ</foreign>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 515</bibl>. (9. Aprile,
          Venerdì di Passione. Festa di Maria SS. Addolorata. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4053. Vedi però i Diz. spagn. buoni, alla voce <foreign lang="spa" rend="italic"
            >dueña</foreign> che mi pare in un luogo del D. Quij. significhi <emph>donna</emph>, e
          il Gloss. lat. in <foreign lang="lat" rend="italic">domina</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">domna</foreign>, e il Forcell. e l’antico francese se hanno nulla in
          proposito. Del resto non solo etimologicamente ma anche presentemente <emph>donna</emph>
          significa pur <emph>signora</emph> in italiano, e <emph>donno, signore, padrone</emph>.
          (10. Aprile. 1824. Sabato di Passione.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4068"/>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Divertido cuento</foreign> ec. per <foreign lang="spa"
            rend="italic">que divierte</foreign>. (13. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto di <foreign lang="spa" rend="italic">quisto</foreign>, <emph>chiesto</emph> ec.
          aggiungi <foreign lang="fre" rend="italic">requête</foreign>, ant. <emph>requeste</emph>.
          (13. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Couper</foreign>-<foreign lang="grc">κόπτειν</foreign>,
          aor. 2. <foreign lang="grc">κοπεῖν</foreign>, co’ derivati, ne’ più de’ quali si omette il
            <foreign lang="grc">τ</foreign>. (13. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Conforme</emph> per <emph>conformemente</emph>, avv. e preposiz. spagn. e italiano,
          forse di origine spagnuola. Al detto degli aggettivi usati avverbialmente. (13. Apr.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Honrado</foreign> per <emph>onorevole</emph>, come in
          ital. <emph>onorato</emph>, del che altrove. (13. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="spa" rend="italic">Laurel</foreign>-<foreign
            lang="lat" rend="italic">laurus</foreign>. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >Laurel</foreign> non è diminutivo in spagnuolo per la forma, ma lo è in lat. V. il Forc.
          se ha <foreign lang="lat" rend="italic">Laurellus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Abortus</foreign>-<foreign lang="fre" rend="italic"
            >avorton</foreign> franc. (14. Aprile. Mercordì Santo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove d’<foreign lang="lat" rend="italic">ignotus</foreign> (per <foreign
            lang="lat" rend="italic">innotus</foreign>) aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ignotitia</foreign> p. <foreign lang="lat" rend="italic">innotitia</foreign>, di cui v.
          il Forcell. Vedilo anche in <foreign lang="lat" rend="italic">innotus</foreign>. (15.
          Aprile. Giovedì Santo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A un giovane sventatello che per iscusarsi di molti errori e cattive riuscite e vergogne
          e male figure fatte nella società e nel mondo, diceva e ripeteva sovente che la vita è una
          commedia, replicò un giorno N.N., anche nella commedia è meglio essere applaudito che
          fischiato, e un commediante che non sappia fare il suo mestiere (professione), all’ultimo
          si muor di fame. (17. Aprile 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Le persone avvezze a versarsi sempre al di fuori, esclamano naturalmente anche quando
          sono solissime, se una mosca le punge, o si versa loro un vaso o si spezza; quelle
          assuefatte a convivere con se medesime, e ritenersi tutte al di dentro, anche in grande
            <pb ed="aut" n="4069"/> compagnia, se si sentono cogliere da un accidente non aprono
          bocca per lamentarsi o chiedere aiuto. (17. Aprile. Sabato Santo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Comidos y hebidos, como suele decirse</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>D. Quij.</author> par. 2. ed. Madrid. 1765. tom.4. p. 169</bibl>. cioè <foreign
            lang="spa" rend="italic">que han comido y bebido</foreign>. (17. Aprile. Sabato Santo.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non molto addietro ho notato in questi pensieri p. 4062. segg. la maggior disposizione
          naturale alla felicità che hanno i popoli di clima assai caldo e gli orientali, rispetto
          agli altri. Notisi ora che in verità questi erano i climi destinati dalla natura alla
          specie umana, come si dimostra quanto all’oriente, dalle antiche tradizioni che provano
          l’origine del genere umano essere stata in quei paesi, secondo il detto da me altrove in
          più luoghi, e quanto ai climi assai caldi in generale, dall’essere essi i soli in cui
          l’uomo possa viver nudo, come la natura lo ha posto, e senza altri soccorsi contro gli
          elementi, di cui la natura l’ha lasciato sfornitissimo, e che in altri paesi gli sono di
          prima necessità e non pochi nè facili a procacciare, nè insegnati dalla natura, ma
          bisognosi di molte esperienze, casi ec. La costruzione ec. degli altri animali qualunque,
          e delle piante, ci fa conoscere chiaramente la natura de’ paesi, de’ luoghi, dell’elemento
          ec. in cui la natura lo ha destinato a vivere, perchè se in diverso clima, luogo, ec.
          quella costruzione, quella parte, membro ec. e la forma di esso ec. non gli serve, gli è
          incomoda ec. non si dubita punto che esso naturalmente non è destinato a vivervi, anzi è
          destinato a non vivervi. Ora perchè simili argomenti saranno invalidi <pb ed="aut"
            n="4070"/> nell’uomo solo? quasi ei non fosse un figlio della natura, come ogni altra
          cosa creata, ma di se stesso, come Dio. (17. Aprile. Sabato Santo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli uomini governati in pubblico o in privato da altri, e tanto più quanto il governo è
          più stretto, (i fanciulli, i giovani ec.) accusano sempre, o tendono naturalmente ad
          accusare de’ loro mali o della mancanza de’ beni, delle noie e scontentezze loro, quelli
          che li governano, anche in quelle cose nelle quali è evidentissima l’innocenza di questi,
          e la impossibilità o d’impedire o rimediare a quei mali o di proccurar quei beni, e la
          totale indipendenza e irrelazione di queste cose con loro. La cagione è che l’uomo essendo
          sempre infelice, naturalmente tende ad incolparne altresì sempre non la natura delle cose
          e degli uomini, molto meno ad astenersi dall’incolpare alcuno, ma ad incolpar sempre
          qualche persona o cosa particolare in cui possa sfogar l’amarezza che gli cagionano i suoi
          mali, e che egli possa per cagione di questi fare oggetto e di odio e di querele, le quali
          sarebbero assai men dolci di quello che sono a chi soffre se non cadessero contro alcuno
          riputato in colpa del suo soffrire. Questa naturale tendenza opera poi che il misero si
          persuade anche effettivamente di quello che egli immagina, e quasi desidera che sia vero.
          Da ciò è nato che egli ha immaginato i nomi e le persone di fortuna, di fato, incolpati sì
          lungamente dei mali umani, e sì sinceramente odiati dagli antichi infelici, e contro i
          quali anche oggi, in mancanza d’altri <pb ed="aut" n="4071"/> oggetti, rivolgiamo
          seriamente l’odio e le querele delle nostre sventure. Ma molto più dolce fu agli antichi
          ed è a’ moderni l’incolpare qualche cosa sensibile, e massime qualche altro uomo, non solo
          per la maggior verisimiglianza, e quindi facilità di persuaderci della sua colpa, che è
          quello che ci bisogna, ma più ancora perchè l’odio e le querele sono più dolci quando si
          rivolgono sopra cose presenti che ne possano essere testimoni, e sottoposte alla vendetta
          che noi con esso odio vano e con esse vane querele intendiamo fare di loro. Massimamente
          poi è dolce l’odio e il lamento quando è rivolto sui nostri simili, sì per altre cagioni,
          sì perchè la colpa non può veramente appartenere se non a esseri intelligenti. Quelli che
          ci governano sono da noi facilmente scelti a far questa persona di rei de’ nostri mali,
          che non hanno altro reo manifesto o accusabile, e a servir di soggetto e scopo della vana
          vendetta che ci è dolce fare de’ medesimi mali. Essi sono in fatti in tali casi i più
          adattati, e quelli di cui ci possiamo dolere esteriormente e interiormente con più di
          verisimilitudine. Quindi è che chi governa in pubblico o in privato è sempre oggetto
          d’odio e di querele de’ governati. <emph>Gli uomini sono sempre scontenti perchè sono
            sempre infelici</emph>. Perciò sono scontenti del loro stato, perciò medesimo di chi li
          governa. (Essi sentono e sanno bene di essere infelici, di patire, di non godere, e in ciò
          non s’ingannano. Essi pensano aver diritto di esser felici, di godere, di non patire, e in
          ciò ancora non avrebbero il torto, se non fosse che in fatto questo che essi pretendono è,
          non che altro, impossibile.) <pb ed="aut" n="4072"/> E come non si può fare che gli uomini
          sieno mai felici, e però nè anche che sieno contenti, così niun governante nè pubblico nè
          privato, qualunque amore abbia a’ soggetti, qualunque cura del loro bene, qualunque
          sollecitudine di scamparli o sollevarli dai mali, qualunque merito insomma verso di loro,
          non può mai ragionevolmente sperare che essi non l’odino e non lo querelino, anche i più
          savi, perchè è natura nell’uomo il lagnarsi di qualcuno, quasi altrettanto che l’essere
          infelice, e questo qualcuno è per l’ordinario e molto naturalmente quello che li governa.
          Però circa il governare non v’ha pur troppo che due partiti veramente savi, o astenersi
          dal governo, sia pubblico sia privato, o amministrarlo totalmente a vantaggio proprio e
          non de’ governati. (17. Aprile. 1824. Sabato Santo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Piscis</foreign>-<foreign
            lang="fre" rend="italic">poisson</foreign>. Notisi che de’ diminutivi positivati delle
          lingue moderne altri hanno la diminuzione latina e questa o sonante diminuzione anche
          nelle lingue moderne o no, altre la diminuzione moderna affatto e non latina (18. Aprile.
          Pasqua. 1824.) e questa talora è diminuzione in quella tal lingua, talora in essa no, ma
          in altre moderne o in altra, sia sorella sia straniera, e sia che quella tal parola si
          trovi veramente in quest’altra lingua o non vi si trovi più, almeno con quella
          diminuzione. P. e. potrebb’essere che alcune voci francesi in <emph>in ine</emph> ec. in
          cui questa desinenza è additizia, perchè esse parole si trovano senza tal desinenza in
          latino o in italiano ec. sieno originariamente diminutivi positivati presi dall’italiano,
          quando <pb ed="aut" n="4073"/> bene in questo non si trovino più, almeno colla
          diminuzione, nè positivata nè veramente diminutiva. (19. Aprile 1824.). Così dicasi de’
          verbi, ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4044. Ferdinando il Cattolico non solamente al tempo della lega di Cambrai, ma
          anche più anni dopo, e sciolta già la lega, seguitò sempre a spacciare di volere andar
          contro gl’infedeli, non pur Mori d’Affrica, come diceva altresì, ma eziandio contro i
          turchi a Gerusalemme. <bibl>Vedi <author>Guicc.</author> t. 3. p. 109</bibl>. (19. Aprile.
          Lunedì di Pasqua. 1824.). Del resto v. ancora ivi p. 128. fine. V. p. 4081.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Senza</emph> per <emph>oltre</emph> (vedi i franc. e gli spagn. i quali dicono anche
          nel senso stesso <emph>a men de, oltre di</emph>, e viene a essere il medesimo). V. p.
          4081. — Così i greci <foreign lang="grc">ἄνευ</foreign>. <bibl>V. <author>Lucian.</author>
            <title>Ver. Hist.</title> l. 1. opp. 1687. p. 647. t. <hi rend="sc">i</hi>
          </bibl> e lo Scap. in <foreign lang="grc">ἄνευ</foreign> e ne’ suoi sinonimi e il Forcell.
          in <foreign lang="lat" rend="italic">absque</foreign> che si usa per <emph>eccetto</emph>,
          ma ciò non è precisamente il medesimo. (19. Aprile 1824. Lunedì di Pasqua.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="grc">ῥάφανος, ῥαφανὶς ίδος</foreign> co’ suoi
          composti e derivati, i quali vedi nello Scap. che dice <foreign lang="grc"
          >ῥαφανὶς</foreign> per <foreign lang="grc">ῥάφανος</foreign> essere attico. In tal caso la
          positivazione de’ diminutivi sarebbe anche propria dell’attico in particolare. I latini
          dicono <foreign lang="lat" rend="italic">rhaphanus</foreign>. Che <foreign lang="grc"
            >ῥαφανὶς</foreign> sia veramente positivato, <bibl>v. <author>Luciano</author>
            <title>Ver. Hist.</title> l. <hi rend="sc">i</hi> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p.
            649</bibl>. <foreign lang="grc">ῥαφανίδας ὑπερμεγέθεις</foreign>. E notabile che noi che
          abbiamo preso dal latino <foreign lang="lat" rend="italic">rafano</foreign>, e più
          volgarmente benchè corrottamente <emph>ravano</emph>, l’abbiamo anche come gli attici
          diminuito e positivato, facendone <emph>ravanello</emph>, che vale in tutto lo stesso che
          le due voci suddette, ed è molto più comune di ambedue loro, anzi ormai il solo in uso,
          almeno nel dir familiare e parlato. V. gli spagnuoli e i francesi. (19. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4074"/> Alla p. 4043. Qualunque poesia o scrittura, o qualunque parte di
          esse esprime o collo stile o co’ sentimenti, il piacere e la voluttà, esprime ancora o
          collo stile o co’ sentimenti formali o con ambedue un abbandono una noncuranza una
          negligenza una specie di dimenticanza d’ogni cosa. E generalmente non v’ha altro mezzo che
          questo ad esprimere la voluttà! Tant’è, il piacere non è che un abbandono e un oblio della
          vita, e una specie di sonno e di morte. Il piacere è piuttosto una privazione o una
          depressione di sentimento che un sentimento, e molto meno un sentimento vivo. Egli è quasi
          un’imitazione della insensibilità e della morte, un accostarsi più che si possa allo stato
          contrario alla vita ed alla privazione di essa, perchè la vita per sua natura è dolore.
          Onde è piacevole l’esserne privato in quanta parte si può, senza dolore e senz’altro
          patimento che nasca o sia annesso a questa privazione. Quindi il piacere non è veramente
          piacere, non ha qualità positiva, non essendo che privazione, anzi diminuzione semplice
          del dispiacere che è il suo contrario. Tali almeno sono i maggiori e più veraci piaceri. I
          piaceri vivi sono anche manco piaceri. Sempre portano seco qualche pena, qualche
          sensazione incomoda, qualche turbamento, e ciò annesso cagionato e dipendente
          essenzialmente da loro. (19. Aprile Lunedì di Pasqua 1824.). Dunque la vita è un male e un
          dispiacere per se, poichè la privazione di essa in quanto si può è naturalmente piacere.
          Infatti la vita è naturalmente uno stato violento, poichè naturalmente priva del suo sommo
          e naturale <pb ed="aut" n="4075"/> bisogno, desiderio, fine, e perfezione che è la
          felicità. E non cessando mai questa violenza, non v’è un solo momento di vita sentita che
          sia senza positiva infelicità e positiva pena e dispiacere. (20. Aprile. Martedì di
          Pasqua. 1824.). Massimamente poi quando da una parte colla civilizzazione è accresciuta la
          vita interna, la finezza delle facoltà dell’anima e del sentimento, e quindi l’amor
          proprio e il desiderio della felicità, da altra parte moltiplicata l’impossibilità di
          conseguirla, i mali fisici e morali, e finalmente diminuita l’occupazione, l’azione
          fisica, la distrazione viva e continua. (20. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Percussare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">percutio</foreign>. Crusca.
          V. il Gloss. (20. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quelli che non hanno bisogni sono ordinariamente molto più bisognosi di coloro che ne
          hanno. Uno de’ grandissimi e principalissimi bisogni dell’uomo è quello di occupare la
          vita. Questo è altrettanto reale quanto qualunque di quelli a’ quali occupandola si
          provvede; anzi è più reale, e maggiore eziandio assai, perchè il soddisfare a questo
          bisogno è l’unico o il principal mezzo di far la vita meno infelice che sia possibile,
          laddove il soddisfare a qualsivoglia di quegli altri per se, non è che un mezzo di
          mantenere la vita, la qual per se stessa nulla importa. Importa sibbene la felicità, o
          posta la vita, il menarla meno infelicemente che si possa. Ora al detto massimo bisogno,
          che è continuo ed inseparabile dalla vita umana, quelli che non hanno bisogni, o che per
          dir meglio non sono necessitati di provvedere essi medesimi a’ bisogni che hanno, gli
          suppliscono molto più difficilmente, <pb ed="aut" n="4076"/> e più di rado, e per lo più
          per molto minore spazio della loro vita, e in generale molto più incompletamente di quelli
          che hanno a provvedere da se a’ propri bisogni naturali e della vita. (20. Aprile. Martedì
          di Pasqua. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="spa">
              <hi rend="italic">Cuerpo mal sustentado y peor</hi>
              <hi rend="sc">comido</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>D. Quij.</author> ed. Madrid 1765. t. 4. p. 220</bibl>. <foreign lang="spa"
            rend="italic">Muger parida</foreign> cioè <foreign lang="spa" rend="italic">que ha
            parido</foreign>. ib. p. 226. (21. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4053. Nel Secolo di Luigi 14. di Voltaire ed. della Haye 1752. tome 2. fine del
          cap. 33. du jansénisme, p. 254. trovo <foreign lang="fre" rend="italic">tombeau</foreign>
          e subito dopo <foreign lang="fre" rend="italic">tombe</foreign> due volte, collo
          stessissimo senso di <foreign lang="fre" rend="italic">tombeau</foreign>. (21. Apr.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito del detto altrove circa i semidei dimostranti l’alta opinione che gli antichi
          avevano della natura umana, osservisi con quanta facilità si divinizzavano appresso i
          romani gl’imperatori o altri della loro famiglia, o loro liberti e favoriti, o vivi
          ancora, o morti al tempo e sotto gli occhi di quelli che li divinizzavano, anzi allora
            allora<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Anche Cesare Dittat. fu divinizzato, con flamine ec. ec., dopo la morte almeno. V.
              gli storici e Sveton. in fine della sua vita.</p>
          </note>. Non dirò già io che nè quelli che li divinizzavano, nè le altre persone
          intelligenti, nè forse anche la più ignorante feccia del popolo e la più superstiziosa,
          massime in quei tempi già illuminati e disingannati in tante cose (sebbene anche a quei
          tempi v’aveano persone, eziandio tra’ nobili e senatori, di maravigliosa superstizione,
          come e più che non fu Senofonte, spirito sì colto e istruito, fra’ greci in tempi simili)
          credessero veramente alla divinità di quei tali imperatori o parenti o favoriti di essi,
          vivi o morti. Ma quest’uso solo di divinizzare delle persone <pb ed="aut" n="4077"/>
          contemporanee, cosa che poichè era tanto ricercata da un canto dall’ambizione, dall’altro
          dall’adulazione, non doveva essere al tutto senza qualche effetto di persuasione in
          qualche parte del popolo, dimostra quanto poca distanza e diversità di natura ponessero
          gli antichi fra il divino e l’umano, senza di che non sarebbe stato possibile che una tale
          assurdità fosse pur venuta loro nella mente. Certo nè anche a’ più barbari, ignoranti e
          superstiziosi tempi del Cristianesimo, niuno pensò nè avrebbe potuto pensare o di far
          credere ad alcuno o solamente di dire per adulazione o per altro qualunque motivo che una
          persona non solo contemporanea, non solo viva, ma morta ed antica e famosa pure per
          santità e per qualsivoglia virtù o dignità, potenza ed opere vere o credute, fosse stato
          trasformato o dovesse trasformarsi, non dirò nella natura divina, ma neanche
          nell’angelica. E qual Cristiano avrebbe osato fare sopra qualsivoglia Principe Cristiano o
          no, fosse stato anche molto più grande e formidabile e più despotico di Augusto, ed esso
          molto più adulatore e più vile di tutti gli uomini di quel secolo, un distico simile a
          quello attribuito a Virgilio: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Nocte pluit tota</foreign>
          </quote> ec.? Qual Principe Cristiano sarebbesi fatto rappresentare cogli attributi non
          dirò dell’Eterno Padre o del Figliuolo, ma d’un Angelo o di un Apostolo, come
          gl’Imperatori, i loro parenti, i loro favoriti, si facevano scolpire, dipingere ec. o
          erano dipinti e scolpiti per adulazione, non pur dopo morte, ma in vita, cogli attributi e
          sotto la forma di Ercole, (anche una donna è nel Museo Vaticano rappresentata in istatua
          sotto questa forma, cioè con clava, pelle di leone ec.) di Venere, di Mercurio e simili.
          Lascio i templi, gl’idoli ed altari eretti a’ viventi appo i Romani, con culto sacrifizi e
          onori regolari e giornalieri al tutto divini, con flamine apposta <pb ed="aut" n="4078"/>
          destinato al particolar culto di quella divinità ancor vivente (flamen augustalis ec.), le
          pene decretate ed eseguite contro i bestemmiatori o violatori qualunque d’esse divinità
          morte o vive, come rei di religione, non di politica, le accuse e giudizi contro
          gl’incolpati di tali delitti ec. ec. Anche Alessandro si fece passare per figlio di Giove
          Ammone, e pare che da qualche parte del popolaccio fosse creduto, non solo de’ barbari, ma
          de’ greci e macedoni, ed è ben verisimile, o certo egli usò questa finzione come un mezzo
          politico per farsi rispettare e temere ec. e tenere in dovere ec. onde mostra che egli
          giudicò dovergli essere creduto, e ciò dai greci principalmente e dai macedoni, poichè i
          barbari non riconosceano gli stessi déi. Vedi in Luciano tra i Diall. de’ Morti, quello di
          Alessandro e Diogene, Alessandro e Filippo, Alessandro, Annibale, Scipione e Minosse. (21.
          Aprile. 1824.). E certo la Grecia allora non era una sciocca nè meno illuminata che fosse
          Roma al tempo degl’Imperatori (21. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. Non solo in franc. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >pistolet</foreign> per <emph>pistola</emph>, ma anche in ispagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">pistolete</foreign>, forse dal franc. poichè in ispagn. <emph>ete</emph>
          non è diminuzione. (22. Aprile. 1824.). Si dice anche in ispagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">pistola</foreign>. <bibl>
            <title>D. Quij.</title> ed. Madrid 1765. t. 4. p. 237-238</bibl>. dove poco avanti, p.
          235. trovi <foreign lang="spa" rend="italic">pistolete</foreign>. (23. Aprile 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3106. Niuna cosa è forse più atta di questa a mostrare la differenza del pensar
          moderno e del pensare antico (massime molto antico, al qual tempo appartiene Frinico e più
          che mai Omero) intorno a questi punti di cui qui discorriamo, differenza che tiene
          strettamente alla diversità generale dello stato dello spirito umano a’ tempi antichi e a’
          moderni. Quando negli ultimi anni, dopo <pb ed="aut" n="4079"/> il ritorno de’ Borboni, fu
          rappresentata a Parigi la Tragedia del Vespro Siciliano, tragedia che ebbe un successo
          distinto, qual mai o francese o straniero, pensò ad accusare il poeta di poco amor
          nazionale o di mancamento alcuno verso la patria, per aver commosso o cercato di
          commuovere sopra una sventura de’ suoi nazionali seguìta per opera di stranieri? Anzi chi
          non riputò e questo proposito e la scelta del soggetto nazionalissima e degnissima quanto
          qualunque altra di un buon cittadino? perocchè il poeta non volle far piangere sopra i
          nemici della Francia, ma sopra i Francesi sventurati. Or questo appunto fece Frinico, il
          quale non commosse le lagrime sopra i barbari nè per li barbari, ma sopra i greci e per li
          greci. E per questo medesimo fu condannato, e sarebbe stato applaudito per lo contrario, e
          stimato buon cittadino, se avesse fatto piangere e rivolta la compassione e pietà degli
          uditori sopra i nemici della nazione, come fece Eschilo ne’ Persiani tragedia che ha per
          soggetto e per materia unica di pietà e di terrore i mali de’ nemici della Grecia, nè però
          fu condannata da alcuno, nè stimata altro che nazionalissima. Tale appunto nè più nè meno
          si è il caso della Iliade, che fa piangere quasi unicamente o certo principalmente sopra e
          per li troiani nemici de’ suoi. (23. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nel Dialogo della Natura e dell’Anima ho considerato come la ragione e l’immaginazione e
          in somma le facoltà mentali eccellenti nell’uomo sopra quelle di ciascun altro vivente,
          gli sieno causa di non poter mai o quasi mai, e in ogni modo difficilmente, far uso di
          tutte le sue forze naturali, come fanno tutto dì e <pb ed="aut" n="4080"/> senza
          difficultà veruna tutti gli altri animali. Aggiungi. Si dice che i pazzi hanno una forza
          straordinaria, a cui non si può resistere, massime da solo a solo. Si crede che la loro
          malattia dia questa forza per se stessa, al contrario di tutte l’altre infermità. Non è
          egli chiaro che ciò procede dal non aver essi in se medesimi niuno impedimento a usare
          tutte le loro forze naturali? che i pazzi hanno più forza degli altri, solo perchè usano
          tutte quelle che hanno, o maggior parte che gli altri non usano? appunto come fa un
          animale nè più nè meno. Dal che deduco: quanti animali che si dicono fisicamente essere
          più forti dell’uomo, in verità non lo sono! quante forze debbe avere perdute l’uomo per i
          progressi del suo spirito, non solo radicalmente, ma anche per essere impedito a usare
          quelle che gli rimangono! quanto è più forte l’uomo, anche corrotto e indebolito, di quel
          che egli si crede. I pazzi lo dimostrano, che sovente superano di forze fisiche persone
          molto più robuste di loro, ed animali creduti ordinariamente più forti dell’uomo a corpo a
          corpo. L’ubbriachezza accresce le forze non solo radicalmente, ma eziandio negativamente
          per l’uso, che ella impedisce o turba, della ragione. Senza un’assoluta mancanza o
          sospensione di quest’uso, niuno uomo nè anche irriflessivo, nè anche fanciullo, nè anche
          selvaggio, nè anche disperato (i quali però tutti si vede per esperienza che hanno o
          piuttosto mostrano di avere a proporzione molta più forza de’ loro contrari), non usa, nè
          anche ne’ maggiori bisogni, ne’ maggiori pericoli, tutte le forze precisamente che egli ha
          in tutte le loro specie e in tutta la loro estensione. Non così gli animali: o certo essi
          risparmiano infinitamente minor parte delle loro <pb ed="aut" n="4081"/> forze, anche ne’
          menomi pericoli, bisogni, desiderii, propositi, che non risparmia l’uomo, anche il più
          disperato ec., ne’ maggiori. (23. Apr. 1824.). Il detto de’ pazzi dicasi
          proporzionatamente de’ disperati. V. p. 4090.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4073. capoverso 2. Così i franc. <foreign lang="fre" rend="italic">à moins que...
            ne</foreign>, che vale <emph>eccetto se... non</emph> ec. V. i Diz. (24. Aprile. Sabato
          in Albis. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4073. capoverso 1. È noto che per lunghissimo tempo, almeno sino alla fine del
          400 e ai principii del 500, si continuò in Ispagna, in Germania, e credo in tutta la
          Cristianità (che allora era o tutta o quasi tutta Cattolica) a fare questue annue per le
          crociate da farsi quando che fosse, le quali questue si chiamavano anche
          <emph>crociate</emph>, e montavano a grossissime somme (considerata specialmente la
          maggiore rarità della moneta a quei tempi), che i Pontefici, a cui disposizione pare che
          esse rimanessero, concedevano talvolta, ma con grandissime difficultà (e non di rado lo
          negavano) ai rispettivi Re di potere usare ne’ loro bisogni, massime quando erano loro
          collegati aperti od occulti, favoriti, per qualche impresa che premeva al Pontefice
            ec.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <bibl>V. <title>Saavedra Idea de un Principe politico Christiano</title>, Amst. 1659.
                ap. Iansson Iuniorem. empresa 25. p. 225-6.</bibl>
            </p>
          </note> Così il Guicc. più volte, e fra l’altre t. 3. p. 143. (24. Aprile. Sabato in
          Albis. 1824.). Io non so però bene se fossero questue o taglie determinate, e forzose, con
          obblighi di coscienza, o altro. V. gli Storici. (24. Aprile. 1824.). V. p. 4083.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito dei verbi in <emph>are</emph> fatti da quelli della 3., del che altrove,
            <bibl>v. il <author>Meurs.</author> t. 5. opp. p. 419</bibl>. dove però erra deducendo
          da <emph>vellicare</emph> che v’abbia a essere stato un vellare, mentre quello è
          frequentativo di <foreign lang="lat" rend="italic">vellere</foreign> (o diminutivo ec.) ed
          è della prima, perchè tutti i frequentativi o diminutivi di questo genere, da qualunque
          congiugazione di verbi sieno fatti, sono della 1.ma (24. Apr. Sabato in Albis. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4082"/> Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Perpétuel, perpétuellement. Continuel, continuellement</foreign>. Si dice anche
            <foreign lang="fre" rend="italic">continuement</foreign> o <foreign lang="fre"
            rend="italic">continûment</foreign>, e c <foreign lang="fre" rend="italic"
          >ontinu</foreign>. V. i Diz. Nota che questi sono diminutivi aggettivi. <emph>Struzzo
            struzzolo. Struffo strufolo</emph>. (25. Apr. 1824. Domenica in Albis.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Apprendre plusieurs langues médiocrement, c’est le fruit du travail
              de quelques années; parler purement et éloquemment la sienne c’est le travail de toute
              la vie</foreign>
          </quote>. Così dice Voltaire, la cui lingua pur non era che la francese, riputata la più
          facile delle lingue antiche e moderne. <bibl>
            <title>Histoire du Siècle de Louis XIV</title>. chap. 36. Écrivains, art. de Longueruë.
            (à la Haye 1752-3. t. 3. dans les additions. p. 195-196.)</bibl>. (26. Aprile. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐν τοσούτῳ</foreign> per <emph>intanto</emph>, del che altrove. <bibl>
            <author>Luciano</author> opp. t. <hi rend="sc">i</hi> p. 686</bibl>. verso il fine.
          Simile è la frase <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν ὅσῳ δὲ ταῦτα ἐλογιζόμεθα</foreign>
          </quote>, <bibl>ib. p. 692. ed. Amst. 1687</bibl>. (26. Apr. 1824.). <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">En tanto que</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>D. Quij.</title> Madrid 1765. t. 4. p. 281</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Anche i latini nominavano <emph>be ce</emph> ec. non <emph>bi ci</emph>, come confessa il
          Corticelli nel principio della Gramm. Toscana, il qual vedi, e v. anche il Buommattei e
          gli altri grammatici latini italiani francesi spagnuoli ec. (26. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ser-v-ente — ser-g-ente</emph>. V. la Crus. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Ser-v-ant — ser-g-ent</foreign>. V. i Diz. franc. (26. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐκτὸς εἰ μὴ</foreign>, della qual frase (simile all’italiana) altrove <bibl>
            <author>Luciano</author>, opp. 1687. t. 1. p. 700. mezzo circa</bibl>. (27. Aprile.
          1824.). p. 701. princ.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Compagnon</emph>, di cui altrove è anche antico italiano e spagnuolo (D. Quij.) per
            <emph>compagno</emph>, forse l’uno e l’altro dal francese. (28. Aprile 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4083"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Exhaustare</foreign>. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Exhaustant</foreign>. (28. Apr. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Μεταξὺ</foreign> per <emph>nondimeno, con tutto ciò, al
          contrario</emph>, vedilo in Luciano nel Tirannicida, poco sotto il principio, opp. 1687.
          t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 694. fine. Questo significato è ignoto allo Scapula.
          L’interprete lo traduce <foreign lang="lat" rend="italic">interim</foreign>, che è il suo
          proprio, ma qui non ha che fare. <foreign lang="lat" rend="italic">Interim
          Interea</foreign> non hanno mai questo senso nel Forcell. Puoi vedere il Gloss. Certo è
          che in franc. <foreign lang="lat" rend="italic">cependant</foreign> cioè <foreign
            lang="grc">μεταξὺ</foreign> si adopra appunto nel senso ancora di
          <emph>nondimeno</emph>. Onde corrottamente gl’italiani moderni dicono e scrivono
            <emph>intanto, frattanto</emph> per <emph>nondimeno</emph>. V. gli Spagnuoli. (29. Apr.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4081. V. pure il Guicc. 3. 216. e che cosa fosse la decima di cui quivi parla,
          vedilo <bibl>ib. p. 96. 209. 254.</bibl> (30. Aprile 1824.). <bibl>V. pure il
              <author>Guicc.</author> 3. 248-53. 395. 397./4. 154. 172-4.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐξ ἀρχῆς εὐθὺς</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 728</bibl>. (30. Apr.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove circa il nostro uso italiano di adoperare pleonasticamente e per
          idiotismo e grazia di lingua il pronome <emph>si, mi, ti</emph>, dativo, uso che abbiamo
          pur trovato nell’antico e familiare latino, aggiungi che noi italiani adoperiamo detto
          pronome in molti verbi neutri, o attivi, che quando sono congiunti con esso, mal si
          chiamano da’ grammatici e vocabolaristi, neutri passivi, come <emph>dimenticare</emph> che
          anche si dice <emph>dimenticarsi</emph> col genitivo o accusativo o col <emph>che</emph>
          ec., <emph>immaginare</emph> che anche si dice <emph>immaginarsi</emph> coll’accusat. o
          col che ec. Questi verbi col <emph>si</emph> che sono moltissimi, non sono punto neutri
          passivi, <pb ed="aut" n="4084"/> perchè il <emph>si</emph> in essi non è accusativo, e
          però non indica passione nè transizione dell’azione nel suggetto stesso che la fa, ma è
          dativo e assolutamente ridondante per grazia di lingua, come in lat. il <foreign
            lang="lat" rend="italic">sibi</foreign>, onde essi verbi col <emph>si</emph>, restano
          quali sono senza di esso, neutri assoluti o attivi, e non sono neutri passivi più di
          quello che sia neutro passivo <emph>andarsi</emph> o <emph>andarsene, starsi</emph> o
            <emph>starsene</emph> e simili. E però quando i detti verbi sieno attivi, accoppiati col
            <emph>si</emph>, non debbono, p. e. nel più che perfetto, fare <emph>io me l’era
            immaginato</emph>, come è regola de’ neutri e de’ neutri passivi, ma <emph>io me lo
            aveva immaginato, io me lo aveva dimenticato</emph>, perchè quivi il verbo è tanto
          attivo quanto se senza il pronome <emph>si, mi, ti</emph>, che nulla altera e nulla vale
          in questi casi, si dicesse <emph>io l’aveva dimenticato</emph> ec. E così in fatti
          scrivono i buoni scrittori, cioè <emph>io me lo aveva immaginato</emph> ec. e così si dee
          scrivere, nè più nè meno che in quei verbi attivi in cui il pronome <emph>si, ti,
          mi</emph> ha vero significato, come p. e. <emph>io mi avea fabbricata una casa</emph>,
          cioè <emph>avea fabbricata una casa a me</emph>. Ma moltissime e forse le più volte
          sbagliano in questo anche gl’intendenti, scrivendo <emph>io me l’era immaginato</emph>. E
          non è maraviglia, perchè similmente sogliono per lo più scrivere <emph>io m’era fabbricata
            una casa</emph>, come se <emph>fabbricarsi</emph> fosse qui neutro passivo, quando è
          manifesto e fuori di controversia, che è assolutissimo attivo come
          <emph>fabbricare</emph>, essendo il <emph>mi</emph> dativo non accusativo, e lo stesso che
          si dicesse <emph>io gli avea fabbricata una casa</emph>, <pb ed="aut" n="4085"/> che certo
          niuno direbbe nè dice, nemmeno i più idioti, <emph>io gli era fabbricata</emph>. Del resto
          la detta ridondanza del <emph>si, mi, ti</emph>, dativo, credo sia anche comune in genere
          ai francesi e agli spagnuoli (30. Aprile 1824.). V. p. 4098.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come la fisonomia degli uomini, e animali sia determinata dagli occhi, secondo il detto
          altrove, osserva che se tu disegni un volto umano o animalesco e non vi poni gli occhi, tu
          non vedi punto che fisonomia abbia quel volto, e appena senti (se ben conosci) che sia un
          volto. Così i ritratti levati dall’ombra in profilo non paiono ritratti finchè non vi si
          aggiunga convenientemente quello che dall’ombra non si può ricavare, dico l’occhio. Al
          contrario se ponendovi gli occhi, lasci qualche altro membro, tu senti benissimo che
          quello è un volto e ne comprendi la fisonomia; solamente ti parrà mostruosa, ma sempre ti
          riuscirà un volto e una fisonomia. E così dico a proporzione, del disegnare o accennar gli
          occhi più o meno imperfettamente, paragonando l’effetto di questa imperfezione in ordine
          al determinar la fisonomia, coll’effetto di una simile imperfezione in altra qualunque
          parte del volto. (30. Aprile 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Παρ' ὀλίγον</foreign>
          </quote>, <foreign lang="lat" rend="italic">fere</foreign>
          <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 718</bibl>. V. i Less.
            <emph>per poco</emph> nel senso stesso. (1. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ignominia</emph> per <emph>innominia</emph>. Come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >ignotus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">innotus</foreign> ec. del che
          altrove. (2. Maggio. 1824. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Nascere</emph> per <emph>accadere</emph> del che altrove. 3 Guicc. 3. 255. (2.
          Maggio. 1824. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4086"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Implicito as</foreign>. Vedi Forc. (2. Mag. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che da’ partic. pass. della prima si facciano i continuativi o frequentativi in
            <emph>itare</emph> piuttosto che in <emph>atare</emph>, non dee parer maraviglia quando
          si consideri l’uso lat. di scambiare per regola l’<emph>a</emph> in <emph>i</emph> breve,
          in tante altre cose, come ne’ composti (<foreign lang="lat" rend="italic">facio jacio —
            conficio, conijcio</foreign> ec.) ec. Oltre che anche nella prima v’ha molti supini e
          participii passati in <emph>itus</emph>, de’ quali altrove, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">domitus</foreign> ec. (2. Mag. Domenica. 1824.). Anche l’<emph>ae</emph>
          in <emph>i</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">Ae-quus in-i-quus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">En tanto que</foreign>. <bibl>
            <title>D. Quijote</title> ed. Madrid 1765. t. 4. p. 325. 334. più volte</bibl>. (4.
          Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il verbo <emph>stare</emph>, che ha tanta relazione al verbo <foreign lang="lat"
            rend="italic">esse</foreign> per l’uso, pel significato, alcune volte sinonimo ec. che
          in italiano supplisce col suo participio al difetto del verbo <emph>essere</emph>, e
          spesso si usa altresì, come anche più nello spagnuolo, in luogo di questo verbo, ec. non
          ha tuttavia nessunissima relazione grammaticale con lui, senza la mia osservazione che lo
          fa derivare da un antico participio o supino di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sum</foreign>. Similmente in greco <foreign lang="grc">ἵστημι, στάω</foreign>, ec. che in
          se, e ne’ loro composti e derivati, e nel lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sisto</foreign> che ne deriva, e suoi composti, come <foreign lang="lat" rend="italic"
            >exsisto, subsisto, exsistentia</foreign> ec. e nella voce <foreign lang="grc"
          >ὑπόστασις</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">substantia, subsistentia</foreign>
          ec.), ha tanta relazione col verbo <emph>essere</emph>, non ha alcuna attinenza
          grammaticale con lui, senza la mia osservazione che lo fa derivare dal lat. <foreign
            lang="lat" rend="italic">sto</foreign>, derivato da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sum</foreign>. Anche i composti e derivati di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >sto</foreign> (come <foreign lang="lat" rend="italic">exsto, exstantia, substantia,
            substantivus, substo</foreign> ec. ec.) manifestano nel significato ec. grandissima
          relazione col verbo <emph>essere</emph>. (4. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4087"/>
          <emph rend="sc">g</emph>
          <emph>omire</emph>-<emph rend="sc">v</emph>
          <emph>omire</emph>. Crus. (6. Maggio. 1824.). <emph rend="sc">g</emph>
          <emph>olpe</emph> co’ derivati, composti ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Gomita</emph> plur. di <emph>Gomito</emph>. (6. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Fello-fellico as, fellito as</foreign>. (7. Maggio.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">En tanto que</foreign>. <bibl>
            <title>D. Quij.</title> Madrid. 1765. t. 4. p. 315. titolo.</bibl> (9. Maggio. Domenica.
          1824.). <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐν τοσούτῳ</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. <hi rend="sc">i</hi> .777. fin.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Enquérir, s’enquérir</foreign> (<foreign lang="lat"
            rend="italic">inquirere</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">enquirir</foreign>,
            <emph>inchiedere</emph>) — <foreign lang="fre" rend="italic">enquêter,
          s’enquêter</foreign> (quasi <emph>inquisitare, inchiestare</emph>), <foreign lang="fre"
            rend="italic">enquête</foreign> (<emph>inchiesta</emph>, come <foreign lang="fre"
            rend="italic">requête</foreign>
          <emph>richiesta</emph>), <foreign lang="fre" rend="italic">enquêteur</foreign> (<foreign
            lang="lat" rend="italic">inquisitor</foreign>, <emph>inchieditore</emph>), <foreign
            lang="fre" rend="italic">enquérant, enquis</foreign> participio. Riferiscasi al detto
          altrove in proposito di <foreign lang="lat" rend="italic">quaeritare, quaesitus,
          quisto</foreign> ec. (10. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non è forse cosa che tanto consumi ed abbrevi o renda nel futuro infelice la vita, quanto
          i piaceri. E da altra parte la vita non è fatta che per il piacere, poichè non è fatta se
          non per la felicità, la quale consiste nel piacere, e senza di esso è imperfetta la vita,
          perchè manca del suo fine, ed è una continua pena, perch’ella è naturalmente e
          necessariamente un continuo e non mai interrotto desiderio e bisogno di felicità cioè di
          piacere. Chi mi sa spiegare questa contraddizione in natura? (11. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’infinito in luogo dell’imperativo, del che ho detto altrove, si usa in greco
          massimamente colla negazione, il che è al tutto conforme all’uso italiano. Vedi per es.
          alcuni pseudoracoli in versi nel <bibl>
            <title>Pseudomantis</title> di <author>Luciano</author>, opp. 1687. t. <hi rend="sc"
            >i</hi> pag. 765. lin. 14. 28. 778. fin.</bibl> in due de’ quali luoghi notisi il
          nominativo coll’infinito, come in italiano. (12. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4088"/>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Bien razonado</foreign>, cioè <foreign lang="spa"
            rend="italic">que razona bien</foreign>. <bibl>
            <author>Cervantes</author>
            <title>Novelas exemplares</title>. Milan. p. 2.</bibl> (13. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Malheureux</foreign> per <emph>scellerato</emph> e
          peggio ancora, cioè aggiuntovi il disprezzo. Aggiungasi al detto altrove in questo
          proposito. (14. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Affidé</foreign> cioè <emph>fidato</emph> per
            <emph>fido, fedele</emph>. Aggiungasi al detto altrove sui participii aggettivati o
          sostantivati, come anche <foreign lang="fre" rend="italic">affidé</foreign> talora è
          sostantivo. (14. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ai frequentatativi in esso altrove notati, aggiungi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >petesso</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">petisso</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">peto</foreign>, del quale v. Forcell. aggiungendo a’ suoi
          esempi due che si trovano nel lungo frammento di Cicerone de suo Consulatu, che sta nel
          primo de Divinat. , i quali esempi dimostrano pur la forza frequentativa di <foreign
            lang="lat" rend="italic">petesso</foreign>. (15. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nei frammenti delle poesie di Cicerone massime in quelli delle sue traduzioni di Arato,
          che si trovano principalmente citati da lui, come nei libri de Divinat. ec., sono
          abbondantissimi i composti, e in particolare quelli fatti di più nomi, alla greca (come
            <foreign lang="lat" rend="italic">mollipes</foreign>), gran parte de’ quali, se non la
          massima, non debbono avere esempio anteriore, e mostrano essere coniati da lui ad esempio
          del greco, e forse per corrispondere a quelli appunto che traduceva. (15. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Εὐθὺς ἐν ἀρχῇ τοῦ λόγου</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 887</bibl>. (15. Maggio.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Ranunculus</foreign> (onde
            <emph>ranocchio</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">grénouille</foreign> ec. di
          cui altrove). Vedine la definizione nel Forcell. (15. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4089"/> Ai composti di <foreign lang="lat" rend="italic">jugare</foreign>
          notati altrove, aggiungi <emph>seiugare</emph>, cioè <emph>seiungere</emph>. (17. Maggio.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Clepo is psi ptum</foreign> — <foreign lang="grc"
          >κλέπτω</foreign>, quasi <foreign lang="lat" rend="italic">clepto as</foreign> da <foreign
            lang="lat" rend="italic">cleptum</foreign> di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >clepo</foreign>. Il caso è al tutto simile a quel di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >apo-aptum-apto</foreign>-<foreign lang="grc">ἅπτω</foreign>, di cui lungamente altrove,
          eccetto che <foreign lang="lat" rend="italic">clepto</foreign> lat. non si conosce (è però
          ben verisimile), e viceversa <foreign lang="lat" rend="italic">clepo</foreign> è più noto
          e certo di <foreign lang="lat" rend="italic">apo</foreign> benchè parimente antiquato.
          Avvi anche <foreign lang="lat" rend="italic">clepso is</foreign>, se è vero. Vedi Forcell.
          (17. Maggio. 1824.). V. pag. 4115.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il diminuimento spagnuolo in <emph>ico ica</emph> dee venire dal lat. <foreign lang="lat"
            rend="italic">iculus, icula, iculum</foreign>, come ho detto altrove di altre
          diminuzioni spagnuole italiane francesi (17. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Cosa</emph> cioè <emph>causa</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >res</foreign>. Uso proprio di tutte tre le lingue figlie. V. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Causa</foreign> se ha nulla; il Gloss. ec. Anche <emph>causa</emph> si
          dice in italiano e in francese ec. spessissime volte per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >res</foreign>, come <emph>la causa pubblica, in causa propria, giovava alla sua
          causa</emph> (<foreign lang="lat">rei suae</foreign> o <foreign lang="lat">rebus
          suis</foreign>), e nel Guicciardini è frequente questo parlare. (17. Magg. 1824.). Vedi la
          pag. 4294.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Premo-pressum</foreign>-<foreign lang="fre"
            rend="italic">presser</foreign>, <emph>pressare</emph> co’ derivati. Aggiungilo al detto
          altrove de’ composti <emph>oppressare, soppressare</emph> ec. e v. gli spagnuoli. (17.
          Magg. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Marceo</foreign>, ant. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >marcitum</foreign>; <emph>marcire marcito</emph>; <foreign lang="spa" rend="italic"
            >marchito</foreign> spag. — <emph>marchitarse, marchitable</emph>. (18. maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign> nel modo e senso dello spagnuolo <foreign lang="spa"
            rend="italic">luego</foreign>, del che altrove. <bibl>
            <author>Luciano</author> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 897</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν ἀρχῇ μὲν ἐυθὺ τοῦ βίου</foreign>
          </quote> ib. (18. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4090"/>
          <emph>Altro</emph> per <emph>niuno</emph>, del che altrove. <emph>Senz’altro mezzo</emph>.
          Speroni Dialoghi, Ven. 1596. p. 275. verso il fine. (20. Maggio. 1824.). Nel Petrarca
          Canz. <title>Una donna più bella</title> ec. strofe 3. <quote>
            <emph>Altro volere</emph>
          </quote> o <quote>
            <emph>disvoler m’è tolto</emph>
          </quote>; <emph>altro</emph> sta per <emph>alcuna cosa, nulla</emph>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">quidquam</foreign>. (21. Maggio 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Si riprende l’uomo che non sia mai contento del suo stato. Ma in vero questo non è che la
          sua natura sia incontentabile, ma incapace di esser felice. Se fossero veramente felici,
          il povero, il ricco, il Re, il suddito si contenterebbero egualmente del loro stato, e
          l’uomo sarebbe contento come possa essere qualunque altra creatura, perch’egli è
          altrettanto contentabile. (20. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Rodo-rosum</foreign>-<emph>rosicchiare</emph>,
            <emph>rosecchiare, rosicare</emph> (volg.). Frequentativo o diminutivo. (20. Maggio.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4081. L’uomo sarebbe onnipotente se potesse esser disperato tutta la sua vita, o
          almeno per lungo tempo, cioè se la disperazione fosse uno stato che potesse durare. (21.
          Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>S’è veduto altrove come la irregolarità e i vizi palpabili delle ortografie straniere
          vengano in gran parte dall’aver voluto accomodare le loro scritture alla latina. Ora egli
          è pur curioso che gli stranieri vogliano poi pronunziare la scrittura latina nel modo in
          cui pronunziano la propria. Questa non corrisponde alla parola pronunziata perchè l’hanno
          voluta scrivere alla latina, e le parole latine le vogliono poi pronunziare <pb ed="aut"
            n="4091"/> colla stessa differenza dalla scrittura, che usano nel pronunziar le loro
          parole, perchè sono male scritte. Ma se esse sono male scritte, le latine sono scritte
          bene; però s’hanno a pronunziar come sono scritte e non altrimenti; e gli stranieri
          mostrano di non ricordarsi che essi non pronunziano diversamente da quel che scrivono, se
          non perchè vollero scrivere alla latina, e che l’origine di questa differenza tra il loro
          scritto e il parlato, e della loro scrittura falsa, fu l’aver voluto scrivere alla latina
          mentre parlavano in altro modo, e l’aver voluto seguitare materialmente la scrittura
          latina, non falsa ma vera. Ora avendola malamente voluta prendere per modello, e con ciò
          falsificata la loro scrittura, pretendono poi per questa cagione medesima che quella sia
          falsa come la loro, e perchè la loro è falsa perciocchè segue quella; il che è ben lepido.
          (21. Maggio. 1824.). Quelli poi che non hanno tolta l’ortografia loro da’ latini (sebben
          tutti in parte l’han tolta o immediatamente o mediatamente), e quelli che l’han tolta, in
          quelle cose in cui la loro non deriva da quella, ma è pur viziosa manifestamente perchè
          ripugna al lor proprio alfabeto, tralascia lettere e sillabe che s’hanno a profferire, ne
          scrive che non s’hanno a pronunziare; come mai, dico, questi tali hanno da credere che
          l’ortografia latina sia e viziosa perchè la loro lo è, e macchiata di quei vizi appunto
          che ha la loro, diversissimi poi in ciascuna, di modo che ciascuna nazione straniera
          pronunzia il latino diversamente? (21. Mag. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4092"/> Alla p. 4064. Da questo ragionamento segue che la maggior parte
          degli altri animali (poichè la vita naturale dell’uomo è delle più lunghe, e il suo
          sviluppo corporale è de’ più tardi)<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Similm. discorrasi delle donne, in proporzione ec.</p>
          </note> sono anche per questa parte naturalmente più felici di noi, tanto più quanto il
          loro sviluppo è più rapido, al che corrisponde in ragion diretta la brevità della vita,
          perchè il Buffon osserva ch’ella è tanto più breve quanto più rapida è la vegetazione
          dell’animale (s’intende del genere, e spesso anche degl’individui rispetto al genere)
          l’accrescimento del suo corpo e facoltà, le sue funzioni animali per conseguenza, e il
          giungere allo stato di perfezione e maturità; e viceversa. Questo si osserva per lo meno
          in quasi tutti i generi anche vegetali. (Buffon, nel capitolo, se non erro, della
          Vecchiezza). Ond’è che p. e. i cavalli e poi di mano in mano gli altri di sviluppo più
          rapido, sino a quegl’insetti che non vivono più d’un giorno (v. il mio Dial. d’un Fisico e
          di un Metafisico) sieno tutti di mano in mano più e più disposti naturalmente alla
          felicità che non è l’uomo, nonostante che la brevità della vita loro sia nella stessa
          proporzione; la qual brevità o lunghezza non aggiunge e non toglie nè cangia un apice
          nella felicità d’alcun genere di animali (nè anche negl’individui), come ho dimostrato nel
          Dial. succitato e nel pensiero a cui questo si riferisce. (21. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4093"/>
          <emph>Le mulina</emph>. Crus. e Guicc. t. 3. p. 361. bis. (23. Maggio. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Sciurus</foreign>- <foreign
            lang="fre" rend="italic">écureuil</foreign> (ant. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >escureuil</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">sciuriculus</foreign> o altro
          simile), <emph>schiratto</emph> (Pozzi nel Bertoldo; noi volgarmente
          <emph>schiriatto</emph>) diminutivo o disprezzativo, <emph>scoiatto</emph> (Pulci nella
          Crus.), <emph>scoiattolo</emph> sopraddiminutivo, o sopraddisprezzativo. Gli spagnuoli
            <foreign lang="spa" rend="italic">harda, hardilla</foreign>. (23. Maggio. Domenica.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">En tanto</foreign> in ispagnuolo (del che altrove) o
          spesso o sempre vuol dire <emph>infino a tanto</emph>, come nelle <title lang="spa"
            >Novelas exemplares</title> di Cervantes p. 79. ediz. citata alcuni pensieri più sopra.
          (23. Maggio. Domenica. 1824.). Così noi <emph>mentre</emph> per <emph>finchè</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Retinere</foreign> per <emph>ricordarsi</emph>, come in
          ital. ec. <emph>ritenere</emph>. Così anche il suo continuativo <foreign lang="lat"
            rend="italic">retentare</foreign> sta espressamente per <emph>ricordarsi</emph> in un
          luogo di <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>de Divinat.</title> l. 2. c. 29.</bibl> tradotto da Omero, il quale vedi, <bibl>
            <title>Il.</title> 2 v. 301.</bibl> (23. Maggio. 1824. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Inconsideratus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">non considerans, qui considerare non solet</foreign>. <bibl>Vedi
              <author>Forcell.</author>
          </bibl> e <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>de Divinat.</title> 2. c. 27</bibl>. Così <foreign lang="lat" rend="italic"
            >consideratus</foreign> nel senso contrario. <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>. (23. Maggio. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Cieo cies civi citum</foreign> (diverso da <foreign
            lang="lat" rend="italic">cio iis ivi itum</foreign>)<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <foreign lang="lat">Neo nes nevi netum</foreign>.</p>
          </note> co’ suoi composti, aggiungasi ai verbi della seconda che hanno il perfetto in
            <emph>vi</emph>, e il supino in <emph>itum</emph> breve, de’ quali altrove. E v. il
          Forcell. in <emph>cieo</emph> fine. (27. Maggio. Festa dell’Ascensione. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4094"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Periurus</foreign> sembra esser contrazione di <foreign
            lang="lat" rend="italic">periuratus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >peieratus</foreign> che pur si trovano, benchè in altro senso (per <foreign lang="lat"
            rend="italic">peiero</foreign> si disse anche <foreign lang="lat" rend="italic"
          >periero</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">periuro</foreign>). Così <foreign
            lang="lat" rend="italic">iuratus, coniuratus</foreign> ec. in sensi analoghi. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Exanimus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic"
          >inanimus</foreign> debbono esser contrazioni di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >exanimatus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">inanimatus</foreign>, che pur
          si trovano. Similmente <foreign lang="lat" rend="italic">semianimus</foreign> di un
            <foreign lang="lat" rend="italic">semianimatus</foreign> dal semplice <foreign
            lang="lat" rend="italic">animatus. Innumerus</foreign> debb’esser contrazione di un
            <foreign lang="lat" rend="italic">innumeratus</foreign> dal semplice <foreign lang="lat"
            rend="italic">numeratus</foreign>, con significato d’<foreign lang="lat" rend="italic"
            >innumerabilis</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">invictus</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">invincibilis</foreign> e tanti altri simili, di cui
          altrove, e v. il Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">illaudatus</foreign>. Queste
          contrazioni aggiungansi al detto d’<foreign lang="lat" rend="italic">inopinus
          necopinus</foreign> ec. dove si prova che anche in latino vi fu il costume di contrarre il
          participio della prima colla detrazione delle lettere <emph>at</emph>, costume
          frequentatissimo nell’italiano anche in voci per niente latine di origine. (27.-28.
          Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non solo gli antichi avevano tanto alta idea della natura umana che la stimavano poco
          inferiore alla divina, come ho detto altrove parlando de’ semidei, ma credevano ancora le
          anime nostre parenti, emanazioni, parti della divinità, divine esse stesse, e quasi dee
            (<foreign lang="grc">τὸ ἐν ἡμῖν θεῖον</foreign>). Della quale opinione non già volgare,
          anzi propria de’ filosofi, e questi molti e diversi, vedi fra i mille luoghi degli
          antichi, <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>de Divin.</title> l. <hi rend="sc">i</hi>. c. 30. 49. l. 2. c. 11. 58</bibl>. <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Georg.</title> l. 4. v. 219. sqq.</bibl> e quivi Servio ec. (28. Maggio. 1824.). <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title>de nat. deor.</title> l. <hi rend="sc">i</hi>. c. 11. 12</bibl>. Vedilo anche
            <bibl>ib. 2. c. 53. fin. 62. principio</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4095"/> Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">κυψέλη-κυψέλιον,
            κυψελὶς ίδος</foreign>. <bibl>V. <author>Scap.</author>
          </bibl> e <bibl>
            <author>Luciano</author> in <title>Lexiphane</title> p. 2</bibl>. (29. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il tale rassomigliava i piaceri umani a un carcioffo, dicendo che conveniva roderne prima
          e inghiottirne tutte le foglie per arrivare a dar di morso alla castagna. E che anche di
          questi carcioffi era grandissima carestia, e la più parte di loro senza castagna. E
          soggiungeva che esso non volendosi accomodare a roder le foglie si era contentato e
          contentavasi di non gustarne alcuna castagna. (30. Maggio. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Rassomigliava qualunque (Comparava ogni) piacere umano a un carcioffo dicendo che ne
          bisogna rodere e trangugiare tutte le foglie volendo arrivare a dar di morso nella
          castagna, e che di questi carcioffi è carestia grandissima, ed anche la maggior parte di
          loro è sole foglie senza castagna. E soggiungeva che esso non si potendo accomodare a
          ingoiarsi le foglie ec. (31. Maggio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἔτι γὰρ τοῦτό μοι τὸ λοιπὸν ἦν</foreign>
          </quote>
          <emph>ci mancherebbe questo</emph>. Idiotismo comune al greco e italiano. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 787. init</bibl>. V.
          Crus. e Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">supersum</foreign> se hanno nulla. — <quote>
            <foreign lang="grc">παρ' ὅσον</foreign>
          </quote>
          <emph>in quanto che</emph>. <bibl>V. <author>Lucian.</author> ib. 786</bibl>. e lo Scap.
          ec. modo pur comune, e del quale o cosa simile ho detto anche altrove. (31. Maggio.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. Vedi <bibl>
            <author>Creuzer</author>
            <title>Meletemata e Disciplina antiquitatis</title> Lips. 1817. sqq. par. 3. p. 112.
            lin.28. p. 130. lin.23-24</bibl>. dove però s’inganna quanto al supporlo necessario,
          perchè non sempre <pb ed="aut" n="4096"/> questi tali sono diminutivi, come ho provato
          altrove coll’esempio di <foreign lang="lat" rend="italic">iaculum, speculum</foreign> ec.
          (1. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sisto</foreign> in vece di venire dal greco <foreign
            lang="grc">ἱστάω</foreign>, come si crede e ho detto altrove, ben potrebbe venire da
            <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign> per duplicazione, non ignota neppure ai
          latini (come usitatissimo fra i greci), massime antichi, come ho mostrato altrove coll’es.
          di <foreign lang="lat" rend="italic">titillo</foreign> da <foreign lang="grc"
          >τίλλω</foreign>, e dei perf. <foreign lang="lat" rend="italic">cecidi</foreign> ec. ec. E
          la mutazione della coniugazione dalla prima nella terza, sarebbe appunto come nei composti
          di <foreign lang="lat" rend="italic">do</foreign> (del che pure altrove) anch’esso
          monosillabo come <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign>. E quanto al significato
          e all’uso ec. chi non vede l’analogia fra <foreign lang="lat" rend="italic">sto</foreign>
          e <foreign lang="lat" rend="italic">sisto</foreign>? (1. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il tale diceva non esser ben detto quel che si afferma comunemente che basta l’apparenza
          p. e. a un letterato per essere stimato, benchè manchi della sostanza. Ora l’apparenza non
          solo basta, ma è la sola cosa che basti, ed è necessaria e la sola necessaria. Perocchè la
          sostanza senza l’apparenza non fa effetto alcuno e nulla ottiene, e l’apparenza colla
          sostanza non fa nè ottiene niente di più che senza essa: onde si vede la sostanza essere
          inutile, e il tutto stare nella sola apparenza. (1. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi vuol vedere la differenza che passa tra l’antica filosofia e la moderna, e quel che
          di questa ci possiamo promettere, le consideri ambedue sul trono, cioè <foreign lang="grc"
            >ἐξουσίαν</foreign>
          <pb ed="aut" n="4097"/>
          <foreign lang="grc">λαβούσας</foreign>, la quale non hanno i filosofi privati. Ora se egli
          è vero che la qualità d’ogni cosa non d’altronde si conosca meglio e più veramente che
          dagli effetti, da quelli de’ principi filosofi si dovrà giudicare delle due filosofie
          meglio che da’ privati, i quali hanno per necessità più parole che effetti, o effetti più
          deboli, e più desiderii e progetti che esecuzioni, perchè quel che vogliono, massime in
          cose grandi e rilevanti, nol possono. Paragoninsi dunque fra loro Marcaurelio e Federico,
          ambedue, si può dire, perfetti nella rispettiva filosofia, ambedue filosofi in parole e in
          opere, e corrispondenti ne’ loro fatti alle loro massime. E si troverà quello in un secolo
          inclinante alla barbarie essere stato il padre de’ suoi popoli ed esempio di virtù morali
          d’ogni genere anche a’ privati ed a tutti i tempi. Questo in un secolo sommamente civile
          essere stato il maggior despota possibile, il più freddo egoista verso i suoi popoli, il
          più indifferente al loro bene e curante del proprio, e solito e determinato ad antepor
          questo a quello, il maggior disprezzatore dico ne’ fatti e in parte eziandio ne’ detti,
          della morale in quanto morale, della virtù in quanto virtù, e del giusto come giusto; in
          somma, se non il più vizioso (chè egli non l’era per calcolo), certo il men virtuoso
          principe del suo tempo, e forse di tutti i tempi, perchè non avendo niuna delle virtù che
          vengono, o vogliamo dir venivano dalla forza della mente, mancava anche di quelle che
          nascono dalla debolezza (come n’erano in Luigi XV.). Fu anche disaffezionato stranamente
          alla sua patria, come gli è stato <pb ed="aut" n="4098"/> agramente rimproverato dai
          Tedeschi e fra gli altri da Klopstock, decisamente vago delle cose straniere, e solito
          d’antepor gli stranieri ai suoi nell’affetto, nella inclinazione e nei fatti. (1. Giugno.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4085. Qua si dee riferire il nostro elegante uso di aggiungere il pronome
          pleonastico nelle frasi indeterminate, coll’ottativo, come, <quote>
            <emph>che che egli si voglia, comunque ciò si accada, per quanto egli si dica, non meno
              che me le sia servitore</emph>
          </quote>
          <bibl>
            <author>Caro</author>, <title>lettera a nome del Guidiccioni</title> lett. 35.</bibl> o
          neutri o attivi che sieno i verbi. Ne’ quali casi il pronome è sempre dativo ed
          accidentale al verbo, e s’inganna a partito chi sopra alcuno esempio sì fatto, battezza
          quel tal verbo per neutro passivo, come par che voglia fare il Rabbi o il Bandiera ne’
          Sinonimi v. <emph>Affermare</emph>, dove allegando il <bibl>
            <author>Bocc.</author>
            <title>Nov.</title> 19.</bibl>
          <quote>
            <emph>quantunque tu te l’affermi</emph>
          </quote> (cioè <emph>per quanto tu te lo affermi</emph>, maniera indeterminata) e
          chiamandolo modo toscano, ne cava il verbo <emph>affermarselo</emph>, verbo nullo, perchè
          in tale e simili frasi indeterminate tutti o quasi tutti i verbi attivi o neutri passivi
          possono ricevere questa forma e ricevonla elegantemente (sia ciò proprietà toscana o
          altrimenti), ma fuor di tali casi in niun modo si direbbe <emph>affermarselo</emph> o
            <emph>affermarsi</emph>, come <emph>io mi affermo che tu</emph> ec. o <emph>egli se lo
            afferma asseverantemente</emph>, (1. Giugno. 1824.); e il luogo del Boccaccio non prova
          che ciò si possa dire. <quote>
            <emph>Chi che si fosse, qual o qualche se ne fosse la cagione, qual si sia o qualsisia,
              non so chi si fosse che ec. non so <pb ed="aut" n="4099"/> che o quello che si faccia
              o si voglia</emph>
          </quote> ec. (2. Giugno. 1824.). V. p. 4103.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Pesado</foreign> per <emph>pesante</emph>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">que pesa</foreign>, tanto nel proprio come nel figurato. (2.
          Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non si può meglio spiegare l’orribile mistero delle cose e della esistenza universale (v.
          il mio Dialogo della Natura e di un Islandese, massime in fine) che dicendo essere
          insufficienti ed anche falsi, non solo la estensione, la portata e le forze, ma i
          principii stessi fondamentali della nostra ragione. Per esempio quel principio, estirpato
          il quale cade ogni nostro discorso e ragionamento ed ogni nostra proposizione, e la
          facoltà istessa di poterne fare e concepire dei veri, dico quel principio. Non può una
          cosa insieme essere e non essere, pare assolutamente falso quando si considerino le
          contraddizioni palpabili che sono in natura. L’essere effettivamente, e il non potere in
          alcun modo esser felice, e ciò per impotenza innata e inseparabile dall’esistenza, anzi
          pure il non poter non essere infelice, sono due verità tanto ben dimostrate e certe
          intorno all’uomo e ad ogni vivente, quanto possa esserlo verità alcuna secondo i nostri
          principii e la nostra esperienza. Or l’essere, unito all’infelicità, ed unitovi
          necessariamente e per propria essenza, è cosa contraria dirittamente a se stessa, alla
          perfezione e al fine proprio che è la sola felicità, dannoso a se stesso e suo proprio
          inimico. Dunque l’essere dei viventi è in contraddizione naturale essenziale e necessaria
          con se <pb ed="aut" n="4100"/> medesimo. La qual contraddizione apparisce ancora nella
          essenziale imperfezione dell’esistenza (imperfezione dimostrata dalla necessità di essere
          infelice, e compresa in lei); cioè nell’essere, ed essere per necessità imperfettamente,
          cioè con esistenza non vera e propria. Di più che una tale essenza comprenda in se una
          necessaria cagione e principio di essere malamente, come può stare, se il male per sua
          natura è contrario all’essenza rispettiva delle cose e perciò solo è male? Se l’essere
          infelicemente non è essere malamente, l’infelicità non sarà dunque un male a chi la soffre
          nè contraria e nemica al suo subbietto, anzi gli sarà un bene poichè tutto quello che si
          contiene nella propria essenza e natura di un ente dev’essere un bene per quell’ente. Chi
          può comprendere queste mostruosità? Intanto l’infelicità necessaria de’ viventi è certa. E
          però secondo tutti i principii della ragione ed esperienza nostra, è meglio assoluto ai
          viventi il non essere che l’essere. Ma questo ancora come si può comprendere? che il nulla
          e ciò che non è, sia meglio di qualche cosa? L’amor proprio è incompatibile colla
          felicità, causa della infelicità necessariamente, se non vi fosse amor proprio non vi
          sarebbe infelicità, e da altra parte la felicità non può aver luogo senz’amor proprio,
          come ho provato altrove, e l’idea di quella suppone l’idea e l’esistenza di questo.</p>
        <p>Del resto e in generale è certissimo che nella natura delle cose si scuoprono mille
          contraddizioni in mille generi e di mille qualità, non delle apparenti, ma delle
          dimostrate con tutti i lumi e l’esattezza la più geometrica della metafisica e della
          logica; e tanto evidenti per noi quanto lo è la verità della proposizione Non può una cosa
          a un tempo essere e non essere. Onde ci bisogna rinunziare alla credenza o di questa o di
          quelle. E in ambo i modi rinunzieremo alla nostra ragione. (2. Giugno. 1824.). — Vedi
          un’altra evidente contraddizione della natura, e si può dire, in cose fisiche, <pb
            ed="aut" n="4101"/> notata alla p. 4087. e anche nel citato dialogo. (3. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Καθ' ὅσον</foreign> in senso simile all’italiano <emph>in
          quanto</emph> o <emph>in quanto che</emph>, del che, e simili altre frasi, ho detto
          altrove. <bibl>
            <author>Luciano</author> opp. 1687. t. <hi rend="sc">i</hi>. p. 800</bibl>. (3. Giugno.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Εὐθὺς</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >primum</foreign>. <bibl>
            <author>Luciano</author> ib. p. 805</bibl>. (3. Giugno 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Radium</foreign>-<foreign
            lang="fre" rend="italic">rayon</foreign>. (4. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Oficio descansado</foreign>, cioè <foreign lang="spa"
            rend="italic">donde el hombre descansa</foreign>. <bibl>
            <author>Cervantes</author>
            <title>Novelas exemplares</title>, Milan 1615. p. 192</bibl>. (4. Giugno 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito di quel che ho scritto altrove sopra un luogo di Donato ad Terent. relativo
          al digamma, dove si parla di <foreign lang="lat" rend="italic">Davus</foreign>,
          anticamente <foreign lang="heb">***</foreign> ec. notisi che i Greci dicevano infatti
            <foreign lang="grc">Δάος</foreign>, o <foreign lang="grc">Δᾷος</foreign> o <foreign
            lang="grc">Δᾶος</foreign> o <foreign lang="grc">Δαὸς</foreign>, e <bibl>v.
              <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. 1. p. 797. e not. e p. 996</bibl>. (4. Giugno.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">En el entretanto que</foreign>. Cervantes loc. cit. qui
          sopra, p. 195. (5. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Divido</foreign>-<foreign lang="fre" rend="italic"
            >diviser</foreign>. (7. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>In quanto</emph> per <emph>poichè</emph> alla greca, del che altrove in più luoghi.
            <bibl>Vedi <author>Bembo</author> opp. t. 3. p. 129. col. 2. fine</bibl> e Rabbi
          Sinonimi v. <emph>poichè</emph>, e Crusca se ha nulla. (9. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>nulla</emph> ec. <bibl>V. <author>Caro</author>
            <title>Lettera a nome del Guidiccioni</title>, lett. 15. fine</bibl>. <quote>
            <emph>finchè non ho altro in contrario</emph>
          </quote> (modo comunissimo: <emph>avere</emph> o <emph>non avere altro in
          contrario</emph>, coll’interrogazione o positivo ec.), lett. 7. fine. <quote>
            <emph>senza darne altra</emph>
          </quote> (niuna) <quote>
            <emph>notizia al Padrone</emph>
          </quote>. (10. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Rilevato</emph> per <emph>rilevante</emph>, e così <foreign lang="spa" rend="italic"
            >relevado</foreign> in <bibl>
            <author>Cervantes</author>
            <title lang="spa">Novelas <pb ed="aut" n="4102"/> exemplares</title>. Milan 1615. p.
          252</bibl>. (11. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Hasta tanto</foreign> come in ital. <emph>fino a
          tanto</emph> ec. di cui altrove. <bibl>
            <author>Cervantes</author> loc. cit. qui sopra, p. 263</bibl>. (11. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Illustratus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">illustris</foreign>, il participio per l’aggettivo. V. l’<foreign
            lang="lat" rend="italic">index latinitatis</foreign> a Cic. de rep. e il Forcell. (12.
          Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il tale negava che si potesse amare senza rivale. E domandato del perchè, rispondeva:
          perchè sempre l’amato o l’amata è rivale ardentissimo dell’amante (del proprio amante).
          (13. Giugno. Domenica della SS. Trinità. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐχτὸς εἰ μὴ</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> op. 1687. t. 2. p. 28. verso il fine. p. 31. princip.</bibl>
          (14. Giugno. Vigilia di S. Vito Protettore di Recanati. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove della somma facoltà e fecondità della lingua greca, non ancora esaurita
          nè spenta, aggiungi che oggidì chi vuol sostituire al suo proprio qualche nome finto
          espressivo di qualche cosa, o dar nome significativo a qualche personaggio immaginario,
          come Moliere nel Malato immaginario, nei nomi de’ medici, o nominar qualche nuovo essere
          allegorico, o nuovamente nominare i già consueti ec. ec. non ricorre ordinariamente ad
          altra lingua (qualunque sia la sua propria, in tutta l’Europa e America civile) che alla
          greca. (15. Giugno. Festa di S. Vito Protettore di Recanati. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Τὸ μὲν γὰρ πρῶτον εὐθὺς</foreign>. <bibl>
            <author>Luciano</author> opp. 1687. t. 1. p. 41-42</bibl>. (16. Giugno. Vigilia della
          Festa del <foreign lang="lat" rend="italic">Corpus-Domini</foreign>. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ὅσον ἐν τῷ πλῷ</foreign>
          </quote>
          <emph>quanto, per ciò che spetta alla navigazione</emph>. <bibl>
            <author>Luciano</author> loc. cit. qui sopra. p. 34.</bibl> (16. Giugno. Vigilia della
          Festa del Corpus-Domini. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4103"/>
          <emph>Tutto quanto, tutti quanti</emph> — <foreign lang="grc">πᾶν ὅσον, πάντες ὅσοι,
            μικρὸν ὅσον, μύριοι ὅσοι, ὀλίγοι ὅσοι, πλεῖστον ὅσον</foreign> ec. ec. V. lo Scapula ec.
          ec. (20. Giugno. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4099. Qua spetta il nostro idiotismo sempre comune tra noi, massime nello
          scritto, dal 300 a oggi, di aggiungere il <emph>si</emph> (dativo) al verbo <emph>essere.
            Questo si è, questa si fu la cagione</emph> ec. (21. Giugno. Festa di S. Luigi Gonzaga.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Ficulneus — ficulnus</foreign> appo Orazio, e nóta che
            l’<emph>us</emph> vi è breve. (21. Giugno. Festa di S. Luigi Gonzaga. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Experimentado</foreign> per <emph>esperto</emph>, come
          noi <emph>sperimentato</emph> ed <emph>esperimentato</emph>, del che altrove. <bibl>
            <author>Cervantes</author>
            <title>Novelas exemplares</title>. p. 354. Milan 1615. 432</bibl>. (22. Giug. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>nulla, cosa alcuna</emph>. <bibl>
            <author>Guicc.</author> t. 4. p. 50. ediz. di Friburgo</bibl>: <quote>
            <emph>innanzi tentasse altro</emph>
          </quote>: e non aveva ancora tentato niente. (23. Giugno. Vigilia di S. Giovanni Battista.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il est aisé de voir la prodigieuse révolution que cette époque
              (celle du Christianisme) dut produire dans les moeurs. Les femmes, presque toutes
              d’une imagination vive et d’une ame ardente, se livrèrent à des vertus qui les
              flattoient d’autant plus, qu’ elles étoient pénibles. Il est presque égal pour le
              bonheur de satisfaire de grandes passions, ou de les vaincre. L’ame est heureuse par
              ses efforts; et pourvu qu’elle s’exerce, peu lui importe d’exercer son activité contre
              elle-même</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Thomas</author>
            <title lang="fre">Essai sur les Femmes</title>. Oeuvres, Amsterdam 1774. tome 4. p.
          340</bibl>. (24. Giugno. Festa di S. Giovanni Battista. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4104"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Agnomen, cognomen</foreign>, coi derivati ec.
          aggiungansi al detto altrove circa il <emph>g</emph> premesso a varie voci latine, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">nosco agnosco</foreign> ec. Anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">nomen</foreign> viene da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >nosco</foreign>. (25. Giug. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il tale diceva che noi venendo in questa vita, siamo come chi si corica in un letto duro
          e incomodo, che sentendovisi star male, non vi può star quieto, e però si rivolge cento
          volte da ogni parte, e proccura in vari modi di appianare, ammollire ec. il letto,
          cercando pur sempre e sperando di avervi a riposare e prender sonno, finchè senz’aver
          dormito nè riposato vien l’ora di alzarsi. Tale e da simil cagione è la nostra
          inquietudine nella vita, naturale e giusta scontentezza d’ogni stato; cure, studi ec. di
          mille generi per accomodarci e mitigare un poco questo letto; speranza di felicità o almen
          di riposo, e morte che previen l’effetto della speranza. (25. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐν τοσούτῳ</foreign> — <emph>intanto</emph>, del che altrove. <bibl>
            <author> Luciano</author> opp. 1687. t. 2. p. 48. principio, 51. dopo il mezzo.
          64</bibl>. (25. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Plus le lien général s’étend, plus tous les liens particuliers se
              relâchent. On paroît tenir à tout le monde, et l’on ne tient à personne. Ainsi la
              fausseté s’augmente. Moins on sent, plus il faut paroître sentir</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Thomas</author>, loc. cit. qui dietro, p. 448</bibl>. Questo ch’ei dice dei
          legami di società sostituiti a quei di famiglia, di ristrette amicizie ec. ben puossi
          applicare all’amore universale sostituito al patrio al domestico ec. (27. Giugno.
          Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic"> Callado</foreign> per <emph>tacente</emph>, come
            <foreign lang="lat" rend="italic">tacitus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >taceo itum</foreign>, del <pb ed="aut" n="4105"/> che altrove. Cervantes Novelas
          exemplares, Milan 1615. p. 431. (27. Giugno. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Dilettare</emph>-<foreign lang="lat" rend="italic">dileticare</foreign> coi derivati
          ec. frequentativo o diminutivo alla latina, e può anche aggiungersi agli esempi delle
          forme frequentative italiane di verbi, da me altrove raccolte<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>
              <emph>Farneticare</emph>.</p>
          </note>. Avvertasi però che ha un significato diverso da <emph>dilettare</emph>, e forse è
          corruzione di <emph>solleticare</emph>, e così <emph>diletico</emph>, che altrimenti sarà
          un diminutivo o frequentativo di <emph>diletto</emph>. (29. Giugno. Festa di S. Pietro.
          giorno mio natalizio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’infelicità abituale, ed anche il solo essere abitualmente privo di piaceri e di cose
          che lusinghino l’amor proprio, estingue a lungo andare nell’anima la più squisita
          ogn’immaginazione, ogni virtù di sentimento, ogni vita ed attività e forza, e quasi ogni
          facoltà. La cagione è che una tale anima, dopo quella prima inutile disperazione, e
          contrasto feroce o doloroso colla necessità, finalmente riducendosi in istato tranquillo,
          non ha altro espediente per vivere, nè altro produce in lui la natura stessa ed il tempo,
          che un abito di tener continuamente represso e prostrato l’amor proprio, perchè
          l’infelicità offenda meno e sia tollerabile e compatibile colla calma. Quindi
          un’indifferenza e insensibilità verso se stesso maggior che è possibile. Or questa è una
          perfetta morte dell’animo e delle sue facoltà. L’uomo che non s’interessa a se stesso, non
          e capace d’interessarsi a nulla, perchè nulla può interessar l’uomo se non in relazione a
          se stesso, più o men vicina e palese, e di qualunque sorte ella sia. Le bellezze della <pb
            ed="aut" n="4106"/> natura, la musica, le poesie più belle, gli avvenimenti del mondo,
          felici o tragici, le sventure o le fortune altrui, anche dei suoi più stretti, non fanno
          in lui nessuna impressione viva, non lo risvegliano, non lo riscaldano, non gli destano
          immagine, sentimento, interesse alcuno, non gli danno nè piacere nè dolore, se bene pochi
          anni avanti lo empievano di entusiasmo e lo eccitavano a mille creazioni. Egli stupisce
          stupidamente della sua sterilità e della sua immobilità e freddezza. Egli è divenuto
          incapace di tutto, inutile a se e agli altri, di capacissimo ch’egli era. La vita è finita
          quando l’amor proprio ha perduto il suo <foreign lang="fre" rend="italic"
          >ressort</foreign>. Ogni potenza dell’anima si estingue colla speranza. Voglio dire colla
          disperazione placida, perchè la furiosa è pienissima di speranza, o almeno di desiderio,
          ed anela smaniosamente alla felicità nell’atto stesso che impugna il ferro o il veleno
          contro se medesimo. Ma il desiderio è più spento che sia possibile in un’anima avvezza a
          vederli sempre contrariati, e ridotta o per riflessione o per abito o per ambedue a
          sopirli e premerli. L’uomo che non desidera per se stesso e non ama se stesso non è buono
          agli altri. Tutti i piaceri, i dolori, i sentimenti e le azioni che gl’inspiravano le cose
          dette di sopra, cioè la natura e il resto, si riferivano in un modo o nell’altro a se
          stesso, e la loro vivezza consisteva in un ritorno vivo sopra se medesimo. Sacrificandosi
          ancora agli altri, non d’altronde egli ne aveva la forza se non da questo ritorno e
          rivolgimento sopra di se. Ora <pb ed="aut" n="4107"/> senz’alcuna ferocia, nè misantropia
          nè rancore nè risentimento, senza neppure egoismo, quell’anima già poco prima sì tenera è
          insensibile alle lagrime, inaccessibile alla compassione. Si moverà anche a soccorrere, ma
          non a compatire. Beneficherà o sovverrà, ma per una fredda idea di dovere o piuttosto di
          costume, senza un sentimento che ve lo sproni, un piacere che gliene venga. La noncuranza
          vera e pacifica di se stesso è noncuranza di tutto, e quindi incapacità di tutto, ed
          annichilamento dell’anima la più grande e fertile per natura.</p>
        <p>Questo medesimo effetto che produce la infelicità, lo produce, come ho detto, l’abito di
          non provare o non vedersi d’innanzi alcuna apparenza di felicità, alcun dolce futuro,
          alcun piacere grande o piccolo, alcuna fortuna della giornata o durevole, alcuna carezza e
          lusinga degli uomini o delle cose. L’amor proprio non mai lusingato, si distacca
          inevitabilmente dalle cose e dagli uomini (fosse pur sommamente filantropo e tenero), e
          l’uomo abituandosi a non veder nella vita e nel mondo nulla per se, si abitua a non
          interessarvisi, e tutto divenendogli indifferente, il più gran genio diventa sterile e
          incapace anche di quello di cui sono capacissimi gli animi per natura più poveri,
          infecondi, secchi ed inetti. (29. Giugno. Festa di S. Pietro. giorno mio natalizio.
          1824.). Il che sempre più privandolo d’ogni illusione e successo dell’amor proprio, sempre
          più conferma in lui l’abito di noncuranza, e d’inettitudine e spiacevolezza. Trista
          condizione del genio, tanto più facile a cadere in questo stato (che certo <pb ed="aut"
            n="4108"/> non è strettamente proprio se non di lui), quanto da principio il suo amor
          proprio è più vivo, e quindi più avido e bisognoso di lusinghe e piaceri e speranze, meno
          facile ad apprezzare e soddisfarsi di quelle e quelli che agli altri bastano, e più
          sensibile alle offese e punture che i volgari non sentono. (29. Giugno. Festa di S.
          Pietro. dì mio natalizio. 1824.). V. p. 4109.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Φρύσσω</foreign> o <foreign lang="grc">φρύττω</foreign>- <foreign
            lang="fre" rend="italic">frissonner</foreign>. Notinsi in questo verbo due cose. La
          derivazione manifesta dal greco, e la forma diminutiva o frequentativa. (30. Giugno. 1824.
          Anniversario del mio Battesimo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della lingua universale, o piuttosto scrittura universale progettata da alcuni filosofi,
          vedi <bibl>
            <author>Thomas</author>
            <title lang="fre">Éloge de Descartes</title>, Oeuvres, Amsterdam 1774, t. 4. p.
          72</bibl>. (2. Luglio, Festa della Visitazione di Maria Vergine Santissima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come tutte le facoltà dell’uomo siano acquisite per mezzo dell’assuefazione, e nessuna
          innata, fin quella di far uso de’ sensi, da’ quali ci vengono tutte le facoltà; insomma,
          come l’uomo impari a vedere, e nascendo non abbia questa facoltà, benchè egli non si
          accorga mai d’impararla, e naturalmente creda che ella sia nata con lui, vedi fra gli
          altri il Thomas loc. cit. qui sopra, p. 59-60. (2. Luglio. dì della S. Visitazione di
          Maria. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">C’est ainsi que les grands Hommes découvrent, comme par inspiration,
              des vérités que les hommes ordinaires n’entendent quelquefois qu’au bout de cent ans
              de pratique et d’étude; et celui qui démontre ces vérités après eux, acquiert encore
              une gloire immortelle</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Thomas</author>
            <pb ed="aut" n="4109"/> loc. cit. qui dietro, p. 37</bibl>. <quote>
            <foreign lang="fre">Sa géometrie étoit si fort au dessus de son siècle qu’il n’y avoit
              réellement que très peu d’hommes en état de l’entendre. C’est ce qui arriva depuis à
              Newton; c’est ce qui arrive à presque tous les grands hommes. Il faut que leur siècle
              coure après eux pour les atteindre</foreign>
          </quote>. <bibl>Id. ib. not. 22. p. 143</bibl>. (2. Luglio. Festa della Visitazione di
          Maria Santissima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 2811. marg. E così anche <foreign lang="grc">δείδω</foreign> potrà esser fatto da
          un preterito di <foreign lang="grc">δέω</foreign> o <foreign lang="grc">δέομαι</foreign>,
          da <foreign lang="grc">δέδια</foreign> ec. (2. Luglio. Festa della Visitazione della
          Beatissima Vergine Maria. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4008. fine. Così il <emph>bul</emph> in <emph>bbi</emph>, (<foreign lang="lat"
            rend="italic">nebula</foreign>, <emph>nebbia</emph>), ec. Insomma generalmente
            l’<emph>ul</emph> in <emph>i</emph>, con duplicazione della consonante precedente, se la
          sillaba in latino è pura come in <foreign lang="lat">
            <emph>ne</emph>-<emph rend="sc">bu</emph>-<emph>la</emph>
          </foreign>, e non impura, come in <foreign lang="lat" rend="italic">misculare</foreign>
            (<foreign lang="lat">
            <emph>mi</emph>-<emph rend="sc">scu</emph>-<emph>lare</emph>
          </foreign>), onde si fa <foreign lang="lat">
            <emph>mi</emph>-<emph rend="sc">schi</emph>-<emph>are</emph>
          </foreign>, e non <foreign lang="lat">
            <emph>mis</emph>-<emph rend="sc">cchi</emph>-<emph>are</emph>
          </foreign>. (3. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4108. Come l’uomo non è capace d’imprender nulla che non abbia in qualunque modo
          per fine se stesso, così i cattivi successi continui in quanto a se stesso, o la continua
          mancanza di successi qualunque dell’amor proprio, scoraggisce naturalmente l’uomo
          dall’intraprender più nulla, nè anche il sacrifizio di se stesso, e lo rende incapace e
          inabile a tutto per la mancanza di coraggio. Lo scoraggimento è proprio e facile sopra
          tutto agli animi dilicati e grandi. (3. Luglio. 1824.). V. p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Anche tra i greci fu in uso in certi luoghi lo spettacolo di combattenti mercenarii.
            <bibl>V. <author>Luciano</author> sulla fine del <title lang="lat">Toxaris sive de
              Amicitia</title>, opp. 1687. t. 2. p. 72</bibl>. Furono poi introdotti a’ tempi romani
          in alcune città greche (d’Asia o d’Europa) i circhi e i ludi gladiatorii <pb ed="aut"
            n="4110"/> usati in Roma. E forse di questi tempi intende Luciano di parlare, anzi
          certo, poichè dal resto del Dialogo apparisce che egli finge il Dialogo a’ tempi romani.
          Del rimanente, <bibl>v. <author>Fusconi</author>
            <title>Dissertat. de Monomachia Rom.</title> 1821. p. 9. not. 43</bibl>. (4. Luglio.
          Domenica. 1824. infraottava della Visitazione di Maria Vergine Santissima.). <bibl>V.
            anche <author>Luciano</author> 2. <hi rend="sc">iii</hi>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Calcagna (4. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla per antecedente. Un tal uomo ha tanto coraggio a operare o a risolversi di operare
          quanto chi è certo o quasi certo di non conseguire il fine di una operazione particolare.
          (4. Luglio. Domenica infraottava della Visitazione. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il titolo di <emph>divino</emph> (<emph>divinamente</emph> ec.) solito darsi in greco, in
          latino e nelle lingue moderne per una conseguenza dell’uso di quelle, agli uomini e alle
          cose singolari, eccellenti ec. ancorchè in niente sacre nè appartenenti alla Divinità, non
          avrebbe certamente avuto mai principio nè luogo nel Cristianesimo. Esso uso è un residuo
          dell’antica opinione che innalzava gli uomini poco più sotto degli Dei ec., del che
          altrove in più luoghi. (6. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove circa l’uso latino conforme all’italiano di usare pleonasticamente il
          pronome dativo <foreign lang="lat" rend="italic">sibi</foreign>, v. anche il Forcell. in
            <foreign lang="lat" rend="italic">mihi, tibi, nobis</foreign> e simili altri dativi di
          pronomi personali. (7. Luglio. infraottava della Visitazione di Maria Vergine Santissima.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Sommolo</emph>. <bibl>V. la <title>Crusca</title>
          </bibl>. (7. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4111"/>
          <foreign lang="fre">
            <hi rend="italic">Expérimenté</hi> (instruit par l’expérience) <hi rend="italic"
              >inexpérimenté</hi> (qui n’a point d’expérience)</foreign>. (11. Luglio. Domenica.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Myrtus</foreign>, –
            <emph>mortella</emph> (se è però la stessa pianta). V. franc. spagn. ec. ec. (11.
          Luglio. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quando noi diciamo che l’anima è spirito, non diciamo altro se non che ella non è
          materia, e pronunziamo in sostanza una negazione, non un’affermazione. Il che è quanto
          dire che <emph>spirito</emph> è una parola senza idea, come tante altre. Ma perocchè noi
          abbiamo trovato questa parola grammaticalmente positiva, crediamo, come accade, avere
          anche un’idea positiva della natura dell’anima che con quella voce si esprime. Nel
          metterci però a definire questo spirito, potremo bene accumulare mille negazioni o
          visibili o nascoste, tratte dalle idee e proprietà della materia, che si negano nello
          spirito, ma non potremo aggiungervi niuna vera affermazione, niuna qualità positiva, se
          non tratta dagli effetti sensibili, e quindi in certa guisa materiali, (il pensiero, il
          senso ec.) che noi <emph>gratis</emph> ascriviamo esclusivamente a esso spirito. E quel
          che dico dell’anima dico degli altri enti immateriali, compreso il Supremo. (11. Luglio.
          Domenica. 1824.). — Tanto è dire <emph>spirituale</emph>, quanto <emph>immateriale</emph>;
          questa, voce affatto negativa grammaticalmente, quella ideologicamente. (11. Luglio.
          Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">στύπη</foreign> o <foreign lang="grc"
            >στύππη-στυππεῖον</foreign> o <foreign lang="grc">στυπεῖον</foreign>
          <bibl>V. Scapula e <author>Luciano</author> opp. Amsterdam 1687. t. 2. p. 98.99. più
            volte.</bibl> (12. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4112"/>
          <emph>Sensato</emph> per <emph>sentito</emph> o per <emph>sensibile</emph> (come
            <emph>invitto</emph> per <emph>invincibile</emph> ec. del che altrove) quasi da un
            <foreign lang="lat" rend="italic">senso as</foreign> continuativo di <foreign lang="lat"
            rend="italic">sentio sensum</foreign>, vedilo nella Crusca. Vedi ancora Forcell. Gloss.
          ec. (14. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove che i derivativi latini si formano dagli obbliqui e non dal retto dei
          nomi originali, aggiungi una prova evidente più che mai <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Jovialis</foreign> e simili da <foreign lang="lat" rend="italic">Juppiter
          Jovis</foreign>. (Vi saranno ancora altri simili esempi da simili nomi). Così in greco
            <foreign lang="grc">Διιὸς</foreign> da <foreign lang="grc">Ζεὺς Διὸς</foreign>. (<bibl>
            <author>Plat.</author> in <title lang="lat">Phaedro</title> ec.</bibl>) (14. Luglio.
          1824.). Anche in greco i derivativi sono sempre, se non erro, dal genitivo (o noto o
          ignoto, o di un dialetto o comune ec.) <foreign lang="grc">φυσικὸς</foreign> non è da
            <foreign lang="grc">φύσι-ς</foreign> (gen. <foreign lang="grc">φύσεως</foreign>) ma o da
            <foreign lang="grc">φύσι-ος</foreign> (genit.), o piuttosto è come <foreign lang="grc"
            >μουσ -ικὸς</foreign> da <foreign lang="grc">μοῦσα</foreign> ec. ec. (15. Luglio.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="grc">γόνυ-γονάτιον</foreign>. (<bibl>V.
              <author>Lucian.</author> opp. 1687. 2. 83.</bibl>) <foreign lang="grc">γουνὶς
          ίδος</foreign>. Così <emph>ginocchio</emph> è diminutivo positivato di <foreign lang="lat"
            rend="italic">genu</foreign>. (14. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Descansado</foreign>, che ha riposato, detto di persona. <bibl>
            <author>Cervantes</author>, <title lang="spa">Novelas exemplares</title>, Milan. p.
          580.</bibl> (15. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Adultus</foreign> o venga da <foreign lang="lat"
            rend="italic">adolesco</foreign> o da <foreign lang="lat" rend="italic">adoleo</foreign>
          è originariamente participio neutro passato, di un verbo neutro. (15. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Muscus</foreign>–<emph>muschio</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Desatentado</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cervantes</author> loc. cit. qui sopra p. 605.</bibl> (16. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4113"/>
          <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Entreabrir, entre oscuro</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Cervantes</author> loc. cit. qui dietro, p. 588.</bibl>) e simili (<bibl>v. il
            Diz. spagnuolo in <emph>entre</emph>...</bibl>) aggiungasi al detto altrove dell’antico
          uso d’<foreign lang="lat" rend="italic">inter</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">fere</foreign> ec., conservato ne volgari moderni. Così in franc. <foreign
            lang="fre" rend="italic">entrevoir</foreign> ec. ec. (16. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Apercebido</foreign>, di cui altrove, notisi che non è
          participio di verbo neutro, ma attivo, ed è participio passivo. (17. Lugl. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Del bello esterno come sia relativo vedi un luogo insigne di Cicerone De Natura Deorum 1.
          27-29.(19. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">σάκχαρ-σακχάριον</foreign>. (20. Luglio
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Frequentativo. <foreign lang="fre" rend="italic">Tâter — tâtonner</foreign> coi derivati.
          (20. Lugl. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Capella, capretta</emph> coi derivati, metafore ec. Così
            <foreign lang="spa" rend="italic">oveja</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic"
            >ovicula</foreign>) per <foreign lang="lat" rend="italic">ovis</foreign>. Così <foreign
            lang="fre" rend="italic">ouaille</foreign> ec. Così <emph>vitello</emph> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">vitulus</foreign>. Così <emph>agnello</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">agneau</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >agnus</foreign>. Così <foreign lang="fre" rend="italic">mulet</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">mulus</foreign>. Così <foreign lang="lat" rend="italic"
          >asellus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">asinus</foreign>. Così <foreign
            lang="fre" rend="italic">femelle</foreign> per <emph>femina</emph> di bestie. (<bibl>v.
              <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Femella</foreign>
          </bibl>). Così <foreign lang="lat" rend="italic">catellus</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">catulus</foreign>. Così <emph>uccello, augello</emph> ec.
            <foreign lang="fre" rend="italic">oiseau</foreign>, per <foreign lang="lat"
            rend="italic">avis</foreign>. Così <foreign lang="fre" rend="italic">poulet</foreign>
          per <foreign lang="lat" rend="italic">pullus</foreign>. Così noi <emph>muletto,
          muletta</emph>. (<bibl>V. la Crusca.</bibl>) Così <emph>usignuolo, rosignuolo</emph> ec.
            <foreign lang="fre" rend="italic">rossignol</foreign> franc. (v. gli spagnuoli e
          Forcellini in <foreign lang="lat" rend="italic">Lusciniola</foreign>) per <foreign
            lang="lat" rend="italic">luscinia</foreign>. Così <emph>cardellino, cardelletto,
            calderugio, caderino, calderello</emph> (v. gli spagnuoli e i francesi) per <foreign
            lang="lat" rend="italic">carduelis</foreign>. Così <foreign lang="fre" rend="italic"
            >poisson</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">piscis</foreign>. Così <foreign
            lang="fre" rend="italic">taureau</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >taurus</foreign>. (<bibl>v. la Crus. in <emph>torello</emph> se ha niente a
          proposito</bibl>). ec. ec. (22. Luglio. 1824.). Così <emph>chiocciola</emph> ec. Così
            <emph>allodola, lodola</emph> ec. (v. spagnuoli e francesi) per <foreign lang="lat"
            rend="italic">alauda</foreign>. Così <foreign lang="grc">ποίμνιον, προβάτιον</foreign>
          ec. Così <foreign lang="fre" rend="italic">hirondelle</foreign>, <emph>pecchia</emph>,
            <foreign lang="fre" rend="italic">abeille</foreign> ec. <emph>struzzolo</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">passereau</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >passerculus</foreign>, <foreign lang="grc">στρουθίον</foreign> ec. <pb ed="aut"
            n="4114"/> Così forse anche nei nomi di piante, come <emph>bietola</emph> ec., e d’altri
          generi di cose naturali, usuali ec. (22. Luglio. 1824.). V. p. 4115.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">κάλως-καλώδιον</foreign>. V. Scap. (22.
          Luglio 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove delle porpore ec. in proposito di <emph>vermiglio</emph>, aggiungi
            <foreign lang="grc">κάλχη</foreign> che è quel donde si fa il colore, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">vermis</foreign>, e <foreign lang="grc">κάλχιον</foreign>
          diminutivo che è quel che si tinge, come <emph>vermiglio</emph>. V. lo Scapula. (22.
          Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Coltare, coltato</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">colo-cultum</foreign>.
          V. la Crusca, e il Gloss. Forcellini, Dizionari franc. e spagn. (23. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Immensus</foreign>, <emph>smisurato</emph> ec. per
            <emph>immensurabile</emph>. (24. Lugl. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Amaricare</emph> frequentativo alla latina, come <emph>fodicare</emph> ec. V. Crus.
          Forcell. ec. ec. (24. Luglio. 1824. Vigilia di S. Giacomo Apost.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">Κὼς</foreign> o <foreign lang="grc"
          >κῶας</foreign> o <foreign lang="grc">κῶος κωΐδιον</foreign> o <foreign lang="grc">κῴδιον,
            κωδάριον</foreign>. <bibl>V. i Lessici</bibl>, e <bibl>
            <author>Luciano</author> opp. 1687. init. Galli, t. 2. p. 158. fine.</bibl> (24. Luglio.
          1824. Vigilia di S. Giacomo Apostolo, mio omonimo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐν ἀρχῇ εὐθὺς τοῦ</foreign>
          </quote> ec. <bibl>
            <author>Luciano</author> ib. p. 165.</bibl> (24. Luglio. 1824. Vigilia di San Giacomo
          Apostolo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Absortar</foreign>
          </quote> da <foreign lang="lat" rend="italic">absorbeo</foreign>. <bibl>
            <author>Cervantes</author>
            <title lang="spa">Novelas exemplares</title>. Milan 1615 p. 733.</bibl> (27. Lugl.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbo diminutivo. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Rado-rasum</foreign>-<emph>raschiare</emph>. (27. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Chorea</foreign>, <emph>carola,
            caroletta</emph>, quasi <foreign lang="lat" rend="italic">choreola</foreign>. V. il
          Forc. e gli etimologisti, e nóta che <emph>carola</emph> è propriamente ballo tondo,
          com’era quello dei <emph>cori</emph>, onde <foreign lang="grc">χορεία, χορεύειν</foreign>,
          e <foreign lang="lat" rend="italic">chorea</foreign> ec. (27. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4115"/> Un notabile esempio di verbo continuativo usato in senso affatto
          continuativo ec. vedilo in <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title lang="lat">de Nat. Deor.</title> 2. 49. fine</bibl>, <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">ut in pastu circumspectent</foreign>
          </quote>. (29. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4114. principio. Così <emph>cornacchia</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
            >corneille</foreign> ec. per <foreign lang="lat" rend="italic">cornix; araneola,
            araneolus</foreign> (v. gli spagnuoli) per <foreign lang="lat" rend="italic">aranea,
            araneus</foreign>; <foreign lang="grc">ἀράχνιον</foreign>; <emph>ranocchio</emph>,
            <foreign lang="fre" rend="italic">grénouille</foreign> ec. per <emph>rana</emph>. (29.
          Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τοσοῦτον ἄρα ἐδέησάν με - ἀπαλλάξαι, ὥστε καὶ -ἐνέβαλον</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. 2. p. 189. fine.</bibl> (29. Luglio. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Inauditus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">qui non audit</foreign>. V. Forc. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Odorus, inodorus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">qui odoratur</foreign>
          ec. (<foreign lang="lat" rend="italic">odorus</foreign> ec. è lo stesso che <foreign
            lang="lat" rend="italic">odoratus</foreign> ec.) in senso abituale. <bibl>V.
              <author>Forcellini</author>
          </bibl>. (2. Agosto, secondo dì del Perdono. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Θαρρῶ τι ποιεῖν</foreign>
          </quote> — mi rincuoro, mi assicuro, ec. di fare una cosa, cioè confido di poterla fare.
            <bibl>V. <author>Lucian.</author> opp. 1687. 2. 226.</bibl> lo Scap. ec. Un altro
          italianismo vedilo <bibl>ib. p. 884. fin.</bibl> dove <quote>
            <foreign lang="grc">ἐπὶ κεφαλαίῳ τῶν πόνων</foreign>
          </quote> credo ben che sia la vera lezione ma falsissima la interpretazione del Grevio, e
          tengo che significhi <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">al cabo de los trabajos</foreign>
          </quote>, come noi pur diciamo <emph>in capo a</emph> o <emph>di</emph>, cioè <emph>in
            termine, alla fine di</emph>. (5. Agos. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Percussare</emph>. Crusca. (6. Agosto. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4089. <foreign lang="lat" rend="italic">Clepo-cleptum</foreign> onde <foreign
            lang="lat" rend="italic">clepso is</foreign>, ben potrebbe esser esso l’origine del gr.
            <foreign lang="grc">κλέπτω</foreign> in vece che viceversa, come <foreign lang="lat"
            rend="italic">apo</foreign> di <foreign lang="grc">ἅπτω</foreign> ec. O se ciò in
            <foreign lang="lat" rend="italic">clepo</foreign> non si ammette, neppure in <foreign
            lang="lat" rend="italic">apo</foreign>, sebbene di questo veggiamo anche in latino il
          continuativo <foreign lang="lat" rend="italic">apto</foreign>, laddove <foreign lang="lat"
            rend="italic">clepto</foreign>, onde <foreign lang="grc">κλέπτω</foreign>, non sarebbe
          stato conservato dai latini. <pb ed="aut" n="4116"/> Del resto <foreign lang="lat"
            rend="italic">clepso is</foreign> potrebb’essere un continuativo anomalo di <foreign
            lang="lat" rend="italic">clepo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >clepsum</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">cleptum</foreign>, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">vexo</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >vexum</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">vectum</foreign> ec. del che
          altrove. (10. Agos. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <title>Dell’amor dei vecchi alla vita</title> v. il capo 118. di <author>Stobeo</author>
            (ed. Gesn.)</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Laus vitae</foreign>
          </quote>, e massime il luogo di Licofrone. (10. Agos. Festa di San Lorenzo Martire.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ τὸ δῆγμα λαθραῖον, ὅσῳ</foreign>
          </quote> (in quanto che, cioè poichè <foreign lang="grc">ἐπεὶ</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ γελῶν ἅμα ἔδακνε</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. 2. p. 236.</bibl> (10. Agos. Festa di San Lorenzo
          Martire. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Vinciturus</foreign>. Forc. in <foreign lang="lat"
            rend="italic">Vinco</foreign> fin. (12. Agosto. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Dissimulatus</foreign> in senso attivo. Forcell. (12.
          Agos. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Reconocido</foreign> per <emph>riconoscente</emph>.
            <foreign lang="spa" rend="italic">Omisso</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >que omite</foreign>, <emph>trascurato</emph>. Nota che il participio di <foreign
            lang="spa" rend="italic">omitir</foreign>, se vi ha questo verbo in ispagnuolo, è
            <foreign lang="spa" rend="italic">omitido</foreign>. <foreign lang="spa">Idea de un
            Principe politico Christiano representada en cien empresas por Don Diego de Saavedra
            Faxardo. Amstelodami</foreign>. <bibl lang="lat">Apud Joh. Janssonium iuniorem 1659. p.
            115. lin. 23</bibl>. <emph>Trascurato, straccurato</emph> ec. per <emph>che suol
            trascurare, negligente</emph> ec. (13. Agosto. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Πωγώνιον</foreign>
          </quote> diminutivo positivato per <foreign lang="grc">πώγων</foreign>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. p. 263. t. 2.</bibl> Anzi è aggiunto all’aggettivo
            <foreign lang="grc">μακρὸν</foreign>. Forse però è disprezzativo, e così, o come un
          diminutivo positivato di <foreign lang="grc">θώραξ</foreign>, intendo nella per
          antecedente verso il fine la parola <foreign lang="grc">θωράκιον</foreign>, piuttosto che
          nel senso distinto che lo Scap. le attribuisce, il quale non debbe esser proprio se non
          degli Scrittori militari, se pur nello Scap. <emph>lorica</emph> sta per arma di uomo, e
          non per riparo murale ec. Vedilo. <foreign lang="grc">Πωγώνιον</foreign> non è dello
          Scapula, nè del Tusano, Budeo, Schrevelio. (13. Agosto. 1824.). <foreign lang="grc"
            >Σωμάτιον</foreign>. V. lo Scap. , Longino sect. 9. p. 24. e quivi il Toup. p. 174. ec.
          (14. Agos. Vigilia dell’Assunta. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4117"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ὅμηρος γάρ μοι δοκεῖ... τοὺς μὲν ἐπὶ τῶν Ἰλιακῶν ἀνθρώπους, ὅσον ἐπὶ
              τῇ δυνάμει, θεοὺς πεποιηκέναι, τοὺς θεοὺς δὲ ἀνθρώπους</foreign>
          </quote>. <bibl>Longin. sect. 9. ed. Toup. Oxon. 1778. p. 21.</bibl> (14. Agos. Vigilia
          dell’Assunzione di Maria Santiss. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">S’enquérir</foreign> (inquirere). Al detto di <foreign
            lang="spa" rend="italic">quaerito</foreign>. (17. Agos. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Vermiglione</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">vermillon</foreign>. Al detto
          di <emph>vermiglio</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbo diminutivo o frequentativo. <foreign lang="fre" rend="italic">Trembloter</foreign>.
          (17. Agos. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Καταρχὰς εὐθὺς</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> init. lib. <title lang="lat">De Gymnas.</title>
          </bibl> (17. Agos. 1824.). <bibl>
            <foreign lang="grc">εὐθὺς ἐν ἀρχῇ</foreign>. t. 2. p. 536.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scappare-scapolare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Uomo ben considerato</emph>
          </quote>, per savio, prudente ec. <bibl>
            <author>Tacit.</author>
            <title lang="lat">Davanz. Stor.</title> l. 3. c. 3.</bibl> (18. Agos. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐξαρχῆς εὐθὺς</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. 2. p. 280.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della pretesa <foreign lang="grc">αὐτοχθονία</foreign> degli ateniesi ed attici, v.
          Luciano l. c. e quivi la nota. (19. Agosto. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Retinere</foreign> per <emph>ricordarsi</emph>, del che
          altrove, è anche dei francesi, e vedi gli spagnuoli. (24. Agos. Vigilia di S. Bartolomeo
          Apostolo. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Delle idee concomitanti annesse a certe parole, del che dico altrove, <bibl lang="fre">v.
              <author>Thomas</author>, <title>Essai sur les Éloges</title>, chap. 7. fin. p. 78.
            oeuvres t. 1. Amst. 1774</bibl>. Dell’influenza della letteratura e filosofia sulla
          lingua, e della formazione della lingua latina <bibl>ib. p. 112-6. chap. 10.</bibl> (25.
          Agosto. Festa di S. Bartolomeo Apostolo. 1824.). e p. 214-215.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4118"/>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Resabido</foreign>, spagnuolo, <emph>saputo,
          saputello</emph> ec. per saccente, cioè sapiente, che sa, ec. V. la Crus. ec. (25. Agos.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Compassione nata dalla bellezza anche verso chi per molti capi non la merita, perpetuata
          anche nella posterità che si stima esser sempre un giudice giusto. Vedi Thomas loc. cit.
          qui dietro, chapitre 26. p. 46-47. (26. Agos. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Delle vicende della lingua francese, <bibl>v. <author>Thomas</author> l. c. chap. 28. p.
            85-97.</bibl> (26. Agosto. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐκτὸς εἰ μὴ</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> opp. 1687. t. 2. p. 306. principio.</bibl> (28. Agosto. 1824.)
          p. 516.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Πλὴν ὅσον</foreign>
          <emph>se non quanto</emph> per <emph>se non che</emph> ec. V. un luogo di Eliodoro nelle
          Var. Lez. del Mureto l. 9. c. 4. Il luogo è delle Etiopiche lib.3. (28 Agos. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Εὐθὺς ἐξ ἀρχῆς</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Senofonte</author>
            <foreign lang="grc">ἀπομνημονευμάτων</foreign> l. 1. cap. 2. par. 39.</bibl> (29.
          Agosto. Domenica. 1824.). <bibl>
            <author>Luciano</author> 2. p. 545.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Pendo-penso as</foreign>, <emph>pesare</emph>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">pesar</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >peser</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Declamitare</foreign>. (31. Agosto. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐν τούτῳ</foreign>
          <emph>in questo, in questa</emph> (avverbio), <foreign lang="spa" rend="italic">en
          esto</foreign>. <bibl>
            <author>Senof.</author> loc. sup. cit. l. 2. c. 1. par. 27. init. Lucian. t. 2. p. 638.
            652.</bibl> (1. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Εὐθὺς</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic">luego</foreign>,
            <bibl>ib. c. 6. par. 32.</bibl> luogo notabile, non inteso dal Leunclavio. (1. Sett.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Perpétuel, éternel</foreign> ec. non sono diminutivi
          positivati, come dico altrove, ma vengono da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >perpetualis, aeternalis</foreign> ec. (2. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐθέλειν</foreign> per <foreign lang="grc">δύνασθαι</foreign> ec.
            <bibl>V. <author>Senofonte</author>
            <foreign lang="grc">ἀπομνημονευμάτων</foreign> l. 3. cap. 12. par. 8. fin. del
          capo.</bibl> (3. Settembre. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Dispettare, rispettare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">respecter</foreign>
          ec. da <foreign lang="lat" rend="italic">despicio despectum</foreign> ec. (3. Settembre.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Osservato</emph> per <emph>osservante</emph>. V. la Crusca. (5. Sett. 1824.
          Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4119"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Observito as</foreign>. Forcellini. (5. Sett. Domenica.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ὡς γὰρ συνελόντι εἰπεῖν, οὐδὲν ἀξιόλογον ἄνευ πυρὸς οἱ ἄνθρωποι τῶν
              πρὸς τὸν βίον χρησίμων κατασκευάζονται</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Socrates</author> ap. <author>Xenoph.</author>
            <foreign lang="grc">ἀπομν</foreign>. IV. 3. 7.</bibl> (7. Sett. Vigilia della Natività
          di Maria Vergine SS. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >primum</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">verbigratia</foreign>, luogo
          notabile. <bibl>
            <author>Senof.</author>
            <foreign lang="grc">ἀπομν</foreign>. IV. 7. 2</bibl> (7. Sett. Vigilia della Natività di
          Maria Vergine Santissima. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A quello che ho detto altrove sul proposito che tra gli antichi felicità e bontà si
          stimavano per lo più o sempre congiunte, e per lo contrario infelicità e malvagità, v. fra
          l’altre cose Senofonte nel fine dei Memorabili e dell’Apologia dove prova che Socrate fu
          fortunato nella morte, mostrando che il provare la sua felicità anche a’ suoi tempi era
          parte e forma di apologia e di lode. E mille altri esempi se ne trovano negli antichi, chi
          ha pratica di loro ed osserva bene. (7. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Cura</foreign> spagn. per <emph>curato</emph>. V. un es.
          simile di Ovid. e altri nel Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Cura</foreign>
          fine. (11. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Curato</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">curé</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">qui curat, curator</foreign>. (11. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ὀλίγου δεῖν</foreign> ec. — <quote>
            <emph>la lunghezza di lei di poco non aggiugne a cento miglia</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Porzio</author>
            <title>Congiura de’ Baroni</title> ec. Lucca 1816. lib.1. p. 35.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐκτὸς εἰ μὴ</foreign>
          </quote>
          <bibl>
            <author>Luciano</author> opp. 1687, t. 2. p. 338. mezzo.</bibl> (15. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della stolta opinione che negli animali la natura sia stata più larga di bellezza a’
          maschi che alle femmine, come è ragione, ma negli uomini per lo contrario, il che è
          assurdo, e nasce questa opinione dalla idea del bello assoluto, e dal credere che
          assolutamente sia bellezza maggiore quella che a noi per cagioni relative par tale, onde
          il donnesco è chiamato il bel sesso, laddove se le sole donne giudicassero, o chi non
          fosse donna nè uomo, chiamerebbe senza dubbio bello il sesso degli uomini maschi, come
          negli altri animali, vedi il <bibl>
            <author>Tasso</author>
            <title>Dial. del Padre di famiglia</title>, opp. Venezia 1735. ec. vol. 7. p.
          379.</bibl> che è prima del mezzo del Dialogo. (15. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἑλκόμενοι τῆς ῥινός</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Luciano</author> opp. 1687. t. 2. p. 342.</bibl> (16. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">Ὀθόνη - ὀθόνιον</foreign>. <bibl>V. ib.
            350.</bibl> e notisi che Luciano è solito usare tali positivazioni. (16. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4120"/>
          <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >primum</foreign>. <bibl>
            <author>Luciano</author> ib. 363. fine</bibl> (19. Sett. Festa di Maria Vergine
          Santissima Addolorata. 1824.) 666. 669. <bibl>
            <author>Plato</author> Lugd. 1590. p. 745. B. 744. G.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sentimenta</emph>. (20. Sett. 1824.). <emph>Vizia, moggia</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sedeo es, sido is — sedo as</foreign>. (21. Sett.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Necessitado</foreign> per
            <emph>bisognoso</emph>,<foreign lang="spa" rend="italic"> que necessita</foreign>. (22.
          Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Verberito as</foreign>. (22. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Lucian.</author> 2. 385.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">παρ' ὅσον</foreign>
          </quote> — <emph>se non quanto, eccetto che</emph>. Male l’interprete. Bene p. 559.
            <foreign lang="grc">παρ' ὅσον</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">nisi quod</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diciamo volgarmente <emph>quanto</emph> per <emph>solo</emph>, come <emph>un po’ d’acqua
            quanto per estinguere la sete</emph> ec. Così in greco <foreign lang="grc"
          >ὅσον</foreign>, e <foreign lang="grc">οὐχ ὅσον</foreign>
          <emph>non solo</emph>. (25. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τῆς ῥινὸς ἕλκεσθαι</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Luciano</author> 2. 389.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Πάντα ἐν βραχεῖ</foreign>
          </quote> — <emph>in breve, brevemente</emph>, (cioè <emph>in una parola, uno verbo</emph>,
          e non <foreign lang="lat" rend="italic">brevi temporis spatio</foreign>, come
          l’interprete) <emph>ogni cosa</emph>. <bibl>
            <author>Luciano</author> 2. 390. 361. 567. e ivi not.</bibl> Di tal frase
          greco-italiana, altrove. (25. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Turbo</foreign>–<foreign lang="fre" rend="italic"
            >tourbillon</foreign>, diminutivo positivato. (29. Sett. Festa di S. Michele Arcangelo.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Simulato, dissimulato</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">disimulado</foreign>
          ec. per <emph>che simula</emph> ec. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> e i Diz. spagnuoli e francesi. (30. Sett. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">For, fatum-fator fataris</foreign>. (1. Ott. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Πλὴν παρ' ὅσον</foreign>
          </quote>
          <emph>se non quanto, eccetto che</emph>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> 2. 455. fine.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Βαστάζω</foreign>
          </quote> — <emph>bastasiare</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">bastaggiator
          oris</foreign>. Voci latino-barbare usitate negli annali antichi e carte antiche pubbliche
          di Recanati, per <emph>facchino</emph> ec. <emph>Basto</emph> sost. viene dalla stessa
          fonte. V. Forc. Gloss. Crus. ec. (3. Ott. Festa di Maria Vergine Santissima del Rosario.
          Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Εὐθὺς ἐν τῇ πρώτῃ ἐπιβάσει</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> 2. 496.</bibl> (4. Ott. 1824. Festa di San Francesco di
          Assisi.). <quote>
            <foreign lang="grc">Εὐθὺς τὸ πρῶτον</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. 500. fine.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Παρ' ὅσον, ἐς ὅσον</foreign>
          </quote> — <emph>in quanto, poichè</emph>. <bibl>
            <author>Lucian.</author> 2. 510. 512.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐν τοσούτῳ</foreign>
          </quote> — <emph>intanto</emph>. <bibl>
            <author>Luciano</author> 2. 507.</bibl> (6. Ottobre. 1824.). 536.557.640.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Storno-stornello</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">étourneau</foreign> —
          (sturnus). V. gli spagnuoli. (8. Ottobre. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ρυτὶς ίδος</foreign> probabilmente diminutivo positivato —
          <emph>ride</emph> (franc.). (10. Ott. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non solo, come ho detto altrove, nessun secolo barbaro si credette esser tale, ma ogni
          secolo si credette e si crede essere il <foreign lang="lat" rend="italic">non plus
          ultra</foreign> dei progressi dello spirito umano, e che le sue cognizioni, scoperte ec. e
          massime la sua civilizzazione difficilmente o in niun modo possano essere superate dai
          posteri, certo non dai passati. (10. Ott. Domenica. 1824.). V. la p. 4124. Così non v’è
          nazione nè popoletto così barbaro e selvaggio che <pb ed="aut" n="4121"/> non si creda la
          prima delle nazioni, e il suo stato, il più perfetto, civile, felice, e quel delle altre
          tanto peggiore quanto più diverso dal proprio. <bibl>V. <author>Robertson</author>
            <title>Stor. d’America</title>, Venez. 1794. t. 2. p. 116. 232-33</bibl>. Così le
          nazioni mezzo civili, o imperfette, anche in Europa ec. E così sempre fu. (15. Ottobre.
          Festa di Santa Teresa di Gesù. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sfidato</emph> per <emph>diffidente</emph>. Crusca. (22. Ottobre. 1824.).
            <emph>Provveduto</emph> per <emph>provvido, provvidente</emph>. <bibl>
            <author>Pandolfini</author>, Mil. 1811. p. 114. 169.</bibl> e altrove, sebbene non così
          formalmente o evidentemente. <bibl>V. la Crusca.</bibl> (22. Ott. 1824.).
          <emph>Biasimato</emph> per <emph>biasimevole</emph>. <bibl>
            <author>Pandolfini</author> p. 194.</bibl> (24. Ottobre. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Τρίβων-τριβώνιον</foreign>. (25. Ott. 1824.). <foreign lang="grc"
            >Μηλέα μηλὶς ίδος</foreign>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τὸ μὲν πρῶτον εὐθὺς ἐλθοῦσαν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Luciano</author>, o di chiunque è il Dialogo, <title lang="lat">in
            Fugitivis</title>, t. 2. opp. p. 595.</bibl> (26. Ott. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Οὐτωσὶ</foreign> ridondante, nel significato e modo che noi pur
          diciamo, massime toscanamente <emph>così</emph>, del che mi pare aver detto anche altrove;
            <bibl>vedi <author>Luciano</author>, o chiunque è l’autore, nei
            <title>Fuggitivi</title>, t. 2. opp. p. 598.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Presumido</foreign> per <emph>presuntuoso</emph>. (28.
          Ott. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della pretesa <foreign lang="grc">αὐτοχθονία</foreign> degli Ateniesi vedi <bibl>
            <author>Goguet</author>
            <title>Origine</title> ec. ed. di Lucca 1761. p. 52. not. a. tom.1.</bibl> (7. Novembre.
          Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della invenzione dell’uso del fuoco, della quale ho parlato altrove, quanto fosse
          difficile e tarda ec. <bibl>v. <author>Goguet</author> loc. cit. qui sopra, p.
          58-60.</bibl> (7. Nov. Domenica. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Succus</foreign>,
            <emph>succo-succhio</emph>. (10. Nov. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Risentito, sentito</emph> in senso neutro. V. la Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ μάλιστα ὅσῳ</foreign>
          </quote> ec. — <emph>massime in quanto o in quanto che</emph> ec. <bibl>
            <author>Luciano</author> 2. 634.</bibl> (12. Nov. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Issuto, essuto</emph>, antichi participii italiani per <emph>stato</emph> del verbo
            <emph>essere</emph>. Aggiungansi al detto altrove di <emph>suto, sido</emph> ec. (14.
          Nov. Festa della B. Vergine del Patrocinio. 1824. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Rastrum</foreign>–<emph>rastello</emph> ec. (14. Nov. Festa del Patrocinio di Maria
          Santissima. 1824. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Scossare</emph>
          </quote> da <emph>scuotere</emph>. <bibl>
            <author>Poliziano</author>
            <title>Orfeo</title> atto I, ed. dell’Affò, verso 14.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Esoso</emph> in senso attivo. <bibl>
            <author>Guicciard.</author> 4. p. 373</bibl>. <bibl>V. Forc.</bibl>ec. (17. Nov. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4122"/>
          <emph>Altro</emph> per <emph>niuno</emph>. <bibl>
            <author>Guicciard.</author> 4. 378. 389</bibl>. <bibl>
            <author>Casa</author>
            <title>Galateo</title> capo 1. fine. opp. Ven. 1752. t. 3. p. 239.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Deficere</foreign>–<emph>difettare</emph>. (19. Nov.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐφόδιον</foreign>–<emph>fodero</emph>, usato, in senso di provvisione
          di città o piazza per assedio, anche dal <bibl>
            <author>Botta</author> nella <title>Storia d’Italia</title> libro 7. Ital. 1824. tom.1.
            p. 514.</bibl> (19. Nov. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Abundado</foreign>, voce antica spagnuola per
            <emph>abbondante</emph>. <bibl>
            <author>Saavedra Faxardo</author>, <title>Idea de un principe politico
            Christiano</title>, Amsterdam 1659. in 16.<hi rend="apice">mo</hi> p. 655. 663.
          bis.</bibl> (20. Nov. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Implicitus, implicatus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Implicito as</foreign>. (24. Nov. Festa di San Flaviano
          Protettore di Recanati. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Nepeta</foreign> lat. —
            <emph>nepitella</emph> ec. ital. , <foreign lang="lat" rend="italic"
            >aratrum</foreign>–<emph>aratolo</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>nessuno</emph> o ridondante. <bibl>
            <author>Guicc.</author> 4. 398</bibl>. Di quella <emph>altra</emph> (cioè niuna)
            <emph>dichiarazione</emph>
          <bibl>v. la pag. preced. di esso <author>Guicc.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Privus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >privatus</foreign>, participio. <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">privus</foreign> fine.</bibl> (30. Nov. Festa di S. Andrea. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Vilipeso</emph> per <emph>disprezzabile</emph>. <bibl>Crusca</bibl>. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Contemtus</foreign> nello stesso senso. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Liceor-licitor</foreign>. (5. Dic. Domenica. 1824.).
            <foreign lang="lat" rend="italic">Solito as</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dell’italianismo <quote>
            <foreign lang="grc">ἐκτὸς εἰ μὴ, πλὴν εἰ μὴ</foreign>
          </quote> ec. dove il <foreign lang="grc">μὴ</foreign> ridonda, vedi <bibl>
            <author>Luciano</author>, Soloeicist. opp. 1687. t. 2. p. 748. nota 1. del
          Grevio.</bibl> (6. Dic. 1824. ottava dell’anniversario della morte di mia nonna.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Gli occhi infra ’l mare sospinse</emph>
          </quote> (stando sul lido), cioè <emph>nel mare</emph>. <bibl>
            <author>Bocc.</author>
            <title>Novella di Mad. Beritola e dei cavriuoli</title>. 30. nov. scelte, Ven. 1770. p.
            68.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Andava disposto di fargli vituperosamente morire</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Bocc.</author> loc. cit. p. 76.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Trasandato</emph> per negligente, che trasanda. (8. Dic. Concezione di Maria V.
          Santiss. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Μηρὸς-μηρίον</foreign>, diminutivo positivato, (9. Dic. Vigilia della
          Venuta della S. Casa di Loreto. 1824.), poetico. <foreign lang="grc"
          >Ἴχνος-ἴχνιον</foreign>. (10. Dic. Festa della Venuta. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Pseudo-Luciano</author> nella fine del <title lang="lat">Philopatris</title>
          </bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">ἐδυσχέραινον γὰρ τί τοῖς τέκνοις καταλιπεῖν</foreign>
          </quote> per <foreign lang="grc">καταλίποιμι</foreign>. Italianismo. (13. Dic. 1824.). V.
          la p. 4163. capoverso 5.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>alcuna cosa</emph> o per <emph>nulla</emph> in senso di
            <foreign lang="lat" rend="italic">aliquid</foreign>. <bibl>V. la Crus. in
            <emph>Altro</emph> par. 1.</bibl> e <bibl>
            <author>Bocc.</author> 30. nov. scelte Ven. 1770. p. 173. principio.</bibl> (18. Dic.
          1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Germen</foreign>-<emph>germoglio</emph>, <emph>germogliare</emph> ec. V. gli spagnuoli e
          il Gloss. ec. <foreign lang="fre" rend="italic">Rejet-rejeton</foreign> ec. (23. Dic.
          Antivigilia di Natale. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4123"/>
          <foreign lang="grc">Κλείω-κλεΐζω, κληΐζω, κλῄζω</foreign>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="grc">Βωμίον</foreign> per <foreign lang="grc"
          >βωμὸς</foreign> in <bibl>
            <author>Luciano</author>, <title>Tragopodagr.</title> p. 812. lin.14.</bibl> se non è
          sbaglio di <foreign lang="grc">βωμίοις</foreign> per <foreign lang="grc">βωμοῖς</foreign>,
          come pare in fatti che voglia il metro, (25. Dic. dì di Natale. 1824.), poichè non credo
          che ivi <foreign lang="grc">Βωμίοις</foreign> sia aggettivo ed <foreign lang="grc"
            >ἐμπύροις</foreign> sostantivo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sfondare-sfondolare</emph> coi derivati ec. (30. Dic. 1824.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Conviso is</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Soverchiare, soperchiare</emph>, quasi <foreign lang="lat" rend="italic"
          >superculare</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic">supero as</foreign> che vale
          lo stesso. V. il Glossario ec. (2. Gen. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Pesado</foreign> per <emph>pesante</emph>. E <bibl>v. la
            Crus. in <emph>pesato</emph>.</bibl> (3. Gen. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">&gt;Honoratus, honorate</foreign> per
            <emph>onorevole, onorevolmente</emph>, come in italiano.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Honorus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >honoratus</foreign> in senso di <foreign lang="lat" rend="italic">honorabilis
            honorificus</foreign>. (10. Gen. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che gli uomini siano più inclinati al timore che alla speranza, o provino almeno assai
          più spesso quello che questa, si può anche dedurre dal considerar la grande abbondanza di
          parole che hanno le lingue (almeno quelle che io conosco, e in particolare il greco, il
          latino lo spagnuolo l’italiano e l’inglese) per esprimere il timore, il temere, lo
          intimorire, lo spaventoso, il timoroso, ec. e i suoi diversi gradi qualità ec. laddove
          esse lingue non hanno che una parola o al più due per esprimere la speranza, lo sperare
          ec. e queste stesse voci sono originariamente di significato comune anche al timore,
          perchè significano solo l’aspettazione del futuro, e però anche del male, in latino in
          greco, in italiano in ispagnuolo (anche nello spagnuolo moderno) e credo anche in francese
          e forse pure in inglese antico, del che ho detto altrove. (21. Gennaio. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Corpusculum</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">corpus</foreign>, come <foreign lang="grc">σωμάτιον</foreign> per <foreign
            lang="grc">σῶμα</foreign>. <bibl>V. l’indice dei <title>Papiri diplomatici</title> del
              <author>Marini</author>
          </bibl>. (22. Gennaio. 1825.). <bibl>V. anche <author>Longin.</author> sect. 9. e ivi il
            Toup.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="spa" rend="italic">Caudillo</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Εὐθὺς ἐν τῇ εἰσβολῇ τῶν νόμων</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Longin.</author> sect. 9. 38.</bibl> (3. Feb. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Digiuna</emph> (<foreign lang="lat">ieiunia</foreign>), cioè le 4 tempora (<bibl>v.
            Crus. in <emph>Digiune</emph>
          </bibl>). <bibl>
            <author>Dino Compagni</author>
            <title>Cron.</title>
            <pb ed="aut" n="4124"/> ed. Pisa. 1818. p. 98.</bibl> (6. Feb. Domenica penultima di
          Carnevale. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἔξω</foreign>
          </quote> per <emph>eccetto</emph>. <bibl>
            <author>Longino</author> sect. 34.</bibl> (8. Feb. 1825.). <quote>
            <foreign lang="grc">ἐκτὸς</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Plat.</author>
            <title>Gorg.</title> p. 328. D. opp. ed. Astii.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign>
          </quote> per <foreign lang="spa" rend="italic">luego</foreign> ec. <bibl>
            <author>Procopio Gazeo</author>
            <title lang="lat">Proem. scholior.</title> in 1. Reg. in Meurs. opp. t. 8.</bibl> (11.
          Feb. 1825.). <bibl>
            <author>Platone</author>
            <title>Gorg.</title> p. 322. D. 354. D. opp. ed. Astii.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Corpusculum</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">corpus</foreign>, sebbene con qualche significanza diminutiva o
          dispregiativa. S. Girolamo <bibl>ap. <author>Menag.</author>
            <title lang="lat">ad Laert.</title> VI. 38</bibl> (13. Feb. ultima Domenica di
          Carnevale. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A proposito di quello che altrove ho detto (p. 4120-1.) della opinione avuta da tutti i
          secoli (e così dalle nazioni) anche i più barbari, di essere superiori in civiltà, in
          perfezione, anche in letteratura (benchè ignorantissimi), a tutti i secoli precedenti, e a
          ciascun d’essi, anche civilissimo e letteratissimo, vedi un bel luogo del Petrarca, citato
          e tradotto elegantemente da <bibl>
            <author>Perticari</author> nel <title>Trattato degli Scrittori del 300</title>, lib. 1.
            capit. 16. p. 92. 93.</bibl> (14. Feb. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐξ ἀρχῆς</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >rursus</foreign>, appunto come noi <emph>da capo</emph> (che altrimenti si disse <foreign
            lang="grc">πάλιν ἐξ ἀρχῆς</foreign>). <bibl>V. <author>Flegone</author>
            <title lang="lat">de Mirabil.</title> c. 1. ap. <author>Meurs.</author> opp. t. 7. col.
            81. lin.32-3. 62</bibl>. Dissero i nostri antichi anche di <emph>ricapo</emph>. <bibl>V.
            anche <author>Arrian.</author>
            <title>Alexand.</title> l. 5. c. 27. par. 14</bibl>. Dissero ancora <foreign lang="grc"
            >αὖθις ἐξ ἀρχῆς</foreign>, come ha lo stesso <bibl>
            <author>Arriano</author> l. 5. c. 26. par. 6.</bibl> ovvero <foreign lang="grc"
          >ἐξαρχῆς</foreign> unito, come in Demost. <foreign lang="grc">αὖθις ἐξαρχῆς</foreign>.
          Tusano. (15. Feb. ultima di Carnevale. 1825.). V. le mie Observationes a Flegone loc. cit.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> ridondante. Ricordano Malespini <bibl>
            <title>Cronica o Storia Fiorentina</title> ed. Fir. 1816. di <author>Vincenzio
            Follini</author>, p. 219. nota 2. al capitolo 12.</bibl>
          <quote>
            <emph>Ora incomincieremo a dire delle divisioni grandi le quali vennono in Roma tra il
              popolo minuto e gli ALTRI maggiori</emph>
          </quote> (cioè i grandi, i potenti, gli ottimati, i reggenti) <quote>
            <emph>di Roma</emph>
          </quote>. Appunto alla greca. (17. Feb. primo Giovedì di Quaresima 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Σωμάτιον</foreign>
          </quote> per <foreign lang="grc">σῶμα</foreign>. <bibl>
            <author>Apollon. Dyscol.</author>
            <title lang="lat">Histor. commentit.</title> c. 3.</bibl> due volte, dove anche 2 volte
            <foreign lang="grc">σῶμα</foreign> indifferentemente e col senso stesso. (17. Feb.
          1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Anche i greci dissero (almeno in tempi alquanto bassi) <quote>
            <foreign lang="grc">ὠτάριον</foreign>
          </quote>
          <foreign lang="lat" rend="italic">auricula</foreign> per <foreign lang="grc">οὖς</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">auris</foreign>. <bibl>V. <author>Apollon.
            Dysc.</author> l. c. c. 28.</bibl> ex Aristot. <bibl>V. anche lo Scap. in <foreign
              lang="grc">ὠτάριον</foreign> e <foreign lang="grc">ὠτίον</foreign>
          </bibl>. <bibl>Vedi pure il Gloss. se ha nulla.</bibl> (17. Feb. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Le prime sillabe di <foreign lang="fre" rend="italic">chri-stianisme</foreign> e di
            <foreign lang="fre" rend="italic">cry-pte</foreign> si pronunziano al modo stessissimo.
          Perchè dunque sì diversamente scrivonsi? Ciò non accade certo in italiano (dove, eccetto
          alcuni pochissimi casi in cui si scrive diversamente per distinzione, come
          <emph>ho</emph>, — <emph>o</emph>, quel che è diversamente scritto, diversamente sempre si
          pronunzia, e viceversa) e non è da credersi che accadesse nè in latino nè in greco. Questo
          è un altro dei principali difetti <pb ed="aut" n="4125"/> che può avere un’ortografia, che
          le parole o sillabe ugualmente pronunziate, diversamente si scrivano; e viceversa che le
          ugualmente scritte si pronunzino diversamente. Il che per ambe le parti accade spessissimo
          in francese in inglese ec. e anche in ispagnuolo. (18. Feb. 1. Venerdì di Quaresima
          1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Trovasi nella storia commentizia d’Apollonio Discolo cap. 24. un tratto il quale fa
          credere che anche gli antichi conoscessero quella razza d’uomini detti <emph>mori
          bianchi</emph>, della quale <bibl>v. <author>Voltaire</author>
            <title>opere scelte</title>, Londra (Venezia) 1760. in 3. tomi, tom.5, p. 113<note
              resp="aut" n="a" place="foot">
              <bibl>V. <title lang="fre">Hist. de l’Acad. des Sciences</title>, an. 1734. p. 20-23.
                t. I. ed. d’Amsterdam in 12.<hi rend="apice">o</hi>
              </bibl>
            </note>.</bibl> e <bibl>
            <author>Robertson</author>
            <title>Stor. d’Amer.</title> Ven. 1794. tom. 2. p. 125. seg.</bibl> e che questa razza
          si trovasse anche in Europa. Vi si cita Eudosso rodio. V. anche Plin. Buffon ec. se hanno
          cosa in proposito. (18. Feb. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Σμηνίον</foreign> diminutivo per <foreign lang="grc">σμῆνος</foreign>
          Scap. Così in <bibl>
            <author>Apollon.</author> loc. sup. cit. c. 44.</bibl>
          <foreign lang="grc">σμηνιῶνος</foreign>, dove forse s’ha a leggere <foreign lang="grc"
            >σμηνίωνος</foreign> da <foreign lang="grc">σμηνίων</foreign> diminutivo V. i grammatici
          i Lessici e Aristotele nel luogo quivi cit. dall’aut. e dal Meurs.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi attivi richiedenti l’accusativo, usati col genitivo al modo italiano, francese ec.
          (come <emph>mangiar del pane, prendere della tersa</emph>). <bibl>V. <author>Antigono
              Caristio.</author>
            <title lang="lat">Hist. mirabil.</title> c. 40. 41. 44. 56. fine.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nel detto Antigono c. 56. pare che si trovi <foreign lang="grc">καινὸν</foreign> usato
          avverbialmente per <emph>di nuovo</emph>. Il luogo è corrotto e bisogna vederlo nelle ult.
          edizioni. (20. Feb. Domenica. 1825).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati <foreign lang="grc">ἤρυγγον-ἠρύγγιον</foreign>. <bibl>V.
              <author>Meurs.</author>
            <title lang="lat">ad Antig. Caryst. Mirabil.</title> cap. 115.</bibl>
          <foreign lang="grc">Κώρυκος-κωρυκὶς</foreign>. Scap. <foreign lang="grc"
          >Πετρίδιον</foreign>. V. Scap. et Antigon. l. c. cap. 174.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τιθέναι</foreign>
          </quote> per <foreign lang="lat" rend="italic">efficere, reddere</foreign>, come in
          ispagnuolo <foreign lang="spa" rend="italic">poner</foreign>, del che altrove, <bibl>v.
              <author>Plat.</author>
            <title>Gorgia</title>, opp. ed. Astii, tom.1. p. 360. lin. 24.</bibl> (27. Feb. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Mille-mila</emph> plur. da <foreign lang="lat" rend="italic">millia</foreign>: e
          così <emph>miglio miglia</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Gerere</foreign> — <emph>belli-gerare,
          fami-gerare</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> ridondante. Ricordano Malispini <bibl>
            <title>Stor. Fior. Firenze</title> 1816. c. 96. fine</bibl>. Il <bibl>
            <author>Villani</author> nel luogo parallelo lib.5. c. 33.</bibl> omette
          <emph>altri</emph>. (3. Marzo. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐμβαλοῦσα εἰς κύλικα τοῦ φαρμάκου</foreign>
          </quote>, il genitivo per l’accusativo. <bibl>
            <author>Herodian.</author>
            <title lang="lat">Histor.</title> lib.1. ed. Lugd. 1611. p. 50.</bibl> (5. Marzo.
          1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="grc">Ἀτμὸς-ἀτμὶς ίδος</foreign>. <bibl>
            <author>Scap.</author>
          </bibl> ed <bibl>
            <author>Erodiano</author> l. c. p. 13. fin.</bibl>
          <foreign lang="grc">ὅρος-ὅριον</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Σωμάτιον</foreign>
          </quote> per <foreign lang="grc">σῶμα</foreign> (come dice poco dopo). <bibl>
            <author>Erodiano</author>
            <title lang="lat">Histor.</title> l. 2. init.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4126"/>
          <foreign lang="grc">Χωρὶς, ἄνευ</foreign> per <emph>oltre</emph>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">praeter</foreign>, come il nostro <emph>senza</emph>, e il franc. <foreign
            lang="fre" rend="italic">sans</foreign>, e <foreign lang="fre" rend="italic">à
          moins</foreign> e lo spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">sin</foreign> e <foreign
            lang="spa" rend="italic">a men</foreign> (o <foreign lang="spa" rend="italic"
          >amen</foreign>) <foreign lang="spa" rend="italic">de</foreign> ec. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author>
          </bibl> se ha nulla ec. (8. Mar. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ferramenta, vasellamenta</emph>, e simili, da’ nomi in <emph>ento</emph>.
            <emph>Comandamenta</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dalla mia teoria del piacere séguita che l’uomo e il vivente anche nel momento del
          maggior piacere della sua vita, desidera non solo di più, ma infinitamente di più che egli
          non ha, cioè maggior piacere in infinito, e un infinitamente maggior piacere, perocchè
          egli sempre desidera una felicità e quindi un piacere infinito. E che l’uomo in ciascuno
          istante della sua vita pensante e sentita desidera infinitamente di più o di meglio di ciò
          ch’egli ha. (12. Marzo. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Discordato per discordante, discorde.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Cinta</emph> plurale di <emph>cinto</emph>. Ricordano Malespini c. 162.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa l’origine, se non della religione (cioè dell’opinione della divinità), almeno del
          culto, dal timore <bibl>v. nell’<title lang="fre">Abrégé de l’origine de tous les cultes,
              par Dupuis</title>. Parigi 1821. chap. 4. p. 86-93.</bibl> come quasi tutti i popoli
          avendo ammesso due principii, due generi di divinità, le une buone e benefiche, le altre
          cattive e malefiche, i più selvaggi riducevano o riducono del tutto o principalmente il
          loro culto alle seconde, ed alcuni anche le stimavano più potenti delle prime, laddove i
          più civilizzati, (come i Greci nella favola dei Giganti) hanno supposto il principio
          cattivo vinto e sottomesso dal buono. (19. Marzo. 1825. Festa di S. Giuseppe.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Improvviso</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic">qui non providit</foreign>,
          o <foreign lang="lat" rend="italic">non providet</foreign>, <emph>sprovvisto</emph> (e
          questo ancora è piuttosto per <emph>chi non ha provvisto</emph> che per <emph>chi non si è
            o non è provvisto</emph>, e così <emph>sprovveduto</emph>). Ricordano Malespini.
            <bibl>Fir. 1816. c. 49. p. 44. fine. c. 168. p. 134.</bibl>
          <emph>non provveduto</emph> nello stesso senso. Ricordano <bibl>c. 198. G. Vill. l. 7. c.
            24.</bibl>
          <bibl>V. Forc. Crusca</bibl> ec. (21. Marzo. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Gioia-gioiello</emph>, <foreign lang="eng" rend="italic">jewel</foreign> (ingl.).
          Vedi Franc. Spagn. ec. <foreign lang="eng" rend="italic">Bush</foreign> (ingl.) — <foreign
            lang="fre" rend="italic">buisson</foreign>. V. i Diz. franc.</p>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Porfiado</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic"
            >que porfia</foreign>. <emph>Profuso</emph> per <emph>che profonde</emph>. V. Crus.
          Forc. spagn. franc. ingl.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Obliviscor</foreign> da un perduto verbo <foreign
            lang="lat" rend="italic">oblivio</foreign>-<emph>obbliare</emph> per
          <emph>obbliviare</emph>, mangiato il <emph>v</emph> al solito, e congiunti i due
          <emph>i</emph> in uno, come <emph>obblio</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >oblivium</foreign>. V. Forc. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sporgere — sportare</emph>. (23. Marzo. 1825.). Che <foreign lang="lat"
            rend="italic">porto as</foreign> venga da <pb ed="aut" n="4127"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">porrigo</foreign>, contratto il suo <foreign lang="lat"
            rend="italic">porrectus</foreign> in <foreign lang="lat" rend="italic">portus</foreign>
            (<bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> ec.) come appresso di noi (<emph>porgere — pórto, sporgere — spórto</emph>), e
          come <foreign lang="lat" rend="italic">perrectus</foreign> è contratto in <foreign
            lang="lat" rend="italic">pertus</foreign> nel <foreign lang="spa" rend="italic"
            >despierto</foreign> e <foreign lang="spa" rend="italic">despertar</foreign> spagn. da
            <foreign lang="lat" rend="italic">espergiscor</foreign>, del che abbiamo detto altrove?
          (24. Marzo. Vigilia dell’Annunziazione di Maria SS. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Bollito</emph> per <emph>bollente. Fiorito</emph> per <emph>fiorente</emph>:
            <emph>florido</emph> spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">fleuri</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Particolare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">particulier</foreign> ec.
          (come <foreign lang="fre" rend="italic">chose particulière</foreign> ec.) si dice spesso
          per <emph>singolare, straordinario, non comune</emph> ec. V. questo medesimo uso del greco
            <foreign lang="grc">ἴδιος</foreign> nelle mie osservazioncelle sugli autori greci
            <foreign lang="lat" rend="italic">de mirabilibus</foreign> meursiani, p. 9. linea 6. di
          esse osservazioni e la giunta fattavi in un polizzino. (27. Marzo 1825. Domenica delle
          Palme.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Detenido</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic"
            >que se detiene, cunctator (otro detenido Fabio)</foreign>, e così <emph>ritenuto</emph>
          ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Reprimo is</foreign> — <foreign lang="spa" rend="italic"
            >repressar</foreign> spagn.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ciascun vizio per se senza altra cagione</emph> (cioè senza estrinseca cagione,
          senza cagione alcuna di fuori di lui). <bibl>
            <author>Casa</author>
            <title>Galat.</title> c. 28. opp. Ven. 1752. t. 3. p. 298.</bibl> (29. Marzo. Martedì
          Santo. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="fre" rend="italic">Vallon</foreign> franc.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Senza altro pane o biada</emph>
          </quote> per <emph>senza punto di pane o biada</emph>. <bibl>
            <author>G. Villani</author> l. 7. c. 7.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Arrojado hombre</foreign>, <emph>Uomo avventato</emph>.
          (2. Apr. Sab. Santo. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">D. Le plaisir est-il l’objet principal et immédiat de notre
              existence, comme l’ont dit quelques philosophes? R. Non: il ne l’est pas plus que la
              douleur; le plaisir est un encouragement à vivre, comme la douleur est un repoussement
              à mourir. D. Comment prouvez-vous cette assertion? R. Par deux faits palpables: l’un,
              que le plaisir, s’il est pris au-delà du besoin, conduit à la destruction: par
              exemple, un homme qui abuse du plaisir de manger ou de boire, attaque sa santé, et
              nuit à sa vie. L’autre, <pb ed="aut" n="4128"/> que la douleur conduit quelquefois à
              la conservation: par exemple un homme qui se fait couper un membre gangrené, souffre
              de la douleur, et c’est afin de ne pas périr tout entier</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <author>Volney</author>, <title>La loi naturelle, ou Catéchisme du citoyen
            français</title>, chap. 3. à la suite <title>des Ruines (Les Ruines) ou Méditation sur
              les Révolutions des Empires</title>, par le même auteur, 4.<hi rend="apice">me</hi>
            édition. Paris 1808. p. 359-360</bibl>. Bisogna distinguere tra il fine della natura
          generale e quello della umana, il fine dell’esistenza universale, e quello della esistenza
          umana, o per meglio dire, il fine naturale dell’uomo, e quello della sua esistenza. Il
          fine naturale dell’uomo e di ogni vivente, in ogni momento della sua esistenza sentita,
          non è nè può essere altro che la felicità, e quindi il piacere, suo proprio; e questo è
          anche il fine unico del vivente in quanto a tutta la somma della sua vita, azione,
          pensiero. Ma il fine della sua esistenza, o vogliamo dire il fine della natura nel
          dargliela e nel modificargliela, come anche nel modificare l’esistenza degli altri enti, e
          in somma il fine dell’esistenza generale, e di quell’ordine e modo di essere che hanno le
          cose e per se, e nel loro rapporto alle altre, non è certamente in niun modo la felicità
          nè il piacere dei viventi, non solo perchè questa felicità è impossibile (Teoria del
          piacere), ma anche perchè sebbene la natura nella modificazione di ciascuno animale e
          delle altre cose per rapporto a loro, ha provveduto e forse avuto la mira ad alcuni
          piaceri di essi animali, queste cose sono un nulla rispetto a quelle nelle quali il modo
          di essere di ciascun vivente, e delle altre cose rispetto a loro, risultano
          necessariamente e costantemente in loro dispiacere; sicchè e la somma e la intensità del
          dispiacere nella vita intera di ogni animale, passa senza comparazione <pb ed="aut"
            n="4129"/> la somma e intensità del suo piacere. Dunque la natura, la esistenza non ha
          in niun modo per fine il piacere nè la felicità degli animali; piuttosto al contrario; ma
          ciò non toglie che ogni animale abbia <emph>di sua natura</emph> per necessario, perpetuo
          e solo suo fine il suo piacere, e la sua felicità, e così ciascuna specie presa insieme, e
          così la università dei viventi. Contraddizione evidente e innegabile nell’ordine delle
          cose e nel modo della esistenza, contraddizione spaventevole; ma non perciò men vera:
          misterio grande, da non potersi mai spiegare, se non negando (giusta il mio sistema) ogni
          verità o falsità assoluta, e rinunziando in certo modo anche al principio di cognizione,
            <foreign lang="lat" rend="italic">non potest idem simul esse et non esse</foreign>.
          Un’altra contraddizione, o in altro modo considerata, in questo essere gli animali
          necessariamente e regolarmente e per natura loro e per natura universale,
          <emph>infelici</emph> (essere — infelicità, cose contraddittorie), si è da me dichiarata
          altrove.</p>
        <p>Del resto l’argomento di Volney vale egualmente contro quello che egli dice essere <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">le but immédiat et direct de la nature</foreign>
          </quote> (intenderà, credo, la natura dell’uomo), cioè <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">la conservation de soimême</foreign>
          </quote>, (negando espressamente che <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">le bonheur</foreign>
          </quote> sia <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">le but immédiat et direct de la nature</foreign>
          </quote>, bensì <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">un objet de luxe, surajouté à l’objet NÉCESSAIRE ET
              FONDAMENTAL de la conservation</foreign>
          </quote>). Poichè, dato ancora, che è falsissimo, che la propria conservazione sia
          l’oggetto immediato e necessario della natura dell’animale, certo essa non lo è della
          natura universale, nè di quella degli altri animali rispetto a ciascuno di loro (il che
          dee servire anche per il detto <pb ed="aut" n="4130"/> di sopra). Anzi il fine della
          natura universale è la vita dell’universo, la quale consiste ugualmente in produzione
          conservazione e distruzione dei suoi componenti, e quindi la distruzione di ogni animale
          entra nel fine della detta natura almen tanto quanto la conservazione di esso, ma anche
          assai più che la conservazione, in quanto si vede che sono più assai quelle cose che
          cospirano alla distruzione di ciascuno animale che non quelle che favoriscono la sua
          conservazione; in quanto naturalmente nella vita dell’animale occupa maggiore spazio la
          declinazione e consumazione ossia invecchiamento (il quale incomincia nell’uomo anche
          prima dei trent’anni) che tutte le altre età insieme (<bibl>v. <title>Dial. della natura e
              di un Islandese</title>, e <title>Cantico del Gallo silvestre</title>
          </bibl>), e ciò anche in esso animale medesimo indipendentemente dall’azione delle cose di
          fuori; in quanto finalmente lo spazio della conservazione cioè durata di un animale è un
          nulla rispetto all’eternità del suo non essere cioè della conseguenza e quasi durata della
          sua distruzione. Similmente mille cose e mille animali che non hanno in niun modo per fine
          la conservazione di un tale animale, hanno bensì una tendenza assoluta a distruggerlo, o
          per la conservazione propria o per altro. E ciò s’intenda di individui e di specie. E il
          numero di tali individui o specie animali o no, tendenti naturalmente alla distruzione di
          una qualsisia specie o individuo di animale (siccome di quelle tendenti al suo dispiacere)
          è maggiore di quello tendente alla sua conservazione (siccome al suo piacere).</p>
        <p>Del resto che il fine naturale dell’animale non sia la propria conservazione direttamente
          e immediatamente cioè per causa di se medesima, <pb ed="aut" n="4131"/> si è dimostrato
          nel Dial. di un Fisico e un Metafisico. L’uomo ama naturalmente e immediatamente solo il
          suo bene, e il suo maggior bene, e fugge naturalmente e immediatamente solo il suo male e
          il suo maggior male: cioè quello che per tale egli giudica. Se gli uomini preferiscono la
          vita a ogni cosa, e fuggono la morte sopra ogni cosa, ciò avviene solo perchè ed in quanto
          essi giudicano la vita essere il loro maggior bene (o in se, o in quanto senza la vita
          niun bene si può godere), e la morte essere il loro maggior male. Così l’amor della vita,
          lo studio della propria conservazione, l’odio e la fuga della morte, il timore di essa e
          dei pericoli d’incontrarla, non è nell’uomo l’effetto di una tendenza immediata della
          natura, ma di un raziocinio, di un giudizio formato da essi preliminarmente, sul quale si
          fondano questo amore e questa fuga; e quindi l’una e l’altra non hanno altro principio
          naturale e innato, se non l’amore del proprio bene il che viene a dire della propria
          felicità, e quindi del piacere, principio dal quale derivano similmente tutti gli altri
          affetti ed atti dell’uomo. (E quel che dico dell’uomo intendasi di tutti i viventi).
          Questo principio non è un’idea, esso è una tendenza, esso è innato. Quel giudizio è
          un’idea, per tanto non può essere innato. Bensì egli è universale, e gli uomini e gli
          animali lo fanno naturalmente, nel qual senso egli si può chiamar naturale. Ma ciò non
          prova che egli sia nè innato nè vero. P. e. l’uomo crede e giudica naturalmente che il
          sole vada da oriente a occidente, e che la terra non si muova: tutti i fanciulli, tutti
          gli uomini che veggano da prima il fenomeno del <pb ed="aut" n="4132"/> giorno e che vi
          pongano mente, (se non sono già preoccupati dalla istruzione) concepiscono questa idea,
          formano questo giudizio, ciò immantinente, ciò immancabilmente, ciò con loro piena
          certezza: questo giudizio è dunque naturale e universale, e pure non è nè innato (perocchè
          è posteriore alla esperienza dei sensi, e da essa deriva), nè vero, perocchè in fatti la
          cosa è al contrario. Così di mille altri errori e illusioni, mille falsi giudizi, in cose
          fisiche, e più in cose morali, naturali, universali, immancabilmente concepiti da tutti, e
          ciò con piena certezza di persuasione, e la cui naturalità e universalità non per tanto
          non prova per niente la loro verità nè il loro essere innati. Conchiudo che l’amore e
          studio della propria conservazione non è nell’uomo una qualità ec. immediata, ma derivante
          dall’amore della propria felicità (che è veramente immediato), e derivantene per mezzo di
          un’idea, di un giudizio (e questo falso), il quale mancando o cangiandosi, l’uomo manca
          dell’amore della propria conservazione, lo converte in odio della medesima, fugge la vita,
          segue la morte; il che egli non fa nè può fare mai, nè pure un momento, verso la sua
          propria felicità, ossia piacere, da un lato, e la sua propria infelicità dall’altro; nè
          anche quando egli sia pazzo e furioso; nel quale stato bene egli talvolta volontariamente
          si uccide, ma non lascia mai di amare sopra ogni cosa e proccurare altresì quello che egli
          giudica essere sua felicità, e sua maggiore felicità. (5-6. Aprile. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sa-v-ona</emph>. Molti antichi, come G. Villani (per es. l. 7. c. 23.)
          <emph>Sa-ona</emph>, come <emph>Faenza</emph> anche oggi per <emph>Faventia</emph>,
          dicendosi però dal Guicc. e altri antichi <emph>Faventino</emph> per
          <emph>Faentino</emph>, del che altrove. (6. Aprile. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4133"/> Diminutivi positivati. <foreign lang="grc">Νόννα-νονὶς</foreign>.
            <bibl>V. <author>Du Cange</author>
            <title>Gloss. graec.</title>
          </bibl> e <bibl>
            <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> ed. vet. t. 7. p. 682. not. a</bibl>. Probabilmente corrotto da
            <foreign lang="lat" rend="italic">Domna</foreign> (siccome il <foreign lang="fre"
            rend="italic">Nonne</foreign> dei Francesi), come stima il Du Cange, Gloss. lat. in
            <foreign lang="lat" rend="italic">Nonnus</foreign>, e non venuto dall’egiziano, come
          dice il Fabricio, se pure anche in Egitto non si usò questa medesima corruzione, o se ella
          non fu fatta originariamente in Egitto, cioè nella lingua copta, ma sempre però dalla voce
          latina <foreign lang="lat" rend="italic">Domnus</foreign> e <foreign lang="lat"
            rend="italic">Domna</foreign>. (6. Aprile. 1825.). I francesi hanno anche <foreign
            lang="fre" rend="italic">Nonnette</foreign>, ma <foreign lang="fre" rend="italic"
          >Nonne</foreign> e <foreign lang="fre" rend="italic">Nonnette</foreign> sono ambedue
          burleschi e disprezzativi al presente, sicchè tra l’uno e l’altro vi ha poca o niuna
          differenza di significato. (6. Apr. 1825.). — <foreign lang="grc"
          >Σχοῖνος-σχοινίον</foreign>. V. l’indice graecitatis di Dione Cassio. (8. Apr. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutta la natura è insensibile, fuorchè solamente gli animali. E questi soli sono
          infelici, ed è meglio per essi il non essere che l’essere, o vogliamo dire il non vivere
          che il vivere. Infelici però tanto meno quanto meno sono sensibili (ciò dico delle specie
          e degli individui) e viceversa. La natura tutta, e l’ordine eterno delle cose non è in
          alcun modo diretto alla felicità degli esseri sensibili o degli animali. Esso vi è anzi
          contrario. Non vi è neppur diretta la natura loro propria e l’ordine eterno del loro
          essere. Gli enti sensibili sono per natura enti <foreign lang="fre" rend="italic"
            >souffrants</foreign>, una parte essenzialmente <foreign lang="fre" rend="italic"
            >souffrante</foreign> dello universo. Poichè essi esistono e le loro specie si
          perpetuano, convien dire che essi siano un anello necessario alla gran catena degli
          esseri, e all’ordine e alla esistenza di questo tale universo, al quale sia utile il loro
          danno, poichè la loro esistenza è un danno per loro, essendo essenzialmente una <foreign
            lang="fre" rend="italic">souffrance</foreign>. Quindi questa loro necessità è
          un’imperfezione della natura, e dell’ordine universale, imperfezione essenziale ed eterna,
          non accidentale. Se però la <foreign lang="fre" rend="italic">souffrance</foreign> d’una
          menoma parte della <pb ed="aut" n="4134"/> natura, qual è tutto il genere animale preso
          insieme, merita di esser chiamata un’imperfezione. Almeno ella è piccolissima e quasi un
          menomo neo nella natura universale nell’ordine ed esistenza del gran tutto. Menomo perchè
          gli animali rispetto alla somma di tutti gli altri esseri, e alla immensità del gran tutto
          sono un nulla. E se noi li consideriamo come la parte principale delle cose, gli esseri
          più considerabili, e perciò come una parte non minima, anzi massima, perchè grande per
          valore se minima per estensione; questo nostro giudizio viene dal nostro modo di
          considerar le cose, di pesarne i rapporti, di valutarle comparativamente, di estimare e
          riguardare il gran sistema del tutto; modo e giudizio naturale a noi che facciamo parte
          noi stessi del genere animale e sensibile, ma non vero, nè fondato sopra basi indipendenti
          e assolute, nè conveniente colla realtà delle cose, nè conforme al giudizio e modo
          (diciamo così) di pensare della natura universale, nè corrispondente all’andamento del
          mondo, nè al vedere che tutta la natura, fuor di questa sua menoma parte, è insensibile, e
          che gli esseri sensibili sono per necessità <foreign lang="fre" rend="italic"
          >souffrants</foreign>, e tanto più sempre, quanto più sensibili. Onde anzi si dovrebbe
          conchiudere, che essi stessi, o la sensibilità astrattamente, sono una imperfezione della
          natura, o vero gli ultimi, cioè infimi di grado e di nobiltà e dignità nella serie degli
          esseri e delle proprietà delle cose. (9. Aprile. Sabato in Albis. 1825.). V. p. 4137.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Sentido de la perdita</foreign> per <foreign lang="spa"
            rend="italic">que siente</foreign> (senziente, che si duole) <foreign lang="spa"
            rend="italic">la perdida</foreign>. <emph>Penato</emph> per <emph>penante</emph>. Crus.
          in <emph>penato</emph> e in <emph>penare</emph> es. ult.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Halo as-halitans</foreign>. (10. Apr. Domenica in Albis.
          1825.). <emph>Alitare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Σανὶς ίδος</foreign>, forse in origine diminutivo, poscia positivato.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Più tempo</emph> per <emph>del tempo</emph>, frase frequente presso i nostri (p. e.
          Ricordano, <pb ed="aut" n="4135"/>
          <bibl>cap. 178. <author>Villani</author> l. 6. c. 88. principio</bibl>) sì del 300, sì del
          500. — <foreign lang="grc">πλείονα χρόνον</foreign> nello stesso senso. <bibl>V. le mie
            osservazioni a <author>Flegonte</author>
            <title lang="lat">de mirabil.</title> c. 1. col. 81. lin. 2.</bibl> (14. Aprile. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Calza-calzetta, calzino. Bruzzo-bruzzolo</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Filo-fila. Uova</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Senza altra</emph> (cioè niuna) <emph>considerazione avere dei suoi meriti</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Casa</author>
            <title>Galateo</title> c. 14. opp. Ven. 1752. t. 3. p. 261. fine.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Φησὶ, φήσει</foreign>, sottinteso <foreign lang="grc">τις</foreign>,
          per <foreign lang="grc">φασὶ, φήσουσι</foreign>. <bibl>V. <author>Toup.</author>
            <title lang="lat">ad Longinum</title> sect. 2. init. sect. 9. init. sect. 29. fin. 44.
            p. 234. fin.</bibl> dove non approvo le sue emendazioni.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La società contiene ora più che mai facesse, semi di distruzione e qualità incompatibili
          colla sua conservazione ed esistenza, e di ciò è debitrice principalmente alla cognizione
          del vero e alla filosofia. Questa veramente non ha fatto quasi altro, massime nella
          moltitudine, che insegnare e stabilire verità negative e non positive, cioè distruggere
          pregiudizi, insomma torre e non dare. Con che ella ha purificato gli animi, e ridottigli
          quanto alle cognizioni in uno stato simile al naturale, nel quale niuno o ben pochi
          esistevano dei pregiudizi che ella ha distrutto. Come dunque può ella aver nociuto alla
          società? La verità, vale a dire l’assenza di questo o di quell’errore, come può nuocere?
          Sia nociva la cognizione di qualche verità che la natura ha nascosto, ma come sarà nocivo
          l’esser purificato da un errore che gli uomini per natura non avevano, e che il bambino
          non ha? Rispondo: l’uomo in natura non ha nemmeno società stretta. Quegli errori che non
          sono necessari all’uomo nello stato naturale, possono ben essergli necessari nello stato
          sociale; egli non gli aveva per natura; ciò non prova nulla; mille altre cose egli non
          aveva in natura, che gli sono necessarie per conservar lo stato sociale. Ritornare gli
          uomini alla condizione naturale <pb ed="aut" n="4136"/> in alcune cose, lasciandolo nel
          tempo stesso nella società, può non esser buono, può esser dannosissimo, perchè quella
          parte della condizione naturale può essere ripugnante allo stato di stretta società, il
          quale altresì non è in natura. Non sono naturali molte medicine, ma come non sono in
          natura quei morbi a cui elle rimediano, può ben essere ch’elle sieno convenienti all’uomo,
          posti quei morbi. La distruzione delle illusioni, quantunque non naturali, ha distrutto
          l’amor di patria, di gloria, di virtù ec. Quindi è nato, anzi rinato, uno universale
          egoismo. L’egoismo è naturale, proprio dell’uomo: tutti i fanciulli, tutti i veri selvaggi
          sono pretti egoisti. Ma l’egoismo è incompatibile colla società. Questo effettivo ritorno
          allo stato naturale per questa parte, è distruttivo dello stato sociale. Così dicasi della
          religione, così di mille altre cose. Conchiudo che la filosofia la quale sgombra dalla
          vita umana mille errori non naturali che la società aveva fatti nascere (e ciò
          naturalmente), la filosofia la quale riduce gl’intelletti della moltitudine alla purità
          naturale, e l’uomo alla maniera naturale di pensare e di agire in molte cose, può essere,
          ed effettivamente è, dannosa e distruttiva della società, perchè quegli errori possono
          essere, ed effettivamente sono, necessari alla sussistenza e conservazione della società,
          la quale per l’addietro gli ha sempre avuti in un modo o nell’altro, e presso tutti i
          popoli; e perchè quella purità e quello stato naturale, ottimi in se, possono esser
          pessimi all’uomo, posta la società; e questa può non poter sussistere in compagnia loro, o
          sussisterne in pessimo modo, come avviene in fatti al presente. (18. Aprile 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic"
          >luego</foreign>. <bibl>V. <author>Toup.</author>
            <title lang="lat">ad Longin.</title> sect. 23. init.</bibl>
        </p>
        <p>
          <foreign lang="grc">Σακκία ἁδρά</foreign>. <bibl>V. ib. p. 229. fine</bibl>. Diminutivo
          positivato. (27. Apr. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4137"/> Alla p. 4134. Siccome la felicità non pare possa sussistere se non
          in esseri senzienti se medesimi, cioè viventi; e il sentimento di se medesimo non si può
          concepire senza amor proprio; e l’amor proprio necessariamente desidera un bene infinito;
          e questo non pare possa essere al mondo, resta che non solo gli uomini e gli animali, ma
          niun essere vi sia, che possa essere nè sia felice, che la felicità (la quale di natura
          sua non potrebb’essere altro che un bene ossia un piacere infinito) sia di sua natura
          impossibile, e che l’universo sia di propria natura incapace della felicità, la quale
          viene a essere un ente di ragione e una pura immaginazione degli uomini. E siccome
          d’altronde l’assenza della felicità negli esseri amanti se medesimi importa infelicità,
          segue che la vita, ossia il sentimento di questa esistenza divisa fra tutti gli esseri
          dell’universo, sia di natura sua, e per virtù dell’ordine eterno e del modo di essere
          delle cose, inseparabile e quasi tutt’uno colla infelicità e importante infelicità, onde
          vivente e infelice sieno quasi sinonimi. (3. Maggio. Festa della Invenzione della Santa
          Croce. 1825.). V. p. 4168.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Una corona d’oro, che, secondo una tradizione degli Ungheri era discesa dal cielo, e che
          conferiva a chi la portava un diritto incontrastabile al trono. Robertson Stor. del regno
          dell’Imp. Carlo <bibl>V. lib.10. traduz. ital. dal franc. Colonia 1788. t. 5. p.
          440</bibl>. Ecco pur finalmente il vero fondamento dei diritti al trono e della
          legittimità di tutti i Sovrani antichi e moderni. Esso consiste nella corona che portano.
          E chiunque la toglie loro e se la può mettere in capo, sottentra ipso facto nella pienezza
          dei loro diritti e legittimità. (3. Mag. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4138"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Pauso as</foreign> forse da un antico <foreign
            lang="lat" rend="italic">pauo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pavo</foreign> (<foreign lang="grc">παύω, παύομαι</foreign>), <foreign lang="lat"
            rend="italic">pausum</foreign>. (7. Mag. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto più l’uomo cresce (massime di esperienza e di senno, perchè molti sono sempre
          bambini), e crescendo si fa più incapace di felicità, tanto egli si fa più proclive e
          domestico al riso, e più straniero al pianto. Molti in una certa età (dove le sventure
          sono pur tanto maggiori che nella fanciullezza) hanno quasi assolutamente perduta la
          facoltà di piangere. Le più terribili disgrazie gli affliggeranno, ma non gli potranno
          trarre una lagrima. Questa è cosa molto ordinaria. Tanta occasione ha l’uomo di farsi
          familiare il dolore. (12. Maggio 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ad ogni filosofo, ma più di tutto al metafisico è bisogno la solitudine. L’uomo
          speculativo e riflessivo, vivendo attualmente, o anche solendo vivere nel mondo, si gitta
          naturalmente a considerare e speculare sopra gli uomini nei loro rapporti scambievoli, e
          sopra se stesso nei suoi rapporti cogli uomini. Questo è il soggetto che lo interessa
          sopra ogni altro, e dal quale non sa staccare le sue riflessioni. Così egli viene
          naturalmente ad avere un campo molto ristretto, e viste in sostanza molto limitate, perchè
          alla fine che cosa è tutto il genere umano (considerato solo nei suoi rapporti con se
          stesso) appetto alla natura, e nella università delle cose? Quegli al contrario che ha
          l’abito della solitudine, pochissimo s’interessa, pochissimo è mosso a curiosità dai
          rapporti degli uomini tra loro, e di se cogli uomini; ciò gli pare naturalmente un
          soggetto e piccolo e frivolo. Al contrario moltissimo l’interessano i suoi rapporti col
          resto della natura, i quali tengono per lui il primo luogo, come per chi vive nel mondo i
          più interessanti e quasi soli interessanti rapporti sono quelli cogli uomini; l’interessa
          la speculazione e cognizion di se stesso come se stesso; degli uomini come parte
          dell’universo; della <pb ed="aut" n="4139"/> natura, del mondo, dell’esistenza, cose per
          lui (ed effettivamente) ben più gravi che i più profondi soggetti relativi alla società. E
          in somma si può dire che il filosofo e l’uomo riflessivo coll’abito della vita sociale non
          può quasi a meno di non essere un filosofo di società (o psicologo, o politico ec.)
          coll’abito della solitudine riesce necessariamente un metafisico. E se da prima egli era
          filosofo di società, da poi, contratto l’abito della solitudine, a lungo andare egli si
          volge insensibilmente alla metafisica e finalmente ne fa il principale oggetto dei suoi
          pensieri e il più favorito e grato. (12. Maggio. Festa dell’Ascensione. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tetta, tettare</emph> ec. — <foreign lang="grc">τιτθὴ</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <foreign lang="lat" rend="italic">Brachium</foreign> — <foreign
            lang="grc">βραχίων</foreign> quasi da un <foreign lang="grc">βράχιον</foreign> o
            <foreign lang="grc">βράχιος</foreign> o <foreign lang="grc">βραχιὸς</foreign> ec.
          perduto. (21. Maggio Vigilia della Pentecoste. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Παρ' ὀλίγον διαφθαρείην</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Joseph.</author>
            <title lang="lat">de vita sua</title> par. 59.</bibl> (27. Mag. 1825.). par. 68. <quote>
            <foreign lang="grc">θάνατον αὐτοῦ παρ'ολίγας ψήφους κατέγνωσαν</foreign>
          </quote>
          <bibl>c. <title>Apion.</title> 2.37. p. 493. lin. 7.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Κατὰ νώτου δ' αὐτὸν λαμβάνουσιν οἱ ἐκ τῆς ἐνέδρας</foreign>
          </quote>. Italianismo. <emph>Lo prendono</emph> (cioè lo colgono, lo soprapprendono)
            <emph>alle spalle</emph>. <bibl>
            <author>Joseph.</author>
            <title lang="lat">de vita sua</title> par. 72.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Senz’altro</emph> (niun) <emph>fine</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Casa</author>
            <title>Istruz. al Card. Caraffa</title>. opp. t. 2. p. 4. lin.19. ed. Ven. 1752.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign>
          </quote> per <foreign lang="lat">primum</foreign>, <foreign lang="spa">luego</foreign> ec. <bibl>
            <author>Pseudo-Joseph.</author>
            <title>de Maccabeis</title> par. 1. fin. par. 3. p. 499. lin.4. ante fin.</bibl> (31.
          Maggio 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Grado-gradino. Pisum-pisello. Struffo-strufolo</emph> ec. V. Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi latini. <foreign lang="lat" rend="italic">Flo</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Arrischiato</emph> (<bibl>
            <author>Baldi</author>
            <title>Vita di Federigo di Montefeltro</title>, Roma 1824. tom. 1. p. 89.
          princ.</bibl>), <emph>arrisicato</emph> (<bibl>Crus.</bibl>) per <emph>che suole
            arrischiarsi, che si arrischia</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Disonorato, Inonorato, Inhonoratus ec. per disonorevole.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Honorus, inhonorus</foreign> per <foreign lang="lat">honoratus,
            inhonoratus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἔξω</foreign> per <foreign lang="lat">praeter</foreign>. <bibl>
            <author>Isocr.</author>
            <title>Paneg.</title> ed. Cantabrig. 1729. p. 175. lin. 1.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4140"/>
          <emph>Stella</emph> quasi <emph>astella</emph> o <emph>astellum</emph> da <foreign
            lang="grc">ἀστὴρ</foreign> o da <foreign lang="grc">ἄστρον</foreign>. (12. Luglio. dì di
          S. Gio. Gualberto. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tanto è necessaria l’arte nel viver con gli uomini che anche la sincerità e la
          schiettezza conviene usarla seco loro con artificio. (Milano. 22. Sett. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Spasimato per spasimante. Crus. Entendu per intendente. Innamorato per che innamora.
          Petr. Son. Ma poi che ’l dolce riso. v. penult. e Canz. Poi che per mio destino, stanza 5.
          v. 9.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sì ch’io <emph>vo</emph> già della speranza altiero. Petr. Son. Quando fra l’altre dame.
          V. anche Sestina A qualunque animale, v. penult. e Canz. Sì è debile il filo, stanza 6. v.
          2 e Canz. Lasso me, st. 4. v. 9.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gaio, gai franc. ec. — <foreign lang="grc">γαίων</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Miglio</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">milium</foreign> ec. — <foreign
            lang="fre" rend="italic">millet</foreign>, diminutivo positivato. <foreign lang="fre"
            >Entrailles</foreign> — <foreign lang="grc">ἔντερον</foreign>, interiora ec. <foreign
            lang="spa">Ladrillo</foreign> spagn. <foreign lang="lat">Laterculus</foreign> ec. —
            <foreign lang="lat">later</foreign>. Scalino — scala, scaglione ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tra</emph> via, per in via. Petr. Son. A piè de’ colli. e altrove spessissimo
            <emph>fra via</emph>, e <emph>tra via</emph>, esso Petrarca, ed altri, prosatori e
          poeti.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Poi</emph> per <foreign lang="grc">εἶτα</foreign>, cioè nondimeno ec. del che
          altrove. Petr. Son. Perch’io t’abbia guardato.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Εὐθὺ πρῶτον</foreign>
          </quote>. Eupolis Comicus ap. <bibl>
            <author>Stob.</author>
            <foreign lang="grc">λόγ. β'</foreign>. p. 32. ed. princeps Gesneri, Tiguri 1543.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἡσσημένων δὲ ἀνδρῶν οὐκ ἐθέλουσιν αἱ γνῶμαι πρὸς τοὺς αὐτοὺς
              κινδύνους ὅμοιαι εἶναι</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Thucydid.</author> ap. <author>Stob.</author> serm. 6. <foreign lang="grc">περὶ
              δειλίας</foreign>.</bibl> (Milano. 22. Sett. 1825.) <bibl>lib.2. in concione
            Phormionis</bibl>. <bibl>V. <author>Plat.</author> ed. Astii. t. 4. p. 228. lin. 12. p.
            236. lin. 30. p. 358. lin. 20. 23.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Se Dio facesse altro di me, vale, facesse alcuna cosa, nulla</emph>
          </quote>. Così, <bibl>
            <author>Machiavelli</author>, Commedia in prosa senza titolo, opp. Italia 1819. vol. e
            6.o at. 2. sc. 1. p. 328</bibl>. <quote>
            <emph>Io guarderei molto ben chi egli fusse, prima ch’io facessi altro, cioè nulla, cioè
              cosa alcuna. Senza pensare altro, io mi avvierò là</emph>
          </quote>. <bibl>ib. 2. 7. 337-8</bibl>. <quote>
            <emph>E del vecchio eramo come certissimi che prestatomi indubitata fede, ne dovesse
              andar la senza pensare altro</emph>
          </quote>. Cioè nulla. <bibl>3. 1. 340</bibl>. <quote>
            <emph>La padrona subito si spoglia, e senza pensare ad altro</emph> (a nulla) <emph>nel
              letto si corica</emph>
          </quote>. <bibl>ib. 341.</bibl> (Milano.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4141"/>
          <foreign lang="fre" rend="sc">aggresser</foreign>, v. a. (<foreign lang="fre">verbe
          actif</foreign>). <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Attaquer, être aggresseur</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Jean Molinet</author>, <title lang="fre">Dicts et faits notables</title>, p.
            125. Articolo dell’<title lang="fre">Archéologie française par Charles Pougens,
              appendice à la suite de la lettre a</title>. Paris 1821-25. tom. I. p. 48.</bibl>
          (Bologna. 6. Ottobre. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dissimulato, Simulato, Dissimulé ec. per dissimulatore ec. <bibl>V.
            <author>Forcellini</author>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nel corso del sesto lustro l’uomo prova tra gli altri un cangiamento sensibile e doloroso
          nella sua vita, il quale è che laddove egli per lo passato era solito a trattare per lo
          più con uomini di età o maggiore o almeno uguale alla sua, e di rado con uomini più
          giovani di se, perchè i più giovani di lui non erano che fanciulli, allora spessissimo si
          trova a trattare con uomini più giovani, perchè egli ha già molti inferiori di età, che
          non sono però fanciulli, di modo che egli si trova quasi cangiato il mondo dattorno, e non
          senza sorpresa, se egli vi pensa, si avvede di essere riguardato da una gran parte dei
          suoi compagni come più provetto di loro, cosa tanto contraria alla sua abitudine che
          spesso accade che per un certo tempo egli non si avveda ancora di questa cosa, e séguiti a
          stimarsi generalmente o più giovane o coetaneo dei suoi compagni, come egli soleva, e con
          verità, per l’addietro. (Bologna. 8. Ottobre. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi di noi sarebbe atto a immaginare, non che ad eseguire, il piano dell’universo,
          l’ordine, la concatenazione, l’artifizio, l’esattezza mirabile delle sue parti ec. ec.?
          Segno certo che l’universo è <pb ed="aut" n="4142"/> opera di un intelletto infinito. — Ma
          sapete voi che dalla estensione e forza dell’intelletto dell’uomo, a un’estensione e forza
          infinita ci corre uno spazio infinito? L’intelletto umano non è atto a immaginare un piano
          come quello dell’universo. Ma un intelletto mille volte più forte ed esteso dell’umano,
          potrà pure immaginarlo. Non vi pare che possa? Dite dunque un intelletto maggiore
          dell’umano un millone di volte, un bilione, un trilione, un trilione di trilioni. Non
          arriverete mai ad un intelletto infinito, e però mai ad un intelletto grande, se non
          relativamente (giacchè un intelletto anche un trilion di volte maggior del nostro, non
          sarebbe già un intelletto grande per se, ma solo relativamente al nostro, e sarebbe
          infinitamente minore di un intelletto infinito), e però mai ad un intelletto divino. Lo
          stesso dico della potenza. L’uomo non può fare il mondo. Non però il farlo richiede una
          potenza infinita, ma solo maggiore assai dell’umana. Deducendo dalla esistenza del mondo
          la infinità e quindi la divinità del suo creatore, voi mostrate supporre che il mondo sia
          infinito, e d’infinita perfezione, e che manifesti un’arte infinita, il che è falso, e se
          ciò è falso, niente d’infinito si dee attribuire all’autore della natura. V. p. 4177.
          Lascio anche stare le innumerabili imperfezioni che si ravvisano, non pur fisicamente, ma
          metafisicamente e logicamente parlando, nell’universo.</p>
        <p>Del resto quello che nella struttura ec. del mondo e delle sue parti, p. e. di un
          animale, a noi pare ammirabile, e di estrema difficoltà ad essere immaginato, non fu
          infatti niente difficile. Le cose <pb ed="aut" n="4143"/> sono come sono perchè così
          debbono essere, stante la natura loro assoluta, o quella delle forze e dei principii
          (qualunque essi sieno) che le hanno prodotte. Se questa natura fosse stata diversa, se le
          cose dovessero essere altrimenti, altrimenti sarebbero, nè però sarebbero men buone e men
          bene andrebbero (o vogliamo dir più cattive e camminerebbero peggio) di quel che fanno ora
          che sono così come noi le veggiamo. Anzi allora questo che noi chiamiamo ordine e che ci
          pare artifizio mirabile, sarebbe (e se noi lo potessimo concepire, ci parrebbe) disordine
          e inartifizio totale ed estremo. Niuno artifizio insomma è nella natura, perchè la natura
          stessa è cagione che le cose vadan bene essendo ordinate in un tal modo piuttosto che in
          un altro, e questo modo non è necessario assolutamente all’andar bene, ma solo
          relativamente al tale e non altrimenti essere della natura, la quale se altrimenti fosse,
          le cose non andrebbero bene, non potrebbero conservarsi ec., se non con altro modo ec.
          (Bologna. 8. Ottobre. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Εὐθὺς</foreign> per <foreign lang="lat">primum</foreign>. <bibl>
            <author>Epictet.</author>
            <title>Enchirid.</title> cap. 5.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Κτῆσαι οὗν</foreign> (para, acquire, compara tibi), <foreign
            lang="grc">φησὶν, ἵνα καὶ ἡμεῖς ἔχωμεν</foreign>. <bibl>
            <author>Epictet.</author>
            <title>Enchirid.</title> cap. 31.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Κᾂν σὺν τούτοις ἐλθεῖν καθήκῃ, φέρε τὰ γινόμενα</foreign>
          </quote>. <emph>E se con queste cose, cioè con tutto questo, ti conviene andare, porta in
            pace quel che ti accadrà, che te ne accade</emph>. Così il Bartoli nel Mogol, <emph>con
            essere</emph>, per <emph>con tutto l’essere, non ostante l’essere</emph>. Italianismo di <bibl>
            <author>Epitteto</author>, <title>Enchiridio</title>, cap. 52.</bibl> (Bologna. 9. Ott.
          Domenica. 1825.). La stessa frase col senso medesimo si trova anche cap. 39. fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4144"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τῷ μὲν σωματίῳ</foreign>
          </quote> (per <foreign lang="grc">σώματι</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">πάντα ἀδιάφορα</foreign>
          </quote>. <bibl>M. Antonin. VI. 2.</bibl> Del resto <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">amant stoici extenuandarum rerum causa,
            deminutiva</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Simpson</author> not. in Epictet. c. 12.</bibl>): e <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">in Arriano et Epicteto diminutiva significant
              extenuationem et vilitatem ipsius rei, non autem parvitatem</foreign>
          </quote> (<bibl>id. ad c. 24.</bibl>). V. p. 4145.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Museau</foreign> — <emph>muso</emph>. <foreign
            lang="fre" rend="italic">Goupil</foreign> o <foreign lang="fre" rend="italic"
          >golpil</foreign>, e per la femmina <foreign lang="fre" rend="italic">goupille</foreign>,
          quasi <emph>vulpilla</emph>, cangiato al solito il <emph>v</emph> in <emph>g</emph>;
          antica voce francese per <foreign lang="fre" rend="italic">renard</foreign>, appresso <bibl>
            <author>Pougens</author>, <title lang="fre">Archéologie française</title>, art. <title
              lang="fre">Goupil</title>
          </bibl>, con parecchi derivati, cioè <foreign lang="fre" rend="italic">goupiller</foreign>
          verbo neutro, <foreign lang="fre" rend="italic">goupillage</foreign> e <foreign lang="fre"
            rend="italic">goupilleur</foreign>, dei quali pur si hanno esempi loc. cit. t. 1.
          (Bologna. 10. Ott. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Si sa quanto poco fossero considerate le donne presso i Greci e i Romani, e come il
          servirle e trattarle quasi superiori agli uomini, come si fa oggi, non avesse origine,
          secondo il Thomas (<bibl>
            <title lang="fre">Essai sur les femmes</title>
          </bibl>), se non nei tempi cavallereschi dai costumi dei settentrionali conquistatori di
          Europa, i quali avevano un’antica loro superstizione che riguardava le donne come tante
          deità. Nondimeno pare che a tempo degl’Imperatori romani la condizione delle donne fosse
          già molto simile alla presente. Lascio le odi di Orazio e i libri di Ovidio, Tibullo,
          Properzio ec. <bibl>
            <author>Epitteto</author>
            <title>Enchirid.</title> cap. 62.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Αἱ γυναῖκες εὐθὺς ἀπὸ τεσσαρεσκαίδεκα ἐτῶν ὑπὸ τῶν ἀνδρῶν κυρίαι
              καλοῦνται. τοιγαροῦν ὁρῶσαι ὅτι ἄλλο μὲν οὐδὲν αὐταῖς πρόσεστι, μόνον δὲ συγκοιμᾶσθαι
              τοῖς ἀνδράσιν, ἄρχονται καλλωπίζεσθαι καὶ ἐν τούτῳ πάσας ἔχειν τὰς ἐλπίδας</foreign>
          </quote> Dove trovo nelle note: <bibl>V. Serv. ad. Virg. En. 6.397. Suet. in Claud. c.
          39.</bibl> (Bologna. 1825. 10. Ottobre.). V. p. 4246.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Somiglianza di costumi antichi e moderni, ovvero antichità di costumi che si credono
          moderni. — La lucerna di terra cotta (fittile) <pb ed="aut" n="4145"/> di cui si era
          servito Epitteto, fu venduta per 3000 dramme. V. p. 4166. fin. I ricchi Ateniesi per lusso
          usavano di tener servi negri. Teofrasto Caratteri cap. 21. Terenz. Eunuch. 1. 2. 85.
          Auctor ad Herenn. IV. 50. Visconti Museo Pio Clem. t. 3. fig. 35. rappresentante la statua
          di un Negro servente al bagno. Negli spettacoli antichi si gridava <emph>da capo</emph>
            (<foreign lang="grc">αὖθις</foreign>) come da noi. V. le mie noterelle latine sul
          Simposio di Senofonte. Similmente di tenere in casa una scimmia o più d’una ancora. Ib. c.
          5. V. p. 4170.4298.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4144. capoverso 1. In questo senso bisogna intendere quel luogo di <bibl>
            <author>Epitteto</author>
            <title>Enchirid.</title> c. 24.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">τούτων ἐμοὶ οὐδὲν ἐπισημαίνεται, ἀλλ' ἢ τῷ κτησιδίῳ μου ἢ τῷ δοξαρίῳ
              ἢ τοῖς τέκνοις ἢ τῇ γυναικί</foreign>
          </quote>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>E comandolle che senza <emph>altro</emph> (nulla) dire, per sua propria
          l’allevasse</quote>. <bibl>
            <author>Caro</author>
            <title>Gli Amori pastorali di Dafni e Cloe</title> di Longo Sofista, ragionamento primo,
            p. 6. ediz. di Crisopoli (Pisa) 1814. nel volume 2.<hi rend="apice">do</hi> della
              <title>Collezione degli Erotici greci tradotti in volgare</title>.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">MORDILLER. <hi rend="italic">Mordre légèrement et frequemment; faire
                un grand nombre de petites morsures</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Pougens</author>
            <title lang="fre">Archéologie française</title> art. <title>mordiller</title>, Paris
            1821-5. tom.2. p. 29</bibl>. Antica voce francese, adoperata anche da Scarron e dalla
          Sévigné, e inserita anche nel Dizionario dell’Accademia francese nell’ediz. del 1798.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ella è cosa forse o poco o nulla o non abbastanza osservata che la speranza è una
          passione, un modo di essere, così inerente e inseparabile dal sentimento della vita, cioè
          dalla vita propriamente detta, come il pensiero, e come l’amor di se stesso, e il
          desiderio del proprio bene. Io vivo, dunque io spero, è un sillogismo giustissimo, eccetto
          quando la vita non si sente, come nel sonno ec. Disperazione, rigorosamente parlando, non
          si dà, ed è così impossibile a ogni <pb ed="aut" n="4146"/> vivente, come l’odio vero di
          se medesimo. Chi si uccide da se, non è veramente senza speranza, non più che egli odii
          veramente se stesso, o che egli sia senz’amor di se stesso. Noi speriamo sempre e in
          ciascun momento della nostra vita. Ogni momento è un pensiero, e così ogni momento è in
          certo modo un atto di desiderio, e altresì un atto di speranza, atto che benchè si possa
          sempre distinguere logicamente, nondimeno in pratica è ordinariamente un tuttuno, quasi,
          coll’atto di desiderio, e la speranza una quasi stessa, o certo inseparabil, cosa col
          desiderio. (Bologna. 18. Ottobre. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Voleter</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >volitare</foreign>. Gill. Durant antico poeta francese, ap. <bibl>
            <author>Pougens</author>
            <title lang="fre">Archéolog. franç.</title> art. <foreign lang="fre" rend="italic"
              >oiselet</foreign>, tom. 2. p. 63. ed. Ét. Pasquier ap. lo stesso, t. 2. p. 162. art.
              <foreign lang="fre" rend="italic">Pucette</foreign>
          </bibl>. (Bologna. 19. Ott. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">Τεῦτλον-τεύτλιον, τευτλὶς
          ίδος</foreign>; o vero <foreign lang="grc">σεῦτλον-σευτλίον, σευτλὶς ίδος</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il genitivo per l’accusativo. Teofrasto Caratteri, cap. 16. <quote>
            <foreign lang="grc">περὶ δεισιδαιμονίας: δάφνης εἰς τὸ στόμα λαβών</foreign>
          </quote>, <emph>preso del lauro in bocca</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Faux-faucille</foreign>. <emph>Clientolo.
            Truogo-truogolo-trogolo</emph>. <foreign lang="fre" rend="italic">Grillon</foreign>. V.
          i Diz. francesi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">PILLOTER, <hi rend="italic">verbe actif et neutre. Exercer de petits
                pillages multipliés; piller de côté et d’autre par petites portions</hi>
            </foreign>
          </quote>. Antico verbo francese, col suo derivato <foreign lang="fre" rend="italic"
            >pilloterie</foreign>, ap. <bibl>
            <author>Pougens</author>, <title lang="fre">Archéologie française</title>, art. <foreign
              lang="fre">pilloter</foreign>, tom.2. p. 119-120</bibl>. (21. Ottobre. 1825.
          Bologna.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Contemptus, contemptior</foreign> ec. per <foreign
            lang="lat" rend="italic">contemptibilis</foreign> ec. <emph>Infamato</emph> per
            <emph>infame</emph>. V. Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Profusus</foreign> per che profonde. (<bibl>
            <author>Sallust.</author>
            <title>Catil.</title> 5.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">alieni appetens, sui profusus</foreign>
          </quote>). <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> Ital. <emph>profuso</emph>. Spagn. <foreign lang="spa" rend="italic"
          >profuso</foreign>. Franc. antico <foreign lang="fre" rend="italic">profus</foreign>, ap. <bibl>
            <author>Pougens</author>, <title lang="fre">Archéologie française</title> tom. 2. p.
            152.</bibl> art. <foreign lang="fre" rend="italic">profus</foreign>. Inglese, <foreign
            lang="eng" rend="italic">profuse</foreign>. Tutti nello stesso senso attivo. (Bologna.
          23. Ott. Domenica. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Vivuola-vivola viola: strumento musico, e fiore. Spagn. <foreign lang="spa" rend="italic"
            >viHuela</foreign>. V. la giunta L. nella Crus. Veron. all’articolo H. e la Crus. V.
            <emph>vivuola</emph> e <emph>gargagliare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Κηλὶς ίδος</foreign>, probabilmente diminutivo positivato.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4147"/>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Réviser, raviser</foreign> franc. da aggiungersi al
          detto da me sopra <emph>divisare avvisare</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Rétentive</foreign>
          </quote> per <foreign lang="fre" rend="italic">faculté de retenir, mémoire</foreign>,
          substantif fém. antica voce francese presso <bibl lang="fre">
            <author>Pougens</author>
            <title>Archéol. franç.</title> tom. 2. p. 203. Appendice à la suite de la lettre
            <emph>R</emph>. art. <foreign lang="fre">Rétenteur</foreign>
          </bibl>. <foreign lang="spa" rend="italic">Retentiva</foreign> spagn. e <foreign
            lang="eng" rend="italic">retentive</foreign> ingl. col senso stesso. Da aggiungersi al
          detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic">retinere</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἄγνωστος</foreign> per <emph>che non conosce</emph>, attivo, come in
          lat. <foreign lang="lat" rend="italic">ignotus</foreign>, del che altrove. Teofrasto,
          Caratt. cap. 23. mezzo, dove male il Coray cogli altri interpreti lo spiega passivamente,
            <foreign lang="fre" rend="italic">inconnu</foreign>. La Bruyere <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">des gens qu’il ne connoît point et dont il n’est pas
              mieux connu</foreign>
          </quote>. (Bologna. 26. Ottobre. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Trafelato</emph> per che <emph>trafela, trafelante. Scialacquato</emph> v. Crus.
          par. 1. e 2.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Moscolo</emph>, <emph>muschio</emph>-<foreign lang="lat" rend="italic"
          >muscus</foreign>, <emph>musco</emph>. <emph>Lucerta-lucertola, lucertolone</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Posidippe, rival de Ménandre, reproche aux Athéniens comme une
              grande incivilité leur affectation de considérer l’accent et le langage d’Athènes
              comme le seul qu’il soit permis d’avoir et de parler, et de reprendre ou de tourner en
              ridicule les étrangers qui y manquoient. L’atticisme, dit-il à cette occasion, dans un
              fragment cité par ce Dicéarque, ami de Théophraste, dont j’ai parlé plus
            haut</foreign>
          </quote> (credo, nei Geografi<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <bibl>V. <author>Creuzer</author>, <title>Meletemata</title>
              </bibl>, dov’è il framm. di Dicearco.</p>
          </note> greci minori si trova il pezzo di Dicearco), <quote>
            <foreign lang="fre">est le langage d’une des villes de la Grèce; l’hellénisme celui des
              autres</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>I. G. Schweighaeuser</author>, note 24. sur le <title lang="fre">Discours de La
              Bruyere sur Théophraste. Les Caractères de Théophraste</title>, traduits par La
            Bruyere, avec des additions et des notes nouvelles par I. G. Schweighaeuser. Paris
            Renouard. 1856. tome 3.e des oeuvres de La Bruyere, p. LIII-IV.</bibl> (Bologna. 26.
          Ottob. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4148"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Verba</foreign> plur. Autore del poema <title>La
            Passione di Cristo N. S.</title> attribuito al Boccaccio, presso il Perticari, opp. Lugo
          1823. vol. 3. p. 453. — <emph>Calcagna. Lineamenta. Sacca</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ogli</emph> si disse anticamente per <emph>occhi</emph> (come <emph>periglio</emph>
          da <foreign lang="lat" rend="italic">periculum</foreign>) (e quindi forse anche
            <emph>oglio</emph> per <emph>occhio</emph>), benchè manchi ne’ Vocabolari, e ciò con tre
          esempi provò il Perticari in una sua lettera, <bibl>opp. Lugo 1823. vol. 3. p. 577.
          nota.</bibl> (Bologna. 1825. 27. Ott.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ronzino, ronzone</emph>, probabilmente diminutivi positivati. Così sillon, sillonner
          ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">TROTTINER, <hi rend="italic">trotter à petits pas</hi>.</foreign>
          </quote> Antico verbo francese, portato anche nel Diz. di Richelet e in quello di Trévoux,
          e usato anche da Piron. <bibl>
            <author>Pougens</author>, <title lang="fre">Archéol. franç.</title> art. <foreign
              lang="fre" rend="italic">trottiner</foreign>, t. 2. p. 249.</bibl> — <foreign
            lang="fre" rend="italic">Sautiller</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Tance-tançon</foreign>. Parole sinonime, francesi
          antiche, significanti <foreign lang="fre" rend="italic">action de tancer, de réprimander;
            gronderie, dispute, querelle</foreign>. <bibl lang="fre">Id. ib. Appendice à la suite de
            la lett. T. art. <foreign lang="fre" rend="italic">Tanceur</foreign>, t. 2. p.
          251.</bibl> (Bologna. 1825. 28. Ott.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Pouvoir</foreign> — francese antico <foreign lang="fre"
            rend="italic">pooir</foreign>, sostantivo, come si vede <bibl>ib. art. <foreign
              lang="fre" rend="italic">Triplication</foreign>, t. 2. p. 248.</bibl>
          <emph>Gengia gengiva</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Rado, rasum</foreign>- <foreign lang="fre" rend="italic"
            >raser</foreign> francese, <emph>raschiare</emph> frequentativo-diminutivo quasi
            <emph>rasculare, raschiatura</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Adulater</foreign>, antico verbo franc. per
            <emph>adulare</emph>, usato da <bibl lang="fre">
            <author>Brantome</author>, <title>Dam. gal.</title>, t. 1. p. 322. ap.
            <author>Pougens</author>, <title>Archéol. franç.</title> Additions et corrections du
            tome premier, page 8. art. <emph>Aduler</emph>, tom.2. p. 274.</bibl> (Bologna. 1825.
          29. Ottob.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Tournoyer</foreign> frequentativo ec. come <foreign
            lang="fre" rend="italic">flamboyer</foreign> ec. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Numéroter</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Voglioloso, vogliolosamente. Freddoloso</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Nonpareil</foreign>, o <foreign lang="fre" rend="italic"
            >non pareil</foreign> (v. i Diz. franc.) — <bibl>
            <author>Teofr.</author> Caratt. cap. 28.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἡ δὲ πονηρία οὐδὲν ὅμοιον</foreign>
          </quote> (il man. Vaticano ha <foreign lang="grc">οὐ ὅμοιον</foreign>). <emph>La sua
            spilorceria, miseria</emph> (così va qui spiegato <foreign lang="grc">πονηρία</foreign>)
            <emph>è cosa senza uguale, senza pari</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="italic">Enfantiller</hi>. Faire des enfantillages, jouer d’une manière
              enfantine</foreign>
          </quote>. Antico verbo franc. ap. <bibl lang="fre">
            <author>Pougens</author>
            <title>Archéol. franç.</title> Appendice à la suite de la lettre E, art. <pb ed="aut"
              n="4149"/>
            <hi rend="italic">Enfantiller</hi> tom.1. p. 194.</bibl> — <quote>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="italic">Fendiller</hi> (<hi rend="italic">se</hi>). Se gercer, s’entr’ouvrir
              par de petites fentes ou crevasses</foreign>
          </quote>. Antico verbo franc. <bibl lang="fre">ap. le même, même ouvrage, art. <foreign
              lang="fre" rend="italic">Fendiller</foreign> p. 202. tom.1. et dans les
              <title>Additions et corrections</title> du tome premier, page 202. ligne 16. tom. 2.
            p. 300.</bibl> (Bologna. 1825. 30. Ott.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Strascinare — strascicare, strascico</emph> ec. <emph>Biasciare biascicare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nota il Coray (<bibl>
            <title lang="fre">Notes sur les Caractères de Théophraste</title>, ch. 26. note 9. à
            Paris 1799. p. 314.</bibl>) che <quote>
            <foreign lang="grc">παχὺς</foreign>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="sc">gros</hi>
              <hi rend="italic">signifie au figuré</hi>
              <hi rend="sc">riche</hi>
            </foreign>
          </quote>, citando appiè di pagina <title>Schol. Aristoph. Vesp.</title> 287 e però nel 26.
          capo dei Caratteri di Teofrasto, rende <quote>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="italic">par</hi> PAUVRE <hi rend="italic">le mot</hi>
            </foreign>
            <foreign lang="grc">λεπτὸς</foreign>
            <foreign lang="fre">
              <hi rend="italic">qui signifie au propre</hi> MINCE <hi rend="italic">ou</hi>
            MAGRE</foreign>
          </quote>, in quelle parole cioè di Teofrasto sopra il <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">partisan de l’oligarchie</foreign>
          </quote> (<quote>
            <foreign lang="grc">περὶ ὀλιγαρχίας</foreign>
          </quote>), <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ ὡς αἰσχύνεται ἐν τῇ ἐκκλησίᾳ</foreign>
          </quote> (dice <quote>
            <foreign lang="grc">ὁ ὀλίγαρχος</foreign>
          </quote> di se memdesimo) <quote>
            <foreign lang="grc">ὅτ' ἄν τις παρακάθηται αὐτῷ λεπτὸς καὶ αὐχμῶν</foreign>
          </quote> (<quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">pauvre, mal mis et sale</foreign>
          </quote>. Coray). <bibl>V. i Lessici in <foreign lang="grc">παχὺς</foreign>
          </bibl>. Similmente appunto noi diciamo <emph>grosso mercante, possidente grosso, famiglia
            grossa</emph> e simili, per ricca. (Bologna. 31. Ottobre. 1825.). V. i francesi e
          spagnuoli.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Soletto</emph> diminutivo positivato aggettivo, e così nell’antico francese,
            <foreign lang="fre" rend="italic">seulet</foreign>. <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Timon, cest insigne et beau haysseur d’homme, qui,
              tant envieusement, mangea son pain seulet</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <author>Noël Dufail</author>. Cont. d’Eutrapel (gros débat entre Lupold etc.) fol. 154.
              v<hi rend="apice">o</hi>. ap. <author>Pougens</author>
            <title>Archéol. franç.</title> Additions et correct. tom. 2. p. 302. à la page 243,
            ligne 6. du tome 1.<hi rend="apice">r</hi>.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Coccola. Rastro-rastrello</emph> ec. <emph>Fraga-fragola. Cocuzzolo</emph> o
            <emph>cucuzzolo. Razzare-razzolare</emph>. <emph>Curata</emph> o <emph>corata
          coratella</emph> o <emph>curatella</emph> o <emph>coradella</emph> ec. V. la Crusca.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fiasco</emph>-<foreign lang="fre" rend="italic">flacon</foreign>.
            <emph>Pila</emph>-<foreign lang="fre" rend="italic">pilon</foreign>. V. i Diz. franc.
            <foreign lang="lat" rend="italic">Radium</foreign>
          <foreign lang="fre" rend="italic">rayon</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Io sono, si perdoni la metafora, un sepolcro ambulante, che porto dentro di me un uomo
          morto, un cuore già sensibilissimo che più non sente ec. (Bologna. 3. Nov. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4150"/>
          <emph>Satollo</emph> diminutivo positivato aggettivo da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >satur</foreign>, quasi <foreign lang="lat" rend="italic">saturellus</foreign>, o
            <foreign lang="lat" rend="italic">satullus</foreign>, formandosi dalla desinenza in
            <emph>ur</emph> la diminutiva in <emph>ullus</emph>, collo stesso andamento con cui da
          quella in <emph>er</emph> si forma la diminutiva in <emph>ellus</emph> (<foreign
            lang="lat" rend="italic">puer-puellus</foreign>) e forse da quella in <emph>ir</emph>
          quella in <emph>illus</emph>, del che per ora non mi sovvengono esempi. V. Forc. e Gloss.
          in satullus se hanno nulla. (Bologna. 3. Novembre. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ὀρθία ἰσχυρῶς</foreign>
          </quote>
          <emph>fortemente</emph>, cioè <emph>molto, erta</emph>. <bibl>
            <author>Senofonte</author>
            <foreign lang="grc">Ἀναβάς</foreign> 1. 2. 21.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Arrampicare, rampicare, arpicare</emph> (forse piuttosto da <foreign lang="grc"
          >ἕρπω</foreign>, come <emph>inerpicare</emph> ec.) — <emph>rampare</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">ramper</foreign> ec. <emph>Biancicare. Luccicare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Variato</emph> o <emph>vaiato, svariato, disvariato, divariato</emph> per
            <emph>vario</emph> o <emph>vaio</emph> (Bologna. 4. Nov. 1825.) o <emph>svario</emph>,
          agg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Uva-ugola</emph>. Notisi, oltre alla positivazione del diminutivo il cambiamento del
            <emph>v</emph> in <emph>g</emph>. I nostri antichi dissero anche <emph>uvola</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Scalprum</foreign>, <emph>scalpro-scarpello</emph> coi
          derivati. V. i francesi e gli spagnuoli.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Rinfocolare. Razzare-Razzolare. Brancolare. Ruzzare ruzzolare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Anche i verbi desiderativi (o comunque li chiamino) si formano dai supini. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Edo-esum-esurio, pario-partum parturio,
          mingo-mictum-micturio</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Agiato, agiatamente, disagiato</emph> ec. <foreign lang="fre" rend="italic">aisé,
            aisément, mal-aisé</foreign> ec. per <emph>agevole</emph> cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">agibilis</foreign> (che corrisponde a <foreign lang="lat" rend="italic"
            >facilis</foreign>, cioè <emph>fattibile</emph>), non sono altro che participii in luogo
          di aggettivi, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">actus</foreign> in cambio e in senso
          di <foreign lang="lat" rend="italic">agibilis</foreign> ec. (Bologna. 6. Nov. 1825.).
            <foreign lang="lat" rend="italic">Inexoratus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">inexorabilis</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Burchio-burchiello. Marco, marca-marchio; marcare marchiare. Sarda-sardella</emph>,
          e noi volgarmente <emph>sardone</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tratteggiare</emph> frequentativo. <emph>Atteggiare. Tasteggiare. Aleggiare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Adombrato</emph> neutro, per <emph>che adombra</emph>. V. la Crus. e anche
            <emph>aombrato. Trasognato</emph> per <emph>che trasogna</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ghignare, sghignare</emph> — <emph>ghignazzare, sghignazzare. Svolazzare.
            Ammalazzato. Strombazzare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4151"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Germer</foreign>, <emph>germinare</emph> lat. e ital. —
            <emph>germogliare</emph> quasi <emph>germiculare</emph> o <emph>germuculare</emph>, o
            <emph>germinuculare</emph>. Così <emph>germoglio</emph>, quasi <foreign lang="lat"
            rend="italic">germiculus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >germuculus</foreign>, diminutivo positivato di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >germen</foreign>, <emph>germe</emph>. — <emph>Spiccare-spicciolare, spicciolato</emph>
          ec. <emph>Abbrustolare, abbrustolire</emph> ec. <emph>Aggrumolare. Aggroppare
            aggrovigliare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Strida, grida, pera, mela</emph> plur. <bibl>V. la Crus. <emph>Staia</emph>
              (<emph>sextaria</emph>).</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Scricchio-scricchiolo</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">Nubes</foreign>,
            <emph>nube-nuvola, nuvolo, nugolo</emph> ec. <bibl>V. Crus.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Scricchiolare. Suggere-succhiare, succiare</emph> ec. <emph>Disgocciolare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Visco, viscoso, vesco</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">viscus</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">viscum</foreign>-<emph>vischio, vischioso,
          veschio</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">Lens</foreign>-<emph>lenticula</emph>;
            <foreign lang="lat" rend="italic">lente</foreign>-<emph>lenticchia</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">lentille</foreign> franc. V. gli spagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">Inviscare</foreign> — <emph>invischiare</emph> ec. <emph>invescare —
            inveschiare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Prezzolare. Trombettare</emph> e <emph>strombettare</emph>, coi derivati.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sacrato</emph> per <emph>sacro</emph>, e così <foreign lang="fre" rend="italic"
            >sacré</foreign> e <foreign lang="spa" rend="italic">sagrado</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">sacer</foreign>. V. Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic"
            >sacratus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Tero is tritum</foreign>-<emph>tritare</emph> ital.
            (<bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>) — <emph>stritolare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic"
          >dicere</foreign>-<emph>dicare</emph> aggiungansi i composti <foreign lang="lat"
            rend="italic">praedicare, dedicare</foreign> ec. E notisi che <emph>sedare</emph>
          sebbene è della stessa famiglia che <emph>sedere</emph>, nondimeno non appartiene al
          nostro discorso più che <emph>fugare</emph> — <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fugere</foreign>. Gli uni (<emph>sedare-fugare</emph>) sono attivi, gli altri
            (<emph>sedere-fugere</emph>) neutri. (Bologna. 13. Nov. 1825. Domenica.). Così <foreign
            lang="lat" rend="italic">placere</foreign>-<emph>placare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sbarbare-sbarbicare, abbarbicare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">καλεῖται δὲ κατὰ μὲν τὸν Ἄρατον Ἠριδανός• οὐδεμίαν δὲ ἀπόδειξιν περὶ
              αὐτοῦ φέρει</foreign>
          </quote> (<foreign lang="grc">Ἄρατος</foreign>) non <emph>porta</emph> di ciò alcuna
          prova. <bibl>
            <author>Eratostene</author>. <title>Catasterismi</title> cap. 37.</bibl> (Bologna. 14.
          Nov. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Più tempo</emph> per <emph>del tempo</emph> come <emph>più anni</emph> per
            <emph>parecchi anni</emph> (<foreign lang="lat" rend="italic">plures anni</foreign>)
          frase di classici. — V. le giunte alle mie osservazioni sui taumasiografi greci, cioè al
            <bibl>cap. 1. col. 81. lin. 2. di <author>Flegone</author>
          </bibl>; <foreign lang="grc">πλείονα χρόνον</foreign> ec. (Bologna, 14. Nov. 1825.).
          Similmente <emph>i più, le più</emph> ec. — <foreign lang="grc">οἱ πλέιους</foreign> per
            <foreign lang="grc">οἱ πλεῖστοι</foreign>. V. le cit. osservaz. ad Antigono, cap. 127.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4152"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Πρώτον μὲν ὦν χρὴ τοῦτο γινώσκειν ὅτι ὁ μὲν ἀγαθὸς ἀνὴρ οὐκ
            εὐθέως</foreign>
          </quote> (idcirco, <foreign lang="spa" rend="italic">luego</foreign>, non <foreign
            lang="lat" rend="italic">statim</foreign>, come rende il Gesnero) <quote>
            <foreign lang="grc">εὐδαίμων ἐξ ἀνάγκας ἐστίν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Archytas Pythagoreus</author>, <title lang="lat">de viro bono et beato</title>
            ap. <author>Stob.</author> serm. 1. ed. Gesner. Basileae 1549. p. 13.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἀγκύριον</foreign> per <foreign lang="grc">ἄγκυρα</foreign>
          <emph>áncora</emph>. <bibl>
            <author>Socrate</author> ap. <author>Stob.</author> loc. cit. p. 21. e c. 2. p.
          33.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Bozzo</emph> volg. — <emph>bozzolo</emph>; e <emph>bozzolo</emph> in altri
          significati, coi derivati. V. Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Una delle maggiori difficoltà</emph>
          </quote> ec. <quote>
            <emph>consiste nella soppressione delle vocali</emph>
          </quote> e nel non essersi scoperta sin ad ora la regola costante per <quote>
            <emph>poterle supplire</emph>
          </quote>, dice il Ciampi parlando della lingua etrusca in generale nell’<bibl>
            <title>Antologia di Firenze</title> N. 58. Ottobre 1825. p. 55</bibl>. <quote>
            <emph>Quali regole sicure abbiamo, non per la lezione letterale ma per la
            grammaticale?</emph>
          </quote> (della scrittura etrusca). <quote>
            <emph>È certo che le vocali spesso son tralasciate; ma ciò facevasi egli a capriccio
              degli scarpellini, o per seguitare la pronunzia, ovvero per qualche regola
              stenografica od ortografica, come la scrittura massoretica degli Ebrei? Nulla ne
              sappiamo; e molto meno sappiamo in qual modo si abbiano da supplire</emph>.</quote>
          <bibl>Ib. p. 57</bibl>. Ciò serva per il mio discorso sopra la cagione della soppression
          delle vocali nelle scritture più antiche e più rozze e imperfette. (Bologna. 15. Nov.
          1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>In questo</emph> (in questa) <emph>in quello</emph> (in quella) ec. avverbi di
          tempo. — grec. <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν τούτῳ. Καὶ ἐντούτῳ ἡ ἑτέρα γυνὴ προσελθοῦσα εἶπεν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Senofonte</author>, <title>Memorab. nella favola dell’Ercole di Prodico</title>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Stobeo</author>, sermone 7. <foreign lang="grc">περὶ ἀνδρείας</foreign>
            <title lang="lat">de Fortitudine</title>, ed. Gesner. Basilea 1549. p. 91</bibl>. In
          margine: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Agatarsidae (sic) Samii in 4. rerum
            Persicarum</foreign>
          </quote>. Nel testo: <quote>
            <foreign lang="grc">Ξέρξης μετὰ πεντακοσίων μυριάδων Ἀρτεμισίῳ προσορμίσας</foreign>
            <pb ed="aut" n="4153"/>
            <foreign lang="grc">πόλεμον τοῖς ἐγχωρίοις κατήγγειλεν. Ἀθηναῖοι δὲ συγκεχυμένοι,
              κατάσκοπον ἔπεμψαν Ἡγησίλαον</foreign>
          </quote> (in marg. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀγησίλαον</foreign>
          </quote>) <quote>
            <foreign lang="grc">τὸν Θεμιστοκλέους ἀδελφόν• καί περ Νεοκλέους τοὺ πατρὸς αὐτοῦ κατ'
              ὄναρ ἑωρακότος ἀμφοτέρας ἀποβεβηκέναι</foreign>
          </quote> (in marg. <quote>
            <foreign lang="grc">ἀποβεβληκότα</foreign>
          </quote>) <quote>
            <foreign lang="grc">τὰς χεῖρας. παραγενόμενος δὲ ὁ ἀνὴρ εἰς πλῆθος τῶν βαρβάρων ἐν
              σχήματι Περσικῷ, Μαρδώνιον ἕνα τῶν σωματοφυλάκων ἀνεῖλεν, ὑπολαβὼν Ξέρξην ὑπάρχειν.
              συλληφθεὶς δὲ ὑπὸ τῶν δορυφόρων</foreign>
          </quote> (Gens. <foreign lang="lat" rend="italic">a satellitibus</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">πρὸς τὸν βασιλέα δέσμιος ἤχθη. βουθυτεῖν δὲ τοῦ προειρημένου
              μέλλοντος, ἐπὶ τὸν βωμὸν τοῦ ἡλίου τὴν δεξιὰν ἐπέθηκε χεῖρα, καὶ ἀστένακτος ὑπομείνας
              τὴν ἀνάγκην τῶν βασάνων, ἐλευθερώθη τῶν δεσμῶν εἰπών• Τοιοῦτοι πάντες ἐσμὲν Ἀθηναῖοι•
              εἰ δ' ἀπιστεῖς, καὶ τὴν ἀριστερὰν ἐπιθήσω. φοβηθεὶς δ' ὁ Ξέρξης, φρουρεῖσθαι τὸν
              Ἀγησίλαον προσέταξεν</foreign>
          </quote>. Il fatto di Regolo è stato condannato per favola; quello di Muzio Scevola potrà
          esserlo parimente, se non altro, col confronto di questo luogo, forse non osservato
          finora. (Bologna. 19. Nov. 1825.). V. p. 4193.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Μεγάλα γὰρ πρήγματα μεγάλοισι κυνδύνοισιν ἐθέλει καὶ
            αἱρέεσθαι</foreign>
          </quote>
          <bibl>
            <author>Herodot.</author> l. 7. c. 50. ap. <author>Stob.</author> serm. 7.</bibl>
          <foreign lang="grc">περὶ ἀνδρείας</foreign> In Erodoto si legge <quote>
            <foreign lang="grc">ἐθέλει καταιρέεσθαι</foreign>
          </quote>. (Bologna. 9 Nov. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Exhaustare</foreign> ec. <bibl>V.
            <author>Forcell.</author>
          </bibl>
          <emph>Coltare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">colo</foreign>. Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Inhonorus — inhonoratus</foreign>. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign> per verbigrazia ec. <bibl>
            <author>Eschine</author>, Dial. 2. cioè <foreign lang="grc">περὶ πλούτου</foreign>,
            sect. 24. bis.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il mezzo più efficace di ottener fama è quello di far creder al mondo di esser già
          famoso. (Bologna. 21. Nov. 1825.). Analogo e confermativo <pb ed="aut" n="4154"/> di
          questo detto è quello di Labruyère, che più facile è far passare un’opera mediocre in
          grazia di una riputazione dell’autore già ottenuta e stabilita, che l’ottenere o stabilire
          una riputazione con un’opera eccellente.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Stefano Bizantino in <foreign lang="grc">Ἴτων</foreign> dice che la città d’Itone fu
          anche detta <foreign lang="grc">Σίτων</foreign> Sitone.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Eschine</author>, <title>Dialogo</title> 3. Assioco, sezione 8.</bibl> parlando
          dei mali della vita nelle diverse età: <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ τοῖς</foreign>
          </quote> (rispetto, appetto a) <quote>
            <foreign lang="grc">ὕστερον χαλεποῖς ἐφάνη τὰ πρῶτα παιδικὰ, καὶ νηπίων ὡς ἀληθῶς
              φόβητρα</foreign>
          </quote>. Il Wolfio stampò <foreign lang="grc">χαλεποῖς παραβαλλόμενα ἐφάνη</foreign>, e
          disse che in vece di <foreign lang="grc">παραβαλλόμενα</foreign> si poteva anche supplire
            <foreign lang="grc">συγκρινόμενα</foreign> o <foreign lang="grc"
          >ἀντεξεταζόμενα</foreign>. Il Fischer, not. 52. ed. Lips. (Aeschin. Socrat. Diall. tres)
          1766. non approva il Wolfio, e dice <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">nam Dativus ille quidni pendere a verbo</foreign>
            <foreign lang="grc">ἐφάνη</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">possit</foreign>
          </quote>? Fatto è che questo è un italianismo, cioè il dativo solo in vece di
            <emph>rispetto</emph> o <emph>appetto a</emph>. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> in <emph>ad</emph> se ha nulla a proposito. (Bologna. 1825. 22. Nov.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">To look for</foreign>. — <emph>aspettare</emph>
            (<foreign lang="lat" rend="italic">ad-spectare</foreign>).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Rubacchiare</emph>. <emph>Scrivacchiare. Sforacchiare. Schiamazzare.
          Mormoracchiare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Crocire-crocitare</emph>. <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>. <emph>Sorbire sorsare</emph>. V. Crus. e Forc. e Gloss.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Vagina-gUaina, eVaginare-sgUainare</emph> ec. Spagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">vayna</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sopracciglia</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Βρυττὸν-βρύττιον</foreign> (bevanda d’orzo, birra) diminutivo
          positivato. Significano ambedue le voci lo stesso. Esichio. (Bologna. 27. Nov. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Juxta meam sententiam</foreign>
            <foreign lang="grc">βρύω</foreign> et <foreign lang="grc">βρύζω</foreign>
            <foreign lang="lat">idem verbum est, ut</foreign>
            <foreign lang="grc">βλύω</foreign>
            <foreign lang="lat">et</foreign>
            <foreign lang="grc">βλύζω, βύω βύζω, μύω μύζω, φλύω φλύζω</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">et alia</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Ignatius Liebel</author>
            <title lang="lat">ad Archilochi</title> fragm. 5. p. 70. ed. Vindobon. 1818.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Freno-Frenello</emph>. <bibl>V. Crusca.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Plutarch.</author>
            <title lang="lat">de Exil.</title> t. 8. p. 383. ed. Reiske</bibl>: <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀρχίλοχος τῆς<pb ed="aut" n="4155"/> Θάσου τὰ καρποφόρα καὶ οἰνόπεδα
              παρορῶν, διὰ τὸ τραχὺ καὶ ἀνώμαλον διέβαλε τὴν νῆσον, εἰπών.</foreign>
          </quote>.</p>
        <quote>
          <lg>
            <l>
              <foreign lang="grc">Ἥδε ὡς ὄνου ῥάχις</foreign>
            </l>
            <l>
              <foreign lang="grc">Ἕστηκεν ὕλης ἀγρίας ἀπιστεφής</foreign>.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p>(Taso era nome di un’isola aggiacente alla Tracia.) A questo frammento di Archiloco il
          Jacobs fa questa osservazione. <quote>
            <foreign lang="grc">Ὄνου ῥάχις</foreign>. <foreign lang="lat">Propter montium iuga poeta
              sic appellasse videtur insulam. Plurimas partium corporis appellationes ad terrarum
              situm et conditionem significandam translatas diligenter collegit Eustath. ad. Il. p.
              233. seqq. quaedam schol. Sophocl. in Oed. Col. 691. conf. Wesseling ad Herod. 1. p.
              35. 86. Promontorium Laconiae</foreign>
            <foreign lang="grc">ὄνου γνάθον</foreign>
            <foreign lang="lat">appellatum commemorat Pausanias III. 22. p. 431. edit. Facii. Nec
              hoc</foreign>
            <foreign lang="grc">ὄνου ῥάχις</foreign>
            <foreign lang="lat">tam Archilocho proprium fuisse puto, quam potius montosarum regionum
              appellationem</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Jacobs</author>, <title>Animadverss.</title> in <title>Antholog.</title> vol. 1.
            par. 1. p. 165. seq. ap. <author>Liebel</author> loc. cit. qui dietro, fragm. 9. p.
          79</bibl>. Or notisi il nostro <emph>schiena d’asino</emph> o <emph>a schiena
          d’asino</emph>, detto di strade ec. (Bologna 27. Nov. 1825. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἕστηκεν</foreign>
          </quote> i. e. <quote>
            <foreign lang="grc">ἐστὶν</foreign>
          </quote>
          <bibl>
            <title>Odyss</title>
            <foreign lang="grc">ρ</foreign>. 439.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">περὶ κακὰ πάντοθεν ἔστη</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Chariton</author> l. 3. c. 5. p. 51. 10.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">τότε γὰρ ἔτι χειμὼν ἑστήκει</foreign>, <foreign lang="lat">ubi vid.
              Dorvillium, qui ostendit hoc ve saepe pro <foreign lang="grc">εἰμὶ</foreign> cum
              emphasi adhiberi, ut stare apud Latinos p. 303. Sic Horat l. 2. od.9. 5. Nec stat
              glacies iners Menses per omnes</foreign>
          </quote>. <bibl lang="lat">Cfr. ibi Mitscherlich</bibl> (interprete ossia commentatore di
          Orazio) <bibl>
            <author>Liebel</author>, loc. cit. qui sopra.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Mercari</emph>, it. <emph>mercare-mercatare</emph>, (spagn. se non fallo, <foreign
            lang="spa" rend="italic">mercatar</foreign>), onde <emph>mercatante</emph> particip.
          sostantivato, e quindi <emph>mercatantare, mercatanzia</emph> ec. e
          <emph>mercadante</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4156"/>
          <emph>Sfallare, sfalsare, sfallire</emph>, aggiungansi al mio discorso sopra
          <emph>falsare</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Calcagna</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sorbillo as</foreign>. V. Forc.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Frega-fregola</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀλλ' ἄνα</foreign>
          </quote> per <emph>ma su, coraggio</emph>. <bibl>Omero Il. <foreign lang="grc">ι</foreign>
            v. 247. Odyss. <foreign lang="grc">σ.</foreign>. 13.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἄνα</foreign>
          </quote> (<emph>Su</emph>) <quote>
            <foreign lang="grc">δυσδαίμων πεδόθεν κεφαλὴν ἐπάειρε</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Eurip.</author> in <title>Troasi</title>, v. 98.</bibl> (<bibl>
            <author>Liebel</author>, l. sup. cit. p. 105. fragm. 32.</bibl>) — <emph>Su, orsu</emph>
          ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐπειδὴ Ζεὺς πατὴρ Ὀλυμπίων Ἐκ μεσημβρίας ἔθηκε</foreign>
          </quote> (fece) <quote>
            <foreign lang="grc">νυκτ', ἀποκρύψας φάος Ἡλίου λάμποντος</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Archiloch.</author> ap. <author>Stob.</author> serm. CIX.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">περὶ ἐλπίδος</foreign>
          </quote>, ap. <bibl>
            <author>Liebel</author>. fragm.31. p. 100., loc. sup. cit.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Καρδίης πλέως</foreign>
          </quote>, dice Archiloco (<bibl>fragm. 34. p. 110. loc. sup. cit. ap.
            <author>Galen.</author> Dion. Schol. Theocr. ec.</bibl>) che dev’essere un Generale, e
          noi diremmo, <emph>pien di cuore</emph>. Italianismo. V. i Lessici.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dolore antico. Era frase usitata per esprimere le sventure ec. il dire che il tale
            <emph>giaceva in terra</emph>, cioè si voltolava tra la polvere, e Archiloco (<bibl>ap.
              <author>Stob.</author>, serm. 20. <foreign lang="grc">περὶ ὀργῆς</foreign>, fragm. 32.
            p. 103. loc. sup. cit.</bibl>) dice: <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ μήτε νικῶν ἀμφάδην (φανερῶς) ἀγάλλεο, Μηδὲ νικηθεὶς ἐν οἴκῳ
              καταπεσὼν ὀδύρεο</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Aristofane</author>, <title>Nub.</title> v. 126.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀλλ' οὐδ' ἐγὼ μέντοι πεσών γε κείσομαι</foreign>
          </quote> i. e. <quote>
            <foreign lang="grc">ἀθυμήσω</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Liebel</author>, loc. sup. cit. p. 106. ad fragm. 32.</bibl>) Archiloco medesimo
            (<bibl>fragm. 33. p. 107. ap. <author>Stob.</author> serm. 103.</bibl>) volendo dire
          uomini sventurati e calamitosi, dice: <quote>
            <foreign lang="grc">Ἄνδρας μελαίνῃ κειμένους ἐπὶ χθονί</foreign>
          </quote>. Presso Omero (<bibl>
            <title>Il.</title>
            <foreign lang="grc">σ</foreign> 26.</bibl>) Achille udita la morte di Patroclo si gitta
          in terra, e così Priamo per quella di Ettore; ed Ecuba (nell’Ecuba di Sofocle o di
          Euripide v. 486.496.) sta prostesa in terra piangendo le sventure sue e dei suoi, e
          Sisigambe madre di Dario, udita la morte di Alessandro, si gittò in terra. <bibl>Curt. X.
            5. p. 4243.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4157"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἄλλ' ἔνι λόγος</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat">ratio docet</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ σὺν τούτοις</foreign>
          </quote> (con tutto questo, ciò non ostante, con questo) <quote>
            <foreign lang="grc">παρίστασθαι τῷ φίλῳ καὶ πατρίδι συγκινδυνεύειν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Epictet.</author>
            <title>Enchirid.</title> c. 39.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Κᾂν σὺν τούτοις</foreign>
          </quote> (e se contuttociò) <quote>
            <foreign lang="grc">ἐλθεῖν καθήκῃ, φέρε τὰ γινόμενα</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. cap. 52.</bibl> (Bologna 3. Dic. Festa di S. F. Saverio. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Roma, la prima e più potente città che sia stata al mondo, è stata anche l’unica
          destinata e quasi condannata a ubbidire a signori stranieri regolarmente, e non per
          conquista nè per alcuno accidente straordinario. Ciò negli antichi tempi, sotto gl’Impp.
          (Traiano, Massimino ec. ec.), e ciò di nuovo ne’ moderni sotto i Papi (moltissimi dei
          quali furono non italiani), e l’una e l’altra volta ciò passò in costumanza ed ordine
          fondamentale dello Stato, cioè che il Principe di Roma potesse essere non romano e non
          italiano. Così la prima città del mondo, e così l’Italia, prima provincia del mondo, pare
          per una strana contraddizione e capriccio della fortuna essere stata (nel tempo medesimo
          del maggior fiorire del suo impero, sì del temporale e sì dello spirituale) condannata a
          differenza di tutte le altre ad una legittima e pacifica e non cruenta schiavitù, e quasi
          conquista. (Bologna 1. Dec. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Onestato</emph> per <emph>onesto</emph>. Crus. <emph>Curato, curè</emph> ec. per
            <emph>che cura</emph>, participio sostantivato.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Causado</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic"
            >que causa. Divertido</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic">que
          divierte</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Laurus</foreign>- <foreign lang="spa" rend="italic"
            >laurel</foreign>. (spagn.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Σκύτος</foreign> o <foreign lang="grc">σκύτη</foreign> ec. — <foreign
            lang="grc">σκυτὶς. κύρτη-κυρτὶς. κιθάρα κίθαρις</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4158"/>
          <quote>
            <bibl>Eustathius Odyss. <foreign lang="grc">ε</foreign> t. 3. p. 1542. ed. rom.</bibl>
            <foreign lang="lat">ubi docet</foreign>
            <foreign lang="grc">τρὶς</foreign>
            <foreign lang="lat">in compositis multitudinem</foreign>
            <foreign lang="grc">πολὺ,πολλάκις, ἄγαν</foreign>
            <foreign lang="lat">significare, ad quod illustrandum Archilochi hunc locum
            adfert</foreign> (<foreign lang="grc">Θάσον δὲ τὴν τρισοϊζυρὴν πόλιν</foreign>),
              <foreign lang="lat">et per</foreign>
            <foreign lang="grc">λίαν ὀϊζυρὰν</foreign>
            <foreign lang="lat">explicat. Item t. 1. p. 725. Sic et Virgil. O ter quaterque beati.
              Et poeta Germanus</foreign>: <foreign lang="ger">O dreymal glückliches Land</foreign>!</quote>
          <bibl>
            <author>Liebel</author>, loc. sup. cit. fragm. 92. p. 202.</bibl> Così <foreign
            lang="grc">τρισιόλβιος, τρισμάκαρ</foreign> ec. ec. (Bologna, 6. Dic. 1825.).
          Francesismo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Perocchè (l’uomo) non era servo se non di Dio, il quale doveva amare con tutto il
            cuore, senza <emph>altro</emph> compagno</quote>. <bibl>
            <author>Cavalca</author>
            <title>Specchio di croce</title>, capit. 4. verso il fine, ediz. di Brescia, 1822. p.
            13.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Uomo pesato</emph> cioè considerato ec. Crus. e v. la Crus. veron. in <emph>posato.
            Riposato, posato</emph>. V. la Crusca. <emph>Riserbato</emph> ib.
          <emph>Perversato</emph> per <emph>perverso</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Spiare-spieggiare. Sortire-sorteggiare. Stormeggiare, stormeggiata</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Divenire-diventare</emph> (da <foreign lang="lat" rend="italic">ventum</foreign>
          sup. di <foreign lang="lat" rend="italic">venio</foreign>). <foreign lang="lat"
            rend="italic">Cupio cupitum-cupitare, covidare, convitare</foreign> (Crus.), <foreign
            lang="fre" rend="italic">convoiter</foreign> ec. v. gli spagn.
            <emph>Pervertire-perversare</emph>. V. Crus. in <emph>perversare</emph> e
            <emph>perversato</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fa</emph>
          <emph rend="sc">v</emph>
          <emph>ola</emph>-<emph>fa</emph>
          <emph rend="sc">o</emph>
          <emph>la</emph>-fola.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Invaghire-invaghicchiare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Notasi che gli antichi greci diedero spesso il nome di <foreign lang="grc"
          >πόλις</foreign> a regioni e paesi. <foreign lang="grc">Πάρος, νῆσος, ἣν καὶ πόλιν
            Ἀρχίλοχος αὐτὴν καλεῖ ἐν ἐπῳδοῖς</foreign>. Steph. Byz. voc. <foreign lang="grc"
          >Πάρος</foreign>. <foreign lang="lat">Insulas et regiones etiam</foreign>
          <foreign lang="grc">πόλεις</foreign>
          <foreign lang="lat">ab auctoribus dictas esse, observat Strabo</foreign> l. 8. p. 546.
            <foreign lang="grc">Στησίχορος δὲ καλεῖ πόλιν τὴν χώραν Πίσαν λεγομένην, ὡς ὁ ποιητὴς
            τὴν Λέσβον Μάκαρος πόλιν. Εὐριπίδης ἐν Ἴωνι Εὔβοι' Ἀθήναις ἐστὶ τις γείτων πόλις.
          κτλ.</foreign>.. <foreign lang="lat">quae vid.</foreign>
          <bibl>Cf. ibid. Casaub. not. 2.</bibl>
          <foreign lang="lat">Sic et insula Cos Il.</foreign>
          <foreign lang="grc">β</foreign>, 676. <foreign lang="lat">et Lemnus, Od.</foreign>
          <foreign lang="grc">θ</foreign>
          <pb ed="aut" n="4159"/> 284. <foreign lang="lat">ab Homero nominatur. Ipse Archilochus
            fragm. 92</foreign>. (<foreign lang="grc">Θάσον δὲ τὴν τρισοϊζυρὴν πόλιν</foreign>, ap.
            <bibl>Eustath. Od. <foreign lang="grc">ε</foreign> t. 3. p. 1542. ed. Rom.</bibl>)
            <foreign lang="lat">insulam Thasum</foreign>
          <foreign lang="grc">πόλιν</foreign>
          <foreign lang="lat">dicit. Lysias contra Andocid.</foreign>
          <foreign lang="grc">ἔπειτα δὲ καὶ διώχληκε πόλεις πολλὰς ἐν τῇ ἀποδημίᾳ, Σικελίαν,
            Ἰταλίαν, Πελοπόννησον κ. τ. λ.</foreign>. <foreign lang="lat">Aristides de Neptuno t. 1.
            p. 20. ed. Jebbii Oxon. 1722</foreign>. <foreign lang="grc">καὶ πόλεις δὲ ἐπολίσατο τοῖς
            ἀνθρώποις, ἃς καὶ νήσους νυνὶ καλοῦμεν</foreign> Aeschil. <foreign lang="grc"
          >Εὐμεν</foreign>. 75. <foreign lang="lat">insulas</foreign>
          <foreign lang="grc">περιῥῤύτους πόλεις</foreign>
          <foreign lang="lat">vocat. Sic Propert. l. 3. el. 9.16. observante Huschke Miscell.
            philol. P. 1. p. 24. Praxitelem Paria vindicat urbe lapis</foreign>. — <bibl>
            <author>Liebel</author> loc. sup. cit. fragm.76. p. 179-80</bibl>. Simili cause, simili
          effetti: tempi simili, costumi simili, e lingua e parole sempre analoghe ai costumi.
          Questo chiamar città i paesi, probabilmente derivò dal modo in cui vivevano gli uomini
          prima delle prime città; già bastantemente civili, bastantemente riuniti insieme, ma non
          però tanto da far città in corpo, bensì borghi, e villette in gran numero, occupanti gran
          tratto di paese. Tutto questo tratto si dovette da principio chiamar <foreign lang="grc"
            >πόλις</foreign>, onde poi fu trasferita la significazione a <emph>città</emph> (quando
          cioè le città vi furono), e non già viceversa. Questi erano i tempi in cui Atene non era
          altro che quattro (<bibl>
            <author>Plutar.</author> in Thes. Euripid. Heraclid. 81.</bibl>), o 11. (<bibl>Steph.
            Byz. <foreign lang="grc">Ἀθῆναι</foreign>
          </bibl>) o 12. (Theophr. Charact. c. 26. fin. in addition. ex ms. Vat.) borgate sparse per
          l’Attica, poi riunite da Teseo, (v. Meurs. in Theseo) e chiamate con un solo nome Atene; e
          Mantinea similmente in Arcadia ec. Ora sappiamo dalla storia che lo stesso modo di abitare
          a borgate si usò nei bassi tempi; allo stesso modo poi, crescendo la nuova civiltà, le
          città si formarono (v. Robertson, introduz. alla <pb ed="aut" n="4160"/> Stor. di Carlo
          V), ed appunto allo stesso modo, troviamo negli antichi fino al 500, ec. le città chiamate
          generalmente con nome di <emph>terre</emph>, voce significativa propriamente di paesi, nel
          qual modo si chiamano anche oggi nello scrivere con eleganza, eziandio le città grandi, in
          volgar comune e favellato, i castelli, e i così detti <emph>paesi</emph>. Così in francese
          anche oggi <foreign lang="fre" rend="italic">pays</foreign> per città, benchè proprio nome
          di regione. (V. del resto i Diz. franc. e spagn. e ingl. ec. in <emph>Terra</emph> ec. e
          nei nomi di <emph>città</emph>, e così Forcell. Gloss. ec. Da <emph>terra</emph> per
          città, <emph>terrazzano</emph> p. cittadino. ec.) Cosa che anche conferma la mia opinione
          sopra il vero primitivo significato di <foreign lang="grc">πόλις</foreign>. (Bologna.
          1825. 9. Dec. Vigilia della Venuta della Santa Casa.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tiglio</emph>- <foreign lang="fre" rend="italic">tilleul</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Selva</emph> per <emph>albero</emph> cioè per lauro. <bibl>
            <author>Petr.</author>
            <title>Sestina</title> 1. stanza 6</bibl>. E per <emph>legno</emph>, <bibl>ib.
          chiusa.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Sentido</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic"
            >que siente</foreign>, (così <emph>risentito</emph> ec.), e quindi sostantivato per
            <emph>sentimento, senso</emph>. <foreign lang="spa" rend="italic">Esclarecido</foreign>.
          V. i Diz. spagn.</p>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Pausar</foreign> spagn.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sentimenta</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Aerugo</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic"
            >rubigo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">robigo</foreign>- <foreign
            lang="fre" rend="italic">rouille</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἡττημένη τοῖς πρώην ἡ τύχη καθ' ἕνα τῶν ἀγώνων προσφέρουσα, νῦν τι
              καινὸν ἐτεχνάσατο καθ' ἡμῶν</foreign>. <foreign lang="lat">Severus Sophista
              Alexandrinus in Ethopoeiis editis a Galeo in libello cui tit. Rhetores selecti nempe
              cum Demetrio</foreign>
            <foreign lang="grc">περὶ ἑρμηνείας</foreign>
          </quote> ec. <bibl>Oxon. 1676., Ethop. 3. pag. 221.</bibl> Il genitivo per l’accusativo.
          (Bologna. 16. Dic. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Summittere</foreign> per mandare in alto; o vero
            <foreign lang="lat" rend="italic">submittere</foreign>. <bibl>V.
            <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Marceo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >marcesco, marcitum</foreign>; <emph>marcire</emph>, <emph>marcito</emph>
          <foreign lang="spa" rend="italic">marchitar</foreign> spagn.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Siccome ad essere vero e grande filosofo si richiedono i naturali doni <pb ed="aut"
            n="4161"/> di grande immaginativa e gran sensibilità, quindi segue che i grandi filosofi
          sono di natura la più antifilosofica che dar si possa quanto alla pratica e all’uso della
          filosofia nella vita loro, e per lo contrario le più goffe o dure, fredde e
          antifilosofiche teste sono di natura le più disposte all’esercizio pratico della
          filosofia. Sommo filosofo fu il Tasso pei suoi tempi quanto alla contemplazione. Ma chi
          meno di lui disposto per natura alla pratica della filosofia? chi più disposto anzi alla
          pratica delle dottrine più illusorie, di quelle dell’entusiasmo ec.? E infatti chi meno
          filosofo di lui nella pratica, e nell’effetto che gli accidenti della vita producevano nel
          suo spirito? Viceversa chi meno filosofo in teoria che certi spensierati e imperturbabili
          e sempre lieti e tranquilli uomini, che pur nella pratica sono il modello e il tipo del
          carattere e della vita filosofica? Veramente, siccome la natura trionfa sempre, accade
          generalmente che i più filosofi per teoria, sono in pratica i meno filosofi, e che i men
          disposti alla filosofia teorica, sono i più filosofi nell’effetto. E si potrebbe anzi dire
          che la mira, l’intenzione e la somma della filosofia teorica e de’ suoi precetti ec. non
          consiste effettivamente in altro che nel proposito di rendere la vita e il carattere di
          quelli che la posseggono, conforme a quello di coloro che non ne sono capaci per natura.
          Effetto che ella difficilmente ottiene. (Bologna. 20. Dic. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Bebido</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic"
            >que ha bebido. Estar reñidos. Lucido</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic"
            >luciente</foreign>, spagn.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Pro<hi rend="italic">v</hi>idens-pr<hi rend="italic"
          >u</hi>dens</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Νικίας δ' ὁ ζωγράφος καὶ τοῦτο εὐθὺς ἔλεγεν εἶναι τῆς γραφικῆς <pb
                ed="aut" n="4162"/> τέχνης οὐ μικρὸν μέρος, τὸ λαβόντα ὕλην εὐμεγέθη
            γράφειν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Demetr.</author>
            <title lang="lat">de Elocut.</title> sect. 76. ed. Gale p. 53.</bibl> (Bologna. 22. Dic.
          1825). <quote>
            <foreign lang="grc">Εὐθὺς οὖν πρώτη ἐστὶ χάρις ἡ ἐκ συντομίας</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. sect. 137. p. 85.</bibl> (24. Dic. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Gradito, aggradito</emph> ec. per <emph>gradevole, grato</emph>. (25. Dic. dì del S.
          Natale. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Favorito</emph> per <emph>favorevole</emph>. V. le Giunte Veron. alla Crus. in
            <emph>Favoritissimo</emph>, e la Crus. in <emph>Favorato</emph> per <emph>prospero.
            Scaltrito</emph> da <emph>scaltrire</emph> per <emph>scaltro. Scalterito</emph>;
            <emph>scalteritamente</emph> o <emph>scaltritamente</emph> per <emph>scaltramente</emph>
          ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Degnò mostrar del suo lavoro in terra. Petr. Canz. Gentil mia donna, l’veggio, stanza 2.
          v. 3. (27. Dic. Festa di S. Giovanni Evangelista. 1825. Bologna.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Comparatus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">par, comparabilis</foreign>. V. Forc. Crus. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Demetrio</author>
            <title>
              <foreign lang="grc">περὶ ἑρμηνείας</foreign>
            </title>, sect. 240. ed. Gale, Oxon. 1676. p. 134</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">φιλοφρόνησις γάρ τις βούλεται εἶναι</foreign>
          </quote> (<emph>vuol essere</emph>, cioè dev’essere) <quote>
            <foreign lang="grc">ἡ ἐπιστολὴ σύντομος</foreign>
          </quote>. <bibl>Id. sect. 2. p. 2.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">βούλεται</foreign>
          </quote> (<emph>vogliono</emph> cioè debbono) <quote>
            <foreign lang="grc">μέντοι διάνοιαν ἀπαρτίζειν τὰ κῶλα ταῦτα</foreign>
          </quote> (Bologna. 28. Dic. 1825.). V. la per seg. capoverso 8. e qui sotto e p. 4224.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto di <foreign lang="grc">θέλειν</foreign> o <foreign lang="grc">ἐθέλειν</foreign>
          per <emph>potere</emph> ha attinenza il nostro <emph>malvolentieri</emph> per
          difficilmente (Crus.) e <emph>volentieri</emph> per facilmente (Giunte Veronesi).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἁπλοῦν γὰρ εἶναι βούλεται</foreign>
          </quote> (<emph>vuole</emph> cioè dee) <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ ἀποίητον τὸ πάθος</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Demetr.</author>
            <title lang="lat">de elocut.</title> sect. 28. p. 22.</bibl> (Bologna. 31. Dic. 1825.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Onde</emph> per <emph>dove</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">quo</foreign>. <bibl>
            <author>Petr.</author> Son. <title>Occhi piangete</title>, v. 6.</bibl> (Bologna 1. del
          1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Crates</foreign>, <emph>grata, grada-graticcio,
            graticcia, gradella, graticola, ingraticolato, craticcio</emph> (Crus. Veron.) ec.
            <bibl>V. Forc. in <foreign lang="lat" rend="italic">craticula</foreign>, i franc. spagn.
            ec.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Éploré</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >qui plorat</foreign> da <foreign lang="fre" rend="italic">s’épleurer. Zélé</foreign>
          per <foreign lang="fre" rend="italic">qui zèle</foreign>, <emph>zelante</emph>. <foreign
            lang="fre" rend="italic">Homme réfléchi</foreign> o <foreign lang="fre" rend="italic"
            >irréfléchi</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Così <emph>avestu</emph> riposti <emph>De</emph>’ bei vestigi sparsi</quote>. <bibl>
            <author>Petr.</author> Canz. <title>Se ’l pensier che mi strugge</title>. Stanz. 5. v.
            7. 8.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Smoccare</emph> (Crus. Veron.) — <emph>Smoccolare</emph>, coi derivati.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Boves</foreign>, bovi — buoi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che cosa è la vita? Il viaggio di un zoppo e infermo che con un gravissimo carico in sul
          dosso per montagne ertissime e luoghi sommamente aspri, faticosi e difficili, alla neve,
          al gelo, alla pioggia, al vento, all’ardore del sole, cammina senza mai riposarsi dì e
          notte uno spazio di molte giornate <pb ed="aut" n="4163"/> per arrivare a un cotal
          precipizio o un fosso, e quivi inevitabilmente cadere. (Bologna. 17. Gen. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Homme réservé</foreign>. <emph>Riservato</emph>. V. gli
          spagn. <foreign lang="fre" rend="italic">Enjoué</foreign>. <foreign lang="spa"
            rend="italic">Cabalgado</foreign> per <foreign lang="spa" rend="italic">que
          cabalga</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic">que està a caballo</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Torso-torsolo. Bitorzo-bitorsolo, bitortolato, bitortoluto</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Incrociare-incrocicchiare</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Segnalato</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">señalado</foreign>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">signalé</foreign> per <emph>da segnalarsi</emph> o <emph>che si
            segnala</emph> o <emph>si è segnalato</emph> ec. coi derivati. <emph>Valido</emph> per
            <foreign lang="spa" rend="italic">que vale</foreign> appresso qualcuno ec. V. i Diz.
            <foreign lang="spa" rend="italic">Desvalido</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Παραφυλακτέον δὲ</foreign> (<foreign lang="lat">cavendum</foreign>)
              <foreign lang="grc">καὶ τὸ παραλλήλους τιθέναι τὰς πτώσεις</foreign> (<foreign
              lang="lat">pares casus</foreign>) <foreign lang="grc">ἐπὶ διαφόρων προσώπων
            ἀμφίβολον</foreign> (<foreign lang="lat">anceps, dubium</foreign>) <foreign lang="grc"
              >γὰρ γίνεται τὸ ἐπὶ τίνα φέρεσθαι</foreign>
          </quote>, <emph>a chi riferire i detti casi</emph>. <bibl lang="lat">
            <author>Theo sophist.</author> Progymnasm. 2. hoc est de narrat. ed. Basileae 1541. p.
            36</bibl>. L’infinito usato in modo affatto italiano. (Bologna. 24. Gen. 1826.). V. p.
          seg. capoverso 3.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Hombre</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic"
            >cosa arriesgada</foreign>, <emph>arrischiato, arrisicato</emph> ec. per
          <emph>rischioso</emph> o <emph>che si arrischia</emph>. V. i francesi in <foreign
            lang="fre" rend="italic">hasardé</foreign> ec. <emph>Agiato</emph> per
          <emph>pigro</emph>, cioè <emph>che opera ad agio, che si adagia</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Affettato</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">affecté</foreign> ec. per
            <emph>che affetta</emph>, o <emph>che ha affettazione</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>Alla p. 4162. capoverso 5</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐν μὲν τοῖς ἐγκωμίοις καὶ ψόγοις φροντιστέον καὶ προοιμίων, ἐπὶ δὲ
              τοῦ τόπου</foreign> (<foreign lang="lat">in loco communi</foreign>) <foreign
              lang="grc">ἐπίνοια τοιαύτη τὶς εἶναι βούλεται</foreign> (<foreign lang="lat"
            >absolute</foreign>) <foreign lang="grc">ὥστε ἀποκοπὴν εἶναι δοκεῖν, καὶ μέρος λόγου
              ἑτέρου προειρημένου</foreign>
          </quote>. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">In laudando et vituperando, ne exordia quidem
              negligenda, loci vero huiusmodi quaedam est consideratio, ut amputatum quiddam
              videatur, atque pars orationis alterius iam habitae</foreign>
          </quote>. (<foreign lang="lat">versio Joachimi Camerarii</foreign>). <bibl lang="lat">
            <author>Theo sophista</author>, Progymnasm. 5. de loco communi, ed. Basileae 1541. p.
            71.</bibl> (30. Gen. 1826. Bologna.). V. p. 4212. fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli spagnuoli dicono <foreign lang="spa" rend="italic">mas</foreign> ridondante o vero
          per <emph>niuno</emph> come noi <emph>altro</emph>. <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Sin mas oro ni mas seda</foreign>
          </quote>, cioè <emph>senza punto d’oro nè di seta</emph>. <bibl>
            <author>Augustin de Roxas</author>, <title>Viage entretenido</title>.</bibl> (Bologna.
          1. Feb. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il genitivo per l’accusativo <bibl>
            <author>Epitteto</author> cap. 70.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἐπίσπασαι ψυχροῦ ὕδατος</foreign>
          </quote>, <emph>piglia una boccata d’acqua fresca</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4164"/>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Avenido, estar avenidos</foreign> ec. per conveniente,
          concorde, avvenente ec. V. i Diz. <foreign lang="spa" rend="italic">Visto</foreign> spagn.
          per avveduto ec. <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Terencio fuè mas visto en los preceptos</foreign>
          </quote> (poco sotto dice: <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Porque en esto Terencio fuè mas CAUTO</foreign>
          </quote>). <bibl>
            <author>Lope de Vega</author>, <title lang="spa">Arte nuevo de hacer comedias</title>
          </bibl>. <foreign lang="fre" rend="italic">Négligé</foreign>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">Desabrido</foreign>. <emph>Consigliato, sconsigliato, bene</emph> o
            <emph>mal consigliato</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Spessissimo noi, come un malato, un convalescente, che si cura, un povero che si
          procaccia il vitto con gran fatica, usando una infinita pazienza per solo conservarci la
          vita, non facciamo altro che patire infinitamente per conservarci, per non perdere, la
          facoltà di patire, ed esercitar la pazienza per preservarci il potere di esercitarla, per
          continuarla ad esercitare. (Bologna. 4. Feb. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4163. capoverso 5. Analogo è questo luogo del medesimo <bibl>
            <author>Teone</author>, <title lang="lat">Exempl. progymnasm.</title> chria 1. p. 116.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν ταῖς ἀποβολαῖς τῶν παίδων καὶ τῶν ἀναγκαιοτάτων, οὗ</foreign>
              (<foreign lang="lat">ubi</foreign>) <foreign lang="grc">πολλάκις τὸ πάθος μεῖζον ἢ
              φέρειν</foreign>
          </quote> V. p. 4190.4299.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Homme mésuré</foreign>, <emph>misurato,
            smisurato</emph>,<foreign lang="spa" rend="italic"> mesurado, desmedido</foreign> ec. V.
          i Diz.</p>
        <p>
          <emph>Affidato, sfidato</emph> per <emph>che si affida o sconfida</emph> ec.
            <emph>Confiado, desconfiado</emph> ec. <foreign lang="spa" rend="italic">Desasosegado.
            Resentido</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Coyuntar, descoyuntar</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">coniunctus</foreign>, come <foreign lang="spa" rend="italic"
          >juntar</foreign> ec. V. i Diz. <foreign lang="fre" rend="italic">Compulser,
          expulser</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Αὐτῶν δέ γε τῶν ὑποθήκων</foreign> (<foreign lang="lat"
            >monitorum</foreign>) <foreign lang="grc">τὰς μὲν ἐν γράμμασι, τὰς δὲ ἀπὸ στόματος
              οὑτωσὶ</foreign>
          </quote> (<emph>così</emph> ridondante, della qual frase, altrove) <quote>
            <foreign lang="grc">πρὸς τοὺς συνόντας εἰπὼν, ἐν μνήμῃ κατέλιπε</foreign> (<foreign
              lang="grc">Ἰσοκράτης</foreign>)</quote>. <bibl>
            <author>Theo sophist.</author> Exempl. progymnasm. chria 3. sub init. ed. Basil. 1541.
            p. 129-30.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τίς οὐκ ἂν θαυμάσειε πρὸ τῶν ἄλλων εὐθὺς τὴν ἀλήθειαν</foreign>
              (<foreign lang="lat">primum ante cetera veritatem huius sententiae
            Isocratis</foreign>)</quote>. <bibl>
            <author>Theo</author>, loc. sup. cit. p. 130.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τί δὲ θαυμαστὸν εἰ προσδεῖται πόνων ἐκείνη (ἡ παιδεία), μηδὲ τῶν
              ἐλαττόνων ἄνευ ταλαιπωρίας ἐθελόντων περιγίνεσθαι</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. p. 137.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Dilatado</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >latus</foreign>, v. p. 4167. come <foreign lang="fre" rend="italic">éloigné</foreign>
          per lontano: <foreign lang="fre" rend="italic">dénué, assuré, rapproché, reculé, varié,
            prématuré, approfondi, élevé, prolongé, rembruni, azuré, rafiné, arrondi,
          infecté</foreign>, participii in luogo di aggettivi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐν ἄλλοις τε οὐκ ὀλίγοις, καὶ οὐχ ἥκιστα τοῖς πρώτοις τῆς Ἰλιάδος
              εὐθὺς</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. sentent. 2. p. 151.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Malinteso</emph> per male, cioè poco, intendente. V. i franc. ec. <foreign
            lang="fre" rend="italic">Homme</foreign> etc. <foreign lang="fre" rend="italic"
            >recherché</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἤκουε γὰρ ἴσως (ὁ Χρύσης) τὴν περὶ τὸ γύναιον (τῆς Βρισήϊδος) τοῦ
              βασιλέως (Ἀγαμέμνονος) σπουδήν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Theo</author> loc. sup. cit. Destruct. p. 152. V. p. seg. e p. 4166.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τῶν ἀπολωλότων, τὸ ἐκείνου μέρος</foreign>
          </quote>, che erano periti, <emph>per la sua parte</emph>, cioè per quanto era in lui.
            <bibl>Ib. Assert. 1. p. 158 V. p. 4166.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4165"/>
          <emph>Sperimentato</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">experimentado</foreign>,
            <foreign lang="fre" rend="italic">expérimenté, inexpérimenté</foreign>,
            <emph>esperimentato, inesperimentato</emph> ec. per <emph>che ha</emph> o <emph>non ha
            sperimentato</emph>. V. anche <emph>provato</emph> nella Crusca.
          <emph>Circospetto</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic">qui circumspicit</foreign>.
          V. Forc. Gloss. i francesi spagnuoli ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Risentire-risensare</emph>. <bibl>V. Crusca.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ὥστε καὶ εἰκότως σιγᾷ τὴν πρώτην, καὶ μετὰ τοῦτο φθέγγεται</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Theo</author>, loc. sup. cit. Assert. 2. p. 164</bibl>. <emph>Alla prima</emph>.
            <foreign lang="grc">Τὴν πρώτην</foreign> per <emph>da prima, da principio</emph> ec. è
          usato dallo stesso anche <bibl>Loc. commun. 1 p. 171. V. p. 4211.4226.</bibl> (Bologna 16.
          Feb. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Οὕτως ἰὼν</foreign>
          </quote> (<emph>andando, procedendo</emph>, cioè governandosi, adoperando) <quote>
            <foreign lang="grc">σωφρόνως</foreign>
          </quote> (prudentemente, saviamente) <quote>
            <foreign lang="grc">ὁ Βασιλεὺς, ὑπερεῖδε τῆς ἱκετηρίας</foreign> (<foreign lang="grc">ὁ
              Ἀγαμέμνων τοῦ Χρύσου</foreign>)</quote>. <bibl>Ib. p. 162</bibl>. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Itaque considerate progressus rex, supplicationem
              illam despexit</foreign>
          </quote>. (<foreign lang="lat">Versio Camerarii</foreign>.). <bibl>V. p. 4464.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4164. capoverso penult. Così anche <bibl>Loc. commun. 1. p. 172. lin. 2.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sbadato</emph> coi derivati per <emph>che non bada, non suol badare. Accorto,
            avveduto, malaccorto, malavveduto, inaccorto</emph> ec. <emph>disavveduto.
          Saporito</emph> per <emph>saporoso</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Mulina</emph> plur. V. le Giunte Veronesi alla Crusca. <emph>Le fata, le fondamenta,
            le pera</emph> ec. <emph>le prestigia</emph>. <bibl>V. <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title>, in questa voce</bibl>. <emph>Le uova</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <quote>
          <lg>
            <l>
              <foreign lang="grc">Κεῖνος φέριστος ὅστις ἀγνοεῖ βροτῶν</foreign>
            </l>
            <l>
              <foreign lang="grc">Ὡς ἔστιν ἐξαμαρτόντα μὴ δοῦναι δίκην•</foreign>
            </l>
            <l>
              <foreign lang="grc">Χείριστος δ' ὁ μεγίστην ἐξουσίαν λαβών</foreign>.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p rend="noindent">(<quote>
            <foreign lang="grc">Νέωντα δ' ὅστις οὐ δοκεῖ βροτῶν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Simonid</author>. ap. <author>Stob.</author>
          </bibl>). (18. Feb. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati. <emph>Chiovo-chiovello</emph> coi derivati,
          <emph>chiavo-chiavello</emph> coi derivati, <emph>chiavare-chiavellare</emph> ec. <foreign
            lang="fre" rend="italic">Sommeil, soleil</foreign>, (<foreign lang="lat" rend="italic"
            >somniculus, soliculus</foreign>), e simili.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Spe-cu-lum</foreign> — <emph>spe-gli-o</emph> —
            <emph>spe-cchi-o. Ventricolo — ventriglio</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ratto</emph> per <emph>rapido</emph> è il lat. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >raptus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic">rapio</foreign> (v. questi
          pensieri p. 2789.), e vale <foreign lang="lat" rend="italic">qui rapit</foreign> in senso
          att. o neutro, ed è un participio aggettivato.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Idolum aliquandiu</hi>
              <hi rend="sc">retro</hi>
            </foreign>
          </quote> (qualche tempo <emph>addietro</emph>) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">non erat</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Tertull.</author>
            <title lang="lat">de Idololat.</title> c. 3.</bibl> V. Forc. ec. (Bologna 19. Feb.
          Domenica 2. di Quaresima. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4166"/>
          <emph>Vinco-vinciglio. Avvincere — avvinchiare, avvinghiare, avvincigliare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4164. capoverso ult. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐλεεῖσθαι ἀξιοῖς παρὰ τούτων οἵ, τὸ σὸν μέρος, οὐκ εἰσί</foreign>
          </quote>; (non esistono più, cioè sono periti). V. p. 4211.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἄθλιος</foreign> vale a un tempo <emph>infelice</emph>, e
            <emph>malvagio</emph>, del che altrove.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non solo noi (Tanto è lungi che ec.) non possiamo sapere nè anche sufficientemente
          congetturare tutto quello di cui sia capace, aiutata da circostanze favorevoli, la natura
          umana in universale, ma eziandio di un solo individuo, o passato o presente o futuro, noi
          non possiamo sapere esattamente nè congetturare quanta estensione, in circostanze
          appropriate, avessero potuto o pur potranno acquistare le sue facoltà. (Bologna. 21. Feb.
          1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign> in principio di periodo ec. del che altrove. <bibl>
            <author>Teone Sofista</author>, loc. sup. cit. Comparat. 2. h. e. <title lang="lat"
              >Achillis et Diomedis</title>, initio, p. 204. lin.1.</bibl> (Bologna. 22. Feb.
          1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Scempio-scempiato</emph>, coi derivati.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Fugio</foreign>-<foreign lang="lat" rend="italic"
          >fugito</foreign>. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi greci positivati. <foreign lang="grc">ἄρνος-ἄρνειον</foreign> (come in ital.
            <emph>agnello</emph>, e <foreign lang="fre" rend="italic">agneau</foreign> ec.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4164. capoverso penult. Così <emph>in Proposito</emph> p. 221. lin. 4 a fin. e
          225. lin. 3. <quote>
            <foreign lang="grc">τὸ γύναιον</foreign>
          </quote> per <emph>moglie</emph> semplicemente.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ventolare</emph> att. e neutro. <emph>Sventolare. Bezzicare. Bazzicare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>alcuno, niuno</emph>. <bibl>V. Crus. in <emph>Fare
              contrappunto</emph>.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Conto</emph>, sincope di <foreign lang="lat" rend="italic">cognitus</foreign>, per
            <emph>conoscente, ammaestrato</emph> ec. V. la Crus. ed anche <emph>acconto.
          Sparuto</emph> per <emph>sparvente</emph> poichè in origine non è che il contrario di
            <emph>parvente, appariscente, vistoso</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fondamenta</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Concordato</emph> per concorde, o concordante, coi derivati. <emph>Accordato,
            discordato, scordato</emph> per <emph>che scorda, scordante</emph>. V. Crus.
            <emph>Riguardato</emph> per <emph>che ha riguardo</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Frettoloso. Freddoloso</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">Meticulosus.
            Formidolosus. Fraudulentus. Frauduleux. Turbulentus. Truculentus. Succulentus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tigna, tinea-tignuola. Aranea-araneola</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4145. lin.1. Ciò è riferito da Luciano <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">adversus indoctum plures libros ementem</foreign>
          </quote>, dove narra anche di un’altra compera simile, che fa anche più al caso di esser
          paragonata con quelle che fanno i curiosi inglesi di oggidì.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4167"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Voveo-votum-votare</foreign>, ital. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author>
          </bibl> spagn. ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Transire</foreign>-<emph>transitare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Senza altrimenti</emph> (cioè punto, in niun modo) <emph>ordinare sua
          famiglia</emph>. Vit. SS. PP. nelle Giunte Veronesi v. <emph>In trasatto</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Cutretta-cutrettola</emph>. <emph>Costa</emph> lat. e ital. <emph>costola. Ragnolo,
            ragnuolo</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Indefessus</foreign>, <emph>indefesso</emph> ec. per
          infaticabile. V. anche Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">indefatigatus,
            infatigatus</foreign> ec. (Bologna. 4. Marzo. 1826.). <emph>Rilevato</emph>, <foreign
            lang="fre" rend="italic">relevé</foreign> per <emph>alto</emph>. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Inexhaustus</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4164. capoverso 9. Così <foreign lang="fre" rend="italic">étendu</foreign> nello
          stesso senso; <emph>disteso, distesamente</emph> ec. E v. l’es. di Dante e del Tasso nella
          Crusca in <emph>Dilatato</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sbevazzare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fare</emph> con accusativo di tempo, per <emph>passare</emph>, vedi la Crusca. —
          Schol. Euripid. ad Hippolyt. v. 35. <quote>
            <foreign lang="grc">ἔθος γὰρ τοῖς ἐφ' αἵματι</foreign> (<foreign lang="lat">ob caedem
              patratam</foreign>) <foreign lang="grc">φεύγουσι</foreign> (<foreign lang="lat"
              >exulantibus</foreign>) <foreign lang="grc">ἐνιαυτὸν ποιεῖν ἐκτὸς τῆς
            πατρίδος</foreign>
          </quote>. V. p. 4210. fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Serpere</emph> lat. e ital. — <emph>serpeggiare. Pasteggiare</emph> cioè far pasti
          ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Riferisce Cicerone <title lang="lat">de Divinat.</title> un detto di Catone che egli si
          maravigliava come l’uno aruspice scontrandosi coll’altro si tenesse dal ridere. Applichisi
          questo detto ai Principi nei loro congressi, e massimamente in quelli degli ultimi tempi.
          (Bologna. 6. Marzo. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Scappare-scapolare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Curvatus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >curvus</foreign>. Virgil. nella descrizione del <emph>turbo</emph> giuoco dei
          fanciulli. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Molti divengono insensibili alle lodi, e restano però sensibili al biasimo ed al
          ridicolo, sensibilità che essi perdono assai più tardi o non mai. E ben più difficilmente
          si perde questa sensibilità che quella. Certamente poi niuno si trova che essendo
          sensibile alle lodi, sia insensibile ai biasimi, alle censure, alle male voci o calunnie,
          ai motteggi; bensì viceversa si trovano molti. Tanto, anche nelle cose puramente sociali,
          la facoltà di provar piacere è nell’uomo più caduca e più limitata che quella di sentir
          dispiacere. (Bologna. 9. Marzo. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4168"/>
          <emph>Pece-pegola, impegolare</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Maledetto, esecrato, odiato, abbominato, abborrito</emph> ec. per <emph>degno di
            maledizione</emph> ec., o <emph>che suole essere maledetto</emph> ec. e <bibl>V.
              <author>Forcell.</author>
          </bibl> E per contrario <emph>amato, desiderato, sospirato</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4137. L’uomo tende ad un fine principale e unico. Ogni suo atto volontario o di
          pensiero o d’opera è indirizzato a questo fine. Questo fine è dunque il suo sommo bene. E
          questo sommo bene che è? Certamente la felicità. Sin qui tutti i filosofi sono d’accordo,
          antichi e moderni. Ma che è, ed in che consiste, e di che natura è la felicità conveniente
          e propria alla natura dell’uomo, desiderata sommamente e supremamente, anzi per verità
          unicamente, dall’uomo, cercata e procacciata continuamente dall’uomo? Che cosa è per
          conseguenza il sommo bene dell’uomo, il fine dell’uomo? Qui non v’è setta, non v’è
          filosofo, nè tra gli antichi nè tra i moderni, che non discordi dagli altri. Sonovi alcuni
          che si maravigliano di tanta discordia dei filosofi in questo punto, dopo tanta loro
          concordia nel rimanente. Ma che maraviglia? Come trovare, come determinare, quello che non
          esiste, che non ha natura nè essenza alcuna, ch’è un ente di ragione? Il fine dell’uomo,
          il sommo suo bene, la sua felicità, non esistono. Ed egli cerca e cercherà sempre
          sommamente ed unicamente queste cose, ma le cerca senza sapere di che natura sieno, in che
          consistano, nè mai lo saprà, perchè infatti queste cose non esistono, benchè per natura
          dell’uomo sieno il necessario fine dell’uomo. Ecco spiegate le famose controversie intorno
          al sommo bene. Il sommo bene è voluto, desiderato, cercato di necessità, e ciò sempre e
          sommamente anzi unicamente, dall’uomo; ma egli nel volerlo, cercarlo, desiderarlo, non ha
          mai saputo nè mai saprà che cosa esso sia (le dette controversie medesime ne sono prova);
          e ciò perchè il suo sommo bene non esiste in niun modo. Il fine della natura dell’uomo
          esisterà forse in natura. Ma bisogna ben distinguerlo dal fine cercato <pb ed="aut"
            n="4169"/> dalla natura dell’uomo. Questo fine non esiste in natura, e non può esistere
          per natura. E questo discorso debbe estendersi al sommo bene di tutti gli animali e
          viventi. (11. Marzo. Vigil. della Domenica di Passione. 1826. Bologna.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uomo (e così gli altri animali) non nasce per goder della vita, ma solo per perpetuare
          la vita, per comunicarla ad altri che gli succedano, per conservarla. Nè esso, nè la vita,
          nè oggetto alcuno di questo mondo è propriamente per lui, ma al contrario esso è tutto per
          la vita. — Spaventevole, ma vera proposizione e conchiusione di tutta la metafisica.
          L’esistenza non è per l’esistente, non ha per suo fine l’esistente, nè il bene
          dell’esistente; se anche egli vi prova alcun bene, ciò è un puro caso: l’esistente è per
          l’esistenza, tutto per l’esistenza, questa è il suo puro fine reale. Gli esistenti
          esistono perchè si esista, l’individuo esistente nasce ed esiste perchè si continui ad
          esistere e l’esistenza si conservi in lui e dopo di lui. Tutto ciò è manifesto dal vedere
          che il vero e solo fine della natura è la conservazione delle specie, e non la
          conservazione nè la felicità degl’individui; la qual felicità non esiste neppur punto al
          mondo, nè per gl’individui nè per la specie. Da ciò necessariamente si dee venire in
          ultimo grado alla generale, sommaria, suprema e terribile conclusione detta di sopra.
          (Bologna 11. Marzo. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Negletto</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">contemptus</foreign> (<bibl>v.
              <author>Fedro</author>, fab. <title lang="lat">Calvus et musca</title>
          </bibl>), <emph>spregiato, dispregiato</emph> o <emph>disprezzato</emph> ec. ec. per
          dispregevole. <emph>Implacato</emph> per <emph>implacabile</emph>. V. Forc. ec.
            <emph>Provvisto</emph> per <emph>che provvede</emph> o <emph>ha provveduto</emph>, del
          che altrove. <bibl>V. <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title>
          </bibl>, in <emph>provvisto</emph>, dove nel 2.<hi rend="apice">do</hi> esempio trovi
          anche <emph>avvisato</emph> in senso simile.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Puretto</emph> diminutivo positivato, aggettivo per <emph>puro</emph>, come
            <emph>pretto</emph>. <bibl>V. Crusca.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4170"/> Inconcusso per inconcutibile. V. Forc. ec. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Inaccessus</foreign>, <emph>inaccesso</emph> ec. per inaccessibile.
          Rampare; radice di rampicare, di cui altrove. <bibl>V. <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title>
          </bibl>, v. rampare. Fastello, affastellare ec. diminutivi positivati da
          <emph>fascio</emph> per peso. Cespo-cespuglio. Vituperato per vituperoso, ec. o degno di
          vitupero, di esser vituperato, vituperevole ec. V. la Crus. non solo nel par. 2. ma in
          tutti gli altri esempi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Poco restò</emph> per <emph>poco mancò</emph> o <emph>manca</emph> ec. <bibl>V.
              <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title>
          </bibl>, in Restare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Πῖλος-πιλίον, σάνδαλον-σανδάλιον, τρίβων-τριβώνιον,
            ὅρκος-ὅρκιον</foreign>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Corona-corolla</emph>, lat. diminut. come da asinus, asellus, ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Abbreviato</emph> per <emph>breve</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Febbricare o febricare per febricitare. V. Crus. in febbricare, febbricante, febricante
          ec. Sembra esser la radice di <emph>febricito</emph>. V. Forc. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Erpicare</foreign> per <emph>inerpicare</emph> o <emph>inarpicare</emph>.
          Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Per poco è</emph> o <emph>fu</emph> ec. <emph>che non</emph>. <bibl>V. <author>Dante</author>
            <title>Inf.</title> c. 30.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Rocco-Rocchetto</emph>. <bibl>V. <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title>
          </bibl>, v. Rocco. <emph>Pelliccia</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pellicula</foreign> per <emph>pelle</emph> di animali ec. V. i franc. spagn. ec.
            <emph>Benda</emph> — <foreign lang="fre" rend="italic">bandeau</foreign>. <foreign
            lang="lat" rend="italic">Floccus</foreign>- <foreign lang="fre" rend="italic">flocon.
            Linon</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Infamato per infame. Crus. Incolpato per incolpabile o per colpevole ec. V. Crus. e <bibl>
            <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title>
          </bibl> v. Incolpato, e nella Bibliot. ital. Dial. di Matteo, Taddeo ec.
          <emph>Temuto</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">formidatus</foreign>,
            <emph>paventato</emph> ec. per formidabile, massime in poesia.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">σωμάτιον</foreign>
          </quote> per <foreign lang="grc">σῶμα</foreign>. Ateneo l. 4. p. 178 E. ed. Commelin.
          1598.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Praetexo, praetextum</foreign>- <foreign lang="fre"
            rend="italic">prétexter</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Eximo, exemptum</foreign>
          <foreign lang="fre" rend="italic">exempter</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4145. lin. 4. <quote>
            <foreign lang="lat">Quin et factitii canes ad fores collocati; quales illi quos ex auro
              et argento fabricarat Vulcanus</foreign>
          </quote>
          <bibl>
            <title>Odyss.</title> 7. 93.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Δῶμα φυλασσέμεναι μεγαλήτορος Ἀλκινόοιο</foreign>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Domum ut custodirent magnanimi Alcinoi</hi>. Quod Romanis etiam in
              more fuisse docet Petronius Arbiter, c. 29. p. 104. ed. Burman. <hi rend="italic">Non
                longe</hi>, inquit, <hi rend="italic">ab ostiarii cella canis ingens catena vinctus
                in pariete erat pictus, superque quadrata litera scriptum</hi>: Cave, Cave
            Canem</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Feithius</author>, <title>Antiquitat. Homericar.</title> lib. 3. c. 11. par.
          2</bibl>. Uso conservato dai moderni. V. p. 4364. (20. Marzo. Lunedì Santo. Bologna.
          1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Rinegato, renegado</foreign> ec. per che ha rinegato.
            <foreign lang="fre" rend="italic">Homme déterminé. Pensées</foreign>, o <foreign
            lang="fre">
            <hi rend="italic">idées suivies</hi>, per qui se suivent, conséquentes</foreign>,
          conseguenti le une dalle altre. <pb ed="aut" n="4171"/>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Raisonnement suivi</foreign> etc.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La civiltà moderna non deve esser considerata come una semplice continuazione
          dell’antica, come un progresso della medesima. Questo è il punto di vista sotto cui e gli
          scrittori e gli uomini generalmente la sogliono riguardare; e da ciò segue che si
          considera la civiltà degli Ateniesi e dei Romani nei loro più floridi tempi, come
          incompleta, e per ogni sua parte inferiore alla nostra. Ma qualunque sia la filiazione
          che, istoricamente parlando, abbia la civiltà moderna verso l’antica, e l’influenza
          esercitata da questa sopra quella, massime nel suo nascimento e nei suoi primi sviluppi;
          logicamente parlando però, queste due civiltà, avendo essenziali differenze tra loro,
          sono, e debbono essere considerate come due civiltà diverse, o vogliamo dire due diverse e
          distinte specie di civiltà, ambedue realmente complete in se stesse. Sotto questo punto di
          vista, diviene più che mai utile e interessante il parallelo tra l’una e l’altra. E
          veramente l’uomo e le nazioni sono capaci, come di stato selvaggio, di barbarie, di
          civiltà, tutti stati ben distinti tra loro per genere, così di diverse specie di civiltà,
          distinte non solo per semplici <foreign lang="fre" rend="italic">nuances</foreign>, come
          quelle che distinguono ora la civiltà presso le diverse nazioni colte, ma per caratteri
          speciali, essenziali, determinati dalle circostanze, e spesso e in gran parte dal caso. Ed
          è quasi impossibile, come il trovare due fisonomie perfettamente uguali, benchè tutti
          sieno generati in uno stesso modo, così il trovare in due popoli qualunque, (o in due
          tempi) che non abbiano avuto grande ed intima relazione scambievole, una civiltà medesima,
          e non due <pb ed="aut" n="4172"/> distinte di specie. — Intendo per civiltà antica, e per
          termine di comparazione colla moderna, la civiltà dei Greci e dei Romani, e dei popoli
          antichi da essi governati e civilizzati, o ridotti ai loro costumi. — Può servir di
          preliminare ad una Comparazione degli antichi e dei moderni. (Bologna. Martedì Santo.
          1826. 21. Marzo.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Mando, mansum-mansare</foreign> corrotto in
            <emph>mangiare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">manger</foreign>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">manjar</foreign>. V. Forc. e Gloss. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Manducare</foreign> (che noi dicemmo anche <emph>manicare</emph>, quasi
            <emph>mandicare</emph>) sembra un frequentativo di <foreign lang="lat" rend="italic"
            >mandere</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">fodicare</foreign> di
            <foreign lang="lat" rend="italic">fodere</foreign> ec. Credo però che l’<emph>u</emph>
          di <foreign lang="lat" rend="italic">manduco</foreign> sia lungo. Del resto dello scambio
            dell’<emph>u</emph> coll’<emph>i</emph>, ho detto altrove.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Colpire-colpeggiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">En métaphysique, en morale, les anciens ont tout dit. Nous nous
              rencontrons avec eux, ou nous les répétons. Tous les livres modernes de ce genre ne
              sont que des redites</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Voltaire</author>, <title lang="fre">Dict. philosoph. art.
          Emblème</title>.</bibl> (Bologna. Giovedì Santo. 1826. 23. Marzo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Eruca-ruchetta</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">roquette</foreign> ec.
            <emph>Falco</emph>- <foreign lang="fre" rend="italic">faucon</foreign>,
          <emph>falcone</emph> ec. <emph>Nepita</emph> o <emph>nepeta</emph> lat. <emph>nepitella,
            nipitella</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Entortiller. Naziller. Bouillir-bouillonner</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Maereo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >moereo — moestus</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">maestus</foreign> per
            <foreign lang="lat" rend="italic">maerens</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Attorcere</emph> — <emph>attorcigliare, attortigliare, intorticciato.
          Squartare</emph>- <foreign lang="fre" rend="italic">écarteler</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Et qui rit de nos moeurs ne fait que prévenir Ce qu’en doivent
              penser les siècles à venir</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>M. de Rulière</author>, <title lang="fre">Discours en vers sur les
            Disputes</title>, rapporté par Voltaire Dict. phil. au mot Dispute</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Dieu puissant! permettez que ces tems déplorables Un jour par nos
              neveux soient mis au rang des fables</foreign>
          </quote>. Ibidem.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Corata-coratella, curatella, coradella</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Grattare-grattugiare. Sciorinare</emph> verbo diminut. <bibl>V. <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title>.</bibl>
        </p>
        <p>
          <emph>Macinare, macerare, macina-maciullare, maciulla. Spilluzzicare</emph> (da spelare).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sarmata</emph>, stando all’etimologia del nome, significa <emph>carrettiere</emph>
          da <foreign lang="grc">ἅρμα</foreign>, che in greco vuol dir <emph>carro</emph>, ed
          aggiuntavi l’aspirazione <emph>sarma</emph>. Dal non aver usato que’ popoli (dell’alto ed
          ultimo settentrione dell’Europa e dell’Asia) abitazioni fisse, per aver avuto case
          traslocabili come specie di carri, <pb ed="aut" n="4173"/> furono da’ Greci chiamati
            <emph>Sarmati</emph>. Ciampi, nell’Antolog. di Firenze. Febbraio 1826. num.62. p. 28.
          not. 6. (30. Marzo. 1826. Bologna.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Piaggia, spiaggia</emph>, diminutivi positivati di <emph>plaga</emph>, da
            <emph>plagula</emph>, come <emph>nebbia</emph> da <emph>nebula</emph>, ec. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Elevato, sollevato</emph>, per <emph>alto</emph>. V. Crus. in Elevatissimo e
          Sollevatissimo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A voler che uno possa esser buon comico o buon satirico, è di tutta necessità che questo
          tale sia, o sia stato degno di satira e di commedia, e ciò per non poco tempo, e in quelle
          cose medesime che egli ha da porre in riso. (Bologna. Domenica in Albis. 2. Aprile.
          1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Homme emporté per qui s’emporte, che è solito s’emporter.
            Empressé</foreign>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Accuratus</foreign>, accurato ec. per <foreign lang="lat">qui
          curat</foreign>, o <foreign lang="lat">qui accurat</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sappiamo da Plinio che chiamavansi <foreign lang="lat" rend="italic">pernae</foreign>
          dalla lor forma di presciutto alcune conchiglie frequentissime nelle isole <foreign
            lang="lat" rend="italic">Ponticae</foreign>, o come altri leggono <foreign lang="lat"
            rend="italic">Pontiae</foreign>. Da esse traevasi la <emph>madre perla</emph>: e questo
          nome italiano di <emph>perla</emph> non viene certamente da altro che da <foreign
            lang="lat" rend="italic">perna</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >pernula</foreign>. (Diminutivo positivato.) Amati, Iscrizioni antiche scoperte da non
          molto tempo, e meritevoli di esser poste a notizia de’ dotti. (<bibl>
            <title>Articolo del Giornale arcadico</title>, Roma Dicembre 1825. N.84. tom.
          28.</bibl>) num.25. p. 358. (Bologna 7. Aprile. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Testis-testiculus</foreign>, <emph>testicolo,
          testicule</emph> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Citrus citron.
          Hirundo-hirondelle</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Magnum videlicet illis (Athenaei) temporibus videbatur, duabus
              linguis posse loqui: quod in nescio quo habitum loco miraculi refert
            Galenus</foreign>: <foreign lang="grc">δίγλωττός τις</foreign>, inquit, <foreign
              lang="grc">ἐλέγετο πάλαι, καὶ θαῦμα τοῦτ' ἦν, ἄνθρωπος εἷς, ἀκριβῶν διαλέκτους
            δύο</foreign>. <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Bilinguis olim quidam dicebatur: eratque res miraculo mortalibus,
                homo unus duas exacte linguas tenens</hi>. Haec Galenus in secundo de Differentiis
              pulsuum</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">Animadv. in Athenae</title>. lib.1. cap. 2.</bibl> (Bologna 14.
          Aprile. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4174"/>
          <foreign lang="grc">Οὐκ ἐθέλειν</foreign> per <emph>non potere</emph>, <foreign lang="grc"
            >οὐ πεφυκέναι</foreign>, vedilo nel <bibl>
            <author>Casaub.</author> loc. sup. cit. cap. 5.</bibl> in un verso di Filosseno.
          (Bologna 17. Aprile. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male;
          ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine
          dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo
          non sono altro che male, nè diretti ad altro che al male. Non v’è altro bene che il non
          essere; non v’ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le
          cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono;
          l’universo; non è che un neo, un bruscolo in metafisica. L’esistenza, per sua natura ed
          essenza propria e generale, è un’imperfezione, un’irregolarità, una mostruosità. Ma questa
          imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perchè tutti i mondi che esistono, per
          quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti nè di numero
          nè di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che
          l’universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo
          a paragone della infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla.</p>
        <p>Questo sistema, benchè urti le nostre idee, che credono che il fine non possa essere
          altro che il bene, sarebbe forse più sostenibile di quello del Leibnitz, del Pope ec. che
            <emph>tutto è bene</emph>. Non ardirei però estenderlo a dire che l’universo esistente è
          il peggiore degli universi possibili, sostituendo così all’ottimismo il pessimismo. Chi
          può conoscere i limiti della possibilità?</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4175"/> Si potrebbe esporre e sviluppare questo sistema in qualche
          frammento che si supponesse di un filosofo antico, indiano ec.</p>
        <p>Cosa certa e non da burla si è che l’esistenza è un male per tutte le parti che
          compongono l’universo (e quindi è ben difficile il supporre ch’ella non sia un male anche
          per l’universo intero, e più ancora difficile si è il comporre, come fanno i filosofi,
            <title lang="fre">Des malheurs de chaque être un bonheur général</title>. Voltaire,
            <foreign lang="fre">épître sur le désastre de Lisbonne</foreign>. Non si comprende come
          dal male di tutti gl’individui senza eccezione, possa risultare il bene dell’universalità;
          come dalla riunione e dal complesso di molti mali e non d’altro, possa risultare un bene.)
          Ciò è manifesto dal veder che tutte le cose al lor modo patiscono necessariamente, e
          necessariamente non godono, perchè il piacere non esiste esattamente parlando. Or ciò
          essendo, come non sì dovrà dire che l’esistere è per se un male?</p>
        <p>Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non
          il genere umano solamente ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli
          altri esseri al loro modo. Non gl’individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i
          sistemi, i mondi.</p>
        <p>Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia
          nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che
          voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di
            <foreign lang="fre" rend="italic">souffrance</foreign>, qual individuo più, qual meno.
          Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce.
          Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più
          vitali. <pb ed="aut" n="4176"/> Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti,
          buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage
          spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da
          bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato
          dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici;
          quell’altro ha più foglie secche; quest’altro è roso, morsicato nei fiori; quello
          trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco;
          troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L’una patisce incomodo e trova
          ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l’altra non trova dove appoggiarsi, o
          si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola
          in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso;
          là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una
          parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe
          co’ tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella
          donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il
          giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro.
          (Bologna. 19. Aprile. 1826.). Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro
          infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli
          animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta
          copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questo ci
          pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni
          giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se
          questi esseri <pb ed="aut" n="4177"/> sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il
          non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere. (Bologna. 22. Apr. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Avisé</foreign> per accorto ec. <foreign lang="fre"
            rend="italic">Ëtre osé</foreign> per <foreign lang="fre" rend="italic">oser</foreign>.
          Voltaire.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il piacere delle odi di Anacreonte è tanto fuggitivo, e così ribelle ad ogni analisi, che
          per gustarlo, bisogna espressamente leggerle con una certa rapidità, e con poca o ben
          leggera attenzione. Chi le legge posatamente, chi si ferma sulle parti, chi esamina, chi
          attende, non vede nessuna bellezza, non sente nessun piacere. La bellezza non istà che nel
          tutto, sì fattamente che ella non è nelle parti per modo alcuno. Il piacere non risulta
          che dall’insieme, dall’impressione improvvisa e indefinibile dell’intero. (Bologna. 22.
          Aprile. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Poi che <emph>s’accorse chiusa</emph> dalla spera Dell’amico più bello. <bibl>
            <author>Petrar.</author> Son. 79. della I. Parte</bibl>: <quote>In mezzo di duo amanti
            onesta, altera</quote>. Grecismo manifesto. Notisi che il Petrarca non sapeva il greco.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Transgredior, transgressus</foreign>- <foreign lang="fre"
          >transgresser</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Réviser</foreign> (rivedere): al detto altrove di
            <emph>avvisare</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Frango is</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nau-fragor aris</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4142. Niente infatti nella natura annunzia l’infinito, l’esistenza di alcuna cosa
          infinita. L’infinito è un parto della nostra immaginazione, della nostra piccolezza ad un
          tempo e della nostra superbia. Noi abbiam veduto delle cose inconcepibilmente maggiori di
          noi, del nostro mondo ec., delle forze inconcepibilmente maggiori delle nostre, dei mondi
          maggiori del nostro ec. Ciò non vuol dire che esse sieno grandi, ma che noi siamo minimi a
          rispetto loro. Or quelle grandezze (sia d’intelligenza, sia di forza, sia d’estensione
          ec.) che noi <pb ed="aut" n="4178"/> non possiamo concepire, noi le abbiam credute
          infinite; quello che era incomparabilmente maggior di noi e delle cose nostre che sono
          minime, noi l’abbiam creduto infinito; quasi che al di sopra di noi non vi sia che
          l’infinito, questo solo non possa esser abbracciato dalla nostra concettiva, questo solo
          possa essere maggior di noi. Ma l’infinito è un’idea, un sogno, non una realtà: almeno
          niuna prova abbiamo noi dell’esistenza di esso, neppur per analogia, e possiam dire di
          essere a un’infinita distanza dalla cognizione e dalla dimostrazione di tale esistenza: si
          potrebbe anche disputare non poco se l’infinito sia possibile (cosa che alcuni moderni
          hanno ben negato), e se questa idea, figlia della nostra immaginazione, non sia
          contraddittoria in se stessa, cioè falsa in metafisica. Certo secondo le leggi
          dell’esistenza che noi possiamo conoscere, cioè quelle dedotte dalle cose esistenti che
          noi conosciamo, o sappiamo che realmente esistono, l’infinito cioè una cosa senza limiti,
          non può esistere, non sarebbe cosa ec. (Bologna 1. Maggio. Festa dei SS. Filippo e
          Giacomo. 1826.). Pare che solamente quello che non esiste, la negazione dell’essere, il
          niente, possa essere senza limiti, e che l’infinito venga in sostanza a esserlo stesso che
          il nulla. Pare soprattutto che l’individualità dell’esistenza importi naturalmente una
          qualsivoglia circoscrizione, di modo che l’infinito non ammetta individualità e questi due
          termini sieno contraddittorii; quindi non si possa supporre un ente individuo che non
          abbia limiti. (2. Maggio 1826.). V. p. 4181. e p. 4274. capoverso ult.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tetta-teton</emph> (come da <emph>mamma, mammella</emph> ec.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4179"/>
          <quote>Fammi <emph>sentir di</emph> quell’aura gentile</quote>. <bibl>
            <author>Petr.</author> Canz. <title>Amor, se vuo’ ch’i’ torni al giogo antico</title>.
            v. 31. cioè stanza 3. v. 1</bibl>. Il genitivo per l’accusativo. <bibl>V. ancora Canz.
              <title>Quando il soave</title>, stanza 4. v. 4</bibl> e <bibl>Son. <title>S’io
            fossi</title>, v. ult.</bibl> (3. Maggio. Festa della S. Croce. Vigilia dell’Ascensione.
          Bolog. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Scorto</emph> per accorto, da <emph>scorgere</emph> per vedere ec. ovvero da
            <emph>scorgere</emph> per guidare, avvisare ec. come <foreign lang="fre" rend="italic"
            >avisé</foreign> ec. V. la Crusca.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀλλὰ τὶ καὶ λέσχης</foreign> (<foreign lang="lat"
            >confabulationis</foreign>) <foreign lang="grc">οἶνος</foreign> (<foreign lang="lat"
              >i.e. potatio</foreign>) <foreign lang="grc">ἔχειν ἐθέλει</foreign>
          </quote>. <bibl>Ap. Athenaeum. Vid. Casaub. Animadvers. l. 1. cap. ult. init.</bibl>
          <emph>Volere</emph> per <emph>dovere</emph> (Bologna. 6. Maggio. 1826.). <emph>Non
            vogliono</emph> per <emph>non debbono</emph>. <bibl>V. <author>Rucellai</author>,
              <title>Api</title> v. 621.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Già è gran tempo che nè i principi nominano, nè ai principi si nomina, sia lodandoli, sia
          consigliandoli, sia in qualsivoglia discorso, la loro patria. È gran tempo che le città e
          le nazioni hanno cessato di esser le patrie dei principi. Esse sono i loro stati, o nativi
          o no che i principi sieno. Ciò è tanto vero che anche in Inghilterra, anche in Francia,
          dove, ed esiste una patria, ed i principi, vogliano o non vogliano, sono per li sudditi, e
          non i sudditi pel principe, pure nè essi nè altri parlando o scrivendo ad essi (e di raro
          anche, di essi), chiamano o l’Inghilterra o la Francia, loro patria. Si crederebbe
          abbassarli, offenderli, se si pronunziasse loro questo nome che mostra di avere una certa
          superiorità sopra di essi. I principi già da gran tempo si stimano, e da molti sono
          stimati essere, la patria essi medesimi. Distinguendoli dalla patria, si crederebbe
          oltraggiarli. Non così gli antichi. I Neroni e i Domiziani con nome falso, e di più
          superbo, ma che pur conservava l’idea della patria, s’intitolavano P. P. <foreign
            lang="lat" rend="italic">pater patriae</foreign> (nelle medaglie, iscrizioni ec.).
          (Bologna 10. Maggio. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4180"/> Del digamma eolico vedi Casaubon. animadv. in Athenae. lib.2. cap.
          16.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Picus</foreign>-<emph>picchio</emph>, da un <foreign
            lang="lat" rend="italic">piculus</foreign>, e non dal <emph>picchiare</emph> come dice
          la Crusca e stimasi comunemente. V. i franc. spagn. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tre stati della gioventù: 1. speranza, forse il più affannoso di tutti: 2. disperazione
          furibonda e renitente: 3. disperazione rassegnata. (Bologna. 3. Giugno. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che guadagno fa l’uomo perfezionandosi? Incorrere ogni giorno in nuovi patimenti (i
          bisogni non sono per lo più altro che patimenti) che prima non aveva, e poi trovarvi il
          rimedio, il quale senza il perfezionamento dell’uomo non saria stato necessario nè utile,
          perchè quei patimenti non avrebbero avuto luogo. Proccurarsi nuovi piaceri, forse più vivi
          che i naturali, non però altrettanto 1. comuni, 2. durevoli, 3. facili ad acquistarsi,
          anzi i più, difficilissimi, perchè, se non altro, esigono una studiatissima educazione, e
          una lunga formazione dell’animo, e per ciò stesso non possono esser comuni a tutti, anzi
          ristretti a certe classi solamente, ed alcuni a certi individui. Nel tempo stesso
          distruggere in se la facoltà di provare, almeno durevolmente, i piaceri naturali. Lo stato
          naturale dell’uomo ha veramente dei piaceri, facili, comuni a tutti, durevoli, che non
          sono men veri perciò che noi non li possiamo più sentire, e però non concepiamo come sieno
          piaceri. Il solo stato di quiete e d’inazione sì frequente e lungo nel selvaggio
          (insopportabile al civile) è certamente un piacere, non vivo, ma atto e sufficiente a
          riempiere una grande e forse massima parte della vita del selvaggio. Vedesi ciò anche
          negli altri animali. Vedesi (tra i domestici, e più a portata della nostra osservazione)
          nei cani, che se non sono turbati o forzati a muoversi, passano volentierissimo <pb
            ed="aut" n="4181"/> le ore intiere, sdraiati con gran placidezza e serenità di atti e di
          viso, sulle loro zampe. (Bologna. 3. Giugno. 1826.). Moltissimi patimenti poi, massime
          morali, che senza la civilizzazione non avrebbero luogo, quantunque abbiano il loro
          rimedio, proccurato dalla stessa civilizzazione, p. e. la filosofia pratica, è ben noto
          che sono senza comparazione più facili, più frequenti, più comuni essi, che l’applicazione
          effettiva e l’uso efficace di tali rimedi. (Bologna. 3. Giugno. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4178. fine. L’ipotesi dell’eternità della materia non sarebbe un’obbiezione a
          queste proposizioni. L’eternità, il tempo, cose sulle quali tanto disputarono gli antichi,
          non sono, come hanno osservato i metafisici moderni, non altrimenti che lo spazio, altro
          che un’espressione di una nostra idea, relativa al modo di essere delle cose, e non già
          cose nè enti, come parvero stimare gli antichi, anzi i filosofi fino ai nostri giorni. La
          materia sarebbe eterna, e nulla perciò vi sarebbe d’infinito. Ciò non vorrebbe dire altro,
          se non che la materia, cosa finita, non avrebbe mai cominciato ad essere, nè mai
          lascerebbe di essere; che il finito è sempre stato e sempre sarà. Qui non vi avrebbe
          d’infinito che il tempo, il quale non è cosa alcuna, è nulla, e però la infinità del tempo
          non proverebbe nè l’esistenza nè la possibilità di enti infiniti, più di quel che lo provi
          la infinità del nulla, infinità che non esiste nè può esistere se non nella immaginazione
          o nel linguaggio, ma che è pure una qualità propria ed inseparabile dalla idea o dalla
          parola nulla, il quale pur non può essere se non nel pensiero o nella lingua, e quanto al
          pensiero o <pb ed="aut" n="4182"/> alla lingua. (Bologna. 4. Giugno. 1826. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ὑ ρίσκος - συ ρίσκος</foreign>
          </quote>. <bibl>V. <author>Casaubon.</author>
            <title>ad Athen.</title> l. 3. c. 4. init.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Litterato</emph> per letterario. <bibl>
            <author>Petr.</author>
            <title>Tr. della Fama</title>, cap. 3. v. 102</bibl>. <bibl>V. Crusca.</bibl>
          <bibl>
            <author>Tasso</author> opp. ed. del Mauro, tom.4. p. 304. t. 10. p. 297. t. 9. p.
          419.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Oreglia, origliare, origliere, per orecchia, orecchiare, orecchiere.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">γραφεὺς</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">scriba</foreign>)
          — <foreign lang="fre" rend="italic">greffier</foreign> (se non viene da <foreign
            lang="fre" rend="italic">grief</foreign>.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Fallir la promessa</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Petr.</author>
            <title>Tr. d. Divinità</title>. v. 4-5.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Senz’altra pompa</emph>
          </quote>, per senza niuna. <bibl>ib. V. 120</bibl>. <bibl>V. anche Son. <title>Il
              successor di Carlo</title>, v. 7.</bibl> e <bibl>Canz. <title>Una donna più
            bella</title>, st. 3. v. 12.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Mantua, Genua, Mantuanus ec. — Mantova, Genova, ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Vergheggiare. V. Crus. Vagheggiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Burchiellesco. Genere burchiellesco, Frottole, in uso anche tra i greci. <bibl>
            <author>Demetr.</author>
            <title lang="lat">de elocut.</title>, sect. 153.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἔστι δέ τις καὶ ἡ παρὰ τὴν προσδοκίαν χάρις ὡς ἡ τοῦ Κύκλωπος, ὅτι
              ὕστατον ἔδομαι Οὖτιν. οὐ γὰρ προσεδόκα τοιοῦτο ξένιον οὔτε Ὀδυσσεὺς οὔτε ὁ
              ἀναγινώσκων. καὶ ὁ Ἀριστοφάνης ἐπὶ τοῦ Σωκράτους, Κάμψας ὀβελίσκον, φησὶν, εἶτα
              διαβήτην λαβὼν, Ἐκ τῆς παλαίστρας θοιμάτιον ὑφείλετο</foreign>
          </quote>. <bibl>sect. 154</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἤδη μέν τοι ἐκ δύο τόπων ἐνταῦθα ἐγένετο ἡ χάρις. οὐ γὰρ παρὰ
              προσδοκίαν μόνον ἐπηνέχθη, ἄλλ' οὐδ' ἠκολούθει τοῖς προτέροις. ἡ δὲ τοιαύτη
              ἀνακολουθία καλεῖται γρῖφος. ὥσπερ ὁ παρὰ Σώφρονι ῥητορεύων Βουλίας (οὐδὲν γὰρ
              ἀκόλουθον αὑτῷ λέγει) καὶ παρὰ Μενάνδρῳ δὲ ὁ πρόλογος τῆς Μεσσηνίας</foreign>
          </quote>. I versi di <bibl>
            <author>Aristofane</author> sono i 53. 54. della scena 2. atto 1. delle Nubi, edit.
            Aureliae Allobrogum 1608</bibl>. Gli Scoli antichi però, dànno loro un senso, e gli
          spiegano come il resto. Simili ai commentatori della frottola del Petrarca. (Bologna. 5.
          Luglio. 1826.). Dei <emph>grifi</emph>
          <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>.</bibl>. indice delle materie.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4183"/> Esempio curioso di costanza spartana mista di <foreign lang="fre"
            rend="italic">bêtise</foreign>. <quote>
            <foreign lang="lat">Lacone dignum est apophthegma illius Spartani, qui in os iniecto per
              summam rerum imperitiam, echino (pesce) cum omnibus spinis</foreign>, <foreign
              lang="grc">ὦ φάγημα</foreign>, <foreign lang="lat">inquit</foreign>, <foreign
              lang="grc">μιαρὸν, οὔτε μὴ νῦν σε ἀφέω μαλακισθεὶς, οὔτ' αὖθις ἔτι λάβοιμι</foreign>.
              <foreign lang="lat" rend="italic">O cibe impure, neque nunc ego te prae mollitie animi
              dimittam, neque iterum posthac sumam</foreign>
          </quote>. (sono parole riferite da Ateneo.) <quote>
            <foreign lang="lat">Putavit homo durus suae constantiae interesse, ne vinci ab echini
              aculeis videretur</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 3. c. 13.</bibl> (Bologna. 6. Luglio. 1826.).V.
          p. 4206.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il mangiar soli, <foreign lang="grc">τὸ μονοφαγεῖν</foreign>, era infame presso i greci e
          i latini, e stimato <foreign lang="lat" rend="italic">inhumanum</foreign>, e il titolo di
            <foreign lang="grc">μονοφάγος</foreign> si dava ad alcuno per vituperio, come quello di
            <foreign lang="grc">τοιχωρύχος</foreign>, cioè di ladro. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 2. c. 8.</bibl> e gli <foreign lang="lat"
            rend="italic">Addenda</foreign> a quel luogo. Io avrei meritata quest’infamia presso gli
          antichi. (Bologna. 6. Luglio. 1826.). Gli antichi però avevano ragione, perchè essi non
          conversavano insieme a tavola, se non dopo mangiato, e nel tempo del simposio propriamente
          detto, cioè della comessazione, ossia di una compotazione, usata da loro dopo il mangiare,
          come oggi dagl’inglesi, e accompagnata al più da uno spilluzzicare di qualche poco di cibo
          per destar la voglia del bere. Quello è il tempo in cui si avrebbe più allegria, più brio,
          più spirito, più buon umore, e più voglia di conversare e di ciarlare<note resp="aut"
            n="a" place="foot">
            <p>Così appunto la pensavano gli antichi. <bibl>V. <author>Casaub.</author> ib. l. 8. c.
                14. init.</bibl>
            </p>
          </note>. Ma nel tempo delle vivande tacevano, o parlavano assai poco. Noi abbiamo dismesso
          l’uso naturalissimo e allegrissimo della compotazione, e parliamo mangiando. Ora io non
          posso mettermi nella testa che quell’unica ora <pb ed="aut" n="4184"/> del giorno in cui
          si ha la bocca impedita, in cui gli organi esteriori della favella hanno un’altra
          occupazione (occupazione interessantissima, e la quale importa moltissimo che sia fatta
          bene, perchè dalla buona digestione dipende in massima parte il ben essere, il buono stato
          corporale, e quindi anche mentale e morale dell’uomo, e la digestione non può esser buona
          se non e ben cominciata nella bocca, secondo il noto proverbio o aforismo medico), abbia
          da esser quell’ora appunto in cui più che mai si debba favellare; giacchè molti si
          trovano, che dando allo studio o al ritiro per qualunque causa tutto il resto del giorno,
          non conversano che a tavola, e sarebbero <foreign lang="fre" rend="italic">bien
          fachés</foreign> di trovarsi soli e di tacere in quell’ora. Ma io che ho a cuore la buona
          digestione, non credo di essere <emph>inumano</emph> se in quell’ora voglio parlare meno
          che mai, e se però pranzo solo. Tanto più che voglio potere smaltire il mio cibo in bocca
          secondo il mio bisogno, e non secondo quello degli altri, che spesso divorano e non fanno
          altro che imboccare e ingoiare. Del che se il loro stomaco si contenta, non segue che il
          mio se ne debba contentare, come pur bisognerebbe, mangiando in compagnia, per non fare
          aspettare, e per osservar le <foreign lang="fre" rend="italic">bienséances</foreign> che
          gli antichi non credo curassero troppo in questo caso; altra ragione per cui essi facevano
          molto bene a mangiare in compagnia, come io credo fare ottimamente a mangiar da me.
          (Bologna. 6. Luglio. 1826.). V. p. 4245. 4248. 4275.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4185"/> La barbarie suppone un principio di civiltà, una civiltà incoata,
          imperfetta; anzi l’include. Lo stato selvaggio puro, non è punto barbaro. Le tribù
          selvagge d’America che si distruggono scambievolmente con guerre micidiali, e si spengono
          altresì da se medesime a forza di ebrietà, non fanno questo perchè sono selvagge, ma
          perchè hanno un principio di civiltà, una civiltà imperfettissima e rozzissima; perchè
          sono incominciate ad incivilire, insomma perchè sono barbare. Lo stato naturale non
          insegna questo, e non è il loro. I loro mali provengono da un principio di civiltà. Niente
          di peggio certamente, che una civiltà o incoata, o più che matura, degenerata, corrotta.
          L’una e l’altra sono stati barbari, ma nè l’una nè l’altra sono stato selvaggio puro e
          propriamente detto. (Bologna. 7. Luglio. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pare affatto contraddittorio nel mio sistema sopra la felicità umana, il lodare io sì
          grandemente l’azione, l’attività, l’abbondanza della vita, e quindi preferire il costume e
          lo stato antico al moderno, e nel tempo stesso considerare come il più felice o il meno
          infelice di tutti i modi di vita, quello degli uomini i più stupidi, degli animali meno
          animali, ossia più poveri di vita, l’inazione e la infingardaggine dei selvaggi; insomma
          esaltare sopra tutti gli stati quello di somma vita, e quello di tanta morte quanta è
          compatibile coll’esistenza animale. Ma in vero queste due cose si accordano molto bene
          insieme, procedono da uno stesso principio, e ne sono conseguenze necessarie non meno
          l’una <pb ed="aut" n="4186"/> che l’altra. Riconosciuta la impossibilità tanto dell’esser
          felice, quanto del lasciar mai di desiderarlo sopra tutto, anzi unicamente; riconosciuta
          la necessaria tendenza della vita dell’anima ad un fine impossibile a conseguirsi;
          riconosciuto che l’infelicità dei viventi, universale e necessaria, non consiste in altro
          nè deriva da altro, che da questa tendenza, e dal non potere essa raggiungere il suo
          scopo; riconosciuto in ultimo che questa infelicità universale è tanto maggiore in
          ciascuna specie o individuo animale, quanto la detta tendenza è più sentita; resta che il
          sommo possibile della felicità, ossia il minor grado possibile d’infelicità, consista nel
          minor possibile sentimento di detta tendenza. Le specie e gl’individui animali meno
          sensibili, men vivi per natura loro, hanno il minor grado possibile di tal sentimento. Gli
          stati di animo meno sviluppato, e quindi di minor vita dell’animo, sono i meno sensibili,
          e quindi i meno infelici degli stati umani. Tale è quello del primitivo o selvaggio. Ecco
          perchè io preferisco lo stato selvaggio al civile. Ma incominciato ed arrivato fino a un
          certo segno lo sviluppo dell’animo, è impossibile il farlo tornare indietro, impossibile,
          tanto negl’individui che nei popoli, l’impedirne il progresso. Gl’individui e le nazioni
          d’Europa e di una gran parte del mondo, hanno da tempo incalcolabile l’animo sviluppato.
          Ridurli allo stato primitivo e selvaggio è impossibile. Intanto dallo <pb ed="aut"
            n="4187"/> sviluppo e dalla vita del loro animo, segue una maggior sensibilità, quindi
          un maggior sentimento della suddetta tendenza, quindi maggiore infelicità. Resta un solo
          rimedio: La distrazione. Questa consiste nella maggior somma possibile di attività, di
          azione, che occupi e riempia le sviluppate facoltà e la vita dell’animo. Per tal modo il
          sentimento della detta tendenza sarà o interrotto, o quasi oscurato, confuso, coperta e
          soffocata la sua voce, ecclissato. Il rimedio è ben lungi dall’equivalere allo stato
          primitivo, ma i suoi effetti sono il meglio che resti, lo stato che esso produce è il
          miglior possibile, da che l’uomo è incivilito. — Questo delle nazioni. Degl’individui
          similmente. P. e. il più felice italiano è quello che per natura e per abito è più
          stupido, meno sensibile, di animo più morto. Ma un italiano che o per natura o per abito
          abbia l’animo vivo, non può in modo alcuno acquistare o ricuperare la insensibilità. Per
          tanto io lo consiglio di occupare quanto può più la sua sensibilità. — Da questo discorso
          segue che il mio sistema, in vece di esser contrario all’attività, allo spirito di energia
          che ora domina una gran parte di Europa, agli sforzi diretti a far progredire la
          civilizzazione in modo da render le nazioni e gli uomini sempre più attivi e più occupati,
          gli è anzi direttamente e fondamentalmente favorevole (quanto al principio, dico, di
          attività e quanto alla civilizzazione considerata come aumentatrice di occupazione, di
          movimento, di vita reale, di azione, e somministratrice dei mezzi analoghi), non ostante e
          nel tempo stesso che esso sistema considera lo stato selvaggio, l’animo il meno
          sviluppato, il meno sensibile, il meno attivo, come la miglior condizione possibile <pb
            ed="aut" n="4188"/> per la felicità umana. (Bologna 13. Luglio 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tabacco. Sua utilità. Suoi piaceri: più innocenti di tutti gli altri al corpo e
          all’animo; meno vergognosi a confessarsi, immuni dal lato dell’opinione; più facili a
          conseguirsi, di poco prezzo e adattati a tutte le fortune; più durevoli, più replicabili.
          (Bologna 13. Lug. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Ser-g-ius — Ser-v-ius</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Smiris — smeriglio.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Lampare-lampeggiare. Volgere-voltare-volteggiare, voltiger.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Avvolticchiare. Smiracchiare. <bibl>V. <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title> p. XXXIV. v. not.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Malastroso</emph>
          </quote>, cioè infelice, per <emph>ribaldo</emph>. <bibl>V. <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title> t. 6. p. XLIX. not.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Caro</author>
            <title>Eneide</title> l. 4. v. 452</bibl>. <quote>E più non disse, <emph>Nè più</emph>
            (nè altra, cioè nè alcuna) risposta attese; anzi dicendo, Uscìo d’umana forma e
            dileguossi.</quote> (Bologna. 15. Luglio. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Propterea dicebat Bion</foreign>
            <foreign lang="grc">μὴ δυνατὸν εἶναι τοῖς πολλοῖς ἀρέσκειν, εἰ μὴ πλακοῦντα γενόμενον ἢ
              Θάσιον</foreign>: <foreign lang="lat">non posse aliquem vulgo omnibus placere, nisi
              placenta fieret aut vinum Thasium</foreign>.</quote>
          <bibl>
            <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 3. c. 29.</bibl> (Bologna. 17. Luglio. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἦτρον-ἤτριον</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>V. <foreign lang="grc">πλύνειν</foreign> e suoi composti usati per biasimare, sparlare
          ec. ap. <bibl>
            <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 3. c. 32.</bibl> modo analogo al nostro
            <emph>lavare il capo</emph> ec. (Bologna. 20 Luglio. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Tero-tritum</foreign>-tritare-stritolare, <emph>triturare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sclamare-schiamazzare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>E ciò che forse potrebbe sorprendere si è che l’insalubrità dell’aria è quasi sempre
          sicuro indizio di straordinaria fertilità del suolo. <bibl>
            <author>Gioia</author>, <pb ed="aut" n="4189"/>
            <title>Filosofia della statistica</title>, Milano 1826. tom.1. ap. l’<title>Antologia di
              Fir.</title> Giugno 1826. N. 66. p. 84</bibl>. Narra (il Gioia) dell’Harmattan, vento
          soffiante sopra una parte della costa d’Affrica fra il capo Verde e il capo Lopez,
          pestifero a’ vegetabili e saluberrimo agli animali. Quelli che sono travagliati dal flusso
          di ventre, dalle febbri intermittenti, guariscono al soffio dell’Harmattan. Quelli le cui
          forze furono esauste da eccessive cavate di sangue, ricuperano le loro forze a dispetto e
          con grande sorpresa del medico. Questo vento discaccia le epidemie, fa sparire il vaiuolo
          affatto, e non si riesce a comunicarne il contagio neanche col soccorso dell’arte. Tanto è
          vero che ciò che nuoce alla vita vegetativa è utilissimo alla vita animale, ed
          all’opposto. (<bibl>
            <title lang="fre">Journal des voyages</title> t. 19, p. 111.</bibl>) Ivi, p. 85. Questa
          opposizione tra due regni così analoghi, così vicini, anzi prossimi, nell’ordine naturale;
          e così necessarii reciprocamente; così inevitabilmente, per dir così, conviventi; è una
          nuova prova <emph>della somma provvidenza, bontà, benevolenza</emph> della Natura verso i
          suoi parti. (28. Luglio. 1826. Bologna.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nominiamo francamente tutto giorno le leggi della natura (anche per rigettare come
          impossibile questo o quel fatto) quasi che noi conoscessimo della natura altro che fatti,
          e pochi fatti. Le pretese leggi della natura non sono altro che i fatti che noi
          conosciamo. — Oggi, con molta ragione, i veri filosofi, all’udir fatti incredibili,
          sospendono il loro giudizio, senza osar di pronunziare della loro impossibilità. Così
          accade p. e. nel Mesmerismo, che tempo addietro, ogni filosofo avrebbe rigettato come
          assurdo, senz’altro esame, come contrario alle leggi della natura. Oggi si sa abbastanza
          generalmente che le leggi della natura non si sanno. Tanto è vero che il progresso <pb
            ed="aut" n="4190"/> dello spirito umano consiste, o certo ha consistito finora, non
          nell’imparare ma nel disimparare principalmente, nel conoscere sempre più di non
          conoscere, nell’avvedersi di saper sempre meno, nel diminuire il numero delle cognizioni,
          ristringere l’ampiezza della scienza umana. Questo è veramente lo spirito e la sostanza
          principale dei nostri progressi dal 1700 in qua, benchè non tutti, anzi non molti, se ne
          avveggano. (Bologna. 28. Luglio. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Insatiatus</foreign>
          </quote> per <foreign lang="lat">insatiabilis</foreign>. <bibl>
            <author>Stazio</author>
            <title>Thebaid.</title> l. 6. nel luogo cit. alla nota 7. del mio <title>Inno a
            Nettuno</title>.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Smerletto</emph>, diminutivo positivato di <emph>smerlo</emph> o forse di
            <emph>merlo</emph>. Folgore da S. Geminiano, Corona 1. di Sonetti, Sonetto di Settembre,
          v. 2. nei <bibl>
            <title>Poeti del primo secolo della lingua italiana</title>, Firenze 1816. ap. il
              <author>Monti</author>, <title>Proposta</title>, vol. ult. p. CXCIX.</bibl> (Bologna
          31. Luglio. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Concordanza delle antiche filosofie pratiche (anche discordi) nella mia; p. e. della
          Socratica primitiva, della cirenaica, della stoica, della cinica, oltre l’accademica e la
          scettica ec. (Bologna 1. Agosto, Giorno del Perdono. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Offensus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >qui offendit</foreign> neutro. <bibl>V. <author>Catullo</author> l. 1. eleg. 3. v.
          20.</bibl>— e Forcell. Similmente <foreign lang="lat" rend="italic">inoffensus</foreign>,
          come <foreign lang="lat" rend="italic">inoffenso pede</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Le destina</emph>, plur. <bibl>V. <author>Monti</author>
            <title>Proposta</title> vol. ult. p. CCXIV. col. 2. lin. 3.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4164. capoverso 3. Luogo notabile di Fazio degli Uberti presso il <bibl>
            <author>Monti</author> loc. cit. qui sopra, p. CCXVII. col. 2. lin. 6.</bibl>
          <quote>
            <emph>Che mi vendrei se fosse chi comprare</emph>
          </quote>, cioè chi mi comperasse. Parla Roma, che riferisce il detto di Giugurta sopra di
          lei: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">urbem venalem, et mature perituram si emptorem
              invenerit</foreign>.</quote> (Bologna 13. Agosto. 1826. Domenica; tornato questa
          mattina or ora da Ravenna.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐν τοσούτῳ</foreign>
          <emph>intanto</emph>. <foreign lang="lat">Vetus argument. Ranarum Aristophanis, circa
            medium, et Argument. Pacis Aristophan.</foreign>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Πρότερον</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >potius</foreign>, come noi <emph>prima, anzi, innanzi</emph> ec. <bibl>
            <author>Aristophan.</author>
            <title>Nub.</title> v. 24. (Act. 1. sc. 1.)</bibl>. <bibl>
            <author>Dio Chrysost.</author> Orat. 1. <title lang="lat">de Regno</title>, init. , p.
            2. A. ed. Lutet. 1604. Morell.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4191"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ τοῦτον ὑπέρχεται τὸν ἀγῶνα ὁ λόγος (Δίωνος τοῦ χρυσοστόμου, πρὸς
              Νικομηδεῖς περὶ ὁμονοίας πρὸς τοὺς Νικαεῖς), εὐκαίρως διὰ τῆς ἡδονῆς προενηνεγμένος.
              μᾶλλον γὰρ οὕτω ταῖς ψυχαῖς τὸ πιθανὸν ἐθέλει διαδύειν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Phot.</author> Biblioth. Cod. 209. ed. gr.-lat. 1611. col. 533.</bibl> (Bologna.
          18. Agosto. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Tacheté, Marqueté. Déchiqueter</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Immotus</foreign>, <emph>immoto</emph> ec. per immobile.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altro è che una lingua sia pieghevole, adattabile, duttile; altro ch’ella sia molle come
          una pasta. Quello è un pregio, questo non può essere senza informità, voglio dire, senza
          che la lingua manchi di una forma e di un carattere determinato, di compimento, di
          perfezione. Questa informe mollezza pare che si debba necessariamente attribuire alla
          presente lingua tedesca, se è vero, come per modo di elogio predicano gli alemanni, che
          ella possa nelle traduzioni prendere tutte le possibili forme delle lingue e degli autori
          i più disparati tra se, senza ricevere alcuna violenza. Ciò vuol dire ch’ella è una pasta
          informe e senza consistenza alcuna; per conseguente, priva di tutte le bellezze e di tutti
          i pregi che risultano dalla determinata proprietà, e dall’indole e forma compiuta,
          naturale, nativa, caratteristica di una lingua. La pieghevolezza, la duttilità, la
          elasticità (per così dire), non escludono nè la forma determinata e compiuta nè la
          consistenza; ma certo non ammettono i vantati miracoli delle traduzioni tedesche. La
          lingua italiana possiede questa pieghevolezza in sommo grado fra le moderne colte. La
          greca non possedeva quella vantata facoltà della tedesca. (Bologna 26. Agosto. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Felicità</emph> non è altro che contentezza del proprio essere e del proprio modo di
          essere, soddisfazione, amore perfetto del proprio stato, qualunque del resto esso stato si
          sia, e fosse pur anco il più spregevole. Ora da questa <pb ed="aut" n="4192"/> sola
          definizione si può comprendere che la felicità è di sua natura impossibile in un ente che
          ami se stesso sopra ogni cosa, quali sono per natura tutti i viventi, soli capaci
          d’altronde di felicità. Un amor di se stesso che non può cessare e che non ha limiti, è
          incompatibile colla contentezza, colla soddisfazione. Qualunque sia il bene di cui goda un
          vivente, egli si desidererà sempre un ben maggiore, perchè il suo amor proprio non
          cesserà, e perchè quel bene, per grande che sia, sarà sempre limitato, e il suo amor
          proprio non può aver limite. Per amabile che sia il vostro stato, voi amerete voi stesso
          più che esso stato, quindi voi desidererete uno stato migliore. Quindi non sarete mai
          contento, mai in uno stato di soddisfazione, di perfetto amore del vostro modo di essere,
          di perfetta compiacenza di esso. Quindi non sarete mai e non potete esser felice, (30.
          Agosto. 1826. Bologna.) nè in questo mondo, nè in un altro.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il detto del Bayle, che la ragione è piuttosto uno strumento di distruzione che di
          costruzione, si applica molto bene, anzi ritorna a quello che mi par di avere osservato
          altrove, che il progresso dello spirito umano dal risorgimento in poi, e massime in questi
          ultimi tempi, è consistito, e consiste tutto giorno principalmente, non nella scoperta di
          verità positive, ma negative in sostanza; ossia, in altri termini, nel conoscere la
          falsità di quello che per lo passato, da più o men tempo addietro, si era tenuto per
          fermo, ovvero l’ignoranza di quello che si era creduto conoscere: benchè del resto, faute
          de bien observer ou raisonner, molte di siffatte scoperte negative, si abbiano per
          positive. E che gli antichi, in metafisica e in morale principalmente, ed anche in
          politica (uno de’ cui più veri principii è quello di lasciar fare più che si può, libertà
          più che si può), erano o al pari, o più avanzati di noi, unicamente perchè ed in quanto
          anteriori alle pretese <pb ed="aut" n="4193"/> scoperte e cognizioni di verità positive,
          alle quali noi lentamente e a gran fatica, siamo venuti e veniamo di continuo rinunziando,
          e scoprendone, conoscendone la falsità, e persuadendocene, e promulgando tali nuove
          scoperte e popolarizzandole. (Bologna 1. Settembre. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ὅτι δὲ αὐτὸς (ὁ Λουκιανὸς) τῶν μηδὲν ἦν ὅλως δοξαζόντων, καὶ τὸ τῆς
              βίβλου ἐπίγραμμα δίδωσιν ὑπολαμβάνειν ἔχει γὰρ ᾧδε<hi rend="enlarged">δίδωσιν
                ὑπολαμβάνειν·</hi> ἔχει γὰρ ᾧδε</foreign>
          </quote>. ec. <bibl>Photius, Biblioth. cod. 128.</bibl> — <emph>Dare a vedere, dare a
            conoscere, ad intendere</emph> ec. V. p. 4196. fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4153. Questo passo di Agatarchide è un nuovo esempio di quello che la critica
          osserva o deve osservar nella storia, cioè che spessissimo la storia d’una nazione s’è
          appropriata i fatti, veri o finti, narrati dagli storici di un’altra. Tale è ancor quello
          di Suetonio, Octav. Caes. Augustus, cap. 94. <quote>
            <foreign lang="lat">Auctor est Julius Marathus, ante paucos quam (Augustus) nasceretur
              menses, prodigium Romae factum publice, quo denuntiabatur regem populo romano naturam
              parturire; senatum exterritum censuisse ne quis illo anno genitus educaretur; eos qui
              gravidas uxores haberent, quod ad se quisque spem traheret, curasse ne
              senatusconsultum ad aerarium referretur</foreign>
          </quote> (<foreign lang="fre">que le décret ne passât et ne fût mis dans les
          archives</foreign>. La Harpe). Questa istorietta è visibilmente sorella di quella d’Erode
          e degl’innocenti, qualunque delle due sia l’<foreign lang="fre" rend="italic"
          >ainée</foreign>. Nè mancano esempi simili nelle più moderne storie, anzi abbondano più
          che mai. Tra mille, si può citare l’avventura del pomo attribuita dagli storici svizzeri a
          Guglielmo Tell, benchè già narrata da un <title lang="lat">Saxo Grammaticus</title>,
          Danese, morto del 1204, che scrisse in latino una storia della sua nazione, più di un
          secolo prima della nascita di Tell, e attribuì la detta avventura ad un Danese, ponendola
          in Danimarca, con altri nomi di persone; e che probabilmente non fu neppur esso
          l’inventore di tal novella, nè la storia di Danimarca fu la prima ad attribuirsela. <pb
            ed="aut" n="4194"/> La sua storia danica è stampata. (<foreign lang="fre">Des dragons et
            des serpens monstrueux</foreign> etc. trattatello di <bibl>
            <author>Eusebio Salverte</author> nella <title>Rivista Enciclopedica di Parigi</title>,
            tom. 30. Maggio e Giugno, 1826.</bibl> degno di esser veduto al nostro proposito).
          (Bologna. 1826. 3. Settembre. Domenica.). V. p. 4209. 4264. fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La condotta di Tiberio nell’impero, da principio non pur affabile, benigna, moderata, ma
          eziandio umile; insomma più che <foreign lang="lat" rend="italic">civilis</foreign>
            (<bibl>v. <author>Sueton.</author>
            <title>Tiber.</title> c. 24-33</bibl>), le sue difficoltà di accettar l’impero ec.
          paragonate colla seguente condotta tirannica, si attribuiscono a profonda politica,
          dissimulazione e simulazione. Io non vi so veder niente di finto, nè di artifiziale.
          Tiberio era certamente, a differenza di Cesare, di natura timida. A differenza poi e di
          Cesare che fin da giovanetto andò continuamente elevandosi, ed abituando successivamente
          l’animo e il carattere a grandezze sempre maggiori; e di Augusto che pure fin da
          giovanetto si vide alla testa degli affari; Tiberio, nato privato, vissuto la gioventù e
          l’età matura in sospetto di Augusto e de’ costui parenti, ed anche in non piccolo pericolo
          (otto anni passò ritirato in Rodi per fuggirlo o scemarlo), non aveva l’animo nè il
          carattere formato al potere, quando la fortuna gliel pose in mano. Però nel principio fu
          modesto, anzi timido ed umile, anche dopo liberato da ogni timore, come dice espressamente
          Suetonio (c. 26.); v. p. 4197. capoverso 6. nè qui v’era dissimulazione: io non ci veggo
          altro che un uomo avvezzo a soggiacere, avvezzo a temere ed evitar di offendere, che
          ridotto a soprastare, conserva ancora l’abito di tal timore e di tale evitamento. Egli lo
          perdè col tempo, e coll’esperienza continuata del suo potere, e della soggezione, anzi
          abbiezione, degli altri. Questo non è smascherarsi; questo è mutar carattere e natura, per
          mutazione di circostanze. <pb ed="aut" n="4195"/> Tiberio era certamente cattivo, perchè
          vile, e debole. V. p. 4197. capoverso 7. Questo fu causa che il potere lo rendesse un
          tiranno, perchè la sua natura era tale che l’influenza del principato doveva farne un
          cattivo carattere di principe. Ma qui non ci entra simulazione. Io non sono mai stato nè
          principe nè cattivo. Pur disprezzato e soggetto sempre fino all’età quasi matura; vedutomi
          poi per le circostanze, uguale a molti e superiore ad alcuni; da principio benignissimo ed
          umile cogl’inferiori, sono poi divenuto verso loro un poco esigente, un poco intollerante,
            <foreign lang="grc">φιλόνεικος, μεμψίμοιρος</foreign>, ed anche cogli uguali un poco
            <foreign lang="fre" rend="italic">chagrin</foreign>, e più difficile a perdonare
          un’ingiuria, una piccola mancanza, più risentito, più facile a concepir qualche seme di
          avversione, più desideroso, se non altro, di vendettucce, ec. Se la mia natura fosse stata
          cattiva, io sarei divenuto tanto più insopportabile quanto più tardi sono pervenuto alla
          superiorità, ed in età men facile ad accostumarmici. Noi siamo tutti inclinati a suppor
          negli uomini antichi o moderni, assenti o presenti, noti o ignoti, e nelle loro azioni e
          condotta, una politica, un’arte, una simulazione quasi continua, e qualche fine occulto.
          Ma credete a me che v’è al mondo assai meno politica, assai meno finzione, assai meno
          tendenze occulte, meno intrighi, meno maneggi, meno arte, e più di sincerità e di vero che
          non si crede. 1. Gli uomini di talento (indispensabile fondamento a simil condotta) sono
          assai più rari che non si stima. 2. Anche gli uomini i più persuasi della necessità o
          utilità dell’arte nel consorzio umano, e i più disposti ad essa per volontà, non hanno la
          pazienza di usarla troppo spesso, di fingere, di nascondere e dissimulare troppo a lungo.
          3. Condotte calcolate e dirette costantemente a qualche fine, sono più immaginarie che
          reali, perchè è natura di qualunque uomo d’essere incostante, ne’ suoi gusti, desiderii,
          opinioni, in tutto; di esser contraddittorio <pb ed="aut" n="4196"/> ed incoerente nelle
          sue azioni, massime ec.; di operare contro i proprii principii; di operare contro i
          proprii interessi. ec. 4. Finalmente la natura per combattuta che sia, per quanto la
          vogliam credere abbattuta, può ancora, ed opera nel mondo, assai più che non si crede. Ora
          la natura è l’opposto dell’arte: la finzione tende a nasconder la natura, ma questa
          trapela ad ogni momento, in dispetto d’ogni massima, d’ogni volontà, d’ogni disciplina.
          (Bologna. 3. Sett. Domenica. 1826.). Del resto le atrocissime crudeltà usate scopertamente
          in seguito da Tiberio, e gran parte di queste senza nessuna utilità proposta, ma per solo
          piacere e soddisfazione del gusto e dell’animo suo, mostrano che l’anima di Tiberio era
          più vile che doppia per sua natura, e col regno era divenuta più malvagia che politica.
          (Bologna 4. Sett. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dove parlo di <foreign lang="lat" rend="italic">repo, repto</foreign>,
          <emph>inerpicare</emph> ec. osservisi che i Latini hanno anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">erepo</foreign>. <bibl>
            <author>Sueton.</author>
            <title>Tiber.</title> cap. 60.</bibl>
          <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>. <foreign lang="lat" rend="italic">Irrepo, subrepo, adrepo</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Gerere-belligerare, morigerare</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic"
          >famigeratus</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">Laevo as — laevigo</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">κέχρηται δὲ (Ἡρόδοτος) μυθολογίαις καὶ παρεκβάσεσι πολλαῖς, δι' ὧν
              αὐτῷ ἡ κατὰ διάνοιαν γλυκύτης διαῤῥεῖ</foreign> (<foreign lang="lat">per quae sensus
              ipsi atque sententiae dulcedo fluit. Schott.</foreign>), <foreign lang="grc">εἰ καὶ
              πρὸς τὴν τῆς ἱστορίας κατάληψιν καὶ τὸν οἰκεῖον αὐτῆς καὶ κατάλληλον</foreign>
              (<foreign lang="lat">convenientem ita Photius usurpare solitus hanc vocem, et ita
              reddit Schott.</foreign>) <foreign lang="grc">τύπον ἐνίοτε ταῦτα ἐπισκοτεῖ, οὐκ
              ἐθελούσης τῆς ἀληθείας μύθοις αὐτῆς ἀμαυροῦσθαι τὴν ἀκρίβειαν, οὐδὲ πλέον τοῦ
              προσήκοντος ἀποπλανᾶσθαι ταῖς παρεκβάσεσιν<hi rend="enlarged">ἐžελοᾣύσης</hi> τῆς
              ἀληžείας μᾣύžοις αὐτῆς ἀμαυροῦσžαι τὴν ἀκρίβειαν, οὐδὲ πλέον τοῦ προσήκοντος
              ἀποπλανᾶσžαι ταῖς παρεκβάσεσιν</foreign> (<foreign lang="lat"
            >digressionibus</foreign>)</quote>. <bibl>
            <author>Phot.</author> Biblioth. cod. 60.</bibl> (Bologna. 5. Sett. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Egesta-Segesta</foreign>. <bibl>V.
            <author>Forcellini</author>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4193. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἔστι δὲ ὁ λόγος αὐτῷ (Αἰσχίνῃ τῷ ῥήτορι) ὥσπερ αὐτοφυὴς καὶ
              αὐτοσχέδιος, οὐ τοσοῦτον διδοὺς ἀποθαυμάζειν τὴν τέχνην τοῦ ἀνδρός, ὅσον τὴν φύσιν<hi
                rend="enlarged">διδοὺς</hi> ἀποžαυμάζειν τὴν τέχνην τοῦ ἀνδρός, ὶἐἶᾳἲ;;σον τὴν
              φᾣύσιν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Phot.</author> Biblioth. cod. 61. V. p. 4208.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4197"/>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Subire Tiberim</foreign>
          </quote>, <foreign lang="fre">remonter le Tibre</foreign>. <bibl>
            <author>Sueton.</author>
            <title>Claud.</title> cap. 38.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Diminutivi positivati aggettivi. <foreign lang="lat" rend="italic">Bimulus, trimulus,
            quadrimulus</foreign>. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Conspiratus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">qui conspiravit</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >conspirat</foreign>, <bibl>
            <author>Sueton.</author>
            <title>Galba</title>, c. 19. Domitian. c. 17.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Rasitare</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Sueton.</author>
            <title>Otho</title>, c. ult. i. e. 12.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐξ ἀρχῆς</foreign>
          <emph>da capo</emph>, per <emph>di nuovo</emph> ec. Di ciò altrove. Si dice anche <foreign
            lang="grc">αὖθις ἐξ ὑπαρχῆς</foreign>. Vedi. per es. <bibl>
            <author>Sueton.</author>
            <title>Vespas.</title> c. 23</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐπὰν ἀποθάνῃς, αὖθις ἐξ ἀρχῆς ἔσῃ</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Menander</author> ap. <author>Stob.</author> serm. 104.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">περὶ τῶν παρ' ἀξίαν εὐτυχούντων</foreign>
          </quote>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4194 — il quale frattanto attribuisce anch’esso a politica e simulazione la sua
          moderazione nel principio del suo governo (cap. 57.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4195. Teodoro Gadareno, suo maestro di rettorica in fanciullezza, <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">subinde in obiurgando</hi> appellabat <hi rend="italic">eum</hi>
            </foreign>
            <foreign lang="grc">πηλὸν αἵματι πεφυραμένον</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Sueton.</author> cap. 57</bibl>. E Suetonio stesso chiama la sua indole <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">saeva ac lenta natura</foreign>
          </quote>. (<bibl>ib. init.</bibl>)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che gli uomini abbiano trovate e pongano in opera delle arti per combattere, soggiogare,
          recare al loro uso e servigio il resto della natura animata o inanimata, non è cosa
          strana. Ma che abbiano trovato ed usino arti e regole per combattere e vincere gli uomini
          stessi, che queste arti sieno esposte a tutti gli uomini, e tutti ugualmente le apprendano
          ed usino, o le possano apprendere e usare, questo ha dell’assurdo; perchè se due uomini
          sanno ugualmente di scherma, che giova la loro arte a ciascuno de’ due? che superiorità ne
          riceve l’uno sopra l’altro? non sarebbe per ambedue lo stesso, che ambedue fossero
          ignoranti della scherma, o che tutti e due combattessero alla naturale? V. p. 4214. Un
          libro, una scoperta di Tattica o di strategica o di poliorcetica ec. pubblicata ed esposta
          all’uso comune, a che giova? se l’amico e il nemico l’apprendono del pari, ambedue con più
          arte e più fatica di prima, si trovano nella stessissima condizione rispettiva di prima.
          Il coltivare queste tali arti, o scienze che si vogliano dire, il proccurarne
          l’incremento, <pb ed="aut" n="4198"/> e molto più il diffonderne la coltura e la
          conoscenza, è la più inutile e strana cosa che si possa fare; è propriamente il metodo di
          ottener con fatica e spesa quello che si può ottenere senza fatica nè spesa; di eseguire
          artificialmente e di render necessaria l’arte laddove la natura bastava, e laddove col
          metodo artificiale non si ottiene il menomo vantaggio sopra il naturale. Insomma è il
          metodo di moltiplicare e complicar le ruote e le molle di un orologio, e di far con più
          quel medesimo che si poteva fare e già si faceva con meno. Il simile dico della politica,
          del macchiavellismo ec. e di tutte le arti inventate per combattere e superchiare i nostri
          simili. (Bologna. 10. Sett. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Se una volta in processo di tempo l’invenzione p. e. dei parafulmini (che ora bisogna
          convenire esser di molto poca utilità), piglierà più consistenza ed estensione, diverrà di
          uso più sicuro, più considerabile e più generale; se i palloni aereostatici, e
          l’aeronautica acquisterà un grado di scienza, e l’uso ne diverrà comune, e la utilità (che
          ora è nessuna) vi si aggiungerà ec.; se tanti altri trovati moderni, come quei della
          navigazione a vapore, dei telegrafi ec. riceveranno applicazioni e perfezionamenti tali da
          cangiare in gran parte la faccia della vita civile, come non è inverisimile; e se in
          ultimo altri nuovi trovati concorreranno a questo effetto; certamente gli uomini che
          verranno di qua a mille anni, appena chiameranno civile la età presente, diranno che noi
          vivevamo in continui ed estremi timori e difficoltà, stenteranno a comprendere come si
          potesse menare e sopportar la vita essendo di continuo esposti ai pericoli delle tempeste,
          dei fulmini ec., navigare con tanto rischio di sommergersi, commerciare <pb ed="aut"
            n="4199"/> e comunicar coi lontani essendo sconosciuta o imperfetta la navigazione
          aerea, l’uso dei telegrafi ec., considereranno con meraviglia la lentezza dei nostri
          presenti mezzi di comunicazione, la loro incertezza ec. Eppur noi non sentiamo, non ci
          accorgiamo di questa tanta impossibilità o difficoltà di vivere che ci verrà attribuita;
          ci par di fare una vita assai comoda, di comunicare insieme assai facilmente e
          speditamente, di abbondar di piaceri e di comodità, in fine di essere in un secolo
          raffinatissimo e lussurioso. Or credete pure a me che altrettanto pensavano quegli uomini
          che vivevano avanti l’uso del fuoco, della navigazione ec. ec. quegli uomini che noi,
          specialmente in questo secolo, con magnifiche dicerie rettoriche predichiamo come esposti
          a continui pericoli, continui ed immensi disagi, bestie feroci, intemperie, fame, sete;
          come continuamente palpitanti e tremanti dalla paura, e tra perpetui patimenti ec. E
          credete a me che la considerazione detta di sopra è una perfetta soluzione del ridicolo
          problema che noi ci facciamo: come potevano mai vivere gli uomini in quello stato; come si
          poteva mai vivere avanti la tale o la tal altra invenzione. (Bologna. 10. Settembre.
          Domenica. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Paragrandini, parafulmini ec. <bibl>
            <author>Fozio</author>, Biblioteca, cod. 72.</bibl> analizzando <foreign lang="grc"
            >Κτησίου τὰ Ἰνδικὰ</foreign>, e parlando di una fonte che Ctesia diceva esser
          nell’India, senz’altra indicazione di luogo, dice fra l’altre cose: <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ (λέγει Κτησίας) περὶ τοῦ ἐν τῷ πυθμένι τῆς κρήνης σιδήρου, ἐξ οὗ
              καὶ δύο ξίφη Κτησίας φησὶν ἐσχηκέναι, ἓν παρὰ βασιλέως (Ἀρταξέρξου τοῦ Μνήμονος
              ἐπικληθέντος), καὶ ἓν παρὰ τῆς τοῦ βασιλέως μητρὸς Παρυσάτιδος (ἧς ἰατρὸς γέγονεν ὁ
              Κτησίας). φησὶ δὲ περὶ αὐτοῦ, ὅτι πηγνύμενος ἐν τῇ γῇ, νέφους καὶ χαλάζης καὶ
              πρηστήρων ἐστὶν ἀποτρόπαιος. καὶ ἰδεῖν αὐτὸν ταῦτα φησὶ, βασιλέως δὶς
            ποιήσαντος</foreign>. <pb ed="aut" n="4200"/>
            <foreign lang="lat">De ferro, quod in huius fontis fundo reperitur; ex quo duos se
              habuisse aliquando gladios ipse Ctesias commemorat; unum a rege</foreign>, (in marg.
              <foreign lang="lat" rend="italic">Artaxerxe</foreign>, <foreign lang="grc">τῷ</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Mnemone</foreign>), <foreign lang="lat">alterum a
              Parysatide regis ipsius matre sibi donatum. Ferri autem huius eam esse vim, ut in
              terram depactum nebulas, et grandines, turbinesque avertat. Hoc semel se iterumque
              vidisse, cum rex ipse eius rei periculum faceret. Versio Andreae
          Schotti</foreign>.</quote> (Bologna. 1826. 12. Settembre.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Inesorato</emph> ec. per <emph>inesorabile</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ τροπαῖς μὲν κέχρηται (Εὐνάπιος ἐν χρονικῇ ἱστορίᾳ) παραβόλως,
              ὅπερ ὁ τῆς ἱστορίας οὐ θέλει νόμος</foreign>. <foreign lang="lat">Tropos ad haec
              praeter modum adhibet, quod historiae lex vetat</foreign>
          </quote> (Schott.) <bibl>
            <author>Phot.</author> Biblioth. Cod. 77.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il genitivo per l’accusativo. <bibl>
            <author>Petr.</author> Sestina 6. <title>Anzi tre dì</title>, v. 3</bibl>. <quote>
            <emph>Di state vi sono DE’ papaveri, DELLE pere e DI quante mele si trovano</emph>
          </quote> (genitivo pel nominativo). <bibl>
            <author>Caro</author>, <title>Gli amori pastorali di Dafni e Cloe</title>, lib.
          2.</bibl> non lungi dal principio, p. 8. ediz. di Pisa 1814. <quote>
            <emph>Presentando loro per primizia della vendemmia a ciascuna statua il suo tralcio con
              DI molti grappoli e con DE’ pampini suvvi</emph>
          </quote>. (genitivo per l’ablativo). <bibl>ib. p. 27.</bibl> E così assai spesso il
          medesimo ed altri classici. V. p. 4214.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È stato negli eserciti e <emph>provveduto</emph> capitano e coraggioso guerriero.
            <bibl>ib. p. 41.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Riavere</emph> per ricreare, ristorare, fare riavere. <bibl>Vedi Crus. par. 1.</bibl>
          <bibl>
            <author>Caro</author> l. c. lib. 2. p. 38.</bibl> poichè col cibo l’ebbe alquanto
          confortato, con saporitissimi baci ed altre dolcissime accoglienze tutto <emph>lo
          riebbe</emph>. Cioè lo ristorò, non come dice il Monti nella Proposta, lo fece tornare nei
          sensi, chè Dafni non era punto venuto meno, ma percosso, battuto e malconcio da alcuni
          giovani. — Similmente dicono i greci <foreign lang="grc">ἀνακτᾶσθαι</foreign>, per
            <foreign lang="grc">ποιεῖν ἀνακτᾶσθαι ἑαυτόν</foreign>, come molto elegantemente <bibl>
            <author>Fozio</author> Bibliot. cod. 83.</bibl> parlando delle Antichità Romane di
          Dionigi d’Alicarnasso: <quote>
            <foreign lang="grc">κέχρηται δὲ καὶ παρεκβάσει οὐκ ὀλίγῃ</foreign> (<foreign lang="lat"
              >digressionibus utitur non raro</foreign>), <foreign lang="grc">τὸν ἀκροατὴν ἀπὸ τοῦ
              περὶ τὴν ἱστορίαν κόρου διαλαμβάνων ταύτῃ, καὶ ἀναπαύων καὶ ἀνακτώμενος</foreign>
              (<foreign lang="lat">reficiens</foreign>)</quote>. V. p. 4217.</p>
      </div1>
      <div1 n="4201 - 4400">
        <p>
          <pb ed="aut" n="4201"/>
          <emph>Volere</emph> per <foreign lang="grc">μέλλειν</foreign>. Anguillara, Metam. l. 4.
          st. 105. (Bologna. 16. Sett. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Incespitare</emph> per <emph>incespicare</emph> di cui altrove. <bibl>
            <author>Caro</author> loc. sup. cit. lib. 2. p. 48. fin.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Risicato per che si arrischia, che si suole arrischiare. <bibl>
            <author>Caro</author>. ib. l. 3. p. 53. 59.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Arreticato (<foreign lang="lat">irretitus</foreign>, preso nella rete). ib. p. 54.
          Sanicare, sanicato. <bibl>V. Crus. Affumicare.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Insertare ghirlande. <bibl>
            <author>Caro</author>. ib. l. 1. p. 25.<hi rend="apice">a</hi>
          </bibl> ed ult. Con le foglie tessute e consertate in modo che facevano come una grotta.
          ib. l. 3. p. 53. I rami si toccavano e s’inframmettevano insieme insertando le chiome.
          lib. 4. principio. p. 77.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grufare, grufolare. <bibl>
            <author>Caro</author> l. c. lib. 4. p. 80.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Mele appie — Mele appiole, o appiuole. Diminutivo aggettivo. V. Crus. in Mela, Appio,
          Appiola. <quote>
            <emph>Mele appiole</emph>
          </quote>, <bibl>
            <author>Caro</author> l. c. lib.1. p. 20.</bibl>
          <quote>
            <emph>mele appiuole</emph>
          </quote>, <bibl>l. 3. fin. p. 74.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Εὐήθης, εὐήθεια</foreign>, ec. <foreign lang="lat">bonitas, bonus
          vir</foreign> ec. <foreign lang="fre">bonhomme, bonhomie</foreign> ec. dabben uomo,
          dabbenaggine ec. Parole il cui significato ed uso provano in quanta stima dagli antichi e
          dai moderni sia stato veramente e popolarmente (giacchè il popolo determina il senso delle
          parole) tenuta la bontà. E in vero io mi ricordo che quando io imparava il greco,
          incontrandomi in quell’<foreign lang="grc">εὐήθης</foreign> ec., mi trovava sempre
          imbarazzato, parendomi che siffatte parole suonassero lode, e non potendomi entrare in
          capo ch’elle si prendessero in mala parte, come pur richiedeva il testo. Avverto che io
          studiava il greco da fanciullo. (Bologna. 18. Sett. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ὀβελίας</foreign>- <foreign lang="fre" rend="italic">oublie</foreign>.
            <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 3. c. 25.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Spesse volte in occasioni di miei dispiaceri, anche grandi, io ho dimandato a me stesso:
          posso io non affliggermi di questa cosa? E l’esperienza avutane già più volte, mi sforzava
          a risponder di sì, che io poteva. Ma il non affliggersene sarebbe contro ragione: non vedi
          tu il male come è grave, come è serio e vero? — Lasciamo star che nessun male è vero per
          se, poichè se uno non lo conosce o non se ne affligge, ei non è più male. Ma
          l’affliggertene può forse rimediarvi o diminuirlo? — No. — Il non affliggertene può forse
          nuocerti? — No certo. — E non è meglio assai per te il non pensarne, il non pigliarne
          dolore, che il pigliarlo? — Meglio assai. — Come dunque sarà contro ragione? Anzi sarà
          ragionevolissimo. E se egli è ragionevole, se utile, <pb ed="aut" n="4202"/> se tu lo
          puoi, perchè non lo fai? che ti manca se non il volerlo? — Io vi giuro che queste
          considerazioni mi giovavano veramente, ed avevano reale effetto, sicchè io ricusando di
          affliggermi di una mia sventura, per notabile ch’ella fosse, non me ne affliggeva in
          verità, e ne pativa per conseguenza assai poco. (Bologna 25. Sett. 1826.). V. p. 4225.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La ricchezza della lingua greca, e la decisa differenza di stili che ella ammetteva,
          differenza così grande, che faceva quasi di ciascuno stile una lingua diversa, si può
          conoscere anche dal veder che gli antichi ebbero dei lessici voluminosi dedicati a un
          qualche stile in particolare, come noi potremmo far lessici a parte per la nostra lingua
          poetica o prosaica (due divisioni che la nostra lingua ammette, ma la greca assai più).
          Eccovi in <bibl>
            <author>Fozio</author> Bibliot. i capi o codici 146. 147.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Λεξικὸν τῆς καθαρᾶς ἰδέας</foreign>
          </quote> (cioè <foreign lang="lat" rend="italic">styli simplicis</foreign> o cosa simile). <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀνεγνώσθη λεξικὸν κατὰ στοιχεῖον καθαρᾶς ἰδέας. μέγα καὶ πολύστιχον
              τὸ βιβλίον μᾶλλον δὲ πολύβιβλος ἡ πραγματεία. καὶ χρήσιμον, εἴπερ τι ἄλλο, τοῖς τὸν
              χαρακτῆρα μεταχειριζομένοις τῆς τοιαύτης ἰδέας </foreign> 147 <foreign lang="grc"
              >Λεξικὸν σεμνῆς ιδέας. Ἀνεγνώσθη λεξικὸν σεμνῆς ἰδέας. εἰς μέγεθος ἐξετείνετο τὸ
              τεῦχος, ὡς ἄμεινον εἶναι δυσὶ μᾶλλον τεύχεσιν ἢ τρισὶ τοῖς ἀναγινώσκουσι τὸ
            φιλοπόνημα</foreign> (<foreign lang="lat">solemnis Photio vox hoc sensu</foreign>)
              <foreign lang="grc">περιέχεσθαι. κατὰ στοιχεῖον δὲ ἡ πραγματεία. καὶ δῆλον ὡς χρησίμη
              τοῖς εἰς μέγεθος καὶ ὄγκον ἐπαίρειν τοὺς λόγους αὐτῶν ἐν τῷ συγγράφειν
            ἐθέλουσιν</foreign>. 146. <foreign lang="lat">Lexicon Purae Ideae. Lexicon legi Ideae
              purae litterarum ordine. Magnus est hic liber, ut multi potius, quam unus esse
              videatur. Utilis autem, si quis alius, iis est, qui hanc Ideam tractant. 147. Lexicon
              Gravis styli. Legi Ideae gravioris Lexicon, quod ipsum quoque in immensum crevit, ut
              legentibus aptius fore arbitrer, si in duos opus illud, aut tres tomos distribuatur.
              Digestum item est litterarum ordine, patetque utile esse iis, qui sublimi tumidoque
              dicendi genere excellere studio habent. (Schotti versio.)</foreign>
          </quote> (Bologna. 22. Settembre. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4203"/> Ebbero i Greci, come i moderni, anche delle voluminose storie
          teatrali e drammatiche (come ne ebbero delle filosofiche, geometriche, pittoriche,
          statuarie, e d’ogni genere di discipline). <bibl>
            <author>Fozio</author> nella Bibliot. cod. 161.</bibl> dando conto dei libri di Ecloghe
          o Estratti di Sopatro sofista, dice che il quarto suo libro contiene degli estratti, fra
          gli altri, <quote>
            <foreign lang="grc">ἐκ τοῦ ὀγδόου λόγου τῆς τοῦ ῾Ρούφου δραματικῆς ἱστορίας, οἷς
              παράδοξά τε καὶ ἀπίανα ἐστὶν εὑρεῖν, καὶ τραγωδῶν καὶ κωμωδῶν πράξεις τε καὶ λόγους
              καὶ ἐπιτηδεύματα, καὶ τοιαῦθ' ἕτερα</foreign>
          </quote>. E che il quinto libro <quote>
            <foreign lang="grc">σᾣύγκειται αὐτῷ ἔκ τε τῆς ‘Ροᾣύφου μουσικῆς ἱστορίας πρώτου καὶ
              δευτέρου καὶ τρίτου βιβλίου. ἐν ᾧ τραγικῶν τε καὶ κωμικῶν ποικίλην ἱστορίαν
              εὑρήσειςσύγκειται αὐτῷ ἔκ τε τῆς ῾Ρούφου μουσικῆς ἱστορίας πρώτου καὶ δευτέρου καὶ
              τρίτου βιβλίου. ἐν ᾧ τραγικῶν τε καὶ κωμικῶν ποικίλην ἱστορίαν εὑρήσεις</foreign>
          </quote>. (Tragicor. ac Comicor. Schott.) <quote>
            <foreign lang="grc">οὐ μὴν δὲ ἀλλὰ καὶ διθυραμβοποιῶν τε καὶ αὐλητῶν καὶ κιθαρωδῶν•
              ἐπιθαλαμίων τε ᾠδῶν καὶ ὑμεναίων καὶ ὑπορχημάτων ἀφήγησιν</foreign>, (<foreign
              lang="lat">epithalamiorumq. carminum et hymenaeorum atq. cantilenarum in chorea
              enumerationem. Schottus</foreign>) <foreign lang="grc">περί τε ὀρχηστῶν καὶ τῶν ἄλλων
              τῶν ἐν τοῖς Ἑλληνικοῖς θεάτροις ἀγωνιζομένων ὅθέν τε καὶ ὅπως οἱ τούτων ἐπὶ μέγα κλέος
              παρ' αὐτοῖς ἀναδραμόντες γεγόνασιν, εἴ τε ἄῤῥενες εἴ τε καὶ τὴν θήλειαν φύσιν
              διεκληρώσαντο• τίνες τε τίνων ἐπιτηδευμάτων ἀρχὴ διεγνώσθησαν</foreign> (<foreign
              lang="lat">quinam etiam singulorum auctores ac principes studiorum exstiterint.
              Schott.</foreign>), <foreign lang="grc">καὶ τούτων δὲ τίνες τυράννων ἢ βασιλέων
              ἐρασταὶ καὶ φίλοι γεγόνασιν. οὐ μὴν ἀλλὰ καὶ τίνες τε οἱ ἀγῶνες, καὶ ὅθεν, ἐν οἷς
              ἕκαστος τὰ τῆς τέχνης ἐπεδείκνυτο. καὶ περὶ ἐορτῶν δὲ ὅσαι πάνδημοι τοῖς Ἀθηναίοις.
              ταῦτα δὴ πάντα καὶ εἴ τι ὅμοιον, ὁ πέμπτος (τοῦ Σωπάτρου) ἀναγινώσκοντί σοι παραστήσει
              λόγος. Ὁ δὲ ἕκτος αὐτῷ συνελέγη λόγος ἔκ τε τῆς αὐτῆς ῾Ρούφου μουσικῆς (ἱστορίας)
              βίβλου πέμπτης καὶ τετάρτης. αὐλητῶν δὴ καὶ αὐλημάτων ἀφήγησιν ἔχει, ἄνδρες τε ὅσα
              ηὔλησαν καὶ δὴ καὶ γυναῖκες. καὶ Ὅμηρος δὲ αὐτῷ καὶ Ἡσίοδος καὶ Ἀντίμαχος οἱ ποιηταὶ
              τῆς διηγήσεως μέρος</foreign>, (<foreign lang="lat">huius narrationis partem <pb
                ed="aut" n="4204"/> efficiunt. Schott.</foreign>) <foreign lang="grc">καὶ τῶν ἄλλων
              πλεῖστοι τῶν εἰς τοῦτο τὸ γένος τῶν ποιητῶν ἀναγομένων</foreign>
          </quote>. E segue dicendo di altri libri di altri scrittori dai quali era estratto il
          sesto libro di Sopatro. E l’undecimo dice essere estratto, fra gli altri, <quote>
            <foreign lang="grc">ἐκ τῆς τοῦ Ἰώβα</foreign> (<foreign lang="lat">Iubae</foreign>)
              <foreign lang="grc">τοῦ βασιλέως θεατρικῆς ἱστορίας ἑπτακαιδεκάτου λόγου</foreign>
          </quote>, della quale opera fa menzone anche Ateneo, lib.4. (Bologna. 1826. 24. Sett.
          Domenica.). V. p. 4238.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Contraddizioni innumerabili, evidenti e continue si trovano nella natura considerata non
          solo metafisicamente e razionalmente, ma anche materialmente. La natura ha dato ai tali
          animali l’istinto, le arti, le armi da perseguitare e assalire i tali altri, a questi le
          armi da difendersi, l’istinto di preveder l’attacco, di fuggire, di usar mille diverse
          astuzie per salvarsi. La natura ha dato agli uni la tendenza a distruggere, agli altri la
          tendenza a conservarsi. La natura ha dato ad alcuni animali l’istinto e il bisogno di
          pascersi di certe tali piante, frutta ec., ed ha armato queste tali piante di spine per
          allontanar gli animali, queste tali frutta di gusci, di bucce, d’inviluppi d’ogni genere,
          artificiosissimi e diligentissimi, o le ha collocate nell’alto delle piante ec. La natura
          ha creato le pulci e le cimici perchè ci succino il sangue, ed a noi ha dato l’istinto di
          cercarle e di farne strage. L’enumerazione di tali ed analoghe contrarietà si estenderebbe
          in infinito, ed abbraccierebbe ciascun regno, ciascuno elemento, e tutto il sistema della
          natura. Io avrò torto senza dubbio, ma la vista di tali fenomeni mi fa ridere. Qual è il
          fine, qual è il voler sincero e l’intenzione vera della natura? Vuol ella che il tal
          frutto sia mangiato dagli animali o non sia mangiato? Se sì, perchè l’ha difeso con sì
          dura crosta e con tanta cura? se no, <pb ed="aut" n="4205"/> perchè ha dato ai tali
          animali l’istinto e l’appetito e forse anche il bisogno di procacciarlo e mangiarselo? I
          naturalisti ammirano la immensa sagacità ed arte della natura nelle difese somministrate
          alla tale o tale specie animale o vegetabile o qualunque, contro le offese esteriori di
          qualunque sia genere. Ma non pensano essi che era in poter della natura il non crear
          queste tali offese? che essa medesima è l’autrice unica delle difese e delle offese, del
          male e del rimedio? E qual delle due sia il male e quale il rimedio nel modo di vedere
          della natura, non si sa. Si sa ben che le offese non sono meno artificiosamente e
          diligentemente condotte dalla natura che le difese; che il nibbio o il ragno non è meno
          sagace di quel che la gallina o la mosca sia amorosa o avveduta. Intanto che i naturalisti
          e gli ascetici esaminando le anatomie de’ corpi organizzati, andranno in estasi di
          ammirazione verso la provvidenza per la infinita artificiosità ed accortezza delle difese
          di cui li troverà forniti, io finchè non mi si spieghi meglio la cosa, paragonerò la
          condotta della natura a quella di un medico, il quale mi trattava con purganti continui,
          ed intendendo che lo stomaco ne era molto debilitato, mi ordinava l’uso di decozioni di
          china e di altri attonanti per fortificarlo e minorare l’azione dei purganti, senza però
          interromper l’uso di questi. Ma, diceva io umilmente, l’azione dei purganti non sarebbe
          minorata senz’altro, se io ne prendessi de’ meno efficaci o in minor dose, quando pur
          debba continuare d’usarli? (Bologna. 25. Sett. 1826.). V. p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἴχνος- ἴχνιον</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Phot.</author> Biblioth. cod. 166. col. 360</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">ὡς Παάπις διώκων μετ' ἴχνια τοὺς περὶ Δερκυλλίδα, ἐπέστη αὐτοῖς ἐν
              τῇ νήσῳ</foreign>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4206"/> Relativo ai Mori bianchi, dei quali dico altrove, può essere anche
          quel luogo dell’antico romanziere Antonio Diogene (Fozio lo crede non molto posteriore ad
          Alessandro), il quale presso <bibl>
            <author>Fozio</author> cod. 166. col. 357.</bibl> introduce la viaggiatrice Dercillide a
          raccontare <quote>
            <foreign lang="grc">ὡς περιπέσοι (αὐτὴ) ἀνžπρώπων πόλει κατὰ τὴν ’Ιβηρίαν, οἵ ἑώρων μὲν
              ἐν νυκτί, τυφλοὶ δὲ ὑπὶῖἶᾳἲ;; ἡμέραν ἑκάστην ἐτᾣύγχανον</foreign>
          </quote>. (Bolog. 25. Sett. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. preced. Si ammiri quanto si vuole la provvidenza e la benignità della natura per
          aver creati gli antidoti, per averli, diciam così, posti allato ai veleni, per aver
          collocati i rimedi nel paese che produce la malattia. Ma perchè creare i veleni? perchè
          ordinare le malattie? E se i veleni e i morbi sono necessari o utili all’economia
          dell’universo, perchè creare gli antidoti? perchè apparecchiare e porre alla mano i
          rimedi? (Bologna. 1826. 26. Sett.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4183. Questa novelletta, poichè per tale io la tengo, mi fa ravvisare una nuova
          somiglianza tra i costumi antichi e i moderni; cioè mi fa credere che i greci antichi
          inventassero degli esempi di ridicola e bestiale costanza da apporre agli spartani, come
          noi ne inventiamo di <foreign lang="fre" rend="italic">bêtise</foreign> e di sciocchezza
          da apporre ai tedeschi e agli svizzeri (<emph>addietro tu e muro</emph>); come altri ne
          inventano di scelleraggine vile, feroce, traditrice e coperta, da apporre agl’italiani,
          ec.: in somma che gli Spartani fossero per gli antichi belli spiriti, ed anche
          popolarmente nella opinione della Grecia, il soggetto di motteggi e di novelle, al quale
          si riportassero anche degli esempi veri, ma appartenenti ad altre persone; come noi
          italiani siamo il tipo della ferocia traditrice per altre nazioni ec. (Bologna. 26. Sett.
          1826.). V. p. 4217.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È chiaro e noto che l’idea e la voce <emph>spirito</emph> non si può in somma e in
          conclusione definire altrimenti che <emph>sostanza che non è materia</emph>, giacchè niuna
          sua qualità positiva possiamo noi nè conoscere, nè nominare, <pb ed="aut" n="4207"/> nè
          anco pure immaginare. Ora il nome e l’idea di materia, idea e nome anch’essa astratta,
          cioè ch’esprime collettivamente un’infinità di oggetti, tra se differentissimi in verità
          (e noi poi non sappiamo se la materia sia omogenea, e quindi una sola sostanza identica, o
          vero distinta in elementi, e quindi in altrettante sostanze, di natura ed essenza
          differentissimi, com’ella è distinta in diversissime forme), l’idea dico ed il nome di
          materia abbraccia tutto quello che cade o può cader sotto i nostri sensi, tutto quello che
          noi conosciamo, e che noi possiamo conoscere e concepire; ed essa idea ed esso nome non si
          può veramente definire che in questo modo, o almeno questa è la definizione che più gli
          conviene, in vece dell’altra dedotta dall’enumerazione di certe sue qualità comuni, come
          divisibilità, larghezza, lunghezza, profondità e simili. Per tanto il definire lo spirito,
            <emph>sostanza che non è materia</emph>, è precisamente lo stesso che definirla
            <emph>sostanza che non è di quelle che noi conosciamo o possiamo conoscere o
          concepire</emph>, e questo è quel solo che noi venghiamo a dire e a pensare ogni volta che
          diciamo <emph>spirito</emph>, o che pensiamo a questa idea, la quale non si può, come ho
          detto, definire altrimenti. Frattanto questo spirito, non essendo altro che quello che
          abbiam veduto, è stato per lunghissimo spazio di secoli creduto contenere in se tutta la
          realtà delle cose; e la materia, cioè quanto noi conosciamo e concepiamo, e quanto
          possiamo conoscere e concepire, è stata creduta non essere altro che apparenza, sogno,
          vanità appetto allo spirito. È impossibile non deplorar la miseria dell’intelletto umano
          considerando un così fatto delirio. Ma se pensiamo poi che questo delirio si rinnuova oggi
          completamente; che nel secolo 19.o risorge da tutte le parti e si ristabilisce
          radicatamente lo spiritualismo, forse anche più spirituale, per dir così, che in addietro;
          che i filosofi più illuminati della più illuminata nazione moderna, si congratulano di
          riconoscere per caratteristica di questo secolo, l’essere esso <foreign lang="fre"
            rend="italic">éminemment <pb ed="aut" n="4208"/> religieux</foreign>, cioè
          spiritualista; che può fare un savio, altro che disperare compiutamente della
            <emph>illuminazione</emph> delle menti umane, e gridare: o Verità, tu sei sparita dalla
          terra per sempre, nel momento che gli uomini incominciarono a cercarti. Giacchè è
          manifesto che questa e simili innumerabili follie, dalle quali pare ormai impossibile e
          disperato il guarire gl’intelletti umani, sono puri parti, non mica dell’ignoranza, ma
          della scienza. L’idea chimerica dello spirito non è nel capo nè di un bambino nè di un
          puro selvaggio. Questi non sono spiritualisti, perchè sono pienamente ignoranti. E i
          bambini, e i selvaggi puri, e i pienamente ignoranti sono per conseguenza a mille doppi
          più savi de’ più dotti uomini di questo secolo de’ lumi; come gli antichi erano più savi a
          cento doppi per lo meno, perchè più ignoranti de’ moderni; e tanto più savi quanto più
          antichi, perchè tanto più ignoranti. (Bologna. 26. Sett. 1826.). V. p. 4219.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Ovidio</author>
            <title>Metam.</title> l. 4.</bibl> parlando delle anime che sono nell’Eliso: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Pars alias artes, antiquae imitamina vitae,
            Exercent</foreign>
          </quote> ec. Vedilo. V. p. 4210. capoverso 4.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4196. fin. <quote>
            <foreign lang="grc">τὴν δὲ θρησκείαν ὁ ἀνὴρ (Ἰωάννης Λαυρέντιος φιλαδελφεὺς ὁ Λυδὸς)
              ἔοικε δεισιδαίμων</foreign> (superstitiotus) <foreign lang="grc">εἶναι. σέβεται μὲν τὰ
              Ἑλλήνων καὶ θειάζει, θειάζει δὲ καὶ τὰ ἡμέτερα μὴ διδοὺς τοῖς ἀναγινώσκουσιν ἐκ τοῦ
              ῥᾴστου συμβαλεῖν πότερον οὕτω νομίζων θειάζει, ἢ ὡς ἐπὶ σκηνῆς</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Phot.</author> cod. 180. fin. v. qui sotto.</bibl>
        </p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">περιεῖχε</foreign>
          </quote> (Apollodori Bibliotheca) <quote>
            <foreign lang="grc">τὰ παλαίτατα τῶν Ἑλλήνων, ὅσα τὲ περὶ θεῶν καὶ ἡρώων ὁ χρόνος αὐτοῖς
              δοξάζειν</foreign>
          </quote> (i. e. <foreign lang="grc">μυθολογεῖν</foreign> etc.) <quote>
            <foreign lang="grc">ἔδωκεν</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. cod. 186. fin. V. p. 4210.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Conone appresso <bibl>
            <author>Fozio</author>, Bibliot. cod. 186. narrat. 10.</bibl> chiama <foreign lang="grc"
            >Οἴθων (Οἴθωνα)</foreign> il re del Chersoneso di Tracia padre di Pallene, il quale da
          Stefano Biz. v. <foreign lang="grc">Παλλήνη</foreign> è chiamato col sigma iniziale
            <foreign lang="grc">Σίθων</foreign> (<foreign lang="grc">Σίθωνα</foreign>), e così da
          Partenio, <foreign lang="grc">ἐρωτικῶν</foreign> cap. 6. (<foreign lang="grc"
          >Σίθονα</foreign>). (Bolog. 30. Sett. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4209"/>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Plat</foreign>, sost. e aggettivo, <emph>piatto</emph>,
          (ingl. <foreign lang="eng" rend="italic">flat</foreign>.) (v. gli spagn.) — <quote>
            <foreign lang="grc">πλάτος, πλατὺς</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Phot.</author> Biblioth. cod. 186. ed. gr. lat. col. 444</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">
              <hi rend="enlarged"> πλατεῖ τῷ ξίφει</hi> οὐκ ἐθέλοντα προιέναι, τύπτων τὰ νῶτα,
              ἤλαυνεν</foreign>
            <emph>lo cacciava innanzi per forza, non volendo egli andar oltre, battendogli la
              schiena</emph>
            <emph rend="sc">colla spada piatta, col piatto della spada, a forza di piattonate,
              battendolo colla spada di piatto</emph>
          </quote>. (Bologna 2. Ott. 1826.). V. p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4194. <bibl>
            <author>Fozio</author>, Bibliot. cod. 186.</bibl> dando il sommario delle <foreign
            lang="grc">διηγήσεις</foreign> o Narrazioni di Conone, ed. grec. lat. col. 449-52. alla
          narrazione 43. dice così: <quote>
            <foreign lang="grc">Ἡ μγ.' Οἱ τῆς Αἴτνης τοῦ πυρὸς κρατῆρες ἀνέβλυσάν ποτε</foreign>
              (<foreign lang="lat">effuderunt</foreign>), <foreign lang="grc">ποταμοῦ δίκην, φλόγα
              κατὰ τῆς χώρας, καὶ Καταναίοις (πόλις δ' Ἑλλὰς ἐν Σικελίᾳ ἡ Κατάνη), ἔδοξε παντελὴς
              ἔσεσθαι φθορὰ τῆς πόλεως. καὶ ἀπὸ ταύτης φεύγοντες ὡς εἶχον τάχους, οἱ μὲν χρυσὸν, οἱ
              δὲ ἄργυρον ἔφερον, οἱ δὲ ὅ τι ἄν τις βούλοιτο ἐπικούρημα τῆς φυγῆς</foreign>.
              (<foreign lang="lat">subsidium in exsilio allatura</foreign>). <foreign lang="grc"
              >Ἀναπίας δὲ καὶ Ἀμφίνομος ἀντὶ πάντων τοὺς γονεῖς γηραιοὺς ὄντας ἐπὶ τοὺς ὤμους
              ἀναθέμενοι ἔφευγον. καὶ τοὺς μὲν ἄλλους ἡ φλὸξ ἐπικαταλαβοῦσα, ἔφθειρεν. αὐτοὺς δὲ
              περιεσχίσθη τὸ πῦρ, καὶ ὥσπερ νῆσος ἐν τῇ φλογὶ πᾶς ὁ περὶ αὐτοὺς χῶρος ἐγένετο. διὰ
              ταῦτα οἱ Σικελιῶται τόν τε χῶρον ἐκεῖνον, εὐσεβῶν χώραν ἐκάλεσαν, καὶ λιθίνας εἰκόνας
              ἐν αὐτῷ τῶν ἀνδρῶν τῷ μνημείῳ</foreign> (<foreign lang="lat">in monumento</foreign>),
              <foreign lang="grc">θείων τε ἅμα καὶ ἀνθρωπίνων ἔργων</foreign> (<foreign lang="lat"
              >Schott. suppl. testes</foreign>), <foreign lang="grc">ἀνέθεσαν</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Strabo</author> lib.6. <title lang="lat">Sicil. in Catana. Seneca de
            benefic.</title> lib.3. c. 37. Silius, lib.14. et auctor Aetnae in Catalect. Virgil.</bibl>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <bibl>V. anche <author>Eliano</author>
              <title>Var. Ist.</title>
            </bibl>
          </note>. Nota marginale dello Schotto alle parole <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Anapias et Amphinomus</foreign>
          </quote>). Qual è plagio di queste due favole; la presente, o quella di Enea? (Bologna
          1826. 2. Ottobre.). Del resto simili plagi, racconti, tradizioni, favole parallele sono
          frequentissime nelle istorie greche, massime in quel che spetta alle origini o ai fasti
          delle <pb ed="aut" n="4210"/> diverse città della Grecia o greche. V. p. 4213.4224.4225.
          fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4208. fin. <quote>
            <foreign lang="grc">ἔχει γὰρ</foreign>
          </quote> (parla di un’opera di Tolomeo Efestione) <quote>
            <foreign lang="grc">δοῦναι βραχεῖ χρόνῳ συνειλεγμένα εἰδέναι, ἃ σποράδην τὶς τῶν βιβλίων
              ἀναλέγειν πόνον δεδεγμένος, μακρὸν κατατρίψει χρόνον</foreign>. <foreign lang="lat"
              >Brevi enim tempore, collecta simul, cognoscenda suppeditat quae nonnisi longo
              temporis intervallo quispiam per libros passim dispersa laboriose comportare
            possit</foreign>. (Schott.)</quote>
          <bibl>Ib. cod. 190. init. , col. 472. V. p. seg.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tè</emph>, voce popolare per <emph>tieni, prendi</emph>. <bibl>V. Crusca.</bibl> — <quote>
            <foreign lang="grc">Τῆ</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Hom.</author>
            <title>Odyss.</title> 9. 347.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. qui dietro. Che questo sia il valor della frase <quote>
            <foreign lang="grc">πλατεῖ τῷ ξίφει τύπτειν</foreign>
          </quote> è manifestissimo dal contesto, nel quale essa viene ad essere opposta ad <quote>
            <foreign lang="grc">ἀναιρεῖν τῷ ξίφει</foreign>
          </quote>, ed a <quote>
            <foreign lang="grc">πληγὴν</foreign>
          </quote> (cioè <emph>ferita</emph>) <quote>
            <foreign lang="grc">ἐμβαλεῖν τῷ ξίφει</foreign>
          </quote> per fine di ammazzare. Lo Schotto traduce <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">gladii lamina verberans</foreign>
          </quote>: non so se intese bene il senso, non avendo forse posto mente all’italianismo,
          francesismo ec. della locuzione di Fozio (o di Conone, che Fozio quivi compendia).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4208. capoverso 1. Nè ciò solo; ma credevano anche che le anime s’innamorassero,
          e usassero insieme e avessero figliuoli. Tolomeo Efestione nel quarto libro <quote>
            <foreign lang="grc">περὶ τῆς εἰς πολυμάθειαν καινῆς ἱστορίας</foreign> (<foreign
              lang="lat">Novae ad variam eruditionem historiae</foreign>)</quote> appresso <bibl>
            <author>Fozio</author>, cod. 190. ed. gr. lat. col. 480.</bibl>, dice <quote>
            <foreign lang="grc">ὡς Ἑλένης καὶ Ἀχιλλέως ἐν μακάρων νήσοις παῖς πτερωτὸς
            γεγόνοι</foreign> (<foreign lang="lat">cum alis</foreign>), <foreign lang="grc">ὃν διὰ
              τὸ τῆς χώρας εὔφορον</foreign> (<foreign lang="lat">fertilitatem</foreign>), <foreign
              lang="grc">Εὐφορίωνα ὠνόμασαν. καὶ ὡς ἐρᾷ τούτου Ζεὺς, καὶ ἀποτυχών</foreign>,
              (<foreign lang="lat">minime potiens</foreign>) <foreign lang="grc">κεραυνοῖ ἐν Μήλῳ τῇ
              νήσῳ καταλαβών διωκόμενον. καὶ τὰς νύμφας, ὅτι θάψειαν αὐτόν, εἰς βατράχους
            μετέβαλε</foreign>
          </quote>. (Bologna. 3. Ott. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Juillet</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4167. <bibl>
            <author>Aristides</author>, Orat. <title>
              <foreign lang="grc">εἰς βασιλέα</foreign>
            </title> (M. Aurel.) ed. Canter. t. 1. p. 114-5.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἀπελθούσης τῆς Βρισηΐδος παρ' αὐτοῦ (Αχιλλέως), καὶ χρόνον <pb
                ed="aut" n="4211"/> τινὰ ποιησάσης παρ' Ἀγαμέμνονι</foreign> (<foreign lang="lat"
              >cum Agamem. vixisset. Canter</foreign>.)</quote>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fare</emph> per <emph>giovare, servire</emph>. <bibl>
            <author>Phot.</author> cod. 190. fin. col. 493. ed. gr. lat.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν τούτῳ (τῷ ἰχθῦϊ) λίθον εὑρίσκεσθαι (φησὶ Πτολεμαῖος ὁ Ἡφαιστίων)
              τὸν ἀστερίτην, ὃν εἰς ἥλιον τεθέντα, ἀνάπτεσθαι</foreign> (<foreign lang="lat"
            >incendi</foreign>) <foreign lang="grc">ποιεῖν δὲ καὶ πρὸς φίλτρον</foreign> (<foreign
              lang="lat">valere etiam ad philtrum. Schottus.</foreign>)</quote> V. p. 4225.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Così</emph> ridondante. <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ ἡ μεταφορὰ αὐτῷ τῶν λέξεων οὐκ εἰς τὸ χάριεν καὶ γεγοητευμένον
              περιήνθισται, ἄλλ' οὕτως ἁπλῶς καὶ ἀπεριμερίμνως παραλαμβάνεται</foreign>
          </quote>. Dove lo Schotto assai male trasporta la voce <foreign lang="grc">οὕτως</foreign>
          più sotto, per non avere inteso qui il senso di essa, nè quello del periodo seguente, nel
          quale va letto <foreign lang="grc">ὃ δ' ἐγγὺς</foreign> per <foreign lang="grc">ὁ
          δ'ἐγγὺς</foreign>, e non come corregge lo Schotto. <bibl>
            <author>Phot.</author> Cod. 192. col. 501. ed. graec. lat.</bibl> V. p. 4224.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ταῦτα μὲν, εἰ καὶ κατὰ τὸ μᾶλλον καὶ ἧττον ἀλλήλων διαφέροντα, ὅμως
              εἰς τὴν πρακτικὴν χειραγωγεῖ φιλοσοφίαν τὰ ὀκτὼ τῶν λογίων </foreign>
          </quote>. Questi otto libricciuoli, o vero sermoncini, (<foreign lang="grc">λόγοι
            ἀσκητικοὶ</foreign> di un tal Marco Monaco), tutti, sebben <emph>colla differenza tra
            loro del più e del meno</emph>, conducono, sono conducenti, all’esercizio della
          filosofia pratica (intende delle virtù cristiane ed ascetiche). <bibl>
            <author>Fozio</author>, cod. 200. verso il fine. col. 522. ed. grec.-lat.</bibl> Male lo
          Schotto: <quote>
            <foreign lang="lat">Qui quidem octo libri, <hi rend="italic">etsi plus minusve sint
                inter se diversi</hi>; omnes tamen ad operantem sapientiam quasi manu
            ducunt</foreign>.</quote> (Bologna 4. Ott. Festa di S. Petronio. 1826.). V. p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4165. capoverso 5. Similmente da <bibl>
            <author>Aristide</author> Orat. <title>
              <foreign lang="grc">εἰς βασιλέα</foreign>
            </title> cioè in lode di M. Aurelio, ed. Canter. t. 1. p. 106. lin. penult. -ult.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4166. Usasi la stessa locuzione, <quote>
            <foreign lang="grc">τὸ αὐτοῦ μέρος</foreign>
          </quote>, nello stesso senso e modo, da <bibl>
            <author>Fozio</author>, Cod. 219. col. 564. ed. gr.-lat.</bibl>
          <bibl>V. <author>Plat.</author> ed. Astii, t. 1. p. 192. lin. 11.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. qui dietro. Così <bibl>cod. 240. col. 993.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">δίδωσιν ἐννοεῖν</foreign>
          </quote> V. p. 4213.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’autor greco della Vita di S. Gregorio Papa, detto il Magno, avendo parlato delle opere
          di questo Santo, e particolarmente de’ suoi Dialoghi, <pb ed="aut" n="4212"/> soggiunge
          (appresso <bibl>
            <author>Fozio</author>. cod. 252. col. 1400. ed. grec. lat.</bibl> Credo però che questa
          Vita si trovi stampata intera, e sarà in fronte alle opp. di S. Gregorio): <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀλλὰ γὰρ πέντε καὶ ἑξήχοντα καὶ ἑκατὸν ἔτη οἱ τὴν ῥωμαίαν φωνὴν
              ἀφιέντες τῆς ἐκ τῶν πόνων αὐτοῦ ὠφελείας μόνοι ἀπήλαυον. Ζαχαρίας δὲ, ὃς τοῦ
              ἀποστολικοῦ ἀνδρὸς ἐκείνου χρόνοις ὕστερον τοῖς εἰρημένοις κατέστη διάδοχος, τὴν ἐν τῇ
              ῥωμαϊκῇ μόνῃ συγκλειομένην γνῶσιν καὶ ὠφέλειαν, εἰς τὴν Ἐλλάδα γλῶσσαν ἐξαπλώσας,
              κοινὸν τὸ κέρδος τῇ οἰκουμένῃ πάσῃ φιλανθρώπως ἐποιήσατο. οὐ τοὺς διαλόγους δὲ
              καλουμένους μόνους, ἀλλὰ καὶ ἄλλους αὐτοῦ ἀξιολόγους πόνους ἐξελληνίσαι ἔργον
            ἔθετο</foreign>
          </quote>. Ma per ispazio di 165 anni, solamente quelli che parlano latino godettero della
          utilità delle sue opere. Poi Zacaria, che in capo al detto spazio di tempo successe a
          quell’apostolico uomo (nel papato), trasportati in lingua greca i colui scritti, fece
          cortesemente comune a tutta la terra la notizia e la utilità di quelli, ristretta fino
          allora ai soli Latini. E non solo i così detti dialoghi, ma prese anche a voltare in greco
          altri scritti del medesimo degni di considerazione. — Testimonianza insigne della
            <emph>universalità della lingua greca</emph> eziandio ai tempi dello scrittore di questa
          Vita, cioè, credo, nel sesto secolo, se costui fu contemporaneo o poco posteriore al detto
          Zaccaria papa. (Bologna. 5. Ott. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. qui dietro. Proclo nella Crestomazia, appresso lo stesso <bibl>
            <author>Fozio</author>, cod. 239. init. col. 981.</bibl>, dice <quote>
            <foreign lang="grc">ὡς</foreign>
          </quote> (che) <quote>
            <foreign lang="grc">αἱ αὐταί εἰσιν ἀρεταὶ λόγου καὶ ποιήματος</foreign>
          </quote> (della prosa e del verso), <quote>
            <foreign lang="grc">παραλλάσσουσι δὲ</foreign>
          </quote> (differiscono) <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν τῷ μᾶλλον καὶ ἦττον</foreign>
          </quote> nel più e nel meno. Lo Schotto: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">in eo, quod plus, minusve est</foreign>
          </quote>. (Bologna. 6. Ottobre. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4163. <bibl>
            <author>Phot.</author> cod.279. col. 1588. ex Helladii Besantinoi Chrestomathiis, ed.
            gr. lat.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">πᾶσα γὰρ πρόθεσις βραχυκαταληκτεῖν θέλει</foreign>
          </quote>
          <emph>perocchè ogni preposizione vuole</emph> (cioè dee) <emph>finire in sillaba
          breve</emph>. V. p. 4226.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4213"/> Dell’uso del verbo <foreign lang="grc">τιθέναι</foreign> per
            <emph>fare</emph>, come in ispagnuolo, <foreign lang="spa" rend="italic"
          >poner</foreign>. Elladio Besantinoo ne’ libri delle Crestomazie, appresso <bibl>
            <author>Fozio</author>, cod. 279. col. 1588. ed. gr. lat.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ὁ παρ' ἄλλοις μισθοῦ δουλεύων θὴς καλεῖται, ἢ παρὰ τὸ θεῖναι, ὃ
              δηλοῖ τὸ χερσὶν ἐργάζεσθαι καὶ ποιεῖν (καὶ γὰρ τοῖς παλαιοῖς λέγειν ἔθος τὸ ἔθηκεν ἐπὶ
              τοῦ τὶ δρᾶν, ὡς καὶ δραστικώτατος ἥρως διὰ τοῦτο κέκληται Θησεύς)• ἢ κατὰ μετάθεσιν κ.
              τ. λ.</foreign>
          </quote>. Anche Orazio per grecismo: <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">nunc hominem</hi>
              <hi rend="sc">ponere</hi>
            </foreign>
          </quote> (cioè <foreign lang="lat" rend="italic">facere, fabricare, fabrefacere</foreign>) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">nunc deum</foreign>
          </quote>. (Bologna. 8. Ott. Domenica. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Πονηρος</foreign> che vale ora <emph>laborioso, infelice</emph> ec. ed
          ora <emph>malvagio</emph>, del che altrove, ha diversa accentazione secondo il diverso
          significato. Veggansi i Lessici.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ὅρος-ὁρίον, μεθόριον</foreign> ec.; <foreign lang="grc">φῦκος-φυκίον;;
            ὅρκος ὅρκιον</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4210. Il fatto riferito da Agatarchide presso Stobeo, trovasi anche presso
          Plutarco nel principio del Parallelo dei fatti greci e romani (operetta da consultarsi al
          nostro proposito), il qual Plutarco lo paragona a quello di Muzio Scevola, e cita
          Agatarchide Samio <quote>
            <foreign lang="grc">'εν β' τῶν περσικῶν</foreign>
          </quote>. (Bolog. 9. Ott. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Diluere</foreign>-<emph>diluviare</emph> activ. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4211. E <bibl>cod. 224. col. 708.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἐδίδου τοῖς ὁρῶσιν ἐννοεῖν</foreign>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Οἱ γὰρ πάλαι ῥήτορες ἱκανὸν αὐτοῖς ἐνόμιζον εὑρεῖν τε τὰ ἐνθυμήματα,
              καὶ τῇ φράσει περιττῶς ἀπαγγεῖλαι</foreign> (<foreign lang="lat">phrasi
            eximia</foreign>) <foreign lang="grc">ἐσπούδαζον γὰρ τὸ ὅλον περί τε τὴν λέξιν καὶ τὸν
              ταύτης κόσμον• πρῶτον μὲν ὅπως εἴη σημαντικὴ καὶ εὐπρεπής</foreign> (<foreign
              lang="lat">significativa et venusta</foreign>) <foreign lang="grc">εἶτα καὶ ἐναρμόνιος
              ἡ τούτων σύνθεσις</foreign> (<foreign lang="lat">compositio</foreign>). <foreign
              lang="grc">ἐν τούτῳ γὰρ αὐτοῖς καὶ τὴν πρὸς τοὺς ἰδιώτας διαφορὰν ἐπὶ τὸ κρεῖττον
              περιγίνεσθαι</foreign> (<foreign lang="lat">ex hoc enim se praestituros vulgo
              loquentium</foreign>)</quote>. Cecilio rettorico siciliano, parlando di Antifonte, uno
          dei 10. Oratori Greci, ap. <bibl>
            <author>Phot.</author> cod. 259. col. 1452. ed. graec. lat.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4214"/> Alla p. 4197. In inghilterra vi sono da qualche tempo scuole di
          pugilato (boxing), e vi vanno ad apprender l’arte, non già solo quelli che hanno
          intenzione di fare il mestier di <emph>boxer</emph> per guadagno, ma galantuomini d’ogni
          condizione in gran numero, per servirsene nell’uso della vita, la quale in quel paese
          offre assai spesso l’occasione di adoperar le pugna; e per difendersi dalle pugna degli
          altri.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4200. Solevano portar le donne intorno al collo e alle maniche <emph>de’</emph>
          bottoncelli d’ariento indorato. Franc. da Buti ap. la Crus. in Bottoncello.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I francesi non hanno lingua poetica perchè hanno rigettata la lingua antica, perchè non
          sopportano l’antico nel verso niente più che nella prosa: e senza l’antico non vi può
          esser <emph>lingua</emph> poetica. I Latini che ebbero pochissima antichità di lingua,
          perchè il progresso della loro letteratura fu rapidissimo, e che rigettarono, ad eccezione
          di pochissime e piccolissime parti conservate nel verso, quella poca antichità che
          avevano, non ebbero lingua poetica propriamente, nè avrebbero avuto dicitura e stile
          poetico se non avessero usato nella poesia costruzioni ardite, e nuovi significati e
          metafore di parole, che i francesi non sopportano nella loro<note resp="aut" n="a"
            place="foot">
            <p>Notisi quindi che presso i latini ciascun poeta era artefice della sua lingua
              poetica; la lingua poetica dei latini era opera individuale del poeta, e se il poeta
              non se la facea, non l’aveva: dove in italiano e in greco ella era cosa universale, e
              il poeta l’avea già prima di porsi a comporre. E da ciò forse può nascere l’abuso e la
              soverchia copia del verseggiare e dei verseggiatori ec. ec.</p>
          </note>. Del resto l’avere i latini e i francesi a differenza dei greci e degl’italiani,
          rigettata ne’ loro buoni e perfetti secoli l’antichità della lingua, venne, fra l’altre
          cose, dal non aver essi avuto nelle loro lingue antiche scrittori veramente sommi, a
          differenza dei greci, che ebbero Omero, Esiodo, Archiloco, Ippocrate, Erodoto ec. e
          degl’italiani, ch’ebbero Dante, Petrarca, Boccaccio, insomma (come i greci) la letteratura
          già stabilita, fissata e formata prima della lingua e della maturità della civilizzazione.
          (Bolog. 12. Ott. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Istoria naturale. Curioso è l’osservare da quanto piccole, quanto disparate e lontane
          cause sieno determinate le assuefazioni e le <pb ed="aut" n="4215"/> idee degli uomini le
          più costanti, e le più universali. La così chiamata istoria naturale è una vera scienza,
          perocch’ella definisce, distingue in classi, ha principii e risultati. Se la si dovesse
          chiamare storia perch’ella narra le proprietà degli animali, delle piante ec., il medesimo
          nome si dovrebbe dare alla chimica, alla fisica, all’astronomia, a tutte le scienze non
          astratte. Tutte queste scienze narrano, cioè insegnano quello che si apprende
          dall’osservazione, la quale è il loro soggetto, come altresì della istoria naturale. Solo
          le arti possono dispensarsi dal narrare, bastando loro il dar precetti. Anche l’ideologia
          narra, benchè scienza astratta. Oltre che il nome di storia, secondo la sua generale
          accezione, significa racconto di avvenimenti successivi e susseguenti gli uni agli altri,
          non di quel che sempre accadde ed accade ad un modo. Questo racconto appartiene alle
          scienze. Esso è insegnamento. Or tale è il raccontar che fa la storia naturale. Perchè
          dunque si dà a questa scienza il nome di storia? Perocch’essa fu fondata da Aristotele: il
          quale la chiamò istoria, perchè questo nome in greco viene da <emph>istor</emph>
          (conoscente, intendente dotto), verbale fatto dal verbo <emph>isémi</emph> (scio) e vale
            <emph>conoscenza, notizia, erudizione, sapere, dottrina, scienza</emph>, <foreign
            lang="grc">φυσικὴ ἱστορία</foreign>, <emph>notizia della natura</emph>. Così la Varia
          istoria d’Eliano, non è altro che Varia erudizione; così i libri <foreign lang="grc"
            >παντοδαπῆς ἱστορίας</foreign> d’altri scrittori greci, opere filologiche. E
            <emph>istoria</emph> equivale in certo modo in greco a filosofia, e spesso si prende per
          questa, specialmente da’ più antichi, o da’ sofisti-arcaisti. Quindi Aristotele intitolò
          anche <title>istoria degli animali</title> altra sua opera di zoologia, Teofrasto
            <title>istoria delle piante</title> opera di fitologia ec. Plinio <title>Istoria
            naturale</title> opera enciclopedica e non ristretta nei termini della Scienza così
          nominata. V. p. 4234. Ma noi che annettiamo tutt’altra idea al nome <emph>istoria</emph>,
          avremmo dovuto tradurlo <pb ed="aut" n="4216"/> , massime trattandosi del nome di una
          scienza; chè se nelle scienze ogni termine dev’esser preciso e non dar luogo ad equivoco,
          molto più il nome suo stesso. Nondimeno l’abbiamo adottato tal quale; e per effetto di
          questa disparatissima causa, il nome di questa scienza, nome che le è stato e sarà sempre
          e universalmente fisso e inseparabile, produce in tutti un’idea equivoca, che mescola le
          nozioni di storia a quella di scienza; che fa dare ai cultori e scrittori di questa il
          nome di storici della natura, il quale niun pensò mai di dare a Lavoisier nè a Volta, nè
          di chiamar Cassini o Galileo storici degli astri o del cielo. Confusione e imprecisione di
          idea, da cui niuno si potrà difendere finchè sarà conservato alla detta scienza il detto
          nome, che non le potrà essere mai tolto presso nazione alcuna sino all’estinzione della
          presente civiltà, (Bolog. 13. Ott. 1826.) e al sorgimento di un’altra che non derivi da
          questa.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Rettorica. Citiamo qui un esempio di acutezza e di filosofia de’ rettorici. Demetrio
          (rettorico de’ più stimati) <bibl>
            <title>
              <foreign lang="grc">περὶ ἑρμηνείας</foreign>
            </title>
            <title>della elocuzione</title>, sezione 67.</bibl> parlando delle figure della dizione (<quote>
            <foreign lang="grc">σχήματα τῆς λέξεως</foreign>
          </quote> opposte a <quote>
            <foreign lang="grc">σχήματα τῆς διανοίας</foreign>
          </quote>
          <foreign lang="lat" rend="italic">sententiarum</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">sententiae</foreign>: <quote>
            <foreign lang="grc">λέξεως</foreign>
          </quote>
          <foreign lang="lat" rend="italic">verborum</foreign>), le quali non sono altro che
          costrutti e frasi fuor di regola, di ragione, d’uso ec. sgrammaticature, direbbe
          l’Alfieri. <quote>
            <emph>Bisogna servirsi di tali figure non in troppa abbondanza <note resp="aut" n="a"
                place="foot">
                <p>Non bisogna tuttavolta usar le figure a man piena: cosa goffa e che ec.</p>
              </note>, chè ella è cosa poco elegante, e dà una certa disuguaglianza al discorso, e
              fa il discorso disuguale. Gli antichi, i quali usano però gran quantità di figure,
              riescono nel dir loro più familiari e correnti che non fanno i moderni quando sono
              senza figure. La cagione è che quelli le adoperano con arte</emph>
          </quote>. (<quote>
            <foreign lang="grc">χρῆσθαι μέν τοι τοῖς σχήμασι μὴ πυκνοῖς• ἀπειρόκαλον γὰρ καὶ
                παρεμφαῖνόν<pb ed="aut" n="4217"/> τινα τοῦ λόγου ἀνωμαλίαν. Οἱ γοῦν ἀρχαῖοι, πολλὰ
              σχήματα ἐν τοῖς λόγοις τιθέντες, συνηθέστεποι τῶν ἀσχηματίστων εἰσί, διὰ τὸ ἐντέχνως
              τιθέναι</foreign>
          </quote>.) L’osservazione è verissima in tutte le lingue; la causa, proprio il contrario
          di quel che dice Demetrio. Gli antichi usavano le figure naturalmente, senz’arte, e per
          non saper bene le regole generali della grammatica: i moderni le pescano negli antichi, le
          usano a posta, sono irregolari per arte. Perciò paiono, come sono, artifiziati, affettati,
          stentati, diversi dal dir corrente. Caro Demetrio, non ogni buon effetto o successo è da
          attribuirsi all’arte. Concedete qualche coserella alla natura, ed anche all’ignoranza,
          benchè voi siate un maestro di <emph>arte rettorica</emph>. V. p. 4222.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4206. Quell’altra storiella nota, dello Spartano: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quo fugis, anima bis moritura</foreign>
          </quote>; sarà parimente inventata ad esaggerazione e derision di goffaggine, e di
          coraggio materiale e stupido.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Μέδω, μέδομαι, μήδω, μήδομαι, μηδέω</foreign> ec. (dei quali verbi
          dico altrove, parlando di <foreign lang="lat" rend="italic">medeor, meditor</foreign> ec.)
          debbono originariamente essere stati un verbo solo e medesimo, non pur tra di loro, ma
          eziandio con <foreign lang="grc">μέλω, μελέω, μέλομαι, μελέομαι</foreign>, distinti
          solamente per la pronunzia, come <foreign lang="grc">δ ασύς - λ ασὺς, λάσιος</foreign> e
          come in ispagn. <foreign lang="spa" rend="italic">dexar</foreign> (oggi si scrive <foreign
            lang="spa" rend="italic">dejar</foreign> coll’iota, che risponde al nostro
          <emph>sci</emph> e al franc. <emph>ch</emph>) da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Laxare</foreign>, <emph>lasciare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">laisser,
            lâcher</foreign>. <foreign lang="grc">Δ άκρυον</foreign> — <emph>lacrima</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4200. Dicono anche i greci nello stesso senso <foreign lang="grc"
          >ἀναλαμβάνειν</foreign>. Ménnone storico, Istoria della città di Eraclea pontica cioè di
          Ponto, ap. <bibl>
            <author>Foz.</author> cod. 224. col. 724. ed. gr. lat.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ ἀπορίας αὐτοὺς καταλαβούσης, ἀνελάμβανον οἱ ἀπὸ τῆς Ἡρακλείας,
              σῖτον εἰς Ἀμισὸν πέμποντες</foreign>
          </quote>. Trovandosi in iscarsezza di vittovaglie, quelli di Eraclea li
          <emph>riebbero</emph>, mandando del frumento in Amiso. (Bologna 14. Ott. 1826.). <bibl>Id.
              <pb ed="aut" n="4218"/> ap. eund. l. c. col. 732.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ παραυτίκα τὰ πρὸς τὴν χρείαν χορηγοῦντες ἀφθόνως τοῖς Χιώταις,
              τούτους ἀνελάμβανον</foreign>. <foreign lang="lat">et tunc quidem, large rebus
              necessariis suppeditatis, <hi rend="italic">reficiunt</hi> Chiotas</foreign>
          </quote> (gli Sciotti). <bibl>Id. col. 736.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Λεύκολλος δὲ ἐπὶ τοῦ Σαγγαρίου ποταμοῦ στρατοπεδεύων, καὶ μαθὼν τὸ
              πάθος, λόγοις ἀνελάμβανεν ἀθυμήσαντας τοὺς στραριώτας</foreign>
          </quote>. Lucullo che era accampato in riva al Sangario fiume, inteso il sinistro della
          rotta, <emph>confortò</emph> con parole i suoi soldati caduti d’animo. Simile frase usa il
          med. col. 753. dopo il mezzo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nuovamente, novellamente, di novello, di nuovo, per di fresco, di poco, poco innanzi,
          poco fa — <quote>
            <foreign lang="grc">Ὡς δ' ὅτε Πανδαρέου κούρη χλωρηΐς ἀηδὼν Καλὸν ἀείδησιν, ἔαρος νέον
              ἱσταμένοιο</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Odiss.</title>
            <foreign lang="grc">τ</foreign> v. 518-9</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">νεῶτα</foreign> cioè <foreign lang="grc">νέον ἔτος</foreign>
          </quote>— <emph>anno nuovo</emph> per prossimo venturo. (Bologn. 14. Ott. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Spicio</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >specio, conspicio</foreign> ec. — <foreign lang="lat" rend="italic">conspicor,
          auspicor</foreign> ec. <foreign lang="lat" rend="italic">suspicor</foreign>.</p>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sperno — aspernor, aris</foreign>.</p>
        <p>Non ha molti anni (1823) che si è udito parlare nelle gazzette, di persone che emettevano
          scintille dal loro corpo, le cui mani o altre membra ardevano senza abbruciarsi, nè
          potersi estinguere il fuoco coll’acqua ec. E si ricordò a quel proposito il caso della
          celebre Bandi. Ora, qualunque fede meritassero ed ottenessero quei racconti, eccone dei
          paralleli presso gli antichi. Damascio, nella vita d’Isidoro filosofo, appresso <bibl>
            <author>Fozio</author>, cod. 242. colonna 1040. ediz. graec. lat.</bibl> scrive: <quote>
            <foreign lang="grc">τούτου (Σεβήρου) τοίνυν ὁ ἵππος, ᾧ τὰ πολλὰ ἐχρῆτο,
            ψηχόμενος</foreign> (<foreign lang="lat">tractatus</foreign>) <foreign lang="grc"
              >σπινθῆρας</foreign> (<foreign lang="lat">scintillas</foreign>), <foreign lang="grc"
              >ἀπὸ τοῦ σώματος πολλούς τε καὶ μεγάλους ἠφίει, ἕως αὐτῷ τὸ τέρας εἰς τὴν ὑπατικὴν
              ἀρχὴν</foreign>
          </quote> (alla quale esso Severo fu assunto) <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν ῾Ρώμῃ κατηνύσθαι. ἀλλὰ καὶ Τιβερίῳ</foreign> (<foreign lang="lat"
              >Imp.</foreign>) <foreign lang="grc">ὄνος, ὡς Πλούταρχος ὁ Χαιρωνεὺς φησὶν</foreign>
          </quote> (nella <title>Vita di Tiberio</title>, perduta), <quote>
            <foreign lang="grc">ἔτι μειρακίῳ ὄντι καὶ ἐν ῾Ρόδῳ ἐπὶ λόγοις ῥητορικοῖς
            διατρίβοντι</foreign>
          </quote>, <bibl>colonna 1041</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">τὴν βασιλείαν διὰ τοῦ αὐτοῦ παθήματος προεμήνυσεν. ἀλλὰ καὶ
            τὸν</foreign>
          </quote> (leggo <foreign lang="grc">τῶν</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">περὶ Ἀτήλλαν ἕνα ὄντα τὸν Βαλέμεριν</foreign> (<foreign lang="lat"
              >Balemerin, unum ex Attilae aulicis. Schott.</foreign>) <foreign lang="grc">ἀπὸ τοῦ
              οἰκείου σώματος ἀποπάλλειν</foreign> (<foreign lang="lat">iecisse</foreign>) <pb
              ed="aut" n="4219"/>
            <foreign lang="grc">σπινθῆρας. ὁ δὲ ἦν, ὁ Βαλίμερις</foreign> (sic) <foreign lang="grc"
              >Θευδερίχου πατὴρ, ὃς νῦν τὸ μέγιστον ἕχει κράτος Ἰταλίας ἀπάσης. Λέγει δὲ καὶ περὶ
              ἑαυτοῦ ὁ συγγραφεὺς</foreign> (Damascio) <foreign lang="grc">ὡς καὶ ἐμοὶ ἐνδυομένῳ τε
              καὶ ἐκδυομένῳ, εἰ καὶ σπάνιον τοῦτο συμβαίνει, συμβαίνει δ' οὖν σπινθῆρας ἀποπηδᾶν
              ἐξαισίους</foreign> (<foreign lang="lat">ingentes</foreign>), <foreign lang="grc">ἔσθ'
              ὅτε καὶ κτύπον παρέχοντας• ἐνίοτε δὲ καὶ φλόγας ὅλας</foreign> (<foreign lang="lat"
              >integras</foreign>) <foreign lang="grc">καταλάμπειν τὸ ἱμάτιον</foreign>, (<foreign
              lang="lat">vestem</foreign>), <foreign lang="grc">μὴ μέν τοι καιούσας• καὶ τὸ τέρας
              ἀγνοεῖν εἰς ὅ τελειτήσει</foreign>
          </quote>. (Il buon Damascio si aspettava forse tra se e se un imperiuccio, o almeno almeno
          un Consolato, sebbene non ardisca dirlo) <quote>
            <foreign lang="grc">ἰδεῖν δὲ λέγει καὶ ἄνθρωπόν τινα ἀπὸ τῆς κεφαλῆς ἀφιέντα σπινθῆρας,
              ἀλλὰ καὶ φλόγα ἀνάπτοντα, ὅτε βούλοιτο, ἱματίῳ τινὶ τραχεῖ</foreign>
          </quote> (veste asperiore) <quote>
            <foreign lang="grc">παρατριβομένης</foreign>
          </quote>. (nempe <foreign lang="grc">τῆς αὑτοῦ κεφαλῆς)</foreign>). (Bolog. 16. Ott.
          1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4208. Damascio nel luogo citato nel pensiero antecedente, colonna 1033. dice del
          suo maestro ed eroe Isidoro filosofo: <quote>
            <foreign lang="grc">῾Ρητορικῆς καὶ ποιητικῆς πολυμαθίας μικρὰ ἥψατο, εἰς δὲ τὴν
              θειοτέραν φιλοσοφίαν ἐξώρμησε τὴν Ἀριστοτέλους. ὁρῶν δὲ ταύτην τῷ ἀναγκαίῳ μάλλον ἢ τῷ
              οἰκείῳ</foreign>
          </quote> (proprio, privato, individuale) <quote>
            <foreign lang="grc">νῷ πιστεύουσαν, καὶ τεχνικὴν μὲν ἱκανῶς εἶναι σπουδάζουσαν, τὸ δὲ
              ἔνθεον ἢ νοερὸν οὐ πάνυ προβαλλομένην, ὀλίγον καὶ ταύτης ὁ Ἰσίδωρος ἐποιήσατο λόγον.
              ὡς δὲ τῶν Πλάτωνος ἐγεύσατο νοημάτων, οὐκέτι παπταίνειν ἠξίου πόρσιον, ὡς ἔφη
            Πίνδαρος</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <title>Olymp.</title> od. 1. et od. 3. fin.</bibl>
          <bibl>
            <title>Phyth.</title> od. 3.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="grc">ἀλλὰ τέλος ἔχειν ἤλπιζεν εἰ τῆς Πλάτωνος διανοίας εἴσω τῶν ἀδύτων
              δυνηθείη διαβαλεῖν</foreign> (sic), <foreign lang="grc">καὶ πρὸς τούτῳ</foreign>
              (<foreign lang="lat">in marg. Corrigitur</foreign>
            <foreign lang="grc">τοῦτο</foreign>) <foreign lang="grc">ὁ πᾶς αὐτῷ δρόμος ἐτέτατο τῆς
              σπουδῆς</foreign>. <foreign lang="lat">Rhetoricas, poeticasque artes parum attigit:
              sed ad sanctiorem Aristotelis philosophiam se convertit, vidensque illam necessariis
              ratiocinationibus magis quam proprio sensui credere, et ut via ac ratione procedat,
              divinis autem imaginationibus non adeo uti, parum etiam de hac sollicitus fuit: ubi
              autem Platonis sententias gustavit, non iam aspicere, ut ait Pindarus, dignatus est
              ulterius. Sed finem consecuturum speravit (dic, perfectionem, vel quid simile) si in
              Platonis sententiarum adyta penetrare potuisset, et eo omne suum studium impetumque
              convertit. Versio Andreae Schotti</foreign>. <foreign lang="grc">Τῶν μὲν παλαίτατα
              φιλοσοφησάντων</foreign>, soggiunge Fozio, <foreign lang="grc">Πυθαγόραν καὶ Πλάτωνα
              θειάζει</foreign> (cioè Damascio)... <foreign lang="grc">τῶν νεωστὶ δὲ Πορφύριον καὶ
              Ἰάμβλιχον καὶ Συριανὸν καὶ Πρόκλον, καὶ ἄλλους δὲ ἐν μέσῳ τοῦ χρόνου πολὺν θησαυρὸν
              συλλέξαι λέγει ἐπιστήμης θεοπρεποῦς. τοὺς μέν τοι θνητὰ καὶ ανθρώπινα
            φιλοπονουμένους,</foreign>
          </quote>, <bibl>colonna 1036.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἢ συνιέντας ὀξέως ἢ φιλομαθεῖς εἶναι βουλομένους, οὐδὲν μέγα
              ἀνύττειν εἰς τὴν θεοπρεπῆ καὶ μεγάλην σοφίαν. τῶν γὰρ παλαιῶν Ἀριστοτέλη καὶ
              Χρύσιππον, εὐφυεστάτους γενομένους, ἀλλὰ καὶ φιλομαθεστάτους γεγονότας, ἔτι δὲ καὶ
              φιλοπόνους, οὐκ ἀναβῆναι ὅμως τὴν ὅλην ἀνάβασιν. τῶν νεωτέρων Ἱεροκλέα τε καὶ εἴ τις
              ὅμοιος, οὐδὲν μὲν ἐλλείποντας εἰς τὴν ἀνθρωπίνην παρασκευήν, τῶν δὲ μακαρίων νοημάτων
              πολλαχῆ πολλῶν ἐνδεεῖς γενομένους φησίν. Θειάζει</foreign>
          </quote>
          <pb ed="aut" n="4220"/> vuol dire <emph>esalta, divinizza, loda a cielo</emph>, voce e
          senso usitato a Fozio. <quote>
            <foreign lang="lat">Antiquissimos etc. De recentioribus etc. , et alios mediae aetatis,
              magnum thesaurum collegisse divinae scientiae dicit. Eos autem qui in caducis, et
              humanis studiis libenter occupantur, vel qui intelligere acute (cito), ac scire multa
              volunt, non magnopere conferre ad sublimem ac divinam sapientiam. Antiquorum enim
              Aristotelem et Chrysippum ingeniosissimos, et discendi cupidissimos, quin etiam
              laboriosos, nec tamen omnino ad summum ascendisse. Recentium vero Hieroclem, et
              similes, scientiis humanis nulli quidem fuisse inferiores, sed in divinis notionibus
              non admodum fuisse versatos tradit. Schott</foreign>
          </quote>. Più sotto nella stessa colonna 1036. dice Damascio d’Isidoro: <quote>
            <foreign lang="grc">εξαίρετον δ' ἦν αὐτῷ παρὰ τοὺς ἄλλους καὶ τοῦτο φιλοσόφους• οὐκ
              ἠβούλετο συλλογισμοῖς ἀναγκάζειν μόνον, οὔτε ἑαυτὸν οὔτε τοὺς συνόντας, ἐπακολουθεῖν
              τῇ ἀληθείᾳ, μὴ ὁρωμένην κατὰ μίαν ὁδὸν πορεύεσθαι συνελαυνομένους ὑπὸ τοῦ λόγου, οἷον
              τυφλοῦ τινὸς ὀφθὴν ἀγομένου </foreign> (in marg. <foreign lang="grc"
            >ἀγομένους</foreign>) <foreign lang="grc">πορείαν• ἀλλὰ πείθειν ἐσπούδαζεν ἀεὶ, καὶ ὄψιν
              ἐντιθέναι τῇ ψυχῇ, μᾶλλον δὲ ἐνοῦσαν διακαθαίρειν </foreign>
          </quote>. Luogo corrotto, di cui però s’intende appresso a poco il senso. <quote>
            <foreign lang="lat">Hoc etiam a ceteris philosophis distabat Isidorus, quod non sola
              syllogismorum vi se at suos vellet adhaerere veritati: cumque veritas non una videatur
              via, nolebat eos ratione, veluti caeca in rectam viam ductrice, impelli. Sed
              persuadere semper adnisus est, et oculos ad animam referre (dic, visum, speciem
              intromittere): aut si inessent, <pb ed="aut" n="4221"/> repurgare</foreign>
          </quote>. — Ridete? Or traducete queste che vi paiono stoltizie, dalla lingua antica
          filosofica nella moderna, e voi vedrete accadere quello che dice il Dutens, cioè quante
          verità (qui però si tratterà di errori) si troverebbero negli antichi, credute moderne, se
          si sapessero tradurre i loro detti nella lingua modernamente adottata per la filosofia.
          Queste scempiaggini del filosofo mistico Isidoro, comuni in gran parte agli altri mistici
          di quello e dei vicini secoli, e dominanti in quei tempi di sogni e di <foreign lang="fre"
            rend="italic">creuseries</foreign>, che altro sono se non, con solo diverse parole, le
          misticherie di quei moderni, che quando non ci possono provare con ragioni quello che
          vogliono, quando sono obbligati a confessare che argomenti per provarlo non vi sono, che
          anzi abbondano gli argomenti in contrario, ricorrono alla gran prova del
          <emph>sentimento</emph>, e pretendono che questo debba esser l’unica guida, canone,
          maestro della verità nelle cose che più importano? E noi che ridiamo di questi passi di
          Damascio, non ridiamo di queste sentenze moderne, anzi le ripetiamo e magnifichiamo.
          Questo è proprio il caso del <foreign lang="lat" rend="italic">mutato nomine</foreign>
          (propriamente il nome e non altro) <foreign lang="lat" rend="italic">de te
          fabula</foreign>. Che altro è questo sentimento, questa sensibilità, questo entusiasmo,
          queste ispirazioni, che non tutti hanno da natura, o chi più chi meno, ma che ci si dà per
          il principal mezzo di conoscere il vero, ed a cui si debba subordinare ogni altro mezzo,
          compresa la ragione; che altro è, dico, se non quello che Isidoro chiamava <foreign
            lang="grc">εὐμοιρία</foreign> in quest’altro luogo (che ci fa ridere) di Damascio ap. lo
          stesso <bibl>
            <author>Fozio</author>, colonna 1033</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἀγχίνοιαν καὶ ὀξύτητα ὁ Ἰσίδωρος, φησίν (Δαμάσκιος), ἔλεγεν οὐ τὴν
              εὐκίνητον φαντασίαν, οὐδὲ τὴν δοξαστικὴν εὐφυΐαν, οὐδὲ μόνην (ὡς ἄν τις οἰηθείη)
              διάνοιαν εὔτροχον καὶ γόνιμον ἀληθείας• οὐ γὰρ εἶναι ταύτας αἰτίας, ἀλλὰ τῇ αἰτίᾳ
              δουλεύειν εἰς νόησιν. Τὴν δὲ εἶναι θείαν κατὰ κωχὴν</foreign> (in marg. corrig.
              <foreign lang="grc">κατοχὴν), ἠρέμα διανοίγουσαν καὶ ὑποκαθαίρουσέαν τὰ τῆς ψυχῆς
              ὄμματα, καὶ τῷ νοερῷ φωτὶ καταλάμπουσαν, εἰς θέαν καὶ γνώρισιν τοῦ ἀληθοῦς καὶ τοῦ
              ψεῦδοῦς. εὐμοιρίαν ταύτην ἐκεῖνος ὠνόμαζε. καὶ ὡς οὐδὲν γένοιτ' ἂν ὄφελος ἄνευ
              εὐμοιρίας, ὡς οὐδὲ ὀφθαλμῶν ὑγιαινόντων ὄφελος ἄνευ τοῦ οὐρανίου φωτὸς,
            διετείνετο</foreign>. <pb ed="aut" n="4222"/>
            <foreign lang="lat">Sollertiam et acrimoniam Isidorus dixit esse imaginationem non
              facile mobilem, neque ingenium facile opiniones comminiscens, neque solam, ut aliquis
              putarit, intelligentiam volubilem et gignentem veritatem. Neque enim has esse caussas,
              sed ad intelligendum caussae servire: divinum vero esse instinctum, sedate aperientem
              et repurgantem animae oculos, et intelligibili lumine illustrantem, ad verum falsumque
              et videndum et cognoscendum. Bonam constitutionem ipse appellavit, nullumque sine ea
              esse emolumentum, neque oculorum sanorum commodum sine coelesti lumine
            asseveravit</foreign>
          </quote>. — Del resto, ho detto che questi principii erano comuni e dominanti in quei
          secoli; ma Damascio ha ragion di dire <foreign lang="grc">ἐξαίρετον δ' ἦν αὐτῷ</foreign>
          ec. e di fare Isidoro singolare dagli altri, perchè pochi filosofi anteriori o
          contemporanei (e così posteriori) avevano osato così sfacciatamente ripudiar la ragione, o
          sottometterla al sentimento, all’entusiasmo, all’ispirazione; disprezzare il senso
          universale per esaltar l’individuale; deprimere e condannare Aristotele, appunto perchè
          seguace <foreign lang="grc">τοῦ ἀναγκαίου</foreign> cioè dei metodi esatti di conoscere il
          vero, di ragionare, di convincere, per principii incontrastabili, conseguenze
          necessariamente dedotte; ed anteporgli Platone Pitagora ec. perchè non ragionatori, perchè
            <foreign lang="grc">πιστεύοντας</foreign> al libero sentimento e all’immaginario, che
          Isidoro chiama divino. ec. (Bologna. 17. Ottobre. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4217. Lo stesso Demetrio ha nondimeno una bella osservazione sect. 197. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἐναγώνιος</foreign> (<foreign lang="lat">apta contentionibus.
            Gale.</foreign>) <foreign lang="grc">μὲν οὖν ἴσως μᾶλλον ἡ διαλελυμένη λέξις</foreign>
          </quote> (la dicitura senza congiunzioni, <foreign lang="grc">σύνδεσμοι</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">ἡ δ' αὐτὴ καὶ ὑποκριτικὴ</foreign> (<foreign lang="lat">histrionica.
              Gale</foreign>) <foreign lang="grc">καλεῖται. κινεῖ γὰρ ὐπόκρισιν ἡ λύσιςἃ
            γραφικὴ</foreign> (<foreign lang="lat">idonea scriptionib. Gale</foreign>) <foreign
              lang="grc">δὲ λέξις ἡ εὐανάγνωστος•</foreign>· (<foreign lang="lat">quae facile legi
              potest.</foreign>) <foreign lang="grc">αὕτη δέ ἐστιν ἡ συνηρτημένη καὶ οἷον
              ἠσφαλισμένη</foreign> (<foreign lang="lat">connexa et tanquam munita</foreign>)
              <foreign lang="grc">τοῖς συνδέσμοις. διὰ τοῦτο δὲ καὶ Μένανδρον ὑποκρίνονται</foreign>
              (<foreign lang="lat">in Menandro actorum opera utuntur</foreign>), <foreign lang="grc"
              >λελυμένον ἐν τοῖς πλείστοις. Φιλήμονα δὲ ἀναγινώσκουσιν</foreign>
          </quote>. Veramente ci sono alcuni scrittori, libri, o passi, che leggendoli, massime ad
          alta voce, pare che chiamino il gesto, e ci vuol tutta la forza dell’assuefazione e delle
          regole di civiltà francese per astenersene. E questi tali passi sono appunto, almeno <pb
            ed="aut" n="4223"/> il più delle volte, o forse sempre slegati. Ma però la causa del
          detto effetto non è mica la slegatura, ma quella che lo stesso Demetrio accenna più sotto,
          cioè la passione. Perocchè alle riferite parole egli immediatamente soggiunge, sect. 198. <quote>
            <foreign lang="grc">Ὅτι δὲ ὑποκριτικὸν</foreign> (<foreign lang="lat">accommodata actori
              res</foreign>) <foreign lang="grc">ἡ λύσις, παράδειγμα ἐγκείσθω τόδε</foreign>
          </quote>. E qui recato un esempio che fa poco o nulla al caso (<quote>
            <foreign lang="grc">ἐδεξάμην, ἔτικτον, ἐκτρέφω φίλε</foreign>
          </quote>), come sono quasi tutti gli esempi di cui Demetrio si serve (talora ei n’adopra
          un medesimo per due osservazioni, casi o precetti contrarii), ripiglia: <quote>
            <foreign lang="grc">οὕτως γὰρ λελυμένον ἀναγκάσει καὶ τὸν μὲν θέλοντα,
            ὑποκρίνεσθαι</foreign> (<foreign lang="lat">actu adiuvare</foreign>), <foreign
              lang="grc">διὰ τὴν λύσιν, εἰ δὲ συνδήσας εἴποις, Ἐδεξάμην καὶ ἔτικτον καὶ ἐκτρέφω,
              πολλὴν ἀπάθειαν</foreign> (<foreign lang="lat">vacuitatem affectuum</foreign>)
              <foreign lang="grc">τοῖς συνδέσμοις</foreign>
          </quote> (insieme delle congiunzioni) <quote>
            <foreign lang="grc">συμβαλεῖς. πᾶν δὲ τὸ ἀπαθὲς, ἀνυπόκριτον</foreign>
          </quote>. Ora, benchè il nostro rettorico abbia appena osservata e accennata di scorcio la
          vera causa, non si può negare che questa non sia una bella osservazioncella. E questa è
          forse quanto di buono o di notabile v’ha nel suo libro. (Bolog. 17. Ott. 1826.). V. p.
          4224.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Bella proprietà della lingua italiana, massime antica, proprietà in mille casi utilissima
          al dir breve, anzi all’evitare un lunghissimo circuito di parole, proprietà d’altronde
          comune anche al francese (nonchalance, nonchaloir, v. Pougens, Archéologie française),
          all’inglese (nonsense, nonsensical ec.) ec., è quella di certi negativi, sia nomi, sia
          verbi, avverbi ec. fatti dal positivo, premessavi la non, congiunta o disgiunta da essa
          voce; come <emph>noncuranza, non cale, non calere</emph> ec. <bibl>V. la Crusca in
              <emph>Non</emph>...</bibl> e la <bibl>
            <title>Proposta</title> del <author>Monti</author>
          </bibl>, se non erro, in <emph>Non</emph>, o in <emph>Non</emph>... — Damascio nella Vita
          d’Isidoro filosofo (Damascio fu molto studioso dell’eleganza della lingua in essa opera e
          ricercatore di modi antichi e di voci) appresso <bibl>
            <author>Fozio</author>, cod. 242.</bibl> parlando di un certo Asclepiodoto, il quale per
          moltissimi tentativi che facesse a tal uopo, non potè ritrovare il genere di musica detto
          enarmonio (<foreign lang="grc">τὸ ἐναρμόνιον γένος</foreign>) l’uso e la conoscenza del
          quale era perduta, dice, colonna 1054. lin.1. ediz. grec. lat. <foreign lang="grc">αἴτιον
            δὲ τῆς μὴ εὑρέσεως τὸ κ. τ. λ.</foreign>
          <emph>la causa della non invenzione</emph>, cioè del non averlo egli potuto ritrovare,
            <emph>fu</emph> ec. (Bologna. 17. Ottobre. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4224"/> Alla p. 4162. Id. sect. 240. p. 134. fin. <quote>
            <foreign lang="grc">φιλιφρόνησις γὰρ βούλεται εἶναι ἡ ἐπιστολὴ σύντομος</foreign>.
              <foreign lang="lat">Expressio enim quaedam amoris debet esse epistola, concisa.
            Gale</foreign>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Tondeo, tonsum-detonsare, tosare</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4223. <bibl>
            <author>Demetrio</author>, ib. sect. 285</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">Καθόλου δὲ τῆς λέξεως τὰ διαλελυμένον</foreign>. <foreign lang="lat"
              >Ad summam</foreign>
          </quote> (generalmente) <quote>
            <foreign lang="lat">autem figurae verborum et actionem et contentionem praebent dicenti:
              in primisque dissolutum. Gale</foreign>
          </quote>. (Bolog. 20. Ottobre. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4211. Arato <foreign lang="grc">Φαινόμενα</foreign> v. 108. parlando degli uomini
          della età d’oro: <quote>
            <foreign lang="grc">Οὔπω λευγαλέου τότε νείκεος ἠπίσταντο, Οὐδὲ διακρίσιος περιμεμφέος,
              οὐδὲ κυδοιμοῦ• Αὕτως,<hi rend="enlarged">Αὕτως</hi>
            </foreign>
          </quote>, (<emph>così</emph>, come si sia, <foreign lang="grc">εἰκῆ</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">δ' ἔζωον. χαλεπὴ δ' ἀπέκειτο θάλασσα, Καὶ βίον οὔπω νῆες ἀπόπροθεν
              ἠγίνεσκον, κ. τ. λ.</foreign>
          </quote>. E v. 179 <quote>
            <foreign lang="grc">Οὐδ' ἄρα Κηφῆος μογερὸν γένος Ἰασίδαο Αὕτως</foreign>
          </quote> (ridondante) <quote>
            <foreign lang="grc">ἄῤῥητον</foreign>
          </quote> (taciuto oscuro ignoto, ec.) <quote>
            <foreign lang="grc">κατακείσεται· ἀλλ' ἄρα καὶ τῶν Οὐρανὸν εἰς ὄνομ' ἦλθεν, ἐπεὶ Διὸς
              ἐγγύθεν ἦσαν</foreign>
          </quote>. E così altrove più volte nello stesso poema usa l’avverbio <foreign lang="grc"
            >αὕτως</foreign>. E così ancora altri poeti; e prima di tutti probabilmente Omero. V.
          l’indice delle parole omeriche.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4210. lin.1. Questa inclinazione e quest’uso di applicare a luoghi e persone ben
          note e prossime i racconti (veri o finti) appartenenti a persone e luoghi lontani, ed
          anche di rimodernarli, cioè applicar de’ racconti vecchi, e talora vecchissimi, a tempi e
          persone moderne, ha mille esempi, che si possono notare anche giornalmente: ed io ho udito
          in città d’Italia, molto tra se distanti, raccontare varie novellette, varie pretese
          origini di proverbi, varie goffaggini insigni ec. come accadute nominatamente ad una tal
          persona di quella tal città; e così in ciascuna città; e per tutto la stessa novelletta
          con nome diverso; e molte di tali novellette io le aveva già sin dalla puerizia sentite
          raccontare nella mia patria e da’ miei, sotto i nomi di persone della mia città stessa o
          della provincia: ed alcune ne ho anche trovate negli antichi novellieri italiani, sotto
          altri nomi, le quali ora si raccontano come di poco tempo addietro, e di persone
          conosciute dagli stessi che le raccontano, o da quelli da cui essi le hanno udite. (Bolog.
          23. Ottob. 1826.). Altra conformità degli antichi coi moderni, poichè anche gli antichi
          ebbero lo stesso vezzo, come si è veduto.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4225"/> Alla p. 4202. Spesse volte in occasioni di gran travaglio e
          afflizione d’animo, io mi sono consolato così. Ho dimandato a me stesso: Certo questa è
          una sventura grande: ma posso io non affliggermi di questa cosa? L’esperienza mia propria,
          di più altre volte, mi obbligava a risponder di sì, che io poteva: ma il non affliggersene
          sarebbe cosa irragionevole: la sventura è grande e vera. — Lasciamo star che sia vera: ma
          affliggendomene la posso io dissipare o scemare? — Nulla. — Non affliggendomene, crescerà
          ella punto, o me ne verrà punto di danno? — Punto. — Dunque come sarà irragionevole il non
          affliggermene? E se questo è ragionevole, se mi è utilissimo (il che è manifesto), se io
          lo posso, perchè non lo vorrò? — Vi giuro che questo discorso era efficace; che la mia
          volontà si determinava secondo esso, ed otteneva il suo effetto; e che io mi consolava e
          non pativa. (Bologna. Domenica, 29. Ottob. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4211. Nicias de Lapidibus, <bibl>ap. <author>Stob.</author> serm. 98.</bibl>
          <foreign lang="grc">περὶ νόσου</foreign>, dice di una certa pietra della Tracia: <quote>
            <foreign lang="grc">ποιεῖ δ' ἄριστα πρὸς ἀμβλυωπίας ποιεῖ δ’ ἄριστα πρὶῖἶᾳἲ;;ς
              ἀμβλυωπίας</foreign>
          </quote>
          <emph>fa benissimo</emph>. <bibl>
            <author>Callisthenes Sybarita</author> libro 13. <title lang="lat">rerum
            Galaticarum</title>, ib.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">εὑρίσκεται δ' ἐν τῇ κεφαλῇ αὐτοῦ</foreign>
          </quote> (di un certo pesce) <quote>
            <foreign lang="grc">λίθος, χόνδρῳ παρόμοιος ἁλὸς</foreign>
          </quote> (<foreign lang="lat">grumo salis</foreign>), <quote>
            <foreign lang="grc">ὃς κάλλιστα ποιεῖ πρὸς τεταρταίας νόσους</foreign>
          </quote> (ad quartanas. Gesner.). <bibl>
            <author>Archelaus</author> lib. 1. <title lang="lat">de fluviis</title>, ib.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">γεννᾶται δ' ἐν αὐτῷ</foreign>
          </quote> (in un fiume dell’Etolia) <quote>
            <foreign lang="grc">βοτάνη ζάρισα προσαγορευομένη, λόγχῃ παρόμοιος, ποιοῦσα πρὸς
              ἀμβλυωπίας ἄριστα</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Ctesias Cnidius</author> lib.2. <title lang="lat">de Montibus</title>, ib.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">γεννᾶται δ' ἐν αὐτῳ</foreign>
          </quote> (in un monte della Misia) <quote>
            <foreign lang="grc">λίθος ἀντιπαθὴς προσονομαζόμενος, ὃς κάλλιστα ποιεῖ πρὸς
            ἀλφοὺς</foreign> (<foreign lang="lat">vitiligines</foreign>) <foreign lang="grc">καὶ
              λέπρας</foreign>
          </quote>
          <bibl>
            <author>Clitophon Rhodius</author> lib.1. <title lang="lat">Indicorum</title>,
          ib.</bibl> dice di un’erba dell’India: <quote>
            <foreign lang="grc">ποιεῖ δ' ἄριστα πρὸς ἰκτέρους</foreign> (<foreign lang="lat">ad
              morbum regium</foreign>)</quote>. (Bologna 30. Ottobre. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4210. lin.1. Timica, donna Pitagorica, fatta tormentare da Dionigi tiranno di
          Siracusa, perchè rivelasse i secreti o misteri della <pb ed="aut" n="4226"/> sua setta, si
          tagliò co’ denti la lingua, e la sputò in faccia al tiranno. <bibl>
            <author>Giamblico</author>, <title>Vita di Pitagora</title>, cap. 31</bibl>. Imitazione
          della storia di Leena amica di Armodio e Aristogitone, come osserva il Menagio, il quale
          vedi, <bibl>
            <title lang="lat">Hist. Mulier. philosopharum</title>, segm. 94-98</bibl>. E molte di
          siffatte narrazioni parallele si debbono interamente agli scrittori imitanti in altra
          materia le tradizioni e storie antiche ec. (Recanati 16. Nov. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Μία χελιδὼν ἔαρ οὐ ποιεῖ</foreign>. <foreign lang="lat">Fragm.
              Teletis ex commentario de comparatione divitiarum et paupertatis</foreign>
          </quote> ap. <bibl>
            <author>Stob.</author> serm. 95. <title>
              <foreign lang="grc">σύγκρισις πενίας καὶ πλούτου</foreign>
            </title>, ed. Basil. 1549. p. 522.</bibl>
          <bibl>V. Mannuccii <title>Adagia</title>, Venet. 1609. col. 469</bibl>. — <quote>
            <emph>Una rondine non fa Primavera</emph>
          </quote>. V. la Crus. Proverbio greco passato nel volgare e popolare italiano.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4212. fin. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Perictyones Pythagoricae ex libro de Mulieris
              concinnitate</foreign>
          </quote>, ap. <bibl>
            <author>Stob.</author> serm. 83</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">Οἰκονομικός: Σκῆνος</foreign> (<foreign lang="lat">corpus</foreign>)
              <foreign lang="grc">γὰρ ἐθέλει</foreign> (<foreign lang="lat">requirit</foreign>)
              <foreign lang="grc">μὴ ῥιγέειν, μηδὲ γυμνὸν εἶναι, χάριν εὐπρεπείης ἄλλου δὲ οὐδενὸς
              χρήζει</foreign>
          </quote>. Parla biasimando la sontuosità del vestire.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4165. È usato pur da <bibl>
            <author>Hierocles</author>, lib. <title lang="lat">de Amore fraterno</title>
          </bibl>, <bibl>ap. <author>Stob.</author> serm. 82.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ὅτι κάλλιστον ἡ φιλαδελφία</foreign>
          </quote>, p. 475. verso il fine, ed. Basil. 1549. (Recanati. 15. Nov. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Bellissima è l’osservazione di <bibl>
            <author>Ierocle</author> nel libro <title lang="lat">de Amore fraterno</title>
          </bibl>, <bibl>ap. <author>Stobeo</author> serm. <title>
              <foreign lang="grc">ὅτι κάλλιστον ἡ φιλαδελφία</foreign>
            </title>
          </bibl> etc. 84. Grot. 82. Gesner. che essendo la vita umana come una continua guerra,
          nella quale siamo combattuti dalle cose di fuori (dalla natura e dalla fortuna), i
          fratelli, i genitori, i parenti ci son dati come alleati e ausiliari ec. E io, trovandomi
          lontano dalla mia famiglia, benchè circondato da persone benevole, e benchè senza inimici,
          pur mi ricordo di esser vissuto in una specie di timore <pb ed="aut" n="4227"/> o
          timidezza continua, rispetto ai mali indipendenti dagli uomini, e questi, sopravvenendomi,
          avermi spaventato, ed abbattuto e afflitto l’animo assai più del solito, non per altro se
          non perchè io mi sentiva essere come solo in mezzo a nemici, cioè in mano alla nemica
          natura, senza alleati, per la lontananza de’ miei; (Recanati. 16. Nov. 1826.) e per lo
          contrario, ritornando fra loro, aver provato un vivo e manifesto senso di sicurezza, di
          coraggio, e di quiete d’animo, al pensiero, all’aspettativa, al sopravvenirmi di
          avversità, malattie ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">κογχίον</foreign> diminutivo positivato per <foreign lang="grc"
          >κόγχος</foreign>. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 4. c. 16.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Faquin</foreign>, <emph>facchino</emph> ec. — <quote>
            <foreign lang="grc">φάκινος</foreign>
          </quote>. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 4. c. 16.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Indulgeo indultum</foreign>-<foreign lang="spa"
            rend="italic">indultar</foreign> spagn.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Senza porvi <emph>altro</emph> studio (cioè <emph>alcuno</emph>). <bibl>
            <author>Varchi</author>, <title>Ercolano</title>, Venez. Giunti 1570. p. 94. verso la
            fine.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Io ho veduto <emph>delle</emph> Commedie più sporche e più disoneste che quelle
          d’Aristofane; ho veduto <emph>de’</emph> Sonetti disonestissimi e sporchissimi; ho veduto
          delle Stanze che si posson chiamare la sporchezza e disonestà medesima. Id. ib. p. 245. E
          gran parte della lingua spagnuola ritiene ancora oggi <emph>della</emph> lingua de’ Mori.
          Ib. p. 260. (Recanati. 26. Nov. Domenica. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I Francesi, per qualificare un uomo che stimino, soglion dire <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">c’est un homme extrêmement aimable</foreign>
          </quote>, gl’Inglesi <quote>
            <foreign lang="eng" rend="italic">he is a very sensible man</foreign>
          </quote>, gl’Italiani, <quote>
            <emph>è un uomo di garbo</emph>
          </quote>; segno manifesto, pare a me, di quanto i primi pongano sopra ogni altra cosa i
          piaceri della conversazione, e la scienza della urbanità; i secondi la ragionevolezza e il
          buon senso; gli altri la compostezza delle maniere, e l’accortezza di condursi nella vita. <bibl>
            <author>Algarotti</author>, <title>Lettere varie, Lettera al Sig. Barone N. N. a
              Hertzogenbrück</title>. Berlino 10. Marzo 1752. fine. Opp. ed. Cremona, Manini
            1778-84. tomo 9. 1783. p. 69.</bibl> (28. Nov. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4228"/> Molto impropriamente la questione del sommo bene è stata chiamata
          la questione dei fini. Il fine dell’uomo è noto e certo a ciascuno che interroghi se
          medesimo: un piacere perfetto, non dico in se, e però non importa se sommo o non sommo, ma
          perfetto rispetto ad esso uomo; un piacere che lo contenti del tutto. Questo è il nostro
          fine, notissimo a tutti, benchè poi non si possa conoscere di qual natura sia o possa
          essere questo piacere perfetto, niuno avendolo sperimentato mai; e per conseguenza che
          cosa e di qual natura sia o possa essere la felicità umana. Se la virtù, o la voluttà del
          corpo, o altre cose tali, possano proccurare all’uomo il piacere perfetto; o qual di loro
          più; o in somma donde possa o debba l’uomo conseguire il piacer perfetto che egli
          desidera, e che è il suo fine, questo può ben cadere e cade in questione; ma tal questione
          è dei mezzi, non già dei fini. Il fine è certo, il mezzo s’ignora, e la cagione di questa
          ignoranza è in pronto. La cagione, dico, si è che il mezzo o i mezzi di ottener questo
          fine, che niuno ha mai ottenuto, non esistono al mondo; che per conseguenza il sommo bene,
          che ci possa o debba dare il piacer perfetto che cerchiamo, non si trova, è
          un’immaginazione, come lo è questo piacer perfetto esso stesso, quanto alla sua natura; e
          che infine l’uomo sa e saprà ben sempre che cosa desiderare, ma non mai che cosa cercare,
          cioè che mezzo che cosa possa soddisfare il suo desiderio, dargli il piacer perfetto, cioè
          che cosa sia il suo sommo bene, dal quale debba nascere la sua felicità. (Recanati. 28.
          Nov. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ritorta-ritortola. <foreign lang="lat" rend="italic">Primulus a um</foreign>, e <foreign
            lang="lat" rend="italic">primulum</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >primus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">primum</foreign> avv. Osservisi che
          son voci dei Comici, cioè del dir volgare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Anticato</emph> per antico. <bibl>V. Crusca.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Far le corna a uno</emph> — <quote>
            <foreign lang="grc">κέρατά τινι ποιεῖν</foreign>
          </quote>, detto della moglie. <bibl>
            <author>Artemidoro</author>
            <title lang="lat">de somniis</title> cap. 12.</bibl> che lo chiama <quote>
            <foreign lang="grc">τὸ λεγόμενον</foreign>
          </quote>. <bibl>V. <author>Tassoni</author>
            <title>Varietà di pensieri</title>, lib. 9. cap. 30.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4229"/>
          <quote>Datti <emph>de’</emph> polli, latte, capretti, giuncate, e <emph>delle</emph> altre
            delizie, che tutto l’anno ti serba</quote>. <bibl>
            <author>Pandolfini</author>
            <title>Tratt. del governo della famiglia</title>, ed. Milano 1811. p. 81.</bibl>
          (Recanati 30. Nov. Festa di S. Andrea. 1826.). <quote>Vi si allegheranno
            <emph>degli</emph> altri</quote>. <bibl>
            <author>Caro</author>
            <title>Apologia</title>, Parma 1558. p. 26</bibl>. <quote>In Esiodo non sono
            <emph>delle</emph> voci che non sono in Omero?</quote>
          <bibl>Ib. p. 26-27</bibl>. E così spessissimo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Senza fargli <emph>altra</emph> risposta, cioè niuna</quote>. <bibl>
            <author>Sannazz.</author>
            <title>Arcadia</title>, prosa 11. fine.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="eng">Observe the French people, and mind how easily and naturally civil
              their address is, and how agreeably they insinuate little civilities in their
              conversation. They think it so essential, that they call an honest man and a civil man
              by the same name, of</foreign>
            <foreign lang="fre" rend="italic">honnête homme</foreign>; <foreign lang="eng">and the
              Romans called civility</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">humanitas</foreign>, <foreign lang="eng">as thinking
              it inseparable from humanity</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Chesterfield</author>
            <title lang="eng">Letters to his son</title>, lett. 95.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È naturale all’uomo, debole, misero, sottoposto a tanti pericoli, infortunii e timori, il
          supporre, il figurarsi, il fingere anco gratuitamente un senno, una sagacità e prudenza,
          un intendimento e discernimento, una perspicacia, una esperienza superiore alla propria,
          in qualche persona, alla quale poi mirando in ogni suo duro partito, si riconforta o si
          spaventa secondo che vede quella o lieta o trista, o sgomentata o coraggiosa, e sulla sua
          autorità si riposa senz’altra ragione; spessissimo eziandio, ne’ più gravi pericoli e ne’
          più miseri casi, si consola e fa cuore, solo per la buona speranza e opinione, ancorchè
          manifestamente falsa o senza niuna apparente ragione, che egli vede o s’immagina essere in
          quella tal persona; o solo anco per una ciera lieta o ferma che egli vede in quella. Tali
          sono assai sovente i figliuoli, massime nella età tenera, verso i genitori. Tale sono
          stato io, anche in età ferma e matura, verso mio padre; che in ogni cattivo caso, o
          timore, sono stato solito per determinare, se non altro, il grado della mia afflizione o
          del timor mio proprio, di aspettar di vedere o di congetturare il suo, e l’opinione e il
          giudizio che <pb ed="aut" n="4230"/> egli portava della cosa; nè più nè meno come s’io
          fossi incapace di giudicarne; e vedendolo o veramente o nell’apparenza non turbato, mi
          sono ordinariamente riconfortato d’animo sopra modo, con una assolutamente cieca
          sommissione alla sua autorità, o fiducia nella sua provvidenza. E trovandomi lontano da
          lui, ho sperimentato frequentissime volte un sensibile, benchè non riflettuto, desiderio
          di tal rifugio. Ed è cosa mille volte osservata e veduta per prova come gli uomini di
          guerra, anche esperimentatissimi e veterani, sogliano pendere nei pericoli, nei frangenti,
          nelle calamità della guerra, dalle opinioni, dalle parole, dagli atti, dal volto, di
          qualche lor capitano, eziandio giovane e immaturo, che si abbia guadagnato la lor
          confidenza; e secondo che veggono, o credono di veder fare a lui, sperare o temere,
          dolersi o consolarsi, pigliar animo o perdersi di coraggio. Onde suol tanto giovare nel
          Capitano la fermezza d’animo, e la dissimulazione del dolore o del timore nei casi ov’è
          sommamente da temere o dolersi. E questa qualità dell’uomo è ancor essa una delle cagioni
          per cui tanto universalmente e così volentieri si è abbracciata e tenuta, come ancor si
          tiene, la opinione di un Dio provvidente, cioè di un ente superiore a noi di senno e
          intelletto, il qual disponga ogni nostro caso, e indirizzi ogni nostro affare, e nella cui
          provvidenza possiamo riposarci dell’esito delle cose nostre. (9. Dic. Vigilia della Venuta
          della S. Casa di Loreto. 1826. Recanati.). La credenza di un ente senza misura più savio e
          più conoscente di noi, il quale dispone e conduce di continuo tutti gli avvenimenti, e
          tutti a fin di bene, eziandio quelli che hanno maggior sembianza di mali per noi, e che
          veglia sulla nostra sorte; e tutto ciò con ragioni e modi a noi sconosciuti, e che noi non
          possiamo in guisa alcuna scoprire nè intendere, di maniera che non dobbiamo darcene
          pensiero veruno; questa credenza è agli uomini universalmente, e massime ai deboli ed
          infelici, un conforto maggior d’ogni altro possibile: il qual conforto non da altro
          procede, nè consiste in altro, che un riposo, uno acquetamento, ed una confidenza <pb
            ed="aut" n="4231"/> cieca nell’autorità, nel senno, e nel provvedimento altrui. (9. Dic.
          1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Dilettare-dileticare</emph>, co’ derivati.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Intermittenza morale. Passioni e qualità morali intermittenti. — Aggiungerò che
          quest’odiosa passione (l’avarizia) provenendo sovente dalla debolezza della nostra
          costituzione, avviene che le infermità corporali talvolta la sviluppino. Una dama che per
          sei mesi dell’anno era soggetta ai vapori e alla malinconia, era pur anche durante quel
          tempo d’una sordida parsimonia; ma come appena le funzioni corporee ripigliavano la loro
          armonia, ella si faceva adorare per la sua grande generosità. <bibl>
            <author>Alibert</author>, <title lang="fre">Physiologie des passions</title>, nel N.
            Ricoglitore di Milano, quaderno 23. p. 788</bibl>. — Questa osservazione si può
          sommamente estendere. Ciascuno di noi, se bene osserva, troverà in se questa sì fatta
          intermittenza. Io, inclinato all’egoismo, perchè debole e infermo, sono mille volte più
          egoista l’inverno che la buona stagione; nella malattia, che nella buona salute, e nella
          confidenza dell’avvenire; più aperto alla compassione, e facile ad interessarmi per gli
          altri, e prendere il loro soccorso quando qualche successo mi ha fatto confidente di me
          medesimo, o lieto, che quando avvilito, o melanconico. — Quante cose poi non si potrebbero
          dire sopra questa medesima intermittenza, considerata, non nelle qualità, ma nelle facoltà
          intellettuali e sociali, sia ingenite, sia acquisite! (Recanati. 10. Dic. Festa della
          Venuta. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Assai meglio scrisse (il Boccaccio) quando si lassò guidar solamente dall’ingegno
            ed instinto suo naturale, senza <emph>altro</emph> studio o cura di limare i scritti
            suoi, che quando con diligenza e fatica si sforzò d’esser più culto e castigato</quote>. <bibl>
            <author>Castiglione</author> prefaz. del <title>Cortegiano</title>
          </bibl>. <quote>Senza <emph>altro</emph>
          </quote> (cioè <emph>alcuno</emph>) <quote>impedimento</quote>. <bibl>Ib. lib.2. ed.
            Venez. 1541. carta 79. p. 2. principio, ed. Venez. 1565. p. 198. fin.</bibl> E così il
          medesimo autore nella citata opera altre più volte. <quote>Senz’<emph>altro</emph>
            strepito</quote> (cioè <emph>niuno</emph>). <bibl>Ib. lib. 3. carta 126.
          principio.</bibl> — p. 310.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pare che la fanciullezza e la gioventù abbia ingenita e naturale una inclinazione a
          distruggere, e la età matura e avanzata, a conservare. Nè voglio io dedur questo dal
          vedere che i giovani sogliono scialacquare e mandare a <pb ed="aut" n="4232"/> male i
          patrimoni, dove che i provetti gli accumulano, conservano e accrescono<note resp="aut"
            n="a" place="foot">
            <p>Inconsideranza e spensieratezza del futuro.</p>
          </note>; la qual cosa facilmente si spiega, e nasce perchè i giovani sono confidenti, e
          poco riflettono, nè pensano all’avvenire, in vece che i vecchi sono timidi, cauti, e
          sempre solleciti del futuro. Ma vedesi quel che io ho detto, eziandio in cose dove non ha
          luogo alcuno nè il timore o la fiducia, nè la provvidenza o la improvvidenza
          dell’avvenire. Un fanciullo e un giovane spessissime volte si piglierà piacere di uccidere
          una mosca o altro animaletto, cacciandolo anco con fatica, senza altra ragione o altro
          fine che di prendersi gusto; rarissime volte si compiacerà, o gli verrà pure in capo, di
          salvar qualche animale, vedendolo in pericolo, e potendolo salvar senza affaticarsi. Un
          uomo maturo o un vecchio rare volte si piglierà diletto di uccidere, spesso si compiacerà
          di salvare tali creature, vedendole in qualche pericolo di perdersi, e potendo
          massimamente soccorrerle senza suo disagio. E ciò faranno gli uni e gli altri, come per
          instinto, e senza ragionarvi sopra. È manifesto poi come i giovani tendano alla novità, e
          non solo sieno vogliosi d’innovar propriamente, ma eziandio semplicemente di spegner
          l’antico, o di vederlo spento; e i provetti, per lo contrario, gelosi della conservazione
          delle cose che sono. Onde si potrebbe dire che la natura, sempre intenta e studiosa non
          meno a distruggere che a conservare o produrre, avesse dato stimolo e incarico a quelli
          che crescono e vengono innanzi nel mondo, di distruggere, quasi per farsi luogo; e a
          quelli che declinano, e si avviano alla partenza, di conservare e produrre, quasi per
          lasciar pieno il luogo loro, per lasciar cose che restino in loro scambio, per supplire il
          posto che essi son per lasciare. (Recanati. 12. Dic. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Fare e dire ciò che lor occorre, <emph>così</emph>, senza pensarvi</quote>. <bibl>
            <author>Castiglione</author>
            <title>Cortegiano</title> lib. 2. ed. Ven. 1541. carta 69. ed. Ven. 1565. p. 174.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Reperito as</foreign>. <bibl>V.
            <author>Forcellini</author>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Cielo</emph> detto di camere, di carrozze ec. — Così in greco <foreign lang="grc"
            >οὐρανὸς, οὐρανίσκος</foreign> per <emph>volta</emph> ec. <bibl>V. <author>Casaubon.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 5. c. 6. l. 4. c. 5</bibl>. Aristot. l’usa per
            <emph>palato</emph>. Scapula.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4233"/> Il tempo non è una cosa. Esso è uno accidente delle cose, e
          indipendentemente dalla esistenza delle cose è nulla; è uno accidente di questa esistenza;
          o piuttosto è una nostra idea, una parola. La durazione delle cose che sono, è il tempo:
          come 7200 battute di un pendolo da oriuolo sono un’ora; la quale ora però è un parto della
          nostra mente, e non esiste, nè da se medesima, nè nel tempo, come membro di esso, non più
          di quel che ella esistesse prima dell’invenzione dell’oriuolo. In somma l’esser del tempo
          non è altro che un modo, un lato, per dir così, del considerar che noi facciamo la
          esistenza delle cose che sono, o che possono o si suppongono poter essere. Medesimamente
          dello spazio. Il nulla non impedisce che una cosa che è, sia, stia, dimori. Dove nulla è,
          quivi niuno impedimento è che una cosa non vi stia o non vi venga. Però il nulla è
          necessariamente luogo. È dunque una proprietà del nulla l’esser luogo: proprietà negativa,
          giacchè anche l’esser di <emph>luogo</emph> è negativo puramente e non altro. Sicchè, come
          il tempo è un modo o un lato del considerar la esistenza delle cose, così lo spazio non è
          altro che un modo, un lato, del considerar che noi facciamo il nulla. Dove è nulla quivi è
          spazio, e il nulla senza spazio non si può dare. Per tanto è manifesto che eziandio fuori
          degli ultimissimi confini dell’universo esistente, v’è spazio, poichè nulla v’è. E se
          qualche cosa potesse essere o creata o spinta di là da quegli estremi confini, troverebbe
          luogo; che è quanto dire non troverebbe nulla che la impedisse di andarvi o di starvi. La
          conclusione si è che tempo e spazio non sono in sostanza altro che idee, anzi nomi. E
          quelle innumerabili e immense quistioni agitate dalla origine della metafisica in qua, dai
          primi metafisici d’ogni secolo, circa il tempo e lo spazio, non sono che logomachie, nate
          da malintesi, e da poca chiarezza d’idee e poca facoltà di analizzare il nostro
          intelletto, che è il solo luogo dove il tempo e lo spazio, come tante altre cose astratte,
          esistano indipendentemente e per se medesimi, e sian qualche cosa. (Recanati. 14. Dic.
          1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4234"/>
          <foreign lang="grc">Ἑλένη</foreign> cambiata in <foreign lang="grc">Σελήνη</foreign> nei
          primi secoli della nostra era. <bibl>V. <author>Maffei</author>
            <title>Arte magica annichilata</title>, lib. 3. cap. 5. par. 3 opp. ed. del Rubbi t. 2.
            p. 205.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Uso di porre il <emph>g</emph> avanti la <emph>n</emph> (come in <foreign lang="lat"
            rend="italic">cognosco, agnosco, agnatus</foreign>, da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >nosco</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">natus</foreign>), del quale in
          questi pensieri altrove. <bibl>V. <author>Maffei</author>
            <title>Appendice all’Arte magica annichilata</title>, opp. ed. del Rubbi, vol. 2. p.
            320.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanta fosse fin nel principio del secolo addietro la fama della letteratura italiana, e
          lo studio che vi mettevano gli stranieri si può conoscere anche da questo fatto, poco noto
          oggidì, che come nel fine di detto secolo si pubblicò in Ginevra il famoso Giornale della
            <title lang="fre">Bibliothèque britannique</title>, espressamente per far conoscere e
          tenere al corrente l’Europa, dei progressi ec. della letteratura inglese, così nel
          principio di esso secolo, usciva a Ginevra altresì, un Giornale intitolato <title
            lang="fre">Bibliothèque italique, ou histoire littéraire de l’Italie</title>, il quale
          aveva lo stesso scopo, rispetto all’Italia. Di tanto ancora era stimata degna la nostra
          letteratura. <bibl>V. le opp. del <author>Maffei</author> ed. del Rubbi vol. 4. p. 7.
            segg.</bibl> dove questo Giornale è chiamato <quote>
            <emph>un’opera che nacque in Francia con sommo credito, perchè composta da sette
              sapienti</emph>
          </quote>, e se ne citano gli estratti della <title>Verona illustrata</title> presi dal
          tomo 15. 16. e 17. di esso giornale; e il tomo 21. p. 8. dove si cita l’anno 1728. del
          medesimo Giornale. V. p. 4264. fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4216. marg. Così il Maffei intitolò <title>Storia diplomatica</title>, o
          piuttosto, come voleva egli, <title>Storia de’ Diplomi</title> (v. le sue opp. ed. del
          Rubbi, t. 21. p. 7. fin.), la sua opera contenente la <emph>scienza</emph> o
          <emph>notizia</emph> de’ diplomi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La poesia, quanto a’ generi, non ha in sostanza che tre vere e grandi divisioni: lirico,
          epico e drammatico. Il lirico, primogenito di tutti; proprio di ogni nazione anche
          selvaggia; più nobile e più <emph>poetico</emph> d’ogni altro; vera e pura poesia in tutta
          la sua estensione; proprio d’ogni uomo anche incolto, che cerca di ricrearsi o di
          consolarsi col canto, e colle parole misurate in qualunque modo, e coll’armonia;
          espressione libera e schietta di qualunque affetto vivo e ben sentito dell’uomo. L’epico
          nacque dopo questo e da questo; non è in certo modo che un’amplificazione del lirico, o
          vogliam dire il genere lirico che tra gli altri suoi mezzi e subbietti ha assunta <pb
            ed="aut" n="4235"/> principalmente e scelta la narrazione, poeticamente modificata. Il
          poema epico si cantava anch’esso sulla lira o con musica, per le vie, al popolo, come i
          primi poemi lirici. Esso non è che un inno in onor degli eroi o delle nazioni o eserciti;
          solamente un inno prolungato. Però anch’esso è proprio d’ogni nazione anche incolta e
          selvaggia, massime se guerriera. E veggonsi i canti di selvaggi in gran parte, e quelli
          ancora de’ bardi, partecipar tanto dell’epico e del lirico, che non si saprebbe a qual de’
          due generi attribuirli. Ma essi son veramente dell’uno e dell’altro insieme; sono inni
          lunghi e circostanziati, di materia guerriera per lo più; sono poemi epici indicanti il
          primordio, la prima natività dell’epica dalla lirica, individui del genere epico nascente,
          e separantesi, ma non separato ancora dal lirico. Il drammatico è ultimo dei tre generi,
          di tempo e di nobiltà. Esso non è un’ispirazione, ma un’invenzione; figlio della civiltà,
          non della natura; poesia per convenzione e per volontà degli autori suoi, più che per la
          essenza sua. La natura insegna, è vero, a contraffar la voce, le parole, i gesti, gli atti
          di qualche persona; e fa che tale imitazione, ben fatta, rechi piacere: ma essa non
          insegna a farla in dialogo, molto meno con regola e con misura, anzi n’esclude la misura
          affatto, n’esclude affatto l’armonia; giacchè il pregio e il diletto di tali imitazioni
          consiste tutto nella precisa rappresentazion della cosa imitata, di modo ch’ella sia posta
          sotto i sensi, e paia vederla o udirla. Il che anzi è amico della irregolarità e
          disarmonia, perchè appunto è amico della verità, che non è armonica. Oltre che la natura
          propone per lo più a tali imitazioni i soggetti più disusati, fuor di regola, le
          bizzarrie, i ridicoli, le stravaganze, i difetti. E tali imitazioni naturali poi, non sono
          mai d’un avvenimento, ma d’un’azione semplicissima, voglio dir d’un atto, senza parti,
          senza cagioni, mezzo, conseguenze; considerato in se solo, e per suo solo rispetto. Dalle
          quali cose è manifesto che la imitazion suggerita dalla natura, è per essenza, del tutto
          differente dalla drammatica. Il dramma non è proprio delle nazioni incolte. Esso è uno
          spettacolo, un figlio della civiltà e dell’ozio, un trovato <pb ed="aut" n="4236"/> di
          persone oziose, che vogliono passare il tempo, in somma un trattenimento dell’ozio,
          inventato, come tanti e tanti altri, nel seno della civiltà, dall’ingegno dell’uomo, non
          ispirato dalla natura, ma diretto a procacciar sollazzo a se e agli altri, e onor sociale
          o utilità a se medesimo. Trattenimento liberale bensì e degno; ma non prodotto della
          natura vergine e pura, come è la lirica, che è sua legittima figlia, e l’epica, che è sua
          vera nepote. — Gli altri che si chiamano generi di poesia, si possono tutti ridurre a
          questi tre capi, o non sono generi distinti per poesia, ma per metro o cosa tale
          estrinseca. L’elegiaco è nome di metro. Ogni suo soggetto usitato appartiene di sua natura
          alla lirica; come i subbietti lugubri, che furono spessissimo trattati dai greci lirici,
          massime antichi, in versi lirici, nei componimenti al tutto lirici, detti <foreign
            lang="grc">θρῆνοι</foreign>, quali furon quelli di Simonide, assai celebrato in tal
          maniera di componimenti, e quelli di Pindaro: forse anche <foreign lang="grc"
          >μομῳδίαι</foreign>, come quelle che di Saffo ricorda Suida. Il satirico è in parte
          lirico, se passionato, come l’archilocheo; in parte comico. Il didascalico, per quel che
          ha di vera poesia, è lirico o epico; dove è semplicemente precettivo, non ha di poesia che
          il linguaggio, il modo e i gesti per dir così. ec. (Recanati. 15. Dic. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 3177. Noterò qui, come cosa solamente poco nota oggidì, e curiosa da sapersi che
          lo stesso argomento della Gerusalemme, nello stesso tempo del Tasso fu trattato in un
          poema latino di 12 libri, intitolato la Siriade, da un altro Italiano, cioè da Pietro
          Angelio, o degli Angeli, da Barga (Castello di Toscana 20. miglia lontano da Lucca), nato
          del 1517. e morto del 1596. a’ 29. Febbraio (non un intero anno dopo il Tasso, morto a’ 25
          Aprile 1595.), versificatore e prosatore italiano e latino, certo non indotto, e a’ suoi
          tempi, ed anche appresso, molto stimato, il quale aveva viaggiato in Levante, per la
          Grecia e per l’Asia, andato a Costantinopoli in compagnia d’uno inviato del Re di Francia,
          ed aveva per zelo ed onore della nazione italiana ucciso un francese chè parlavane con
          disprezzo, onde incorse poi in gravi pericoli. <bibl>V. <author>Tiraboschi</author> secolo
              16.<hi rend="apice">o</hi> libro 3. capo 4. par. 5.<hi rend="apice">o</hi> e
              <author>Dati</author>
            <title>Prefaz. alle prose fiorent.</title> nella <title>Raccolta di prose a uso delle
              regie scuole di Torino</title>, Torino 1753. p. 633</bibl>. Non saprei dire qual de’
          due, il Tasso o l’Angelio, fosse primo a concepire questo bell’argomento, o se l’uno senza
          saputa dell’altro. Ciò solo interesserebbe in questo particolare. (19. Dic. 1826.). Vedi
          l’oraz. in lode dell’Angelio, recitata <pb ed="aut" n="4237"/> da Francesco Sanleolini
          fiorentino nell’Accademia della Crusca l’anno 1597. <bibl>
            <title>Prose fior.</title> parte 1. vol. 1. oraz. 7.</bibl> particolarmente verso la
          fine, ediz. di Venez., Occhi, 1730-1735. p. 105-106. dove l’oratore afferma e vuol provare
          che il primo a concepire il detto argomento fu il degli Angeli. <bibl>V. il <author>Tasso</author>
            <title>Apologia agli Accad. della Crusca</title>, opp. ed. del Mauro. t. 2. p.
          309.</bibl> e le Lettere poetiche, dove si vede che il Tasso veniva facendo comunicare al
          Barga i pezzi del suo poema in iscriverlo, per avere il suo parere. (20. Dic. 1826.
          Vigilia di S. Tommaso apost.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Dice</emph> (<foreign lang="lat">aiunt</foreign>) che un certo poeta greco, per
            nome Simonide diceva di tenere appresso di se due cassette</quote>. <bibl>
            <author>A. M. Salvini</author> nelle <title>prose fiorentine</title>, parte 3. vol. 1.
            lettera 99. (lett. al Signore Antonio Montauti) ediz. di Venez., Occhi, 1730-35. tomo 5.
            parte I. p. 152.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tenacità dei greci verso la loro lingua, e loro ignoranza delle altre, in ispecie della
          latina. <bibl>V. <author>Dati</author>, <title>pref. alle prose fiorentine</title>, nella
              <title>Raccolta di prose ad uso delle regie scuole di Torino</title>, Torino 1753. p.
            620.</bibl> segg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Universalità della lingua greca anticamente. V. Dati, loc. citato qui sopra, p. 627. fin.
          e segg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Studio e pregio in cui era la lingua italiana presso gli stranieri nel Secolo 17.o V.
          Dati, loc. citato qui sopra, p. 630: e nella medesima Raccolta cit. qui sopra, v. le
          Orazioni del Lollio e del Buommattei e del Salvini in lode della lingua toscana.
          (Recanati. 20. Dic. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Defectus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >qui defecit</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">deficit</foreign>. <bibl>V.
              <author>Forcellini</author>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Zocco-zoccolo</emph>. <foreign lang="lat" rend="italic">Fagus-fagulus</foreign>
            (<bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> Gloss. ec.) — faggio.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Scultare</emph> da <foreign lang="lat" rend="italic">sculptum</foreign>, come in
          franc. <foreign lang="fre" rend="italic">sculpter</foreign>. <bibl>V. Crusca.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sminuzzare-sminuzzolare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quell’idiotismo nostro e latino del <foreign lang="lat" rend="italic">sibi</foreign>, o
            <foreign lang="lat" rend="italic">mihi</foreign> ec. e del <emph>si, mi, ti, ci</emph>
          ec. ridondante, in vero o in apparenza, notato da me altrove, nell’uso dei verbi, anche
          attivi, ha molta corrispondenza coll’uso del verbo greco medio, nei quali verbi
          spessissimo a prima vista non si scorge ombra di azione reciproca, e paiono usati a puro
          capriccio, in vece dell’attivo; benchè poi, attentamente guardando, sempre o il più delle
          volte, massime ne’ buoni autori, vi si scuopra la cagion di usarli piuttosto che gli
          attivi, e un non so che di reciproco nella significazione. (Vigilia di Natale. Domenica.
          1826. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4238"/>
          <foreign lang="grc">Πάτανον-πατάνιον</foreign> o <foreign lang="grc">βατάνιον</foreign>,
          come appunto in latino <emph>patina-patella</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <emph>Senz’altro fiato</emph>
          </quote> (cioè nessuno). <bibl>
            <author>Galilei</author>, <title>Saggiatore</title>, opp. ed. di Padova, t. 2. p.
          284.</bibl> luogo molto insigne e notabile al proposito.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4204. Bellissimo, e da vedersi e leggersi attentamente, è il capo 7. del libro
          VI. di Casaubono <title lang="lat">ad Athenaeum</title>, dove parla degli antichi libri
          intitolati <title>
            <foreign lang="grc">Διδασκαλίαι</foreign>
          </title> o <title>
            <foreign lang="grc">περὶ διδασκαλιῶν</foreign>
          </title> (che potremmo tradurre <emph>delle Esposizioni dei drammi</emph>), libri che
          contenevano le istorie o croniche delle opere drammatiche, in quanto alle circostanze dei
          tempi, occasioni, modi, in cui furono esposte sulla scena. Intorno a tale argomento si
          affaticarono i primi letterati, incominciando da Aristotele, e massime i Critici. Erano
          libri, come bene osserva il Casaubono, utilissimi alla cronologia da una parte, e
          dall’altra alla storia sì delle vicende politiche e sì dei costumi, tanto generali della
          Grecia o di Atene (dove si esponevano i drammi), quanto individuali delle persone più
          cospicue e famose di ciascun tempo. Giacchè mille volte le vicende politiche davano
          occasione, e argomento intero, a questo o quel dramma, e vi erano figurati i caratteri dei
          principali personaggi dell’attuale repubblica. Tali erano le istorie teatrali dei greci;
          libri, dove quasi senz’avvedersene, s’imparava la storia politica, la storia più intima
          delle opinioni e dei costumi nazionali, civili, individuali della Grecia, anno per anno.
          Che cosa di comune potrebbero avere con queste le nostre istorie teatrali, le istorie, se
          ne avessimo, delle nostre esposizioni di arti; e simili libri? Quando presso di noi nè
          drammi, nè opere d’arte, nè cosa alcuna d’ingegno, suol rappresentare le circostanze dei
          tempi, nè essere occasionata e figlia legittima del tempo? In fatti quale interesse hanno
          le nostre istorie teatrali, se non forse per le compagnie degl’istrioni? (Recanati. 29.
          Dic. 1826.). V. p. 4294.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Differenza tra le antiche e le più recenti, le prime e le ultime, mitologie. Gl’inventori
          delle prime mitologie (individui o popoli) non cercavano l’oscuro per <pb ed="aut"
            n="4239"/> tutto, eziandio nel chiaro; anzi cercavano il chiaro nell’oscuro; volevano
          spiegare e non mistificare e scoprire; tendevano a dichiarar colle cose sensibili quelle
          che non cadono sotto i sensi, a render ragione a lor modo e meglio che potevano, di quelle
          cose che l’uomo non può comprendere, o che essi non comprendevano ancora. Gl’inventori
          delle ultime mitologie, i platonici, e massime gli uomini dei primi secoli della nostra
          era, decisamente cercavano l’oscuro nel chiaro, volevano spiegare le cose sensibili e
          intelligibili, colle non intelligibili e non sensibili; si compiacevano delle tenebre;
          rendevano ragione delle cose chiare e manifeste, con dei misteri e dei secreti. Le prime
          mitologie non avevano misteri, anzi erano trovate per ispiegare, e far chiari a tutti, i
          misteri della natura; le ultime sono state trovate per farci creder mistero e superiore
          alla intelligenza nostra anche quello che noi tocchiamo con mano, quello dove, altrimenti,
          non avremmo sospettato nessuno arcano. Quindi il diverso carattere delle due sorti di
          mitologie, corrispondente al diverso carattere sì dei tempi in cui nacquero, sì dello
          spirito e del fine o tendenza con cui furono create. Le une gaie, le altre tetre ec.
          (Recanati 29. Dic. 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Vi-g-ore</emph> coi derivati — <emph>vi-v-ore</emph> coi derivati. <bibl>V.
          Crusca.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Violato</emph> per violaceo, violetto, o appartenente a viole. <bibl>V. Crusca.</bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Lanatus</foreign> (<bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>), <emph>lanuto</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic">lanosus</foreign>,
            <emph>lanoso</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Violetto</emph>. Diminutivo aggettivo positivato.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Misceo, mixtus</foreign>, <emph>misto-mestare</emph>
          (quasi da <emph>mesto</emph> per <emph>misto</emph>, come <emph>meschio</emph> per
            <emph>mischio</emph>, e <emph>meschiare</emph>, <emph>mescolare</emph> ec.)
            <emph>rimestare mesticare</emph> (noi marchegiani diciamo più alla latina
            <emph>misticare, misticanza</emph> ec.); coi derivati.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per il <title>Manuale di filosofia pratica</title>. Pazienza quanto giovi per mitigare e
          render più facile, più sopportabile, ed anco veramente più leggero lo stesso dolor
          corporale; cosa sperimentata e osservata da me in quell’assalto nervoso al petto, sofferto
          ai 29 di Maggio 1826. in Bologna; dove il dolore si accresceva effettivamente colla
          impazienza, e colla inquietezza. Consiste in una non resistenza, una rassegnazione <pb
            ed="aut" n="4240"/> d’animo, una certa quiete dell’animo nel patimento. E potrà essere
          disprezzata questa virtù quanto si voglia, e chiamata vile: ella è pur necessaria
          all’uomo, nato e destinato inesorabilmente, inevitabilmente, irrevocabilmente a patire, e
          patire assai, e con pochi intervalli. Ed ella nasce, e si acquista eziandio non volendo,
          naturalmente, coll’abitudine del sopportare un travaglio o una noia. La pazienza e la
          quiete, è in gran parte quella cosa che a lungo andare rende così tollerabile, p. e. a un
          carcerato, il tedio orrendo della solitudine e del non far nulla; tedio da principio
          asprissimo a tollerare, per la resistenza che l’uomo fa a quella noia, e l’impazienza e
          smania ed avidità ed ansietà di esserne fuori, la quale passata, e dolore e noia si
          rendono assai più facili e più leggeri. E in ciò consiste la pazienza, che è una qualità
          negativa più che altrimenti. (30. Dic. 1826. Recanati.). V. p. 4267.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Circa la stima che gli antichi facevano della felicità, e il contarla come una delle
          principali doti dei loro eroi, e come soggetto principalissimo di lode, è curioso vedere
          come Giorgio Gemisto Pletone, nella sua breve ed elegantissima orazione in morte della
          imperatrice Elena, poi fatta monaca e detta Ipomone, pubblicata da Mustoxidi e Scinà nella
          loro <foreign lang="grc">συλλογὴ ἑλληνικῶν ἀνεκδότων, τετράδιον</foreign>, cioè quaderno,
            <foreign lang="grc">γ'</foreign>, imitando nelle altre cose, e molto felicemente, gli
          antichi, gl’imiti anche in questo, di lodar principalmente quella donna per li favori
          della fortuna; sentimento alieno da’ suoi tempi. (Recanati. ultimo del 1826.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi scrivendo oggi, cerca o consegue la perfezion dello stile, e procede secondo le
          sottilissime avvertenze e considerazioni dell’arte antica intorno a questa gran parte, e
          secondo gli esempi perfettissimi degli antichi, si può dir con tutta verità, che scriva
          solamente e propriamente ai morti, non meno di chi scrive in latino, o di chi usasse il
          greco antico. Tanto è oggi (e sarà forse in futuro) cercare con quanto si sia successo, la
          perfezion dello stile nelle lingue vive, quanto cercarla ed anco trovarla nelle morte,
          come facevano molti illustri italiani del cinquecento nella latina. (2. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4241"/> Brancicare. Zoppicare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Spruzzolare. Avvolticchiare. Svolticchiare. Magalotti Lett. familiari, lett. 8. circa
          fin. par. 1.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non so s’io m’inganno, ma certo mi par di scorgere nella maniera sì di pensare e sì di
          scrivere del Galilei un segno e un effetto del suo esser nobile. Quella franchezza e
          libertà di pensare, placida, tranquilla, sicura, e non forzata, la stessa non
          disaggradevole, e nel tempo stesso decorosa sprezzatura del suo stile, scuoprono una certa
          magnanimità, una fiducia ed estimazion lodevole di se stesso, una generosità d’animo, non
          acquisita col tempo e la riflessione, ma quasi ingenita, perchè avuta fin dal principio
          della vita, e nata dalla considerazione altrui riscossa fin da’ primi anni ed abituata. Io
          credo che questa tale magnanimità e di pensare e di scrivere, dico questa tale, e che non
          sia nè feroce, nè satirica, o mista dell’uno e dell’altro, non si troverà facilmente in
          iscrittori o uomini non nati nobili o di buon grado; se egli si guarderà bene. Vi si
          troverà sempre una differenza. Simili considerazioni si potrebbero fare intorno alla
          ricchezza, che suol dare allo stile un certo splendore, abbondanza, e forse scialacquo.
          Simili intorno alla potenza, dignità, fortuna. Simili intorno ai contrarii. Vedi Alfieri
          Vita sua, capo 1. principio. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Messala nitidus et candidus, et quodammodo prae se
              ferens in dicendo nobilitatem suam</foreign>
          </quote>. Quintiliano 10.1. (6. 1827. Epifania.). Forse Galileo non riusciva, come fece,
          il primo riformatore della filosofia e dello spirito umano, o almeno non così libero, se
          la fortuna non lo facea nascere di famiglia nobile. V. p. 4419.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Dispetto</emph> e <emph>despetto</emph>, cioè disprezzato, per dispregevole.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Egli è pur certo che l’ordine antico delle stagioni par che vada pervertendosi. Qui in
          Italia è voce e querela comune che i mezzi tempi non vi son più, e in questo smarrimento
          di confini, non vi è dubbio che il freddo acquista terreno. Io ho udito dire a mio padre
          che in sua gioventù a Roma, la mattina di pasqua di resurrezione ognuno si rivestiva da
          state. Adesso chi non ha bisogno d’impegnar la camiciuola, vi so dire che si guarda molto
          bene di non alleggerirsi della minima <pb ed="aut" n="4242"/> cosa di quelle ch’ei portava
          nel cuor dell’inverno. <bibl>
            <author>Magalotti</author>, <title>Lettere familiari</title>, parte I. lett. 28.
              <emph>Belmonte</emph> 9. Febbraio 1683</bibl>. (cento e quarantaquattr’anni fa!!). (7.
          1827. Recanati.). Se i sostenitori del raffreddamento progressivo ed ancor durante del
          globo, se il bravo Dott. Paoli (nelle sue belle e dottissime <title>Ricerche sul moto
            molecolare dei solidi</title>) non avessero avuto o avessero da assegnare altre prove di
          questa loro opinione, che la testimonianza dei nostri vecchi, i quali affermano la
          stessissima cosa che quello del Magalotti, allegando la stessa pretesa usanza, e
          fissandola allo stesso tempo dell’anno; si può veder da questo passo, che non farebbero
          grand’effetto con questo argomento. Il vecchio, <foreign lang="lat" rend="italic">laudator
            temporis acti se puero</foreign>, non contento delle cose umane, vuol che anche le
          naturali fossero migliori nella sua fanciullezza e gioventù, che dipoi. La ragione è
          chiara, cioè che tali gli parevano allora; che il freddo lo noiava e gli si faceva sentire
          infinitamente meno, ec. ec. Del resto non ha molt’anni che le nostre gazzette, sulla fede
          dei nostri vecchi, proposero come nuova nuova ai fisici la questione del perchè le
          stagioni a’ nostri tempi sieno mutate d’ordine ec. e cresciuto il freddo; e ciò da alcuni
          fu attribuito al taglio de’ boschi del Sempione ec. ec. Quello che tutti noi sappiamo, e
          che io mi ricordo bene è, che nella mia fanciullezza il mezzogiorno d’Italia non aveva
          anno senza grosse nevi, e che ora non ha quasi anno con nevi che durino più di poche ore.
          Così dei ghiacci, e insomma del rigore dell’invernata. E non però che io non senta il
          freddo adesso assai più che da piccolo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’amor della vita e il timor della morte non sono innati per se: altrimenti niuno
          s’ammazzerebbe. Innato è l’amor di se, e quindi del proprio bene, e l’odio del proprio
          male: e però niun può non amarsi, nè amare il suo creduto male ec. È però naturale che
          ogni vivente giudichi la vita il suo maggior bene e la morte il maggior male. E infatti
          così egli giudica infallibilmente, se non è molto allontanato dallo stato di natura. Ecco
          dunque che la natura ha veramente provveduto alla conservazione, rendendo immancabile
          questo error di giudizio; benchè non abbia ingenerato <pb ed="aut" n="4243"/> un amor
          della vita. Esso è un ragionamento, non un sentimento: però non può essere innato.
          Sentimento è l’amor proprio, di cui l’amor della vita è una naturale, benchè falsa
          conclusione. Ma di esso altresì è conclusione (bensì non naturale) quella di chi risolve
          uccidersi da se stesso. (8. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Senza più oltre</emph> o <emph>più avanti</emph> o <emph>innanzi pensare</emph>, e
          simili, vagliono spesse volte semplicemente senza <emph>punto</emph> pensare. Così
            <emph>senza pensar più là</emph>. Così <emph>senza più</emph>, o solo, o accompagnato
          con verbi (<emph>senza più pensare</emph>) o con nomi, equivale spesso a <emph>senza
          nulla</emph> o <emph>niuno</emph>, appunto come in ispagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">mas</foreign> per <emph>niuno</emph>, del che altrove. <emph>Senza pensar
            più oltre</emph>. V. Firenzuola Ragionam. ed. Classici ital. p. 229. cioè penult. Bembo
          Asolani p. 10. col. 1. fin., nelle sue opp.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della diffusione della lingua italiana presso gli stranieri nel 500. v. anche Speroni
          Oraz. in lode del Bembo. Tasso opp. ed. del Mauro, t. 9. p. 148. lett. 238. Lettere di
          Principi o a Principi Ven. 1573. carta 226. versa.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Disprezzo e ignoranza dei greci per la letteratura latina. V. Speroni Diall. ed. Ven.
          1596. p. 420. — Si potrebbero in ciò i greci assomigliare ai francesi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Trovasi anco in inglese lo scambio della <emph>s</emph> coll’aspirazione. <foreign
            lang="fre" rend="italic">Salle</foreign> franc. — <foreign lang="eng" rend="italic"
          >hall</foreign> ingl.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altro</emph> per <emph>niuno</emph> o <emph>niente</emph>. Firenzuola Ragionamenti,
          ed. dei Classici ital. p. 89. lin.2. p. 230. cioè ult.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tu profferisti <emph>chiunque</emph> con due sillabe; la qual parola <emph>non mi
          voglio</emph> ricordare che si truovi se non con tre. Firenzuola loc. cit. qui sopra, p.
          84. Vuol dire <emph>non mi vuol venire alla mente, non mi posso ricordare</emph>.
          Grecismo. Simile alla p. 162. Lucrezia, chè così <emph>mi voglio</emph> ricordar che fusse
          il nome della vedova. Cioè <emph>così mi vuol dire, così mi dice, la memoria; così mi
            pare, mi vien fatto, di ricordarmi</emph>. (Domenica 14. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Mia, tua, sua</emph> plurali fiorentini, e antichi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4156. A noi non pare che così fatti sfoghi, questo gridare, questo pianger forte,
          strapparsi i capelli, gittarsi in terra, voltolarsi, dar del capo nelle pareti, cose usate
          nelle sventure dagli antichi, usate dai selvaggi, usate tra noi oggidì dalle genti del
          volgo, possano essere di niun conforto al dolore; e <pb ed="aut" n="4244"/> veramente a
          noi non sarebbero, perchè non ci siamo più inclinati e portati dalla natura in niun modo;
          e quando anche le facessimo, le faremmo forzatamente, sarebbe studio e non natura, e però
          cosa inutile: tanto è mutata, vinta, cancellata in noi la natura dall’assuefazione. Ma
          egli è però certo che questi atti, insegnati dalla natura medesima (il che non si può
          volgere in dubbio), sono a chi li pratica naturalmente, un conforto grandissimo ed un
          compenso molto opportuno nelle calamità. Quella resistenza che l’animo fa naturalmente
          alla sciagura e al dolore, è il più penoso che abbiano le disavventure, è il maggior
          dolore che prova l’uomo. Quando l’animo è domato, ogni calamità, per grave che sia, è
          tollerabile. Questo domar l’animo, questo ridurlo a cedere alla necessità e conformarsi
          allo andamento e alla condizion delle cose, lo fa in noi il tempo, il quale però il
          Voltaire chiama consolatore. Ma lo fa con lunghezza; e quella prima resistenza, oltre al
          durar di più, ha questo ancora di più doloroso, che ella si rivolge e si esercita contro
          di noi stessi; ella è dell’animo all’animo. Laddove nei selvaggi e nelle persone volgari,
          ella si esercita contro le cose esterne, per così dire; e siccome le sue operazioni sono
          più vive, così ella langue e manca più presto. Ella abbatte il corpo, e però travaglia
          assai meno l’animo; bensì perchè col corpo anco l’animo è abbattuto, perciò quelle tali
          persone, dopo quegli atti, si trovano aversi domato l’animo e ridotto, per dir così, alla
          dedizione, da loro stessi, senza aspettare il tempo; onde quando si risvegliano da quei
          furori, da quelle smanie, hanno già l’animo accomodato a sopportar la sventura, a poterla
          guardar fermamente in viso, senza esser però coraggiosi. Ed è già notato e notasi
          giornalmente che nei plebei il dolore delle grandi sventure dura assai meno che nelle
          persone colte. Sicchè quegli sfoghi sono veramente una medicina quasi un narcotico
          preparata dalla <pb ed="aut" n="4245"/> natura medesima, perchè l’uomo potesse sopportare
          i suoi mali più leggermente. E noi siamo ridotti a non saper nè pure intendere come essi
          giovino a quelli che naturalmente gli vediamo esercitare. Ed è questo un altro beneficio
          della filosofia e della civiltà, che pretendendo insegnarci a sopportare le calamità
          meglio che non fa a noi la natura, e predicandoci il disprezzo del dolore, e facendoci
          vergognar di mostrarlo, come di cosa indegna di uomini, e da vigliacchi e indotti; ci ha
          privati di quel soccorso che la natura ci aveva apprestato, molto più efficace di
          qualsivoglia dei loro. V. p. 4283. (Recanati 15. 1827. S. Paolo, primo eremita.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4184. Molte cose si trovano presso gli antichi, come sarebbe questa opinione
          sopraddetta, che appartengono e fanno fede ad una squisita umanità, molto superiore ad
          ogn’idea moderna. Di tal genere era l’uso di quegli <foreign lang="grc">ἔρανοι</foreign>
          tanto famosi presso i greci, e tanto usitati, fino a nascerne, come di ogni buona e umana
          istituzione o usanza, abusi che oggi paiono stranissimi. Veggansi nel <bibl>
            <author>Casaubono</author>, <title lang="lat">ad Atenae</title>. libro 7. capo 5.
          fin.</bibl> (v. p. 4469.) E veggansi pure nel medesimo, libro 6. capo 19. princip.
          l’umanità con cui erano trattati i servi, cioè schiavi, dagli Ateniesi, e gli strani
          diritti che erano loro dati per le leggi di quella repubblica. V. la p. 4280, capoverso 3.
          (15. 1827.). V. p. 4286.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Melato, mellitus, per melleus o dulcis. Spedito, espedito, expeditus ec. Spigliato.
          Sforzato, sforzatamente (esforzado). Crusca.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Strascicare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Attero, attritum-attritare, contritare. Crusca. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> Gloss. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Taranta. Speroni Dial. ed. Ven. 1596. p. 135. — Tarantola. Tarantella. Salvini. V. Diz.
          dell’Alberti. <emph>Tarande-tarantule</emph>. Tarantolato. V. gli spagn. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Βάτος-βατὶς</foreign>. v. i Lessici e <bibl>
            <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>
          </bibl>. Nome di pesce. <quote>
            <foreign lang="grc">σκίαινα-σκιαινὶς</foreign>
          </quote>. <bibl>v. <author>Casaub.</author> ib. lib. 7. c. 10. init. c. 20. fin.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἔγχελυς-ἐγχέλιον</foreign>
          </quote>
          <bibl>ib. c. 12. med.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In proposito del Sassetti, primo notificatore della lingua sascrita, come ho detto
          altrove, osservo che anche qui si verifica quella osservazione, che agl’italiani par
          destinato il trovare, e il lasciar poi agli altri l’usare e il perfezionare, e il
          raccoglier la gloria e l’opinione ancora della scoperta. (19. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">ὗς-</foreign> gli antichi <foreign lang="grc">σῦς, σύαγρος</foreign>
          ec. V. Ateneo, e i Lessici, coi composti e derivati ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4246"/> Superstiziosa imitazione e venerazione del Petrarca nel 16. secolo
          del che altrove ec. <bibl>V. nelle opp. del <author>Tasso</author> le Opposizioni al
            Sonetto <title>Spirto, leggiadre rime</title>
          </bibl> ec. e la Risposta del Tasso. (ed. del Mauro, t. 6.). V. ancora il Guidiccioni
          nelle Lett. di div. eccellentiss. uom. Ven. Giolito. 1554. p. 43-48.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Sevum</foreign>, <emph>sevo-sego</emph>.
          <emph>Rovo-rogo</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Trasognato</emph> per trasognante. <emph>Straboccato, traboccato</emph> per
          traboccante, o che suol traboccare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τοιαύτην γὰρ ἡ φιλία βούλεται</foreign>
          </quote> (cioè <foreign lang="grc">πέφυκε</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic"
            >debet</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">ποιεῖν ἑνότητα καὶ σύμπηξιν</foreign>
          </quote>. (vuole, tende per sua natura a fare) <bibl>
            <author>Plutar.</author>
            <title>
              <foreign lang="grc">περὶ πολυφιλίας</foreign>
            </title>
            <title lang="lat">de amicorum multitudine</title>, p. 95</bibl>. A. <bibl>V.
              <author>Casaubon.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 7. C. 16.</bibl>
          <emph>Volere</emph> assolutamente per <emph>dovere</emph>, vedilo nelle Giunte Veronesi.
          (Recanati. 25. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Preciado</foreign> spagn. per prezioso, come noi
            <emph>pregiato. Continuato</emph> o <emph>continovato</emph> per <emph>continuo</emph>,
          e così <foreign lang="fre" rend="italic">continué</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Vittuaglia, vittuaria-vittovaglia, vettovaglia, vettuvaglia. <emph>Vettuaglia</emph>,
          Ricordano cap. 125. 133. M. Vill. ap. Crus. in Casale. <emph>Capua, Padua, Mantua</emph>,
          coi derivati <emph>Capova, Padova, Mantova</emph> ec. ec. <emph>Balduino</emph> e
            <emph>Baldovino</emph>. Menovare, cioè menuare. v. Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Auto, riceuto</emph> ec. negli antichi, come Ricordano ec. omesso il <emph>v</emph>,
          per <emph>avuto</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monte Guarchi, in Ricordano spesso, per Montevarchi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Da <emph>mutolo</emph> per <emph>muto, ammutolare, ammutolire</emph> per <emph>ammutare,
            ammutire</emph> disusati.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Nutrire</emph> per <emph>avere</emph> (io nutro speranza ec.). V. Crus. franc.
          spagn. ec. — <quote>
            <foreign lang="grc">τρέφω</foreign>
          </quote> appunto per <quote>
            <foreign lang="grc">ἔχω</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 7. c. 18. fin.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Disguizzolare. Parlottare. Borbottare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Digiuna</emph> plur. per quattro tempora. <bibl>
            <author>Dino</author> Comp. lib. 3. princip.</bibl> La Crus. ha <emph>Digiune</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Ragionato</emph> per ragionevole, <emph>ragionatamente</emph> ec. <bibl>V. Crusca.</bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Minutus</foreign>, <emph>minuto</emph> ec. da <foreign
            lang="lat" rend="italic">minuo</foreign>, per <emph>piccolo. Svagato, divagato,
            distratto</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">distrait</foreign> ec. per che suole
          essere svagato ec. <emph>Dissipito</emph> cioè <emph>non saputo</emph> per dissipiente,
          che non sa, non ha sapore. <emph>Dissapito. Dissaporito</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sfondare-sfondolare, sfondolato. Aratro arato</emph> voce antica —
          <emph>aratolo</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4144. Io credo certo ch’Epitteto (il quale viveva in Roma) alluda in questo luogo
          al costume romano di chiamar le donne <foreign lang="lat" rend="italic">dominae</foreign>,
          costume che certo ci dovette essere, e passare in consuetudine grandissima poichè nel
          nostro volgare <foreign lang="lat" rend="italic">domina</foreign> (donna) è restato
          sinonimo, anzi vicario, di <foreign lang="lat" rend="italic">mulier</foreign>. <bibl>V. il
              <author>Ducange</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Domina</foreign>, <pb
              ed="aut" n="4247"/> par. 6.</bibl> e il Forcell. che dice così chiamate le madri di
          famiglia e le mogli, e queste, cioè le maritate, sono propriamente in ital. le
          <emph>donne</emph>. Questa è però, secondo me, la vera interpretazione del luogo di
          Epitteto, cioè che le femmine, appena maritate, divengono di nome <emph>donne</emph>, che
          val <emph>padrone</emph>. Del resto noi diciamo similmente le non maritate,
          <emph>donzelle</emph>, cioè <emph>padroncine</emph>. <bibl>V. <author>Ducange</author> in
              <foreign lang="lat" rend="italic">Domicellus</foreign>, ed anche vedilo in <foreign
              lang="lat" rend="italic">Domnus</foreign>
          </bibl>. I mariti ancora si chiamavano particolarmente <foreign lang="lat" rend="italic"
            >domini</foreign>. Forcell. (Recanati. 2. Feb. Festa della Purificazione di Maria
          Vergine Santissima. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Magistrato <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Ministro, funzionario qualunq.</p>
          </note> da bene. Magistrato malvagio. Qual è il segno da riconoscerlo? Di tutte le altre
          cose non ne troverete una, dove stabilito ancora e confessato il fatto, non sieno vari e
          opposti giudizi, o interpretazioni qual buona qual sinistra. Rigoroso, severo: se tu lo
          lodi per questo capo, altri per questo medesimo lo chiamerà vendicativo, crudele, ministro
          della tirannide, esecutore di vendette e risentimenti privati sotto specie di pubblici,
          nemico dei cittadini, fanatico, persecutore, odiatore dei lumi, della libertà, del
          progresso della civilizzazione. Clemente: sarà freddo, debole, protettore dei vizi e dei
          malvagi, complice dei perturbatori della società, fautore delle male opere. Se vi sono
          partiti, ed egli ne favorisce uno, l’altro o gli altri lo condannano; se nessuno, egli è
          un insensato, un vile, almeno un furbo. Così dell’ambizione; ec. ec. Ma quanto
          all’astinenza o all’appetenza dell’altrui o del pubblico, voi non troverete due persone
          che concordato il fatto, discordino nel lodarlo o nel biasimarlo, o anche
          nell’interpretarlo. E questo è quasi il solo capo dal quale in verità suol dipendere il
          nome che uno acquista nei magistrati di uomo da bene, o di tristo. Da bene è sinonimo di
          disinteressato, malvagio di cupido; integrità di disinteresse ec. Da ciò parrebbe che gli
          uomini non fossero d’accordo se non nel concetto della roba, e che l’ufficiale pubblico
          potesse a suo modo dispor della vita, dell’onore, della libertà, di tutti gli altri beni
          dei cittadini, purchè rispettasse i danari e le possessioni. (4. Feb. Domenica. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Cano is, con-cino is</foreign> ec. — <foreign lang="lat"
            rend="italic">Vati-cinor aris</foreign>, ec. <foreign lang="lat" rend="italic"
          >buccinare</foreign> ec. V. Forc.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4248"/>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἐθέλειν</foreign>
          </quote> per <foreign lang="grc">δύνασθαι</foreign>. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 8. c. 10. sulla fine</bibl>. <bibl>
            <author>Plat.</author> ed Astii t. 4. p. 104. lin. 23. p. 200. lin. 9.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">μοχθηρος</foreign> ha diverso accento quando si scrive per
            <emph>infelice</emph> e quando per <emph>malvagio</emph>; <foreign lang="grc"
          >μόχθηρος</foreign> o <foreign lang="grc">μοχθηρὸς</foreign>; come ho notato altrove di
            <foreign lang="grc">πονηρος</foreign>. Puoi vedere <bibl>
            <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 8. c. 10. titul. et init.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Del digamma eolico <bibl>v. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 8. c. 11. due volte.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="lat" rend="italic">curtus</foreign>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">cortar</foreign>, <emph>scortare, scorciare, accorciare</emph>
          ec. aggiungi <emph>accortare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Metior iris-metor aris</foreign>. Ed anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">metio</foreign> (Lattanz. ha <foreign lang="lat" rend="italic"
            >metiebantur</foreign> passiv.) e <foreign lang="lat" rend="italic">meto</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Capperi</emph>. Origine greca di questa esclamazione. <bibl>V. <author>Menag.</author>
            <title lang="lat">ad Laert.</title> l. 7. segm. 32.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">῾Ρακεία</foreign>
          </quote>-<foreign lang="fre" rend="italic">racaille</foreign>. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 9. c. 5.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sottosopra, sossopra, sozzopra</emph> ec. — <foreign lang="grc">ἄνω κάτω</foreign>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Assegnato</emph> per <emph>parco</emph> ec. V. Crusca, e Caro. Lett. 175. vol. 1.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Certo molte cose nella natura vanno bene, cioè vanno in modo che esse cose si possono
          conservare e durare, che altrimenti non potrebbero. Ma infinite (e forse in più numero che
          quelle) vanno male, e sono combinate male, sì morali sì fisiche, con estremo incomodo
          delle creature; le quali cose di leggieri si sarebbono potute combinar bene. Pure
          perch’elle non distruggono l’ordine presente delle cose, vanno naturalmente e regolarmente
          male, e sono mali naturali e regolari. Ma noi da queste non argomentiamo già che la
          fabbrica dell’universo sia opera di causa non intelligente; benchè da quelle cose che
          vanno bene crediamo poter con certezza argomentare che l’universo sia fattura di una
          intelligenza. Noi diciamo che questi mali sono misteri; che paiono mali a noi, ma non
          sono;, benchè non ci cade in mente di dubitare che anche quei beni sieno misteri, e che ci
          paiano beni e non siano. Queste considerazioni confermano il sistema di Stratone da
          Lampsaco, spiegato da me in un’operetta a posta. (18. Febbraio. Domenica di Sessagesima.
          1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἄλλος</foreign> ridondante. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 9. c. 10. dopo il mezzo</bibl>, dove il Casaub.
          non pare avere atteso a questa proprietà del grecismo, nè compresala bene.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4184. Del resto io posso per la mia inclinazione alla monofagia, esser paragonato
          all’uccello che i greci chiamavano porfirione, se è vero quel che ne raccontano Ateneo ed
          Eliano, che quando esso mangia, abbia a male i testimoni. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. 9. c. 10. sotto il principio. V. p. 4422.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4249"/>
          <quote>
            <emph rend="sc">Giuoco di mano, giuoco di villano</emph>, <foreign lang="eng"
              rend="italic">is a very true saying, among the few true sayings of the
            Italians</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Chesterfield</author>
            <title lang="eng">Letters to his son</title>, lett. 259</bibl>. Il conte di Chesterfield
          era veramente molto pratico e della lingua, ed anche dei particolari e minuti detti usuali
          nel nostro parlar familiare. Nè io disapproverei molti de’ suoi giudizi circa la
          letteratura e le cose nostre, come p. e. quello circa il Petrarca (lett. 217.), simile al
          parer del Sismondi: <quote>
            <foreign lang="eng">
              <hi rend="sc">Petrarca</hi>
              <hi rend="italic">is, in my mind, a sing-song love-sick Poet; much admired, however,
                by the Italians: but an Italian, who should think no better of him than I do, would
                certainly say, that he deserved his</hi>
              <hi rend="sc">Laura</hi>
              <hi rend="italic">better than his</hi>
              <hi rend="sc">Lauro</hi>
            </foreign>
          </quote> (alludendo alla coronazione del Poeta in Roma); <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">and that wretched quibble would be reckoned an
              excellent piece of Italian wit</foreign>
          </quote>. Io, con licenza di Milord, non credo che sia vera quest’ultima cosa, nè che
          fosse vera al tempo suo, ma ben sono della sua opinione in quanto al Petrarca. V. p. 4263.
          Il qual giudizio troverà pochi approvatori in Italia fuori di me. Ma quello dei nostri
          detti e proverbi, è certamente falso ec. (Può servire per un articolo sopra i proverbi).
          (Recanati 27. Feb. ult. di Carnovale. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ultimatamente per ultimamente, Crusca. L’usa anco il Bembo nelle Lettere.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il Bembo fu un Cesari del 500, il Cesari è un Bembo dell’800. Simili negli effetti che
          hanno operati, e nelle circostanze dei tempi quanto alla lingua, e nei mezzi usati e nelle
          opinioni, cioè nella divozione al 300. ec. Ma similissimi anco nell’esser loro naturale
          (lasciando l’esser vicini di patria, e d’una provincia stessa). Molta lettura e studio:
          nessuno ingegno da natura; nessuna sembianza di esso, acquistata per l’arte. Mai niun
          barlume, niuna scintilla di genio, di felice vena, ne’ loro scritti. Aridità, sterilità,
          nudità e deserto universalmente. Pochi o niuno de’ nostri autori e libri che hanno avuto
          fama e che si stampano ancora, furono mai così poveri per questa parte, come il Bembo e
          gli scritti suoi. (27. Feb. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pel Manuale di filosofia pratica. Desiderio naturale, necessario, e perpetuo <pb ed="aut"
            n="4250"/> nell’uomo, di un futuro miglior del presente, per buono che il presente possa
          essere. Importanza quindi dell’avere una prospettiva e una speranza, per esser felice.
          Importanza del sapersi fare, comporre e propor da se stesso tal prospettiva. Non sempre le
          circostanze, l’età ec. permettono una prospettiva di miglioramento e di avanzamento nello
            <emph>stato</emph> ec. Oltracciò gli avanzamenti e miglioramenti grandi sono di
          difficile conseguimento, e non conseguendosi, e ingannata la speranza, restiamo turbati.
          Utilità somma del sapersi proporre di giorno in giorno un futuro facile, o anche certo, ad
          ottenere; dei beni che avvengono d’ora in ora; godimenti giornalieri, di cui non v’ha
          condizione che non sia fornita o capace: il tutto sta sapersene pascere, e formarne la
          propria espettativa, prospettiva e speranza, ora per ora: questo è ufficio di filosofo, ed
          è pratica incomparabilmente utile al viver felice. (Recanati. 1.o dì di Quaresima. 28.
          Feb. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho detto altrove che nella primavera l’uomo suole sentirsi più scontento del suo stato,
          che negli altri tempi. Così ancora nella state più che nel verno. La cagione è che allora
          l’uomo patisce meno. Però desidera più il godimento e il piacere diretto. Nella primavera
          poi tanto più sensibile è questo desiderio, quanto è più sensibile la privazione del
          patimento e dell’incomodità che reca il freddo, la qual cessa allora appunto. La
          infermità, il timore, il patimento di qualunque sorta volgono l’amor del piacere nell’amor
          del non patire, o del fuggire il pericolo. l’animo in quello stato, è meno esigente. Il
          non patire è più possibile ad ottenersi che il godere. Però nell’inverno si sente meno la
          scontentezza del proprio essere, che nella buona stagione. Nella quale l’animo ripiglia la
          sua avidità del piacere; e, come è naturale, nol ritrova mai. (Recanati 2. Marzo. 1827. I.
          Venerdì di Marzo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>A vóto</emph> per <emph>frustra</emph>. — <foreign lang="grc">εἰς κενὸν</foreign>
          <bibl>V. <author>Casaubon.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 11. c. 6. sul mezzo.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Parrebbe che tutta quella infinita cura che pose Isocrate circa la collocazione delle
          parole e la struttura della dizione, non ad altro l’avesse egli posta, <pb ed="aut"
            n="4251"/> fuorchè a proccurare la più perfetta, la più squisita, la maggior possibile,
          la più singolare chiarezza. Questa dote non si osserva negli altri autori che l’hanno, se
          non in quanto nel leggerli non si patisce, vale a dir non si sentono impedimenti e
          difficoltà. In Isocrate ella si osserva, perchè non solo non si patisce leggendolo, ma per
          essa si prova un certo piacere. Negli altri ella è qualità negativa, in questo è positiva;
          ha un certo senso, un sapore proprio. Quel piacere che dà in molti autori una temperata
          difficoltà che si prova leggendoli, e superando <emph>facilmente</emph> quella
            <emph>difficoltà</emph> ad ogni passo, quel medesimo dà nel leggere Isocrate la somma e
          straordinaria facilità. Par di sentirvi quel gusto che si prova quando in buona
          disposizione di corpo, e volontà di far moto, si cammina speditamente per una strada, non
          pur piana, ma lastricata. Io non credo che si trovi autor così chiaro e facile in alcuna
          altra lingua, come è Isocrate (e certo senza compagni) nella greca. Esso è facilissimo
          anche ai principianti in quella lingua, che è pur la più difficile (se non prevale in ciò
          la tedesca) di tutte le lingue del mondo. Tanto più mirabile in questo, quanto che si sa
          bene con quanto studio Isocrate cercasse gli altri pregi della dicitura, e soprattutto
          fuggisse il concorso delle vocali; (il che egli ha fatto effettivamente e conseguito quasi
          da per tutto ed interamente) difficoltà certo grandissima, ed inceppamento; come ognun
          vedrebbe provandovisi; il quale però non ha punto impedito quella maravigliosa facilità.
          (7. Marzo. Mercordì di quattro tempora. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Grispignolo. Lappa-lappula</emph>. lat. , <emph>lappola</emph>. ital.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Parrebbe che secondo ogni ragione, secondo l’andamento naturale dell’intelletto e del
          discorso, noi avessimo dovuto dire e tenere per indubitato, <emph>la materia può pensare,
            la materia pensa e sente</emph>. Se io non conoscessi alcun corpo elastico, forse io
          direi: la materia non può, in dispetto della sua gravità, muoversi in tale o tal <pb
            ed="aut" n="4252"/> direzione ec. Così se io non conoscessi la elettricità, la proprietà
          dell’aria di essere instrumento del suono; io direi la materia non è capace di tali e tali
          azioni e fenomeni, l’aria non può fare i tali effetti. Ma perchè io conosco dei corpi
          elastici, elettrici ec. io dico, e nessuno me lo contrasta; la materia può far questo e
          questo, è capace di tali e tali fenomeni. Io veggo dei corpi che pensano e che sentono.
          Dico dei corpi; cioè uomini ed animali; che io non veggo, non sento, non so nè posso
          sapere che sieno altro che corpi. Dunque dirò: la materia può pensare e sentire; pensa e
          sente. — Signor no; anzi voi direte: la materia non può, in nessun modo mai, nè pensare nè
          sentire. — Oh perchè? — Perchè noi non intendiamo come lo faccia. — Bellissima: intendiamo
          noi come attiri i corpi, come faccia quei mirabili effetti dell’elettricità, come l’aria
          faccia il suono? anzi intendiamo forse punto che cosa sia la forza di attrazione, di
          gravità, di elasticità; che cosa sia elettricità; che cosa sia forza della materia? E se
          non l’intendiamo, nè potremo intenderlo mai, neghiamo noi per questo che la materia non
          sia capace di queste cose, quando noi vediamo che lo è? — Provatemi che la materia possa
          pensare e sentire. — Che ho io da provarlo? Il fatto lo prova. Noi veggiamo dei corpi che
          pensano e sentono; e voi, che siete un corpo, pensate e sentite. Non ho bisogno di altre
          prove. — Quei corpi non sono essi che pensano. — E che cos’è? — È un’altra sostanza ch’è
          in loro. — Chi ve lo dice? — Nessuno: ma è necessario supporla, perchè la materia non può
          pensare. — Provatemi voi prima questo, che la materia non può pensare. — Oh la cosa è
          evidente, non ha bisogno di prove, è un assioma, si dimostra di se: la cosa si suppone, e
          si piglia per conceduta senza più.</p>
        <p>In fatti noi non possiamo giustificare altrimenti le nostre tante chimeriche opinioni,
          sistemi, ragionamenti, fabbriche in aria, sopra lo spirito e l’anima, se non riducendoci a
          questo: che la impossibilità di pensare e sentire nella materia, sia un assioma, un
          principio innato di ragione, che non ha bisogno di prove. <pb ed="aut" n="4253"/> Noi
          siamo effettivamente partiti dalla supposizione assoluta e gratuita di questa
          impossibilità per provare l’esistenza dello spirito. Sarebbe infinito il rilevare tutte le
          assurdità e i ragionamenti le contraddizioni al nostro medesimo usato metodo e andamento
          di discorrere che si sono dovuti fare per ragionare sopra questa supposta sostanza, e per
          arrivare alla conclusione della sua esistenza. Qui davvero che il povero intelletto umano
          si è portato da fanciullo quanto mai in alcuna cosa. E pur la verità gli era innanzi agli
          occhi. Il fatto gli diceva: la materia pensa e sente; perchè tu vedi al mondo cose che
          pensano e sentono, e tu non conosci cose che non sieno materia; non conosci al mondo, anzi
          per qualunque sforzo non puoi concepire, altro che materia. Ma non conoscendo il come la
          materia pensasse e sentisse, ha negato alla materia questo potere, e ha spiegato poi
          chiarissimamente e compreso benissimo il fenomeno, attribuendolo allo spirito: il che è
          una parola, senza idea possibile; o vogliam dire un’idea meramente negativa e privativa, e
          però non idea; come non è idea il niente, o un corpo che non sia largo nè profondo nè
          lungo <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <bibl>V. p. 4256. fin.</bibl>
          </note>, e simili immaginazioni della lingua piuttosto che del pensiero.</p>
        <p>Che se noi abbiamo conchiuso non poter la materia pensare e sentire, perchè le altre cose
          materiali, fuori dell’uomo e delle bestie, non pensano nè sentono (o almeno così crediamo
          noi); per simil ragione avremmo dovuto dire che gli effetti della elasticità non possono
          esser della materia, perchè solo i corpi elastici sono atti a farli, e gli altri no; e
          così discorretela. (9. Marzo. 1827. 2.o Venerdì di Marzo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il bambino, quasi appena nato, farà dei moti, per li quali si potrebbe intender benissimo
          che egli conosce l’esistenza della forza di gravità dei corpi, in conseguenza della qual
          cognizione egli agisce. Così di moltissime altre cognizioni fisiche che tutti gli uomini
          hanno, e che il bambino manifesta quasi <pb ed="aut" n="4254"/> subito. Forse che queste
          cognizioni e idee sono in lui innate? Non già: ma egli sente in se ben tosto, e nelle cose
          che lo circondano, che i corpi son gravi. Questa esperienza, in un batter d’occhio, gli dà
          l’idea della gravità, e gliene forma in testa un principio: del quale di là a pochi
          momenti gli parrebbe assurdo il dubitare, e il quale ei non si ricorda poi punto come gli
          sia nato nella testa. Il simile accade appunto nei principii e morali e intellettuali. Ma
          le idee fisiche ognun concede e afferma non essere innate: le morali, signor sì, sono.
          Buona pasqua alle signorie vostre. (9. Marzo. 1827. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pregiudicato, spregiudicato. Volgare ital.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gratito, as, avi, atum. Mutito. Mutuito. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho notato che i continuativi dai verbi della prima coniugazione si fanno in
          <emph>ito</emph>, e possono perciò essere insieme o parimente frequentativi, come <foreign
            lang="lat" rend="italic">mussito</foreign> ec. Similmente i continuativi formati da’
          verbi che hanno i supini in <emph>itum</emph> (usitati o antichi), come <foreign
            lang="lat" rend="italic">domito, agito</foreign> ec. Ma non so s’io abbia notato che dai
          verbi della quarta, supini in <emph>itum</emph>, si fanno i continuativi in
          <emph>ito</emph> (non <emph>ito</emph>), i quali perciò non si possono confondere coi
          frequentativi, malgrado la desinenza in <emph>ito</emph>. Come p. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">dormito as</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="eng">I know, by my own experience, that the more one works, the more
              willing one is to work. We are all, more or less</foreign>, <foreign lang="fre"
              rend="italic">des animaux d’habitude</foreign>. <foreign lang="eng">I remember very
              well, that when I was in business, I wrote four or five hours together every day, more
              willingly than I should now half an hour</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Chesterfield</author>, <title lang="eng">Letters to his son</title>, lett.
          318</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">I have so little to do, that I am surprised how I can find time to
              write to you so often. Do not stare at the seeming paradox; for it is an undoubted
              truth, that the less one has to do, the less time one finds to do it in. One yawns,
              one procrastinates; one can do it when one will, and therefore one seldom does it at
              all; whereas those who have a great deal of business, must (to use a vulgar
              expression) buckle to it; and then they always <pb ed="aut" n="4255"/> find time
              enough to do it in. Lett. 320. It is not without some difficulty that I snatch this
              moment of leisure from my extreme idleness, to inform you of the present lamentable
              and astonishing state of affairs here</foreign>
          </quote>. Lett. 321. (12. Marzo. 1827.). V. p. 4281.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Uomo <emph>ordinato</emph> e <emph>assegnato</emph> in ogni cosa. <bibl>
            <author>Guicciard.</author> ed. Friburgo, t. 4. p. 67.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Brevetti d’invenzione non ignoti alle antiche repubbliche. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 12. cap. 4.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀριθμὸς, ἀριθμεῖν - ἄμιθρος, ἀμιθρεῖν</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 12. c. 7.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Androcoto e Sandrocoto (nome proprio) appresso i greci. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            ibid.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">ἐπείγειν, κατεπείγειν, τὰ κατεπείγοντα</foreign> ec. per <foreign
            lang="grc">δεῖ, τὰ ἀναγκαῖα</foreign> ec. — <emph>urgentissimo</emph> per
          necessarissimo, <bibl>
            <author>Guicciard.</author> ed. Friburgo, p. 238. t. 2.</bibl>
          <bibl>V. Crus. in <emph>urgenza, urgente</emph>
          </bibl> ec. che noi usiamo realmente per <emph>necessità necessario</emph> ec. <bibl>V.
            anche <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">urgeo</foreign>
          </bibl> ec. se ha nulla, e i franc. e spagn. <bibl>V. <author>Toupio</author>
            <title lang="lat">ad Longin.</title> sect. 43. fin.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dei nostri sommi poeti, due sono stati sfortunatissimi, Dante e il Tasso. Di ambedue
          abbiamo e visitiamo i sepolcri: fuori delle patrie loro ambedue. Ma io, che ho pianto
          sopra quello del Tasso, non ho sentito alcun moto di tenerezza a quello di Dante: e così
          credo che avvenga generalmente. E nondimeno non mancava in me, nè manca negli altri,
          un’altissima stima, anzi ammirazione, verso Dante; maggiore forse (e ragionevolmente) che
          verso l’altro. Di più, le sventure di quello furono senza dubbio reali e grandi; di questo
          appena siamo certi che non fossero, almeno in gran parte, immaginarie: tanta è la
          scarsezza e l’oscurità delle notizie che abbiamo in questo particolare: tanto confuso, e
          pieno continuamente di contraddizioni, il modo di scriverne del medesimo Tasso. Ma noi
          veggiamo in Dante un uomo d’animo forte, d’animo bastante a reggere e sostenere la mala
          fortuna; oltracciò un uomo che contrasta e combatte con essa, colla necessità col fato.
          Tanto più ammirabile certo, ma tanto meno amabile e commiserabile. Nel Tasso veggiamo uno
          che è vinto dalla sua miseria, soccombente, atterrato, che ha ceduto all’avversità, che
          soffre continuamente e patisce oltre modo. Sieno ancora immaginarie <pb ed="aut" n="4256"
          /> e vane del tutto le sue calamità; la infelicità sua certamente è reale. Anzi senza
          fallo, se ben sia meno sfortunato di Dante, egli è molto più infelice. (Recanati. 14.
          Marzo. 1827.). (Si può applicare all’epopea, drammatica ec.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È molto notabile nella considerazione comparativa delle antiche e delle moderne nazioni
          civili, che quelle furono tutte quante di situazione meridionali. Dell’Italia non era ben
          civile che la parte meridionale. Del resto dell’Europa, la Grecia sola. Dell’Asia, solo il
          mezzodì, sì quello civilizzato dai greci, e sì l’India, la Persia ec. Dell’Affrica non
          parlo, la quale è meridionale tutta. Or questo doveva necessariamente produrre, e
          produsse, una grandissima differenza, sì nei costumi, nei modi del vivere, negli esercizi,
          nelle instituzioni pubbliche e private, sì nei caratteri dei popoli civili e della civiltà
          antica, dai costumi, dai caratteri, dalla civiltà moderna. Perchè, secondo quella
          verissima osservazione già fatta da altri, che la civiltà è andata sempre, e va tuttavia
          progredendo dal sud al nord, ritirandosi da quello; i popoli civili moderni sono tutti
          settentrionali, o più settentrionali che gli antichi; o certo risedendo, come è manifesto,
          la maggior civiltà moderna nel settentrione (ciò si vede anche in America), il resto dei
          popoli più o manco civili, pigliano dai settentrionali il carattere della lor civiltà. E
          in somma la civiltà antica fu una civiltà meridionale, la nostra è una civiltà
          settentrionale. Proposizione che siccome a prima vista si riconosce per verissima
          moralmente, così nè più nè meno è vera letteralmente presa, e geograficamente. Differenza
          del resto grandissima e sostanzialissima, se non principale, e includente in se tutte le
          altre. L’antichità medesima e la maggior naturalezza degli antichi, è una specie di
          meridionalità nel tempo. (14. Marzo. 1827. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4253. Appunto, se noi diciamo <emph>un corpo che non sia nè largo nè lungo nè
            profondo</emph>, noi non ci pensiamo punto di avere perciò una menoma idea, nè chiara nè
          oscura, di tal cosa. Cambiamo la parola; diciamo <emph>uno spirito</emph>; a noi par di
          avere un’idea. E pur che altro abbiamo che una parola?</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4257"/> Formica-formicola. Crusca. Segneri, Incred. senza scusa, par. 1.
          c. 5. par. 5. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Caprea-capreolus ec. Caprio cavrio (Segneri, ib. c. 13. par. 1.) — cavriuolo, capriuolo,
          capriatto ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Inviolato per inviolabile. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> Efferatus, efferato, per fiero.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Undatus — undulatus. Ondato — ondeggiato, ondare — ondeggiare, coi derivati ec. ondazione
          (Segneri ib. c. 16. par. 2.) ondulazione, undulazione (Alberti). Ondoyer, ondoyé.
          Ondulation.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Osservate in qualunque letteratura, antica o moderna, quali sieno le opere più insigni e
          più grandi, e troverete sempre che sono quelle che furono fatte in tempo che la nazione
          non aveva ancora una letteratura; quelle che furono dagli autori immaginate e composte con
          tutt’altra mira, con tutt’altro spirito (almen principale) che il desiderio di fama
          letteraria (non ancora in uso, nè desiderata), o pur di altre ricompense letterarie; il
          desiderio di fare una bella opera di letteratura, di arte di scrivere. (Recanati. 17.
          Marzo. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sugo is — sugare. Crus. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Uomo o cosa aggiustata, aggiustatamente, aggiustatezza ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Falco-faucon, falcone ec. V. spagn. Forcell. ec. Mugir meugler, meuglement; o beugler,
          beuglement. Flocon. Violette.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Uscia, plurale.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Noi diciamo <emph>rondinella</emph> (o <emph>rondinetta</emph>) per vezzo, e in verso e
          in prosa: così i nostri antichi scrittori: e val quanto <emph>rondine</emph> nè più nè
          meno. Non è ancor positivato, cioè non ha perduto il suo sentimento vezzeggiativo: ma può
          esser esempio di come l’hanno perduto gli altri diminutivi di animali e di piante, a forza
          di usarsi così semplicemente in cambio del positivo, andato a poco a poco, bene spesso, in
          disuso. (19. Marzo. Festa di S. Giuseppe. 1827.). Così pecorella ec. ec. i francesi dicono
          già <foreign lang="fre" rend="italic">hirondelle</foreign> positivo, anticamente <foreign
            lang="fre" rend="italic">aronde</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Lodasi senza fine il gran magisterio della natura, l’ordine incomparabile dell’universo.
          Non si hanno parole sufficienti a commendarlo. Or che ha egli, perch’ei possa dirsi
          lodevole? Almen tanti mali, quanti beni; almen tanto di cattivo, quanto di buono; tante
          cose che vanno male, quante che camminan bene. Dico <pb ed="aut" n="4258"/> così per non
          offender le orecchie, e non urtar troppo le opinioni: per altro, io son persuaso, e si
          potrebbe mostrare, che il male v’è di gran lunga più che il bene. Ora un tal magisterio,
          sarà poi tanto grande? un tal ordine tanto commendevole? Ma il male par male a noi, non è
          veramente. E il bene, chi ci ha detto che sia bene veramente, e non paia solo a noi? Se
          noi non possiamo giudicare dei fini, nè aver dati sufficienti per conoscere se le cose
          dell’universo sien veramente buone o cattive, se quel che ci par bene sia bene, se quel
          che male sia male; perchè vorremo noi dire che l’universo sia buono, in grazia di quello
          che ci par buono; e non piuttosto, che sia malo, in vista di quanto ci par malo, ch’è
          almeno altrettanto? Astenghiamoci dunque dal giudicare, e diciamo che questo è uno
          universo, che questo è un ordine: ma se buono o cattivo, non lo diciamo. Certo è che per
          noi, e relativamente a noi, nella più parte è cattivo; e ciascuno di noi per questo conto
          l’avria saputo far meglio, avendo la materia, l’onnipotenza in mano. Cattivo è ancora per
            <emph>tutte</emph> le altre creature, e generi e specie di creature, che noi conosciamo:
          perchè tutte si distruggono scambievolmente, tutte periscono; e, quel ch’è peggio, tutte
          deperiscono, tutte patiscono a lor modo. Se di questi mali particolari di tutti, nasca un
          bene universale, non si sa di chi (o se dal mal essere di tutte le parti, risulti il ben
          essere del tutto; il qual tutto non esiste altrimenti nè altrove che nelle parti; poichè
          la sua esistenza, altrimenti presa, è una pura idea o parola); se vi sia qualche creatura,
          o ente, o specie di enti, a cui quest’ordine sia perfettamente buono; se esso sia buono
          assolutamente e per se; e che cosa sia, e si trovi, bontà assoluta e per se; queste sono
          cose che noi non sappiamo, non possiamo sapere; che niuna di quelle che noi sappiamo, ci
          rende nè pur verisimili, non che ci autorizzi a crederle. Ammiriamo dunque quest’ordine,
          questo universo: io lo ammiro più degli altri: lo ammiro per la sua pravità e deformità,
          che a me paiono estreme. Ma per lodarlo, aspettiamo di sapere almeno, con certezza, che
          egli non sia il pessimo dei possibili. — Quel che ho detto di bontà e di cattività, dicasi
          eziandio di bellezza e bruttezza di questo ordine ec. (21. Marzo. 1827.). A <pb ed="aut"
            n="4259"/> veder se sia più il bene o il male nell’universo, guardi ciascuno la propria
          vita; se più il bello o il brutto, guardi il genere umano, guardi una moltitudine di gente
          adunata. Ognun sa e dice che i belli son rari, e che raro è il bello.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Graziato, aggraziato, disgraziato ec. per grazioso, mal grazioso ec. Purgato, épuré ec.
          per puro.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scappare-scapolare. Saltabellare. Scartabellare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">περιστερά - περιστέριον, περιστερίδιον</foreign>
          </quote>. <bibl>V. <author>Casaubon.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 14. c. 20. init.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Entro</emph> a pochi dì, per <emph>fra</emph> pochi dì. Bartoli, Missione al gran
          Mogol, ed. Roma 1714. p. 72. Così diciamo <emph>dentro il termine di tanti giorni</emph>,
          e simili.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pel manuale di filosofia pratica. A voler vivere tranquillo, bisogna essere occupato
          esteriormente. Error mio nel voler fare una vita, tutta e solamente interna, a fine e con
          isperanza di esser quieto. Quanto più io era libero da fatiche e da occupazioni
          estrinseche, da ogni cura di fuori, fino dalla necessità di parlare per chiedere il mio
          bisognevole (tanto che io passava i giorni senza profferire una sillaba) tanto meno io era
          quieto nell’animo. Ogni menomo accidente che turbasse il mio modo e metodo ordinario (e
          n’accadevano ogni giorno, perchè tali minuzie sono inevitabili) mi toglieva la quiete.
          Continui timori e sollecitudini, per queste ed altre simili baie. Continuo poi il
          travaglio della immaginazione, le previdenze spiacevoli, le fantasticherie disgustose, i
          mali immaginarii, i timori panici. Gran differenza è dalla fatica e dalla occupazione, e
          dalle cure e sollecitudini stesse, alla inquietudine. Gran differenza dalla tranquillità
          all’ozio. Le persone massimamente di una certa immaginazione, le quali essendo per essa
          molto travagliati negli affari, nella vita attiva o semplicemente sociale, e molto
          irresoluti (come nota la Staël nella Corinna a proposito Lord Nelvil); e le quali perciò
          appunto tendono all’amor del metodo, e alla fuga dell’azione e della società, e alla
          solitudine; <pb ed="aut" n="4260"/> s’ingannano in ciò grandemente. Esse hanno più che gli
          altri, per viver quiete, necessità di fuggir se stesse, e quindi bisogno sommo di
          distrazione e di occupazione esterna. Sia pur con noia. Si annoieranno per esser
          tranquille. Sia ancora con afflizioni e con angustie. Maggiori sarebbero quelle che senza
          alcun fondamento reale, fabbricherebbe loro inevitabilmente la propria immaginazione nella
          vita solitaria, interiore, metodica. Chi tende per natura all’amor del metodo, della
          solitudine, della quiete, fugga queste cose più che gli altri, o attenda più a temperarle
          co’ lor contrarii; se vuol potere veramente esser quieto. Al che lo aiuterà poi il
          giudicare e pensar filosoficamente delle cose e dei casi umani. Ma certo un uom d’affari
          (senz’ombra di filosofia) ha l’animo più tranquillo nella continua folla e nell’affanno
          delle cure e delle faccende; e un uom di mondo nel vortice e nel mar tempestoso della
          società; di quello che l’abbia un filosofo nella solitudine, nella vita uniforme, e
          nell’ozio estrinseco. (Recanati. 24. Marzo. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto più, in questo tal modo, si fuggono le sollecitudini e i dispiaceri, tanto più vi
          s’incorre: perchè mancandone le cause reali (o vogliamo dir di momento) e che
          sopravvengono di fuori, noi ce ne fingiamo e facciamo da noi medesimi e, per così dire,
          del nostro capitale proprio, assai più, ed infinite. E queste sollecitudini e questi
          dispiaceri così prodotti, non solo sono per noi di ugual momento che sarebbero i reali; ma
          si sentono, e travagliano molto più, per la mancanza di distrazioni e la monotonia della
          vita, di quel che fanno i grandissimi e sommi, nella vita agitata e attiva. Che è quanto
          dir che sono maggiori assai. E si sentono tutti, dove che nella vita attiva, moltissimi
          non si sentono, e però non sono nè pur dispiaceri. (Recanati 25. Marzo. Domenica. Festa
          dell’Annunziazione di Maria. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto, in quanto, per poichè, perocchè ec. — <foreign lang="grc">παρ' ὅσον</foreign>,
          ovvero <foreign lang="grc">ὅσον</foreign> ec. V. un <pb ed="aut" n="4261"/> esempio di
            <foreign lang="grc">παρ' ὅσον</foreign> in questo senso, usato da Ateneo, ap. <bibl>
            <author>Casaubon.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 15. c. 2. verso il fine</bibl>, e dallo
          scoliaste di Pindaro, ap. eumd. ib. c. 19. fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dimonia. Demonia. Mulina. plurali.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutti siamo naturalmente inclinati a stimar noi medesimi uguali a chi ci è superiore,
          superiori agli uguali, maggiori di ogni comparazione cogl’inferiori; in somma ad innalzare
          il merito proprio sopra quel degli altri fuor di modo e ragione. Questo è natura
          universale, e vien da una sorgente comune a tutti. Ma un’altra sorgente d’orgoglio e di
          disistima altrui, sconosciuta affatto a noi; divenuta, per l’assuefazione incominciata sin
          dall’infanzia, naturale e propria; è ai Francesi e agl’Inglesi la stima della propria
          nazione. Tant’è: il più umano e ben educato e spregiudicato francese o inglese, non può
          mai far che trovandosi con forestieri, non si creda cordialmente e sinceramente di
          trovarsi con un inferiore a se (qualunque si sieno le altre circostanze); che non
          disprezzi più o meno le altre nazioni prese in grosso; e che in qualche modo, più o meno,
          non dimostri esteriormente questa sua opinione di superiorità. Questa è una molla, una
          fonte ben distinta di orgoglio, e di stima di se, in pregiudizio o abbassamento d’altrui
          della quale niun altro fra i popoli civili, se non gli uomini delle dette nazioni, possono
          avere o formarsi una giusta idea. I Tedeschi che potrebbero con altrettanto diritto aver
          lo stesso sentimento, ne sono impediti dalla lor divisione, dal non esserci nazion
          tedesca. I Russi sentono di esser mezzo barbari; gli Svedesi, i Danesi, gli Olandesi, di
          essere troppo piccoli, e di poter poco. Gli Spagnuoli del tempo di Carlo quinto e di
          Filippo secondo, ebbero certamente questo sentimento, come veggiamo dalle storie, niente
          meno che i francesi e gl’inglesi di oggidì, e con diritto uguale; forse, senza diritto
          alcuno, l’hanno anche oggi; e così i Portoghesi: ma chi pone oggi in conto gli Spagnuoli e
          i Portoghesi, parlando di popoli civili? Gl’italiani forse l’ebbero (e par veramente di
          sì) nei secoli 15.o e 16.o e parte del precedente e del susseguente; per conto della lor
          civiltà, che essi ben conoscevano, e gli altri riconoscevano, esser superiore a quella di
          tutto il resto d’Europa. Degl’italiani d’oggi non parlo; non so ben se ve n’abbia.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4262"/> Questo sentimento della inferiorità dei forestieri, questo
          riguardarli e trattarli come d’alto in basso, è ai francesi e agl’inglesi, per
          l’abitudine, così naturalizzato e immedesimato, come è ad un uomo nato nobile e ricco, il
          parlare e trattare co’ poveri e co’ plebei, come con gente naturalmente inferiore: che
          anche l’uomo del più buon cuore del mondo, e il più filosofo, essendo nella detta
          condizione, li tratterà così, se non attenderà e non si sforzerà di proposito per fare
          altrimenti: perchè quell’opinione di sua superiorità sopra questi tali, è in lui non
          dipendente dal raziocinio, nè dalla volontà.</p>
        <p>Molto utile può essere ed è senza fallo questa opinione che hanno i francesi e gl’inglesi
          di se. Sarebbe utile anche a chi l’avesse senza ragione. La stima grande di se stesso è il
          primo fondamento sì della moralità, sì delle mire ed azioni nobili e onorate. Pure, perchè
          il conoscere in altri un’opinione della inferiorità propria, e un certo disprezzo di se in
          qualunque cosa, è sempre dispiacevole; non è dubbio che il veder questo tale orgoglio
          nazionale nei francesi e inglesi, non riesca assai dispiacevole e odioso ai forestieri. E
          perchè la civiltà e la creanza comandano, e sopra tutto, che si nasconda il sentimento
          della superiorità propria, e il disprezzo di quelli con cui trattiamo, per ragionevole e
          fondato che ei sia; pare che i francesi e gl’inglesi dovrebbero nascondere quel lor
          sentimento tra forestieri. Gl’inglesi non si piccano di buona creanza; piuttosto di non
          averla, piuttosto di mala creanza: però di loro non ci maraviglieremo. I francesi non solo
          se ne piccano, ma vogliono essere, credono essere, e certo sono, la meglio educata gente
          del mondo. Anzi in questo fondano per gran parte quella loro opinione di superiorità.
          Perciò pare strano che al più ben creato francese non riesca o non cada in mente di
          tenersi, parlando o scrivendo a forestieri, dal dar loro ad intendere in qualche modo (ma
          chiaro), che esso li tiene senza controversia per da meno di se. Molto meno poi negli
          scritti che pubblicano.</p>
        <p>Anco pare strana questa cosa, considerata la gran sensibilità e paura che hanno i
          francesi del ridicolo. Perchè se quella lor pretensione riesce ridicola a chi la stima
          giusta, e d’altronde utile e lodevole, come sono io; quanto non dovrà parere a quei che
          non pensano più che tanto, o che la stimano assolutamente vana, esagerata ec.? Il che dee
            <pb ed="aut" n="4263"/> naturalmente accadere con molti, ma con gl’inglesi accade di
          necessità. E già ogni pretension che si dimostra, ancorchè giusta, è soggetta a ridicolo,
          perchè il mostrar pretensione è ridicolo. E manco strano sarebbe che eglino non si
          guardassero co’ forestieri da questo ridicolo in casa propria; dove essi sono i più forti,
          perchè l’opinion comune è per loro, la lor superiorità è ricevuta come assioma, e
          l’uditorio è tutto dalla lor parte. Ma che non se ne guardino (come non se ne guardano
          punto) in casa dei medesimi forestieri, viaggiando tra loro, co’ loro medesimi ospiti?
          Questo veramente è strano assai ne’ francesi; ma molto più strano, che alla fin de’ fatti,
          essi viaggiano tra noi trionfalmente, dimostrandoci il lor disprezzo, mettendoci in
          ridicolo in faccia nostra propria e parlando a noi (non che tornati che sono a casa); e
          che da noi non ricevono il menomo colpo, il più piccolo spruzzo, di ridicolo nè in parole,
          quando noi trattiamo qui con loro, nè in lettere, nè in istampa. Da che vien questo? da
          bontà degl’Italiani, o da dabbenaggine, o da paura, o da che altro? (25. Marzo. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pennelleggiare. Tratteggiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4249. fin. Il medesimo Chesterfield nota più volte come pregi distintivi e dei
          principali della letteratura nostra, e come di quelli che principalmente la possono far
          degna della curiosità degli stranieri, l’aver degli eccellenti storici, e delle eccellenti
          traduzioni dal latino e dal greco, mostrando poi di aver l’occhio particolarmente a quelle
          della <title>Collana</title>. Va bene il primo capo. Il secondo non può servire ad altro
          che a mostrar l’ignoranza grande dei forestieri circa le cose nostre. Perchè se la nostra
          letteratura è povera in alcuno articolo, lo è certamente in quel delle buone traduzioni
          dal latino e dal greco. Di quelle specialmente della <title>Collana</title> non ve n’è
          appena una che si possa leggere, quanto alla lingua e allo stile, e per se; e che non dica
          poi, almeno per la metà, il rovescio di quel che volle dire e disse l’autor greco e
          latino. Tutte le letterature (eccetto forse la tedesca da poco in qua) sono povere di
          traduzioni veramente buone: ma l’italiana in questo, se non si distingue dall’altre come
          più povera, non si distingue in modo alcuno. Solamente è vero che noi cominciammo ad aver
          traduzioni dal latino e dal greco classico (non buone, ma traduzioni semplicemente), molto
            <pb ed="aut" n="4264"/> prima di tutte le altre nazioni. Il che è naturale perchè anche
          risorse prima in Italia che altrove, la letteratura classica, e lo studio del vero latino,
          e del greco. E n’avemmo anche in gran copia. E queste furono forse le cagioni che
          produssero tra gli stranieri superficialmente <quote>
            <foreign lang="eng" rend="italic">acquainted with</foreign>
          </quote> le cose nostre quella opinione, che ebbe tra gli altri il Chesterfield. Nondimeno
          in quel medesimo tempo, anzi alquanto innanzi, avveniva al Maffei in Baviera, dov’ei si
          trovava, quel ch’egli scrive nella prefazione<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Scriveva il Chester. quelle cose circa il 1750: i <title>Tradutt. ital.</title> del
              Maff. furon pubblicati del 1720.</p>
          </note> de’ suoi <title>Traduttori italiani ossia notizia de’ Volgarizzamenti d’antichi
            scrittori latini e greci, che sono in luce</title> indirizzata a una colta Signora, da
          lui frequentata colà. <quote>
            <emph>Vostro costume era d’antepor la</emph> (lingua) <emph>francese alle altre, per
              l’avvantaggio di goder per essa gli antichi autori latini e greci, della lettura de’
              quali sommamente vi compiacete, avendogli traslatati i francesi. Qui io avea bel dire,
              che questo piacere potea conseguirsi ugualmente con l’italiana, e che già fin dal
              felice secolo del 1500 la maggior parte de’ più ricercati antichi scrittori era stata
              in ottima volgar lingua presso di noi recata, che suscitandomisi contra tutti gli
              astanti, e gl’italiani prima degli altri, restava fermato, che solamente in francese
              queste traduzioni si avessero</emph>.</quote>
        </p>
        <p>Ed ecco dagli stranieri negato agl’italiani formalmente, e trasferito alla letteratura
          francese quel medesimo pregio (e circa il medesimo tempo) che altri stranieri come il
          Chesterfield attribuivano alla italiana. Nella qual prefazione il Maffei afferma <quote>
            <emph>aver gl’italiani tradotto prima, più, e meglio delle altre nazioni</emph>
          </quote>. Per provar la qual proposizione, assunse di comporre, e compose quel suo
          catalogo dei nostri volgarizzatori. E quanto a me concedo e credo vere le due prime parti
          di essa proposizione, almen relativamente al tempo in cui il Maffei la scriveva. Concederò
          anche la terza, relativamente allo stesso tempo, purchè quel <quote>
            <emph>meglio delle altre</emph>
          </quote>, non escluda il <quote>
            <emph>male</emph>
          </quote> e il <quote>
            <emph>pessimamente</emph>
          </quote> assoluto. (Recanati. 27. Marzo. 1827.). V. p. 4304. fine.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4234. V. ancora la lettera del Manfredi, nelle Considerazioni sopra la Maniera di
          ben pensare ec. dell’Orsi, Modena 1735. tom.1. p. 686. fin. e l’Orazione di Girolamo Gigli
          in lode della toscana favella, che sta colle sue Lezioni di lingua toscana, Ven. 1744. 3.a
          ediz.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4194. A questo genere appartiene, cred’io, quell’aneddoto della femmina <pb
            ed="aut" n="4265"/> spagnuola di Buenos-Ayres in America, per nome Maldonata (avrà
          voluto dir Maldonada) alimentata lungo tempo, e poi casualmente salvata da una leonessa,
          da lei già beneficata, nel secolo decimosesto. Benchè questa istorietta sia riferita
          seriamente e con belle riflessioni filosofiche dal Raynal (<bibl>
            <title lang="fre">Leçons de littérature et de morale</title>, cioè Antologia francese,
              <title lang="fre">par MM. Noël et Delaplace</title>, 4.<hi rend="apice">me</hi> édit.
            Paris 1810. tome 1. p. 16-18.</bibl>) Ma essa, <foreign lang="lat">mutatis
          mutandis</foreign>, è la stessissima che quella (ben più antichetta) dello schiavo
          fuggitivo per nome Androdo, alimentato in Numidia, e poi salvato da morte in Roma, da un
          leone, da lui beneficato. (<bibl>
            <author>Gell.</author>
            <title>N. Att.</title> l. 5. c. 14</bibl>. <bibl>
            <author>Aelian.</author>
            <title lang="lat">hist. animal.</title> l. 7. c. 48.</bibl>) Nè ardisco già dire che
          questa sia stata il primo e original tipo di questa favola. (Anzi ella mi ha sembianza di
          esser d’origine greca. Vedi altre simili storielle, appunto greche, in Plinio, l. 8. c.
          16. che sono come primi abbozzi di questa.) Dico poi <emph>favola</emph>, sì per il
          sospetto, troppo fondato, d’imitazione; e sì perchè si sa molto bene che in America non
          sono e non furono mai leoni: e però, s’io non erro, nè anche leonesse; (Recanati. 29.
          Marzo. 1827.) dico di quelle nate quivi da se, e viventi nelle foreste e nelle caverne,
          come era quella; non trasportate d’altronde, e mantenute in gabbie e in serragli.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Noi italiani siamo derisi per le nostre cerimonie e i nostri titoli (che noi abbiamo
          avuti dagli spagnuoli) specialmente dai francesi, che hanno fama d’essere in ciò i più
          disinvolti. Frattanto noi non abbiamo il costume che hanno i francesi, che il <foreign
            lang="fre" rend="italic">Monsieur</foreign> sia, per così dire, inseparabile da tutti i
          nomi di persone; che gli autori lo aggiungano al lor nome proprio nei frontespizi delle
          loro opere; che esso vi si conservi perpetuamente, o vi sia posto, anche quando gli autori
          son morti; e simili. (Recanati. 29. Marzo. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">λοφνία-λοφνὶς, λοφία</foreign>
          </quote> o <quote>
            <foreign lang="grc">λοφίη-λοφὶς</foreign>
          </quote>. <bibl>V. <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 15. c. 18</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">φρουρὰ-φρούριον. ἴχνος ἴχνιον</foreign>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἑλάνη-σελάνη</foreign>
          </quote>. <bibl>V. ibid.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Se era intenzione della natura, facendo l’uomo così debole e disarmato, che egli
          provvedendo alla vita ed al ben essere suo coll’ingegno, arrivasse allo stato di civiltà;
          perchè tante centinaia di nazioni selvagge e barbare dell’America, dell’Africa, dell’Asia
          dell’Oceanica, non vi sono arrivate ancora, non hanno fatto alcun <pb ed="aut" n="4266"/>
          passo per arrivarvi, e certo non vi arriveranno mai, nè saranno mai civili in niun modo (o
          non sarebbero mai state), se noi non ve li ridurremo (o non ve gli avessimo ridotti)? Le
          quali nazioni sono pure una buona metà, e più, del genere umano in natura. Perchè dato
          ancora che le popolazioni civili, nella somma loro, vincano di numero d’uomini la somma
          delle non civili nè state mai civilizzate, questa moltitudine di quelle è posteriore alla
          civilizzazione, ed effetto di essa: la quale favorisce la moltiplicazion della specie e
          l’aumento della popolazione. È stata dunque la natura così sciocca, e così mal
          provvidente, che ella abbia <foreign lang="eng" rend="italic">missed</foreign> il suo
          intento per più della metà? (Recanati 30. Mar. ult. Venerdì. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In qualunque cosa tu non cerchi altro che piacere, tu non lo trovi mai: tu non provi
          altro che noia, e spesso disgusto. Bisogna, per provar piacere in qualunque azione ovvero
          occupazione, cercarvi qualche altro fine che il piacere stesso. (Può servire al Manuale di
          filosofia pratica). (30. Marzo. 1827.). Così accade (fra mille esempi che se ne potrebbero
          dare) nella lettura. Chi legge un libro (sia il più piacevole e il più bello del mondo)
          non con altro fine che il diletto, vi si annoia, anzi se ne disgusta, alla seconda pagina.
          Ma un matematico trova diletto grande a leggere una dimostrazione di geometria, la qual
          certamente egli non legge per dilettarsi. V. p. 4273. E forse per questa ragione gli
          spettacoli e i divertimenti pubblici per se stessi, senza altre circostanze, sono le più
          terribilmente noiose e fastidiose cose del mondo; perchè non hanno altro fine che il
          piacere; questo solo vi si vuole, questo vi si aspetta; e una cosa da cui si aspetta e si
          esige piacere (come un debito) non ne dà quasi mai: dà anzi il contrario. Il piacere (si
          può dir con perfettissima verità) non vien mai se non inaspettato; e colà dove noi non lo
          cercavamo, non che lo sperassimo. Per questo nel bollore della gioventù, quando l’uomo si
          precipita col desiderio e colla speranza dietro al piacere, ei non prova che spaventevole
          e tormentoso disgusto e noia nelle più dilettevoli cose della vita. E non si comincia a
          provar qualche piacere nel mondo, se non sedato quell’impeto, e cominciata <pb ed="aut"
            n="4267"/> la freddezza, e ridotto l’uomo a curarsi poco e a disperare omai del piacere.
          (30. Marzo. 1827.). Simile è in ciò il piacere alla quiete, la quale quanto più si cerca e
          si desidera per se e da se sola, tanto si trova e si gode meno, come ho esposto in altro
          pensiero poco addietro. Il desiderio stesso di lei, è necessariamente esclusivo di essa,
          ed incompatibile seco lei.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4240. La sopraddetta utilità della pazienza, non si ristringe al solo dolore, ma
          si stende anche ad altre mille occasioni; come se tu hai da aspettare, da fare
          un’operazione lunga, monotona e fastidiosa; da soffrire una compagnia noiosa, mentre hai
          altro da fare; ascoltare un discorso lungo di cosa che nulla t’importa, un poeta o
          scrittore che ti reciti una sua composizione; e così discorrendo: dove l’impazienza, la
          fretta, l’ansietà di finire, l’inquietudine ti raddoppiano la molestia. In somma si stende
          a tutte le occasioni e stati dove può aver luogo quello che noi chiamiamo pazienza e
          impazienza; a tutti i dispiaceri; o sieno dolori o noie. (Recanati. 31. Marzo. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quegli tra gli stranieri che più onorano l’Italia della loro stima, che sono quei che la
          riguardano come terra classica, non considerano l’Italia presente, cioè noi italiani
          moderni e viventi, se non come tanti custodi di un museo, di un gabinetto e simili; e ci
          hanno quella stima che si suole avere a questo genere di persone; quella che noi abbiamo
          in Roma agli <emph>usufruttuarii</emph> per così dire, delle diverse antichità, luoghi,
          ruine, musei ec. (31. Marzo. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="eng"> The ancients (to say the least of them) had as much genius as we;
              they constantly applied themselves not only to that art, but to that single branch of
              an art, to which their talent was most powerfully bent; and it was the business of
              their lives to correct and finish their works for posterity. If we can pretend to have
              used the same industry, let us expect the same immortality: Though, if we took the
              same care, we should still lie under a farther misfortune: They writ in languages that
              became universal and everlasting, while ours are extremely limited both in extent and
              in duration. A mighty foundation for our pride! when the utmost we can hope, is but to
              be read in one island, and to be thrown aside at the end of an age</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Pope</author> Prefazione generale <pb ed="aut" n="4268"/> alla Collezione delle
            sue <title>Opere giovanili</title> (Collezione pubblicata nel 1717.) data <emph>Nov. 10.
              1716</emph>
          </bibl>. Pope era nato del 1688.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="eng">The muses are</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">amicae omnium horarum</foreign>; <foreign lang="eng"
              >and, like our gay acquaintance, the best company in the world, as long as one expects
              no real service from them</foreign>
          </quote>. <bibl>Ibid.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="eng"> We spend our youth in pursuit of riches or fame, in hopes to enjoy
              them when we are old; and when we are old, we find it is too late to enjoy any
            thing</foreign>
          </quote>. <bibl>Ibid.</bibl> (31. Marzo. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">φλύω-φλύζω</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Vespa</emph> — <foreign lang="fre">
            <hi rend="italic">g</hi>
            <hi rend="sc">u</hi>
            <hi rend="italic">êpe</hi>
          </foreign>, antic. <foreign lang="fre">
            <hi rend="italic">g</hi>
            <hi rend="sc">u</hi>
            <hi rend="italic">espe</hi>
          </foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Serpyllum, serpillo, serpollo-sermollino, serpolet. Tubo, tube-tuyau. Benda,
          bande-bandeau.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È notabile ancora e caratteristico delle antiche nazioni il modo come essi nominavano
          l’opposto dell’uomo di garbo, cioè il malvagio. <quote>
            <foreign lang="grc">Δειλὸς</foreign>
          </quote>
          <emph>timido, codardo</emph>, vale anche <emph>malvagio</emph> presso gli antichissimi (<bibl>
            <author>Casaub.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 15. c. 15. poco dopo il mezzo</bibl>).
          Viceversa <foreign lang="grc">κακὸς</foreign>
          <emph>malvagio</emph> è usato continuamente e con proprietà di lingua, per
          <emph>codardo</emph>, o <emph>da nulla</emph>; <foreign lang="lat" rend="italic"
          >ignavus</foreign>. Così <foreign lang="grc">ἀγαθὸς</foreign> ed <foreign lang="grc"
            >ἐσθλὸς</foreign> e simili, per <emph>valoroso, utile, prode</emph>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">strenuus</foreign>. Similmente <foreign lang="lat" rend="italic"
          >bonus</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">malus</foreign> presso i latt.
            <foreign lang="grc">Φαῦλος</foreign>
          <emph>da nulla, da poco</emph>, spesso è il medesimo che <emph>tristo, cattivo</emph>
          (come <foreign lang="fre" rend="italic">vaurien</foreign> in franc.), tanto di uomo,
          quanto di cosa. <foreign lang="grc">Χρηστὸς</foreign> è <emph>utile</emph> e
          <emph>buono</emph> (similmente <foreign lang="grc">χρηστότης</foreign>); <foreign
            lang="grc">ἄχρηστος</foreign>
          <emph>inutile</emph> e <emph>cattivo</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È osservazione antica che quanto decrescono nelle repubbliche e negli stati le virtù
          vere, tanto crescono le vantate, e le adulazioni; e similmente, che a misura che decadono
          le lettere e i buoni studi, si aumentano di magnificenza i titoli di lode che si danno
          agli scienziati e a’ letterati, o a quelli che in sì fatti tempi sono tenuti per tali. Il
          somigliante par che avvenga circa il modo della pubblicazione dei libri. Quanto lo stile
          peggiora, e divien più vile, più incolto, più <foreign lang="grc">εὐτελὴς</foreign>, di
          meno spesa; tanto cresce l’eleganza, la nitidezza, lo splendore, la magnificenza, il costo
          e vero pregio e valore delle edizioni. Guardate le stampe francesi d’oggidì, anche quelle
          delle semplici <foreign lang="fre" rend="italic">brochures</foreign> e fogli volanti ed
          efimeri. Direste che non si può dar cosa più perfetta <pb ed="aut" n="4269"/> in tal
          genere, se le stampe d’Inghilterra, quelle eziandio de’ più passeggeri <foreign lang="fre"
            rend="italic">pamphlets</foreign>, non vi mostrassero una perfezione molto maggiore.
          Guardate poi lo stile di tali opere, così stampate; il quale a prima giunta vi parrebbe
          che dovesse esser cosa di gran valore, di grande squisitezza, condotta con grand’arte e
          studio. Disgraziatamente l’arte e lo studio son cose oramai ignote e sbandite dalla
          professione di scriver libri. Lo stile non è più oggetto di pensiero alcuno. Paragonate
          ora e le stampe dei secoli passati, e gli stili di quei libri così modestamente, così
          umilmente, e spesso (vilmente, abbiettamente) poveramente impressi; colle stampe e gli
          stili moderni. Il risultato di questa comparazione sarà che gli stili antichi e le stampe
          moderne paion fatte per la posterità e per l’eternità; gli stili moderni e le stampe
          antiche, per il momento, e quasi per il bisogno.</p>
        <p>(Anche le stampe italiane d’oggi, benchè non possano sostenere il paragone delle francesi
          e inglesi, non temono pero quello di tutte l’altre, anzi sono sicure di uscirne
          vittoriose; e molte stampe italiane che oggi non paiono più che ordinarie, sarebbono
          parute splendide nel secolo passato, magnifiche e principesche nei precedenti.)</p>
        <p>Noi però abbiamo buonissima ragione di non porre più che tanto studio intorno allo stile
          dei libri, atteso la brevità della vita che essi in ogni modo (non ostante la bontà della
          stampa) sono per avere. Se mai fu chimerica la speranza dell’immortalità, essa lo è oggi
          per gli scrittori. Troppa è la copia dei libri o buoni o cattivi o mediocri che escono
          ogni giorno, e che per necessità fanno dimenticare quelli del giorno innanzi; sian pure
          eccellenti. Tutti i posti dell’immortalità in questo genere, sono già occupati. Gli
          antichi classici, voglio dire, conserveranno quella che hanno acquistata, o almeno è
          credibile che non morranno così tosto. Ma acquistarla ora, accrescere il numero
          degl’immortali; oh questo io non credo che sia più possibile. <pb ed="aut" n="4270"/> La
          sorte dei libri oggi, è come quella degl’insetti chiamati efimeri (éphémères): alcune
          specie vivono poche ore, alcune una notte, altre 3 o 4 giorni; ma sempre si tratta di
          giorni. Noi siamo veramente oggidì passeggeri e pellegrini sulla terra: veramente caduchi:
          esseri di un giorno: la mattina in fiore, la sera appassiti, o secchi: soggetti anche a
          sopravvivere alla propria fama, e più longevi che la memoria di noi. Oggi si può dire con
          verità maggiore che mai: <quote>
            <foreign lang="grc">Οἵη περ φύλλων γενεὴ, τοιήδε καὶ ἀνδρῶν</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <title>Iliad.</title> 6. v. 146.</bibl>) Perchè non ai soli letterati, ma ormai a tutte
          le professioni è fatta impossibile l’immortalità, in tanta infinita moltitudine di fatti e
          di vicende umane, dapoi che la civiltà, la vita dell’uomo civile, e la ricordanza della
          storia ha abbracciato tutta la terra. Io non dubito punto che di qua a dugent’anni non sia
          per esser più noto il nome di Achille, vincitor di Troia, che quello di Napoleone,
          vincitore e signore del mondo civile. Questo sarà uno dei molti, si perderà tra la folla;
          quello sovrasterà, per esser montato in alto assai prima; conserverà il piedestallo, il
          rialto, che ha già occupato da tanti secoli.</p>
        <p>Del resto, come la impossibilità di divenire immortali, giustifica la odierna negligenza
          dello stile nei libri; così questa negligenza dal canto suo, inabilita, e fa impossibile
          ai libri, il conseguimento della immortalità. Notabili e vere parole di Buffon (<title
            lang="fre">Discours de réception à l’Académie française</title>): <quote>
            <foreign lang="fre">Les ouvrages bien écrits seront les seuls qui passeront à la
              postérité; la quantité des connaissances, la singularité des faits, la nouveauté même
              des découvertes ne sont pas de sûrs garants de l’immortalité. Si les ouvrages qui les
              contiennent ne roulent que sur de petits objets, s’ils sont écrits sans goût, sans
              noblesse et sans génie, ils périront, parceque les connaissances, les faits et les
              découvertes s’enlèvent aisément, se transportent, et gagnent même à être mis en oeuvre
              par des mains plus habiles. Ces choses sont hors de l’homme, le style est l’homme
              même. Le style ne peut donc ni s’enlever, ni <pb ed="aut" n="4271"/> se transporter,
              ni s’altérer. S’il est élevé, noble, sublime, l’auteur sera également admiré dans tous
              les temps</foreign>
          </quote>. Al che aggiungo io, che quando anche le mani <foreign lang="fre" rend="italic"
            >qui enlèvent</foreign> i pensieri, non sieno più <foreign lang="fre" rend="italic"
            >habiles</foreign> in materia di stile, (come certo oggi e in futuro è difficile che
          sieno), nondimeno il libro <emph>perira</emph> egualmente; perchè in esso non si troverà
          nulla di più che nelle sue copie; probabilmente assai meno (dico per il fondo, non per lo
          stile); e così i libri nuovi faranno dimenticare e sparire il vecchio: appunto, se non
          altro, perchè essi nuovi, e vecchio quello: del che abbiamo l’esperienza quotidiana per
          testimonio. (Anche intorno a libri bene scritti; quando si tratta di verità e di scienze;
          come sono quelli di Galileo, che da quale scienziato sono letti oggidì?).</p>
        <p>E con questa osservazione di Buffon chiudo questo discorso non troppo lieto, e piuttosto
          malinconico che altrimenti. (Recanati 2. Aprile. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>(Similmente poi, per altra parte, la negligenza universale intorno allo stile, rende
          inutile la diligenza individuale, se alcuno sapesse e volesse usarne, intorno al medesimo.
          Perchè, in sì fatti generi, le cose quanto sono più rare, tanto meno si apprezzano. Il
          pubblico, appunto perchè in ciò negligente, ed assuefatto a trascurar tale studio, non ha
          nè gusto nè capacità nè per sentire nè per giudicare le bellezze degli stili, nè per
          esserne dilettato. Perchè certi diletti, e non sono pochi, hanno bisogno di un sensorio
          formatovi espressamente, e non innato; di una capacità di sentirli acquisita. A chi non
          l’ha, non sono diletti in niun modo. L’arte più sopraffina non sarebbe conosciuta:
          l’ottimo stile non sarebbe distinto dal pessimo. Così l’eccellenza medesima dello stile
          non sarebbe più una via all’immortalità, che senza essa, tuttavia, non si può dai libri
          conseguire.) (Recanati. 2. Aprile. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>(Molti libri oggi, anche dei beni accolti, durano meno del tempo che è bisognato a
          raccorne i materiali, a disporli e comporli, a scriverli. Se poi si volesse aver cura
          della perfezion dello stile, allora certamente la durata della vita loro non avrebbe
          neppur proporzione alcuna con quella della lor produzione; allora sarebbero più che mai
          simili <pb ed="aut" n="4272"/> agli efimeri, che vivono nello stato di <emph>larve e di
            ninfe</emph> per ispazio di un anno, alcuni di due anni, altri di tre, sempre
          affaticandosi per arrivare a quello d’<emph>insetti alati</emph>, nel quale non durano più
          di due, di tre, o di quattro giorni, secondo le specie; e alcune non più di una sola
          notte, tanto che mai non veggono il sole; altre non più di una, di due o di tre ore).
          (Encyclopéd. art. éphémères). (2. Apr. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Pavot</foreign> non sembra essere che un diminutivo
          positivato di <foreign lang="fre" rend="italic">papaver</foreign>; contratte, per corrotta
          e precipitata pronunzia, le due prime sillabe pa, in una sola.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Un uomo disarmato, alle prese con una bestia di corporatura e di forze uguale a lui, p.
          e. con un grosso cane, difficilmente resterà superiore, verisimilmente sarà vinto. Per
          vincere, gli bisogna qualche arma, che diagli una forza non naturale, e una decisa
          superiorità. La ragione è perchè il cane vi adopra e vi mette tutto se stesso, fa ancor
          più del suo potere; dove che l’uomo riserva sempre una gran parte di se medesimo fuor di
          fazione, e fa sempre meno di quello che può. Il cane non guarda a pericolo, non considera,
          non usa prudenza. L’uomo al contrario, se non è disperato affatto, stato al quale egli
          arriva difficilmente, eziandio che abbia piena ragione di disperarsi. Egli si risparmia
          sempre, perchè sempre spera; e così risparmiandosi, non ottiene quello che la speranza gli
          promette, o non fugge quello che egli sperasi di fuggire; quello che, se non lo sperasse,
          otterrebbe o fuggirebbe. E che questa sia veramente la cagion di ciò, vedetelo in un
          fanciullo: il quale assai più facilmente che un uomo riuscirà pari o superiore in una
          zuffa con un animale di forze uguali alle sue; zuffa che egli medesimo talvolta attaccherà
          volontariamente. Il fanciullo, e più il bambino, adopra tutto se stesso, come una bestia,
          o poco meno. E per questo lato io non trovo niente d’inverisimile nella favola di Ercole
          bambino, strozzatore dei due serpenti. E la crederò vera più facilmente che quella del
          medesimo Ercole adulto, sbranatore del leone nemeo, senza altre armi che le sue braccia,
          come nell’altra battaglia, cioè in quella de’ serpenti. (3. Aprile. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Fouiller</foreign> probabilmente è da <foreign
            lang="lat" rend="italic">fodere</foreign>, e quindi fratello di <foreign lang="lat"
            rend="italic">fodicare</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4273"/>
          <bibl>
            <author>Metrodoro epicureo</author> ap. <author>Ateneo</author> l. 12. p. 546. f.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ὁ κατὰ φύσιν βαδίζων λόγος</foreign>
          </quote>
          <emph>che</emph>
          <emph rend="sc">cammina, procede</emph>, <emph>secondo natura</emph>. Il qual luogo è
          spiegato dal Casaubono negli <bibl>
            <title lang="lat">Addenda Animadversionibus</title>, al capo 12.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nella version latina di quel passaggio del Riccio rapito di Pope (Canto 1.) che contiene
          la descrizione della <foreign lang="fre" rend="italic">toilette</foreign>, fatta dal D.
          Parnell (versione assai bizzarra, e che parrebbe piuttosto fatta nell’ottavo secolo che
          nel decimottavo, poichè consiste di versi dei quali ogni mezzo verso rima coll’altro
          mezzo, p. e. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Et nunc dilectum speculum, pro more retectum, Emicat
              in mensa, quae splendet pyxide densa</foreign>
          </quote>, che sono i primi), trovo questi due versi, di séguito: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Induit arma ergo Veneris pulcherrima virgo: Pulchrior
              in praesens tempus de tempore crescens</foreign>
          </quote>, dove, come si vede, <foreign lang="lat" rend="italic">ergo</foreign> fa rima con
            <foreign lang="lat" rend="italic">virgo</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic"
            >praesens</foreign> con <foreign lang="lat" rend="italic">crescens</foreign>. Che dicono
          gl’italiani di questa pronunzia? (Recanati. 5. Aprile. 1827.). V. p. 4497.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Tricae</foreign>-<foreign lang="fre" rend="italic"
            >tracasserie, tracasser, tracassier</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Aerugo</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >rubigo</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">robigo</foreign>,
            <emph>ruggine</emph>-<foreign lang="fre" rend="italic">rouille</foreign>, coi derivati.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4266. Io stesso, che pur non ho maggior piacere che il leggere, anzi non ne ho
          altri, ed in cui il piacer della lettura è tanto più grande, quanto che dalla primissima
          fanciullezza sono sempre vissuto in questa abitudine (e l’abitudine è quella che fa i
          piaceri) quando talvolta per ozio, mi son posto a leggere qualche libro per semplice
          passatempo, ed a fine solo ed espresso di trovar piacere e dilettarmi; non senza
          maraviglia e rammarico, ho trovato sempre che non solo io non provava diletto alcuno, ma
          sentiva noia e disgusto fin dalle prime pagine. E però io andava cangiando subito libri,
          senza però niun frutto; finchè disperato, lasciava la lettura, con timore che ella mi
          fosse divenuta insipida e dispiacevole per sempre, e di non aver più a trovarci diletto:
          il quale mi tornava però subito che io la ripigliava per occupazione, e per modo di
          studio, e con fin d’imparare qualche cosa, o di avanzarmi generalmente nelle cognizioni,
          senza alcuna mira particolare al diletto. Onde i libri che mi hanno dilettato meno, e che
          perciò da qualche tempo io non soglio più leggere, sono stati sempre quelli che si
          chiamano <pb ed="aut" n="4274"/> come per proprio nome, dilettevoli e di passatempo. (6.
          Aprile. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Radiatus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >radians</foreign> ec. <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pel manuale di filosofia pratica. A me è avvenuto di conservare per lo più ogni amicizia
          contratta una volta, eziandio con persone difficilissime, di cui tutti a poco andare si
          disgustavano, o che si disgustavano con tutti. E la cagion, per quello che io posso
          trovare, è che io non mi disgusto mai di un amico per sue negligenze, e per nessuna sua
          azione che mi sia o nocevole o dispiacevole; se non quando io veggo chiaramente, o posso
          con piena ragione giudicare in lui un animo e una volontà determinata di farmi dispiacere
          e offesa. Cosa che in verità è rarissima. Ma a vedere il procedere degli altri comunemente
          nelle amicizie, si direbbe che gli uomini non le contraggono se non per avere il piacere
          di romperle; e che questo è il principal fine a cui mirano nell’amicizia: tanto
          studiosamente cercano e tanto cupidamente abbracciano le occasioni di rompersi coll’amico,
          eziandio frivolissime, ed eziandio tali che essi medesimi nel fondo del loro cuore non
          possono a meno di non discolpar l’amico, e di non conoscere che quella offesa o
          dispiacere, almen secondo ogni probabilità, non venne da volontà determinata di
          offenderli. (7. Apr. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Perchè l’esistenza dell’universo fosse prova di quella di un essere infinito, creatore di
          esso, bisognerebbe provare che l’universo fosse infinito, dal che risultasse che solo una
          potenza infinita l’avesse potuto creare. La quale infinità dell’universo, nessuna cosa ce
          la può nè provare, nè darcela a congetturare probabilmente. E quando poi l’universo fosse
          infinito, la infinità sarebbe già nell’universo, non sarebbe più propria esclusivamente
          del creatore, di quell’essere unico e perfettissimo; allora bisognerebbe provare che
          l’universo non fosse quello che lo credono i panteisti e gli spinosisti, cioè dio esso
          medesimo; ovvero, che l’universo essendo infinito di estensione, non potesse anco essere
          infinito di tempo, cioè eterno, stato sempre, e sempre futuro. Nel qual caso non avremmo
          più bisogno di un altro ente infinito. Il quale sarebbe sempre ignoto e nascosto: dove che
          l’universo è palese <pb ed="aut" n="4275"/> e sensibile. (7. Apr. Sabato di Passione.
          1827. Recanati.). Chi vi ha poi detto che esser infinito sia una perfezione?</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4245. Un’altra cagione per la quale io amo la <foreign lang="grc"
          >μονοφαγία</foreign> è per non avere (come necessariamente avrei se mangiassi in
          compagnia) dintorno alla mia tavola, assistenti al mio pasto, d’<quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">importuns laquais, épiant nos discours, critiquant
              tout bas nos maintiens, comptant nos morceaux d’un oeil avide, s’amusant à nous faire
              attendre à boire, et murmurant d’un trop long dîner</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Rousseau</author>, <title>Émile</title>
          </bibl>.) Disgraziatamente non mi è mai riuscito di assuefarmi a provar piacere in
          presenza di persone che, di mia certa scienza, lo condannino, lo deridano, se ne annoino;
          non ho mai potuto comprendere come gli altri sopportino anzi si compiacciano, di siffatti
          testimonii, l’occupazione e i pensieri dei quali in quel tempo, tutti sanno essere appunto
          quelli detti di sopra. Anche gli antichi a tavola si facevano servire, ma da schiavi, cioè
          da genti che essi stimavano meno che uomini, o certo, meno uomini che essi. Però aveano
          forse ragione di non curarsi, e di non temere le loro <foreign lang="fre" rend="italic"
            >railleries</foreign> e disapprovazioni. Ma i nostri servitori sono nostri uguali. Ed è
          bene strano che noi, tanto sensibili sopra ogni menomo ridicolo, ogni menoma parola o
          pensiero che noi possiamo sapere o sospettare in altrui a nostro disfavore; non ci diamo
          cura alcuna di quelli dei servitori in quel tempo, i quali, non sospettiamo, ma sappiamo
          ben certo quali sieno intorno di noi: e che mentre non potremmo senza molestia starcene
          fermi e oziosi a sedere in un luogo dove fosse presente uno che noi sapessimo che
          attualmente si trattenesse in dir male di noi ed in ischernirci; possiamo poi, avendo
          molti dintorno di questa sorte, gustare tranquillamente, e pienamente senza disturbo
          alcuno, i piaceri della tavola. L’opinione che gli antichi avevano dei loro schiavi, li
          giustifica anche per un altro verso, cioè del loro non curarsi dell’incomodo, della noia,
          della rabbia che i loro servi dovevano necessariamente provare nel tempo, e per cagione,
          di quei loro piaceri; e che ciascun di noi proverebbe se si trovasse nel <pb ed="aut"
            n="4276"/> luogo dei nostri servi quando assistono alle nostre tavole. In vero l’umanità
          e la cordialità nostra possono essere un poco accusate, quando elle ci permettono
          abitualmente di godere in presenza di persone che il nostro godimento fa patire, e il cui
          patimento ci sta sotto gli occhi; e nondimeno godere senza il menomo disturbo. Non è molto
          umano il divertirsi in una conversazione mentre il vostro cocchiere sta esposto alla
          pioggia: ma in fine voi non lo vedete. Non è molto umano lo stornar gli occhi dai
          patimenti degli altri per non esserne afflitto o turbato, perchè quel pensiero non vi
          guasti i vostri diletti. Ma il dilettarsi tranquillamente e a tutto suo agio, finchè n’è
          capace il corpo e lo spirito, avendo, non lontane, ma presenti, non nel pensiero, ma negli
          occhi, persone uguali a noi, che manifestamente (e con tutta ragione) soffrono, e non per
          altra causa, ma pel nostro stesso godere, quanto sarà umano? Io confesso che non mi è
          riuscito mai di provar piacere in cosa che io, non dico vedessi, non sapessi, ma che pur
          sospettassi che fosse di molestia o di noia ad alcuno: perchè non mi è mai riuscito di
          potermi in quel tempo cacciar quel pensiero dalla mente. E ciò, quando anche non fosse
          ragionevole in quella tal persona il darsene quella molestia. Perciò non voglio mangiare
          in compagnia, per non aver servitori intorno: perchè appunto io voglio alla tavola provar
          piacere: e mangiando solo, non voglio averne che mi assistano. Tanto più che io per
          bisogno, e con molta ragione, voglio mangiare a grand’agio, e con lunghezza di tempo (non
          parendomi anche che il tempo sia male impiegato in questo, come par che stimino molti, che
          si affrettano d’ingoiare ogni cosa, e di levarsi su, quasi che questo momento fosse il più
          bello del desinare); la qual lunghezza, con altrettanta ragione, da chi mi servisse,
          sarebbe trovata estremamente fastidiosa e intollerabile. (7. Apr. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="eng" rend="italic">To pant</foreign> inglese — <foreign lang="fre"
            rend="italic">panteler</foreign> francese.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4277"/> Allegano in favore della immortalità dell’animo il consenso degli
          uomini. A me par di potere allegare questo medesimo consenso in contrario, e con tanto più
          di ragione, quanto che il sentimento ch’io sono per dire, è un effetto della sola natura,
          e non di opinioni e di raziocinii o di tradizioni; o vogliamo dire, è un puro sentimento e
          non è un’opinione. Se l’uomo è immortale, perchè i morti si piangono? Tutti sono spinti
          dalla natura a piangere la morte dei loro cari, e nel piangerli non hanno riguardo a se
          stessi, ma al morto; in nessun pianto ha men luogo l’egoismo che in questo. Coloro
          medesimi che dalla morte di alcuno ricevono qualche grandissimo danno, se non hanno altra
          cagione che questa di dolersi di quella morte, non piangono; se piangono, non pensano, non
          si ricordano punto di questo danno, mentre dura il lor pianto. Noi c’inteneriamo veramente
          sopra gli estinti. Noi naturalmente, e senza ragionare; avanti il ragionamento, e mal
          grado della ragione; gli stimiamo infelici, gli abbiamo per compassionevoli, tenghiamo per
          misero il loro caso, e la morte per una sciagura. Così gli antichi; presso i quali si
          teneva al tutto inumano il dir male dei morti, e l’offendere la memoria loro; e
          prescrivevano i saggi che i morti e gl’infelici non s’ingiuriassero, congiungendo i miseri
          e i morti come somiglianti: così i moderni; così tutti gli uomini: così sempre fu e sempre
          sarà. Ma perchè aver compassione ai morti, perchè stimarli infelici, se gli animi sono
          immortali? Chi piange un morto non è mosso già dal pensiero che questi si trovi in luogo e
          in istato di punizione: in tal caso non potrebbe piangerlo: l’odierebbe, perchè lo
          stimerebbe reo. Almeno quel dolore sarebbe misto di orrore e di avversione: e ciascun sa
          per esperienza che il dolor che si prova per morti, non è nè misto di orrore o avversione,
          nè proveniente da tal causa, nè di tal genere in modo alcuno. Da che vien dunque la
          compassione che abbiamo agli estinti se non dal credere, seguendo un sentimento intimo, e
          senza ragionare, che essi abbiano perduto la vita <pb ed="aut" n="4278"/> e l’essere; le
          quali cose, pur senza ragionare, e in dispetto della ragione, da noi si tengono
          naturalmente per un bene; e la qual perdita, per un male? Dunque noi non crediamo
          naturalmente all’immortalità dell’animo; anzi crediamo che i morti sieno morti veramente e
          non vivi; e che colui ch’è morto, non sia più.</p>
        <p>Ma se crediamo questo, perchè lo piangiamo? che compassione può cadere sopra uno che non
          è più? — Noi piangiamo i morti, non come morti, ma come stati vivi; piangiamo quella
          persona che fu viva, che vivendo ci fu cara, e la piangiamo perchè ha cessato di vivere,
          perchè ora non vive e non è. Ci duole, non che egli soffra ora cosa alcuna, ma che egli
          abbia sofferta quest’ultima e irreparabile disgrazia (secondo noi) di esser privato della
          vita e dell’essere. Questa disgrazia accadutagli è la causa e il soggetto della nostra
          compassione e del nostro pianto; Quanto è al presente, noi piangiamo la sua memoria, non
          lui.</p>
        <p>In verità se noi vorremo accuratamente esaminare quello che noi proviamo, quel che passa
          nell’animo nostro, in occasion della morte di qualche nostro caro; troveremo che il
          pensiero che principalmente ci commuove, è questo: egli è stato, egli non è più, io non lo
          vedrò più. E qui ricorriamo colla mente le cose, le azioni, le abitudini, che sono passate
          tra il morto e noi; e il dir tra noi stessi: queste cose sono passate; non saranno mai
          più; ci fa piangere. Nel qual pianto e nei quali pensieri, ha luogo ancora e parte non
          piccola, un ritorno sopra noi medesimi, e un sentimento della nostra caducità (non però
          egoistico), che ci attrista dolcemente e c’intenerisce. Dal qual sentimento proviene quel
          ch’io ho notato altrove; che il cuor ci si stringe ogni volta che, anche di cose o persone
          indifferentissime per noi, noi pensiamo: questa è l’ultima volta: ciò non avrà luogo mai
          più: io non lo vedrò più mai: o vero: questo è passato per sempre. V. p. 4282. Di modo che
          nel dolore che si prova per morti, il pensiero dominante e principale è, insieme colla
          rimembranza e su di essa fondato, il pensiero della caducità umana. Pensiero veramente non
          troppo simile nè analogo nè concorde a quello della nostra immortalità. <pb ed="aut"
            n="4279"/> Alla quale noi siamo così alieni dal pensar punto in cotali occasioni, che se
          noi dicessimo allora a noi stessi: io rivedrò però questo tale dopo la mia morte: io non
          sono sicuro che tutto sia finito tra noi, e di non rivederlo mai più: e se noi non
          potessimo nel nostro pianto, usare e tener fermo quel <emph>mai più</emph>; noi non
          piangeremmo mai per morti. Ma venga pure innanzi chi che si voglia e mi dica sinceramente
          se gli è mai, pur una sola volta, accaduto di sentirsi consolare da siffatto pensiero e
          dall’aspettativa di rivedere una volta il suo caro defonto: che pur ragionevolmente, poste
          le opinioni che abbiamo della immortalità dell’uomo, e dello stato suo dopo morte, sarebbe
          il primo pensiero che in tali casi ci si dovrebbe offrire alla mente. Ma in fatti, come
          dal fin qui detto apparisce, quali si sieno le nostre opinioni, la natura e il sentimento
          in simili occasioni ci portano senza nostro consenso o sconsenso a giudicare e tenere per
          dato, che il morto sia spento e passato del tutto e per sempre.</p>
        <p>Concludo che per quanto permette la infinita diversità ed assurdità dei giudizi, dei
          pregiudizi, delle opinioni, delle congetture, dei dogmi, dei sogni degli uomini intorno
          alla morte; noi possiamo trovare, massime se interroghiamo la pura e semplice natura, che
          essi in sostanza, e nel fondo del loro cuore, piuttosto consentono in credere la
          estinzione totale dell’uomo, che la immortalità dell’animo: senza che, nella detta
          diversità ed assurdità, io pretenda che tal consentimento sia di gran peso. (Recanati. 9.
          Apr. Lunedì Santo. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Embrasé</foreign> per ardente. <quote>
            <foreign lang="fre" rend="italic">Ses regards embrasés</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Barthélemy</author>, <title lang="fre">Voyage d’Anacharsis</title>
          </bibl>, dove parla di Omero. <foreign lang="fre" rend="italic">Raffiné</foreign> spesso
          per <foreign lang="lat" rend="italic">fin</foreign> semplicemente.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἄβαξ-ἀβάκιον</foreign>, <emph>abbaco</emph>. <bibl>V.
            <author>Forcell.</author>
          </bibl> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Congetture sopra una futura civilizzazione dei bruti, e massime di qualche specie, come
          delle scimmie, da operarsi dagli uomini a lungo andare, come si vede che gli uomini civili
          hanno incivilito molte nazioni o barbare o selvagge, certo non meno feroci, e forse meno
          ingegnose delle scimmie, specialmente di alcune specie di esse; e che insomma la
          civilizzazione tende naturalmente a propagarsi, <pb ed="aut" n="4280"/> e a far sempre
          nuove conquiste, e non può star ferma, nè contenersi dentro alcun termine, massime in
          quanto all’estensione, e finchè vi sieno creature civilizzabili, e associabili al gran
          corpo della civilizzazione, alla grande alleanza degli esseri intelligenti contro alla
          natura, e contro alle cose non intelligenti. Può servire per la <title>Lettera a un
            giovane del 20.<hi rend="apice">o</hi> secolo</title>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il vedersi nello specchio, ed immaginare che v’abbia un’altra creatura simile a se,
          eccita negli animali un furore, una smania, un dolore estremo. Vedilo di una scimmia nel
            <bibl>Racconto di <author>Pougens</author>, intitolato <title>Joco</title>, <title>Nuovo
              Ricoglitore</title> di Milano, Marzo 1827. p. 215-6</bibl>. Ciò accade anche nei
          nostri bambini. V. Roberti Lettera di un bambino di 16 mesi. Amor grande datoci dalla
          natura verso i nostri simili!! (Recanati. 13. Apr. Venerdì Santo. 1827.). V. p. 4419.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Badare-badigliare, sbadigliare ec.; badaluccare, badalucco ec. <bibl>V. <title>N.
              Ricoglitore</title>, loc. cit. qui sopra, p. 162-3</bibl>. Rosecchiare, rosicchiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Presso gli Spagnuoli, i quali si dicono essere quelli che nelle colonie meglio trattano
          gli schiavi, i Neri nell’isola di Cuba hanno diritto di forzar per giudizio i loro padroni
          a venderli ad altri, in caso di mali trattamenti. <bibl>V. il <title>N.
            Ricoglitore</title>, loc. cit. qui sopra, p. 175</bibl>. Così appunto gli schiavi aveano
          il diritto <foreign lang="grc">τοῦ πρᾶσιν αἰτεῖν</foreign> presso gli Ateniesi, dov’erano
          meglio trattati che in alcun’altra parte di Grecia. <bibl>V. <author>Casaubon.</author>
            <title lang="lat">ad Athenae</title>. l. 6. c. 19. init.</bibl> (Recanati. 15. Apr. dì
          di Pasqua. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dico altrove che la moderna pronunzia francese distrugge ed annulla bene spesso
          l’imitativo che aveva il suono della parola in latino, e in cui spesso consisteva tutta la
          ragione di essa parola. Il simile si dee dire di altre voci che la lingua francese ha da
          altre lingue che la latina, ovvero sue proprie ed originali. <foreign lang="fre"
            rend="italic">Miauler, miaulement</foreign> parole espressive della voce del gatto,
          nella lor forma scritta (e però primitiva) hanno una perfettissima imitazione, nella
          pronunziata che ne rimane? Ognuno che abbia udito una sola volta il verso del gatto, sa
          che esso è <emph>mià</emph> e non <emph>miò</emph>; e dirà imitativo l’italiano
            <emph>miagolare</emph> (o sia questo originato dal francese, o viceversa, o l’uno <pb
            ed="aut" n="4281"/> e l’altro nati indipendentemente dalla natura), e corrotto affatto
          il franc. <foreign lang="fre" rend="italic">miauler, miaulement</foreign> (noi diciamo
            <emph>miao</emph> o <emph>gnao</emph>, come anche <emph>gnaulare</emph>, e non già
            <emph>gnolare</emph>). Gli spagnuoli <foreign lang="spa" rend="italic">maullar</foreign>
          o <foreign lang="spa" rend="italic">mahullar, maullido, maullamiento, mau</foreign>. (16.
          Aprile. Lunedì di Pasqua. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Miauler</foreign> franc. <foreign lang="spa"
            rend="italic">maullar</foreign> o <foreign lang="spa" rend="italic">mahullar</foreign>
          spagn. — <emph>mia-g-olare</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Upupa</emph> lat. e italiano — <emph>bubbola</emph>. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Hamus</foreign>-<foreign lang="fre" rend="italic">hameau</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4255. principio. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Vir gente et fama nobilis</foreign>
          </quote>, dice il <bibl>
            <author>Reimar</author>, Praefat. <title>ad Dion.</title> par. 6</bibl>, di Giovanni
          Leunclavio, famoso erudito tedesco del secolo 16.<hi rend="apice">o</hi>, <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">quem merito admiratur Marquardus Freherus in epistola
              dedicatoria ad Leunclavii Jus Graeco-Romanum quod inter varias peregrinationes, in
              multis principum aulis, legationibus et negotiis occupatus, tot ac tanta opera summa
              accuratione ediderit, quot et quanta quis otiosus et huic uni rei operatus vix
              proferret in lucem</foreign>
          </quote>. Le soprascritte osservazioni del Chesterfield spiegano questo fenomeno, ripetuto
          del resto assai spesso; e notato colla stessa ammirazione da molti, in molti e molti
          altri; e certamente non raro. Esse spiegano il simile e maggior fenomeno di Cicerone tra
          gli antichi, di Federico di Prussia tra i moderni, e di tanti altri tali. A segno che sarà
          forse più difficile il trovare un letterato, altronde ozioso e disoccupato, che abbia
          molto scritto e con accuratezza grande, di quello che un letterato che, occupato
          d’altronde, abbia prodotto molte e studiate opere. Certo di questi non è difficile a
          trovarne, e ciò conferma le osservazioni del Chesterfield; secondo le quali, le stesse
          occupazioni di siffatti uomini, debbono servire a render ragione della moltitudine e
          dell’accuratezza dei loro lavori, e a scemarne la meraviglia, mostrandole occasionate da
          un abito di attività prodotto o sostenuto da esse occupazioni; attività tanto maggiore e
          più viva ed acuta, quanto la copia e la folla e l’assiduità di esse occupazioni era più
          grande. (Recanati. 17. Aprile. Martedì di Pasqua. 1827.). Esempio mio, <pb ed="aut"
            n="4282"/> per lo più ozioso, ed inclinato all’inerzia, o per natura o per abito; pure
          in mezzo a questa inazione profonda, un giorno che io abbia occasione di adoperarmi, e
          molte cose da fare, non solo trovo tempo da sbrigar tutto, ma me ne avanza, e in
          quell’avanzo, io provo (e m’è avvenuto più volte) un vero bisogno, una smania, di far
          qualche cosa, un orrore del non far nulla, che mi pare incomportabile, come se io non
          fossi avvezzo a passar le ore, e per così dire i mesi, nella mia stanza colle braccia in
          croce. (Recanati. 17. Apr. Martedì di Pasqua. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Uomo, viso, contegno, stile (ec.) <emph>sostenuto</emph>. Volg. ital. Onde è
            <emph>sostenutezza</emph>, usato dal Salvini, e registrato dalla Crusca.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Consummatus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">summus</foreign>. <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Anche i francesi nel dir familiare usano <foreign lang="fre" rend="italic"
          >autre</foreign> per <foreign lang="fre" rend="italic">aucun</foreign>, o ridondante. Così
            <foreign lang="fre" rend="italic">sans autre examen</foreign> senz’altro esame, per
            <foreign lang="fre" rend="italic">sans aucun examen</foreign>, in certi versi del
          modernissimo Andrieux, appresso <bibl>
            <author>MM. Noël e Delaplace</author>, <title lang="fre">Leçons de littérature et de
              morale</title>, 4.<hi rend="apice">me</hi> édit. Paris 1810. tome 2. p. 58</bibl>.
          Così ancora <foreign lang="fre" rend="italic">autrement</foreign> per <foreign lang="fre"
            rend="italic">guère</foreign>, o ridondante, pure nello stil familiare. <bibl>v.
              <author>Alberti</author>
          </bibl>, e Richelet, Dizz. (Recanati. 18. Apr. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Homme, esprit, dissipé. Disapplicato.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἐν τούτῳ</foreign> (cioè <emph>in questa, in questo, in questo
          mezzo</emph>). <bibl>
            <author>Dione Cass.</author> ed. Reimar, p. 65. lin. 98. p. 192. lin. 5.</bibl>
          (Recanati. 20. Apr. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nae-v-us — Ne-o. V. franc. spagn. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre">Amouracher, s’amouracher. Flamboyer</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Culter, cultrum-cultellus, coltello, couteau ec. ec. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> , gli Spagnuoli ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4278. Il qual dolore si prova anche lasciando uno stato penoso, e il fine del
          quale sia stato da noi desideratissimo, e ci sia attualmente oltremodo caro. Il carcerato
          posto in libertà, piangerà nell’uscir della sua prigione, non per altro che pensando alla
          fine del suo stato passato: Filottete, partendo per l’assedio di Troia, dà un addio
          doloroso all’isola disabitata e all’antro de’ suoi patimenti.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’estate, oltrechè liberandoci dai patimenti, produce in noi il desiderio de’ piaceri,
            <pb ed="aut" n="4283"/> ci dà anche una confidenza di noi stessi, e un coraggio, che
          nascono dalla facilità e libertà di agire che noi proviamo allora per la benignità
          dell’aria. Dalla qual sicurezza d’animo, e fiducia di se, nasce, come sempre, della
          magnanimità, della inclinazione a compatire, a soccorrere, a beneficare; siccome dalla
          diffidenza che produce il freddo, nasce l’egoismo, l’indifferenza per gli altri ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4245. Aggiungi a queste cose la voluttà (ben conosciuta e notata dagli antichi)
          del piangere, del gemere, dello stridere, dell’ululare nelle disgrazie; della quale noi
          siamo privati. (Recanati. Domenica in Albis. 22. Aprile. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il primo fondamento del sacrificarsi o adoperarsi per gli altri, è la stima di se
          medesimo e l’aversi in pregio; siccome il primo fondamento dell’interessarsi per altrui, è
          l’aver buona speranza per se medesimo. (Firenze. 1. Luglio. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Anticipare, posticipare, participare</emph> ec. da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >capere</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Summittere</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
            >submittere</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">sursum mittere</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">de subtus mittere. Subiectare</foreign>, simile.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Bucherare. Spicciolato</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fra giorno</emph>, cioè <emph>di giorno, nel giorno, dentro giorno</emph>, dentro il
          corso del giorno.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Innumerato</emph> per innumerabile. Palmieri (scrittore del sec. 15.), Della vita
          civile. V. Crus. Forcell. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che la vita nostra, per sentimento di ciascuno, sia composta di più assai dolore che
          piacere, male che bene, si dimostra per questa esperienza. Io ho dimandato a parecchi se
          sarebbero stati contenti di tornare a rifare la vita passata, con patto di rifarla nè più
          nè meno quale la prima volta. L’ho dimandato anco sovente a me stesso. <pb ed="aut"
            n="4284"/> Quanto al tornare indietro a vivere, ed io e tutti gli altri sarebbero stati
          contentissimi; ma con questo patto, nessuno; e piuttosto che accettarlo, tutti (e così, io
          a me stesso) mi hanno risposto che avrebbero rinunziato a quel ritorno alla prima età, che
          per se medesimo, sarebbe pur tanto gradito a tutti gli uomini. Per tornare alla
          fanciullezza, avrebbero voluto rimettersi ciecamente alla fortuna circa la lor vita da
          rifarsi, e ignorarne il modo, come s’ignora quel della vita che ci resta da fare. Che vuol
          dir questo? Vuol dire che nella vita che abbiamo sperimentata e che conosciamo con
          certezza, tutti abbiam provato più male che bene; e che se noi ci contentiamo, ed anche
          desideriamo di vivere ancora, ciò non è che per l’ignoranza del futuro, e per una
          illusione della speranza, senza la quale illusione e ignoranza non vorremmo più vivere,
          come noi non vorremmo rivivere nel modo che siamo vissuti. (Firenze. 1. Luglio. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È ben trista quella età nella quale l’uomo sente di non ispirar più nulla. Il gran
          desiderio dell’uomo, il gran mobile de’ suoi atti, delle sue parole, de’ suoi sguardi, de’
          suoi contegni fino alla vecchiezza, è il desiderio d’inspirare, di communicar qualche cosa
          di se agli spettatori o uditori. (Firenze. 1. Luglio. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Una delle cause della imperfezione e confusione delle ortografie moderne, si è che esse
          si sono quasi interamente ristrette all’alfabeto latino, avendo esse molto più suoni,
          massime vocali, che non ha quell’alfabeto. Ciò si vede specialmente nell’inglese, dove per
          conseguenza uno stesso segno vocale deve esprimere ora uno ora un altro suono, senza
          regola fissa, e servire a più suoni. I caratteri dell’alfabeto latino non bastano a molte
          lingue moderne. E generalmente si vede che le ortografie sono tanto più imperfette, quanto
          le lingue sono più <pb ed="aut" n="4285"/> distanti per origine e per proprietà dal
          latino, sulla ortografia del quale tutte, malgrado di ogni repugnanza, furono
          architettate.</p>
        <p>Le contrazioni greche (sì quelle in uso ne’ vari dialetti, e sì quelle attiche, e passate
          nel greco comune) non sono che modi di pronunziare certi dittonghi o trittonghi ec.: come
          appunto in francese <emph>au, ai</emph> ec. che si pronunziano <emph>o, e</emph> ec.; in
          inglese <emph>ea, ee</emph> ec. che si pronunziano <emph>i, e</emph> ec. ec. Così in greco
            <foreign lang="grc">εα</foreign> si contrae, cioè si pronunzia <foreign lang="grc"
          >η</foreign>; <foreign lang="grc">εο</foreign> si pronunzia <foreign lang="grc">ου;; οο,
            ου;; αει, ᾳ;; εω, ω</foreign> ec. ec. Ma non per questo i greci pronunziando (cioè
          contraendo) <foreign lang="grc">η</foreign> scrivevano <foreign lang="grc">εα</foreign>
          ec., benchè questa seconda fosse la pronunzia e la scrittura regolare; ma scrivevano
            <foreign lang="grc">η</foreign> come pronunziavano. E non solo il greco comune, ma
          ciascun dialetto con tutte le irregolarità e idiotismi di pronunzia, si scriveva come si
          pronunziava. Perchè in francese, in inglese ec. (i quali anticamente e regolarmente
          pronunziarono certo <emph>au, ai, ea, ee</emph> ec. come ora scrivono) non si scrivono i
          dittonghi ec. come si pronunziano? (Firenze. 1. luglio. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Successus</foreign> particip. da <foreign lang="lat"
            rend="italic">succedo</foreign>. <bibl>V. <author>Cic.</author>
            <title>Ep. ad. fam.</title> l. 16. ep. 21.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Avvengachè tra gli scrittori che io ho visti, non si trovi in maniera alcuna chi
              <emph>altrimenti</emph> (ridondante) costui si fosse</quote>. <bibl>
            <author>Giambullari</author>, <title>Istoria dell’Europa</title>, lib.7. principio,
            Pisa, Capurro. 1822. t. 2. p. 173.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Sull’orlo d’un laghetto, ch’era vicino a certe balze sopra le coste di Agnano,
            stavano una testuggine, e due <emph>altri</emph> uccelli pur d’acqua</quote>. <bibl>
            <author>Firenzuola</author>, <title>Discorsi degli animali</title>
          </bibl>. (Firenze. 1. Luglio. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’amore e la stima che un letterato porta alla letteratura, o uno scienziato alla sua
          scienza, sono il più delle volte in ragione inversa dell’amore e della stima che il
          letterato o lo scienziato porta a se stesso. (Firenze. 5. Luglio. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4286"/> Alla p. 4245. Di tal genere è ancora quella tanta ospitalità
          esercitata dagli antichi con tanto scrupolo, e protetta da tanto severe leggi, opinioni
          religiose ec. quei diritti d’ospizio ec. affinità d’ospizio ec. Ben diversi in ciò dai
          moderni. (5. Luglio. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Cuna, cunula, culla.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Favonius-Faunus. <bibl>V. <title lang="eng">The Monthly Repertory of english
            literature</title>, Paris, N. 51. June 1811. vol. 13. p. 331.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Vino. Il piacer del vino è misto di corporale e di spirituale. Non è corporale
          semplicemente. Anzi consiste principalmente nello spirito ec. ec. (Firenze. 17. Luglio.
          1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Uno che costretto dai debiti, aveva venduto per cinquantamila scudi il suo patrimonio,
          non volendo dire di aver venduto, diceva (e certo con altrettanta verità) di aver
          comperato cinquantamila scudi. (Firenze. 19. Luglio. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Memorie della mia vita. Cangiando spesse volte il luogo della mia dimora, e fermandomi
          dove più dove meno o mesi o anni, m’avvidi che io non mi trovava mai contento, mai nel mio
          centro, mai naturalizzato in luogo alcuno, comunque per altro ottimo, finattantochè io non
          aveva delle rimembranze da attaccare a quel tal luogo, alle stanze dove io dimorava, alle
          vie, alle case che io frequentava; le quali rimembranze non consistevano in altro che in
          poter dire: qui fui tanto tempo fa; qui, tanti mesi sono, feci, vidi, udii la tal cosa;
          cosa che del resto non sarà stata di alcun momento; ma la ricordanza, il potermene
          ricordare, me la rendeva importante e dolce. Ed è manifesto che questa facoltà e copia di
          ricordanze annesse ai luoghi abitati da me, io non poteva averla se non con successo di
          tempo, e col tempo non mi poteva mancare. Però io era sempre tristo in qualunque luogo nei
          primi mesi, e coll’andar del tempo mi trovava <pb ed="aut" n="4287"/> sempre divenuto
          contento ed affezionato a qualunque luogo. (Firenze. 23. Luglio. 1827.). Colla
          rimembranza, egli mi diveniva quasi il luogo natio.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Veramente e perfettamente compassionevoli, non si possono trovare fra gli uomini. I
          giovani vi sarebbero più atti che gli altri, quando sono nel fior dell’età, quando ride
          loro ogni cosa, quando non soffrono nulla, perchè se anche hanno materia di sofferire, non
          la sentono. Ma i giovani non hanno patito nulla, non hanno idea sufficiente delle
          infelicità umane, le considerano quasi come illusioni, o certo come accidenti d’un altro
          mondo, perchè essi non hanno negli occhi che felicità. Chi patisce non è atto a compatire.
          Perfettamente atto non vi potrebbe essere altri che chi avesse patito, non patisse nulla,
          e fosse pienamente fornito del vigor corporale, e delle facoltà estrinseche. Ma non v’ha
          che il giovane (il quale non ha patito) che sia così pieno di facoltà, e che non patisca
          nulla. Se altro non fosse, lo stesso declinar della gioventù, è una sventura per ciascun
          uomo, la quale tanto più si sente, quanto uno è d’altronde meno sventurato. Passati i
          venticinque anni, ogni uomo è conscio a se stesso di una sventura amarissima: della
          decadenza del suo corpo, dell’appassimento del fiore de’ giorni suoi, della fuga e della
          perdita irrecuperabile della sua cara gioventù. (Firenze. 23. Lugl. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Vagheggiare</emph>, bellissimo verbo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Naufragato</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">naufragé</foreign> ec. per che
          ha naufragato. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> ec. <emph>Scappato</emph> si dice volgarmente, anche in Toscana, di un giovane
          licenzioso ec. Osé.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Rempli</foreign> per <foreign lang="fre" rend="italic"
            >plein</foreign>. <foreign lang="fre" rend="italic">Foncé</foreign> per <foreign
            lang="fre" rend="italic">profond</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Béqueter</foreign>. <emph>Nutrire</emph>,
            <emph>nodrire-nutricare nodricare</emph>. V. Forc. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >Frigere</foreign>-<foreign lang="fre" rend="italic">fricasser</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Fra, infra, tra, intra tanto</emph>; <foreign lang="spa" rend="italic">entre
          tanto</foreign>, per <emph>in tanto</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">en
          tanto</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Embraser</foreign> co’ derivati. Aggiungasi al detto
          altrove, che le lettere <emph>br</emph> sogliono entrare nella composizione di voci
          dinotanti arsione ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4288"/> Come <foreign lang="lat" rend="italic">ignotus</foreign>, o
            <foreign lang="lat" rend="italic">notus</foreign> per conoscente, così viceversa
            <emph>conoscente</emph> spesso per conosciuto; come: <emph>il dolor della morte degli
            amici e de’ conoscenti</emph> ec. ec. (Firenze. 17. Sett. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La materia pensante si considera come un paradosso. Si parte dalla persuasione della sua
          impossibilità, e per questo molti grandi spiriti, come Bayle, nella considerazione di
          questo problema, non hanno saputo determinar la loro mente a quello che si chiama, e che
          per lo innanzi era lor sempre paruto, un’assurdità enorme. Diversamente andrebbe la cosa,
          se il filosofo considerasse come un paradosso, che la materia non pensi; se partisse dal
          principio, che il negare alla materia la facoltà di pensare, è una sottigliezza della
          filosofia. Or così appunto dovrebbe esser disposto l’animo degli uomini verso questo
          problema. Che la materia pensi, è un fatto. Un fatto, perchè noi pensiamo; e noi non
          sappiamo, non conosciamo di essere, non possiamo conoscere, concepire, altro che materia.
          Un fatto perchè noi veggiamo che le modificazioni del pensiero dipendono totalmente dalle
          sensazioni, dallo stato del nostro fisico; che l’animo nostro corrisponde in tutto alle
          varietà ed alle variazioni del nostro corpo. Un fatto, perchè noi sentiamo corporalmente
          il pensiero: ciascun di noi sente che il pensiero non è nel suo braccio, nella sua gamba;
          sente che egli pensa con una parte materiale di se, cioè col suo cervello, come egli sente
          di vedere co’ suoi occhi, di toccare colle sue mani. Se la questione dunque si
          riguardasse, come si dovrebbe, da questo lato; cioè che chi nega il pensiero alla materia
          nega un fatto, contrasta all’evidenza, sostiene per lo meno uno stravagante paradosso; che
          chi crede la materia pensante, non solo non avanza nulla di strano, di ricercato, di
          recondito, ma avanza una cosa ovvia, avanza quello che è dettato dalla natura, la
          proposizione più naturale e più ovvia che possa esservi in questa materia; forse le
          conclusioni degli uomini su tal punto sarebbero diverse da quel che sono, e i profondi
          filosofi <pb ed="aut" n="4289"/> spiritualisti di questo e de’ passati tempi, avrebbero
          ritrovato e ritroverebbero assai minor difficoltà ed assurdità nel materialismo. (Firenze.
          18. Sett. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ci resta ancora molto a ricuperare della civiltà antica, dico di quella de’ greci e de’
          romani. Vedesi appunto da quel tanto d’instituzioni e di usi antichi che recentissimamente
          si son rinnovati: le scuole e l’uso della ginnastica, l’uso dei bagni e simili. Nella
          educazione fisica della gioventù e puerizia, nella dieta corporale della virilità e d’ogni
          età dell’uomo, in ogni parte dell’igiene pratica, in tutto il fisico della civiltà, v. p.
          4291. gli antichi ci sono ancora d’assai superiori: parte, se io non m’inganno, non
          piccola e non di poco momento. La tendenza di questi ultimi anni, più decisa che mai, al
          miglioramento sociale, ha cagionato e cagiona il rinnovamento di moltissime cose antiche,
          sì fisiche, sì politiche e morali, abbandonate e dimenticate per la barbarie, da cui non
          siamo ancora del tutto risorti. Il presente progresso della civiltà, è ancora un
          risorgimento; consiste ancora, in gran parte, in ricuperare il perduto. (18. Sett. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Addolcendosi i costumi, diffondendosi le cognizioni e la coltura delle maniere nelle
          classi inferiori, avanzandosi la civiltà, veggiamo che i grandi delitti o spariscono, o si
          fanno più rari. Se mancati i grandi delitti e i grandi vizi, potranno aver luogo le grandi
          virtù, le grandi azioni, questo è un problema, che l’effetto e l’esperienza della
          civilizzazion presente deciderà per la prima volta. — Parlando con un famoso ed eloquente
          avvocato napoletano, il Baron Poerio, che ha avuto a trattare un gran numero di cause
          criminali nella capitale e nelle provincie del Regno di Napoli, ho dovuto ammirare in quel
          popolo semibarbaro o semicivile piuttosto, una quantità di delitti atroci che vincono
          l’immaginazione, una quantità di azioni eroiche di virtù (spesso occasionate da quei
          medesimi delitti), che esaltano l’anima la più fredda (come è la mia). Certo niente o ben
          poco di simile nelle parti men barbare dell’Italia, e <pb ed="aut" n="4290"/> nel resto
          d’Europa, nè per l’una nè per l’altra parte. (Firenze. 18. Sett. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">C’est en conséquence de ces cruelles opinions, que l’on a vu
              enseigner publiquement, à la honte du Christianisme, <hi rend="italic">que l’on ne
                devoit pas garder la foi aux hérétiques</hi>; sentiment que Clément VIII, qui
              d’ailleurs étoit assez honnête homme pour un Pape, approuvoit, ainsi que s’en plaint
              amèrement le Cardinal d’Ossat. L’inhumaine décision du concile de Constance, sur le
              mépris des saufs-conduits, est aussi le fruit de cette pernicieuse doctrine</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <title lang="fre">Hist. du concile de Constance</title>, préface de Lenfant. P.
          47.</bibl>) <bibl>
            <title lang="fre">Examen critique des Apologistes de la religion chrétienne</title>, par
              <author>M. Fréret</author>, chap. 10. édit. de 1766. p. 188-9</bibl>. (Firenze, 19.
          Sett. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Io non credo vero quel che dicono i critici che gli antichi, p. e. Ebrei, Greci, Latini
          Orientali ec. non avessero nelle loro lingue il suono del <emph>v</emph> consonante, ma
          solo l’<emph>u</emph> vocale. Credo che il <emph>vau</emph> dell’alfabeto ebraico non sia
          veramente altro che un <emph>uau</emph> o <emph>u</emph>, credo che gli antichi latini non
          avessero segno nel loro alfabeto per esprimere il <emph>v</emph> consonante, e che il V
          non fosse in origine che un <emph>u</emph>; ma con ciò non si prova altro se non che gli
          antichi non ebbero il <emph>v</emph> nel loro alfabeto, il che non prova che non
          l’avessero nella lingua. Considerato come un’aspirazione (non altrimenti che
          l’<emph>f</emph>, il quale ancor manca negli antichi alfabeti, giacchè il <emph>fe</emph>
          ebraico fu anticamente <emph>pe</emph>, e il <foreign lang="grc">φ</foreign> greco è una
          lettera aggiunta all’alfabeto antico, e considerata come doppia o composta, cioè di
            <foreign lang="grc">π </foreign> e di H, ossia come un <foreign lang="grc">π</foreign>
          aspirato), esso <emph>v</emph>, per l’imperfezione degli antichi alfabeti, mancò di segno
          proprio, giacchè non si ebbe bastante sottigliezza per separarlo dalle lettere su cui esso
          cadeva, per avvedersi che esso era un suono per se, un elemento della favella. Perciò da
            <pb ed="aut" n="4291"/> principio esso non fu scritto in niun modo, come nel lat.
            <foreign lang="lat" rend="italic">amai</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >amavi</foreign>; poi scritto come aspirazione, digamma ec. p. e. <foreign lang="lat"
            rend="italic">amaFi</foreign> ec.; finalmente, sempre privo di segno proprio, esso fu
          scritto con quel medesimo segno che serviva all’<emph>u</emph>, ond’è avvenuto che nel
          latino maiuscolo il V sia ora vocale ora consonante, e così l’<emph>u</emph> nel latino
          minuscolo, la qual confusione dura ancora, non ostante che i moderni abbiano fatto di
            quest’<emph>u</emph> due caratteri, <emph>u</emph> e <emph>v</emph>; giacchè si vede,
          ciò non ostante, nei dizionari l’<emph>u</emph> e il <emph>v</emph> considerarsi come un
          solo elemento diversamente modificato, ed abbiamo e impariamo fin da fanciulli la
          irragionevole distinzione tra <emph>u</emph> vocale e <emph>u</emph> consonante,
          distinzione che non ha ragione alcuna naturale, ma solo storica ec. ec. Il simile dirò
            dell’<emph>f</emph> ec. ec. (20. Sett. 1827. Firenze.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4289 — nella civiltà insomma del corpo, per dir così, o vogliamo dire, che spetta
          al perfezionamento o alla perfezione del corpo, —</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dice la Staël che la lingua tedesca è una scienza, e lo stesso si può, e con più ragione
          ancora, dir della greca. Quindi è accaduto che siccome le scienze si perfezionano, e i
          moderni sono in esse superiori agli antichi, per le più numerose e accurate osservazioni,
          così e per lo stesso mezzo la notizia del greco, dal rinascimento degli studi, si è
          accresciuta e si accresce tuttavia, e che i moderni sono in essa d’assai superiori a
          quelli del 5 o del 4 cento, e forse in alcune parti (come in quella delle etimologie,
          parte così favolosamente trattata da Platone), agli stessi greci antichi; anzi, che gli
          scolari di greco oggidì, ne sappiano più de’ maestri de’ passati tempi. E come le scienze
          non hanno limiti conosciuti nè forse arrivabili, e nessuno si può vantare di possederle
          intere; così appunto accade della lingua greca, la cognizione della quale sempre si
          estende, nè si può conoscere se e quando arriverà al <foreign lang="lat" rend="italic">non
            plus ultra</foreign>, nè <pb ed="aut" n="4292"/> basta l’avere spesa tutta la vita in
          questo studio, per potersi vantare di essere un grecista perfetto. (Firenze. 20. Sett.
          1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il credere l’universo infinito, è un’illusione ottica: almeno tale è il mio parere. Non
          dico che possa dimostrarsi rigorosamente in metafisica, o che si abbiano prove di fatto,
          che egli non sia infinito; ma prescindendo dagli argomenti metafisici, io credo che
          l’analogia materialmente faccia molto verisimile che la infinità dell’universo non sia che
          illusione naturale della fantasia. Quando io guardo il cielo, mi diceva uno, e penso che
          al di là di que’ corpi ch’io veggo, ve ne sono altri ed altri, il mio pensiero non trova
          limiti, e la probabilità mi conduce a credere che sempre vi sieno altri corpi più al di
          là, ed altri più al di là. Lo stesso, dico io, accade al fanciullo, o all’ignorante, che
          guarda intorno da un’alta torre o montagna, o che si trova in alto mare. Vede un
          orizzonte, ma sa che al di là v’è ancor terra o acqua, ed altra più al di là, e poi altra;
          e conchiude, o conchiuderebbe volentieri, che la terra o il mare fosse infinito. Ma come
          poi si è trovato per esperienza che il globo terracqueo, il qual pare infinito, e
          certamente per lungo tempo fu tenuto tale, ha pure i suoi limiti, così, secondo ogni
          analogia, si dee credere che la mole intera dell’universo, l’<foreign lang="fre"
            rend="italic">assemblage</foreign> di tutti i globi, il qual ci pare infinito per la
          stessa causa, cioè perchè non ne vediamo i confini e perchè siam lontanissimi dal vederli;
          ma la cui vastità del resto non è assoluta ma relativa; abbia in effetto i suoi termini. —
          Il fanciullo e il selvaggio giurerebbero, i primitivi avriano giurato, che la terra, che
          il mare non hanno confini; e si sarebbono ingannati: essi credevano ancora, e credono, che
          le stelle che noi veggiamo non si potessero contare, cioè fossero infinite di numero. (20.
          Sett. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4293"/> L’estrema imperfezione dell’ortografia francese è confessata in
          modo <foreign lang="fre" rend="italic">très-éclatant</foreign> dagli stessi francesi con
          que’ loro dizionari che contengono <foreign lang="fre" rend="italic">la prononciation
            figurée</foreign>, cioè rappresentata in modo più conforme all’alfabeto ed alla ragion
          naturale. Che si dee pensare della scrittura di una nazione, la quale scrittura ha bisogno
          di essere scritta in un altro modo, di essere rappresentata con un’altra scrittura, e ciò
          alla stessa nazione, acciò che questa intenda ciò che quella significa? giacchè
          l’intendere come essa vada pronunziata, non è altro che intendere il suo valore. (Firenze.
          21. Sett. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Se fosse possibile che io m’innamorassi, ciò potrebbe accadere piuttosto con una
          straniera che con un’italiana. Quel tanto o di nuovo o d’ignoto che v’ha ne’ costumi, nel
          modo di pensare, nelle inclinazioni, nei gusti, nelle maniere esteriori, nella lingua di
          una straniera, è molto a proposito per far nascere o per mantenere in un amante quella
          immaginazion di mistero, quella opinione di vedere e di conoscere nella persona amata
          assai meno di quello che essa nasconde in se stessa, di quel ch’ella è, quella idea di
          profondità, di animo recondito e segreto, ch’è il primo e necessario fondamento dell’amor
          più che sensuale. Oltre alla grazia che accompagna naturalmente ciò ch’è straniero, come
          straordinario. (Firenze, 21. Sett. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Doucereux</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Una voce o un suono lontano, o decrescente e allontanantesi appoco appoco, o eccheggiante
          con un’apparenza di vastità ec. ec. è piacevole per il vago dell’idea ec. Però è piacevole
          il tuono, un colpo di cannone, e simili, udito in piena campagna, in una gran valle ec. il
          canto degli agricoltori, degli uccelli, il muggito de’ buoi ec. nelle medesime
          circostanze. (21. Sett. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4294"/> La differenza tra le voci di origine volgare, e quelle di origine
          puramente letteraria nelle lingue figlie della latina, si può vedere anche in questo, che
          spesso una stessissima voce latina, pronunziata e scritta in un modo nelle nostre lingue,
          significa una cosa; in un altro modo, un’altra, tutta differente, e si considera come un
          altra voce da tutti, salvo solo i pochissimi che s’intendono delle origini della lingua.
          P. e. <foreign lang="lat" rend="italic">causa</foreign> lat. , corrotta di forma e di
          significato dall’uso volgare, significa <foreign lang="lat" rend="italic">res</foreign>
            (<emph>cosa</emph>: v. la pag. 4089.); usata incorrottamente nella letteratura e
          scrittura, significa, come nel buon latino, <emph>cagione</emph>. Ed è certo che
            <emph>causa</emph> ital. è voce, benchè ora volgarmente intesa, (non però usata dal
          volgo), di origine letteraria; poichè nel 300 non si trova, o è così rara, che i fanatici
          puristi de’ passati secoli dicevano ch’ella non è buona voce toscana, ma che dee dirsi
            <emph>cagione</emph>, voce pure storpiata di forma e di senso dalla lat. <foreign
            lang="lat" rend="italic">occasio</foreign>, che pur si usa poi nella sua vera forma e
          senso, come una tutt’altra (<emph>occasione</emph>), benchè in origine sia la stessa.
          Franc. <foreign lang="fre" rend="italic">chose</foreign> — <foreign lang="fre"
            rend="italic">cause</foreign>, Spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">cosa</foreign> —
            <emph>causa</emph> ec. (Firenze. 21. Sett. 1827.). Leale, loyal, leal (spagn.) legale,
          légal, legal.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Diluvium</foreign> — <emph>déluge</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4238. Ebbero i Greci ancora, come i moderni, degl’Itinerari, delle Descrizioni di
          città e di provincie, anche con dettagli appartenenti a storia, arti, monumenti, costumi,
          prodotti, statistica insomma (come quella di Pausania, e la Descriz. della Grecia di
          Dicearco, contemporaneo di Teofrasto, della quale son da vedere i frammenti nei
            <title>Meletemata</title> del Creuzer); delle Relazioni di Viaggi per mare e per terra
          (come i Peripli, il Viaggio di Nearco, di Arriano nell’Indica, quello di Megastene
          all’India, ed altri simili sotto titolo di <title>
            <foreign lang="grc">Ἰνδικά, Αἰθιοπιχά, Περσικά</foreign>
          </title> ec.): e in fine non v’è quasi ricchezza letteraria fra’ moderni, di cui non si
          trovi fornita anche la Bibliografia greca. (Firenze. Domenica 14. Ottob. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Persone la cui compagnia e conversazione ci piaccia durevolmente, e si usi volentieri con
            <pb ed="aut" n="4295"/> frequenza e lunghezza, non sono in sostanza, e non possono
          essere altre che quelle dalle quali giudichiamo che vaglia la pena di sforzarci e
          adoperarci d’essere stimate, e stimate ogni giorno più. Perciò la compagnia e
          conversazione delle donne non può esser durevolmente piacevole, se esse non sono o non si
          rendono tali da rendere durevolmente pregiabile e desiderabile la loro stima. (Firenze.
          Domenica 14. Ottobre. 1827.).</p>
        <p>————————</p>
        <ab>Fin qui si stende l’Indice di questo zibaldone di<lb/> Pensieri<lb/> cominciato agli 11
          Luglio, e finito ai 14 Ottobre 1827 in Firenze.</ab>
        <p>————————</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Peut-être que, si l’on examinait avec impartialité les moeurs de
              toutes les nations de la terre, on trouverait qu’il n’y a point de peuple si grossier
              qui n’ait quelques règles de politesse, et point de peuple si poli qui ne conserve
              quelque reste de barbarie</foreign>
          </quote>. Franklin. <foreign lang="fre">Traduit de l’anglais</foreign>. (<bibl lang="fre">
            <title>Mélanges de Morale</title>, d’Économie et de Politique, extraits des ouvrages de
              <author>Benjamin Franklin</author>. 2.<hi rend="apice">e</hi> édition. Paris, chez
            Jules Renouard. 1826. tom.2. p. 1-2. Observations sur les Sauvages de l’Amérique du
            Nord. 1784.</bibl>). (Firenze. 1827. 25. Ottobre.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Bisogna guardarsi dal giudicare dell’ingegno, dello spirito, e soprattutto delle
          cognizioni di un forestiere, da’ discorsi che si udranno da lui ne’ primi abboccamenti.
          Ogni uomo, per comune e mediocre che sia il suo spirito e il suo intendimento, ha qualche
          cosa di proprio suo, e per conseguenza di originale, ne’ suoi pensieri, nelle sue maniere,
          nel modo di discorrere e di trattare. Massime poi uno straniere, voglio dire uno d’altra
          nazione, <pb ed="aut" n="4296"/> ne’ cui pensieri, nelle parole, nei modi, è impossibile
          che non si trovi tanta novità che basti per fermar l’attenzione di chi conversa seco le
          prime volte. Ogni uomo poi di qualche coltura, ha un sufficiente numero di cognizioni per
          somministrar lauta materia ad uno o due <foreign lang="fre" rend="italic"
          >entretiens</foreign>; ha i suoi discorsi, le sue materie favorite, nelle quali, se non
          altro per la lunga assuefazione ed esercizio, è atto a figurare, ed anche brillare; ha
          qualche suo motto, qualche tratto di spirito, qualche osservazione piccante o notabile ec.
          familiari e consueti. Per poca di abilità che egli abbia nel conversare, per poca di
          perizia di società, di arte della parola, facilissimamente egli tira e fa cadere il
          discorso, ne’ suoi primi abboccamenti, sopra quelle materie dove consiste il suo forte,
          dov’egli ha qualche bella o buona o passabile cosa da dire; e facilissimamente trova modo
          di metter fuori e di <foreign lang="fre" rend="italic">déployer</foreign> tutta la
          ricchezza della sua erudizione e della sua dottrina, di qualunque genere ella sia. Ad un
          letterato di professione massimamente, è difficile che manchi l’arte necessaria per questo
          effetto. Quindi è che chi lo sente parlare per la prima volta, resta sorpreso
          dell’abbondanza delle sue cognizioni, de’ suoi motti, delle sue osservazioni; lo piglia
          per un’arca di scienza e di erudizione, un mostro di spirito, un ingegno vivacissimo, un
          pensatore consumato, un intelletto, uno spirito originale. Ciò è ben naturale, perchè si
          crede che quel che egli mette fuori, sia solamente una mostra, un saggio di se e del suo
          sapere; non sia già il tutto. Così è avvenuto a me più volte: trovandomi con persone
          nuove, specialmente con letterati, sono rimasto spaventato del gran numero degli aneddoti,
          delle novelle, delle cognizioni d’ogni sorta, delle osservazioni, dei tratti, ch’esse
          mettevano fuori. Paragonandomi a loro, io m’avviliva nel mio animo, mi pareva impossibile
          di arrivarvi, mi credeva un nulla appetto a loro. Ciò avveniva non già perchè la somma del
          mio sapere e del mio spirito non mi <pb ed="aut" n="4297"/> paresse bastante ad uguagliar
          quella che tali persone mettevano fuori e spendevano attualmente meco: se io avessi
          creduto che la loro ricchezza non si stendesse più là, essa mi sarebbe paruta ben piccola
          cosa, anche a lato alla mia; ma io credeva che quello non fosse che un saggio del
          capitale, un <foreign lang="fre" rend="italic">argent de poche</foreign>, corrispondente
          ad una ricchezza proporzionata. Ne’ miei pochi viaggi, spesso ho avuto di tali
          mortificazioni, specialmente con letterati stranieri. Ma poi qualche volta ha voluto il
          caso che io m’abbattessi a sentire qualche colloquio di alcuna di tali persone con altre a
          cui esse erano parimente nuove. Ed ho notato che esse ripetevano puntualmente, o appresso
          a poco, gli stessi pensieri, motti, aneddoti, novelle, che avevano dette ed usate meco.
          ec. L’effetto in quegli uditori era lo stesso che era stato in me. Ammirazione, interesse,
          entusiasmo. Che vastità di sapere, che notizia d’uomini e d’affari, che profondità, che
          erudizione immensa, che fecondità e vivacità di spirito!</p>
        <p>Da queste osservazioni si possono cavar parecchie riflessioni utili, ma fra l’altre, due
          ben diverse, ed utili a due ben diversi generi di persone. La prima: che i viaggiatori,
          per quanto sieno intendenti e di buona fede, debbono restar facilmente ingannati nel
          giudicar dello spirito, ingegno, erudizione e dottrina delle persone che vedono. Questa
          sarà utile per chi legge le Relazioni di Viaggi fatti in Europa, che ora sono tanto alla
          moda. L’altra: che un viaggiatore, per poco capitale ch’egli abbia di spirito e di sapere,
          dev’essere ben povero d’arte <emph>conversativa</emph>, se dovunque egli passa, non si fa
            <emph>passare</emph> per un grand’uomo. E questa sarà utile a chi viaggia. Come anche
          sarà utile per un altro lato a chi viaggia, l’esempio dell’accaduto a me, come ho detto di
          sopra ec. (Pisa. 13. Novembre. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4298"/>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Cratero</foreign>
          </quote> (nome di medico, e vuol dire in generale al medico) <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">magnos promittere montes</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Persio</author>, <title>Sat.</title> 3. vers. 65</bibl>. — <emph>Prometter mari
            e monti</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4115. <bibl>
            <author>Persio</author>
            <title>Sat.</title> 1. v. 112-14</bibl>. <quote>
            <foreign lang="lat">Hic, inquis, veto quisquam faxit oletum. Pinge duos angues: <hi
                rend="italic">pueri, sacer est locus, extra Mejite</hi>. Discedo</foreign>
          </quote>. Traduz. di Monti. <quote>Niun qui, dici, a sgravar l’alvo si butti: E tu due
            serpi vi dipingi, e al piede: <hi rend="italic">Pisciate altrove, è sacro il loco, o
              putti</hi>. Me la batto</quote>. Nota del medesimo. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Angues</foreign>. L’antica superstizione aveva
            consecrato i serpenti come immagine del genio tutelare, e simbolo dell’eternità.
            Solevano quindi dipingerli al muro ne’ luoghi pubblici che volevansi mondi d’ogni
            bruttura, onde gli adulti per riverenza, i fanciulli per paura non vi si accostassero a
            far puzza</quote>. — Vedi gli altri commentatori. Paragonisi questa usanza colla nostra
          di far dipingere, ed anche scolpire in pietra, delle croci ne’ luoghi che si vogliono
          salvare dalle brutture, e che d’altronde vi sarebbero assai esposti e comodi. Usanza che
          dà più che mai nell’occhio a Firenze, dove non solo ne’ luoghi tali, ma non v’è canto di
          edifizio e di strada sì pubblica e frequentata, dove non si veggano, non dico croci, ma
          lunghe file di croci dipinte nel muro a basso, in modo di siepi. Il che è ben ragionevole
          in quella sporchissima e fetidissima città, per li cui amabili cittadini ogni luogo,
          nascosto o patente, è comodo e opportuno per li loro bisogni, e soprattutto ogni
          cominciamento o entrata di viottolo o di via (due cose poco diverse in Firenze): onde
          nessun luogo è sicuro da tali profanazioni senza tali ripari ed antemurali, e conviene
          moltiplicarli senza fine. Non entrerei però garante della validità di siffatti ripari per
          l’effetto desiderato, nè in Firenze nè altrove. (Pisa. 22. Novembre. 1827.). V. la p. seg.
          e p. 4300. e p. 4305.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Cader dalla padella nella brace</emph> ec. <bibl>V. Crusca.</bibl> — <bibl>
            <author>Platone</author> nel fine del libro 8. <title>
              <foreign lang="grc">πολιτείας</foreign>
            </title> (ed. Astii, t. 4. p. ult.)</bibl> parlando della democrazia cangiata in
          tirannide, e della eccessiva libertà cangiata in servitù, dice: <quote>
            <foreign lang="grc">καὶ, τὸ λεγόμενον, ὁ δῆμος φεύγων ἂν καπνὸν δουλείας
            ἐλευθέρων</foreign>
          </quote> (cioè ricusando l’obbedienza de’ magistrati <pb ed="aut" n="4299"/> liberi), <quote>
            <foreign lang="grc">εἰς πῦρ δούλων δεσποτείας</foreign>
          </quote> (della dominazione dei servi, cioè de’ satelliti del tiranno ec.) <quote>
            <foreign lang="grc">ἂν ἐμπεπτωκὼς εἴη</foreign>
          </quote>. (Pisa. 2. Dic. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. qui dietro. Del resto, questo scompisciamento generale di Firenze procede da
          quell’eccessiva libertà individuale che vi regna, per la quale Firenze potrebbe molto bene
          paragonarsi ad Atene del tempo il più democratico, ed applicarsi a lei quello che,
          alludendo ad Atene, dice di una città eccessivamente democratica <bibl>
            <author>Platone</author> nell’ottavo della <title>Repubblica</title>, opp. ed. Astii,
            tom. 4. p. 478</bibl>. (Pisa. 5. Dic. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4164. capoverso 3. <bibl>
            <author>Epicuro</author>
            <title lang="lat">Epist. ad Herodot.</title> , ap. <author>Laert.</author> X. segm. 37.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ὅπως ἂν τὰ δοξαζόμενα ἢ ζητούμεναἢ ἀπορούμενα ἔχωμεν εἰς ὃ ἀνάγοντες
              ἀπικρίνειν</foreign>
          </quote>. Quest’uso dell’infinito, è proprio, del resto, anche della lingua franc. spagn.
          ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>D’Alembert nel <title lang="fre">Discours préliminaire de l’Encyclopédie</title>, avendo
          parlato delle cure, delle fatiche prese, e delle grandissime difficoltà incontrate dagli
          enciclopedisti, e particolarmente da Diderot per acquistare intorno alle arti, mestieri e
          manifatture i lumi e le notizie necessarie a trattarne nella enciclopedia, soggiunge: <quote>
            <foreign lang="fre">C’est ainsi que nous nous sommes convaincus de l’ignorance dans
              laquelle on est sur la plûpart des objets de la vie, et de la difficulté de sortir de
              cette ignorance. C’est ainsi que nous nous sommes mis en êtat de démontrer que <hi
                rend="italic">l’homme de Lettres qui sait le plus sa Langue, ne connoît pas la
                vingtieme partie des mots</hi>; que quoique chaque Art ait la sienne, cette langue
              est encore bien imparfaite; que c’est par l’extrême habitude de converser les uns avec
              les autres, que les ouvriers s’entendent, et beaucoup plus par le retour des
              conjonctures que par l’usage des termes. Dans un attelier, c’est le moment qui parle,
              et non l’Artiste</foreign>
          </quote>. (Pisa. 17. Dic. 1827.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4300"/>
          <quote>S’andrà schernendo il giovinetto altero Senz’<emph>altra</emph> (alcuna) pena
            l’amoroso foco, Chi sarà poi che ’l tuo schernito impero, Voto d’ogni timor non prenda
            in gioco?</quote>
          <bibl>
            <author>Alamanni</author>, <title>Favola di Narcisso</title>, stanza 17.</bibl> (30.
          Dic. 1827. Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altronde</emph> per <emph>altrove</emph>. <bibl>
            <author>Angelo di Costanzo</author>, Sonetto 44.</bibl>
          <emph>Mancheran prima</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Avale-aguale.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tallo-<foreign lang="grc">θαλλός</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Frugare — Frugolare. Malm. racq. 10.<hi rend="apice">mo</hi> cantare, stanza 44. Spruzzo
          — Spruzzolo. Menzini, Satira 9. verso 48.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Cosa curiosa, e notabile per chi vuol conoscere la storia, e dalla storia inferire il
          valore, delle opinioni degli uomini intorno ai diritti e ai doveri, si è che ne’ secoli
          passati, i Negri erano creduti d’una origine e quindi d’una famiglia stessa co’ bianchi, e
          pur quei medesimi che li tenevano per tali, sostenevano la ineguaglianza naturale di
          diritti tra i bianchi e loro, la inferiorità dei Negri, e la giustizia della loro servitù,
          anzi schiavitù ed oppressione: oggi i Negri sono conosciuti di origine, e però di
          famiglia, onninamente diversa dai bianchi, e quelli che gli hanno per tali, sostengono la
          loro uguaglianza sociale rispetto a noi, e la parità de’ loro diritti, e la totale
          ingiustizia del farli schiavi, o maltrattarli, o dominarli, e l’assurdità dell’opinione
          antica in tal proposito. (Pisa 14. Gen. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4298. Oh gente santa, Che non piscia lì dove vede impresso Segno di croce!
          Menzini, Sat. 9. vers.56-8.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al detto altrove di <foreign lang="fre" rend="italic">non pareil</foreign> per
            <emph>senza pari</emph>, grecismo; e di <foreign lang="fre" rend="italic"
          >pareil</foreign>, <foreign lang="spa" rend="italic">parejo</foreign>,
          <emph>apparecchiare</emph> ec. diminutivi positivati ec. aggiungi. <bibl>
            <author>Chiabrera</author>
            <title>Canzonette</title>, canzonetta 8.<hi rend="apice">va</hi>
            <emph>al Sig. Luciano Borzone pittore</emph> (principio: <title>Se di bella, che in
              Pindo alberga, musa</title>) stanza 6 ed ult. versi 50-54 ed ultimi</bibl>. <quote>
            <emph>Ah sciocchezza infinita Di qualunque sia core, E follia</emph>
            <emph rend="sc">non parecchia!</emph>
          </quote> (senza pari) <quote>
            <emph>Pianger perchè si more, E non perchè s’invecchia</emph>
          </quote>. (Pisa. 15. Gennaio. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Altronde</emph> per <emph>altrove</emph>. <bibl>
            <author>Giusto de’ Conti</author>, <title>Bella Mano</title>, Canz. 2. st. 5. Capit. 4.
            v. 8.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4301"/>
          <emph>Infamato</emph> per infame. <bibl>Id. ib. Capit. 3. v. 88</bibl>. <quote>
            <emph>Dannata</emph> (per dannevole) <emph>vista, e di mirarsi indegna</emph>
          </quote>. <bibl>
            <author>Chiabr.</author> Canz. <title>Cosmo, sì lungo stuol, lieto in sembianza</title>.
            v. 25. stanz. 4. v. 1</bibl>. <emph>Patito</emph>. Viso patito. Uomo, cavallo, panno
          patito ec. Si dice anche in Toscana.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Memorie della mia vita. La privazione di ogni speranza, succeduta al mio primo ingresso
          nel mondo, appoco appoco fu causa di spegnere in me quasi ogni desiderio. Ora, per le
          circostanze mutate, risorta la speranza, io mi trovo nella strana situazione di aver molta
          più speranza che desiderio, e più speranze che desiderii ec. (Pisa. 19. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>V’è di quelli ostinati, Che per un <emph>blittri</emph> (della qual voce, derivata dal
          greco, dico altrove: vuol dire <emph>per un nulla</emph>) categorematico Lascerian stare
          la broda e ’l companatico. Magalotti, Sonetto colla coda; che incomincia: Acciò conosca
          ognun quanto diverso. vers.27-29. Parla de’ fanatici scolastici e peripatetici del suo
          tempo. (Pisa. 22. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Raperonzo — raperonzolo. Cotogno — cotognolo. V. Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">τρίβειν</foreign> — <emph>trebbiare</emph>, forse da
          <emph>tribulare</emph>, che forse è un frequentativo di un inusitato <emph>tribere</emph>
          da <foreign lang="grc">τρίβειν</foreign>. (Pisa. 28. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>E disse <emph>fra</emph> suo core: l’ho mal fatto</quote>. <bibl>
            <author>Pulci</author> Morg. maggiore, XII. 28</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Disse Rinaldo: A te, sanza <emph>altre</emph> scorte, (nessuna scorta) Venuti siam
            per l’oscura foresta</quote>. <bibl>Ib. canto 17. st. 35</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>E disse <emph>fra</emph> suo cor: costui fia quello</quote>. <bibl>Ib. c. 22. st.
            228</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Sottosopra fu buon sempre l’ardire: Ha la fortuna in odio un uom da poco, Ed è
            nimica de gli <emph>sbigottiti</emph>
          </quote> (soliti a sbigottirsi ec.). <bibl>
            <author>Berni</author>, <title>Orl. inn.</title> c. 35. st. 3</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Oramai si può dire con verità, massime in Italia, che sono più di numero gli scrittori
          che i lettori (giacchè gran parte degli scrittori non legge, o legge men che non iscrive).
          Quindi ancora si vegga che gloria si possa oggi sperare in letteratura. In Italia si può
          dir che chi legge, non legge che per iscrivere; quindi non pensa che a se, ec. (Pisa. 5.
          Feb. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4302"/> Uno de’ maggiori frutti che io mi propongo e spero da’ miei versi,
          è che essi riscaldino la mia vecchiezza col calore della mia gioventù; è di assaporarli in
          quella età, e provar qualche reliquia de’ miei sentimenti passati, messa quivi entro, per
          conservarla e darle durata, quasi in deposito; è di commuover me stesso in rileggerli,
          come spesso mi accade, e meglio che in leggere poesie d’altri: (Pisa. 15. Apr. 1828.)
          oltre la rimembranza, il riflettere sopra quello ch’io fui, e paragonarmi meco medesimo; e
          in fine il piacere che si prova in gustare e apprezzare i propri lavori, e contemplare da
          se compiacendosene, le bellezze e i pregi di un figliuolo proprio, non con altra
          soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta
          per tale da altrui. (Pisa. 15. Feb. ult. Venerdì di Carnevale. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pelo matto, pasta matta ec. — <foreign lang="grc">μάτην, μάταιος</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>Ciascuna stella negli occhi mi piove <emph>Della</emph> sua luce e
            <emph>della</emph> sua vertute</quote>. <bibl>
            <author>Dante</author>
            <title>Rime</title>, lib. 2. Ballata 3</bibl>. <quote>Io mi son pargoletta bella e
          nova</quote>. (Pisa. 19. Marzo Festa di S. Giuseppe. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Βομβεῖν</foreign> — <emph>bombire</emph>. <bibl>
            <author>A. di Costanzo</author>, <title>Stor. del R. di Napoli</title>, lib. 6.</bibl>
          nella traduzione della lettera del Petrarca sopra il terremoto di Napoli. (Pisa. 12. Apr.
          Sabato in Albis. 1828.). <bibl>V. Crusca.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Prolato as</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">M. Newton avoit donné la solution de ce problême...; e M. Fatio de
              Duillier venoit d’en publier une solution très embarassée... M. Bernoulli, effrayé des
              calculs de M. Fatio, se mit à cercher par une autre voie le solide de la moindre
              résistance, et ne fut pas long-tems à le trouver. Les grands Géometres connoissent
              certe éspece de paresse qui préfere la peine de découvrir une vérité à la contrainte
              peu agréable de la suivre dans l’ouvrage d’autrui; en général ils se lisent peu les
              uns les autres, (Nota. Nous ne disons <pb ed="aut" n="4303"/> point qu’ils ne se
              lisent pas, mais qu’ils se lisent peu: en ce genre un coup d’oeil jetté sur un ouvrage
              suffit aux maîtres pour le juger. Il n’en est pas de même en Littérature.) et
              peut-être perdroient-ils à lire beaucoup: une tête pleine d’idées empruntées n’a plus
              de place pour les siennes propres, et trop de lecture peut étouffer le génie au lieu
              de l’aider. Si elle est plus nécessaire dans l’étude des Belles-Lettres que dans celle
              de la Géométrie, la différence de leurs objets er des qualités qu’elles exigent, en
              est sans doute la cause. La Géométrie ne veut que découvrir des vérités, souvent
              difficiles à atteindre, mais faciles à reconnoître dès qu’on les a saisies; et elle ne
              demande pour cela qu’une justesse et une sagacité qui ne s’acquierent point. Si elle
              n’arrive pas précisément à son but, elle le manque entièrement; mais tout moyen lui
              est bon pour y arriver; et chaque esprit a le sien, qu’il est en droit de croire le
              meilleur: au contraire, le mérite principal de l’éloquence et de la Poësie, consiste à
              exprimer et à peindre; et les talens naturels absolument nécessaires pour y réussir,
              ont encore besoin d’être éclairés par l’étude réfléchie des excellens modeles, et,
              pour ainsi dire, guidés par l’expérience de tous les siècles. Quand on a lu une fois
              un problême de Newton, on a vu tout, ou l’on n’a rien vu, parce que la vérité s’y
              montre nue et sans réserve; mais quand on a lu et relu une page de Virgile ou de
              Bossuet, il y reste encore cent choses à voir. Un bel esprit qui ne lit point, n’a pas
              moins à craindre de passer pour un écrivain ridicule, qu’un Géometre qui lit trop, de
              n’être jamais que médiocre</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>D’Alembert</author>, <title lang="fre">Éloge de M. Jean Bernoulli</title>
          </bibl>. <pb ed="aut" n="4304"/> Non si potrebbe dire della metafisica appresso a poco il
          medesimo che della Geometria, e così scusare chi in metafisica amasse più di pensare che
          di leggere; chi pretendesse di essere metafisico senz’aver letto o inteso Kant; chi si
          contentasse talvolta di conoscere i risultati e le conclusioni delle speculazioni e
          ragionamenti de’ metafisici celebri, per poi trovarne da se stesso la dimostrazione, o
          convincersi della loro insussistenza? La metafisica ha colle matematiche non poche altre
          somiglianze: anche in metafisica una proposizione dipende spesso da una serie di
          proposizioni per modo ch’è impossibile vederne colla mente la dimostrazione tutta in un
          punto; e spesso chi è salito per questa serie fino a quell’ultima verità, ne acquista la
          convinzione, e ne vede allora perfettamente le ragioni, che d’indi a poco non saprebbe più
          rendere nemmeno a se stesso, benchè la convinzione gli duri. Anche in metafisica, come in
          affari di calcolo, moltissime proposizioni e verità si credono sulla sola fede di chi ha
          fatto il lavoro necessario per iscoprirle e renderle certe; lavoro troppo lungo e
          difficile per essere rinnovato e rifatto, o seguito a passo a passo da altri, anche uomini
          della professione. (Pisa. 17. Aprile. 1828.). — (Il cui genio (di Laplace) è per me come
          quei Veri che pochi veggono, ma che son creduti da tutti, perchè uno spirito superiore li
          vede e li mostra. Daru, Risposta al <foreign lang="fre" rend="italic">discours de
            réception</foreign> di Royer-Collard all’Accad. Franc. nell’Antologia di Firenze, n.86.
          p. 138.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4264. <quote>
            <foreign lang="fre">De toutes les langues cultivées par les gens de lettres, l’italienne
              est la plus variée, la plus flexible, la plus susceptible des <pb ed="aut" n="4305"/>
              formes différentes qu’on veut lui donner. Aussi n’est-elle pas moins riche en bonnes
              traductions, qu’en excellente musique vocale, qui n’est elle-même qu’une éspece de
              traduction. D’Alembert, Observations sur l’art de traduire, premesse al suo Essai de
              traduction de quelques morceaux de Tacite</foreign>
          </quote>.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les taches qu’on peut faire disparoître en les effaçant, ne méritent
              presque pas ce nom; ce ne sont pas les fautes, c’est le froid qui tue les ouvrages;
              ils sont presque toujours plus défectueux par les choses qui n’y sont pas, que par
              celles que l’auteur y a mises</foreign>
          </quote>. <bibl>Id. ib.</bibl> (Pisa. 8. Maggio. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4298. fine. In Pisa, su un canto della <emph>piazza dello Stellino</emph>, oltre
          la croce dipinta, v’è la leggenda: <title>Rispetto alla Croce</title>. V. p. 4307.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Nous n’acquérons guere de connoissances nouvelles que pour nous
              désabuser de quelque illusion agréable, et nos lumieres sont presque toujours aux
              dépens de nos plaisirs. D’Alembert, Réflexions sur l’usage et sur l’abus de la
              philosophie dans les matieres de goût, lues à l’Académie Françoise le 14 mars
            1757</foreign>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>E molte forti a Pluto <emph>alme</emph> d’eroi Spinse anzi tempo, abbandonando i
            <emph>corpi</emph> Preda a sbranarsi a’ cani ed agli augelli. Foscolo. Molte anzi tempo
          all’Orco Generose travolse <emph>alme</emph> d’eroi, E di cani e d’augelli orrido pasto
          Lor <emph>salme</emph> abbandonò. Monti. E così gli altri. Ma Omero dice <emph>le
          anime</emph> (<foreign lang="grc">ψυχὰς</foreign>) ed <emph>essi</emph> (<foreign
            lang="grc">αὐτοὺς</foreign>), cioè <emph>gli eroi</emph>, non <emph>i loro corpi</emph>.
          Differenza non piccola, e secondo me, non senza grande importanza a chi vuol conoscere
          veramente Omero, e i suoi tempi, e il loro modo di pensare. Questa infedeltà, non di stile
          e di voci solo, ma di sostanza <pb ed="aut" n="4306"/> e di senso, nata dall’applicare
          alle parole d’Omero le opinioni contemporanee a’ traduttori; questa infedeltà, dico,
          commessa nel primo principio del poema, anche da’ traduttori più fedeli, dotti ed
          accurati, e in un caso in cui le parole son chiare e note, mostra quanto sia ancora
          imperfetta l’esegesi omerica (e in generale degli antichi), e quanto spesso si debba
          trovare ingannato, quanto spesso insufficientemente informato, chi per conoscere Omero, e
          gli antichi, e i loro tempi, costumi, opinioni ec. si vale delle traduzioni sole, e fonda
          su di esse i suoi discorsi ec. come per lo più i più eruditi francesi d’oggidì ec. ec.
          (Pisa. 10. Maggio. 1828. Sabato.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il est sans doute des lecteurs qui ne sont difficiles ni sur le fond
              ni sur le style de l’histoire; ce sont ceux dont l’ame froide et sans ressort, plus
              sujette au désoeuvrement qu’à l’ennui, n’a besoin ni d’être remuée, ni d’être
              instruite, mais seulement d’être assez occupée pour jouir en paix de son existence, ou
              plutôt, si on peut parler ainsi, pour la dépenser sans s’en appercevoir</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>D’Alembert</author>, <title lang="fre">Réflexions sur l’histoire</title>
          </bibl>. I più degli oziosi sono piuttosto disoccupati che annoiati. Si dice male che la
          noia è un mal comune. La noia non è sentita che da quelli in cui lo spirito è qualche
          cosa. Agli altri ogni insipida occupazione basta a tenerli contenti; e quando non hanno
          occupazione alcuna, non sentono la pena della noia. Anche gli uomini sono, la più parte,
          come le bestie, che a non far nulla non si annoiano; come i cani, i quali ho ammirati e
          invidiati più volte, vedendoli passar le ore sdraiati, con un occhio sereno e tranquillo,
          che annunzia l’assenza della noia non meno che dei desiderii. Quindi è, che se voi parlate
          della noia inevitabile <pb ed="aut" n="4307"/> della vita ec. ec. non siete inteso ec. ec.
          (Pisa. 15. Maggio. Ascensione. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">On peut dire en un sens de la Métaphysique que tout le monde la sait
              ou personne, ou pour parler plus exactement, que tout le monde ignore celle que tout
              le monde ne peut savoir. Il en est des ouvrages de ce genre comme des pieces de
              théatre; l’impression est manquée quand elle n’est pas générale. Le vrai en
              Métaphysique ressemble au vrai en matiere de goût; c’est un vrai dont tous les esprits
              ont le germe en eux-mêmes, auquel la plûpart ne font point d’attention, mais qu’ils
              réconnoissent dès qu’on le leur montre. Il semble que tout ce qu’on apprend dans un
              bon livre de Métaphysique, ne soit qu’une éspece de réminiscence de ce que notre ame a
              déjà su; l’obscurité, quand il y en a, vient toujours de la faute de l’auteur, parce
              que la science qu’il se propose d’enseigner n’a point d’autre langue que la langue
              commune. Aussi peut-on appliquer aux bons auteurs de Métaphysique ce qu’on a dit des
              bons écrivains, qu’il n’y a personne qui en les lisant, ne croie pouvoir en dire
              autant qu’eux</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>D’Alembert</author>, <title lang="fre">Essai sur les élémens de
            philosophie</title>, article 6</bibl>. È facile il vedere che tutti questi periodi sono
          traduzioni l’uno dell’altro; ma la proposizione ch’essi contengono, è molto vera e
          notabile. (Pisa. 19. Maggio. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4305. Pietro Aretino dice in una delle sue commedie: <quote>
            <emph>un cavalier senz’entrata è un muro senza croci, scompisciato da ognuno</emph>
          </quote>. <pb ed="aut" n="4308"/>
          <bibl>
            <author>Ginguené</author>, t. 6. p. 229. not.</bibl> (Pisa. 19. Maggio. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Corpusculum</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">corpus</foreign>. M. Aurelio in Frontone (<quote>
            <foreign lang="lat">ad Marcum Caesarem et invicem</foreign>
          </quote>, lib.5. ep. 47. 55. ed. Rom. 1823. p. 135-37.). Notisi che M. Aurelio era stoico.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Expergitus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">experrectus</foreign>. Fronto Princip. histor. ed. Rom. p. 319. v. 9.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Arcus intenditus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">intentus</foreign>. <bibl>Ib. De Feriis alsiensibus, ep. 3. p. 208. v.
          15</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il codice frontoniano ha <foreign lang="lat" rend="italic">dilibutus</foreign>, e 3 volte
            <foreign lang="lat" rend="italic">dilectus</foreign> per delibutus e delectus. Così noi
            <emph>dilicato</emph>, e <emph>di</emph> preposiz. per <emph>de</emph>. Al che spettano
          que’ verbi latini <foreign lang="lat" rend="italic">digredior</foreign>, <emph>diverto,
            diminuo, distillo, distringo, divello</emph> (e simili): tutti i quali nel detto codice
          si trovano scritti per de.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>M. Aurelio nelle lett. a Frontone chiama costantemente Faustina sua moglie, <foreign
            lang="lat" rend="italic">domina mea</foreign> (la mia donna). V. il luogo di Epitteto di
          cui altrove.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Leggendo la curiosa lettera di Vero a Frontone (ad Ver. imp. ep. 3. ed. Rom.) in cui lo
          prega di scrivere la storia delle gesta di esso Vero nella guerra partica, mi par proprio
          di leggere una lettera di qualche moderno scrittore a un giornalista sopra qualche sua
          opera. Lo stesso amor proprio, esagerazione, noncuranza del vero ec. E in verità quella
          lettera (v. anche quella di Cic. a Lucceio) ci mostra quanto dobbiamo fidarci di storie,
          anche contemporanee. Ma che differenza tra gli antichi e i moderni ancor qui! Questi
          raccomandano 1. delle operucce, 2. a un giornalista, 3. per un articolo; quelli 1. de’
          fatti militari o civili, 2. a uomini famosi, 3. per una storia ec. ec. La lett. di Vero è
          senza <emph>niuna</emph> diversità nell’ediz. milanese e meriterebbe di esser citata
          tradotta. (Firenze. 21. Giugno, anniversario del mio primo arrivo a Firenze. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4309"/> Tanto è vero che tra gli antichi la prima lode era quella della
          felicità, che noi vediamo nelle Orazioni funebri, e in simili casi, gli Oratori dovendo
          lodare, p. e. de’ soldati morti per la patria, cominciar dal mostrare che essi non sono
          stati infelici, che la loro morte non è stata una sventura. Oggi al contrario: si
          cercherebbe d’intenerir gli uditori sopra il loro caso: il muover la compassione in tali
          circostanze era cosa al tutto ignota, era un vero controsenso presso gli antichi. Le loro
          Oraz. fun. sono tutte consolatorie.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dionigi D’Alic. nei giudizi sopra gli scrittori antichi biasima Tucidide per aver preso
          un argomento di storia che conteneva le sventure della sua patria (Atene), e loda al
          paragone Erodoto per aver preso a tema le vittorie de’ greci sui barbari. Anche nelle
          storie questi rispetti, e a’ tempi di Dionigi. (Firenze 29. Giugno, dì di S. Pietro, e mio
          natalizio. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Solone appo <bibl>
            <author>Erodoto</author> 1. c. 32.</bibl> parlando a Creso della costui prosperità
          chiama la divinità invidiosa <foreign lang="grc">τὸ θεῖον πᾶν ἐὸν</foreign> (cioè <foreign
            lang="grc">ὂν</foreign>) <foreign lang="grc">φθονερόν</foreign>. (29. Giu. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Paul-Louis Courier, Lettre à M. Renouard, libraire, sur une tache
              faite à un manuscrit de Florence, parlando del Longo di Amyot, da lui corretto nei
              luoghi dove la traduzione non rispondeva al testo, e supplito colla traduzione nuova
              del frammento fiorentino: Mais ce n’est pas seulement le grec et le français qui m’ont
              servi à terminer cette belle copie (la traduzione d’Amyot), après avoir si
              heureusement <pb ed="aut" n="4310"/> rétabli l’original (cioè completato il testo
              colla scoperta del supplemento fiorentino); ce sont encore plus les bons auteurs
              italiens, d’où j’ai tiré (per questo lavoro) plus que des nôtres, et qui sont la vraie
              source des beautés d’Amyot; car il fallait, pour retoucher et finir le travail
              d’Amyot, la réunion assez rare des trois langues qu’il possédait et qui ont formé son
              style</foreign>
          </quote>. (Fir. 30. Giug. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Una donna di 20, 25 o 30 anni ha forse più d’<foreign lang="fre" rend="italic"
          >attraits</foreign>, più d’illecebre, ed è più atta a ispirare, e maggiormente a
          mantenere, una passione. Così almeno è paruto a me sempre, anche nella primissima
          gioventù: così anche ad altri che se ne intendono (M. Merle). Ma veramente una giovane dai
          16 ai 18 anni ha nel suo viso, ne’ suoi moti, nelle sue voci, salti ec. un non so che di
          divino, che niente può agguagliare. Qualunque sia il suo carattere, il suo gusto; allegra
          o malinconica, capricciosa o grave, vivace o modesta; quel fiore purissimo, intatto,
          freschissimo di gioventù, quella speranza vergine, incolume che gli si legge nel viso e
          negli atti, o che voi nel guardarla concepite in lei e per lei; quell’aria d’innocenza,
          d’ignoranza completa del male, delle sventure, de’ patimenti; quel fiore insomma, quel
          primissimo fior della vita; tutte queste cose, anche senza innamorarvi, anche senza
          interessarvi, fanno in voi un’impressione così viva, così profonda, così ineffabile, che
          voi non vi saziate di guardar quel viso, ed io non conosco cosa che più di questa sia
          capace di elevarci l’anima, di trasportarci in un altro mondo, di darci un’idea d’angeli,
          di paradiso, di divinità, di felicità. Tutto <pb ed="aut" n="4311"/> questo, ripeto, senza
          innamorarci, cioè senza muoverci desiderio di posseder quell’oggetto. La stessa divinità
          che noi vi scorgiamo, ce ne rende in certo modo alieni, ce lo fa riguardar come di una
          sfera diversa e superiore alla nostra, a cui non possiamo aspirare. Laddove in quelle
          altre donne troviamo più umanità, più somiglianza con noi; quindi più inclinazione in noi
          verso loro, e più ardire di desiderare una corrispondenza seco. Del resto se a quel che ho
          detto, nel vedere e contemplare una giovane di 16 o 18 anni, si aggiunga il pensiero dei
          patimenti che l’aspettano, delle sventure che vanno ad oscurare e a spegner ben tosto
          quella pura gioia, della vanità di quelle care speranze, della indicibile fugacità di quel
          fiore, di quello stato, di quelle bellezze; si aggiunga il ritorno sopra noi medesimi; e
          quindi un sentimento di compassione per quell’angelo di felicità, per noi medesimi, per la
          sorte umana, per la vita, (tutte cose che non possono mancar di venire alla mente), ne
          segue un affetto il più vago e il più sublime che possa immaginarsi. (Fir. 30. Giu.
          1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="dan">
              <hi rend="sc">danske folkeeventyr</hi>. Contes populaires des Danois; recueillis per
              M. Winther. 1.re part. ; Copenhague; 1823. Récemment M. Thiele a publié 2 volumes de
              traditions et croyances populaires des Danois. Le recueil de M. Winther est à peu près
              du même genre. L’auteur a recueilli les contes qui amusent le paysan pendant les
              longues soirées d’hiver; il est assez remarquable que les Danois se soient appropriés
              de bonne heure les contes et <pb ed="aut" n="4312"/> fables des anciens, en
              transportant la scène sur leur territoire; c’est ainsi que le héros du conte d’Apulée,
                l’<title lang="fre">Âne d’or</title>, est devenu un <hi rend="italic"
              >bondekard</hi>, ou jeune paysan danois, sous le nom de Hans: le principal personnage
              de la fable d’Amour et Psyché s’est transformé en prince Hvidbjaern (ae) dans lequel
              les Grecs auraient de la peine à reconnaître leur Amour. Les contes des Fées qui, dans
              l’ouvrage de Perrault, ont presque tous un caractère français, deviennent également
              danois sur les bords de la Baltique: Cendrillon est transformée en <hi rend="italic"
                >Kokketoes</hi> (oe), etc. D-G. (Depping)</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <title>Bulletin Universel des sciences et de l’industrie</title>, publié sous la
            direction de M. le B. de Férussac. 7.<hi rend="apice">me</hi> Section</bibl>. <bibl
            lang="fre">
            <title>Bulletin des sciences historiques, antiquités, philologie</title>. 1.<hi
              rend="apice">re</hi> année; 1824; Avril. tome 1.r article 241. p. 209-10</bibl>.
          (Firenze. 23. Luglio. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">M. Bredsdorff (Om Rune skriften oprindelse. i.e. Sur l’origine des
              caractères runiques; par Jacq. Hornemann Bredsdorff. In-4. 19 pag. Copenhague 1822.)
              pense que l’alphabet runique est dérivé de l’alphabet moesogothique (oe), dont on
              attribue l’invention à l’evêque Ulphilas, qui s’en servit pour écrire sa traduction du
              Nouveau-Testament, au 4.<hi rend="apice">e</hi> siècle</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <title>Bulletin de Férussac</title>, lieu cité ci-dessus, art. 243. 244. p. 211.</bibl>
          (23. Luglio. 1828.). V. p. 4362.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">De invidia, diis ab Herodoto et aequalibus attributa,
              pauca commentatus est P. Möller. 31. p. In-4. Copenhague</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <title>Bulletin de Férussac</title>, l. c. art. 279. p. 240</bibl>. (24. Luglio. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Da applicarsi alle mie riflessioni sopra Omero e l’epopea. <pb ed="aut" n="4313"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Avant de passer aux ouvrages d’Homère, l’auteur</foreign>
          </quote> (<title lang="ger">Ideen über Homer</title>, etc. <title lang="fre">Idées sur
            Homère et sur son époque</title>; par C. E. Schubarth. In-8.<hi rend="apice">o</hi> de
          364 pag. ; Breslau; 1821.) <quote>
            <foreign lang="fre">dépeint (p. 108-134.) le caractère et les moeurs des deux nations
              qui combattent devant Troie. Il résulte de ce parallèle que les Grecs ont tous les
              vices des peuples sauvages; ils cédent a toutes les impulsions; la violence,
              l’indiscipline, les terreurs superstitieuses règnent dans leur camp. Ce n’est pas
              parmi eux, c’est chez les Troyens, que l’on trouve l’ordre, l’union, l’amour de la
              patrie, et ces sentimens généreux, qui font croire à une civilisation naissante, ou
              même déjà avancée. C’est sous ce point de vue, qui est conforme à ce que nous lisons
              dans Homère, que M. Schubarth envisage l’Odyssée et l’Iliade. Dans l’Iliade, Homère a
              chanté une guerre qui doit se terminer par la destruction de Troie, mais dont l’auteur
              laisse à peine entrevoir l’issue funeste placée avec art dans une perspective vague et
              lointaine. L’Odyssée retrace les suites malheureuses de cetre lutte. Les Troyens sont
              pour le lecteur l’objet d’une tendre pitié et de ce sentiment d’admiration, que font
              naître les actions nobles et généreuses, le patriotisme et le dévouement; toutefois
              ils doivent succomber après dix ans d’une défense héroïque, car ils sont inférieurs en
              nombre, et le Destin leur est contraire. Par opposition à certe peinture, Homère nous
              montre les Grecs animés d’un esprit de vengeance, vains, présomptueux, en proie à la
              discorde, toujours prêts à abuser de leur force. Le sort veut la ruine de Troie, et
              les Troyens supportent avec résignation ce malheur, <pb ed="aut" n="4314"/> qu’ils
              n’ont pas mérité, mais que les dieux leur envoient; tandis que les Grecs ne doivent
              qu’à eux-mêmes, à leur propres fautes, aux vices grossiers auxquels ils s’abandonnent,
              les justes punitions que ces mêmes dieux leur infligent</foreign>
          </quote>.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">C’est par des inductions semblable que M. Schubarth (p. 139-238.),
              s’ecartant de l’opinion reçue, essaie de démontrer que l’auteur des deux épopées
              grecques <hi rend="italic">est né sur le sol de Troie</hi>
            </foreign>
          </quote> (cioè dov’era stata Troia). <quote>
            <foreign lang="fre">Il faut convenir, en effet, que le poëte (car M. Schubarth n’admet
              pas avec Wolf que l’Iliade et l’Odyssée soient des productions dues à plusieurs
              rhapsodes), s’il eût été Ionien, aurait choisi pour la première de ses épopées un
              sujet bien étrange, bien peu propre à flatter les Grecs, auxquels il n’accorde
              d’autres avantages que ceux qui naissent de la supériorité des forces physiques. Tant
              que dure la guerre, la discorde les divise, et ils ne déploient d’autre vertu que leur
              courage; mais ce courage est sauvage et vindicatif. Sortis enfin victorieux de la
              lutte, c’est par de nouveaux désordres et de sanglantes querelles qu’ils signalent ce
              retour à la paix</foreign>
          </quote>.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il est très-remarquable que le poëte ait interrompu son chant au
              moment même où il n’aurait pu éviter de parler de la prise de la ville, et de tracer
              le tableau de sa destruction. Est-il vraisemblable qu’il se fût arrêté si brusquement,
              et eût négligé de célébrer un événement favorable aux Grecs, s’il s’avait eu à coeur
              de faire <pb ed="aut" n="4315"/> oublier aux Troyens, ses compatriotes, l’instant
              malheureux de leur chute<note resp="aut" n="a" place="foot">
                <p>(M. Schubarth <foreign lang="fre">n’a donc pas remarqué qu’Homère ne chante que
                      <hi rend="italic">la colère d’Achille</hi> et non la guerre entière de Troie?
                      <emph>N. du R</emph>
                  </foreign>.).</p>
              </note>? On voit partout, dans l’Odyssée comme dans l’Iliade, que le poëte porte de
              l’affection aux Troyens. Énée, roi futur de Troie, ce héros favorisé des dieux, est
              sauvé par Neptune, le plus puissant dieu des Grecs. Leur plus dangereux ennemi,
              Hector, est peint sous des couleurs toujours favorables. Hector a le sentiment de la
              justice de sa cause; il n’est pas même soutenu par l’espoir du succès; mais il est
              pénétré de ses devoirs envers la patrie; il s’arrache aux affections les plus tendres,
              et s’immole sans hésiter. Sa mort est une expiation volontaire d’un seul instant
              d’oubli, d’une faute qui n’est pas la sienne. Mais les dieux, qui l’ont mal récompensé
              pendant sa vie, viennent eux-mêmes assister à ses funérailles, tandis qu’Achille
              vainqueur est tourmenté du pressentiment et des angoisses d’une mort
            prochaine</foreign>
          </quote>.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les bornes de ce journal ne nous permettent pas de donner plus
              d’étendue à cette analyse. Nous ne pouvons qu’engager nos lecteurs à lire dans
              l’ouvrage même ce que dit M. Schubarth pour appuyer une hypothèse qui nous paraît
              admissible, et qu’il développe avec un talent remarquable</foreign>
          </quote>. (Cavato e tradotto dall’<title>Jena. allg. Lit. Zeit.</title> Gazzetta
          letteraria di Iena, Settemb. 1823.). <bibl lang="fre">
            <title>Bulletin de Férussac</title>, ec. loc. sup. cit. Juillet. tome 2. art. 54. p.
            45-47.</bibl>
        </p>
        <p>Dalle mie riflessioni sopra Omero ec. si vede quanto male dai costumi <pb ed="aut"
            n="4316"/> fieri e selvaggi, dallo spirito di vendetta, dai vantaggi puramente fisici
          attribuiti da Omero ai Greci, e dalla compassione attaccata alla sorte dei Troiani, si
          arguisca che l’Iliade e l’Odissea furono composti in ispirito troiano e non greco, e
          quindi apparentemente per li Troiani, o nati sul suolo troiano, e non per li Greci di
          Jonia. Anzi si vede che appunto da queste cose medesime si dee concludere il contrario.
          (24 6. Lug. 1828.). V. p. 4447.</p>
        <p>Da applicarsi pure alle mie riflessioni sopra Omero e l’epopea. <title lang="ger"
            >Homerische Vorschule</title>, etc. <bibl lang="fre">
            <title>Introduction à l’étude de l’Iliade et de l’Odyssée</title>; par W. Müller. 192.
            p. in 8. Leipzig; 1824</bibl>. <quote>
            <foreign lang="fre">Élève du philologue Wolf, M. Müller annonce dans la préface qu’il
              est intimement persuadé de la vérité et de la solidité des opinions développées par
              son maître dans ses fameux <title>Prolégomènes</title> de l’Iliade, et qu’ayant médité
              sur ce sujet après avoir suivi les cours de Wolf, il croit devoir présenter une suite
              de considérations que cette matière lui a suggérées. Il avertit, en passant, le public
              de se mettre en garde contre les hypothèses trop hasardées que quelques savans
              cherchent à faire accréditer; il rappelle notamment les opinions de Payne Knight,
              savant anglais, mort récemment, et de Bernard Thiersch, qui n’est pas l’auteur de la
              Grammaire grecque publiée par M. Thiersch à Munich. M. Müller s’étonne que la nouvelle
              société littéraire de Londres ait couronné récemment un mémoire dans lequel on fait
              d’Homère le copiste de Moïse</foreign>
          </quote>. (<bibl lang="fre">
            <title>Dissertation on the age of Homer, his writings and bis genius</title>. Londres;
            1823.</bibl>).</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4317"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Pour bien comprendre la manière dont l’Iliade et l’Odyssée ont été
              composées, il faut se pénétrer de l’esprit et des moeurs du peuple ionien. Ces colons
              grecs, amis des arts et de la poésie, avaient l’esprit vif et mobile, et
              s’interessaient avec la candeur de l’enfance aux événemens. Un poëte était chez eux le
              compagnon constant de tous les plaisirs. Partout où l’on se rassemblait, dans les
              banquets comme dans les assemblées publiques, la lyre du poëte faisait partie des
              réjouissances. Le poëte, ainsi que le ménestrel au moyen âge, exerçait un état
              généralement honoré, et était accueilli avec hospitalité partout où il faisait
              résonner sa lyre. Il ne chantait sans doute que ses inspirations particulières, <hi
                rend="italic">qui souvent étaient des improvisations</hi>
            </foreign>
          </quote>. (I menestrelli cantavano ben cose d’altri, e non solo d’altri, ma scritte
          espressamente dai dotti del tempo, in versi, per esser cantati o recitati da quelli. V.
          l’articolo del Perticari sopra il poemetto della Passione di Cristo attribuito al
          Boccaccio.) <quote>
            <foreign lang="fre">Ces morceaux n’étaient probablement pas très-longs, car dans les
              usages anciens nous ne voyons jamais les chants du poëte que comme des
            intermèdes</foreign>
          </quote>. (Quando il poeta o il cantore cantava nelle piazze ec. in mezzo al popolo, come
          s’usa anche oggi, come a Napoli un del volgo legge alla plebe il Furioso o il Ricciardetto
          ec. e lo spiega in napoletano; allora i canti non erano intermezzi, erano come furon poi
          gli spettacoli ed <emph>acroamata</emph>.<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>V. p. 4388.</p>
          </note>) <quote>
            <foreign lang="fre">La guerre de Troie, qui, sous tous les rapports, était un sujet
              propre à la poésie, était à peine finie, que dans les villes d’Ionie la lyre
              accompagnait déjà les vers composés sur cet événement <pb ed="aut" n="4318"/>
              national. Homère se distinguait parmi eux; mais il est évident qu’avant ce poëte
              l’usage des chants lyriques sur les événements publiques existait, et qu’il n’a point
              été le premier chantre national. (Femio, Demodoco ec.) Le rhythme de sa poésie prouve
              que ses vers étaient chantés et accompagnés de la lyre, peut-être aussi de la danse,
              du moins de mouvemens rhythmiques</foreign>
          </quote>. (Il nome di <foreign lang="grc">ἔπη</foreign>, di epico, di epopea, di <foreign
            lang="grc">ἐποποιὸς</foreign> applicato con particolarità ai versi, poemi, e poeti
          narrativi, prova, secondo me, sì per la sua etimologia, o senso primitivo, di
          <emph>parola</emph> (<foreign lang="grc">ἔπος</foreign>), <emph>dire</emph> (<foreign
            lang="grc">ἔπω, εἴπω</foreign>) ec., sì per la distinzione da <foreign lang="grc">μέλη,
            μελικὸς, μελοποιὸς</foreign> ec. che le poesie narrative non avevano alcuna melodia, non
          erano cantate ma recitate, o al più cantate a recitativo, come poi i versi non lirici de’
          drammi, e come si canterebbero i nostri endecasillabi sciolti. Il verso <emph>epico</emph>
          (quasi <emph>parlativo</emph>) era la prosa di que’ tempi, ne’ quali non si componeva se
          non in versi. Omero, dice assai bene il Courier, nella pref. al Saggio di traduz. di
          Erodoto, fu uno storico, a que’ tempi che le storie non si solevano nè sapevano ancora
          narrare in prosa. Non credo dunque ben dette <emph>liriche</emph> le sue poesie, sebben
          forse accompagnate da qualche strumento, come i recitativi de’ drammi. V. p. 4328.
          capoverso 1. e p. 4390. fin.).</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il est ridicule de chercher dans les poësies homériques de savantes
              allégories et un sens profond: les poëtes ioniens rendaient naturellement les
              impressions faites sur leur imagination par les actions des héros, et ne se livraient
              point à des combinaisons étudiées; c’est la vie publique et particulière de leur temps
              qu’ils nous retracent et rien de plus. Ils n’écrivaient point, ils chantaient, et
              leurs inspirations <pb ed="aut" n="4319"/> se transmettaient par la tradition comme
              chez des peuples modernes à moitié barbares. (Le conseiller aulique Thiersch a lu
              ensuite (à la séance publique de la classe de philologie et d’histoire, de l’Académie
              des sciences de Munich, le 14 août, 1824.) un mémoire sur les poésies épiques
              transmises de bouche en bouche par le peuple. Ce qui a donné lieu à ce mémoire, c’est
              un écrit du professeur Vater à Halle, sur les longues poésies héroïques serviennes
              récemment publiées, et comparées à celles d’Homère et d’Ossian</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <title>Bull. de Férussac</title> etc. Novemb. 1824. t. 2. art. 302. p. 321.</bibl>) (V.
          p. 4336. fine.)</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">On a voulu voir un art savant dans les divers dialectes qui se
              trouvent dans Homère. Ce prétendu mélange des dialectes n’est point l’ouvrage du
              chantre: de son temps les Ioniens parlaient ainsi, et ce n’est que plus tard que la
              langue grecque se modifia, et que diverses provinces telles que l’Éolie, l’Ionie et la
              Doride conservèrent des restes de l’ancien idiome, restes qui alors furent considérés
              comme autant de dialectes divers</foreign>
          </quote>.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il paraît qu’ Homère a vécu au 2.<hi rend="apice">e</hi> siècle
              après la destruction de Troie. L’éclat de son génie a fait oublier les noms des autres
              poëtes qui chantaient comme lui les hauts-faits des Grecs. Mais sans doute il a chanté
              comme eux des chants lyriques détachés, et il n’a probablement jamais songé à composer
              un poëme épique, et encore moins à en écrire un. De là ce qu’on dit de sa cécité et de
              son indigence, il aura passé dans la suite pour aveugle parce qu’il n’avait rien
              écrit; il aura passé pour indigent parce qu’il allait d’une ville a l’autre. Après sa
              mort, la réputation de ses chants alla toujours en <pb ed="aut" n="4320"/> croissant;
              les poëtes, perdant d’ailleurs le génie inventif, chantèrent les poésies d’Homère; il
              y eut alors des homérides. Pour flatter la vanité des villes dans lesquelles ils
              chantaient, ils intercalaient dans ces vers de leur prédécesseur, des éloges de villes
              et de peuples. On prétend que Lycurgue fut le premier qui fit rassembler et rédiger
              les poésies d’Homère. Mais ce législateur qui ne fit pas écrire ses propres lois,
              comment se serait-il occupé à faire écrire des vers dans Sparte ville pauvre et
              grossière? Solon régla l’ordre dans lequel les chantres dans les fêtes
            publiques</foreign>
          </quote> (in queste, tali poésie non erano, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >apparemment</foreign>, intermezzi, tanto più se si cantavano <emph>in ordine</emph>) <quote>
            <foreign lang="fre">devaient chanter les diverses poésies homériques, et Pisistrate les
              fit diviser ensuite en deux grands poëmes, l’Iliade et l’Odyssée. Aristarque les
              subdivisa en 24 livres d’après le nombre des lettres de l’alphabet grec. Alors se
              présenta une classe d’hommes, les diaskeuastes, espèce de censeurs ou de critiques qui
              cherchèrent à mettre de l’harmonie et de l’accord dans ces chants ainsi réunis et
              coordonnés; ils lièrent des parties détachées, levèrent des contradictions,
              supprimèrent des vers, des passages interpolés, etc. Mais ce travail ne fut pas fait
              avec assez d’art pour qu’on ne découvre des traces de leurs soudures; et leur jugement
              ne fut pas toujours assez sain pour qu’ils sussent distinguer ce qui appartenait à
              Homère d’avec les interpolations de ses successeurs. À l’exemple de Wolf, M. Müller
              signale plusieurs passages qui paraissent prouver que l’Iliade et l’Odyssée <pb
                ed="aut" n="4321"/> n’avaient point cette unité que ces poëmes presentent
              aujourd’hui, et qu’ils n’étaient dans l’origine que des chants lyriques détachés.
              Cependant Aristote ne les considéra que sous la forme qu’on leur avait donnée à
              Athènes, et célébra Homère comme poëte épique. Depuis, on ne vit plus dans l’Iliade et
              l’Odyssée que deux poëmes épiques. Assurément il règne une sorte d’unité dans chacun
              de ces deux poëmes; mais c’est la même qu’on trouve, par exemple, dans les romances
              espagnoles sur le Cid, lorsqu’on les lit de suite. Dans l’Odyssée on pourrait enlever
              les 4 premiers chants et la moitié du 15.<hi rend="apice">e</hi> sans nullement faire
              tort à la marche de l’action; c’est que le poëte ne les vivait jamais reunis et
              n’avait jamais pensé faire un grand poëme. D’un autre côté l’Iliade et l’Odyssée ont
              des lacunes que les diaskeuastes n’ont pas été capables de cacher. Dans l’Iliade le
                <hi rend="sc">i</hi>.<hi rend="apice">er</hi> et le 5.<hi rend="apice">e</hi> chants
              commencent par les mêmes récits: dans le 5.<hi rend="apice">e</hi> les événemens sont
              racontés comme si le poëte n’en avait jamais parlé. Les débuts des deux poëmes
              paraissent avoir été ajoutés par les diaskeuastes. Suivant l’usage de l’ancien temps,
              les homérides faisaient précéder leurs chants d’une invocation religieuse. Ce sont-là
              les prétendus hymnes homériques qui n’ont de commun avec le grand poëte que d’avoir
              été chantés pour le début de ses morceaux liriques</foreign>
          </quote>. D. G. (Depping.) <bibl lang="fre">
            <title>Bulletin de Férussac</title>, loc. cit. alla p. 4312. Octobre, 1824. tome 2. art.
            239. p. 231-234.</bibl>
        </p>
        <p>In questa ipotesi, che è quasi una transazione coll’opinion comune, poichè riconosce
          l’esistenza di Omero, ed ammette in qualche modo <pb ed="aut" n="4322"/> l’unità di autore
          dell’Iliade e dell’Odissea, a differenza di Wolf che attribuisce quei poemi a vari autori,
          e di B. Constant, che li attribuisce a due; io ammetto assai volentieri che Omero, non
          avendo nessuna idea di quello che fu poi chiamato poema epico, nè anche avesse alcun piano
          o intenzione di comporne uno, cioè di fare una lunga poesia che avesse un principio, mezzo
          e fine corrispondenti, che formasse un tutto rispondente ad un certo disegno, che avesse
          una qualunque circoscritta e determinata unità. Credo che incominciasse le sue narrazioni
          dove ben gli parve, le continuasse indefinitamente senza proporsi una meta, le terminasse
          quando fu sazio di cantare, senza immaginarsi di esser giunto a uno scopo, senza intender
          di dare una conclusione al suo canto, nè di aver esaurita la materia o de’ fatti, o del
          suo piano, che nessuno egli n’ebbe.</p>
        <p>Aggiungo che credo ancora che i suoi versi fossero ritmici, non metrici, fatti cioè ad un
          certo suono, non ad una regolata e costante misura; alla quale (mediante però l’ammissione
          di quelle loro infinite irregolarità ed anomalie, che furono chiamate e si chiamano
          eccezioni, licenze, ed ancora regole) fossero ridotti in séguito dai diascheuasti ec. Così
          è probabile che originalmente e nell’intenzione dell’autore fossero ritmici i versi di
          Dante, ridotti poi per lo più metrici nello stesso secolo, 14.<hi rend="apice">o</hi>. E
          così, come ha provato un loro dotto editore, il Dott. Nott, che mi ha eruditamente parlato
          di questa materia, furono puramente ritmici i versi dell’inglese Chaucer. Lo furono ancora
          certamente quelli de’ più antichi verseggiatori nostri, provenzali, spagnuoli, francesi.
          V. p. 4334.4362.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4323"/> Ma quello in cui la mia ragione non può trovare una probabilità,
          non solo nel caso di Omero, ma nè anche in quelli di Ossian e di qualunque altro si possa
          addurre in proposito, è che dei canti, certo in ogni modo assai lunghi,
          <emph>improvvisati</emph> p. e. a un convito o ad una festa pubblica, in mezzo a gente
          ubbriaca o dal vino o dalla gioia ec., da un poeta, forse ancor esso <foreign lang="grc"
            >οὐ νήφοντος</foreign> in quel momento, e ciò in un secolo privo di stenografi e di
          tachigrafi; dei canti che, secondo ogni verisimiglianza, dovevano esser dimenticati dal
          poeta stesso un momento dopo, anzi di mano in mano che li proferiva; si sieno, non solo
          quanto al soggetto, ma quanto alle parole, conservati nella memoria semplice degli
          ascoltanti in maniera, che trasmessi poi fedelmente di bocca in bocca per più secoli,
          distinti ben bene ne’ loro versi (ritmici o metrici poco vale), ora dopo 30 secoli si
          leggano begli e stampati in milioni d’esemplari, che li conserveranno ai futuri secoli in
          perpetuo. Apparentemente il Müller, che pone Omero nel secondo secolo dalla guerra
          troiana, (v. p. 4330. capoverso 3.) non riconosce nelle cose e nelle parole dell’Iliade e
          dell’Odissea, quei segni di avanzatissima civiltà e letteratura ionica o greca, che a
          tanti altri (come ultimamente a G. Capponi) sono sembrati così evidentissimi, certissimi
          ed innumerabili. Altrimenti come si potrebbe credere che quei poemi, da Omero o da altri,
          non fossero scritti subito? che l’uso della scrittura fosse ignoto o sì scarso in una
          letteratura e civiltà innoltratissima? come supporre sopra tutto una fiorente letteratura
          non scritta?</p>
        <p>Ma se il Müller vuol persuadermi che i poemi d’Omero non <pb ed="aut" n="4324"/> fossero
          scritti (al che non farò resistenza, tanto più che è conforme alla tradizione ricevuta fra
          gli antichi stessi, a quel che si dice di Licurgo ec.), mi trovi qualche altro mezzo
          probabile di trasmissione e conservazione fuori della scrittura non mi parli
          d’inspirazioni e d’improvvisazioni; mi dica almeno che Omero prima di cantare i suoi
          versi, <emph>li componeva</emph>; che li cantava poi più e più volte (a diversi uditorii,
          o in varie occasioni), colle stesse parole, e quali gli aveva composti e cantati; che
          gl’insegnava ad altre persone, fossero del volgo, o fossero cantori e genti del mestiere,
          che solessero impararne da altri, non sapendo farne del loro, e col cantarli si
          guadagnassero il vitto. Allora, considerata anche la superiorità della memoria avanti
          l’uso della scrittura, superiorità affermata da Platone (Teeteto e Fedro) e confermata
          dall’esperienza e dal raziocinio, troverò verisimile la conservazione di canti non
          scritti, sieno d’Omero o de’ Bardi ec.</p>
        <p>Ma posto che Omero componesse veramente e meditatamente i suoi canti, in modo da
          ricordarsene esso poi sempre, e da insegnarli altrui, allora, esclusa anche ogn’idea di
          piano, non sarà poi fuor di luogo il supporre tra questi canti una certa tal qual
          relazione; il pensare che Omero nel compor gli uni, si ricordasse degli altri che aveva
          composti, e intendesse di continuarli, o vogliamo dire, di continuare la narrazione, senza
          (torno a dire) tendere perciò ad una meta. Anzi questa supposizione è più che naturale,
          trattandosi di canti che hanno un argomento comune: è certo che Omero nel compor gli uni
          di mano in mano, si ricordava de’ precedenti. E non è egli verisimile che li cantasse
          sovente tutti ad uno <pb ed="aut" n="4325"/> stesso uditorio, oggi un canto, domani un
          altro? che l’uditorio s’invogliasse di ascoltar domani la continuazione della storia
          d’oggi? (ricordiamoci che allora non v’erano altre storie che in versi) che Omero nel
          cantare i suoi diversi componimenti seguisse un ordine, quello de’ fatti? (sia il medesimo
          o altro da quello che si trova oggi ne’ suoi poemi) che seguisse anche quest’ordine nel
          comporli, cioè, che dopo aver cominciato dove il caso volle, andasse avanti immaginando e
          narrando, soggiungendo oggi al racconto di ieri, senza (ripeto ancora) mirar mai ad altro,
          che a tirare innanzi la narrazione?</p>
        <p>Così sarà spiegata plausibilmente quella tal quale unità, quanto si voglia larga, ma
          sempre unità, che si trova ne’ suoi poemi, e massime nell’Odissea, nella quale bisogna pur
          convenire che è ben difficile il non riconoscere un legame qualunque tra le parti, una
          continuità nel racconto, un insieme, ed anche un principio e fine, nelle avventure
          romanzesche di quell’eroe. Ed osservo di più, che nell’uno e nell’altro poema, ma più
          nell’Iliade, moltissimi sono quei tratti di considerabile lunghezza, ai quali non si
          potrebbe mai dare un titolo a parte, che non fosse frivolo; staccati dal rimanente, non
          hanno nessuna ragionevole importanza, e riuscirebbero noiosissimi; essi non possono
          interessare che dipendentemente dalla relazione e connessione che hanno col resto del
          racconto, come accade ne’ poemi scritti con piano determinato; e in se stessi non offrono
          un argomento che potesse mai parer degno d’esser cantato isolatamente. Questi tratti sono
          troppo numerosi, troppo lunghi, e formano troppo gran parte <pb ed="aut" n="4326"/> de’
          due poemi, perchè si possano credere interpolati appostatamente da’ diascheuasti per
          mettere <foreign lang="fre" rend="italic">de la liaison</foreign> tra i canti di Omero.</p>
        <p>Le ripetizioni, le cose inutili, le contraddizioni, oltre che a niuno potrebbero far
          meraviglia in poemi fatti, com’io dico, senza intenzione e senza piano, non annunziano che
          l’infanzia dell’arte, e non possono parere obbiezioni valevoli, anzi appena obbiezioni, a
          chi ha pratica e familiarità cogli scrittori antichi; dico assai meno antichi, assai più
          artifiziosi e dotti che non fu Omero; dico non solo poeti, ma prosatori. Quanto, e come
          spesso, debbono sudar gli eruditi commentatori per conciliare e por d’accordo seco stesso
          p. e. qualche antico storico, la cui opera fu certamente scritta, e con piano, e con
          materiali di fatti scritti da altri, o conservati da tradizione! V. p. 4330.</p>
        <p>L’infanzia dell’arte in Omero, è annunziata ancora p. e. dalla sterile soprabbondanza
          degli epiteti, usati fuor di luogo, senza causa o proposito, e spessissimo, com’è noto, a
          sproposito. Lo stesso per l’appunto fanno i fanciulli quando scrivono i loro esercizi di
          rettorica: essi non sono mai semplici, anzi più lontani che alcun altro dalla semplicità.
          Così la maniera di Omero ha una certa naturalezza, ma non semplicità. Quella era effetto
          del tempo, non dell’autore: i fanciulli non l’hanno, perchè hanno letto, hanno che
          imitare, ed imitano. Ma la semplicità, come ho detto e sviluppato altrove, è sempre
          effetto dell’arte; sempre opera dell’autore e non del tempo. Chi scrive senz’arte, non è
          semplice. Omero anzi cercava tutt’altro che il semplice, cercava l’ornato, e quella sua
          naturalezza che noi sentiamo, fu contro sua voglia. I poeti greci posteriori hanno
          abbondanza di epiteti per imitazione di Omero: i più antichi però ne hanno meno, e più a
          proposito. V. p. 4328. capoverso 2., e la pag. 4350. fin.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4327"/> Questa mia ipotesi, come si vede, sarebbe una nuova transazione
          fra l’opinione di Wolf e di Müller, e la comune. Secondo ambe le ipotesi, la mia e quella
          de’ due tedeschi, Omero sarebbe stato poeta epico senza volerlo; e sarebbe interessante e
          curioso il notare il modo della nascita del genere epico, nascita che verrebbe ad essere
          immaginaria, e pur questa semplice immaginazione avrebbe dato luogo ai lavori epici in che
          hanno speso la vita eccellentissimi ingegni, come Virgilio e il Tasso: non sarebbe questo
          il solo caso ridicolo che sarebbe stato originato dalla inclinazione dell’uomo a imitare,
          ed a sottomettere a regole e a forme il proprio genio. Del resto, ammessa la mia ipotesi,
          riman sempre luogo a qualche degna lode dell’arte di Omero per l’effetto dell’insieme
          dell’Iliade, benchè composta senza piano preliminare; l’effetto, dico, osservato nelle mie
          riflessioni sul poema epico. Ammessa però, in vece, l’ipotesi di Wolf o di Müller, tutta
          la lode sarà dovuta al solo caso, e risulterà dalle predette mie riflessioni che il caso è
          molto meglio riuscito nel formare e ordinare un corpo di poema epico, che l’arte de’
          successori. E al caso si attribuiranno quelle lodi che io ho date all’arte di Omero per
          l’insieme del suo poema. Altra circostanza umiliante per lo spirito umano. (Firenze. 26
          31. Luglio. 1828.). V. p. 4354. fine.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">C’est par Aristote que commencent les écrivains qui emploient ce
              qu’on appelle le dialecte commun</foreign> (<foreign lang="grc">διάλεκτος
            κοινή</foreign>), <foreign lang="fre">et Démosthène lui-même n’est plus aussi
            pur</foreign>
          </quote> (così puro scrittore <emph>attico</emph>) <quote>
            <foreign lang="fre">que Xénophon et Platon</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss</title>. loco cit. alla p. 4312. Juillet, 1824. t. 2.
            art. 13. p. 12.</bibl>
          <pb ed="aut" n="4328"/> Sui pretesi dialetti d’Omero, v. la p. 4319. capoverso 1. (Fir.
          31. Lugl. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4318. Infatti Femio e Demodoco nell’Odissea cantano i loro versi narrativi
          accompagnandosi colla lira. Del resto queste mie osservazioni tendono a rivendicar come
          antica la differenza ora e da gran tempo riconosciuta fra le poesie lodative, passionate
          ec. dette liriche, meliche ec. e le narrative, dette epiche. (31. Lug. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4326. La mancanza dell’arte necessaria per ottenere il semplice, fu una delle
          cause che ritardarono nella letteratura greca, già ricca di versi, la produzione di buone
          prose. Chi non voleva scriver plebeo, chi non era affatto ignorante, sapeva scrivere
          ornatamente (come sta bene in poesia), ma non (come vuolsi alla prosa) pianamente. La
          lingua de’ numi, dice il Courier (pref. al Sag. dell’Erodoto), era benissimo posseduta,
          mentre la lingua degli uomini non si sapeva ancora usare. I primi saggi di prosa greca,
          come quelli di Ecateo Milesio e di Ferecide, peccano principalmente, come osserva esso
          Courier, per il poetico che hanno, anche nella dizione. Lo stile riusciva gonfio, non se
          ne sapevano guardare: in poesia si trovavan più a loro agio, perchè quivi non era
          gonfiezza quel che lo era nella prosa. Anche Erodoto, a ben guardarlo, ha del poetico e
          del gonfio in mezzo alla naturalezza propria del tempo. Così noi avevamo Dante, e nessuna
          prosa di conto fino al Boccaccio. Le migliori erano le più plebee, scritte da’ più
          ignoranti, senza pretensione, senza neppure intenzione (per dir così), di scrivere. Ma i
          prosatori che volevano scrivere, riuscivano stranamente gonfi (in mezzo alla naturalezza
          effetto del tempo e della pochissima lettura), come Dino Compagni, similissimi per la
          meschina gonfiezza e declamazione, ai fanciulli di rettorica. (31. Lug. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4329"/> Se un buon libro non fa fortuna, il vero mezzo è di dire che l’ha
          fatta; parlarne come di un libro famoso, noto all’Italia ec. Queste cose diventano vere a
          forza di affermarle. Molti che l’affermino e lo ripetano, lo rendono vero senz’alcun
          dubbio. Se, per qualunque ragione, questo mezzo non si può usare, il miglior partito è di
          tacere, dissimulare, e aspettare se il tempo facesse qualche cosa. Ma niente di peggio che
            <foreign lang="fre" rend="italic">de se fâcher avec le public</foreign>, gridare
          all’ingiustizia, al cattivo gusto de’ contemporanei, perchè non fanno caso del libro.
          Siano giustissime queste querele, sia classico il libro; dal momento che il suo cattivo
          esito è confessato e pubblicato, la miglior sorte che gli possa toccare è di essere
          riguardato come quei pretendenti che, privi di baionette, non hanno per se che i diritti e
          la legittimità. (Firenze. 10. Agosto. 1828. S. Lorenzo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alfabeti. Ortografia. Difficoltà ed imperfezioni della scrittura de’ dialetti p. es.
          italiani, abbondanti di suoni mancanti all’alfabeto nazionale scritto ec. Arbitrario
          dell’applicazione dei segni di questo alfabeto ai detti suoni: due persone che si
          ponessero a scrivere uno stesso dialetto senza saper l’uno dell’altro, nè seguire un
          metodo già ricevuto, si può scommettere che non iscriverebbero una parola sola nello
          stesso modo. La più parte dei nostri dialetti hanno un alfabeto di suoni più ricco assai
          del comune. (Fir. 10. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In letteratura, tutto quello che porta scritto in fronte <emph>bellezza</emph>, è
          bellezza falsa, è bruttezza. Verità fecondissima, e ricchissima di applicazioni, che
          occorrono ad ogni ora. (Fir. 10. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4330"/> Alla p. 4326. e il cui soggetto fu il vero, e non in gran parte il
          finto, come in Omero e ne’ poeti. (10. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dalle mie osservazioni su quel passo di Agatarchide comparato alla storiella di Muzio
          Scevola, si può dedurre che una delle principali fonti del favoloso trovato, massimamente
          dal Niebuhr, nella storia romana de’ primi tempi, sia l’avere i primi storici romani
          (seguiti poi dagli altri) copiato nella narrazione delle origini e de’ tempi oscuri di
          Roma, le storie o le favole de’ Greci, mutando i nomi. Così hanno fatto i primi storici di
          quasi tutte le nazioni, anche più recentemente, e ne’ bassi tempi ec. fra’ quali è insigne
          esempio quel Saxo nella <title lang="lat">Historia Danica</title>. (10. Agos.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4323. La presa di Troia, secondo i marmi di Paro, la cui cronologia è ora la più,
          anzi la generalmente seguìta, si pone nell’anno 108 avanti l’era Cristiana. <bibl>
            <title>Bull. de Féruss.</title> ec. loc. cit. alla p. 4312. tom.3. art. 235. p. 275.
            fin.</bibl> (10. Agos. 1828.). V. p. 4378.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutti dicono che la buona gente è rara assai. Questo in generale. Ma quando si viene al
          particolare, niente di più comune che il sentirsi dire di una famiglia: <emph>è buona
            gente</emph>, di un individuo: <emph>è un buon uomo, un buonissim’uomo</emph>. Rare
          volte il contrario: non sarà appena come uno a dieci. E nella pratica, io ho trovato
            <emph>buona gente</emph> da per tutto, anche per convivere: tanto che ora, di niente
          sono meno in pena che di trovar buona gente quella con cui debbo o dovrò avere a fare. Io
          credo che la bontà negli uomini sia men <pb ed="aut" n="4331"/> rara assai che non si
          crede: anzi, che abitualmente quasi tutti sieno buona gente. E credo che per trovar buona
          gente da per tutto, e senz’altri esami, non bisogni altro che esser <emph>buon uomo</emph>
          esso, ed aver <emph>buone maniere</emph>. (10. Agos. 1828. dì di S. Lorenzo. Firenze.). V.
          p. 4333.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Esse erano ancora in età ben giovanile, ma l’amore era scancellato dal loro volto; si
          vedeva che la gioventù n’era sparita per sempre. (M.lles Busdraghi). (10. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Sur l’idiome moldave; extrait d’un manuscrit de M. le C. te
              d’Hauterive (<bibl>
                <author>Wilkinson</author>, <title lang="fre">Tableau de la Moldavie et de la
                  Valachie</title>; traduit par M. de La Roquette, 2.<hi rend="apice">e</hi> édit.,
                appendix, n. 9.</bibl>) Cette langue, rude et grossière, est évidemment d’origine
              romaine; mais à ce sujet l’auteur établit une hypothèse particulière. Il suppose qu’il
              existait d’abord à Rome une langue populaire qui avait des articles, des verbes
              auxiliaires et toutes les formes embarrassantes qui, selon l’auteur, annoncent
              l’enfance de la civilisation. Pendant que les orateurs et les écrivains créèrent la
              langue classique, remarquable par sa précision et son élégance, la langue du peuple se
              propagea dans les provinces de l’empire et s’y modifia dans la suite d’après le génie,
              ou les relations des habitans. Ainsi, selon le comte d’Hauterive, le français,
              l’italien, l’espagnol, le moldave, ne sont pas dérivés de la langue de Cicéron et
              d’Auguste: ces idiomes ont une origine plus ancienne; ils viennent d’une langue
              antérieure, celle des premiers habitans de Rome. Le moldave surtout lui paraît être un
              reste de ce langage grossier. À l’appui de cette hypothèse l’auteur donne 6 tableaux,
                <pb ed="aut" n="4332"/> dont les deux premiers font connaître les temps des verbes
              auxiliaires <hi rend="italic">être</hi> et <hi rend="italic">avoir</hi>, en français
              et en moldave. On y voit que le moldave a des temps composés comme le français. Le
              troisième tableau comprend le verbe moldave <hi rend="italic">iou laud</hi>, je loue.
              Le quatrième tableau tend à prouver que <hi rend="italic">les 4 langues romaines
                vivantes</hi>, c’est-à dire le français, l’italien, l’espagnol et le moldave ont
              plus de rapport l’une avec l’autre qu’avec le latin. Il semble pourtant que ces
              exemples ne sont pas tous bien choisis; par exemple, le mot moldave zoon est aussi
              éloigné du mot français <hi rend="italic">jour</hi> que du latin, et le mot moldave
                <hi rend="italic">pugn</hi> ressemble encore plus au latin <hi rend="italic"
              >pugnus</hi> qu’au français <hi rend="italic">poing</hi>. Dans le cinquième tableau
              l’auteur a rassemblé des mots communs aux quatre langues modernes, et qui, bien que
                <hi rend="italic">romains</hi>, ne s’accordent pas avec le latin classique: par
              exemple</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">ignis</foreign>, <foreign lang="fre">se rend dans les
              quatre langues par <hi rend="italic">feu</hi>
            </foreign>, <emph>fuoco</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">fuego</foreign>
            <foreign lang="fre">et <hi rend="italic">fuoc; ensis</hi> par <hi rend="italic"
              >sabre</hi> (il fallait dire <hi rend="italic">epée</hi>)</foreign>, <foreign
              lang="spa" rend="italic">sciabla, espada, sabbia</foreign>; <foreign lang="lat"
              rend="italic">humerus</foreign>
            <foreign lang="fre">par <hi rend="italic">épaule, spale</hi> (sic), <hi rend="italic"
                >espala</hi> (sic), <hi rend="italic">espal</hi>. Ces exemples ne prouvent pourtant
              pas que les 4 langues aient puisé dans un idiome plus ancien que le latin classique,
              car les mots cités par l’auteur peuvent tout aussi bien dater du temps de la décadence
              de l’empire et de la langue latine; ainsi <hi rend="italic">feu</hi>
            </foreign>, <emph>fuoco</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">fuego</foreign>
            <foreign lang="fre">et <hi rend="italic">fuoc</hi> sont du temps de la basse latinité,
              lorsque les mots anciens étaient déjà détournés en partie de leur véritable acception,
              et lorsque le mot de foyer</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic"
            >focus</foreign>), <foreign lang="fre">qui désignait d’abord le lieu du feu, fut employé
              par les barbares pour exprimer le feu même. Enfin, dans le dernier tableau, l’auteur a
              voulu rassembler des mots <pb ed="aut" n="4333"/> communs au latin et moldave, et
              manquant aux trois autres langues, afin de prouver que le moldave ne dérive pas des
              langues modernes. Parmi ces exemples se trouvent</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">verbum</foreign>, <foreign lang="fre">verbe</foreign>;
              <foreign lang="lat" rend="italic">magis</foreign>, <foreign lang="fre">moi (sic).
              Cependant <hi rend="italic">verbe</hi> et <hi rend="italic">mais</hi> (autrefois dans
              le sens de <hi rend="italic">magis</hi>) sont aussi français. Ces exemples ne peuvent
              donc servir de preuve</foreign>
          </quote>. D-G. (Depping.) <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss</title>. loc. cit. alla p. 4312. Févr. 1825. t. 3.
            art. 152. p. 118-9.</bibl> (10-11. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4331. E credo che i <emph>cattivi</emph> sieno assai più rari che i <emph>buoni
            uomini</emph>, purchè non si chiamino cattivi (come si fa sempre) quelli che trattano
          male noi perchè noi trattiamo male o indiscretamente loro; perchè non vogliamo, o non
          sappiamo (cosa frequentissima), trattarli bene.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La salute è considerata generalmente dalla società come il minimo de’ beni umani, se pur
          ne è fatto conto in modo veruno. Fra le mille prove (e non parlo qui d’individui, ma di
          corporazioni), osservate che non troverete mai un luogo, una città che sia cominciata ad
          abitarsi, che cresca giornalmente di popolazione, per rispetto della salubrità del sito, e
          neanche della clemenza dell’aria. Opportunità di commercio, vicinanza di mare, centralità,
          presenza della corte, mille cose fanno e che si scelga a principio un luogo per popolarlo,
          per fondarvi una città, e che una città cresca via via d’abitanti: ma la salubrità non
          mai. Non v’è città che debba la sua nascita a questa causa, nessuna che le debba il suo
          accrescimento. Troverete spesso un <pb ed="aut" n="4334"/> sito saluberrimo, con aria
          comodissima, affatto deserto, in vicinanza d’una o di più città, pessimamente situate e
          popolatissime. Tra Livorno e Firenze (di scellerata situazione) vedete un sito che par
          quasi miracolosamente favorito dalla natura; ci trovate anche una città, che è Pisa; una
          città che fu anche popolatissima. Livorno pel suo mare, Firenze per cento altri vantaggi,
          si accrescono ogni giorno prodigiosamente di popolo; e sulle loro porte, Pisa, da che ha
          perduto la sua potenza, il commercio, i vantaggi estranei alla salubrità, si spopola,
          divien sensibilmente deserta ogni giorno più. (Firenze. 11. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4322. fin. Io per me sono persuaso che questo sia il vero e solo modo di render
          ragione delle irregolarità di misura che malgrado tutte le regole e sopraregole ed
          eccezioni arbitrariamente stabilite dagli antichi e dai moderni grammatici, malgrado tutti
          i sistemi, come quello del digamma eolico ec., si trovano sempre ne’ versi omerici. — <quote>
            <foreign lang="fre">Richard Bentley est le premier qui, s’étant aperçu de quelques
              irrégularités dans la mesure des vers d’Homère, supposa que ces irrégularités ne
              provenaient que de ce qu’on avait négligé le <hi rend="italic">Digamma</hi>, dont sans
              doute la prononciation était tombée en désuétude quand on copia pour la première fois
              l’Iliade et l’Odyssée. Du Digamma dans les Poésies homériques</foreign>
          </quote>. (<bibl lang="fre">Extrait d’un <title>Nouveau Commentaire sur Homère</title>
          </bibl>);<bibl>par <author>M. Dugas-Montbel. Bull.</author> de Féruss. loc. cit. Janv.
            1825. art. 7. p. 9.</bibl> — <quote>
            <foreign lang="fre">Le fait est que, malgré l’adoption du Digamma, on ne résout pas
              toutes les difficultés, et que M. Knight lui-même</foreign>
          </quote> (Payne Knight, il quale nel 1820 pubblicò in Inghilterra un’edizione intera <pb
            ed="aut" n="4335"/> dell’Iliade e dell’Odissea col digamma, <quote>
            <foreign lang="fre">et avec une orthographe particulière qu’il suppose avoir été dans le
              principe celle d’Homère</foreign>
          </quote>; dopo che Upton e Salter avevano dato degli <foreign lang="fre" rend="italic"
            >specimen</foreign> di edizioni d’Omero col digamma, e che Heyne già nel suo Omero del
          1802, <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">au bas de son texte, où il suit l’orthographe
              ordinaire</foreign>
          </quote>, aveva <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">placé les mots avec le Digamma</foreign>
          </quote>, in cui favore egli si è dichiarato) <quote>
            <foreign lang="fre">a laissé subsister des passages qui blessent son système</foreign>
          </quote> (cioè, come si spiega in una nota, de’ passi dove una sillaba che dovrebb’esser
          breve, diventa lunga pel digamma; <foreign lang="grc">κρηγυον Ϝειπας</foreign> ec.), <quote>
            <foreign lang="fre">tant il est difficile de rétablir la véritable orthographe sur de
              simples conjectures, et dans la privation absolue de tout monument écrit. Certainement
              quelque système qu’on adopte, il n’en est point qui ne présente des objections, parce
              que dans ces premiers âges de la poésie, où les lois de la prononciation n’étaient
              point encore soumises au frein de l’écriture qui les rend plus invariables, il devait
              y avoir une foule d’anomalies qu’on ne pouvait expliquer que par l’usage, plus fort
              que le raisonnement, et même que les règles de l’analogie; parce qu’enfin sous
              Pisistrate, quand on transcrivit pour la première fois les vers d’Homère, la
              prononciation avait déjà subi des altérations notables qu’il est impossible de
              déterminer précisément aujourd’hui</foreign>
          </quote>. <bibl>Ibidem, p. 13.</bibl> — Ora con una pronunzia varia, incerta, e non ancora
          fissata, come supporre, come trovar possibile una misura di versi esatta e costante? —
          Payne Knight era morto già prima del 1824, o in quell’anno. (12. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4336"/> Sopra il digamma eolico, si trovano delle curiose e non inutili
          notizie nella breve Memoria di Dugas-Montbel citata nel pensiero precedente. Egli crede
          che le <emph>Digamma</emph>
          <quote>
            <foreign lang="fre">devait tenir de la prononciation du V consonne et de l’U voyelle des
              latins que nous prononçons <hi rend="italic">ou</hi>... Si l’on observe que dans le
              midi de la France il n’est pas rare qu’on prononce le monosyllabe <hi rend="italic"
                >oui</hi> en faisant légèrement sentir le son du V (<hi rend="italic">voui</hi>),
              peut-être aurait-on quelque chose d’analogue à la prononciation du <hi rend="italic"
                >Digamma</hi>
            </foreign>
          </quote>. (Viceversa in Toscana spessissimo si sopprime il v, o si cambia in
          un’aspirazione: <emph>pióe</emph> o <emph>piohe</emph> per <emph>piove</emph>,
          <emph>doe</emph> per <emph>dove</emph>, ec. ec., e questo lo trovo anche scritto ne’
          rusticali ec. V. p. 4365.) M. Dawes (gran partigiano del digamma ap. Omero; erudito
          inglese) <quote>
            <foreign lang="fre">veut que le <hi rend="italic">Digamma</hi> se prononce et s’écrive
              comme le W anglais (Dawesii Miscellan. par. 4. p. 190. et seqq. édit. de 1817.) Je ne
              crois pas que certe forme ait jamais été connue de l’antiquité, cette lettre est toute
              du nord. Quant à la prononciation elle rentre à peu près dans celle que j’ai
            indiquée</foreign>
          </quote>. p. 13-14. (12. Agos.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altra difficoltà enorme dell’invenzione della scrittura alfabetica: l’infinita varietà ed
          incertezza della pronunzia orale di qualunque lingua e parola: infinita sempre, ma più che
          mai avanti l’invenzione della scrittura alfabetica. La pronunzia non riceve qualche
          fissità se non dalla scrittura alfabetica, e viceversa l’invenzione di questa non par
          possibile senza una pronunzia già fissata. V. la p. qui dietro. (12. Agos.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4319. <quote>
            <foreign lang="fre">Chants populaires des peuples grecs. À l’occasion de l’annonce des
                <hi rend="italic">chants populaires de la Grèce moderne</hi>, par M. Fauriel, les
                <title>Annales littéraires</title> de Vienne, t. 26, font observer que ce recueil
                <pb ed="aut" n="4337"/> peut faire suite à un recueil semblable de chants serviens,
              publié récemment par Wuk Stephanowitsch; mais qu’il reste encore à recueillir les
              chants populaires de trois peuples, pour que l’on possède toute la poésie populaire de
              la nation grecque. Ces trois peuples sont: les Albanais, les Valaques et les Bulgares.
              Les Albanais, qui paraissent descendre des anciens Illyriens, doivent avoir beaucoup
              de chants. Il doit en être de même des Valaques de Macédoine. Quant aux Bulgares, Wuk
              assure positivement qu’ils ne cédent aux Serviens ni en poésies lyriques, ni en chants
              épiques. D’après le même auteur la langue bulgare forme une sorte de langue romane
              parmi les langues des 5 peuples grecs: ce que le latin a été pour les peuples d’Italie
              et de France, le Slave l’est encore pour les Bulgares</foreign>
          </quote>. D-G. (Depping.) <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss.</title> l. c. Janvier 1825. t. 3. art. II. p.
          16-17</bibl>. — <title lang="ger">Kleine serbische Grammatik</title>. <title lang="fre"
            >Petite grammaire servienne par Wuk Stephanowitsch</title>, <foreign lang="fre">trad. en
            allem. avec une préface de J. Grimm, et des observations sur les chants héroïques des
            Serviens; par J. S. Varer</foreign> (allora professore a Halla, morto a Halla 1826,
          linguista tedesco, famoso per aver continuato il <title>Mithridates</title> di Adelung,
          oltre ad altre opp.) Berlin; 1824. <quote>
            <foreign lang="fre">La langue servienne, trop prodigue de consonnes, est parlée par
              environ 4 millions d’individus, en Servie, en Croatie, en Esclavonie et en Monténégro.
              Elle a une quantité de poésies intéressantes dont il sera question dans un autre
              article. Cette langue mérite donc l’attention des savans. Wuk, auteur de la petite
              grammaire qui vient de paraître, a, de plus, fair imprimer à Vienne, en 1817-18, un
              dictionnaire <pb ed="aut" n="4338"/> servien, 36. f. in 4.o. L’auteur, nè dans le
              pays, était d’abord inspecteur des douanes serviennes, et, sous la domination de
              Czerni Georges, il occupait le poste de secrétaire du Sénat de son pays. Aucun Servien
              n’a peut-être étudié davantage son idiome national. On doit imprimer à Pétersbourg une
              trad. qu’il a fait en servien du N. Testament</foreign>
          </quote>. Ib. Juin 1825. t. 3. art. 548. p. 439-40. — Narodne srpske pjesme skupio, ii na
          swijet izdao, etc. <bibl lang="fre">
            <title>Chansons nationales serviennes</title>, recueillies et publiées par Wuk
            Stephanowitsch Karadshitch. 3 vol. Leipzig; 1824</bibl>. <quote>
            <foreign lang="fre">Les serviens ont une foule de chansons nationales qui n’avaient
              jamais été recueillies, et dont un grand nombre n’avait peut-être jamais été mis par
              écrit, lorsque le savant servien Wuk eut l’heureuse idée d’en faire un recueil, qu’il
              a porté en Allemagne, et qui y a été publié. C’est une nouveauté intéressante, qui
              nous fait connaître la poésie d’un peuple dont la littérature, à la vérité peu riche,
              existait à l’insu de l’Europe. La première partie du recueil contient une centaine de
              petites pièces de vers, que l’auteur appelle chansons féminines, parce que les femmes
              en composent et chantent beaucoup dans leur ménage. Ces pièces sont faites sans art,
              la plupart en vers blancs, et peut-ètre improvisées; elles sont généralement médiocres
              sous le rapport de la poésie. Il y en a sur toutes sortes de sujets, sur l’amour, sur
              la moisson, sur les fêtes du pays; on y trouve même des chansons magiques pour obtenir
              de la pluie, que chantent les jeunes filles en parcourant les villages. Par-ci, par-là
              on trouve des pensées d’un naturel agréable ou des comparaisons originales ou
              singulières. Les deux autres <pb ed="aut" n="4339"/> parties contiennent les chansons
              héroïques qui abondent chez ce peuple belliqueux. Ce sont des vers monotones, où les
              mêmes épithètes et les mêmes formules reviennent sans cesse. Quelquefois les aventures
              qu’elles chantent ont de l’intérêt. Le héros favori des Serviens, Marko, fils d’un
              roi, y joue un grand rôle. Les batailles y sont peintes avec une sorte de
              prédilection, surtout celle de 1389 qui ôta l’indépendance à la Servie</foreign>
          </quote>. <bibl>D-G. Ib. Juillet 1825. t. 4. art. 22. p. 17</bibl>.</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="sconosciuta">Faeroeiscke quaeder om Sigurd Fofnersbane og hans
            aet</foreign>. <foreign lang="fre">Chansons des îles Foeroeer (oe, oe) sur Sigurd
              Fofnersbane, et sur sa race; recueillies et traduites en danois par H. C. Lyngbye,
              avec une introduction du prof. P. E. Müller; 592 pag. in-8.<hi rend="apice">o</hi>.
              1822. Dans les îles Foeroeer (oe, oe) s’est conservé un dialecte particulier de
              l’ancien scandinave, et dans ce dialecte le peuple conserve plus de 150 chansons qui
              se chantent pour la plupart sur des airs de danse, et servent en effet à accompagner
              celles des paysans. M. Lyngbye a recueilli onze de ces chansons; elles ont un
              caractère épique, et chantent Sigurd, héros célèbre dans tout le nord, et dans les
              romans allemands du moyen âge. Les insulaires des îles Foeroeer (ae, oe) chantent ces
              poésies dans leurs réunions, et se les transmettent oralement de père en fils; il est
              probable qu’elles sont fort anciennes. Quoique le sujet ressemble à celui de divers
              passages de l’Edda, il ne paraît pourtant pas qu’elles soient imitées de l’islandais;
              du moins l’Edda n’a point cette forme de chanson sous laquelle le roman de Sigurd est
              presenté dans les chants foeroeériens; en Islande, en Norvège et en Danemark, <pb
                ed="aut" n="4340"/> on n’a pas d’ailleurs la coutume d’accompagner la danse de
              vieilles chansons en petits vers tels que ceux de Foeroeer (oe, oe). Le style de ces
              poésies est simple et naïf; les images y sont moins hardies que dans les poésie
              islandaises; quelquefois on y trouve des comparaisons relatives à la nature locale de
              cet archipel; des yeux bleus y sont comparés avec le plumage des pigeons sauvages, qui
              sont de cette couleur aux Foeroeer (ae, oe). M. Lyngbye a fait de ces poésies épiques
              une traduction en vers, et il a expliqué dans les notes les termes qui pourraient être
              difficiles pour les Danois. Dans le supplément l’éditeur a inséré d’autres chansons
              qui n’ont pas de rapport à Sigurd, et un vieil air noté de ces îles. Il resterait
              maintenant à publier les autres chansons des Foeroeer (ae, oe), et peut-être aussi le
              vocabulaire foeroeérien (oe, oe) faisant partie d’une description de cet archipel,
              composée vers 1782 par M. Svaloe, et conservée en 7. vol. in-4.<hi rend="apice"
              >o</hi>. parmi les manuscrits de la bibliothèque royale de Copenhague</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. art. 21. p. 16-17.</bibl> (12-13. Agos. 1828.). V. p. 4352.4361.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <title lang="ger">Wertheidigung des Wilhelm Tell</title>. <quote>
            <foreign lang="fre">Defense de Guillaume Teli, par X. Zuraggen; nouv. édit. in-8.<hi
                rend="apice">o</hi>. Fluelen, dans le canton d’Uri; 1824. La vérité de l’histoire de
              Guill. Tell ayant souvent été mise en doute, et notamment dans une brochure qui a paru
              en 1760, intitulée, <title>Guillaume Tell, conte danois</title>; l’auteur cherche à
              venger la mémoire du héros, et à démontrer son existence par des documens
            authéntiques</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <title lang="fre">Journ. gén. de la littérat. étrang.</title>, septembre 1824, p.
          264.</bibl>) <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss.</title> Mai, 1825. l. c. t. 3. art. 526. p.
          422-3.</bibl> (13. Agos.). V. p. 4362.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4341"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">On attribue l’invention de l’alphabet mongol à
              Bogdo-Khotokhtou-Tchoidja-Bandida, appelé du Thibet en Mongolie par le Khan
              Khoubilaï-Tsétsèn-Khan, petit-fils de Gengiskhan; et sa correction au lama
              Tchoïdja-Ostyr, qui vivait du temps de Khaïssyn-Kouloug-Khan, mort au commencement du
              14 siècle, et sous le règne duquel cet alphabet fut introduit parmi les peuples
              mongols. Selon les écrivains mongols on n’employa jusqu’au temps de
              Khaïssyn-Kouloug-Khan, à la cour des souverains de ce pays, que les lettres
              thibétaines, alors appelées <title>Oïgoures</title> (étrangères). Les Chinois
              prétendent dans l’histoire que, jusques à l’introduction d’un alphabet particulier,
              les Mongols s’étaient servis des caractères chinois ou <hi rend="italic"
              >ouvouitsk</hi>
            </foreign>
          </quote>.</p>
        <p>(Così moltissimi libri giapponesi sono scritti in caratteri cinesi, e questi sono anco
          della letteratura giapponese, i più noti, anzi quasi i soli noti agli Europei. Bulletin
          ec. t. 4. art. 197. Al qual proposito il <bibl>
            <title lang="fre">Bull. di Féruss.</title> ib. p. 175</bibl>, osserva: <quote>
            <foreign lang="fre">L’emploi d’une écriture syllabique</foreign>
          </quote> (la scrittura propria giapponese, composta di 47 sillabe primitive) <quote>
            <foreign lang="fre">dérivée de l’écriture figurative des Chinois, et l’usage qu’on fait
              de cette dernière en l’appliquant à une langue pour laquelle elle n’avait pas été
              formée</foreign>
          </quote> (alla lingua giapponese), <quote>
            <foreign lang="fre">sont deux phénomènes capables d’intéresser les hommes qui font de
              l’étude des langues, un sujet de méditations philosophiques</foreign>
          </quote>.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les Mongols écrivent de gauche à droite comme nous, mais
              perpendiculairement du haut en bas, comme on pourra le voir par l’alphabet comparé
              Mongol et Kalmouk. Malgré les traits qui changent <pb ed="aut" n="4342"/> souvent la
              forme des lettres, il est impossible de ne pas remarquer qu’elles viennent presque
              toutes des caractères grecs et syriaques, et par conséquent elles sont peut-être un
              des monumens les plus anciens qui servent à prouver la liaison des peuples qui les ont
              adoptées avec les peuples de l’Occident. Outre l’alphabet élète ou Kalmouk, celui des
              Mongols a encore donné naissance aux lettres mantchouriennes qui n’en diffèrent que
              par quelques légers changemens. Les Mongols avaient encore un autre alphabet inventé
              du temps de Khaïssyn-Kouloug-Khan par un certain Lama-Pakba, dont les lettres ont été
              nommées carrées en raison de leur forme; mais on n’a rien pu découvrir d’écrit en ce
              genre. Au contraire nombre d’anciens livres mongols sont écrits en lettres de
              Tchoïdja-Bandida</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss.</title> ec. l. c. t. 4. art. 238. p. 242-3</bibl>.
          septembre 1825. (13. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Quibus actus uterque Europae atque Asiae fatis concurrerit
            orbis</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Virg.</author>
            <title>Aen.</title> 7. 223</bibl>. Il pieno senso di questo luogo e di quell’<foreign
            lang="lat" rend="italic">uterque</foreign> non credo sia stato mai bene inteso nè si
          possa intendere senza ricordarsi dell’antica divisione del mondo in due sole parti, Europa
          ed Asia; divisione di cui è da vedersi una dotta nota di Letronne al v. 3. dell’Iscrizione
          greca metrica scoperta nell’isola di Philae da Hamilton (nel <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss.</title> l. c. t. 3. p. 403-2. art. 499.</bibl>
          intitolato: <title lang="fre">Explication d’une inscription grecque en vers</title>,
            <foreign lang="fre">découverte dans l’île de Philae par M. Hamilton. Extraite de la
            suite des <title>Recherches pour servir à l’histoire de l’Égypte pendant la domination
              des Grecs et des Romains</title>; par M. Letronne, de l’Institut.</foreign>): il qual
          Letronne dice ch’ella tiene <pb ed="aut" n="4343"/> evidentemente alla geografia omerica,
          e mostra come fosse propria della geografia poetica greca e latina. Fu anche seguita da
          vari scrittori dell’una e dell’altra lingua, in prosa; e fino da Procopio, il quale
          comprende l’Affrica nell’Asia, laddove gli antichi la mettevano nell’Europa. V. anche
          Berkel. ad Steph. Byz. p. 383., ed Uckert, Geograph. der Griechen und Roemer, t. 1, parte
          2. p. 280. richiamati in nota dal Letronne. (Fir. 13. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dalle bellissime ed acutissime osservazioni del Wolf (<bibl>
            <title>Prolegom. ad Homer.</title> par. 17. Halis Saxonum 1795, vol. I. p.
          LXX-LXXIII.</bibl>) dalle quali risulta che, secondo ogni verisimiglianza, il principio
          della cultura della prosa e le prime opere di prosatori appresso i greci, furono
          contemporanee all’epoca in cui la scrittura appresso i medesimi divenne di comune uso, e
          tale da poterne far de’ volumi; anzi che <quote>
            <foreign lang="lat">scripturam tentare et communi usui aptare plane idem videtur fuisse,
              atque prosam tentare et in ea excolenda se ponere</foreign>
          </quote> (p. LXXII.), il che accadde sul principio del 6. sec. av. G. C. (p. LXX.); da
          queste osservazioni, dico, si raccoglie la vera causa del fenomeno, in apparenza
          singolare, che presso tutte le nazioni, nel loro primo ingresso alla civiltà, la
          letteratura poetica ha preceduto la prosaica: fenomeno osservato da moltissimi, da
          nessuno, nè prima nè dopo Wolf, bene spiegato, e tuttavia naturalissimo, ovvio e
          semplicissimo. Chi potea mai pensare a comporre in prosa prima dell’uso (facile, comune,
          in carta o simili materie portabili, non in bronzo o marmo o legno) della scrittura? come
          conservare tali composizioni? Parlare in prosa, anche a lungo, si poteva, e parlavasi,
          raccontavasi in <pb ed="aut" n="4344"/> prosa, arringavasi, e simili, ancora in pubblico;
          ma nè i parlatori nè gli altri pensavano a desiderare non che a proccurar durazione a tali
          prose, stantechè nessuno neppur sospettava la possibilità che tali prose si conservassero,
          perchè la memoria non le potea ritenere. Da altra parte, gli uomini inclinati naturalmente
          alla poesia ed al canto, come apparisce dal vedere che quasi tutte le nazioni selvagge
          hanno delle poesie, poetavano e componevano in versi: da prima senza speranza nè disegno
          che questi si conservassero, non più che i discorsi in prosa; poi, visto che la memoria
          potea ritenerli, si pensò, si provvide alla loro conservazione: quando il conservarli e
          l’impararli fu divenuto cosa comune, quando vi furono degli uomini che ne fecero un
          mestiere (i rapsodi appo i greci), allora naturalmente anche la composizione de’ versi
          divenne una specie d’arte; fu più accurata, più colta; infine v’ebbe una letteratura
          poetica; e ciò senza scrittura, e mentre che la prosa, non ancora coltivata in niun modo
          perchè non conservabile, era affatto lontana dal poter far parte di letteratura. Quindi è
          naturale che quando la scrittura fu divenuta comune e però si potè comporre in prosa,
          questa fosse infante, mancasse l’arte, mentre la poesia era già molto avanzata; e la
          lingua poetica fosse già formata da più secc. mentre la prosaica era anco informe. Vedi la
          p. 4238. capoverso 2. V’ebbe una letteratura assai prima della scrittura, cioè del comune
          uso di essa ma tal letteratura non fu e non poteva essere che poetica. V. p. 4354.</p>
        <p>Tutto ciò accadde naturalmente e non già per disegno. Ridicolo è l’attribuire a popoli
          bambini nella civiltà, l’acutezza di conoscere, e il desiderio di provvedere che la
          cognizion delle cose si trasmettesse alla posterità pel solo mezzo che allora ci aveva;
          versi consegnati alla memoria; e di compor versi apposta per questo fine. V. p. 4351.
          princip.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4345"/> In quella letteratura antiscritturale, il solo modo di pubblicare
          i propri componimenti, era il cantarli esso, o insegnarli ad altri che li cantassero.
          Fuitque diu haec (ars rhapsodorum) unica via publice prodendi ingenii (<bibl>
            <author>Wolf</author> par. 23. p. XCVIII</bibl>) Queste furono per più secoli le
          edizioni de’ greci. Tanto che anche dopo reso comune l’uso della scrittura, <quote>
            <foreign lang="lat">etiam Xenophanem poëmata sua ipsum</foreign>
            <foreign lang="grc">ῥαψῳδῆσαι</foreign>
            <foreign lang="lat">legamus</foreign>
          </quote>, osserva il Wolf (ib.) citando il Laerzio, IX. 18. male inteso da altri. E forse
          ancora di qui venne che Erodoto, un de’ primi scrittori di prosa, anche la sua prosa (se è
          vero quel che si racconta; e forse questa osservazione potrebbe farlo più probabile) volle
          recitare in pubblico. (V. p. 4375.) Stante l’uso delle passate età, e l’assuefazione, non
          pareva pubblicato, edito, quello che non fosse comunicato veramente e di viva voce al
          popolo. Lascio che per lungo tempo dopo il detto uso della scrittura, si continuò appresso
          i greci la recitazione pubblica o canto de’ versi d’Omero e degli altri poeti antichi. <quote>
            <foreign lang="lat">Ac primo quidem tempore et paene ad Periclis usq. aetatem Graecia
              Homerum et ceteros</foreign>
            <foreign lang="grc">ἀοιδοὺς</foreign>
            <foreign lang="lat">suos adhuc auditione magis quam lectione cognoscebat. Paucorum etiam
              tum erat cura scribendi, lectio operosa et difficilis; itaque rhapsodis maxime operam
              dabant captique mira dulcedine cantus ab illorum ore pendebant. In clarissimis huius
              saeculi</foreign>
          </quote> (secolo di Pericle) <quote>
            <foreign lang="lat">rhapsodis memoratur circa Olymp. 69. Cynaethus, Pindaro aequalis,
              qui Chio commigravit Syracusas, vel ibi maxime artem factitavit</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Wolf</author> par. 36. p. CIX.</bibl>) Noti sono i rapsodi del tempo di Socrate,
          di Platone, (ib. p. CLXI. not. 22.) e di Senofonte, par. 23. p. XCVI. e l’autore <pb
            ed="aut" n="4346"/> dell’Ipparco, dialogo che va tra le opere di quest’ultimo, dice che
          anche al suo tempo si recitavano da’ rapsodi alle feste de’ Panatenei quinquennali, i
          versi di Omero, con quell’ordine che, secondo lui, da Ipparco figlio di Pisistrato era
          stato ingiunto ai rapsodi da osservarsi nel recitarli. E durò fino agli ultimi tempi della
          Grecia l’uso di recitare a memoria ne’ conviti e nelle conversazioni colte, degli squarci
          di poesia, or d’uno or d’altro autore; il che si chiamava <foreign lang="grc">ῥῆσιν
          εἰπεῖν</foreign> e simili; v. p. 4438. e vedine il Comento del Coray a’ Caratteri di
          Teofr. e del Casaubono ad Ateneo. Possono considerarsi come una continuazione dell’ antica
          usanza rapsodica quei tanti componimenti di genere letterario ed epidittico che i sofisti
          e retori a’ tempi romani, e massime nel 2.<hi rend="apice">o</hi> secolo, andavano
          declamando pubblicamente per le città della Grecia, dell’Asia, della Gallia, ora in lode
          di esse città, ora degl’imperatori ora degli Dei o eroi ec. del paese, or sopra argomenti
          di morale, di filologia nazionale ec. V. p. 4351.</p>
        <p>Noi ridiamo di quell’antico modo di pubblicazione; forse quegli antichi riderebbero assai
          del nostro. Certo non potremo negare che quella non fosse e naturale (anzi la sola
          naturale), e vera pubblicazione. Noi diciamo aver pubblicato un componimento quando ne
          abbiam fatto tirare qualche centinaio di copie, che andranno al più in qualche centinaio
          di mani; come se quelle centinaia di lettori fossero la nazione: e la nazione veramente,
          il vero pubblico, il popolo, non ne sa assolutamente nulla. Pubblicare allora, era dare ed
          esporre al popolo, che oggi è straniero alle nostre <emph>edizioni</emph>. Come già Plato (<bibl>
            <title>Phaedr.</title> p. 274. E</bibl>) <quote>
            <foreign lang="lat">atque alii veteres philosophi iudicaverunt inventas litteras
              profuisse disciplinis, sed obfuisse discentibus, adeo ut quae inventio medicamen
              memoriae dicta esset, eadem non <pb ed="aut" n="4347"/> immerito noxa ejus et
              pernicies diceretur</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Wolf</author>, par. 24. p. CI-CII</bibl>), così non sarebbe men paradosso e
          forse più vero il dire che la scrittura, celebrata per aver popolarizzata l’istruzione, è
          stata al contrario per una parte la causa di depopolarizzar la letteratura, la quale una
          volta non poteva vivere che presso il popolo, e di separar dal popolo i letterati, i quali
          già ne fecero necessariamente parte. La scrittura sola ha reso possibile una letteratura
          più colta, polita e perfetta, la quale di sua natura non può essere, e non sarà mai,
          popolare. (Oggi siamo a un punto, che per farla tale, bisogna sperfezionarla, tornarla a
          una specie d’infanzia, a una rozzezza, sacrificando il bello all’utile.) V. p. 4367. Nè
          solo la prosa, e le scritture dottrinali, ma la poesia, che da prima, come si è veduto,
          ebbe per suoi propri uditori il popolo; che costituì tutta la letteratura quando la
          letteratura fu popolare; che anche oggi si grida, e per tutti i secoli antichi e moderni,
          si è gridato, dover esser popolare, esserlo già essa di sua natura; la poesia ancora è
          stata perduta dal popolo per colpa della scrittura; anzi esso è il genere più lontano dal
          popolare, e il più difficile ad esser tornato tale; anzi impossibile, se non quando la
          poesia di qualunque nazione e letteratura moderna, non si riformi, ma si sbandisca
          affatto, e se ne crei una in tutto e per tutto nuova. V. p. 4352.</p>
        <p>Componendo senza scrivere, non fidando i propri componimenti che alla memoria (<quote>
            <foreign lang="lat">ex eo Musarum, memorum dearum, diligens et in Iliade enixe repetita
              invocatio</foreign>
          </quote>: <bibl>
            <author>Wolf</author>. par. 20. p. LXXXIX.</bibl>), Omero e i poeti di que’ tempi erano
          ben lungi dall’ aspirare all’immortalità. <quote>
            <foreign lang="lat">Quid? quod ne nominis quidem immortalitas tum quenquam impellere
              potuit ut ei duraturis monumentis prospiceret; idque de Hom. credere, optare est, non
              fidem <pb ed="aut" n="4348"/> facere. Nam ubi is tali studio se teneri significat? ubi
              professionem eiusmodi, ceteris poëtis tam frequentem, edit, aut callide
            dissimulat</foreign>?</quote> (par. 22. p. XCIV.) Non si era ancora concepita l’idea
          dell’immortalità, molto meno il desiderio. Ben desideravasi la gloria, cioè l’onore e la
          lode de’ contemporanei, cioè de’ conoscenti e de’ cittadini o compatrioti, in vita e ne’
          primi dì dopo la morte: stimolo ben sufficiente alle più grandi azioni. <quote>
            <foreign lang="lat">Omnino autem satis habuit illa aetas, quasi sub nutrice ludendo et
              divini ingenii impetum sequendo, res pulcherrimas experiri et ad aliorum oblectationem
              prodere: mercedem si quam petiit, plausus fuit et laus aequalium auditorum</foreign>
          </quote>, dice il Wolf (<bibl>par. 22. p. XCIV-V.</bibl> e cita <bibl>
            <author>Oraz.</author>
            <title>Ep.</title> II. I. 93.</bibl>). E quel ch’ei dice de’ poeti di que’ tempi dee
          dirsi parimente de’ guerrieri, magistrati, uomini forti, giusti, virtuosi. V. p. 4352.
          Altro vantaggio anche questo de’ tempi Omerici, ignorare l’immortalità del nome: 1.o non
          erano tormentati da un desiderio sì difficile ad adempire, 2.o molto più filosoficamente e
          ragionevolmente di noi (come sono sempre più filosofi di noi i primitivi) limitavano i lor
          desiderii a quel che è sensibile, e naturale a desiderarsi, la lode dei presenti; non
          estendevano le loro viste al di là di quel che è concesso all’individuo, al di là dello
          spazio assegnatogli dalla natura, cioè della vita; in fine non si curavano di quello che
          nulla ci può veramente nè giovare nè nuocere, nè piacere, nè dispiacere, di quel che si
          penserà di noi dopo la nostra morte.</p>
        <p>E qui è curioso e filosofico, egualmente che tristo, il riflettere che Omero senza
          desiderare nè aspirare all’immortalità, l’ha ottenuta; e noi che la desideriamo, noi per
          effetto appunto della scrittura che ci ha ispirato tal desiderio, <pb ed="aut" n="4349"/>
          non l’otterremo. I versi e gli eroi di Omero, fidati alla sola memoria, han varcati quasi
          30 secoli, e dureranno quanto, per dir così, la presente stirpe umana, quanto la presente
          cronologia; i nostri componimenti ed i nostri eroi, fidati alla scrittura, che avrebbe
          oramai de’ milioni di componimenti e di eroi da conservare, non giungeranno appena alla
          generazione futura. Altro paradosso verissimo: la scrittura che sola o principalmente ha
          prodotto l’idea e ’l desiderio della immortalità, la scrittura considerata come istrumento
          di essa immortalità, la medesima moltiplicando a dismisura gli oggetti consegnati alla
          tradizione, sola o principalmente, ha reso a quest’ora impossibile il conseguirla. Anche i
          sommi uomini, scrittori e fatti si pérdono ora necessariamente nella folla: consegnati
          alla sola memoria, non si confondevano in gran moltitudine, e quell’istrumento in
          apparenza sì debole, dico la memoria semplice, sapeva ben conservarli a perpetuità. Il che
          non può più la scrittura. Essa nuoce alla fama, di cui è creduta il fonte e l’organo
          principalissimo e necessario. V. p. 4354.</p>
        <p>Quanto alle letterature moderne in cui la poesia precedè la prosa, come l’italiana e
          l’inglese, la ragione di ciò è d’un altro genere. E prima bisogna distinguere. Se si
          tratta di versi e di prose qualunque, il fatto non è vero. Noi abbiamo prose, anche di
          quelle destinate e fatte perchè durassero, e che compongono una qualunque letteratura;
          abbiamo croniche (Ricordano, Dino ec.), leggende ec., tanto antiche quanto i nostri più
          antichi versi; o sarà ben difficile il provare ne’ versi un’anteriorità. Se si tratta di
          classici, certo Dante p. e. precedette ogni nostro classico prosatore. La ragione è che le
          lingue moderne in principio <pb ed="aut" n="4350"/> furono credute inette alla
          letteratura. E ciò è naturale: prima ch’esse fossero colte, la letteratura era considerata
          risiedere nella lingua colta, in quella lingua semimorta e semiviva, in cui sola si
          avevano buoni libri e dottrine. V. p. 4372. Quindi i prosatori che aspiravano ad esser
          colti, scrivevano nella lingua colta, benchè diversa da quella ch’essi parlavano. Ma il
          poeta ha bisogno di esprimere i suoi sentimenti nella lingua nella quale egli pensa, e
          trova ogni altra lingua incapace di renderli. Si dice che Dante per compor la D. Commedia
          tentasse prima il latino, ma dovè poi naturalmente ridursi al volgare. Del Petrarca è
          noto. Ma essendo allora comune l’uso della scrittura, la prosa colta non poteva star
          troppo a tener dietro alla colta poesia. Il Boccaccio fu pochi anni dopo Dante, e solo più
          giovane del Petrarca; dove che le prime prose culte che si vedessero in Grecia, non si
          videro che 400 anni dopo l’epoca omerica. Nè questa era stata forse la prima che
          producesse alla Grecia delle poesie culte. Anzi tutto persuade il contrario. <quote>
            <foreign lang="lat">Quum Homerica dictio longe longeque reducta sit ab eo sono, quem in
              infantia gentium horror troporum et imaginum inflat, atq. in verbis et locutionib.
              castigata admodum, aequabili verecundoque tenore suo quasi praenunciet pedestrem
              dictionem proxime secuturam, quam tamen amplius tria saecula a nemine tentatam
              reperimus</foreign>
          </quote> (il Wolf pone Om. 950 an. av. G. C. V. p. 4352. capoverso 2.); <quote>
            <foreign lang="lat">ita mea fert opinio, ut non cultum ingeniorum, sed alia quaedam
              maximeq. difficultatem scribendi arbitrer in mora fuisse, quo minus poëticam prosa
              eloquentia tam celeri, quam natura ferret gradu sequeretur</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Wolf</author>, par. 17. p. LXXXI-II.</bibl>) (21-22. Agos. 1828.). V. p. 4352.
          princ.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4351"/> Alla p. 4344. fin. Quanto pensasse Omero alla conservazione della
          memoria de’ fatti, e a far le veci di storico, come lo chiama il Courier (v. la pag.
          4318.), vedesi dalle favole di divinità, che egli senza necessità alcuna di superstizione,
          ma per bellezza, e manifestamente di sua invenzione, mescola a’ suoi racconti, sino a
          comporli di favole per buona parte. V. p. 4367.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4346. Sempre, o certo maggiormente e più a lungo d’ogni altra, la letteratura e i
          letterati greci ricercarono il popolo, lo ebbero in vista nel comporre, mirarono al suo
          utile e piacere, e si nutrirono all’aura del suo favore; a differenza soprattutto di quel
          che fece, anche nel suo più bel fiore, la letteratura di una nazione il cui stato politico
          pur non fu niente men popolare che quel della Grecia. Dico la letteratura romana, la quale
          in punto di perfezione d’arte superò la stessa greca, e forse supera tutte le letterature
          conosciute; ma del resto non divenne ma fu sempre essenzialmente impopolarissima. Effetto
          della sua stessa arte e perfezione e dell’esser essa non nata nel Lazio, ma importata.
          Siccome per lo contrario non è dubbio che la perpetua popolarità della letteratura greca
          non derivasse in gran parte da una quasi memoria della sua origine, da un’influenza
          esercitata da questa continuamente, dall’impulso primitivo, dallo spirito originario e non
          mai spento, dall’andatura presa in principio. V. p. 4354. La letteratura greca, dice il
          Courier (<title lang="fre">préf. du Prospectus d’une nouv. traduct. d’Hérodote</title>) è
          la sola che sia nata da se nel proprio terreno, dagl’ingegni stessi de’ nazionali, non da
          altra letteratura. Il che non è vero parlando in universale, perchè molti altri popoli
          ebbero o hanno letterature autoctone, e queste appunto, come la primitiva greca,
          consistenti in sole poesie, e poesie non mai scritte, o scritte più secoli dopo composte
            <pb ed="aut" n="4352"/> (v. la p. 4319 e le ivi richiamate.). È vero però il detto del
          Courier rispetto alle letterature a noi più note, cioè la latina e le più colte delle
          moderne.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4350. fin. Vedi la p. 4326, capoverso 2. — Quanto ad altre nazioni, come quelle
          accennate nella fine della p. qui dietro, di esse non è esatto il dire che la poesia ha
          preceduto la prosa, ma che non hanno altra letteratura che poetica. (22. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla medesima margine. <quote>
            <foreign lang="lat">Primam aetatem (Carminum Homeric.) ponimus ab origine ipsorum, h.e.
              tempore <hi rend="italic">cultioris poësis</hi> Ionum, (circiter ante Chr. 950.) ad
              Pisistratum</foreign>
          </quote>, etc. <bibl>
            <author>Wolf</author>. par. 7. p. XXII.</bibl> (22. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4348. Nè credo io ancora che Milziade a Maratona, nè che i 300 alle Termopoli,
          aspirassero alla immortalità del nome, come poi, divulgato l’uso delle storie e de’ libri,
          vi aspirarono Filippo ed Alessandro.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4347. Quegli antichi potrebbero dire con gran ragione, che i loro versi,
          semplicemente cantati, erano pubblicati, e che i nostri libri, stampati, sono sempre
          inediti. V. la p. 4317, e la p. 4388. capoverso ultimo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4340. <quote>
            <foreign lang="lat">Atqui tales fere ordines hominum (per totam vitam huic uni arti
              vacantium, ut vel pangerent Carmina, quae mox canendo divulgarent, vel divulgata ab
              aliis discerent) in aliis quoque populis reperimus</foreign>
          </quote> (oltre i greci), <quote>
            <foreign lang="lat">apud Hebraeos <hi rend="italic">scholas</hi>, quas dicunt, <hi
                rend="italic">Prophetarum</hi>, tum cognatiores nobis <hi rend="italic">Bardos,
                Scaldros</hi> (sic), <hi rend="italic">Druidas</hi>. De his quidem postremis Caesar
              et Mela referunt (<bibl>Ille <title>B. G.</title> VI, 14. hic III, 2. — not.</bibl>),
              propriam eorum fuisse disciplinam, in qua nonnulli ad vicenos annos permanserint, <hi
                rend="italic">ut magnum numerum versuum ediscerent, litteris non mandatorum</hi>.
              (Simile quiddam et alias saepe et nuperrime de natione Ossiani narratum est a G.
              Thorntono in Transactt. of the Americ. philos. <pb ed="aut" n="4353"/> Society at
              Philadelphia vol. III. p. 314. sqq. In illa natione etiam nunc senes esse qui tantam
              copiam antiquorum Carminum memoria custodirent, ut velocissimum scribam per plures
              menses dictando fatigaturi essent. — not.) Quam vellem tantillum nobis Graeci
              tradidissent de vatibus et rhapsodis suis! Nam et horum propriam quandam disciplinam
              et singulare studium artis fuisse, pro comperto habendum arbitror</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Frid. Aug. Wolf</author>. loc. cit. alla p. 4343. par. 24. p. CII-CIII.</bibl>)
          — <quote>
            <foreign lang="lat">Haec quum ita sint, sub imperio Pisistratidarum Graecia primum
              vetera Carmina vatum mansuris monumentis consignari vidit. Talemque aetatem sub
              incunabula litterarum et maioris cultus civilis apud se viderunt plures nationes,
              quarum comparatio accurate instituta iis, quae hic disputamus, multum lucis afferre
              possit. Nam, ut duas obiter tangam, et inter se et Graecis omni parte dissimillimas,
              constat inter doctos, in Germania nostra, quae domestica bella et principum ducumque
              suorum gesta iam ante Tacitum Carminibus celebraverat<note resp="aut" n="a"
                place="foot">
                <bibl>V. p. 4431.</bibl>
              </note> has primitias rudis ingenii a Carolo M. tandem collectas esse et libris
              mandatas; itemque Arabes non ante VII. saec. inconditam poësin priorum aetatum memoria
              propagatam collectionibus (<hi rend="italic">Divanis</hi>) comprehendere coepisse,
              ipsumque Coranum diversitate primorum textuum similem Homero fortunam fateri. Praeter
              hos et alios populos comparandi erunt Hebraei, apud quos litterarum et scribendorum
              librorum usus mihi quidem haud paullo recentior videtur, quam vulgo putatur, et minus
              adeo genuinum corpus scriptorum, praesertim antiquiorum. Sed de his et Arabicis illis
              collectionibus viderint homines eruditi litteris Orientis</foreign>
          </quote>. (par. 35. p. CLVI.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4354"/> Alla p. 4351. Per quanto le cose col progresso si alterino,
          corrompano, sformino e travisino, sempre conservano qualche segno della loro origine, e
          qualche poco dello spirito e stato loro primitivo. In Roma dove la letteratura fu
          impopolare in origine, anche le orazioni al popolo, che certo si pronunziavano in istile e
          lingua popolare, erano scritte (a differenza delle attiche) in maniera impopolarissima,
          perchè quando si scrivevano, entravano nel dominio della letteratura, e si scrivevano non
          pel popolo ma pei letterati. (23. Agos.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sinizesi. Dittonghi. — Dittonghi greci e vocali lunghe, avanti a vocali brevi, spesso
          divengono brevi perchè si suppone elisa la 2a vocale del dittongo, e l’una delle due
          vocali componenti la lunga. Così presso Virg. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Te, Corydon, O Alexi. Pelio Ossam. Ilio alto</foreign>
          </quote>. Ne’ quali due ultimi esempi l’<emph>o</emph> non resta eliso interamente in
          forza della sua duplicità, come vocale lunga. <bibl>
            <author>Dugas-Montbel</author>, loc. cit. alla p. 4334. in nota. V. p. 4467</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4344. Divulgato l’uso della scrittura, è ben naturale che si pensasse a comporre
          e a scrivere nel modo il più naturale, cioè in prosa. Forse però non subito, perchè è
          anche naturale che le cose e i modi più semplici ed ovvi non si trovino al più presto:
          massime essendo inveterata, come nel nostro caso, un’usanza diversa. Del resto, riman
          fermo che le prime <emph>composizioni</emph> del mondo, e per gran tempo le sole, furono
          in versi, non per altro, se non perchè si compose assai prima che si scrivesse. V. p.
          4390.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4349. Oggi più che mai bisogna che gli uomini si contentino della stima de’
          contemporanei, o per dir meglio, de’ conoscenti; e i libri, della vita di pochi anni al
          più. (Oggi veramente ciascuno scrive solo pe’ suoi conoscenti.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4327. Sarebbe questo il caso del Gialiso di Protogene (o di Apelle), dove
          l’azzardo fece meglio, anzi fece quello, che l’arte non aveva <pb ed="aut" n="4355"/>
          potuto. Del resto, o che Pisistrato, o che alcun altro per suo ordine, o che il suo figlio
          Ipparco, o che parecchi letterati di quel tempo, amici e aiutatori di questi due o dell’un
          d’essi (Wolf. p. CLIII-V.), fossero quei che raccolsero i versi omerici, li disposero in
          quell’ordine che ora hanno, e li dividessero ne’ due corpi dell’Iliade e dell’Odissea, ad
          essi forse si apparterrebbe tutta la lode dell’effetto che risulta dall’insieme di questi
          due corpi, e la creazione del poema epico, se non fosse manifesto che anch’essi crearono
          il poema epico senza saperlo, e non ebbero altra intenzione che di porre quei canti in
          ordine, di classarli e dividerli secondo i loro argomenti. I <foreign lang="grc"
            >διασκευασταὶ</foreign> d’Omero furono politori e limatori, che emendarono probabilmente
          il metro e la dizione in assai luoghi, aggiunsero, tolsero, mutarono quello che parve lor
          necessario, per dare unità, insieme, <foreign lang="fre" rend="italic">liaison</foreign>
          scambievole, e continuità a quei canti. Diversi dai Critici, il cui officio fu cercare
          quel che il poeta avesse scritto in fatti, non quello che stesse meglio; emendare i testi,
          non limarli. (<bibl>
            <author>Wolf</author>. CLI-II.</bibl>) Onde è diversa cosa <foreign lang="grc"
          >διασκευὴ</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">recensio</foreign>, sì in queste e
          sì nelle altre opere antiche. (p. CCLVI. not.) Il Wolf crede (p. CLII.) che i <foreign
            lang="grc">διασκευασταὶ</foreign>, ch’egli interpreta <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">exactores seu politores</foreign>
          </quote>, travagliassero alla riduzione de’ canti omerici <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">una cum Pisistrato vel paulo post</foreign>
          </quote>. Non ne ha però alcuna prova; non si trovano menzionati che negli scoliasti; io
          li credo molto più recenti (perchè così mi par naturale), benchè molto anteriori, com’ei
          pur dice, ai critici alessandrini. Ad essi un poco più propriamente si dee dunque parte
          dell’effetto dell’insieme di que’ due corpi, atteso ch’in essi v’ebbe l’intenzione. V. p.
          4388.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4356"/> In somma il poema epico nelle nostre letterature, non è nato che
          da un falso presupposto. Omero, e i poeti greci di quello e de’ seguenti secoli non
          conobbero in tal genere che degl’inni. <quote>
            <foreign lang="lat">Quippe vocabulum</foreign>
            <foreign lang="grc">ὕμνος</foreign>
            <foreign lang="lat">latius patet, et saepe omne genus</foreign>
            <foreign lang="grc">ἐπῶν</foreign>
            <foreign lang="lat">complectitur. Unde illud in fine trium Hymnorum (homericor.),
              manifestum istius moris vestigium</foreign>: <foreign lang="grc">Σεῦ δ' ἐγὼ ἀρξάμενος
              μεταβήσομαι ἄλλον ἐς ὕμνον</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Wolf</author>. par. 25. p. CVII. not.</bibl>) Cioè passerò a qualcuno de’ canti
          omerici, a cui gl’inni sacri servivano di <emph>proemii</emph>, perciò dagli antichi
          sovente chiamati <foreign lang="grc">προοίμια προοίμιον Διός, προοίμιον
          Ἀπόλλωνος</foreign> etc. I rapsodi componevano o cantavano or l’uno or l’altro di tali
          proemii secondo il luogo e l’occasione del recitare gli squarci omerici, il nume protettor
          del paese, la solennità ec. Vedi le mie osservazioni sui 3. generi di poesia, lirico,
          epico, drammatico; le quali riceveranno luce altresì dalle presenti. V. p. 4460.</p>
        <p>E in fatti il poema epico è contro la natura della poesia. 1.<hi rend="apice">o</hi>
          Domanda un piano concepito e ordinato con tutta freddezza: 2.<hi rend="apice">o</hi> Che
          può aver a fare colla poesia un lavoro che domanda più e più anni d’esecuzione? la poesia
          sta essenzialmente in un impeto. È anche contro natura assolutamente impossibile che
          l’immaginazione, la vena, gli spiriti poetici, durino, bastino, non vengano meno in sì
          lungo lavoro sopra un medesimo argomento V. p. 4372. È famosa, non meno che manifesta, la
          stanchezza e lo sforzo di Virgilio negli ultimi 6. libri dell’Eneide scritti veramente per
          proposito, e non per impulso dell’animo, nè con voglia. V. p. 4460. — Il Furioso è una
          successione di argomenti diversi, e quasi di diverse poesie; non è fatto sopra un piano
          concepito e coordinato in principio; il poeta si sentiva libero di terminare quando
          voleva; continuava di spontanea volontà, e con una elezione, impulso, <foreign lang="grc"
            >ὁρμὴ</foreign> primitiva ad ogni canto; e certo in principio non ebbe punto
          d’intenzione a quella lunghezza. — I lavori di poesia vogliono per natura esser corti. E
          tali furono e sono tutte le poesie primitive (cioè le più poetiche e vere), di qualunque
          genere, <pb ed="aut" n="4357"/> presso tutti i popoli.</p>
        <p>Si obbietterà la drammatica. Direi che la drammatica spetta alla poesia meno ancora che
          l’epica. Essa è cosa prosaica: i versi vi sono di forma, non di essenza, nè le danno
          natura poetica. Il poeta è spinto a poetare dall’intimo sentimento suo proprio, non dagli
          altrui. Il fingere di avere una passione, un carattere ch’ei non ha (cosa necessaria al
          drammatico) è cosa alienissima dal poeta; non meno che l’osservazione esatta e paziente
          de’ caratteri e passioni altrui. Il sentimento che l’anima <emph>al presente</emph>, ecco
          la sola musa ispiratrice del vero poeta, il solo che egli provi inclinazione ad esprimere.
          Quanto più un uomo è di genio, quanto più è poeta, tanto più avrà de’ sentimenti suoi
          propri da esporre, tanto più sdegnerà di vestire un altro personaggio, di parlare in
          persona altrui, d’imitare, tanto più dipingerà se stesso e ne avrà il bisogno, tanto più
          sarà lirico, tanto meno drammatico. In fatti i maggiori geni e poeti che hanno coltivata
          la drammatica, (coltivata perchè l’hanno creduta poesia, ingannati dal verso, come
          Virgilio fece un poema epico perchè credè che Omero ne avesse fatto), peccano sempre in
          questo, di dar se stessi più che altrui. V. p. 4367. L’estro del drammatico è finto,
          perch’ei dee fingere: un che si sente mosso a poetare, non si sente mosso che dal bisogno
          d’esprimere de’ sentimenti ch’egli prova veramente V. p. 4398. Noi ridiamo delle
          Esercitazioni de’ sofisti: <emph>che avrà detto Medea</emph> ec. <emph>che direbbe uno il
            quale</emph> ec. Così delle Orazioni di finta occasione, come tante nostre del 500,
          cominciando dal Casa. Or che altro è la drammatica? meno ridicola perchè in versi? Anzi
          l’imitazione è cosa prosaica: in prosa, come ne’ romanzi, è più ragionevole: così nella
          nostra commedia, dramma in prosa, ec.</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4358"/> L’imitazione tien sempre molto del servile. Falsissima idea
          considerare e definir la poesia per arte imitativa, metterla colla pittura ec. Il poeta
          immagina: l’immaginazione vede il mondo come non è, si fabbrica un mondo che non è, finge,
          inventa, non imita, non imita (dico) di proposito suo: creatore, inventore, non imitatore;
          ecco il carattere essenziale del poeta. <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Quum philosophus ille</hi> (Plato), <hi rend="italic">primus, ut
                nobis videtur, ex aliquot generibus</hi>, <hi rend="sc">maxime scenico</hi>,<hi
                rend="italic">poëticae arti naturam affingeret</hi>
            </foreign>
            <foreign lang="grc">μίμησιν</foreign>
          </quote> etc. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Primariam illius sententiam de arte poëtica suscepit
              Aristoteles in celebratiss. libello, correctam quidem passim a se, verum ne sic quidem
              explicatam, ut cuique generi Carminum satis conveniret; adeo didascalicum genus ab eo
              prorsus excluditur. Neque post Aristot. quisquam philosophor. veram vim illius artis
              aut historicam interpretationem recte assecutus videtur</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Wolf</author>. 36. p. CLXIV-V.</bibl>). Questa definizione di Platone,
          definizione di quel genere dialettico, esercitativo, anzi ludicro, secondo cui egli
          metteva p. e. la rettorica colla <foreign lang="grc">μαγειρική</foreign> ec. (v. il
          Gorgia, e il Sofista, specialmente in fine.), è la sola origine di questa sì inveterata
          opinione che la poesia sia un’arte imitativa. V. p. 4372. fine.</p>
        <p>Ma, lasciando questo discorso ad altra occasione, basta ora rispondere che in origine e
          presso i greci (come tutte le cose in origine sono più ragionevoli), i drammi furono assai
          più brevi componimenti che ora, e quasi senza piano, cioè con intreccio semplicissimo. <quote>
            <foreign lang="lat">Omnino vero utilissimum esset, undecumque collecta unum in locum
              habere, quae in libris veterum vel praecepta de arte poëtica, vel iudicia de poëtis
              suis sparsim leguntur. <pb ed="aut" n="4359"/> Docerent ea, ni fallor, cum optimis,
              quae exstant, Carminibus comparata, <hi rend="italic">quam sero Graeci in poeti
                didicerint</hi>
              <hi rend="sc">totum ponere</hi>, ac ne Horatium quidem, qui illud praecipit, eius
              praecepti eosdem fines ac nostros philosophos constituisse. Erunt ei praecipue haec
              disquirenda, qui dramata Graecorum ad antiquae artis leges exigere volet. Quodsi in
              his saepius ab historica ratione deflexit Aristoteles, tanto magis admiranda est viri
              perspicacitas, qua saeculum suum praecucurrit</foreign>
          </quote>. V. p. 4458. (<bibl>
            <author>Wolf</author> par. 29. p. CXXV. not.</bibl>)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Del resto, vedesi insomma che l’epica, da cui apparentemente derivò la drammatica<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <bibl>V. la pag. 4408. capoverso 2.</bibl>
          </note> (anzi piuttosto da’ canti, non ancora epici, ma lirici, de’ rapsodi: Wolf.), si
          riduce per origine alla lirica, solo primitivo e solo vero genere di poesia: solo, ma
          tanto vario, quanto è varia la natura dei sentimenti che il poeta e l’uomo può provare, e
          desiderar di esprimere. (29. Agos. 1828.). V. p. 4412. fine.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanti errori, assurdi, contraddizioni per aver voluto giudicare Omero secondo i costumi,
          le opinioni, le instituzioni moderne o più note, ed applicarle a’ suoi poemi! Si è
          supposta in lui una mostruosa mescolanza di dialetti, perchè il dialetto o lingua ch’egli
          usò, si divise poi in più dialetti diversi. V. p. 4405. Si è creduto ch’egli fosse
          esattissimo pittore de’ costumi eroici, greci e troiani, quando in fatti egli non ha
          dipinto che i costumi de’ suoi propri tempi, ed ai troiani ha dato <emph>nomi</emph> e
          costumi greci. V. p. 4408. fin. (<quote>
            <foreign lang="lat">Necesse haberem longam disputationem ingredi de omni ratione qua
              Homerus in descriptione heroicae vitae versari solet. Non enim apud illum nisi bis
              terve hoc genus reperio eruditae artis, quod poëtae <pb ed="aut" n="4360"/> cultiorum
              aetatum affectant, quum superiorum fabulosa gesta scenae reddentes cavent sedulo, ne
              priscam sinceritatem novis moribus infucent, quo facilius lectorib. vel spectator.,
              propter antiquitatis peritiam incredulis, imponant, eosque rebus ac personis, quibus
              cummaxime volunt, interesse et tota mente quasi cum illis vivere cogant</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Wolf</author>. loc. cit. alla p. 4343. par. 1. p. XCII</bibl>. arte non
          posseduta neanche dai drammatici greci. <quote>
            <foreign lang="lat">Scilicet, ut nihil dicam de more Tragicorum (graec.), novas
              consuetudines in heroicum aevum transferendi</foreign>
          </quote>, ec. <bibl>par. 19. p. LXXXIII. not.</bibl>): e poi nel tempo stesso, come se
          Omero avesse avuto e descritto opinioni caratteri e costumi moderni, egli è stato ripreso
          per le assurdità, le inumanità ec. che a giudicare i suoi poemi secondo queste opinioni e
          costumi, vi si ritrovano. (V. le mie osservazioni sopra il dritto delle genti a que’
          tempi, la compassione, il patriotismo ec. ec.) Altro di questi errori vedilo p. 4383-4.
          Finalmente gli si è attribuita un’intenzione e un’arte di poema epico, ch’egli non ha mai
          avuta, e che gli è d’assai posteriore; e poi egli è stato straziato, deriso ec. perchè i
          suoi poemi in mille cose si son trovati lontanissimi dal rispondere alle regole di
          quest’arte, che noi dicevamo aver cavate da essi; a quel piano, che noi abbiamo formato ed
          attribuito loro; a quell’unità che noi abbiam fatto l’onore di prestar loro ec. (31. Agos.
          1828.). Ma ben in cose più gravi di queste, ad errori ed assurdi ben più dannosi, ci ha
          tratti e trae di continuo la nostra frenesia di volere accomodare ogni cosa al nostro modo
          di vedere, e spiegare ogni cosa secondo le nostre idee. (30. Agosto. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>M. Bilderdijk, poeta il più riputato degli Olandesi viventi, ed anche famoso erudito e
          scienziato (viveva 1826.), in una memoria <title lang="dut">van het Letterschrift</title>
          <pb ed="aut" n="4361"/> (<foreign lang="fre">sur les caractères d’écriture</foreign>),
              <bibl>in-8.<hi rend="apice">o</hi>. Rotterdam 1820.</bibl>, <quote>
            <foreign lang="fre">adhère à l’opinion que les anciens alphabets ne contenaient que des
              consonnes</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss.</title> loc. cit. alla p. 4312. t. 6. 1826. art. 152.
            p. 183.</bibl>) Questo però per ragioni e spiegazioni diverse da quelle da me addotte
          altrove. (31. Agosto 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4340. <quote>
            <foreign lang="fre">Il a paru cette année (1824.) à Leipzig un livre qui doit attirer
              l’attent. des amat. de la littér. slavonne. C’est un recueil de chansons serviennes en
              3. vol. publié par Vouk Stéphanovitch littérateur servien très connu et auteur d’une
              grammaire et d’un lexique servien. Voici le compte qu’en a rendu le journal des savans
              de Goettingue (1823. n. 177. et 178.) «Ces chants serviens n’ont point été émpruntés
              aux vieilles chroniques; ils ont été recueillis de la bouche même du peuple. Comme ils
              ne furent jamais écrits, jamais non plus ils n’ont ni vieilli ni ne sauraient
              vieillir»</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. t. 5. Janv. 1826. art. 24. p. 26.</bibl> (31. Agos. 1828.). V. p.
          4372.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Vouk Stéphanovitch et quelques autres littérateurs serviens modernes
              ont cru bien faire d’introduire de <hi rend="italic">nouvelles lettres</hi> ainsi
              qu’une orthographe étrangère tout-à-fait barbare chez les Slaves. Pourquoi ne pas s’en
              tenir à l’ancien alphabet cyrillien</foreign>?</quote> (V. il pensiero precedente e
          quelli a cui si riferisce). <bibl lang="fre">Ib. extrait du Fils de la patrie (Giorn.
            russo), n.26, p. 241, 1824.</bibl> (31. Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <title lang="lat">Commentatio historico-critica de Rhapsodis</title>. in 4.<hi
              rend="apice">o</hi>. de 22 pag. Vienne 1824</bibl>. <quote>
            <foreign lang="fre">Cet opuscule contient, en premier lieu, l’étymologie du mot</foreign>
            <foreign lang="grc">ῥαψῳδὸς. ἀπὸ τοῦ ῥάπτειν τὴν ᾠδὴν</foreign>, ou <foreign lang="grc"
              >ἀπὸ τοῦ ἐπὶ ῥάβδῳ ᾀδειν</foreign>. <foreign lang="fre">L’Auteur <pb ed="aut" n="4362"
              /> expose ensuite les raisons qui lui font adopter cette étymologie</foreign>.
              <foreign lang="grc">῾Ράπτειν ᾠδὴν</foreign>
            <foreign lang="fre">est expliqué d’après Wolf</foreign> (<bibl>par. 23. p. XCVI. not.
              dei Prolegom. ec.</bibl>): <title lang="lat" rend="italic">Carmina modo et ordine</title>
            <foreign lang="lat">publicae recitationi <hi rend="italic">apto connectere</hi>
            </foreign>
          </quote>. V. p. 4366. <quote>
            <foreign lang="grc">Ὁμηρισταὶ</foreign>
            <foreign lang="fre">et</foreign>
            <foreign lang="grc">Ὁμηρίδαι</foreign>
            <foreign lang="fre">sont désignés comme synonymes dans le sens de</foreign>
            <foreign lang="grc">ῥαψῳδοὶ</foreign>. <foreign lang="fre">Viennent ensuite des obss.
              historiques sur l’art des rhapsodes grecs, divisées en 4 périodes. La 1. va jusqu’à
              Homère; la 2. comprend l’âge d’or des rhapsodes, jusqu’à Pisistrate; la 3, l’âge
              d’argent, jusqu’à Socrate; la 4, l’âge d’airain, s’occupe de la dégradation de l’art
              des rhapsodes. L’énumération des rhapsodes distingués termine cet opuscule</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. Mars, art. 231. p. 170</bibl>. (Agos. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4312. <quote>
            <foreign lang="fre">Plusieurs peuplades de l’Afrique, de l’Amérique ou de la Polynésie,
              chez lesquelles une écriture tout-à-fait étrangère s’est introduite avec la
              prédication du christianisme, lorsque leur langage avait été élaboré, dans l’absence
              de toute écriture, pendant une longue suite de siècles, pouvaient</foreign>
          </quote> etc. <bibl>Ib. 1826. t. 5. p. 338-9. art. 485</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4340 fin. <bibl>
            <title lang="lat">Dissertatio, histor. inaug. de Guilielmo Tellio, libertatis Helveticae
              vindice, quam examini submittet J.7J. Hisely</title>. In 8.<hi rend="apice">o</hi>
            VIII et 69. pag. Groningen, 1824</bibl>. (<bibl>
            <title>Bek’s Allg. Repertor.</title>, 1825., 1.<hi rend="apice">r</hi> vol., p.
          213.</bibl>)... <quote>
            <foreign lang="fre">Dans le chap. 2. l’aut. examine les faits historiques attaqués par
              Freudenberger. Il résulte de cet examen que G. Tell est injustement accusé
            d’homicide</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. 1826. t. 6. art. 138. p. 162.</bibl> V. p. 4372.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4322. fin —. <quote>
            <foreign lang="fre">M. Granville Penn donne lecture (à la séance du 21 juin 1826, de la
              Société royale de Littérature de Londres) d’une notice intéressante sur le mètre du
              premier vers de l’Iliade. Des éditeurs et commentat. modernes se sont efforcés de
              démontrer que ce vers pouvait être <pb ed="aut" n="4363"/> rendu métrique</foreign>
          </quote> (chi ne dubita, alterandolo a piacere?); <quote>
            <foreign lang="fre">cependant une grande autorité classique</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Plutarque</author>, <title>de Profect. virtut. sentiend.</title> c. 9</bibl>,) <quote>
            <foreign lang="fre">le déclare <hi rend="italic">non-métrique</hi>
            </foreign> (<foreign lang="grc">ἄμετρον</foreign>)</quote>. (E così chiamano gli antichi
          molti altri de’ versi d’Omero. V. p. 4414.) <quote>
            <foreign lang="fre">Pour le rendre métrique, dans leur sens, suivant la construction
              ordinaire du vers, ils ont contracté</foreign>
            <foreign lang="grc">δεϊω</foreign>, <foreign lang="fre">du mot</foreign>
            <foreign lang="grc">πηλήίαδεϊω</foreign>, (sic) <foreign lang="fre">en</foreign>
            <foreign lang="grc">δω</foreign>. <foreign lang="fre">Dans un autre passage Plutarque,
              expliquant dans quel sens il appelle ce vers non-métrique, avance <hi rend="italic"
                >que le 1.r. vers de l’Il. contient le même nombre de syllabes que le 1.r. vers de
                l’Odyssée</hi>, et qu’il en est de même du dernier vers de Il. à l’égard du dernier
              vers de l’Od. (<bibl>
                <title>Sympos.</title>, l. 9., c. 3.</bibl>) Or, le 1.<hi rend="apice">r</hi> vers
              de l’Odys. se compose de 17 syllabes; savoir de 5 dactyles et d’un spondée, nombre
              exact contenu dans le vers</foreign>, <foreign lang="grc">Μῆ-νιν ἄ-ει-δε, Θε-ὰ, Πη-λη
              ί-α-δε-ω Α-χι-λῆ-ος</foreign>. <foreign lang="fre">C’est pourquoi M. Penn pense que le
              poëte, en articulant le vers, fit une pause au pentamètre, qui se termine par</foreign>
            <foreign lang="grc">Θεὰ</foreign>, <foreign lang="fre">et renouvela l’arsis sur la
              syllabe suivante</foreign>: <foreign lang="grc">Μηνιν α ἣ ειδε, Θε ἣ ὰ, Πηλη ἣ ιαδε ἣ
              ϊω Αχι ἣ ληος</foreign>. <foreign lang="fre">L’auteur soutient qu’il y a, malgré la
              transgression des lois du mètre, dans la réplétion et la volubilité du vers exordial,
              une magnificence d’images semblable à la première irruption des eaux d’une rivière, au
              moment où l’on ouvre l’écluse qui les retient, et avant que ces eaux, reprenant leur
              pente naturelle, coulent d’un cours uniforme et régulier; ce qui paraît beaucoup plus
              analogue au début de ce poëme majestueux, que le mètre rigoureusement mesuré qu’on lui
              a imposé</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Bull.</title> etc. 1826. t. 6. art. 207. p. 239</bibl>. Il principio <pb ed="aut"
            n="4364"/> dell’Iliade, secondo Müller (v. la p. 4321. lin.16.) non è di Omero, ma
          aggiunto da’ <foreign lang="grc">διασκευασταὶ</foreign>. Se ciò è vero, che dir de’ versi
          dell’eta omerici, se si trovano ametri anche quelli di tempi posteriori a Pisistrato?</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4170. fin. <quote>
            <title lang="fre">La casa delle pitture</title>, <foreign lang="fre">c’est ainsi qu’on
              nomme une maison découverte à Pompéi à cause des fresques quelle offre, les plus
              belles et les mieux conservées de toutes celles qu’on a trouvées jusqu’en ce moment.
              Le 12 février 1825, on commença à débarrasser l’entrée de cette maison. On trouva sous
              la porte un fragment de mosaïque d’un travail médiocre. Il représente un grand chien,
              la chaîne au cou, dans la position de défendre l’entrée de la maison. Au bas se
              trouvent les mots suivans</foreign>: <foreign lang="lat" rend="sc">cave
            canem</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss.</title> loc. cit. alla p. 4312. janv. 1826. t. 5.
            art. 4.<hi rend="apice">o</hi>. p. 45</bibl>. (2. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>M. Letronne (<title lang="fre">Nouvel examen de l’inscription grecque déposée dans
              le temple de Talmis en Nubie par le roi nubien Silco</title>
            <note resp="aut" n="a" place="foot">
              <bibl>V. p. 4412.</bibl>
            </note>. (iscrizione illustrata già innanzi da Niebuhr <title>Inscription.
            Nubiens</title>. Romae 1820.) Journal des Savans, 1825.) <foreign lang="fre">examine
              ensuite pourquoi la langue grecque est employée dans l’inscription; ce qu’il explique
              par l’introduction (parmi les Nubiens) des livres saints et des liturgies écrites en
              cette langue. En effet, le style même de l’inscription, ces tournures bibliques,
              byzantines et d’une moderne grécité, prouvent assez clairement que l’usage de la lang.
              gr. n’a eu lieu dans ces contrées qu’après, ou plutôt à cause de l’introduct. de la
              rel. chrétienne. ... De toutes les inscriptions grecques païennes examinées <pb
                ed="aut" n="4365"/> par M. Letronne, il ne s’en est trouvé aucune au delà des
              limites de l’empire romain; une fois cette ligne franchie, tout ce qui est écrit en
              grec exprime des idées chrétiennes. Ainsi M. Letronne, après avoir prouvé (contro
              l’opin. di Niebuhr) par une foule de rapprochemens philologiques sur le style de
              l’inscript. , qu’elle appartenait à un roi chrétien, prouve ensuite que... ce n’est
              qu’au christianisme qu’on doit la connaissance de la lang. grecq. dans ces
            contrées</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss.</title> l. c. alla p. 4312. janv. 1826. t. 5. art.
            36. p. 40-41</bibl>. Altro mezzo di universalità per la lingua greca a quei tempi.
          L’iscrizione secondo Letronne non è più antica della metà circa del 6.<hi rend="apice"
          >o</hi>. sec. Niebuhr, che la fa pagana, la mette alla fine del sec. 3.<hi rend="apice"
          >o</hi>. (2. Sett. 1828.). V. p. 4471.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4336. marg. Trovo anche ne’ Rusticali <emph>caallo, portaa</emph> per
            <emph>portava</emph>, e infiniti simili, sempre. Di qui viene ancora l’imperf.
            <emph>dicea, sentia</emph> ec. per <emph>diceva</emph> ec. adottato nella lingua
          scritta, ma che non si ode mai se non in Toscana. <emph>Va’hia</emph> per <emph>vai
          via</emph>, cioè <emph>va via</emph> (imperativo,): volgo toscano. (2. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi suppone allegorie in un poema, romanzo ec.; come sì è tanto fatto anticamente e
          modernamente nell’Iliade e Odissea; come fece il Tasso medesimo nella sua Gerusalemme;
          come ora il Rossetti nel comento alla Divina Commedia che si stampa in Londra, la vuol
          tutta allegorica, allegorico il personaggio di Francesca da Rimini, allegorico Ugolino
          ec.; distrugge tutto l’interesse del poema ec. Noi possiamo interessarci per una persona
          che sappiamo interamente finta dal poeta, drammatico, novelliere ec.; non possiamo per una
          che supponghiamo allegorica. Perchè allora la falsità è, e si <pb ed="aut" n="4366"/> vede
          da noi, nell’intenzione stessa dello scrittore. (2. Sett. 1828.). V. p. 4477.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Togliendo dagli studi tutto il bello (come si fa ora), spegnendo lo stile e la
          letteratura, e il <emph>senso</emph> de’ pregi e de’ piaceri di essi ec. ec., non si torrà
          dagli studi ogni diletto, perchè anche le semplici cognizioni, il semplice vero, i
          discorsi qualunque intorno alle cose, sono dilettevoli. Ma certo si torrà agli studi una
          parte grandissima, forse massima, del diletto che hanno; si scemerà di moltissimo la
          facoltà di dilettare che ha questo bellissimo trattenimento della vita: quindi si farà un
          vero disservizio, un danno reale (e non mediocre per Dio) al genere umano, alla società
          civile.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4362. <quote>
            <foreign lang="lat">Alterum errorem iam sublatum puto</foreign>
          </quote> (cioè già riconosciuto generalmente dagli eruditi), <quote>
            <foreign lang="lat">quo ex falsa notatione nominis</foreign>
            <foreign lang="grc">ῥαψῳδοῦ</foreign>
            <foreign lang="lat">collegerunt quidam, versatam esse operam eorum in versib. passim
              excerpendis et consarcinandis ad modum Centonum, quales ex Hom. a sanctis animis facti
              extant ridiculae ineptiae in summa gravitate rerum</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Wolf</author>. par. 23. p. XCVI-II</bibl>. Tolto questo errore (che per altro è
          ancora comune nel volgo degli studiosi), il solo nome di rapsodi e di rapsodie sarebbe
          dovuto bastare ad avvertirci che le poesie omeriche non furono che canti staccati; siccome
          la tradizione costante dell’antichità che da Pisistrato, o per suo ordine, fossero
            <emph>primieramente</emph> raccolti e ordinati come ora sono i versi d’Omero, (<bibl>
            <author>Wolf</author>. par. 33.</bibl>), doveva bastare a mostrarci sì la suddetta cosa,
          e sì che Omero e gli altri non lasciarono scritte quelle poesie. Pure per iscoprir queste
          verità ci è voluto acume grande, per avanzarle ardire, e fino a Wolf è avvenuto in questa
          ciò che avviene ancora in mille altre cose, e talune più gravi assai, che gli uomini non
          hanno alcuna difficoltà di conciliare, o piuttosto di congiungere ciecamente insieme
          credenze e nozioni <pb ed="aut" n="4367"/> incompatibili.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4347. È cosa dimostrata che il piacer fino, intimo e squisito delle arti, o
          vogliamo dire il piacere delle arti perfezionate (e fra le arti comprendo la letteratura e
          la poesia), non può esser sentito se non dagl’intendenti, perch’esso è uno di que’ tanti
          di cui la natura non ci dà il sensorio; ce lo dà l’assuefazione, che qui consiste in
          istudio ed esercizio. Perchè il popolo, che non potrà mai aver tale studio ed esercizio,
          gusti il piacer delle lettere, bisogna che queste sieno meno perfette. Tal piacere sarà
          sempre minore assai di quello che gl’intendenti riceverebbero dalle lettere perfezionate
          (altrimenti non sarebbe in verità un perfezionamento quello che le mette a portata de’
          soli intendenti); e quindi ci sarà perdita reale; ma a fine che la moltitudine riacquisti
          il piacere perduto, e del qual solo ella è capace. V. p. 4388.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4357. Il romanzo, la novella ec. sono all’uomo di genio assai meno alieni che il
          dramma, il quale gli è il più alieno di tutti i generi di letteratura, perchè è quello che
          esige la maggior prossimità d’imitazione, la maggior trasformazione dell’autore in altri
          individui, la più intera rinunzia e il più intero spoglio della propria individualità,
          alla quale l’uomo di genio tiene più fortemente che alcun altro.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4351. È anche insufficiente il dire che la lingua dell’immaginazione precede
          sempre quella della ragione. Nel nostro caso, cioè nella Grecia a’ tempi di Solone, ed
          anche a’ tempi stessi d’Omero, già molto colti, (e similmente in tutti i casi dove
          trattasi di poesia e di prosa colta e letteraria), l’immaginazione avea già dato alla
          ragione tutto il luogo <pb ed="aut" n="4368"/> che bisognava perchè questa potesse avere
          una sua lingua. (5. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Col perfezionamento della società, col progresso dell’incivilimento, le masse guadagnano,
          ma l’individualità perde: perde di forza, di valore, di perfezione, e quindi di felicità:
          e questo è il caso de’ moderni considerati rispetto agli antichi. Tale è il parere di
          tutti i veri e profondi savi moderni, anche i più partigiani della civiltà. Or dunque il
          perfezionamento dell’uomo è quello de’ cappuccini, la via della penitenza. (5. Sett.
          1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I detti, risposte ec. che Machiavelli attribuisce a Castruccio Castracani (nella Vita di
          questo), sono tutti o quasi tutti gli stessissimi che il Laerzio ec. riferiscono di
          filosofi antichi, mutati solo i nomi, i luoghi ec. Machiavelli del resto non sapeva il
          greco, poco o nulla il latino, ed era poco letterato. Non sarebbe maraviglia ch’egli
          avesse seguito una tradizione popolare che avesse conservati que’ motti mutando i nomi, e
          attribuendoli al personaggio nazionale di Castruccio, noto per singolare acutezza e
          prontezza d’ingegno. Il popolo fiorentino racconta ancora di Dante e dello stesso
          Machiavello vari tratti che si leggono negli antichi greci e latini, come quello di Esopo
          che diede un asse a chi gli tirò una sassata ec., il qual tratto (con modificazioni
          accidentali e non di sostanza) si racconta dal volgo in Firenze di Machiavelli. (Tengo
          queste cose da Forti e da Capei). Così non solo le nazioni, ma le città, tirano alla
          storia ed a’ personaggi propri, e in somma alle cose ed alle persone a se più cognite, i
          fatti delle storie altrui, noti al volgo per antiche tradizioni orali. A Napoli resta
          ancora in proverbio la sapienza e dottrina di Abelardo: <pb ed="aut" n="4369"/>
          <quote>
            <emph>ne sa più di Pietro Abailardo</emph>
          </quote> (Capei). In ogni modo quel libro di Machiavelli farebbe sempre al mio proposito
          molto bene. V. p. 4430.</p>
        <p>Ed allo stesso proposito spetta quell’uso antichissimo e continuato perpetuamente, di
          attribuire agli autori più celebri le opere di autori anonimi, o sconosciuti, o di nome
          poco famoso; le opere, dico, appartenenti a quel tal genere in cui quegli autori hanno
          primeggiato; e ciò specialmente quando quegli autori sono i modelli e i capi d’opera nel
          genere loro. Quindi i tanti poemi attribuiti falsamente ad Omero, dialoghi morali ec. a
          Platone, opere filosofiche ad Aristotele, orazioni a Demostene, omelie, comenti
          scritturali ec. a S. Crisostomo S. Agostino ec. V. p. 4414. 4416. Quanto un autore è più
          celebre e primo nel suo genere, tanto è più copiosa la lista de’ suoi libri apocrifi. Raro
          fra gli antichi o ne’ bassi tempi quell’autore celebre, o riconosciuto per primo nel suo
          genere o nel suo secolo, che non abbia oppure spurie apocrife, esistenti o perdute. I
          detti Padri ne hanno quasi altrettante quante sono le genuine. Così Platone ec. Di molte
          di queste la critica non può scoprire i veri autori; altre si trovano o citate, o anche in
          alcuni loro esemplari, coi veri nomi, e nondimeno comunemente vanno sotto i nomi falsi,
          perchè i veri son di persone poco note.</p>
        <p>— <quote>
            <foreign lang="fre">Dans le ms. de Paris, qui, suivant les critiques, est le plus ancien
              et le meilleur, l’ouvrage a pour titre</foreign>
            <foreign lang="grc">Διονυσίου Λογγίνου περὶ ὕψους</foreign>; <foreign lang="fre">mais
              dans l’index, qui est écrit de la même main, comme le reste du ms. (qui contient en
              outre les problèmes d’Aristote), on le qualifie de</foreign>
            <foreign lang="grc">Διονυσίου ἢ Λογγίνου περὶ ὕψους</foreign>. <foreign lang="fre">Le</foreign>
            <title lang="lat">cod. vaticanus</title>
            <foreign lang="fre">que Amati appelle</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">praestantissimus</foreign>, <foreign lang="fre">donne
              dans cette dernière forme le nom de l’auteur; et dans le ms. de la bibl. laurentiane,
              l’inscript. Porte</foreign>
            <pb ed="aut" n="4370"/>
            <foreign lang="grc">Ἀνωνύμου περὶ ὕψους</foreign>.</quote>
          <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Férus.</title> l. c. alla p. 4312. tom.8. p. 11. art. 12.
            1827. juill.</bibl> — Essendo incerto <foreign lang="grc">ἀνώνυμος</foreign> l’autore di
          quel trattato, fu detto: egli è di Dionisio d’Alicarnasso o di Longino: non per altro se
          non perchè nella media grecità questi furono i retori tecnici più conosciuti, i capi del
          genere rettorico. Esempio insigne del modo con cui si procedeva in simili attribuzioni: di
          Dionisio o di Longino: quasi vi fosse alcuna analogia fra lo scrivere di Dionisio, autore
          del 1. secolo, e quel di Longino ch’è del 3. Intanto la Critica riconosce manifestamente e
          senza molta fatica che quel trattato non può essere nè dell’uno nè dell’altro. (Bull. ec.
          ibidem.) — Weiske e l’autore di un libro pubblicato a Londra 1826. intitolato Remarks on
          the supposed Dionysius Longinus, riportano quel trattato al secolo d’Augusto. Amati
          l’attribuisce veramente a Dionisio d’Alicarnasso, non avendo osservata (come non l’ha
          nessun altro) la vera ragione per cui i mss. parig. e vatic. hanno il nome di Dionisio; e
          che, oltre la totale differenza dello stile, quel trattato è contro Cecilio Calattino, il
          quale fu amico di Dionisio Alicarnasseo, cosa parimente non osservata da altri. V. p.
          4440.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les amours de Cydippe et d’Acontius nous sont connues, surtout par
              les lettres qu’Ovide leur attribue dans ses Héroïdes. Callimaque fut la source où
              puisa Ovide: M. Buttmann (Ueber, die Fabel der Kydippe. Sur la fable de Cydippe, par
              Philippe Buttmann. <title>Mémoir. de l’Acad. de Munich</title>; to. 9. ann.
              1823-1824., partie philologiq., p. 199-216.) rassemble et discute les fragmens de ce
              dernier <pb ed="aut" n="4371"/> poëte, où il est question de Cydippe. Cette fable, si
              nous en croyons le savant professeur, est identique avec l’histoire de
              <title>Ctesylla</title> (sic) et d’ <title>Hermochares</title>, rapportée par
              Antoninus Liberalis et Nicander Bull.</foreign>
          </quote> etc. juill. 1827. t. 8. art. 34. p. 35. — E quante altre favole, o racconti
          appartenenti a tempi mitici o eroici, si trovano ripetuti con diversi nomi e luoghi in
          diversi scrittori, non solo greci e latini, ma anche greci solamente! — Codro, Eretteo ec.
          I Deci ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Le combat de trente Bretons contre trente Anglais, publié d’après
              les manuscrits de la Bibliothèque du roi, par M. Crapelet, imprimeur. Paris, 1827.
              Long-temps l’authenticité de ce combat fut contestée, et on n’avait pu produire
              jusqu’ici qu’un seul ms. de 1470, conservé dans la bibl. de Rennes. L’heureuse
              découverte du récit en vers du <title>Combat des Trente</title>, faite dans un recueil
              de pièces mss. de la Bibl. du Roi, par le chev. de Fréminville, donna lieu, en 1819, à
              une première publication d’un nouveau document; mais il était important que le texte
              fût reproduit avec la plus scrupuleuse exactitude. M. Crapelet a complété tout ce que
              laissait désirer à cet égard la 1. édit. Il a fait suivre cette publication d’une
              traduct. littérale du poëme et d’une autre relation du combat, extraite des chroniques
              de Froissart. L’ouvrage est orné d’une planche représentant le monument élevé en
              mémoire de ce combat, et les armoiries des 30 chevv. bretons, dessinées d’après les
              armoriaux de la Bibl. du Roi, et d’autres armoriaux particuliers et inédits</foreign>
          </quote>. (<bibl>Ib. t. 8. p. 389-90. art. 407. octob. 1827.</bibl>) — <bibl>V. nel
              <author>Guicciardini</author>
          </bibl>
          <pb ed="aut" n="4372"/> ec. il famoso combattimento dei 10 italiani e 10 francesi
          all’assedio di Barletta sotto il Gran Capitano; e quello di un Bavaro e di un italiano nel
          Giambullari, riferito nella mia Crestomazia, p. 23. — Orazi e Curiazi ec. (9. Sett.
          1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Hordeum — fordeum. <bibl>V. <author>Forcellini</author>
          </bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4350. marg. I sonetti, canzoni ec. ed anche lunghi poemi in istile e forma
          puerile, di cui abbondavano prima di Dante le lingue volgari, non solo italiana ma
          francese spagnuola ec., non costituivano e non erano considerati costituire una
          letteratura. V. p. 4413.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4356. L’entusiasmo l’ispirazione, essenziali alla poesia, non sono cose durevoli.
          Nè si possono troppo a lungo mantenere in chi legge.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4361. Di queste poesie serviane sono state fatte, dopo la pubblicazione di Wuk,
          delle traduzioni ed imitazioni in tedesco. Ib. févr. 1827. art. 156. p. 124. t. 7. V. p.
          4399.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4362. <quote>
            <foreign lang="fre">Guillaume-Tell et la Révolution de 1303; ou Histoire des 3 premiers
              cantons jusqu’au traité de Brunnen, 1315, et réfutation de la fameuse brochure
                <title>Guillaume-Tell, fable danoise</title> (répétée dans cet ouvrage); par J.7J.
              Hisely, D.<hi rend="apice">r</hi> en philosophie et belles-lettres. In 8.<hi
                rend="apice">o</hi> Delft 1826</foreign>
          </quote>. (<bibl>Ib. févr. 1827. t. 7. art. 210. p. 182.</bibl>)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4358. Il poeta non imita la natura: ben è vero che la natura parla dentro di lui
          e per la sua bocca. <quote>
            <emph>I’ mi son un che quando Natura parla</emph>
          </quote>, ec. vera definizione del poeta. Così il poeta non è imitatore se <pb ed="aut"
            n="4373"/> non di se stesso. (10. Sett. 1828.). Quando colla imitazione egli esce
          veramente da se medesimo, quella propriamente non è più poesia, facoltà divina; quella è
          un’arte umana; è prosa, malgrado il verso e il linguaggio. Come prosa misurata, e come
          arte umana, può stare; ed io non intendo di condannarla. (10. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">L’auteur (<bibl>
                <author>M. Faber</author>. <title lang="ger">Synglosse, oder Grundsaetze der
                  Sprachforschung</title>. <title lang="fre">Synglose, ou Principes des recherches
                  sur les langues</title>, par Junius Faber. 213. p. in-12.<hi rend="apice">o</hi>.
                Carlsruhe, 1826.</bibl>) a été amené par tous ces rapprochemens à conclure qu’il n’y
              a qu’une seule langue, et que ce que l’on nomme ordinairement langues, ne sont que les
              dialectes de cet idiome unique, dans lequel la forme, et non pas le fond ou l’essence
              des mots s’est modifiée; enfin, que cette essence des mots est contenue dans les
              racines qui ont existé dès le commencement, et dont on peut prouver l’origine par des
              raisonnemens physiologiques. Depping</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Bull.</title> etc. l. cit. alla p. 4312. Mars, 1827. t. 7. art. 231. p.
          202.</bibl>
        </p>
        <p>— <quote>
            <foreign lang="fre">M. Kärcher ne doute pas que les langues connues ne proviennent
              toutes d’une langue primitive; il se propose etc. encouragé par le suffrage de M.
              Goulianof, qui se propose, dit-il, de démontrer la certitude de cette dérivation
              universelle des idiomes d’un seul qui fut la souche de tous. Il se pourrait que des
              critiques d’une autorité au moins égale à celle de M. Goulianof, fussent d’un avis
              tout opposé. Quoi qu’il en soit, et M. Kärcher est bien le maître <pb ed="aut"
                n="4374"/> de préférer son opinion à celle des autres, etc.
            Champollion-Figeac</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. Décem. 1827. t. 8. art. 430. p. 410.</bibl> (10. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">M. Lindemann (<bibl>
                <title lang="lat">Novus thesaurus latinae linguae prosodiacus</title>. in 8.<hi
                  rend="apice">o</hi> Zittaviae et Lipsiae, 1827.</bibl>) s’est aussi attaché à la
              vieille prosodie (latine), à celle qui précéda Ennius, et qui est bien différente de
              celle que l’on nous enseigne aujourd’hui, ainsi que l’ont démontré des critiques
              modernes, et surtout M. Hermann</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Bull. de Féruss.</title> l. cit. alla p. 4312. mars, 1827. t. 7. art. 253. p.
          221</bibl>. È dunque ragionevole quel ch’io dico altrove della mutata pronunzia prosodiaca
          greca a’ tempi romani, de’ sofisti ec. e della sua influenza sulla struttura de’ periodi
          ec. (11. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Observations sur le meilleur système d’orthographe portugaise; par
              Rodr. Ferreira da Costa. (<bibl>
                <title>Memor. da Acad. real das scienc. de Lisboa</title>, tom. 8, part. 1, p.
              102.</bibl>) En 1820 l’Académie de Lisbonne résolut de rédiger un vocabulaire
              orthographique pour son usage. À ce sujet un de ses membres a cru devoir poser les
              principes d’après lesquels il faudrait procéder. Il rappelle d’abord les divers
              systèmes auxquels on a ordinairement recours; les uns veulent écrire comme on
              prononce, d’autres veulent <hi rend="italic">qu’on reste fidèle à l’étymologie</hi>,
              d’autres encore préfèrent l’usage général, d’autres encore combinent ces 3. systèmes,
              ce qui en fait un 4.e L’auteur en examine les avantages et les inconvéniens</foreign>
          </quote>: ec. <bibl>Ib. septem. 1827. t. 8. art. 216. p. 217</bibl>. Risulta dalle sue
          osservazioni che l’ortografia portoghese <pb ed="aut" n="4375"/> non è ancora fissata.
          (11. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4345. <bibl>
            <title lang="lat">Quaestiones Herodoteae</title>; par le docteur C. 7G.7L. Heyse. Part.
            1. <title lang="lat">De vitâ et itineribus Herodoti</title>; in 8.<hi rend="apice"
            >o</hi> de 141. p.; Berlin, 1827. — sect. 2. <title lang="lat">De recitatione, quam
              Olympiae habuisse fertur Herodotus</title> ol. 81. sect. 3. <title lang="lat">Vitae
              decursus usque ad ol.</title> 84, <title lang="lat">de recitatione Athenis habitâ,
              deque</title> ec. <title>Bull.</title> etc. Déc. 1827. t. 8. art. 425. p. 408.</bibl>
          (11. Sett. 1828.). V. p. 4400.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Lingua universalis communi omnium nationum usui accommodata</foreign>;
          per A. Rethy. In 8.<hi rend="apice">o</hi>. de 144. pag. Vienne, 1821. (<bibl>
            <title lang="ger">Leipzig. Liter. Zeitung</title>; avr. 1827, p. 758.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="fre">Bien que ce projet, de créer une langue universelle, contienne
              plusieurs bonnes idées, il n’offre cependant qu’une nouvelle preuve en faveur de
              l’opinion que la solution de ce grand problème restera inexécutable, tant que les
              sciences philosophiques ne seront point portées à un plus haut degré de perfection.
              L’auteur s’étant attaché à reporter la construction de sa langue à celle de la langue
              qu’il affirme primitive, a fait violence à l’histoire des langues afin d’appuyer son
              système. D’après lui, la langue primitive n’a été composée que de mots
              monosyllabiques, destinés à désigner les idées les plus générales, et qui, au moyen de
              leurs diverses combinaisons, suffisaient, dit-il, pour faire entendre toutes les idées
              combinées. D’après la nature de cet aperçu fondamental, on peut se dispenser de suivre
              l’auteur dans ses applications</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. juillet, <pb ed="aut" n="4376"/> 1827. t. 8. art. 2. p. 3.</bibl> (11.
          Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Alphabet phonométrique; découverte de huit lettres nouvelles; par
              Virard. In 8.<hi rend="apice">o</hi>. Grenoble, 1827. M. Virard s’occupe, depuis plus
              de 20 ans, de tout ce qui se rapporte à la grammaire. Par une heureuse combinaison
              dégageant la langue de toutes les lettres qui tiennent dans les mots une place oisive,
              arbitraire, et tout-à-fait inutile à la prononciation, il a atteint plus qu’aucun
              autre le moyen d’écrire comme on parle. Les lettres et leur assemblage, dont il fait
              usage, ne répresentent que le son de la voix, et par les exemples qu’il donne, il
              ajoute à la démonstration de sa méthode qu’il ne croit point encore perfectionnée,
              appelant, sur ce sujet, les méditations des grammairiens les plus érudits. Lorsque la
              prononciation sera notée d’une manière sûre et invariable, ce sera le moyen d’en
              conserver la pureté, de détruire le mauvais accent des provinces, de faire entendre à
              l’étranger le véritable son du mot et de transmettre en tout temps, d’âge en âge, un
              accent pur, inaltérable, et de perpétuer l’harmonie du discours, quand la langue sera
              devenue morte</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>A. Métral.</author> ib. févr. 1828. t. 9. p. 131-2. art. 109</bibl>. Le 8 nuove
          lettere saranno per i suoni francesi che non corrispondono veramente a nessun de’ segni
          dell’alfabeto latino. Credo che lo scopo di M. Virard non sia d’introdurre nell’uso una
          nuova ortografia, <pb ed="aut" n="4377"/> ma solo di perfezionare il metodo
          rappresentativo usato p. e. in quei dizionari che hanno la <foreign lang="fre"
            rend="italic">prononciation figurée</foreign>. Sicchè la lingua francese (e simili)
          avrebbe bisogno di due scritture ec. (13. Sett.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>— <bibl lang="fre">
            <title>Journal grammatical et didactique de la langue française</title>. rédigé par
              <author>M. Marle</author>. In 8., n.11 à 22. Paris, 1827 et 1828...</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="fre">L’esprit d’innovation gagne aussi la Société grammaticale</foreign>
          </quote> (i compilatori di quel Giornale). <quote>
            <foreign lang="fre">Voilà qu’on veut réformer l’orthographe de la langue française pour
              la soumettre plus directement à l’influence de la prononciation. Nous répéterons ici
              ce que nous avons dit ailleurs, que l’orthog. et la prononc. sont réciproquement
              représentatives l’une de l’autre, mais à droits inégaux, c. à d. que l’orth. a des
              titres primitifs inviolables, qui sa compagne doit d’abord respecter, et devenir
              ensuite belle et euphonique, si elle le peut, tout en rendant hommage aus droits de
              son aînée. Ces droits primitifs de l’orth. procèdent de l’origine même des mots, ou de
              l’étymologie: corrompre l’orth. de ces mots aux dépens de l’étymologie et au bénéfice
              d’une manière d’écrire plus commode, pour l’ignorance surtout, c’est introduire la
              barbarie dans la langue, lui ouvrir une voie sans fin de corruption (l’es.
              dell’italiano dimostra il contrario), et faire de tous les mots de la langue ce qu’une
              femme célèbre disait d’un peuple qui reniait ses notabilités historiques, une famille
              d’enfans trouvés. La Société grammaticale doit renoncer à une <pb ed="aut" n="4378"/>
              entreprise que rien ne peut justifier. (Voir le n.21. du journal)... Champollion —
              Figeac</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. <author>Mars</author>, 1828. t. 9 p. 231 art. 206.</bibl> (14. Sett.
          Domenica. 1828. Firenze.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4330. <quote>
            <foreign lang="fre">La 2.<hi rend="apice">e</hi> partie du travail de M. Petit-Radel
              (Examen analytique et tableau comparatif des synchronismes de l’histoire des temps
              héroïques de la Grèce, par L. C. F. Petit-Radel, de l’Institut royal de France. 1 vol.
                in-4.<hi rend="apice">o</hi> de 296 pages. Paris 1827.) est précédée d’une note de
              M. Saint-Martin, dans laquelle ce savant académicien fournit un extrait des raisons
              qui ont engagé son confrère à adopter, pour époque de la prise de Troie, l’an 1199
              avant J. C. , et à faire partir de cette base tous les calculs ascendans des dates
              portées sur le tableau</foreign>
          </quote>. Ib. Avril. 1828. t. 9. art. 301. p. 329. (16. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I SS. Cirillo e Metodio, fratelli, monaci greci, chiamati Apostoli degli Schiavoni, nel
          nono secolo, introducendo nella Moravia e nella Pannonia la liturgia schiavona, (<quote>
            <foreign lang="fre">la lithurgie slavonne</foreign>
          </quote>), cioè gli uffici divini in lingua schiavona (<quote>
            <foreign lang="fre">le service divin en langue slavonne</foreign>
          </quote>), <emph>inventarono</emph> per iscriverla l’alfabeto schiavone (<quote>
            <foreign lang="fre">l’alphabet slavon</foreign>
          </quote>), che è ancora in uso comune, e che porta il nome di alfabeto cirilliano. <bibl>
            <title lang="fre">Bull. de Féruss.</title> ec. passim, e specialmente février, 1828. t.
            9. p. 163-7. art. 141.</bibl> (17. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἕλλα</foreign> (cioè <foreign lang="grc">καθέδρα</foreign>. Hesych.) —
            <emph>sella</emph>. <foreign lang="grc">ἕζω, ἕδω</foreign> ec. — <foreign lang="lat"
            rend="italic">sedeo</foreign>. <foreign lang="grc">ἕδρα, ἕδος</foreign> ec. — <foreign
            lang="lat" rend="italic">sedes</foreign>. (17. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Foscolo, Discorso sul testo e su le opinioni diverse prevalenti intorno alla storia e
          alla emendazione critica della Commedia di Dante. — Prospetto (cioè sommario) del
          Discorso. L’abuso delle minime <pb ed="aut" n="4379"/> date d’anni, (cioè de’ minimi
          indizi di tempo ne’ libri antichi), rannuvola più che non illustra la storia letteraria; e
          il rigettarle tutte, o fondare sistemi sopra le incerte, ha diviso novellamente i tre
          critici maggiori della età nostra, in Epicurei, Pirronisti, e Stoici. Payne Knight,
          critico stoico. — Discorso, § 15. Un verso del libro sesto dell’Iliade basta a Wolfio, non
          solo a dare corpo, forza ed armi alla ipotesi del Vico, che Omero non abbia scritto poemi,
          ma inoltre a desumere in che epoca della civiltà del genere umano fosse incominciata la
          Iliade, e in quanti secoli, e per quali accidenti fosse continuata e finita, forse per
          confederazione del caso e degli atomi d’Epicuro. (apparentemente Foscolo non avea letto
          Wolfio). Heyne disponendo fatti, tempi e argomenti a cozzar fra di loro, forse per
          investire la filologia del diritto di asserire e negare ogni cosa, indusse il pirronismo
          nell’arte critica; e chi lo consulta, <quote rend="block">
            <lg lang="lat" rend="center">
              <l>mussat rex ipse Latinus</l>
              <l>Quos generos vocet aut quae sese ad foedera flectat.</l>
            </lg>
          </quote> (Vuol dir che Heyne intorno alle questioni sopra Omero, non si decide, e tiene il
          metodo dell’Accademia, in utramque partem disputandi.) Al caso e agli atomi di Wolfio e al
          pirronismo di Heyne si aggiunse con alleanza stranissima lo stoicismo affermativo di Payne
          Knight illustratore recente di Omero; e incomincia: <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Octogesimo post Trojam captam anno, Mycenarum regnum
              tenente Tisameno Orestis filio jam sene, magna et infausta mutatio rerum toti Graeciae
              oborta est ex irruptione Dorum</foreign>
          </quote> (<title lang="lat">Carmina Homerica a Rhapsodorum interpolationibus <pb ed="aut"
              n="4380"/> repurgata et in pristinam formam, quatenus recuperanda esset, tam e veterum
            monumentorum fide et auctoritate, quam ex antiqui sermonis indole ac ratione,
          redacta</title>. Nota. È il titolo dell’Om. di Knight col digamma, Lond. 1820.) — e dalla
          irruzione de’ Doriesi, i quali costrinsero molto popolo Greco a rifuggirsi nell’Asia
          minore, la storia critica della lingua e della poesia omerica, e l’epoca e l’indole e la
          fortuna finor ignotissime del poeta, sono dedotte con arte e dottrina e perseveranza, e
          affermate con la dignità d’uomo che sente di avere trovato il vero. Onde taluni che non
          possono persuadersi mai della probabilità di que’ fatti, si sentono convinti alle volte
          dagli argomenti, e ascoltano con riverenza lo storico (sic) al quale non possono prestar
          fede. (questo è il sistema esposto e seguito da <bibl>
            <author>Capponi</author>, Lez. 2.<hi rend="apice">a</hi> sulla lingua,
            <title>Antologia</title>, maggio 1828.</bibl>) par. 16. Questo Payne Knight era uomo di
          forte intelletto; di non vaste letture, ma che parevano immedesimate ne’ suoi pensieri e
          raccolte non tanto per nudrire i suoi studi, quanto per essere nudrite dalla sua mente.
          Era nuovo e luminosissimo in molte idee; e quantunque ei potesse dimostrarne alcune e
          ridurle a principj sicuri, intendeva che tutte fossero assiomi ai quali non occorrono
          prove; e dalle conseguenze ch’ei ne traeva escludeva inflessibile qualunque eccezione,
          ond’erano inapplicabili, e sembravano assurde: ma quantunque ei parlasse energicamente ad
          esporle, non pareva o non voleva essere eloquente a difenderle; e quando s’accorse d’avere
          errato, lo confessò. (<quote>
            <foreign lang="lat">Ob multos errores in libro de hac re Anglice scripto piacularem esse
              profiteor</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title lang="lat">Prolegom. in Homerum</title>, sect. CLI. Nota.</bibl>) Aveva <pb
            ed="aut" n="4381"/> signorili costumi, e animo libero e sdegnoso d’applausi; nè fra
          molti avversarj gli mancarono nobili lodatori: ed Heyne non lo cita che non lo esalti. E
          certo se molti seppero notomizzare la poesia e la lingua Greca meglio di lui, pochi hanno
          potuto conoscerne l’indole al pari di lui; e nessuno lo ha mai preceduto, e pochi potranno
          seguirlo a investigarle nelle loro remotissime fonti. Studiando le reliquie dell’antichità
          ad illustrare i tempi omerici ne radunò molte a grandissimo prezzo, e sono da vedersi nel
          Museo Britannico ov’ei per amore di letteratura e di patria, e con giusta ambizione di
          nome le lasciò per legato. Venne, pochi mesi addietro, a visitarmi; e discorrendo egli
          intorno agli eroi più o meno giovani dell’Iliade, io notai che stando a’ suoi computi,
          Achille sarebbe stato guerriero imberbe. Risposemi, ch’ei non si dava per vinto; ma ch’ei
          cominciava a sentire la vanità della vita, e non gl’importava oggimai di vittorie. Nè la
          poesia nè la realtà delle cose giovavano più a liberarlo dal tedio che addormentava in lui
          tutti i sentimenti dell’anima; e dopo non molti giorni, morì: ed io ne parlo perchè i suoi
          concittadini ne tacciono. par. 17. Or quando scrittori di tanta mente per via di date
          congetturali prestano forme e certezza a nozioni vaghe e oscurissime, e le fanno
          risplendere come vere, ei costringono l’uomo, o alla credulità ed al silenzio, o a
          meschine fatiche e al pericolo di controversie, e per cose di poco momento al più de’
          lettori. (Firenze. 19. Sett. 1828.).</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4382"/> Ivi, par. 150. Senza ritoccare la questione (e ne discorro altrove
          (forse nell’articolo sull’Odissea di Pindemonte), e la tengo oggimai definita) se i due
          poemi sgorgavano da un solo ingegno nella medesima età, (<bibl>
            <author>Payne Knight</author>, <title>Carmina Homerica, Prolegomena</title>, sect.
            LVIII.</bibl> — e il volumetto, "A History of the text of the Iliad." Nota.) chi non
          vede che sono dissimili in tutto fra loro, e che tendevano a mire diverse? Perciò
          nell’Iliade la realtà sta sempre immedesimata alla grandezza ideale, sì che l’una può
          raramente scevrarsi dall’altra, nè sai ben discernere quale delle due vi predomini; e chi
          volesse disgiungerle, le annienterebbe. Bensì nell’Odissea la natura reale fu ritratta
          dalla vita domestica e giornaliera degli uomini, e la descrizione piace per l’esattezza;
          mentre gli incanti di Circe, e i buoi del Sole, e i Ciclopi, <quote rend="block">
            <lg lang="lat" rend="center">
              <l>Cetera quae vacuas tenuissent carmine mentes,</l>
            </lg>
          </quote> compiacciono all’amore delle meraviglie: ma l’incredibile vi sta da sè; e il vero
          da sè. (19. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ivi, par. 201. Ma quale si fosse il tenore della lingua e della verseggiatura di Dante,
          non è da trovarlo in codice veruno; e in ciò la Volgata con la dottrina e la pratica
          dell’Accademia predomina sempre in qualunque edizione ed emendazione. Avvedendosi "Che per
          difetto comune di quell’età" — e chi mai non se ne avvedrebbe quand’è più o meno difetto
          delle altre? — "l’ortografia era dura, manchevole, soverchia, confusa, varia, incostante,
          e finalmente senza molta ragione" (<bibl>
            <author>Salviati</author>, <title>Avvertim.</title> vol. 1. lib.3. cap. 4. Nota</bibl>)
          — anzi <pb ed="aut" n="4383"/> vedendola migliore di poco nel miracoloso fra’ testi del
          Decamerone ricopiato dal Mannelli (<bibl>
            <title>Discorso sul Testo del Decam.</title> p. XI. seg. pag. CVI. Nota</bibl>) — parve
          agli Accademici di recare tutte le regole in una, ed è: — "che la scrittura segua la
          pronunzia, e che da essa non s’allontani un minimo che". (<bibl>
            <title>Prefazione al Vocabolario</title>, sez. VIII. Nota</bibl>). Guardando ora agli
          avanzi della Volgata Omerica di Aristarco, parrebbe che gli Accademici de’ Tolomei fossero
          di poco più savj, o meno boriosi de’ nostri. La prosodia d’Omero, per l’amore di tutte le
          lingue primitive alla melodia, gode di protrarre le modulazioni delle vocali. L’orecchio
          Ateniese, come avviene ne’ progressi d’ogni poesia, faceva più conto dell’armonia, e la
          congegnava nelle articolazioni delle consonanti; e tanto era il fastidio delle troppe
          modulazioni, chiamate iati dagli intendenti, che ne vennero intarsiate fra parole e parole
          le particelle che hanno suoni senza pensiero. Quindi gli Alessandrini alle strette fra
          Omero e gli Attici, e non s’attentando di svilupparsene, emendarono l’Iliade così che ne
          nasceva lingua e verseggiatura la quale non è di poesia nè primitiva, nè raffinata. I
          Greci ad ogni modo s’ajutavano tanto quanto come i Francesi e gl’Inglesi; ed elidendo uno
          o più segni alfabetici nel pronunziare, non li sottraevano dalla scrittura; così le
          apparenze rimanevano quasi le stesse. Ma che non pronunziassero come scrivevano, n’è prova
          evidentissima che ogni metro ne’ poeti più tardi, e peggio negli Ateniesi, ridonderebbe;
          nè sarebbero versi, a chi recitandoli dividesse le vocali quanto il <pb ed="aut" n="4384"
          /> metro desidera ne’ libri Omerici: e l’esametro dell’Iliade s’accorcerebbe di più d’uno
          de’ suoi tempi musicali, se avesse da leggersi al modo de’ Bisantini, snaturando vocali, o
          costringendole a far da dittonghi. Però i Greci d’oggi a’ quali la pronunzia letteraria
          venne da Costantinopoli, e serbasi nel canto della loro Chiesa, porgono le consonanti
          armoniosissime; ma non versi, poichè secondano accenti semplici e circonflessi, e spiriti
          aspri, e soavi — come che non ne aspirino mai veruno — ed apostrofi ed espedienti parecchi
          moltiplicatisi da que’ semidigammi ideati in Alessandria, talor utili in quanto provvedono
          alla etimologia e alle altre faccende della grammatica. Non però è da tenerne conto in
          poesia, dove la guida vera alla prosodia deriva dal metro; e il metro dipendeva egli
          fuorchè dalla pronunzia nell’età de’ poeti? Ad ogni modo i grammatici Greci sottosopra
          lasciarono stare i vocaboli come ve gli avevano trovati, sì che ogni lettore li proferisse
          o peggio o meglio a sua posta. Ma i Fiorentini non ricordevoli di passati o di posteri,
          uscirono fuor delle strette medesime con la regola universale — <emph>Che la scrittura non
            s’allontani dalla pronunzia un minimo che</emph>; e non trapelando lume, nè cenno di
          pronunzia certa dalle scritture, pigliarono quella che udivano. Però mozzando vocali, e
          raddoppiando consonanti, e ajutandosi d’accenti e d’apostrofi, stabilirono un’ortografia,
          la quale facesse suonare all’orecchio non <emph>Io</emph>, nè <emph>lo Imperio, o lo
            Inferno</emph>; ma <emph>I’, lo ’Mpero, lo ’Nferno</emph>: e con mille altre delle
          sconciature <pb ed="aut" n="4385"/> del dialetto Fiorentino de’ loro giorni, acconciarono
          versi scritti tre secoli addietro.</p>
        <p>par. 202. Queste loro squisitezze erano favorite dalla dottrina, che la lingua letteraria
          d’Italia fioriva tutta quanta nella loro città. Lasciamo che ove fosse vera s’oppone di
          tanto alle dottrine di Dante, che non sarebbe mai da applicarla ad alcuna delle opere sue.
          Ma avrebb’essa potuto applicarsi se non da critici ch’avessero udito recitare i versi di
          Dante a’ suoi giorni? L’occhio umano, paziente, fedelissimo organo, è agente più libero e
          più intelligente degli altri, perchè vive più aderente alla memoria; ma non per tanto non
          può fare che passino cent’anni e che le penne tutte quante non si divezzino dalle forme
          correnti dell’alfabeto. Così ogni età n’usa di distinte e sue proprie; onde per chiunque
          ne faccia pratica bastano ad accertarlo del secolo d’ogni scrittura. Ma sono divarj
          permanenti nelle carte; arrivano a’ posteri; e si lasciano raffrontare dall’occhio. Non
          così l’orecchio; capricciosissimo, perchè raccoglie involontario, istantaneo e di
          necessità tutti i suoni; e gli organi della voce gli sono connessi, cooperanti passivi, e
          meccanici imitatori; e però niun uomo cresce muto se non perchè nasce sordissimo. Di
          quanto dunque più preste e più varie e più impercettibili che la scrittura non saranno le
          alterazioni della pronunzia? Ma si rimutano senza che mai lascino, non pure le forme
          delineate, come ne’ vocaboli scritti, ma nè una lontana reminiscenza. Or chi mai fra’
          posteri potrà rintracciarle se non con l’orecchio? e dove le troverà egli? <pb ed="aut"
            n="4386"/> Ridomandandole all’aria, che se le porta? o al tempo che torna a ingombrare
          l’orecchio di nuovi suoni? <emph rend="sc">Allagheri</emph>, com’ei scrivevalo, e poscia
            <emph rend="sc">Aligieri, Alleghieri, Allighieri</emph>, era lungo o breve nella
          penultima? or è <emph rend="sc">Alighieri</emph>; ma in Verona s’è fatto sdrucciolo, <emph
            rend="sc">Aligeri</emph>. Certo se gli arcavoli risuscitassero in qualunque città
          penerebbero ad intendere i loro nepoti.</p>
        <p>par. 203. ed ult. Ma perciò che i Fiorentini di padre in figlio continuarono a ingoiare
          vocali o rincalzarle raddoppiando consonanti, l’Accademia ideò che quel vezzo fosse nato a
          un parto co’ loro vocaboli. (<bibl>
            <title>Avvertim. della Lingua</title>, Vol. 2. p. 129-160. ed. Mil. de’ Classici.
          Nota.</bibl>) Pur è sempre accidente più tardo; anzi comune ed inevitabile a ogni lingua
          parlata: e tutti i popoli con l’andare degli anni per affrettare e battere la pronunzia
          scemano modulazioni, perchè sono molli e più lunghe; e le articolazioni riescono vibrate
          insieme e spedite. De’ Greci è detto; e più numero tuttavia di vocali scrivono gli
          Inglesi, e pare che parlino quasi non avessero che alfabeto di consonanti: ma chi ne’ loro
          poeti antichi leggesse all’uso moderno, non troverebbe versi nè rime. Nè credo che altri
          possa additare poesia di gente veruna ove i fondatori della lingua scritta non si siano
          dilettati di melodia; e che non vi dominassero le vocali; e che poi non si diminuissero
          digradando. Anche nella prosodia latina, che era meno primitiva e tolta di pianta da’
          Greci, e in idioma più forte di consonanti finali, regge l’osservazione; ed anche nelle
          reliquie di Ennio pochissime, pur le battute de’ ventiquattro tempi dell’esametro <pb
            ed="aut" n="4387"/> su le vocali per via d’iato sono moltissime; e spesse in Lucilio; e
          parecchie in Lucrezio; non rare in Catullo; non più di sette, che io me ne ricordi, in
          Virgilio; e una sola in Orazio, nè forse una in Ovidio. Or quante, se pur taluna è da
          trovarne in Lucano e gli altri tutti congegnatori intemperanti di consonanze, fino allo
          strepitosissimo Claudiano? Ben diresti che la divina commedia sia stata verseggiata
          studiosamente a vocali. Ma che le modulazioni non prevalessero alle articolazioni de’
          versi, avveniva più presto in Italia che altrove; perchè il Petrarca aveva temprato
          l’orecchio alla prosodia Provenzale sonora di finali tronche più che la Siciliana che a
          Dante veniva fluida di melodia. La lingua nondimeno per que’ suoi fondatori fu scritta, nè
          mai parlata; e quindi i libri non avendo compiaciuto alle successive pronunzie, gli organi
          della voce hanno da stare obbedientissimi all’occhio. Il danno della parola dissonante
          dalla scrittura nelle lingue popolari e letterarie ad un tempo (cioè la francese l’inglese
          ec.), è minore della sciagura che toccò alla Italiana, destinata anzi all’arte degli
          scrittori, che alla mente della nazione (vuol dire, scritta e non parlata, nè scritta pel
          popolo). A questo i tempi, quando mai la facciano parlata da un popolo, provvederanno. Per
          ora il potersi scrivere così che ogni segno alfabetico sia elemento essenziale del senso e
          del suono in ogni vocabolo, rimane pur quasi vantaggio su le altre sino da’ giorni di
          Dante. Onde mi proverò di rapprossimarla alla prosodia di tutte le poesie primitive, e
          alla ortografia che dove le lingue vivono scritte, ma non parlate, <pb ed="aut" n="4388"/>
          si rimane letteraria, permanente nelle apparenze, e svincolata de’ suoni accidentali e
          mutabili d’età in età nelle lingue popolari (francese inglese ec.), e ne’ dialetti
          municipali. Forse così la lezione della divina commedia, perdendo i vezzi di Fiorentina
          ritornerà schietta e Italiana. Fine del Discorso. (Firenze. Domenica. 21. Sett. 1828.). V.
          p. 4487.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nel principio, e nel risorgimento degli studi, si credeva impossibile un’ortografia
          volgare, un’ortografia che non fosse latina, nel modo stesso che una letteratura volgare e
          non latina; e le lingue moderne si credevano incapaci di ortografia propria, così appunto
          come di letteratura. (21. Sett. Domenica. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4367. Ci sarebbe ancora un altro partito, e ragionevolissimo. Avere due poesie e
          letterature, l’una per gl’intendenti, l’altra pel popolo. Così quelli non perderebbero,
          mentre questo ricupererebbe; non isparirebbero dal mondo i piaceri squisiti e divini (per
          chi gli può gustare) delle leterature perfezionate; ci potrebbe ancora essere chi provasse
          de’ trasporti di piacere leggendo Virgilio, come ci sono e saranno intendenti che ne
          provino mirando un quadro di Raffaello ec. ec. (21. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4355. Sorte simile ad Omero ebbe anche in ciò il nostro Dante, il quale fino
          nello stesso sec. 14. ebbe forse tanti diascheuasti, cioè limatori del suo poema, più o
          meno arditi, quanti copiatori: onde quelle enormi e continue discrepanze de’ suoi codici e
          stampe anteriori alla edizione della Crusca. V. p. 4412.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4317. marg. Si legge così a Napoli anche l’Orlando innamorato del Berni e
          soprattutto la Gerusalemme del Tasso, e il popolo prende partito chi per l’uno di quegli
          eroi, chi per l’altro, e con tanto ardore, che dopo la <pb ed="aut" n="4389"/> lettura,
          discorrendo tra loro sopra quei racconti, e quistionando, talora vengono alle mani, e fino
          si uccidono. Una notte al tardi, due del volgo di Napoli che disputavano caldamente fra
          loro, andarono a svegliare il famoso Genovesi per saper da lui chi avesse ragione, se
          Rinaldo o Gernando (Gerusalemme del Tasso). Tengo tutto ciò dall’Imbriani padre, il quale
          mi dice che il popolo napoletano non ha bisogno che il lettore gli traduca quei poemi, ma
          che gl’intende da se. In questo modo quei poemi si possono dir veramente pubblicati. (22.
          Sett. 1828.). V. p. 4408.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Si dice con ragione che quasi tutta la letteratura greca fu Ateniese. Ma non so se alcuno
          abbia osservato che questo non si può già dire della poesia; anzi, che io mi ricordi,
          nessun poeta greco di nome (eccetto i drammatici, che io non considero come propriamente
          poeti, ma come, al più, intermedii fra’ poeti e’ prosatori) fu Ateniese. Tanto la civiltà
          squisita è impoetica. (22. Sett. 1828.). Però, chi dice che la letteratura greca fiorì
          principalmente in Atene, dee distinguere, se vuol parlar vero, ed aggiungere che la poesia
          al contrario. ec. (22. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi presentandomi o raccomandandomi o parlando di me a qualcuno, uomo o donna, ha detto:
          mio grandissimo amico, grande ingegno, dotto ec. ec., non ha fatto nulla. Ci mancava la
          gran parola. Chi ha detto: uomo <emph>celebre</emph>, mi ha proccurato accoglienze e
          distinzioni e ricerche. Fama ci vuole, e non merito. Anche qui si verifica quello che ho
          detto altrove, la sola fortuna fa fortuna. <emph>Celebre</emph> equivale <pb ed="aut"
            n="4390"/> a ricco, nobile, potente, dignitario, ed altre fortune simili. (22. 7.bre
          1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’eroismo ci strascina non solo all’ammirazione, all’amore. Ci accade verso gli eroi,
          come alle donne verso gli uomini. Ci sentiamo più deboli di loro, perciò gli amiamo.
          Quella virilità maggior della nostra, c’innamora. I soldati di Napoleone erano innamorati
          di lui, l’amavano con amor di passione, anche dopo la sua caduta: e ciò malgrado quello
          che aveano dovuto soffrire per lui, e gli agi di cui taluni godevano dopo il suo fato.
          Così gli strapazzi che gli fa l’amato, infiammano l’amante. E similmente tutta la Francia
          era innamorata di Napoleone. Così Achille c’innamora per la virilità superiore, malgrado i
          suoi difetti e bestialità, anzi in ragione ancora di queste. (22. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4354. marg. Potrebbe anco essere che i primi libri fossero in prosa, la prima
          applicazione della scrittura alla letteratura fosse alla prosa, continuando forse intanto
          a comporsi in versi senza scriverli, e consegnandoli solamente alla memoria, sì per
          l’inveterata abitudine, e sì per considerarsi la scrittura come non necessaria, anzi
          inutile, alla conservazione dei versi, e solo utile e necessaria a quella della prosa. In
          tal modo potrebbe esser passato molto tempo dopo che si scriveva in prosa, prima che si
          avessero versi scritti, nel qual tempo non si sarebbero avuti libri che in prosa. In tal
          caso, che mi par naturale, la prosa <foreign lang="fre" rend="italic">à son tour</foreign>
          avria preceduto la poesia, come scritta, come opera di letteratura consegnata in libri.
          (22. Sett. 1828.). V. p. seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4318. marg. Ciclo <emph>epico</emph>, che comprendeva in varie poesie, <pb
            ed="aut" n="4391"/> incluse quelle d’Omero, la storia tutta del mondo, dalle Origini
          delle cose, cioè dalla teogonia ec. fino ad Ulisse; ciclo raccolto, secondo un critico
          tedesco, forse vivente (Bull. de Féruss. ec.) che ha fatto sopra di esso ciclo una
          dissertazione particolare, poco dopo il tempo de’ Pisistratidi. Le poesie comprese in
          questo ciclo, e i loro argomenti, non erano certamente <emph>epici</emph> nel senso che
          noi diamo a questa parola: nondimeno il ciclo si chiamava <emph>epico</emph>, cioè storico
          o narrativo. La poesia epica fu distinta dalla lirica, benchè anche <foreign lang="grc">τὰ
            ἔπη</foreign> si cantassero sulla lira. ec. (23. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ridete franco e forte, sopra qualunque cosa, anche innocentissima, con una o due persone,
          in un caffè, in una conversazione, in via: tutti quelli che vi sentiranno o vedranno rider
          così, vi rivolgeranno gli occhi, vi guarderanno con rispetto, se parlavano, taceranno,
          resteranno come mortificati, non ardiranno mai rider di voi, se prima vi guardavano
          baldanzosi o superbi, perderanno tutta la loro baldanza e superbia verso di voi. In fine
          il semplice <emph>rider alto</emph> vi dà una decisa superiorità sopra tutti gli astanti o
          circostanti, senza eccezione. Terribile ed <foreign lang="eng" rend="italic"
          >awful</foreign> è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli
          altri, come chi ha il coraggio di morire. (23. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. qui dietro. Tutto ciò in quanto a possibilità o verisimiglianza. Ma in quanto a
          tradizione, par ch’ella provi che i libri in prosa o non precedettero, o solo di poco
          tempo, quegli in versi; poichè essa tradizione mette le prime prose greche nel principio
          del <pb ed="aut" n="4392"/> sec. 6. av. G. C. , tempo di Pisistrato che raccolse i versi
          Omerici, e tempo abbondante di altri poeti, i quali non pare al Wolf che potessero mancar
          di scrittura. Certo che di essi la tradizione non porta, come di Omero, che i loro versi
          fossero raccolti e scritti posteriormente. Nondimeno, benchè la tradizione non porti ciò
          neppur di Esiodo (V. p. 4397) (onde il Vico, lib.3. p. 400. Talchè Esiodo, che lasciò
          opere di sè scritte, poichè non abbiamo autorità che da’ Rapsodi fusse stato, com’Omero,
          conservato a memoria, si dee porre dopo de’ Pisistratidi), pure il Wolf pone anche Esiodo
          fra que’ poeti che non iscrissero, e le poesie esiodee (che egli reputa di vari autori)
          fra quelle che furono conservate lungamente per sola memoria. — <quote>
            <foreign lang="lat">Certior quidem historia adhuc saeculo VI. et V. ante Chr. Simonidi
              Ceo atque Epicharmo Siculo, antiquae Comoediae principi, satis insignes partes tribuit
              in litteris complendis et inveniendis novis, quas deinde cum prioribus in aptam seriem
              collectas a Callistrato quodam, ante alios Jonica Samos publice usurpavisse fertur.
              Atq. hoc Jonicum alphabetum 24 litterarum a populo Atheniensi tandem Euclide archonte,
              Olymp. 94, 2. ante Chr. 403 receptum, nec ibi ante hoc tempus usum duarum longar.
              vocalium publicatum tradunt plures et ex probatis auctoribus. Adeo sero litteratura
              Graecorum absoluta est et redacta in ordinem, primum, ut multis de causis coniicio, in
              iis civitatibus quae Sicil. et Magn. Graeciam tenebant, tum in illa posthac litterarum
              conficientissima urbe, Athenis. Sed cavendum est rursus ne tam serum usum scribendi
              credamus, aut in omni Graecia eodem tempore institutum. Jones quidem quum tot aliis
              rebus <pb ed="aut" n="4393"/> Europae cognatae exemplum nitidioris cultus darent et
              humani et civilis, matureque variis artibus et commerciis florerent, vel tacente
              historia verisimile esset, eos huius quoque praeclarae rei utilitatem primos
              animadvertisse et ad eam studium et ingenium contulisse suum. Quippe illis expectandus
              non fuit Callistratus Samius, ut aliquid scripto consignare tentarent: iam ante hunc
              papyro usi sunt; immo ante Simonidem et Epicharmum fuerunt lyrici poëtae, et Ionici et
              Aeolici, qui illo adminiculo faciendorum carminum carere vix possent. Deniq. in ea
              civitate (Athen.) quae antiq. alphabetum diutissime retinuit, Olymp. 39. minor numerus
              litterarum suffecit Draconis legibus ponendis. Quidni idem numerus suffecerit maximis
              voluminibus, si modo ea tum usitata fuerunt, sive ex pellibus, sive ex papyro
              Aegyptia? Wolf. par. 16. p. LXII-V. Certe Atticorum scriptorum non ante Persica
              tempora mentio fit aut signicatio cui non fidem deroget illius aevi et rei publicae
              facies et gravissimor. auctorum silentium. Sed non persequar quod tenere sine longis
              ambagibus non possum; ultro etiam concesserim, aliquanto ante Solonem Athenis hanc
              artem paullatim privato studio (del pubblico, in bronzo, marmo ec., non si dubita)
              usurpari coeptam: neque adeo dubito, quin id saeculis 8. et 7. in ceteris civitatibus,
              nominatim Joniae et Magnae Greciae, fecerint sollertiores quidam homines eorumq.
              exemplum vel secuti vel ipsi rem auspicati sint poëtae nonnulli, si non Asius,
              Eumelus, Arctinus, alii, sub primis Olympp. clari <pb ed="aut" n="4394"/> epicis
              Carminibus, at certe Archilochus, Alcman, Pisander, Arion et horum aequales: tamen si
              de <hi rend="italic">universa Graecia</hi> et paullo tritiore usu artis <hi
                rend="italic">institutoque conscribendorum librorum</hi> quaeris, iliud removendum
              non esse a Thaletis, Solonis, Pisistrati et eorum, qui Sapientes appellantur, aetate,
              i.e. ea qua oratio metro solvi coepit, ita significat nobis historia artium Graecarum
              omnium, ut infantiam suam obliti populi testimonium minime desiderandum videatur. De
              cultura prosae orationis ineunte saeculo ante Chr. VI. a pluribus et ipso Solone
              inchoata, deque causis novi incepti nihil hic habeo dicere: et quae ex veterum locis
              hauriri possunt, dicta sunt omnia</foreign>
          </quote>. etc. <bibl>
            <author>Wolf</author>. par. 17. p. LXIX-LXXI.</bibl> — <title lang="lat">De cultura
            prosae</title>, cioè della prosa colta in qualche modo e letteraria. Ma di una prosa
          rozza e mal culta, e simile a quella de’ nostri ducentisti, niente impedisce di credere
          ch’ella fosse scritta in libri e privatamente (poichè in monumenti pubblici non è dubbio)
          innanzi che si scrivessero versi: anzi la verisimiglianza mi pare che vi conduca, ed io
          sono di questa opinione, a differenza di ciò che sembra credere il Wolf. Però se per
          letteratura s’intendano libri scritti, io stimo, contro quello che si crede generalmente,
          che la letteratura prosaica precedesse in Grecia la poetica, cioè la scrittura della
          poesia. (25. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il Wolf conosce e cita per averlo preceduto nell’opinione che le poesie omeriche non
          fossero scritte, se non dopo, oltre Giuseppe ebreo, il Wood (inglese), il Rousseau e il
          Mairan; per l’opinione <pb ed="aut" n="4395"/> che esse da principio non costituissero
          poemi epici, ma non fossero che canti separati, raccolti poi da altri e ridotti nella
          presente forma, conosce e cita il Casaubono, il Bentley e l’abate Hedelin d’Aubignac, il
          cui libro, <bibl>
            <title lang="fre">Conjectures académiques ou Dissertation sur l’<emph>Iliade</emph>
            </title>, Paris 1715. 8.<hi rend="apice">o</hi>.</bibl> egli disprezza altamente. Ma non
          nomina punto mai il nostro Vico, il quale de’ cinque libri de’ suoi <bibl>
            <title>Principj di Scienza nuova</title>, 3.<hi rend="apice">a</hi> ediz. Napoli
          1744.</bibl> ne ha uno, cioè il 3.<hi rend="apice">o</hi> intitolato <title>Della
            discoverta del vero Omero</title>, tutto dedicato alle quistioni Wolfiane. Nel qual
          libro, con minore abbondanza e sviluppamento di prove che il Wolf, ma pure con buone e
          forti ragioni, alcune delle quali non toccate da esso Wolf, asserisce e dimostra <quote>
            <emph>che Omero non lasciò scritto niuno de’ suoi poemi</emph>
          </quote> (p. 399.), <quote>
            <emph>poichè infin’a’ tempi di esso Omero, ed alquanto dopo di lui non si era ritrovata
              ancora la Scrittura Volgare</emph>
          </quote> (p. 394.); "che perciò i popoli greci cotanto contesero della di lui patria, e ’l
          vollero quasi tutti lor cittadino, perchè essi popoli greci furono quest’Omero (p. 404.);"
          "che perciò varjno cotanto l’oppenioni d’intorno alla di lui età, perchè un tal’Omero
          veramente egli visse per le bocche e nella memoria di essi popoli greci dalla Guerra
          Trojana fin’a’ tempi di Numa, che fanno lo spazio di quattrocentosessant’anni (p. 404.)"
          (cioè che gli autori de’ versi omerici vivessero e componessero successivamente dalla
          guerra troiana fino a Numa) che "la cecità, e la povertà d’Omero furono de’ Rapsodi; i
          quali essendo ciechi, onde ogniun di loro si disse <emph>Omero</emph> (<foreign lang="grc"
            >ὅμηρος</foreign> in lingua <pb ed="aut" n="4396"/> ionica), prevalevano nella memoria;
          ed essendo poveri, ne sostentavano la vita con andar cantando i poemi d’Omero per le città
          della Grecia; de’ quali essi eran’Autori; perch’erano parte di que’ popoli, che vi avevano
          composte le loro Istorie;" (p. 404.) "che quest’Omero sia egli stato un’Idea, ovvero un
          Carattere Eroico d’uomini greci, in quanto essi narravano cantando le loro storie;" (p.
          403.) "l’Omero Autor dell’Iliade avere di molt’età preceduto l’Omero Autore dell’Odissea;"
          (p. 405.) "che quello fu dell’Oriente di Grecia verso Settentrione, che cantò la Guerra
          Trojana fatta nel suo paese: e che questo fu dell’Occidente di Grecia verso mezzodì, che
          canta Ulisse, ch’aveva in quella parte il suo Regno;" (p. 405.) e, dicendo l’autor
            <foreign lang="grc">περὶ ὕψους</foreign> che Omero compose giovane l’Iliade e vecchio
          l’Odissea, che "Omero compose giovine l’Iliade, quando era giovinetta la Grecia; e ’n
          conseguenza ardente di sublimi passioni, come d’orgoglio, di collera, di vendetta; le
          quali passioni non soffrono dissimulazione ed amano generosità; onde ammirò Achille Eroe
          della Forza: ma vecchio compose poi l’Odissea, quando la Grecia aveva alquanto raffreddato
          gli animi con la riflessione: la qual’è madre dell’accortezza; onde ammirò Ulisse Eroe
          della Sapienza. Talchè a’ tempi d’Omero giovine a’ popoli della Grecia piacquero la
          crudezza, la villania, la ferocia, la fierezza, l’atrocità: a’ tempi d’Omero vecchio già
          gli dilettavano i lussi d’Alcinoo, le delizie di Calipso, i piaceri di Circe, i canti
          delle Sirene, i passatempi de’ Proci, e di, nonchè tentare, assediar’e combattere le caste
          Penelopi <pb ed="aut" n="4397"/> i quali costumi tutti ad un tempo sopra ci sembrarono
          incompossibili" (p. 404-5.) Finalmente "che i Pisistratidi Tiranni d’Atene eglino
          divisero, e disposero, o fecero dividere, e disponere i Poemi d’Omero nell’Iliade, e
          nell’Odissea: onde s’intenda quanto, innanzi, dovevan’essere stati una confusa congerie di
          cose; quando è infinita la differenza che si può osservar <emph>degli stili</emph>
          dell’uno, e dell’altro Poema Omerico." (p. 399.) (26. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ecco l’Eroe (Achille), che Omero con l’aggiunto perpetuo d’<emph>irreprensibile</emph>
          canta a’ Greci popoli in esempio dell’Eroica Virtù! il qual’aggiunto, acciocchè Omero
          faccia profitto con l’insegnar dilettando, lo che debbon far’i Poeti, non si può
          altrimente intendere, che per un’huomo orgoglioso, il qual’or direbbesi che non si faccia
          passare la mosca per innanzi alla punta del naso; e sì predica la Virtù puntigliosa; nella
          quale a’ tempi barbari ritornati tutta la loro Morale riponevano i Duellisti: dalla quale
          uscirono le leggi superbe, gli ufizj altieri, e le soddisfazioni vendicative de’ cavalieri
          erranti, che cantano i Romanzieri. Ib. lib.2. p. 322-3. dopo aver descritto l’eroismo
          dell’Achille omerico, quanto sia lontano dalle idee nostre, ed anche antiche civili, circa
          il carattere eroico. (26. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4392. marg. Dice per altro il <bibl>
            <author>Wolf</author> p. XCVII-III. par. 23</bibl>: <quote>
            <foreign lang="lat">Neque enim unius Homeri, sed et Hesiodi et aliorum Carmina, omneque
              epicum genus, mox lyricum quoque et iambicum, complexa est ars rhapsodorum</foreign>
          </quote>. E <bibl>in nota, p. XCVIII</bibl>: <quote>
            <foreign lang="lat">Vide Plat. de Legg. <pb ed="aut" n="4398"/> II. p. 658. D., in Jone
              p. 530. B</foreign>
          </quote>. (ed. Steph.) Athen. XIV. p. 620. C. Quanto ad Esiodo, ecco le sue parole. <quote>
            <foreign lang="lat">Sed Hesiodum quum dico, omne illud tempus intelligo, in quod
              Hesiodeorum quae nunc feruntur operum confectio incidit. Non uni enim illa tribuenda
              esse patet; et multo plura nomine eius ferebantur apud veteres. In</foreign>
            <foreign lang="grc">Ἔργοις</foreign>
            <foreign lang="lat">loci sunt multi</foreign>
            <foreign lang="grc">πίνῳ</foreign>
            <foreign lang="lat">venerandae vetustatis signati. Theogonia autem et Scutum Herc. et
              maxima pars eorum, quorum brevia fragmenta supersunt, Homerum toto certe saeculo
              subsequuntur. Huius rei argumento est, quod in iis plures notiones novae exstant et
              imitationes locorum Homericorum, in primis terrarum et populorum auctior et
              explicatior notitia</foreign>
          </quote>. <bibl>par. 12. not. p. XLII-III.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4357. L’imitazione drammatica non può essere spontanea e veramente secondo
          natura, se non in quanto a un solo personaggio, o 2 al più, e solo in alcune scene, cioè
          in quelle che corrispondano alla situazione attuale dell’animo del poeta. Ma qui è sempre
          il poeta egli stesso che si dipinge, o piuttosto parla, sotto altro nome; e quella non è
          veramente imitazione, ma quasi un travestimento. In tutti gli altri personaggi ed altre
          scene, la poesia è necessariamente sofistica. Del resto, tali scene, dove il poeta
          esprimesse i suoi sentimenti, passioni ec. attuali sotto nome di qualche personaggio
          storico, se si componessero staccate, potrebbero esser buona poesia: il poeta può aver
          buone ragioni per nascondersi sotto nome altrui; può trovarvisi, se non altro, più a suo
          agio; ed è anche poetico in qualche modo quel rapporto trovato ed espresso fra la propria
          situazione <pb ed="aut" n="4399"/> attuale, e quella d’alcun personaggio storico ec. (28.
          Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4372. <bibl lang="fre">
            <title>Servian Popular Poetry. Poésies populaires des Serviens, traduites en vers
              anglais</title> par M. Bowring. Londr. 1827. in— 12</bibl>. <quote>
            <foreign lang="fre">Ces poésies, dont il doit paroître bientôt une traduction française,
              sont extraites d’un recueil publié à Vienne en 1824 par Stephanovich Vuk, auteur d’une
              grammaire servienne</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <title>Journ. des savans</title>, 1827. p. 445. Juillet</bibl>. (29. Sett. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">La Civilisation considérée sous le rapport du feu et relativement à
              la supériorité de l’homme sur le reste des animaux</foreign>
          </quote>. Paris, Baudouin frères, in 8.<hi rend="apice">o</hi> de 63 pages. Prix 1. fr. 50
          cent. Ib. p. 445. 1826. Juillet, <title lang="fre">Livres nouveaux</title>. (2. Ottob.
          1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il reconnoît</foreign>
          </quote> (M. Poirson, autore di un compendio di storia romana stampato a Parigi, 1825 e
          segg., e difensore per altro della verità della storia de’ primi secoli di Roma) <quote>
            <foreign lang="fre">qu’il y a de fortes présomptions contre la vérité des aventures
              d’Horatius Coclès, de <hi rend="italic">Mucius Scaevola</hi> et de Clélie</foreign>
          </quote>. Ib. 1826, août, p. 466. (3. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les Kirkis</foreign>
          </quote> (nazione nomade, al Nord dell’Asia centrale) <quote>
            <foreign lang="fre">ont aussi des chants historiques (non scritti) qui rappellent les
              hauts faits de leurs héros; mais ceux-là ne sont récités que par des chanteurs de
              profession, et M. de Meyendorff</foreign>
          </quote> (barone, viaggiatore russo, autore d’un Voyage d’Orenbourg à Boukhara, fait en
          1820. Paris 1826; dal quale sono estratte queste notizie) <quote>
            <foreign lang="fre">eut le regret de ne pouvoir en entendre un seul</foreign>
          </quote>. Ib. septemb. p. 518. <quote>
            <foreign lang="fre">Plusieurs d’entre eux (d’entre les Kirkis)</foreign>
          </quote>, dice M. de Meyendorff, ib., <pb ed="aut" n="4400"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">passent la nuit assis sur une pierre à regarder la lune, et à
              improviser des paroles assez tristes sur des airs qui ne le sont pas moins</foreign>
          </quote>. (3. Ottobre. 1828.).</p>
      </div1>
      <div1 n="4400 - 4526">
        <p>
          <foreign lang="lat">Grammatica Daco-romana, sive Valachica, latinitate donata et in hunc
            ordinem redacta a J. Alexi</foreign>. Vindobonae 1826. in— 8.<hi rend="apice">o</hi> Ib.
          Septemb. 1826. p. 573.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4375. Il Wesselingio nella Pref. all’Erodoto, in quella parte che riguarda la
          vita e gli scritti di questo, riportata dallo Schweighaeuser, con sue noterelle, appiè
          della propria sua pref. all’Erodoto, Argentorati 1816, t. 1., dice, a pag. XXII-III. di
          questa edizione: <quote>
            <foreign lang="lat">Tum patriam reliquit, inque Graeciam tetendit. Huc pertinent Luciani
              ista (<bibl>In <author>Herodoto</author> cap. 1. p. 832. [T. IV. ed. Bipont. p.
              116.]</bibl>), difficilia quibusdam intellectu visa</foreign>, <foreign lang="grc"
              >πλεύσας γὰρ οἴκοθεν</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Herodotus</foreign>
            <foreign lang="grc">ἐκ τῆς Καρίας εὐθὺ τῆς Ἑλλάδος, ἐσκοπεῖτο</foreign>, <foreign
              lang="lat">videlicet, <hi rend="italic">qua tandem ratione et minimo labore insignis
                ac celebris evaderet</hi>. Instabat per illi conmodum, Olympiorum tempus sollemne:
              properavit ad illud certamen, atque in magno Graecorum consessu recitavit Historias
              suas. Namque ea non docent, absolvisse Herodotum historiarum libros Halicarnassi, sed
              compositos in Samo insula, quod ex <hi rend="italic">Suida</hi> adsciscendum, ex Caria
              ad Olympicum conventum secum portasse, et Graecis, ut illis innotesceret, praelegisse.
              Eligunt ad eam recitationem Olympiadem LXXXI. viri docti, quippe aetati Herodoti
              egregie congruam: neque mihi refragari animus est, eoque <pb ed="aut" n="4401"/>
              minus, quod pueriles Thucydidis anni Elidensem hanc Olympiadem sibi postulent. Aderat
              Thucydides una cum patre Oloro admodum adolescens</foreign> (<foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Suidas</hi> in</foreign>
            <foreign lang="grc">Θουκυδίδης</foreign>), <foreign lang="grc">ἔτι παῖς ὢν</foreign>,
              <foreign lang="lat">in summo Graecorum plausu recitanti, illacrymavitque, aemulatione
              quadam iam tum ad consimile laudis studium accensus; quo Herodotus animadverso, ad
              Olorum</foreign> (<bibl>
              <foreign lang="lat" rend="italic">Marcellinus</foreign>, <title>Vit. Thucydid.</title>
              p. 9.</bibl>), <foreign lang="grc">οργᾷ ἡ φύσις τοῦ υἱοῦ σοῦ πρὸς τὰ
            μαθήματα</foreign>, <foreign lang="lat">optime de puero XV. annorum, et gloriae
              desiderio lacrymante. Atque hic non obliviscor secundae recitationis, Athenis Olymp.
              LXXXIII. anno tertio institutae; quam Thucydidem auscultare potuisse, certum quidem
              est, sed iam virili aetate, non puerum. Erudite hoc <hi rend="italic">H.
              Dodwellus</hi> exsecutus (<bibl>Apparat. ad Annales Thucydid. p. 23.</bibl>),
              adprobavit <hi rend="italic">Ed. Corsino</hi> (Fast. Attic. T. III. p. 203. et p.
              213.), sihi tamen non constanti, et eandem praelectionem in Olymp. LXXXIV.
              coniicienti. ... Certius habetur, Athenis suos eum libros legisse <hi rend="italic">in
                consilio</hi>, uti <hi rend="italic">Hieronymus</hi> scribit, <hi rend="italic">et
                honoratum fuisse</hi>, idque festo Panathenaeorum die anni tertii Olympiadis
              LXXXIII., quae elegans ill. <hi rend="italic">Scaligeri</hi> (Ad <hi rend="italic"
                >Eusebii</hi> Chronic. p. 104.) doctrina</foreign>
          </quote>. Lo Schweighaeuser non ha a tutto questo passo alcuna sua nota. — Questa
          tradizione intorno ad Erodoto sembra provare almeno l’usanza che le prime prose fossero
          lette al popolo, e così edite, al modo de’ versi; o, se non altro, dee derivare
          dall’antico <pb ed="aut" n="4402"/> uso di recitare o cantare in pubblico i componimenti
          poetici. (7. Ottob. 1828.).</p>
        <p>Il Wesselingio l. c. p. XXVI. <quote>
            <foreign lang="lat">In more ipsi (Herodoto) fuit</foreign> (<bibl>vid. lib.5, 36, l. 7.
              93. et 213, l. 1. 75.</bibl>) <foreign lang="grc">τὸν πρῶτον λόγον, τοὺς πρώτους
              λόγους</foreign>
            <foreign lang="lat">primores libros, et sequentes</foreign>
            <foreign lang="grc">τοὺς ὄπισθε λόγους, τοὺς ὀπίσω λόγους</foreign>... <foreign
              lang="lat">adpellare</foreign>
          </quote>. — Lo Schweighaeuser ivi in nota. <quote>
            <foreign lang="lat">Nec vero in hisce locis, aut horum similibus, vocabulum</foreign>
            <foreign lang="grc">λόγος</foreign>
            <foreign lang="lat">ita intelligi debet, quasi singulos e novem Historiarum suarum
              libris singulos</foreign>
            <foreign lang="grc">λόγους</foreign>
            <foreign lang="lat">diceret: sed</foreign>
            <foreign lang="grc">λόγος</foreign>
            <foreign lang="lat">in huiusmodi locis nihil aliud nisi <hi rend="italic"
              >narrationem</hi>, vel <hi rend="italic">historiam</hi>, ut nos vulgo vocamus,
              significat: qua ratione etiam Hecataeus, ut hoc utar</foreign>, <foreign lang="grc"
              >λογοποιὸς</foreign>
            <foreign lang="lat">Nostro dicitur, II. 143. v. 36. et 125. id est, <title>Historiarum
                scriptor</title>; de eodemque Hecataeo loquens idem Noster VI. 137. ait</foreign>,
              <foreign lang="grc">Ἑκαταῖος ἐν τοῖσι λόγοισι</foreign>, <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Hecataeus in suis Historiis</hi>; denique VII. 152. ubi</foreign>
            <foreign lang="grc">πάντα τὸν λόγον</foreign>
            <foreign lang="lat">ait, <hi rend="italic">universam suam Historiam</hi>
              <foreign lang="lat">intelligit. Itaque, ubi <hi rend="italic">se</hi> ait, <hi
                  rend="italic">de re quadam</hi>
              </foreign>
              <foreign lang="grc">ἐν ἄλλῳ λόγῳ</foreign>
              <foreign lang="lat">
                <hi rend="italic">esse dicturum</hi>, non semper <hi rend="italic">alium ex novem
                  Historiarum suarum Libris</hi> intelligit, verum subinde etiam <hi rend="italic"
                  >aliam eiusdem Libri partem</hi>; veluti, quae Lib. VI. c. 39. profitetur <hi
                  rend="italic">se</hi>
              </foreign>
              <foreign lang="grc">ἐν ἄλλῳ λόγῳ</foreign>
              <foreign lang="lat">
                <hi rend="italic">expositurum</hi>, ea cap. 103. eiusdem sexti Libri exposita
                leguntur. Eodem modo Pausanias lib. III. cap. 2. quum ait</foreign>
              <foreign lang="grc">Ἡρόδοτος ἐν τῷ λόγῳ τῷ ἐς Κροῖσον</foreign>, non hoc dicit, <hi
                rend="italic">Herodotus in Libro de Croeso</hi>, sed <pb ed="aut" n="4403"/>
              <hi rend="italic">Herodotus in ea narratione</hi> (sive, <hi rend="italic">in ea
                Historiarum suarum parte</hi>) <hi rend="italic">quae ad Croesum spectat</hi>.
              Similiterque idem Pausanias, lib. V. cap. 26. p. 447. ait</foreign>, <foreign
              lang="grc">Ἡρόδοτος ἐν τοῖς λόγοις</foreign>, <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Herodotus in suis Historiis</hi>. Sed de hoc usu vocabuli</foreign>
            <foreign lang="grc">λόγος</foreign>
            <foreign lang="lat">vide mox ipsum Wesselingium verissime monentem</foreign>
          </quote>. — Ciò è p. XXIX. <quote>
            <foreign lang="lat">Possum adfirmare veterum neminem</foreign>
            <foreign lang="grc">Λόγους</foreign>
            <foreign lang="lat">Herodoti</foreign>
            <foreign lang="grc">Λιβυκοὺς</foreign>
          </quote> (citati da lui medesimo. II. 161., e da alcuni creduti diversi dalle Istorie) <quote>
            <foreign lang="lat">ad testimonium excitasse, contra ex libro quarto</foreign> (delle
            Istor.) <foreign lang="lat">res Afras depromsisse plures: immo solere illum <hi
                rend="italic">partem libri</hi>
            </foreign>
            <foreign lang="grc">λόγον</foreign>
            <foreign lang="lat">et</foreign>
            <foreign lang="grc">λόγους</foreign>
            <foreign lang="lat">adpellare: de nece Cimonis, patris Miltiadae</foreign>, <foreign
              lang="grc">τὸν μὲν ἐγὼ ἐν ἄλλῳ λόγῳ σημανέω</foreign> (lib. VI. 39.): <foreign
              lang="lat">dixit autem eiusdem Musae, cap. 103. Geminum illi Libri primi cap. 75. —
              Scilicet</foreign> (nota lo Schweigh. ib.), <foreign lang="lat">quam rem lib. I. cap.
              75. ait <hi rend="italic">se</hi>
            </foreign>
            <foreign lang="grc">ἐν τοῖσι ὀπίσω λόγοισι</foreign>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">declaraturum</hi>, eam non in sequentium librorum aliquo, sed in
              eodem lib. I. cap. 124. declaratam videmus</foreign>
          </quote>. — V. p. 4467. Propriamente però <foreign lang="grc">λόγος</foreign> in tali casi
          non vuol dir <emph>narrazione</emph> nè <emph>storia</emph>, ma <emph>prosa</emph>, a
          differenza di <foreign lang="grc">ἔπη</foreign> o <foreign lang="grc">μέλη</foreign>
            (<foreign lang="lat">carmina-oratio</foreign>); <foreign lang="grc">καταλογάδην</foreign>
          <emph>in prosa</emph>; <foreign lang="grc">λογοποιὸς</foreign>
          <emph>prosatore</emph>, a differenza di <foreign lang="grc">ἐποποιὸς</foreign> ec. Ma o
          perchè le prime prose scritte fra’ greci fossero istorie, o perchè la più parte di esse
          fossero istoriche a que’ primi tempi, o finalmente perchè il genere storico non <pb
            ed="aut" n="4404"/> avesse alcun nome particolare a principio, e forse (com’e
          naturalissimo) non esistesse veramente distinto dagli altri generi, cioè non si avessero
          opere di pura storia, o narrative, ma materie e qualità miste e confuse ec. (11. Ottob.
          1828.) fu appropriato alle storie il nome generale di <emph>prosa</emph>
          <foreign lang="grc">λόγος</foreign>, ed Erodoto chiamò <foreign lang="grc">λογοποιὸν</foreign>
          <emph>prosatore</emph> lo storico Ecateo. E quando poi le opere in prosa furono cominciate
          a dividere in libri, questi libri ancora furono chiamati <emph>prose</emph>
          <foreign lang="grc">λόγοι</foreign>, <emph>prosa</emph> 1., <emph>prosa</emph> 2. ec.
            <emph>prose</emph> 9 (<foreign lang="grc">Ἡροδότου λόγοι ἐννέα</foreign> è appunto il
          tit. dell’ediz. Aldina di Erod., I.a ediz. greca, Venez. 1502.): quasi per confermare che
          la confezion di libri, secondo l’opinione del Wolf, ebbe origine dai prosatori. E per
          luminosa conferma dell’opinione del medesimo che da principio scrittura e prosa fossero la
          cosa medesima, troviamo (cosa da lui nè da altri a questo proposito non osservata)
            <foreign lang="grc">συγγραφεὺς</foreign> esser sinonimo di <emph>storico</emph>. V.
          Scapula etc. in <foreign lang="grc">σύγγραμμα, συγγραφὴ, λογοποιὸς</foreign>. V. p. 4406.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dialetti greci. <quote>
            <foreign lang="lat">Nec vero putandum est, cunctis eis in locis, ubi etiam nunc formae
              verborum communes praeeuntibus libris omnibus supersunt</foreign>
          </quote> (nell’Erodoto), <quote>
            <foreign lang="lat">quum alibi in eisdem verbis formâ jonibus propriâ usum esse videamus
              Scriptorem, per librariorum aut temeritatem aut socordiam esse illas invectas. Licitum
              fuit ionico scriptori communibus verborum formis promiscue atq. illis uti quae Jonibus
              propriae erant: et haud dubiis document. intellexisse mihi videor, ut olim Homerum,
              sic etiam Herodotum, si quis alius, hanc sibi veniam <pb ed="aut" n="4405"/> sumsisse
              et ... <hi rend="italic">variationem</hi> consulto esse secutum. Quo minus caussae
              esse equid. iudicavi, cur perspicua in hanc partem Hermogenis verba (de formis
              orationis l. 2. p. 513. coll. p. 406.), <hi rend="italic">non pura sed mixta dialecto
                scripsisse Herod.</hi> docentis, cum doctis. Wesselingio nostro (<bibl>
                <title>Diss. Herodotea</title>, p. 147. seq.</bibl>) aliam in partem
              interpretaremur. Schweighaeuser, praef. ad Herodot. p. VIII-IX. E ib. p. IX. in nota:
              Schaeferum, virum de Script. nostro praeclare merit. , postquam in edendis Musis
              coepisset, expulsis ubiq. formis verbor. communib., jonic. substituere formas, mox
              meliora edoctum abiecisse novimus istud consilium</foreign>
          </quote>. (11. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4359. Il luogo riportato nel pensiero qui anteced., mostra che tale opinione
          (oggi però rigettata comunemente dagli eruditi) fu tenuta fino nel 1816. (epoca dell’ed.
          Argentoraten. d’Erodoto) da un uomo come lo Schweighaeuser. (11. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Enfin, l’objet de notre sympathie la plus habituelle (dans
              l’Iliade), c’est Hector: et si d’un côté nous sommes entraînés par le talent du poète
              à désirer la prise de Troie, nous éprouvons de l’autre une sensation constamment
              pénible, en voyant dans le défenseur de cette cité malheureuse, le seul caractère
              auquel tous nos sentimens délicats et généreux se puissent allier sans mélange. Ce
              défaut, car c’en serait un, si le poète avait eu pour but de former un tout consacré
              seulement à célébrer la gloire d’Achille; ce défaut, disons-nous, <pb ed="aut"
                n="4406"/> a tellement frappé des critiques, qu’ils ont attribué à Homère
              l’intention d’élever les Troyens fort au-dessus des Grecs; et la pitié qu’il cherche à
              exciter pour le malheur des premiers leur a paru confirmer cette opinion</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>B. Constant</author>, <title lang="fre">de la Religion</title>, liv. 8. ch. 1.
            t. 3. Paris 1827. p. 430-1</bibl>. Notisi che anche il Constant (il quale assolve del
          resto la Iliade da questo difetto, sostenendo ch’essa non è in origine un poema unico),
          riconosce però in questo passo che l’eccitare la compassione ec. per Ettore ec. e le lodi
          che sembrano darsi ai Troiani ec., sieno tali anche nel senso del poeta, e sarebbero state
          contrarie all’unità dell’interesse per Achille ec.: benchè in quel medesimo lib. e nel
          precedente egli osservi e dimostri la differenza grande dai costumi e dalle idee de’ tempi
          civili a quelle de’ tempi dell’Iliade. (12. Ottob. 1828.). V. p. 4413.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4404. Ecco dunque <emph>storico, prosatore</emph>, e <emph>scrittore</emph> o
            <emph>compositore in iscritto</emph> (<foreign lang="grc">συγγραφεὺς</foreign>);
            <emph>storia, prosa, libro</emph>, e <emph>scrittura</emph> o <emph>composizione in
            iscritto</emph> (<foreign lang="grc">σύγγραμμα, συγγραφὴ</foreign>: <bibl>v. l’indice
            greco dell’<title>Anabasi</title> di <author>Arriano</author>, in <foreign lang="grc"
              >συγγραφὴ</foreign>
          </bibl>), usati spesso in un medesimo senso. Qual maggior conferma dell’osservazione
          acutissima del Wolf? (12. Ottob.). V. p. 4431.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les Sagas, ou traditions des Scandinaves, qui, de père en fils,
              avaient conservé dans leur mémoire des récits assez étendus pour qu’on en ait rempli
              des bibliothèques lorsque l’art d’écrire est devenu commun en Scandinavie, servent à
              nous faire concevoir la possibilité d’une conservation orale des poèmes homériques.
              L’histoire <pb ed="aut" n="4407"/> entière du Nord, dit Botin (<bibl>
                <title lang="fre">Histoire de Suède</title>, ch. 8.</bibl>), était rédigée en poèmes
              non écrits. (Il y a encore de nos jours, dans la Finlande, des paysans dont la mémoire
              égale celle des rhapsodes grecs. Ces paysans composent presque tous des vers, et
              quelques-uns récitent de très-longs poèmes, qu’ils conservent dans leur souvenir, en
              les corrigeant, sans jamais les écrire</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Rühs</author>, <title lang="ger">Finnland und seine Bewohner</title>
          </bibl>). (Ed è ben naturale che de’ rozzi paesani per cui la scrittura non è ancora in
          uso o in possesso, coincidano co’ Greci di que’ tempi in cui la scrittura non era usata
          neppure dalle classi più colte). <quote>
            <foreign lang="fre">Bergmann (<bibl>
                <title lang="ger">Streifereyen unter den Calmucken</title>, II, 213. V. p.
              4412.</bibl>), parle d’un poème Calmouk, de 360 chants, à ce qu’on assure, et qui se
              conserve depuis des siècles dans la mémoire de ce peuple. Les rhapsodes, qu’on nomme
              Dschangarti, savent quelquefois vingt de ces chants par coeur, c’est-à-dire un poème à
              peu près aussi étendu que l’Odyssée; car par la traduction que Bergmann nous donne
              d’un de ces chants, nous voyons qu’il n’est guère moins long qu’une rhapsodie
              homérique</foreign>
          </quote>. [Ora sarebbe egli credibile che tutto questo poema fosse stato composto da un
          solo, quando anche i Calmucchi lo affermino per tradizione?]) <quote>
            <foreign lang="fre">Notre vie sociale, observe M. de Bonstetten (<bibl>
                <title>Voy. en Ital.</title> p. 12.</bibl>), disperse tellement nos facultés, que
              nous n’avons aucune idée juste de la mémoire de ces hommes demi-sauvages, <pb ed="aut"
                n="4408"/> qui, n’étant distraits par rien, mettaient leur gloire à réciter en vers
              les exploits de leurs ancêtres</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>B. Constant</author>, <title lang="fre">de la Relig.</title> liv. 8.</bibl>
          consacrato a provare che l’Iliade e l’Odissea sono d’autori e d’epoche differenti, e che
          questa è posteriore a quella, chap. 3. t. 3. Paris 1827. p. 443-4. (12. Ottobre. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4389. Simile entusiasmo, del resto, producevano nel popolo greco, anche a’ tempi
          colti e dopo l’uso della scrittura, e quindi in condizione similissima a quella del popolo
          napoletano, le poesie recitate da’ rapsodi. V. il dialogo platonico Ione. (13. Ott.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">A. W. Schlegel pense que l’Iliade est composée de 3 poèmes, dont le
                1.<hi rend="apice">r</hi> finit avec le 9.<hi rend="apice">e</hi> livre, le second
              avec le dix-huitième, et dont le 3.<hi rend="apice">e</hi> comprend la mort de
              Patrocle, celle d’Hector. Il regarde comme des composit. à part la Dolonéide et le
                24.<hi rend="apice">e</hi> livre. Les derniers chants, dit-il, sauf les 30. vers qui
              terminent le tout, se rapprochent déjà de la pompe et de la majesté préméditée de la
              tragédie</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Constant</author>, l. c. ci-dessus, p. 462. not.</bibl> (13. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">On ne peut lire les chants d’Ossian sans être frappé de leur
              uniformité, et néanmoins Ossian n’a certainement pas été un seul et même
            barde</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. 457-8.</bibl> (13. Ott.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4359. <quote>
            <foreign lang="fre">Mais toutes ces différences entre les deux races (dorienne et
              ionienne) sont bien postérieures aux âges homériques: ceux même qui les ont le mieux
              observées ont reconnu cette vérité. Les Grecs d’Homère, remarque M. Heeren, se
              ressemblent <pb ed="aut" n="4409"/> tous, quelle que soit leur origine. Il n’y a nulle
              distinction à faire entre les Béotiens, les Athéniens, les Doriens, les Achéens que
              nous rencontrons dans ses poèmes. Les héros de ces diverses peuplades n’ont rien de
              local. Les contrastes qui les séparent, proviennent de leur caractère individuel et de
              leurs qualités personnelles. (<bibl>
                <author>Heeren</author>, <title>Ideen. Grecs</title>, (sic) pag. 117.</bibl>). Il en
              est de même des dieux. Bien que Junon soit la divinité spéciale de l’Argolide, Jupiter
              de l’Arcadie, de la Messénie et de l’Élide, Neptune de la Béotie et de l’Égialée,
              Minerve de l’Attique, toutes ces spécialités disparaissent dans la mythologie
              homérique</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. l. 7. ch. 3. p. 286-7</bibl>. Questa mancanza di località ne’
          caratteri ec. de’ Greci omerici, non verrebbe ella da difetto d’arte nel poeta, piuttosto
          che da reale uniformità di tutti i Greci di quel tempo (uniformità affatto inverisimile,
          trattandosi di tanti popoli, divisi di governo, e formanti in certa maniera tante diverse
          nazioni), come l’hanno creduto questi scrittori? (14. Ott. 1828.). In tal caso però i
          poemi omerici sarebbero o di un solo autore, o di autori tutti d’un medesimo paese, cosa
          non improbabile. Infatti essi non erano appena conosciuti nel Peloponneso al tempo di
          Licurgo, che li portò a Sparta, cioè portò seco rapsodi che li cantavano, dalla Ionia.
          (14. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4410"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les dieux sont jaloux, dit Homère (<bibl>
                <title>Il.</title> 7.455.</bibl>), non seulement du succès, mais de l’adresse et du
              talent. Toute prospérité mortelle fait ombrage à l’orgueil divin. On trouve chez les
              Grecs mod. un vestige assez curieux de cette anc. idée, que les dieux sont jaloux de
              tout ce qui est distingué. Ils considèrent la louange comme pouvant attirer les plus
              grands malh. sur la pers. qui en est l’objet, ou qui est propriétaire de la chose
              qu’on admire; et ils demand. avec instance au panégyriste indiscret de détourner
              l’effet de ses éloges par quelque signe de mépris qui désarme le corroux
            céleste</foreign>
          </quote>. (<bibl>
            <author>Pouqueville</author>, <title lang="fre">Voy. en Morée</title>
          </bibl>). <bibl>Ib. ch. 6. p. 344-5. testo e note</bibl>. L’origine di ciò potrebbe però
          essere anco il timore delle concussioni turche, e la schiavitù. (14. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La morte consideravasi dagli antichi come il maggior de’ mali; le consolazioni degli
          antichi non erano che nella vita; i loro morti non avevano altro conforto che d’imitar la
          vita perduta; il soggiorno dell’anime, buone o triste, era un soggiorno di lutto, di
          malinconia, un esilio; esse richiamavano di continuo la vita con desiderio, ec. ec. Sopra
          tutte queste cose da me osservate altrove, v. Constant, ib. liv. 7. ch. 9. t. 3. (14. Ott.
          1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli antichi déi della Grecia ec. erano nell’immaginazione de’ greci, ec. e ne’ loro
          simulacri, ec. di figura mostruosa e spaventevole; abbellita a poco a poco col progresso
          della civiltà: segno che l’origine della religione fu il timore ec., come dico altrove. V.
          ib. ch. 5 (14. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4411"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il y a chez tous les peuples, comme le remarque un érudit célèbre (<bibl>
                <author>Wolff</author> (sic), <title>Prolegom.</title>, p. 69.</bibl>), un fait qui
              constate l’époque à laquelle l’usage de l’écriture devient général; c’est la
              composition d’ouvrages en prose. Aussi longtemps qu’il n’en existe point, c’est une
              preuve que l’écriture est encore peu usitée. Dans le dénûment de matériaux pour
              écrire, les vers sont plus faciles à retenir que la prose, et ils sont aussi plus
              faciles à graver. La prose naît immédiatement de la possibilité que les hommes se
              procurent de se confier, pour la durée de leurs compositions, à un autre instrument
              que leur mémoire</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. l. 8. ch. 3. p. 441-2.</bibl> (15. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">
              <bibl>Dans la <title>Grammaire comparée des langues de l’Europe latine avec celle des
                  troubadours</title>, page 302</bibl>, j’ai prouvé que le présent de l’infinitif,
              précédé de la négation, tenoit parfois lieu de l’impératif; que cette forme se
              retrouvoit dans l’ancien français ainsi que dans l’italien: mais il faut
              nécessairement que le verbe soit précédé de la négation, comme le verbe l’est ici, <hi
                rend="sc">ne</hi>
              <hi rend="italic">t’accompagner</hi>
              <hi rend="sc">mie</hi>
              <hi rend="italic">À home de malvese vie</hi>
            </foreign>
          </quote>. Raynouard. — <bibl>
            <title lang="fre">J. des Savans</title>, 1825. p. 184. Mars</bibl>. (15. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sopra l’uso di <foreign lang="grc">ἀκμὴν</foreign> (greco mod. <foreign lang="grc"
          >ἀκόμη</foreign>) p. <foreign lang="grc">ἔτι</foreign>, è da vedersi <bibl>
            <author>M. Letronne</author> nel <title lang="fre">Nouvel Examen critique et historique
              de l’Inscription grecque du roi nubien Silco</title>, articolo 1. alla linea 12.
            dell’Iscriz., nel <title>J. des Savans</title>, 1825. p. 108. Février.</bibl> (15. Ott.
          1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4412"/> Alla p. 4364. Il vero modo di citare questa Memoria di M.
          Letronne, è: <bibl>
            <title lang="fre">Nouvel Examen critique et historique de l’Inscription grecque du roi
              nubien Silco</title>. Partie historique. Sect. II</bibl>. — <bibl lang="fre">
            <title>Journ. des Savans</title>, 1825, Mai (3.<hi rend="apice">me</hi> article, et
            dernier.)</bibl> (15. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4407. Il vero titolo è: <title lang="ger">Nomadische Streifereien unter den
            Kalmüken</title>: (cioè <title lang="fre">Promenades nomades chez les Kalmuks</title>.)
          Riga 1804. 4. vol. in 8.<hi rend="apice">o</hi>. op. tradotta da M. Moris in francese:
            <title lang="fre">Voyage de Benjamin Bergmann chez les Kalmuks</title> (fatto nel 1802 e
          1803); Châtillon-sur-Seine, 1825. I. vol. in 8.<hi rend="apice">o</hi>. (esso non
          comprende i 2. ult. vol. dell’op. tedesca, che contengono delle traduzioni dal mongolico
          ec.) (<bibl>
            <title lang="fre">Journ. des Savans</title>, 1825. p. 363. sqq. Juin.</bibl>)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Utilità della pazienza ec. Una faccenda noiosa o penosa, un viaggio ec., quando è sulla
          fine, riesce più molesto che mai, le ultime miglia paiono le più lunghe ec., non già
          perchè l’uomo allora è più stanco, ma perchè l’impazienza si accresce per quella smania di
          arrivare, che nasce dal vedere il termine da vicino. (17. Ottob. 1828. Firenze.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4388. Questo es. potrebbe far credere vero che i diascheuasti omerici fossero di
          poco posteriori a Pisistrato, del che a p. 4355. (17. Ottob. 1828 .).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4359. L’epica, non solo per origine, ma totalmente, in quanto essa può esser
          conforme alla natura, e vera poesia, cioè consistente in <pb ed="aut" n="4413"/> brevi
          canti, come gli omerici, ossianici ec., ed in inni ec., rientra nella lirica. V. p. 4461.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4372. Infatti la lingua italiana tra le moderne è considerata per aver la più
          antica letteratura, perchè ha i più antichi libri veramente letterarii, e che abbiano
          esercitata ed esercitino ancora un’influenza perpetua sulla lingua e letteratura
          nazionale; mentre quanto all’antichità semplicemente di scrittura, cioè di versi e prose
          scritte in lingua volgare (anche lunghi poemi, lunghe Cronache ec.), la lingua italiana
          cede di gran lunga alla francese e spagnuola ec., per non parlare della tedesca ec. (anzi
          in ciò la lingua italiana è delle più moderne, se non la più.) Nondimeno è sempre vero che
          la letteratura italiana è la più antica delle viventi, perchè Dante, Petrarca Boccaccio
          sono i più antichi <emph>classici</emph> fra’ moderni, i più antichi che si leggano e
          nominino, non solo fra gli <emph>eruditi</emph> nazionali, ma fra tutti i
          <emph>colti</emph> d’Europa.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quando io dico: la natura ha voluto, non ha voluto, ha avuto intenzione ec., intendo per
          natura quella qualunque sia intelligenza o forza o necessità o fortuna, che ha conformato
          l’occhio a vedere, l’orecchio a udire; che ha coordinati gli effetti alle cause finali
            <emph>parziali</emph> che nel mondo sono evidenti. (20. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4406. Chi dicesse che i <emph>Persiani</emph> d’Eschilo sono di un persiano, o
          composti nel senso e spirito persiano, perchè l’interesse e la compassione quivi è tutta
          per i Persiani, direbbe bene nel senso de’ moderni, e pure avrebbe torto nel fatto. Essi
          sono di un greco, nazionale degli autori di quelle disgrazie, ec. (anzi se non erro,
          Eschilo militò contro i Persiani), e fatti per essere rappresentati <pb ed="aut" n="4414"
          /> ai greci. I Persiani, considerati in questo aspetto, sono propriamente il pendant
          dell’Iliade (e il comento), e il rovescio della <foreign lang="grc">Μιλήτου
          ἅλωσις</foreign> di Frinico.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Umbra, ombra — <foreign lang="spa">sombra</foreign> (spagn.), <foreign lang="fre"
          >sombre</foreign> (franc.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4363. marg. Perocchè i grammatici, diascheuasti ec. non sono giunti di gran lunga
          a render metrici tutti i versi omerici.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4369. Così ad Ossian si attribuirono tutte le poesie caledonie: ad Omero tutte
          quelle che compongono oggi l’Iliade e l’Odissea; tra le quali, supposta per vera la
          persona di quest’Omero, è però ben difficile, come appunto nelle ossianiche, il
          determinare quali sieno sue, quali d’altri; ed anche se ve ne sia alcuna di sue; anzi è
          veramente impossibile. Taccio poi delle tante altre poesie epiche attribuite ad Omero (e
          ad Esiodo), compresa la Batracomiomachia, sì manifesta parodia dell’Iliade: e ciò fin dal
          tempo di Erodoto, che nomina <title>
            <foreign lang="grc">τὰ Κύπρια ἔπεα</foreign>
          </title> come opera attribuita ad Omero, a cui egli però la nega (l. I. c. 117.
          Schweigh.), e gli <title>
            <foreign lang="grc">Ἐπίγονοι</foreign>
          </title> parimente, de’ quali pure egli dubita se sieno d’Omero (l. 4. c. 32. Schweigh.)
          (21. Ott.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il vedere che Omero (per usare, come dice Constant, questo nome collettivo) parlando
          della sua poesia, non dice mai di <emph>scrivere</emph>, ma sempre <emph>cantare</emph> o
            <emph>dire</emph>, è prova assai maggiore che non si crede, che i suoi versi in fatto
          non furono scritti. Noi, quantunque i nostri versi si scrivano, diciamo di cantarli,
          perchè la lingua antica, cioè la lingua di Omero, ha usata questa espressione per il
          poetare. Ma nella lingua di Omero, non vi poteva essere altra ragione <pb ed="aut"
            n="4415"/> per usarla e per non parlar mai di scrittura, se non, che le poesie in fatti
          si cantavano senza scriverle. Ho dimostrato altrove che dovunque esiste una lingua poetica
          formata, questa lingua non è altro che lingua antica. Ma i tempi d’Omero non potevano
          avere una lingua poetica (se non per lo stile, come i francesi), perchè non avevano
          antichità di lingua. E in fatti non avevano lingua poetica a parte: e Omero nomina tutti
          gli usi di que’ tempi, nomina le città, i popoli, i magistrati ec. co’ loro nomi propri e
            <emph>prosaici</emph>. Così accade in tutte le poesie primitive, e così Dante è pieno di
          nomi propri e prosaici, spettanti a geografia (Montereggione ec. ec.), costumi de’ suoi
          tempi, dignità ec., nomi che ora o sono sbanditi dalla lingua poetica, o non vi sono
          ammessi se non come usati da Dante. V. p. 4426. Se dunque l’uso del tempo omerico fosse
          stato che le poesie si scrivessero, Omero avrebbe detto francamente di
          <emph>scriverle</emph>. Il veder che nol dice mai, nemmen per perifrasi o metafora (come
          fa l’autore della Batracomiomachia subito nel bel principio, nell’invocazione; il quale
          dice il Wolf come cosa provata, essere stato verisimilmente circa i tempi d’Eschilo<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <bibl>V. p. 4483.</bibl>
          </note>), è prova quasi parlante che non le scriveva. (21. Ott. 1828. Firenze.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Perchè il moderno, il nuovo, non è mai, o ben difficilmente romantico; e l’antico, il
          vecchio, al contrario? Perchè quasi tutti i piaceri dell’immaginazione e del sentimento
          consistono in rimembranza. Che è come dire che stanno nel passato anzi che nel presente.
          (22. Ottobre. 1828. Firenze.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4416"/>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Qu’on jette une poultre entre ces deux tours de Notre-Dame de Paris,
              d’une grosseur telle qu’il nous la fault à nous promener dessus, il n’y a sagesse
              philosophique de si grande fermeté qui puisse nous donner courage d’y marcher comme si
              elle estoit à terre</foreign>
          </quote>. <bibl lang="fre">
            <author>Montaigne</author>, <title>Essais</title>, livre 2. chap. 12</bibl>. Pascal (<bibl>
            <title lang="fre">Pensées</title>
          </bibl>) si è appropriato questo pensiero. <quote>
            <foreign lang="fre">Le plus grand philosophe du monde, sur une planche plus large qu’il
              ne faut pour marcher à son ordinaire, s’il y avoit au-dessous un précipice, quoique sa
              raison le convainque de sa sûreté, son imagination prévaudra</foreign>
          </quote>. I funamboli fanno più ancora; ma ciò non distrugge la convenienza
          dell’osservazione soprascritta. (Firenze. 23. Ottobre. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La grazia in somma per lo più non è altro che il brutto nel bello. Il brutto nel brutto,
          e il bello puro, sono medesimamente alieni dalla grazia. (Firenze. 25. Ott. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4369. <quote>
            <foreign lang="fre">Le nom d’Ésope étoit d’ailleurs devenu dans la Grèce une espèce de
              sceau banal, qu’on attachoit à tous les apologues utiles et ingénieux, comme ceux de
              Pilpay, de Lockman, de Salomon, dans l’Orient</foreign>
          </quote>. (Così tutti i Salmi attribuiti a David, ec.). <bibl>
            <author>Charles Nodier</author>, <title lang="fre">Questions de littérature
            légale</title>, 2.<hi rend="apice">de</hi> édit. Paris 1828. par. 8.p. 68-9</bibl>. <quote>
            <foreign lang="fre">C’est le propre de l’érudition populaire de rattacher toutes ses
              connoissances à quelque nom vulgaire. Il y a peu de grandes actions de mer qu’on
              n’attribue à Jean Bart, peu d’espiègleries grivoises qu’on ne mette sur le compte de
              Roquelaure. Il en est <pb ed="aut" n="4417"/> de même, pour la foule, des auteurs à la
              portée desquels son intelligence peut s’élever. Il y a cent cinquante ans qu’un bon
              mot ne pouvoit éclore que sous le nom de Bruscambille ou de Tabarin</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. note, p. 68-9.</bibl> (Firenze. 26. Ottob. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ho preso un poco di vino, <emph>quanto per</emph> dormire <foreign lang="grc">ὅσον
            καθεύδειν</foreign>, o <foreign lang="grc">πρὸς τὸ καθεύδειν</foreign> ec. (3. Nov.
          1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Οἶκος</foreign> — vicus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>De’ diascheuasti italiani e latini <bibl>v. <author>Perticari</author> (<title>Scritt.
              del 300</title>)</bibl> dove parla della pessima ortografia autografa del Petrarca
          Tasso ec., e dove prova che i latini del buon secolo, copiando o citando Ennio e gli altri
          antichi, li riducevano in gran parte alla moderna. (3. Nov. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La Divina Commedia non è che una <emph>lunga Lirica</emph>, dov’è sempre in campo il
          poeta e i suoi propri affetti. (Firenze. 3. Novembre. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ὡς ἔρχομαι φράσων, ὡς ἔρχομαι λέξως, περὶ οὗ ἔρχομαι λέξων</foreign>
          </quote> e simili; frasi frequentissime di Erodoto, nel semplicissimo senso del francese
            <foreign lang="fre" rend="italic">comme je vais dire</foreign> ec. (Firenze. 8. Nov.
          1828. Sabato.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Fratta — <foreign lang="grc">φράττω, καταφρακτὸς</foreign> ec. (Recanati. 30. Nov. 1828.
          Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non saprei come esprimere l’amore che io ho sempre portato a mio fratello Carlo, se non
          chiamandolo <emph>amor di sogno</emph>. (30. Nov.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Memorie della mia vita. — Felicità da me provata nel tempo <pb ed="aut" n="4418"/> del
          comporre, il miglior tempo ch’io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di
          durare finch’io vivo. Passar le giornate senza accorgermene; parermi le ore cortissime, e
          maravigliarmi sovente io medesimo di tanta facilità di passarle. V. p. 4477. — Piacere,
          entusiasmo ed emulazione che mi cagionavano nella mia prima gioventù i giuochi e gli
          spassi ch’io pigliava co’ miei fratelli, dov’entrasse uso e paragone di forze corporali.
          Quella specie di piccola gloria ecclissava per qualche tempo a’ miei occhi quella di cui
          io andava continuamente e sì cupidamente in cerca co’ miei abituali studi. (30. Nov.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di
          continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli
          occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo
          stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In
          questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista
          quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non
          che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti
          ricevono la sensazione. (30. Nov. I.a Domenica dell’Avvento.). V. p. 4502.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È cosa notata che il gran dolore (come ogni grande passione) non ha linguaggio esterno.
          Io aggiungo che non ne ha neppure interno. Vale a dire che l’uomo nel grande dolore non è
          capace di circoscrivere, di determinare a se stesso nessuna idea, nessun sentimento
          relativo al suggetto della sua passione, la quale idea o sentimento egli possa esprimere a
          se medesimo, e intorno ad essa volgere ed esercitare, per dir così, il pensiero nè dolor
          suo. Egli sente mille sentimenti, vede <pb ed="aut" n="4419"/> mille idee confuse insieme,
          o piuttosto non sente, non vede, che un sentimento, un’idea vastissima, dove la sua
          facoltà di sentire e di pensare resta assorta, senza potere, nè abbracciarla tutta, nè
          dividerla in parti, e determinar qualcuna di queste. Quindi egli allora non ha
          propriamente pensieri, non sa neppur bene la causa del suo dolore; egli è in una specie di
          letargo; se piange (e l’ho osservato in me stesso), piange come a caso, e in genere, e
          senza saper dire a se stesso <emph>di che</emph>. Quei drammatici, e simili, che in
          circostanze di grandi passioni introducono de’ soliloqui, fondandosi sulla convenzione che
          permette a’ suoi personaggi di dire alto quello che essi direbbero tra se medesimi se
          fossero reali, sappiano che in tali circostanze l’uomo tra se non dice nulla, non parla
          punto neppur seco stesso. E fra tali drammatici ve n’ha de’ sommi (Shakespeare medesimo),
          se non son tali tutti. (30. Nov. 1828. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4280. Ho veduto io stesso un canarino domestico e mansuetissimo, appena
          presentato a uno specchio, stizzirsi colla propria immagine, ed andarle contro colle ali
          inarcate e col becco alto.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4241. Vedesi l’uomo nato nobile nella critica libera, franca, spregiudicata ed
          originale, ed anche nella ragionevole e spregiudicata morale teologica del marchese
          Maffei; nello stile originale, nel modo individuale di pensare e di poetare, nel tuono
          ardito e sicuro, nella stessa fermezza e forza d’opinion religiosa e superstiziosa del
          Varano. (1. Dicembre. 1828. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4420"/> Memorie della mia vita. — Andato a Roma, la necessità di conviver
          cogli uomini, di versarmi al di fuori, di agire, di vivere esternamente, mi rese stupido,
          inetto, morto internamente. Divenni affatto privo e incapace di azione e di vita interna,
          senza perciò divenir più atto all’esterna. Io era allora incapace di conciliar l’una vita
          coll’altra; tanto incapace, che io giudicava questa riunione impossibile, e mi credeva che
          gli altri uomini, i quali io vedeva atti a vivere esternamente, non provassero più vita
          interna di quella ch’io provava allora, e che i più non l’avessero mai conosciuta. La sola
          esperienza propria ha potuto poi disingannarmi su questo articolo. Ma quello stato fu
          forse il più penoso e il più mortificante che io abbia passato nella mia vita; perch’io,
          divenuto così inetto all’interno come all’esterno, perdetti quasi affatto ogni opinione di
          me medesimo, ed ogni speranza di riuscita nel mondo e di far frutto alcuno nella mia vita.
          (1. Dic. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il giovane, per la stessa veemenza del desiderio che ne sente è inabile a figurare nella
          società. Non diviene abile se non dopo sedato e pressochè spento il desiderio, e il
          rimovimento di quest’ostacolo ha non piccola parte nell’acquisto di tale abilità. Così la
          natura delle cose porta che i successi sociali, anche i più frivoli, sieno impossibili ad
          ottenere quando essi cagionerebbero un piacere ineffabile; non si ottengano se non quando
          il piacere che danno è scarso o nessuno. Ciò si verifica esattamente: perchè se anco una
          persona arriva ad ottener de’ successi nella prima gioventù, non vi arriva se non perchè
          il suo animo percorrendo rapidamente lo stadio della vita, <pb ed="aut" n="4421"/> è
          giunto assai tosto (come spesso accade) a quello stato nel quale i successi sociali si
          desiderano leggermente, e poco o niun piacere cagionano. (1. Dic. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nelle mie passeggiate solitarie per le città, suol destarmi piacevolissime sensazioni e
          bellissime immagini la vista dell’interno delle stanze che io guardo di sotto dalla strada
          per le loro finestre aperte. Le quali stanze nulla mi desterebbero se io le guardassi
          stando dentro. Non è questa un’immagine della vita umana, de’ suoi stati, de’ beni e
          diletti suoi? (1. Dicembre. 1828. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La Natura è come un fanciullo: con grandissima cura ella si affatica a produrre, e a
          condurre il prodotto alla sua perfezione; ma non appena ve l’ha condotto, ch’ella pensa e
          comincia a distruggerlo, a travagliare alla sua dissoluzione. Così nell’uomo, così negli
          altri animali, ne’ vegetabili, in ogni genere di cose. E l’uomo la tratta appunto com’egli
          tratta un fanciullo: i mezzi di preservazione impiegati da lui per prolungar la durata
          dell’esistenza o di un tale stato, o suo proprio o delle cose che gli servono nella vita,
          non sono altro che quasi un levar di mano al fanciullo il suo lavoro, tosto ch’ei l’ha
          compiuto, acciò ch’egli non prenda immantinente a disfarlo. (2. Dic. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Memorie della mia vita. — Sempre mi desteranno dolore quelle parole che soleva dirmi
          l’Olimpia Basvecchi riprendendomi del mio modo di passare i giorni della gioventù, in
          casa, senza vedere alcuno: che gioventù! che maniera di passare cotesti anni! Ed io
          concepiva intimamente e perfettamente anche allora tutta la ragionevolezza di queste
          parole. Credo <pb ed="aut" n="4422"/> però nondimeno che non vi sia giovane, qualunque
          maniera di vita egli meni, che pensando al suo modo di passar quegli anni, non sia per
          dire a se medesimo quelle stesse parole. (2. Dicembre. 1828. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La lingua spagnuola pare e parrà sempre ridicola agl’Italiani per la stessa ragione per
          cui la scimmia riesce un animale ridicolo all’uomo: estrema similitudine con gravi
          differenze. Ma questo ridere dello spagnuolo, assolutamente parlando, è per lo meno così
          irragionevole come il ridere della scimmia; e di più, è soggetto a reciprocità; giacchè è
          naturale che l’italiano riesca, e con altrettanta ragione, altrettanto ridicolo agli
          Spagnuoli. Lo spagnuolo ci riesce ridicolo nel modo e per la ragione che ci riesce tale un
          dialetto dell’italiano. Similmente l’italiano dee riuscire ridicolo agli spagnuoli come un
          dialetto della lingua spagnuola. Egli è dunque un vero pregiudizio negl’Italiani il
          considerar lo spagnuolo come lingua o pronunzia che abbia qualcosa di ridicolo in se,
          argomentando dall’effetto che essa fa in noi. (2. Dic. 1828.). (Vedi la pag. 4506.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4248. fine. I greci molto ragionevolmente, checchè ne dica Cicerone, che
          preferisce la voce latina convivio, chiamavano il convito <emph>simposio</emph>, cioè
          compotazione, perchè in esso non era veramente comune, e fatto in compagnia, se non solo
          il bere, cosa ragionevolissima, e non il mangiare, come forse tra’ Romani ec. (V. il luogo
          di Cic. nel Forcell. in <foreign lang="lat" rend="italic">Convivium</foreign>, o <foreign
            lang="lat" rend="italic">Sympos.</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Compotat.</foreign> ec.) (2. Dic. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Guadagnoli recitante in mia presenza all’Accademia de’ Lunatici in Pisa, presso Mad.
          Mason, le sue Sestine burlesche sopra la propria vita, accompagnando il ridicolo dello
          stile e del soggetto con quello dei gesti e della recitazione. Sentimento doloroso che io
          provo in casi simili, vedendo un uomo giovane, ponendo in burla se stesso, la propria
          gioventù, le <pb ed="aut" n="4423"/> proprie sventure, e dandosi come in ispettacolo e in
          oggetto di riso, rinunziare ad ogni cara speranza, al pensiero d’ispirar qualche cosa
          nell’animo delle donne, pensiero sì naturale ai giovani, e abbracciare e quasi scegliere
          in sua parte la vecchiezza spontaneamente e in sul fiore degli anni: genere di
          disperazione de’ più tristi a vedersi, e tanto più tristo quanto è congiunto ad un riso
          sincero, e ad una perfetta <foreign lang="fre" rend="italic">gaieté de coeur</foreign>.
          (Recanati. 3. Dic. festa di S. Fr. Saverio. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Io abito nel bel mezzo d’Italia, nel clima il più temperato del mondo; esco ogni giorno a
          passeggiare nelle ore più temperate della giornata; scelgo i luoghi più riparati, più
          acconci ed opportuni; e dopo tutto questo, appena avverrà due o tre volte l’anno, che io
          possa dire di passeggiare con tutto il mio comodo per rispetto al caldo, al freddo, al
          vento, all’umido, al tempo e simili cose. E vedete infatti, che la perfetta comodità
          dell’aria e del tempo è cosa tanto rara, che quando si trova, anche nelle migliori
          stagioni, tutti, come naturalmente, sono portati a dire: <emph>che bel tempo! che
            buon’aria dolce! che bel passeggiare!</emph> quasi esclamando, e maravigliandosi come di
          una strana eccezione, di quello che, secondo il mio corto vedere, dovrebbe pur esser la
          regola, se non altro, nei nostri paesi. Gran benignità e provvidenza della natura verso i
          viventi! (3. Dic. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’esclusione dello straniero e del suddito dai diritti (quantunque naturali e primitivi)
          del cittadino e della nazion dominante, esclusione caratteristica di tutte le legislazioni
          antiche, di tutte le legislazioni appartenenti ad una mezza civiltà; esclusione fondata
          implicitamente in una opinione d’inferiorità di natura delle <pb ed="aut" n="4424"/> altre
          razze d’uomini alla dominante o cittadina, ed esplicitamente basata sopra questo
          principio, e ridotta a teoria e dottrina scientifica e filosofica per la prima volta che
          si sappia (come tante altre opinioni e cognizioni del suo tempo) da Aristotele nella
          Politica (opera citata spesso da Niebuhr nella Storia Romana come genuina d’Aristotele);
          questa esclusione, dico, è manifestissima in tutte le legislazioni de’ bassi tempi, nelle
          quali il favor della legge in difesa delle proprietà o delle persone, ed ogni altro
          diritto, era quasi esclusivamente per li soli nobili. In Francia un nobile che uccidesse
          un ignobile, non aveva altra pena che di gettare cinque soldi sulla sepoltura dell’ucciso:
          tale era la legge. (Courier.) Così di tutti gli altri diritti. Ed è ben noto che le
          legislazioni moderne non sono ancora ben purgate di questo lor vizio originale di
          distinguere due razze d’uomini, nobili e ignobili ec. Ora i nobili, com’è osservato da’
          giurisconsulti e storici, sono per lo più e quasi totalmente, in quelle semibarbare
          legislazioni, sinonimo di liberi, d’ingenui, di <emph>cittadini</emph>, di
          <emph>burghers</emph> in Germania, (<bibl>
            <author>Niebuhr</author>, <title>Stor. rom.</title> p. 283.</bibl>) nazionali,
          appartenenti alla nazion dominante, e per la quale son fatte le leggi; e gl’ignobili non
          sono in origine che stranieri, sudditi, servi, membri della nazione vinta e conquistata.
          Tutte le deplorate perversità delle legislazioni de’ bassi tempi e moderne, relative alla
            <emph>nobiltà</emph> (sinonimo d’ingenuità, nazionalità) provengono da quel principio di
          distinzione tra cittadino e straniero relativamente ai diritti dell’uomo, che abbiamo
          spesso considerata ne’ più antichi popoli. Qua pure appartiene la legislazione turca
          relativamente ai raja, cioè schiavi, cioè greci, vinti e conquistati, uomini considerati
          diversi da’ turchi. (4. Dic. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4425"/> Conservare la purità della lingua è un’immaginazione, un sogno,
          un’ipotesi astratta, un’idea, non mai riducibile ad atto, se non solamente nel caso di una
          nazione che, sia riguardo alla letteratura e alle dottrine, sia riguardo alla vita, non
          abbia ricevuto nulla da alcuna nazione straniera. La greca, per una stranissima
          combinazione di circostanze, si trovò, dopo la formazione della sua lingua e letteratura,
          per lunghissimo spazio di tempo, nel detto caso. Essa nazione greca (se non vogliamo
          associarvi la chinese) è fra le nazioni civili la cui storia sia conosciuta, il solo
          esempio reale di un caso siffatto, e la lingua greca è altresì la sola lingua colta che
          abbia per lungo spazio conservata una vera ed effettiva purità. La lingua latina fu impura
          tosto che divenne colta e letteraria. L’italiana fu impurissima nel suo stesso nascere
          come lingua scritta, piena di provenzalismi e di francesismi: poi, per la rara circostanza
          che l’Italia, divenuta maestra e lume e fonte alle altre nazioni, si trovò, come la
          Grecia, nel caso di non ricever nulla di fuori, essa lingua conservò una certa purità;
          finchè mutata (anzi ridotta all’opposto) la circostanza, essa divenne nuovamente, e
          rimane, impurissima. Alle nazioni presenti e future (e all’italiana soprattutto) durando
          il presente stato reciproco delle nazioni e delle letterature, la purità della lingua,
          presupposto che di questa lingua le nazioni vogliano far uso, è cosa immaginaria e
          impossibile. (5. Dic. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>No<hi rend="italic">v</hi>em — (noundinae) n<hi rend="italic">u</hi>ndinae: quasi
            <emph>novendiales</emph>, mercati o fiere che si tenevano ogni nono giorno, cioè ogni
          otto giorni (ch’era l’antica settimana degli Etruschi) una volta. (Niebuhr, Stor. rom.)
          (11. Dic. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4426"/> Alla p. 4415. Dante, dal quale egli (il Monti) tolse l’arte di ben
          fissare la fantasia del lettore sul luogo della scena, verseggiando la Geografia spesse
          volte assai più maestrevolmente che Dante stesso non faccia; e l’arte più notabile ancora,
          che in Dante stimava Rousseau, di chiamare le cose coi nomi lor propri. <bibl>
            <title>Antolog. di Fir.</title> Ottob. 1828. vol. 32. num. 94. p. 177.</bibl> (Recanati
          13. Dic. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Un oggetto qualunque, p. e. un luogo, un sito, una campagna, per bella che sia, se non
          desta alcuna rimembranza, non è poetica punto a vederla. La medesima, ed anche un sito, un
          oggetto qualunque, affatto impoetico in se, sarà poetichissimo a rimembrarlo. La
          rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro, se non perchè
          il presente, qual ch’egli sia, non può esser poetico; e il poetico, in uno o in altro
          modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago. (Recanati. 14.
          Dic. Domenica. 1828.). V. p. seg. e p. 4471.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">I</hi>
            <hi rend="sc">o</hi>
            <hi rend="italic">vis</hi> — <hi rend="italic">I</hi>
            <hi rend="sc">u</hi>
            <hi rend="italic">ppiter</hi>
          </foreign>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">Iovis pater</foreign> (Iouppiter).
          L’etimologia data da qualche antico, <foreign lang="lat" rend="italic">juvans
          pater</foreign> (v. Forcellini), mostra che già anticamente era poco nota o dimenticata la
          contrazione dell’<emph>ov</emph>, o <emph>ou</emph>, in <emph>u</emph>, propria
          dell’antico latino siccome di molte altre lingue. (21. Dic. Domen. festa di S. Tommaso.
          1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il fut reçu (<bibl lang="fre">
                <author>M. Charles le Beau</author>, auteur de l’<title>Hist. du Bas Empire</title>
              </bibl>) à l’académie des belles lettres, en 1759 ayant cette même année remporté le
              prix, dont le sujet étoit cette question importante et vraiment philosophique: <hi
                rend="italic">Pourquoi la langue grecque s’est-elle conservée si long-temps dans sa
                pureté, tandis que la langue latine s’est altérée de si bonne heure</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Encyclop. méthodique</title>
          </bibl>. Histoire: art. Beau (Charles le). (24. Dic. Vigil. di Natale. 1828.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4427"/> Alla p. preced. Il piacere che ci danno un certo stile semplice e
          naturale (come l’omerico), le immagini fanciullesche, e quindi popolari, circa i fenomeni,
          la cosmografia ec.; in somma il piacere che ci dà la poesia, dico la poesia antica e
          d’immagini; tra le sue cagioni, ha per una delle principali, se non la principale
          assolutamente, la rimembranza confusa della nostra fanciullezza che ci è destata da tal
          poesia. La qual rimembranza è, fra tutte, la più grata e la più poetica; e ciò,
          principalmente forse, perchè essa è più rimembranza che le altre, cioè a dire, perchè è la
          più lontana e più vaga. (1. del 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uso, comune a tante antiche (e moderne) nazioni e religioni, di conservare con
          grandissima gelosia il fuoco ne’ templi, e con tanta cura che non si spegnesse mai; non
          avrebb’egli per sua origine (come tante altre pratiche religiose dell’antichità, derivate,
          quali evidentemente, e quali in modo che oggi la loro origine appena si può indovinare, da
          bisogni o utilità sociali, da tradizioni scientifiche ec.) la rimembranza e la tradizione
          della difficoltà provata primitivamente per accender fuoco al bisogno, per conservarlo o
          rinnovarlo a piacere; e la tema di non perdere il fuoco affatto, cioè non poterlo riavere,
          se si fosse lasciato spegnere? (1. del 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Usarono gli antichi latini di aggiungere un <emph>d</emph> alla fine delle voci per
          evitare l’<emph>iato</emph>, o ne’ versi l’elisione ec. Anche nel mezzo delle voci
          composte; come in <foreign lang="lat" rend="italic">prosum</foreign>:<foreign lang="lat"
            rend="italic"> pro-d-es, pro-d-esse</foreign> ec. — <foreign lang="lat" rend="italic"
            >prodire, prodigere, redire, redigere</foreign> ec. ec. (<bibl>V.
            <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">D littera</foreign>
          </bibl>). Così i nostri, specialmente antichi, <emph>od, ned, ad, sed, ched</emph> ec.,
          uso certamente non derivato da’ libri di quegli antichi latini. Segno che quest’uso
          conservossi per via del latino volgare ec. (1. del 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4428"/> La mia filosofia, non solo non è conducente alla misantropia, come
          può parere a chi la guarda superficialmente, e come molti l’accusano; ma di sua natura
          esclude la misantropia, di sua natura tende a sanare, a spegnere quel mal umore,
          quell’odio, non sistematico, ma pur vero odio, che tanti e tanti, i quali non sono
          filosofi, e non vorrebbono esser chiamati nè creduti misantropi, portano però cordialmente
          a’ loro simili, sia abitualmente, sia in occasioni particolari, a causa del male che,
          giustamente o ingiustamente, essi, come tutti gli altri, ricevono dagli altri uomini. La
          mia filosofia fa rea d’ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge
          l’odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all’origine vera de’ mali de’
          viventi. ec. ec. (Recanati. 2. Gennaio. 1829.). V. pag. 4513.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto male, dal vedere che le radici di certe lingue non hanno somiglianza alcuna con
          quelle di certe altre, si concluda (come fa il <bibl>
            <author>Niebuhr</author>, <title>Stor. rom.</title> p. 44. ediz. ingl.</bibl>) e contro
          l’affinità istorica di esse lingue, e contro l’unità di origine dei linguaggi umani; si
          può raccogliere dal considerare le radici di quelle lingue le cui relazioni ci sono note.
          Figuriamoci che la lingua latina e la francese ci fossero quasi sconosciute; che si
          sapesse però che nell’una di quelle il giorno si chiamava <foreign lang="lat"
            rend="italic">dies</foreign>, nell’altra <foreign lang="fre" rend="italic"
          >jour</foreign>: vi sarebbe egli alcuno che, non dico scoprisse, ma immaginasse,
          sospettasse solamente, la menoma analogia fra queste due voci? le quali non hanno comune
          neppure una lettera? E pur la francese deriva immediatamente dalla latina, essendo una
          semplice corruzione di <foreign lang="lat" rend="italic">diurnus</foreign> o <foreign
            lang="lat" rend="italic">diurnum</foreign> (sottinteso <foreign lang="lat" rend="italic"
            >tempus</foreign>), che nel latino basso o rustico si usò in vece della voce originale
            <foreign lang="lat" rend="italic">dies</foreign>. V. p. 4442. E malgrado che il latino e
          il francese e la derivazione dell’una dall’altra sieno <pb ed="aut" n="4429"/>
          conosciutissimi, pure è probabile che neppure i dotti avrebbero indovinato l’etimologia
          della parola <foreign lang="fre" rend="italic">jour</foreign> se non si fosse anche
          conosciuta la corrispondente e identica parola italiana <emph>giorno</emph>, che
          quantunque niente abbia anch’essa di comune con <foreign lang="lat" rend="italic"
          >dies</foreign>, serba però più somiglianza a <foreign lang="lat" rend="italic"
          >diurnum</foreign> (<emph>giorno</emph> per <emph>diorno</emph>, come viceversa i toscani
            <emph>diaccio, diacere</emph> ec. coi derivati, per <emph>ghiaccio, giacere</emph> ec.).
          Dimando io: se del francese e del latino non si conoscessero se non queste due voci (che
          son pure istoricamente quasi identiche), verrebbe egli in mente ad alcuno che quelle due
          lingue fossero analoghe? che l’una fosse figlia genuina dell’altra? Non si affermerebbe
          anzi confidentemente che esse lingue fossero di diversissime famiglie ec.? (3. Gen.
          1829.). Ora se questo ci accade in lingue di cui abbiamo cognizione intera, viventi,
          derivate immediatamente l’una dall’altra, con milioni di mezzi per iscoprire l’etimologia
          delle loro radici; che ci accadrà in lingue remotissime, quasi ignote, antichissime, non
          figlie, non sorelle, ma bisnipoti, parenti lontanissime ec. ec.? chi ardirà di dire con
          sicurezza che una tal voce, perchè non ha somiglianza alcuna con un’altra di altra lingua,
          non abbia con essa niuna affinità istorica? E notate che la voce <foreign lang="fre"
            rend="italic">jour</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">dies</foreign> ec.
          esprime un’idea quasi delle primitive, e delle più usuali nel discorso ec. V. p. 4485.
          Così, è provato che <foreign lang="lat" rend="italic">equus</foreign> è la stessa voce che
            <foreign lang="grc">ἵππος</foreign> (<bibl>
            <author>Niebuhr</author>, <title>Stor. rom.</title> p. 65. not. 223. t. 1.</bibl>),
            <foreign lang="grc">ὕπνος</foreign> che <foreign lang="lat" rend="italic"
          >somnus</foreign>, ec. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto presto e facilmente arrivi il fanciullo a cavar conclusioni dal confronto de’
          particolari, a generalizzare, ad astrarre, e ad acquistar da se stesso la cognizione di
          principii e di astrazioni che paiono di acquisto difficilissimo (e certo è mirabile il
          conseguirlo), si può vedere, fra l’altre, da questa considerazione. Io ho notato, e tutti
          possono notare, bambini di due anni, profferire i verbi irregolari della lingua colle
          inflessioni che essi <pb ed="aut" n="4430"/> avrebbero dovuto avere se fossero stati
          regolari: p. e. dire <emph>io teno, io veno, io poto</emph>, per <emph>tengo, vengo,
          posso</emph>. Certamente, da nessuno sentivano essi dire io teno ec.; non dicevano dunque
          così per imitazione, ma per riflessione, per ragionamento; concludevano essi che se da
            <emph>sentire</emph> p. e. si fa <emph>io sento</emph>, da <emph>vedere, io vedo</emph>,
          la prima persona di <emph>tenere, potere</emph>, doveva essere <emph>io teno, io
          poto</emph>; di <emph>venire</emph>, io <emph>veno</emph>. E sbagliavano per esattezza di
          raziocinio e di generalizzazione. Avevano dunque già trovate da se le regole generali
          delle inflessioni de’ verbi, e formatosi già in mente il tipo, il paradigma, delle loro
          diverse coniugazioni: ritrovamento che esige tanta infinità di confronti, tanto acume di
          mente, e che pare uno sforzo dello spirito metafisico de’ primi grammatici: ai quali non è
          punto inferiore un tal bambino. ec. ec. Quest’osservazione merita grand’attenzione dagli
          psicologi e ideologi. V. p. 4519. (4. del 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4369. Socrate ancora appartiene a questo discorso. Dico ciò, avendo riguardo, non
          tanto ai Dialoghi di Platone, o platonici, ed ai Memorabili di Senofonte, quanto alla gran
          moltitudine di sentenze, similitudini o comparazioni, apoftegmi e detti morali, che sotto
          nome di Socrate, tratti da diversi autori e compilatori che li riferivano, si leggono
          nelle collezioni o florilegii di Stobeo, d’Antonio, di Massimo. (4. del 1829.). V. p.
          4469. fin.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al nostro <emph>da capo</emph> è anche analogo il greco <foreign lang="grc"
          >ἄνωθεν</foreign> per <emph>di nuovo</emph>, (quasi <emph>da cima</emph>, che noi diremmo
          anche appunto <emph>da capo</emph>). <bibl>
            <author>Socrate</author>, ap. <author>Stobeo</author>, cap. 123. <foreign lang="grc"
              >παρηγορικά</foreign>: ed. Gesner., Tigur. 1559.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">πεττείᾳ τινὶ ἔοικεν ὁ βίος• καὶ δεῖ ὥσπερ ψῆφόν τινα τίθεσθαι τὸ
              συμβαῖνον· οὐ γάρ ἐστιν ἄνωθεν βαλεῖν οὐδὲ ἀναθέσθαι τὴν ψῆφον</foreign>
          </quote>. <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Aleae ludo similis est vita: et quicquid evenit,
              veluti quandam tesseram disponere oportet. Non enim denuo jacere licet, neque tesseram
              aliter ponere</foreign>
          </quote> (versio Gesneri.) Al <pb ed="aut" n="4431"/> qual luogo Io. <bibl>
            <author>Conradus Orellius</author>, <title lang="lat">Opusc. Graecorum veterum
              sententiosa et moral.</title> t. 1. p. 455-6. Lips. 1819.</bibl>, fa questa
          annotazione. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἄνωθεν βαλεῖν</foreign>) <foreign lang="grc">ἄνωθεν</foreign>,
              <foreign lang="lat" rend="italic">denuo, iterum</foreign>, <foreign lang="ger"
              rend="italic">wieder von vorne an</foreign>
          </quote>. Sic et Paulus Apostolus Gal. IV. 9. <quote>
            <foreign lang="grc">οἷς πάλιν</foreign>
          </quote> (questa voce è forse una glossa) <quote>
            <foreign lang="grc">ἄνωθεν δουλεύειν ἐθέλετε</foreign>
          </quote>. et Josephus Antiquitt. Lib. I. Cap. XVIII. par. 3. <quote>
            <foreign lang="grc">φιλίαν ἄνωθεν ποιεῖται πρὸς αὐτόν</foreign>
          </quote>. <foreign lang="lat">quem locum apposite citat Schleusner. in <hi rend="italic"
              >Lex</hi>
          </foreign>. N. Test. h.v. (5. del 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Pitagora</author> ap. <author>Jamblich.</author>
            <title>de vit. Pyth.</title> cap. 18. p. 183. ed. Kiesslingii</bibl> (editio novissima,
          la chiama l’Orelli nel 1819): <quote>
            <foreign lang="grc">Ἀγαθὸν οἱ πόνοι• αἱ δὲ ἡδοναὶ ἐκ παντὸς τρόπου κανόν</foreign>
          </quote>. Benissimo: ma che dire di quella o intelligenza o cieca necessità che ha
          ordinate così le cose? e a che pro le fatiche, se il piacere, che è il solo fine
          possibile, è sempre male? (6, 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4406. <bibl>
            <author>Giuliano</author>, ep. 22. p. 389.</bibl> B. Spanhem. <quote>
            <foreign lang="grc">Ὁ λογοποιὸς ὁ Θούριος</foreign>
          </quote> (Erodoto). <bibl>
            <author>Strab.</author> l. XIV. p. 656.</bibl> e <bibl>
            <author>Diodoro</author>, l. II p. 262</bibl> (Fabricius) chiamano Erodoto <quote>
            <foreign lang="grc">συγγραφέα</foreign>
          </quote>. — Anche nelle lingue moderne, le prime prose scritte, voglio dire, i primi libri
          in prosa, sono ordinariamente storici, cioè cronache e simili. (6, 1829.). V. p. 4464.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4353. poemata etc. duntaxat decantata voce, perinde ut: apud veteres Germ. ac
          Getas carmina antiqua, quae Tac. in lib. de morib. etc. et Jornandes cap. 4 et 5 de reb.
          Geticis, celebrat. Fabric. <title>B. G.</title> I. I. p. 3-4. (6. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Digamma. <bibl lang="eng">
            <title>The history of Rome</title> by <author>B. G. Niebuhr</author>, translated by
            Julius Charles Hare, M. A. and Connop Thirlwall, M. A. fellows of Trinity college,
            Cambridge. the first volume. Cambridge, 1828. sezione intitolata: <title>Ancient
            Italy</title>; p. 17. not. 33</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">Micali <pb ed="aut" n="4432"/> with great plausibility explains the
              Oscan <hi rend="italic">Viteliu</hi> on the Samnite denary of the same age (the age of
              the Marsic war) to be the Sabellian form of <hi rend="italic">Italia</hi>. T. I. p.
              52. The analogy of</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Latium, Samnium</foreign>, <foreign lang="eng">gives</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Italium</foreign>, <foreign lang="eng">or with the
              digamma</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Vitalium, Vitellium</foreign>; <foreign lang="eng">and</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Vitellio</foreign>
            <foreign lang="eng">is like</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Samnio. Vitalia</foreign>
            <foreign lang="eng">is mentioned by Servius among the various names of the country: on
              Aen. VIII. 328. — p. 18. In the Tyrrhenian or the ancient Greek (not. 36. In the
              former, according to Apollodorus Bibl. II. 5. 10.; in the latter, according to Timaeus
              quoted by Gellius XI. 1. Hellanicus of Lesbos cited by Dionysius, I. 35, does not
              determine the language. Tyrrhenian however here does not mean Etruscan, but Pelasgic,
              as in the Tyrrhenian glosses in Hesychius.)</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">italos</foreign>
            <foreign lang="eng">or</foreign>
            <foreign lang="eng">itulos</foreign>
            <foreign lang="eng">meant an ox. The mythologers connected this with the story of
              Hercules driving the Geryon’s herd (not. 37. Hellanicus and Apollodorus in the
              passages just referred to) through the country: Timaeus, in whose days such things
              were no longer thought satisfactory, saw an allusion to the abundance of cattle in
              Italy. (not. 38. Gellius XI. 1. Piso, in Varro de re r. II. 1, borrowed the
              explanation from the Greeks.)... In the Oscan name of the country (dell’antica
              Italia), which, as we have seen, was Vitellium, there is an evident reference to
              Vitellius, the son of Faunus and of Vitellia, a goddess worshipt in many parts of
              Italy</foreign>
          </quote>. (not. 39. Suetonius Vitell. I.) — Altrove l’autore nota che <foreign lang="lat"
            rend="italic">Vitulus</foreign>, cognome di una famiglia romana, non è che <foreign
            lang="lat" rend="italic">Italus</foreign>; preso, come tanti altri, dal paese originario
          della famiglia. (7. 1829.).</p>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4433"/>
          <bibl>Ib. sezione intitolata <title lang="eng">The Oenotrians and Pelasgians</title>, p.
            38-9.</bibl> l’autore nota e dimostra <quote>
            <foreign lang="eng" rend="italic">that, according to manifold analogy, Sikelus and
              Italus are the same name</foreign>
          </quote> (<bibl lang="eng">not. 122. as <foreign lang="grc">Σελλος</foreign> and <foreign
              lang="grc">Ελλην</foreign>. <author>Aristot</author>. <title>Meteorol</title>. I. 14.
            p. 33. Sylb.</bibl> (<bibl>vedi <author>Cellar.</author> t. 1. p. 886.</bibl>) <quote>
            <foreign lang="eng">T and K are interchanged as in Latinus and Lakinius</foreign>
          </quote>); e che però ugualmente Sicilia ed Italia sono un nome solo e medesimo I Siceli,
          secondo l’autore, furono Pelasghi, di quelli chiamati Tirreni, che dall’Italia, cioè da
          quella parte della penisola che allora si chiamava propriamente Italia, cacciati dagli
          Aborigini, emigrarono in Sicilia, così detta d’allora in poi, dal nome di questi
          emigranti, Siceli, cioè Itali. (9. 1829.).</p>
        <p>
          <bibl>Ib. p. 40. not. 127</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">Salmasius saw that Maleventum or Maloentum, in the heart of what was
              afterward Samnium would in pure Greek have been Maloeis or Malus</foreign>
          </quote>. E l’autore lo dimostra con altri esempi di nomi latini neutri in
          <emph>entum</emph> derivati da nomi greci mascolini in <foreign lang="grc">ας</foreign> o
            <foreign lang="grc">ους</foreign>, genitivo <foreign lang="grc">εντος</foreign>. Vedi
          nel Cellar. e nel Forc. le sciocche etimologie di Maleventum date dagli antichi latini, le
          quali dimostrano la loro ignoranza o inavvertenza circa il digamma. (9. 1829.). Anzi da
          tale ignoranza sembra nato il nome di Beneventum dato a quel che prima fu Maleventum.</p>
        <p>
          <bibl>Ib. p. 50-1</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">We may observe a magical power exercised by the Greek language and
              national character over foreign races that came in contact with them. The inhabitants
              of Asia Minor hellenized themselves from the time of the Macedonian conquest, almost
              without any settlements among them of genuine Greeks: Antioch, though the common
              people spoke a barbarous language, became altogether a Greek city; and the entire
              transformation of the Syrians was averted only by their Oriental inflexibility. Even
              the Albanians, who have settled as colonies in modern <pb ed="aut" n="4434"/> Greece,
              have adopted the Romaic by the side of their own language, and in several places have
              forgotten the latter: it was in this way only that the immortal Suli was Greek; and
              the noble Hydra itself, the destructions of which we shall perhaps have to deplore
              before the publication of this volume, is an Albanian settlement. .. Calabria, like
              Sicily, continued a Grecian land, though Roman colonies were planted in the coasts:
              the Greek language only began to give way there in the 14th century; and it is not
              three hundred years since it prevailed</foreign> (dominava) <foreign lang="eng">at
              Rossano, and no doubt much more extensively; for our knowledge of the fact as to that
              little town is merely accidental: indeed even at this day there is remaining in the
              district of Locri a population that speaks Greek. (not. 163. For the assurance of this
              fact, which is stated in several books of travels in a questionable manner, I am
              indebted to the Minister Count Zurlo; whose learning precludes the possibility of his
              having confounded the natives with the Albanian colonies.)</foreign>
          </quote> (10. 1829.).</p>
        <p>
          <bibl>Ib. sezione intitolata <title lang="eng">The Opicans and Ausonians</title>, p.
          57</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">Olsi, as it stands in the Periplus of Scylax</foreign> (<bibl>not.
              190. <foreign lang="grc">Ὀλσοὶ</foreign>. Peripl. 3.</bibl>), <foreign lang="eng">is
              no errour of the transcriber; it is Volsi dropping the Digamma; hence Volsici was
              derived, and then contracted into Volsci... I have no doubt that the Elisyci or
              Helisyci, mentioned by Herodotus (VII. 165.) among the tribes from which the
              Carthaginians levied their army to attack Sicily in the time of Gelon, are no other
              people than the Volsci</foreign>
          </quote>. — (10. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">Dispersar</foreign>
          </quote> spagn. (<bibl>
            <author>Quintana</author>
          </bibl>).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4435"/> Discorso sopra Omero, ec. <bibl>
            <author>Ateneo</author>, l. 14. p. 619. E. F. 620</bibl>. A. ricorda certe canzoni (<quote>
            <foreign lang="grc">ᾠδαὶ</foreign>
          </quote>) popolari lamentevoli, solite cantarsi da’ villani (<quote>
            <foreign lang="grc">οἱ ἀπὸ τῆς χώρας</foreign>
          </quote>) fra’ Mariandini, popolo dell’Asia, che abitò fra la Bitinia e la Paflagonia,
          sopra un loro antico; canzoni mentovate anche da Esichio v. <foreign lang="grc"
          >Βῶρμον</foreign>. — <bibl>Ib. 620. b. c.</bibl> parlando dei rapsodi, dice <quote>
            <foreign lang="grc">Χαμαιλέων δ' ἐν τῷ περὶ Στησιχόρου καὶ μελῳδηθῆναι φησίν</foreign>
          </quote> (essere state cantate da’ rapsodi) <quote>
            <foreign lang="grc">οὐ μόνον τὰ Ὁμήρου, ἀλλὰ καὶ τὰ Ἡσιόδου καὶ Ἀρχιλόχου, ἔτι δὲ
              Μιμνέρμου καὶ Φωκυλίδου</foreign>
          </quote>
          <bibl>Ib. d.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἰάσων δ' ἐν τρίτῳ περὶ τῶν Ἀλεξάνδρου ἱερῶν</foreign>
          </quote> (sacrificiis. Dalechamp.), <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν Ἀλεξανθδρείᾳ φησίν, ἐν τῷ μεγάλῳ θεάτρῳ, ὑποκρίνασθαι Ἡγησίαν τὸν
              κωμῳδὸν τὰ Ἡροδότου, Ἑρμόφαντον δὲ τὰ Ὁμήρου</foreign>
          </quote>. Non so poi il come. Dalech. traduce <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">historiam Herodoti egisse</foreign>
          </quote>: Fabric. in Erodoto, dice <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">in theatro decantata fuisse</foreign>
          </quote>, citando semplicemente questo luogo, dove però <quote>
            <foreign lang="grc">ὑποκρίνασθαι</foreign>
          </quote> è ben più che <emph>decantasse</emph>. Casaub. qui non ha nulla. (11. 1829.
          Domenica.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Orelli</author>, loc. cit. p. 4431. princip.</bibl>; p. 519. <quote>
            <foreign lang="grc">Αὐτίκα</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Exempli gratia,
              verbi causa</foreign>, <foreign lang="lat">ut saepius</foreign>
          </quote>. <bibl>V. <author>Ernesti</author>
            <title>ad Xenoph. Mem.</title> IV. c. 7, 2.</bibl>
          <bibl>
            <author>Ruhnken.</author>
            <title>ad Timaei Lex Plat.</title> p. 56. ed. 2.</bibl>
          <foreign lang="lat">et Fischer in Indice ad Aeschin. Socr. hac voce</foreign>. (11.
          1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Considerazioni sopra Omero ec. Non solo le poesie omeriche, ma molti altri scritti, e
          forse tutti quelli della più alta antichità, non solo poesie ma prose ancora, esistenti in
          oggi o perdute, ebbero probabilmente i loro diascheuasti, che ridussero la loro ortografia
          e dicitura a forma più moderna e meno rozza ed irregolare: e in tal forma soltanto, cioè
          diascheuasmenoi più o meno, passarono essi scritti alla posterità. Ed io non posso tenermi
          dal credere che anche Erodoto, e anche quel che abbiamo di genuino d’Ippocrate, non ci sia
          pervenuto alterato e riformato da’ diascheuasti (che possiamo tradurre
          <emph>riformatori</emph>). <pb ed="aut" n="4436"/> Essi hanno ancora nella sintassi, e
          nella maniera, molta di quella irregolarità e di quella mancanza d’arte che si può
          aspettare dal loro tempo, ma non tanta: Senofonte ed altri del buon tempo ne hanno forse
          non meno: e in genere io trovo la costruzione e la dicitura loro molto più formata ed
          artifiziale di quel che mi paia verisimile in quell’età. Non vi è abbastanza visibile
          l’infanzia della prosa, sì manifesta nei nostri, non dico Ricordano o suoi coetanei, ma i
          Villani ec. (Così negli spagnuoli del 13. sec., ne’ francesi ec.) L’infanzia della prosa
          si vede bensì manifestissima in alcuni dei frammenti che restano di Democrito,
          contemporaneo all’incirca di Erodoto (morì di più di 100 anni nell’Ol. 94. Erod. fiorì Ol.
          84. 440 anni circa av. G. C. Ippocrate morì circa l’Ol. 100: ne’ suoi scritti è citato
          Democrito). Veggansi specialmente nella collezione (manchevole però ed imperfetta) datane
          dietro Enrico Stefano dall’Orelli (loc. cit. p. 4431. princip.) p. 91-131. i frammenti
          morali 43. 50. 70. 73. 121. fisici 1. Una stessa cosa si ripete in uno stesso periodo, non
          vi è quasi sintassi, parole necessarie, ed intere frasi o periodi, si omettono e
          sottintendono, l’un membro del periodo non ha corrispondenza coll’altro, il discorso
          procede per via di quelle forme che i greci chiamano anacoluti (o anacolutie), cioè
            <emph>inconseguenti</emph>, che è quanto dire senza forme. Tali frammenti, cioè luoghi
            <foreign lang="fre" rend="italic">échappés</foreign> (come di molti è naturale che
          accadesse) alla diascheuasi, possono servir di saggio della vera prosa di quell’età; sono
          similissimi al fare p. e. del nostro Gio. Villani; e paragonati col dir di Erodoto,
          possono servir di prova della mia opinione. Dico <foreign lang="lat" rend="italic"
            >échappés</foreign> ec. perchè certo, se Erodoto, anche Democrito subì la diascheuasi, e
            <foreign lang="grc">διεσκευασμένος</foreign> corse fra gli antichi; negli altri suoi
          frammenti per la più parte, non si trova niente di simile; e Democrito passò fra gli
          antichi per egregio anche nello stile. (<bibl>
            <author>Cic.</author> in <title>Oratore</title> c. 20. (67.)</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Itaq. video visum esse nonnullis, Platonis et Democriti locutionem,
              etsi absit a versu, tamen, quod incitatius feratur, <pb ed="aut" n="4437"/> et
              clarissimis verbor. luminibus utatur, potius poema putandum quam comicorum poetar.;
              ap. quos, nisi quod versiculi sunt, nihil est aliud quotidiani dissimile
            sermonis</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>De Orat.</title> I. 11. (49.)</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Si ornate locutus est, sicut fertur, et mihi videtur, physicus ille
              Democr.; materies illa fuit physici, de qua dixit; ornatus vero ipse verbor., oratoris
              putandus est</foreign>.</quote>) Cicerone lo loda anche di chiarezza. (<bibl>
            <title>de Divin.</title> II. 64. (133.)</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">valde Heraclitus obscurus; minime Democritus</foreign>
          </quote>). I frammenti sopra notati s’intendono solamente per discrezione. È ben vero che
          questa discrezione tutti l’hanno, e malgrado la forma perplessa e intricata, tutti
          gl’intendono alla prima. E in verità son chiari. Così i nostri antichi, così quasi tutti i
          libri di siffatti tempi e stili, primitivi, ingenui, con poca arte, quasi come natura
          détta: natura parla al lettore, come ha dettato allo scrittore; essa serve d’interprete.
          Del resto quei costrutti e quella maniera di dire, poichè l’uso dello scrivere in prosa fu
          divenuto comune, sparirono quasi affatto; non si trovano nè anche nelle scritture greche
          che si leggono su’ papiri venuti d’Egitto, tutte, benchè oscure, intricate, rozze,
          senz’arte, pure più logiche, più grammaticali, più regolari e formate, benchè fatte da
          persone ignoranti e prive dell’arte: come tra noi, anche un ignorante notaio, benchè
          scriva assai male, schiva le sgrammaticature de’ nostri storici e filosofi del 200, e 300.
          V. pag. 4466. Nella letteratura (greca) non saprei citarne altri esempi: se non che si
          trovano in buona parte de’ libri de’ primi Cristiani, sì de’ libri canonici, e sì di
          quelli detti apocrifi <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <bibl>V. p. 4483.</bibl>
          </note> e nei frammenti ercolanesi di Filodemo, monumenti d’ignoranza singolare in tal
          genere, e di negligenza. V. p. 4470. — Ma in vero non ci son giunti <foreign lang="grc"
            >διεσκευασμένοι</foreign> in qualche modo tutti, si può dire, i libri antichi? non è
          provato che Cicerone, p. e., non iscrisse <pb ed="aut" n="4438"/> con quella ortografia
          colla quale i suoi libri sono stampati? nè con quella de’ mss. che ne abbiamo? la quale è
          anche diversa da quella usata, e introdotta ne’ libri antichi, da’ grammatici latini del
          4. secolo? (<bibl>
            <author>Niebuhr</author>, <title lang="lat">Conspectus Orthographiae codicis vaticani
              Cic. de repub.</title>, in fine</bibl>) V. p. 4480. (12. Gen. 1829. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Cleobulo</author> (un de’ 7. sapienti) ap. <author>Stobeo</author>, c. 3.
              <foreign lang="grc">Περὶ φρονήσεως</foreign> ed. Gesn. Tigur. 1559.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Μὴ ἐπιμαίνεσθαι τῷ σκώπτοντι· ἀπεχθὴς γὰρ ἔσῃ τοῖς
            σκωπτομένοις</foreign>: Sed <foreign lang="grc">ἐπιμαίνεσθαι</foreign>
            <foreign lang="lat">multo est exquisitius: <hi rend="italic">amore alicujus quasi
                deperire</hi>
            </foreign>
          </quote>. Vid. Hemsterhus. ad Lucian. Dial. Marin. I. t. 2. p. 346. ed. Bipont. (<bibl>
            <author>Orell.</author> loc. sup. cit. , p. 529.</bibl>) (15. Gennaio. 1829.). <quote>
            <foreign lang="lat">alios subsannanti ne subrideas, invisus enim fies quibus
            illuditur</foreign>
          </quote>. <bibl>Id. ap. <author>Laert.</author> I. 93.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">μὴ ἐπιγελᾷν τοῖς σκωπτομένοις· ἀπεχθήσεσθαι γὰρ τούτοις</foreign>
          </quote>. Per il Galateo morale. (14. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4346. <quote>
            <foreign lang="grc">Παρὰ πόσιν, τοῦ ἀδελφιδοῦ</foreign> (<foreign lang="lat">fratris
              filio</foreign>) <foreign lang="grc">αὐτοῦ (Σόλωνος) μέλος τὶ Σαπφοῦς ᾀσαντος, ἤσθη τῷ
              μέλει (ὁ Σόλων), καὶ προσέταξε τῷ μειρακίῳ διδάξαι αὐτόν</foreign>
          </quote> (volle che quel ragazzo, cioè il nipote, glielo insegnasse.) <bibl>
            <author>Stobeo</author>, c. 29. <foreign lang="grc">Περὶ φιλοπονίας</foreign>. ediz.
            Gesn. Tigur. 1559.</bibl> (15. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È più penoso il distrarre per forza la mente da un pensiero acerbo o terribile che si
          presenti, di quello che sia il trattenervisi. (17. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Vivere senza se stesso al mondo, goder cosa alcuna senza se stesso, è impossibile. Però
          chi si trova senza speranza, chi si vede disprezzato da’ conoscenti e da tutti coloro che
          lo circondano, e quindi necessariamente è privo della stima di se medesimo, non può provar
          godimento alcuno, non può vivere, <pb ed="aut" n="4439"/> a dir proprio: perchè questo
          tale veramente manca di se medesimo nella vita. (17. 1829.). V. p. 4488.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>N. N. legge di rado libri moderni; perchè, dice, io veggo che gli antichi a fare un libro
          mettevano dieci, venti, trent’anni; e i moderni, un mese o due. Ma per leggere, tanto
          tempo ci vuole a quel libro ch’è opera di trent’anni, quanto a quello ch’è opera di trenta
          giorni. E la vita, da altra parte, è cortissima alla quantità de’ libri che si trovano.
          Onde ec. (17. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I forti, i fortunati, sentono e s’interessano per altrui <foreign lang="grc">ἐκ τοῦ
            περισσοῦ</foreign> delle loro facoltà e forze: i deboli ed infelici non ne hanno
          abbastanza per se medesimi. Il sentimento per altrui non è veramente altro che un
          superfluo, un eccesso delle proprie facoltà misurate coi bisogni e colle occorrenze
          proprie. (17. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In questo secolo sì legislativo, nessuno ha pensato ancora a fare un codice di leggi,
          civile e criminale, utopico, ma in tutte forme, e tale da servir di tipo di perfezione, al
          quale si dovessero paragonare tutti gli altri codici, per giudicare della loro bontà,
          secondo il più o meno che se gli assomigliassero; tale ancora, da potere, con poche
          modificazioni o aggiunte richieste puramente dalle circostanze di luogo e di tempo, essere
          adottato da qualunque nazione, almeno sotto una data forma di governo, almeno nel secolo
          presente, e dalle nazioni civili ec. (17. Gennaio. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tomber, tumbar (spagn.) — tombolare. Tumbo (spagn.) tombolo ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4440"/> Muggine-mugella.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Machiavellismo di società. Chi si crede un coglione al mondo, lo è, e lo comparisce. — Le
          leggi ec. contenute in questo trattato, non sono già passeggere ec.; sono eterne, almeno
          quanto le leggi fisiche ec. (18. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4370. <foreign lang="lat">Dionysio Halicarnass. (Caecilius) usus est
            familiarissime. V. Dionys. Hal. in Epist. ad Cn. Pompeium. Toup. ad Longin. sect. 1. p.
            153. Aequalis et amicus (Caecil.) Dionysio Halicarnasseo. Casaub. ad Athen. VI.
          21</foreign>. init. — Del resto, è falso però quel che crede l’Amati, che un nome greco
          unito e preposto ad un cognome romano, come sarebbe in questo caso, Dionisio Longino, sia
          cosa senza esempio. Ella non è sì frequente come un nome greco unito e posposto a un nome
          romano <emph>gentile</emph>, p. e. Claudio Tolomeo, Claudio Galeno, Pedanio Dioscoride,
          Elio Aristide, Cassio Dione ec.; ma nondimeno esempi non ne mancano; e ne abbiamo, fra gli
          altri, uno famoso, Musonio Rufo, filosofo stoico del tempo di Nerone, del quale v. Reimar.
          ad Dion. l. 62. c. 27. p. 1023. sq. par. (cioè nota) 143. (18. Gennaio. 1829. Domenica.).
          E il Lambecio, Commentar. de Biblioth. Vindob. lib.8., congetturava che la traduzione
          greca che abbiamo del Breviarium d’Eutropio, e che porta nome di Peanio o Peania, fosse
          chiamato Peania Capitone: il primo nome greco, e l’altro romano. (19. 1829.). V. p. 4442.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Come in moltissime altre cose, il nostro tempo si riavvicina al primitivo anche in
          questo: che esso ha in poco pregio la poesia di stile <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <bibl>V. p. 4465.</bibl>
          </note>, la poesia virgiliana, oraziana ec., anzi non questa sola, ma anche quella p. e.
          del Petrarca, ed ogni poesia che <foreign lang="grc">ἁπλῶς</foreign>
          <emph>abbia stile</emph>, e richiede poesia di cose, d’invenzione, d’immaginazione; non
          ostante che ad un secolo sì eminentemente civile, questa paia del tutto aliena, quella del
          tutto propria. (19. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4441"/> Al discorso della eccellente umanità degli antichi paragonati ai
          moderni, (del che altrove), appartiene ancora il gius d’asilo che avevano presso loro non
          pure i templi o altri luoghi pubblici, ma eziandio il focolare d’ogni casa privata; e
          ch’era tanto più venerato che non è da noi. <bibl>
            <author>Orelli</author>, loc. sup. cit. , p. 542</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">Ἑστίαν τίμα</foreign>
          </quote> (precetto d’alcuno de’ 7. sapienti <bibl>ap. <author>Stob.</author> c.
          3.</bibl>). <quote>
            <foreign lang="lat">Sensus est: <hi rend="italic">Jus foci sanctum haheas</hi>, vel: <hi
                rend="italic">Supplicem honorato qui foco assidet</hi>
            </foreign>. (<foreign lang="grc">Ἱκέτας ἐλέει</foreign>
            <foreign lang="lat">supra in Periandro Ald.) De supplicum more assidendi foco vel arulae
              illi aut larario, quod ad focum excitari solitum erat, ubi jus erat</foreign>
            <foreign lang="grc">ἀσυλίας</foreign>
          </quote>, v. Casaub. ad Dionys. Hal. Ant. Rom. l. 8. p. 1504. Reisk. et intpp. ad Thucyd.
          l. 1. c. 136. p. 227. ed. Bauer. — Così la misericordia verso i supplichevoli, anche
          nemici, offensori ec., protetti da Nemesi ec. e v. la nota favola delle Preghiere ec. ap.
          Omero. — Così l’onore singolare che si aveva ai vecchi ec. — Così il rispetto ai morti,
          anche nel parlare. <foreign lang="grc">Τὸν τεθνηκότα μηδεὶς κακῶς ἀγορευέτω</foreign>.
          Legge di Solone, <bibl>ap. <author>Plut.</author> in <title>Solon.</title> p. 89. ed.
            Francof.</bibl> — Chi vuol vedere quasi compendiata, e ammirare, l’umanità degli antichi
          (anche antichissimi), vegga le sentenze e i precetti che correvano sotto nome dei 7.
          sapienti, (e sono di grande antichità certamente) e che, raccolti già in antico (ap. Stob.
          si nominano per autori di quelle due collezioni ch’esso riporta, dell’una Demetrio
          Falereo, dell’altra Sosiade) (19. 1829.) si trovano riportati da Stob. c. 3. <foreign
            lang="grc">περὶ φρονήσεως</foreign>, ed. Gesn. Tigur. 1559. (vedili nell’Orelli l. c. ,
          p. 138-156.). (19. Gen. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Alonso</foreign>, spagn. moderno — <foreign lang="spa"
            rend="italic">Al-f-ons</foreign>, spagn. antico (in una scrittura del 13<hi rend="apice"
            >o</hi> sec. ec.). <foreign lang="grc">Ὕλη</foreign> — sil-v-a. (20. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4442"/> Cerebrum — cervello.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla 4440. Non parlo dei <title lang="lat">Disticha de moribus</title> assai noti e
          certamente antichi, che corrono sotto nome di <title>Dionisio Catone</title>; nome che non
          è fondato in alcuna probabile autorità. (22. Gen. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Consulere-consilium ec. Exsul, exsulium-exsilium ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4428. fine. Così <foreign lang="lat" rend="italic">matutinum</foreign> (<foreign
            lang="lat" rend="italic">tempus</foreign>), <emph>il mattino</emph>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">le matin</foreign>, per <emph>mane; matutina</emph> (<foreign lang="lat"
            rend="italic">hora</foreign>), <emph>la mattina</emph>, <foreign lang="spa"
            rend="italic">la mañana</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">Vespertinum,
          serum</foreign> (<foreign lang="fre" rend="italic">le soir</foreign>), <emph>sera</emph>
            (<emph>la sera</emph>), spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">la tarde</foreign>, per
            <foreign lang="spa" rend="italic">vespera</foreign>. V. il Gloss. E ciò anche presso gli
          antichi: v. Forc. in queste voci. Così nelle Ore canoniche <foreign lang="lat"
            rend="italic">Matutinum, Prima, Tertia, Sexta, Nona. Hibernum</foreign>,
          <emph>l’inverno</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">l’invierno</foreign> (spagn.),
            <emph>l’hiver</emph>, per <foreign lang="lat" rend="italic">hiems. Aestivum</foreign>
          (spagn. <foreign lang="spa" rend="italic">estío</foreign>), per <foreign lang="lat"
            rend="italic">aestas</foreign>. <bibl>V. <title>Gloss.</title> e
            <author>Forcell.</author> anche in <foreign lang="lat" rend="italic">diurnus</foreign>
          </bibl>. Similmente <foreign lang="lat" rend="italic">Infernus</foreign> (<foreign
            lang="lat" rend="italic">locus</foreign>) negli scrittori Cristiani, e forse anche in
          Varrone. E tali altri aggettivi sostantivati. (24. 1829.). V. p. 4465.4474.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἄορνος</foreign> — <foreign lang="lat" rend="italic"
          >Avernus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Niebuhr</author> (loc. cit. p. 4431. fine), sezione intitolata <title lang="eng"
              > The Opicans and Ausonians</title>, p. 55</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng"> Apulus and Opicus are according to all appearance the same name,
              only with different terminations. That in <hi rend="italic">ulus</hi> acquired the
              meaning of a diminutive only in the language of later times; in earlier such a sense
              must be entirely separated from it; as is evident from Siculus and Romulus, as well as
              from the words uniting the two terminations</foreign>
          </quote> (quella in <emph>icus</emph> e quella in <emph>ulus</emph>), <quote>
            <foreign lang="eng">which is the commoner case, Volsculus</foreign>
          </quote> (contratto da Volsiculus), <quote>
            <foreign lang="eng">Aequiculus, Saticulus; and even Graeculus</foreign>
          </quote>. — <bibl>Ib. sez. intit. <title>Iapygia</title>, p. 126</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">The Poediculians (such was the Italian name of the Peucetians) were
              etc. (not. 419. The simpler <pb ed="aut" n="4443"/> forms, Poedi and Poedici, have not
              been preserved in books.)</foreign>
          </quote> — <bibl>Ib. sez. intit. <title lang="eng">Various traditions about the Origin of
              the City</title> p. 174</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">It was natural for them (the inhabitants of Rome) to call the
              founder of their nation Romus, or, with the inflexion so usual in their language,
              Romulus</foreign>
          </quote>. — <bibl>Ib. sez. intit. <title lang="eng">The Beginning of Rome and its Earliest
              Tribes</title>, p. 251</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">Romus and Romulus are only two forms of the same name (not. 698.
              Like Poenus and Poenulus and others mentioned above p. 55); the Greeks on hearing a
              rumour of the legend about the twins</foreign>
          </quote> (Romolo e Remo), <quote>
            <foreign lang="eng">chose the former</foreign>
          </quote> (cioè <foreign lang="grc">῾Ρῶμος</foreign>) <quote>
            <foreign lang="eng">instead of the less sonorous name Remus</foreign>
          </quote>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Fausto e Faustolo, il pastore che salvò Romolo e Remo bambini.</p>
          </note>. — L’uso di questa terminazione in <emph>ulus</emph> senza alcuna forza
          diminutiva, uso proprio del latino sì antico, si è conservato perfettamente (e non men
          frequentemente) nell’italiano; specialmente in Toscana, e specialmente appresso quel
          volgo, il quale continuamente, per mero vezzo di linguaggio, aggiunge un <emph>lo</emph>
          appiè delle voci italiane, dicendo, p. e. <emph>ricciolo</emph> invece di <emph>riccio</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Così anco de’ verbi in are, alla qual terminaz. aggiungono un ol.
              (sfondare-sfondolare, sfondolato). V. la pag. 4496. capoverso 8. e 4509. capoverso 3.
              e 4512.</p>
          </note>, e così mille altre, che con tal desinenza non son registrate nel Vocabolario;
          oltre le tante registrate. E che questo medesimo uso (unita anche sovente, come
          nell’antico, la terminazione in <emph>icus</emph> a quella in <emph>ulus</emph>) si
          conservasse perpetuamente nel latino volgare, apparisce dai tanti e tanti, non solo nomi,
          ma verbi, della bassa latinità, o derivati evidentemente da essa, da me notati passim, che
          la portano, senz’ombra di significazione diminutiva; come <foreign lang="lat"
            rend="italic">pariculus</foreign> (<emph>parecchi</emph>, <foreign lang="fre"
            rend="italic">pareil</foreign> ec.), <emph>appariculare</emph>
          (<emph>apparecchiare</emph>, <foreign lang="spa" rend="italic">aparejar</foreign> ec.),
            <foreign lang="lat" rend="italic">superculus</foreign> (v. la p. 4514. fin.) ec. ec.;
          nomi anche aggettivi ec. Non ardirei però di affermare col Niebuhr che questa inflessione
          in origine non fosse punto diminutiva. Il vederla senza questa significanza, non prova;
          apparendo da <pb ed="aut" n="4444"/> tanti, quasi infiniti, esempi (sì del greco, sì del
          latino basso sì dell’antico, sì delle lingue figlie della latina; e in queste, sì in forme
          venute dal latino, e sì in altre forme diminutive proprie loro e non latine) che sempre fu
          ed è vezzo di linguaggio, specialmente popolare, il profferire le voci con inflessione
          diminutiva, quasi per grazia, quantunque il caso sia alieno dal richieder diminuzione, e
          la significanza diminutiva sia affatto lontana da tal pronunzia. (25. Gennaio. 1829.
          Domenica quarta.). Del resto ho notato altrove quando l’<emph>ul</emph>. .. è semplice
          desinenza di voci derivative, come in <foreign lang="lat" rend="italic">speculum,
          iaculum</foreign> ec. e così ne’ verbi, come <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fabulor</foreign> ec. V. p. 4516.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non solo le storie o storielle d’una nazione furono spessissimo, come ho detto altrove in
          più luoghi, trasportate ed applicate ad un’altra; ma quelle eziandio d’una nazione
          medesima, cambiati i nomi delle persone, e le circostanze di luogo, tempo, e simili,
          furono sovente trasportate e applicate da un’epoca della sua storia ad un’altra. Questa
          cosa è notata negli annali di Roma dal Niebuhr in più e più casi; ed egli ripete tale
          osservazione in più e più luoghi della sua storia. Fra gli altri, <bibl>sezione intitolata
              <title lang="eng">The War with Porsenna</title>, p. 484 seg.</bibl>, dice: <quote>
            <foreign lang="eng">It is a peculiarity of the Roman annals, owing to the barren
              invention of their authors, to repeat the same incidents on different occasions, and
              that too more than once. Thus the history of Porsenna’s war reflects the image of that
              with Veii in the year (di Roma) 277, which after the misfortune on the Cremera brought
              Rome to the brink of destruction. In this again the Veientines made themselves masters
              of the Janiculum; and in a more intelligible manner, after a victory in the field:
              here again the city was saved by a Horatius (come dal Coclite nella guerra con
              Porsenna); the consul who arrived <pb ed="aut" n="4445"/> with his army at the
              critical moment by forced marches from the land of the Volscians: the victors,
              encamping on the Janiculum, sent out foraging parties across the river and laid waste
              the country; until some skirmishes, which again took place by the temple of Hope and
              at the Colline gate, checked their depredations: yet a severe famine arose within the
              city</foreign>
          </quote>. (26. Gen. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Niebuhr</author>, ib. sez. intit. <title lang="eng">The Patrician Houses and the
              Curies</title>, p. 268</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">Each house</foreign>
          </quote> (ciascuno dei <foreign lang="grc">γένη</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">gentes</foreign> nei quali era <emph>anticamente</emph>
          distribuito il popolo ateniese) <quote>
            <foreign lang="eng">bore a peculiar name resembling a patronymic in form; as the
              Codrids, the Eumolpids, the Butads: which produces an appearance, but a fallacious
              one, of a family affinity</foreign>
          </quote> (perchè quelle <foreign lang="lat" rend="italic">gentes</foreign>, come ap. i
          Romani, erano una mera divisione politica; ciascuna <foreign lang="lat" rend="italic"
          >gens</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">casa</foreign> era composta di più
          famiglie senz’alcun riguardo ad affinità scambievole). <quote>
            <foreign lang="eng">These names may have been transferred from the most distinguished
              among the associated families to the rest: it is more probable that they were adopted
              from the name of a hero, who was their <hi rend="italic">eponymus</hi>. Such a house
              was that of the Homerids in Chios; whose descent from the poet was only an inference
              drawn from their name, whereas others pronounced that they were no way related io him
              (not. 747. Harpocration v. <foreign lang="grc">Ὁμηρίδαι</foreign>. It may be
              warrantably assumed that a hero named Homer was revered by the Ionians at the time
              when Chios received its laws. See the Rhenish Museum</foreign>
          </quote> (Museo Renano) I. 257.) <quote>
            <foreign lang="eng">In Greek history what appears to be a family, may probably often
              have been a house of this kind; and this system of subdivision is not to be confined
              to the Ionian tribes alone</foreign>
          </quote>. (27. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4446"/>
          <bibl>Ib. sez. intit. <title lang="eng">Aeneas and the Trojans in Latium</title>, p.
          166-7</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">These wars Virgil describes, effacing discrepancies and altering and
              accelerating the succession of events, in the latter half of the Aeneid. Its contents
              were certainly national; yet it is scarcely credible that even Romans, if impartial,
              should have received sincere delight from these tales. We feel but too unpleasantly
              how little the poet succeeded in raising these shadowy names (degli eroi di quelle
              guerre), for which he was forced to invent a character, into living beings, like the
              heroes of Homer. Perhaps it is a problem that cannot be solved, to form an epic poem
              out of an argument which has not lived for centuries in popular songs and tales as
              common national property, so that the cycle of stories which comprises it, and all the
              persons who act a part in it, are familiar to every one. V. p. 4475 — Assuredly the
              problem was not to be solved by Virgil, whose genius was barren for creating, great as
              was his talent for embellishing. That he felt this himself, and did not disdain to be
              great in the way adapted to his endowments, is proved by his very practice of
              imitating and borrowing, by the touches he introduces of his exquisite and extensive
              erudition, so much admired by the Romans, now so little appreciated. He who puts
              together elaborately and by piecemeal, is aware of the chinks and crevices, which
              varnishing and polishing conceal only from the unpractised eye, and from which the
              work of the master, issuing at once from the mould, is free. Accordingly Virgil, we
              may be sure, felt a misgiving, that all the foreign ornament with which he was decking
              his work, though it might enrich the poem, was not his own wealth, and that this would
              at last be perceived by posterity. That <pb ed="aut" n="4447"/> notwithstanding this
              fretting consciousness, he strove, in the way which lay open to him, to give to a
              poem, which he did not write of his own free choice, the highest degree of beauty it
              could receive from his hands; that he did not, like Lucan, vainly and blindly affect
              an inspiration which nature had denied to him; that he did not allow himself to be
              infatuated, when he was idolized by all around him, and when Propertius
            sang</foreign>:</quote>
        </p>
        <quote>
          <lg lang="eng">
            <l>Yield, Roman poets, bards of Greece, give way,</l>
            <l>The Iliad soon shall own a greater lay;</l>
          </lg>
        </quote>
        <p rend="noindent">
          <quote>
            <foreign lang="eng">that, when death was releasing him from the fetiers of civil
              observances, he wished to destroy what in those solemn moments he could not but view
              with melancholy, as the groundwork of a false reputation; this is what renders him
              estimable, and makes us indulgent to all the weaknesses of his poem. The merit of a
              first attempt is not always decisive: yet Virgil’s first youthful poem shews that he
              cultivated his powers with incredible industry, and that no faculty expired in him
              through neglect. But how amiable and generous he was, is evident where he speaks from
              the heart: not only in the Georgics, and in all his pictures of pure still life; in
              the epigram on Syron’s</foreign>
          </quote> (così, in vece di <emph>Sciron’s</emph>) <quote>
            <foreign lang="eng">Villa: it is no less visible in his way of introducing those great
              spirits that beam in Roman story</foreign>
          </quote>. (29-30. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4316. Ben d’altra qualità e d’altro peso è la congettura del Niebuhr fondata in
          profondissima dottrina, e scienza dell’antichità, <quote>
            <foreign lang="eng">that the Teucrians and Dardanians, Troy and Hector, ought perhaps to
              be considered as Pelasgian:... that they were not Phrygians was clearly <pb ed="aut"
                n="4448"/> perceived by the Greek philologers, who had even a suspicion that they
              were no barbarians at all</foreign>
          </quote>. (<bibl>loc. cit. p. 4431. fin., sezione intitolata <title lang="eng">The
              Oenotrians and Pelasgians</title>, p. 28.</bibl>) Egli reca i fondamenti di questa sua
            <emph>propria e particolare</emph> opinione, ib. Nella sez. intit. <title lang="eng"
            >Conclusion</title> di quella parte della sua storia che concerne gli antichi popoli
          d’Italia, p. 148, ripete questa sua congettura: <quote>
            <foreign lang="eng">In the very earliest traditions they (the Pelasgians) are standing
              at the summit of their greatness. The legends that tell of their fortunes, exhibit
              only their decline and fall: Jupiter had weighed their destiny and that of the
              Hellens; and the scale of the Pelasgians had risen. The fall of Troy was the symbol of
              their story</foreign>
          </quote>. (L’autore riguarda la guerra di Troia come un mito. <bibl>Sez. intit. <title
              lang="eng">Aeneas and the Trojans in Latium</title>, p. 151</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">Let none treat this inquiry with scorn, because Ilion too was a
              fable... Mythical the Trojan war certainly is...: yet it has an undeniable historical
              foundation; and this does not lie hid so far below the surface as in many other
              poetical legends. That the Atridae were Kings of the Peloponnesus, is not to be
              questioned</foreign>
          </quote>.) Altrove (sez. cit. nella parentesi qui sopra, p. 160-61.) egli reca di nuovo i
          fondamenti di questa opinione, e mette anco innanzi un’altra <emph>sua</emph> congettura,
          che la tradizione della venuta d’Enea nel Lazio, dell’avervi egli fondata una colonia
          donde Roma derivasse, e dell’essere i romani di origine troiana, non fosse altro che un
          effetto ed un’espressione della <quote>
            <foreign lang="eng" rend="italic">national affinity</foreign>
          </quote> esistente fra i Troiani e i Romani, in quanto questi erano, secondo l’autore, di
          origine in parte Pelasgica. — I Pelasghi, <pb ed="aut" n="4449"/> secondo il Niebuhr (ed
          una delle parti più insigni ed eminenti e più originali della sua Storia consiste nelle
          nuove vedute e nei nuovi lumi ch’ei reca sopra questa <emph>misteriosa razza</emph>,
          com’ei la chiama; e nella nuova luce in che egli l’ha posta), furono una nazione distinta,
          e di origine e di costumi diversa, da quella degli Elleni, che noi co’ Latini chiamiamo
          Greci; e nel tempo medesimo grandemente affine: e parlarono una lingua <quote>
            <foreign lang="eng" rend="italic">peculiar and not Greek</foreign>
          </quote>, e nondimeno grandemente affine alla greca; più affine della Latina, il cui
          elemento affine al linguaggio greco, quello elemento <quote>
            <foreign lang="eng" rend="italic">which is half Greek</foreign>
          </quote> sembra, dice il Niebuhr, <quote>
            <foreign lang="eng" rend="italic">unquestionable</foreign>
          </quote> che sia d’origine pelasgica. Tuttavia Pelasghi e Greci non s’intendevano insieme,
          come non s’intendono italiani e francesi ec. (p. 23, e passim). (31. Gen. 1. Feb. 1829.).
          V. p. 4519.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>A viver tranquilli nella società degli uomini, bisogna astenersi non solo dall’offendere
          chi non ci offende, cosa ordinaria; ma eziandio, cosa rarissima, dal proccurare (dal
          cercare) che altri ci offenda. — Desiderio sincero di viver tranquilli nella società degli
          uomini, rarissimi sono che l’hanno veramente: avendolo, il conseguire l’effetto è cosa
          molto più facile che non si crede. (1. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tutti, cominciando dal Pindemonte nella sua Epistola, hanno biasimato l’introduzione di
          Ettore e delle cose troiane nel Carme dei Sepolcri; e tutti leggono quell’episodio con
          grande interesse, e segretamente vi provano un vero piacere. Certo, quell’argomento è
          rancido; ma appunto perch’egli è rancido, perchè la nostra acquaintance con quei
          personaggi dàta dalla nostra fanciullezza, essi c’interessano sommamente, c’interessano in
          modo, che non sarebbe possibile, sostituendone degli altri, <pb ed="aut" n="4450"/>
          produrre altrettanto effetto. (1. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Della lettura di un pezzo di vera, contemporanea poesia, in versi o in prosa (ma più
          efficace impressione è quella de’ versi), si può, e forse meglio, (anche in questi sì
          prosaici tempi) dir quello che di un sorriso diceva lo Sterne; che essa aggiunge un filo
          alla tela brevissima della nostra vita. Essa ci rinfresca, per così dire; e ci accresce la
          vitalità. Ma rarissimi sono oggi i pezzi di questa sorta. (1. Feb. 1829.). Nessuno del
          Monti è tale.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">ἀκμὴν</foreign> per <foreign lang="grc">ἔτι</foreign>. <bibl>V.
              <author>Orelli</author> (loc. cit. p. 4431.) tom. 2. Lips. 1821. p. 529-30.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Grus</foreign> (grue) — spagn. <foreign lang="spa"
            rend="italic">grulla</foreign>, quasi <emph>grucula</emph> o <emph>gruicula</emph>. —
            <foreign lang="lat" rend="italic">Sol</foreign> — <foreign lang="fre" rend="italic"
            >soleil</foreign>, quasi <foreign lang="lat" rend="italic">soliculus</foreign>. —
            <emph>Legnaiuolo, armaiuolo</emph> ec. quasi <foreign lang="lat" rend="italic"
            >lignariolus</foreign> e simili. (2. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="spa" rend="italic">Mirado</foreign> (<emph>ammirato</emph>) per
          maravigliato; <quote>
            <foreign lang="spa" rend="italic">en la noche callada</foreign>
          </quote> per tacente. <bibl>
            <author>Francisco de Rioja</author>, <title lang="spa">Cancion á</title> (cioè <foreign
              lang="spa" rend="italic">sobre</foreign>) <title lang="spa">las ruinas de
            Itálica</title>, strofa ultima.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi non sa circoscrivere, non può produrre. La facoltà della produzione è scarsa o nulla
          in quell’ingegno dove le altre facoltà sono troppo vaste e soprabbondano. (3. Feb. 1829.).
          (Vedi la pag. 4484.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <bibl>
            <author>Niebuhr</author> (loc. cit. p. 4431. fine) sezione intitolata <title lang="eng"
              >Beginning and Nature of the Earliest History</title>, p. 216. segg.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="eng">The greater is the antiquity of the legends</foreign>
          </quote>: (dei miti ec. intorno ai fatti dei re di Roma, e ai primi tempi della città): <quote>
            <foreign lang="eng">their origin goes back far beyond the time when the annals</foreign>
          </quote> (gli annali pontificali di Roma) <quote>
            <foreign lang="eng">were restored</foreign>
          </quote> (furono rinnovati, dopo che gli antichi annali erano periti nell’incendio di Roma
          al tempo della presa della città fatta dai Galli). <quote>
            <foreign lang="eng">That they were transmitted from generation to generation in lays,
              that their contents cannot be more authentic than those of any other poem on the deeds
              of ancient times which is preserved by song, is not a new notion. A century and a half
              will soon have elapsed, since Perizonius (not. 627. In <pb ed="aut" n="4451"/> his
              Animadversiones Historicae, c. 6.) expressed it, and shewed that among the ancient
              Romans it had been the custom at banquets to sing the praises of great men to the
              flute</foreign>
          </quote>; (<bibl lang="eng">not. 628. The leading passage in <author>Tusc.</author>
            <title>Quaest.</title> IV. 2.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Gravissimus auctor in Originibus dixit Cato, morem apud majores hunc
              epularum fuisse, ut deinceps, qui accubarent, canerent ad tibiam clarorum virorum
              laudes atque virtutes</foreign>. <foreign lang="eng">Cicero laments the loss of these
              songs; Brut. 18. 19. Yet, like the sayings of Appius the blind, they seem to have
              disappeared only for such as cared not for them. Dionysius knew of songs on
            Romulus</foreign>
          </quote> [<quote>
            <foreign lang="grc">ὡς ἐν τοῖς πατρίοις ὕμνοις ὑπὸ ῾Ρωμαίων ἔτι καὶ νῦν ᾀδεται</foreign>
          </quote>, dice <bibl>
            <author>Dionisio</author> 1. 79.</bibl> della nota favola circa la nascita di Romolo e
          Remo, e la vendetta da loro presa di Amulio]) <quote>
            <foreign lang="eng">a fact Cicero only knew from Cato, who seems to have spoken of it as
              an usage no longer subsisting. The guests themselves sang in turn; so it was expected
              that the lays, being the common property of the nation, should be known to every free
              citizen. According to Varro, who calls them old, they were sung by modest boys,
              sometimes to the flute, sometimes without music</foreign>
          </quote>. (not. 629. In Nonius II. 70. stessa voce: <quote>
            <foreign lang="lat">(aderant) in conviviis pueri modesti ut cantarent carmina antiqua,
              in quibus laudes erant majorum, assa voce, ei cum tibicine</foreign>
          </quote>.) <quote>
            <foreign lang="eng">The peculiar function of the Camenae was to sing the praise of the
              ancients</foreign>
          </quote>; (not. 630. Fest. Epit. v. <foreign lang="lat">Camenae, musae, quod canunt
            antiquorum laudes</foreign>.) <quote>
            <foreign lang="eng">and among the rest those of the kings. For never did republican Rome
              strip herself of the recollection of them, any more than she removed their statues
              from the Capitol: in the best times of liberty their memory was revered and
              celebrated. (not. 631. Ennius <pb ed="aut" n="4452"/> sang of them, and Lucretius
              mentions them with the highest honour.)</foreign>
          </quote>
        </p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="eng">We are so thoroughly dependent on the age to which we belong, we
              subsist so much in and through it as parts of a whole, that the same thought is at one
              time sufficient to give us a measure for the acuteness, depth, and strength of the
              intellect which conceives it, while at another it suggests itself to all, and nothing
              but accident leads one to give it utterance before others. Perizonius knew of heroic
              lays only from books; that he should ever have heard of any then still current, or
              written down from the mouth of the common people, is not conceivable of his days: he
              lived long enough to hear, perhaps he heard, but not until a quarter of a century had
              passed since the appearance of his researches, how Addison (sic) roused the stupefied
              senses of his literary contemporaries, to join with the common people in recognizing
              the pure gold of poetry in Chevychase (<bibl>v. <title>The Spectator’s</title> n. 70.
                74.</bibl>) For us the heroic lays of Spain, Scotland, and Scandinavia, had long
              been a common stock: the lay of the Niebelungen had already returned and taken its
              place in literature: (l’autore, p. 196. the German national epic poem, the Niebelungen
              lay.) and now that we listen to the Servian lays, and to those of Greece</foreign>
          </quote>, (raccolti da Fauriel, che l’autore cita più volte), <quote>
            <foreign lang="eng">the swanlike strains of a slaughtered nation; now that every one
              knows that poetry lives in every people, until metrical forms, foreign models, the
              various and multiplying interests of every-day life, general dejection or luxury,
              stifle it so, that of the poetical spirits, still more than of all others, very few
              find vent: while on the contrary spirits without poetical genius, but with talents so
              analogous to it that they may serve as a <pb ed="aut" n="4453"/> substitute,
              frequently usurp the art; now the empty objections that have been raised no longer
              need any answer. Whoever does not discern such lays in the epical part of Roman story,
              may continue blind to them: he will be left more and more alone every day: there can
              be no going backward on this point for generations</foreign>
          </quote>.</p>
        <quote>
          <p>
            <foreign lang="eng">One among the various forms of Roman popular poetry was the nenia,
              the praise of the deceased, which was sung to the flute at funeral processions,
                (<bibl>not. 632. <author>Cicero</author>
                <title>de legib.</title> II. 24.</bibl>) as it was related in the funeral orations.
              We must not think here of the Greek threnes and elegies: in the old times of Rome the
              fashion was not to be melted into a tender mood, and to bewail the dead; but to pay
              him honour. We must therefore imagine the nenia to have been a memorial lay, such as
              was sung at banquets: indeed the latter was perhaps no other than what had been first
              heard at the funeral. And thus it is possible that, without being aware of it, we may
              possess some of these lays, which Cicero supposed to be totally lost: for surely a
              doubt will scarcely be moved against the thought, that the inscriptions in verse (not.
              633. On the coffin of L. Barbatus the verses are marked and made apparent by lines to
              separate them: in the inscription on his son they form an equal number of lines, and
              may be recognized with as much certainty as in the former from the great difference in
              the length of them) on the oldest coffins in the sepulcre of the Scipios are nothing
              else than either the whole nenia, or the beginning of it <pb ed="aut" n="4454"/> (not.
              634. The two following inscriptions are of this kind: I transcribe them, because it is
              probable many of my readers never saw them</foreign>.</p>
          <lg type="non-definito" lang="lat">
            <l>Cornélius Lúcius Scípio Barbátus,</l>
            <l>Gnáivo (patre) prognátus, fortis vír sapiénsque,</l>
            <l>Quoius fórma vírtuti paríssuma fuit,</l>
            <l>Consúl, Censor, Aédilis, qúi fuit apúd vos:</l>
            <l>Taurásiam, Cesáunam, Sámnio cépit,</l>
            <l>Subícit omnem Lúcánaam, (cioè <hi rend="italic">Lucaniam</hi>)</l>
            <l>Obsidésque abdúcit.</l>
          </lg>
          <p>The second is: </p>
          <lg type="non-definito" lang="lat">
            <l>Hunc únum plúrimi conséntiunt Románi</l>
            <l>Duonórum optumum fúisse virúm,</l>
            <l>Lúcium Scipiónem, fílium Barbáti.</l>
            <l>Consúl, Censor, Aédilis, híc fuit apúd vos.</l>
            <l>Hic cépit Córsicam, Alériamque úrbem</l>
            <l>Dédit tempestátibus aédem mérito.</l>
          </lg>
          <p>
            <foreign lang="eng">I have softened the rude spelling, and have even abstained from
              marking that the final <hi rend="italic">s</hi> in</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">prognatus, quoius</foreign>, <foreign lang="eng">and
              the final <hi rend="italic">m</hi> in</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Taurasiam, Cesaunam, Aleriam, optumum</foreign>,
              <foreign lang="eng">and</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">omnem</foreign>, <foreign lang="eng">was not
              pronounced. The short <hi rend="italic">i</hi> in</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Scipio, consentiunt, fuit, fuisse</foreign>, <foreign
              lang="eng">is suppressed, so that</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Scipio</foreign>
            <foreign lang="eng">for instance is a disyllable; a kind of suppression of which we find
              still more remarkable instances in Plautus. In the inscription of Barbatus, v.
            2</foreign>, <foreign lang="lat" rend="italic">patre</foreign>
            <foreign lang="eng">after</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Gnaivo</foreign>
            <foreign lang="eng">is beyond doubt an interpolation: and in that on his son, v. 6, it
              is to be observed that the last syllable <pb ed="aut" n="4455"/> of</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Corsicam</foreign>
            <foreign lang="eng">is not cut off.) These epitaphs present a peculiarity which
              characterizes all popular poetry, and is strikingly conspicuous above all in that of
              modern Greece. Whole lines and thoughts become elements of the poetical language, just
              like single words: they pass from older pieces in general circulation into new
              compositions; and, even where the poet is not equal to a great subject, give them a
              poetical colouring and keeping. So Cicero read on the tomb of Calatinus</foreign>:
              <foreign lang="lat" rend="italic">hunc plurimae consentiunt gentes populi primarium
              fuisse virum</foreign>: (<bibl>not. 635. <author>Cicero</author>
              <title lang="lat">de Senectute</title> 17.</bibl>) <foreign lang="eng">we read on that
              of L. Scipio the son of Barbatus</foreign>: <foreign lang="lat" rend="italic">hunc
              unum plurimi consentiunt Romani bonorum optumum fuisse virum</foreign>.</p>
          <p>
            <foreign lang="eng">The poems out of which what we call the history of the Roman Kings
              was resolved into a prose narrative, were different from the nenia in form, and of
              great extent; consisting partly of lays united into a uniform whole, partly of such as
              were detached and without any necessary connexion. The history of Romulus is an epopee
              by itself: on Numa there can only have been short lays. Tullus, the story of the
              Horatii, and of the destruction of Alba, form an epic whole, like the poem on Romulus:
              indeed here Livy has preserved a fragment of the poem entire, in the lyrical numbers
              of the old Roman verse</foreign>. (<bibl>not. 636. <foreign lang="eng">The verses of
                the</foreign>
              <title lang="lat">horrendum carmen</title> I. 26.</bibl>
          </p>
          <lg type="non-definito" lang="lat">
            <l>Duúmviri pérduelliónem júdicent.</l>
            <l>Si a duúmviris provocárit,</l>
            <l>Provocátióne certáto:</l>
            <l>Si víncent, caput óbnúbito:</l>
            <pb ed="aut" n="4456"/>
            <l>Infélici árbore réste suspéndito:</l>
            <l>Vérberato íntra vel éxtra pomoérium.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="eng">The description of the nature of the old Roman versification, and of
              the great variety of its lyrical metres, which continued in use down to the middle of
              the seventh century of the city, and were carried to a high degree of perfection, I
              reserve, until I shall publish a chapter of an ancient grammarian on the Saturnian
              Verse, which decides the question.) On the other hand what is related of Ancus has not
              a touch of poetical colouring. But afterward with L. Tarquinius Priscus begins a great
              poem, which ends with the battle of Regillus; and this lay of the Tarquins even in its
              prose shape is still inexpressibly poetical; nor is it less unlike real history. The
              arrival of Tarquinius the Lucumo at Rome: his deeds and victories; his death; then the
              marvellous story of Servius; Tullia’s impious nuptials; the murder of the just king;
              the whole story of the last Tarquinius; the warning presages of his fall; Lucretia;
              the feint of Brutus; his death; the war of Porsenna; in fine the truly Homeric battle
              of Regillus; all this forms an epopee, which in depth and brilliance of imagination
              leaves every thing produced by Romans in later times far behind it. Knowing nothing of
              the unity which characterizes the most perfect of Greek poems, it divides itself into
              sections, answering to the <hi rend="italic">adventures</hi> in the lay of the
              Niebelungen: and should any one ever have the boldness to think of restoring it in a
              poetical form, he would commit a great mistake in selecting any other than that of
              this noble work</foreign>
          </quote> (del poema <title lang="eng">of the Niebelungen</title>).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <quote>
          <p>
            <pb ed="aut" n="4457"/>
            <foreign lang="eng">These lays are much older than Ennius</foreign>, (not. 637.</p>
          <lg type="non-definito" lang="lat">
            <l>– Scripsere alii rem</l>
            <l>Versibu’ quos olim Fauni vatesque canebant:</l>
            <l>Quom neque Musarum scopulos quisquam superarat,</l>
            <l>Nec dicti studiosus erat.</l>
          </lg>
        </quote>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="eng">Horace’s annosa volumina vatum may have been old poems of this sort:
              though perhaps they are also to be understood of prophetical books, like those of the
              Marcii; which, contemptuously as they are glanced at, were extremely poetical. Of this
              we may judge even from the passages preserved by Livy (XXV. 12.): Horace can no more
              determine our opinion of them than of Plautus.) who moulded them into hexameters, and
              found matter in them for three books of his poem; Ennius, who seriously believed
              himself to be the first poet of Rome, because he shut his eyes against the old native
              poetry, despised it, and tried successfully to suppress it. Of that poetry and of its
              destruction I shall speak elsewhere: here only one further remark is needful. Ancient
              as the original materials of the epic lays unquestionably were, the form in which they
              were handed down, and a great pary of their contents, seem to have been comparatively
              recent. If the pontifical annals adulterated history in favour of the patricians, the
              whole of this poetry is pervaded by a plebeian spirit, by hatred toward the
              oppressors, and by visible traces that at the time when it was sung there were already
              great and powerful plebeian houses. The assignments of land by Numa, Tullus, Ancus,
              and Servius, are <pb ed="aut" n="4458"/> in this spirit: all the favorite Kings
              befriend freedom: the patricians appear in a horrible and detestable light, as
              accomplices in the murder of Servius: next to the holy Numa the plebeian Servius is
              the most excellent King: Gaia Cecilia, the Roman wife of the elder Tarquinius, is a
              plebeian, a Kinswoman of the Metelli: the founder of the republic and Mucius Scaevola
              are plebeians: among the other party the only noble characters are the Valerii and
              Horatii; houses friendly to the commons. Hence I should be inclined not to date these
              poems, in the form under which we know their contents, before the restoration of the
              city after the Gallic disaster at the earliest. This is also indicated by the
              consulting the Pythian oracle. The story of the symbolical instruction sent by the
              last King to his son to get rid of the principal men of Gabii, is a Greek tale in
              Herodotus: so likewise we find the stratagem of Zopyrus repeated</foreign>
          </quote> (dal figlio di Tarquinio a Gabii): (anche la storia di Muz. Scev. è greca, cosa
          non notata dall’autore neppure a suo luogo, e da me osservata altrove; e greche sono
          quelle tante raccolte da Plutarco nel libro da me citato altrove in tal proposito) <quote>
            <foreign lang="eng">we must therefore suppose some knowledge of Greek legends, though
              not necessarily of Herodotus himself</foreign>
          </quote>. (5-8. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4359. <bibl>
            <author>Niebuhr</author> (loc. cit. p. 4431. fin.) sezione intitolata <title lang="eng"
              >The Beginning of the Republic and the Treaty with Carthage</title>, not. 1078. p.
            456-7</bibl>. <quote>
            <foreign lang="eng">This play (the <title>Brutus</title> of L. Attius) was a</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">praetextata</foreign>, <foreign lang="eng">the noblest
              among the three kinds of the Roman national drama; all which assuredly, and not merely
              the Atellana, might be represented by well-born Romans without risking their
              franchise. <pb ed="aut" n="4459"/> The praetextata merely bore an analogy to a
              tragedy: it exhibited the deeds of Roman Kings and generals (Diomedes III. p. 487.
              Putsch.); and hence it is self-evident, that at least it wanted the unity of time of
              the Greek tragedy; that it was a history, like Shakspeare’s. I have referred above (p.
              431.) to a dialogue between the King (Tarquinio superbo) and his dream-interpreters in
              the</foreign>
            <title lang="lat">Brutus</title>
          </quote> (<bibl>dialogo citato da <author>Cic.</author>
            <title>de Divinat.</title> I. 22.</bibl>), <quote>
            <foreign lang="eng">the scene of which must have lain before Ardea: the establishment of
              the new government</foreign>
          </quote> (del governo repubblicano a Roma), <quote>
            <foreign lang="eng">which must have been the occasion of the speech</foreign>, <foreign
              lang="lat" rend="italic">qui recte consulat, consul siet</foreign>
          </quote> (nel <title>Brutus</title>: parlata citata da Varrone de L. L. IV. 14. p. 24.), <quote>
            <foreign lang="eng">occurs at Rome: so that the unity of place is just as little
              observed. <title>The Destruction of Miletus</title> by Phrynichus and <title>the
                Persians</title> of Aeschylus were plays that drew forth all the manly feelings of
              bleeding or exulting hearts, and not tragedies: for the latter the Greeks, before the
              Alexandrian age, took their plots solely out of mythical story. It was essential that
              their contents should be known beforehand: the stories of Hamlet and Macbeth were
              unknown to the spectators: at present parts of them might be moulded into tragedies
              like the Greek; if a Sophocles were to rise up</foreign>
          </quote>. (8. Feb. Domenica. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Albino, antico autore, <bibl>ap. <author>Macrob.</author> II. 16</bibl>. <quote>
            <foreign lang="lat">Stultum <hi rend="italic">sese</hi> brutumque <hi rend="italic"
                >faciebat</hi>
            </foreign>
          </quote>. (Bruto l’antico). <emph>Si faceva</emph>, cioè <emph>si fingeva</emph>.
          Vecchissimo italianismo del latino. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> ec. (8. Feb. Domenica. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Storie o storielle trasportate da una nazione a un’altra. Vedi la pag. precedente,
          lin.10-17. (8. Feb. Domenica. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4460"/> Affatto greco è l’uso che noi abbiamo di parecchi aggettivi neutri
          in significato di sostantivi astratti: <emph>lo scarso</emph> (<foreign lang="grc">τὸ
            σπάνιον</foreign>) per <emph>la scarsità, il caro</emph> per <emph>la carestia</emph> o
            <emph>la carezza</emph>, e simili. Uso tutto italiano, cioè non comune, che io mi
          ricordi, alle lingue sorelle; nè potuto derivare dal latino, al quale, pel difetto che ha
          di articoli, sarebbe mal conveniente. (11. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Svariato</emph> per <emph>vario</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gnaivus per Gnaeus. Vedi la pag. 4454. lin.4. — Achivus p. Achaeus (<foreign lang="grc"
            >ἀχαῖος</foreign>) è certamente da un <foreign lang="grc">Ἀχεῖος</foreign>, come Argivus
          da <foreign lang="grc">Ἀργεῖος</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sinizesi. Dittonghi ec. Elisione dell’<emph>m</emph> finale in latino. Vedi la pag. 4454.
          lin.17. segg. V. p. 4465.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli antichissimi scrivevano <emph>fut, fusse</emph> per <foreign lang="lat" rend="italic"
            >fuit, fuisse</foreign>. Vedi la pag. 4454. lin.20. Quindi anche <foreign lang="lat"
            rend="italic">fussem</foreign> ec. per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fuissem</foreign>. E certamente così anco pronunziavano. Or questa antichissima pronunzia
          si è conservata nell’italiano: <emph>fu</emph> (<emph>fut</emph>. Anche in franc. <foreign
            lang="fre" rend="italic">fut</foreign>) <emph>fusti, fuste, fummo</emph> (<foreign
            lang="lat" rend="italic">fumus</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic"
          >fuimus</foreign>: franc. <foreign lang="fre" rend="italic">fûtes, fûmes</foreign>),
            <emph>fussi</emph> ec. pronunzia de’ nostri antichi scrittori, ed oggi del popolo di più
          parti d’Italia, e del toscano costantemente. (15. Febb. Domenica. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4356. Dionisio d’Alicarnasso (vedi la p. 4451. lin.9.), chiama <emph>inni</emph>
          gli antichi canti epici de’ Romani in lode de’ loro eroi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla stessa pag. lin. ult. Gli antichi poemi epici de’ Romani non consistevano che in
          pezzi, in canti, di argomenti diversi, benchè coincidenti in un solo fino ad un certo
          segno. Così il poema epico antico nazionale tedesco, <title lang="eng">the lay of the
            Niebelungen</title>. Vedi di sopra il pensiero che comincia p. 4450. capoverso ult. e
          specialmente le pagg.4455.4456.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4461"/> Alla p. 4413. E vedi, a tal proposito, particolarmente la pag.
          4356. capoverso 1. Gli antichi canti nazionali e poemi epici de’ Romani, epici per
          l’argomento e la forma, erano in metri lirici. Vedi il pensiero citato nella pag. preced.
          capoverso ult. , e specialmente la p. 4455. e la seguente. Anche il poema della guerra
          punica di Nevio (<foreign lang="lat" rend="italic">libri</foreign> o <foreign lang="lat"
            rend="italic">carmen belli punici</foreign>) era in versi lirici di diverse misure, come
          può vedersi ne’ frammenti di esso poema appresso <bibl>
            <author>Hermann</author>, <title lang="lat">Elementa doctrinae metricae</title>, III. 9.
            31. p. 629. sqq.</bibl> (<bibl>
            <author>Niebuhr</author>, <title>Stor. rom.</title> p. 162. not. 507. p. 176., not.
          535.</bibl>) (16. Febbraio. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nelle razionali speculazioni circa la natura delle cose, è da aver sempre avanti gli
          occhi questo assioma importantissimo: che dal vedere che da certe disposizioni poste dalla
          natura in certi esseri, facilmente e frequentemente (o anche sempre) nascono certe
          qualità; che certe qualità, pur date dalla natura, facilmente e frequentemente ricevono
          certe modificazioni; che certe cause facilmente e spesso producono certi effetti; dal
          vedere, dico, queste cose, non si può dedurre che ciò segua naturalmente; che quelle
          qualità, quelle modificazioni, quegli effetti sieno voluti dalla natura; che la intenzione
          della natura sia stata che essi avessero luogo, allorchè ella pose in quegli esseri quelle
          disposizioni, qualità o cause. Se uno fa una spada e un altro se ne serve a fettare il
          pane, non segue che l’intenzione del fabbricatore fosse che quello strumento fettasse il
          pane, benchè quella spada possa servire, e benchè serva attualmente, a quest’uso. Infiniti
          sono i disordini nel corso delle cose, non solo possibili, ma facilissimi ad accadere;
          moltissimi tanto facili, <pb ed="aut" n="4462"/> che quasi sono certi ed inevitabili:
          nondimeno son disordini manifesti, nè si possono attribuire ad intenzione della natura.
          Per un esempio fra mille: niente è più facile nè più frequente in certe specie di animali,
          che il veder le madri o i padri mangiarsi i propri figliuoli, bersi le proprie uova o
          quelle della compagna. Questo disordine orribile, che fa fremere, tende dirittamente e più
          efficacemente d’ogni altro alla distruzione della specie: è impossibile attribuire ad
          intenzione della natura, la cui tendenza continua alla conservazione delle specie
          esistenti, è una delle cose più certe che di lei si possono affermare, e che in lei
          sembrino manifestarci un’intenzione; attribuirle dico un disordine per cui il produttore
          stesso distrugge il prodotto, il generante il generato. Se la natura procedesse
          intenzionalmente in tal modo, già da gran tempo sarebbe finito il mondo. Da queste
          considerazioni segue, che per quanto il fenomeno dell’incivilimento dell’uomo sia
          possibile ad accadere; per quanto, considerate le disposizioni e le qualità poste in noi
          dalla natura e costituenti l’esser nostro, esso fenomeno possa parer facile, inevitabile;
          per quanto sia comune; noi non abbiamo il diritto di giudicarlo naturale, voluto
          intenzionalmente dalla natura. Grandissimi e vastissimi avvenimenti, fecondi di
          conseguenze sommamente moltiplici, importantissime, possono aver luogo a mal grado, per
          così dire, della natura. (16. Febb. 1829.) V. p. 4467. 4491.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’autore anonimo della vita d’Isocrate pubblicata dal Mustoxidi nella <foreign lang="grc"
            >Συλλογὴ ἑλληνιχῶν ἀνεκδότων</foreign>, Venez. 1816. <foreign lang="grc"
          >τετράδιον</foreign> (quaderno 3); e ristampata dall’Orelli loc. cit. p. 4431., t. 2.
          Lips. 1821. — p. 10. del <foreign lang="grc">τετράδιον</foreign>, ed. Mustox.; p. 5. ed.
          Orell. — <quote>
            <foreign lang="grc">λέγομεν δὲ ἡμεῖς ἀπολογούμενοι, ὅτι μάλιστα μὲν οὐδὲν<pb ed="aut"
                n="4463"/> τοῦτο ποιεῖ </foreign>
          </quote> (e’ non fa nulla, <foreign lang="fre">il ne fait rien</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">εἰ εἶχε μετὰ τὴν τελευτὴν τῆς γυναικὸς ταύτην παλλακίδα (Ἰσοκράτης).
              ἔπειτα λέγομεν, ὅτι κ. τ. λ.</foreign>
          </quote>. L’<bibl>
            <author>Orelli</author>, l. c., p. 523.</bibl> fa questa nota. <quote>
            <foreign lang="grc">ὅτι μάλιστα μὲν οὐδὲν τοῦτο ποιεῖ</foreign> i.e. <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">hoc nullius fere vel perquam exigui momenti est</hi>. ut nos
            dicimus</foreign>: <foreign lang="ger" rend="italic">es macht nichts</foreign>
            <foreign lang="lat">pro</foreign>
            <foreign lang="ger" rend="italic">es hat nichts zu sagen, es hat nicht viel auf
            sich</foreign>
          </quote>. (17. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Meride nell’<title>
            <foreign lang="grc">Ἀττικιστὴς.</foreign>
          </title>. <quote>
            <foreign lang="grc">Γέλοιον, βαρυτόνως, ἀττικῶς. γελοῖον, περισπωμένως,
            ἑλληνικῶς</foreign>
          </quote>. E così sogliono i grammatici antichi, non solo in generale, ma anche ne’ casi
          particolari, distinguere costantemente dall’attico al greco comune, e riconoscere
          l’esistenza del secondo. (17. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Rufino nella version latina dell’<title lang="lat">Enchiridion</title> o <title
            lang="lat">Annulus aureus</title> che porta il nome di Sesto o <bibl>
            <author>Sisto</author>, num. 372. ed. Orell., loc. cit. p. 4431., t. I. p. 266</bibl>. <quote>
            <foreign lang="lat">
              <hi rend="italic">Quod fieri necesse est, voluntarie</hi>
              <hi rend="sc">sacrificato</hi>
            </foreign>
          </quote>. Nè il Forcell. nè il Du Cange non hanno esempio di <emph>sacrificare</emph>,
            <foreign lang="lat" rend="italic">sacrificium</foreign> ec. in questo senso metaforico,
          sì comune nelle lingue figlie, specialmente nel francese. (17. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>S. Nilo vesc. e mart. <quote>
            <foreign lang="grc">Κεφάλαια ἢ παραινέσεις</foreign>
            <foreign lang="lat" rend="italic">Capita seu praeceptiones sententiosae</foreign>
          </quote>, <bibl>num.199., ed. Orell. ib. p. 346</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">Λύχνῳ πρὸς τὰς πράξεις τῷ συνειδότι</foreign> (<foreign lang="lat"
              >conscientia</foreign>) <foreign lang="grc">κέχρησο· τοῦτο γὰρ σοι ποίας</foreign>
          </quote> (per <foreign lang="grc">τινὰς</foreign>
          <emph>quali-quali</emph>: italianismo) <quote>
            <foreign lang="grc">μὲν ἐν βίῳ ἀγαθὰς</foreign>
          </quote> (scil. <foreign lang="grc">πράξεις</foreign>), <quote>
            <foreign lang="grc">ποίας δὲ πονηρὰς ὑποδείχνυσιν</foreign>
          </quote>. (17. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il medesimo ap. <bibl>Io. Damasc. <title>Parallel. Sacr.</title>, Opp. ed. Lequien. t. 2.
            p. 419.</bibl> et <bibl>ap. <author>Orell.</author> ib. p. 362. lin.6.</bibl>
          <foreign lang="grc">σαρκίον</foreign> per <foreign lang="grc">σάρκα</foreign>,
          <emph>carne</emph>, cioè <emph>corpo</emph> (<foreign lang="grc">σωμάτιον</foreign>,
          all’uso stoico.) (17. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4464"/>
          <bibl>
            <author>Lysis</author> in <title>Epistola ad Hipparchum</title> p. 52. edit. Epistolarum
            Socratis et Socraticorum, Pythagorae et Pythagoreorum, Io. Conr. Orellii, Lips.
          1815</bibl>. <quote>
            <foreign lang="grc">Ὅσιον κἀμὲ μνᾶσθαι τοῦ τήνου (Πυθαγόρου) θείων καὶ σεμνῶν
              παραγγελμάτων, μηδὲ κοινὰ ποιῆσθαι τὰ σοφίας ἀγαθὰ τοῖς οὐδ' ὄναρ</foreign>
          </quote> (<emph>nemmen per sogno</emph> per <emph>in niun modo, niente affatto</emph>) <quote>
            <foreign lang="grc">τὰν ψυχὰν κεκαθαρμένοις</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Orell.</author> ib. p. 600.</bibl>) (18. Febbr. 1829.). V. p. 4470.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4165. Così Callimaco, <quote>
            <foreign lang="grc">οὕτω καὶ σύ γ' ἰών</foreign>
          </quote>, nel noto epigramma sopra il tor moglie di condizione pari, verso ult. Vedilo nell’<bibl>
            <author>Orelli</author> ib. p. 176.</bibl> e le note a quel luogo, <bibl>ib. p.
          555.</bibl>, e del Menag. ad Laert. ec., e nelle opp. di Callimaco. Il luogo di Teone
          citato nel pensiero a cui questo si riferisce, conferma la lezione <foreign lang="grc">σύ
            γ' ἰών</foreign> per <foreign lang="grc">σύ Δίων</foreign>, ed è qui assai notabile e
          prezioso. — Così noi diciamo anche <emph>andamenti, procedimenti</emph>, per
          <emph>azioni</emph>, o per <emph>modi di operare, di governarsi</emph>. ec. (18. Febbr.
          1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gratari — gratulari. Trembler (tremulare).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4431. Tucidide, nel proemio, chiama gli storici <quote>
            <foreign lang="grc">λογογράφους.</foreign>
          </quote>. <foreign lang="grc">Λογογραφέω</foreign> è usato per <emph>iscrivere istoria,
            narrare, raccontare</emph>; <foreign lang="grc">λογογραφία</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">historiae scriptio</foreign>; <quote>
            <foreign lang="grc">ἡ λογογραφικὴ</foreign>
          </quote> da Eustazio per <emph>prosa</emph>, <foreign lang="lat" rend="italic">soluta
            oratio</foreign>; ed anche <foreign lang="grc">λογογράφος</foreign> si dice
          semplicemente per <emph>prosatore</emph>. <quote>
            <foreign lang="grc">Λογοποιὸς</foreign>
          </quote> per <emph>istorico</emph> da Senofonte. <foreign lang="grc">Συγγράφω</foreign>
          pur si dice particolarmente per <foreign lang="grc">διηγεῖσθαι</foreign>, cioè ne’
          significati qui sopra detti di <foreign lang="grc">λογογραφέω</foreign>. Isocrate
          nell’epilogo del <title>
            <foreign lang="grc">πρὸς Νικοκλέα</foreign>
          </title>, distingue espressamente <quote>
            <foreign lang="grc">τὰ ποιήματα</foreign>
          </quote> e <quote>
            <foreign lang="grc">τὰ συγγράμματα</foreign>
          </quote> (<quote>
            <foreign lang="grc">τὰ συμβουλεύοντα καὶ τῶν ποιημάτων καὶ τῶν συγγραμμάτων</foreign>
          </quote> ec.); ed Ammonio de Diff. Vocab. definisce il <foreign lang="grc"
          >σύγγραμμα</foreign> così: <quote>
            <foreign lang="grc">ὁ δίχα μέτρου λόγος, ὁ προσαγορευόμενος πεζός</foreign>
          </quote>. Appunto come se <foreign lang="grc">τὰ ποιήματα</foreign> non fossero <foreign
            lang="grc">συγγεγραμμένα</foreign>, cioè scritti; o come se <foreign lang="grc"
            >συγγράφειν</foreign> non valesse <pb ed="aut" n="4465"/> anche, come vale,
          semplicemente <emph>scrivere, conscribere</emph>. <foreign lang="grc">Συγγραφεὺς</foreign>
          per <emph>istorico</emph> passim: <quote>
            <foreign lang="grc">ποιηταὶ καὶ συγγραφεῖς</foreign>
          </quote>
          <emph>poeti e scrittori</emph>, cioè <emph>prosatori</emph>, passim, e in <bibl>
            <author>Laerz.</author> VI. 30.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="grc">συγγραφὴ</foreign>
          </quote> per <emph>istoria, narrazione, opera</emph> o <emph>composizione istorica</emph>,
          ap. Pausan. (<quote>
            <foreign lang="grc">μέγα οὐδὲν ἐς συγγραφὴν παρεχομένη (πόλις)</foreign>
          </quote>) e specialmente Arriano (<bibl>
            <author>Alexand.</author> praef. 5. <foreign lang="grc">συγγραφὴ</foreign>: 12. 7. IV.
            10. 2. V. 4. 4. V. 6. 12. VI. 16. 7. VII. 30. 7. Indic. 19. 8. <foreign lang="grc"
              >ξυγγραφὴ</foreign>
          </bibl>). <foreign lang="grc">Καταλογάδην</foreign>
          <emph>prosa oratione, prosaice</emph>. Plutar. <quote>
            <foreign lang="grc">Καὶ τῶν ἐμμέτρων ποιημάτων, καὶ τῶν καταλογάδην
            συγγραμμάτων</foreign>
          </quote> Isocr. nell’esord. o <foreign lang="grc">προοίμιον</foreign> dell’<title>ad
            Nicocl.</title>. (Scapula, Tusano, Budeo: i quali non citano Arriano; e il solo Tusano
          Ammonio, ad altro oggetto, e non riporta le parole.) (19. Febbr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4440. (la quale, del resto, è anch’essa d’imaginazione, come ho detto altrove,
          ec.) (19. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">φόρτος-φορτίον</foreign>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tardivo (ital.) — tardío (spagnuolo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Segnalato, señalado, signalé, per degno di essere segnalato, cioè notato; notevole.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4460. <quote>
            <foreign lang="eng">In the epitaph of L. Cornelius Scipio Barbatus, <hi rend="italic"
                >Lucanaa</hi> — The doubling the vowel belongs to the Oscan and old Latin: in the
              Julian inscription of Bovillae we find <hi rend="italic">leege</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Niebuhr</author>, sezione intitolata <title lang="eng">The Sabines and
              Sabellians</title>, not. 248. p. 72-3.</bibl> (24. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4442. <foreign lang="spa" rend="italic">Verano</foreign> spagn. non è altro che
            <foreign lang="lat" rend="italic">vernum</foreign>: <foreign lang="lat" rend="italic"
            >verno</foreign> per <foreign lang="lat" rend="italic">verno tempore</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">vere</foreign> è assai frequente anche nel buon latino
          (Forcell.). Secondo l’<bibl>
            <author>Amati</author>, nel <title>Giornale arcad.</title> tom. 39., 3.<hi rend="apice"
              >zo</hi> del 1828, p. 240.</bibl>
          <quote>
            <emph>l’appellazione di</emph>
            <emph rend="sc">preivernum</emph>
            <emph>o</emph>
            <emph rend="sc">privernum</emph>
          </quote> (oggi <emph>Piperno</emph>, antica città de’ Volsci), <quote>
            <emph>tiensi per gli uomini più istruiti di fabbrica latina; da</emph>
            <emph rend="sc">preimum</emph>, <emph>o</emph>
            <emph rend="sc">primum</emph>, <emph>e</emph>
            <emph rend="sc">vernum</emph>, <emph>sottinteso</emph>
            <emph rend="sc">tempus</emph>: <emph>essendo la posizione del paese, in monti aprici e
              non molto elevati, <pb ed="aut" n="4466"/> attissima ad anticipata primavera</emph>
          </quote>. (24. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Primavera</emph>, cioè <foreign lang="lat" rend="italic">primum ver</foreign> o
            <foreign lang="lat" rend="italic">vernum</foreign>, pel semplice <foreign lang="lat"
            rend="italic">ver</foreign>. Anche questo è d’antichissimo uso latino. Vedi il pensiero
          precedente, e il <bibl>
            <author>Forcell.</author> in <foreign lang="lat" rend="italic">Ver</foreign>.</bibl>
          (24. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4437. Ben sono frequentissimi gli esempi di tal genere, non solo quanto a voci,
          inflessioni e simili, non proprie della lingua scritta, e solamente volgari, ma quanto a
          sintassi e dicitura affatto sgrammaticata, anzi strana, nelle iscrizioni di gente
          popolare, sì greche, e sì massimamente latine; come è fra le mille, quella ritrovata in
          Ostia, e pubblicata ultimamente dall’<bibl>
            <author>Amati</author>. <title>Giorn. arcad.</title> t. 39., 3.<hi rend="apice">zo</hi>
            del 1828., p. 234</bibl>. <quote rend="block">
            <lg type="non-definito" lang="lat">
              <l>Hic iam nunc situs est quondam praestantius ille</l>
              <l>Omnibus in terris fama vitaque probatus</l>
              <l>Hic fuit ad superos felix quo non felicior alter</l>
              <l>Aut fuit aut vixit simplex bonus atque beatus</l>
              <l>Nunquam tristis erat laetus gaudebat ubique</l>
              <l>Nec senibus similis mortem cupiebat obire</l>
              <l>Set timuit mortem nec se mori posse putabat</l>
              <l>Hunc coniunx posuit terrae et sua tristia flevit</l>
              <l>Volnera quae sic sit caro biduata marito.</l>
            </lg>
          </quote> Vivo specchio del dir di Democrito, e di quel che, secondo ogni verisimiglianza,
          furono le prime prose greche. E quell’altra, edita dal med. <bibl>ib. p. 236-7</bibl>. <quote>
            <foreign lang="lat">Dis manibus Meviae Sophes C. Maenius (sic) Cimber coniugi
              sanctissimae et conservatrici desiderio spiritus mei quae vixit mecum an. XIX. menses
              III. dies XIII. quod vixi cum ea sine querella nam nunc queror aput manes eius et
              flagito Ditem aut et me reddite coniugi meae quae mecum vixit tan concorde <pb
                ed="aut" n="4467"/> ad fatalem diem. Mevia Sophe impetra si quae sunt manes
            ni</foreign>
          </quote> (cioè <emph>ne</emph>) <quote>
            <foreign lang="lat">tam scelestum discidium experiscar diutius. Hospes ita post obitum
              sit tibe terra levis ut tu hic nihil laeseris aut si quis laeserit nec superis
              comprobetur nec inferi recipiant et sit ei terra gravis</foreign>
          </quote>. (24. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4354. Probabilissimamente nella primitiva e vera scrittura, nella quale le vocali
          oggi dette lunghe, erano veramente doppie, cioè 2 vocali brevi, in tali casi si scriveva
          omettendo la 2.<hi rend="apice">da</hi> breve: p. es. in vece d’<foreign lang="grc">ἐγὼ
            ἀρξάμενος</foreign> si scriveva <foreign lang="grc">ἐγο ἀρξ</foreign> ovvero <foreign
            lang="grc">ἐγο' ἀρξ</foreign>, giacchè la scrittura ordinaria di <foreign lang="grc"
          >ἐγὼ</foreign> era <foreign lang="grc">ἐγοὸ</foreign> di <foreign lang="grc">ἤδη
          ἐέδεε</foreign> ec. In somma le vocali ora dette lunghe, eran veri dittonghi, due suoni
          brevi; l’uno de’ quali si poteva elidere ec. (25. Febbr. 1829.). V. p. 4469.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4403. <bibl>
            <author>Senofonte</author> nell’<title>Anabasi</title>, al principio dei libri 2. 3. 4.
            5. 7.</bibl>, riepiloga brevissimamente <emph>tutto</emph> il narrato prima, e dice:
          queste cose <quote>
            <foreign lang="grc">ἐν τῷ πρόσθεν</foreign>
          </quote> (lib.2 <foreign lang="grc">ἔμπροσθεν</foreign>) <quote>
            <foreign lang="grc">λόγῳ δεδήλωται</foreign>
          </quote>, cioè, non già nel <emph>libro precedente</emph>, il quale non contiene
            <emph>tutta</emph> quella narrazione ch’egli dice ed epiloga (e la divisione
          dell’Anabasi in libri forse è più recente di Senofonte), ma nella <emph>parte precedente
            di questa istoria</emph>, appunto come è usato <foreign lang="grc">λόγος</foreign> da
          Erodoto. Il Leunclavio male traduce, <bibl>lib. 2. e 3.</bibl>
          <quote>
            <emph>superiore libro</emph>
          </quote>, men male <bibl>lib. 4.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">superioribus commentariis</foreign>
          </quote>, bene <bibl>lib. 5.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">hactenus hoc commentario</foreign>
          </quote>, e <bibl>lib. 7.</bibl>
          <quote>
            <emph>superiore commentario</emph>
          </quote>. Il <bibl>lib. 6.</bibl> comincia ex abrupto come il primo, e senza epilogo, nè
          proemio di sorta. (25. Feb. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4462. E già le destinazioni, le cause finali della natura, in molte anco di
          quelle cose in cui è manifesta la volontà intenzionale di essa natura come loro autrice, o
          non si possono indovinare, o sono (se pur veramente vi sono) affatto diverse e lontane da
          quelle che parrebbono dover essere. Per un esempio <pb ed="aut" n="4468"/> a che servono
          in tante specie d’animali quegli organi che i naturalisti chiamano <emph>rudimenti</emph>,
          organi imperfetti, incoati solamente, ed insufficienti all’uso dell’animale; in certe
          specie di serpenti due, in altri quattro piedicelli, che non servono a camminare, anzi non
          toccano nè pur terra, benchè sieno accompagnati da tutto l’apparato per camminare, cioè
          pelvi, scapule, clavicole, e simili cose? in certe specie di uccelli, ale che non servono
          per volare? e così discorrendo. Il sig. Hauch, professore di storia naturale in Danimarca,
          in una sua dissertazione "Degli organi imperfetti che si osservano in alcuni animali,
          della loro destinazione nella natura, e della loro utilità riguardo la storia naturale",
          composta in italiano, e pubblicata in Napoli 1827. (<bibl>
            <title>Giorn. arcad.</title> t. 38., 2.do del 1828. p. 76-81.</bibl>), crede che
          siffatti organi servano di nesso tra i diversi ordini di animali (p. e. quei piedicelli,
          tra i serpenti e le lucerte), di scalino o grado intermedio, per evitare il salto; e che
          essi sieno quasi abbozzi con cui la natura si provi e si eserciti per poi fare simili
          organi più sviluppati e perfetti di mano in mano in altri ordini vicini di animali. Non so
          quanto quest’oggetto, questa causa finale, possa parere utile, e degna della natura e
          della cosa. V. p. 4472. Ma ricevuta tale ipotesi (ch’è l’argomento e lo scopo di quel
          libro), vedesi quanto le cause finali della natura sarebbero in tali casi lontane da ogni
          apparenza, e da tutto il nostro modo di pensare. Giacchè chi di noi non tiene per evidente
          che i piedi <emph>sono fatti</emph> per camminare? (come l’occhio per vedere). E pure quei
          piedicelli con tutto il loro apparato da camminare, non sarebbero fatti per camminare, nè
          poco nè punto; ma per un tutt’altro fine. E in fatti non camminano; perchè vi sono
          insufficienti. E quelle ali non volano, benchè per altro <emph>perfettamente
          organizzate</emph> (Hauch: il quale nota ancora che in alcuni di quegli uccelli <pb
            ed="aut" n="4469"/> esse non bastano nè anche nè servono punto a bilanciarli ed aiutare
          il corso, come si dice di quelle dello struzzo): <foreign lang="eng" rend="italic">and so
            on</foreign>. (26. Feb. giovedì grasso. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per un Discorso sopra lo stato attuale della letteratura ec. — Togliere dagli studi,
          togliere dal mondo civile la letteratura amena, è come toglier dall’anno la primavera,
          dalla vita la gioventù. (6. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Τῷ Βίωνι</foreign>
          </quote> (Boristenita, filosofo) <quote>
            <foreign lang="grc">δοκεῖ μὴ δυνατὸν εἶναι τοῖς πολλοῖς ἀρέσκειν, εἰ μὴ πλακοῦντα
              γενόμενον ἢ Θάσιον</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Dio Chrys.</author> Orat. 66. <title lang="lat">de gloria</title>. p. 612. ed.
            Reisk</bibl>. Bione diceva: non è possibile piacere ai più, se tu non divieni un
          pasticcio o un vin dolce. (8. Marzo. Domenica. 1829.). Può servire al Galateo morale, o al
          Macchiavellismo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4245. Di questi <foreign lang="grc">ἔρανοι</foreign> discorre (mi pare) di
          proposito, e può vedersi, il <bibl>
            <author>Coray</author>, <title lang="fre">Notes sur les Caractères de
            Théophraste</title>
          </bibl>. (8. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sinizesi. <bibl>V. <author>Forcell.</author> ec. in <foreign lang="lat" rend="italic"
              >Suavis</foreign> e simili voci.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Sperno <hi rend="italic">is</hi> — aspernor <hi rend="italic"
            >aris</hi>
          </foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Contemtus, despectus, neglectus</foreign> ec. per <foreign lang="lat"
            >contemnendus, contemnibilis</foreign> ec. E così in italiano francese e spagnuolo. —
            <foreign lang="lat">Scitus, scite, scitulus, scitule</foreign> ec. saputo, saputello ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4467. E così i dittonghi. I quali altresì, quando eran fatti brevi, si doveano
          scrivere senza l’ultima vocale: <foreign lang="grc">οὔ το' ἀπόβλητ' ἐστὶ</foreign>, per
            <foreign lang="grc">οὔ τοι</foreign>, come oggi si scrive. E similmente nel mezzo delle
          parole, i dittonghi e le vocali dette lunghe, quando eran fatte brevi, doveano scriversi
          semplici: <foreign lang="grc">ο</foreign> per <foreign lang="grc">ω, οι</foreign> ec.;
            <foreign lang="grc">ε</foreign> per <foreign lang="grc">η, ει</foreign> ec. ec. (8.
          Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4430. Similmente quei tanti motti che sotto nome di Diogene cinico si trovano nel
          Laerzio, e nello Stobeo, Antonio e Massimo, ed altri, raccolti dall’<bibl>
            <author>Orelli</author>, loc. cit. p. 4431., t. 2. Lips. 1821.</bibl>; moltissimi de’
          quali si trovano attribuiti in altri luoghi ad altri diversissimi personaggi; mostrano che
          a Diogene si riferivano popolarmente <pb ed="aut" n="4470"/> tutti i detti mordaci, arguti
          ec. non solo morali o filosofici, ma qualunque. (8. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il luogo del <bibl>
            <author>Laerz.</author> ap. l’<author>Orelli</author>, loc. cit. nel pensiero preced.,
            p. 84. num.111.</bibl> da nessuno inteso, e peggio dal Kuhnio (la cui spiegazione è data
          per ottima dall’<bibl>
            <author>Orelli</author>, ib. p. 585-6.</bibl> dove chiama questo luogo <quote>
            <emph>difficilissimo</emph>
          </quote>), secondo il quale (<bibl>v. l’<author>Orelli</author> p. 586.</bibl>) avremmo
          dei galli <foreign lang="grc">πίπτοντας ἐπὶ στόμα</foreign>
          <emph>caduti boccone</emph>, cioè sul becco, cosa finora non mai veduta; a me par
          chiarissimo, e contiene una satira contro i medici (dei quali Esculapio è il dio), che
            <emph>finiscono di ammazzare chi cade malato</emph>. Quel <foreign lang="grc"
          >πλήκτης</foreign> non era gallo, ma uomo, un lottatore, non reale, ma figurato,
          probabilmente in cera, secondo l’uso degli antichi, specialmente poveri, in tali <foreign
            lang="grc">ἀναθήμασι</foreign>. V. un luogo analogo, e confermante questa spiegazione,
            <bibl>ib. p. 102. n.216.</bibl>; e la nota, p. 595.: anche questo luogo spetta a
          Diogene. Il gallo promesso da Socrate ad Esculapio, è venuto in mente al Kuhnio in questo
          proposito assai male a proposito, e l’ha indotto nell’errore. (9. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4464. Filone giudeo ha un luogo simile (<foreign lang="grc">οὐδ' ὄναρ</foreign>)
            <bibl>ap. <author>Orell.</author> ib. t. 2. p. 116. num. 269</bibl>. Del resto, v. il
          Forcell. ec. (9. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4437. fin. Non per ignoranza nè per negligenza, ma volutamente e a bello studio,
          si accostò a quel dir perplesso ec. a quella maniera democritea, anzi senz’ordine o regola
          alcuna di frase, e ciò esageratamente e fuor di misura, l’autore di quelle cinque <foreign
            lang="grc">Διαλέξεις</foreign> (<bibl>
            <author>Orell.</author>
            <title lang="lat">Dissertationes</title>, <author>Fabric.</author>
            <title lang="lat">Disputationes</title>
          </bibl>) in dialetto dorico, d’argomento morale, che si trovano appiè di parecchi mss.
          delle opp. di Sesto Empirico, e che furon pubblicate da E. Stefano, dal Gale, dal
          Fabricio, e ultimamente da Gio. Corrado Orelli (loc. cit. nella pag. qui dietro, fin.): il
          quale autore, certo non molto antico, ma che intese di farsi creder tale, volle usare quel
          modo per contraffare anche in questo l’antichità. (10. Marzo. 1829.). V. p. 4479.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4471"/> Se gli scrittori conoscessero personalmente a uno a uno i lor
          futuri lettori, è credibile che non si prenderebbero troppa pena di proccurarsi la loro
          stima scrivendo accuratamente, nè forse pure scriverebbero. Il considerarli
          coll’immaginazione confusamente e tutti insieme, è quello che, presentandoli loro sotto il
          collettivo e <emph>indefinito</emph> nome e idea di <emph>pubblico</emph>, rende
          desiderabile o valutabile la loro lode o stima ec. (10. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4426. Notano quelli che hanno molto viaggiato (Vieusseux parlando meco), che per
          loro una causa di piacere viaggiando, è questa: che, avendo veduto molti luoghi,
          facilmente quelli per cui si abbattono a passare di mano in mano, ne richiamano loro alla
          mente degli altri già veduti innanzi, e questa reminiscenza per se e semplicemente li
          diletta. (E così li diletta poi, per la stessa causa, l’osservare i luoghi, passeggiando
          ec., dove fissano il loro soggiorno.) Così accade: un luogo ci riesce romantico e
          sentimentale, non per se, che non ha nulla di ciò, ma perchè ci desta la memoria di un
          altro luogo da noi conosciuto, nel quale poi se noi ci troveremo attualmente, non ci
          riescirà (nè mai ci riuscì) punto romantico nè sentimentale. (10. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4365. Certo, siccome la letteratura e le scienze greche, la filosofia ec.,
          passando in Italia, furono causa che moltissime parole greche, appartenenti a tali rami,
          acquistassero cittadinanza latina, e di là sien divenute proprietà delle lingue moderne,
          non solo scritte, ma eziandio parlate; così anche la religione cristiana: e non dico delle
          voci tecniche della teologia, ma di tante altre voci proprie del cristianesimo
          traspiantate nel latino, e di là passate nelle lingue moderne (anche non figlie della
          latina), e in esse volgarissime d’uso, tanto che molte di loro sono sfiguratissime (o di
          forma o di significato) e appena lasciano scorgere la loro etimologia: come (in italiano)
          chiesa, clero, chierico, prete, canonico, vescovo, papa, battesimo, battezzare, cresima,
          eucaristia, catechismo, parroco, parrocchia, epifania, pentecoste, elemosina (limosina,
          limosinare ec.), accidia ec. (10. Marzo. 1829.), angelo, arcangelo, demonio, diavolo, <pb
            ed="aut" n="4472"/> patriarca, profeta, profezia, apostolo, martire, martirio, martìre,
          martoro, martoriare ec., cattolico, eretico, eresia (resia ec.), evangelo (vangelo),
          monaco, monastico, monasterio, eremo (ermo ec. eremita, romito, romitorio, ec.) anacoreta,
          mistero (trasportato anche ad ogni sorta di cose ignote, e fuor della religione), ec.
          Molte anche tradotte, come <foreign lang="grc">κατανύσσω, κατάνυξις</foreign>, <foreign
            lang="lat" rend="italic">compungo, compunctio</foreign>, prese nel senso morale;
            <foreign lang="grc">πειρασμὸς</foreign>
          <foreign lang="lat" rend="italic">tentatio</foreign>; ed altre tali infinite, non pur
          voci, ma frasi e frasario <emph>della scrittura</emph> (gran fonte di grecismo al basso
          latino e alle lingue moderne) o de’ padri greci, passate nelle nostre lingue, e coll’andar
          del tempo applicate anco a sensi ed usi affatto profani<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>
              <emph>Prossimo</emph> (<foreign lang="grc">ὁ πλησίον, ὁ πέλας</foreign>) p.
                <emph>simile</emph> ec., viene anche dal greco p. mezzo del Cristianes., quantunq.
              il Forc. abbia qualcosa di simile in autori pagani.</p>
          </note>. (12. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4468. Tale osservazione potrà parere soddisfacente come spiegazione del fenomeno,
          non del fine di esso. (12. Marzo.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἐς ἴσον τῷ</foreign>
          </quote> frammento di Archita, o sotto nome di <bibl>
            <author>Archita</author>, ap. <author>Orelli</author>, l. c. p. 4469. fine, p. 248. lin.
            13.</bibl> — <foreign lang="fre" rend="italic">à l’égal de</foreign>. La Bruyère, e
          contemporanei — locuzione avverbiale, in senso di <foreign lang="lat" rend="italic">aeque
            ac</foreign>. (12. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Galateo morale. <quote>
            <foreign lang="fre">Il y a des ménagements que l’esprit même et l’usage du monde
              n’apprennent pas, et, sans manquer à la plus parfaite politesse, on blesse souvent le
              coeur</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Corinne</author>, liv. 3. ch. I. 5.<hi rend="apice">me</hi> éd. Paris 1812. t.
            I. p. 92</bibl>. <quote>
            <foreign lang="fre">Les Anglais sont les hommes du monde qui ont le plus de discrétion
              et de ménagement dans tout ce qui tient aux affections véritables</foreign>
          </quote>. <bibl>liv. 6. chap. 4. t. I. p. 281</bibl>. (13. Marzo. 2.<hi rend="apice"
          >do</hi> Venerdì. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Mille piacer non vagliono un tormento</emph>. Or come può un piacere valer mille
          tormenti? e pure così è la vita. (14. Marzo. 1829.). Questo verso racchiude una sentenza
          capitale contro la vita umana, e contro chi consente a vivere, cioè tutti i viventi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi latini. <foreign lang="lat" rend="italic">Nix</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">κέραμος-κεράμιον</foreign>
          </quote>. <bibl>V. <author>Orelli</author>, loc. cit. qui sopra, p. 279. fine</bibl>, il
          qual luogo, come si dice nelle note, è copiato da Aristotele.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4473"/>
          <foreign lang="grc">εὐθέως</foreign> o <foreign lang="grc">εὐθὺς</foreign>, come <foreign
            lang="spa" rend="italic">luego</foreign>, per dunque, però, iccirco, conseguentemente,
          necessariamente <bibl>V. <author>Orelli</author> ib. p. 312. lin.8-9., e la nota p.
          697</bibl>. Luogo notabile. Così, spesso, colla negazione: p. e. <foreign lang="grc">οὐ
            γὰρ εἰ</foreign> ec. <foreign lang="grc">διὰ τοῦτο εὐθὺς καὶ</foreign> ec., ovvero
          omesso il <foreign lang="grc">διὰ τοῦτο</foreign>
          <emph>però</emph>. (23. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">μωκάομαι</foreign>, coi derivati e composti (<bibl>v.
            <author>Scapula</author> in <foreign lang="grc">μῶκος</foreign>
          </bibl>, e <bibl>
            <author>Orell.</author> ib. p. 752. fin.</bibl>) — <foreign lang="fre" rend="italic">se
            moquer</foreign> coi derivati ec. E notisi la forma neutra passiva, ossia reciproca,
          dell’uno e dell’altro verbo ec. (25. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">σκίμπους οδος-σκιμπόδιον</foreign>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">cauneas-cave ne eas</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">tenebrosus-tenebricosus</foreign>. Nel dialetto popolare di Viterbo
          (Patrimon. di S. Pietro), <emph>menicare</emph> e <emph>trenicare</emph>, frequentativi di
            <emph>menare</emph> e <emph>tremare</emph>. (<bibl>
            <author>Orioli</author> nell’<title>Antologia di Firenze</title>.</bibl>)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ἁρμάτιον</foreign>
          </quote> per <foreign lang="grc">ἅρμα</foreign>. <bibl>
            <author>Procop.</author>
            <title>Hist. arcan.</title> p. 31. ed. Alemanni.</bibl> (I Lessici e Gloss. nulla.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Ἔπος</foreign> da <foreign lang="grc">εἰπεῖν</foreign> sembra essere
          stato considerato, e chiamato così, come un grado, un genere medio tra <foreign lang="grc"
            >λόγος</foreign>, da <foreign lang="grc">λέγειν</foreign>, <emph>orazione</emph>, prosa;
          e <foreign lang="grc">μέλος</foreign>. (27. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Ἁφὴ, ἐπαφὴ</foreign>
          </quote>, usati in proposito d’istrumenti musici, <bibl>ap. <author>Orell.</author> ib. p.
            292. lin. 3., p. 302, lin. 13. 18. 23., p. 336. lin. 19.</bibl> — <emph>tocco,
          toccare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">toucher</foreign> ec. nello stesso
          senso.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In generale la forma diminutiva (o disprezzativa o vezzeggiativa ec.) spagnuola in
            <emph>illo</emph>, e <emph>ico, ecillo, ecico, cillo, cico</emph>, e l’italiana in
            <emph>glio</emph> e <emph>chio</emph> (<emph>icchio, ecchio, acchio</emph> ec.), e la
          francese in <emph>il, ill; ail, aill; eil, eill</emph> ec.; sì de’ nomi, che de’ verbi
          (ne’ quali suol esser chiamata frequentativa), non è altro (anche nelle voci di origine
          non latina) che la mera latina in <emph>aculus, iculus, culus, iculare, culare,
          uscul</emph>. ec. contratta prima in <emph>clus, clum, iclus, clare</emph> ec. (27. Marzo.
          1829.). V. p. 4486.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Fama rerum</foreign>. <bibl>
            <author>Tac.</author>
            <title>Vit. Agric.</title> in fine</bibl>. Frase che desta un’idea <pb ed="aut" n="4474"
          /> vastissima, o una moltitudine di idee, e nel modo il più indefinito. Di tali frasi, e,
          in generale, della facoltà di esprimersi in siffatta guisa, abbondano le lingue antiche;
          la latina specialmente, anche più della greca: e quindi è che la prosa latina, per
          l’espressione e il linguaggio (non per le idee, e lo <emph>stile</emph>, come la francese)
          è sovente più poetica del verso, non pur moderno, ma greco; benchè il latino non abbia
          lingua poetica a parte. (28. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monosillabi lat. , opposti alle voci greche corrispondenti. <foreign lang="lat"
            rend="italic">Do</foreign> — <foreign lang="grc">δί-δω-μι</foreign>, dal disusato
            <foreign lang="grc">δόω</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Sufficiente</emph> detto di uomo, <emph>sufficienza</emph> ec. — <foreign lang="grc"
            >ἱκανὸς, ἱκανότης</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4442. <emph>Eremo</emph> sostant. da <foreign lang="grc">ἔρημος</foreign> agg.,
          sottint. <foreign lang="grc">τόπος</foreign>. <emph>Deserto</emph>. <bibl>V.
              <author>Forcell.</author>
          </bibl>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Nulla</foreign> (<foreign lang="lat">res</foreign>) per
            <foreign lang="lat" rend="italic">nihil</foreign>. E per via di tali sottintendimenti,
          infiniti altri aggettivi, non sol di tempo o luogo, ma d’ogni genere, son passati, in ogni
          lingua, ad essere sostantivi, in vece de’ sostantivi originali loro corrispondenti. Del
          resto anche il greco abbonda di tali ellissi negli aggettivi di tempo o luogo. (28. Marzo.
          1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Error grande, non meno che frequentissimo nella vita, credere gli uomini più astuti e più
          cattivi, e le azioni e gli andamenti loro più doppi, di quel che sono. Quasi non minore nè
          meno comune che il suo contrario. (28. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Tanto</emph>, <foreign lang="lat">inquit</foreign>, <foreign lang="lat"
            rend="italic">melius</foreign>. Fedro. — <foreign lang="fre" rend="italic">tant mieux,
            tant pis</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Ce que les intérêts particuliers ont de commun (nella società) est
              si peu de chose, qu’il ne balancera jamais ce qu’ils ont d’opposé</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Rousseau</author>, <title>Pensées</title>, Amsterdam 1786. 1.<hi rend="apice"
            >re</hi> part. p. 23</bibl>. (28. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">On n’a de prise sur les passions, que par les passions; c’est par
              leur empire qu’il faut combattre leur tyrannie, et <hi rend="italic">c’est toujours de
                la nature elle-même qu’il faut tirer les instrumens propres à la régler</hi>
            </foreign>
          </quote>. <bibl>ib. p. 46.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Strascicare</emph> e <emph>strascinare</emph>, sono certamente frequentativi
          corrotti da <foreign lang="lat" rend="italic">trahere</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4475"/> Alla p. 4446. Verissima osservazione, siccome l’altra analoga, p.
          4459., sopra i drammi. Ma tali memorie, leggende e canti, non possono trovarsi se non in
          popoli che abbiano attualmente una vita e un interesse nazionale; dico vita e interesse
          che risieda veramente nel popolo: e però non possono trovarsi se non che in istati
          democratici, o in istati di monarchie popolari o semipopolari, (come le antiche e del
          medio evo), o in istati di lotta nazionale con gente forestiera odiata popolarmente (come,
          al tempo del Cid, degli spagnuoli cogli arabi), o finalmente in istati di tirannie
          combattute al di dentro (come nella Grecia moderna, e in più provincie ed epoche della
          Grecia antica e sue colonie). Ma nello stato in cui le nazioni d’Europa sono ridotte dalla
          fine del 18.<hi rend="apice">o</hi> secolo, stato di tranquilla monarchia assoluta, i
          popoli (fuorchè il greco) non hanno potuto nè possono avere di tali tradizioni e poesie.
          Le nazioni non hanno eroi; se ne avessero, questi non interesserebbero il popolo; e gli
          antichi che si avevano, sono stati dimenticati da’ popoli, da che questi, divenendo
          stranieri alla cosa pubblica, sono anche divenuti stranieri alla propria storia. Se però
          si può chiamare lor propria una storia che non è di popolo ma di principi. In fatti
          nessuna rimembranza eroica, nessuna affezione, perfetta ignoranza della storia nazionale,
          sì antica, sì ancora recentissima, ne’ popoli della moderna Europa. In siffatti stati, gli
          eroi delle leggende popolari non sono altri che Santi o innamorati: argomenti, al più, di
          novelle, non di poemi o canti eroici, nè di tragedie eroiche.</p>
        <p>Quindi apparisce che il poema epico, anzi ancora il dramma nazionale eroico, di qualunque
          sorta, e sia classico o romantico, è quasi impossibile alle letterature moderne. Il vizio
          notato da Niebuhr nell’Eneide, è comune alle moderne epopee, al Goffredo particolarmente.
          Meglio, per questo capo, i Lusiadi; i cui fatti anco, benchè recentissimi, abbondavano di
          poetico popolare, per la gran lontananza, ch’equivale <pb ed="aut" n="4476"/>
          all’antichità, massime trattandosi di regioni oscure, e diversisime dalle nostrali. Meglio
          ancora l’Enriade, il cui protagonista vivea nella memoria del popolo, non veramente come
          eroe, ma come principe popolare.</p>
        <p>Oltracciò quelle tradizioni di cui parla Niebuhr, dubito che possano aver luogo se non in
          tempi di civiltà men che mezzana (come gli omerici, quei de’ romani sotto i re, de’ bardi,
          il medio evo); nei quali hanno credito i racconti maravigliosi che corrono dell’antichità,
          e il moderno diviene antico in poco tempo. Ma in giorni di civiltà provetta, come quei di
          Virgilio e i nostri, l’antico, per lo contrario, divien come moderno; ed anche tra il
          popolo non corrono altre leggende che quelle che narransi ai fanciulli, gli uomini non ne
          hanno più, non pur dell’eroiche, ma di sorta alcuna; e non v’hanno luogo altre poesie
          fondate in narrative popolari, se non del genere del Malmantile. (29. Mar. 1829.).</p>
        <p>Da queste osservazioni risulterebbe che dei 3 generi principali di poesia, il solo che
          veramente resti ai moderni, fosse il lirico; (e forse il fatto e l’esperienza de’ poeti
          moderni lo proverebbe); genere, siccome primo di tempo, così eterno ed universale, cioè
          proprio dell’uomo perpetuamente in ogni tempo ed in ogni luogo, come la poesia; la quale
          consistè da principio in questo genere solo, e la cui essenza sta sempre principalmente in
          esso genere, che quasi si confonde con lei, ed è il più veramente poetico di tutte le
          poesie, le quali non sono poesie se non in quanto son liriche. (29. Marzo 1829.). — Ed
          anco <pb ed="aut" n="4477"/> in questa circostanza di non aver poesia se non lirica, l’età
          nostra si riavvicina alla primitiva. — Del resto quel che della poesia epica e drammatica,
          è anche della storia. Che importerebbe, che impressione, che effetto farebbe al popolo di
          Milano, di Firenze o di Roma, se oggi un nuovo Erodoto venisse a leggergli la storia
          d’Italia? (30. Mar.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4418. Anche qui, come in tante altre cose della nostra vita, <emph>i mezzi
            vagliono più che i fini</emph>. (29. Mar. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La felicità si può onninamente definire e far consistere nella contentezza del proprio
          stato: perchè qualunque massimo grado di ben essere, del quale il vivente non fosse
          soddisfatto, non sarebbe felicità, nè vero <emph>ben</emph> essere; e viceversa qualunque
          minimo grado di bene, del quale il vivente fosse pago, sarebbe uno stato perfettamente
          conveniente alla sua natura, e felice. Ora la contentezza del proprio modo di essere è
          incompatibile coll’amor proprio, come ho dimostrato; perchè il vivente si desidera sempre
          per necessità un esser migliore, un maggior grado di bene. Ecco come la felicità è
          impossibile in natura, e per natura sua. (30. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4366. Quindi l’aridità, il nessun interesse, la noia delle novelle, narrazioni,
          poesie allegoriche, come il Mondo morale del Gozzi, la Tavola di Cebete ec. Non parlo
          delle personificazioni ed enti allegorici introdotti come macchine in poemi, come
          nell’Enriade: perchè a quelli il poeta mostra di credere veramente, come farebbe ad altri
          enti favolosi e fittizi, umani o soprumani ec. (30. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Piombato, plombé (del color del piombo), per plumbeo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dépiter, se dépiter.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre" rend="italic">Vouloir</foreign> per <emph>potere</emph> e per
            <emph>dovere</emph>. <bibl>v. <author>Alberti</author> in <foreign lang="fre"
              rend="italic">vouloir</foreign> fine.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Errori popolari degli antichi. — Parlerò di quegli errori che furono, o si può creder che
          fossero, propri de’ volgari, e di quella sorta di persone <pb ed="aut" n="4478"/> che in
          tutte le nazioni vanno considerate come appartenenti al volgo; non già di quegli errori
          che il popolo ebbe comuni coi saggi; molto meno di quelli che furono proprii de’ saggi;
          materia che sarebbe infinita. Gli errori de’ saggi, antichi e moderni, sono innumerabili.
          Il popolo ha pochi errori, perchè poche cognizioni, con poca presunzion di conoscere.
          Oltre che la natura, voglio dir la ragione semplice, vergine e incolta, giudica
          spessissime volte più rettamente che la sapienza, cioè la ragione coltivata e
          addottrinata. E però non è raro che le genti del volgo e i fanciulli abbiano di molte cose
          opinioni migliori o più ragionevoli che i sapienti; e non è temerario il dire che,
          generalmente, nelle materie speculative e in tutte le cose il conoscimento delle quali non
          dipende da osservazione e da esperienza materiale, i filosofi antichi errassero dalla
          verità, o dalla somiglianza del vero, meno che i filosofi moderni: se non in quanto i
          moderni, quando scientemente e quando senza avvedersene, sono tornati in queste cose
          all’antico. (31. Marzo. 1829.).</p>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">On ne s’égare point parce qu’on ne sait pas, mais parce qu’on croit
              savoir</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Rousseau</author>, <title>pensées</title>, II. 219. V. p. 4502.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il dogma dell’invidia degli Dei verso gli uomini, celebrato in Omero, e soprattutto in
          Erodoto e suoi contemporanei, sembra essere di origine orientale, o divulgato
          principalmente in oriente. Poichè esso tiene alla dottrina del principio cattivo, ed a
          quelle idee che rappresentavano le divinità come malefiche e terribili; dottrina e idee
          aliene dalla religione della Grecia a’ tempi omerici ed erodotei, come ho osservato
          altrove. Ed esso è l’origine de’ sacrifizi, e delle penitenze, sì comuni in oriente, quasi
          ignote in Grecia. L’atto di Policrate samio (ap. Erodoto) che getta in mare il suo anello
          per proccurare a se medesimo una sventura, non è che una penitenza. (31. Marzo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4479"/> Scherzava sul poetar suo in questa forma: diceva ch’egli seguia
          Cristofaro Colombo, suo cittadino; ch’egli volea trovar nuovo mondo, o affogare.
          Chiabrera, Vita sua. Questo motto pare oggi una smargiassata, e ci fa ridere. Che grande
          ardire, che gran novità nel poetar del Chiabrera. Un poco d’imitazione di Pindaro, in
          luogo dell’imitazione del Petrarca seguita allora da tutti i così detti lirici. E pur
          tant’è: a que’ tempi questa novità pareva somma, arditissima, facea grand’effetto. Oggi
          par poco, e basta appena a far impressione poetica tutta la novità e l’ardire che è nel
          Fausto o nel Manfredo. — Può servire a un Discorso sul romanticismo. (1. Aprile. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’imaginazione ha un tal potere sull’uomo (dice <bibl>
            <author>Villemain</author>, <title>Cours de littérature française</title>, Paris 1828.
            nell’Antolog. N.97. p. 125.</bibl> in proposito del generale entusiasmo destato dai
          canti ossianici al lor comparire, ed anco al presente), i suoi piaceri gli sono così
          necessari, che, anche in mezzo allo scetticismo di una società invecchiata, egli è pronto
          ad abbandonarvisi ogni volta che gli sono offerti con qualche aria di novità. — Verissimo.
          Il successo delle poesie di Lord Byron, del Werther, del Genio del Cristianesimo, di Paolo
          e Virginia, Ossian ec., ne sono altri esempi. E quindi si vede che quello che si suol
          dire, che la poesia non è fatta per questo secolo, è vero piuttosto in quanto agli autori
          che ai lettori. (1. Aprile. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4470. Pur quelle <foreign lang="grc">διαλέξεις</foreign>, così imposture come
          sono, le quali quantunque non antichissime, pur sono certamente antiche (l’Orelli, al
          quale però io non consento, nelle note, p. 633, le crede anteriori a Pirrone e agli
          Scettici; e nella pref. del vol. , scritta dopo le note, p. X. le stima poco posteriori al
          filosofo Crisippo, <pb ed="aut" n="4480"/> anzi, p. XI. sospetta che sieno più antiche di
          Crisippo e dello stesso Platone; benchè le riconosca indubitatamente per imposture nelle
          note, e per opera di un sofista nella pref.: e il Visconti, Mus. Pio-Clem. t. 3. p. 97.
          ed. Mil., nelle note all’imagine di Sesto Cheronese filosofo del tempo degli Antonini, le
          fa <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">pluribus seculis antiquiores</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Orell.</author>
          </bibl>), di esso Sesto), possono ben servire a darci un’idea dell’antichissima prosa
          greca, a noi necessariamente sì poco nota; poichè quell’impostore, per mentir l’antichità,
          giudicò servirsi di un linguaggio di quella forma. Nei frammenti, sì morali e politici, e
          sì matematici e fisici, che portano il nome di Archita pitagorico (i quali io non so se
          sieno di Archita (<bibl>
            <author>Orell.</author> pref. p. XI.</bibl>), nè di quale Archita (<bibl>ib. p.
          672.</bibl>); ma in parecchi di loro credo veder caratteri e segni certi di molta
          antichità), l’arte dello esprimere i pensieri in prosa, si vede non più bambina; non però
          adulta; ma quasi ancora fanciulla: un aggirarsi, un confondersi spesso, uno stentare (un
          sudare in) a darsi ad intendere, a disporre e congiungere insieme gl’incisi e i periodi.
          (2. Aprile. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Stentato, stentatamente ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4438. E che altro che una diascheuasi era quella onde o libri interi, o passi e
          frammenti d’autori greci, dal dialetto in che erano scritti originalmente, venivano
          ridotti al parlar greco comune, e talora anche a qualche altro dialetto? (<bibl>
            <author>Orelli</author>, ib. t. 2. p. 720. fin.</bibl>) cosa frequentissima. Così il
          moderno editore del libro <title>
            <foreign lang="grc">περὶ τῆς τοῦ παντὸς φύσεως</foreign>
          </title> che porta il nome di Ocello lucano, Rudolph (Rudolphus), crede quel libro <quote>
            <foreign lang="lat" rend="italic">e dorica dialecto in communem conversum</foreign>
          </quote> (<bibl>
            <author>Orell.</author> ib. p. 670. fin. p. 671. lin. 9.</bibl>): e in fatti, che che
          sia dell’autenticità, certo assai sospetta, di quel libro (<bibl>
            <author>Orell.</author> ib.</bibl>
          <bibl>
            <author>Niebuhr</author>
            <title>Stor. roman.</title>
          </bibl> ec.), la quale il Rudolph si sforza di sostenere contro il Meiners (che la
          combatte in <title lang="ger">Geschichte der Wissenschaften in Griechenland und
          Rom</title>), certo è che, mentre il libro si legge ora in lingua comune, se ne trovano
          ap. Stob. (colla citazione del titolo di esso libro) alcuni passi in dialetto dorico. (<quote>
            <foreign lang="lat">Libellus</foreign>
            <title>
              <foreign lang="grc">περὶ τοῦ παντὸς φύσιος</foreign>
            </title>
            <foreign lang="lat">etiamnum exstat integer: quanquam non Dorica dialecto qualis primum
              scriptus ab Ocello fuerat, ut ex fragmentis a Stob. servatis perspicue apparet: sed a
              Grammatico aliquo <hi rend="italic">ut facilius a lectoribus intelligeretur</hi>, in</foreign>
            <foreign lang="grc">κοινὴν</foreign>
            <foreign lang="lat">dialectum transfusus... Loca ex hoc Ocelli libro</foreign>
          </quote> ap. <bibl>
            <author>Stob.</author>
            <title>Eclog. phys.</title> p. 44.45. (lib. I c. 24., ed. Canter.)</bibl>. Vide et p.
          59. — <bibl>
            <author>Fabric.</author>
            <title>B. G.</title> t. 1. p. 510. seq.</bibl>) (2. Aprile. 1829.). Così nei florilegi
          di Stobeo, d’Antonio e di Massimo, e in questi ultimi due specialmente, molti frammenti di
          diversi autori, sono mutati dall’ionico, o da altro de’ dialetti greci, nel dir comune. (<bibl>
            <author>Orell.</author> ib. p. 729. <pb ed="aut" n="4481"/> num. 6., e t. 1. p. 114.
            lin. 26., p. 515. lin. 14-16.</bibl>, ec.) (2. Aprile. 1829. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Odio verso i nostri simili. Galateo morale. Umanità degli antichi. — Da che viene quel
          fenomeno sì incontrastabile, sì universale senza eccezione; che è impossibile essere
          spettatori di un piacer vivo, provato da altri (non solo uomini, anche animali), massime
          non partecipandone, senza sperimentare un irresistibile senso di pena, di rabbia, di
          disgusto, di stomaco? — piaceri sì morali, sì fisici. — piaceri venerei, insoffribili a
          vedere in altri, sì uomini, sì anche animali: insoffribili anche agli animali, sì in quei
          della propria specie, sì in altri. — Perchè sì spiacevole in natura la vista del piacer
          d’altri? — Il Casa nel Galateo prescrive che non si mangi o beva in compagnia o presenza
          altrui con dimostrazione di troppo gran piacere: Cleobulo ap. Laerz., notato da me
          altrove, che non si faccia carezze alla moglie in presenza d’altri. V. p. seg. — In fatto
          di donne generalmente, in fatto di galanteria, la cosa è notissima; insoffribile non solo
          la vista, ma i discorsi, i vanti, di fortune altrui. <quote>
            <foreign lang="fre">Il y a toujours dans les succès d’un homme auprès d’une femme
              quelque chose qui déplaît, même aux meilleurs <pb ed="aut" n="4482"/> amis de cet
              homme</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Corinne</author>, liv. 10. ch. 6., t. 2. p. 161. 5.<hi rend="apice">me</hi>
            édit. Paris 1812.</bibl> — Può servire anco al Galateo morale — e al Trattato de’
          sentimenti umani (3. Apr. 1829.) — e al pensiero sulla monofagia, massime in proposito de’
          servitori ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. preced. (<bibl>V. <author>Orell.</author>
            <title>Opusc. graec. moral.</title> t. 1. p. 138, e le note</bibl>) e ciò è anche oggi
          di creanza universale, e quasi naturale. (3. Apr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dal pensiero precedente apparisce (e l’esperienza lo prova) che vera amicizia
          difficilmente può essere o durare tra giovani, malgrado il candore, l’entusiasmo ec.
          proprio dell’età. E ve ne sono anche altre ragioni. Più facile assai l’amicizia tra un
          giovane e un vecchio o un provetto. — L’odio verso i simili, che essendo di ogni vivente
          verso ogni vivente, è maggiore verso quei della specie, ancor nella specie stessa è tanto
          maggiore, quanto un ti è più simile. — Hanno gli Ebrei in un loro libro di sentenze e
          detti varii (che si dice tradotto di lingua arabica, ma verisimilmente è pur di fattura
          ebraica) (<bibl>
            <author>Orell.</author>
            <title>Opusc. graec. moral.</title> t. 2. Lips. 1821., praef. p. XV.</bibl>), che non so
          qual sapiente, dicendogli uno: io ti sono amico, rispose: che potria fare che non mi fossi
          amico? che non sei nè della mia religione, nè vicino mio, nè parente, nè uno che mi
          mantenga? (sentent. 269. Apophthegm. Ebraeor. et Arabum ed. a Io. Drusio: Franequerae
          1651.) — <quote>
            <foreign lang="lat">Quodam dicente, Amo te, Cur, inquit, me non amares? Non enim es
              ejusdem mecum religionis, nec propinquus meus, nec vicinus, nec ex iis, qui me
            alunt</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Orell.</author> ib. p. 506-7.</bibl> (4. Apr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il più certo modo di celare agli altri i confini del proprio sapere, è di non passarli
          mai. (4. Apr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Moestus</foreign> da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >moereo</foreign> (<foreign lang="lat" rend="italic">moeritus, moesitus,
          moestus</foreign>, come <foreign lang="lat" rend="italic">torreo — tostus, questus,
            quaestus</foreign> ec.) 1. participio in <emph>us</emph> con senso neutro e presente. 2.
          participio aggettivato. 3. non più riconosciuto per participio. Vedi Forcell. ec. (4.
          Apr.). Se non è da <foreign lang="lat" rend="italic">maereor</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4483"/> Alla p. 4437. (dove la sgrammaticatura continua e il balbettare,
          viene dall’esser gli autori forestieri, grecizzanti non greci, o dall’affettare il dir non
          greco, l’imitazione del linguaggio scritturale dei 70 ec.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’imperfetto indicativo pel congiuntivo. Se io sapeva (avessi saputo) questo, non andava
          (non sarei andato) ec. Ch’ogni altra sua voglia Era (sarebbe stata) a me morte, ed a lei
          infamia rea. <bibl>
            <author>Petr.</author>
            <title>Canz. Vergine bella</title>
          </bibl>. Anche il più che perfetto. S’io era ito ec., non mi succedeva ec. E in francese
            <foreign lang="fre" rend="italic">si j’étais</foreign> (s’io fossi) ec. ec. — Pretto
          grecismo. (4. Apr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ebbero anche i greci de’ libri di Mémoires secrets. Tali sono gli <title>Aneddoti</title>
          o <title>Storia Arcana</title> di Procopio, e gli altri mentovati dal Fabric. a questo
          proposito. Vedilo, B. Gr. t. 6. p. 253. sqq. e specialmente p. 255. not. (n.) (4. Apr.
          1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sinizesi. Dittonghi ec. Deesse dissillabo. <bibl>
            <author>Cesare</author> ap. <author>Donat.</author>
            <title>Vit. Terent.</title>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4415. <quote>
            <foreign lang="grc">εἵνεκ' ἀοιδῆς Ἣν νέον ἐν δέλτοισιν ἐμοῖς ἐπὶ γούνασι θῆκα</foreign>.
              <foreign lang="lat">gratia carminis Quod nuper in libellis meis</foreign>
          </quote> (meglio <foreign lang="lat" rend="italic">mea</foreign>, cioè <foreign lang="lat"
            rend="italic">genua</foreign>) <quote>
            <foreign lang="lat">super genua posui</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <title>Batracom.</title> v. 2. 3</bibl>. E la Batracomiomachia è pure una parodia
          omerica. Eschilo fu nel 5.<hi rend="apice">to</hi> sec. av. G. C. , nato circa il 525. (4
          Aprile. 1829.). <quote>
            <foreign lang="grc">Δέλτοι</foreign>
            <foreign lang="lat">pugillares qui forma litterae</foreign>
            <foreign lang="grc">Δ</foreign>
            <foreign lang="lat">plicabantur: postea quivis liber</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Scap.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’interesse nell’epopea, nel dramma, non nasce dal nazionale, ma dal noto, dal familiare.
          Se le cose e le persone antiche e straniere ci sono (come sono in fatti) tuttavia più
          note, più familiari, più ricche di rimembranze che le nazionali e le moderne, anzi se le
          nazionali non ci sono nè familiari nè cognite; la conseguenza è chiara, quanto alla scelta
          dei soggetti, volendo cercare il piacere. I nazionali nostri sono i Greci, i Romani, gli
          Ebrei ec. coi quali siamo convissuti fin da fanciulli. (5. Aprile. Domen. di Passione.
          1829.). Volendo poi mirare all’utile, è un altro affare; ma in tal caso non bisogna
          dimenticare quel detto della Staël (<bibl>
            <author>Corinne</author>, liv. 7. ch. 2</bibl>): <quote>
            <foreign lang="fre">Il (Alfieri) a voulu marcher par la littérature à un but politique:
              ce <pb ed="aut" n="4484"/> but était le plus noble de tous sans doute; mais n’importe,
              rien ne dénature les ouvrages d’imagination comme d’en avoir un</foreign>
          </quote>. (<bibl>5.<hi rend="apice">me</hi> édit. Paris 1812. t. I. p. 317.</bibl>).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Errori popolari degli antichi. Parlerò di questi errori leggermente, come storico, senza
          entrare a filosofare sopra ciascuno di essi e sopra la materia a cui appartengono; cosa
          che mi menerebbe in infinito, e vorrebbe non un Trattatello, ma un gran Trattato. In
          questo secolo, stante la filosofia, e stante la <foreign lang="fre" rend="italic"
          >liaison</foreign> che hanno acquistata tutte le cognizioni tra loro, ogni menomo soggetto
          facilissimamente diviene vastissimo. Tanto più è necessario, volendo pur fare un libro,
          che uno sappia limitarsi, che attenda diligentemente a circoscrivere il proprio argomento,
          sì nell’idea de’ lettori, e sì massimamente nella propria intenzione; e che si faccia un
          dovere di non trapassare i termini stabilitisi. (Chi non sa circoscrivere, non sa fare: il
          circoscrivere è parte dell’abilità negl’ingegni, e più difficile che non pare. Vedi p.
          4450. capoverso 6.) Altrimenti seguirà o che ogni libro sopra ogni tenuissimo argomento
          divenga un’enciclopedia, o più facilmente e più spesso, che un autore, spaventato e
          confuso dalla vastità di ogni soggetto che gli si presenti, dalla moltitudine delle idee
          che gli occorrano sopra ciascuno, si perda d’animo, e non ardisca più mettersi a niuna
          impresa. Il che tanto più facilmente accadrà, quanto la persona avrà più cognizioni e più
          ingegno, cioè quanto più sarà atto a far libri. (6. Aprile. 1829.). — Io non presumo con
          questo libro istruire, solo vorrei dilettare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4485"/> Alla p. 4429. Però io per me, se uno mi chiedesse p. e.: credi tu
          che <foreign lang="grc">ἡμέρα</foreign> abbia a far nulla con <foreign lang="lat"
            rend="italic">dies</foreign>? risponderei: non so... Oh come? che nè pure una lettera
          hanno comune? — Così <foreign lang="lat" rend="italic">dies</foreign> e
          <emph>giorno</emph>, replicherei, non han comune una lettera, e pur questa voce nasce da
          quella. (6. Apr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sinizesi, Dittonghi ec. Le contrazioni e circonflessioni de’ greci, che altro sono che
          sinizesi ec. ec.? (6. Apr. 1829.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Penato per penante. Crus. volg. marchegiano.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">ἴλλος</foreign> — <foreign lang="grc">ὗσΨ ίλλος</foreign>, coi
          derivati ec. V. Scapula ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Seccare, seccatore</emph> ec. <bibl>V. <author>Scapula</author> in <foreign
              lang="grc">Σικχός</foreign>, coi derivati</bibl>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Merlo. merlotto. Scricchiolare, scricchiolata.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Rattenuto</emph> per cauto ec. <emph>Affermi, mal affermi</emph> per fermo, mal
          fermo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Del Saggio sopra l’origine unica delle cifre e lettere di tutti i popoli, per M. De
          Paravey, Paris, 1826., Dissertazioni tre del P. Giacomo Bossi. Torino 1828. St. Reale
          (sic) 8.<hi rend="apice">o</hi> di p. 103. (11. Apr.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Chi ha viaggiato, gode questo vantaggio, che le rimembranze che le sue sensazioni gli
          destano, sono spessissimo di cose lontane, e però tanto più vaghe, suscettibili di fare
          illusione, e poetiche. Chi non si è mai mosso, avrà rimembranze di cose lontane di tempo,
          ma non mai di luogo. Quanto al luogo (che monta pur tanto, che è più assai che nel teatro
          la scena), le sue rimembranze saranno sempre di cose, per così dir, presenti; però tanto
          men vaghe, men capaci d’illusione, men soggette all’immaginazione e men dilettevoli. (11.
          Apr. 1829. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La natura, per necessità della legge di distruzione e riproduzione, e per conservare lo
          stato attuale dell’universo, è essenzialmente regolarmente e perpetuamente persecutrice e
          nemica <pb ed="aut" n="4486"/> mortale di tutti gl’individui d’ogni genere e specie,
          ch’ella dà in luce; e comincia a perseguitarli dal punto medesimo in cui gli ha prodotti.
          Ciò, essendo necessaria conseguenza dell’ordine attuale delle cose, non dà una grande idea
          dell’intelletto di chi è o fu autore di tale ordine. (11. Aprile.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Delle cognizioni enciclopediche degli antichi (massimamente greci), e del loro scrivere
          sopra ogni ramo dello scibile, del che altrove, possono dare un’idea, e sono un esempio,
          anche gli scritti di Cicerone (fra superstiti e perduti) imitatore in ciò, come in tante
          altre cose, de’ greci: il quale a molte delle sue opere (filosofiche, rettoriche ec.) fu
          mosso, non da alcuna ispirazione <foreign lang="grc">ὁρμὴ</foreign> particolare, da
          impulso, da affezione verso quegli argomenti, da trovarsi aver pensato con particolarità
          su di essi, ma dalla sola voglia, dal desiderio (che però la morte o gli affari
          gl’impedirono di soddisfare) di compire il <emph>ciclo</emph> (come Niebuhr chiama quello
          delle opere di Aristotele) de’ suoi scritti sopra ogni dottrina enciclopedica ec. <bibl>V.
            la pref. <title>de Officiis.</title>
          </bibl> (12. Apr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4473. Così i nostri diminutivi o disprezzativi o frequentativi ec. in <emph>accio
            acciare</emph>
          <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Pare che i lat., almeno de’ bassi tempi, usassero come <emph>disprezzativa</emph> la
              forma in Acul.</p>
          </note> — <emph>uccio, ucciare</emph> (succiare — succhiare, per suggere); <emph>azzo,
            azzare</emph> — <emph>uzzo, uzzare</emph>; aglio agliare — uglio ugliare (plebaglia,
            <foreign lang="lat" rend="italic">plebacula</foreign>, germoglio, germogliare ec.).
          Tutti dal lat. <emph>acu — ucu — lus — a — um — lare</emph>; <emph>ulus, ulare</emph>. Gli
          spagn. in <emph>illo, illar</emph> ec. (se non forse pochi) non vengono già dal latino in
            <emph>illus</emph> (<foreign lang="lat">quantillus, tantillus, pusillus, tigillum,
            pulvillus, catilla</foreign>, cioè cagnuola), <emph>illare</emph> (<foreign lang="lat"
            >cantillare</foreign> ec.), nè ci hanno punto che fare. Anche i greci hanno in <foreign
            lang="grc">ιλλος, η, ον</foreign>. Anche i franc. in ache, acher (<foreign lang="fre"
            >s’amouracher</foreign>, amoraculari) ec. V. p. 4496. E in <foreign lang="fre"
            rend="italic">âche</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Frequentativi o diminutivi italiani, verbi e nomi <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>I verbi, tutti della 1a.</p>
          </note>. V. il pensiero precedente e suoi annessi prima e poi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Coccolone, penzolone</emph> ec. ec. (13. Apr.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4487"/>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Oscillo as</foreign>. freq. — Serva ancora per i miei
          pensieri sui verbi latini comincianti in <emph>sus</emph>, essendo da <emph>cillo</emph> e
            <emph>ob</emph>, interposta la <emph>s</emph>. Così <foreign lang="lat" rend="italic"
            >oscillum</foreign> ec. <bibl>V. anche <author>Forc.</author> in <foreign lang="lat"
              rend="italic">obscenus</foreign>; e in <emph>Obs... Os... Sus... Subs</emph>...</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4388. E pure veggiamo che da 3 secoli che la presente ortografia italiana fu a un
          di presso introdotta, la pronunzia de’ parlanti è ancora la stessa: dico in chi parla
          bene, e la cui pronunzia fu voluta con siffatta ortografia rappresentare. Vale a dir che
          un Toscano parla oggidì e legge la nostra lingua com’ella sta nelle buone stampe del sec.
          16., e come la scrivevano allora i corretti scrittori; eccetto gli <emph>h</emph> inutili,
          e non mai pronunziati, ed altre tali particolarità, che non rappresentavano la pronunzia
          neppur d’allora. Del resto, se quel che dice il Foscolo fosse vero, e d’altronde
          l’ortografia dovesse sempre star ferma, e lasciare andar la pronunzia, ne seguirebbe che
          prestissimo la lingua parlata e la scritta sarebbero 2. lingue affatto distinte; e la
          difficoltà dell’imparare a leggere sarebbe enormissima, come è già grande ai francesi
          inglesi ec., e maggiore senza comparazione che agl’italiani e spagnuoli. Non so che
          popolarità saria questa: la popolarità di quando la lingua scritta era latina, e la
          parlata volgare. Fatto sta che non fu ragione, non fu un principio di conservazione di
          stabilità, di etimologia, quel che produsse e mantenne la pessima e falsissima ortografia
          francese inglese ec., ma fu solo l’ignoranza e la mala abilità de’ primi che posero in
          iscrittura i volgari, i quali scrissero la lingua più, per così dire, in latino che in
          inglese ec.; e il non essersi rimediato poi a questo errore in Inghilterra in Francia ec.,
          come si è <pb ed="aut" n="4488"/> fatto in Italia Spagna ec., anzi averlo seguitato. Le
          discrepanze delle nostre prime ortografie che Foscolo cita, non provano che l’inabilità di
          que’ primi a rappresentar la parola e la pronunzia stessa d’allora. (13. Apr.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La vera (e naturale) perfezione dell’ortografia è che 1. ogni segno, come si pronunzia
          nell’alfabeto, così nella lettura sempre; 2. e nell’alfabeto esprima un suono solo. 3. non
          si scriva mai carattere da non pronunziarsi, nè si ometta lettera da pronunziarsi. (13.
          Apr.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4439. Quando io mi sono trovato abitualmente disprezzato e vilipeso dalle
          persone, sempre che mi si dava occasione di qualche sentimento o slancio di entusiasmo, di
          fantasia, o di compassione, appena cominciato in me qualche moto, restava spento.
          Analizzando quel ch’io provava in tali occorrenze, ho trovato, che quel che spegneva in me
          immancabilmente ogni moto, era un’inevitabile occhiata che io allora, confusamente e senza
          neppure accorgermene, dava a me stesso. E che, pur confusamente, io diceva: che fa, che
          importa a me questo (la bella natura, una poesia ch’io leggessi, i mali altrui), che non
          sono nulla, che non esisto al mondo? V. p. 4492. E ciò terminava tutto, e mi rendeva così
          orribilmente apatico com’io sono stato per tanto tempo. Quindi si vede chiaramente che il
          fondamento essenziale e necessario della compassione, anche in apparenza la più pura, la
          più rimota da ogni relazione al proprio stato, passato o presente, e da ogni confronto con
          esso, è sempre il se stesso. E certamente senza il sentimento e la coscienza di un suo
          proprio essere e valere qualche cosa al mondo, è impossibile provar mai compassione; anche
          escluso affatto ogni pensiero o senso di alcuna propria disgrazia speciale, nel qual caso
          la cosa è notata, ma è ben distinta da ciò ch’io dico. E al detto <pb ed="aut" n="4489"/>
          sentimento e coscienza, come a suo fondamento essenziale, la compassione si riferisce
            <emph>dirittamente</emph> sempre; quantunque il compassionante non se n’accorga, e sia
          necessaria un’intima e difficile osservazione per iscoprirlo. Quel che si dice dei deboli,
          che non sono compassionevoli, cade sotto questa mia osservazione, ma essa è più generale,
          e spiega la cosa diversamente Ciò che dico del sentimento di se stesso, e della
          considerazione e stima propria, vale ancora per la speranza: chi nulla spera, non sente, e
          non compatisce; anch’egli dice: che importa a me la vita? Fate qualche atto di
          considerazione a chi si trova spregiato, dategli una speranza; una notizia lieta; poi
          porgetegli un’occasione di sentire, di compatire: ecco ch’egli sentirà e compatirà. Io ho
          provato, e provo queste alternative, e di cause e di effetti, sempre rispondenti questi a
          quelle: alternative attuali, o momentanee; ed alternative abituali e di più mesi, come, da
          città grande passando a stare in questa infelice patria, e viceversa. Il mio carattere, e
          la mia potenza immaginativa e sensitiva, si cangiano affatto l’uno e l’altra in tali
          trasmigrazioni. (Recanati. 14. Aprile. Martedì santo. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Possibilis</foreign> da <foreign lang="lat"
            rend="italic">possitum</foreign>, secondo che ho mostrato altrove della formazione in
            <emph>bilis</emph> dai supini: nuova prova del sup. <foreign lang="lat" rend="italic"
            >situm</foreign> di esse. (14. Aprile.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Lattato</emph> per <emph>latteo</emph>. E simili altri aggettivi di colori.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Lacteolus</foreign> per <foreign lang="lat"
            rend="italic">lacteus</foreign>. aggett. <bibl>V. <author>Forc.</author> in <foreign
              lang="lat" rend="italic">aureolus, argenteolus</foreign>
          </bibl> ec. e negli altri aggettivi di colori.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che l’antico <foreign lang="lat" rend="italic">bito</foreign> sia un continuativo di
            <foreign lang="lat" rend="italic">vio as</foreign>? onde <foreign lang="lat"
            rend="italic">viator, viaticus</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Vinciglio</emph> (<foreign lang="lat">vinculum</foreign>),
          <emph>avvincigliare</emph> (avvinculare, altrimenti <emph>avvinchiare,
          avvinghiare</emph>.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4490"/> Romoreggiare. Pavoneggiare. Atteggiare. Veleggiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il nostro <emph>favorare</emph> par dimostrato nel latino da <foreign lang="lat"
            rend="italic">favorabilis, favorabiliter</foreign>, giusta il detto da me altrove della
          formazione in <emph>bilis</emph> dai supini de’ verbi. E così, da simili prove d’ogni
          genere, note generalmente o non note, altre infinite voci. E certo, che infinite voci
          volgari, anche radici ec., non superstiti nel latino noto, e che noi non sappiamo donde
          derivare, e cerchiamo forse nel settentrione ec., sieno pure e prette latine (latino
          scritto o solamente parlato, voglio dire non letterario), si conferma coll’osservazione
          d’ogni giorno. Borghesi ha trovato nelle lapidi (e dee stare nella nuova edizione del
          Forcell.) la voce <foreign lang="lat" rend="italic">drudus i</foreign>, (17. Aprile.
          Venerdì Santo. 1829.) la cui origine, non che essa medesima, nessuno avrebbe cercato
          nell’ant. latino (18. Apr.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Babil, babiller, babillard ec. Gaspiller, gaspillage ec. Gazouiller ec. Plumasserie,
          plumassier.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Observito as.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Beccare — bezzicare. Piccare — pizzicare. Piovizzicare (marchigiano), e pioviccicare
          (id.). Piluccare — spilluzzicare. Appiccare — appicciare, appiccicare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scioperato, <foreign lang="fre">désoeuvré. Homme répandu</foreign>. (<bibl>
            <author>Rousseau</author>, <title>pensées</title> I. 202.</bibl>). <foreign lang="fre"
            >Dissipé</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Erto</foreign> (erectus), participio aggettivato.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Perdonare</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic">pardonner</foreign>, <foreign
            lang="spa" rend="italic">perdonar</foreign>, voce di forma ed apparenza affatto latina e
          antica: <emph>per</emph>, omnino, penitus, ad extremum, come in pereo, perdo, perimo,
          perdomo, perduro, ec. ec. e <emph>donare</emph> cioè condonare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>I participii in <emph>us</emph> de’ verbi neutri ec. sono comprovati da quelli di forma e
          senso corrispondente, che hanno i medesimi verbi in italiano francese spagnuolo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ci paiono poetichissime, ed amiamo a ripetere, moltissime frasi scritturali, che non
          sappiamo che significhino, anzi che rapporto abbiano quelle voci tra loro, (come
            <emph>l’abominazione della desolazione</emph>, ec. ec.): e ciò per quel vago, e perchè
          appunto non sappiamo precisare a noi stessi, e non intendiamo se non confusissimamente e
          in generalissimo, che cosa si voglian dire. (19. Aprile. Pasqua.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4491"/> Amitié, amistà, amistad — amicitas, nell’ignoto latino. V. Forc.
          Gloss. ec. Così <emph>nimistà</emph> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altra circostanza che muta alternamente il carattere, è il passare da città grande a
          piccola, da città forestiera alla patria, e viceversa. In quelle il carattere è più
          franco, aperto, benevolo; in queste al contrario, per la collisione degl’interessi,
          invidie de’ conoscenti, amor proprio continuamente punto ec. Esperienza mia propria ec.
          Quindi, come per tante altre cagioni (v. il mio Discorso sui costumi presenti
          degl’Italiani) più dabbene generalmente i privati nelle città grandi che ne’ luoghi
          piccoli ec. ec. Pensiero da molto stendersi e spiegarsi. (19. Apr. Pasqua. 1829.). V. p.
          4520.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4462. Neanche per rapporto allo stato sociale sarebbe possibile di credere che
          tutte le qualità degli uomini sieno destinate dalla natura a svilupparsi. Lascio le
          cattive (come noi diciamo) e visibilmente dannose alia società (che sono infinite): neppur
          le buone ed utili. Vedi circa i talenti, <bibl>
            <author>Rousseau</author>, <title>Pensées</title>, part. I. p. 197. fin. ep. 198.
            Amsterd. 1786</bibl>. (19. Apr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Continuo — continovo, coi derivati e gli altri simili. Manuale — manovale, Mantua —
          Mantova.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Altro ostacolo alla durata della fama de’ grandi scrittori, sono gl’imitatori, che
          sembrano favorirla. A forza di sentire le imitazioni, sparisce il concetto, o certo il
          senso, dell’originalità del modello. Il Petrarca, tanto imitato, di cui non v’è frase che
          non si sia mille volte sentita, a leggerlo, pare egli stesso un imitatore: que’ suoi tanti
          pensierini pieni di grazia o d’affetto, quelle tante espressioni racchiudenti un pensiero
          o un sentimento, bellissime ec. che furono suoi propri e nuovi, ora paiono trivialissimi,
          perchè sono in fatti comunissimi. Interviene agl’inventori in letteratura e in cose
          d’immaginazione, come agl’inventori in iscienze e in <pb ed="aut" n="4492"/> filosofia: i
          loro trovati divengono volgari tanto più facilmente e presto, quanto hanno più merito.
          (20. Apr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">L’on n’est heureux qu’avant d’être heureux</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Rousseau</author>, <title>Pensées</title>, I. 204</bibl>. Cioè per la speranza.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">La seule raison n’est point active; elle retient quelquefois,
              rarement elle excite, et jamais elle n’a rien fait de grand</foreign>
          </quote>. <bibl>Ib. 207.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Famulus ec. — familia ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Follico as</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Foetus a um</foreign>, evidente participio senza verbo
          noto. V. Forc. Da <foreign lang="lat" rend="italic">foetus foeto as</foreign>, evidente
          continuativo del verbo originale. <foreign lang="lat" rend="italic">Effoetus</foreign> ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Fabula, fabulor ec. — favella, favellare: diminutivi ec. Prezzolare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il nostro antico <emph>fante</emph> per parlante, e di qui per uomo, co’ suoi diminutivi,
          come <emph>fanciullo</emph> (cioè uomicciuolo) che ancor s’usa, senza conoscerne la forza
          e l’etimologia, <emph>fantoccio</emph> ec. ec. non è egli evidentemente l’antico, e negli
          scritti perduto o disusato, <emph>fans</emph>, da <foreign lang="lat" rend="italic"
          >for</foreign>; di cui anche <foreign lang="lat" rend="italic">in-fans</foreign> fa fede,
          e quasi nello stesso senso? Vedi Forcell. Gloss. ec. e Foscolo sopra l’Odissea di
          Pindemonte (21. Apr.). I marchegiani (gran conservatori del latino) ancor oggi: <emph>un
            lesto fante</emph> ec. in parlar burlesco.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Tympanus</foreign> — timballo, diminut. V. franc. , spagn.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La ricordanza del passato, di uno stato, di un metodo di vita, di un soggiorno qualunque,
          anche noiosissimo, abbandonato, è dolorosa, quando esso è considerato come <emph>passato,
            finito, che non è, non sarà più</emph>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >fait</foreign>. Così o detto altrove del licenziarsi da persone anco indifferenti ec.
          (21. Apr. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Specio-speculor.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4488. Ancora: che ardisco io formar de’ pensieri nobili, che da tutti son tenuto
          per uom da nulla. Il primo fondamento di qualunque o <emph>immaginazione</emph> o
            <emph>sentimento</emph> nobile, grande, sublime (e tali sono i poetici e sentimentali
            <pb ed="aut" n="4493"/> di qualunque natura: anche i dolci, teneri, patetici ec.: tutti
          inalzano l’anima), è il concetto di una propria nobiltà e dignità. Anzi la facoltà e
          l’efficacia di esse immaginazione e sentimento, sì abitualmente e sì attualmente sono in
          proporzione sempre del detto concetto, sì abituale, e sì attuale. Ogni sentimento o
          pensiero poetico <emph>qualunque</emph> è, in qualche modo, sublime. <emph>Poetico</emph>
          non <emph>sublime</emph> non si dà. Il bello, e il sentimento morale di esso, è sempre
          sublime. Ora il concetto di una propria nobiltà, sembra ridicolo, è respinto con dolore,
          come una illusione perduta, quando uno si trova disprezzato, abitualmente o attualmente,
          da quei che lo circondano. Però in questi casi, il provar quella quasi tentazione a
          sentire ec., è penoso, perchè vi rinnuova il pensiero della vostra abiezione. Certo, egli
          è proprietà ed effetto essenziale d’ogni immaginazione e sentimento di natura poetica,
          l’inalzar l’anima: al che si oppone direttamente quello stato di spregio ec., quel
          concetto, quel sentimento di se stessa, che la deprime. (22. Aprile. 1829, Recanati.). V.
          p. 4499.4515.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Indulgenza nelle città grandi verso le persone mediocri in qualunque genere, e verso i
          difetti e ridicoli (pur d’ogni genere) di queste e delle insigni (difetti che si perdonano
          in grazia de’ pregi, ed anche della semplice compagnia che quelle persone fanno) maggiore
          assai che ne’ luoghi piccoli; appunto al contrario di ciò che in questi si crede. ec. ec.
          (23. Aprile).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Affumare, affummare — affumicare. Arsiccio, arsicciare, abbruciacchiare ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pallare-palleggiare. Che <emph>pallare</emph> per quassare, venga da <foreign lang="grc"
            >πάλλω</foreign>?</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pigna, dialetto marchegiano — pignatta, pignatto, pignattino ec. V. la p. 4498. Il
          diminut. <emph>pignatta</emph> dimostra il suo positivo <emph>pigna</emph>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre">Homme</foreign> ec. <foreign lang="fre" rend="italic"
          >distingué</foreign>. <foreign lang="fre">Arrondi</foreign> per <foreign lang="fre"
          >rond</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Agli uomini paghi in buona fede e pieni di se, gli altri uomini sono quasi tutti amabili;
          li veggono volentieri, ed amano la lor compagnia. Perocchè si credono stimati, ammirati,
            <foreign lang="grc">μακαριζομένους</foreign> generalmente dagli altri; chè senza <pb
            ed="aut" n="4494"/> ciò non sarebbero nè pieni nè paghi di se. Ora è naturale che chi è
          creduto ammiratore, sia amabile agli occhi di chi si crede ammirato. Perciò questi tali
          (che parrebbe dovessero essere sommi egoisti) bene spesso sono benevoli, compagnevoli,
          servizievoli molto, buoni amici. Talvolta anche modesti, per la piena e tranquilla
          certezza (la certa e riposata credenza) che hanno del loro merito (o di loro vantaggi
          qualunque, come nobiltà, ricchezza, potenza e simili.) (Rosini). (26. Aprile.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Coraggio propriamente detto non si dà in natura, è una qualità immaginaria e di
          speculazione. Chi nel pericolo non teme, non pensa al pericolo, o abituato a non
          riflettere, o avvezzo a quei tali casi, o distratto da faccende o da altri pensieri in
          quel punto. Chi pensa al pericolo, teme; eccetto se la morte, o quel qualunque danno
          imminente, nell’opinion sua non è male. In tal caso, quel pericolo non è pericolo a’ suoi
          occhi. Ma creder male una cosa, conoscersi in pericolo d’incorrervi, aver presente al
          pensiero il pericolo, e non temere; questo è il vero coraggio; e questo è impossibile alla
          natura. I così detti coraggiosi, rimangono maravigliati quando ne’ pericoli veggono altri
          che temono; e dimandano perchè. Essi non si erano accorti del rischio, o vi avevano fatto
          piccolissima attenzione. V. un tratto di Carlo 12 re di Svezia, assediato in Stralsund,
            <bibl>ap. <author>Voltaire</author>, liv. 8. ed. Londr. 1735. t. 2. p. 160-1</bibl>.
          (26. Aprile. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4495"/>
          <foreign lang="grc">Μακαρίζω, εὐδαμονίζω, μακαριστέος</foreign> ec. Noi non abbiamo che
            <emph>invidiare invidiabile</emph> ec. (e così i francesi porter envie, digne d’envie,
          ec.), voci assai dure e incivili. Più umana, o per dir meglio, più civile in ciò, come in
          tante altre cose, anche la lingua dei Greci. (26. Apr.). <foreign lang="fre" rend="italic"
            >Féliciter</foreign> franc. si accosta talvolta a <foreign lang="grc"
          >μακαρίζειν</foreign>, per metafora, specialmente nel senso reciproco.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ventare, sventare — ventolare, sventolare, ventilare (lat. ventilo), venteggiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pargoleggiare ec. Vanare — vaneggiare. Per <emph>esser vano</emph> v.
          <emph>vaneggiare</emph> anche nel Petr. Tr. del Tempo: E vedrai ’l vaneggiar di questi
          illustri. (26. Apr.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Tinea (noi <emph>tigna</emph>), <foreign lang="fre">teigne</foreign>, intignare ec. —
          tignuola. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre">Gringotter</foreign>. Parlottare. Cantacchiare. Vezzeggiare.
          Bamboleggiare. <foreign lang="fre">Boursiller</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Acutus da acuo, participio aggettivato, e non più riconosciuto per participio. Argutus,
          cioè qui arguit. ; e participio aggettivato. Desolato per solo (uomo o luogo). V. Crus.,
          Forcell.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Parvulus</foreign>, parvolo. pargolo. Pluvia, piova — pioggia.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Pargolo</emph> è diminutivo. Pur è già antiquato, e nella prosa non si usa più che
          il sopraddiminutivo <emph>pargoletto</emph>. Tanta è la tendenza del popolo a diminuire.
          Così in Toscana oggi non odi più <emph>piccolo</emph>, ma <emph>piccino</emph>. (27.
          Apr.). In lat. <foreign lang="lat" rend="italic">pusillus</foreign> per l’antiquato
            <foreign lang="lat" rend="italic">pusus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pina — pinocchio. V. Crus. Innamoracchiare, innamorazzare, amoreggiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gravato per grave. Petr. L’aere gravato e l’importuna nebbia.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ci piace e par bella una pittura di paese, perchè ci richiama una veduta reale; un paese
          reale, perchè ci par da dipingerci, perchè ci richiama le pitture. Il simile di tutte le
            <emph>imitazioni</emph> (pensiero notabile). Così sempre nel presente ci piace e par
          bello solamente il lontano, e tutti i piaceri che chiamerò poetici, consistono in
          percezion di somiglianze e di rapporti, e in rimembranze. (Recanati. 27. Aprile. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="eng">Life. to live</foreign>. E simili innumerabili.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4496"/>
          <foreign lang="fre">Folâtre, folâtrer</foreign>. Folleggiare, pazzeggiare ec. V. Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dives, divitis, divititae ec. — dis, ditis, Dis Ditis, ditare ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Recupero — recipero. V. Forc.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Recisamentum</foreign> par che indichi un
          <emph>recisare</emph>. V. Gloss.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre">Trouble, troubler</foreign> (turbula, turbulare).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Fustigo, remigo, navigo, laevigo, fatigo, litigo</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Remotus, secretus, occultus</foreign>, riposto ec. participii
          aggettivati.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Covaccio — covacciolo (accovacciare ec.). E simili altri in accio-acciolo, acciare —
          acciolare. Così in acchio acchiolo ec. Vedi la p. 4473. capoverso 9, coi pensieri annessi,
          anteriori o posteriori al presente. Notisi che la desinenza in <emph>ulus a um,
          ulare</emph> ec. già era compresa nella forma in <emph>accio, acchio, aglio</emph> ec.
          (come qui in <emph>covaccio</emph>, che è un <foreign lang="lat" rend="italic"
          >cubaculum</foreign>) <emph>acciare</emph> ec.; sicchè nella forma in acciolo, acchiolo,
          acciolare ec. viene ad essere ripetuta.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4486. Anche la forma in <emph>as asse</emph> (crevasse crevasser ec.<note
            resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>Crever, se crever, — crevasser.</p>
          </note>) <emph>asser</emph> (frigo, fricasser <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <p>In <hi rend="italic">trico</hi> as, tricae-tricasserie, tracasser, tracas ec.
              (tricaculae) cuotelas, freddiccio, rossiccio, e simili aggettivi.</p>
          </note>) <emph>ace acer</emph> spesse volte, non è altro che la latina in
          <emph>acul</emph>. .., la nostra in <emph>accio acciare, azzo azzare</emph> ec. Così la
          spagnuola in <emph>azo aza azar</emph>. Minae, minor, minaccia, minacciare, menace ec.,
          amenaza ec. Così fors’anco in <emph>êche, eche</emph>, ec. ec. <emph>esse, isse</emph>,
          ec. <emph>oisse, ousse</emph> ec. <emph>isser</emph> ec.; e in <emph>ezo, izo</emph>
          (granizo) ec. <emph>izar</emph> ec. <emph>acho, echo</emph> ec. <emph>achar</emph> ec.
          Così talvolta la nostra in <emph>asso, assare, esso</emph> ec. Similmente le nostre in
            <emph>olo, olare, olo</emph> (gragnòla) ec. <emph>uolo uolare, icciuolo</emph>, o
            <emph>a-ucciuolo</emph> (filiolus, figliuolo) ec. tutte dal latino <emph>ul</emph>. ..,
          o talvolta <emph>ol</emph>. .. V. p. 4498. — Così la francese analoga in <emph>eul,
          euil</emph> ec. ec. (linceul). Tutte queste forme vengono, dico, dall’unica latina, o che
          questa abbia forza diminut. ec., o che sia semplice desinenza, del che vedi la pag.
          4442-4. — V. ancora il pensiero qui precedente. (30. Apr.). Anche sovente la spagnuola
            <emph>allo allar</emph> — <emph>ullo ullar</emph>; e forse la francese <emph>al <pb
              ed="aut" n="4497"/> alle, aller</emph> — <emph>uller</emph>. Così forse spesso anche
          la nostra in <emph>allo</emph> (timballo per timpano) <emph>allare</emph> — <emph>ullo
            ullare</emph> (culla da cunula, cullare, colla, collare, da chordula, fanciullo (v. la
          p. 4492. capoverso 7.), maciulla, maciullare). Notandum però che anco i latini hanno la
          forma diminutiva ec. in <emph>ill. .., ell. .. oll</emph>. .. (corolla, v. p. 4505.),
            <emph>ull</emph>. .., fors’anche <emph>all</emph>. .., sì in verbi sì in nomi. — Mirabil
          cosa in quante maniere diverse si è corrotta la pronunzia latina, anche dentro una stessa
          nazione; cosa notabile assai nella scienza delle etimologie. E da ciò in gran parte deriva
          la tanta superiorità dell’italiano sul latino in abbondanza e varietà di forme
          frequentative, diminutive ec., superiorità notata da me altrove, parlando de’
          frequentativi latini. — Vedi anche la p. 4490. capoverso 5. (1. Mag.). V. p. 4500.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Piovegginare. Piovigginare. Gergo — jargon. Frego — fregacciolo, sfregacciolo,
          fregacciolare. Impiastrare — impiastricciare. Ram-mentare — di-menticare, s-menticare ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Masticare: da un <foreign lang="lat">mansitum — mastum (pinsitus — pistus)</foreign> di
          mandere, come da <foreign lang="lat">mixtum</foreign> misticare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dello stesso secolo è mancare di poesia, e volere nella poesia sopra ogni cosa l’utile,
          il linguaggio del popolo; bandirne l’eleganza; privarla della maggior parte del bello,
          ch’è la sua essenza; o, contro la propria natura di essa, subordinare il bello (e quindi
          il sublime, il grande ec. V. la p. 4492. fin. e sq.) al vero, o al così detto vero. È
          naturale e conseguente che un secolo impoetico voglia una poesia non poetica, o men
          poetica ch’ei può; anzi una poesia non poesia. (2. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4273. Così gli stranieri, dopo avere snaturata la loro scrittura per voler
          esprimer con essa piuttosto la pronunzia latina che la volgare, abituati poi a questo
          snaturamento, anzi dimenticatolo, e pigliando <pb ed="aut" n="4498"/> per naturale e per
          logico il loro modo di scrivere, vengono a snaturare la pronunzia latina, facendo dal
          latino scritto al pronunziato quella differenza che sono usati e necessitati a fare dalla
          pronunzia alla scrittura de’ loro volgari. (2. Mag. 1829. Recanati.). È naturale e
          conseguente, che chi scrive male la propria lingua, legga male le altre. Massime quelle
          che non gli sono note se non per iscrittura. (2. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4496. Come <foreign lang="lat">parvolus</foreign> per <foreign lang="lat"
            >parvulus</foreign>: e regolarmente dopo vocale, come <foreign lang="lat">lacteolus,
            flammeolus, bracteola, lanceola, Tulliola, filiolus</foreign> ec., e così ne’ verbi. —
          Fors’anche la nostra forma in <emph>atto attare</emph> (attolo attolare), probabilmente da
            <emph>acchio</emph> ec. piuttosto che da <emph>asso</emph>. E quindi anche la
          diminuzione ec. in <emph>etto ettare, otto, utto</emph> ec. ec. E quindi anco la francese
          in <emph>et ette etter eter, ot ote</emph> (barbote) <emph>otte otter oter</emph> ec.
          (becqueter, piquer — picoter.): e la spagnuola in <emph>ito ecito</emph> ec.
          <emph>oto</emph> ec. Certo poi la spagnuola in <emph>ico</emph>
          <emph>ecico</emph> ec. ec. (3. Maggio. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Che <foreign lang="spa" rend="italic">libertar</foreign> sia un <emph>liberatare</emph> o
            <emph>liberitare</emph> (meritare — mertare), è provato anche da <foreign lang="lat"
            rend="italic">libertus</foreign>, participio aggettivato, mera contrazione di <foreign
            lang="lat" rend="italic">liberatus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’assenza di ogni special sentimento di male e di bene, ch’è lo stato più ordinario della
          vita, non è nè indifferente, nè bene, nè piacere, ma dolore e male. Ciò solo, quando
          d’altronde i mali non fossero più che i beni, nè maggiori di essi, basterebbe a piegare
          incomparabilmente la bilancia della vita e della sorte umana dal lato della infelicità.
          Quando l’uomo non ha sentimento di alcun bene o male particolare, sente in generale
          l’infelicità nativa dell’uomo, e questo è quel sentimento che si chiama noia. (4. Maggio.
          1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4499"/> Al detto altrove delle bestie e de’ pazzi, che metton fuori tutte
          le loro forze per ottenere i loro fini, a differenza degli uomini, aggiungi i fanciulli, i
          quali perciò alle volte vincono di vera e viva forza gli uomini fatti ec. (4. Maggio.
          1829. Recanati.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4493. Nessuna dolce e nobile ed alta e forte illusione può stare senza la grande
          illusione dell’amor proprio, l’illusione della stima di se stesso e della speranza.
          Togliete via questa, tutte le altre verranno meno immantinente, e potrete conoscere allora
          che questa era il fondamento e la nutrice, per non dir la radice e la madre di tutte
          l’altre. — Supponete uno nella più profonda estasi di sentimento o di entusiasmo: fategli
          un motto, un gesto solo di spregio, o ch’egli interpreti come tale; o ponete che qualche
          cosa gli richiami alla mente alcun dispregio sofferto altra volta: tutte le illusioni di
          quel punto spariscono come un lampo, l’entusiasmo si spegne, la persona resta di ghiaccio.
          (5. Mag. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Scheda. schedola. V. Crus. Forcell. Viola, lat. ital. ec. — violette, franc.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Vos — os</foreign>, spagn. Pluvia — pluie. Esca —
            <foreign lang="lat">
            <hi rend="italic">v</hi>escor, <hi rend="italic">v</hi>escus</foreign> ec. Vedi Forcell.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre">Homme outré, soumis</foreign>. Sommesso. Rimesso. Rassegnato ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Talus — talon, tallone. Cipolla, cebolla, forse da cepucula o cepulla (v. la p. 4497.
          princip.), diminutivo come tanti altri nomi d’erbe, piante, animali ec. del che altrove.
          Anche in francese ha forma diminutiva oignon: anche ciboule, ciboulette, cive (cepe),
          civette. <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> ec. Ceniza spagn. <note resp="aut" n="a" place="foot">
            <bibl>V. la p. 4496. capoverso 9.</bibl>
          </note>, cinigia (<bibl>v. <author>Alberti</author>
          </bibl>)<note resp="aut" n="a" place="foot">
            <bibl>V. il pensiero seg.</bibl>
          </note>, e noi marchigiani ciniscia, o ceniscia: forse da ciniscula o cinisculus, come
          pulvisculus. (6. Maggio.). V. Forc. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4500"/> Alla p. 4497. Fors’anche talvolta le nostre forme in a-u-gio,
          ggio, cio-are. Corrottamente <emph>scio</emph> ec. Forse talvolta dal lat.
          <emph>ascul</emph>. ... — <emph>uscul</emph>. .. <emph>Cinigia</emph>. V. la p. qui
          dietro, fin. V. p. 4504.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Si la tristesse attendrit l’ame, une profonde affliction
            l’endurcit</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Rousseau</author>, <title>pensées</title>, II. 205.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Le pays des chimeres est en ce monde le seul digne d’être habité, et
              tel est le néant des choses humaines, que hors l’être existant par lui-même, il n’y a
              rien de beau que ce qui n’est pas</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. 206-7.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La stupenda conformità radicale tra i nomi della più parte de’ 10 primi numeri nelle
          lingue le più disparate, sembra provare unità d’invenzione e d’origine de’ nomi numerali,
          e conseguentemente della numerazione. (7. Maggio.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La formazione incoativa de’ verbi, sì bella, e di tanto uso in latino, manca essa pure
          alla lingua greca. (7. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Aisé, agiato, agiatamente ec. per agevole, agibilis. Falcato, quadrato, carré, quadratus
          ec., e simili altri participii aggettivati o aggettivi di forma participale, senza verbo;
          come saranno forse altri dei notati da me in tal proposito esprimenti figura.</p>
        <p>Uomo ec. ordinato. (7. Mag.). Prolongé.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Bacherozzo-bacherozzolo. E simili infiniti in azzo-uzzo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Les anciens politiques parloient sans cesse de moeurs et de vertus;
              les nôtres ne parlent que de commerce et d’argent</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Rousseau</author>, <title>pensées</title>, II. 230.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Plus le corps est foible, plus il commande; plus il est fort, plus
              il obéit</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Rousseau</author>, ib. 223.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Il n’y a point de vrai progrès de raison dans l’éspece humaine,
              parce que tout ce qu’on gagne d’un côté, on le perd de l’autre; que tous les esprits
              partent toujours du même point, et que le temps qu’on <pb ed="aut" n="4501"/> emploie
              à savoir ce que d’autres ont pensé, étant perdu pour apprendre à penser soi même, on a
              plus de lumieres acquises, et moins de vigueur d’esprit. Nos esprits sont comme nos
              bras exercés à tout faire avec des outils, et rien par eux-mêmes</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. 221</bibl>. V. p. 4507.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Machiavellismo di società. <quote>
            <foreign lang="fre">La véritable politesse consiste à marquer de la bienveillance aux
              hommes</foreign>
          </quote>. (ib.222.) Ma con questa non fate che evitare di procurarvi la malvolenza loro.
          Per affezionarveli bisogna la falsa e finta politezza, che consiste in mostrare a tutti
          della stima. Un uso ordinario e mediocre di questa politezza vi fa gli altri benevoli, un
          uso eccellente e più che ordinario ve li fa amanti. Gli uomini si curano assai meno di
          essere benvoluti che stimati, ed hanno più gratitudine e più amore a chi gli stima, che,
          non solamente a chi gli ama, ma a chi li benefica. <quote>
            <foreign lang="fre">On peut résister à tout hors à la bienveillance, et il n’y a pas de
              moyen plus sûr d’acquérir l’affection des autres que de leur donner la
            sienne</foreign>
          </quote>. (ib. 224.) Questo detto è molto più vero, applicato alle dimostrazioni di stima.
          La benevolenza, l’affetto, l’amore stesso, non che sieno sempre corrisposti, spessissimo
          generano noia, nausea, avversione verso l’amante. Gli esempi ne sono frequentissimi, non
          solo tra’ due sessi, ma tra padri e figliuoli, e tra altri parenti, massime di età e di
          generazioni diverse: tra’ quali non è raro trovare amore da una parte, vero odio costante,
          invincibile, dall’altra. Ma non è possibile conservare avversione nè indifferenza,
          resistere, non riconciliarsi, non voler bene a chi <emph>mostra</emph> di stimarci;
          massime se costui (cosa facilisima) ce lo persuade. (8. Maggio.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4502"/> Alla p. 4478. marg. <quote>
            <foreign lang="fre">Pour ne rien donner à l’opinion il ne faut rien donner à l’autorité,
              et la plupart de nos erreurs nous viennent bien moins de nous que des autres</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. 228.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Machiavellismo sociale. <quote>
            <foreign lang="fre">Tout est plein de ces poltrons adroits qui cherchent, comme un dit,
              à tâter leur homme; c’est-à-dire à découvrir quelq’un qui suit encore plus poltron
              qu’eux et aux dépens duquel il puissent se faire valoir</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. 227</bibl>. (Condulmari. Galamini.) Oggi, e in Italia, che tutti sono
          poltroni, qui consiste tutta la società, e la vita sociale, e il mio Machiavellismo. (8.
          Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Je n’ai jamais vu d’homme ayant de la fierté dans l’ame en montrer
              dans son maintien. Cette affectation est bien plus propre aux ames viles et
            vaines</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. 232.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Manuale di filosofia pratica. <quote>
            <foreign lang="fre">Par-tout où l’un substitue l’utile à l’agréable, l’agréable y gagne
              presque toujours</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. 231</bibl>. Serva a que’ miei pensieri ove dico che le occupazioni ec.
          il cui fine è il solo piacere, non danno mai piacere ec. (9. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4418. <quote>
            <foreign lang="fre">L’existence des êtres finis est si pauvre et si bornée, que quand
              nous ne voyons que ce qui est, nous ne sommes jamais émus. Ce sont les chimeres qui
              ornent les objets réels, et si l’imagination n’ajoute un charme à ce qui nous frappe,
              le stérile plaisir qu’on y prend se borne à l’organe, et laisse toujours le coeur
              froid</foreign>
          </quote>. <bibl>ib. 242</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Guardare per aspettare ec. del che altrove. Aguato, agguato, aguatare, agguatare ec. per
          insidiare, vagliono propriamente aspettare al passo, e in proprio senso equivalgono
          all’aguardar spagnuolo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Navita — <foreign lang="lat">nauta; navis — naufragium</foreign> ec.; e simili.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4503"/> Forma diminutiva italiana in <emph>astro</emph>. Pollastro,
          vincastro ec. Disprezzativa. Giovinastro, medicastro, poetastro. ec. Fors’anche
          frequentativa, e in <emph>astrare</emph>. Così in francese: <foreign lang="fre">folâtre,
            folâtrer</foreign> ec. (9. Maggio.). Verdastro, verdâtre per verdigno; e simili.
          Padrastro ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Torreo-tostum-tostar, spagn. Elixus, assus, forse participii; e quindi assare, elixare,
          forse continuativi. <bibl>
            <author>Livio</author> VII. 10.</bibl>
          <quote>
            <foreign lang="lat">linguam exserere</foreign>
          </quote>, laddove l’antico annalista <bibl>
            <author>Quadrigario</author>, ap. <author>Gell.</author> IX. 13.</bibl>, al quale allude
          lo stesso Livio, linguam exsertare: benissimo Quadrigario: e non è frequentativo, ma
          continuativo, perchè, come ho detto altrove, il frequentativo indica il soler fare (a non
          certi intervalli e tempi) una cosa, e il non farla continuamente di séguito e
          ripetutamente in un dato e piccolo spazio di tempo. Così considerati, anche i verbi in
            <emph>ico</emph>, e gli altri che si chiamano frequentativi, oltre quelli in
          <emph>ito</emph>, si vedranno essere più propriamente continuativi. (10. Maggio. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Dal detto altrove sulla poesia di stile, quanta immaginazione richieda ec., apparisce che
          i veramente poeti di stile, sarebbero stati poeti d’invenzione, o per meglio dire,
          d’invenzion di cose, in altri tempi; e ch’essi sono i veri poeti de’ loro secoli. ec. (10.
          Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Per molto che uno abbia letto, è ben difficile che al concepire un pensiero, lo creda
          suo, essendo d’altri; lo attribuisca all’intelletto, all’immaginazione propria, non
          appartenendo che alla memoria. Tali concezioni sono accompagnate da certa sensazione che
          distingue le originali dalle altre; e quel pensiero che porta seco la sensazione, per così
          dire, dell’originalità, verisimilissimamente non sarà stato mai concepito ugualmente da
          alcun altro, e sarà proprio e nuovo; dico, non quanto alla sostanza, ma quanto alla forma,
          che è tutto quel che si può pretendere. Giacchè è noto che la novità della più parte de’
          pensieri <pb ed="aut" n="4504"/> degli autori più originali e pensatori, consiste nella
          forma. (10. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Similis</foreign> — simulare, ec. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Carduus, cardo ital. — chardon franc. , cardone ec. Juillet.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Debolezza amabile al più forte (come la forza al debole, il maschio alla femmina). Su ciò
          è fondata in gran parte la tenerezza naturale de’ genitori verso i figliuoli, la quale
          negli animali finisce affatto colla debolezza di questi. Anche l’amabilità de’ fanciulli
          agli uomini, delle femine ai maschi, degli animaletti piccini e teneri, (uccelli ec.), di
          tutto ciò (anche piante ec.) dove il senso o l’immaginazione percepisce un’idea di
          tenerezza, debolezza, inferiorità di forze ec. Anche la malattia, il pallore; e poi
          l’infelicità ec. ec. e tutto quel ch’è oggetto di compassione, si può ridurre a questo
          capo. La compassione è fonte d’amore ec. ec. V. p. 4519. fine. (11. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Nel secolo passato le scienze si collegarono alle lettere; il secolo ebbe una letteratura
          filosofica (vera letteratura, e veramente propria di esso): nel nostro le hanno ingoiate;
          letteratura del secolo 19.<hi rend="apice">o</hi>, a parlar propriamente, non v’è. Non è
          l’Italia sola che patisca oggi questo difetto di letteratura contemporanea; esso è comune
          a tutte le nazioni colte. Solo la Grecia, ed altri tali paesi ancor mezzo civili, avranno
          forse una letteratura del secolo 19.<hi rend="apice">o</hi>: se l’influenza inevitabile
          delle nazioni convicine non uccide le lettere ancor presso quelli, e prima che si
          maturino. (11. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4500. Calderugio per calderino, diminutivo di carduelis (chardonneret), del che
          altrove. — Raperugiolo — raperino. Fors’anco in <emph>cco-are</emph>. Piluccare, éplucher.
          Badalucco. Balocco. E simili disprezzativi o frequentativi — E in <emph>onzo-are</emph>,
          dal lat. <foreign lang="lat" rend="italic">unculus-are</foreign> (avunculus, homunculus,
          latrunculus). V. p. 4513. Mediconzo-lo (quasi medicunculus), ballonzare, (ballonzìo, volg.
          tosc.) ec. E similmente in oncio-are. Baroncio ec. E in <emph>agno-ugno are</emph>, dal
          lat. <emph>nulus</emph>, o <emph>ngulus</emph>, o <emph>unculus</emph>, o simili.
          Verdognolo, (viridunculus), verdigno, rossigno, vecchigno ec. V. Crus. Ugna — ungula. E
          così in <emph>ñ</emph>... spagnuolo <pb ed="aut" n="4505"/> . E così le forme francesi e
          spagnuole analoghe a ciascuna di queste italiane. — Senza poi contare le desinenze in cui
          l’ul. .. lat. si trasforma nei volgari, e che in questi non hanno nessun valore diminutivo
          disprezzativo ec. ec. Come (oltre alcune forse delle sunnotate) la nostra in <emph>io,
            iare</emph> (unghia, nebbia, bacchio ec. ec.), e in <emph>lo, lare</emph> (isola,
          manipolo, accumulare, tumulo ec. ec.) la francese in ...<emph>le ...ler</emph> (combler,
          comble, accumuler, île, disciple, ridicule, oncle, ongle, fable ec.); la spagn. in
            <emph>lo, lar</emph> (habla, hablar, isla ec. ec.). Dico l’<emph>ul</emph>. .. lat. , o
          che questo sia diminutivo o no, o che il diminutivo latino sia noto o no; come piaggia,
          spiaggia, dall’ignoto <foreign lang="lat" rend="italic">plagula</foreign> per <foreign
            lang="lat" rend="italic">plaga</foreign>, <foreign lang="fre" rend="italic"
          >trembler</foreign> da un <emph>tremulare</emph> ec. Del resto, tutte queste desinenze
          sono notabili per l’osservazione etimologica fatta a p. 4497. lin.5. 7. (11. Mag.). V. p.
          seg.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ala, mala, velum, palus — axilla, maxilla, vexillum, paxillus. Di questi forse diminutivi
          positivati, e loro simili, <bibl>V. <author>Forcell.</author>
          </bibl> in dette voci, e in X littera. Similmente <foreign lang="lat">paucus</foreign> —
            <foreign lang="lat">paulus</foreign>, o <foreign lang="lat">paullus-pauxillus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4497. Contrazione di <foreign lang="lat">coronula</foreign>, come patena —
          patella, catena — <foreign lang="lat">catella, catinum, catinus — catillum,
          catillus</foreign>; e come appunto il nostro culla per cunula. Anche <foreign lang="lat"
            >paullus</foreign> o <foreign lang="lat">paulus a um</foreign>, per <foreign lang="lat"
            >pauculus-pauclus</foreign>, se non è contrazione di <foreign lang="lat"
          >pauxillus</foreign>. V. il pensiero precedente.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Audeo ausum</foreign> — osare, oser ec. Pulso as, detto di porte,
          strumenti ec., è ancora continuativo, al modo spiegato p. 4503. capoverso 2: pello sarebbe
          affatto improprio.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La facoltà di sentire è ugualmente e indifferentemente disposta a sentir piaceri e
          dolori. Or le cose che producono le sensazioni del dolore, sono incomparabilmente più che
          quelle del piacere. Dunque la facoltà di sentire è un male, per lo stato esistente delle
          cose, quando pur nol fosse per se. E quanto essa è <pb ed="aut" n="4506"/> maggiore, nella
          specie o nell’individuo, tanto quella o quello è più infelice: e viceversa. Dunque l’uomo
          è l’ultimo nella scala degli esseri, se i gradi si calcolano dall’infelicità ec. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Becqueter. Picoter. <foreign lang="lat">Pulta</foreign>, lat. polta, ital. — poltiglia.
          V. Forc. ec. Pungere — punzecchiare, marcheg. puncicare. Sputacchio, sputacchiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4505. Fors’anco in <emph>co-are</emph>, e <foreign lang="fre" rend="italic">que
            quer</foreign> franc. (claquer ec.). Anche in <emph>ico icare</emph>, se lungo (perchè
          nelle nostre pronunzia l’<emph>icul</emph>. .. lat. è lungo nell’<emph>i</emph>); massime
          contratto in <emph>icl</emph>. .. ec., come sarebbe in questi casi se breve, è dal lat.
            <foreign lang="lat" rend="italic">ico as</foreign> ec. V. p. 4509.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Parole greche possono esser venute in italiano ne’ bassi tempi, pel commercio e le
          conquiste de’ Veneziani, le Crociate, i Greci del Regno di Napoli e di Sicilia, e simili
          altri mezzi (esse sono, del resto, anteriori molto alla presa di Costantinopoli); ma non
          già le frasi, i costrutti, gl’idiotismi, vere proprietà di lingua, comuni all’italiano e
          al greco, da me spesso notate. (13. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Una cosa, fra l’altre, che rende impossibile agli stranieri il gustar la poesia delle
          lingue sorelle alla loro propria, o affini (come sarebbe l’inglese alle nostre che vengono
          dal latino), si è che il linguaggio poetico di tali idiomi essendo, come il prosaico,
          composto di voci e modi che si ritrovano ancora nelle lingue sorelle, moltisime di tali
          voci e maniere che lo compongono, e che sono poetiche in quel tale idioma, cioè nobili,
          eleganti, pellegrine, e così discorrendo; nell’idioma dello straniero che legge, sono o
          basse, o familiari, o triviali, o prosaiche almeno, spesso ridicole e da beffe; hanno
          significati analoghi ma diversi; richiamano idee alienissime dalla poesia generalmente, o
          dal soggetto in particolare. Ciò è soprattutto notabile fra italiani e spagnuoli (v. la p.
          4422.). (Un qualunque pezzo di poesia spagnuola potria servirmi di esempio chiarissimo).
          Ed è applicabile anco alla prosa elevata, oratoria, storica e simili. (13. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4507"/> Alla p. 4501. Non solo della ragione, ma anche del sapere, della
          dottrina, della erudizione, delle cognizioni umane, si può dubitare se facciano progressi
          reali. Pel moderno si dimentica e si abbandona l’antico. Non voglio già dir l’archeologia,
          ma la storia civile e politica, la letteraria, la notizia degli uomini insigni, la
          bibliologia, la letteratura, le scoperte, le scienze stesse degli antichi. Si apprende, si
          sa quel che sanno i moderni; quel che seppero gli antichi (che forse equivaleva), si
          trascura e s’ignora. Nè voglio dir solo i greci o i latini, ma i nostri de’ secoli
          precedenti, non escluso pure il 18.<hi rend="apice">o</hi>. Guardate i più dotti ed
          eruditi moderni: eccetto alcuni pochi mostri di sapere (come qualche Tedesco) che
          conoscono egualmente l’antico e il moderno, la scienza degli altri enciclopedica, immensa,
          non si stende, per così dire, che nel presente: del passato hanno una notizia sì
          superficiale, che non può servire a nulla. In vece di aumentare il nostro sapere, non
          facciamo che sostituire un sapere a un altro, anco in uno stesso genere (senza che poi uno
          studio prevale in una età a spese degli altri). Ed è cosa naturalissima; il tempo manca:
          cresce lo scibile, lo spazio della vita non cresce, ed esso non ammette <emph>più che
            tanto</emph> di cognizioni. Anche le scienze materiali non so quanto progrediscano, a
          ben considerare la cosa. Bastando appena il tempo a conoscere le innumerabili osservazioni
          che si fanno da’ contemporanei, quanto si può profittare di quelle d’un tempo addietro? I
          materiali non crescono, si cambiano. E quante cose si scuoprono giornalmente, che i nostri
          antenati avevano già scoperte! non vi si pensava più. Ripeto che non parlo solo degli
          antichissimi; anco de’ recenti. Un’occhiata a’ Dizionarii biografici, agli scritti, alle
          osservazioni, alle scoperte, alle istituzioni di uomini ignoti o <pb ed="aut" n="4508"/>
          appena noti, e pur vissuti pochi lustri o poche diecine d’anni sono: si avrà il comento e
          la prova di queste mie considerazioni Gli uomini imparano ogni giorno, ma il genere umano
          dimentica, e non so se altrettanto. (13. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ciondoli, ciondolare ec., dondolare, cinguettare, linguettare, bredouiller, barbouiller,
          barboter, imbrodolare ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Trebbiare (tribulare. V. Forc. Gloss. ec.) — <foreign lang="grc">τρίβειν</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Un mio fratellino, quando la Mamma ricusava di fare a suo modo, diceva: <emph>ah, capito,
            capito; cattiva Mamà</emph>. Gli uomini discorrono e giudicano degli altri nella stessa
          guisa, ma non esprimono il loro discorso così nettamente (<foreign lang="grc"
          >ἁπλῶς</foreign>). (14. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Quanto può l’<emph>autorità</emph> (come in ogni altra passione, p. e. la tristezza, la
          speranza, il timore, così) nel piacere! Dico ne’ piaceri realistici ec. In galanteria:
          donne amate da qualcun altro, famose per bellezza, spirito ec., quantunque a voi
          d’altronde non piacerebbero. In letteratura: se leggete un libro che il pubblico vi dica
          esser bello, classico ec., ci provate incomparabilmente maggior piacere, che se da voi
          stesso dovete avvedervi de’ suoi pregi. Il piacer dell’inaspettato, che si può provare in
          questo secondo caso, non ha nulla di comparabile a quello che nel primo caso ci deriva
          dall’autorità degli altri. Nè trattasi qui di rimembranze, lontananza, antichità
          venerabile, voto di secoli ec.; anche un libro nuovo, uscito pur ora ec. Il credito poi
          dell’autore, benchè vivente, quanto importa al piacere! È classico il detto di La Bruyere:
          è molto più facile il far passare un libro mediocre al favor di una riputazione già fatta,
          che acquistarsi una riputazione con un libro eccellente. Ed io ardisco dire che
            <emph>piace</emph> veramente più a leggere un libro mediocre (nuovo o antico) d’autor
          famoso, che un libro eccellente di scrittore non rinomato. (14. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4509"/> Barbio, barbo (Alberti) — barbeau. Tâtonner, ec., bourdonner.
          Brontolare ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">βροντὴ</foreign> ec. — brontolare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4506. Nutricare però è da nutrico. Mendicare da mendico as ec. Del resto, anche
          le forme in <emph>chio chiare, co care, cio-zo-are</emph>, precedute da consonante
          (mischiare, bufonchiare, ballonchio anche questi, e simili, dal lat. <emph>uncul</emph>.
          .. ec. ec.). E così dicasi delle altre sunnotate forme italiane, ed anche francesi e
          spagnuole, ed anche latine: non solamente precedendo vocale. La forma in
          <emph>onzo</emph>, di cui sopra, è veramente in <emph>onzo</emph> (<emph>onzare</emph>
          ec.), e non solamente in <emph>onzolo</emph> (v. la Crusca in Romitonzolo), ed è corrotta
          da quella in <emph>oncio</emph>, e però, come questa, racchiude tutta intera la forma lat.
          in <emph>unculus</emph>. (Vedi la pag. 4496. capoverso 8. e la p. 4443.) <foreign
            lang="lat" rend="italic">Rapulum</foreign> (cioè piccola rapa, parvum rapum) —
          raperonzo, raperonzolo — raiponce. V. spagn. ec. Raponzolo o ramponzolo; volg. marcheg. e
          Fr. Sacchetti nella <title>Caccia</title>. — <emph>E la forma franc. in ce cer, je jer, ye
            yer</emph> (côtoyer, guerroyer antico, ec.), in <emph>ie ier</emph> ec. <emph>ge,
          ger</emph> (bagage-bagaglio), precedendo consonante o vocale. Raiponce. V. qui sopra. (15.
          Maggio.). Sucer (succiare), della 1.a coniug., mentre sugo is è della 3.<hi rend="apice"
          >a</hi>. E in <emph>bro, brare</emph>, e simili, cangiata la l lat. in r. Sembrare da
          simulare o similare. Assembrare (assembler) assimulare, da simul. Così anche in ispagnuolo
          ec. — E in a-u-io-iare. (16. Mag.). V. p. 4511.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Odio verso i nostri simili. È proprio ancora, ed essenziale a tutti gli animali. Non si
          può tenerne due d’una stessa specie (se non sono di sesso diverso) in una medesima gabbia
          ec., che non si azzuffino continuamente insieme, e che il più forte non ammazzi l’altro, o
          non lo strazi. Uccelli, grilli ec. E v. il detto altrove, degli animali che si specchiano.
          (15. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ballonzare ballonzolare (Alberti.). Buffoneggiare. Bucacchiare. Bucherare.
          Fo-sfo-racchiare. Lampeggiare. Torreggiare. Criailler. Rimailler. Rioter.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Aguzzo — auzzo ec., sciaura, reina, reine franc. ec. magister-maestro ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Manco-mancino, diminut. aggett. Pisello. Fagiuolo. V. lat. franc. spagn. Asio, lat. —
          assiuolo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4510"/> Quel che si dice degli stupendi ordini dell’universo, e come tutto
          è mirabilmente congegnato per conservarsi ec., è come quel che si dice che i semi non si
          depongono, gli animali non nascono, se non in luogo dove si trovi il nutrimento che lor
          conviene, in luogo che loro convenga per vivere. Milioni di semi (animali o vegetabili) si
          posano, milioni di piante o d’animali nascono in luoghi dove non hanno di che nutrirsi,
          non posson vivere. Ma questi periscono ignorati; gli altri, e non so se sieno i più,
          giungono a perfezione, sussistono, e vengono a cognizione nostra. Sicchè quel che vi è di
          vero si è, che i soli animali ec. che si conservino, si maturino, e che <emph>noi
            conosciamo</emph>, sono quelli che capitano in luoghi dove possan vivere ec. Ovvero, che
          gli animali che non capitano, ec. non vivono ec. Questo è il vero, ma questo non vale la
          pena di esser detto. Or così discorrete del sistema della natura, del mondo ec. ap. a poco
          secondo le idee di Stratone da Lampsaco. (16. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Trève-tregua.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Continuato, continuatamente ec. per continuo ec. V. franc. spagn. lat. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="fre">Homme, ne cherche plus l’auteur du mal; cet auteur c’est toi-même.
              Il n’existe point d’autre mal que celui que tu fais ou que tu souffres, et l’un et
              l’autre te vient de toi. Le mal général ne peut être que dans le désordre, et je vois
              dans le système du monde un ordre qui ne se dément point. Le mal particulier n’est que
              dans le sentiment de l’être qui souffre; et ce sentiment, l’homme ne l’a pas reçu de
              la Nature, il se l’est donné. La douleur a peu de prise sur quiconque, ayant peu
              réfléchi, n’a ni souvenir ni prévoyance. Ötez nos funestes progrès, ôtez nos <pb
                ed="aut" n="4511"/> erreurs et nos vices, ôtez l’ouvrage de l’homme, et tout est
              bien</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Rousseau</author>, <title>pensées</title>, II. 200</bibl>. — Anzi appunto
          l’ordine che è nel mondo, e il veder che il male è nell’ordine, che esso ordine non
          potrebbe star senza il male, rende l’esistenza di questo inconcepibile. Animali destinati
          per nutrimento d’altre specie. Invidia ed odio ingenito de’ viventi verso i loro simili:
          v. la p. 4509. capoverso 4. Altri mali anche più gravi ed essenziali da me notati altrove
          nel <emph>sistema</emph> della natura ec. Noi concepiamo più facilmente de’ mali
          accidentali, che regolari e ordinarii. Se nel mondo vi fossero <emph>disordini</emph>, i
          mali sarebbero <emph>straordinarii</emph>, accidentali; noi diremmo: l’opera della natura
          è imperfetta, come son quelle dell’uomo; non diremmo: è cattiva. L’autrice del mondo ci
          apparirebbe una ragione e una potenza <emph>limitata</emph>: niente maraviglia; poichè il
          mondo stesso (dal qual solo, che è l’effetto, noi argomentiamo l’esistenza della causa) è
          limitato in ogni senso. Ma che epiteto dare a quella ragione e potenza che include il male
          nell’ordine, che fonda l’ordine nel male? Il disordine varrebbe assai meglio: esso è
          vario, mutabile; se oggi v’è del male, domani vi potrà esser del bene, esser tutto bene.
          Ma che sperare quando il male è <emph>ordinario</emph>? dico, in un ordine ove il male è
            <emph>essenziale</emph>? (17. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Amaricare, ital. V. Forc. Amareggiare. Armeggiare. Pareggiare. Corteggiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Cumbo is, conservato ne’ suoi composti — cubo as, coi composti ec. Posticipare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4509. fin. Alla forma in <emph>olo, olare</emph> ec. aggiungi in <emph>giolo,
            ggiolo, ccolo, colo</emph>, e specialmente in <emph>ucolo</emph> (carrucola ec.). Anche
            <emph>occo</emph> ec. di cui sopra, è per lo più dal lat. <emph>ucul</emph>. ..
          (anitrocco, anitroccolo, bernoccolo, bernoccoluto ec.) siccome <emph>occhio</emph>
          (ranocchio, ginocchio ec.). V. p. 4513. In franc. <emph>cle, cler, gle, gler</emph> ec. E
          in ispagnuolo ec. — Aggiungi pure in <emph>giuolo, ggiuolo, zuolo</emph> ec. — La forma in
            <emph>ezzo</emph>
          <pb ed="aut" n="4512"/>
          <emph>ezzare</emph> può essere non solo da <emph>ecci</emph>..., ma da
          <emph>eggi</emph>... Careggiare carezzare. V. Crus. in amarezzare, marezzare ec. E così
          l’altre in <emph>zo</emph> ec. Libycus — libyculus — libeccio (Lebesche franc.); corticula
          — corteccia, scortecciare ec.; cangiato l’i lat. in e al solito, e come in tante altre
          diminuzioni (orecchia, pecchia ec., oveja ec. abeille ec. ec.), frequentazioni ec.,
          nominatamente quella in <emph>ecchi</emph>... (e le corrispondenti franc. e spagn.) sì
          abbondante. Così, e secondo il detto a p. 4500. princ. , la nostra forma frequentativa
          ec., sì usitata, in <emph>eggio eggiare</emph> sarebbe pur dalla forma latina. — In tutte
          tali forme, se esse comprendono intera la forma latina, il <emph>lo lare</emph>, se vi si
          trova, è una giunta toscana. — Del resto, per forme ed esempi ec. v. l’indice di questi
          pensieri in <emph>Frequentativi, Diminutivi</emph> ec. (17. Magg.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In una lingua assai ricca, non solo è povera, o limitata, quella di ciascuno scrittore,
          come dico altrove, ma anche quella del popolo, e generalmente la parlata. P. e. l’italiano
          parlato, ancora in Toscana, non è punto più ricco del francese, nominatamente in fatto di
          sinonimi ec. (18. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>A rivederla</emph>: solito saluto de’ Toscani, anche passando, <emph>senza punto
            fermarvi</emph>, o da lungi. Assurdità di queste nostre adulazioni dette complimenti.
          (18. Maggio.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Troppe cure assidue insistenti, troppe dimostrazioni di sollecitudine, di premura, di
          affetto, (come sogliono essere quelle di donne), noiosissime e odiose a chi n’è l’oggetto,
          anche venendo da persone amorosissime. <foreign lang="grc">μία νόννα, ἀδ. μαέστρι, λὰ ζία
            Ἰσαβέλλα κὸν κάρλῳ</foreign>. — Galateo morale. (18. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Pullus</foreign> — pollone; rejet — rejeton; surgeon (surculus).
          Poulet. Poitrine. Vagolare, svagolare (<bibl>v. <author>Alberti</author>
          </bibl>). Guerreggiare, gareggiare, serpeggiare, tratteggiare (<bibl>v.
            <author>Alberti</author>
          </bibl>), pennelleggiare, parteggiare, costeggiare, pompeggiare, pavoneggiare,
          patteggiare, osteggiare, campeggiare, aspreggiare, mareggiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Recondito. Uomo onorato, disonorato; azione disonorata ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Verbi in <emph>to</emph> da nomi femin. in <emph>tas</emph>. <foreign lang="lat"
            >Nobilitas</foreign> — nobilito. Debilito, mobilito.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Morve — morveau. Spia — espion, spione (la Crus. lo crede accrescitivo: male: e <pb
            ed="aut" n="4513"/> così d’altri tali, ec. ec.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Misceo — mixtum</foreign> — mestare, coi composti ec. Aggiungasi al
          detto altrove di meschiare ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Canto as</foreign>, nel Forc., potrà somministrare esempi di uso
          continuativo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il detto intorno ai verbali in <emph>bilis</emph>, dicasi ancora circa quelli in
            <emph>ivus</emph> (<foreign lang="lat">nativus</foreign> ec.), e gli altri tali.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4511. marg. — e in <emph>occio</emph>: figlioccio (<foreign lang="lat"
          >filiuculus</foreign>, non <foreign lang="lat">filiolus</foreign>), moccio (<foreign
            lang="lat">muculus</foreign>), bamboccio, femminoccia, fantoccio, santoccio, casoccia,
          ec. — <foreign lang="fre">Filleul</foreign> (<foreign lang="lat">filiolus</foreign>, in
          altro senso.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Certe idee, certe immagini di cose supremamente vaghe, fantastiche, chimeriche,
          impossibili, ci dilettano sommamente, o nella poesia o nel nostro proprio immaginare,
          perchè ci richiamano le rimembranze più remote, quelle della nostra fanciullezza, nella
          quale siffatte idee ed immagini e credenze ci erano familiari e ordinarie. E i poeti che
          più hanno di tali concetti (supremamente poetici) ci sono più cari. V. p. 4515. Analizzate
          bene le vostre sensazioni ed immaginazioni più poetiche, quelle che più vi sublimano, vi
          traggono fuor di voi stesso e del mondo reale; troverete che esse, e il piacer che ne
          nasce, (almen dopo la fanciullezza), consistono totalmente o principalmente in
          rimembranza. (21. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4428. Chi pratica poco cogli uomini, difficilmente è misantropo. I veri
          misantropi non si trovano nella solitudine, si trovano nel mondo. Lodan quella, sì bene;
          ma vivono in questo. E se un che sia tale si ritira dal mondo, perde la misantropia nella
          solitudine. (21. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4504. <foreign lang="lat">Furunculus, carbunculus</foreign> (carb<hi
            rend="italic">onchio</hi>, carb<hi rend="italic">unco</hi>, carb<hi rend="italic"
          >oncolo</hi>, carb<hi rend="italic">uncolo</hi>, carb<hi rend="italic">unculo</hi>: in una
          sola terminazione d’una sola voce, quanta varietà di pronunzie! escarboucle) ec.: per lo
          più da voci che abbiano la <emph>n</emph>, nel nominativo o nel genitivo, se sono nomi.
          (21. Mag.). — Del <pb ed="aut" n="4514"/> resto, la contrazione di <emph>cul</emph>. .. in
            <emph>cl</emph>. .., deve estendersi a tutte l’altre desinenze in ul. .., specialmente
          in <emph>gul</emph>. .. ec. Dico, quanto alla corruzione subìta da tali desinenze nelle
          forme volgari. (22. Maggio. 1829. Recanati.). — Vannozzo, Vannoccio. Cerviatto, o
          cerbiatto. — Le voci in <emph>cul</emph>. .., specialmente precedendo consonante, sono
          contratte da <emph>icul</emph>. .., come <foreign lang="lat">tuberculum</foreign> da
            <foreign lang="lat">tubericulum, laterculus</foreign> da <foreign lang="lat"
          >latericulus</foreign>, onde lo spagn. <foreign lang="spa">ladrillo</foreign>; mangiata la
            <emph>i</emph> come in tanti altri casi. — Che la desinenza <emph>acul</emph>. ..
          particolarmente, nel latino basso, o volgare ec., avesse forza disprezzativa, come
            <emph>accio acciare, as asse asser</emph> franc., <emph>azo azar</emph> spagn., rilevasi
          non solo dal consenso di queste 3 lingue figlie circa cotal forma e significato, ma anche
          dai nostri collettivi disprezzativi in <emph>aglia</emph> (marmaglia, plebaglia, canaglia,
          ciurmaglia, giovanaglia ec.), e così, mi pare, spagnuoli; e dalle voci francesi pur
          disprezzative in <emph>ail aille ailler</emph> (<foreign lang="fre">canaille, rimailler,
            rimailleur</foreign> ec.). Non a caso queste 2 forme in <emph>aglio</emph> ed
            <emph>accio</emph> (e lor corrispondenti), che d’altronde nei nostri idiomi considerati
          da se non hanno niente di comune, si abbattono ad essere ugualmente disprezzative: esse
          derivano da una stessa forma latina la loro origine grammaticale: è naturale che da questo
          principio comune derivino anche la loro significazione disprezzativa. (23. Mag.). —
          Vittuaglia ec. Foraggio-are, fourrage-er: v. spagn. Bitorzo (bitorcio, quasi bitorculus),
          bitorzolo ec. Santocchieria. Foeniculum — (foenuculum) — finocchio — fenouil. — La
          desinenza in <emph>gn... ñ</emph> ec. è per lo più da <foreign lang="lat" rend="italic"
            >neus</foreign> ec.; p. e. castanea castagna. — Aveugle, aveugler — aboculus. Muraglia.
          Pagliuca (Alberti). Molliccio, molliccico. v. p. 4515.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Minuto, participio aggettivato, coi derivati ec. V. lat. franc. spagn.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Soperchio soperchiare, superculus superculare: dello stesso genere che parecchio
          apparecchiare, pariculus appariculare, di cui altrove; dove la desinenza in
          <emph>cul</emph>. . . è semplice desinenza e non diminuzione. Puoi vedere la p. 4443. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Ruina-rovina ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4515"/> Alla p. 4513. Similmente molte immagini, letture ec. ci fanno
          un’impressione ed un piacer sommo, non per se, ma perchè ci rinnuovano impressioni e
          piaceri fattici da quelle stesse o da analoghe immagini e letture in altri tempi, e
          massimamente nella fanciullezza o nella prima gioventù. Questa cosa è frequentissima:
          ardisco dire che quasi tutte le impressioni poetiche che noi proviamo ora, sono di questo
          genere, benchè noi non ce ne accorgiamo, perchè non vi riflettiamo, e le prendiamo per
          impressioni primitive, dirette e non riflesse. Quindi ancora è manifesto che una poesia
          ec. dee parere ad un tale assai più bella che un’altra, indipendentemente dal merito
          intrinseco. ec. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Zoppicare. <foreign lang="lat">Medeor — medico as</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4493. Com’è notato, una gran parte del piacere che i sentimenti poetici ci danno
          e ci lasciano, consiste in ciò, ch’essi c’ingrandiscono il concetto, e ci lasciano più
          soddisfatti, di noi medesimi. Appunto come i sentimenti, come le azioni, nobili,
          magnanime, pietose; come i sacrifizi ec. (e come la conversazione di chi ha la vera arte
          di esser amabile). E appunto come questi non cadono se non in chi sia felice, contento di
          se, in chi si stimi ec., così nè più nè meno i sentimenti poetici. (24. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4514. <emph>Lucigno-lo</emph>. — In uomicci-uolo, omici-atto, omici-attolo, e
          simili, la solita moltiplicazione della forma latina in <emph>ulus</emph>. — Coraggio, per
          cuore (corazon, coraje, courage): v. Crus., quasi coraculum. Incorare-incoraggiare.
            <foreign lang="fre">Visage, envisager, ombrage, ombrager, language, usage,
          ouvrage</foreign> ec. ec. Questa forma in age ager, è tutta francese, provenzale ec. Di là
          la nostra, sì abbondante anch’essa, in aggio, aggia, aggiare; e grandissima parte almeno
          delle voci che hanno questa desinenza (viaggio-are ec. Piaggia non è, come dico altrove,
            <pb ed="aut" n="4516"/> da plagula, ma da plage; e così spiaggia.) Però in ispagnolo
          tali nomi finiscono per lo più in <emph>e</emph> (viaje, mensaje ec. ec.). — V. ancora il
          pensiero seg. — V. p. 4518.4521.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4444. Vedi nella p. 4473. capoverso penult. e suoi annessi, l’immenso e
          svariatissimo uso fatto nel latino volgare o de’ bassi tempi, di questa medesima forma in
            <emph>icul. . . cul. . . ul</emph>. . . or con forza diminutiva frequentativa ec., or
          positivata, or come semplice desinenza. (25. Mag.). V. qui al fine della p. uso manifesto
          per le quasi infinite forme che ne derivarono nei nostri volgari. Dal che si vede che
          l’uso antichissimo di quella forma, non cessò mai, nè fu men frequente negli ultimi tempi
          del latino che nei primitivi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il detto altrove dell’incontrastabilmente maggior numero di suoni nelle lingue
          settentrionali che nelle nostre, causa, in parte della lor mala ortografia, per la
          scarsezza dell’alfabeto latino da loro adottato; è applicabile ai dialetti dell’Italia
          superiore, perciò difficilissimo ancora a bene scriversi. Mezzofanti diceva che al
          bolognese bisognerebbe un alfabeto di 40 o 50 o più segni. Non è questa la sola conformità
          che hanno que’ dialetti colle lingue settentrionali. Del resto, i dialetti generalmente
          sono più ricchi che l’alfabeto comune. Il toscano parlato ha anch’esso un po’ più suoni
          che le lettere, ma pochi più. Il marchigiano e il romano quasi nessuno: esse sono
          veramente (in ciò come in mille altre cose) l’italiano comune e scritto, o il volgare più
          simile a questo, che sia possibile. (25. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gracchiare (da <emph>gra gra</emph>: v. Forc. in graculus), scorbacchiare, scornacchiare,
          spennacchiare. Gorgheggiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Al capoverso 1. Anche qui i toscani abbondano più che gli altri, e spesso dove questi
          usano il positivo (nome o verbo), essi il diminutivo <pb ed="aut" n="4517"/> o
          frequentativo ec., benchè senza differenza di senso. Noi amiamo p. e.
          <emph>spennare</emph>, i toscani <emph>spennacchiare</emph> ec. ec. (26. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La natura non ci ha solamente dato il desiderio della felicità, ma il bisogno; vero
          bisogno, come quel di cibarsi. Perchè chi non possiede la felicità, è infelice, come chi
          non ha di che cibarsi, patisce di fame. Or questo bisogno ella ci ha dato senza la
          possibilità di soddisfarlo, senza nemmeno aver posto la felicità nel mondo. Gli animali
          non han più di noi, se non il patir meno; così i selvaggi: ma la felicità nessuno. (27.
          Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Bollito per bollente. Patito. Indigesto per non digeribile, e per che non ha digerito.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Umanità degli antichi ec. Vecchi. Cosa lacrimevole, infame, pur naturalissimo, il
          disprezzo de’ vecchi, anche nella società più polita. Un vecchio (oggi, in Italia, almeno)
          in una compagnia, è lo spasso, il soggetto de’ motteggi di tutta la brigata. Nè solo
          disprezzo: trascuranza, non assisterli, non prestar loro quegli uffizi, quegli aiuti, il
          cui commercio è il fine e la causa della società umana, de’ quali i vecchi hanno tanto più
          necessità che gli altri. I giovani sono serviti, i vecchi conviene che si servan da se. In
          una medesima stanza, se ad una giovane cadrà di mano il fuso, il ventaglio, sarà pronto
          chi lo raccolga per lei; se ad una vecchia, a cui il levarsi in piedi, l’incurvarsi, sarà
          penoso veramente, la vecchia dovrà raccorselo essa. E così ancora in casi di malattie ec.
          ec. Spesso i vecchi, anco in uguaglianza di condizione, hanno ad <pb ed="aut" n="4518"/>
          aiutare e servire i giovani. E parlo d’aiuti e di servigi corporali. Ci scandalizziamo di
          quei Barbari che si fanno servir dalle donne: ma il fatto nostro è lo stesso, se non
          peggiore. E viene dallo stesso spietato e brutale, ma naturale principio, che il forte sia
          servito, il debole serva. (27. Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4516. La forma <emph>aiuolo</emph> e <emph>aiólo</emph> in legnaiuolo, erbaiuolo,
          vignaiuolo, stufaiuolo o stufaiolo, fruttaiuolo o fruttaiolo, calzaiuolo, pesciaiuolo,
          armaiuolo e simili, è altresì originariamente diminutiva da <foreign lang="lat"
            rend="italic">ariolus</foreign> (lignariolus ec.). Così in <emph>aruolo, arólo</emph>
          (che è di noi marchegiani), <emph>eruolo</emph>: pizzicaruolo, pizzicarolo, (Alberti),
          pizzicheruolo. — Inguina — (inguinacula plural.). anguinaglia, anguinaia. V. franc. spagn.
          Ventraia.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre">Tomb<hi rend="italic">er</hi>eau. Douc<hi rend="italic"
          >er</hi>eux</foreign>. Fiocco — <foreign lang="fre">flocon</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Manuale di filosofia pratica. Memorie della mia vita. Come i piaceri non dilettano se non
          hanno un fine fuori di essi, secondo dico altrove, così neanche la vita, per piena che sia
          di piaceri, se non ha un fine in totale ec. Bisogna proporre un fine alla propria vita per
          viver felice. O gloria letteraria, o fortune, o dignità, una carriera in somma. Io non ho
          potuto mai concepire che cosa possano godere, come possano viver quegli scioperati e
          spensierati che (anche maturi o vecchi) passano di godimento in godimento, di trastullo in
          trastullo, senza aversi mai posto uno scopo a cui mirare abitualmente, senza aver mai
          detto, fissato, tra se medesimi: a che mi servirà la mia vita? Non ho saputo immaginare
          che vita sia quella che costoro menano, che morte quella che aspettano. Del resto, tali
          fini vaglion poco in se, ma molto vagliono i mezzi, le occupazioni, la speranza,
          l’immaginarseli come gran beni a forza di assuefazione, di pensare ad essi e di
          procurarli. L’uomo può ed ha bisogno di fabbricarsi esso stesso de’ beni in tal modo. (31.
          Mag.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4519"/> Sfilare — sfilacciare — sfilaccicare (v. Crus. in Spicciare):
          filaccica (plural.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Anche i verbi lat. in <emph>urio</emph> si formano da’ supini.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4449. Per altro, la conformità di costumi, governo, religione, riti, lingua ec.
          fra troiani e greci, che apparisce nelle poesie omeriche, nelle tradizioni ec. (e che par
          favorire la congettura del Niebuhr, la quale ha però altri fondamenti), può essa ancora
          essere ingannevole, e non significare che la poca arte e istruzione di que’ vecchi poeti,
          come dico altrove. Simili a quei pittori o artefici de’ tempi bassi, e ad alcuni anche de’
          buoni secoli, che rappresentavano personaggi antichi e stranieri vestiti all’uso moderno e
          nazionale. Fra’ moderni, il Pontedera (<quote>
            <foreign lang="lat">Julii Pontederae Antiquitatum lat. graecarumque enarrationes atq.
              emendatt. praecipue ad veteris anni rationem attinentes</foreign>
          </quote>; <bibl>Patav. 1740.; praefat. libro che mi pare non conosciuto dal
          Niebuhr</bibl>), fondandosi parte in detta conformità, parte in altri argomenti,
          congetturò <quote>
            <foreign lang="lat">Trojanos Graecorum quondam fuisse coloniam</foreign>
          </quote>. (2. Giugno.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Pésolo, pesolone. (pensulus per penzolo, pendulo ec.)</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Sentito per sensibile, vivo; o per sensato. V. Crus.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Lego is — lego as</foreign>, coi composti.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Spigolare, ruzzolare. Mugolare, mugghiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4430. Di tal genere è anco una grandissima parte degli errori e sgrammaticature
          (sien d’uso generale o individuale) del parlar plebeo, rustico, de’ dialetti ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Monofagia. <foreign lang="lat">Convivium</foreign>, <foreign lang="grc"
          >συμπόσιον</foreign>, <foreign lang="lat">coena</foreign> (se è vera l’etimologia da
            <foreign lang="grc">κοινή</foreign>), tutti nomi significativi di
          <emph>comunanza</emph>. ec.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4504. marg. Anche il nemico, l’offensore, ridotto all’inferiorità all’impotenza,
          è, non pur compassionevole, ma amabile, allo stesso offeso. <pb ed="aut" n="4520"/> Par
          che la natura abbia dato alla debolezza l’amabilità come una sorta di difesa e d’aiuto.
          (17. Giugno.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Beatus</foreign>, participio aggettivato. Trambasciato, trangosciato
          ec. Trasognato. Moderato ec., smoderato, immoderato ec. <foreign lang="lat"
          >Invisus</foreign> per odioso.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Σχολὴ</foreign>
          <emph>ozio</emph> chiamavano gli antichi i luoghi, i tempi ec. degli studi, e gli studi
          medesimi (onde ancora diciamo, senza intendere all’origine, scuola, e scolare per
          istudente, e gl’inglesi scholar per letterato, che dall’etimologia sonerebbe ozioso) che
          per gran parte di noi sono il solo o il maggior <emph>negozio</emph>. (7. Luglio.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <emph>Succhio</emph> (succulus) per succo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="grc">Δῖος</foreign>, <foreign lang="lat">dius-di<hi rend="italic"
          >v</hi>us</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat" rend="italic">Ieiunus</foreign> 1. participio contratto, a quanto
          pare, da <foreign lang="lat" rend="italic">ieiunatus</foreign> (così fors’anche <foreign
            lang="lat" rend="italic">festinus</foreign>); 2. in senso di <foreign lang="lat"
            rend="italic">qui ieiunavit</foreign> o <foreign lang="lat" rend="italic">ieiunat.
            Delirus</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Mordeo, morsum</foreign> — morsicare, (corrottamente mozzicare,
          smozzicare), morsecchiare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">S<hi rend="italic">i</hi>mus</foreign> costantemente per <foreign
            lang="lat">s<hi rend="italic">u</hi>mus</foreign>. Augusto ap. <bibl>
            <author>Sveton.</author> in <title>Aug.</title> c. 87.</bibl>; Messala, Bruto ed Agrippa
          ap. <bibl>
            <author>Mario Vittorino</author>
            <title lang="lat">de Orthographia</title> p. 2456.</bibl>
          <foreign lang="lat">Man<hi rend="italic">i</hi>biae</foreign> per <foreign lang="lat"
              >man<hi rend="italic">u</hi>biae</foreign> pur costantemente nelle iscrizioni Ancirane
          composte pur da Augusto. <foreign lang="lat">Cont<hi rend="italic">i</hi>bernali</foreign>
          in un antico monumento ap. <bibl>Achille Stazio ad Sveton. de Cl. Rhetoribus.</bibl>
        </p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Bubulcitare</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Alla p. 4491. In un luogo piccolo vi sono partiti, amicizia non v’è. Vale a dire, che
          delle persone, per trovarsi ciò convenire ai loro interessi, saranno unite e collegate
          insieme per certo tempo (per lo più contro altre); ma non mai amiche. <emph>Amicizia non
            può essere che in città grandi</emph>, o pur fra persone lontane. (8. Luglio.). V. p.
          4523.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4521"/> . Alla p. 4512. La forma in accio acciare, azzo azzare, e le
          corrispondenti francesi e spagnuole (e così in eccio, iccio ec.), vengono veramente,
          almeno per lo più, dalla latina in <foreign lang="lat">aceus, iceus</foreign> ec. <foreign
            lang="lat">Gallinaceus</foreign>, gallinaccio.</p>
        <p>Che fosse proprio del volgare latino il dar questa desinenza ai positivi, nomi o verbi, e
          ciò senz’alterazione di significato, e che da ciò venga il tanto uso della forma in accio
          ec. nelle lingue figlie, massime dove essa non altera la significazione (come in <foreign
            lang="lat">minae</foreign> minacce, <foreign lang="lat">minari</foreign> minacciare),
          può congetturarsi, fra l’altro, dal riferito da Svetonio (<bibl>Aug. c. 87.</bibl>) che
          Augusto soleva scrivere <foreign lang="lat">pulleiaceus</foreign> in vece del positivo
            <foreign lang="lat">pullus</foreign>. Augusto nelle singolarità delle sue voci ed
          ortografia riferite da Svetonio (<bibl>ib. et c. 88.</bibl>), si accostava al dir volgare:
          il suo <foreign lang="lat">baceolus</foreign> è il nostro baggeo. Quest’osservazione
          dunque serva particolarmente pel Tratt. del Volg. lat. — La forma in ezzare, onde (e non
          viceversa) eggiare, e le corrispondenti francesi e spagnuole, sono dalla greca
          frequentativa in <foreign lang="grc">ίζειν</foreign>, e dalla lat. <foreign lang="lat"
            rend="italic">issare</foreign>, che di là viene. Il <foreign lang="lat" rend="italic"
            >betissare</foreign> di Augusto <bibl>ap. <author>Sveton.</author> (87.)</bibl>, da noi
          si direbbe bietoleggiare. Cambiato, al solito l’<emph>i</emph> in <emph>e</emph>. (9.
          Luglio.). — Se però ezzare è per ecciare, allora apparterrà al detto qui sopra. E
          viceversa se azzo, izzo ec. è per aggio ec., allora non cadrà sotto il qui sopra detto.
          (10. Luglio.). — Incumulare — <foreign lang="spa">encumbrar</foreign> — ingomberare.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Molti avverbi e preposizioni delle lingue nostre sono fatte coll’aggiunta di un
          <emph>de</emph> affatto pleonastico alle corrispondenti latine. <foreign lang="lat"
            rend="italic">De retro</foreign>: diretro, dirietro, dreto, dietro (il volgo marchegiano
          appunto latinamente: de retro); e poi, <pb ed="aut" n="4522"/> raddoppiato ancora il
            <emph>di</emph>, di dietro; <foreign lang="fre">derrière</foreign>, <foreign lang="spa"
            >detras</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">De ubi</foreign>: dove. <foreign
            lang="lat" rend="italic">De unde</foreign>: donde. <foreign lang="lat" rend="italic">De
            ante</foreign>: <foreign lang="spa">delante</foreign>, dianzi, dinanzi, davanti,
            <foreign lang="fre">devant</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">De
          post</foreign>: di poi, dopo, da poi, <foreign lang="fre">depuis</foreign>, <foreign
            lang="spa">despues</foreign>. <foreign lang="lat" rend="italic">De mane</foreign>:
          dimani ec. <foreign lang="fre">demain</foreign>. (11. Lugl.). Così di sopra, di sotto, da
          presso, da lungi, da vicino, da o di lontano. Quest’uso par fosse proprio del volgar
          latino 1.<hi rend="apice">o</hi> perchè comune a tutte 3 le lingue figlie, 2.<hi
            rend="apice">o</hi> perchè si trova già in parte nel latino scritto. <foreign lang="lat"
            >Desuper, desubito, derepente</foreign>; dove il <emph>de</emph> ridonda: <foreign
            lang="lat">dehinc, deinde</foreign>; dove il <emph>de</emph> (come in
          <emph>donde</emph>) è ripetuto; perchè già il semplice <foreign lang="lat">hinc</foreign>
          vale <foreign lang="lat" rend="italic">de hic</foreign>, <foreign lang="lat"
          >inde</foreign> è <foreign lang="lat" rend="italic">de in</foreign> (dein).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">I<hi rend="italic">uvi</hi>
          </foreign> per <foreign lang="lat">i<hi rend="italic">uvavi</hi>
          </foreign>, <foreign lang="lat">ad-i<hi rend="italic">u</hi>tum</foreign> ec. per <foreign
            lang="lat">ad-i<hi rend="italic">uv</hi>atum</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La prosa in verità, parlando assolutamente, precedette da per tutto il verso, come è
          naturale; ma il verso conservato precedette quasi da per tutto la prosa conservata. (11.
          Luglio.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>L’uso degli antichi filosofi greci, di abbracciar col circolo dei loro Trattati tutte le
          parti dello scibile (uso notato da me altrove), onde esso circolo veniva ad essere
          un’enciclopedia, fu seguito anche, ne’ bassi tempi, da’ latini: dico da quelli che
          scrissero, o in più opere separate o in una sola, <title lang="lat">de 4.r</title> o
            <title lang="lat">de 7.m disciplinis</title> (come Boezio, Cassiodoro, Marziano Capella,
          Beda, Alcuino) ec.; piccole enciclopedie, dove però si copiavano per lo più <emph>tra
          loro</emph>. E dico tra loro: i più antichi o non conoscevano, o non avevano, o non
          leggevano, o non potevano intendere. (11. Lugl.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4523"/> Alla p. 4520. fin. Chi non è mai uscito da luoghi piccoli, come ha
          per chimere i grandi vizi, così le vere e solide virtù sociali. E nel particolare
          dell’amicizia, la crede uno di quei nomi e non cose, di quelle idee proprie della poesia o
          della storia, che nella vita reale e giornaliera non s’incontrano mai (e certo egli non si
          aspetta d’incontrarne mai nella sua). E s’inganna. Non dico Piladi e Piritoi, ma amicizia
          sincera e cordiale si trova effettivamente nel mondo, e non è rara.</p>
        <p>Del resto, i servigi che si possono attendere dagli amici, sono, o di parole (che spesso
          ti sono utilissime), o di fatti qualche volta; ma di roba non mai, e l’uomo avvertito e
          prudente non ne dee richiedere di sì fatti (di tal fatta). (21. Luglio.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Insatiatus</foreign> per <foreign lang="lat">insatiabilis</foreign>.
            <foreign lang="lat">Citus</foreign>, particip. aggettivato.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Nae<hi rend="italic">v</hi>us</foreign>-neo.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Fri<hi rend="italic">g</hi>us</foreign> — <foreign lang="spa"
          >frio</foreign> (spagn.). Ra<hi rend="italic">gu</hi>nare — raunare. <foreign lang="lat"
              >Ne<hi rend="italic">g</hi>o</foreign> — <foreign lang="fre">nier</foreign>. Ra<hi
            rend="italic">gg</hi>i — rai.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Il vescovo Ulfila, se non fu il primo introduttore dell’alfabeto presso la sua nazione (i
          Goti), gli diede almeno quella forma che noi conosciamo. Castiglioni ap. la B. Ital.
          Maggio 1829. t. 54 p. 201.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Non solo noi diveniamo insensibili alla lode, e non mai al biasimo, come dico altrove, ma
          in qualunque tempo, le lodi di mille persone stimabilissime, non ci consolano, non fanno
          contrappeso al dolore che ci dà il biasimo, un motteggio, un disprezzo di persona
          disprezzatissima, di un facchino. (29. Lug.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>In un trattenimento, chi si vuol divertire, propongasi di passare il tempo. Chi vi cerca
          e vi aspetta il divertimento, non vi trova che noia, e passa quel tempo assai male. (29.
          Lug.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <pb ed="aut" n="4524"/>
          <quote>
            <foreign lang="lat">Est Dicaearchi liber de interitu hominum, Peripatetici magni et
              copiosi, qui collectis ceteris causis, eluvionis, pestilentiae, vastitatis, beluarum
              etiam repentinae multitudinis, quarum impetu docet quaedam hominum genera esse
              consumta; deinde comparat quanto plures deleti sint homines hominum impetu, id est
              bellis aut seditionihus, quam omni reliqua calamitate</foreign>
          </quote>. <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title lang="lat">de Off.</title> II. 5. (16.)</bibl> (5. Sett. 1829.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Luccicare. <foreign lang="lat">Albico as</foreign>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="fre">Rue</foreign> — ru<hi rend="italic">g</hi>a (ital. antico).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <foreign lang="lat">Despicere — despicari</foreign>: e simili.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Burrone, burrato, borro, botro — <foreign lang="grc">βόθρος</foreign>. (12. Aprile. 1830.
          Lunedì di Pasqua.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>È curioso a vedere, che gli uomini di molto merito hanno sempre le maniere semplici, e
          che sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco merito. (Firenze 31. Maggio
          1831.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Eccellente umanità degli antichi. <quote>
            <foreign lang="lat">Quid enim est aliud, erranti viam non monstrare, quod Athenis
              exsecrationibus publicis sancitum est, si hoc non est?</foreign>
          </quote> etc. <bibl>
            <author>Cic.</author>
            <title lang="lat">de off.</title> l. 3. alquanto innanzi il mezzo.</bibl> (Roma 14. Dic.
          1831.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">Βρίαχος</foreign>
            <emph>l’ubbriaco</emph>
          </quote>, appellativo di un Sileno in un vaso antico. Muséum étrusque du prince de Canino,
          n.1005 (Roma 14. Dic. 1831.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ὅμως δὲ τοῦτο μὲν ἴτω</foreign> (vada, cioè eveniat) <foreign
              lang="grc">ὅπῃ τῷ θεῷ φίλον</foreign>
          </quote>. Plat. Apolog. Socr. haud procul ab init. ed. Ast. opp. t. 8. p. 102. (in marg.
          19. A.) nel Critone (init. p. 164. in marg. 43. D.) dice pur Socrate: <quote>
            <foreign lang="grc">εἰ ταύτῃ τοῖς θεοῖς φίλον, ταύτῃ ἔστω</foreign>
          </quote>.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">τούτου πᾶν τοὐναντίον εὑρήσετε</foreign>
          </quote> (tutto il contrario). ib. 138. (34. A.) e così altrove nella medesima Apologia.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">οὐκ ἔσθ' ὅτι μᾶλλον, ὦ ἄνδρες Ἀθηναῖοι, πρέπει οὕτως ὡς</foreign>
          </quote> ec. <pb ed="aut" n="4525"/> (in vece di <foreign lang="grc"
          >μᾶλλον...ἢ</foreign>.) ib. 144. (36. D.) — nessuna cosa <emph>più... quanto</emph> ec.
          idiotismo nostro, usato anche da’ buoni e antichi.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>
          <quote>
            <foreign lang="grc">ὄνομα ἕξετε καὶ αἰτίαν ὡς Σωκπάτη ἀπεκτόνατε</foreign>
          </quote>. ib. 148. (38. C.) avrete <emph>nome</emph> di avere ucciso Socrate. (Roma 6.
          Gennaio 1832.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Uomini originali men rari che non si crede.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Gli uomini verso la vita sono come i mariti in Italia verso le mogli: bisognosi di
          crederle fedeli benchè sappiano il contrario. Così chi dee vivere in un paese, ha bisogno
          di crederlo bello e buono; così gli uomini di credere la vita una bella cosa. Ridicoli
          agli occhi miei, come un marito becco, e tenero della sua moglie. (Firenze 23. Maggio.
          1832.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Cosa rarissima nella società, un uomo veramente sopportabile.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper nulla,
          l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di
          non aver nulla a sperare dopo la morte.</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>Grande studio (ambizione) degli uomini mentre sono immaturi, è di parere uomini fatti, e
          quando sono uomini fatti, di parere immaturi. (16. Settem. 1832.).</p>
        <space type="stacco narrativo"/>
        <p>La cosa più inaspettata che accada a chi entra nella vita sociale, e spessisimo a chi v’è
          invecchiato, è di trovare il mondo quale gli è stato descritto, e quale egli lo conosce
          già e lo crede in teoria. L’uomo resta attonito di vedere verificata nel caso proprio la
          regola <pb ed="aut" n="4526"/> generale. (Firenze. 4. Dic. 1832.).</p>
      </div1>
    </body>
  </text>
</TEI.2>
